WEBGIORNALE  6-19   MARZO  2017

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Un patto per l’Unione federale  1

2.       Migranti, fonti Ue: detenere quelli da rimpatriare  1

3.       Migranti, la denuncia dell'Unicef: "Donne e bambini abusati regolarmente"  1

4.       Brexit, governo sconfitto a Camera Lord su emendamento che protegge diritti cittadini Ue  1

5.       Mario Giro: “I corridoi umanitari per i migranti; un modello per l'Europa”  2

6.       Minacce ibride. Ue: proposta riforma Regolamento Dual Use  2

7.       Migranti, la Commissione Ue torna a minacciare sanzioni per chi rifiuta i ricollocamenti 3

8.       L’UE e le migrazioni. Politica di rimpatrio efficae e credibile  3

9.       In Europa il PD sostiene i candidati del PSE  3

10.   In una interrogazione al ministro degli esteri le problematiche della collettività di Norimberga  4

11.   “Rilevazioni di criticità per i connazionali residenti all’estero”. I nodi più urgenti da sciogliere  4

12.   All’Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera  4

13.   Il 18 marzo a Colonia. Presentazione di un sondaggio sui rapporti italo-tedeschi 5

14.   Francoforte. Iniziano “I martedì della scienza”  5

15.   Intervista ad Andrea Accomazzo, martedì 7 marzo a Francoforte  5

16.   I recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue COSMO  6

17.   Norimberga. L’amicizia italo-tedesca funziona  7

18.   Laura Garavini (PD) al vertice dei Progressisti Europei al Bundestag. "Rivedere il patto di stabilità"  7

19.   “Adac Reisemagazin” di marzo-aprile dedicato alla Sardegna  7

20.   Le prossime manifestazioni a Monaco di Baviera e dintorni 7

21.   Uno studio sui macachi di CNR- Deutsches Primatenzentrum di Göttingen  8

22.   Carnevale 2017 della Mci a Kempten  8

23.   A Berlino l’anteprima mondiale della Prima Giornata del Design Italiano  8

24.   Germania, Schulz: "Correggere" Agenda 2010 di Schroeder 8

25.   Opel, accordo Germania-Francia sulla fusione con Psa  9

26.   Il Presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani in visita ufficiale in Germania (23-24.02) 9

27.   Dal giornalista in cella al referendum. È scontro aperto tra Ankara e Berlino  9

28.   Germania, destra Afd in calo: prima volta da luglio sotto 10%   9

29.   Viene dalla Germania il mecenate misterioso di Dolceacqua  9

30.   Togliere i Würstel dal menù del governo? Sfida (politica) al buffet 10

31.   Patrimoni all’estero. „C‘è tempo fino al 31.07.2017 per la Voluntary disclousure bis“  10

32.   Le risorse finanziarie destinate ai corsi di lingua e cultura italiana all’estero  10

33.   La Garavini ai democratici d’Europa. Che tristezza la scissione! Evitata all’estero  11

34.   Francia, presidenziali a rischio coabitazione  11

35.   Ue, così l'estrema destra anti-Europa riesce ad avere soldi da Bruxelles  12

36.   1957 – 2017: 60° dei Trattati di Roma. Una svolta per l’Europa federale?  12

37.   Negoziati a Ginevra. Siria, com’è difficile uscire dalla palude  12

38.   Tempesta perfetta su Renzi, scontro nel Pd su Lotti 13

39.   I troppi litigi non aiutano il Paese  13

40.   L’incognita  13

41.   Presentata al Maeci la Prima giornata del Design italiano nel mondo  14

42.   Pd, tutti colpevoli in una scissione senza valori 14

43.   Le Camere di Commercio Italiane all’Estero nei programmi formativi europei 15

44.   La rete estera ed i lavoratori a contratto locale  15

45.   Il voto italiano dall’estero  15

46.   Prosegue l'esame dello schema di decreto legislativo sulla disciplina della scuola italiana all'estero  16

47.   Manovra, Ue all'Italia: "Correzione 0,2% entro aprile"  16

48.   Capitali all’estero e tassazione in Italia  16

49.   Compromesso sulla data delle primarie Pd, il voto si allontana  17

50.   La fuga dei medici europei dal Regno Unito  17

51.   Prospettive per il futuro  17

52.   Rete diplomatico-consolare: al Senato un’interrogazione del Movimento 5 Stelle sui i lavoratori a contratto locale  17

53.   Renzi e il via alla campagna elettorale: l'idea del reddito di lavoro  18

54.   Migrantes: presentato a Torino il report "Diritto d'Asilo"  18

55.   Il 21 marzo giornata in memoria delle vittime delle mafie  19

56.   A 20 anni dalla prima legge quadro sull’immigrazione. Trovare una legge che porti ad una cittadinanza attiva degli stranieri 19

57.   Raggi con i taxi ma non condanna le violenze  19

58.   La politica delle ipotesi 19

59.   Convegno in Senato a 20 anni dalla legge 40/98 sull’immigrazione  19

60.   Proposta di legge per l’istituzione della “Giornata della solidarietà italiani all’estero”  20

61.   Lega Nord condannata a Milano per discriminazione: "I profughi non sono clandestini"  20

62.   Beppe Fiorello su Raiuno rievoca "I fantasmi di Portopalo"  20

63.   Interrogazione al ministro degli Esteri: “Per gli Istituti Italiani di Cultura meno burocrazia, più promozione culturale”  21

64.   La Regione Emilia Romagna sostiene economicamente il rientro dei connazionali indigenti 21

65.   Laziali nel mondo, aggiornamento e modalità di iscrizione al Registro delle Associazioni 21

 

 

1.       Sturm im San-Pellegrino-Glas  21

2.       EU-Kommission: Neue Vision für Europa vertagt 22

3.       Junckers Weißbuch ist wichtiger Denkanstoß  22

4.       Deutschland-Besuch des Präsidenten des Europäischen Parlaments, Antonio Tajani, (23-24.02) 22

5.       Zum Tod des DJ Fabo: „Liebevolle Allianz“ statt Einsamkeit 22

6.       "Brutalisierung der Abschiebepraxis". Bundesregierung bringt schärferes Abschieberecht auf den Weg  23

7.       Europas Rechte im Sinkflug  23

8.       Erfassung mangelhaft. Europarat verlangt Details zu Angriffen auf Minderheiten  24

9.       Die Mauerlüge  24

10.   Juncker will Europa der verschiedenen Geschwindigkeiten  24

11.   Riskante Routen. Zahl toter Flüchtlinge im Mittelmeer verdreifacht 24

12.   Krieg in der Ost-Ukraine: Hunger, Bomben, Traumata  24

13.   "Keine Konzentrationslager". EU-Parlamentspräsident für Auffanglager in Libyen  25

14.   Frontex kritisiert Rettungseinsätze vor Libyen  25

15.   Letzte Rettung Populismus? Wie wir dank der Krise die Demokratie erneuern können. 25

16.   Weltweiter Waffenhandel dramatisch gestiegen – Deutschland auf Platz 5  26

17.   „Überleben ist ein Wunder“ – Vergessene Kinder am Tschad-See brauchen sofort Hilfe und Schutz  26

18.   Donald Trump will aufrüsten  27

19.   Blair: „Zeit, sich gegen Brexit zu erheben“  27

20.   Trumps Mauer steht in Indien. Und dort funktioniert sie nicht. 27

21.   Griechenland weiter nicht kreditfähig  28

22.   „Die Union wird womöglich regierungsunfähig“  28

23.   Migrationskommissar Avramopoulos: Ratlos in Berlin  29

24.   Geteiltes Echo auf Schulz Pläne. Ja von Gabriel, Nein von der Union  29

25.   Wie Deutschland Frieden besser fördern kann  30

26.   „Zuviel Nebeneinander – zu wenig Steuerung“  30

27.   Innenministerium will EU-Asylregeln im Krisenfall verschärfen  30

28.   Neuer Höchststand. Deutschland wird flächendeckend ärmer 31

29.   Müdigkeit hinter dem Steuer ist ähnlich gefährlich wie Alkohol 31

30.   Spaziergang im Regen hebt die Stimmung  31

31.   Bundesgerichtshof. Vernichteter Pass kein Grund für lange Abschiebehaft 32

32.   NRW. Integrationsstaatssekretär Klute: Mit Mehrsprachigkeit Brücken bauen  32

33.   Sozialwahl 2017  32

34.   Was ist neu? Neuregelungen zum März  32

35.   Bewerben für internationalen Kultur-Freiwilligendienst 33

36.   Erster Dämpfer für Schulz  33

37.   Statistik. Berlin wächst auf 3,67 Millionen Einwohner 33

38.   Gekommen über Verona nach München. Italienische Migrationsgeschichte als europäische Erinnerungskultur 33

39.   Statistik. Einwanderung aus außereuropäischen Ländern fast verdoppelt 33

40.   Deutschstunde "Bella Germania - 60 Jahre Einwanderung aus Italien"  34

41.   6. Bundesfachkongress Interkultur in Braunschweig  34

42.   Bildungsstudie. Migrationshintergrund entscheidet stark über Schulerfolg  34

43.   ifo-Chef Fuest kritisiert populistische Wirtschaftspolitik  34

44.   Armutsbericht. Migranten überdurchschnittlich von Armut bedroht 35

45.   Deutsche Leberstiftung warnt: Falsches Essverhalten kann Fettleber verursachen  35

46.   Bilanz für Februar. Arbeitsmarkt: Positiver Trend setzt sich fort 36

47.   Studie: Deutsche Unternehmen sind Europameister bei der Talententwicklung  36

 

 

 

Un patto per l’Unione federale

 

Fra meno di un mese, il 17 marzo prossimo, noi Presidenti dei Parlamenti nazionali dell’Ue ci ritroveremo a Roma, come faranno i rappresentanti dei governi, per il sessantesimo anniversario dei Trattati dai quali prese avvio la nostra Unione.  

 

Ma è sotto gli occhi di tutti che la ricorrenza esige ben altro che una semplice rievocazione storica. Il compleanno arriva nella fase più critica mai attraversata dal progetto europeo.  

 

La disoccupazione e la crescita delle disuguaglianze in molti Paesi alimentano una pesante sfiducia dei cittadini, acuita dall’incapacità degli Stati membri di gestire in modo solidale i flussi migratori. In questo clima trovano terreno fertile movimenti populisti, nazionalisti e persino xenofobi. Sono messe in discussione la libera circolazione delle persone e altre conquiste del processo di integrazione. Per la prima volta uno Stato membro ha deciso di uscire dall’Unione.  

 

In una tale situazione non dobbiamo farci paralizzare dalla paura, né dalle preoccupazioni legate alle scadenze elettorali imminenti in alcuni dei nostri Paesi. Dobbiamo agire ora, prima che sia troppo tardi. E cogliere l’occasione dell’anniversario per tornare alla visione e allo spirito dei Padri fondatori e rilanciare la costruzione europea su basi rinnovate. Valorizzando certo le molte conquiste comuni di questi sessant’anni di sviluppo pacifico, che sono stati nel complesso un periodo di straordinario avanzamento dei nostri Paesi in termini di benessere e di diritti fondamentali; ma anche facendo chiarezza su ciò che ci tiene insieme. Si tratterà dunque di mettere in risalto quel che ci unisce, di preservare ciò che fa del nostro progetto uno spazio di libertà e di pace e di porre rimedio a ciò che non funziona, in particolare alle diseguaglianze e alle ingiustizie che rischiano di dividerci.  

 

La dichiarazione «Più integrazione europea: la strada da percorrere» indica in modo netto cosa c’è da fare per vincere le sfide europee e globali. Noi quattro la sottoscrivemmo nel Palazzo romano di Montecitorio il 14 settembre 2015. Oggi le firme sotto quel testo sono diventate quindici. Dobbiamo arrenderci all’evidenza che questo numero non aumenterà più. Ciò dimostra che esiste una forte disponibilità a una cooperazione rafforzata, ma anche che non c’è una posizione comune di tutti Parlamenti dell’Ue. 

 

Noi siamo convinti che di fronte alla crisi abbiamo bisogno di più Europa, anche se dobbiamo affrontare venti contrari. Non possiamo ignorare l’impatto sociale nefasto che le misure economiche e finanziarie hanno avuto su decine di milioni di famiglie. Dobbiamo puntare alla crescita e all’occupazione: l’Europa non può avere nessun fascino per i giovani se non offre loro credibili prospettive di lavoro. Dobbiamo avere il coraggio di condividere sovranità nei tanti settori in cui l’azione dei singoli Stati è ormai del tutto inefficace e destinata a fallire: dal riscaldamento climatico alle politiche energetiche, dai mercati finanziari alle regole per l’immigrazione, dall’evasione fiscale alla lotta contro il terrorismo.  

 

È giunto allora il momento di procedere verso un’integrazione politica più stretta: un’Unione federale di Stati dotata di ampie competenze. Sappiamo bene che la prospettiva suscita anche forti resistenze, ma l’immobilismo di alcuni non può diventare la paralisi di tutti. Chi crede nell’ideale europeo deve poterlo rilanciare anziché assistere impotente al suo lento declino. E gli Stati membri che non vogliono aderire subito a tale più stretta integrazione dovrebbero poterlo fare in un secondo momento.  

 

In questa prospettiva, la ricorrenza di Roma può essere una buona occasione per rivitalizzare lo spirito dei Trattati istitutivi della Comunità degli Stati europei. Un’occasione da non perdere. 

 

Claude Bartolone, Presidente della Assemblée nationale (Francia)  

Laura Boldrini, Presidente della Camera dei deputati (Italia)  

Mars Di Bartolomeo, Presidente della Chambre des députés (Lussemburgo)  

Norbert Lammert, Presidente del Bundestag (Germania)   LS 26

 

 

 

 

Migranti, fonti Ue: detenere quelli da rimpatriare

 

Tra le anticipazioni della nuova raccomandazione di Bruxelles agli Stati membri, attesa per mercoledì, anche l'aumento di risorse per favorire i ritorni volontari e il taglio delle procedure burocratiche

 

BRUXELLES - "Detenere" i migranti destinati ai rimpatri, aumentare le risorse per favorire i ritorni volontari e tagliare le procedure burocratiche nazionali per accelerare le politiche dei rimpatri: sono i concetti al centro di una nuova raccomandazione di Bruxelles agli Stati membri, attesa per mercoledì - salvo sorprese dell'ultima ora - dopo l'ok del collegio dei commissari.

 

Secondo l'anticipazione, che arriva da fonti europee, il provvedimento punta tra l'altro, a ridurre i movimenti secondari. Inoltre, Bruxelles apre la strada anche alla possibilità di aprire procedure di infrazione ai Paesi che "non tengono il passo" sullo schema delle 98.255 'relocation' previste da Italia e Grecia, da completare entro settembre 2017.

 

Per quanto riguarda invece i servizi legali dell'esecutivo comunitario, il programma dovrà essere completato e non si potrà ritenere concluso sulla base della scadenza di settembre. LR 27

 

 

 

Migranti, la denuncia dell'Unicef: "Donne e bambini abusati regolarmente"

 

"I bambini e le donne rifugiati e migranti subiscono regolarmente violenza sessuale, sfruttamento, abuso e detenzione lungo la rotta del Mediterraneo centrale dal Nord Africa all’Italia". E' quanto denuncia il Rapporto 'Child Alert' dell'Unicef che parla di "un viaggio fatale: tre quarti dei bambini rifugiati e migranti intervistati per una ricerca hanno dichiarato di aver subito violenze, molestie o aggressioni per mano di adulti durante il viaggio, mentre circa la metà delle donne e dei bambini intervistati hanno dichiarato di aver subito abusi sessuali durante la migrazione, più volte e in diversi punti lungo il viaggio".

La maggior parte dei bambini ha denunciato di aver subito "abusi verbali o psicologici, mentre circa la metà di loro ha subito percosse o altri abusi fisici. Fra le ragazze si è registrata una maggiore incidenza degli abusi rispetto ai ragazzi". L’'nno scorso, ricorda l'Unicef, almeno 4.579 persone sono morte nel tentativo di attraversare il Mediterraneo dalla Libia, 1 su 40 di quelle che hanno tentato. È stato stimato che almeno 700 delle persone che hanno perso la vita erano bambini.

"La rotta del Mediterraneo centrale dal Nord Africa all’Europa è tra quelle al mondo in cui muoiono più persone ed è tra le più pericolose per i bambini e le donne - dichiara Afshan Khan direttore regionale e coordinatore speciale Unicef per la crisi dei rifugiati e dei migranti in Europa - La rotta è per la maggior parte controllata dai trafficanti e da altre persone che vedono come prede i bambini e le donne disperati che sono semplicemente alla ricerca di un rifugio o di una vita migliore. Sono necessarie vie e piani di sicurezza sicuri e legali per proteggere i bambini migranti, per tenerli al sicuro e lontano dai predatori".

Gli ultimi dati di un’indagine su donne e bambini migranti, realizzata in Libia alla fine del 2016, hanno rivelato i livelli di abuso lungo la rotta dei migranti. Durante la realizzazione dell’indagine, 256.000 migranti sono stati registrati in Libia, compresi 30.803 donne e 23.102 bambini, un terzo dei quali era non accompagnato. "I dati reali potrebbero essere tre volte più alti", fa notare l'Unicef. "La maggior parte dei bambini e delle donne hanno indicato di aver pagato i trafficanti all’inizio del viaggio, rimanendo in molti in debito sotto la formula del 'pay as you go' 'pagare per partire' ed esposti a abuso, rapimento e tratta".

Sottolinea ancora Khan: "I bambini non dovrebbero essere costretti a mettere le proprie vite nelle mani di trafficanti semplicemente perché non hanno alternative. Noi dobbiamo individuare a livello globale i fattori all'origine della migrazione e lavorare insieme per un solido sistema di passaggi sicuri e legali per i bambini in movimento, siano essi rifugiati o migranti". Adnkronos 28

 

 

 

 

Brexit, governo sconfitto a Camera Lord su emendamento che protegge diritti cittadini Ue

 

Il voto non mette in discussione il progetto di legge che autorizza l'attivazione dell'articolo 50 del trattato di Lisbona, ma ritarderà l'adozione del testo che consente di lanciare la procedura di divorzio dall'Unione europea – di Enrico Franceschini

 

LONDRA – Non riusciranno a salvare l'Europa, ma almeno i Lord britannici provano a salvare gli europei. Non tutti: i 3 milioni che vivono nel Regno Unito. La camera alta del parlamento di Westminster vota 358 a 256 per concedere a tutti loro (compresi circa mezzo milione di italiani) il diritto incondizionato di rimanere a tempo indeterminato in questo paese anche dopo la Brexit. Anche il governo di Theresa May fa la stessa promessa, ma è appunto solo una promessa, condizionata alla concessione di un diritto analogo a oltre 1 milione di cittadini britannici residenti negli altri paesi dell'Unione Europea. In pratica, per Downing Street è un diritto da reciproco da regolare nel corso del negoziato di 'divorzio' fra Londra e Bruxelles che dovrebbe cominciare questo mese e durare due anni. Si sa tuttavia come vanno i divorzi: è facile bisticciare e quello tra Gran Bretagna e Ue si annuncia litigiosissimo. "Sarebbe disumano trattare gli europei che vivono tra noi, che lavorano nei nostri ospedali e nelle nostre scuole, come merce di scambio sul tavolo delle trattative", dice la baronessa Hayter, una dei lord che hanno votato a favore del provvedimento.

 

È uno sgambetto alla Brexit, il primo tirato dal Parlamento. Potrebbe essere soltanto uno sgambetto simbolico, perché ora la decisione torna alla camera dei Comuni, che nei giorni scorsi aveva approvato l'articolo 50 del Trattato di Lisbona, il 'grilletto' della secessione britannica dalla Ue, senza alcun emendamento. Se i Comuni ci ripensano e voteranno come i Lord sulla questione dei residenti europei, per la premier May sarebbe una seria sconfitta. Altrimenti comincerà un 'ping pong', qui lo chiamano proprio così, fra le due Camere, in cui i Comuni in teoria dovrebbero avere l'ultima parola, perché la Camera bassa è eletta dal popolo, quella alta è composta di membri nominati dalla regina su indicazione del primo ministro di turno.

 

Come che sia, è la prima volta, dal voto nel referendum popolare del giugno scorso, che la Brexit subisce una battuta d'arresto. Ed è paradossale che infliggergliela siano i Lord, visti nell'immaginario popolare come una creatura della democrazia 'made in Britain' antiquata fin dal nome, obsoleta e neanche democratica. In realtà, le cose non sono esattamente così. Un tempo, per secoli, i seggi alla Camera dei Lord andavano soltanto ai 'pari del regno', ovvero all'aristocrazia, ed erano ereditari, passati di padre  in figlio (primogenito). Poi però il governo laburista di Tony Blair, tanto odiato oggi, ma che qualcosa di buono ha fatto, l'ha riformata: i seggi ereditari sono adesso meno del 10 per cento, gli altri sono tutti 'di nomina governativa'. E questo ha fatto sì che la Camera dei Lord sia diventata nel giro di vent'anni una sorta di 'camera dei saggi', i cui membri sono l'equivalente di senatori a vita, quasi tutti con grandi benemerenze: scienziati, docenti universitari, ex-leader politici di primo piano, grandi avvocati, grandi esperti in tutti i campi del sapere umano. Non prendono nemmeno uno stipendio per questo onore, bensì 300 sterline per ogni seduta a cui partecipano. E l'ermellino rosso lo mettono in realtà sulle spalle soltanto una volta all'anno, quando la regina viene a fare il suo discorso appunto annuale in Parlamento.

 

Se gli europei di Londra, alquanto depressi dalla Brexit, preoccupati di venire deportati (a qualcuno è successo), irritati dal rifiuto della carta di residenza permanente (è successo anche questo, di recente a un francese sposato con una scozzese e residente qui da 25 anni), amareggiati dal non potersi più sentire a casa propria in quella che era fino a meno di un anno fa la più grande capitale multietnica d'Europa, se questi 3 milioni di persone

devono ora ringraziare qualcuno, sono gli anziani lord, i baroni e le baronesse (di nomina, non di lignaggio, va ricordato: non hanno terre e castelli). Vedremo come andrà a finire, ma intanto, almeno per una sera, il fronte anti-Brexit celebra una vittoria. LR 1

 

 

 

 

 

Mario Giro: “I corridoi umanitari per i migranti; un modello per l'Europa”

 

ROMA - Legano legalità e sicurezza. Sono la risposta più efficace e solidale all'Europa dei muri e delle frontiere blindate: i corridoi umanitari. L'Italia li ha inaugurati un anno fa, finora sono state 750 le persone accolte, distribuite in 17 regioni (70 comuni). L'Unità ne ha fatto il perno di una campagna di informazione e di sensibilizzazione. Campagna che riceve il sostegno del Vice ministro degli Esteri con delega alla Cooperazione internazionale, Mario Giro.

Quali sono, visti dal Governo italiano, il reale valore e la portata dei corridoi umanitari?

«La vera portata è che sta diventando un modello europeo, e a breve anche la Francia li metterà in applicazione. Si tratta di un modo legale e sicuro che, a mio avviso, andrebbe moltiplicato, così usciamo dalle polemiche».

Qual è il bilancio di questa esperienza che l'Italia trae?

«È un bilancio molto positivo, come ha dichiarato in Parlamento il ministro Minniti. Se lo applicassimo ovunque non avremmo sbarchi. Non si era detto che bisognava portare lo screening in Africa e Medio Oriente?».

I corridoi umanitari come strumento di una solidarietà fattiva e come modello virtuoso di una politica che tiene assieme legalità e sicurezza. In questa ottica, è corretto affermare che per l'Italia i corridoi umanitari sono parte di quella visione non emergenziale del problema migranti, che è al fondo del «Migration Compact»?

«Assolutamente sì, nel senso che noi operiamo in attesa che il Parlamento europeo approvi lo strumento di investimento esterno che potrà raggiungere i 40 miliardi di euro: questo sarà il vero modo di "aiutarli a casa loro"».

I corridoi umanitari possono rappresentare la risposta all'Europa dei muri e dell'esclusione forzata?

«Direi proprio di sì. Matteo Renzi aveva detto #restiamoumani. Non era solo un hashtag, uno slogan, ma è diventato l'orizzonte politico e ideale che ha guidato l'azione del governo di cui Renzi è stato premier e oggi quello Gentiloni. I muri, non solo quelli materiali ma anche quelli mentali, creano un clima di odio che ci mette tutti in pericolo. Se questo clima non si ferma, si crea una cultura che fa spazio ai populismi e alle destre».

Protagonisti della realizzazione dei corridoi umanitari sono le organizzazioni della società civile. Cosa significa questo?

«Significa che le istituzioni devono fidarsi della società civile, investire su quel mondo del volontariato, della cooperazione, del dialogo che è un patrimonio straordinario del "sistema-Italia", e al tempo stesso significa che la società civile può negoziare positivamente con le istituzioni. D'altro canto, non sono le istituzioni che integrano, ma la società. Ci serve un clima sereno, non spaventato: se lo avessimo, ci renderemmo conto che si può fare, si può integrare, senza perdere nessuna identità. Anzi, l'identità verrebbe arricchita, perché, è bene sottolinearlo con forza e in ogni sede, l'identità italiana è umanesimo accogliente».

Il «MigrationCompact» ci porta ad un Continente su cui l'Italia punta molto: l'Africa. Sulla base della sua esperienza, si può sostenere che la diplomazia dei diritti e quella degli affari possono convivere?

«Sì è possibile, se usiamo il nostro modello italiano, basato su un modello di impresa, piccola e media che cerca partner e non impone una sua egemonia economica. L'Italia prende sul serio l'Africa, non vuole essere neo-coloniale. Prendere sul serio gli africani significa portarli a produrre: l'Italia auspica che nasca una manifattura in Africa e per questo usa la sua influenza (che non è ingerenza) e il suo know-how. In Africa serve l'aiuto delle ong ma anche l'investimento delle piccole e medie imprese italiane. Sarò sempre grato a Matteo Renzi per aver impostato in questo modo i suoi viaggi in Africa così come lo ha fatto anche Paolo Gentiloni. È lo stile-italiano, un modus operandi che tiene assieme corridoi umanitari. Migration Compact, gli accordi bilaterali con Paesi di origine e di transito di migranti, il sostegno al processo di stabilizzazione politica in Libia...».

Tema di strettissima attualità, specie dopo la firma del Memorandum Gentiloni-Sarraj.

«Con quel Memorandum, l'Italia ha inteso rafforzare il primo ministro libico e intervenire attraverso l'Organizzazione internazionale per le migrazioni nell'inferno dei centri di detenzione gestiti dalle milizie. So che su questo punto sono emerse preoccupazioni e critiche, che vanno assunte e risolte, partendo, però, dal riconoscimento che il Memorandum è molto diverso dal Trattato di amicizia tra Italia e Libia firmato nel 2008. Vogliamo salvare vite umane e responsabilizzare i libici perché il controllo dei migranti sia strappato alle milizie e ai racket, per essere messo sotto protezione internazionale con l'aiuto dell’Unhcr e dell'Oim. Puntare sulla politica senza mai farsi trascinare m avventure militari: ecco un altro tratto distintivo della politica portata avanti prima da Renzi e ora da Gentiloni, a cominciare dalla Libia. Un tratto che vorremmo che divenisse patrimonio condiviso dell'Europa».

L'Europa, per l'appunto. Tra poche settimane, l'Italia ospiterà un importante evento politico-diplomatico: la celebrazione del 60° anniversario dei Trattati di Roma. Con quali aspettative il Governo italiano si approccia a questa scadenza?

«Con preoccupazione e con speranza. L'Europa sta perdendo la sua anima in un gorgo di paure e nazionalismi. I "sovranisti" dicono che l'Unione ha fallito e che è il tempo degli Stati nazionali. Sicuramente l'Unione Europea è ancora debole, ma il fallimento vero è quello del nazionalismo: 80 milioni di morti tra Prima e Seconda guerra mondiale. È di questi "successi" che parlano i "sovranisti"». Umberto De Giovannangeli, l’Unità del 28 febbraio

 

 

 

Minacce ibride. Ue: proposta riforma Regolamento Dual Use

 

Negli ultimi anni la situazione della sicurezza nell'Unione europea, Ue è cambiata radicalmente. Le grandi sfide alla pace e alla stabilità nel vicinato orientale e meridionale dell'Ue continuano a mettere in evidenza la necessità, per l'Unione, di adattare e aumentare le sue capacità come garante della sicurezza, mettendo fortemente l'accento sulla stretta relazione fra la sicurezza esterna ed interna.

 

Le principali preoccupazioni dei Paesi occidentali, sulla falsariga dello scenario bipolare della guerra fredda, sono oggi volte soprattutto ad impedire che attori non statali abbiano accesso a materiali sensibili.

 

Assistiamo, inoltre, a un assottigliamento sempre maggiore tra il settore civile e quello della difesa, che sta modificando la storica dinamica top-down, dove il top era rappresentato da un settore della difesa trainante, trasformandolo in un flusso ormai circolare, se non addirittura bottom-up.

 

Questo insieme di mutamenti soggettivi ed oggettivi, che interessano, cioè, sia l’identità dei soggetti nei confronti dei quali limitare il trasferimento del know-how tecnologico e dei beni sensibili, sia la forma in cui tale know-how si manifesta, ha portato la Commissione europea a elaborare una proposta di riforma del Regolamento 428/2009 rientrante tra le iniziative dell'Ue intese a contrastare le minacce ibride.

 

Il 28 settembre 2016, infatti, è stata pubblicata una proposta per la modernizzazione del suddetto regolamento, risalente ormai al 5 maggio 2009 e che ha istituito il regime comunitario di controllo delle esportazioni, del trasferimento, dell’intermediazione e del transito di prodotti a duplice uso ancora oggi in vigore.

 

Cyber security e diritti umani

Una tra le principali novità proposte riguarda l’introduzione del concetto della “prevenzione degli abusi dei sistemi digitali di sorveglianza e antintrusione, che danno adito a violazioni dei diritti umani". Una tale dimensione di sicurezza ha lo scopo di legittimare l’estensione del controllo delle esportazioni sulle diverse tecnologie di cyber-sorveglianza che potrebbero essere utilizzate, da una parte per commettere serie violazioni dei diritti umani da Paesi terzi, dall’altra per sferrare attacchi informatici nei confronti dell’Ue.

 

L’introduzione di una novità che mira ad ampliare lo spettro di azione della normativa ci costringe a una riflessione sulla dinamica estremamente complessa, e sempre attuale nel settore industriale, relativa al necessario bilanciamento che deve essere tenuto in considerazione tra sicurezza - interna ed esterna appunto - e competitività dei comparti della Difesa e dell’Aerospazio (principalmente ma non solo).

 

Il solito dilemma: sicurezza o competitività?

Nonostante la Commissione cerchi di “tranquillizzare” gli esportatori, assicurando che i nuovi controlli saranno appositamente concepiti per garantire che l'effetto economico negativo sia strettamente limitato e incida solo su un volume molto esiguo di scambi, il rischio che la prassi futura provochi un aumento dell’alea di incertezza, già ampiamente denunciata dal mercato dei beni dual-use, è estremamente concreto.

 

Per far fronte a queste contrapposte esigenze, la chiave che sta cercando di utilizzare la Commissione è quella di differenziare il livello dei controlli, concentrando quelli più stringenti sulle transazioni più “sensibili”, identificandole attraverso i criteri della tipologia di materiale, tipologia di transazione, Paese e utilizzatore finale.

 

La strada del diritto doganale

Una interessante ulteriore spinta per la competitività, potrebbe presentarsi nel caso in cui gli studi portati avanti dal Gruppo di Coordinamento sui prodotti a Duplice Uso, il così detto Gdcu, concretizzasse l’attività del sottogruppo tecnico misto (con le autorità doganali), che ha esaminato la potenziale convergenza tra i programmi doganali degli "operatori economici autorizzati" (Aeo, da Authorized Economic Operator) e i "programmi di conformità interna" dei controlli delle esportazioni (meglio conosciuti con l’acronimo Pci).

 

Nel momento in cui l’affidabilità a livello doganale, attraverso l’istituto dell’Aeo, fosse eletto come metro di giudizio utilizzato per il riconoscimento dei Pci, non solo le grandi società potrebbero riuscire ad aumentare il livello della loro competitività, ma ne trarrebbero ampi benefici anche e soprattutto le piccole e medie imprese, tessuto economico tipico del panorama nostrano.

Manuel Venuti, AffInt 1

 

 

 

 

Migranti, la Commissione Ue torna a minacciare sanzioni per chi rifiuta i ricollocamenti

 

Bruxelles chiede di rispettare gli impegni. Ma Avramopoulos rinvia le procedure di infrazione: «Non siamo a quel punto». Agli Stati: più rimpatri per scoraggiare i viaggi

 

«Se gli Stati membri non aumenteranno presto i rispettivi ricollocamenti, la Commissione non esiterà ad avvalersi dei poteri conferiti dai trattati nei confronti di chi non avrà rispettato gli obblighi». È il monito della Commissione Ue agli Stati membri, che apre così alla possibilità di future procedure di infrazione. Anche se, ammette il commissario Avramopoulos, «non siamo ancora a quel punto». «Gli impegni devono essere rispettati entro settembre e ci aspettiamo che i Paesi intensifichino gli sforzi ma se non lo faranno - ha avvisato - la Commissione non esiterà a usare i suoi poteri fissati dai trattati».  

 

La Commissione ha poi presentato alcune raccomandazioni agli Stati per rendere più efficaci le procedure di rimpatrio, come per esempio «impedire la fuga trattenendo i migranti che lasciano intendere di non voler ottemperare alla decisione di rimpatrio che li riguarda, per esempio rifiutandosi di collaborare nel processo di identificazione o opponendosi in modo violento o fraudolento a un’operazione di rimpatrio».  

Il commissario europeo Dimitris Avramopoulos ha inoltre presentato un piano d’azione per intensificare i rimpatri: «Garantire che i migranti irregolari siano rimpatriati rapidamente non solo allenterà la pressione sui sistemi di asilo degli Stati membri e permetterà di mantenere adeguate capacità di protezione per chi ne ha realmente bisogno, ma sarà anche e soprattutto un segnale forte per scoraggiare i pericolosi viaggi della speranza verso l’Ue».   

«Dobbiamo dare protezione a coloro che ne hanno bisogno, ma dobbiamo anche rimpatriare chi non ha diritto di rimanere nell’Ue, nel pieno rispetto dei diritti fondamentali e del principio di non respingimento», ha evidenziato ancora Avramopoulos. LS 2

 

 

 

 

L’UE e le migrazioni. Politica di rimpatrio efficae e credibile

 

BRUXELLES - La Commissione europea risponde oggi alla necessità di un riesame della politica di rimpatrio dell'UE, messa in evidenza dal vertice di Malta del 3 febbraio 2017, presentando un rinnovato piano d'azione dell'UE sul rimpatrio e una serie di raccomandazioni agli Stati membri su come rendere più efficaci le procedure di rimpatrio.

Le misure proposte dalla Commissione, che consistono di interventi pratici con possibili effetti immediati, sono intese a colmare le lacune e ad applicare le norme vigenti con il rigore e il realismo necessari a produrre risultati concreti in linea con i requisiti in materia di diritti fondamentali.

"Stiamo lavorando intensamente sui partenariati con i paesi di origine e di transito”, ha spiegato il primo Vicepresidente Frans Timmermans. “Affinché tale approccio abbia successo, adesso è anche il momento di migliorare le nostre procedure interne e di assicurare che quanti non necessitano di protezione internazionale vengano rimpatriati rapidamente e con umanità. Vogliamo continuare ad aiutare le persone che necessitano di protezione internazionale, ma abbiamo il dovere di dire chiaramente a loro, ai nostri partner al di fuori dell'UE e ai nostri cittadini che se le persone hanno bisogno, le aiutiamo, altrimenti devono tornare in patria".

Secondo Dimitris Avramopoulos, Commissario responsabile per la Migrazione, gli affari interni e la cittadinanza, "dobbiamo dare protezione a coloro che ne hanno bisogno, ma dobbiamo anche rimpatriare chi non ha diritto di rimanere nell'UE, nel pieno rispetto dei diritti fondamentali e del principio di non respingimento. Garantire che i migranti irregolari siano rimpatriati rapidamente non solo allenterà la pressione sui sistemi di asilo degli Stati membri e permetterà di mantenere adeguate capacità di protezione per chi ne ha realmente bisogno, ma sarà anche e soprattutto un segnale forte per scoraggiare i pericolosi viaggi della speranza verso l'UE. Con il piano d'azione e la raccomandazione di oggi la Commissione fornisce sostegno agli Stati membri nel loro sforzo di intensificare i rimpatri, come chiesto dai leader dell'UE al vertice di Malta".

Nonostante i progressi compiuti nell'attuazione degli interventi previsti dal piano d'azione dell'UE sul rimpatrio del 2015, è ancora necessaria un'azione più risoluta per migliorare in misura significativa i tassi di rimpatrio.

Le attuali sfide migratorie – sottolinea la Commissione – impongono di valutare approfonditamente come gli Stati membri possono utilizzare meglio gli strumenti giuridici, operativi e finanziari in materia di rimpatrio esistenti nell'UE. Procedure più rapide, misure più incisive contro la fuga, un approccio multidisciplinare da parte delle autorità nazionali e una cooperazione e un coordinamento migliori tra gli Stati membri sono tutti elementi che possono contribuire a garantire una politica di rimpatrio più efficace, senza ridurre la tutela dei diritti fondamentali.

Un insieme di raccomandazioni concrete agli Stati membri

La Commissione fornisce oggi orientamenti chiari sulle azioni concrete e immediate che gli Stati membri possono adottare per rendere più efficaci le procedure di rimpatrio all'atto di applicare la normativa dell'UE in materia. Le raccomandazioni della Commissione sono pienamente in linea con il diritto internazionale e i diritti umani, nonché con il principio di non respingimento.

Nello specifico, la Commissione raccomanda agli Stati membri di:

* migliorare il coordinamento tra tutti i servizi e le autorità coinvolte nel processo di rimpatrio in ciascuno Stato membro entro giugno 2017 al fine di garantire la disponibilità di tutte le conoscenze e competenze necessarie per rimpatri efficaci, nel rispetto dei diritti delle persone da rimpatriare;

* eliminare le inefficienze mediante la riduzione dei termini per i ricorsi, l'emissione sistematica di decisioni di rimpatrio senza data di scadenza e la combinazione delle decisioni sulla fine del soggiorno regolare con l'emissione della decisione di rimpatrio per non duplicare il lavoro;

* combattere gli abusi del sistema, sfruttando la possibilità di valutare le domande di asilo con procedure accelerate o, se ritenute opportune, con procedure di frontiera quando si sospetta che tali domande siano presentate solo per ritardare l'esecuzione della decisione di rimpatrio;

* impedire la fuga trattenendo le persone che lasciano intendere di non voler ottemperare alla decisione di rimpatrio che li riguarda, per esempio rifiutandosi di collaborare nel processo di identificazione o opponendosi in modo violento o fraudolento ad un'operazione di rimpatrio;

* accrescere l'efficacia delle procedure e delle decisioni di rimpatrio autorizzando la partenza volontaria solo se necessario e se l'interessato ne fa richiesta e concedendo il tempo più breve possibile per la partenza volontaria, tenendo conto delle circostanze individuali;

* istituire programmi di rimpatrio volontario assistito che siano operativi entro il 1º giugno 2017 e garantire l'adeguata divulgazione delle informazioni sul rimpatrio volontario e sui programmi di rimpatrio volontario assistito e reintegrazione.

Un rinnovato piano d'azione sul rimpatrio

Il rinnovato piano d'azione sul rimpatrio definisce interventi in ogni fase del processo di rimpatrio per affrontare i principali problemi connessi al rimpatrio sia a livello di Unione europea che in cooperazione con i paesi di origine e di transito.

Le azioni proposte a livello dell'UE prevedono tra l'altro di:

* aumentare il sostegno finanziario agli Stati membri con 200 milioni di EUR nel 2017 destinati alle attività nazionali in materia di rimpatrio, nonché a specifiche attività comuni europee di rimpatrio e reintegrazione;

* migliorare lo scambio di informazioni per eseguire i rimpatri, raccogliendo informazioni in tempo reale a livello nazionale e condividendole tramite l'applicazione di gestione integrata dei rimpatri, nonché accelerando i lavori di adozione delle proposte di riforma del sistema d'informazione Schengen e di Eurodac e di istituzione di un sistema di ingressi/uscite dell'UE (EES) e di un sistema europeo di informazione per i viaggi (ETIAS);

* scambiare le migliori pratiche per garantire programmi di reintegrazione uniformi e coerenti in tutti gli Stati membri al fine di evitare che i paesi di origine favoriscano i rimpatri dai paesi che offrono aiuti per la reintegrazione più consistenti o che i migranti irregolari vadano alla ricerca del rimpatrio volontario assistito più vantaggioso;

* offrire pieno sostegno agli Stati membri tramite l'Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, che dovrà potenziare l'assistenza pre-rimpatrio, aumentare il personale della sua unità di sostegno ai rimpatri e istituire entro giugno un meccanismo di voli commerciali per finanziare i rimpatri, nonché intensificare entro ottobre la formazione delle autorità dei paesi terzi in materia di rimpatrio;

* superare le difficoltà della riammissione adoperandosi per concludere rapidamente i negoziati relativi agli accordi di riammissione con la Nigeria, la Tunisia e la Giordania e cercando di coinvolgere il Marocco e l'Algeria;

* nell'ambito del quadro di partenariato utilizzare l'influenza collettiva in maniera coordinata ed efficace mediante approcci su misura con i paesi terzi per una gestione congiunta della migrazione e per migliorare ulteriormente la cooperazione in materia di rimpatrio e riammissione.

La Commissione riferirà sui progressi compiuti nell'attuazione del rinnovato piano d'azione sul rimpatrio e della raccomandazione entro dicembre 2017.

(aise 2)

 

 

 

 

In Europa il PD sostiene i candidati del PSE

 

BERLINO - Diversi segretari di circolo e di federazione del Partito del PD in Europa hanno sottoscritto una nota con la quale esprimono il proprio sostegno ai candidati dei partiti fratelli del PD in Europa.

"Il 2017 sarà un anno difficile", esordisce la nota PD. "Tra poche settimane si andrà al voto in Olanda e poco dopo i saranno le elezioni presidenziali in Francia, dove Marine Le Pen e il suo Front National sono dati in forte vantaggio al primo turno su tutti gli altri candidati. A settembre sarà il turno, invece, della Germania. Anche qua la situazione è delicata, con AfD in crescita, data tra il 12 e il 14% a livello nazionale. Lo scenario che si prefigura è quello di ben 6 partiti nel prossimo Bundestag, mentre oggi sono solo 4, e di conseguenza una maggiore difficoltà nella formazione di coalizioni stabili".

"Quello che è accaduto in Gran Bretagna dopo il Brexit lo sappiamo tutti, così come quello che è accaduto negli Stati Uniti con l’elezione di Donald Trump", sottolineano i segretari PD. "Anche l’Italia sta attraversando un momento di incertezza, non sappiamo quando andremo al voto, se a scadenza naturale, cioè nel 2018 o se con qualche mese di anticipo".

"Ad oggi", osservano, "quello che vediamo in Europa è uno scenario frammentato e caotico. La socialdemocrazia è in difficoltà un po’ ovunque e i movimenti populisti e di destra crescono o si consolidano in modo preoccupante. Che fare? Come italiane ed italiani all’estero e soprattutto come militanti del Partito Democratico, possiamo dare il nostro contributo, anzi, dobbiamo farlo! Molti di noi non potranno votare poiché non in possesso della doppia cittadinanza, altri lo potranno fare. Ma certamente possiamo contribuire tutte e tutti al sostegno concreto durante le campagne elettorali nei nostri rispettivi Paesi al fianco dei partiti fratelli e dei PES-City Groups".

"La socialdemocrazia europea è anche la nostra famiglia, abbiamo contribuito a costruirla e ci abbiamo creduto", prosegue la nota. "Nel 2014 con la quasi unanimità la direzione nazionale del PD ha aderito al PSE e questo significa riconoscersi ed impegnarsi direttamente nei,coi e per i partiti fratelli: SPD, PS, PSOE, Labour e così via. In Francia, per esempio, il candidato che ha vinto le primarie del PS è Benoit Hamon, in Germania sarà Martin Schulz a sfidare per la SPD Angela Merkel".

"Il nostro sostegno ai partiti fratelli e ai rispettivi candidati sarà importante e non possiamo sottrarci", sottolineano i firmatari della nota. "Ne va del futuro dell’Europa e dell’affermazione di quei valori che ci appartengono. Si misurerà anche il senso dell’appartenere a una comunità politica ampia. Tutto questo dovrebbe essere auto-evidente. Invece così non è. Per questo scriviamo queste poche righe", concludono, "per dire convintamente che dovremmo essere tutte e tutti al fianco delle nostre compagne e dei nostri compagni, a sostenere senza esitazioni in Olanda Lodewijk Asscher, in Francia Benoit Hamon al primo turno e Martin Schulz in Germania".

Hanno sinora firmato la nota congiunta – ma il PD annuncia che ve ne saranno altre - Federico Quadrelli, segretario PD Berlino, Franco Garippo, segretario PD Germania, Silvestro Gurrieri, segretario PD Wolfsburg, Giorgo Laguzzi, segretario PD Friburgo, Michele Schiavone, segretario PD Svizzera, Alfiero Nicolini, presidente PD Ginevra, Cristiano Cavuto, segretario PD Lussemburgo ed Elio Vergna, coordinatore PD Olanda. (aise 27) 

 

 

 

 

In una interrogazione al ministro degli esteri le problematiche della collettività di Norimberga

 

Una interrogazione su problematiche segnalate dal Comites di Norimberga riguardanti la  collettività italiana residente in Media e Alta Franconia è stata presentata al ministro per gli  Affari Esteri e la Cooperazione Internazionale Angelino Alfano dai senatori della circoscrizione Estero-rip. Europa Aldo Di Biagio (Ap)  e Claudio Micheloni (Pd). Ecco il testo dell’interrogazione a risposta scritta.

 

Al Ministro per gli Affari esteri e Cooperazione Internazionale, per sapere, premesso che:

il 31 luglio 2014, nell'ambito del percorso di riorganizzazione e razionalizzazione della rete diplomatico-consolare italiana nel mondo, è stata disposta la chiusura dello Sportello Consolare di Norimberga che serviva il territorio della Franconia, dove risiedono ufficialmente circa 32.000 nostri connazionali, come soluzione alternativa è stata individuata quella di istituire a Norimberga un Consolato Onorario, che però in ragione del carattere volontario dell'incarico e delle limitazioni di carattere normativo del ruolo, ha da subito manifestato difficoltà a gestire l'utenza, infatti, il numero dei nostri connazionali che si presentano mediamente, nelle tre ore dell'unico giorno di ricevimento del Consolato Onorario, si attestano sulle 40 unità nel periodo invernale per raggiungere le 80 unità nella stagione estiva, è di tutta evidenza come si tratti di un carico di lavoro che non può essere gestito solo su base volontaria, al fine di fornire un supporto al Consolato Onorario e fungere da tramite tra l'amministrazione ed il cittadino, il Comites di Norimberga ha istituito uno sportello informativo che coadiuvasse gratuitamente i nostri connazionali nella redazione delle varie richieste al Consolato Generale di Monaco, fornendo loro la modulistica, aiutandoli nella compilazione e nella prenotazione telematica degli appuntamenti, tale assistenza in assenza di uno Sportello Consolare sul posto, è divenuta quasi indispensabile se si considera che la modulistica accessibile in rete non è alla portata di tutti, contenendo sovente  errori od omissioni per le quali non è più possibile chiedere chiarimenti in loco ma bisognerebbe recarsi a Monaco, vale a tal proposito evidenziare come il Land della Baviera, servito dal Consolato di Monaco, è il più esteso della Germania e che quando ci si riferisce alla Franconia non si intende solo la città di Norimberga ma anche, ad esempio, centri come Coburgo e Hof, distanti circa 300 Km da Monaco di Baviera, è evidente come si tratti di distanze che non possono essere coperte da tutti agevolmente in giornata, anche perché si è vincolati dagli appuntamenti e dall’orario di apertura del Consolato senza considerare i costi che una tale trasferta comporta, una possibile soluzione potrebbe essere quella di istituire anche a Norimberga, così come già avviene a Saarbrucken, la figura del funzionario itinerante o in alternativa una permanenza consolare a cadenza settimanale, a tal fine si evidenzia che non si incorrerebbe in costi aggiuntivi, infatti almeno due impiegati del Consolato di Monaco risiedono stabilmente a Norimberga e si recano ogni giorno a Monaco in treno-:

quali iniziative si intendano intraprendere in relazione alle problematiche indicate in premessa in modo da venire incontro alle esigenze della collettività italiana residente in Media e Alta Franconia, tenuto conto del  numero di cittadini iscritti all’AIRE residenti in Media e Alta Franconia, delle difficoltà incontrate dai più dovute alla scarsa dimestichezza con la parola scritta e all’analfabetismo informatico, delle distanze da percorrere e dei costi del viaggio. Aldo Di Biagio, Claudio Micheloni

 

 

 

 

“Rilevazioni di criticità per i connazionali residenti all’estero”. I nodi più urgenti da sciogliere

 

Una lettera del Comites di Zurigo ai consiglieri dei CGIE Svizzera e ai parlamentari della Circoscrizione Europa puntualizza alcuni problemi dell’estero cui occorre dare al più presto una soluzione. Ecco il testo integrale.

 

Le nostre comunità chiedono ai rappresentanti nel CGIE e ai parlamentari dell’estero d’impegnarsi per trovare soluzioni sulle questioni degli italiani residenti all’estero non ancora risolte.

Si elencano alcune posizioni.

- Rendere possibile l’iscrizione all’AIRE nel Comune dove si possiede l’unico immobile in Italia.

- I titolari di pensioni italiane vengono sollecitati più volte, anche nel corso del medesimo anno, a presentare la dichiarazione reddituale, creando confusione e preoccupazione ai pensionati.

- Modificare la normativa sul canone RAI per tutti i domiciliati all’estero che hanno un solo immobile, non locato, in Italia.

- In molti casi vengono segnalate della difficoltà, per i residenti all’estero, ad aprire un semplice conto bancario.

- Facilitare la possibilità di certificare l’esistenza in vita anche ai patronati essendo la loro funzione riconosciuta e sottoposta a controllo dallo Stato italiano.

Inoltre, è stata più volte ribadita in plenaria la necessità di modificare la legge che regola i corsi di lingua e cultura italiana. Da anni viene rilevata una contraddizione paradossale, si chiede agli Enti gestori di reperire risorse locali per i corsi e nello stesso tempo si obbliga l’amministrazione a scrivere che i corsi sono gratuiti, togliendo la possibilità di chiedere un formale contributo.

Sarebbe opportuno dare riscontro, quanto prima, a queste criticità con risultati che i cittadini si aspettano dalla politica. Cordiali saluti. Luciano Alban

 

 

All’Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera

 

SCRITTURA CREATIVA CON LA SCRITTRICE DI NATALE. Dal 9 marzo 2017. Hai una storia nel cassetto, ma non sai come scriverla? Senti di saper scrivere, ma non trovi la storia da raccontare? Hai già scritto dei testi, ma ti serve qualche consiglio? E soprattutto: Vuoi sapere se si può imparare a scrivere? La risposta è: certo. Basta non aver paura di incominciare.

5 incontri, giovedì ore 18-21. Euro 195,-

Silvia Di Natale vive e lavora nella sua casa sul lago, a est di Monaco. Ha pubblicato per le case editrici Feltrinelli, Piemme e De Agostini sette romanzi, un reportage di viaggio e un libro per ragazzi. Presto uscirà la seconda antologia di testi scritta dalle studentesse della Scuola di Scrittura Creativa Ellemù.

 

LE DONNE E LA MAFIA 10 marzo-2 giugno 2017 Angela Rossi

Franca Viola, la prima donna siciliana che a 17 anni si ribellò e rifiutò di sposare il suo violentatore, Rita Atria, Lea Garofalo, collaboratrici di giustizia: storie di donne che hanno scritto la storia. 6 Incontri; venerdì ore 16-18. Euro 150,-

10.03., 24.03., 7.04., 5.05., 19.05., 2.06.

 

LA SCRITTURA AL FEMMINILE 14 marzo-20 giugno 2017 Angela Rossi

Oriana Fallaci, Elena Ferrante, Susanna Tamaro e le altre: approfondire la conoscenza dell'Italia e dell'italiano attraverso la lettura, la discussione, lo stile e le idee delle grandi scrittrici.

6 incontri, martedì ore 16-18. Euro 150,-

14.03., 28.03., 25.04., 9.05., 23.05., 20.06.

Angela Rossi,  giornalista professionista e scrittrice. Ha collaborato con Liberal, L‘Indipendente e il Roma. Da oltre venti anni scrive per Il Mattino occupandosi di cronaca nera. E‘ autrice di diverse pubblicazioni sulla criminalità e di un libro sulla lotta alla mafia.

 

CAFFÈ ITALIA 16 marzo-1 giugno 2017 Maria Antonietta Rossi

Un salotto ideale dove ci si incontra per confrontarsi su argomenti di attualità e dove si può approfondire e perfezionare la conoscenza della lingua italiana attraverso la lettura di libri di scrittori famosi, ad esempio L’amica geniale di Elena Ferrante. 6 incontri, giovedì ore 10.30-12.30. Euro 150,-

16.03., 30.03., 27.04., 11.05., 25.05., 1.06.

Maria Antonietta Rossi ha studiato lingue e letteratura straniera e italiano come lingua straniera, insegna italiano come lingua 2 da 23 anni. Ha insegnato alla Universität der Bundeswehr ed attualmente insegna alla Volkshochschule di Monaco. È specializzata in tecniche di memorizzazione per l‘apprendimento delle lingue.

 

DANTE ALIGHIERI: INTRODUZIONE ALLA COMMEDIA 16 marzo-6 luglio 2017 Miranda Alberti.Che si tratti delle dolenti note o del celebre senza infamia e senza lode, la Divina Commedia di Dante segna non solo la nascita della lingua ma anche delle sue espressioni le immagini più consuete. Insieme andremo alla scoperta di questo capolavoro dell’umanità. A partire al livello B2.

5 incontri, giovedì ore 18-19.30. Euro 100,-

16.03. La vita

06.04. La questione della lingua

04.05. Primo canto dell’Inferno

01.06. Primo canto del Purgatorio

06.07. Primo canto del Paradiso

Laureata in Filosofia (Università di Firenze), Miranda Alberti ha svolto successivi studi presso l’Institut für Geistesgeschichte u. Philosophie der Renaissance della LMU e presso la Schelling-Kommisison della Bayerische Akademie der Wissenschaften di Monaco di Baviera, specializzandosi nella filosofia dell’idealismo tedesco. Lavora come libera docente di lingua e cultura italiana presso l’Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera conducendo corsi e  seminari di letteratura, storia della filosofia e filosofia dell’arte.

Partecipa come relatrice a seminari e convegni su argomenti filosofici, storici e letterari sia in Italia che in Germania.

 

LETTERATURA AL CINEMA 16 marzo-22 giugno 2017 Gabriella Caiazza-Schwarz. Amate leggere? Siete appassionati di cinema? Durante i nostri incontri, dedicati ognuno ad un romanzo italiano e alla sua trasposizione cinematografica,  cercheremo di definire il rapporto tra testo letterario e l’elaborazione dello stesso nel linguaggio filmico. Il primo incontro è dedicato al romanzo di Non ti muovere di Margaret Mazzantini (2001). Il film verrà presentato in originale con i sottotitoli in italiano.

4 incontri, giovedì ore 18-21. Euro160,- 16.03., 6.04., 11.05., 22.06.

 

IL CLUB DEL LIBRO. GRUPPO DI LETTURA 17 marzo-14 luglio 2017

Gabriella Caiazza-Schwarz. Il Club del libro è una forma d’intrattenimento che permette agli appassionati della lettura di incontrare altri estimatori di romanzi per scambiare opinioni e commenti su un libro letto in precedenza. Durante il primo appuntamento si parlerà di Le otto montagne di Paolo Cognetti.

6 incontri, venerdì ore 11-12.30. Euro 120,-

17.03., 31.03., 28.04., 19.05., 23.06., 14.07.

Gabriella Caiazza–Schwarz ha studiato letteratura italiana e slavistica alle università di Trieste, Zagabria e Monaco di Baviera. Dal 1985 è docente di lingua e cultura italiana (dal 1985 al 1987 presso l’Istituto italiano di cultura di Stoccarda, dal 1987 presso quello di Monaco di Baviera). Dal 1988 al 1997 è stata ricercatrice di letteratura serba, croata e bosniaca all’Università Ludwig Maximilian di Monaco di Baviera. Dal 1998 è traduttrice giurata per la lingua italiana.

 

INCONTRO CON L’OLIO NUOVO 2016. Lunedì 3 Aprile 2017, ore 18.30-20.30 Massimo De Angelis. L’olio extravergine di oliva è frutto di coltivazioni secolari e, come il vino, acquista sapore e aroma diversi a seconda della varietà delle olive (cultivar), delle zone di produzione, delle modalità di raccolta e di spremitura. Programma:

- Come nasce l’olio extravergine di oliva: i cultivar, le caratteristiche organolettiche, la coltivazione, la potatura, le zone di produzione.

- La raccolta delle olive, la molitura, la conservazione, i tipi di olio di oliva.

- I disciplinari di produzione per i marchi di Denominazione di Origine Protetta (DOP).

