WEBGIORNALE  4-17   SETTEMBRE   2017

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Verso le elezioni tedesche. UE: Un’atmosfera di forzato immobilismo  1

2.       Gentiloni incassa il punto decisivo: il pacchetto Minniti diventa europeo  1

3.       La svolta Ue sugli sbarchi e gli ostacoli che rimangono  1

4.       Vertice sui migranti. Macron guida l’Europa sui rifugiati: “Centri d’accoglienza in Africa”  2

5.       I terremoti distruggono il Belpaese  2

6.       Alfano: Sì alla linea italiana. Ora non smarriamoci nelle pastoie di Bruxelles  3

7.       Migranti: parola d’ordine regionalizzare, ma UE non è concorde  3

8.       Gli immigrati e il piano Minniti: se dalla paura può nascere nuova energia  4

9.       Migranti, intesa dell’Italia coi sindaci libici sul tavolo del vertice di Parigi 4

10.   Ius soli, Papa: "Riconoscere nazionalità alla nascita"  5

11.   Sistemi elettorali. Il modello Tedesco e la buona proporzionale  5

12.   Berlino avrà mai un nuovo aeroporto?  5

13.   Sondaggio. I Tedeschi sono più preoccupati dal cambiamento climatico che dal terrorismo  6

14.   Il console di Francoforte ai connazionali della Circoscrizione consolare  6

15.   "Italia-Germania-Europa: un bilancio a 60 anni dai trattati di Roma"  6

16.   Quando la poesia si tinge di rosa. A Friedrichshafen il 16 settembre la Rassegna “Donne e Poesia”  6

17.   I recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue COSMO. 7

18.   Concerto domenica 17 settembre, alle ore 20.00, a Dortmund  8

19.   "Vivere e lavorare a Friburgo"  8

20.   Elezioni. Quattro ipotesi per Merkel: perché il voto in Germania non è scontato  8

21.   I tedeschi si sicilianizzano  9

22.   Merkel sposa la tesi di Schäuble: “Sì a un Fondo monetario Ue”  9

23.   Anche i tedeschi pagano le bustarelle  9

24.   Orrore in Germania, infermiere-killer sospettato di 84 morti 10

25.   Il Consolato di Basilea ottavo al mondo per rilascio passaporti 10

26.   Germania verso il voto. Sinfonie, patate e videogame: così Angela Merkel disarma i rivali 11

27.   Lo Stato d’Italia  11

28.   Reddito di inclusione, arriva il via libera  11

29.   Onorificenze. Cercasi candidature per la "Stella al Merito del Lavoro" 2018  12

30.   L'evoluzione  12

31.   Pensione giovani e assegno sociale, cosa cambia  12

32.   Università per Stranieri di Siena: a novembre continuano le celebrazioni del centenario  12

33.   La scelta  13

34.   Investimenti stranieri in Italia. Approvato il decreto sul rilascio dei visti d'ingresso  13

35.   I migranti integrati creano ricchezza  13

36.   Esecutivo a termine  13

37.   Pagamento delle prestazioni all’estero: accertamento dell’esistenza in vita per l’anno 2017  14

38.   La cultura veneta all’estero. Entro il 18 settembre le domande  14

39.   A Molfetta fino al 10 settembre il 36° Convegno dei Molfettesi nel Mondo  14

40.   Lingua italiana, 50 corsi ICoN per i discendenti di trentini all’estero. Domande entro il 2 ottobre  14

 

 

1.       Bundessozialgericht. EU-Ausländer auf Jobsuche haben Anspruch auf Sozialhilfe  15

2.       Merkel: Europa hat „Hausaufgaben“ in Flüchtlingspolitik noch nicht gemacht 15

3.       „Beim Pariser Flüchtlingsgipfel blieb vieles offen“  15

4.       Spitzen-Treffen in Paris. Debatte um Flüchtlingslager in Afrika  16

5.       Zwist um Verlängerung der europäischen Grenzkontrollen  16

6.       Zwei Jahre nach dem "Flüchtlingssommer" – Wo stehen wir?  16

7.       USA. Trump setzt weiter auf harte Linie bei Einwanderung  17

8.       „Dieser Krieg ist militärisch nicht zu gewinnen“  17

9.       Weniger Flüchtlinge – doch Österreich glaubt immer weniger an Integration  18

10.   Kehrtwende in der amerikanischen Afghanistan-Strategie  18

11.   Wie die USA Trump überleben können  18

12.   Italien: Ein Jahr nach dem Erdbeben…   19

13.   Die EU wird in Frankreich immer beliebter 19

14.   Muslime in Europa: Kluft zwischen Realität und Wahrnehmung  19

15.   Polen hält an Anti-Migrationspolitik fest 20

16.   Asien. Schluss mit dem Machogehabe  20

17.   Streit um EU-Gedenktag für die Opfer von Nationalsozialismus und Stalinismus  20

18.   Deutsch-ägyptische Beziehungen. Bei Migrationspolitik noch enger kooperieren  21

19.   Studie. Gute Improvisation, aber auch Defizite in Flüchtlingspolitik  21

20.   Merkel stellt sich gegen Diesel-Fahrverbote  22

21.   Vor 25 Jahren. Die Ausschreitungen in Rostock-Lichtenhagen  22

22.   Integration von Muslimen in Deutschland macht deutliche Fortschritte  22

23.   Bertelsmann-Stiftung: Muslime gut integriert, aber nach wie vor Außenseiter 23

24.   Bundeswahlleiter. 720.000 Wahlberechtigte mit türkischen Wurzeln  23

25.   Wahlkampf: CDU und SPD werden jetzt persönlich  23

26.   Wie Integration gelingen kann? Wenn der einzelne Mensch im Mittelpunkt steht 24

27.   Bilanz für August 2017. Arbeitsmarkt weiter stabil und kräftig  24

28.   Statistik für 2016. Jugendämter nehmen mehr Kinder in Obhut 24

29.   Müdigkeit am Steuer ist besonders gefährlich für Pendler 25

30.   Merkel sieht Flucht weiter als „globale Herausforderung“  25

31.   Seele verloren? Überprüfen Sie Ihre Systemeinstellungen  25

32.   Besuch bei Flüchtlingsprojekt. Kanzlerin von "Kiron" beeindruckt 26

33.   Umfrage. Große Mehrheit der Deutschen ist liberal und weltoffen  27

34.   Tag der offenen Tür am 26./27. August. Mehr als 120.000 Gäste beim Staatsbesuch  27

35.   Statistik für 2016. Armutsrisiko für Kinder und Ausländer steigt 27

36.   Was ist neu? Neuregelungen im August und September 2017  28

37.   Experten fordern mehr Einbürgerungen zur Stärkung der Demokratie  28

38.   Rekord: 18,6 Millionen Zugewanderte  28

 

 

 

Verso le elezioni tedesche. UE: Un’atmosfera di forzato immobilismo

 

Un’atmosfera di forzato immobilismo pervade l’Unione europea alle soglie di settembre. Tutto, o quasi, è fermo in attesa della fatidica data del 24, giorno delle elezioni generali in Germania. È un appuntamento, spiace riconoscerlo, di gran lunga più importante delle elezioni del Parlamento europeo, che spostano di ben poco il discorso sul futuro dell’Unione. Il che la dice lunga sul ruolo che gli Stati, grandi o piccoli che siano, giocano oggigiorno all’interno dell’Ue.

Va anche detto, tuttavia, che la stessa atmosfera è meno pessimista di quanto ci si aspettasse solo qualche mese fa, allorquando l’ondata anti-Unione sembrava prevalere. Le elezioni in Austria, Olanda e Francia hanno parzialmente allontanato lo spettro di un progressivo sgretolamento dell’Ue, ancora sotto lo shock della Brexit. Ciò non significa che nazionalismo, sovranismo, euro-scetticismo, e via declinando, siano scomparsi dallo scenario politico, ma almeno ci avviciniamo alle elezioni tedesche nella speranza che “Mutti” Merkel confermi con un buon risultato uno stop deciso all’anti-europeismo.

Ma va anche subito aggiunto che se questo prevedibile risultato positivo in Germania (che non muterebbe nel caso, ormai altamente teorico, di una vittoria di Martin Schulz) significasse poi immobilismo sui temi europei, allora la via verso la frammentazione dell’Unione riprenderebbe con tutto il suo negativo vigore.

Le opzioni, e le preoccupazioni, tedesche

A preoccupare un po’ è innanzitutto il fatto che il tema Europa non è molto presente nel dibattito elettorale tedesco, come se l’opinione pubblica di quel Paese fosse infastidita dall’assedio che la Germania sta subendo da tempo da parte dei suoi partner a Sud, che chiedono meno austerità, e da quelli dell’Est (il gruppo di Visegrad), che mettono in dubbio il valore dell’integrazione e guardano alla Brexit con malcelata simpatia.

In secondo luogo rimane il dubbio sul tipo di coalizione che emergerà dalle elezioni tedesche. Dato per scontato che Angela Merkel non potrà, in caso di vittoria, governare da sola, un’eventuale coalizione con i liberali rischierebbe di indurire ancora di più i rapporti con i partner del sud e con la Francia sul tema delle garanzie bancarie e della disciplina fiscale. Diversa la situazione se si dovesse ritornare ad una ‘Große Koalition’ con i socialdemocratici.

I dossier aperti europei: tanti e complessi

Ma a parte queste prospettive politiche interne, la questione vera è che sul tavolo di Bruxelles il numero e l’importanza dei dossier aperti è a dir poco drammaticamente complessa. Brexit, ripensamento dell’Uem, terrorismo, immigrazione, sicurezza e difesa europea attendono una risposta da parte delle istituzioni dell’Unione, a cominciare dal Consiglio europeo che, come è noto, domina largamente i giochi.

Il guaio è che sui singoli dossier le posizioni dei 27 non sono del tutto convergenti. Basti solo guardare alla questione dell’immigrazione o dei rapporti con la Libia per rendersi conto che i punti di vista sono abissalmente divergenti. In attesa di comprendere la validità degli accordi raggiunti a Parigi lunedì 28 agosto, l’Italia è rimasta fino ad oggi sola, tanto da essere stata obbligata negli ultimi tempi a lanciare un’operazione navale a sostegno della guardia costiera libica per frenare un’immigrazione ormai fuori controllo.

Libia: l’Italia si muove sul filo del rasoio e da sola

È chiaro tuttavia che ci stiamo muovendo sul filo del rasoio, malgrado le massicce dosi di realpolitik, ispirate dal ministro dell’Interno Marco Minniti. Il suo sforzo rischia di essere fragile proprio alla luce della solitudine con cui il nostro governo è costretto a muoversi. A latitare di più è proprio l’Europa. Si pensi che la missione navale Ue Sophia doveva fare esattamente, nella sua terza fase operativa, le stesse cose che oggi fa la nostra marina di fronte alle coste di Tripoli. Peccato che la terza fase non sia mai decollata.

L’Ue dovrebbe inoltre vegliare sulla lunga costa della Libia (circa 3000 km) per filtrare l’immigrazione africana: esiste infatti un’operazione Eubam Lybia. Peccato, anche in questo caso, che i componenti della missione si siano acquartierati in Tunisia, in attesa di tempi migliori sul piano della sicurezza in Libia. Ed infine l’Ue dovrebbe varare un grande prestito per costruire e trasformare gli indecenti ‘campi di accoglienza’ in Libia. Alla Turchia per gestire sul proprio territorio l’immigrazione siriana sono stati concessi 6 miliardi di euro. Alla Libia, per ora, 90 milioni.

C’è quindi da chiedersi come sia possibile ri-orientare in senso comunitario una questione che vede i nostri partner europei muoversi in ordine sparso.

La Merkel e l’ambizione della responsabilità

Lo stesso si può dire anche per gli altri temi oggi sul tavolo dei 27. Per uscirne è abbastanza evidente che ci si aspetta un qualche ruolo guida e di maggiore responsabilità da parte della Germania. La speranza di tutti è che una Cancelliera giunta al suo quarto mandato abbia finalmente l’ambizione di prendersi questa responsabilità. In realtà si tratta di una riflessione che abbiamo sentito fare anche in occasione delle precedenti rielezioni della Merkel.

Oggi a darci qualche motivo di fiducia in più concorrono alcuni elementi. Il primo è che per Angela Merkel la prossima legislatura potrebbe essere l’ultima: così facendo, raggiungerebbe il record di Kohl di 16 anni al potere. Il secondo, e ben più consistente motivo, è la coincidenza di una quasi-sincronizzazione al potere per quattro anni della Merkel e del presidente francese Emmanuel Macron, proprio nel periodo in cui la Gran Bretagna sta allontanandosi e altri stati membri, Polonia e Ungheria, danno segnali di progressivo distacco dall’Unione. Il ritorno al vecchio modello di tandem franco-tedesco può quindi avere una sua ragione d’essere.

Un terzo motivo è che nelle previsioni di alcuni economisti, l’economia tedesca, che ha ottenuto enormi vantaggi dall’esistenza di un’eurozona “alla tedesca”, stia perdendo alcuni gradi di competitività e veda al contempo crescere le disuguaglianze interne. Potrebbe essere questa l’occasione per un ripensamento molto più coraggioso dell’eurozona, con un proprio bilancio autonomo, un diverso sistema parlamentare di controllo, un ministro per l’eurozona e un rapporto più bilanciato fra risk reduction e risk sharing.

Detto questo, per il tandem franco-tedesco sarà molto difficile creare un consenso interno al Consiglio. Una vecchia prassi dell’Unione sarà quindi quella di mettere assieme in un unico pacchetto i vari dossier, in modo da accontentare la maggior parte dei 27. Ma oltre a ciò, sarà necessario avere il coraggio di percorrere fino in fondo le diverse forme di cooperazioni rafforzate previste dai trattati o inventarsene, se necessario, di nuove. Insistere per tenere nello stesso gruppo tutti i 27 significherebbe avviare l’Ue verso un inevitabile declino.

Gianni Bonvicini, AffInt 30

 

 

 

 

Gentiloni incassa il punto decisivo: il pacchetto Minniti diventa europeo

 

Elogi per la nostra strategia nel Mediterraneo, ma il premier è cauto: «La Ue deve fare maggiori sforzi nella gestione dell’emergenza» - FABIO MARTINI

 

Parigi. Nello sfarzoso salone dell’Eliseo che ospita i vertici internazionali, uno dopo l’altro, il padrone di casa, Emmanuel Macron, la cancelliera Angela Merkel, il primo ministro spagnolo Mariano Rajoy, i tre capi di governo africani hanno appena elogiato il governo italiano per l’efficace strategia che ha portato al crollo degli arrivi dalle coste libiche negli ultimi 45 giorni, ma paradossalmente è proprio Paolo Gentiloni che spiazza tutti. Certo, ringrazia, ma non si limita ad incassare, facendo la «ruota», come usa in questi casi, ma semmai invoca concretezza e non soltanto vertici-spot, come quello al quale proprio Macron aveva appena accennato, annunciando un nuovo incontro a Madrid in novembre: «Nel Mediterraneo centrale – ha detto Gentiloni a porte chiuse – abbiamo dato un segnale di successo, ma che può essere fragile. Deve essere un risultato su cui investire. Perché dobbiamo tenere assieme prospettiva di lungo periodo e azioni per l’immediato». E qui la frase-chiave: «Abbiamo bisogno che tutta l’Europa faccia maggiori sforzi nelle politiche di sviluppo e di cooperazione, ma anche nella gestione dell’emergenza». 

Nel suo lessico un messaggio forte ad alleati che, certamente, gli sono grati, ma che sembrano essersi seduti sugli allori italiani. Allori che Germania e Francia hanno riconosciuto all’Italia. Nel comunicato finale del vertice e nei pourparler è stato sottoscritto e promosso il «pacchetto Minniti» nei suoi snodi essenziali: sostegno alla Guardia costiera libica, alle comunità locali, controllo delle frontiere Sud, sostegno ai Paesi di transito, all’Oim e all’Unhcr per l’assistenza ai rifugiati e ai migranti. Una sorta di «europeizzazione» quindi dell’azione italiana. 

Ma dopo essere stata lasciata sola e dopo aver approntato un piano di azione dimostratosi efficace, l’Italia ora chiede di andare avanti con l’aiuto anche degli altri partner europei. Perché nella gestione dell’emergenza, il vertice di Parigi ha confermato che l’Italia continua ad essere un’avanguardia spesso isolata. È toccato al premier libico Sarraj dirlo con franchezza: «Per fermare i flussi clandestini serve un aiuto ora, immediato. Perché bisogna avere chiare le priorità. Poi a lungo termine parleremo dello sviluppo economico per i Paesi africani». 

 

In particolare quanto l’approccio strategico del presidente francese rischi di essere condizionato da un effetto-spot, lo si è capito durante la conferenza stampa. Un giornalista nigerino ha chiesto a Macron su quali fondi concretamente si basasse il progetto a lungo termine per l’Africa subsahariana del quale parla il comunicato finale del vertice: «Sono diffidente delle cifre», ha risposto il presidente francese, parlando di aiuti attraverso la polizia e l’autorità giudiziaria. Una risposta che lui stesso ha percepito un po’ evasiva, tanto è vero che Macron ha chiesto agli altri partner europei: «Volete integrare quanto detto?». E Angela Merkel, molto in sintonia con Macron (col quale si è scambiata bigliettini e sorrisetti in continuazione), ha «soccorso» il presidente francese con queste parole: «Non ho in mente cifre precise…». Cifre puntuali le ha invece enunciate l’Alto rappresentate per la politica estera Mogherini, che per fugare l’impressione che nel rapporto con l’Africa, l’Europa fosse all’anno zero, ha ricordato «i 20 miliardi l’anno investiti dall’Ue e i 2 solo per il Trust fund», oltre ad una miriade di altre fonti di finanziamento. 

 

Quando i tre capi di governo africani hanno lasciato l’incontro, i quattro europei hanno cenato assieme. E per quanto fosse intenzione di Macron fare una chiacchierata a tutto campo, anche sul futuro dell’Europa, i quattro hanno continuato a parlare di migranti e nel corso della cena è emersa una novità che potrebbe segnare la storia dei prossimi mesi. Il premier spagnolo Rajoy ha ammesso di essere molto preoccupato per l’immigrazione in aumento, che passa per Ceuta e Melilla. Preoccupato per la quantità e per la «qualità». A conferma che le reclute del terrorismo stanno cercando nuove strade di accesso.  LS 29

 

 

 

La svolta Ue sugli sbarchi e gli ostacoli che rimangono

 

Dal vertice di Parigi sono venute all’Italia e al suo governo impegnative espressioni di appoggio nel quadro di una strategia complessiva - di Franco Venturini

 

Buone notizie dall’Europa. Da quanto tempo le aspettavamo, sul tema scottante dei flussi migratori che dalla Libia attraversano il Mediterraneo per raggiungere le nostre coste? Da molto, troppo tempo. Ma così come siamo stati puntuali e severi nel denunciare le indifferenze europee quando si sono manifestate, oggi è doveroso constatare con un cauto compiacimento che dal vertice di Parigi sono venute all’Italia e al suo governo impegnative espressioni di appoggio. Le regole per le Ong, gli accordi raggiunti dal ministro Minniti con autorità locali libiche, l’appoggio operativo dato alla guardia costiera di Tripoli, sono stati recepiti come altrettanti punti di partenza di una strategia complessiva che offre proprio in Italia l’incoraggiante riscontro di un netto calo degli arrivi.

Certo, attorno al tavolo di Parigi e sotto il patrocinio di Emmanuel Macron sono state scambiate parole, ancora parole. E a pronunciarle, malgrado la presenza dell’Alto rappresentante per la politica estera della Ue Federica Mogherini, era una minoranza dell’Europa, non tutta l’Europa. E tuttavia il cambiamento di approccio nei confronti della «linea italiana» è stato politicamente rilevante. Per almeno due motivi. Perché i Quattro di Parigi (Francia, Germania, Italia, Spagna) sono gli stessi Quattro che dopo le elezioni tedesche di fine settembre dovrebbero guidare il rilancio dell’Europa secondo il metodo delle «diverse velocità». Soprattutto perché la più influente di queste avanguardie, quella signora Merkel che è ormai certa di essere rieletta alla Cancelleria, ha affermato alla vigilia dell’incontro di Parigi che «tutti in Europa devono riconoscere come il vecchio sistema di Dublino non sia più sostenibile».

L’idea di una rottamazione del metodo di Dublino (il profugo resta nel Paese dove viene identificato per la prima volta) non è nuova, e non è la prima volta che Angela Merkel la evoca. Ma riaffermarla mentre è in atto la volata finale della sua campagna elettorale e portarla volutamente sul tavolo di Parigi sono elementi che fanno pensare a una volontà politica precisa destinata a manifestarsi con maggior forza dopo il responso delle urne. Ed è evidente che ripensare radicalmente Dublino resta per l’Italia il più importante dei traguardi da raggiungere.

Un passo avanti è stato dunque compiuto, forse uno di quei passi che annunciano svolte profonde. L’Italia ha tutto il diritto di aspettarselo. Ma il compiacimento di oggi, per non rischiare di trasformarsi in delusione cocente, deve essere temperato dalla consapevolezza degli ostacoli che sussistono sulla via di una corretta e realistica gestione delle spinte migratorie.

Il tempo delle vite da salvare in mare non è tramontato, e verosimilmente non tramonterà. L’opera delle Ong che hanno preferito ritirarsi pur di non accettare le nuove regole imposte dall’Italia andrà compensata, perché non è pensabile, e nessuno vuole pensare, che un aumento delle morti in mare faccia parte della soluzione.

L’opera della guardia costiera libica, anche grazie all’appoggio e all’assistenza italiana, si sta rivelando positiva. Ma ha ragione la Merkel quando, dopo gli elogi, ricorda che essa deve attenersi alle leggi internazionali sia nella gestione dei migranti sia con le Ong.

Non si può e non si deve trasformare la Libia in un enorme campo profughi privo di garanzie umanitarie minime. Alla massa crescente dei migranti in attesa di imbarcarsi si aggiunge ora quella più piccola di coloro che sono stati intercettati e riportati a terra. E per i primi come per i secondi non esistono garanzie sulle procedure che vengono seguite, mentre esistono invece certezze sulle atrocità che le milizie dei trafficanti infliggono ai loro ostaggi. Senza un effettivo intervento in Libia dell’apposita agenzia Onu e della Organizzazione mondiale delle migrazioni, la realtà libica può soltanto alimentare preoccupazioni assai gravi. Anche in quella Tripolitania che dovrebbe essere governata dal nostro alleato Fayez al Serraj. Quando gli standard umanitari minimi saranno garantiti, ma soltanto allora, si potrà passare alla creazione di hot spots in Libia e al rimpatrio dei migranti nei loro Paesi di origine partendo, traguardo questo di fondamentale importanza, dal territorio africano anziché da quello europeo.

Questa strategia richiede una serie di politiche preliminari. Vanno conclusi accordi con i Paesi africani interessati e con quelli che possono frenare i migranti che attraversano il Sahel per entrare poi in Libia (i presidenti di Ciad e Niger erano a Parigi), occorre offrire alternative economiche alle popolazioni che oggi si trovano sulla rotta dei migranti e ne traggono benefici, occorre investire nei Paesi di origine per contenere la spinta all’emigrazione. Ma gli investimenti economici necessitano di tempo per dare frutti, e la pressione migratoria ha fretta.

Sullo sfondo rimangono tutte le divisioni e tutta l’insicurezza della Libia attuale. A Parigi c’era Al Serraj (anche questo è un riconoscimento per la linea italiana), ma senza una reale collaborazione con Haftar e la Cirenaica, rivelatasi finora impossibile, i progressi in Tripolitania restano vulnerabili. Oppure indicano la via di una «cantonizzazione» della Libia.

Sul versante europeo, poi, la questione migratoria rischia di spaccare la Ue. Mentre tutti guardano alla Brexit, è il gruppo di Visegrad che rappresenta per l’Europa la più seria minaccia di secessione. Una minaccia che viene già attuata quando si tratta, come dice risolutamente la Merkel, di «distribuire i profughi in modo solidale». La grande partita sta per cominciare, e si giocherà in Europa non meno che in Africa. CdS 28

 

 

 

Vertice sui migranti. Macron guida l’Europa sui rifugiati: “Centri d’accoglienza in Africa”

 

Le domande valutate dall’Unhcr. Militari per proteggere gli hotspot. Da Merkel nessuna apertura per l’accoglienza dei migranti economici. Gentiloni: accoglienza sì, ma servono controlli. Macron: la cooperazione Italia- Libia è un esempio. Leonardo Martinelli

 

PARIGI - È spuntato fuori alla fine l’europeismo di Emmanuel Macron: tanto atteso, così sperato. Basta con i piccoli e furbi colpi mediatici e le iniziative personali, dove giocava tutto sul rapporto personale con il Putin o il Trump di turno. No, ieri il presidente francese ha convocato e gestito, con un piglio rassicurante, un minivertice europeo sul problema dell’immigrazione, sotto lo sguardo compiacente di Angela Merkel. Ed è riuscito a imporre una delle sue idee, la creazione di hotspot, centri di accoglienza in Ciad e nel Niger, due Paesi africani sulla rotta dei migranti, così da distinguere prima di un viaggio disumano attraverso il deserto fra i rifugiati in fuga dalla guerra (che possono essere accolti in Europa) e gli immigrati economici. Che, invece, diventeranno clandestini e basta. 

 

All’Eliseo, intorno a Macron, si sono riuniti, oltre alla Merkel, il premier spagnolo Mariano Rajoy e il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni (e Macron, in conferenza stampa, si è rivolto a più riprese a lui con un sorriso, ricordando anche l’accordo per uno sviluppo economico concluso dall’Italia con 14 Comuni libici, sulla strada dei migranti, come esempio di questa nuova cooperazione alla sorgente del problema). E poi, oltre alla rappresentante della Ue per gli Affari esteri Federica Mogherini, erano presenti alcuni dei protagonisti di questa nuova politica (costruttiva) anti-migranti: il presidente del Consiglio presidenziale di Tripoli Fayez al-Sarraj e i presidenti di Ciad e Niger, rispettivamente Idriss Deby e Mahamadou Issoufou. Lo statista del Niger ha ricordato come da lui alcuni «hotspot», sotto l’egida dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr), esistano già. 

 

Ecco, Macron ha annunciato un accordo tra tutti i partecipanti per l’apertura di più centri fra Niger e Ciad «in zone sicure e ancora sotto la supervisione dell’Unhcr». Sarà l’Alto commissariato a valutare chi potrà continuare. Ha aggiunto che ci sarà anche «un’azione in loco in materia di cooperazione e di giustizia» e «talvolta pure una presenza militare per evitare il gonfiarsi dei flussi verso la Libia». Già nelle settimane scorse il presidente francese aveva messo sul tavolo questa possibilità con l’idea di realizzarla anche in Libia. In seguito, però, Macron aveva accantonato quest’ultima possibilità, per questioni di sicurezza, anche Ciad e Niger avevano nicchiato e non poco. Ieri è riuscito a far passare la pillola, quando insieme alla Merkel e agli altri partner ha promesso un potenziamento della cooperazione allo sviluppo nei due Paesi. Già nelle prossime settimane si inizierà a lavorare concretamente sulle proposte di Parigi, con una task force ad hoc. Si farà un primo punto su quanto realizzato in un vertice in Spagna a fine ottobre nello stesso formato di quello di ieri. 

 

La cancelliera, nella conferenza stampa finale, ha ricordato come sia «indispensabile la distinzione fra chi può accedere allo status di rifugiato e i migranti economici». Sono stati proprio i tedeschi a insistere affinché il seguente passaggio fosse inserito nella dichiarazione finale: «I migranti illegali, che non possono pretendere alcuna forma di protezione internazionale, devono essere ricondotti nei loro Paesi d’origine, nella sicurezza, l’ordine e la dignità, di preferenza su base volontaria». Le elezioni presidenziali si avvicinano in Germania. E per la Merkel era importante mostrare un certo «pugno duro», accanto a un Macron consenziente. È stata comunque la cancelliera a mettere il dito su una piaga, assente dalle discussioni ieri a Parigi: il «sistema Dublino», per cui la domanda d’asilo deve essere presentata nel primo Paese europeo d’arrivo (penalizza Stati come l’Italia, in prima linea). «Questo sistema non funziona, perché in Europa non c’è una reale solidarietà, dobbiamo trovare un’altra soluzione», ha detto la Merkel. Macron sorrideva, senza commentare. La Francia è uno dei maggiori oppositori a rimetterci mano.   LS 29

 

 

 

 

I terremoti distruggono il Belpaese

 

Ma la politica fa troppo poco per ridurre i danni, riparare le case e mettere in sicurezza gli immobili nelle zone ad alto rischio sismico

 

  Il 25 agosto dell’anno scorso, pochi giorni dopo il terremoto che aveva distrutto Amatrice, l’allora Capo del Governo, Matteo Renzi, disse che avrebbe messo in atto il cosiddetto “Piano Casa” per spingere sindaci, presidenti di Regione ed amministratori “a progettare con criteri nuovi e tecnicamente all'avanguardia” le eventuali, nuove costruzioni, onde mettere in sicurezza il territorio. A tal fine affidò a Giovanni Azzone, ex rettore del Politecnico di Milano, il compito di elaborare la carta geografica dei rischi sismici, idrogeologici, industriali e vulcanici di ogni Comune nazionale, con l’aiuto di Renzo Piano (architetto vincitore del Premio Pritzker consegnatogli, nel 1998, dal Presidente degli Stati Uniti, Bill Clinton) ed altri supertecnici, onde conoscere le pericolosità esistenti in Italia.

  Lo studio avrebbe dovuto essere compiuto in un anno, al massimo in 18 mesi, quindi entro la fine di gennaio 2017, per effettuare il quale lo Stato avrebbe stanziato 20 milioni di euro. La squadra ha incominciato a lavorare a pieno ritmo il 2 settembre 2016, benché il gruppo non fosse al completo, in quanto "sono stati nominati solo 13 dei 17 esperti previsti nel team, composto da demografi, giuristi, urbanisti, matematici ed economisti. Gli altri 4 sono in fase di definizione", spiega Azzone che illustra il progetto da realizzare a basso costo.

  "I soldi per la ricostruzione nelle aree colpite dal terremoto li troveremo con scelte politiche che derivano da risparmi di spesa … nella consapevolezza che al di là dei vincoli europei non possiamo comunque dimenticarci della tenuta del debito", dice il sottosegretario Enrico Zanetti. A queste parole da Bruxelles non replicano, mantenendo il silenzio che però non allarma Roma. Ma ancora: la trattativa non è nemmeno iniziata, dicono fonti di governo, guardando al vertice informale di Bratislava, il primo utile dopo il sisma con tutti gli altri capi di Stato e di governo.

  Il fatto che la nomina di Giovanni Azzone sia stata a titolo gratuito faceva pensare e sperare che il loro studio sarebbe costato relativamente poco. Purtroppo non è così, perché ai 9 tecnici di "Casa Italia" lo Stato dà 60mila euro annui, spendendo, quindi, più di un milione e mezzo. Cifra notevole, ma opportuna se permette di ridurre le distruzioni sismiche e, soprattutto, il numero di morti o feriti, grazie al loro studio riguardante “la sicurezza e la qualità dell’abitare, la qualità del contesto e la qualità dei servizi infrastrutturali”.

  Intenti tuttavia non raggiunti, a giudicare dai danni e, per fortuna, dai solo due defunti del terremoto di Ischia, avvenuto il 21 agosto scorso. In effetti, dopo quasi un anno di lavoro, sono stati messi in sicurezza solo 10 palazzi di proprietà pubblica individuati in zone sismiche. Il che fa pensare che gli studi antisismici di “Casa Italia” vadano troppo a rilento, nonostante il costo erariale che comportano. Una lentezza che, quindi, non ha impedito il terremoto serale, avvenuto nei Comuni ischitani di Casamicciola e Lacco Ameno, con i conseguenti danni edilizi, la morte di due donne ed il ferimento di 42 persone. 

  Sisma di magnitudo 4, dunque d’intensità relativamente bassa. Ciò induce a pensare che i danni siano dovuti all’inidoneità delle costruzioni, molte delle quali “abusive”, cioè effettuate senza il dovuto consenso. L’abusivismo edilizio, infatti, imperversa da mezzo secolo su Ischia dove perfino alcune caserme sono illegali, tanto da far mettere in corso un processo (ad un passo dalla prescrizione, grazie alle nefaste lentezze della Giustizia) per aver sradicato una parte della pineta della Maddalena, a Casamicciola, e costruito una foresteria dove avrebbero trovato alloggio gli ufficiali della Guardia forestale.

  Costruzioni illecite, compiute anche da politici locali, che hanno permesso a tante famiglie proprietarie di poderi, masserie o stalle di farvi costruire, in poco tempo e a spese ridotte, villette monofamiliari o bungalow da affittare. Eventi che in Campania capitano spesso anche per la lentezza con cui i burocratici rispondono alle domande di chi vorrebbe demolire un’abitazione, 600 delle quali avrebbero potuto essere abbattute o costruite. I cui proprietari affermano di essere stati “costretti agli illeciti dalla burocrazia”.

  Quella struttura burocratica che spesso lavora al rallentatore. Come dimostrato dal fatto che, dopo un anno dal sisma di Amatriciana, il 91% delle macerie sono ancora da rimuovere, né sono state costruite nuove case per quanti attendono tuttora un tetto. Ritardi che, probabilmente, avverranno anche nell’isola di Ischia dopo il terremoto che forse spingerà la Procura di Napoli ad aprire un fascicolo per disastro colposo ed omicidio colposo. Ben venga, purché il processo si svolga in fretta e punisca i veri colpevoli.  Egidio Todeschini, de.it.press

 

 

 

Alfano: Sì alla linea italiana. Ora non smarriamoci nelle pastoie di Bruxelles

 

«A Parigi si è affermata l’agenda italiana», dice il ministro degli Esteri Angelino Alfano. A partire dal formato del vertice, che ricalcava quello della Conferenza organizzata alla Farnesina il 6 luglio scorso: «In quella occasione, abbiamo messo insieme per la prima volta i ministri di Italia, Spagna, Francia, Germania (più Olanda e Austria) e quelli dei principali Paesi di transito, come Niger, Libia e Ciad, dimostrando che è possibile fare un salto di qualità, fornendo aiuti immediati a questi Paesi per il controllo delle loro frontiere, nel rispetto dei diritti umani e degli standard internazionali, grazie al coinvolgimento delle Agenzie dell’Onu. In più a Parigi è stata ribadita l’esigenza di rafforzare il sostegno alle azioni dell’Italia in Libia: dall’aiuto alla Guardia costiera libica ai finanziamenti all’Unhcr, al progetto europeo realizzato con i 10 milioni della Farnesina per il controllo delle frontiere libiche».

Ma quattro Paesi della Ue, sia pure i più grandi, bastano da soli a dare risposte accettate e applicate da tutti al problema dei migranti?

«I quattro maggiori Paesi europei non bastano certo a risolvere tutte le complesse e strutturali questioni migratorie. Quella definita a Parigi potrà diventare la strategia di tutta l’Europa, a patto che non si impantani nelle pastoie burocratiche di Bruxelles. Ciò che ho cercato di indicare in questi mesi è che solo coinvolgendo Francia, Germania e Spagna è possibile fornire risposte immediate al problema migratorio dell’Unione, affrontando la gestione dei flussi prima che i migranti arrivino in Italia e cioè lungo le rotte dei Paesi di transito. Il vertice di Parigi dimostra che la diplomazia italiana ha fatto bene a insistere in questi mesi in un rapporto intenso con Parigi, Berlino e Madrid».

Sei miliardi della Ue alla Turchia per bloccare (con successo) la rotta balcanica. Finora per la Libia è stata mobilitata appena una frazione di quella cifra. Abbiamo avuto garanzie di impegni finanziari adeguati anche nel dossier libico?

«Ho sempre sostenuto che, chiusa la rotta attraverso la Turchia, l’Europa avrebbe dovuto mettere tutto il suo peso politico e finanziario per chiudere anche quella del Mediterraneo centrale. Per troppo tempo l’Italia è stata lasciata sola in questa azione, come riconoscono ormai anche leader europei quali la cancelliera Merkel e il presidente Juncker. Le conclusioni di Parigi aprono una nuova prospettiva, sottolineando l’esigenza prioritaria di rifinanziare il Trust Fund europeo per l’Africa con il quale si sostengono i progetti contro i trafficanti, per lo sviluppo economico e per l’assistenza dei migranti in Libia, Ciad e Niger».

L’accordo con i sindaci libici è richiamato nel comunicato di Parigi, ma sono solo 14. E poi rimane il problema dell’instabilità strutturale del Paese. Come intendiamo proseguire?

«Noi sosteniamo tutti i libici. Lo facciamo con iniziative articolate: dal sostegno alle comunità locali del Sud, al rilancio dell’imprenditoria locale con il primo Forum italo-libico svoltosi ad Agrigento l’8 luglio, dalla fornitura di servizi essenziali alla popolazione all’invio di kit di emergenza sanitaria. Ma c’è un solo vero modo per superare l’instabilità del Paese: sostenere la mediazione dell’Inviato Speciale delle Nazioni Unite, unificando gli sforzi della comunità internazionale verso un unico obiettivo. Questo è il messaggio che ho trasmesso a tutti i miei interlocutori».

La cancelliera Merkel ammette finalmente che il sistema Dublino non è più sostenibile. Di fatto resta in vigore. Riusciremo a cambiarlo?

«Dublino ha mostrato tutti i suoi limiti perché è stato ideato per un’altra epoca e un altro contesto. L’Italia, in questi anni, ha coniugato solidarietà e sicurezza, dimostrando che non vi è contraddizione tra rigore e umanità. Ma siamo onesti: per quanto ci proviamo, molti governi non vogliono modificare il regolamento di Dublino. È per questo che abbiamo chiesto un cambio di strategia, con la Conferenza di luglio: i rifugiati siano assistiti nei Paesi di transito e da lì ricollocati in tutta Europa. Ai migranti economici sia invece offerto, sempre negli stessi Paesi, il rimpatrio volontario assistito e il reinserimento nei luoghi di origine». Paolo Valentino CdS 29

 

 

 

 

Migranti: parola d’ordine regionalizzare, ma UE non è concorde

 

Alla riunione informale dei ministri dell’Interno dell’Ue, tenutasi a Tallinn il 6 luglio, l’attenzione è stata tutta concentrata sull’Italia. Il motivo principale di tale interesse è chiaro alla comunità internazionale: l’Italia si trova a dovere gestire, con pochi alleati al proprio fianco e senza una vera strategia condivisa, l’intensa pressione dei migranti che dal Mediterraneo centrale spingono per varcare la frontiera europea.

La quiete apparente nel flusso proveniente dalle coste libiche e diretto verso la Penisola nei giorni precedenti la riunione è stata rapidamente controbilanciata dagli arrivi dei giorni seguenti: nel solo mese di luglio, 11.397 persone sono giunte in Italia seguendo le rotte di terra e di mare. Facendo un confronto con la Grecia, un altro dei principali punti di approdo dei migranti in Europa, si percepisce con maggiore chiarezza l’impatto degli arrivi in Italia. Nei porti dell’Egeo, infatti, nello stesso mese di luglio, gli arrivi sono stati complessivamente 2.200: meno della metà degli individui che hanno raggiunto l’Italia nella sola giornata del 14 luglio, picco massimo del mese con 5.115 arrivi.

Un’occasione per l’Italia di farsi ascoltare

Davanti a questi numeri, era inevitabile quindi che si cogliesse l’occasione della riunione di Tallinn per portare in cima all’agenda i temi dell’immigrazione. L’Italia, con il sostegno della Commissione europea e l’aiuto di Francia e Germania, è riuscita a esporre le proprie richieste relative alla gestione comune della pressione migratoria in atto, ottenendo anche l’approvazione di alcune delle proposte presentate al consesso.

Conseguito il via libera dalla Commissione a ricevere più fondi dai partner europei con l’obiettivo d’insediare in Libia un centro di coordinamento marittimo internazionale, un altro passo avanti è stato fatto verso l’adozione di un codice di comportamento per le Ong che operano salvataggi in mare; e ulteriore focus è stato dato al progetto d’implementazione del fondo di garanzia Ue-Africa. A ciò si aggiunge anche l’accoglimento della richiesta di creare un coordinamento per il rilascio dei visti per i Paesi che si impegnano a contrastare l’immigrazione clandestina e la sottoscrizione di accordi di riammissione con l’Unione. Infine, Roma è riuscita a portare a casa anche l’impegno degli altri Paesi ad ampliare le quote di ricollocamento dei richiedenti asilo sbarcati in Italia.

La doccia fredda su un nuovo approccio per Triton

La doccia fredda dall’Unione è arrivata invece per ciò che riguarda la possibilità di modificare quanto previsto nel modulo di impegno della missione navale europea Triton. La richiesta italiana era chiara: “regionalizzare” l’approdo dei migranti tratti in salvo nel Mediterraneo. Ma sulla proposta è piovuto il “no” secco di Francia, Spagna, Belgio, Olanda, Lussemburgo e Germania.

Il rifiuto all’apertura dei porti dichiarato dagli Stati a Tallinn ha quindi rappresentato il non facile punto di partenza di un altro meeting internazionale: quello dell’11 luglio a Varsavia. Nella sede di Frontex si è discusso delle modalità di cambiamento della missione Triton, che dal 2014 ha sostituito “Mare Nostrum” e si occupa del pattugliamento e del salvataggio dei migranti nel Mediterraneo.

La posizione di Frontex sulla missione è apparsa subito evidente: Triton è una missione italiana, guidata dalla Guardia Costiera italiana, con ufficiali italiani su tutta la flotta navale ed aerea, con organi di controllo italiani che regolano lo smistamento delle imbarcazioni. Ne consegue che il coinvolgimento degli altri Stati è teoricamente fattibile, ma praticamente difficile da realizzare.

