WEBGIORNALE  18 SETTEMBRE – 1 OTTOBRE  2017

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Discorso sullo stato dellUE. Juncker al Pe, programma e ambizioni di fine legislatura  1

2.       Migranti, Juncker: "L'Italia salva l'onore dell'Europa"  1

3.       Onu: tra ambizioni di riforma e immobilismo  2

4.       Juncker sullo stato dell’Unione: «Sui migranti il tributo dell’Italia ha salvato l’onore dell’Ue»  2

5.       La ricetta Juncker per la nuova Ue: “Cambiare tutto in un anno e mezzo”  2

6.       Germania al voto il 24 settembre: l’ingannevole monotonia della campagna elettorale  3

7.       La Corte di giustizia Ue dà ragione all’Italia: giusto redistribuire i migranti 3

8.       La strategia dei numeri. Gli italiani in Germania  4

9.       Elezioni in Germania, duello tv tra Schulz e Merkel: la Cancelliera evita i colpi e vince  4

10.   Merkel e Schulz duellano sulla Turchia, non entrerà nell’Unione europea  4

11.   "Non credo nel reddito di cittadinanza". Intervista HuffPost/Focus alla cancelliera tedesca Angela Merkel 5

12.   Profughi e consenso: la Brexit e la lezione di Merkel 6

13.   “Italiani all’estero: attenzione ai libretti e ai conti in banca in Italia. Se non utilizzati per più di dieci anni”  6

14.   Nazionalità agli immigrati: Italia divisa  6

15.   A Berlin il 19 settembre. L’Ambasciata incontra… il teatro  7

16.   I recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue Cosmo. 7

17.   Avviata ad Amburgo la ventesima edizione di “Cinema!Italia!” Tournée in Germania fino al 13 dicembre  8

18.   Colonia. Collettiva italiana alla fiera Anuga 2017 (7-11 ottobre) 8

19.   Seminario “Italia-Germania-Europa: un bilancio a 60 anni dai trattati di Roma”  9

20.   Dortmund: il console Giordani all’incontro con il presidente del NRW Kuper 9

21.   La danzatrice tarantina Roberta Di Laura in Germania  9

22.   Münster. Mario Morcone: corridoi umanitari strumento essenziale per soccorrere  10

23.   Dieselgate. L’ingegnere italiano capro espiatorio? Interrogazione di Micheloni e Di Biagio  10

24.   Inizia il Salone di Francoforte, l’industria tedesca mostra il suo volto pulito e tecnologico  10

25.   Francoforte. L’Italia al salone internazionale dell’auto  11

26.   Sorpresa: sui consumi Italia batte Germania 4 a 2  11

27.   Germania, la "super-icona" Merkel che si è mangiata la politica dei tedeschi 11

28.   Un software usato per le elezioni in Germania è vulnerabile  12

29.   Air Berlin, i piloti si danno malati. La compagnia cancella oltre 200 voli 12

30.   UE: Mes anticrisi, pro e contro la proposta Schaeuble  12

31.   Tassa sui rifiuti dei residenti all’estero. Garavini (PD): “Una sentenza che fa giustizia per gli italiani all’estero”  13

32.   Alla Camera audizione del direttore per gli Italiani all'estero e le Politiche migratorie del MAE Luigi Maria Vignali 13

33.   Matto no, pericoloso sì: ecco come si ferma Kim   14

34.   Una nota delle ACLI. La lotta alla povertà in Italia: siamo al momento decisivo  14

35.   Ius soli all’italiana  15

36.   Migranti, Minniti: "Mondo grato all'Italia per sforzo fatto"  15

37.   Rivoluzione tecnologica: la crescita non crea più occupazione  15

38.   Fedi e Porta (Pd): Validi gli accertamenti fiscali notificati presso la residenza Aire con raccomandata  16

39.   La cittadinanza italiana: lo “iussoli” già esiste! 16

40.   L’orizzonte d’Italia  16

41.   Studenti all’estero, al via le iscrizioni al bando di Intercultura  17

42.   INPS. Campagna 2017 di accertamento dell'esistenza in vita per i pensionati residenti all’estero  17

43.   “Inclusione dei migranti”: forse serve l’antropologo culturale  17

44.   Quel razzismo “made in Italy”  18

45.   L’incertezza nazionale  18

46.   Fabio Porta fa il punto sull’audizione del direttore generale del Maeci per gli Italiani all’Estero Luigi Maria Vignali 18

47.   “Le strategie adottate dai nostri Governi in materia di italiani all’estero stanno segnando una svolta positiva”  19

48.   Slitta lo Ius soli: a settembre non è in calendario al Senato  19

49.   Confindustria: "Fuga cervelli ci costa 14 miliardi all'anno"  19

50.   Richard Wagner incontra Gabriele D’Annunzio – convegno internazionale a Villa Vigoni il 23.-24.09.2017  20

51.   Scuole italiane all’estero: incontri Maeci-sindacati 20

52.   Pensioni all’estero: tutte le novità sull’esistenza in vita 2017-2018  20

 

 

1.       Flüchtlingspolitik. Juncker kündigt Vorschläge für legale Einwanderung in EU an  21

2.       Junckers Rede: Mutiges Plädoyer – schwere Umsetzung  21

3.       Grausame Militäroperationen. Vereinte Nationen sehen „ethnische Säuberung“ in Myanmar 22

4.       Rohingyas flüchten in Massen  22

5.       Beitrittsgespräche mit der Türkei? Die EU streitet 23

6.       Kompromiss in Sicht. Merkel sieht Chance für europäische Flüchtlingsverteilung  23

7.       Myanmar: „Das ist ein schwelender Völkermord“  24

8.       Umsetzung offen. EuGH verdonnert Ungarn und Slowakei zur Aufnahme von Flüchtlingen  24

9.       Wer wird was nach der Bundestagswahl?  24

10.   Deutschland/Italien: „Flüchtlingsfrage geht uns alle an“  25

11.   Die Gewinner des 23. Premio ENIT 2017 stehen fest.  Preisverleihung am 10. Oktober in Frankfurt 25

12.   Hunderte türkische Amtsträger wollen Asyl in Deutschland  26

13.   Kolumbien. Die Waffen sind weg, die Revolution bleibt 26

14.   Merkel gewinnt TV-Duell 26

15.   Studie zum TV-Duell, Islam hat am meisten polarisiert 27

16.   Bundestagswahl 2017: Bedeutung von Spitzenkandidaten wird überschätzt 27

17.   Rat für Migration fordert radikalen Kurswechsel in der Einwanderungs- und Flüchtlingspolitik  28

18.   Forderungen aus dem Manifest des Rat für Migration für eine zukunftsfähige Migrations-, Flüchtlings- und Integrationspolitik  28

19.   Schutzpflicht des Staates. Rassistische Wahlplakate müssen abgehängt werden  29

20.   Vatikan: Papst traf Saarlands Ministerpräsidentin  29

21.   In der Sackgasse  29

22.   Aktuelle Zahlen. Asylverfahren dauern immer länger 30

23.   Debatte um Angleichung von Asylstandards  31

24.   Gemeinsam und vernetzt international agieren  31

25.   EU gibt grünes Licht für Air-Berlin-Kredit 31

26.   Grundsicherung und Sozialhilfe. Höhere Regelsätze ab 2018  31

27.   Umfrage. Deutsche blicken optimistischer in die Zukunft 32

28.   Ein neues Digitalministerium für Deutschland?  32

29.   50 Jahre ESOC in Darmstadt. Raumfahrt 32

30.   Umfrage. Terror und Extremismus bleiben größte Ängste in Deutschland  33

31.   Schüler aus Hessen besuchen ein englisches College in den Herbstferien! 33

32.   Studie. Jeder fünfte Firmengründer ist Einwanderer 33

33.   Mobilität der Zukunft zum Anfassen. IAA Pkw 2017  33

34.   Gitarrenorchester "Volare" in italienischer und deutscher Sprache, Italienisches Kulturinstitut München  34

35.   Richard Wagner trifft Gabriele D´Annunzio – internationale Tagung in der Villa Vigoni 34

 

 

 

 

Discorso sullo stato dellUE. Juncker al Pe, programma e ambizioni di fine legislatura

 

Con l’annuale discorso sullo stato dell’Unione, ispirato, rispetto al recente passato, a maggiore ottimismo e a maggiore fiducia sul futuro dell’Europa, il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker ha illustrato al Parlamento europeo il programma di lavoro dell’Esecutivo fino alla conclusione della legislatura.

Juncker ha potuto presentare un programma ambizioso da una posizione più confortevole rispetto agli anni scorsi, grazie a una ritrovata fiducia dei cittadini europei nell’Unione, grazie a un regresso dei fenomeni di euroscetticismo, ma soprattutto grazie ad una situazione assai più incoraggiante dell’economia (un’Europa che cresce in media del 2%, con un’Eurozona che cresce del 2,2%,  e che cresce comunque più degli Usa) e dell’occupazione (con più occupati di prima della crisi): in sintesi grazie ad un’Europa che ha di nuovo “il vento in poppa”.

Un programma di lavoro che testimonia della volontà della Commissione di riaffermare il proprio ruolo di istituzione “politica” cui compete la responsabilità  di proporre misure e iniziative, in una fase in cui i Governi nazionali avevano dato l’impressione di monopolizzare la scena politica e mediatica con varie iniziative e in vari formati.

Le indicazioni istituzionali

Sul piano istituzionale nessuna sorpresa che Juncker abbia escluso la prospettiva di una  revisione dei Trattati a breve-medio termine (“non è quel che ci chiedono i cittadini europei”). Può invece apparire più sorprendente il suo esplicito  appello a procedere in maniera inclusiva, lasciando in disparte il metodo delle integrazioni differenziate o dell’Europa a più velocità (che pure sembra attrarre crescenti consensi in alcune capitali).

Da qui l’obiettivo di estendere il regime di Schengen anche a Romania, Bulgaria e Croazia; l’idea che l’euro diventi la moneta comune di tutta l’Unione (“una moneta che unisce e non divide”); e infine l’idea che tutti i membri dell’Unione possano far parte dell’Unione bancaria. Progetti evidentemente di lungo periodo, che dovranno fare i conti con le volontà dei singoli Governi interessati, ma che testimoniano dei timori della Commissione per certe spinte centrifughe che si stanno manifestando soprattutto in alcuni Paesi dell’Europa Centro-orientale.

Infine sempre tra le questioni istituzionali da registrare la “simpatia” espressa per la proposta di liste transnazionali per le elezioni al Parlamento europeo (questione che dovrà essere affrontata nel contesto della discussione sul destino dei 73 seggi britannici al Pe dopo la Brexit);  il rilancio della proposta (compatibile con i Trattati) di una fusione delle figure del presidente della Commissione e del presidente del Consiglio europeo; e l’appello a utilizzare laddove possibile le clausole-passerella che consentono di passare dall’unanimità la voto a maggioranza.

Le proposte di governance dell’euro

Fra le proposte di policy, le più interessanti sono probabilmente quelle relative al completamento della governance dell’euro. Su questo Juncker ha anticipato che la Commissione farà proposte concrete, entro la fine dell’anno, sulla trasformazione del Meccanismo europeo di Stabilizzazione in un Fondo monetario europeo, e sul ministro delle Finanze europeo (non una nuova istituzione, ma il commissario competente per materia, cui verrebbero attribuite “nuove responsabilità di supporto alla riforme strutturali negli Stati membri” e di “coordinamento degli strumenti finanziari a disposizione dell’Ue” per assistere Stati membri in difficoltà).

Si è però pronunciato contro l’idea di un separato e autonomo bilancio dell’Eurozona (dovrebbe trattarsi eventualmente di una “linea” del bilancio comune dell’Ue) e contro l’idea di un separato Parlamento dell’Eurozona (il Parlamento europeo deve essere anche il Parlamento dell’Eurozona).

Politica commerciale e flussi migratori

Juncker ha poi rivendicato la legittimità e la validità della politica commerciale condotta dall’Ue, sottolineando i vantaggi per la crescita e per l’occupazione di un sistema ispirato alla liberalizzazione degli scambi e ricordando la prossima conclusione dell’accordo con il Giappone, i progressi realizzati con Messico e Mercosur, e la prossima apertura di negoziati con Australia e Nuova Zelanda. Ha anche promesso maggiore trasparenza nella conduzione dei negoziati commerciali (i mandati negoziali saranno resi pubblici dalla Commissione); maggiore attenzione alla reciprocità; e infine una imminente iniziativa della Commissione  per consentire un più efficace controllo, a livello europeo, sugli investimenti dall’estero  in settori d’interesse strategico nazionale.

Qualche novità (non spettacolare) anche sul fronte delle gestione dei flussi migratori. Da registrare, oltre a un non scontato riconoscimento al ruolo svolto dall’Italia (con la riduzione dei flussi provenienti dal Mediterraneo centrale), e la constatazione dei miglioramenti realizzati nel controllo delle frontiere esterne, la proposta di un rafforzamento dei programmi di rimpatrio degli irregolari (una condizione necessaria per poter accogliere adeguatamente chi ha diritto alla protezione internazionale),  la proposta per la creazione di corridoi umanitari per l’accoglienza di richiedenti asilo provenienti da Turchia, Libano e Giordania, e la disponibilità a impegnarsi per la ricerca di  un compromesso sulla riforma del Regolamento di Dublino.

I silenzi del presidente

Sintomatico poi che Juncker abbia speso solo poche parole sul tema della Brexit (più un problema per il Regno Unito che per la Ue), associandovi la proposta di un Vertice  dei capi di Stato e/o di governo dei 27 per il 30 marzo 2019, all’indomani dell’ormai (auspicabilmente) consumato divorzio britannico, e alla vigilia delle elezioni europee, per rilanciare il progetto comune in un contesto che si vorrebbe di ritrovata omogeneità.

E altrettanto sintomatico il silenzio di Juncker sulle difficoltà di dialogo con alcuni governi di Paesi dell’Europa centro-orientale, con i quali non mancano certo i motivi di dissenso e  che non perdono occasione per polemizzare con l’Ue e le sue istituzioni: un segnale della volontà del presidente della Commissione di apparire in questa occasione perfino eccessivamente inclusivo.

Infine da segnalare che il discorso si limita a ribadire un generico impegno della Commissione  sul tema della difesa europea, sul quale peraltro la stessa Commissione da ultimo aveva assunto un ruolo profilato e costruttivo (tra l’altro con la proposta di un Fondo europeo per la Difesa). E a confermare, senza fornire anticipazioni, che la Commissione presenterà nella prossima primavera una proposta formale sul prossimo quadro finanziario multi-annuale e  sul futuro del bilancio dell’Unione, che avrà l’obiettivo di combinare risorse e ambizioni.

In sintesi il discorso ha testimoniato della volontà della Commissione di riassumere l’iniziativa politica e di rioccupare la scena con varie proposte, alcune delle quali anche molto specifiche e concrete. Particolarmente interessanti sotto questo profilo le proposte avanzate sul tema della governance dell’Eurozona, che sembrano voler anticipare (e per certi aspetti ridimensionare) quanto potrà emergere dalle varie ipotesi di intesa fra Berlino e Parigi; o quelle altrettanto ambiziose in materia di riassetti istituzionali (come l’estensione sistematica del voto a maggioranza, la fusione delle cariche di presidente della Commissione e di presidente del Consiglio, la lista transnazionale per il Parlamento europeo).

Con questo ambizioso programma di fine legislatura  la Commissione ha fatto la sua parte. Ora la palla è nel campo dei  Governi nazionali. A loro la responsabilità  di  manifestare se e in che misura saranno disposti a seguire la Commissione in questa ambiziosa visione del futuro dell’Europa. Con la possibilità che se non tutti saranno pronti o disponibili si possa avanzare anche sulla base di gruppi più omogenei inizialmente ristretti.

Ferdinando Nelli Feroci, AffInt 13

 

 

 

Migranti, Juncker: "L'Italia salva l'onore dell'Europa"

 

"Non posso parlare di migrazioni senza rendere un omaggio sentito all'Italia, per la sua generosità e la sua tenacia. La Commissione quest'estate ha lavorato in piena armonia con il primo ministro italiano, il mio amico Paolo Gentiloni, e con il suo governo. Continueremo a farlo, perché l'Italia nel Mediterraneo salva l'onore dell'Europa". Lo afferma il presidente della Commissione Europea Jean Claude Juncker, oggi a Strasburgo durante il discorso sullo Stato dell'Unione.

Sempre a proposito di migranti, il presidente della Commissione Europea dice: "Lavoreremo per aprire percorsi legali" per migrare nell'Ue, anche perché "le migrazioni irregolari si fermeranno solo se ci sarà una vera alternativa ad un viaggio pericoloso". "Siamo vicini al punto - aggiunge - in cui avremo reinsediato 22mila rifugiati dalla Turchia, dalla Giordania e dal Libano: sostengo la richiesta fatta dall'Alto commissario Filippo Grandi, perché vengano reinsediati altri 40mila rifugiati dalla Libia e dai Paesi circostanti". "Nello stesso tempo - nota - la migrazione legale è necessaria per l'Europa, che è un continente che invecchia. E' per questo che la Commissione ha avanzato proposte per rendere più facile per i migranti qualificati arrivare in Europa con la Blue Card".

Su Twitter il premier Paolo Gentiloni commenta le dichiarazioni sull'Italia del presidente della Commissione: "Grazie a @JunckerEU per le sue parole sull'immigrazione e per l'alto profilo europeista del suo discorso sullo stato dell'UE".

"E' importante che tutti comprendano, come ha compreso la Commissione europea e diversi Paesi dell'Unione, che il fenomeno migratorio non è soltanto un problema di Malta, dell'Italia o della Grecia, ma è un problema complessivo dell'Europa". Questo il commento del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, dopo l'incontro con l'omologa di Malta, Marie Louise Coleiro Preca.

VACCINI - Il presidente della Commissione Europea richiama però l'Italia sui vaccini: "E' inaccettabile che in Europa bambini muoiano di malattie che dovrebbero essere state eradicate da tempo. I bambini in Romania e in Italia - sottolinea - devono avere lo stesso accesso ai vaccini contro il morbillo che hanno i loro coetanei in altri Paesi europei". "Non ci devono essere morti evitabili in Europa", continua.  I bambini di Italia e Romania, ha poi aggiunto Juncker, devono avere lo stesso accesso ai vaccini contro il morbillo che hanno i loro coetanei europei, "senza se e senza ma. E' per questo stiamo lavorando con tutti gli Stati membri per sostenere gli sforzi fatti per le vaccinazioni a livello nazionale. In un'Unione di eguali, non possono esserci cittadini di serie B", ha concluso.

UE - Parlando dell'Ue, Juncker dice: "Il vento è tornato nelle vele dell'Europa. Abbiamo ora una finestra di opportunità - sottolinea - ma non rimarrà aperta per sempre. Sfruttiamola e catturiamo il vento con le nostre vele". "Serve un ministro europeo dell'Economia e delle Finanze per promuovere le riforme negli Stati membri", continua. "Il ministro - spiega - dovrebbe coordinare tutti gli strumenti di finanziamento dell'Ue e intervenire" nei casi di crisi. "Non penso ad una nuova carica: per ragioni di efficienza, il commissario europeo agli Affari economici e finanziari - osserva - può svolgere questo ruolo, presiedendo anche l'Eurogruppo".

"Più democrazia - afferma - vuol dire più efficacia: l'Ue guadagnerebbe forza se potessimo fondere le due presidenze, Commissione e Consiglio. Il paesaggio europeo sarebbe più leggibile con un solo capitano alla guida della nave. Avere un solo presidente rifletterebbe meglio la vera natura della nostra Ue come unione di Stati e di cittadini". 

Per il presidente della Commissione Europea ci sarebbe bisogno di "un Fondo Monetario Europeo ancorato nel diritto Ue. Presenteremo una proposta - annuncia - in dicembre a questo fine".

INVESTIMENTI - In arrivo ci sono nuove regole sugli investimenti di Paesi terzi. "Oggi proponiamo - si legge nella versione ufficiale scritta del discorso di Juncker - un nuovo quadro Ue per l'esame degli investimenti. Se una società estera, a controllo pubblico, vuole acquisire un porto europeo, una parte della nostra infrastruttura energetica o un'impresa della difesa, questo deve succedere solo nella trasparenza, con un esame e un dibattito". "E' responsabilità della politica sapere che cosa succede in casa nostra, in modo da poter proteggere la nostra sicurezza collettiva, in caso di bisogno. Non siamo fautori ingenui del libero scambio", nota.

EURO - Riguardo alla moneta unica, Juncker ha detto: "Se vogliamo che l'euro unisca il nostro continente, invece di dividerlo, allora dovrebbe essere più che la valuta di un gruppo selezionato di Paesi. L'euro è concepito per essere la moneta unica dell'Ue nel suo insieme: tutti i Paesi dell'Ue, a parte due (Regno Unito e Danimarca, ndr), hanno il diritto e dovrebbero entrare nell'euro, una volta che le condizioni saranno rispettate". "Gli Stati membri che vogliono aderire all'euro devono poterlo fare. E' per questo che propongo di creare uno strumento per entrare nell'euro (Euro-accession Instrument, ndr), che offra loro assistenza tecnica e anche finanziaria", annuncia. 

AUTO - A proposito di auto e dei recenti scandali, Juncker afferma: "Sono orgoglioso della nostra industria automobilistica, ma resto scioccato quando i consumatori vengono consapevolmente e deliberatamente ingannati. Invito l'industria automobilistica a correggere il tiro. Invece di cercare scappatoie, dovrebbero investire nelle auto pulite del futuro".

TERRORISMO - "Ritengo che ci siano buone ragioni per affidare al nuovo procuratore europeo (European Public Prosecutor's Office, Eppo nel gergo comunitario, ndr) il compito di perseguire i reati transfrontalieri legati al terrorismo", ha poi sottolineato il presidente della Commissione Europea.

L'Ue, ha aggiunto, "deve essere più forte nella lotta al terrorismo. Negli ultimi tre anni abbiamo fatto dei progressi reali. Ma ci mancano ancora i mezzi per agire rapidamente nel caso delle minacce terroristiche transfrontaliere. Per questo propongo che venga creata un'unità di intelligence europea, che assicuri che i dati che riguardano i terroristi e i foreign fighters vengano condivisi automaticamente tra i servizi di sicurezza e con le polizie". Adnkronos 13

 

 

 

Onu: tra ambizioni di riforma e immobilismo

 

La 72a Assemblea generale delle Nazioni Unite è alle porte e le rappresentanze dei 193 Stati membri dell’ Onu già confluiscono verso New York, nel clima reso rovente dal confronto tra Corea del Nord e Stati Uniti.

Tutte le possibili soluzioni di natura diplomatica a questa crisi e tutte le sanzioni economiche finora comminate al regime di Kim Jong-Un passano dalle Nazioni Unite e, in modo più specifico, dal Consiglio di Sicurezza (CdS).

Il CdS dell’ Onu è una bestia strana: composto dalle cinque maggiori potenze al mondo, Usa, Russia, Cina, Gran Bretagna e Francia, membri permanenti con diritto di veto, e da dieci Paesi eletti a rotazione (cinque l’anno) dall’Assemblea generale, è ben noto per la difficoltà nel giungere a decisioni e per lo scarso numero delle delibere realmente significative a livello geopolitico.

Inizialmente composto dalle cinque nazioni vincitrici della Seconda Guerra Mondiale (Usa, Urss, Cina, Gran Bretagna e Francia), dotate appunto del potere di veto, e da sei altri Stati a rotazione, ha visto, nel tempo, pochi cambiamenti rilevanti avvenire nella sua composizione, ampliatasi da 11 a 15 Stati negli Anni Sessanta, in risposta alla necessità di una maggior rappresentatività creata dalla decolonizzazione e dall’ingresso nell’ Onu di nuovi Stati. Nel 1971, la Repubblica Popolare Cinese ha preso il posto della Cina nazionalista, il cui governo è in esilio a Taiwan; negli Anni Novanta, la Russia ha preso il posto dell’Urss, dopo la dissoluzione di quest’ultima.

La riforma e le posizioni in campo

Con la fine della Guerra Fredda, l’inadeguatezza del funzionamento e della composizione del Consiglio di Sicurezza hanno finito per risultare sempre più chiare. E oggi virtualmente nessuno Stato al mondo è contrario a una riforma dell’istituzione.

I giocatori politici in campo hanno finito per coagularsi intorno a tre blocchi, con posizioni fortemente contrapposte. Da un lato vi sono i membri del G4: Giappone, India, Brasile e Germania, che s’appoggiano a vicenda nella richiesta di divenire membri permanenti del Consiglio di Sicurezza.

L’importanza economica, politica e militare di questi Stati è andata aumentando, anche se non in modo costante, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Le loro richieste hanno trovato appoggio di varie forme e intensità, presso diversi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, con l’importante eccezione della Cina, tiepida sull’ingresso dell’India e nettamente contraria a quella del Giappone.

In contrapposizione alle attese di queste quattro grandi potenze regionali, una compagine di Stati ‘minori’, per iniziativa in particolare dell’Italia, fortemente contraria alle richieste del G4, ha creato un gruppo chiamato Uniting for Consensus, ribattezzato informalmente il ‘Coffee Club’.

Le tesi del Coffee Club vanno in direzione opposta a quelle del G4:L si propone un allargamento del numero di membri non permanenti, o a rotazione, del Consiglio di Sicurezza.

Molti Stati hanno partecipato alle iniziative di UfC: i membri considerati più importanti, oltre alla già citata Italia, sono il Pakistan, la Colombia, l’Egitto, il Canada e la Spagna, ma più di 120 nazioni (oltre il 60% delle nazioni al mondo) hanno preso parte almeno in un’occasione alle iniziative del gruppo, dimostrando come ci si possa aspettare dall’Assemblea generale un atteggiamento più propenso a un allargamento del CdS in senso più democratico, in contrapposizione a quello verticistico voluto dal G4.

Il terzo blocco è quello dell’Unione africana, che cerca di ottenere un allargamento a favore dei suoi Paesi sia per quanto riguarda il numero di membri permanenti (due) che quelli non permanenti.

Quali prospettive?

Ciascuno dei gruppi in gioco porta avanti posizioni difficilmente accettabili dagli altri attori internazionali. La proposta del G4, conferendo grandi poteri ad alcuni dei maggiori contributori dell’ Onu, aumenterebbe ulteriormente il divario fra stati di ‘serie A’ e di ‘serie B’, risultando quindi poco appetibile alla grande maggioranza dei piccoli Stati con diritto di voto nell’Assemblea generale.

Le posizioni del ‘Coffee Club’, al contrario, si basano su un’idea di democratizzazione dell’istituto: in alcune formulazioni si è arrivati a ventilare la rinuncia, parziale o totale, al diritto di veto da parte dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, posizione che non sarà mai accolta dalle grandi potenze.

Le richieste di maggiore potere da parte dell’Unione africana trovano una certa legittimazione nel fatto che il Continente Nero è il teatro della maggior parte degli interventi militari Onu. Ma l’incapacità di decidere a chi attribuire i seggi (Egitto?, Nigeria?, o Sudafrica?), oltre che la scarsa rilevanza politica ed economica degli Stati africani, rende queste richieste altrettanto irrealistiche che le precedenti.

Il Consiglio di Sicurezza è un’istituzione nata con un chiaro obiettivo: la creazione e il mantenimento di uno status quo che favorisse gli Stati vincitori della Seconda Guerra Mondiale.  Questo obiettivo è stato chiaramente raggiunto, al punto che oramai possiamo considerarci prigionieri di questo stesso “ordine mondiale”.

L’unica via d’uscita da questa impasse geopolitica passa attraverso il riconoscimento dei cambiamenti che sono avvenuti sullo scacchiere internazionale negli ultimi settant’anni. Per quanto questi mutamenti possano essere lampanti, nessuno Stato pare però intenzionato a rinunciare ai propri privilegi, o a correre il rischio di lasciare più potere ai suoi competitors regionali e globali. Male ignoto si teme doppiamente; e l’immobilismo perdura. Alessandro Miglioli,, Cristin Cappelletti  AffInt 11

 

 

 

 

Juncker sullo stato dell’Unione: «Sui migranti il tributo dell’Italia ha salvato l’onore dell’Ue»

 

Un omaggio all’Italia «per la sua perseveranza e generosità» sulla gestione dei flussi dei migranti arriva dal presidente della Commissione Ue, Juncker, nell’annuale discorso a Strasburgo. Che ricorda la ripresa economica dell’Ue e insite su un’Europa più forte

Un plauso all’Italia per la gestione dei migranti e la certezza che l’economia europea è in consistente ripresa. Jean Claude Juncker rilancia l’Ue nel suo discorso sullo stato dell’Unione al Parlamento europeo di Strasburgo e ringrazia l’Italia che - dice - «ha salvato l’onore dell’Europa».

Sui migranti: «L’Italia salva l’onore dell’Europa»

«Non possono parlare di migrazione senza pagare tributo all’Italia per la sua generosità. Nel mediterraneo l’Italia ha salvato l’onore dell’Europa» ha precisato il presidente della Commissione Europea nel suo discorso sullo stato dell’Unione, spiegando di aver lavorato a stretto contatto «con il amico, il premier italiano Paolo Gentiloni, e con il suo governo». Ma sul tema dell’immigrazione Juncker ha insistito: «Dobbiamo migliorare le condizioni di vita dei profughi in Libia. Sono atterrito dalle condizioni inumane che prevalgono nei centri di accoglienza. La Commissione agirà di concerto con le Nazioni Unite per mettere fine a questa condizione scandalosa che non può durare».

«È il momento di costruire un’Europa più forte»

Il presidente della Commissione Ue si è detto soddisfatto del percorso dell’Ue: «Dieci anni dopo la crisi, l’economia europea rimbalza. Un anno fa non eravamo in un buono stato» ma l’Unione europea «ha mostrato che possiamo dare risultati». Juncker ha sottolineato come l’Europa sia al quinto anno di crescita economica, rivendicando che la crescita ora è vicina a quella degli Stati Uniti, con il +2,2% per la zona Euro. «È il momento di costruire un’Europa più unita, più forte e più democratica» ha detto Juncker insistendo sul fatto che l’Europa « deve sempre difendere i propri interessi strategici. Per questo proponiamo un nuovo quadro dell’Unione Europea sugli investimenti. È nostro dovere politico sapere cosa succede da noi per essere in grado, se necessario, di proteggere la nostra sicurezza collettiva e per essere più competitivi». CdS 13

 

 

 

La ricetta Juncker per la nuova Ue: “Cambiare tutto in un anno e mezzo”

 

Il presidente della Commissione contro l’Unione a due velocità: “Muoversi compatti”. Omaggio all’Italia: “Sugli immigrati ha salvato il nostro onore. Aumentare i rimpatri” – Marco Bresolin inviato a Bruxelles

 

Nell’Europa che Jean-Claude Juncker vuole rilanciare non esistono le divisioni tra Est e Ovest, perché «deve respirare con due polmoni, altrimenti si soffoca». Anzi, dovrebbe allargarsi ai Balcani Occidentali (ma non alla Turchia). Nella sua Europa ideale c’è poi un Parlamento con una quota di deputati eletti con delle liste paneuropee. Ne ha parlato ieri proprio davanti all’Aula di Strasburgo, dove ha dettagliato il suo programma nel discorso sullo Stato dell’Unione. In questo anno e mezzo che ci separa dalla fine della legislatura, ha detto, c’è «una finestra di opportunità» che va sfruttata. Ora l’Europa ha «il vento in poppa» e bisogna cogliere l’attimo. Per guidarla nella giusta direzione, «prima che torni la tempesta», sarebbe meglio che ci fosse un solo presidente - dice l’ex premier lussemburghese - contemporaneamente a capo della Commissione e del Consiglio. «Un solo capitano al timone della nave» . Vento in poppa, nave, capitano al timone. Troppi esempi marittimi, gli ha ricordato un eurodeputato euroscettico, evocando la fine del Titanic. 

Dalle parole di Juncker è emerso che nel suo progetto non c’è spazio per un’Ue a più velocità. Deve muoversi compatta, da Est a Ovest. Se possibile con un ulteriore allineamento. Dopo la Brexit, infatti, «tutti gli Stati Ue dovrebbero entrare nell’euro». Idem per Schengen, l’area di libera circolazione da cui sono ancora escluse Romania, Bulgaria e Croazia. 

Nella sua Europa, dunque, Eurozona e Ue dovranno coincidere. Per questo «non serve un Parlamento dei Paesi dell’Eurozona» (bocciata la proposta Macron), ma «un ministro dell’Economia che sia vicepresidente della Commissione e capo dell’Eurogruppo». Con i dovuti strumenti a disposizione, come un Fondo Monetario Europeo che dovrebbe nascere sulle ceneri del Meccanismo Europeo di Stabilità. Sì agli Eurobond, «ma senza mutualizzazione del debito». Su questo, Juncker è realista: Berlino non lo accetterebbe mai. 

Deve crescere l’influenza europea sul palcoscenico mondiale e dunque è bene insistere con il progetto di una Difesa comune. Anche nel campo della Sicurezza Juncker immagina un Continente in cui le intelligence degli Stati collaborino, coordinate, per meglio contrastare il terrorismo. Con una super-procura dedicata alla principale minaccia di questi anni e un rafforzamento sul fronte della cybersicurezza: «Istituiremo un’Agenzia europea per la sicurezza informatica». 

Ci sono poi le sfide da affrontare sia nell’immediato che nel futuro, come l’immigrazione. Juncker si è lasciato andare a un elogio dell’Italia, che «ha salvato l’onore dell’Ue», evitando però di affilare il coltello contro quegli Stati che hanno dato scarsa prova di solidarietà. Solo un generico appello a mettere più soldi nel Trust Fund per l’Africa, le cui casse piangono. Per Juncker bisogna aprire prima il portafogli e poi le porte, accogliendo attraverso corridoi umanitari chi fugge dalle guerre. Ma non deve esserci spazio per tutti: «Gli irregolari - ha avvertito riferendosi ai migranti economici - vanno espulsi».  

L’Europa di Juncker vuole diventare «leader nella lotta ai cambiamenti climatici» e moltiplicare gli accordi commerciali per riempire gli spazi lasciati dagli Stati Uniti, ma con le dovute difese. Per esempio proteggendosi dalle scalate straniere nei settori strategici. Tra gli obiettivi, poi, quello di rilanciare una strategia industriale e di creare un’Agenzia per il lavoro, rafforzando il cosiddetto «pilastro sociale». 

Ci sono molte cose belle nel libro dei sogni di Juncker, dove non trovano spazio capitoli più problematici come per esempio la questione catalana. Né le difficoltà dei negoziati per la Brexit. Il capo della Commissione già pensa a un vertice da tenersi in Romania il 30 marzo del 2019, per dire definitivamente addio a Londra e progettare il futuro a 27. A patto che si trovi un accordo con Londra. E che, nel frattempo, le trattative e gli interessi contrastanti non logorino i rapporti tra i Paesi dell’Unione europea. LS 14

 

 

 

Germania al voto il 24 settembre: l’ingannevole monotonia della campagna elettorale

 

Le elezioni che il 24 settembre chiameranno poco più di 61 milioni di tedeschi alle urne sono state percepite da molti come “noiose”, sia per la mancanza di colpi di scena e grandi disaccordi fra i principali candidati in corsa, sia per un risultato che appare scontato.

La Germania può certamente essere considerata un raro esempio di stabilità elettorale nell’attuale contesto europeo. I principali partiti in corsa per le elezioni (Cdu/Csu per il centro-destra e Spd per il centro-sinistra) sono infatti entrambi europeisti e governano insieme nella grande coalizione di governo uscente, rendendo quindi arduo tracciare una netta linea di demarcazione fra loro.

L’apparente monotonia nasconde però una realtà più complessa, segnata da un clima politico inedito e dall’incertezza sull’esito della composizione del futuro esecutivo, il quale potrà comprendere compagini molto diverse fra loro.

Inedito clima di odio e frustrazione

Nonostante in Europa e in Italia la percezione non sia questa, per molti tedeschi le imminenti consultazioni segnano un punto di svolta per il clima di odio che ha caratterizzato la campagna elettorale.

La crescita del Pil del 9,2% in quattro anni e il calo della disoccupazione dal 6,9% al 5,7% non sono infatti stati sufficienti a proteggere la Germania dal ritorno dell’estremismo di destra e della lotta fra poveri. Quest’odio non si è alimentato solo dalla percepita ineguaglianza, ma anche dalla relativa unità dei grandi schieramenti politici.

I sondaggi hanno infatti dato i due partiti che si collocano agli estremi del panorama politico (Die Linke e AfD), in risalita in seguito al dibattito televisivo fra Angela Merkel e Martin Schulz, un confronto visto come troppo civile e troppo poco dialettico. Aumenta soprattutto il consenso per l’estrema destra dell’Alternative für Deutschland (AfD, Alternativa per la Germania) che invece punta sulla pancia degli elettori, nutrendosi della frustrazione, rabbia e paura dell’elettorato mediante slogan anti-establishment e anti-immigrazione.

È proprio l’ormai certo superamento della soglia di sbarramento da parte di AfD a costituire la grande novità di queste elezioni. Per la prima volta dopo 60 anni, la Germania non solo vedrà sedere un partito razzista e anti-europeo nel Bundestag, ma – se i recenti sondaggi che danno la AfD a due cifre dovessero trovare conferma nelle urne – questo diventerebbe addirittura la terza forza a livello federale.

Con la scelta dello slogan “Trau dich, Deutschland!” (“Abbi coraggio, Germania!”), la AfD promuove l’idea del riscatto da una “cultura della colpa” imposta ai tedeschi dopo la seconda guerra mondiale; questa si riflette anche nella dialettica polemica e provocatoria che ha contrassegnato la loro campagna.

Programmi e parole chiave

I popolari-conservatori della Cdu promettono continuità con gli ultimi 12 anni di governo, con una campagna fortemente incentrata sulla cancelliera uscente Angela Merkel e sulle parole chiave di unità, prosperità e sicurezza. Le principali promesse del centrodestra riguardano maggiori investimenti nella sicurezza interna ed esterna, abbassamento della disoccupazione al 3% entro il 2025, taglio di imposte e attenzione alla famiglia.

Il braccio di ferro interno con la Csu sull’accoglienza dei rifugiati sembra essere stato vinto dalla Merkel: la forza cristiano-sociale bavarese federata con la Cdu aveva chiesto un tetto massimo di 200mila ingressi l’anno, ma la cancelliera avrebbe convinto gli alleati con la promessa di favorire l’arrivo di lavoratori specializzati.

Dopo un iniziale effetto positivo sulla scia della scelta dell’ex presidente del Parlamento europeo Martin Schulz come candidato cancelliere, la Spd ha poi arrancato nella propria campagna elettorale di opposizione alla Merkel sia per via del ruolo di governo che ha assunto negli ultimi quattro anni, sia per la perdita di consensi per Schulz, rivelatosi stimatissimo politico Ue ma con poco contatto con la realtà tedesca.

L’Spd individua la riduzione delle differenze di reddito e una maggiore giustizia sociale come obiettivi salienti che la differenziano dalla Cdu. Nella definizione dei punti non negoziabili in una eventuale coalizione, Schulz ha recentemente indicato parità di stipendio fra uomini e donne, abolizione dei contratti arbitrariamente a tempo determinato, no all’innalzamento dell’età pensionabile, modernizzazione delle scuole e abolizione delle rette per l’asilo.

L’elettorato a cui punta la AfD è un pubblico eterogeneo che vede euroscettici, conservatori, elettori di protesta, ex-astenuti e disoccupati, uniti da un partito che parla alla pancia dei votanti facendo leva sulla loro rabbia e le loro paure. Le parole chiave “Gott, Familie, Vaterland” (Dio, famiglia, madrepatria) nel programma politico si traducono nel ritorno alla moneta nazionale, maggiori elementi di democrazia diretta, la chiusura delle frontiere e l’abolizione del ricongiungimento familiare.

Mentre i Grünen (Verdi) puntano su energie rinnovabili, salario minimo e politiche d’asilo, la sinistra di Die Linke pone al centro lotta alla povertà, imposta sul reddito, pensioni, affitti, sanità pubblica e accoglienza. L’atteggiamento fortemente critico contro la “burocrazia europea” e la spinta per lo scioglimento della Nato rendono difficile la loro l’inclusione in una coalizione di governo.

I liberali della Fdp, storici alleati della Cdu/Csu e favorevoli a un’Ue a più velocità, puntano su investimenti in digitalizzazione ed educazione e su maggiore sicurezza interna in opposizione alle aperture della Merkel per riprendersi dalla pesante sconfitta nelle urne del 2013, quando per la prima volta dopo 64 anni non superarono la soglia di sbarramento del 5%.

Nodi da sciogliere

Se pure i principali sondaggi degli ultimi giorni prevedono una vittoria certa della Cdu/Csu (37-38%), seguita dalla Spd (20-23%), la rielezione della Merkel per un quarto mandato (che la porterebbe in parità con Helmut Kohl) non sarebbe tuttavia sufficiente a decidere la partita sulla composizione della coalizione di governo che verrà. I sondaggi vedono attualmente oscillare Fdp, Die Linke e Grünen fra il 7 e il 10% e la AfD addirittura raggiungere il 12%, rendendo quindi possibili vari scenari che comportano sostanziali differenze nei programmi di governo e a livello di scelte europee.

Ecco che quindi l’apparente noia di queste elezioni, causata da una dialettica piatta tra i due principali canditati ritenuti troppo simili, sta avendo un duplice effetto sul risultato finale: da un lato rafforza i partiti all’estremità, forti di una netta demarcazione politica, dall’altro aumenta le probabilità di una nuova grande coalizione Cdu-Spd dopo le elezioni. Più che allo scontato successo della cancelliera, sarà quindi utile guardare ai voti che otterranno i cristiano-democratici: maggiore sarà la percentuale, minore la necessità di una larga coalizione o di una riedizione della Große Koalition con l’Spd in quanto secondo probabile partito nazionale.

Una cosa è certa: la futura compagine del Bundestag sarà più ampia di quella passata, con il ritorno della Fdp e l’ingresso della AfD. Questo è in linea, seppur in misura ben più ridotta, con la perdita di peso dei partiti storici in Europa e una tendenza alla frammentazione politica. La vera partita si gioca quindi lontana dai riflettori puntati sui due candidati principali, nella corsa ai voti da parte delle quattro liste minori, per cui un punto percentuale in più può significare l’accesso al governo o alla corsa per diventare l’opposizione di maggiore peso qualora dovesse ricomporsi la grande coalizione. Queste elezioni tedesche non sono poi così noiose come sembrano. Anja Palm, AffInt 15

 

 

 

 

La Corte di giustizia Ue dà ragione all’Italia: giusto redistribuire i migranti

 

Respinto il ricorso di Slovacchia e Ungheria. Budapest: “Oltraggioso”. Ma il piano procede a rilento - FRANCESCO OLIVO

 

Redistribuire i migranti all’interno dei Paesi Ue è un diritto. Lo ha stabilito la Corte di Giustizia dell’Unione europea respingendo i ricorsi di Slovacchia e Ungheria che avevano cercato di fermare le cosiddette “relocation” dei richiedenti asilo da Italia e Grecia e che fino a oggi non hanno accolto nemmeno un profugo. Nella sentenza, i giudici spiegano che «il meccanismo contribuisce effettivamente e in modo proporzionato a far sì che la Grecia e l’Italia possano far fronte alle conseguenze della crisi migratoria del 2015». Una decisione duramente contestata da Budapest che ha definito la sentenza «oltraggiosa e irresponsabile». 

 

La redistribuzione decisa dal Consiglio europa era stata ostacolata oltre che da Slovaccha e Ungheria anche dalla Repubblica Ceca e Romania. Il Gruppo di Visegrád, l’alleanza dei Paesi dell’Europa nord orientale, si era opposto per ragioni politiche, ma anche procedurali e giuridiche, il Consiglio, secondo la loro tesi, non avrebbe avuto i poteri per imporre l’accoglienza dei profughi.  

Nel procedimento davanti alla Corte, la Polonia è intervenuta a sostegno della Slovacchia e dell’Ungheria, mentre Belgio, Germania, Grecia, Francia, Italia, Lussemburgo, Svezia e la Commissione europea sono intervenuti a favore del Consiglio Ue. Con la sua odierna sentenza, la Corte ha respinto integralmente i ricorsi proposti da Slovacchia e Ungheria.  

 

Quanti sono  

Il programma di ricollocamento dei richiedenti asilo dall’Italia continua a procedere ma molto più lentamente del previsto. 

Al 28 agosto (data dell’ultimo aggiornamento del Viminale), i migranti effettivamente ricollocati sono solo 8.220, di cui 7.457 adulti, 743 minori e 20 minori stranieri non accompagnati. Diciannove i Paesi di destinazione: nell’ordine, Germania (3.215), Norvegia (816), Svizzera (779), Finlandia (755), Paesi Bassi (714), Svezia (513), Francia (330), Portogallo (302), Belgio (259), Spagna (168), Lussemburgo (111), Malta (47), Romania (45), Slovenia (45), Cipro (34), Lettonia (27), Lituania (27), Croazia (18) e Austria (15). Ungheria e Slovacchia, i due Paesi che avevano presentato il ricorso respinto oggi, non hanno sinora accettato di ospitare alcun richiedente asilo. 

 

Le reazioni  

Il commissario europeo Dimitris Avramopoulos è soddisfatto: «La Corte di giustizia Ue ha confermato la validità dello schema dei ricollocamenti. È tempo di lavorare nell’unità e attuare in pieno la solidarietà». «La solidarietà non è a senso unico. Ora bisogna andare avanti con i ricollocamenti e con le procedure d’infrazione», aggiunge il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani. 

 

Positivo anche il commento di Amnesty International: «Nessun Paese si può sottrarre alle proprie responsabilità sui profughi. Slovacchia e Ungheria hanno cercato di evitare il sistema di solidarietà Ue, ma ogni Paese ha il proprio ruolo nella protezione delle persone in fuga da guerre e persecuzioni» dice Iverna McGowan.  LS 6

 

 

 

 

La strategia dei numeri. Gli italiani in Germania

 

Mentre il nostro Parlamento è in procinto d’analizzare in Aula la nostra nuova legge elettorale, abbiamo fatto la “conta” dei Connazionali all’estero. Abbiamo iniziato con la Germania. In seguito, svilupperemo il conteggio per tutti i Connazionali all’estero. In terra tedesca si registra la massima presenza d’italiani migrati in Europa. E’ risultato che i Connazionali in Germania sono 685.788. Ovviamente, iscritti alle Anagrafi Consolari e, di conseguenza, all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (AIRE). Però, c’è da considerare che il numero complessivo comprende anche gli italiani che, per questioni d’età, non hanno ancora il diritto di voto.

 

 E’ confermato che il numero dei Connazionali che si sono trasferiti in Germania in quest’ultimo quinquennio è in progressivo aumento. Da 652.127 nel 2010, sono passati a 685.588 nel 2016. Con un incremento reale di ben 33.461 unità. Cioè una media annuale di circa 66.900 italiani che hanno lasciato il Bel Paese; spesso con contratti di lavoro in tasca.

 

 Tornando al valore numerico, riteniamo che la cifra sia, in sostanza, valida. Tra l’altro, tiene conto degli italiani che hanno diritto di voto. Quindi, d’età superiore a 18 anni. Se ne deduce che più di centomila nostri Connazionali sono ancora minorenni e, di conseguenza, non conteggiabili ai fini elettorali. Fatta una semplice sottrazione, è agevole verificare che 585.588 sono i Connazionali che possono votare dalla Repubblica Federale Tedesca.

 

Se questa fitta umanità dovesse decidere, coesa, per votare in modo meno dispersivo, la rappresentatività dalla Germania sarebbe in prima posizione tra le prese d'atto a livello legislativo nazionale. Sempre che la nuova legge elettorale, stabiliti i “blocchi” elettivi, non tenga conto di quanto abbiamo evidenziato. Una realtà, neppure tanto remota, che sarà nostra premura raffrontare con le altre realtà migratorie in Europa e nel Globo. Le prossime consultazioni politiche generali avranno un’importanza fondamentale per la Penisola e la strategia dei numeri, se ben gestita, avrà una sua rilevanza.   Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Elezioni in Germania, duello tv tra Schulz e Merkel: la Cancelliera evita i colpi e vince

 

Lei più convincente (44%) dello sfidante (32%). Entrambi: no alla Turchia nella Ue - di Danilo Taino, corrispondente da Berlino

 

Martin Schulz ha perso quella che era probabilmente la sua ultima chance per battere Angela Merkel alle elezioni tedesche del 24 settembre: non ha trovato il colpo del knock-out, anzi. Nel dibattito faccia a faccia che si è tenuto ieri sera su quattro canali televisivi, il candidato socialdemocratico alla cancelleria ha cercato di attaccare l’avversaria su una serie di temi: soprattutto sull’immigrazione; poi sul disagio sociale e la disuguaglianze, gli scandali nell’industria dell’auto e la politica estera di Merkel troppo morbida verso Trump e verso Erdogan. La cancelliera, però, non è mai è sembrata in difficoltà. Schulz doveva sfondare, per recuperare almeno un po’ dello svantaggio a cui lo condannano i sondaggi, tra i 13 e i 17 punti percentuali: non c’è riuscito e l’obiettivo di mettere in moto un recupero virtuoso è sfumato. A tre settimane dalle elezioni.

Merkel e Schulz si confrontavano a quattrocchi per la prima volta. E non ce ne sarà una seconda. La candidata cristiano-democratica, il cui partito Unione Cdu-Csu è in vantaggio nelle previsioni, aveva da un lato tutto da perdere dal confronto. Dall’altro, però, le sarebbe bastato pareggiare lo scontro diretto per uscirne indenne e tenere l’avversario a distanza. Lo sfidante socialdemocratico doveva invece attaccare senza sembrare eccessivo, tenendo conto che il suo partito, la Spd, è alleato di governo di Merkel, nella Grande Coalizione, da quattro anni. Operazione non facile di fronte alla cancelliera da 12 anni, la quale è capace di assorbire ogni attacco e soprattutto è parsa stare per l’intera ora e mezza del confronto su un gradino più alto: lei, leader riconosciuta e rispettata nel mondo, garanzia di una Germania soddisfatta di sé; lui, Schulz, non certo intimidito ma in posizione minoritaria, con pochi risultati personali da mostrare agli elettori, senza un piedestallo.