- Incontro con le produzioni regionali italiane (Toscana, Umbria, Lazio, Puglia.) con una piccola degustazione di olii extravergine D.O.P e I.G.P.

- L’uso dell’olio extravergine nella cucina italiana.

- Fotografie dei paesaggi italiani dell’olivicoltura.

Euro 25,-

Massimo De Angelis (Firenze 1956) opera professionalmente da molti anni nel campo del restauro architettonico. Collabora con vari Istituti e Università in Italia ed  in Germania, in particolare con la Pontificia Università Antonianum di Roma. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni. In Toscana, vicino a Siena, possiede una piccola azienda agricola che produce olio extravergine di oliva.

INFORMAZIONI E ISCRIZIONI: tel. 089 / 74 63 21 22, e-mail corsi.iicmonaco@esteri.it. Istituto Italiano di Cultura & Forum Italia e.V.

Hermann-Schmid-Straße 8, 80336 München. Tel: 089/74 63 21-22

Fax: 089/74 63 21-31. corsi.iicmonaco@esteri.it. De.it.press

 

 

 

 

Il 18 marzo a Colonia. Presentazione di un sondaggio sui rapporti italo-tedeschi

 

Sabato, 18 marzo 2017, ore 11 – 12.30, in Istituto Amici distanti

Un sondaggio sui rapporti italo-tedeschi. Presentazione e discussione con:

On. Laura Garavini, Presidente del Gruppo interparlamentare di amicizia italo-tedesco Dr. Ernst Hillebrand, Friedrich-Ebert-Stiftung. Moderazione: Dr. Lucio Izzo, Istituto Italiano di Cultura Colonia. In italiano e tedesco

Italia e Germania sono unite da legami politici, economici e culturali fin dalla loro unificazione nazionale: un’amicizia che affonda le proprie radici in una storia bimillenaria e che si è rinnovata nel comune quadro europeo.  

A sessant’anni dai Trattati di Roma, la congiuntura determinata dai recenti anni di crisi finanziaria ed economica incoraggia a fare il punto su tale rapporto bilaterale per comprendere eventuali diversità e sostenere un rinnovato spirito europeo.

La Fondazione Friedrich Ebert ha effettuato una ricerca tra i cittadini dei due Paesi, per sondarne la percezione culturale del rapporto italo-tedesco oggi. I principali risultati di questa indagine saranno presentati presso l'Istituto Italiano di Cultura di Colonia. A illustrarli e discutere con il pubblico saranno Ernst Hillebrand, Direttore della F.E.S in Italia, e Laura Garavini, Presidente del Gruppo interparlamentare di amicizia italo-tedesco, con la moderazione di Lucio Izzo, Direttore dell’Istituto Italiano di Cultura.

Ingresso gratuito. Vi preghiamo si segnalare la Vostra adesione rispondendo a questa email ed indicando in oggetto il numero dei partecipanti. IIC/Koln

Italienisches Kulturinstitut Köln * Istituto Italiano di Cultura Colonia

Universitätsstr. 81 * 50931 Köln * Tel. (0221) 9405610 * Fax 9405616

Internet: www.iicColonia.esteri.it * eMail: iicColonia@esteri.it. Iic/dip

 

 

 

 

Francoforte. Iniziano “I martedì della scienza”

 

Sarà l’ingegnere Andrea Accomazzo, attualmente Responsabile delle  missioni interplanetarie nel Dipartimento di Operazioni presso l’Agenzia Spaziale Europea di Darmstadt (ESA) ad aprire il nuovo ciclo di conferenze ideato dal Consolato Generale d’Italia a Francoforte, dal titolo “ I martedì della scienza”.

 

Una serie di incontri e di divulgazione su temi scientifici pensati per avvicinare il pubblico italiano e tedesco all’affascinante e sempre dinamico mondo della scienza.

 

Con ”Rosetta: un sogno durato trent’anni” gli amici italiani e tedeschi avranno modo di  ascoltare e confrontarsi con il “flight director” della missione Rosetta Andrea Accomazzo che ci  farà rivivere con filmati, foto e racconti personali questa incredibile esperienza umana e scientifica, ci condurrà  nella dimensione dell’esplorazione del nostro sistema solare e dei viaggi interplanetari, ci aiuterà a conoscere il prezioso lavoro di aziende italiane di altissimo livello che producono strumentazione scientifica di precisione per le missioni nonché moduli abitativi nel campo del volo spaziale umano.

 

L’evento avrà luogo martedì  7 marzo 2017, alle ore 19.00, presso la Sala Eventi dell’ENIT di Francoforte sul Meno. Per la rubrica “Anteprima”, curata da Michele Santoriello, Andrea Accomazzo ha rilasciato un’intervista che si potrà leggere anche sul periodico online “Il Mitte” di Francoforte e qui sotto.

http://www.ilmitte.com/anteprima-5-domande-ad-andrea-accomazzo/ de.it.press

 

 

 

 

Intervista ad Andrea Accomazzo, martedì 7 marzo a Francoforte

 

Ciao Andrea, il 7 marzo aprirai a Francoforte il nuovo ciclo ideato e pensato da questo ufficio culturale del Consolato Generale di Francoforte per avvicinare il nostro pubblico a temi scientifici dal titolo” I martedì della scienza”. Gli amici tedeschi ed italiani desiderano sapere in ANTEPRIMA qualcosa dell’ospite e soprattutto dell’affascinante viaggio nello spazio con “Rosetta: un sogno durato trent’anni”. Se sei d’accordo vorrei proporti 5 domande. Sei pronto?

 

1. Allievo pilota dell’Aeronautica militare, studi di ingegneria aerospaziale, ingegnere prima presso Fiat Avio e dal 1999 all’ESA di Darmstadt per il lancio della missione Rosetta: ci racconti quando è nata questa passione e come si diventa “flight director?

Sono sempre stato appassionato di tecnologie, probabilmente anche in parte influenzato da mio padre. Mi ha sempre raccontato di aver passato la notte incollato alla TV per guardare lo sbarco sulla Luna. L’ho sempre vissuto come una cosa persa, forse inconsciamente questo mi ha portato ad atterrare su una cometa.

 

2. Il progetto Rosetta è un’avventura durata 30 anni: perché nasce proprio nell’agenzia spaziale europea e come si sviluppa un progetto così ambizioso – atterrare su una cometa – ben sapendo che la tecnologia si evolve?

L’ESA già negli anni settanta ed ottanta era molto attiva nell’esplorazione cometaria, basti pensare alla missione Giotto che raggiunse la cometa Halley nel Marzo del 1986. Rosetta è la logica conseguenza in un piano di esplorazione del nostro sistema solare. In realtà le difficoltà non sono mancate, si pensava ad una missione “sample return” ovvero riportare un campione di cometa a Terra. Ma i costi e le tecnologie si sono rivelate proibitive per quei tempi e così abbiamo portato un laboratorio sulla cometa.

 

3. La missione si è conclusa da pochi mesi: quali sono stati i momenti più emozionanti e quelli più complessi da gestire. Cosa significa essere atterrati e avere informazioni da un oggetto “primitivo” come le comete.

L’emozione più grossa l’ho vissuta sicuramente il giorno del risveglio dall’ibernazione nel Gennaio del 2014. A quel punto la missione diventava reale e stava a noi portarla al successo finale: non ci potevamo più tirare indietro. La complessità è gestire un sistema così complesso e articolato con così tante incertezze: questa è l’essenza dell’esplorazione, e gestire l’esplorazione è quasi una contraddizione in termini. Di certo la parte più complicate per me è stata pianificare tra il 2011 ed il 2013 tutto quello che poi abbiamo fatto alla

cometa.

 

4. Scienziati, ricercatori e aziende italiane hanno contribuito e partecipato alla buona riuscita di questo progetto: ci sveli questa rete di eccellenze “tutte italiane” nel settore della tecnologia aerospaziale e che ruolo hanno nei progetti dell’ESA?

Rosetta è un progetto ESA e pertanto coinvolgente anche aziende italiane. In particolare l’Italia è stata coinvolta nell’assemblaggio e test del satellite, nello sviluppo dei sensori di stelle, nelle celle dei pannelli solari, ed in diversi degli strumenti di bordo. Le nostre industrie sono di altissima qualità, soprattutto nella realizzazione di strumentazione scientifica per le missioni di cui mi occupo io e nella realizzazione di strutture di moduli abitativi nel campo del volo spaziale umano.

 

5. Quali saranno infine le prossime missioni nello spazio del comandante Andrea Accomazzo e del team da te diretto?

Come responsabile della divisione missioni interplanetarie mi occupo direttamente di tutte le nostre sonde che esplorano il sistema solare. In particolare continueremo ad esplorare Marte (Mars Express, Exomars TGO, ExoMars Rover), i vari pianeti (Mercurio con Bepi Colombo e Giove e le sue lune con Juice), e la nostra stella il Sole (con Cluster e Solar Orbiter).

Stiamo investigando opzioni per missioni di difesa planetaria da asteroidi ma siamo ancora lontani dal realizzarle, anche se la ritengo una priorità del pianeta e quindi essenziale per un’agenzia pubblica come ESA. Il mio sogno però sarebbe quello di continuare sulla strada intrapresa tanto tempo fa e di realizzare la famosa “comet sample return”: si chiuderebbe il cerchio dell’esplorazione cometaria. Forse mio figlio o i suoi coetanei lo faranno: farei volentieri da spettatore.

Grazie Andrea, ti aspettiamo martedì 7 marzo, alle ore 19.00, alla sala eventi ENIT di Francoforte (Barckhausstr. 10) per addentrarci in questa dimensione dei viaggi interplanetari e dialogare con te. L’incontro e la discussione con il pubblico saranno moderati dal Dottor Alessandro Bonesini.

Andrea Accomazzo: nato a Domodossola, si è laureato in ingegneria aerospaziale al Politecnico di Milano.

È attualmente Responsabile Missioni Interplanetarie nel Dipartimento di Operazioni presso l’Agenzia Spaziale Europea.

In Agenzia dal 1999, è stato responsabile operazioni e direttore di volo per le missioni Rosetta e Venus Express. Ha lavorato in Fiat Avio sui progetti del lanciatore Vega e il lander Philae. Ha completato l’addestramento basico di pilota presso l’Accademia Aeronautica. Intervista a cura di Michele Santoriello

 

 

 

 

I recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue COSMO

 

02.03.2017. I corridoi umanitari

Sono un progetto pilota nato dagli accordi fra la Comunità di Sant’Egidio e la federazione delle Chiese evangeliche e permettono ai profughi di arrivare legalmente in Europa evitando le tragedie del mare.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/sant-egidio-corridoi-umanitari-100.html

 

Il patto col diavolo. Pur di tenere i migranti lontani dai propri confini molti paesi europei, tra cui l'Italia, sono disposti a tutto. Ma sono legittimi gli accordi di cui si parla? L'opinione di un giurista.

 

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/patto-diavolo-campi-nordafrica100.html

 

01.03.2017. Ius soli all'italiana

Il comitato "L'Italia sono anch’io" e il movimento "Italiani senza cittadinanza" sono scesi in piazza per chiedere l'approvazione della legge di riforma della cittadinanza.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/ius-soli-104.html

 

Crotone non decolla. Dal 1 novembre 2016 l‘aeroporto Sant‘Anna di Crotone è chiuso. Un scalo importante soprattutto per i molti italiani che dalla Germania volano sulla costa ionica della regione. Per farlo riaprire è nato un comitato in Nordreno-Vestfalia

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/crotone-decolla-100.html

  

28.02.2017. Omicidio stradale

Il tribunale di Berlino condanna all’ergastolo due giovani che hanno provocato la morte di una persona durante una corsa clandestina nel pieno centro della città. Una sentenza che ha fatto scalpore anche in Italia.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/omicidio-stradale-102.html

 

Vedi napoli e (non) muori. L’andamento dei flussi turistici nella città di Napoli è aumentato di circa il 20% negli ultimi quattro anni. Si tratta di un fenomeno di rilevanza economica e culturale.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/napoli-non-muori100.html

 

27.02.2017. Quando una legge sul Biotestamento?

Il suicidio assistito in una clinica specializzata in Svizzera del DJ Fabo riapre in Italia la complessa discussione sul fine vita. 

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/legge-biotestamento-100.html

 

Una scuola per gladiatori. A sud del Tevere, sull'Appia antica, il Gruppo storico romano ha ricreato uno spicchio di antica Roma. Dove ci si allena per diventare gladiatori.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/scuola-gladiatori-100.html

 

24.02.2017. Il 1977 quarant'anni dopo

Cosa rimane dei valori che stavano alla base dell'esperienza di Radio Alice? Cosa è cambiato a quarant’anni dal movimento di protesta del 1977? Le riflessioni di Franco Berardi "Bifo" ai microfoni di Radio Colonia.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/franco-berardi-bifo-scrittore-100.html

 

Poesia della metropoli

C'è chi dice che Berlino non sia per nulla poetica. Per Nicoletta Grillo, poetessa originaria di Como, la città invece è una fonte continua di ispirazione.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/a-tu-per-tu/nicoletta-grillo-100.html

 

23.02.2017. Emiliano, l'anti-Renzi. Il presidente della regione Puglia, Michele Emiliano, ha ufficialmente annunciato la sua candidatura alla segreteria del partito. Ma chi è e cosa può offrire di diverso da Renzi?

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/michele-emiliano-100.html

 

Chiacchierando con Paolo Conte

Ha compiuto ottant'anni e ora torna in Germania per una data nella nuova Elbphilharmonie. Paolo Conte si racconta al microfono di Jan-Christoph Kitzler e spiega perché ha ancora voglia di suonare.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/paolo-conte-102.html

 

22.02.2017. Notizie false e tendenziose. Presentato al Senato il ddl contro le cosiddette "fake news": nel mirino blog e forum. Per i firmatari si tratta di una battaglia di civiltà. Le voci critiche parlano, invece, di “legge liberticida”.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/fakenews-102.html

 

Croce al merito per Giovanni Pollice

Da decenni impegnato contro il razzismo e l'estremismo di destra, Giovanni Pollice ha ricevuto ora la croce al merito della Repubblica Federale Tedesca per volere del presidente Gauck. Abbiamo parlato del suo lavoro decennale.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/giovanni-pollice-100.html

 

21.02.2017. La terra del Sud. Per la prima volta dopo molti anni, il Mezzogiorno è cresciuto più del resto del Paese: Il Pil del Sud registra una crescita dello 0,8%, contro lo 0,5% del Centro-Nord. Una storia esemplare.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/karadra-100.html

 

Un anno di Magma

Il nuovo magazine per gli italiani in Germania arriva al numero 6 e festeggia il primo anno di attività. Abbiamo parlato con il direttore, Roberto Calabrò.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/magma-100.html

 

Dominga Iacobazzi. Le sue arterie e valvole cardiache "viventi" aiuteranno presto molti bambini nati con malattie del cuore. Un’italiana nel mondo.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/terramia/dominga-iacobazzi-100.html

 

20.02.2017. Multe salate dall’Europa. Smog alle stelle e l’Italia rischia gravi sanzioni dall’Unione Europea che chiede una vera e propria strategia anti-inquinamento. L’Italia deve agire, o rischia di dover pagare fino a 500 milioni di euro.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/eu-strafen-italien-100.html

 

17.02.2017. Quale futuro per la Nato? L'Europa può fare a meno della Nato? Gli Stati Uniti pretendono un maggior impegno dei paesi europei. Federico Petroni di Limes sui possibili scenari dell'Alleanza atlantica.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/conferenza-sulla-sicurezza-100.html

 

Due di noi. Per la sua X edizione, il Premio Comites Berlino "L'italiano dell'anno" 2016 ha scelto due persone che rappresentano la vecchia e la nuova migrazione.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/premio-comites-berlino-100.html

 

Ogni giovedì. Appuntamenti

Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/index.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati

I commenti sportivi di Agnese Franceschini

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/index.html.  RC/De.it.press

 

 

 

 

Norimberga. L’amicizia italo-tedesca funziona

 

Norimberga - Si è svolta il 17 febbraio scorso, presso la sede della Società Dante Alighieri di Norimberga, la manifestazione conclusiva della serie dedicata alla raccolta di fondi per i terremotati 2016 del Centro Italia.

Si è trattato di una relazione in tedesco sulle "Ville del Lago Maggiore", tenuta dalla Dott.ssa Enrica Valsecchi. In precedenza la Dott.ssa Luisa Spanu aveva presentato la sua regione di provenienza, la Sardegna.

Entrambe le manifestazioni si sono concluse con ricche degustazioni di prodotti tipici. I costi per l’offerta culinaria sono stati a carico della Dante di Norimberga, per cui l’intera somma ricavata dai biglietti d’ingresso di 10 euro a persona è stata destinata ai terremotati. I 1.160 euro così raccolti sono stati inviati tramite bonifico bancario sul conto della Croce Rossa Italiana.

"Le due manifestazioni, alle quali hanno aderito per la grande maggioranza, i soci tedeschi della Dante Alighieri, hanno dimostrato, ancora una volta, quanto l’Italia stia a cuore ai norimberghesi", commentano dalla Dante. "Insomma i valori dell’amicizia italo-tedesca rimangono costanti nel tempo".

Il comitato tedesco della Dante Alighieri rivolge dunque "un grazie sentito a tutti coloro che hanno partecipato alle due serate, come anche al Comites di Norimberga per la valida ed efficace opera di pubblicizzazione". Dip 22 

 

 

 

 

Laura Garavini (PD) al vertice dei Progressisti Europei al Bundestag. "Rivedere il patto di stabilità"

 

"È giusto che l'Europa si dia delle regole e che le regole vengano rispettate. Ma è anche vero che allorché fu definito il Fiscal compact ci si accordò per testarlo dopo 5 anni, vale a dire esattamente quest'anno, al fine di verificarne l'efficienza. Noi crediamo che sia arrivato il momento di rivedere le regole del patto di stabilità, nel rispetto di quegli obiettivi che ci eravamo dati originariamente.

 

Rispetto alle modalità di revisione siamo aperti a piú ipotesi. Ad esempio si potrebbe ipotizzare lo scorporo di determinati capitoli di spesa dal calcolo della parità di bilancio: ad esempio si potrebbero considerare come investimenti, e quindi deducibili, le spese aggiuntive sostenute per la cultura, la ricerca e la formazione.

 

Ma si potrebbe anche sostenere l'ipotesi avanzata dai colleghi francesi, vale a dire l'introduzione di un meccanismo di aggiustamento nazionale su piú anni, così che in periodi di crisi sia possibile escludere dal calcolo del deficit le spese pubbliche per sviluppo e investimenti, salvo poi recuperarli negli anni successivi attraverso un conto nazionale di compensazione.

 

L' una o l'altra ipotesi consentirebbero di creare margini per promuovere investimenti per la crescita, perchè solo se c'è crescita si puó riuscire a ridurre il debito pubblico e si puó rimettere in moto l'occupazione, soprattutto giovanile."

 

Lo ha dichiarato Laura Garavini, della Presidenza del Gruppo PD alla Camera, partecipando su delega del Presidente Ettore Rosato, alla terza conferenza dei Presidenti dei Gruppi socialisti e democratici dei parlamenti dell’UE. La conferenza, dal titolo “Towards a Progressive Europe”, si è tenuta al Parlamento tedesco, il Bundestag, con la partecipazione dei capigruppo di quattordici parlamenti europei.

 

La Deputata PD al convegno “Ladder” del Movimento Europeo

“L'Europa a due velocità esiste già oggi nella formula delle cooperazioni rafforzate che sperimentiamo sia con l'area Euro che con l'area Schengen.

 

É auspicabile che si adotti la modalità delle cooperazioni rafforzate anche su ulteriori materie, come la gestione comune delle dinamiche migratorie, una politica di asilo comune, politiche europee per la difesa e per la sicurezza ed un'agenda sociale europea.

 

La volontà infatti non deve essere quella di escludere. Tutti i paesi devono essere messi nelle condizioni di potere partecipare. Europa delle due velocità non deve degenerare in una Europa spaccata tra paesi forti e paesi deboli. Nessun paese è costretto ad aderire. Ma nel caso in cui decida di non entrare non può bloccare tutti gli altri, opponendo veti unilaterali. Così che tutti i paesi siano alla pari e tutti ne possano trarre vantaggi per un migliore futuro dell'Europa nel suo complesso.

 

Lo dichiara Laura Garavini, della Presidenza del Gruppo PD alla Camera, partecipando al Convegno “Ladder” organizzato a Roma dal Movimento Europeo, dal titolo: Public-Private Cooperation in Economic Development and Job Creation: the Role of Local Authorities.

 

“Ciò che è fondamentale” aggiunge la Deputata PD, “è riportare i cittadini al centro dell’azione dell’Europa. All'insegna di un progetto politico, di una visione che consenta alla popolazione di tornare ad interpretare l’Europa come la soluzione dei problemi e non come la causa di essi”.  De.it.press24

 

 

 

 

 

“Adac Reisemagazin” di marzo-aprile dedicato alla Sardegna

 

Dalla Germania, mercato turistico internazionale di riferimento della Sardegna, arriva un altro importante riconoscimento. L'associazione automobilista nazionale tedesca (Adac), corrispettivo dell'Automobile Club italiano, ha dedicato interamente all'Isola il prossimo numero di marzo-aprile della propria rivista monotematica turistica "ADAC Reisemagazin".

L'edizione speciale, 148 pagine tutte destinate alla promozione delle attrazioni sarde, è stata presentata mercoledì scorso nella sede del Consolato generale d'Italia a Monaco di Baviera. A rappresentare e raccontare la Sardegna l’assessore del Turismo, Artigianato e Commercio, Francesco Morandi.

"Abbiamo messo in campo una nuova stagione di azioni promozionali in Germania – il commento di Morandi -, campagna stampa, fiere ed eventi che testimoniano l'attenzione verso il nostro primo mercato obiettivo. Nel 2017 l’investimento sarà doppio, puntando a migliorare ulteriormente i numeri già da record registrati nel 2016. Al nostro impegno progettuale e di risorse si associano sempre più spesso attività e pubblicazioni promozionali indotte, ossia prodotte autonomamente da Istituzioni, associazioni e operatori privati che guardano con rinnovato e ulteriore interesse all’isola: tutto ciò non è un caso - conclude l’esponente della Giunta Pigliaru - visto il consolidamento del posizionamento sui mercati internazionali del prodotto Sardegna che ha generato un aumento di oltre il 30 per cento delle presenze turistiche negli ultimi tre anni". (aise 25) 

 

 

 

 

 

Le prossime manifestazioni a Monaco di Baviera e dintorni

 

* mercoledì 8 marzo, ore 16:15-17:00, c/o StadtBücherei (Hallstr. 2, Ingolstadt)

Letture e giochi per bambini dai 3 ai 7 anni, con Alice

Per informazioni e/o iscrizioni: spazio@spazioitaliaingolstadt.de o passare nell'ufficio di Spazio Italia (Bürgerhaus Alte Post, Kreuzstr. 12, stanza A8, 1 piano). Organizza: Spazio Italia Ingolstad

* giovedì 9 marzo, ore 19:30, c/o KUBIZ (Jahnstr. 1, Unterhaching)

Inaugurazione della mostra "Stark und Weiblich" "Bilder in Acryl und Mischtechnik, sowie Collagen" di Christel Ploppa-Lechner, Liz Schinzler, Uta Schütze, Traudl Pfeiffer, Serena Granaroli. La mostra resterà aperta fino al 7 aprile (lun-ven 9:00-22:00, sab 9:00-18:00). Organizza: Kulturamt im KUBIZ

* venerdì 10 marzo, ore 19:30, c/o Kulturhaus Neuperlach (Hanns-Seidel-Platz 1, München) "Donna ti voglio cantare" Concerto di musica italiana con il Trio salato

Ingresso: € 15,- (interi) / € 8,- (studenti, disabili, pensionati, over 65, under 18)

Organizza: rinascita e.V. in collaborazione con Amici d'Italia e.V.

* sabato 11 marzo, ore 19:00, c/o EineWeltHaus, Großer Saal E01 (Schwanthalerstr. 80, München) Concerto de "Gli amici dell'Espresso"

con Johann (fisarmonica), Philipp (contrabbasso), Carlo (percussioni) e Moritz (chitarra). Ingresso libero (ogni contributo libero è bene accetto)

Organizza: Circolo Cento Fiori e.V.

* sabato 11 marzo, ore 19:00, c/o INCA-CGIL (Häberlstr. 20, München - U3/U6 "Goetheplatz") Serata insieme in occasione della Giornata Internazionale della Donna Brindisi e buffet per soci e amici. Ingresso libero. Organizza: rinascita e.V.

* domenica 12 marzo, ore 16:00, c/o Heilig-Geist-Kirche (Bahnhofpl. 1, Eichstätt) S. Messa in lingua italiana

* martedì 14 marzo, ore 19:30, c/o Kino Breitwand Gauting (Bahnhofsplatz 2, Gauting, www.breitwand.com) nell'ambito della rassegna "il Cinema Italiano introdotto e commentato da Ambra Sorrentino" Film: "Io e lei" (Regia: Maria Sole Tognazzi, Italia 2015, 102 min.)

* mercoledì 15 marzo, ore 19:30, c/o Kino Breitwand Starnberg (Wittelsbacherstr. 10, Starnberg, www.breitwand.com) nell'ambito della rassegna "il Cinema Italiano introdotto e commentato da Ambra Sorrentino"

Film: "Io e lei" (Regia: Maria Sole Tognazzi, Italia 2015, 102 min.)

* giovedì 16 marzo, ore 20:00, c/o Brasserie Schwabing (Belgradstr. 1 - angolo con Kurfürstenpl, München) Stammtisch del PD di Monaco con Daniele Viotti (eurodeputato), per discutere del bilancio dell'Unione Europea

Organizza: PD - Partito democratico, circolo di Monaco di Baviera

* venerdì 17 marzo, ore 19:30, c/o Gasteig, Kleiner Saal (Rosenheimerstr. 5, München) Concerto: "Romantisches Konzert" del Gran Duo Italiano

Mauro Tortorelli (violino) e Angela Meluso (piano) interpretano musica romantica per violino e pianoforte (E. Grieg, C. Sivori, C. Franck e D. Koch)

Ingresso: € 17,- Organizza: Gasteig

* venerdì 17 marzo, ore 20:00, c/o Ristorante Antica Italia (Waldeysenstr. 48, Ingolstadt) Conversazione in lingua italiana. Organizza: Italclub Ingolstadt e.V.

* domenica 19 marzo, ore 16:00, c/o chiesetta di St. Georg (Kipfenberg)

S. Messa in lingua italiana  C.Cumani/de.it.press

 

 

 

 

 

Uno studio sui macachi di CNR- Deutsches Primatenzentrum di Göttingen

 

ROMA - L’osservazione di un gruppo di macachi evidenzia che i due cardini della loro organizzazione sociale sono la gerarchia di dominanza e le relazioni di parentela. Queste ultime, in particolare, determinano in larga parte la rete delle interazioni sociali, sia amichevoli, sia aggressive. Essere in grado di riconoscere le relazioni di parentela che legano altri individui, potrebbe quindi aiutare questi primati ad affrontare con successo il loro complesso mondo sociale. Osservando un gruppo di macachi ospitati al Bioparco di Roma, un gruppo di ricercatori dell'Istituto di scienze e tecnologie della cognizione del Consiglio nazionale delle ricerche (Istc-Cnr) e del Deutsches Primatenzentrum di Göttingen, ha spiegato come essi riescano a identificare le relazioni di parentela e quale sia il loro vantaggio nel farlo.

“Sappiamo da trent’anni, grazie a precedenti studi, che i macachi sono capaci di riconoscere le relazioni di parentela che legano altri individui. Quest’ultima ricerca, però, contiene due novità”, afferma Gabriele Schino dell’Istc-Cnr, autore dello studio. “Primo, chiarisce come i macachi, quindi i primati, acquisiscano questa comprensione della loro propria struttura sociale, delle regole del gruppo in cui vivono; secondo, identifica un vantaggio selettivo da questa loro capacità, e quindi contribuisce a spiegarne l'evoluzione. Gli esseri umani riconoscono le relazioni di parentela soprattutto sulla base delle informazioni verbali: qualcuno, ad esempio, ci dice che un individuo è il figlio di un altro. Questo è ovviamente impossibile per i primati non umani, i quali devono quindi basarsi sull'osservazione diretta”.

In merito a come traggano le informazioni dall’osservazione, il team di ricercatori ha formulato due ipotesi. “Secondo la prima, la conoscenza del grado di parentela deriverebbe dall’osservazione di comportamenti caratteristici delle interazioni fra parenti, come l'allattamento, che verrebbero successivamente ricordate”, prosegue il ricercatore dell’Istc-Cnr. “In base a una seconda ipotesi, i macachi registrerebbero più ampiamente tutte le interazioni amichevoli che osservano fra i compagni di gruppo, considerando come ‘parenti’ i membri che si scambiano più frequentemente interazioni amichevoli. Lo studio ha mostrato che l’ipotesi più corretta è proprio quest’ultima. I macachi, quindi, applicano la logica: se due individui si frequentano, sono parenti. Una deduzione in parte errata, cosicché, pur riuscendo con successo a identificare alcuni parenti dei loro compagni di gruppo, i macachi a volte non sono in grado di distinguerli da coloro che sono semplicemente 'amici'”.

A questo risultato i ricercatori sono giunti studiando il fenomeno della cosiddetta aggressione ridiretta, per il quale la vittima di un'aggressione scarica la tensione attaccando un terzo individuo. “Molto spesso il terzo individuo è un parente dell'aggressore originale, il che dimostra come la vittima sia in grado di riconoscere i parenti del suo avversario”, spiega Schino. Da qui prende il via la seconda parte dello studio, rivolta ad analizzare i vantaggi derivanti da questo riconoscimento. “È stato dimostrato che i macachi tendono a evitare di aggredire gli individui che sono particolarmente bravi a identificare i parenti dei loro aggressori e che più spesso si vendicano aggredendoli a loro volta: questa capacità di identificazione, pertanto, consente di subire meno aggressioni”.

Grazie a questo studio, per la prima volta è stato dimostrato un vantaggio della competenza sociale, da intendersi come modo attraverso cui la selezione naturale può favorire l'evoluzione di capacità cognitive complesse in ambito sociale. dip 2 

 

 

 

Carnevale 2017 della Mci a Kempten 

 

Anche quest'anno, sabato 18  febbraio, un numeroso gruppo di connazionali e non, di Kempten  e dintorni,  si sono ritrovati  per festeggiare il carnevale. Dopo la S Messa alle 16:30, gli intervenuti si sono recati nella sala parrocchiale, dove molti di loro hanno indossato maschere, parrucche e costumi carnevaleschi, dando sfogo alla propria fantasia:  una signora girava  travestita  da  fungo; c'erano poi: principessine, fatine, streghe, cowboy... 

Sono seguite alcune ore di sana allegria, allietate da un abbondante  e variegato buffet, preparato dalle signore intervenute, e  tra cui spiccavano, tra le altre leccornie, le chiacchiere venete.  L'intrattenimento musicale era gestito da un impeccabile deejay, che invitava i presenti ad allegri balli, trenini. Il tutto magistralmente diretto  da uno scatenato presentatore vestito da agente federale.

Un ringraziamento particolare alla Segretaria della Missione, Signora Pina Baiano e Famiglia, ai Coniugi Trovato e a tutti i Collaboratori e Collaboratrici della Missione e, non da ultimo, al Padrone di Casa, P. Bruno.

Anche questa Festa di Carnevale 2017 è stata,  non solo un'ottima  occasione di  incontro, ma anche l'affermazione dei valori della  dottrina sociale della Chiesa nella nostra comunità cattolica italiana di Kempten e dintorni, sempre aperta a tutte le persone di buona volontà. Tutti gli intervenuti, al termine della serata, si sono dati appuntamento ai prossimi incontri in calendario. F.A. G. dip 20

 

 

 

 

A Berlino l’anteprima mondiale della Prima Giornata del Design Italiano

 

Berlino - L’Ambasciata d’Italia a Berlino ha ospitato il 1° marzo l’anteprima mondiale della Prima Giornata del Design Italiano, un’iniziativa che il Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale Angelino Alfano ha lanciato alla Farnesina ieri e che vede impegnati oltre 100 “Ambasciatori” della cultura italiana in altrettanti eventi in tutto il mondo.

Tra i protagonisti della serata in Ambasciata - animata da Claudius Seidl, Feuilletonchef della Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung e direttore del Magazine “Quarterly” - vi erano i nuovi modelli di Ferrari, che la casa di Maranello ha scelto di presentare a Berlino in occasione dei sessant’anni della scuderia, con la presenza del Vice Presidente Flavio Manzoni. Ha partecipato all’evento anche Patrizia Moroso, art director della storica azienda familiare friulana nel settore dell’arredo, che ha reinventato il concetto della sedia e revitalizzato il locale distretto industriale.

L’iniziativa dell´Ambasciata si colloca nella strategia di promozione integrata del nostro Paese e del nostro stile di vita (#Vivereallitaliana), una strategia che non a caso vede nel design uno degli assi portanti.

Il design in Italia genera 46,8 miliardi di euro di fatturato e impiega 995 mila persone tra attività dirette e indirette: in totale, il 2,9% del PIL nazionale e il 4,5% della forza lavoro. Su un fatturato mondiale di 100 miliardi di euro, il design italiano ne rappresenta pertanto quasi la metà, la quota più ampia, che rende questo settore un segno distintivo del “Made in Italy”.

Questi numeri testimoniano oggi la vitalità di una tradizione antica, che risale al Rinascimento, al versatile talento espresso da Leonardo da Vinci nei suoi “disegni” e a quel “saper fare” che faceva dire a Michelangelo di intendere per “scultura quella che si fa per forza di levare”: l’ambizione di riprodurre la bellezza sublimandone la natura, senza tuttavia esitare a plasmarla.

Nelle parole dell’Ambasciatore d’Italia a Berlino, Pietro Benassi, “il design italiano è da sempre il punto di incontro fra il radicamento territoriale dell’artigianato tradizionale e lo spirito di sperimentazione che caratterizza il nostro Paese, con i suoi tanti talenti individuali e le piccole e medie imprese responsabili dello sviluppo delle città italiane”.

È anche per questa sua diffusione sul territorio italiano, nei distretti industriali e nei centri di ricerca accademici, che il design italiano va sempre di più considerato anche come una forza di attrazione di cervelli e di investimenti verso il nostro Paese, un “campo di collaborazione fra l’Italia e altri Paesi che, come nel caso della Germania, presentano un grande settore manifatturiero”, come sottolineato dallo stesso Ambasciatore Benassi.

L’Italian Design Day si ripeterà a marzo 2018 ampliando ulteriormente la ricerca e la selezione dei comparti produttivi e delle eccellenze. Inoltre, sempre nel 2018, si realizzerà una grande mostra che terrà conto dei materiali raccolti, delle esperienze e delle eventuali contaminazioni che si saranno create. (aise 3) 

 

 

 

 

Germania, Schulz: "Correggere" Agenda 2010 di Schroeder

 

Nell'euforia dei sondaggi che lo danno in testa, lo sfidante di Angela Merkel presenta al partito i punti base della sua agenda sul lavoro. Il quotidiano Bild ne anticipa alcuni passaggi: nel mirino i sussidi di disoccupazione, le norme sui contratti a termine e i licenziamenti – di Tonia Mastrobuoni

 

BERLINO - Martin Schulz vuole smontare il più grande totem della sinistra tedesca: l'Agenda 2010. Il candidato della Spd vuole rivedere l'ambizioso pacchetto di riforme del lavoro e della protezione sociale voluta da Gerhard Schroeder che dodici anni fa costò alla Spd lo zoccolo duro del suo elettorato - e al cancelliere socialdemocratico la rielezione - ma che diede all'economia e al mercato del lavoro tedeschi una spinta gigantesca. È il segnale più evidente che il candidato anti-Merkel vuole spostare il suo partito a sinistra.

Il quotidiano Bild ne ha anticipato alcuni passaggi salienti, ma oggi pomeriggio, durante un affollatissimo comizio a Bielefeld, il leader della Spd è entrato nei dettagli. "Abbiamo fatto degli errori. Fare degli errori non è un peccato mortale". L'importante "è riconoscerlo. E noi lo abbiamo riconosciuto", ad esempio spingendo l’attuale governo di Grande coalizione a introdurre nel 2015 in salario minimo, ha spiegato Schulz. È chiaro che, dopo aver accusato nei giorni scorsi i datori di lavoro di aver schiacciato troppo a lungo i salari, l’ex presidente del Parlamento europe punta a risolvere il nodo dei 'working poor', del precariato e di chi deve mettere insieme più di un lavoro per arrivare a fine mese.

 

Anzitutto, Schulz vuole allungare di nuovo i tempi dell'assegno di disoccupazione, che Schroeder aveva accorciato per incoraggiare un impegno più attivo nella ricerca di un nuovo impiego - e perché garantiva anche un notevole risparmio sulla spesa pubblica. A Bild, il leader Spd ha spiegato di aver incontrato un disoccupato cinquantenne spaventato all'idea di perdere il lavoro e di ricevere l'assegno per soli 15 mesi e poi il mini assegno integrativo Harz IV: "Non può essere così", ha precisato.

 

Altro tema caldo e già al centro dei suoi comizi in giro per la Germania: il precariato. "Il 40 per cento dei contratti dei 25-35enni sono a tempo. Non può essere la nostra offerta per i giovani". Il candidato dei socialdemocratici vuole rendere più stringenti le regole per il ricorso ai contratti a tempo. A Bielefeld ha puntualizzato che "aboliremo i contratti a tempo che non abbiano una giustificazione fondata".

 

Nel programma di Schulz, che dovrebbe essere elaborato dalla sua collega di partito e ministra del Lavoro, Andrea Nahles, anche l'idea di estendere la cogestione - dunque la presenza dei sindacati ai vertici delle aziende - alle imprese che sono in Germania ma sottostanno a regimi giuridici di altri Paesi o sono europee. E chi organizza le elezioni dei consigli di fabbrica dovrà essere più protetto dai licenziamenti.

 

Il leader socialdemocratico vuole anche aiutare le famiglie: "tante coppie intorno ai 45 anni hanno figli ma devono anche cominciare ad accudire i propri genitori". Con i generosi surplus di bilancio ottenuti in questi anni, Schulz non vuole che vengano fatti "regali fiscali ai ricchi: i sovrappiù devono essere investiti

per aiutare queste persone". L'ex presidente del Parlamento europeo vuole sfruttare anche la rivoluzione tecnologica per venire incontro ai lavoratori: "non deve soltanto aumentare l'efficienza: deve anche accorciare gli orari". LR 20

 

 

 

Opel, accordo Germania-Francia sulla fusione con Psa

 

«Assoluta uguaglianza di vedute». Arriva la benedizione politica alla fusione Opel-Psa. I governi di Francia e Germania esprimono il proprio sostegno all’acquisizione di Opel, gruppo General Motors, da parte di Psa: lo hanno comunicato in una mail congiunta, secondo quanto riporta la Bloomberg. Entrambi i governi vogliono «chiarezza, il più presto possibile, sul future delle due società» anche per i lavoratori e per i siti di produzione. 

Entrambe le società, si legge nella nota, dovrebbero mantenere ciascuna il proprio brand e disporre di un adeguato management e il gruppo post-fusione ha bisogno di una «strategia percorribile di lungo termine». 

Entrambe le parti hanno concordato una dichiarazione in cui, tra le altre cose, si auspica che `nell’interesse degli occupati si raggiunga al più presto chiarezza sulle prospettive di sviluppo di entrambe le società´. Sapin ha aggiunto di ritenere che l’acquisizione sia un passo a beneficio di entrambi i Paesi, richiedendo al tempo stesso che vengano avviati colloqui anche con il ministro dell’Economia polacco (la casa tedesca ha un impianto a Gliwice ndr). Sapin ha poi ribadito l’importanza di mantenere l’autonomia di Opel, un fattore che è anche nell’interesse di Psa, che ha bisogno `della qualità tedesca´, e di conservare l’organico della casa tedesca. LS 23

 

 

 

Il Presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani in visita ufficiale in Germania (23-24.02)

 

Il Presidente del Parlamento europeo ha incontrato oggi la Cancelliera Angela Merkel. Sono stati affrontati temi fondamentali quali il futuro dell'Europa, la sicurezza, l´immigrazione e la politica commerciale.

 Il Presidente Tajani ha affermato, "la Cancelliera Merkel è la vera custode dei valori europei e tedeschi. Abbiamo avuto un proficuo incontro sul futuro dell'Europa, sulla sicurezza, sull´ immigrazione e sul commercio. Condividiamo la stessa volontà di avvicinare le istituzioni UE ai cittadini europei e renderle più efficienti nel dare risposte concrete alle loro preoccupazioni."

 Con il sessantesimo anniversario del Trattato di Roma alle porte, dobbiamo guardare al futuro e lavorare in questa direzione.

Abbiamo inoltre concordato sulla necessità di investire di più in Africa per il suo sviluppo e per meglio gestire i flussi migratori.

Si è tenuto, in seguito, un incontro con il Presidente federale della Germania Joachim Gauck. Ancora una volta, il Presidente Tajani ha ribadito il forte impegno del Parlamento europeo ad assumere un ruolo chiave contro le forze populiste.

Nel pomeriggio di ieri  Tajani è stato ospitato anche dalle donne imprenditrici della Weiberwirtschaft, un'organizzazione con sede a Berlino, che fornisce assistenza alle donne che vogliono avviare una attività in proprio. Questa mattina prima degli incontri istituzionali si è recato in visita a una scuola bilingue, italo-tedesca e intrapreso una discussione sui valori europei con i giovani studenti.

CC 24

 

 

 

 

Dal giornalista in cella al referendum. È scontro aperto tra Ankara e Berlino

 

La Turchia accusa la Germania di coprire i terroristi, i tedeschi (e gli olandesi)

bloccano i comizi dei politici turchi a sostegno della riforma costituzionale

di Monica Ricci Sargentini

 

Chissà cosa succederà oggi in Germania quando il ministro dell’economia di Ankara Nihat Zeybekci si presenterà a Colonia per tenere un comizio sui contenuti del referendum costituzionale che si terrà in Turchia il prossimo 16 aprile. Il comune ha cancellato l’evento per motivi di ordine pubblico ma Zeybekci ha garantito ugualmente la sua presenza: «È nostro dovere combattere questa battaglia. La vittoria appartiene ad Allah. Se non ci danno il permesso, andremo casa per casa».

 

Ad Ankara si stanno convincendo che l’Europa voglia boicottare il voto costituzionale, che darebbe poteri straordinari al presidente Recep Tayyip Erdogan, dopo che Germania e Olanda hanno annullato alcuni eventi con le comunità turche locali, previsti in questi giorni. E che l’Austria ha annunciato di voler fare altrettanto. «Il suolo olandese — ha dichiarato il premier Mark Rutte — non è il posto per campagne politiche di altri Paesi». Il ministro degli Esteri di Ankara Mevlüt Cavusoglu ha giudicato inaccettabili le decisioni di Amsterdam e Berlino: «Dov’è la democrazia? Dov’è la libertà di espressione? — ha detto —. Nessuno ci può trattenere, noi andremo dove vorremo e incontreremo i nostri cittadini». Per il ministro della Giustiza turco Bekir Bozdag è «piuttosto chiaro» che molti Paesi della Ue «si oppongono al cambiamento del sistema politico in Turchia perché non vogliono che diventiamo stabili e forti». Mentre il premier Bilal Yildirim ha parlato di «decisione sciagurata che va contro la democrazia».

 

Ieri una telefonata tra il premier turco e la cancelliera tedesca Angela Merkel è servita a calmare un po’ gli animi, almeno con Berlino. E mercoledì prossimo, l’8 marzo, è previsto un incontro in Germania tra il ministro degli Esteri turco Cavusoglu e il suo omologo tedesco Sigmar Gabriel. Di certo si discuterà anche di Deniz Yücel, il corrispondente del giornale tedesco Die Welt detenuto in Turchia dal 14 febbraio. Il giornalista, che ha la doppia cittadinanza, è stato accusato dal presidente Erdogan in persona di essere «un esponente del Pkk e una spia tedesca coperto dall’ambasciata di Germania dove si è nascosto per un mese». Dito puntato anche su Berlino: «In Germania — ha detto Erdogan —vivono migliaia di terroristi del Pkk di cui ci viene negata l’estradizione».

 

Di certo l’annullamento di tre comizi di esponenti politici turchi sul suolo tedesco non ha aiutato il corrispondente di Die Welt. Quando il ministro della Giustizia turco Bekir Bozdag ha saputo che il comune di Gaggenau nel Baden-Wuerttemberg gli negava lo spazio per l’evento è volato direttamente a casa da Strasburgo, annullando anche l’incontro con il suo omologo tedesco Heiko Maas, che avrebbe voluto incontrarlo proprio per parlare del reporter. E questo nonostante la cancelliera Angela Merkel abbia chiarito che le disdette dei comizi elettorali per i ministri turchi, a Gaggenau e Colonia, erano state decise «a livello comunale» e non federale.

 

In Germania vivono circa 3 milioni di turchi, un bacino elettorale importante cui l’Akp di Erdogan non intende sicuramente rinunciare. CdS 5

 

 

 

 

Germania, destra Afd in calo: prima volta da luglio sotto 10%

 

BERLINO - L'effetto Trump e il boom di popolarità di Martin Schulz, ma anche l'affievolirsi della crisi dei profughi stanno danneggiando la destra populista tedesca. L'Afd è scesa per la prima volta da luglio dello scorso anno sotto il 10%: l'istituto Allensbach dà il partito di Frauke Petry all'8,5%, Forsa addirittura all'8%. È il minimo da oltre due anni. E in un solo mese la destra xenofoba e anti europeista ha perso ben quattro punti.

 

L'avvio caotico della nuova amministrazione americana sta contribuendo al declino nei sondaggi, secondo Manfred Güllner, uno dei sondaggisti di Forsa interpellato da Stern. Secondo Güllner il crollo della destra tedesca è anche imputabile al fatto che l'emergenza dei profughi si è esaurita. Nelle scorse settimane alcuni sondaggisti hanno anche attribuito il calo della popolarità dell'Afd alla partenza verticale del candidato anti-Merkel, Martin Schulz, che ha incentrato la campagna elettorale su temi sociali, molto sentiti anche da una fetta di elettorato di destra.

 

Nei due sondaggi Allensbach e Forsa, Merkel e la Cdu tornano in vantaggio rispetto a Schulz - risoettivamente 34/33% a 31/30,5% -, ma il candidato socialdemocratico sembra stabilizzarsi attorno a un risultato che supera di almeno cinque punti la media dei risultati e dei sondaggi degli ultimi dieci anni della Spd. Tonia Mastrobuoni LR 22

 

 

 

 

Viene dalla Germania il mecenate misterioso di Dolceacqua

 

Lavori in corso Dolceacqua è un borgo medievale della val Nervia dominato dal castello dei Doria – di Fulvio Damele

 

DOLCEACQUA (IMPERIA) - C’è un angolo del Ponente ligure dove non sibilano soltanto le gelide note del rigore finanziario tedesco, e dove l’Europa ha un volto generoso. È una contrada incantata dove sventola la bandiera Arancione dei piccoli borghi d’eccellenza e nella quale si realizza l’incredibile sogno di veder finanziati i lavori di restyling della piazza principale con sonanti euro guadagnati in Germania. Di questi tempi più che mai, una favola che ha per protagonisti il cuore di Dolceacqua, borgo medievale della val Nervia, e soprattutto il cuore di un benefattore tedesco, che per di più vuole restare anonimo.  

 

I soldi per i lavori, avviati in questi giorni, ce li ha messi lui: 216 mila euro grazie ai quali sarà rifatta la pavimentazione (900 mq) della piazza e, forse, si troverà il modo di sistemare anche l’illuminazione, le panchine e magari la fontana, uno dei punti più fotografati dai turisti insieme con il ponte romanico celebrato dai dipinti di Monet.  

 

A Dolceacqua, duemila anime, soffia da secoli il vento della storia scritta dal casato dei Doria a un alito dal confine e dagli antichi rivali del Principato di Monaco, oggi amici e partner in strategie turistiche. E ora tra i bastioni dell’antico maniero s’insinua una brezza gonfia di curiosità. Perché la voglia di scoprire chi è il misterioso benefattore è tanta. Qualcuno probabilmente sa, altri sospettano, molti sono ignari, non per questo meno riconoscenti. Il custode della verità è il sindaco Fulvio Gazzola, che non rivelerebbe il nome neppure sotto tortura, ma sa dare il giusto peso al gesto. «E’ un imprenditore tedesco che ha una seconda casa a Dolceacqua. Un paio di anni fa si è fatto avanti, ora il suo slancio si è tradotto in realtà e gliene siamo grati». 

 

Certo è che se il fato doveva scegliere uno scenario plausibile, non poteva che fermarsi in Liguria. L’arcobaleno azzurro che anni fa era collegato con la Germania dal Riviera Express, il treno che con il suo carico di bellezze bionde regalava sogni, fossero flirt di una vacanza o storie d’amore destinate a resistere al tempo e alle distanze. Ma era anche uno dei convogli che dava la speranza di un lavoro in quella Germania che, guarda caso, già allora era un poderoso motore economico in marchi pesanti.  

 

Poi, «perché» questo dono? Forse perché è il figlio di un emigrante che ha fatto fortuna. Forse perché i suoi si sono conosciuti qua, o magari perché ha visto Italia-Germania dell’82 in compagnia di questa strana gente che impazzisce per un gioco e talvolta fatica a far quadrare i conti. O ancora, perché forse alla birra preferisce il Rossese doc di Dolceacqua. Più facilmente, e questa è la risposta che vale almeno quanto la piazza rimessa a nuovo, perché sulla sua strada in paese ha trovato un’umanità di persone per bene e si è convinto a dar loro una mano. In fin dei conti, il posto dove sono finiti i suoi soldi si chiama piazza Garibaldi, l’eroe dei due mondi, dove s’incontrano davvero due mondi, più forti dell’indifferenza, degli egoismi e dei confini. L’amore manifesto per un luogo, la soddisfazione intima, segreta di fare del bene.  LS 26

 

 

 

Togliere i Würstel dal menù del governo? Sfida (politica) al buffet

 

La ministra Spd li bandisce, insorgono i conservatori. La questione salutista è diventata tema di scontro nel governo di coalizione. Secondo l’Oms, insaccati e carni lavorate sono cancerogeni. Ma in Germania ogni Land ha la sua salsiccia doc - di Sara Gandolfi

 

Angela Merkel conosce gli obblighi della campagna elettorale. Per cercare voti, in passato, non ha esitato ad immergersi nelle sagre popolari e addentare, in favore di fotografi e telecamere, succosi würstel di Turingia. La cancelliera non pareva in realtà troppo avvezza all’impresa: a Erfurt, qualche anno fa, l’hanno immortalata con il panino in bilico fra due dita e lo sguardo attonito di chi già soffre per il surplus calorico. Ma tant’è. «Würstel e crauti» è il piatto tedesco per antonomasia, il simbolo dell’arte culinaria della Germania nel mondo. Pure nella variante multietnica nata nelle strade di Berlino a metà del secolo scorso, il «currywurst», la salsiccia resta un simbolo nazionale tanto quanto la bandiera. Almeno per i conservatori.

Lo conferma l’ultima battaglia scoppiata tra le due anime del governo di «Grosse Koalition», familiarmente GroKo. Galeotto fu il buffet organizzato dal ministero dell’Ambiente per il simposio «Esportare tecnologie green», a Berlino: in tavola neppure l’ombra di un insaccato o di una zuppa gulash. Al loro posto, mele caramellate, scaloppine al sedano rapa, carote al miele e lasagne di soia alle verdure. Gli invitati potevano aspettarselo: la ministra socialdemocratica Barbara Hendricks ha di recente imposto che ai pranzi e negli atti ufficiali del suo dipartimento si servano solo menù rigorosamente vegetariani e con prodotti provenienti da agricolture biologiche, possibilmente «a chilometro zero». Al bando le carni, ancor più se insaccate, e pure qualsiasi tipo di pesce. «Mettiamo in pratica quello che predichiamo», ha detto ai giornalisti il portavoce Michael Schrören.

Una questione di credibilità che è già sfida politica. In una nazione di carnivori impenitenti, dove quasi ogni Land vanta una salsiccia doc, quanto l’Italia con le varietà di vino, la crociata ambiental-salutista della ministra Spd ha subito provocato una levata di scudi. «Io sono per la varietà e la libertà di scelta, non per il paternalismo e l’ideologia», ha replicato il suo collega Christian Schmidt, ministro dell’Alimentazione scelto fra le file dell’Unione cristiano-sociale (Csu, centrodestra). «Con noi la giornata vegetariana non passerà neppure dalla porta di servizio», ha concluso riferendosi alla proposta, presentata dal Partito Verde nel 2013, di istituire una giornata nazionale senza carne, a casa come nei ristoranti. Agli elettori l’idea non piacque: secondo alcuni analisti, quell’anno alle urne provocò il crollo dei Grünen all’8,5%.

Morale. La Hendricks è rimasta sola nella sua battaglia. Tutti gli altri dicasteri, compresa la cancelleria di Frau Merkel, hanno smentito di voler togliere würstel e altre delizie ipercolesterolemiche dai loro menù ufficiali. Soltanto il ministro dello Sviluppo ha cautamente ordinato ai suoi servizi catering di «ridurre le quantità di carne e pesce».

Comunque vada a finire, i würstel non avranno vita facile nel futuro della Germania. Alimento molto calorico, ideato pare addirittura prima del XIV secolo, per non sprecare i resti del maiale e per affrontare con scorte adeguate il freddo inverno tedesco, è finito da tempo nel mirino dell’Organizzazione mondiale della sanità: le carni processate (come salumi, salsicce, würstel) sono «cancerogeni certi», al pari di alcol, fumo e amianto, ha decretato l’agenzia dell’Onu. D’altra parte, chissà quanti preparatori si attengono ancora alla ricetta storica del bratwurst, rinvenuta tempo fa a Weimar, in Turingia: ai tempi bisognava utilizzare solo le carni più pure, pena una multa di 24 pfennig, pari a uno stipendio giornaliero. CdS 27

 

 

 

 

 

Patrimoni all’estero. „C‘è tempo fino al 31.07.2017 per la Voluntary disclousure bis“

 

"Da inizio febbraio é possibile inoltrare per via telematica all'Agenzia delle Entrate la richiesta di Voluntary disclousure bis, cioé la riedizione della procedura volontaria con cui chi detiene illecitamente patrimoni all' estero, ne puó dichiarare l'esistenza, regolarizzando la propria situazione.

 

Non si tratta di un condono. Per mettersi in regola bisogna pagare tutte le tasse dovute e anche i relativi interessi per il ritardato pagamento. Gli importi dovuti possono venire calcolati dallo stesso contribuente, che potrà fare una autocertificazione della cifra da pagare. Se l'importo è corretto è previsto uno sconto sulle sanzioni. Viceversa se l'importo non dovesse risultare corrispondente al vero, scattano accertamenti fiscali e sono previste delle sanzioni e la reclusione in carcere fino a sei anni di carcere.

 

La autodenuncia potrá essere inoltrata fino al 31 luglio 2017 via on line e potrá riguardare  violazioni commesse entro il 30 settembre 2016. Ci si potrá rivolgere a commercialisti abilitati".

 

Lo dichiara Laura Garavini, della Presidenza del gruppo Pd alla Camera dei Deputati precisando:

"SI tratta della seconda edizione della Voluntary disclosure. La prima, resa possibile dal Governo Renzi nel 2016, aveva consentito di fare venire alla luce la bellezza di circa 60 miliardi di euro, con un gettito fiscale alle casse dello Stato italiano di circa 3,8 miliardi di euro. L‘ottanta per cento dei quali, relativi a patrimoni tenuti in Svizzera, nel Principato di Monaco e nel Liechtenstein".

 

La modulistica e le relative istruzioni sono disponibili sul sito dell'Agenzia delle Entrate al seguente link:

http://www.agenziaentrate.gov.it/wps/content/Nsilib/Nsi/Home/CosaDeviFare/Richiedere/Collaborazione+volontaria+%28voluntary+disclosure%29/Modello+e+Istruzioni+Collaborazione+volontaria/Mod+e+istr+-+Voluntary+disclosure+%28articolo+7+decreto+legge+n.+193+del+2016%29/

 

Ulteriori dettagli su come procedere sono disponibili sul sito della Agenzia delle Entrate: http://www.agenziaentrate.gov.it/wps/file/Nsilib/Nsi/Agenzia/Agenzia+comunica/Comunicati+Stampa/Tutti+i+comunicati+del+2016/CS+Ottobre+2016/cs+25102016+disclosure/204_Com.+st.+Riapertura+Voluntary+25.10.2016.pdf. 