Lo ha ribadito la portavoce dell’agenzia Frontex, Ewa Moncure, e anche il commissario per l’immigrazione, Dimitri Avramopoulos, che hanno poi corretto il tiro affermando la necessità per l’Europa di impegnarsi di più, dimostrando solidarietà all’Italia.

Il ruolo delle Ong e la loro regolamentazione

Il trattato di Triton, firmato tre anni fa, prevede l’obbligo per l’Italia di occuparsi dei migranti anche se giunti a bordo di navi straniere. Malta invece, porto più vicino alla Libia, ha solo l’obbligo di occuparsi dei migranti soccorsi o individuati nelle proprie acque. Per l’Italia, dunque, è fondamentale riuscire a regolamentare l’attività delle navi delle Ong, prima che il soccorso dei migranti in mare da parte loro si trasformi in una sorta di “corridoio umanitario” non autorizzato.

Da tali dinamiche, parte la stesura di un Codice di condotta per le Organizzazioni non governative che operano salvataggi in mare: tredici prescrizioni richieste dal Viminale, che le Ong devono impegnarsi a rispettare, pena l’interruzione delle attività. La mancata sottoscrizione del documento o l’inosservanza degli impegni previsti “può comportare”, si legge nel comunicato del Ministero dell’Interno italiano, “l’adozione di misure da parte delle autorità italiane nei confronti delle relative navi, nel rispetto della vigente legislazione internazionale e nazionale, nell’interesse pubblico di salvare vite umane, garantendo nel contempo un’accoglienza condivisa e sostenibile dei flussi migratori”.

Al momento, però, non tutte le organizzazioni che salvano vite in mare hanno firmato il Codice. Alcune Ong hanno giustificato l’astensione sostenendo che la priorità per un’organizzazione umanitaria è quella di salvare vite umane: la firma del Codice potrebbe quindi renderle meno indipendenti nell’azione. Resta poi il dubbio sui modi in cui il Codice verrà implementato a bordo di ciascuna nave, aspetto di non poca rilevanza sul quale non è ancora stata fatta sufficiente chiarezza.

La crisi del diritto d’asilo in Europa

Sullo sfondo degli ultimi avvenimenti, è facilmente rintracciabile una crisi del diritto d’asilo che l’Europa vive ormai da vent’anni, e che non sembra al momento trovare una via di soluzione condivisa. Ad una certa resistenza nel riconoscimento dello status di rifugiato, si aggiunge la difficoltà di distinguere tra richiedenti asilo e altri tipi di migranti, ai quali si associa la nascita di una nuova categoria: coloro che non sono espellibili, né regolarizzabili, con le conseguenti difficoltà di rimpatrio nel rispetto dei diritti dell’uomo.

Agli accordi di Dublino del 1990 va sicuramente attribuito il merito di aver cercato di condurre gli Stati europei a dare risposte solidali nell’ambito della protezione internazionale, ma appare evidente che l’obiettivo sia ancora lontano dall’essere raggiunto. A fronte dell’aumento del numero delle domande d’asilo presentate nel tempo, l’Europa ha risposto con misure rigorose che hanno reso sempre più difficile l’accesso ai confini dell’Unione. Barriere all’ingresso, restrizioni procedurali, politiche di dissuasione, politiche restrittive di ammissione allo status di rifugiato: sono davvero queste le soluzioni per regolare i flussi migratori? Probabilmente, la soluzione si trova altrove, in una maggiore apertura delle frontiere a categorie più ampie di migranti, allo scopo di permettere loro di gestire in sicurezza la mobilità nello spazio di andata e ritorno. AffInt 23

 

 

 

Gli immigrati e il piano Minniti: se dalla paura può nascere nuova energia

 

Se i migranti che hanno diritto e restano in Italia fossero utilmente occupati, la loro domanda diventerebbe un dato positive - di EUGENIO SCALFARI

 

Sul nostro giornale di ieri c’erano molti e ottimi articoli sui vari ma tutti attuali argomenti, a cominciare da quello di Ezio Mauro, su ciò che è accaduto giovedì in piazza Indipendenza, cioè al centro di Roma.

 

Su questi argomenti tornerò, avendo parlato a lungo questa mattina (sabato) con il ministro dell’Interno, Marco Minniti. Ma prima debbo confessare ai lettori che il tema che più mi ha interessato è stato quello esaminato da Alberto Asor Rosa sul prolungamento della scuola media superiore.

 

Tutte le materie, secondo lui, debbono estendere il loro insegnamento a quanto di nuovo è accaduto nella cultura italiana nel corso del Novecento; un secolo che la scuola attuale non tratta, fermandosi ai suoi inizi. Eppure i fatti scientifici, letterari, politici accaduti durante quel secolo che ci precede ormai da 17 anni sono di massima importanza. Ci fu una crisi politica ai suoi inizi, poi superata positivamente. Ci fu nel costume della borghesia altolocata la Belle Époque in tutta Europa. Ci fu la Prima e poi, dopo vent’anni, la Seconda guerra mondiale, con la nascita del Fascismo e del Nazismo che provocarono la guerra e poi la persero e caddero ideologicamente e fisicamente. Ci fu, esattamente un secolo fa la Rivoluzione bolscevica con tutto quello che comportò in Russia, in Cina, in Vietnam e in tutto il mondo. Durò settant’anni, poi cadde anche quella.

 

Insomma lo chiamano, non so perché, il secolo breve, ma sbagliano: il Novecento è stato un secolo lunghissimo e va studiato con estrema attenzione per quanto riguarda l’Italia, l’Europa e le Americhe, cioè l’Occidente che più da vicino ci riguarda, anche se ora ci troviamo di fronte a una società globale che coinvolge il mondo intero, a cominciare da quello tecnologico e terminare con quello religioso.

 

Ha quindi piena ragione Asor Rosa: i giovani debbono estendere a tutto il Novecento la loro cultura per poi specializzarsi, cercare lavoro e vivere in una società tutt’altro che tranquilla, anzi sconvolta da fenomeni emergenziali che turbano profondamente il mondo, le singole nazioni, i ceti sociali, e le singole persone.

 

Asor Rosa, da buon docente e romanziere, guarda soprattutto alle sue materie che nel Novecento e in Italia sono rappresentate da molti nomi. Tuttavia non posso trattenermi oltre su questo aspetto del nostro Novecento: stanno avvenendo fenomeni sociali di estrema emergenza che richiedono di essere affrontati a causa del dolore che creano e diffondono in tutti i Paesi e nel nostro che più ci riguarda.

 

Concludo: questa sorta di inquietudine è contenuta in un brano dantesco che descrive quanto sta avvenendo intorno a lui. È il canto VI del Purgatorio. Leggetelo e pensateci.

 

“Ahi serva Italia, di dolore ostello,

nave senza nocchiere in gran tempesta,

non donna di provincie, ma bordello!

e ora in te non stanno senza guerra

li vivi tuoi, e l’un l’altro si rode

di quei ch’un muro e una fossa serra”

 

Mi sembra che il Poeta di otto secoli fa sia maledettamente attuale.

 

Il ministro dell’Interno, Marco Minniti, era reduce da un incontro assai complicato (diciamo così) con i sindaci delle città principali della Libia tripolitana, concluso bene, a quanto mi ha detto. Ma il tema con me era ovviamente del tutto diverso: gli scontri tra “rifugiati” e polizia di giovedì, tipici di una situazione emergenziale esistente in tutto il Paese ma con diversi gradi di intensità.

 

Naturalmente la polizia dipende dal ministro dell’Interno per ragioni d’ordine pubblico ed è anche tenuta ad attuare le sentenza della magistratura, nel caso in questione la magistratura aveva disposto che un palazzo nei pressi di piazza Indipendenza, abitato da rifugiati da oltre quattro anni, fosse sgomberato e reso ai proprietari.

 

Di qui l’operazione e gli scontri con la polizia. Chi sono i cosiddetti “rifugiati”? Provengono da ex colonie italiane: la Somalia, l’Eritrea, l’Etiopia, e hanno perciò un trattamento speciale: sono ospitati in spazi disponibili e vengono anche aiutati a trovar lavoro. Da chi? Dai sindaci di quelle città e anche — se si possono dislocare in comuni della stessa regione — dal governatore della medesima.

 

Le cose tuttavia non sono andate così. Anzitutto i rifugiati sono aumentati di numero (più che raddoppiati) da altri immigrati ai quali i rifugiati hanno fatto spazio, guadagnandoci qualche euro giornaliero. Quei locali sono stati tempo fa requisiti per quattro anni, dopo i quali i proprietari hanno ottenuto apposita sentenza esecutiva del tribunale e la polizia ha avuto il compito istituzionale di farla eseguire.

 

Nei suddetti quattro anni prima il commissario e poi il sindaco di Roma avrebbero dovuto trovare altri alloggi e aiutare i rifugiati a trovar lavoro e insomma a campare, ma non hanno fatto nulla. In particolare questo compito sarebbe spettato a Raggi, eletta sindaco oltre un anno fa e quindi in vista della scadenza contrattuale del palazzo in questione, ma Raggi non ha fatto assolutamente nulla. Questa è la tipica situazione di emergenza che incoraggia la malavita di ogni tipo, perfino quella che fa capo all’Isis. In Italia per fortuna la malavita religiosa dell’islamismo Isis non ha ancora operato: la sorveglianza del ministro dell’Interno è estremamente vigile e speriamo che continui così. Ma episodi apparentemente marginali come quello di giovedì scorso sono estremamente sgradevoli e aggiungono emergenza a emergenza e paura a paura.

 

Fin qui le parole del ministro, il quale ovviamente è consapevole che le sue responsabilità vanno ben oltre le competenze fissate dalla legge. Vanno ben oltre perché Minniti è abituato ad accollarsi il bene pubblico al di là di quanto gli spetta. Ha già preparato un documento con norme appropriate per evitare che la paura si diffonda rendendo il Paese praticamente ingovernabile.

 

Che cos’è la paura? L’ho chiesto al ministro. Ecco la sua risposta: di fronte a situazioni che rendono la vita pubblica e privata ingovernabile, si diffonde tra i cittadini e nell’opinione pubblica il timore che si vada di peggio in peggio. Ci sono movimenti populisti che alimentano quella paura spingendola verso posizioni antidemocratiche. Ma ci sono altri partiti che spingono invece i cittadini a utilizzare la paura per alimentare politiche positive e pacificative nei confronti dei rifugiati e di quanti chiedono asilo e aiuto.

 

Il ministro sta formulando un programma generale che partirà dal Viminale come centro operativo, appoggiandosi ai governatori regionali e soprattutto ai sindaci, nonché a una politica europea nei confronti delle immigrazioni. La paura insomma deve diventare un elemento positivo trasformandosi in energie operative, pubbliche e private. Può perfino trasformarsi in un elemento che rafforzi l’economia dell’Europa e dell’Italia.

 

A questo proposito Minniti ha avuto parole di consenso verso quanto ha detto Mario Draghi alla conferenza dei banchieri centrali a Jackson Hole: l’offerta di beni e servizi sta aumentando in tutto l’Occidente e in qualche modo in tutto il mondo. In Cina, più dell’offerta conta la domanda e quindi i consumi. Non sarebbe opportuno che anche in Italia l’aumento della domanda si affiancasse a quello dell’offerta? Se i migranti che hanno diritto e restano in Italia fossero utilmente occupati la loro domanda diventerebbe un dato positivo mentre resta in piedi l’attuazione del programma che prevede investimenti in Libia e in tutta l’Africa occidentale, con un reddito che rilanci una parte vitale di quel continente e anche uno sbarco di capitali europei pubblici e privati.

 

Se tutti questi progetti andassero a buon fine e se la sinistra italiana ne fosse lo strumento politico più interessato, potremmo abolire per sempre i versi danteschi sul bordello italiano e sostituirli col sorriso fulgido di Beatrice nel cerchio più alto del Paradiso dantesco. LR 27

 

 

 

 

Migranti, intesa dell’Italia coi sindaci libici sul tavolo del vertice di Parigi

 

Stop agli sbarchi, ieri incontro di Minniti con 14 primi cittadini. Domani Gentiloni all’Eliseo per un summit con Macron, Merkel, Rajoy e i leader di Ciad, Niger e Mali - di Melania Di Giacomo

 

ROMA — Il perfezionamento dell’accordo negoziato dal ministro dell’Interno, Marco Minniti, con quattordici sindaci libici, che in cambio di aiuti si sono impegnati a frenare gli sbarchi è il bagaglio con cui il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni arriverà domani al vertice all’Eliseo con il presidente francese Emmanuel Macron, la cancelliera Angela Merkel e il premier spagnolo Mariano Rajoy.

Accordo che si è già tradotto nel crollo degli sbarchi, meno di tremila i migranti arrivati ad agosto, rispetto a oltre 21 mila di un anno fa. A Parigi saranno presenti anche i leader di Ciad, Niger e Mali e Gentiloni dovrà premere su quello che rappresenta lo step successivo delle richieste libiche: il coinvolgimento dell’Ue nel costruire un’alternativa ai viaggi, affrontata la questione della frontiera meridionale, per fare in modo che la Libia non si trasformi in un enorme campo di rifugiati.

Una «relazione speciale», tale è stata definita quella tra Italia e Libia in una dichiarazione congiunta al termine della riunione al Viminale presieduta dal ministro Minniti, con le autorità locali libiche, presenti anche il presidente dell’Anci, Antonio Decaro, l’ambasciatore italiano a Tripoli Giuseppe Perrone e un rappresentante della Commissione Ue. L’incontro è stato la conferma e ha segnato anche un passo avanti rispetto al «patto» contro i trafficanti di essere umani siglato lo scorso mese a Tripoli. È stata, infatti, definita la tempistica di quello che il nostro Paese potrà fare nel breve periodo per le comunità locali. Dall’altra parte l’Italia ha ricevuto rassicurazioni sull’impegno a frenare gli sbarchi e all’appoggio libico all’Oim e all’Unhcr sui rimpatri assisti.

Il sostegno alle comunità locali libiche «più duramente colpite dall’immigrazione illegale, dal traffico di esseri umani e dal contrabbando, alternative di crescita e sviluppo» si traduce in forniture «rapide» di beni essenziali, come medicinali e testi scolastici. Nei prossimi giorni ogni sindaco presente ieri a Roma avanzerà una richiesta di aiuti materiali, cui l’Italia risponderà entro fine settembre.

La riunione di ieri è stata giudicata importante dal nostro Paese perché conferma che regge quell’accordo basato su una delicata combinazione di interessi reciproci: da un lato l’Italia può intestarsi la riduzione del flusso di migranti e, sotto l’aspetto umanitario, del numero di morti in mare; dall’altro l’aver incassato gli aiuti italiani rafforza la sovranità del governo libico e l’autorità del premier Fayez al Serraj in zone che fino a pochi mesi fa erano terra di nessuno. Non a caso ad accompagnare a Roma le autorità locali ha delegato un suo ministro.

Anche il fatto che la riunione di Roma si sia tenuta ieri, a poche ore dal vertice di Parigi, non è casuale: l’idea è che i leader europei possano avallarne i risultati. Roma ha già ricevuto il placet del commissario Ue per l’immigrazione, Dimitris Avramopoulos, che ha confermato il suo sostegno alle politiche migratorie dell’Italia e apprezzato lo sforzo di Minniti di cooperare con i libici. CdS 26

 

 

 

Ius soli, Papa: "Riconoscere nazionalità alla nascita"

 

"Nel rispetto del diritto universale a una nazionalità, questa va riconosciuta e opportunamente certificata a tutti i bambini e le bambine al momento della nascita". E' la sollecitazione di Papa Francesco, contenuta nel messaggio per la Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato 2018, che si celebrerà il prossimo 14 gennaio.

"La apolidia in cui talvolta vengono a trovarsi migranti e rifugiati può essere facilmente evitata attraverso 'una legislazione sulla cittadinanza conforme ai principi fondamentali del diritto internazionale'", scrive Francesco.

Bergoglio invita poi a favorire e accelerare il processo di integrazione "attraverso l’offerta di cittadinanza slegata da requisiti economici e linguistici e di percorsi di regolarizzazione straordinaria per migranti che possano vantare una lunga permanenza nel Paese".

"Non sono una idonea soluzione le espulsioni collettive e arbitrarie di migranti e rifugiati, soprattutto quando esse vengono eseguite verso Paesi che non possono garantire il rispetto della dignità e dei diritti fondamentali" è il monito di Francesco. "Torno a sottolineare l’importanza di offrire a migranti e rifugiati una prima sistemazione adeguata e decorosa", rimarca Bergoglio.

"Le condizioni di migranti, richiedenti asilo e rifugiati, postulano che vengano loro garantiti la sicurezza personale e l’accesso ai servizi di base. In nome della dignità fondamentale di ogni persona - chiede il Pontefice - occorre sforzarsi di preferire soluzioni alternative alla detenzione per coloro che entrano nel territorio nazionale senza essere autorizzati".

Il messaggio di Papa Francesco per la Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato si articola su quattro verbi, accogliere, proteggere, promuovere e integrare, che sintetizzano la "comune risposta" alla sfida del fenomeno migratorio.

Sottolinea ancora Francesco: "Se opportunamente riconosciute e valorizzate, le capacità e le competenze dei migranti, richiedenti asilo e rifugiati, rappresentano una vera risorsa per le comunità che li accolgono".

Il Papa chiede di "favorire in ogni modo la cultura dell’incontro, moltiplicando le opportunità di scambio interculturale, documentando e diffondendo le buone pratiche di integrazione e sviluppando programmi tesi a preparare le comunità locali ai processi integrativi".

Quanto ai minori, "la Convenzione internazionale sui diritti del fanciullo offre una base giuridica universale per la protezione dei minori migranti. Ad essi occorre evitare ogni forma di detenzione in ragione del loro status migratorio, mentre va assicurato l’accesso regolare all’istruzione primaria e secondaria. Parimenti è necessario garantire la permanenza regolare al compimento della maggiore età e la possibilità di continuare gli studi". Bergoglio promuove poi l'affidamento familiare: "Per i minori non accompagnati o separati dalla loro famiglia è importante prevedere programmi di custodia temporanea o affidamento". Adnkronos 21

 

 

 

 

Sistemi elettorali. Il modello Tedesco e la buona proporzionale

 

Per tre volte, nel 2006, 2008, 2013, gli italiani hanno votato con una legge elettorale proporzionale (Porcellum) con premio di maggioranza. Il (tre quarti) maggioritario fu il Mattarellum con il quale pure gli italiani votarono tre volte: nel 1994, 1996, 2001. L’Italicum era un Porcellum con qualche variazione: non tutti i parlamentari sarebbero stati nominati dai capipartito/capicorrente; possibilità di «solo» dieci candidature multiple; premio di maggioranza al partito che avesse ottenuto il 40% più uno dei voti oppure che avesse vinto il ballottaggio. Sostenere con allarmismo che l’Italia è tornata/tornerà alla proporzionale non solo è sbagliato, ma contiene anche una critica preventiva alle leggi elettorali proporzionali che è assolutamente fuori luogo. Lasciando da parte coloro che, dopo avere a lungo elogiato e proposto il sistema elettorale spagnolo, chiaramente proporzionale, oggi paventano l’esito spagnolo, tutte le democrazie dell’Europa occidentale, meno la Gran Bretagna e la Francia, usano da più di un secolo leggi elettorali proporzionali (la Germania, un esempio di ottima proporzionale, da quasi settant’anni). Allora, invece di piangere sul perduto premio di maggioranza, sarebbe molto meglio cominciare a dire alto e forte che non debbono essere ammesse le pluricandidature, che non debbono esistere parlamentari orwellianamente più eguali degli altri, vale a dire nominati, che è giusto avere una soglia di accesso alla rappresentanza parlamentare che scoraggi e impedisca la frammentazione dei partiti.

Dopodiché, ma mi rendo conto che è chiedere molto a dirigenti di partito che ragionano quasi esclusivamente con riferimento agli interessi di breve periodo del loro partito e, spesso, del loro potere personale, si può procedere in tempi rapidissimi a due operazioni alternative. Fare rivivere il Mattarellum ricordando a tutti (potrebbe farlo, accompagnandolo con una modica dose di moral suasion, lo stesso Presidente della Repubblica, persona informata dei fatti) che il Mattarellum non dava in partenza vantaggi a nessuno, premiava la formazione preelettorale di coalizioni che si candidavano a governare, consentì l’alternanza decisa dagli elettori. Con qualche ritocco, il Mattarellum è tuttora una buona legge elettorale, comprensibile da tutti, facilmente attuabile. L’alternativa, per chi non vuole l’ottimo sistema maggioritario a doppio turno francese (peccato che non ci sia mai stato un vero e approfondito confronto sul sistema francese che avrebbe anche il merito di scompaginare le carte e di accrescere la competitività) non può che essere il sistema tedesco, che si chiama «proporzionale personalizzata» nella sua integrità, senza furbesche manipolazioni.

Sfido chiunque a trovare nel sistema tedesco tutti gli inconvenienti di frammentazione, instabilità, difficoltà di formazione dei governi (le Grandi Coalizioni sono il prodotto di scelte politiche, non dei meccanismi elettorali) che paventano gli allarmatissimi anti-proporzionalisti (in verità, essenzialmente «premiatisti» che solamente, ma fortemente vogliono un premio di maggioranza, distorsivo della proporzionalità). Qualcuno che si chieda se all’affermarsi come sistema politico stabile e efficiente, rappresentativo e governato/governabile il sistema elettorale non abbia dato un contributo corposo, quasi decisivo? Spero che non si voglia lasciare ai posteri la nient’affatto ardua sentenza. Gianfranco Pasquino, CdS 23

 

 

 

 

Berlino avrà mai un nuovo aeroporto?

 

Doveva essere pronto nel 2011 ma al momento del collaudo si scoprirono errori nella progettazione e nella costruzione. Non aprirà nemmeno nel 2018. L’ultima data? Il 2019... E intanto Air Berlin è fallita - di Danilo Taino, da Berlino

 

Berlino è una delle città più attraenti d’Europa, si usa dire: cultura, storia, start-up, giovani, Angela Merkel. Arrivarci è però sempre più difficile. E ancora peggio sarà. Non è solo che Air Berlin è una compagnia ufficialmente in stato fallimentare. È che anche il nuovo aeroporto in costruzione (si fa per dire) doveva essere il più moderno d’Europa, stato dell’arte, ma ieri si è saputo che non aprirà nemmeno nel 2018. I lavori sono iniziati nel 2006, il costo doveva essere sui due miliardi e l’inaugurazione nel 2011; ora, la spesa si aggira sui sette miliardi, in crescita, e forse, se le cose andranno bene (si fa sempre per dire), aprirà solo nel 2019.

Al momento, i due scali operativi della capitale tedesca sono quelli della Guerra Fredda: Tegel, a Ovest, affollato e costruito su un concetto datato, pensato per una città circondata da un muro, che non avrebbe potuto crescere granché; e Schönefeld, a Est, una struttura desolante, più un monumento al socialismo reale che l’infrastruttura di una metropoli modello del futuro. L’aeroporto nuovo, Berlin Brandenburg (BER), dedicato all’ex sindaco della città e poi cancelliere Willy Brandt, doveva essere la continuazione del rinnovamento della capitale: i due vecchi scali avrebbero dovuto essere chiusi.

Ieri, il quotidiano Tagesspiegel ha rivelato che la data di apertura, già rinviata una mezza dozzina di volte, è stata di nuovo allontanata di un anno, all’autunno 2019. Che la capitale della Germania non riesca a costruire un aeroporto è un imbarazzo. Il modo in cui si è sviluppata la vicenda è però una farsa. Che nei giorni scorsi si è intrecciata con il fallimento di Air Berlin. L’aerolinea che porta il nome della capitale ha fatto una serie notevole di errori in proprio.

Una delle ragioni per le quali non è stata in grado di realizzare i suoi programmi è però il ritardo del nuovo scalo, il quale avrebbe dovuto essere l’hub che le garantiva l’espansione. In parallelo, il fallimento di Air Berlin crea un guaio ulteriore al nuovo aeroporto stesso: la compagnia aerea, infatti, era l’unica che pensava di farne un hub: Lufthansa, che già ha i suoi punti di forza a Francoforte e a Monaco, ha sempre chiarito che non avrebbe fatto di Berlino un perno strategico della sua attività. Il Willy Brandt, dunque, quando aprirà, se aprirà, rischia di essere uno scalo secondario.

Quando arrivarono per l’ispezione finale, nel 2011, i tecnici che dovevano abilitare il nuovo aeroporto non credettero ai loro occhi. Quando simularono un incendio, praticamente nulla andò bene. Alcuni allarmi non funzionarono, altri indicavano il fuoco ma in parti sbagliate del terminal. I canali di evacuazione del fumo non aspiravano. Le linee elettriche ad alto voltaggio erano state disposte in modo insicuro, esse stesse possibili cause di incendio. Più tardi si scoprì che anche migliaia di porte anti-incendio erano inadeguate. Gli inviti che erano già stati stampati per le tremila persone che avrebbero ascoltato il discorso d’inaugurazione di Frau Merkel furono mandati al macero.

Successivamente si scoprì che il tetto del terminal era troppo pesante. Che i parcheggi per le auto si stavano sgretolando. Che i banchi per il check-in e i nastri per i bagagli erano insufficienti. Che la separazione anti-incendio tra il terminal e la stazione che lo dovrebbe servire non era sicura. A ogni nuova scoperta corrispondeva un rinvio. Anche le imprese di progettazione e realizzazione sono state cambiate, tra accuse di corruzione e qualche condanna: con ulteriori ritardi.

Ogni mese che passa i proprietari — la città, il Land del Brandeburgo, il governo federale — fanno fronte a 17-18 milioni in spese di mantenimento. C’è chi vorrebbe che si alzasse bandiera bianca e che il BER fosse dichiarato monumento a un fallimento. Tutto di Berlino: città attraente…ad arrivarci. CdS 21

 

 

 

Sondaggio. I Tedeschi sono più preoccupati dal cambiamento climatico che dal terrorismo

 

Berlino - “In vista delle elezioni di settembre, il Kantar Emnid Institute, in rappresentanza del gruppo editoriale Funke Mediengruppe, ha lanciato un sondaggio su un campione di mille tedeschi per capire quali siano i temi che stanno loro più a cuore. I risultati hanno avuto un che di sorprendente, nel senso che a quanto pare la maggior parte degli interpellati, pari a circa il 71%, si è dichiarata preoccupata dal cambiamento climatico più che da altri fenomeni, come la possibilità che si verifichino nuovi attacchi terroristici (63%) o nuove guerre (65%). Meno della metà del campione (45%) si è dichiarata preoccupata in merito alla cosiddetta “crisi dei rifugiati” e un numero ancora minore di persone ha espresso timori legati alla disoccupazione (solo il 33%)”. È quanto si legge su “ilMitte.com”, quotidiano online edito a Berlino.

“Stranamente, l’orientamento di questo campione non riflette l’equilibrio politico attuale, visto che il partito dei Verdi, che è quello tecnicamente più focalizzato sulla politica di contenimento del problema del cambiamento climatico, è dato nei sondaggi solo all’8%.

Questo può tuttavia essere spiegato con il fatto che le politiche ambientali sul clima sono da tempo considerate, in Germania, come un patrimonio comune e abbastanza “trans-partitico” e non associate soltanto al partito dei Verdi.

La stessa Angela Merkel si è recentemente esposta sul tema, in particolare dopo aver criticato la decisione del presidente americano Donald Trump di voler ritirare gli Stati Uniti dal patto globale di Parigi sul clima.

Sebbene con percentuali inferiori, temi come il terrorismo e la paura di nuove guerre sono comunque molto presenti nelle valutazioni dei tedeschi e potrebbero senz’altro influenzare politicamente l’elettorato.

Torsten Schneider-Haase, capo del settore ricerche politiche del Kantar Emnid Institute, ritiene che questo potrebbe per degli aspetti avvantaggiare la CDU e la CSU, che sono considerati partiti ormai molto sensibili al tema della sicurezza. Sempre Torsten Schneider-Haase ha dichiarato di ritenere che se Martin Schultz renderà le politiche del lavoro il focus della sua campagna elettorale, potrebbe rischiare di coinvolgere solo una minoranza della popolazione e quindi perdere.

È chiaro che anche le simpatie politiche influenzano le dichiarate “preoccupazioni”. I supporter del partito di estrema destra AfD, per esempio, hanno espresso timori legati al fenomeno dell’immigrazione con percentuali vicine al 90%, alla criminalità con percentuali dell’84% e al timore di attacchi terroristici con percentuali intorno al 72%. All’opposto, i sostenitori del partito di sinistra Die Linke si sono dichiarati preoccupati principalmente dal fenomeno della povertà degli anziani (71%), dalla prospettiva di nuove guerre (69%) e dal succitato cambiamento climatico (58%)”. (aise 21) 

 

 

 

Il console di Francoforte ai connazionali della Circoscrizione consolare

 

Care amiche, cari amici, Liebe Freunde der italienischen Kultur,

spero proprio che ognuno di voi abbia trascorso delle vacanze estive rilassanti e ricche di novità positive.

Con questa newsletter, desidero annunciarvi che a settembre riprenderanno le nostre iniziative culturali a Francoforte sul Meno e dintorni.

Il Consolato Generale d’Italia a Francoforte ha messo in cantiere - e dato il patrocinio - a un buon numero di manifestazioni a cui Vi invito a partecipare nonché a segnalarle ad amiche ed amici dell’Italia.

 

Qui di seguito troverete gli inviti alle manifestazioni che iniziano già il 9 settembre, con una mostra del pittore Alessandro Spadari, proseguono con  un incontro dei “ Martedì della Scienza” su Guglielmo Marconi previsto per il 19 settembre ed infine  due serate cinematografiche per ricordare  Paolo Villaggio ( a due mesi dalla sua scomparsa) il 21.09 e il 26.09.

 

Sono sicuro che queste prime iniziative culturali di settembre 2017  vi incuriosiranno  e sarò felice di potervi  salutare personalmente in una, o in tutte, le manifestazioni culturali organizzate  e sostenute dall’Ufficio Culturale di questo Consolato.

Un ringraziamento particolare va alle istituzioni ed alle associazioni che collaborano con noi: partner fondamentali che ci aiutano e ci sostengono a rendere sempre variegata l’offerta culturale per i nostri tanti amici dell’Italia.

Vi aspetto, a presto/ Ich freue mich sehr, Sie bei diesen Events begrüßen zu dürfen!

Maurizio Canfora (Console Generale)

 

 

 

 

"Italia-Germania-Europa: un bilancio a 60 anni dai trattati di Roma"

 

Monaco di Baviera - "Italia-Germania-Europa: un bilancio a 60 anni dai trattati di Roma" è il tema del seminario che si terrà da venerdì 13 a domenica 15 ottobre a Monaco di Baviera, per iniziativa della Geor-von-Vollmar-Akademie in collaborazione con l'Istituto Italiano di Cultura e il Bundeszentrale für politische Bildung.

Nel 1957 parte dell'Europa si incontrò a Roma per pianificare assieme il futuro del continente. Anche se all'inizio le relazioni tra gli stati si basarono soprattutto sull'aspetto economico, con la nascita dell'Unione, il continente è cresciuto nel frattempo anche in senso politico. La Germania e l'Italia sono state sin dal principio pilastri di quest'evoluzione e questo si è tradotto in una collaborazione strettissima che dura ancora oggi.

Gli organizzatori del seminario di Monaco intendono mettere a confronto cittadini italiani e tedeschi sulle questioni più attuali dei rapporti tra i due Paesi, senza dimenticare grandi esempi e narrative del passato. Che rapporti corrono al momento tra Germania e Italia? Ci sono punti di contrasto e differenze?

Alla conversazione parteciperanno esperti del settore economico e culturale internazionali e attivi in entrambi i Paesi come Gad Lerner.

Il seminario si svolgerà con il supporto della traduzione e si rivolge ad interessati ed interessate provenienti da entrambi i Paesi. Per i partecipanti che vengono dall'Italia il seminario costa la metà. I costi di partecipazione comprendono vitto, alloggio (in stanza doppia) e costi seminariali per la durata dell'evento. (aise) 

 

 

 

Quando la poesia si tinge di rosa. A Friedrichshafen il 16 settembre la Rassegna “Donne e Poesia”

 

Il 16 settembre 2017 a Friedrichshafen la 26a edizione della Rassegna “Donne e Poesia”. Spazio poetico delle donne italiane in Germania – di Valeria Marzoli

 

Il 16 settembre 2017 a Friedrichshafen si svolgerà la 26a edizione della Rassegna “Donne e Poesia”, fondata e diretta dalla giornalista Marcella Continanza da sempre impegnata a dare voce alle donne italiane che vivono sulla loro pelle il disagio dell’emigrazione in Germania e che scrivono ancora in lingua italiana. Rassegna che mira a promuovere la poesia e a valorizzare la lingua italiana e il suo patrimonio culturale in un mondo sempre più preda delle macchine e dell’economia.

Tra i vari riconoscimenti assegnati alla Rassegna nel corso della sua storia ricordiamo la medaglia d’argento del Presidente della Repubblica Italiana Carlo Azelio Ciampi, la medaglia delle pari opportunità e da ultimo il patrocinio della Presidente della Camera dei Deputati della Repubblica Italiana Laura Baldini.

Quest’anno la Rassegna avrà luogo nella Graf Zeppelin Haus e verrà organizzata dall’Associazione Culturale Italiana di Friedrichshafen. A presentare le autrici, come sempre, Marcella Continanza inoltre interverrà la Dott.ssa Adriana Cuffaro, direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura di Stoccarda che patrocina l’evento mentre a fare da padrone di casa, il Presidente dell’Associazione il Dott. Giovanni D’Amicodatri.

Le autrici di quest’anno sono: Anna Lucia D’Elia Tortorelli, Rosa Di Marco, Silvana Fiori, Giulia Mazzei, Anna Picardi, Rosa Spitaleri, Liliana Sanapo.

 

Anna Lucia D’Elia Tortorelli

E’ la prima volta che Anna Lucia D’Elia partecipa alla Rassegna. Nata ad Anzi in Basilicata nel 1952. Scuole elementari. Dal 1971 vive in Germania a Langenargen, vedova con tre figli e cinque nipoti. Molto suggestive le atmosfere poetiche che ha saputo creare con i suoi versi infatti nella sua poesia si riesce a individuare un rapporto molto stretto tra lei e la natura che la circonda. “L’albero del mandorlo” e “Il pettirosso” sono le sue liriche più sentite ed eloquenti.

 

Rosa Di Marco

Seconda partecipazione per Rosa Di Marco alla Rassegna. Nata a Napoli, ha 54 anni. Scuole Medie. Vive con il marito e i suoi quattro figli a Friedrichshafen. Oltre alla poesia ha la passione per la cucina e la musica, lavora in Hotel. La sua è una poesia semplice ma che riesce a cogliere le sfumature dell’esistenza e ad emozionare.

 

Silvana Fiori

Nata a Pozzuoli ha vissuto per diversi anni a Stoccarda dove ha insegnato la lingua italiana. Attualmente vive a Firenze. Ama molto viaggiare e leggere. Il suo è un gradito “ritorno” alla Rassegna. La sua è una poesia dura e scarna che si sofferma sui vari accenti della vita.

 

Giulia Mazzei

Nata a San Giovanni in Fiore (Cosenza) dove conseguì il diploma di “Sarta Per Signora” che le fu molto utile in Germania. Pensionata. Nonna felice. Molto integrata nella società tedesca sebbene orgogliosa delle sue radici italiane. Collabora al nostro giornale Clic Donne 2000, il giornale delle “italiane in Germania”. La sua è una poesia che parla la lingua dei valori e dei sentimenti veri, di Dio, degli affetti familiari e della sua amata Calabria.

 

Anna Picardi

Nata ad Accettura (Basilicata), vive a Stoccarda. Insegnante in pensione è stata impegnata in vari progetti per l’integrazione scolastica dei ragazzi italiani nella scuola tedesca. Si occupa anche di formazione e nel 2007 per il suo impegno sociopolitico le è stato conferito il titolo di Cavaliere dell’Ordine della Stella della solidarietà italiana, da parte del Presidente della Repubblica Italiana. È nel consiglio di presidenza della Federazione delle Associazioni Lucane in Germania. Scrive poesie in tedesco e in italiano. Le poesie in tedesco sono a sfondo socio-politico mentre quelle in italiano fissano dei momenti intensi e sentimentali. La Picardi ha la capacità di leggere la realtà e di trasferirla nelle sue poesie. Innumerevoli presenze alla Rassegna.

 

Rosa Spitaleri

Nata a Bronte (Catania) dove ha vissuto l’infanzia. Ha studiato a Colonia e si è laureata in “Pedagogia Sociale”. Vive e lavora Colonia presso la Caritas, dove è responsabile del settore dell’integrazione per stranieri. Della sua poesia si sono occupati il poeta Gianluigi Nespoli; il poeta e critico letterario Gino Chiellino; la giornalista Francesca Massarotto. Ha pubblicato due raccolte di poesia in italiano con traduzione in tedesco (Poesia e Musica, 2010) e di recente nell’antologia “Keffiyeh Intelligenze per la pace” (Edizioni CFR – 2014). La sua recente pubblicazione è “Gocce di Poesia” in italiano e tedesco (Edizione Colonia – 2016). La usa poesia con gli anni è diventata incisiva trae spunto dalla quotidianietà del vivere. Anche lei è una figura “storica” della Rassegna.

Liliana Sanapo

Nata ad Agira in Sicilia nel 1965 e nello stesso anno i suoi genitori decidono di emigrare in Germania a Friedrichshafen dove studia nell’Istituto “Pestalozzi Schule”. Sposata ha due figli e quattro nipoti. Ha scritto fin da adolescente e i suoi interessi spaziano dalla poesia al teatro senza tralasciare il ballo e lo sport. Questa è la sua seconda partecipazione alla Rassegna. La sua poesia mette in luce sia la drammatica realtà dei femminicidi che la scottante oggettività del bullismo. De.it.press

 

 

 

 

I recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue COSMO.

 

31.08.2017. Il governo contro l'abusivismo edilizio

Nella prossima legge di bilancio 2018 entrerà un piano per combattere questa piaga italiana. Previsto un investimento di 2 miliardi. Ne parliamo con Fabrizio Patti de Linkiesta.it.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/abusivismo-edilizio-102.html

 

Vinci con noi: "La mafia uccide solo d'estate"

Il primo settembre in Germania esce il DVD della commedia "La mafia uccide solo d'estate" di Pif. Vuoi guardarlo in originale, magari coi sottotitoli tedeschi? Partecipa al sorteggio!

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/sorteggio-pif-mafia-uccide-estate-100.html

 

30.08.2017. Il reddito d'inclusione è legge

Il governo italiano ha approvato definitivamente l'assegno per i più poveri. Fino a 490 euro a famiglia. Ne Parliamo con Massimo Baldini della rete Aleanza contro la povertà.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/reddito-inclusione-102.html

 

Il Napoletano patrimonio dell'umanità. L'Unesco lo ha riconosciuto come lingua e non come dialetto. Massimiliano Verde, storico e appassionato cultore della storia e delle tradizioni di Napoli ci spiega perché.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/napoletano-lingua-102.html

 

Il lavoro degli Italiani. Quali sono in Germania le opportunità lavorative per i nuovi arrivati? Stando ad una recente ricerca della politologa Edith Pichler, i campi di impiego sono abbastanza limitati e poco qualificati.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/lavoro-italiani-102.html

 

29.08.2017. Euro troppo forte?

Moneta unica mai così da gennaio 2015. Si attendono le mosse della Bce. Si teme per le esportazioni. Ne parliamo con l'editorialista de La Stampa Stefano Lepri.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/euro-forte-100.html

 

Pago in Sardex. La moneta virtuale Sardex spopola in Sardegna e ha preso piede in molte regioni d’Italia, a Roma si chiama Tibex e consente alle aziende di fare affari senza liquidità.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/moneta-alternativa-102.html

 

28.08.2017- Inizia il duello

Meno di un mese alle elezioni politiche in Germania del 24 settembre. La campagna elettorale entra nella fase calda. Domenica l'atteso confronto televisivo Merkel Schulz

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/inizia-duello-100.html

 

Potenziali italiani. Chi sarebbero i nuovi italiani se passasse la legge sullo ius soli ferma al Senato da due anni? La Fondazione Leone Moressa ne ha tracciato un identikit. Ai nostri microfoni il giornalista Vladimiro Polchi.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/potenziali-italiani-102.html

 

25.08.2017. Senza un tetto

Erano rimasti in piazza Indipendenza i migranti evacuati alcuni giorni fa da un palazzo occupato da anni. Nessuna alternativa né trattativa, poi gli idranti, ci racconta monsignor Paolo Lojudice.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/roma-evacuati-migranti-100.html

 

Giocatori (non) solitari

In occasione della fiera Gamescom di Colonia sfatiamo alcuni miti: i videogiocatori non sono solo giovani, né maschi, né cercano l'isolamento. Anzi.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/gamescom-videogiocatori-100.html

 

Giulia e la casa del future. Giulia Paparo è divulgatrice scientifica al Futurium, una specie di "officina" del futuro che aprirà a Berlino e coinvolgerà pubblico di tutte le età. Elisabetta Gaddoni l'ha incontrata per noi.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/a-tu-per-tu/futurium-giulia-paparo-104.html

 

Ogni giovedì. Appuntamenti

Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-194.html

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati

I commenti sportivi di Agnese Franceschini

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/index.html

 

24.08.2017. La vita, un anno dopo

Rita di Gianvito e Giuseppe Leopardi vivevano nel centro storico di Amatrice. Sono stati estratti dalle macerie dopo quasi sette ore. Oggi ci raccontano come hanno ricominciato da zero.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/amatrice-testimonanze-un-anno-dopo-100.html

 

Raccontare il Centroitalia. Ispirata dal “Viaggio in Italia” di Goethe, Vienna Cammarota, guida ambientale, partirà per un viaggio a piedi che la porterà nel cuore dei paesi colpiti dal terremoto lo scorso anno.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/viaggio-goethe-terremoto-100.html

 

23.08.2017. Un evento controverso

Annullata alla "documenta" di Kassel la performance "Auschwitz on the beach" di Franco Bifo Berardi, dopo le numerose proteste. Abbiamo raggiunto Berardi a Bologna. http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/bifo-berardi-dokumenta-100.html

 

Fipronil anche nelle uova italiane. Uova al fipronil anche in alcune aziende agricole italiane. I carabinieri del Nas proseguono i controlli. Agostino Magrì, dell'Unione Nazionale dei Consumatori, sdrammatizza.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/uova-fipronil-italia-100.html

 

L'oste e l'ospite. Per Michil Costa, albergatore della Val Badia (Alto Adige), il vero lusso da offrire al turista è il ritorno ai ritmi fisiologici. Nel suo albergo si vive l'ecosostenibilità e l'ospite non è mai solo.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/albergatore-alta-badia-eco-100.html

 

22.08.2017. Ischia si svuota

Flavia Osterini racconta le reazioni degli ospiti dell'hotel del padre, a pochi chilometri dall'epicentro del sisma a Casamicciola. Dai geologi l'appello a fare una mappatura degli edifici a rischio.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/ischia-erdbeben-100.html

 

Una visita special. Chi pensa che ai bambini non interessi l’arte, si sbaglia di grosso. Di fronte ai quadri di Botticelli e Caravaggio in un museo tedesco anche i più piccoli si entusiasmano.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/arte-bambini-berlino-102.html

 

21.08.2017. Raccomandasi vaccino

La Germania ha fallito nell'obiettivo di debellare il morbillo. Si ritorna a proporre i vaccini obbligatori, l'Italia l'ha già fatto.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/vaccini-102.html

 

18.08.2017. Barcellona non ha paura

Il 17 agosto alle 17 un furgone si è scagliato sui turisti presenti sulla Rambla a Barcellona. Ma la città ritorna subito a vivere: una testimonianza e gli ultimi aggiornamenti.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/barcellona-non-ha-paura-100.html

 

Parchi gioco a Berlino. Propone un bel modo di scoprire Berlino la "guida impossibile" di Simone Pierini, fotografo. E tanti spunti di riflessione sulle differenze culturali fra Italia e Germania anche fra altalene e scivoli.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/parchi-giochi-berlino-100.html

 

Ogni giovedì. Appuntamenti

Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-192.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati

I commenti sportivi di Agnese Franceschini

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/index.html RC/Deit.press

 

 

 

 

Concerto domenica 17 settembre, alle ore 20.00, a Dortmund

 

Herwarth Böhmer & Band. Nuove canzoni per accendere le nostre emozioni e fantasie.