La cosa più rilevante che entrambi hanno affermato — sotto la pressione di Schulz — è che la Turchia di Erdogan non entrerà mai nell’Unione europea. Per il resto, il candidato socialdemocratico ha attaccato su pensioni, mettendo in dubbio le promesse di Merkel sul non alzare l’età del ritiro, sulla proposta del partito della cancelliera di tagliare le tasse ai ceti medi, sulla capacità di integrare gli immigrati, sulla criminalità e sulla sicurezza. Di base, però, la discussione non ha avuto momenti di scontro interessanti al punto di cambiare l’andamento della campagna elettorale: anche noiosa. Schulz ha messo in campo una performance seria ma non ha trovato il colpo della svolta. Soprattutto, è stato messo un po’ alle corde quando Merkel ha detto che non si alleerà mai, nel prossimo governo, con i nazionalisti anti immigrati della Alternativa per la Germania e con la sinistra-sinistra della Linke e ha chiesto Schulz se può dire lo stesso. Il candidato socialdemocratico non ha escluso un governo con la Linke, cosa che non può piacere alla maggioranza dei tedeschi. I primi sondaggi dicono che Merkel avrebbe vinto il confronto 44 a 32. Schulz non ha sfondato. CdS 3

 

 

 

Merkel e Schulz duellano sulla Turchia, non entrerà nell’Unione europea

 

Duellano su Erdogan, che comunque entrambi vedono fuori dall’Europa, e sul tema migranti. Ma riescono anche a trovare punti in comune i due sfidanti, a partire dalla scelta dei colori: per il duello in tv, Angela Merkel e Martin Schulz hanno puntato entrambi sul blu, lui indossando una cravatta, lei una giacca di questo colore. Quest’ultima scelta dopo un passaggio nello studio televisivo, per esser certi che non sbattesse col contesto, secondo i tabloid. 

Non si contano, in 95 minuti di confronto, davanti a quattro giornalisti di emittenti tv - Maybrit Illner della ZDf, Sandra Maischberger di Ard, Peter Kloeppel di Rtl e Claus Strunz di Sat 1 - le volte in cui si danno ragione, si citano, si mostrano reciproco rispetto. Eppure la cancelliera a tratti si mostra risoluta nel dissenso, se non addirittura risentita. «Se divento cancelliere interromperò i negoziati per l’ingresso della Turchia nell’Ue», dice il candidato dell’Spd. «Non rompo con la Turchia, per fare la gara a chi ha la posizione più dura», è la reazione piccata della cancelliera. «Un ingresso nell’Ue non l’ho mai visto, a differenza dei socialdemocratici che lo appoggiavano», aggiunge. Al momento «di fatto i negoziati non esistono», e comunque «per interromperli serve l’unanimità in Europa». Merkel annuncia che «si sta verificando l’opzione di rafforzare gli avvisi per i viaggi dei tedeschi in Turchia» dopo gli ultimi due arresti di cittadini tedeschi. Schulz controbatte ancora: «Erdogan capisce soltanto il linguaggio che propongo io, quello di chi trae le conseguenze». 

Anche sulla Corea del Nord, Schulz mostra i denti, rispondendo alla domanda se Trump sia il presidente giusto per risolvere la crisi un chiaro: «no». «Non vedo una soluzione senza gli Usa», replica Merkel. Che poi aggiunge: «Va detto con chiarezza che serve una soluzione diplomatica, pacifica» anche di fronte all’escalation delle ultime ore. «È una questione di guerra o pace», concordano. 

«Con me non ci sarà una pensione a 70 anni», risponde a un’altra domanda Frau Merkel. «Meraviglioso! Finalmente una posizione chiara, mi fa piacere», scatta Schulz, che ne approfitta per tornare sul cavallo di battaglia di queste elezioni: la vaghezza della cancelliera, che vira quando le serve. Il duello è però anche il momento per ridimensionare una critica che non era piaciuta a nessuno nelle scorse settimane: Schulz attaccò Merkel, definendo il suo stile politico un «attentato alla democrazia». «Non lo ripeterò, era una espressione forte. Il mio obiettivo era dire che una democrazia non si porta avanti su un vagone letto». 

Schulz attacca poi anche sui profughi: nel 2015 fu sbagliato aprire le porte della Germania senza consultarsi con i partner europei, dice. «In quel momento era necessario prendere una decisione», risponde Merkel. Poi il match diventa più serrato: con domande a cui si può rispondere solo sì e no. Merkel cerca sempre di spiegare la sua posizione, mentre quando si tratta di rispondere bene o male sull’incarico di Schroeder al colosso petrolifero russo risponde «male», senza esitazione. Anche Schulz è costretto a farlo, pur rivendicando meriti storici all’ex cancelliere. LS 3

 

 

 

"Non credo nel reddito di cittadinanza". Intervista HuffPost/Focus alla cancelliera tedesca Angela Merkel

 

"Non credo nel reddito di cittadinanza". Lo ha detto la cancelliera tedesca Angela Merkel in un'intervista esclusiva all'HuffPost e Focus Online, in cui delinea le sfide che la Germania dovrà affrontare nei prossimi mesi. In vista delle elezioni federali che si terranno il 24 settembre, la cancelliera parla quindi della necessità di adeguare il lavoro alle "necessità attuali": Merkel esclude che nell'era digitale i posti di lavoro debbano giocoforza diminuire ma, anzi, "ci saranno più lavori legati alla programmazione". E per questo sottolinea l'importanza delle scuole nel processo di alfabetizzazione digitale dei giovani. Quanto al fenomeno migratorio, la cancelliera afferma che "anche i migranti contribuiscono alla nostra prosperità e aiutano a plasmare la nostra società", fermi restando i valori sanciti dalla Costituzione tedesca. A proposito, Merkel si dice soddisfatta per la creazione di posizioni nel mondo del volontariato nell'accoglienza dei rifiugiati, "ne abbiamo create di ulteriori anche per i rifugiati stessi, e mi piacerebbe conservarle".

Come sarà la Germania nel 2030? Su quali obiettivi state lavorando?

L'obiettivo del mio lavoro è far sì che la Germania continui ad essere un paese forte e affermato in un arco di tempo che va dai dieci ai quindi anni; un paese che offra un'adeguata occupazione ad un numero maggiore di persone, e che sia socialmente equo.

Come intende raggiungere questo risultato?

Dobbiamo formare i lavoratori qualificati necessari o permettere a queste risorse di lavorare in Germania attraverso una legge mirata sul lavoro qualificato degli immigrati. La Germania cambierà grazie alla digitalizzazione. Spero che avremo una rete gigabyte nazionale entro il 2030 che, tra le altre cose, sarà un prerequisito importante per espandere la presenza di auto a guida autonoma sulle strade. Assisteremo alla nascita di nuovi concept soprattutto nell'area della mobilità – in particolare nelle zone urbane, ma anche in quelle rurali.

Le aree rurali e soprattutto l'agricoltura devono contare su network digitali efficienti per poter operare in un modo redditizio e attento all'ambiente, in futuro. Ci assicureremo che i cittadini siano in grado di usufruire di quasi tutti i servizi statali attraverso portali digitali dedicati. Tutti i cittadini avranno un account che specifica con precisione chi ha accesso a questi dati. La trasparenza e la protezione dei dati avranno un ruolo importante in questo senso. Il progresso digitale, anche nel sistema sanitario, può portare cambiamenti positivi e rilevanti. Nel frattempo, la telemedicina diventare di granlunga più importante, specie nelle aree rurali.

Dove intravede del potenziale futuro per le aziende tedesche e per l'economia della Germania?

Tra dieci anni, le persone non saranno solo connesse ai loro smartphone come adesso, ma – per dirla con termini semplici – anche alle cose. I produttori comunicheranno con i loro prodotti, per così dire; ciascuna vite di ogni macchina sarà, per la durata del suo ciclo di vita, sempre connessa alla produzione che l'ha originata. Le riparazioni e la manutenzione saranno condotte in maniera molto diversa. Già oggi lo stiamo vedendo.

L'intero settore dell'intelligenza artificiale rivestirà un ruolo cardine. Ecco perché è importante continuare a dare man forte agli istituti di ricerca come la Max Planck Society e organizzazioni simili.

Le sembra che il mondo aziendale sia troppo legato alla vecchia economia e che la transizione al mondo digitale non abbia ancora raggiunto il livello di altre nazioni?

Siamo già posizionati piuttosto bene in quella che è nota come Industria 4.0 e impegnati a standardizzare il cosiddetto internet delle cose. Questo non vale solo per le aziende più importanti, ma anche per le piccole e medie imprese. Anche il settore dell'artigianato ha accolto la digitalizzazione rapidamente. Quando ci sono in ballo digitalizzazione e processi di produzione non temo per il prestigio della nostra economia.

Dove intravede lo spazio per il miglioramento dunque?

Dobbiamo recuperare rispetto alle relazioni tra aziende e clienti.

Sono sempre più numerosi i fornitori online asiatici e americani che vogliono mettere le mani sui prodotti locali. Dall'altra parte di questa equazione vi sono i fornitori di questi prodotti in Germania, che devono imparare a rendere più personali le loro relazioni con i clienti. Se controlliamo questa interfaccia in cui produttore e consumatore s'incontrano, se gli altri non dominano le vendite con la loro offerta digitale, allora eviteremo di diventare un "banco di lavoro" ampliato. Dobbiamo sicuramente riuscire in questo.

Un cambiamento fondamentale è previsto per maggio dell'anno prossimo con la Direttiva sull'ePrivacy. La Direttiva renderà impossibile tracciare qualcuno attraverso i normali cookies. Significa che si renderà necessario un singolo accesso login, e il problema in questo paese e che Google, Facebook e Amazon hanno molti più dati. Come intende impedire a Google, Facebook e Amazon di montarsi la testa?

Dobbiamo assicurare un giusto accesso ai dati, anche per i fornitori più piccoli. Questo influisce sulle priorità da stabilire, vedi la questione su dove emerge e dove avviene il contatto con i clienti. È importanti assicurare che non tutto sia automaticamente orientato verso i fornitori maggiori.

La Direttiva getta una luce ancora più importante in questo contesto. In parole povere, dobbiamo assicuraci che anche i piccoli fornitori siano in grado di raggiungere i clienti.

Non è semplice perché, senza conoscere gli algoritmi nel dettaglio, dobbiamo garantire che questi algoritmi offrano le stesse opportunità a tutti. Abbiamo visto, ad esempio, come Facebook cambi costantemente i suoi algoritmi così che tu non sappia mai cosa ti offriranno. Se si accede a questa piattaforma sporadicamente, i cambiamenti risultano piuttosto significativi...

C'è lo stream privato che viene personalizzato in modo tale da mostrare solo quello che combacia con gli interessi dell'utente.

È vero. Ed è proprio questo che dobbiamo tenere d'occhio perché limita la diversità di opinione, ovviamente. Siamo estremamente limitati quando vediamo solo quello che probabilmente ci piace.

E questo ha un enorme impatto sulla società nel suo insieme.

Ovviamente. Il modo in cui all'interno della società si formano le opinioni cambia, se siamo al corrente solo di informazioni parziali e quando manca una base condivisa di conoscenze e fatti sui quali basiamo le nostre opinione.

Ha menzionato le aziende più piccole. Come può assicurarsi che non siano estromesse dal mercato fin dall'inizio per mancanza di forza economica?

In primo luogo, è molto importante connettere le aree rurali ad internet a banda larga. In secondo luogo, dobbiamo stabilire degli standard. Il governo federale ha aperto la piattaforma Industrie 4.0 soprattutto per le piccole e medie imprese, per aiutarle a distinguersi nell'internet delle cose.

Ma non pensa che si dovrebbe tenere conto anche delle agevolazioni fiscali?

Di recente abbiamo adottato agevolazioni fiscali per le start-up, che devono avere lo spazio per crescere. Inoltre, vogliamo rendere deducibili le spese per la ricerca.

Ha appena menzionato l'accesso a internet ad alta velocità. State portando avanti un confronto con Deutsche Telekom su come continuare a portare avanti la rete a fibra ottica? Molte aree sono ancora servite con i cavi di rame.

Sì. Da un lato, abbiamo dato una spinta significativa al cosiddetto vectoring per raggiungere l'obiettivo di 50Mbit al secondo. Quando lavoriamo nel campo dei gigabit, dobbiamo prima affidarci ad una rete a banda larga di base, in fibra ottica o rame.

Questo può essere integrato con lo standard 5G per una maggiore efficienza. Abbiano stabilito un'alleanza di rete. Ovviamente, stiamo lavorando per assicurare che tutti siano in grado di godere delle stesse condizioni d'investimento. Intendiamo mettere all'asta ulteriori domini di frequenza. Inoltre, è possibile migliorari i servizi a fibra ottica nelle zone rurali o offrire una copertura di rete mobile ad alte prestazioni in queste regioni.

Ha appena detto che ci sarà un impatto sul mondo del lavoro. È giusto immaginare che alcune tipologie di lavoro scompariranno. Come possiamo assicurarci che le persone il cui lavoro diventerà obsoleto non restino indietro? Non è il momento di pensare a un reddito di cittadinanza?

Non credo nel reddito minimo universale. Sono convinta che riusciremo a conformare le carriere alle necessità attuali. Il numero di lavoratori non dovrà calare per forza, ma a cambiare sarà il tipo di lavoro svolto. Ci saranno più lavori legati alla programmazione, allo sviluppo di applicazioni, nel servizio clienti eccetera. Dobbiamo muoverci per tempo e creare i giusti programmi di formazione professionale.

È necessario anche dire a bambini e giovani dove si trovano le opportunità professionali. Ed assicurarci che le scuole siano adeguatamente preparate a formare i ragazzi per la vita dopo la scuola. Il Governo Federale contribuirà a rendere disponibili i moderni curricula tramite e-Cloud, a cui tutti avranno accesso.

Questo, credo, sarà un punto focale della nostra politica in materia di istruzione per i prossimi quattro anni.

Alla luce di quanto ha detto, i metodi d'insegnamento standard, quelli che conosciamo da anni, dovrebbero essere mantenuti, o anche le scuole necessiteranno di un cambiamento?

Le scuole dovranno cambiare, e questo cambiamento è già in corso in molti istituti. Naturalmente, cambierà quello che gli alunni imparano e come lo imparano. Lettura, scrittura e aritmetica resteranno fondamentali, ma saranno insegnate anche competenze di programmazione di base. Dovremo promuovere l'alfabetizzazione digitale, così che gli alunni possano trarre il meglio dalla rivoluzione digitale, e sapere come gestire responsabilmente i loro dati e quelli altrui.

Per quanto tempo possiamo consentire che l'istruzione resti una responsabilità degli stati federali – i cui standard variano enormemente in alcuni casi?

Capisco che molti genitori non vogliono più ascoltare dibattiti su chi dovrebbe essere responsabile dell'istruzione. Sono molto più preoccupati per il fatto che le scuole sono male organizzate, o addirittura senza accesso a internet. Ma le responsabilità devono essere definite attentamente e il Governo Federale crede in una condivisione di responsabilità. Ecco perché abbiamo emendato la Costituzione, affinché le scuole siano rifornite e modernizzate. Chiuderemo anche un accordo sull'educazione digitale con gli stati federati, per garantire assistenza alle scuole in alcune aree.

Non abbiamo bisogno di insegnanti più qualificati, o più giovani, per far sì che l'alfabetizzazione digitale sia insegnata ai nativi digitali?

Dobbiamo dare agli insegnanti migliori opzioni di formazione. Sono certa che molti di loro sono motivati. Hanno bisogno di tempo per partecipare ad ulteriori programmi di formazione.

L'interesse verso chiese, unioni e associazioni sta scemando. Stiamo andando verso una società fatta di individui ripiegati su se stessi, addirittura egocentrici?

La rivoluzione digitale pone delle sfide anche in questo senso. Chiunque può trovare velocemente una tribù di individui affini con cui interagire, anche senza conoscerli di persona.

Ma vale la pena vivere in società solo se c'incotriamo sul serio e ci sosteniamo l'un l'altro. M'incoraggia molto il fatto che, su 82 milioni di persone, più di 30 scelgano di essere volontari. È una cosa che intendiamo promuovere, ad esempio supportando il Servizio Volontario Federale, che ogni hanno conta più candidati che posti disponibili. Abbiamo creato anche ulteriori posizioni per chi lavora con i rifugiati ed anche per i rifugiati stessi, e mi piacerebbe conservarle. È un buon segno, dopo tutto, che così tanti giovani siano disposti ad offrire il loro tempo per aiutare gli altri.

Crede, come noi, che integrare le persone con una storia d'immigrazione alle spalle sarà la sfida più grande della nostra società, negli anni a venire?

Mi permetta di dirla diversamente: credo che la nostra sfida più grande sia mantenere salda la coesione sociale nell'era digitale. Parte di questo compito è integrare le persone nella società. Molti, soprattutto giovani, sono già totalmente coinvolti nella rivoluzione digitale, concependola come qualcosa di stimolante, edificante, che porta con sé tante cose da scoprire e utilizzare, e che è anche divertente. Altri temono che il loro lavoro scomparirà.

Naturamente, aumenteranno le carriere che richiedono un know-how più ampio. Ecco perché l'istruzione deve essere potenziata globalmente – senza rendere tutti degli accademici.

Invece, dobbiamo potenziare i corsi di formazione professionale e assicurarci che soddisfino le esigenze del lavoro nell'era digitale. Di certo, dobbiamo fare di più per integrare migranti e rifugiati nella forza lavoro. Al contempo, tuttavia, dobbiamo aiutare le persone che provengono da famiglie meno istruite. Nei prossimi quattro anni, intendo dedicare un'attenzione speciale ai disoccupati a lungo termine. Una priorità del prossimo mandato legislativo sarà aiutarli ulteriormente a trovare un'occupazione e rientrare nel mondo del lavoro.

In termini d'integrazione quali saranno gli obiettivi da raggiungere entro il 2030, considerando che, oggi, gli immigrati corrono il rischio maggiore di cadere in povertà?

Abbiamo fatto dei progressi. All'inizio del mio primo mandato come Cancelliera, ho creato la carica di Commissario per l'immigrazione, i rifugiati e l'integrazione alla Cancelleria Federale, per richiamare l'attenzione su questo problema.

Il nostro report periodico sull'integrazione mostra i progressi che sono stati fatti, ad esempio per quanto riguarda la percentuale di bambini che conseguono certificati scolastici.

Tuttavia, c'è ancora molto da fare. C'è ancora un divario significativo tra i giovani che hanno una storia d'immigrazione e i giovani che non ce l'hanno. Almeno oggi la generazione di giovanissimi ha maggiori opportunità per far parte della società grazie al diritto al posto negli asili nido.

Col numero crescente di migranti nel paese, molti sono preoccupati e chiedono come sarà la nostra società nel 2030. La Germania manterrà la sua cultura prevalentemente giudeo-cristiana, cioe occidentale?

Il nostro paese resterà profondamente radicato (e guidato da) in questa cultura. Allo stesso tempo, quattro milioni di musulmani vivono in Germania. Anche loro contribuiscono alla nostra prosperità e anche loro fanno parte della Germania e aiutano a plasmare la nostra società. I valori e le regole racchiusi nella Costituzione valgono per tutti, senza eccezioni. Non sono soltanto messi nero su bianco, ma formano la base della nostra coesistenza.

Quindi continueremo ad avere la domenica libera – e non il venerdì?

Certamente. Daniel Steil, Martina Fietz HuffPost Germania e Focus Online

LR 8

 

 

 

Profughi e consenso: la Brexit e la lezione di Merkel

 

Mentre la Gran Bretagna e gli Stati Uniti si rifugiano su posizioni che rinnegano la loro storia, la Germania ha assunto la leadership della parte d’Europa che non vuole trasformarsi in una Fortezza - di Antonio Polito

 

«Non ci arrenderemo mai… finché, quando Dio voglia, il Nuovo Mondo, con tutte le sue risorse e la sua potenza, non venga alla liberazione e al salvataggio del Vecchio Mondo». Sono le parole finali del celebre discorso del «we shall fight» con cui Winston Churchill salutò il «miracolo di Dunkerque», e che oggi si possono riascoltare nel magnifico film di Christopher Nolan dedicato a quella battaglia cruciale per il mondo libero. Il premier britannico non dubitava — e la storia gli avrebbe dato ragione — che i valori liberali e universalistici dell’Anglosfera avrebbero prevalso sulla barbarie tedesca.

 

Oggi una sua lontana erede, Theresa May, progetta di cacciare i lavoratori europei dal Paese che per duecento anni è stato un rifugio di libertà e tolleranza; e arriva a dire che «chi si ritiene cittadino del mondo è in realtà cittadino del nulla», proprio nel Paese che ha combattuto due guerre mondiali contro il nazionalismo tedesco del «sangue e suolo».

 

Dall’altra parte dell’Atlantico Donald Trump, l’altro dioscuro dell’Anglosfera, prospetta la costruzione di una grande muraglia sul confine con il Messico, pur militando nello stesso partito di quel Ronald Reagan che nel 1987 a Berlino, dinanzi alla porta di Brandeburgo, aveva chiesto a Gorbaciov di «aprire questa porta e abbattere questo Muro».

 

Mentre invece la Germania, ottant’anni dopo essersi resa responsabile dei peggiori crimini del secolo, ha oggi assunto la leadership di quella parte d’Europa che non vuole trasformarsi in fortezza, e se ne è guadagnata il plauso per aver accolto centinaia di migliaia di profughi dalla Siria.

 

Questo ribaltamento della storia, questa specie di «1989 alla rovescia» cui stiamo assistendo, è molto ben descritto nel nuovo libro di Angelo Bolaffi, scritto insieme con Pierluigi Ciocca (Germania/Europa, Donzelli editore). E dovrebbe forse indurci a qualche riflessione. Come è accaduto che la civilizzazione anglosassone, culla dei valori di libertà, a partire dal libero commercio e dalla libera circolazione degli uomini, stia prendendo la strada della chiusura e del protezionismo?

 

Se lo dovrebbe chiedere soprattutto chi, come noi, dopo la caduta del Muro di Berlino giustamente identificò nell’Anglosfera la cultura vincitrice della lunga battaglia contro i totalitarismi, e il possibile motore di una nuova fase mondiale retta da un ordine liberale.

 

Dovremmo chiederci insomma come abbiamo potuto lasciare che si presentasse in termini grettamente economistici una grande questione culturale come è quella delle migrazioni, del contatto e della convivenza tra popoli così diversi, dando una risposta banalmente rassicurante, e cioè che gli immigrati ci servivano per pagarci le pensioni o per riempire i vuoti del nostro sistema produttivo. Cose anche vere, finché i flussi sono progressivi e ordinati, molto meno quando assumono le dimensioni delle masse che oggi premono dal sud del mondo; ma soprattutto argomenti nient’affatto rassicuranti per nazioni europee demograficamente esauste, cui è stato in pratica detto che dovevano lasciarsi invadere per poter sopravvivere. Questo approccio ha prodotto un rigetto, anche nei paesi di più antica e consolidata apertura al mondo.

Il pensiero liberal-democratico, e al suo interno quello della sinistra riformista che dopo la caduta del Muro l’ha abbracciato, deve dunque provare a riscrivere il suo discorso in materia di migrazioni. Con realismo, come finalmente abbiamo preso a fare in Italia, dove è ormai convinzione crescente che lasciar polverizzare le frontiere per far entrare tutti non solo non è possibile, ma non è neanche la soluzione per l’Africa (lo ha lucidamente spiegato di recente un filantropo della caratura di Bill Gates). Ma anche con ambizione, apprendendo cioè la lezione che proprio dalla Germania ci è venuta, quel «wir schaffen das», «noi ce la facciamo», che la signora Merkel pronunciò nel 2015 dinanzi alla prima ondata di profughi e non ha mai rinnegato, e che molto probabilmente non le costerà affatto la sconfitta elettorale che in tanti allora profetizzarono. CdS 8

 

 

 

 

“Italiani all’estero: attenzione ai libretti e ai conti in banca in Italia. Se non utilizzati per più di dieci anni”

 

“E’ di questi giorni la notizia di un concittadino residente in Germania che, dopo avere lasciato inutilizzato per anni in Italia un libretto di risparmio contenente più di 40.000 euro, una volta reclamatone il contenuto, ha scoperto che gli era stato sottratto per legge. Questi soldi, dopo che per dieci anni non avevano subito movimentazioni, sono stati infatti incamerati dallo Stato, a causa di una norma voluta dal Ministro Tremonti del Governo Berlusconi nel 2005 (la Legge 266/2005, seguita dal relativo regolamento attuativo, il Decreto del Presidente della Repubblica, n. 116/2007).

 

L’effetto di questa norma, infatti, è che i correntisti che non hanno ‘toccato’ i loro soldi per oltre dieci anni e gli ignari eredi di quei correntisti deceduti che non avevano comunicato all’ istituto di credito i riferimenti aggiornati del proprio domiciliopossono vedersi sottrarre forzatamente dallo Stato il denaro loro spettante.

 

Ecco perchè suggerisco ai concittadini all’estero che hanno un conto o un libretto loro intestato in Italia non attivo da molti anni di mettersi in contatto con le banche di riferimento. Stessa cosa consiglio di fare a tutti coloro che sospettano dell’esistenza di un conto di cui sono eredi, in modo da sventare l’eventualità di perdere le somme a cui hanno invece diritto.

 

Nel caso i dieci anni fossero già passati, c’è comunque la possibilità di chiedere il rimborso a una società controllata dal Ministero del Tesoro, la Consap, a cui è affidata la gestione dei depositi cosiddetti dormienti. Il rimborso deve però essere chiesto entro e non oltre i dieci anni successivi alla sottrazione della cifra sul conto. Per ulteriori informazioni visitare il seguente link: http://www.mef.gov.it/depositi-dormienti/index.html 

 

Dal punto di vista legislativo vanno sanate situazioni che si configurano come veri e propri abusi autorizzati. Nella misura in cui i diretti interessati non ricevono nessuna comunicazione dagli istituti di credito, che non sono appunto tenuti a farlo. Sarà mia premura cercare una soluzione in sede dell’imminente Legge di bilancio, per fare sì che le banche siano obbligate a fare del loro meglio per rintracciare gli eredi di correntisti scomparsi, magari istituendo un filo diretto in questo ambito fra gli istituti di credito e chi ha accesso a informazioni sugli eredi, come i notai”. Lo dichiara Laura Garavini, della Presidenza del PD alla Camera. De.it.press 5

 

 

 

 

Nazionalità agli immigrati: Italia divisa

 

Lo “ius soli” voluto da esponenti del Pd, auspicato da Papa Francesco, ma rifiutato dal centrodestra e da molti cittadini

 

  Si continua con le polemiche, in Italia. Prima quelle sorte contro gli eventuali muri costruiti o da erigere per evitare atti terroristici che hanno spinto molti esponenti di sinistra a chiedere di abbatterli in quanto considerati espressione di disumanità e carente fratellanza. Anche il Premier Paolo Gentiloni, dopo la strage di Barcellona, ha affermato: “Noi diciamo no alla politica dei muri e della paura”.

  Questo ha spinto l’architetto Boeri a sostenere che, per difenderci, basta porre “alberi, vasi e fioriere” davanti alle chiese, alle strade e alle zone urbanistiche più frequentate. Come ha fatto il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, davanti alla Galleria Vittorio Emanuele ed al Duomo, imitato dai primi cittadini di Verona, Venezia, Bari, Palermo, La Spezia e moltissime altre città, in quanto ciò è considerato “versione politicamente corretta e più accettabile del muro”, considerato offensivo della cultura nazionale. Salvo, però, erigerne qualcuno, sia pure per brevi periodi, nei luoghi in cui si svolgono concerti o sagre. Come a Bologna dove si svolge la Festa dell’Unità.

  In effetti, in Italia, non ci sono stati attentati, nonostante la decisione governativa di bloccare gli imbarchi sulle navi traghetto mediante l’invio ai porti libici delle nostre corazzate, con conseguente diminuzione, nel mese di agosto, del numero degli sbarchi sulle coste italiane: 2.936 rispetto ai 21.294 dell’anno scorso. E forse anche a causa dell’eventuale approvazione della legge grazie alla quale lo straniero può ottenere la cittadinanza nazionale, se ha soddisfatto le condizioni imposte.

  Norma voluta dal Pd, sia pure contrastata da alcuni suoi esponenti, ma auspicata da Papa Francesco il quale, ritiene necessario che, “nel rispetto del diritto universale a una nazionalità, questa va riconosciuta e opportunamente certificata a tutti i bambini e bambine al momento della nascita" nonché "assicurato l'accesso regolare all'istruzione primaria e secondaria". Opinione espressa nel messaggio che invierà per la giornata mondiale del migrante. che si celebrerà il prossimo 14 gennaio, sul tema: Accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e i rifugiati. Frase che ha suscitato sgomento e critiche anche tra i Cattolici. E che ha spinto il leghista Salvini a replicare: "Volete la legge? Applicatela in Vaticano".

  Dello stesso parere del Pontefice, anche il Parroco di Vicofaro (Pistoia), don Massimo Biancalani, il quale, alle critiche ed insulti di chi lo rimproverava per aver portato gli immigrati in piscina, rispose con questo giudizio: “Loro sono la mia patria, razzisti e fascisti i miei nemici”.

  La legge, già approvata alla Camera, prevede l’acquisto della cittadinanza a chi è arrivato in Italia avendo meno di 12 anni o vi è nato da genitori, uno dei quali abbia il permesso di soggiorno di almeno 5 anni, con un reddito non inferiore all’assegno sociale annuo, un alloggio a termini di legge ed abbiano entrambi superato il test di conoscenza della lingua italiana. (si parla infatti di ius culturae). Ai loro figli è riconosciuta la cittadinanza se, per almeno cinque anni, hanno studiato in istituti appartenenti al sistema nazionale scolastico o seguito corsi d’istruzione professionale triennali o quadriennali, idonei al conseguimento di una qualifica. La cittadinanza è concessa dal Presidente della Repubblica.

  La norma avrebbe dovuto essere discussa, dopo la pausa estiva, in Senato dove, al testo approvato dalla Camera, sono stati apportati 50.074 emendamenti (quasi tutti presentati dalla Lega). Dibattito non avvenuto perché mancavano i voti di Alleanza popolare, i Cinque Stelle si sono dichiarati contrari e erano improbabili i voti favorevoli di Ala e di Gal. Il che ha convinto il Pd di non avere i numeri necessari per approvarla e quindi di ritenere opportuno non metterla in discussione, benché formulata dai loro membri e voluta da Matteo Renzi, anche se i ministri del Pd insistono su questo provvedimento, che ha fatto dire a Minniti che “un Paese il quale non costruisce muri ma governa i flussi e crea integrazione deve avere il coraggio di dare nazionalità a chi è nato qui da genitori che soggiornano regolarmente e lavorano nel nostro Paese”.

  I numeri sfavorevoli allo ius soli non riguardano solo il Parlamento. Ci sono sindaci (non pochi e alcuni del Pd) contrari alla legge; ad essi si aggiunge la disapprovazione di moltissimi Italiani, il che, secondo alcuni sondaggi, farebbe perdere al Pd i voti alle imminenti elezioni regionali e a quelle politiche del prossimo anno. Motivi per cui, per ora, la legge non sarà discussa. E rimandata ai posteri l’ardua sentenza. Egidio Todeschini, de.it.press 

 

 

 

 

A Berlin il 19 settembre. L’Ambasciata incontra… il teatro

 

Cinque attori, registi, danzatori e drammaturghi residenti a Berlino racconteranno i propri percorsi professionali e personali

 

Berlino – Presso l’Ambasciata d’Italia a Berlino martedì 19 settembre alle ore 18.30, “L’Ambasciata incontra… il teatro”, evento realizzato in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura. Con la moderazione di Elettra De Salvo, cinque attori, registi, danzatori e drammaturghi residenti a Berlino racconteranno i propri percorsi professionali e personali tra i palcoscenici di Italia e Germania. Come e dove hanno iniziato la loro carriera? Cosa li ha spinti in Germania? Quali vantaggi offre la capitale tedesca e quali difficoltà presenta?

Questi i partecipanti: Nicola Campanelli, ballerino e critico di danza, originario di Napoli, ha lasciato l'Italia e la carriera forense per trasferirsi a Berlino, dove da più di quattro anni prende parte a spettacoli, esibendosi in vari teatri e in spazi inusuali della città; Agnese Grieco, regista, scrittrice, drammaturga; nata a Milano, laureata in Filosofia, ha conseguito il dottorato di ricerca presso la Freie Universität di Berlino; è membro associato e fondatore dell’ICI Berlin, Institute for Cultural Inquiry; è inoltre membro fondatore di “Tabula Rasa”, piattaforma di professionisti delle arti teatrali e performative a Berlino; Carlo Loiudice, attore e regista pugliese, è stato uno dei membri principali della compagnia teatrale Cerchio di Gesso fondato da Carlo Formigoni; si è trasferito a Berlino nel 2011; Daniela Marcozzi, performer, regista teatrale, ricercatrice e insegnante originaria di Bologna, arriva a Berlino nel 2013, dove ha fondato la sua compagnia, che spazia dal body-voice training alla danza contemporanea; cura, inoltre, la sezione teatro del festival berlinese di Italian Interdisciplinary Art “Coffi”; Monica Marotta è co-direttrice del ridotto del Maxim Gorki Theater, al quale è approdata partendo da studi letterari e di storia del teatro; ha deciso di lasciare l’Italia e trasferirsi a Berlino prima dell’inizio del nuovo millennio; qui si è dedicata alla traduzione letteraria e all’organizzazione teatrale.

La lunga tradizione della cultura teatrale in Germania, in particolare a Berlino, è sicuramente tra le più affascinanti e significative, non solo a livello europeo. Alla brillante storia del teatro berlinese hanno contribuito con successo anche tanti professionisti dello spettacolo europei ed extraeuropei: attori, danzatori, scenografi, costumisti e registi stranieri trapiantati nella capitale tedesca.

Naturalmente anche l’Italia può vantare con orgoglio piccoli e grandi nomi del teatro che a Berlino hanno trascorso lunghi e significativi periodi di lavoro. L’esempio più famoso è sicuramente Luigi Pirandello, di cui quest’anno si celebrano i centocinquant’anni dalla nascita, che curò diverse messe in scena, tra le altre al Lessingtheater.

In seguito alla caduta del Muro, e in particolare a partire dal 2008 a causa dell’esodo dei giovani italiani verso le capitali europee, sono approdati a Berlino tanti creativi delle arti teatrali e performative. Chi sono questi giovani italo-berlinesi che operano nel teatro? Quanti sono e con quali specializzazioni si sono radicati nella capitale? Come si sono inseriti nel panorama dei teatri berlinesi tradizionali e nella cosiddetta „Freie Szene“ dei teatri di avanguardia e sperimentazione della città? Quali ostacoli o agevolazioni di carattere amministrativo o organizzativo hanno incontrato rispetto al paese d’origine? E quante le differenze in materia di contenuti e linguaggi teatrali? Hanno creato un networking virtuale di settore o reti e piattaforme specifiche in città? Sono riusciti a contaminare e farsi contaminare all’interno delle varie realtà dello spettacolo berlinese, sia classiche che sperimentali? Oppure si limitano ancora a proporsi all’interno di un’enclave, che inevitabilmente si auto-delimita a causa della lingua e della cultura di provenienza? Mantengono rapporti di lavoro con l’Italia? Infine, riescono a vivere del proprio lavoro creativo nella capitale?

Di queste problematiche, dei successi e delle eccellenze degli italiani che fanno teatro a Berlino, tra sradicamento, integrazione e transculturalismo, si discuterà con gli ospiti e con il pubblico in sala.

L’incontro - con ingresso gratuito - avrà la forma dell’intervista pubblica in italiano, aperta alle domande dei partecipanti.

L’ingresso sarà consentito a partire dalle ore 18.10. Per motivi di sicurezza, si potrà accedere all’evento solo previa registrazione tramite Eventbrite entro le ore 23.00 del 18 settembre. Si dovranno necessariamente indicare nome, cognome, data di nascita, indirizzo di residenza ed estremi di un documento d’identità, che andrà esibito all’accettazione unitamente a una stampa del biglietto Eventbrite. (Inform 5)

 

 

 

I recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue Cosmo.

 

14.09.2017. Parlare ai ragazzi di violenza

Dopo l’omicidio di Noemi da parte del fidanzato adolescente, ancora una volta, si sostiene l’importanza dell’educazione nelle scuole, sulla violenza di genere. Ma esistono dei programmi pensati dal ministero dell’istruzione? E perché nei ragazzi del terzo millennio permangono stereotipi arcaici? La parola a Lorella Zanardo, attivista, autrice del documentario "Il corpo delle donne" e scrittrice.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/femminicidi-teenager-100.html

 

13.09.2017. Il sindaco di Amatrice a Berlino

Sergio Pirozzi, sindaco di Amatrice, a Berlino incontra Angela Merkel. Oggi il ringraziamento per i 6 milioni di euro stanziati per la ricostruzione dell'ospedale e ricorda: "Abbiamo avuto una guerra causata dalla forza della natura".

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/amatrice-104.html

 

Torna "Cinema! Italia!" La rassegna, come ogni anno, porta in Germania sei tra le migliori pellicole dell’ultima stagione cinematografica italiana. Quest’anno "Cinema! Italia!" si presenta vario nei temi trattati e nei generi rappresentati.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/cinema-italia-germania-100.html

 

12.09.2017. Strade di pace

Si chiude la tre giorni di dialogo interreligioso a Münster e Osnabrück organizzata dalla Comunità di Sant'Egidio. Roberto Zuccolini ci fa il punto, a partire dal tema migrazione: "I corridoi umanitari continuano".

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/comunita-sant-egidio-100.html

 

Un'auto elettrica made in Italy. Mentre in Germania il governo stanzia fondi per sostenere la diffusione di colonnine per la ricarica, l'Italia presenta la sua prima auto elettrica. Ce ne parla il suo ideatore Giovanni Battista Rezelli.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/auto-elettriche-100.html

 

 Boomdabash. Dopo averci regalato il brano estivo "In un giorno qualsiasi", la band salentina sta per pubblicare un nuovo album. Abbiamo parlato con Biggie Bash, voce e frontman del gruppo.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/boomdabash-band-100.html

 

11.09.2017. Effetto serra. Effetto guerra

La devastazione del pianeta non è l'unica conseguenza del cambiamento climatico. Dalla guerra siriana, alle migrazioni che arrivano dall'Africa, c'è un forte legame tra l'effetto serra e i cambiamenti sociali in atto. Il climatologo Antonio Pasini ci spiega qual è.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/effetto-serra-effetto-guerra-100.html

 

Fin Dove. È il titolo del primo album solista di Herwarth Böhmer, cantautore di Dortmund con la passione per Paolo Conte e la canzone d'autore italiana. È venuto a trovarci nei nostri studi.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/a-tu-per-tu/boehmer-102.html

 

08.09.2017. L'Europa in secondo piano

In questa campagna elettorale il tema Europa e politiche europe è stato poco affrontato dalle diverse forze politiche. Ne parliamo con Enzo Savignano.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/campagna-elettorale-tema-europa-100.html

 

"L'arminuta". Era la "ritornata", una figlia restituita ai genitori naturali, dopo aver vissuto tredici anni da parenti benestanti in città. La storia di un doppio abbandono, nel romanzo di Donatella Di Pietrantonio, vincitore del Premio Campiello.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/pagine-scelte/libro-l-arminuta-100.html

 

Ogni giovedì. Appuntamenti

Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-198.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati

I commenti sportivi di Agnese Franceschini

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/index.html

  

07.09.2017. A braccio teso. In Italia i gruppi xenofobi e razzisti sono sempre più presenti e violenti, anche perché approfittano del disagio sociale di parte della popolazione. Ne parliamo con il giornalista Leonardo Bianchi.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/estremismo-destra-100.html

 

Analfabeti in Germania. Sono 7,5 milioni gli analfabeti funzionali in Germania: la maggior parte di loro lavora, e così, per aiutarli, un progetto federale forma persone di riferimento nelle aziende. Ne abbiamo parlato con Anna Gabai di Berlino. http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/analfabeti-germania-102.html

 

06.09.2017. La statua della discordia

Si avvicina il Columbus day, il 2 ottobre giorno della commemorazione di Cristoforo Colombo. Mai come quest'anno l'esploratore genovese che nel 1492 scoprì le Americhe divide e fa discutere.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/colombo-statua-102.html

 

Italiani in Germania 2.0. Sono almeno 300 le pagine su Facebook per gli italiani in Germania, spesso autogestite. Per ogni città o regione ne esistono diverse. E molte sono ormai punti di riferimento importanti per chi cerca aiuto.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/facebook-ita-ger-102.html

 

05.09.2017. Le sfide televisive

Se il confronto tra Merkel e Schulz è stato poco coinvolgente, quello dei partiti minori è stato molto più animato e pieno di contenuti. Ne parliamo con Danilo Taino. http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/duelli-tv-100.html

 

I conti dormienti degli italiani. Ammonterebbe a oltre 2 miliardi di euro il denaro depositato nelle banche da persone ormai scomparse. Ma i parenti non sanno nulla. Ne parliamo con Marino Longoni di Italia Oggi.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/conti-dormienti-100.html

 

Tanta Italia - e non solo - in mostra a Venezia

Numerosi i film italiani selezionati nelle varie sezioni della 74esima Mostra internazionale di arte cinematografica di Venezia che, nonostante le ingenti misure antiterrorismo, non rinuncia al suo glamour e alle star.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/mostra-venezia-102.html

 

04.09.2017. Speranze di ripresa. Il ministro dell'economia Pier Carlo Padoan ha rinnovato a Cernobbio la sua fiducia nella ripresa economica in Italia. Ne abbiamo parlato con il professor Walter Passerini esperto di economia e lavoro.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/crescita-italia-102.html

 

01.09.2017. La campagna elettorale riscopre i migranti

A due anni esatti dal "Wir schaffen das" di Angela Merkel, e in concomitanza con il vertice sull'immigrazione di Parigi del 28 agosto, le politiche migratorie tornano al centro della campagna elettorale. Paola Colombo ai microfoni di Francesca Montinaro sulle posizioni al riguardo dei sei principali partiti, protagonisti della campagna elettorale per il Bundestag.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/elezioni-germania-merkel-schulz-102.html

 

Vivere a Sant'Elia. Sant'Elia è un quartiere popolare di Cagliari, la sua particolarità consiste nell'essere affacciato su un fantastico tratto di mare. Storia di una periferia bella e difficile e di una sua abitante.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/vivere-sant-elia-cagliari-100.html

 

Ogni giovedì. Appuntamenti

Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-196.html   

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati

I commenti sportivi di Agnese Franceschini

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/index.html RC/de.it.press

 

 

 

 

Avviata ad Amburgo la ventesima edizione di “Cinema!Italia!” Tournée in Germania fino al 13 dicembre

 

La rassegna prosegue la sua tournée e presenta il suo programma in più di trenta città tedesche. Terminerà il 13 dicembre a Berlino

 

Amburgo - Sabato 16 settembre presso il Cinema Metropolis di Amburgo si è tenuta la serata inaugurale della XX edizione della rassegna cinematografica Cinema!Italia! con la prima in Germania del film “Lasciati andare” del regista Francesco Amato, presente all'evento.

La rassegna, che prende il via ad Amburgo, prosegue la sua tournée e presenta il suo programma in più di trenta città tedesche. Terminerà il 13 dicembre a Berlino dove verrà anche premiato il film più gradito al pubblico.

“Cinema!Italia!” ha il patrocinio dell’Ambasciatore d’Italia a Berlino ed è organizzato da: Made in Italy, la casa di distribuzione Kairos, in collaborazione con il cinema Metropolis, l‘Istituto Italiano di Cultura di Amburgo e l‘Agenzia per la promozione all‘estero ICE.

I sei nuovi film, scelti per questa rassegna, raccontano l‘Italia ognuno a suo modo e rispecchiano la produzione cinematografica italiana contemporanea e sono i seguenti: Fiore (2016) di Claudio Giovannesi; Lasciati andare! (2017) di Francesco Amato; Indivisibili (2017) di Edoardo Angelis; L’ora legale (2017) di Salvo Ficarra e Valentino Picone; La ragazza del mondo (2016) di Marco Danieli; La tenerezza (2017) di Gianni Amelio.

Tutti i film sono proiettati in versione originale con sottotitoli in tedesco. Gli interventi del pubblico e del regista sono tradotti da Francesca Bravi dell'università CAU di Kiel. dip

 

 

 

 

Colonia. Collettiva italiana alla fiera Anuga 2017 (7-11 ottobre)

 

Colonia - Il meglio del made in Italy sarà a Colonia con l’ICE per la fiera Anuga 2017, il più importante appuntamento al mondo di "food & beverage", in programma dal 7 all’11 ottobre nella città tedesca.

Con 7.200 espositori provenienti da 100 Paesi, 160.000 operatori (192 Paesi e tutte le più importanti catene distributive di Germania, Europa e oltreoceano) e 284.000 mq di superficie espositiva (lorda), ripartiti in 11 padiglioni e 10 saloni, la Fiera Anuga di Colonia rappresenta, unitamente al SIAL di Parigi, il principale evento nel panorama fieristico internazionale per il settore agroalimentare.

Nel 2016 il valore complessivo delle esportazioni agro-alimentari made in Italy è stato di 38,2 milioni di Euro (+3,5% rispetto al 2015). L’Unione Europea, con 25 milioni di euro (+3,7%), si è confermata il mercato di riferimento, assorbendo quasi i 2/3 dell’export totale, ma è la Germania il partner più importante per l'Italia. Con 6,7 milioni di euro (+3,3%) rappresenta infatti il primo Paese di destinazione. Ed è ancora la Germania, con i suoi 81 milioni di consumatori, ad essere attualmente il maggior mercato di prodotti alimentari nella UE.

L’interscambio agro-alimentare tra Italia e Germania ha registrato, nel 2016, un saldo positivo pari a 1.734 milioni di euro, come risultato di 6.266 milioni di euro di esportazioni e 4.532 milioni di euro di importazioni.

Tra i prodotti maggiormente venduti nel 2016 sul mercato tedesco emergono: l’ortofrutta con 1.500 milioni di euro (+2,58% rispetto al 2015), i vini con 978 milioni di euro (+1,7%), le conserve e i succhi vegetali con 638 milioni di euro (+2,3%), le carni preparate con 606 milioni di euro (+7,2%), i prodotti dolciari con 485 milioni di euro (+12,4%) ed i prodotti lattiero-caseari con 453 milioni di euro (+1,1%).

La presenza dell’ICE-Agenzia alla fiera Anuga 2017 si articolerà su una superficie di 3.000 mq nella Halle 11.2; le aziende espositrici saranno circa 200 ed offriranno una panoramica completa della produzione alimentare italiana: dalla pasta, alle carni preparate; dai condimenti, alle conserve, dai vini ai prodotti tipici regionali.

All’interno della Collettiva ICE-Agenzia sarà allestito un Centro Servizi con la funzione di ospitare ed orientare i visitatori stranieri e fornire assistenza logistica agli espositori italiani.

In occasione della manifestazione verrà realizzata - in un’area di 120 mq contigua al centro ICE - un'attività di "Show Cooking" volta alla valorizzazione dei prodotti agroalimentari di eccellenza attraverso la preparazione e degustazione di ricette tipiche della cultura gastronomica italiana. Le ricette proposte nei cinque giorni di fiera verranno riportate - tradotte in lingua inglese e tedesca - in un ricettario che verrà inviato a circa 2.500 operatori tedeschi e distribuito in fiera ai visitatori che parteciperanno alle varie sessioni di "Show cooking". (Ice 8) 

 

 

 

 

Seminario “Italia-Germania-Europa: un bilancio a 60 anni dai trattati di Roma”

 

Dal 13 al 15 ottobre presso lo Schloss Aspenstein a Kochel am See un' iniziativa organizzata dalla Georg-von-Vollmar-Akademie in collaborazione con l'IIC di Monaco di Baviera

 

Monaco di Baviera – Si svolgerà dal 13 al 15 ottobre presso lo Schloss Aspenstein a Kochel am See un seminario organizzato dalla Georg-von-Vollmar-Akademie in collaborazione con l'Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera intitolato “Italia-Germania-Europa: un bilancio a 60 anni dai trattati di Roma”.

La moderazione sarà affidata a Carmen Romano, relatrice freelance, già collaboratrice della Vollmar-Akademie, e Francesco Ziosi, direttore dell'IIC. Previsti gli interventi di: Emanuele Gatti, presidente della Camera di Commercio italiana per la Germania a Francoforte; Andrea Bachstein, corrispondente dall'Italia della Süddeutsche Zeitung; Monica Fioravanzo, professoressa di Storia contemporanea a Padova; Gad Lerner, giornalista, autore e conduttore televisivo; Karoline Rörig dell'Ufficio per il dialogo italo-tedesco.

L'iniziativa sarà occasione per un confronto tra cittadini italiani e tedeschi sulle questioni più attuali dei rapporti tra i due paesi, senza dimenticare grandi esempi e narrative del passato. Ci si interrogherà in particolare sui rapporti che intercorrono tra Germania e Italia, sui punti di contrasto e le differenze. Alla conversazione parteciperanno esperti del settore economico e culturale internazionali attivi in entrambi.

In particolare venerdì 13 alle ore 20 è previsto l'intervento di Gatti intitolato “Numeri e fatti: le relazioni economiche tra Italia e Germania”, seguito da discussione. Sabato mattina, dalle ore 9 la discussione con Andrea Bachstein e Monica Fioravanzo intitolata “Un'Europa a due velocità? Sud e nord a confronto” e seguita nel pomeriggio da un momento di riflessione sul parlamentare europeo Alexander Langer, “idealismo e pacifismo tra Italia, Alto Adige ed Europa” con Gad Lerner. Alle ore 19 “Amici distanti”, workshop su impressioni e realtà dallo studio della Friedrich-Ebert-Stiftung a cura di Carmen Romano. Infine, domenica alle ore 9 “L'educazione politica oggi: brevi informazioni su strutture e finanziamenti del settore sull'esempio della Georg-von-Vollmar-Akademie”; “Collaborazioni e concorrenze. Le relazioni tra i due paesi nel settore dell'educazione e della cultura”, relazione di Karoline Rörig, con discussione conclusiva. Necessaria iscrizione, al sito: http://bit.ly/2vIzNPf. dip

 

 

 

 

Dortmund: il console Giordani all’incontro con il presidente del NRW Kuper

 

Dortmund - La scorsa settimana il presidente del Land Nord Reno Vestfalia André Kuper, affiancato dai Vicepresidenti Carina Gödecke e Oliver Keymis, ha ricevuto i capimissione del corpo consolare presente nella regione. Il Console d’Italia a Dortmund Franco Giordani ha partecipato all’incontro, tenutosi presso la sede del Parlamento regionale, come Capomissione della circoscrizione consolare di Dortmund.

Circa 50 diplomatici, rappresentanti di 30 nazioni diverse, sono stati ricevuti nel nuovo centro visitatori del Landtag.

Il Presidente André Kuper ha rivolto ai presenti il suo saluto e tenuto un discorso attinente principalmente “all’importanza di una fitta rete di relazioni globali fidate, soprattutto per una regione come il Nordreno-Westfalia, che occupa una posizione centrale in Europa e vuole ricoprire un ruolo di primissimo piano nel commercio globale, nell’innovazione, nella ricerca e nella digitalizzazione”. Punti centrali del suo discorso – riporta il Consolato di Dormund – sono stati inoltre l’importanza della “cooperazione tra stati per il mantenimento della pace e della democrazia, per il successo economico e per il superamento di sfide globali come il cambiamento climatico e le migrazioni”.

