WEBGIORNALE  6-19   FEBBRaio  2017

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Stop immigrazione, Onu: "Bando Usa contrario a diritti umani". Giudice lo blocca. Respinto il ricorso governativo  1

2.       Merkel sdogana l'Europa a due velocità: "Nuova integrazione non uguale per tutti"  1

3.       Il piano della Ue per i migranti. “La Libia farà i respingimenti”  1

4.       L'Europa sta sotto i piedi di Angela Merkel ma nel cuore di Draghi 1

5.       Perché l’Italia non ha altra scelta: non può dire no all’Unione europea  2

6.       “Emergenza immigrati, serve un 8xmille europeo“  3

7.       L’intervista. Mogherini e i migranti: «Fermare gli arrivi è solo un’illusione. Vanno gestiti i flussi dai Paesi di partenza»  3

8.       L'Occidente che va in minoranza  4

9.       Olocausto e memoria: un compito speciale attende ancora i tedeschi 4

10.   "L'Italia sono anch'io": mobilitazione permanente fino all'approvazione della legge sulla cittadinanza  5

11.   Disegno di legge sulla scuola italiana all’estero. Il parere del Cgie  5

12.   La Germania offre 1200 euro ai migranti che decidono di tornare nel proprio Paese  6

13.   Nuova emigrazione italiana in Germania: per il secondo anno consecutivo superati i 70mila arrivi 6

14.   Schulz convince i tedeschi e scavalca la Merkel nei sondaggi 6

15.   Eccezionale omaggio della Germania ad Umberto Eco ad un anno dalla sua morte, avvenuta il 19 febbraio scorso. 6

16.   Berlino. Premio Comites "L'italiano dell'anno". Ecco I due italiani del 2016  7

17.   Francoforte. Anticipazioni del Festival dedicato alla Poesia Europea  7

18.   Berlino. Cervelli italiani offerti alla scienza tedesca  7

19.   Kempten: incontro tra Acli, Kab, Mci e commissione per l’integrazione della città  8

20.   Stoccarda. Il progetto “Vivere e lavorare in Germania”. Gli appuntamenti del 2017  9

21.   Ulm. I Vigili del fuoco italiani vincono il World of Firefighting - Conrad Dietrich Magirus Award 2016  9

22.   Lo spettacolo “Terra Mia - Il sapore del Pane” alla Mci di Amburgo  9

23.   A Berlino l’incontro tra il ministro dell’Interno Minniti e quello tedesco de Maizière  10

24.   I temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia (ora radio Cosmo) 10

25.   Hannover. Anche gli italiani all’estero si adoperano per  motivi umanitari 10

26.   A Monaco di Baviera l'iniziativa “Comencini e l'amore nell'Italia degli anni Settanta”  11

27.   Immigrazione. Il Budestag a “scuola di accoglienza” in Italia (il 7 febbraio) 11

28.   Collaborazione tra l‘Università di Bielefeld e quella di Bologna  11

29.   Gemellaggio Nebrodi-Foresta Nera.  Mario Caruso (Icp) soddisfatto per l’avvio dell’accordo  11

30.   Tenuta a Francoforte l’Assemblea del PD Germania  12

31.   Ciclo “l’Ambasciata incontra”. Il 23 febbraio l’incontro “Berlino: Wunderkammer per l’arte italiana”  12

32.   “Bella Germania”, tra i libri più venduti. Una dichiarazione d’amore all’Italia  12

33.   ICE-Agenzia presenta all'IPM 2017 produttori di piante provenienti dal Sud Italia  13

34.   A Berlino da mercoledì 8 febbraio fino al 10 marzo mostra dedicata a Marcello Mastroianni 13

35.   Trump all’attacco della Germania: “Sfrutta l’euro contro Ue e Usa”  13

36.   Volkswagen vende più di Toyota. E torna ad essere leader mondiale  13

37.   Arriva la Berlinale (9-11 febbraio). A Milena Canonero Orso d’oro alla carriera  14

38.   Deutsche Bank patteggia: oltre 600 milioni per i "favori" ai clienti russi 14

39.   Blitz anti-Isis in Germania: 3 arresti 14

40.   Decreto legislativo sulla disciplina della scuola italiana all’estero  14

41.   Naturalizzazione agevolata in Svizzera. Si vota il 12 febbraio. FCLIS: votiamo un “convinto sì”  15

42.   Accordo Italia Libia. Garavini: “Migration Compact inizia a dare risultati strategici". Contrarie le Ong  15

43.   Giorno della Memoria, Mattarella: "Contrastare razzismi vecchi e nuovi"  15

44.   America first: la svolta nazionalista degli Usa di Trump  16

45.   Lo spettro del commissariamento europeo sul governo Gentiloni 16

46.   Alfano: “Quest' Europa non può dare lezioni agli Stati Uniti”  16

47.   Gentiloni-Serraj firmano memorandum su migranti. Tusk: "Chiudere rotta da Libia a Italia"  17

48.   La buona scuola che ancora non c’è  17

49.   Brutte figure  18

50.   Governance. La retorica dell’uomo forte e gli errori da non ripetere  18

51.   Necessario sistemare la legge elettorale  18

52.   L'analisi di Prometeia sull'impatto del sostegno della Farnesina all'internazionalizzazione delle imprese italiane  19

53.   Italicum: Consulta, no al ballottaggio. Legge elettorale subito applicabile  19

54.   Al Senato l'esame dello schema di decreto legislativo che disciplina la scuola italiana all'estero  20

55.   Lingua e cultura italiana all’estero. Con il decreto sulla Buona Scuola aumenta il contingente dei docenti di 50 unità  20

56.   Conto alla rovescia  21

57.   Avanti, verso il passato  21

58.   Eurispes: "Metà delle famiglie non arriva a fine mese"  21

59.   Canone Rai per gli iscritti all’Aire. La richiesta di esonero? Un bel problema! 22

60.   Italiani altrove  22

61.   Fissate le retribuzioni convenzionali 2017 per i lavoratori dipendenti italiani inviati all’estero  22

62.   Rossini (Acli): “La migrazione è la shoah contemporanea”  22

63.   Quando le mura raccontano la storia  23

64.   Battaglia con la Ue, le divisioni nel governo. Chi andrà con D'Alema  23

65.   Comitato permanente sugli italiani nel mondo e la promozione del sistema paese  23

66.   Scenario Nazionale  24

67.   Addio roaming nella Ue, da giugno non si pagherà più  24

68.   Nasce l’ANIM, l’Associazione Nazionale degli Italiani nel Mondo  24

69.   Svizzera: Non si ha diritto ad assegno sociale se proprietari di immobili in altri paesi europei 25

70.   Contributi agli enti gestori dei corsi di lingua e cultura italiane  25

71.   Il FAIM incontra le Regioni. Riuniti gli organi a Roma  25

72.   L’appello del Ctim alla Città di Bergamo: Dedicare una via a Mirko Tremaglia  25

73.   Scuole all’estero. Concorso per il 150° di Pirandello  26

74.   Premio Renato Appi. Dedicata al cinema la nona edizione  26

 

 

1.       EU-Gipfel in Malta. Der EU eine Zukunft geben  26

2.       EU-Gipfel einigt sich auf Libyen-Strategie  26

3.       EU-Flüchtlingspolitik. Was ist beschlossen und was steht noch aus?  27

4.       Denkmäler des Fluchtdramas: Kunstinstallation „Lampedusa 361“ imaginiert Friedhof auf dem Dresdner Theaterplatz  27

5.       Deutschland würdigt Umberto Eco ein Jahr nach seinem Tod  27

6.       EU-Kommission erlaubt Deutschland weiter Grenzkontrollen  28

7.       Menschen, die Schutz brauchen, niemals ablehnen  28

8.       „Die USA rücken von allen Werten und Normen ab“  28

9.       Die Spaltung einer Nation  29

10.   Analyse: Trumps politische Unkorrektheit – sein größter Trumpf 29

11.   Amerika über alles  29

12.   Deutsch-amerikanische Beziehungen. Kanzlerin lehnt Einreiseverbot ab  30

13.   Frankreich. Hamon gewinnt Vorwahl der Sozialisten  30

14.   Kommission hält Einführung eines EU-Passes für denkbar 30

15.   Gelichter. Jetzt mal im Ernst: Über die Krise der Demokratie  31

16.   Wenig Vertrauen in Parteien, Regierung und Medien  31

17.   EuGH: EU-Staaten dürfen Asylbewerber mit Terror-Hintergrund ablehnen  32

18.   Deutscher Marshallplan für Afrika  32

19.   Flüchtlinge in Tschechien: Zwischen Fremdenhass und Integration  33

20.   Pflicht, nicht Kür 33

21.   USA. Trumps verschärft Einreisebedingungen für Muslime in der Kritik  34

22.   Merkel trifft Hollande. Gemeinsame Antworten finden  34

23.   EU drückt bei Asylreform aufs Tempo  34

24.   Vatikan über Trump: Kultur der Offenheit statt Isolation  35

25.   Besuch in der Türkei. Merkel mahnt Meinungsfreiheit an  35

26.   Anerkennungszuschuss. Neue Fördermöglichkeit zur Anerkennung ausländischer Berufsabschlüsse  35

27.   DAAD: "Erasmus stärkt die Europäische Gemeinschaft"  36

28.   Die Parallelwelt der Flüchtlinge  36

29.   Ex-Präsident Wulff warnt. Keine Garantie mehr für Rechte von Minderheiten  36

30.   Wie steht es um die Vielfalt bei der Polizei?  36

31.   Flexibles Arbeiten stärkt soziale Faktoren  37

32.   Menschenwürdige Arbeit in globalen Lieferketten  37

33.   CSU für Merkel. Jetzt doch  38

34.   „Politik aus dem christlichen Glauben heraus“. Kardinal Marx würdigt Bundeskanzlerin Merkel 38

35.   Aktuelle Studie. Viele Minijobber erhalten keinen Mindestlohn  38

36.   Deutschland: Militanter Rechtsextremismus nimmt zu  39

37.   Länderumfrage. Nur wenige Migranten werden Polizisten  39

38.   Beschäftigungszahlen Januar. Arbeitsmarkt startet gut ins neue Jahr 39

39.   "Hau ab Prämien". Innenministerium lobt neue Rückkehrprämien für Flüchtlinge aus  40

40.   Einstieg in die Rente nicht gleich Ausstieg aus dem Job. Flexi-Rente  40

41.   SPD auf höchstem Wert seit Bundestagswahl 40

 

 

 

Stop immigrazione, Onu: "Bando Usa contrario a diritti umani". Giudice lo blocca. Respinto il ricorso governativo

 

Le Nazioni Unite all'attacco di Donald Trump. In un tweet, l'Alto commissario per i diritti umani, il giordano Zeid Raad Al Hussein, ha definito l'ordine esecutivo del presidente degli Stati Uniti su rifugiati e musulmani "meschino" e ha qualificato "la discriminazione basata sulla nazionalità contraria ai diritti umani". Non solo, secondo al Hussein, quel bando "manca di generosità" e rappresenta "uno spreco di risorse" che invece potrebbero essere utilizzate "nella lotta contro il terrorismo".

 

Sulla questione interviene anche l'Ue. L'Unione Europea "non discrimina" le persone sulla base della "nazionalità, della razza o della religione", in nessun campo, e la Commissione Europea sta esaminando la situazione, dopo l'ordinanza esecutiva di Trump, per verificare che non colpisca i cittadini europei che abbiano anche la nazionalità di uno dei Paesi interessati dall'ordinanza. Lo ha detto il portavoce capo della Commissione Europea, Margaritis Schinas, durante il briefing con la stampa a Bruxelles.

"In questa fase - ha affermato Schinas - la situazione non è chiara: siamo impegnati nel processo di stabilire se l'ordinanza esecutiva ha delle conseguenze sui cittadini dell'Ue con la doppia nazionalità. Ci arrivano input contrastanti e i nostri legali stanno lavorando. Ci accerteremo che non ci siano discriminazioni nei confronti dei nostri cittadini".

"Questa è l'Unione Europea e nell'Ue noi non discriminiamo sulla base della nazionalità, della razza o della religione. Non solo per quanto riguarda l'asilo, ma in tutte le altre nostre politiche. La Commissione e il presidente Jean-Claude Juncker hanno coerentemente sottolineato il nostro attaccamento a questi principi", ha concluso Schinas. 

 

La Corte d’Appello ha respinto il ricorso urgente presentato dal Dipartimento di Giustizia americano che chiedeva la sospensione della decisione del giudice federale di Seattle che aveva bloccato il bando di ingresso negli Stati Uniti per persone provenienti da 7 Paesi a maggioranza musulmana emesso dal presidente Donald Trump. 

Il Dipartimento di Giustizia, nel presentare il ricorso, sostiene che quella decisione costituisca un pericolo immediato per il pubblico. Trump aveva criticato su Twitter la decisione del giudice Robart: «L’opinione di questo cosiddetto giudice, che essenzialmente porta via dal nostro Paese l’applicazione della legge, è ridicola e sarà ribaltata», aveva scritto. Poi, parlando con i giornalisti in Florida dove si trova per il fine settimana, aveva detto ancora: «Vinceremo. Per la sicurezza del nostro Paese, vinceremo».  

 

In un’intervista all’emittente Abc il vice presidente Usa Mike Pence ha detto che non pensa che le critiche di Trump al giudice di Seattle indeboliscano la separazione dei poteri. Il pronunciamento del giudice di Seattle è giunto a seguito di un’azione legale intentata dallo Stato di Washington, in cui Seattle si trova, e sostenuta da Amazon.com ed Expedia Inc. Si tratta di una delle tante azioni legali avviate contro il “travel ban” di Trump in tutti gli Stati Uniti, ma è il primo caso che ha portato a una decisione di validità su scala nazionale. (dip/ls 5) 

 

 

 

 

Merkel sdogana l'Europa a due velocità: "Nuova integrazione non uguale per tutti"

 

La cancelliera si è espressa in questo senso al termine del vertice di Malta. A Roma, il 25 marzo, i leader dei 27 dovranno tracciare il piano per i prossimi 10 anni, tenendo conto di Brexit, migranti e sfide di Trump

 

LA VALLETTA - Il futuro dell'Unione europea potrebbe essere a "differenti velocità". È Angela Merkel a sostenerlo al termine del vertice di Malta: secondo la cancelliera tedesca i leader europei potrebbero impegnarsi in tal senso fin dal prossimo 25 marzo, quando si incontreranno a Roma per le celebrazioni del 60esimo anniversario del Trattato che ha istituito la Comunità. In quell'occasione i 27 Paesi della Ue tracceranno la tabella di marcia da seguire per il dopo Brexit. "Abbiamo imparato dalla storia degli ultimi anni - dice Merkel  - che ci potrebbe essere un'Europa a differenti velocità e che non tutti parteciperanno ai vari passi dell'integrazione europea". "Ritengo - aggiunge la cancelliera - che questo potrebbe essere incluso nella dichiarazione di Roma".

 

Il piano per i prossimi dieci anni dovrà tenere conto della crisi dell'Eurozona, della Brexit, del flusso dei migranti, del conflitto ucraino e delle nuove sfide che vengono dall'amministrazione Trump.

 

Sullo sfondo delle parole di Merkel c'è, com'è ovvio, anche la campagna elettorale tedesca che si  gioca tra l'altro sullo spauracchio della Grexit, l'uscita della Grecia dall'euro, che potrebbe avvenire agli inizi della prossima estate, e sullo scontro in atto all'interno della coalizione di governo cristianodemocratici-socialdemocratici tra i sostenitori del rigore di bilancio guidati dal ministro delle finanze Wolfgang Schaeuble e quanti vorrebbero allentare la stretta per favorire la crescita economica, Spd in testa.

 

Di Unione "a differenti velocità" e della possibilità che questa opzione venisse inserita nella dichiarazione di Roma come piano per il futuro aveva già parlato il presidente francese François Hollande, il cui mandato scadrà a maggio: "Ma l'unità europea è essenziale", aveva sottolineato. Il capo dell'Eliseo aveva fatto riferimento in particolar modo ai Paesi dell'Est,

lamentando il fatto che non rispettano gli impegni pur ricevendo sostanziosi sussidi da Bruxelles: "L'Europa non è una cassa da cui attingere. A Roma dovremo ribadire il principio che l'Unione è stata costruita per essere più forti insieme".  LR 3

 

 

 

Il piano della Ue per i migranti. “La Libia farà i respingimenti”

 

La bozza del vertice sui flussi: niente navi europee nei pattugliamenti. I 28 divisi su rimpatri e campi. L’ambasciata tedesca in Niger: sono lager – di MARCO BRESOLIN

 

BRUXELLES - «Stiamo camminando sul filo del rasoio». Tra i diplomatici al lavoro sul documento finale del prossimo summit Ue, in programma venerdì a Malta, c’è questa convinzione. Il vertice dei capi di Stato e di governo sarà dedicato ai flussi migratori nella rotta centro-mediterranea, con un focus sulla Libia. «L’urgenza della situazione - si legge nell’ultima bozza circolata ieri tra gli sherpa - richiede ulteriori misure operative». Per questo bisogna agire «rapidamente e in modo determinato». Con un dettaglio da non sottovalutare: l’Ue darà il suo «sostegno agli sforzi e alle iniziative dei singoli Stati membri che si stanno impegnando in Libia». Il riferimento è al piano del governo italiano promosso dal ministro Marco Minniti: l’Italia è stata il primo Paese occidentale ad aver riaperto la sua ambasciata. Ieri anche la Turchia ha seguito la stessa strada. 

 

Ma il dossier su Libia e migranti si gioca su due diversi terreni, altrettanto scivolosi: quello legato al rispetto dei diritti umani - per le condizioni in cui vivono i migranti nei centri sulla terraferma - e quello, più geopolitico, che ha a che fare con i rapporti con la Russia di Vladimir Putin, sostenitrice del generale Haftar. Per questo, si legge nel documento di tre pagine diviso in 7 punti, «gli sforzi per stabilizzare la Libia sono ora più importanti che mai». Giovedì la visita ufficiale di Fayez al-Sarraj a Bruxelles sarà un momento-chiave in questo percorso. Salvo colpi di mano dell’ultimo minuto (qualche delegazione ci sta provando), i governi ribadiranno il «pieno supporto» al Governo di Accordo Nazionale di Tripoli. 

 

Nella «dichiarazione» che sarà approvata venerdì dai leader non verrà nemmeno menzionata l’ipotesi di far entrare le navi europee nelle acque libiche (la fase 2B dell’Operazione Sophia). Non ci sono le condizioni. L’Ue continuerà ad affidare il pattugliamento delle acque libiche alla Guardia Costiera di Tripoli, che intensificherà la sua attività. In cambio di addestramento, forniture e interventi economici per favorire lo «sviluppo socio-economico delle comunità locali». I libici avranno il compito di intercettare tutte le navi e riportare a terra i migranti. Tecnicamente non si potrebbe parlare di respingimenti, ma nella pratica lo sono.  

Qui però sorge il problema a cui i 28 non hanno ancora trovato una soluzione: che fine faranno quei migranti? Commissione e governi sono d’accordo nel «promuovere i rimpatri volontari» per i migranti economici. La proposta firmata da Mogherini e Avramopoulos parla anche di reinsediare in Europa chi ha diritto all’asilo e fa un appello agli Stati. Ma il fatto che di questa ipotesi non ci sia traccia nella bozza del Consiglio la dice lunga sulla volontà delle Capitali di collaborare. E poi c’è il problema delle condizioni di «detenzione». 

 

Ieri la Guardia Costiera libica ha fatto sapere di aver intercettato due imbarcazioni al largo di Sabratha. A bordo c’erano 700 persone, che poi sono state trasferite in un centro per migranti. Per la Commissione le condizioni in quei centri sono «inaccettabili e lontani dagli standard di rispetto dei diritti umani». Un documento riservato dell’ambasciata tedesca in Niger parla addirittura di «condizioni peggiori di quelle dei campi di concentramento», con «esecuzioni, torture e stupri». 

 

L’obiettivo è di garantire l’accesso alle agenzie dell’Onu, ma il problema è che la stragrande maggioranza dei centri è fuori dalle aree controllate da Sarraj. Che per ora resta l’unico interlocutore. A questo si aggiunge il rischio che, nel caso in cui i pattugliamenti dovessero funzionare, i trafficanti potrebbero spostarsi ad Est. Alcune cancellerie temono che i flussi possano finire sotto il controllo del generale Haftar e del suo principale sponsor Putin.  LS 31

 

 

 

 

L'Europa sta sotto i piedi di Angela Merkel ma nel cuore di Draghi

 

La cancelliera tedesca ha sdoganato l'Ue a due velocità. Sulla scena c'è un secondo attore, il presidente della Bce. A fine febbraio i due si vedranno a Berlino - di EUGENIO SCALFARI

 

C'È una miriade di fatti che ingombrano gli schermi televisivi, le pagine dei giornali e perfino i siti web. Ne volete un sommario esempio per quanto riguarda l'informazione del nostro Paese? Raggi, sindaca di Roma di marca grillina, i sondaggi sull'andamento delle maggiori forze politiche italiane, l'accordo fra l'Italia e il governo libico di Tripoli sul tema degli immigrati, la probabilità che sia molto diminuita l'ipotesi di elezioni entro giugno e che Renzi abbia in proposito cambiato idea. E poi Trump. Il nuovo presidente degli Stati Uniti è l'uomo-chiave del momento per due ragioni: la prima è che siede sul palco più alto dell'impero più forte del mondo; la seconda è che Trump cambia idea almeno una volta al giorno e a volte ancor più frequentemente: su Putin, sulla Cina, sull'Europa, sulla Corea del Nord (quella che fa esperimenti sulla bomba a idrogeno e dovrebbe essere fermata), su Israele, sull'Australia, sulla Nato e via discorrendo. Se continua così nessuno darà più peso alle sue decisioni e la sola cosa che continuerà a contare saranno le chiusure di Borsa a Wall Street. Del resto anche in Inghilterra, anzi nel Regno Unito che non è mai stato così disunito, quella che conta è la City e, per tutt'altra ragione, la National Gallery. Della Brexit tra poco nessuno parlerà più.

 

L'elenco, come vedete, è piuttosto lungo e sicuramente incompleto, ma ometto volutamente i fatti veramente importanti che riguardano l'intero mondo occidentale, Italia ovviamente compresa.

 

Ho scelto i fatti al plurale ma in realtà è un fatto unico, che ha due attori principali e una folla di spettatori coinvolti da quanto vedono recitare sulla scena e che li riguarda direttamente.

 

Il fatto dominante è quanto è stato annunciato dalla cancelliera tedesca Angela Merkel al vertice che si è concluso venerdì scorso a Malta: alla prossima riunione di vertice europeo che avrà luogo a Roma nelle prossime settimane per celebrare i Trattati che istituirono la Comunità europea del carbone e dell'acciaio e che successivamente diventò Unione politica ed economica, Merkel proporrà un'Europa a due velocità.

 

La prima velocità riguarda tutti gli Stati dell'eurozona (diciannove) che sono in grado di marciare verso un'economia dinamica, in costante aumento di produttività, di scambi, di piena occupazione, di propensione verso un potere federale con organi politici appropriati. Il centro di questo sistema ad alta velocità sarà ristretto; di fatto (Merkel non l'ha detto ma è evidente nelle sue parole) avrà il suo perno nella Germania e nei suoi più stretti alleati: l'Olanda, i Paesi del Nord Europa e - per ragioni strettamente politiche - la Francia. Gli altri procederanno come potranno. Se si metteranno al passo potranno sempre entrare nel club dell'alta velocità. Se in teoria al passo giusto ci si metteranno tutti i 19 della moneta unica, sarebbe un club in grado di dar vita agli Stati Uniti d'Europa o a qualcosa di molto simile. Altrimenti sarà un piccolo ma potente cuore e cervello d'Europa che parla e pensa in tedesco, ma niente di più.

 

Ma c'è un secondo attore in questa che mi viene voglia di definire la commedia degli inganni e si chiama Mario Draghi, presidente della Banca centrale europea il cui incarico scadrà nel 2019 ed ha dunque tutto il tempo necessario per operare, anche se sta coprendo il dissenso che c'è sempre stato tra lui e il governatore della Bundesbank, che è la Banca centrale tedesca e fa parte ovviamente del Consiglio della Banca centrale europea ma è costantemente all'opposizione. Su che cosa? Sul fatto che Draghi - confortato dall'appoggio del direttorio della Bce e dall'ampia maggioranza delle Banche centrali nazionali che fanno parte del consiglio - dispone d'una salda maggioranza sulla sua politica monetaria ed economica espansiva.

 

Come si comporterà adesso Draghi di fronte alla proposta di Merkel sulla doppia velocità? Si adeguerà? La contrasterà? Con quale tipo di operazioni?

***

Personalmente sono molto amico di Draghi, fin da quando era uno dei prediletti collaboratori del più importante personaggio della politica italiana, dopo tredici anni di governo della Banca d'Italia: Ciampi, dopo aver guidato la nostra Banca centrale in tempi assai calamitosi, fu in qualche modo obbligato a governare il Paese, politicamente ed economicamente, da primo ministro d'un governo provvisorio, poi da ministro del Tesoro del governo Prodi, e infine da presidente della Repubblica. In tutti questi ruoli, ma soprattutto nell'ultimo, dette il meglio di sé e Draghi collaborò strettamente con lui, specie nei contatti preliminari che poi condussero il ministro del Tesoro Ciampi a negoziare l'ingresso dell'Italia nella moneta unica, sulla quale erano già d'accordo la Germania di Khol e la Francia di Mitterrand.

 

Da quei tempi Draghi ed io siamo buoni amici e parliamo spesso delle sue posizioni in quanto capo della Bce ma soltanto quando lui ne ha parlato pubblicamente. È per dire che non ho mai avuto notizie da parte sua, che sarebbe una scorrettezza in una delle persone più attente a non commetterne mai. Però pubblicamente si espone senza alcun timore. Dispone dello statuto della Bce, redatto da tutti i Paesi dell'eurozona che ne sono azionisti in proporzione alla consistenza delle proprie economie. Quello statuto e la maggioranza del Consiglio sono gli organi che sostengono Draghi e la sua indipendenza. I suoi rapporti con Merkel sono stati sempre buoni, se non addirittura ottimi sebbene in molte occasioni siano stati anche contrastati dal ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble (un "rigorista" per cultura propria ma anche molto legato ai circoli del capitalismo tedesco) e dalle misure che la Cancelliera dovrebbe prendere convincendo altre Autorità europee a farle proprie.

 

Merkel, specie in vista delle prossime elezioni, deve usare ancora di più le opinioni di Schäuble e finché si può deve tentare di convincere anche Draghi, ma lui si troverà di fronte a una situazione molto difficile. Sarà un incontro-scontro avvincente ed è già cominciato. Con due pubblici interventi di Draghi: uno rivolto alla politica economica italiana in occasione del premio che gli è stato conferito in una celebrazione del conte Camillo Benso di Cavour, che nel 1861 proclamò lo Stato d'Italia, reso possibile dall'alleanza di Cavour con Napoleone III che sfociò nella guerra d'indipendenza del 1859, vinta dai francesi e dagli italiani e nell'assegnazione della Lombardia e poi del Veneto al regno piemontese.

 

Dall'altra parte ci fu l'impresa di Garibaldi e dei Mille che conquistarono il Mezzogiorno e la cui iniziativa fu nascostamente appoggiata da Cavour.

 

Il Regno d'Italia ebbe vita da questi due eventi e il perno che lo rese possibile fu appunto manovrato da Cavour. Per celebrare quegli avvenimenti non ci poteva essere scelta migliore che quella di Draghi il quale, nel corso di quella celebrazione, è stato per la prima volta non solo in veste di capo della Bce. Ha dedicato il suo discorso storicamente a Cavour e subito dopo alla politica economica del nostro Paese. Gli ho già dedicato una parte del mio articolo di domenica scorsa. Draghi ha parlato della produttività come elemento indispensabile dell'imprenditoria italiana, sia pubblica e sia privata, e della lotta contro le diseguaglianze sociali ed economiche che debbono essere fortemente diminuite con una politica fiscale adeguata che comprenda anche la battaglia contro l'evasione fiscale e il lavoro nero su cui contano le lobby clientelari e perfino mafiose.

 

Pochi giorni dopo - e siamo al presente - Draghi ha dedicato un suo intervento a tutti i Paesi dell'eurozona. Praticamente è stata una risposta preventiva alla politica della doppia velocità che Merkel ha preannunciato a Malta e che avverrà tra poco a Roma.

 

Che cosa ha detto Draghi? Poche cose, ma fondamentali. Ha detto che la Germania non è lontana dall'aver raggiunto il tasso del 2 per cento d'inflazione che è quello base previsto dallo statuto della Bce. Il raggiungimento di quel tasso è la positiva conseguenza della politica economica del governo tedesco ed anche della politica di "quantitative easing" della Banca centrale, praticata verso tutti i Paesi dell'eurozona, Germania naturalmente compresa.

 

Nel secondo intervento di pochissimi giorni fa Draghi si è rivolto a tutti i Paesi dell'eurozona. Ha spiegato con piena soddisfazione i risultati raggiunti dalla Germania e invece ancora lontani per gran parte dei Paesi dell'eurozona, soprattutto quelli meridionali come la Grecia, l'Italia, la Spagna, la Francia, il Portogallo. Cioè la costiera mediterranea che, oltretutto, è al centro delle migrazioni sia dai Balcani sia dal Nord Africa.

 

Ai Paesi dell'eurozona che si trovano davanti al fenomeno delle migrazioni di massa e a devastanti fenomeni naturali (i terremoti in Italia) e sono di fronte a politiche economiche insufficienti, Draghi ha raccomandato di rilanciare quelle politiche ed ha anche assicurato che il "quantitative easing" della Bce continuerà verso ciascuno dei Paesi suddetti in ragione di quanto sta facendo. La politica di Draghi non ha nulla a che fare con quella di Schäuble e di Merkel che si identifica con il suo ministro delle Finanze. Draghi si incontrerà alla fine di febbraio a Berlino con Merkel e lì ci sarà il bilancio. Immagino i fiori e le rose profumate di quell'incontro sotto le quali la gentilezza cederà di fronte alla roccia con la quale Draghi espone le sue idee, i suoi impegni e i suoi doveri.

***

Dovrei ora parlare dei risultati statistici rilevati nei giorni scorsi dal nostro Ilvo Diamanti. Ne risulta una notevole confusione in tutti i partiti, a cominciare dai grillini, ma anche nel Pd. Il raffreddamento di Renzi verso le elezioni subito, i buoni risultati del governo Gentiloni. Mi sembrano dati positivi che possono essere ulteriormente accresciuti. Mi auguro tuttavia che Renzi condurrà nel suo partito una riforma efficace, soprattutto nei confronti dell'opposizione interna nella sua parte più saggia che secondo me è quella interpretata da Cuperlo ed anche, in modi diversi, da Bersani.

 

Renzi però farebbe un errore a concentrare il suo interesse soltanto su una riforma peraltro necessaria dei rapporti interni al suo partito. Questo lavoro deve essere, a mio avviso, la premessa necessaria per presentarsi lui dopo che la legislatura sarà terminata. Renzi ha carisma come pochi altri oggi; quel carisma però necessita della collaborazione più ampia nel partito per poter tornare al governo nel 2018 ed è sufficiente un solo punto di riforma della legge elettorale: affiancare alle eventuali liste uniche anche liste di coalizione. È con questa possibilità che si accoppiano democrazia,

rappresentanza parlamentare, governabilità. Intanto formuliamo tutti, a cominciare come spero da Renzi, un ringraziamento al lavoro di Mattarella e di Gentiloni che stanno facendo il possibile per terminare un ciclo nel 2018 e riaprirne un altro ancor più efficace. LR 5

 

 

 

 

Perché l’Italia non ha altra scelta: non può dire no all’Unione europea

 

Per un’Italia che uscisse dall’euro, le porte dell’Unione si chiuderebbero quasi subito. Tornerebbero le barriere doganali verso i primi due mercati di sbocco: la Germania (export per oltre 50 miliardi l’anno) e la Francia (assorbe 40 miliardi di made in Italy) - di Federico Fubini

 

Se c’è un punto fermo sul quale ha sempre potuto contare l’Italia, esso riguarda il suo sistema di alleanze. Dal dopoguerra siamo sempre stati occidentali, europei, ancorati all’interno di un perimetro che ci ha permesso di far fronte alle nostre esigenze di protezione strategica e crescita economica. Gli Stati Uniti sono stati l’egemone garante della sicurezza italiana, l’Unione europea il sistema aperto entro il quale è avvenuta in due generazioni la nostra metamorfosi da società prevalentemente agricola a una delle più grandi economie industriali del pianeta. Non ci vuole molto per capire che tutto questo ora è in discussione. Un po’ lo è per eventi sui quali non abbiano nessun controllo, a partire dall’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca, ma un po’ anche per come sta cambiando l’orientamento degli italiani: nei sondaggi le forze politiche che propongono l’uscita dall’euro rappresentano almeno il 45% dell’elettorato, e nell’Eurobarometro di Bruxelles l’Italia presenta la quota di favorevoli alla moneta unica più bassa dopo Cipro.

Per meno di un terzo degli italiani l’Unione europea ha un’immagine positiva, un livello vicino a quello del Regno Unito. Quello che un tempo era uno dei Paesi più europeisti, dopo una drammatica recessione si è trasformato nel suo contrario. Proviamo allora a immaginare per un attimo cosa sarebbe in concreto l’uscita del Paese dal quadro europeo così come lo conosciamo. Proviamo a farlo anche senza tenere conto dell’enorme debito estero pubblico e privato — almeno mille miliardi — che gli italiani a quel punto dovrebbero saldare in euro avendo una nuova moneta svalutata. Se c’è un insegnamento dalla Brexit, è che non esistono divorzi a metà. Un Paese che decide di uscire dai meccanismi europei che non vuole più, scopre all’improvviso di dover rinunciare anche a tutti gli altri. Questa Europa sarà pure piena di carenze e contraddizioni, ma è un sistema strettamente integrato: per un’Italia che uscisse dall’euro, svalutasse e di fatto minacciasse di non saldare il suo debito estero in euro, le porte dell’Unione si chiuderebbero quasi subito. Tornerebbero le barriere doganali verso i primi due mercati di sbocco: la Germania, verso la quale esportiamo per oltre 50 miliardi l’anno; e la Francia che assorbe 40 miliardi di made in Italy (con un forte surplus commerciale a nostro favore).

A quel punto l’Italia istintivamente si rivolgerebbe all’altro alleato di sempre, gli Stati Uniti. Ma è improbabile che la risposta sia nello stile di quelle di Ronald Reagan o Bill Clinton. Quella di Trump è una «America First», disinteressata al vecchio ruolo di egemone benevolo. Sul piano strategico questa amministrazione Usa è riluttante a offrire le tradizionali garanzie di sicurezza, su quello economico tende a chiudere il proprio mercato. Ci accorgeremmo presto di dover spendere almeno 14 miliardi di euro l’anno in più — secondo la visione di Trump — solo per garantire il nostro posto nella Nato. E vedremmo minacciato il nostro export verso l’America che oggi fattura 40 miliardi di euro l’anno (anche qui, con forte surplus a favore dell’Italia). In altri termini, fuori dal sistema europeo l’Italia si troverebbe privata del solo quadro strategico che oggi ha. Non sembra il momento migliore per lanciarsi in un simile salto nel buio: solo l’anno scorso sono sbarcate dalla Libia 180.000 persone (più 18% sul 2015) e improvvisamente ci troveremmo esposti senza difese né veri alleati all’instabilità del Nord Africa e del Medio Oriente. Niente di tutto questo naturalmente significa che l’Unione europea di oggi sia il migliore dei mondi possibili. Tutt’altro. L’aiuto che offre per gestire le ondate migratorie è insufficiente; le sue dinamiche politiche a volte sono incomprensibili e le regole a volte davvero «stupide», come le definì Romano Prodi a Bruxelles. Ma l’Europa resta un sistema democratico fondato sullo stato di diritto. Non c’è ragione per cui un’Italia capace di coerenza politica e efficienza amministrativa non debba far valere anche un po’ delle proprie idee. Del resto non abbiamo altra scelta: ora più che mai non possiamo non dirci europei. CdS 31

 

 

 

“Emergenza immigrati, serve un 8xmille europeo“

 

Summit a Lampedusa dei sindacati dell’area del Mediterraneo promosso dalla Uil: la priorità è promuovere progetti che creano lavoro nelle zone prostrate da guerre e povertà - PAOLO BARONI

 

ROMA  - Per far fronte meglio all’emergenza migranti serve un 8xmille «europeo», si dovrebbe insomma istituire un fondo «in cui tutti Paesi membri facciano confluire risorse derivanti da forme di solidarietà fiscale». L’idea è di otto sindacati dell’area del Mediterraneo che, su iniziativa della Uil, si sono incontrati a Lampedusa, isola simbolo del problema immigrazione. In questo modo si punta a raccogliere risorse «da destinare alla realizzazione di progetti idonei a creare lavoro in quelle zone prostrate dall’indigenza, dalla povertà e dalla guerra», con l’Europa che sarebbe chiamata a farsi carico «del coordinamento e della gestione di tale attività di sostegno alla crescita». 

 

Allo stesso tavolo assieme alla Uil si sono ritrovati rappresentanti sindacali di Israele e della Palestina, di Tunisia (con Hassine Abbassi, premio Nobel 2015 per la Pace), Algeria, Marocco, Egitto, Libia (con Nermin Sharif, la prima donna segretario generale di un paese del Nord Africa). E con loro, altro fatto «storico», come lo ha definito il leader della uil Carmelo Barbagallo, anche i rappresentanti di quattro religioni, cattolica, musulmana, ebrea e buddista. 

 

Tutte e otto le sigle hanno sottoscritto un vero e proprio accordo, il «patto di Lampedusa», il cui obiettivo è quello di realizzare una rete di forze sociali in grado di rilanciare il dialogo tra Paesi che vivono «una condizione di crisi emblematicamente e tristemente rappresentata dall’esodo di popolazioni che, attraversando questo mare – è scritto nel documento finale - cercano di fuggire dalle miserie e dalle persecuzioni, affidandosi a mercanti di morte che ne sfruttano il dolore». Chiedono insieme «più coraggio e più determinazione» e di affrontare l’emergenza migranti con un «nuovo approccio» che sia inclusivo e non solo basato sulla sicurezza e che integri la dimensione economica, sociale, culturale, una accoglienza insomma «intelligente e solidale», a cui affiancare il lavoro per «costruire opportunità di crescita e di occupazione in quei territori da cui partono i flussi migratori». 

 

Tra i progetti messi in campo il primo impegna i sindacati a istituire o a rafforzare uffici o punti di Patronato; gli altri si impegnano a offrire, nelle forme possibili, il relativo supporto logistico. L’obiettivo è quello di limitare i casi di immigrazione clandestina offrendo assistenza e tutela alle persone coinvolte. Strumento principale sarebbe la realizzazione, in loco, di corsi di formazione finalizzati all’apprendimento di specifiche mansioni o di rudimenti e tecniche di autoimprenditorialità che i formati potrebbero, poi, mettere a frutto, quando le condizioni lo consentissero, nei Paesi di origine o, secondo indirizzi preventivamente individuati, in Paesi dell’Unione. 

«Non c’è solidarietà senza accoglienza - ha dichiarato Barbagallo - e la Uil ha ritrovato in Lampedusa i valori della solidarietà che ha nel proprio dna. Partiamo da qui, con i sindacati del Marocco, Algeria, Tunisia, Libia, Egitto, Palestina, Israele per un progetto di cooperazione con quegli stessi paesi da cui i migranti sono costretti a fuggire da guerre, povertà e fame. Il sindacato può e deve assumersi le proprie responsabilità, svolgendo il ruolo di pacificazione e di sviluppo economico. Non si possono sperperare risorse per la costruzione di muri - ha concluso - ma bisogna puntare sulla cooperazione, la partecipazione e l’inclusione».  

 

L’idea adesso è di ripetere una volta all’anno un evento del genere, ospitandolo a turno, puntando ad allargare il progetto ad altri paesi i che si affacciano sul Mediterraneo, come Spagna, Grecia, Turchia. Ed anche alla Siria «appena le difficili condizioni del Paese lo consentiranno».  LS 2

 

 

 

 

 

L’intervista. Mogherini e i migranti: «Fermare gli arrivi è solo un’illusione. Vanno gestiti i flussi dai Paesi di partenza»

 

Parla l’Alto rappresentante della Ue per politica gli affari esteri. E su Trump: «Questa America non minaccia l’Europa» - di Lorenzo Cremonesi

 

Bruxelles - E’ il momento delle grandi sfide per l’Europa e la sua politica nel mondo. Vedi le svolte di Donald Trump che mettono in dubbio i tanti decenni di alleanza Eu-Usa, l’espansionismo muscolare di Vladimir Putin, la Brexit, i migranti, Isis, l’incertezza economica, l’antieuropeismo montante tra gli europei: cosa la preoccupa di più?

«La mancanza di fiducia in noi stessi. I nostri partner internazionali, dall’Argentina al Giappone, continuano a dirmi che noi europei non ci rendiamo conto della nostra potenza. Mi preoccupa: siamo noi a non capire la nostra forza. In un periodo di totale stravolgimento degli equilibri geopolitici, il mondo guarda all’Europa come al partner affidabile su questioni centrali come quelle del commercio libero ed equo, diritti umani, multilateralismo, sostegno all’Onu, diplomazia che previene i conflitti, cambiamenti climatici, siamo il primo mercato mondiale, abbiamo 16 missioni militari all’estero e l’elenco è ancora lunghissimo. Insomma, siamo come una meravigliosa sedicenne che si guarda allo specchio e si vede brutta. La nostra salute fisica è perfetta, ma siamo labili di nervi, una vera crisi d’identità, di mancanza di consapevolezza. Se non conosci la tua forza, rischi di non usarla e ciò potrebbe alla lunga minare le basi della nostra potenza».

Trump glorifica la Brexit, è una minaccia?

«No, l’America non è una minaccia per l’Europa. I nostri legami sono antichi e più profondi di qualsiasi amministrazione Usa. Ma la politica americana deve ancora definirsi, dovremo vedere cosa farà il Congresso, che criticava Obama per essere troppo dolce con Mosca. Questa è una crisi interna americana, non nostra».

Anche noi sposteremo la nostra ambasciata a Gerusalemme?

«Assolutamente no. Spero però che il processo di pace in Medio Oriente possa presto essere affrontato con un coordinamento stabile tra Bruxelles, Mosca, le Nazioni Unite e Washington. A proposito di coordinamento, stiamo mettendo a punto la proposta di una conferenza di pace internazionale in primavera mirata ad avviare il processo di pacificazione in Siria. I costi della ricostruzione sono enormi, ma nessuno metterà un soldo senza la prospettiva solida del dialogo interno tra le componenti del Paese».

Servirebbe un esercito europeo, visto che Trump mette in dubbio la Nato?

«La forza militare in parte l’abbiamo già mettendo insieme le forze armate dei nostri Stati membri. A volte la usiamo con un ottimo impatto, vedi l’operazione Sofia nel Mediterraneo o la campagna contro la pirateria nel Corno d’Africa. L’addestramento della guardia costiera libica lo fa l’Unione Europea e non la Nato. Così come le missioni di addestramento delle forze armate in Africa. Ci sono luoghi dove noi possiamo essere considerati meno problematici della Nato grazie alla dimensione umanitaria e diplomatica dell’Europa. Noi siamo prima di tutto un’alleanza politica e lavoriamo in partenariato con la Nato, che è fondamentale per la sicurezza non solo degli europei. Ma stiamo rafforzando la difesa europea, presenterò dei primi risultati concreti in occasione delle celebrazioni per il trattato di Roma a marzo. Gli europei spendono il 50 per cento del budget Usa sulla difesa, ma il risultato è solo il 15 per cento di quello americano, per il fatto che è diviso in 28 amministrazioni nazionali. Occorre creare un meccanismo di cooperazione e integrazione della difesa».

Capita però che l’Italia in Libia stia con Fayez Sarraj a Tripoli e la Francia con Khalifa Haftar a Bengasi. Oltretutto Sarraj appare debolissimo, i suoi guardiacoste sono divisi tra diverse milizie in lotta tra loro: è l’uomo giusto cui affidare la nostra politica per il controllo dei migranti?

«Non sta a noi scegliere il leader libico. Il nostro compito non è interferire ma sostenere un processo in cui i libici riescano a unirsi e governare il Paese. La Libia è profondamente divisa. Né Tripoli né Tobruk possono governare da soli. Ma è un Paese strategico, che può e deve restare unito. Noi sosteniamo le scelte sancite dall’Onu e la legalità internazionale».

http://www.corriere.it/reportages/cronache/2016/migranti-morti-mediterraneo/

Farraj vorrebbe un summit al Cairo, ma Haftar è riottoso, si sente più forte. Dove sta l’Europa?

«Sostiene e riconosce il governo di accordo nazionale e incoraggia il dialogo. Mezzo secolo di Gheddafi e sei anni di crisi in Libia sono difficili da superare. Siamo davvero certi che un uomo forte possa governare da solo la complessità di quel posto? Mi sembra più logica la strada di un accordo politico in cui ognuno accetti i propri limiti per una forma di cooperazione e condivisione delle responsabilità».

Come controllare i migranti?

«Primo: con l’azione in mare. Il nostro addestramento della guardia costiera è iniziato a settembre e comporta anche l’applicazione dei diritti umani, i diritti delle donne. In acque internazionali negli ultimi tempi abbiamo salvato più di 32.000 persone, ma 4.500 sono morte. E questo anche perché nelle acque libiche non entriamo. A ciò si aggiunge la necessità del controllo sulla frontiera verso il deserto. Per questo abbiamo lavorato in particolare con il Niger, ad Agadez, per assistere, informare e spesso aiutare i migranti a tornare al loro Paese, creando posti di lavoro con l’aiuto dell’Onu. Ad Agadez siamo riusciti a ridurre il numero dei passaggi da 76.000 a 11.0000 in pochi mesi».

Ma come selezionare i rifugiati perseguitati politici con diritto d’asilo dai migranti illegali?

«E’ proprio quello che vogliamo fare. Ma questo significa che se sei un eritreo con diritto d’asilo internazionale l’Europa deve accoglierti. Purtroppo non sempre avviene così. E ciò perché nei nostri Paesi prevale spesso l’illusione per cui la migrazione si possa fermare. Impossibile. Oltretutto l’economia europea senza migranti sarebbe paralizzata, la nostra demografia ci porta al collasso. Sarebbe il crollo delle nostre società. Dovremmo fare uno studio sul costo della non migrazione. Così, per inseguire la falsa convinzione dell’immigrazione zero in alcuni Paesi non si fanno le scelte corrette per gestire al meglio i flussi. Due anni fa la Commissione Europea ha fatto questa proposta. Ma poi i nostri Paesi membri non le hanno dato seguito. Il punto vero non è fermare, ma gestire».

Anche Trump paralizza questa politica.

«Certo, ha compiuto un passo gravissimo vietando l’accesso anche a coloro che avevano già il visto. La crisi dei rifugiati non è solo europea è globale, oltre 70 milioni di persone, un record storico e si può gestire insieme, globalmente».

Che fa l’Europa di fronte al nuovo asse Trump-Putin e una Russia forte, vincente in Siria, amica dei dittatori in Medio Oriente?

«Io avrei qualche dubbio sulla forza reale della Russia, un Paese minato dalla crisi economica. Le sue difficoltà interne sono ben mascherate da una dinamica politica internazionale e militare. L’Europa non ha interesse a una Russia debole e in crisi. Sono molto preoccupata da ciò che avviene in Ucraina. Gravissimo, perché si continua a violare il principio per cui le frontiere non si devono cambiare con la forza. Però, Europa e Russia hanno lavorato e lavorano benissimo assieme su molti dossier come il nucleare iraniano. E invece su altri temi come l’Afghanistan o il processo di pace in Medio Oriente non sono così sicura che le agende Trump-Putin collimino». CdS 3

 

 

 

 

L'Occidente che va in minoranza

 

Il presidente Usa è il capofila di una nuova cultura su cui si fonda un tentativo di nuovo ordine mondiale. E il pensiero politico liberale si avvia a non essere più maggioritario - di EZIO MAURO

 

Travolti dall'azione, rischiamo di non vedere la teoria che la guida e il pensiero che la organizza. È l'equivoco politico che circonda i primi passi della presidenza Trump, tutta prassi, decisione, comando, shock, cambiamento. Si potrebbe dire che dalla svolta annunciata nel discorso d'insediamento ("non stiamo semplicemente trasferendo il potere da un'amministrazione all'altra, ma da Washington al popolo"), al muro di confine col Messico, alla restrizione degli ingressi in Usa da sette Paesi musulmani, ce n'è abbastanza per spiegare la ribellione americana che scende in strada e il rifiuto di una politica che stravolge le radici e la natura stessa del Paese: che ha la frontiera nei suoi miti di conquista e l'assimilazione nella sua storia di costruzione perenne di una sola nazione, unendo le colonie originarie, le ondate migratorie successive, le lingue, le disperazioni e le speranze in un'unica entità, ricca delle sue diversità e della capacità di tenerle insieme.

 

Tuttavia si rischia di non capire ciò che accadrà, ciò che può accadere, se si guarda soltanto alla parte visibile del fenomeno Trump, e non si comprende che il presidente americano non è un fenomeno da baraccone.

 

È precisamente il capofila di una nuova cultura - per quanto il termine possa sembrare sproporzionato - che va studiata con attenzione, perché qui si fonda non soltanto la nuova politica americana, ma addirittura un tentativo di nuovo ordine mondiale. Di questo si tratta: chiamiamola pure contro-cultura, perché nasce nella rabbia e nell'opposizione, senza modelli positivi e senza antecedenti significativi, come frutto dello spaesamento democratico che il riflusso della crisi lascia sul territorio devastato della nostra parte di mondo, la parte dello sviluppo, del progresso, dell'innovazione, del potere tecnologico, delle libertà politiche e individuali. È quanto noi credevamo. Poi arriva questo Sessantotto alla rovescia che butta per aria la gerarchia dei valori, grida che le élite si sono confiscate sviluppo e progresso a loro uso e consumo, mentre le libertà politiche senza una vera rappresentanza valgono meno di nulla, anzi sono un inganno, e le libertà civili vengono dopo la forza, la sicurezza, la ricchezza.

 

Ricordiamoci la data, e il passaggio storico: perché è qui che si spezza il secolo, e finisce quel lunghissimo dopoguerra in cui la democrazia sembrava aver concluso da vincitrice la contesa con i due totalitarismi - il comunismo e il nazismo - e dunque i suoi valori sembravano ormai incontestabili, anzi universali, modello di crescita, benessere e convivenza. Il Novecento moriva finalmente con la supremazia della democrazia. Il pensiero liberale e liberal-democratico sosteneva ormai le culture di governo di una destra responsabile e di una sinistra riformista, oltre a innervare le istituzioni nazionali degli Stati moderni, gli organismi sovranazionali, le costituzioni nate dal rifiuto delle dittature e dall'incontro tra il liberalismo, il socialismo, il comunismo occidentale e la cultura politica cattolica.

 

È esattamente tutto questo - una cultura che è diventata un mondo, un sistema politico, un meccanismo di governo di sistemi complessi - che rischia di andare in frantumi, sotto la spinta del trumpismo in America, del sovranismo europeo che ha appena riunito a Coblenza la nuova Internazionale della destra, coi cinque partiti populisti di Frauke Petry in Germania, di Marine Le Pen in Francia, di Matteo Salvini in Italia, di Geert Wilders in Olanda, di Harald Vilimsky in Austria, cui si deve sommare l'Europa di mezzo guidata da Orbán, che teorizza il ritorno orgoglioso a un continente fatto di nazioni, con il "fallimento del liberalismo" come leit-motiv da cui nasce la tentazione di demolire la separazione dei poteri. Se si aggiungono le tentazioni protezionistiche della Brexit inglese, l'ambiguità mimetica del Movimento 5 Stelle in Italia - che nel giro di 24 ore può far capriole da Farage ai liberali e ritorno - si capisce che il contagio è profondo ed egemone, tanto da suonare l'ultima campana d'allarme, a cui nessuno di noi era preparato: il pensiero politico liberale sta diventando minoranza.

 

Tutto questo ha delle spiegazioni pratiche concrete. Tra tutte, lo scollamento tra libertà e sicurezza dal lato dei cittadini, tra sicurezza e governo dal lato delle istituzioni. Le tre emergenze concentriche di cui soffrono i nostri Paesi - ondata migratoria senza precedenti, terrorismo islamista che ci trasforma in bersagli rituali sul nostro territorio, crisi economico-finanziaria che lascia dietro di sé una crisi drammatica del lavoro - hanno un risultato comune nel riflesso congiunto di insicurezza per il cittadino, che si sente esposto come mai in precedenza, davanti a eventi fuori controllo e senza governo. Abituato a pretendere tutela, protezione, rispetto dei diritti e sicurezza dallo Stato nazionale in cui vive, dai parlamenti che vota, dai governi che concorre a nominare, quel cittadino capisce improvvisamente che le emergenze sfondano la sovranità nazionale, la sopravanzano e la svuotano, vanificandola. Ma se un governo nazionale non garantisce sicurezza, non serve a nulla, diventa un'entità burocratica. Se la sovranità nazionale è più ristretta e meno forte della dimensione dei problemi e della loro potenza, allora si vive da apolidi a casa propria, con l'impossibilità effettiva di esercitare il diritto di cittadinanza. Diciamo di più: poiché il pendolo tra la tutela e i diritti oscilla sempre nella storia dello Stato moderno, il cittadino più inquieto oggi sarebbe anche disposto a cedere quote minori della sua libertà in cambio di quote crescenti di garanzia securitaria, com'è avvenuto altre volte in passato, dovunque. La novità è che oggi nessuno è interessato a comprare la sua libertà, che deperisce da sola, e in ogni caso lo Stato non è più in grado di garantire nulla in cambio: mentre il nuovo potere sovranazionale che vive nei flussi finanziari e nei flussi d'informazione fa il fixing altrove.

 

Con la cittadinanza, salta la soggettività politica: io non sono più niente, soprattutto in un'epoca in cui i partiti si riducono a semplici comitati elettorali e non trasformano i miei problemi in un problema comune. Anzi: quelle che erano grandi questioni collettive stanno diventando preoccupazioni individuali, insormontabili. Così salta la rappresentanza, deperisce la politica. Quel cittadino non si sente soltanto in minoranza, come spesso è accaduto in precedenza. Si considera escluso. Il meccanismo democratico non funziona per lui. Le istituzioni non lo tutelano. La politica lo ignora, salvo usarlo come numero primo e anonimo nei sondaggi. La Costituzione vale solo per i garantiti. La democrazia si ferma prima di arrivare a lui, perché la materialità della democrazia è fatta di lavoro, dignità, crescita, esercizio di diritti e doveri che nascono da un sistema aperto e partecipato, dall'inclusione. Alla fine, anche la libertà è condizionata.

 

Nel 2017 arriva qualcuno, con una tribuna universale com'è l'America, che chiama tutto questo "popolo", evoca il "forgotten man", lo contrappone all'establishment, racconta la favola del golpe permanente che ha confiscato la democrazia per trarne un vantaggio privato, derubando i cittadini. Eccita la contrapposizione ("loro festeggiavano, il popolo pativa"), evoca lo spirito di minoranza ("le loro vittorie non sono state le vostre"), configura un'usurpazione ("un piccolo gruppo ha incassato tutti i benefici, il popolo pagava i costi"), denuncia l'esclusione ("Il sistema proteggeva se stesso, non i cittadini del nostro Paese"), fino alla promessa finale: da oggi un movimento "di portata storica" scuoterà il mondo, "portando il popolo a ritornare sovrano".

 

Un discorso identitario - l'identità degli arrabbiati che devono rimanere tali - , quasi un'impostura di classe, che si basa su finte promesse frutto di una semplificazione del mondo che reintroduce sotto forme moderne l'ideologia: una falsa credenza che si sovrappone alla verità e la deforma in un racconto di comodo, utile a raccogliere adesioni sentimentali e istintive, cancellando bugie, falsificazioni e contraddizioni evidenti, come quella del miliardario campione degli esclusi. Tutto questo rompendo la corazza del politicamente corretto e dei suoi eccessi ma rovesciandolo nel suo contrario, liberando la scorrettezza come forma di libertà, la menzogna come arma legittima, l'ignoranza come garanzia di innocenza.

 

Questa rottura, come dice Karl Rove, il consigliere di George W. Bush, ha bisogno di stravolgere lo stesso partito repubblicano, annullare persino l'eredità reaganiana dei Baker, Shultz, Weinberger, fare tabula rasa addirittura del pensiero conservatore così come lo abbiamo conosciuto, e del compromesso di un linguaggio comune istituzionale, di un vocabolario costituzionale condiviso. Arriviamo al punto finale. Perché è evidente che a partire dalla concezione della Nato, alla nuova fratellanza con Putin, all'isolazionismo protezionista americano, al primitivo immaginario europeo di Trump, è lo stesso concetto di Occidente che uscirà modificato, menomato e probabilmente manomesso da quest'avventura. E l'Occidente, come terra

della democrazia delle istituzioni e della democrazia dei diritti, è ciò che noi siamo, o almeno ciò che vorremmo essere. Qualcuno in Europa - magari a sinistra, se la sinistra alzasse gli occhi sul mondo - dovrebbe dire che tutto questo non è a disposizione di Trump. LR 1

 

 

 

 

Olocausto e memoria: un compito speciale attende ancora i tedeschi

 

La Germania ricorda tutte le vittime del regime hitleriano. Dalla nascita della Repubblica Federale, un impegno condiviso a costruire e consolidare democrazia, stato di diritto, pace e costruzione della “casa comune” europea. Valori che non possono mai essere dati per scontati e che oggi vengono nuovamente posti in discussione dal risorto nazionalismo - Thomas Jansen

 

La Germania celebra dal 1996 un Giorno della memoria per ricordare e onorare le vittime del regime totalitario durante i dodici anni del nazionalsocialismo: ebrei, cristiani, sinti e rom, disabili, omosessuali, dissidenti politici, uomini e donne della resistenza, scienziati, artisti, giornalisti, prigionieri di guerra e disertori, vecchi e bambini. Milioni di persone sotto la dittatura nazionalsocialista furono private dei loro diritti, perseguitate, torturate, assassinate o morirono al fronte.

Nella sua proclamazione del Giorno della memoria, il presidente federale Roman Herzog disse le seguenti parole: “Il ricordo non può avere una fine; deve ricordare anche alle generazioni future la necessità di essere sempre vigili: trovare una forma di ricordo che esplichi la sua azione nel futuro è un compito che non finisce mai. Essa deve esprimere il lutto per il dolore e la perdita, essere dedicata alle vittime e contrastare il pericolo che quanto avvenuto possa ripetersi”.

Questi crimini ebbero origine in Germania e furono commessi in nome della Germania. Il coinvolgimento dei tedeschi è pertanto particolare e di conseguenza essi devono sentirsi responsabili e chiamati in modo del tutto straordinario a evitare che i motivi e le cause, gli eventi e gli sviluppi che avevano portato a ciò, vengano dimenticati e che – cambiando i tempi e i contesti storici – se ne traggano sempre le giuste conseguenze. La ricerca storica ha fornito importanti contributi al riguardo, non da ultimo anche con i suoi controversi dibattiti sulla possibilità della storicizzazione dell’Olocausto oppure sulla sua unicità.

A illustrare i processi e le tragedie di questo triste passato non sono soltanto le giornate, ma anche i luoghi della memoria, che si trovano in tutta la Germania, e anche in tutta Europa, soprattutto i campi di concentramento e di sterminio: Bergen-Belsen, Buchenwald, Dachau in Germania; Theresienstadt in Cechia; Natzweiler-Struthof in Francia; Trieste in Italia; Auschwitz in Polonia…

Vi sono poi i monumenti voluti in molti luoghi per mantenere vivo il ricordo e stimolare il confronto con quanto si presenta come indescrivibile e inaudito, in particolare il monumento all’Olocausto nel centro di Berlino. La cultura della memoria in Germania crea la più grande “distanza” possibile dalle vicende criminali del periodo della dittatura nazionalsocialista.

Questa distanza corrisponde al sentire sociale e politico della Germania della seconda metà del XX secolo. Sotto l’impressione dello spaventoso evento di una guerra totale, in cui perì il Terzo Reich, e dopo le esperienze umilianti di una dittatura totalitaria, i tedeschi hanno radicalmente preso le distanze dall’ideologia nazista, sprezzante della persona umana, e dalla follia razzista antisemita che si era posta l’obiettivo di sterminare la popolazione ebraica.

Si è così venuto a formare un consenso assai ampio, duraturo, sostanzialmente vivo ancora oggi, di bandire tutte le idee che possono essere ricollegate con quel periodo, ivi comprese anche tradizioni, concetti o idee antichi e innocenti, che furono manipolate dai nazisti.

Ciò vale anche per tutte le forme del nazionalismo che era alla base della follia della prima metà del XX secolo. Anche se la natura criminale del nazismo è dovuta in ultima analisi a una follia razzista di stampo biologico, la relativa ideologia nacque dal nazionalismo che si era diffuso come un virus per tutta l’Europa a partire dalla Prima guerra mondiale.

Tale rifiuto si è espresso in modo positivo nella fondazione della Repubblica Federale di Germania (1949) come progetto politico contrapposto allo Stato guidato da un unico individuo, il Führer, nel Terzo Reich. È soprattutto il Grundgesetz, la Costituzione tedesca fondata su determinati valori, a poter essere letta come programma opposto all’ideologia nazista. L’art. 1 recita: “La dignità della persona umana è intangibile. Rispettarla e proteggerla è dovere di ogni potere dello Stato. Il popolo tedesco si riconosce pertanto nei diritti civili inviolabili e inalienabili come fondamento di ogni comunità umana, della pace e della giustizia nel mondo”.

Democrazia rappresentativa al posto del principio autoritario del Führer, stato di diritto al posto dell’arbitrio, stato sociale, stato federale al posto di uno stato unitario livellato, riassumendo: federalismo come principio di ordine e di organizzazione che garantisce unità e solidarietà e che consente la molteplicità dando contemporaneamente spazio all’autonomia delle parti; oltre alla divisione verticale dei poteri istituzionali, si garantisce in questo modo anche una divisione orizzontale dei poteri tra Stato, Regioni e Comuni.

Tra gli insegnamenti che si trassero in Germania dall’interpretazione errata di Stato e popolo da parte dei nazionalsocialisti e dalla conseguente catastrofe, rientra infine l’apertura a una collaborazione paritaria con i vicini europei e la disponibilità a collaborare attivamente alla prospettiva, già delineata nella Costituzione tedesca del 1949, di unificare gli Stati nazionali europei fino ad arrivare a una loro aggregazione.