 

Finora conosciuto dal suo pubblico come interprete di canzoni italiane, Herwarth Böhmer terrà con la sua Band un concerto al „ Fritz-Henßler-Haus“ a Dortmund, per presentare il suo primo debutto discografico, il CD dal titolo „Wie weit- Fin dove“. Tutti le canzoni del CD saranno interpretate sia in italiano sia in tedesco.

Con il timbro inconfondibile della sua voce, calda e sonora, Herwarth Böhmer spazia dal pop al rock passando attraverso il genere del cantautore.

La sua voce viene accompagnata da chitarra, basso e batteria a cui si aggiungono bandoneon, violoncello e sassofono.

Ballate tranquille e canzoni d’amore piene di sentimento si alternano a pura voce e chitarra e a pezzi blues-rock.

Una festosa e insolita dichiarazione d’amore alla vita in chiave italo-tedesca.

Domenica 17.09.2017, ore 20.00, al Fritz - Henßler - Haus Dortmund, Geschwister-Scholl-Str. 33-37 44135 Dortmund

www.fhh.de. Tickets: www.proticket.de Hotline: 0231 - 9172290 (de.it.press)

 

 

 

 

"Vivere e lavorare a Friburgo"

 

Friburgo - "Vivere e lavorare a Friburgo" è il titolo del programma di sei seminari tematici di orientamento formativo e professionale che saranno presentati durante un incontro in programma venerdì 15 settembre, alle ore 11.30, nella sede del Consolato d’Italia a Friburgo.

I seminari avranno luogo a Friburgo a partire da questo mese di settembre e sino a dicembre del corrente anno.

L’iniziativa è a cura del gruppo di lavoro formatosi grazie all’accordo di cooperazione in essere dal luglio 2016 tra l’Agentur fur Arbeit Freiburg, il Center for European Trainees, il Consolato d’Italia in Friburgo, la Handwerkskammer Freiburg, l’IHK Sudlicher Oberrhein ed il Welcome Center.

L’accordo è finalizzato all’attivazione a Friburgo di una rete tra i diversi attori che si occupano di orientamento professionale e lavorativo, con il compito di individuare interventi a favore di giovani italiani di nuova emigrazione ed anche di altre nazionalità interessate.

Tra gli interventi del 15 settembre ci sarà anche quello della "padrona di casa", la console d’Italia a Friburgo, Giacinta Oddi. (aise/dip) 

 

 

 

 

Elezioni. Quattro ipotesi per Merkel: perché il voto in Germania non è scontato

 

Governerà con Spd, verdi o liberali? Tutto può cambiare (anche per noi) - di Danilo Taino

 

Berlino. Angela Merkel non è poi così tranquilla. Ad ogni comizio, l’ultimo mercoledì a Ludwigshafen, chiude il discorso con un invito accorato ai militanti della sua Unione Cdu-Csu perché si assicurino che gli elettori vadano alle urne, il prossimo 24 settembre. «Dobbiamo raccogliere fino all’ultimo voto». I sondaggi danno il suo partito in vantaggio di 13-15 punti sulla Spd di Martin Schulz. Ma il risultato non è scontato come può sembrare. Niente è già scritto e l’esito avrà un’influenza fondamentale anche per l’Europa.

Che l’Unione Cdu-Csu prenda la maggioranza relativa lo prevedono tutti gli osservatori. Non si può però parlare di un’onda montante per la cancelliera. Dai sondaggi, anzi, sembra che la crescita del partito di Merkel si sia fermata tra il 36 e il 38% e che la caduta dei socialdemocratici arrestata al 23-25%. In più, quasi metà degli elettori dice di non avere deciso come votare, Schulz stupisce perché i suoi comizi riempiono le piazze e domenica sera ci sarà il confronto televisivo tra i due, dal quale la cancelliera, in vantaggio, ha tutto da perdere e lo sfidante tutto da guadagnare. Il timore di Merkel e dello staff cristiano-democratico è che la sera del 24 settembre ci si accorga che sì, la leader del prossimo governo sarà ancora lei, ma che la vittoria è stata meno netta, una mezza sconfitta politica. Comunque vada, cambieranno le prospettive future in Germania e nella Ue. Ci sono quattro scenari che potrebbero realizzarsi, diversi tra loro se non per il fatto che hanno sempre al centro Wolfgang Schäuble.

Vittoria travolgente

Se l’Unione non vincesse con almeno dieci punti di vantaggio sulla Spd — immaginiamo 35 a 28%, che sarebbe un calo del partito della cancelliera e una crescita di quello di Schulz rispetto al 2013 — probabilmente i socialdemocratici accetterebbero di formare di nuovo una Grande Coalizione come quella che governa ora. Ma sarebbero più forti e per allearsi con i cristiano-democratici chiederebbero la poltrona di ministro delle Finanze, quella che ha permesso a Schäuble di essere il perno, se non il dominus, delle politica economica europea degli scorsi otto anni. Un Ecofin (ministri Ue) e un Eurogruppo (ministri dell’Eurozona) senza Schäuble e con Schulz al suo posto sarebbe la vera rivoluzione a Bruxelles.

Vittoria con i liberali

Se la Spd dovesse registrare un insuccesso netto, meno del 23%, il partito si incamminerebbe per la traversata del deserto dell’opposizione: già molti dirigenti e militanti la chiedono, convinti che stare al governo in posizione subordinata con Merkel faccia perdere consensi e mini la presenza storica della socialdemocrazia nelle istituzioni e sul territorio. Se ci fossero i numeri, Merkel potrebbe governare con i Liberali (Fdp) di Christian Lindner. In questo caso, Schäuble potrebbe rimanere alle Finanze. La politica di Berlino sarebbe spinta verso più riforme e liberalizzazioni (Merkel non ne ha mai fatte, in 12 anni) e verso una maggiore rigidità in Europa: i Liberali hanno scarso entusiasmo per la maggiore integrazione proposta da Emmanuel Macron e, con moderazione, accolta da Merkel. L’asse franco-tedesco rimarrebbe l’obiettivo della cancelliera (lo vede come ultima chance dell’Europa) ma con ancora più incertezza.

Vittoria con i verdi

È la soluzione preferita da Merkel, che da tempo ha fatto sue le battaglie antinucleari e sul clima dei Grünen. In più, quello dei Verdi è il partito più europeista di Germania, che concorderebbe con eventuali proposte di integrazione ulteriore dell’Eurozona. Qui, però, la cancelliera correrebbe il rischio di trovarsi una parte del partito che frena, se non si oppone, compreso Schäuble che in tutti gli scorsi otto anni l’ha coperta «a destra», verso chi non vuole che la Germania sia l’ufficiale pagatore dell’Europa. La conferma di Schäuble a ministro delle Finanze sarebbe oggetto di trattativa dura tra Unione e Verdi.

Giamaica

In teoria, anche un governo tra cristiano-democratici, liberali e verdi (Giamaica, dai rispettivi colori) è tra le possibilità, se i numeri post-elettorali dovessero spingere in quella direzione. Difficile da formare, per la distanza tra Fdp e Grünen, ma non impossibile: Merkel sarebbe la mediatrice in capo (ruolo in cui eccelle) di un governo un po’ schizofrenico. Schäuble vorrebbe dire la sua e non si può escludere che rimarrebbe alle Finanze.

Non c’è nulla di scontato nel 24 settembre della Germania e dell’Europa. CdS 31

 

 

 

 

 

I tedeschi si sicilianizzano

 

Berlino - “I pregiudizi sono duri a morire, così come i luoghi comuni. Questa volta ad usarli è il più quotato settimanale tedesco, lo Spiegel che usa la Mafia come metro di giudizio comportamentale degli italiani”. È quanto riferisce Roberto Giardina in un articolo in primo piano sul portale di informazione bilingue “Deutsche Italia”, diretto a Berlino da Alessandro Brogani.

“A prima vista, sono rimasto in dubbio se sentirmi lusingato o offeso. “Der Sizialianer in uns”, il siciliano in noi, leggo sul penultimo numero dello “Spiegel”, è il titolo della rubrica settimanale di Jan Fleischhauer, che non a caso si chiama “Der schwarze Kanal”, il canale nero, come dire che intende andare controcorrente. I tedeschi sono sempre troppo scrupolosi e precisi, sostiene, e hanno reagito con eccessivo masochismo allo scandalo dei gas di scarico truccati dalle loro case automobilistiche. Avremmo dovuto fare come gli italiani, si rammarica, anzi meglio, come un siciliano, una parte per il tutto, e non reagire in attesa che passasse la tempesta.

Il collega Jan non lo scrive apertamente, ma il suo pensiero è evidente: ogni siciliano è un mafioso, se non altro per la mentalità, e tutti gli italiani sono un po’ siciliani. Niente di male, a parte l’onorata società. Anche noi, e non solo noi, pensiamo che tutti i tedeschi siano come i bavaresi, il che per un anseatico come Fleischhauer, 55 anni, è già una grande offesa. Lo so bene perché da palermitano ho vissuto ad Amburgo per sei anni e mi sono trovato benissimo.

Sinceramente non mi importa, so che contro i luoghi comuni non c’è niente da fare, ma non capisco perché si stia sempre troppo attenti al politically correct - e se critico una ministra incompetente sono subito sospettato di antifemminismo - e si possa dire quel che pare sui siciliani. Nei ristoranti hanno vietato la “cotoletta alla zingara” per non offendere i sinti e i rom, ma trionfa sempre la “pizza alla mafiosa”, menzognera se non altro perché non esiste una pizza alla sicula. Non mi offendo, evito di ordinarla perché è una schifezza inventata da pizzaioli tedeschi.

Il mestiere del bastian contrario per un giornalista è insidioso, se non hai il talento di un Montanelli, di un Fini o di un Mario Melloni, il non dimenticato (spero) Fortebraccio che firmava sull’”Unità”, scomparso nel giugno dell’89, e così per pochi mesi non poté assistere alla caduta del “Muro”.

Fleischhauer è stato l’unico giornalista in Germania dopo il disastro della “Costa Concordia” a fare un commento razzista, scrivendo che tutti gli italiani erano degli Schettino. Typisch italienisch essere dei vigliacchi. Ma anche lo “Spiegel” che lo pubblicò non è più quello di una volta. Perde copie e pubblicità e soprattutto perde in autorevolezza sbandando sulla linea da seguire, tra notizie leggere e articoli seri.

Nel numero precedente aveva messo in copertina un “maggiolino” capovolto, con il titolo “Ende Legende”, fine di una leggenda. La VW è più di un’auto e il simbolo della rinascita tedesca, dopo la guerra. E quello che lo chiamano “Käfer”, scarafaggio, fu esposto all’Albert Museum a Londra come simbolo della Germania, insieme all’elmo chiodato di Bismarck.

Un simbolo della professionalità e dell’affidabilità. Jan scrive che tutti barano sui dati automobilistici, il che è vero, ma solo i tedeschi hanno reagito. I gas di scarico delle Fiat sono peggiori, lui sostiene, ma non se ne preoccupa e neanche gli italo siculi. Un “commentista” può dire quel che vuole ma non barare sui fatti. I gas della Fiat non sono peggio, almeno a quanto leggo, e c’è una differenza: la VW usava un gadget della Bosch per manipolare le emissioni, non si limitava a una pubblicità menzognera. Ma conta poco: a barare è stato un primo della classe e in questi casi la reazione è sempre più sdegnata. Non era sempre stato lo “Spiegel” due settimane prima a denunciare in copertina il complotto di tutte le “case” tedesche? Forse il consiglio di Jan era rivolto al suo direttore.

Ma bisogna capirlo. È nato in una famiglia borghese e di sinistra amburghese, ha sofferto per le imposizioni dei genitori sicuri di avere sempre ragione – racconta - da ragazzo e da giovane, fin quando è passato a destra. Adesso scrive libri di successo, come “Unter linken”, tra quelli di sinistra, in cui si vendica degli antichi compagni. Se trionfa Frau Angela è perché i socialdemocratici sono insopportabili.

Si cambia casacca, si ha la tendenza a diventare fondamentalista. Dalla sinistra tollerante, magari anche troppo ideologica, come ricorda Jan, alla destra nazionalista. A condannarlo e la “Frankfurter Allgemeine”: “si ha diritto a cambiare idea”, scrive, “alla fine Jan non è più solo, ha trovato nuovi amici. Ma a farne le spese è il lettore. A leggere il “canale nero” “Er langweilt sich zu Tode””. Si annoia a morte. E la FAZ non è un quotidiano di sinistra”. (aise 28) 

 

 

 

Merkel sposa la tesi di Schäuble: “Sì a un Fondo monetario Ue”

 

La cancelliera apre a un budget comune per gli investimenti nei Paesi in difficoltà Linea dura su Schengen: continueremo i controlli. Oggi incontro con Juncker – di Walter Rauhe

 

Berlino - A quattro settimane dalle elezioni federali, la cancelliera tedesca Angela Merkel ha aperto ieri a sorpresa non solo all’ipotesi di un ministro delle Finanze congiunto per i Paesi dell’Eurozona, ma anche alla proposta già ventilata dal suo ministro del Tesoro Wolfgang Schäuble di trasformare il meccanismo europeo di stabilità Esm in una sorta di Fondo monetario europeo. E come se tutto questo non bastasse, la leader della Cdu si è espressa anche a favore di un nuovo bilancio europeo di «piccola entità».  

 

«Non si tratterebbe di un bilancio contenente centinaia e centinaia di milioni, bensì di una piccola somma», ha precisato la cancelliera nel corso della sua tradizionale conferenza stampa di fine estate a Berlino. Una somma che secondo la Merkel sarebbe però in grado di sostenere i governi della zona euro maggiormente colpiti dalla crisi. Ovvero quelli che non dispongono delle risorse finanziarie per affrontare da soli gli investimenti necessari per rilanciare le loro economie in quanto sono già alle prese con le riforme e la limitazione delle spese per ridurre deficit pubblici e rispettare il Patto di stabilità.  

 

La drammaturgia del discorso della cancelliera era un po’ quella di un sogno di una conferenza stampa di mezza estate e di un rituale che si ripete ormai da anni. Al termine delle vacanze il cancelliere in carica incontra a Berlino i giornalisti per discutere dei temi più caldi al centro dell’agenda politica. Una tradizione introdotta a suo tempo dal socialdemocratico Gerhard Schröder e perpetuata dalla cristiano-democratica Angela Merkel che ieri per l’occasione ha sfoggiato il meglio del suo monotono e sempre uguale guardaroba: un abito rosso scintillante con una collanina d’oro al collo. Tutto sembrava procedere come sempre all’interno dell’affollatissima sala stampa non lontana dal Palazzo della cancelleria.  

Occhi puntati però sulle vicinissime elezioni e sulle polemiche esplose tra Angela Merkel e il rivale socialdemocratico Martin Schulz attorno alle modalità e regole del duello televisivo di domenica prossima, sul rapporto con la Turchia di Erdogan, sulla gestione dei flussi migratori in Europa. Tutti temi sui quali l’ormai collaudata cancelliera tedesca, saldamente alla guida del Paese da 12 anni di fila, non si è sbilanciata mantenendo la proverbiale retorica diplomatica poco vincolante. 

 

Ma l’apertura sui temi che legano finanze ed Europa rappresenta pur sempre un passo significativo e un segnale di buona volontà della Germania nei confronti di Emmanuel Macron, come dei capi di governo di Roma, Madrid o Atene.  

Delle proposte se ne riparlerà sicuramente anche oggi, in occasione del bilaterale fra la cancelliera tedesca e il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker. Il rapporto fra i due non è alle stelle, da quando Berlino – insieme al governo austriaco – ha messo in chiaro, e Merkel lo ha ribadito pure ieri, che intende protrarre i controlli alle rispettive frontiere oltre il limite massimo fissato da Bruxelles in novembre. Sospendendo di fatto l’accordo di Schengen, dallo scoppio dell’emergenza profughi nell’autunno del 2015 la Germania ha ripristinato alle sue frontiere esterne (soprattutto quelle con l’Austria e la Repubblica Ceca) i controlli di polizia per bloccare i profughi provenienti dall’Italia e dalla cosiddetta rotta balcanica.  LS 30

 

 

 

 

 

Anche i tedeschi pagano le bustarelle

 

Berlino - "Le "bustarelle" non sono un fenomeno soltanto "typisch italienisch", ma stando ad un sondaggio della "E&Y" è ben presente anche fra gli imprenditori tedeschi". È quanto riporta Roberto Giardina, autore di un articolo oggi in primo piano sul giornale on line bilingue "Deutsch Italia", fondato e diretto a Berlino da Alessandro Brogani.

"I tedeschi sono onesti, la corruzione è typisch italienisch, quasi sconosciuta a casa di Frau Angela. Niente da fare contro i pregiudizi, negativi o positivi. Bustarella si traduce con Schmiergeld, letteralmente il denaro per ungere. Diciamo che anche la corruzione funziona meglio in Germania: serve a accelerare i lavori, ma si costruisce l’autostrada che serve, la si realizza bene, evitando che i pilasti crollino due settimane dopo l’inaugurazione e in media – si dice – il dieci per cento se ne va per ungere le ruote. Da noi si sceglie l’opera che consente di spendere di più, come il Ponte sullo Stretto. Le varie lobbie lavorano alla luce del sole a contatto con i politici e hanno le loro sedi intorno al Bundestag, il Parlamento.

Un manager su tre ha già pagato lo Schmiergeld, titola la "WirtschaftsWoche", il settimanale economico più autorevole. E, si mettono le mani avanti, quasi sempre all’estero: per fare affari bisogna seguire le usanze locali, si difendono. Il 98 per cento degli imprenditori, continua la rivista, ha stilato un codice di comportamento interno, a evitare di venire denunciati per corruzione. Il sondaggio è stato compiuto dalla "E&Y" (Ernst and Young).

Corrompere è un’onta personale e per l’azienda. Quanto si può spendere per ospitare un possibile cliente in albergo? Meglio evitare i cinque stelle e la bottiglia di champagne in camera. E dove invitarlo a cena? Quanto si può spendere per un regalo a Natale? È giusto rimborsare il biglietto d’aereo?

Il codice di comportamento viene rispettato in patria. All’estero si è meno rigidi. Il 71 per cento dei manager desidera espandere i propri affari oltre confine e sono pronti a pagare bustarelle, ma temono di incorrere nelle leggi locali, troppo diverse e poco chiare. Il 47 per cento degli imprenditori confessa di non conoscerle. Tanto ci pensano i dipendenti, tedeschi o no, che lavorano sul posto: il 76 per cento dei collaboratori nelle sedi all’estero sostiene di aver ben studiato la legislazione locale. Sanno come trattare il cliente e il socio straniero, in Europa, in Africa e in Asia. E il 50 per cento dei capi in Germania ne è al corrente.

In sintesi, scrive "WiWo", i capi ignorano, ma sanno che i dipendenti sanno. Un atteggiamento quasi da siculi. Per il 55 per cento dei manager è indifferente se i responsabili locali si comportano in modo contrario alle leggi tedesche. Gli affari sono affari. Se all’estero è normale ungere un funzionario pubblico, allora ben venga lo Schmiergeld, o bustarella. Lo ha già fatto il 37 per cento di chi ha partecipato al sondaggio. Il 67 per cento dei responsabili per gli acquisti confessa di aver scelto l’offerta meno conveniente pur di mantenere buoni rapporti con i fornitori del posto. Un comportamento in apparenza contraddittorio: tutti riconoscono di dover rispettare la legge, poi si comportano secondo la convenienza della azienda.

C’è un grave rischio: i manager che all’estero violano le norme tedesche possono venire denunciati e condannati in Germania. Come nel caso della ThyssenKrupp sospettata di aver pagato Schmiergeld per vendere armi. Ma avviene molto di rado". (aise 31) 

 

 

 

Orrore in Germania, infermiere-killer sospettato di 84 morti

 

Orrore in Germania: un infermiere tedesco, Nils Hoegel, già condannato per la morte di due pazienti, è sospettato adesso di aver provocato il decesso di altre 84 persone tra il 2000 e il 2005. Lo hanno riferito gli investigatori, secondo cui "la commissione d'inchiesta speciale ha certificato 84 decessi".

Due anni fa, Hoegel era stato incriminato per l'uccisione di due pazienti e il tentato omicidio di altri due in una clinica nella città nordoccidentale di Delmenhorst.

IL FARMACO - Nei corpi dei pazienti esumati sulla base dell'ordine di un tribunale sono state trovate tracce di un farmaco che provoca l'arresto del sistema cardiovascolare. Secondo le accuse, l'infermiere 40enne - che due anni fa è già stato condannato all'ergastolo con l'accusa di duplice omicidio, tentato omicidio e lesioni gravi - iniettava il farmaco per poi tentare di rianimare i pazienti e, in cerca di approvazione, presentarsi come un eroe.

LE INDAGINI - I magistrati ritengono che le vittime possano essere anche ben più di 84 ma sarà difficile provarlo, dal momento che alcuni corpi sono stati cremati. Ad attirare l'attenzione su Hogel - che durante il processo la scorsa estate aveva ammesso di aver provocato la morte di 30 pazienti, motivo per cui la polizia aveva istituito una commissione speciale per indagare - l'elevato numero di decessi durante i suoi turni di lavoro all'ospedale di Delmenhorst e prima in quello di Oldengurg, circostanza che aveva indotto i responsabili delle due strutture a parlarsi, dando avvio all'inchiesta.

GLI ACCUSATI - Nel mirino dei magistrati sono finiti anche due ex primari e il direttore di terapia intensiva di Delmenhorst, accusati di omissioni, mentre sono ancora in corso le indagini sui responsabili dell'ospedale di Oldenburg. "Avrebbero potuto evitare altre morti", se questi avessero agito rapidamente, ha denunciato il capo della polizia di Oldenburg, Johann Kuhme, secondo cui l'ospedale della città "era a conoscenza delle irregolarità". Adnkronos 28

Nelle cliniche tedesche dell’orrore: “L’infermiere ha ucciso 90 persone”

Niels Hoegel era già stato condannato all’ergastolo per due omicidi nel 2015. Una collega: i dirigenti hanno taciuto per difendere il prestigio delle strutture

I bianchi pali degli impianti eolici disseminati a perdita d’occhio sul panorama piatto e sconfinato che circonda Delmenhorst, sono gli unici punti di riferimento in questo fazzoletto di terra all’estremità nord-occidentale della Germania. Una zona ricca di vento, ma povera di posti di lavoro nella quale gli impianti di energia rigenerativa, la vecchia fabbrica di linoleum e la clinica Josef-Hospital sono i principali datori di lavoro.  

 

Quest’ultima tuttavia rappresenta al più tardi da ieri una macchia nera nella cronaca cittadina del piccolo centro di 76 mila anime fra Brema e la vicina frontiera con l’Olanda. È qui che dal 2003 al 2005 ha lavorato Niels Högel, l’infermiere oggi quarantenne ritenuto colpevole dell’uccisione di almeno 90 pazienti ricoverati nel reparto di terapia intensiva di Delmenhorst e in quello del policlinico della vicina Oldenburg dove era impiegato dal 2000 al 2002. Un lasso di tempo di cinque anni che gli è stato sufficiente per somministrare a decine e decine di pazienti iniezioni di medicinali in grado di provocare un collasso circolatorio o un infarto e per tentare poi di rianimare i malcapitati vantandosi con i suoi colleghi e superiori delle sue «spiccate» doti mediche e farsi festeggiare come un eroe. Ma Niels Högel altro non era che un «Angelo della morte», uno «psicopatico oberato dal lavoro e frustrato dal suo status di semplice infermiere di corsia» come si può leggere nella requisitoria del pubblico ministero al termine del primo processo nei suoi confronti avvenuto già due anni fa di fronte al tribunale di Oldenburg e dove venne condannato all’ergastolo per i sei omicidi che gli inquirenti erano riusciti a provare.  

Che l’ex infermiere nel corso della sua breve «carriera» si sia trasformato in un vero e proprio serial killer - il peggiore e più spietato della storia criminale tedesca - è venuto alla luce solo nel corso delle lunghe e complesse indagini avviate al termine del primo processo dall’unità speciale «Cardio» della procura regionale della Bassa Sassonia. Esaminando le cartelle cliniche dei due ospedali era infatti saltato all’occhio che il numero dei pazienti deceduti risultava particolarmente alto proprio durante i turni di lavoro del giovane infermiere. In cella inoltre Niels Höger si sarebbe vantato con altri detenuti di «aver fatto fuori» decine di ricoverati e di «aver smesso di contare solo dopo la cinquantesima vittima».  

 

Sottoposto a lunghi interrogatori lo psicopatico ha ammesso di aver somministrato le iniezioni spesso letali ad almeno altri 90 pazienti. Da qui l’avvio delle indagini allargate che hanno reso necessarie 134 esumazioni in 67 cimiteri dell’intera regione. Arne Schmidt, responsabile della gigantesca indagine compiuta dall’unita speciale «Cardio», presentando ieri gli agghiaccianti ma ancora provvisori risultati dell’inchiesta, ha confermato che gli inquirenti sono riusciti a provare almeno 90 omicidi compiuti con una certezza quasi assoluta dal serial killer col camice bianco. «Tuttavia si potrebbe trattare solo della classica punta di un iceberg, dal momento che almeno 130 ex pazienti sono stati cremati impedendo così agli inquirenti di svolgere gli esami postumi sui loro cadaveri nel tentativo di rintracciare i residui dei farmaci utilizzati da Niels Högel».  

 

Il complesso ospedaliero Josef-Hospital a Delmenhorst è circondato da un curatissimo giardino ridondante di fiori, siepi accuratamente tagliate e di spazi relax per i pazienti e i loro ospiti. Di fronte all’ingresso del pronto soccorso c’è Sabrina, un’infermiera di 29 anni assunta dalla clinica nel 2012 e quindi già dopo la scoperta dei primi omicidi compiuti dal suo ex collega. Fumando nervosamente una sigaretta l’infermiera sfoga la sua rabbia. «Il vero scandalo di questa orribile vicenda è quello del comportamento dei responsabili del nostro ospedale. Dirigenti e primari che dovevano essere al corrente che qualcosa non andava per il verso giusto nel reparto di terapia intensiva, che dovevano aver nutrito qualche sospetto attorno all’improvvisa impennata di decessi e di morti sospette, ma che hanno ugualmente taciuto per non mettere a repentaglio la reputazione della clinica».  

 

Un’accusa mossa ieri anche da Johann Kühme, il capo della polizia di Oldenburg. «Molti di questi omicidi sarebbero potuti essere evitati se i responsabili del Josef-Hospital ci avessero avvertiti prima». Uno scandalo in una strage d’innocenti che già di per sé ha scosso la tranquilla e pacifica convivenza in una cittadina di provincia che passerà ora agli annali per un caso criminale senza precedenti e che oggi occupa la prima pagina del quotidiano locale «Delmenhorster Kreisblatt», dominato altrimenti dalle cronache delle sagre cittadine, dai concerti di beneficenza della banda musicale o dagli incidenti stradali avvenuti lungo la vicina autostrada fra Amburgo a Saarbrücken. Walter Rauhe  LS 29

 

 

 

 

Il Consolato di Basilea ottavo al mondo per rilascio passaporti

 

Basilea - L’annuario statistico del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, pubblicato nelle scorse settimane e facilmente scaricabile dal sito www.esteri.it costituisce, dal 2001, un utile strumento per valutare il lavoro della Farnesina, l’operatività della rete diplomatico-consolare italiana nel mondo, le risorse pubbliche dedicate alla politica estera e ai servizi per i connazionali all’estero, anche in ottica comparatistica con i principali partner europei. Tante le informazioni e curiosità sugli italiani fuori patria: dove risiedono e quanti sono? Quanti gli interventi di assistenza e gli atti amministrativi prodotti? Quanti i detenuti all’estero o i minori sottratti? Quanti studiano la lingua italiana nel mondo?

L’annuario permette poi di delineare la caratterizzazione dei singoli Uffici: se fuori dall’UE assume molta rilevanza l’attività di rilascio visti, in Europa (in particolare Svizzera, Germania, Francia, Regno Unito e Belgio) e in America Latina (in primis Argentina, Brasile, Venezuela e Uruguay) assumono particolare rilievo il rilascio del passaporto e la gestione delle consultazioni elettorali (politiche e referendum) che prevedono il voto all’estero.

Dai dati disponibili, emerge che il Consolato di Basilea nel 2016 ha rilasciato 6.366 passaporti, 993 in piú dell’anno precedente, collocandosi all’ottavo posto assoluto in tutta la rete, preceduto da Consolati del calibro di Londra, Buenos Aires, San Paolo, Zurigo, Caracas, Stoccarda e Parigi.

Alla luce di questi dati, il Console Michele Camerota esprime soddisfazione e sottolinea che “il risultato è frutto dell’importante lavoro di squadra da parte di tutto il personale poiché il rilascio del passaporto presume che la posizione di stato civile del connazionale (residenza, matrimonio, figli, divorzi, etc.) sia complessivamente aggiornata e in ordine”.

“Per i passaporti - continua il Console - oramai offriamo oltre 7.500 appuntamenti l’anno, con una media settimanale variabile dai 145 ai 170 in base alla domanda dell’utenza, notoriamente piú elevata nei periodi antecedenti le vacanze, sebbene avere un documento sempre valido è dovere e interesse del cittadino e non serve solo per andare in vacanza. Sono molti i casi in cui i connazionali si riducono all’ultimo momento, costringendoci a fare ricorso all’applicazione delle procedure d’urgenza per assecondarne le esigenze”.

“Dall’aprile del 2016 – rimarca Camerota – non vi è stato un singolo giorno in cui non fossero disponibili appuntamenti entro 30 giorni, con una disponibilità media di massimo 10 giorni e attualmente anche nella stessa giornata. È poi opportuno ricordare che la nostra rete rilascia i passaporti al momento, in meno di 20 minuti. A Basilea, é stata molto rafforzata l’assistenza – per email e presso la sede – per coloro i quali non sanno, non riescono o non vogliono connettersi per prenotare l’appuntamento, sebbene sia possibile scegliere comodamente il giorno e l’orario in base alla disponibilità”.

La priorità data al rilascio passaporti – precisa il Consolato – non ha trascurato gli altri servizi: sempre secondo l’Annuario, nel primo semestre del 2017, c’è stato un incremento di oltre il 13% delle carte d’identità emesse con tempi di attesa dimezzati (senza contare le carte in giacenza non ritirate dai connazionali); la registrazione di atti di stato civile avviene in tempi molto piú celeri (+60%) mentre appare consolidato l’incremento di atti notarili e di cittadinanza.

“Le criticità che permangono in merito al centralino telefonico - riprende il Console -, nonostante le modifiche apportate al sistema, non vedono purtroppo possibilità di ulteriori migliorie con le risorse date, per cui ci appelliamo alla collaborazione dei connazionali. La maggior parte delle richieste telefoniche troverebbero infatti facile e immediata risposta sul nostro sito internet, integralmente rinnovato, arricchito e sempre aggiornato (a breve lanceremo anche la versione in tedesco sui passaporti). Abbiamo messo in campo un importante lavoro di comunicazione esterna, compresa una dinamica pagina facebook con informazioni aggiornate sui principali servizi, notizie e eventi che interessano la collettività”.

“Siamo consapevoli che una parte di connazionali - spesso i piú anziani - non si connette ma essi possono contare su una radicata rete di relazioni (corrispondenti consolari, patronati, familiari) mentre la realtà che osserviamo ci dice, paradossalmente, che tante persone tecnologicamente attrezzate talvolta fanno poco o nessuno sforzo ad informarsi. Il motto della Farnesina ‘informatevi e informateci’ – conclude Camerota – è nell’interesse del cittadino per consentire agli uffici di servire i connazionali in maniera piú rapida ed efficiente”. (aise 22) 

 

 

 

Germania verso il voto. Sinfonie, patate e videogame: così Angela Merkel disarma i rivali

 

La leader della Cdu cerca di tenere il più basso possibile il tono della campagna elettorale e non risponde mai agli attacchi degli avversari politici. I sondaggi la premiano con un vantaggio tra i 14 e i 16 punti - di Danilo Taino

 

Berlino. La zuppa di patate à la mode di Angela Merkel è riapparsa nella campagna elettorale in corso in Germania. Era già entrata nella competizione del 2009 ma questa volta la cancelliera ha svelato qualche segreto su come la prepara. Poveri tedeschi, potrebbero pensare italiani e francesi, abituati a ben altre ricette…e a ben altre campagne elettorali. In realtà, gran parte di chi andrà a votare il 24 settembre sembra soddisfatto della rivelazione.

In un’intervista al settimanale femminile Bunte, Merkel ha confidato che, innanzitutto, usa tuberi del suo orto. Poi che li passa lei stessa allo schiacciapatate ma ne lascia alcuni piccoli grumi. Questa expertise in uno dei piatti nazionali del Paese — per gli anziani come per i giovani — naturalmente la fa sembrare donna del suo popolo, nonostante sia regolarmente fotografata con Trump, Putin, Erdogan, Macron. Ma soprattutto è uno dei tanti modi che la leader usa per tenere il più basso possibile il tono della campagna elettorale, per dire che grandi proclami e grandi programmi non servono in una Germania soddisfatta di sé, per affermare senza urlarlo che nell’urna la scelta non è sulle promesse ma sulla certezza che si chiama Angela Merkel. Patate, non grandi visioni. Così banale? No: la tattica è raffinata.

I politologi l’hanno definita «smobilitazione asimmetrica». Significa che la cancelliera non risponde agli attacchi che le vengono portati dagli avversari politici. Il suo sfidante diretto, il socialdemocratico Martin Schulz, la critica per nome in ogni comizio e intervista, solleva temi sociali e chiede il ritiro delle armi nucleari americane dal territorio tedesco, la accusa di non volere il bene dell’Europa. Lei non risponde e nemmeno quasi mai lo cita. E quando lo cita perché sollecitata è per dire che lo stima. Ogni attacco che le viene portato finisce così nella sabbia, ogni critica smontata, lo scontro polemico svanisce e Frau Merkel rimane imperterrita nel suo vantaggio che i sondaggi danno tra i 14 e i 16 punti. Irritato, Schulz è arrivato a definire questa tattica «un attacco alla democrazia». In verità, la leader tedesca sembra esperta nell’approccio orientale all’arte della guerra.

Alcuni commentatori hanno avvicinato il suo modo di fare all’aikido, l’arte marziale giapponese nella quale non si tratta di contrastare la forza e l’energia dell’avversario ma di incanalarle verso il vuoto, di lasciarle sfogare e annullare da sé. Frustrante per chi la deve sfidare. Fatto sta che la campagna elettorale tedesca sembra andare avanti così, senza scontri e senza una vera discussione su cosa fare nella prossima legislatura, da qui al 2021. In un’intervista via YouTube, per dire, Merkel fa sapere che il suo emoticon preferito è lo smiley, in certi casi con gli occhiali da sole, magari seguito da un cuore.

È che la cancelliera ha una capacità straordinaria di raggiungere pubblici diversi. Naturalmente parlando di politica. Ma non solo: è anche curiosa, colta e non trascura le passioni. Pochi giorni fa, durante un’intervista pubblica con il direttore del quotidiano finanziario Handesblatt, è entrata nella sala affollata e ha immediatamente riconosciuto il brano di Beethoven che accompagnava il suo ingresso. Pochi giorni prima era stata, come ogni anno, al festival di Bayreuth, a rendere omaggio a Wagner, il compositore che più ama. Durante l’intervista, ha detto di essere rimasta affascinata da una biografia di Shostakovich.

Quando è stata paragonata a Bismarck, che governò per 19 anni (Merkel arriverà a 16 se sarà rieletta), ha rifiutato l’accostamento: «Non sono sicura che Bismarck comprendesse il significato di win-win», ha detto riferendosi al fatto che a suo parere la globalizzazione può avvantaggiare tutti, mentre la geopolitica del Cancelliere di Ferro era un gioco a somma zero, dove se uno vince l’altro perde. Pochi capi di governo hanno questa capacità di parlare della zuppa di patate, di musica, di storia, di interessarsi alla tecnologia che sta dietro ai videogame e magari spiegare che la loro eroina è Marie Curie (e non banalmente un Kennedy o un Adenauer). In qualche modo, la sua è la Bildung dei grandi tedeschi: le formazioni intellettuale e umana armonizzate e da coltivare.

Il problema, però, resta. Quanto è sana una campagna elettorale con un candidato unico? CdS 26

 

 

 

 

 

Lo Stato d’Italia

 

Come abbiamo già scritto, il 2017 non è l’anno della “ripresa”. Anzi, sarà ancora difficile per molti. Così, se in politica si può essere ambigui, in economia le incoerenze non perdonano.

 Dopo anni di “vita” oltre le nostre limitatissime possibilità, la speculazione interna e internazionale ha trovato terreno fertile per progredire. La “Crisi” non si è sviluppata per caso. Di fatto, nessuno si è preoccupato di valutarne i segnali premonitori. Peccato. Se i sacrifici servissero veramente, si potrebbero anche accettare. Di fatto, però, non ne vediamo la concreta utilità. L’Italia naviga in acque perigliose. Oggi più di ieri. Quando il piatto piange, non restano che i prelievi fiscali. Diretti ed indiretti. Insomma, a farne le spese sarà ancora la maggioranza del Popolo italiano.

 

 Quando sono i ricchi a “piangere” è perché sono stati chiamati a pagare quanto avevano evaso. L’instabilità dei prezzi di tutti i generi è un altro aspetto di una situazione difficilmente controllabile. Il motto “pagare meno, ma pagare tutti” si sta facendo strada. Meglio tardi che mai.

 L’Italia dei “furbetti” avrà vita meno facile. Il benessere materiale resterà, però, una chimera per i più e quello psicologico è compromesso proprio per l’inesistenza del primo. La formula “Competitività Produttiva” rimane un termine senza significato concreto.

 

Nessuno, in Italia, si azzarda a investire. Tornare indietro sarebbe assurdo; ma andare oltre lo è altrettanto. Il mosaico economico resta incompleto proprio per i motivi che abbiamo esposto e che erano ben noti anche per gli anni passati. Intanto, il periodo “feriale” si avvicina. Come in ogni estate.

 Con l’autunno, le strategie governative non troveranno, però, la necessaria coesione. La via resta una: favorire, sotto il profilo fiscale, i redditi da lavoro dipendente e da pensione per sostenere una migliore liquidità. Si dovrebbe avere il coraggio d’andare a “spulciare” sulla redditività patrimoniale.

 

 La recessione non è solo una questione economica. Spesso è accompagnata anche dalla demotivazione politica e sociale. Questa non è sola una nostra peregrina impressione; c’è da preoccuparci seriamente. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Reddito di inclusione, arriva il via libera

 

"Via libera definitivo al #RedditodiInclusione. Misura nazionale di lotta alla povertà. Ora avanti a rafforzarlo sempre più". Lo annuncia su Twitter il ministro dell'Agricoltura, Maurizio Martina, al termine del Consiglio dei ministri con l'approvazione definitiva del decreto di attuazione del disegno di legge delega sul contrasto alla povertà.

