WEBGIORNALE  30  OTTOBRE - 12 novembre   2017

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Il Rosatellum è legge. La nuova legge elettorale italiana. Ecco come funziona  1

2.       Il pasticcio del Rosatellum   1

3.       Il documento finale della Commissione Continentale Europa e Nord Africa  1

4.       Voto all’estero. L’intervento del senatore Claudio Micheloni a Palazzo Madama durante la seduta del 25 ottobre  2

5.       Legge elettorale. Emendamento Lupi. Emigrazione fuori gioco o politica fuori fase?  2

6.       Sicurezza migratoria e marittima: due obiettivi futuri 3

7.       Consultazione europea. Europeana  4

8.       Migranti, primo via libera a riforma Dublino  4

9.       Festival della Migrazione. Prodi: serve una nuova via  4

10.   Presentato a Roma il “Rapporto Italiani nel mondo 2017” della Migrantes  4

11.   Ue: da un voto all’altro, il supplizio del pendolo in Europa  5

12.   Nuova legge elettorale e voto all’estero  6

13.   Il passo indietro di Berlino  6

14.   Estradati in Italia due del clan Rinzivillo arrestati in Germania per traffico di droga  6

15.   Assia ed Emilia-Romagna: 25 anni di collaborazione  7

16.   Incontro ReteDonne e.V. a Braunschweig il 18 novembre sul tema: „Identità femminili nell’era della mobilità”  7

17.   A Berlino il ciclo “L’Ambasciata incontra... insegnanti ed educatori”  7

18.   A Stoccarda incontro di Forza Italia con i connazionali del posto  7

19.   Collettiva italiana alla FieraA+A di Düsseldorf (17-21 ottobre) 8

20.   Bloccata in tutta la Germania la vendita di pasta “Milano” e “Sanremo” da Dubei 8

21.   Il presidente delle ACLI Baviera Macaluso il 30-31 ottobre a Palermo  8

22.   Il 3 novembre ad Amburgo un incontro per ricordare gli internati italiani 8

23.   I recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue COSMO  8

24.   Monaco di Baviera. Consolato e Comites mettono in guardia dal lavoro in nero  10

25.   L’estrema destra al debutto nel parlamento tedesco  10

26.   La burocrazia tedesca  10

27.   Da dicembre il nuovo intercity Francoforte-Milano di Trenitalia  10

28.   Nuova presentazione per il libro bilingue "Poesia al Cinema" della Continanza  10

29.   Non si finisce mai di imparare. Lettera aperta ai Senatori della Repubblica Italiana  11

30.   Il Tedesco come ambasciatore di cultura  11

31.   Approvato il documento finale dell'indagine conoscitiva sullo stato di diffusione di lingua e cultura italiana nel mondo  11

32.   I ritardi nelle iscrizioni all’Aire. Tacconi (PD Estero) interroga Alfano  12

33.   Il cinema e l’Italia attraverso proiezioni e seminari in giro per il mondo  12

34.   Brexit, Trump, M5S. Democrazia eterodiretta e ricerca d’una classe dirigente  12

35.   La Catalogna dichiara l'indipendenza  13

36.   Angelino Alfano: “Mediterraneo, il confine che unisce”  13

37.   Veneto e Lombardia dopo il referendum   13

38.   Governo in forse  14

39.   4 novembre, Festa delle Forze Armate, “Giorno dell’Unità Nazionale”  14

40.   Con Rosatellum confermato il voto per gli italiani temporaneamente all’estero  14

41.   Testimonianze. Lettera di un italiano in Svizzera  14

42.   Alfano: “Un Erasmus mediterraneo. Integrare la sponda Sud essenziale per la sicurezza”  15

43.   Quali ideali?  15

44.   La campagna “Ero straniero” chiude con oltre 70.000 firme raccolte  15

45.   Elezioni in Sicilia. Tariffe agevolate solo per una eventuale tratta in treno per gli italiani all’estero  16

46.   Comitato italiani nel mondo. Il presidente Fabio Porta sull’incontro con la Commissione per le comunità romene all’estero  16

47.   Senza partecipazione non si è parte delle dinamiche democratico-parlamentari 16

48.   Il disordine  16

49.   Draghi: "Con Jobs act 500mila occupati in più"  17

50.   La riforma elettorale. L’intervento del senatore Aldo Di Biagio (AP- CE) che non voterà la fiducia posta dal Governo  17