Questo obiettivo, assieme ai principi alla base del progetto europeo, è oggi nuovamente messo in questione da un nuovo movimento populista tedesco ostile all’Europa.In tempi di crisi, i funesti demagoghi, che reclamano l’“uomo forte” e promettono soluzioni semplici, hanno un gioco relativamente facile nel sedurre una parte rilevante della popolazione nel senso del nazionalismo. Certo, noi possiamo sperare che il contesto politico e sociale non permetterà oggi a questi individui di risultare vittoriosi ancora una volta. Le istituzioni democratiche dei nostri Paesi sono oggi più solide e robuste di allora, grazie alle esperienze vissute con le dittature nello scorso secolo. Ma il nazionalismo, che deriva perlopiù dalla xenofobia, può avere effetti devastanti ostacolando e rendendo difficile il processo di unificazione europea al quale siamo debitori della nostra pace e della nostra libertà.

Questi conati nazionalisti, che ci riportano in un passato maledetto, vengono combattuti con decisione in Germania da tutte le forze democratiche. Nel ricordo delle vittime della dittatura, noi tedeschi abbiamo il dovere di difendere i valori della democrazia, dello stato di diritto e del federalismo, ma anche di portare avanti con decisione il processo di unificazione dell’Europa. Sir 26

 

 

 

 

"L'Italia sono anch'io": mobilitazione permanente fino all'approvazione della legge sulla cittadinanza     

 

Roma - Il 13 ottobre 2015, ormai più di un anno fa, la Camera licenziò in prima lettura la proposta di riforma della legge sulla cittadinanza n.91/92. Quel giorno le organizzazioni della campagna “L'Italia sono anch'io”, che tra il settembre 2011 e il marzo 2012 avevano raccolto più di 200mila firme su due proposte di legge di iniziativa popolare sulla riforma della cittadinanza e il riconoscimento del diritto di voto amministrativo dei cittadini stranieri, sperarono in una rapida approvazione definitiva della riforma da parte del Senato.

  Invece “non solo la legge non è stata approvata, ma si leggono notizie preoccupanti sul suo destino”, si legge in una nota: “nonostante l’impegno del Presidente Grasso ad accelerarne l’iter, le promesse fatte in un incontro con i promotori della campagna e con esponenti del movimento #ItalianiSenzaCittadinanza   dalla relatrice Lo Moro (PD) e dall’allora Presidente della Commissione Finocchiaro (PD), oggi ministro per i rapporti col Parlamento, di calendarizzare e approvare la legge subito dopo il referendum del 4 dicembre, sono state disattese”.  

  Il ddl licenziato dalla Camera presenta molte criticità e carenze. Tuttavia la sua rapida approvazione consentirebbe a circa un milione di giovani di origine straniera, italiani di fatto, di diventare italiani anche di diritto. Favorirebbe i processi d’inclusione delle loro famiglie ed eviterebbe di approfondire la distanza già grande tra le istituzioni italiane e le persone di origine straniera.

  I promotori della campagna hanno chiesto un nuovo incontro al ministro Finocchiaro, per ricordarle quanto si era impegnata a fare. Richiesta d’incontro è stata inviata anche ai capigruppo del Senato. La campagna ha deciso di indire una mobilitazione permanente fino a che non verranno stabiliti tempi certi per l’approvazione della legge. “Inizieremo – si legge nella nota - con una campagna sui social che continuerà fino a fine febbraio quando intendiamo scendere in piazza per ribadire l’urgenza dell’approvazione di questa importante riforma.

  La Campagna L’Italia sono anch’io è promossa dalla Fondazione Migrantes, Acli, Arci, Asgi, Caritas Italiana, Centro Astalli, Cgil, Cnca, Comitato 1° Marzo, Comune di Reggio Emilia, Comunità di Sant'Egidio, Coordinamento Enti Locali Per La Pace, Emmaus Italia, Fcei, Legambiente, Libera, Lunaria, Il Razzismo è Una Brutta Storia, Rete G2 - Seconde Generazioni, Tavola Della Pace, Terra del Fuoco, Ugl, Uil, Uisp. MO 26

 

 

 

 

 

Disegno di legge sulla scuola italiana all’estero. Il parere del Cgie

 

Questo il testo del parere approvato dal Consiglio generale degli italiani all’estero sullo schema di Decreto legislativo che disciplina la scuola italiana all’estero. Il parere, deliberato dal Comitato di Presidenza del Cgie, sentita la Commissione Scuola e Cultura, è stato trasmesso alle Istituzioni competenti.

 

IL CONSIGLIO GENERALE DEGLI ITALIANI ALL’ESTERO

VISTA la legge 13 luglio 2015 n. 107 recante riforma del sistema nazionale di istruzione e formazione e delega per il riordino delle disposizioni legislative vigenti, ed in particolare i commi 180, 181 lettera h), 182 e 184;

VISTA la legge 6 novembre 1989 n. 368 recante istituzione del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero, e successive modificazioni, in particolare all’art. 3, comma 1, lett. e;

VISTA la Legge 3 marzo 1971, n. 153 recante iniziative scolastiche, di assistenza scolastica e di formazione e perfezionamento professionali da attuare all'estero a favore dei lavoratori italiani e loro congiunti;

VISTO il decreto legislativo 16 aprile 1994, n. 297, recante approvazione del testo unico delle disposizioni legislative vigenti in materia di istruzione, e successive modificazioni; in particolare agli articoli 625-677;

VISTO il decreto legislativo 3 febbraio 2011, n. 71, recante ordinamento e funzioni degli uffici consolari, ai sensi dell'articolo 14, comma 18, della legge 28 novembre 2005, n. 246;

PRESO ATTO della decisione del Governo di procedere, ai sensi dell'articolo 1, comma 181, lettera h), della predetta legge n. 107 del 2015, a disciplinare, sulla base dei principi e dei criteri direttivi ivi declinati, il riordino e l'adeguamento della normativa in materia di istituzioni e iniziative scolastiche italiane all'estero;

VALUTATA l’opportunità di riordinare in modo più coerente e organico la normativa concernente il funzionamento delle scuole italiane all’estero, lo svolgimento dei corsi di lingua e la promozione delle attività linguistiche e culturali, al fine di perseguire in modo più efficace l’intento di affidare alla lingua e alla cultura italiana la funzione strategica di concorrere al miglioramento dell’immagine dell’Italia e all’internazionalizzazione del Sistema Paese;

AFFERMATA l’esigenza di armonizzare e avere una rappresentazione aggiornata e realistica dell’articolato sistema di formazione italiano all’estero, nel quale, accanto alle scuole italiane e internazionali e a quelle paritarie, si sono sviluppate e consolidate reti pubbliche e private quali quelle degli enti gestori, degli istituti di cultura, e dei dipartimenti di italianistica in università straniere che offrono ad un’utenza molto vasta e differenziata una formazione linguistico-culturale di elevata qualità e ben integrata nelle molteplici realtà locali;

SOTTOLINEATO, in particolare che, oltre agli istituti di cultura, gli enti gestori dei corsi di lingua e cultura italiana costituiscono la rete più estesa e competente dedicata all’insegnamento dell’italiano a livello mondiale; raccolgono un'utenza di circa 300.000 alunni, dieci volte più grande di quella delle scuole italiane all'estero e internazionali; hanno realizzato un'integrazione diffusa e consolidata di corsi curricolari nei sistemi scolastici locali calcolabile in un numero aggiuntivo di studenti almeno triplo di quello già citato; sono portatori di esperienze di bi-plurilinguismo e di confronto interculturale di provata qualità; garantiscono standard di insegnamento qualificati attraverso l'utilizzazione di personale di ruolo italiano e di stagisti neolaureati, la selezione del personale locale e la formazione costante degli insegnanti, anche a distanza; adeguano le azioni di promozione e diffusione della lingua alle specifiche realtà dei sistemi scolastici dei Paesi in cui operano; collaborano proficuamente con gli organismi democraticamente eletti in rappresentanza delle comunità italiane all’estero: Com.It.Es. e CGIE, portatori di una conoscenza approfondita delle comunità italiane e fondamentali contributori alla elaborazione dei Piani Paese, da rivitalizzare in collaborazione con Ambasciate e Consolati;

RILEVATO che nella bozza di decreto legislativo la funzione degli enti gestori risulta vagamente presente e gli stessi enti sono genericamente ricompresi nella dizione “soggetti senza fini di lucro attivi nella diffusione della lingua e della cultura italiana nel mondo” (art. 3, comma 2), diluendo il loro profilo storico, formativo e organizzativo, che andrebbe invece valorizzato e specificamente richiamato in un articolo apposito, nell’interesse generale del sistema formativo italiano all’estero, definendone ruoli organizzativi, amministrativi, finanziari e formativi;

il Comitato di Presidenza sentita la Commissione Scuola e Cultura del CGIE

RITIENE INDISPENSABILE che al decreto siano apportate le seguenti modifiche e integrazioni:

a) che il ruolo degli enti gestori nell’organizzazione dei corsi di lingua sia specificamente richiamato in un articolo, in particolare: sostituendo all'art. 3, comma 1, lettera e), la dizione del decreto con "corsi promossi dagli enti gestori e altre iniziative per la lingua e la cultura italiana all'estero"; inserendo al comma 2 dello stesso articolo, dopo la parola "stranieri", l’espressione "con particolare riguardo agli enti gestori"; aggiungendo all'art. 9, comma 1, dopo le parole "istituti di cultura", "gli enti gestori e gli altri soggetti senza fini di lucro...."; inserendo all'art. 10, comma 1, lett. b, dopo le parole "nelle scuole locali", "avvalendosi dell'attività degli enti gestori";

b) che all’art.10, comma 3, si aggiunga la promozione dell’uso di corsi di insegnamento e di formazione a distanza, per offrire maggiori opportunità di apprendimento agli studenti e di aggiornamento ai docenti, in particolare nei Paesi di grandi estensioni territoriali. A tal fine, laddove si offrono corsi di didattica dell’italiano gli enti potrebbero avvalersi, per le iniziative formative, delle alte scuole pedagogiche atte all’insegnamento della lingua italiana e al conseguimento dell'abilitazione a distanza per i docenti locali dei corsi di lingua e cultura italiana con esperienza pluriennale all'estero;

c) che (dato che la legge 153/1971 non è stata abrogata) siano recuperati gli articoli 625, 626 e 638 del Testo unico, che sono di richiamo della 153, sostituendo in tal senso, all'art.38, comma 2, lett. g, la dizione del decreto con: "gli articoli da 627 a 675, escluso l'art. 638, del testo unico di cui al decreto legislativo 16 aprile 1994, n. 297";

d) che vengano armonizzati e chiaramente definiti i ruoli e le caratteristiche delle associazioni e dei soggetti senza fini di lucro, attivi nella diffusione della lingua e della cultura italiana nel mondo, presenti nell’albo consolare da almeno cinque anni;

e) che sia garantita la padronanza della lingua straniera degli insegnanti di ruolo inviati all’estero dal MAECI e dal MIUR;

f) che venga garantito e programmato con proiezione triennale il finanziamento dal capitolo 3153, assegnato annualmente agli enti gestori, scorporando dallo stesso l’onere finanziario del personale di ruolo e degli stagisti neo laureati inviati all’estero dal MAECI e dal MIUR.

Con l’accoglimento delle suddette raccomandazioni esprime parere favorevole al decreto legislativo.  Cgie/De.it.press

 

 

 

 

La Germania offre 1200 euro ai migranti che decidono di tornare nel proprio Paese

 

Da oggi Berlino concederà fino a 1.200 euro ai richiedenti asilo che torneranno volontariamente nel loro Paese di origine. Il programma di incentivi, a cui il governo destinerà quest’anno 40 milioni di euro, punta a convincere i migranti che hanno scarse chance di ottenere asilo a lasciare la Germania. In particolare coloro che ritireranno la loro richiesta d’asilo e andranno via dalla Repubblica federale riceveranno 1.200 euro; chi invece si è già vista respinta la domanda d’asilo, non presenterà ricorso e abbandonerà la Germania entro i tempi previsti dalla legge potrà contare su 800 euro, la stessa somma destinata a chi dovrebbe lasciare il Paese, ma per varie ragioni – ad esempio per motivi di salute – non è stato ancora espulso.  

 

Gli aiuti valgono per i migranti dai 12 anni in su privi di mezzi finanziari. Per i ragazzi e i bambini sotto i 12 anni le cifre vengono dimezzate. È previsto inoltre un incentivo extra di 500 euro per le famiglie composte da più di quattro persone che aderiscono al programma. Per timore di abusi la Germania ha escluso dal piano i migranti originari di alcuni Paesi, tra cui quelli dei Balcani occidentali. 

 

Immigrazione: l’Italia dimostra di essere un caso positivo in Europa

L’intervento di Maurizio Molinari durante la puntata di Agorà sul tema dell’immigrazione. Il direttore de La Stampa osserva che la sovrapposizione fra l’impoverimento economico e l’arrivo dei migranti tende a trasformarsi in intolleranza. Ma è dall’incrocio di responsabilità fra i cittadini residenti e quelli appena arrivati che deve crearsi la base del nuovo patto sociale di cui il nostro Paese ha bisogno. Oltre a una maggiore consapevolezza degli aspetti positivi dell’accoglienza italiana, come la capacità di distribuire i migranti sull’intero territorio nazionale, evitando di favorire fenomeni di emarginazione e radicalizzazione. L’Italia sta dimostrando di essere un caso positivo in Europa.

 

Già oggi Berlino promette degli incentivi ai richiedenti asilo che decidono di tornare a casa, ma la loro entità è molto più bassa: il programma REAG (Reintegration and Emigration Program for Asylum-Seekers in Germany) prevede ad esempio la copertura dei costi di viaggio e un contributo per il viaggio di 200 euro, cui si aggiungono da 300 a 500 euro a persona per i migranti che arrivano da 45 Paesi, tra cui Afghanistan, Egitto, Iraq e Libia. 

 

L’anno scorso 55.000 migranti a cui non era stato concesso l’asilo hanno lasciato volontariamente la Germania; nel 2015 era stati circa 37.000. 25.000, invece, gli espulsi nel 2016. 

 

Intanto, secondo quanto rivela la Rheinische Post, in un documento che verrà approvato oggi in consiglio dei ministri il governo tedesco ritiene possibile l’ingresso di 300.000 migranti all’anno; ciò consentirà di tenere costante la popolazione della Germania da qui al 2060. Tuttavia, spiega l’esecutivo, l’integrazione dei migranti nel mercato del lavoro “non sarà facile e durerà più a lungo di quanto inizialmente sperato”.  ALESSANDRO ALVIANI  LS 1

 

 

 

 

Nuova emigrazione italiana in Germania: per il secondo anno consecutivo superati i 70mila arrivi

 

Lo Statistisches Bundesamt di Wiesbaden ha rilasciato il 13 gennaio scorso gli ultimi dati sui flussi di immigrazione verso la Germania (Rapporto 2016) che registrano gli afflussi dal 1 gennaio al 31 dicembre 2015.

Il dato più significativo è che nel 2015 si è raggiunto il picco di arrivi assoluto nella storia tedesca superiore perfino al dato del 1992 quando erano giunti in Germania 1.502.198 in gran parte Ausiedler e Uebersiedler di origine tedesca provenienti dai paesi dell’est Europa e dall’ex Unione Sovietica.

Gli arrivi registrati nel 2015 sono invece ben 2.136.954.

Quanto ai paesi di provenienza vi è la novità della Siria, al primo posto con oltre 320mila arrivi, seguita però da Romania, Polonia, Afganistan, Bulgaria e Italia, con 74.105 arrivi, l’unico paese dell’Europa occidentale che manifesta un trend di crescita anche rispetto al 2014, quando gli arrivi dal nostro paese erano stati poco più di 70mila. Mentre diminuiscono gli arrivi da Grecia e Spagna.

E’ il secondo anno consecutivo che gli arrivi dall’Italia superano la quota di 70.000; l’ultimo anno in cui si registrò un afflusso paragonabile fu il 1966, con poco più di 75mila arrivi.

Il dato conferma la permanenza di un grande flusso di nuova emigrazione italiana composta in parte anche da immigrati precedentemente insediati in Italia che hanno lasciato il paese.

Dei 74.105 arrivati, infatti, solo 57.191 sono di nazionalità italiana.

Anche in questo caso vi è uno scostamento molto significativo tra i dati rilasciati recentemente dall’Istat che ha registrato per il 2015 la cancellazione di residenza per la Germania di 17.299; la differenza è di 58.806;  Il dato tedesco è circa 4,3 volte più alto del dato Istat.

Nel corso del quinquennio 2011-2015 (dati rilasciati dal 2012 al 2016) mentre per l’Istat risultano complessivamente 60.700 cancellazioni di residenza per l’espatrio verso la Germania, per lo Statistisches Bundesamt risultano 274.285 arrivi dall’Italia. Con una differenza di 213.585.

Come noto, la differenza è spigabile con la mancata iscrizione all’Aire di molti connazionali e con la tardiva cancellazione di residenza in Italia prima di trovare una collocazione lavorativa accettabile ed aver definitivamente optato per la residenza all’estero. Analogo è il differenziale con un altro paese meta privilegiata dei nostri nuovi flussi di espatri, la Gran Bretagna, i cui dati sul 2015 sono attesi per il prossimo mese di aprile.

I dati dello Statistiches Bundesamt mostrano con evidenza la imponente progressione dei flussi di arrivo in Germania, evolutisi nel corso del decennio, come segue:

661.000 (2006), 680.000 (2007), 682.000 (2008), 721.000 (2009), 798.000 (2010), 958.000 (2011), 1.080.000 (2012), 1.226.000 (2013), 1.464.000 (2014), fino agli attuali 2.136.954 del 2015.

E’ importante tenere presente che circa due terzi di questi flussi provengono da altri paesi europei, mentre meno di un terzo proviene da paesi extracomunitari, a parte quest’ultimo anno, dove l’emergenza per la guerra in Siria ha relativamente influito su questo rapporto portandolo a  circa 3/5 dall’Europa e ai restanti 2/5 dal resto del mondo.

Prosegue quindi la crescita dei flussi in ingresso verso la Germania secondo quanto programmato da questo paese   con l’obiettivo di far entrare circa 20 milioni di persone da qui al 2050 per ottenere un saldo immigratorio positivo e stabilizzato di circa 10 milioni di persone, così da mantenere sui livelli attuali (oltre 80 milioni), la popolazione del paese, afflitto, come la gran parte degli altri paesi europei da un consistente calo demografico.  Rodolfo Ricci (responsabile Fie/Filef), cambiailmondo 1

 

 

 

 

Schulz convince i tedeschi e scavalca la Merkel nei sondaggi

 

Per la prima volta, l’ex presidente del Parlamento Europeo, candidato della Spd, ottiene un gradimento del 50%. La cancelliera scende al 34% - ALESSANDRO ALVIANI

 

BERLINO - «San Martino», come l’ha definito questa settimana in copertina lo Spiegel, ha fatto il suo primo miracolo: Martin Schulz, il candidato cancelliere della Spd alle politiche di settembre in Germania, ha scavalcato per la prima volta Angela Merkel in un sondaggio. Se ci fosse l’elezione diretta del capo del governo, il 50% dei tedeschi voterebbe per Schulz (+9% in una settimana), mentre Merkel si fermerebbe al 34% (-7%), ha rivelato il cosiddetto «DeutschlandTrend», il tradizionale sondaggio della tv pubblica Ard. 

 

La candidatura dell’ex presidente del parlamento europeo ha messo le ali alla Spd: i socialdemocratici hanno guadagnato in un mese l’8% e sono saliti al 28%, riducendo sensibilmente lo scarto che li separa dalla Cdu/Csu, scesa al 34% (-3%). Tra gli altri partiti si segnala il calo dei populisti di destra della Afd, che retrocedono di tre punti e si fermano al 12%. 

Il 50% dei tedeschi spera che il prossimo governo federale venga guidato dalla Spd (+14%), mentre il 39% preferirebbe un esecutivo a guida Cdu/Csu (-12%). Quanto alle coalizioni post-voto, la costellazione preferita resta la Große Koalition col 43% dei consensi, seguita da un’alleanza tra Cdu/Csu e Verdi (36%) e una tra Spd, Verdi e Linke (33%). 

Domenica i vertici della Spd hanno nominato Martin Schulz come candidato cancelliere e nuovo leader della Spd. La scorsa settimana il numero uno dei socialdemocratici, Sigmar Gabriel, aveva deciso di fare un passo indietro, lasciando candidatura e partito nelle mani di Schulz, perché, aveva spiegato, «lui ha le chance migliori». Schulz, che vuole porre il tema della giustizia sociale al centro della sua campagna elettorale, ha messo in chiaro di voler vincere le elezioni, previste il 24 settembre, e di voler guidare il Paese.  LS 2

 

 

 

 

Eccezionale omaggio della Germania ad Umberto Eco ad un anno dalla sua morte, avvenuta il 19 febbraio scorso.

 

In ben 25 città tedesche, dalle grandi metropoli come Berlino e Hannover ai piccoli centri di provincia, dal nordico Land Schleswig-Holstein alla Baviera, si svolgeranno il 2 di marzo, quasi interamente in contemporanea, delle maratone di lettura  per ricordare l’opera e la vita del grande scrittore e filosofo italiano.

 

Durante questo grande omaggio collettivo verrà offerta una vasta scelta di testi tratti dell’ampia opera di Umberto Eco che rifletteranno le sue diverse sfaccettature, le sue tante passioni e i suoi più vari stili e registri di scrittura.

 

A leggere i testi di Umberto Eco, talvolta tradotti in tedesco, talvolta nella lingua originale, saranno,  accanto ad attrici e attori, insegnanti, giornalisti, personaggi politici e tanti semplici cittadini accomunati dalla passione non solo per Umberto Eco ma per la lingua e la cultura italiana.

 

Non è un caso che queste straordinarie manifestazioni simultanee siano state promosse e organizzate dalla VDIG - Vereinigung Deutsch-Italienischer Kultur-Gesellschaften e.V. (Federazione delle associazioni italo-tedesche in Germania), radicata da più di 60 anni su tutto il territorio tedesco.

 

La maratona di lettura del 2 marzo fa seguito infatti alle riuscitissime manifestazioni analoghe dedicate a Dante e Goethe svoltesi negli anni 2014/15 e 2016 e sempre grazie all’iniziativa della VDIG.

 

La maratona di lettura ha il sostegno sia della famiglia di Umberto eco sia della casa editrice Hanser Verlag che ha pubblicato le opere di Eco in lingua tedesca.

 

Proprio il 30 gennaio 2017 è uscita la traduzione tedesca di „Pape Satàn Aleppe“

„un ultimo dono di Eco ai suoi lettori “, così ha commentato la casa editrice tedesca.

 

Ulteriori informazioni sulla maratona di lettura dedicata ad Umberto Eco al link

http://www.italien-freunde.de/?Projekte___2017___Umberto_Eco_Lesemarathon 

Informazioni sulla VDIG: www.italien-freunde.de.  De.it.press

 

 

 

 

Berlino. Premio Comites "L'italiano dell'anno". Ecco I due italiani del 2016

 

Amelia Massetti con il progetto Artemisia e Gianluca Segato con la app Uniwhere sono i vincitori del Premio Comites Berlino "L'italiano dell'anno" 2016. Il Premio verrà consegnato durante la cerimonia pubblica di premiazione presso l'Ambasciata d'Italia a Berlino il 14 marzo 2017 dalle ore 18:30.

 

Ricorre quest'anno la X edizione del Premio "L'Italiano dell'anno" indetta dal Comites Berlino, l'organo di rappresentanza degli italiani all'estero.

Tra le oltre cinquanta segnalazioni, la commissione esaminatrice del Comites Berlino ha deciso quest'anno di premiare l'impegno sociale per l'inclusione delle persone diversamente abili di Amelia Massetti, fondatrice del progetto Artemisia, e la giovane imprenditorialità di successo di Gianluca Segato, fondatore di Uniwhere, una giovane e brillante startup che ha fatto di Berlino la sua sede Europea grazie ad un investimento da parte di un fondo tedesco. 

 

Due immigrazioni a 30 anni di distanza, premiate dal Comites Berlino, una per il suo impegno nel semplificare e migliorare la vita delle persone diversamente abili e delle loro famiglie, grazie alle lodevoli attività promosse da Amelia Massetti attraverso il progetto Artemisia, l'altra per la creatività imprenditoriale e la valorizzazione del made in italy digitale di Gianluca Segato, volta anche questa a semplificare la vita di molte persone, in questo caso dei quasi 100.000 utenti della sua app per studenti universitari Uniwhere.

 

Due storie di successo, quelle di Massetti e Segato, entrambe con obiettivi ambiziosi per il prossimo futuro: per Artemisia, quello di diventare anche un interlocutore politico riconosciuto a livello istituzionale, e contribuire al dibattito europeo sulle leggi che riguardano i diritti delle persone diversamente abili, mentre per Uniwhere, quello di diventare il punto di riferimento digitale per gli studenti universitari di tutta Europa.    

 

La cerimonia di premiazione si terrà Martedì 14 marzo dalle ore 18:30 presso il Salone delle Feste dell'Ambasciata d'Italia a Berlino, alla presenza dell'Ambasciatore d'Italia Pietro Benassi, del Presidente dell'Istituto Italiano di Cultura Luigi Reitani, del Presidente del Com.It.Es Berlino Simonetta Donà, oltre ad altre importanti autorità e istituzioni sia italiane che tedesche. Una serata di festa che darà spazio anche all'italianità d'eccellenza a Berlino nei campi dell'arte, della musica, della gastronomia. È strettamente obbligatoria la registrazione alla mail: info@comites-berlin.de.

 

Durante la cerimonia verranno consegnate ai due premiati le due opere vincitrici del concorso di arti visive "Un'opera per l'italiano dell'anno": “Work on paper #1” di Margherita Pevere e "Betongold" di Giuseppe Fornasari.

 

Così come i due premiati 2015 la volontaria Sestilia Bressan e il reporter Mauro Mondello, anche i vincitori 2016 rispecchiano, con le loro diversità, la composizione eterogenea della comunità italiana a Berlino, non rappresentata da un unicum culturale, ma da molteplici sfaccettature e appartenenze culturali e generazionali, che il Comites Berlino, anche attraverso questo Premio, si impegna a rappresentare e valorizzare. 

 

Chi è Amelia Massetti. A Berlino da quasi trent'anni, ha ideato nel 2015 l'associazione Artemisia, una rete di persone con o senza disabilità e le loro famiglie, principalmente italiane o italo-tedesche. L'obiettivo di Artemisia è quello di affrontare le problematiche quotidiane di inserimento sociale, scolastico e lavorativo delle persone diversamente abili in Germania. Nel suo primo anno di attività, Artemisia è riuscita a diventare, grazie alla guida della sua fondatrice Massetti, un vero punto di riferimento per le persone diversamente abili, i genitori e i professionisti del settore che vivono a Berlino. Non solo sostegno alla famiglia ma anche la volontà di rafforzare l’autonomia  delle persone diversamente abili attraverso gruppi di incontro, attività culturali e corsi di formazione, per favorirne l'inclusione nei vari settori della vita sociale in Germania e migliorarne la qualità della vita. www.artemisiaprojekt.de

 

Chi è Gianluca Segato. Padovano, classe 1993, è il fondatore di Uniwhere, una applicazione per studenti universitari con quasi 100.000 utenti registrati, che permette loro di entrare in contatto ed aiutarsi a vicenda, tenendo sotto controllo allo stesso tempo tutta la loro carriera universitaria: un singolo punto di riferimento per gli studenti fin dal primo giorno di lezioni. Uniwhere è nata a Padova nel 2013 fino ad espandersi in 51 atenei italiani. L'anno scorso è arrivato l'ingaggio dalla Germania: un fondo tedesco ha deciso di investire nella App attraverso un percorso di accelerazione, ed è così che gli headquarters di Uniwhere si sono trasferiti nel 2016 a Berlino, per poter cominciare il processo di trasformazione del progetto in una azienda di portata europea. www.uniwhere.com

 

La cerimonia di premiazione si terrà Martedì 14 marzo dalle ore 18:30 presso il Salone delle Feste dell'Ambasciata d'Italia a Berlino, alla presenza dell'Ambasciatore d'Italia Pietro Benassi, del Presidente dell'Istituto Italiano di Cultura Luigi Reitani, del Presidente del Com.It.Es Berlino Simonetta Donà, oltre ad altre importanti autorità e istituzioni sia italiane che tedesche. Una serata di festa che darà spazio anche all'italianità d'eccellenza a Berlino nei campi dell'arte, della musica, della gastronomia. È strettamente obbligatoria la registrazione. Comites Berlino, de.it.press

 

 

 

 

Francoforte. Anticipazioni del Festival dedicato alla Poesia Europea

 

Si svolgerà dal 3 al 6 maggio 2017 la X edizione con eventi collaterali e ospiti prestigiosi per la celebrazione del decennale - di Alessandra Dagostini

 

Poesia d’autore, incontro con i protagonisti, l’esperienza poetica di Picasso, poesia al cinema, passeggiata “goethiana”, film, mostre: anche quest’anno il Festival presenta un cartellone ricco di proposte innovative e prestigiose. Dacia Maraini, Titos Patrikios, Milan Richter, André Ughetto ed Eva Bourke, questi sono i primi tra gli “ospiti” che prenderanno parte al decimo Festival della Poesia Europea in programma a Francoforte dal 3 al 6 maggio 2017. Il Festival non è indifferente alla crisi dell’Europa e ha sempre contribuito a focalizzare temi d’attualità, trattando diversi argomenti. Nella poesia, le realtà del mondo così come riescono a raccontarle i poeti. Dunque un osservatorio privilegiato intessuto di europeità.

    “Conduttori” dei vari momenti delle giornate e delle serate del Festival: Cristina Giaimo, professoressa della Goethe-Università, Barbara Neeb (Weltlesebühne e.V.), la poeta Barbara Zeizinger.

    Le manifestazioni saranno suddivise per tema: Mito e Poesia (il 3 maggio), dedicata alle opere sul mito: nell’arte, la mostra dell’artista napoletano Ferdinando Ambrosino, alla Galleria am Park dove si continuerà con la lettura poetica di testi sul mito della Sibilla. Voce recitante, Reinhart Moritzen. In Arte e Poesia (il 4 maggio), avrà vita la suggestiva poesia di Pablo Picasso, pittore e poeta ad un tempo, e il Festival con questa “chicca” si è assicurato l’esclusiva. In Cinema e Poesia (il 5 maggio), presentazione del libro “Poesia al cinema”, (puntoacapo Editrice, Pasturana, 2017), con testi inediti di autori famosi su quando la poesia con i versi dei poeti o con lo sguardo poetico del regista “entra” nel cinema.

     Marcella Continanza, direttrice artistica del Festival, di più non rivela sugli altri eventi, assicurando che ci saranno altri nomi di risonanza, e vorrebbe puntare inoltre per la chiusura del Festival a “Officina Italia”, dedicando all’Italia una “sessione”. De.it.press

     

     

 

 

Berlino. Cervelli italiani offerti alla scienza tedesca

 

Berlino - “L’Ambasciata incontra i ricercatori” recita l’invito della nostra rappresentanza diplomatica. L’altro nostro titolo, invece, potrebbe essere: “Fare la Scienza, spiegare la Scienza, capire la Scienza, affermarsi con la Scienza”. Questo in sostanza il tema del secondo incontro che si è tenuto martedì scorso nella nostra Ambasciata, e che si inserisce nel ciclo che vuole raccontare i vari aspetti della nuova emigrazione italiana. Curricula accademici degni di nota. Studiosi, tutti piuttosto giovani, che si sono confrontati con sacrifici, con luoghi lontani, con una lingua diversa e che, alla fine, si sono affermati”. A fare un resoconto dell’incontro è Leopoldo Innocenti su “Il Deutch-Italia”, quotidiano online diretto a Berlino da Alessandro Brogani.

“L’ottimismo di questi giorni è un bene prezioso, ma durante la serata non è stato difficile cogliere momenti di soddisfazione, specie tra i numerosi studenti italiani presenti invitati dall’Ambasciata. Noi italiani non siamo gente che passa inosservata. Quello che facciamo in giro per il mondo suscita, nel bene e nel male, interesse e curiosità. In questo caso fermiamoci al bene e alla nostra capacità di dare anche alla Scienza quello che viene definito il “tocco italiano”. Si può parlare di loro e ripetere la tanto abusata frase “fuga dei cervelli” o, senza far riferimento alla fuga, si può sostenere che ci si trova davanti a professionisti che hanno saputo cogliere opportunità. Opportunità che in Italia non si sarebbero potute presentare.

Elena Torlai Triglia, di Reggio Emilia, dottoranda al Centro molecolare dell’“Istituto di medicina biologica Max Delbruck”: “Mi chiede di spiegarle in parole semplici in che cosa consiste il mio lavoro? Nello studiare i cambiamenti dei geni tra le staminali e i neuroni”, mi dice. “Una missione vera e propria quella che sto vivendo, che mi coinvolge totalmente – precisa soddisfatta - anche perché dispongo di ogni mezzo. A proposito di opportunità, vorrei aggiungere che al momento se mi offrissero un lavoro in Italia lo rifiuterei. Per chi svolge la nostra professione, un’esperienza all’estero è determinante”.

Li guardo questi scienziati, rischiarati dagli austeri e pomposi lampadari dell’Ambasciata. Li scruto attentamente con una sorta di inconfessabile ammirazione e mi accorgo che sono capaci di immergersi nel quotidiano, di avere humour, di inserirsi- come si dice oggi- nel “post moderno”.

Massimo Moraglio, umanista, a Berlino dal 2010, laureato in storia della medicina tecnologica e vincitore di numerosi progetti di studio, lavora alla Technische Universität. “Sono a Berlino da circa sette anni e parlo tedesco come Trapattoni. Ecco – mi confida - la lingua tedesca è il mio vero cruccio. In compenso ci tengo a dire che vivo in un contesto lavorativo e sociale molto favorevole. Guadagno quello che in Italia mai mi darebbero, dirigo una rivista in lingua inglese e, poi, c’è dell’altro”. Ossia? “Pensi che mio figlio di nove anni va a scuola da solo con la metropolitana. Io sono di Torino e nella mia città questo non sarebbe nemmeno immaginabile”.

Insomma tutto bene?

“Beh, non proprio tutto. Ha presente che cosa vuol dire superare l’inverno a Berlino? In più, tenga presente che la società tedesca è molto gerarchica, e il sistema scolastico estremamente classista, ma a questo punto il discorso si farebbe complesso”, mi dice risoluto. E prosegue: “Mi permetta, però, un altro esempio: nel 2011 ho chiesto un mutuo in Banca. Quando hanno saputo che facevo il ricercatore all’Università ho trovato la massima disponibilità. Nella nostra amata Italia - lo dico senza rancore - i miei sogni e le mie aspettative si sarebbero infrante su qualche scoglio burocratico”.

Aneddoti, spezzoni di vita, e risultati raggiunti con meticolosa tenacia. Proprio così. La tenacia.

Alessandra Buonanno, responsabile del “Dipartimento di Astrofisica e Cosmologia” del famoso “Max Plank Institute” di Berlino, mi illustra le tappe del suo percorso lavorativo: “Mi sono laureata all’Università di Pisa e, successivamente, sono andata a Ginevra, in Francia, nel Maryland (USA), per poi tornare a Parigi e approdare con estrema soddisfazione qui nel prestigioso “Max Plank”. Mi occupo attualmente di onde gravitazionali, un progetto che stanno portando avanti anche in Italia…”

Divago per cercare di trovare una via d’uscita da un discorso che sembra farsi complicato e, dopo la chiacchierata, mi convinco che in futuro sarà necessario esplorare nuove forme di comunicazione per capire più a fondo le ricadute che la Scienza ha sulla nostra vita di tutti i giorni.

Eleonora Rivalta, è vulcanologa. Lavora al “centro di Geoscienze” di Potsdam, vicino a Berlino.

È stata a Stanford, in California, in Gran Bretagna, due anni ad Amburgo. “Ho tentato di fermarmi in Italia – racconta senza peli sulla lingua – ma nel mio Dipartimento, a Bologna, i professori pensavano solo a far carriera e così sono ripartita. Di nuovo in Germania. Qui guadagno bene non ho rimpianti. Pensi che quando c’è stata la prima scossa ad Amatrice io ero proprio da quelle parti in un campeggio… È proprio strana la vita…”

Salute, fisica, problemi del territorio, questioni che investono il nostro sociale.

Sono i nostri “cervelli” italiani che vivono a Berlino, e ci hanno mostrato la forza del loro carattere, la consapevolezza della loro competenza.

Pensando a quanto ci hanno detto, e a quanto sta succedendo in Abruzzo e in Umbria, in futuro la nostra classe politica dovrà riflettere su questo patrimonio “disperso” e uscire una volta per tutte dalla nebbia delle tante dichiarazioni”.

(aise 26) 

 

 

 

 

Kempten: incontro tra Acli, Kab, Mci e commissione per l’integrazione della città

 

Il 28 gennaio scorso, si è tenuto nei locali del Movimento Cattolico Tedesco (KAB) – in cui ha sede   l'Associazione dei Lavoratori Cristiani Italiani (ACLI ) di Kempten – un incontro di particolare importanza.

 

Questo convegno è stato organizzato dalla Missione Cattolica Italiana (MCI) di Kempten e dal Coordinatore del Circolo ACLI locale, nonché Vicepresidente Vicario delle ACLI Baviera Dr. Fernando A. Grasso, di concerto con la Presidente del Circolo locale e Membro della Commissione per l’Integrazione degli Stranieri della città, Signora Emma Grenci.

 

All'incontro anno partecipato: il Signor Siegfried Oberdorfer, Incaricato e Presidente della Commissione di cui sopra, il Rettore della Missione, nonché Assistente Spirituale delle ACLI, P. Bruno Zuchowski, la Segretaria dell'Ufficio della Missione, Signora Pina Baiano, il Presidente delle ACLI Baviera, Comm. Carmine Macaluso, il Presidente del Consiglio Parrocchiale, Giampiero Trovato, il Responsabile del KAB Regionale, Signor Manfred Stick, il Comm. Antonino Tortorici, Incaricato e Presidente del Consiglio per l'Integrazione degli Stranieri di Memmingen, nonché Corrispondente Consolare di Memmingen e dintorni, il Cav. Corrado Mangano, già - e per lunghi anni - Operatore Sociale della Caritas, Promotore esterno del Patronato ACLI, come pure Corrispondente Consolare per Kempten e dintorni, e, al momento, valido sostegno dell'attuale   Corrispondente Consolare di zona, Grasso.

 

Alla riunione erano presenti inoltre: alcuni Collaboratori e Collaboratrici della Missione   e diversi Membri del Consiglio di Presidenza del Circolo ACLI  di Kempten e, chiaramente, i già nominati Grasso e Grenci, inoltre un gruppetto di bambini che, durante gli interventi, sono stati intrattenuti nell’Ufficio ACLI adiacente alla sala delle riunioni.

 

All'ordine del giorno dell'incontro: l'affermazione dei valori che la dottrina sociale della Chiesa Cattolica esprime e l'impegno di collocare l'associazionismo  di matrice cattolica al centro della Collettività Italiana di Kempten e dintorni, attuando e promuovendo a questo scopo una maggiore collaborazione tra: ACLI, Missione, KAB e Amministrazione Comunale.

 

Moderatore della serata il Vicepresidente delle ACLI Baviera, che, all’inizio   dell’incontro, ha invitato P. Bruno a presiedere una preghiera comunitaria. Dopodiché, Grasso, dopo essersi presentato e succintamente parlato del suo attuale servizio in qualità di Corrispondente Consolare, di Coordinatore del Circolo e della sua collaborazione con la Missione, ha ricordato brevemente lo scopo del convegno, e ha dato subito la parola agli intervenuti, a cominciare dal Consigliere Oberdörfer.

 

Il Consigliere Oberdörfer, dopo aver tracciato un quadro dell’attuale situazione  a Kempten, oggi confrontata con cospicui flussi di profughi e con   una folta immigrazione  da Paesi della Comunità Europea, ha dichiarato che sono necessari sforzi da parte di tutti, per favorire l'apprendimento della lingua tedesca, per facilitare una sistemazione dignitosa delle famiglie, offrendo nel contempo una formazione professionale adeguata al tempo in cui viviamo e alle attuali esigenze del mercato del lavoro. L’Amministrazione Comunale – ha continuato il Consigliere – ha creato un Ufficio di consulenza apposito, allo scopo di assistere e favorire processi rapidi d'integrazione, coadiuvato in questa ottica da servizi di supporto   simili offerti dalla Caritas, dalla Diakonie e da altre Organizzazioni. Oberdörfer, a conclusione del suo intervento, ha sottolineato l'importanza del mantenimento e della scolarizzazione della lingua e cultura d'origine.

 

Rispondendo a quanto appena esposto dall’Assessore, sono subito intervenuti Grasso, Baiano e P. Bruno. La Segretaria della Missione ha   riferito dell’attuale corso di italiano, tenuto alla Missione e delle famiglie, che, arrivando in città, si rivolgono alla Missione in cerca di aiuto, non solo spirituale, ma anche di sostegno per ciò che riguarda l’assistenza nei contatti diretti con le autorità locali. Anche Grasso, con alle spalle decenni di insegnamento, non solo nei corsi di lingua e cultura italiana a Kempten e nelle città vicine, organizzati dal Kultusministerium Bavarese, ma anche nei corsi di recupero della III Media e di formazione professionali, organizzati dall’Ente di Istruzione Professionale ACLI (Enaip), ha parlato della sua esperienza maturata, in certi casi, con tre generazioni. E non da ultimo della sua collaborazione con la Missione, per la quale cura la presenza in rete nei siti da lui amministrati, pubblicando puntualmente, online e nelle edizioni cartacee della stampa di emigrazione, i vari avvenimenti (come questo incontro) e manifestazioni dell'anno: Natale, Pasqua, Festa della Mamma, Processione del Corpus Domini... Quest'ultima   anche in collaborazione con la Parrocchia di St. Lorenz. Grasso, come gli altri nel corso della serata, ha dichiarato di essere disponibile ad assumersi altre responsabilità ed incombenze in caso di necessità, compatibilmente con sue attività attuali.

 

P. Bruno, si è soffermato soprattutto sul servizio religioso da lui svolto non solo a Kempten, ma anche ad Augsburg e in altre città, mostrando a questo proposito il libretto pieno di testimonianze fotografiche, pubblicato recentemente dalla Missione per i suoi 50 anni di presenza a Kempten (alla cui stesura hanno partecipato vari Amici e Collaboratori della Missione (Trovato, Baiano, Grasso, Tortorici, Macaluso, Cerutti, Mangano, Franco ...) e anche il volantino (1 2) con le attività, non solo di carattere religioso, ma anche sociale e ricreativo, svolte nel corso dell’anno e puntualmente pubblicati in rete. Anche, come gli altri, si è dichiarato pronto a realizzare maggiori forme di collaborazione. Intenzione confermata anche dal Presidente del Consiglio Pastorale, Trovato, che ha parlato del suo servizio nella comunità, specie per ciò che riguarda l’accompagnamento e la direzione dei canti durante le funzioni e durante le varie feste e incontri e offrendo, nei limiti delle sua possibilità, il suo apporto al Circolo locale.

 

Il Consigliere Oberdörfer, rispondendo a quanto appena esposto da Grasso,  dalla Segretaria Baiano, dal Rettore e dal Presidente del Consiglio Pastorale della Missione, ha promesso il sostegno dell’Amministrazione per ciò che riguarda la scolarizzazione e, qualora ce ne fosse necessità, anche un supporto logistico. Per ciò che riguarda l’assistenza diretta di connazionali nei contatti con le autorità locali, ha chiarito che, in linea di massima, qualcosa potrebbe essere fatto, ma che, quasi sempre, ci sarebbero grossi problemi di comunicazione, dato che i volontari che aiutano i richiedenti in questi casi conoscono, chiaramente, il tedesco e magari l’inglese, e non, a tutti i costi, l’italiano. E, nel caso di richiedenti di altre   nazionalità,  nemmeno la loro lingua.   Quindi ha proposto di ricercare tra i componenti del   Consiglio di Missione e del Circolo ACLI qualche volontario. Anche perché l'Amministrazione, si serve prevalentemente di volontari, non potendosi permettere degli interpreti per le lingue richieste, come auspicato da alcuni dei presenti.   A questo proposito la Presidente Grenci, che, come sopra esposto, fa parte anche della Commissione per l’Integrazione, ha dato la sua disponibilità, compatibilmente con i suoi impegni. E anche qualche altro tra gli intervenuti si è dichiarato disponibile.

 

Interessanti e ricchi di notizie anche i brevi e numerosi interventi dell’Incaricato per l’Integrazione di Memmingen, Tortorici, che, inserendosi tra le domande e risposte dei vari oratori, ha riferito della sua più che trentennale esperienza sul campo, con esempi concreti sulle sue attività svolte in favore dei connazionali della sua zona,   e come Presidente della Commissione per l'Integrazione, in stretta collaborazione con l'Amministrazione Comunale della sua città, e come Corrispondente Consolare per Memmingen e dintorni. Inoltre il Presidente Tortorici ha proposto al Consigliere Oberdörfer di facilitare l'inserimento di più membri italiani   nella Commissione da lui presieduta, proprio in base al numero dei nostri connazionali.

 

Anche il Presidente Macaluso, nel suo articolato intervento, ha ricordato le tappe più significative dell'ultimo mezzo secolo di storia dell'emigrazione italiana di Kempten e dintorni e di quanto le ACLI, insieme alla Missione si siano prodigate nell’applicare e diffondere i valori evangelici di servizio alla comunità. Macaluso ha sottolineato le conquiste di partecipazione e rappresentanza raggiunte: dal voto comunale, all'elezione di Deputati e Senatori del Parlamento italiano in rappresentanza degli Italiani all’Estero, alla possibilità di accedere alla doppia cittadinanza – lungamente osteggiata da alcuni parlamentari locali – alla partecipazione attiva al Comitato degli Italiani all’Estero (Comites); ma proprio un tale passato pieno, sì, di luci, ma anche di ombre, ha bisogno nella nostra società e, nel nostro caso   a Kempten, di un rilancio dell'associazionismo cattolico, per fornire risposte   alle sfide della inclusione delle giovani generazioni nel sociale e nella politica con rappresentanti eletti dalle nostre Collettività, con un rilancio di immagine, e superando pregiudizi, non più giustificati dalla modernità nella società d'accoglienza. In questo contesto Macaluso ha auspicato l’immediato avvio di ulteriori forme di cooperazione tra tutte le forze in campo per il rilancio del profilo del Circolo locale attraverso l’adesione di energie nuove, raccolte attorno alla fedeltà alla Chiesa e ai valori a tutela del mondo del lavoro, della democrazia, della libertà.

 

A questo punto, il Responsabile del KAB, Stick, rispondendo all’appello del Presidente, ha dichiarato innanzi tutto la sua intenzione di aderire alle ACLI, chiedendo la sua immediata iscrizione al Circolo di Kempten. Quindi Stick, riprendendo le tematiche trattate da angolazione propria, ha ribadito la volontà di favorire maggiori forme di cooperazione dei nostri Enti distribuite nel corso dell'anno, intensificando i processi di informazione e formazione. Non mancando anche di distribuire del materiale illustrativo sulle attività del KAB; materiale accolto con molto interesse dai presenti.

 

Interessanti anche i contributi degli altri presenti, e del Consiglio Pastorale, e del Circolo, che hanno   confermato lo spirito e la volontà di ritrovarsi – avendo le medesime radici – sui sentieri che le ACLI  hanno tracciato, consapevoli che con il proprio apporto di idee ed azioni la Collettività Italiana, sostenuta anche dall’assistenza spirituale e dalle attività sociali e ricreative e di servizio offerte dalla Missione e dal suo Consiglio, ne trarrà forza, giovamento e rinnovato profilo.  Tutto ciò è stato confermato dalle nuove adesioni al Circolo che sono seguite nel corso della serata, a cominciare da quella del Presidente Trovato e da parte di altri intervenuti alla riunione.

Quindi sono seguiti altri brevi   scambi di opinioni a commento di quanto esposto precedentemente dagli oratori di cui sopra e sono emerse tante realtà e necessità presenti nella comunità di Kempten. La serata si è conclusa infine dopo le 21:00 con delle deliziose pizze, e bibite offerte dalla Missione e dal Circolo ACLI e da dolcetti vari, portati da alcuni partecipanti, che si sono dati appuntamento agli incontri previsti per le prossime settimane, le cui date sono contenute nel volantino di cui sopra. Fernando Grasso, de.it.press 31

 

 

 

 

Stoccarda. Il progetto “Vivere e lavorare in Germania”. Gli appuntamenti del 2017

 

Stoccarda - Mercoledi 1 febbraio ha avuto luogo a Stoccarda (presso il  Weltcafé, Charlottenplatz 17, accanto al Welcome Center Stuttgart) una serata informativa per i connazionali italiani sul tema: „Diritti dei lavoratori – Contratti di lavoro”.

In questo primo incontro del 2017 si è voluto informare in particolare i nuovi connazionali arrivati da poco a Stoccarda sull’importante problematica dei contratti di lavoro e dei diritti dei lavoratori poiché ci sono diverse differenze tra il diritto del lavoro italiano e quello tedesco.

Che cos’è un contratto di lavoro? Quando è valido, che normative deve contenere in merito a ferie, tutela contro il licenziamento, etc.?

Che cos’è il salario minimo e quali forme di occupazione esistono?

Questi e altri temi al centro della relazione di Stanislava Rupp, del progetto “Faire Mobilität” della DGB - Confederazione dei sindacati tedeschi. Si sono fornite anche altre informazioni sui servizi del DGB e su come far valere i propri diritti in caso di controversia con il datore di lavoro. La partecipazione era gratuita e l’evento è stato in lingua tedesca con traduzione in italiano.

Questa serata informativa rientra nell’ambito del progetto “Vivere e lavorare in Germania” che ha visto la sua presentazione ufficiale nella manifestazione del  2 febbraio 2016 che vide allora la partecipazione di oltre 200 connazionali ed è continuato con la serata informativa dello scorso 10 ottobre sull’importante tema della candidatura ad un posto di lavoro.

Il progetto “Vivere e lavorare in Germania” nasce dall’idea di avviare un'azione comune tra istituzioni italiane e tedesche operanti nella zona di Stoccarda, per fornire un servizio d'informazione e di consulenza qualificato ai tanti giovani italiani, ma anche famiglie, che continuano ad arrivare in Germania e in particolare a Stoccarda che essendo uno dei più grandi poli industriali della Germania è diventato il "luogo della speranza" per molti immigrati.

Il progetto riceve ulteriore concretezza dalla firma di una “Lettera d’intenti” avvenuta lo scorso 06 dicembre presso la sede del Consolato Generale d’Italia tra le istituzioni aderenti al progetto.

Firmatari della “Lettera d’Intenti sono stati: il Consolato Generale d’Italia, le ACLI Baden-Württemberg, l’Ufficio di Collocamento di Stoccarda (Agentur für Arbeit Stuttgart), l’Ente di Formazione per l’Economia del Baden-Württemberg (Bildungswerk der Baden-Württembergischen Wirtschaft e.V.) con il CET – Center for European Trainees, la Confederazione dei Sindacati tedesca del distretto del Baden-Württemberg (DGB-Bezirk Baden-Württemberg), la Camera per l’Industria ed il Commercio della regione di Stoccarda con il servizio „KAUSA” (Industrie- und Handelskammer Region Stuttgart), la Comunità Cattolica Italiana di Stoccarda, la Camera per l’Artigianato della regione di Stoccarda (Handwerkskammer Region Stuttgart), la Società per la Promozione dell’Economia della regione di Stoccarda (Wirtschaftsförderung Region Stuttgart GmbH-WRS) con il Welcome Center di Stoccarda.

Con la firma della “lettera d’intenti”, in considerazione della collaborazione già in essere, si è voluto ribadire di continuare e rafforzare la cooperazione esistente, unire le rispettive competenze e esperienze all’interno di un gruppo di lavoro e mirare a ulteriori attività comuni al fine di agevolare l’inserimento nel mercato del lavoro tedesco dei nuovi cittadini italiani arrivati nella regione di Stoccarda.

 

Nella “Lettera” si è voluto mettere in evidenza l’intento di tutte le parti interessate di raggiungere una cooperazione ancora più stretta e efficace, mediante:

- riunioni periodiche del gruppo di lavoro su diversi temi centrali che riguardano

l’integrazione dei nuovi cittadini italiani nella regione di Stoccarda

- la diffusione d’ informazioni in merito a offerte del mercato di lavoro e possibilità di formazione e aggiornamento attraverso la rete di contatti dei partner interessati

- l’organizzazione di una serie di manifestazioni comuni per i nuovi cittadini italiani nella madre lingua su temi rilevanti concernenti la vita e il lavoro nella regione di Stoccarda

- il riunire documenti rilevanti, traduzioni e formulari in lingua italiana per la consulenza mirata degli utenti

- altre attività ai fini dell’attuazione dell’obiettivo comune.

 

In quest’ottica sono stati quindi programmati per il 2017 i seguenti eventi:

Mercoledì, 01.02.2017 ore 18,00: Diritti dei lavoratori e contratti di lavoro

 (DGB-Projekt Faire Mobilität)

Mercoledì, 05.04.2017 (ore 18,00) L’inserimento nel mondo del lavoro della regione di Stoccarda   (Agentur für Arbeit Stuttgart)

Mercoledì, 05.07.2017 (ore 18,00): Assicurazione sanitaria e sociale in Germania.   (ACLI Baden-Württemberg, Patronato ACLI)

Mercoledì 04.10.2017 (ore 18,00) Riconoscimento di qualifiche professionali

Straniere.  (AWO Stuttgart - Anerkennungs- und Qualifizierungsberatungsstelle)

Mercoledì 06.12.2017 (ore 18,00): La formazione duale: la possibilità per inserirsi nel mercato del lavoro. (Center for European Trainees, IHK Region Stuttgart - KAUSA Servicestelle, Handwerkskammer Region Stuttgart).

 

Oltre a questi incontri „ufficiali“ le istituzioni aderenti organizzeranno in proprio e/o in collaborazione, ulteriori incontri informativi sul tema del vivere e lavorare in Germania. Giuseppe Tabbì, Presidente ACLI Baden-Württemberg (dip 31)

 

 

 

 

Ulm. I Vigili del fuoco italiani vincono il World of Firefighting - Conrad Dietrich Magirus Award 2016

 

ULM - I Vigili del fuoco italiani hanno vinto la quinta edizione del World of Firefighters - Conrad Dietrich Magirus Award 2016. Il concorso, da sempre, vuole premiare i Vigili del fuoco che si sono particolarmente distinti, a livello mondiale, in interventi di soccorso.

Il team italiano si è confrontato, in finale, con le rappresentanze di altri nove Paesi: Austria, Brasile, Cile, Colombia, Danimarca, Francia, Polonia ed Emirati Arabi selezionati da una giuria internazionale specializzata.

  I Vigili del fuoco italiani, sono stati scelti per l’attività svolta a seguito del sisma che il 24 agosto del 2016 ha colpito l’Italia centrale. In quell’occasione, il centro operativo nazionale è riuscito, in poche ore, a inviare sul posto e a coordinare, uomini e mezzi delle colonne mobili di tutta Italia. L'intervento congiunto dei diversi nuclei specialistici e delle squadre di terra ha permesso il salvataggio di numerose persone, estratte vive dalle macerie.

Nella sera del 27 gennaio a Ulm i Vigili del fuoco italiani sono così saliti sul gradino più alto del podio, seguiti dai colleghi austriaci e da quelli brasiliani. La squadra italiana che ha partecipato alla cerimonia, in rappresentanza del Corpo Nazionale, era composta dal dvd Raimondo Montana Lampo e dal cs Antonio Di Malta di Agrigento, dal cs Oronzo Passabi di Lecce e dal vc Giovanni Salzano di Napoli. (dip 31)

 

 

 

 

Lo spettacolo “Terra Mia - Il sapore del Pane” alla Mci di Amburgo

 

La vita degli anni ’50 nel Sud dell’Italia e dei nostri Emigrati in Germania

Giuseppe Scigliano, Francesco Impastato ed i Grossi Gatti Rossi  presso la MCI di Amburgo - A cura di Pierluigi Vignola

 

Tra esperienza, buon senso e immagini concrete, la saggezza popolare esamina questo tratto essenziale della vita. Con lo spettacolo di Giuseppe Scigliano per mezzo dei suoi testi che hanno dato ai presenti il motivo di una riflessione sulle loro origini e le musiche di Francesco Impastato che ha permesso all’auditorio di meditare e commuoversi in più di qualche occasione nell’ascolto delle sue canzoni, è stato messo in essere lo spettacolo “Terra Mia – Il Sapore del Pane”, che ha visto l’apertura ufficiale dell’ “Anno di Pietra” – 65° Anniversario di Fondazione della Missione Cattolica Italiana di Amburgo. Dall’affermazione del lavoro come dura e indispensabile necessità, e nello stesso tempo come dovere morale per tutti, alle dettagliate prescrizioni per il lavoro dei campi, lo Scigliano per mezzo dei suoi testi ha mostrato la centralità del mondo contadino e di tutta la sua grandezza e bontà. Nella prima parte della rappresentazione, lo Scigliano ha letto alcuni stralci tratti da “Il sapore del pane”, “La terza via di Enrico” e delle poesie sull’emigrazione degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta, con la descrizione del Paese di origine e delle difficoltà di integrazione nei Paesi di emigrazione da parte della classe contadina/operaia, per mezzo di bellissime immagini del tempo, che sono scorse in un video. A volte la semplice osservazione di un fatto naturale può assumere anche un significato morale o nascondere riflessioni filosofiche, questo è quanto lo Scigliano per mezzo dei suoi testi con le musiche di Impastato ha donato al folto auditorio.

Francesco Impastato  invece ha interpretato: “Terra Mia” di Pino Daniele e “Amara terra mia” di Modugno. Insieme interpretano “Terra amara” il cui testo è stato scritto da Scigliano e le musiche da Impastato. Ecco allora che subito si scorge come nel mondo contadino, ogni manifestazione della natura viene osservata e registrata con attenzione, per poter trarre di volta in volta opportuni e utili insegnamenti, che serviranno a coloro che lasceranno l’amata terra. Nella seconda parte il tema dei rifugiati e dei conflitti che determinano oggi la fuga di migliaia di persone, con una serie di letture dello Scigliano e le interpretazioni di brani intitolati “la Guerra”, “Popoli” ed “Uomini senza terra” scritti dal primo e musicati dall’Impastato. Si può dire tranquillamente che la rappresentazione che è stata mirabilmente presentata è un mix tra la musica popolare e la letteratura popolare, che è uno scrivere  per  il popolo e, solo in qualche caso,  col  popolo. Infatti ha un certo fatto, ha un certo momento della vita o della storia di un popolo. La musica popolare non nasce mai per opera di un solo individuo, ma di una collettività che attraversa le stesse esperienze e testimoniano i passaggi da una generazione  all’altra, da una zona  all’altra, da una situazione storica  all’altra  o semplicemente da un esecutore  all’altro. E scelta “azzeccata” quella di invitare la Band amburghese “I Grossi Gatti Rossi”, i quali hanno cantato tre pezzi dal titolo  Lu Rusciu de lu Maru, Tarantella del Gargano e Briganti se More, allietando la platea anche loro per mezzo di musiche e balli popolari della nostra amata nazione. In generale, tutti questi testi e questi canti hanno la funzione di unire coloro che li eseguono, di farli sentire parte di una collettività, passando di generazione in generazione, contribuiscono a tramandare una determinata visione del mondo e determinati valori e, lo scorrere del tempo, è scandito dai fenomeni atmosferici, e ogni periodo, ogni mese, ha una sua connotazione, una legge da ricordare per poter andare avanti in quella terra che sì ti ha accolto ma non è mai “Terra mia”. CdI febbraio

 

 

 

 

A Berlino l’incontro tra il ministro dell’Interno Minniti e quello tedesco de Maizière

 

BERLINO – Si è svolto a Berlino l’incontro fra il ministro dell’Interno Marco Minniti e il ministro dell’Interno tedesco De Maizière. Al centro del coloquio i temi dell’immigrazione e della lotta al terrorismo.

Entrambi i ministri hanno riaffermato la strettissima cooperazione bilaterale e l’impegno comune e solidale nel Mediterraneo nella lotta contro gli scafisti e i trafficanti di uomini. Minniti e De Maizière hanno convenuto sulla necessità di affrontare i temi dell’immigrazione e della lotta al terrorismo mediante strategie flessibili, che facciano perno sull’Europa, ma si avvalgano anche delle conoscenze e della esperienza di alcuni Stati membri che possano fungere da apripista. I ministri si sono inoltre detti d’accordo sulla necessità di intensificare la collaborazione a livello europeo e bilaterale al fine di accrescere lo scambio delle informazioni e dei dati ed in particolare attraverso l’interoperabilità delle Banche dati, la creazione di un registro delle entrate e delle uscite, il rafforzamento dei controlli delle frontiere esterne ed un lavoro comune per combattere la radicalizzazione e favorire la deradicalizzazione.

Il ministro De Maizière ha espresso il grande apprezzamento del governo tedesco per la straordinaria attività svolta dall’Italia nel Mediterraneo e nella lotta contro il terrorismo, con un momento particolarmente importante nella vicenda Amis Amri.

Dal canto suo Minniti ha espresso parole di forte apprezzamento nei confronti dell’impegno tedesco nella riallocazione dei migranti. Si è parlato anche dei prossimi appuntamenti, a cominciare dal Consiglio Giustizia Affari Interni informale in programma oggi a Malta, che consentirà di inviare dei segnali importanti al Vertice di Malta del 3 febbraio. (Inform 26)

 

 

 

 

I temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia (ora radio Cosmo) 

 

26.01.2017. Ora al voto? Enzo Savignano riassume cosa resta dell'Italicum e paragona le due leggi attualmente in vigore per la Camera e il Senato. Da un lato una legge di impianto proporzionale ma con un premio di maggioranza, dall'altro una legge simile ma senza premio di maggioranza.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/italicum-voto-100.html

 

Non di solo cibo. A Milano RECUP salva grandi quantità di frutta e verdura e li ridistribuisce a chi ne ha bisogno. E combatte l'emarginazione e i muri sociali facendo incontrare persone di tutte le età e le culture.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/recup-spreco-emarginazione-100.html

 

25.01.2017. Candidato per vincere

Sigmar Gabriel fa un passo indietro e lascia a Martin Schulz la corsa alla cancelleria. È l'uomo nuovo che si presenta per vincere e far uscire i socialdemocratici tedeschi da una profonda crisi.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/schulz-candidato-100.html

 

Cambiare le città. Da anni il sociologo di Colonia Davide Brocchi si occupa di sostenibilità sociale e ambientale nelle aree urbane. Di questo e del suo nuovo libro abbiamo parlato nei nostri studi.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/little-italy/davide-brocchi-sostenibilita-100.html

 

24.01.2017. Senza via d'uscita

In base all'accordo tra Unione Europea e Turchia, migliaia di profughi sono bloccati sulle isole della Grecia, che si trova di fronte ad una situazione inedita e drammatica.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/chiusura-rotta-balcanica-100.html

 

La verità col contagocce. Lentamente, molto lentamente, viene a galla la verità sulla tragica fine di Giulio Regeni, lo studente ucciso in Egitto un anno fa.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/giulio-regeni-verita-contagocce-100.html

 

23.01.2017. Uniti per sfasciare

L'AfD ha fatto marcia indietro sul caso di Bijörn Höcke. La presidenza del partito di estrema destra aveva votato venerdì a favore dell'espulsione del capogruppo in Turingia in seguito alle sue esternazioni negazioniste. Oggi invece una nuova discussione all'interno dei vertici ha revocato la decisione e stabilito nei confronti di Höcke solo misure disciplinari.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/hoecke-salvini-coblenza-100.html

 

20.01.2017. In balìa della natura

Già sepolti da metri di neve, i paesi del Centro Italia hanno subìto altre scosse sismiche lo scorso mercoledì. A due giorni di distanza, l'emergenza è quella della viabilità per raggiungere le località isolate.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/in-balia-della-natura-100.html

 

Pedofilia e Chiesa cattolica. Emiliano Fittipaldi ha presentato il suo libro-accusa "Lussuria" con il quale rivela come il Vaticano continui a coprire le molestie sessuali su minori da parte dei prelati.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/pedofilia-e-chiesa-cattolica-100.html

 

Dedo a Berlino. È alla sua nona edizione il Vagabond Festival Berlin. Sul palco anche il musicista italiano Max Dedo e il suo "Cuore elettroacustico".