Quindi, tutti i rappresentanti consolari hanno apposto la loro firma nel libro degli ospiti e assistito alla presentazione del nuovo centro visitatori multimediale, tenuta da Melchert e Birn. (dip) 

 

 

 

 

La danzatrice tarantina Roberta Di Laura in Germania

 

La danzatrice tarantina Roberta Di Laura, eccellenza pugliese della danza riconosciuta a livello internazionale, è stata protagonista del prestigioso progetto fotografico “Ballerina Project Berlin” che si è svolto a Berlino in Germania posando per alcuni scatti del noto fotografo specializzato nel settore danza René Bolcz, ideatore del progetto che vede la realizzazione di scatti fotografici nei luoghi più belli della città di Berlino. Gli scatti inoltre saranno presentati prossimamente anche nel corso di diversi Congressi Mondiali di Ricerca sulla Danza a cui la danzatrice prende parte regolarmente. Recentemente il progetto fotografico è stato presentato a Lviv in Ucraina presso la prestigiosa cornice del Lviv State Academic Theater of Opera and Ballet riscuotendo grande successo.

Non è il primo impegno in Germania per Roberta, la giovane infatti è già stata protagonista in qualità di danzatrice di un “Festival Interculturale” svoltosi a Colonia lo scorso settembre e che la vedrà nuovamente protagonista tra pochi giorni insieme al debutto nello spettacolo “Amore, Amore” che si svolgerà sempre a Colonia.

La giovane, perfezionatasi con maestri di fama internazionale, primi ballerini ed ètoiles provenienti dalle maggiori Accademie quali l’Accademia Vaganova di San Pietroburgo, Conservatorio di Musica e Danza di Parigi, Opera di Vienna, Bolshoi di Mosca, Balletto di Cuba, Opéra di Parigi, Balletto Reale delle Fiandre, English National Ballet di Londra, Contemporary Dance School di Amburgo, Steps on Broadway di New York e numerose altre. Ha preso parte a diversi stages presso prestigiose accademie quali la Scuola di Ballo del Teatro alla Scala di Milano, la Scuola di Danza del Teatro dell’Opera di Roma, la Scuola del Balletto di Roma e l’Accademia Nazionale di Danza di Roma. Nel 2013, dopo selezione tramite curriculum, a soli 20 anni, è entrata a far parte del Consiglio Internazionale della Danza di Parigi riconosciuto dall’Unesco, la massima organizzazione a livello internazionale per tutte le forme di danza. Ha presentato lavori di ricerca per i Congressi svoltisi ad Atene, San Pietroburgo, Canada, Hallandale Beach (Miami - Florida), Varsavia, dove è stata protagonista di una mostra fotografica presso l’Università di Varsavia e il Museo Nazionale Etnografico di Varsavia, ad Avignone, in Ucraina e a Tokyo dove è stata l’unica danzatrice italiana a inviare un lavoro di ricerca sulla danza e a rappresentare l’Italia all’estero. Ha curato le coreografie per diversi importanti eventi ed è stata invitata a danzare in numerosi e prestigiosi eventi in Italia e all’estero, tra cui degni di nota il suo debutto nella produzione internazionale “Titanic Live Concert” con musiche di Robin Gibb (Bee Gees) e Robin J. Gibb, la sua partecipazione in qualità di danzatrice al Festival Interculturale di Colonia (Germania) e al “Festival Internazionale Sanremo BenEssere svoltosi a Sanremo.

Nel 2014 viene premiata durante “La Notte degli Oscar” svoltasi a Statte (TA) per i risultati ottenuti nella danza, nel 2015 ha ricevuto il prestigioso “Premio Internazionale Crisalide Città di Valentino“ per la danza con la seguente motivazione: “per gli indubbi meriti conseguiti nel campo della danza, come grande talento artistico e soprattutto pugliese, che si è affermata a livello nazionale ed internazionale, fino a diventare, nonostante la giovanissima età, membro del Consiglio Internazionale della Danza di Parigi riconosciuto dall’Unesco, la massima organizzazione a livello mondiale per tutte le forme di danza”. Nel 2016 ha ricevuto il Premio "Nilde Iotti" in qualità di personaggio femminile distintosi nel settore danza “per aver dato lustro alla Città di Taranto con la sua opera meritoria nel mondo della Danza”, alla presenza di autorità e alte cariche istituzionali tra cui la Vice Presidente del Senato Valeria Fedeli. Sempre nel 2016 le è stato conferito il “Premio Città di Monopoli” per la categoria Giovani, "Premio Internazionale Universum Donna" da parte della "Universum Academy" di Lugano "per il suo straordinario talento di ballerina di danza classica che onora la danza italiana ed internazionale", nella stessa occasione inoltre riceve da parte dall'International University of Peace la nomina di "Ambasciatrice di Pace "visti gli attestati degli studi compiuti, tenuto conto del prezioso contributo profuso in campo culturale, sociale ed umanitario". La giovane è stata inoltre premiata dal Comune di Statte, sua cittadina di residenza, che le ha conferito una targa di riconoscimento quale "Ambasciatrice di grazia e bellezza nel mondo" ed è stata nominata “Socia Onoraria” dell’Associazione Internazionale Pugliesi nel Mondo” con la seguente motivazione: “dati le sue qualità e capacità artistiche, pur giovanissima, la riteniamo una vera Eccellenza Pugliese nel Mondo e ne siamo certi saprà rappresentarci al massimo”. Nel 2017 le è stato conferito il “Premio Adoc Città di Taranto Fiducia 2017” per essersi distinta per l’impegno a favore della comunità jonica attraverso l’arte della danza.

Laureata in Arti e Scienze dello Spettacolo presso l’Università Sapienza di Roma con la tesi “Ida Rubinstein: rivoluzione tra teatro e danza” presentata inoltre nel corso del 50° Congresso Mondiale di Ricerca sulla Danza svoltosi ad Atene, è inoltre “Membro Onorario dell’Associazione Internazionale Pugliesi nel Mondo”, modella per l’Italia per il noto marchio internazionale “Ballet Papier” di Barcellona e per numerosi progetti fotografici tra cui “Calendario 2017” promosso da Confcommercio Taranto teso alla valorizzazione delle bellezze della “Città dei Due Mari”, “In punta di piedi tra i Castelli di Puglia”, “Ballerina Project Berlin” svoltosi a Berlino. RDL, de.it.press

 

 

 

 

Münster. Mario Morcone: corridoi umanitari strumento essenziale per soccorrere

 

Il capo di gabinetto del ministro dell’Interno, a Münster in Germania, interviene alla manifestazione “Strade di Pace” organizzata dalla Comunità di sant’Egidio

 

Münster – “Sono molto orgoglioso del mio Paese e di quello che sta facendo. E sono naturalmente molto contento della riflessione del Papa che per noi costituisce un faro di riferimento”. Così il prefetto Mario Morcone, capo di gabinetto del ministro dell’Interno, ha commentato intervenendo a Munster, in Germania, alla manifestazione “Strade di Pace”, organizzata della comunità di Sant'Egidio. “Siamo arrivati ad un punto - spiega il prefetto - in cui dobbiamo rallentare per quanto riguarda l'accoglienza e gli sbarchi, ma è il tempo di una integrazione e di una inclusione e il ministro Minniti presenterà nei prossimi giorni il piano nazionale dell'integrazione che stiamo preparando”.

Il prefetto Morcone - che ha partecipato al panel su 'La questione migratoria: nuove risposte' - ha espresso apprezzamento per l'iniziativa dei corridoi umanitari realizzati dalla Comunità di Sant'Egidio e dalle Chiese evangeliche che ha portato, in maniera sicura e nella legalità, dal febbraio 2016 all'ottobre 2017, 1.000 profughi siriani dal Libano in Europa.

E' una iniziativa, assicura Morcone, alla quale abbiamo creduto e alla quale noi abbiamo aderito, come ministeri dell'Interno e degli Esteri. Avranno certamente uno sviluppo perché sono una strada per il futuro soprattutto adesso. Se noi riusciamo a tenere basso il numero degli sbarchi, quello dei corridoi rappresenta uno strumento essenziale per soccorrere chi si trova in uno stato di bisogno e in uno stato di fragilità. (Inform/dip)

 

 

 

Dieselgate. L’ingegnere italiano capro espiatorio? Interrogazione di Micheloni e Di Biagio

 

Ai Ministri degli Esteri e dello Sviluppo Economico

Per sapere, premesso che:

nel settembre 2015 la segnalazione da parte della United States Environmental Protection Agency, unità dell'FBI, dell'installazione di un meccanismo di manipolazione delle emissioni dei motori TDI cilindrata 2000 e 3000 delle vetture prodotte dal Gruppo Volkswagen ha rappresentato la battuta di inizio di quello che sarebbe stato identificato sotto il profilo mediatico "dieselgate" i cui strascichi internazionali sono tutt'oggi evidenti;

stando alle accuse e alle indagini condotte negli USA i software, il cui utilizzo la casa automobilistica aveva immediatamente ammesso, avrebbero manomesso i test di emissione, consentendo di eluderli in maniera illegale, considerando che le emissioni prodotte dai motori diesel Volkswagen superavano di 40 volte il limite normativamente sancito;

nel luglio 2017 l'ing. Giovanni Pamio ex dirigente di Audi, parte del Gruppo Volkswagen, è stato accusato dal dipartimento di Giustizia USA di associazione a delinquere, frode e violazione della normativa ambientale: attualmente è in arresto a Monaco per truffa e pubblicità ingannevole;

l'accusa rivolta dagli USA all'Ingegnere italiano fino al 2015 responsabile dell'area termodinamica nel dipartimento di sviluppo dei motori diesel di Audi, era quella di aver progettato i suddetti software attraverso cui è stata attuata la manipolazione alla base dello scandalo, in quanto referente di un panel di ingegneri incaricato di effettuare i controlli delle emissioni dei motori: l'accusa, stando a quanto trapelato dai media, sarebbe legittimata dalle dichiarazioni di un dipendente Audi, il cui profilo non è stato reso noto;

stando agli elementi strutturanti l'accusa, l'ingegnere italiano non avrebbe prestato attenzione alle segnalazioni provenienti da altri colleghi operanti presso la medesima casa automobilistica e relativi al fatto che i sistemi di controllo delle emissioni dei motori diesel operavano in violazione della normativa in materia ambientale statunitense: questo perdurare di avvisi disattesi sarebbe durato paradossalmente, stando all'accusa, almeno sette anni, nel totale silenzio del management Audi e Volkswagen la cui responsabilità risulta non pervenuta;

di contro, risulta all'interrogante che l'ex dirigente Audi ricopriva, nell'ambito delle attività del dipartimento di sviluppo motori, una responsabilità di natura tecnica e non decisionale, poiché le competenze di natura decisionali spettavano ai Manager del gruppo, che risultano stranamente esenti da qualsivoglia approfondimento o indagine: elemento questo che indurrebbe quanto meno a sollevare qualche dubbio circa la reale dinamica dei fatti alla base della attuazione degli illeciti del c.d. dieselgate;

risulta inoltre paradossale che un'accusa tanto grave quanto complessa possa basarsi esclusivamente sulla testimonianza di un dipendente, la cui mancata identificazione in uno scenario di iper-informazione come quello che connesso allo scandalo Volkswagen risulta quanto mai bizzarra;

risulta ulteriormente all'interrogante, che il confluire delle responsabilità in capo ad un unico profilo, soprattutto dinanzi ad evidenze che sembrano rendere insussistenti le medesime responsabilità, rischia di lasciar apparire l'Ing. Pamio come il capro espiatorio dell'intera vicenda, in quanto tra le altre cose, unico dipendente non solo coinvolto nelle indagini ma addirittura ancora in carcere, rispetto alla maggioranza dei dirigenti tedeschi apparentemente "estranei" ai fatti e dunque liberi di continuare ad operare;

si ritiene opportuno segnalare che, l'ingegnere italiano starebbe collaborando con la giustizia e avrebbe fornite informazioni tali da segnalare la responsabilità di altri dirigenti del gruppo, tra cui il CEO di Audi, a cui carico non vi sarebbe paradossalmente alcuna accusa o coinvolgimento formale;

lo scenario surreale che emergerebbe dall'intera inchiesta, a due anni dallo scoppio dell'affaire dieselgate sarebbe quello di un intero gruppo automobilistico "truffato" da un unico ingegnere, per lo più unico dirigente italiano rispetto alla indiscutibile maggioranza tedesca, che pur non rientrante nel top management dello stesso e non avendo l'autorità decisionale avrebbe operato uno dei peggiori e più delicati illeciti della storia del comparto automotive mondiale;

al momento l'Ing. Pamio rischia l'estradizione negli Usa, in ragione delle accuse a lui rivolte dalla Procura di Detroit, ma le informazioni in possesso dello stesso, che ha più volte evidenziato di voler rendere pubbliche in occasione della prossima udienza in Germania, sembrerebbero altamente critiche per le sorti del gruppo automobilistico: pertanto - stando anche a quanto trapela da giornali tedeschi - l'Audi avrebbe tutto l'interesse ad evitare di rendere pubbliche informazioni e carteggi compromettenti nelle disponibilità dell'ing. Italiano anche perché tutto questo potrebbe criticizzare la posizione della casa automobilistica amplificando l'ammontare dei danni richiesti in sede giudiziaria dai consumatori, proprietari delle vetture con i motori diesel "incriminati";

pertanto lo scenario entro il quale si è evoluto l'affaire dieselgate soprattutto per quanto attiene il ventaglio delle responsabilità risulta non solo opaco ma anche surreale in quanto la ricostruzione del vero e proprio processo decisionale aziendale che ha condotto all'attuazione dell'illecito risulta ancora non definito e non chiaro in quanto evidenziata la sola responsabilità di un profilo non detentore di specifica autorità;

secondo gli interroganti ad aggravare uno scenario già complesso ed opaco si aggiunge anche un particolare non trascurabile, quale la nazionalità dell'ingegnere arrestato, unico italiano, quasi ad attuare una sempreverde retorica della natura truffaldina degli italiani in contrapposizione a quella "integerrima" dei dirigenti tedeschi: un particolare balzato all'attenzione di molti referenti oltre confine che andrebbe ad amplificare la delicatezza dell'intera vicenda imponendo una doverosa attenzione da parte delle istituzioni italiane, finora non interessate e coinvolte, anche in ragione dei risvolti poco gratificanti sull'immagine del nostro Paese;

se si è a conoscenza degli elementi di indagine e delle accuse di cui in premessa;

se non si intenda valutare un intervento istituzionale volto a richiedere, nelle opportune sedi, chiarimenti circa le reali dinamiche dell'intera vicenda di cui in premessa, tutelando nel contempo il profilo del professionista italiano al momento capro espiatorio di uno scenario molto più ampio e complesso;

se non si intenda intervenire nelle opportune sedi al fine di esorcizzare la paventata estradizione dell'Ing. Pamio in ragione delle istanze sollevate dalla Procura di Detroit. Aldo Di Biagio e Claudio Micheloni (de.it.press)

 

 

 

 

 

Inizia il Salone di Francoforte, l’industria tedesca mostra il suo volto pulito e tecnologico

 

Auto elettriche e a guida autonoma sono le protagoniste, a due anni esatti dallo scoppio del dieselgate – Claire Bal

 

Non è più la stessa, l’industria dell’auto tedesca che si presenta oggi alla stampa nel primo giorno del Salone di Francoforte: a settembre 2015, proprio durante l’ultima fiera, scoppiò lo scandalo dei diesel truccati della Volkswagen, da cui partirono una serie di inchieste che colpirono più o meno di striscio altri costruttori, rivelando regolamenti europeo lassi e inopportuni cartelli fra le aziende. Ma non è un’industria tedesca indebolita, quella che si presenta oggi nel Salone di casa. Piuttosto, si proietta in avanti per dimenticare in fretta un passato poco trasparente: non a caso il moto di ques’anno è “Future Now”, il futuro adesso.  

 Basta dare un’occhiata fra le novità degli stand dei gruppi Volkswagen, BMW, Daimler, Bosch per rendersi conto del numero impressionante di auto elettriche e di auto-robot offerte agli occhi dei visitatori. Ieri sera Matthias Wissman, presidente dell’associazione dei costruttori tedeschi Vda che organizza il Salone, ha dato un paio di numeri che dimostrano non si tratta solo di annunci e di concept car: entro il 2020, cioè nel giro di tre anni, l’industria tedesca investirà 40 miliardi di euro nei motori alternativi e fra i 16 e i 18 miliardi di euro nella guida autonoma.  

Smart, ha detto ieri sera il numero uno della Daimler, Dieter Zetsche, entro lo stesso anno diventerà un marchio 100% elettrico: le ultime Smart a benzina saranno consegnate ai concessionari nell’autunno del 2019. Il gruppo Volkswagen, ha detto Matthias Müller, spenderà nell’elettromobilità almeno 20 miliardi di euro entro il 2030. 

È un Salone che parla prevalentemente tedesco, quello di Francoforte. I tre grandi gruppi di casa hanno stand enormi, veri e propri palazzi che fanno passare per cenerentole gli altri marchi. Tanto che molti stranieri hanno rinunciato a essere qui: pesano le assenze di Fiat, Alfa Romeo, Jeep, Peugeot, DS, Nissan, Volvo. Ma i “non tedeschi” che hanno deciso di esserci hanno portato con loro novità importanti, se non dal punto di vista tecnologico, almeno sul fronte delle vendite: sono sempre più richiesti, infatti, i piccoli Suv di cui Citroën, Kia, Hyundai, ma anche Seat e la stessa Volkswagen presentano qui le ultime evoluzioni. 

Tanti anche i modelli di super lusso, tedeschi e non. Accanto alle nuove Rolls-Royce Phantom e Bentley Continental GT, spicca la novità della Ferrari, unica rappresentante dell’Italia insieme alla Maserati: a pochi giorni dal debutto nella località ligure, è a Francoforte la nuova Portofino, erede coupé-cabriolet della California. 

Infine, alcuni outsider a completare il panorama di questo Salone di Francoforte 2017. Dalla Cina arriva per la prima volta la Geely, che qui presenta un Suv che dovrebbe aprire le porte all’annunciato sbarco nel mercato europeo. Arrivano invece soprattutto (ma non esclusivamente) dall’America le aziende tecnologiche come Google, Facebook, Siemens, IBM, BlaBlaCar che popolano la “fiera nella fiera” New Mobility World, dedicata alla mobilità del futuro in senso lato, con oltre 250 espositori fra aziende e associazioni. A dimostrazione che il confine fra industrie dell’auto e tecnologiche è sempre più labile, e che le invasioni di campo diventeranno la norma. LS 12

 

 

 

 

Francoforte. L’Italia al salone internazionale dell’auto

 

Francoforte – Apre i battenti oggi, 14 settembre, fino al 17, presso il centro fieristico di Francoforte sul Meno, l’edizione 2017 di IAA, il salone internazionale dell’auto.

La manifestazione, a cadenza biennale, è dedicata ai rappresentanti del settore automotive, agli specialisti di nuove tecnologie e i fornitori di servizi per la mobilità. L’edizione del 2015 ha richiamato oltre 931.700 visitatori (+5,7% rispetto all’edizione del 2013) e 1100 espositori provenienti da 39 paesi del mondo. Prosegue la sezione tematica del New Mobility World (NMW), dedicata alla mobilità del futuro. La prima edizione NMW del 2015 ha ospitato 180 espositori attraendo un quinto dei visitatori complessivi (21%).

Il 2016 ha visto proseguire il trend positivo del 2015 per quanto riguarda la produzione di autoveicoli in Italia, cresciuta del 9%, per un totale di 1.103.000 unità, così ripartite: autovetture 713.000 (+8%), 344.000 veicoli commerciali (+9%) e 46.000 veicoli industriali (+36%). I volumi delle autovetture destinati all’estero rappresentano il 56% della produzione domestica.

L’82% dei veicoli commerciali e l’80% dei veicoli industriali (autocarri e autobus) prodotti in Italia è destinato ai mercati esteri.

L’export, con oltre 716.000 autoveicoli, ha registrato una crescita del 5% nel 2016. Il principale Paese di destinazione dell’export italiano per gli autoveicoli è stato la Germania, con un fatturato di 2,77 miliardi di euro, registrando un aumento del 20% rispetto al 2015. La Germania si conferma essere il secondo Paese più importante (dopo gli Stati Uniti) per l’export italiano di autoveicoli, con una quota del 13%.

Il fatturato del settore automotive aumenta del 6% rispetto alla media del 2015. Nel 2016, le esportazioni dell’industria automotive nel suo complesso valgono oltre 39 miliardi di euro (+3,5%).

Proprio per la sua vocazione internazionale, IAA rappresenta, pertanto, una vetrina di primaria importanza per le aziende di settore e in tale contesto la presenza istituzionale di ICE-Agenzia offre assistenza e supporto alle aziende italiane espositrici accentuandone la visibilità da un punto di vista di Sistema-Paese.

ICE-Agenzia e ANFIA sono presenti in questa edizione della manifestazione presso l’entrata City della fiera nel padiglione 3.1, dedicato alle tematiche Electric Mobility, Mobile Solutions, Urban Mobility, Automation, Connectivity, Infrastructure e Tech Platforms con uno stand istituzionale dedicato alla “Connected Car”, la tecnologia telematica dell’auto, all’interno del quale il personale di ICE e di ANFIA fornisce supporto e assistenza alle aziende italiane presenti in fiera, agli operatori italiani in visita alla manifestazione e agli operatori internazionali interessati a stabilire rapporti con le imprese italiane. Ice 14

 

 

 

 

Sorpresa: sui consumi Italia batte Germania 4 a 2

 

Indagine Nielsen sulle vendite nella grande distribuzione in Europa. Nel secondo quadrimestre ‘17 il valore delle vendite di super e ipermercati è aumentato del 4%. Effetto della crescita dei prezzi. Ma soprattutto delle quantità - di Rita Querzé

 

La generalizzata revisione al rialzo della crescita del Pil da parte di agenzie di rating e istituzioni ha garantito agli italiani qualche soddisfazione sotto l’ombrellone. Ma il confronto internazionale continua a deludere: cresciamo da più, certo, ma meno degli altri Paesi europei. Un’occasione di riscatto arriva dal fronte dei consumi. Il Growth report di Nielsen — indagine che prende in esame l’andamento delle vendite dei beni di largo consumo nella grande distribuzione di 21 Paesi europei — spiega che nel secondo trimestre ‘17 il valore delle vendite del largo consumo in Italia è aumentato del 4%. E questa volta «battiamo» le altre piazze europee di riferimento: Francia (+3.2%), Regno Unito (+2,9%), Spagna (+2,9%) e Germania (+2,3%).

L’indicatore è incoraggiante per quanto riguarda la buona salute della domanda interna. Anche se il dato dell’Italia è influenzato in positivo dal più forte sostegno garantito nel nostro Paese dai consumi legati alla Pasqua. Da notare: il +4% messo a segno dall’Italia è figlio di un aumento dei prezzi dello 0,9% e di una crescita delle quantità vendute del 3,1%. Gli italiani hanno continuato a fare acquisti nonostante il ritocco al rialzo dei listini, come già evidenziato anche da Istat sui consumi al dettaglio. Per questo è ragionevole aspettarsi che una (cauta) ripresa dei consumi continui nei prossimi mesi. CdS 4

 

 

 

 

Germania, la "super-icona" Merkel che si è mangiata la politica dei tedeschi

 

Le elezioni. Ecco come la cancelliera è divetnata la prima leader post-ideologica rubando temi e idee agli avversari - dalla corrispondente Tonia Mastrobuoni

 

Berlino - Chissà quanto si sarà agitata Beate Baumann quando una ragazza down ha chiesto nei giorni scorsi ad Angela Merkel, davanti a milioni di telespettatori, cosa ne pensava dell'aborto. Da quasi trent'anni, la capo di gabinetto è l'ombra della cancelliera, la sua consigliera principale, la donna che l'aiuta a scrivere i discorsi, l'unica che può dirle apertamente la sua opinione, la sola con cui Merkel ha voluto festeggiare, sole solette in un ristorante nei pressi della Porta di Brandeburgo, il decennale da Bundeskanzlerin. Baumann è l'unica che le è sempre rimasta accanto, e che nello scenario ancora mosso del suo futuro governo, in cui la geometria delle alleanze è ancora avvolta nel buio e tutti si affannano ad autocandidarsi a qualche poltrona di rilievo, è destinata a rimanere saldamente al suo posto. Anche nei prossimi quattro anni, la Golf di Beate Baumann varcherà con ogni probabilità tutte le mattine, poco prima delle otto, l'ingresso della cancelleria.

 

Oggi che Merkel si prepara al quarto mandato, è chiaro che la sua provenienza da una opprimente dittatura comunista, la sua proverbiale cautela e il machiavellico genio tattico, ma anche la vicinanza con due ascoltatissime consigliere estranee al partito e che si sono totalmente annullate per lei come Baumann e Eva Christiansen, hanno contribuito a trasformarla in quello che è. Ossia la più potente e longeva leader post-ideologica scaturita dalla caduta del Muro di Berlino. Merkel ha scardinato il panorama dei partiti tedeschi, svuotando anzitutto la Cdu della sua identità e strappando idee, slogan, fette di elettorato anche agli altri partiti, soprattutto alla Spd, ma anche ai Verdi e ai liberali.

 

Eppure, proprio questi tre partiti si preparano di nuovo a condurre serrate trattative con lei dopo il 24 settembre. Tutti i pronostici concordano nel dire che i negoziati per il nuovo governo si protrarranno per mesi, che saranno i più lunghi della storia. Ma il dato interessante non è questo. I tre partiti che hanno subito i maggiori danni dall'asciutto pragmatismo post-ideologico di Merkel hanno capito, evidentemente, che stare all'opposizione non cambia di molto il loro risultato, in uno scenario in cui la cancelliera domina onnipotente su tutto e fagocita le proposte di modernizzazione migliori che si affacciano alla discussione pubblica. Tanto vale fare la fila per far parte del governo - e pazienza se una fetta dell'elettorato pensa che somiglino a bravi lemuri che si incamminano verso il baratro.

 

Se la Spd da dodici anni non riesce a schiodarsi da una forbice che spazia tra il 20 e il 25%, oltre che per la grande confusione di idee a sinistra scaturita dalla fine del blairismo, è dovuta anche al fatto che Merkel ne assorbe tutte le istanze senza complessi. I liberali, dopo la coabitazione con lei tra il 2009 e il 2013, sono precipitati tout court sotto la soglia di sbarramento del 5% e sono stati finiti fuori dal Bundestag per la prima volta dal 1949. I Verdi sono stati scippati dei loro temi un po' da tutti i partiti, negli ultimi decenni, e languono attorno a un triste 8%. La Klimakanzlerin, come ama essere chiamata, è stata indubbiamente la leader Cdu più ecologista di sempre.

 

Tuttavia la sua forza, il fatto che da una dozzina di anni sia riuscita a mangiarsi tutti gli avversari interni, e che abbia consolidato il consenso attorno alla Cdu - che continua a mantenere percentuali tra il 38 e il 40% e dunque una popolarità che nessun partito tradizionale nell'Europa dilaniata dalla Grande crisi può più vantare - è anche il limite di Angela Merkel. E i nodi sono condannati a venire al pettine proprio in questo quarto e ultimo mandato.

 

Primo, dal 24 settembre, per la prima volta nella storia della Germania del dopoguerra, un partito nato a destra della Cdu/Csu farà il suo ingresso nel Bundestag. La destra populista dell'Afd è la cartina di tornasole dei limiti dei suoi sforamenti a sinistra. Negli ultimi dodici anni, i governi Merkel hanno approvato una miriadi di leggi progressiste come l'uscita dal nucleare, il salario minimo, l'abolizione della leva obbligatoria e i matrimoni per tutti. O hanno costantemente migliorato le norme per le donne, per le famiglie, contro lo stupro, o hanno corretto alcune storture dell'Agenda 2010 in senso più progressista. Merkel ha gestito con esemplare umanità la crisi dei profughi del 2015 e ha acconsentito a salvare tre volte la Grecia. Scelte che hanno fatto lievitare un partito che è andato a cercare gli scontenti della presunta "socialdemocratizzazione" della Cdu.

 

Nella prossima legislatura sarà essenziale che l'ex pupilla di Kohl, la "ragazza" che la notte che cadde il Muro andò a farsi una sauna con un'amica e che nei mesi successivi era indecisa se inscriversi alla Spd o alla Cdu, consenta ai cristianodemocratici di far emergere un suo erede e di riconquistare una propria identità. Adesso la fisionomia del partito coincide talmente con l'icona-Merkel che su alcuni cartelli elettorali si vede soltanto la sua faccia e la data delle elezioni. Come se ogni slogan, dinanzi alla "Mutti" pigliatutto, fosse superfluo. 

 

È vero, Merkel ha dimostrato proprio per la sua assenza di limiti ideologici, di essere in grado più di altri, del fine tuning, di far progredire continuamente il Paese. O di cambiare drasticamente idea, come nel caso dell'incidente di Fukushima, che la convertì, da nuclearista convinta, all'uscita dall'atomo. Ma per chi crede che il pluralismo sia il sale della democrazia, la solitudine di Merkel in cima a un panorama partitico depresso e senza slanci innovativi, resta un po' inquietante. E potrebbe rivelarsi fatale anzitutto per la Cdu. LR 16

 

 

 

Un software usato per le elezioni in Germania è vulnerabile

 

Serve per raccogliere e organizzare i risultati. Un gruppo hacker: è risultato a rischio di manipolazioni – di CAROLA FREDIANI

 

Un software usato per raccogliere e organizzare i risultati elettorali in Germania, a partire dalle prossime imminenti elezioni parlamentari, è vulnerabile a molteplici attacchi. Al punto da mettere a repentaglio la corretta raccolta dei dati. A dirlo è uno studio pubblicato oggi dal Chaos Computer Club (CCC), il più grande e influente collettivo di hacker e ricercatori di sicurezza europei, con cuore tedesco. Va subito chiarito un fatto: non si sta parlando di e-voting, di voto elettronico, che per altro la Corte costituzionale federale tedesca nel 2009 ha ritenuto incostituzionale, a meno di non offrire una serie di garanzie. Dunque in Germania si vota su carta e il primo conteggio viene fatto a mano. Ma, come scrive la testata Die Zeit, non significa che i computer non abbiano un ruolo. Nei seggi del Paese, la sera del 24 settembre, quando i tedeschi andranno a votare per le elezioni nazionali, i risultati saranno scritti su carta. Solo che da lì in poi la faccenda si complica. 

 

I PROBLEMI DI PC-WAHL  

Il modo in cui i risultati sono trasmessi e aggregati può variare e comprendere vari metodi e software. PC-Wahl - il programma testato dagli hacker - è usato da anni in molti Stati tedeschi per registrare, analizzare e presentare dati elettorali nelle elezioni nazionali, statali e municipali. L’analisi del Chaos Computer Club ha evidenziato una serie di problemi di sicurezza e di possibilità di attacco. Alcuni di questi scenari permettono di modificare le somme complessive dei voti provenienti da vari distretti e Stati, sostiene il rapporto. “Si tratta di un software che aggrega i risultati preliminari durante una elezione e il conteggio”, commenta a La Stampa uno dei tre autori dello studio del CCC, Thorsten Schröder. “È usato in Germania fin dagli anni ‘90”. 

 

Secondo il CCC, anche un gruppo di hacker non statali sarebbe in grado di controllare le tabelle dei voti. Le falle di sicurezza sono diverse (qui i dettagli tecnici - in tedesco): dal meccanismo di aggiornamento del software, che può essere compromesso, al modo in cui sono trasmessi i risultati del voto attraverso canali insicuri, fino a problemi con la cifratura e leggerezza nell’uso di credenziali. 

 

RISCHIO DI MINARE LA FIDUCIA  

I produttori del software sostengono che, anche nel peggior scenario, gli attaccanti potrebbero creare solo confusione e la eventuale manipolazione sarebbe solo temporanea, non andrebbe a toccare i risultati finali ufficiali. Che, anche secondo Dieter Sarreither, il direttore dell’ufficio elettorale con il compito di supervisionare le elezioni, non potrebbero essere alterati. 

 

Tuttavia, anche così stando le cose, per gli hacker del CCC la questione è seria. Perché “gli attacchi documentati - scrivono - possono avere un impatto permanente sulla fiducia del pubblico nel processo democratico, anche se la manipolazione fosse scoperta dopo poche ore o giorni. Ma affinché una effettiva manipolazione sia scoperta o meno, dipende dalle procedure seguite nei vari Stati. In questo momento, e grazie alla nostra segnalazione, tali procedure sono in corso di aggiornamento”. 

 

GERMANIA NEL MIRINO  

A distanza di poche settimane dal voto, e dopo due anni in cui, a partire da Usa e Francia, sono cresciuti i timori per possibili interferenze nel processo elettorale, la ricerca del CCC arriva come una doccia fredda per le autorità tedesche. Ricordiamo che nel 2015 era stato violato con una intrusione informatica il Parlamento tedesco. E che a fine 2016 l’intelligence del Paese aveva lanciato l’allarme - addirittura con un comunicato - su “crescenti e sempre più aggressive operazioni di cyberspionaggio e di cyberattacchi che potrebbero mettere a repentaglio funzionari governativi, parlamentari e dipendenti di partiti democratici tedeschi”, come avevamo raccontato qua. LS 7

 

 

 

 

Air Berlin, i piloti si danno malati. La compagnia cancella oltre 200 voli

 

I lavoratori hanno deciso di contestare le trattative sul passaggio di circa 1.200 dipendenti della categoria all’eventuale compratore della compagnia insolvente - di Leonard Berberi 

 

Si sono messi in malattia in massa e senza molto preavviso. Risultato: oltre 200 voli cancellati — anche di lungo raggio — nella giornata di martedì 12 settembre, altri 111 in ritardo e un costo aggiuntivo di 4-5 milioni di euro al giorno. Air Berlin piomba nel caos a tre giorni dal termine (il 15 settembre) della presentazione delle manifestazioni di interesse per rilevare il vettore in crisi tutto o in parte. Secondo i giornali tedeschi comandanti e primi ufficiali avrebbero deciso di manifestare così il loro dissenso sulle modalità adottate nelle trattative sul passaggio di circa 1.200 dipendenti della categoria all’eventuale compratore.Pochi giorni fa la Commissione europea aveva dato il via libera al prestito ponte temporaneo da 150 milioni di euro, messo a disposizione dal governo tedesco ad Air Berlin dopo che uno degli azionisti di riferimento del vettore — Etihad — aveva negato un altro prestito.

L’ira dell’ad

«I piloti stanno giocando col fuoco», ha attaccato Thomas Winkelmann, amministratore delegato di Air Berlin. Il gesto rischia di costare altri milioni di euro a una compagnia che negli ultimi giorni ha dovuto cancellare decine di collegamenti intercontinentali per risparmiare il più possibile. «La stabilità delle operazioni è la condizione essenziale per nei negoziati positivi e questo è l’unico modo per proteggere il maggior numero di posti di lavoro», ha continuato l’ad. «Ci dispiace per i disagi arrecati ai nostri clienti», ha aggiunto una portavoce della compagnia. Particolarmente colpiti dallo sciopero sono gli scali di Düsseldorf, Berlino, Monaco e Amburgo sono gli scali più colpiti. «È un puro atto di disperazione. Ci dispiace per i passeggeri, ma ne va della nostra esistenza», ha detto un pilota alla Bild. La malattia in massa dei piloti di Air Berlin ha finito per rendere difficile la giornata anche al Gruppo Lufthansa. Il colosso tedesco, infatti, ha preso in noleggio — staff compreso — 38 velivoli di corto-medio raggio di Air Berlin per consentire l’espansione della divisione a basso costo Eurowings/Germanwins: sono circa 30 i voli cancellati.

I possibili acquirenti

Proprio Lufthansa è la compagnia più interessata al futuro di Air Berlin. Secondo le indiscrezioni il gruppo di Francoforte starebbe puntando a prendersi una novantina di velivoli di Air Berlin (compresi i 38 già in leasing). La parte restante del vettore — il secondo in Germania per numero di passeggeri trasportati — dovrebbe essere suddivisa tra la low cost inglese easyJet e Condor, molto concentrata sul traffico leisure. Una dinamica fortemente contestata da Ryanair, la principale low cost europea, che sta investendo molto sul mercato tedesco e che così si vedrebbe danneggiata.

La flotta

A complicare il futuro di Air Berlin anche la decisione di un lessor (azienda che noleggia velivoli) di riprendersi il prima possibile una decina di aerei per il lungo raggio. I «fornitori» principali dei velivoli in leasing ad Air Berlin sono i colossi AerCap e Gecas. Se il primo ha consegnato 4 Airbus A320 (voli continentali) e 10 Airbus A330 (per i voli intercontinentali), il secondo ha fornito un A330 e tredici A320 secondo i dati resi disponibili dalla piattaforma specializzata Flight Fleets Analyzer. Lufthansa, sempre stando alle indiscrezioni, sarebbe molto interessata alla parte di lungo raggio della flotta per espandere i collegamenti di Eurowings. CdS 12

 

 

 

UE: Mes anticrisi, pro e contro la proposta Schaeuble

 

La Bild, il celebre tabloid tedesco, ha lanciato nei giorni scorsi la notizia di una proposta cui starebbe lavorando il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble: utilizzare il cosiddetto ‘fondo salvastati’ (il Mes) “non solo in caso di fallimento, ma anche per migliorare le congiunture in periodi negativi”. Una proposta ripresa e sostenuta anche dalla cancelliera Angela Merkel il 29 agosto.

Che il ministro Schaeuble ritenga che il Mes possa avere un ruolo più forte nella prevenzione delle crisi dell’Eurozona non è una novità (si veda la sua intervista a la Repubblica dell’11 maggio 2017). Il Trattato che lo ha istituito nel 2012 nasce, del resto, per volontà della Germania, che di fronte alla grave crisi finanziaria ha in fondo subito la larghezza di strumenti messi in campo della Banca centrale, ma ha impedito che si sviluppasse un parallelo e complementare ruolo da parte delle altre Istituzioni dell’Unione europea e ha bloccato sul nascere qualunque sviluppo all’interno del quadro istituzionale dell’Unione di strumenti nuovi.

Il Mes, che cos’è e come funziona

Il Mes nasce come strumento non dell’Unione ma “degli Stati la cui moneta è l’euro”, sulla base di un accordo internazionale che disciplina l’ampia dotazione finanziaria nonché le modalità di funzionamento. Le decisioni più importanti del Mes sono prese dal Consiglio dei Governatori (composto dai ministri delle Finanze dei Paesi appartenenti all’area euro, ai quali il commissario europeo competente come anche il presidente della Bce si aggiungono solo come “osservatori”) “di comune accordo”, e cioè all’unanimità.

Lo stesso vale per le decisioni riguardanti la concessione di assistenza finanziaria a Paesi in difficoltà e la gamma degli strumenti utilizzati. Strumenti che – sempre se vi è il comune accordo – possono essere anche ulteriori rispetto a quelli previsti dal Trattato. In ogni caso, per qualunque decisione è necessaria “la presenza di un quorum di due terzi dei membri aventi diritto di voto che rappresentino almeno i due terzi del diritto di voto”.

Il diritto di voto è suddiviso tra i Paesi dell’eurozona sulla base del contributo percentuale che ciascuno Stato dà a questo fondo. Il contributo tedesco è oltre il 27 %, quello francese oltre il 20, quello italiano pari quasi al 18. È possibile ricorrere a procedure di urgenza con un voto a maggioranza qualificata dell’85 % dei voti. Così Germania, Francia e Italia sono in grado di bloccare decisioni del genere; e la Germania da sola, insieme a un piccolo Paese, può bloccare qualunque decisione, anche quelle adottabili a maggioranza semplice.

La Bce è autonoma dai governi, il Mes no

Mentre la Banca centrale si muove con decisioni assunte in piena autonomia (nelle quali – ed è accaduto – il rappresentante tedesco può anche essere messo in minoranza), il Mes è governato da meccanismi condizionati da veti nazionali e soprattutto opera in uno spazio giuridico altro rispetto all’ordinamento dell’Unione europea.

Quali sono gli obiettivi del Mes e come opera il modus operandi del MesNell’ordinamento tedesco il ruolo dei rappresentanti (nel Consiglio dei Governatori e in quello di amministrazione del Mes) è considerato, addirittura, una proiezione diretta della rappresentanza politica nazionale. Il Tribunale costituzionale tedesco ha infatti chiaramente precisato che tutti i componenti degli organi direttivi “sono responsabili verso i rispettivi Parlamenti nazionali”. Ogni decisione dei rappresentanti tedeschi nel Consiglio dei Governatori e in quello di amministrazione del Mes è dunque esercitata sulla base di una diretta responsabilità verso il Bundestag.

Gli obiettivi e il modus operandi del Mes

L’articolo 3 del Trattato, nel definire l’obiettivo dell’istituendo Mes, chiarisce che esso consiste nel “mobilizzare risorse finanziarie e fornire un sostegno alla stabilità” dei Paesi membri che si trovino “o rischino di trovarsi in gravi problemi finanziari”. Per far questo il Mes può “raccogliere fondi con l’emissione di strumenti finanziari”. Il Trattato definisce un’elenco di strumenti, ma contiene anche una clausola generale (l’articolo 19) che permette al Consiglio dei governatori di integrarlo. Dunque, senza cambiare il Trattato, è ben possibile quello sviluppo di cui parla il Ministro Schaeuble, per fare del Mes non solo uno strumento per la gestione delle crisi, ma anche di sostegno ai paesi che si trovino in condizioni congiunturali negative o anche addirittura “in casi di catastrofi naturali”.

Questi interventi possono svilupparsi però, come recita il Trattato (articolo 12), “sulla base di condizioni rigorose commisurate allo strumento di assistenza finanziaria scelto, che possono spaziare da un programma di correzioni macroeconomiche, al rispetto costante di condizioni di ammissibilità predefinite”.

Nel preambolo del Trattato viene chiarito che la concessione di assistenza finanziaria nell’ambito dei programmi previsti dal Mes è subordinata alla ratifica del fiscal compact e in particolare al rispetto delle regole introdotte a livello nazionale per correggere automaticamente le deviazioni significative dall’obiettivo di medio termine o dal percorso di avvicinamento a tale obiettivo.

Il rispetto del nucleo portante delle regole del fiscal compact appare così essere la condizionalità essenziale delle azioni che il Mes può intraprendere. Ed è attraverso di esso in primo luogo che il meccanismo europeo di stabilità può acquisire quella “maggiore influenza nelle politiche di bilancio degli stati dell’eurozona” di cui parla la Bild.

Prospettive e conseguenze della proposta Schaeuble

La proposta per rilanciare la crescita dell’Eurozona, cui ci potremmo trovare di fronte in autunno dopo le elezioni tedesche, appare dunque chiara.

Il bilancio dell’Unione europea, per la sua dimensione e le sue rigidità, non ha nel medio periodo risorse sufficienti per promuovere quel rilancio degli investimenti europei che è stato promesso da ultimo nella campagna elettorale francese dal presidente Emmanuel Macron. Né è pensabile a breve una riforma dei Trattati (che richiede l’unanimità degli Stati, anche di quelli non euro).

Il Mes ha invece risorse (cui anche l’Italia ha ampiamente contribuito) oggi largamente inutilizzate. Il Mes funziona però con una logica tutta intergovernativa, dove gli Stati pesano sulla base del loro contributo finanziario, ed eroga assistenza sulla base di condizioni rigorose, prima fra tutte il rispetto delle regole del fiscal compact.

Il Trattato Mes infine non ha una clausola che ne auspica l’incorporazione nei trattati europei, come invece il fiscal compact. Dunque, in questa prospettiva, il dibattito animato in Italia su un possibile veto all’incorporazione del fiscal compact nei Trattati dovrebbe forse essere accantonato.

Piuttosto, si dovrebbe valutare con attenzione quanto dirompente possa essere l’ipotesi che un rilancio economico dell’Eurozona passi per la valorizzazione di uno strumento giuridico che vede i Governi, e dietro di loro i Parlamenti nazionali, essenziali protagonisti, riducendo la Commissione europea a mero esecutore delle decisioni di questi, assunte poi sulla base di una ponderazione che ordina gli stati secondo la rispettiva forza economica.

Uno strumento che sostanzialmente esclude dalla partita il Parlamento europeo, al quale non a caso il ministro Schaeuble si sforza di conferire comunque un ruolo: nella sua intervista a la Repubblica di maggio scorso, ricordava infatti di aver parlato con il presidente Macron dell’ipotesi che “con i parlamentari del Parlamento europeo si potrebbe creare un Parlamento dell’Eurozona, che potrebbe avere un potere consultivo sul fondo salvastati”. Luigi Gianniti, AffInt 1

 

 

 

Tassa sui rifiuti dei residenti all’estero. Garavini (PD): “Una sentenza che fa giustizia per gli italiani all’estero”

 

La Deputata PD saluta il verdetto del Consiglio di Stato che definisce discriminatorie le tasse sui rifiuti più onerose per i non residenti. 

 

“Quei Comuni che avevano deliberato di applicare tariffe più alte per i non residenti - e dunque anche per i residenti all’estero - sui rifiuti, ma anche, ad esempio per analogia, sulla energia elettrica, hanno agito in modo illegittimo. Lo ha stabilito il Consiglio di Stato con una sentenza che fa giustizia, perchè non è sensato che siano chiamati a pagare di più proprio coloro che consumano meno”. Così Laura Garavini, della Presidenza del PD alla Camera, in relazione alla sentenza n. 4223 del 6/9/2017 del Consiglio di Stato, che ha annullato regolamento e delibera tariffaria Tia 2005 di un Comune in provincia di Venezia. La Garavini ha poi continuato:

 

“E’ la conferma ufficiale che alcune tasse deliberate da singoli Comuni, stravolgono il principio comunitario del “chi inquina paga”, discriminando i non residenti. E’ chiaro che chi risiede all estero, vivendo altrove per la maggior parte dell’anno, inquina meno nella casa in Italia. Dunque non e’ giusto che gli si imponga di pagare di più, solo in virtù del fatto che non risiede fisicamente in quel luogo. Secondo quanto stabilito dalla sentenza, tasse come la Tia, poi sostituita dalla TARI, non possono trasformarsi da tasse finalizzate a coprire i costi di un servizio a forme di prelievo sul reddito e sul patrimonio. E’ proprio quello che invece succede in alcuni Comuni, che esigono più soldi da chi produce una quantità di rifiuti quasi inesistente.

 

Per analogia, stessa cosa accade per le bollette dell’energia elettrica.  Come segnalatomi da più elettori, in seguito a una recente delibera dell’Autorità dell’energia, la 782 / 2016 / r / e e l, alcuni fornitori della Luce hanno imposto un raddoppio del canone fisso bimestrale per i clienti non residenti, che invece consumano meno energia degli altri. Queste pratiche discriminatorie e irragionevoli devono cessare, e mi riservo di intervenire in sede legislativa per sanare questi abusi, anche alla luce di quanto appena sancito dal Consiglio di Stato”. De.it.press 7

 

 

 

 

Alla Camera audizione del direttore per gli Italiani all'estero e le Politiche migratorie del MAE Luigi Maria Vignali

 

Tra le priorità di intervento richiamate, l'emergenza in Venezuela, il negoziato sulla Brexit, le nuove mobilità, il miglioramento dei servizi consolari. Sono intervenuti anche, oltre al presidente del Comitato, Fabio Porta, i deputati del Pd Laura Garavini, Gianni Farina, Alessio Tacconi (Europa) e Marco Fedi (Africa e Oceania)

 

ROMA – Si è svolta ieri mattina al Comitato per gli italiani nel mondo e la promozione del sistema Paese della Camera dei Deputati l'audizione del direttore generale per gli Italiani all'estero e le Politiche migratorie del Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, Luigi Maria Vignali.

Ad introdurre l'audizione il presidente del Comitato, Fabio Porta (Pd, ripartizione America meridionale) che ha segnalato in primis la preoccupazione per la collettività italiana residente in Venezuela, condivisa – ha rilevato – da Governo e Parlamento, ed ha chiesto aggiornamenti su provvedimenti a sostegno della rete consolare italiana in loco che possano favorire l'assistenza ai connazionali. Richiamate di seguito altre questioni, “di natura più ordinaria” ma di stretta rilevanza per il Comitato, come i servizi consolari, l'utilizzo delle risorse stanziate in merito ma non ancora rese disponibili, le nuove mobilità, gli organismi di rappresentanza e il voto all'estero su cui si auspica l'attenzione del nuovo direttore generale.

Vignali ha segnalato come in Venezuela la crisi sia “grave” e non risolvibile nel breve termine, per cui “dobbiamo porci con forza il nodo di come aiutare i nostri connazionali e prepararci ad interventi straordinari in loro favore”. Il direttore generale ricorda come a Caracas vi sia una “collettività importante di oltre 120 mila connazionali, una numero pari a quanti risiedono per esempio nella provincia italiana di Monza”. Segnala come ad oggi “per le nostre sedi consolari in loco non sono stati presi provvedimenti straordinari per rafforzarli e consentire loro di venire incontro alle istanze di base della collettività”, provvedimenti che egli ritiene non più rinviabili anche per gestire “con efficacia e capillarità il contributo di 1 milione di euro recentemente stanziato per l'assistenza”.

Altra priorità che suscita preoccupazione è il negoziato sulla Brexit: “abbiamo ribadito sin dall'inizio – ricorda Vignali – la necessità di tutelare in primo luogo i diritti dei cittadini europei residenti in Uk e britannici nel Continente, ma sembra che allo stato attuale si vada affermando l'idea che non vi sarà alcun accordo sui diritti fino a che il negoziato non sarà concluso”. Vignali parla dunque del pericolo di “schermaglie coi negoziatori britannici anche sui diritti dei cittadini” e di “preoccupazioni sull'esito finale del negoziato” - che deve concludersi nel marzo del 2019 - riconducibili in primo luogo al nodo centrale del contributo britannico dovuto all'Ue: “secondo le ultime stime – rileva - si tratta di 78 miliardi di euro”. “Il rischio è che a fronte di un contributo così elevato – afferma il direttore generale – si arrivi ad una debacle politica interna e a far prevalere la tentazione di una hard Brexit, che potrebbe voler dire nessun accordo e quindi scaricare le conseguenze politiche di questo empasse sulle future generazioni”. “Ribadisco l'importanza del nodo citizens first, non solo in termini sostanziali ma anche temporali. Anche qualora il negoziato dovesse fallire i diritti dei cittadini italiani residenti in Gran Bretagna – aggiunge - vanno tutelati e messi in sicurezza. Dobbiamo spingere per la conclusione di un accordo e per una soluzione semplice, con procedure semplici di riconoscimento dei diritti dei cittadini”.