51.   Ancora non risolto il caso Battisti 17

52.   Presentato a Roma il Dossier Statistico Immigrazione 2017  18

53.   Chiunque può dare una mano al PD per il programma elettorale sugli italiani all’estero  18

54.   La settimana della lingua italiana. Messaggio di Alfano  18

55.   Il futuro dell’esecutivo  18

56.   Dal 2006 la popolazione straniera in Italia è aumentata di circa 2 milioni di persone  19

57.   Fuga dall'Italia: via 50 mila giovani nel 2016  19

58.   Migranti, accoglienza al palo. Collabora un Comune su otto  20

59.   Nuova legge elettorale e voto all’estero. Il pensiero dell’Unaie  20

60.   Le Colonie Libere (Svizzera) sulla legge elettorale  20

61.   Presentato alla Farnesina il Rapporto 2017 della Fondazione Leone Moressa sull’economia dell’immigrazione  20

 

 

1.       Deutschland und Europa – Ein Blick in die Zukunft 21

2.       Vatikan/Europa: Bürger erwarten Perspektive von der Politik  21

3.       Sozialdemokrat Pittella: Breite Allianz gegen die „Orbanisierung“ der EVP  21

4.       Flüchtlingspolitik. EU-Regierungen wollen Einigung über Dublin-Regeln bis Mitte 2018  22

5.       Tusk will umstrittene EU-Asylrechtsreform bis Mitte 2018  22

6.       Vereinte Nationen. Fast 600.000 Rohingya aus Myanmar geflohen  22

7.       Brexit: May sichert EU-Bürgern in Großbritannien Bleiberecht zu  23

8.       Migrationspolitik. EU will mit Entwicklungspolitik Druck auf Entwicklungsländer ausüben  23

9.       Mogherini gegen Trump: EU ist die „einzige glaubwürdige“ globale Macht 23

10.   Finnlands Präsident: Was ist eine EU wert, die ihren Bürgern keine Sicherheit bietet?  23

11.   Monte dei Paschi: Comeback einer Krisenbank  24

12.   Anders unter Gleichen. Der Bundestag startet in die neue Wahlperiode  24

13.   Schäuble ist Bundestagspräsident 25

14.   Tagung zu Europa: „Einen Weg zurück gibt es nicht“  25

15.   Navracsics: Bildungspolitik von heute ist Wirtschaftspolitik von morgen  26

16.   Vorbild Corbyn? Was die deutsche Sozialdemokratie von Jeremy Corbyns Labour Party lernen kann – und was nicht. 26

17.   Regionalpräsidenten der Lombardei und Venetiens distanzieren sich von Katalonien  27

18.   „Europäische Muslime sehen EU positiver als andere Europäer“  27

19.   Studie. Ausländer gehen überdurchschnittlich oft einem Nebenjob nach  27

20.   EU-Kommission optimistisch über Arbeitsmarktentwicklung  28

21.   Internationaler Terrorismus. Verfassungsschutz erhält viele Hinweise von Flüchtlingen  28

22.   Familienstudie: Kulturelle Bildung gut für ein erfolgreiches Leben  28

23.   Erdkunde. Jamaika als Namensgeber 28

24.   "Zivilcourage ist erlernbar"  29

25.   12.000 Demonstranten fordern vom Bundestag: Sagt NEIN zu Rassismus und Rechtsruck  29

26.   Studie. Kinder bleiben in Armut gefangen  29

27.   Armut und soziale Ungleichheit bewegt die Deutschen  29

28.   Landesausländerbeirat begrüßt mehr Angebote für Migrantenkinder 30

29.   Studie. So viele Kinder im Hartz-IV-Bezug wie nie zuvor 30

30.   Stichwort: Halloween  30

 

 

Il Rosatellum è legge. La nuova legge elettorale italiana. Ecco come funziona

 

Il Rosatellum è legge. Con 214 sì, 61 no e 2 astenuti è stata approvata la legge con cui si andrà a votare, con ogni probabilità, a marzo 2018. Alla Camera, al momento del via libera, era partito l'applauso dai banchi del Pd. A Palazzo Madama la cosa scivola senza enfasi. Pd, centristi, Forza Italia e Lega, i contraenti del patto, difendono il testo ovviamente ma utilizzano le dichiarazioni di voto più per attaccare gli avversari, Mdp e M5S. I toni sono già da campagna elettorale.