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/vagabond-festival-berlino-100.html

 

Ogni giovedì. Appuntamenti

Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/index.html

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati

I commenti sportivi di Agnese Franceschini

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/index.html RC/de.it.press

 

 

 

 

Hannover. Anche gli italiani all’estero si adoperano per  motivi umanitari

                                                                  

Martedì 31 gennaio, alle ore 18,00 si è riunita ad Hannover, presso "la piazza Italiana" della famiglia Tomasello, l’assemblea dell’associazione umanitaria Luftbrücke Irak e.V che ha sede legale ad Osnabrück.

Presenti erano anche il Console Generale d’Italia Flavio Rodilosso, il Presidente del Comites di Hannover Dott. Giuseppe Scigliano, gli imprenditori italiani Benedetto Padula ed Arcangelo Tomasello.

 

Questa collaborazione italiana con l’associazione Luftbrücke, è nata già da tempo perché, a finanziare con somme sostanziose  questa organizzazione umanitaria, che si è specializzata nel portare in Germania bambini feriti gravi dalle zone colpite dalla guerra,  farli operare e poi riportarli in patria, è proprio l'imprenditore Benedetto Padula (originario della Puglia) che poi nel tempo ha coinvolto anche gli altri italiani ognuno nel proprio ruolo.

 

Il Presidente dell’Associazione Dr. Mirza Dinnaji e l’avvocato Bernward Toennes che sono l’anima insieme a Padula di questa organizzazione, hanno fatto una sintesi di quanto realizzato in tutti questi anni. Circa 60 sono stati i bambini aiutati grazie soprattutto alle sponsorizzazioni di Padula.

Circa 1100 sono state le donne schiave dell’ISIS sottratte e portate in salvo, proprio una di queste è stata operata di tumore al cervello lo scorso anno ad Hannover nella Clinica International Neuroscience Institute grazie anche al prof. Vincenzo Paternò.

Attualmente cinque sono i ragazzi in IRAK in attesa di essere trasportati ed operati ma ci sono vistosi problemi per portarli in Germania in quanto questa,ha dato in gestione il rilascio del visto necessario per poter venire sul suo territorio, ad una ditta Turca (IDATA) e solo per chiedere un appuntamento i tempi sono lunghissimi ed anche costosissimi. Nel Frattempo il Dr. Dinnaji ha preso contatti con le autorità consolari italiane del luogo e ci ha comunicato che non ci sarebbero problemi per portarli in Italia. Otretutto anche i costi, specialmente per leucemia,  sarebbero inferiori rispetto alla Germania.

In chiusura è arrivato anche il Prof. Vincenzo Paternò.

La riunione è finita verso le ore 20,00 ed è seguito un momento conviviale sponsorizzato dal Sig. Padula.

Come presidente del Comites di Hannover, sono veramente fiero ed orgoglioso di questi nostri connazionali che mettono in risalto un altro  lato degli italiani residenti all’estero, quello di coloro che in silenzio e senza far rumore agisce in base alla propria coscienza ed interagisce con tedeschi ed irakeni per salvare vite umane o aiutarle a superare il dramma di cui sono state vittime a prescindere dal colore della pelle o dalla nazionalità.

Il compito di questo Team, tutto Italiano, è adesso  di trovare strutture ospedaliere in Italia disposte  ad accettare questi ragazzi per operarli  a prezzi non elevati ed altresì di trovare da dormire agli accompagnatori. 

Dott. Giuseppe Scigliano, presidente Comites (de.it.press)

 

 

 

 

A Monaco di Baviera l'iniziativa “Comencini e l'amore nell'Italia degli anni Settanta”

 

Martedì 8 febbraio una serata dedicata a Luigi Comencini e al suo ritratto dell'Italia organizzata dalla Società Dante Alighieri di Monte Carlo

 

MONACO – In programma mercoledì 8 febbraio alle ore 19.30 presso il Théâtre des Variétés   della città di Monaco una serata dedicata a Luigi Comencini e alle sue interviste realizzate nel 1976 per il programma Rai “L'Amore in Italia negli anni Settanta”, ritratto di vita italiana tra retaggi della cultura più conservatrice e le rivoluzioni femministe dell'epoca.

Durante la serata, organizzata della Società Dante Alighieri di Monte Carlo, verranno proiettate alcune clip tratte dal programma Rai soprarichiamato – andato in onda in 5 puntate - commentate dallo psicoanalista Fabio Castriota e dal regista e storico del cinema Lino Damiani.

Castriota organizza da anni rassegne centrate sul rapporto tra psicoanalisi e cinema, mentre Damiani, oltre alla sua attività di regista teatrale e cinematografico, storico del cinema e curatore di eventi, è componente della commissione per la Cinematografia del Ministero dei Beni, Attività   Culturali e Turismo.

Il viaggio visuale di Comencini analizza i rapporti di coppia negli ambienti più diversi per ceto sociale, età e realtà territoriale, offrendo una panoramica dedicata a una parola tanto usata quanto abusata come “amore” che, a quarant’anni di distanza, permette di apprezzare tutta la forza e la capacità analitica del regista di “Pane, Amore e Fantasia” e di tanti altri capolavori della cinematografia italiana.

L’evento della Dante-Monaco si allaccia alle molte iniziative che celebrano i cento anni dalla nascita di Comencini e si avvale del riconoscimento della Direzione generale del Cinema del Mibact. (Inform 30)

 

 

 

Immigrazione. Il Budestag a “scuola di accoglienza” in Italia (il 7 febbraio)

 

Il modello diffuso di accoglienza dei richiedenti asilo in Toscana fa scuola. E assieme a questo anche le buone pratiche e la partecipazione (da volontari) dei profughi a lavori socialmente utili e progetti di recupero ambientale o di sistemazione di arredi e spazi urbani, che hanno visto la luce in più realtà e che hanno favorito conoscenza e coesione sociale. Così, incuriositi e per studiare più da vicino questo modello, una delegazione di cinque parlamentari del Bundestag tedesco saranno a Firenze martedì prossimo 7 febbraio.

In particolare saranno in città per incontrare ideatori, operatori e ospiti del progetto "Accoglienza solidale" portato avanti da Aics (Associazione Italiana Cultura e Sport) con Aig. Ci sarà anche l'assessore all'immigrazione della Toscana, Vittorio Bugli.

L'appuntamento è a partire dalle 15.30 a Villa Camerata (Firenze), al civico 4 di viale Augusto Righi, dove in collaborazione con enti e istituzioni locali, tra cui Regione, Prefettura e Comune di Firenze, Aics e Aig (Associazione italiana cultura sport e Associazione Italiana alberghi della gioventù) hanno accolto 103 migranti.

La visita dei cinque parlamentari tedeschi servirà a capire in che misura l'esempio toscano possa essere esportato anche all'estero. La delegazione rappresenta tutti i partiti presenti nell'intero Bundestag ed è composta da Gero Storjohann e Michael Vietz (Cdu-Cus), Udo Schiefner (Spd), Kerstin Kassner (Die Linke), Beate Muller-Gemmeke (Bundnis 90/Die Grunen), accompagnati dal console generale aggiunto e dal console onorario della città.

Oltre all'assessore Bugli saranno presenti, tra gli altri, Valeria Gherardini, coordinatrice di Aics Accoglienza solidale, il presidente nazionale Aics Bruno Molea, il presidente nazionale Aig Filippo Capellupo, l'assessore all'accoglienza del Comune di Firenze Sara Funaro e la dirigente della prefettura, responsabile dell'immigrazione, Alessandra Terrosi.  Walter Fortini, dip

 

 

 

 

Collaborazione tra l‘Università di Bielefeld e quella di Bologna

 

"Nella giornata della Memoria nasce uno dei frutti della collaborazione internazionale tra Università di Bielefeld e Università di Bologna"

Così commenta la Deputata PD Laura Garavini il lancio del sito campocasoli.org  promosso dal dottorando Giuseppe Lorentini

 

E’ significativo che proprio in occasione del Giorno della Memoria venga lanciato ufficialmente il sito dedicato a un caso di "memoria dimenticata", quella del campo di concentramento per internati ebrei stranieri di Casoli, in Abruzzo, attivo tra il 1940 ed il 1944.

 

L’animatore del progetto è uno studente italiano che, nel corso della sua specializzazione presso l’Università tedesca di Bielefeld, partendo dalla documentazione originale ritrovata, ha ripercorso e ricostruito le storie di ebrei tedeschi, internati nel campo di Casoli durante la guerra.

 

L’iniziativa nasce nell’ambito di accordi bilaterali tra l’Università di Bologna e quella tedesca di Bielefeld, promossi dal professor Vito Francesco Gironda. Si tratta di un esempio concreto di come possa essere preziosa e fattiva l’internazionalizzazione della ricerca, anche in ambito storico-umanistico.

 

“I miei complimenti sinceri all’autore del progetto, Giuseppe Lorentini, e al suo tutor, il professor Gironda - dichiara Laura Garavini, commentando il lancio del sito https://www.campocasoli.org/ nel Giorno della memoria delle vittime della Shoah -. Un modo encomiabile di commemorare il Giorno della Memoria”.

Dip 27

 

 

 

 

Gemellaggio Nebrodi-Foresta Nera.  Mario Caruso (Icp) soddisfatto per l’avvio dell’accordo

 

“Non posso che esprimere una profonda e viva soddisfazione per quanto realizzato durante la visita della delegazione del Parco dei Nebrodi in Germania. Abbiamo posto le base per vedere finalmente concretizzato un accordo che abbiamo tutti desiderato con forza e che abbiamo contribuito a realizzare lavorando con tenacia e costanza”.

Con queste parole Mario Caruso, deputato eletto nella circoscrizione Estero-ripartizione Europa e presidente del partito Italia Civile Popolare, commenta favorevolmente la serie di incontri istituzionali che ha visto impegnati nel territorio di Stoccarda una delegazione del Parco dei Nebrodi e una dei rappresentanti della Foresta Nera. La delegazione del Parco dei Nebrodi, composta da 14 persone, era guidata dall’on. Mario Caruso, dal direttore del Parco Massimo Geraci e dal presidente dell’Associazione Comunità Siciliana nel Mondo Nino Romanzo. Presente anche il vicepresidente di Italia Civile Popolare Nicola Scirocco. In rappresentanza della Foresta Nera, invece, sono intervenuti il presidente del Parco naturale Jürgen Bäuerle, il manager del Parco Karl-Heinz Dunker, il sindaco di Bühlertal, nella provincia di Rastatt, Hans-Peter Braun e, infine, da Reinhold Auer, vice borgomastro della città Neuhausen, nella provincia di Pforzheim Enzkreis nella regione del Baden-Württemberg.

“Nel prossimo mese di marzo i due enti – spiega Mario Caruso - saranno di nuovo presenti allo Slow Food di Stoccarda. Saranno create due commissioni ad hoc con l’obiettivo di elaborare un programma di iniziative condivise, finalizzate a promuovere lo scambio tra queste due eccellenze e fare in modo che gli effetti dell’intesa ricadano positivamente sulla collettività.

“L’obiettivo con il quale abbiamo ideato e promosso il gemellaggio tra la Foresta Nera e il Parco dei Nebrodi è proprio questo, promuovere azioni concrete che abbiano effetti benefici sui cittadini e sullo sviluppo del territorio e della sua cultura. Questo accordo rappresenta un importante tassello nel percorso più ampio che stiamo costruendo sul territorio, sia nazionale che internazionale. Sono fermamente convinto dell’importanza di coltivare i rapporti con il territorio, per restituire alla collettività il senso civico, l’attenzione e la dignità che meritano”. conclude l’on. Caruso, impegnato in questi giorni in una serie di incontri con i sostenitori di Italia Civile Popolare in Calabria. Caruso, accompagnato dal vicepresidente di Icp Nicola Scirocco e dal coordinatore Luigi Pergamo, sarà in Calabria fino al 27 gennaio e incontrerà i cittadini di Palmi, Vibo Valentia e Mileto. (Inform 27)

 

 

 

Tenuta a Francoforte l’Assemblea del PD Germania

 

Francoforte - Il 4 e 5 febbraio il PD Germania si è riunito a Francoforte, per tenere la sua Assemblea. Un appuntamento fondamentale per la vita del partito, il momento in cui i Delegati e la Segreteria si incontrano per fare un bilancio delle attività svolte e per pianificare e coordinare quelle da realizzare in future. Scriveva la direzione del Partito alla vigilia dell’incontro: “Abbiamo molto di cui discutere, e molte sfide ci attendono. Alcune abbiamo iniziato ad affrontarle, per altre dobbiamo invece mettere a punto una strategia comune efficace, che ci consenta di realizzare al meglio l’obiettivo che ci siamo posti: rappresentare la comunità italiana in Germania, farla crescere nei percorsi di integrazione e collaborazione con le realtà politiche tedesche, e rendere il nostro partito forte e affidabile”.

La prima giornata è stata dedicata alle attività riservate all’Assemblea: oltre all’approvazione del Verbale dell’Assemblea precedente, tenutasi a Metzingen lo scorso febbraio, sono stati discussi e votati gli ultimi punti del Regolamento ancora da approvare.

I Segretari di Circolo hanno esposto le attività svolte nell’anno passato, e i membri della Segreteria hanno presentato il lavoro realizzato finora e il proprio piano per il future. Il Responsabile per l’Organizzazione Silvestro Gurrieri, poi, ha presentato l’associazione “DemocraticiEuropei e. V.” di Wolfsburg, fondata di recente con il sostegno del locale Circolo PD. Infine, oltre al resoconto di Tesoreria, il Tesoriere Angelo Turano ha proposto alcune iniziative di finanziamento per le attività del partito.

La seconda giornata, quella di domenica 5, è stata invece dedicata a momenti di discussione e formazione aperti a tutti gli iscritti. In particolare, Flavio Venturelli, Responsabile della Formazione, ha condotto un incontro dedicato al tema del dibattito politico nell’era digitale, un tema di cruciale importanza in tempi di disinformazione sistematica e fake news. L’incontro è stato composto da due workshop, che Venturelli ha condotto insieme a Cecilia Mussini (Segretaria Circolo PD Monaco) ed Edoardo Toniolatti (Responsabile Comunicazione), in cui i partecipanti hanno analizzato il tema partendo da due questioni particolarmente rilevanti: la creazione e la diffusione di bufale in campagna elettorale, e la disinformazione imperante nel dibattito sui migranti. Dip 6 

 

 

 

 

Ciclo “l’Ambasciata incontra”. Il 23 febbraio l’incontro “Berlino: Wunderkammer per l’arte italiana”

 

BERLINO - L’Ambasciata d’Italia a Berlino e l’associazione non-profit Peninsula organizzano, insieme all’Istituto Italiano di Cultura di Berlino,  il terzo appuntamento di “L’Ambasciata incontra…”. Questo ciclo di appuntamenti vuole favorire lo scambio tra giovani professionisti e i nuovi arrivati nella città di Berlino, una serie di eventi dedicati al dialogo e alla condivisione di esperienze e idee. Alle ore 19 del 23 febbraio, presso la sede dell’Ambasciata d’Italia a Berlino (| Tiergartenstrasse 22 | 10785 Berlino), la storica dell’arte e curatrice Elena Agudio, il gallerista Mario Mazzoli e l’artista Luca Trevisani, figure attive nel panorama dell’arte contemporanea berlinese, si confronteranno, sul tema “Berlino: Wunderkammer per l’arte italiana”, moderate da Loris Cecchini - artista e presidente fondatore di Peninsula. Tre professionalità artistiche a confronto, invitate da Peninsula per approfondire insieme al pubblico percorsi di vita e di lavoro differenti e complementari.

L’incontro,  con ingresso gratuito, avrà la forma dell’intervista pubblica in italiano, aperta alle domande dei partecipanti. si potrà accedere all’evento solo previa registrazione tramite Eventbrite entro le ore 12.00 del 23 febbraio al link:

www.eventbrite.de/e/lambasciata-incontra-larte-contemporanea-registration-31511185805.

Elena Agudio è curatrice indipendente, storica dell’arte e scrittrice. Attualmente è direttrice artistica dell’Association of Neuroesthetics – (AoN)_Platform for Neuroscience and Art, progetto in collaborazione con l’Università di Medicina Charité, la Berlin School of Mind and Brain della Humboldt Universität e l’Institut für Raumexperimente. Dal 2013 è co-direttrice di SAVVY Contemporary, spazio indipendente per l’arte contemporanea con la missione di favorire il dialogo fra l’occidente e i paesi non considerati occidentali. Mario Mazzoli è musicista e compositore, scrive colonne sonore e lavora come sceneggiatore e produttore di corti e lungometraggi. Nel 2009 ha fondato e tutt’oggi dirige la Galerie Mario Mazzoli (GMM), spazio dedicato all’arte contemporanea specializzato in Sound Art con sede a Berlino. Grazie all'idea pionieristica di Mazzoli, la GMM è diventata la prima galleria commerciale per l’esplorazione e la promozione dei diversi modi in cui il suono può essere usato come mezzo artistico. Luca Trevisani è artista visivo, vincitore di numerosi premi internazionali. Trevisani ha esposto in prestigiosi musei e centri d’arte contemporanea, tra cui: MAXXI, Roma; Haus am Waldsee, Berlino; Magasin, Grenoble; Biennale d’Architettura Venezia; Manifesta7, Trentino-Sud Tirolo; Museum of Contemporary Art Tokyo e la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino. La sua ricerca spazia tra scultura e video, coinvolgendo altre discipline quali l’arte performativa, il design, il cinema e l’architettura. (Inform 1)

 

 

 

 

“Bella Germania”, tra i libri più venduti. Una dichiarazione d’amore all’Italia

 

Berlino - “L’auto, la cucina, la passione, la famiglia, il tedesco stentato: il catalogo dei luoghi comuni sugli italiani è completo. Eppure, Bella Germania (titolo italiano), primo romanzo dello sceneggiatore Daniel Speck (Fischer Verlag, 624 pagine, 14,99 euro), è una dichiarazione d’amore all’Italia: un libro sincero, onesto e pertinente sul Bel Paese. In più, molto avvincente, che si legge in un baleno e da cui dispiace separarsi alla fine. Il ricorso ai tanti clichés esistenti da ambo le parti (e in gran parte con un fondamento di verità) ha una funzione taumaturgica: serve ad abbattere quegli stessi pregiudizi”. A scriverne è Flaminia Bussotti su “Il Deutsch-Italia”, quotidiano online che Alessandro Brogani dirige a Berlino.

“Il romanzo, con una narrazione naturalmente cinematografica, sarà adattato per la tv e girato questa estate per il secondo canale ZDF in una miniserie di tre puntate di 90 minuti ciascuna. Il libro sarà anche tradotto e pubblicato in Italia da Sperling & Kupfer.

Uscito nel 2016, Bella Germania è risultato il debutto letterario di maggiore successo dell’anno e ha conquistato finora per 25 settimane i vertici della classifica di Spiegel (Paperback) dei libri più venduti in Germania, in concorrenza quasi con Elena Ferrante, che campeggia fra i bestseller rilegati.

È il racconto di una storia di famiglia, di emigrati siciliani in Germania, lungo tre generazioni. Fatti reali, personaggi fittizi. Una specie di 100 anni di solitudine ambientato fra Milano, Bresso, Monaco, Napoli e Salina: un Amarcord italo-tedesco sullo sfondo delle prime ondate di emigrati italiani, i Gastarbeiter, in Germania e del miracolo economico tedesco reso possibile proprio grazie anche al contributo della manodopera straniera.

Tutto comincia a Milano, dove pure c’erano nel dopoguerra tanti emigrati dal Sud Italia, Sicilia in particolare. Nel 1954 un giovane ingegnere tedesco, Vincent, viene mandato da Monaco a Bresso per preparare accordi fra la Iso e la Bmw che versava allora in cattive acque. Nascerà poi, frutto di lungimiranza e genialità italo-tedesca, la Isetta, vetturetta a forma di uovo con sportello frontale divenuta culto in Germania fra il ‘55 e il ’62 e che non attecchì invece in Italia. Oltre che dalle auto, Vincent rimane folgorato da Giulietta, la segretaria interprete, bellezza siciliana di cui si innamora, ricambiato, a prima vista, ma che è promessa a un compaesano.

Passano gli anni e il racconto di questo amore tragico, attraverso le avventure dei due protagonisti e degli altri comprimari, è rivelato poco alla volta, con intenso crescendo drammaturgico, e grande suspense, dall’ultima rappresentante della linea genealogica, Julia.

Monaco 2014: Julia è una stilista di moda in procinto di sfondare. Nella testa le parole di un distinto signore tedesco, Vincent, che a una sfilata a Milano l’avvicina e le dice di essere suo nonno e che suo padre, Vincenzo, è vivo. Uno shock per lei perché cresciuta credendosi figlia di ragazza madre, senza mai conoscere il padre perché la madre, una tedesca sessantottina con trascorsi di terrorismo, le aveva detto che era morto.

Comincia per il lettore un lungo viaggio di qua e di là del Brennero. Viaggio geografico fra i paesaggi e la diversa cultura dei due Paesi, ma anche viaggio formativo alla scoperta dell’identità di Julia e dei personaggi – il padre Vincenzo, lo zio Giovanni e la nonna Giulietta – che, a sua insaputa, sono stati parte della sua famiglia invisibile che si appalesa poco a poco.

Noi del Deutsch Italia abbiamo intervistato l’autore, Daniel Speck.

D. Come è nato questo romanzo, ci sono italiani nella sua famiglia?

R. No, sono nato a Monaco, ma ho studiato Cinema a Roma alla metà degli anni ‘90, ho molti amici lì. Amavo molto il Neorealismo, Zavattini, Guerra, Antonioni, Fellini. Mi sono imbattuto nei clichés che continuano ad esistere. Con l’idea che i tedeschi sono ordinati, ad esempio, ho sempre trovato facilmente case da affittare a Roma. Negli anni ‘60 invece in Germania era difficile per gli italiani, perché prevaleva l’idea che fossero rumorosi, facessero puzza in cucina, tanti bambini, la mafia ecc. Nella percezione dei tedeschi gli italiani erano poveri e poco istruiti, il che secondo me è assolutamente sbagliato.

D. La Isetta, i personaggi, Milano, la Sicilia: finzione o realtà?

R. La storia dell’Isetta e tutti i fatti narrati sono veri. I personaggi invece sono fittizi. L’Isetta era culto in Germania, il simbolo del miracolo economico. Per il romanzo ci sono voluti otto anni di maturazione e due, fra Monaco e Salina, per scriverlo. Ho viaggiato molto e ricercato tutti i dettagli. Ma come poi la storia e i caratteri abbiano preso forma è un vero mistero. Scrivendo, avevo l’impressione che la famiglia Marconi fosse veramente esistita: Giulietta, una donna degli anni ‘50 che sacrifica la sua passione per la moda per la famiglia, e Julia, giovane stilista di oggi, che viceversa sacrifica la famiglia per il suo talento creativo.

D. Alla fine si ha l’impressione che nell’interazione dei personaggi gli italiani ne escano meglio dei tedeschi, almeno da un punto di vista umano: direi 1- 0 palla al centro per l’Italia…

R. Ho voluto rendere omaggio a questa generazione italiana di Gastarbeiter. Hanno reso un grande servizio, hanno fatto immensi sacrifici pensando solo ai loro figli, e non hanno avuto in Germania il riconoscimento che meritavano. Hanno contribuito al miracolo economico, hanno dato tutto. Per me era importante sottolineare i loro meriti. La prima generazione è quella dei sacrifici, la seconda quella dei vantaggi avendo i figli più chance dei padri essendo nati qui. È una straordinaria storia di successo e vuole essere anche un incoraggiamento per l’integrazione dei nuovi migranti. Una storia che mostra come l’Europa sia un modello di successo, è cresciuta in questo modo insieme, per questo ho voluto cominciare il romanzo nel dopoguerra. È una storia di famiglia ma riflette anche, pur non essendo un romanzo politico, un microcosmo della società. L’emigrazione era frutto di un accordo fra Gronchi e Adenauer: la Germania non aveva manodopera e l’Italia non aveva lavoro. La politica fa i piani ma poi la gente mette radici e le famiglie cambiano il continente.

“Wir riefen die Arbeitskräfte – dice Speck citando una frase dello scrittore svizzero Max Frisch – und es kamen die Menschen” (abbiamo chiamato la forza lavoro e sono venuti gli uomini)””. (aise 3) 

 

 

 

ICE-Agenzia presenta all'IPM 2017 produttori di piante provenienti dal Sud Italia

 

L'ICE- Agenzia per la promozione all'estero e l'internazionalizzazione delle imprese italiane ha presentato alla fiera IPM (Essen, 24-27 gennaio 2017), tredici produttori di piante provenienti dalle Regioni del Sud Italia.

Presso lo Stand A15 della collettiva, situato all'interno del Padiglione Foyer Grugahalle, erano presenti le aziende pugliesi: Vivai De Nicolo, F.lli Barile e Vivai Fortunato, le aziende siciliane: Azienda Agricola Belvedere Green, Azienda Agricola Belvedere Plants, Lemon Garden, Cicciari Vivai, Cooperativa Agricola Belvedere, Consorzio del Distretto del Florovivaismo Siciliano, Floricoltura Scimone, Piante Imbesi e Vivai Maria Luisa Cicciari, e l'azienda calabrese Vivai Serratore.

L'Italia figura tra i paesi maggiormente rappresentati ad una delle fiere internazionali più importanti dedicate al giardinaggio, con una presenza complessiva che supera i 100 espositori e rappresenta, assieme ai Paesi Bassi e alla Germania, uno dei maggiori esportatori di piante vive in Europa.

La Germania, con un volume di importazione pari a 129 milioni di Euro nell'anno 2015, si classifica come il più importante paese acquirente dell'Italia dopo la Francia.

Relativamente alla tipologia delle importazioni tedesche di piante italiane, vanno annoverate le piante fiorite d'appartamento, che nel 2015 rappresentavano il 18,3% delle esportazioni italiane di piante complessive sul mercato tedesco (2014:18,2%). Al secondo posto si trovava, nell'anno in questione, la categoria alberi ed arbusti con una quota sul volume totale delle importazioni

tedesche di piante dall'Italia del 15,4% (2014:16,8%). Nel 2015 si sono aggiudicate, invece, il terzo posto, i fiori e boccioli recisi, con una quota del 15,3% (2014:10,6%).

E' possibile ricevere ulteriori informazioni relative alla produzione italiana del settore florovivaistico e ad eventuali opportunità commerciali con le aziende italiane rivolgendosi all'ufficio di Berlino di ICE-Agenzia: Dr. Fabio Casciotti

ICE - Italienische Agentur für Außenhandel, Schlüterstr. 39 D - 10629 Berlino

Tel. +49 (0)30 884403-0, berlino@ice.it. De.it.press

 

 

 

 

A Berlino da mercoledì 8 febbraio fino al 10 marzo mostra dedicata a Marcello Mastroianni

 

Berlino- Verrà inaugurata mercoledì 8 febbraio, a Berlino, la mostra dedicata all'attore italiano Marcello Mastroianni, organizzata dall'Istituto Italiano di Cultura in collaborazione con la Cineteca di Bologna.

La mostra, dal titolo "Marcello Mastroianni. Ritratto di un attore", sarà introdotta da una conferenza di Gian Luca Farinelli, direttore della Cineteca di Bologna. Fino al 10 marzo saranno esposte fotografie e locandine che ripercorrono la carriera di uno degli attori italiani più famosi di sempre, in un percorso che si snoderà lungo tre sezioni: Prima di essere Marcello; Marcello e Federico; Oltre Marcello.

Marcello Mastroianni, icona riconosciuta nel mondo, di un Paese, l'Italia, e di un'epoca, che lui ha "indossato" come nessun altro: luminoso charmeur, elegante per natura, unico, dolce perché prima dell'attore vedevi in lui la fragilità autentica di uomo credibile. Nel cinema ha attraversato tre momenti, tutti molto conseguenti: prima della Dolce vita, durante La Dolce vita, che lo ha trasformato in Marcello, battezzato da Anita Ekberg nelle acque della Fontana di Trevi, e dopo La Dolce vita. Film spartiacque, quello di Fellini, per il cinema, per l'Italia e per lui. Come Tullio Kezich seppe cogliere, negli anni in cui la società maturava rabbie a livello planetario, Mastroianni, nel suo piccolo, faceva la sua rivoluzione, si ribellava allo star system e interpretava solo ruoli che rovesciavano il suo mito. Gli USA lo proclamano Latin lover? Lui gira Il bell'Antonio dove interpreta un impotente! E così per quarant'anni, tra De Sica, Scola, Ferreri, Petri, Angelopoulos, Wenders, De Oliveira.

"Non vorrei apparire snob, ma apprezzo molto il termine che usano i francesi: per dire "recitare" loro dicono "jouer" che in italiano sarebbe "giocare". Questo è un mestiere meraviglioso: ti pagano per giocare".

La mostra, tra rare fotografie, manifesti, memorabilia provenienti dal Centro studi Mastroianni, dal Centro Cinema di Cesena e dalla Cineteca di Bologna, ci farà entrare nel gioco sorprendente di questo attore affascinante.

La Cineteca di Bologna è una delle più importanti cineteche europee. Nel 2012 si è trasformata in Fondazione Cineteca di Bologna, con il Comune di Bologna quale socio unico. Nata il 18 maggio 1962, dal 1989 è membro della Federation Internationale Des Archives Du Film (FIAF) e, dalla sua creazione, dell'Association Des Cinematheques Europeennes (ACE). Farinelli è riconosciuto internazionalmente come uno dei maggiori esperti di restauro cinematografico e la Cineteca trasforma le sue collaborazioni occasionali prima in una collaborazione coordinata e continuativa e poi in un contratto da dirigente. (aise/dip) 

 

 

 

 

 

Trump all’attacco della Germania: “Sfrutta l’euro contro Ue e Usa”

 

Navarro: “Merkel usa a suo vantaggio una moneta sottovalutata. Il Ttip è morto”. Licenziato il segretario alla Giustizia che si è opposto al decreto sugli immigrati

La cancelliera Angela Merkel ha difeso l’indipendenza della Banca centrale europea - ALESSANDRO ALVIANI, FRANCESCO SEMPRINI

 

L’amministrazione Trump colpisce diritto al cuore dell’Europa con un attacco alla Germania di Angela Merkel e alle sue strategie commerciali «egemoniche». L’affondo arriva per voce di Peter Navarro, numero uno del Consiglio nazionale per il commercio, la nuova cabina di regia sulla politica degli scambi voluta da Donald Trump.  

 

La Germania sta usando un euro «esageratamente sottovalutato» per «approfittarsi» degli Stati Uniti e dei suoi partner europei, dice il «trader-in-chief» in un’intervista al «Financial Times». Lo zar del commercio Usa va oltre definendo Berlino «tra i maggiori ostacoli a considerare il Ttip un accordo bilaterale, perché la Germania sfrutta gli altri Paesi Ue e gli Usa con un implicito Deutsche Mark» sottostimato. La conclusione è lapidaria: «Il Ttip è morto». La cancelliera Merkel liquida da parte sua le accuse di Navarro in appena tre frasi. La Germania ha sempre chiesto che la Banca centrale europea seguisse una politica indipendente, «così come ha fatto la Bundesbank quando non c’era ancora l’euro», ha chiarito la cancelliera da Stoccolma. «Pertanto non eserciteremo nessuna influenza sul comportamento della Bce e per questo non posso, né voglio cambiare nulla della situazione così com’è». Per il resto ci impegniamo per stare sul mercato mondiale «con prodotti competitivi e nell’ambito di una concorrenza equa».  

 

Gli attacchi di Navarro arrivano però neanche 24 ore dopo la diffusione, da parte dell’istituto economico Ifo, di nuovi dati secondo cui nel 2016 la Germania è tornata ad essere il Paese col più alto avanzo delle partite correnti al mondo, scavalcando la Cina. Il surplus di Berlino ammonta a 297 miliardi di dollari, quello di Pechino a 245. Gli Stati Uniti mostrano invece il più alto deficit delle partite correnti al mondo, con 478 miliardi di dollari. Il governo tedesco, aveva spiegato lunedì una portavoce del ministero federale dell’Economia, condivide la posizione della Commissione europea secondo cui l’avanzo delle partite correnti è da considerarsi «elevato», tuttavia ritiene che ciò «non rappresenti uno squilibrio eccessivo». Elementi questi che tuttavia sembrano suffragare le accuse di Navarro e conferiscono forza agli attacchi da Ovest nei confronti della Germania.  

 

Trump nel frattempo è impegnato sul fronte interno a contrastare l’azione di protesta contro i suoi decreti in materia di migranti e rifugiati. Proteste che sono costate la poltrona al segretario alla Giustizia Sally Yates dopo il suo rifiuto di attuare le disposizioni contenute nei decreti esecutivi su rifugiati e immigrati. Yates, ministro superstite di Obama designata a guidare il dicastero sino alla conferma da parte del Senato del designato Jeff Session, aveva annunciato lunedì sera il boicottaggio: «Fino a quando sarò alla guida di questo dipartimento, il decreto non sarà difeso», avverte Yates. I legali del dipartimento così non avrebbero difeso nelle aule di tribunale il decreto di Trump.  

 

Per il Presidente si è trattato di un tradimento in piena regola, meritevole di licenziamento. «Yates ha tradito il dipartimento di Giustizia rifiutando di attuare un ordine messo a punto per difendere i cittadini americani», ha replicato la Casa Bianca. E dopo il licenziamento (in stile «The Apprentice» afferma qualcuno), Trump ha nominato ministro ad interim Dana Boente, procuratore della Virginia, che ha subito affermato di essere pronto a «fare il proprio dovere» e a difendere l’ordine esecutivo del presidente. Il quale sembra godere di un sostegno interno (almeno sulla questione dei decreti) maggiore di quello che lo ha trascinato alla Casa Bianca. A suggerirlo è un sondaggio Rasmussen Reports secondo cui il 57% degli aventi diritto al voto sostiene le misure adottate da Trump in materia di rifugiati e migranti, a fronte di un 33% di contrari e il 10% di indecisi. LS 1

 

 

 

 

Volkswagen vende più di Toyota. E torna ad essere leader mondiale

 

La casa giapponese ha dato oggi i numeri ufficiali: si è fermata a 10,175 milioni di auto mentre il colosso tedesco è arrivato a 10,312 milioni. A Wolfsburg si festeggia l’effetto Cina, mentre Nagoya paga la frenata di vendite negli Stati Uniti

 

La Toyota perde nel 2016, per la prima volta in cinque anni, lo scettro di prima casa automobilistica al mondo per vendite cedendo il testimone ala Volkswagen. Il sorpasso era già stato «previsto» dalle stime di mercato, ma mancavano le cifre della casa giapponese. Ora, in base ai dati diffusi oggi dal colosso di Nagoya, è ufficiale: il gruppo ha raggiunto una quota di 10,175 milioni di auto vendute a livello globale, includendo i marchi Daihatsu e Hino, in aumento dello 0,2% sul 2015, contro i 10,312 milioni di auto (+3,8%) della conglomerata di Wolfsburg.

Effetto Pechino

I calcoli di mercato sono state quindi rispettate: nonostante i pesanti problemi di immagine (e non solo) legati al Dieselgate, Volkswagen ha potuto contare sulla performance in rialzo sul mercato cinese, il primo al mondo, mentre Toyota ha scontato vendite in frenata negli Stati Uniti, uno dei principali di riferimento. La casa tedesca ha così anticipato di due anni il piano originario che puntava alla leadership mondiale entro il 2018. Per il 2017, invece, Toyota punta a vendite totali per 10,2 milioni di unità, superando quota 10 milioni per il quarto anno di fila. Quanto agli altri dati dello scorso anno, Toyota ha spiegato in una nota di aver prodotto in Giappone 3.166.338 veicoli (-0,7%), con vendite domestiche in aumento del 5,5%, a 1.580.851 unità, e un export in calo del 2,4%, a quota 1.726.918. CdS 30

 

 

 

 

Arriva la Berlinale (9-11 febbraio). A Milena Canonero Orso d’oro alla carriera

 

Berlino. Un altro riconoscimento per la costumista italiana Milena Canonero, che, dopo quattro premi Oscar, riceverà l’Orso d’oro alla carriera. Il premio le sarà consegnato durante la 67esima edizione della Berlinale che si terrà dal 9 al 19 febbraio nella capitale tedesca.

L’annuncio è stato dato nel corso della conferenza stampa del festival del cinema di Berlino, che alla costuimista italiana renderà omaggio proiettando i film che l’hanno resa famosa: si parte il 16 febbraio, in occasione della cerimonia di consegna dell’Orso d’oro, con il film "Shining" (1980) di Stanley Kubrick. Poi sarà la volta di altri nove film: "Barry Lyndon" (1975) e "Arancia meccanica"(1971) di Stanley Kubrick, "Momenti di gloria" (1981) di Hugh Hudson, "Cotton Club" (1984) e "Il Padrino Parte III"(1990) di Francis Ford Coppola, "Dick Tracy" (1990) di Warren Beatty, "The Grand Budapest Hotel" (2014) di Wes Anderson, "Marie Antoinette" (2006) di Sofia Coppola e "La mia Africa" (1985) di Sydney Pollack.

"Complimenti a Milena Canonero, uno straordinario talento italiano riconosciuto e amato dai più grandi registi di tutto mondo", il primo commento del ministro dei Beni e delle Attività Culturali, Dario Franceschini. "Questo riconoscimento è un vero motivo di orgoglio per tutta l’Italia", ha aggiunto, ricordando che "l’Orso d’Oro alla Carriera va ad aggiungersi a ben quattro Oscar, facendone una delle costumiste più premiate di sempre".

Nata a Torino nel 1946, Milena Canonero ha infatti ottenuto la prima statuetta grazie a Stanley Kubrick che le affidò il lavoro per "Barry Lyndon". Il secondo Oscar arrivò con "Momenti di gloria" di Hudson ed il terzo con il film di Sofia Coppola "Marie Antoinette". L’ultimo Oscar lo ha conquistato per i costumi del più recente "The Grand Budapest Hotel" di Anderson.

Dopo aver compiuto gli studi di storia e arte del costume a Genova, Canonero prosegue il suo percorso a Londra, dove ha l'opportunità di incontrare personalità eminenti del cinema e del teatro cominciando a prendere i primi contatti col mondo dello spettacolo. Il suo primo lavoro è per uno spot pubblicitario di Hugh Hudson.

Incontra poi Stanley Kubrick e la moglie Christiane attraverso il giornalista Riccardo Aragno, grande amico della famiglia Kubrick, che in seguito le offre il primo incarico da costumista per "Arancia meccanica". Poi è la volta di "Barry Lyndon", per cui si aggiudica l'Oscar insieme a Ulla-Britt Søderlund. Hugh Hudson le affida "Momenti di gloria", storia di due atleti ambientata negli anni '20, per cui otterrà il suo secondo Oscar.

Viene nominata per le statuette altre cinque volte, per film come "La mia Africa", "Dick Tracy", "Tucker - Un uomo e il suo sogno", "Titus" e "L'intrigo della collana". Nel 2007 viene premiata ancora una volta dall'Academy per "Marie Antoinette" di Sofia Coppola. Nello stesso anno lavora ai costumi per "I Viceré" di Roberto Faenza e "Il treno per il Darjeeling" di Wes Anderson. Nel 2010 collabora con Joe Johnston per "Wolfman". Nel 2015 vince il quarto Academy Award per il film di Wes Anderson. (aise/dip) 

 

 

 

Deutsche Bank patteggia: oltre 600 milioni per i "favori" ai clienti russi

 

Accordi con le autorità negli Usa e in Gran Bretagna, che accusavano il colosso tedesco di aver aiutato clienti da Mosca a riciclare circa 10 miliardi di dollari attraverso la compravendita di titoli in rubli e dollari

Deutsche Bank patteggia con le autorità di New York: pagherà 425 milioni di dollari per mettere una prima pietra sopra le accuse di aver dato una mano ai facoltosi clienti russi a riciclare miliardi di dollari. E' il primo passo per risolvere la disputa con la quale è accusata: i dipendenti della banca tedesca avrebbero aiutato cittadini russi a spostare fuori dal loro paese 10 miliardi di dollari, dal 2011 al 2014.

 

Le indagini penali proseguono per accertare se i controlli interni alla banca abbiano fallito nell'individuare lo schema. Deutsche Bank si appresta a chiudere un accordo simile a quello raggiunto negli Stati Uniti con le autorità inglesi: in questo caso i denari sul piatto sono 163 milioni di sterline, ovvero 204 milioni di dollari.

 

Secondo lo schema messo a nudo dalle autorità, i clienti compravano azioni in rubli a Mosca e alcune parti correlate le rivendevano immediatamente attraverso la filiale londinese della banca. Il venditore si trovava così in mano svariati milioni di dollari ad ordine. Secondo le autorità, lo schema era evidentemente privo di ragioni economiche e avrebbe dovuto insospettire la banca.

 

Gli accordi di queste ore seguono di poche settimane il patteggiamento da 7,2 miliardi con gli Usa si mutui tossici degli anni passati. I

manager tedeschi hanno deciso di rinunciare con il Consiglio di gestione alla parte variabile del compenso 2016, e subiranno un taglio netto dei bonus, in cambio - per pochi - di incentivi azionari su orizzonti più ampi, sei anni. LR 31

 

 

 

 

Blitz anti-Isis in Germania: 3 arresti

 

La polizia tedesca ha confermato l'arresto di tre sospetti terroristi ieri a Berlino. La notizia era stata anticipata dalla Bild, secondo cui non ci sono al momento indizi di piani concreti di compiere un attentato in Germania. La procura però - si legge - indaga su presunti preparativi di un atto violento contro il paese. I tre, secondo gli inquirenti citati dal giornale, si stavano preparando per trasferirsi a breve in una zona di guerra ed avrebbero legami stretti con l'Is in Iraq e Siria. Tra le sedi perquisite dalle forze tedesche, precisa il quotidiano, anche la moschea 'Fussilet', a Berlin-Moabit, con cui i tre sarebbero stati in contatto.

Una delle tre persone arrestate, un tunisino di 36 anni, accusato di essere un reclutatore per conto dell'Is, era ricercato in Tunisia per il suo presunto ruolo nell'attacco del 18 marzo del 2015 contro il museo del Bardo di Tunisi, come ha reso noto la procura federale tedesca. In quell'attacco morirono 24 persone, tra cui quattro italiani.

Dei tre uomini armati che attaccarono il Museo due vennero uccisi in uno scontro a fuoco con la polizia, il terzo riuscì a fuggire. Stando a quanto reso noto oggi a Wiesbaden dal portavoce del Landeskriminalamt l'uomo avrebbe preso parte alla pianificazione e all'attuazione dell'attentato e nel 2016 sarebbe stato coinvolto in uno scontro armato tra terroristi dell'Is e truppe tunisine nella città di confine di Ben Gardane.

I raid in Assia sono stati preparati dagli inquirenti per quattro mesi: 150 persone sono state coinvolte costantemente nelle indagini, che non si sono concentrate solo sui singoli sospetti ma sull'intera rete, ha precisato il portavoce Max Weiss oggi a Wiesbaden. La polizia ha perquisito questa mattina all'alba 54 tra case, esercizi commerciali e moschee in Assia. Il punto centrale dell'operazione è stato quello dell'area Reno-Meno.

Il 36enne arrestato - ricercato come reclutatore dell'Is - è sospettato di aver dato vita a una rete di sostenitori del gruppo terroristico al fine di commettere un attentato in Germania: le indagini hanno coinvolto un gruppo di 16 sospetti di età compresa tra i 16 ed i 46 anni. Adnkronos 1

 

 

 

 

Decreto legislativo sulla disciplina della scuola italiana all’estero

 

Le relazioni di Tamara Blazina e di Laura Garavini (Pd) alle Commissioni congiunte Affari Esteri e Cultura

 

ROMA - Presso le Commissioni congiunte Affari Esteri   e Cultura della Camera dei Deputati, con le relazioni delle deputate del Pd Tamara Blazina e Laura Garavini - quest’ultima eletta all’estero nella ripartizione Europa - è iniziato ieri l’esame dello schema di decreto legislativo recante disciplina della scuola italiana all'estero.

Tamara Blazina, relatrice per la VII Commissione Cultura, ha ricordato innanzitutto che le scuole italiane all’estero rappresentano un insostituibile veicolo per la promozione della lingua e della cultura all'estero, in un'ottica più ampia della diffusione del Made in Italy nel mondo. Si tratta di un investimento in termini economici, che dovrebbero favorire il turismo, le esportazioni, il flusso di persone e capitali, la creazione dei posti di lavoro ed altro ancora. Da ciò deriva la necessità di rivedere e riformare l'attuale normativa in materia di istituzioni e iniziative scolastiche italiane all'estero per adeguarle alle importanti novità introdotte nel nostro ordinamento scolastico, come anche ai profondi mutamenti delle condizioni culturali, sociali ed economiche nei singoli Paesi. L'attuale sistema appare inoltre inadeguato perché ancora troppo legato al concetto dell'assistenza scolastica agli emigrati e ai loro familiari. Il bisogno di conoscere la lingua italiana non appartiene ai soli italiani o ai loro discendenti, ma intercetta nuovi soggetti, specialmente economici e commerciali.

Altri aspetti andrebbero rivisti, a partire dalla frammentarietà dell'azione di promozione della lingua e della cultura italiana all'estero per mancanza di coordinamento tra i vari soggetti coinvolti. Qualche accorgimento sarebbe necessario anche su alcuni aspetti di stretta pertinenza del MIUR, e cioè la qualità dell'offerta formativa, le modalità di selezione e formazione del personale docente, l'inesistenza allo stato attuale di un sistema di valutazione, come anche della pubblicità e trasparenza. A questo proposito, rileva che nell'erogazione dei diversi servizi, in capo sia ai soggetti pubblici che privati, devono essere garantite qualità ed efficacia secondo criteri misurabili. Pertanto, tutti i fondi erogati devono essere rendicontati in forma trasparente e tutte le informazioni rese accessibili a chiunque. Con il decreto viene data una risposta parziale, e in alcuni punti ancora troppo vaga: si affrontano infatti solo taluni aspetti, senza una rivisitazione globale del settore, che rimane normato con numerosi provvedimenti. Questo crea una certa confusione e, nel tempo, ha portato a diversi contenziosi, soprattutto rispetto al trattamento del personale all'estero. Il decreto è composto da 39 articoli, suddivisi in sei capi. Non è stato semplice suddividerli tra le competenze specifiche delle due commissioni, perché alcuni sono di fatto trasversali ai due ministeri, determinando, così, anche una sovrapposizione delle due relazioni. Nel proseguo, la Blazina ha fatto riferimento in particolare agli articoli attinenti specificatamente alle competenze della VII Commissione.

Laura Garavini, relatrice per la III Commissione Affari Esteri, ha affermato che l'intervento normativo in esame ha tra i suoi maggiori obiettivi quello di attualizzare e adeguare il sistema formativo all'estero. Esso costituisce un'articolata opera di riorganizzazione e modernizzazione della normativa – sedimentatasi nel corso dei decenni – e punta all'inserimento dell'italiano nei percorsi scolastici locali, il tutto in un'ottica di promozione complessiva del Sistema Paese, di stimolo ai settori produttivi e alla nostra competitività, in linea tra l'altro con il recente provvedimento di riforma della Farnesina, con il quale la competenza sulle scuole all'estero è passata dalla Direzione generale per gli Italiani nel mondo alla Direzione generale per il Sistema Paese, responsabile di tutti gli strumenti di promozione culturale. A questo proposito ha auspicato che sia definita una sede specifica per audire sollecitamente l'attuale direttore generale ambasciatore De Luca, come pure di rappresentanti del CGIE, ricordando come la rete delle istituzioni scolastiche e formative nel mondo costituisca una risorsa, sia per la promozione della lingua e cultura italiana, che per il mantenimento dell'identità culturale dei connazionali e dei cittadini di origine italiana.

La relatrice ha poi richiamato alcuni dati sulla rete dell'insegnamento dell'italiano all'estero che attualmente comprende, secondo i dati forniti dal Maeci: 8 istituti statali onnicomprensivi con sede ad Addis Abeba, Asmara, Atene, Barcellona, Istanbul, Madrid, Parigi e Zurigo; 43 italiane paritarie, la maggior parte delle quali è costituita da istituti onnicomprensivi,presenti in tutte le aree geografiche nel mondo: Europa, Africa sub-sahariana, Mediterraneo e Medio Oriente, Americhe, Asia e Oceania; 7 sezioni italiane presso scuole europee: 3 a Bruxelles ed 1 a Lussemburgo, Francoforte, Monaco di Baviera e Varese; 77 sezioni italiane presso scuole straniere, bilingui o internazionali, di cui 61 in Unione Europea, 14 in Paesi non UE, 1 nelle Americhe e 1 in Oceania; i corsi di lingua e cultura italiana (12.803 corsi, gestiti da una rete di enti gestori che hanno contrattualizzato a diritto locale 3.573 docenti) la maggior parte dei quali integrati nelle scuole locali, frequentati sia da studenti di origine italiana che da stranieri, la cui gestione ricade sotto la competenza della Direzione generale Sistema Paese.

Quanto al personale impiegato, nell'anno scolastico 2015-2016 è stato previsto un contingente di 211 posti nelle 8 scuole statali, 28 unità in quelle paritarie, 81 unità nelle sezioni italiane presso scuole straniere, bilingui o internazionali, 34 posti di dirigente scolastico presso le Ambasciate e i Consolati. A tale rete si affiancano i corsi di lingua e cultura italiana per gli italiani all'estero ed i loro discendenti, con 161 unità di personale, e 109 lettorati d'italiano presso le università straniere. Nel contingente delle scuole europee – oggetto da ultimo di un intervento introdotto dal decreto-legge n. 243 del 2016 – figurano, inoltre, 110 unità. Circa 30.000 alunni frequentano queste scuole: la presenza di studenti stranieri è molto elevata.

Passando ai contenuti dello schema di decreto legislativo all'esame congiunto delle Commissioni, la relatrice ha ricordato che la sua emanazione è prevista dall'articolo 1, commi 180-182, della legge n. 107 del 2015 “al fine di realizzare un effettivo e sinergico coordinamento tra il ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e il ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca nella gestione della rete scolastica e della promozione della lingua italiana all'estero”.

Negli ultimi cinquant'anni si è proceduto per aggiustamenti successivi, senza una visione unitaria. Con questo provvedimento si cerca invece di dotare l'ordinamento di uno strumento che dia organicità al tutto, dal momento che il decreto prevede l'insieme delle tipologie di intervento formativo e, nello stesso tempo, aggiorna le regole sul reperimento e il trattamento del personale, direttivo docente e amministrativo. Sia pure non esaustiva, la norma, a tale scopo, indica la necessità della definizione dei criteri e delle modalità di selezione, destinazione e permanenza in sede del personale docente e amministrativo, contestualmente alla revisione dei relativi trattamenti economici; nonché della disciplina delle sezioni italiane all'interno di scuole straniere o internazionali e della revisione della normativa dell'insegnamento di materie obbligatorie secondo la legislazione locale o l'ordinamento scolastico italiano, da affidare a insegnanti a contratto locale.

Il sistema della formazione italiana nel mondo è inquadrato dal decreto nei contesti multiculturali e multilinguistici delle società contemporanee, compresi quelli offerti da enti gestori e lettorati.

Nella relazione si afferma il principio della programmazione triennale, indispensabile per soggetti che devono misurarsi con le normative e gli ordinamenti scolastici di altri Paesi, e si richiamano la programmazione e la metodologia dei piani Paese. I piani Paese, nel recente passato, là dove sono stati correttamente elaborati, hanno dato buoni risultati in termini di coordinamento degli interventi e di partecipazione dei protagonisti reali della formazione alla definizione dei programmi. Si ribadisce l'invio di un contingente di personale maggiorato di 50 unità, in coerenza con l'impegno assunto nel recente passato dalla ministra Giannini, rispetto all'entità che si era determinata a seguito dalle prescrizioni della spending review disposta con la legge finanziaria del 2012. (Inform 27)

 

 

 

 

 

Naturalizzazione agevolata in Svizzera. Si vota il 12 febbraio. FCLIS: votiamo un “convinto sì”

 

Zurigo- “In Svizzera vivono giovani stranieri discendenti di nonni immigrati nel Paese e di genitori che vi sono cresciuti. Questi giovani sono nati nella Confederazione e qui hanno frequentato la scuola. Fanno parte di un club sportivo, non hanno nessun problema a comunicare nelle lingue locali, sono attivi in associazioni di ogni tipo. La loro patria è la Svizzera. Tuttavia, se decidono di naturalizzarsi, oggi devono ancora fare i conti con una procedura lunga e spesso molto impegnativa”. È quanto si legge in una dell’Esecutivo Nazionale FCLIS, federazione presieduta dal senatore Claudio Micheloni, che, in vista della votazione del 12 febbraio, conferma il suo “convinto sì” alle procedure agevolate per le terze generazioni.

“Il Consiglio nazionale e il Consiglio degli Stati vogliono cambiare questa situazione”, ricorda la Fclis. “Hanno pertanto adottato una nuova disposizione costituzionale che consente ai giovani stranieri della terza generazione, bene integrati in Svizzera, di naturalizzarsi mediante una procedura agevolata. La semplificazione riguarda tuttavia solo la procedura. Anche in futuro, nessuno sarà automaticamente naturalizzato: gli aspiranti alla cittadinanza svizzera dovranno farne domanda e, come ora, soddisfare i seguenti requisiti: non avere più di 25 anni; essere nato in Svizzera, avervi frequentato per almeno cinque anni la scuola dell’obbligo ed essere titolare di un permesso di domicilio; almeno uno dei genitori deve aver soggiornato in Svizzera per almeno dieci anni, avervi frequentato la scuola dell’obbligo per almeno cinque anni e aver ottenuto un permesso di domicilio; almeno uno dei nonni deve aver acquisito un diritto di dimora in Svizzera o essere nato in Svizzera; La titolarità del diritto di dimora dovrà essere resa verosimile con documenti ufficiali”.

“Il Parlamento elvetico, anche al fine di unificare le diverse procedure, - precisa la Federazione – ha già provveduto ai necessari adeguamenti della legge, ma questi potranno entrare in vigore solo se la modifica costituzionale su cui si vota con il prossimo 12 febbraio sarà accettata, e a condizione che contro la legge in questione non riesca un eventuale referendum. Come il Parlamento, anche il Consiglio federale è favorevole alla naturalizzazione agevolata dei giovani stranieri della terza generazione”.

“Ritenuti una componente importante della società, generalmente, hanno un legame più stretto con la Svizzera, dove progettano il loro futuro, che con il Paese d’origine dei loro nonni”, sottolinea la Federazione delle Colonie Libere Italiane in Svizzera che “da sempre convinta che, la società si migliora solo se disposta favorevolmente all'inclusione e all'integrazione sociale, invita i soci, le amiche e gli amici, i simpatizzanti a sostenere questa iniziativa votando e facendo votare SI il 12 febbraio”. La federazione, infine, “invita le proprie strutture, le CLI, ad attivarsi a sostegno della partecipazione favorevole a questa iniziativa”. (aise 26) 

 

 

 

 

Accordo Italia Libia. Garavini: “Migration Compact inizia a dare risultati strategici". Contrarie le Ong

 

"È un accordo che può contribuire a superare significativamente l'emergenza profughi nel Mediterraneo. Un'emergenza gestita da organizzazioni  criminali senza scrupoli, che negli ultimi anni hanno fatto morire migliaia di persone, spesso donne e bambini, in pericolosissimi viaggi di fortuna in mare. Il memorandum che è stato firmato ieri sera tra il nostro Governo e la Libia crea le premesse perché si riduca progressivamente - fino ad esaurirsi - il flusso di migranti verso l'Italia. Promuovendo contemporaneamente maggiore stabilità politica in Libia e migliori condizioni geopolitiche in un'area particolarmente fragile e a rischio. L'accordo prevede una stretta collaborazione dei due Paesi nella formazione della polizia di frontiera e della guardia costiera e l'impegno libico nella lotta ai trafficanti di esseri umani.

 

L’intesa raggiunta è un decisivo successo del Migration Compact, il piano programmatico proposto solo pochi mesi fa dall'Italia all'Europa in ambito migratorio. Ed è destinato a sortire importanti effetti, se si pensa che il 90% dei profughi che entrano in Italia arrivano proprio dalla Libia.

 

Congratulazioni al Presidente del Consiglio Gentiloni, che già nella sua precedente funzione di Ministro degli Esteri del Governo Renzi, aveva tenacemente lavorato a questo obiettivo, e al Ministro agli Interni Marco Minniti, che non appena nominato si era subito recato in Libia, per affinare a sua volta questo importante risultato.

 

Già nell'ultima Legge di Bilancio avevamo provveduto a stanziare risorse da investire nei paesi di provenienza, al fine di creare in loco opportunità di lavoro tali da scoraggiare le partenze. Adesso anche l'Europa è chiamata a dare il suo contributo con risorse e mezzi." Lo ha dichiarato Laura Garavini, della Presidenza del Pd alla Camera, commentando l'accordo stilato dal Presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni ed il Presidente libico Serraj.

 

Il no delle ong al piano con la Libia per chiudere la rotta del Mediterraneo

Per chi è in prima linea a salvare vite e ad accogliere i disperati che fuggono dalle guerre e dalle discriminazioni, il piano che l’Europa intende sottoscrivere con il Paese in guerra è «inaccettabile». «Chiudere la rotta del Mediterraneo centrale vuol dire costringere le persone a rimanere in una Libia non stabile, non sicura e soprattutto non in grado di rispettare i diritti umani e l’incolumità dei migranti» è preoccupato padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli. «Si grida all’emergenza, si crea allarme nella società, si cavalca l’onda della paura – prosegue Ripamonti – per ottenere consenso politico. I migranti rischiano la vita in mare perché non hanno alternativa. Bloccare il passaggio nel Mediterraneo non vuol dire, come molti sostengono, evitare che le persone muoiano; al contrario, senza un’alternativa possibile per l’ingresso in Europa, i trafficanti sperimenteranno vie sempre più pericolose e mortali». «Il piano con la Libia rischia di intrappolare migliaia di bambini» lancia l’allarme Save the Children. Minori «esposti ad ogni sorta di violenza e abuso» prosegue l’associazione umanitaria, «in un Paese dilaniato dalla guerra e privo di un qualunque sistema di tutela e protezione dei diritti umani». Anche Ofxam punta il dito contro un accordo «con un Paese che non potrebbe tutelare i diritti dei migranti». Mentre Medecins Sans Frontieres, da anni presente nei campi profughi in Libia e quindi testimone della «situazione drammatica in cui vivono migliaia di rifugiati, sottoposti ai lavori forzati come schiavi» chiede di rivedere il piano per contrastare i trafficanti e fermare il flusso di morte che continua ad attraversare il Mediterraneo.

Accordo Italia-Libia: mons. Perego (Migrantes), “muro” che potrebbe portare a “nuove rotte ancora più pericolose”

L’accordo firmato tra il governo italiano e quello libico di al-Serraj “di fatto crea un muro alla partenza dei migranti dalla Libia all’Europa”. Ma concretamente “potrebbe spostare il traffico di esseri umani da Tripoli a Bengasi, in un contesto che è governato da altre forze politiche. E quindi da questo punto di vista temo che l’accordo non avrà nessuna efficacia in ordine alle partenze, che tra l’altro oggi avvengono anche a Ovest, dall’Atlantico”. A parlare al Sir all’indomani del “pieno sostegno” all’accordo da parte del Consiglio Ue a Malta è monsignor Gian Carlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes. Perego osserva che “in Libia mancano realisticamente le condizioni per poter accogliere i migranti in un contesto di tutela dei loro diritti”, come pure non vi sono “le condizioni minimali per creare effettivamente le possibilità di un rimpatrio verso i Paesi di provenienza”. Il rischio, quindi, che il direttore della Migrantes paventa è la nascita di “nuove rotte, ancora più pericolose, con una crescita dei morti”. Dip 3

 

 

 

 

Giorno della Memoria, Mattarella: "Contrastare razzismi vecchi e nuovi"

 

"La Giornata della Memoria non ci impone soltanto di ricordare, doverosamente, le tante vittime innocenti di una stagione lugubre e nefasta. Ma impegna a contrastare, oggi, ogni seme e ogni accenno a derive che ne provochino l'oblio o addirittura ne facciano temere la ripetizione". Lo ha affermato il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, celebrando al Quirinale il 'Giorno della Memoria'.

"Ancora oggi - ha proseguito il Capo dello Stato - dobbiamo chiederci: come è possibile che, sotto forme diverse - che vanno dal negazionismo, alla xenofobia, all'antisionismo, a razzismi vecchi e nuovi, al suprematismo, al nazionalismo esasperato - com'è possibile che ancora oggi si sparga e si propaghi il germe dell'intolleranza, della discriminazione, della violenza?".

"Auschwitz, oggi, è diventato un monumento contro l'orrore nazista. Ma è, e deve essere, anche la testimonianza, presente e consapevole, di quali sciagure sia capace di compiere l'uomo quando abbandona la strada della convivenza e della solidarietà e imbocca la strada dell'odio".

"Alla costruzione di Auschwitz - ha ricordato Mattarella - non si arrivò per caso. Esso fu il frutto perverso - ma del tutto coerente - di teorie razziste e dell'antisemitismo. Questi fenomeni erano già tristemente presenti nella storia d'Europa: ma mai, prima dell'avvento di Hitler al potere, avevano assunto dimensioni così vaste e drammatiche. Mai sulla base dell'odio per gli ebrei - fenomeno inspiegabile e mostruoso - era stato costruito un sistema ideologico, pseudo-scientifico, politico, giuridico, propagandistico e, infine, repressivo. Mai teorie così nefande erano state sorrette da un consenso popolare spesso maggioritario e dalla compiacenza di intellettuali, con rare ed eroiche eccezioni".

"Scrisse a questo proposito Hannah Arendt: 'Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma colui per il quale la distinzione tra realtà e finzione, tra vero e falso non esiste più'. È una lezione terribile che richiama oggi e sempre le nostre coscienze".