De.it.press 24

 

 

 

 

 

Le risorse finanziarie destinate ai corsi di lingua e cultura italiana all’estero

 

Roma. Il Segretario della Commissione esteri del Senato Antonio Razzi, ha ricevuto la risposta del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale all’interrogazione n. 4-04793 sulle risorse finanziarie destinate ai corsi di lingua e cultura italiana all’estero con la quale si chiedeva: “quali orientamenti i Ministri in indirizzo intendano esprimere in riferimento a quanto esposto e, conseguentemente, quali iniziative vogliano intraprendere, nell'ambito delle proprie competenze, per porre rimedio alla questione relativa all'insegnamento della lingua italiana ai connazionali residenti all'estero; se non ritengano necessario attuare un cambiamento di strategia, affinché non si intervenga, come avviene da diversi anni, sempre sui medesimi capitoli di spesa che riguardano i cittadini italiani residenti oltre confine;se non vogliano sostenere l'insegnamento della lingua e della cultura italiana all'estero, nel breve periodo, così da averne un ritorno in termini economici, commerciali e turistici nel lungo periodo.” Il Ministro ha sottolineato il sostegno della Farnesina all’attivazione di corsi di italiano a favore dei nostri connazionali all’estero attraverso l’erogazione di contributi agli Enti Gestori. La legge di bilancio per il 2017 prevede un fondo di potenziamento della promozione della cultura e della lingua italiana all’estero con 20 milioni di euro per il 2017 e di 30 milioni di euro per il 2018 e di 50 milioni di euro per ciascuno degli anni 2019 e 2020. A decorre da quest’anno a sostegno degli Enti Gestori la spesa per la promozione della lingua e cultura italiana all’estero con ulteriori 4 milioni di euro. Al fine di migliorare la qualità dell’insegnamento della nostra lingua all’estero è stato avviato un “Progetto Pilota” “Certificazione Lingua Italiana di Qualità CLIQ” per neolaureati specializzati in didattica dell’italiano. In questo senso l’investimento è stato di oltre 1milione e 500mila euro nel triennio 2014-2016 che ha riguardato 8 paesi. E’ stata inoltre avviata nel 2016 attività di formazione ed aggiornamento on line a distanza attraverso un protocollo d’intesa sottoscritto dal MAECI con il Consorzio Interuniversitario ICON, che ha interessato 31 Enti Gestori, con 550 docenti coinvolti in 11 paesi. A livello generale, il documento “Stilnovo II” redatto nell’ultima edizione degli Stati Generali contiene le linee guida e gli obiettivi specifici della politica di promozione linguistica da qui al 2018. Tra gli obiettivi fissati, l’ampliamento delle sezioni bilingue all’estrro ed il potenziamento del progetto “Laureati per l’italiano” specializzati per essere mandati presso università straniere che ne abbiano fatto richiesta. Questo orientamento innovativo, conclude la risposta del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale per il tramite di Mario Giro, è realizzato non solo mediante le Istituzioni scolastiche e gli Enti Gestori, ma anche attraverso iniziative indirizzate alla circuitazione in Ambasciate, Consolati, Istituti Italiani di Cultura, un maggiore coinvolgimento delle aziende italiane che contribuiscono a promuovere la diffusione della lingua e cultura italiana nel mondo. Si segnala infine che per le istituzioni scolastiche all’estero, inclusi i corsi, la legge 107/2015 (cosiddetta “Buona Scuola) ha previsto una delega al Governo, su MAECI e MIUR hanno lavorato congiuntamente per una revisione complessiva della normativa di riferimento. Tra gli obiettivi che si intende perseguire, l’inserimento dei corsi di italiano nei percorsi scolastici. Dip 24

 

 

 

 

La Garavini ai democratici d’Europa. Che tristezza la scissione! Evitata all’estero

 

Sei milioni e ottocento mila euro risparmiati dallo Stato in appena sei mesi. Attraverso l'applicazione di una mia proposta di legge con la quale chiedevo che un mafioso che è stato ucciso non abbia diritto a rimborsi in qualità di vittima di mafia. Potrà sembrare impossibile, ma solo fino a pochi mesi avveniva proprio questo: mafiosi che abusavano dei finanziamenti pubblici stanziati per i familiari delle vittime innocenti di mafia. Una vergogna. A cui sono contenta di avere contribuito a mettere fine grazie alla sensibilità del nostro Governo, che ha adottato i contenuti di una mia proposta di legge in un provvedimento del luglio scorso. Ne ho appreso gli effetti, a sei mesi dall'entrata in vigore, intervenendo questa settimana in audizione agli Stati Generali dell'Antimafia al Ministero della Giustizia.

 

A Berlino, con i capigruppo progressisti europei

Nei giorni scorsi ho partecipato al vertice dei leader dei Gruppi parlamentari progressisti dei Paesi UE, al Bundestag a Berlino, in sostituzione del nostro Presidente, Ettore Rosato. Abbiamo parlato soprattutto di come rilanciare il progetto europeo dopo la Brexit, dopo l’elezione di Trump e nonostante la minaccia dei crescenti populismi antieuropei. Il messaggio del mio intervento: per noi progressisti l’europeismo deve essere parte del nostro DNA anche in futuro, nella convinzione che l’Europa non è il problema, ma può essere la soluzione alle varie difficoltà. L’Europa deve però cambiare rotta (e questo era importante sottolinearlo a Berlino…): le politiche di sola austerità non hanno funzionato. Al contrario hanno prodotto enormi disuguaglianze sociali, senza contribuire a ridurre i debiti pubblici dei paesi maggiormente indebitati. Ecco perchè bisogna rivedere il Patto di stabilità e riprendere ad investire su lavoro e opere pubbliche. Dobbiamo inoltre puntare su una cooperazione rafforzata, aperta a tutti gli stati membri dell’UE, su temi come sicurezza, difesa, politiche migratorie ed Europa sociale. Ne ho parlato anche ad un convegno organizzato dal Movimento Europeo alla Camera. 

 

Soluzione in vista per chi comprò Fondi IRS 

Ho ricevuto diverse sollecitazioni su questo argomento. Perché evidentemente anche tanti italiani in Europa sono stati raggirati. Adesso le Poste Italiane hanno individuato una soluzione accettabile per quelle migliaia di consumatori che avevano investito in titoli postali dei Fondi immobiliari IRS. Titoli che si erano quasi completamente deprezzati nel corso degli anni. Chi temeva di aver perso i risparmi di una vita potrà fare domanda per recuperare i propri soldi: chi ha più di 80 anni potrà riavere subito il denaro investito, mentre chi ha meno di 80 anni lo riceverà nel giro dei prossimi cinque anni. Maggiori dettagli sulle modalità di rimborso, di cui possono usufruire anche gli italiani all’estero, si trovano in questo mio articolo sull’argomento:

 

A Manchester, vicina ai connazionali nel dopo Brexit

Il Presidente Gentiloni lo ha detto chiaramente durante la sua visita a Londra: il Governo segue con grande attenzione la questione dei diritti dei nostri connazionali residenti in Gran Bretagna. Durante un’iniziativa con gli italiani residenti a Manchester, organizzata dal locale Comites, ho di nuovo toccato con mano l’incertezza e l’apprensione con le quali si sentono confrontati i nostri connazionali residenti nel Regno Unito. Ho rinnovato l’impegno del nostro Governo e di tutto il PD a tutela della nostra comunità in Inghilterra. Ho poi avuto modo di conoscere Italiankids il progetto animato dai genitori di bambini con background italiano nell’area di Manchester, che sostiene l’educazione bilingue dei bambini con spettacoli teatrali e numerose iniziative di carattere culturale, sportivo e conviviale. Un gruppo davvero affiatato che rende un servizio prezioso, perché tiene vivo il contatto fra l’Italia e le nuove generazioni. 

 

In Aula contro mafia e gioco d’azzardo

Il gioco d’azzardo è una fonte di giganteschi guadagni per le mafie. Con l'approvazione in aula di una risoluzione il Governo si è impegnato a migliorare la regolamentazione sul gioco d'azzardo, in base alle indicazioni da noi elaborate in Commissione Antimafia. Come ho spiegato nel mio intervento in dichiarazione di voto il settore dei giochi legali negli ultimi anni ha aumentato vertiginosamente il suo giro d’affari. Parliamo di cifre veramente alte: 84 miliardi di euro l'anno, secondo le ultime stime. Grazie alle prospettive di profitto le mafie sono riuscite ad infiltrarsi in modo diffuso nel settore. Ecco perchè abbiamo elaborato una serie di proposte: misure antiriciclaggio, una recrudescenza delle sanzioni non monetarie, l’introduzione di requisiti più severi per ottenere le licenze e l’istituzione di un organo di vigilanza. Con questi accorgimenti vogliamo rendere la vita più difficile alle mafie, che spesso lucrano sui risparmi delle persone più deboli, dipendenti dal gioco. Su questo fronte, un’altra buona notizia è rappresentata dall’inclusione della ludopatia, da parte del Governo Gentiloni, fra le malattie curate a titolo gratuito dal nostro Sistema sanitario nazionale.

 

Che dopo la tempesta ritorni il sereno

A nulla sono serviti, purtroppo, i diversi tentativi di tenere insieme il partito. Una parte della minoranza ha ritenuto di staccarsi dal PD e di costituire una nuova formazione politica. Purtroppo era nell’aria da quando la minoranza nel referendum si è schierata contro la linea del partito – e ha festeggiato la sconfitta. La scissione è un atto politico che produce profonda tristezza, anche perchè sembra più dettata da rancori personali che da divergenze valoriali. Da una prima superficiale ricognizione pare che alla rete del Pd mondo siano state risparmiate le lacerazioni di queste settimane, nonostante la decisione di singoli di non rinnovare la tessera. Adesso mi auguro che il congresso diventi una costruttiva opportunità di confronto sui territori, ed il modo di ribadire con larga maggioranza la leadership di Matteo Renzi alla segreteria del Partito Democratico. Ne ho parlato alla trasmissione Modem, della Radio pubblica svizzera, raggiungibile al seguente link. Laura Garavini, de.it.press 1

 

 

 

Francia, presidenziali a rischio coabitazione

 

Le presidenziali francesi della prossima primavera si annunciano come uniche nella storia politica d’Oltralpe. Per la prima volta, l’estrema destra del Front National sembra essere nettamente in vantaggio al primo turno, traducendo a livello nazionale i numerosi consensi che aveva già ricevuto in occasione delle elezioni regionali dello scorso anno. Marine Le Pen, candidata del Front, dovrebbe quindi riuscire a qualificarsi senza troppe difficoltà per il ballottaggio fra i due candidati più votati.

 

Questo scenario modifica in modo sostanziale la prassi politica della Quinta repubblica francese, basata fino ad oggi sull’alternanza fra centrodestra e centrosinistra. I due campi in competizione, pur non raggiungendo mai la maggioranza assoluta, venivano infatti tradizionalmente premiati dal sistema maggioritario a doppio turno, che eliminava le piccole formazioni facendo emergere in maniera netta uno o l’altro partito, tanto alle politiche quanto alle presidenziali.

 

La frammentazione del voto francese constatata nelle ultime consultazioni - con la solidificazione di un terzo polo (il Front National) e l’emergenza potenziale di un quarto (il movimento centrista “En Marche” di Emmanuel Macron) - rende disfunzionale un sistema che non facilita le coalizioni e che, nel contesto attuale, rischia di premiare in modo artificioso delle formazioni con un consenso molto relativo. Va ricordato, ad esempio, che nell’attuale legislatura il Front National (primo partito in termini di suffragi espressi nelle regionali del 2016) ha appena due deputati e un senatore.

 

La parentopoli di Fillon

A fine novembre, l’ampia vittoria di François Fillon alle primarie del centrodestra sembrava aver ristabilito lo scenario classico: dopo Hollande, si preparava l’alternanza all’Eliseo con la destra governativa dei Républicains, in grado di aggregare consensi arginando il Front National a destra e Macron al centro. La successiva e sofferta designazione del massimalista Benoît Hamon alle primarie socialiste aveva poi segnato le sorti di un partito ormai incapace di attrarre il voto centrista, fondamentale per la conquista della presidenza.

 

Nell’insieme, il panorama era caratterizzato da un rinnovamento del personale politico, con l’esclusione sia dell’attuale presidente della Repubblica, François Hollande, che aveva fatto un passo indietro non ricandidandosi, sia del suo predecessore, Nicolas Sarkozy, arrivato terzo alle primarie dei Républicains. Esponenti politici rigettati per stanchezza nei confronti del potere e perché percepiti come figure discutibili, anche da un punto di vista etico, in grado di spingere l’elettorato verso un voto di protesta a favore dell’estrema destra, nel caso di una loro presenza al secondo turno delle elezioni.

 

A fine gennaio, un’inchiesta pubblicata dal settimanale “Le Canard Enchainé” ha fatto poi emergere l’ipotesi di un impiego fittizio quale assistente parlamentare per la moglie di Fillon, Penelope; elemento poi ripreso dalle procure. Da questo momento in poi, la candidatura di Fillon è stata azzoppata.

 

L’ex premier aveva costruito la sua campagna durante le primarie proprio su una rivendicazione etica, riuscendo anche a mobilitare attorno a sé il voto cattolico, di solito piuttosto guardingo in termini morali. Adesso grida al complotto mediatico, mentre solo pochi mesi fa denunciava il fatto che i media prestavano troppa poca attenzione agli aspetti etici della vita politica. Nel campo dei Républicains è in atto una paralisi intorno al nome di Fillon: tutti si sono accorti delle difficoltà della campagna, ma non si riesce a trovare un candidato per il cambio in corsa, tanto sono forti le rivalità fra i vari pretendenti.

 

Socialisti frondisti, Macron ne approfitta

A sinistra la vittoria di Hamon rappresenta uno scenario bizzarro. Hamon fa parte dei “frondeurs”, quel gruppo di deputati socialisti dissidenti che, molto critici nei confronti della politica economica e sociale portata avanti dai governi Ayrault e Valls, chiedevano una decisa sterzata a sinistra. Hamon, con una carriera nelle periferie, si fa portavoce anche di un discorso relativamente aperto nei confronti dei musulmani e mette sul tavolo la proposta di un reddito universale.

 

Queste posizioni hanno un contenuto ideologico che apre uno spazio maggiore a destra dei socialisti, slittamento di cui dovrebbe approfittare Macron. Per il leader di “En Marche”, già ministro delle Finanze del governo Valls, i pianeti sembrano allinearsi: l’indebolimento di Fillon e lo spostamento a sinistra dell’asse socialista rafforzano infatti la sua candidatura al centro dello scacchiere politico. Senza contare, tra l’altro, che una fetta “governativa” dei socialisti ha già iniziato a convergere sulla sua candidatura, e che alcuni moderati del centrodestra si dichiarano pronti a votare per lui in caso di ballottaggio con la Le Pen.

 

Macron sconta però debolezze di fondo, come la difficoltà di esprimere un programma - operazione rischiosa per il suo campo -, ma soprattutto il fatto di non avere un partito alle spalle, il che crea un problema per le elezioni legislative che seguiranno le presidenziali.

 

Legislative, rompicapo per la governabilità

La situazione per le presidenziali è quindi volatile. Nel caso di un secondo turno Le Pen/Fillon, Le Pen/Macron o Le Pen/Hamon, nessuno dei candidati ha la vittoria in tasca. Marine Le Pen dovrebbe raggiungere percentuali elevate al primo turno - anche attorno al 30% -, ma potrebbe poi avere difficoltà ad allargare i consensi al ballottaggio.

 

Fillon, Macron e Hamon potrebbero aggirarsi tutti attorno al 20 %, chi più, chi meno. Il primo potrebbe successivamente raggruppare attorno a sé un “fronte repubblicano” di opposizione alla Le Pen. Su questo scenario pesano però forti interrogativi tanto sulle capacità di ciascuno di aumentare i consensi, quanto sul rischio astensionismo da parte di un elettorato diffidente rispetto ad alcune personalità sia per motivi ideologici, ma anche e soprattutto etici.

 

Infine, dopo la vittoria di uno di questi quattro candidati, le successive legislative sembrano tutt’altro che scontate. Si delinea uno scenario di frammentazione delle forze politiche difficile da gestire nel contesto maggioritario, e quindi un rischio di coabitazione fra presidenza e governo che può prendere le forme più varie. Anche quella di una presidenza Front National con un governo di coalizione fra Républicains, “En Marche” e socialisti. Scenario che porterebbe a ulteriori complessità con ovvie ripercussioni europee.

Jean-Pierre Darnis, AffInt 20

 

 

 

 

Ue, così l'estrema destra anti-Europa riesce ad avere soldi da Bruxelles

 

Curata da un ex Fiamma tricolore, l'Alleanza europea dei movimenti nazionali raggruppa diversi responsabili della destra xenofoba di tutto il continente e ha ottenuto oltre 2 milioni di euro. In tutto i partiti anti europei all'Europarlamento nel 2017 riceveranno 7 milioni di finanziamenti su un totale di 50 – di Alberto D’Argento

 

BRUXELLES - L'Europa dorata dell'ultra destra, la chiama il quotidiano francese Le Monde. Che andando a scavare nel mondo dell'estremismo contiguo al Front National di Marine Le Pen ha scoperto la fonte di soldi dalla quale si abbeverano gli xenofobi: ironia della sorte l'Europarlamento, una delle istituzioni che vorrebbero abbattere insieme al resto dell'Unione europea. 

 

L'Alleanza europea dei movimenti nazionali, altrimenti detta Aemn, è curata da un italiano, Valerio Cignetti, ex Fiamma tricolore. Società di diritto alsaziano, l'Aemn raggruppa diversi responsabili dell'estrema destra di tutto il continente e dal 2012 è riconosciuta come 'partito politico europeo'. Statuto grazie al quale ha incassato pù di un milione e mezzo di euro dal Parlamento di Strasburgo che sommati ai denari presi dalla fondazione associata Identità e tradizioni europee, arriva a 2,2 milioni. Senza avere mai eletto un parlamentare. Il trucco consiste nel raccogliere firme di deputati nazionali e regionali di sette Paesi in modo da guadagnare il rango di movimento europeo. Il presidente di Aemn è Bela Kovacs, eurodeputato ungherese di Jobbik, partito noto per le sue derive antisemite, già al centro di un'inchiesta giudiziaria per spionaggio in favore della Russia. 

 

La compagine per prendere i soldi della Ue ha usato un semplice trucco: ha copiato lo statuto europeista del Partito popolare europeo. Per intenderci, il primo gruppo di Strasburgo, quello della Cdu di Angela Merkel e di Forza Italia. Un trucchetto elementare per aggirare le regole di Strasburgo, che per finanziare i movimenti europei chiede che questi rispettino i principi dell'Unione, libertà, democrazia rispetto dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, a partire dallo Stato di diritto. E la carenza dei controlli rappresenta una falla per l'Assemblea, altrimenti estremamente vigile, su livelli senza uguali nei parlamenti nazionali, su frodi ai fondi dei partiti come quello che sta colpendo il Front National. A Strasburgo ammettono che le regole vanno riviste.

 

A proposito dei lepenisti, alle origini dell'Aemn c'è proprio il Front, visto che ad averlo fondato nel 2009 è stato Bruno Gollnisch e Jean-Marie Le Pen, che lo hanno abbandonato nel 2013 su richiesta di Marine, impegnata a rifare la facciata del partito in vista della corsa all'Eliseo. Ha creato una formazione con l'estremista olandese Geert Wilders, che se la giocherà nelle elezioni dei Paesi Bassi del 15 marzo, e con l'Fpö austriaca che ha sfiorato la presidenza della Repubblica federale: insieme hanno preso 6 milioni di finanziamenti UE in sei anni, ma questo è perfettamente logico avendo un folto gruppo a Strasburgo insieme alla Lega. 

 

Stesso discorso vale per l'Ukip e i suoi alleati, M5S, Partito popolare danese è il vecchio Movimento per un'Europa delle Libertà e della democrazia, chiuso dopo una serie di accuse di frode. In tutto i partiti anti europei rappresentati all'Europarlamento nel 2017 riceveranno 7 milioni di finanziamenti su un totale di 50. 

 

Spesso l'Europa è l'unica fonte di entrate per i partiti euroscettici in quanto molti di loro, come Ukip e Fn, in patria faticano ad eleggere parlamentari. E spesso usano i soldi in modo fraudolento, tanto che il Parlamento europeo oltre ad avere chiesto indietro a Marine Le Pen 360mila euro per l'inchiesta che ha toccato la sua guardia del corpo e il suo capo di gabinetto, pagati per lavorare a Strasburgo ma invece impiegati altrove, in tutto al Front ha chiesto la restituzione di 1,1 milioni. 500mila euro invece i soldi che dovrà restituire lo Ukip. 

 

Un caso simile a quello di Aemn arriva dalla Coalizione per la vita e la famiglia fondata dall'associazione cattolica integralista francese Civitas, che ha chiesto mezzo milione di finanziamento a Strasburgo. La Coalizione è sostenuta discretamente dal Front National e può essere riconosciuta movimento europeo grazie alle firme dei deputati nazionali o regionali di sette nazioni, tra cui Alba Dorata e dal partito neonazista slovacco. 

 

C'è ancora il Front dietro ai nazisti tedeschi e svedesi di Alleanza per la pace e la libertà. Sono sostenuti da Marguerite Lussaud, consigliere regionale della Loira. In questo caso Strasburgo ha potuto chiedere indietro i soldi dopo avere scoperto una manifestazione in Svezia in cui l'Alleanza ha dato sfoggio a saluti romani e canti nazisti. 

 

Tra i 36 deputati nazionali e regionali che hanno firmato per dare

sostegno ai movimenti nazionalisti di estrema destra che hanno potuto accedere ai fondi UE pur senza avere eletti, ci sono anche tre italiani. Secondo Le Monde si tratta di Franco Cardiello e Daniela Ruffino di Forza Italia e Maurizio Marrone di Fratelli d'Italia. LR 26

 

 

 

1957 – 2017: 60° dei Trattati di Roma. Una svolta per l’Europa federale?

 

“Un’idea, un concetto, un’idea: finché resta un’idea è soltanto un’astrazione. Se potessi mangiare un’idea avrei fatto la mia rivoluzione”. Non sembri irriverente (per chi?), prendere a prestito, addomesticandolo, un brano di Giorgio Gaber, per introdurre una breve riflessione su un tema capace (un tempo?) di dare forma e corpo alla speranza di un futuro migliore; almeno per una parte dell’umanità. Nata, da chi l’ha pensata e poi, nei decenni, seppur solo in parte, realizzata, come idea forte (idea-forza?), è andata via via alimentando la percezione che non solo non sia più forte, ma anche che non sia neppure più un’idea. D’altronde, chi mai l’avesse davvero “mangiata” è morto e sepolto. Oggi, nel migliore dei casi, se ne parla con frettoloso disincanto e impotente imbarazzo (imbarazzata impotenza?). Sempre più spesso con crescente furore iconoclasta, accreditandola nel ruolo di madre di tutti i nostri malanni economici e sociali. L’idea, dalla quale neppure volendo possiamo fare astrazione, è quella dell’Europa unita, che a lungo ci si è illusi potesse coincidere con l’Unione europea”. Inizia così l’editoriale con cui Giangi Cretti apre il numero di marzo de “La rivista”, mensile che dirige a Zurigo.

“Che fatica ad essere economica, che non è mai stata politica, pertanto impossibile possa ritenersi sociale. Eppure, conveniamone: uno sguardo oltre i suoi confini geografici dovrebbe indurci a pensare che da qualche generazione a questa parte è un’isola felice. Che per decenni ha garantito la pace e diffuso benessere. Dove la convivenza - per sua natura sorretta da un equilibrio, che il marketing non esiterebbe a celebrare come best practice di modello win-win – si è consolidata sul rispetto, la solidarietà e la tolleranza.

Evidentemente, non basta. In un momento in cui ci si accinge a celebrare il suo concepimento, i concetti che lo hanno determinato, per quanto avvolti in un’aurea di nobiltà, sembrerebbero oggi evocati soprattutto da chi finisca, suo malgrado, per indulgere in una professione di ingenuità. Siccome buona parte di noi, al pari di Totò, ritiene che “cca nisciuno è fesso”, eccoci pronti a dichiararci, d’istinto, distanti e distinti. Da cosa? Ciascuno, in ossequio alle proprie granitiche convinzioni, da chi, talvolta non solo nella propria mente, vagheggia chiusure, scava trincee, costruisce muri, rispolvera - ovviamente senza averla, per sua fortuna, mai conosciuta - l’autarchia.

Ma, di converso, anche da chi teorizza aperture (“ma non del mio giardino”), propugna l’accoglienza, censura le frontiere, aborrisce le barriere. Uno scenario nel quale tornano, minacciosi, ad inseguirsi gli “ismi”. Dotati di una forte connotazione negativa; nei quali - anche se non d’istinto, puntualmente e di nuovo distinti e distanti- ci ritroviamo: populisti, nazionalisti, buonisti. Gli uni contro gli altri di ragioni (per ora) armati. Pretesto per le elucubrazioni dei divagatori del vuoto pneumatico, costantemente tesi e spiegarci le nostre idee. Va da sé, senza farcele capire”. (aise 1) 

 

 

 

Negoziati a Ginevra. Siria, com’è difficile uscire dalla palude

 

I protagonisti del conflitto siriano sono tornati a Ginevra per riaprire il quarto round di negoziati di pace, a poco meno di un anno dalla fine dell’ultimo tentativo - conclusosi nell’aprile 2016 - e dopo i colloqui di Astana del mese scorso.

 

Il 23 febbraio, sotto l’egida delle Nazioni Unite e guidati dall’inviato speciale per la Siria Staffan de Mistura, i rappresentanti del governo di Damasco e numerosi gruppi dell’opposizione siriana hanno deciso di riprovare a porre le basi per una soluzione politica di lungo termine ad una guerra che in sei anni ha mietuto più di 450mila vittime, disperso quasi 5 milioni di rifugiati, devastato il paese e contribuito ad una grave instabilità regionale.

 

Tutte le crepe nell’opposizione

I delegati di Assad siedono, per la prima volta in tre anni, allo stesso tavolo dell’High Negotiation Committee (Hnc), ombrello sotto cui oggi si riunisce un’opposizione internamente divisa, e da cui si sono chiamate fuori le due più grandi fazioni di ribelli presenti sul territorio siriano (il Tahir al-Sham e il Ahrar al-Sham).

 

A far parte di una diversa delegazione anche il gruppo d’opposizione Cairo Platform, capeggiato dall’ex portavoce del ministero degli Esteri siriano Jihad Makdissi, e a favore della creazione di un governo di transizione che non preveda la presenza di Assad al posto di comando.

 

Presente anche la Moscow Platform, formata da ribelli che sostengono la visione russa di Assad al potere ma che, tuttavia, ha boicottato all’unanimità l’intero processo di pace, dopo essere stata respinta dalle fila dell’Hnc per mancanza di posizioni condivise.

 

A minare le aspettative di un esito positivo per quest’ultima serie di negoziati sono anche i risultati dei tre precedenti processi di pace avvenuti nel 2012, 2014 e 2016 che, proprio a Ginevra, hanno visto dissolvere le speranze di una soluzione pacifica al conflitto.

 

Le inconciliabili visioni politiche, le divisioni interne alle rispettive fazioni, il generale disimpegno rispetto alle tematiche umanitarie e il non riconoscimento reciproco avevano condannato sul nascere gli sforzi dei due mediatori internazionali, Lakhdar Brahimi prima e de Mistura poi, ad evaporare in un nulla di fatto. Esiti inconcludenti, che neanche il tentativo di trasformare il processo diplomatico di Ginevra III in una serie di colloqui “informali” focalizzati su un numero limitato di punti in agenda è riuscito a ribaltare.

 

Il loro insuccesso ha infatti spinto de Mistura a dirsi profondamente scettico rispetto alla riuscita del processo attualmente in corso. In più, l’insuccesso dei colloqui di pace di Astana dello scorso gennaio, sponsorizzati da Russia, Iran e Turchia (incapaci di dare vita a un documento ufficiale degli obiettivi raggiunti, né di implementare una tregua di lungo termine) rappresenta un ulteriore fattore di instabilità di cui ciascuna fazione dovrà tenere conto nella ricerca di un compromesso rispetto ai temi caldi degli attuali negoziati.

 

Assad saldo al timone

Negoziati che si differenziano, rispetto ai precedenti, per la composizione stessa delle delegazioni presenti a Ginevra, nonché per il peso strategico che ognuna di esse ha sull’attuale bilancia dei poteri. L’opposizione appare infatti divisa e fortemente provata dagli ultimi sviluppi in campo militare, che hanno visto Aleppo cadere nuovamente nelle mani delle forze governative nel dicembre 2016.

 

Le lotte intestine che ne hanno minato l’equilibrio hanno infine spostato l’ago della bilancia a favore dei gruppi più estremisti, la cui crescente influenza potrebbe di fatto spingere l’occidente a trasferire il proprio sostegno in favore di Assad.

 

Al contrario, il governo di Damasco sembra rinvigorito, tanto da spingere l’ex ambasciatore americano in Siria Robert S. Ford ad affermare che c’è un motivo per cui la voce “governo di transizione” manca fra i punti in agenda. Il “disastro politico” che la perdita di Aleppo ha rappresentato per l’opposizione porge dunque ad Assad il coltello dalla parte del manico, e gli assicura un cospicuo spazio di manovra per imporre la propria visione sul futuro politico del Paese.

 

Più percorribile, da questo punto di vista, sembra essere il programma di lavoro proposto per la nuova tornata negoziale, che prende slancio dalle disposizioni della risoluzione Onu 2254/2015, secondo cui, alla formazione di un governo di transizione che vanti “pieni poteri esecutivi”, va preferita quella di un gabinetto “credibile, inclusivo e non settario”, che proceda alla stesura di una nuova Costituzione e all’indizione di elezioni “libere e giuste” sotto l’egida delle Nazioni Unite.

 

I nodi sul tavolo

Ciononostante, buona parte del risultato finale di questi negoziati dovrà basarsi, nell’opinione di più di 40 organizzazioni umanitarie, sul raggiungimento di cinque obiettivi fondamentali: la fine degli attacchi a danno dei civili, la creazione di nuovi corridoi umanitari, indagini mirate sui crimini perpetrati tanto dalle forze governative quanto dall’opposizione, e una riforma a tutto tondo del settore della sicurezza.

 

Tuttavia, le tensioni fra le parti coinvolte continuano a minare il raggiungimento di una soluzione condivisa e inclusiva al conflitto siriano, colpevole anche il recente raffreddamento tra Nato e Turchia, che risente dell’appoggio occidentale a favore delle fazioni curde. In più, il recente riavvicinamento tra Mosca e Ankara pone nuovi interrogativi sul futuro ruolo in Medio Oriente degli Stati Uniti di Trump, che non hanno ancora chiarito le loro posizioni.

 

Infine, finché le parti non accettano la possibilità di assumere una posizione comune in merito alla questione siriana, sarà impossibile prevedere la fine di un conflitto di carattere ormai pienamente internazionale, tanto per la composizione delle fazioni contrapposte e dei rispettivi sostenitori stranieri, quanto per gli effetti che tale lotta continua a propagare oltre i confini lacerati di una regione politicamente, economicamente e ideologicamente distrutta: la minaccia del terrorismo e il peso dei flussi migratori. Francesca Cocomero, AffInt 27

 

 

 

 

Tempesta perfetta su Renzi, scontro nel Pd su Lotti

 

La tempesta perfetta che si è abbattuta sul Pd avrà conseguenze politiche prevedibili ma non ancora valutabili in tutta la loro portata. L'interrogatorio di oggi pomeriggio di Tiziano Renzi, padre dell'ex premier, forse porterà un po' di chiarezza in una vicenda di traffico di influenze e di compensi poco chiari per agevolare affari dell'imprenditore napoletano Romeo in carcere con l'accusa di corruzione. I magistrati pongono a Tiziano Renzi domande precise sulla famosa cena con Romeo per mettere a punto le strategie e su quel foglietto ritrovato in discarica che parlava di una cifra di 30 mila al mese. Ma a parte le conseguenze giudiziarie, c'è un versante tutto politico che sta squassando il Pd. Le accuse di "sciacallaggio" dei renziani all'ex presidente del partito Cuperlo per aver suggerito al ministro Lotti di fare un passo di lato in seguito al coinvolgimento nell'inchiesta, rappresentano perfettamente il clima che si respira nel Pd a poche settimane dalle primarie. Che infatti Franceschini suggerisce di rimandare. Non se ne farà nulla, perché anche il ministro Orlando, uno dei candidati alla segreteria, ha detto di no. Ma non c'è solo la vicenda Consip a mettere sotto pressione il Pd. L'anomalo aumento delle tessere alla chiusura del tesseramento fa pensare che ci sia qualcosa di poco chiaro nei meccanismi di tesseramento. Ma tornando al caso Consip, c'è una mozione di sfiducia personale presentata dai Cinquestelle contro il ministro Lotti. La Lega voterà con i Cinquestelle a favore della sfiducia, accompagnando il voto con la richiesta di elezioni politiche subito. Il Pd voterà a favore di Lotti, ma gli scissionisti vogliono prima sentire in aula cosa ha dire Lotti, prima di decidere. Renzi prosegue nel silenzio affidandosi al fiducia nella magistratura. Sembra una posizione di prammatica e insufficiente per sgombrare il campo da sospetti e veleni. Di tutta questa situazione Grillo ringrazia: il disastro di Roma ormai è passato in secondo piano. Archiviato. GIANLUCA LUZI LR 5

 

 

 

 

 

I troppi litigi non aiutano il Paese

 

A risentirne è la politica nazionale ed il bene comune dei cittadini. Che da ciò sono spinti a non votare non sapendo chi scegliere 

 

  Tesissima la situazione all’interno del Partito Democratico, dovuta anche al ministro delle Infrastrutture, Graziano Delrio, da sempre sostenitore di Matteo Renzi, che adesso critica la linea dell’ex premier e dei suoi seguaci nella gestione del partito. Rimprovero fatto nella sede nazionale del Pd, durante il Forum sul trasporto pubblico di Roma. Prima dell’inizio dei lavori, Delrio attacca i renziani e accusa direttamente il segretario Matteo Renzi. Che, secondo l’ex seguace, “non piange se si divide il Pd, anzi, se ne frega”.

  Cosa non vera, a giudicare dalle affermazioni di Emanuele Fiano, della segreteria del Pd, secondo il quale Renzi avrebbe inviato ai politici di sinistra un “invito sincero, chiaro e sofferto. Non ci possono essere dubbi. La minoranza faccia un passo avanti e non fuori, per l’unità del partito e per il bene del Paese”. Appello pubblicato su il Corriere della Sera per invitare i colleghi ad evitare una scissione che non gioverebbe, anzi provocherebbe sconfitte, alle elezioni amministrative che si svolgeranno, tra il 15 aprile e il 15 giugno, in 1.004 Comuni, molti dei quali retti da sindaci del PD.

  Il governatore della Puglia, Michele Emiliano, ritiene che la scissione potrebbe essere evitata solo se Renzi rinunciasse ad un congresso nel partito, con rito abbreviato, che produrrebbe immediatamente una frattura. Opinione espressa a Renzi cui consiglia di fare una campagna elettorale “senza dividerci, compatti come un sol uomo”, suggerendogli, di conseguenza, di rinviare il Congresso a settembre, di dare fiducia al Governo fino alla fine della legislatura e di smetterla  con gli attacchi personali ai colleghi. Altrimenti sarà “inevitabile la catastrofe”

  Al che l’ex Premier risponde: “il PD è fatto da milioni di elettori, migliaia di iscritti. Appartiene al popolo, non ai segretari. Faccio un appello ai dirigenti: bloccate le macchine della divisione. Non andatevene, venite … Nessuno caccia nessuno. Ma un partito non può andare avanti a colpi di ricatti. Apriamo le sedi dei circoli e discutiamo. E, finalmente, torniamo a parlare d’Italia”. Che necessita di essere messa al centro della politica, al fine di aiutare i cittadini che vivono in povertà. E non sono pochi.

   Convinto che la scissione spalancherebbe le porte ai Liberali, ai Leghisti  o ai Grillini, questi ultimi risultanti, nei sondaggi, ben posizionati, nonostante gli insuccessi di Roma, egli vorrebbe evitarla, ma si rende conto che molti piddini vogliano spaccare il partito. Perché, come molti Italiani di sinistra, sono contrari alla politica di Renzi che afferma di non sapere “se e quando tornerò a Palazzo Chigi. Lasciarlo mi è costato molto, ma era giusto e doveroso. Ho perso il referendum e mi sono dimesso da tutti gli incarichi, caso più unico che raro per un politico. Ma non posso dimettermi da italiano. E non voglio”.

  In effetti, l’ex Premier potrà piacere o meno ai nostri connazionali, ma è certo che, come ha scritto Paolo Mieli sul Corriere della Sera, “a sinistra le scissioni conoscono solo un giorno di felicità e di entusiasmo, il primo, quando tutti in coro cantano Bandiera rossa ed evocano i grandi del passato. Per il resto fino ad oggi sono state delusioni, amarezze e dolori”, in quanto provocano danni e delusioni. E, soprattutto, sconfitte elettorali, anche se  “quello che si è prodotto ieri nel Partito democratico è qualcosa che assomiglia più alla fuoruscita di un gruppo di pur rilevanti personalità che ad una scissione vera e propria”.    

  Sarà. Ma è indubbio che le disunioni generano odio, quel sentimento che spinge gli scissionisti a desiderare soprattutto la sconfitta del partito da cui si sono allontanati. Il che provoca una crisi dell’assetto politico generale. Quindi un danno alla Penisola. Problemi dei quali, spesso, i separatisti si disinteressano, sperando di acquisire un peso politico che nel partito madre non avrebbero mai avuto. Come desiderato dai 4 berlusconiani che hanno creato Pdl Popolari per l'Italia, Ncd e Fratelli d'Italia. E come sembra volere il leghista Salvini che aspira ad essere leader del suo partito, nonché Capo del Governo, qualora il centrodestra vincesse le prossime elezioni politiche. Motivo per cui queste separazioni continuano ad essere compiute, benché rarissimamente abbiano migliorata la posizione politica di chi le ha create. Come certamente avverrà nelle prossime elezioni, amministrative e nazionali.

  L’avvenuta scissione del PD potrebbe facilitare l’approvazione di una nuova legge elettorale proporzionale, anche se per molti sarebbe un passo indietro, un ritorno al passato. Il che può piacere o no ma, forse, potrebbe riportare alle urne una parte di quel 50% di Italiani che, ultimamente, non sono andati a votare. E che oggi si domandano: “Il Pd è Renzi o Bersani? Il centrodestra è Berlusconi o Salvini?”. Dubbi che potrebbe favorire il partito di Grillo, che non è il migliore, a giudicare dalla situazione di Roma. Egidio Todeschini, de.it.press

 

 

 

 

 

L’incognita

 

Le prossime elezioni politiche nazionali si potrebbero tenere con una nuova normativa. Non sappiamo, di conseguenza, come sarà costituito il futuro Parlamento; però, possiamo fare delle considerazioni circa gli “Onorevoli” votati all’estero alle ultime consultazioni politiche.

 

Rammentando che il conteggio rispetta la “formula 18” (12 deputate e 6 senatrici), i risultati all’estero sono stati ovvi.  Il partito predominante è stato il Partito Democratico (PD) con 5 deputati e 4 senatori. Il PdL ( oggi Forza Italia) aveva rimediato un deputato. Con Monti per l’Italia 2 deputati ed 1 senatore. Il MAIE 2 deputati ed 1 senatore. Il Movimento Cinque Stelle (M5S) 1 deputato e l’USEI (Unione Sud Americana Emigrati Italiani) 1 deputato. I nomi degli eletti non li riportiamo perché, in questi anni, hanno fatto loro da garante i partiti nazionali nei quali sono stati eletti.

 

Anche con la nuova legge elettorale, la maggioranza dei parlamentari resterebbe, a nostro avviso, riservata al Partito Democratico. Le altre formazioni politiche, se ancora esistenti, andranno a confluire in formazioni “centriste”. Per contribuire alla formazione di un Esecutivo che non avrebbe i numeri per una “maggioranza assoluta”.

 

 I “non impegnati”, almeno dall’estero, non avranno gioco. Tutto ciò sempre in via ipotetica perché in politica tutto è possibile. Certo è che la rappresentatività politica degli italiani all’estero avrà discordante valenza nel marasma che accompagnerà i cambiamenti del nostro Potere Legislativo. Per essere più concreti, riteniamo indispensabile attendere lo sviluppo degli eventi in materia.  Come a scrivere che sulla questione torneremo. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Presentata al Maeci la Prima giornata del Design italiano nel mondo

 

L’evento viene celebrato in oltre cento città nel mondo dove sono stati inviati altrettanti “Ambasciatori del design” italiano per parlare della nostra creatività e capacità di innovare

 

ROMA – E’ stata presentata alla Farnesina la Prima giornata del Design italiano nel mondo, organizzata dalla direzione generale del Sistema Paese del ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, all’interno della strategia di promozione integrata portata avanti dalla Farnesina con la campagna “Vivere all’Italiana”. L’evento è organizzato anche dal ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo e dalla Triennale di Milano, in collaborazione con il Salone del Mobile, l’Associazione per il Disegno Industriale e l’Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane (ICE). Per l’occasione sono state individuate oltre cento città nel mondo per celebrare con vari eventi il Design Day. In questi luoghi sono stati inviati per raccontare il progetto e questa eccellenza italiana, attraverso mostre, esposizioni e conferenze, altrettanti “Ambasciatori del design” italiano, selezionati tra designer, imprenditori, giornalisti, critici e comunicatori. In concomitanza con la cerimonia nel Palazzo della Farnesina e nello spazio antistante sono stati esposti, a cura dell’ADI- Fondazione Compasso D’Oro, oltre 30 oggetti di design, vincitori, negli ultimi decenni, del premio “Compasso D’Oro”, tra i quali una Ferrari F12 berlinetta, la storica Fiat 500 del 1959 e una Vespa Piaggio GS 150 esposta al MOMA di New York. Durante la cerimonia è stata anche inaugurata una nuova sala riunioni concepita sulla base di un progetto realizzato a titolo gratuito da parte dell’ADI, che conterrà rinomati oggetti e arredi di design italiano. Una vetrina permanente, realizzata grazie alla collaborazione di varie imprese, che si affianca alla collezione di arte contemporanea già presene alla Farnesina.

 Il dibattito, moderato dal direttore generale per la Promozione del Sistema Paese della Farnesina Vincenzo De Luca, è stato aperto dal ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale Angelino Alfano che ha ricordato come questo evento nasca da una grande azione di squadra tra istituzioni e coinvolga i principali attori pubblici e privati che rappresentano il design italiano di qualità, il mondo delle imprese e il settore della formazione.

 “Oggi – ha affermato Alfano - è un giorno importante perché celebriamo il talento italiano e il genio italico, ma è questo esattamente il senso di questa giornata e cioè il promuovere e in parte rivendicare e rilanciare quello che noi crediamo essere un elemento fondamentale della nostra nazione: il design è al centro della nostra diplomazia economica e del nostro programma di promozione integrata “Vivere all’italiana”… Il design italiano – ha proseguito il ministro - fa parlare, stimola il dialogo, fa stare insieme elementi culturali, sociali ed economici. Il design non è solo lo schizzo di un progetto o di un disegno, ma è l’insieme di cultura, di elementi sociali e di spinta economica. Ecco perché l’Italia promuove il design nel grande dibattito culturale internazionale e la XXI esposizione internazionale della Triennale di Milano dell’anno scorso è stato un esempio meraviglioso di tutto ciò, così come lo sarà la Triennale del 2019. Il design  italiano è made in Italy, ed è anche volano della nostra economia, basti pensare che le nostre imprese rappresentano oltre un terzo del fatturato mondiale del settore che ammonta a 100 miliardi di euro … Non dimentichiamo – ha continuato il ministro - che il design ha favorito l’unione fra l’arte, la scienza l’industria ed è anche una virtuosa contaminazione fra l’artigianalità e il fare impresa. Tutti aspetti fondamentali del nostro essere italiani e fondamenti, a loro volta, dell’italianità.. Sono convinto che nella vitalità del design si possano trovare molto consigli per la crescita e per il futuro del nostro paese. Questo perché il design tiene conto delle tradizioni e allo stesso tempo rompe con la conformità e le regole, perché fa innovazione e genera cambiamento … Ma design è spesso anche semplicità, e le idee migliori sono anche quelle più semplici”. “Il design – ha proseguito Alfano - è anche pensare ad un futuro migliore con un grande spirito di innovazione. Noi italiani abbiamo spesso avuto questa creatività dalla nostra parte, spesso però non abbiamo saputo creare spazi sufficienti per l’innovazione e invece quello che la nostra arte ci insegna è che dobbiamo aprirci all’innovazione senza paura e senza pregiudizi”. “Come Governo – ha concluso Alfano - dobbiamo fare in modo che l’investimento nell’innovazione garantisca all’imprenditore lo spazio sufficiente per rischiare ed avere successo, perché solo così riprendendo la strada più veloce della crescita”.

“Ogni volta noi entriamo in contatto con un oggetto che è bello o è ben fatto - ha affermato il sottosegretario al ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo Dorina Bianchi- la parola Italia è presente. Questo è diventato un marchio importante per il nostro Paese, un marchio che può rappresentare davvero il nostro futuro”.  “Tradizione, modernità, artigianalità, tecnologia, estetica e funzionalità – ha proseguito la Bianchi - sono i sei tratti distintivi che fanno del made in Italy, un marchio di eccellenza che è universalmente riconosciuto ed apprezzato e con questo spirito nel 2014 il ministro Franceschini ha istituito una direzione generale interamente dedicata ai temi del contemporaneo: la direzione generale Arte, Architettura Contemporanea e delle Periferie Urbane. Il design in Italia – ha continuato il sottosegretario - permea il campo della cultura, dell’arte della filosofia e l’aspetto della società italiana nella sua evoluzione, e rappresenta l’abilità artigianale votata all’industria e all’innovazione grazie al genio italiano di imprenditori e progettisti…Al design italiano guardano i mercati del mondo intero che nel considerare un prodotto lo legano in una stretta visione con la nostra storia e cultura e con la bellezza delle nostre opere d’arte, con la suggestione delle nostre città antiche e dei nostri monumenti”. “E’ bene – affermato  la Bianchi - convogliare nelle nostre città e nei nostri borghi le crescenti correnti del traffico turistico mondiale per rispondere con i prodotti italiani alla domanda di bellezza e di qualità costantemente in aumento. Anche perché i più grandi brand oggi riconosciuti a livello mondiale, cosi come i designer italiani affondano le loro radici in una storia artigiana, ed ecco perché il nostro progetto è quello di esaltare le grandi, ma anche le piccole eccellenze italiane , quelle note e quelle che possiamo considerare ancora come dei tesori nascosti. In questa ottica – ha concluso il sottosegretario -  si inserisce anche un nuovo progetto di turismo che ha al centro il made in Italy come attrattore di flussi di viaggiatori che amano e ricercano il nostro design”.

Dal canto suo il presidente dell’associazione “Priorità Cultura” Francesco Rutelli ha sottolineato come nel design italiano capacità tecniche e tecnologiche,  funzionalità e bellezza siano inscindibili e facciano parte del Dna del nostro paese “Questo – ha precisato - fa la grandezza del design italiano da oltre 2000 anni”. Rutelli ha anche evidenziato  come la flessibilità mentale di chi lavora nella filiera italiana nel design, composta da imprenditori, architetti e artigiani, rappresenti un punto di forza e non esista in nessun altro paese al mondo. Ha poi preso la parola il vice presidente della Triennale di Milano Clarice Pecori Giraldi che ha rilevato come il design italiano rappresenti una risposta dell’arte ai bisogni universali delle persone: cucinare, muoversi, sedersi e dormire. “Tutto viene toccato – ha spiegato Clarice Pecori Giraldi  - dalla creatività italiana che si esprime nel design. L’altra particolarità del nostro design è quella di rappresentare una moltitudine di talenti. Non c’è soltanto una persona che produce gli oggetti, ma c’è una filiera o un gruppo o comunque vi sono vari protagonisti, il produttore, il designer, l’assemblatore,  il progettista, l’artigiano e l’esperto di materie prime. Tutte queste persone insieme rendono possibile il frutto del design italiano”.

 “Il design – ha affermato l’architetto e designer italiano Antonio Citterio - è certamente un fatto olistico, non riguarda un problema estetico ed è una serie di complessità, una complessità che è parte del fare . Il design è parte del processo industriale si sviluppa e cresce nel mondo dell’industria…  Nel caso italiano – ha aggiunto - il design è anche portatore di una storia e di una cultura, di un modo di vivere”. Citterio, dopo aver rilevato l’esigenza  di aiutare i paesi in via sviluppo a capire come oggi si possa pensare un nuovo modello di città o di residenza, ha evidenziato come il grande successo del design italiano sia determinato dal fatto che la maggior parte di nostri designer siamo architetti, interessati non solo alla definizione dell’oggetto, ma anche al concetto più ampio dello spazio in cui è inserito l’oggetto stesso. 

E’ poi intervenuto il presidente del Salone del Mobile Roberto Snaidero che ha ricordato sia la bravura degli italiani a produrre prodotti, ma un po’ meno a  divulgarli, sia la presenza nel versante dell’arredamento in Italia di piccole e medie imprese che  lavorano il prodotto con design, innovazione e qualità. Snaidero ha anche sottolineato la necessità di proseguire sulla strada della promozione integrata del sistema Paese al fine di favorire la crescita delle imprese. Snaidero ha poi ricordato il successo dell’ultima edizione della Salone del Mobile che è stato visitato da oltre 375  mila visitatori, in buona parte provenienti dall’estero.

“Io credo che il design italiano – ha affermato il presidente della Fondazione Compasso d’Oro e di ADI Luciano Galimberti - abbia sicuramente una importante componente tecnico, scientifica e disciplinare, ma abbia anche una capacità narrativa straordinaria: quella di parlare all’uomo. Il design italiano nel mondo piace perché non si limita a disegnare la forma di un oggetto, ma cerca di entrare in relazione con l’uomo che utilizzerà questo oggetto. Il premio compasso d’oro fotografa abbastanza bene questa attitudine tipicamente italiana… Vi è poi – ha aggiunto Galimberti  - un’altra  cosa fondamentale:  la capacità di fare squadra. Il design non è il portato di una persona che si mette nel suo studio e disegna una seggiolino, ma è un rapporto importante fra l’impresa, il sistema comunicativo, il sistema distributivo e il sistema della formazione,  ed è per questo che diviene fondamentale poter parlare insieme”.

 E’ infine intervenuto il presidente dell’Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane Michele Scannavini  che ha ricordato: “ L’ICE ha un obiettivo molto chiaro ed univoco, quello di promuovere il made in Italy nel mondo. Una giornata come questa dedicata al design si inquadra in un modo perfetto in questa nostra missione. Il design – ha aggiunto Scannavini - è un settore di grande importanza sia per una questione squisitamente numerica, sia per una questione simbolica. Dal punto di vista numerico non è corretto inquadrare il design in un settore piuttosto che un altro, perché il design è il sistema abitare, auto, moto, beni industriali, robotica, però se prendiamo come riferimento solo il sistema abitale, che forse è una della espressioni più immediate della potenza del nostro design, vediamo che è un comparto fondamentale per il nostro export”  “Il sistema abitare – ha proseguito Scannavini - è un ambito che cresce di più di quanto già non faccia in generale l’export italiano ed è quindi è un settore trainante. Si registra  un’ottima crescita in  Europa, negli Stati Uniti, e in particolare in Cina dove il sistema abitale cresce del 19%. Tutto ciò evidenzia un grande interesse per il design italiano”.

(G.M. – Inform 3)

 

 

 

 

Pd, tutti colpevoli in una scissione senza valori

 

La responsabilità primaria è dell'ex segretario. Ma c'è anche quella di chi ha taciuto nel giorno dell'Armageddon democratico. E che ora dovrà riempire la propria decisione di contenuti politici, svuotandola dagli incomprensibili cavilli burocratici - di MASSIMO GIANNINI

 

L'intervento di Renzi davanti all'assemblea del Pd a Roma (lapresse)Tanto fu tormentata e complessa la nascita del Partito democratico, quanto sarà lenta e penosa la sua agonia. Ma la "cerimonia degli addii" è cominciata. Se non si è consumata definitivamente al Parco dei Principi è solo per il solito gioco del cerino. nessuno, di fronte a uno sgomento "popolo della sinistra", vuole assumersi la responsabilità formale della rottura.

 

Ma il partito "nato morto" (secondo la cruda ma purtroppo vera definizione di Massimo Cacciari) ha perso l'ultima occasione per dimostrarsi all'altezza della Storia. Non c'erano grandi speranze, dopo l'inutile spargimento di veleni degli ultimi giorni. Ma all'assemblea di ieri nessuno, tra quelli che avrebbero dovuto evitare lo strappo, è stato in grado di riempire il ruolo, con la serietà e la solennità che il momento richiede.

 

Gianni Cuperlo ha evocato un'immagine: la corsa suicida di "Gioventù bruciata", dove il leggendario James Dean e il suo rivale Buzz si lanciano la "sfida senza pareggio". Due macchine a tutta velocità verso il burrone: vince chi si butta dalla macchina per ultimo. Citazione drammatica, ma perfetta. Renzi e i suoi avversari non hanno fermato la corsa, né si sono buttati dalle rispettive macchine, che ora viaggiano serenamente verso il baratro.

 

La responsabilità primaria pesa tutta sull'ex segretario. Toccava a lui, non da oggi, farsi carico di tenere unita quella "comunità di senso e di destino" che dovrebbe ma non è mai riuscito ad essere il Pd. Toccava a lui, anche solo per un giorno, mettere da parte le ragioni e i torti dei due schieramenti, e indicare una via d'uscita condivisa. E invece, ancora una volta, Renzi non è riuscito ad andare oltre se stesso. Non ha saputo o non ha voluto aprire spiragli, rimettendo in discussione la sua road map "da combattimento" e i suoi tre anni di governo. Ha riproposto il solito linguaggio conflittuale (dalla "sfida" ai "ricatti") e il solito schema concorrenziale ("Se siete capaci, sconfiggetemi al congresso"). Soprattutto, non ha fugato l'atroce sospetto rivelato dal "fuorionda" di Delrio: "I renziani pensano che la scissione convenga, perché così diminuiscono le poltrone da distribuire...". La vera posta in gioco può essere il potere, e non l'identità?

 

La responsabilità secondaria grava sugli "scissionisti". Quelli sicuri (come Rossi), quelli probabili (come Bersani e Speranza) e quelli indecifrabili (come Emiliano). I primi hanno taciuto, mentre nel giorno dell'Armageddon democratico sarebbe stato doveroso sentir parlare dal palco (e non dalle telecamere Rai) chi ha sempre detto di avere a cuore il destino della "ditta". Il terzo ha tentato una furba mediazione finale, imprevista e improbabile. Ora tutti i "compagni del Teatro Vittoria" avranno comunque un gigantesco problema: riempire la scissione di nobili contenuti politici, e svuotarla di incomprensibili cavilli burocratici. Una grande forza di sinistra, che pensa se stessa come partito riformatore di massa, può sfasciarsi solo in nome dei valori fondanti: una diversa idea dell'Europa, della difesa del welfare universalistico e dei diritti del lavoro, della Costituzione formale e materiale. La vera posta in gioco può essere la data di un congresso o la "gazebata" delle primarie?

 

Sullo sfondo, rimane la testimonianza più convincente, ma anche più dolente, di chi le guerre intestine del Pd le ha patite sulla sua pelle. Veltroni, Fassino, lo stesso Cuperlo difendono le ragioni di un'idea che, se mai è esistita, si è smarrita da tempo, seminando il campo di troppe macerie. E anche qui sta la miopia di chi oggi, nel Palazzo d'Inverno renziano, crede di poter resistere tranquillamente ma ferocemente all'amputazione di una sua parte. Solo chi resta in macchina con il piede fisso sull'acceleratore può non capire che, dopo la scissione, il congresso-lampo con il "candidato unico" sarà una farsa. E il tentativo di fare del Pd una forza popolare, riformista e progressista, sarà precipitata per sempre nel burrone. Al suo posto, invece del grande partito-baricentro del sistema politico italiano, resterà un medio partito di centro, che non intercetterà il mitico "voto moderato", ma raccoglierà tutt'al più qualche rottame della nomenklatura ex democristiana.

 

Nel frattempo, arriveranno il referendum sui voucher e le elezioni amministrative. Con che faccia li affronta, questo centrosinistra in frantumi, è impossibile capirlo. E fanno pietà i "volontari carnefici" dei due fronti divisi, che fanno calcoli patetici, sondaggi alla mano, sul "potenziale elettorale" del Pd ridotto a Renzi e della Cosa Rossa ridotta a D'Alema. Dopo un trauma come questo, sono conti della serva, di cui le urne faranno giustizia. E sempre nel frattempo, come già successe a Prodi nel 2008, sul governo Gentiloni precipiteranno tutti i tormenti e i risentimenti di questa sinistra pulviscolare e neo-proporzionale. Un governo che deve durare fino al 2018, e che senza più l'ombrello di Draghi deve gestire una legge di stabilità che incorpora già 20 miliardi di clausole di salvaguardia e una crisi delle banche sempre più acuta. Con che spalle li sostiene, questo premier "a responsabilità limitata", è difficile immaginarlo.

 

In questo penosa "eutanasia democratica" riecheggia una delle grandi figure della sinistra novecentesca: quel Pietro Ingrao che nel 1993, dopo la Bolognina e la svolta di Occhetto (che non condivideva), decise comunque di "restare nel gorgo", perché il neonato Pds era l'unico luogo di un possibile cambiamento di un'Italia devastata dal dopo Tangentopoli. Allora come oggi, il Pd sarebbe stato il posto per azzardare lo stesso tentativo. Ma è troppo tardi. Il "gorgo" non è più

sinonimo di un formidabile movimento, ma solo metafora di un inesorabile inabissamento. E mentre risucchia le schegge impazzite del centrosinistra, quel "gorgo" alimenta l'onda populista e sovranista. Grillo e Salvini, su tutt'altre automobili, hanno già caricato i surf. LR 21

 

 

 

Le Camere di Commercio Italiane all’Estero nei programmi formativi europei

 

La Rete delle CCIE conferma il proprio sostegno all’europrogettazione e all’internazionalizzazione di impresa con quasi 60 progetti europei conseguiti nell’ultimo triennio.