Vignali passa poi a considerare il tema delle nuove mobilità, che definisce “una sfida  con cui ci dobbiamo confrontare nei prossimi anni”; “voi – aggiunge - conoscete molto bene il fenomeno ma il Paese a mio avviso non è consapevole dell'importanza di questa mobilità, prima di tutto in ordine di grandezza, perché parliamo di circa 1 milione di iscritti alle anagrafi consolari negli ultimi 5 anni e di 120 mila italiani che espatriano ogni anno, ma vi sono stime che li quantificano in 200 o 250 mila”. “Si tratta di un flusso importante di cui non si ha consapevolezza e che non è di per sé negativo ma significa comunque un impoverimento del Paese perchè sono risorse su cui abbiamo investito per formazione, assistenza sanitaria e sociale e che trovano all'estero la giusta valorizzazione – afferma il direttore generale, ricordando anche il problema dell'impatto di tali numeri – che vanno ad aggiungersi agli oltre 5 milioni di iscritti all'Aire - sui servizi consolari. “I nostri connazionali all'estero possono essere considerati quantitativamente la quinta regione italiana, senza contare il fatto che domandano ora servizi diversi da quelli tradizionali, un supporto all'integrazione, servizi consolari innovativi e digitali – rileva Vignali, segnalando come vi sia nei loro confronti una rinnovata attenzione da parte delle strutture consolari e annunciando “l'impegno ad affrontare questo tema come Maeci e come Direzione generale”. “Vi invito pertanto a mantenere alta l'attenzione sul fenomeno, affinché ve ne sia consapevolezza nel Paese e perché si stanzino risorse in proposito – afferma il direttore generale che rileva poi come vi sia stato un “cambio di registro” nella considerazione dei servizi consolari da parte di “esponenti politici e collettività”, un maggiore “apprezzamento per l'impegno del Ministero e del suo personale a fornire servizi adeguati”, pur in presenza di “risorse non adeguate” che, sotto una certa soglia, minano l'operatività delle strutture.

L'aumento di tali risorse è dunque un obiettivo condiviso con il Comitato che può passare attraverso provvedimenti come quello recentemente adottato dal Parlamento sullo stanziamento di parte delle percezioni consolari derivanti dalla tassa introdotta per il riconoscimento della cittadinanza italiana e verso il quale Vignali esprime apprezzamento. “Le percezioni consolari sono pari a circa 150 milioni di euro l'anno, 60 a fronte dei servizi classici e 90 milioni solo per i visti; almeno parte di questo ingente flusso di risorse dovrebbe poter tornare ed essere reinvestito nella rete consolare, per rinnovare anche le strutture fisiche della rete e rafforzare i servizi digitali e quelli più richiesti, come ad esempio il rilascio di passaporti in Venezuela, aumentato del 30%, l'iscrizione all'anagrafe consolare nel caso di Londra o l'acquisizione della cittadinanza italiana in America latina - afferma il direttore generale, sollecitando a lavorare insieme per questo stesso obiettivo, specie in vista del varo della prossima legge di bilancio.

La rete consolare deve tornare ad essere sempre più al servizio “della società civile e delle imprese” e “queste sono le priorità che intendo affrontare nei prossimi mesi – afferma Vignali, che ricorda come solo attraverso la capacità di dare al cittadino risposte concrete si può alimentare la fiducia nei confronti delle istituzioni.

Condivide le priorità affermate dal direttore generale Laura Garavini (Pd, ripartizione Europa) che mostra apprezzamento in particolare sulla volontà espressa dal Governo di riaprire la sede consolare di Manchester, a proposito del tema Brexit, e per l'attenzione mostrata nei confronti delle nuove mobilità, fenomeno che presenta forti complessità e problematiche “anche maggiori rispetto agli anni di boom migratorio, perché allora – precisa – vi erano strumenti come gli accordi tra Paesi che fornivano una sorta di paracadute rispetto alle necessità di coloro che emigravano”. L'esponente democratica rileva inoltre la necessità di progredire con la digitalizzazione dei servizi della pubblica amministrazione, proprio per venire incontro alle nuove esigenze, mettendo in rete le banche dati e facilitando l'accesso e l'utilizzo dell'identità digitale “Spid”. Riconosce poi “il cambio di passo ad opera degli ultimi Governi nell'accompagnare la razionalizzazione della rete con il miglioramento dei servizi”. Chiede infine che i fondi per la promozione di lingua e cultura italiana siano resi strutturali, un impegno per l'accordo tra Maeci e patronati sull'erogazione dei servizi e un aggiornamento sull'allineamento delle banche dati anagrafiche in vista delle prossime scadenze elettorali.

Assicura l'impegno del Comitato per il reperimento di risorse Marco Fedi (Pd, ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide), che chiede anche un aggiornamento sul tavolo interministeriale sulle nuova mobilità annunciato nel corso di un recente convegno sul tema dal ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, un'assicurazione sul reperimento di risorse per il funzionamento di Comites e Cgie, un impegno sul fronte dell'informazione rivolta alle collettività e l'attenzione del Maeci anche per le polemiche che si stanno sollevando in merito alla celebrazione del Columbus Day negli Stati Uniti. Gianni Farina (Pd, ripartizione Europa) rileva la nuova sfida rappresentata dalle nuove mobilità ma anche da una nuova forma di italianità, comprendente migranti, discendenti di italiani e doppi cittadini, che va valorizzata. “Il problema di fondo non è il numero delle sedi consolari – afferma Farina – ma un approccio che sappia rispondere a questa sfida”. Segnala inoltre come “il fallimento delle ultime elezioni dei Comites” - testimoniato dalla debole partecipazione registrata – debba essere ricondotto “ad un problema tecnico, ma prima di tutto all'incapacità della politica di adeguare la normativa a questo nuovo stato di cose”. Farina si dice poi ottimista sulla Brexit- ritiene che alla fine la Gran Bretagna sceglierà di non lasciare l'Unione, - afferma il suo sostegno allo ius soli e rileva come la rete consolare debba divenire sempre più “vetrina del nostro Paese e della collettività”, abbandonando i residui nostalgici. Anche Alessio Tacconi (Pd, ripartizione Europa) assicura l'impegno per un lavoro sinergico che possa risolvere le problematiche richiamate, mente il presidente del Comitato torna sul provvedimento che destina parte delle percezioni consolari ai servizi consolari e che introduce “un cambio di paradigma importante secondo il quale la collettività non è problema ma risorsa e parte integrante della soluzione”. Porta chiede anche aggiornamenti sulle carenze di organico rilevate nella rete consolare in Venezuela, sollecita l'impegno nella direzione di una anagrafe unica per i residenti all'estero e ribadisce le grandi difficoltà della rete consolare in America latina, “che, in assenza di nuove risorse e un avanzamento della digitalizzazione, non è in grado di rispondere ad una domanda così forte”.

In sede di replica Vignali ribadisce l'impegno del Maeci sul fronte della promozione di lingua e cultura italiana e sul confronto con i patronati per un ampliamento dei servizi. Assicura anche come sia in corso la preparazione e il lavoro sulle anagrafi in vista delle scadenze elettorali e la sua volontà ad interloquire con il Ministero del Lavoro per il tavolo sulle nuove mobilità sopra richiamato. Ribadisce l'importanza della campagna per l'iscrizione all'Aire, perché ritiene necessario far emergere la consistenza reale della collettività anche in vista del reperimento di risorse ad essa adeguate. Segnala infine come il tema della celebrazione del Columbus Day sarà sicuramente affrontato nei corso dei prossimi giorni, in occasione della sua visita a New York – è previsto proprio un incontro con la Columbus Foundation – e i contatti in corso con il Ministero dell'Economia per assicurare alla rete consolare parte delle percezioni incassate già a partire dal 2016. Il direttore generale tiene a precisare però come la collettività sia importante “a prescindere dalle risorse finanziarie, nella sua emigrazione più tradizionale, presente e futura, perché – rileva – è uno straordinario strumento di soft power nel mondo”. Richiamate anche le istruzioni diramate per gestire al meglio il sistema del “prenota online” in America latina e il rafforzamento del personale delle rete consolare in Venezuela, anche se è necessario – conclude Vignali - “un rafforzamento strutturale con un provvedimento di emergenza”. (Viviana Pansa – Inform 15)

 

 

 

 

Matto no, pericoloso sì: ecco come si ferma Kim

 

Kim Jong-un? "Non credo sia un matto. Può esserlo per i nostri standard". Pericoloso certo sì: "Nel momento in cui sarà in grado di lanciare un missile, colpire San Francisco e fare 5 milioni di morti, allora sarà intoccabile". Parola del professor Andrea Margelletti, presidente del Centro studi internazionali ed esperto di strategie militari, che interpellato dall'AdnKronos traccia un quadro della crisi nordcoreana. di Federica Mochi

 

UN DITTATORE DEBOLE - "La grande forza del dittatore nordcoreano è la sua totale debolezza - spiega Margelletti -. In un confronto militare tra la comunità internazionale e la Corea del Nord, quest'ultima durerebbe meno di un colpo di tosse. Questo scenario non solo porterebbe al un crollo di un Paese, ma di un sistema. La Corea del Sud in questa ipotesi dovrebbe occupare la Corea del Nord per rimetterla in piedi e ricostruirla, cosa che Seul non vuole fare perché costerebbe triliardi di dollari, nuove tasse e un abbassamento degli standard di vita". La grande forza del dittatore nordcoreano, spiega Margelletti, "è che noi non sappiamo cosa fare proprio perché lui è debolissimo".

LE SANZIONI ONU - Qualche settimana fa il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha limitato ulteriormente gli scambi commerciali e la possibilità di investimenti per la Corea del Nord, infliggendo sanzioni che colpiscono le esportazioni nei settori del ferro, del carbone e della pesca. Una soluzione che però non sembra molto efficace per arginare il dittatore. "Le sanzioni colpiscono nell'arco di tanto tempo e spessissimo, nel caso di dittature, colpiscono la gente più bisognosa e non la leadership - chiosa Margelletti -. Nel caso della Nordcorea siamo in fondo a un pozzo. Le opzioni scarseggiano, perché un piccolo intervento militare, che dovrebbe contestualmente essere autorizzato dai cinesi, porterebbe alla disintegrazione di un sistema". A meno che, precisa l'esperto, non esista un piano americano con Pechino "per cambiare il cavallo in corsa". "Se ci fosse un colpo di stato in Corea del Nord - dice Margelletti - e Kim Jong-un fosse sostituito da qualcuno vicino a Pechino e al tempo stesso meno bellicoso verso la comunità internazionale, le cose rimarrebbero sostanzialmente invariate e saremmo tutti felici e contenti".

LA VIA DIPLOMATICA - Finora gli Stati Uniti non avrebbero intenzione di rinunciare alla carta della diplomazia, sperando di raggiungere la soluzione più prudente per fermare il programma missilistico in rapida evoluzione della Corea del Nord e utilizzare l'azione militare solo di fronte a una minaccia imminente. Tuttavia, precisa l'esperto, "stiamo parlando di una persona che ha giustiziato lo zio, ma soprattutto non si parla di un singolo individuo, ma di un sistema". La Corea del Nord è un paese "che non ha internet, non ha satelliti, un paese totalmente impermeabile, dove la gente non sa cosa avviene fuori dai propri confini". In una situazione del genere, prosegue Margelletti, "il paese al primo conflitto militare imploderebbe poiché il sistema nordcoreano si basa sulla non conoscenza del mondo e dal permanere di un concetto di stato che è anacronistico per chiunque".

KIM, PAZZO O ABILE STRATEGA? - Criminale, spietato, feroce e instabile. Tanto si è scritto del dittatore nordcoreano. Anche se è difficile tracciarne un profilo, Margelletti non ha dubbi sul Rispettato Maresciallo Kim. "Non credo che sia un matto - spiega - per la semplice ragione che se lo fosse avrebbe fatto la fine di Ludwig II di Baviera (il sovrano tedesco fu dichiarato pazzo e deposto nel 1886 per motivi di malattia mentale, morendo il giorno dopo in circostanze misteriose, ndr)".

Kim Jon-un "può essere matto secondo i nostri standard - sottolinea l'esperto - ma sicuramente non lo è per i loro. Il problema non è come si rivolge alla comunità internazionale, ma che grado di apprezzamento ha nel suo mondo. E ne ha. Se Kim Jong-un volesse la guerra l'avrebbe già fatta, dato che Seul è a portata di cannone e potrebbe fare dei danni inenarrabili nell'arco di qualche minuto". La sua strategia è un'altra. "Sta cercando di essere riconosciuto come una superpotenza globale al pari della Cina, degli Stati Uniti e della Russia - chiosa Margelletti - Il problema è che se lo si concede a lui, la diga crolla. Dato che non abbiamo una visione strategica occidentale, stiamo sempre giocando di rimbalzo".

CHE RUOLO HA LA CINA? - Negli equilibri precari di Pyongyang, l'ex Celeste Impero, spiega l'esperto, ha un ruolo "determinante". "Senza la Cina non si può fare nulla perché ancora oggi è una sorta di cordone ombelicale che mantiene viva la Corea del Nord e gli fornisce anche valuta pregiata". E se è vero che Pechino rifornisce di greggio Pyongyang, tenendo di fatto in vita le raffinerie nordcoreane, chiudere i rubinetti non inciderebbe particolarmente sull'economia nordcoreana: "E' un Paese che vive ancora di carbone - rimarca l'esperto - a loro il greggio non serve".

COME PUO' ESSERE FERMATO KIM? - "Ho la sensazione che non siamo ancora arrivati a un livello critico - spiega Margelletti - ossia quando Kim Jong-un sarà in grado di costruire una bomba atomica, un'arma nucleare capace di essere installata su un missile. Nel momento in cui sarà in grado di lanciare un missile, colpire San Francisco e fare 5 milioni di morti, allora sarà intoccabile. Si deve intervenite un attimo prima di mezzanotte".

FINO A DOVE PUO' SPINGERSI TRUMP? - Dopo il test atomico, Trump ha minacciato di mettere fine ai rapporti commerciali con i paesi che fanno affari con Pyongyang. "Gli affari con la Corea del Nord li fanno in pochi - sottolinea - il problema drammatico è che l'Occidente è straordinariamente capace di vincere le guerre, ma quando deve vincere la pace ci troviamo in problemi complessi. Il vero grande dramma è se il dittatore delle Corea del Nord, continuando a giocare al rialzo, farà qualcosa che costringerà per forza l'Occidente a reagire". Da molti anni, spiega l'esperto, viene attuato un doppio standard nei confronti della Corea del Nord. "Se altri Stati avessero solo pensato di fare quello che fa Kim Jong-un - precisa - saremmo già intervenuti mille volte. Basti pensare all'Iraq, dove si è agito solo sul presupposto che avessero un programma in grado di portarli ad avere una capacità nucleare nel corso di diversi anni".

QUANDO SI RISOLVERA' LA CRISI? - Impossibile fare una previsione sulla fine della crisi nordcoreana. "Neanche la Cia lo sa - conclude Margelletti -. Stiamo discutendo una persona che ha una dinamica politica molto antica, che è stalinista, e alla quale non siamo più abituati. Di fronte a leadership occidentali che seguono il flusso della rapidità dei tweet dei media e quindi hanno un respiro di totale e assoluta superficialità, per forza di cose siamo impreparati ad affrontare il momento storico che abbiamo di fronte". Adnkronos 4

 

 

 

Una nota delle ACLI. La lotta alla povertà in Italia: siamo al momento decisivo

 

ROMA - L’introduzione del Reddito d’inclusione (Rei) è un’importante innovazione strutturale che riprende numerosi aspetti della misura proposta dall’Alleanza contro la Povertà in Italia, recepiti durante il dibattito parlamentare e presenti nel Memorandum siglato lo scorso aprile con il Governo. Va dato atto a Governo e Parlamento di avere conseguito un risultato importante.

La prossima Legge di Bilancio rappresenterà però un passaggio storico della lotta alla povertà nel nostro Paese. Si deciderà, infatti, se la recente introduzione del Rei costituirà l’ennesima riforma incompiuta nella storia italiana oppure il punto di partenza di un percorso capace di costruire risposte adeguate per tutti gli indigenti. Le risorse sinora rese disponibili permettono di seguire la proposta dell’Alleanza solo in modo parziale. Ad oggi, infatti, il Rei è destinato a raggiungere esclusivamente una minoranza di poveri, fornendo risposte inadeguate nell’importo dei contributi economici e da verificare nei percorsi d’inclusione sociale.

L’Alleanza propone quindi di adottare un Piano Nazionale contro la povertà 2018-2020, che prosegua il percorso iniziato con l’introduzione del Rei fino al suo completamento. Si agirà con gradualità per estendere il Rei a tutti gli indigenti, rafforzando gli interventi forniti e sostenendo l’attuazione del Rei a livello locale, dove vi è un impegno congiunto di Stato, Regioni ed altri soggetti.

Alla conclusione del Piano, nel 2020, serviranno a regime circa 5,1 miliardi in più rispetto ad oggi. Solo con queste risorse e con servizi adeguati l’Italia sarà dotata di una misura nazionale contro la povertà assoluta che possa dirsi universale – ovvero rivolta a chiunque viva in tale condizione –, continuamente monitorata, adeguata nei contributi economici e nei percorsi di inclusione.

Ad oggi, come illustrato nel documento allegato, riceveranno il Rei solo 1,8 milioni di individui, cioè il 38% del totale della popolazione in povertà assoluta: pertanto, il 62% dei poveri ne rimarrà escluso. Il 41% dei minori in povertà assoluta non sarà raggiunto dalla misura. Di fatto, il profilo attuale della misura dividerà i poveri in due gruppi: quelli che riceveranno il Rei, e quelli che non lo riceveranno. Tale discriminazione può essere compresa solo se temporanea e, quindi, da considerare come un primo passo nella prospettiva di un progressivo ampliamento dell’utenza.

I dati elaborati dall’Alleanza invitano a non perdere di vista anche l’ammontare del contributo per evitare un rischio molto concreto: quello che volendo massimizzare il numero di beneficiari senza investire a sufficienza si assistano sempre più persone senza dar loro la possibilità di raggiungere uno standard di vita dignitoso.

Attenzione anche ai servizi: nella costruzione dei percorsi d’inclusione la regia è in capo ai Comuni, che operano insieme al Terzo Settore, ai Centri per l’Impiego e agli altri soggetti sociali del welfare locale. Attualmente si prevede che il 15% dei finanziamenti statali contro la povertà sia destinato ai Comuni per i suddetti percorsi. Gli studi e le analisi empiriche mostrano, tuttavia, che si tratta di una percentuale inadeguata, che dovrebbe essere portata al 20%. (Inform 6)

 

 

 

 

Ius soli all’italiana

 

Non è una novità che l’Italia sia stata investita, da qualche tempo, da un flusso migratorio disordinato e, non di rado, drammatico. E’ la nostra stessa posizione nel bacino del Mediterraneo a favorire il flusso di genti disperate dall’Africa; ma non solo.

 

Le cronache, giornalmente, citano gli sbarchi della speranza in una Terra che stenta a dare dignità di vita anche ai suoi cittadini. Ma, tant’è, che la politica, tanto per non stonare, avrebbe individuato un artificio “legale” per trasformare il profugo in cittadino d’Italia. Sino a oggi, il diritto di cittadinanza in Italia è regolato dalla Legge 1992/91 (cittadinanza per diritto di sangue): Insomma, anche se non è il caso d’addentrarci nella burocrazia della normativa, la cittadinanza si acquisisce se, almeno, uno dei due genitori è italiano.

 

De resto, può diventare, su domanda, cittadino italiano chi, al compatimento della maggiore età, ha sempre mantenuto la residenza nella Penisola. Ora c’è bagarre sul disegno di legge che prevedrebbe il diritto di cittadinanza per il solo fatto d’essere presenti, legalmente, nel nostro Paese. L’iniziativa è supportata dal PD, ma intralciata dalle forze d’opposizione. Però le condizioni per potersi avvalere del “IUS SOLI” non sono automatiche. Per i genitori dell’aspirante alla nostra cittadinanza sono previste specifiche condizioni di residenza legale.

 

Ovviamente, se il diritto c’è, sarà perfezionato solo al compimento della maggiore età dell’ospite.

Queste, in sintesi, le condizioni già note, che hanno portato scompiglio in Parlamento. Il ricatto della” Fiducia” all’‘Esecutivo sembra scongiurato; ma il disordine normativo in materia non è sfuggito neppure al cittadino comune. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Migranti, Minniti: "Mondo grato all'Italia per sforzo fatto"

 

"L'Italia in questi anni ha fatto un grandissimo sforzo, di cui il mondo ci è grato, e di recente si è assunta anche la responsabilità di fare da apripista promuovendo un gruppo di contatto fra i Paesi impegnati sul fronte dell'immigrazione sia in Europa che in Nord Africa, in condivisione con l'Ue". E' quanto scrive il ministro dell'Interno, Marco Minniti, in un intervento che apre l'edizione 2017 del Libro dei Fatti, edito dall'Adnkronos.

"Affrontare insieme le sfide dei grandi flussi migratori riveste infatti una rilevanza strategica tenendo ben presenti due direttrici: il controllo dei flussi agendo su entrambe le sponde del Mediterraneo e favorendo l'inclusione sociale. L'Africa è lo specchio dell'Europa, per questa ragione è necessario uno sforzo comune in una sfida che si gioca anche fuori dai confini nazionali consolidando le democrazia nascenti, raffreddando i conflitti e favorendo il più possibile la cooperazione internazionale".

"E' da considerare fuorviante, dal punto di vista analitico, l'equazione tra immigrazione e terrorismo", aggiunge Minniti. "L'immigrazione rappresenta una questione cruciale nella storia del mondo che non può essere ristretta in orizzonti temporali particolarmente brevi: ci siamo misurati con questo fenomeno in passato e probabilmente dovremo farlo in futuro. Un tema di questa portata -prosegue il ministro- non può essere né subito, né inseguito, ma va governato tenendo conto dei diritti di chi fugge dalle guerre, dalle carestie, ma anche del sentimento del nostro popolo. Perché quando si parla di accoglienza si deve tenere ben presente che questa ha un limite ben preciso nella capacità di integrazione". "Se non c'è un rapporto diretto tra immigrazione e terrorismo, c'è, invece, una stretta connessione tra terrorismo e mancata integrazione. Da Charlie Hebdo in poi la storia di questi ultimi due anni in Europa ne è la più evidente dimostrazione", osserva ancora.

"Negli ultimi decenni lo scenario internazionale è profondamente cambiato a causa dei numerosi mutamenti sociali, economici, politici e tecnologici che si sono succeduti. Da un punto di vista geopolitico si è assistito al passaggio da un mondo fortemente caratterizzato da due blocchi contrapposti ad un assetto multipolare o meglio “apolare”, privo cioè di chiari punti di riferimento e schieramenti predefiniti. Un fenomeno per certi versi nuovo con cui l’Europa, il Mediterraneo e l’intero pianeta devono confrontarsi", spiega il ministro.

"In campo -dice il responsabile del Viminale- ci sono la questione siriana, quella irachena, ma anche problematiche legate a Paesi come la Libia, il Niger (regione chiave per quanto concerne il traffico di esseri umani). Questioni complesse e di grande portata, strettamente interconnesse ai fenomeni migratori e alle problematiche inerenti la sicurezza del Paese, soprattutto dal punto di vista della temibile minaccia del terrorismo di matrice jihadista che ha l’obiettivo di indebolire le grandi democrazie attraverso la sindrome della paura".

"Crisi siriana, terrorismo, immigrazione, sono temi che spesso vengono affrontati come conseguenze l’uno dell’altro anche se si tratta di questioni indipendenti, ma riconducibili a due radici: l’idea che le democrazie potessero essere esportate con la forza e lo scacco delle primavere arabe. In entrambi i casi -prosegue- le grandi democrazie occidentali hanno giocato un ruolo importante con un bilancio tuttavia deficitario. L’errore è stato il mancato investimento sulle realtà arabe che sono state lasciate in gran parte sole. Oggi, dunque, deve aprirsi una riflessione nuova, di lungo periodo; una strategia solida, lungimirante e coesa, costruita insieme ai Paesi arabi, in grado di far fronte sia ai fenomeni migratori che alle organizzazioni terroristiche che si muovono velocemente ed in maniera strutturata". Adnkronos 8

 

 

 

 

Rivoluzione tecnologica: la crescita non crea più occupazione

 

Nonostante i recenti segnali di ripresa dell’economia italiana, i dati sull’occupazione continuano a non essere soddisfacenti. In alcuni casi, come la disoccupazione giovanile che si attesta intorno al 35%, rimangono addirittura drammatici. Anche negli Stati Uniti, dove la crescita è più robusta e il tasso di disoccupazione del solo 4,3%, il mercato del lavoro presenta fragilità.

Molte persone hanno rinunciato a cercare lavoro e non vengono pertanto più computate nel tasso di disoccupazione. Altre lavorano part-time non per propria scelta o sono sotto-occupate rispetto alla propria qualifica professionale. Il livello di occupazione non sembra più seguire, come in passato, il trend di ripresa della crescita economica. Un’importante spiegazione è la rivoluzione tecnologica in atto.

Globalizzazione e tsunami tech

La globalizzazione ha prodotto enormi tensioni nel mercato del lavoro delle economie avanzate. In Europa e negli Stati Uniti la delocalizzazione ha portato alla perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro, soprattutto nel settore manifatturiero. Con conseguenze pesanti su economia, società e politica. Ma la vera rivoluzione sta arrivando dalla tecnologia. Con un impatto senza precedenti.

I rapidissimi progressi di robotica e intelligenza artificiale stanno rendendo superflui un numero sempre maggiore di posti di lavoro e mettendo in crisi intere professioni, nell’industria ma anche nei servizi. Si tratta spesso di mestieri ad alto valore aggiunto, che richiedono livelli di competenza e d’istruzione medio-alti e garantiscono redditi rilevanti.

Il fenomeno è già attuale e presto saranno a rischio anche professioni di prestigio e di caratura intellettuale. Un recente rapporto di McKinsey stima che nel solo 2016 negli Stati Uniti ben 2,5 miliardi di dollari in salari siano stati sostituiti da un utilizzo più intensivo della robotica. Entro il 2050 l’automazione potrebbe essere talmente avanzata da consentire ai robot di prendere decisioni e insidiare posizioni manageriali. Si stima che circa il 60% degli attuali ruoli aziendali apicali abbia almeno un 30% di attività che possono essere automatizzate.

Un tale tsunami è dovuto non solo a robot che sostituiscono l’uomo in diverse mansioni, ma anche a tecnologie quali intelligenza artificiale e stampanti 3D e alle continue innovazioni in genetica e biotecnologia. Le macchine stanno acquisendo sempre più mobilità, percezione sensoriale, elaborazione del linguaggio, capacità cognitive.

Nuove professioni e livello d’istruzione

I settori con più esuberi saranno produzione industriale, sanità, media e intrattenimento, servizi finanziari, pubblica amministrazione. Le nuove professioni emergeranno invece da Internet mobile e cloud, potenza computazionale e big data, crowdsourcing e Internet of Things, piattaforme peer to peer e sharing economy, intelligenza artificiale e machine learning.

Il livello di produttività e di retribuzione sarà sempre più strettamente correlato al livello d’istruzione dei lavoratori. Ciò aumenterà ulteriormente un processo di polarizzazione e di crisi della classe media già in atto.

Non è la prima volta nella storia che una rivoluzione tecnologica sconvolge il mercato del lavoro. Tuttavia spesso in passato le nuove figure professionali create dalle innovazioni hanno compensato i drastici tagli occupazionali nei settori diventati obsoleti. E l’aumento di produttività ha consentito crescita economica e incremento delle retribuzioni medie.

Anche questa volta emergeranno nuove professioni, ma i posti di lavoro “tradizionali” persi potrebbero non essere compensati da quelli creati dalle nuove tecnologie. Né in termini numerici né di retribuzione media. Le innovazioni consentiranno un aumento della produttività del lavoro e alcuni tra i nuovi mestieri saranno meglio compensati rispetto a quelli scomparsi. Ma quanta parte del valore aggiunto creato dall’aumento di produttività andrà a vantaggio delle retribuzioni medie e quanto invece a remunerare l’enorme capitale investito?

Necessità di ricette inedite

La rivoluzione tecnologica è all’orizzonte; in molti casi è già iniziata. Con grandi benefici sulla produttività ma molti rischi per l’occupazione. Per fronteggiare un tale cambiamento epocale le tradizionali misure di redistribuzione del reddito, gli ammortizzatori sociali, gli investimenti in formazione e riqualificazione professionale rischiano di non essere più risposte sufficienti. È necessario uno sforzo straordinario. Dell’economia e della politica.

L’alternativa è la jobless growth, una crescita del Pil senza un miglioramento dell’occupazione. Con il rischio che l’aumento nella disparità di reddito, ricchezza e istruzione nelle nostre società diventi incolmabile. Le conseguenze, non solo economiche, sarebbero difficili da prevedere. Marco Magnai, AffInt 4

 

 

 

 

Fedi e Porta (Pd): Validi gli accertamenti fiscali notificati presso la residenza Aire con raccomandata

 

ROMA – “Le controversie e le incertezze relative alle modalità di trasmissione degli avvisi di accertamento fiscale all’estero sono state nuovamente affrontate dalla Corte Suprema. Con una recente Ordinanza (n. 20256 del 22 agosto 2017) la Corte di Cassazione ha chiarito che deve ritenersi valido un avviso di accertamento fiscale notificato al contribuente italiano presso l’indirizzo estero risultante dai registri AIRE”. Lo spiegano in una nota i deputati del Pd Marco Fedi e Fabio Porta, eletti nella circoscrizione Estero.

“In pratica la Corte – proseguono i due deputati - si è espressa in seguito all’impugnazione da parte dell’Agenzia delle Entrate di una sentenza di una Commissione Tributaria Regionale che aveva ritenuto illegittimo un accertamento fiscale perché effettuato all’estero con spedizione di lettera raccomandata con avviso di ricevimento all'indirizzo della residenza estera rilevato dai registri dell'anagrafe degli italiani residenti all'estero.  La CTR infatti aveva erroneamente (secondo la Cassazione) interpretato la normativa in vigore: i giudici d'appello avevano ritenuto invalida la notifica dell'atto impositivo effettuata al contribuente che era residente all'estero, mediante spedizione di lettera raccomandata con avviso di ricevimento all'indirizzo della residenza estera rilevato dai registri dell'anagrafe degli italiani residenti all'estero. Infatti – secondo la Corte di Cassazione - seppur l'art. 142 c.p.c., in tema di notificazione degli atti giudiziari a persona non residente, né dimorante né domiciliato nella Repubblica, faccia riferimento alle modalità di notificazione consentite dalle convenzioni internazionali e preveda in caso d'impossibilità, che la notifica avvenga mediante consegna di copia al Pubblico Ministero che ne cura la trasmissione al Ministero degli affari esteri per la consegna alla persona a cui è diretto l'atto, tuttavia, ai sensi dell'art. 60 comma 4 del DPR n. 600/73 (così come modificato nel tempo), norma speciale prevista per la notifica degli atti impositivi, si prevede che "in alternativa a quanto disposto dall'art. 142 c.p.c. ‘la notificazione ai contribuenti non residenti "è validamente effettuata mediante spedizione di lettera raccomandata con avviso di ricevimento all'indirizzo della residenza estera rilevato dai registri dell'Anagrafe degli italiani residenti all’estero’.

La norma succitata – continuano Fedi e Porta - che non fa distinzioni fra il caso del contribuente residente in paese della UE e il caso del contribuente residente in paese extra UE - quindi, applicabile anche per il cittadino residente in Svizzera come nel caso esaminato dalla Corte di Cassazione - è stata introdotta dall'art. 2 primo comma lett a) del D.L. n. 40/10, ed è applicabile, secondo la Corte, senza incertezze normative. In conclusione giova quindi ricordare che le nuove disposizioni dell’art. 60 del D.P.R. n. 600/73, e successive modificazioni, prevedono infatti che quando non sono applicabili la lett. e-bis) e la lett. d) dell’art. 60 co. 1 DPR 600/73, ovvero quando il contribuente non ha comunicato all’Amministrazione finanziaria il proprio indirizzo estero o non ha eletto domicilio nel territorio dello Stato, in alternativa alla procedura contemplata dall’art. 142 c.p.c. (c.d. consolare), le notifiche possono essere fatte mediante spedizione di lettera raccomandata A/R all’indirizzo di residenza estera risultante dall’AIRE, se il contribuente è una persona fisica, o presso la sede legale della società estera risultante dal Registro delle imprese, se trattasi di società. Più complessa – concludono Fedi e Porta - è ovviamente la situazione in caso di irreperibilità dei contribuenti interessati perché disciplinata da un intreccio di norme che richiedono una conoscenza e una attenzione particolari”. (Inform 6)

 

 

 

 

La cittadinanza italiana: lo “iussoli” già esiste!

 

Considerato che il senato italiano, non essendoci una prevedibile maggioranza, ha deciso di rinviare a tempi migliori (sic!) la discussione sul disegno di legge sullo “Ius soli” ritengo opportuno porre all’attenzione dei senatori, in particolare, e, più in generale, al mondo politico italiano con, in primis, gli stessi parlamentari eletti nella Circoscrizione Estero, le preoccupazioni espresse dall’Ambasciatore Cristina Ravaglia in una sua lettera pubblicata lo scorso 7 agosto dal Corriere della Sera. Una lettera (v. box) che stranamente – forse complice il periodo estivo – è stata ignorata non tanto dai lettori del quotidiano quanto, soprattutto, da parte degli addetti ai lavori. E tra questi anche dai rappresentanti, a vario titolo, delle comunità italiane all’estero (Associazionismo, Comites, Cgie, parlamentari eletti nella Circoscrizione Estero).

LA CITTADINANZA: IUS SOLI E IUS SANGUINIS

Sino a quattro mesi fa sono stata Direttore generale per gli italiani all’estero e le Politiche migratorie del Ministero degli Esteri, incarico in cui, per più di quattro anni, ho avuto la responsabilità di gestire i servizi consolari italiani all’estero. Da cittadina, ritengo doveroso un ampliamento dello ius soli per i giovani figli di stranieri nati e cresciuti in Italia e che della cittadinanza italiana abbiano fatto proprie, con la conoscenza della lingua e l’integrazione nella nostra cultura e società, le componenti centrali. Non mi dilungo sui modi attraverso i quali lo ius soli verrebbe applicato: è compito del legislatore. Il punto che mi preme evidenziare è il rapporto tra l’ampliamento delle norme per acquisire la cittadinanza iure soli e il principio dello ius sanguinis alla base delle norme attuali in materia di cittadinanza, ovvero il riconoscimento della cittadinanza italiana per discendenza da un antenato italiano: per la legge attuale si può risalire fino all’Unità d’Italia. Nella maggior parte dei casi sono i Consolati all’estero, soprattutto in Sud America, che acquisiscono e verificano i documenti: nella stragrande maggioranza dei casi viene riconosciuto cittadino italiano chi, totalmente straniero per lingua e cultura, di italiano ha solo una remota goccia di sangue e forse un cognome, ma troppo spesso aspira unicamente a un passaporto italiano solo per gli evidenti vantaggi di libertà di circolazione e stabilimento in tutti i Paesi UE. Sia i miei predecessori che io stessa non abbiamo mancato negli anni di evidenziare queste implicazioni, purtroppo senza alcun seguito legislativo. Ora, con il prevedibile ampliamento della platea di coloro che acquisteranno la cittadinanza italiana iure soli, si impone una modifica in senso restrittivo delle norme vigenti per lo ius sanguinis, portando il diritto al riconoscimento della cittadinanza al massimo a due generazioni. Se ciò non fosse, l’effetto perverso sarebbe che i bis-nipoti, o più, dei nuovi cittadini iure soli, tornati nel loro Paese di provenienza, vi darebbero origine a cittadini che di italiano non avrebbero né discendenza (principio dello ius sanguinis) né cultura (principio dello ius soli). In sostanza occorre definire cosa voglia dire essere cittadino italiano: condividere valori, lingua e cultura oppure sangue. O meglio, a quale di questi criteri dare preminenza. È vitale definire una priorità: mettere i due principi sullo stesso piano equivarrebbe a svilire la cittadinanza riducendola al mero possesso di un passaporto, e ad avere, col tempo, letteralmente centinaia di migliaia di italiani nel mondo che, anche con il voto, peseranno sulla vita pubblica senza nulla dare in cambio. Neanche le tasse.

Cristina Ravaglia, Ambasciatore

Eppure mi sembra che le questioni sollevate dall’ex Direttore generale per gli italiani all’estero e le politiche migratorie del Ministero degli Affari Esteri siano molto serie. Innanzitutto perché – come scrive l’Ambasciatore – si rischia di “svilire la cittadinanza” (ulteriormente, a mio avviso) e, in secondo luogo, per quanto ci riguarda come emigrati italiani, per le implicazioni future sul voto all’estero aggiungendo ulteriori criticità a quelle già ben note che in molti, tra cui il sottoscritto, hanno spesso evidenziato e che sono prese a pretesto da quanti da sempre sono contrari al voto all’estero.

Peraltro - ricordo sommessamente a quanti hanno scoperto solo ora lo “Ius soli” per strumentalizzarlo politicamente - la cittadinanza italiana attraverso lo “Ius soli” viene già accordata, giustamente, sia pure al compimento del 18° anno di età - in base alla legge n. 91 del 1992 – anche se limitatamente allo straniero nato nel nostro Paese e che vi abbia risieduto ininterrottamente. Ergo, dovremmo quindi già ora preoccuparci delle conseguenze indicate nella lettera dell’Ambasciatore Ravaglia indipendentemente dall’evoluzione che avrà il disegno di legge in questione e porvi rimedio, quantomeno, nel senso da lei suggerito. Dopo di che, per le conseguenze che comporta il diritto alla cittadinanza italiana e di qualsiasi altro singolo Paese dell’UE – pensiamo, per esempio, alla libera circolazione – mi domando e domando: non sarebbe giunto il tempo di arrivare ad una unica norma sulla cittadinanza valida per ogni nazione dell’Unione Europea?

Dino Nardi, Coordinatore UIM Europa

 

 

 

L’orizzonte d’Italia

 

Quando le questioni economiche in Italia non quadrano, la soluzione è sempre la stessa. In pratica, per tentare di non “sforare”, si varano altri sacrifici per gli italiani. I provvedimenti, nella loro generalità, non appaiono “razionali”, proprio perché non omogeneamente distribuiti. Insomma, le imposizioni fiscali, dirette e indirette, hanno finito di fiaccare il Popolo italiano. Il deprezzamento dei redditi da lavoro dipendente e da pensione è una realtà che possiamo verificare quotidianamente.

In Italia, per la carità, di “fame” non si muore. Ma la strada dell’indigenza è stata ulteriormente spianata. Tutto considerato, i generi alimentari di base hanno ancora un mercato popolare. E’ il “resto” che ci manca. Dato che non si vive di solo pane, sono le piccole cose del quotidiano, alle quali c’eravamo abituati, a farsi proibitive. Quando un caffè e un dolcino, al bar, costano non meno di Euro 2,00, allora l’evidenza non può sfuggire. Anche perché, con la stessa cifra, si acquista pane almeno per due persone. Non per una colazione o una cena, ma per mangiare qualcosa. Meno grassi, meno colesterolo, meno trigliceridi. Ma più rinunce, con “buchi” nella Sanità e Servizi Sociali.

Nondimeno, non resta che subire. Il contenimento della spesa non è, però, la cura migliore. Se manca la liquidità, è difficile fare delle previsioni per il futuro e non solo per quello immediato. Non possiamo neppure prendercela con chi è a Palazzo Chigi. Nessuno l’ha eletto e il Parlamento non ci rappresenta più nel modo dovuto. C’è poco da dare credito a un Potere Legislativo che è più di figura che di sostanza. Abbiamo sempre poco, ma la “non sfiducia” resta ancora l’unica certezza di governabilità.

 I sacrifici, sia chiaro, non assicurano per nulla la ripresa economica. Fiaccano, semmai, gli sforzi per tirare avanti. Non sappiamo se tutti ce la faremo. Lo speriamo; ma non basta. L’Unione Europea non è un vaso vuoto. Ma lo sono le nostre tasche. Non tanto per il superfluo, quanto per il necessario. Il 2017 è iniziato con migliaia di disoccupati. D’economia non è neppure il caso di scrivere. Insomma, il Paese è ancora in “dieta”. Il Governo si barcamena. Nulla di nuovo, quindi, da segnalare. Solo che i problemi d’Italia ci sono ancora tutti. Con l’autunno, potrebbero anche aggravarsi.  Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Studenti all’estero, al via le iscrizioni al bando di Intercultura

 

Diversi programmi in molti Paesi del mondo dedicati ai ragazzi delle scuole superiori nati tra il 2000 e il 2003 - DEBORA BIZZI

 

Come ogni anno, l’Associazione Intercultura - Onlus italiana presente in 155 città della penisola e in 65 Paesi del mondo - propone un bando di concorso che permette ai giovani studenti di partecipare a un programma all’estero. Un percorso educativo per vivere un’esperienza in una nuova scuola e in una famiglia diversa dalla propria, un soggiorno che dà la possibilità ai giovani studenti di sviluppare capacità e scoprire le diverse culture del mondo.  

Le iscrizioni, aperte pochi giorni fa e disponibili fino al 10 novembre, riguardano l’anno scolastico 2018/2019 - con partenza dall’estate 2018 - e sono rivolte a tutti gli studenti delle scuole superiori, nati tra il 1 luglio 2000 e il 31 agosto 2003. Anche se i limiti delle età ammesse variano a seconda del Paese richiesto (tutte le informazioni riguardanti le date di nascita accettate sono presenti nella sezione Destinazioni e periodi del sito di Intercultura). 

Le esperienze di studio all’estero sono «parte integrante dei percorsi di formazione e di istruzione» ha chiarito il ministero dell’Istruzione e «sono valide per la riammissione nell’istituto di provenienza». Sono equiparate ai progetti di Alternanza Scuola Lavoro e, la normativa italiana riconosce a tutti gli studenti che partecipano a un intero anno scolastico all’estero, la possibilità di accedere alla classe successiva senza ripetere l’anno. 

Il bando di concorso proposto da Intercultura offre la possibilità di trascorrere sia un intero anno scolastico, sia un semestre, un trimestre, un bimestre o quattro settimane estive in uno dei 65 Paesi di tutto il mondo dove l’associazione promuove i suoi programmi. I vincitori oltre a partecipare al percorso di formazione hanno a disposizione altri servizi, come l’ospitalità per tutta la durata del programma, la frequenza alla scuola e i libri di testo, l’assistenza all’estero, la copertura assicurativa per responsabilità verso terzi e l’assicurazione medica durante il soggiorno.  

Sul sito www.intercultura.it sono disponibili tutte le informazioni, oltre l’elenco delle prime aziende che erogano i finanziamenti. Più di 2.100 posti disponibili e 1.500 borse du studio parziali o totali, delle quali la metà sono messe a disposizione dall’apposito fondo di Intercultura, mentre, l’altra metà, da diverse aziende, fondazioni ed enti che collaborano con la Onlus. Per partecipare al programma, i candidati devono sostenere un percorso di selezione che permette di valutarne l’idoneità: da colloqui individuali ad attività di gruppo e incontri con i genitori. Per iscriversi alle selezioni è sufficiente collegarsi alla pagina www.intercultura.it/iscriviti e compilare il modulo di iscrizione online.  LS 4

 

 

 

 

INPS. Campagna 2017 di accertamento dell'esistenza in vita per i pensionati residenti all’estero

 

ROMA - Lo scorso primo settembre è iniziata la prima fase dell'accertamento generalizzato dell'esistenza in vita per i pensionati residenti in Africa, Oceania ed Europa, ad esclusione dei Paesi Scandinavi, dell'Est Europa e Stati limitrofi. Il secondo blocco di accertamenti riguarderà tutti gli altri Paesi non coinvolti nella prima fase e partirà' da febbraio 2018. Le risposte dovranno pervenire entro i primi giorni di giugno 2018, e gli interessati che non facciano pervenire l'attestazione in tempo utile riceveranno il rateo di luglio 2018 in contanti presso le agenzie "Western Union" del Paese di residenza, che dovranno riscuotere entro il 19 luglio 2018.

L'INPS ha precisato che la riscossione in contanti presso gli sportelli Western Union non costituisce una valida prova dell'esistenza in vita nel caso in cui il pagamento delle rate correnti di pensione sia disposto a favore dei legali rappresentati e procuratori dei pensionati. Tale modalità non è consentita inoltre nei seguenti casi: qualora il pensionato risulti residente in Italia; nei paesi in cui non sono presenti Agenzie Western Union; nel caso in cui l'importo della pensione mensile in pagamento sia superiore 6.300,00 euro o 7.300,00 dollari statunitensi.

L'accertamento avverrà ogni due anni per coloro che riscuotono con un unico pagamento annuale pensioni di importo mensile inferiori a 10 euro.

La modalità ordinaria di produzione della prova dell'esistenza in vita rimane quella cartacea, attraverso la compilazione dell'apposito modulo (controfirmato dal funzionario dell'Ambasciata di riferimento o da un'autorità locale abilitata ad autenticare la sottoscrizione dell'attestazione - cosiddetto "testimone accettabile"), e dei relativi allegati, da inviare alla casella postale indicata nella lettera esplicativa.

In occasione delle precedenti verifiche generalizzate dell'esistenza in vita, è emerso che i pubblici funzionari di alcuni Paesi talvolta si rifiutano di sottoscrivere il modulo di Citibank. Per evitare difficoltà ai pensionati, in tali casi Citibank accetterà le certificazioni di esistenza in vita emesse da enti pubblici locali. Tali certificati devono costituire valida attestazione dell'esistenza in vita: non sono considerate sufficienti le certificazioni rilasciate per altre finalità (ad es. certificati di residenza). Per facilitare la gestione delle procedure di validazione dell'attestazione, e' necessario che le certificazioni rilasciate da Autorità locali siano inviate a Citibank unitamente al modulo di attestazione dell'esistenza in vita predisposto dalla stessa Citibank compilato dal pensionato.

Tuttavia, al di fuori dei casi di effettiva impossibilità, è auspicabile l'utilizzo del modulo standard di attestazione di esistenza in vita predisposto dalla banca, poiché tale modulo può essere esaminato e validato automaticamente e tempestivamente dai team operativi di Citibank. Al contrario, nel caso in cui pervengano certificazioni diverse, sarà necessario verificare la sussistenza dei requisiti formali e sostanziali che rendono accettabile la certificazione, con conseguente allungamento dei tempi del processo di accertamento dell'esistenza in vita. Inoltre, qualora il certificato non risulti idoneo, il processo di produzione della prova di esistenza in vita dovrà essere ripetuto secondo modalità diverse.

Nell'eventualità che i pubblici ufficiali locali, pur completando l'attestazione con la sottoscrizione e l'apposizione del timbro, si rifiutino di riportare nel modulo le informazioni riguardanti l'identificazione del funzionario e dell'Istituzione di appartenenza,l'INPS consente ai pensionati di completare l'attestazione autenticata dal testimone accettabile con l'indicazione dell'Istituzione e del nome e cognome del funzionario che ha verificato l'identità del pensionato.

In ogni caso deve essere possibile identificare l'Istituzione o il pubblico ufficiale che ha effettuato l'autenticazione. Per i casi in cui non sia indicato il cognome da coniugata, resta confermata la possibilità che le pensionate aggiungano o sostituiscano sui moduli di attestazione tale cognome a quello da nubile, compilando la dichiarazione e sottoscrivendola col proprio cognome esatto. Anche in questo caso, peraltro, e' necessaria l'attestazione da parte del testimone accettabile.

Nel caso in cui il pensionato si trovi in stato di infermità fisica o mentale o si tratti di pensionati che risiedono in istituti di riposo o sanitari, pubblici o privati, o di pensionati affetti da patologie che ne impediscono gli spostamenti (cd. allettati) o di soggetti incapaci o reclusi in istituti di detenzione, è necessario contattare il servizio di assistenza di Citibank, che renderà disponibile il modulo alternativo di certificazione di esistenza in vita  Tale modulo, su richiesta del pensionato, del Patronato o dell'Ambasciata , sarà inviato a mezzo di posta elettronica in formato PDF. Questo modulo dovrà essere compilato e sottoscritto da uno dei seguenti soggetti e restituito a Citibank unitamente alla documentazione supplementare sotto elencata:

- se il soggetto attestante è un funzionario dell'ente pubblico o privato in cui risiede il pensionato, occorrerà allegare una dichiarazione recente su carta intestata dell'ente che confermi, sotto la propria responsabilità, che il pensionato risiede nell'istituzione ed e' in vita;

- se il soggetto attestante è il medico responsabile delle cure del pensionato, occorrerà allegare una dichiarazione recente su carta intestata del medico che confermi, sotto la propria responsabilità,che il pensionato e' in vita ed impossibilitato a seguire la procedura standard;

- se il soggetto attestante e' il procuratore o il tutore legale del pensionato, occorrerà allegare una copia autenticata dell'atto di conferimento della tutela o della procura di data recente e debitamente timbrata o di una sentenza di nomina del tribunale.

A tal proposito l'INPS ha comunicato che Citibank ha recentemente ultimato gli aggiornamenti al portale informatico della Banca che consentiranno una gestione più efficiente delle attività già previste garantendo, nello stesso tempo, una migliore qualità del servizio per gli operatori preposti alla gestione e alla convalida delle attestazioni dell'esistenza in vita.

La riprogettazione del portale è attualmente disponibile per la comunicazione di accertamenti dell'esistenza in vita e di decessi (in questi casi la procedura richiede che i moduli, una volta scansionati, siano trasmessi come allegati), nonché per le funzioni utili alla comunicazione degli indirizzi e delle coordinate bancarie.

Nello specifico, per quanto riguarda il processo dell'accertamento dell'esistenza in vita, le nuove funzionalità previste nel portale permettono di generare il modulo standard e quello alternativo di prova dell'esistenza in vita. Inoltre, e' possibile, per tutti gli utenti abilitati, generare direttamente sul portale il modulo per il cambio d'indirizzo e il modulo per il cambio delle coordinate bancarie del pensionato.

Infine, anche per quest'anno è attivo il Servizio Clienti della Banca a supporto dei pensionati, operatori di Consolati, delegati, procuratori, che necessitano di assistenza riguardo alla procedura di attestazione dell'esistenza in vita.

Il Servizio Clienti Citibank può essere contattato dai pensionati: visitando la pagina web www.inps.citi.com; inviando un messaggio di posta elettronica; telefonando ad uno dei numeri telefonici indicati nella lettera esplicativa.