"Pensare, oggi: 'Io non c'ero, non ero ancora nato' non può rendere estraneo al dovere di rispondere alla domanda posta da un fardello così opprimente; non libera la storia presente - ha detto ancora il Capo dello Stato - da una domanda così stringente e carica di angoscia: come fu possibile che nel cuore dell'Europa cristiana, l'Europa culla di civiltà, nella quale erano nati i diritti della persona, i principi di libertà, eguaglianza, fraternità, si infiltrasse un cancro tanto micidiale e distruttivo? Perché alcuni popoli, che avevano da poco e con grande sacrificio, conquistato l'indipendenza, la libertà e la democrazia, si consegnarono a forze tenebrose, tiranniche e assassine? Cosa poté oscurare le menti, serrare i cuori, cancellare - tracciandovi sopra una svastica - progressi, conquiste e valori secolari?".

"Le risposte sono, e sono state, tante; aiutano la nostra comprensione del fenomeno: ma nessuna, credo, possa riuscire a sciogliere pienamente interrogativi così inquietanti. La realtà dei campi di sterminio va oltre l'umana comprensione e oltre i limiti delle possibilità di espressione. Intellettuali, filosofi, storici, artisti hanno dibattuto a lungo sulla reale impossibilità di descrivere pienamente il sistema Auschwitz: 'il silenzio di Dio', evocato da Wiesel, 'l'esilio della parola', di cui parla André Neher, non possono costituire però un ostacolo al nostro diritto e al nostro dovere di conoscere, indagare, studiare, riflettere. E prevenire. Nulla - ha detto Mattarella - deve fermare la nostra volontà di ricordare, anche se ci provoca tuttora orrore e dolore".

GENTILONI - "Non dimenticare l'Olocausto, ricordare le terribili lezioni del '900, alimentare le ragioni della nostra libertà" scrive il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni in un tweet. Adnkronos 27

 

 

 

 

America first: la svolta nazionalista degli Usa di Trump

 

Le prime decisioni del nuovo inquilino della Casa Bianca lasciano intravvedere una chiusura isolazionista e protezionista, rapporti tesi con il resto del mondo e, in sostanza, la negazione delle origini di una nazione fatta di immigrati. Ma le vicende del Novecento europeo dovrebbero insegnare qualcosa anche a "The Donald" – di Jean-Dominique Durand

 

Gli Stati Uniti si sono dati come nuovo presidente Donald Trump, il quale, durante tutta la sua campagna elettorale, aveva annunciato che, una volta eletto, sarebbe stato il presidente dell’America first. Come al solito, gli osservatori ripetevano senza sosta che il suo programma era così assurdo e pericoloso che, anche se fosse stato eletto, non avrebbe potuto darvi concreta realizzazione.

Tale ragionamento era sbagliato. In realtà questo tipo di pensiero è sempre sbagliato. Si diceva lo stesso in Germania a proposito di Hitler e del suo Mein Kampf negli anni Trenta. Si diceva lo stesso in Italia a proposito di Mussolini all’inizio degli anni Venti. Purtroppo le lezioni della storia non servono… Il liberale Francesco Saverio Nitti affermava che sarebbe stato sufficiente lasciar salire al potere il Duce perché egli abbandonasse il suo programma fascista rivoluzionario.

Oggi il signor Trump è presidente degli Stati Uniti. Non ha aspettato quindici giorni per passare concretamente da un programma a una politica reale.

Trump sta facendo entrare gli Stati Uniti, questo grande Paese democratico, costituito da immigrati e aperto sul mondo, in una fase inedita della sua storia: nel nazionalismo.

Il presidente lo “veste” con un copertura economica, il protezionismo, con la necessità di proteggere i lavoratori americani  e le industrie, le produzioni americane. In realtà si tratta solo di nazionalismo, cioè di odio delle alterità, di egoismo: costruire un muro per isolare il Messico, rinunciare alla libertà commerciale, indebolire le organizzazioni internazionali, incoraggiare le forze ostili all’unità europea, vietare l’accesso al Paese ai cittadini di vari Stati su una base razzista e di discriminazione religiosa… Non si tratta di proteggere il proprio Paese; si tratta appunto di rinchiuderlo in una logica di paura di ogni alterità. Non si tratta di protezione; si tratta di un’affermazione di superiorità nei confronti del mondo.

Un tempo, in Germania, cantavano con forza Deutschland über alles, cioè “La germania inanzitutto”. Certo, un popolo, una nazione può sempre pensarsi come il migliore, come il centro del mondo. Però

la storia dell’umanità insegna che finisce sempre male.

Come assicurare la pace senza giustizia internazionale, senza solidarietà tra i popoli? Come assicurare la pace fondata sul rispetto mutuo tra i popoli, se al posto del leggittimo amor patrio, regna un nazionalismo odioso ed egoistico? Come favorire lo sviluppo economico senza una certa libertà di movimento per le persone e per le merci? In realtà il nazionalismo è sempre aggressivo e impedisce le relazioni serene tra gli uni e gli altri, tra i popoli, tra le nazioni.

Una “rivoluzione nazionalistica” è cominciata in America.

Per la prima volta gli Stati Uniti hanno scelto di ignorare le loro grandi responsabilità mondiali, i loro doveri   morali ed economici di grande potenza politica, militare ed economica.

Potenza che le assegna la responsabilità di capire un mondo in bilico e di agire sempre per la pace. Oggi gli States di Trump stanno facendo la scelta del “ciascuno per sé”, dell’egoismo, del dominio del forte sul debole.

Dobbiamo meditare la definizione del nazionalismo data da Papa Pio XI nel Natale 1930, in un contesto che non è senza legame storico con quello odierno: “Odio ed invidia in luogo del mutuo desiderio di bene, diffidenza e sospetto in luogo di fraterna fiducia, concorrenza e lotta in luogo di concorde cooperazione, ambizione di egemonia e di predominio in luogo del rispetto e della tutela di tutti i diritti, siano pur quelli dei deboli e dei piccoli”. Sir 31

 

 

 

 

Lo spettro del commissariamento europeo sul governo Gentiloni

 

Il braccio di ferro tra la Commissione europea e il governo italiano entra di prepotenza in questo inizio di campagna elettorale che ancora nessuno ha esplicitamente cominciato ma che, nei fatti, e già in atto. L'Italia rischia il commissariamento. La Commissione europea, delusa dalla lettera spedita da Roma a Bruxelles in risposta alla richiesta di 3,4 miliardi per rientrare dal deficit eccessivo, minaccia di mettere sotto tutela diretta la politica economica italiana. Sarebbe uno smacco difficilmente sopportabile e soprattutto sarebbe un'arma formidabile nelle mani di Grillo e Salvini che farebbero una campagna elettorale tutta centrata sull'uscita dall'euro e contro l'Europa. La faranno in ogni caso, ma se l'Italia venisse commissariata avrebbe un impatto devastante. La decisione di Bruxelles sarà dunque politica, ma Juncker (che incontra il presidente Gentiloni a Malta) e Moscovici avranno un compito difficile nel fronteggiare i falchi del nord Europa che non sono in vena di ulteriori favori all'Italia e sono molto poco sensibili agli argomenti presentati nella lettera partita da Roma. L'Europa voleva fatti precisI e verificabili e invece ha avuto generici impegni sul recupero dell'evasione fiscale e sui tagli. Del resto il ministro Padoan (che ha dovuto mediare con Gentiloni sulla risposta) ha escluso manovre "estemporanee" e ha proposto provvedimenti che invertano la tendenza del deficit senza deprimere la crescita. Anche Renzi, come i leader populisti, farà una campagna elettorale in chiave anti-austerity. Non solo, ma annunciando via Tweet l'accelerazione verso il voto a giugno, ha spiegato che bisogna votare presto per non far scattare il vitalizi dei parlamentari: argomento tipicamente grillino. Ma qui siamo nel mondo della post-verità, perché il vitalizio e già stato abolito nella scorsa legislatura e quindi non si capisce come fa a scattare a settembre. Casomai scattano le pensioni calcolate sul contributivo per i parlamentari di prima legislatura. Per convincere Bersani a non seguire D"Alema fuori dal Pd, Renzi offrirà le primarie e sicuramente anche un congruo numero di parlamentari sicuri alla componente di minoranza. GIANLUCA LUZI, LR 2

 

 

 

 

Alfano: “Quest' Europa non può dare lezioni agli Stati Uniti”

 

ROMA - Le misure di Donald Trump? «Non mi aspettavo nulla di diverso». I richiami dell'Unione Europea all'Italia? «Non accetteremo imposizioni da nessuno, tantomeno da chi non rispetta i patti». Mentre il mondo guarda a quanto accade negli Stati Uniti e il nostro Paese è alla vigilia del confronto con Bruxelles in materia di conti pubblici, il ministro degli Esteri Angelino Aliano vola negli Emirati arabi per una serie di incontri con le autorità «e per ribadire la partnership strategica con i nostri imprenditori». Ma l'attenzione rimane puntata agli appuntamenti imminenti del governo.

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha chiuso le frontiere. Crede che porterà avanti questa strategia?

«Trump in campagna elettorale ha detto delle cose e, sulla base delle cose che ha detto, ha vinto. Adesso le sta realizzando. Non sta facendo cose diverse da quelle promesse».

Quindi lei è d'accordo con questa linea?

«Io dico che la nostra visione è un'altra e si è rivelata finora vincente sul piano della sicurezza. Ossia: nessuna omologazione generica tra migrazioni e terrorismo e attenzione al caso concreto. Abbiamo unito rigore e umanità e i nostri risultati sul piano della sicurezza stanno a testimoniare che non abbiamo sbagliato. Anzi, sono sicuro che proprio la nostra umanità abbia inciso sulla nostra sicurezza. Abbiamo espulso i radicalizzati senza aspettare le sentenze della magistratura e siamo stati campioni del mondo nel salvataggio di vite nel Mediterraneo e di accoglienza a chi scappa da guerre e persecuzioni. Sicurezza e solidarietà possono camminare insieme».

In realtà Trump dice di voler evitare proprio il caos che c'è in Europa.

«Sin da quando ero al Viminale ho rivolto particolare attenzione ad alcune persone che giungevano da alcune regioni in cui il terrorismo islamico è più diffuso. E verso le quali la silente prevenzione, prima ancora che la visibile repressione, è fondamentale. Sono per il pluralismo e il rispetto dei diritti umani, ma la sicurezza degli italiani viene prima di tutto, per questo non ho esitato a espellere estremisti islamici».

Chiudere le frontiere però è molto diverso e ora le proteste si stanno allargando in tutta Europa.

«L'Europa non può immaginare di mostrarsi incapace di gestire la vicenda migratoria e al contempo essere rispettata nel giudizio. Non è certamente nella posizione di esprimere valutazioni sulle scelte di altri. O vogliamo dimenticare che anche in Europa si fanno i muri e talvolta anche dove non si fanno si evocano come è accaduto per il passo del Brennero?».

Sta dicendo che l'Unione Europea non è credibile?

«Sin da quando ero al Viminale avevo detto che era necessario rivolgere la massima attenzione più che agli africani immigrati, agli europei islamici che abitano le periferie di tante città e che si sono radicalizzati vivendo in Europa. Sappiamo tutti che cosa è successo con il terrorismo fondamentalista in Francia e in Belgio, e prima ancora nel Regno Unito. Io dico semplicemente che le politiche di integrazione sono fondamentali per cercare di fronteggiare la minaccia. Pur ribadendo che non esiste il rischio zero e soprattutto che nessuno Stato può ritenere di essere fuori pericolo».

Proprio in Europa l'Italia rischia la procedura di infrazione se non effettuerà correzioni alla manovra. Mercoledì il governo dovrà fornire una risposta. Che posizione prenderete?

«Non accetteremo mai un'imposizione dell'Unione Europea per una legge di Stabilità che deprima il cammino di crescita del nostro Paese o che metta sacchi di sabbia sulla nostra strada di sviluppo. E lo dice uno dei pochi politici che rimane tuttora europeista».

E pensa che riuscirete ad avere ragione?

«L'Unione dovrà tenere conto dei vincoli politici interni. Non siamo ne pronti ne disponibili a manovre che aumentino le tasse. Su questo la posizione è fin troppo chiara e nulla potrà modificarla».

Esistono le regole condivise tra gli Stati membri.

«Appunto, sarebbe ben difficile spiegare agli italiani che abbiamo accettato un diktat da chi non è riuscito a far rispettare nemmeno l'accordo sul ricollocamento dei profughi e adesso si ricorda dei nostri zero virgola sulla manovra. Per di più in un momento di gravissima emergenza, con spese straordinarie che abbiamo già evidenziato».

Si riferisce al terremoto?

«Terremoto unito a un'ondata di maltempo senza precedenti che ha causato una tragedia immane. E poi ci sono le spese relative ai flussi migratori che diventano sempre più pressanti proprio per l'incapacità dell'Unione di affrontare la questione».

L'Italia aveva annunciato trattative bilaterali con gli Stati africani proprio per cercare di fermare le partenze. A che punto siamo?

«Ci stiamo concentrando sul lavoro di protezione della frontiera esterna comune. Stiamo negoziando con i Paesi di transito e origine diversi accordi per progetti operativi per debellare il traffico di esseri umani che tante vittime miete sulla rotta centro mediterranea».

Il commissario Dimitri Avramopoulos ha lodato queste iniziative. Lei crede che alle parole seguiranno anche impegni concreti?

«È un lavoro che stiamo portando avanti da tempo sia a livello nazionale, sia a livello europeo, dove abbiamo proposto e trovato l'accordo sulla strategia del migration compact con un forte impegno per un partenariato economico e di investimento con l'Africa. Sarebbe un fallimento dell'Unione non condividere questi passi».

Lei è il ministro degli Esteri, ma è anche il leader del Nuovo centrodestra. Anche voi siete favorevoli a votare prima possibile?

«Tra chi ha fretta e chi fa melina, io vorrei dire che noi siamo il partito del buonsenso. E per questo ritengo che ci siano alcune questioni su cui intervenire».

Quali?

«Intanto è inutile parlare senza attendere le motivazioni della Corte costituzionale. Poi niente melina ma un intervento in artroscopia per rendere omogenei i sistemi evitando di muoversi su due platee, quella di Camera e Senato, con un articolo, due commi e sei righe. Infine attribuire un premio di governabilità alla coalizione prima classificata sotto il 40 per cento e l'individuazione di un criterio oggettivo per una opzione ai pluri-eletti, così come richiesto dalla Corte».

Quindi lei è favorevole a votare prima una nuova legge elettorale?

«Sì, senza usarla come pretesto per perdere tempo. Anche perché siamo convinti che si possa fare in tempi rapidi».

E voi con chi starete?

«Al momento ci stiamo predisponendo ad andare da soli, perché questa legge non prevede alleanze. Se ci saranno modifiche valuteremo».

Silvio Berlusconi si sta proponendo come il leader dei moderati. C'è spazio per un nuovo dialogo?

«In realtà Berlusconi è a un bivio, dovrà chiarire se vuole rimanere nel campo dei popolari europei o se invece vuole continuare a fare patti con gli estremisti. Noi la nostra scelta l'abbiamo fatta in modo chiaro. Aspettiamo di vedere la sua». Fiorenza Sarzanini, CdS 30

 

 

 

 

Gentiloni-Serraj firmano memorandum su migranti. Tusk: "Chiudere rotta da Libia a Italia"

 

Il premier italiano: "Svolta in lotta a traffico migranti, ora serve un impegno economico dell'Unione europea"

 

ROMA -  Sviluppo, contrasto all'immigrazione illegale, traffico di esseri umani, contrabbando e rafforzamento della sicurezza delle frontiere. Sono i punti chiave dell'accordo siglato oggi pomeriggio a palazzo Chigi dal premier Paolo Gentiloni e  il premier libico Fayez al Serraj.

 

Il documento, composto da otto articoli, prevede, da parte del nostro Paese l'impegno a sostenere e finanziare programmi di crescita nelle regioni colpite dal fenomeno dell'immigrazione illegale in diversi settorie e a fornire supporto tecnico e tecnologico agli organismi libici incaricati della lotta contro l'irregolarità. Dal canto suo, la Libia si impegna ad arginare i flussi clandestini.

 

"Oggi è una giornata importante nei rapporti tra l'Italia e la Libia. Innanzitutto perché si conferma un'amicizia, una collaborazione che già si è manifestata in questi mesi attraverso l'impegno del governo italiano in diversi fronti", ha detto il premier

 

"Deve essere chiaro che il memorandum che abbiamo firmato riguarda il nostro impegno per rafforzare le istituzioni libiche nel contrasto all'immigrazione clandestina. Parliamo ad esempio di polizia di frontiera, questo è solo un pezzo del progetto che dobbiamo sviluppare". Ma, ha sottolineato il numero uno di Palazzo Chigi, la firma è "un pezzo del progetto che dobbiamo sviluppare. Ne parleremo domani a Malta. Sappiamo che se vogliamo dare forza e gambe" a questo progetto, "serve un impegno economico dell'Unione europea: l'Italia lo ha già fatto" con fondi già destinati.

 

In serata Paolo Gentiloni è stato chiamato al telefono da Malta dai vertici dell'Ue che si sono voluti congratulare con lui per l'accordo. Il presidente del Consiglio italiano ha ricevuto la telefonata di Joseph Muscat, primo ministro di Malta e presidente di turno dell'Ue, Jean Claude Juncker, presidente della Commissione, Donald Tusk, presidente del Consiglio Ue e Antonio Tajani, presidente dell'Europarlamento.

 

La firma del documento arriva al termine di una giornata durante la quale anche il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, al termine di un incontro a Bruxelles con il primo ministro libico, aveva mostrato di non avere dubbi: chiudere la rotta migratoria dalla Libia all'Italia si può. E anzi, secondo Donald Tusk, si deve. "Il flusso di migranti dalla Libia all'Europa non è sostenibile. L'Europa ha dimostrato di essere in grado di chiudere le rotte di migrazione illegale, come ha fatto nel Mediterraneo Orientale. Abbiamo discusso di questo esempio: ora è tempo di chiudere la rotta dalla Libia all'Italia".

 

Nel 2016 hanno attraversato il Canale di Sicilia 181mila migranti, la maggior parte diretti verso l'Italia dove si è registrato un aumento degli sbarchi del 18% rispetto al 2015. Il 90% dei barconi è partito dalla Libia su una rotta che da inizio decennio ha visto morire in mare 13 mila persone. 

 

L'Europa scalda i motori perché proprio per domani a Malta è attesa la dichiarazione politica con la quale i leader europei proveranno finalmente ad aiutare l'Italia nella crisi dei migranti che la investe dal 2014.

 

"Ne ho parlato a lungo con il primo ministro italiano Paolo Gentiloni", ha detto il presidente chiamando in causa il governo italiano, "e il piano è alla nostra portata. Quello di cui abbiamo bisogno è la piena determinazione a farlo",

sostiene Tusk poco dopo aver incontrato il premier libico Fayez al Sarraj a Bruxelles. Poi l'annuncio: domani a Malta "proporremo misure operative per rafforzare il nostro lavoro e gestire meglio le rotte migratorie".  LR 2

 

 

 

 

La buona scuola che ancora non c’è

 

Voluta e fatta approvare da Renzi non sembra così valida come preteso. Crea infatti diversi problemi. Ecco i motivi che spingono a criticarla

 

Approvata il 9 luglio 2015 dopo un ampio dibattito parlamentare, è entrata in vigore il 16 dello stesso mese. Lo scopo, secondo l’ex Ministro dell'Istruzione, Stefania Giannini, è quello di “scommettere sull’istruzione come asse strategico dello sviluppo e della crescita del Paese”, nonché d’investire “sul capitale umano del nostro Paese, nella convinzione che questa sia la leva più efficace per consentire ai nostri giovani di affrontare le sfide della modernità e della globalizzazione con competenze e conoscenze avanzate”. Motivi che spiegano la scelta e la priorità del Governo, benché non siano mancate, durante la discussione parlamentare, difficoltà e critiche.

Alle quali, poi, si sono aggiunte quelle di molti alunni ed alcuni docenti. Tra questi il prof Leopoldo Pagnutti, insegnante di italiano e storia, la disapprova convinto che sia giusto attuare e rispettare leggi e decreti, ma “in alcuni casi, e questo è uno di quelli, l'osservanza della norma ci mette in una situazione sgradevole ed anche ingiusta: si evidenzia infatti che l'attenzione dell'istituzione scolastica non è centrata sull'allievo, ma su altri fattori e questo non mi sembra una buona cosa”.

In effetti, la legge prevede un “Piano Nazionale Scuola Digitale” (che riconosce a tutte gli istituti scolastici il “diritto ad Internet), l’alternanza scuola-lavoro e la valutazione dei dirigenti scolastici. Nonché la dovuta e necessaria attenzione alla formazione del personale della scuola ed i fondi per migliorare l’edilizia scolastica, se necessario. Al che si aggiungono il concorso per altri 63.712 cattedre fatto nel 2016 e l’assunzione di 90.000 nuovi insegnanti.

  Il che, in teoria, fa pensare che sia stata varata un’ottima legge che migliora il sistema scolastico nazionale. Ma i motivi che spingono a criticarla sono tanti. Non ultimo quello di sostituire, per effetto delle nuove nomine, i professori di sostegno previsti per gli alunni psicologicamente disabili. I quali, a dispetto delle loro problematiche, dovranno abituarsi ad un nuovo metodo scolastico e ad una nuova persona. Il che, ad Udine, ha fatto scoppiare in lacrime un bambino, abituato alle battute ed alle ironie del precedente insegnante. Fatto che si è verificato anche in altre città.

  Al quale, purtroppo, si sono aggiunte altre grane dovute alla trasmigrazione di migliaia di docenti meridionali verso le regioni del Nord, l’esito negativo del concorso che ha bocciato un eccessivo numero di concorrenti, le quotidiane dimissioni e sostituzioni di commissari giudicanti e la non effettuata cancellazione delle supplenze che, invece, continuano a proliferare. Ne è conseguito che l’anno scolastico è iniziato con un numero notevole di professori mancanti ed il ritardo con cui sono designati i supplenti. Un’assenza di insegnanti che ha spinto diversi dirigenti scolastici a ridurre l’orario settimanale o a nominare docenti temporanei.  

  Carenze ed insegnanti provvisori registrati a Nord, al Centro e, soprattutto, al Sud della Penisola dove, a settembre dell’anno scorso, ammontavano a 11mila e 500, anche a causa dei tanti meridionali che preferiscono insegnare nell’Italia settentrionale. Esodi che alcuni esponenti del Governo di Renzi avevano dichiarato di voler impedire o, quanto meno, ridurre. Anche grazie alla prevista, ma non effettuata, trasformazione “dell’organico di fatto in organico di diritto”, con 5.300 cattedre in Lombardia, 2.800 in Campania, 2.700 in Emilia Romagna, 2.500 nel Veneto, 2.300 in Toscana e 2.200 in Sicilia.

   Intanto, a farne le spese, sono gli studenti che, non avendo gli stessi professori nei diversi anni scolastici, imparano poco e male a causa anche del mancato rapporto tra alunno ed insegnante. Il che può spingerli a comportamenti di disturbo, a scarsa voglia di apprendere e di stare attenti. O, addirittura, a non frequentare regolarmente le lezioni, con un conseguente rendimento scolastico inferiore alle reali capacità di apprendimento. Anche perché sanno che ormai basta una media del 6 per potersi iscrivere all’Università.

  Rischi che non saranno risolti con la modifica del reclutamento di docenti delle scuole medie e superiori. Miglioria che la nuova legge pensa d’introdurre modificando le modalità di nomina dei professori. Che, dal 2020, otterranno la cattedra, dopo aver seguito un corso “triennale di formazione e tirocinio”, retribuito con compensi statali crescenti, solo se supereranno un concorso, eseguito ogni due anni su base regionale per un numero di posti corrispondente al fabbisogno delle scuole pubbliche. Quindi, non più solo “abilitati” all’insegnamento, bensì “promossi” da una commissione presieduta da un preside e composta da professori universitari. Da augurarsi competenti e non corruttibili.

Egidio Todeschini, de.it.press    

 

 

 

 

 

Brutte figure

 

Preso atto dei contrasti già in essere, non è possibile fare delle previsioni sulla durata di questo “nuovo” Esecutivo. Ogni “pronostico”, a questo punto, sarebbe azzardato. Almeno per noi che non viviamo nei pressi delle stanze del potere.

 Una panoramica su ciò che ci potrà capitare è, però, possibile. Il nuovo anno è iniziato con “attriti” al livello UE. Giusti, o sbagliati, ci sono stati e ancora ci sono. Senza una legge elettorale operativa, il “punto” non è agevole farlo.

 

 Anche se chi rema contro, non è nelle condizioni d’avere la meglio. Sono le riforme istituzionali che ancora mancano. Del resto, sentiamo la necessità di ritrovare uomini politici capaci da fare gli interessi del Paese; più che i propri.

 Tra l’altro, non esiste neppure più un “Grande Partito” da battere. Vediamo solo formazioni politiche che hanno bisogno dell’appoggio di altre per spuntare una maggioranza relativamente stabile.

 

 Senza dubbio, se si costituisse un partito dei disoccupati e cassintegrati conquisterebbe la maggioranza. Messa in soffitta le vera meritocrazia, ciascuno tenta di restare sulla cresta dell’onda. Non sempre, però, con gli effetti sperati.

Non ci sentiamo, quindi, di fare delle previsioni sul futuro Parlamento e sulla Legislatura che sarà in grado di partorire. Oggi, sono gli “indipendenti” che mancano sulla scena politica italiana.

 

 Uomini capaci d dare il meglio per il Paese e senza riserve. Invece, siamo arrivati alle brutte figure all’interno e a livello UE. L’indifferenza ha occupato il posto dell’incoerenza. Il fatalismo ha scalzato l’obiettività.

Ale 30/5-2

 Anche a questa fitta umanità consigliamo di guardarsi intorno e ponderare ciò che è da quello che sembra. Ci dobbiamo rendere conto che non ha senso continuare per una strada che non ha meta. Non ci rimane che ritrovare la via maestra che potrà essere quella segnalata da politici “giusti”.  Ma quali sono?

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Governance. La retorica dell’uomo forte e gli errori da non ripetere

 

Con la vittoria di Trump è tornato in auge il lessico craxiano, tra leaderismo e decisionismo. Ma ne abbiamo già sperimentato tutti i limiti - di Giuseppe De Rita

 

Il tema dell’uomo forte è vecchio e senza sbocco. Non sono riuscito a capire perché nei giorni scorsi sia riesplosa sui giornali la segnalazione di una diffusa domanda di una intensa decisionalità politica, fino a riproporre l’ipotesi dell’esigenza di un «uomo forte». Il tono usato dalla stampa, con l’impegno di direttori, giornalisti, sondaggisti e commentatori, mi è sembrato molto funzionale a rendere attrattiva l’ipotesi. Ma mi è difficile sfuggire alla sensazione che il tema sia decisamente vecchio; e che vecchie siano le considerazioni usate per rimetterlo all’onor del mondo, magari richiamando quanto una offerta politica aggressiva sembra vincente in altri Paesi (dagli Usa di Donald Trump alla Russia di Vladimir Putin). È un tema certo di moda, ma mi spingo a dire che è vecchio e senza sbocco. Non soltanto perché siamo usciti di recente da una non felice governance personalizzata e verticalizzata (resta comunque la fila per riprovarci); ma specialmente per due ragioni più profonde: vedo infatti usato da un lato un ragionamento politico di quasi quaranta anni fa; e dall’altro una concezione dell’Italia di oggi che non ritrovo nella realtà.

Si rimette anzitutto sul tavolo una filosofia di governo che risale alla comparsa sulla scena di Bettino Craxi. Ho in proposito un ricordo ancora vivido, di quando nel dicembre 1978, dopo aver discusso come il Rapporto Censis aveva trattato la tragedia Moro, mi trattenne a lungo su questo concatenato ragionamento politico: il Paese è «sfinito» dalla continua mediazione democristiana; occorre quindi perseguire un alto tasso di decisionismo; per far questo occorre una verticalizzazione delle decisioni; per tale verticalizzazione occorre una spinta personalizzazione del potere; e di conseguenza una consistente presenza mediatica. Sappiamo che Craxi «uscì dall’uscio, ma la cosa rimase»; e fa impressione ritrovare un po’ dovunque oggi le singole proposizioni linguistiche di allora (decisionalità, personalizzazione, verticalizzazione, mediatizzazione) come se fossero nuove e innervassero uno statu nascenti. Allora potevano dare spinta ad un lungo ciclo sociopolitico, oggi no, specialmente dopo che su di esse sono state costruite avventure che non hanno sfondato. E non è cinismo dire che, se una scelta non sfonda per lungo e troppo tempo, è inutile riproporla ancora.

Eppure qualcuno ci prova, o ci spera, nella speranza che se nel mondo succedono cose che nessuno «aveva neppure immaginato» (la vittoria di Trump è l’esempio più gettonato) può accadere che un politico italiano possa ritenere che ci sia anche per lui un futuro che oggi sembra inimmaginabile. E così si tenta di applicare la logica craxiana (decisionismo, verticalizzazione, personalizzazione) ai due aspetti più drammatici delle società moderne e di quella italiana in particolare: la perdita della sovranità nazionale e la perdita dell’identità nazionale. Due problemi tanto «mostruosi» che io mi sentirei un irresponsabile se mi gettassi a coltivare o esercitare su di essi una leadership politica, magari esaltando l’orgoglio nazionale e il «sovranismo». Si tratta infatti di due concetti ambigui ed inservibili: da un lato, la sovranità in Italia è parola vuota, visto che tutti i grandi soggetti vedono slittare il proprio potere verso l’alto (le grandi strutture finanziarie sovranazionali, i trattati internazionali, gli organismi sovranazionali, ecc.) o verso il basso (gli individui e le famiglie nella crescente molecolarità del sommerso); dall’altro lato, l’esasperazione dell’identità nazionale non può avvenire senza lo sfruttamento di un ciclo di grande sviluppo e senza l’utilizzo di una efficiente macchina pubblica. Si tratta di due «fondamentali» oggi a disposizione dei grandi leader dell’attuale congiuntura internazionale, ma non mi sembrano operanti in una Italia adeguata ad essere un grande paesone, con una sua «chimica» di crogiolamento nell’esistente, nella agiata prudenza. È possibile che all’Italia non serva un uomo forte, sovranista e nazionalista, ma si abbia solo bisogno di un podestà morbidamente pre-fascista, senza l’alterigia della divisa sovranista. CdS 28

 

 

 

 

Necessario sistemare la legge elettorale

 

In Italia dibattito acceso su nuove elezioni. Forse si terranno a giugno. Molti parlamentari contrari anche per paura di non essere rieletti

 

  Come al solito, in Italia le polemiche e le discussioni politiche imperversano. Ora, dopo le dimissioni di Matteo Renzi e l’insediamento del Governo retto da Gentiloni, vertono sulla data delle eventuali prossime votazioni che l’ex Pre-mier vorrebbe effettuare il 25 giugno, data su cui, a stare ai sondaggi, il 70% degli Italiani concorda, mentre alcuni esponenti del Pd e di altri partiti, preferirebbero far rimandare. Per vari motivi, tra i quali il timore di una mancata rielezione, ma soprattutto per il fatto che, secondo il regolamento approvato dal Governo Monti nel 2012, chi è eletto per la prima volta ha diritto alla pensione solo se è stato parlamentare per 4 anni, 6 mesi e 1 giorno.

  Durata temporale che non tutti hanno e che spinge molti politici del Pd e del M5S a sperare che non si voti prima del 15 settembre. Al che si aggiunge la scarsa volontà della sinistra di far cadere un Governo guidato da un membro del suo partito. Motivi che spingono Bersani, D'Alema, i Presidenti delle due Camere, e tanti altri a rifiutare l’idea di Renzi di votare prima. Come, invece, vorrebbero Matteo Salvini, segretario della Lega, e la Presidente di Fratelli d’Italia-Alleanza Nazionale, Giorgia Meloni.

  L’ultima parola, però, spetta al Capo dello Stato. Che, dopo la sentenza della Corte Costituzionale sulle due leggi elettorali ora vigenti, ha invitato i Parlamentari ed il Governo ad elaborare una legge elettorale identica per Camera e Senato. Ora inesistente, in quanto, per effetto della modifica costituzionale sul bicameralismo perfetto, poi bocciata dal referendum del 4 dicembre, i Senatori sarebbero eletti in base al “Consultellum”, i Deputati con l’Italicum. Il che potrebbe comportare una scarsa governabilità se si hanno maggioranze differenti tra i due rami del Parlamento.

  Compito non facile che può comportare tempi lunghi, dato che il sistema elettorale deve permettere di avere maggioranze stabili, quindi Governi in grado di lavorare e decidere. Il che può rendere impossibile votare il 25 giugno. Anche per i tanti contrasti attualmente esistenti, ai quali si aggiungono gli ostacoli di chi preferisce rinviare le elezioni per motivi personali, nonché la tendenza ad elaborare una legge utile a qualche partito, ma non al Paese.

  Non a caso molti giornalisti ritengono che “dopo oltre cinque anni di democrazia sospesa e quattro governi non eletti, non sarà un mese in più o in meno ad aggravare la situazione nazionale”. Certo. Ma peggiorerebbe quella di Renzi contro il quale molti del Pd sparano accuse ed insulti. Tra questi l’ex parlamentare comunista D'Alema che ha rilevato il fallimento delle politiche renziane: dalla riforma costituzionale a quella della Pubblica Amministrazione e della “Buona Scuola”. Bocciatura, secondo lui, confermata dall’esito “del quesito referendario del 4 dicembre scorso. Al quale “l’82% dei giovani ha votato No”.

  Argomenti che lo spingono ad auspicare “una legge che coniughi rappresentanza e governabilità,” senza la quale si avrebbe, dice, “un Esecutivo M5S-Lega”, in quanto il Pd non ha, attualmente, un programma politico determinato, ed i liberali di Forza Italia non possono ancora puntare su Berlusconi fin quando il Tribunale di Strasburgo non si pronuncerà sulla legalità o meno della sua espulsione dal Senato per effetto della legge Severino.  Il che spinge Enrico Rossi, presidente della Regione Toscana ad affermare che “la legge che risulta dopo la sentenza della Consulta è inadeguata”.

  Convinzione che lo fa invitare a riformularla e ad auspicare nuove “elezioni alla scadenza naturale della legislatura, nel 2018”. Come si è augurato anche Giorgio Napoletano, rilevando che “nei Paesi civili si va alle elezioni a scadenza naturale e da noi manca ancora un anno. In Italia c'è stato un abuso del ricorso alle elezioni anticipate". In effetti, vigilare sulla stabilità è uno dei compiti dei Capi di Stato. Che, però, non sempre ci sono riusciti. Il che spinge Renzi ad accelerare sulla legge elettorale per andare al voto, benché Gentiloni, Grasso e Boldrini, Presidenti delle 2 Camere, e Mattarella concordino con l’ex Capo di Stato, ora Senatore a vita.

  Stando così le cose, non si sa ancora se l’ex Premier riuscirà a restringere i tempi onde far votare a giugno. Il voto anticipato è permesso, in Italia, ma non dovrebbe essere a scapito dei programmi governativi diretti a risolvere le disuguaglianze, la diffusa povertà imperante, i problemi dei cittadini, i costi dovuti ai terremoti e alle valanghe, nonché quelli dell’immigrazione. Forse il 27 febbraio la Camera inizierà ad occuparsi della modifica delle due leggi elettorali onde arrivare quanto prima alle urne. Ciò che serve è avere una legge che rispetti le Istituzioni e gli elettori. E che permetta alla Nazione di essere governata.

Egidio Todeschini, de.it.press

 

    

 

 

 

L'analisi di Prometeia sull'impatto del sostegno della Farnesina all'internazionalizzazione delle imprese italiane

 

Quantificato nell'1,1% del Pil l'impatto dell'attività svolta dalla rete estera del Ministero a favore dell'internazionalizzazione delle nostre imprese, pari a 16,4 miliardi di euro di valore aggiunto, 6,7 miliardi di euro di gettito fiscale e 234.000 posti di lavoro per l'economia italiana

 

ROMA – Presentata ieri a Confindustria l'analisi sul valore della diplomazia economica italiana a sostegno della crescita del nostro Paese: un impatto quantificato nell'1,1% del Pil, pari a 16,4 miliardi di euro di valore aggiunto, 6,7 miliardi di euro di gettito fiscale e 234.000 posti di lavoro.

Lo studio, commissionato a Prometeia dal Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, ha esaminato 756 progetti di internazionalizzazione di imprese italiane all'estero, dai contratti al business sviluppato con le istituzioni locali, dalle gare d'appalto all'ingresso su nuovi mercati, valutando il tipo di supporto offerto dalla Farnesina e quantificando l'impatto diretto e indiretto generato dai beni venduti all'estero, l'occupazione nazionale prodotta ed i ricavi attesi, anche lungo la filiera di fornitura dei diversi settori (impatto indotto).

In premessa, il moderatore dell'incontro, il vice direttore del Corriere della Sera, Antonio Polito, ha rilevato come quello della diplomazia economica sia un tema nuovo e l'impegno “mostri un cambiamento sostanziale avvenuto nella nostra politica estera”. Di seguito i saluti ai partecipanti del presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, che ha precisato come l'occasione dia modo di fare una “riflessione su quali azioni intraprendere per rafforzare l'internazionalizzazione delle aziende italiane, sfida principale per la crescita”. Sottolineata l'importanza della diplomazia economica a tale scopo, cui viene riconosciuta tra i suoi punti di forza in particolare la capacità di “aver messo insieme attori pubblici e privati” in un unica strategia di sistema, realizzata da “una rete di soggetti che operano in stretto coordinamento anche grazie alla cabina di regia per l'internazionalizzazione”, co-presieduta da Ministero degli Esteri e Ministero dello Sviluppo economico e che Boccia riconosce quale “grande passo avanti” nell'azione di proiezione estera delle imprese italiane. Il presidente di Confindustria ribadisce inoltre come il supporto di istituzioni quali rete consolare e Ice sia ancora più importante oggi a fronte di uno scenario geopolitico complesso, caratterizzato da fenomeni come la Brexit, una nuova spinta al protezionismo e un rallentamento della crescita globale. In questo contesto essenziale è il ruolo della diplomazia “nel capire il cambiamento e farlo volgere a vantaggio delle imprese – segnala Boccia, riconoscendo il sostegno dato al made in Italy, un utilizzo più razionale dei fondi ad esso dedicati e il ruolo che la politica è chiamata a svolgere in particolare per le scelte di indirizzo di negoziati commerciali che si preannunciano sempre più complessi. “Il lavoro di promozione svolto è patrimonio acquisito del nostro Paese – conclude Boccia, rilevando come esso debba ora trasformarsi sempre più “in assistenza one to one alle imprese sui mercati esteri”, compito su cui anche Confindustria è pronta a fare la sua parte.

Sull'analisi del valore della diplomazia economica si sono soffermati Angelo Tantazzi e Alessandra Lanza, rispettivamente presidente e partner di Prometeia. Tantazzi ha in particolare segnalato come nella ricerca siano stati esaminati i diversi interventi a sostegno di 750 progetti maturati nel biennio 2014-2015: 360 attività di sensibilizzazione alle autorità locali in relazione alla partecipazione a gare d'appalto; 298 attività di orientamento al mercato; 124 attività di accompagnamento nello sviluppo del business con autorità locali e 73 interventi per la risoluzione di controversie. I progetti, avviati all'estero da 330 aziende italiane assistite dalla Farnesina, hanno generato l'impatto su Pil, gettito fiscale e occupazione sopra richiamati – e quantificati considerando unicamente il versante italiano del valore aggiunto prodotto – per un fatturato complessivo di 52 miliardi di euro. 90 i Paesi coinvolti; in particolare l'attività della Farnesina si è moltiplicata in Paesi come il Nord Africa e il Medio Oriente, per un valore dei progetti in loco di circa 15 miliardi di euro; in Asia (valore di 5,5 miliardi di euro); Africa centrale e meridionale (circa 8 miliardi di euro); America del Sud (7,5 miliardi) ed Europa extra Ue (8,2 miliardi).

“Ci auguriamo che questa analisi possa contribuire ad una raccolta d'archivio utile alla conoscenza e al monitoraggio dell'azione svolta, ma anche – afferma Tantazzi – a costruire il successo di domani”. Lanza ha invece segnalato come l'azione di supporto sia stata svolta a beneficio di tutti i soggetti d'impresa e sia particolarmente necessaria al tessuto di pmi italiane, generalmente limitate nella capacità di penetrazione all'estero proprio per via delle dimensioni, anche micro, che non consentono l'accesso ad una informazione accurata e a risorse utili allo sviluppo di piani imprenditoriali di ambizione globale. Per quanto riguarda la diversa incidenza dell'attività di supporto svolta dalla Farnesina, essa si è concentrata nelle aree geopolitiche più complesse – aree come l'Europa e il Nord America sono ormai mete consolidate dell'internazionalizzazione italiana, - per lo sviluppo di progetti riguardanti soprattutto l'import-export, ma anche settori come le infrastrutture, la meccanica, i servizi. Il fatturato delle grandi aziende arriva sino a 40 dei 52 miliardi di euro complessivi, tuttavia quello afferente alle pmi è comunque significativo (il 61% degli appalti è loro destinato) per l'effetto moltiplicatore che si produce nell'indotto e nell'occupazione, essenziale per lo sviluppo dei territori. Ed è proprio sull'effetto moltiplicatore che si sofferma Lanza, augurandosi una sempre maggiore spinta all'internazionalizzazione vista la sua ricaduta sull'intera economia nazionale.

Molto soddisfatto dei dati il ministro degli Affari esteri, Angelino Alfano, che precisa tuttavia come la performance non sia “frutto del mio lavoro personale, ma di un percorso avviato dal precedente governo e Ministro”. Per Alfano “sono dati netti e molto chiari: la Farnesina, che pesa sul bilancio dello Stato per lo 0,05%, produce con la sua attività oggi ricordata un impatto sul Pil quantificato in 1,1 punti percentuali, ossia per ogni euro che il contribuente italiano dà al sistema Maeci, si stima un beneficio per l'economia del Paese di 20 volte tanto, 20 euro quindi. E scusate se è poco”. Per il Ministro si tratta del monitoraggio di una “premessa di strategia che ha già un basamento storico, esiste già nella nostra diplomazia, e va accenutata”. Questa la linea di fondo della sua attività al Dicastero, un'attività che continuerà indipendentemente dalla durata dell'attuale esecutivo – precisa Alfano – in continuità con quanto sino ad oggi fatto. “La Farnesina schiera in campo, con la sua rete diplomatico-consolare e gli uffici Ice presenti nel mondo, una rete di sostenitori dell'impresa italiana. Io vi invito a utilizzarla sempre più di più, a segnalarci anche le criticità per migliorare il nostro servizio a favore del sistema Italia – afferma ancora il Ministro, ricordando come “il profitto non è reato” e anzi, contribuisca a rafforzare il Paese e dunque vada a beneficio dell'interesse nazionale. Richiama poi tra i “fattori di macrosistema” che possono incidere sulla performance economica dei diversi Stati, la competizione degli ordinamenti giuridici, per cui “si sceglie il Paese in cui investire e fare impresa in base all'attrattività del suo sistema regolativo” e sollecita gli imprenditori a segnalare casi di “asimmetria”, perché “specie in ambito europeo, dobbiamo lavorare affinché queste cose assumano le fattezze della reciprocità”. Ricordato anche il piano di promozione straordinario dell'Italia nel mondo “Vivere all'italiana”, lanciato dalla Farnesina proprio per rimarcare come la promozione del sistema Italia debba avere una logica integrata, capace di coniugare i prodotti di eccellenza con la cultura, puntando sulla crescita dell'appeal del nostro Paese nel mondo – testimoniato, segnala il Ministro, dai 2,3 milioni di studenti della nostra lingua all'estero. “Noi non siamo una superpotenza militare o economica – ripete Alfano – ma siamo la superpotenza della bellezza, del gusto, del talento e della cultura”. Segnala inoltre come proseguiranno gli incontri su tutto il territorio nazionale con le imprese italiane interessate all'internazionalizzazione per sondare le loro esigenze e ricorda come i numerosi e complessi temi e cambiamenti geopolitici non potranno non avere un effetto diretto sulla nostra politica interna e sulla nostra economia – tra essi, evidenzia le opportunità che possono nascere con il post-Brexit, in particolare per una città di profilo già internazionale come Milano, o con il riassetto di gasdotti e giacimenti della regione greco-turco-cipriota. “Noi dobbiamo concorrere a determinare queste trasformazioni e non aspettare di vedere come va a finire. Si aprono partite dal punto di vista geopolitico che avranno forte impatto economico – ripete Alfano, rilevando come anche le imprese potranno trarre vantaggio da un atteggiamento più propositivo ed incisivo del nostro Paese in questi ambiti.

Tra gli interventi seguiti alla presentazione dell'analisi, anche quello di Vincenzo De Luca, direttore generale per la promozione del Sistema Paese del Maeci, che ha segnalato come l'impegno della Farnesina sul fronte della diplomazia economia sia “un processo accelerato negli ultimi anni” e cui ha contribuito in modo significativo anche la cabina di regia per l'internazionalizzazione, avviata per la prima volta nel 2011, con il governo Berlusconi, e replicata dai governi successivi. “Senza un sistema per l'internazionalizzazione, la rete non potrebbe svolgere l'attività di sostegno alle imprese  oggi ricordato – prosegue De Luca, rilevando anche tale possibilità vada fatta conoscere sempre di più alle imprese italiane, specie alle piccole e micro imprese (cita a questo proposito i risultati di un'indagine condotta su 2000 aziende in cui è emerso come solo il 15% conoscesse tali servizi). A tale scopo concorrono anche i road-show organizzati dalla Cabina di regia su tutto il territorio italiano – 45 negli ultimi 2 anni, - iniziative importanti anche per la “polverizzazione della platea  dei possibili soggetti dell'internazionalizzazione”. “Oggi possiamo rivendicare un ottimo risultato raggiunto – conclude De Luca, - pur nella consapevolezza che esso deve diventare un processo, anche di auto-monitoraggio periodico dell'attività svolta”. Viviana Pansa, Inform 1

 

 

 

 

Italicum: Consulta, no al ballottaggio. Legge elettorale subito applicabile

 

No al ballottaggio, resta il premio di maggioranza, i capilista eletti in più collegi non potranno più optare ma si vedranno assegnato il collegio con il sorteggio. Lo ha deciso  la Consulta sull'Italicum, legge elettorale immediatamente applicabile - Stefano De Martis

 

Com’era nelle previsioni, la Corte costituzionale ha accolto i ricorsi su quello che era considerato il punto qualificante della nuova legge elettorale per la Camera, il cosiddetto “Italicum”. Bocciato, quindi, il ballottaggio, quello che, nel caso in cui nessuna lista avesse raggiunto al primo turno il 40% dei voti, avrebbe visto confrontarsi le due liste più votate. L’obiezione di fondo contro questa norma si fondava sulla mancata previsione di una soglia minima di voti comunque necessaria per accedere allo spareggio. Il rischio era che una lista giunta seconda nella prima tornata con una quota limitata di voti potesse arrivare al ballottaggio e vincerlo, conquistando il “premio” di una robusta maggioranza alla Camera (340 deputati) con un numero molto basso di consensi.

C’era poi anche da considerare la situazione determinata dal “No” al referendum sulla riforma costituzionale e, quindi, la persistenza di due rami del Parlamento chiamati a votare la fiducia al governo, il che rendeva poco ragionevole un sistema così fortemente maggioritario nella sola Camera dei deputati.

Nella nota ufficiale si legge che la Corte “ha rigettato la questione di costituzionalità relativa alla previsione del premio di maggioranza al primo turno, sollevata dal Tribunale di Genova, e ha invece accolto le questioni, sollevate dai Tribunali di Torino, Perugia, Trieste e Genova, relative al turno di ballottaggio, dichiarando l’illegittimità costituzionale delle disposizioni che lo prevedono”. Quindi resta in piedi il premio in termini di seggi che l’Italicum prevedeva al primo turno per la lista che avesse raggiunto il 40% dei voti, soglia evidentemente considerata sufficiente per motivare l’assegnazione di una maggioranza di deputati.

C’è insomma proporzione tra la rinuncia a una quota di proporzionalità e il beneficio della governabilità che si otterrebbe con il premio.

La Consulta “ha inoltre accolto la questione, sollevata dagli stessi Tribunali, relativa alla disposizione che consentiva al capolista eletto in più collegi di scegliere a sua discrezione il proprio collegio d’elezione. A seguito di questa dichiarazione di incostituzionalità, sopravvive comunque, allo stato, il criterio residuale del sorteggio… non censurato nelle ordinanze di rimessione”. In pratica, la possibilità del capolista candidato in più collegi di scegliere a piacere in quale di questi collegi risultare eletto, a prescindere dai voti ottenuti e facendo di fatto eleggere i secondi candidati dei collegi non prescelti, creava una disparità tra gli elettori. Sarà invece un sorteggio a decidere il collegio di elezione. Una norma che può suonare un po’ singolare, tanto che la stessa nota della Corte tiene a precisare che il sorteggio (previsto da un decreto del 1957), non essendo stato sottoposto al suo giudizio, sopravvive come regola residuale ma senza che ciò implichi alcuna indicazione specifica da parte dei giudici costituzionali.

La nota precisa che tutte le altre questioni sono state dichiarate inammissibili o non fondate, quindi resta in vigore la norma che prevede i “capilista bloccati”, cioè eletti automaticamente qualora la lista ottenga dei seggi. Con l’Italicum, infatti, le preferenze possono essere espresse a partire dal secondo in lista. A giudizio della Corte la norma, discussa sul piano politico, non è però in contrasto con la Costituzione.

Molto importante la frase finale della nota: “All’esito della sentenza, la legge elettorale è suscettibile di immediata applicazione”. Quindi il sistema che rimane in piedi può funzionare senza la necessità di interventi legislativi. Questo è un principio che la Consulta ha sempre affermato perché

non è possibile che un organo costituzionale sia lasciato nell’impossibilità di operare.

Era avvenuto già con la sentenza del 2014 sulla legge elettorale del 2005, al punto che la legge residua (attualmente valida per il Senato, in quanto l’Italicum ha riformato solo la legge della Camera) viene chiamata nel linguaggio giornalistico “Consultellum”, cioè la legge della Consulta.

E ora?

Il presidente Mattarella, già al termine delle consultazioni per il nuovo governo, ha avuto modo di affermare che prima di tornare alle urne (tra un anno la legislatura arriverà comunque alla scadenza naturale) è necessario armonizzare le leggi elettorali dei due rami del Parlamento. Adesso al Senato abbiamo un sistema proporzionale con alcune soglie di sbarramento. Alla Camera un sistema proporzionale con soglie di sbarramento (diverse dal Senato, ma non sarebbe questo il problema decisivo) e soprattutto con un premio di maggioranza, anche se legato alla condizione di fatto, che al momento non pare probabile, che una delle liste ottenga il 40%.

Finora tutto sembrava appeso alla decisione della Corte costituzionale. Adesso la politica dovrà tornare ad assumersi le sue responsabilità, nell’interesse del Paese. Sir 25

 

 

 

 

 

Al Senato l'esame dello schema di decreto legislativo che disciplina la scuola italiana all'estero

 

I contenuti della delega legislativa, prevista in attuazione della legge sulla “Buona scuola”, illustrati dalle relatrici Stefania Giannini e Rosa Maria Di Giorgi. Il testo riguarda criteri e modalità di selezione del personale docente e amministrativo, e relativo trattamento economico, disciplina delle sezioni italiane all'interno di scuole straniere o internazionali e insegnamento di materia obbligatorie da affidare a insegnanti a contratto locale

 

ROMA – Le Commissioni Affari esteri e Istruzione pubblica del Senato hanno avviato ieri l'esame congiunto dello schema di decreto legislativo che disciplina la scuola italiana all'estero.

Per la parti di competenza della Commissione Affari esteri riferisce la relatrice del provvedimento Stefania Giannini, che ricorda come la delega legislativa in oggetto, prevista in attuazione della norma sulla “Buona scuola”, riguardi “la definizione dei criteri e delle modalità di selezione del personale docente e amministrativo, la revisione del trattamento economico del personale, la previsione della disciplina delle sezioni italiane all'interno di scuole straniere o internazionali ed infine la revisione della disciplina dell'insegnamento di materie obbligatorie da affidare a insegnanti a contratto locale”. Lo schema di decreto è composto da 38 articoli, suddivisi in 6 Capi. Sua finalità – segnala la relatrice - “l'integrazione delle scuole italiane all'estero nel sistema educativo nazionale”, ma anche “una più adeguata promozione della lingua e della cultura italiane nel mondo” e “il rafforzamento del sistema formativo italiano all'estero, assumendo la scuola come importante fattore della politica estera culturale del nostro Paese”.

Di seguito l'avvio dell'illustrazione dei singoli Capi pertinenti alle materie di interesse delle Commissioni.

Il primo, in particolare, “disciplina l'organizzazione della scuola italiana all'estero, improntandola al principio dell'unitarietà del sistema educativo, con gli stessi criteri di qualità che sono previsti per le scuole in Italia”. Proposto in tal modo “un riequilibrio delle competenze tra il Ministero degli Esteri e il Ministero dell'Istruzione” che consenta “un maggiore coordinamento della loro azione”. “Il Maeci, oltre all'azione svolta tramite le scuole all'estero amministrate dallo Stato, può continuare a sostenere le scuole europee e le attività promosse da soggetti pubblici o privati, nella diffusione e promozione della lingua e cultura italiana nel mondo, anche concedendo contributi e materiali didattici. È previsto altresì – afferma Giannini - che i soggetti del sistema della formazione si raccordino con la rete diplomatica e consolare, con gli istituti di cultura e con gli altri soggetti, tra cui gli enti gestori e le associazioni che operano nel settore”. Allo stesso Ministero spetta poi “di concerto con i Ministeri dell'Economia e dell'Istruzione, emanare i decreti per l'istituzione, la trasformazione e soppressione delle scuole all'estero amministrate dallo Stato, nonché per il riconoscimento delle scuole paritarie all'estero”. “La gestione amministrativa e contabile delle scuole amministrate all'estero dallo Stato – segnala la relatrice - è regolata dalle disposizioni applicabili alle rappresentanze diplomatiche. I bilanci contabili di tali strutture sono inviati all'ufficio consolare competente e da questi, previa formulazione di un parere motivato, al Maeci. È previsto altresì che spetti alla Farnesina, in collaborazione con il Miur, curare un elenco delle scuole all'estero, nonché riconoscere o istituire sezioni italiane all'interno di scuole straniere o internazionali”.

Lo schema di decreto introduce inoltre “forme di partenariato pubblico-privato, prevedendo la garanzia di criteri uniformi di qualità dell'offerta formativa”. Giannini rileva come sia di interesse anche “la previsione sulle iniziative a favore della lingua e della cultura italiana all'estero tra cui interventi a favore del bilinguismo, formazione a distanza e corsi specifici”. “La norma – spiega - è finalizzata a superare l'impostazione della legislazione vigente, puntando alla valorizzazione dei corsi di italiano nei percorsi scolastici locali per farne veri e propri strumenti di promozione culturale del nostro Paese”.

Il Capo III riguarda invece l'impiego all'estero del personale di ruolo del comparto scuola, sotto i profili dello stato giuridico e del trattamento economico. Al Maeci in questo caso “concerne un ruolo di programmazione, attraverso un decreto che stabilisca su base triennale i contingenti delle categorie di personale da destinare all'estero, e definisca i posti disponibili per l'anno scolastico successivo”. Vengono inoltre disciplinate le modalità di destinazione all'estero del personale selezionato e si unificano periodo minimo e massimo di permanenza, prevedendo l'invio in un'unica sede per sei anni, mentre attualmente è previsto un massimo complessivo di nove anni anche in più sedi e un minimo di tre anni. “La ragione della scelta è di assicurare un'adeguata continuità didattica evitando nel contempo un eccessivo distacco dalla realtà italiana – precisa Giannini, rilevando come il trattamento economico del personale della scuola all'estero sia equiparato dallo schema a quello del personale del Maeci.

Tra le novità più significative la relatrice segnala “il rilievo attribuito alla formazione degli insegnanti che operano all'estero e al sistema di valutazione, sul modello adottato per il sistema scolastico in Italia” e la previsione della figura dell'insegnante di sostegno anche per le scuole all'estero, innovazione tesa a colmare “una lacuna non più ammissibile – rileva Giannini, segnalando come anche alle scuole all'estero siano estese le previsioni in materia di potenziamento della didattica contenute nella sopra richiamata legge n. 107 del 2015.

Per la Commissione Istruzione pubblica e Beni culturali riferisce in qualità di relatrice Rosa Maria Di Giorgi, che fornisce in particolare alcuni dettagli sul lavoro svolto congiuntamente al Comitato per le questioni degli italiani all'estero del Senato nell'ambito dell'indagine conoscitiva sulla diffusione della lingua italiana all'estero. In proposito, Di Giorgi rammenta le criticità emerse in quella sede, alcune delle quali ritiene possano essere considerate risolte attraverso il provvedimento in esame. Tra   le necessità ribadite, quella di “sbloccare il sistema della cultura italiana all'estero, a partire dalle scuole”. Per la relatrice occorre in particolare “aggiornare la normativa onde realizzare un vero e proprio sistema della cultura italiana all'estero, tenuto conto dei recenti dati in tema di studenti e del diffuso interesse mostrato verso la lingua italiana”. Viene quindi posto l'accento, dopo aver evidenziato l'insufficienza delle risorse finora riscontrata, sul tema dei lettori e sull'importanza “di incentivare il personale a svolgere un'esperienza all'estero”. Tra le novità introdotte dallo schema e giudicate positivamente si indicano l'allungamento dei tempi di permanenza in una sede “anche per costruire un legame più solido con il territorio”, così come l'incremento dei fondi anche nelle forme di incentivo per gli insegnanti, tenuto conto della crescente richiesta di cultura italiana all'estero, e il maggiore coordinamento delle iniziative tra tutti i soggetti a vario titolo coinvolti cui tende il provvedimento. La relatrice esprime dunque soddisfazione per il risultato raggiunto, ritenendo che gli schemi di decreto legislativo attuativi della legge n. 107 si collochino in “una positiva direzione al fine di valorizzare la formazione ed innalzare la cultura”.

Anche sul tema del reclutamento dei docenti e sul rilancio dell'identità culturale italiana, Di Giorgi ribadisce la necessità di una stretta correlazione tra Maeci e Miur e precisa come il Dicastero dell'istruzione dovrebbe “agire in maniera significativa per affermare il proprio ruolo, nell'ottica complessiva di creare una sintesi coerente anche con gli altri segmenti della filiera”.

Il presidente della Commissione Istruzione pubblica, Andrea Marcucci, chiede quindi alle relatrici di far pervenire alle Presidenze eventuali richieste di audizione utili all'approfondimento di aspetti da inserire nel parere richiesto, mentre il vice ministro degli Esteri Mario Giro interviene per ringraziarle dell'ampia ed esauriente esposizione, ricordando anche il ruolo svolto dalla senatrice Giannini, come ministro dell'Istruzione del precedente Governo, per realizzare “una riforma innovativa, attesa da oltre vent'anni”. Egli ribadisce come “elemento qualificante” della riforma sia proprio un maggiore coordinamento tra Maeci e Miur, “condizione necessaria per la sua attuazione”. Richiamato infine anche l'importante ruolo svolto dal Ministero delle Attività e dei Beni culturali nel lavoro di elaborazione del provvedimento.

Sull'ordine d lavori interviene Michela Montevecchi (M5S) che annuncia la necessità di svolgere audizioni su alcuni aspetti già recepiti criticamente nel corso dell'esame sugli indirizzi della legge delega sulla Buona Scuola, mentre il presidente del Comitato per la questioni degli italiani all'estero, Claudio Micheloni, segnala di aver ricevuto da parte del Consiglio Generale degli Italiani all'Estero una richiesta di audizione, che ritiene utile soprattutto per approfondire l'articolo 10 del provvedimento – riguardante le iniziative per la lingua e cultura italiana all'estero - e il suo rapporto con la normativa vigente. Accanto ad “alcuni punti da migliorare”, egli segnala la presenza nello schema di decreto attuativo di “aspetti molto positivi”, ricordando come il Comitato da lui presieduto si stia occupando di questo tema da molto tempo e “potrà quindi fornire un utile contributo alla discussione delle Commissioni riunite”. L'auspicio è quello di condurre “un esame più accurato del testo”, giovandosi anche del fatto che relatrice Giannini, in qualità di ministro dell'Istruzione del governo guidato da Matteo Renzi, abbia avuto tra le sue responsabilità la redazione dell'intero provvedimento di riforma. Micheloni torna infine a richiedere di conoscere il testo del Protocollo siglato da Maeci, Miur e Società Dante Alighieri sulla promozione della lingua italiana all'estero, accordo il cui contenuto egli ritiene utile acquisire “per la sua presumibile attinenza ai temi in discussione”. Sulla richiesta di audizioni e sull'acquisizione del Protocollo richiesto da Micheloni il presidente Marcucci assicura la sua disponibilità. Il seguito dell'esame viene quindi rinviato ad altra seduta. (Inform 25)

 

 

 

 

Lingua e cultura italiana all’estero. Con il decreto sulla Buona Scuola aumenta il contingente dei docenti di 50 unità

 

"Nello strategico settore della promozione della lingua italiana all’estero negli ultimi cinquant’anni si è proceduto per aggiustamenti, senza una visione unitaria. Con questo decreto si mira ad una riorganizzazione di sistema di questo importante ambito della nostra politica estera.

Il decreto mira a creare un coordinamento sinergico tra il Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale e il Ministero dell’istruzione nella gestione della variegata offerta formativa di lingua e cultura italiana all’estero.

Oltre a definire le diverse tipologie di intervento formativo, il decreto aggiorna le regole sul reperimento e il trattamento del personale, direttivo, docente e amministrativo. In particolare, il testo prevede i criteri e le modalità di selezione, destinazione e permanenza in sede del personale docente e amministrativo, e aggiorna i relativi trattamenti economici. 

Nel rimarcare come la rete delle istituzioni scolastiche e formative nel mondo costituisca una risorsa per il nostro Paese, sia per la promozione della lingua e cultura italiana, che per il mantenimento dell’identità culturale dei connazionali e dei cittadini di origine italiana il decreto prevede l’invio di un contingente di personale maggiorato di 50 unità, in coerenza all’impegno assunto nei mesi scorsi dal precedente Governo.

Il percorso di riforma iniziato in questa legislatura si arricchisce dunque di un nuovo tassello, utile per adeguare il nostro Paese alle sfide del mondo globale”.

Lo dichiara Laura Garavini, che è relatrice del decreto legislativo attuativo della “Buona scuola” per il riordino complessivo del sistema della promozione della lingua italiana all’estero. Il provvedimento è stato illustrato oggi in sede di Commissioni congiunte, Esteri e Cultura, alla Camera dei Deputati. De.it.press 26

 

 

 

 

 

Conto alla rovescia

 

Certamente abbiamo le nostre idee. Ma non ci siamo mai illusi che siano le migliori. Però, il Paese proprio delle “migliori” avrebbe bisogno per uscire da una situazione, francamente, illogica. Ora, pur non essendo nostro costume fare delle anticipazioni, ci sentiamo nella condizione d’esprimere le nostre opinioni. Per conoscere anche quelle degli altri. Agli uomini di partito, di tutti gli schieramenti, chiediamo ancora onestà e chiarezza.