Dal primo gennaio del prossimo anno scatterà quindi la misura di contrasto alla povertà, vincolata all'adesione di un progetto personalizzato per trovare un lavoro. Le famiglie beneficiarie avranno un assegno mensile che potrà arrivare fino a 485 euro.

Sul social network arriva poi anche il tweet del presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni: "Via libera definitivo al Reddito di Inclusione. Un aiuto a famiglie più deboli, un impegno di Governo Parlamento e Alleanza contro #povertà".

''Da oggi la lotta alla povertà e il reddito di inclusione sono legge dello Stato. Per la prima volta il nostro Paese ha uno strumento permanente di contrasto alla povertà, fondato sul sostegno al reddito e sull'inclusione sociale. Uno strumento che impegna tutte le istituzioni e le comunità locali a stare a fianco dei più deboli" afferma il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti.

A chi è destinato e come fare domanda

Al via la misura nazionale di contrasto alla povertà destinata alle famiglie più bisognose. Il Consiglio dei ministri ha appena annunciato il via libera al Reddito d'inclusione (Rei), la misura vincolata all'adesione di un progetto personalizzato per trovare un lavoro che partirà il primo gennaio 2018. Il Rei sarà concesso per un periodo continuativo, non superiore a 18 mesi, e sarà necessario che trascorrano almeno 6 mesi dall'ultima erogazione prima di poterlo richiedere nuovamente.

La misura si compone di due parti: un beneficio economico, erogato su dodici mensilità attraverso una Carta di pagamento elettronica, e un progetto personalizzato di attivazione e di inclusione sociale e lavorativa volto al superamento della condizione di povertà. L'assegno partirà da un minimo di 187 euro per le famiglie composte da una persona, e arriverà fino a 485 euro per quelle con 5 componenti o più.

I soggetti interessati saranno identificati attraverso una valutazione del bisogno del nucleo familiare che terrà conto, tra l'altro, della situazione lavorativa e del profilo di occupabilità, dell'educazione, istruzione e formazione, della condizione abitativa e delle reti familiari, di prossimità e sociali.

REQUISITI - Possono accedere alla misura: cittadini italiani e comunitari; familiari di cittadini italiani o comunitari, non aventi la cittadinanza in uno Stato membro, titolari del diritto di soggiorno o diritto di soggiorno permanente; cittadini stranieri in possesso del permesso di soggiorno di lungo periodo; titolari di protezione internazionale (asilo politico, protezione sussidiaria) che siano residenti in Italia da almeno due anni.

Nella prima fase il Rei non coprirà l'intera platea di persone che avrebbero diritto ad accedere all'assegno mensile, ma solo le fasce più bisognose. I beneficiari saranno inizialmente individuati tra i nuclei familiari con: figli minorenni; figli con disabilità; donna in stato di gravidanza; componenti disoccupati che abbiano compiuto 55 anni.

Il sostegno economico sarà riconosciuto ai nuclei familiari che rispondano a ''determinati requisiti relativi alla situazione economica''. In particolare, il nucleo familiare del richiedente dovrà avere un valore dell'Isee, in corso di validità, non superiore a 6.000 euro e un valore del patrimonio immobiliare, diverso dalla casa di abitazione, non superiore a 20.000 euro.

Fermo restando il possesso dei requisiti economici, il Rei è compatibile con lo svolgimento di un'attività lavorativa. Viceversa, non è compatibile con la contemporanea fruizione, da parte di qualsiasi componente il nucleo familiare, della NAspi o di altro ammortizzatore sociale per la disoccupazione involontaria.

PRESENTAZIONE DELLA DOMANDA - La domanda dovrà essere presentata presso i punti per l'accesso al Rei, che verranno identificati dai comuni. Gli enti, entro 10 giorni, dovranno inviare la richiesta all'Inps, che entro i 5 giorni successivi dovrà verificare il possesso dei requisiti e riconoscere il beneficio.

CARTA ELETTRONICA - La carta Rei funziona come una normale carta di pagamento elettronica; il 50% dell'assegno potrà essere ritirato in contante, il resto potrà essere utilizzato nei supermercati e per pagare le bollette. La carta darà inoltre diritto allo sconto del 5% sugli acquisti nei negozi e nelle farmacie convenzionate. Adnkronos 29

 

 

 

 

Onorificenze. Cercasi candidature per la "Stella al Merito del Lavoro" 2018

 

Anche quest’anno sarà possibile presentare candidature per il 2018 per la "Stella al Merito del Lavoro" destinata a lavoratori e pensionati italiani residenti all’estero. Le candidature dovranno pervenire nei Consolati entro e non oltre il 30 novembre 2017.

La decorazione è riservata ai lavoratori dipendenti di imprese pubbliche o private, nei settori dell’Industria, Commercio ed Agricoltura (art. 1); il limite minimo di età per i candidati è di 50 anni compiuti, alla data di formalizzazione della proposta (art. 3); la decorazione può essere concessa ai lavoratori che abbiano prestato attività lavorativa ininterrottamente per un periodo minimo di venticinque anni documentabili, alle dipendenze di una o più aziende italiane o straniere, purché il passaggio da un’azienda all’altra non sia stato causato da demerito personale (art. 4).

Oltre che nei casi di conferimento alla memoria dell’onorificenza (art. 2), si prescinde dall’anzidetto requisito di anzianità lavorativa per i lavoratori italiani all’estero che abbiamo dato prove di esemplari di patriottismo, di laboriosità e di probità (art. 5), risultanti da separata attestazione della Rappresentanza diplomatica o dell’Ufficio consolare.

Le domande per il conferimento della decorazione per l’anno 2018 dovranno essere corredate da una precisa documentazione, in esemplare unico, che prevede: curriculum vitae (in italiano) firmato dall’interessato, contenente le informazioni idonee a segnalare le benemerenze acquisite sul lavoro, nella vita civile ed eventualmente in quella militare; attestato dei datori di lavoro (ossia "lettera di referenze" - se in inglese, fornire traduzione in italiano) che faccia stato degli anni trascorsi al loro servizio, dell’esemplare comportamento del candidato nell’ambiente di lavoro, della sua laboriosità e probità; dichiarazione sostitutiva di certificazione di nascita e cittadinanza; certificato generale del Casellario Giudiziale, per il cui rilascio è competente la Procura della Repubblica con giurisdizione sul Comune di nascita del candidato. Per i nati all’estero è necessario richiederlo alla Procura della Repubblica in Roma.

Tutti i documenti devono essere stati rilasciati dopo l’1 ottobre 2017. Nel caso di proposte di candidature già presentate in anni precedenti la documentazione dovrà essere prodotta integralmente ex novo.

La candidatura non deve essere presentata dall’interessato, né da un suo parente, ma da persone che abbiano conoscenza diretta dei meriti da lui acquisiti sul lavoro.

Onde promuovere le pari opportunità, i Consolati presteranno particolare cura alle candidature provenienti dalla comunità femminile, categoria finora non sufficientemente rappresentata. Inoltre almeno il 50% della quota di onorificenze "Stella al Merito del Lavoro" conferibili ai lavoratori italiani all’estero deve essere assegnato a coloro che hanno iniziato la loro attività lavorativa dai livelli contrattuali più bassi. De.it.press

 

 

 

L'evoluzione

 

L’Italia riprenderà il suo progresso politico in questa Terza Repubblica dai ”contorni” incerti? Col nuovo anno, dovrebbe andare in porto, almeno, una nuova legge elettorale. In primo piano, però, resta la nostra economia. Il 2017 terminerà con un Prodotto Interno Lordo non superiore al +1,5%. I sacrifici, comunque, non si ridimensioneranno. Dato che le tenzoni politiche potrebbero contrapporsi, scrivere di prospettive in positivo ci sembra azzardato. Il Paese ha bisogno di un Parlamento e un Esecutivo qualificato per riportare il Paese a un’economia meno compromessa e più tutelata anche a livello internazionale.

 L’Italia del 2018 non sarà, comunque, diversa da quella di quest’anno. Insomma, l’incertezza per il futuro potrebbe non rientrare.

 Il ciclo del “consumismo” resta solo un ricordo. L’importante, a nostro avviso, è garantire l’indispensabile per tutti. Anche se le difficoltà non mancheranno. La buona economia ha un prezzo che tutti siamo tenuti a onorare. Come scrivere che non è più possibile fare delle previsioni solo a “progetto”.

 Così, viviamo questa “crisi” in fasi sequenziali. Il superfluo è stato eliminato; ma l’indispensabile non può venire meno. Rinunciare non è la cura per ridare tono all’azienda Italia. Certo è che i “sacrifici” non saranno equamente distribuiti. Chi stava bene, non starà peggio.

Rimarrà in fibrillazione il ceto medio e il benessere andrà a distribuirsi a “pelle di leopardo”. E’ inutile, ora, ancorarci agli ottimismi di facciata. Anche per l’anno prossimo i sacrifici non mancheranno. La nostra realtà resterà eterogenea.

 La crisi, ma già l’avevamo scritto, durerà ancora; solo potrebbe evolversi diversamente. Per ora, dato che in politica non si può garantire nulla, continueremo a essere osservatori sopra le parti. Dopo, si vedrà. Giorgio Brignola de.it.press

 

 

 

Pensione giovani e assegno sociale, cosa cambia

 

Dopo l'incontro tra governo e sindacati al ministero del Lavoro, in tema di trattamento pensionistico per chi ha iniziato a lavorare dopo il 1995, l'ipotesi sul tavolo riguarda una pensione base di circa 650 euro.

Cifra che potrà essere ottenuta a 66 anni e 7 mesi (riferimento attuale di chi va in pensione) se la persona avrà 20 anni di contributi e un importo pensionistico pari ad almeno 1,2 volte l'assegno sociale (dunque, circa 540 euro).

Ma cos'è l'assegno sociale a cui si sta facendo riferimento in queste ore -e probabilmente anche tra pochi giorni, durante i prossimi appuntamenti tra sigle confederali ed esecutivo (previsti il 5, il 7 e il 13 settembre) - nelle trattative? E che differenze ci sono tra questo strumento (che ha sostituito la 'pensione sociale') e un classico trattamento pensionistico?

COSA - E' una prestazione economica erogata a domanda e dedicata ai cittadini italiani e stranieri in condizioni economiche disagiate, con redditi inferiori alle soglie previste annualmente dalla legge. Dal 1° gennaio 1996, si legge sul sito dell'Inps, l'assegno sociale ha sostituito la pensione sociale.

CHI - E' rivolto a cittadini italiani, agli stranieri comunitari iscritti all'anagrafe del comune di residenza e ai cittadini extracomunitari/rifugiati/titolari di protezione sussidiaria con permesso di soggiorno per soggiornanti di lungo periodo. I beneficiari devono percepire un reddito al di sotto delle soglie stabilite annualmente dalla legge.

COME - Il pagamento dell'assegno inizia dal primo giorno del mese successivo alla presentazione della domanda. Inoltre, ricorda l'istituto di previdenza, il beneficio ha carattere provvisorio e la verifica del possesso dei requisiti reddituali e di effettiva residenza avviene annualmente.

QUANTO - L'importo dell'assegno è pari a 448,07 euro per tredici mensilità. Per il 2017 il limite di reddito è pari a 5.824,91 euro all'anno e 11.649,82 euro se il soggetto è coniugato. Hanno diritto all'assegno in misura intera i soggetti non coniugati che non possiedono alcun reddito e i soggetti coniugati che hanno un reddito familiare inferiore al totale annuo dell'assegno.

IRPEF - Hanno diritto all'assegno in misura ridotta i soggetti non coniugati che hanno un reddito inferiore all'importo annuo dell'assegno e i soggetti coniugati che hanno un reddito familiare compreso tra l'ammontare annuo dell'assegno e il doppio dell'importo annuo dell'assegno. L'assegno non è soggetto alle trattenute IRPEF (Imposta sul reddito delle persone fisiche).

DECADENZA - L'assegno viene sospeso se il titolare soggiorna all'estero per più di 30 giorni. Dopo un anno dalla sospensione, la prestazione è revocata. Non è reversibile ai familiari superstiti ed è inesportabile, quindi non può essere erogato all'estero.

REQUISITI - Per ottenere l'assegno, tutti i cittadini italiani e stranieri devono soddisfare i seguenti requisiti: 65 anni e 7 mesi di età; stato di bisogno economico; cittadinanza italiana; residenza effettiva, stabile e continuativa per almeno 10 anni in Italia.

COME FARE DOMANDA - Va presentata online all'Inps attraverso il servizio dedicato (dove è possibile scaricare il manuale con le istruzioni per la compilazione). In alternativa, si può fare tramite: Contact Center al numero 803.164 (gratuito da rete fissa) oppure 06.164.164 da rete mobile; infine, anche da enti di patronato e intermediari dell'Istituto, attraverso i servizi telematici offerti dagli stessi. Adnkronos 31

 

 

 

 

Università per Stranieri di Siena: a novembre continuano le celebrazioni del centenario

 

Siena- Quello che l’Università per Stranieri di Siena sta vivendo è un anno speciale che vuole celebrare il centenario della Scuola di lingua italiana per Stranieri, primo embrione dell’attuale Università per Stranieri. Ad evidenziarlo è la Comunità Radiotelevisiva Italofona sottolineando come la scuola abbia rappresentato allora, e rappresenti oggi nella sua forma di Università per Stranieri, un “importante traguardo nazionale in un momento storico in cui alle repressioni e alle armi si contrapponeva la lingua quale strumento di comunicazione, inclusione e pace”.

L’attivazione dei primi corsi – si legge nel ricordo della Cri – si riallacciava idealmente a una tradizione che affonda le sue radici nella “Cattedra di toscana favella”, istituita a Siena nel 1588 sotto il Granduca di Toscana Cosimo II. L’obiettivo era quello di rispondere alle richieste della comunità studentesca internazionale, che iniziava ad approdare numerosa nelle Università italiane.

Successivamente, con la legge istitutiva del 17 febbraio 1992, la Scuola di lingua e cultura italiana per Stranieri di Siena ha assunto la dimensione attuale dell’Università per Stranieri di Siena.

Ad oggi, il pubblico dell’Università per Stranieri di Siena risulta più ampio e variegato rispetto a quello dell’originaria Scuola di Lingua, essendosi aperto anche agli studenti italiani. Attualmente l’Università svolge infatti il suo compito di formazione attraverso nuovi percorsi di laurea e post-laurea, orientati ai temi del plurilinguismo e della diversità culturale, all’insegnamento delle lingue, all’inclusione tramite la mediazione linguistica e culturale, e alla cittadinanza attiva.

Ricco il calendario di eventi organizzati a Siena: l’avvio delle attività è stato dato dalla prima edizione del Festival dell’italiano e delle lingue d’Italia, che si è svolto dal 6 al 9 Aprile 2017. Il 19 luglio, è stata inaugurata la centesima edizione dei Corsi estivi di lingua e cultura italiana. I festeggiamenti proseguiranno a novembre con una quattro giorni di convegno internazionale, dall’8 all’11. All’evento è attesa il Ministro dell’Istruzione, Valeria Fedeli. dip

 

 

 

 

La scelta

 

Quando s’intraprende un percorso giornalistico, ci sono poche, ma importanti, possibilità da preferire. I profili, in definitiva, sono tre: informazione, opinione o entrambe. L’ultima scelta, in prima analisi, sembra la più completa e, quindi, la migliore.

 

Per noi, resta, però, un’apparenza che, alla fine, andrebbe a condizionale il fronte dell’informazine. Quindi, si può scegliere tra l’informazione e l’opinione. Nel primo caso, si avvantaggia l’evento e non se ne commenta, in toto, gli effetti. Nel secondo, dopo una presentazione del fatto, ci si addentra nelle cause che l’hanno provocato. Mettendo, di conseguenza, in luce i motivi e gli effetti dell’evento.

 

 A suo tempo, cioè più di cinquanta anni fa, abbiamo preferito il giornalismo d’informazione. Non tanto per sminuire l’importanza per quello d’opinione. Solamente, a nostro parere, i fatti non si modificano col tempo. Le opinioni, invece, sì. E’ evidente, però, che chi gestisce l’opinione ha un campo attivo assai più completo e variegato.

 

 L’informazione (dove e quando) è assai meno elastica e, oggettivamente, delimitante. Da subito, però, abbiamo fatto nostro il motto: ” informarsi è un diritto e informare è un dovere”. Da oltre mezzo secolo, pur se con alterne fortune, abbiamo rispettato questa nostra scelta che ci ha, comunque, permesso d’essere testimoni d’eventi che hanno cambiato l’Italia, l’Europa e il Mondo. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Investimenti stranieri in Italia. Approvato il decreto sul rilascio dei visti d'ingresso

 

Opportunità per le imprese e gli enti italiani di trovare all'estero il partner giusto con Investorvisa.it.

 

 

Ora per gli investitori extra Ue sarà più conveniente e facile investire in Italia. Non solo nelle attività produttive, cioè nel capitale di società italiane, ma anche con operazioni filantropiche, per contribuire alla conservazione ed alla valorizzare dei beni e delle attività culturali del Bel Paese. Dal 21 agosto è on line sul sito della Farnesina il decreto 21 luglio 2017 firmato dai ministri Alfano, Minniti e Calenda, provvedimento che dà attuazione alle nuove misure di attrazione degli investimenti stranieri previste dalla legge di bilancio 2017.

Quali vantaggi potranno invogliare gli investitori? Chi investirà almeno un milione di euro nel capitale di una società italiana (sufficienti 500mila se startup innovativa) o il mecenate che donerà almeno un milione ad un ente o privato per realizzare un progetto di interesse pubblico in campo storico, artistico, culturale o della ricerca scientifica, otterrà uno speciale visto d'ingresso ed un permesso di soggiorno, entrambi validi, sia pure con alcuni limiti, anche per circolare negli altri Stati dell'Area Schengen. Inoltre, chi trasferirà la residenza fiscale in Italia, potrà optare per una tassazione forfettaria di 100mila euro/anno sui redditi personali prodotti all'estero. Il trattamento, che avrà una durata di quindici anni, sarà ancora più vantaggioso per i familiari che dovranno versare al fisco solo 25mila euro/anno, anche se con redditi milionari. Le richieste di visto d'ingresso – precisa il decreto – saranno valutate da un comitato interministeriale presso il MISE e le procedure avranno tempi certi e rapidissimi.

Questa strategia avrà successo? Probabilmente sì, soprattutto, se gli investitori avranno la possibilità di individuare opportunità d'investimento interessanti ed affidabili. Su queste premesse parte il programma di Jusweb srl con il sito www.investorvisa.it in lingua inglese, con sezioni informative in arabo, cinese, francese, giapponese, russo, spagnolo e italiano. Una galleria di proposte di società e di enti alla ricerca di investimenti e di donazioni tra le quali gli investitori stranieri potranno individuare l'investimento giusto e, con l'assistenza di una ventina di professionisti, tra notai, avvocati, commercialisti ed interpreti, concludere l'operazione e chiedere il visto d'ingresso ed il permesso di soggiorno. Jusweb 23

 

 

 

I migranti integrati creano ricchezza

 

Occorre porsi il problema di come mettere chi arriva nelle condizioni di contribuire alla crescita dell’economia - di Danilo Taino

 

La gran discussione di questi giorni sull’immigrazione e sulle azioni politiche per metterla sotto controllo è di grande importanza. Così come lo è il tentativo di integrare nell’economia globale i Paesi da cui i migranti provengono. È però chiaro che la questione rimarrà con noi italiani ed europei per parecchi decenni.

Realisticamente, dunque, occorre porsi il problema di come integrare chi arriva, una volta che ottiene il permesso di soggiorno, metterlo nelle condizioni di contribuire alla creazione di ricchezza. Perché su una cosa non ci sono dubbi: gli immigrati creano ricchezza. Uno studio di qualche mese fa del McKinsey Global Institute ha calcolato che il 90% dei 247 milioni di persone che hanno attraversato le frontiere per stabilirsi in un altro Paese lo hanno fatto volontariamente, per ragioni economiche. I rifugiati alla ricerca di asilo sono forse più visibili ma sono solo il 10%. Gran parte degli immigrati cerca un lavoro e tra il 2000 e il 2014 hanno contribuito tra il 40 e l’80% alla crescita della forza lavoro nei maggiori luoghi di destinazione. Nel muoversi da un Paese povero a uno più ricco e a più alta produttività danno un contributo maggiore alla creazione di ricchezza globale.

Lo studio McKinsey calcola che i migranti rappresentino il 3,4% della popolazione del mondo ma che realizzino quasi il 10% del Prodotto lordo globale. Si tratta di circa 6.700 miliardi di dollari, tremila in più di quelli che avrebbero prodotto nel loro Paese d’origine. E le nazioni più sviluppate nelle quali si integrano beneficiano del 90% di questo effetto. Non si può però dire che l’integrazione sia sufficiente, soprattutto in Europa, Italia in testa. Ci sono problemi di alloggio, di istruzione, di salute, di lavoro, di accettazione sociale non ancora risolti e spesso nemmeno presi in considerazione. McKinsey calcola che, se affrontati, il gap salariale tra immigrati e nativi, tra il 20 e il 30%, potrebbe diminuire a un livello tra il cinque e il 10%. Il che significherebbe una crescita maggiore per l’economia globale tra gli 800 e i mille miliardi di dollari l’anno.

In una serie di attività, il valore del lavoro degli immigrati è già oggi evidente. Ciò nonostante, prevale l’idea che l’immigrazione sia solo un problema. Lo è spesso. Ma, dal momento che continuerà a esserci, è forse intelligente lavorare anche sui suoi portati positivi. CdS 30

 

 

 

 

Esecutivo a termine

 

Quando avevamo avanzato supposizioni sulle strategie, dell’Esecutivo Gentiloni, atte a correggere il nostro “Deficit”, abbiamo esternato alcune perplessità, senza, però, sottacere qualche segnale di buona volontà politica. Dopo le ultime mosse di questo Governo terminale, ci siamo convinti che lo Stato avrebbe dovuto limitare il suo “autofinanziamento”; favorendo, invece, la ripresa della produttività pubblica e privata.

 

 Riconosciamo che il progetto è, in definitiva, identico a quello del suo predecessore. Dati i precedenti “sviluppi”, che sono stati tutt’altro che conformi, non disconosciamo, comunque, la buona volontà; ma i nodi da sciogliere rimangono quelli di sempre. Il fatto d’aver focalizzato una “scaletta” di priorità non può essere considerato un parametro di garanzia. Al punto in cui siamo, non basta promettere una governabilità “formale” per ripristinare gli investimenti produttivi. Sempre nell’attesa del varo di una nuova legge elettorale.

 

 C’è, infatti, da esseri concreti e guardare la realtà italiana in tutta la sua complessità. Il libro dei conti pubblici è in “rosso” e ci chiediamo, con gran coerenza, quale ripresa ci potrà mai essere senza le necessarie garanzie di “copertura”. Ci domandiamo se i problemi della previdenza sociale, della sanità e del lavoro potranno trovare una loro sistemazione, pur se temporanea, nei progetti dell’Esecutivo. Solo se questa è la posizione”vera”, riteniamo di poter proseguire le nostre considerazioni.

 

 Non è tanto l’eventuale crisi di Governo che ci preoccupa. Semmai, potrebbe essere motivo di sofferenza la “stasi” alla quale ci hanno abituato già da mesi. Questa Legislatura, in ogni caso si consideri, è sull’orlo di una recessione d’identità che riteniamo incipiente. I mesi futuri potrebbero chiarire l’evolversi del quadro socio/politico nazionale. Spiccano, tuttavia, chiari segnali di un Esecutivo al capolinea. Giorgio Brignola de.it.press

 

 

 

 

Pagamento delle prestazioni all’estero: accertamento dell’esistenza in vita per l’anno 2017

 

ROMA – Di seguito la comunicazione dell’Inps in merito all’avvio della prossima campagna di accertamento di esistenza in vita dei pensionati residenti all'estero.

“Il messaggio 30 agosto 2017, n. 3378 comunica le novità relative alle modalità di accertamento dell’esistenza in vita per il 2017, in merito al servizio di pagamento delle prestazioni INPS a beneficiari residenti all'estero, affidato a Citibank.

La platea dei pensionati interessati sarà frazionata in due blocchi distinti in base al paese di residenza e saranno programmate due differenti fasi di verifica, a partire da settembre 2017.

La prima fase, che si svolgerà da settembre 2017 a febbraio 2018, riguarda i pensionati residenti in: Africa; Australia (Oceania); Europa, a esclusione dei Paesi Scandinavi, dei Paesi dell’Est Europa e degli stati limitrofi.

Le comunicazioni saranno inviate a settembre 2017 e il pagamento della rata di febbraio 2018, per coloro i quali non faranno pervenire l’attestazione entro il 5 gennaio 2018, avverrà in contanti presso le agenzie Western Union del paese di residenza. In caso di mancata riscossione personale, il pagamento delle pensioni sarà sospeso a partire dalla rata di marzo 2018.

La seconda fase, che si svolgerà da febbraio a luglio 2018, riguarda i pensionati residenti in: Sud America; Centro America; Nord America; Asia; Estremo Oriente; Paesi Scandinavi; Paesi dell’Est Europa e paesi limitrofi.

Le comunicazioni saranno inviate a febbraio 2018 e il pagamento della rata di luglio 2018, per coloro che non faranno pervenire l’attestazione entro i primi giorni di giugno 2018, avverrà in contanti presso le agenzie Western Union del paese di residenza. In caso di mancata riscossione personale, il pagamento delle pensioni sarà sospeso a partire dalla rata di agosto 2018.

Con un messaggio di prossima uscita sarà comunicato il rilascio di un nuovo servizio online attraverso il quale gli interessati potranno verificare l’inclusione della posizione pensionistica in ciascuna delle due fasi in cui si articola l’accertamento, lo stato e gli esiti del processo di verifica sulla base delle informazioni che saranno trasmesse da Citibank”. (Inform/dip)

 

 

 

 

La cultura veneta all’estero. Entro il 18 settembre le domande

 

Venezia - È stato pubblicato nel Bollettino ufficiale della Regione Veneto il decreto del 10 agosto “Approvazione modulistica per la presentazione di progetti di iniziative e attività culturali per la valorizzazione e la tutela della cultura veneta all'estero - anno 2017. Art. 9, L.R. n. 2/2003 e s.m.i”.

Il decreto fa seguito all’approvazione da parte della giunta regionale (con DGR n.1261 dell’8 agosto) dei termini e delle modalità di presentazione delle domande di contributo per la realizzazione di progetti di iniziative e attività culturali per la valorizzazione e la tutela della cultura veneta all’estero, come previsto dalla legge regionale.

La richiesta di assegnazione di contributo può essere presentata da amministrazioni pubbliche, istituzioni culturali, associazioni senza scopo di lucro, nonché dalle Associazioni, dai Comitati e dalle Federazioni dei Circoli veneti all’estero iscritti al registro regionale.

Le domande di contributo devono pervenire all’Unità Organizzativa Flussi Migratori entro e non oltre le ore 12.00 del 18 settembre 2017.

Per presentare domanda si deve usare la modulistica approvata dalla Giunta e pubblicata sul Bur, disponibile sul sito della Regione. dip 

 

 

 

 

A Molfetta fino al 10 settembre il 36° Convegno dei Molfettesi nel Mondo

 

Molfetta – È in corso fino al 10 settembre la 36^ edizione del Convegno dei Molfettesi nel Mondo, organizzato dalla omonima Associazione con i patrocini di Regione Puglia, Città Metropolitana di Bari e Comune di Molfetta.

Un appuntamento fisso, aperto a tutta la cittadinanza ma soprattutto agli emigranti che tornano a Molfetta in occasione della festa patronale della Madonna dei Martiri.

“Bentornati a Casa!” è il saluto che campeggia sull’immagine dell’evento, opera della bravissima grafica Patrizia Nappi: un aereo che atterra proprio davanti all’arco di ingresso a Molfetta vecchia, con un red carpet che accoglie i molfettesi che tornano nella loro città.

“Quest’anno - ha spiegato la presidente Angela M. R. Amato - il programma è particolarmente articolato e comprende, accanto ai tradizionali eventi religiosi e istituzionali, una mostra foto-documentaria, spettacoli teatrali e musicali e una visita guidata nel centro storico di Molfetta”.

Il Convegno ha avuto un’insolita anteprima il 1° settembre con l’inaugurazione della mostra “Una città nel pallone - 100 anni di calcio a Molfetta”, curata dai fratelli Gianni e Franco Pansini. Ha tagliato il nastro il sindaco Tommaso Minervini, accompagnato da mister Gaetano Salvemini. Ha presentato la mostra Giuseppe Saverio Poli.

È seguita, il 2 settembre, l’apertura del Convegno: dopo gli interventi delle presenze istituzionali, il prof. Bepi Poli, docente di storia moderna presso l’Università degli Studi di Bari, ha tenuto una conversazione sul primo flusso migratorio verso l’America con un reading di Corrado La Grasta. Lucrezia d’Ambrosio ha coordinato la serata.

Due gli appuntamenti religiosi: domenica 3 presso la Basilica la tradizionale Messa dell’Emigrante; l’8 settembre, l’associazione e i convegnisti parteciperanno allo “sbarco” del sacro simulacro della Santa Patrona ed alla processione.

Nei giorni 4, 5 e 6 settembre, si alterneranno uno spettacolo teatrale in vernacolo, “Citte citte mezz o’ vourghe”, del Collettivo Dino Larocca, da sempre vicino all’associazione e agli emigranti molfettesi, un concerto del Coro dell’Associazione culturale Eirene e il concerto del complesso bandistico “Santa Cecilia - Città di Molfetta” con il soprano Desiré Pappagallo. Gli eventi, aperti a tutti e gratuiti, si svolgeranno presso la Fabbrica di San Domenico.

Non mancherà, nel pomeriggio del 5 settembre, una visita guidata nel centro storico cittadino, curata da Isa de Pinto.

Sabato, 9 settembre, l’appuntamento istituzionale del “Molfetta Day”, istituito dal Consiglio Comunale nel 2003 e che vedrà i convegnisti accolti dalle Autorità comunali nell’Aula consiliare di Palazzo Giovene.

Il convegno si chiuderà domenica 10, presso la Sala Ricevimenti Hotel Garden, con un incontro conviviale di arrivederci che sarà anche l’occasione per raccogliere fondi per finanziare le iniziative dell’associazione.

“Un programma, senza dubbio impegnativo, realizzabile solo grazie all’attivismo organizzativo di alcuni soci, alla collaborazione di persone e associazioni amiche ed al generoso supporto degli sponsor” spiega la presidente che, insieme al direttivo e a tutti i soci, rivolge a tutta la comunità molfettese un caloroso invito a partecipare a tutti gli appuntamenti in programma. Gli eventi sono pubbllicati sul sito dell’Associazione: molfettesinelmondo.it. de.it.press

 

 

 

 

Lingua italiana, 50 corsi ICoN per i discendenti di trentini all’estero. Domande entro il 2 ottobre

 

PISA/TRENTO - Anche per il 2018 la Provincia autonoma di Trento mette a disposizione 50 licenze ai corsi di italiano on line di ICoN – Consorzio di Università che promuove la lingua e la cultura italiana attraverso l’e-learning. Le licenze sono destinate a discendenti di emigrati trentini residenti all’estero: i vincitori potranno studiare per un anno on line l’italiano, in classi virtuali, guidati da tutor ICoN esperti nell’insegnamento on line. Oltre a svolgere attività interattive e a intervenire nei forum di classe, gli studenti potranno svolgere anche lezioni per perfezionare la loro lingua parlata. Coloro che supereranno i test e le esercitazioni del livello principianti potranno accedere nel biennio successivo ai livelli più avanzati, sempre grazie al supporto della Provincia autonoma di Trento.

La domanda per ottenere una delle licenze deve essere presentata direttamente alla Provincia autonoma di Trento, seguendo le istruzioni indicate alla pagina 50 corsi di italiano online, in cui è possibile anche trovare il bando completo. La scadenza per la presentazione delle domande è il 2 ottobre 2017.

La collaborazione tra ICoN e la Provincia autonoma di Trento va avanti con successo ormai dal 2003 e ha consentito a più di 750 studenti di studiare la loro lingua d’origine da casa, grazie a corsi di alta qualità didattica. Dal 2018, inoltre, ci sarà un’importante novità: i corsi on line di ICoN, appena rinnovati, si presentano ancora più ricchi e interessanti, grazie a un’impostazione grafica completamente nuova e all’aggiunta di funzionalità. Il successo dell’iniziativa è dimostrato – si sottolinea da IcoN - anche dalla soddisfazione degli studenti, che, grazie a questa opportunità, possono seguire un percorso triennale di studio della lingua italiana con un metodo innovativo ed efficace. (Inform)

 

 

 

 

 

 

Bundessozialgericht. EU-Ausländer auf Jobsuche haben Anspruch auf Sozialhilfe

 

Ein genereller Ausschluss von Sozialhilfeleistungen verstößt gegen das Grundgesetz. Jeder Mensch hat Anspruch auf Existenzminimum. Das entschied das Bundessozialgericht in einem Fall einer aus Bulgarien stammenden Klägerin.

EU-Bürger, die in Deutschland Arbeit suchen, haben Anspruch auf ein gesichertes Existenzminimum und dürfen nicht von der Sozialhilfe ausgeschlossen werden. Das hat das Bundessozialgericht (BSG) in Kassel am Mittwoch entschieden und damit seine bisherige Rechtsprechung bekräftigt. (AZ: B 14 AS 31/15 R)

Nach den geltenden gesetzlichen Bestimmungen sind EU-Bürger auf Jobsuche von Hartz-IV-Leistungen ausgeschlossen. Das BSG hatte allerdings im Dezember 2015 entschieden, dass bei einem „verfestigten Aufenthalt“ – in der Regel gelte dies ab sechs Monaten – Arbeit suchende EU-Bürger Sozialhilfe erhalten können. Denn ihnen stehe das im Grundgesetz garantierte Existenzminimum zu.

Gericht: Jeder hat Anspruch auf Existenzminimum

Im jetzt entschiedenen Fall hatte die aus Bulgarien stammende Klägerin Hilfeleistungen verlangt. Die Frau war vier Monate lang beschäftigt, dann aber arbeitslos geworden. Das Sozialgericht Dortmund versagte ihr die beantragte Sozialhilfe und stellte sich damit gegen die Rechtsprechung des BSG.

Dieses bekräftigte nun seine bisherige Auffassung. Jeder Mensch habe Anspruch auf Sicherstellung seines Existenzminimums. Ob die neuen, seit 2017 geltenden strengeren Regelungen über die Gewährung geringerer Sozialhilfeleistungen rechtmäßig sind, hatte das Gericht nicht zu entscheiden. Ein genereller Ausschluss von Sozialhilfeleistungen verstoße aber in jedem Fall gegen das Grundgesetz. (epd/mig 31)

 

 

 

Merkel: Europa hat „Hausaufgaben“ in Flüchtlingspolitik noch nicht gemacht

 

Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) hat der Europäischen Union Nachholbedarf in der Flüchtlingspolitik bescheinigt. Europa habe „seine Hausaufgaben“ noch nicht gemacht, sagte Merkel in ihrer Sommerpressekonferenz in Berlin.

 

Die Kanzlerin will sich bei EU-Kommissionspräsident Jean-Claude Juncker für eine Verlängerung der Grenzkontrollen unter anderem zwischen Deutschland und Österreich auch über den November hinaus einsetzen.

„So, wie sich die Situation im Augenblick darstellt, glaube ich, brauchen wir diese Grenzkontrollen“, sagte Merkel und kündigte an, mit Juncker bei einem Treffen am Mittwoch in Berlin darüber sprechen zu wollen. Die EU-Kommission hatte Deutschland, Österreich und drei weiteren Ländern im Mai erlaubt, die wegen der Flüchtlingskrise eingeführten Grenzkontrollen noch bis November beizubehalten. Gleichzeitig betonte EU-Innenkommissar Dimitris Avramopoulos, diese Verlängerung sei das „letzte Mal“.

Abmachungen mit afrikanischen Ländern finden

Die Kanzlerin verteidigte erneut ihre Entscheidung vom Spätsommer 2015, die Grenzen für Flüchtlinge zu öffnen. Angesichts der „humanitären Ausnahmesituation“ sei es „richtig und wichtig“ gewesen, damals Schutzsuchende aufzunehmen. Merkel bekräftigte auch ihre Forderung an EU-Staaten wie Polen und Ungarn, sich bei der Verteilung von Flüchtlingen in Europa solidarisch zu zeigen.

Für eine „dauerhafte Lösung“ müsse die EU Abmachungen mit afrikanischen Staaten finden, sagte die Kanzlerin. Dabei müsse es einerseits darum gehen, den Schlepperbanden das Handwerk zu legen und die illegale Migration zu beenden. Auf der anderen Seite müsse der „humanitäre Schutz“ der betroffenen Menschen gewährleistet werden. Außerdem müsse die Entwicklungshilfe verstärkt werden, um jungen Menschen aus afrikanischen Ländern Perspektiven in ihrer Heimat zu bieten.

Bei einem Gipfeltreffen in Paris hat Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) mit Staats- und Regierungschefs mehrerer europäischer und afrikanischer Länder über eine gemeinsame Flüchtlingspolitik beraten.

In einem Interview mit der „taz“ sagte Merkel, dass sie auch Kontingente für eine legale Einwanderung aus Afrika für denkbar halte. Eine „bestimmte Anzahl von Menschen“ könnte in Deutschland „studieren oder arbeiten“. So gebe es in Deutschland etwa einen großen Bedarf an Pflegekräften. „Nur zu sagen, Illegalität geht nicht und gar nichts

anzubieten, ist falsch.“

Über neue Wege im Umgang mit Flüchtlingen hatte Merkel am Montagabend bei einem Treffen mit den Staats- und Regierungschefs Frankreichs, Spaniens, Italiens, Libyens, des Tschad und des Niger in Paris beraten. Die europäischen Staaten beschlossen dabei, die Asylchancen von Flüchtlingen künftig womöglich schon in den Transitstaaten Tschad und Niger zu prüfen.

Pro Asyl: Gipfel ist nur „Augenwischerei und Irreführung der Öffentlichkeit“

Merkel machte am Dienstag allerdings deutlich, dass Europa bei den Partnerschaften mit

afrikanischen Staaten erst „am Anfang eines Prozesses“ stehe. Die Organisation Pro Asyl kritisierte die Beschlüsse von Paris als „Augenwischerei und Irreführung der Öffentlichkeit“. In Haftlagern unter menschenunwürdigen Bedingungen könne es keine fairen Asylverfahren geben, erklärte Pro-Asyl-Geschäftsführer Günter Burkhardt.

Grünen-Spitzenkandidatin Katrin Göring Eckardt sprach von einem Abschottungsgipfel. „Das einzige, was Merkel offensichtlich will, ist: möglichst viele Menschen von Europa

fernzuhalten“, sagte sie der Internetseite „Buzzfeed“.

Die EU-Staaten hätten eine rechtliche und moralische Pflicht, schutzbedürftige Flüchtlinge aus Afrika in Europa aufzunehmen, sagte der EU-Kommissar für Migration, Dimitris Avramopoulos.

Derweil drängt laut einem Bericht des „Handelsblatts“ EU-Innenkommissar Dimitris Avramopoulos die EU-Staaten dazu, deutlich mehr Flüchtlinge aus Afrika nach Europa umzusiedeln. „Wir haben eine rechtliche und eine moralische Pflicht, jenen Schutz zu bieten die ihn wirklich brauchen“, schrieb Avramopoulos demnach in einem Brief an die EU-Innenminister. Die Regierungen sollten sich bis Mitte September zu ihren Aufnahmekapazitäten äußern. EA mit AFP 29

 

 

 

 

„Beim Pariser Flüchtlingsgipfel blieb vieles offen“

 

Das Gipfeltreffen in Paris am Dienstag zur europäischen Flüchtlingspolitik hatte vor allem ein Ziel: Das Leid von Schutzbedürftigen und Migranten soll aus dem Blickfeld der Europäer verschwinden, indem die europäischen Außengrenzen de facto vollends nach Afrika verlagert werden. Das ist das kritische Fazit von Amnesty International. In der Tat will die Europäische Union die Ansprüche auf Asyl oder einen Flüchtlingsstatus künftig bereits in afrikanischen Staaten wie Niger oder Tschad prüfen lassen, wie auf dem Pariser Flüchtlingsgipfel bekannt wurde. Die deutsche Bundeskanzlerin Angela Merkel deutete an, sie könne sich vorstellen, mit afrikanischen Ländern Kontingente über die Übernahme von Flüchtlingen zu vereinbaren. Radio Vatikan hat mit dem Flüchtlingsexperten Christopher Hein gesprochen und ihn zunächst gefragt, ob die Linie, wie sie die Bundeskanzlerin andeutete, die richtige Richtung sei.

Hein: „In den Vereinbarungen, die in Paris getroffen wurden, bleibt sehr vieles offen. Es wird da nicht klar, wie viele Flüchtlinge, die irgendwo in Drittländern in Afrika als solche anerkannt würden, dann tatsächlich die Möglichkeit haben, auf legale Weise in die EU einzureisen: Ob das über Kontingente passiert wie in den klassischen Settlement-Programmen, die es seit vielen Jahren gibt, wenn auch in sehr kleinem quantitativen Maßstab. Oder ob über diesen beschlossenen Mechanismus automatisch jeder, der seine Anerkennung als Flüchtling in einem afrikanischen Land bekommt, dann eine Einreisemöglichkeit in ein europäisches Land hat. Diese und viele andere Fragen sind ungeklärt; es ist auch ungeklärt, in welcher Weise dieses Verfahren zur Anerkennung von Flüchtlingen oder zur Unterscheidung zwischen Flüchtlingen und Arbeitsmigranten aussehen soll.