Il servizio è' attivo dal lunedì al venerdì fra le 8:00 e le 20:00 (ora italiana) in italiano, inglese, spagnolo francese, tedesco e portoghese. E' disponibile, inoltre, il Servizio Automatico Interattivo di Citibank,attraverso cui, telefonando ai numeri telefonici indicati sul sito della Banca, è possibile verificare la fase di validazione di una o più attestazioni di esistenza in vita, 24 ore su 24, 365 giorni l'anno. Si sottolinea che per utilizzare il servizio automatico è necessario disporre del numero di 12 cifre con cui la Banca identifica ciascun pensionato, che è riportato in alto a destra in tutte le comunicazioni di Citibank. (Inform 14)

 

 

 

 

“Inclusione dei migranti”: forse serve l’antropologo culturale

 

Per anni, racconta Loredana Ercolani, responsabile dei Servizi Sociali del Comune di Vallefoglia, psicologi e educatori sono andati a casa di K. e M., i due minorenni marocchini indagati per gli spaventosi stupri di Rimini. Anni di lavoro buttati via, abbiamo investito tanto sui ragazzi, gli abbiamo dato tutti gli strumenti possibili che loro non hanno afferrato.  

 

La madre dei due fratelli, denunciata per atti persecutori nei confronti di una vicina, secondo la medesima vicina la minacciava di farla violentare dai due figli (così ha detto ai telegiornali la signora, nascosta dietro la porta socchiusa di casa sua). 

 

Il mediatore culturale Abil Jee ha scritto che «lo stupro è peggio solo all’inizio, poi la donna diventa calma e si gode come un atto sessuale normale». 

 

Il Ministro Minniti ha appena annunciato che nel nuovo «Piano per l’immigrazione», che partirà a metà settembre: è previsto l’obbligo, per chi fa domanda di asilo, di seguire corsi di lingua italiana, di formazione lavorativa e di «mediazione culturale e medica» che spieghi ai migranti i nostri valori . 

 

Proverei a dire che la mediazione «culturale» è fondamentale. Persino più di quella «medica». 

 

E dunque si potrebbe ricorrere a specialisti che finora, magari sbaglio, sono stati pressoché dimenticati: gli antropologi culturali. 

 

L’antropologia culturale è una scienza giovane, nata a fine Ottocento nell’America in cerca di identità. L’assunto fondante è che «la cultura è quell’insieme complesso che include il sapere, le credenze,l’arte,la morale,il diritto,il costume e ogni altra competenza e abitudine acquisita dall’uomo in quanto membro della società».  

L’ha definita per primo l’etnologo Edward Burnett Tylor. 

 

Ogni migrante porta con sè sui barconi la sua cultura. Accade che i fondamentali di quella cultura contrastino con i nostri. Ma, come ci spiega Claude Lévi-Strauss, la struttura del pensiero umano è identificabile e simile . E’ dunque possibile capire , cioè afferrare nel senso etimologico del termine, i fondamenti di una cultura diversa. Le tecniche attraverso cui far riuscire questa impresa sono, io credo, necessariamente scientifiche. E la scienza che può aiutarci è quella degli antropologi. Antonella Boralevi,  LS 5

 

 

 

 

Quel razzismo “made in Italy”

 

Mio padre, nel 1948, fu costretto ad emigrare in Svizzera e da solo, pur avendo famiglia, a causa delle leggi restrittive elvetiche di quel periodo in materia di immigrazione. Mia madre lo poté, poi, raggiungere solo dopo 4 anni ed io - cresciuto con i nonni - arrivai in Svizzera da adulto nel 1970 nel pieno delle ricorrenti campagne referendarie xenofobe lanciate dalla Destra che, già in quegli anni, intendevano espellere gli stranieri dalla Confederazione obbligando, da un lato la rete diplomatico-consolare e, dall’altro, gli stessi patronati italiani presenti in Svizzera - come l’ITAL UIL - a triplicare i loro sforzi per difendere i diritti sociali e previdenziale dei nostri lavoratori.

Questa premessa per portare una testimonianza personale e familiare nonché professionale, prima nel patronato e poi nell’Unione degli Italiani nel Mondo (UIM), della xenofobia che abbiamo conosciuto in quegli anni noi emigrati, quando in Svizzera straniero era sinonimo di italiano, ed alla porta di qualche ristorante veniva appeso un cartello con l’avviso “Vietato l’ingresso ai cani e agli italiani”, oppure non si affittavano gli appartamenti agli italiani. Parallelamente - sempre in quegli stessi anni - in Italia si criticava aspramente la xenofobia elvetica (come quella di altri Paesi) nei confronti di noi emigrati italiani.

Adesso in Italia basta frequentare posti affollati, perfino soffermarsi sul sagrato di una chiesa (sic!) prima o dopo una funzione religiosa, per sentirne di tutti i colori contro gli immigrati nostrani. Oppure scoprire come sia ormai diffuso il razzismo tra la gente in Italia leggendo nei quotidiani italiani articoli di cronaca come questi:

La denuncia di Lina: "Non mi hanno fatto lavorare perché sono nera".

Rimini, donna incinta rapinata, picchiata e insultata perché nera.

Cervia. Hotel rifiuta cameriere italiano “perché è di colore”.

Margherita di Savoia, rifiuta la casa vacanze affittata a coppia di italo-cubani: "Siete neri".

Chiara ha una storia d'amore son un ragazzo nigeriano e tanto basta al negoziante per rifiutarle il posto.

"Ma fate lavorare solo gli africani?". Quei commenti razzisti all'osteria di don Gallo.

La Spezia, frasi razziste dopo la morte di un tunisino, il vescovo: "Espressioni lontane e contrarie ad ogni forma di civiltà umana e cristiana".

Verona: 15enne italiana di origini africane, fuori da gara canora. "E' solo per italiani veri".

Susa, in bici sull'autostrada: sospeso agente Polstrada per il video con gli insulti razzisti e le offese a Boldrini.

Riano Flaminio, nega la casa a lavoratori africani: "Non affitto ai neri".

Lucy Lawless e il post antirazzista: "Ho assistito a un atto di crudeltà e pura ignoranza".

"Negra, stai a terra". Razzismo tra bimbi in un centro estivo di Riccione.

Milano, svastiche e scritte razziste al parco giochi: "Vietato l'ingresso ai negri".

"Boicotta i negozi stranieri". Il marchio dei razzisti sulle saracinesche di Roma.

Pistoia, il prete porta i migranti in piscina, insulti su Facebook. Lui denuncia: "Hanno anche tagliato le gomme alle biciclette dei ragazzi". Salvini lo attacca su Twitter.

Magic Johnson e Samuel L. Jackson scambiati per migranti. La foto che scatena i pregiudizi. L'ex campione Nba e l'attore si rilassano su una panchina a Forte dei Marmi. I fan scattano foto e qualcuno ironizza: "Ecco come vivono i rifugiati a spese dello Stato".

Un razzismo, anche becero - strumentalizzato dalle Destre, come avveniva a suo tempo ed ancora oggi in Svizzera sia pure in forme più sottili - che mai avremmo potuto immaginare si radicasse così fortemente in Italia, tanto che noi "svizzeri" dobbiamo oggi ricrederci sulla xenofobia degli elvetici nei nostri confronti.

Detto questo è, peraltro, vero che il fastidio percepito in Italia da tutti, anche da noi emigrati, è vedere bighellonare o elemosinare i nostri immigrati nei parcheggi dei supermercati e per le strade o, tutto al più, offrire con insistenza mercanzia povera di vario genere, molto spesso contraffatta. Ma di tutto questo la colpa è certamente dello Stato italiano e non di questi poveri cristi in fuga dai loro Paesi per cercare la loro “Merica” in Italia e in Europa: quella “Merica” che, negli ultimi 150 anni, milioni e milioni di italiani hanno cercato in giro per il mondo, molto spesso invano. Proprio per questa nostra storia – peraltro tuttora attuale, visto che siamo ancora circa cinque milioni di italiani emigrati – in Italia non dovremmo assolutamente permetterci, oggi, qualsiasi forma di razzismo. Anzi dovremmo vergognarcene!

Dino Nardi, coordinatore UIM per l’Europa 

 

 

 

 

L’incertezza nazionale

 

Il clima d’apprensione che ci ha accompagnato lo scorso anno c’è ancora. Ma, se non altro, ci ha consentito, in questo primo semestre del 2017, di prendere migliore coscienza dei complessi problemi interni del Paese. Con la premessa che i mesi che ci rimangono di quest’anno non saranno semplici per nessuno.

 

Dato che i politici di razza non s’improvvisano, anche l’affidabilità governativa potrebbe venir meno. Il “trasformismo” dei partiti d’Italia, però, non persuade più nessuno. In questa Terza Repubblica, fare un passo indietro non sarebbe proprio male. Siamo persuasi che il nostro tenore di vita debba viaggiare su altri binari e con specifiche mete da raggiungere anche a livello istituzionale.

 

 Con un esordio: chi dimentica il passato, sarà costretto a riviverlo. Come a scrivere che gli errori politici ed economici non sono da accantonare, ma da rimediare. Anche l’Unione Monetaria non rappresenta solo una garanzia di scambio per i mercati europei e internazionali. Chi ha nostalgia della lira non ha tutti i torti.

 

 Da noi, il binomio che riteniamo inscindibile è: Politica e Governabilità. Non ci sono altre formule migliori per garantirci un futuro meno turbato. Anche se certe posizioni politiche dovrebbero essere riconsiderate. Anche la “bonifica” della nostra economia ha da partire dall’alto. Tutto il resto è “optional”.

 

 Lo stesso rinvio “sine die” della riforma elettorale ci ha fatto comprendere che gli “onori” hanno sempre la meglio sugli “oneri”. Il tutto può apparire anacronistico; ma è proprio così. In questi mesi di “transizione”, c’è da evidenziare la via per offrire all’Italia i mezzi per una ripresa eliminando i tanti compromessi dipendenti da un potere legislativo politicamente incoerente.  Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Fabio Porta fa il punto sull’audizione del direttore generale del Maeci per gli Italiani all’Estero Luigi Maria Vignali

 

ROMA – “Si è svolta presso il Comitato per gli italiani nel mondo e Sistema paese della Camera, che ho l’onore di presiedere, l’audizione del Ministro Plenipotenziario Luigi Maria Vignali, responsabile della direzione generale per gli Italiani all’Estero del Maeci”. Lo segnala il deputato del Pd Fabio Porta.

“Introducendo i lavori, - rileva Porta - ho posto una serie di questioni di più diretta sensibilità per le nostre collettività all’estero, che i colleghi Farina, Fedi, Garavini e Tacconi, intervenuti nella discussione, hanno arricchito e approfondito.

Il punto dal quale sono partito è stato quello dell’emergenza Venezuela, per la quale tutti i presenti hanno espresso preoccupazione e vicinanza. Sul piano pratico, ho sottolineato l’urgenza di rafforzare la rete consolare e l’organico in essa operante, in modo da corrispondere alla domanda dei servizi che è cresciuta, soprattutto nel campo della richiesta dei passaporti. Su questo punto, il direttore Vignali ha confermato gli interventi in corso, aggiungendo il dato che del milione di euro stanziato per l’emergenza, 700.000 euro sono stati già erogati e che non si esclude un ulteriore intervento. Ho sollevato, inoltre, - prosegue il deputato Pd eletto nella ripartizione America Meridionale - il tema del ritorno ai consolati di una parte delle risorse provenienti dalle percezioni consolari e dai proventi dei 300 euro, come previsto nella legge di Bilancio su mio emendamento. Ci sono gravi ritardi nel ristorno dei fondi al Maeci e di conseguenza ai consolati che vanno urgentemente superati. Il direttore Vignali ha dato atto che con la misura sul recupero di parte dei trecento euro si è innescato un circuito virtuoso, che nell’immediato futuro andrebbe esteso alle percezioni consolari nel loro complesso, il cui importo è veramente importante (150 milioni di euro). Il Segretario Generale del Maeci, ha aggiunto Vignali, ha già chiesto al MEF di liberare i fondi del 2016 e del 2017 e, in via di urgenza, quelli della prima tranche del 2017, come la legge già prevede. Sempre in tema di servizi, - continua Porta - partendo dall’esperienza di molte realtà dell’America meridionale, ho insistito perché i consolati siano liberati da una serie di adempimenti, che ne appesantiscono fortemente l’efficienza, e di provvedere ad adeguare il sistema di prenotazione online che, così com’è, non è più in grado di servire in modo efficace l’utenza. Ci si è ampiamente soffermati, inoltre, sulle nuove mobilità che manifestano una crescita costante e rappresentano un paradigma fondamentale delle forme che l’emigrazione italiana assumerà per il futuro. A tale proposito, ho proposto un progetto integrato fondato sulle leve dell’informazione, della partecipazione dei Comites e della collaborazione dei Patronati. Il direttore Vignali, a sua volta, ha fornito utili dati numerici del fenomeno e ha insistito sulla necessità di adeguare le nostre strutture all’estero e le nostre politiche di intervento alle esigenze di questi nuovi protagonisti della mobilità italiana.

Ho sollevato, ancora, - segnala Porta - la questione dei fondi da assicurare agli istituti di rappresentanza (Comites e Cgie) per il loro funzionamento e di una più chiara definizione del quadro politico-istituzionale in cui collocare la loro riforma.

Sul voto all’estero si è convenuto nell’orientamento di intervenire solo sulle procedure del voto per corrispondenza, per migliorarne la messa in sicurezza, e sull’urgenza di perfezionare tra Ministero dell’Interno e MAECI l’Anagrafe unica degli elettori. Il direttore Vignali, che ho ringraziato per la sua disponibilità e per la precisione delle sue risposte, - conclude Porta - ha raccolto infine la richiesta di attivarsi nei confronti delle autorità statunitensi con l’intento di tutelare le nostre comunità dalla discutibile messa in discussione di alcune espressioni della sua storica presenza negli Usa, che si manifesta in alcuni tentativi di eliminare il Columbus Day e alcuni simboli del suo operoso contributo allo sviluppo della società nordamericana. (Inform 14)   

 

 

 

“Le strategie adottate dai nostri Governi in materia di italiani all’estero stanno segnando una svolta positiva”

 

Laura Garavini (PD) interviene all’audizione del Direttore Generale con delega per gli italiani nel mondo, Luigi Vignali

 

“Nel mondo continua a crescere la domanda di lingua e cultura italiana. Ecco che diventa sempre più strategico rendere strutturali i fondi per i corsi di lingua e cultura italiana all’estero promossi dagli enti gestori. Inoltre è necessario garantire puntualità nei versamenti degli stessi e nell’assegnazione degli insegnanti di ruolo del contingente scolastico. Il tutto allo scopo di garantire il regolare inizio dell’anno scolastico, stabilizzare l’offerta di lingua e cultura italiana all’estero e potenziarne la qualità.

 

Inoltre bisogna proseguire nell’ottimo lavoro svolto negli ultimi anni dalla rete diplomatico consolare. A fronte di risorse scarse e di un numero decrescente di personale (dovuti ai necessari interventi di spending review) le nostre comunità stanno comunque riscontrando un miglioramento dei servizi ai connazionali. Lo hanno riferito ad esempio i diversi Presidenti dei Comites di Germania, Svizzera e Francia, nel corso delle ultime riunioni annuali di coordinamento presso le rispettive Ambasciate. Considerazioni condivise pure dai rispettivi Consiglieri CGIE.

 

È una tendenza molto positiva che dimostra il successo delle linee programmatiche adottate negli ultimi quattro anni dai nostri Governi, Renzi e Gentiloni: servizi sempre più moderni, di qualità, grazie ad una puntuale razionalizzazione degli stessi. Inoltre interruzione delle chiusure delle sedi consolari e maggiore coinvolgimento dei patronati in loco, per la istruzione di una serie di pratiche amministrative.

 

A questo proposito sono sicuramente maturi i tempi per stilare una convenzione tra Maeci e Patronati, al fine di offrire una cornice di maggiore tutela rispetto alla variegata serie di servizi offerti dai Patronati, in collaborazione con la rete consolare. Questo anche in ragione delle numerose nuove tipologie di consulenza che questi prestano, anche alla luce dei fenomeni di ultima emigrazione.

 

Va comunque perseguita, anche all’estero, la progressiva telematizzazione della Pubblica Amministrazione, cioè la possibilità di rendere fruibili tutta una serie di servizi, via computer. Con l’ambizione che questo processo, tra l’altro, a medio termine, possa determinare il superamento dei problemi legati all’esistenza di due diversi elenchi degli italiani all’estero: quello degli iscritti Aire e quello curato dal Viminale. Disallineamento che ad ogni tornata elettorale determina un enorme numero di plichi che non raggiungono il loro legittimo destinatario.

 

Inoltre vanno seguite con particolare attenzione da parte dell’Amministrazione le situazioni emergenziali venutesi a creare, sia pure in contesti completamente diversi, in Venezuela ed in Gran Bretagna. In entrambe le realtà è opportuno prevedere misure straordinarie, anche rispetto ai servizi consolari offerti. Misure che, in Gran Bretagna, è opportuno si concretizzino nella riapertura del Consolato di Manchester. In modo da offrire una maggiore prossimità dei servizi ai nostri concittadini.” Lo ha detto Laura Garavini, della Presidenza del Pd alla Camera, intervenendo al Comitato degli Italiani nel mondo della Camera, all‘audizione del Direttore Generale responsabile per gli italiani all’estero, Luigi Vignali. Dip 14

 

 

 

Slitta lo Ius soli: a settembre non è in calendario al Senato

 

Il Pd: «Non c’era la maggioranza». Esulta la Lega Nord: «È una nostra vittoria»

 

Per tutto il mese di settembre il ddl sullo ius soli non compare nel calendario dei lavori del Senato. È quanto emerso dalla conferenza dei capigruppo di palazzo Madama. Luigi Zanda, capogruppo dei senatori del Pd, spiega che l’approvazione «rimane un obiettivo prioritario». Ma per ora non ci sarebbe la maggioranza: «I gruppi che hanno votato il provvedimento alla Camera mostrano di non volerlo votare in Senato». 

 

Esulta la Lega Nord: «Per fortuna lo ius soli per ora è sparito dal radar dell’agenda parlamentare - dice il vicepresidente del Senato Roberto Calderoli - la stragrande maggioranza di cittadini è contraria». «È una vittoria della Lega», dice Gian Marco Centinaio, capogruppo del Carroccio al Senato.  

 

Delusa Cecilia Guerra, presidente dei senatori di Mdp: «La nostra convinzione - spiega - è che con questo continuo rinvio si stia costituendo un alibi alle forze che nel corso della legislatura hanno cambiato idea, senza avere il coraggio di spiegare alle famiglie e ai ragazzi cresciuti nel nostro paese di poter essere riconosciuti come cittadini». LS 12

 

 

 

 

Confindustria: "Fuga cervelli ci costa 14 miliardi all'anno"

 

"La bassa occupazione giovanile è il vero tallone d'Achille del sistema economico e sociale italiano" e con la 'fuga dei cervelli' all'estero il Paese perde in capitale umano circa 14 mld all'anno, 1 punto percentuale di Pil "abbassando così il potenziale di sviluppo. E' il rapporto del Csc a sottolineare l'emergenza lavoro degli under 30 e l'impatto sull'economia del Paese.

"L'Italia ha tassi di occupazione molto ridotti soprattutto tra gli under 30. nel 2016 un sesto dei 15-24enni era occupato (16,6%) contro il 45,7% della Germania e il 31,2% dell'Eurozona. Tra i 25 ed i 29enni il tasso di occupazione italiano sale al 53,7% ma il divario con gli altri paesi si amplia da 14,6 punti percentuali a 17. La posizione dell'Italia comincia a migliorare nella fascia di età immediatamente successiva (30-34) con un tasso di occupazione al 66,3%, 10 punti sotto la media Eurozona", si legge nel rapporto.

Pil in recupero - Pil in rialzo nel biennio 2017-2018. Il Centro studi di Confindustria rivede all'insù le previsioni di crescita dell'economia rispetto alle proprie stime del giugno scorso. Per effetto di una ripresa globale che il paese ha in parte agganciato infatti, il Pil 2017 si va irrobustendo ed è previsto in aumento dell'1,5%, dall'1,3% stimato precedentemente dagli industriali, per segnare un +1,3% nel 2018 rispetto all'1,1%. A fine 2018 il Pil inoltre, stima ancora il Rapporto autunnale di Confindustria, "recupererà il terreno perduto con la seconda recessione, quella del 2011-2013 ma sarà ancora del 4,7% inferiore al massimo toccato nel 2008. I principali driver di crescita, spiegano, "sono l'export, che coglie appieno la ripresa mondiale, e gli investimenti, sostenuti dai provvedimenti del governo a favore dell'acquisto di beni strumentali, da migliori aspettative della domanda, saturazione degli impianti e buone condizioni finanziarie". I dati comunque, spiegano ancora gli economisti di viale dell'Astronomia, sono al netto degli effetti della prossima Legge di bilancio, "attesa a migliorare i saldi dello 0,5%", degli incentivi e degli investimenti, della loro durata e delle risorse ulteriori che il governo metterà in campo da cui soprattutto, concludono "dipenderà l'esito del 2018".

In ogni caso, la ripresa in corso nel Paese passa anche da "una considerevole creazione di posti di lavoro". L'occupazione infatti salirà dell'1,1% nel 2017 e dell'1% nel 2018 mentre la disoccupazione si attesterà all'11,2% nel 2017 per scendere al 10,6% nel 2018, certificare il miglioramento delle condizioni del mercato del lavoro. Nel 2017 spiegano gli economisti saranno 815 mila in più le persone occupate che supereranno di 160mila, a fine 2018, il picco registrato nel 2008. "Tutto ciò mette in evidenza che il mercato del lavoro non è la Cenerentola del recupero in atto", commentano gli economisti di Confindustria.

Non solo. L'occupazione italiana recupera i livelli pre-crisi del 2008. "Nell'estate del 2017 gli occupati sono tornati sopra ai 23 milioni, sui livelli di inizio 2008", dicono gli economisti di viale dell'Astronomia. Alla fine del 2018 dunque le previsioni di Confindustria stimano un aumento ulteriore di 160mila posti di lavoro in piu' sul 2008 "portando ad oltre 1milione 100 mila i posti di lavoro che saranno creati al termine del biennio", come spiega il capo economista di Confindustria, Luca Paolazzi. Adnkronos 14

 

 

 

 

Richard Wagner incontra Gabriele D’Annunzio – convegno internazionale a Villa Vigoni il 23.-24.09.2017

 

Wagner e D’Annunzio non si sono mai incontrati. Il convegno Bayreuth italiana. Richard Wagner e Gabriele D’Annunzio (Villa Vigoni, 22-24 settembre 2017) intende immaginare un incontro tra i due e trarne frutto per la ricerca scientifica.

Sia l’uno sia l’altro, l’italiano e il tedesco, sono stati “poeti nazionali” del loro tempo. D’Annunzio scrisse l’epigrafe commemorativa per la casa veneziana di Wagner, acquistò dalla famiglia Wagner il Vittoriale sul Garda e ne fece il proprio ritiro preferito. Stupisce che tale connessione tra i due artisti sia stata sin qui poco indagata.

Esperti italiani, tedeschi e svizzeri si incontreranno presso il Centro Italo-Tedesco per l’Eccellenza Europea Villa Vigoni e affronteranno per la prima volta una discussione interdisciplinare sul tema della correlazione tra vita, opera e influenza di queste due brillanti, e discusse, personalità.

Ospite d’onore sarà Katharina Wagner, nipote di Richard Wagner e direttrice del festival di Bayreuth. Il Vittoriale degli italiani ha concesso il patrocinio alla manifestazione. L’Ambasciata Tedesca a Roma ha contribuito finanziariamente alla realizzazione dell’iniziativa.

Che cosa ci si può attendere dall’incontro? Che cosa hanno in comune il più tedesco degli artisti e il Vate d’Italia? D’Annunzio, testimonial di una società, esempio alla moda di un’intera generazione, dandy e precursore del culto hollywoodiano delle star, autodefinitosi il maggior poeta d’Italia dopo Dante; e Wagner, compositore di opere tedesche – per le quali scrisse egli stesso testi – inventore della moderna cultura del festival in un momento storico in cui Woodstock ancora non esisteva. L’officina artistica di ciascuno dei due artisti fu un luogo in cui vennero plasmate le forme estetiche nazionali. Il nuovo ruolo degli artisti nella società è riflesso nella loro figura. In quanto intellettuali pretesero il loro posto anche al di fuori del teatro e dell’arte. La società come palcoscenico pubblico li tentava. Quale il loro contributo?

L’incontro internazionale dei wagneriani e dei dannunziani intende indagare questa domanda centrale. Coordinatrice dell’incontro è la Dr. Phil. Dr. (RSM) Bettina Vogel-Walter (Köln) in collaborazione con Villa Vigoni.

Sabato, 23 settembre 2017, alle ore 21.00 verrà proiettato il film muto “La nave” di Gabriellino D’Annunzio, figlio di Gabriele D’Annunzio, con accompagnamento di musica live. Compositrice della musica è Rossella Spinosa che sarà anche al pianoforte. Rossella Spinosa è direttrice del Festival di Bellagio e del Lago di Como.

Il Centro Italo-Tedesco per l’Eccellenza Europea Villa Vigoni è stato creato nel 1986 e ha sede a Loveno di Menaggio sul lago di Como. Compito di Villa Vigoni è l’approfondimento delle relazioni italo-tedesche nel contesto dell’integrazione europea e il contributo al dialogo europeo negli ambiti della politica, dell’economia, della scienza, della formazione e della cultura. Il programma annuale delle manifestazioni su tematiche d’attualità è reperibile sulla pagina web www.villavigoni.eu. De.it.press

 

 

 

 

Scuole italiane all’estero: incontri Maeci-sindacati

 

Roma - Si è parlato di Mof (Fondo per il miglioramento dell'offerta formativa), ma anche dei decreti ministeriali previsti dalla Buona Scuola, delle nomine del personale di ruolo all’estero e della copertura degli spezzoni nell’incontro Maeci-Sindacati svolto alla Farnesina il 5 settembre scorso.

A darne notizia sono le organizzazioni sindacali di categoria - FLC CGIL – CISL Scuola – UIL Scuola Rua –SNALS CONFSAL - SETTORI ESTERO – in una nota congiunta. A presiedere la Delegazione del Maeci-Miur il Consigliere di legazione Roberto Nocella, Capo ufficio V della DGSP.

“In apertura dell’incontro – riportano i sindacati nella nota – i rappresentanti del Maeci hanno illustrato i contenuti del decreto relativo alla cabina di Regia prevista dal D.Lgs 64 (Buona Scuola), firmato da Miur e Maeci, sul quale abbiamo ribadito ancora forti perplessità per l’assenza di necessari strumenti di gestione sinergica della rete scolastica all’estero, che possano garantire un efficace coordinamento, a livello politico e istituzionale, degli strumenti di intervento per la promozione della lingua e della cultura italiane all’estero”.

Quanto al decreto Maeci-Miur, firmato nei giorni scorsi, relativo all’assunzione del personale docente e amministrativo a contratto locale nelle scuole statali italiane all’estero (art.33 del D.Lgs 64), la Delegazione Maeci “ha comunicato che la pubblicazione avverrà dopo la registrazione della Corte dei Conti”; per ciò che concerne invece il decreto riguardante le materie di insegnamento affidabili a personale locale (art. 31 commi 2 e 3), “la delegazione Maeci ha comunicato il definitivo rinvio all’a.s. 2018/19, dopo la definizione del prossimo contingente scolastico all’estero”.

I sindacati hanno quindi ribadito alla delegazione Maeci-Miur il proprio “totale dissenso ad ogni forma di privatizzazione dell’ordinamento didattico della scuola statale italiana all’estero” e segnalato “concreti rischi di inapplicabilità nelle realtà estere particolarmente disagiate, per l’impossibilità di garantire la presenza di personale in possesso dei necessari requisiti”. I sindacati hanno anche “confermato l’impegno ad intervenire al più presto in sede di rinnovo contrattuale al fine di ottenere la disapplicazione di tutte le parti del decreto 64 concernenti il rapporto e i diritti dei lavoratori della scuola all’estero”.

Sui dati attuali relativi alle nomine per il prossimo anno scolastico forniti dal Ministero degli esteri, i sindacati – si legge sempre nella nota – hanno “denunciato le gravi difficoltà di avvio delle lezioni nelle realtà scolastiche all’estero, considerando che alla data odierna solo il 10% del personale nominato ha assunto servizio nelle sedi estere assegnate” e chiesto “il completamento delle procedure di nomina nel più breve tempo possibile, per evitare irreparabili conseguenze sul servizio scolastico all’estero”.

Quanto infine ai PMOF previsti per l’anno scolastico appena concluso (2016/17), conclude la nota, “è stata sottoscritta l’intesa relativa ai progetti realizzati dalle istituzioni scolastiche all’estero, al fine di garantire al più presto la retribuzione delle prestazioni aggiuntive effettuate dal personale scolastico per la realizzazione dei progetti”.

 

I Progetti di Miglioramento dell’Offerta Formativa per le scuole italiane all’estero – con la distribuzione dei relativi fondi – e la composizione degli organici sono stati i temi al centro del Nuovo incontro del 12 settebre alla Farnesina tra la delegazione dei sindacati di categoria - FLC CGIL - CISL Scuola - UIL Scuola Rua - SNALS CONFSAL – il Ministero degli Esteri, rappresentato dal consigliere di Legazione Roberto Nocella (Capo ufficio V della DG Sistema Paese) e il Ministero dell’Istruzione, per cui ha partecipato Giulio Pesce.

Nel dare notizia dell’incontro, i sindacati spiegano in una nota congiunta di aver ribadito alla delegazione interministeriale “la necessità, per quanto concerne l’Intesa sui PMOF dell’anno scolastico 2017/2018, di garantire al più presto l’avvio delle procedure di assegnazione alle sedi estere delle risorse previste dal CCNL scuola, per l’approvazione da parte dei Collegi dei docenti dei progetti; sono stati quindi discusse le varie proposte riguardanti i criteri e i parametri di distribuzione dei fondi disponibili”.

Quanto alle nomine dei docenti all’estero per l’anno scolastico appena iniziato, i sindacati “hanno ancora ribadito i forti ritardi e invitato il Maeci a completare le procedure di nomina nel più breve tempo possibile, per evitare irreparabili conseguenze sul servizio scolastico all’estero”. Infine, i sindacati hanno richiesto di “fornire ai lavoratori all’estero, previo un confronto sindacale di merito, chiarimenti interpretativi su tutti gli aspetti del rapporto di lavoro sui quali l’Amministrazione ritiene sia intervenuto il DLgs 64/2017”, cioè il decreto sulla “Disciplina della scuola italiana all'estero” attuativo della Buona Scuola.

La riunione è stata aggiornata al prossimo 19 settembre per la continuazione del confronto sull’Ipotesi di Intesa sui PMOF per il 2017/2018. (aise/dip) 

 

 

 

 

Pensioni all’estero: tutte le novità sull’esistenza in vita 2017-2018

 

ROMA - Sono molte le novità annunciate dall’Inps che riguardano prassi e modalità dell’accertamento dell’esistenza in vita per l’anno 2017 per il pagamento delle prestazioni all’estero. 

L’Inps ce le aveva già preannunciate nel mese di luglio u.s. nel corso dell’Audizione presso il Comitato della Camera dei deputati per gli italiani nel mondo. Ora le novità diventano operative e, nell’intenzione dell’Inps, dovrebbero accelerare e snellire le procedure del complesso strumento di accertamento e pagamento delle pensioni all’estero. 

Ma vediamo – ancorché in maniera sintetica – quali sono le più importanti innovazioni così come illustrate dall’Inps. 

Come è noto l’accertamento dell’esistenza in vita è stato introdotto dall’Inps per assicurare la correttezza dei flussi dei pagamenti dei trattamenti pensionistici e come strumento di percezione e contrasto del fenomeno dell’indebita percezione delle prestazioni. Tale controllo viene condotto all’estero dalla Citibank per che di anno in anno procede su richiesta dell’Inps oltre che ai pagamenti anche all’accertamento dell’esistenza in vita. 

A partire dal mese di settembre 2017 è stato deciso di frazionare la platea dei pensionati interessati in due blocchi, distinti per aree geografiche e residenza, programmando due differenti fasi di verifica. 

Tale verifica sarà da ora effettuata non solo attraverso l’invio a tutti i pensionati di lettere personalizzate ma anche con strumenti alternativi. 

L’accertamento sarà attuato in due fasi cronologicamente distinte in rapporto ai Paesi di residenza dei beneficiari per consentire una migliore gestione. 

La prima fase si svolgerà da settembre 2017 a febbraio 2018 e riguarderà le pensioni erogate ai pensionati residenti in Africa, Australia (Oceania) ed Europa (ad esclusione dei Paesi scandinavi e dei Paesi dell’est Europa). 

Le comunicazioni saranno inviate ai pensionati a settembre 2017 e il pagamento della rata di febbraio 2018 avverrà in contanti presso le agenzie Western Union del Paese di residenza per coloro i quali non faranno pervenire l’attestazione entro i primi giorni di gennaio 2018. In caso di mancata riscossione personale, il pagamento delle pensioni sarà sospeso a partire dalla rata di marzo 2018. 

La seconda fase si svolgerà da febbraio a luglio 2018 e riguarderà i pensionati residenti in Sud America, Centro America, Nord America, Asia, Estremo Oriente, Paesi Scandinavi e i Paesi dell’Est Europa. 

Le comunicazioni saranno inviate ai pensionati a febbraio 2018 e il pagamento della rata di luglio 2018 avverrà in contanti presso le agenzie Western Union del Paese di residenza per coloro i quali non faranno pervenire l’attestazione entro i primi giorni di giugno 2018. In caso di mancata riscossione personale, il pagamento delle pensioni sarà sospeso a partire dalla rata di agosto 2018. 

Giova ricordare tuttavia, ed ecco l’altra novità, che per razionalizzare e semplificare lo svolgimento dell’attività di verifica è stato valutato opportuno dall’Inps non inviare la richiesta di produrre la prova di esistenza in vita ai seguenti gruppi di soggetti, i quali, pertanto, per la verifica di quest’anno, non sono tenuti a restituire le attestazioni: pensionati che riscuotono, annualmente, pensioni di importo mensile inferiore a 10 euro (per tali pensionati la verifica sarà effettuata ogni due anni, in considerazione dello scarso rischio di erogazione di rilevanti importi indebiti); titolari di pensioni che sono oggetto di scambi mensili di informazioni con le Istituzioni previdenziali tedesche e svizzere con le quali vengono scambiate informazioni; beneficiari che hanno riscosso la pensione agli sportelli di Western Union: per la prima fase della verifica saranno esclusi dall’invio delle lettere i soggetti che hanno riscosso personalmente agli sportelli Western Union nei mesi di maggio e giugno 2017; per la seconda fase della verifica, invece, i pensionati che hanno riscosso personalmente ai suddetti sportelli nei mesi di novembre e dicembre 2017; beneficiari che, di propria iniziativa, hanno fornito a Citibank una valida attestazione/certificazione di esistenza in vita con data recente e quelli per i quali le strutture territoriali INPS hanno comunicato alla Banca di aver ricevuto una valida prova dell’esistenza in vita nell’imminenza dell’avvio della verifica. 

Citibank ha già avviato il processo di spedizione della lettera esplicativa e del modulo standard di attestazione  ai pensionati compresi nella prima fase della verifica generalizzata anno 2017; la lettera è stata redatta sia in lingua italiana, che in una delle seguenti cinque lingue a seconda del Paese di destinazione: inglese, francese, tedesco, spagnolo o portoghese. 

In Canada e Svizzera, Citibank invierà la lettera e il modulo da compilare in tre lingue. Le lettere da inviare ai pensionati sono poco più di 135.000. 

Relativamente ai soggetti inseriti nella prima fase, nella lettera verrà indicato che la restituzione del modulo di attestazione dell’esistenza in vita dovrà avvenire entro il 5 gennaio 2018; in caso di mancata produzione della prova di esistenza in vita entro tale termine, il pagamento della rata di febbraio 2018 sarà localizzato presso gli sportelli Western Union per la riscossione personale. 

L’Inps precisa che, per limitare le difficoltà riscontrate in passato dai pensionati che non ricevono per disguidi postali la modulistica per assolvere all’onere, a partire da quest’anno, Citibank ha introdotto un nuovo servizio che consente agli operatori dei Patronati e ai funzionari dei Consolati, abilitati al portale della Banca, di generare autonomamente il pacchetto per la prova di esistenza in vita, il modulo per cambio indirizzo e il modulo per la variazione del conto corrente. 

Per quanto riguarda invece le modalità di produzione della prova di esistenza in vita, l’Inps informa che Citibank ha reso disponibili ai pensionati interessati nell’accertamento diversi modi tra i quali la modalità cartacea con la quale in via ordinaria i pensionati dovranno far pervenire il modulo di attestazione dell’esistenza in vita, correttamente compilato, datato, firmato e corredato della documentazione di supporto, alla casella postale PO Box 4873, Worthing BN99 3BG, United Kingdom entro il termine indicato nella lettera esplicativa. 

Come è noto tale modulo dovrà essere restituito a Citibank, controfirmato da un "testimone accettabile" entro il termine stabilito per la durata della verifica, per ognuna delle due fasi. 

Per "testimone accettabile" si intende un rappresentante di un’Ambasciata o Consolato Italiano o un’Autorità locale abilitata ad avallare la sottoscrizione dell’attestazione di esistenza in vita. La tipologia di "testimoni accettabile" per le diverse aree geografiche è riportata nell’opuscolo Domande Frequenti, pubblicato sul sito web di Citibank. 

Come si ricorderà in occasione delle precedenti verifiche generalizzate dell’esistenza in vita, è emerso che, talvolta, i pubblici funzionari di alcuni Paesi si sono rifiutati di sottoscrivere il modulo di Citibank. 

Ora per evitare difficoltà ai pensionati, in tali casi Citibank accetterà le certificazioni di esistenza in vita emesse da enti pubblici locali. Nel caso in cui il pensionato si trovi in stato di infermità fisica o mentale, o si tratti di pensionati che risiedono in istituti di riposo o sanitari, pubblici o privati, o di pensionati affetti da patologie che ne impediscono gli spostamenti o di soggetti incapaci o reclusi in istituti di detenzione, è necessario contattare il servizio di assistenza di Citibank che renderà disponibile il modulo alternativo di certificazione di esistenza in vita. 

Giova ricordare inoltre che per i pensionati residenti in Australia, in Canada, nel Regno Unito e negli Stati Uniti, a partire dalla verifica dell’esistenza in vita riferita all’anno 2015, l’INPS ha fornito a Citibank una lista di operatori dei Patronati che in base alla normativa locale hanno qualifiche che rientrano fra quelle dei testimoni accettabili. Tali soggetti, previa verifica da parte di Citibank del possesso della qualifica di testimone accettabile, sono autorizzati ad accedere al portale specificamente predisposto dalla stessa Citibank al fine di attestare in forma telematica l’esistenza in vita dei pensionati. 

Infine altre novità riguardano la facoltà degli operatori di Patronato abilitati di utilizzare uno strumento di trasmissione telematica dei moduli di attestazione di esistenza in vita; gli aggiornamenti al portale informatico della Citibank che consentiranno una gestione più efficiente delle attività; la riscossione personale presso sportelli della Western Union che costituirà valida prova dell’esistenza in vita sollevando così il pensionato dall’invio del modulo cartaceo alla Citibank; il servizio di assistenza della Citibank a supporto dei pensionati, operatori di Consolati, delegati, procuratori, che necessitano di assistenza riguardo alla procedura di attestazione dell’esistenza in vita. 

Per avere un quadro completo e dettagliato di tutte queste novità relative all’accertamento dell’esistenza in vita si suggerisce di leggere il Messaggio dell’Inps n. 3378 del 30 agosto u.s., oppure, ancora meglio, di consultare il proprio patronato di riferimento che sarà in grado di fornire le informazioni e l’assistenza necessarie.

Marco Fedi e Fabio Porta, Deputati del PD eletti nella Circoscrizione Estero

 

 

 

 

Flüchtlingspolitik. Juncker kündigt Vorschläge für legale Einwanderung in EU an

 

Die „Festung Europa“: Manche Politiker wollen sie angesichts zahlreicher Migranten errichten, Kritiker sehen sie schon verwirklicht. Jean-Claude Juncker hält die EU nicht für eine Festung – und will es dazu auch nicht kommen lassen. Die CSU ist für Grenzsicherung „mit aller Härte“.

 

Die EU-Kommission will nach den Worten ihres Präsidenten Jean-Claude Juncker bis Monatsende neue Vorschläge für die legale Einwanderung nach Europa vorlegen. Zugleich sollen Pläne für schnellere Abschiebungen von Menschen ohne Aufenthaltsrecht auf den Tisch kommen, kündigte Juncker am Mittwoch im Europaparlament in Straßburg an.

„Europa, im Gegensatz zu dem, was gesagt wird, ist keine Festung und darf es auch nie werden“, erklärte Juncker. Er schloss sich dem Appell der Vereinten Nationen an, 40.000 Flüchtlinge aus Libyen und den Nachbarländern durch Neuansiedlung direkt und sicher in die EU zu holen. Daneben gelte, dass Europa ein „alternder Kontinent“ sei. Dies sei ein weiterer Grund für ein System legaler Einwanderung. Für Arbeitsmigranten gibt es bereits die sogenannte Blaue Karte. Die Kommission will die Hürden dafür senken, Juncker forderte nun eine schnelle politische Einigung darüber.

Gleichzeitig müsse konsequenter abgeschoben worden, verlangte der Kommissionschef. Derzeit würden nur 36 Prozent der irregulären Migranten zurückgeführt, sagte Juncker in seiner jährlichen „Rede zur Lage der Union“, in der er auch die anderen großen Themen der EU ansprach.

Junker fordert mehr Geld für Afrika

Mit Blick auf Afrika forderte Juncker mehr Geld von den EU-Regierungen für den Treuhandfonds für Afrika. Der mit 2,7 Milliarden Euro dotierte Fonds wird vor allem aus dem Gemeinschaftshaushalt finanziert. Die Beiträge aller Mitgliedstaaten zusammen belaufen sich nach Junckers Worten dagegen erst auf 150 Millionen Euro. „Der Fonds stößt nun an seine Grenzen.“

Die Risiken von Unterfinanzierung sollten aber bekannt sein, warnte der Kommissionspräsident und verwies auf die Situation 2015. Damals seien dem Welternährungsprogramm die Mittel ausgegangen. „Als und weil“ dies geschah, seien zahlreichen Menschen nach Europa aufgebrochen, sagte Juncker mit Blick auf die Hochphase der Flüchtlingskrise vor zwei Jahren.

CSU: Grenzen sichern „mit aller Härte“

In der anschließenden Debatte im Parlament erhielt Juncker Zustimmung unter anderem aus der Europäischen Volkspartei, zu der er selbst gehört. Man müsse zwar keine „Mauer“ um Europa bauen, aber illegale Migration stoppen, sagte Fraktionschef Manfred Weber (CSU). Man müsse nicht nur helfen, sondern „mit aller Härte“ die Grenzen sichern. Integration bedeute, „dass man unsere Leitkultur, unsere Werte und unsere Gesetze respektiert und praktiziert“.

Es gehe nicht nur darum, illegale Wege zu schließen, sagte der Chef der Sozialisten, Gianni Pittella, man müsse auch legale Einwanderungskanäle schaffen. „Und wir brauchen eine Partnerschaft mit Afrika.“ Hier sei nicht nur relevant, woher das EU-Geld komme, sondern auch, wem es in Afrika gegeben werde. „Ich würde sagen jungen Unternehmern, die Reichtum schaffen, die Arbeitsplätze schaffen, die Entwicklung schaffen.“

Linke fordern Entwicklungspakt mit Afrika

„Wir haben diesen schändlichen Deal mit Türkei, jetzt auch mit Libyen – das muss aufhören“, kritisierte Patrick Le Hyaric, stellvertretender Chef der Linken-Fraktion im Europaparlament. „Wir brauchen einen Entwicklungspakt mit Afrika.“

Juncker wolle „de facto alle Binnengrenzen“ auflösen, klagte Harald Vilimsky von der Fraktion Europa der Nationen und der Freiheit. Und zwar im Wissen darum, dass „Millionen von Afrikanern und Arabern auf unseren Kontinent drängen, Glücksritter dabei sind, auch Terroristen“, sagte der österreichische FPÖ-Politiker, während dessen Rede sich der Kommissionschef erhob und in Richtung Ausgang ging. (epd/mig 14)

 

 

 

 

Junckers Rede: Mutiges Plädoyer – schwere Umsetzung

 

Die Rede von EU-Kommissionspräsident Jean-Claude Juncker zur Lage der Union ist ein mutiges Plädoyer für mehr europäische Integration. Gleichzeitig macht sein Appell für die Einhaltung rechtstaatlicher Grundsätze deutlich, wie schwer sich seine Vorschläge umsetzen lassen, meint Lüder Gerken.

 

Wenn Mitgliedstaaten wie Polen und Ungarn die Autorität des EuGH nicht anerkennen, wie will Juncker dann gewährleisten, dass sich alle an politisch kontroverse Mehrheitsentscheidungen halten? Abstimmungen mit qualifizierter Mehrheit sind nur dann sinnvoll, wenn sich die Mitgliedstaaten an die gemeinsam beschlossenen Regeln halten. Sonst drohen Streit und Gerichtsverfahren wie im Fall des Beschlusses zur Umverteilung der Flüchtlinge.

Deshalb lassen sich die von Juncker skizzierten Pläne zur Vertiefung der EU nur in einer Union umsetzen, in der das Recht uneingeschränkte Geltung hat. Solange die Rechtsstaatlichkeit in der EU nicht in allen Mitgliedstaaten gewährleistet ist, steht das gesamte Projekt der europäischen Integration auf tönernen Füßen.

Junckers Versuch, die Attraktivität des Euros für Nicht-Euro-Staaten durch ein „Euro-Beitrittsinstrument“ für technische und finanzielle Hilfen zu erhöhen, lehne ich ab. Denn Mitgliedstaaten, die den Euro nur aufgrund von finanzieller Hilfe einführen, werden auch früher oder später Transfers einfordern, wenn sie einmal im Euro-Raum sind. Auch die Vorschläge, den Wirtschafts- und Währungskommissar zu einem Europäischen Wirtschafts- und Finanzminister zu machen, der eine Eurozonen-Budgetline verwalten soll, sind nicht überzeugend.

EU-Kommissionschef Juncker sieht den Euro als Klammer, der die Europäer in Ost und West zusammenhalten soll. Ob die Strategie aufgeht, darf bezweifelt werden.

Wozu braucht es eine Budgetlinie für die Eurozone? Für Strukturreform-Hilfen? Dann werden Eurostaaten nur noch Reformen gegen Hilfsgelder umsetzen. Hier droht Umverteilung. Wird der Europäische Wirtschafts- und Finanzminister auch Chef der Euro-Gruppe, erfährt die EU-Kommission einen deutlichen Machtzuwachs. Ähnliches gilt für den Vorschlag, das Amt des Kommissionspräsidenten mit dem des Präsidenten des Europäischen Rates zu verschmelzen. Allerdings konterkariert letzteres mit der Intention, die die Mitgliedstaaten, also Herren der Verträge, mit der Einführung des Postens eines Ratspräsidenten verfolgten. Es drängt sich daher der Eindruck auf, dass Juncker diese Zusammenlegung vor allem vorschlägt, um sie als Verhandlungspfand bei der Forderung nach einem EU-Wirtschafts- und Finanzminister einzusetzen.

Wird der ESM zum Europäischen Währungsfonds (EWF) „weiterentwickelt“, werden Schuldenschnitte und harte Reformvorgaben deutlich erschwert. Der EWF soll zukünftige Euro-Krisen allein, also ohne den IWF, bewältigen. Damit würden allein die Finanzminister der Euro-Staaten über Finanzhilfen entscheiden. Es besteht die Gefahr, dass politische Rücksichtnahme Schuldenschnitte zu Beginn eines Anpassungsprogramms verhindert. Auch harte Reformauflagen werden dadurch unwahrscheinlicher. Dies gilt insbesondere dann, wenn ein wirtschaftliches und politisches Schwergewicht, etwa Italien, Finanzhilfen beantragt.

Der EU-Kommissionspräsident fordert in seiner Grundsatzrede ehrgeizige Reformen. Er will neue Länder für den Euro gewinnen und einen Superminister für Wirtschaft und Finanzen schaffen.

Die Bankenunion mit ihrer gemeinsamen Bankenaufsicht durch die EZB, gemeinsamen Bankenabwicklung und – geplanten – gemeinsamen Einlagensicherung ist ein reines Euro-Zonen-Projekt. Mit dem Austritt des Vereinigten Königreichs als größtem Nicht-Euro-Staat steigen für die Finanzinstitute in Nicht-Euro-Staaten die Nachteile, die mit der Nicht-Teilnahme an der Bankenunion verbunden sind. Das schafft Anreize für diese Staaten, der Bankenunion beizutreten. Diese Lage sollte Juncker aber nicht ausnutzen und diese Staaten faktisch zu einer Einführung des Euros – als Bedingung für eine Teilnahme an der Bankenunion – zwingen. Schon heute können Nicht-Euro-Staaten der Bankenunion betreten, wenn sie die Bankenaufsicht der EZB anerkennen und sich den Regeln des einheitlichen Bankenabwicklungsmechanismus (SRM) unterwerfen.

Bevor eine neue Arbeitsmarktbehörde zur Überwachung der Entsendung von Arbeitnehmern geschaffen wird, sollte zunächst die Wirkung der erst seit 2016 geltenden Durchsetzungsrichtlinie zur Entsenderichtlinie abgewartet werden. Auch hat es wenig Sinn, über den Inhalt der Säule der sozialen Rechte zu diskutieren, solange nicht klar ist, welche rechtliche Wirkung diese in der Zukunft haben wird.

Der Vorschlag zu einer „Task Force Subsidiarität und Verhältnismäßigkeit“ unter der Leitung von Kommissionsvizepräsident Timmermans ist alter Wein in neuen Schläuchen. Denn deren Aufgaben gehörten auch bisher schon zu den Tasks von Timmermans! Lüder Gerken, Centrum für Europäische Politik (cep) 14

 

 

 

 

Grausame Militäroperationen. Vereinte Nationen sehen „ethnische Säuberung“ in Myanmar

 

Die UN bezeichnet die Verfolgung muslimischer Minderheiten in Myanmar „ethnischen Säuberung“. Es würden grausame Militäroperationen durchgeführt. Die Bundesregierung zeigt sich besorgt und ruft zu Frieden auf.