 

Onestà nel tentare di fare del loro meglio per questa Penisola. Chiarezza nel riconoscere, in tempo, gli errori. Ciò partendo dal presupposto che la “rotta” può mutare proprio strada facendo. Il fine resta la governabilità nazionale. Il “colore” non conta più. Meglio evitare, da subito, le mediazioni e le polemiche di corridoio.

 

 Nelle condizioni in cui siamo, non è prevedibile, infatti, un cambiamento efficace. Andare avanti nell’incertezza non giova a nessuno. Non tanto per il desiderio di sperimentare nuove forme di governo, ma per evitare lo sgretolamento istituzionale di questo Paese. Per dare fiducia a un Popolo, politicamente maturo, è necessario un Potere Legislativo rinnovato nella sua composizione, nei numeri e più attento alle necessità sociali.

 

 Dopo tanti “esperimenti”, ora serve la “normalità”. Quella normalità che da troppo tempo ci manca e che rende esitante anche il nostro status d’europei. Non ci sono più baluardi da difendere. Né opposti estremismi da bilanciare. Se d’aspetti sfavorevoli si deve parlare, se ne parli con cognizione di causa. Non ci sono le condizioni per sopportare i “bisticci” di bottega. Non siamo “profeti”, né ci sentiamo in grado d’esprimere giudizi precipitosi. Il rinnovamento, se e quando ci sarà, dovrebbe partire da una piattaforma politica più coesa.

 

 Oltre a questo Esecutivo non ci deve essere il “deserto”. Senza un timoniere valido ed una rotta prestabilita, la nave Italia non approderà da nessuna parte. Lo scriviamo convinti che questa non è solo una nostra sensazione. In un Paese dove l’incertezza è usanza e il silenzio figlio del compatimento, non avrebbe più senso vivere sulla “fiducia”. L’innovazione, pur con tutte le possibili difficoltà di percorso, ci sarà. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Avanti, verso il passato

 

Mappe. Da noi per fortuna non c'è un Trump ma pallide imitazioni populiste - di ILVO DIAMANTI

 

In meno di due mesi è cambiato molto, se non tutto, nel sistema politico italiano.

Quantomeno, sono cambiati il percorso e le destinazioni che lo orientavano. Fino a pochi mesi fa si marciava verso un bicameralismo, finalmente, imperfetto. Con un Senato ridimensionato. Con poteri limitati. A sostegno di una democrazia maggioritaria e "personalizzata", per effetto dell'Italicum, una legge elettorale a doppio turno. Che, nella versione originaria, prevedeva un ballottaggio fra i primi due partiti, nel caso, probabile, che nessuno superasse la soglia del 40% al primo turno. Si trattava della soluzione finale del percorso "renziano". Passato attraverso la "personalizzazione" del Pd e del governo. Ma negli ultimi due mesi questo "viaggio" si è interrotto. Complicato da due incidenti. Anzitutto: la bocciatura del referendum, che ha mantenuto il Senato. E, dunque, il bicameralismo. Così com'è adesso. Poi, è giunta la sentenza della Corte Costituzionale, che ha emendato l'Italicum, dichiarando illegittimo il ballottaggio. Così, se oggi si votasse, come auspicano alcuni leader e alcuni partiti, ci troveremmo (troveremo?) in una prospettiva, a dir poco, confusa. Senza maggioranze né leadership precise. Perché questi passaggi a vuoto hanno complicato - se non compromesso - il progetto renziano della personalizzazione dei partiti e del governo. D'altronde, Matteo Renzi, per primo, è stato "sconfitto", insieme al referendum. Un referendum, peraltro, senza "vincitori". Perché mentre i Sì sono, in larga misura, riconducibili al Premier (precedente), i No avevano - e hanno - molti volti. Molti riferimenti politici. Largamente incompatibili. In altri termini, il referendum ha espresso una larga maggioranza anti-renziana. Ma la minoranza renziana appare, senza dubbio, la più coerente e identificata. E, in una competizione proporzionale, in un Parlamento con due Camere senza maggioranze chiare e omogenee, la minoranza renziana rischia di risultare maggioritaria. Comunque, il soggetto maggiormente dotato di capacità coalizionale, in un contesto politico e istituzionale che imporrà mediazioni e alleanze, dato che non si vede un partito in grado, da solo, di superare il 40% dei voti al primo turno.

 

Un ulteriore mutamento degli ultimi mesi è determinato dall'appannarsi della prospettiva "personale". Perché i sistemi elettorali di Camera e Senato, oggi, favoriscono, semmai, il ritorno dei "partiti", come ha suggerito, con qualche ironia, Giuliano Ferrara, intervistato dall'Unità. D'altra parte, gli "uomini forti" oggi vengono evocati e invocati dagli italiani perché non ci sono. E perché i partiti, gli attori e i canali della rappresentanza, sono sempre più deboli. Lontani dalla società e dal territorio. Il Pd, in particolare. Erede e confluenza dei due partiti di massa. Appare sempre più diviso, all'interno. Il malessere delle componenti di sinistra è palese. Espresso, come altre volte, da Massimo D'Alema. D'altra parte, il "radicamento" del Pd nella società e nel territorio declina. I suoi iscritti sono in calo sensibile. Da anni. Anche (forse, tanto più) vicino alle "radici". Nelle zone di forza tradizionali. In Emilia Romagna, negli ultimi tre anni gli iscritti si sono dimezzati. Erano 76 mila del 2013. Nel dicembre 2016 si sono ridotti a 37mila. D'altronde, non è solo un problema italiano. La Sinistra "riformista" è in grande difficoltà in tutta Europa, come ha rammentato Marc Lazar, in un'intervista su Le Monde. In Francia, anzitutto, dove, in vista delle presidenziali, il Ps non è mai apparso tanto debole, nelle stime elettorali. Stretto fra la Sinistra di Mélenchon e il Centro di Macron. Ma anche altrove. In Germania, in Spagna. E, ovviamente, in Gran Bretagna. Quanto agli altri soggetti politici in campo, il M5s è, per (auto)definizione, un non-partito. Meglio, un "partito-non-partito". Forza Italia, idealtipo del "partito personale", si è afflosciata, dopo il declino del suo "capo". E la Lega, il soggetto politico più simile ai tradizionali partiti di massa, è cambiata profondamente. Si è, a sua volta, personalizzata e, con fatica, insegue la prospettiva di una Destra lepenista-nazionale.

 

Non è un caso che a guidare il governo, oggi, sia Paolo Gentiloni. Un politico impopulista, abile a mediare e a negoziare. Lontano dall'icona del Capo, oggi di moda.

 

Così, in vista di possibili, prossimi, appuntamenti elettorali, dobbiamo fare i conti con partiti ipotetici e non-partiti. Dis-organizzati e poco radicati. Anzi, s-radicati nella società e sul territorio. E mentre si cerca - e insegue - un Uomo Forte, incontriamo leader deboli, oppure indeboliti. I modelli, positivi e negativi, di conseguenza, vengono cercati altrove. Soprattutto, negli Usa. Da noi, però,

non c'è un Trump - per fortuna, aggiungo. Ma solo pallide imitazioni. Più che popolari: populiste.

Così, due mesi dopo il referendum, tutto sembra cambiato. E oggi marciamo sicuri. Verso il passato. LR 30

 

 

 

 

 

Eurispes: "Metà delle famiglie non arriva a fine mese"

 

Ancora sacche di disagio e difficoltà economiche per gli italiani, tanto che quasi la metà delle famiglie non riesce a far quadrare i conti e arrivare a fine mese. L'impasse emerge dal Rapporto Italia 2017 diffuso oggi dall'Eurispes. Secondo l'Istituto di Studi Politici Economici e Sociali, ben il 48,3% delle famiglie non riesce ad arrivare alla fine del mese e il 44,9% per arrivarvi sono costrette a utilizzare i propri risparmi, così solo una famiglia su quattro risparmia.

Le rate del mutuo per la casa sono un problema nel 28,5% dei casi, mentre per il 42,1% di chi è in affitto lo è pagare il canone. Il 25,6% delle famiglie ha inoltre difficoltà a far fronte alle spese mediche. Molti hanno dovuto mettere in atto strategie anti-crisi come tornare a casa dai genitori (13,8%), farsi aiutare da loro economicamente (32,6%) o nella cura dei figli per non dover pagare nidi privati o baby sitter (23%).

 

Un italiano su 4 si sente povero - Dai dati raccolti dall'Istituto, circa una persona su quattro afferma di sentirsi 'abbastanza' (21,2%) e 'molto' (3%) povero. L'identikit di chi denuncia la propria povertà disegnato dalla ricerca Eurispes mostra in primo piano il single (27,1%) o monogenitore (26,8%) che vive al Sud (33,6%) ed è cassaintegrato (60%) o in cerca di nuova occupazione (58,8%). La ricerca evidenzia inoltre che alla domanda 'Conosce direttamente persone che definirebbe povere?', il 34,6% degli italiani risponde 'alcune', il 20,1% risponde 'molte', il 33,2% risponde 'poche' e solo il 12,1% 'nessuna'. Nella povertà, segnala il rapporto, si sprofonda soprattutto a causa della perdita del lavoro (76,7%), ma anche a seguito di una separazione o un divorzio (50,6%), a causa di una malattia propria o di un familiare (39,4%), della dipendenza dal gioco d'azzardo (38,7%) o della perdita di un componente della famiglia (38%).

Sale potere acquisto ma tagli a cibo e medicine - Anche se la maggioranza delle persone (51,5%) sostiene di non aver perso il proprio potere d'acquisto, un dato in crescita rispetto al 46,8% dello scorso anno, allo stesso tempo per l'acquisto degli alimentari sale dell'1,7% la percentuale di consumatori che cambia marca di un prodotto se più conveniente e ben il 3,9% in più delle persone è costretto a tagliare le spese mediche. E nel corso dell'anno si è risparmiato sui pasti fuori casa (70,9%), l'estetista, il parrucchiere, gli articoli di profumeria (66,2%), i viaggi e le vacanze (68,6%). Sono rimasti pressoché stabili, evidenzia l'Istituto, i tagli sui regali (75,6%) e per il tempo libero (64,8%). Stabile anche il ricorso ai saldi (80,6%) mentre diminuisce la quota di risparmio che incide sulle nuove tecnologie (-5 punti: dal 69,4% del 2016 al 64,4% del 2017). Si riduce, rileva ancora il report, il numero dei consumatori che per l'abbigliamento prediligono punti vendita più economici come grandi magazzini, mercatini e outlet (73,2%; -2,8%). Adnkronos 26

 

 

 

 

Canone Rai per gli iscritti all’Aire. La richiesta di esonero? Un bel problema!

 

ROMA - Come ormai noto dal 2016, per ovviare alla notevole evasione riscontrata in passato in Italia nel pagamento del Canone RAI, questa tassa, pur ridotta da 113 a 100 euro all’anno, è stata addebitata nella bolletta elettrica ed il risultato positivo si è subito visto poiché nel 2016 il Canone ha reso all’erario italiano ben 2,1 miliardi di euro ovvero 500mila euro in più rispetto al 2015! Un successo che ha consentito, per il 2017, una ulteriore riduzione del Canone a 90 euro, a conferma che se tutti pagassero le tasse tutti pagherebbero di meno!

Tuttavia questo nuovo sistema di pagamento del Canone Rai ha complicato indubbiamente la vita degli italiani all’estero che, non possedendo alcun apparecchio televisivo nella loro abitazione in Italia, per non pagare il Canone, devono chiederne l’esonero con una autocertificazione attestante il non possesso di una Tv da spedire all’Agenzia delle Entrate a Torino per lettera raccomandata oppure per via telematica. Innanzitutto per i motivi evidenziati anche da parte dell’onorevole Alessio Tacconi del Pd (sottoscritta pure dai deputati Fedi, Garavini, La Marca e Porta sempre del Pd) con una recente interrogazione al Ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, come il notevole costo della raccomandata dall’estero per la richiesta di esonero dal pagamento (peraltro spesso inefficace con conseguente richiesta di rimborso, sempre per raccomandata!) nonché la sua ripetizione annuale. In secondo luogo per la pratica impossibilità che è stata riscontrata, per quanti vivono all’estero, di procurarsi il pin e la password con l’Agenzia delle Entrate per poter trasmettere per via telematica l’autocertificazione di non possesso di un apparecchio televisivo. Un problema quest’ultimo che la Uim sta cercando di chiarire e risolvere con la stessa Direzione Centrale (Gestione tributi) dell’Agenzia delle Entrate del Ministero delle Finanze. Peraltro da questa Direzione Centrale è stato ulteriormente chiarito che le utenze (tipo quella elettrica) di una abitazione in Italia di un iscritto all’AIRE deve essere innanzitutto da “non residente” e quindi senza alcuna agevolazione tariffaria come invece avviene per le utenze da “residente”. A questo sempre la stessa Agenzia delle Entrate, nella sua recente comunicazione alla Uim, scrive che “(..) la titolarità di un’utenza elettrica di tipo non residenziale non fa venir meno l’obbligo di pagamento del Canone Tv, che permane per i cittadini che, pur residenti all’estero, sono detentori di un apparecchio televisivo in abitazioni a loro disposizione in Italia.”.

Un appello ai parlamentari italiani della circoscrizione Estero . Visto quanto sta accadendo - per superare queste problematiche che complicano certamente la vita a tanti emigrati italiani, in particolare di prima generazione e quindi anziani, che continuano a possedere un’abitazione in Italia - sarebbe auspicabile che, anche per il canone Rai, da parte del parlamento italiano, magari su iniziativa degli eletti nella Circoscrizione Estero, venisse individuata per i pensionati iscritti all’AIRE una soluzione legislativa analoga quella che, nel 2014, consentì per loro l’esenzione dell’IMU e della TASI. Ma non solo, sarebbe anche opportuno che per le utenze delle abitazioni in Italia degli iscritti AIRE non venissero applicate le tariffe più elevate ovvero quelle per le seconde case di vacanza. Come diceva il poeta. ai posteri l’ardua sentenza!

Dino Nardi, Coordinatore europeo Unione Italiani nel Mondo

 

 

 

 

Italiani altrove

 

Non si scrive mai a sufficienza dello “status” dei Connazionali all’estero. Fatto che non trova riscontro con altre realtà migratorie mondiali. Intanto, si continua a lasciare il Bel Paese; sempre più spesso per necessità. I dati ufficiali, riferiti al 2016, evidenziano ben 4.4 08.977 di Connazionali iscritti all’AIRE (Anagrafe degli Italiani residenti all’Estero). Il 48% di questa fitta umanità ha meno di cinquanta anni e gli italiani residenti nel Vecchio Continente, lo scorso anno, erano 3.7 06.790.

 Del resto, il fenomeno migratorio, da noi, non s’è arrestato mai. Tra il 1996 e il 2016, hanno lasciato la Penisola 2.000.000 d’italiani. Si abbandona il Bel Paese per sopravvivere. In maggioranza con lauree e diplomi Questo è quanto. L’Italia, soprattutto in questi ultimi anni, non è in grado d’offrire un lavoro sicuro. Anzi, è sempre più verosimile un procedimento di licenziamento che le normative sul fronte del lavoro non hanno, sufficientemente, “smussato”.

 Se ci soffermiamo all’Europa, quasi tutta “stellata”, ci renderemo meglio conto di quanto “peso” politico potrebbero avere questi italiani che, invece, sono francamente demotivati nel partecipare alla vita della Penisola e non sempre a torto. Per meglio comprendere le cause di un sempre minor interesse per la Patria, ci interessiamo d’Emigrazione da oltre mezzo secolo.

La nostra è sempre stata un’analisi sulla realtà dei fatti. Per una serie di motivi, tutti di libera scelta, abbiamo evitato di tentare di giustificare le cause di questo depauperamento d’umanità. Del resto, i motivi concreti sono tanto evidenti che sarebbe poco efficace riprenderli in considerazione.

 L’Italia ha tanti problemi. Lo riconosciamo. Non, comprendiamo, però, le scarse condizioni favorevoli per chi, italiano a tutti gli effetti, vive sotto un’altra bandiera. L’UE, pur rappresentando, sulla carta, un grande mercato d’uomini e d’iniziative, non prevede una politica occupazionale comune.

 Anche perché gli Stati continuano a sostenere le loro economie interne, più di quelle comunitarie. Ci sono sempre troppi vincoli da sciogliere e aspetti contrastati da chiarire. Essere cittadini dell’Unione avrebbe un senso più compiuto se si evidenziassero mete comunitarie da raggiungere. Invece, con nostro rincrescimento, esistono Stati “avanti” e Stati “indietro”.

 Il mutuo rapporto di collaborazione non esiste; almeno nella realtà. Non c'è, in definitiva, un’economia europea; ma, semmai, l’insieme delle economie dei Paesi membri UE. Non è, ovviamente, una differenza trascurabile e l’Italia ha ancor più da adeguarsi a un’oggettività che non le appartiene. Neppure per il prossimo futuro. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Fissate le retribuzioni convenzionali 2017 per i lavoratori dipendenti italiani inviati all’estero

 

ROMA - Come tutti gli anni anche quest’anno con decreto del 22 dicembre 2016 del Ministero del Lavoro, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 19 gennaio 2017, sono state stabilite le retribuzioni convenzionali dei lavoratori dipendenti italiani inviati all’estero, in via continuativa ed esclusiva, su cui viene applicato il calcolo dei contributi assicurativi obbligatori e delle imposte sul reddito dovuti per il periodo di paga 2017.

Come è noto la legge n. 317 del 1988 ha stabilito l’obbligatorietà delle assicurazioni sociali per i lavoratori italiani operanti all'estero in Paesi extracomunitari con i quali non sono in vigore accordi di sicurezza sociale, alle dipendenze dei datori di lavoro italiani e stranieri. Tali lavoratori sono obbligatoriamente iscritti alle seguenti forme di previdenza ed assistenza sociale, con le modalità in vigore nel territorio nazionale (fatte salve alcune eccezioni):

a) assicurazione per l'invalidità, la vecchiaia ed i superstiti; b) assicurazione contro la tubercolosi; c) assicurazione contro la disoccupazione involontaria; d) assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali; e) assicurazione contro le malattie; f) assicurazione di maternità.

La legge stabilisce inoltre che i contributi dovuti per i regimi assicurativi sopra elencati sono calcolati su retribuzioni convenzionali.

Tali retribuzioni, fissate con decreto del Ministro del lavoro e della previdenza sociale, di concerto con il Ministro del tesoro e con quello delle finanze sono determinate con riferimento e comunque in misura non inferiore ai contratti collettivi nazionali di categoria raggruppati per settori omogenei.

Quindi a decorrere dal periodo di paga in corso dal 1° gennaio 2017 e fino a tutto il periodo di paga in corso al 31 dicembre 2017, le retribuzioni convenzionali da prendere a base per il calcolo dei contributi dovuti per le assicurazioni obbligatorie dei lavoratori italiani operanti all'estero ai sensi del decreto-legge 31 luglio 1987, n. 317 , convertito, con modificazioni, dalla legge 3 ottobre 1987, n. 398 , nonché per il calcolo delle imposte sul reddito da lavoro dipendente, ai sensi dell'art. 51, comma 8-bis, del testo unico delle imposte sui redditi, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917 , sono stabilite nella misura risultante, per ciascun settore, dalle tabelle allegate allo stesso Decreto del 22 dicembre 2016 e che ne costituiscono parte integrante ( in poche parole sia l’Inps che il Fisco, per i versamenti contributivi e per tassare i redditi di questi lavoratori, non vanno a vedere quanto effettivamente corrisposto, ma fanno riferimento ai valori convenzionali stabiliti annualmente) .

Come detto le disposizioni della legge n. 398/87 si applicano ai lavoratori operanti all’estero in Paesi extracomunitari con i quali non sono in vigore accordi di sicurezza sociale.

Per i lavoratori che si spostano nell’ambito dell’Unione europea la normativa di sicurezza sociale applicabile è quella contenuta nei regolamenti CE nn. 883/2004 e 987/2009 e successive modifiche . Sono esclusi inoltre dall’ambito di applicazione della legge n. 398/1987 anche la Svizzera e i Paesi aderenti all’Accordo SEE - Liechtenstein, Norvegia, Islanda – ai quali si applica la normativa comunitaria.

Le retribuzioni convenzionali trovano applicazione, in via residuale, anche nei confronti dei lavoratori operanti in Paesi convenzionati limitatamente alle assicurazioni non contemplate dagli accordi di sicurezza sociale.

Le retribuzioni di cui al decreto citato costituiscono base di riferimento per la liquidazione delle prestazioni pensionistiche, delle prestazioni economiche di malattia e maternità nonché per il trattamento ordinario di disoccupazione per i lavoratori rimpatriati.

Per quanto attiene la parte fiscale è bene evidenziare che le persone fisiche fiscalmente residenti in Italia che prestano attività di lavoro subordinato in un paese estero sono tenuti, in via generale, a dichiarare tali redditi anche in Italia, sempreché le Convenzioni contro le doppie imposizioni stipulate dall’Italia con il paese estero in cui viene effettivamente svolta l’attività lavorativa non preservino la potestà impositiva esclusiva allo Stato in cui tale attività viene svolta.

Marco Fedi e Fabio Porta, Deputati del Pd Estero

 

 

 

 

Rossini (Acli): “La migrazione è la shoah contemporanea”

 

ROMA - È in corso a Roma, presso la struttura Villa Maria, il Seminario internazionale EZA, giunto quest’anno alla sua undicesima edizione.

L’incontro ha per tema “Una nuova politica della migrazione nell'Unione Europea” e nella prima giornata ha registrato numerosi contributi guidati dall’introduzione di Matteo Bracciali, responsabile Internazionale Acli.

Roberto Rossini, presidente nazionale Acli, è intervenuto parlando dell’immigrazione come il tema centrale della riflessione politica perché rappresenta il futuro reale dell’Europa. Rossini ha definito la situazione attuale come una Shoah contemporanea, dove i barconi hanno sostituito i vagoni dei treni della deportazione. «Quando tra 30 anni ci chiederanno “dove eravate?” - ha dichiarato Rossini - noi potremo dire che le Acli sono state dalla parte della difesa dell’essere umano, dalla parte della cultura dell’accoglienza». L’immigrazione, secondo il presidente, è una questione soprattutto culturale, prima che economica e bisogna essere consapevoli che “il passato prima o poi ritorna”.

La serata si è conclusa con la toccante testimonianza di Padre Mussie Zerai, fondatore e presidente di Habeshia, ong per l’integrazione degli immigrati provenienti dal Corno d’Africa, candidato al premio Nobel per la pace nel 2015. Le immagini, i dati e le storie di che ha raccontato, narrano la disperazione di chi è costretto ad affrontare i viaggi in mare, «persone che hanno la stessa nostra dignità, gli stessi nostri diritti, - ha ribadito padre Mussie - che rischiano la propria vita», smontando i vari luoghi comuni di chi vede il migrante come uno scocciatore. Complici del dramma, secondo Zerai, sono anche le imprese e le aziende che hanno investito in Africa, che per interessi tacciono sui diritti negati a quelle stesse persone che sono costrette a fuggire e a venire in Italia.

Oggi, durante la seconda giornata del seminario, il dibattito è incentrato sui processi di comunicazione della migrazione. A conclusione dei lavori, Fabio Meloni, responsabile del dipartimento Comunicazione delle Acli, parlerà di come la narrazione del fenomeno abbia, oggigiorno, una valenza sia etica, perché si tratta di persone in carne ed ossa, che sociale, perché la comunicazione soprattutto sul web diventa uno strumento politico e può influenzare i processi decisionali.

L’incontro terminerà domani, 27 gennaio, con l’intervento di Emma Bonino e la tavola rotonda dal tema “Linee programmatiche per il rilancio della politica europea dell’immigrazione” alla quale parteciperà anche Cecile Kyenge, della commissione Libertà civile, giustizia e affari interni. Mena Rota 26

 

 

 

 

                                                                                              

Quando le mura raccontano la storia

 

Siamo abituati noi italiani alla presenza quotidiana della nostra Storia antica e medievale narrata dalle mura, tanto da rimanere, di solito, del tutto indifferenti a questa realtà millenaria, troppo lontana dall’oggi. Altrove, però, le mura narrano di una Storia più recente, di una Storia che ancora fa male, scava ferite, agita coscienze. Mi riferisco alle mura di due città, Praga e Berlino.

Praga: subito dopo l’ingresso nella zona del vecchio cimitero ebraico, quello per cui Umberto Eco ha scritto il suo ultimo romanzo, si entra in un fabbricato con dei vasti spazi. Le mura, viste da lontano, sembrano decorate da segni piccoli piccoli, fitti, tanti, tutti uguali, ripetuti in maniera quasi ossessiva, niente spazi vuoti, niente margini sulle quattro mura di due stanze grandi, vaste ed alte. Si rimane sconcertati, ma di che si tratta?

 Ecco, avvicinandosi e guardando con attenzione, chiaramente si leggono nomi e cognomi di persone, seguiti da due date, quella di nascita e quella di morte. Diverse le prime, quasi uguali le seconde, narrano il destino di gente di tutte le età, bambini, uomini e donne giovani e anziani. Per ognuno di loro compare una di queste tre date di morte: 1942, 1943, 1944. Entrata concretamente nella storia della shoah, sento intorno a me la presenza inquietante di milioni di ombre di persone innocenti mandate in fumo dall’odio per il diverso, in nome della conservazione della identità cristiana. Mi domando: ma quanti nomi sono? Starà certamente scritto nei registri dell’archivio, non lo so con precisione, migliaia, centinaia di migliaia, milioni. In quei vasti saloni, le ombre afferrano cuore e cervello. Si resta senza parole, senza respiro, il cuore accelera i battiti.

Berlino. A Potsdamer Platz, vedo un pezzo di muro situato in uno spazio aperto, decorato in modo a prima vista incomprensibile. Osservando con attenzione si capisce che altro non sono che gomme americane masticate, appiccicate sul muro, tante, ad altezza d’uomo, più in alto emerge un muro grigio di cemento, un ricordo, un frammento di quello che fu il muro della vergogna.

 Più in là, dopo i grattacieli sontuosi e luminosi proiettati nel futuro, ecco il ricordo di quel mondo passato che produsse il male assoluto. Oggi il male assoluto, a ricordo eterno per la Germania e per il resto del mondo, è testimoniato dal memorial della Shoah degli ebrei. Un ampio riquadro all’aperto riempito da un labirinto di mura di cemento grigio, dove si entra sprofondando sempre di più in ambienti privi di vie d’uscita. Sullo sfondo di quei corridoi da incubo si vedono dai quattro lati le mura della città, ad indicare al visitatore di oggi una via d’uscita.  Accanto, il ricordo della Shoah di Rom e Sinti, fatto di acqua, invece, un tranquillo laghetto in mezzo al verde.

E poi, la Porta di Brandeburgo, semplicissima nel suo ambiente naturale, non appare così grandiosa come nelle immagini a tutti note, anch’essa racconta storia recente. Una storia di chiusure, divisione e odio, vita vissuta per gli anziani, libri di storia per i giovani.

 Da ricordare a questo punto che negli anni ’40 la democrazia americana versò sangue per aiutare l’Europa a liberarsi dagli orrori del nazifascismo.  Pertanto oggi non ci resta che augurarci che il sistema abbia la forza per resistere al ciclone di questo presidente ultraconservatore e rozzo populista che porta al governo i suprematisti bianchi che si dichiarano nazisti. Per ora non su mura storiche il suo nome, ma su sontuosi grattacieli da lui stesso edificati. Emanuela Medoro dip 23

 

                    

 

 

 

Battaglia con la Ue, le divisioni nel governo. Chi andrà con D'Alema

 

La lettera di risposta del governo italiano arriverà a Bruxelles domani come stabilito. Ma sara una risposta interlocutoria, forse lontana da ciò che si aspetta la Commissione europea. La Ue vuole dall'Italia una manovra aggiuntiva dello 0,2 per cento del Pil, pari a 3,4 miliardi di euro. Altrimenti Bruxelles aprirà una procedura d'infrazione per deficit eccessivo. Ma il governo italiano non ha intenzione di pagare quella cifra ne tanto meno di varare una manovra bis proprio nel momento in cui Renzi e il suo Pd si preparano alla sfida definitiva contro i populisti Grillo e Salvini. Nel governo Gentiloni, però, si confrontano due linee, quella del ministro Padoan, più attento alle considerazioni di Bruxelles e quindi disponibile a una nuova spending review e a un ritocco delle accise sulla benzina in grado di recuperare una cifra vicina a quella chiesta da Bruxelles. A Palazzo Chigi invece non vogliono sentir parlare di tasse e tagli. Al massimo di provvedimenti contabili e promesse sul recupero dell'evasione fiscale. Si sente la mano di Renzi dietro questa linea così deludente per Bruxelles. L'ex premier, infatti, ha tutte le intenzioni di giocare la carta della lotta agli "euroburocrati" in modo molto pesante in campagna elettorale per combattere l'anti europeismo di Grillo e Salvini sul loro terreno. Il 13 febbraio nella Direzione del Pd Renzi scoprirà le carte e tornerà all'attacco sulla data delle elezioni. Forzerà la mano chiedendo aprile per ottenere giugno. Ma dovrà battere le resistenze che vengono da Franceschini e Orlando e dovrà parlare con Bersani per evitare che la minoranza di sinistra del Pd esca dal partito per seguire D'Alema ed Emiliano che ormai evocano apertamente la scissione (anche se ne attribuiscono la responsabilità a Renzi per non volere il congresso subito). Lo spettro di un partito di sinistra che raccolga coloro che hanno votato No al referendum e che potenzialmente potrebbe raccogliere il 10 per cento scompiglia i calcoli della maggioranza renziana. E potrebbe attrarre quegli ex Pd come Fassina che già da tempo hanno abbandonato i democratici. GIANLUCA LUZI  LR 31

 

 

 

 

Comitato permanente sugli italiani nel mondo e la promozione del sistema paese

 

Il presidente Porta parla delleaudizioni di Vincenzo De Luca (Maeci) e Michele Schiavone (Cgie) sui profili attuativi della legge “Buona Scuola” riguardanti il sistema dell’insegnamento della lingua italiana all’estero

 

ROMA -  Si sono svolte ieri alla Camera dei Deputati, presso il Comitato permanente sugli italiani nel mondo e la promozione del sistema paese, due audizioni informali sui profili attuativi della legge 13 luglio 2015, n.?107,denominata “Buona scuola”,  con riferimento al sistema della scuola italiana all’estero. Al primo incontro ha partecipato il direttore generale del Maeci per la Promozione del Sistema Paese Vincenzo De Luca. La seconda audizione ha visto l’intervento del segretario generale del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero Michele Schiavone.

Per inquadrare meglio nella dinamica parlamentare queste audizioni e fare il punto sugli argomenti trattati durante gli incontri abbiamo rivolto alcune domande al presidente del Comitato della Camera sugli italiani nel mondo Fabio Porta. 

On. Porta, la legge sulla “Buona scuola” inciderà profondamente anche sull’insegnamento della lingua italiana all’estero. Come si sta evolvendo il dibattito parlamentare sul decreto attuativo della riforma che riguarda direttamente questo settore? 

 “Nella seduta congiunta, svoltasi giovedì scorso, fra la Commissione Esteri e la Commissione Cultura, Scienza e Istruzione, si è deciso di porre in essere due audizioni specifiche per quanto riguarda l’insegnamento della lingua italiana all’estero e tutti i collegamenti alla riforma della ‘buona scuola’ di questo settore. Si è pensato di realizzare una prima audizione con il direttore generale per la promozione del Sistema Paese del Maeci, in quanto questa direzione dopo la riforma dell’organizzazione della Farnesina è l’unica responsabile per il coordinamento delle politiche per la promozione all’estero della cultura e della lingua italiana, e una seconda audizione con il segretario generale del Cgie in particolare per quanto riguarda l’attuazione all’estero della riforma rispetto agli enti gestori dei corsi di lingua italiana. Questi incontri rientrano nel ciclo di audizioni che sta svolgendo prevalentemente la Commissione Cultura in quanto otto decreti su sette riguardano tematiche relative alla scuole in Italia. Un solo decreto concerne l’insegnamento della lingua all’estero e su questa tematica giustamente la Commissione  Esteri ha chiesto di avere una voce in capitolo decidendo di svolgere due audizioni presso il Comitato italiani nel mondo . Ricordo inoltre che queste audizioni sono importanti perché i pareri che verranno redatti a seguito del lavoro delle Commissioni diverranno,  come ha detto lo stesso ministro della Pubblica Istruzione nell’ambito del Consiglio dei ministri, un vincolo per il Governo nell’interpretazione e nell’attuazione dei decreti “buona scuola”. Una volta terminate le audizioni che proseguono in Commissione Cultura , nei seguiremo anche le altre audizioni in quanto potrebbero emergere questioni relative alla realtà all’estero, credo che si andrà avanti rapidamente per i pareri finali delle Commissioni  Esteri e Cultura che potrebbero essere , ma questo non è ancora stato deciso, anche espressi in maniera congiunta.  

Questo per quanto riguarda il percorso parlamentare della riforma, ma quali punti sono stati affrontati nel corso delle due audizioni svoltesi presso il Comitato per gli italiani all’estero con il dirigente del Maeci e il segretario generale del Cgie?

Nella sua audizione il direttore generale per la Promozione del Sistema Paese Vincenzo De Luca ci ha illustrato come il  ministero, anche alla luce della sua riorganizzazione interna, intenda affrontare e seguire tutto questo settore. Il direttore generale si è detto d’accordo su quanto avevo anticipato nella mia introduzione all’audizione e cioè la necessità di dare nell’attuazione del decreto e nella riorganizzazione che ne consegue un’attenzione particolare agli enti gestori che hanno costituito e costituiscono un elemento fondamentale per la promozione della lingua italiana all’estero. Anche il segretario generale del Cgie ha sottolineato con forza la necessità di valorizzare il lavoro degli enti gestori. Schiavone con una certa preoccupazione ha evidenziato l’esigenza di utilizzare le risorse che sono state sia approvate in legge di bilancio, ma anche promesse dal Governo per queste politiche nel corso dell’anno. Vi sono poi altri punti,  che avevo illustrato nel mio discorso introduttivo anche a nome del Comitato, che mi sembrano siano stati recepiti da De Luca e Schiavone. In primo luogo che la riorganizzazione dell’insegnamento all’estero della lingua italiana rappresenta un fatto positivo, e quindi che il decreto stia cercando di coordinare meglio, di aggiornare e anche di razionalizzare gli interventi che come sappiamo sono fatti da vari soggetti ed enti. Però questo a condizione lo che si faccia tenendo conto della pluralità e della ricchezza di questo settore, quindi non solo dal punto di vista della scuola italiana all’estero ma anche dei soggetti privati come gli enti gestori. Un secondo punto è quello della valorizzazione, sia dal punto di vista della quantità che della qualità del peso degli Enti gestori, che oggi sono responsabili per almeno 300.000 studenti e che corrispondono a più dell’80 % dei percettori dei corsi di lingua. Un altro aspetto è quello della valorizzazione del personale assunto in loco che diventa sempre più importante non solo per la razionalizzazione dei costi, ma anche per lo sviluppo del rapporto fra l’insegnamento e le realtà territoriali. Per ultimo voglio ricordare la questione del personale di ruolo del ministero della Pubblica Istruzione distaccato presso il Maeci che in questi anni ha lavorato coordinando i corsi di lingua dal ministero degli Esteri. Un patrimonio importante di competenze ed esperienza, questo personale tiene i rapporti con le scuole, i professori e gli enti gestori cioè coloro che conoscono le realtà all’estero,  che nell’azione di riorganizzazione di questo settore va valorizzato e tenuto nel dovuto conto.

Come si è evoluto il dibattito durante le audizioni e vi sono altri argomenti da segnalare?

Le audizioni sono state improntate all’ascolto, da parte dei parlamentari, delle indicazioni provenienti su questa materia dal Maeci e dal Cgie. Voglio però evidenziare un altro punto e cioè l’esigenza che gli enti gestori vengano definiti in maniera più esplicita dal decreto attuativo della “Buona scuola”che li riguarda. Il decreto li cita infatti soltanto in un paio di passaggi, mentre dovrebbe riferirsi a loro in maniera più chiara, soprattutto tutte le volte che nel testo si parla di enti senza fine di lucro che all’estero sono responsabili per l’insegnamento della lingua e cultura italiana. Gli enti gestori vanno individuati in maniera meno vaga e quindi penso che il parere delle Commissioni servirà a chiarire che il decreto, tutte le volte che si riferisce ad entità senza fine di lucro che a vario titolo all’estero si occupano della promozione delle lingua italiana, sta parlando in maniera prevalente degli enti gestori. Goffedo Morgia, Inform 2

 

 

 

 

 

Scenario Nazionale

 

Sarebbe meglio non essere distratti dalle esternazioni politiche e badare, più adeguatamente, ai numeri e alle percentuali. Il 12% degli italiani, con famiglia, ha perso il lavoro. Attenzione, la percentuale non tiene conto di chi, giovane soprattutto, non l’ha mai avuto. Come a scrivere che su 100 famiglie, dodici sono a rischio “fame”; e non solo alimentare.

 Ci sono spese accessorie che, bene o male, fanno parte dei nostri bilanci sempre più stringati. Anche analizzando, in senso inverso, il grave problema, la questione non cambia. Com’è logico. In teoria, le 88 famiglie, che hanno almeno un membro che lavora, dovrebbero farsi carico, in qualche modo, delle 12 che non ce la fanno più e non per loro demerito. A scriverlo sembra facile. In pratica, è difficile; anzi, concretamente, impossibile. Perché anche nei nuclei non ancora al “tappeto” serpeggia la disoccupazione giovanile e lo stipendio, quando c’è, non basta per tutto.

Ci si accontenta del meno e si riscoprono antichi sapori di una cucina povera e obliata. Se il fenomeno fosse limitato, si potrebbe anche far bel viso a cattiva sorte, ma le proiezioni, più che attendibili, già evidenziano che la percentuale degli occupati stenterà a salire. Per frenare il regresso, dovrebbe tornare la fiducia degli imprenditori. Da come s’è messa in politica, francamente ne dubitiamo. Come ne diffidano gli uomini di partito. Le opportunità sono sempre meno. Stiamo svendendo i pezzi più pregevoli del nostro lavoro. La produttività nazionale andrà a rifiorire altrove e, con lei, emigrerà anche quel benessere che c’era stato promesso con poca buona fede.

Come si evolverà questo 2017? E’ molto difficile azzardare delle previsioni. Certo è che nei mesi si andranno a convogliare tutte le mosse per tentare d’andare “avanti”. Con un Potere Legislativo ed Esecutivo immutato. Condottieri, per la carità, non ne vediamo e non ne vogliamo. Essere statisti è una dote di cui il Bel Paese è privo. I politici che dicono la loro, invece, non si contano. Molte volte, però, sono parole al vento e prive di risorse per ridare dignità a questo nostro Paese.

 Qualche volta, sarebbe più saggio tacere. Con cautela, invitiamo chi ci legge a seguire, con attenzione, le esternazioni “pro” e “contro” dei nostri politici. Gli interventi, resi noti, dovranno avere, per il bene di tutti, validi proponimenti. Dietro i numeri si evidenzia lo scenario di un Paese e di un Popolo spossato. I responsabili del degrado nazionale vengono da lontano e la confusione politica di quest’ultimo decennio ne ha favorita l’impunità.  Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Addio roaming nella Ue, da giugno non si pagherà più

 

Accordo nella notte a Bruxelles sulla riforma del mercato all'ingrosso del roaming, che dovrebbe assicurare entro l'estate l'abolizione per gli europei dei sovrapprezzi per i servizi di telefonia mobile in roaming. Nella notte, informano il Consiglio e la Commissione Europea, la presidenza del Consiglio Ue ha raggiunto un accordo informale con il Parlamento Europeo, in trilogo con la Commissione, su nuovi limiti per i prezzi all'ingrosso, che saranno inferiori di circa il 90% a quelli attuali. 

La riforma, sottolinea il Consiglio, è l'ultima tranche delle misure legislative necessarie a consentire di abolire le commissioni che i clienti al dettaglio oggi pagano per chiamare in roaming (termine che identifica l'insieme delle procedure, delle normative e delle apparecchiature che consentono di rintracciare un terminale mobile che non si trova nella propria rete, ndr) entro il 15 giugno prossimo. 

L'accordo informale deve essere confermato ora dagli Stati membri dell'Ue e dal Parlamento Europeo. La riforma determina quanto gli operatori devono addebitarsi l'un l'altro per usare le rispettive reti per fornire servizi in roaming. Sono stati concordati tetti di 3,2 centesimi di euro al minuto di chiamata voce, dal 15 giugno 2017 e di un centesimo per sms, sempre dal 15 giugno.

L'intesa prevede inoltre una riduzione graduale, da realizzarsi nel corso di cinque anni, per i tetti relativi al traffico dati, portandoli da 7,7 euro per gigabyte (al 15 giugno) a 6 euro per gigabyte (al primo gennaio 2018), 4,5 euro per gigabyte al primo gennaio 2019, 3,5 euro per gigabyte al primo gennaio 2020, 3 euro per gigabyte al primo gennaio 2021, fino a 2,5 euro per gigabyte al primo gennaio 2022.

I nuovi tetti devono essere abbastanza bassi da consentire agli operatori di offrire servizi di roaming senza sovrapprezzo ai loro clienti, senza aumentare i prezzi domestici. Per il vicepresidente della Commissione Andrus Ansip, si tratta "dell'ultimo pezzo del puzzle. A partire dal 15 giugno, gli europei potranno viaggiare nell'Ue senza pagare sovrapprezzi per il roaming. Abbiamo anche fatto in modo che gli operatori possano continuare a competere per fornire le offerte più interessanti sui rispettivi mercati".

"Oggi manteniamo la promessa - prosegue Ansip - ringrazio particolarmente la relatrice del Parlamento Europeo Miapetra Kumpula-Natri (S&D, membro del Partito Socialdemocratico della Finlandia - Suomen Sosialidemokraattinen Puolue, ndr) e tutti i negoziatori dell'Aula, insieme alla presidenza maltese del Consiglio Ue e tutti i coinvolti in questo progresso decisivo. Sono i loro sforzi che lo hanno reso possibile".

L'accordo politico raggiunto la notte scorsa, spiega la Commissione Europea, comporta che "quando viaggeranno nell'Ue, i consumatori potranno chiamare, mandare sms o navigare tramite i loro terminali mobili, pagando lo stesso prezzo che pagano in patria". L'accordo rende il 'roam like at home' (usa il roaming come se fossi a casa tua, lo slogan con cui l'Ue ha battezzato questa operazione) "sostenibile" per le persone e per le imprese, assicurando nel contempo la copertura dei costi e mantenendo i mercati nazionali all'ingrosso per il roaming "concorrenziali".

Con l'intesa in trilogo (un trilogo è un negoziato informale tra i rappresentanti del Parlamento Europeo, della Commissione e del Consiglio per esaminare proposte legislative, con lo scopo di raggiungere un accordo su un pacchetto di emendamenti che sia accettabile sia per il Consiglio che per l'Europarlamento), i consumatori potranno utilizzare i servizi in roaming senza sovrapprezzi quando viaggiano all'estero periodicamente. Tuttavia, qualora superino i limiti previsti dal loro contratto per i servizi in roaming, qualsiasi sovrapprezzo non potrà essere più elevato dei tetti all'ingrosso concordati oggi.

La Commissione condurrà una ricognizione sul mercato all'ingrosso entro la fine del 2019 e fornirà ai colegislatori (Consiglio e Parlamento) una valutazione provvisoria entro il 15 dicembre del 2018. Ora l'Europarlamento e il Consiglio dovranno approvare formalmente l'accordo raggiunto in trilogo; i nuovi prezzi all'ingrosso per il roaming diventeranno applicabili il 15 giugno, consentendo così agli operatori delle tlc di prendere tutte le misure preparatorie necessarie ad introdurre il 'roam like at home' a partire da quella data. Adnkronos 1

 

 

 

 

 

 

Nasce l’ANIM, l’Associazione Nazionale degli Italiani nel Mondo

 

Roma - È nata l’Associazione Nazionale degli Italiani nel Mondo – ANIM, organizzazione non governativa di promozione sociale e di volontariato, apartitica, aconfessionale, interetnica, fondata sull’attività di volontariato dei propri associati. A dare l’annuncio il suo presidente Antonio Peragine, giornalista direttore de Il Corriere Nazionale.

La nuova associazione, che può costituire sedi su tutto il territorio nazionale e internazionale, nasce dalla trasformazione dell’Associazione Baresi nel Mondo, che sin dalla sua nascita nel 2008 si è sviluppata in campo internazionale creando anche un suo organo d’informazione on line denominato Il Corriere Nazionale, organo d’informazione indipendente, aderente alla Federazione Unitaria della Stampa Italiana all’Estero.

Gli obiettivi dell’ANIM, spiega Peragine, "sono quelli di crescere ancora di più in campo mondiale contribuendo a proporre nuove idee ed eventuali soluzioni ai problemi di sempre degli italiani nel mondo e dell’immigrazione straniera in Italia. Lo scopo dell'associazione, tra l’altro, è quello di avere un impatto significativo nelle politiche di cooperazione allo sviluppo, culturale, sociale, formativo e di aiuto umanitario, nazionali, internazionale ed europee".

"L'associazione si impegna a lavorare per la promozione di uno sviluppo umano sostenibile. In tale ambito", continua Peragine, "il lavoro dell'Associazione si ispirerà a principi e direttrici dei grandi vertici mondiali delle Nazioni Unite, nonché agli orientamenti ed alle politiche dell'Unione Europea sulla cooperazione internazionale e sul fenomeno migratorio".

Per attuare concretamente i propri scopi, l'Associazione si propone tra l’altro di realizzare "qualunque iniziativa atta a favorire trasformazioni sociali, economiche e culturali nell'ambito di propri progetti o di programmi e progetti, nazionali, europei ed internazionali, di cooperazione allo sviluppo, di aiuto umanitario, di salvaguardia della pace e di cooperazione decentrata"; inoltre "realizzerà attività di formazione professionale, aggiornamento, perfezionamento stage, tirocini e informazione rivolte tanto al personale docente e non docente della scuola, quanto ad un più vasto arco di soggetti beneficiari, in particolare di giovani, donne, immigrati, nell'ambito di progetti comunitari, nazionali o locali"; e "produrrà e diffonderà propri studi e ricerche, nonché materiali didattici, opuscoli, libri, riviste, audiovisivi, cd, giornale stampati e on line, web tv e quanto riterrà utile agli scopi dell'Associazione stessa".

Nelle intenzioni di Peragine e dei fondatori dell’ANIM c’è inoltre la volontà di "attuare iniziative di tutela verso i figli di emigrati o immigrati orfani o abbandonati o che subiscono maltrattamenti e promuovere intese con soggetti affini che operano nel terzo settore (associazioni di volontariato, organizzazioni non governative, fondazioni e in genere organizzazioni senza scopo di lucro) sia in Italia che all’estero"; nonche di "costituire un osservatorio per il monitoraggio dei fenomeni migratori - Osservatorio dell’Emigrazione Italiana nel Mondo, in sigla OEIM, composto da esperti del settore residenti in ogni parte del mondo per la raccolta e l’aggiornamento dei relativi dati e creare un centro studi per l’elaborazione e la diffusione dei medesimi oltre che a supporto di tutte le iniziative assunte dall’ANIM e di proporre l’USPIM (Ufficio per le Politiche Sociali degli Italiani nel Mondo)".

Ed ancora l’ANIM intende "promuovere progetti di cooperazione nazionale e internazionale finalizzati al miglioramento delle condizioni di vita delle comunità italiane residenti all’estero, contribuendo alla diffusione della lingua e della cultura italiana"; come pure "sviluppare iniziative atte a mantenere e rinsaldare i legami tra l’Italia ed i cittadini emigrati, le loro famiglie e i loro discendenti, al fine di valorizzare il senso dell’identità italiana e rispondere al loro bisogno di radici"; ed infine "assistere i migranti italiani detenuti all’estero e le loro famiglie nella tutela dei loro diritti e dei loro interessi in Italia". (aise 26) 

 

 

 

 

Svizzera: Non si ha diritto ad assegno sociale se proprietari di immobili in altri paesi europei

 

"L'abolizione del segreto bancario in Svizzera sta facendo emergere diversi casi dì irregolarità, tra connazionali. Tanti italiani si trovano infatti a dovere rimborsare alle autorità elvetiche cifre ottenute indebitamente o, nella migliore delle ipotesi, a pagare tasse in via retroattiva, là dove negli anni non abbiano denunciato alle autorità svizzere eventuali patrimoni posseduti in Italia.

In Svizzera esiste da anni un'imposta patrimoniale in virtù della quale, pur venendo pagate solo sul reddito posseduto nel Paese, le tasse vengono calcolate tenendo conto di tutti i patrimoni posseduti, anche eventualmente all'estero. Molti connazionali in passato, probabilmente inconsapevoli di questo obbligo, non hanno dichiarato le proprietà possedute in Italia.

Senonché dal primo gennaio 2018 entrerà in vigore lo scambio automatico dei dati tra le agenzie delle entrate dei due paesi. Al più tardi in quell'occasione le autorità svizzere potranno risalire alle proprietà possedute in un altro paese e potranno chiedere in via retroattiva eventuali tasse non pagate precedentemente.

Stessa cosa per quei cittadini che abbiano usufruito dell'assistenza sociale svizzera per farsi rilasciare prestazioni complementari e/o assegno sociale, nonostante possedessero patrimoni in Italia. In questo caso dovrà essere rimborsato l'importo irregolarmente percepito negli ultimi 10 anni, maggiorato di una pesante sanzione.

Ecco perché è consigliabile approfittare della mini amnistia attualmente in corso in Svizzera al fine di regolarizzare eventuali situazioni pendenti, senza essere gravati da ulteriori penali." Lo ha detto Laura Garavini, della Presidenza del PD alla Camera, nel corso delle serate informative organizzate dalla Uim Svizzera a Pratteln e a Koblenz. Intervenendo insieme al responsabile della Ital UIL Svizzera, Mariano Franzin, la Garavini si è complimentata con gli organizzatori, Antonio Tocco, Pietro Borrini, Giorgio Sigillo, Adriana e Giacomina Carboni per il prezioso lavoro di informazione a favore della nostra numerosa collettività. De.it.press 30

 

 

 

 

Contributi agli enti gestori dei corsi di lingua e cultura italiane

 

Interrogazione di Alessio Tacconi (Pd) al ministro Alfano su stanziamenti del Capitolo 3153

 

ROMA - “L’impegno degli enti gestori dei corsi di lingua e cultura italiana si è meritoriamente ricavato uno spazio importante nelle attività di promozione della nostra lingua all’estero ed è perciò essenziale valorizzare il loro sforzo e il valore aggiunto della loro esperienza maturata sul campo”. Così l’on. Alessio Tacconi (Pd), deputato eletto nella circoscrizione Estero-ripartizione Europa, nell’annunciare la presentazione, oggi, di un’interrogazione al ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale Angelino Alfano per sollecitare una congrua integrazione degli stanziamenti a favore del Capitolo 3153, destinati, appunto a promuovere la diffusione della lingua e cultura italiana concedendo contributi in denaro, in libri e materiale didattico agli enti gestori all’estero delle relative iniziative.

“Il Bilancio di previsione per l’anno 2017 del Ministero degli Affari Esteri – ricorda il deputato - recava inizialmente una dotazione di euro 5.836.603 che, grazie ad un emendamento approvato alla Camera, veniva incrementato di euro 4.000.000 portando la dotazione finanziaria complessiva a Euro 9.836.603”.

“Coerentemente con le indicazioni esternate a più riprese dal Governo che considera priorità assoluta la diffusione e promozione della lingua e cultura italiana all’estero, giustamente ritenuta leva strategica non solo delle politiche migratore ma, complessivamente, del Sistema Paese – ricorda ancora Tacconi – nella legge di Bilancio approvata a dicembre dal Parlamento è stato istituito, presso il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, un fondo da ripartire pari a 20 milioni di euro per l’anno 2017,   30 milioni per l’anno 2018 e 50 milioni per ciascuno degli anni 2019 e 2020 per il potenziamento della promozione della cultura e della lingua italiane all'estero”. “Accogliendo ,poi, - prosegue il parlamentare -   un ordine del giorno presentato in Commissione Affari Esteri il Governo ha ripetutamente manifestato la volontà di integrare, a valere su tale Fondo, lo stanziamento previsto per il Cap. 3153 della Direzione Generale degli Italiani all’estero con un importo di 6 milioni di euro. Tuttavia le voci che in questi giorni girano insistentemente negli ambienti ministeriali e a cui danno vasta eco alcuni organi di informazione fanno tintinnare più di un campanello d’allarme: secondo tali voci, infatti, le richieste   di una manovra aggiuntiva che è giunta al Governo da parte della Commissione Europea potrebbero essere almeno parzialmente soddisfatte recuperando fondi nelle pieghe del bilancio tra quelli stanziati ma non ancora allocati”.

“Ho ritenuto perciò opportuno – conclude Tacconi - interrogare il ministro competente perché si attivi quanto prima per allocare i fondi già stanziati, destinandone una parte, come da impegni più volte assunti e ribaditi, al capitolo destinato ai contributi agli enti gestori per metterli in grado, fin da subito, di programmare serenamente l’attività didattica per l’intero esercizio finanziario”. (Inform 25)

 

 

 

 

Il FAIM incontra le Regioni. Riuniti gli organi a Roma

 

Roma  – Due intense giornate di lavoro hanno caratterizzato le riunioni del Comitato di Coordinamento e del Consiglio Direttivo del FAIM (Forum delle associazioni italiane nel mondo) convocati a Roma il 26 e il 27 gennaio scorsi. Vi era molto attesa per l’incontro con il Coordinamento delle Regioni, considerando l’importanza che gli Enti locali rivestono – soprattutto in questa fase – nel rapporto con le comunità italiane all’estero, un rapporto che molto spesso coinvolge e cointeressa l’associazionismo in emigrazione.La riduzione delle risorse economiche da una parte e la ridotta sensibilità che si registra a livello nazionale rispetto agli italiani all’estero, dovrebbero sensibilizzare tutti gli attori in campo a intensificare azioni progettuali comuni, superando approcci riduttivi, e a indirizzare gli sforzi alla costruzione di reti comuni, in primo luogo tra le diverse realtà regionali. Sono tante, infatti, le questioni annose che attendono risposta e numerose sono quelle nuove che si sono aggiunte, in particolare sul versante della nuova emigrazione e delle nuove mobilità professionali.

Dal punto di vista di una più intensa cooperazione tra istituzioni regionali e mondo associativo, il FAIM ha auspicato che si possa inaugurare al più presto una stagione di politiche interregionali, sviluppando progetti che possano dare risposte ad alcune delle priorità e  delle opportunità in  campo. È decisivo, a tal proposito, che i governi regionali recepiscano rapidamente i cambiamenti che sono intervenuti nella composizione della nostra emigrazione e si dotino di risorse, strumenti e modalità nuove di  azione.

Il Coordinamento delle Regioni in materia di emigrazione, guidato dal Dottor Luigi Scaglione, ha illustrato le complessità che gravano sulle politiche verso gli italiani all’estero ma anche le potenzialità esistenti e i risultati delle azioni innovative che sono state messe in campo in questi ultimi anni.

Al termine dell’incontro il Coordinamento delle Regioni e il FAIM hanno concordato di proseguire e intensificare il confronto nei prossimi mesi con l’obiettivo di  costruire un quadro di riferimento e di operatività che possa essere  messo a disposizione delle istituzioni e del mondo  associativo in generale. L’azione comune si svilupperà in tre direzioni: a) sul piano istituzionale per il rilancio dell’associazionismo sociale e delle consulte, come pure sul sostegno ai progetti di riforma di COMITE e CGIE; b) sul piano dei contenuti con il coinvolgimento reciproco nella costruzione di reti innovative; c) nella compartecipazione alla costruzione dei Forum Paese all’estero.

Nel seguito dei lavori il Consiglio Direttivo (presieduto da Rodolfo Ricci) del FAIM, a cui hanno partecipato i consiglieri provenienti da  Argentina, Australia, Belgio, Francia, Germania, Spagna e Svizzera, nonché i rappresentanti delle Associazioni in Italia, ha valutato e discusso il lavoro svolto dopo l’Assemblea costitutiva (aprile 2016) per dare al Forum gli strumenti occorrenti sul piano organizzativo, amministrativo e operativo per realizzare gli obiettivi che si è dato e affrontare le sfide a cui è chiamato. “Il fondamento della nostra azione – ha dichiarato Franco Narducci, portavoce protempore e rappresentante legale del FAIM – risiede nel manifesto degli Stati Generali svoltisi nel mese di luglio 2015 e che fu approvato dall’ampia rappresentanza dell’associazionismo intervenuta in quell’assise. Una rappresentanza sociale che raccoglie complessivamente una rete di oltre 1’500 associazioni singole e aderenti alle maggiori reti associative nazionali, regionali e di diversi paesi”.

Per la realizzazione dei suoi obiettivi il FAIM potrà contare sulle risorse umane alle quali è stata affidata la responsabilità delle aree funzionali come la costruzione dei Forum Paese, la realizzazione di analisi e approfondimenti sui temi dell’emigrazione con il sostegno del neo costituito Comitato Scientifico – di cui fanno parte importanti esponenti del mondo universitario e della ricerca sociale – e la costruzione di una piattaforma informatica per strutturare forme di comunicazione  e condivisione interna tra gli aderenti e di profilo esterno del Forum. Ma anche attivando gruppi di lavoro specifici, due dei quali sono stati già costituiti, quello sull’Internazionalizzazione e quello su Nuova  Emigrazione e Immigrazione.

Il Direttivo ha infine approvato le quattro relazioni  introduttive e le proposte di attività del Comitato di Coordinamento, integrate  dai diversi suggerimenti e indicazioni degli altri interventi e l’adesione dei  nuovi membri, previa conclusione dell’istruttoria in corso e  che porterà a una  ratifica al prossimo Consiglio Direttivo di giugno 2017. La compagine di  aderenti al FAIM salirà, con questa integrazione a oltre 100 associazioni tra  federazioni nazionali e regionali, federazioni estere e singole associazioni. Faim 30

 

 

 

 

 

L’appello del Ctim alla Città di Bergamo: Dedicare una via a Mirko Tremaglia

 

ROMA - “Una via o una piazza della sua Bergamo, dedicata a chi, gia? Medaglia d’Oro, ha dato lustro alla propria citta? natale, tanto in Italia quanto nei cinque continenti che ha instancabilmente visitato per incontrare i ‘suoi’ italiani”. Così un appello apparso sull'ultimo numero del mensile del Ctim “Prima di Tutto Italiani” rivolto alla città lombarda . Riprende una sua vecchia  battaglia il Ctim-Comitato Tricolore per gli Italiani nel Mondo ,fondato nel 1968 “dal primo ed unico ministro per gli Italiani nel Mondo on. Mirko Tremaglia, decano del Parlamento italiano” scomparso nel dicembre 2011 nella sua città.

“Tremaglia  era rispettato – si sottolinea dal Ctim -  per il suo impegno istituzionale e politico da tutte le parti politiche, anche da quelle che ideologicamente gli erano avverse. Rispettato perche? riconosciuto intellettualmente onesto, perché? a sua volta rispettoso e dotato di una inimitabile passione politica. Era inoltre amato dai connazionali all’estero per la sua battaglia quarantennale, vera e non ipocrita, con l’obiettivo poi raggiunto di far cambiare la Costituzione per ben due volte da parte del Parlamento Italiano e giungere ad essere ‘il padre del voto all’estero’”. Tra l’altro lo scorso anno, in occasione di un seminario del Ctim tenuto a Roma in Senato sulla figura di Tremaglia, era stato il segretario generale del Ctim, l’ex deputato Roberto Menia, a proporre all’allora ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, attuale presidente e del Consiglio, di dedicare una sala della Farnesina al fondatore del Ctim.

“Oggi, in attesa di una risposta dal neo ministro degli Esteri Angelino Alfano, - osserva il direttore di Prima di Tutto Italiani, Francesco De Palo - ci sembra doveroso tornare a caldeggiare la proposta dell’intitolazione di una via a Bergamo. Vi sono meriti indelebili di un personaggio che ha contribuito instancabilmente al miglioramento della democrazia, dando speranza e diritti ai connazionali sparsi nel mondo. Per cui l’intitolazione di una strada nella sua citta? sarebbe un gesto dovuto e di grande rispetto, un riconoscimento, legittimo e gradito, per chi ha declinato la politica con passione e pragmatismo; per chi non si e? sottratto a viaggi e richieste da coloro che hanno dovuto scegliere la via dell’emigrazione; per chi, con il tricolore nel cuore, ha portato orgoglio e italianità? lontano da casa. Per chi ha fatto politica. Davvero”. (Inform 3)

 

 

 

 

Scuole all’estero. Concorso per il 150° di Pirandello

 

Roma - Nel 2017 ricorre il 150 anniversario della nascita di Luigi Pirandello, uno dei maggiori protagonisti del Novecento letterario, insignito del Premio Nobel per la letteratura nel 1934. Nell’ambito delle iniziative promosse dal Ministero degli Affari Esteri, in raccordo con il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, si è deciso di estendere il concorso nazionale "Uno, nessuno e centomila", anche alle scuole italiane all'estero, secondarie di II grado, statali e paritarie, e alle sezioni italiane presso le scuole straniere e internazionali, comprese le scuole europee.

L’iniziativa è organizzata in collaborazione con il Distretto Turistico "Valle dei Templi", "La Strada degli Scrittori" e la Fondazione Teatro "Luigi Pirandello" di Agrigento.

Il concorso prevede la realizzazione della sceneggiatura di un corto teatrale ispirato ad una novella dello scrittore agrigentino. Le sceneggiature, selezionate da un'apposita Commissione, saranno rappresentate in occasione delle manifestazioni legate alle celebrazioni dell'anniversario della nascita del drammaturgo, che si svolgeranno nella città natale, Agrigento, e in molte università e centri di cultura in Italia e nel mondo.

Gli elaborati dovranno pervenire all'indirizzo concorsopirandello150@stradadegliscrittori.it e, per conoscenza, a serena.bonito@esteri.it entro e non oltre il 15 marzo 2017.

Il premio consisterà in un'opera realizzata a cura dell'Accademia di Belle Arti "Michelangelo" di Agrigento. Gli studenti vincitori avranno l'opportunità di rappresentare l'opera teatrale ad Agrigento, nel mese di maggio nell'ambito del Festival della Strada degli Scrittori, durante le celebrazioni dell'anniversario della nascita del drammaturgo siciliano, promosse dal Comune.