Ich habe da große Bedenken, denn ich will nicht, dass wir in eine Art „australisches Modell“ hereinschlittern, wo einfach die ganze Frage des Asyls auf andere Staaten ausgebootet wird, in diesem Fall auf Länder wie Niger, Tschad oder sogar Libyen, damit die Menschen nicht mehr hier hereinkommen können.“

RV: Es kommen ja aufgrund der Zusammenarbeit der libyschen Küstenwache mit der EU seit Juni weniger Flüchtlinge in Italien an, heißt es. Wie aber ist die Lage dieser „abgehaltenen“ Menschen in Libyen?

Hein: „Die Lage ist nach wie vor schrecklich. Die Menschen, die in libyschen Gewässern von der libyschen Küstenwache gestoppt werden auf der Reise Richtung Sizilien und Europa, werden nach Libyen zurückgebracht. Sie werden dort der Polizei übergeben und kommen sofort in geschlossene Abschiebezentren, von denen auch noch jüngste Berichte sagen – und ich kann das aus eigener Anschauung bestätigen – dass dort absolut menschenunwürdige Zustände herrschen. Daran hat sich bisher nichts wesentlich geändert; es gibt natürlich die Hoffnung, dass über den Einsatz der internationalen Organisationen wie dem UNHCR oder der internationalen Migrationsorganisation, zusammen auch mit nichtstaatlichen Agenten, in der Zukunft eine Verbesserung eintritt. Im Augenblick muss man aber konstatieren, dass ungefähr 15.000 Flüchtlinge und Migranten von der libyschen Küstenwache zurückgebracht worden und in diesen Zentren auf unbestimmte Zeit eingesperrt sind.“

RV: Die beiden Entscheider in Libyen, Ministerpräsident al-Sarradsch und General Haftar, markierten vor Macron zuletzt Eintracht. Werden sie aber in den Flüchtlingsfragen auch tatsächlich zusammenarbeiten?

Hein: „Das ist alles in der Praxis zu sehen. Natürlich wäre es gut, wenn es zu einer politischen  Einigung der verschiedenen Regierungen und Exponenten zwischen dem östlichen Teil des Landes Kyrenaika und dem westlichen Teil Tripolitana gäbe und damit ein Auseinanderfallen dieses komplexen Landes verhindert würde. Aber das sind bisher nur Wunschvorstellungen, wo man sehen muss, wie sich das in der Praxis dann auswirkt. Für den Augenblick kann man sagen, dass es keine wirkliche Zentralregierung gibt, die eine Kontrolle über das gesamte libysche Territorium hätte.“

RV: Die UN soll in Libyen für eine Verbesserung der humanitären Lage der Migranten sorgen, wurde vorgeschlagen - wie realistisch ist das?

Hein: „Man kann nur hoffen, dass sich die Lage irgendwie verbessern wird. Man kann auch seine Bedenken haben. Bisher operieren die meisten internationalen Organisationen, wie auch die meisten westlichen Botschaften für Libyen aus Tunis; die sind aus Sicherheitsgründen nicht mal physisch anwesend im libyschen Raum. Bisher können wir nur hoffen, auf sehr geringer Stufenleiter zumindest einen Überblick über die Lage in diesen Abschiebezentren zu bekommen und einen ersten Schritt zur humanitären Hilfe hin zu tun. Man darf aber nicht vergessen, dass die Menschen in diesen Zentren ohne irgendwelche Rechte sind; dass sie keinen Rechtsbeistand haben, keinen Rechtsanwalt anrufen können, dass es keinen richterlichen Beschluss gibt, dass die Zeit der Inhaftierung unbestimmt ist. 

Es geht nicht nur darum, die Qualität von Wasser und Ernährung zu verändern und zumindest die Gewalt, die in diesen Zentren ausgeübt wird, zu kontrollieren. Es geht auch darum, dass diese Menschen tatsächlich Rechte bekommen. Davon sind wir weit entfernt, aber sicherlich muss dafür gearbeitet werden, dass das passiert. Das hängt alles miteinander zusammen: Weil die politische Lage in Libyen so konfus ist, ist es natürlich auch schwierig, Kontrolle über den Respekt und die Einhaltung von grundlegenden Menschenrechten zu garantieren.“

RV: Wie läuft es derzeit, Ihrer Beobachtung nach, mit der Lebensrettung auf dem Mittelmeer - nach Einführung des Verhaltenskodex für NGOs und der Übereinkunft mit der libyschen Küstenwache?

Hein: „Da gibt es große Bedenken. Die Libyer haben jetzt ihren sogenannten SAR-Bereich – Search and Rescue – erheblich ausgeweitet, auf etwa 40 Seemeilen. Das ist weit mehr, als die libyschen Territorialgewässer wären, das sind 12 Seemeilen. Die NGO-Schiffe haben Angst, in diesen Bereich einzufahren, weil sie fürchten, dass die libysche Marine tatsächlich direkte Gewalt anwenden könnte, weil sie das als ihren Bereich erklärt, obwohl es sich nach wie vor natürlich um internationale Gewässer handelt. Das ist zwar nicht direkt in den Katalog der Verhaltensmaßregeln eingeschrieben, aber die Konsequenz ist, dass der Operationsbereich für die humanitären Schiffe erheblich eingeschränkt wird.“

(rv/pm 30.08.)

 

 

 

 

Spitzen-Treffen in Paris. Debatte um Flüchtlingslager in Afrika

 

Europäische Länder wollen stärker mit den Herkunfts- und Transitländern von Flüchtlingen zusammenarbeiten, um illegale Migration zu verhindern. Bei einem Spitzen-Treffen in Paris stehen Flüchtlingslager in Afrika in der Diskussion. Hilfsorganisationen und Grünen kritisieren die Flüchtlingspolitik.

 

Vor dem Pariser Spitzentreffen zur Flüchtlingspolitik ist die Diskussion um Lager für Migranten und Flüchtlinge in Nordafrika wieder aufgeflammt. Während die Grünen sowie „SOS Méditerranée“ die Haltung der Bundesregierung angriffen, verwies die Europäische Kommission noch einmal auf den Vorstoß, Flüchtlinge mit einer Unterstützung von 10.000 Euro pro Person sicher nach Europa bringen zu lassen.

Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) schaue in der Flüchtlingspolitik hauptsächlich darauf, wie man sich Flüchtlinge „vom Hals halten“ könne, sagte Ska Keller, Grünen-Chefin im Europaparlament, am Montag im Südwestrundfunk. Sinnvoller seien legale Fluchtwege wie beim „Resettlement“ („Neuansiedlung“) durch das UNHCR, sagte Keller vor dem Gipfel, den Frankreichs Präsident Emmanuel Macron für Montagabend in Paris anberaumt hatte.

Diskussion über Migrantenlager in Afrika

Erwartet wurden dort neben Merkel auch die Ministerpräsidenten von Italien und Spanien, Paolo Gentiloni und Mariano Rajoy, die EU-Außenbeauftragte Federica Mogherini, die Präsidenten von Tschad und Niger, Idriss Déby und Mahamadou Issoufou, sowie der Vorsitzende des libyschen Präsidialrats, Fayez Al-Sarradsch. In Paris sollte darum gehen, Fluchtursachen zu bekämpfen, illegale Migration einzudämmen und Migration besser zu steuern.

Diskutiert wurde in den vergangenen Wochen unter anderem über Migrantenlager in afrikanischen Staaten. SPD-Kanzlerkandidat Martin Schulz äußerte sich kurz vor dem Pariser Treffen in der Passauer Neuen Presse zustimmend: „Natürlich müssen wir stärker gegen Schlepper vorgehen und dort, wo es in Nordafrika zu rechtsstaatlichen Bedingungen möglich ist, europäische Anlaufstellen schaffen.“

Merkel: Keine BAMF-Außenstellen in Afrika

Kanzlerin Merkel sagte am Sonntag im ZDF, man könne nicht in Afrika Außenstellen des Bundesamtes für Migration und Flüchtlinge (BAMF) bilden. Zugleich verteidigte sie die derzeit von der EU geleistete Hilfe für die libysche Küstenwache. Diese wird oft kritisiert, weil die Küstenwache auf dem Meer aufgenommene Menschen zurück nach Libyen bringt, wo in Lagern oft unmenschliche Zustände herrschen. Merkel sagte dazu, wenn die Menschen aufgegriffen würden, gelte Folgendes: „Die libysche Küstenwache übergibt sie an die internationalen Organisationen, und Deutschland unterstützt mit anderen, dass die Menschen dort dann zu menschlichen Bedingungen in Libyen verweilen können.“

„SOS Méditerranée“ widersprach indirekt dieser Einschätzung. Die Hilfsorganisation forderte EU und Bundesregierung auf, „ihrer humanitären Verantwortung gerecht zu werden, anstatt sie auf bewaffnete Gruppen abwälzen, die derzeit in internationalen Gewässern unterwegs sind und sich als ‚libysche Küstenwache‘ bezeichnen.“

UNHCR beklagt Aufnahmebereitschaft

Die EU-Kommission erinnerte unterdessen an ihre Anstrengungen zum „Resettlement“. Im Juli hatte die Behörde die Mitgliedstaaten aufgefordert, insbesondere aus Afrika Menschen über ein solches Programm einreisen zu lassen. Bis Mitte September sollen die Regierungen sagen, wie viele Menschen sie aufnehmen wollen. Bisher haben Industrieländer jedoch nur wenige Plätze bereitgestellt. Im vergangenen Jahr hätte die Staaten nur 15 Prozent der benötigten Umsiedlungsplätze geschaffen.

Beim „Resettlement“ werden Menschen durch internationale Organisationen wie das UNHCR als besonders schutzbedürftig identifiziert und dann direkt und sicher in ein Aufnahmeland gebracht. Die EU-Kommission unterstützt dies mit 10.000 Euro pro Flüchtling. Daneben arbeitet die Kommission an der Verbesserung der Bedingungen in libyschen Lagern mit. Zugleich hilft die Kommission bei der Stärkung der libyschen Küstenwache, die Menschen nach Libyen zurückbringt.

Das UNHCR beklagte unterdessen generell die geringe Aufnahmebereitschaft für „Resettlement“ in Industrieländern. 2016 hätte die Staaten nur 15 Prozent der benötigten Umsiedlungsplätze geschaffen, sagte ein Sprecher am Montag in Genf dem epd. (epd/mig 29)

 

 

 

 

Zwist um Verlängerung der europäischen Grenzkontrollen

 

Am 11. November endet die Frist für Grenzkontrollen innerhalb des Schengenraums. Diese sind seit 2015 als Folge der Flüchtlingswelle zulässig.

In Anspruch genommen wird diese Regelung derzeit von Österreich, Deutschland (an der Grenze zu Österreich), Dänemark, Schweden und Norwegen. Eine Sprecherin der EU-Kommission hat dazu bereits verlauten lassen, dass eine weitere Verlängerung der Personenkontrollen nicht möglich sein wird.

Die EU-Kommission lehnt eine Verlängerung der Grenzkontrollen in Europa über den November hinaus ab.

Das wiederum dürfte zum Konflikt mit einigen EU-Staaten führen. Österreichs Innenminister Wolfgang Sobotka will diese Personenkontrollen nämlich „im Interesse der öffentlichen Ordnung“ unbedingt weiterführen. Und zwar solange, als es keinen wirklich funktionierenden Außengrenzenschutz der EU gibt. Und Sobotka darf diesmal nicht nur mit der Unterstützung der Bayern sondern auch von Bundeskanzlerin Merkel rechnen. Sie will diese Kontrollen, kurz vor der Bundestagswahl, „bis uns die Sicherheitsbehörden sagen, dass sie nicht mehr notwendig sind“.

Auch Österreichs Bundespräsident Alexander van der Bellen hat sich zu Wort gemeldet. Er spricht sich gegen eine weitere Verlängerung der Personenkontrollen aus, weil eine solche Maßnahme gegen das geltende EU-Recht verstoßen würde.

Anlasslose Kontrollen an den Grenzen zu EU-Nachbarstaaten dürfen nicht der früheren Grenzbewachung entsprechen, hat der EuGH entschieden.

Die Frist 11. November könne daher nur durch eine Novellierung des Schengengesetzes umgangen werden. Nach Ansicht Van der Bellens ließen sich aber Migrationsfragen nur durch eine Miteinander lösen „und nicht auf der nationalstaatlichen Ebene allein“ lösen. Er sieht eine Lösung in der Flüchtlingskrise nur darin, dass der Verteilungsprozess zwischen den EU-Ländern endlich funktioniert. Was ihm am Rande des Alpbacher Forums, das sich heute dem Thema „Zukunft Europas“ widmet, prompt den Vorwurf eintrug, dass es sich dabei wohl nur um einen „frommen Wunsch“ handeln könne, der mit den Realitäten in keinen Bezug steht. Herbert Vytiska (Wien) | EA 28

 

 

 

 

Zwei Jahre nach dem "Flüchtlingssommer" – Wo stehen wir?

 

Schätzungsweise 890.000 Schutzsuchende kamen 2015 nach Deutschland. In einer Expertise für den MEDIENDIENST ziehen die Migrationsforscher Olaf Kleist und Ina Göken nun Bilanz: Wie finden Flüchtlinge Zugang zum Bildungssystem? Und wie ist ihre Situation auf dem Arbeitsmarkt? Das Fazit der Forscher: Es gab viele Fortschritte, doch bei Asylverfahren, der Anerkennung ausländischer Abschlüsse und der Wohnsitzauflage sehen sie Änderungsbedarf.

Wie hat sich die Asyl- und Integrationspolitik seit dem Sommer 2015 entwickelt? Welche Innovationen und Rückschritte gab es in der Praxis? Olaf Kleist und Ina Göken vom "Institut für Migrationsforschung und Interkulturelle Studien" (IMIS) an der Universität Osnabrück haben in einer Expertise die wichtigsten Zahlen, Entwicklungen und Herausforderungen dargelegt. Die Erkenntnisse im Überblick:

ASYLVERFAHREN

Die Schutzquote. Die Schutzquote (oder auch "Gesamtschutzquote") benennt in der Amtssprache den Anteil aller Asylanträge, über die vom BAMF positiv entschieden wurde. Sie umfasst alle Entscheidungen auf Asyl, Flüchtlingsschutz, subsidiären Schutz und Abschiebungsverbote. Sie wird von Behörden und der Bundesregierung zum Beispiel verwendet, um Länder nach einer guten oder schlechten "Bleibeperspektive" zu unterscheiden. Für alle Herkunftsländer zusammen lag sie 2015 bei 50 Prozent. Quelle: Mediendienst Integration ist seit 2015 deutlich gesunken. Und viel häufiger als 2015 wird Flüchtlingen nur ein subsidiärer SchutzSubsidiärer Schutz ist der dritte Schutzstatus, den Asylbewerber in Deutschland bekommen können. Um subsidiären ("behelfsmäßigen") Schutz zu bekommen, muss ein Antragssteller nachweisen, dass ihm im Herkunftsland "ernsthafter Schaden" droht, beispielsweise wegen eines Bürgerkriegs, auch wenn bei ihm keine Fluchtgründe für Asyl oder Flüchtlingsschutz vorliegen. Diesen vergleichsweise "geringeren" Schutz erhalten nur sehr wenige Asylbewerber (etwa ein Prozent im Jahr 2015). Quelle: BAMF, Quelle: Mediendienst Integration zugesprochen, der temporär und ohne Recht auf Familienzusammenführung ist. Die so entstehende Unsicherheit habe einen großen Einfluss auf die Integrationsmöglichkeiten der Flüchtlinge, so Kleist und Göken.

UNTERBRINGUNGS- UND WOHNSITUATION

Mit dem Anstieg der Flüchtlingszahlen verschärfte sich der Mangel an günstigem Wohnraum noch weiter. Zwar haben Bund und Länder in der Folge die Finanzierung von sozialem Wohnraum aufgestockt, doch nach Ansicht von Kritikern nicht in ausreichendem Maße.

Asylbewerber müssen seit einer Gesetzesänderung vom Oktober 2015 bis zu sechs Monate in einer Erstaufnahmeeinrichtung bleiben – zuvor waren es maximal drei Monate. Für Menschen aus "sicheren HerkunftsstaatenDeutschland hat einige Länder zu "sicheren Herkunftsstaaten" erklärt (nicht zu verwechseln mit sicherer Drittstaat). Die deutschen Behörden gehen davon aus, dass dort "keine politische Verfolgung oder erniedrigende Bestrafung oder Behandlung" stattfindet. Deshalb sind die Chancen auf Schutz und Asyl gering, wenn man aus diesen Ländern kommt. Per Gesetz ist geregelt, dass darunter alle Mitgliedstaaten der Europäischen Union fallen, ebenso wie Albanien, Bosnien und Herzegowina, Ghana, Kosovo, Mazedonien, Montenegro, Senegal und Serbien. Aktuell ist geplant, auch Algerien, Marokko und Tunesien in diese Liste aufzunehmen. Quelle: BAMF, Asylpaket II. Zahlen und Fakten: Mediendienst Integration

" gelten sogar noch längere Fristen. Für anerkannte Flüchtlinge, deren Lebensunterhalt nicht gesichert ist, greift seit 2016 eine Wohnsitzauflage. Demnach können sie bis zu drei Jahre verpflichtet werden, an einem bestimmten Ort zu leben. Internationale Erfahrungen – zum Beispiel aus Dänemark oder Schweden – zeigten jedoch, dass sich eine solche Wohnpolitik negativ auf die Integration von Flüchtlingen in den Arbeitsmarkt auswirkt, schreiben Kleist und Göken.

ZUGANG ZUM BILDUNGSSYSTEM

2015 waren 0,8 bis 2 Prozent der Schüler neu nach Deutschland zugewandert. Wie Schüler beschult werden, ist von Bundesland zu Bundesland unterschiedlich, oft sogar von Schule zu Schule. Willkommensklassen seien wenig erfolgreich mit Blick auf die Integration, schreiben die Forscher. Die Aufnahme in reguläre Klassen und zusätzlicher Sprachunterricht sind Modelle, die zurzeit stärker eingesetzt werden, so Kleist und Göken. Sie bemängeln jedoch, dass aktuell nur sehr wenige geflüchtete Kinder es ans Gymnasium schaffen.

INTEGRATION IN DEN ARBEITSMARKT

Laut der "Bundesagentur für Arbeit" (BA) treffen geflüchtete Menschen auf einen Arbeitsmarkt in guter Verfassung. Auch das Deutsche Institut für Wirtschaftsforschung formulieren eine positive Prognose: Zwar werde es zunächst eine hohe Arbeitslosigkeit unter anerkannten Flüchtlingen geben, doch nach drei bis zehn Jahren überwiege der positive gesamtökonomische Effekt der Fluchtmigration.

Verbesserungsbedarf sehen Kleist und Göken bei der Anerkennung von ausländischen Berufsabschlüssen. Zudem müssten Integrationsmaßnahmen, die für Asylbewerber mit hoher Bleibeperspektive geschaffen wurden, auch auf Personen mit sogenannter geringer Bleibeperspektive und auf Asylbewerber aus "sicheren Herkunftsstaaten" ausgeweitet werden, heißt es in der Expertise. MedInt. 25

 

 

 

USA. Trump setzt weiter auf harte Linie bei Einwanderung

 

Trump hält an seiner harten Einwanderungspolitik fest und wirbt für Unterstützung im US-Kongress. Im Gespräch ist ein Deal, wonach die Legalisierung von Menschen ohne Papiere von der Finanzierung von Grenzmauern abhängig gemacht werden soll.

US-Präsident Donald Trump hat seine harte Linie in der Einwanderungspolitik bekräftigt. Er sei wegen seiner Haltung zur Einwanderung zum Präsidenten gewählt worden, sagte Trump am Dienstag (Ortszeit) auf einer Großveranstaltung in Phoenix im Bundesstaat Arizona. Er werde seine Versprechen halten, betonte er vor Tausenden jubelnden Anhängern. Nach vielen Jahren, in denen die USA die Grenzen anderer Nationen verteidigt hätten, verteidige man nun endlich die eigenen Grenzen.

„Wir bauen eine Mauer an der südlichen Grenze, das ist absolut notwendig“, betonte Trump. Sicherheitskräfte hätten in den USA ganze Städte von kriminellen Gangs befreit und deren Mitglieder deportiert. Das Weiße Haus teilte unterdessen mit, die Behörde zur Einwanderungs- und Grenzsicherung (ICE) habe unter Trump 48.580 „illegale Ausländer“ festgenommen und abgeschoben, 32 Prozent mehr als im Vorjahr. Die Zahl illegaler Grenzübertritte sei um 47 Prozent zurückgegangen.

Deal: Legalisierung gegen Grenzmauer

Trump appellierte an den US-Kongress, seine Programme zu unterstützen. Der Kongress hat bisher noch kein Geld bewilligt für die Grenzmauer. Anfang August warb der Präsident für ein Gesetz zur Halbierung der legalen Einwanderung auf etwa 500.000 Menschen im Jahr. Künftig sollten Menschen bevorzugt werden, die Englisch sprechen und demonstrieren, dass sie „zu unserer Wirtschaft beitragen“.

Unklar bleibt, was mit den rund 800.000 Menschen geschieht, die als Kinder ohne Papiere in die USA gebracht worden sind. Ex-Präsident Barack Obama hatte sich für die Legalisierung ihres Aufenthalts ausgesprochen. Nach Medienberichten erwägt das Weiße Haus ein Bleiberecht. Als Gegenleistung demokratischer Politiker erhoffe Trump Zustimmung zur Finanzierung der Grenzmauer und von Abschiebegefängnissen, berichtete der Zeitungskonzern McClatchy.

Trump: Verlogene Medien

Trump nutzte einen großen Teil seiner Ansprache zum Angriff auf die „verlogenen Medien“, die seine Aussagen zu den rassistischen Ausschreitungen in Charlottesville am vergangenen Wochenende entstellt hätten. „Die Medien“ seien schuld an der gesellschaftlichen Spaltung. „Das sind schlechte Menschen. Ich denke wirklich, dass sie unser Land nicht mögen.“ Ein Kommentator im Fernsehsender CBS erklärte, er habe Trump noch nie so zornig erlebt wegen der Medien.

Das Gebet zum Auftakt der Veranstaltung sprach der Baptistenprediger Franklin Graham. Amerika sei eine gebrochene Nation, sagte Graham. Gott möge die Amerikaner zusammenführen zur Einheit. Trump bemühte sich auch um Optimismus. Er werde Amerika wieder stolz, groß, wohlhabend und sicher machen. Mehrere tausend Menschen demonstrierten gegen Trump. Die Polizei setzte offenbar nach Trumps Rede Tränengas ein, um die Kundgebungsteilnehmer zu vertreiben. (epd/mig 24)

 

 

 

„Dieser Krieg ist militärisch nicht zu gewinnen“

 

Mirco Günther über die neue Afghanistan-Strategie der US-Administration. Von Mirco Günther

 

Im Wahlkampf wollte Donald Trump die US-Truppen aus Afghanistan noch abziehen. Jetzt sehen wir eine dramatische Wende. Wie bewerten Sie die neue Afghanistan-Strategie der US-Regierung?

Zunächst ist es gut, dass die USA ihr Commitment zu Afghanistan bekräftigt haben. Nach den Aussagen von Donald Trump im Wahlkampf wären ja auch ganz andere Szenarien vorstellbar gewesen. Mit Afghanistan ging es bei der Rede vom Montag auch um ein innenpolitisch denkbar schwieriges Thema für jeden US-Präsidenten, auch zuvor schon für Bush und Obama. Immerhin ist Afghanistan inzwischen der längste Kriegseinsatz in der US-Geschichte. Schnelle Antworten und einfache Konzepte gibt es da nicht mehr.

Trumps Antwort auf diese Herausforderung fällt aber stark einseitig aus. Und sie ist falsch. Die Konzentration auf lediglich militärische Mittel – oder wie er sagt „wir betreiben keinen Staatsaufbau, wir töten Terroristen“ – ist kein Erfolgsrezept. Im Gegenteil, sie könnte eher zur weiteren Konflikteskalation beitragen. Natürlich muss man Terrorgruppen in Afghanistan auch militärisch und polizeilich begegnen. Vor allem bekämpft man Terror aber durch starke staatliche Institutionen, eine handlungsfähige Regierung, nicht-korrupte Sicherheitsorgane und unabhängige Gerichte. Kurz, Trumps Plan fehlen politische, gesellschaftliche und wirtschaftliche Ansätze.

Seine Ankündigungen bedeuten eine wieder stärkere Konzentration der Amerikaner auf einen Kampfeinsatz, das heißt geringere Kontrolle aus Washington, weniger Transparenz, mehr Luftschläge – und damit wohl auch mehr zivile Opfer. Das sorgt für Verstimmung bei den europäischen Partnern, die primär auf das Ausbildungs- und Beratungsmandat im Rahmen der aktuellen NATO-Mission „Resolute Support“ setzen und einen Mangel an Koordination zwischen den USA und Europa beklagen.

Dass der US-Präsident  Indien zu einem stärkeren Engagement ermutigt und gleichzeitig Pakistan deutlich kritisiert hat, scheint mir außerdem für die regionale Dynamik und vor dem Hintergrund der ohnehin schon komplizierten Beziehungen zwischen beiden Staaten nicht hilfreich, egal, was man in der Sache von Trumps Bewertung hält.

Wie sehen die Menschen in Afghanistan diese Ankündigungen? Welche Reaktionen gab es bei Partnern, mit denen Sie in Afghanistan arbeiten?

Da gibt es, wenig überraschend, ein sehr diverses Meinungsspektrum. Präsident Ghani und Chief Executive Abdullah haben Donald Trumps Ankündigungen begrüßt. Auch der ehemalige Geheimdienstchef und frühere Staatsminister für Sicherheitsreformen, Amrullah Saleh, begrüßte die Einlassungen des US-Präsidenten. Andere, wie der frühere Präsident Hamid Karzai, haben die Pläne stark kritisiert. Allgemein überwiegt bei den Afghanen, mit denen ich gesprochen habe, in ersten Reaktionen die Erleichterung darüber, dass es nicht zu dem von Trump noch vor kurzem in Aussicht gestellten Truppenabzug gekommen ist. Gleichzeitig sind viele zivilgesellschaftliche Partner und Menschenrechtsaktivisten besorgt, eben weil die neue Strategie – die so neu ja gar nicht ist – auch eine Eskalation und noch weniger Rechenschaft bedeuten könnte.

Deutschland und die internationale Gemeinschaft engagieren sich seit 16 Jahren in Afghanistan. Die Sicherheitslage ist schlecht, die Wirtschaft eingebrochen und die Regierung zerstritten. War alles umsonst?

Deutschland gehört zu den größten Gebernationen in Afghanistan. Zweifelsohne sind Verbesserungen erkennbar, etwa in den Bereichen Bildung, Alphabetisierung, medizinische Versorgung, Gesundheit oder Armutsbekämpfung. Auch hat Afghanistan, zumindest in den großen Städten, eine aktive Zivilgesellschaft und Medienlandschaft.

Aber wir müssen in der Afghanistan-Diskussion ehrlich sein. Die deutliche Verschlechterung der Sicherheitslage in vielen Provinzen im Norden und die zahlreichen Anschläge in der Hauptstadt Kabul unterstreichen, dass auch Gebiete, die wir für vermeintlich sicher hielten, es heute nicht mehr sind. Viele Fortschritte ließen sich nicht verstetigen, Errungenschaften blieben fragil. Insofern wäre es in der aktuellen Situation schon ein Erfolg, wenn es nicht noch schlimmer würde.

Gleichzeitig bin ich der Ansicht, dass wir mit Begriffen wie „Erfolg“ oder „Misserfolg“ zu sehr im Schwarz-Weiß-Denken bleiben. Wir müssen uns klarmachen, mit welchen Zielen Deutschland damals nach Afghanistan gegangen ist. Welche Gründe spielten etwa mit Blick auf die Bündnissolidarität innerhalb der NATO eine Rolle? Welche Ziele hatten wirklich mit Afghanistan zu tun?

Nach 16 Jahren in Afghanistan brauchen wir aus meiner Sicht vor allem eines: eine umfassende unabhängige Evaluierung und eine öffentliche Diskussion zur ganzen Breite unseres Engagements – militärisch, polizeilich und zivil. Das einzige NATO-Land, welches eine solche Bestandsaufnahme bisher unternommen hat, ist Norwegen. Vielleicht ja auch ein Beispiel für uns?

Fast 40 Jahre dauern Konflikte und kriegerische Auseinandersetzungen in Afghanistan nun an. Kann dieser Krieg überhaupt noch enden und ist eine Lösung vorstellbar?

Dieser Krieg ist militärisch nicht zu gewinnen. Vermutlich für keine Seite. Die Lösung kann letztlich nur politisch sein. Und das wird ein schmerzhafter Prozess. Ein Beispiel: Im letzten Jahr unterzeichnete die afghanische Regierung ein Friedensabkommen mit dem ehemaligen Kriegsfürsten Gulbuddin Hekmatyar, der im Volksmund bekannt ist als „Schlächter von Kabul“. Der Deal war militärisch zwar nicht mehr so entscheidend, aber er hatte hohe symbolische Bedeutung. Dass Hekmatyar zurückkehren durfte, obwohl er z.B. Kabul in den 1990er Jahren mit Raketen unter Beschuss genommen hatte und vom UN-Sicherheitsrat im Februar 2017 noch eigens von der Sanktionsliste genommen werden musste, war für viele Afghanen eine schwierige Erfahrung. Das zeigte sich vor allem bei der Inszenierung seiner Rückkehr nach Kabul im Mai.

Trump hat ja auch angedeutet, dass man zwangsläufig irgendwann in Gespräche mit den Taliban wird treten müssen. Der bittere Kompromiss wird dann wohl zunächst in Verhandlungen selbst mit Kriegsverbrechern bestehen. Denn dieser Konflikt wird nur am Verhandlungstisch gelöst werden können, verantwortet und gesteuert von den Afghanen selbst. Und auch unter Einbindung regionaler Akteure über Südasien hinaus. Ich denke da etwa an China, Russland oder Iran.

Stabilität ist nicht gleich Frieden. Und ein Friedensabkommen bringt leider nicht unmittelbar Gerechtigkeit und Aussöhnung. Wie sollte es auch anders sein nach fast 40 Jahren Krieg.  Die Fragen stellte Sabine Dörfler.  IPG 29

 

 

 

Weniger Flüchtlinge – doch Österreich glaubt immer weniger an Integration

 

Ein Fünftel der österreichischen Bevölkerung hat selbst Migrationshintergrund. Dennoch werden die Österreicher beim Thema Integration immer skeptischer.

Der jüngste vom für Integrationsfragen zuständigen Bundesministerium vorgelegte Bericht zeigt eine interessante Entwicklung auf: Die Zuwanderung nimmt zwar einerseits ab, auch als eine Folge der Schließung der Balkanroute. Doch gleichzeitig steigt in der Bevölkerung die Skepsis gegenüber der Integrationsfähigkeit der Zugewanderten. Im Vergleich zum Vorjahr hat sich die Einstellung der Österreicher noch um zwölf Prozent verschlechtert. Die Hälfte der Bevölkerung ist heute der Meinung, dass die Integration „eher schlecht“ funktioniert, 16 Prozent sehen sie sogar als „sehr schlecht“ .

Bemerkenswert ist auch, dass vor allem bei den türkischen Zu- und Einwanderern ein Entfremdungsprozess eingesetzt hat. Während unter den Personen aus dem ehemaligen Jugoslawien nur 31 Prozent noch ihrer alten Heimat anhängen, sind dies bei den Türken gleich 57 Prozent. Auch die Integrationsfähigkeit ist bei den Serben, Kroaten und Bosniern eine viele bessere als bei jenen, die aus dem Land am Bosporus nach Mitteleuropa gekommen sind. Hier spielt offenbar die nationalistische Politik des Erdogan-Regimes eine nicht unwesentliche Rolle.

Wenn es um Sprache, Bildung und Arbeit geht, sind Muslime in Westeuropa gut integriert. Dennoch bleiben sie in der Gesellschaft Außenseiter, so eine Studie.

Jeder Fünfte hat Migrationshintergrund

Studiert man die Zahlen im Detail, so haben 22 Prozent der 8,6 Millionen Einwohner einen Migrationshintergrund erste und zweite Generation. Das heißt sie selbst oder ihre Eltern sind aus dem Ausland zugewandert. Wenngleich gegenüber 2015 ein deutlicher Rückgang bei den Zuzügen aus dem Ausland eingetreten ist, so bewegt sich die Zuwanderung für ein kleines Land wie Österreich noch immer auf einem beachtlichen Niveau.

Betrug das sogenannte Wanderungssaldo 2015 exakt 113.067 Personen, so belief es sich im vergangenen Jahr noch immer auf 64.676 Zuzüge. Bei den Aslyanträgen liegen übrigens Afghanen vor Syrern deutlich an der Spitze, während die Iraker von 2015 auf 2016 weit abgefallen sind.

Die Regierung in Wien hat sich zu einer Verschärfung des „Fremdenrechts“ durchgerungen. Asylwerber, die sich etwas zuschulden kommen lassen, werden künftig ausgewiesen.

Für den Integrationsexperten und Verfasser der Studie, Heinz Fassmann, steht damit fest, dass Österreich als Hochlohnland mit sozialer Sicherheit und einem leistbaren starken Bildungssystem auch weiterhin ein attraktives Ziel bleiben werde. Das gelte sowohl für Flüchtlinge als auch für gut qualifizierte Arbeitskräfte aus anderen EU-Staaten und für Studenten.

Integration ist und bleibt alternativlos

Der Integrationsoptimismus der Österreicher hat sich im vergangenen Jahr trotz rückläufiger Asylzahlen sogar noch verschlechtert. Dabei müsse, so Faßmann, allen bewusst sein, dass die Integration an sich letztlich alternativlos ist. Denn erst mit der Aufnahme in den Arbeitsmarkt kann es auch positive ökonomische Effekte geben. Sowohl für die betroffenen Menschen als auch für den Staat. Aufgrund der bisherigen Erfahrungen zeigt sich jedenfalls, dass die Integration der in den vergangenen zwei Jahren nach Österreich gekommenen Flüchtlinge noch „ein langer Weg sein wird“.

In Österreich beginnt die heiße Wahlkampfzeit. Doch der Sommer hat in der Parteienlandschaft Spuren hinterlassen. Eine Reihe von Politikern haben die Farbe gewechselt.

Integrationsminister Sebastian Kurz legte in diesem Zusammenhang auch noch Zahlen vor, die den finanziellen Einsatz dokumentieren, den Österreich geleistet hat und noch leistet. So ist bis 2019 mit Kosten zur Bewältigung der Flüchtlingsaufnahme, der Schulungen und Kurse sowie der Schaffung eines sozialen Auffangnetzes von etwa 12 Milliarden Euro zu rechnen.

Für Kurz heißt dies, dass wenn man einen Wohlfahrtsstaat europäischer Prägung auch weiterhin aufrecht erhalten will, dann sei eine Zuwanderung wie in den vergangenen beiden Jahren höchst problematisch. Ziel müsse daher sein, sowohl national als auch international den Flüchtlingsströmen entgegenzutreten: „Nachhaltig hilft man vor Ort.“ Österreich müsse in die Position kommen selbst zu entscheiden, wer zuwandert und wer nicht: „Das kann nicht die Entscheidung der Schlepper sein.“ Herbert Vytiska (Wien) | Euractiv 25

 

 

 

Kehrtwende in der amerikanischen Afghanistan-Strategie

 

Truppenaufstockung statt Abzug aus Afghanistan: US-Präsident Donald Trump will den Militäreinsatz am Hindukusch entgegen früheren Äußerungen fortsetzen und ausweiten.

Mit der Verkündung seiner Afghanistan-Strategie machte Trump den Weg für die Entsendung von bis zu 3900 zusätzlichen US-Soldaten frei. Er zeigte sich auch erstmals offen für eine politische Einigung mit den Taliban und erhöhte zugleich den Druck auf Pakistan. Kabul und die westlichen Verbündeten begrüßten Trumps Ankündigung.

Während die Bundesregierung die Entscheidung begrüßte, kam von SPD und Grünen auch scharfe Kritik. Verteidigungsministerin Ursula von der Leyen betonte allerdings in Eckernförde, dass für Deutschland eine weitere Truppenaufstockung derzeit nicht infrage komme.

„Die Bundesregierung begrüßt die Bereitschaft der Vereinigten Staaten, sich weiterhin langfristig in Afghanistan zu engagieren“, teilte eine Regierungssprecherin mit. „Auf dem Weg zur Stabilisierung des Landes ist unser Einsatz weiterhin notwendig.“ Gleichzeitig forderte die Sprecherin aber auch einen Dialog „mit den Teilen der Taliban“, die zu einem friedlichen Ausgleich bereit seien.

Während es generell Lob für den Verzicht auf einen Abzug der US-Truppen gab, kritisierten etwa die Grünen die Ankündigung Trumps, sich voll auf die Terrorismusbekämpfung zu konzentrieren. „Die Trennung von Terror-Bekämpfung und Staatsaufbau ist verheerend und verkennt den Kern der Radikalisierung in Afghanistan“, sagte der Grünen-Außenexperte Omid Nouripour der Nachrichtenagentur Reuters. „Ohne Staatsaufbau kann man nur Terror-Symptome bekämpfen, nicht den Terrorismus.“

„Die martialische Kriegsrhetorik von Präsident Trump ist erschreckend und droht, den Konflikt in Afghanistan weiter zu befeuern“, sagte der SPD-Außenpolitiker Niels Annen zu Reuters. „Dennoch ist es gut, dass ein unmittelbarer Truppenabzug aus Afghanistan, wie ihn Donald Trump im US-Wahlkampf selbst gefordert hat, nach der gestrigen Rede vom Tisch ist.“ Dieser hätte Afghanistan um Jahre zurückgeworfen und das Land wieder zu einem Rückzugsort für Terroristen werden lassen, sagte er. Offenbar hätten sich die Realisten in der Trump-Regierung durchgesetzt. „Die Hauptverantwortung für die weitere Entwicklung im Land hat die politische Elite in Kabul“, sagte Annen.

Klare Zustimmung zu Trump kam aus der Union: „Es zeigt sich, dass es richtig war, unser Engagement in Afghanistan konsequent fortzusetzen“, sagte der verteidigungspolitischer Sprecher der Unions-Fraktion, Henning Otte, zu Reuters. „Afghanistan braucht nach wie vor unsere Unterstützung auf dem Weg zu mehr staatlicher Stabilität. Das dient auch der Sicherheit Deutschlands.“ Auch er appellierte an die afghanische Regierung, ihre Anstrengungen zu erhöhen.

Der außenpolitische Sprecher der Unions-Fraktion, Jürgen Hardt, wertet Trumps Entscheidung auch als Zeichen, dass er wieder enger mit den westlichen Partner zusammenarbeiten wolle. „Ich sehe darin ein deutliches Bekenntnis zu einer bündnisorientierten und auf internationales Engagement ausgerichteten amerikanischen Außenpolitik“, sagte der CDU-Politiker zu Reuters. Die amerikanische Regierung nehme ihre Verantwortung wahr und halte sich an das, was sie unter Trumps Vorgänger Barack Obama mit ihren Partnern verabredet habe: kein Abzugsdatum, sondern die Bewertung der Fortschritte im Land als Grundlage für die Entscheidung über das fortgesetzte Engagement. „Es bleibt zu hoffen, dass die US-Außenpolitik damit wieder berechenbarer wird“, sagte der Transatlantik-Koordinator der Bundesregierung. EA mit Reuters 22.8.

 

 

 

Wie die USA Trump überleben können

 

Vier Survival-Tipps gegen den politischen Verfall von Jeffrey D. Sachs. Von Jeffrey D. Sachs

 

Die USA befinden sich inmitten eines politischen Niedergangs und sind nicht in der Lage, eine nationale wirtschaftliche Agenda oder eine stimmige Außenpolitik zu verfolgen. Im Weißen Haus herrscht Chaos; der Kongress ist gelähmt und die Welt betrachtet das Treiben mit Angst und Erstaunen. Wenn wir diesen Zusammenbruch überleben und überwinden wollen, müssen wir seine Ursachen verstehen.  

In Washington, D.C. gibt es zwei Machtzentren: das Weiße Haus und den Kongress. An beiden Orten herrscht Konfusion, allerdings aus unterschiedlichen Gründen. 

Die Funktionsstörungen im Weißen Haus sind größtenteils auf die Persönlichkeit von Präsident Donald Trump zurückzuführen. Für zahlreiche Experten entspricht Trumps Verhalten den Symptomen einer narzisstischen Persönlichkeitsstörung – übersteigerte Selbstbezogenheit, pathologisches Lügen, mangelnde Reue oder Schuldeinsicht, Oberflächlichkeit im Ausdruck, parasitärer Lebensstil, Impulsivität, fehlende Übernahme von Verantwortung für sein Handeln und kurzzeitige eheliche Beziehungen.

Die Folgen könnten verhängnisvoll sein. Pathologische Narzissten neigen dazu, sich in gewalttätige Konflikte und Kriege zu verstricken (man denke an Lyndon B. Johnson und Vietnam oder an Andrew Jackson und die ethnische Säuberung der Ureinwohner Amerikas). Zumindest fehlt es Trump an den für konstruktive Regierungsarbeit erforderlichen psychologischen Eigenschaften: Ehrlichkeit, Würde, Kompetenz, Empathie, relevante Erfahrungen und die Fähigkeit zu planen. Laut Angaben einiger Beobachter zeigt Trump auch Anzeichen verminderter geistiger Leistungsfähigkeit.  