 

Die Verfolgung der Rohingya in Myanmar trägt nach Einschätzung der Vereinten Nationen klare Merkmale einer „ethnischen Säuberung“. Die grausame Militäroperation und Vertreibung der muslimischen Volksgruppe sei eindeutig unverhältnismäßig und scheine „ein Beispiel wie aus dem Lehrbuch“ für ein solches Verbrechen zu sein, erklärte der UN-Hochkommissar für Menschenrechte, Seid Ra’ad al-Hussein, am Montag vor dem UN-Menschenrechtsrat in Genf. Auch die Bundesregierung in Berlin äußerte große Besorgnis.

Seid erklärte, sein Hochkommissariat verfüge über Berichte und Satellitenbilder, die Verbrechen an den Rohingya wie das Niederbrennen ihrer Dörfer und Erschießungen belegten. Er rief die Regierung Myanmars unter der scharf kritisierten Friedensnobelpreisträgerin Aung San Suu Kyi auf, die Verfolgung der muslimischen Minderheit zu beenden. Zudem verurteilte der jordanische Diplomat die Verlegung von Minen durch das Militär an der Grenze zu Bangladesch. Durch die Minen sollten die geflohenen Rohingya an der Rückkehr nach Myanmar aus Bangladesch gehindert werden.

In den vergangenen Wochen flüchteten laut UN rund 300.000 Rohingya nach Bangladesch. Insgesamt gewähre sein Land damit mehr als 700.000 Rohingya Zuflucht, erklärte Außenminister Abdul Mahmud Ali. „Die internationale Gemeinschaft sagt, es ist Völkermord. Wir sagen auch, dass es Völkermord ist“, zitierte ihn am Montag der Sender Al-Dschasira.

Bundesregierung verfolgt „in großer Sorge“

Die deutsche Regierung verfolge die Entwicklung in Myanmar „in großer Sorge“, sagte Regierungssprecher Steffen Seibert am Montag in Berlin. Die Berichte sprächen für sehr weitreichende Menschenrechtsverletzungen. Die Bundesregierung rufe alle Seiten zu einer friedlichen Lösung auf. Es werde erwartet, dass die Regierung Myanmars ihrer Verantwortung für alle Bevölkerungsgruppen gerecht werde. Insbesondere erwarte man das von Suu Kyi.

UN-Hochkommissar Seid prangerte weiter die Verordnung Myanmars an, dass Rohingya bei ihrer Rückkehr einen Nachweis ihrer Nationalität erbringen müssten. Das Land verweigere den Rohingya seit langem die Staatsbürgerschaft, deshalb seien die Menschen überhaupt nicht im Besitz von Papieren.

Immer wieder Opfer von Pogromen

Immer wieder wurden Rohingya in der Vergangenheit Opfer von Pogromen. Die Behörden im überwiegend buddhistischen Myanmar sprechen der muslimischen Volksgruppe den Status als Minderheit und die Bürgerrechte ab. Der Konflikt im Rakhine-Staat flammte erneut auf, nachdem sich am 25. August Rohingya-Rebellen zu Angriffen auf Polizei- und Armeeposten bekannt hatten. Eine von den Rebellen am Sonntag ausgerufene vorübergehende Feuerpause wies die Regierung umgehend zurück.

Die Menschenrechtsorganisation Human Rights Watch appellierte an die UN, andere internationale Organisationen und einflussreiche Staaten, Druck auf Myanmar auszuüben: Humanitäre Hilfe für die Rohingya müsse umgehend zugelassen werden. Rund 250.000 Menschen hätten keinen Zugang zu Lebensmittelhilfe und medizinischer Versorgung mehr. Auch die nach Bangladesch Geflohenen müssten angemessen versorgt werden. (epd/mig 12)

 

 

 

 

Rohingyas flüchten in Massen

 

Die muslimische Minderheit kämpft in Myanmar um ihr Überleben. Von Franziska Korn, Alexey Yusupov

 

Aufgrund von Gewaltausschreitungen in Myanmar flohen in den vergangenen Tagen mehr als 120 000 Rohingyas über die Grenze nach Bangladesch. Wie kam es zu dieser Situation?

Ende August eskalierte die Lage im nördlichen Rakhine-Staat an der Grenze zu Bangladesch. Die Rohingya sind eine muslimische, ethnische Minderheit. Obwohl viele der 1,1 Millionen Rohingyas bereits seit Generationen in Myanmar leben, werden sie von der burmesischen Regierung nicht als Staatsangehörige anerkannt. Für die Regierung genauso wie für die meisten buddhistischen Burmesen gelten sie als eine Gruppe von muslimischen Einwanderern. Als Folge der systematischen Diskriminierung werden Rohingyas von staatlichen Dienstleistungen und Bildungseinrichtungen ausgeschlossen. Sie können sich nicht frei bewegen. Die jahrzehntelange Marginalisierung der Rohingyas und der dahinterstehende historische Konflikt wurzeln in der Zeit der britischen Kolonialverwaltung. Seither kommt es immer wieder zu Ausschreitungen, wie auch im vergangenen Monat.

Am 25. August überfiel die bisher kaum bekannte extremistische Gruppe „Arakan Rohingya Salvation Army“ (ARSA) in einer koordinierten Aktion circa 30 Polizei- und Grenzschutzposten der burmesischen Regierung und läutete damit ein neues Kapitel der Gewalt zwischen den Rohingya und der buddhistischen Mehrheitsgesellschaft ein. Die burmesischen Streitkräfte, die auch nach der demokratischen Öffnung des Landes viele Fäden in der Hand halten, reagierten wie auch 2016 mit einer „antiterroristischen“ Militäroperation. Dieses Mal jedoch wesentlich brutaler. Die Lage ist unübersichtlich. Bei den Auseinandersetzungen starben bisher 400 Menschen. Viele Geflohene berichteten von Luftangriffen, Tötungen und Gewaltausschreitungen. Zahlreiche Dörfer sollen abgebrannt sein, vieles spricht für vorsätzliche Brandstiftung.

Es wird von der größten Fluchtbewegung seit Beginn des Konflikts gesprochen. Wie groß ist das Ausmaß?

Innerhalb nur weniger Tage überquerten 123 000 Menschen die Grenze. Internationale Hilfsorganisationen gehen davon aus, dass die Zahl Geflüchteter weiter steigen wird. Pro Tag versuchen bis zu 30 000 Menschen nach Bangladesch zu kommen. Die tatsächliche Zahl ist unklar. Hilfsorganisation sowie das Welternährungsprogramm der Vereinten Nationen im Rakhine Staat mussten ihre Arbeit einstellen, teils aufgrund der fragilen Sicherheitslage, teils weil die burmesische Regierung den gesamten Norden von Rakhine für den Zugang der internationalen Organisationen gesperrt hat.

Bangladeschs Geschichte kennt größere Fluchtbewegungen der Rohingyas. In den Jahren 1978 und 1991 flohen jeweils um die 200 000 und 250 000 Rohingyas in das überwiegend muslimische Land. Beide Male einigten sich Myanmar und Bangladesch auf eine Rücksiedlung, die für die Mehrheit der Geflüchteten erfolgreich vollzogen wurde. Doch die prekäre Lage der Rohingyas in Myanmar blieb unverändert und auch in den darauffolgenden Jahren waren immer wieder Menschen nicht zuletzt aufgrund von Perspektivlosigkeit zur Flucht über die Grenze gezwungen. Andere muslimische Länder wie etwa Malaysia oder Indonesien waren nur selten das Ziel. Zuletzt flohen 2016 innerhalb weniger Monate nach Ausschreitungen zwischen der burmesischen Armee und der ARSA circa 90 000 Menschen nach Bangladesch.

Wie ist die Lage in Bangladesch? Sind Spannungen zu befürchten?

Anfang des Jahres legte die bangladeschische Regierung einen Plan zur Umsiedlung der im Land lebenden Rohingyas auf eine entlegene Insel im Golf von Bengalen vor. Viele Experten deuteten die Ankündigung eher als Abschreckungsmaßnahme als einen realisierbaren Plan. Andere wiederum verstanden das vermeintliche Vorhaben als einen internationalen Hilferuf des am dichtesten besiedelten Landes der Welt. Dieser Hilferuf ist nun lauter geworden. Für Bangladesch steht fest, dass Myanmar sowie andere Länder ihrer Verantwortung schnell gerecht werden müssen.

Nach Angaben des UNHCR leben in den Flüchtlingscamps in der Küstenstadt Cox Bazar 32 000 dokumentierte Flüchtlinge und bis zu eine halbe Million nicht dokumentierte Flüchtlinge. Mit Blick auf die letzten Ausschreitungen in Myanmar ist die Zahl noch einmal drastisch gestiegen. Die Lage in den Camps war bereits zuvor prekär. Personelle Kapazitäten und Ressourcen sind nun voll erschöpft. Die Belastungsgrenze ist in allen Camps mehr als erreicht. Der anhaltende Monsunregen erschwert die Lage drastisch. Die Regierung hat bereits angekündigt, neue Camps einzurichten und bestehende auszuweiten. Denn nicht zuletzt aufgrund der eigenen Flucht- und Vertreibungserfahrungen während des Unabhängigkeitskrieges in den 1970er Jahren zeigt sich die bangladeschische Bevölkerung überwiegend solidarisch mit den geflüchteten Rohingyas. Zahlreiche Bangladeschies meldeten sich insbesondere auf den sozialen Medien zu Wort und riefen zur Solidarität auf. Die bangladeschische Regierung sieht aber zunehmend neben seiner wirtschaftlichen Entwicklung auch die öffentliche Sicherheit in Gefahr. Rohingyas könnten sich mit extremistischen Gruppierungen zusammenschließen und die ohnehin angespannte Sicherheitslage im Land weiter gefährden.

Auch die burmesische Regierung sieht ihre Bevölkerung in Gefahr. Was steckt dahinter?  

 „Der Terrorismus ist in Rakhine angekommen“ – mit diesen Worten wandte sich die Staatsrätin Aung San Suu Kyi an die Bevölkerung nach den jüngsten ARSA-Angriffen. Seitdem befindet sich die öffentliche Stimmung in der burmesischen, dominant buddhistisch geprägten Öffentlichkeit im Verteidigungsmodus. Die globale Entrüstungswelle über das militärische Vorgehen in Rakhine, die sich in den sozialen Medien der islamischen Welt entwickelt hat, stärkt das Gefühl vieler Burmesen, vorschnell verurteilt worden zu sein – ohne einen Blick auf den historischen Hintergrund der Auseinandersetzung. Die vermeintlichen transnationalen islamistischen Verbindungen von ARSA – der Anführer der Gruppe ist in Pakistan geboren und soll in Saudi Arabien aufgewaschen sein – und ihre Berufung auf den Unabhängigkeitskampf der Rohingya erhärten das Gefühl der burmesischen Mehrheitsgesellschaft, in einer „belagerten Festung“ zu sein. Tatsächlich berichtet die internationale Presse kaum über die nicht-muslimischen Opfer der Gewalt. So sind etwa 12 000 buddhistische Arakanesen aus Rakhine in innere Gebiete geflohen und finden nun Unterkunft in Klöstern und Schulen. Die Staatsrätin Aung San Suu Kyi vermeidet derweil öffentliche Kritik am populären Militärkurs, um ihre fragile Unterstützerbasis, die sie für ihre historischen Reformvorhaben bitter braucht, nicht zu gefährden.

Der UN-Generalsekretär Antonio Guterres warnt von einer humanitären Katastrophe. Der Papst hat bereits seinen Besuch in die beiden Länder für Ende des Jahres angekündigt. Kann der Einbezug der internationalen Gemeinschaft zur Lösung beitragen?

Zunächst geht es um dringende Maßnahmen zur Linderung des menschlichen Leids insbesondere in den Flüchtlingscamps in Bangladesch. Dort muss nun schnell zusätzliche Finanzierung bewilligt und ausreichend Kapazität für die Geflüchteten geschaffen werden. Täglich kommt eine fünfstellige Zahl von Rohingyas in Bangladesch an. Das Schicksal der mehreren hunderttausend in Rakhine verbleibenden Rohingyas ist ungewiss. Weitere 20.000 sind im Grenzgebiet gestrandet. Es braucht auch die Wiederaufnahme der Arbeit internationaler Hilfsorganisationen in Rakhine. Bisher drängen nur wenige Informationen nach außen: Die Berichterstattung ist erschwert bis nicht möglich. Die Region gleicht einer Black Box.

Zur Entschärfung der Lage können auch andere Länder in Asien beitragen. Zahlreiche muslimische Länder meldeten sich bereits zu Wort. Die indonesische Außenministerin bereiste bereits beide Länder. Entscheidend wird aber sein, wie sich die für Myanmar und Bangladesch wirtschaftlich wichtigen Länder positionieren. Nur große Mächte wie Indien oder China könnten eine deseskalierende Rolle einnehmen. Ihr Interesse daran scheint aber bisher gering. Wenige Tage vor dem Ausbruch der Gewalt legte die Rakhine-Kommission unter der Leitung von Kofi Annan, eingesetzt durch Aung San Suu Kyi selbst, Vorschläge zur Verbesserung der Lage vor. Die Kernaussage des Berichts: Die Rückkehr der Rohingyas nach Myanmar kann langfristig nur dann friedlich ablaufen, wenn Myanmar die Staatsangehörigkeitsregeln anpasst und ihnen somit eine Perspektive bietet. IPG 6

 

 

 

 

Beitrittsgespräche mit der Türkei? Die EU streitet

 

Die EU ist in der Frage des von Deutschland verlangten Abbruchs der Beitrittsverhandlungen mit der Türkei gespalten. Die EU-Ratspräsidentschaft erwartet keinen Beschluss mehr in diesem Jahr.

 

Beim EU-Außenministertreffen in Estland sprachen sich am Donnerstag mehrere Länder gegen ein Ende der Gespräche aus. Die estnische EU-Ratspräsidentschaft erwartete dieses Jahr keinen Beschluss mehr und warnte vor „voreiligen Entscheidungen“.

„Wir wissen, dass es Probleme mit Menschenrechten in der Türkei gibt“, sagte Finnlands Außenminister Timo Soini in der estnischen Hauptstadt Tallinn. „Aber ich bin nicht dafür, die Verhandlungen zu stoppen.“ Dialog mit Ankara sei der beste Weg, um mit Problemen umzugehen.

Eine Absage an einen Abbruch kam auch aus Litauen: „Nein, nein, nein“, sagte Minister Linas Linkevicius. „Wir sollten den Prozess fortsetzen – es ist nicht einfach, aber wir müssen zu Vereinbarungen stehen.“

Den deutsch-türkischen Beziehungen droht eine weitere Belastungsprobe.

Belgiens Minister Didier Reynders sah derzeit keinen Handlungsbedarf. „De facto“ seien die Verhandlungen schon „gestoppt“ und „eingefroren“. „Es kommt nicht in Frage, irgendetwas anderes ins Auge zu fassen.“

Frankreichs Präsident Emmanuel Macron kündigte an, er wolle einen „Bruch“ zwischen der EU und der Türkei „verhindern“. Diese sei „ein wesentlicher Partner“. Es sei aber klar, dass das Vorgehen der türkischen Regierung „nicht ohne Folgen bleiben“ könne. Macron nannte im Gespräch mit der griechischen Zeitung „Kathimerini“ die geplante Ausweitung der Zollunion mit dem Land.

Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) hatte am vergangenen Freitag nach der Festnahme von zwei weiteren deutschen Staatsbürgern gesagt, für sie kämen weitere Verhandlungen über die Zollunion „unter diesen Umständen nicht in Frage“. Beim TV-Duell zur Bundestagswahl am Sonntag hatte sie sich dann ebenso wie ihr Herausforderer Martin Schulz (SPD) klar gegen einen EU-Beitritt der Türkei ausgesprochen.

Kann die Türkei im permanenten Ausnahmezustand überhaupt ein ernstzunehmender EU-Beitrittskandidat sein? Eine Frage, zwei Antworten von Martina Michels (DIE LINKE) und Manfred Weber (CSU).

Einzig Österreichs Außenminister Sebastian Kurz, der schon lange für den Abbruch wirbt, lobte bei dem Ministertreffen den „Meinungsschwenk“ in Deutschland. Gabriel sah sich unter seinen Kollegen aber nicht weitgehend isoliert. „Ich weiß, dass der französische Präsident sagt, er will die Beziehungen nicht abbrechen“, sagte er. „Aber wir wissen doch, dass die Stimmungslage in Wahrheit in vielen anderen Ländern ganz genau so ist.“

Für ein vollständiges Ende der Beitrittsverhandlungen wäre ein einstimmiger Beschluss der EU-Mitgliedstaaten nötig. Allerdings gibt es auch die Möglichkeit, diese auszusetzen. Dafür würde eine qualifizierte Mehrheit ausreichen. Nötig wären mindestens 16 EU-Länder. Die Wiederaufnahme der Gespräche könnte dann nur durch einen einstimmigen Beschluss erfolgen.

Der französische Präsident Emmanuel Macron hat die Türkei als einen zentralen Partner der EU bezeichnet und vor einem Bruch mit dem Beitrittskandidaten gewarnt.

„Ich erwarte nicht, dass die Europäische Union irgendwelche Entscheidungen in diesem Jahr fällt“, sagte Estlands Außenminister Sven Mikser, dessen Land bis Jahresende die Arbeit der Mitgliedstaaten auf EU-Ebene organisiert. Er erwarte erst Anfang 2018 eine Einschätzung der EU-Kommission, „ob und zu welchem Grad die Türkei“ weiter die Kriterien für die Beitrittsverhandlungen erfülle.

Die Beitrittsgespräche mit Ankara laufen seit 2005 und waren immer wieder von langen Phasen des Stillstands geprägt. Zuletzt hatte die EU 2015 und 2016 im Zuge der Zusammenarbeit mit Ankara in der Flüchtlingskrise die Verhandlungen auf zwei neue Politikfelder ausgedehnt. Nach den Massenverhaftungen in der Türkei beschlossen die EU-Staaten aber im Dezember, die Gespräche bis auf Weiteres nicht mehr auszuweiten. EA mit AFP 8

 

 

 

Kompromiss in Sicht. Merkel sieht Chance für europäische Flüchtlingsverteilung

 

Zwei Wochen vor der Bundestagswahl geht die Diskussion über eine europäische Verteilung von Flüchtlingen weiter. Bundeskanzlerin Angela Merkel hofft weiter auf eine europäische Lösung. Innenminister de Maizière will ein einheitliches Asylverfahren.

 

Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) glaubt weiter an eine europäische Lösung zur Flüchtlingsverteilung. Die große Mehrzahl der EU-Staaten stehe nicht auf dem Standpunkt, niemals einen Flüchtling aufnehmen zu wollen, sagte die Kanzlerin der „Frankfurter Allgemeinen Sonntagszeitung“ (FAS). „Ich sehe deshalb die Chance, dass wir in nicht allzu ferner Zukunft zu einer solidarischen Verteilung von Flüchtlingen kommen.“ Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) sprach sich für ein EU-weit einheitliches Asylverfahren aus. Kritik an einer Abschottung Europas kam von Kirchenvertretern.

Merkel betonte, bei einer Verteilung von Flüchtlingen müssten die individuellen Gegebenheiten und die Wirtschaftskraft jedes EU-Staats berücksichtigt werden. Bessere Chancen habe eine solche Umverteilung zudem, wenn Fluchtursachen erfolgreich bekämpft und die Grenzen geschützt würden. Das Abkommen zwischen der EU und der Türkei habe gezeigt, dass es gelingen könne, illegale Migration in legale umzuwandeln, sagte Merkel zudem am Sonntag in Münster auf der Eröffnung des internationalen Friedenstreffens der katholischen Laienbewegung Sant’Egidio. Die illegale Migration nach Europa müsse dagegen eingedämmt werden.

Ungarn und die Slowakei hatten, unterstützt von Polen, vor dem Europäischen Gerichtshof gegen einen EU-Beschluss zur Umverteilung geklagt. Das Gericht wies die Klage jedoch ab. Wie die FAS unter Berufung auf Verhandlungskreise berichtet, zeichnet sich in dem Streit ein Kompromiss ab. Demnach sollen in Notlagen maximal 200.000 Flüchtlinge umverteilt werden. Für jeden aufgenommenen Migranten erhalte ein Staat 60.000 Euro. Staaten, die die Quote deutlich unterschreiten, wird dagegen Geld abgezogen. Vorgesehen ist auch der Einsatz von Grenzschützern und Asylbeamten in überlasteten Staaten.

De Maizière für Senkung von Leistungen

Innenminister De Maizière sprach sich für ein EU-weit einheitliches Asylverfahren aus. „Deutschland ist das Land, in dem die meisten leben wollen, auch weil unsere Verfahrens- und Aufnahmebedingungen im europäischen Vergleich großzügig sind und die Leistungen für Flüchtlinge im EU-Vergleich ziemlich hoch“, sagte der Minister der „Rheinischen Post“. Um bei einer Angleichung der Leistungen unterschiedliche Lebenshaltungskosten auszugleichen, schlug der Minister Kaufkraftzuschläge für einzelne Staaten vor.

Die Grünen wiesen den Vorschlag als verfassungswidrig und populistisch zurück. „Die Leistungen für Flüchtlinge müssen laut Verfassungsgericht den unterschiedlichen Lebenshaltungskosten in Europa entsprechen und können nicht unter das Existenzminimum gedrückt werden“, erklärte Fraktionschefin Katrin Göring-Eckardt am Samstag in Berlin.

Unionspolitiker für weitere Einschränkung des Familiennachzugs

Derweil forderten Unionspolitiker eine weitere Einschränkung des Familiennachzugs für subsidiär Schutzberechtigte. Die aktuelle Aussetzung endet am 16. März 2018. Der CDU-Innenpolitiker Armin Schuster sagte der „Welt am Sonntag“: „Was wir letztendlich brauchen, ist ein atmender Richtwert für die gesamte humanitäre Zuwanderung, also für selbst Eingereiste und ihre nachziehenden Familien.“ Über den Wert müsse jedes Jahr neu entschieden werden. Der CSU-Politiker Georg Nüßlein sagte der Zeitung, um nach Deutschland geflüchtete Männer wieder mit ihren Familien zusammen zu bringen, sei es sinnvoller, „diese Bürgerkriegsflüchtlinge in UN-betriebene Schutzzentren zurückzubringen, anstatt ihre Angehörigen von dort nach Deutschland“.

Kritik an der Diskussion äußerten Kirchenvertreter. Die Reformationsbotschafterin Margot Käßmann forderte die Parteien auf, Flüchtlinge aus dem Wahlkampf herauszuhalten. Es sei „abstoßend“, sich darin zu überbieten, wie Flüchtlinge wieder in Kriegsgebiete zurückzuschicken seien, schrieb sie in einer Kolumne in der „Bild am Sonntag“. Der rheinische Präses Manfred Rekowski sagte dem „Kölner Stadt-Anzeiger“, eine „Politik der Abschottung und Ausgrenzung ist weder aus humanitärer noch aus menschenrechtlicher oder politischer Sicht eine Lösung“. (epd/mig 11)

 

 

 

 

Myanmar: „Das ist ein schwelender Völkermord“

 

Die gewaltsamen Übergriffe der Streitkräfte gegen die muslimische Minderheit in Myanmar kommen nach Einschätzung des Europäischen Rohingya-Rates einem Völkermord gleich.

 

„Das Militär in Myanmar hat die Absicht, die Rohingya zu vernichten“, sagte der Vorsitzende des European Rohingya Council (ERC), Hla Kyaw, der Nachrichtenagentur AFP. „Die Vereinten Nationen und die Europäische Union haben Blut an ihren Händen, weil sie nichts Wirksames tun, um das Militär zu stoppen“, sagte Kyaw. „Das ist ein schwelender Völkermord.“

Der Konflikt in dem südostasiatischen Land hatte Ende August eine neue Eskalationsstufe erreicht, nachdem Rohingya-Rebellen Polizei- und Armeeposten im westlichen Bundesstaat Rakhine angegriffen hatten. Kyaw sagte, die Regierung habe dies als Vorwand genutzt, um gegen die unterdrückte Minderheit vorzugehen. „Dies sind die größten Gräueltaten gegen die Rohingya in unserer Geschichte“, sagte Kyaw.

Peter Wolff wirft einen kritischen Blick auf die Finanzierung des von Chinas Präsident Xi Jinping ausgerufenen „Jahrhundertprojekts“. Derzeit fliehen die Menschen zu Hunderttausenden aus den Kampfgebieten ins benachbarte Bangladesch; die UNO spricht von rund 313.000 Rohingya, die seit dem 25. August im Nachbarland Zuflucht gesucht haben. Dort spiele sich nun eine „humanitäre Katastrophe“ ab, sagte Kyaw.

Von den EU-Mitgliedstaaten forderte der ERC-Vorsitzende, den verfolgten Menschen Asyl zu gewähren. „Die Europäische Union muss den Verwundbarsten von ihnen, also Kindern und Menschen, die alles verloren haben, Schutz gewähren“, sagte Kyaw. Von der Bundesrepublik forderte er überdies einen Stopp der Wirtschaftsbeziehungen und den Stopp aller Waffenexporte nach Myanmar.

Derweil wurde bekannt, dass der UN-Sicherheitsrat sich voraussichtlich am Mittwoch mit der Lage in Myanmar befassen wird. Die Sitzung hinter verschlossenen Türen komme auf Antrag Großbritanniens und Schwedens zustande, sagte der britische UN-Botschafter Matthew Rycroft am Montag zu Journalisten.

Die Vereinten Nationen hatten das Vorgehen Myanmars gegen die Rohingya scharf verurteilt. “Die Situation scheint aus einem Lehrbuch für ‘ethnische Säuberungen’ zu stammen”, sagte der UN-Hochkommissar für Menschenrechte, Zeid Ra‘ad al-Hussein, am Montag. Er rief die Regierung Myanmars auf, die “brutale Militäroperation” zu beenden.

Der ERC geht davon aus, dass seit dem 25. August bis zu 3500 Rohingya von Myanmars Streitkräften getötet wurden. Der Rat beruft sich bei seinen Zahlen auf nicht überprüfbare Berichte von Augenzeugen. Tausende weitere Menschen sind nach seinen Angaben auf der Flucht ums Leben gekommen oder verhungert.

Als langfristige Lösung für den Konflikt forderte Kyaw volle Bürgerrechte für die Rohingya in Myanmar. Die Muslime gelten als eine der am meisten verfolgten Minderheiten der Welt. Weite Teile der buddhistischen Mehrheit des Landes betrachten sie als illegale, staatenlose Einwanderer aus Bangladesch, obwohl viele der Rohingya bereits seit Generationen in Myanmar leben. EA/Agenturen 12

 

 

 

 

Umsetzung offen. EuGH verdonnert Ungarn und Slowakei zur Aufnahme von Flüchtlingen

 

Der eine Prozess zur Umverteilung von Flüchtlingen ist entschieden, aber der nächste schon im Gespräch: Lenken Ungarns Premier Viktor Orban und Co. nicht ein, könnte nun ihrerseits die EU-Kommission vor den Europäischen Gerichtshof ziehen. Von Phillipp Saure - VON Phillipp Saure

 

Höchstrichterlich entschieden: Ungarn und die Slowakei haben es seit Mittwoch auch vom Europäischen Gerichtshof (EuGH) schwarz auf weiß, dass sie Flüchtlinge aufnehmen müssen. Ob und wie sich die Regierungen von Victor Orban in Budapest und Robert Fico in Bratislava dem Luxemburger Urteil beugen werden, ist offen. Und dann sind da noch Polen und Tschechien. Bislang haben die Länder den Brüsseler Beschuss vom 22. September 2015, der nun vom EuGH bestätigt wurde, jedenfalls geflissentlich ignoriert.

Damals, in der Hochphase der Flüchtlingskrise, wollte die Mehrheit der EU-Regierungen Italien und Griechenland entlasten. Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) stimmte in Brüssel mit 22 Amtskollegen für die Umverteilung von 120.000 Flüchtlingen in andere Länder. „Europa kann sich nicht leisten, dass diese Sitzung heute ohne Ergebnis auseinandergeht“, warnte de Maizière kurz vor dem Sondertreffen. Nur eine Woche zuvor hatte man sich bereits auf die Umverteilung von 40.000 Menschen geeinigt. Auch dieses Mal gab es zwar ein Ergebnis. Doch trotz aller Bemühungen um Einigkeit stimmten vier Länder, darunter Ungarn und die Slowakei, dagegen, während sich Finnland enthielt.

Weitere Sorgenkinder: Polen und Tschechien

Fast zwei Jahre halten Budapest und Bratislava ihren Widerstand nun aufrecht, vor allem in der Praxis. Ganze 16 Flüchtlinge hat die Slowakei von den ihr zugeteilten 902 aufgenommen, keinen einzigen Ungarn, dessen Verpflichtung auf 1.294 lautet. Der nationalkonservative Orban inszenierte sich derweil immer wieder als Beschützer des ungarischen Volkes gegen ihm von der EU aufgezwungene Migranten. Am Mittwoch wies Ungarns Außenminister Peter Szijjarto das EuGH-Urteil als „unerhört und unverantwortlich“ zurück, wie die Deutsche Welle berichtete. Fico hingegen sagte, ebenfalls laut Deutscher Welle, er werde das EuGH-Urteil zwar respektieren, aber die grundsätzliche Einstellung seiner Regierung gegen Flüchtlinge werde sich nicht ändern.

Selbst wenn die Slowakei und Ungarn nun einlenkten, hätte es die EU-Kommission unter Jean-Claude Juncker weiterhin mit Polen und Tschechien zu tun, die noch keinen (Polen) oder kaum einen (Tschechien) der 160.000 Flüchtlinge aufgenommen haben. Die Kommission gilt als „Hüterin der EU-Verträge“. Parallel zum EuGH-Prozess hat sie daher selbst das Heft das Handelns in die Hand genommen. Im Juni setzte sie sogenannte Vertragsverletzungsverfahren gegen Ungarn, Polen und Tschechien in Gang; die Slowakei mit ihren 16 Unterbringungen wurde verschont.

Neue Prozesse vorstellbar

Vertragsverletzungsverfahren können in neue EuGH-Prozesse münden. Dieser „letzte Schritt“ sei vorstellbar, wenn „in den kommenden Wochen“ nichts passiert, drohte EU-Migrationskommissar Dimitris Avramopoulos am Mittwoch. Vorsorglich wies die Kommission auch darauf hin, dass die EU-Länder nicht aus ihrer Verantwortung entlassen werden, wenn in Kürze die Zwei-Jahres-Frist der Beschlüsse von 2015 ausläuft. „Die rechtliche Verpflichtung der Mitgliedstaaten zur Umverteilung endet nicht im September. Die Umverteilungsbeschlüsse des Rates gelten für alle bis zum 26. September 2017 in Griechenland oder Italien ankommenden in Betracht kommenden Personen, die dann noch umverteilt werden müssen.“

In anderer Hinsicht kam die Kommission den vier besonders widerspenstigen Regierungen und allen anderen, die ihre Aufnahmequoten noch nicht erfüllt haben – auch Deutschland gehört dazu – entgegen. Avramopoulos korrigierte nämlich die Zahl der noch umzuverteilenden Flüchtlinge stark nach unten. Sein Argument: Längst nicht alle in Italien und Griechenland gestrandeten Migranten seien auch für die Umverteilung in andere Länder geeignet. (epd/mig 7)

 

 

 

 

Wer wird was nach der Bundestagswahl?

 

Den Parteivorsitz werde dem Kanzlerkandidaten Martin Schulz vorerst niemand streitig machen, heißt es in der SPD. Und was ist sonst geplant?

Wolfgang Schäuble ist berüchtigt für seine scharfzüngigen Sticheleien.

In der letzten Bundestagsdebatte vor der Wahl am 24. September richtet sich der Finanzminister an die “liebe Frau Nahles”, mit der er “vier Jahre da nett nebeneinander” auf der Regierungsbank gesessen habe: “Der Wettbewerb in Ihrer Partei um die künftige Führungsposition muss schon sehr heftig sein, wenn ich Ihre Rede richtig verstanden habe.”

Der CDU-Politiker hat insoweit Recht, als dass Arbeitsministerin Andrea Nahles in der SPD nach der Bundestagswahl eine entscheidende Rolle spielen dürfte, wie sich die Sozialdemokraten in der Opposition oder als nochmaliger Junior-Partner der Union aufstellen werden – als Fraktionschefin oder auch als Ministerin. Den Parteivorsitz werde dem Kanzlerkandidaten Martin Schulz vorerst niemand streitig machen, heißt es in der SPD – sofern das Wahlergebnis die 23,0 Prozent aus dem Jahr 2009 nicht unterschreite.

Nahles als Fraktionschefin in der Opposition?

“In der SPD wird es eine sehr lebhafte Debatte geben, schon am Wahlabend”, sagt ein Spitzengenosse voraus. Andere erwarten keine schnellen Entscheidungen. Es werde “keine handstreichartigen Selbstausrufungen” wie 2009 geben, als sich der damalige SPD-Kanzlerkandidat Frank-Walter Steinmeier noch am Wahlabend zum Fraktionschef erklärte. “Alle Überlegungen zum Personal sind Spekulationen”, sagt ein SPD-Stratege. “Jeder Prozentpunkt mehr oder weniger kann die Dinge verändern.”

Es geht diesem Land nach der dritten großen Koalition besser, als es vor ein paar Jahren noch zu erwarten war. Aber es wurde auch vieles verschlafen. Ein Resümee

Nach Lage der Umfragen kann die SPD nicht davon ausgehen, dass sie den Regierungschef stellen wird. Sollte es am Wahlabend für eine Koalition aus CDU/CSU und FDP reichen, dürfte der Gang in die Opposition vorgezeichnet sein. Alles laufe dann auf Nahles als neue Fraktionsvorsitzende hinaus, heißt es an verschiedenen Stellen der SPD. Die flammende Rede der 47-Jährigen im Bundestag am Dienstag wurde auch in den eigenen Reihen als Bewerbungsrede verstanden. In der Parteiführung gibt es aber auch Stimmen, die meinen, in der Opposition müsste Schulz Partei- und Fraktionsvorsitz in seinen Händen vereinen. Die Frauen pochen aber darauf, eine Spitzenposition zu besetzen.

Für den Parteivorsitz werden in der SPD mehrere Namen gehandelt, sollte Schulz den Rückzug antreten. “Natürlich trete ich auf dem Parteitag im Dezember wieder als Parteivorsitzender an”, hat der 61-Jährige angekündigt[nL5N1KU4S2]. Schulz kann zwar auf Rückhalt setzen: Ihm wird zugutegehalten, dass die Partei so geschlossen dasteht wie lange nicht. Der Rheinländer setzt auf einen Führungsstil, in dem er sich abstimmt und Konflikte entschärft. Einer aus der SPD-Führungsriege führt ins Feld: “Es gibt eine große emotionale Verbundenheit der Mitglieder mit ihrem Vorsitzenden.”

So laut und anhaltend war der Protest selten: Mit Pfiffen und Buh-Rufen haben Protestler im sächsischen Torgau versucht, die Wahlkampfrede von Kanzlerin Angela Merkel zu übertönen.

Doch stets wird eingeschränkt, dass es beim Wahlergebnis womöglich eine Schmerzgrenze gebe, wenn die SPD die 25,7 Prozent aus dem Jahr 2013 zu stark unterschreite. Dann könnte sich auch die Frage nach dem Parteivorsitz stellen. “Wer das macht, sollte schon mal eine Wahl gewonnen haben”, heißt es aus dem Umfeld einer der SPD-Protagonisten. Als Namen fallen dann die in der Partei beliebte rheinland-pfälzische Ministerpräsidentin Malu Dreyer – und auch der Hamburger Bürgermeister Olaf Scholz, der nach den G20-Krawallen angeschlagen schien. “Ich bin Bürgermeister dieser Stadt, und ich werde das bleiben”, gab der 59-Jährige jüngst in der “Welt am Sonntag” zu Protokoll. Das schließt ein Ministeramt aus, aber nicht den Parteivorsitz.

Große Koalition – oder Opposition mit Linken und AfD?

Trotz aller Absagen an ein neues Regierungsbündnis mit CDU und CSU: In der SPD-Führungsriege ist die Auffassung verbreitet, dass eine große Koalition einer gemeinsamen Opposition mit AfD und der Linken vorzuziehen wäre. Das Kalkül lautet: Am Wahlabend werde es rechnerisch für ein Regierungsbündnis von CDU, CSU, FDP und Grünen reichen – doch nach Sondierungen werde sich erweisen, dass eine Jamaika-Koalition nicht zustande komme. Dann sähen Sozialdemokraten eine Chance, den Widerwillen an der Parteibasis gegen eine erneute große Koalition zu überwinden.

Parteichef Schulz hat diese Linie selbst deutlich gemacht, obwohl er im TV-Duell vor Millionenpublikum einer Antwort mit der Feststellung auswich: “Ich strebe die Kanzlerschaft der Bundesrepublik Deutschland an.” Bei einem Wahlkampfauftritt vor Kleingärtnern dagegen erläuterte Schulz vor einem Monat: Merkel werde über ein Bündnis mit FDP und Grünen reden, was vielleicht nicht gelinge. “Dann bietet sie uns große Koalition an, und ich sage Nein. Dann gibt es Neuwahlen.” Die Union werde sich als Stabilitätsanker darstellen, während sich die SPD verweigere, gibt er zu bedenken. Schulz schließt daher eine große Koalition nicht aus: “Ich kann Dir das nicht versprechen”, sagt Schulz einem Genossen auf der Bierbank gegenüber.

Oppermann sieht sich weiter als Fraktionschef

In der SPD wird erwartet, dass Schulz vor der Bundestagswahl die Forderungen der Sozialdemokraten noch einmal zuspitzt auf drei bis fünf Kernthemen, die von der SPD zur Bedingung für jede Koalition gemacht würden – dazu dürften kostenfreie Bildung sowie die Sicherung des Rentenniveaus gehören. Wenn ein Koalitionsvertrag die Umsetzung der Kernforderungen beinhalte, sei eine Zustimmung der SPD-Mitglieder nicht ausgeschlossen.

Das Personaltableau der SPD dürfte sich auch in einer großen Koalition schwierig gestalten. Zwar gäbe es neben Partei- und Fraktionsvorsitz weitere Posten zu verteilen. Aber es gäbe auch mehr Ministeraspiranten als bisher. Derzeit stellt die SPD sechs Bundesminister, die Union die Kanzlerin und neun Minister. Die Postenzahl sechs zu zehn entspricht den Wahlergebnissen von 25,7 und 41,5 Prozent von SPD und Union. Je nachdem wie sich dieses Kräfteverhältnis am 24. September ändert, könnte die SPD mehr oder weniger Ministerämter beanspruchen.

Ein mögliches Szenario wäre, dass Fraktions- und Parteivorsitz unverändert blieben. Bei Schulz wird in der SPD davon ausgegangen, dass er Mitglied der Bundesregierung würde und eine Präferenz für das Außenministerium hätte. Mit diesem Posten hat sich aber auch Ex-SPD-Chef Sigmar Gabriel angefreundet. Vielfach wird in der SPD betont, dass das Finanzministerium ein wichtiges Ressort wäre – das aber wohl nur unter Preisgabe des Außenministeriums erreichbar wäre, wenn die SPD bei der Wahl nicht zulegte. [nL8N1L32YD] Schulz habe vor vier Jahren Gabriel zur Übernahme des Finanz- statt des Wirtschaftsministeriums geraten, heißt es aus der SPD. Dort werde die Europapolitik gemacht. Welche Prioritäten Schulz nun setzen würde, ist offen.

Nahles hat mehrfach erklärt, dass sie am liebsten Arbeitsministerin bleiben wolle. Dann könnte sich Fraktionschef Thomas Oppermann womöglich Hoffnungen machen, dieses Amt auch in der neuen Wahlperiode auszuüben. “Wir werden nach der Wahl überlegen, wie wir uns aufstellen”, sagte er Reuters. “Ich war immer gerne Fraktionsvorsitzender und würde es auch gerne bleiben.” Doch in der SPD gibt es Zweifel an seinen Chancen angesichts der Frauen-Forderung, eine Spitzenposition zu besetzen. Die Wahl des Fraktionschefs steht bereits am Dienstag oder Mittwoch nach der Bundestagswahl an.

Die Fraktionsvorsitzendenwahl könnte jedoch nur eine vorläufige Entscheidung bringen: Steinmeier wurde 2013 zunächst als Fraktionschef wiedergewählt, um nach den Koalitionsverhandlungen das Außenministerium zu übernehmen. Oppermann kam an die Faktionsspitze, auf Drängen von Gabriel – obwohl Oppermann lieber Innenminister geworden wäre.

Einfluss nehmen werden auch die Ministerpräsidentinnen von Mecklenburg-Vorpommern und Rheinland-Pfalz, Manuela Schwesig und Dreyer. “Sie werden beide eine große Rolle spielen”, sagt ein Mitglied der SPD-Führung. Von der Nachfolgerin Schwesigs als Familienministerin, Katarina Barley, heißt es, sie könne eine führende Rolle in der Fraktion einnehmen, wenn sie nicht Ministerin bleibe. In einer großen Koalition dürfte auch Hubertus Heil, der als Generalsekretär die Feuerwehr spielt und den Wahlkampf managt, ein Ministeramt beanspruchen.

Bis zum Wahltag will die SPD aber nicht aufgeben. “Wir kämpfen in den verbleibenden zweieinhalb Wochen dafür, 30 Prozent zu bekommen”, sagt Oppermann. In der SPD-Spitze wird darauf verwiesen, dass Schulz beim TV-Duell vor allem bei den unentschlossenen Wählern gepunktet habe. Und auf die komme es, damit die SPD besser als in Umfragen abschneide. Euractiv/rtr 7

 

 

 

 

Deutschland/Italien: „Flüchtlingsfrage geht uns alle an“

 

Derzeit in Sizilien unterwegs: der deutsche Flüchtlingsbischof Stefan Heße - RV

 

Der Flüchtlingsbeauftragte der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Stefan Heße, hat die Entscheidung des Europäischen Gerichtshofs zur europaweiten Umverteilung von Flüchtlingen begrüßt. Demnach sind alle EU-Staaten verpflichtet, Flüchtlinge aufzunehmen. „Die ankommenden Flüchtlinge müssen nach ihrer Erstaufnahme gerecht verteilt werden - das ist unsere moralische Pflicht“, erklärte Heße am Mittwoch während einer Informationsreise nach Sizilien. Zwischen den EU-Ländern sei Solidarität notwendig.

Unsere Kollegen von katholisch.de haben Heße in die sizilianische Hafenstadt Pozzallo begleitet. Der Hamburger Erzbischof fand den sogenannten Hotspot, wo Flüchtlinge aufgenommen werden, „bestens organisiert“. Es gebe eine gute Zusammenarbeit zwischen staatlichen Behörden, Freiwilligen und NGOs, sagte er. Eines ist ihm allerdings aufgefallen: „Der einzige Nachteil, den ich ehrlich bedenken muss, ist: ich habe ganz wenige Flüchtlinge gesehen. Sie kommen offenbar nicht so durch, dass sie hier in dieser doch sehr vorbildlichen Einrichtung aufgenommen werden könnten.“

Könnte dies eine Folge des Abkommens zwischen Italien und den libyschen Behörden der vergangenen Wochen sein? Bischof Heße geht darauf nicht direkt ein, doch er bekräftigt, dass er sich von der italienischen Regierung und der libyschen Küstenwache eines wünsche: „Wichtig ist, dass die Flüchtlinge, die auf dem Meer sind, aufgefangen werden. Wer dort in Seenot ist, der kann nicht einfach dahin treiben, sondern der muss aufgenommen werden und in ein sicheres Land gebracht werden. Libyen scheint derzeit nicht unbedingt das sicherste Land zu sein.“

Den Parteien – ob in Deutschland oder anderswo in Europa –, die Europas Grenzen schließen wollen, wolle er als Flüchtlingsbischof Folgendes mitgeben, so Heße weiter: Migration werde die Politik noch lange beschäftigen; nur global könnten Lösungen für diese Herausforderung gefunden werden. Den Grenzverkehr müsse man kanalisieren und sinnvoll bewältigen, Zäune und Mauern seien dabei allerdings keine Antwort.

„Wir sehen hier gerade in Sizilien, dass das Thema auch auf den afrikanischen Kontinent übergreift und dass eben Afrika und Europa ganz beieinander sind, was man hier besonders stark spürt. Es wird hier auch deutlich, dass dies ein Thema ist, das alle gemeinsam in Europa angeht. Es geht hier um Menschen, und es geht letztlich darum: wo finden Menschen Lebensbedingungen, die so sind, damit sie dort leben können und bleiben wollen.“

Bis Freitag hält sich Heße in Sizilien auf; die Reise soll ein Zeichen der Solidarität mit Flüchtlingen sein und die Leistungen von Helfern würdigen.

(rv/kath.de 06.09.)

 

 

 

 

Die Gewinner des 23. Premio ENIT 2017 stehen fest.  Preisverleihung am 10. Oktober in Frankfurt

 

Die Jury hat gewählt und aus insgesamt 106 Beiträgen die Preisträger des diesjährigen Wettbewerbs ermittelt. ENIT zeichnet damit Autoren aus, die über die Neuigkeiten und Besonderheiten des Reiselandes Italien in all seiner Vielfalt berichten.

 

Mit viel Spaß an der Arbeit befasste sich die Jury mit den Beiträgen aus den 5 Kategorien Reiseführer, Reisespecial Zeitschrift, TV-Reisefilm, Travel Blog und, ganz neu, Reisebericht Radio, die mit den Kriterien Themenauswahl/-vielfalt, Informationsgehalt, Bildqualität, Layout, Innovation, Kreativität und Nutzerfreundlichkeit gesichtet wurden.

 

Der Trend bestätigte sich auch in diesem Jahr: viele Berichte widmen sich nicht nur den Hauptattraktionen der verschiedenen Destinationen Italiens, sondern geben tiefere Einblicke in Land, Kultur und Leute. Das Individuelle wird groß geschrieben: all das, was es neben den bekannten Sehenswürdigkeiten noch zu entdecken gibt. Und das ist eine Menge!

 

Es war keine leichte Aufgabe, aus den unterschiedlichen Formaten die Gewinner zu ermitteln, da die Vielfalt der Medienbeiträge in ihren verschiedenen Aufmachungen und Nutzungsweisen groß ist. Nach mehreren Stunden Beratung, entschied sich die Jury folgendermaßen:

 

In der Kategorie Bester Reiseführer/Bildband geht der Premio ENIT 2017 an den Band „Genießen im Karst“ von Elisabeth Tschernitz-Berger, erschienen im Styria Verlag 2017.

Die Autorin erzählt in ansprechendem Schreibstil und mit viel Liebe von ihrer zweiten Heimat dem Karst in Friaul Julisch Venetien zwischen Isonzo und istrischer Adria. Sie beschreibt treffend die Besonderheit dieser Gegend zur Grenze nach Slowenien mit ihren kulturellen, gastronomischen und landschaftlichen Merkmalen, mit persönlichem Blick auf Land und Leute, und liefert viele Insider-Informationen zu ausgesuchten Lokalen und Produzenten.

 

Eine Sondererwähnung in derselben Kategorie erhält die Reihe „Dumont direkt“ 2017 für das neue innovative und moderne Layout.

 

In der zweiten Kategorie Bestes Reisespecial Zeitschrift geht der Preis an den Bericht „Im Schatten des Montblanc“ von Thomas Linkel aus der Zeitschrift abenteuer & reisen (01-02/2017).

Der Autor schafft es, den Leser mit seinem Schreibstil von der ersten Zeile an zu fesseln und ihn nach La Thuile ins Aostatal zu versetzen, eine Destination, über die bisher noch wenig berichtet wird. Er beschreibt die Vorteile eines kleinen, aber feinen Wintersportgebiets, in dem es beschaulich zugeht und Urlauber Natur und Ursprünglichkeit genießen können.

 

Für den besten Reisefilm zeichnet die Jury „Ischia, da will ich hin!“ von Sven Rech aus, der am 05.11.2016 im Saarländischen Rundfunk ausgestrahlt wurde.

Die freche Moderatorin nimmt den Zuschauer mit auf eine Entdeckungsreise auf ihrer Vespa über die Insel und verrät, was man bei einem Urlaub nicht verpassen sollte. Ob die heißen Thermalquellen, das Castello Aragonese oder Wanderungen über die „grüne Insel“, der Film verbindet Vergangenheit und Gegenwart und zeigt, dass Ischia nicht nur eine optimale Kur- und Thermaldestination ist, sondern auch ideal für ein junges und aktives Publikum.

 

In der neuen Kategorie Reisebericht Radio geht der Preis an die Reportage „Premana – das Dorf der Scheren- und Messerproduzenten“ von Kerstin Kilanowski, die am 21.06.2017 in der Sendung Neugier genügt auf WDR5 lief.

Der Radiobericht fesselt die Hörer durch den ausgewogenen Sprechstil der Moderatorin und die Lebendigkeit der Dialoge mit den Einheimischen, deren O-Töne viel Authentizität vermitteln und perfekt mit den Sprecherstimmen harmonieren. Premana wird als Ort langer Traditionen und als Geheimtipp oberhalb des Comer Sees vorgestellt.

 

In der Kategorie Travel Blog entschieden sich die Juroren für den Blog „sono italia“ von Nicoletta De Rossi.

Die Artikel zu unterschiedlichen Destinationen in Italien, wie z.B. zur Basilikata, den Tremiti-Inseln oder Lipari, haben ein übersichtliches Layout und eine Bildsprache, die den Leser abholt. Das gelassene Urlaubsgefühl und das italienische Ambiente greifen schon beim ersten Satz auf den Leser über.

 

Wir danken den Mitgliedern der Jury für ihr Engagement: Maurizio Canfora, Italienischer Generalkonsul Frankfurt/Main; Rodolfo Dolce, Italienische Handelskammer Frankfurt/Main; Oliver Graue, BizTravel; Katja Irle, freie Journalistin und Autorin; Jens A. Krömer, Urlaubsguru und Simone Seiler, Condor.

 

ENIT freut sich, die Gewinner im Rahmen der Preisverleihung am 10. Oktober, dem Vorabend der Internationalen Buchmesse Frankfurt, auszuzeichnen. Enit

 

 

 

Hunderte türkische Amtsträger wollen Asyl in Deutschland

 

Seit dem gescheiterten Putschversuch in der Türkei im Juni 2016 haben 250 Menschen mit türkischem Diplomatenpass und 365 sogenannte Dienstpassinhaber einen Asylantrag in Deutschland gestellt. Das sagte Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) der „Rhein-Zeitung“ (Montagausgabe) unter Berufung auf eine Statistik bis Ende August dieses Jahres.

Die Angaben umfassen auch die Familienangehörigen von Diplomaten und Dienstpassinhabern. Für de Maizière ist dies „eine beachtliche, aber auch nicht extrem hohe Zahl“. Das Bundesamt für Migration und Flüchtlinge behandele jeden dieser Fälle „wie alle anderen auch, nach Recht und Gesetz“.