Oltre a concorrere per il Premio, è prevista la possibilità, per le scuole all'estero che vorranno coglierla, di essere ammesse anche fuori concorso a rappresentare il corto teatrale in occasione delle celebrazioni. (aise 26) 

 

 

 

 

Premio Renato Appi. Dedicata al cinema la nona edizione

 

Le opere devono riguardare aspetti ed espressioni della cultura e della vita rurale del Friuli Venezia Giulia o di altre regioni italiane. Partecipazione aperta a tutti. Il bando scade il 15 settembre

 

CORDENONS  (Pordenone) – Nona edizione del Premio Renato Appi: il Gruppo Cordenonese del Ciavedal in collaborazione con il Comune di Cordenons, l'Ente Friuli nel Mondo, la Società Filologica Friulana, l'Università degli Studi di Udine, intendendo ricordare e valorizzare la figura e l'opera di Renato Appi (1923-1991), insigne cultore e studioso della cultura friulana, bandisce la IX edizione del Premio a lui intitolato. La partecipazione al Premio è gratuita e aperta a tutti.

Dopo alcune edizioni dedicate alla poesia, alla letteratura e al teatro, è la volta del cinema, un'altra delle espressioni artistiche in cui si è manifestata la produzione intellettuale e culturale di Renato Appi, che incentrò le sue realizzazioni cinematografiche in particolare sulla vita e le tradizioni del territorio e della comunità friulana.

Il tema della IX edizione del Premio è: “Immagini e suoni dal mondo contadino”.

Le opere devono riguardare aspetti ed espressioni della cultura e della vita rurale (tradizionale e contemporanea) del Friuli Venezia Giulia o di altre regioni italiane (anche qualora il loro luogo di manifestazione sia diverso e distante da quello d'origine).

Sono ammessi al premio cortometraggi, documentari, inchieste, film di animazione. Le opere dovranno pervenire entro il 15 settembre 2017. La premiazione si terrà il 1° dicembre 2017 a Cordenons. Per Bando e informazioni si veda http://www.friulinelmondo.com/wp-content/uploads/2016/12/0-Bando-Premio-Appi.pdf.   dip

 

 

 

 

 

EU-Gipfel in Malta. Der EU eine Zukunft geben

 

Die Staats- und Regierungschefs der EU haben in Valletta einen Zehn-Punkte-Plan zur Migration beschlossen. In einer zweiten Arbeitssitzung geht es nun um die gemeinsame Zukunft der EU. "Europa hat sein Schicksal selbst in der Hand", so Bundeskanzlerin Merkel.

 

Was wurde beschlossen?

Die Staats- und Regierungschefs haben einen Zehn-Punkte-Plan zur Migration beschlossen. Die EU will künftig die Kooperation mit Libyen intensivieren. Geplant ist, Organisationen, Regionen und Gemeinden in dem Land zu unterstützen. Hierzu werden finanzielle Mittel bereitgestellt.

Die Zahl der Flüchtlinge, die nach Europa kommt, geht kontinuierlich zurück. Gleichzeitig ertrinken jedes Jahr mehr Flüchtlinge im Mittelmeer. 2016 gab es allein 4.600 Tote.

Um Flüchtlingsboote von der lebensgefährlichen Überfahrt abzuhalten, wird die libysche Küstenwache ausgebildet. Die Marineoperation Sophia wird beim Schutz der libyschen Hoheitsgewässer eine unterstützende Rolle übernehmen.

An der libyschen Küste sollen gemeinsam mit den Hilfsorganisationen UNHCR und IOM angemessene Aufnahmekapazitäten und menschenwürdige Bedingungen für Flüchtlinge gewährleistet werden.

Bundeskanzlerin Angela Merkel stellte mit Blick auf die zentrale Mittelmeerroute fest: "Die Arbeiten zum Thema Flucht und Migration nehmen jetzt Gestalt an." Es gehe weiter darum, die illegale Migration, die Schlepper und die mafiösen Strukturen zu bekämpfen. Merkel hob die bereits bestehenden Migrationspartnerschaften mit afrikanischen Ländern hervor. Es gebe aber weiterhin sehr viel zu tun.

Gemeinsam handeln in der Welt

Thema beim gemeinsamen Mittagessen der Staats- und Regierungschefs war die Rolle Europas in der Welt. Dabei hätten die Gipfelteilnehmer ihre gemeinsame Wertebasis hervorgehoben und ein Bekenntnis zu Multilateralismus abgegeben, so Merkel.

Man sei sich einig gewesen, dass die EU auf dem Weg zu mehr Freihandelsabkommen weiter vorangehen solle. Europa müsse einheitlich handeln. "Wir haben unser Schicksal selbst in der Hand", erklärte die Bundeskanzlerin.

Auf der Basis der gemeinsamen Werte werde die EU die transatlantische Kooperation suchen, so Merkel. Dabei werde es Punkte geben, "in denen wir übereinstimmen, zum Beispiel im Kampf gegen den internationalen Terrorismus". Und es werde Punkte geben, in denen es keine Übereinstimmung gebe.

Der Kampf gegen den Terror rechtfertige keinen Generalverdacht gegen Menschen aus einer bestimmten Region oder eines bestimmten Glaubens.

60 Jahre EU - Rückblick oder Blick in die Zukunft?

Am Nachmittag werden die EU-27 (ohne die britische Premierministerin May) über die künftige Entwicklung der EU diskutieren. Am 25. März begeht die Gemeinschaft in Rom den 60. Jahrestag der Unterzeichnung der Römischen Verträge.

Ziel des sogenannten Bratislava-Prozesses im Vorfeld war es, eine gemeinsame Vorstellung zu erarbeiten, wohin sich die EU in den kommenden Jahren entwickeln soll. Ganz wichtig dabei: Die Bürgerinnen und Bürger Europas müssen vom Mehrwert der EU überzeugt werden. Erste Ergebnisse des

Prozesses werden in Rom vorgestellt. Pib 3

 

 

 

EU-Gipfel einigt sich auf Libyen-Strategie

 

Italien hatte bereits am Donnerstagabend eine Vereinbarung mit der libyschen Einheitsregierung in der Flüchtlingskrise geschlossen.

Italien hatte bereits am Donnerstagabend eine Vereinbarung mit der libyschen Einheitsregierung in der Flüchtlingskrise geschlossen.

Im vergangenen Jahr kamen 181.000 Flüchtlinge über das Mittelmeer nach Italien. Die EU-Staaten wollen nun ihre Kooperation mit Libyen verstärken.

Die EU-Staats- und Regierungschefs haben sich bei ihrem Gipfel in Malta auf eine gemeinsame Strategie im Umgang mit der Flüchtlingskrise im zentralen Mittelmeer verständigt. Die 28 EU-Staaten vereinbarten zehn „Prioritäten“ zur Unterstützung des nordafrikanischen Transitlandes Libyens, wie aus einer Erklärung hervorgeht. Kurzfristig aufgenommen wurde darin ein Verweis auf ein am Donnerstag geschlossenes Flüchtlingsabkommen zwischen Libyen und Italien.

Die Erklärung der Staats- und Regierungschefs sagt eine verstärkte Hilfe bei Ausbildung und Ausrüstung der libyschen Küstenwache zu, um wirksamer gegen Schmuggler auf der Route von Libyen nach Italien vorzugehen. Zudem sollen internationale Organisationen dabei unterstützt werden, die Zustände in libyschen Flüchtlingslagern zu verbessern. Die freiwillige Rückkehr von Flüchtlingen in ihre Heimat soll gefördert und der Grenzschutz zu Libyens Nachbarländern verstärkt werden.

Anstieg im Frühjahr erwartet

Italien hatte bereits am Donnerstagabend eine Vereinbarung mit der libyschen Einheitsregierung in der Flüchtlingskrise geschlossen. Libyen wurde dabei Geld, die beschleunigte Ausbildung der libyschen Küstenwache und Ausrüstung versprochen.

Vereinbart wurden „vorübergehende Aufnahmelager in Libyen unter ausschließlicher Kontrolle des libyschen Innenministeriums“. In sie sollen Flüchtlinge zur Abschiebung in ihre Heimatländer oder bei einer freiwilligen Rückkehr gebracht werden. Finanziert werden sollen sie zunächst durch Italien und gegebenenfalls später auch durch EU-Gelder.

Im vergangenen Jahr waren 181.000 Flüchtlinge in Italien eingetroffen, so viele wie nie zuvor. 90 Prozent kamen über Libyen. Die EU fürchtet ab dem Frühjahr einen neuen starken Anstieg der Flüchtlingszahlen über diese Route. Nach Angaben von EU-Vertretern gibt es Schätzungen, wonach derzeit 300.000 bis 350.000 Flüchtlinge in dem nordafrikanischen Land auf die Überfahrt nach Europa warten. EA/AFP 3

 

 

 

 

EU-Flüchtlingspolitik. Was ist beschlossen und was steht noch aus?

 

Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) reist heute in die Türkei, am Freitag treffen sich auf Malta die EU-Staats- und Regierungschefs. Bei beiden Terminen dürfte die Flüchtlingskrise oben auf der Agenda stehen. Das MiGAZIN gibt einen Überblick, was auf EU-Ebene dazu beschlossen wurde und was noch aussteht.

Von Phillipp Saure

 

Was ist geplant und beschlossen? Die EU und die Türkei haben am 18. März 2016 eine Vereinbarung geschlossen. Danach nimmt die Türkei alle Migranten wieder auf, die von ihrem Territorium irregulär auf die griechischen Inseln übersetzen. Dies gilt, wenn die Menschen in der EU kein Asyl erhalten. Im Gegenzug hat die EU unter anderem drei Milliarden Euro für die Flüchtlinge in der Türkei zugesagt sowie die Aufhebung der Visumpflicht für türkische Staatsbürger.

Was steht aus? Die Zahl der Ankömmlinge auf den griechischen Inseln hat drastisch abgenommen: Von im Schnitt über 1.700 Menschen täglich kurz vor dem Pakt auf rund 80 im Herbst 2016. Dennoch kamen dem aktuellen EU-Bericht vom Dezember zufolge immer noch mehr Menschen täglich an, als in die Türkei zurückgebracht wurden. Die EU-Kommission drängt deshalb die griechischen Behörden, die Asylverfahren zu beschleunigen und die anderen EU-Staaten, Griechenland wie versprochen mit Asylexperten zu helfen. Die Türkei kritisiert, dass die versprochenen Zahlungen ausgeblieben sind. Eine Aufhebung der Visumpflicht ist ebenfalls nicht erfolgt.

Neuer Grenz- und Küstenschutz:

Was ist geplant und beschlossen? Der EU-Grenze und Küstenschutz, kurz Frontex, wurde gestärkt. Die EU-Institutionen haben das einschlägige Gesetz unter dem Druck der Flüchtlingskrise in einem Dreivierteljahr verabschiedet – eine ungewöhnlich kurze Zeit für die EU. Im Oktober wurde der Startschuss für das neue Frontex gegeben.

Was steht aus? Die Soll-Stärke der Kerntruppe von 1.500 Einsatzkräften, die innerhalb von Tagen an besonders betroffene EU-Grenzen verlegt werden sollen, ist erreicht. Es fehlt aber noch an Ausrüstung, vor allem an Patrouillenbooten und Hubschraubern.

Kooperation mit Libyen:

Was ist geplant und beschlossen? Nach der Entspannung auf der Türkei-Route richtet sich die Aufmerksamkeit auf das zentrale Mittelmeer. Auf der zentralen Mittelmeerroute gelangen neun von zehn Migranten über Libyen in die EU. Daher will Europa eine bessere Zusammenarbeit mit dem nordafrikanischen Land.

Was steht aus? Eine grundlegende Stabilisierung Libyens. Die EU-Außenbeauftragte Federica Mogherini weist immer wieder darauf hin: Einen Pakt nach dem Vorbild des EU-Türkei-Pakts kann es mit dem zerrütteten Land, dessen Regierung nur einen Teil des Territoriums kontrolliert, in absehbarer Zeit nicht geben – punktuelle Kooperation etwa beim Training der Küstenwache aber sehr wohl.

Verteilung von 160.000 Flüchtlingen:

Was ist geplant und beschlossen? Im September 2015 beschlossen die EU-Innenminister, vor allem Griechenland und Italien in der Flüchtlingskrise zu entlasten. Bis September 2017 sollten bis zu 160.000 Menschen in anderen EU-Ländern unterkommen.

Was steht aus? Vergangene Woche waren erst 11.000 Menschen im Zuge dieses Mechanismus umverteilt. Zudem steht eine Entscheidung des Europäischen Gerichtshofes aus, denn Ungarn und die Slowakei haben gegen die Umverteilung geklagt.

Reform des Dublin-Systems:

Was ist geplant und beschlossen? Das Dublin-System regelt, welcher EU-Staat für Asylanträge zuständig ist. Meist ist es das Ersteinreise-Land, also de facto vor allem die Südländer. Wegen dieser Einseitigkeit hat die EU-Kommission eine Reform auf den Weg gebracht.

Was steht aus? Der Reformvorschlag behält das Ersteinreise-Land bei. Um die Lasten besser zu verteilen, soll allerdings bei großen Migrantenzahlen ein Solidaritätsmechanismus greifen und die Menschen auf andere Länder verteilen. Die Kommission kann dies aber nur vorschlagen: Entschieden wird vom Europaparlament und den EU-Regierungen. Und für diese ist ein Knackpunkt natürlich wieder die Lastenverteilung, die schon bei der Verteilung der 160.000 wenig funktioniert. (epd/mig 2)

 

 

 

Denkmäler des Fluchtdramas: Kunstinstallation „Lampedusa 361“ imaginiert Friedhof auf dem Dresdner Theaterplatz

 

Friedenspreis für Ehepaar aus Agrigent, das totes Flüchtlingsmädchen in ihr Familiengrab aufnahm

 

Allein im vergangenen Jahr ertranken auf ihrer Flucht über das Mittelmeer mehr als 5000 Menschen.   Vor allem vor der Küste Siziliens   sterben Flüchtlinge seit mehr als 20 Jahren. Die Gräber der toten Kinder, Frauen und Männer   auf sizilianischen Friedhöfen sind die Denkmäler dieser Tragödie.     Eine   Kunstinstallation auf dem Dresdner Theaterplatz zeigt nun vom Freitag, 10. bis Dienstag, 14. Februar in einer ungewöhnlichen Präsentationsform ein erstes Mal Fotos dieser Gräber. 90 Fotografien wurden auf großformatige Matten gedruckt und werden auf den Platz gelegt. So entsteht der Eindruck eines Friedhofes. Auf Tafeln hinter den Grabmatten wird die Geschichte der Flüchtlingsgräber auf Sizilien erzählt.

Da einige Friedhöfe wie der auf Lampedusa nicht mehr die Kapazität haben, weitere Opfer zu bestatten, werden die Verstorbenen inzwischen überall im Land begraben. So findet man   Gräber der Ertrunkenen auch in kleinen Bergdörfern hunderte Kilometer vom Meer entfernt. Die Fotos entstanden auf 25 Friedhöfen von Lampedusa bis Agrigent, von Corleone bis Catania, von Palermo bis Syrakus.   Das Projekt „Lampedusa 361“ führt   diese über ganz Sizilien   verstreuten Gräber zusammen, um ein Bild zu vermitteln von der Größe dieser Tragödie.

Viele der Opfer konnten nicht identifiziert werden und wurden deshalb in anonymen Nummerngräber     begraben. Aber es gibt auch Namen und Fotos der Verstorbenen auf Grabsteinen. Wie der des vierjährigen syrischen Jungen Muhammed Alabdullah in Ribera. Seine Eltern suchten ihn, hofften, er habe überlebt und veröffentlichten ein Foto. Der Arzt, der die Autopsie am Leichnam des Kindes vorgenommen hatte, erkannte es. In Agrigent sind in einem Grabhaus Fotos zu sehen von einer jungen Frau, die mit ihren drei kleinen Kindern starb.

„Lampedusa 361“ soll die große Leistung der italienischen Gesellschaft dokumentieren, den Opfern einer der großen Tragödien in der Geschichte der Menschheit im Tod ein Stück Würde zurückzugeben.

Das Kunstprojekt ist eine Gemeinschaftsveranstaltung der Stadt Dresden und der Organisation Friends of Dresden Deutschland e. V.. Es wird am Freitag, 10. Februar 2017, 11.00 Uhr eröffnet.  

 

Sizilianisches Ehepaar nahm totes Flüchtlingsmädchen in Familiengrab auf   und wird für diese Geste in Dresden geehrt

Zu den gezeigten Fotos auf dem Theaterplatz gehört auch das des Grabes der Familie Gelardi in Agrigent. Das Ehepaar Amalia und Guiseppe Gelardi hatte im Oktober 2013 Kiflay Wegahta aus Eritrea in ihrem Familiengrab bestattet. Als am 3.10. 2013 vor Lampedusa 368 Flüchtlinge ertranken, wandte sich das Ehepaar Gelardi an die Behörden in Agrigent. Sie fragten an, ob sie einen Flüchtling aufnehmen könnten, einen toten, in ihr Familiengrab.   „Die Flüchtlinge sollten doch wenigstens in Würde begraben werden“, erklärt Amalia Vullo Gelardi ihren Entschluss.

Für ihre große menschliche Geste erhält das Ehepaar einen mit 2000 Euro dotierten Sonderpreis zum diesjährigen Internationalen Friedenspreis „Dresden-Preis“. Hauptpreisträger ist Domenico Lucano, der als Bürgermeister von Riace in Kalabrien ein einzigartiges Modell des Willkommens für Flüchtlinge geschaffen hat.

Der Dresden-Preis wird   am Sonntag, 12. Februar 2017, 11 Uhr in der Semperoper Dresden verliehen. Der Preis wird gefördert von der Klaus Tschira Stiftung. www. dresdner-friedenspreis.de (de.it.press)

 

 

 

 

Deutschland würdigt Umberto Eco ein Jahr nach seinem Tod

 

In über 25 deutschen Städten, von den Metropolen Berlin und Hannover bis hin zu kleinen Orten der Provinz, vom norddeutschen Land Schleswig-Holstein bis nach Bayern, wird am zweiten März, fast gleichzeitig ein Lesemarathon stattfinden, um an das Werk des großen italienischen Schriftstellers und Philosophen zu erinnern.

 

Aus Anlass dieser großen kollektiven Ehrung wird eine umfassende Auswahl von Texten aus dem umfangreichen Werk Umberto Ecos geboten, die seine verschiedenen Facetten, seine vielen Leidenschaften und seine unterschiedlichen Stile und Sprachregister reflektieren.

 

Die Texte von Umberto Eco, werden - sei es in deutscher Übersetzung oder in der Originalsprache - außer von Schauspielern und Schauspielerinnen, von Lehrern, Journalisten, Politikern gelesen und von vielen einfachen Bürgern, vereint nicht nur in der Leidenschaft zu Umberto Eco, sondern auch zur italienischen Sprache und Kultur.

 

Es ist kein Zufall, dass diese außergewöhnlichen, gleichzeitig stattfindenden Veranstaltungen von der VDIG, der Vereinigung Deutsch-Italienischer Kultur-Gesellschaften e.V., die seit über 60 Jahren in Deutschland verwurzelt ist, veranstaltet und betreut werden.

 

Der Lesemarathon des 2. März 2017 schließt sich in der Tat an die äußerst gelungenen ähnlich gestalteten Veranstaltungen der Jahre 2014/15 und 2016, die –  auch dank der Initiative der VDIG – Dante und Goethe gewidmet waren.

 

Die Familie Umberto Ecos unterstützt den Lesemarathon ebenso wie der Verlag Carl Hanser, der Ecos Werke in deutscher Sprache verlegt hat. Am 30. Januar 2017 ist „Pape Satàn" erschienen – „Ein letztes Geschenk an seine Leser", so der Verlag.

Weitere Informationen sowie Veranstaltungsübersicht:

www.italien-freunde.de > Projekte > 2017 > Umberto Eco Lesemarathon

Informationen zur VDIG: www.italien-freunde.de. (de.it.press)

 

 

 

EU-Kommission erlaubt Deutschland weiter Grenzkontrollen

 

Brüssel  will die Grenzkontrollen in Flüchtlingskrise bis Mitte Mai verlängern.  Deutschland hatte wegen der hohen Flüchtlingszahlen im September 2015 Kontrollen an der Grenze zu Österreich eingeführt.

Die EU-Kommission erlaubt im Zuge der Flüchtlingskrise Deutschland und vier weiteren Ländern des Schengen-Raums für weitere drei Monate Grenzkontrollen. Die Brüsseler Behörde teilte am Mittwoch mit, dass sie den EU-Rat als Vertretung der Mitgliedsstaaten um Zustimmung gebeten habe. Neben Deutschland können demnach die EU-Staaten Österreich, Dänemark, Schweden sowie das zum eigentlich kontrollfreien Schengen-Raum gehörende Norwegen ihre Überprüfungen an den Grenzen aufrecht erhalten.

Die Situation habe sich zwar deutlich verbessert, sie müsse sich aber noch weiter verfestigen, sagte der Vizepräsident der EU-Kommission, Frans Timmermans. Bundesinnenminister Thomas de Maizière  hatte bereits angekündigt, dass es an der Grenze zu Österreich über den 15. Februar hinaus Kontrollen geben soll.

Die Maßnahmen waren im September 2015 beschlossen worden, nachdem immer mehr Flüchtlinge – vor allem aus dem Bürgerkriegsland Syrien – über die Türkei und den Balkan nach Deutschland und Nordeuropa gekommen waren. Die Länder entlang der sogenannten Balkanroute hatten daraufhin ihre Grenzkontrollen deutlich verstärkt, bevor die EU mit der Türkei ein Abkommen über die Rückführung von Migranten schloss. Seitdem sind die Flüchtlingszahlen Richtung Mitteleuropa deutlich zurückgegangen. EA 25

 

 

 

Menschen, die Schutz brauchen, niemals ablehnen

 

Kommentar von Dr. Alberto Friggieri, Botschafter der Republik Malta

 

Kommentar von Dr. Alberto Friggieri, Botschafter der Republik Malta in Deutschland. Malta nahm am 1. Januar 2017 den Vorsitz des EU-Rates ein.

Die Flüchtlingsherausforderung kennen wir in Malta sehr gut. Die ersten Flüchtlinge kamen schon 2002 bei uns an. Man sprach damals meistens von „irregulären Einwanderern“. Sie strandeten an Maltas Küste oder wurden durch unsere kleine Küstenwache gerettet und an Land gebracht.

Malta ist der Mitgliedstaat, der die meisten Zuwanderer pro Kopf beherbergt. Und wir haben auch eine der höchsten Anerkennungsraten für Asylanträge. Momentan kommen weniger Flüchtlinge bei uns an, aber das kann sich rasch ändern. Malta hält sich an den Verteilungsmechanismus und nimmt Flüchtlinge von Italien und Griechenland auf.

Wir haben seit vielen Jahren betont, dass die Flüchtlingsherausforderung nicht nur die europäischen Mittelmeeranrainerstaaten betrifft. Als die Flüchtlingswelle im Mittelmeer größer wurde, sagte Malta – wie die anderen Anrainer auch – dass die Einwanderung eine Herausforderung für Europa, für die EU als Ganzes sei. Malta hat die nicht direkt betroffenen Mitgliedstaaten stets um Solidarität gebeten. Lange Jahre haben wir kaum Unterstützung erhalten. Wir mussten es alleine bewältigen. Dann kamen Flüchtlinge und Migranten über die Balkanroute und erreichten Länder, die vorher kaum betroffen waren. Erst dann – aber dann ziemlich rasch – wurde die Frage als die größte Bewährungsprobe in der Geschichte der EU anerkannt.

Wir glauben heute immer noch: Wir müssen in Europa angesichts dieser Herausforderung eng zusammenhalten, so wie wir in der Finanzkrise und angesichts anderer schwieriger Situationen in der Vergangenheit zusammenhielten. Natürlich müssen wir unsere Außengrenzen besser schützen. Und doch werden wir Personen in Not retten und so gut es geht helfen – das ist eine moralische und eine rechtliche Pflicht. Malta wird Menschen, die Schutz brauchen, niemals ablehnen.

Ein Hauptziel unserer im Januar aufgenommenen EU-Ratspräsidentschaft ist deshalb die Stärkung und Straffung des Gemeinsamen Europäischen Asylsystems, damit eine gerechtere Verteilung der Migrationslast zwischen den Mitgliedstaaten erzielt werden kann. Die Dublin-Verordnung, wonach das Land für die Aufnahme von Flüchtlingen zuständig ist, das sie zuerst erreichen, ist angesichts der großen Anzahl von Hilfesuchenden nicht angemessen.

Auf dem EU-Afrika-Migrationsgipfel in Malta im November 2015 wurde an dem Konzept gearbeitet, wonach die Regierungen von afrikanischen Staaten, aus denen viele Flüchtlinge stammen oder die als Transitländer dienen, gebeten und ermutigt wurden, mitzuwirken. Zusammen mit der Europäischen Kommission wird sich Malta um den Ausbau dieser Partnerschaften bemühen. Der externe Investitionsplan der EU muss ausgebaut werden; unsere Politiker in Malta sprachen in der Vergangenheit manchmal von einem „Marshall-Plan“ für gewisse Länder Afrikas. In diesem Monat wird in Malta ein Folgetreffen stattfinden, um den Fortschritt seit dem EU-Afrika- Gipfel vom Herbst 2015 zu prüfen und Folgeschritte zu vereinbaren.

Wir müssen die Menschenschmuggler bekämpfen. Und wir müssen praktische legale Wege der Einwanderung in Mitgliedstaaten ermöglichen, die Menschen aufnehmen können. Wir möchten, dass das EASO (European Asylum Support Office), das seinen Sitz in Malta hat, in eine vollwertige Agentur der EU umgestaltet und zu einem wichtigen Element für die Reform des Gemeinsamen Europäischen Asylsystems wird.

Es handelt sich also um einen breiten Komplex von Herausforderungen. Aber auch hier, wie bei der Lastenverteilung, müssen alle EU-Mitgliedstaaten zusammenhalten und eine gemeinsame Front bilden. Natürlich kann man diesen Problemen den Rücken kehren und sagen, das Ganze geht mich nichts an. Die Probleme sollen die Anderen lösen. Das ist aber sicherlich nicht die Idee einer Gemeinschaft wie die der Europäischen Union. Wir sind doch in einer Union, um uns gegenseitig zu unterstützen.

Was sollen wir in Malta, oder was sollen die Menschen auf der italienischen Insel Lampedusa tun, wenn Menschen halbtot an unseren Küsten stranden oder dabei sind zu ertrinken? Sollen wir etwa so tun, als ob wir sie nicht wahrnehmen, als ob das keine Menschen wären? Das tun wir nicht einmal Delfinen an. Wenn Delfine sich verirren und an unseren Küsten stranden, tun wir alles Mögliche, um ihnen zu helfen. Sollen wir den Menschen in Not unsere Hilfe verweigern?

Forum Migration Februar 2017

 

 

 

 

„Die USA rücken von allen Werten und Normen ab“

 

Michael Meier in Washington über Trumps Höllenritt im Weißen Haus.

Von Michael Meier

 

Der von US-Präsident Donald Trump verhängte Einreisestopp in die USA für Staatsangehörige aus sieben muslimisch geprägten Ländern sorgt weltweit für Empörung. Worum geht es Trump dabei? An das Sicherheitsargument glauben ja nicht einmal seine Kollegen aus der Republikanischen Partei.

Trumps Politik ist klar auf Effekt ausgerichtet: Vorschlaghammer und Pauke sind dabei die Instrumente der Wahl, um Handlungsfähigkeit und Glaubwürdigkeit unter Beweis zu stellen und seine Wählerschaft zu beeindrucken.

Seit dem 11. September 2001 sind rund 100 Menschen auf dem Territorium der Vereinigten Staaten islamistisch motivierten Terroranschlägen zum Opfer gefallen, kein einziger Täter kam aus den derzeit betroffenen sieben, politisch und wirtschaftlich relativ schwachen Staaten. Würden tatsächlich Sicherheitsargumente eine Rolle spielen, müssten eher Länder wie Saudi-Arabien, die Vereinigten Arabischen Emirate, Ägypten und der Libanon einem Einreisestopp unterliegen. Allerdings würde dies den strategischen und wirtschaftlichen Interessen der USA großen Schaden zufügen und den Kampf gegen ISIS erschweren. Zudem werfen Kritiker dem Präsidenten Interessenkonflikte vor, da sein Unternehmen Beteiligungen in den Vereinigten Arabischen Emiraten, Saudi-Arabien, der Türkei, Ägypten und Indonesien hält.

Der außenpolitische Schaden ist hingegen bereits jetzt enorm, die USA rücken von allen Werten und Normen ab, die bisher galten, den Terroristen dieser Welt hat Trump damit einen Dienst erwiesen.

Es zeichnet sich ab, dass Trump als Präsident nun doch Schlag auf Schlag die Politik umsetzt, die Beobachter im Vorfeld als Wahlkampfgetöse abgetan hatten. Auf was müssen  wir uns nach dem angekündigten Mauerbau an der Grenze zu Mexiko und dem partiellen Einreiseverbot noch einstellen?

Alle Beobachter, die glaubten, Trump ernst, aber nicht beim Wort zu nehmen, werden gerade eines Besseren belehrt. Damit ist die Hoffnung vieler konservativer Wähler verflogen, dieser Präsident würde sich durch das Amt ganz sicher mäßigen, Trump würde durch eine Reihe guter Berater von seinen extremen Ansichten lassen. Das Gegenteil ist der Fall, wie die Flut an Erlassen oder die Einbeziehung Stephen Bannons in den engsten Entscheidungszirkel des Nationalen Sicherheitsrats zeigen. Dies erhöht den Unsicherheitsfaktor enorm, sowohl innerhalb als auch außerhalb der USA. Seine globalisierungsfeindliche Grundeinstellung wird auf längere Sicht ganz sicher keinen Erfolg haben, der drohende Handelskrieg wird nur Verlierer kennen. Deutschland als Exportnation wird die Auswirkungen deutlich spüren, sollte er all seine Ankündigungen – und davon muss man mittlerweile ausgehen – in die Tat umsetzen. Experten sprechen von bis zu 1,6 Mio. bedrohten Arbeitsplätzen allein in Deutschland, China als Hauptexporteur wird noch weitaus stärker betroffen sein. Deshalb bereitet sich die chinesische Führung auf eine harte Auseinandersetzung vor: Der Streit um die „Ein-China-Politik“ war da nur der Anfang, in Sachen Sicherheitspolitik und Handelspolitik stehen die Zeichen auf Sturm.

Sollte Trump auf dem Feld der Innenpolitik ersten Widerstand spüren, könnte er sich umso mehr der Außenpolitik zuwenden, um von den aufkommenden Problemen abzulenken.

Es scheint, als schaue die ganze Welt fassungslos auf das, was Trump schon in kürzester Zeit im Amt veranlasst hat. Trügt dieser Eindruck? Wie sehen die Trump-Wähler seine ersten Amtshandlungen. Sind sie zufrieden, oder wird ihnen auch langsam unheimlich?

Nicht nur die Welt, sondern auch der größere Teil Amerikas beobachtet schockiert die Entwicklungen. Kein Tag vergeht ohne Überraschungen, Trump schüttelt wie versprochen vor allem das bei seinen Wählern verhasste Washington ordentlich durcheinander.

Die Wählerschaft Trumps reagiert ganz unterschiedlich auf die ersten Tage dieser Präsidentschaft. Während es sicher einer bedeutenden Gruppe glühender Trump-Anhänger nicht radikal genug sein kann, fragen sich gemäßigte Konservative mittlerweile, wohin das alles führen wird. Diese hatten Trump gewählt, um ein konservatives Thema (etwa Steuersenkung, Abtreibung, Besetzung des Supreme Court) zu unterstützen, aber ganz sicher nicht, um einen politischen Höllenritt zu erleben. Interessant dürfte aber vor allem die Haltung des Republikanischen Establishments sein. Der aufkommende Unmut über einige der Auswirkungen seiner Politik wird derzeit noch leise geäußert, aber die Streichung des Handelsvertrags TPP, die diplomatischen Krisen mit Mexiko, der europäischen Union und den NATO-Mitgliedern, seine unkoordinierten Aktionen in Sachen Gesundheitsreform, der behauptete Wahlbetrug oder der Kleinkrieg mit den Medien prasseln in kurzer Folge auf die politischen Beobachter ein. Gestern haben sich sogar die Koch-Brüder, bedeutende Geber der Republikaner, gegen den Einreisestopp ausgesprochen, erste Senatoren gehen auf Distanz zu ihm. Das reicht noch lange nicht für einen Aufstand in der Republikanischen Partei, denn Paul Ryan und Mitch McConnell halten das Repräsentantenhaus und den Senat noch gut zusammen.

Die Ablehnungsfront gegen Trumps Politik wächst allerdings täglich und sollte in ihrer Entschlossenheit und Kreativität nicht unterschätzt werden. Es handelt sich nicht nur um die demokratischen Abgeordneten, sondern mittlerweile auch um die ersten Unternehmer, die auf die negativen Auswirkungen zum Beispiel des Protektionismus oder des Einreiseverbots verweisen. Leider wird dies die Gräben in der amerikanischen Gesellschaft weiter vertiefen.

Die Fragen stellte Hannes Alpen. IPG 31

 

 

 

 

Die Spaltung einer Nation

 

Innerhalb einer Woche ist Amerika auf der Straße. Die eine Hälfte am letzten Samstag beim Women’s March, die andere Hälfte bei den Märschen für das Leben, um den Jahrestag der Supreme Court Entscheidung zur Abtreibungslegalisierung. Dabei schließen sich die beiden Gruppen gegenseitig aus, da der Women’s March ausdrücklich für Abtreibung ausgelegt war  . Ein Beispiel wie sehr die Vereinigten Staaten gespalten sind. Wie ist es zu dieser grundlegenden Spaltung der USA gekommen? Durch den Zusammenbruch des politischen und gesellschaftlichen Diskurses.

Das Wahlsystem des 18 Jahrhunderts

Auf politischer Seite stehen sich Republikaner und Demokraten unversöhnlich gegenüber. Das liegt am in den USA genutzten Wahlsystem. Das sogenannte „First past the post“ Wahlsystem, bestimmt jeweils für ein Gebiet der USA den Kandidaten mit den meisten Stimmen. Dieser erhält das zu wählende Amt, während alle anderen Kandidaten und Parteien vollkommen leer ausgehen. Dies gilt sowohl für lokale als auch für die nationalen Wahlen. Zum einen garantiert das System keine Repräsentation der Gesellschaft, wie etwa das deutsche Verhältniswahlsystem. Zum anderen führt es zu einem zwei Parteien System indem die Parteien sich immer mehr voneinander trennen. Weitere kleinere Parteien sind nicht relevant, da sie gegen die beiden großen Parteien keine wirkliche Chance haben.

Beide Parteien werden jedoch von den Randgruppen in die Extreme getrieben. Das Paradebeispiel dafür ist die Unterwanderung der Republikaner durch die Tea Party. Diese ist keine eigene Partei, sondern eine Bewegung innerhalb der Republikaner, die sich vom Establishment nicht vertreten fühlt und die moderaten Positionen ablehnt. Diese Gruppe wirft den gemäßigten Republikaner vor „Rinos” zu sein, also nur dem Namen nach Republikaner. Dies hat zu einer stärkeren konservativen Ausrichtung der gesamten Partei gesorgt. Die Demokraten entwickelten sich mehr und mehr von der politischen Mitte und den gemäßigten Republikanern weg, etwa in dem sie Gender-Fragen zu unverhandelbaren Agenda erklären. Auch hier sind es Gruppen innerhalb der   Partei, die sich profilieren, indem sie sich noch stärker vom politischen Gegner Abgrenzen. Ein Beispiel dafür ist etwa die Bewegung um Bernie Sanders, der eine für amerikanische Verhältnisse sehr extreme Wirtschaftspolitik vertritt, die der deutschen Sozialen Marktwirtschaft nahe steht.

Anti-philosophische Kultur

Das politische System der USA ist seit über 200 Jahren kaum verändert und nicht der einzige Grund für die gesellschaftlichen Differenzen. Die grundlegende soziale Spaltung der USA ist entstanden, weil in den letzten Jahren der gesellschaftliche Diskurs zusammengebrochen ist. Links und rechts beschimpften die   Einstellungen des jeweils anderen, gehen aber nicht in einen Diskurs mit Argumenten.

Dahinter steht die Ablehnung der Philosophie als Streben nach moralischer Wahrheit. Anstelle von Argumenten, die einen moralischen Anspruch stellen, werden die Positionen mit dem eigenen Gefühl begründet. Dabei wird Inkohärenz oder sogar Inkonsistenz nicht als ein Problem gesehen und logische Konsequenzen nicht anerkannt, solange sie nicht der eigenen Agenda entsprechen. Die neue wichtige sozialpolitische Komponente ist die Identifizierung mit einem Anliegen, einer “Cause”. Dabei geht es oft weniger um die Sache, als um etwas zu verändern und Teil der Meinungsgruppe zu sein.

Die Spaltung wird durch die fehlenden Kontakte   zwischen den Positionen weiter erhärtet. Dieser Kontakt kommt nicht zustande, da ein Austausch zur Findung der richtigen oder besten Lösung oder Position nicht gesucht wird. Der Feedback Loop der Social Media, bei dem der Nutzer nur Beiträge angezeigt bekommt, die seinen Interessen entsprechen, verstärkt die Spaltung, indem andere Meinungen ausgefiltert werden.

Die Rolle der Kirche

Die katholische Kirche in den USA steht bei der Spaltung zwischen den Stühlen, da sie sowohl klassische republikanische als auch demokratische Anliegen vertritt. Etwa sowohl ein Recht auf Leben von der Empfängnis bis zum Tod, als auch soziale Gerechtigkeit, menschenwürdige Migration und das Verbot von Folter. Doch wahrgenommen wird die Kirche vor allem in den Aktivitäten für den Lebensschutz.

Die Kirche hat die Fähigkeit in beiden Gruppen mitzureden und so ihre philosophisch-theologische Tradition dazu einzusetzen, den Diskurs wieder anzufangen. Dafür braucht es bei den Katholiken die Befähigung zum Diskurs und damit die ethische Bildung aus dem christlichen Menschen und Weltbild heraus. Mehr noch braucht es die Bereitschaft trotz der allgemeinen Ablehnung auf einem ethisch-moralischen Diskurs zu beharren.

Die Notwendigkeit neu Diskurse zu starten gilt nicht nur für die USA, sondern auch speziell für Deutschland. Das deutsche Wahlsystem mit mehreren Parteien hilft die Probleme politisch zu bearbeiten, aber ohne einen wirklichen Diskurs durch breite Gesellschaftsteile wird es auch in Deutschland schwierig werden die Gesellschaft zusammenzuhalten.   Das Phänomen „AfD“ zeigt auch in Deutschland Gruppen auf, die sich nicht repräsentiert und verstanden fühlen. Sie ist quasi die Tea Party der Union und nur deshalb eine eigene Partei, da in Deutschland mehr als zwei Parteien möglich sind.

Die Aufgabe für Kirche muss es sein, Diskurse zu beginnen, in denen Moral eine Rolle spielt und fähig zu sein sich darin zu bewegen. Dafür brauchen wir in Deutschland mehr religiös und moralisch gebildete Christen, also eine bessere Katechese aller Altersgruppen, die die kirchliche Lehre nicht nur präsentiert sondern erklärt und begründet. Philipp Müller Kath.de 27

 

 

 

Analyse: Trumps politische Unkorrektheit – sein größter Trumpf

 

Was das Agieren des neuen US-Präsidenten Donald Trump für eine breite Weltöffentlichkeit so problematisch macht, war für seine Wähler nicht maßgebend.

Donald Trump wird sich noch viele Fehltritte leisten dürfen. Wen kümmert schon die Reaktion der Welt? Die  Analyse eines  britischen Konservativen und Meinungsforschers gibt Aufschluss.

Denn sie wussten sehr wohl was sie taten. Es sind nicht die üblichen Wähler der Republikanischen Partei, sondern seine millionenfachen Fans, die dem US-Präsidenten Donald Trump den Rücken stärken und in seinem politischen Handeln bestärken. Das wird auch zur Folge haben, dass sie Trump selbst dann noch Gefolgschaft leisten, wenn er mit seiner Politik international aneckt, national auf Widerstand stößt, ja sogar in Konflikt mit Abgeordneten seiner eigene Partei gerät. Das ist eine Schlussfolgerung einer Analyse, die der britische Konservative und Meinungsforscher Lord Ashcroft bei einer Vorstandssitzung der Internationalen Demokratischen Union (IDU) präsentierte. Dieser weltweiten Dachorganisation der Zentrumsparteien gehören nicht nur Parteien wie die CDU, CSU und ÖVP sondern auch die Republikanische Partei an.

Ashcrofts Analyse beruht auf einer Untersuchung so genannter Focus Groups in jenen Swing States, die die Wahl entschieden haben: Wisconsin, North Carolina, Virginia, Pennsylvania, Arizona, Florida und Ohio. Und sie gibt auch gleich zu Beginn Antwort auf die Frage, warum die US-Umfragen in den Swing States so falsch gelegen: Die Demoskopen haben weiße Wähler ohne College-Abschluss nicht genug berücksichtigt oder deren Entschlossenheit, zur Wahl zu gehen, schlichtweg unterschätzt.

Parallelen zu Europas Rechtspopulisten

Eine große Rolle spielte auch die weit verbreitete Fehleinschätzung, Trump-Wähler seien allesamt politische Naivlinge, die sich  leicht betrügen und hinters Licht führen lassen. Das Gegenteil ist vielmehr der Fall, die Wähler haben die Kandidaten und deren Fehler sehr klar gesehen und sind „mit weit offenen Augen“ in die Wahlkabinen marschiert. Trumps charakterliche Schwächen waren seinen persönlichen Wählern und damit Fans nur zu bekannt. Aber seine Fehler zeigten ihnen nur, dass er eben kein herkömmlicher Politiker war und auch gar nicht versuchte, sich wie einer zu benehmen.

Das wiederum war den Wählern nur recht. Hier lassen sich sogar gewisse Rückschlüsse zum Votum für viele rechtspopulistischen Politiker und deren Parteien in Europa ziehen. Was sich ja auch bereits in deren Anbiedern an Trump zeigt.

Was das Agieren des neuen US-Präsidenten für eine breite Weltöffentlichkeit so problematisch macht, war für seine Wähler nicht maßgebend. Seine politischen Ziele wurden als eher unscharf erkannt, dafür aber waren sie sich sicher, dass er ihre Prioritäten teilt und eine neue Richtung einschlagen werde. Mehr noch, Trumps Weigerung, sich politisch korrekt zu verhalten, empfanden die Wähler als frischen Luftzug. Und somit steht er für den Wandel, den seine Wähler unbedingt wollten.

Clintons Stärken waren ihre eigentlichen Fehler

Die Stärken von Hillary Clinton waren in den Augen der Trump-Wähler regelrechte Schwächen, ja sogar Fehler: Sie hatte politische Erfahrung, eben „weil sie die ultimative Washington-Insiderin war, die Verkörperung des politischen Establishments, das so viele Leute loswerden wollten“, so Ashcroft. Wenn Clinton wohlvorbereitet sprach, erschien sie den Trump-Wählern als programmiert und unaufrichtig. Sie entsprach damit nur dem Bild einer „typischen Politikerin“.

Ausschlaggebend war letzten Endes der weit verbreitete Wunsch nach einem politischen Wandel. Und das ohne Rücksicht auf Verluste des Ansehens, der Glaubwürdigkeit, der Verlässlichkeit draußen in der Welt.

Die Aussage eines Wählers bringt es auf den Punkt: „Lasst es uns einfach riskieren. Wir werden viel Mist hinnehmen müssen, aber vielleicht kriegen wir ja mit Trump ein paar Dinge geregelt“. Damit aber stellt sich die Frage, wie geht es nun nach der Wahl weiter mit Amerika. Und auch darauf will Ashcroft mit seiner Analyse eine Antwort liefern.

Die Basis der republikanischen Wähler gliedert sich in drei Gruppen: erstens in einen republikanischen Mainstream aus orthodoxen Mitterechts-Konservativen, zweitens in sehr konservative Wähler, die auch als „Fox-News-Aktivisten“ bezeichnet werden sowie drittens in eine weniger gebildete und wirtschaftlich schwache Bevölkerungsschicht, die sich bislang eher nicht politisch engagiert hatte.

Skandale werden Trump nicht nachgetragen

Was diese drei Segmente verbindet, ist unter anderem der Zorn auf Washingtons bisherige Politik. Wäre es nur nach der Partei gegangen, hätte Clinton das Rennen gemacht. So aber erzielte Trump mehr Wählerwirkung als die Republikanische Partei. Das wiederum verleiht Trump jene Kraft, die ihn unberechenbar macht. Es sind seine persönlichen Wähler und Fans mit denen er punkten kann, wenn es einmal darauf ankommt.

Die republikanischen Unterhausabgeordneten und Senatoren sind im Zweifelsfall nur Teil des abgestraften politischen Establishments. Daher so Ashcroft: Wenn es zu einem Thema zum Konflikt zwischen dem Präsidenten und den Republikanern im Kongress kommt, dann werden sich die republikanischen Wähler auf Trumps Seite schlagen. Daher werden auch irgendwelche Skandale Präsident Trump nicht so schnell etwas anhaben und seine Wähler gegen ihn aufbringen können: „Er ist ihr Mann, und solange sie glauben, dass er auf ihrer Seite ist, werden sie zu ihm halten.“  Herbert Vytiska (Wien) | EA  31

 

 

 

Amerika über alles

 

Donald Trumps „America first“ darf nicht als Isolationismus verstanden werden. Es ist viel schlimmer. Von Tobias Fella

 

Wer dem neuen Präsidenten bei seiner Amtsübernahme zuhörte, dem fiel zu allererst seine düstere Bestandsaufnahme auf. Die Washington Post hat dazu eine faszinierende Liste von Worten angefertigt, die bisher in keiner anderen Inauguration vorkamen. Auf ihr finden sich „Massaker“ (carnage), „Verfall“ (disrepair), „verrostet“ (rusted), „stehlend“ (stealing), „Grabsteine“ (tombstones), „Bürger in der Falle“ (trapped).

Mehr Niedergang geht nicht. Und wer schuld daran hat, ist schnell benannt. Zum einen die politische Elite in Washington, die nichts tut gegen schließende Fabriken, den Verlust von Arbeitsplätzen und eine marode Infrastruktur, die degenerierende Streitkräfte zulässt und den Kollaps der öffentlichen Ordnung hinnimmt. Nicht einmal die eigenen Grenzen kann das Establishment angemessen sichern, weil es für das Wohl der anderen sorgt und dadurch rechtschaffene Amerikaner zurücklässt.

All dies möchte Donald Trump ändern. Er ist Prophet des Niedergangs und der Erneuerung zugleich. Seine Therapie heißt nationale Entfesselung. Abgewanderte Jobs und Industrien müssen zurück ins Land geholt werden, die Streitkräfte vor Kraft nur so strotzen und die Grenzen undurchlässig sein. Das Ausland muss wieder mit Ehrfurcht und Respekt auf die Vereinigten Staaten blicken, und dazu müssen wahre Patrioten her. Wer zu dieser Gruppe gehört, bestimmt aber nur einer: der US-Präsident. „Buy American, hire American!“, für Rücksichtnahme auf andere ist da kein Platz.

Der neue Mann im Weißen Haus setzt dazu auf das Primat der Ökonomie. Außenpolitik wird zur Wirtschaftsförderung und zum Nullsummenspiel. Alle Projekte müssen sich finanziell lohnen. Ganz egal ob Handelsabkommen oder Militärinterventionen, die Kosten und Nutzen für die USA werden gegeneinander aufgerechnet. Die Welt des Präsidenten ist eine der Gegensätze: Es sind „wir oder sie“, es wird „gewonnen oder verloren“. Demnach muss die Rückerlangung von Amerikas Großartigkeit zu Lasten anderer gehen. Was die Folgen für die internationale Politik und Ordnung sind, ist nachrangig.

„America first“ darf aber nicht als Isolationismus missverstanden werden. Das Imperium bleibt, bloß seine Definition wird enger und seine Instrumente kruder – im Inneren wie im Äußeren. Wie im Wirtschaftsleben möchte Donald Trump seine Gegner auf allen Ebenen dominieren. Regeln dürften gebrochen und auch Kriege geführt werden, einzige Voraussetzung: Sie rechnen sich. Dazu passt sein Bedauern, dass besiegte Länder heute nicht mehr ausgebeutet und behalten werden dürfen. Und wenn er seine Vorgänger kritisiert, dann fordert er nicht etwa weniger Engagement ein, sondern ein Mehr an Selbstsucht und Eigennutz. Im Fall von Libyen, so Kandidat Trump, „würde ich das Öl nehmen und den ganzen Kinderkram lassen. Ohne Öl bin ich nicht interessiert“.

Donald Trump gehört keiner der beiden Gruppen an, die über Jahrzehnte für das ideelle Fundament der amerikanischen Außenpolitik sorgten. Er ist weder ein Neokonservativer noch ein liberaler Internationalist. Stattdessen muss er der Jackson’schen Tradition zugeordnet werden. In Anlehnung an Andrew Jackson, US-Präsident von 1829-37, steht sie für: Anti-Elitismus, ein exklusives Verständnis des Volkes, keine Sympathie für den Aufbau anderer Nationen oder die Verbreitung von Demokratie und Freiheit. Aber für eine Militanz, die ihresgleichen sucht, wenn es um die Durchsetzung eigener Interessen geht.

Und darauf hat Präsident Trump in seiner Rede mehrmals hingewiesen. Von nun an geht es „nur“ noch um Amerika. Die Zeiten, in denen andere Nationen amerikanische Produkte produzieren, Firmen „stehlen“ und Jobs „zerstören“ sind vorbei. Es gilt das Recht des Stärkeren, und jeder ist sich selbst der Nächste. Die Vereinigten Staaten werden sich von niemandem „stoppen“ lassen. Eskaliert wird dort, wo es nötig ist. Ob für Deutschland, Europa oder China, die Botschaft ist die gleiche: „Don’t fuck with us!“ IPG 23

 

 

 

 

Deutsch-amerikanische Beziehungen. Kanzlerin lehnt Einreiseverbot ab

 

Die Bundeskanzlerin bedauert die von der US-Regierung beschlossenen Einreisebeschränkungen in die USA. Dies erläuterte sie dem US-Präsidenten Trump in einem Telefonat am Samstag. Weitere Themen des Gesprächs waren die Nato, der Kampf gegen den Terrorismus und der bevorstehende G20-Gipfel.

 

"Der notwendige und entschiedene Kampf gegen den Terrorismus rechtfertigt in keiner Weise einen Generalverdacht gegen Menschen bestimmten Glaubens, in diesem Falle Menschen muslimischen Glaubens oder Menschen einer bestimmten Herkunft", so Bundeskanzlerin Angela Merkel am Montag bei einer

Presseunterrichtung mit dem ukrainischen Präsidenten Petro Poroschenko.

Lage der Doppelstaatler klären

Das Vorgehen der US-Administration widerspreche dem Grundgedanken der internationalen Flüchtlingshilfe und der internationalen Kooperation, so Merkel weiter. Die Bundesregierung setze sich insbesondere für die betroffenen Doppelstaatler ein, um deren rechtliche Lage zu klären und ihre Interessen mit Nachdruck zu vertreten.

Präsident Donald Trump hatte das Einreiseverbot gegen Flüchtlinge und Bürger von mehreren mehrheitlich muslimischen Ländern am Freitag per Dekret angeordnet. Regierungssprecher Seibert hatte bereits am Wochenende berichtet, dass die Bundeskanzlerin am Samstag ihre Haltung gegenüber Präsident Trump in einem ausführlichen Telefonat erläutert habe.

 

Breite Palette an Themen

Trump und Merkel hatten am Samstagnachmittag erstmals seit Amtsübernahme des neuen US-Präsidenten am 20. Januar miteinander telefoniert. Dabei wurde eine breite Palette von Themen angesprochen, darunter die Nato, die Lage im Nahen und Mittleren Osten sowie in Nordafrika, der Konflikt in der Ostukraine sowie die Beziehungen zu Russland unter Einschluss der Sanktionsfrage.

"Fundamentale Bedeutung" der NatoAls gemeinsamen Nenner hoben sie die "fundamentale Bedeutung" der Nato für die transatlantischen Beziehungen und die Bewahrung von Frieden und Stabilität hervor. Beide zeigten sich davon

überzeugt, dass eine gemeinsame Verteidigung angemessene Investitionen in die militärischen Fähigkeiten und einen fairen Beitrag aller Verbündeten zur kollektiven Sicherheit erfordere.

Sie verständigten sich auch darauf, ihre Zusammenarbeit im Kampf gegen den Terrorismus und den gewalttätigen Extremismus sowie bei der Stabilisierung des Nahen und Mittleren Ostens und Nordafrikas zu intensivieren.

Besuche in Washington und Hamburg

Zudem bekräftigten sie die Absicht, "die ohnehin schon ausgezeichneten bilateralen Beziehungen in den nächsten Jahren noch zu vertiefen". Präsident Trump hat die Einladung der Bundeskanzlerin zum G20-Gipfel in Hamburg im Juli angenommen und seine Freude ausgedrückt, sie bald in Washington zu begrüßen. Pib 30

 

 

 

 

Frankreich. Hamon gewinnt Vorwahl der Sozialisten

 

Benoît Hamon hat in die zweite Runde der sozialistischen Vorwahlen in Frankreich für sich entschieden. Der neue Spitzenkandidat vertritt einen sehr linken Flügel der Partei und droht, die ohnehin gespaltenen Sozialisten noch mehr zu zerrütten. EurActiv Frankreich berichtet.

 

Benoît Hamons Sieg in der ersten Vorwahlrunde galt noch als große Überraschung. Dass er nun auch die Stichwahl für sich entscheiden würde, war jedoch zu erwarten. Der aufrührerische Diplomat und Ex-Bildungsminister setzte sich am 29. Januar mit 58 Prozent gegen den ehemaligen Premierminister Manuel Valls (41 Prozent) durch. Wie schon im ersten Durchgang ließ die Wahlbeteiligung zu wünschen übrig. So verdankt es die Volkspartei einigen wenigen Millionen Wählern, dass der Wahlprozess gerade noch als legitim anerkannt werden konnte.

Hamons Wahlsieg ist folgenschwer. Ihm obliegt nun die schwere Aufgabe, sein Lager im Vorfeld der französischen Präsidentschaftswahlen zu einen – eine wirkliche Herausforderung angesichts seiner Ausgangsposition. Umfragen zufolge würde er im ersten Wahldurchgang mit den anderen Spitzenkandidaten nur auf Platz fünf landen, hinter François Fillon von den Konservativen, Marine Le Pen vom rechtsextremen Front National, Emmanuel Macron, einem unabhängigen Sozialisten, und Jean-Luc Mélenchon von der französischen Linkspartei. Hamon sagt man in etwa sieben bis neun Prozent der Stimmen voraus. Damit liegt er weit entfernt von dem Anteil, den er bräuchte, um in die Stichwahl zu gelangen.

In seinem Wahlprogramm setzt er vor allem auf das bedingungslose Grundeinkommen. 750 Euro sollen ihm nach monatlich auf den Konten der Über-18-Jährigen landen, völlig unabhängig von ihrem Kapital oder ihren finanziellen Ressourcen. Schon bei der Vorwahl seiner Partei eckte er mit diesem Vorhaben an. Besonders viel Kritik ernte Hamon von seinen Mitstreitern Valls und Arnaud Montebourg. Seine politische Stärke besteht darin, die Debatte überhaupt angestoßen zu haben. Er verkörpert damit eine politische Linke, die in Zeiten des digitalen und wirtschaftlichen Wandels und der „Uberisierung“ der Arbeitswelt an ein neues Sozialmodell glaubt. Auch wenn sein Diskurs teilweise utopisch klingt, konnte er die Wähler in den Vorwahlen von sich überzeugen.

„Da liegt das Problem“

Man kann sich nur schwer vorstellen, dass Valls‘ und Hollandes Anhänger jetzt zu Hamon wechseln werden. „Da liegt das Problem“, betonte der ehemalige Premierminister in der Zeitschrift „Parisien“ auf die Frage hin, ob er bereit wäre, für ein bedingungsloses Grundeinkommen zu kämpfen.

Es wird vielen gewählten Vertretern der Sozialistischen Partei (PS) auch über dieses eine Thema hinaus schwer fallen, für einen Mann Wahlkampf zu betreiben, der sich seit zweieinhalb Jahren frontal gegen die Regierungspolitik – und damit auch gegen Manuel Valls – gestellt hat. Nachdem Hamon 2014 gemeinsam mit Montebourg und Aurélie Filippetti aus dem Regierungsgeschäft entlassen wurde, wurde er zu einem der aktivsten Unruhestifter in der Partei. Er ging sogar so weit, einen Text zu unterzeichnen, der im Rahmen einer Überprüfung des Arbeitsrechts vom vergangenen Frühling einen Misstrauensantrag gegen die Regierung forderte.

Viele der einstigen PS-Wähler könnten in den diesjährigen Präsidentschaftswahlen nun zu Emmanuel Macron überwandern. Seine Bewegung „En marche“ scheint starken Rückenwind aus dem Volk zu genießen. Auch zahlreiche Valls-nahen Abgeordneten drohen nun, ein für alle mal das Lager zu wechseln. Mit Anfang der neuen Woche würden sie laut einem Appel in der Presse mit ihrem Vorhaben beginnen. Einige hatten bereits angedeutet, einen solchen Schritt zu wagen. Einer von ihnen ist Gilles Savary, Abgeordneter der Gironde und Valls-Anhänger. Er hatte der Vereinigung der Parlamentsjournalisten in der Pariser Nationalversammlung am vergangenen Mittwoch erklärt, dass er sich vorstellen könne, Emmanuel Macron aus dem Schoße der PS heraus zu unterstützen. Dass sich nun Valls mit Macron zusammentun könnte, ist jedoch unwahrscheinlich. Für ein solches Bündnis scheint ihre Feindseligkeit noch immer zu groß.

Zukunft der PS

Abgesehen von den Präsidentschaftswahlen, die für Hamon eine große Herausforderung sein werden, stellt sich auch die Frage nach der Zukunft der zunehmend gespaltenen PS, die 1971 von François Mitterrand beim Kongress von Epinay gegründet wurde. Nach den Präsidentschaftswahlen 2017 und der voraussichtlichen Niederlage wird der parteiinterne Machtkampf bis zum nächsten Kongress weitergehen. Den Parteistatuten entsprechend wird sich Hamon in den ersten zwölf Monaten nach den Wahlen noch an der Parteispitze halten können. Natürlich bietet er sich als Präsidentschaftsanwärter auch für das Amt des Ersten Sekretärs an. Feste Unterstützung genießt er innerhalb der PS jedoch wahrscheinlich nur zu 30 Prozent.

Dass er und Montebourg eine Mehrheit genießen, ist illusorisch. Ihre 50 Prozent in den Vorwahlen waren vielmehr das Ergebnis des stillen Protests gegen Valls, weil dieser Hollande angeblich hinter den Kulissen ausgestochen haben soll. Adrien Valbray | EurActiv France | Übersetzt von: jze

 

 

 

Kommission hält Einführung eines EU-Passes für denkbar

 

Die EU-Kommission schließt die Schaffung eines EU-Passes für alle Unionsbürger nicht aus.

 

Innenkommissar Dimitris Avramopoulos sagte heute in Brüssel, er denke und glaube, dass „wir alle einen europäischen Pass in unseren Hosentaschen haben werden“. Die Schaffung eines gemeinsamen Ausweises stehe allerdings am Ende eines langen Prozesses.

„Wir sind noch weit entfernt von einer föderalen Union“, erklärte Avramopoulos. Dennoch könne die EU bereits einige Funktionen eines föderalen Bundes übernehmen, wie etwa bei der sogenannten Unionsbürgerschaft.

Nach einem heute veröffentlichten Bericht sind sich 87 Prozent der 508 Millionen EU-Bürger bewusst, dass sie neben ihrer nationalen Staatsbürgerschaft auch die Unionsbürgerschaft besitzen. EA 25

 

 

 

Gelichter. Jetzt mal im Ernst: Über die Krise der Demokratie

 

Gibt es wirklich eine Demokratiekrise, in den USA mit Donald Trump, in Großbritannien mit dem Brexit oder bei uns mit der AfD? Nein, aber die Demokratie wird an anderer Stelle bedroht. Von Sven Bensmann

 

Es gibt Themen, die mit den Mitteln, derer ich mich hier normalerweise bediene, nicht adäquat zu behandeln sind, beispielsweise, weil es sich nicht um einen Haufen reaktionärer Napfsülze handelt, der es nicht verdient, dass man ihn durch eine sachliche Auseinandersetzung als eine reaktionäre Napfsülze würdigt, die zu einer sachlichen Auseinandersetzung willens und fähig ist.

Ein solches Thema ist die durch die Medien und die Wissenschaft ausgerufene „Krise der Demokratie“. – Und wie der Zufall es will, ist es genau diese Krise der Demokratie per se, um die es mir heute geht.

Denn eigentlich braucht es gar keine so elaborierten wissenschaftlichen Studien und ultratiefen Einblicke in die Psyche der Menschen, um zu verstehen, worum es ihnen geht, auch wenn sie selbst es nicht in der Lage sind, zu verstehen, was das genau ist. Was es hingegen braucht, ist die Möglichkeit, das zu tun, was die Amis „think outside the box“ nennen, also einen Perspektivwechsel nach außerhalb des Tellerands.

Schauen wir uns daher mal diejenigen drei Fälle an, die den meisten Deutschen zumindest grob bekannt sind und schauen uns zudem an, warum diese eine Krise der Demokratie darstellen sollen, sowie, was wirklich das Problem ist. Und da Donald Trump gerade vereidigt wurde, fangen wir mit dem an.

Donald Trump ist unbestritten ein nicht gerade lupenreiner Demokrat. Trump steht für eine eher autoritär geprägte Politik und ist von latent bis offen autoritären Bürgern gewählt worden. Aber nur mit denen wäre er niemals auch nur in die Nähe der Möglichkeit gekommen, als Kandidat der Republikaner zur Präsidentenwahl antreten zu dürfen, geschweige denn die eigentliche Wahl zu gewinnen. Ganz im Gegenteil, Trump hat die Leute für eine demokratische Wahl motiviert, hat diese demokratische Wahl gewonnen und das vor allem und in erster Linie mit dem Versprechen, den korrupten Sumpf trocken zu legen, der Washington beherrsche und der die Demokratie aus der Stadt vertrieben habe, ein Sumpf, für den kaum jemand besser steht, als Hillary Clinton. Trump wollte die Lobbyisten und „das Geld“ aus Washington vertreiben. Oder hat es zumindest behauptet, auch wenn das natürlich nie glaubwürdig war: Seine Wähler wollten es glauben und redeten sich die Lage oft in der Form schön, dass sie glaubten, dass ein Milliardär schon keine persönlichen wirtschaftlichen Interessen haben werde.

Seine Wähler mögen also zwar ihren Glauben in die politischen Akteure des realexistierenden Kapitalismus verloren, nicht aber in die Demokratie als solche, für seine Wähler war Trump die demokratischere Wahl.