 

ROMA - Assocamerestero - l´Associazione che riunisce le 78 Camere di Commercio Italiane all´Estero (CCIE), Soggetti imprenditoriali privati, esteri e di mercato, ad Unioncamere - conferma il proprio supporto alla progettazione europea mediante la partecipazione attiva della Rete delle CCIE ai programmi e ai bandi UE con l’intento di favorire l’internazionalizzazione di impresa sui diversi mercati di riferimento.

Dal 2000 ad oggi, sono numerose, infatti, le esperienze maturate dalle Camere di Commercio Italiane all’Estero nel campo dell’europrogettazione. Elaborando i dati 2015 del Financial Transparency System[1] della Commissione Europea, l’Italia si colloca al quarto posto nello scacchiere europeo per numero di progetti assegnati a valere sui fondi europei (3.652 progetti), seguita rispettivamente da Regno Unito (a quota 4.286 iniziative, appalti e altri tipi di finanziamenti erogati direttamente da Bruxelles), Francia (4.181) e Germania (3.957). Protagonisti di tali progetti sono spesso gli enti camerali all’estero che hanno conseguito livelli di eccellenza nell’europrogettazione grazie alla capacità di aggregare interessi e creare partenariati multi-Paese.

Più nel dettaglio, i progetti europei cui hanno preso parte le CCIE, sono finalizzati alla promozione del turismo, della cultura, dei prodotti e modelli imprenditoriali nonché soprattutto delle attività di mobilità e formazione all’interno dei programmi Erasmus+ e Erasmus for Young Entrepreneurs. Tali progetti rientrano nell’ambito di molteplici programmi: Cosme, Erasmus+, Adrion, Balkan-Mediterranean, Life, ed ancora Europa per i cittadini, EuropeAid e Al-Invest 5.0 ed hanno coinvolto enti ed imprese italiane in partenariati promossi dalle CCIE.

A 30 anni dalla nascita del Programma Erasmus, che ricorre quest’anno, l’attenzione della Rete delle CCIE nei riguardi dell’importanza della mobilità studentesca e degli scambi multiculturali è testimoniata dal totale dei 2.000 soggetti coinvolti negli ultimi 16 anni dalle Camere di Commercio Italiane all’Estero in programmi formativi europei, includenti studenti, imprenditori e professionisti.

La partecipazione di primo piano delle CCIE alla progettazione europea è avvalorata più in generale dagli oltre 100 progetti a valere su ben 25 programmi dell’Unione Europea che, secondo un’elaborazione Assocamerestero su dati CCIE, nel periodo 2000-2016 hanno visto intervenire le Camere di Commercio Italiane all’Estero, con attività di lobbying e comunicazione presso le autorità locali ed europee e con l’individuazione delle opportunità e modalità di partecipazione più idonee per le imprese italiane.

Secondo l’elaborazione Assocamerestero, sono 57 i progetti europei cui hanno partecipato le Camere di Commercio Italiane all’Estero negli ultimi 3 anni che hanno visto coinvolte oltre 500 imprese in molteplici settori: 25 progetti nel campo della mobilità e formazione, 5 nel turismo, 3 nelle relazioni extra UE, 15 nella cooperazione territoriale e 9 in energia, ambiente e smart cities.

L’attenzione delle CCIE nei riguardi della progettazione europea testimonia il forte impegno della Rete nel favorire l’internazionalizzazione di impresa in un’ottica transnazionale e multilaterale. A supporto di tale impegno, è stato attivato presso Assocamerestero il Desk Europa, che offre assistenza alle CCIE impegnate nella progettazione europea. Tra le sue principali attività rientrano le funzioni di “antenna” dei potenziali soggetti interessati a partnership con le CCIE, le iniziative di informazione e di orientamento su specifici bandi ed infine le funzioni di raccordo e di prima assistenza rivolta alle CCIE.

“Il forte impegno ed il successo dell’azione delle CCIE nell’ambito della progettazione europea sono un’ulteriore conferma della capacità del nostro network di lavorare a tutto vantaggio delle imprese e dei professionisti italiani, attivando a livello multilaterale una rete di contatti e interlocutori qualificati, in Italia e nei 54 mercati di presidio. E questo grazie a due asset fondamentali: il radicamento all’interno delle comunità d’affari locali e la conoscenza dei principali referenti da coinvolgere affinché le partnership Italia-estero si traducano in concrete opportunità di sviluppo delle nostre aziende” - ha affermato in proposito Gian Domenico Auricchio, presidente di Assocamerestero.

(Inform 22)

 

 

 

 

 

La rete estera ed i lavoratori a contratto locale

 

ROMA - “Un gruppo di senatori del Movimento 5 Stelle ha presentato un’interrogazione al Ministro Alfano nella quale si chiede, tra l’altro, per quali ragioni, nelle assunzioni di impiegati temporanei presso le sedi diplomatiche all’estero, si preferiscono le tipologie di contratto locale, considerando che in alcuni paesi i contrattisti locali percepiscono quanto il personale di ruolo di fascia bassa, e di prevedere lo svolgimento degli esami di idoneità per le assunzioni locali a Roma. Evidentemente i senatori firmatari non sanno che il contingente degli impiegati a contratto in servizio all’estero, tranne casi eccezionali, è composto da impiegati a tempo indeterminato e non “temporanei”. Essi inoltre ignorano che il cambio del regime contrattuale dalla legge italiana alla legge locale ha determinato per la categoria una notevole decurtazione rispetto alle retribuzioni erogate ai dipendenti assunti prima dell’entrata in vigore del dl 103/2000”. Deputato del Pd eletto in Sud America e Presidente del Comitato della Camera per gli italiani nel mondo e per la promozione del sistema Paese, Fabio Porta commenta oggi l’interrogazione presentata al Senato dal Gruppo del Movimento 5Stelle sulle assunzioni alla Farnesina.

“Aldilà degli aspetti normativi e tecnici, - argomenta Porta – i senatori del Movimento 5 Stelle non conoscono la rete diplomatico-consolare e gli IIC. Non si spiegherebbe, altrimenti, la diffidenza che aleggia nella loro interrogazione su una categoria di lavoratori che, nonostante il trattamento discriminatorio subito in diverse occasioni (mancato adeguamento delle retribuzioni, assenza di progressioni economiche e giuridiche, assistenza sanitaria inadeguata, problematiche previdenziali, riconoscimento solo parziale dei diritti sindacali), dà un serio contributo alla nostra amministrazione, sovente svolgendo funzioni che vanno aldilà dei compiti che i contratti di lavoro prevedono”.

“Naturalmente – aggiunge Porta – deve esistere un giusto equilibrio tra le dotazioni delle aree funzionali in servizio all’estero e gli impiegati a contratto, a entrambe le categorie devono essere corrisposti emolumenti sufficienti per avere una vita dignitosa in paesi dove il costo della vita è salito in forma vertiginosa negli ultimi anni, ad esempio in Argentina e Brasile. In più, le retribuzioni degli impiegati a contratto vengono adeguate, nella migliore delle ipotesi, ogni 15 anni”.

Secondo il parlamentare Pd, poi, “è semplicemente assurda l’ipotesi di fare svolgere prove concorsuali a Roma ai dipendenti a contratto che per legge devono avere almeno due anni di residenza nel paese di reclutamento e che, dunque, dovrebbero sobbarcarsi altissime spese di viaggio per recarsi a Roma. Evidentemente, oltre alla carenza di cognizioni normative e regolamentari, c’è anche una mancanza di cognizioni geografiche”.

“Il vero problema, piuttosto, - conclude Porta – è quello di avviare una revisione della normativa che regola i dipendenti in servizio all’estero al fine di aggiornare regole ormai datate, garantire diritti e assicurare un trattamento equo a tutte le donne e uomini che svolgono un prezioso servizio a beneficio dello Stato e delle nostre comunità all’estero, sovente in condizioni precarie e in ambienti insicuri”. (aise 27) 

 

 

 

 

Il voto italiano dall’estero

 

Quando è stata varata la Legge 459/2001 (voto politico e referendario dei Connazionali all’Estero), avevamo manifestato le nostre perplessità all’On. Tremaglia, padre di una normativa che, in oltre quindici anni di vita, non è stata mai aggiornata.

Ecco come, ora, sono distribuiti i Parlamentari nella Circoscrizione Estero suddivisa in quattro Ripartizioni Elettorali. La Ripartizione Europa, ha il numero preponderante di parlamentari (5 Deputati e 2 Senatori), segue l’America Meridionale con 4 Deputati e 2 Senatori, l’America Centro/Settentrionale può contare su 2 Deputati ed 1 Senatore. Per Africa, Asia, Oceania e Antartide, un deputato e un senatore. Per un totale, appunto, di diciotto Parlamentari che hanno il loro scranno a Palazzo Madama o a Palazzo Chigi.

 

La Ripartizione più “gettonata” resta, quindi, l’Europa che ha il numero maggiore di Connazionali residenti. Quasi il 39% degli elettori è vicino, anche geograficamente, alla madre Patria. Il 33% vive in America Meridionale, il 22% In America Centro/Settentrionale e il restante 6% copre Africa, Oceani, Asia e Antartide. Quindi, è l’Europa la terra da “conquistare”; proprio perché sette seggi rappresentano, il più alto numero di preferenze elettorali. Con la nuova legge elettorale, il voto dei Connazionali all’estero seguirà la sorte dei parlamentari nazionali.

 

Resta inteso, tanto per non determinare confusione, che se gli eleggibili dall’estero non facessero più, necessariamente, parte dei partiti nazionali, ci sarebbe diversa autonomia decisionale. Se la nuova legge elettorale aggiornasse il meccanismo di voto della Ripartizione Estero, sulla questione torneremo. Lo scriviamo con la convinzione che gli italiani d’oltre confine intendono contare per quel che valgono. Cioè, di più. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Prosegue l'esame dello schema di decreto legislativo sulla disciplina della scuola italiana all'estero

 

Le osservazioni di Fucsia Fitzgerald Nissoli (Des-Cd, ripartizione America settentrionale e centrale) e le repliche delle relatrici Pd Tamara Blazina (Cultura) e Laura Garavini (Esteri, eletta nella ripartizione Europa)

 

ROMA – Prosegue l'esame dello schema di decreto legislativo sulla disciplina della scuola italiana all'estero da parte delle Commissioni Affari Esteri e Cultura della Camera dei Deputati (per il precedente vedi anche http://comunicazioneinform.it/disciplina-della-scuola-italiana-allestero-relazione-di-laura-garavini-alle-commissioni-riunite-esteri-e-cultura/).

Nel corso della seduta di ieri l'intervento di Fucsia Fitzgerald Nissoli (Des-Cd, ripartizione America settentrionale e centrale) che ha segnalato come, a suo parere, lo schema soffra di “un eccesso di delega” - il provvedimento in esame deriva dalla delega disposta dalla legge sulla Buona scuola – perchè in essa “non si rinvengono principi o criteri direttivi inerenti al piano strutturale della nostra rete scolastica e di promozione linguistica e culturale all'estero – precisa Nissoli, ribadendo come aspetti di una riforma così profonda andrebbero “rimessi alla legge primaria”. La deputata suggerisce infatti a tale fine “l'istituzione di una cabina di regia” tra Maeci, Miur e Mibact e “con il contributo anche delle forze sociali e dei tanti organismi associativi e rappresentativi dei nostri connazionali che vivono all'estero” e condivide “pienamente” le critiche mosse al provvedimento da parte del Cgie. Concorda soprattutto sul richiamo a “un'armonizzazione e a una riorganizzazione dell'ordinamento scolastico all'estero che tenga conto delle specificità delle diverse aree geografiche continentali e di singoli Paesi, profili cui viceversa l'attuale formulazione dello schema non dedicano affatto attenzione – ribadisce, pur mostrando di ritenere invece positive “le nuove modalità didattiche e organizzative del corso di lingua e cultura italiana, che devono necessariamente adeguarsi alle più attuali metodologie di insegnamento dell'italiano come lingua straniera”.

Considerato l'attuale aumento del numero di connazionali che si recano all'estero, soprattutto in Europa, anche per periodi non prolungati e con le loro famiglie, Nissoli ritiene necessario “mettere a loro disposizione, attraverso le strutture consolari italiane, servizi scolastici efficienti e adeguati”, e critica il fatto che “il provvedimento metta definitivamente in soffitta i corsi di lingua e cultura italiana per i cittadini italiani residenti all'estero, sostituendoli con iniziative linguistico-culturali, in analogia con i corsi di lingua italiana per stranieri offerti dagli Istituti italiani di cultura”. “La formazione e l'istruzione dei cittadini italiani residenti all'estero, titolari dell'elettorato attivo e passivo nelle consultazioni politiche, risulta del tutto disattesa dal decreto, che rivolge l'offerta di lingua e cultura italiana esclusivamente ad una platea indifferenziata di utenti italiani e stranieri, italofoni o non italofoni – afferma la deputata, ribadendo come lo schema non intervenga “sugli elementi fondamentali della formazione e della istruzione del cittadino elettore all'estero”, determinando anzi “ulteriori costi a carico delle famiglie dei connazionali emigrati che intendano usufruire dell'offerta formativa e linguistica all'estero, con l'abrogazione dell'intero capo del decreto legislativo n.297 del 1994, relativo alle scuole all'estero”.

Richiamata anche la necessità di aggiornare l'attuale normativa sugli enti gestori, attraverso una  una riflessione approfondita sul loro ruolo, “per rafforzarlo nel quadro della promozione della nostra lingua nel mondo”, mentre si rileva e lamenta la trasformazione delle “scuole statali all'estero”, che “fino ad oggi sono state la vetrina del sistema scolastico italiano, ancora fortemente considerato e stimato in tutto il mondo”, in “scuole amministrate dallo Stato” “con la facoltà di introdurre varianti in relazione ad esigenze locali, senza alcuna distinzione caratterizzante la scuola statale italiana – precisa Nissoli, - che possa formare i cittadini italiani all'estero in analogia al territorio nazionale”.

Altra necessità ribadita quella di “garantire con proiezione triennale il finanziamento del capitolo 3153, che, per la sua specificità e per le sue finalità espressamente rivolte ai cittadini italiani residenti all'estero, deve tornare sotto l'egida della Direzione generale degli Italiani all'estero ed essere assegnato annualmente agli enti gestori, scorporando dallo stesso l'onere finanziario del personale di ruolo e degli stagisti neo-laureati inviati all'estero dal Maeci e Miur”.

Nissoli conclude il suo intervento osservando anche “alcune incongruenze come quella concernente i Direttori dei Servizi generali e amministrativi della scuola, attualmente collocati fuori ruolo ed in servizio per conto del Maeci presso le Istituzioni scolastiche all'estero che attualmente hanno uno stipendio superiore ai docenti laureati ma percepiscono un assegno che non tiene conto dei cambiamenti apportati dai CCNL successivi al 1994” e sottolinea l'opportunità di una riformulazione del testo che possa eliminarle.

Per la Commissione Cultura interviene la relatrice del provvedimento, Tamara Blazina, che sottolinea tra i profili critici emersi nel corso dell'iter parlamentare ad esso riferito in particolare quello del “rapporto di lavoro”. “Appare necessario rivedere gli aspetti del trattamento economico e dell'orario di lavoro che, rientrando nella contrattazione collettiva, dovrebbero forse essere espunti dal testo del decreto – afferma la relatrice, citando quali questioni da puntualizzare meglio anche quella dei soggetti coinvolti, così da evitare “confusione e sovrapposizione di competenze”, magari attraverso la costituzione di una cabina di regia al momento non prevista dalle disposizioni. In riferimento alle osservazioni formulate dalla Nissoli, Blazina ritiene che “l'ambito di azione dei due dicasteri interessati andrebbe meglio descritto, tenendo presente che non ci si deve riferire a scuole amministrate dallo Stato, ma a scuole statali italiane e comunque lasciando la competenza esclusiva del riconoscimento dei requisiti di parità al Miur”. Annuncia quindi un parere che terrà conto dei suggerimenti pervenuti per migliorare il testo del decreto, “senza incorrere in un eccesso di delega”. Concorda con Blazina la relatrice della Commissione Affari Esteri, Laura Garavini (Pd, ripartizione Europa), precisando come il Cgie a suo avviso non abbia mosso “forti critiche in merito al provvedimento in esame, ma semplicemente evidenziato che occorre individuare meglio il ruolo degli enti gestori, che il provvedimento include, in modo generale, nella categoria delle associazioni senza scopo di lucro”. Osservazioni che - assicura - verranno richiamate nel parere delle Commissioni sul provvedimento. Per Garavini, inoltre, nello schema sarebbe da ravvisare piuttosto che un “eccesso di delega”, “un deficit” della stessa: “il provvedimento è un primo passo verso una riforma più organica della scuola italiana all'estero e non rappresenta un intervento esaustivo – osserva, richiamando quale suo punto di forza “l'idea che la diffusione della lingua e della cultura italiane all'estero non è solo strumento rivolto agli italiani nel mondo, ma anche mezzo di promozione dell'intero sistema Paese”.

L'esame viene quindi rinviato ad altra seduta. (Inform 3)

 

 

 

 

Manovra, Ue all'Italia: "Correzione 0,2% entro aprile"

 

"Una decisione sull'opportunità di raccomandare l'apertura di una procedura per deficit eccessivo sarebbe presa solo sulla base delle previsioni di primavera 2017 della Commissione", che solitamente vengono diffuse nel mese di maggio, "tenendo conto dei risultati di bilancio per il 2016 e dell'implementazione degli impegni di bilancio presi dalle autorità italiane nel febbraio 2017". Lo afferma la Commissione europea, che diffonde oggi il rapporto sulla situazione del debito pubblico italiano. 

A stretto giro, in un articolo in evidenza sul sito del ministero dell'Economia, si legge che "la Commissione si aspetta dall'Italia che le misure di aggiustamento siano adottate in tempo utile per tenerne conto nelle proprie previsioni economiche di primavera (attese in maggio) e qualora questo non avvenisse è molto probabile l'avvio di una procedura di infrazione nei confronti del nostro Paese".

Secondo il Mef, la Commissione riconosce la legittimità delle ragioni dell'Italia o in caso contrario avrebbe chiesto una manovra correttiva pari ad almeno lo 0,6% del pil. Nella relazione sul debito pubblico, "la Commissione ritiene infatti che alcune spese siano da attribuire a cause di forza maggiore, in particolare il terremoto e il flusso di migranti. Di conseguenza segnala che per rispettare la regola del debito - si rileva - è sufficiente un aggiustamento del saldo strutturale pari allo 0,2% del prodotto interno lordo". E, si conclude, "se la Commissione non avesse riconosciuto la legittimità delle ragioni italiane l'esigenza di correzione dei conti sarebbe stata almeno tripla".

Il rapporto Ue, che da un punto di vista tecnico rappresenta il primo passo di una procedura per deficit eccessivo, arriva alla conclusione che, "a meno che le misure addizionali strutturali, per un importo di almeno lo 0,2% del Pil, che il governo si è impegnato ad adottare al più tardi nell'aprile 2017, siano attuate in modo credibile entro quella data per ridurre il divario con il sostanziale rispetto del braccio preventivo del patto di stabilità nel 2017 (e nel 2016), il criterio del debito come definito nei trattati e nei regolamenti dovrebbe essere considerato come non rispettato".

Il testo tradotto in italiano del comunicato diffuso dalla Commissione ha una formulazione più assertiva, nel passo che riguarda l'eventuale apertura di una procedura per deficit eccessivo ('Edp' nel gergo comunitario) rispetto a quello in inglese: "La decisione di (quello in inglese recita 'a decision whether...', cioè 'la decisione se...', non 'la decisione di...', ndr) raccomandare l'avvio di una procedura per i disavanzi eccessivi - si legge - sarà (il testo in inglese utilizza invece il condizionale 'would', ndr) presa solo in base alle previsioni di primavera 2017 della Commissione, tenendo conto dei dati sui risultati di bilancio per il 2016 e dell'attuazione degli impegni di bilancio assunti dalle autorità italiane nel febbraio 2017".

Anche il testo in francese è più sfumato rispetto a quello in italiano: "Une decision sur l'opportunité de recommander l'ouverture d'une procedure pour deficit excessif serait prise uniquement...", con l'uso del condizionale al posto dell'indicativo e della formulazione 'una decisione sull'opportunità di...', non 'la decisione di...'. Inglese e francese sono le lingue più utilizzate per la comunicazione istituzionale della Commissione e quelle usate in sala stampa nei briefing quotidiani. Adnkronos 22

 

 

 

Capitali all’estero e tassazione in Italia

 

“Il decreto fiscale n. 193 del 2016 obbliga tutti i comuni ad inviare all’Agenzia delle Entrate, entro sei mesi dall’iscrizione all’AIRE, i nominativi degli italiani che hanno trasferito la propria residenza all’estero, nonché a comunicare tutti i nominativi dei concittadini che si sono trasferiti fuori dal Paese a partire dal 1/1/2010. Questo provvedimento interessa anche i moltissimi italiani che si sono trasferiti negli Emirati Arabi in cerca di lavoro o spinti dalle molteplici opportunità offerte a chi sceglie di avviare un’attività imprenditoriale nel Paese. Ma in cosa consiste il provvedimento?”. A spiegarlo è Mauro Finiguerra su “DubaItaly”, portale diretto da Elisabetta Norzi.

“La legge precisa che tutti gli italiani trasferiti all’estero dopo l'1/1/2010, siano lavoratori autonomi o dipendenti, siano pensionati o giovani in cerca di lavoro, saranno inseriti in una lista per i controlli relativi alle attività e agli investimenti finanziari all’estero non dichiarati in Italia.

Queste liste saranno controllate anche in modo incrociato con la banca dati COVER, nella quale è inserita la lista di tutti gli italiani che hanno già presentato, o che presenteranno, essendo ancora aperta la possibilità di farlo, l’istanza di collaborazione volontaria (Voluntary Disclosure 2.0), per segnalare la presenza di capitali all’estero.

Pertanto tutte le persone fisiche espatriate o quelle che hanno dichiarato di avere attività finanziarie o patrimoniali all’estero (pensionati, giovani, ricercatori, imprenditori, cercatori di speranza), sono potenzialmente nel mirino dell’Agenzia delle Entrate, che cercherà di ricondurne la residenza e, dunque, l’assoggettamento a tassazione, in Italia.

QUANTI SONO GLI EXPAT ITALIANI

Gli ultimi dati dell’AIRE, dicono che nel 2015 sono espatriate circa 107 mila persone fisiche, mentre nel 2014 erano state circa 100 mila. Dal 2010, quando gli italiani residenti all'estero erano 2,3 milioni, oggi, nel 2016 siamo giunti a circa 4,5 milioni, raddoppiando in soli 5 anni la popolazione che ha deciso di trasferirsi stabilmente fuori dal Paese.

I motivi sono i più diversi, ma sostanzialmente chi espatria, oggi, lo fa per cercare di sopravvivere alla crisi, per trovare un lavoro adatto alle proprie capacità oppure per tentare di trascorrere in modo dignitoso la vecchiaia, sottraendosi alle difficili dinamiche economiche e finanziarie interne al Paese.

CHI RISCHIA MAGGIORMENTE

Oggi il Governo intende effettuare controlli i più ampi possibile su tutte queste posizioni aperte all’estero da chi ha abbandonato l’Italia. Le categorie più a rischio sono sicuramente i lavoratori autonomi all’estero e i lavoratori specializzati (ricercatori), per i quali l’AF potrebbe cercare di ricondurre la effettiva residenza in Italia sulla base di criteri territoriali anche famigliari e personali.

Un’altra categoria a rischio, e non solo per gli eventuali accertamenti fiscali, è quella dei pensionati, che sono più di 500.000, con un trend in crescita addirittura del 40% nel 2014, e che hanno deciso di trasferire la residenza in quei Paesi dove possono spendere meno e vivere meglio, come in genere i Paesi più caldi (Portogallo, Marocco, Canarie, Paesi sud-americani e caraibici, ecc.).

Essi oggi usufruiscono della esenzione quasi totale dalla tassazione italiana e della percezione della pensione al lordo delle ritenute fiscali e previdenziali, in quanto le Convenzioni in essere con l’Italia consentono ai Paesi di emigrazione di tassare al posto nel nostro Paese, pertanto abbassando le aliquote sui redditi da pensione essi riescono ad attrarre quanti più residenti possibile.

Su di essi grava la spada di Damocle dell’INPS il cui Presidente, poco tempo fa, aveva già suggerito di intervenire con una norma che riducesse la parte non tassabile delle pensioni pagate ai cittadini italiani residenti all’estero.

IL TEST DELLA RESISTENZA DELLE RESIDENZE ESTERE

Per tutti gli altri soggetti emigrati all’estero, il suggerimento è di affidarsi ad un professionista esperto in materia di fiscalità internazionale che possa valutare adeguatamente la resistenza della residenza all’estero”. (aise 20) 

 

 

 

 

Compromesso sulla data delle primarie Pd, il voto si allontana

 

Le primarie del Pd si svolgeranno il 30 aprile. Dopo un braccio di ferro tra la maggioranza renziana e gli sfidanti Emiliano e Orlando, questo è il compromesso che è stato portato alla Direzione che deve ratificare regolamento e data. In realtà più che un compromesso è stata una mezza vittoria degli sfidanti che alla fretta del segretario uscente hanno opposto la pretesa di avere più tempo per la campagna elettorale. Fino all'ultimo il compromesso era stato raggiunto sulla data del 23, ma alla fine ha prevalso la decisione di una settimana in più. È una data molto azzardata per il successo delle primarie, in termini di affluenza alle urne, perché è il primo giorno del ponte del Primo Maggio. Con la decisione di celebrare le primarie il 30 aprile salta la road map sognata da Renzi per andare alle elezioni politiche l'11 giugno. C'è un aggrovigliatissimo ingorgo di date. Nello stesso periodo si devono tenere le elezioni amministrative e il referendum della Cgil sui voucher. Il sogno di Renzi era quello di celebrare un election day con le amministrative, ma diventa praticamente irrealizzabile perche quasi certamente le politiche slittano a luglio (se non a settembre) e le amministrative sì devono tenere prima. Se Renzi sarà eletto segretario, come quasi sicuro, e le amministrative e il referendum dovessero andare male, non sarebbe un buon manifesto elettorale per le politiche. Con due sfidanti come Emiliano e Orlando sara un Congresso vero, anche se il risultato finale sembra scontato. L'unica piccolissima incertezza è sulla percentuale che avrà il segretario uscente. Se infatti nessuno arriverà al 50 per cento (ma non è mai avvenuto nelle primarie Pd) sara l'Assemblea nazionale, una settimana, dieci giorni dopo le primarie, a votare. A quel punto i due sfidanti potrebbero coalizzarsi per sconfiggere Renzi. Ma è un'ipotesi piuttosto irrealistica. GIANLUCA LUZI, LR 24

 

 

 

 

 

La fuga dei medici europei dal Regno Unito

 

“L’11% dei medici del servizio sanitario britannico e il 4% dei suoi infermieri provengono dall’Ue. Quale saranno le ripercussioni della Brexit sull’Nhs? Se c’è tra i residenti Ue un’impennata nelle richieste di cittadinanza — 38.000 nell’autunno 2016 rispetto a 9,700 nello stesso periodo dell’anno precedente — nel campo sanitario si verifica la tendenza opposta. Secondo una ricerca della British Medical Association, il 40% dei medici che hanno studiato in Europa sta meditando di lasciare il Regno Unito. C’è chi, con il referendum, non si sente più a proprio agio, chi trova il ritmo e le condizioni del lavoro stressanti, chi semplicemente non vuole affrontare l’incertezza dei prossimi anni”. A scriverne è Paola De Carolis sul “Corriere della sera” online.

“Un disastro

Per il Guardian si tratta di “un disastro” in agguato. Per il presidente della BMA Mark Porter i risultati del sondaggio sono “inquietanti”. Dei 1.193 medici europei consultati, 500 (42%) hanno indicato che stanno pensando di andarsene, 309 (26%) che rimarranno, 278 (23%) che non sono sicuri. “Sono professionisti che lavorano nei nostri ospedali e nei nostri ambulatori, che si prendono cura di pazienti vulnerabili nelle nostre comunità, che conducono ricerche scientifiche di importanza vitale, che salvano vite. Molti di loro hanno dedicato anni della loro vita all’Nhs: è molto preoccupante che abbiano intenzione di andarsene”. Non è solo un problema di numeri, ha aggiunto: “La qualità del servizio sanitario sale quando i medici hanno esperienze e specialità diverse”.

Il pediatra

Il ministero per la Sanità ha sottolineato che “il contributo di medici stranieri nell’Nhs è cruciale e molto apprezzato”, anche se “l’esecutivo punta a dare a più studenti in Gran Bretagna la possibilità di studiare e praticare medicina”. L’emigrazione specializzata, in pratica, potrebbe in futuro essere meno estesa. Come vivono l’incertezza i tanti medici italiani del Regno Unito? “La maggior parte vede una situazione invariata, anche perché qui il sistema sanitario esprime bene la multiculturalità della società”, spiega Luca Molinari, pediatra del Guy’s and St Thomas’s Hospital di Londra che ha interpellato i 1705 membri del gruppo Facebook Medici italiani a Londra. Orietta Emiliani, medico generalista, è a Londra da 36 anni e non ha notato “alcun cambiamento”.

Il cardiologo

Giuseppe Rosano, primario di cardiologia del St George’s Hospital, sottolinea che “l’esperienza lavorativa nel Regno Unito è molto stimolante e il lavoro è facilitato dalla perfetta organizzazione”. Non ha notato, aggiunge, l’insoddisfazione di cui parla il Guardian. I pazienti “sembrano contenti di essere trattati da un medico europeo. Forse abbiamo maggiore empatia”. Giovanni Satta, professore di microbiologia e malattie infettive del St Mary’s Hospital, precisa di non aver avuto alcun problema legato alla sua nazionalità, anzi: “I pazienti si dimostrano sempre molto grati”. “L’Nhs — dice — rimane uno dei sistemi sanitari più efficienti al mondo, anche se le difficoltà ci sono”. Francesca Rubulotta, anestetista del Charing Cross Hospital, ha invece esperienze diverse. “Con il referendum mi sento un’immigrante. La mia personalità mediterranea è stata a lungo un vantaggio, adesso mi sembra considerata una debolezza. Con il crollo della sterlina il mio stipendio sta diminuendo. Perché mai restare?””. (aise 24) 

 

 

 

 

Prospettive per il futuro

 

In economia, non è facile fare delle previsioni serie. Ora, però, gli eventi si sono fatti tanto intricati da impegnarci a trattare l’argomento in senso concreto. Il 2015 è terminato con un costo della vita maggiore del + 0,9 % rispetto alla stessa stagione del 2014. Se confrontiamo, poi, questo periodo con quello del 2013, l’incremento è stato del +3% (in area Euro). Tutti i prodotti sono, quindi, rincarati; tranne che i generi alimentari. Intanto, s’è fatta strada la deflazione. Le previsioni sembrerebbero migliori per l’anno corrente. Per il riscaldamento, spenderemo come l’inverso scorso. Le tariffe elettriche non rincareranno. Aumenti, invece, per il trasporto pubblico. Non mancheranno gli “arrotondamenti” per i valori bollati in genere e i pedaggi autostradali. Stabili i prezzi delle assicurazioni RC e delle tariffe telefoniche fisse o mobili. Il quadro economico resta, comunque, complesso.

 

Eppure c’è ancora qualcosa che non è chiaro. Oltre agli aumenti “evidenti”, lieviteranno anche le imposte indirette che contribuiranno a falcidiare i nostri redditi da lavoro o da pensione. Ci si sacrificherà ancora per sanare il deficit nazionale. Ma senza riuscirci. I sacrifici, invece, non contribuiranno al rilancio produttivo. Adesso non è più pensabile ridare fiducia all’economia perseverando nei tagli oggettivamente variegati. Quando si è imboccata una strada come quella che stiamo percorrendo, ogni “sterzata” potrebbe essere peggiore che il successivo “sbandamento”. Manca ancora una politica di militanza verso le classi meno abbienti che sono la maggioranza del Popolo italiano. La ripresa del Bel Paese dipende da troppe variabili; anche a livello internazionale. Essere in UE è una responsabilità che sarebbe saggio non sottovalutare. Perché l’economia degli Stati membri non riuscirà mai a essere compensata da interventi della Banca Centrale che chiederebbe, poi, un conto difficilmente sostenibile.

 

 L’Italia ha fame e non solo di giustizia. Purtroppo, anche il mutamento delle strategie politiche è una realtà alla quale abbiamo dovuto adeguarci. L’inverno si aprirà con un aumento della deflazione che agevolerà solo chi può avere una certa liquidità. Anche il costo del denaro è sceso. I prestiti, però, sono sempre onerosi e si cerca di contenerli. I fatti sono questi. Essere superficiali significherebbe mostrarsi sconsiderati. Il 2017 resta di complessa evoluzione. Il superamento reale della crisi potrà avvenire solo col tempo. Forse, ne saremo fuori non prima del 2020. Con un altro Esecutivo e un altro Parlamento. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Rete diplomatico-consolare: al Senato un’interrogazione del Movimento 5 Stelle sui i lavoratori a contratto locale

 

Il commento del presidente del Comitato della Camera per gli italiani nel mondo e per la promozione del sistema Paese Fabio Porta

 

ROMA – In un’interrogazione a risposta orale indirizzata al ministro degli Affari Esteri, a prima firma del senatore del Movimento 5 Stelle Stefano Lucidi,  si chiede di sapere “quali siano le motivazioni che inducono a preferire, per le assunzioni di impiegati temporanei presso le sedi della rete diplomatica italiana, esclusivamente le tipologie di contratto locale, in particolar modo, considerando che a seguito della rimodulazione dell’ISEE (indicatore della situazione economica equivalente) alcuni contrattisti locali, in alcuni Paesi, percepiscono stipendi simili al personale di ruolo di fascia bassa”. Nel testo si chiede anche “quali siano, in ciascuna delle sedi della rete diplomatica, le tipologie contrattuali in essere e le nazionalità del relativo personale temporaneo impiegato con evidenza del numero di lavoratori con contratto locale e le nazionalità, rispetto ai contratti nazionali e misti, nonché le modalità di reclutamento dei cittadini stranieri”. Nell’interrogazione viene inoltre sollevato il quesito “se il Ministro in indirizzo non ritenga opportuno intervenire, al fine di rendere obbligatorio, per la pubblicizzazione di tutte le tipologie di assunzioni in programma, l’utilizzo di canali istituzionali telematici, tramite i siti istituzionali della sede o del Ministero stesso, oltre che mediante affissione nel proprio albo o pubblicazione di bando, come previsto dalla normativa vigente, nonché di prevedere che lo svolgimento degli esami di idoneità all’assunzione presso le sedi della rete estera italiana siano svolti a Roma”.

Sui contenuti dell’interrogazione del Movimento 5 Stelle interviene con alcune precisazioni il presidente del Comitato della Camera per gli italiani nel mondo e per la promozione del sistema Paese Fabio Porta. Dal deputato del Pd viene infatti sottolineato come il contingente degli impiegati a contratto in servizio all’estero, tranne casi eccezionali, sia composto da impiegati a tempo indeterminato e non “temporanei”. Porta evidenzia inoltre come  “ il cambio del regime contrattuale dalla legge italiana alla legge locale abbia determinato per la categoria una notevole decurtazione rispetto alle retribuzioni erogate ai dipendenti assunti prima dell’entrata in vigore del dl 103/2000”. Dal deputato del Pd, eletto nella ripartizione America Meridionale, viene inoltre ricordato come la categoria di lavoratori a contratto,  nonostante il trattamento discriminatorio subito in diverse occasioni (mancato adeguamento delle retribuzioni, assenza di progressioni economiche e giuridiche, assistenza sanitaria inadeguata, problematiche previdenziali, riconoscimento solo parziale dei diritti sindacali), dia un serio contributo alla nostra amministrazione, sovente svolgendo funzioni che vanno aldilà dei compiti che i contratti di lavoro prevedono. “Naturalmente –continua Porta - deve esistere un giusto equilibrio tra le dotazioni delle aree funzionali in servizio all’estero e gli impiegati a contratto, a entrambe le categorie devono essere corrisposti emolumenti sufficienti per avere una vita dignitosa in paesi dove il costo della vita è salito in forma vertiginosa negli ultimi anni, ad esempio in Argentina e Brasile. In più, le retribuzioni degli impiegati a contratto vengono adeguate, nella migliore delle ipotesi, ogni 15 anni”. Per Porta appare poi non percorribile “l’ipotesi  di fare svolgere prove concorsuali a Roma ai dipendenti a contratto che per legge devono avere almeno due anni di residenza nel paese di reclutamento e che, dunque, dovrebbero sobbarcarsi altissime spese di viaggio per recarsi a Roma”.

Secondo Porta infine “il vero problema, piuttosto, è quello di avviare una revisione della normativa che regola i dipendenti in servizio all’estero al fine di aggiornare regole ormai datate, garantire diritti e assicurare un trattamento equo a tutte le donne e uomini che svolgono un prezioso servizio a beneficio dello Stato e delle nostre comunità all’estero, sovente in condizioni precarie e in ambienti insicuri”. (Inform 27)

 

 

 

 

Renzi e il via alla campagna elettorale: l'idea del reddito di lavoro

 

Dal ritorno di Renzi dalla California sono cominciate due campagne elettorali, parallele e in qualche modo intrecciate: quella per le primarie del Pd, che per il momento vede Orlando lanciare la volata; e quella per le elezioni politiche, che non si sa quando si svolgeranno, ma intanto è meglio prepararsi. Nella trasmissione Tv di Fazio l'ex premier ha lanciato un messaggio da interpretare: le elezioni sono fissate a febbraio dell'anno prossimo, ma se Gentiloni vuole votare prima si vota prima. Come dire: sulla data delle elezioni non decido io. Scartata l'ipotesi del voto a giugno, che Renzi sognava, a causa delle primarie Pd il 30 aprile, si fa ancora in tempo a votare in settembre. Altrimenti si va davvero al 2018. Bisogna però fare in fretta sulla legge elettorale perché Mattarella non scioglierà le Camere se i due rami del Parlamento non avranno due leggi elettorali se non proprio uguali almeno omogenee. Bocciato l'Italicum, per Renzi il Mattarellum resta il sistema migliore, ma sapendo che Berlusconi e gli altri non lo vogliono. Fra un paio di settimane l'ex premier ed ex segretario giocherà la sua carta: collegi e premio di governabilità saranno i due principi cardine. Ma uscendo dal tema della riforma elettorale per entrare nella campagna elettorale, ecco che si affaccia l'argomento dei vitalizi dei parlamentari. Da un punto di vista del l'economia italiana (che ha immensi problemi) le pensioni dei parlamentari non hanno nessuna importanza. Ma il tema avrà un impatto enorme sulle elezioni che si svolgeranno in un clima di antipolitica e di populismo mai visto prima. I Cinquestelle con la loro proposta sfidano il Pd a votarla. Anche il Pd ha una proposta che però non si sa quando sarà messa in votazione. L'importante anche per Renzi sarebbe che i vitalizi per gli attuali parlamentari non scattassero, ma se si voterà nel 2018 sarà inevitabile. Ma il confronto fra Pd renziano e Cinquestelle non si limita ai vitalizi dei parlamentari. Al reddito di cittadinanza del M5S Renzi oppone infatti il reddito di lavoro. Punti di vista diversi per affrontare un unico problema: la rabbia crescente dei non garantiti che gonfia il consenso dei Cinquestelle. GIANLUCA LUZI LR 27

 

 

 

 

Migrantes: presentato a Torino il report "Diritto d'Asilo"   

 

Torino - All’interno della cornice dei suoi studi che trattano specificatamente la mobilità umana, la Fondazione Migrantes, all’inizio del 2017, dedica un’analisi specifica al mondo dei richiedenti asilo, partendo da una prospettiva storica che cerca di “afferrare” i tempi e le cause di un fenomeno che accompagna, da sempre, la cosiddetta “era delle migrazioni”. Esso, di recente, è “ripreso”, rendendosi visibile e allarmando, complice sicuramente una consistenza numerica più importante ma anche una informazione volta spesso più a “preoccupare” che a “informare”.

Questo volume – “Il Diritto d’Asilo. Report 2017” presentato il 16 febbraio a Torino -  prova attraverso le sue sezioni principali – Europa, Italia e MSNA – a muoversi su piani diversi.

Sul piano dell’analisi, cercando di rendere conto dello “stato di salute” del diritto d’asilo negli ultimi due anni, mentre prova anche a leggerlo con una maggiore profondità temporale per capire come mai si è arrivati a questi nodi irrisolti così complessi, sia in Unione Europea che in Italia.

Fornisce quindi una lettura puntuale e critica, ma oltre a queste analisi, ipotizza anche delle strade percorribili per iniziare a gestire con diversa responsabilità il fenomeno delle persone in fuga, la loro accoglienza e i successivi percorsi di accompagnamento all’autonomia.

Alcuni dati

In Italia il totale delle persone in accoglienza alla fine dell’anno appena trascorso erano 177 mila. Nella gestione italiana di accoglienza e accompagnamento all’autonomia delle persone in fuga si osservano tre problemi di fondo:

• l’accoglienza straordinaria dei CAS cresce sempre più ed è quasi l’85% con i suoi oltre 137.000 posti assieme agli hotspot e i centri di prima accoglienza che arrivano a quasi 15.000 posti, mentre nelle accoglienze decentrate SPRAR in cui i Comuni sono i titolari ci sono solo poco più di 23.000 persone, meno del 15%. Quest’ultimo è un dato al quale prestare particolare attenzione per tre elementi fondamentali: il rapporto squilibrato tra persone in accoglienza e territorio; la trasparenza nella gestione dei fondi dedicati all’accoglienza; la qualità dei servizi realmente erogati alle persone.

• continuiamo a non avere un reale sistema di accompagnamento all’autonomia per tutte le persone a cui viene riconosciuta in Italia la protezione  umanitaria o la protezione internazionale, dopo l’analisi della loro domanda d’asilo. Questa carenza di accompagnamento è una condizione che paradossalmente, proprio nel momento in cui vengono riconosciute titolari di una protezione, espone le persone ad altissimi rischi di precarietà, marginalità e disagio abitativo, lavorativo e sociale.

• l’effettiva accoglienza e tutela dei Minori Stranieri Non Accompagnati (MSNA), a cui è dedicato un approfondimento in questo volume, il problema della sua efficienza ed efficacia continua ad essere un’altra grande criticità italiana. Il numero di MSNA sbarcati in Italia è più che raddoppiato dal 2015, quando ne sono arrivati 12.360, al 2016, quando ne sono giunti 25.772.

Proposte per uscire dall’empasse in Europa

- Creare canali di ingresso legale nell’Unione Europea e in Italia, non solo per chi è in fuga ma anche per chi è in cerca di lavoro. Questo si può realizzare attraverso diversi strumenti, già sperimentati in varie situazioni internazionali: canali umanitari; permessi umanitari e temporanei rilasciati nelle ambasciate dei diversi Paesi europei all’estero; programmi non eccezionali ma stabili di resettlement (spostamento) tra i campi profughi più vicini alle zone di conflitto e i diversi Paesi europei; facilitazione e rapidità dei ricongiungimenti familiari tra chi in Europa e nel nostro Paese ha già una forma di permesso (sia esso di lavoro o umanitario, o di protezione internazionale): cosa che sarebbe già legalmente possibile ma che spesso incontra numerosi ostacoli, ritardi e malfunzionamenti soprattutto burocratici. È un passaggio estremamente importante. Perché, in realtà, solo costruendo maniere legali di ingresso nell’Unione e in Italia (sia per motivi umanitari e domanda d’asilo che per ricerca di occupazione) avremo la capacità di contrastare i trafficanti e i terroristi e di esercitare una verifica più puntuale dell’identità di chi è in fuga, di chi ha bisogno di entrare in Unione Europea e in Italia per ottenere una legittima protezione internazionale.

- Superare definitivamente il Regolamento di Dublino. Questo accordo europeo aveva un senso a fine anni Novanta, quando era stato pensato per riequilibrare il peso delle domande d’asilo tra alcuni paesi del Nord Europa che se ne stavano facendo carico responsabilmente e altri paesi del Sud Europa, come Italia, Grecia, Spagna e Malta, che avevano tutt’altro atteggiamento. Oggi certamente tale Regolamento non solo è obsoleto, ma non affronta il problema in modo propositivo aiutando a una distribuzione equa e giusta tra i diversi territori dell’Unione.

Bisogna arrivare a costruire un sistema d’asilo europeo, con quote nazionali di domande d’asilo che siano di competenza di ogni Stato. Questo sistema 2dovrebbe tener conto anche dei legami che le persone in fuga e richiedenti asilo potrebbero avere con un paese specifico, sia per ragioni linguistiche e culturali, che per la presenza di reti familiari o amicali che potrebbero favorirne il percorso di autonomia.

- Avere il coraggio di riconoscere che se un paese all’interno dell’Unione Europea non volesse accogliere persone in fuga da guerre e violenze, anche una volta verificato che quelle persone non rappresentino un potenziale pericolo, quel paese dovrebbe andare incontro a sanzioni reali e a un percorso di messa in discussione della sua legittima appartenenza all’Unione Europea.

Questa forma di negazione del diritto di asilo rappresenta infatti una grave violazione dei trattati internazionali e dei diritti umani fondamentali, che sono alla base della stessa Unione.

- Cominciare a introdurre degli standards unici nell’Unione Europea, non solo riguardo alle definizioni, procedure e accoglienze dei richiedenti asilo, ma anche nella creazione di strumenti comuni di accompagnamento all’inserimento e all’autonomia. Per questi percorsi successivi alla prima accoglienza, oltre al periodo di ingresso nel mondo del lavoro e al riconoscimento dei titoli di studio, servono anche delle politiche comuni minime di sostegno al reddito, di supporto abitativo e alla ricerca attiva del lavoro. Queste politiche se rivolte non solo ai titolari di protezione internazionale o umanitaria ma a tutte le persone in difficoltà abitativa e lavorativa, sarebbero l’occasione di ripensare un sistema di welfare nello scenario attuale, specie in quegli Stati dell’Unione Europea che non ne hanno mai veramente avuto uno.

- Smettere di negoziare accordi bilaterali con referenti politici di paesi che non rispettano i diritti umani e le convenzioni internazionali – vedi Turchia, Sud Sudan, Gambia, Egitto – al fine di diminuire il numero delle persone in fuga da quei territori. Impegnarsi, invece, a non vendere armi alle fazioni in conflitto e cominciare a fare una seria politica di pacificazione nel mondo, agendo quindi non già sulle vittime ma sulle cause reali che obbligano le persone a fuggire abbandonando le loro case.

Proposte per uscire dall’empasse in Italia

• Rivedere la legge sull’immigrazione, al fine di creare canali di ingresso a diverso titolo: per ricerca di occupazione; con permessi temporanei umanitari; attraverso resettlement dalle zone di conflitto, usando anche le nostre ambasciate all’estero e lo strumento del ricongiungimento familiare.

• Superare la volontarietà di adesione dei Comuni italiani rispetto alla doverosa accoglienza di richiedenti asilo e rifugiati per giungere così a una vera accoglienza decentrata, non più minoritaria, ma capace di dispiegarsi in tutto il territorio nazionale.

Questa accoglienza potrebbe finalmente avere standard verificabili rispetto ai servizi che devono essere erogati e un controllo efficiente sui fondi stanziati che rimane invece molto difficile fare nella situazione attuale, in cui più dell’85% delle accoglienze avviene sotto un regime straordinario.

• Creare in ogni territorio servizi di accompagnamento, non solo per richiedenti asilo, ma per tutte le persone di quel territorio in difficoltà lavorativa ed abitativa, anche grazie ai fondi dell’accoglienza e all’accompagnamento all’autonomia.

• Prevedere, come già avviene in altri paesi europei, la possibilità anche nella fase della domanda d’asilo (sia essa in Commissione territoriale o in Tribunale) di trasformare un permesso di soggiorno per richiesta di asilo in un permesso umanitario o in un permesso di lavoro.

Questa flessibilità normativa supporterebbe tutti quei casi in cui il richiedente asilo, durante il periodo di accoglienza in Italia, abbia seguito corsi di italiano, di formazione e inserimento lavorativo o abbia svolto attività di volontariato o di aiuto alla comunità. Queste situazioni favoriscono infatti l’inserimento sociale della persona e normalmente la aiutano a raggiungere una proficua autonomia abitativa e lavorativa, che però oggi necessita di essere riconosciuta da un permesso di soggiorno coerente alla situazione di fatto (se questa è positiva).

• Mettere in piedi un reale ed effettivo sistema di tutela e accompagnamento per i MSNA che arrivano in Italia, riuscendo ad accompagnarli in sicurezza anche in un altro paese europeo se lì hanno figure adulte di riferimento. Riuscire, in tempi brevi e certi, a dare ad ogni MSNA che arriva su territorio italiano un tutore debitamente formato.

Implementare sempre più puntualmente un sistema non arbitrario e più tutelante di determinazione dell’età di quello che spesso viene usato ora. Creare accoglienze dignitose per i MSNA che coinvolgano tutte le regioni e che prevedano il coinvolgimento anche di famiglie o siano in semiautonomia e non solo presso comunità per minori.

Attivare prontamente programmi ponte di tutela, per non farli cadere nell’abbandono al compimento dei 18 anni.

Questo volume, dunque, è nato e si è sviluppato dalla riflessione condivisa di studiosi e operatori al servizio del particolare mondo dei rifugiati affinché il 2017, nonostante il non brillante inizio, non sia ricordato, insieme al 2015 e al 2016, come uno degli anni in cui l’Unione Europea ha toccato i gradini più bassi dalla sua istituzione; che sia, invece, l’anno in cui tanto nell’Unione Europea che in Italia, in particolare, si ricominci ad avere la grandezza d’animo e la capacità di vedute per costruire, giorno dopo giorno, uno spazio comune di inclusione dove vivere senza paure, forti dei principi e dei valori raggiunti faticosamente da chi ci ha preceduti, ma che noi, con altrettanta responsabilità, dovremmo saper adattare ai tempi facendoli valere non solo per noi, ma anche per chi oggi è in cerca di protezione. MO 20

 

 

 

 

Il 21 marzo giornata in memoria delle vittime delle mafie

 

"Per molti anni abbiamo condiviso con i familiari delle vittime di mafia la giornata del 21 marzo, camminando con loro nel ricordo dei loro cari in tutta Italia ed anche all'estero. Un impegno che è stato prima personale e poi politico e che oggi ci rende ancora più felici del fatto che il 21 marzo diventi per tutti i cittadini italiani, e per la nostra Repubblica, un momento di ricordo della violenza delle mafie e di riconferma che l'azione collettiva le ha indebolite e le porterà alla sconfitta". Così Laura Garavini, dell'Ufficio di Presidenza del Gruppo Pd della Camera e componente della Commissione Antimafia, commenta il voto di approvazione definitiva e all’unanimità alla Camera dei Deputati del progetto di legge di istituzione della Giornata nazionale in memoria delle vittime delle mafie. 

Un’intervista radio alla Deputata PD sull’argomento è disponibile al seguente link: 

https://www.youtube.com/watch?feature=youtu.be&v=Wg3ljHRua08&rdm=2gd6ab11l&client=mv-google&app=desktop.  Dip 1

 

 

 

 

 

A 20 anni dalla prima legge quadro sull’immigrazione. Trovare una legge che porti ad una cittadinanza attiva degli stranieri

 

ROMA -  5.024.000 stranieri persone regolarmente soggiornanti in Italia di cui 2.500.000 di lavoratori e imprenditori, 1.800.000 famiglie, 814.000 studenti, 176.000 richiedenti asilo e rifugiati oggi accolti in strutture. Questi alcuni dati forniti ieri pomeriggio da mons. Gian Carlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes intervenuto al Senato  all’incontro sul tema “A 20 anni dalla prima legge quadro sull’immigrazione. L’attualità di una riforma per governare l’immigrazione”, promosso dalla Fondazione Istituto Gramsci e dalla Fondazione Nilde Iotti a 20 anni dalla legge Turco-Napolitano, la 40/1998, una legge che “ha iniziato a pensare il Paese non nonostante questo popolo, ma con questo popolo”, ha detto Mons. Perego. “Come Migrantes salutammo la legge come uno strumento di tutela della dignità della persona  immigrata nel nostro Paese, con un’attenzione particolare e unica alle vittime di tratta (art. 18), anche se notavamo – ha detto - alcune lacune o stralci: gli articoli sulla protezione umanitaria e il diritto d’asilo, il diritto di voto amministrativo, la riduzione da dieci a cinque anni per la richiesta della cittadinanza, l’espulsione per via amministrativa e non giurisdizionale, l’incognita dei centri di permanenza temporanea”.

Mons. Perego lancia alcune proposte per una riforma del governo delle migrazioni. Tra queste una legislazione “con la capacità di regolare  i due volti delle  migrazioni oggi: le libere migrazioni e le migrazioni forzate, ampliando i titoli di soggiorni, con un’attenzione più ampia e non residuale alla protezione sociale e umanitaria di migranti per nuovi fenomeni  sociali, come le migrazioni forzate per ragioni ambientali o per ragioni religiose, per tratta”; un ufficio migrazione e un servizio accoglienza migranti in ogni Comune o  consorzi di piccoli Comuni ”strumenti di conoscenza, accompagnamento e prima accoglienza, diffusa e preparata sul territorio” come “primo passo di un buon governo delle migrazioni, che evita improvvisazione, superficialità, sfruttamento”. Perego è convinto che la gestione dell’immigrazione può essere realizzata “soltanto a partire dal nostro territorio, da un incontro fra domanda e offerta di lavoro, da un incontro che nasce da una legalità di presenza, che è il permesso di soggiorno per ricerca di lavoro, che già il Consiglio d’Europa ha consigliato in alcune direttive. Fare in modo che il nostro territorio, la nostra città, riesca sempre di più a costruire un discorso di accoglienza, di formazione e di tutela della legalità da subito, che è la vera garanzia sociale”. E poi la facilitazione per le conversioni dei permessi di soggiorno da richiedente asilo a lavoratore, da studente a lavoratore, il lavoro comune di Uffici della Questura e uffici di mediazione sociale per permettere, dal momento in cui una persona migrante riceva un titolo di soggiorno, “un accompagnamento a tutele sociali e sanitarie che costituiscano una sicurezza per tutti”; una legislazione che favorisca  il ricongiungimento familiare, “in fedeltà al dettato costituzionale di tutela della famiglia e del matrimonio,  per un percorso di genitorialità fondamentale, oltre che garanzia di sicurezza sociale” e al tempo stesso, una legge che favorisca “una nuova storia di tutela e di affido familiare per adolescenti minori non accompagnati, sempre più numerosi”. E poi forme di accesso alla cittadinanza che “amplino lo ius soli, ma soprattutto strumenti di esercizio della cittadinanza, riconosciute (come il servizio civile), ma ancora da riconoscere , come il diritto di voto amministrativo, già presente nel primo schema della legge Turco-Napolitano, all’art. 38, poi stralciato, per un dubbio di legittimità costituzionale”.

“La vita, la storia, la cultura del mondo, soprattutto di  molti Paesi poveri,  che si incontra con la vita sempre più debole, la storia, la cultura del nostro Paese e dell’Europa devono trovare – ha concluso il direttore di Migrantes -  una legge che aiuti un cammino intelligente di incontro, di scambio, di cittadinanza attiva. Solo così si eviterà che la ‘rabbia dei paesi poveri’ – come scriveva 50 anni fa nell’enciclica  Populorum progressio Paolo VI – si scagli contro di noi e innesti nuovi conflitti  sociali e politici, che possono indebolire la democrazia e un cammino culturale, economico e sociale rinnovato nel nostro Paese”.

Raffaele Iaria, Migrantes online

 

 

 

 

Raggi con i taxi ma non condanna le violenze

 

Non si era mai visto un sindaco che dichiara il suo appoggio e la sua vicinanza a due categorie come i tassisti e gli ambulanti che tengono in ostaggio il centro della città e la sede del Parlamento oltre che del Pd. È successo a Roma dove la sindaca Raggi ha esplicitamente dichiarato la sua vicinanza ai manifestanti compresi quelli che tiravano bombe carta e cercavano lo scontro con i giornalisti e la polizia. Si sa che i grillini cercano e ottengono il voto delle corporazioni, come quella dei tassisti, ma la Raggi non ha minimamente preso le distanze dagli episodi di violenza. Del resto Di Battista giorni fa aveva incitato gli ambulanti che davanti a Montecitorio lanciavano minacce di morte ai giornalisti. La protesta violenta è arrivata anche davanti alla sede del Pd dove si svolgeva la Direzione. La notizia del giorno è che Emiliano ha deciso di restare nel partito e di sfidare Renzi al Congresso. Era una decisione nell'aria da ieri, ora è ufficiale. Resta da vedere se la scelta di Emiliano avrà influenzato qualche altro dirigente in procinto di andarsene. Alla Direzione non partecipa Renzi che, ormai dimesso dalla segreteria, è partito per la California. Una scelta che a molti è parsa un po' arrogante e strafottente nei confronti di un partito che si lacera drammaticamente. "Vado a imparare da quelli più bravi" ha scritto prima di partire riferendosi ai guru della Silicon Valley. E anche questa frase è sembrata un atto di arroganza nei confronti dei democratici. A Renzi la notizia che Emiliano resta non può che fare piacere. Non solo perché significa che il fronte degli scissionisti non è compatto se il "frontman" li ha lasciati. E poi perché così Renzi può celebrare un Congresso vero con uno sfidante vero. Che non è in grado di vincere, ma che dimostra che il Pd non è un partito personale di Renzi. GIANLUCA LUZI, LR 21

 

 

 

La politica delle ipotesi

 

Presumiamo, tanto per non sembrare indifferenti ai “dolori” d’Italia, che Il PD, per una serie d’alchimie politiche, possa mantenere l’accordo con gli uomini dei partiti che gli consentono l’attuale maggioranza parlamentare e la guida dell’Esecutivo.