In Washington hofft man, dass die „Erwachsenen“ Trumps gefährliche Neigungen im Zaum halten. Doch bei den „Erwachsenen“ in Trumps Regierung handelt es sich nicht um Zivilisten, sondern zunehmend um Militärs – unter anderen um drei Generäle (John Kelly, den neuen Stabschef des Weißen Hauses, den nationalen Sicherheitsberater H.R. McMaster und Verteidigungsminister James Mattis). Kluge Führungspersonen aus dem zivilen Leben sind der Schlüssel für den Frieden, insbesondere angesichts der Tatsache, dass Amerikas riesige Kriegsmaschinerie stets hochtourig läuft. Man erinnere sich an die Militärberater John F. Kennedys, die während der Kuba-Krise einen Krieg befürworteten oder man denke an Mattis Kriegslust gegen den Iran.

Es bestehen noch zwei weitere Sicherheitsventile: Der 25. Verfassungszusatz sieht die Möglichkeit zur Absetzung eines Präsidenten vor, der nicht in der Lage ist, der Verantwortung des Amtes gerechtzuwerden, sowie auch ein Amtsenthebungsverfahren aufgrund „schwerer Verbrechen und Vergehen.” Beides sind extreme Maßnahmen in der US-Verfassungsordnung und beide würden die Zustimmung republikanischer Spitzenvertreter erfordern. Dennoch könnte sich die eine oder andere Maßnahme als notwendig und sogar dringend erweisen, wenn Trumps psychologische Instabilität oder politische Schwäche ihn dazu bringt, einen Krieg vom Zaun zu brechen. 

Der politische Niedergang im Kongress gestaltet sich zwar weniger dramatisch, ist aber dennoch gravierend. Ursache ist dort nicht eine Persönlichkeitsstörung, sondern Geld. Die Legislative ist durch das Lobbying von Unternehmen und durch Wahlkampfspenden zutiefst korrumpiert. Zwei Brüder, die 100-Milliarden-US-Dollar-schweren Industriellen David und Charles Koch, beherrschen praktisch die Abstimmungen und verfügen auch über Einfluss auf den Parlamentspräsidenten Paul Ryan sowie den Mehrheitsführer im Senat, Mitch McConnell.

Das Ergebnis ist politisch pervers. Unablässig treiben Ryan und McConnell Gesetzesentwürfe voran, die eher den Koch-Brüdern zugute kommen als den Menschen in Amerika. Die versuchte Aufhebung der beispielhaften Gesundheitsgesetzgebung von Präsident Barack Obama, des Affordable Care Act aus dem Jahr 2010 („Obamacare“) hatte nichts mit Meinungen oder Interessen der Wähler zu tun; das wollten einfach die Koch-Brüder (und andere Mega-Spender der Republikaner).

Aus diesem Grund wurde die Aufhebungsgesetzgebung bis zum letzten Moment geheim gehalten und auch nie der Beurteilung oder Analyse durch Experten unterzogen – oder von einem Kongressausschuss diskutiert. Die Gesetze konnten nur verabschiedet werden, weil man sie unter Verschluss hielt und die Abstimmung mitten in der Nacht über die Bühne brachte. Im Endeffekt wechselten drei republikanische Senatoren die Seite und entschieden sich für die Menschen in Amerika und nicht für die Kochs.

Zwischen Trumps Narzissmus und dem Geld der Koch-Brüder geriet die US-Regierung zum Scherbenhaufen. In Washington gibt es in beiden Parteien immer noch viele intelligente und talentierte Menschen, aber Amerikas politische Institutionen und formelle Prozesse sind geschwächt. Die Bundesregierung ist mit einem Aderlass an wissenschaftlicher Expertise konfrontiert, da Forscher von sich aus gehen oder entfernt werden und die Budgets von Behörden Ziel drastischer Kürzungen sind. Erfahrene Diplomaten verlassen in Scharen das Außenministerium. Unterdessen installieren Lobbyisten ihre Getreuen und Mitläufer in der gesamten Regierung.

Und in dem ganzen Getöse sind Kriegstrommeln zu vernehmen, die meisten unheilvollerweise gegen den Iran und Nordkorea. Handelt es sich dabei um Theaterdonner oder um echte Drohungen? Kein Mensch weiß es. Trumps Außen- und Militärpolitik wird mittlerweile in frühmorgendlichen Tweets ohne Wissen der Mitarbeiter des Weißen Hauses oder hochrangiger offizieller Vertreter verkündet. Die Situation ist gefährlich und verschlimmert sich.

Ich schlage drei unmittelbar zu ergreifende Maßnahmen sowie einen vierten, längerfristigen Schritt vor.

Der erste Schritt ist, Trump von Twitter zu entfernen. Die USA – und die Welt – brauchen eine öffentliche Politik durch Konsultationen und Beratungen und nicht die sich verschlimmernde Pathologie eines Mannes. Die deutliche Mehrheit der Menschen in Amerika pflichten bei, dass Trumps Tweets die nationale Sicherheit und das Präsidentenamt beschädigen.  

Zweitens sollten die führenden Kräfte im Kongress auf parteiübergreifender Basis Trumps kriegerische Neigungen in die Schranken weisen. Artikel I, Absatz 8 der amerikanischen Verfassung legt fest, dass der Kongress über Kriegserklärungen entscheidet, und der Kongress muss diese Befugnis wieder für sich reklamieren, bevor es zu spät ist.

Drittens sollten die wichtigsten Mächte der Welt – am dringendsten Amerikas NATO-Verbündete sowie China und Russland – klarstellen, dass ein unilateraler Angriff auf den Iran oder Nordkorea eine gravierende und illegale Verletzung des Friedens darstellt und dass Angelegenheiten im Hinblick auf Krieg und Frieden mit dem UN-Sicherheitsrat vereinbart werden müssen. Wären die USA in jüngster Vergangenheit den kollektiven Erkenntnissen des UN-Sicherheitsrates gefolgt, hätte man mehrere andauernde Katastrophen vermieden, darunter das Chaos im Irak, in Libyen und Syrien, und man hätte sich Billionen US-Dollars erspart und hunderttausende Menschenleben gerettet.  

Der vierte, längerfristige Schritt besteht in einer Verfassungsreform, um die USA von einem instabilen präsidentiellen System in Richtung eines parlamentarischen Systems zu bewegen oder zumindest eines gemischt präsidentiell-parlamentarischen Systems wie dem in Frankreich. Der Präsident verfügt über viel zu viel Macht – wodurch auch die Gefahr einer außer Rand und Band geratenen Präsidentschaft besteht.

Es muss noch viel mehr getan werden, um in den USA die demokratische Legitimität wiederherzustellen, darunter auch die Einführung strengerer Grenzen hinsichtlich Wahlkampffinanzierung und Lobbying. In erster Linie allerdings müssen wir die gefährliche Präsidentschaft Trumps überleben, indem wir den Frieden bewahren. PS/IPG 22

 

 

 

Italien: Ein Jahr nach dem Erdbeben…

 

In Amatrice und anderen Ortschaften in Mittelitalien gedenken die Leute der Opfern, die vor einem Jahr ihr Leben verloren haben, nachdem ein Erdbeben die Häuser zum Einsturz brachte. Viele Menschen haben die Orte verlassen, der Wiederaufbau kommt wegen der Bürokratie und aus anderen Gründen kaum voran.

Unser Kollege Alessandro Guarasci von der italienischen Abteilung von Radio Vatikan war an diesem Donnerstag in Amatrice und sprach mit dem Bürgermeister Sergio Pirozzi: „Es herrscht hier ein Kontrast: auf der einen Seite sehen wir langsam, wie die Stadt wieder aufgebaut wird und auf der anderen Seite hingegen sind die immer noch sichtbaren Ruinen und Haufen von Gestein, die nicht weggetragen wurden. Für uns ist das nicht einfach nur Gestein, dahinter steckt unsere Geschichte und vor allem jener, die nicht mehr mitten unter uns sind. Ganze Familien sind weg. Deshalb ist auch Trauer damit verbunden. Deshalb hoffe ich, dass nächstes Jahr diese Ansammlung von Ruinen nicht mehr da sind, stattdessen soll die neue Schule stehen und hoffentlich auch die meisten neuen Häuser.“

„Das ist unsere Geschichte“

Die katholische Kirche hat seit jener Nacht vor einem Jahr die Überlebenden und Hinterbliebenen mit Hilfe der Caritas und anderen katholischen Hilfswerken unterstützt. „Es gab Momente, da hatten auch wir einen Tiefpunkt erreicht, weil man nicht mehr weiter wusste“, sagt eine freiwillige Helferin Radio Vatikan. „Es gab so viel zu tun. Und dann gab es Glücksmomente, als wir Menschen das Leben retten konnten. Es war eine schlimme Tragödie. Wir können ein Jahr danach auch keine Bilanz ziehen. Was wir sagen können, ist das seit einem Monat die Situation anders geworden ist. Denn mittlerweile können hier die Menschen wieder zum Beispiel Brot kaufen und müssen nicht mehr auf die Hilfe der Caritas warten. Das ist eine positive Nachricht. Die Leute hier können jetzt wieder morgens die Zeitung kaufen. Das klingt jetzt komisch, aber der normale Alltag ist das, was seit mehreren Monaten hier fehlte.“ (rv 24.08.)

 

 

 

Die EU wird in Frankreich immer beliebter

 

Ein Jahr nach dem Brexit-Referendum sind die Franzosen in Bezug auf die Zukunft der EU optimistisch, so die Studie, die vergangenen Freitag veröffentlicht wurde. Sie hätten mehr Vertrauen in die europäischen Institutionen und ein positiveres Bild von ihnen.

Im Mai sagten 56 Prozent der Befragten, sie seien optimistisch. Das sind 14 Prozentpunkte mehr als in einer Eurobarometer-Umfrage vom Herbst 2016, und der höchste Wert in der gesamten EU. Die pro-europäische Wahlkampagne von Präsident Macron scheint sich ausgezahlt zu haben.

Insgesamt befürwortet ein Großteil der Franzosen die europäische Politik – mit auffälliger Ausnahme möglicher Erweiterungen in den kommenden Jahren. Nach Frieden zwischen den europäischen Ländern nannten die Befragten den freien Waren-, Dienstleistungs- und Personenverkehr als größte Errungenschaft der EU.

Allerdings sagten auch mehr als 60 Prozent der Teilnehmer, dass sie nur wenig über ihre Rechte als EU-Bürger wissen.

„Es herrscht Optimismus in Europa. Wir wollen unsere Bemühungen, die Bürger darüber zu informieren, wie sie täglich von der EU profitieren, fortsetzen und diesen positiven Trend beibehalten,” kommentierte Isabelle Jégouzo, eine Vertreterin der EU- Kommission in Frankreich.

Terrorismus und Arbeitslosigkeit

44 Prozent der Befragten in ganz Europa nannten Terrorismus als wichtigste Herausforderung der EU. In 21 Mitgliedsländern wurde dieses Thema an erster Stelle genannt; 2016 war dies nur in Spanien der Fall. Erstaunlicherweise wurde das Thema besonders häufig in Ländern wie Litauen (60 Prozent), Tschechien (59 Prozent), Zypern und Malta (jeweils 58 Prozent) genannt, obwohl diese Länder bisher relativ wenig von Terrorismus betroffen waren.

Tschechien hat von EU-Geldern in Milliardenhöhe profitiert, aber nur ein Drittel der Einwohner sieht die EU-Mitgliedschaft positiv. Tschechische EU-Abgeordnete wollen das ändern.

Auch Immigration wird von rund 40 Prozent der Europäer als wesentliches Thema angesehen. Die Spitzenwerte kommen aus Estland mit 62, Ungarn mit 60 und Dänemark mit 56 Prozent. Die Problematik beschäftigt aber auch viele Deutsche, Niederländer, Österreicher und Schweden. Lediglich in Portugal wurde Migration nicht als eines der drei wichtigsten Probleme genannt.

In Frankreich wiederum ist die Arbeitslosigkeit das akuteste Problem. 29 Prozent der Befragten nannten das Thema – weniger als in den vergangenen Jahren. Gesamteuropäisch liegt Arbeitslosigkeit auf dem fünften Platz.

Immigration ist für die Franzosen das zweitwichtigste Thema. Aber auch dieses Problem nannten mit 22 Prozent erheblich weniger Menschen, als vorher (26 Prozent in 2016 und 36 Prozent in 2015). Folgend wurden soziale Sicherheit (20 Prozent) und Terrorismus (19 Prozent) genannt. Manon Flausch EA 21

 

 

 

 

Muslime in Europa: Kluft zwischen Realität und Wahrnehmung

 

Es herrscht eine Kluft zwischen der öffentlichen Wahrnehmung des Islams in Europa und der Lebensrealität. Das ist das Ergebnis des Religionsmonitors der Bertelsmann-Stiftung, wie die Leiterin der Studie Religionsmonitor, Yasemin El-Menouar, im Gespräch mit dem Kölner Domradio erläutert.

Eine zentrale Aussage der aktuellen Studie zeigt: die rund 4,7 Millionen Muslime in Deutschland sind überwiegend gut integriert. „Deshalb ist es auch wichtig mit Daten und Fakten zu schauen, wie es tatsächlich aussieht und die Wahrnehmung und öffentlichen Debatten zu versachlichen. Ein Aspekt ist natürlich auch, dass wir in den letzten Jahren häufig nur über Probleme sprechen, die auch passieren, aber das ist eben nur ein Ausschnitt“, so Yasemin El-Menouar. Die Studie zeige „das ganze Bild“ und da seien auch zu sehen, wie die Integration von Muslimen in Deutschland und anderen europäischen Ländern deutliche Fortschritte gemacht habe.

Deutliche Fortschritte

„Wir haben gesehen, dass eigentlich in allen untersuchten Ländern Muslime in der Bildung zunehmend aufholen und eine gewisse Bildungsmobilität zeigen. Das läuft aber nicht in allen Ländern gleichermaßen schnell. In Deutschland verläuft dieser Prozess etwas langsamer als beispielsweise in Frankreich und das liegt vor allem daran, dass das deutsche Bildungssystem stark nach sozialer Herkunft selektiert, weil Bildungsentscheidungen sehr früh getroffen werden“, erläutert die Studienleiterin. Nach der 4. Klasse werde über die Bildungskarriere der Kinder entschieden. In anderen Ländern wie Frankreich könnten die Kinder länger gemeinsam lernen. „So können auch Muslime Startnachteile, die beispielsweise durch einen niedrigen Bildungshintergrund entstehen, wieder aufholen“, sagt El-Menouar.

Integration in beide Richtungen

Es gebe zwei Faktoren zu berücksichtigen: einerseits um die Frage, wie man Migranten besser in die Gesellschaft einbringen könne und andererseits wie man eine Religionsgemeinschaft wie den Islam in Deutschland besser integrieren könne. Denn, so sagt El-Menouar, „diese beiden Faktoren werden häufig vermengt, aber sie sollten getrennt diskutiert werden. „Wenn es um die Integration einer Religionsgemeinschaft geht, ist natürlich Folgendes wichtig zuschauen: Wie schaffen wir es, dass auch Muslime ihre Rechte als Religionsgemeinschaft wahrnehmen können und anderen Religionen gleichgestellt sind. Da ist natürlich die Einführung des islamischen Religionsunterrichtes ein Faktor, um in Richtung Gleichstellung zu gehen.“

(domradio 25.08.)

 

 

 

 

Polen hält an Anti-Migrationspolitik fest

 

Während die Umverteilung von Flüchtlingen innerhalb der EU neue Rekordwerte erreicht (im Juni wurden rund 3000 Menschen umgesiedelt), halten Polen, Tschechien und Ungarn an ihrer Anti-Migrationspolitik fest und wehren sich gegen die EU-Maßnahmen. Ein Bericht von EURACTIV Poland.

 

Obwohl die Europäische Kommission gegen Polen – ebenso wie gegen die Tschechie Republik und Ungarn – Verfahren eingeleitet hat, „da diese Länder ihren rechtlichen Verpflichtungen im Bereich der Umverteilung nicht nachkommen“, bleibt Warschau seiner politischen Linie treu. Das unterstrich Innenminister Mariusz B?aszczak vergangene Woche in einem Brief an die Kommission erneut. Außerdem habe die polnische Regierung einen Antrag auf die Beendigung der Vertragsverletzungsverfahren gegen das Land gestellt.

B?aszczak schrieb: „Es ist falsch und eine Lüge, zu behaupten, dass eine Umverteilung die Flüchtlingskrise lösen wird. Die derzeitige EU-Politik der offenen Grenzen ist schädlich, sie ist Selbstmord. Polen wird keine Flüchtlinge aufnehmen.”

Die EU hat den Mitgliedsstaaten Polen und Ungarn gestern ein Ultimatum für Juni gesetzt, ihren Anteil an Flüchtlingen aus Italien und Griechenland aufzunehmen – andernfalls drohen Sanktionen.

Er verwies weiter darauf, dass nationale Sicherheit nicht von Brüssel diktiert werden könnte, sondern Aufgabe der einzelnen nationalen Regierungen sei: „Wir sind nicht damit einverstanden, dass die Rechte der EU-Institutionen dahin ausgeweitet werden, dass die Befugnisse der Nationalregierungen in Bezug auf Sicherheit, Integration und Soziales eingeschränkt werden.“

B?aszczak sieht auch eine Verbindung zwischen Immigration und terroristischen Anschlägen. „Paris, Stockholm, Brüssel, Berlin, Manchester, Barcelona. Wie viele europäische Städte müssen noch von Terroristen angegriffen werden, bis die Europäische Union aufwacht; bis die Europäische Kommission endlich zugibt, dass die ungehinderte Einreise aller Menschen an den europäischen Küsten eine Schlinge um den Hals Europas ist?“, schreibt der Minister.

Interessanterweise wurde diese eindeutige Ausdrucksweise nur in der polnischen Version veröffentlicht. Die englische Übersetzung klingt milder und spart das Thema Terrorismus aus. Karolina Zbytniewska | EURACTIV.pl 28

 

 

 

 

Asien. Schluss mit dem Machogehabe

 

Die USA müssen China beim Nordkoreakonflikt mit ins Boot holen. Gegenüber Kim Jong Un zurückzupöbeln bringt nichts. Von Herbert Wulf 

 

In letzter Zeit hat der verbale Schlagabtausch zwischen Pjöngjang und Washington deutlich an Schärfe zugenommen. Oder sollte man besser sagen: zwischen Pjöngjang und einem Golfplatz in New Jersey, wo Donald Trump seine Sommerferien verbracht hat. Denn aus Washington hört man von den zuständigen Ministern und Beratern konziliantere Töne als vom Präsidenten. De facto hat sich wenig verändert. Nordkorea provoziert, wie bereits seit Jahren, mit Raketen- und Atomtests und scheint sich von internationalen Reaktionen, sei es aus Peking, aus Südkorea, durch die UN oder durch die US-Regierung nicht beeindrucken zu lassen.

Während Obama als Präsident im vergangenen Jahr die nordkoreanischen Provokationen unbeantwortet ließ, – eine Strategie, die ohne Wirkung blieb – ist Donald Trump in die nordkoreanische Falle getappt. Denn ein Dialog oder eine Auseinandersetzung auf Augenhöhe mit den USA haben seit langem Priorität für die Nordkoreaner. Schon Kim Jong Il, der Vater des heutigen Diktators, ließ manche Verhandlungsrunde platzen, weil die USA es ablehnten, bilateral mit Nordkorea zu verhandeln. Endlich reagieren die USA, so frohlocken Kim und seine Generäle, während in der Vergangenheit bestenfalls in mulitilateralen Foren, wie den Sechs-Parteiein-Gesprächen mit China als Moderator, verhandelt wurde.

Noch streiten die beiden Regierungen mit gegenseitigen Verbalinjurien. Trump wird von ranghohen Regierungsvertretern in Pjöngjang als „senil“ bezeichnet und er polemisiert zurück mit „Wut und Feuer“ – in bester Westernmanier als wäre es ein persönlicher „shoot out“: „Die Waffen sind geladen und entsichert“. Jetzt ist man auf Augenhöhe, auf einem bizarren und beschämend niedrigen Niveau am Rande des nuklearen Abgrunds. Angesichts der provozierenden Polemik des nordkoreanischen Regimes auf der einen und eines irrlichternden US-Präsidenten auf der anderen Seite besteht natürlich die Möglichkeit, dass dieses Machogehabe außer Kontrolle geraten kann und tatsächlich irgendwann die Waffen sprechen, wenn auch nicht unbedingt gleich mit dem nuklearen Arsenal. Ein konventionelles Scharmützel in einer an Waffen reich bestückten innerkoreanischen Grenze ist nicht auszuschließen. Ob und wie derartige begrenzte Waffengänge dann gestoppt werden könnten, ist völlig offen.

Wie kann diese vertrackte Situation jetzt deeskaliert werden? Angesichts der Tatsache, dass Nordkorea sich bislang nicht durch Appelle zur Zurückhaltung und schon gar nicht zur Einstellung des Raketen- und Atomprogramms hat bewegen lassen, so wie vom UN-Sicherheitsrat gefordert, ist zuvörderst eine verantwortlichere US-Politik nötig. Mit Verbalattacken ist Kim Jong Un und seinem Militär nicht beizukommen. Auf diesem Sektor sind sie Weltmeister.

Die von Donald Trump unverhohlen angedrohte Militäraktion beruht nicht auf einer sorgfältig kalkulierten Analyse der militärischen Lage, sondern soll einschüchternd wirken. Schon die Clinton-Administration ist in den 1990er Jahren zur Erkenntnis gekommen, dass Hundertausende Tote in Nord- und Südkorea ein zu großes Risiko seien, um eine umfassende militärische Auseinandersetzung oder einen gezielten Schlag gegen das Atomprogramm in Nordkorea zu wagen. Inzwischen ist Nordkorea noch stärker geworden und hat sein Militärpotential mit der nuklearen Option deutlich erhöht. Die von Trump ins Auge gefasste militärische Option ist also keine wirklich zielführende Strategie.

Eine verantwortliche Politik besteht in einer Doppelstrategie: Erstens sollten sich die USA mit ihren Verbündeten in Südkorea und Japan deutlich zurückhalten und dem Kim-Regime signalisieren, dass man keinen Regimewechsel forcieren will. Solange dies Kim und seiner Clique nicht glaubwürdig versichert wird, bleibt das Atomprogramm die Lebensversicherung für die nordkoreanische Regierung. Dies bedeutet kein unverantwortliches Einknicken vor dem Diktator, sondern Anerkennung der Realitäten vor Ort. Zu dieser Strategie gehört auch, dass sich die USA und Südkorea militärisch deeskalierend verhalten sollten. Die jährlich stattfindenden und jetzt wieder angekündigten militärischen Großmanöver sollten ebenso ausgesetzt werden wie die weitere Stationierung moderner Waffensysteme. Die versteht die Regierung in Nordkorea zu Recht als Bedrohung. Bedrohung aber wird mit Sicherheit kein Einlenken in Pjöngjang zur Folge haben. Im Gegenteil. Der Bevölkerung werden noch mehr Entbehrungen abverlangt, um verstärkt rüsten zu können.

Zweitens liegt der Schlüssel für ein Herunterfahren der heutigen angespannten Lage in China. Die Regierung in Peking muss der formal nach wie vor mit ihr befreundeten Regierung Kim klarmachen, dass die Grenze des Zumutbaren jetzt überschritten ist. Nur China verfügt über die wirtschaftlichen Mittel, um Sanktionen gegenüber Nordkorea zu verstärken, wie beispielsweise den Stopp des Ölexports oder die Lieferung von Nahrungsmitteln, auf die Nordkorea dringend angewiesen ist. Die USA haben ihre Sanktionsmöglichkeiten längst ausgeschöpft.

Dabei befindet sich China allerdings in einem Dilemma (und auf dieser Klaviatur spielt die nordkoreanische Regierung). Sie will keinesfalls das nordkoreanische Atomprogramm tolerieren; denn dies könnte möglicherweise auch die südkoreanischen und japanischen Atomambitionen anstacheln – ein politisches Horrorszenario. Andererseits aber kann China nicht an einer ernsthaften politischen Krise in Pjöngjang oder gar dem Sturz des Regimes gelegen sein. Dies würde nämlich die Zukunft eines vereinten Koreas ins Spiel bringen, mit einem Näherrücken Südkoreas und seines amerikanischen Verbündeten bis an die chinesische Grenze. Mithin gehört zur Lösung der Nordkoreakrise vorrangig eine Verständigung über das Verhältnis zwischen den USA und China in dieser Krisenregion.

Politische Beobachter im Westen müssen inzwischen zur Kenntnis nehmen, dass die rationalere und verantwortungsvollere internationale Politik zur Zeit in Peking gemacht wird. Dort will man zurück an den Verhandlungstisch. Ob die 2009 mit dem ersten nordkoreanischen Atomtest gescheiterten Sechs-Parteien-Gespräche wieder mit Aussicht auf Erfolg aufgenommen werden können, ist in der verbal aufgeheizten Situation schwer vorherzusagen. Wer jedoch auf alle Fälle einen Krieg in Korea, möglicherweise gar den Einsatz von Atomwaffen verhindern will, muss alle diplomatischen Mittel einsetzen, um derartige Gespräche zu ermöglichen. Die EU sollte sich als Vermittler anbieten, um sowohl die US-Regierung in ihrer Rhetorik zu mäßigen als auch China mit dem Wunsch nach Gesprächen zu stärken. Immerhin unterhalten die meisten EU-Länder mit Nordkorea diplomatische Beziehungen, im Gegensatz zu den USA. IPG 22.8.

 

 

 

 

Streit um EU-Gedenktag für die Opfer von Nationalsozialismus und Stalinismus

 

Der 23. August gedenkt in der EU an die Unterzeichnung des Hitler-Stalin-Paktes und die Aufteilung Mitteleuropas. Doch die Kontroversen um das gleichzeitige Erinnern an die Opfer von Nationalsozialismus und Stalinismus reißen nicht ab.

Der 23. August gilt seit 2009 offiziell als Gedenktag in der EU. Das Datum erinnert an die Unterzeichnung des Hitler-Stalin-Paktes und die Aufteilung Mitteleuropas in eine deutsche und sowjetische Einflusssphäre. Große Akzeptanz findet der Gedenktag dementsprechend auch bisher vor allem in den östlichen Mitgliedsländern. Und die Kontroversen um das gleichzeitige Erinnern an die Opfer von Nationalsozialismus und Stalinismus reißen nicht ab.

Er werde die Konferenz in Talinn nicht besuchen, kündigte der griechische Finanzminister Kotonis an. „Wir haben niemals geglaubt, dass der Kommunismus eine kriminelle Ideologie ist wie der Nationalsozialismus“, wird der Politiker der linken Partei Syryza vom griechischen Newsportal Amna zitiert.

Die GUE/NGL-Fraktion lehnt Ausrichtung des Gedenktages ab

Die linke Parteienfamilie European United Left/Nordic Green Left (GUE/NGL), der die Syryza angehört, lehnte in einem Schreiben von Dienstag ebenfalls die Ausrichtung des neuen Gedenktages ab. Sie wies der estnischen Regierung eine Politisierung ihrer Ratspräsidentschaft vor und verwies auf die möglichen politischen Konsequenzen: „Zu einer Zeit, wenn die extreme Rechte und Neo-Nazis die politischen Verfehlungen der EU ausnutzen ist eine Gleichsetzung von Nazismus und Kommunismus falsch.“

Begleitet von Protesten haben sich die europäischen Rechtspopulisten in Koblenz als geeint gegen Europa und Angela Merkels Flüchtlingspoliltik eingeschworen – und übten Beifall für Donald Trump.

Seit dem Jubiläumsjahr 2009 wird der gemeinsame Gedenktag von den europäischen Institutionen offiziell begangen. Von den Mitgliedsländern begehen die mittelosteuropäischen Mitgliedstaaten sowie Schweden den Gedenktag. Vize-Kommissionspräsident Frans Timmermans nutzte den Tag um mit einem Video vor dem Hintergrund von Soldatenfriedhöfen sein Verständnis von Patriotismus zu erklären. Der Twitter-Kanal des europäischen Parlaments wies auf das Symbol des „schwarzen Bandes“ hin, das an die Opfer des Totalitarismus erinnere. Beiträge wie diese zeigen, welche Bedeutung einer gemeinsamen Erzählung über die Vergangenheit für den europäischen Zusammenhalt beigemessen wird.

Debatte läuft seit einer Dekade

Die Debatte um den 23. August als gesamteuropäischen Gedenktag wird schon seit gut zehn Jahren geführt. Die Initiative ging dabei von einer Gruppe von Politikern, Historikern und ehemaligen Dissidenten aus, die im Frühjahr 2008 die sogenannte Prager Erklärung unterzeichneten. Unter den Erstunterzeichnern finden sich der erste Präsident der freien Tschechoslowakei, bzw. später der tschechischen Republik, Vaclav Havel, Vytautas Landsbergis, EU-Parlamentarier und ehemaliger Präsident Litauens, der schwedische Parlamentarier Göran Lindblad und der spätere Bundespräsident Joachim Gauck.

Der jahrelange Streit um Adolf Hitlers Geburtshaus hat nun ein Ende gefunden. Die Enteignung durch die österreichische Republik ist durch die Verfassung gedeckt.

Am 2. April 2009, noch rechtzeitig vor dem Jubiläum des Molotow-Ribbentrop-Pakts verabschiedete das Europäische Parlament eine Resolution zum „europäischen Gewissen und Totalitarismus“. Die Parlamentarier fordern darin eine Anerkennung der Opfer totalitärer Regime, eine Stärkung der historischen Bildung und eben die Ausrichtung des gemeinsamen Gedenktages am 23. August.

Die Resolution gibt sich teilweise durchaus selbstkritisch und betont, dass von Fehlinterpretationen der Geschichte die Gefahr ausgeht eine Politik des Ausschlusses, Hass und Rassismus zu befördern. Die „Einzigartikeit des Holocaust“ müsse anerkannt werden, heißt es in einem Nachsatz zu den Millionen Opfern, die „totalitäre und autoritäre Regime im 20. Jahrhundert“ gefordert hätten.

Es gibt allen Grund, der Opfer der sowjetischen Herrschaft zu gedenken

Ob diese Differenzierungen gemacht werden, wenn der 23. August als ein allgemeiner Gedenktag für die Opfer von Totalitarismus begangen wird, fragen sich die Skeptiker. Die Kritiker befürchten mit der Einführung des Gedenktages eine Gleichsetzung der Verbrechen unter nationalsozialistischer und sowjetischer Herrschaft.

Der israelische Historiker Yehuda Bauer wies die Pläne für einen Gedenktag am 23. August entschieden zurück. Es gäbe allen Grund, der Opfer der sowjetischen Herrschaft zu gedenken und dafür spezielle Feiertage und Monumente einzurichten. Aber die beiden Regime auf das gleiche Niveau zu heben und der unterschiedlichen Verbrechen am gleichen Tag zu gedenken sei „absolut inakzeptabel“. Arthur Molt, treffpunkteuropa 25

 

 

 

 

Deutsch-ägyptische Beziehungen. Bei Migrationspolitik noch enger kooperieren

 

Die Bundesregierung und die ägyptische Regierung haben eine politische Vereinbarung unterzeichnet, um ihre Migrationspolitik künftig noch enger miteinander abzustimmen. Dies sei ein "erster Schritt zu einer vertieften migrationspolitischen Zusammenarbeit", so Regierungssprecher Seibert.

 

"Deutschland und Ägypten haben gemeinsam ein großes Interesse daran, auch künftig zu verhindern, dass sich Migranten illegal auf den lebensgefährlichen Weg über das Mittelmeer nach Europa begeben." Das sagte Regierungssprecher Steffen Seibert am Montag in der Regierungspressekonferenz in Berlin. Das gemeinsame Ziel Deutschlands und Ägyptens laute dabei, "Menschenleben zu schützen und illegale Migration und kriminellen Menschenschmuggel zu bekämpfen", so Seibert weiter. 

Umfassendes Maßnahmenpaket beschlossen

Bei der unterzeichneten Vereinbarung handelt es sich um ein Maßnahmenpaket mit verschiedenen migrationspolitischen Elementen. So geht es unter anderem um eine engere wirtschaftliche Zusammenarbeit und deutsche Unterstützung für den ägyptischen Bildungssektor, um Migrationsursachen wirksam zu bekämpfen.

Ziel der Vereinbarung ist außerdem, Flüchtlinge und Aufnahmegemeinden in Ägypten zu unterstützen sowie die Zusammenarbeit bei der Schleuserbekämpfung und beim Grenzschutz zu verbessern. Des weiteren soll es Aufklärungskampagnen gegen illegale Migration geben. Beide Regierungen wollen darüber hinaus bei der Rückführung und freiwilligen Rückkehr von Ägyptern aus Deutschland in ihre Heimat noch wirksamer zusammenarbeiten.

Für in Deutschland studierende Ägypter und für Flüchtlinge, die sich in Ägypten aufhalten und dort studieren wollen, soll es künftig mehr Stipendien geben.

Verbesserung der Lebenssituation im Fokus

Die am Sonntag (27. August) geschlossene Vereinbarung sieht konkrete Maßnahmen vor, um die Lebenssituation vieler Menschen vor Ort zu verbessern. Dazu gehöre beispielsweise die Schaffung von Ausbildungs- und Arbeitsplätzen für Ägypter sowie die verstärkte Unterstützung von Flüchtlingen in

Ägypten, wie Regierungssprecher Seibert ausführte.

Beide Regierungen werden außerdem gemeinsam ein "Zentrum für Jobs, Migration und Reintegration" etablieren. Es soll Ägypter und Flüchtlinge zu legalen Migrationsoptionen beraten, zum Beispiel im Rahmen der Aus- und Weiterbildung.

Aufklärungskampagne warnt vor illegaler Migration

Ägypten wird überdies gemeinsam mit dem UNHCR durch eine Aufklärungskampagne vor den Gefahren illegaler Migration warnen. Der Unterzeichnung der politischen Vereinbarung gingen über mehrere Monate Verhandlungsrunden voraus, an denen verschiedene Bundesministerien mitgewirkt hatten.

Bereits Anfang März hatte Bundeskanzlerin Angela Merkel bei ihrem Besuch in Kairo angekündigt, dass beide Länder durch einen strukturierten Dialog der Außenministerien auch in Fragen der Entwicklungszusammenarbeit ihre Zusammenarbeit ausbauen würden. Pib 28

 

 

 

 

Studie. Gute Improvisation, aber auch Defizite in Flüchtlingspolitik

 

Städte und Kommunen haben auf die Flüchtlingseinwanderung gut reagiert, zeigten aber auch Defizite in der Abstimmung. Das geht aus einer aktuellen Studie hervor. Darin plädieren die Forscher für die Abschaffung des Asylbewerberleistungsgesetzes.

Eine neue Studie der Uni Bochum attestiert den Kommunen eine gute Improvisationskunst in der Flüchtlingspolitik, zeigt aber auch Defizite auf. Vieles laufe noch nicht optimal, heißt es in der am Montag veröffentlichten Untersuchung „Städte und Gemeinden in der Flüchtlingspolitik“. Unter anderem müssten Doppelstrukturen bei Beratungsangeboten abgeschafft werden. Die Untersuchung wurde von der Essener Mercator Stiftung in Auftrag gegeben.

Zwischen Kommunen, Vereinen und Wohlfahrtsorganisationen mangele es oft an Abstimmung. Deswegen komme es in größeren Städten zu einem räumlichen Nebeneinander gleicher Beratungsstellen, kritisieren die Autoren um den Bochumer Verwaltungswissenschaftler Jörg Bogumil. Das gelte auch für Sprachkurse.

Der Bundesregierung empfehlen die Forscher, im Bereich Asyl und Integration die Zuständigkeiten neu ordnen. Sie schlagen etwa vor, zu überprüfen, die Federführung für den Themenbereich Migration und Integration an das Bundessozialministerium zu übertragen. Zudem müsse der Datenaustausch zwischen Bund, Ländern und Kommunen verbessert werden.

Abschaffung des Asylbewerberleistungsgesetzes

Die Studienautoren plädieren auch für eine Abschaffung des Asylbewerberleistungsgesetzes. „Dies würde zu erheblichen Verwaltungsvereinfachungen führen“, heißt es weiter. Die Unterschiede in den Leistungen zu Hartz IV seien ohnehin nicht mehr so groß und damit sei der Verwaltungsaufwand höher als vermeintliche Kostenersparnisse. Die Autoren sprechen sich auch für mehr Pauschalen anstelle von aufwendigen Einzelfallprüfungen etwa bei Anträgen auf Erstausstattung einer Wohnung oder auf Übersetzung von Zeugnissen aus.

Download: Die Langfassung der Studie „Städte und Gemeinden in der Flüchtlingspolitik“ kann hier heruntergeladen werden, die Kurzfassung gibt es hier.

Zudem fordern die Autoren mehr Beschäftigungsmöglichkeiten für Geduldete. Ihnen stünden in der Regel keine oder unzureichende Sprach-, Bildungs- oder Arbeitsmarktmaßnahmen zu, gleichzeitig blieben sie wegen Ausreisehindernissen einige Jahre in Deutschland. „Da sie faktisch zum Nichtstun angehalten werden, ist die Gefahr persönlicher Krisen und einer Verschärfung ihrer prekären Lage nicht gering“, hieß es.

Mehr Personal für Bildung

Mit Blick auf das Thema Bildung plädieren die Studienautoren für mehr Personal und bessere Qualifizierung. Allgemein sei festzustellen, dass zu wenig Mitarbeiter in Einrichtungen frühkindlicher Bildung, Schulen und Berufsschulen auf sprachliche Herausforderungen sowie posttraumatische Belastungsstörungen vorbereitet seien. Auch bräuchten Schulen einheitliches Lernmaterial für dem Unterricht mit Flüchtlingen, hieß es weiter.

Die Untersuchung stützt sich schwerpunktmäßig auf Erkenntnisse aus den Kommunen Arnsberg und Bochum. Die in Hagen erscheinende Westfalenpost hatte zuerst über die Studie berichtet, bei der die Wissenschaftler die Verwaltungsarbeit der Kommunen auf dem Höhepunkt der Flüchtlingskrise in den Jahren 2015 und 2016 untersuchten. (epd/mig 22.8.)

 

 

 

Merkel stellt sich gegen Diesel-Fahrverbote

 

Bundeskanzlerin Angela Merkel pocht darauf, dass alles getan werden müsse, um Fahrverbote für Dieselautos zu verhindern.

Nur so könne der drohende Wertverlust für Besitzer von Dieselfahrzeugen verhindert werden, sagte sie am Montag im „Bild“-Interview. „Wir arbeiten daran, dass es keine Fahrverbote gibt“, fügte sie hinzu. Zugleich kündigte Merkel erneut einen hartes Umgang mit den Autokonzernen an. „Es ist Vertrauen verloren gegangen, das wird nur sehr schwer wieder zurückzugewinnen sein“, warnte sie.

Der Diesel-Gipfel habe keine 5 Prozent Abgas-Minderung gebracht, moniert die Deutsche Umwelthilfe. Noch immer sei die Stickoxid-Belastung in den Städten hoch.

Wie bereits am Sonntag betonte Merkel, dass sie über Betrugs- und Täuschungsabsichten bei der Emissionsmessung von Dieselfahrzeugen durch Konzerne „sauer“ und „verärgert“ sei. „Deshalb gehe ich mit der Automobilindustrie auch hart ins Gericht. Deshalb werden wir einen zweiten Gipfel haben, an dem ich teilnehmen werde“, sagte sie. „Ich möchte, dass weder die 800.000 oder 900.000 Menschen Sorge um ihren Arbeitsplatz haben müssen“, sagte sie mit Blick auf die Beschäftigten in der Autobranche. „Und zweitens möchte ich, dass die Kunden nicht die Zeche bezahlen.“ Hintergrund ist die Sorge von Dieselauto-Besitzern, dass sie ihre Wagen nicht mehr zu einem guten Preis verkaufen können.

EU-Kommissionspräsident Jean-Claude Juncker hat wegen des Abgas-Skandals vor einem Imageschaden für Deutschland gewarnt.

Merkel forderte die Autoindustrie und die Gewerkschaften zudem auf, wegen der Dieselaffäre „sensibel“ bei Boni-Zahlungen an Manager vorzugehen. Sie fände es nicht gerecht, wenn möglicherweise Millionenboni an Manager ausgeschüttet würden, die eine Mitverantwortung für Manipulationen der Emissionswerte trügen, sagte sie. „Es gibt Aufsichtsräte, in denen sitzen auch Gewerkschaftsvertreter drin“, fügte die Kanzlerin hinzu. „Ich glaube, da sollte doch sensibler vorgegangen werden als in der Vergangenheit.“

Die Politik habe Rahmenbedingungen etwa zum Verhältnis von Boni-Zahlungen zu den Grundgehältern und Leitlinien der sogenannten Corporate Governance, also einem Verhaltenskodex von Unternehmen, vorgelegt. Sie gehe davon aus, dass Dax-Konzerne sich auch daran hielten. „Ansonsten ist es nicht Aufgabe der Politik, Gehälter festzulegen“, betonte Merkel. EA mit Reuters 22

 

 

 

 

Vor 25 Jahren. Die Ausschreitungen in Rostock-Lichtenhagen

 

Heute vor 25 Jahren verübten Rechtsextremisten im Rostocker Stadtteil Lichtenhagen die schwersten fremdenfeindlichen Ausschreitungen nach der Wende. MiGAZIN erinnert an die Tat.

 

Vor 25 Jahren, vom 22. bis zum 26. August 1992, ereigneten sich im Rostocker Stadtteil Lichtenhagen die schwersten fremdenfeindlichen Ausschreitungen nach der Wende. Im Verlauf der vier Tage gerieten dabei 150 Menschen in akute Lebensgefahr, nachdem ein Wohnhaus vietnamesischer DDR-Vertragsarbeiter in Brand gesetzt worden war. Mehr als 200 Polizisten wurden verletzt, einer davon schwer.