Ähnlich sieht es auch beim Brexit aus. Die Briten wollten „ihr Land zurück“, jedenfalls die Brexiteers. Das hat sich zwar in allerhand antidemokratischen Sentimenten ausgedrückt, war a priori aber nicht antidemokratisch, sondern lediglich Ausdruck eines Verlustes an Vertrauen in die politischen Akteure, die sich zu sehr wirtschaftlichen Eliten subordiniert haben. Und diese befinden sich in diesem Falle, Großbritannien hat schließlich abgesehen von Staubsaugern und Banken keine international wettbewerbsfähige Wirtschaft, im europäischen Ausland, in der EU.

Ein besonderer Fall hingegen ist die AfD in Deutschland. Denn die tritt ganz offen neoliberal auf und steht damit für exakt denjenigen Sumpf, den beispielsweise Trump austrocknen zu wollen behauptete. Dass sich dennoch beide wesensverwandt sind, zeigt jedoch schon der große Jubel über Trumps Wahlsieg.

Schaut man also etwas genauer hin, ist auch die AfD von einem starken antiintellektuellen und antielitären Furor geprägt. Im „Wir sind das Volk“ schlägt sich die Vorstellung, eine relevante demokratische Größe zu sein, die politisch aber nicht repräsentiert wird, nieder. Auch die AfD-Wähler wollen „ihr Land“ zurück, das ihnen irgendwer gestohlen haben soll: Frauen, Ausländer, die EU, die üblichen Verdächtigen halt, die wir bereits kennen. Dass die meisten der AfD-Wähler dazu den Weg über eine Partei gehen und nicht etwa den der Eigenbewaffnung, zeigt, dass selbst in der Wählerschaft der AfD das Vertrauen in die Demokratie ungebrochen ist.

Was allen gemein ist, ist also nicht eine Ablehnung der Demokratie, sondern nur ein Verlust von Vertrauen, in deren gegenwärtige Akteure, weil diese, so die Vorstellung, alle gekauft sind und nur einer kleinen Elite dienen, die sich durch Geld konstituiert. Das mag die Demokratie vor Herausforderungen stellen, begründet aber noch längst keine Krise, auch wenn viele Demokraten die Krise kriegen, wenn sie sich anschauen, wer da alles gewählt wird.

Das Misstrauen erwächst also, und das ist der Knackpunkt, vor allem aus dem vielen Geld, das im politischen Prozess involviert ist und das sich Einfluss auf die politischen Prozesse kauft – und eben nicht aus einem grundsätzlichen Zweifel am System, dem diese Prozesse zu Grunde liegen. Es gibt keine (Vertrauens-)Krise der Demokratie, es gibt lediglich eine politische Krise des Kapitalismus. Der ist aber für eine Demokratie gar nicht notwendig, die Akkumulation von Reichtum war vielmehr schon immer der größte Gegenspieler der Demokratie: Das System, dem die Menschen nicht mehr Vertrauen, ist das System, bei dem Einzelne immer reicher werden, während die vielen zurückbleiben. Weil das System, inzwischen immer mehr zurücklässt von denen, die früher einmal zu den Gewinnern gehörten. Und das ist derjenige Teil der Bevölkerung, der höchstens mittelmäßig ausgebildet ist, der weiß ist, und der zumindest biologisch als „Mann“ klassifiziert wird, auch wenn er einen konstant weinerlichen Habitus in Bezug auf seine politische Position entwickelt hat. Nicht umsonst ist das die Kernzielgruppe all dieser genannten und nichtgenannten Gruppen.

Im Übrigen ist es ja auch kein Zufall, dass die Idee der sozialen Demokratie in dem Moment aufgegeben wurde, da das Experiment den demokratischen Sozialismus implodiert ist: Ein Monopolist muss sich eben keine Sorgen um die Qualität seiner Ware machen.

Das Völkische, dass diesen neuen Antikapitalismus treibt, ist letztlich eben nur ein Ventil, dass sie benötigen, weil ihnen die Mittel fehlen, ihre Situation zu verstehen und die adäquaten Schlussfolgerungen zu ziehen; sie wehren sich gegen „die Globalisierung“, „den Freihandel“, fordern Mauern und Schutzzölle gegen das Ausland, verstehen aber nicht, dass sie eigentlich nur eine gerechtere Verteilung von Reichtum wollen, die von Linksaußen seit Jahrzehnten gefordert wird, von den so bezeichneten „Globalisierungskritikern“ zum Beispiel.

Und wo wir schon diese Woche überall von der 20%-Partei gelesen haben: Die SPD hat sich erst all die mit grünen Ideen aus dem eigenen Fleisch geschnitten und ausgelagert, die dann die Grünen gründeten; weil sie zu diesem Zeitpunkt immer noch über 30% der Wähler für sich gewinnen konnte, machte sie den nächsten Schritt und besorgte die Gründung der Linken. Nicht alle, die von Hartz-IV abgestoßen waren, konnten sich allerdings für eine linke Protestpartei begeistern, weil, Überraschung, die Linken in der SPD seit hundert Jahren schon nur noch eine kleine Minderheit bildeten. Daran hatten nicht zuletzt die Medien allerdings einen sehr großen Anteil, indem sie nicht müde wurden, Die Linke mit der SED gleichzusetzen.

In genau dieser Lücke hat es sich die AfD bequem gemacht, das deutete ich weiter oben bereits an. Diese ehemaligen Wähler wurden nämlich mit denjenigen Dingen geködert, die sie hören wollten, mit einfachen Lösungen und dem Kitzeln ihrer rassistischen Neigungen, und sie radikalisierten sich zusammen mit Ihrer Partei von einer nationalliberalen Professorenpartei mit chauvinistischen Untertönen zu einer populistischen, wirtschaftsliberalen rechten Protestpartei. Kein Wunder, dass diese Partei die Entscheidung der SPD, Schulz zum K-Kandidaten auszurufen, bejubelt hat. Er ist genau die Art von Politiker, den die Genossen am rechten Rand bei der Stange hält. Dass Die Linke inzwischen entschieden hat, selbst dem ausgelatschten Pfad der AfD zu folgen und Ihrerseits nach rechts zu driften, wird deren Wähler wohl auch nur zum „Original“ treiben – womit Die Linke zumindest in einem mit der SED gleichzusetzen ist: beide sind Geschichte und haben sich selbst überlebt.

Und da ich nun aber eh schon den Rahmen dieser Kolumne sprenge, reden wir auch noch einmal mehr so nüchtern über Trump, wie das möglich ist: Durch die deutschen Medien ging unter anderem die Anordnung, Menschen auf Basis ihrer Religion vom Recht auf Asyl auszuschließen. Auch hat er bereits sein Möglichstes getan, denen in Not die Möglichkeit einer medizinischen Versorgung zu verwehren, erste Schritte zum Bau der Mauer im Süden unternommen und den Bau zweier heftig umstrittener Pipelines wieder angestoßen, das alles konnte man auch mitbekommen, wenn man wollte.

Was der deutsche Medienkonsument hingegen praktisch nicht lesen konnte, ist die Kriegserklärung der Trump-Administration an den Umweltschutzbehörde EPA. Die wurde praktisch stillgelegt und darf weder arbeiten noch veröffentlichen. Twitter-Accounts wurden gelöscht, öffentliche Auftritte und Verlautbarungen gestrichen. Mitarbeitern ist es untersagt, sich mündlich oder schriftlich überhaupt zu äußern. Mehr noch, nur durch einen einzelnen Whistleblower sind diese Maßnahmen überhaupt bekannt geworden. Kein offizielles Statement ist dazu veröffentlicht worden, weder von der EPA – die ja nichts mehr veröffentlichen darf – noch von der Trump-Administration. Die EPA wurde ins künstliche Koma versetzt und die Regierung hat alles unternommen, dass das nicht an die Öffentlichkeit gelangt. So mussten auch laufende Untersuchungen zum Klimawandel abgebrochen werden und womöglich sind Ergebnisse gar komplett gelöscht worden. Die EPA ist übrigens auch diejenige Behörde, die den weltweiten Betrug mit Diesel-Automobilen (oft als „VW-Skandal“ verkürzt) aufgedeckt hat.

Das alles fordert die Demokratie natürlich heraus, beschädigt sie und kann sie ultimativ gar zerstören. Es ist nicht nur ein Fiasko für die amerikanischen Bürger, es ist auch ein Putsch gegen das Weltklima. Doch daraus erwächst auch die Notwendigkeit der Demokraten, sich gegen diese Angriffe zu wehren. Der Women’s March on Washington war dafür ein Anfang. Eine Krise der Demokratie habe ich dort jedenfalls nicht gesehen, vielmehr einen Kampf um Werte – und einen Präsidenten, der autokratische, manchen Sagen: faschistoide Züge trägt. Einen Milliardär, der mithilfe anderer Milliardäre einem Haufen Schmalspurdenker weiß machen konnte, er könne ihnen die Demokratie zurückbringen. Gerade diese sind andererseits aber häufig auch bereits so radikalisiert, dass auch ein Trump sich vorsehen muss, weil er deren Vertrauen schnell verlieren kann.

Und in Deutschland ulkt ein offensichtlich überforderter Sportreporter über 1,5 Millionen Studiogäste in seiner Show und das wir ja immerhin schon eine Woche Trump hinter uns hätten. Wenn diese Woche ein Vorgeschmack war, dann ist Trump jedoch nicht nur der fünfundvierzigste, sondern auch der letzte Präsident der Vereinigten Staaten. Und dann können wir tatsächlich eine Krise der Demokratie erleben. MiG 31

 

 

 

Wenig Vertrauen in Parteien, Regierung und Medien

 

Hamburg - Alternative Fakten, Polemik und uneinige Volksvertreter - das Vertrauen in Parteien, Regierungen und in die Medien ist weltweit gering. Acht von zehn (81%) Befragten in 23 Ländern fehlt es an Vertrauen zu politische Parteien, zwei Drittel (68%) misstrauen den Medien. Das ergab eine Umfrage des Markt- und Meinungsforschungsinstituts Ipsos. Auch in Deutschland steht es nicht gut um das Verhältnis zu den Volksvertretern: acht von zehn (80%) Deutschen gaben an, politischen Parteien wenig bis gar nicht zu trauen.

Vertrauen in Institutionen

* Sieben von zehn (71%) Befragten weltweit vertrauen ihrer Regierung nicht. Ebenso viele Deutsche gaben an, der Regierung wenig bis gar nicht zu trauen. Am wenigsten Vertrauen weltweit schenken die Spanier (89%) und Mexikaner (90%) ihrer Exekutive.

* 70 Prozent der Deutschen vertrauen den Medien nicht. In Ungarn (87%), Spanien (78%) und Großbritannien (75%) gaben das sogar drei Viertel der Befragten an. In den USA (67%) und Frankreich (68%) sind es etwas mehr als zwei Drittel.

* Auch großen Unternehmen (61%) und Banken (59%) wird weltweit misstraut. Vor allem in Spanien (92%), Italien (80%) und Deutschland (75%) kommen die Geldinstitute nicht gut weg.

* Der Judikative und ihren Gerichten wird vor allem in lateinamerikanischen Ländern wie Argentinien (84%), Peru (84%) und Mexiko (83%) wenig vertraut. Aber auch in Deutschland (48%), Frankreich (52%) und den USA (48%) misstraut knapp die Hälfte den rechtssprechenden Organen.

* Das Vertrauen ist aber nicht nur in nationale Institutionen rar. Auch internationale Institutionen werden von der Hälfte (52%) der Befragten weltweit angezweifelt. Vor allem in Europa: Spanien (77%), Frankreich (65%), Italien (64%), Belgien (63%) und Deutschland (59%).

Herrscht unnötige Panik vor?

* Die Mehrheit in 17 von 23 Ländern glaubt, ihre Gesellschaft ist marode (durchschnittlich 58%). Vor allem in Polen (79%), Spanien (78%), Brasilien (77%) und Mexiko (76%) empfinden die Befragten so. In Deutschland (61%), Großbritannien (58%) und den USA (66%) sind es immerhin sechs von zehn.

* Durchschnittlich fühlen sich vier von zehn (38%) Befragten weltweit fremd im eigenen Land, ein Drittel (35%) widerspricht dieser Aussage. Das Gefühl herrscht vor allem in der Türkei (57%), Italien (49%), den USA (45%) und Belgien (44%) vor. In Deutschland denken vier von zehn (38%) so.

* Terrorismus sollte mit allen Mitteln gestoppt werden, auch wenn das bedeutet, gegen die Bürgerrechte zu verstoßen, finden 45 Prozent der Befragten weltweit. In Deutschland sind es vier von zehn (40%). In der Türkei (69%), Frankreich (59%) und Belgien (55%) stimmen deutlich mehr Menschen zu.

Nativismus

* Eine Mehrheit von 56 Prozent weltweit stimmt zu, dass Arbeitgeber bei Jobknappheit eher Einheimische als Eingewanderte einstellen sollten. Vor allem in der Türkei (74%) und Ungarn (76%) herrscht diese Meinung vor. Auch in den USA stimmen etwa sechs von zehn (58%) Befragten zu. In Deutschland (45%), Japan (38%) und Schweden (17%) ist die Zustimmung am geringsten. 44 Prozent weltweit glauben zudem, dass ihr Land generell Einheimische Ausländern bei der Jobvergabe vorziehen sollte, auch wenn das bedeutet, dass der Arbeitsmarkt langsamer wächst.

* Auch wird sich weltweit um den Einfluss gesorgt, den Immigranten auf soziale Leistungen (39%) und Arbeitsplätze (35%) haben. Vor allem in der Türkei (62%), aber auch in den USA (43%) und Italien (40%) wird der Aussage zugestimmt, Einwanderer nähmen den Einheimischen die Jobs weg. In Deutschland sehen das dagegen nur 22 Prozent so. Knapp vier von zehn (37%) Deutschen stimmen jedoch zu, dass Immigranten den Einheimischen wichtige Sozialleistungen wegnähmen. In der Türkei (63%), Belgien (50%), Ungarn (50%) und Frankreich (49%) denkt ein noch größerer Bevölkerungsanteil so.

* Vier von zehn (37%) Deutschen glauben, ein Einwanderungsstopp würde das Land stärken. Vor allem in der Türkei (61%) wird diese Ansicht geteilt. Ebenso wie in Ungarn (49%), Belgien (47%), Italien (46%), Frankreich (40%) und den USA (38%).

Sichern populistische Ansichten Wählerstimmen?

* Einige populistische Ansichten finden Anklang bei den Befragten weltweit.   Vor allem einer Partei oder einem Politiker, der sich für die gewöhnlichen Menschen einsetzt und gegen die Eliten agiert, würden sechs von zehn Wählern in 23 Ländern eher ihre Stimme geben. In Deutschland ist es knapp die Hälfte (47%) der Befragten. Ein Politiker, der den Status Quo radikal ändern will, würde sich die Stimme von etwas mehr als einem Viertel (27%) der Deutschen sichern, knapp drei von zehn (29%) würden ihr Kreuz woanders machen. Einen Politiker, der bereits zuvor an der Macht war, würden 18 Prozent der Deutschen präferieren.

* Doch auch pluralistische Ansätze finden Anklang bei den Deutschen und den Befragten weltweit. Zwei Drittel (67%) weltweit und 62 Prozent der Deutschen würden eher einen Politiker wählen, der auch alternative Meinungen anhört. Einen kompromissbereiten Politiker favorisieren knapp die Hälfte der Deutschen (49%) und mehr als die Hälfte (56%) weltweit. Jemanden, der die Rechte von Minderheiten vertritt, würden 45 Prozent der Deutschen wahrscheinlich wählen (52% weltweit).

Robert Grimm, Leiter der Ipsos Politik- und Sozialforschung, zu den Ergebnissen:

„Diese Ergebnisse enthüllen ein besorgniserregend geringes Maß an Vertrauen, dass der traditionellen politischen Führungsriege weltweit und den Schlüsselinstitutionen wie Medien, Gerichten und Banken entgegengebracht wird. Unsere Analyse zeigt allerdings auch, dass wir weder vorschnelle Schlüsse über die Gründe für diese weltweite Unzufriedenheit ziehen, noch alle Aussagen unter den „Populismus-Banner“ stellen sollten. So unterscheiden sich die Einstellungen gegenüber Immigration weltweit und es gibt keine mehrheitliche Meinung dafür oder dagegen. Die Realität ist komplex. Daher ist es entscheidend, den lokalen Kontext zu verstehen." Ipsos 31

 

 

 

EuGH: EU-Staaten dürfen Asylbewerber mit Terror-Hintergrund ablehnen

 

EU-Länder  dürfen Asylbewerber abweisen, die in ihrer Vergangenheit in Terrornetzwerke verwickelt waren – auch wenn ihre Rolle lediglich logistischer Natur war. So lautet das heutige Urteil des Europäischen Gerichtshofes (EuGH). EurActiv Brüssel berichtet.

 

Das oberste Gericht der EU urteilte am heutigen Dienstag gegen einen marokkanischen Asylbewerber, dessen Gesuch von den belgischen Behörden abgelehnt worden war, weil er in der Vergangenheit in terroristische Aktivitäten verstrickt gewesen war. So hatte ihn ein belgisches Gericht 2006 für schuldig befunden, Ausweise für eine Gruppe Marokkaner gefälscht zu haben, die Dschihadisten für Kämpfe im Irak anheuerten. Das damalige Urteil: sechs Jahre Haft.

Der EuGH erklärte, Mostafa Louani habe seinen Asylantrag angeblich aus Angst gestellt, bei der Rückkehr in sein Land verfolgt zu werden, weil ihn viele dort für einen radikalen Islamisten und Dschihadisten hielten. „Ein Asylantrag kann abgelehnt werden, wenn der Asylsuchende in die  Aktivitäten eines Terrornetzwerkes involviert war“, so das Gericht. „Der Asylsuchende muss die Attentate nicht unbedingt persönlich ausgeführt, in Auftrag gegeben oder direkt an ihrer Umsetzung gearbeitet haben.“

Bei ihrem Urteilsspruch verwiesen die Richter auf eine Resolution des UN-Sicherheitsrates von 2014. Darin  hatte man gewarnt, dass sich internationale Netzwerke von ausländischen Terrorkämpfern im Rahmen des Krieges in Syrien und im Irak über Grenzen hinaus ausbreiten würden.

Die Absage eines Asylgesuchs könne durchaus auch damit begründet werden, dass eine Person in Rekrutierungsversuche, die Organisation oder den Transport von ausländischen Kämpfern oder Terrorattentätern verwickelt gewesen sei, so der EuGH. Tatsächlich habe Louani nicht persönlich einen terroristischen Akt begangen oder dazu angestiftet, wenden die Richter ein. Dennoch habe seine Verstrickung aufgrund der gefälschten Reisedokumente „eine internationale Dimension“ angenommen.

Das Gericht begründet sein Urteil außerdem mit der Tatsache, dass Louani führendes Mitglied einer international agierenden Terrorgruppe gewesen sei und seit 2002 auf der Schwarze Liste der UN gestanden habe.

Seit Ausbruch der Flüchtlingskrise befürchten viele, Terroristen könnten sich als Asylsuchende tarnen, um Europa zu infiltrieren. Diese Sorge bewahrheitete sich im vergangenen Juli zumindest teilweise, als ein 17-jähriger Afghane Reisende in einem deutschen Zug angriff. Von: Samuel Morgan. Übersetzt von: Jule Zenker EA/AFP 31

 

 

 

Deutscher Marshallplan für Afrika

 

Afrika wird dieses Jahr auf die internationale Agenda gehoben, doch wieder einmal, ohne die Länder einzubeziehen.Von Manfred Öhm

 

Das Jahr 2017 wird eine Vielzahl an für Afrika relevanten Gipfeltreffen und Initiativen sehen. Beim G20-Gipfel im Juli soll ein Pakt mit Afrika beschlossen werden, im November folgt das EU-Afrika-Gipfeltreffen. Am 18. Januar hat das Bundesministerium für wirtschaftliche Zusammenarbeit und Entwicklung (BMZ) eine lange angekündigte Strategie für die Zusammenarbeit mit Afrika vorgestellt, die nicht weniger als eine neue Form der Partnerschaft verspricht. Was ist von der aktuellen afrikapolitischen Agenda zu erwarten?

Den Auftakt der diesjährigen afrikapolitischen Diskussion macht die staatliche Entwicklungszusammenarbeit. Wie der Untertitel „Eckpunkte für einen Marshallplan mit Afrika “ des neuen Grundlagendokuments des BMZ schon besagt, soll Großes geleistet werden. Nicht weniger als eine neue Form der Partnerschaft ist vorgesehen. Der Plan nennt viele Schwerpunkte, im Kern geht es jedoch um eine Ausweitung der Entwicklungsfinanzierung. Diese wird an sogenannte Reformpartnerschaften geknüpft, mit denen sich die Entwicklungszusammenarbeit mit finanziellen Anreizen auf reformbereite Länder konzentrieren soll. Diese Akzentuierung dürfte einhergehen mit den zu erwartenden Beschlüssen des G20-Gipfels am 7. und 8. Juli in Hamburg, der mit einem „Compact with Africa“ vor allem die Rahmenbedingungen für Investitionen in Afrika, also letztlich die Verbindung von Außenwirtschaftsförderung und Entwicklungszusammenarbeit, verbessern will.

Die Beziehung zu den Staaten Afrikas auf die internationale Agenda zu heben, ist begrüßenswert. Dadurch können sich Spielräume ergeben, um Dinge zu verändern. Die Staaten Afrikas im globalen Ordnungsrahmen nicht nur mitzudenken, sondern konkrete politische Angebote zu formulieren, beispielswiese einen afrikanischen Sitz im Sicherheitsrat der Vereinten Nationen, ist notwendig und entspricht der de facto gestiegenen Rolle des Kontinents auf der Weltbühne. Die gegenwärtige Motivation, dem afrikanischen Kontinent so viel Aufmerksamkeit zu schenken, rührt in Deutschland jedoch von der Diskussion über Flucht und Migration her. Es ist ein innenpolitischer Handlungsdruck in Deutschland entstanden, der Afrika auf die globale Agenda bringt, international jedoch nicht überall geteilt wird.

Widersprüche zwischen Zielen und aktueller Politik

Ein genauer Blick auf diesen Auftakt des „Afrika-Jahres“ lohnt sich; manch eine Forderung im „Marshallplan“ überrascht: Visa-Erleichterungen für Afrikaner und einfacherer Zugang zu legaler Migration, faire Handelspartnerschaft, die Einhaltung sozialer, ökologischer und menschenrechtlicher Standards in den Handelsbeziehungen, zuletzt gar der Abbau wettbewerbsverzerrender Agrarsubventionen sowie ein gemeinsamer afrikanisch-europäischer Markt werden gefordert. Dies ist bemerkenswert, die Ideen fairer Handelspartnerschaft und legaler Migrationsmöglichkeiten werden von Experten schon lange gefordert. Leider findet man im Marshallplan Widersprüche zwischen diesen hehren Zielen und der konkreten Umsetzung. Viele Zielkonflikte bleiben ungelöst, denn der Marshallplan versucht, vielfältige politische Ziele unmittelbar mit der aktuellen Politik zu verknüpfen, was nicht gelingt.

So stehen ein gemeinsamer Markt und bessere Möglichkeiten zur legalen Migration komplett im Widerspruch zu den im Plan genannten Migrationspartnerschaften, die Europa aktuell mit einzelnen afrikanischen Staaten beschließt. Diese dienen vornehmlich dazu, Freizügigkeit einzuschränken. Ebenso ist es nicht plausibel, Demokratie und Rechtsstaatlichkeit in Reformpartnerschaften einzufordern, gleichzeitig autoritäre Länder wie Ägypten und Togo beispielhaft als reformorientiert zu nennen. Die Förderung fairen Handels und lokaler Wertschöpfungsketten in Afrika klingen gut, doch werden die maßgeblichen Hebel zur Umsetzung, beispielsweise eine staatliche Industriepolitik, nicht einmal genannt. Die hier zu erkennenden Zielkonflikte zwischen einzelnen Politikfeldern und die Widersprüche zwischen Ziel und Umsetzung bedürfen kohärenter Antworten, die im Marshallplan zugunsten einer „Big Push“-Rhetorik nicht geliefert werden. Es droht stattdessen die Verengung der Afrika-Politik auf bestimmte Politikfelder, vor allem ohne die Außen- und Sicherheitspolitik im Rahmen eines stringenten Handlungsansatzes einzubeziehen.

Entwicklungspolitisch wird man sich zudem vom Geber-Nehmer-Denken nicht verabschieden, solange die angedachten Reformpartnerschaften als wesentlichen Hebel Mittelflüsse und sichere Investitionsbedingungen vorsehen. Doch selbst wenn die Intention stimmte: Mit den aktuellen Migrationspartnerschaften, die genauso wie die Wirtschaftspartnerschaftsabkommen (Economic Partnership Agreement – EPA) der EU mit Afrika vor allem ein Instrument europäischer Interessenpolitik sind, wird man die afrikanischen Partner eher vergrätzen. Ein Marshallplan, der in einem einzelnen Ministerium entwickelt wird, ohne Abstimmung mit den afrikanischen Partnern, geschweige denn den europäischen Nachbarn, kann eigentlich kein Partnerschaftsangebot sein.

Neue Formen der Partnerschaft zwischen Europa und Afrika müssen politisch sein und weit über die Idee von Wirtschaftspartnerschaft und Entwicklungszusammenarbeit hinausgehen. In Zeiten globaler Umbrüche muss im Kern eines Angebots für eine Partnerschaft mit Afrika für unser demokratisches Gesellschaftsmodell geworben werden.

G20 – Neue Anstöße, doch keine neue Partnerschaft

Im Unterschied zum Marshallplan, einem Debattendokument, das per se kaum strukturbildende Wirkung für politische Prozesse haben wird, besteht beim Gipfeltreffen der G20 die konkrete Möglichkeit, einen Beitrag zu einer verbesserten Wirtschaftszusammenarbeit mit Afrika zu leisten. Dass sich die G20 mit Afrika befasst, hat schon eine gewisse Tradition. Auf dem letzten Gipfel im September 2016 wurde im chinesischen Hangzhou eine industriepolitische Initiative für Afrika beschlossen. Mit dem geplanten „Compact with Africa“ soll Afrika nun nicht mehr nur in der „G20 Development Working Group“ diskutiert, sondern umfassender behandelt werden.

Nach jetzigem Diskussionstand ist zu erwarten, dass das Ergebnis ein Arrangement für bessere Rahmenbedingungen für Investitionen in Afrika und eine verbesserte Wirtschaftskooperation sein wird und dass Anregungen zur Fragen der Entwicklungsfinanzierung, der Regulierung illegaler Finanzströme und – bedingt – zu den Fragen wirtschaftlicher Transformation des afrikanischen Kontinents entwickelt werden. Zudem können beim Gipfel auch durch begleitendes zivilgesellschaftliches Engagement positive Anstöße für einzelne Themen erzielt werden. Doch neue Formen der Partnerschaft wird es auch durch den G20-Gipfel nicht geben, denn ohne die Einbindung afrikanischer Partner, die im Club mit Ausnahme von Südafrika nicht vertreten sind, kann man keine Akzente für eine neue Partnerschaft setzen.

Die anstehende afrikapolitische Agenda zeigt, dass eine Lösung globaler Probleme nicht mehr ohne die Berücksichtigung Afrikas gedacht wird – dies ist ein großer Schritt nach vorn. Das Gipfeltreffen zwischen der Europäischen Union und Afrika im November – dort werden die Staaten Afrikas im Unterschied zum G20-Gipfel anwesend sein –   wird ein Gradmesser dafür sein, wie die neuen Ideen auf afrikanischer Seite wahrgenommen werden. IPG 26

 

 

 

 

Flüchtlinge in Tschechien: Zwischen Fremdenhass und Integration

 

Von Syrien in ein europäisches Integrationszentrum und dann in die neue Heimat Prag, so könnte der Weg eines Flüchtlings aussehen. Doch für viele Asylsuchende ist Tschechien ein Land mit Schattenseiten. EurActiv Tschechien berichtet.

 

Es gibt nicht viele arabischstämmige Menschen, die in der Tschechischen Republik Asyl beantragen. Einige von ihnen werden erfolgreich integriert und finden ein neues Zuhause. Andere jedoch werden Opfer von Fremdenhass.

„Für jeden Menschen ist der Integrationsprozess anders. Ausschlaggebend ist, wann eine Person oder Familie herkommt und aus welchem Grund“, erklärt Jitka Nováková vom Prager Integrationszentrum im Gespräch mit EurActiv Tschechien. Schwierigkeiten haben ihr zufolge vor allen Syrer und Iraker, die erst kürzlich eingereist sind.

Lieber nicht an Syrien denken

Einer von ihnen ist ein Mann aus der syrischen Stadt Homs, der lieber anonym bleiben möchte. Er erhielt subsidiären Schutz, weil ihm im Falle einer Rückkehr in sein Heimatland Gefahr drohen würde. Nach Tschechien kam er per Flugzeug. „Die erste Woche war ich in einem Aufnahmezentrum in der Stadt Zastávka u Brna. Dann haben sie mich für zweieinhalb Monate nach Haví?ov geschickt. Dort habe ich auf die Entscheidung über meinen Schutzstatus gewartet“, beschreibt er seine Ankunft.“Es war eine harte Erfahrung, aber man hat mir geholfen. Daher erinnere ich mich auf positive Weise daran.“

Der dritte Stopp auf seiner Reise durch Tschechien war ein Interationszentrum in Jarom??. Auch seine Frau und Tochter trafen dort ein. „Wir haben in dem Flüchtlingszentrum gelebt und die tschechische Sprache erlernt. Die Mitarbeiter vor Ort waren sehr freundlich wie auch die Beamten in Zastávka u Brna und die Polizeikräfte.“

„Für uns ist es besser, lieber nicht an die Rückkehr nach Syrien zu denken. Wir haben unser Haus verloren, unsere Arbeit – alles. Jetzt müssen wir uns auf unser Leben in Tschechien konzentrieren“, so der Flüchtling. Seine gesamte Familie, auch seine Eltern und sein Bruder, leben in der Tschechischen Republik. „Wir bauen uns hier ein neues Leben auf. Ich habe eine Arbeit gefunden. Jetzt sind wir nach Prag gezogen und fangen an, wieder wie normale Leute zu leben“, erklärt er mit einem Lächeln im Gesicht.

Der Ingenieur mit Uniabschluss arbeitet inzwischen als Mechaniker in einer Fabrik für Autoteile. Trotz der harten Arbeitsbedingungen ist er dankbar. Dennoch träumt er von einem Job, bei dem er sein Fachwissen anwenden kann.

Hass gegen Araber

Nicht alle Geschichten klingen derart positiv. Die tschechische Gesellschaft tute sich schwer mit der Integration von Arabern, betont Nováková. Das bekämen vor allem Frauen mit Kopftuch zu spüren. „Es ist nur selbstverständlich, dass es einen schlechten Einfluss auf den Integrationsprozess hat, wenn sich Frauen oder Familien nicht willkommen fühlen“, meint die Mitarbeiterin der NGO.

Immer häufiger komme es zu Angriffen auf arabischstämmige Menschen, warnt Marek ?an?k vom Mulicultural Centre in Prag. Dahinter stecken ihm zufolge nicht etwa radikalisierte Menschen, sondern ganz normale Tschechen, die glauben, sie könnten jeden beleidigen, der anders aussehe. „Darin spiegelt sich die Rhetorik der Medien und Politiker wider, die der Ansicht sind, der Islam sei eine Bedrohung“, fügt er hinzu.

Das bestätigt auch der Politikwissenschaftler Milan Znoj, der an der Charles Universität in Prag unterrichtet. „Es gibt nur wenige bürgerrechtliche Initiativen, wenige Journalisten und Intellektuelle oder Politiker, die sich gegen diese Woge an Muslimfeindlichkeit stellen.“ Die meisten Politiker setzen eher auf Fremdenhass, um sich selbst politisch einen Vorteil zu verschaffen, kritisiert er.

Tschechische Integration

Im vergangenen Jahr beantragten in Tschechien 1.475 Menschen internationalen Schutz. Die Regierung des Landes gewährte 148 von ihnen Asyl und 302 subsidiären Schutz. Die Antragsteller und diejenigen, die ihren Schutzstatus bewilligt bekommen haben, können die Einrichtungen des Flüchtlingsverwaltungsamtes des Innenministeriums (SUZ) nutzen. An den Aufnahme- und Unterkunftszentren können sie Tschechisch lernen, Sport treiben oder künstlerisch tätig werden.

„Die Arbeit mit den Besuchern basiert auf gegenseitigem Vertrauen“, bekräftigt Kate?ina Tomanová vom SUZ. „Man kann nur dann erfolgreich zusammenarbeiten, wenn beide Seiten das auch wollen.“ Sprachbarrieren können dank der Arbeit von Sozialarbeitern und Dolmetschern überwunden werden.

Das Innenministerium leitet eine besondere Einrichtung für Einwanderer, die nicht in Tschechien bleiben möchten oder auf ihre Ausweisung warten. „In den Auffanglagern müssen wir den Menschen ihre Situation erklären und für ausreichend Freizeitbeschäftigung sorgen“, so Tomanová. Vor der Flüchtlingskrise gab es in Tschechien nur ein einziges solches Zentrum in B?lá-Jezová. Jetzt sind es drei. Das erste wurde in eine Einrichtung umgewandelt, die sich auf besonders schutzbedürftige Flüchtlinge spezialisiert, insbesondere Familien mit Kindern und Frauen. Darüber hinaus gibt es zwei Aufnahmezentren und zwei Unterkunftseinrichtungen für Asylbewerber. Das SUZ leitet außerdem vier Integrationszentren, in denen die Flüchtlinge lernen, Tschechisch zu sprechen und einen Arbeitsplatz sowie eine Wohnung zu finden. Von: Aneta Zachová | EurActiv.cz | Übersetzt von: Jule Zenker  27

 

 

 

Pflicht, nicht Kür

 

Menschenrechtsschutz muss für Unternehmen verpflichtend werden, Freiwilligkeit allein reicht nicht. Von Sarah Lincoln

 

Der im Dezember 2016 verabschiedete Nationale Aktionsplan Wirtschaft und Menschenrechte setzt darauf, dass Unternehmen sich freiwillig um ihre menschenrechtliche Risiken kümmern. Die Bundesregierung bekräftigt die diesbezügliche Verantwortung und äußert die Erwartung, dass alle deutschen Unternehmen menschenrechtliche Sorgfaltsverfahren einführen. Der Umsetzungsstand soll stichprobenhaft überprüft werden, ein Ausschluss aus der staatlichen Förderung oder andere Sanktionen für untätige Unternehmen sind aber vorerst nicht geplant.

Stattdessen will man die Unternehmen über freiwillige Programme animieren: Beratungsstellen und Schulungsangebote werden ausgebaut, und durch einen branchenübergreifenden Konsens bei der „Corporate Social Responsibility“ (CSR) und Brancheninitiativen sollen die Anforderungen an die Unternehmensverantwortung mit Unternehmen, Gewerkschaften und Nichtregierungsorganisationen (NGOs) konkretisiert und gemeinsame Ziele vereinbart werden.

Die Bundesregierung vermittelt mit dieser Herangehensweise den Eindruck, dass deutsche Unternehmen durchaus willens seien, ihrer Verantwortung nachzukommen. Es fehle lediglich an Informationen, Unterstützungsangeboten und gemeinsamer Konkretisierungen. Doch gibt es tatsächlich Anhaltspunkte dafür, dass freiwillige Unternehmensverantwortung und Selbstregulierungsinitiativen funktionieren? Alle bisherigen Untersuchungen deuten in eine andere Richtung.

Eine von der Europäischen Kommission in Auftrag gegebene Studie untersuchte im Jahr 2013 in 17 Ländern, welche Wirkung freiwillige CSR-Maßnahmen von Unternehmen haben. Ganz konkret wurden hier insbesondere die beiden Bereiche Umwelt- und Arbeitsstandards unter die Lupe genommen. Die Studie kommt zu dem Ergebnis, dass die positive Wirkung von CSR-Aktivitäten sehr gering ist. Aktivitäten seien vor allem dort erkennbar, wo eine hohe Regelungsdichte besteht, wie beispielsweise bei der Chemikaliennutzung oder der Arbeitssicherheit. Insgesamt kommt die Studie daher auch zu der sehr klaren Empfehlung, dass mehr Regulierung wünschenswert und zielführend sei.

Dies bestätigt auch die vielfach kritisierte Dodd-Frank-Regelung aus den USA zu Konfliktmineralien. Obwohl schon seit vielen Jahren bekannt war, dass der Abbau bestimmter Mineralien in der Demokratischen Republik Kongo zur Finanzierung der Konflikte beitrugen, kam erst im Jahr 2010 mit Verabschiedung der gesetzlichen Vorgabe zur Offenlegung der Lieferkette Bewegung in die Unternehmen. Eine ganze Reihe von Transparenzinitiativen und Zertifizierungen entstanden daraufhin, die den Handel mit Erzen aus dem Kongo transparent machen sollen.

Mittlerweile geben zwar in Deutschland die meisten großen deutschen Unternehmen vor, auf Arbeitsschutz und Menschenrechte in ihren Lieferketten zu achten. Die Programme kratzen oft aber nur an der Oberfläche. Im Jahr 2014 befragten Germanwatch und Misereor die Dax-30-Unternehmen nach ihren menschenrechtlichen Sorgfaltsverfahren. Sie stellten fest, dass nur die wenigsten Unternehmen systematisch und regelmäßig Risiken analysieren oder effektive Maßnahmen zur Verhinderung von Menschenrechtsverletzungen durchführen. Viele Unternehmen lassen es dabei bewenden, die Verantwortung durch entsprechende Vertragsklauseln auf die Lieferanten abzuwälzen, ohne in den Blick zu nehmen, dass sie mit den Preisen und Lieferfristen nicht unerheblich die Bedingungen für die Zulieferbetriebe diktieren. Oft verweisen die Unternehmen auch auf Sozial-Audits, die in den Fabriken oder im Bergbau durchgeführt wurden, wissen aber eigentlich selber, dass diese Bescheinigungen oft gekauft und wenig aussagekräftig sind.

Mehr Qualität und Verbindlichkeit will die Bundesregierung daher mit Initiativen wie dem Textilbündnis und weiteren Branchendialogen schaffen, in denen überprüfbare Ziele und Indikatoren vereinbart werden. Das Textilbündnis ist ein Projekt des Bundesministeriums für Entwicklung und wirtschaftliche Zusammenarbeit und bringt deutsche Textilunternehmen, Gewerkschaften und NGOs zusammen, um konkrete Vereinbarungen zur Verbesserung der Lebens- und Umweltbedingungen vom Baumwollanbau bis zur Textilfabrik zu treffen.

Zwei Jahre nach der Gründung hat das Bündnis sich Ende 2016 auf Kernfragen und Indikatoren geeinigt. Die Mitglieder können sich nun einzelne Ziele für ihre persönliche „Roadmap“ aussuchen. Einen verbindlichen Mindeststandard für alle gibt es nicht. Eine Veröffentlichung der individuellen Ziele ist im ersten Jahr nicht verpflichtend. Über die Form der Überprüfung und die Veröffentlichung der Prüfberichte ist noch keine Einigung erzielt worden, Sanktionen gibt es neben einem möglichen Ausschluss keine. Noch können keinerlei Aussagen darüber getroffen werden, ob das Textilbündnis Verbesserungen für die Arbeitnehmerinnen und Arbeitnehmer entlang der Lieferkette bewirken wird. Die Gefahr solcher Dialogprozesse besteht jedoch darin, dass unter erheblichen Ressourcenaufwand seitens der beteiligten NGOs individuelle Ziele vereinbart werden, die unterhalb bereits bestehender internationaler Anforderungen liegen und gleichzeitig keine ausreichende Transparenz für die Überprüfbarkeit hergestellt wird.

Wenig verwunderlich: Unternehmen sind letztlich nur dann zu Veränderungen ihrer Geschäftspraxis bereit, wenn dies finanzielle Vorteile für sie hat.

Auch wenn man sich die Auswertungen ähnlicher Vereinbarungen anschaut, scheint es äußerst zweifelhaft, ob solche Initiativen den Unternehmen ausreichend Anreiz zur Änderung ihrer Geschäftspraxis bieten. In einer ausführlichen Auswertung des „Roundtable on Sustainable Palm Oil“ zeigt Brot für die Welt erhebliche Schwächen dieser Multistakeholder-Initiative auf, sowohl bei der inhaltlichen Reichweite der Kriterien als auch bei der Überprüfung. Im Jahr 2015 hat die „Royal Society for the Protection of Birds“ 161 Selbstregulierungsansätze aus allen Lebensbereichen untersucht. Ob zur Reduzierung von Treibhausgasen in Kanada, zur aggressiven Vermarktung von Medikamenten in Schweden oder zum Schutz von Albatrossen in Neuseeland: In 80 Prozent der Fälle seien die freiwilligen Vereinbarungen gescheitert, weil die gesteckten Ziele nicht erreicht wurden oder sich nur sehr wenige Unternehmen angeschlossen haben. Mindestvoraussetzung seien klar definierte, überprüfbare Ziele, eine unabhängige Überprüfung und eine transparente Berichterstattung. Vor allem aber kommt die Studie zu dem wenig überraschenden Ergebnis, dass Unternehmen letztlich nur dann zu Veränderungen ihrer Geschäftspraxis bereit sind, wenn dies finanzielle Vorteile für sie hat. Freiwillige Initiativen funktionieren demnach insbesondere dann, wenn es klare Anreize, beispielsweise Steuererleichterungen gibt oder wenn sie mit gesetzlichen Vorgaben kombiniert werden.

Anstatt ordnungspolitische Fragen in sogenannten Multi-Akteurs-Partnerschaften verhandeln zu lassen, sollte die Bundesregierung sich daher wieder auf ihre ureigene Aufgabe besinnen, verbindliche Rahmenbedingungen für die Einhaltung der Menschenrechte zu schaffen. Wie das aussehen kann, zeigt Frankreich: Dort wird im Februar 2017 ein Gesetz verabschiedet werden, das die großen französischen Unternehmen verpflichtet, menschenrechtliche Risiken zu verhindern, auch bei ihren Tochterunternehmen und wichtigen Vertragspartnern. IPG 23

 

 

 

 

USA. Trumps verschärft Einreisebedingungen für Muslime in der Kritik

 

Keine Flüchtlinge aus Syrien, Stopp des Flüchtlingsprogramm, keine Visa für Menschen aus bestimmten muslimischen Ländern – US-Präsident Donald Trump hat die Bestimmungen verschärft. Sein Einreisestopp für Flüchtlinge und viele Muslime hat weltweit Kritik geerntet.

 

Die Vereinten Nationen haben zurückhaltend auf die drastisch verschärfte Flüchtlings- und Einreisepolitik von US-Präsident Donald Trump reagiert. „Religion, Nationalität oder Ethnie“ von Flüchtlingen dürften keine Rolle spielen, teilten das Flüchtlingshilfswerks UNHCR und die Internationale Organisation für Migration (IOM) am Samstag in Genf mit. Zugleich forderten die beiden Organisationen die USA auf, eine globale Führungsrolle beim Schutz und der Aufnahme von Vertriebenen zu spielen. Eine direkte Kritik an Trump findet sich nicht. Die USA stellen einen Großteil der Finanzen für das UNHCR und die IOM. Darüber hinaus hagelte es aber Kritik: Gerichtsurteile gegen den Erlass, Proteste an Flughäfen, Kritik von internationalen Organisationen und ausländischen Politikern wie Angela Merkel.

Einen ersten Teilerfolg erzielten die Trump-Gegner bereits am Samstagabend (Ortszeit): Bundesrichterin Ann Donnelly in New York ordnete an, dass Menschen, die nach dem Erlass Trumps trotz gültiger Visa bei der Einreise auf US-Flughäfen festgenommen worden waren, vorläufig nicht in ihre Herkunftsländer abgeschoben werden dürften. Diesen Menschen drohe ansonsten „nicht wieder gutzumachender Schaden“. Donnelly schrieb in ihrem dreiseitigen Urteil, die Reisenden hätten „sehr gute Chancen“ mit ihrer Klage, das Einreiseverbot sei verfassungswidrig. Donnelly äußerte sich jedoch nicht zu weiteren Aspekten des Erlasses.

Trump hatte am Freitagabend das US-Programm zur Aufnahme von Flüchtlingen für vier Monate ausgesetzt, bis auf weiteres einen Aufnahmestopp für Flüchtlinge aus dem Bürgerkriegsland Syrien verhängt und die Einreisebedingungen für viele Muslime deutlich verschärft. In den kommenden 90 Tagen werden Bürger aus sieben mehrheitlich muslimischen Ländern keine Einreisevisa bekommen, heißt es in dem von Trump unterzeichneten Erlass mit dem Titel „Schutz der Nation vor der Einreise ausländischer Terroristen in die Vereinigten Staaten“. Das gilt für Irak, Syrien, Iran, Libyen, Somalia, Sudan und Jemen.

Merkel warnt vor Generalverdacht

Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) äußerte sich nach ihrem schon vorher für Samstag geplanten Telefongespräch mit Trump zunächst nicht zum Einreiseverbot, ließ aber dann am Sonntag durch Regierungssprecher Steffen Seibert erklären: Sie bedauere den Beschluss Trumps und sei „überzeugt, dass auch der notwendige entschlossene Kampf gegen den Terrorismus es nicht rechtfertigt, Menschen einer bestimmten Herkunft oder eines bestimmten Glaubens unter Generalverdacht zu stellen“.

Die Bundesregierung werde nun prüfen, welche Folgen die Beschlüsse für deutsche Staatsbürger mit doppelter Staatsangehörigkeit haben werden und „deren Interessen gegebenenfalls gegenüber unseren amerikanischen Partnern vertreten“, teilte Seibert weiter mit. Dies trifft nicht nur weltweit für Künstler, Sportler und Politiker zu sondern zum Beispiel auch für die beiden Bundestagsabgeordneten Niema Movassat (Linke) und Omnid Nouripour (Grüne) mit iranischer und deutscher Staatsbürgerschaft, wie die Tagezeitung taz berichtet.

Christen werden bevorzugt

Mit dem Aussetzen des US-Flüchtlingsprogramms für 120 Tage will Trump „radikale islamische Terroristen“ fern halten. Merkel wies zudem auf die Genfer Flüchtlingskonvention hin, die auch die USA unterzeichnet haben. Doch Trump reduziert laut Erlass im Namen der nationalen Sicherheit die Zahl aller aufzunehmenden Flüchtlinge auf 50.000 im Jahr. Im Haushaltsjahr 2016 hatten die USA rund 85.000 Flüchtlinge aufgenommen, darunter nach Angaben des „Pew Research Center“ knapp 39.000 Muslime, vornehmlich aus Syrien (rund 12.600), Somalia, Irak, Burma und Afghanistan.

Bevorzugen will Trump in Zukunft Christen, die in ihrem Land in der Minderheit sind wie zum Beispiel im Nahen Osten. Trump erklärte am Samstag dennoch, seine Anordnung sei kein gegen Muslime gerichtetes Verbot. Das US-Heimatschutzministerium teilte am Sonntag mit, es werde Präsident Trumps Erlass weiterhin vollstrecken um „die Sicherheit des amerikanischen Volkes zu gewährleisten“.

Hasserfüllte Wahlpropaganda. Dreckige Symbolik.

Der internationale Generalsekretär von Amnesty International, Salil Shetty, erklärte am Samstag, die „schlimmsten Befürchtungen über Trump“ hätten sich bereits bestätigt. Mit einem Federstrich habe Trump seine hasserfüllte fremdenfeindliche Wahlpropaganda umgewandelt in einen Erlass, der Menschen wegen ihrer Religion ausgrenze.

Auf Kritik stießen das Einreiseverbot und der Flüchtlingsstopp auch bei us-amerikanischen Hilfsorganisationen und beim außenpolitischen Sprecher der Bundestagsfraktion von Bündnis 90/Die Grünen, Omid Nouripour. In der Huffington Post Deutschland sprach er von „dreckiger Symbolik“. Es sei auffällig, dass genau die Länder ausgenommen seien, „mit denen Trumps Firmen Geschäfte machen“, so der Bundestagsabgeordnete der Grünen.

Zentralrat: Einreiseverbot stärkt IS

Scharfe Kritik kam auch vom Zentralrat der Muslime in Deutschland. Das sei „ein Schlag in das Mark Amerikas“, sagte der Zentralrats-Vorsitzende Aiman Mazyek dem Kölner Stadt-Anzeiger. Wenn das Verbot tatsächlich umgesetzt werde, sei das zudem auch „ein Bruch mit den zivilisatorischen Koordinaten und Geschichte, die einst USA so stark gemacht hat“. Demokratie, Freiheit und Menschenrechte seien die stärksten Waffen gegen den Terror. Staatliche Willkür, Intoleranz und Rassismus seien hingegen Wasser auf den Mühlen aller Extremisten.

Mit dem Einreiseverbot wird nach Einschätzung Mazyeks die Terrororganisation IS gestärkt. Der IS grabe jetzt auf neuem vergifteten Nährboden, „indem er sich scheinbar bestätigt sieht, dass sich die USA im Krieg gegen den Islam befindet“.

Jüdischer Hilfsverband: Erlass „widerwärtig und abscheulich“

In den USA appellierte der Präsident des „Nationalen Verbandes der Evangelikalen“, Leith Anderson, an Trump, die Flüchtlingsprogramme nicht zu stoppen. Die meisten Flüchtlinge in den USA aus dem Nahen Osten seien Frauen und Kinder, die Bürgerkriegen und der Terrororganisation „Islamischer Staat“ entkommen seien.

Der Erlass sei „widerwärtig und abscheulich“, sagte der Präsident des jüdischen Hilfsverbandes HIAS, Mark Hetfield. Mehr als 1.700 Rabbiner forderten von Trump, „Amerikas Türen offenzuhalten“. In Erinnerung an Einreisebeschränkungen in den 30er Jahren klagten die Rabbiner, schon einmal habe „Fremdenfeindlichkeit die Kapazität unserer Nation für Mitleid überwältigt“.

2015 wurden 730.000 Menschen US-Staatsbürger

Mit Blick auf die Not der 21 Millionen Flüchtlinge weltweit wollten „Katholiken gute Samariter sein“, erklärte die Catholic Relief Service-Mitarbeiterin Jill Maria Gershutz-Bell in der „Catholic News Agency“.

Die USA bleibt freilich Einwanderungsland. Nach Regierungsangaben sind im Jahr 2015 rund 730.000 Menschen US-Staatsbürger geworden. Gut eine Millionen Einwanderer hätten 2014 mit der Green Card den Status des „permanenten Einwohners“ erlangt, eine Vorstufe zur Staatsbürgerschaft. Hauptherkunftsländer der „permanenten Einwohner“ waren laut Heimatschutzministerium Mexiko, Indien und China. Etwa 13 Prozent der in den USA lebenden Menschen sind Einwanderer. 1970 lag der Anteil der Einwanderer bei knapp fünf Prozent und 1990 bei rund acht Prozent. (epd/mig 30)

 

 

 

 

Merkel trifft Hollande. Gemeinsame Antworten finden

 

Nur gemeinsam kann Europa auf die veränderten globalen Herausforderungen reagieren. Dies betonte die Bundeskanzlerin zu Beginn ihres Treffens mit dem französischen Staatspräsidenten in Berlin. Merkel und Hollande tauschten sich im Vorfeld des Malta-Gipfels über europäische Themen aus.

 

"Wir sehen, dass sich die globalen Rahmenbedingungen dramatisch und schnell ändern, und wir müssen auf diese neuen Herausforderungen antworten", sagte Bundeskanzlerin Angela Merkel. Es gelte, in dieser Situation die freiheitliche Gesellschaft und den freien Handel zu verteidigen. Außerdem verlangten auch ökonomische Herausforderungen – wie zum Beispiel die zunehmende

Wettbewerbsfähigkeit der Schwellenländer – eine Antwort.

Als EU entschlossen und schnell handeln

Man brauche einen "inneren Zusammenhalt" in der Europäischen Union, so Merkel weiter. Es gehe auch darum, dass jedem Mitgliedstaat klar sein müsse, dass mit der EU nicht nur Vorteile, sondern auch Verantwortung und Pflichten verbunden seien. "Wir brauchen eine Europäische Union, die in den

herausragenden Fragen, denen wir gegenüberstehen, entschlossen und schnell handelt."

Vor dem Malta-Gipfel

Die Kanzlerin besprach mit dem französischen Staatspräsidenten die Themen der bevorstehenden europäischen Gipfel. Am 3. März treffen sich die EU-Staats- und Regierungschefs in Valletta auf Malta zum informellen Europäischen Rat. Themen des Gipfels sind die Außendimension der Migration,

insbesondere die zentrale Mittelmeerroute, sowie die künftige Rolle der EU.

Im März folgt dann ein regulärer Europäischer Rat in Brüssel. Zum 60. Jahrestag der Römischen Verträge am 25. März werden sich dann die Staats- und Regierungschefs in Rom treffen.

Gedenken an die Anschlagsopfer vom Breitscheidplatz

Nach dem Treffen begleitete der französische Staatspräsident Hollande die Bundeskanzlerin zum Berliner Breitscheidplatz. Sie erinnerten dort gemeinsam an die Toten und Verletzten des Terroranschlags vom 19. Dezember 2016. Hollande würdigte vor Beginn des Treffens die Solidarität, die die Bundeskanzlerin bei den Terroranschlägen in Frankreich gezeigt hatte. Pib 27

 

 

 

 

EU drückt bei Asylreform aufs Tempo

 

Bis Jahresmitte soll die europäische Asylreform beschlossen werden. Das individuelle Recht auf Asyl soll nicht ausgehebelt werden.

Nach den Verwerfungen durch die Flüchtlingskrise will die Europäische Union ihr Asylsystem so schnell wie möglich überarbeiten. EU-Migrationskommissar Dimitris Avramopoulos sah nach einem Treffen der europäischen Innenminister in Malta einen Kompromiss „sehr, sehr nahe“. Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) warb dabei für ein dreistufiges Modell, bei dem im Falle eines „Massenzustroms“ Flüchtlinge in „sichere“ Lager außerhalb der EU gebracht würden.

Nach den bisherigen Dublin-Regeln müssen Flüchtlinge ihren Asylantrag in dem Land stellen, in dem sie als erstes europäischen Boden betreten. Dies führte dazu, dass Ankunftsländer wie Griechenland und Italien vollkommen überfordert sind. Gegen EU-Beschlüsse zur Verteilung von Flüchtlingen auf alle EU-Staaten stemmen sich mehrere osteuropäische Staaten.

Der maltesische EU-Vorsitz sah in den Gesprächen Fortschritte und will das Ziel einhalten, bis zur Jahresmitte die Asylreform über die Bühne zu bringen. Avramopoulos sagte, alle Mitgliedstaaten unterstützten einen dreistufigen Ansatz bei der Asylreform.

Dreistufenmodell

De Maizière zufolge könnte ein Kompromiss so aussehen: Bei wenigen ankommenden Flüchtlingen bleibt es im Prinzip bei den bisherigen Dublin-Regeln. Falls Erstaufnahmeländer besonders belastet werden, würde ein Mechanismus zur Verteilung von Asylbewerbern auf andere EU-Länder einsetzen.

Komme es zu einem „Massenzustrom“, müssten dann aber „andere Verfahren und andere Maßnahmen“ greifen, sagte de Maizière nach dem Treffen weiter. Dies könne auch „Rückführung in sichere Orte außerhalb Europas“ bedeuten. Der deutsche Innenminister räumte ein, dass vieles noch offen sei und konkretisiert werden müsse. Ein „Phasenmodell nach Belastungsstufen“ sei aus seiner Sicht aber „ein denkbarer Kompromiss“.

Avramopoulos versicherte, die EU-Staaten wollten mit den Plänen das individuelle Recht auf Asyl nicht aushebeln. Alle EU-Regierungen stimmten mit seiner Behörde vollkommen überein, „dass wir jeden Fall einzeln behandeln“, sagte er. Dies gelte auch für den Grundsatz der Nichtzurückweisung. Ihm zufolge dürfen Flüchtlinge an den Grenzen grundsätzlich nicht ohne Einzelfallprüfung abgewiesen oder in Länder gebracht werden, wo ihnen Menschenrechtsverstöße drohen.

Bei der in der zweiten Stufe angesiedelten Umverteilung zur Entlastung von Erstaufnahmeländern zeigte sich Avramopoulos optimistisch, dass auch bisher ablehnende Länder mitziehen werden. Es komme jedenfalls nicht in Frage, „dass ein Mitgliedstaat aus einem bestimmten wichtigen Bereich der Dublin-Reform aussteigt“, sagte er.

Umgang mit Libyen

Die EU sieht sich vor allem wegen der Lage im zentralen Mittelmeer unter massivem Handlungsdruck. Im vergangenen Jahr war in Italien die Rekordzahl von 181.000 Flüchtlingen registriert worden, die sich zu 90 Prozent von Libyen aus auf die gefährliche Reise über das Mittelmeer machten.

Der Vorstoß der maltesischen EU-Ratspräsidentschaft, mit Libyen ein ähnliches Abkommen zur Flüchtlingsrücknahme wie mit der Türkei zu schließen, stieß jedoch auf Vorbehalte. Eine solche Vereinbarung sei wegen des Fehlens einer Regierung mit Kontrolle über das gesamte Land derzeit nicht machbar, sagte Luxemburgs Migrationsminister Jean Asselborn. Abkommen und Partnerschaften mit Nachbarländern wie Ägypten, Tunesien und Algerien seien aber möglich.

EA/AFP 27

 

 

 

Vatikan über Trump: Kultur der Offenheit statt Isolation

 

Integration statt Ausschluss: Das wünscht sich der Substitut im vatikanischen Staatssekretariat Erzbischof Angelo Becciu von der neuen US-Regierung und Präsident Donald Trump. Auf die Frage, was er von Trumps Einreiseverboten und dem Plan zum Bau einer Mauer an der Grenze zu Mexiko halte, sagte Becciu am Rande der Eröffnung des akademischen Jahres an der Katholischen Universität in Rom: „Natürlich gibt es Besorgnis.“ Wenn man auf die jüngsten politischen Entwicklungen in den Vereinigten Staaten schaue, müsse eines klargestellt werden:

„Wir sind die Botschafter einer anderen Kultur, einer Kultur der Offenheit. Der Papst fügt noch hinzu, dass man all jene in unsere Gesellschaft und in unsere Kultur integrieren solle, die ankommen. Wir sind Brückenbauer und nicht Mauerbauer! Alle Christen sollten die Stärke haben, diese Botschaft weiterzugeben und erneut zu bestärken.“

Derweil soll der neue US-Präsident seinem mexikanischen Amtskollegen Enrique Peña Nieto in einem Telefongespräch angeboten haben, mit Hilfe der US-Armee die Drogenkartelle in Mexiko zu bekämpfen. Diese Nachricht wurde von der mexikanischen Regierung dementiert, sorgte aber in Mexiko für Aufruhr, weil Trump nach Medienberichten von „bösen hombres“ in Mexiko gesprochen haben soll. Beide Präsidenten hätten Differenzen bei verschiedenen Themen zum Ausdruck gebracht, twitterte der Sprecher des mexikanischen Präsidenten Eduardo Sánchez.

USA: Trump-Politik spiegelt Bürgerwut

Die Proteste gegen den neuen US-Präsidenten reißen auch in den USA nicht ab. Und doch hat Donald Trump in der Staatengemeinschaft einen soliden Rückhalt: Zu seinem Amt haben ihm Millionen von Menschen verholfen. Daran erinnert der US-amerikanische Jesuit und Publizist Thomas Reese im Interview mit Radio Vatikan. Dass jetzt eine Mauer zwischen den USA und Mexiko gebaut werden soll. sei eigentlich gar nicht so überraschend, findet der Journalist des „National Catholic Reporter“ – das Verhältnis zwischen beiden Ländern sei schließlich seit Jahren angespannt.

Trump hat vor allem Rückhalt bei sozial schwachen Protestwählern

„Das Problem ist ja nicht die Mauer an sich, sondern dass wir in den Vereinigten Staaten viele enttäuschte Arbeiter und vor allem Arbeitslose haben, die Mexiko als Konkurrenz betrachten. Dass es also soweit gekommen ist, ist also nicht Donald Trumps direkte Schuld, sondern die jener US-Wirtschaftsleute, die Arbeitsplätze aus den USA nach Mexiko verlegt haben, weil es dort billiger ist zu produzieren.“

Diese erzürnten US-Amerikaner hätten deshalb Donald Trump ihre Stimme gegeben. Dabei sei es ihnen nicht wirklich um die politische Zukunft der Staatengemeinschaft gegangen, sondern vielmehr darum, „etwas kaputt zu machen“, urteilt Reese. Gut zwei Monate nach der Protestwahl kehre inzwischen aber langsam wieder Nüchternheit ein:

„Jetzt ist vielen bewusst geworden, wie gefährlich eine solche Politik sein kann. Denn die neue Regierung will – und das haben wir jetzt gesehen – ihre Versprechen einlösen, die Trump im Wahlkampf geäußert hat.“

Viele hätten wohl gedacht, dass sich Trump nach seinem Sieg „mäßigen“ werde. Er selbst aber glaube nicht, dass die neue US-Administration „in ruhigere Gewässer“ zurückkehren werde, so der Jesuit, der die Vorgänge in Washington genau beobachtet. Eine destruktive Politik werden nun Überhand nehmen, prophezeit Reese.

Distanz zwischen Trumps politischer Linie und den US-Bischöfen „enorm“

Und wie bewerten die US-Katholiken die ersten Amtshandlungen des neuen Präsidenten? Trump hatte zuletzt einen neuen Richter für den Supreme Court ernannt. Neil Gorsuch gilt als konservativ und Verfechter der Pro-Life-Rechte. Mit der Entscheidung habe Trump zwar Sympathien bei den Katholiken gewonnen, so Reese.

„Doch das Verhältnis zur katholischen Bischofskonferenz wird meiner Meinung nach sehr konfliktreich sein. In Sachen Lebensschutz ist Donald Trump sowohl im Wahlkampf als auch in den ersten Amtshandlungen als neuer US-Präsident auf der Linie der katholischen Kirche, aber es gibt etliche Themenbereiche, in denen die Distanz zum Engagement der Bischöfe enorm ist. Denken wir nur an die Frage der Flüchtlinge und Migranten. Dennoch muss betont werden: Die Katholiken in den USA sind keine homogene Gruppe. Die Hispanics waren und sind gegen Trump, die klassischen weißen US-amerikanischen Katholiken hingegen wählen seit Jahren die Republikanische Partei.“  (afp/rv 02.02.)

 

 

 

 

Besuch in der Türkei. Merkel mahnt Meinungsfreiheit an

 

Bundeskanzlerin Merkel hat bei einem Treffen mit dem türkischen Staatspräsidenten Erdogan die Bedeutung der Opposition in einer Demokratie unterstrichen. Im Hinblick auf das geplante Referendum in der Türkei sagte Merkel, es müsse alles getan werden, damit die Gewaltenteilung und

Meinungsfreiheit gewahrt blieben.

 

"Wir haben intensive und ausführliche Gespräche über bilaterale und internationale Fragen geführt", sagte Bundeskanzlerin Angela Merkel im Anschluss an das Treffen mit dem Staatspräsidenten der Türkei, Recep Tayyip Erdogan, in Ankara.