 

  Ammettiamo, sempre per eccesso d’ottimismo, che la Legislatura sia rinvigorita dalla “fiducia” degli alleati. In un’ottica fantascientifica, ed è scrivere poco, Gentiloni potrebbe mantenere, così, il suo ruolo. Lo scriviamo in via suppositiva perché il Primo Ministro, almeno per quanto c’è dato sapere, non ha l’opportunità d’allearsi con altri Partiti del “vecchio” sistema ancora presenti in Parlamento.

 

 Però, tanto per rimanere in tema, supponiamo che uno spiraglio sia ammissibile. In ogni caso, meglio sarebbe chiamarlo”breccia” per i coinvolgimenti che andrebbe a determinare nell’Esecutivo. Col rischio di sgretolamento della Maggioranza. La conseguenza, oltre al caos politico, che ne deriverebbe, sarebbe l’ingovernabilità d’Italia. Tenuto anche conto che non ci sono concrete premesse per il varo, almeno entro l’anno, di una nuova legge elettorale, e la palese mancanza di volontà d’utilizzare quella in essere.

 

Ancora, supponiamo che Gentiloni, resti in carica sino al 2018. A nostro avviso, però, non farebbe che dilatare i tempi della crisi che è anche d’incoerenza della gestione.

Il buon senso, nonostante tutto, dovrebbe avere la meglio. Come a scrivere: Il Parlamento potrebbe impegnarsi per dare attuazione a una normativa elettorale plausibile. Poi, elezioni politiche entro l’autunno. Al punto in cui siamo, anche le presunzioni, non proprio ipotetiche, potrebbero avere un loro valore politico.

 

Senza altre garanzie, non ci resta che la politica delle ipotesi. Non è questa, certamente, ciò di cui ha bisogno l’Italia per ritrovare un ruolo che le consenta di frenare lo “slittamento” in UE e l’affidabilità politica. Di meglio, senza la reale volontà del Popolo sovrano, non ci sono altre ipotesi degne d’essere evidenziate.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Convegno in Senato a 20 anni dalla legge 40/98 sull’immigrazione

 

ROMA - “A 20 anni dalla prima legge quadro sull’immigrazione. L’attualità di una riforma per governare l’immigrazione”. Questo il tema di un convegno che si è svolto ieri sera al Senato su iniziativa della Fondazione Istituto Gramsci e dalla Fondazione Nilde Iotti a 20 anni dalla legge Turco-Napolitano, la 40/1998 sull’immigrazione in Italia. Un momento per ricordare i presupposti di quell’iniziativa che – come hanno detto i promotori – “spesso viene dimenticata ma è stata una svolta all'interno delle politiche migratorie del nostro Paese". Una normativa – come ha detto Livia Turco, all’epoca Ministro per la Solidarietà Sociale nel Governo Prodi – che "resta molto attuale per la sua rottura con una logica di emergenza delle migrazioni". Una legge che prevede "una scelta molto netta, fatta di diritti e doveri per gli immigrati e che tutela l'accesso alla salute, il diritto alla maternità, la difesa dei minori ed i diritti connessi alla cittadinanza", insieme alla "lotta alla tratta degli esseri umani". Giorgio Napolitano, allora Ministro dell’Interno ha voluto ricordare quanto detto durante i lavori di approvazione della legge e cioè il bisogno di una politica europea sul tema migratorio evidenziando che il contrasto all’immigrazione irregolare “presuppone canali legali” Napolitano ha voluto rivendicare che alcune norme  previste "in tema di integrazione sono rimaste “soltanto sulla carta e non applicate”.

Durante il convegno è intervenuto anche il ministro dell'Interno Marco Minniti, che ha definito la legge "un riferimento normativo importante e di assoluta attualità" sottolineando che oggi occorre intervenire alla fonte dei flussi, replicando con la Libia gli accordi fatti con la Turchia. Inoltre occorre accogliere i richiedenti asilo in modo diffuso, con tempi rapidi per l’esame delle richieste e nell’attesa lavori volontari di pubblica utilità, su base volontaria, nei comuni che li ospitano. “Governare l’immigrazione illegale ci consente – ha detto - di affrontare l’immigrazione legale. La mia idea è semplicissima, ma difficilissima da realizzare: diminuire gli ingressi illegali e rafforzare i corridoi umanitari”. Minniti ha poi dati alcuni numeri aggiornati ai primi mesi del 2017 e riportati da Frontex: nel 2016 la rotta balcanica da Occidente è diminuita dell’84%, del 72% quella da Oriente. Quella del Mediterraneo è cresciuta del 18%, nei primi due mesi del 2017 del 50%. Al convegno anche Mons. Gian Carlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes, che dopo aver ricordato alcuni dati sull’immigrazione in Italia ha lanciato alcune proposte per una riforma del governo delle migrazioni. Tra queste una legislazione “con la capacità di regolare  i due volti delle  migrazioni oggi: le libere migrazioni e le migrazioni forzate, ampliando i titoli di soggiorni, con un’attenzione più ampia e non residuale alla protezione sociale e umanitaria di migranti per nuovi fenomeni  sociali, come le migrazioni forzate per ragioni ambientali o per ragioni religiose, per tratta”; un ufficio migrazione e un servizio accoglienza migranti in ogni Comune o  consorzi di piccoli Comuni ”strumenti di conoscenza, accompagnamento e prima accoglienza, diffusa e preparata sul territorio” come “primo passo di un buon governo delle migrazioni, che evita improvvisazione, superficialità, sfruttamento”. Perego è convinto che la gestione dell’immigrazione può essere realizzata “soltanto a partire dal nostro territorio, da un incontro fra domanda e offerta di lavoro, da un incontro che nasce da una legalità di presenza, che è il permesso di soggiorno per ricerca di lavoro, che già il Consiglio d’Europa ha consigliato in alcune direttive. Fare in modo che il nostro territorio, la nostra città, riesca sempre di più a costruire un discorso di accoglienza, di formazione e di tutela della legalità da subito, che è la vera garanzia sociale”. E poi la facilitazione per le conversioni dei permessi di soggiorno da richiedente asilo a lavoratore, da studente a lavoratore, il lavoro comune di Uffici della Questura e uffici di mediazione sociale per permettere, dal momento in cui una persona migrante riceva un titolo di soggiorno, “un accompagnamento a tutele sociali e sanitarie che costituiscano una sicurezza per tutti”; una legislazione che favorisca  il ricongiungimento familiare, “in fedeltà al dettato costituzionale di tutela della famiglia e del matrimonio,  per un percorso di genitorialità fondamentale, oltre che garanzia di sicurezza sociale” e al tempo stesso, una legge che favorisca “una nuova storia di tutela e di affido familiare per adolescenti minori non accompagnati, sempre più numerosi”. E poi forme di accesso alla cittadinanza che “amplino lo ius soli, ma soprattutto strumenti di esercizio della cittadinanza, riconosciute (come il servizio civile), ma ancora da riconoscere , come il diritto di voto amministrativo, già presente nel primo schema della legge Turco-Napolitano, all’art. 38, poi stralciato, per un dubbio di legittimità costituzionale”. “La vita, la storia, la cultura del mondo, soprattutto di  molti Paesi poveri,  che si incontra con la vita sempre più debole, la storia, la cultura del nostro Paese e dell’Europa devono trovare – ha concluso il direttore di Migrantes -  una legge che aiuti un cammino intelligente di incontro, di scambio, di cittadinanza attiva. Solo così si eviterà che la ‘rabbia dei paesi poveri’ – come scriveva 50 anni fa nell’enciclica  Populorum progressio Paolo VI – si scagli contro di noi e innesti nuovi conflitti  sociali e politici, che possono indebolire la democrazia e un cammino culturale, economico e sociale rinnovato nel nostro Paese”. Raffaele Iaria - Migrantes online 3

 

 

 

 

Proposta di legge per l’istituzione della “Giornata della solidarietà italiani all’estero”

 

ROMA - Riportare in Italia il meglio delle esperienze che gli italiani hanno vissuto come ‘nuovi cittadini’ in altri paesi del mondo. E’ l’obiettivo della proposta di legge per l’istituzione della “Giornata della solidarietà degli italiani all’estero”, presentata dall’onorevole Mario Caruso, primo firmatario, presidente di Italia Civile Popolare, e dall’onorevole Fucsia Nissoli (Des- Cd).

La pdl, presentata lo scorso 23 febbraio e annunciata in aula venerdì 24, propone l’istituzione di una giornata celebrativa di tutte le esperienze, le attività e il contributo sociale apportato dai connazionali all’estero nel campo della cultura e della lingua italiana, della ricerca scientifica, delle attività imprenditoriali e professionali e della solidarietà internazionale. Secondo quanto proposto, la Giornata della solidarietà degli italiani nel mondo si celebrerà il secondo venerdì di ottobre di ogni anno. La scelta del mese ha una motivazione simbolica poiché proprio ad ottobre Cristoforo Colombo scoprì l’America, un evento considerato fortemente evocativo ed identitario per tutte le comunità dei connazionali presenti all’estero. (Inform 1)

 

 

 

Lega Nord condannata a Milano per discriminazione: "I profughi non sono clandestini"

 

Il tribunale civile ha condannato il Carroccio per i manifesti esposti a Saronno contro i migranti: "Chi chiede asilo in Italia non può essere umiliato con quel termine". Maroni rilancia: "Pazzesco, adesso i clandestini siamo noi"

di ZITA DAZZI

 

La Lega Nord è stata condannata per il reato di discriminazione, per aver usato il termine 'clandestini' per indicare quelli che, a termini di legge, sono invece 'richiedenti asilo'. Lo stabilisce una sentenza del giudice Martina Flamini della prima sezione civile del tribunale ordinario di Milano, che ha condannato la Lega a pagare 10mila euro di danni (oltre a 4mila euro di spese processuali) "per il carattere discriminatorio e denigratorio dell'espressione clandestini” contenuta nei manifesti affissi nell'aprile scorso a Saronno. Una sentenza che potrebbe creare un precedente, visto che a partire dal segretario Matteo Salvini, molti esponenti del Carroccio definiscono i profughi come 'clandestini'.

 

Il processo - intentato da Asgi e Naga, due associazioni di volontariato - nasce da una vicenda del Comune brianzolo di Saronno, dove l'anno scorso la Caritas locale aveva chiesto al Comune - guidato dal sindaco leghista Alessandro Fagioli - le autorizzazioni per ospitare in un convento di suore 32 rifugiati. Il sindaco Fagioli aveva negato i permessi e rilasciato dichiarazioni trancianti contro i migranti: "Non voglio africani maschi vicino alle scuole dove vanno le nostre studentesse", aveva detto per motivare la sua opposizione. La sezione locale della Lega, il giorno dopo, aveva tappezzato il paese di manifesti contro i profughi, etichettandoli come 'clandestini' . La giudice spiega nell'ordinanza che "Il termine 'clandestino' ha una valenza denigratoria e viene utilizzato come emblema di negatività", poiché "contraddistingue il comportamento delittuoso (punito con una contravvenzione) di chi fa ingresso o si trattiene nel territorio dello Stato, in violazione delle disposizioni del Testo Unico sull’immigrazione".

 

Una trentina di militanti della Lega ha accolto il ministro dell'integrazione Cecile Kyenge al teatro Giuditta Pasta di Saronno, in provincia di Varese, con striscioni contro i clandestini e anche a sostegno dei nostri Marò. Sui manifesti frasi come 'la Padania = bancomat dei clandestini' e i vecchi cartelli con il volto dall'indiano con la scritta 'loro hanno subito l'immigrazione ora vivono nelle riserve, pensaci'. I manifestanti sono rimasti fuori dal teatro per contestare la possibilità che venga cancellato il reato di immigrazione clandestina e lo ius soli

 

"Con l’epiteto di 'clandestino' - spiega la sentenza pubblicata ieri - si fa chiaramente riferimento ad un soggetto abusivamente presente sul territorio nazionale, ed è idoneo a creare un clima intimidatorio (implicitamente avallando l’idea che i 'clandestini', non regolarmente soggiornanti in Italia, devono allontanarsi)". La giudice sottolinea che "contrariamente rispetto a quanto indicato nei manifesti per cui è causa, i 32 'clandestini' sono persone che, esercitando un diritto fondamentale, hanno chiesto allo Stato italiano di riconoscere loro la protezione internazionale". E aggiunge: "Gli stranieri che fanno ingresso nel territorio dello Stato italiano, perché temono a ragione di essere perseguitati o perché corrono il rischio effettivo in caso di rientro nel paese d’origine di subire un grave danno, non possono considerarsi irregolari e non sono, dunque, 'clandestini'". Chi affibbia loro quell'aggettivo, punta a discriminare persone che sono "in fuga per motivi di persecuzione" e a creare nei loro confronti un clima di pregiudizio.

 

Nella sentenza si fa riferimento alle frasi scritte sui 70 manifesti affissi a Saronno (dove poi il dormitorio per i profughi non è mai stato aperto): "L’espressione 'clandestini', evocando l’idea di persone irregolarmente presenti sul territorio nazionale – alle quali viene pagato “vitto, alloggio e vizi”, a costo di grandi sacrifici chiesti ai cittadini di Saronno, ai quali, invece, vengono tagliate le pensioni e aumentate le tasse – veicola l’idea fortemente negativa che i richiedenti asilo costituiscano un pericolo per i cittadini". Dunque, "emerge con chiarezza la valenza gravemente offensiva e umiliante di tale espressione, che ha l’effetto non solo di violare la dignità degli stranieri, richiedenti asilo, appartenenti ad etnie diverse da quelle dei cittadini italiani, ma altresì di favorire un clima intimidatorio e ostile nei loro confronti".

 

La Lega è stata condannata anche a pubblicare il provvedimento sui suoi siti Internet istituzionali, sulla Padania e su alcuni quotidiani nazionali per bilanciare gli effetti "dell'elevato contenuto discriminatorio delle espressioni contenute nei manifesti, della loro portata denigratoria, della loro idoneità a creare un clima fortemente ostile nei confronti dei richiedenti asilo". Soddisfatti gli avvocati ricorrenti per conto di Asgi (Associazione studi giudirici sull'immigrazione) e Naga: "Questa sentenza mette un punto fermo nell’uso comune del termine 'clandestino' del linguaggio politico nei confronti dei richiedenti asilo - sottolineano Albero Guariso e Livio Neri - chiarendo che non è lecito alla politica farlo con lo scopo di suscitare un clima che impedisca l’inserimento dei rifugiati nella collettività".

 

Il segretario della Lega Lombarda Paolo Grimoldi reagisce parlando di una sentenza "che distorce la realtà". In una nota Grimoldi sottolinea come "delle 123mila domande di asilo presentate" nel 2016 "il 56% sono state respinte, confermando lo status di irregolari e dunque di clandestini di circa 65mila immigrati, cui si aggiungono i 60mila che non hanno presentato la domanda: in tutto 125mila clandestini su 181mila, ovvero oltre due terzi". E il governatore della Lombardia Roberto Maroni posta su Facebook la sua reazione: "pazzesco

- scrive - ora i veri clandestini siamo noi".

Di tenore opposto la reazione del segretario regionale del Pd, Alssandro Alfieri che dichiara: "Bene ha fatto il tribunale di Milano. Le delicate questioni legate all'immigrazione non si affrontano con slogan sguaiati e sterile demagogia come fa la Lega, ma con proposte concrete, come quelle portate avanti dal ministro Minniti, che coniugano legalità, sicurezza e integrazione". LR 23

 

 

 

 

Beppe Fiorello su Raiuno rievoca "I fantasmi di Portopalo"   

 

Roma - Dal 2010 ad oggi, riferisce la portavoce dell’ACNUR Carlotta Sami, sono più di 15mila i migranti morti in mare durante le terribili traversate che avrebbero dovuto portarli verso una vita migliore, senza guerra e senza fame. Una tragica sequenza di naufragi iniziata, però, molto prima di quanto si pensi: nel Natale 1996 quando una carretta del mare colò a picco al largo delle coste di Portopalo, sulla punta meridionale della Sicilia, con il suo carico umano di 283 migranti. Tutti morti. Di più: fantasmi, che nessuno per tanti anni ha voluto vedere: non i pescatori del paese, nel timore che la notizia causasse lo stop della pesca in quella zona, e non la politica alle prese con una Unione Europea che già guardava con sospetto l’Italia e i suoi confini "colabrodo". Ed è proprio così. I fantasmi di Portopalo si chiama la fiction che Raiuno ha proposto lunedì 20 e martedì 21 febbraio , in prima serata.

Anima del progetto è Giuseppe Fiorello che quella storia l’ha letta sull’omonimo libro di Giovanni Maria Bellu e ha deciso di portarla sullo schermo, interpretando il ruolo del pescatore Saro Ferro. L’uomo (il cui vero nome è Salvo Lupo), dopo avere scoperto il naufragio, ha deciso di raccontarlo per rendere giustizia ai 283 morti, mettendosi contro i compagni di pesca e tutti gli abitanti del paese. "Quello che mi ha affascinato di questa storia è il naufragio. Non solo quello fisico dei migranti ma anche quello dell’anima dei portopalesi che portano sulle spalle il fardello di essere accusati di omertà. I fantasmi di Portopalo è un film sull’importanza di dire sempre la verità: se quel naufragio fosse stato gestito meglio, forse non avremmo avuto tutti quelli successivi". Il tema dell’immigrazione sta molto a cuore all’attore siciliano: "Gli uomini devono essere liberi di girare il mondo e seguire i loro sogni. Sono contrario ad una gestione dell’immigrazione fatta di muri e di blocchi, anche se poi c’è sempre qualcuno che dice: e allora portateli a casa tu che sei ricco e famoso". Fiorello cita il caso di Riace, il comune calabrese con meno di duemila abitanti nel quale i migranti hanno risollevato l’economia: "Il sindaco sta dimostrando che l’immigrato non è un problema se è gestito bene. Certo, se invece li lasci chiusi dentro a una palestra o in giro tutto il giorno senza fare niente, diventano facile preda delle mafie che di loro si nutrono. Non dobbiamo avere paura dei migranti ma della politica che non sa gestirli". Il problema, come osserva Carlotta Sami, è purtroppo proprio la politica: "Film come I fantasmi di Portopalo svelano l’ipocrisia che c’è su questo problema. I mezzi per risolverlo ci sono e sono sotto li occhi di tutti. Quello che manca è la volontà politica".

Comprensibilmente non è stato facile girare questo film lì a Portopalo. "Quando abbiamo girato la scena del corpo che cade sulla mia barca dopo essere rimasto incagliato nella rete, un pescatore mi ha detto: quello che voi state girando per fiction, noi lo abbiamo vissuto davvero per anni".

Con I fantasmi di Portopalo Rai Fiction e Raiuno aggiungono un tassello all’elenco di storie civili che hanno deciso di raccontare come quelle di Boris Giuliano, Roberto Mancini e Angelo Vassallo. La miniserie è diretta da Alessandro Angelini; nel cast ci sono Giuseppe Battiston, Roberta Caronia e Adriano Chiaramida. Tiziana Lupi, Avvenire/dip 22

 

 

 

 

Interrogazione al ministro degli Esteri: “Per gli Istituti Italiani di Cultura meno burocrazia, più promozione culturale”

 

ROA - Nella interrogazione presentata con la collega Francesca La Marca chiediamo sostanzialmente, attraverso l'adozione di specifiche misure da parte del MAECI, il ritorno alla missione naturale degli Istituti Italiani di Cultura: essere un luogo di incontro e di dialogo per intellettuali e artisti, per gli italiani all’estero e per chiunque voglia coltivare un rapporto con l'Italia. Un'attività di promozione - afferma in una nota il deputato eletto all’estero per il Pd Marco Fedi - dell’immagine dell’Italia e della sua cultura che richiede uno sforzo coordinato.

Oggi l’80% del lavoro svolto dagli IIC è di natura amministrativo-contabile e negli ultimi anni, alle già prevalenti incombenze di natura amministrativa, si sono sommati anche altri obblighi di carattere fiscale - prosegue Fedi -. A queste incombenze verso l’Italia, si aggiungono quelle riguardanti le normative dei Paesi in cui gli Istituti operano. Questi molteplici compiti devono essere affrontati in una situazione di carenza strutturale di personale in tutte le sedi che rende ancora più pressante l’esigenza di un alleggerimento dei carichi contabili e amministrativi e di un generale riorientamento dell’attività verso programmi e progetti culturali.

Per queste ragioni, abbiamo posto all'attenzione del governo l'esigenza di meglio coordinare l'azione formativa, di diramare istruzioni chiare a tutte le sedi con le indicazioni operative inerenti alla predetta attività.

Nell’interrogazione  - conclude il deputato eletto nella ripartizione dell’Africa, Asia, Oceania e Antartide - chiediamo, ad esempio, di affidare gli obblighi fiscali nel loro insieme (ad esempio: ritenuta d’acconto, IRAP, dichiarazione di ritenuta d’acconto per l’ospite) ad un fiscalista italiano quale unico consulente competente a livello di Paese; di predisporre appositi corsi di formazione per il personale amministrativo-contabile degli IIC e di aumentare il contingente amministrativo a contratto presso tutte le sedi degli Istituti per fare fronte alle numerose e pesanti incombenze burocratiche. (Inform 23)

 

 

 

 

La Regione Emilia Romagna sostiene economicamente il rientro dei connazionali indigenti

 

BOLOGNA - La Regione Emilia Romagna sostiene il rientro di cittadini italiani e di loro familiari residenti all’estero riconoscendo a coloro che versino in condizioni di indigenza un rimborso parziale alle spese di viaggio e di trasporto delle masserizie. Analogo sostegno è previsto anche per le spese per il trasporto e la traslazione sul territorio regionale di salme di emigrati e di loro familiari.

A darne notizia è la Consulta degli emiliano-romagnoli nel mondo, spiegando che la Giunta regionale ha emanato, con Deliberazione 1591/2016, direttive ai Comuni della Regione Emilia-Romagna affinché provvedano alla raccolta e alla istruttoria delle domande presentate da cittadini italiani e loro familiari rimpatriati da non più di due anni che acquisiscano o riacquisiscano la residenza in un Comune dell’Emilia-Romagna.

Possono presentare domande cittadini italiani e loro familiari rimpatriati da non più di due anni che acquisiscano o riacquisiscano la residenza in un Comune dell’Emilia-Romagna e che versino in stato di indigenza verificato dal Comune secondo i criteri normalmente utilizzati per l’accertamento di tale condizione dei cittadini residenti.

I cittadini interessati potranno quindi presentare domanda in carta libera, corredata dalla necessaria documentazione, ai Comuni che provvederanno a verificare i requisiti previsti e ad anticipare i rimborsi agli aventi diritto.

Il rimborso delle spese sostenute verrà riconosciuto sulla base dei valori massimi fissati dalla Deliberazione 1591/2016. (aise 20) 

 

 

 

Laziali nel mondo, aggiornamento e modalità di iscrizione al Registro delle Associazioni

 

ROMA - L’Area Politiche d’Integrazione Sociale e Tutela delle Minoranze della Regione Lazio sta procedendo all’aggiornamento del Registro regionale delle Associazioni che operano a favore degli emigrati, istituito ai sensi dell’art. 6 della Legge Regionale del 31 luglio 2003, n.23: “Interventi in favore dei laziali emigrati all’estero e dei loro familiari”.

I criteri per la gestione del Registro sono definiti nella Deliberazione della Giunta Regionale del Lazio del 7 agosto 2010 n. 378. Le Associazioni interessate possono presentare domanda d’iscrizione al sopracitato Registro, ai sensi dello stesso art. 6 della Legge Regionale. I requisiti e le modalità previsti per l’iscrizione delle Federazioni, Confederazioni e delle Associazioni a carattere nazionale sono indicati nella Deliberazione della Giunta Regionale del 30 giugno 2005 n. 605.

La documentazione deve essere inviata all’Area competente attraverso le seguenti modalità: via pec: politichedintegrazione-tutelaminoranze@regione.lazio.legalmail.it; tramite raccomandata, con avviso di ricevimento, al seguente indirizzo: Area Politiche d’Integrazione Sociale e Tutela delle Minoranze, Direzione Regionale Salute e Politiche Sociali, Via del Serafico 127- 00142 Roma ; consegnata presso l’Ufficio accettazione corrispondenza della Regione Lazio – Via del Serafico 127, 1° piano stanza 191, dal lunedì al giovedì dalle ore 8.00 alle ore 17.00 e il venerdì dalle ore 8.00 alle ore 15.00 (festivi e prefestivi esclusi). (Inform)

 

 

 

 

Sturm im San-Pellegrino-Glas

 

Die Abspaltung der linken Minderheit der Partito Democratico könnte für die Partei sogar von Vorteil sein.

 

Die lange erwartete Abspaltung des linken Flügels der italienischen Regierungspartei PD (Partito Democratico) wurde letzte Woche vollzogen. Unter dem Namen „Articolo 1 – Movimento democratici e progressisti“ (DP) hat sich eine Gruppe abgespalten, die sich vor allem aus ehemaligen Mitgliedern der KPI und ihrer gemäßigten Nachfolgepartei Democratici di Sinistra (DS) zusammensetzt. Die bekanntesten Namen sind die des ehemaligen Parteivorsitzenden Pierluigi Bersani und des ehemaligen PD-Fraktionsvorsitzenden Roberto Speranza. Ein gewisses Gewicht hat auch der Name des Gouverneurs der Toskana, Enrico Rossi. Der eigentliche Strippenzieher der Abspaltung war und ist aber der frühere DS-Vorsitzende und Ministerpräsident Massimo D’Alema, dessen Abneigung gegen den PD-Parteivorsitzenden Matteo Renzi notorisch ist.

Die Verantwortung für die Parteispaltung wird in den Medien eifrig hin und her geschoben. Aber wie bei jeder Trennung haben sich die Gründe über einen längeren Zeitraum aufgestaut. Sie stellen eine Mischung aus persönlichen Motiven – vor allem eine starke Abneigung gegen den PD-Parteivorsitzenden Matteo Renzi – und (wenigen) politischen Gründen dar: Die bewährte Steigerungsform Feind-Todfeind-Parteifreund gilt auch in der italienischen Politik. Dass die Scheidung jetzt formalisiert wurde, hat einen juristischen Hintergrund: Ein Ende Januar ergangenes Urteil des Verfassungsgerichts zum Wahlrecht hat die von Renzi gewollte und durchs Parlament gepaukte Mehrheitsprämie für die stärkste Partei de-facto verworfen. Damit kehrt Italien zu einem weitgehenden Proportionalwahlrecht zurück. Dadurch verbessern sich vor allem die Machtperspektiven und Überlebensaussichten kleinerer Parteien links wie rechts. Das Mehrheitswahlrecht hatte die letzte Klammer einer tief gespaltenen Partei dargestellt. Mit ihrem Wegfall waren die Fliehkräfte nicht mehr zu stoppen.

Aus heutiger Sicht erscheint die Dynamik dieser Abspaltung allerdings begrenzt:  Bisher haben lediglich 20 von 303 PD-Abgeordneten der Nationalversammlung den Wechsel zur neuen Partei erklärt. Ähnlich sieht es im Senat aus, wo weniger als 10 Prozent der PD-Senatoren zur DP wechseln wollen. Zusammen mit Abgeordneten, die sich von der linken Partei Sinistra Italiana losgesagt haben, wird die Bewegung nun Parlamentsfraktionen im Abgeordnetenhaus und im Senat aufbauen. Umfragen geben der neuen Partei bis zu 10 Prozent der Stimmen, davon circa 3 Prozent aus dem Wählerstamm der PD. Allerdings gibt es auch Umfragen, die von einem deutlich geringeren Potential für eine Bewegung links von der PD ausgehen – zumal sich auf diesem Terrain auch bereits andere Parteien und Gruppierungen bewegen. Mit Wohlwollen betrachtet wird der Prozess auf alle Fälle von Teilen der Gewerkschaftsbewegung, die seit längerer Zeit nach Mittel und Wegen sucht, ihr politisches Gewicht wieder zu erhöhen. Der eigenwillige Parteiname ist in dieser Hinsicht ein klares Signal: Der Artikel 1 der italienischen Verfassung besagt, dass Italien eine auf Arbeit aufgebaute Republik ist: „Una repubblica fondata sul lavoro“. 

Renzi bewirbt sich wieder um den Parteivorsitz der PD

Parallel zum Abspaltungsprozess ist die Erneuerung der Führungsebene der PD in Gang gesetzt worden. Matteo Renzi ist als Parteivorsitzender zurückgetreten und versucht nun, möglichst rasch eine Erneuerung seines Mandats von der Basis zu erhalten. Viel hat er nach der Abspaltung der parteiinternen Gegner dabei nicht zu fürchten. In der Zwischenzeit haben sich zwei Gegenkandidaten erklärt: der zur Parteimitte zählende Justizminister Andrea Orlando und der Gouverneur Apuliens, Michele Emiliano, eine wichtige Stimme des Südens in der Partei. Umfragen zufolge ist Renzi eindeutig der Favorit der Primaries, die nun folgen werden.

Spannender wird es nach der Wahl des Parteivorsitzenden werden, die bis zum 30. April abgeschlossen sein soll. Matteo Renzi drückt seit seinem Rücktritt als Premierminister aufs Tempo, um rasche Neuwahlen zu erzwingen. Damit findet er sich in Übereinstimmung mit Beppe Grillos M5S und der rechtspopulistischen Lega Nord, während erhebliche Teile der PD-Fraktion den Sinn einer solchen Flucht nach vorne für die Partei nicht erkennen können. Zumal noch immer kein einheitliches Wahlrecht für Senat und Abgeordnetenhaus existiert: Wahlen unter den heutigen Vorzeichen hätten fast mit Sicherheit die Unregierbarkeit Italiens zur Folge.

Generell scheinen die Rahmenbedingungen für Neuwahlen aus der Sicht einer Regierungspartei nicht wirklich optimal: Italien hat das schwächste Wirtschaftswachstum der Eurozone, die Staatsverschuldung liegt bei 135 Prozent, die Arbeitslosenquote bei 12 Prozent, die Jugendarbeitslosigkeit bei 40 Prozent, und 100 Prozent der Haushalte haben, so eine Studie von McKinsey, in den letzten zehn Jahren reale Einkommenseinbußen hinnehmen müssen. Dass die Bevölkerung – zumal ihr jüngerer Teil – mit dieser Lage nicht glücklich ist, hat das Referendum vom Dezember sehr deutlich gezeigt. Warum man unter diesen Umständen Neuwahlen erzwingen will, ist nicht so ganz klar. Das überzeugendste Argument liegt darin, dass die Aussichten bis Februar 2018 nicht besser zu werden versprechen und die – auch von der EU ausgehenden – Anpassungszwänge der nächsten Jahre so bitter sein werden, dass man Neuwahlen lieber früher als später über die Bühne bringt. Zumal sich auch die Rahmenbedingungen für eine wirtschaftliche und fiskalische Erholung des Landes kaum verbessern werden. Im Moment profitiert Italien von einem niedrigen Eurokurs (der sich in Rekord-Exportzahlen niederschlägt), niedrigen Energiekosten und niedrigen Zinsen (nicht zuletzt dank der Aufkaufprogramme der EZB, die theoretisch 2018 zurückgefahren werden müssten). All diese Faktoren können sich ändern.

Die Frage nach den Überlebensperspektiven der Regierung Gentiloni war denn auch einer der formalen Streitpunkte, der zur Abspaltung der PD-Minderheit führte: Die Minderheit wollte von Renzi eine „Bestandsgarantie“ für die Regierung, die sie aber in eindeutiger Form nicht erhielt. Renzis ursprüngliches Ziel – Wahlen noch vor der Sommerpause – erscheint im Moment eher nicht erreichbar. Aber es ist durchaus vorstellbar, dass die PD der Regierung im Sommer das Vertrauen entzieht um dann im Herbst mit einem Spitzenkandidaten Renzi in Neuwahlen zu gehen. Nach heutigem Umfragestand würde aus diesen keine klare Regierungsmehrheit hervorgehen. Dies würde auch bedeuten, dass sich die alte und die neue Partei der linken Mitte nach der Wahl wieder zusammenraufen müssten: Irreversibel ist der Abspaltungsprozess nicht unbedingt. In dieser Perspektive hätte die Abspaltung dann vielleicht sogar ihr Gutes. Es besteht durchaus die Möglichkeit, dass sich der Prozess letztendlich als Gewinnsummenspiel erweist: Eine linke Formation könnte einen Teil des an M5S gegangenen Protestwählerpotentials zurückholen, während eine in die Mitte gerückte „Partito di Renzi“ mit größeren Erfolgsaussichten um Wähler aus der schwächelnden rechten Mitte werben könnte. Aber auch in diesem Szenario dürfte die PD vermutlich nicht um die Zusammenarbeit mit Silvio Berlusconis Forza Italia herumkommen. Der Mailänder Politunternehmer droht zum wiederholten Male zum Zünglein an der Waage der zukünftigen Regierungsbildung Italiens zu werden.  Ernst Hillebrand IPG 27

 

 

 

 

EU-Kommission: Neue Vision für Europa vertagt

 

Die EU-Kommission wird in diesem Semester fünf Vorschläge für eine „neue Identität“ der Europäischen Union erarbeiten. Europas fertige Zukunftsvision liegt wahrscheinlich erst im Dezember vor. Euractiv Brüssel berichtet.

 

Das Kommissionskollegium führte am gestrigen Dienstag erstmals offiziell eine Diskussion über dir Zukunft Europas. Sein Beitrag zur Debatte solle in Form eines Weißbuchs vorgelegt werden und zwar „noch rechtzeitig zum Gipfel in Rom“ am 25. März, erklären EU-Vertreter. In der italienischen Hauptstadt werden Europas Spitzenpolitiker das 60-jährige Bestehen der Römischen Gründungsverträge feiern. Wahrscheinlich werde man die Ergebnisse nach dem Europäischen Rat vom 9. bis 10. März vorstellen, vermuten informierte Kreise.

Die Orientierungsdebatte der Kommission fand statt, nachdem das EU-Parlament drei Berichte angenommen hatte – über die Zukunft der EU, die Vertiefung der Wirtschafts- und Währungsunion sowie über einen Haushalt für die Euro-Zone.

In Reaktion auf das Brexit-Referendum hatten Europas führende Politiker beim Bratislava-Gipfel letzten September verkündet, die übrigen 27 Mitglieder würden ihre neue Vision für den Block in Rom präsentieren.

„[Das Weißbuch] wird deutlich machen, dass der Gipfel in Rom nicht das Ende, sondern der Anfang einer umfassenden Reflexion über die Zukunft der EU-27 sein wird“, heißt es nun jedoch in dem von Euractiv eingesehenen Dokument, das dem Kollegium gestern als Grundlage diente. Laut Kommission wird dieser Prozess in dem  für Dezember geplanten Ratstreffen gipfeln.

Um erste Schlussfolgerungen über die Zukunft der EU ziehen zu können, will die Institution in diesem Semester fünf „Reflexionspapiere“ vorlegen. Das Erste wird zum 26. April erwartet. Es soll sich mit der sozialen Dimension Europas beschäftigen und einen Vorschlag für die europäische Säule sozialer Rechte umfassen. Das Zweite befasst sich mit der Frage, wie man die Globalisierung bestmöglich nutzen kann, und soll Mitte Mai noch vor den G7- und G20-Treffen vom 26. bis 27. Mai beziehungsweise vom 7. bis 8. Juli erscheinen. Der dritte Beitrag baut auf dem Bericht der fünf Präsidenten über die Vollendung der Wirtschaftskrise- und Währungsunion. Er wird wahrscheinlich Ende Mai vorgelegt werden. Das vierte Papier wird sich Anfang Juni der Zukunft der europäischen Verteidigung widmen. Gegen Ende des Monats folgt dann der letzte Vorschlag über die künftigen EU-Finanzen.

Die Kommission scheint nicht mit einer soliden Vision aufwarten zu wollen, die die Integrationsgegner unter den Mitgliedsstaaten noch weiter verstimmen könnte. Stattdessen entwirft sie unterschiedliche Szenarien für das europäische Projekt. Die Erklärung von Rom und die fünf Reflexionspapiere sollen gemeinsam dazu beitragen, eine neue Version für das kommende Jahrzehnt zu formulieren. In den Augen des EU-Kommissionspräsidenten Jean-Claude Juncker habe es Priorität, „eine neue Identität“ für die EU-27 zu finden, betonen EU-Vertreter. Besonders wichtig sei ihm, alle übrigen Mitgliedsstaaten zusammenzuhalten.

Die gestrige Kollegiumsdebatte orientierte sich an drei Leitfragen: Was sind die drei größten Errungenschaften der EU, was ihre drei größten Herausforderungen und wie sieht die Zukunft des europäischen Projekts in zehn Jahren aus? „Wenn einer der Gründerväter des europäischen Projekts vom Gefangenenlager der Insel Ventotene in die heutige Zeit gebeamt würde, welche drei Errungenschaften und Stärken der Europäischen Union würde er für besonders bedeutungsvoll und unerwartet halten?“, so der exakte Wortlaut einer Frage.

Jorge Valero. Übersetzt von: Jule Zenker EurActiv 23

 

 

 

 

Junckers Weißbuch ist wichtiger Denkanstoß

 

Zur Vorlage des Weißbuches der Europäischen Kommission zur Zukunft Europas erklärt Prof. Lüder Gerken, Vorstandsvorsitzender des cep: 

 

Das Weißbuch löst natürlich Europas Probleme nicht, zeigt aber, dass es für die EU eine Zukunft nach dem Brexit gibt. Mit dem Weißbuch legt EU-Kommissionspräsident Jean-Claude Juncker eine gute Beschreibung des Status Quo der EU vor und paart diese nüchterne Bestandsaufnahme mit Vorschlägen zur künftigen Ausgestaltung der Union. Das ist klug und vernünftig und zeigt, dass die Kommission erkannt hat, wo sie liefern kann und muss. Sie kann und sollte solche Denkanstöße liefern wie die nun vorliegenden 5 Szenarien. Bemerkenswert ist, dass zwei der fünf vorgelegten Optionen auf "weniger EU" hinauslaufen – als Alternativen zu „mehr Europa“ oder einem „Europa der verschiedenen Geschwindigkeiten“.

 

Aus meiner Sicht – und das sagt das cep seit Jahren – ist nur ein Europa der verschiedenen Geschwindigkeiten eine realistische Variante. Nur so kommt auch die Gemeinschaft der 27 voran!

 

Das Weißbuch ist ein notwendiger Denkanstoß, der die Mitgliedstaaten in die Pflicht nimmt. Die jeweiligen Regierungen müssen nun Farbe bekennen und klar darlegen, wohin aus ihrer Sicht die EU steuern soll. Es ist richtig und mutig, die Diskussion über die Zukunft der EU in die Mitgliedstaaten zu tragen. Die EU-Kommission – auch davon legt das Weißbuch Zeugnis ab – sieht sich teils widersprüchlichen Ansprüchen der Bevölkerung und der Mitgliedstaaten gegenüber, die sie nicht erfüllen kann, da ihr dafür teilweise die Kompetenzen fehlen oder weil es unterschiedliche Zielvorstellungen gibt. Dieses Problem kann nur durch eine intensive Diskussion in den Mitgliedstaaten und Parlamenten im engen Dialog mit den Bürgern aufgelöst werden. Die Zeit dafür ist überreif. Cep 1

 

 

 

 

 

Deutschland-Besuch des Präsidenten des Europäischen Parlaments, Antonio Tajani, (23-24.02)

 

Der Präsident des Europäischen Parlaments, Antonio Tajani, besuchte am 23. und 24. Februar Berlin. Am Freitag fand ein Arbeitstreffen mit Bundeskanzlerin Angela Merkel statt. Dabei ging es um so dringende Themen wie die Zukunft Europas, Sicherheitsfragen, Migration und Handelspolitik.

Präsident Tajani sagte, “Bundeskanzlerin Merkel ist eine Verfechterin europäischer sowie deutscher Werte. Wir hatten ein gutes Arbeitstreffen zur Zukunft Europas, zu Sicherheitsfragen, Migration und Handelspolitik.

 Wir teilen die Überzeugung, dass die EU-Institutionen bürgernäher und effizienter arbeiten sowie den Sorgen der Bürger noch mehr Rechnung tragen müssen. Vor dem Hintergrund des 60jährigen Jubiläums der Römischen Verträge sollten wir unseren Blick in die Zukunft richten, um gemeinsam dieses Ziel zu verwirklichen. 

 Wir stimmen auch überein, dass Afrika verstärkter Investitionen für eine nachhaltige Entwicklung bedarf und um Migrationsflüsse besser zu kontrollieren."

 Es folgte ein Treffen mit Bundespräsidenten Joachim Gauck. Präsident Tajani bestätigte das feste Engagement des Europäischen Parlaments eine zentrale Rolle gegen populistische Kräfte zu spielen und einen Beitrag zur Bewältigung der Migrationskrise sowie bei der Debatte um die Zukunft Europas zu leisten.

 Präsident Tajani war auch bei Unternehmerinnen der WeiberWirtschaft eG eingeladen, Europas größter Frauengenossenschaft. Er besuchte ebenfalls eine zweisprachige deutsch-italienische Schule, und debattierte mit motivierten jungen Schülern.  C.C. 24

 

 

 

 

Zum Tod des DJ Fabo: „Liebevolle Allianz“ statt Einsamkeit

 

DJ Fabo: Das war sein Künstlername. Eigentlich hieß er Fabiano Antoniani. Vor drei Jahren hatte er einen Unfall, seitdem war er blind und gelähmt. Mit vierzig Jahren hat er beschlossen, seinem Leben ein Ende zu setzen und nahm in der Schweiz Beihilfe zum Selbstmord in Anspruch. Ganz Italien debattiert seitdem über Euthanasie, über assistierten Suizid, über das strenge italienische Gesetz.

„Die Geschichte von DJ Fabo ist sehr traurig“, sagt uns der italienische Kurienbischof Vincenzo Paglia. „Und sie ist auch eine große Niederlage für ihn – in dem Sinn, dass er leider das Gefühl hatte, das Leiden nicht mehr aushalten zu können. Und eine Niederlage für die Gesellschaft, die keine Antwort zu geben wußte. Im tiefsten Herzen dürstete Fabo nach Liebe, nach einem Sinn des Lebens. Er fragte sich, ob es sich lohnte, das Leben auch in schwierigen Momenten zu leben. Leider hat die gesamte Gesellschaft darauf keine Antwort gewusst. Und das ist es, was uns dringend zum Nachdenken bringen müsste.“

Paglia ist der frühere Leiter des Päpstlichen Familienrates, bevor der Rat durch die Kurienreform in einem größeren Ganzen aufging. Jetzt leitet er die Päpstliche Akademie für das Leben.

„Leider herrscht im Moment eine große Verwirrung der Begriffe: Euthanasie, Beihilfe zum Selbstmord, Schmerztherapie, Patientenverfügung… Man müsste damit anfangen, diese großen Begriffe etwas besser auf die Reihe zu kriegen. Da gibt es sicher eine Frage, die sich an alle richtet: Wie können wir diese tiefe Einsamkeit besiegen, die uns in einer Situation des Schmerzes dazu bringt zu sagen, es sei besser zu sterben als zu leben? Es gibt einen weitverbreiteten Individualismus, der andere Menschen vor allem in den schwierigsten Momenten alleine lässt. Und warum erst jetzt all diese Bedenken und Fragen? Weil die Gesellschaft diesen armen jungen Mann vorher allein gelassen hat, als er mitten in einem ausgelassenen Leben auf einmal in eine dramatische Situation geriet. Es bräuchte Liebe und leidenschaftliches Verstehen – und zwar bevor man zu so dramatischen Urteilen und zu so dramatischen Entscheidungen kommt.“

Das „Ich“ ist ein Virus

Die Debatte in den italienischen Medien tobt. Der Vatikan verfolgt sie ganz aus der Nähe, hält sich aber angesichts des emotionalen Tons spürbar zurück. Die Kirche steht zum Leben – zu dem, was der heilige Johannes Paul II. in einer Enzyklika einmal das „Evangelium vitae“, das „Evangelium vom Leben“ nannte. Gleichzeitig will Papst Franziskus aber, dass die Kirche nicht wie eine unerbittliche Verbieterin wirkt, sondern dass ihr positiver Ansatz, ihr umfassendes „Ja“ zum Leben in der Öffentlichkeit deutlicher wird. Kurienbischof Vincenzo Paglia:

„Wie viele Selbstmorde haben wir in unserer Gesellschaft, sogar bei Jugendlichen! Und leider gelingt es uns nicht, dem etwas entgegenzustellen, was die Gesellschaft, ihre Kultur und Einstellung verändern könnte. Die Einsamkeit führt dazu, dass jeder allein gelassen wird, dass keiner sich für einen anderen verantwortlich fühlt... In diesem Sinn bräuchten wir eine Kulturrevolution: eine Revolution des Wir. Das „Ich“ ist ein Virus, der unser tägliches Zusammenleben angreift und auch unsere schwierigen Momente. In einem solchen Umfeld wird dann entschieden, dass sogar Menschen, die gesund sind, Sterbehilfe bekommen, weil sie denken, der Zyklus ihres Lebens sei jetzt an sein Ende gelangt. Das ist eine Verirrung.“

Liebevolle Allianzen statt einsames Ende

Dass viele Stimmen in der italienischen Politik jetzt ein Gesetz über Sterbehilfe fordern, hält Bischof Paglia für eine „Schande“. Der traurige Fall des DJ Fabo werde damit „instrumentalisiert“.

„Hier geht es um einen Menschen, der sich für den Tod entschieden hat. Das hat nichts mit der Debatte über Gesetzgebung zu tun. Natürlich darf sich jeder Gedanken darüber machen, wie er sich sein Lebensende vorstellt oder wünscht – aber das Wichtige ist doch, dass das im Innern einer liebevollen und verständnisvollen Allianz zwischen Patient, Arzt, Angehörigen und Freunden geschieht. Das ist es, worauf die Gesellschaft hinarbeiten sollte. Einfach nur ein Vier-Zeilen-Gesetz zu formulieren und zu glauben, damit könne man jetzt Situationen lösen, die untereinander völlig unterschiedlich sind – das wäre wirklich riskant. Dass der Gesetzgeber handelt, ist nützlich, aber es sollte abseits dieser ideologischen Kämpfe passieren, die so ganz unterschiedliche Situationen auf ein einziges Muster reduzieren wollen. Mag ja sein, dass man auch ein Gesetz braucht. Aber in erster Linie müsste Solidarität hergestellt werden, eine Nähe zum ganzen Leben, vor allem in seinen schwierigsten Momenten.“  rv 01.03.

 

 

 

"Brutalisierung der Abschiebepraxis". Bundesregierung bringt schärferes Abschieberecht auf den Weg

 

Das Bundeskabinett hat einen Gesetzesentwurf zur „besseren Durchsetzung der Ausreisepflicht“ gebilligt. Es sieht die Erweiterung der Abschiebehaft vor sowie Einschränkung der Bewegungsfreiheit. Pro Asyl warnt vor „Brutalisierung der Abschiebepraxis“.

Abgelehnte Asylbewerber sollen künftig schneller wieder in ihre Heimatländer zurückgeschickt werden. Das ist Ziel eines „Gesetzentwurfs zur besseren Durchsetzung der Ausreisepflicht“, den das Bundeskabinett am Mittwoch in Berlin gebilligt hat. Er sieht unter anderem die Erweiterung der Abschiebehaft für Personen vor, von denen eine Gefahr für Leib und Leben anderer Menschen ausgeht. Zudem soll die Bewegungsfreiheit von Asylsuchenden beschränkt werden, die über ihre Identität täuschen. Das Bundesamt für Migration und Flüchtlinge soll künftig die Handys von Flüchtlingen zur Klärung der Identität auslesen dürfen.

Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) sagte nach dem Kabinettsbeschluss, gerade angesichts der zu erwartenden hohen Zahl an Ablehnungen von Asylanträgen sei es wichtig, dass die Ausreisepflicht durchgesetzt werde. Zu den Neuregelungen gehört auch eine Erweiterung des sogenannten Abschiebegewahrsams – ein Festhalten unter der Schwelle der Abschiebehaft – von vier auf zehn Tage. Vorgesehen sind außerdem eine Verpflichtung der Jugendämter zum Stellen eines Asylantrags für unbegleitete minderjährige Flüchtlinge und die Möglichkeit zur Verlängerung der Aufenthaltsdauer in Erstaufnahmeeinrichtungen für Asylsuchende mit geringer Chance auf einen positiven Asylbescheid.

Mit dem Gesetz soll ein Teil der Beschlüsse der Sonderkonferenz der Regierungschefs von Bund und Ländern vom 9. Februar umgesetzt werden. Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) und die Ministerpräsidenten hatten ein Maßnahmenpaket mit insgesamt 15 Punkten vereinbart. Der erste betrifft das im Kabinett verabschiedete Gesetz, das noch im Bundestag und Bundesrat beraten werden muss. Die Bundesländer behielten sich vor, das Gesetz im Lichte des konkreten Entwurfs zu bewerten. Thüringens Ministerpräsident Bodo Ramelow (Linke) hatte bereits Widerstand angekündigt.

Stellungnahme von 20 Organisationen

Auch Sozialverbände und Flüchtlingsorganisationen kritisierten die schärferen Abschieberegelungen. In einer gemeinsamen Stellungnahme von insgesamt 20 Organisationen, darunter Arbeiterwohlfahrt, Deutsches Kinderhilfswerk, SOS-Kinderdorf und terre des hommes, wird vor allem auf die betroffenen Kinder und Jugendlichen verwiesen. Durch den längeren Verbleib in Erstaufnahmeeinrichtungen würde ihnen dauerhaft der Zugang zu Schulen verwehrt, rügen die Verbände.

Die Flüchtlingsorganisation Pro Asyl warnte vor einer „Brutalisierung der Abschiebepraxis“ und vor dem Hintergrund der Handy-Ausleserechte vor einem „gläsernen Flüchtling“. De Maizière widersprach derweil der Befürchtung von Pro Asyl, durch die Überprüfung der Handys könnten Reiserouten rekonstruiert werden, um mehr Dublin-Abschiebungen zu ermöglichen.

Sammelabschiebung geplant

Für Diskussionen sorgte unterdessen auch eine erneute, offenbar für Mittwochabend geplante Sammelabschiebung abgelehnter Asylbewerber nach Afghanistan. Medienberichten zufolge sollten rund 50 Menschen ausgeflogen werden. Es wäre die dritte Sammelabschiebung nach Unterzeichnung des Rückführungsabkommens mit Afghanistan, das immer wieder für Kritik sorgt. Opposition, Menschenrechtler und Kirchen kritisieren die Abschiebungen, weil das Land in ihren Augen nicht sicher genug ist. De Maizière betont dagegen immer wieder, es gebe sichere Regionen in Afghanistan.

Auch in einigen Bundesländern werden die Abschiebungen kritisch gesehen. Schleswig-Holstein hat einen Abschiebestopp für Afghanen erlassen, den Bundesinnenminister de Maizière kritisiert hat. Am Mittwoch verteidigte Ministerpräsident Torsten Albig (SPD) vor dem Landtag in Kiel die Entscheidung seiner Regierung. Er verwies unter anderem auf über 3.500 Kinder, die im vergangenen Jahr in Afghanistan verletzt oder getötet wurden. Die Mehrheit der Menschen im nördlichsten Bundesland wolle nicht, dass Menschen dorthin abgeschoben werden, betonte Albig. (epd/mig 23)

 

 

 

 

Europas Rechte im Sinkflug

 

Marine Le Pen und die AfD verlieren plötzlich Wähler. Wie lange der Schulz-Hamon-Zug „ohne Bremsen“ bleibt, ist allerdings abzuwarten.

 

Lange sah es so aus, als sei der Aufstieg der rechtsgerichteten Parteien um Marine Le Pen und die AfD (Europa der Nation und Freiheit, ENF) unaufhaltsam. Doch seit Oktober 2016 ist der Wähleranteil der Rechten in Europa nicht mehr gewachsen. Seit Anfang des neuen Jahres sinken die Umfragen für die Parteien der ENF-Fraktion sogar.

Hintergrund für den Misserfolg der Rechten ist zum einen das für viele Wähler abschreckende Beispiel von Trump Donalds bisheriger Performance als US-Präsident und das sinkende mediale Interesse am Thema Flucht und Migration. Zudem haben zwei sozialdemokratische Kandidaturen in Deutschland und Frankreich überraschend viele Wähler begeistern können.

Marine Le Pen und Geert Wilders – Abstieg zur Unzeit

Sollte sich der Trend der vergangenen acht Wochen verstetigen, käme dies besonders für zwei Personen zur Unzeit: Marine Le Pen (Front National) will im April französische Präsidentin werden, Geert Wilders möchte mit seiner Partei für die Freiheit am 15. März stärkste Kraft bei den Wahlen in den Niederlanden werden. Doch ausgerechnet jetzt befinden sich die beiden Rechten – wie auch ihre Partnerparteien in Europa – im Sinkflug.

Knapp zwei Monate vor der französischen Präsidentschaftswahl setzen erweiterte Ermittlungen der Justiz den rechtskonservativen Kandidaten François Fillon und die rechtsextreme Kandidatin Marine Le Pen unter Druck.

Die mehr oder weniger offene Verbrüderung mit dem US-Präsidenten Donald Trump dürfte wohl eine nicht zu geringe Rolle gespielt haben. Viele Europäer, auch im rechten Spektrum, sind von den Leistungen des neuen Amtsinhabers in Washington nicht überzeugt. Auch die geringer werdende Aufmerksamkeit der Medien gegenüber der Migrationskrise entzieht den Rechten Aufmerksamkeit und damit Wählerstimmen.

Zuletzt spielten zum Beispiel in Deutschland aber auch in den Niederlanden radikal islamophobe oder antisemitische Äußerungen dabei eine Rolle, gemäßigtere Wähler zu verschrecken. Insgesamt fällt der Wähleranteil der ENF-Fraktion europaweit um einen Prozentpunkt im Vergleich zu Anfang Februar auf nun 7,5 Prozent.

Dass es sich dabei um kein rein nationales Phänomen handelt, zeigt der Vergleich der Mitgliedsparteien der ENF-Gruppe auf Länderebene: Die FPÖ in Österreich (minus eins auf 31 Prozent), die AfD in Deutschland (minus drei auf zwölf), der Front National in Frankreich (minus eins auf 26), die Partei für die Freiheit von Geert Wilders in den Niederlanden (minus zwei auf vierzehn) und die SNS in der Slowakei (minus eins auf zehn) müssen Verluste hinnehmen. Stabil bleibt allein die Lega Nord in Italien, die weiterhin 13 Prozent erreicht. Für den Vlaams Belang in Belgien wurden keine Zahlen im Monat Februar erhoben.

Stärkung der Sozialdemokratie

Die Rechten haben in der Vergangenheit zumeist ehemalige Wähler der Sozialdemokratie für sich begeistern können. Von den Verlusten von Le Pen und Co profitieren die Sozialdemokraten in Europa in diesem Monat nun auch am stärksten. Sie legen von 20,5 auf 23,5 Prozent Wähleranteil zu.

Besonders haben dazu zwei Personalentscheidungen beigetragen. Benoît Hamon und Martin Schulz stehen als Präsidentschafts- bzw. Kanzlerkandidaten in Frankreich und Deutschland zur Wahl und haben ihre Parteien in Umfragen auf Höhenflug geschickt. So gewannen in Frankreich der Kandidat der PS nach der Nominierung Hamons mittels einer Urwahl sechs Prozentpunkte auf heute 14 Prozent Wähleranteil hinzu.

Die deutsche SPD steigerte sich unter Martin Schulz von 23 auf 31 Prozent. Auch in Finnland, Dänemark, Schweden und in Bulgarien gewinnen die Sozialdemokraten hinzu. Zurück zum Altbewährten ist wohl auch eine Reaktion auf Trumps Präsidentschaft. Besonders die Sozialdemokraten hatten unter dem Aufstieg der Rechten bis zu dessen Nominierung gelitten. Wie lange der Schulz-Hamon-Zug „ohne Bremsen“ bleibt, ist abzuwarten. Zuletzt hatten die Sozialdemokraten in Europa einen Negativrekord in den Umfragen nach dem anderen gebrochen – und das europaweit.

Die Christdemokraten (EPP-Fraktion) sind dagegen schwach wie nie. Nur noch 21 Prozent der Europäer würden die Partei von Jean-Claude Juncker und Angela Merkel wählen, wenn heute Europawahl wäre. Die liberalen Parteien um Guy Verhofstadt (ALDE-Fraktion) legen europaweit auf 8,5 Prozent (+0,5 Punkte im Vergleich zum Vormonat) zu. Auch die nationalistische EFDD-Fraktion um Nigel Farage legt einen Punkt auf 6,5 Prozent zu.

Macrons Bewegung En Marche große Unbekannte

Grüne und Linksparteien (GUE/NGL-Fraktion) verlieren jeweils einen halben Prozentpunkt und erreichen 4,0 bzw. 7,5 Prozent. Ein gleiches Schicksal ereilt die konservative ECR-Fraktion, die nun noch 9,0 Prozent erreicht. 6,0 Prozent der Wahlberechtigten würden Parteien wählen, die sich keiner der klassischen Fraktionen zuordnen lassen würden und sich demnach mit Martin Sonneborn in der Fraktionslosen-Fraktion (NI) im Europaparlament wiederfänden. Darunter wären aktuell auch 27 Abgeordnete der linksliberalen Bewegung in Frankreich um Emmanuel Macron En Marche.