Rund 150.000 Staatsbedienstete, darunter Polizisten, Justizbeamte und Lehrer, wurden seit dem gescheiterten Staatsstreich in der Türkei entlassen. Sie werden verdächtigt, Anhänger der Gülen-Bewegung zu sein, die von der türkischen Regierung für den Putschversuch verantwortlich gemacht wird.

Deutsche Politiker werten Ankaras „Reisewarnung“ für Deutschland als Indiz für Erdogans Machtpolitik. Kanzlerin Merkel: „Zu uns kann jeder türkische Staatsbürger reisen.“

Die Asylanträge von türkischen Amtsträgern sind ein Streitpunkt in den äußerst angespannten Beziehungen zwischen Deutschland und der Türkei. Der türkische Präsident Recep Tayyip Erdogan fordert die Auslieferung der Asylsuchenden, unter denen sich auch mehrere Offiziere der türkischen Armee befinden. Deutschland hat sich dem jedoch verweigert und teilweise sogar vermeintliche Gülen-Anhänger gewarnt, die vom türkischen Geheimdienst gesucht werden.

Die Türkei hält nach Angaben des Auswärtigen Amtes zehn deutsche Staatsbürger aus politischen Gründen in Haft. Bundesaußenminister Sigmar Gabriel (SPD) wirft Erdogan vor, die Häftlinge als „Geiseln“ zu halten.

Zuletzt verschäfte sich der Ton zwischen Ankara und Berlin, als die Türkei eine Reisewarnung für Deutschland ausgesprochen und dies mit anti-türkischen Tönen im Wahlkampf begründete. Im TV-Duell mit SPD-Herausforderer Martin Schulz hatte Kanzlerin Angela Merkel sich für ein Ende der EU-Beitrittsverhandlungen ausgesprochen. EA mit AFP 11

 

 

 

Kolumbien. Die Waffen sind weg, die Revolution bleibt

 

Aus der Guerillagruppe FARC in Kolumbien ist eine linke politische Partei geworden. Von Lothar Witte

 

Nach über 50 Jahren bewaffneten Kampfes gegen den kolumbianischen Staat – und weniger als ein Jahr nach Abschluss der Friedensverhandlungen – haben sich die FARC am 1. September 2017 als politische Partei neu gegründet. Ihren Namen wollen sie dabei zumindest als Abkürzung weiter tragen, nur bedeutet FARC jetzt nicht mehr Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia (Revolutionäre Streitkräfte Kolumbiens), sondern Fuerza Alternativa Revolucionaria del Común, übersetzt etwa „die Alternative Revolutionäre Kraft des Volkes“. Vom bewaffneten Kampf zur politischen Alternative, ohne das Ziel der revolutionären Veränderung aufzugeben, so lautet die Botschaft.

Der Partei bleibt ein gutes halbes Jahr, bevor sie sich zum ersten Mal in der ungewohnten politischen Arena wird bewähren müssen: Wenn am 11. März 2018 in Kolumbien das Repräsentantenhaus und der Senat neu gewählt werden, wird auf dem Stimmzettel auch die FARC vertreten sein. Im Gegensatz zu den anderen Parteien steht für die FARC aber jetzt bereits fest, wie viele Sitze sie (mindestens) erreichen wird, denn in den Friedensverhandlungen wurde darüber Übereinstimmung erzielt, dass die politischen Erben der Guerrilla unabhängig vom Wahlergebnis jeweils mindestens fünf Sitze im Repräsentantenhaus und im Senat einnehmen werden, von insgesamt 166 bzw. 102 Sitzen. Voraussichtlich wird dann die bisherige Führungsebene (Sekretariat, sieben Mitglieder) fast vollständig in die beiden Häuser des Parlaments einziehen, begleitet von einigen „Voces de Paz“, den seit Anfang 2017 aufgrund des Friedensabkommens im Parlament sitzenden zivilen Interessenvertretern der FARC.

Ob es bei diesen jeweils fünf Sitzen bleibt, hängt vom tatsächlichen Wahlergebnis ab. Sollte die FARC bei den Senatswahlen landesweit mehr als fünf Prozent der Stimmen erreichen, wird sie dort auch stärker vertreten sein. Für das Repräsentantenhaus sind die Spielregeln etwas komplizierter, hier bilden die 32 Departamentos des Landes die Wahlbezirke. Hier können sich kleinere Parteien vor allem in ihren regionalen Hochburgen sowie in den bevölkerungsreicheren Departamentos, welche eine höhere Anzahl von Repräsentanten entsenden, Hoffnungen machen, den Sprung ins Parlament zu schaffen.

Aber mit welchem Programm will die FARC die politische Arena bereichern? Diese Frage ist momentan noch nicht zu beantworten. Zwar bezeichnet sich die FARC als eine revolutionäre Kraft, und sie hat als Parteisymbol die rote Rose gewählt, in der Tradition der lateinamerikanischen und europäischen Linken. Aber die politischen Absichtserklärungen vieler Führungspersönlichkeiten der FARC fallen schon seit längerer Zeit ausgesprochen ausgewogen aus. Auch die meisten langfristigen Ziele – Frieden, Demokratie, soziale Gerechtigkeit, ein anderes Wirtschaftsmodell, der Erhalt der Umwelt und das gute Leben – sind zur politischen Mitte hin anschlussfähig. Die Beibehaltung des Namens und die hohe Kontinuität der Führungsebene dürften dabei jedoch von Nachteil sein.

Dieser schwierige Spagat reflektiert die Herausforderung, sich den neuen politischen Herausforderungen zu stellen, ohne die revolutionäre militärische Vergangenheit zu verleugnen. Denn die FARC sind ja nicht als Verlierer des bewaffneten Konflikts in die Friedensverhandlungen eingestiegen, sondern sozusagen „auf Augenhöhe“ – zumindest aus eigener Sicht. Sowohl ihren ehemaligen Kämpfern als auch der kolumbianischen Öffentlichkeit gegenüber soll der Eindruck gewahrt (oder geschaffen) werden, dass sich die Entbehrungen der vergangenen fünf Jahrzehnte gelohnt haben, dass der militärische Kampf ein ehrenvoller war, und dass die Fortsetzung dieses Kampfes in der politischen Arena eben dies ist – eine Fortsetzung, aber kein Bruch mit der Tradition der Organisation. Die FARC ist aber auch realistisch genug, zu wissen, dass sie von der Mehrheit der kolumbianischen Gesellschaft nicht mit offenen Armen empfangen wird, und dass sie ihre Ziele bis auf weiteres nur in politischen Allianzen erreichen kann.

Welche politischen Kräfte stünden für derartige Allianzen überhaupt zur Verfügung? Programmatisch wären dies unter den derzeit existierenden Parteien am ehesten der Polo Democrático Alternativo und die Alianza Verde. Diese Parteien stellen zusammen derzeit aber nur 9 Repräsentanten und 10 Senatoren, und auch wenn man länger zurückblickt, haben die linken Parteien zusammen eigentlich nie signifikant bessere Ergebnisse erreicht. Möglicherweise werden die FARC bei den anstehenden Wahlen nun einen nicht unerheblichen Teil dieses Wählerpotentials für sich gewinnen. Dies kann dazu führen, dass die genannten Parteien weitestgehend aus dem nationalen politischen Leben verschwinden, denn Parteien, die bei nationalen Wahlen weniger als drei Prozent der Stimmen erreichen, verlieren ihre Existenzberechtigung.

Die FARC ist sich dieses Dilemmas bewusst und präsentiert sich daher wohl auch aus taktischen Gründen als eine moderate Partei, die auch in der politischen Mitte überzeugen möchte. Vor allem aber hofft sie darauf, diejenigen zur Stimmabgabe zu bewegen, die sich bislang nicht an Wahlen beteiligt haben, weil sie sich von den Traditionsparteien nicht repräsentiert fühlten. Vor allem in einigen ländlichen Regionen könnte die FARC mit dieser Strategie Erfolg haben. Ausserdem setzt die FARC darauf, dass in den neugeschaffenen Sonderwahlkreisen einige der FARC nahestehende Kandidaten gewählt werden. Diese Sonderwahlkreise werden in denjenigen Regionen eingerichtet, die am stärksten vom bewaffneten Konflikt betroffen waren. Politische Parteien, die sich auf nationaler Ebene an der Wahl beteiligen, dürfen hier nicht antreten.

An den für Mai angesetzten Präsidentschaftswahlen werden sich die FARC dann voraussichtlich nicht mit einem eigenen Kandidaten beteiligen. Dies spricht dafür, dass die Führungspersönlichkeiten der Partei sich trotz der jahrzehntelangen Abschottung vom öffentlichen und politischen Leben eine ausreichende Dosis Realitätssinn bewahrt haben, denn die Kandidatur eines FARC-Kandidaten würde dem Gespenst des „Castrochavismo“ – der Befürchtung, dass es in Kolumbien in absehbarer Zeit so aussehen könnte wie in Cuba oder Venezuela – einen deutlichen Aufschwung verleihen.

Damit stiege die Wahrscheinlichkeit, dass der nächste Präsident aus dem konservativen Lager kommt, sei es der langjährige Vizepräsident Vargas Lleras (Cambio Radical, Teil der gegenwärtigen Regierungskoalition) oder der noch zu bestimmende Kandidat der vom ehemaligen Präsidenten Uribe geführten Oppositionspartei Centro Democrático.  Eine weitreichende „Koalition für den Frieden“, die von der Liberalen Partei unter Einschluss der Partido de la U (ein eher programmfreies Vehikel des Präsidenten Santos) bis hin zu den kleineren Parteien der Linken reichen müsste, könnte diesen Kandidaturen eine Alternative entgegenstellen. Derzeit deutet aber nur wenig darauf hin, dass eine solche Koalition entstehen könnte, zumindest nicht so rechtzeitig, dass ihr Kandidat Chancen hätte, es in den zweiten Wahlgang zu schaffen.

Könnte es aber vielleicht ausgerechnet der FARC gelingen, zum Katalysator eines solchen Bündnisses zu werden? Dies ist nicht komplett auszuschliessen, denn wenn das Auftauchen der FARC wie oben angedeutet dazu führt, dass mehrere kleinere Parteien demnächst nicht mehr, oder nur in sehr reduzierter Stärke, im Parlament vertreten sein werden, wäre dies eventuell ein Warnschuss zur rechten Zeit: Von Mitte März bis Ende Mai blieben noch gut zwei Monate, um diejenigen Kandidaten, deren Kandidaturen in erster Linie dem Ego und in zweiter Linie der Absicherung politischer „Beteiligungsquoten“ dienen, dazu zu bewegen, ihre Kandidaturen zurückzuziehen. Sollten sich die FARC tatsächlich gar nicht erst beteiligen, wären sie diejenigen, die ein Beispiel gesetzt hätten, wie man in einer Demokratie verantwortungsvoll und im Interesse des größeren Ganzen agieren kann. Keine schlechte Botschaft, und dann, zumindest in diesem Sinne, tatsächlich eine Alternative für Kolumbien. IPG 4

 

 

 

 

Merkel gewinnt TV-Duell

 

Bundeskanzlerin Angela Merkel hat das TV-Duell gegen Herausforderer Martin Schulz ersten Umfragen zufolge klar für sich entschieden.

 

Nach Erhebungen der ARD nach Ende der Sendung am Sonntagabend sah eine Mehrheit der Befragten die Kanzlerin als überzeugender, glaubwürdiger und kompetenter. In dem 90-minütigen Duell kamen vor allem die Außen- und Flüchtlingspolitik zur Sprache. Merkel und Schulz kritisierten dabei die türkische Regierung und betonten Differenzen mit US-Präsident Donald Trump.

Hacker könnten vor der Bundestagswahl versuchen, an vertrauliche Daten zu gelangen, warnt das Bundesamt für Sicherheit in der Informationstechnik. Die Behörde bereite sich vor.

Merkel versprach in ihrem Schlusswort, Deutschland zukunftsfest zu machen und Arbeitsplätze zu sichern. “Wir müssen jetzt die Weichen für die Zukunft stellen”, sagt sie: “Dafür möchte ich arbeiten, für Sie und mit Ihnen. Und ich glaube, dass wir das gemeinsam schaffen können.” Schulz appellierte an die Wähler, in unruhigen Zeiten Zuversicht zu zeigen. “Das beste Mittel ist der Mut zum Aufbruch”, sagte er: “Die Zukunft gestalten und nicht die Vergangenheit verwalten.” Er bitte um das Vertrauen, dem Land als Bundeskanzler in einem europäischen Deutschland dienen zu dürfen.

In der Befragung der ARD fanden 55 Prozent der Befragten die Kanzlerin überzeugender, 35 Prozent sahen hier den SPD-Chef vorn. Bei den noch unentschiedenen Wählern lag Merkel demnach mit 48 zu 36 Prozent in Front. Auch in den meisten anderen Feldern lag Merkel vorn: So hielten 44 Prozent ihre Argumente für besser als die von Schulz. Den SPD-Politiker sahen 38 Prozent vorn. Schulz wurde dagegen als angriffslustiger gehalten. Seine Angriffe prallten jedoch häufig an der Kanzlerin ab und verfehlten ihre Wirkung.

Auch bei der Frage der Bürgernähe lag er vorn: 55 Prozent billigten dies Schulz zu, 24 Prozent Merkel. Die Kanzlerin wiederum wurde in der Befragung von 64 Prozent als kompetenter wahrgenommen. Bei Schulz sahen dies 20 Prozent.

Erdogan: „Alle roten Linien überschritten“

Zum Auftakt des Duells warf Schulz der Kanzlerin Fehler in der Flüchtlingspolitik vor. Merkel hätte auf dem Höhepunkt der Krise im Sommer 2015 die europäischen Partner früher einbinden müssen, sagte er. Nur weil die Kanzlerin dies nicht getan habe, könnten sich heute etwa Ungarn und Polen bei der Aufnahme der Menschen aus der Verantwortung stehlen. Merkel konterte, der ungarische Ministerpräsident Viktor Orban sei von Anfang an nicht bereit gewesen, in der Krise zusammenzuarbeiten. “Wir haben damals eine sehr dramatische Situation gehabt”, sagte Merkel: “Es gibt im Leben einer Bundeskanzlerin Momente, da müssen Sie entscheiden.”

Breiten Raum nahm das Thema Türkei in der Sendung ein: Schulz sagte, bei einem Wahlsieg würde er die EU-Beitrittsverhandlungen beenden. Das Verhalten von Präsident Erdogan lasse keine andere Wahl. “Hier sind alle roten Linien überschritten.” Auch Merkel fand deutliche Worte: “Die Türkei entfernt sich in einem atemberaubenden Tempo von allen demokratischen Gepflogenheiten.” Die Kanzlerin verwies aber darauf, dass die Beitrittsverhandlungen mit der Türkei von den EU-Staaten formell nur einstimmig beendet werden könnten. Es sei jetzt aber vor allem geboten, wirtschaftlichen Druck auf die Türkei auszuüben.

„Schwerwiegende Differenzen“ mit Trump

Deutliche Kritik übten Merkel und Schulz auch an Trump. “Wir haben schwerwiegende Differenzen mit dem amerikanischen Präsidenten”, sagte Merkel. Als Beispiel für Konflikte mit der Regierung in Washington nannte die Kanzlerin die Klimafrage, aber auch die Äußerungen Trumps zu den rassistischen Ausschreitungen von Charlottesville: “Da stockt einem der Atem.” Differenzen müssten daher deutlich angesprochen werden. Schulz hält den US-Präsidenten nicht für fähig, den Konflikt mit Nordkorea zu entschärfen. “Das Problem, das wir mit Trump haben, ist seine Unberechenbarkeit.”

Weniger Raum fand in dem Duell dagegen die Innenpolitik: Beim Thema Rente lehnte Merkel eine Anhebung des gesetzlichen Eintrittsalters auf 70 Jahre ab. “Ein ganz klares Nein”, sagte sie, was von Schulz begrüßt wurde. Der SPD-Chef äußerte allerdings Zweifel daran, dass Merkel hier Wort halten werde. Beim letzten Duell habe Merkel gesagt, mit ihr gäbe es keine PkW-Maut…

Die Eurozone wartet auf eine deutsch-französische Reforminitiative. Vieles hängt jedoch vom Ausgang der Bundestagswahlen ab.

In der Diesel-Krise warf die Kanzlerin der Autoindustrie Vertrauensbruch vor, die Umweltprobleme in Städten hätten damit aber nur indirekt zu tun. Selbst wenn die Autos genau wie angegeben Abgase ausstoßen würden, bliebe hier noch einiges zu tun. Klar sei aber: “Die Autoindustrie muss das, was sie angerichtet hat, auch wieder gut machen”, sagte sie. “Ich bin stocksauer.”

Kritik der Opposition

Das Duell war in die Themenkomplexe Flüchtlingspolitik, Außenpolitik, soziale Gerechtigkeit und Innere Sicherheit eingeteilt. Die Opposition ließ kein gutes Haar an der Diskussion: “Das war kein TV-Duell, sondern 90 quälende Minuten GroKo-Therapiegespräch, ein TV-Duett, kaum erträgliche Merkel-Schulz-Konsens-Soße”, twitterte der Chef der Linksfraktion im Bundestag, Dietmar Bartsch. Grünen-Chefin Cem Katrin Göring-Eckardt schrieb im Kurznachrichtendienst: „Das war kein Duell, sondern ein Duett! Die Richtungsentscheidung fällt im Kampf um Platz 3“.

In Umfragen liegen CDU und CSU weit vorne. Sie kommen auf 37 bis 40 Prozent, während die SPD zwischen 22 und 24 Prozent rangiert. Linke, Grüne, FDP und AfD ringen mit Werten zwischen 6,5 Prozent und elf Prozent um Platz Drei. Einer Forsa-Erhebung zufolge wollte rund die Hälfte der 61,5 Millionen Wahlberechtigten das Duell verfolgen. Die Wahl ist am 24. September.  Euractiv mit rtr 4

 

 

 

 

Studie zum TV-Duell, Islam hat am meisten polarisiert

 

Ein Live-Experiment hat die Wirkung des TV-Duells 2017 zwischen Angela Merkel und Martin Schulz untersucht. Die am stärksten polarisierende Aussage des Abends kam von Martin Schulz als er darlegte, dass der Islam eine Religionsgemeinschaft ist wie jede andere auch.

Bei der Live-Debatte zwischen Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) und ihrem Herausforderer Martin Schulz (SPD) am Sonntagabend hat die Diskussion um den Islam einer Untersuchung zufolge die heftigsten Zuschauer-Reaktionen ausgelöst. Insbesondere die Aussage des SPD-Politikers, der Islam sei „eine Religionsgemeinschaft wie jede andere auch“, habe das Fernsehpublikum stark polarisiert, teilten Wissenschaftler der Universitäten Koblenz-Landau und Mainz am Montag mit. Martin Schulz hatte wörtlich gesagt: „Sie sehen, der Islam ist eine Religionsgemeinschaft wie jede andere auch (…) Lassen Sie uns nicht aufzwingen, dass die fünf Prozent oder drei Prozent fanatische Integristen den Islam in diesem Land verraten und verleumden können. Dazu bin ich nicht bereit.“

Mit anderen integrationspolitischen Thesen trafen die beiden Kontrahenten eindeutiger die Ansichten der rund 200 Teilnehmer eines Experiments zur Wirkung des TV-Duells. So stieß Merkels Aussage, nicht alle Flüchtlinge könnten nach Deutschland kommen, auf große Zustimmung bei den Zuschauern. Auch Schulz wurde für seine Forderung positiv bewertet, Menschen, die Werte wie die Gleichberechtigung von Mann und Frau ablehnen, hätten „in Deutschland nichts verloren“. Auch für seine Forderung, die EU-Beitrittsverhandlungen mit der Türkei abzubrechen, erhielt er von den Teilnehmern der Wahldebatten-Studie zustimmende Bewertungen.

Merkel punktete auch mit ihrem Plädoyer für eine diplomatische Lösung des Konflikts um das nordkoreanische Atomprogramm und ihre Forderung, die westliche Lebensart gegen Terrorangriffe zu verteidigen.

Schulz in Rheinland-Pfalz vorn

Im Gegensatz zu repräsentativen Umfragen vom Sonntagabend sehen die rheinland-pfälzischen Wissenschaftler die Kanzlerin nicht als Siegerin der Debatte. Schulz habe stärker von der Sendung profitiert als die Amtsinhaberin. Für die Studie waren etwa gleichgroße Gruppen von Anhängern verschiedener Parteien und parteipolitisch nicht festgelegter Personen ausgewählt worden. Die Anhänger kleiner Parteien waren somit stärker vertreten als im Bevölkerungsdurchschnitt.

Einen anderen Grund für die unterschiedlichen Ergebnisse sahen die Forscher um den Mainzer Politologie-Professor Thorsten Faas auch darin, dass die Probanden unmittelbar nach dem Ende der Diskussion befragt wurden und die Nachfolgeberichterstattung nicht mehr verfolgen konnten. Während der Sendung sollten die Teilnehmer der Studie fortlaufend die Überzeugungskraft der beiden Politiker spontan über Drehregler und Druckknopfschalter bewerten. (epd/mig 5)

 

 

 

 

Bundestagswahl 2017: Bedeutung von Spitzenkandidaten wird überschätzt

 

Prof. Dr. Frank Brettschneider von der Universität Hohenheim über die Rolle von Spitzenkandidaten und Themen bei den Bundestagswahlen.

 

Spitzenkandidaten sind wichtig, ihr Einfluss wird aber häufig überschätzt. Das ist die Einschätzung von Prof. Dr. Frank Brettschneider, Kommunikationswissenschaftler an der Universität Hohenheim in Stuttgart. Neu ist diese Personalisierung von Bundestagswahlen nicht. Bereits vor über einem halben Jahrhundert setzten die Parteien im Wahlkampf auf ihre Frontleute.

 

Der Schulz-Hype zu Beginn des Jahres – und dann der Absturz des SPD-Spitzenkandidaten, die Konzentration der CDU auf Angela Merkel: Zumindest bei CDU und SPD stehen die Spitzenkandidaten im Mittelpunkt der öffentlichen Aufmerksamkeit. Und auch die FDP setzt ganz auf ihren Vorsitzenden Christian Lindner.

 

Grüne, Linke und die AfD treten hingegen jeweils mit einem Spitzen-Duo an. Das ist nicht immer sinnvoll, meint Prof. Dr. Frank Brettschneider, Kommunikationswissenschaftler an der Universität Hohenheim. Er kommentiert die Personalisierung von Bundestagswahlen.

 

Ist die Personalisierung von Wahlkämpfen ein neues Phänomen?

 

Prof. Dr. Brettschneider: Nein. Die Personalisierung von Wahlkämpfen hat es schon immer gegeben. Die CDU rückte in den fünfziger Jahren Konrad Adenauer in den Mittelpunkt, die SPD in den sechziger und siebziger Jahren Willy Brandt. 1969 plakatierte die CDU „Auf den Kanzler kommt es an“; es ging um Kurt Georg Kiesinger. Die Liste ließe sich fortsetzen.

 

Der Grund ist einfach: Kandidaten verleihen dem Programm ihrer Partei Gesicht und Stimme. Erfolgreich sind Parteien dann, wenn der Kandidat zu den Themen der Partei passt. Willy Brandt und Helmut Schmidt hatten jeweils große polarisierende Themen vor sich: die Ostpolitik, den Terrorismus und den Nato-Doppelbeschluss. Bei Helmut Kohl war es die Wiedervereinigung. Mit diesen Themen sind auch die Personen gewachsen, mit den Themen haben sie ihr Profil geschärft.

 

Solche grundsätzlichen und polarisierenden Themen werden immer seltener. Die Agenda 2010 und die Flüchtlingspolitik waren die vorerst letzten Themen dieser Art. An der Agenda 2010 ist Schröder gewachsen – und die SPD fast gescheitert. Und mit der Flüchtlingspolitik aus dem Jahr 2015 hat Angela Merkel an Profil gewonnen – aber auch einige traditionelle CDU-Wähler an die AfD verloren.

 

Orientieren sich Wählerinnen und Wähler eher an Parteien oder an Kandidaten?

 

Prof. Dr. Brettschneider: Nach wie vor orientieren sich viele Wählerinnen und Wähler in Deutschland an ihrer langfristigen Parteibindung. Der Anteil dieser Stammwähler wird aber immer kleiner. Der Anteil der Wechselwähler wächst. Sie bewerten Kandidaten anhand mehrerer Dimensionen: 1) Themenkompetenz, 2) Integrität (Glaubwürdigkeit, Vertrauenswürdigkeit), 3) Leadership-Qualitäten (Führungsstärke, Entscheidungsfreude, Tatkraft) und 4) unpolitische Merkmale.

 

Die Wahlanalysen für die letzten 50 Jahre zeigen: Am wichtigsten sind – alles in allem – die wahrgenommene Themenkompetenz und die Integrität. Am unwichtigsten sind die unpolitischen Merkmale. Über sie reden die Menschen zwar gerne am Grillabend, am Stammtisch oder im Gespräch mit Nachbarn – in der Wahlkabine spielen sie aber keine Rolle.

 

Welche Themen im Mittelpunkt der Wahlentscheidung stehen, hängt stark von der Medienberichterstattung ab. Jene Themen, über die unmittelbar vor der Wahl häufig berichtet wird, werden dann auch von vielen Wählerinnen und Wählern als wichtig und relevant eingestuft. Die Wählerinnen und Wähler ziehen dann die vermeintliche Kompetenz der Kandidaten und Parteien bei genau diesen Themen heran, wenn sie sie bewerten.

 

Anders formuliert: Den Grünen nützt es, wenn unmittelbar vor der Wahl häufig über Umweltthemen berichtet wird. Das ist derzeit kaum der Fall und für die Grünen ein großes Problem. Der SPD nützt es, wenn häufig über soziale Gerechtigkeit berichtet wird. Der CDU nützt es, wenn häufig über Sicherheit, Wohlstand und Stabilität berichtet wird. Der AfD nützt es, wenn viel über Zuwanderung berichtet wird.

 

Welche Rolle spielen konkrete Themen für die Wahlentscheidung?

 

Prof. Dr. Brettschneider: Konkrete Inhalte mit eindeutigen Aussagen kommen im Wahlkampf eher selten vor – man findet sie in den Wahlprogrammen. Aber auch dort legen sich Parteien nicht immer fest. Das hat mehrere Gründe: Zum einen wollen sich Parteien möglichst viele Optionen für die Zeit nach der Wahl offen halten – man weiß ja nie, mit wem man eine Koalition eingehen muss. Das gilt umso mehr, je vielfältiger das Parteiensystem und damit auch die Koalitions-Optionen werden.

 

Zweitens werden die Wählerschaften der Parteien immer fragmentierter. Das heißt, für Parteien genügt es nicht, in erster Linie ihre Stammwähler zu überzeugen. Sie müssen gleichzeitig auch noch viele parteipolitisch ungebundene und unentschiedene Wähler von sich überzeugen. Mit konkreten Aussagen können zwar bestimmte Wählergruppen gewonnen, andere aber auch abgestoßen werden. Daher drücken sich vor allem die Volksparteien aus wahltaktischen Gründen oft vor sehr konkreten Forderungen und bleiben im Ungefähren.

 

Und drittens kaschieren sie mit unkonkreten Aussagen innerparteiliche Meinungsverschiedenheiten. Aussagen werden dann so unverständlich formuliert – etwa in Schachtelsätze verpackt – dass sich alle Parteigliederungen darin wiederfinden können.

 

Wie lässt sich das Ende des Schulz-Hypes erklären?

 

Prof. Dr. Brettschneider: Der Schulz-Hype wurde durch mehrere Faktoren ausgelöst. Zum einen gab es in der SPD eine große Erleichterung darüber, nicht von Sigmar Gabriel in den Bundestagswahlkampf geführt zu werden. Zweitens wird über „neue“ Kandidaten zunächst immer erst einmal positiv berichtet. Es wird hervorgehoben, warum eine Person für ein Spitzenamt geeignet ist. So wurde auch über Martin Schulz zunächst positiv berichtet. Die Serie der Wahlniederlagen im Saarland, in Schleswig-Holstein und in Nordrhein-Westfalen hat Martin Schulz dann entzaubert.

 

Das liegt vor allem an seinen eigenen Fehlern. Er hat die positive Aufmerksamkeit nicht rechtzeitig genutzt, um auch eigene Themen zu transportieren. Vor allem aber hat er sich selbst von einem angesehenen EU-Politiker zum „Bürgermeister aus Würselen“ gewandelt. Offenbar war seine Angst groß, vor dem EU-Hintergrund bei den Wählern nicht punkten zu können. Daher hat er seine Herkunft aus der Kommunalpolitik wieder und wieder betont. Damit wurde der Wahlkampf zu einem Duell zwischen guter Kreisklasse (Schulz) und Champions-League (Merkel), denn Merkel hob immer wieder ihre Gespräche mit Regierungschefs anderer Länder hervor – zuletzt beim TV-Duell.

 

Womit punktet Angela Merkel?

 

Prof. Dr. Brettschneider: Angela Merkel punktet vor allem damit, dass sie als Garantin für Stabilität und Verlässlichkeit gilt. Da geht es weniger um ein konkretes Thema, sondern stärker um die Art und das Ergebnis des Regierens. In international turbulenten Zeiten (z.B. Nordkorea, Trump, Erdogan, Polen, Ungarn) kommt diese Stabilität bei vielen Wählern sehr gut an.

 

Der präsidentielle Stil Angela Merkels betont ihre Funktion als Sachwalterin deutscher Interessen in der Welt. Die positive Beurteilung der Wirtschaftslage in Deutschland – auch im Vergleich zu anderen europäischen Ländern – liefert zudem anderen Parteien kaum einen Ansatzpunkt, ihre Ablösung zu fordern.

 

Sind Spitzen-Duos sinnvoller als einzelne Spitzenkandidaten?

 

Prof. Dr. Brettschneider: Nein, nicht immer. Die Spitzen-Duos bei den Grünen, der Links-Partei und bei der AfD sind im Wesentlichen ein Zugeständnis an innerparteiliche Flügel oder Befindlichkeiten. Das gilt vor allem für die Links-Partei und für die AfD.

 

Und die Grünen tun sich auf der Bundesebene traditionell schwer mit herausragenden Spitzenpolitikern. So schlug dem äußerst erfolgreichen Joschka Fischer immer auch innerparteiliche Skepsis entgegen. Die Grünen versuchen, diese Skepsis durch ein Team aufzufangen. Cem Özdemir gelingt es gut, die Grünen zu repräsentieren. Dass die Grünen auf Bundesebene nicht mehr mit ihrem Schwergewicht Winfried Kretschmann unterwegs sind, ist hingegen ein Fehler. Auch rächt sich für sie eine sehr unauffällige Oppositionsarbeit der Bundestagsfraktion. UH 12

 

 

 

 

Rat für Migration fordert radikalen Kurswechsel in der Einwanderungs- und Flüchtlingspolitik

 

Deutschland ist ein Einwanderungsland – die Politik hat lange gebraucht, um zu dieser Einsicht zu gelangen. Nun wird sie wieder infrage gestellt. Der Rat für Migration (RfM), ein bundesweiter Zusammenschluss von rund 150 Migrationsforscherinnen und -forschern, sieht sich daher veranlasst, Stellung zu beziehen. In seinem „Manifest für eine zukunftsfähige Migrations-, Integrations- und Flüchtlingspolitik“ benennt er aktuelle Probleme und stellt konkrete Forderungen.

Die aktuelle Politik bietet keine langfristigen, zukunftsfähigen Lösungen, sondern nur kurzfristige und widersprüchliche Antworten auf internationale Herausforderungen. Doch kurzfristige und nationale Ansätze sind nicht die Lösung. „Wir müssen erkennen: Migration ist nicht umfassend steuerbar – auch wenn manche Politiker gern so tun als ob“, sagt RfMVorsitzender und Ethnologe Werner Schiffauer. „Die Probleme werden lediglich über die EUAußengrenzen hinweg verschoben.“ Was dagegen national steuerbar ist, sei die Integrationspolitik. „Hierauf müssen wir uns stärker konzentrieren.“

Es braucht eine umfassende Strategie gegen Nationalismus und Rassismus und das klare Bekenntnis von Politikern: Wer dauerhaft in Deutschland lebt, gehört dazu, ohne Wenn und Aber. Islamwissenschaftlerin und RfM-Vorstandsmitglied Riem Spielhaus betont: „Wer suggeriert, dass ein Migrationshintergrund ein problematisches Unterscheidungsmerkmal ist, handelt schlicht integrationsfeindlich.“

Auch in der Flüchtlingspolitik fehlen langfristige und zukunftsfähige Konzepte. Von den über 450.000 Menschen, die Ende 2016 als anerkannte Flüchtlinge in Deutschland lebten, hätten 75 Prozent nur einen befristeten Aufenthaltstitel. „Damit sind Integrationshemmnisse vorprogrammiert“, so Soziologe und RfM-Mitglied Albert Scherr. „Sinnvoller wäre es, alle Menschen, die faktisch in Deutschland bleiben werden, nach drei Jahren einen unbefristeten

Aufenthaltstitel zu geben.“ Die Große Koalition hat radikale Rückschritte im Asylrecht beschlossen. Sie setzt auf mehr Abschiebungen und Abschottung. „Die Bundeskanzlerin wird daher zu Unrecht als Kanzlerin der offenen Grenzen wahrgenommen“, so Scherr.

Der RfM fordert die Bundespolitik auf, stärker auf Veränderungen in der Außenpolitik, Entwicklungszusammenarbeit und den internationalen Wirtschaftsbeziehungen zu setzen. Die bisherige Politik untergrabe die eigene Werte- und Gesellschaftsordnung. „Sie widerspricht der Europäischen Grundrechtecharta und bringt Deutschland und die EU in Abhängigkeit von

autokratischen Regenten“, warnt RfM-Mitglied und Grenzforscherin Sabine Hess. De.it.press 8

 

 

 

 

Forderungen aus dem Manifest des Rat für Migration für eine zukunftsfähige Migrations-, Flüchtlings- und Integrationspolitik

 

Vier Leitlinien für das Einwanderungsland Deutschland

1. Europäischer und globaler handeln: Die aktuellen Herausforderungen durch

Migration sind nicht national zu lösen, Deutschland und die Europäische Union

müssen ihre eigene internationale Verantwortung anerkennen.

2. Wir brauchen eine politische Leitkultur, die den Grund- und Menschenrechten

verpflichtet ist und das Recht auf Selbstbestimmung für die private Lebensführung

respektiert. Was wir nicht brauchen ist eine Leitkultur-Debatte, die sich auf

vermeintlich kulturell-ethnisch geprägte Gepflogenheiten rückbesinnt.

3. Die Politik muss dafür Sorge tragen, dass Einheimische und Zugewanderte

gleichberechtigt an allen gesellschaftlichen Teilbereichen teilhaben können,

insbesondere in den Bereichen Bildung, Arbeit, Medien, Wohnen und politische

Mitbestimmung.

4. Debatten über Integration, Migration und Asyl sollten nicht willkürlich vermengt werden: Die Notwendigkeit von Arbeitskräftemigration aufgrund des

demographischen Wandels sollte nicht gemeinsam mit Fragen von Asyl und

Flüchtlingsschutz behandelt werden. Menschenrechte dürfen nicht nationalen

Interessenkalkülen untergeordnet werden.

Zentrale Forderungen im Bereich Integration

1. Diskriminierungsfreie Teilhabe ermöglichen, Zugehörigkeit kommunizieren

2. Bildungschancen für alle – von Anfang an

3. Nationalismus und Rassismus bekämpfen

Zentrale Forderungen im Bereich Flucht und Zwangsmigration

Auf nationaler Ebene

1. Faire Asylverfahren für alle (u.a. Einschränkungen des Asylpakets I und II aufheben)

2. Integrationsfonds für die Kommunen aufbauen

3. Starthilfe im Herkunftsland statt rigoroser Abschiebung für abgelehnte Bewerber

Auf internationaler Ebene

1. Den Etat der Flüchtlingshilfe der Vereinten Nationen (UNHCR) aufstocken

2. Deutschland muss mehr Flüchtlinge im Zuge des Resettlement-Programms aufnehmen

3. Legale Einwanderungswege für Bildungs- und Arbeitsmigration schaffen de.it.press

 

 

 

 

Schutzpflicht des Staates. Rassistische Wahlplakate müssen abgehängt werden

 

Erneut hängen in deutschen Städten rassistische Wahlplakate der NPD und auch diesmal diskutieren Kommunen, wie sie damit umgehen sollen. Dr. Hendrik Cremer vom Menschenrechtsinstitut gibt in seinem MiGazin-Gastbeitrag eine klare Handlungsempfehlung: unverzüglich abhängen! Von Hendrik Cremer

 

Sinti und Roma sind bis heute rassistischer Diskriminierung und Hetze ausgesetzt. Nach aktuellen Berichten hängen in Ingolstadt – wie auch in anderen deutschen Städten – Wahlplakate mit der Parole „Geld für die Oma statt für Sinti und Roma“. Die Plakate wurden – wie schon zuvor in früheren Wahlkämpfen – von der NPD aufgehängt. Während in den Kommunen nun diskutiert wird, ob die Plakate entfernt werden dürfen, sollte doch klar sein: die örtlich zuständigen Behörden haben die Wahlplakate unverzüglich abzuhängen.

Dies ergibt sich aus der grund- und menschenrechtlichen Schutzpflicht des Staates vor rassistischen Angriffen; die NPD-Parole ist nicht durch die Meinungsfreiheit gedeckt. Zum gleichen Schluss kommt auch ein Rechtsgutachten zum Umgang mit rassistischen Wahlkampfplakaten vom Oktober 2015, dass das Bundesministerium der Justiz und für Verbraucherschutz in Auftrag gegebenen hat. Die Meinungsfreiheit ist zweifelsohne ein zentrales Menschenrecht, das – so formuliert es das Bundesverfassungsgericht – für die freiheitlich-demokratische Staatsordnung „schlechthin konstituierend“ ist. Die Meinungsfreiheit ist jedoch kein Freifahrtschein für rassistische Diffamierungen und Parolen.

Das Verwaltungsgericht Kassel hat zwar im September 2013 befunden, dass die Wahlplakate keinen Straftatbestand des deutschen Strafrechts erfüllen. Es ist allerdings unverständlich, warum das Gericht nicht geprüft hat, ob die Plakate in ihrer Aussage rassistisch sind und einen Angriff auf die Menschenwürde darstellen. Denn dies ist anzunehmen, so dass sie den Tatbestand der Volksverhetzung gemäß § 130 Abs. 1 Nr. 2 Strafgesetzbuch (StGB) verwirklichen.

Tipp: Eine ausführliche Stellungnahme des Deutschen Instituts für Menschenrechte mit dem Titel „Rassistische Wahlplakate müssen abgehängt werden. NPD-Parole ‚Geld für die Oma statt für Sinti und Roma‘ von der Meinungsfreiheit nicht gedeckt“ kann hier heruntergeladen werden.

Die Kernaussage auf dem Plakat besteht darin, dass Sinti und Roma im Vergleich zu anderen Menschen minderwertig sind: Sinti und Roma sind weniger wert als andere Menschen. Dies ist die zentrale Aussage, die dem Plakat eindeutig zu entnehmen ist. Die NPD wirbt dafür, dass nach ihren Vorstellungen andere Menschen („die Oma“) Geld, also staatliche Leistungen, erhalten sollen, statt Sinti und Roma, wobei „die Oma“, stellvertretend für die ältere Generation der deutschen Bevölkerung steht und begrifflich offensichtlich auch deswegen gewählt wurde, um einen Reim zu kreieren. Für rassistische Konstruktionen typisch, ist, dass hier unterschiedliche und zugleich homogene Gruppen innerhalb der Bevölkerung konstruiert werden, die es in der Realität gar nicht gibt. So gibt es selbstverständlich Überschneidungen zwischen Sinti und Roma und der älteren Generation in der deutschen Bevölkerung.

Die Plakate sind nicht nur angesichts der Verwirklichung von § 130 Abs. 1 Nr. 2 StGB abzuhängen, der den in Artikel 1 des Grundgesetzes garantierten Schutz der Menschenwürde umsetzt. Darüber hinaus sind die lokalen Behörden auch aus Art. 4 a) des Internationalen Übereinkommens zur Beseitigung jeder Form rassistischer Diskriminierung (ICERD) menschenrechtlich dazu verpflichtet. Das Übereinkommen ist seit 1969 in Deutschland in Kraft. Demzufolge haben die Kommunen Wahlplakate, die rassistisches Gedankengut verbreiten, auch dann zu entfernen, wenn die Wahlplakate keinen Straftatbestand des deutschen Strafrechts erfüllen.

Es geht im Fall von rassistischen Verbalangriffen nicht nur um den grund- und menschenrechtlichen Schutz für die diffamierten Gruppen, etwa Angehörige von Minderheiten oder nach Deutschland geflohene Menschen. Es geht um das Einschreiten des Staates gegen Angriffe auf die demokratische Gesellschaft und die Menschenrechte insgesamt. MG 13

 

 

 

 

Vatikan: Papst traf Saarlands Ministerpräsidentin

 

Saarlands Ministerpräsidentin Annegret Kramp-Karrenbauer (CDU) hat Papst Franziskus im Vatikan besucht. Das Treffen fand an diesem Donnerstagvormittag statt. Themen des Gespräches seien die Herausforderungen von Migration, Klimawandel und Technologie für Politik, Kirche und den gesellschaftlichen Zusammenhalt gewesen, sagte sie anschließend vor Journalisten.

„Direkt an der deutsch-französischen Grenze spielt das Thema Versöhnung eine ganz entscheidende Rolle, Wir können uns vorstellen, wie schwer es ist, etwas zu versöhnen, was ein Krieg innerhalb einer Gesellschaft war, zum Teil innerhalb einer Familie“, so Kramp-Karrenbauer.

Der Papst habe erneut darauf hingewiesen, dass es eine christliche Verpflichtung gebe, Menschen in Not zu helfen, insbesondere Kriegs- aber auch Armutsflüchtlingen. Gleichzeitig bedürften diese Herausforderungen einer klugen Politik, die den inneren Zusammenhalt einer Gesellschaft nicht gefährden, so Franziskus weiter. Den wachsenden Herausforderungen durch die Globalisierung begegneten Politik und Kirche durch Mut und Offenheit, um sie zu gestalten. Sich einzuigeln, sei keine Lösung; darin seien der Papst und sie sich einig.

Sich einigeln ist keine Lösung

„Wir haben eher die Frage unter dem größeren Gesichtspunkt diskutiert, was entwickelt sich an größeren Herausforderungen in der Welt und was hat das für Auswirkungen nach innen, in die Kirche hinein, aber auch zum Beispiel nach Deutschland, und in Deutschland ist es eine große Herausforderung aus meiner Sicht, das Verständnis dafür, dass man Außen- und Innenpolitik nicht mehr klassischerweise trennen kann, sondern dass man verstehen muss, dass das, was um einen herum passiert, unmittelbare Auswirkungen hat auf den inneren Zustand in Deutschland, das ist im Grund die große Erfahrung der letzten zweieinhalb Jahre gewesen.“

Nach dem gut 30-minütigen Gespräch stellte die Ministerpräsidentin dem Papst ihre vierköpfige Delegation vor, bestehend aus ehrenamtlich engagierten Christen. Sie berichteten Franziskus von ihren Erfahrungen. Der Delegation gehörten demnach ein junger Mann an, der internationalen Friedensdienst leistete, die Mitarbeiterin eines Sozialamtes, die auch Lektorin in ihrer Gemeinde ist, ein ehrenamtlicher Kirchenmusiker sowie ein Pfadfinder. Die vier stammten aus den Landkreisen bzw. Städten Neunkirchen/Saar, Sankt Wendel, Saarlouis und Saarbrücken.

Kramp-Karrenbauer wies nach eigener Aussage sowohl im Gespräch mit dem Papst wie bei der anschließenden Begegnung mit Kardinalstaatssekretär Pietro Parolin darauf hin, dass die derzeitigen Herausforderungen sich am besten bewältigen ließen in einem religiös neutralen Staat, der mit den Kirchen als Partner kooperiere. Der Papst habe dazu gesagt, weder ein streng laizistischer Staat, in dem Religion keine öffentliche Rolle spiele, noch die Bevorzugung einer Konfession seien bessere Alternativen. (rv/kna 14.09.)

 

 

 

 

In der Sackgasse

 

Norman Birnbaum erklärt, warum die amerikanischen Demokraten feststecken und was sie jetzt tun sollten. Von Norman Birnbaum

 

Es sieht aus, als habe die Demokratische Partei ihre Niederlage bei den Präsidentschaftswahlen noch nicht ganz verdaut. Wo sehen Sie die Demokraten zu diesem Zeitpunkt?

Die Demokraten müssen sich noch auf die neue wirtschaftliche Realität einstellen und eine Arbeitsmarktpolitik entwickeln, die dem 21. Jahrhundert angemessen ist.

Für einen langen Zeitraum, als Gewerkschaften noch ungefähr 30 Prozent der Arbeiterschaft vertraten, war die Demokratische Partei mehr oder weniger die Partei der Gewerkschaften. Das hat sich verändert. Es gibt sicherlich einen Zusammenhang zwischen dem quantitativen und dem politischen Abstieg der Gewerkschaften und den schrecklichen Resultaten, die die Demokraten in den Rust-Belt-Staaten Pennsylvania, Ohio, Wisconsin und Michigan einfuhren, wo Trump die Wahl für sich entschied. Tatsächlich ist Trumps Idee, Amerika wiederaufzubauen, eine klassische Idee der US-amerikanischen Gewerkschaftsbewegung.

Es wird nicht möglich sein, das industrialisierte Inland der USA unter den derzeitigen Bedingungen der zunehmenden Digitalisierung und Automatisierung in der Produktion wiederherzustellen. Die Arbeiterklasse aus der Mitte des letzten Jahrhunderts wird nicht zurückkommen. Solchen Menschen zu versprechen, dass sie ihre Arbeitsplätze zurückbekommen, wie Trump es getan hat, ist äußerst beschämend und betrügerisch.

Warum haben es die Demokraten nicht geschafft, Wähler im sogenannten Rust Belt zu mobilisieren?

Ich glaube, die Arbeiterklasse hatte das Gefühl, dass sie nichts zu verlieren hatte. Die Arbeitsplätze waren weg, die Sozialleistungen waren mangelhaft. Insgesamt hatten sie nicht das Gefühl, dass ihre Interessen durch die Politiker so vertreten wurden, wie noch die Interessen ihrer Eltern durch die damaligen Abgeordneten. Sie fühlten sich alleingelassen.

Außerdem spielt sich innerhalb der Demokratischen Partei eine Art kultureller Konflikt ab. Führende Parteifunktionäre kommen von Eliteuniversitäten und leben in Wohlstand. Sie vertreten eine wirtschaftlich sehr erfolgreiche und politisch sehr mächtige Gruppe, die sich in den vergangenen Jahrzehnten nicht auffällig für die Bedürfnisse der Arbeiterklasse interessiert hat. Dieser Elite wirft man vor, zu europäisch und kosmopolitisch geworden zu sein und den Bezug zur Mehrheit der Wähler im Rust Belt verloren zu haben. Das hat Trump effektiv ausgenutzt, als er diesen Wählern sagte, jene Demokraten seien ganz andere Menschen als sie selbst. 2012 haben die meisten Menschen aus den gleichen Gründen für Obama und gegen Romney gestimmt – Romney galt als Patrizier, weit weg von der Realität der Wähler, während Obama jemand zu sein schien, der etwas für die Mittelschicht tun würde. Bei Trump und Clinton war die Wahrnehmung anders herum.

Es war ziemlich richtig, wie die Demokraten sich für Bürgerrechte eingesetzt haben. Zum Beispiel hat Obamas Justizministerium stark gegen die unzulängliche, zum Teil vorurteilsbehaftete und rassistisch befangene örtliche Polizeiarbeit interveniert.

Die Verteidigung von Medicare (der Krankenversicherung für US-Bürger ab 65, Anm. der Red.) und der Renten war jahrzehntelang eine Säule der demokratischen Politik. Unglücklicherweise finden sich die Demokraten zu oft in der Rolle wieder, dieses zentrale Vermächtnis ihrer Partei zu verteidigen – getreu Trumans Slogan „lasst sie das nicht wegnehmen“ – statt sich als Konstrukteur von etwas Neuem zu präsentieren.

Was müssen die Demokraten Ihrer Ansicht nach tun, um die Wähler für zukünftige Wahlen zu mobilisieren?

Die Demokraten brauchen eine überzeugende und konkret formulierte nationale Wirtschaftspolitik, damit die Menschen sehen können, wie diese ihnen zu Hause in ihren Gemeinden hilft, statt nur in einem langfristigen oder abstrakten Sinn. Sanders war bei der Arbeiterklasse und bei jungen Wählern erfolgreich, weil er versprach, etwas wiederherzustellen, das schon immer ein zentraler Aspekt des amerikanischen Gleichheitsideals gewesen war: einen freien oder wirtschaftlich erschwinglichen Zugang zu öffentlichen Institutionen, wie etwa der College-Ausbildung. Letztendlich waren die Demokraten nicht in der Lage, konkrete Programme zu präsentieren, die in der Breite hätten Anklang finden können. Die wenigen Slogans von Hillary Clinton – wie etwa „Stronger Together“ – waren eher diffus und haben die Wähler nicht sonderlich beeindruckt.

Hat sich die traditionelle Wählerschaft der Demokratischen Partei verändert?

Sie hat sich in dem Sinn verändert, dass Menschen älter geworden sind. Zum Beispiel wurden Afro-Amerikaner, die sich noch daran erinnern konnten, die ersten wahlberechtigten Personen in ihrer Familie gewesen zu sein, durch Menschen abgelöst, die keine so direkte Erinnerung oder Beziehung zu Errungenschaften der Partei mehr haben.

Der Abstieg der Gewerkschaften hat sich ebenfalls auf die Partei ausgewirkt. Ich habe viel Zeit mit Gewerkschaftern und überzeugten Gewerkschaftsmitgliedern verbracht und war nicht nur von ihren menschlichen Qualitäten beeindruckt, sondern auch von ihrem ausgeprägten Politikverständnis. Die Gewerkschaften waren für Arbeiter und ihre Familien ein Ort der kontinuierlichen politischen Bildung und Integration.

Woher haben Menschen ihre politische Bildung bezogen, nachdem es diese Gewerkschaften nicht mehr gab? Aus dem Fernsehen und aus Lokalzeitungen, die unaufhörlich rechtspopulistische Wirtschaftsmythen verbreiteten, wie etwa, das Land würde aufgrund des Staatshaushalts pleitegehen, und so weiter.

Was sind jetzt die größten Herausforderungen für die Demokraten?