Gemeinsamer Kampf gegen Terrorismus

Es sei ihr erster Besuch nach dem Putschversuch in der Türkei im vergangenen Jahr, so Merkel. Sie sei sich mit Präsident Erdogan einig gewesen, dass der Kampf gegen Terrorismus und gegen die Urheber dieses Putsches wichtig sei. "Ich habe darauf hingewiesen, dass darauf geachtet werden muss, dass Schuld auch immer individuell festgestellt wird", bekräftigte die Kanzlerin.

Meinungsfreiheit schützen

Man habe im Zusammenhang mit dem Putsch gesehen, wie sich das türkische Volk für die Demokratie und die Regeln der Demokratie eingesetzt habe. Gerade deshalb sei es in dieser entscheidenden Phase wichtig, dass die Meinungsfreiheit eingehalten werde. In diesem Zusammenhang habe man auch sehr ausführlich über die Pressefreiheit gesprochen, sagte die Bundeskanzlerin. Sie habe darauf

hingewiesen, wie wichtig es für deutsche Journalisten in der Türkei ist, die erforderliche Akkreditierung zu bekommen.

Weitere wichtige Schwerpunkte des Gesprächs seien die bilateralen Wirtschaftsbeziehungen und die Fragen des Kampfes gegen" den islamistischen Terrorismus, gegen jede Form des Terrorismus, auch der PKK" gewesen. Die Türkei habe hier viel zu leiden gehabt, aber auch Deutschland sei vom

internationalen Terrorismus betroffen. In der Terrorismusbekämpfung wolle man enger zusammenarbeiten, sagte Merkel.

Türkei leistet in Flüchtlingslage "Außergewöhnliches"

Mit Blick auf die Flüchtlingssituation "habe ich zum Ausdruck gebracht, dass die Türkei hier Außergewöhnliches leistet, jeden Tag, auch für die Integration der Flüchtlinge", sagte Merkel. Das Abkommen zwischen der EU und Türkei habe schon einiges erbracht, auch wenn man hier noch nicht am Ende angelangt sei.

Im Syrienkonflikt sei es wichtig, die politischen Gespräche weiterzuführen, insbesondere auf der Ebene der Vereinten Nationen.

Hinsichtlich der Asylanträge türkischer Nato-Angehöriger wies Merkel auf die Prüfung durch unabhängige Gerichte hin. Pib 2

 

 

 

 

Anerkennungszuschuss. Neue Fördermöglichkeit zur Anerkennung ausländischer Berufsabschlüsse

 

Mit dem Pilotprojekt „Anerkennungszuschuss“ wurde Ende 2016 ein bundesweites Förderinstrument zur Anerkennung ausländischer Berufsabschlüsse ins Leben gerufen. Die ersten Förderzusagen wurden bereits erteilt.

 

Seit 2012 bietet das Anerkennungsgesetz Menschen mit im Ausland erworbenen Berufsqualifikationen die Möglichkeit, die Gleichwertigkeit ihres Berufsabschlusses mit einem deutschen Referenzberuf prüfen zu lassen. Das damit einhergehende Anerkennungsverfahren ist jedoch mit Kosten verbunden, die grundsätzlich von den Anerkennungssuchenden selbst getragen werden müssen – eine nicht zu unterschätzende Hürde auf dem Weg zur beruflichen Anerkennung. Einzelne Finanzierungshilfen existieren bereits, allerdings gab es bisher keine bundesweit einheitliche Fördermöglichkeit.

Mit der Einführung des Anerkennungszuschusses zum 1. Dezember 2016 hat sich dies grundlegend geändert. Nun können Anerkennungsinteressierte mit geringem oder keinem Einkommen finanziell unterstützt werden. Kosten für Übersetzungen, Beglaubigungen von Zeugnissen und Abschlüssen sowie Gebühren im Rahmen des Anerkennungsverfahrens können unter bestimmten Voraussetzungen und bis zu maximal 600 Euro erstattet werden. Anträge können über jede Anerkennungsberatungsstelle im Förderprogramm IQ, aber auch über andere Institutionen, die in der Anerkennungsberatung tätig sind, gestellt werden.

Förderung muss nicht zurückgezahlt werden

Tipp: Für Fragen steht auch die zentrale Förderstelle zur Verfügung: Forschungsinstitut Betriebliche Bildung (f-bb) gGmbH, Mühlenstraße 34/36, 09111 Chemnitz

Support unter Telefon: 0371/43311222 oder per Mail: anerkennungszuschuss@f-bb.de

Privatpersonen können ohne die Einbindung der Anerkennungsberatung keine Anträge einreichen. Die Förderung muss nicht zurückgezahlt werden. Die Auszahlung der Fördermittel erfolgt nach Vorlage von Rechnungen bzw. Bescheiden. Welche Kosten im Detail übernommen werden, welche Voraussetzungen für eine Kostenerstattung gelten und wie die Antragstellung abläuft, ist unter www.anerkennungszuschuss.de abrufbar.

Eine Aufnahme in die Förderung ist bis zum 30. September 2019 möglich. Gefördert wird das Projekt durch das Bundesministerium für Bildung und Forschung, die Umsetzung erfolgt durch das Forschungsinstitut Betriebliche Bildung. MiG 27

 

 

 

 

DAAD: "Erasmus stärkt die Europäische Gemeinschaft"

 

Bonn. Mit ERASMUS gehen jedes Jahr fast 300.000 Menschen für ein Studium oder Praktikum ins Ausland. Es gehört zu den erfolgreichsten Projekten der Europäischen Union. In diesem Jahr feiert es seinen 30. Geburtstag. Der Deutsche Akademische Austauschdienst (DAAD) übernimmt seit dem Programmstart im Jahr 1987 die Aufgaben einer Nationalen Agentur bei der Umsetzung von ERASMUS in Deutschland für den Hochschulbereich.

DAAD-Präsidentin Prof. Margret Wintermantel zum ERASMUS-Programm:

 

„Vor dem Hintergrund der aktuellen europäischen Herausforderungen sind Programme wie ERASMUS dringender denn je. Sie stärken die europäische Identität. Wir brauchen Menschen, die für Europa und über seine die Grenzen hinaus Verantwortung übernehmen und gemeinsame Perspektiven jenseits nationaler Interessen entwickeln.

 

ERASMUS hat in den vergangenen drei Jahrzehnten zu einem Erfolgsmodell für die junge Generation in Europa entwickelt – weit mehr als drei Millionen Menschen haben in dieser Zeit die Möglichkeit genutzt, Europa zu erleben. Viele von ihnen nehmen inzwischen wichtige Positionen in Wissenschaft, Kunst, Wirtschaft und Politik ein und bringen ihre europäische Erfahrung in ihre Arbeit ein.“

 

Hintergrund. In Deutschland koordiniert der Deutsche Akademische Austauschdienst (DAAD) für das BMBF das Programm für die Hochschulen. Der DAAD ist damit eine der ältesten und erfahrensten Agenturen für EU-Programme in Europa. Die Arbeit in und für Europa sowie die Mitgestaltung des Europäischen Hochschul- und Forschungsraums sind in der aktuellen Programmgeneration von Erasmus+ eine zentrale Aufgabe des DAAD. Für die kommende EU-Programmgeneration ab 2021 wird sich der DAAD für eine Stärkung der Bildungszusammenarbeit mit Ländern außerhalb der EU, eine weitere Budgetaufstockung und Verwaltungsvereinfachungen einsetzen. Daad 24

 

 

 

 

Die Parallelwelt der Flüchtlinge

 

Eine Untersuchung der Österreichischen Akademie der Wissenschaften zeigt, dass die überwiegende Mehrheit der Flüchtlinge zwar die westliche Gesellschaftsordnung akzeptiert, aber viele in einer Parallelwelt leben.

Im Auftrag des Integrationsministeriums wurden im Sommer und Herbst 2016 rund 900 Flüchtlinge aller Altersklassen aus Afghanistan, Syrien und dem Irak in ihrer Muttersprache befragt. Die überwiegende Mehrheit der Befragten war männlich, rund die Hälfte bereits verheiratet und um die 85 Prozent der Befragten bezogen Sozialleistungen. Außenminister Sebastian Kurz fasste das Ergebnis mit folgenden Sätzen zusammen: „Die Flüchtlinge akzeptieren im Allgemeinen die Freiheiten eines liberalen Rechtsstaates als abstraktes Prinzip, lehnen es für sich selbst aber eher ab oder haben es zumindest noch nicht verinnerlicht. Die Studie belegt aber auch, dass die Geflüchteten durch eine entsprechende Werteschulung abgeholt werden können.“

Wertekurse erleichtern Integration

Im Detail zeigt die Untersuchung, dass die Flüchtlinge die Werte ihrer Kultur zunächst mit nach Europa nehmen. Es dauere eine Zeit, bis sie sich nicht nur auf die neuen Lebensumstände eingestellt haben, sondern diese auch annehmen beziehungsweise sich damit abfinden, so die Studie. Die Nutzung der Telekommunikation (Mobile-Phone, Internet, Fernsehen) führe darüber hinaus dazu, dass sie auch weiterhin engen Kontakt zu ihrem ursprünglichen gesellschaftlichen Umfeld haben, was wiederum die Anpassung an die neue Situation nicht gerade beschleunigt. Der Besuch von Werte- und Sprachkurses ist aber ein entscheidender Beitrag, um ihre Integration zu erleichtern.

80 Prozent für religiöse Bekleidungsvorschriften

Interessant sind an den Umfragedaten gewisse Widersprüchlichkeiten. So bejahen über 80 Prozent der Befragten den Wert der Gleichberechtigung von Mann und Frau. Sie sind sogar der Meinung, dass die Ehepartner bei wichtigen Entscheidungen in der Familie gleichberechtigt sind. Aber ebenfalls über 80 Prozent plädieren gleichzeitig für die Befolgung von religiösen Bekleidungsvorschriften in der Öffentlichkeit und sind mehrheitlich für das Tragen von Kopftuch. Auch die Geschlechtertrennung hat noch viele Befürworter: 37 Prozent sind für getrennten Turn-und Schwimmunterricht an Schulen und rund 20 Prozent für getrennten Religionsunterricht. Was die Stellung der Frau in der Gesellschaft betrifft, so lehnen und 20 Prozent der befragten Flüchtlinge eine Berufstätigkeit der Frau ab.

Kritik an zu freizügigen Lebensgewohnheiten

Nachholbedarf gibt es beim Demokratieverständnis. Hier zeigt sich eine Kluft zwischen islamischen und religiös offenen Gesellschaften, das Konfliktpotential hat. An die 90 Prozent stimmen der Ansicht zu, dass Demokratie die ideale Staatsform ist. Aber gleich 40 Prozent sind der Meinung, dass religiöse Gebote über staatliche Vorschriften zu stellen sind. Ein ähnliches Bild zeigt sich bei den Lebensgewohnheiten. Wiederum sind es knapp 90 Prozent, die die österreichischen Lebensgewohnheiten im Allgemeinen akzeptieren, aber 40 Prozent bewerten die hiesigen Lebensgewohnheiten für sich selbst als zu freizügig.

45 Prozent finden Religionen nicht gleichwertig

Aus der Studie der Akademie der Wissenschaften lässt sich jedenfalls heraus lesen, dass der Islam eben keine Religion wie jede andere ist und daher auch dem „politischen Islamismus“ mehr Augenmerk geschenkt werden muss. Die Religiosität der Flüchtlinge spielt jedenfalls eine große Rolle bei der Integration und der Integrationswilligkeit in die neue Gesellschaft.

Insgesamt stufen sich 61 Prozent der befragten Flüchtlinge als religiös ein. Rund 30 Prozent der Befragten geben an, fünf Mal täglich oder sogar noch öfters zu beten. Bloß 2 Prozent sagten, keiner Religionsgemeinschaft anzugehören. Aber auch da gibt es wieder Widersprüchlichkeiten: 83 Prozent bewerten das Zusammenleben mit anderen Religionen als durchwegs positiv, aber für fast die Hälfte, nämlich 45 Prozent sind Religionsgemeinschaften nicht als gleichwertig anzusehen. Der Islam ist höherrangig. Was auch zur Folge hat, dass nur 40 Prozent ohne Vorbehalte einer Eheschließung ihrer Kinder mit einer Person aus einer anderen Religionsgemeinschaft ihre Zustimmung geben würden. Es wird mehrere Generationen benötigen, bis die Unterschiede in den Ansichten abgebaut werden. Herbert Vytiska, EA 24

 

 

 

 

Ex-Präsident Wulff warnt. Keine Garantie mehr für Rechte von Minderheiten

 

Ex-Bundespräsident Wullf erinnert: Aus dem Land der Dichter und Denker sei bereits einmal das Land der Richter und Henker geworden. Auch heute gebe es keine Garantie dafür, dass das Land liberal bleibt. Der Rechtsextremismus bedrohe die Demokratie.

Der ehemalige Bundespräsident Christian Wulff hat vor einer Bedrohung der Demokratie durch den Rechtspopulismus gewarnt. Mit Blick auf Erfolge rechtspopulistischer Parteien in Deutschland und Europa sagte Wulff am Mittwochabend in Augsburg, es gebe „keine Garantie mehr, dass unser Land liberal bleibt und die Rechte von Minderheiten achtet“. Das Modell der westlichen Demokratien, das den Schutz von Menschenwürde und Minderheiten in den Vordergrund stelle, sei unter „massivem Druck“.

Der Altbundespräsident appellierte an die Bürger, sich zu engagieren: „Demokratie klingelt nicht, wenn sie geht. Sie ist mit einem Schritt weg, wenn man sich zu wenig für sie einsetzt.“ Wulff erinnerte daran, dass Deutschland mit dem Nationalsozialismus schon einmal eine Zeit erlebt habe, in der Demokratie und Menschenwürde mit Füßen getreten wurden.

Fremdenfeindlichkeit mutig entgegentreten

„Hier in unserem Land wissen wir, dass damals aus dem Land der Dichter und Denker ein Land der Richter und Henker geworden ist“, sagte der frühere Bundespräsident und forderte die Bürger auf, Fremdenfeindlichkeit mutig entgegenzutreten: „Machen Sie sich lieber einmal unbeliebt und ergreifen Sie das Wort der Minderheit, als dass Sie mit dem Strom schwimmen.“

Wulff sprach im Rahmen der Reihe „Augsburger Reden zu Vielfalt und Frieden in der Stadtgesellschaft“. Sie ist Teil des Augsburger Programms zum 500-jährigen Reformationsjubiläum. (epd/mig 27)

 

 

 

Wie steht es um die Vielfalt bei der Polizei?

 

Eine bundesweite Umfrage des MEDIENDIENSTES zeigt: Unter neu eingestellten Polizeibeamten sind Menschen aus Einwandererfamilien deutlich unterrepräsentiert. Es gibt aber auch positive Trends: Viele Bundesländer sind bemüht, mögliche Bewerber mit Migrationshintergrund gezielt anzusprechen.

 

In den meisten Bundesländern liegt der Anteil der neu eingestellten Polizisten mit Migrationshintergrund weit unter dem der Landesbevölkerung. Zwei Beispiele: In Schleswig-Holstein hatten 2016 lediglich 3,5 Prozent der neuen Polizisten einen Migrationshintergrund. In der Landesbevölkerung waren es gut 13 Prozent. In Nordrhein-Westfalen waren unter den neu Eingestellten nur knapp 12 Prozent aus Einwandererfamilien, im Vergleich zu fast 26 Prozent in der Bevölkerung.

Zum zweiten Mal hat der MEDIENDIENST Behörden in allen Bundesländern zur Vielfalt bei der Polizei befragt und die Daten in einem INFORMATIONSPAPIER zusammengefasst. Daraus gehen auch positive Entwicklungen hervor: Einige Länder konnten in den vergangenen Jahren den Anteil der Bewerber und neu Eingestellten mit Migrationshintergrund steigern.

In Berlin lag der Anteil der neuen Polizisten mit Migrationshintergrund mit 29,2 Prozent sogar über dem Anteil der Landesbevölkerung. Ebenso in Sachsen-Anhalt: Dort kamen 2016 mehr als neun Prozent der neu Eingestellten aus Einwandererfamilien, bei einem Landesschnitt von rund fünf Prozent. Bis 2016 gab es nur 19 Beamte mit Migrationshintergrund in Sachsen-Anhalt, aktuell sind es 39.

Schätzungen zum Anteil von Polizisten mit Migrationshintergrund auf Bundesebene sind nicht möglich, denn weder das Bundeskriminalamt noch die Bundespolizei führen entsprechende Statistiken. Eine Befragung sei jedoch bei der Bundespolizei geplant, teilte das Bundesinnenministerium mit. MI 31

 

 

 

 

Flexibles Arbeiten stärkt soziale Faktoren

 

66 Prozent der Geschäftsleute in Deutschland haben durch flexibles Arbeiten mehr soziale Kontakte

 

Berlin – Flexibel tätige Arbeitskräfte nehmen aktiver am gesellschaftlichen Leben teil. Zu diesem Ergebnis kommt eine neue Studie von Regus, dem Anbieter flexibler Arbeitsraumlösungen. Zwei Drittel der Beschäftigten (66 Prozent) berichten, dass sie mehr Zeit für soziale Kontakte und Freunde haben, wenn sie zumindest gelegentlich näher an ihrer Wohnstätte arbeiten. Die Untersuchung ergab zudem, dass flexibel tätige Arbeitskräfte mit einer höheren Wahrscheinlichkeit vor Ort einkaufen und dadurch die lokale Wirtschaft stärken (41 Prozent).

 

Im Rahmen der von Regus beauftragten Studie wurden mehr als 670 Geschäftsleute in Deutschland befragt. Im Ergebnis trägt flexible Arbeit nahe des eigenen Zuhauses in mehrfacher Hinsicht zur Stärkung des Gemeinschaftsgefühls bei: Einerseits profitieren die lokalen Geschäfte, andererseits haben die Arbeitskräfte mehr Zeit für Freunde und Familie. Flexibles Arbeiten hat derart an Bedeutung gewonnen, dass 60 Prozent der Befragten bei einem Jobangebot auf diese Möglichkeit bestehen würden.

 

Weitere Untersuchungsergebnisse:

•Das Arbeiten in der Nähe des eigenen Wohnorts wirkt sich positiv auf die Gesundheit der Beschäftigten aus. Für knapp ein Drittel (31 Prozent) der Befragten bedeutet kürzeres Pendeln mehr Schlaf.•Rund ein Drittel (34 Prozent) der Befragten bestätigt zudem, dass ein kürzerer Arbeitsweg ihnen dabei hilft, sich gesünder zu ernähren.•Flexibles Arbeiten kann auch dazu beitragen, willkommenen Abstand von einigen Kollegen zu nehmen. 34 Prozent geben an, dass sie dadurch den unliebsamen Gewohnheiten ihrer Kollegen aus dem Weg gehen können.•29 Prozent der Befragten bestätigen, dass ihnen die gelegentliche Arbeit außerhalb des Hauptbüros hilft, langweiligen Kollegen aus dem Weg zu gehen.

Patrick Bakker, Regus Country Manager für Deutschland, sagt: „Flexibles Arbeiten ist als wichtiges Element für die Mitarbeiterbindung und -motivation anerkannt. Die Ergebnisse der Studie zeigen zudem deutlich, dass die Möglichkeit zum flexiblen Arbeiten für viele Beschäftigte sogar Voraussetzung bei der Frage ist, ob sie eine Stelle annehmen oder nicht.“

 

„Während die gesundheitlichen Vorteile und die positiven Auswirkungen des flexiblen Arbeitens auf die Arbeitsmoral relativ leicht zu fassen sind, zeigt die Studie darüber hinaus, dass die Arbeit in der Nähe des eigenen Zuhauses auch der lokalen Wirtschaft zugutekommt. Kleinere Cafés und Läden spielen eine wichtige Rolle beim Aufbau eines Gemeinschaftsgefühls und sind von der Schließung bedroht, wenn sie nur am Wochenende frequentiert werden. Dank flexiblem Arbeiten können diese Geschäfte auch unter der Woche einen kontinuierlichen Kundenstrom generieren“, so Patrick Bakker weiter. Dip 30

 

 

 

 

Menschenwürdige Arbeit in globalen Lieferketten

 

Wirksame menschenrechtliche Sorgfaltspflicht ist ohne Regulierung und rechtliche Konsequenzen nicht vorstellbar. Von Tandiwe Gross

 

Was können und sollen Regierungen und Unternehmen tun, damit die Freiheiten der Globalisierung nicht für menschenrechtsverletzende Profitmaximierung missbraucht werden? Diese Kernfrage globaler Gerechtigkeit haben Staatenvertreter, Gewerkschaftsvertreter und Arbeitgeber auf der Konferenz der Internationalen Arbeitsorganisation (ILO) im Jahr 2016 diskutiert. Trotz unterschiedlicher Sichtweisen und Interessen von Arbeitgebern und Gewerkschaften sowie Industrie- und Entwicklungsländern hat sich die ILO auf gemeinsame Schlussfolgerungen geeinigt, die die Durchsetzung menschenrechtlicher und sozialer Mindeststandards in globalen Lieferketten zum Ziel haben.

Laut ILO-Schlussfolgerungen haben globale Lieferketten in verschiedenen Sektoren zwar zu Wirtschaftswachstum und Beschäftigungsentwicklung beigetragen, gleichzeitig bestehen jedoch weiterhin erhebliche Defizite in Bezug auf menschenwürdige Arbeitsbedingungen. Atypische und informelle Beschäftigungsverhältnisse sind weit verbreitet und Fehler auf allen Ebenen in globalen Lieferketten haben dazu beigetragen, Arbeitnehmerrechte zu untergraben, insbesondere der Rechte auf Vereinigungsfreiheit und Kollektivverhandlungen.

Besonders strittig unter den 187 ILO-Mitgliedstaaten und den Sozialpartnern war die Frage der Governance: Nach zunächst starker Blockade der Arbeitgeberseite einigte man sich auf die Feststellung, dass die grenzüberschreitende Natur globaler Lieferketten zu Steuerungsdefiziten (governance gaps) geführt hat, die es zu schließen gilt. Unter Bezugnahme auf die UN-Leitprinzipien für Wirtschaft und Menschenrechte werden konkrete Handlungsaufforderungen an die Mitgliedstaaten, die Sozialpartner und das Internationale Arbeitsamt (das „Sekretariat“ der ILO) formuliert.

Regierungen sollten die öffentliche Beschaffung nutzen, um die Umsetzung der Kernarbeitsnormen in globalen Lieferketten zu fördern sowie gegebenenfalls staatlich kontrollierte Unternehmen zur Umsetzung der menschenrechtlichen Sorgfalt verpflichten. Gegenüber privaten Unternehmen sollten klare Anforderungen an die gebotene verantwortungsvolle Geschäftsführung formuliert werden, bei fehlender Umsetzung könnten regulatorische Maßnahmen in Betracht gezogen werden.

Unternehmen sind der ILO zufolge für die Achtung der Menschen- und Arbeitnehmerrechte in ihren Lieferketten verantwortlich und sollten menschenrechtliche Sorgfaltsprüfungen durchführen sowie Beschwerdesysteme nach den Kriterien der UN-Leitprinzipien einrichten. Gemeinsam mit Arbeitnehmerorganisationen sollten sie die Umsetzung menschenwürdiger Arbeit in globalen Lieferketten vorantreiben.

Diese Prozesse soll das Internationale Arbeitsamt in Genf nun durch ein Maßnahmenpaket unterstützen, dass der Verwaltungsrat im November 2016 verabschiedet hat.

Das neue ILO-Programm zu Lieferketten

Das Aktionsprogramm der ILO für 2017 bis 2021 sieht Maßnahmen in fünf Bereichen vor:

1. Schaffen einer robusten Wissensgrundlage für wirksame Maßnahmen zur Förderung menschenwürdiger Arbeitsbedingungen in globalen Lieferketten

2. Stärkung der Sozialpartner

3. Advocacy-Arbeit

4. Technische Unterstützung der Mitgliedstaaten und

5. Zusammenarbeit mit anderen internationalen Akteuren zur Entwicklung kohärenter Politikansätze

In den Jahren 2017 bis 2019 werden ILO-Fachtagungen einzelne Aspekte des Programms weiter konkretisieren und dabei auch die Möglichkeit und Notwendigkeit eines speziellen ILO-Standards diskutieren. Ein aktueller Schritt ist die für März 2017 zu erwartende Neufassung der Dreigliedrigen Erklärung über Multinationale Unternehmen und Sozialpolitik (MNE Declaration), welche die Frage der Verantwortung von multinationalen Unternehmen für ihre Lieferketten neu behandeln wird.

Umsetzung menschenrechtlicher Sorgfaltspflicht

Für die nähere Zukunft schließt die ILO mit der für 2018 geplanten Fachtagung zum Thema grenzüberschreitender sozialer Dialog zudem an maßgebliche internationale Prozesse im Bereich Wirtschaft und Menschenrechte an und verbindet den Begriff der menschenrechtlichen Sorgfaltspflicht mit ihrer Kernkompetenz: dem sozialen Dialog. Aus Sicht der ILO sind Vereinigungsfreiheit und Tarifverhandlungen Mittel und Zweck zugleich. Sie sind eigenständige Menschenrechte und gleichzeitig eine unersetzbare Methode, um die allgemeine menschenrechtliche Sorgfaltspflicht am Arbeitsplatz durchzusetzen.

Der Begriff der Sorgfaltspflicht („due diligence“) stammt aus der Managementkultur, wo er etwa die nötige Sorgfalt bei der Übernahme anderer Unternehmen bezeichnet. Die UN-Leitprinzipien stellen klar, dass es sich bei „human rights due diligence“ um Risiken für die Gesellschaft und nicht für das Unternehmen handelt. Weniger eindeutig ist jedoch, durch welche konkreten Schritte und Prozesse Unternehmen mit diesen menschenrechtlichen Risiken umgehen sollen. Zur Erfüllung ihrer menschenrechtlichen Sorgfaltspflicht sollen Unternehmen den Leitprinzipien zufolge unter anderem ihre potenziellen und bereits eingetretenen negativen Auswirkungen auf die Menschenrechte identifizieren (identify), ihnen vorbeugen (prevent) und Abhilfe schaffen (mitigate) sowie über ihren Umgang mit denselben Rechenschaft ablegen (account). Doch welchen Kriterien sollten die Mechanismen zur Identifizierung und Überprüfung entsprechen? Was bedeutet das Vorbeugen von Risiken für die Unternehmenspraxis? Und woran sollten sich die Maßnahmen zum Schaffen von Abhilfe orientieren?

Die von der OECD bereits entwickelten und geplanten Richtlinien zur gebotenen Sorgfalt legen wichtige Grundlagen für die Definition der konkret erforderlichen Maßnahmen auf Seiten der Unternehmen. Während sich diese jedoch generell auf die von den OECD-Leitlinien umfassten Aspekte beziehen, ist zu erwarten, dass die ILO im Jahr 2018 die speziellen Anforderungen an die Sorgfaltspflicht zu den Menschenrechten am Arbeitsplatz behandeln wird.

Aus dem Versagen der Freiwilligkeit folgt die Notwendigkeit verbindlicher Regulierung

Um nachhaltig Veränderungen zu erreichen, muss das Risiko, Menschenrechte zu verletzen gleichzeitig durch durchsetzbare rechtliche Konsequenzen zu einem Risiko für den Unternehmenserfolg werden. Dass der Markt allein diese Anreize nicht schaffen kann, haben die letzten Jahrzehnte freiwilliger Unternehmensverantwortung (CSR) gezeigt. Eine von der Europäischen Kommission in Auftrag gegebene Studie aus dem Jahr 2013 kommt zu dem Ergebnis, dass es keinerlei Hinweise für eine nachhaltige Wirkung von CSR gibt und empfiehlt, CSR dem Mülleimer der Geschichte zu überlassen „dustbin of history“. Auch die freiwillige OECD-Richtlinie zur Sorgfaltspflicht in der Lieferkette mineralischer Rohstoffe aus Konflikt- und Hochrisikogebieten wird bisher nur von jenen europäischen Unternehmen umgesetzt, die aufgrund ihrer Geschäftstätigkeit in den USA und den dort geltenden „Dodd-Frank Act“ zur Sorgfalt verpflichtet sind.

Es braucht also neben klaren Vorgaben für die menschenrechtliche Sorgfaltspflicht verbindliche Regulierung. So fordert die ILO in ihren Schlussfolgerungen die Regierungen auf, im Falle unzureichender freiwilliger Umsetzung unter anderem regulatorische Maßnahmen in Betracht zu ziehen.

Wie solche Anreiz- und Regelungssysteme ausgestaltet werden können, ist Gegenstand vielfältiger Debatten. Der vor kurzem vom französischen Parlament verabschiedete und aktuell dem Senat vorliegende Gesetzesentwurf etwa sieht vor, dass Unternehmen ab einer bestimmten Größe gemeinsam mit ihren Stakeholdern einen Umsetzungsplan zur Erfüllung der gebotenen menschenrechtlichen Sorgfalt entwickeln müssen. Dieser muss unter anderem ein gemeinsam mit Gewerkschaften entwickeltes Alarmsystem enthalten – das Fehlen eines solchen Planes kann beim Eintreten von Menschenrechtsverletzungen mit Strafzahlungen bis zu 30 Millionen Euro sanktioniert werden.

Denkbar wäre auch eine Haftungsregelung im Falle von Falschangaben zur Einhaltung von Menschenrechten entlang der Lieferkette, um Anreize für effektive Überprüfungs- und Alarmierungssysteme zu schaffen. Weitergehende Maßnahmen könnten die staatliche Außenwirtschaftsförderung an die Einhaltung der menschenrechtlichen Sorgfaltspflicht knüpfen oder Haftungsregelungen im Schadensfall mit Beweislastumkehr zugunsten der Opfer umfassen.

Wir müssen anerkennen, dass der richtige Weg ein Findungsprozess ist. Doch bietet dieser die Chance für neue Ansätze, die Stimme und Vertretungsrechte der Beschäftigten, effektive Anreizsysteme für Unternehmen und gesetzliche Regelungen kombinieren. Dabei kann und sollte die ILO als die einzige dreigliedrige UN-Organisation eine maßgebliche Rolle spielen. IPG 31

 

 

 

CSU für Merkel. Jetzt doch

 

Es ist der Schulz-Effekt in der Union: Die CSU unterstützt nun doch die Kanzlerkandidatin Angela Merkel. Der ungelöste Streit um die Flüchtlingspolitik wird einfach ausgeblendet. Nächste Woche beim Versöhnungsgipfel will die Union dann offiziell die Reihen schließen.

Trotz offener Streitpunkte mit der CDU hat sich die Schwesterpartei CSU nun offiziell hinter die Kanzlerkandidatur von Angela Merkel gestellt. Gut zwei Monate nach dem Entschluss der CDU-Vorsitzenden, zum vierten Mal anzutreten, gab es in München einstimmig grünes Licht des Vorstandes der CSU, Merkel auch zur eigenen Kanzlerkandidatin auszurufen. Geschehen soll das bei einer gemeinsamen Präsidiumssitzung der Unionsparteien am 6. Februar in München - besser bekannt als Versöhnungsgipfel.

Merkel "kein einfacher Partner"

"Wir wollen gemeinsam den Erfolg - bei aller Akzeptanz von Unterschieden", sagte CSU-Generalsekretär Andreas Scheuer. Parteichef Horst Seehofer hatte das vor vielen Wochen vereinbarte Treffen in München mehrfach infrage gestellt und gesagt, erst müssten die Inhalte stimmen. Nun machte er deutlich, dass es die notwendige Schnittmenge an Gemeinsamkeiten gebe - somit könne man sich treffen.

In der CSU-Sitzung sagte Seehofer laut Teilnehmern, er sei "aus tiefer Überzeugung" für Merkel - und nicht nur, weil es niemand anderen gebe. Sie sei zwar kein einfacher Partner, aber vor allem in der Sicherheits- und Wirtschaftspolitik voll auf CSU-Linie.

Streit - na, und?

Zentraler Streitpunkt bleibt aber die Flüchtlingspolitik. Seehofer machte wieder eine Obergrenze für neu eintreffende Flüchtlinge zur Bedingung für eine Koalition nach der Bundestagswahl. Sonst soll die CSU in die Opposition gehen. Merkel lehnt eine Obergrenze ab. Seehofer sagte dazu: Wo es unterschiedliche Auffassungen gebe, sei "der CDU klar, dass wir als CSU in unserem Bayernplan unsere Position weiterverfolgen werden".

Die CDU kann mit einem bayerischen Sonderweg leben. "Dass unsere bayerische Schwester auch ein eigenes Programm schreibt (...), war schon letztes Mal so", erinnerte CDU-Generalsekretär Peter Tauber. "CDU und CSU sind zwei Parteien, aber eine Union. Vielfalt ist auch unsere Stärke."

Merkel sei "zwar kein einfacher Partner", aber fast überall auf CSU-Linie, so Seehofer.

Der Schulz-Effekt

Am komemnden Sonntag wollen die Parteispitzen ihren Wiederannäherungsprozess offiziell abschließen. Für Montag danach ist die gemeinsame Präsidiumssitzung geplant. Das Treffen soll der inhaltliche Auftakt zum Wahlkampf sein. In einem gemeinsamen Papier sollen wesentliche Ziele und inhaltliche Grundzüge dafür festgehalten werden. Das eigentliche Wahlprogramm soll dann in den kommenden Monaten erarbeitet werden.

Die CSU war unter Zugzwang gekommen, nachdem die SPD mit Martin Schulz einen Überraschungs-Kanzlerkandidaten nominiert hat - und sich seitdem auf einer Welle der Euphorie befindet. Seehofer gab sich aber demonstrativ gelassen. Der Wahlkampf sei zwar für die Union nun ein Stück anspruchsvoller geworden. Er habe aber "überhaupt keinen erhöhten Blutdruck oder ähnliches", betonte er. TS 30

 

 

 

„Politik aus dem christlichen Glauben heraus“. Kardinal Marx würdigt Bundeskanzlerin Merkel

 

Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Kardinal Reinhard Marx, hat das Engagement von Bundeskanzlerin Angela Merkel gewürdigt, die Welt aus christlicher Perspektive mitzugestalten. „Das Wissen, dass sich das Paradies auf Erden nicht herstellen lässt, gibt den Christen Gelassenheit in den vorletzten Dingen. Diese innere Ruhe strahlt Angela Merkel aus. Aber sie weiß: Christen dürfen der Welt nicht einfach ihren Lauf lassen. Wir haben sie mitzugestalten! Dafür gibt uns Angela Merkel ein überzeugendes Beispiel“, sagte Kardinal Marx heute in Stuttgart in seiner Laudatio auf die Bundeskanzlerin, die mit dem Eugen-Bolz-Preis 2017 ausgezeichnet wurde. „Politik betreibt die Bundeskanzlerin aus dem christlichen Glauben heraus. Dabei trägt sie ihre christlichen Glaubensüberzeugungen jedoch nicht vor sich her“, so Kardinal Marx. Sie lebe den Glauben „eher unaufdringlich als politische Grundlage. Man sollte sich aber über ihre christliche Verwurzelung nicht hinwegtäuschen.“

 

Die Aufnahme der Flüchtlinge in Deutschland und die Förderung der Bereitschaft, Menschen in Not bei uns willkommen zu heißen, seien Ausgangspunkt für die Verleihung des Eugen-Bolz-Preises an die Bundeskanzlerin. „In einer kritischen Phase Europas haben Sie ein wichtiges Zeichen für Humanität gesetzt und in der Politik ein Beispiel christlicher Nächstenliebe gegeben“, betonte der Kardinal. Er warnte vor einem Erstarken populistischer Tendenzen in Europa und weltweit. Dieser Populismus gehe weit über die Kritik an einem bestimmten Politikfeld hinaus und stelle die Systemfrage, indem er die staatlichen Institutionen zu delegitimieren und die Rechtsstaatlichkeit dem vermeintlichen Mehrheitswillen der Nation unterzuordnen versuche. „Dies basiert dann noch auf einem verkrampften Begriff der Nation, der immer wieder auch mit der Religion verbunden wird. Damit werden dann undifferenzierte Schaukämpfe gegen den Islam geführt und man beruft sich auf ein kulturell enggeführtes Verständnis des Christentums“, so Kardinal Marx. Letztlich richteten sich die populistischen Bewegungen vor allem gegen das Konzept einer offenen, freien und pluralen Gesellschaft. Ein Zurück zu geschlossenen Gesellschaften sei aber weder möglich noch wünschenswert. „Und ein Rückzug auf das Nationale, auf das Geschlossene ist keine christliche Option. Der christliche Glaube will den Blick weiten, will auf eine Öffnung hinaus“, sagte Kardinal Marx.

 

Die Verleihung des Eugen-Bolz-Preises an Bundeskanzlerin Merkel sei Ausdruck dafür, dass ihr Einsatz geschätzt werde und die Kanzlerin nicht allein sei: „Sie stehen mit der politischen Verantwortung Ihres Amtes an einer besonders wichtigen Stelle, wenn wir diese immense politische und gesellschaftliche Herausforderung meistern wollen“. Kardinal Marx fügte hinzu: „Als Kirche begleiten wir Sie und alle, die Verantwortung tragen für unser Gemeinwesen, mit unserem Gebet.“

 

Der Bischof von Rottenburg-Stuttgart, Bischof Dr. Gebhard Fürst, hob in seinem Grußwort die Bedeutung des Eugen-Bolz-Preises als „ein klares Signal gegen Totalitarismus, Menschenfeindlichkeit und Verfälschung historischer Fakten“ hervor. „Als Bischof schmerzt es mich zu sehen, dass Religion immer wieder missbraucht wird, um Gewalt, Hass und Ausgrenzung zu rechtfertigen. Angesichts dessen ist es wichtiger denn je, das Andenken an jene lebendig zu halten, die – unter Lebensgefahr oder gar dem Verlust ihres Lebens – Widerstand leisteten gegen die menschenvernichtende Ideologie des Nationalsozialismus“, so Bischof Fürst. Ein außerordentliches Vorbild an Zivilcourage, die bis zum Letzten gehe, sei Eugen Bolz. Bischof Fürst wandte sich direkt an die Bundeskanzlerin: „Heute erhalten Sie den Preis für Ihr politisches Handeln in Verantwortung für die Menschen in unserem Land und in Europa. Ihr Eintreten für die Menschen auf der Flucht wurde zum Impuls für unzählige Bürgerinnen und Bürger, solidarisch humanitäre Hilfe zu leisten. Deutlich betonen Sie immer wieder, dass für engstirnigen Egoismus, ausgrenzenden Nationalismus und Fremdenfeindlichkeit in unserem Land kein Platz ist.“ Mit Hochachtung verfolge er den Kurs der Bundeskanzlerin in der Flüchtlingspolitik. „In der Diözese Rottenburg-Stuttgart handeln wir bezogen auf die große Zahl von vertriebenen, flüchtenden, Schutz suchenden und vom Tode bedrohten Menschen auf analoge Weise“, so Bischof Fürst. Dbk 1

 

 

 

 

Aktuelle Studie. Viele Minijobber erhalten keinen Mindestlohn

 

Einer Untersuchung der gewerkschaftsnahen Hans-Böckler-Stiftung zufolge werden Arbeitnehmer mit einem Minijob oft unter Mindestlohn-Niveau angestellt. Betroffen sind häufig Migranten. Das Bundessozialministerium bezweifelt die Aussagekraft der Forschungsdaten.

 

Viele Minijobber erhalten offenbar nicht den gesetzlichen Mindestlohn, obwohl er ihnen zusteht. Das Wirtschafts- und Sozialwissenschaftliche Institut der gewerkschaftsnahen Hans-Böckler-Stiftung in Düsseldorf veröffentlichte am Montag eine Untersuchung, wonach im Jahr 2015 knapp die Hälfte der geringfügig Beschäftigten mit einem Minijob als Haupterwerbsquelle weniger als 8,50 Euro brutto die Stunde erhielten. Der Mindestlohn wurde Anfang 2015 in Deutschland eingeführt, zum Jahresbeginn 2017 wurde er auf 8,84 Euro erhöht.

Die Verfasser der Studie, Toralf Pusch und Hartmut Seifert, erklärten, die Zahlen ließen „keinen Zweifel daran, dass die Betriebe bei einem erheblichen Teil der Minijobber nicht wie gesetzlich vorgeschrieben die Löhne erhöht haben“. Das Mindestlohngesetz werde bei Minijobs offenbar noch längst nicht flächendeckend angewendet, auch wenn seit Einführung die Stundenlöhne der Minijobber im Haupterwerb im Durchschnitt angestiegen seien.

Sozialministerium kritisiert Ungenauigkeiten

Das Bundessozialministerium kritisierte Ungenauigkeiten bei der Datengrundlage für die Untersuchung, über die zunächst die Süddeutsche Zeitung berichtet hatte. Andere Studien, die zum Teil auf größeren Datenquellen basierten, belegten die Aussagen des WSI in dieser Form nicht, sagte eine Sprecherin am Montag dem Evangelischen Pressedienst in Berlin: „Gleichwohl können Verstöße gegen das Mindestlohngesetz nicht ausgeschlossen werden.“ Deswegen sei die Dokumentationspflicht für geringfügige Beschäftigung eingeführt worden.

Der Studie zufolge verdienten im Jahresdurchschnitt 2014 etwa 60 Prozent der Minijobber weniger als 8,50 Euro die Stunde. Dieser Anteil sank bis März 2015 auf etwa 50 Prozent. Ziehe man die Umfrageergebnisse vom Juni 2015 heran, erhielten immer noch 44 Prozent der Minijobber nicht den Mindestlohn, hieß es. Etwa jeder fünfte Minijobber bekam sogar weniger als 5,50 Euro brutto pro Stunde.

Migranten häfiger Betroffen

Betroffen sind einer früheren Untersuchung des Bundesamtes für Migration und Flüchtlinge zufolge vor allem Arbeitnehmerinnen mit Migrationshintergrund. Danach gehen knapp ein Fünftel (19,7 %) aller erwerbstätigen Frauen mit Migrationshintergrund einem Minijob nach, bei Frauen ohne Migrationshintergrund sind es 12,6 %. Bei Männern mit und ohne Migrationshintergrund liegen die Quoten bei 7% bzw. 4,4 %.

Für die aktuelle Studie werteten die Forscher das sozio-oekonomische Panel und das Panel Arbeitsmarkt und Soziale Sicherung aus. Für den ersten Datensatz werden vom Deutschen Institut für Wirtschaftsforschung 27.000 Menschen jährlich befragt. Für das zweiten Panel werden vom Institut für Arbeitsmarkt- und Berufsforschung 13.000 Menschen befragt.

Arbeitsministerium misstraut der Studie

Das Bundesarbeitsministerium vermutet „Unschärfen und Messungenauigkeiten“ bei der Studie. Beispielsweise könne nur schwer berücksichtigt werden, dass bestimmte Entgeltanteile auf den Mindestlohn angerechnet werden, sagte die Ministeriumssprecherin. Auch seien die Monatslohn- und Arbeitszeitangaben der Befragten nicht immer präzise. Das Ministerium verwies zudem auf Ergebnisse des Statistischen Bundesamts, wonach gerade die Stundenlöhne von geringfügig Beschäftigten 2015 überdurchschnittlich stark gestiegen seien.

Auch die arbeitsmarktpolitische Sprecherin der SPD-Bundestagsfraktion, Katja Mast, sagte, alle Zahlen zeigten, dass der Mindestlohn Wirkung zeige: „Gegen gesetzwidrige Arbeitsverhältnisse hilft nur der Rechtsstaat – Kontrollen, Klagen und Strafen.“

Die Linke: Minijob = Ausbeutermodell

Der stellvertretende Linken-Fraktionsvorsitzende Klaus Ernst dagegen kritisierte Minijobs als „Ausbeutermodell“, die allein dazu dienten, „reguläre sozialversicherungspflichtige Beschäftigung zu umgehen und Menschen zu Dumpinglöhnen zu beschäftigen“. Die arbeitsmarktpolitische Sprecherin der Grünen, Brigitte Pothmer, kritisierte, dass die Bundesregierung die Kontrollen des Mindestlohns „sträflich vernachlässigt“ habe.

Der Sozialverband SoVD warnte vor langfristigen Folgen, wenn Arbeitnehmer nicht den ihn zustehenden Mindestlohn erhielten. Auf diese Weise werde der Altersarmut Vorschub geleistet, erklärte SoVD-Präsident Adolf Bauer in Berlin. Auch er mahnte effiziente Kontrollen und mehr Informationen für Arbeitnehmer an. (epd/mig 31)

 

 

 

Deutschland: Militanter Rechtsextremismus nimmt zu

 

NPD und Neonazis, Hass-Kommentatoren, Pegida: Das Spektrum rechtsextremer und nationalistischer Bewegungen in Deutschland reicht laut einem Medienbericht weit über über die Radikalen hinaus.

Die rechtsextreme Szene in Deutschland wächst einem Pressebericht zufolge weiter und wird zunehmend militant.

Die Behörden beobachten besonders eine größer werdendes Milieu der gewaltorientierten Rechtsextremisten. Der Die Zahl der gewaltorientierten Rechtsextremisten, die rechtsextreme und rassistische Wahnideen in Straftaten umzusetzen bereit seien, sei im vergangenen Jahr auf 12.100 gestiegen, berichtete der „Tagesspiegel“ unter Berufung auf Sicherheitskreise. Das sei deutlich mehr als die Hälfte des gesamten Spektrums mit ungefähr 23.000 Personen.

Damit habe sich der Trend der vergangenen Jahre fortgesetzt. Zu den gewaltorientierten Rechten müssten vermehrt auch Personen gezählt werden, die bis vor kurzem weder den Nachrichtendiensten noch der Polizei als Extremisten bekannt gewesen seien.

„Die Aggressivität nimmt noch zu“, zitierte das Blatt Sicherheitsexperten. Es gebe eine „gärende Masse“, die sich als Vollstrecker des Volkswillens empfinde. Zentrale Feindbilder seien Flüchtlinge und der Islam. Das gesamte rechtsextremistische Spektrum werde immer unübersichtlicher.

Die Zahl der NPD-Mitglieder sank der Zeitung zufolge 2016 um 200 auf 5000. Zuletzt hatte das Bundesverfassungsgericht ein NPD-Verbot abgelehnt mit der Begründung, die rechtsextreme Partei sei politisch zu schwach, um ihre verfassungsfeindlichen Ziele zu erreichen. EA/Rtr 25

 

 

 

 

 

Länderumfrage. Nur wenige Migranten werden Polizisten

 

In den meisten Bundesländern sind unter neuen Polizeibeamten im Vergleich weniger Menschen mit ausländischen Wurzeln als in der Gesamtbevölkerung. Doch aus Expertensicht sollten die bloßen Zahlen nicht überbewertet werden.

 

Polizisten mit ausländischen Wurzeln sind immer noch vergleichsweise selten. Einer Umfrage des Mediendienstes Integration zufolgte liegt der Anteil von Migranten bei Neueinstellungen in neun Bundesländern unter deren Anteil in der Gesamtbevölkerung. Nur in Berlin und Sachsen-Anhalt wurden im vergangenen Jahr überdurchschnittlich viele Migranten eingestellt, wie aus der am Dienstag in Hamburg vorgestellten Erhebung hervorgeht.

Den Daten des Mediendienstes zufolge hatten 29 Prozent der Neueingestellten bei der Polizei in der Bundeshauptstadt einen Migrationshintergrund. Der Anteil an der Gesamtbevölkerung liegt dort bei knapp 28 Prozent. In Sachsen-Anhalt hatten neun Prozent der Neueingestellten eine Zuwanderungsgeschichte, während dort nur fünf Prozent der Einwohner ausländische Wurzeln haben.

In Nordrhein-Westfalen hatten im vergangenen Jahr 11,7 Prozent der neu eingestellten Polizisten einen Migrationshintergrund, während es in der Bevölkerung 25,6 Prozent sind. In Schleswig-Holstein hatten 3,5 Prozent der neuen Polizeibeamten ausländische Wurzeln bei einem Migrantenanteil im Land von 13,2 Prozent. Seit der vorangegangenen Umfrage des Mediendienstes für das Jahr 2013 hat sich den Daten zufolge der Anteil von Migranten bei Neueinstellungen in sieben Bundesländern erhöht, in drei Ländern aber auch verringert.

Polizei bunter geworden, aber nicht anders

Der Hamburger Polizeiwissenschaftler Rafael Behr warnte indes vor falschen Erwartungen. Polizeianwärter mit Migrationshintergrund seien in der Regel gut integriert und unterschieden sich nicht in besonderer Weise von deutschstämmigen. Aktuelle Flüchtlinge etwa seien unter ihnen nicht finden. Die Polizei sei bunter geworden, sagte Behr, aber nicht anders.

Im internationalen Vergleich steht die deutsche Polizei nach den Worten von Daniela Hunold, Wissenschaftlerin an der Polizeihochschule Münster, mit ihrem Migrantenanteil gut da. Die deutsche Polizei setze oft auf Konfliktlösungen durch Gespräche, stelle Kontaktbeamte ein und biete interkulturelle Schulungen. Entscheidender als die kulturellen Grenzen seien ohnehin die sozialen Unterschiede. Die Diskriminierung von Menschen mit anderer Hautfarbe („Racial Profiling“) sei weniger gravierend als die unterschiedliche Behandlung von verarmten Menschen oder Bewohnern sozialer Brennpunkte („Social Profiling“).

Zahlen schwanken stark

Abgefragt wurden Daten der Landespolizeistellen, die diese Daten auf freiwilliger Basis erheben. In Brandenburg, Sachsen, Thüringen und Bayern gibt es keine Daten über Migrantenanteile. In Mecklenburg-Vorpommern liegt er bei Neueinstellungen unter 0,1 Prozent. Ausbildungskampagnen und Ausbildungstrends lassen die Zahlen offenbar schwanken. So sank in Baden-Württemberg der Anteil der neu eingestellten Polizisten mit Migrationshintergrund von 24,8 Prozent in 2013 auf 20,8 Prozent in 2015.

Der Mediendienst Integration, getragen vom Wissenschaftszusammenschluss „Rat für Migration“, stellt Daten und Fakten zu den Themen Zuwanderung und Asyl zur Verfügung. Er wird von mehreren Stiftungen und der Integrationsbeauftragten der Bundesregierung finanziert. (epd/mig 1)

 

 

 

Beschäftigungszahlen Januar. Arbeitsmarkt startet gut ins neue Jahr

 

Die Erwerbstätigkeit wächst weiter: Im Januar waren 43,6 Millionen Menschen erwerbstätig. Auch wieder gestiegen ist die sozialversicherungspflichtige Beschäftigung. Arbeitslos waren rund 2,8 Millionen Menschen. Somit ist die Arbeitslosigkeit saisonbedingt etwas angestiegen – allerdings weniger als im Vorjahr.

 

Erwerbstätigkeit und sozialversicherungspflichtige Beschäftigung sind im Vergleich zum Vorjahr weiter gewachsen. Die Zahl der Erwerbstätigen ist laut Statistischem Bundesamt im Dezember saisonbereinigt gegenüber dem Vormonat um 24.000 gestiegen. 43,59  Millionen Menschen waren demnach erwerbstätig. Das sind 233.000 mehr als zum gleichen Zeitpunkt im Vorjahr. Der Anstieg der

Erwerbstätigkeit beruht vor allem auf mehr sozialversicherungspflichtiger Beschäftigung.

 

Nach der Hochrechnung der BA waren im November 31,72  Millionen Menschen

sozialversicherungspflichtig beschäftigt, 332.000 mehr als ein Jahr zuvor. Gewachsen ist die sozialversicherungspflichtige Beschäftigung in fast allen Bundesländern; am stärksten in Berlin – mit plus 3,5 Prozent. Betrachtet man die Branchen, so gab es ein kräftiges Plus in den Bereichen Pflege und Soziales sowie Unternehmens- und sonstige Dienstleistungen.

Mitarbeiter gesucht, Arbeitslosenquote steigt leicht

Neue Mitarbeiter sind weiterhin gefragt: Im Januar waren 647.000 Arbeitsstellen bei der BA gemeldet, 66.000 mehr als vor einem Jahr. Die Arbeitslosigkeit hat im Zuge der Winterpause von Dezember auf Januar um 209.000 auf 2,77 Millionen zugenommen – das entspricht einer Steigerung von acht Prozent. Die Arbeitslosenquote beträgt im Januar 6,3 Prozent.

Saisonbereinigt sank sie gegenüber dem Vormonat um 0,1 Prozentpunkte auf 5,9 Prozent. Allerdings waren im Vergleich zum Vorjahr im Januar 143.000 oder fünf Prozent weniger Arbeitslose registriert.

Die Arbeitslosenquote sank um 0,4 Prozentpunkte.

Bundesarbeitsministerin Andrea Nahles kommentierte die Zahlen: "Noch nie waren im wiedervereinigten

Deutschland in einem Januar weniger Menschen ohne Arbeit. Gleichzeitig lässt sich an den Zahlen ablesen, dass sich immer mehr geflüchtete Menschen arbeitslos melden."

Auswirkungen der Migration auf den deutschen Arbeitsmarkt

Im Vorjahresvergleich ist einerseits die sozialversicherungspflichtige Beschäftigung von Menschen aus den aktuellen Zuwanderungsländern – dazu gehören die ost- und südeuropäischen Staaten sowie die nichteuropäischen Asylherkunftsländer – um 247.000 oder 14 Prozent gestiegen.

Gleichzeitig ist die Arbeitslosigkeit von Menschen aus den wichtigsten nichteuropäischen Asylherkunftsländern im Januar im Vorjahresvergleich um 87.000 oder 86 Prozent nach oben gegangen. Zu diesen Ländern zählen Afghanistan, Eritrea, Irak, Iran, Nigeria, Pakistan, Somalia und Syrien. Pib 31

 

 

 

 

"Hau ab Prämien". Innenministerium lobt neue Rückkehrprämien für Flüchtlinge aus

 

Die Bundesregierung will am 1. Februar das neue Rückkehrprogramm „Starthilfe Plus“ für Flüchtlinge beginnen. Wer auf ein Asylverfahren verzichtet und freiwillig ausreist, wird mit 1.200 Euro honoriert, wer gegen einen Asylbescheid nicht klagt, soll 800 Euro bekommen.

 

Die Bundesregierung will ab Februar ihr neues Rückkehrprogramm „Starthilfe Plus“ beginnen, das den Verzicht auf ein Asylverfahren mit bis zu 1.200 Euro honoriert. In einer Erklärung des Ministeriums heißt es, durch „das bundeseigene Zusatzprogramm soll nun insbesondere für diejenigen, deren Erfolgschancen im Asylverfahren sehr gering sind, ein finanzieller Anreiz geschaffen werden“. Die Entscheidung zur freiwilligen Rückkehr in die Heimat solle „möglichst schon im Asylverfahren, spätestens jedoch innerhalb der Ausreisefrist“ fallen.

Nach Schätzungen des Bundesamtes für Migration und Flüchtlinge haben 2016 rund 55.000 Personen Deutschland freiwillig verlassen. Das Programm „Starthilfe Plus“ richtet sich laut Ministerium an Menschen aus 40 Herkunftsstaaten.

Prämien gestaffelt

Die Prämien sind gestaffelt. Jeder Flüchtling über dem Alter von zwölf Jahren soll 1.200 Euro erhalten, wenn er noch vor der Zustellung des Asylbescheids verbindlich zusagt, freiwillig das Land zu verlassen. Die Hälfte der Fördersätze ist für Kinder unter zwölf Jahren vorgesehen.

Zusätzlich ist für Familien mit mehr als vier Angehörigen ein Zuschlag in Höhe von 500 Euro vorgesehen. Eine Bonuszahlung von 800 Euro erhalten diejenigen, die nach dem Erhalt ihres negativen Asylbescheids ausreisen und nicht gerichtlich gegen die Ablehnung vorgehen. Antragsberechtigt sind Personen aus 40 Herkunftsstaaten, die migrationspolitisch besonders bedeutsam sind.

Diakonie kritisiert „Hau ab Prämien“

„Diese Regelung finde ich besonders bedenklich, denn sie soll verhindern, dass gegen einen Asylbescheid geklagt wird“, sagte Diakonie-Experte Dietrich Eckeberg am Freitag in Düsseldorf. Derzeit gebe es einen „unheimlichen Druck in der Politik, möglichst viele Flüchtlinge zur freiwilligen Ausreise in ihr Herkunftsland zu bewegen“.

Solche Initiativen schürten Vorurteile in der Bevölkerung, betonte der Experte. „Diese ‚Hau ab-Prämien‘ kommen gut an. Zumal sie ja auch so verkauft werden, als wenn mit ihrer Hilfe tatsächlich ein Neustart im Herkunftsland möglich wäre.“ Doch das sei Augenwischerei, vor allem, wenn Flüchtlinge aus Ländern kämen, in denen Krieg herrscht oder sie aus ethnischen Gründen diskriminiert werden. „Die Rückkehrprogramme sind nicht ausgerichtet auf eine Reintegration ins Herkunftsland. Effektive Hilfen dafür gibt es fast nie“, kritisierte Eckeberg. „Wenn diese Prämie auf Geflüchtete aus Kriegs- und Krisengebieten angewendet wird, hebelt man unser Individualrecht auf Asyl auf dem Verwaltungsweg aus.“

Auszahlung in zwei Tranchen

Die Auszahlung der Prämien erfolgt laut Ministerium in zwei Tranchen. Die erste Hälfte des Geldbetrages wird noch in Deutschland ausgehändigt. Die zweite Hälfte bekommen die Rückkehrer sechs Monate später im Heimatland. Bereits heute wird mit dem Bund-Länder-Programm REAG/GARP1 die organisatorische und finanzielle Unterstützung Ausreisepflichtiger gewährleistet. So werden etwa Rückreisekosten übernommen, Reisebeihilfen gewährt oder eine Starthilfe von bis zu 500 Person ab dem Alter von zwölf Jahren gewährt. (epd/mig 30)

 

 

 

 

Einstieg in die Rente nicht gleich Ausstieg aus dem Job. Flexi-Rente

 

Immer mehr ältere Beschäftigte wollen nach Erreichen des gesetzlichen Rentenalters nicht in den Ruhestand gehen. Längeres Arbeiten kommt in Mode. Viele fühlen sich fit, wollen ihre Erfahrungen weitergeben, die Kolleginnen und Kollegen nicht missen. Und weiter Geld verdienen.

Nach Angaben der Bundesagentur für Arbeit haben im Jahr 2016 erstmals mehr als 200.000 Ruheständler sozialversicherungspflichtig gearbeitet. Außerdem gingen laut Bundesagentur 899.955 Menschen im Rentenalter einem Minijob nach. Von den  65- bis 74-Jährigen  waren 350.000 selbständig.

Der Arbeitszeitreport 2016 ergab, dass die sozialversicherungspflichtig Erwerbstätigen im Ruhestandsalter durchschnittlich knapp 32 Stunden in der Woche arbeiten.

Wenn der Arbeitgeber einverstanden ist, kann man ein längeres Arbeiten vereinbaren. Vorher sollte man gut überlegen, ob man erst offiziell "in Rente" geht und quasi neben der Rente weiterarbeitet oder ob man einfach über das gesetzliche Rentenalter hinaus weiterarbeitet.

Später in Rente heißt höhere Rente: Laut Deutscher Rentenversicherung Bund (DRV) erhöht ein zusätzliches Arbeitsjahr ohne Rentenbezug für einen Durchschnittsverdiener die spätere Rente um gut 100 Euro monatlich. Hinzu kommt ein Zuschlag von monatlich 0,5 Prozent zur Rente für jeden Monat, der über das gesetzliche Rentenalter hinaus gearbeitet wurde. 

Wer schon Rente bezieht und weiterarbeitet, erhält neben der Rente ein Gehalt. Hinzu kommt, dass man mit der weiteren Beitragszahlung zur Rentenkasse seine Rente um bis zu neun Prozent jährlich steigern kann. Das wurde mit dem seit 1. Januar 2017 gültigen Flexirenten-Gesetz geregelt.

Im Flexirenten-Gesetz wurde auch beschlossen, dass die Beiträge des Arbeitgebers zur Arbeitslosenversicherung zunächst für die Dauer von fünf Jahren entfallen.

Die Regelungen für Teilrente und Hinzuverdienst wurden vereinfacht. Ab dem 1. Juli 2017 lässt sich beides individuell kombinieren. Außerdem können Versicherte dann früher und flexibler zusätzliche Beiträge in die Rentenkasse einzahlen, um Rentenabschläge auszugleichen. Über alle Möglichkeiten informiert die Rentenauskunft. Jeder ab 55 Jahren erhält sie automatisch.

Vor Ort oder telefonisch berät die Deutsche Rentenversicherung maßgeschneidert über Vor- und Nachteile. pib 2

 

 

 

SPD auf höchstem Wert seit Bundestagswahl

 

Plötzlich Hoffnungsträger - SPD-Kanzlerkandidat Martin Schulz.

Der Schulz-Effekt für die SPD hält an: Die Sozialdemokraten können laut Umfragen ihren Abstand zur Union fast halbieren.

Nach der Entscheidung für Martin Schulz als Kanzlerkandidat ist die SPD im stern-RTL-Wahltrend auf ihren höchsten Wert seit der letzten Bundestagswahl gestiegen. Sie legte um fünf Punkte auf 26 Prozent zu, wie aus der am Mittwoch veröffentlichten Befragung des Instituts Forsa hervorgeht. Zugleich verlor die Union zwei Prozentpunkte; sie kommt nun auf 35 Prozent. Damit hat sich der Abstand zwischen SPD und CDU/CSU in der Umfrage binnen einer Woche fast halbiert.

Auch die Grünen büßten ein und liegen nun mit acht Prozent einen Punkt hinter der Linken mit unverändert neun Prozent. Die AfD verschlechterte sich auf elf Prozent, die FDP verharrt bei sechs Prozent. Der Anteil der Nichtwähler und Unentschlossenen sank auf 24 Prozent.

Für den Wahltrend befragte Forsa von Montag bis Freitag vergangener Woche 2502 repräsentativ ausgesuchte Bundesbürger. Die Fehlertoleranz wurde mit einer Abweichung von 2,5 Prozentpunkten nach oben oder unten angegeben. Die Nominierung von Schulz war am Dienstagnachmittag vergangener Woche bekannt gegeben worden.

Auch laut ARD-Deutschlandtrend erreicht die SPD den höchsten Zustimmungswert in der gesamten Legislaturperiode. Wäre am Sonntag Bundestagswahl kämen die Sozialdemokraten demnach auf 28 Prozent der Stimmen, was einem Plus um acht Punkte im Vergleich zum Vormonat entspricht. Die Union verliert demnach drei Punkte auf 34 Prozent, Linke und Grüne büßen je einen Punkt ein und kommen beide auf acht Prozent. Die FDP würde mit sechs Prozent (plus ein Punkt) die Rückkehr in den Bundestag schaffen. Die AfD würde mit zwölf Prozent als drittstärkste Kraft erstmals ins Parlament einziehen, verliert zum Vormonat aber drei Prozentpunkte.

Für die Sonntagsfrage im Auftrag der ARD-Tagesthemen befragte das Meinungsforschungsinstitut Infratest dimap von Montag bis Mittwoch bundesweit 1.506 Wahlberechtigte. EA 3