In Frankreich wachsen die Chancen des unabhängigen Kandidaten Emmanuel Macron, Präsident zu werden.

49 Abgeordnete insgesamt würden bei einer Wahl heute der NI-Fraktion insgesamt angehören. Dabei ist völlig unklar, ob En Marche bei der Europawahl als Partei antritt und welcher Fraktion sich das Bürgerbündnis anschließt. Zuletzt hatte Macron auf die Unterstützung von Liberalen und Grünen bauen können. 6,5 Prozent würden auf andere Parteien entfallen, die den Einzug ins Europaparlament verpassen.

Die Sitzverteilung im Europäischen Parlament ist nicht direkt proportional. Aktuell würden die Sozialdemokraten mit 185 Sitzen die stärkste Kraft im Parlament. Dies würde bedeuten, dass der Spitzenkandidat der Sozialdemokraten Kommissionspräsident würde. Dieser wird erst vor den Wahlen 2019 nominiert werden. Frans Timmermans und Gianni Pitella gelten dabei bei Insidern als Favoriten.

Der Fraktionschef der Sozialdemokraten im EU-Parlament, Gianni Pittella, kritisiert die geplanten österreichischen Kontrollen am Brenner scharf. Dies führe „zu neuen Spannungen in Europa“, sagt er gegenüber EurActivs Medienpartner „Der Tagesspiegel“.

Aktuell umfasst die S&D-Fraktion 189 Sitze. Die EPP würde mit 174 Sitzen zweitstärkste Kraft. Zurzeit umfasst die Fraktion 217 Sitze. Die Liberalen (ALDE) würden aktuell zwar weniger Stimmen, dafür aber mit 85 (+17) Abgeordneten mehr Sitze im EU-Parlament erhalten als die Konservativen (ECR), die 81 (+7) Plenumsplätze besetzen würden. Die Linksfraktion könnte ihre Position als fünftstärkste Kraft knapp verteidigen (54 Sitze, +2). Knapp dahinter käme Marine Le Pens 51 Mann starke (+11) Rechtsfraktion. Für die EFDD-Fraktion würden wie schon 2014 52 Politiker ins Berlaymont 1040 einziehen. Die Grünenfraktion würden von 51 auf nur noch 31 Parlamentarier schrumpfen. Tobias Gerhard Schminke, treffpunkteuropa.de  EA

 

 

 

Erfassung mangelhaft. Europarat verlangt Details zu Angriffen auf Minderheiten

 

Die EU-Kommission gegen Rassismus fordert die Bundesregierung auf, Fremdenfeindliche oder rassistische Vorfälle besser zu erfassen. Die Konvention zum Schutz der Menschenrechte sei bisher nur in Teilen umgesetzt.

Die Europäische Kommission gegen Rassismus und Intoleranz beim Europarat fordert die Bundesregierung auf, die Benachteiligung von Minderheiten in Deutschland besser zu erfassen. Deutschland müsse sein System zur Registrierung von Zwischenfällen reformieren und unter anderem auch rassistisch, fremdenfeindlich oder homophob motivierte Verstöße ausweisen, verlangte die Kommission am Dienstag in Brüssel.

Zwar habe Deutschland bereits einige Schritte unternommen, Angriffe auf Minderheiten präziser zu benennen, etwa durch die Ausweisung sogenannter Hass-Kriminalität in der Polizeistatistik. Dennoch seien die Empfehlungen aus dem zwölften Protokoll der Konvention zum Schutz der Menschenrechte und Grundfreiheiten nur in Teilen umgesetzt.

Verbot von Diskriminierung

Das zwölfte Protokoll sieht unter anderem ein allgemeines Verbot von Diskriminierung wegen des Geschlechts, der Rasse, der Hautfarbe, der Sprache, der Religion, der politischen oder sonstigen Anschauungen oder der Geburt vor. Deutschland unterzeichnete das am 4. November 2000 in Rom vorgelegte Protokoll, hat es aber noch nicht ratifiziert.

Das Bundesjustizministerium erklärte auf epd-Anfrage, die Ratifizierung sei zurückgestellt worden, um die Auswirkungen der Konvention auf die deutsche Rechtsprechung zu prüfen. Zudem verwies eine Sprecherin darauf, dass es in Deutschland bereits einen umfassenden Schutz vor Rassismus etwa durch Artikel 3 des Grundgesetzes (Gleichheitsgrundsatz) und durch das Allgemeine Gleichstellungsgesetz gebe. Dadurch sei die weitgehende Gleichbehandlung aller Menschen im Arbeits- und Zivilrecht sichergestellt. (epd/mig1)

 

 

 

 

 

Die Mauerlüge

 

Geschlossene Grenzen kosten Menschenleben und sind auch sonst für nichts gut.

In den vergangenen zehn Jahren haben 40 000 Menschen beim Versuch eines illegalen Grenzübertritts ihr Leben verloren.

 

Die Medien zogen Präsident Donald Trump wegen seinen chaotischen ersten Wochen im Amt kräftig durch den Kakao, weil die Journalisten hinter seinen protektionistischen und rassistischen Positionen keine einheitliche Linie erkannten. Viele Menschen nahmen schockiert und beunruhigt zur Kenntnis, dass der Präsident der Vereinigten Staaten Flüchtlingen und Bürgern aus sieben vorwiegend muslimischen Ländern die Einreise verwehrte, die Transpazifische Partnerschaft beerdigte und den Bau einer Grenzmauer anordnete. Dabei sind diese Positionen in sich durchaus schlüssig, denn sie laufen auf ein einziges Ziel hinaus: mehr Grenzen. Trump sagte schon im Wahlkampf immer wieder: „Ohne Grenzen haben wir kein Land.“

Mit seinen ungewöhnlichen Positionen sprach Trump im Wahlkampf Globalisierungskritiker aus dem gesamten politischen Spektrum an, indem er als Allheilmittel für die Einschränkung der Mobilität von Menschen und Gütern mehr Grenzen propagierte. Diese Linie ist jetzt, da er Präsident ist, als Regierungspolitik aber völlig abwegig. In den über 15 Jahren meiner Forschungen zu Grenzen und Mauern habe ich reichhaltiges Datenmaterial zu deren Auswirkungen auf die Wirtschaft, das Leben der Menschen und die Umwelt gesammelt. Die Ergebnisse sind äußerst unschön: Geschlossene Grenzen hemmen das Wirtschaftswachstum, vergrößern die Vermögensungleichheit, kosten Tausende von Menschen das Leben und schaden der Umwelt. Darüber hinaus ist die Behauptung, dass Migranten Gewalt und Verbrechen ins Land bringen und die Wirtschaft belasten, schlicht falsch.

Immer wieder rechtfertigte Trump in seinen Wahlkampfveranstaltungen Migrationsbeschränkungen mit dem Hinweis auf Schicksale von Amerikanern, die von Migranten ermordet worden waren. Seine Exekutivanordnung vom 25. Januar 2017 zur „Förderung der öffentlichen Sicherheit im Inneren der Vereinigten Staaten“ weist die US-Immigrations- und Zollbehörden an, ein „Amt für die Opfer von Verbrechen durch abzuschiebende Fremde“ einzurichten, das vierteljährlich Bericht über solche Verbrechen erstatten soll. Dabei ist längst bewiesen, dass Migranten weniger Verbrechen begehen als US-Bürger. In den USA befinden sich nur 1,6 Prozent männlicher Migranten im Alter zwischen 18 und 39 Jahren in Haft, während es bei US-Bürgern 3,3 Prozent sind. Andere Studien konnten keine Korrelation zwischen einem zunehmenden Migrantenanteil und der Zahl der Gewaltverbrechen feststellen. Deshalb muss der Präsident auch individuelle Opfergeschichten heranziehen, denn die Daten stützen seine Behauptung nicht.

Dem Präsidenten zufolge nehmen Flüchtlinge und Migranten den Bürgern Jobs weg. Auch das ist falsch. Erstens arbeiten Migranten meist in anderen Branchen der Wirtschaft als die ärmsten US-Bürger (Migranten als Reinigungskräfte, Köche und landwirtschaftliche Arbeiter, Einheimische dagegen als Kassierer, Fahrer und Hausmeister). Zweitens belegen unzählige Studien, dass Migration die Wirtschaft des Aufnahmelands insgesamt stärkt. Das liegt daran, dass mehr Menschen auch mehr Geld in bestehenden Unternehmen ausgeben, seien es Lebensmittelläden oder Einzelhandelsgeschäfte, was pro neuem Migrant vor Ort ein bis zwei zusätzliche Jobs schafft. Allein die zusätzlichen Ausgaben generieren zudem auch mehr Steuereinnahmen.

Wenn die USA ausländische Arbeitskräfte ins Land ließen, würde sich auch die Verlagerung von Jobs ins Ausland verlangsamen, die den Präsidenten besonders ärgert. Beschränkungen der Reisefreiheit dagegen senken in ärmeren Ländern künstlich die Löhne, weil die Arbeiter in ihrem Heimatland bleiben müssen und durch den Überschuss an Arbeitskräften die Löhne niedrig bleiben. Könnten diese Menschen in Länder mit höheren Löhnen abwandern, würden sich die extremen Lohnunterschiede mit der Zeit weltweit ausgleichen, was auch Anreize für Standortverlagerungen reduzieren würde.

Abgesehen vom wirtschaftlichen Nutzen der Freizügigkeit darf man die tötlichen Auswirkungen geschlossener Grenzen auf Menschen rund um den Globus nicht übersehen. In den vergangenen zehn Jahren haben 40 000 Menschen beim Versuch eines illegalen Grenzübertritts ihr Leben verloren, allein 2016 waren 7200 Opfer zu beklagen. Trump appelliert an das Mitleid seiner Anhänger, indem er ihnen Bilder Dutzender Menschen zeigt, die in den USA brutal von Migranten ermordet wurden. Was aber ist mit dem Leben der Zehntausenden, die starben, weil die Reisefreiheit an den Grenzen eingeschränkt war?

Die Lösung der Globalisierungsprobleme liegt nicht in einem Mehr an Reisebeschränkungen, sondern in einem Weniger. Das Recht auf Freizügigkeit sollte als fundamentales Menschenrecht verstanden werden, nicht als Privileg, das rassistische oder nationalistische Regierungen nach Lust und Laune einschränken können. Natürlich lassen sich rassistische Randgruppen der Bevölkerung, die sich vor Migranten fürchten und ein Pseudoideal ethnischer und kultureller Reinheit bewahren wollen, mit einer Politik der offenen Grenzen nicht beschwichtigen. Doch darauf Rücksicht zu nehmen, wäre verfehlt, denn für uns andere sind offener Warenverkehr und Freizügigkeit wirtschaftlich, ethisch und moralisch der richtige Weg. Reece Jones IPG 25

 

 

 

Juncker will Europa der verschiedenen Geschwindigkeiten

 

EU-Kommissionspräsident Jean-Claude Juncker hat sich dafür ausgesprochen, in der EU-Gemeinschaft verschiedene Stufen der Integration zuzulassen.

Mitgliedsstaaten sollten ihre Integration vertiefen könnten, ohne dass dem die gesamte EU folgen müsse, sagte Juncker am Donnerstag vor Studenten im belgischen Louvain-la-Neuve. Der Vorschlag eines Europa der verschiedenen Geschwindigkeiten werde in einem Weißpapier enthalten sein, das die Kommission kommende Woche veröffentlichen werde. „Es ist nicht mehr zeitgemäß, wenn wir uns vorstellen, dass alle dasselbe zusammen tun“, sagte Juncker.

Auf dieser Grundlage sollten die EU-Länder versuchen, „sich auf das Wesentliche zu einigen, ob sie nun 15 oder 28 sind“. Dies könne „von einem Thema zum anderen variieren“, sagte er mit Blick auf die Bereiche Verteidigung, Politik und Wirtschaft.

Die EU-Staats- und Regierungschefs kommen am 25. März zu einem Jubiläumsgipfel zu 60 Jahren Römische Verträge in der italienischen Hauptstadt zusammen. Geplant ist eine Erklärung, die nach dem Votum der Briten für einen EU-Austritt den Weg der Europäischen Union über die kommenden zehn Jahre weisen soll.

Bundeskanzlerin Angela Merkel hatte Anfang des Monats gesagt, die Geschichte der letzten Jahre habe gezeigt, „dass es auch eine EU mit verschiedenen Geschwindigkeiten geben wird, dass nicht alle immer an den gleichen Integrationsstufen teilnehmen werden.“

Einige EU-Staaten streben eine stärkere Integration an, um die Gemeinschaft effektiver zu machen. Andere Länder wiederum vertreten die Ansicht, das Brexit-Votum der Briten und der Aufstieg nationalistischer Parteien zeige, dass viele Menschen in der EU damit nicht einverstanden seien. EurActiv mit Agenturen

 

 

 

 

Riskante Routen. Zahl toter Flüchtlinge im Mittelmeer verdreifacht

 

Immer mehr Flüchtlinge sterben im zentralen Mittelmeer. Seit Anfang Januar sind 326 Menschen auf der zentralen Mittelmeerroute ums Leben gekommen. Im Jahr zuvor wurden im selben Vergleichszeitraum 97 Tote gezählt.

Immer mehr Flüchtlinge sterben laut der Internationalen Organisation für Migration (IOM) auf der gefährlichen Überfahrt von Libyen nach Italien. Von Anfang Januar bis Mittwoch vergangener Woche seien 326 Menschen auf der sogenannten zentralen Mittelmeerroute ertrunken oder an Bord der Schleuserboote ums Leben gekommen, teilte die IOM am Freitag in Genf mit. Rund 10.700 Menschen hätten Italien lebend erreicht.

Im selben Zeitraum des Vorjahres seien 97 Flüchtlinge und Migranten auf der zentralen Mittelmeerroute gestorben, hieß es. Rund 8.100 Menschen, die in Libyen an Bord gegangen seien, hätten seinerzeit die Küsten Italiens erreicht.

Schlepper wählen riskante Routen

Die IOM erläuterte, dass Schlepperorganisationen verstärkt die riskante zentrale Mittelmeerroute wählten. Sie pferchten die Menschen erbarmungslos in morsche und seeuntaugliche Boote, ohne sich um das Schicksal der Passagiere zu scheren. Die meisten Menschen flüchteten vor Armut und Gewalt in Afrika.

Hingegen nutzten die Schlepper die Route von der Türkei über das Mittelmeer nach Griechenland so gut wie nicht mehr, hieß es. Die südosteuropäischen Staaten haben die sogenannte Balkanroute für Flüchtlinge gesperrt. Zudem hat die EU mit der Türkei ein Rückführungsabkommen für Flüchtlinge geschlossen. (epd/mig 27)

 

 

 

Krieg in der Ost-Ukraine: Hunger, Bomben, Traumata

 

Hunger, Bomben und Traumata im Herzen des europäischen Kontinentes, und die Welt schaut weg – dabei sind die Opfer des Krieges in der Ostukraine vor allem Kinder: Mit einem flammenden Appell hat sich der Großerzbischof von Kiew-Halytsch jetzt an die internationale Gemeinschaft gewandt. Das Oberhaupt der Ukrainischen Griechisch-Katholischen Kirche fordert darin eine diplomatische Lösung der Krise und besonderen Schutz für die minderjährigen Opfer des Konflikte, der nunmehr ins vierte Jahr geht. Laut UNO-Angaben leben in der Ukraine derzeit mindestens eine Millionen hilfsbedürftige Kinder.

Kinder, die verstummen. Kinder, die hungern. Kinder, die beim Spielen umkommen. Es sind schockierende Einblicke, die der griechisch-katholische Großerzbischof Swjatoslaw Schewtschuk im Interview mit Radio Vatikan in den Kriegsalltag in der Ostukraine gibt. In der so genannten „Grauen Zone“, die zwischen den von prorussischen Separatisten und den von der ukrainischen Regierung kontrollierten Gegenden liegt, sitzen laut Angaben des Kirchenmanns fast 200.000 Zivilisten fest. Es handele sich vorrangig um alte Menschen und Mütter mit kleinen Kinder, die seit über drei Jahren ständigen Bombardements ausgesetzt seien:

„Sie können nicht weg, denn sie wissen nicht, wohin! Laut offizieller Unicef-Angaben leben in der grauen Zone 12.000 Kinder. Wir können von vielen Fällen bestätigen, dass viele dieser Kinder nicht nur physisch, sondern auch psychologisch verletzt wurden: Da gibt es Kinder, die nach Bombenangriffen nicht mehr sprechen. Wir als Kirchenvertreter tun das Möglichste, um diese Menschen zu erreichen. Der Staat kommt hier nicht an, nur die religiösen Gemeinschaften, bewegt durch die Liebe zu Gott und zum Nächsten, haben die innere Kraft, diese Menschen erreichen zu wollen.“

Auch bei den Zivilisten, die in den besetzten Gebieten weiter östlich eingekerkert sind, kommen kaum humanitäre Hilfen an, berichtet Schewtschuk weiter. Die Kirche tue ihr Möglichstes, um diesen Menschen zu helfen: „Die einzige Möglichkeit unserer Kirche ist hier, Hilfsmittel über unsere Priester vor Ort hineinzubringen: Sie fahren zwischen dem von der ukrainischen Regierung kontrollierten Gebiet und den besetzten Gebieten hin und her, füllen ihre Autos mit Grundnahrungsmitteln und bringen sie den Leuten. Die Menschen leiden dort Hunger!“ Papst Franziskus hatte zuletzt eine Spendenaktion für die Menschen der Ostukraine initiiert. Dank der Aktion könnten die kirchlichen Mitarbeiter vor Ort zumindest die nötigsten Dinge für das Überleben der Menschen kaufen, so Schewtschuk. Der Papst sei Dank seines Nuntius über die aktuelle Lage bestens informiert.

Das Leben der Kinder in den Kriegsgebieten sei durch Entbehrungen und ständige Gefahr gekennzeichnet, fährt der Kirchenmann fort: „Es ist wirklich bedrückend zu sehen, wie diese Kinder leben, wie sie in fast komplett zerstörten Schulen lernen. 19.000 Kinder in dieser Gegend sind zudem wegen Minen und verstecktem Sprengstoff in andauernder Gefahr. In jedem Klassenraum hängt ein Schild, das davor warnt, unbekannten Objekte anzufassen, aber trotzdem verletzt sich jeden Tag ein Kind. Die paramilitärischen Gruppen lassen auf dem Territorium Spielzeug voll mit Sprengstoff zurück: und diese Objekte fassen nicht die Soldaten, sondern leider die Kinder an.“

Eine weitere Gruppe von Zivilisten, die dringend Hilfe brauche, seien die zahlreichen Vertriebenen aus den besetzten Gebieten und der grauen Zone, die sich im zentral-westlichen Teil der Ukraine gesammelt hätten. „Offiziell spricht man da derzeit von 1.700.000 Menschen, doch die tatsächliche Zahl ist sehr viel höher, man geht hier von über zwei Millionen aus. Innerhalb unserer ukrainischen griechisch-katholischen Kirche haben wir die nationale Caritas; sie ist praktisch das einzige Mittel, mit dem man diesen Menschen zu helfen versucht.“

Eine effektive Waffenruhe ist laut Schewtschuk der einzige Weg, um die Gewalt zu stoppen und den Menschen wirklich helfen zu können. Im Interview mit Radio Vatikan bestätigt der Großerzbischof von Kiew-Halytsch, dass die letzte Vereinbarung in diese Richtung vor Ort keine Wirkung zeigt: „Wir erhalten Nachrichten, dass die Zusammenstöße weitergehen. Die letzte angekündigte Waffenruhe besteht also de facto nicht. Dieser militärische Konflikt geht schon seit drei Jahren: Schwere Waffen gelangen weiter auf ukrainisches Territorium und das verursacht wirklich schweres Leid für die Bevölkerung.“

Am Rande der Münchner Sicherheitskonferenz hatten die Außenminister Russlands und der Ukraine, Sergej Lawrow und Pawel Klimkin, einen neuen Anlauf für eine Waffenruhe unternommen. Die neue Waffenruhe, die in einer Kontaktgruppe zwischen den Separatisten und der ukrainischen Regierung vereinbart worden war, war von der Sicherheitsorganisation OSZE verkündet, von den Kampfparteien vor Ort jedoch nicht eingehalten worden. Seit Beginn des Krieges sind laut offiziellen Angaben mindestens 10.000 Menschen ums Leben gekommen. (rv 23.02.) 

 

 

 

 

"Keine Konzentrationslager". EU-Parlamentspräsident für Auffanglager in Libyen

 

Lager für Migranten in Nordafrika werden in der Flüchtlingsdebatte immer wieder erörtert. Meist geht es um einigermaßen stabile Länder – ein Vorstoß von EU-Parlamentspräsident Tajani bezieht sich jetzt aber auf das zerrüttete Libyen.

 

In der EU werden neue Vorschläge diskutiert, um Flüchtlinge aus Afrika von der Überfahrt nach Europa abzuhalten. Der Präsident des Europaparlaments, Antonio Tajani, sprach sich für Auffanglager in Libyen aus, während Frontex-Chef Fabrice Leggeri einen Stop privater Rettungseinsätze vor der libyschen Küste nahelegte. Beide äußerten sich am Montag in deutschen Zeitungen und gingen mit ihren Vorstößen über die bisher von der EU verfolgte Linie hinaus.

Die EU sollte zum Zweck der Auffanglager „ein Abkommen mit Libyen vereinbaren“, sagte Tajani den Zeitungen der Essener Funke Mediengruppe. Die Menschen sollten „dort ein paar Monate oder Jahre in Würde leben können.“ Es müsse „eine gewisse Grundausstattung wie eine ausreichende Zahl an Ärzten und genügend Medikamente“ geben. Auffanglager dürften „keine Konzentrationslager“ werden, sagte der konservative italienische Politiker. Wenn es gelinge, die radikalislamische Terrorgruppe Boko Haram „zu beseitigen“, sollten Flüchtlinge aus der Krisenregion in Westafrika wieder in ihre Heimatländer zurückkehren.

„Jedes Mal wieder fassungslos“

In Brüssel traf der Vorstoß bei verschiedenen Stellen auf Unverständnis. Sie sei „jedes Mal wieder fassungslos“ über derartige Vorschläge, sagte die SPD-Europaabgeordnete Birgit Sippel im Deutschlandfunk. Schließlich sei Libyen „natürlich kein sicheres Land“.

Eine mit dem Thema vertraute EU-Diplomatin sagte dem Evangelischen Pressedienst, dass die EU sich gegenwärtig für bessere Lebensbedingungen in bereits bestehenden Lagern unter Kontrolle der libyschen Einheitsregierung einsetze. „Neue Lager sind überhaupt nicht unsere Absicht.“ Dazu gebe es weder Gespräche noch Pläne mit Blick auf Libyen oder ein sonstiges nordafrikanisches Land.

Konzept auf den Prüfstand stellen

Unterdessen hinterfragte die Grenzschutzagentur Frontex Rettungseinsätze von Hilfsorganisationen vor Libyens Küste. „Wir müssen verhindern, dass wir die Geschäfte der kriminellen Netzwerke und Schlepper in Libyen nicht noch dadurch unterstützen, dass die Migranten immer näher an der libyschen Küste von europäischen Schiffen aufgenommen werden“, sagte Behördenchef Leggeri der Zeitung „Die Welt“. Die Hilfe führe dazu, „dass die Schleuser noch mehr Migranten als in den Jahren zuvor auf die seeuntüchtigen Boote zwingen, ohne genug Wasser und Treibstoff.“

Leggeri verlangte nicht direkt einen Stop solcher Einsätze, forderte aber: „Wir sollten deshalb das aktuelle Konzept der Rettungsmaßnahmen vor Libyen auf den Prüfstand stellen.“ Die ökumenische Organisation Churches‘ Commission for Migrants in Europe (CCME) kritisierte Leggeris Äußerungen. „Die Seenotrettung bleibt wichtig, solange es keine legalen Zugangswege gibt, auch die private“, sagte CCME-Generalsekretärin Doris Peschke dem Evangelischen Pressedienst.

Private Initiative rettet 9.100 Flüchtlinge

Die meisten Migranten, die über Nordafrika nach Europa wollen, legen derzeit in Libyen ab. Die EU-Kommission hat bereits Ende Januar mitgeteilt, dass mehr als zwei Drittel der Boote gar nicht mehr dazu ausgelegt seien, bis nach Europa zu gelangen.

Die EU selbst rettet Menschen im Mittelmeer im Rahmen der Operation „Sophia“. Daneben sind eine Reihe privater Initiativen aktiv, darunter SOS Méditerranée, die am Montag einen Bericht über ihr erstes Jahr vorlegte. Demnach hat die Organisation seit Ende Februar 2016 mit ihrem gecharterten Rettungsschiff „Aquarius“ rund 9.100 Flüchtlinge aus dem Mittelmeer gerettet. Zudem seien mehr als 13.400 Menschen an Bord versorgt worden, teilte die Organisation mit Sitz in Berlin mit. (epd/mig 28)

 

 

 

Frontex kritisiert Rettungseinsätze vor Libyen

 

Die EU-Grenzschutzagentur Frontex übt scharfe Kritik an den Rettungsmaßnahmen von Hilfsorganisationen vor der libyschen Küste.

Zwar habe jeder auf See die Pflicht, Menschen in Not zu retten, sagte Frontex-Direktor Fabrice Leggeri der Zeitung „Welt“ (Montagausgabe) einem Vorabbericht zufolge. Allerdings: „Wir müssen verhindern, dass wir die Geschäfte der kriminellen Netzwerke und Schlepper in Libyen nicht noch dadurch unterstützen, dass die Migranten immer näher an der libyschen Küste von europäischen Schiffen aufgenommen werden.“ Dies führe dazu, dass Schleuser noch mehr Migranten auf seeuntüchtige Boote zwingen. Die Rettungseinsätze vor Libyen sollten daher überprüft werden.

Leggeri sagte der Zeitung, er erwarte für dieses Jahr einen erneuen Anstieg der Flüchtlingszahlen aus Libyen. Mitte Februar hatte er dagegen erklärt, die Zahl dürfte gleich bleiben.

Die Grünen haben die Kritik der EU-Grenzschutzagentur Frontex an Rettungsaktionen durch Hilfsorganisationen für Flüchtlinge im Mittelmeer zurückgewiesen. Die Zahl der Toten „wäre ohne den unermüdlichen Einsatz und dem humanitären Engagement der Nichtregierungsorganisationen deutlich höher, deshalb sind wir diesen Organisationen zu Dank verpflichtet“, sagte die flüchtlingspolitische Sprecherin der Grünen-Bundestagsfraktion, Luise Amtsberg, der Zeitung „Die Welt“ (Dienstagsausgabe).

Zweifelsohne seien die Methoden der Schlepper und Schleuser „menschenverachtend und zynisch“, sagte dazu Amtsberg. „Dem wirkt man aber nicht entgegen, indem man schutzsuchende Menschen ihrem eigenen Schicksal überlässt.“

Kritik gab es auch an den Äußerungen von EU-Parlamentspräsident Antonio Tajani, der sich für Auffanglager für Flüchtlinge in Libyen ausgesprochen hat. Die EU solle zu diesem Zweck ein Abkommen mit dem nordafrikanischen Land vereinbaren, so Tajani gegenüber den Zeitungen der Funke-Mediengruppe vom Montag.  

Politikern der SPD und der Organisation Ärzte ohne Grenze wiesen Tajanis Vorschlag zurück. Die EU-Parlamentarierin Birgit Sippel (SPD) sagte im Deutschlandfunk, Libyen sei weder ein sicheres noch ein stabiles Land. Geordnete Lager, die den Flüchtlingen Schutz böten, seien dort nicht möglich. Stattdessen ziele der Vorschlag auf eine weitere Abschottung Europas.

Ähnlich äußerte sich der Geschäftsführer von Ärzte ohne Grenzen in Deutschland, Florian Westphal. Die Hilfsorganisationen versuchten im Mittelmeer das Leben von Menschen zu retten, „die vor extremen Bedingungen in Libyen fliehen“, sagte Westphal der Nachrichtenagentur AFP. Viele Gerettete berichteten von Inhaftierung, Folter, Misshandlung und sexueller Gewalt.

„Diese Menschen wagen sich nicht auf löchrige Schlauchboote, um sich von Ärzte ohne Grenzen retten zu lassen, sondern weil sie keine andere Wahl haben“, sagte Westphal. „Wenn man die Seenotrettung einschränkt, nimmt man in Kauf, dass noch mehr Menschen ertrinken“, fügte er hinzu. Der eigentliche Grund, warum Seenotrettung überhaupt nötig sei, sei die Politik der EU, „die es Flüchtlingen nicht ermöglicht, auf legalem und sicherem Weg Europa zuerreichen und hier Schutz zu suchen“.

Libyen ist das Hauptdurchgangsland für Flüchtlinge aus Afrika auf der Route über das zentrale Mittelmeer nach Europa. Hilfsorganisationen kritisieren immer wieder schwerste Menschenrechtsverletzungen in dem Krisenland, das in weiten Teilen von bewaffneten Milizen kontrolliert wird. In Deutschland ist der Vorschlag der Auffanglager heftig umstritten. Außenminister Sigmar Gabriel (SPD) hat sich gegen solche Lager ausgesprochen, Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) ist dafür. EurActiv mit Reuters 27

 

 

 

 

Letzte Rettung Populismus? Wie wir dank der Krise die Demokratie erneuern können.

 

Dies sind schwere Zeiten für Demokraten. Der offenbar unaufhaltsame Aufstieg des Populismus wird deutlich an der Wahl von Donald Trump, am Brexit-Votum in Großbritannien und am neuen Kampf gegen das sogenannte Establishment, die allesamt die tolerante, demokratische Kultur zu bedrohen scheinen. Wie ist es dazu gekommen und was können Demokraten tun, um die fast unvermeidlich scheinende politische Talfahrt in Richtung Autoritarismus und Intoleranz aufzuhalten?

Festzuhalten ist zunächst einmal, dass sich diese Krise – ungeachtet der außergewöhnlichen Ereignisse des Jahres 2016 – schon seit Jahrzehnten zusammenbraute. Aus den einschlägigen Daten geht hervor, dass die Unterstützung für die Demokratie und für demokratische Institutionen zwar nach wie vor stark ist, die Wahlbeteiligung und das Interesse an der parlamentarischen Politikgestaltung jedoch kontinuierlich und im bedenklichen Ausmaß abnehmen. Vor allem auf kommunaler und supranationaler Ebene gehen wir seltener zur Wahl; wir kehren den politischen Parteien den Rücken und haben immer weniger Vertrauen in unsere Politikerinnen und Politiker. Die Geschichten von Skandalen, Korruption und Vetternwirtschaft, die derzeit rund um die Uhr in den Medien zu lesen sind und über Twitter, Facebook und andere noch weiter verbreitet werden, haben uns wütend über unsere Machtlosigkeit angesichts einer sich rasant verändernden Welt werden lassen.

Es gibt also reichlich Anlass zur Sorge. Kollektiver Trübsinn und Trägheit scheinen uns fest im Griff zu haben, während populistische Kräfte das Rennen machen. Bevor sich jedoch völlige Mutlosigkeit breitmacht, sollten wir uns an einen wichtigen und positiven Punkt in der soeben gelieferten depressiven Schilderung erinnern: Wir haben nicht kollektiv die Demokratie oder demokratische Institutionen abgeschrieben. Zudem sollte uns das ausgeprägte Interesse an den jüngsten Ereignissen etwas beruhigen. Auch wenn wir vielleicht die Ergebnisse nicht mögen, zeigt dieses Interesse doch, dass uns die Entwicklung nicht gleichgültig ist. Nach einigen Jahrzehnten, in denen Politik „langweilig“ oder belanglos schien, kristallisieren sich nicht nur wieder klarere Ziele für ein politisches Engagement heraus, sondern vielen wird auch klar, wie notwendig es ist, sich aktiv zu engagieren, um die eigenen Vorstellungen zum Ausdruck zu bringen.

Meiner Meinung nach sollte man dieses populistische Moment nicht nur negativ sehen. Vielmehr kann die Vertrauenskrise in die Fähigkeit der Volksvertreter, uns tatsächlich zu vertreten, zu einem Moment des Besinnens werden, wie „wirkliche“ Demokratie sein könnte und sein sollte. Vielleicht sind wir einfach zu selbstzufrieden geworden, zu sehr bereit, uns zurückzulehnen und zuzusehen, wie unsere Volksvertreter uns vertreten, statt unser demokratisches Recht auszuüben und uns selbst politisch zu engagieren.

Es war dieses Gefühl des Abgehängtseins und der Wunsch, wieder mehr Demokratie ins politische Leben zu bringen, die beispielsweise die Spanier dazu brachten, eines der außergewöhnlichsten demokratischen Ereignisse der letzten Jahrzehnte auf die Beine zu stellen: die Proteste, die unter dem Namen 15M bekannt wurden, was für den 15. Mai 2011 steht. Unter dem Motto „¡Democracia real ya!“ (Echte Demokratie jetzt!) besetzten Millionen von Spaniern Städte und Plätze im ganzen Land. In dieser kollektiven Empörung kam eine kraftvolle und tatsächlich auch populistische Stimmung zum Ausdruck. Es war eine Geste der Frustration und des Zorns über die Eliten – ein Aufbegehren „wir gegen sie“.

Aus diesem kollektiven Gefühl entwickelte sich eine Zeit intensiven politischen Experimentierens, wobei die populistische Empörung dazu genutzt wurde, den Druck auf die Eliten aufrechtzuerhalten. Es entstanden neue Parteien und Initiativen, die das Zweiparteiensystem erschütterten, das die spanische Politik ein halbes Jahrhundert lang dominiert hatte. Auch auf regionaler und kommunaler Ebene passierte einiges: Beispielsweise wurden mit Ada Colau in Barcelona und Manuela Carmena in Madrid zwei Aktivistinnen der Bewegung zu Bürgermeisterinnen gewählt. Sie versuchen, die Vorherrschaft der Eliten mit Maßnahmen zu durchbrechen, die gewöhnliche Bürgerinnen und Bürger mithilfe von Versammlungen, Internetforen und besseren Partizipationsmöglichkeiten dazu bringen sollen, sich wieder zu engagieren.

Es ist noch zu früh um zu sagen, inwieweit derartige Maßnahmen wirklich dazu beitragen können, die tiefgreifende Entfremdung der Wählerinnen und Wähler zu überwinden und ihnen das Gefühl zu nehmen, verraten zu werden. Der entscheidenden Punkt ist aber, dass Populismus nicht unbedingt mit einer Politik der Verzweiflung und Spaltung gleichzusetzen ist. Man kann mit seiner Hilfe auch Möglichkeiten erkunden, der ansonsten wachsenden Kluft zwischen denen, die Macht ausüben, und denen, die ihr unterworfen sind, entgegenzuwirken. Es geht darum, die Ursache des Zorns zu beseitigen: die Entfremdung zwischen den Menschen und ihren politischen Vertretern.

Die aus den Ereignissen in Spanien zu ziehende Lehre ist weniger die Allgegenwärtigkeit der Empörung als vielmehr die Leichtigkeit, mit der sich dieses Gefühl in konkrete Aktionen, Initiativen und sogar in die Gründung einer politischen Partei umsetzen lässt. Die Revolution in der Kommunikationstechnologie und die Plattformen von Twitter über Reddit bis zu Facebook bringen es mit sich, dass man sich so leicht wie nie zuvor mit anderen über seine Gefühle austauschen, Veranstaltungen organisieren, Gruppen mobilisieren und, allgemeiner gesagt, Fähigkeiten als eigenständige politische Akteure entwickeln kann. Dabei entsteht nicht zwangsläufig eine „horizontale“ Politik oder eine Netzwerkpolitik. Es entwickelt sich auch nicht automatisch eine Intelligenz der „Masse“ oder des „Schwarms“. Es bedeutet aber, dass die Kosten der Mobilisierung stark reduziert werden, was wiederum die Gründung neuer Parteien ermöglicht. Beispiele dafür sind Podemos in Spanien, Alternativet in Dänemark und Píratar in Island. Es erscheinen auch neue Führungspersönlichkeiten auf der politischen Bühne – wie Ada Calau –, die in der Lage sind, eine Brücke zwischen Opposition und Regierung zu bauen.

Vielleicht kann dieses populistische Moment also produktiv für ein kreatives Umdenken genutzt werden, wie und für wen die Demokratie funktioniert. Möglicherweise brauchen wir diese Krise, um uns darauf zu besinnen, was auf dem Spiel steht: Die Bürgerinnen und Bürger müssen sich an dem Projekt der Erneuerung der Demokratie aktiv beteiligen, statt von den Eliten zu erwarten, dass sie das für sie tun. Simon Tormey, IPG 15

 

 

 

Weltweiter Waffenhandel dramatisch gestiegen – Deutschland auf Platz 5

 

Laut einer Studie haben die globalen Waffengeschäfte den höchsten Wert seit Ende des Kalten Krieges erreicht. Deutschland bleibt in den Top 5 der weltweit größten Waffenlieferanten – und exportiert weiter in Spannungsgebiete im Nahen Osten.

Der weltweite Waffenhandel hat im vergangenen Jahr kräftig zugelegt: Um 8,4 Prozent stiegen die globalen Rüstungsgeschäfte laut einer Studie des schwedischen SIPRI-Instituts in den letzten fünf Jahren im Vergleich zu den Jahren 2007 bis 2011 – der höchste Wert seit Ende des Kalten Krieges. Für den Großteil aller weltweit gehandelten Rüstungsgüter – insgesamt 74 Prozent – sind die fünf größten Waffenlieferanten verantwortlich: die USA, Russland, China, Frankreich und Deutschland.

Grund für den Anstieg der Waffengeschäfte ist SIPRI zufolge unter anderem die wachsende Nachfrage aus Asien und dem Nahen Osten. „In ihrem Verlangen nach fortgeschrittenen militärischen Kapazitäten haben sich die meisten Staaten des Nahen Ostens in den letzten fünf Jahren vor allem nach Amerika und Europa gewendet“, sagte SIPRI-Forscher Peter Wezeman. Insgesamt um 86 Prozent legten die Waffenimporte in die krisengeschüttelte Region seit 2012 zu. Top-Empfängerländer sind unter anderem Saudi-Arabien und Katar.

Deutschland fünfgrößter Waffenexporteur

Auch Deutschland verzeichnet wieder steigende Exporte. Nachdem die Ausfuhrquote laut SIPRI in den letzten Jahren um 36 Prozent zurückging, erreichte sie 2016 einen neuen Höchststand: Mit einem Anteil von 5,6 Prozent am Weltwaffenhandel steht die Bundesrepublik an fünfter Stelle der größten Rüstungslieferanten. Ein Drittel der deutschen Waffen gelangt nach SIPRI-Berechnungen in den Nahen Osten und nach Afrika.

Zweitgrößtes Empfängerland war im vergangenen Jahr Saudi-Arabien, das im Wert von 529 Millionen Euro deutsche Waffen einkaufte. Die Bundesregierung rechtfertigt einen Teil der Lieferungen an das Königreich damit, dass es sich hierbei um „Zulieferungen von Rüstungsgütern an wichtige europäische und amerikanische Partner“ handele. Dort würden die deutschen Komponenten verbaut und anschließend das Endprodukt nach Saudi-Arabien geliefert. Die Partnerländer seien darauf angewiesen, dass „deutsche Unternehmen zuverlässig die jeweilige Komponente zuliefert“.

Kriegspartei Saudi-Arabien

Im Dezember wurde bekannt, dass die Lieferung von knapp 42.000 Artilleriezünder nach Frankreich genehmigt wurde. Die Zünder sollen dort in Artilleriesysteme verbaut und nach Saudi-Arabien verkauft werden. Auch über eine europäische Gemeinschaftsproduktion von Kampfflugzeugen der Eurofighter- und Tornado-Klasse könnten deutsche Baukomponenten in das wahabitische Königreich gelangen. Der geheim tagende Bundessicherheitsrat erteilte kürzlich die Genehmigung dafür.

Die Berliner Deals mit den Saudis stehen seit Jahren unter dem Beschuss von Experten und Oppositionspolitikern. Das Land führt im Nachbarland Jemen Krieg. Bereits 8.600 Einsätze soll das saudische Militär bereits geflogen haben, bei einem Drittel waren Schulen und andere zivile Einrichtungen die Ziele. Im Oktober bombardierte die saudische Luftwaffe eine Trauerfeier in Jemens Hauptstadt Sanaa, 140 Menschen starben.

Akzeptanz für Waffenexporte auf historischem Tiefstand

Der Rekordwert bei den Exporten steht in starkem Kontrast zu der gesellschaftlichen Stimmung in Deutschland. Eine Emnid-Umfrage im Auftrag der Linkspartei ergab Anfang 2016, dass 83 Prozent der Bundesbürger grundsätzlich gegen den Export von Rüstungsgütern sind. 2011 lag dieser Wert noch bei 78 Prozent.

Die Ablehnung von Waffenexporten durchzog sich durch alle politischen Lager, wenn auch mit deutlichen Unterschieden: Während unter den Sympathisanten der Linkspartei, der Grünen und der SPD sich knapp über 90 Prozent  gegen Rüstungsausfuhren aussprachen, plädierten Anhänger der Union zu 76 Prozent für den Stopp solcher Geschäfte. Bei den AfD-Wählern lag die Ablehnung bei 55 Prozent der befragten Personen. Daniel Mützel, EurActiv 21

 

 

 

 

„Überleben ist ein Wunder“ – Vergessene Kinder am Tschad-See brauchen sofort Hilfe und Schutz

 

Friedrichsdorf / Niamey  Die Tschadsee-Region benötigt dringend internationale Unterstützung im Wert von rund 1,5 Milliarden US-Dollar, um die aktuell größte humanitäre Krise in Afrika zu bewältigen. Im Vorfeld der Geberkonferenz am Freitag (24.2.2017) in Oslo unterstützt die internationale Kinderhilfsorganisation World Vision diesen gemeinsam mit den Vereinten Nationen erarbeiteten Aufruf und fordert Hilfen zur Rettung von Menschenleben sofort umzusetzen. Darüber hinaus empfiehlt World Vision ein größeres Engagement für die Ausbildung der Jugend und für Einkommensförderung, um die Abwärtsspirale in der fragilen Region umzukehren.

 

Etwa 17 Millionen Menschen kämpfen in betroffenen Regionen im Niger, im Tschad, in Nigeria und in Kamerun ums Überleben. 10,7 Millionen Menschen benötigen akut humanitäre Hilfe. Viele von ihnen wurden aus ihrer Heimat vertrieben oder sitzen in schwer erreichbaren Gebieten fest.  60 Prozent der Hilfsbedürftigen sind jünger als 18 Jahre. „Dies ist eine Krise der vergessenen Kinder“, betont Kathryn Tätzsch, die aktuell die humanitäre Hilfe von World Vision in der Region am Tschadsee leitet. Sie begrüßt die von der Bundesregierung mitgetragene Initiative zu der Konferenz, mit der neben humanitärer Hilfe auch neue politische Anstrengungen auf den Weg gebracht werden sollen.

 

Die seit Jahren andauernden Überfälle durch Boko Haram und die militärischen Gegenoffensiven haben Millionen Menschen an der Bestellung ihrer Felder und an der Fischerei gehindert, den Handel  unterbrochen und mehr als  zwei Millionen Zivilisten aus ihrer Heimat vertrieben.  Trockenheit infolge des Klimawandels  und extreme Armut haben die Not in der Region weiter verschärft.

 

World Vision sorgt sich vor allem um das Wohlergehen der Kinder, die zwischen Kampfgebieten eingeschlossen, gefangen oder allein geflohen sind. Mädchen seien besonders von sexuellem Missbrauch und Zwangsheirat bedroht,  Jungen würden schnell getötet oder mit Gewalt zum Kämpfen rekrutiert. Selbst die Flucht in andere Dörfer oder Notlager biete den Kindern derzeit wenig Sicherheit und Perspektive für die Zukunft, beklagt Kathryn Tätzsch. Die Infrastruktur sei dafür zu schwach und internationale Hilfe erreiche bisher hautsächlich gut zugängliche Gebiete.

 

Dazu das Video: Der 15jährige Abdulhai muss sich wie tausende anderer Kinder allein in einem kargen Notlager am Rand der Wüste durchschlagen, da er nach einem Angriff auf sein Dorf in Nigeria von seinen Eltern getrennt wurde. Statt zur Schule zu gehen sammelt er Feuerholz, um essen zu können – ständig verfolgt von der Angst, erneut überfallen zu werden.

 

„Viele Kinder bekommen derzeit nur eine Mahlzeit am Tag und sind oft krank,  geschwächt auch durch Erlebnisse schrecklicher Gewalttaten“, berichtet Tätzsch.  Eine Chance zur Schule zu gehen bekämen nur manche. „Lernangebote würden  ihnen neue Hoffnung und mehr Sicherheit geben.“

 

Die Konferenz in Oslo bietet nach Ansicht von World Vision auch die Chance für eine gute Verzahnung von Nothilfe und Entwicklungszusammenarbeit,  um die komplexe Not in der Tschadsee-Region nachhaltig zu vermindern. Aktuell sind große Teile der Region völlig ausgetrocknet und der Wasserspiegel des Tschadsees ist stark gesunken.  Funktionierende Wasserstellen sind rar, Ernten gering, Handelsmöglichkeiten wegen des Konflikts eingeschränkt.   Millionen Menschen haben daher nicht mehr genug Einkommen, Nahrung oder sauberes Trinkwasser. In der Folge sind die sozialen Spannungen stark angestiegen.

 

 “Überleben ist ein Wunder ”, sagt Kathryn Tätzsch. „Eine Katastrohe solchen Ausmaßes hat es in der Gegend noch nie gegeben. Wenn die Weltgemeinschaft nicht entschlossen auf den Ernst dieser Krise reagiert, besteht die Gefahr, dass auch schon erreichte Entwicklungserfolge zunichte gemacht werden“, warnt Tätzsch.  „Alle Akteure sollten die Rechte der Menschen in den betroffenen Ländern schützen, humanitäre Hilfe unterstützen und die Gewalt gegen Kinder beenden.“

 

World Vision arbeitet seit 30 Jahren mit westafrikanischen Regionen zusammen, um Armut zu überwinden und die Entwicklungschancen von Kindern zu verbessern. Wegen der aktuellen Krise hat die Organisation neue Hilfsprogramme im Westen des Tschad und im Südosten Nigers gestartet. World Vision plant, etwa 300.000 Menschen, die besonders bedürftig sind, zu erreichen. Schwerpunkte sind die Bereitstellung von sauberem Trinkwasser, Hygiene-Maßnahmen, Ernährungssicherung sowie Schutz-und Bildungsmaßnahmen für Kinder und Jugendliche.  WV 21

 

 

 

 

Donald Trump will aufrüsten

 

US-Präsident Donald Trump will die schlagkräftigste Armee der Welt weiter aufrüsten.

 

Der Republikaner wolle den Haushalt des Verteidigungsministeriums um 54 Milliarden Dollar erhöhen, verlautete am Montag aus dem Weißen Haus. Im Gegenzug sollten andere Bundesbehörden wie das Außenministerium oder das Umweltamt EPA Kürzungen verkraften. Dies gehe aus dem ersten Haushaltsentwurf für den Kongress vor, sagte ein Insider. Trump will am Dienstag vor beiden Parlamentskammern seine mit Spannung erwartete Rede erhalten. Im Hinblick auf die Rüstungsausgaben sprach er bereits am Montag von einer „historischen Erhöhung“.

 „Solange Staaten Atomwaffen haben, werden wir im Rudel ganz oben stehen“, kündigt US-Präsident Donald Trump an.

Die USA haben mit jährlich knapp 600 Milliarden Dollar mit großem Abstand die höchsten Rüstungsausgaben der Welt. Deutschland gibt dagegen 37 Milliarden Euro (39 Milliarden Dollar) aus. Die Steigerung der US-Ausgaben könnte sich indirekt auch auf die Nato-Partner auswirken, denn Trump fordert schon länger, dass sie mehr für die Verteidigung tun. Sollten sie dies nicht tun, könnte er das US-Engagement in dem Bündnis zurückfahren.

Bei einem Treffen mit Gouverneuren von Bundesstaaten sagte Trump am Montag, im Mittelpunkt des Haushaltes stehe die Sicherheit. Die „ausgelaugte Armee“ brauche eine Finanzspritze. Wie das Geld angelegt wird, soll Regierungskreisen zufolge das Verteidigungsministerium entscheiden, das unter der Leitung des Ex-Generals Jim Mattis steht. Dieser ist ein erklärter Anhänger der Nato und auf beiden Seiten des Atlantiks angesehen. Ein Insider sagte, Trump wolle mit dem zusätzlichen Geld mehr Schiffe und Flugzeuge kaufen und an Schifffahrtsstraßen mit großem Konfliktpotenzial wie der Straße von Hormus am Eingang zum Persischen Golf oder im Südchinesischen Meer mehr Präsenz zeigen.

Europa dürfe den USA mit ihren Forderungen nach mehr Geld für die NATO nicht klein beigeben, mahnt EU-Kommissionspräsident Jean-Claude Juncker. Auch entwicklungsfördernde und humanitäre Ausgaben könnten als Sicherheitsbeitrag gezählt werden. EurActiv Brüssel berichtet.

Manche Militärexperten zweifeln allerdings an einer Erhöhung des Budgets, das im abgelaufenen Haushaltsjahr 584 Milliarden Dollar betrug. Der Zuwachs wäre ein Plus von 9,2 Prozent. Zum Vergleich: Für das Außenministerium und die Entwicklungshilfe beläuft sich der Haushalt zusammen auf 50 Milliarden Dollar im Jahr. Insidern zufolge hat Trump genau diese Posten im Visier. Einer sagte, das Außenamt von Rex Tillerson könnte 30 Prozent weniger Geld bekommen. Dies würde einen Umbau des Ministeriums und die Streichung von Programmen bedeuten. Insgesamt müssen sich wohl die meisten Bundesbehörden auf Kürzungen einstellen.

Mehr Ausgaben für Infrastruktur 

Wie im Wahlkampf versprochen kündigte Trump auch höhere Ausgaben für die Infrastruktur an. Einzelheiten will er nach eigenen Worten am Dienstag in seiner Rede vor dem Kongress ankündigen. Der Immobilienmilliardär ist bei Haushaltsfragen auf die Zusammenarbeit mit den Abgeordneten angewiesen. Beide Kammern sind zwar in den Händen der Republikaner. Dies bedeutet allerdings nicht, dass die Volksvertreter Trumps Pläne automatisch absegnen werden.

An den internationalen Finanzmärkten sind Investoren wegen der Rede schon seit Tagen angespannt. Auch am Montag hielten sie sich zurück. Wegen der Ankündigung höherer Infrastrukturausgaben gaben der Dollar und US-Staatsanleihen nach. Ein Analyst sagte, das Vorhaben könne Anlagen in den USA riskanter machen. Auch Trumps Pläne für eine Steuerreform werden mit Spannung erwartet. Regierungskreisen zufolge werden diese aber nicht Thema seiner Rede am Dienstag sein. EA/rtr 28

 

 

 

 

Blair: „Zeit, sich gegen Brexit zu erheben“

 

Der ehemalige britische Premierminister Tony Blair ruft pro-europäische Briten auf, sich zu „erheben“ und Brexit-Wähler vom EU-Verbleib zu überzeugen. EurActiv Brüssel berichtet.

 

„Dies ist nicht die Zeit für einen Rückzug, Gleichgültigkeit oder Verzweiflung, sondern die Zeit, sich zu erheben, um das zu verteidigen, an das wir glauben“, betonte Ex-Premierminister Tony Blair am 17. Februar bei einer Veranstaltung von Open Britain, einer Kampagne, die sich für enge Beziehungen mit der EU einsetzt. Seine Rede hielt er in den Räumlichkeiten der Bloomberg Nachrichtenagentur – am selben Ort, an dem David Cameron im Januar 2013 das Brexit-Referendum versprochen hatte.

„Ich weiß nicht, ob wir erfolgreich sein können. Was ich aber weiß, ist, dass die künftigen Generationen scharf mit uns ins Gericht gehen werden, wenn wir es nicht versuchen. […] Wir müssen eine parteiübergreifende Bewegung ins Leben rufen“, fordert er und kündigt dabei an, eine Einrichtung zu gründen, die Argumente gegen Brexit und für weiterhin enge EU-Bande erarbeiten soll.

Kritik an Corbyn

Auch Blairs Nachfolger an der Spitze der Labour-Partei, Jeremy Corbyn, bekommt in der Ansprache sein Fett weg, auch wenn er nicht direkt beim Namen genannt wird.

Die Schwächung der Labour-Partei hat den Brexit begünstigt. Ich hasse es, das zu sagen, aber es stimmt.“

Corbyn, der 1975 in einem ersten Referendum gegen den Verbleib in der EU gestimmt hatte, wird vorgeworfen, vor dem Volksentscheid im letzten Jahr einen farblosen Wahlkampf für den EU-Verbleib geführt zu haben. Auch Anfang dieses Monats kassierte er Kritik, als er sich dem Brexit-Gesetzentwurf der Regierung im Parlament nicht entgegenstellte.

Blair in Brüssel

Nach seiner Rede wandte sich EurActiv an die EU-Kommission mit der Frage, ob Artikel 50 wiederrufbar sei, sollte sich Großbritannien tatsächlich doch noch gegen den Brexit stemmen. „Wir sind, wer wir sind“, antwortete der Stellvertretende Chefpressesprecher Alexander Winterstein. „Wir warten auf den Artikel-50-Brief und dann wird es Verhandlungsleitlinien aus dem Europäischen Rat geben. Schließlich werden die Gespräch mit Großbritannien beginnen und der Rest wird sich zeigen.“

Blair war auch im Januar schon zu einem privaten Treffen mit Kommissionspräsident Jean-Claude Juncker in Brüssel gewesen. Befragt, ob es bei dem Treffen um das gleiche Thema gegangen sei, erklärte Winterstein: „Es ist kein Geheimnis, dass der ehemalige Premierminister Präsident Juncker besucht hat, wie dies auch viele andere amtierende und einstige Spitzenpolitiker tun. Der ehemalige Premierminister Blair und Präsident Juncker kennen sich schon sehr sehr lange. Es ist völlig normal, dass sie sich von Zeit zu Zeit treffen.“

Am 23. Juni hatten die Briten mehrheitlich für den Brexit gestimmt. Premierministerin Theresa May versprach, sich bis Ende März auf Artikel 50 des EU-Vertrags zu berufen und somit offiziell den zweijährigen Austrittsprozess einzuleiten. Experten sind geteilter Meinung darüber, ob die Regierung in Sachen Brexit einen Rückzieher machen sollte, auch nach ihrer Berufung auf Artikel 50.

Blair kam 1997 als Spitze der gemäßigt linken „New Labour“-Bewegung an die Macht. Dreimal ging er als Sieger aus den Parlamentswahlen hervor. Seine Entscheidung, Großbritannien in den Irakkrieg zu führen, schadete seinem Erbe jedoch erheblich.

„Arrogant“ und „undemokratisch“

Brexit-Befürworter zögerten nicht lange, Blairs Aussagen zu kritisieren. „Das EU-Referendum war demokratisch, fair und frei. Das britische Volk hat sich für den Brexit ausgesprochen“, betont Richard Tice, Ko-Vorsitzender des Verbandes Leave Means Leave (Raus heißt raus). „Tony Blair versucht alles, um den Brexit aufzuhalten.“

Blairs Rede sei „arrogant“ und „undemokratisch“ gewesen, findet auch Ian Duncan Smith, einstiger Minister der Konservativen. Nigel Farage, Ex-Parteichef der europaskeptischen UKIP, twittert: „Tony Blair ist ein Mann von gestern.“

Die Rede des ehemaligen Premierministers wurde live im BBC und auf Sky News ausgestrahlt. Blair übte darin scharfe Kritik an der Regierungspolitik. Der EU-Austritt werde von den Verfechtern eines harten Brexits angeführt. „Unsere Aufgabe ist es, schonungslos die tatsächlichen Kosten aufzudecken, zu zeigen, dass diese Entscheidung auf der Grundlage von unzureichendem Wissen gefällt wurde und wie in dieser Debatte schamlos der Deckmantel des Patriotismus ausgenutzt wurde.“

Darüber hinaus warnte Blair, Schottland, das mit breiter Mehrheit für den EU-Verbleib gestimmt hatte, habe nun einen viel triftigeren Grund für die Unabhängigkeit. Brexit könne auch Nordirland destabilisieren, welches sich ebenfalls mehrheitlich gegen den EU-Austritt entschieden hatte.

May indessen verfasste eine umfassende Stellungnahme für die französische Tageszeitung Le Figaro noch vor ihrem Treffen mit Frankreichs Premierminister Bernard Cazeneuve in der Downing Street. Darin stellte sie wiederholt klar, Großbritannien habe sich entschieden „die EU zu verlassen, nicht Europa“. James Crisp, Matthew Tempest. Übersetzt von: Jule Zenker. EurActiv mit AFP

 

 

 

 

Trumps Mauer steht in Indien. Und dort funktioniert sie nicht.