Die Gewalt, die sich durch Parolen, Sprechchöre, Steine und schließlich Brandbomben ausdrückte, richtete sich gegen die damalige Zentrale Aufnahmestelle für Asylbewerber, gegen Wohnungen der Vietnamesen und gegen die Polizei. Zu den Tätern gehörten auch Rechtsextremisten aus ganz Deutschland. Die Krawalle einiger hundert Gewalttäter wurden durch 2.000 bis 3.000 Sympathisanten und Schaulustige vor Ort unterstützt.

Polizei beendete Krawallen drei Tage lang nicht

Die Aufnahmestelle in Rostock-Lichtenhagen war in dem „Sonnenblumenhaus“ untergebracht, einem elfstöckigen Plattenbau aus DDR-Zeiten. Nachdem es der Polizei drei Tage lang nicht gelang, die Krawalle zu beenden, wurden die Asylbewerber am Nachmittag des 24. August in Bussen evakuiert. Am Abend desselben Tages wurde die Polizei für zwei Stunden abgezogen. Mit Molotow-Cocktails setzten Gewalttäter das angrenzende Wohnheim der Vietnamesen in Brand.

Die in diesem Haus verbliebenen Menschen – darunter 120 vietnamesische Vertragsarbeiter, ein fünfköpfiges Fernsehteam des ZDF sowie einige Rostocker – drohten an Rauchvergiftung oder durch das in den unteren Stockwerken entstandene Feuer zu sterben. Die Flucht über das Dach in einen anderen Hausaufgang rettete ihnen schließlich das Leben.

Die Vorgeschichte der Ausschreitungen

Die Ausschreitungen im August 1992 hatten eine längere Vorgeschichte. Über Monate hatten sich die Spannungen vor Ort verschärft. Der damalige Rostocker Ausländerbeauftragte Wolfgang Richter hatte bereits im Sommer 1991 für Oberbürgermeister Klaus Kilimann (SPD) ein Schreiben an den Schweriner Innenminister Lothar Kupfer (CDU) verfasst. Darin stand unter anderem, dass er in diesem Stadtteil für nichts garantieren könne und auch Tötungsdelikte nicht auszuschließen seien, sollte sich an der Situation vor Ort nicht kurzfristig etwas ändern.

In Lichtenhagen war damals ein großer Teil der Bewohner arbeitslos und durch die sozialen Folgen der deutschen Vereinigung verunsichert. Seit Monaten campierten Flüchtlinge, die angeblich wegen Überlastung von der Erstaufnahmestelle noch nicht aufgenommen worden waren, auf den Freiflächen zwischen den Hochhäusern. (epd/mig 22)

 

 

 

Integration von Muslimen in Deutschland macht deutliche Fortschritte

 

Seit den 1960er Jahren wächst die muslimische Bevölkerung in Westeuropa. In Deutschland leben rund 4,7 Millionen Muslime. Trotz gesellschaftlicher Spannungen macht die Integration deutliche Fortschritte. Das ist eines der zentralen Ergebnisse des Religionsmonitors 2017 der Bertelsmann Stiftung.

 

Gütersloh, 24. August 2017. Die Integration muslimischer Einwanderer in Deutschland macht deutliche Fortschritte. Spätestens seit der zweiten Generation sind sie mehrheitlich in der Mitte unserer Gesellschaft angekommen. Das zeigt der Religionsmonitor 2017 der Bertelsmann Stiftung, der Sprachkompetenz, Bildung, Teilhabe am Arbeitsleben und interreligiöse Kontakte von Muslimen in Westeuropa untersucht hat. Deutschland sehen die Forscher auf einem guten Weg, auch wenn die Integrationserfolge von Teilen der Gesellschaft zu wenig anerkannt werden. Besonders erfolgreich verläuft in Deutschland die Integration der hier lebenden Muslime in den Arbeitsmarkt. Inzwischen unterscheidet sich die Erwerbsbeteiligung von Muslimen nicht mehr vom Bundesdurchschnitt der deutschen Erwerbsbevölkerung: Rund 60 Prozent arbeiten in Vollzeit, 20 Prozent in Teilzeit, und die Arbeitslosenquote gleicht sich ebenfalls an. Einwanderer profitieren maßgeblich vom hohen Arbeitskräftebedarf. Aber auch die Öffnung des Arbeitsmarktes durch schnellere Arbeitsgenehmigungen, kommunale Initiativen zur Job-Vermittlung und Sprachkurse macht sich positiv bemerkbar.

 

Für die meisten ist Deutsch die Erstsprache

Mit Deutsch als erster Sprache wachsen 73 Prozent der in Deutschland geborenen Kinder von muslimischen Einwanderern auf. Ihr Anteil steigt von Generation zu Generation. Das gilt auch für das Niveau der Schulabschlüsse. Die Angleichung an die durchschnittliche Schulabschlussquote aller Schüler verläuft in Deutschland allerdings langsamer als etwa in Frankreich. Dort verlassen nur elf Prozent der Muslime vor Vollendung des 17. Lebensjahrs die Schule. In Deutschland gilt das für 36 Prozent.

 

Einen Grund für den Unterschied sehen die Wissenschaftler im Schulsystem: In Frankreich lernen die Kinder länger gemeinsam und können so Startnachteile besser ausgleichen. Trotz höherer Schulabschlüsse sind in Frankreich Muslime im Vergleich zur Gesamtbevölkerung allerdings überdurchschnittlich oft arbeitslos und arbeiten seltener in Vollzeit. „Der internationale Vergleich zeigt, dass nicht Religionszugehörigkeit über die Erfolgschancen von Integration entscheidet, sondern staatliche, wirtschaftliche und gesellschaftliche Rahmenbedingungen“, sagt Stephan Vopel, Experte für gesellschaftlichen Zusammenhalt der Bertelsmann Stiftung.

 

Fromme Muslime sind auf dem Arbeitsmarkt benachteiligt

Auch der Einkommensvergleich zwischen deutschen und britischen Muslimen unterstreicht die Abhängigkeit von staatlichen und gesellschaftlichen Rahmenbedingungen. In Deutschland fällt es hochreligiösen Muslimen schwer, einen Job zu finden, der ihrem Qualifikationsniveau entspricht. Sie verdienen erheblich weniger als Muslime, die ihre Religion nicht praktizieren. Anders in Großbritannien: Dort sind sehr religiöse Muslime bei gleicher Qualifikation in den gleichen Berufsfeldern vertreten wie weniger fromme Muslime. „Muslime im Vereinigten Königreich profitieren offensichtlich von einer Chancengleichheit, die wesentlich durch die dortige institutionelle Gleichstellung des Islam mit anderen Religionen befördert wurde. Das Bekenntnis zum Glauben und die Ausübung der Religion sind im Arbeitsleben kein Tabu“, sagt Yasemin El-Menouar, Islam-Expertin der Bertelsmann Stiftung. Beispielsweise dürfen britische Polizistinnen schon seit zehn Jahren im Dienst ein Kopftuch tragen.

 

El-Menouar sieht in Deutschland Nachholbedarf bei der rechtlichen Anerkennung muslimischer Religionsgemeinschaften und in der Antidiskriminierungspolitik: „Religiöse Symbole sollten nicht für Nachteile bei Bewerbungen sorgen, und religiöse Bedürfnisse wie Pflichtgebete und Moscheegänge sollten auch mit Vollzeitjobs vereinbar sein.“ Dies würde einem bedeutenden Teil der Muslime die Integration erleichtern, denn 40 Prozent von ihnen bezeichnen sich als hochreligiös. Die bisher bereits erzielten Erfolge in der Integration lassen sich auch daran ablesen, dass 84 Prozent der in Deutschland geborenen Muslime ihre Freizeit regelmäßig mit Nicht-Muslimen verbringen. Fast zwei Drittel der Muslime geben an, dass ihr Freundeskreis mindestens zur Hälfte aus Nicht-Muslimen besteht. Jeder zweite Muslim hat einen deutschen Pass und 96 Prozent von ihnen betonen ihre enge Verbundenheit mit Deutschland.

 

Diese Integrationsleistungen finden nicht überall Anerkennung. 19 Prozent der Bürger in Deutschland geben an, keine Muslime als Nachbarn haben zu wollen. „Wenn sich Gesellschaften verändern, wird das immer auch als spannungsreich empfunden“, sagt Vopel. Um Integration und gesellschaftlichen Zusammenhalt zu fördern, nennt der Religionsmonitor drei zentrale Hebel: Erstens die Chancen auf Teilhabe zu verbessern, insbesondere im Bildungssystem. Zweitens den Islam als Religionsgemeinschaft institutionell gleichzustellen und somit religiöse Vielfalt anzuerkennen. Und drittens interkulturelle Kontakte und interreligiösen Austausch in Schule, Nachbarschaft und Medien zu fördern.

 

Zusatzinformationen

Der Religionsmonitor der Bertelsmann Stiftung vergleicht regelmäßig international die Bedeutung von Religion für den gesellschaftlichen Zusammenhalt. Er basiert auf repräsentativen Bevölkerungsumfragen. Im Auftrag der Bertelsmann Stiftung haben Professor Dirk Halm und Dr. Martina Sauer vom Zentrum für Türkeistudien und Integrationsforschung an der Universität Duisburg-Essen anhand dieser Daten die Sozialintegration der Muslime in fünf westeuropäischen Ländern analysiert. Die Studie „Muslime in Europa – Integriert, aber nicht akzeptiert?“ vergleicht Deutschland, die Schweiz, Österreich, Frankreich und das Vereinigte Königreich. Sie ist die zweite Veröffentlichung einer Publikationsreihe zum Religionsmonitor 2017. BS/De.it.press

 

 

 

 

Bertelsmann-Stiftung: Muslime gut integriert, aber nach wie vor Außenseiter

 

Wenn es um Sprache, Bildung und Arbeit geht, haben sich Muslime in Westeuropa gut integriert. Dennoch bleiben sie in der Gesellschaft Außenseiter, geht aus einer Studie der Bertelsmann-Stiftung hervor.

Die Stiftung befragte 10.000 Menschen in Deutschland, Frankreich, Großbritannien, Österreich, der Schweiz und der Türkei. Geflüchtete, die nach 2010 in den fünf westeuropäischen Ländern ankamen, wurden nicht befragt. Insgesamt leben in diesen Ländern 14 Millionen Muslime.

Das Ergebnis: Die Eingliederung der Muslime sei „nicht begleitet von kultureller und religiöser Assimilation sowie gesellschaftlicher Akzeptanz.“ Insbesondere die tiefe Religiosität – laut Studie können mindestens 41 Prozent der Muslime als ‚tief religiös‘ bezeichnet werden – sowie kulturelle Unterschiede „schaffen weiterhin Unbehagen in der einheimischen Bevölkerung und haben negativen Einfluss auf die gesellschaftliche Teilhabe der Muslime.“

Österreichs Außenminister will islamische Kindergärten schließen. So soll Sebasttian Kurz das Entstehen von Parallelgesellschaften verhindert werden.

Insgesamt seien Muslime, inklusive der geflüchteten Menschen der letzten Jahre, die „am meisten ausgeschlossene soziale Gruppe“, so das Fazit der Studie. Das müsse aber nicht zwingend so sein, glaubt Stephan Vopel, Experte für sozialen Zusammenhalt bei der Bertelsmann-Stiftung:

„Der Islam ist kein Hindernis für Integration. Muslime, auch die tief religiösen Menschen unter ihnen, lernen die neue Sprache und erstreben höhere Bildung genauso sehr, wie andere Immigranten… Wenn die Integration ins Stocken gerät, liegt das meistens an den Bedingungen des staatlichen Rahmens“, so Vopel.

Die Studie hebt die positiven Ergebnisse der Anpassung in den vergangenen Jahren hervor: Drei Viertel der in Deutschland geborenen Muslime seien mit Deutsch als Muttersprache aufgewachsen. In Großbritannien sei für 60 Prozent der muslimischen Immigranten Englisch die Muttersprache. 90 Prozent der befragten Muslime sagten, sie fühlten sich eng mit dem Land, in dem sie leben, verbunden.

Darüber hinaus wurde einem weiteren Vorurteil widersprochen: Eine Mehrheit von 75 Prozent der Studienteilnehmer gab an, regelmäßigen sozialen Kontakt mit Nicht-Muslimen zu haben und ihre Freizeit mit ihnen zu verbringen. Dies war insbesondere in der Schweiz, Deutschland und Frankreich der Fall, und etwas weniger in Großbritannien und Österreich. Gleichzeitig sagten aber 20 Prozent der nicht-muslimischen Teilnehmer, dass sie keinen Muslim als Nachbarn haben möchten.

In der Bildung verbessert sich die Situation langsam, besonders in Frankreich, wo lediglich zehn Prozent der jungen Muslimen ihre schulische Ausbildung beenden, bevor sie 17 Jahre alt sind. In Deutschland und Österreich sind die Schulabbrecher-Quoten mit 36 und 39 Prozent sehr viel höher.

Die Scharfmacherei des türkischen Präsidenten Erdogan ruft Kritiker aus den eigenen Reihen auf den Plan. Auch in der islamischen Glaubensgemeinschaft wird die Forderung nach einer Öffnung lauter.

Dafür ist Deutschland führend beim Thema Arbeit: Die Arbeitslosenzahlen unter Muslimen unterscheiden sich nicht mehr von denen der restlichen Bevölkerung; das gleiche gilt in der Schweiz. In Frankreich hingegen liegt die Arbeitslosigkeit unter Muslimen bei 14 Prozent – im Vergleich zu 8 Prozent unter Nicht-Muslimen.

Allerdings könne man in allen untersuchten Ländern „relativ große Einkommensunterschiede zwischen Muslimen und Nicht-Muslimen“ feststellen, so die Bertelsmann-Stiftung.

Darüber hinaus würden gerade streng gläubige Muslime weniger verdienen und weniger oft eingestellt – auch, wenn sie hochgebildet sind. Dies könnte ein Zeichen für Diskriminierung sein, schreibt die Stiftung. Allerdings sei strenge Religiosität auch ein Hindernis, einen Job zu bekommen bzw. zu behalten: „In einigen Positionen ist es schlicht nicht möglich, fünf Mal am Tag zu beten oder religiöse Symbole zu tragen.“

Trotz der relativ guten Integration der Muslime in die Bildungs- und Arbeitsmärkte zieht Yasemin El-Menouar, Islamexpertin bei der Bertelsmann-Stiftung, ein gemischtes Fazit: „Bisher hat kein Land in Westeuropa eine überzeugende Balance aus gleichen sozialen Möglichkeiten und Respekt für religiöse Vielfalt gefunden.“  Zoran Radosavljevic, Euractiv 23

 

 

 

 

Bundeswahlleiter. 720.000 Wahlberechtigte mit türkischen Wurzeln

 

Schätzungen des Bundeswahlleiters zufolge sind rund 720.000 Türkeistämmige bei der bevorstehenden Bundestagswahl wahlberechtigt. Damit wären gut ein Prozent der insgesamt 61,5 Millionen Wähler türkeistämmig.

Bei der Bundestagswahl am 24. September sind nach Schätzung des Bundeswahlleiters rund 720.000 türkeistämmige Deutsche wahlberechtigt. Statistisch sei die Herkunft einzelner Wählergruppen für die Bundestagswahl allerdings schwer zu erfassen, sagte Bundeswahlleiter Dieter Sarreither am Dienstag in Berlin. Er gehe aber ungefähr von einer solchen Zahl aus.

Damit wären etwas über ein Prozent der insgesamt 61,5 Millionen Wähler türkeistämmig. Basis für die Schätzung sind nach Angaben des Statistischen Bundesamts der Mikrozensus 2016. Von den rund drei Millionen Menschen mit türkischen Wurzeln, die in Deutschland leben, wurden danach Personen unter 18 Jahren sowie jene ohne deutsche Staatsbürgerschaft und ein statistischer Schwund durch Tod herausgerechnet.

Der türkische Ministerpräsident Recep Tayyip Erdogan hatte kürzlich die türkeistämmigen Deutschen aufgerufen, keine türkeifeindliche Partei zu wählen und die SPD, Union sowie die Grünen genannt. Dagegen hatten sich Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU), Bundesaußenminister Sigmar Gabriel (SPD) und auch der Verband Türkische Gemeinde in Deutschland verwahrt.

Wahlleiter rechnet mit hoher Wahlbeteiligung

Von den 61,5 Millionen Wahlberechtigten sind 31,7 Millionen Frauen und 29,8 Millionen Männer. Drei Millionen dürfen zum ersten Mal wählen. 42 Parteien und 4.828 Kandidaten stellen sich dem Wählervotum. Nur 1998 habe es mit 5.062 eine höhere Zahl an Kandidaten gegeben, betonte Sarreither.

Der Frauenanteil bei den Kandidaten liegt bei 29 Prozent und laut Sarreither damit deutlich höher als 2013 (25,8 Prozent). Den höchsten Frauenanteil gab es 1994 (29,5 Prozent). Das Durchschnittsalter aller Bewerber liegt bei 46,9 Jahren, 2013 betrug es 47,4 Jahre. Der jüngste Bewerber ist 18 und kandidiert in Brandenburg, die älteste Kandidatin zählt 89 Jahre und steht auf einer Landesliste in Bayern.

Hoffnungsfroh ist Sarreither bei der Wahlbeteiligung. Die aktuelle politische Atmosphäre deute auf eine höhere Beteiligung hin, sagte er. 2013 lag sie bei rund 73 Prozent. Zudem registriert er ein wachsendes Interesse von im Ausland lebenden Deutschen an der Wahl: Rund 37.000 hätten sich bereits bis 17. August in ein Wählerverzeichnis eintragen lassen, fast doppelte so viele wie zum gleichen Zeitpunkt 2013. (epd/mig 23)

 

 

 

 

Wahlkampf: CDU und SPD werden jetzt persönlich

 

SPD-Kanzlerkandidat Martin Schulz greift Angela Merkel jetzt persönlich an: CDU und SPD setzen in der jetzt verstärkt auf eine persönliche Auseinandersetzung.

CDU-Generalsekretär Peter Tauber stellte am Donnerstag die zweite Serie von Großwahlkampfplakaten vor, die ganz Bundeskanzlerin Angela Merkel ins Zentrum setzen soll. SPD-Kanzlerkandidat Martin Schulz wiederum hat in seinem Wahlkampfauftritten seit dem Wochenende begonnen, die CDU-Chefin persönlich anzugreifen.

Die beiden neuen Großplakate der CDU zeigen Merkel im Bild, unter anderem mit dem Text: „Das große Ganze beginnt mit einem Ohr für die kleinen Dinge“.

Gut einen Monat vor der Bundestagswahl sind fast 50 Prozent der Wähler Umfragen zufolge noch unentschieden, wen sie wählen wollen. Dennoch hält eine Mehrheit die Wahl für so gut wie gelaufen.

Zudem wird ab kommenden Montag ein TV-Spot geschaltet, in dem Merkel die Lage in Deutschland beschreibt. Tauber betonte, dass die CDU aber die zentralen Themen Sicherheit, Familie, Arbeit/Wirtschaft und Europa weiter thematisieren werde.

Eine persönliche Auseinandersetzung mit dem SPD-Kanzlerkandidaten sei nicht zu erwarten. „Wir brauchen uns nicht jeden Tag an einem politischen Mitbewerber abarbeiten“, sagte er. Merkel hat Schulz in ihren ersten Wahlkampfauftritten nicht erwähnt.

Viele Deutsche sind der Meinung, dass es in Deutschland nicht gut um die soziale Gerechtigkeit steht. Die SPD wählen würden sie deshalb trotzdem nicht, zeigt eine Umfrage.

Schulz: Merkel ist persönlich für Scheitern von Reformen verantwortlich 

SPD-Chef Schulz hat dagegen seit dem Wochenende und mit dem Beginn der großen Wahlkampfauftritte die Kanzlerin ins Visier genommen. Am Mittwoch warf er Merkel in seiner Rede in Göttingen mehrfach vor, persönlich dafür verantwortlich zu sein, dass Reformen in der großen Koalition nicht zustande kamen.

So sagte er mit Blick auf die von der SPD geforderte verschärfte Mietpreisbremse: „Das wurde gestoppt durch eine persönliche Entscheidung Angela Merkels – ganz persönlich.“ Sie habe auch die gescheiterten Reformen zur Leiharbeit und zum Rechtsanspruch auf den Übergang von Teil- in Vollzeitarbeit persönlich zu verantworten. Schulz attackierte sie zudem bei der Rentenpolitik und für ihren Umgang mit US-Präsident Donald Trump. EA/rtr 24

 

 

 

 

Wie Integration gelingen kann? Wenn der einzelne Mensch im Mittelpunkt steht

 

Kommentar von Dietmar Murscheid, Landesvorsitzender DGB Rheinland- Pfalz

 

7.000 geflüchtete Menschen haben durch das Aussetzen der Vorrangprüfung Arbeit gefunden, wie Arbeitsministerin Andrea Nahles kürzlich vermeldete. Das ist eine tolle Nachricht! Wird die Integration in den Arbeitsmarkt nun gelingen? 

 Wer sich ehrlich mit dieser Frage beschäftigen möchte, muss sich die Mühe machen und die Situation durch die Augen der Menschen betrachten, die zu uns geflohen sind; denn zu oft wird in der gesellschaftlichen Debatte der Eindruck erweckt, als stünden den Geflüchteten alle Türen offen, wenn sie sich nur genügend anstrengen. Leider ist dieser Eindruck falsch.

Im Gespräch mit jenen, die hauptamtlich in der Flüchtlingsarbeit tätig sind, hört man vor allem von einem Problem: Noch bevor ein Geflüchteter seinen Antrag auf Asyl gestellt hat, ist die Wahrscheinlichkeit eine Anerkennung zu erhalten und sich langfristig in unsere Gesellschaft integrieren zu können, bereits stark vorgezeichnet. Je nach Herkunftsland kann der Grad der gewährten Unterstützung nämlich ganz unterschiedlich ausfallen. Längst nicht alle Geflüchteten erhalten Zugang zu Integrationskursen, Deutschkursen oder Maßnahmen zur Eingliederung in den Arbeitsmarkt. Natürlich werden im Laufe des Asylverfahrens alle Anträge einzeln geprüft, aber zu Beginn des Verfahrens ist es eben die Herkunft, die stark darüber entscheidet, mit welcher Unterstützung ein Geflüchteter rechnen kann. Ist die Person aus einem Land zu uns gekommen, das – aufgrund einer politischen Entscheidung – als sicher eingestuft wurde, kann sie nicht mit derselben Unterstützung rechnen, wie sie eine Person erhält, die aus einem Land geflohen ist, das als nicht sicher gilt.

Hochschulabschlüsse, die nur als Hauptschulabschlüsse anerkannt werden, Ärzte, die nicht mal als Krankenpfleger arbeiten dürfen, Hochqualifizierte, die im Wirrwarr von Anträgen, Erlassen und Vorschriften nicht die notwendige Unterstützung finden, um sich für die Ausübung ihres Berufs in Deutschland qualifizieren zu können – Menschen, die Geflüchtete bei der Integration begleiten, wissen viele solcher Beispiele zu nennen und beklagen, dass noch immer zu viel von der Integrationsarbeit auf die Freiwilligen abgewälzt wird. Die Flüchtlingsinitiativen bemängeln zudem, dass selten Zeit für behördliche Empathie bleibe, um die vorhandenen Entscheidungsspielräume im Sinne der Geflüchteten zu nutzen. In der Folge würde viel Potenzial bei der Anerkennung von Qualifikationen und Berufserfahrung verschenkt.

Das ist tragisch für den Einzelfall und schadet der ganzen Gesellschaft. Ihre Forderung lautet deshalb: Die Hürden, die den Geflüchteten den Zugang zum Arbeitsmarkt blockieren, müssen weiter abgebaut werden. Mir wurde von Fällen berichtet, in denen Geflüchtete auf der Suche nach Arbeit an Unternehmer gerieten, die ihre Abhängigkeit ausgenutzt haben. Sie wurden dann beispielsweise auf der Basis eines Minijobs beschäftigt, mussten aber Vollzeit oder sogar noch viel länger arbeiten. Mindestlohn? Fehlanzeige. Auch davor würde ein besserer Zugang zum Arbeitsmarkt schützen.

Für mich steht fest: Niemand riskiert sein Leben und das Leben seiner Kinder ohne Grund in einem Schlauchboot. Diese Menschen haben schreckliche Dinge gesehen – in den Ländern aus denen sie geflohen sind und auf dem Weg, den sie nach Europa zurückgelegt haben. Es wäre falsch, sie nur als Arbeitssuchende oder Arbeitslose ohne Sprachkenntnisse zu sehen. Diese Menschen sind häufig traumatisiert und mit Herausforderungen konfrontiert, die es ihnen besonders schwer machen, auf unserem Arbeitsmarkt Fuß zu fassen und sich zu integrieren. Sei es die psychische Belastung durch die quälend lange Unsicherheit, wie der eigene Asylantrag entschieden wird, oder sei die Sorge um die zurückgebliebene Familie. Ich bin überzeugt, dass es sich lohnt, noch viel stärker in die Unterstützung der Geflüchteten zu investieren. Ich sage bewusst „investieren“, denn ich glaube, dass sich diese Investition rentiert. Dazu braucht es einen weitergehenden Abbau der Arbeitsbeschränkungen und eine Asylpolitik, die von Anfang an konsequent den einzelnen Menschen mit seinem Schicksal und seinen Fähigkeiten in den Mittelpunkt stellt, nicht das Herkunftsland. Klar, das kostet Geld – viel Geld sogar. Aber das sollte es uns wert sein.  

Forum Migration September

 

 

 

Bilanz für August 2017. Arbeitsmarkt weiter stabil und kräftig

 

Sowohl die sozialversicherungspflichtige Beschäftigung als auch die Nachfrage nach neuen Mitarbeitern nehmen auf hohem Niveau weiter zu. Damit entwickelt sich der deutsche Arbeitsmarkt auch im August 2017 anhaltend positiv.

 

Das robuste Wachstum der deutschen Wirtschaft kommt auch weiterhin auf dem Arbeitsmarkt an. Das zeigen die aktuellen Zahlen der Bundesagentur für Arbeit, die heute veröffentlicht wurden. Positiv wirkten vor allem die Investitionen im Ausrüstungs- und Baubereich. Auch der private und staatliche Konsum konnte Impulse setzen.

Erwerbstätigkeit nimmt weiter zu

Die Zahl der Erwerbstätigen nahm im Juli 2017 um 42.000 zu – saisonbereinigt und im Vergleich zum Vormonat. Mit nun 44,39 Millionen Menschen stieg die Erwerbstätigkeit um 1,6 Prozent. Wichtigster Grund dafür ist der weitere Anstieg bei der sozialversicherungspflichtigen Beschäftigung. Nach Hochrechnungen der Bundesagentur für Arbeit hat diese von Mai auf Juni saisonbereinigt um 53.000

Beschäftigte auf nun 32,18 Millionen zugenommen.

 

Arbeitslosigkeit sinkt im Jahresvergleich

Wie üblich, ist die Zahl der Arbeitslosen im Sommermonat August leicht um 0,1 Prozent gestiegen; sie liegt nun bei 2,55 Millionen Menschen. Dies entspricht einer Quote von 5,7 Prozent. Werden jahreszeitliche Einflüsse herausgerechnet, ist die Zahl der Arbeitslosen im Vormonatsvergleich um 5.000 zurückgegangen. Verglichen mit dem Vorjahresmonat waren im August 139.000 Menschen weniger arbeitslos.

 

Bedarf an Arbeitskräften unvermindert hoch

Mit der niedrigen Arbeitslosenquote geht eine anhaltend hohe Nachfrage nach Arbeitskräften einher. Im August wurden der Bundesagentur für Arbeit 765.000 offene Stellen gemeldet – 80.000 mehr als im August des Vorjahres. Auch saisonbereinigt lag die Nachfrage um 9.000 Stellen höher als im Juli.

Ausbildungsplätze und Bewerber müssen sich finden

Der Ausbildungsmarkt zeigte sich im Zeitraum Oktober 2016 bis August 2017 rechnerisch nahezu ausgeglichen: 532.000 Bewerbern standen bundesweit 528.000 gemeldete Ausbildungsstellen gegenüber. Gleichzeitig stellt sich die Situation jedoch nach Region, Beruf und Qualifikation sehr unterschiedlich dar. Auf bundesweit 136.000 unbesetzte Ausbildungsplätze kommen daher noch 98.000 unversorgte Bewerber.

Die besten Chancen auf einen Ausbildungsplatz gibt es für angehende Kaufleute im Einzelhandel. Auch in Bau- und Handwerksberufen sind die Aussichten auf einen Ausbildungsplatz noch gut.

Integration bleibt große Aufgabe

Aufgrund fehlender Sprachkenntnisse und formaler Qualifikationen nimmt die Integration von geflüchteten Menschen erfahrungsgemäß einen längeren Zeitraum ein. Dies zeigt sich auch auf dem Arbeitsmarkt: Im August 2017 stieg die Arbeitslosigkeit von Menschen aus den wichtigsten nichteuropäischen Asylherkunftsländern im Vorjahresvergleich um 38.000 oder 22 Prozent.

Gleichzeitig ist die sozialversicherungspflichtige Beschäftigung von Personen aus den aktuellen Zuwanderungsländern im Juni um 269.000 beziehungsweise 14 Prozent gegenüber dem Vorjahr gestiegen. Pib 31

 

 

 

Statistik für 2016. Jugendämter nehmen mehr Kinder in Obhut

 

Die Zahl der Kinder und Jugendlichen, die von Jugendämtern in Obhut genommen wurden, ist stark angestiegen. Hauptgrund ist die Einreise von unbegleiteten minderjährigen Flüchtlingen. Die Arbeiterwohlfahrt fordert mehr Hilfe für überforderte Familien.

Die Jugendämter in Deutschland haben 2016 deutlich mehr Kinder und Jugendliche zeitweilig aus ihren Familien genommen als im Jahr davor. 84.200 Mädchen und Jungen wurden zu ihrem Schutz in Obhut genommen, wie das Statistische Bundesamt am Mittwoch in Wiesbaden mitteilte. Das entspricht einem Zuwachs von 8,5 Prozent. Die Gesamtzahl der Fürsorgemaßnahmen hat sich damit seit dem Jahr 2013 fast verdoppelt. Die Arbeiterwohlfahrt rief dazu auf, den Kinderschutz ernster zu nehmen. Viele Familien seien überlastet und allein nicht in der Lage, zum Wohle ihrer Kinder beizutragen.

Hauptgrund für das weiter hohe Niveau der Inobhutnahmen ist die Einreise von unbegleiteten minderjährigen Flüchtlingen. 2016 wurden 44.900 junge Flüchtlinge in Obhut genommen, 2.600 mehr als im Jahr 2015 (plus 6,2 Prozent).

Handlungspflicht bei Gefahr

Die deutschen Jugendämter sind verpflichtet, die Minderjährigen bei drohenden Gefahren, Gewalt oder Vernachlässigung aus ihren Familien zu nehmen. Bis eine Lösung für die Problemsituation gefunden ist, werden sie in Obhut genommen und gegebenenfalls in einem Heim oder bei einer Pflegefamilie untergebracht.

21.700 Kinder, die im Vorjahr in Obhut genommen wurden, waren jünger als 14 Jahre alt. In dieser Altersgruppe wurden die Kinder am häufigsten wegen Überforderung der Eltern beziehungsweise eines Elternteils (45 Prozent) und zum Schutz vor Vernachlässigung (19 Prozent) in Obhut genommen.

Viele unbegleitete Einreisen aus dem Ausland

Bei den 62.500 Jugendlichen von 14 bis 17 Jahren war die unbegleitete Einreise aus dem Ausland häufigster Grund für das Handeln der Jugendämter. Auch bei der Dauer des vorläufigen Schutzes gab es altersspezifische Unterschiede: Während bei den unter 14-Jährigen 46 Prozent der Inobhutnahmen nach spätestens zwei Wochen beendet werden konnten, traf dies nur auf 34 Prozent der 14‑ bis 17-Jährigen zu.

Die meisten Inobhutnahmen endeten bei den Kindern unter 14 Jahren mit der Rückkehr zu den Sorgeberechtigten (41 Prozent) oder der Einleitung einer erzieherischen Hilfe außerhalb des Elternhauses, also in einer Pflegefamilie oder einem Heim (28 Prozent).

AWO fordert mehr Hilfe

Der Vorsitzender der AWO, Wolfgang Stadler, erklärte: „Die Unterstützungsstrukturen müssen ausgebaut werden, wo Familien diese benötigen.“ Ziel müsse es sein, „die Belastung von Müttern, Vätern und deren Kindern zu verringern“. Hier könnten frühzeitige Beratungsangebote beispielsweise bei Fragen der Erziehung und des Aufwachsens helfen.

Zugleich müssen laut Stadler alle Angebote von der Kindertagesbetreuung über die Jugendarbeit bis zur Sozialarbeit an Schulen insgesamt stärker ausgebaut und besser miteinander vernetzt werden. Zur Situation der unbegleiteten minderjährigen Flüchtlinge sagte der AWO-Chef, auf diesem Feld werde „sowohl mehr, als auch entsprechend qualifiziertes Personal in den Jugendämtern und Einrichtungen gebraucht“.

Verband: Hohe Zahlen keine Überraschung

Der Bundesfachverband Unbegleitete minderjährige Flüchtlinge erklärte, die hohen Zahlen der Inobhutnahmen seien keine Überraschung, weil es jüngst weiterhin viele Einreisen junger Flüchtlinge gegeben habe. Sprecher Tobias Klaus forderte, die nach der ersten großen Einreisewelle 2015 von den Kommunen aufgebauten Notfallstrukturen der Betreuung von Minderjährigen müssten jetzt weichen. Angesichts einer Gesamtschutzquote der Jugendlichen in den Asylverfahren von rund 90 Prozent sei klar, „dass die Betroffenen hier sind und meist auch bleiben“. Darauf müsse die Jugendhilfe richtig reagieren.

Den Jugendlichen müsse der Weg in die Ausbildung geebnet werden. „Sie brauchen viel Unterstützung, um rasch auf eigenen Füßen stehen zu können.“ Da bleibe noch viel zu tun, betonte Klaus. (epd/mig 24)

 

 

 

Müdigkeit am Steuer ist besonders gefährlich für Pendler  

 

Berlin – Ein langer Arbeitsweg ist in Deutschland zur Regel geworden: 18,4 Millionen Menschen pendeln laut Bundesinstitut für Bau-, Stadt- und Raumforschung (BBSR) täglich zwischen Wohnort und Arbeitsplatz – das sind mehr als die Hälfte der sozialversicherungspflichtig Beschäftigten. Ein Großteil nutzt dafür das Auto und fährt so jeden Tag die gleiche Strecke – vermutlich teilweise „wie im Schlaf“. Viele machen sich meist direkt nach dem Aufstehen auf den Weg, um Staus zu vermeiden und pünktlich bei der Arbeit anzukommen – und sofort nach Arbeitsende auf den Heimweg, um noch Erledigungen nachzugehen und etwas Zeit mit Familie oder Freunden zu verbringen. Wer dann nicht richtig wachsam und voll konzentriert ist, riskiert einen Sekundenschlaf und eventuell einen Verkehrsunfall. Nach Angaben der Bundesanstalt für Straßenwesen (BASt) passieren nämlich die meisten Verkehrsunfälle aufgrund von Müdigkeit in den frühen Morgenstunden zwischen sechs und acht Uhr und am Nachmittag zwischen 14 und 16 Uhr. Also zu einer Tageszeit, in der viele zwischen Wohnort und Arbeitsplatz pendeln.

Bekannte Strecken und Fahrten am Morgen und Nachmittag können das Sekundenschlafrisiko erhöhen

Die Bekanntheit der Strecke und der Zeitpunkt der Fahrt können das Risiko von Müdigkeit am Steuer und eines Sekundenschlafs erhöhen. Diese Umstände erfordern volle Konzentration und gute Reaktionsfähigkeit. Speziell Menschen, die zwischen Wohnort und Arbeitsplatz pendeln, sollten daher vor jeder Autofahrt für ausreichend Schlaf sorgen. „Wer ausgeschlafen und konzentriert unterwegs ist, schützt sich und andere Verkehrsteilnehmer vor sogenannten Müdigkeitsunfällen“, erklärt Ute Hammer, Geschäftsführerin des Deutschen Verkehrssicherheitsrats (DVR). Das Schlafbedürfnis fällt von Mensch zu Mensch unterschiedlich aus. Es gibt zwei verschiedene Schlaftypen: Im Fachjargon wird zwischen „Lerchen“ und „Eulen“ unterschieden. „Lerchen“ werden abends früher müde und sind morgens schneller fit. Sie erbringen am Vormittag ihre beste Leistung. „Eulen“ hingegen werden abends später müde und schlafen morgens lieber etwas länger. Sie erbringen ab Nachmittag ihre beste Leistung.

Berücksichtigung des eigenen Schlaftyps – „Lerche“ oder „Eule“ – kann helfen

Je nach Schlaftyp kann sich die Leistungskurve von Mensch zu Mensch erheblich unterscheiden. Es gilt daher, das ureigene Schlafbedürfnis wahrzunehmen und dieses bei der Planung der Autofahrten zwischen Wohnort und Arbeit einzubeziehen, um so Müdigkeit am Steuer und einen möglichen Sekundenschlaf zu vermeiden. Wer wie die „Lerche“ abends früh müde wird und zeitig ins Bett geht, kann seine Leistungsfähigkeit am Morgen nutzen und starten, wenn er oder sie sich ausgeschlafen und konzentriert fühlt. „Lerchen“ sollten zudem, ehe sie sich nach ihrem Arbeitstag mit dem Auto auf den Heimweg machen, noch etwas frische Luft schnappen. So kann im Auto plötzlich auftretende Müdigkeit vermieden werden. Wer wie die „Eule“ oft lange wach ist und spät ins Bett geht, sollte am Morgen mehr Zeit einplanen. „Eulen“ sollten in jedem Fall erst starten, wenn sie sich richtig wach und fit fühlen, und gegebenenfalls über eine Fahrgemeinschaft nachdenken. Schließlich verringert ein wacher Beifahrer oder eine wache Beifahrerin das Risiko, dass der Fahrer bzw. die Fahrerin einschläft. Außerdem besteht dann auch die Möglichkeit, sich zwischendurch einmal fahren zu lassen.

Wer unterwegs dennoch erste Anzeichen von Müdigkeit wie häufiges Gähnen und schwere Augenlider verspürt, sollte dringend eine Pause einlegen: bestenfalls mit einem Kurzschlaf von zehn bis 20 Minuten oder etwas Bewegung zur Kreislaufaktivierung. „Autofahrer sollten von dem Versuch absehen, ihre Leistungsfähigkeit während der Fahrt durch koffeinhaltige Getränke oder andere Tricks wie ein offenes Fenster oder laute Musik zu verlängern“, warnt Hammer ergänzend. Wem ein flexibler Arbeitsbeginn nicht möglich ist oder wer auf Nummer sicher gehen möchte, sollte die öffentlichen Verkehrsmittel für den Weg nutzen. Sie wollen wissen, ob Sie „Eule“ oder „Lerche“ sind? Machen Sie hier den Test: https://www.acv.de/quiz. DVR 24

 

 

 

 

Merkel sieht Flucht weiter als „globale Herausforderung“

 

Mitten im Wahlkampf beherrscht nüchterne Sachlichkeit den traditionellen Sommertermin der Kanzlerin. Die Asylpolitik nur noch ein großes Thema von vielen. Merkels Botschaft: Man habe viel geschafft und müsse nun mit Afrika weitere Schritte gehen. Von Corinna Buschow

 

Zwei Jahre hintereinander waren sie das Hauptthema der traditionellen Auftritte von Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) vor der Bundespressekonferenz in Berlin: die Flüchtlinge. 2015, unmittelbar vor der Entscheidung über die Einreise Verzweifelter aus Ungarn, sagte Merkel dort den Satz, der ihr danach so oft vorgeworfen wurde: „Wir schaffen das“. 2016, ein Jahr und eine heftige Integrationsdebatte später, machte die Hauptstadtpresse die Asylpolitik und deren Folgen wieder zum Topthema.

Und 2017? Mitten im Wahlkampf beherrscht nüchterne Sachlichkeit den traditionellen Sommertermin der Kanzlerin. Die Asylpolitik ist neben dem Dieselskandal, dem Verhältnis zur Türkei und der AfD nur noch ein großes Thema von vielen. Merkels Botschaft: Man habe viel geschafft und müsse nun mit Afrika weitere Schritte gehen.

Asylentscheidung schon in Afrika

Ihr Eingangsstatement widmet sie zum größten Teil den Ergebnissen des Treffens europäischer und afrikanischer Staats- und Regierungschefs am Montag in Paris. Dort wurde verabredet, künftig möglichst schon in den Transitstaaten Afrikas darüber zu entscheiden, ob Menschen ein Recht auf Asyl in Europa haben und ob sie dann über ein sogenanntes Resettlement-Programm legal einreisen können, ohne die lebensgefährliche Fahrt über das Mittelmeer zu riskieren. „Es kommen immer noch zu viele Menschen im Mittelmeer um“, beklagt Merkel.

Dem Flüchtlingshilfswerk der Vereinten Nationen (UNHCR) und der Internationalen Organisation für Migration hatte sie vor gut zwei Wochen mehr Geld für deren Arbeit in Libyen in Aussicht gestellt. Die Bitte des UNHCR, die Resettlement-Plätze künftig auszubauen, beantwortet Merkel am Dienstag erneut positiv: „Deutschland ist dazu bereit.“ Zudem betonte sie die Notwendigkeit von Entwicklungshilfe, um staatliche Strukturen und den Grenzschutz in den Transitstaaten zu stärken sowie Perspektiven in den südlicher gelegenen Herkunftsstaaten von Flüchtlingen zu schaffen.