Eine Herausforderung ist ihre Zwiespältigkeit gegenüber dem amerikanischen Imperium. Wir müssen mit den Interventionen aufhören und damit anfangen, die UN öfter in Entscheidungen einzubeziehen. Die USA müssen sich von der moralischen Verpflichtung lösen, überall in der Welt einschreiten zu müssen. Die Unterstützung der UN und eine Internationalisierung schwerer Aufgaben im Bereich der Menschenrechte und im Kampf gegen den Terrorismus wären ein guter Anfang.

Die Wähler waren des amerikanischen Interventionismus überdrüssig und Clinton hat keine überzeugende Alternative zu dieser Realität präsentiert. Als Außenministerin war sie extrem interventionistisch und hat eine aggressive Rhetorik gepflegt.

Dieser Interventionismus ist teilweise auf die Israel-Lobby zurückzuführen. Ihre Vertreter glauben, dass eine interventionistische US-amerikanische Außenpolitik für Israel aus vielen Gründen von Vorteil ist, und die Demokratische Partei hat sich in dieser Frage bemerkenswert zurückgehalten.

Die USA sind für Israel die bedeutendste Quelle politischer, ökonomischer und militärischer Unterstützung. Wir bewaffnen das Land bis an die Zähne. Jegliche Lockerung oder Minderung dieser amerikanischen Protektion wäre in gewisser Hinsicht gut für die Situation im Nahen Osten, weil sie die Israelis dazu zwänge, in einer völlig unhaltbaren Situation realistische Beziehungen zu ihren Nachbarn zu entwickeln. Als Erstes muss die Demokratische Partei ihre engen Verbindungen zu unserem einheimischen militärisch-industriellen Komplex kappen.

Welche Herausforderungen sehen Sie innenpolitisch?

Es gibt extreme Defizite bezüglich eines Programms des nationalen Wiederaufbaus, bedingt durch die Angst in Teilen der Partei, als verschwenderisch wahrgenommen zu werden. Man will das Schreckgespenst vermeiden, die Staatsverschuldung könne das Land in den Ruin treiben, was eigentlich eine absurde Idee ist. Dieses Schreckgespenst wird regional gegen demokratische Kandidaten ausgespielt – sie werden beschuldigt, verschwenderisch zu sein, die Steuern zu erhöhen, usw.

Da die im Kongress vertretenen Demokraten in ihren eigenen Bundesstaaten gewählt werden, wo jeweils eigene soziale und wirtschaftliche Strukturen und politische Rahmenbedingungen eine Rolle spielen, bleibt eine Konsolidierung der nationalen Politik schwierig. Das war auch unter Obama so.

Meiner Ansicht nach war Obama ein hervorragender Präsident, so gut, dass wir ihn nicht verdient hatten. Ich würde sogar sagen, er wäre ein guter Präsident für die zweite Hälfte des 21. Jahrhunderts. Leider gab es, wie er auch wusste, zahlreiche Einschränkungen, die ihn hinderten, bestimmte Maßnahmen umzusetzen.

Wie sollten die Demokraten mit dem Rechtspopulismus umgehen?

Der Rechtspopulismus in den USA hat mehrere Komponenten: Erstens das allgemeine Misstrauen gegenüber Eliten, das seit dem ersten Tag im Erbgut der amerikanischen Demokratie verankert ist. Zweitens die enge Verwandtschaft des amerikanischen Populismus mit dem Rassismus, unserem grässlichsten Erbe. In der Vergangenheit ging von den Gewerkschaften eine große integrative Kraft aus. Jeder gehörte zur Gewerkschaft, unabhängig von der Hautfarbe.

Mit Rassismus und Xenophobie kann es keine Kompromisse geben. Je mehr man vor ihnen kapituliert, desto weniger ist es möglich, allgemein zugängliche Sozialprogramme zu initiieren – schließlich ist es ein Argument der Populisten, dass alleine uns der Wohlfahrtsstaat gehört.

Eine Möglichkeit für die Demokraten bestünde darin, für sich die Vertretung der amerikanischen Tradition zu beanspruchen. Der weitere Ausbau des nationalen Sozial- oder Wohlfahrtsstaats liegt in der nationalen Tradition. Das wäre ein Oberthema, mit dem sich wieder Boden gewinnen ließe.

Wie werden die Demokraten dort hinkommen?

Momentan befindet sich die Partei im Defensivmodus. Sie kontrolliert keinen einzigen Bereich der föderalen Regierung, und noch schlimmer, sie regiert in nur 15 Bundesstaaten. Die Demokraten sind zu den Verteidigern des öffentlichen Bildungswesens, der wissenschaftlichen Forschung, des Klimaschutzes, sowie einer anständigen und realistischen Einwanderungspolitik geworden. Aber Verteidigung ist niemals genug. Die Partei muss formulieren, was sie tun wird, falls und wenn sie wieder an die Macht kommt.

Die Partei kann aus einem großen Reservoir an jungen Wählern, Aktivisten und Denkern schöpfen. Damit kann sie eine durchschlagende intellektuelle Kraft entwickeln. Sie muss aber einen Weg finden, dieses Potenzial in eine Alltagsrhetorik und eine Sprache fließen zu lassen, von der sich die Bürger so angesprochen fühlen wie von den demokratischen Präsidenten, Gouverneuren und Senatoren der Vergangenheit.

Das Interview führte Hannes Alpen. IPG 31

 

 

 

 

Aktuelle Zahlen. Asylverfahren dauern immer länger

 

Im zweiten Quartal 2017 dauerte ein Asylverfahren im Durchschnitt knapp ein Jahr. Zum Vergleich: 2016 dauert ein Verfahren noch sieben Monate. Das Ministerium verweist auf Altfälle. Die Linke kritisiert, das BAMF sei vom versprochenen Ziel weit entfernt.

Die Asylverfahren beim Bundesamt für Migration und Flüchtlinge (BAMF) dauern immer länger. Im zweiten Quartal 2017 verging durchschnittlich fast ein Jahr (11,7 Monate), bis über einen Asylantrag entschieden wurde. Im ersten Vierteljahr waren es 10,4 Monate und im Gesamtjahr 2016 noch gut sieben Monate. Das geht aus einer Antwort des Bundesinnenministeriums auf eine Anfrage der Linksfraktion hervor, die dem epd vorliegt und über die zunächst die Zeitungen der Funke Mediengruppe berichteten.

Das Innenministerium betonte, das Bundesamt habe in den letzten Monaten viele Altverfahren abgeschlossen, die wegen ihrer langen Anhängigkeit den Wert der durchschnittlichen Verfahrensdauer statistisch erhöhten. „Je mehr Altfälle abgebaut werden, desto höher wird damit die statistische Bearbeitungsdauer“, heißt es in der Antwort des Ministeriums. Zudem würden vermehrt komplexe Verfahren entschieden. „Nach Abschluss des Rückstandsabbaus wird das BAMF, außer bei sehr komplexen Fällen, kurze Bearbeitungszeiten sicherstellen können.“

Vom Ziel weit entfernt

Die Linken-Abgeordnete Ulla Jelpke kritisierte: „Vom versprochenen Ziel, Asylverfahren binnen drei Monaten zu erledigen, ist das BAMF weit entfernt.“ Leidtragende seien die Asylsuchenden. Überlange Verfahren seien für die Betroffenen unzumutbar und „Gift für die Integration“. Die Verantwortung trage das Bundesinnenministerium. So sei das Personal in dem Bundesamt viel zu spät verstärkt worden.

Am längsten auf einen Asylbescheid warten mussten im zweiten Quartal 2017 laut Ministerium Menschen aus der Demokratischen Republik Kongo (17,2 Monate), der Russischen Föderation (16,3 Monate) und Nigeria (15,1 Monate). Syrer bekommen ihren Bescheid am zügigsten mit knapp acht Monaten.

(epd/mig 4)

 

 

 

 

Debatte um Angleichung von Asylstandards

 

Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) hat eine neue Debatte über die Leistungen für Asylbewerber in Deutschland ausgelöst. Die Leistungen in Deutschland seinen „ziemlich hoch“ und sollen europäisch vereinheitlicht werden.

De Maizière pochte auf eine Angleichung in der EU. In der „Rheinischen Post“ vom Samstag sprach mit Blick auf die Asylbewerberleistungen von einem „Sogeffekt nach Deutschland“. Er machte deutlich, dass er das deutsche Schutz- und Hilfeniveau für zu hoch hält und forderte ein „wirklich einheitliches Asylsystem in Europa“.

Zur Begründung verwies de Maizière auf die unterschiedlichen Standards in Ländern wie Rumänien, Finnland, Portugal oder Deutschland. „Deutschland ist das Land, in dem die meisten leben wollen, auch weil unsere Verfahrens- und Aufnahmebedingungen im europäischen Vergleich großzügig sind und die Leistungen für Flüchtlinge im EU-Vergleich ziemlich hoch“, sagte der Minister.

Der Bund Deutscher Verwaltungsrichter schlägt wegen der zahlreichen Asylverfahren vor deutschen Gerichten Alarm.

De Maizière räumte zugleich ein, dass auch die Lebenshaltungskosten in Deutschland höher seien als in anderen EU-Ländern. Im Rahmen einer EU-weiten Angleichung der staatlichen Leistungen für Asylbewerber halte er daher „entsprechende Kaufkraftzuschläge für einzelne Staaten“ für denkbar.

Eine Vereinheitlichung der EU-Asylpolitik, um die schon länger zwischen den Mitgliedstaaten gerungen wird, fordert auch die SPD. Kanzlerkandidat Martin Schulz, stellte sich hinter den Vorschlag des Innenministers: „Ich war seit jeher dafür.“ Allerdings kritisierte Schulz den Zeitpunkt des Vorschlags. Dahinter stecke Angst vor der rechten Szene. Er machte deutlich, dass er den Vorstoß für Wahlkampftaktik hält.

Die Grünen reagierten empört auf de Maizières Forderung nach Leistungskürzungen für Asylbewerber. „Das ist ein Vorschlag, der keinen Bestand haben wird“, erklärte Spitzenkandidatin Katrin Göring-Eckardt. Sie verwies auf die Entscheidungen des Verfassungsgerichts, wonach die Leistungen für Asylbewerber den unterschiedlichen Lebenshaltungskosten in Europa entsprechen müssten und nicht unter das Existenzminimum gedrückt werden könnten.

Auch von der Linken kam Kritik: „Ausgerechnet der Verfassungsminister legt die Axt ans Grundgesetz und will unter dem Deckmantel einer angeblichen europäischen Harmonisierung das Asylrecht bis zur Unkenntlichkeit schleifen“, sagte Fraktionsvize Jan Korte.

Zuletzt schaltete sich Antonio Tajani, der Präsident des EU-Parlaments, in die Debatte ein. Er stellte sich hinter de Maizière und sprach sich für eine Vereinheitlichung der Standards aus. Unterschiedliche Standards führten zu Asylshopping und Weiterzug von Flüchtlingen, die schon in Sicherheit seien. Das müsse aufhören.  Euractiv mit Agenturen  11

 

 

 

Gemeinsam und vernetzt international agieren

 

Konstituierende Sitzung des Kuratoriums für die Deutschen Häuser für Wissenschaft und Innovation

 

Bonn –  Die Akteure der deutschen Wissenschafts- und Innovationslandschaft werden im Ausland künftig noch enger miteinander kooperieren. In einer gemeinsamen Initiative von Politik, Wissenschaft und forschender Wirtschaft wurde heute eine neue Trägerstruktur für die Deutschen Häuser für Wissenschaft und Innovation (DWIH) begründet. An der konstituierenden Sitzung des Kuratoriums nahmen auf Einladung des Auswärtigen Amts das Bundesministerium für Bildung und Forschung, das Bundesministerium für Wirtschaft und Energie, der Deutsche Akademische Austauschdienst (DAAD) und seine Partner in der Allianz der Wissenschaftsorganisationen teil. Weitere Kuratoriumsmitglieder sind der Bundesverband der Deutschen Industrie und der Deutsche Industrie- und Handelskammertag. Der DAAD wird das Management für alle Häuser übernehmen.

An derzeit fünf Standorten in der Welt gibt es Deutsche Häuser für Wissenschaft und Innovation. Als „Schaufenster“ und gemeinsamer Auftritt deutscher Wissenschaftsorganisationen bewerben die DWIH in New York, Tokio, São Paulo, Neu-Delhi und Moskau den Forschungs-, Wissenschafts- und Innovationsstandort Deutschland. Daneben zählen die Förderung von Netzwerken zwischen Wissenschaft und Wirtschaft sowie die Beratung und Unterstützung interessierter Wissenschaftlerinnen und Wissenschaftler zu den Aufgaben der DWIH.

Das Auswärtige Amt fördert die DWIH künftig auf institutioneller Basis über den DAAD. Staatssekretär Walter Lindner: „Die Deutschen Häuser für Wissenschaft und Innovation sind ein unverzichtbarer Baustein unserer Science Diplomacy. In einer immer stärker vernetzen Welt im Wettbewerb um die besten Köpfe muss es darum gehen, unsere Forschungsangebote im Ausland bestmöglich sichtbar zu machen. Das geht nur durch eine enge Zusammenarbeit unserer Forschungs- und Wissenschaftseinrichtungen.“

Die Präsidentin des DAAD, Professor Margret Wintermantel, erläutert: „Die Internationalisierung der Wissenschaft ist eine Querschnittsaufgabe. Die Vernetzung der internationalen Aktivitäten deutscher Hochschulen, außeruniversitärer Forschungseinrichtungen und forschender Wirtschaft an strategischen Standorten ist ein Alleinstellungsmerkmal der DWIH. Der DAAD hat die wichtige Aufgabe übernommen, dieses weltweite Netzwerk zu organisieren und mit seiner internationalen Expertise weiterzuentwickeln“.

Professor Otmar D. Wiestler, der Präsident der Helmholtz-Gemeinschaft (HGF), die derzeit die Sprecherfunktion in der Allianz der Wissenschaftsorganisationen innehat, ergänzt: „Unsere Forschungsorganisationen und manche Forschungseinrichtungen sind schon jetzt mit Auslandsrepräsentanzen gut aufgestellt. Mit den DWIH wollen wir dazu beitragen, die Synergien zwischen deutschen Wissenschaftsorganisationen im Ausland zu stärken und allen interessierten deutschen Akteuren den Zugang zu internationalen Netzwerken zu ermöglichen.“

Die Arbeit der DWIH zielt darauf ab, durch Netzwerkaktivitäten, Publikationen und Veranstaltungen themenbezogen zu informieren und interessierte Akteure aus Deutschland und dem Gastland im Bereich Forschung und Innovation miteinander zu vernetzen. Ferner sollen konkrete Vorhaben der Zusammenarbeit zwischen Wissenschaftlern aus Deutschland und dem Sitzland durch spezifische Beratungs- und Serviceleistungen unterstützt werden. Damit werden an einer Stelle gebündelt Informationen für die wissenschaftliche Zusammenarbeit vermittelt. Die DWIH können dabei ihr spezifisches Wissen über die Innovations- und Fördersysteme beider Länder zur Verfügung stellen. Sie sind ein zentrales Element der deutschen Außenwissenschaftspolitik. Daad 4

 

 

 

 

EU gibt grünes Licht für Air-Berlin-Kredit

 

Das 150 Millionen Euro schwere Überbrückungsdarlehen für die Airline sei geprüft und genehmigt worden, teilte die EU-Kommission am Montag mit.

Dadurch solle die zweitgrößte deutsche Fluggesellschaft in die Lage versetzt werden, in den kommenden Monaten bis zum Abschluss der Verhandlungen weiterzufliegen. „Durch den Kredit soll die geordnete Abwicklung der zahlungsunfähigen Fluggesellschaft Air Berlin gewährleistet werden, ohne den Wettbewerb im Binnenmarkt übermäßig zu verfälschen“, heißt es bei der Kommission.

Deutschland stellt die Kreditlinie zur Verfügung, ist aber auf Zustimmung aus Brüssel angewiesen. Air Berlin selbst und Wirtschaftsministerin Brigitte Zypries begrüßten die Entscheidung.

Konkurrent Ryanair hingegen hatte sich über den Staatskredit beklagt. Der Vorsitzende Michael O’Leary warf der Bundesregierung ein abgekartetes Spiel vor, um das Gros von Air Berlin möglichst billig dem deutschen Marktführer Lufthansa zuzuschanzen.

Die EU-Kommission wies der Vorwurf der staatlichen Beihilfe für den konkreten Fall zurück: „Auf der Grundlage der von der Kommission erlassenen Leitlinien für Rettungs- und Umstrukturierungsbeihilfen können die Mitgliedstaaten in Schwierigkeiten befindliche Unternehmen unterstützen, sofern die öffentliche Förderung in Zeit und Umfang begrenzt ist und zu einem Ziel von gemeinsamem Interesse beiträgt.“

Air Berlin musste Mitte August nach jahrelangen Verlusten Insolvenz anmelden. Zuvor hatte die arabische Fluglinie Etihad, die die Berliner mit Geldspritzen in der Luft hielt, den Geldhahn zugedreht. Seitdem wird händeringend nach Käufern gesucht. Derzeit gilt Platzhirsch Lufthansa als aussichtsreicher Bieter. Zu den weiteren Interessenten zählen die britische Easyjet und der deutsche Ferienflieger Condor. Auch der ehemalige Energie-Topmanager Utz Claassen hat laut einem “Spiegel”-Bericht ein Auge auf Air Berlin geworfen – ebenso der Berliner Unternehmer Alexander Skora, der internationale Investoren ins Boot holen will.

Der Generalbevollmächtigte der insolventen Fluggesellschaft Air Berlin ist zuversichtlich, dass die Arbeitsplätze der meisten der 8600 Mitarbeiter gerettet werden können.

Voraussichtlich wird Air Berlin aufgesplittet und auf mehrere Airlines verteilt. „Wir haben mit mehr als zehn Interessenten gesprochen, darunter mit mehreren Fluglinien“, sagte Konzernchef Thomas Winkelmann der „Bild am Sonntag“. Namen nannte er nicht. „Es wird nicht einen, sondern zwei oder drei Käufer geben.“ Auch die Wettbewerbsbehörde hatte sich eingeschaltet und sich gegen einen Verkauf an einen einzigen Bieter ausgesprochen.

Skora will Air Berlin wieder auf Strecken wie nach Mallorca stark machen und ein flexibles Ticketmodell mit Auktionen einsetzen. “Für die Langstrecken sehe ich Lufthansa und für weitere Europa-Verbindungen Easyjet in der Verantwortung. So kann Air Berlin langsam nach und nach wieder wachsen”, sagte Skora zu Reuters.

Bis zum 15. September sammeln die Air-Berlin-Insolvenzverwalter verbindliche Angebote von Investoren ein. Verhandlungskreisen zufolge könnte bestenfalls bereits am 21. September feststehen, wer welche Teile von Air Berlin bekommt. Das Unternehmen muss aufs Tempo drücken, da die finanziellen Mittel begrenzt sind. Um die Kosten zu drücken, wurde bereits beschlossen, verlustträchtige Langstreckenflüge in rund vier Wochen einzustellen. EA/rtr 5

 

 

 

 

Grundsicherung und Sozialhilfe. Höhere Regelsätze ab 2018

 

Wer Sozialhilfe oder Arbeitslosengeld II bezieht, erhält ab Januar 2018 mehr Geld. Der Regelsatz für Alleinstehende steigt von 409 Euro auf 416 Euro pro Monat. Die Grundsicherung für Kinder und Jugendliche vom 7. bis zur Vollendung des 18. Lebensjahres erhöht sich um fünf Euro.

 

Zum Jahresbeginn 2018 steigen die Unterstützungsleistungen für alle, die ihren Lebensunterhalt nicht selbst bestreiten können. Das gilt für die Sozialhilfe, die Grundsicherung für Arbeitsuchende sowie für die Grundsicherung im Alter und bei Erwerbsminderung.

Das Bundeskabinett hat die entsprechende Verordnung zur Fortschreibung der Regelbedarfssätze auf den Weg gebracht. Der Bundesrat muss der Verordnung noch zustimmen. Er wird sich voraussichtlich Anfang November damit befassen.

Die Kosten für Unterkunft und Heizung werden grundsätzlich in Höhe der tatsächlichen Aufwendungen erbracht, soweit sie angemessen sind. Das Jobcenter orientiert sich dabei am örtlichen Niveau der Mieten auf dem Wohnungsmarkt.

Seit 2017 bessere Leistungen für Menschen mit Behinderungen

Seit Anfang 2017 erhalten nicht-erwerbsfähige oder behinderte erwachsene Sozialhilfeempfänger 100 statt 80 Prozent der Grundsicherung. Wenn sie zum Beispiel bei den Eltern oder in einer WG leben, gehören sie zur Regelbedarfsstufe 1. Leben Menschen mit Behinderung in stationären Einrichtungen, erhalten sie noch bis Ende 2019 die Regelbedarfsstufe 3 (80 Prozent). Ab 2020 bekommen sie die Regelbedarfsstufe 2 (90 Prozent). Dies wurde durch die Neuregelungen im Bundesteilhabegesetz möglich.

Jährliche Erhöhung folgt der Preis- und Lohnentwicklung

Die Regelsätze werden jährlich überprüft und fortgeschrieben. Die Fortschreibung der Regelbedarfe wird anhand eines Mischindex errechnet. Dieser setzt sich zu 70 Prozent aus der Preisentwicklung und zu 30 Prozent aus der Nettolohnentwicklung zusammen.

Das Statistische Bundesamt ermittelt die Preisentwicklung der Güter und Dienstleistungen, die wichtig sind, um ein menschenwürdiges Existenzminimum zu sichern. Auch die Entwicklung der Nettolöhne und –gehälter wird vom Statistischen Bundesamt berechnet. Für die Fortschreibung der

Regelbedarfsstufen wird nicht die Entwicklung der Verbraucherpreise insgesamt und damit auch nicht der allgemeine Verbraucherpreisindex zugrunde gelegt. Vielmehr wird vom Statistischen Bundesamt ein spezieller Preisindex gebildet. Dieser berücksichtigt ausschließlich die Preisentwicklung der

regelbedarfsrelevanten Güter und Dienstleistungen. Das Bundesverfassungsgericht hat diesen Mechanismus in seiner Entscheidung vom 9. September 2014 bestätigt. Pib 6

 

 

 

Umfrage. Deutsche blicken optimistischer in die Zukunft

 

Wenige Wochen vor der Bundestagswahl ist die Stimmung in Deutschland laut einer Studie überwiegend positiv. Internationale Ereignisse wie Flüchtlingskrise, Brexit und Populismus stärken offenbar das Bedürfnis nach stabilen Verhältnissen.

Die Deutschen blicken einer Umfrage zufolge deutlich optimistischer in die Zukunft als andere Europäer. Eine große Mehrheit der Bundesbürger sei zufrieden mit dem Zustand ihres Landes und der Demokratie, erklärte die Bertelsmann Stiftung am Mittwoch in Gütersloh bei der Vorstellung einer europaweiten Studie. Demnach sind fast 60 Prozent der Deutschen der Ansicht, dass sich das Land in die richtige Richtung entwickle – das sind fast doppelt so viele wie bei der letzten Befragung im Frühjahr. 63 Prozent äußerten sich zufrieden mit der deutschen Demokratie.

Mit diesen Werten seien die Bundesbürger im EU-Vergleich Spitzenreiter in puncto Optimismus, hieß es. Am unzufriedensten mit der Entwicklung im eigenen Land seien die Italiener mit nur 13 Prozent. In Frankreich, wo mit Emanuel Macron ein neuer Staatspräsident angetreten ist, gebe es zwar weiter eine Mehrheit für die Pessimisten. Doch habe sich der Anteil der positiv gestimmten Befragten seit dem Frühjahr auf 36 Prozent verdreifacht.

Laut der Umfrage ist die politische Mitte in Deutschland so stark wie in keinem der anderen großen EU-Staaten Frankreich, Großbritannien, Italien, Polen und Spanien. Demnach verorten sich 80 Prozent der Deutschen in der politischen Mitte. Die Mehrheit davon (44 Prozent) stufe sich selbst als „mitte-links“ ein. Demgegenüber seien in Frankreich die politischen Ränder im EU-Vergleich am stärksten ausgeprägt: Jeweils ein Viertel der Franzosen steht laut eigener Einschätzung links oder rechts von der Mitte.

Unzufriedenheit führt nach rechts

Wer unzufrieden ist, orientiert sich der Studie zufolge in den EU-Staaten politisch nach rechts. In Deutschland seien dies sieben Prozent der Befragten. Sei seien zu fast zwei Dritteln unzufrieden mit dem Zustand der Demokratie in Deutschland wie auch in der Europäischen Union. Nur die Hälfte von ihnen würde bei einem Referendum für den Verbleib Deutschlands in der EU stimmen. Allerdings sei die Gruppe derjenigen, die sich selbst als rechts bezeichnen, in Deutschland mit sieben Prozent immer noch sehr klein – in Frankreich seien es 25 Prozent.

Auch wirtschaftlich haben die Bundesbürger nach Einschätzung der Demoskopen offenbar wenig zu beklagen. Für drei Viertel der Befragten hat sich ihre ökonomische Lage entweder verbessert oder ist gleich geblieben. In Italien als Schlusslicht in dieser Kategorie gab mehr als jeder Zweite (54 Prozent) an, dass sich seine Situation verschlechtert habe.

Deutschland geht es gut

Ereignisse wie der Brexit, US-Präsident Donald Trump und dramatische Wahlkämpfe in Nachbarländern hätten offenbar viele Deutsche „tief beeindruckt und davon überzeugt, dass es Deutschland verhältnismäßig gut geht“, sagte die Projektleiterin von eupinions, Isabell Hoffmann. Noch profitiere die Bundesrepublik von ihrer breiten politischen Mitte und guten Wirtschaftszahlen. Entscheidend werde sein, ob es der AfD nach dem wahrscheinlichen Einzug in den Bundestag gelinge, die politische Debatte entlang von Reizthemen wie Asyl und Migration „tiefgreifend zu polarisieren“, sagte Hoffmann.

Die Bertelsmann Stiftung hatte im Juli in allen 28 EU-Ländern insgesamt 10.755 Bürger befragt. In ihren regelmäßigen „eupinions“-Studien ermittelt die Stiftung regelmäßig die Einstellungen der Bevölkerung zur Fortentwicklung der Europäischen Union und einzelnen Politikfeldern. (epd/mig 7)

 

 

 

 

Ein neues Digitalministerium für Deutschland?

 

Die deutschen Parteien sind geteilter Meinung darüber, ob nach der Bundestagswahl am 24. September ein neues Bundesministerium für Digitales geschaffen werden soll.

Während Angela Merkels CDU einen Staatssekretär für Digitale Themen im Kanzleramt haben will, sprechen sich andere Parteien für die Schaffung eines komplett neuen Ministeriums aus.

Die FDP beispielsweise glaubt, dass ein solches Amt die Aufgaben bündeln könnte, die momentan auf verschiedene Ministerien verteilt sind, und somit zu einer „schlankeren, effizienteren Regierung“ führen würde.

Derzeit behandelt das Justizministerium Themen wie Datenschutz und Hasskommentare in sozialen Medien; das Verkehrsministerium ist für den Breitbandausbau zuständig; und das Wirtschaftsministerium kümmert sich um den Online-Handel und dazugehörige Regulierungen.

Vertreter der SPD, der Grünen und der CSU sagten diese Woche ebenfalls, dass sie ein solches Digitalministerium schaffen wollen. Auch bei den Wählern kommt der Vorschlag gut an: In einer Umfrage von YouGov befürworteten 48 Prozent ein neues Ministerium, nur 19 Prozent fanden, dass digitale Themen weiterhin auf unterschiedliche Ministerien verteilt bleiben sollten.

Lars Klingbeil, der Berichterstatter für neue Medien der SPD, sagte im Handelsblatt, Deutschland brauche dringend einen Zuständigen für digitale Themen. Dies könne ein eigenes Ministerium oder ein zuständiger Staatsminister im Kanzleramt, wie von der CDU vorgeschlagen, sein. „Wenn wir nicht endlich auch strukturell in der digitalen Realität ankommen, verlieren wir auch die zweite Halbzeit der Digitalisierung,“ warnte Klingbeil.

Einige andere EU-Länder haben bereits solche Ministerien. Innerhalb der EU leitet der estnische Digitalminister Urve Palo noch bis Ende des Jahres die Diskussionen zu digitalen Themen im Europäischen Rat.

Wer in Estland wählen, einen Ausweis beantragen oder eine Firma gründen will, der muss weder eine Nummer ziehen, noch sich in langen Schlangen anstellen.

Die Schaffung eines neuen Bundesministeriums könnte innerhalb der EU als Zeichen gedeutet werden, dass Deutschland eine gewichtigere Rolle bei digitalen Themen einnehmen will, glauben Experten. Guntram Wolff, Direktor des Think-Tanks Bruegel, meint: „Digitalthemen waren nie das große Thema in politischen Debatten“ in Deutschland. Es sei daher „ein gutes Zeichen“, dass sich dies nun ändere.

Deutschland schneidet beim digitalen Fortschritt innerhalb Europas eher schlecht ab. Dieses Jahr rangiert das Land bei der Internetnutzung seiner Bürger auf Rang 19 von 28 – viele Deutsche sind also offline. Weitere vielzitierte Kritikpunkte sind der langsame Breitbandausbau sowie der schlechte Anschluss ländlicher Gebiete. Beim Breitbandzugang belegt Deutschland sogar nur Platz 21 in der EU.

Breugel-Direktor Wolf warnt, ein Digitalministerium dürfe sich nicht zu sehr auf nationale Themen konzentrieren und die Zusammenarbeit mit anderen europäischen Staaten vernachlässigen. „Es ist wichtig, dass man im Auge behält, wie die deutschen mit den europäischen Digitalplänen verknüpft werden können. Viele Dinge, über die entschieden werden wird, müssen auf EU-Ebene abgesprochen werden.“

Auch Franziska Raspe vom Tech- und Digitalverband Bitkom glaubt, dass ein Ministerium verdeutlichen würde, dass Deutschland digitale Themen ernstnimmt und für wichtig hält. „In Irland gibt es beispielsweise einen Minister für Datenschutz. Das ist auch sein offizieller Titel. Von außen betrachtet scheint es daher so, dass Datenschutz in Irland ein sehr wichtiges Thema  ist”, erklärt sie.

Falls die zukünftige Bundesregierung gegen ein Ministerium und stattdessen für einen Staatssekretär im Kanzleramt entscheidet, müsse dieser weitreichende Befugnisse haben und Ministern gleichgestellt sein, fordert Raspe. Sie sehe aber auch, dass die Schaffung eines Digitalministeriums politisch heikel ist: Andere Ministerien hätten Angst, dass sie Kompetenzen verlieren könnten.  Catherine Stupp, EA 7

 

 

 

50 Jahre ESOC in Darmstadt. Raumfahrt

 

Hessens Tor zum Weltraum: Mit diesem Slogan wirbt das Bundesland, wenn es um das ESOC in Darmstadt geht. Doch das „European Space Operations Centre“ ist nicht nur Hessens, sondern auch Deutschlands und Europas Zugang zum All - und das seit einem halben Jahrhundert. Am 8.

September 2017 feiert das Satellitenkontrollzentrum der ESA 50. Geburtstag.

Deutschland ist nach Frankreich die zweitgrößte europäische Raumfahrtnation. Insgesamt 1,5 Milliarden Euro investiert der Bund jährlich in die zivile Raumfahrt. Dazu gehören nationale Projekte, die deutschen Beiträge zur Europäischen Weltraumorganisation ESA sowie der Bereich „Raumfahrtforschung und -technologie“ des Deutschen Zentrums für Luft- und Raumfahrt (DLR).

Weltraumforschung nutzt allen

Die daraus resultierenden Innovationen haben nicht nur den Computerbau wesentlich beflügelt. Sie finden Anwendung in vielen anderen Industriezweigen: Mobilfunksysteme in Autos, Live-Übertragungen von sportlichen und politischen Großereignissen oder globale Umwelt- und Klimaforschung wären ohne die Pionierleistungen der Raumfahrt nicht möglich. Ob Gleitsichtbrille, Navigationsgeräte oder Handstaubsauger, ob Klettverschluss, „unkaputtbare“

Plastik-Pfandflaschen oder Herzschrittmacher - alles Errungenschaften aus der Raumfahrt, die aus unserem Alltag nicht mehr wegzudenken sind.

Rund 80 Satelliten hat das ESOC seit seiner Gründung in den Orbit gebracht - darunter Kommunikations-, Wetter-, Erdbeobachtungs- und Klimaschutz-Satelliten, Satelliten des europäischen Navigations-Flaggschiffes Galileo, aber auch so historisch einmalige ESA-Missionen wie Rosetta. Ein starker Motor ist das ESOC zudem für Wirtschaft und Wissenschaft in Land und Region. Pib 8

 

 

 

Umfrage. Terror und Extremismus bleiben größte Ängste in Deutschland

 

Die Angst vor Terrorismus, Einwanderung und politischer Gewalt von rechts und links ist auf hohem Niveau leicht rücklaufig. Das zeigt eine aktuelle Umfrage über die größten Sorgen in Deutschland.

Terror, Extremismus und Spannungen durch Zuwanderung bereiten den Deutschen laut einer Studie weiterhin großes Kopfzerbrechen. Insgesamt seien die meisten Ängste gegenüber dem Vorjahr aber zurückgegangen, heißt es in der diesjährigen Studie „Die Ängste der Deutschen“ im Auftrag der R+V-Versicherung, die am Donnerstag in Berlin vorgestellt wurde. Geringer als je zuvor im Verlauf der seit mehr als einem Vierteljahrhundert laufenden Langzeitstudie sind die Sorgen vor Arbeitslosigkeit und einer Verschlechterung der Wirtschaftslage.

Damit sank der allgemeine Angstindex um sechs Prozentpunkte auf 46 Prozent, sagte der Politikwissenschaftler und Leiter der Studie, Manfred Schmidt. Abgefragt wurden 20 Themen. Die Angst vor Terrorismus sank gegenüber dem Vorjahr um zwei Prozentpunkte, liegt aber mit aktuell 71 Prozent weiter auf Platz eins. Knapp zwei Drittel der Befragten (62 Prozent) nannten am zweithäufigsten die Angst vor politischem Extremismus, sechs Prozentpunkte weniger als im Vorjahr. Auch die Angst vor Spannungen durch Zuzug von Ausländern sank um sechs Prozentpunkte auf aktuell 61 Prozente (Platz drei).

Für die Umfrage wurden in einer repräsentativen Stichprobe zwischen dem 23. Juni und dem 28. Juli knapp 2.400 Personen im Alter ab 14 Jahren persönlich befragt. Lediglich zwei Ängste belasten die Deutschen mehr als im vergangenen Jahr: die Angst vor Schadstoffen in Nahrungsmitteln stieg um einen Prozentpunkt auf 58 Prozent (Platz fünf). Dabei erfolgte die Umfrage noch vor Bekanntwerden des Lebensmittelskandals um Fipronil-belastete Eier. Die Angst vor Naturkatastrophen legte vier Prozentpunkte zu auf 56 Prozent (Platz sieben). Dafür sorgten in diesem Jahr vor allem die Ostdeutschen, die in der Vergangenheit sich weniger über „grüne“ Themen Sorgen gemacht hätten, sagte Brigitte Römstedt, bei R+V verantwortlich für die Studie.

Sorgenkind Schuldenkrise

Sorgen bereitet den Deutschen weiterhin die Schuldenkrise in einigen EU-Mitgliedstaaten, mit 58 Prozent sieben Prozentpunkte weniger als im Vorjahr und aktuell auf Platz vier der Ängste-Liste. Zwar sei auch die Angst vor einem Kontrollverlust des Staates weiterhin groß, sagte Schmidt. Die Sorge über eine Überforderung der Behörden und der Deutschen sank aber um neun Prozentpunkte mit 57 Prozent auf Platz sechs. Mit 55 Prozent rangiert die Furcht vor Überforderung der Politiker in diesem Jahr auf Platz acht, minus zehn Prozentpunkte. Bemerkenswert sei dabei, so Schmidt, dass zum zweiten Mal in Folge diese Angst vor einer Bundestagswahl sinke. Das sei in früheren Wahlkampfzeiten anders gewesen.

Leicht verbessert haben sich 2017 auch die Schulnoten, mit denen die Befragten die Arbeit der Politiker bewerten konnten – von durchschnittlich 4,2 auf 3,9. „Dennoch ist das Urteil für die politische Klasse wenig schmeichelhaft“, urteilte der Heidelberger Politologe.

Weniger Angst vor Arbeitslosigkeit

Geringer als je zuvor sind die Ängste vor Arbeitslosigkeit und einer Verschlechterung der Wirtschaftslage. Mit 17 Prozentpunkten am stärksten gesunken ist die Befürchtung, dass die Arbeitslosenzahlen in Deutschland steigen könnten. Sie liegt mit 26 Prozent auf dem vorletzten Platz (19). Fast ebenso gering ist die Angst vor dem Verlust des eigenen Jobs (minus elf Prozentpunkte auf 27 Prozent, Platz 18). Die Furcht vor einem Abwärtstrend der Wirtschaft ist um 15 Prozentpunkte auf 37 Prozent abgesackt und damit ebenfalls auf Rekordtief (Platz 14).

Etwa die Hälfte der Bundesbürger (52 Prozent) hat große Angst davor, im Alter pflegebedürftig zu werden (Platz neun). Die Sorge vor steigenden Lebenshaltungskosten – viele Jahre lang auf Platz eins – liegt mit 50 Prozent nur noch auf Rang zehn. „Schlusslicht ist wie immer die Furcht vor dem Zerbrechen der Partnerschaft“, sagte Schmidt. Sie rangiert mit 17 Prozent deutlich hinter allen anderen Ängsten (Platz 20). (epd/mig 8)

 

 

 

Schüler aus Hessen besuchen ein englisches College in den Herbstferien!

 

Der Dt./Engl. Freundschaftsclub e.V. begleitet seit 1986 Schüler ab 13 Jahren beim Besuch eines englischen Colleges. Der nächste Kurs in Torquay findet in der Zeit vom 30.09. - 15.10. statt. Die Jugendlichen werden von deutschen Betreuern auf der Anreise und in England begleitet. Freundliche und sorgfältig ausgewählte Gastfamilien sorgen für das Wohlbefinden und bieten ein zu Hause auf Zeit. Mit viel Erfahrung und Abwechslung sorgen die englischen Lehrer in kleinen Klassen dafür, dass das Lernen Spaß macht und Langeweile keine Change hat. Während die Vormittage von 09:00h - 12:30h für das Lernen reserviert sind, bleibt an den Nachmittagen genug Zeit für Spiel, Spaß, Sport und Ausflüge um Land und Leute kennen zu lernen. Der günstige Vereinspreis beinhaltet die Unterkunft in einer Gastfamilie bei Vollpension - 30 Zeitstunden Englischunterricht sowie ein umfangreiches Ausflugs-/Freizeitprogramm. Ab 15 Jahren kann eine Anmeldung mit einem Freund in zwei verschiedenen Familien, in der Nähe voneinander gewählt werden. Das verdoppelt durch gegenseitige Besuche den Einblick in das typisch englische Familienleben und fördert ohne Extrakosten die Sprachkenntnisse zusätzlich. Eine kostenlose Info-Broschüre gibt es bei Andreé Beckers: club@cloudmail.de, SMS/WhatsApp 01633302544, Tel.: 0431/79949069. Auf Wunsch erstellt der Verein für die zweite Kurswoche eine Schulbefreiungsbescheinigung. De.it.press

 

 

 

 

Studie. Jeder fünfte Firmengründer ist Einwanderer

 

Migranten leisten der deutschen Wirtschaft einen wichtigen Beitrag: Sie gründen häufiger Firmen, arbeiten länger und beschäftigen mehr Angestellte. Das geht aus einer aktuellen Untersuchung des Kreditanstalts für Wiederaufbau hervor.

Migranten haben 2016 jede fünfte neue Firma in Deutschland gegründet. Das geht aus einer Untersuchung der Forschungsstelle KfW Research der Kreditanstalt für Wiederaufbau (KfW) hervor, die am Donnerstag in Frankfurt am Main veröffentlicht wurde. Allerdings war die Zahl der von Einwanderern neu ins Leben gerufenen Unternehmen mit 139.000 Gründungen so niedrig wie nie zuvor seit Erhebung des ersten Wertes im Jahr 2009. Die Firmengründungen insgesamt lagen auf vergleichsweise niedrigem Niveau.

Migranten leisteten dennoch einen wichtigen, über die Jahre stabilen Beitrag zum Gründungsgeschehen, urteilen die Experten in der Erhebung „Gründungen durch Migranten: Gründungsfreude trifft Ambition“. „Bei Existenzgründungen durch Migranten sind Akademiker eine treibende Kraft“, sagte Jörg Zeuner, Chefvolkswirt der KfW Bankengruppe. „Akademische Gründer sind bei Migranten nicht nur wachstumsorientierter, sondern auch bestandsfester. Das ist eine erfolgversprechende Kombination.“

Selbständigkeit aus Mangel an Alternativen

Die Daten zeigten, dass Migranten ihre Existenzgründungen überdurchschnittlich offensiv angingen: Sie investieren demnach mehr Wochenstunden in ihre Gründungsprojekte (durchschnittlich 32 Stunden verglichen mit 29 Stunden bei Gründern insgesamt) und sie gründen die Unternehmen häufiger im Team (23 Prozent zu 20 Prozent). Zudem schaffen sie häufiger Arbeitsplätze (39 Prozent zu 28 Prozent).

Migranten setzen den Daten zufolge insgesamt häufiger aus Mangel an Erwerbsalternativen aus Selbstständigkeit, weshalb auch ihre Abbruchquote höher ist als im Durchschnitt: 41 Prozent brechen innerhalb der ersten drei Jahre ihre Existenzgründung ab im Vergleich zu 30 Prozent aller Gründer. „Notgründer beenden ihr Gründungsprojekt eher wieder, wenn sich attraktive Jobmöglichkeiten bieten“, heißt es in einer KfW-Mitteilung zur Studie.

Migranten nehmen seltener Bankdarlehen

Eine weitere Besonderheit zeigt sich der Studie zufolge bei der Gründungsfinanzierung. Zwar nutzen Migranten gleich häufig und in gleichem Umfang Fremdmittel wie alle anderen Gründer, doch nutzen sie seltener Bankdarlehen als Finanzierungsquelle. Sie greifen dafür häufiger auf Überziehungskredite oder auf die finanzielle Unterstützung von Freunden und Verwandten zurück.

„Die Tendenz zu teureren Überziehungskrediten kann ein Hinweis auf beschränkten Kreditzugang sein, der seinerseits Erfolgschancen mindert. Eine erfolgversprechende Gründung sollte aber nicht am Kreditzugang scheitern. Für Gründer ist ein offener und bezahlbarer Kreditzugang wichtig,“ sagt Dr. Zeuner. (epd/mig 15)

 

 

 

 

Mobilität der Zukunft zum Anfassen. IAA Pkw 2017

 

Vom 14. bis 24. September öffnet die 67. Internationale Automobil-Ausstellung in Frankfurt am Main ihre Pforten. Im Mittelpunkt steht die Digitalisierung, denn: Das Auto der Zukunft fährt vernetzt und automatisiert. Grund genug für Bundeskanzlerin Merkel, die Messe am 14. September offiziell zu eröffnen.

Unter dem Motto „Zukunft erleben“ präsentiert die IAA Pkw 2017 die neuesten Trends rund um die Themen Auto und Mobilität - vom automatisierten Fahren über die Elektromobilität bis hin zu urbanen Mobilitätskonzepten von morgen. Womit, so Bundeskanzlerin Angela Merkel, auf der IAA auch der Automobilstandort Deutschland „eine zentrale Rolle“ spiele.

Mehr Engagement bei neuen Antrieben

Der Straßenverkehr muss emissionsärmer werden, fordert die Kanzlerin. Deswegen fördert die Bundesregierung alternative Antriebe wie die Elektro- oder Wasserstoffmobilität. Zur IAA wünsche sie sich aber auch eine Industrie, die sage: Wir sind auch bereit, uns all den Neuerungen alternativer Antriebstechnologien zu stellen - und zwar mit aller Kraft und allem

Mut.

Die IAA in Zahlen: Bei der IAA Pkw 2015 präsentierten sich rund 1.100 Aussteller aus 39 Ländern auf 230.000 Quadratmetern Fläche. Mit 219 Weltpremieren konnte die IAA ihre Position als die internationale Leitmesse für Mobilität weiter ausbauen. Insgesamt strömten fast 932.000 Besucherinnen und Besucher auf das Messegelände der Mainmetropole. Pib 12

 

 

 

 

Gitarrenorchester "Volare" in italienischer und deutscher Sprache, Italienisches Kulturinstitut München

 

Sehr geehrte Damen und Herren, ab Ende September finden die Proben unseres Gitarrenorchesters „Volare“ wieder statt. Es gibt noch freie Plätze: sowohl Anfänger als auch Fortgeschrittene sind willkommen!

 

Leitung: Anna Ferrari. Tag und Uhrzeit: 9x Di. 19.30-20.50 Uhr.

Kalender: 26.09., 10.10., 24.10., 7.11., 21.11., 5.12., 19.12. + zwei Termine im Januar/Februar. Ort: Italienisches Kulturinstitut München, Hermann-Schmid-Str. 8, 80336 München. Kosten: Euro 180. In italienischer und deutscher Sprache

 

Ziel des Projekts ist die Vorstellung und Verbreitung des Repertoires italienischer Volksmusik, der Werke italienischer Liedermacher sowie klassischer Stücke auf der Gitarre. Projektumfang: international bekannte Stücke, Volksmusik aus verschiedenen Regionen, Werke von Liedermachern. Die musikalischen Arrangements werden von der musikalischen Leitung bereitgestellt.

Zielgruppe: Anfänger und Fortgeschrittene, Italiener und Nichtitaliener, die ihr Wissen über „Bella Italia“ durch italienische Musik vertiefen wollen. Abschluss des Projekts mit einem Konzert.

Anna Ferrari (Nettuno) erlangte ihr Diplom am Staatskonservatorium L. Refice in Frosinone und besuchte internationale Fortbildungskurse bei Barrueco, P.  Corona und E. Segre. Sie machte ihren Abschluss in Wirtschaftswissenschaften an der

Universität La Sapienza in Rom. Sie unterrichtet Gitarre beim kulturellen Verein Kammermusik in Aprilia und nahm am Kurs über das Orff-Schulwerk am Konservatorium O. Respighi in Latina teil. Als Vorsitzende der Associazione chitarristica di Aprilia organisiert sie Konzerte und musikalische Veranstaltungen. Sie ist auf Jazzmusik spezialisiert und machte ihren Abschluss am Konservatorium O. Respighi. Sie besuchte Fortbildungskurse über E-Gitarre bei B. Garsed, A. Di Giorgio, P. Forestiere, F. Gambale und J. Scofield, B. Harris. Seit 2003 spielt sie im Swing Sextett Benny Smiles Again.

Info und Anmeldung: Tel. 089 / 74 63 21 22, E-Mail corsi.iicmonaco@esteri.it. 

Istituto Italiano di Cultura & Forum Italia e.V., Hermann-Schmid-Straße 8, 80336 München (dip)

 

 

 

Richard Wagner trifft Gabriele D´Annunzio – internationale Tagung in der Villa Vigoni

 

Richard Wagner und Gabriele D’Annunzio sind sich im Leben nie begegnet. Mit der Tagung „Bayreuth italiana. Richard Wagner und Gabriele D´Annunzio“, 22.-24. September 2017, in der Villa Vigoni am Comer See wird der Versuch unternommen, eine persönliche Begegnung zu imaginieren und für die wissenschaftliche Forschung fruchtbar zu machen.

Beide, der Deutsche und der Italiener, sind Nationaldichter ihrer Zeit. D´Annunzio verfasste die Gedenkschrift am ehemaligen Wohnhaus Wagners in Venedig, kaufte aus dem Besitz der Familie Wagner das Vittoriale am Gardasee und machte es zu seinem Altersruhesitz. Erstaunlich, dass bisher die Verbindung beider Künstler kaum untersucht wurde.

Deutsche, italienische und schweizer Experten treffen sich im Deutsch-Italienischen Zentrum für Europäische Exzellenz Villa Vigoni und stellen sich erstmals der interdisziplinären Diskussion über Zusammenhänge zwischen Leben, Werk und Wirken der beiden schillernden und nicht unumstrittenen Persönlichkeiten.

Als Ehrengast teilnehmen wird Katharina Wagner, Enkelin von Richard Wagner und Leiterin der Bayreuther Festspiele. Das Vittoriale degli Italiani (heute: italienisches Nationaldenkmal) stellt die Schirmherrschaft. Die Deutsche Botschaft Rom fördert die Tagung.

Was also kann man erwarten? Der deutscheste aller Künstler und der Prophet Italiens, was haben sie miteinander zu tun? D´Annunzio, Gesellschaftsreporter, modisches Vorbild einer ganzen Generation, ein Dandy und Vorläufer für Hollywood mit Starkult, nach eigener Einschätzung der größte Dichter Italiens nach Dante. Wagner, Komponist deutscher Opern, für die er selbst die Texte schrieb; Erfinder moderner Festivalkultur zu einem Zeitpunkt, da Woodstock noch kein Begriff war. Aus der Werkstatt beider Künstler floss die ästhetische Gestalt einer Nation. Die neue Rolle des Künstlers in der Gesellschaft wurde von ihnen geprägt und reflektiert. Als Intellektuelle beanspruchten sie ihren Platz auch außerhalb des Theaters und der Kunst. Die Gesellschaft als öffentliche Bühne, war allzu verlockend. Was trugen beide tatsächlich dazu bei? 

Bei dem Treffen von internationalen Wagnerianern und Dannunzianern wird diese Frage im Zentrum stehen. Koordinatorin der Tagung ist Frau Dr. phil. Dr. (RSM) Bettina Vogel-Walter, Köln, in Zusammenarbeit mit der Villa Vigoni.

Am Samstag, dem 23. September 2017, um 21:00 Uhr, wird der Stummfilm „La Nave“ von Gabriellino D’Annunzio, des Sohnes von Gabriele D’Annunzio, mit Live-Musikbegleitung aufgeführt. Die Komponistin der Musik ist Rossella Spinosa, die an dem Abend selbst Klavier spielen wird. Rossella Spinosa ist die Leiterin des Festival di Bellagio e del Lago di Como.

Das Deutsch-Italienische Zentrum für Europäische Exzellenz Villa Vigoni existiert seit 1986 und hat seinen Sitz in Loveno di Menaggio am Comer See. Die Villa Vigoni widmet sich der Vertiefung der deutsch-italienischen Beziehungen im Kontext der Europäischen Integration und fördert den europäischen Dialog in Politik, Wirtschaft, Wissenschaft, Bildung und Kultur. Das Jahresprogramm mit seinen zahlreichen Veranstaltungen zu aktuellen Themen finden Sie unter www.villavigoni.eu. De.it.press