 

Das Vorhaben des amerikanischen Präsidenten Donald Trump, an der 3200 Kilometer langen Grenze der Vereinigten Staaten zu Mexiko eine „großartige Mauer“ zu bauen, um, wie er sagt, „Kriminelle, Drogenhändler und Vergewaltiger“ auszusperren, ist keineswegs neu. Es haben bereits einige andere Länder, oft aus Islamophobie, Grenzzäune zu ihren Nachbarn errichtet, um illegale Migranten, Terroristen und Kriminelle aufzuhalten.

Trump wäre gut beraten, die Erfahrungen dieser Länder zu berücksichtigen. Ihre Grenzzäune sind nicht nur nicht besonders effizient, ihre Errichtung und Instandhaltung verursachen auch enorme Kosten, die sich nicht nur in Geld, sondern auch in Menschenleben bemessen.

Indien hat zum Beispiel Grenzzäune zu zwei seiner Nachbarn, Pakistan und Bangladesch. Der Grenzzaun zu Bangladesch soll hauptsächlich bangladeschische Migranten daran hindern, nach Indien zu kommen. Die Entscheidung, ihnen einen Zaun in den Weg zu stellen, wurde in den 1980er Jahren getroffen, nachdem die Immigration aus Bangladesch im Bundesstaat Assam im Nordosten Indiens zu einem brisanten Thema wurde.

Damals gab es heftige Unruhen und einen bewaffneten Aufstand, um auf die Auswirkungen der Migration auf Demographie, Identität, Wahlverhalten und den Arbeitsmarkt des Bundesstaats aufmerksam zu machen. Um die Aufregung zu beschwichtigen, stimmte die indische Regierung einer Reihe von Maßnahmen zu, darunter die Errichtung eines Zaunes gegen „illegale Migranten“.

Die gemeinsame Grenze von Indien und Bangladesch schlängelt sich über 4097 Kilometer durch Flachland, Reisfelder, über Hügel und Flüsse. Das Grenzgebiet ist eng besiedelt; seine Einwohner nutzen viele grenzüberschreitenden Wege, die teils seit Jahrhunderten, teils erst seit kurzer Zeit bestehen.

Rund 70 Prozent der Grenze sind durch einen zweieinhalb Meter hohen Zaun aus Stacheldraht befestigt, der streckenweise unter Strom steht. Es ist eine abschreckende Anlage, die aber nichts daran geändert hat, dass Bangladescher weiterhin die Grenze nach Indien überqueren, um Verwandte zu besuchen oder die gefährliche Reise aus Hoffnung auf ein besseres Leben auf sich nehmen. Auch Schmuggler, Drogenkuriere, Menschenhändler und Viehdiebe von beiden Seiten der Grenze überqueren diese weiterhin, oft unter Duldung der indischen und bangladeschischen Grenzposten.

„Grenzzäune schaffen es nur selten, Migration zu verhindern“, erklärt Reece Jones, Professor an der Universität Hawaii und Autor des Buchs Violent Borders: Refugees and the Right to Move. Demnach wären die meisten Grenzen „zu lang und zu leicht bewacht, um einen Einfluss auf die Bewegungen der Menschen durch ihr Gebiet zu haben“.

Dass der Zaun nicht „wasserdicht“ sei, bestätigt auch ein Anwalt aus Khulna, der Heimatstadt vieler bangladeschischer Migranten, gegenüber der Zeitschrift The Diplomat. Auf den 1116 Kilometern der Grenze, die durch Flüsse verlaufen, gibt es zum Beispiel keinen Zaun. Etwa 44 Kilometer der Grenze zwischen Assam und Bangladesch verlaufen durch den Brahmaputra, dessen Lauf sich von Jahr zu Jahr verändert. Hier war es nicht möglich, einen festen Zaun zu errichten. Für die Boote, die stattdessen die Grenze patrouillieren, ist es ungleich schwieriger, Grenzüberquerungen zu verhindern.

Davon abgesehen gebe es laut Jones auch „mehrere Grenzübergänge, an denen Menschen mit gefälschten Papieren oder durch Bestechung die Grenze überqueren können“. Wie er erklärt, könne ein Grenzzaun daher die Bewegungen der Bevölkerung zwar verändern, aber nicht grundsätzlich verhindern.

Jones hält es außerdem für unwahrscheinlich, dass der Grenzzaun Terroristen an der Einreise nach Indien hindert. Wie er erklärt, hätten Terroristen typischerweise die Mittel, sich gefälschte Papiere zu beschaffen oder sogar die Möglichkeit, mit gültigen Papieren regulär über die Grenze zu kommen.

Der Grenzzaun ist also nicht nur „weitestgehend wirkungslos“, wenn es darum geht, Migranten und Kriminelle aufzuhalten. Es ist auch viel Gewalt damit verbunden, die Grenze durchzusetzen. Etliche Menschen wurden beim Versuch der Grenzüberquerung brutal niedergeschossen.

Für weltweite Empörung sorgte im Jahr 2011 die Tötung Felani Khatuns, eines 15-jährigen Mädchens, das nach Bangladesch heimkehren wollte. Laut einem Bericht von Human Rights Watch aus dem Jahr 2010 haben Grenztruppen zwischen 2001 und 2010 etwa 900 Bangladescher beim Versuch, die Grenze zu überqueren, erschossen.

„Viele dieser Opfer sind Menschen, die im Grenzgebiet unterwegs sind, um ihr Land zu bestellen“, berichtet der Anwalt aus Khulna. Oft handele es sich bei den Getöteten um heimkehrende, die für ein paar Tage Verwandte auf der anderen Seite besucht hatten.

Der Zaun hat also schreckliche Auswirkungen auf Familien und Gemeinschaften. Vor der Errichtung des Grenzzauns sei es sehr einfach gewesen, Verwandte auf der anderen Seite zu besuchen. Wie Jones erklärt, müssten die Grenzanwohner dazu nun Schmuggler bezahlen und darum fürchten, von Grenzposten erschossen zu werden.

Warum sind Grenzzäune angesichts dieser Probleme trotzdem so beliebt bei Regierungen –insbesondere solchen, die sich auf Nationalismus und Fremdenfeindlichkeit stützen?

Grenzzäune sind „nationalistische Symbole“. Laut Jones verbildlichen sie „die Idee, eine andere Bevölkerung auszuschließen“. Im Fall des Zauns zwischen Indien und Bangladesch sind dies Muslime aus Bangladesch, im Fall von Donald Trumps Grenzwall sind es die Mexikaner.

Durch Grenzzäune könnten Regierungen Stärke demonstrieren, erklärt der Anwalt: „Als würden sie entschlossene Maßnahmen ergreifen, um ihr Volk vor sogenannten ‚Illegalen‘ und ‚Fremden‘ zu schützen.“ Laut Jones wirken sich Grenzzäune allerdings tatsächlich vor allem auf das Leben der Migranten im Inland aus. Statt Immigration nach Indien oder in die Vereinigten Staaten zu verhindern, machten Zäune das Leben für jene prekärer, die bereits da seien und wegen des Zaunes sogar oft länger blieben. So verwandle der Zaun letztlich zeitweilige Gastarbeiter in dauerhafte Einwohner ohne Papiere.

Die Errichtung des Grenzzauns hatte negative Auswirkungen auf die sonst guten Beziehungen zwischen Indien und Bangladesch. In Bangladesch wird der Zaun als Einschüchterungsversuch eines tyrannischen großen Bruders wahrgenommen. Seine Errichtung hat nichts mit guter Nachbarschaft zu tun, sondern unterstreicht das Misstrauen, das die gegenseitige Wahrnehmung der beiden Länder prägt. Entsprechend kritisch wird der Zaun in Bangladesch und weiten Teilen Südasiens gesehen. Wie ein Leitartikel im südasiatischen Nachrichtenmagazin Himal 2008 schrieb, lasse der Zaun jedes Verständnis für die historisch etablierten Wege der Menschen in der Region vermissen. Stattdessen richte er eine starre Grenze ein, die weder mit der Vergangenheit noch mit der Gegenwart vereinbar sei.

Der Zaun widerspricht auch den derzeitigen Bemühungen, grenzüberschreitende Kontakte, Handelsbeziehungen und Kooperationen zwischen den Grenzanwohnern zu fördern. In den letzten Jahren wandte sich Indien an benachbarte Länder wie Bangladesch, Bhutan, Nepal und Myanmar, um über freie Reisemöglichkeiten und die Konstruktion transnationaler Straßen und Eisenbahnstrecken zu beraten.

Auf lange Sicht verstärkt der Grenzzaun nur die Probleme in der Region. Das betrifft insbesondere die Probleme des tief liegenden Landes Bangladesch: Bei einem Anstieg des Meeresspiegels um einen Meter würde wahrscheinlich ein Fünftel des Landes überflutet werden. Dies wird zum Ende des Jahrhunderts erwartet.

Es gibt also Anlass zur Sorge um die Einwohner von Bangladesch. Indien umgibt das Land auf drei Seiten, der Zaun kesselt die Bevölkerung praktisch ein. Mit Khulna, Satkhira und Bagerhat liegen die gefährdetsten Küstenregionen nahe der indischen Grenze. Wohin werden diese Menschen fliehen, wenn ihre Häuser und Felder im Meer versinken?

Indien kann es sich nicht leisten, dieses Problem zu ignorieren. Das wäre nicht nur inhuman, der ansteigende Meeresspiegel könnte auch unmittelbar für Indien ähnlich katastrophale Folgen haben. Tatsächlich führen einige Studien Indien neben Bangladesch unter den durch den Klimawandel „extrem gefährdeten“ Ländern auf.

Statt sich also von Bangladesch und dem Thema Klimawandel zu distanzieren, sollte Indien eine stärkere Kooperation anstreben. Der Abriss des Zaunes wäre ein wichtiger erster Schritt in diese Richtung. Es ist aber noch viel schwieriger, Mauern abzureißen, als sie zu bauen. Dies erfordert einen klaren politischen Willen und setzt ein Umdenken voraus. Vor allem müsste man sich eingestehen, dass der Grenzzaun zwischen Indien und Bangladesch den Menschen dieser Länder keine Sicherheit gebracht hat, sondern nur Angst und Verunsicherung.

Doch es bleibt fraglich, ob diese Überlegungen auf der politischen Landkarte eines Donald Trump einen Platz haben. Sudha Ramachandran TD/IPG 20

 

 

 

 

Griechenland weiter nicht kreditfähig

 

Griechenland ist nach wie vor nicht kreditfähig. Eine Trendwende ist nicht abzusehen. Zu diesem Schluss kommen die Autoren des diesjährigen cepDefault-Indexes. „Nach wie ist das Konsumniveau in Griechenland viel zu hoch. Hinzu kommt ein massiver Abbau des Kapitalstocks“, erklärt Prof. Lüder Gerken, Vorstandsvorsitzender des cep und Mitautor. Neben Griechenland aber weisen weitere fünf Euro-Länder eine abnehmende Kreditfähigkeit auf, die sich darüber hinaus seit schon mehreren Jahren verfestigt hat. Dies sind, Italien, Lettland, Portugal, Slowenien und Zypern.

 

„Die Euro-Zone kommt weiterhin nicht zur Ruhe“, so Matthias Kullas, Mitautor der Studie. „Die politische Unsicherheit über die Zukunft des Euros wird zudem durch den Disput über die Schuldentragfähigkeit Griechenlands befeuert.“ Dass Griechenland auch sieben Jahre nach Ausbruch der Euro-Krise nicht kreditfähig ist, führt er zuallererst auf ausbleibende Reformen zur Wiederherstellung der Wettbewerbsfähigkeit zurück. Die Studie verweist außerdem darauf, dass in den vergangenen Monaten deutlich wurde, dass sich die Euro-Länder nach wie vor nicht auf eine solide Fiskalpolitik verständigen konnten und zahlreiche Euro-Länder, allen voran Frankreich, Italien, Portugal und Spanien, die Verschuldungsgrenzen des Stabilitäts- und Wachstumspakts nicht ernst nehmen. Dies habe das Vertrauen in die Zukunft des Euros weiter unterminiert. All diese Entwicklungen haben dazu beigetragen, dass die Renditen der Staatsanleihen der Euro-Länder seit Jahresbeginn wieder stärker auseinandergehen.

 

Der cep-Index 2017 legt eine stärkere Differenzierung der nationalen Anleiherenditen nahe und verweist darauf, dass sich die Kreditfähigkeit der Euro-Länder stark unterschiedlich entwickelt. Während die Kreditfähigkeit von zwei Dritteln der Euro-Länder Jahr für Jahr zunimmt, erodiert sie in anderen Euro-Ländern ebenso kontinuierlich oder ist, wie im Fall Griechenlands, längst verlorengegangen. Mit Ausnahme von Zypern ist der Verfall der Kreditfähigkeit in diesen Euro-Ländern auf eine negative Investitionsquote zurückzuführen. Wenn der dadurch bedingte Abbau des Kapitalstocks über längere Zeit anhält, verarmt die Volkswirtschaft, warnt das cep in seiner Studie.

 

Methodik des cepDefault-Index

Der cepDefault-Index misst seit 2011 wie sich die Fähigkeit eines Landes zur Rückzahlung der Auslandskredite und damit die Kreditfähigkeit entwickelt. Er ist damit kein Bestands-, sondern ein Prozessmaß. Dies hängt nicht nur von der Verschuldung des Staates ab. Vielmehr ist die Solidität der gesamten Volkswirtschaft ausschlaggebend. Insbesondere die Wettbewerbsfähigkeit der Unternehmen auf den Weltmärkten beeinflusst die Kreditfähigkeit eines Landes. So führt eine Erosion der Wettbewerbsfähigkeit regelmäßig zu höheren Importen und geringeren Exporten und damit zu Leistungsbilanzdefiziten. Der cepDefault-Index berücksichtigt daher neben den Staatshaushalten auch das Kreditverhalten der Banken, Unternehmen und Konsumenten und misst entsprechend die Entwicklung der Kreditfähigkeit des Landes insgesamt. cepStudie cepDefault-Index 2017 cep 20

 

 

 

„Die Union wird womöglich regierungsunfähig“

 

Martin Schulz hat eine reelle Chance Kanzler zu werden, meint Politikberater Michael Spreng im Interview mit EurActivs Medienpartner „WirtschaftsWoche“. Warum der SPD-Kanzlerkandidat erst nach der NRW-Wahl konkret werden sollte und wie Angela Merkel nun reagieren müsste.

Martin Schulz wird nominiert, holt innerhalb von zwei Wochen in den Umfragen Angela Merkel ein und wirkt als könnte er die Kanzlerin schlagen. Wie war das möglich?

Michael Spreng: Es gibt eine latente Merkel-Müdigkeit. Die ist bislang nicht ausgebrochen, weil der bisherige SPD-Chef und scheinbare Gegenkandidat Sigmar Gabriel keine wirkliche Alternative war. Dann kommt Martin Schulz, der glaubwürdig und authentisch wirkt, gut und emotional reden kann – und plötzlich wirkt Merkel wie eine Kanzlerin von gestern. Ich hätte das selbst kaum für möglich gehalten. Aber die Union ist auch selbst schuld. Mit ihrem Dauerstreit um die Obergrenze verschrecken CDU und CSU die Wähler.

Die Unionsparteien tun so als hätten sie Frieden geschlossen. Dabei klammern sie das Thema Obergrenze einfach aus – ohne Lösung.

Eine vollkommen absurde Situation. Die CSU kämpft jetzt für eine Regierung mit Merkel als Kanzlerin, der sie anschließend nicht beitreten kann. Horst Seehofer will keinen Koalitionsvertrag ohne Obergrenze unterschreiben. Nur wird die CSU keinen Koalitionspartner für eine Obergrenze finden. Bei diesem sogenannten Friedensgipfel herrschte eine Aufbruchsstimmung wie bei einer Beerdigung. Das findet kein Wähler anziehend.

Was hätten Merkel und Seehofer anders machen müssen?

Seehofer hätte nicht so stur sein sollen und seine Merkel-Demontage schon vor einem halben Jahr einstellen müssen. Er wusste, dass er Merkel letztlich als Kanzlerkandidatin unterstützen muss. Trotzdem hat er sie bei jeder Gelegenheit demontiert. Sollte die CSU bei ihrer Position bleiben, finden CDU und CSU nicht mehr zusammen. Die Union ist nach der Wahl womöglich regierungsunfähig.

Was muss die Union jetzt tun?

Angela Merkel muss sich ändern. Die Zeiten der asymmetrischen Demobilisierung sind vorbei. Merkel kann diese Wahl nicht mehr gewinnen, indem sie ihren Gegner einschläfert. Sie muss offensiv für sich werben, ihre Politik besser erklären und emotionaler werden. Sie muss eine Zukunftsidee entwickeln, die für Wähler attraktiv ist. Derzeit erleben wir eine traurige Merkel ohne Plan. Auf diese Merkel haben die Wähler keine Lust.

Die Union will weniger über Flüchtlinge und mehr über Wirtschaft, Finanzen und innere Sicherheit sprechen. Kann das im Wahlkampf gelingen?

Das Thema Flüchtlinge können sie nicht einfach wegwischen, das bleibt. Und natürlich müssen CDU und CSU die Themen betonen, bei denen sie sich einig sind. Doch wofür steht die Union unter Angela Merkel? Warum will sie Kanzlerin bleiben? Ein Kandidat muss von sich selbst begeistert sein, um die Partei begeistern zu können, die wiederum die Wähler begeistert. Diese Regel gilt in jedem Wahlkampf. Die CDU hat noch nicht mal die erste Stufe erreicht.

Wolfgang Schäuble hat Martin Schulz mit Donald Trump verglichen. Was will er damit bezwecken?

Der Vergleich war völlig überzogen und hilft der Union nicht. Ihm ging es aber gar nicht um Schulz. Das war ein Weckruf an die eigene Partei. Er hat gemerkt, dass alle vor sich hindämmern und paralysiert sind. Er wollte seine Leute mit einer massiven Provokation aufwecken. Und er will das Momentum der SPD stoppen. Aber er weiß selbst, dass man Schulz nicht mit Trump vergleichen kann.

Die SPD hat weiterhin große strukturelle Probleme: ihre Schwäche im Osten, ihr Unbehagen mit der Agenda 2010, die Linkspartei. Jetzt kommt Schulz und die Probleme sind nicht mehr wichtig?

Die Stimmung hat sich massiv verbessert, aber die Probleme und Konflikte bleiben. Schulz überstrahlt sie lediglich. Die Frage ist nur, ob ihm das acht Monate gelingt und ob die Wähler das mitmachen.

Was muss Schulz machen, um die Euphorie im Herbst in Wählerstimmen zu übersetzen?

Kurzfristig sollte er weitermachen wie bisher. Erst nach der Landtagswahl in Nordrhein-Westfalen im Mai sollte er inhaltlich konkret werden. Im Moment sieht es so aus, als würde Hannelore Kraft massiv von Schulz profitieren. Wenn sie Ministerpräsidentin bleibt, kann Schulz das als seinen ersten großen Sieg verkaufen. Danach kann die SPD dann ihr Programm vorlegen und die Union weiter unter Druck setzen.

Schulz sagt, in Deutschland gehe es nicht gerecht zu. Ist das das richtige Thema für ihn und die SPD?

Schulz orientiert sich am Wahlkampf von Bill Clinton aus den 90er Jahren. Es geht ihm um die hart arbeitenden Menschen, die sich an die Regeln halten, aber das Gefühl haben, es gehe nicht gerecht zu im Land. Er zielt also nicht auf die Abgehängten und Enttäuschten, sondern auf die arbeitende Mittelschicht.

Objektiv geht es den Deutschen aber sehr gut.

Stimmt – und trotzdem haben viele das Gefühl, es gehe ungerecht zu im Land. Es gibt zwei Stimmungen im Land. Und genau die probiert Schulz für sich zu nutzen. Das ist clever.

Aber reicht das inhaltlich?

Nein, er muss sich zu Fragen der inneren Sicherheit klar positionieren. Und er muss sagen, ob und wie seine Partei Steuern senken will oder nicht. Er muss zu allen Themen ein Profil entwickeln. Aber dieser Gerechtigkeitsansatz trifft den Nerv der Zeit – egal ob das objektiv stimmt oder nicht.

Ist die Lage mit 1998 vergleichbar? Ist Schulz ein neuer Schröder?

Möglicherweise, ich bin noch nicht ganz sicher. Helmut Kohl hatte damals gehofft, Oskar Lafontaine werde Kanzlerkandidat, den er für den einfacheren Gegenkandidaten hielt. Und dann wurde es Schröder. Genauso hatte Merkel auf Gabriel als leichteren Gegner gehofft – und sie bekam Schulz. Wir haben noch keine so ausgeprägte Wechselstimmung wie 1998, aber einen Hauch davon. Damit hatte keiner gerechnet. Insofern gibt es erste Parallelen.

Während Union und SPD Kopf an Kopf liegen, sacken Grüne, Linke und FDP ab. Woran liegt das?

Es gibt zwei starke Kanzlerkandidaten, die polarisieren. Dann haben es die kleineren Parteien schwer. Für Rot-Rot-Grün könnte es ein Nullsummenspiel werden. Schulz jagt Grünen und Linken stimmen ab und reaktiviert Nichtwähler. Das reicht aber womöglich nicht für eine linke Mehrheit.

Ihre Prognose für diesen Wahlkampf?

Seit der Zeit von Helmut Kohl habe ich es nicht mehr erlebt, dass sich die Union so schwertut, Wähler zu begeistern. Das ist sehr gefährlich für Angela Merkel. Und deswegen hat Martin Schulz eine reelle Chance – trotz all der strukturellen Probleme der SPD.

Michael Spreng war von 1989 bis 2000 Chefredakteur der Bild am Sonntag. 2002 berief ihn der damalige Unions-Kanzlerkandidat Edmund Stoiber zum Wahlkampfmanager. Danach arbeitete Spreng weiter als politischer Berater und Publizist für diverse Medien. Marc Etzold, WirtschaftsWoche EA 21

 

 

 

Migrationskommissar Avramopoulos: Ratlos in Berlin

 

Die EU sei inzwischen besser für den Flüchtlingsandrang über das Mittelmeer gewappnet, betonte EU-Innenkommissar Avramopoulos in Berlin. Klare Strategien oder Ideen, wie sich die Verteilung der Flüchtlinge erreichen ließe, bot er nicht. 

Es war nicht mangelnde Rhetorik, die EU-Migrations- und Innenkommissar Dimitris Avramopoulos an diesem Dienstagmittag in Berlin präsentierte. Etwas zu spät eingetroffen nach seinem vorherigen Treffen mit Bundesinnenminister Thomas de Maizière beim Polizeikongress am Vormittag, trat er dennoch ruhig und besonnen auf, als er sich in einer Gesprächsrunde zur europäischen Flüchtlingspolitik den Fragen der Besucher stellte.

Optimistisch wollte der Kommissar in Berlin auftreten – ein schwieriges Unterfangen, seit der 2014 sein Amt betreuende Avramopoulos Lösungen und Antworten zur Flüchtlingskrise bieten soll. Nun, das war zu spüren, galt es die Fortschritte zu betonen, die Europa seit dem Höhepunkt der Krise 2015 gemacht hat.

Schon bei seinem Treffen mit de Maizière hatte er darum besonders hervorgehoben, dass die EU mittlerweile wesentlich besser auf den Flüchtlingsandrang über das Mittelmeer vorbereitet sei – auch wenn die Zahl der in Libyen auf eine Überfahrt nach Europa harrenden Asylsuchenden „sehr groß“ bleibe. Dass der Flüchtlingsdeal Europas mit der Türkei den Andrang von Flüchtlingen auf der Balkanroute „mehr oder minder“ unter Kontrolle gebracht habe, lobte er wiederholt als gutes Beispiel für die europäischen Bemühungen seit dem „nicht vorhersehbaren“ Beginn der Flüchtlingskrise.

Dennoch: Detailliertere Informationen zur angekündigten Reform des europäischen Asylsystems, zur kürzlich beschlossenen Libyen-Strategie und weiteren Strategien zur Eindämmung von Fluchtursachen und illegaler Migration, blieb Avramopoulos bei diesem Berlin-Besuch schuldig.

Kein Wort zur Drohung der EU-Kommission in Richtung der Flüchtlingsverweigerer

Noch nicht einmal zwei Wochen ist es her, dass die EU-Kommission drohte, jene Mitgliedsstaaten zu bestrafen, die Griechenland und Italien nicht bei der Flüchtlingsaufnahme entlasten. Denn ,mehrere osteuropäische Staaten sträuben sich noch immer vehement dagegen, vor allem muslimische Flüchtlinge aufzunehmen. Ungarn oder die Slowakei legten sogar einen Vorschlag auf den Tisch, laut dem sie Solidaritätsbeiträge zahlen würden, um keine Flüchtlinge aufzunehmen. Avramopoulos aber verlor kein Wort zu der Warnung der EU-Kommission oder anderen Methoden, widerspenstige Staaten  zur Aufnahme von Flüchtlingen zu bewegen.

Kein Land in Europa sei in Bezug auf Migration und Flüchtlingsfragen eine Insel, mahnte der Kommissar lediglich. Heute seien vor allem Deutschland, Italien, Griechenland vom Flüchtlingsandrang betroffen, doch das könne sich künftig ändern. Alle europäischen Staaten täten darum gut daran, Langzeit-Solidarität zu beweisen und gegen die Spaltung der EU durch Nationalismus, Populismus und Fremdenfeindlichkeit anzukämpfen, so das Resümee des Griechen.

Die Länder, so gab er optimistisch auf die Frage zu den vornehmlich osteuropäischen Flüchtlingsverweigerern zu bedenken, seien nicht gleich Regierungen. „Regierungen sind zwar gewählt, aber sie wechseln.“ Zu jenen Bürgern, die hinter der Einstellung dieser aktuellen Regierungen stehen, sagte er jedoch nichts.

Tunesien will nicht

Und mögliche Auffanglager in Tunesien, über die Bundeskanzlerin Angela Merkel vergangene Woche gerne mit dem tunesischen Premierminister Youssef Chahed verhandelt hätte? Solche Auffangzentren für Flüchtlinge in seinem Land lehne er ab, hatte Chahed noch vor dem Zusammentreffen mit Merkel klargestellt. Die Flüchtlinge würden schließlich von Libyen aus nach Europa aufbrechen, nicht von seiner Heimat aus.

In der Tat kamen rund 90 Prozent der 181.000 Flüchtlinge, die vergangenes Jahr Italien erreicht haben, über Libyen. EU-Vertreter schätzen, dass aktuell zwischen 300.000 und 350.000 Flüchtlinge in dem nordafrikanischen Land ausharren und hoffen, bald weiter nach Europa übersetzen zu können.

Doch nur mit der Hilfe von des ohnehin denkbar instabilen Libyen, das weiß die EU, wird der Andrang von Migranten aus Afrika schwer zu stoppen sein. Avramopoulos Antwort wirkte auch zu diesem Thema eher ratlos. „Staaten wie Tunesien reagieren sehr ablehnend auf europäische Vorschläge zu solchen Abkommen. Sie befürchten, dass der Fluss der Flüchtlinge letztlich in ihrem Land stecken bleibt“, so Avramopoulos. Er wisse auch nicht, wie die EU das ändern könnte.

Was von Avramopoulos‘ Stippvisite in der deutschen Hauptstadt an diesem Tag nachhallt, ist vor allem sein Plädoyer für starken europäischen Zusammenhalt, für Solidarität und gegen Abschottung. Eindruck hinterlässt aber auch die geradezu sinnbildliche Frage, die der Kommissar am Ende der Diskussionsrunde dem Moderator stellte: „Gibt es denn gar keine Schlussfolgerung?“

Nicole Sagener | EurActiv.de 21

 

 

 

 

Geteiltes Echo auf Schulz Pläne. Ja von Gabriel, Nein von der Union

 

Unglaubwürdige Rolle rückwärts oder sinnvolle Hilfe für Arbeitslose? Der designierte SPD-Kanzlerkandidat Schulz facht mit seinen Reformvorschlägen bei der Agenda 2010 den Wahlkampf ordentlich an. Heftige Kritik kommt aus der Union.

Zuerst kam Kritik an den Vorschlägen des designierten SPD-Kanzlerkandidaten Martin Schulz für den Arbeitsmarkt, nun bekommt er aber auch Unterstützung aus den eigenen Reihen.

Ja von Außenminister Gabriel

Bundesaußenminister Sigmar Gabriel unterstützt die Reformvorschläge zur Agenda 2010. "Die damaligen Sozialreformen fanden statt, als wir uns der Zahl von fünf Millionen Arbeitslosen näherten", sagte der scheidende Parteichef den Zeitungen der Funke Mediengruppe. Weiter betonte Gabriel: "Dass es Sinn macht, darüber nachzudenken, welche der damaligen Reformen heute dazu führen, dass Menschen zu früh von Qualifizierung, Fortbildung und dem Arbeitsmarkt ferngehalten werden, scheint mir mehr als berechtigt zu sein."

Schulz hatte gestern angekündigt, Fehler bei der Agenda 2010 des damaligen Kanzlers Gerhard Schröder korrigieren zu wollen: So will er den Bezug des Arbeitslosengelds I verlängern und er kündigte an, die Befristung von Arbeitsverhältnissen erschweren zu wollen.

Ja von Arbeitsministerin Nahles

Unterstützung kommt auch von Bundesarbeitsministerin Nahles: Sie will bald Reformkonzepte für die Hartz-IV-Gesetze vorlegen. Diese stünden im Einklang mit der Ankündigung von Schulz zur Agenda 2010, den entsprechenden Auftrag von Schulz nehme sie gerne an, sagte Nahles. "Die Arbeitsmarktlage ist eine andere als vor 15 Jahren, die Rahmenbedingungen sind andere. Und deswegen brauchen wir auch neue Antworten für die Zukunft". Und weiter sagt sie in Bezug auf Befristungen im Arbeitsverhältnis: "Das mag ja eine Sicht des Arbeitgebers sein, dass Befristungen ein kleineres Problem sind." Viele Betroffene würden wegen der Job-Unsicherheit aber keine Familie gründen oder kämen auch schlechter an Bankkredite.

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Nein von Arbeitgebern und Union

Massive Kritik kommt von Deutschlands Arbeitgebern, Wirtschaftsexperten und aus der Union. "Viele Vorschläge sind ohne präzise Kenntnis der Zahlen oder der Rechtslage in Deutschland formuliert", weisen die Arbeitgeber Schulz' Forderung nach einem längeren Arbeitslosengeld I zurück. Die SPD wolle zurück in die 1990-er Jahre: "Damit kann man die deutschen Arbeitsplätze nicht sichern", sagte der Hauptgeschäftsführer des Arbeitgeberverbandes BDA, Steffen Kampeter, der "Nordwest-Zeitung",

"Wir haben die Arbeitslosigkeit seit 2005 halbiert. Was Kandidat Schulz fordert, gefährdet diesen Erfolg", sagte CDU-Generalsekretär Peter Tauber dem "Handelsblatt". Nötig sei dafür Flexibilität am Arbeitsmarkt, nicht eine längere Bezugszeit von Arbeitslosengeld.

"Er will das Rad zurückdrehen"

Kopfschütteln auch von Seiten der CSU: Die Vorsitzende der CSU-Landesgruppe, Gerda Hasselfeldt, kritisiert: "Mit seiner Forderung, die Bezugsdauer von Arbeitslosengeld I zu verlängern, führt Martin Schulz die SPD wieder in die Vergangenheit. Er setzt damit den gut funktionierenden Arbeitsmarkt und die Zukunft der deutschen Wirtschaft aufs Spiel." Gerade die Verkürzung der Bezugszeit des Arbeitslosengeldes sei ein wichtiger Reformschritt gewesen, um Fehlanreize zu vermeiden und die Lohnnebenkosten zu senken. "Schulz will jetzt das Rad an wichtigen Stellen zurück drehen und damit davon ablenken, dass er einfach keine Ideen hat, die Deutschland voran bringen", fügte sie hinzu.

 

"Gefahren für Arbeitsmarkt und Wirtschaftswachstum"

Warnungen vor einer Aufweichung der Agenda 2010 kamen aber auch von Wirtschaftsexperten. "Die Politik sollte sich auch im Wahlkampfmodus erst einmal fragen, welche Grundpfeiler in den vergangenen Jahren die Stabilität des deutschen Arbeitsmarkts getragen haben", sagte der Chef der Wirtschaftsweisen, Christoph Schmidt, der "Rheinischen Post". "Ein wesentlicher Bestandteil waren die Reformen der Agenda 2010, die den beeindruckenden Abbau der Arbeitslosigkeit und gleichzeitigen Aufbau der Beschäftigung seit 2005 mitgetragen haben." Tageschau 21

 

 

 

Wie Deutschland Frieden besser fördern kann

 

Voraussichtlich noch vor Ostern 2017 wird das Bundeskabinett neue Leitlinien für Krisenengagement und Friedensförderung verabschieden. Sie sollen den Aktionsplan „Zivile Krisenprävention“ aus dem Jahr 2004 sowie eine Reihe weiterer Strategiedokumente der Regierung zusammenführen und aktualisieren.

Die Erstellung des Dokuments wurde begleitet von einem neunmonatigen Diskursprozess, dem PeaceLab2016. An diesem beteiligte sich eine breite Community aus Ministerien, Politik, Wissenschaft und Friedenspraxis. Danach steht zu erwarten, dass das neue Dokument die aktuellen Herausforderungen angemessen und hinreichend differenziert beschreiben wird; dass es Deutschlands Rolle anspruchsvoll, aber realistisch definiert; dass internationale Kooperation und Engagement das Fundament ausmachen werden; und dass schwierige Aufgaben der Strategiebildung und Prioritätensetzung in Krisen und Gewaltkonflikten ausbuchstabiert werden.

Gute Absichten alleine reichen nicht

Doch was wird ein Katalog guter Absichten angesichts der aktuellen Weltlage ausrichten können?

* Der neue US-Präsident stellt ausgerechnet jene Strukturen der internationalen Ordnung in Frage, die sich einen Rest an dringend benötigter globaler Kooperationsbereitschaft erhalten haben.

* Wahlen in den Niederlanden, Frankreich und Deutschland finden im Schatten einer europaweiten Welle des Nationalpopulismus statt, durch die der noch vor kurzem undenkbare Zerfall Europas plötzlich möglich scheint.

* Für Großkrisen wie in Syrien und alte Konflikte wie in Israel/Palästina drohen „Lösungen“, die eher an ein „Handbuch des Kalten Krieges“ als an die Notwendigkeiten einer kooperativen Weltordnung des 21. Jahrhunderts erinnern.

Vor diesem Hintergrund wird es ein Leitlinienpapier zur zivilen Krisenprävention und Friedensförderung nicht leicht haben, gegen den politischen und ministerialbürokratischen Alltag der „Krisenbewältigung“ innovative Kraft zu entfalten. Denn in Zeiten globaler Verunsicherung vermitteln hergebrachte Routinen ein trügerisches Maß an Sicherheit. Wo Chuzpe und Nullsummenlogik zur Erfolgsformel internationalen Handelns erklärt werden, gilt ein Strategiedokument, das auf Kooperation und Verlässlichkeit setzt, schnell als naiv und gestrig. Übersehen wird, dass es nicht ein Zuviel, sondern ein Zuwenig an effektiver internationaler Kooperation war, dessen Folgen wird gegenwärtig allerorts zu besichtigen haben.

Wie also kann ein vom Kooperationsgedanken getragenes Leitliniendokument zur Friedensförderung tatsächlich zu einer tragenden strategischen Orientierung werden? Zwei Vorgehensweisen können dabei helfen: organisierte Reflexion und Selbstbindung.

Orte für organisierte Reflexion schaffen

Kein Strategiedokument kann spezifisch genug sein, um für jede Krise im Vorhinein die Antwort parat zu haben. Die handelnden Akteure, insbesondere in Bundesregierung und Parlament, dürfen daher nicht im permanenten Krisenbewältigungsmodus versinken, sondern brauchen auch Zeit und Raum zur Reflexion. Wie im PeaceLab2016-Prozess braucht es Orte, an denen die Beteiligten Erfahrungen austauschen, Fragen stellen, Wissen justieren und neue Ideen aufnehmen können. Lernplattformen, wie sie aus dem Beirat Zivile Krisenprävention angeregt wurden, können dabei helfen; ebenso eine jährliche Friedenskonferenz, die alle relevanten Akteure zusammenbringt.

Selbstbindung für eine kooperative globale Ordnung

Zur reflektierten Reaktion auf sich herausbildende Krisen muss die proaktive Gestaltung einer kooperativen globalen Ordnung hinzutreten, die die Entstehung neuer Konflikte von vornherein unwahrscheinlicher werden lässt. Damit das in einer Staatenwelt gelingen kann, die mehr als zu irgendeinem Zeitpunkt seit dem Ende des Kalten Krieges von Misstrauen gekennzeichnet ist, ist das dringendste Gebot, gegenseitiges Vertrauen und Glaubwürdigkeit wieder aufzubauen.

Deutschland und Europa haben mit ihrer wirtschaftlichen Macht die Mittel dazu in der Hand. Durch Vorleistungen bei Handelsabkommen, Rüstungsexporten oder Ressourcenbewirtschaftung könnten sie signalisieren, dass ihnen eine kooperative internationale Ordnung „etwas wert“ ist. Eine sinnvolle Maßnahme wäre die Einrichtung eines Mechanismus durch die Bundesregierung oder den Bundestag, der über alle Politikfelder hinweg die Friedensverträglichkeit deutscher „Außenpolitik“ untersucht und friedensschädlichem Handeln entgegenwirkt. Eine solche Selbstbindung würde dem drohenden Zerfall der internationalen Ordnung in widerstreitende Interessenssphären ein Modell kooperativen Friedens entgegensetzen, das nicht auf einer für selbstverständlich gehaltenen wirtschaftlichen Hegemonie des Westens gründet.

Jörn Grävingholt | Deutsches Institut für Entwicklungspolitik (DIE) EA 2

 

 

 

 

„Zuviel Nebeneinander – zu wenig Steuerung“

 

Forum des Demographie-Netzwerk e.V. (ddn) in Stuttgart bemängelt „ineffiziente Integrationsarbeit“

 

Dortmund  – „Zuviel Nebeneinander – zu wenig Steuerung“. Akteuren fehlt der Gesamtüberblick, eine Verzahnung der zahlreichen Initiativen findet kaum statt.“ Zu diesem Schluss kommt das Demographie Netzwerk e.V. (ddn) auf der didacta Bildungsmesse vergangenen Donnerstag in Stuttgart auf seinem Forum zum Thema „Von Flüchtlinge zu Fachkräften - die ddn -Kompetenzoffensive“: „Bei der Integration von Geflüchteten in den Arbeitsmarkt besteht „dringender Handlungsbedarf. Wir brauchen einen durchgängigen Fahrplan zur Kompetenzentwicklung.“

ddn Vorstand Christoph Zeckra, Public Affairs and Community Engagement, Generali Deutschland AG, kritisierte in seiner Keynote die „sehr ernüchternde Zwischenbilanz der Integrationsarbeit“. 400.000 Geflüchtete suchten zwar einen Job, aber nur 30.000 hätten bisher den Arbeitsmarkt erreicht. Es fehle nicht am Engagement. Doch die „zahlreichen und „sehr anerkennenswerten Initiativen“ von Industrie, Gesellschaft, Kirchen und Arbeitsamt seien zu wenig koordiniert. „Für sich alles gut gemeint und meistens gut gemacht“ – aber mangels abgestimmten Vorgehens weitgehend ineffizient.“ Jeder agiere für sich.

Zeckra: „Wir müssen uns lösen von den getrennten Aktivitäten. Wir brauchen dringend einen gemeinsam entwickelten Fahrplan mit festgelegten Zielen und konsequenter Ergebniskontrolle.“ Die bestehende Förderung einzelner Aktivitäten ohne parallelen Aufbau von Kooperationsstrukturen erweise sich als unzureichend. Die vielen Akteure – etwa die ehrenamtlichen Integrationspaten, gefördert durch das Bundesministerium für Familie, Senioren, Frauen und Jungend, die hauptamtlichen Lotsen der IHKs, die Ausbildungsmentoren und Berater der Jobcenter – müssten verzahnt werden. Zeckra: „Wirksame Kooperationsstrukturen sind die Bedingung für erfolgreiche Integration.“

ddn-Vorstand Siegmar Nesch, stellvertretender Vorsitzender des Vorstandes der AOK Baden-Württemberg betonte die „Schlüsselrolle der Unternehmen“ bei der Integration. Sie vor allem stünden in der Verantwortung. Zu ihrer Unterstützung gebe es zwar „unglaublich viele Angebote“. Diese müssten den Unternehmen aber auch bekannt gemacht werden. „Wir brauchen mehr Wissentransfer“.

Nesch forderte die Unternehmen auf, ihrerseits mehr über Erfahrungen bei der Integration zu berichten und darüber, welche positiven Effekte diese auch für die eigene Belegschaft nach sich ziehen kann.

Die Teilnehmer erörterten konkrete Projekte zur Auswahl qualifizierter Geflüchteter, und zur Kombination fachbezogener und allgemeiner Sprachtrainings. Großunternehmen können die Kompetenzfeststellung für kleinere Unternehmen mit übernehmen und diese dadurch entlasten. In „Talenthäusern“ wie in Nordrhein-Westfalen können Geflüchtete unbürokratisch und ohne lange Testverfahren Fertigkeiten und Fähigkeiten zeigen - im Beisein von Unternehmen.

Entscheidend ist nicht allein die berufliche, sondern auch die kulturelle und soziale Integration – „Sprache ist nicht alles“, betonten Teilnehmer. Betriebe können das Miteinander befördern auch mit „kleinen“ Maßnahmen wie dem gemeinsamen Gang in die Kantine.

Die Unternehmen Boehringer Ingelheim Pharma GmbH & Co KG, Ingelheim, die AOK Baden-Württemberg und die Lapp GmbH, beide Stuttgart, stellten ihre erfolgreich laufenden Integrationsprogramme vor und berichteten aus der Praxis.

Das Demographie Netzwerk wird die systemische Kompentenzentwicklung jetzt weiter anregen und auf den Ausbau verbindlicher Kooperationsstrukturen hinwirken.

Mehr Informationen unter www.demographie-netzwerk.de ddn 20

 

 

 

Innenministerium will EU-Asylregeln im Krisenfall verschärfen

 

Im Bundesinnenministerium gibt es laut einem Dokument Überlegungen, den EU-Türkei -Deal als Vorlage zu nutzen und die Asylregeln im Krisenfall zu verschärfen.

„Die EU-Türkei-Vereinbarung war die Wende im östlichen Mittelmeer 2016“, heißt es in dem Arbeitspapier, dessen Existenz gegenüber Reuters am Dienstag von mehreren EU-Diplomaten bestätigt wurde. Der Sprecher der EU-Vertretung Frankreichs in Brüssel widersprach anderslautenden Informationen, dass es sich um ein deutsch-französisches Papier handele und sich sein Land an dem Dokument beteiligt habe. Das Papier kann auf der Internseite statewatch.org eingesehen werden.

Bundesinnenminister Thomas de Maizière sprach sich bereits für einen Krisenmechanismus im Falle eines Massenzulaufs aus, der auch sichere Orte außerhalb der EU umfasse. Dort solle entschieden werden, wer als Schutzbedürftiger nach Europa komme.

EU-Türkei-Vereinbarung als Blaupause

In dem Papier werden drei Aspekte hervorgehoben, die zu einem erheblichen Rückgang der Anzahl ankommender Migranten in Griechenland geführt haben. So würden Asylsuchende abgewiesen, ohne dass ihr Fall geprüft werde, um illegale Migration und das Schlepperwesen einzudämmen. Zugleich seien legale Wege für Schutzbedürftige geöffnet worden. Drittens werde durch finanzielle Unterstützung der EU die Unterbringung von Flüchtlingen im jeweiligen Partnerland verbessert. „Die EU-Türkei-Vereinbarung ist deshalb, ungeachtet der bestehenden Defizite bei der Umsetzung, eine Blaupause für die künftige europäische Asylpolitik, auch gegenüber anderen Nachbarstaaten.“

Außerdem wird eine Verschärfung der aktuell in Brüssel diskutierten Vorschläge zur Änderung des Asylsystems angeregt, falls es zu einem starken Anstieg der Migration Richtung Europa kommt. So soll die Grundlage im Krisenfall nur noch die Genfer Flüchtlingskonvention gelten und nicht ein höherer EU-Standard. Zudem sollen dann die Bedingungen abgesenkt werden können, unter denen die Abschiebung in einen Drittstaat oder in ein Transitland möglich ist.

Die Europa-Abgeordnete Ska Keller von den Grünen kritisierte, dass die Bundesregierung eine Komplettabschottung Europas plane, die sie bei US-Präsident Donald Trump kritisiere. „Massenabschiebungen sollen zur Regel werden. Das ist perfide und menschenunwürdig.“ EA mit rtr 22

 

 

 

 

Neuer Höchststand. Deutschland wird flächendeckend ärmer

 

Die Wirtschaft floriert, das Beschäftigungsniveau erreicht immer neue Rekorde - und doch kommt der Wohlstand bei immer weniger Menschen an. Nur in vier Bundesländern sank 2015 das Armutsrisiko.

 

Seit der Wiedervereinigung hat es in Deutschland nicht mehr so viel Armut gegeben: Ein Bericht des Paritätischen Wohlfahrtsverbandes und anderen Organisationen beziffert die Armutsquote auf 15,7 Prozent - rund 12,9 Millionen Deutsche sind demnach gefährdet. Vor allem in Berlin und im Ruhrgebiet ist das Armutsrisiko deutlich gestiegen.

Vor zehn Jahren lag die Armutsquote noch bei 14,7 Prozent. Als arm gelten laut Statistischem Bundesamt alle Personen, die in Haushalten leben, die weniger als 60 Prozent des mittleren Einkommens aller Haushalte erzielen. Für ein Paar ohne Kinder setzte der Verband für 2015 beispielsweise als Armutsschwelle 1413 Euro monatlich an.

Nur vier Bundesländer konnten der Studie zufolge ihre Armut abbauen - ausgerechnet solche, denen man es aufgrund ihrer Strukturschwäche kaum zugetraut hätte: Die Armutsquoten von Brandenburg, Sachsen-Anhalt, Rheinland-Pfalz und dem Saarland liegen zwar trotzdem noch über dem bundesweiten Durchschnitt, doch ist ein deutlicher Rückgang im Vergleich zu den Vorjahren zu verzeichnen (auf der Website des Paritätischen Wohlfahrtsverbandes können Sie die Armutsquoten Ihrer Region nachsehen).

Ostdeutsche Bundesländer konnten Armut abbauen

Das trifft auch auf die ostdeutschen Bundesländer insgesamt zu. Im Zehn-Jahres-Vergleich konnten sie ihre Armut signifikant abbauen - jedoch auf einem ziemlich hohen Niveau. So stehen insbesondere Mecklenburg-Vorpommern und Sachsen-Anhalt mit Armutsquoten von über 20 Prozent im Bundesvergleich nach wie vor schlecht da.

In Nordrhein-Westfalen ist die überdurchschnittliche Armutsquote von 17,5 Prozent zumindest nicht weiter gestiegen. Die mit Abstand stärkste Zunahme zeigt das Land Berlin, wo die Quote von 20 auf gleich 22,4 Prozent gestiegen ist. Auch in Thüringen, Schleswig-Holstein, Niedersachsen und Hessen hat die Armut deutlich zugenommen. Bremen stellt seit Jahren das Schlusslicht dar. Die Armutsquote beträgt dort mittlerweile 24,8 Prozent und jeder vierte Einwohner lebt unter der Armutsschwelle.

Die wohlhabenden Südländer Bayern und Baden-Württemberg heben sich mit Armutsquoten von 11,6 und 11,8 Prozent deutlich positiv von den anderen Ländern ab.

Wirtschaftswachstum verhindert nicht den Anstieg von Armut

Besonders gefährdet, unter die Armutsgrenze zu fallen, sind dem Bericht zufolge Alleinerziehende. Mit 43,8 Prozent gehören sie neben Erwerbslosen (59 Prozent), Ausländern (33,7 Prozent), Menschen mit niedrigem Qualifikationsniveau (31,5 Prozent), Menschen mit Migrationshintergrund (27,7 Prozent) und Familien mit drei oder mehr Kindern (25,2 Prozent) zu den Risikogruppen.

"Wir haben es wieder mit einem zunehmenden Trend der Armut zu tun", sagte der Verbandsgeschäftsführer Ulrich Schneider. "Die wirtschaftliche Entwicklung schlägt sich schon lange nicht mehr in einem Sinken der Armut nieder."

Vielmehr müsse mit Blick auf die letzten zehn Jahre konstatiert werden, dass wirtschaftlicher Erfolg offensichtlich keinen Einfluss auf die Armutsentwicklung habe, heißt es in dem Bericht. Auch zunehmende Beschäftigungszahlen sorgten nicht für ein geringeres Armutsrisiko.

Kritik von Arbeitsministerium und Städte- und Gemeindebund

Das Bundesarbeitsministerium hat den Armutsbericht kritisiert. "Die Fokussierung auf die Armutsrisikoquote ist verkürzt", erklärte das Ministerium am Donnerstag. Armut in einer Wohlstandsgesellschaft lasse sich nicht auf eine einzige Maßzahl beschränken.

Auch den Mikrozensus des Statistischen Bundesamtes als alleinige Datenquelle hält das Ministerium für eine "Schwäche des Berichtes". Andere "relevante Datenquellen" etwa zeigten, dass das Armutsrisiko von Rentnern unterdurchschnittlich sei. Wenn der Wohlstand insgesamt steige, nehme auch das mittlere Einkommen zu, das als Orientierung für die Armutsschwelle gilt.

Auch der Deutsche Städte- und Gemeindebund übte Kritik an der Studie des Wohlfahrtsverbandes aus. Hauptgeschäftsführer Gerd Landsberg hält den Armutsbericht für undifferenziert. Es sei "zu pauschal", Menschen mit weniger als 60 Prozent des Durchschnittseinkommens als arm zu bezeichnen, sagte er in der "Neuen Osnabrücker Zeitung" vom Freitag.

Diese Einstufung sage nichts über die tatsächliche Situation eines Menschen aus und bedeutete nicht unbedingt, dass die Betroffenen "abgehängt" seien. Als Beispiel nannte er die 2,8 Millionen Studenten: Hunderttausende von ihnen fielen in die umstrittene Armutskategorie, seien aber gesellschaftspolitisch besonders aktiv und sähen sich zu Recht als die zukünftige Leistungselite.  dpa/AFP/Reuters/DS 3

 

 

 

Müdigkeit hinter dem Steuer ist ähnlich gefährlich wie Alkohol

 

Berlin – Die Karnevalszeit beginnt: Manch einer feiert von der Weiberfastnacht bis Aschermittwoch durch – oft begleitet von alkoholischen Getränken. Das Auto muss dann stehen bleiben. Doch selbst wer nüchtern bleibt, kann sich und andere im Straßenverkehr gefährden. Denn Übermüdung hat eine ähnliche Wirkung auf die Fahrtüchtigkeit wie Alkohol. Der Deutsche Verkehrssicherheitsrat (DVR) warnt deshalb mit Unterstützung des Bundesministeriums für Verkehr und digitale Infrastruktur (BMVI) und der Deutschen Gesetzlichen Unfallversicherung (DGUV) im Rahmen seiner Kampagne „Vorsicht Sekundenschlaf! Die Aktion gegen Müdigkeit am Steuer.“ gerade an den närrischen Tagen vor den Gefahren von Schlafmangel im Straßenverkehr.

 

„Wer 17 Stunden lang wach ist, hat ein verzögertes Reaktionsvermögen vergleichbar mit einem Blutalkoholspiegel von rund 0,5 Promille. 22 Stunden ohne Schlaf beeinflussen die Fahrtauglichkeit sogar wie 1,0 Promille Blutalkohol“, erklärt Dr. Hans-Günther Weeß, Vorstandsmitglied der Deutschen Gesellschaft für Schlafforschung und Schlafmedizin. Müdigkeit wirkt also ähnlich wie Alkohol. Die Konzentration wird beeinträchtigt, das Gefahrenbewusstsein und das Reaktionsvermögen lassen deutlich nach. „Jede Stunde ohne Schlaf erhöht das Risiko für einen Verkehrsunfall,“ ergänzt Weeß. Im Vergleich zu einer Schlafdauer von sieben Stunden oder mehr ist nach nur vier bis fünf Stunden Schlaf die Wahrscheinlichkeit 4,3-mal höher, nach weniger als vier Stunden Schlaf ist das Risiko sogar 11,5-mal höher.

 

Müdigkeit am Steuer ist weitverbreitet und wird dennoch unterschätzt. Laut einer repräsentativen Umfrage des Meinungsforschungsinstitutes TNS Emnid im Auftrag des DVR ist jeder Vierte schon einmal beim Autofahren eingenickt. Oft werden erste Anzeichen wie vermehrtes Gähnen, brennende Augen oder der Tunnelblick nicht ernst genommen. So geben 17 Prozent der Befragten an, trotz Müdigkeit weiterzufahren. „Wer erste Anzeichen von Müdigkeit verspürt, sollte auf einen Parkplatz fahren, eine Pause einlegen und entweder einen Kurzschlaf von zehn bis 20 Minuten machen oder sich an der frischen Luft bewegen“, so DVR-Präsident Dr. Walter Eichendorf. Nach einer durchwachten Karnevalsnacht ist auch im nüchternen Zustand ein Taxi sicher die beste Wahl. Dvr 20

 

 

 

 

Spaziergang im Regen hebt die Stimmung

 

Gießen - Nicht nur das fehlende Sonnenlicht, auch ein nass-kaltes und trübes Wetter kann im Winter aufs Gemüt drücken. Experten schätzen, dass etwa die Hälfte aller Deutschen auf Witterungseinflüsse reagiert. Vor allem, wer ohnehin schon unter Stimmungsschwankungen, Niedergeschlagenheit, Antriebsschwäche und Schlafstörungen leidet, ist häufig „wetterfühlig“. Diese Menschen haben ein so sensibles vegetatives Nervensystem, dass ihnen selbst kleinste Veränderungen in Temperatur und Luftdruck zu schaffen machen. Gerät es aus der Balance, hat dies Einfluss auf eine Vielzahl von Körperfunktionen wie Herzschlag, Puls, Atmung, Muskeltonus und Verdauung. Auch der Stoffwechsel von Botenstoffen wie Serotonin im Gehirn ist betroffen. Ist das innere Gleichgewicht, die Homöostase, ohnehin bereits gestört, wirkt das Wetter wie ein Verstärker. Mit dem Himmel trübt sich bei Betroffenen dann auch die Seele weiter ein.

Um dies zu vermeiden, heißt es raus an die frische Luft – am besten über Mittag, um möglichst viel „Restlicht“ einzufangen. Ein flotter Spaziergang hebt die Stimmung, auch bei Regen und schlechtem Wetter. Denn Bewegung, bei der der Körper unterschiedlichen Witterungseinflüssen ausgesetzt wird, bringt nicht nur den Kreislauf in Schwung und trainiert das Immunsystem, sie gibt dem vegetativen Nervensystem wichtige Impulse, um seine Balance wiederzufinden. Das wusste schon Pfarrer Sebastian Kneipp. Gezielte und gut dosierte Reize, deren Verarbeitung den Körper fordert ohne ihn zu überfordern, wirken ausgleichend. Gleichzeitig „härten“ sie den Organismus ab, so dass er mit der Zeit weniger empfindlich auf Witterungseinflüsse reagiert.

Hilfreich dafür sind ebenfalls regelmäßige Saunagänge und Wechselduschen. Ein kalter Guss an den Unterschenkeln als Abschluss der warmen morgendlichen Dusche verbessert die Durchblutung und die Anpassungsleistung des ganzen Organismus. Regulierende Reize lassen sich auch durch regelmäßiges Tau- oder Wassertreten setzen.

Für mehr seelische Ausgeglichenheit und Vitalität sorgen außerdem psychoaktive pflanzliche Spezialextrakte. Wirkungsvoll ist zum Beispiel eine einzigartige Dreierkombination aus Passionsblume, Johanniskraut und Baldrian (Neurapas® balance), deren Inhaltsstoffe sich ideal ergänzen. Die Passionsblume (Passiflora incarnata) wirkt befreiend und entspannend. Baldrian (Valeriana officinalis) beruhigt und fördert regenerativen Schlaf. Und das Echte Johanniskraut (Hypericum perforatum) wirkt auf den Botenstoff Serotonin im Gehirn und hellt die Stimmung auf – bei jedem Wetter. GA 20

 

 

 

 

 

Bundesgerichtshof. Vernichteter Pass kein Grund für lange Abschiebehaft

 

Ein Flüchtling darf nicht länger als sechs Monate in Abschiebehaft genommen werden, nur weil er vor der Einreise seinen Pass weggeworfen hat. Das hat der Bundesgerichtshof entschieden und damit einer behördlichen Praxis einen Riegel vorgeschoben.

Ein vor der Einreise nach Deutschland weggeworfener Pass ist kein Grund, einen Flüchtling länger als sechs Monate in Abschiebehaft zu nehmen. Eine Haft von mehr als sechs bis maximal 18 Monate sei nur zulässig, wenn der Ausländer mit seinem Verhalten seine Abschiebung ursächlich „verhindert“ hat, entschied der Bundesgerichtshof (BGH) in Karlsruhe in einem am Freitag veröffentlichten Beschluss. Dazu gehöre aber nicht ein vor der Einreise vernichteter Pass. (AZ: V ZB 99/16)

Im konkreten Fall reiste zum wiederholten Mal ein Marokkaner unerlaubt in Deutschland ein. Um die Abschiebung sicherzustellen, durfte der Mann bis zu sechs Monate in Abschiebehaft genommen werden. Nach Ablauf der Frist wurde die Haft noch einmal um zwei Wochen verlängert. Das Landgericht Traunstein hielt dies für zulässig. Der Ausländer habe vor seiner Einreise nach Deutschland seinen Pass ins Meer geworfen. Damit habe er seine spätere Abschiebung „verhindert“. Das Gesetz sehe bei einer „Verhinderung“ der Abschiebung eine Abschiebehaft von über sechs Monaten vor.