Merkel: Wir können uns nicht abschotten

Sie sei davon geleitet, dass man sich nicht abschotten könne, sagt Merkel auf die Frage, ob aus der „Willkommenskanzlerin“ von 2015 durch die Beschlüsse für eine schärfere Abschiebe- und Grenzpolitik eine andere Regierungschefin geworden ist. „Wir können nur in Wohlstand und Sicherheit leben, wenn wir uns mit unserer Nachbarschaft und ihrer Wirtschaftlichkeit befassen“, sagt sie.

Das Thema Flucht sei nach wie vor eine „globale Herausforderung“. Man müsse viele kleine Schritte gehen, um zu Verbesserungen zu kommen. Die Zusammenarbeit mit afrikanischen Staaten sieht sie auf einer Linie mit ihrer bisherigen Flüchtlingspolitik, die unter anderem das EU-Türkei-Abkommen forciert hat und Europa zusammen in der Pflicht sieht. Die EU habe ihre Hausaufgaben dabei noch nicht gemacht, sagt Merkel mit Blick auf den Streit um eine faire Verteilung der Schutzbedürftigen.

Aussetzung des Familiennachzugs bleibt

Beim Thema Familiennachzug für subsidiär Geschützte legt sich Merkel nicht fest. Nach bisheriger Regelung bleibt er für die Gruppe mit untergeordnetem Schutz – mehrheitlich sind das Syrer – bis März 2018 ausgesetzt. Die CSU will auch darüber hinaus daran festhalten. Darüber werde man Anfang nächsten Jahres diskutieren, sagt Merkel und fügt hinzu, sollte sie dann noch Regierungschefin sein.

Es ist einer der wenigen Momente in dieser Sommerpressekonferenz der Kanzlerin, in denen überhaupt deutlich wird, dass gerade Wahlkampf ist. In nicht einmal vier Wochen wird ein neuer Bundestag gewählt und viele Beobachter vermissen die Auseinandersetzung zwischen Merkel und SPD-Herausforderer Martin Schulz. Die Kanzlerin, so der Eindruck bei der Pressekonferenz, sieht der Wahl gelassen entgegen, auch wenn sie sagt: „Für mich ist dieser Wahlkampf nicht langweilig.“ (epd/mig 30)

 

 

 

 

Seele verloren? Überprüfen Sie Ihre Systemeinstellungen

 

Der Datenschutz muss dringend verbessert werden. Von André Rebentisch

 

Im Juni 2017 standen beim Cloud-Anbieter Amazon Web Services die personenbezogenen Daten von 198 Millionen registrierten amerikanischen Wählern offen im Internet. Dieses Riesendatenleck schaffte es sogar in die Hauptnachrichten. Längst vergessen ist, dass bereits im Dezember 2015 der texanische Sicherheitsexperte Chris Vickery anderweitig 191 Millionen Datensätze von amerikanischen Wählern frei zugänglich im Netz fand.

Es ist fraglich, ob eine sichere Verwahrung von Massendaten in der Praxis überhaupt möglich ist. In der Datenverarbeitung sind Pannen kaum zu verhindern und haben komplexe Ursachen. Womöglich hatte der Cloud-Anbieter Amazon nach den akzeptierten Regeln der Kunst gar nichts falsch gemacht. Dennoch bleiben wir mit zwei größtmöglichen Pannen in relativ kurzen Zeitabständen konfrontiert. Wenn Daten über 198 Millionen Personen an einem einzigen Ort liegen, dann beeinträchtigen die Folgen einer einzigen Panne eben auch bis zu 198 Millionen Menschen.

In Europa hat der Datenschutz, d.h. der Schutz personenbezogener Daten nach dem Grundsatz der informationellen Selbstbestimmung, den Rang eines Bürgerrechts. Weil sich aber das an und für sich gute Prinzip der Datensparsamkeit, d.h. dass man nur so viele Daten speichert wie für die jeweilige Anwendung unbedingt nötig sind, immer schwerer umsetzen lässt und Datenlecks nicht vollständig vermeidbar sind, werden Daten inzwischen „pseudonymisiert“. Pseudonymisierung  ist der politisch korrekte Terminus für das Versprechen einer Anonymisierung, das aber nicht unbedingt eingehalten werden kann: Heute sind verdeckte Identitäten oftmals enttarnbar. Seit es die sogenannte reverse bzw. umgekehrte Bildersuche gibt, hat beispielsweise der schwarze Balken vor den Augen ausgedient. Reale Personen sind erschreckend leicht zu identifizieren, wenn viele pseudonyme Datenquellen zusammengeführt werden. Das funktioniert ähnlich wie die Rasterfahndung bei der Polizei.

Die App-Industrie spitzt das Problem zu: Aus dem „Netz zum Mitmachen aller“ wurde das „Netz zum Abfischen der Daten aller“: Das Finanzierungsmodell der App-Ökonomie basiert auf der Preisgabe von personenbezogenen Daten. Darüber hinaus sammeln unsere Smartphones sehr genaue Standortdaten und wissen oft mehr über unsere Lebensgewohnheiten als wir selbst.

Die EU versucht nun mit der ab Mai 2018 gültigen Datenschutz-Grundverordnung, die gravierenden Lücken des bestehenden Datenschutzrechts in Europa zu schließen. Auf den ruinösen Standortwettbewerb zwischen EU-Staaten im Binnenmarkt, die den bei ihnen ansässigen Datenkonzernen ein geringeres Schutzniveau anbieten, antwortet Europa mit der Zentralisierung des Rechts und härteren Strafen. Derzeit arbeitet der europäische Gesetzgeber zudem an einer Modernisierung des Online-Datenschutzes: Die sogenannte ePrivacy-Verordnung soll 2018 zeitgleich mit der Grundverordnung in Kraft treten. In dieser Spezialgesetzgebung geht es um elektronische Kommunikation, um Chat-Apps wie WhatsApp, die die SMS inzwischen abgelöst haben, unerwünschte elektronische Werbebotschaften und die Verfolgung von Nutzern mithilfe von Browser-Cookies.

Diese gesetzgeberischen Projekte aber werden kaum ausreichen, um den Bürgerinnen und Bürgern Europas die Kontrolle über ihre Daten zurückzugeben, solange das Finanzierungsmodell der App-Ökonomie auf dem Untergraben unseres Datenschutzes beruht. Denn die technischen Neuerungen der App-Ökonomie haben den Datenschutz bereits substanziell geschwächt, und der Gesetzgeber kommt bei dem Tempo der technischen Entwicklung einfach nicht schnell genug hinterher. Deshalb muss die Gesetzgebung in erster Linie mehr zügig als perfekt allgemeine und zukunftsfähige Prinzipien festlegen.

Neben gesetzlichen Lösungen für wirksameren Datenschutz aber gibt es weitere Ansatzpunkte, die in Betracht zu ziehen sind. Ich will drei nennen:

Oft wählen Nutzer eine für sie bequeme technische Lösung und produzieren damit Nebenwirkungen für andere. Mit dem kostenfreien elektronischen Geburtstagskalender beispielsweise teilen wir die Geburtsdaten unserer Freunde, in sozialen Medien die Bilder ihrer Geburtstagsparty. Selbst der Europäische Rat setzt auf seiner Website die Analytics Software von Google ein. Damit kann der Rat leichter seine Website auf seine Nutzer abstimmen. Der Preis dafür aber liegt in der Weitergabe der Kommunikationsdaten von Bürgern mit dem Online-Portal einer staatlichen Institution. Diese Daten bekommt ein Unternehmen, das als Nebenprodukt seiner Ausforschung für angepasste Werbung auch nachrichtendienstlich verwertbare Erkenntnisse erlangt und mit Daten aus anderen Quellen zusammenführt. Für den Europäischen Rat und die Privatwirtschaft sind solche Angebote bequem, aber es gibt auch Alternativen. Es wäre, erstens, wichtig und vorausschauend, diese Alternativen zu stärken.

Zweitens bieten Maßnahmen des „technischen“ Datenschutzes ein großes und bislang noch weitgehend brachliegendes Potenzial. Insbesondere benötigen Software-Entwickler Referenzsysteme, Beratung und Anleitung, um ihre Systeme leichter datenschutzfreundlich zu gestalten. Derzeit erscheint Entwicklern die Rechtslage zum Teil unklar und nicht eindeutig. Statt es Entwicklern zu überlassen herauszufinden, wie sie gesetzeskonform oder datenschutzfreundlich handeln können, sollte man es ihnen vormachen. Sehr wertvoll für Entwickler sind solide Referenzimplementierungen von Standardsituationen in den gängigen Entwicklungssprachen, mit denen sie auf der rechtssicheren Seite stehen. Nur wenn Behörden vormachen können, wie gerichtsfeste Software-Implementierungen oder Datenschutzerklärungen aussehen, lässt sich das Kunststück auch dem Markt zumuten.

Drittens könnten öffentliche Stellen mit technischen Eingriffen an Schlüsselstellen noch weitreichender als der Gesetzgeber den Datenschutz fördern. Von den meisten infrastrukturellen Basistechnologien des Netzes existieren nur wenige praxisrelevante Lösungen. Für Webserver zum Beispiel gibt es nur zwei bis drei relevante Varianten am Markt. Die Standardeinstellungen dieser Basislösungen sind ein mächtiger Hebel, die technischen Standards ein anderer. Was hält die EU-Kommission ab, über einen Normungsauftrag die Industrie anzustoßen, durch europäische technische Standards mehr Privatsphäre zu gewährleisten? Für den Schutz der Privatsphäre sollte die öffentliche Hand zudem die Entwicklung insbesondere von quelloffenen Basistechnologien mit Forschungsaufträgen, Kooperationen und anderem Engagement fördern.

Die nachhaltigste Aufweichung unserer Daten-Grundrechte droht aktuell aus der Handelspolitik. Auf diesem Feld werden derzeit Vorschläge verhandelt, bei denen sich der Gesetzgeber binden soll, auch in Zukunft sinnvoll erscheinende Maßnahmen zu unterlassen, die den freien Fluss der Daten erschweren könnten. Auf dem Spiel steht das Recht des Staates, datenschutzfördernd einzugreifen. Das E-Commerce-Kapitel des geplanten Dienstleistungsabkommens TiSA beispielsweise liest sich wie ein Verbotskatalog von sachgerechten staatlichen Maßnahmen für eine Post-Snowden-Ökonomie, allen voran die kontroversen Verbote einer Offenlegungspflicht für Quellcodes in der staatlichen Beschaffung und einer Datenlokalisierung, d.h. einer „Standortpflicht“ für Daten (man stelle sich z.B. vor, estländische eGovernment-Daten würden in der Cloud gespeichert, der Cloud-Anbieter hat das Rechenzentrum in Russland angesiedelt und es kommt zu politischen Spannungen zwischen den beiden Ländern).

Dahinter steht unter anderem die Zukunftsangst transatlantisch operierender Digitalkonzerne. Wir wissen etwa, dass die höchst sensiblen SWIFT-Daten über den europäischen Zahlungsverkehr, die in ein Rechenzentrum in den USA gespiegelt wurden, dort ungefragt zur Terrorbekämpfung staatlich ausgewertet wurden. Politisch sehr delikat, denn mit SWIFT-Daten ist Industriespionage und politische Erpressung in ungeahnten Ausmaßen möglich.

Nachdem der Europäische Gerichtshof im Fall Schrems die Safe-Harbor-Erklärung einkassiert hat, welche die Abflüsse von Daten der EU-Bürger in die USA ermöglichte, hat die Europäische Kommission zügig mit der Obama-Administration ein neues „Privacy Shield“-Abkommen geschmiedet. Viele Beobachter rechnen damit, dass auch dieses neue Provisorium gerichtlich gekippt wird – erst recht seitdem Präsident Trump die Zusagen seines Amtsvorgängers nicht umsetzen möchte.

Ohne ein derartiges Abkommen aber wird das Abfließen personenbezogener Daten aus Europa in die USA ungesetzlich, mit sehr teuren Folgen für transatlantisch operierende Konzerne. Deshalb wird nun vorsorglich versucht, alle Einschränkungen des Datenflusses, auch durch den Datenschutz, als angebliche nicht-tarifäre Handelshemmnisse zu bannen. Europa wäre schlecht beraten, aus handelspolitischer Rücksichtnahme unvernünftige Einschränkungen wie das eCommerce-Kapitel von TiSA oder gleichlautende Bestimmungen im Japan-EU-Abkommen anzunehmen, die sich wie ein Betonring um die Gestaltungsmacht unserer Regierungen legen würden.

In Zukunft werden wir uns mehr Gedanken um die gesellschaftlichen Chancen und Risiken der Datenkartelle machen müssen. Es zeigt sich, dass es längst kein ausreichender Ansatz mehr ist, den Datenschutz der „eigenverantwortlichen“ Zustimmung der einzelnen Nutzer zu überlassen. Bereits heute tricksen App-Entwickler die Anwender aufwändig aus, damit sie ihre Zustimmung zu jeglicher Datenverwendung geben. Zahlreiche Witzbolde haben in den Allgemeinen Geschäftsbedingungen verschiedener Apps die Nutzer um die Abtretung der Rechte an ihrer unsterblichen Seele gebeten, und diese bestätigten routinemäßig den Teufelspakt. Eine digitale Bildungsarbeit und Verbraucheraufklärung wird daran strukturell wenig ändern, denn die Nutzer handeln oft sehenden Auges. Ihr Bürgerrecht auf Datenschutz kaufen ihnen die Unternehmen einfach ab, die Seele gibt es gratis dazu. IPG 29

 

 

 

 

Besuch bei Flüchtlingsprojekt. Kanzlerin von "Kiron" beeindruckt

 

Auf der Internet-Plattform "Kiron" können sich Flüchtlinge kostenlos und von überall aus auf ein Hochschulstudium vorbereiten. Bundeskanzlerin Merkel informierte sich bei einem Besuch über das Konzept des sozialen Start-up und sprach mit Studierenden.

 

"Ich bin beeindruckt, was 'Kiron' auf die Beine gestellt hat." Das sagte Bundeskanzlerin Angela Merkel zum Abschluss ihres Besuchs bei dem sozialen Start-up in Berlin. Das Modell habe viele Unterstützer gefunden und auch Hochschulen, die es begleiten.

Die Bundeskanzlerin unterhielt sich mit fünf Studierenden von "Kiron" über ihre Lebenswege und ihre Erfahrungen in Deutschland. Alle haben viel auf sich genommen, um hier anzukommen. Inzwischen haben sie sich neue Ziele gesetzt.

Zum Beispiel Ehab: Der 24-Jährige hat in Syrien einen Abschluss in Maschinenbau erworben. Jetzt studiert er Politikwissenschaft. Er engagiert sich seit 2011 ehrenamtlich, zum Beispiel beim Syrischen Roten Halbmond. Außerdem ist er Landeskoordinator der Vereinigung World Citizen Youth in

Deutschland. Ehab möchte vor allem Frieden in Syrien und sein Heimatland wieder aufbauen.

"Kiron"-Studierende können anderen Mut machen

Alle fünf Studierenden bringen aus ihren Heimatländern gute Bildungsabschlüsse mit. Merkel war beeindruckt von ihrer Sprachkompetenz, die gleichzeitig eine Hürde für die Immatrikulation an staatlichen Hochschulen darstellt. Darüber müsste noch einmal nachgedacht werden, meinte die Kanzlerin.

Die Studierenden schilderten, dass sie oft große Sorgen um ihre Familien oder wegen ihres Asylverfahrens hätten. Ihre Erfahrungen in Deutschland seien nicht immer positiv. Oft hätten Deutsche auch Ängste. Es ginge darum, dass Deutschland nicht alle Flüchtlinge aufnehmen könne, so Merkel.

Das müsse sehr offen diskutiert werden.

"Gehen Sie Ihren Weg. Sagen Sie anderen Flüchtlingen: Integriert Euch, lernt die Sprache! Mit Ihrem eigenen Beispiel können Sie andere ermutigen", spornte die Bundeskanzlerin sie an.

Offenes Lernen erleichtert die Integration

Bei "Kiron" können sich Flüchtlinge unabhängig von ihrem rechtlichen Aufenthaltsstatus auf ein reguläres Studium vorbereiten. Der digitale "Kiron"-Campus bietet Studienorientierung und fachspezifische Module an. Partner stellen die Inhalte in Form von sogenannten Massive Open Online Courses (MOOCs) zur Verfügung.

Themengebiete sind zum Beispiel Ingenieurs-, Wirtschafts- und Sozialwissenschaften oder Informatik.

Nebenbei gibt es Präsenzangebote, Sprachkurse sowie Patenprogramme. Diese erste Studienphase ist für Flüchtlinge, die aufgrund fehlender Dokumente nicht an einer Hochschule im Gastland studieren können, besonders geeignet.

Anerkannte Abschlüsse an Partnerhochschulen

Verfügen sie über die nötigen Aufenthaltsdokumente und Qualifikationen, können sich die Studierenden an einer Partnerhochschule bewerben. Dort ist es ihnen möglich, nach Abschluss ihres Studiums einen anerkannten Abschluss zu erwerben.

Die "Kiron Open Higher Education gGmbH",kurz "Kiron", ist ein soziales Start-up. Vincent Zimmer und Markus Kreßler haben es im März 2015 gegründet, um Flüchtlingen weltweit den Weg zur Hochschulbildung zu erleichtern.

Vor allem über Soziale Medien ist "Kiron" unter den Flüchtlingen bekannt geworden. Finanziert wird "Kiron" durch Spenden, Stiftungen, Unternehmen und öffentliche Fördermittel. Der Name "Kiron" leitet sich von Cheiron - einer Figur aus der griechischen Mythologie - ab.

Bund fördert Pilotprojekt mit Hochschulen

Das Bundesbildungsministerium fördert in einem Pilotprojekt "Kiron" im Verbund mit der RWTH Aachen und FH Lübeck mit 2,1 Millionen Euro. Die Partner entwickeln zusammen Online-Curricula, digitale Sprachkurse und Mentoring-Angebote. Sie erproben auch, wie Online-Kurse beim Wechsel an reguläre Hochschulen angerechnet werden können.

Das Pilotprojekt fördert nicht nur talentierte junge Flüchtlinge. Es soll auch anderen ausländischen Studieninteressierten künftig den Zugang zum Studium in Deutschland erleichtern. Pib 25

 

 

 

Umfrage. Große Mehrheit der Deutschen ist liberal und weltoffen

 

Deutsche sind mehrheitlich weltoffen, tolerant und liberal – auch Andersgläubigen und Ausländern gegenüber. Das geht aus einer repräsentativen Umfrage hervor.

Die große Mehrheit der Deutschen zeigt sich einer Studie zufolge weltoffen, tolerant und liberal. Laut der Untersuchung des Bonner Instituts infas im Auftrag der Zeit gibt es keine Hinweise auf eine innere Spaltung des Landes, auf grassierende Fremdenangst oder auf eine massive Verunsicherung der Bevölkerung.

Für die repräsentative Studie wurden 1.501 Bürger unter anderem gefragt, wer zum kollektiven „Wir“ in Deutschland gehört. 82 Prozent gaben „Menschen anderer Religion“ als Antwort an. „Homosexuelle“ zählen für 80 Prozent, „Menschen mit einem ganz anderen Lebensstil“ für 73 Prozent, „Ausländer/Migranten“ für 72 Prozent und „Flüchtlinge“ für 71 Prozent der Befragten zum „Wir.“

Mehrheit für Hilfe und Meinungsvielfalt

Laut der Umfrage sind zudem 66 Prozent der Auffassung, es sei „wichtig, sozial Benachteiligten und gesellschaftlichen Randgruppen zu helfen“. 52 Prozent halten die These für richtig, dass es ohne Freihandel und internationale Zusammenarbeit keinen Wohlstand und Frieden gibt. Ebenso viele Befragte stimmten der Aussage zu, „man sollte immer auch Meinungen tolerieren, denen man eigentlich nicht zustimmen kann“. Infas-Geschäftsführer Menno Smid sieht in diesen Befunden eine hohe „Zustimmung zu Aussagen des kosmopolitischen Liberalismus“.

Indes vertritt laut Zeit eine relativ klar umrissene Gruppe von Bürgern entschieden andere Ansichten. Auf die Frage, ob Flüchtlinge zum „Wir“ in Deutschland gehören, sagen 80 Prozent der AfD-Anhänger „Nein“. Zudem sind 75 Prozent der AfD-Sympathisanten der Auffassung, dass „Ausländer/Migranten“ nicht dazu gehören. Deutlich weniger ablehnend stehen Anhänger der rechtspopulistischen Partei einer anderen Gruppe gegenüber: Lediglich 36 Prozent von ihnen sagen, „Menschen anderer Religion“ gehörten nicht zum „Wir“. (epd/mig 25)

 

 

 

Tag der offenen Tür am 26./27. August. Mehr als 120.000 Gäste beim Staatsbesuch

 

Bereits zum 19. hatte die Bundesregierung alle Bürger zum Tag der offenen Tür eingeladen. Mehr als 120.000 Gäste sind der Einladung zum Staatsbesuch gefolgt und haben hinter die Kulissen von Kanzleramt, Bundespresseamt und den Bundesministerien geblickt.

 

Die Bundesregierung hat zu einem "Date mit der Demokratie" eingeladen. Mehr als 120.000 Bürgerinnen und Bürger von Nah und Fern nutzen am vergangenen Wochenende die Gelegenheit, um in Berlins politischer Mitte einen Blick ins Bundeskanzleramt, die Bundesministerien sowie das Presse- und

Informationsamt der Bundesregierung zu werfen.

Es war bereits die 19. "Einladung zum Staatsbesuch" – und längst kein Geheimtipp mehr. Seit dem Regierungsumzug ist der Tag der offenen Tür der Bundesregierung ein Publikumsmagnet in Berlin. Jahr für Jahr nutzen weit mehr als 100.000 "Staatsgäste" die Gelegenheit, um sich an Ort und Stelle über

den Regierungsalltag zu informieren.

Einblicke ins Bundespressamt

Auch das Presse- und Informationsamt der Bundesregierung (kurz: Bundespresseamt oder BPA) hat über seine Arbeit informiert. Ein buntes Programm erwartete die Besucher am Dienstsitz an der Spree: Die

Ausstellung "Das Bundespresseamt – Regierungskommunikation seit 1949" etwa erzählte die Geschichte des Bundespresseamtes anhand der Bundeskanzler und der Regierungssprecher. Interessierte konnten zudem den Mitarbeitern der Social-Media-Redaktion und der Presseauswertung bei der Arbeit über die Schulter schauen.

Außerdem wurde den Gästen ein abwechslungsreiches Unterhaltungsprogramm geboten - mit Bühnentalks in der Presselounge sowie Liveauftritten bekannter Künstler wie Max Giesinger und 2raumwohnung.

Außerdem gab es Quiz-Runden sowie einen "Seh-Container",  der über das 500-jährige Reformationsjubiläum informierte.

Junge Reporter löchern den Regierungssprecher

Ein Höhepunkt im BPA am Sonntag: Die Kinder- und Jugendpressekonferenz. BPA-Chef und Regierungssprecher Steffen Seibert stellte sich den Fragen der junge Gäste. Der zwölfjährige Hannes, Kinderreporter des Fernsehkanals Kika, sowie die Vertreter von prämierten Schülerzeitungen aus Berlin löcherten dabei den Regierungssprecher mit ihren - nicht immer alltäglichen - Fragen.

 

Seibert informierte über die Arbeit des BPA im Allgemeinen und über seine Arbeit im Speziellen. Auf die Frage "Wie hielt Ihr Alltag aus?" sagte der Regierungssprecher, dass es für ihn quasi keinen Alltag gebe. Jeder Tag entwickelt sich anders. Trotz der vielen Terminen bleibe aber "manchmal auch

etwas Zeit zum Entspannen - wie jeder andere Mensch auch".

Die Kinder- und Jugendreporter erfuhren auch, dass das Amt des Regierungssprechers nicht immer schon der Berufswunsch von Seibert gewesen sei. "Regierungssprecher ist nicht die logische Folge eines jeden Journalisten", so Seibert.

Die jungen Reporter stellten auch Fragen zu politisch aktuellen Themen wie Lohngleichheit von Mann und Frau. Außerdem wollten sie vom Regierungssprecher erfahren, was er antwortet, wenn er mal keine konkrete Antwort geben könne. "Es ist besser, eine Antwort nachzureichen als etwas falsches zu sagen" war Seiberts Antwort.

Bühnentalk zu Europa

Das Bühnenprogramm im BPA startete am Samstagvormittag mit einer Diskussionsrunde über Europa. Im Zentrum standen Fragen, die viele Bürger derzeit umtreiben: Wie steht es um Europa 60 Jahre nach Unterzeichnung der Römischen Verträge? Welche Zukunft hat die EU? Wie können die Bürger Europa mehr mitgestalten? Und welche Auswirkungen hat der Brexit auf die Gemeinschaft?

 

Das Podium war hochkarätig besetzt: Es diskutierten Gesine Schwan (Politikwissenschaftlerin und Präsidentin der Humboldt-Viadrina Governance Platform), Richard Nikolaus Kühnel (Vertreter der EU-Kommission in Deutschland), Martin Kotthaus (Abteilungsleiter Europa im Auswärtigen Amt),

Rolf-Dieter Krause (Journalist) und Elmar Brok (Europaabgeordneter).

Alles Diskutanten waren sich einig, dass die EU eine große Errungenschaft ist. Sie sei nicht nur eine Wirtschaftsgemeinschaft wie zu ihrer Gründung angedacht, sondern eine Wertegemeinschaft. So ist etwa Gesine Schwan überzeugt, dass sich eine gut funktionierende Wirtschaft nur weiterentwickeln könne, wenn man an gemeinsamen Werten festhalte.

Die Entscheidung der Briten, Europa zu verlassen, war ein Tiefpunkt für die EU - auch darin war sich die Gesprächsrunde einig. Trotz der vielen Nachteile für Bürger und Wirtschaft kann Martin Kotthaus dem Brexit etwas Positives abgewinnen: "Das Interessante ist, durch den Brexit ist die Zustimmung zur Union in allen Mitgliedstaaten dramatisch nach oben gegangen." Die Bürger hätten erkannt, dass es nichts bringe, die Union zu verlassen. Ihnen sei vielmehr klar geworden, was der "Mehrwert" sei, in der EU zu bleiben.

 

Bühnentalk über Integration

Was bedeutet eigentlich Integration? Wenn jemand die deutsche Sprache spricht? Eine Arbeitsstelle hat? Darüber, was bei der Integration gut funktioniert, aber auch darüber, was verbessert werden könne, sprachen vier Experten  auf der BPA-Bühne: der YouTuber Firas Alshater, die Sozialwissenschaftlerin Naika Foroutan, die Pressesprecherin des Bamf, Andrea Brinkmann sowie Nihat

Sorgec vom BildungsWerk Kreuzberg. Moderiert wurde die Runde von dem Journalisten Constantin Schreiber. Im Gespräch zeigte sich, dass bereits viel getan wurde, um die Migranten in Deutschland zu integrieren. Es bleibe aber immer noch eine ganze Menge zu tun. Pib 27

 

 

 

 

Statistik für 2016. Armutsrisiko für Kinder und Ausländer steigt

 

In Deutschland gibt es weiterhin große regionale Unterschiede bei der Armutsgefährdung. Menschen in Süddeutschland sind dem geringsten Armutsrisiko ausgesetzt. Bei Kindern und Jugendlichen stieg die Armutsgefährdungsquote 2016 erneut an – ebenso bei Migranten und Ausländern.

In Deutschland gibt es weiterhin deutliche Unterschiede zwischen Ost- und Westdeutschland bei der Armutsgefährdung. Wie das Statistische Bundesamt am Dienstag in Wiesbaden mitteilte, hatten 2016 im früheren Bundesgebiet (ohne Berlin) 15 Prozent der Bevölkerung ein erhöhtes Armutsrisiko, in den neuen Ländern (einschließlich Berlin) waren 18,4 Prozent der Menschen armutsgefährdet.

Die Armutsquote von Migranten liegt bei 28 Prozent und damit mehr als doppelt so hoch wie bei der Bevölkerung ohne Migrationshintergrund 12,1 Prozent. Bei Menschen ohne deutschen Pass ist sogar mehr als jeder Dritte von Armut betroffen (35,5 Prozent), bei deutschen Staatsbürgern liegt die Quote bei 13,3 Prozent. Im Vergleich zum Jahr 2015 stieg die Armutsquote von Migranten um 0,3 Prozent, bei Ausländern um 1,8 Prozent.

Sozialverbände kritisieren Bundesregierung

Als armutsgefährdet gilt, wer weniger als 60 Prozent des mittleren Einkommens der Gesamtbevölkerung zur Verfügung hat. Die Armutsgefährdungsquote bei Kindern und Jugendlichen stieg um einen halben Prozentpunkt auf 20,2 Prozent. Sozialverbände äußerten angesichts dieser Zahlen Kritik an der Bundesregierung.

Ein besonders hohes Armutsrisiko haben Erwerbslose. Im früheren Bundesgebiet war 2016 mehr als die Hälfte der Arbeitslosen (52,9 Prozent), in den neuen Ländern zwei Drittel (66,9 Prozent) davon betroffen.

Alleinerziehende und Kinder besonders armutsgefährdet

Auch Alleinerziehende und ihre Kinder sind nach Angaben des Bundesamtes überdurchschnittlich armutsgefährdet. Im vergangenen Jahr war dies bei 42,4 Prozent der Alleinerziehenden-Haushalte im früheren Bundesgebiet und 46,9 Prozent dieser Haushalte in den neuen Ländern der Fall. Während in Berlin 34,5 Prozent der Alleinerziehenden-Haushalte von Armut bedroht waren, traf dies in Sachsen-Anhalt auf 60 Prozent der Alleinerziehenden-Haushalte zu.

Der Deutsche Kinderschutzbund (DKSB) äußerte sich besorgt über das gestiegene Armutsrisiko von Kindern. „Kinderarmut ist auf einem neuen Hoch – und das trotz boomender Wirtschaft und niedriger Arbeitslosigkeit“, erklärte DKSB-Präsident Heinz Hilgers in Berlin. Einer der Gründe dafür sei, dass Arbeit nicht mehr vor Armut schütze. „Fast eine Million Kinder lebten nach Angaben der Bundesagentur für Arbeit 2016 in Haushalten, wo die Eltern trotz ihrer Berufstätigkeit mit Hartz IV aufstocken mussten“, erklärte der Kinderschutzbund. Hilgers kritisierte eine „völlig verfehlte Kinder- und Familienförderung. Kinder sind und bleiben heute für viel zu viele Familien ein Armutsrisiko.“

Eschen: Bedrückendes Zeugnis

Auch die Sprecherin der Nationalen Armutskonferenz, Barbara Eschen, sieht in der stagnierenden Armutsquote von fast 16 Prozent ein bedrückendes Zeugnis für die Arbeitsmarkt- und Sozialpolitik der letzten Jahre. „Die Bundesregierung hat kaum etwas getan, um die systematische soziale Benachteiligung von Frauen und Menschen mit Migrationshintergrund zu überwinden“, erklärte Eschen, die auch Direktorin der Diakonie Berlin-Brandenburg-schlesische Oberlausitz ist.

Die Menschen in Baden-Württemberg und Bayern waren im Jahr 2016 bundesweit dem geringsten Armutsrisiko ausgesetzt. Die Armutsgefährdungsquote lag mit 11,9 Prozent in Baden-Württemberg und 12,1 Prozent in Bayern unter denen der übrigen Bundesländer. Das höchste Armutsrisiko herrschte in Bremen (22,6 Prozent), gefolgt von Sachsen-Anhalt (21,4 Prozent) und Mecklenburg-Vorpommern (20,4 Prozent). (epd/mig 30)

 

 

 

 

Was ist neu? Neuregelungen im August und September 2017

 

Die Bundesregierung unterstützt Carsharing mit Sonderparkplätzen und kostenfreiem Parken. Staubsauger werden künftig noch energieeffizienter. Sportanlagen können jetzt auch abends und an Sonn- und Feiertagen besser genutzt werden. Diese und andere Neuregelungen treten im August und

September in Kraft.

 

Verkehr. Das Auto teilen statt besitzen

Das Carsharing hat sich in den vergangenen Jahren zu einem wichtigen Baustein nachhaltiger Mobilität entwickelt. Diesen Trend will die Bundesregierung unterstützen – mit Sonderparkplätzen und kostenfreiem Parken. Das neue Carsharing-Gesetz tritt zum 1. September 2017 in Kraft.

 

Umwelt

Schutz der biologischen Vielfalt durch das Bundesnaturschutzgesetz

Die Stärkung des Meeresnaturschutzes ermöglicht es, mehr Tierarten in Nord- und Ostsee zu schützen. Ein neues "Ökokonto" erleichtert flexible Maßnahmen zum Ausgleich für Eingriffe in die Meere. Im August 2017 sind Änderungen des Bundesnaturschutzgesetzes in Kraft getreten.

 

Mehr Energieeffizienz für Staubsauger

Die Anforderungen an die Energieeffizienz von Staubsaugern werden zum 1. September 2017 nochmals erhöht. Dann dürfen nur noch Staubsauger mit einer Leistung unter 900 Watt in den Handel gelangen. Die Skala reicht von Energieeffizienzklasse A+, A++, A+++ bis Energieeffizienzklasse D. Die

Energieeffizienzklassen E, F und G fallen weg. Darüber hinaus dürfen neue Staubsauger nicht lauter als 80 Dezibel sein.

 

Lärmschutzverordnung für Sportanlagen geändert

Um Sportanlagen auch abends und an Sonn- und Feiertagen besser nutzen zu können, erlaubt die neue Lärmschutzverordnung dasselbe Lärmschutzniveau wie an Werktagen. Sie stellt gleichzeitig neue Immissionsrichtwerte für "Urbane Gebiete" auf, das heißt gemischte Stadtviertel mit besonders dichter Bebauung. Die Änderung tritt am 9. September 2017 in Kraft.

 

Tierschutz. Schlachten hochträchtiger Tiere verboten

Ab dem 1. September 2017 ist es grundsätzlich verboten, Tiere im letzten Drittel der Trächtigkeit zur Schlachtung abzugeben. Ausgenommen sind zunächst Ziegen und Schafe. Pelztiere dürfen zudem nur noch mit behördlicher Erlaubnis gehalten und gezüchtet werden. Pib 31

 

 

 

 

Experten fordern mehr Einbürgerungen zur Stärkung der Demokratie

 

In Deutschland leben mittlerweile Millionen Menschen ohne deutschen Pass. Viele von ihnen haben hier dauerhaft ihre Heimat gefunden, bei der Bundestagswahl können sie aber nicht abstimmen. Experten warnen vor einem Demokratiedefizit.

Immer mehr Einwohner Deutschlands sind Migrationsforschern zufolge nicht mehr im Bundestag repräsentiert: Fast acht Millionen Erwachsene in Deutschland könnten nicht bei der Bundestagswahl abstimmen, weil sie keinen deutschen Pass hätten, erklärte Dietrich Thränhardt von der Universität Münster am Donnerstag in Berlin. „Das ist ein Problem für die Demokratie“, sagte er. Grund dafür sei die geringe Einbürgerungsquote in Deutschland.

Thränhardt verwies darauf, dass 2015 insgesamt 1,3 Prozent der hier lebenden Ausländer die deutsche Staatsangehörigkeit erhielten. Im gleichen Jahr lag die Einbürgerungsquote in Schweden bei 6,5 Prozent, in den Niederlanden bei 3,3, in den USA bei 3,3, in Frankreich bei 2,6 und in der Schweiz bei 2,1 Prozent.

Tränhardt: Einbürgerung stärkt Demokratie

Im Jahr 2016 stieg die Einbürgerungsquote den Angaben zufolge auf 2,2 Prozent. Unterschiede gab es aber zwischen den Bundesländern: Während Hamburg mit einer Quote von 3,7 Prozent im Jahr 2016 als einbürgerungsfreundlich gelte, gefolgt von Mecklenburg-Vorpommern (3,4) und Thüringen (3,4), gebe es in Baden-Württemberg (2,0), Berlin (1,8) und Bayern (1,8) die meisten Restriktionen bei Einbürgerungen.

„Dass Bevölkerung und Staatsvolk weitgehend zur Deckung kommen, liegt im Interesse der deutschen Demokratie“, betonte Thränhardt. Wenn alle Menschen, die permanent in Deutschland wohnen, Deutsche würden, stärke das den sozialen Zusammenhalt, diene der Integration und mache das Land stabiler, fügte der Migrationsforscher hinzu.

Nur 100.00 Einbürgerungen jährlich

Lesetipp: Prof. Dietrich Thränhardt übt in einer Analyse für die Friedrich-Ebert-Stiftung, Einbürgerung im Einwanderungsland Deutschland, Kritik an der Einbürgerungspolitik. Darin erteilt er unter anderem dem sog. Generationenschnitt eine Absage. Danach soll der Einwanderergeneration die mehrfache Staatsangehörigkeit zugestanden werden, späteren Generationen aber nicht. Tränhardt attestiert dem in der Politik immer lebhafter diskutierten Vorschlag nicht nur rechtliche Probleme: Die Menschen würden die Staatsangehörigkeit ihrer Vorfahren von sich aus nicht mehr annehmen, wenn sie sich in dem neuen Land „anerkannt und akzeptiert fühlen, das Land stabil ist und die Verbindungen zum Herkunftsland früherer Generationen sich gelöst haben.“ Diese Entwicklung habe man bereits bei den Aussiedlern beobachten können.

Ausländer können die deutsche Staatsangehörigkeit erhalten, wenn sie mindestens acht Jahre lang in Deutschland leben und keine schweren Straftaten begangen haben. Weitere Vorraussetzungen sind unter anderem der Erwerb der deutschen Sprache, die Sicherung der Lebenshaltungskosten sowie die Zahlung einer Einbürgerungsgebühr, die derzeit bei 255 Euro liegt.

Jährlich würden in Deutschland nur rund 100.000 Ausländer eingebürgert, kritisierte der Einbürgerungsexperte Falk Lämmermann von der Landesvertretung Rheinland-Pfalz beim Bund. Das Einbürgerungspotenzial liege in Deutschland aktuell aber bei rund 5,2 Millionen Menschen. Ein Großteil von ihnen seien EU-Bürger sowie Menschen, die schon mehr als 20 Jahre in Deutschland leben.

Lämmermann: Einbürgerungen kompliziert und langwierig

Lämmermann kritisierte das komplizierte und langwierige Einbürgerungsverfahren, das in mehrere Phasen gegliedert und mitunter sehr bürokratisch sei. „Es gibt in Deutschland noch keine Kultur, wo Einbürgerungen zum Einwanderungsprozess dazugehören“, sagte der Experte. Das Verfahren müsse vereinfacht und beschleunigt werden. Mit Blick auf Menschen, die bereits mehr als 20 Jahre in Deutschland leben, solle mit einer sogenannte Altfallregelung der Zugang zur deutschen Staatsbürgerschaft erleichtert werden.

Zudem müsse für die Einbürgerung aktiv geworben werden. Insbesondere EU-Bürger seien seltener am deutschen Pass interessiert. „Traditionell haben Menschen aus reichen und sicheren Ländern eine geringere Motivation, sich einbürgern zu lassen“, sagte Thränhardt. In Deutschland ließen sich Schweizer, Spanier, Franzosen, Amerikaner, Norweger und Japaner besonders selten einbürgern. Einbürgerungsquoten von mehr als zehn Prozent gebe es dagegen bei den Bürgerkriegsländern Syrien (12,5), Irak (11,7) und Afghanistan (10,8) sowie den instabilen afrikanischen Ländern Nigeria (11,3) und Kamerun (18,5). (epd/mig 1)

 

 

 

Rekord: 18,6 Millionen Zugewanderte

 

Die Bevölkerung mit ausländischen Wurzeln hat 2016 einen neuen Höchststand erreicht. Insgesamt waren etwa 18,6 Mio. Menschen entweder selbst nach Deutschland eingewandert oder Kind mindestens eines eingewanderten Elternteils. Die Ursache für den starken Anstieg um 8,5 % gegenüber 2015 ist die hohe Zahl von Geflüchteten in den Jahren 2015 und 2016, so das Statistische Bundesamt.

Etwas mehr als die Hälfte der Bevölkerung mit Migrationshintergrund besitzen dabei die deutsche Staatsangehörigkeit (52 %), die meisten von ihnen schon seit ihrer Geburt. Rund 8,9 Mio. Ausländer_innen leben demzufolge in Deutschland. Grundlage der Erhebung ist der Mikrozensus, eine jährliche, repräsentative und stichprobenartige Befragung der Haushalte. Das Ausländerzentralregister (AZR) geht hingegen davon aus, dass mehr als zehn Millionen Menschen ohne deutschen Pass in der Bundesrepublik wohnen. Grund für die höhere Zahl ist, dass sich viele Rückkehrer nicht abmelden, wenn sie Deutschland wieder verlassen.

Die Türkei ist noch immer mit Abstand das größte Herkunftsland und Europa die wichtigste Region. Inzwischen haben aber auch 2,3 Mio. Menschen in Deutschland Wurzeln im Nahen und Mittleren Osten. Das sind fast 51 % mehr als fünf Jahre zuvor. Die Zahl der Menschen afrikanischer Herkunft wuchs im gleichen Zeitraum um 46 % auf etwa 740.000 Menschen. Die meisten Menschen mit Migrationshintergrund leben im bevölkerungsreichsten Bundesland Nordrhein-Westfalen (fast 4,9 Mio.), gefolgt von Baden-Württemberg (fast 3,3 Mio.). Am wenigsten Menschen mit ausländischen Wurzeln finden sich in Mecklenburg-Vorpommern (102.000), Thüringen (131.000) und Sachsen- Anhalt (140.000).   Forum Migration, September