Dem widersprach nun der BGH. Allein ein vor der Einreise weggeworfener Pass könne eine solch lange Abschiebehaft nicht rechtfertigen. Eine Haft von mehr als sechs Monaten dürfe nur ausnahmsweise angeordnet werden. Dazu müsse ein „pflichtwidriges Verhalten“ ursächlich für die nicht mögliche Abschiebung sein. Trödelnde ausländische Behörden bei der Ausstellung von Ersatzpapieren seien kein Grund. Eine längere Haft sei insbesondere bei einem Verhalten möglich, mit dem eine anstehende konkrete Abschiebung vereitelt werden soll. Ein vor der Einreise weggeworfener Pass begründe die längere Haft nicht, so der BGH. Mittlerweile wurde der Mann tatsächlich nach Marokko abgeschoben.

(epd/mig 21)

 

 

 

NRW. Integrationsstaatssekretär Klute: Mit Mehrsprachigkeit Brücken bauen

 

Der 21. Februar ist der Internationale Tag der Muttersprache. Die UNESCO hat diesen Gedenktag im Jahr 2000 ausgerufen, weil von den rund 6000 weltweit gesprochenen Sprachen in naher Zukunft nur noch die Hälfte weiter existieren könnte. Eine themenspezifische Veranstaltung in NRW organisierte die Bezirksregierung Köln. Mehrsprachigkeit ist in der globalisierten Gesellschaft eine wichtige und wertvolle Ressource. Integrationsstaatssekretär Thorsten Klute betonte in seiner Rede, „dass Deutsch natürlich in Deutschland die entscheidende Sprache ist. Aber Kinder, die weitere Sprachen von ihren Eltern mitbekommen, haben einen Schatz, den es zu pflegen gilt. Darüber hinaus hat das Weitergeben der Muttersprache im Integrationsprozess auch eine hohe emotionale Bedeutung, weil Eltern das Gefühl haben, mit der Muttersprache im fremden Land auch ein Stück von sich selbst an die Kinder weiterzugeben.“ Auch deshalb hat die Landesregierung die Wertschätzung und die Förderung von Mehrsprachigkeit im Teilhabe- und Integrationsgesetz verankert. Klute berichtete zudem über die im vergangenen Jahr von der Landesregierung gestartete „Initiative Lebendige Mehrsprachigkeit“. In dieser Initiative werden ausgewählte Modellregionen vom Land dabei unterstützt, mehrsprachige Bildungsgänge von der Kita bis zur Berufsschule aufzubauen.

Der Integrationsstaatssekretär überreichte zudem die Zertifikate an angehende Lehrkräfte des herkunftssprachlichen Unterrichts. An sie gewandt sagte er: „Sie vermitteln Schlüsselkompetenzen, mit denen die Kinder und Jugendlichen später im Beruf und im Privaten zu Brückenbauern werden. Denn jede und jeder, der sich in unterschiedlichen Sprachen verständigen kann, hilft dabei, Brücken zu bauen und trägt zu einem friedlichen Miteinander bei.“ pnew

 

 

 

Sozialwahl 2017

 

Aufruf des Ratsvorsitzenden der Evangelischen Kirche in Deutschland und des Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz zur Beteiligung an der Sozialwahl

 

Der Vorsitzende des Rates der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD), Landesbischof Dr. Heinrich Bedford-Strohm, und der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Kardinal Reinhard Marx, erklären zur anstehenden Sozialwahl 2017:

 

„Im kommenden April/Mai findet nach sechs Jahren wieder die Sozialwahl statt. Gewählt werden die Vertreterinnen und Vertreter der Versicherten in den gesetzlichen Sozialversicherungen wie beispielsweise den Kranken- und Rentenversicherungen. Dazu kandidieren die drei christlichen Sozialverbände – das Kolpingwerk Deutschland, die Katholische Arbeitnehmer-Bewegung (KAB) und der Bundesverband Evangelischer Arbeitnehmerorganisationen (BVEA) – auf einer gemeinsamen Liste.

 

Die Kandidatinnen und Kandidaten aus den drei christlichen Sozialverbänden verfolgen das Anliegen, christliche Werte in die Entscheidungen der Sozialversicherungsträger einzubringen. Sie treten ein für die Solidarität der Jungen mit den Alten, der Gesunden mit den Kranken und der Leistungsstärkeren mit den Leistungsschwächeren. Als Christinnen und Christen haben wir Entscheidendes beizutragen, wenn es um die Mitgestaltung der sozialen Sicherungssysteme geht: die Orientierung am Wohl und der Würde des Einzelnen – ohne Ansehen der Person, die Sorge um gerechte Strukturen und die Stärkung der sozialen Selbstverwaltung als Ausdruck gesellschaftlicher Verantwortung.

 

Darum unsere herzliche Bitte: Beteiligen Sie sich an der Sozialwahl 2017. Unterstützen Sie die Selbstverwaltung der Sozialversicherungen durch Vertreterinnen und Vertreter aus christlichen Organisationen. Tragen Sie mit Ihrer Wahl zur Solidarität der Versicherten untereinander bei.“ Dbk 22

 

 

 

 

Was ist neu? Neuregelungen zum März

 

Ärzte können Schwerkranken künftig Cannabis-Arznei verordnen, wenn dies die Heilung begünstigt oder Schmerzen lindert. Fracking bleibt in Deutschland verboten. Urheber und Künstler können künftig ihren Anspruch auf angemessene Vergütung besser durchsetzen. Diese und weitere Neuregelungen gelten ab März 2017.

 

Gesundheit. Cannabis als Medizin

Ärzte können Schwerkranken künftig Cannabis-Arzneimittel verordnen, wenn dies voraussichtlich die Heilung begünstigt oder Schmerzen lindert. Die Kosten werden von den gesetzlichen Krankenkassen übernommen. Eine staatliche Cannabisagentur kümmert sich - ausschließlich zu therapeutischen

Zwecken - um Import, Qualitätskontrolle und Verteilung von Cannabis. Der Eigenanbau von Cannabis und seine Verwendung als Rauschgift bleiben weiterhin verboten. Das Gesetz tritt nach Veröffentlichung im Bundesgesetzblatt im März in Kraft.

 

Selbstverwaltung in der gesetzlichen Krankenversicherung

Selbstverwaltung in der gesetzlichen Krankenversicherung kann nur funktionieren, wenn es eine effektive Kontrolle gibt. Mit dem GKV-Selbstverwaltungsstärkungsgesetz werden die Kontrollrechte

der Mitglieder der Selbstverwaltungsorgane ausbaut. Das Gesetz enthält klare Vorgaben für das Aufsichtsverfahren sowie für die Haushalts- und Vermögensverwaltung.Das Gesetz tritt nach Veröffentlichung im Bundesgesetzblatt im März in Kraft.

 

Energie. Kein Fracking in Deutschland

Kommerzielles Fracking zur Förderung von Schiefergas bleibt - vorerst bis mindestens 2021 - verboten. Erlaubt sind lediglich vier Probebohrungen zu wissenschaftlichen Zwecken. Forschungsbohrungen sind nur mit Zustimmung der jeweiligen Landesregierung zulässig. Nach 2021 muss der Bundestag neu entscheiden, ob Fracking in Deutschland auch künftig verboten bleibt. Die

gesetzlichen Regelungen sind seit dem 11. Februar in Kraft.

 

Nutzungsrechte für Strom- und Gasnetze zeitlich begrenzt

Öffentliche Straßen und Fußwege, die für die Verlegung und den Betrieb von Strom- und Gasleitungen genutzt werden können, werden künftig in einem Wettbewerbsverfahren ermittelt. Wettbewerber sollen sich ohne Diskriminierung an dem Verfahren beteiligen können. Bei der Neuvergabe der Verteilnetze

können die Nutzungsrechte zwischen verschiedenen Energieversorgungsunternehmen wechseln. Die Änderungen im Energiewirtschaftsgesetz sind zum 3. Februar in Kraft getreten.

 

Kultur. Angemessene Vergütung für Kreative

Das Urheberrecht regelt die Rahmenbedingungen für Verträge zwischen Urhebern und ausübenden Künstlern einerseits und Verwertern andererseits, also beispielsweise mit Verlagen, Plattenfirmen oder Sendeunternehmen. Urheber und Künstler können künftig ihren Anspruch auf angemessene Vergütung besser durchsetzen. Die Reform des Urhebervertragsrechts tritt am 1. März 2017 in Kraft. Dip 27

 

 

 

 

Bewerben für internationalen Kultur-Freiwilligendienst

 

kulturweit-Bewerbungsrunde vom 1. März bis 2. Mai – für alle zwischen 18 und 26 Jahren

 

Am 1. März startet die neue Bewerbungsrunde für einen internationalen Freiwilligendienst mit kulturweit. Junge Menschen, die sich in Bildungs- und Kultureinrichtungen weltweit engagieren wollen, können sich bis zum 2. Mai auf www.kulturweit.de für ein Freiwilliges Soziales Jahr im Ausland bewerben.

Der Freiwilligendienst beginnt am 1. März 2018. Er richtet sich an alle zwischen 18 und 26 Jahren, die ihren Wohnsitz in Deutschland haben und über einen Schulabschluss oder eine abgeschlossene Ausbildung verfügen. Teilnehmerinnen und Teilnehmer werden intensiv auf ihren Einsatz im Ausland vorbereitet, pädagogisch begleitet und finanziell unterstützt. Neben einem Versicherungsschutz erhalten sie Zuschüsse zu den Reisekosten, Sprachkursen und monatlich 350 Euro.

Ob am Goethe-Institut Hanoi, beim DAAD in Buenos Aires oder an der Europaschule Tiflis: kulturweit-Freiwillige werden für sechs oder zwölf Monate in Bildungs- und Kulturinstitutionen im Ausland aktiv. Durch ihr Engagement tragen sie in über 70 Ländern dazu bei, Raum für Dialog, Vertrauen und gegenseitiges Verständnis zu schaffen.

kulturweit fördert zivilgesellschaftliches Engagement, transkulturelle Kompetenzen und die Weltoffenheit junger Menschen. Seit 2009 hat das Programm über 2.700 Freiwillige entsandt und ist mit dem Quifd-Siegel für Qualität in Freiwilligendiensten ausgezeichnet. Nach Abschluss des Freiwilligendienstes erwartet kulturweit-Alumni ein umfangreiches Weiterbildungsangebot und die Zusammenarbeit in einem jungen Expertennetzwerk zur Auswärtigen Kultur- und Bildungspolitik.

kulturweit ist ein Projekt der Deutschen UNESCO-Kommission und wird in Kooperation mit dem Auswärtigen Amt durchgeführt. Partner sind der Deutsche Akademische Austauschdienst, das Goethe-Institut, die Deutsche Welle Akademie, das Deutsche Archäologische Institut, der Pädagogische Austauschdienst in Kooperation mit der Zentralstelle für das Auslandsschulwesen sowie zahlreiche UNESCO-Nationalkommissionen weltweit. Dip

 

 

 

 

Erster Dämpfer für Schulz

 

SPD-Kanzlerkandidat Martin Schulz erhält trotz Umfragewerten für seine Partei von mehr als 30 Prozent einen ersten Dämpfer.

Seine Ankündigung, sich insbesondere für hart arbeitende Menschen einzusetzen, halten laut einer Emnid-Befragung 57 Prozent der Deutschen für unglaubwürdig, nur 36 Prozent nehmen ihm dies ab. Zudem glauben nur 36 Prozent der Bundesbürger und 56 Prozent der SPD-Anhänger der Umfrage für die „Bild am Sonntag“ zufolge daran, dass er im Herbst Angela Merkel im Kanzleramt ablösen wird. Die CDU-Chefin kritisierte unterdessen die SPD für ihr Pläne zum Abrücken von der Agenda 2010 scharf.

Erstmals seit Schulz Kanzlerkandidat ist, fällt die SPD in der Wählergunst zurück. Sie verliert einen Punkt und kommt auf 32 Prozent. Die SPD liegt damit weiter gleichauf mit der Union, die gegenüber der Vorwoche unverändert bleibt. Im ARD-Deutschlandtrend lag die SPD am Freitag erstmals seit zehn Jahren mit 32 Prozent vor der Union (31 Prozent).

Schulz verteidigte in einem Interview der Zeitungen des RedaktionsNetzwerks Deutschland (RND) die von ihm beabsichtigte Reform der Agenda 2010, ohne aber Details zu nennen. 2003 habe es in Deutschland fast fünf Millionen Arbeitslose gegeben, heute gebe es Rekordbeschäftigung und Fachkräftemangel. „Die Arbeitsmarktpolitik muss immer an die aktuelle Situation angepasst werden.“

Der langjährige Chef der Wirtschaftsweisen hält die Agenda 2010 insgesamt für einen Erfolg – und fordert im Interview mit EurActivs Medienpartner „WirtschaftsWoche“ ganz andere Reformschritte als Martin Schulz.

Merkel sagte dagegen bei einer CDU-Veranstaltung am Samstag in Stralsund, die 2003 auch von der Opposition unterstützten Beschlüsse des SPD-Kanzlers Gerhard Schröder seien gut für das Land gewesen. Aufgabe der Politik sei es, darüber nachzudenken, wo Deutschland in zehn Jahren stehen solle. „Also nicht hadern mit der Agenda 2010, sondern lieber nachdenken, was ist die Agenda 2025“, empfahl die CDU-Vorsitzende.

Seit 2005 hätten die von ihr geführten Koalitionsregierungen Veränderungen vorgenommen, wenn sich negative Entwicklungen wie bei der Werk- und Leiharbeit gezeigt hätten. Zudem sei das Arbeitslosengeld nach Alter differenziert worden. „Aber den Kern dieser Agenda, den haben wir immer durch unsere politischen Entscheidungen gestärkt“, betonte Merkel. Schulz hatte angedeutet, dass er die Reform etwa mit Blick auf die Bezugsdauer des Arbeitslosengeldes I abschwächen will. Auch hat er Kritik an befristeten Arbeitsverhältnissen geäußert.

Bayerns Finanzminister Markus Söder warnte ebenfalls vor Abstrichen an den früheren Beschlüssen. „Die Agenda 2010 war ein Erfolg. Schon seltsam, dass ich als CSU-Mann den SPD-Kanzler Schröder gegen den SPD-Kanzlerkandidaten Schulz verteidigen muss“, sagte er der „Welt am Sonntag“. Zugleich warnte Söder die Union: „Nur weil der neue Kandidat Gewerkschaftsrhetorik betreibt, heißt es nicht, dass wir der SPD hinterherlaufen müssen.“ Von der CDU forderte er einen konservativeren Kurs.

Die Vorhaben von SPD-Kanzlerkandidat Schulz gefährden den Reformwillen in Europa, meint der Fraktionschef der konservativen EVP im EU-Parlament, Manfred Weber,

CDU-Präsidiumsmitglied Jens Spahn rief seine Partei im Deutschlandfunk dazu auf, sich schärfer von der Konkurrenz abzugrenzen und stärker in den Wahlkampfmodus zu kommen. Mecklenburg-Vorpommerns CDU-Landeschef Lorenz Caffier bezeichnete Schulz als „Gurkenvermesser aus Brüssel“. Wie kein anderer stehe er „für ein verkrustetes und bürokratisches Europa“.

Schulz selbst geht nach eigenen Worten von einem knappen Rennen bei der Bundestagswahl aus. „Über 20 Prozent der Wähler entscheiden sich erst in den letzten zehn Tagen, zwei bis drei Prozent erst unmittelbar am Wahltag. Möglicherweise kommt es am Ende genau auf diese zwei, drei Prozent an“, sagte er. Seinen persönlichen Anteil an den Zuwächsen in den Umfragen bezeichnete er als „sehr gering“. Für die „klassisch sozialdemokratischen Werte“ wie Respekt, Toleranz und Zusammenhalt stünden viele, und die SPD zeige jetzt wieder, dass sie an sich selbst glaube. „Ich als Person gebe dem möglicherweise eine passende Stimme.“ EurActiv mit rtr 27

 

 

 

 

Statistik. Berlin wächst auf 3,67 Millionen Einwohner

 

Die Einwohnerzahl Berlins ist um mehr als 60.000 Menschen gewachsen, rund 56.000 von ihnen sind Ausländer. Das teilt das Statistische Landesamt mit. Der Ausländeranteil liegt nun bei 18,4 Prozent.

Die Einwohnerzahl Berlins ist im vergangenen Jahr statistisch etwa um die Größe von Frankfurt/Oder gewachsen. Wie das Statistische Landesamt Berlin-Brandenburg am Freitag mitteilte, lag die Zahl der im Einwohnermelderegister verzeichneten Personen am 31. Dezember 2016 bei 3.671.000. Das waren gegenüber dem gleichen Zeitraum des Vorjahres 60.500 Menschen mehr. Der starke Anstieg beruht vor allem auf dem Zuzug von Ausländern und dem Nachholeffekt bei der Registrierung von Schutzsuchenden.

Ebenfalls gestiegen ist die Zahl der Deutschen. Konkret wurden im vergangenen Jahr im Saldo 4.800 neue deutsche und 55.700 neue ausländische Einwohner im Melderegister Berlins verzeichnet. Damit wuchs Berlin in den zurückliegenden fünf Jahren um 243.500 Einwohner – das waren pro Jahr im Durchschnitt um 48.700.

Der Ausländeranteil liegt nun bei 18,4 Prozent, der Anteil der Einwohner mit Migrationshintergrund (Ausländer sowie Deutsche mit Migrationshintergrund) bei 31,4 Prozent. Die größten Ausländergruppen kommen den Angaben zufolge aus der Türkei (97.700), Polen (55.800) und Syrien (28.600). Die größten Gruppen von Menschen mit Migrationshintergrund waren Türken (176.700), Polen (107.800) und Russen (53.800). (epd/mig 27)

 

 

 

 

Gekommen über Verona nach München. Italienische Migrationsgeschichte als europäische Erinnerungskultur

 

Mit dem deutsch-italienischen Anwerbeabkommen 1955 wurde in Verona die Deutsche Kommission eingerichtet. Bewerberinnen und Bewerber wurden dort gesundheitlich und polizeilich überprüft, um danach im Zug nach München zu fahren. Am Beispiel historischer Bilder und bisher unbekannter Filmaufnahme aus der Anwerbekommission in Verona geben Grazia Prontera (Universität Salzburg) und Philip Zölls (Stadtarchiv München, Projekt „Migration bewegt die Stadt“) Einblicke in das Anwerbeverfahren und berichten über die Lebens- und Arbeitserfahrungen italienischer Migrant*innen in München.

 

Anschließend diskutieren u.a. Daniela Di Benedetto (Comites, Monaco di Baviera) und Claudio Cumani (Integrationsbeirat Garching) über die Bedeutung der italienischen Migration der 1950er bis 1980er Jahre für aktuelle Migrationsbewegungen nach München und gehen der Frage nach, wie die eigene Geschichte Bestandteil einer gemeinsamen europäischen Erinnerungskultur werden und wie diese aussehen könnte.

 

Wo:  Stadtarchiv München, Winzererstraße 68, 80797 München

 Wann: 07. März 2019, 19.00 Uhr. Eintritt frei, barrierefrei zugänglich.

Der Veranstaltungsort verfügt leider nicht über barrierefreie Toiletten

Kontakt: perspektive.migration@muenchen.de

Die Veranstaltung ist Bestandteil der Reihe „Drinnen oder draußen? Zusammenleben in Europa“, organisiert vom Kulturreferat der Landeshauptstadt München. www.migration-bewegt-die-stadt-blog.de. dip

 

 

 

Statistik. Einwanderung aus außereuropäischen Ländern fast verdoppelt

 

Die Zahl der Zuzüge aus Ländern außerhalb Europas nach Deutschland ist stark angestiegen. Wie das Bundesinstitut für Bevölkerungsforschung mitteilt, wanderten zwischen 2005 und 2015 rund 3,8 Millionen Menschen von den übrigen Kontinenten Asien, Afrika, Amerika oder Ozeanien ein.

Die Zahl der Zuzüge aus Ländern außerhalb Europas nach Deutschland ist stark gestiegen. Wie das Bundesinstitut für Bevölkerungsforschung am Mittwoch in Wiesbaden mitteilte, kamen zwischen 2005 und 2015 rund 3,8 Millionen Menschen aus Asien, Afrika, Amerika und Ozeanien nach Deutschland. Das waren nahezu doppelt so viele wie ein Vierteljahrhundert zuvor: Im Zeitraum von 1980 bis 1990 wanderten knapp zwei Millionen Nichteuropäer zu.

Die größte Gruppe der nichteuropäischen Einwanderer bildeten den Angaben zufolge in den vergangenen zehn Jahren Menschen aus Syrien (440.000), gefolgt vom traditionell stärksten Einwanderungsland USA (324.000). Danach kommen mit China (212.000), Indien (161.000) und Brasilien (94.000) Staaten, die bisher kaum durch Migration mit Deutschland verbunden waren.

Deutschland hat nach Angaben des Instituts als globaler Wirtschafts- und Wissenschaftsstandort an Bedeutung gewonnen. Während früher Gastarbeiter und Spätaussiedler den Großteil der Migranten stellten, sei das Migrationsgeschehen heute vielschichtiger geworden. „Die Talente und Qualifikationen der Einwanderer sind höchst heterogen, ebenso wie ihre Wanderungsmotive und ihr Rechtsstatus“, erläuterte der Migrationsforscher Andreas Ette. (epd/mig 2)

 

 

 

 

Deutschstunde "Bella Germania - 60 Jahre Einwanderung aus Italien"

 

Montag 20. März, 20:00 Uhr, c/o Literaturhaus, Saal, 3. Stock. (Salvatorplatz 1, München). Podiumsdiskussion mit

o Daniel Speck, Schriftsteller und Drehbuchautor, Autor des Buches "Bella Germania" (mit über 100 000 verkauften Büchern das erfolgreichste Debüt des Jahres 2016)

o Gennaro Bussone, Restaurantbesitzer

o Claudio Cumani, Astrophysiker und Vorstand des Integrationsbeirates Garching

o Emilio Galli-Zugaro, Präsident Methodos S.p.A. und Berater

o Angelina Maccarone, Filmregisseurin und Drehbuchautorin

Moderation: Andrea Bachstein, Italien-Korrespondentin der SZ

»Zwischen 1955 und 1973 kamen Millionen Italienerinnen und Italiener nach Deutschland. Sie waren als sogenannte Gastarbeiter maßgeblich am wirtschaftlichen Aufschwung beteiligt, der gerne als "Wirtschaftswunder" bezeichnet wird. Von Beginn an sahen sich viele von ihnen mit Misstrauen und Rassismus konfrontiert - heute bezeichnet sich München als die nördlichste Stadt Italiens. Cappuccino und Pizza sind inzwischen ein fester Bestandteil der "deutschen" Küche. Ein Vorzeigebeispiel für erfolgreiche Integration? Mit der Geschichte dieser Einwanderung beschäftigt sich auch der Bestseller-Roman "Bella Germania" (S. Fischer), aus dem der Autor Daniel Speck liest.«

Eintritt: € 15,- / 10,- (Literaturhaus München, Tel. 089/29 19 34-27 oder www.literaturhaus-muenchen.de). Die Erlöse kommen der gemeinnützigen Organisation ArrivalAid zugute. Veranstalter: Lichterkette e.V. dip

 

 

 

 

6. Bundesfachkongress Interkultur in Braunschweig

 

„Land In Sicht – Interkulturelle Visionen für heute und morgen“

 

Optimistisch steht dieser Kongress unter dem Motto der Landentdecker auf großer Fahrt. Land in Sicht war für viele Tausende Geflüchtete lebensrettend, Landgewinnung war auch die Absicht des Nationalen Integrationsplans, in dessen Rahmen neue Konzepte für die gerechte und kreative Einbeziehung der Menschen erprobt werden mussten und müssen. Mehr als deutlich geworden ist dabei, dass weltweite Migration nicht in einem Land, sondern nur gemeinsam in Europa geschultert werden kann.

Veranstaltet vom Bundesweiter Ratschlag für kulturelle Vielfalt, dem Forum der Kulturen Stuttgart e.V. und dem Haus der Kulturen Braunschweig e.V. findet der Kongress im 2-jährigen Rhythmus statt und macht diesmal Station in Braunschweig. Dabei bringt er Akteure aus Politik und Verwaltung, dem Kultur-, Jugend-, Bildungs- und Sozialbereich sowie der internationalen Entwicklungszusammenarbeit zusammen. Hierbei sollen Visionen entwickelt werden, die realistische Perspektiven und Ideen für das gemeinsame Leben in migrantischen Gesellschaften aufzeigen, die gleichzeitig konkreten Utopien Raum lassen und politische Konzepte (weiter-)entwickeln – diversitätsorientiert und antirassistisch. Kunst und Kultur können dabei eine Schlüsselfunktion übernehmen, da sie an menschlichen Fähigkeiten und Stärken ansetzen und nicht Defizite betonen, da sie Menschen zusammenbringen, Verständnis und Begegnungen schaffen.

Vom 3.-5. April sollen Erfahrungen kommuniziert, Störfaktoren erkannt, Einsichten zur Debatte gestellt und unterschiedliche Schlussfolgerungen benannt werden – und dies in der Klammer eines gesamtgesellschaftlichen Grundverständnisses, das den Menschen und seine Würde in das Zentrum des Diskurses stellt: „Land in Sicht - Interkulturelle Visionen für heute und morgen“.

Eröffnet wird die Veranstaltung u. a. mit Beiträgen der Niedersächsische Ministerin für Wissenschaft und Kultur, Gabriele Heinen-Kljaji?, und der Parlamentarischen Staatssekretärin bei der Bundesministerin für Familie, Senioren, Frauen und Jugend, Caren Marks. Zum Auftakt gibt die Ingeborg-Bachmann-Preisträgerin Sharon Dodua Otoo ihre literarische Antwort für Menschen ohne Migrationshintergrund „Die Entdecker oder die Entdeckten. Was kam zuerst?“ und Heribert Prantl, Jurist, Autor und Journalist bei der Süddeutschen Zeitung, sein Statement „Heimat in flüchtigen Zeiten“.

Inhalt des zweiten Tages des Kongresses sind insgesamt sechs Fachforen, die sich mit den kulturgesellschaftlichen Herausforderungen unserer Zeit auseinandersetzen: EUROPA – EINHEIT IN VIELFALT?, VON „WURZELN UND FLÜGELN“, BLICK ZURÜCK NACH VORN, ABLEHNUNG UND VORURTEILE ÜBERWINDEN, GEMEINSAM GESELLSCHAFT GESTALTEN, KANN MAN WIRKUNG MESSEN?

Der dritte Tag bildet den Abschluss des Kongresses, zu dem wir die Islamwissenschaftlerin Lamya Kaddor mit ihrem Beitrag WILLST DU DEIN LAND VERÄNDERN… erwarten und danach alle Teilnehmer des Kongresses „Land in Sicht“ dazu einladen, sich im „Club der Visionäre“ einzufinden und gemeinsam darüber nachzudenken und zu spinnen, wie die Zukunft eines „bunten“ Deutschlands aussehen könnte. Ganz zum Schluss wird die bekannte Schauspielerin und Kabarettistin Idil Baydar die Inhalte des Kongresses künstlerisch zusammenfassen. De.it.press

 

 

 

 

Bildungsstudie. Migrationshintergrund entscheidet stark über Schulerfolg

 

Die Chancengerechtigkeit an deutschen Schulen hat sich laut einer Studie deutlich verbessert. Doch es gibt nach wie vor große Unterschiede. Der schulische Erfolg junger Menschen hängt immer noch sehr stark von ihrer sozialen Herkunft und dem Migrationshintergrund ab.

Die Schulen in Deutschland sind laut einer aktuellen Studie chancengerechter geworden. Allerdings sind die Unterschiede etwa bei der Ganztagsbetreuung zwischen den Bundesländern gewachsen, wie die Bertelsmann Stiftung am Mittwoch in Berlin bei der Vorstellung des „Chancenspiegels 2017“ erklärte. Der Abstand der Bundesländer mit den meisten und den wenigsten Ganztagsplätzen habe sich zwischen den Jahren 2002 und 2014 beinahe vervierfacht.

Der Anteil von Ganztagsschülern schwankte der Studie zufolge im Schuljahr 2014/15 zwischen 80 Prozent in Sachsen und 15 Prozent in Bayern. Im Bundesdurchschnitt ging im Schuljahr 2014/15 etwa jeder dritte Schüler (rund 37 Prozent) auf eine Ganztagsschule. Im Jahr 2002 sei es nur einer von zehn Schülern (9,8 Prozent) gewesen.

Auch erreichten der Studie zufolge mehr Schüler einen Abschluss. Demnach erwarben im Jahr 2002 lediglich rund 38 Prozent der Schulabgänger das Recht auf ein Hochschulstudium. Zwölf Jahre später waren es bereits rund 52 Prozent. Gleichzeitig sank der Anteil der Schulabgänger ohne Hauptschulabschluss von 9,2 auf 5,8 Prozent.

Der Anteil an Schülern mit Förderbedarf, die an regulären Schulen unterrichtet werden, stieg der Studie zufolge ebenfalls. Im Jahr 2014 habe fast jeder dritte Förderschüler eine reguläre Schule besucht. Im Jahr 2002 sei es lediglich jeder achte gewesen, hieß es. Allerdings sei zugleich die Zahl der Schüler mit Förderbedarf gestiegen. Daher würden inzwischen anteilig ebenso viele Kinder wie im Jahr 2002 separat unterrichtet. Obwohl die Inklusion steige, gehe die Exklusion kaum zurück, erklärte die Stiftung.

Migrationshintergrund entscheidet über Schulerfolg

Ob Kinder und Jugendliche im deutschen Schulsystem erfolgreich ihren Weg gehen, hängt nach wie vor sehr stark von ihrer sozialen Herkunft ab. So liegen beispielsweise Neuntklässler aus sozio-ökonomisch schwächeren Milieus in Sachen Lesekompetenz mehr als zwei Schuljahre hinter Klassenkameraden zurück, die in wirtschaftlich besser gestellten Familien aufwachsen.

Doch nicht nur die soziale Herkunft, auch ein Migrationshintergrund kann noch immer den schulischen Erfolg erschweren. Denn während der Anteil aller Schüler ohne Schulabschluss zuletzt abnahm, stieg der Anteil der Teilgruppe ausländischer Schüler ohne Abschluss zuletzt wieder leicht auf 12,9 Prozent an. Für Jörg Dräger, Vorstand der Bertelsmann Stiftung, ein Warnsignal: Es bleibe eine große Herausforderung, Jugendlichen zumindest einen Hauptschulabschluss zu ermöglichen – gerade, wenn sie als Flüchtlinge erst spät ins deutsche Schulsystem einstiegen, so Dräger.

Stiftung mahnt Reformen an

Die Stiftung mahnte eine Beschleunigung der Reformen an. Bei dem aktuellen Reformtempo würden erst in 30 Jahren alle Kinder in Deutschland einen Ganztagsschulplatz erhalten, sagte Dräger. Für bessere Chancen für alle Schüler müssten Bund und Länder mehr in die Schulsysteme investieren und gemeinsame Qualitätsstandards für ganztägige und inklusive Schulen vereinbaren. „Wir brauchen einen Rechtsanspruch auf einen Ganztagsplatz, damit der Reformeifer nicht erlahmt“, sagte Dräger.

Bundesbildungsministerin Johanna Wanka (CDU) begrüßte, dass die Studie Fortschritte bei der Ganztagsschule und der Inklusion bescheinigt. Zur Vergleichbarkeit der Bildungsangebote in den einzelnen Ländern mahnte sie den Ausbau gemeinsamer Bildungsstandards an.

Echte Chancengleichheit nicht gelungen

Der stellvertretende Vorsitzende der SPD-Bundestagsfraktion, Hubertus Heil, erklärte, die Studie zeige, dass bis heute der Durchbruch zu echter Chancengleichheit in der Bildung nicht gelungen sei. „Bildungserfolg wird weiterhin zu oft vererbt und baut nicht allein auf dem Talent und den Leistungen der Kinder und Jugendlichen auf“, kritisierte Heil. Nötig seien mehr Ganztagsangebote an Grundschulen sowie mehr Lehrer und mehr schulische Sozialarbeit.

Mit dem „Chancenspiegel“ untersucht die Bertelsmann Stiftung seit 2012 jährlich Bildungsgerechtigkeit und Leistung im Schulsystem. Mit der aktuellen Veröffentlichung sei das gemeinsame Projekt abgeschlossen, hieß es. Die Daten der aktuellen Studie basieren auf amtlichen Statistiken des Schuljahrs 2014/15. Die Studie wird von der Stiftung in Zusammenarbeit mit der TU Dortmund und der Friedrich-Schiller-Universität Jena veröffentlicht. (epd/mig 2)

 

 

 

 

ifo-Chef Fuest kritisiert populistische Wirtschaftspolitik

 

Brüssel - Der ifo-Präsident Clemens Fuest hat den zunehmenden Populismus in der Wirtschaftspolitik kritisiert. „Populisten machen schlichte Aussagen. Die sind meistens falsch, weil die Welt kompliziert ist“, sagte Fuest am Mittwoch in Brüssel bei der Vorstellung des neuen Berichts der EEAG-Forschergruppe. „Die Pläne des neuen US-Präsidenten Donald Trump für Strafzölle sind typisch dafür: Die negativen Seiten der Globalisierung werden stark überzeichnet, und es wird ignoriert, was wir in der Ökonomie ‚Trade-offs‘ nennen, also Güterabwägung: Wenn ich etwas tue, das an einer Stelle hilft, erzeuge ich Kosten an anderer Stelle“, sagte er. „Populistische Wirtschaftspolitik ist kurzsichtig und lehnt demokratische Kompromisse ebenso ab wie internationale Organisationen oder die EU, weil sie die nationale Politik an Regeln binden. Genau darin liegt aber ihr langfristiger Vorteil. Diese Bindung ist ein Mittel gegen Populismus.“

 

„Populistische Wirtschaftspolitik stellt Einzelaspekte wie etwa Immigration stärker in den Vordergrund, als es sachlich gerechtfertigt ist, fügte Fuest hinzu. Beim Thema Brexit sprach sich Fuest aus für eine kooperative Lösung. „Jeder harte Schnitt, von welcher Seite er auch angestrebt wird, ist zu vermeiden,“ sagte Fuest. „Europa und Großbritannien haben ein gemeinsames Interesse an einer freundschaftlichen Scheidung, nicht an einem Scheidungskrieg, denn der bringt beiden Seiten nur Nachteile.“

 

Die European Economic Advisory Group (EEAG) wurde 2001 gegründet. Die Gruppe besteht aus sieben Volkswirten. Vorsitzender ist John Driffill (Yale-NUS College, National University of Singapore and Birkbeck College). Die anderen Mitglieder sind: Torben Andersen (Universität Aarhus), Giuseppe Bertola (EDHEC Business School), Clemens Fuest (Ifo Institut und LMU-Universität München), Jan-Egbert Sturm (ETH Zürich), Harold James (Princeton) and Branko Uroševi? (Universität Belgrad). Den Jahresbericht veröffentlicht die CESifo-Gruppe. Der EEAG-Bericht: www.ifo.de/w/WVBzMVL7  dip 1

 

 

 

 

Armutsbericht. Migranten überdurchschnittlich von Armut bedroht

 

Es gibt mehr Jobs und eine gute wirtschaftliche Lage, dennoch steigt die Armutsquote. Sozialverbände schlagen Alarm und fordern eine politische Kehrtwende, um arme Menschen zu unterstützen. Bei Ausländern und Migranten gibt es im Langzeitvergleich leichte Verbesserungen.

Die Zahl der armen Menschen in Deutschland hat laut Sozialverbänden einen neuen Höchststand erreicht. Wie aus einem am Donnerstag in Berlin vorgestellten Bericht von zehn Organisationen hervorgeht, lag die Armutsquote im Jahr 2015 bei 15,7 Prozent. 2014 betrug die Quote 15,4 Prozent. Dem Bericht zufolge leben damit rund 12,9 Millionen Menschen in Deutschland unterhalb der Einkommensarmutsgrenze. Die Sozialverbände forderten eine politische Kehrtwende und mehr Einsatz für soziale Gerechtigkeit.

Der Hauptgeschäftsführer des Paritätischen Gesamtverbands, Ulrich Schneider, sprach von einem neuen negativen Rekordwert seit der Wiedervereinigung. Er bezeichnete Berlin und das Ruhrgebiet als „armutspolitische Problemregionen“. Im Zehn-Jahres-Vergleich sei die Quote in allen ostdeutschen Bundesländern mit Ausnahme Berlins gesunken, heißt es in dem Bericht. Gleichzeitig stieg die Quote in den westdeutschen Ländern. Ausnahmen sind Hamburg und Bayern.

Zudem kommen die Herausgeber des Berichts zu dem Schluss, dass die Armutsquote bei allen bekannten Risikogruppen im Vergleich zum Vorjahr gestiegen ist. Bei Erwerbslosen liegt sie bei 59 Prozent, bei Alleinerziehenden bei 44 Prozent, bei kinderreichen Familien bei 25 Prozent. Schneider wies in diesem Zusammenhang auf die Lage der Rentner hin. Zwischen 2005 und 2015 stieg ihre Armutsquote den Angaben zufolge von 10,7 Prozent auf 15,9 Prozent.

Migranten überdurchschnittlich von Armut bedroht

Bei den eingewanderten Menschen und ihren Nachkommen lag die Armutsquote im Jahr 2015 bei 27,7 Prozent, während sie bei der restlichen Bevölkerung bei 12,5 Prozent lag. Lediglich im Zehnjahresvergleich ist bei Migranten eine leichte Erholung von 1,8 Prozent zu beobachten. Bei den Kindern unter 6 Jahren liegt die Quote bei 31,1 Prozent gegenüber 13,7 Prozent, was eine Differenz von mehr als 17 Prozentpunkten bedeutet: jedes dritte Kind der Gruppe der Eingewanderten ist von Armut bedroht.

Auch bei den Menschen im Alter zwischen 35 und 45 Jahren weisen beide Gruppen einen Unterschied auf. Etwa 24,7 Prozent der Gruppe mit einer Einwanderungsgeschichte gegenüber 9,4 Prozent bei den Menschen ohne. Diese Personen haben zumeist eine geringere (oder nicht anerkannte) Qualifikation im Vergleich zu der restlichen Bevölkerung und sind häufig in unsicheren Arbeitsverhältnissen beschäftigt oder in Wirtschaftssektoren mit einer hohen Fluktuation. Bei den Menschen ab 65 Jahren ist die Lage nicht besser: 32 Prozent gegenüber 12 Prozent sind armutsgefährdet. Familien mit Kindern sind ebenso überdurchschnittlich arm mit 28 Prozent gegenüber 16 Prozent.

Verbände: Wohlstand muss ankommen

Unterstützt wurden die Forderungen der Sozialverbände von der Opposition. „Trotz guter Wirtschaftslage kommt der Wohlstand bei großen Teilen der Bevölkerung nicht an“, sagte der Sprecher für Sozialpolitik der Grünen-Bundestagsfraktion, Wolfgang Strengmann-Kuhn, dem Evangelischen Pressedienst (epd). Besonders erschreckend sei die hohe Kinderarmut, die steigende Altersarmut und die trotz Mindestlohn zunehmende Armut trotz Erwerbstätigkeit. Strengmann-Kuhn plädierte für eine Kindergrundsicherung, eine Garantierente und ein Garantieeinkommen für Erwerbstätige.

Die Linke forderte eine radikale Umverteilung von „oben nach unten“. „Es braucht ordentlich bezahlte Erwerbsarbeit, eine Aufwertung der frauentypischen Berufe, den Ausbau und die Demokratisierung von sozialer Infrastruktur und Dienstleistungen, eine Kindergrundsicherung für alle Kinder und Jugendlichen sowie eine solidarische Mindestrente“, erklärte die sozialpolitische Sprecherin der Linksfraktion, Katja Kipping.

Städtebund warnt vor undifferenzierten Bewertungen

Der Armutsbericht bezieht sich auf Daten aus dem Mikrozensus und bewertet die relative Einkommensarmut. Darunter fallen Menschen, die über maximal 60 Prozent des mittleren Einkommens verfügen. Die Verbände kritisieren unter anderem, dass bei Armutsanalysen das Haushaltseinkommen herangezogen wird. Damit fielen beispielsweise pflegebedürftige Menschen in Heimen sowie Wohnungslose aus der Statistik heraus.

Der Deutsche Städte- und Gemeindebund warnte indes vor „undifferenzierten Bewertungen“. Personen, die weniger als 60 Prozent des Durchschnitts aller Deutschen zur Verfügung haben, würden darin generell als arm bezeichnet, sagte Hauptgeschäftsführer Gerd Landsberg der „Neuen Osnabrücker Zeitung“ (Freitag). Diese Bewertung sage nichts über die tatsächliche Situation eines Menschen aus und bedeute schon gar nicht, dass diese „abgehängt“ seien. Besonders kritisch sehen die Kommunen die Bewertung von Studierenden, die aufgrund ihres geringen Einkommens als „arm“ gelten. Zudem lehnte der Verband Forderungen nach weiteren Sozialleistungen ab.

Mitherausgeber des Berichts sind neben dem Paritätischen Gesamtverband der Verband alleinerziehender Mütter und Väter, der Deutsche Kinderschutzbund, das Deutsche Kinderhilfswerk, die Interessenvertretung Selbstbestimmt Leben, die BAG Wohnungslosenhilfe, die Deutsche Gesellschaft für Soziale Psychiatrie, der Bundesverband für körper- und mehrfachbehinderte Menschen, die Volkssolidarität und Pro Asyl. (epd/mig 3)

 

 

 

 

Deutsche Leberstiftung warnt: Falsches Essverhalten kann Fettleber verursachen

 

Hannover - Wir leben in modernen Zeiten. Die Technik entwickelt sich rasant. Alles geht schnell, alles muss sofort und ständig verfügbar sein. Auch die Ernährung ist mobil geworden: Fastfood gibt es an jeder Ecke, der Cappuccino „to go“ ist Standard, der Automat wirft den Schokoriegel aus und der Pizza-Bringdienst liefert in kürzester Zeit. Nur die Menschen sind immer weniger mobil: Mangelnde Bewegung und Übergewicht kennzeichnen das Leben vieler Menschen – auch vieler Kinder. Diese Kombination aus ungesundem Essverhalten und Bewegungsmangel ist verantwortlich für die häufigste Lebererkrankung in Deutschland: die Fettleber. Die Deutsche Leberstiftung nimmt den „Tag der gesunden Ernährung“, der am 9. März 2017 begangen wird, zum Anlass, auf den alarmierenden Anstieg und das hohe Gefahrenpotential der Zivilisationskrankheit Fettleber hinzuweisen.

Bereits zum 20. Mal macht der Verband für Ernährung und Diätetik e. V. (VFED) mit dem „Tag der gesunden Ernährung“ die Bevölkerung in Deutschland auf die Wichtigkeit einer gesunden Ernährung aufmerksam. Der Aktionstag am 9. März 2017 fokussiert das Thema „Ernährung im Alter: gesund alt werden – gesund bleiben!“ Die demografische Entwicklung in Deutschland erfordert frühzeitige Maßnahmen, um ernährungsbedingte Krankheiten zu verhindern.

Fettleber ist die häufigste Lebererkrankung in Deutschland

Die Deutsche Leberstiftung weist im Rahmen des Tages der gesunden Ernährung auf die alarmierende Entwicklung bei ernährungsbedingten Lebererkrankungen hin: Die Fettleber ist die häufigste Lebererkrankung in Deutschland. Zu den Ursachen zählen neben falscher Ernährung, Bewegungsmangel und Übergewicht, starker Alkoholkonsum oder auch ein bestehender Diabetes mellitus. Rund ein Drittel der Erwachsenen hat eine durch Fetteinlagerung vergrößerte Leber – und die Zahl nimmt stetig zu. Auch bereits jedes dritte übergewichtige Kind leidet an dieser Krankheit, die in drei Stufen verläuft.

Der dreistufige Krankheitsverlauf

Im ersten Stadium handelt es sich um eine reine Fettleber, die keine entzündlichen Reaktionen aufweist. In der zweiten Phase, die jeder zweite Betroffene entwickelt, zeigt die Leber bereits entzündliche Reaktionen, man spricht von einer „Steatohepatitis“. Diese sogenannte Fettleberhepatitis wird unterschieden in eine „Nicht-alkoholische Fettleberentzündung“ und eine durch Alkoholkonsum verursachte „Alkoholische Fettleberentzündung“. In der dritten Stufe, die circa zehn Prozent der Fälle umfasst, entwickelt sich aus beiden Fettleberhepatitis-Varianten über eine Leberfibrose (Bindegewebsvermehrung) eine Leberzirrhose (Vernarbung der Leber).

Fettleberhepatitis birgt erhöhtes Risiko für Leberzellkrebs

Jede Fettleberhepatitis beinhaltet ein erhöhtes Risiko, einen Leberzellkrebs (HCC, HepatoCellularCarcinoma) zu entwickeln. Bei einer Fettleberhepatitis, die bereits zu einer Fibrose geführt hat, liegt das Risiko, an einem HCC zu erkranken, bei zwei bis drei Prozent pro Jahr. Ein Leberzellkrebs aufgrund einer Fettleberhepatitis kann sich aber auch ohne Vorliegen einer Zirrhose entwickeln. Und häufig verlaufen die krankhaften Veränderungen des lebenswichtigen Stoffwechselorgans Leber ohne Symptome: „Nur einige der Patienten mit einer Lebererkrankung leiden unter unspezifischen Symptomen. Druck im Oberbauch, Appetitlosigkeit und Abgeschlagenheit sind einige mögliche Anzeichen. Bei den meisten Betroffenen ist die Lebererkrankung nicht spürbar“, erläutert Professor Dr. Michael P. Manns, Vorstandsvorsitzender der Deutschen Leberstiftung. „Lässt man seine Leberwerte testen, ist häufig eine rechtzeitige Diagnose und Behandlung von Lebererkrankungen möglich. Oftmals kann schon eine Umstellung der Ernährungsgewohnheiten viel bewirken.“

Diagnostik und Fettleber-Index

Zur Bestätigung der Diagnose "Fettleber" gibt es mehrere Möglichkeiten: Neben der Ultraschall-Untersuchung des Oberbauchs sollten die Leberblutwerte ermittelt werden wie beispielsweise GPT, GOT und GGT. Aus den Werten für GGT und Triglyceride kann der Arzt unter Berücksichtigung von Body-Mass-Index (BMI) und Taillenumfang den sogenannten Fettleber-Index (FLI) bestimmen. Ist dieser Wert größer als 60 und zeigt die Ultraschall-Untersuchung eine vergrößerte Leber, kann das ein Hinweis auf eine Fettleber sein. Die Diagnose einer Fettleberhepatitis kann allerdings nur durch eine Gewebeprobe (Biopsie) gesichert erfolgen.

Gesunde Ernährung und Bewegung als Therapie

„Durch Veränderungen der Essgewohnheiten und des Lebensstils kann sich eine Fettleber auch wieder zurückbilden. Einer Entzündung der Leber wird vorgebeugt und in der Folge ein Leberzellkrebs vermieden“, sagt Professor Manns. In vielen Fällen können die Fett-Einlagerungen in der Leberzelle zurückgebildet werden. Gesunde Ernährung und ein Alkoholverzicht können die krankhaften Leberveränderungen rückgängig machen. Besonders bewährt ist reduzierter Kohlenhydratverzehr, auch "Low Carb" genannt. Hat der Patient ein sehr hohes Übergewicht, ist eine kalorienreduzierte Nahrungszufuhr hilfreich. Bei jeder Form einer Lebererkrankung ist die Integration von viel Bewegung in den Lebensalltag wichtig. Experten empfehlen, pro Tag 10.000 Schritte zu gehen, um die Gesundheit zu erhalten.

Der Leberzellkrebs-Früherkennungspass der Deutschen Leberstiftung

Für Patienten mit einer Leberzirrhose und mit einer fortgeschrittenen chronischen Lebererkrankung bietet die Deutsche Leberstiftung den „Leberzellkrebs-Früherkennungspass“. Er fasst die Ergebnisse der Früherkennungsuntersuchungen zusammen. Damit ermöglicht er den Patienten einen Überblick der durchgeführten Untersuchungen und den behandelnden Ärzten einen raschen Zugriff auf deren Ergebnisse. Der „Leberzellkrebs-Früherkennungspass“ kann kostenfrei in der Geschäftsstelle der Deutschen Leberstiftung telefonisch unter 0511 532 6819 oder per E-Mail bestellt werden: info@deutsche-leberstiftung.de

Deutsche Leberstiftung

Die Deutsche Leberstiftung befasst sich mit der Leber, Lebererkrankungen und ihren Behandlungen. Sie hat das Ziel, die Patientenversorgung durch Forschungsförderung und eigene wissenschaftliche Projekte zu verbessern. Durch intensive Öffentlichkeitsarbeit steigert die Stiftung die öffentliche Wahrnehmung für Lebererkrankungen, damit diese früher erkannt und geheilt werden können. Die Deutsche Leberstiftung bietet außerdem Information und Beratung für Betroffene und Angehörige sowie für Ärzte und Apotheker in medizinischen Fragen. Diese Aufgaben erfüllt die Stiftung sehr erfolgreich. Weitere Informationen: www.deutsche-leberstiftung.de.

BUCHTIPP: „Das Leber-Buch“ der Deutschen Leberstiftung informiert umfassend und allgemeinverständlich über die Leber, Lebererkrankungen, ihre Diagnosen und Therapien – jetzt in dritter, aktualisierter und erweiterter Auflage! „Das Leber-Buch“ ist im Buchhandel erhältlich: ISBN 978-3-89993-899-9, € 16,99. Weitere Informationen: www.deutsche-leberstiftung.de/Leber-Buch. Dip 1

 

 

 

 

Bilanz für Februar. Arbeitsmarkt: Positiver Trend setzt sich fort

 

Der deutsche Arbeitsmarkt ist weiter in sehr guter Verfassung: Die Zahl der Erwerbstätigen erreicht mit 43,59 Millionen Menschen einen erneuten Höchststand. Die Nachfrage der Betriebe nach neuem Personal bleibt ungebrochen hoch. Es gilt, alle Potenziale des Arbeitsmarkts zu nutzen.

 

Erwerbstätigkeit und sozialversicherungspflichtige Beschäftigung sind weiter im Aufwind. Kräftiges Plus gegenüber dem Vorjahr

Im Vergleich zum Vormonat ist die Zahl der Erwerbstätigen im Januar saisonbereinigt um 59.000 gestiegen. Insgesamt arbeiteten 43,59 Millionen Menschen. Das waren 609.000 mehr als vor einem Jahr.

Auch die sozialversicherungspflichtige Beschäftigung ist auf 31,88 Millionen gewachsen. Laut Bundesagentur für Arbeit waren im Dezember 2016 rund 82.000 mehr Menschen abhängig beschäftigt als im November. Gegenüber dem Vorjahr ist das ein Plus von 735.000 Menschen. "Die neuen Arbeitsmarktzahlen aus Nürnberg sind erfreulich und lassen Gutes für den Frühling erwarten", so

Bundesarbeitsministerin Andrea Nahles.

 

Pflege und Soziales wieder Spitzenreiter bei Einstellungen

Beschäftigungszuwachs gab es in allen Bundesländern, erneut am stärksten in Berlin (+4,4 Prozent).

In nahezu allen Branchen waren Einstellungen zu verzeichnen. Mit 99.000 zusätzlichen Einstellungen gab es im Dezember 2016 die meisten im Bereich Pflege und Soziales (+4,6 Prozent). Auch bei qualifizierten Unternehmensdienstleistern (+85.000 oder +3,8 Prozent) und im Handel

(+79.000 oder +1,8 Prozent) gab es mehr Beschäftigte. Allein im Bereich der Finanz- und Versicherungsdienstleistung ging die Zahl der Beschäftigten um 10.000 (-1,0 Prozent) zurück.

Besetzung freier Stellen braucht alle Potenziale

"Die Arbeitskräftenachfrage ist unvermindert hoch", so Nahles. Im Februar waren 675.000 Arbeitsstellen bei der BA gemeldet, 61.000 mehr als vor einem Jahr. Die durchschnittliche Dauer bis zur Besetzung einer Stelle hat sich im Vorjahresvergleich um 9 auf 95 Tage erhöht.

"Jetzt gilt es, alle Potenziale am Arbeitsmarkt gründlich zu erschließen, damit sich die Wirtschaft weiterhin so positiv entwickeln kann", zieht Nahles Bilanz. Angesichts der fortschreitenden Digitalisierung werde das Thema Weiterbildung immer entscheidender.

 

Migration wird zunehmend sichtbar

Im Vorjahresvergleich ist die sozialversicherungspflichtige Beschäftigung von Menschen aus den aktuellen Zuwanderungsländern – dazu gehören die ost- und südeuropäischen Staaten sowie die nichteuropäischen Asylherkunftsländer – um 249.000 oder 14 Prozent gestiegen.

Gleichzeitig ist die Arbeitslosigkeit von Menschen aus den wichtigsten nichteuropäischen Asylherkunftsländern im Februar im Vorjahresvergleich um 78.000 oder 71 Prozent nach oben gegangen.

Zu diesen Ländern zählen Afghanistan, Eritrea, Irak, Iran, Nigeria, Pakistan, Somalia und Syrien. Pib 1

 

 

 

 

Studie: Deutsche Unternehmen sind Europameister bei der Talententwicklung

 

- Zielorientierung ist der wichtigste Soft Skill für die Mitarbeiter

- Unternehmen müssen die Rahmenbedingungen für den Ausbau der

Kompetenzen schaffen

 

Eschborn - Deutsche Unternehmen werden im

europäischen Vergleich als führend eingeschätzt, wenn es darum geht,

Talente zu rekrutieren und weiterzuentwickeln. Dabei ist sowohl in

den Unternehmen in Deutschland als auch in ganz Europa die Fähigkeit

zur Problemlösung die wichtigste Kompetenz, die Mitarbeiter in

Zukunft benötigen. Das sind die Ergebnisse der Studie "Soft Skills

for Talent", für die in 15 europäischen Ländern 4.990

Unternehmensvertreter befragt wurden.

 

Die Fähigkeit zur permanenten Anpassung wird für Unternehmen

zunehmend zum Wettbewerbsfaktor. Doch je nach Land sind die

Arbeitgeber in Europa unterschiedlich gut dazu in der Lage, für die

Mitarbeiter ein Umfeld zu schaffen, das Weiterentwicklung ermöglicht.

Den Europameister-Titel in dieser Disziplin trägt Deutschland: 22

Prozent der europäischen Unternehmensvertreter geben an, dass

Unternehmen hierzulande sich besonders gut darauf verstehen, Talente

anzuziehen und ihre Leistungsfähigkeit zu steigern. Dahinter folgen

Großbritannien (19 %) und Schweden (15 %).

 

Im Rahmen der Befragung wurden auch die notwendigen Kompetenzen zur

Weiterentwicklung von Mitarbeitern und Unternehmen identifiziert. In

Deutschland stehen bei den Unternehmensvertretern die Fähigkeit zur

Problemlösung (52 %), Entscheidungskompetenz (50 %), Belastbarkeit

(50 %) und Zielorientierung (49 %) ganz oben auf der Liste.

Mitarbeitern, die sich in diesen Feldern weiterentwickeln, werden die

besten Chancen zugebilligt, die Zukunft in den Unternehmen

mitzugestalten.

 

Dies deckt sich auch mit den Einschätzungen der Arbeitnehmer in

Deutschland. 58 Prozent von ihnen halten die Fähigkeit zur

Problemlösung für den wesentlichen Soft Skill, den Fachkräfte heute

benötigen, um beruflich erfolgreich zu sein. Nur Belastbarkeit wird

von noch mehr Arbeitnehmern (63 %) als wesentliche Kompetenz für den

Erfolg im Job eingeschätzt.

 

"Talente anzuwerben, zu begeistern und ihre Kompetenzen auszubauen,

ist derzeit die wichtigste Herausforderung für Unternehmen. Hier

bieten sich viele Möglichkeiten, sich schon bei der Rekrutierung vom

Wettbewerb abzuheben", sagt Herwarth Brune, Vorsitzender der

Geschäftsführung der ManpowerGroup Deutschland. "Die strategische

Weiterentwicklung der eigenen Mitarbeiter bietet enormes Potenzial,

die Wettbewerbsfähigkeit des eigenen Unternehmens auszubauen."

 

Problemlöser sind in ganz Europa gefragt

Doch auch wenn deutsche Unternehmen hier im Moment die Nase vorn

haben, ist die Bereitschaft, aufzuholen, auch in den übrigen Ländern

evident. Aus Sicht aller in Europa befragten Unternehmensvertreter

steht auf dem ersten Platz der Soft Skills, die Mitarbeiter

benötigen, ebenfalls die Fähigkeit zur Problemlösung. 58 Prozent der

Befragten sehen sie als Schlüsselqualifikation für die Zukunft an.

Als weiterhin wichtig werden die Fähigkeit zur Zielorientierung (50

%) sowie zur fachbereichsübergreifenden Zusammenarbeit (49 %)

eingeschätzt. Mehr Informationen unter http://www.manpowergroup.de. MP 2