E così nella giornata in cui il Rosatellum diventa legge, la scena se l'è presa tutta, a sorpresa, Denis Verdini. Dopo i conti di ieri su quanto avrebbe più o meno inciso il voto dei verdiniani per garantire il numero legale e salvare legge e governo, il leader di Ala oggi ha parlato in chiaro. E' intervenuto a sopresa in aula e ha regalato l'unico guizzo della mattinata rivendicando i voti che ieri (vedi le Unioni civili, come ricordato anche da Matteo Renzi), oggi e domani la sua componente ha assicurato e assicurerà al governo.

Un intervento apprezzato dal Pd "anche per la sua chiarezza", dicono i dem che si preparano a ricevere il sostegno dei verdiniani per il Bilancio ma anche per il tentativo, già in agenda, di provare a portare a casa, come ultimo atto della legislatura, lo Ius Soli. Senza che questo apporto cambi la natura della maggioranza. "Non ci sarà nessun passaggio al Colle", fanno sapere dal Pd. Per lo Ius Soli servirà una nuova fiducia. "Impossibile altrimenti per il numero di emendamenti", dicono i dem e il capogruppo Luigi Zanda ha già avanzato la richiesta al governo: "Accoglierei con molto favore una decisione del governo di mettere la fiducia".

"In quest'aula - ha detto Verdini - quando si è trattato di contare i nostri voti, si è rinnegata perfino l'aritmetica ma questo consente di rivendicare a me stesso e al mio gruppo, con orgoglio, tutto quello che abbiamo fatto, a partire dal ruolo di supplenza politica che abbiamo svolto, tutelando la stabilità e l'interesse del Paese, ogni volta che un provvedimento ci è sembrato andare nella direzione giusta, ignorando gli stupidi strali che ci venivano quotidianamente rivolti". "Noi siamo quelli - ha sottolineato - che hanno consentito al Paese di fare uno scatto in avanti sul fronte dei diritti, rendendo possibili le unioni civili - e avremmo votato anche la step child adoption. Così come voteremo il testamento biologico, quando e se arriverà in aula".

Un sì annunciato, a titolo personale, anche sullo ius soli. "Siamo stati leali con Letta, con Renzi e anche con Gentiloni, nonostante la sua costante indifferenza". Quanto al merito della legge, Verdini rivendica anche in questo caso il suo contributo: "Questa non è la migliore legge elettorale perché leggi perfette non esistono, ma è la migliore possibile in questo momento storico e in questo Parlamento. Dicono che sia figlia mia, e non mi dispiace. Diciamo semmai che è mia nipote".

Anche il presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano ha votato a favore della riforma elettorale, così come il premio Nobel Carlo Rubbia. Fra gli altri senatori a vita, l'ex premier Mario Monti si è espresso contro il 'Rosatellum', mentre Elena Cattaneo e Renzo Piano non hanno partecipato alla votazione perché in congedo o in missione.

Un altro intervento che ha scaldato la mattinata è stato quello di Roberto Calderoli per le parole su Matteo Renzi. "Ve lo dico da amico -ha detto il senatore leghista rivolto ai banchi del Pd- fermate il pazzo. Nei 1000 giorni di governo ha mandato a fondo il Paese, ha distrutto il Pd e fa passare una legge elettorale che, probabilmente, determina l'estinzione del partito. Renzi è imbarazzante. Tenetelo sul treno, perché se scende dal treno lo aggrediscono. Caro Matteo non hai nulla di cui stare sereno".

E poi, nella cronaca dell'aula di oggi, entra anche il capogruppo dei 5 Stelle, Giovanni Endrizzi, che ha definito il Rosatellum, una legge "bunga-bunga, un'orgia di pluricandidati in cui l'utilizzatore finale è immancabilmente sempre lo stesso. Siete la stessa banda, voi senza idee, senza programmi, ma con il medesimo progetto, mantenere le poltrone per continuare a sfinire e spolpare una nazione allo stremo".

Quindi le parole dure di Sinistra Italiana e Mdp. Dice Maurizio Migliavacca: "Otto fiducie non si erano mai viste nella storia parlamentare né con la Repubblica né con la monarchia" e tutto "per una legge che non garantisce maggioranze" e porta dritti a un governo Pd-Forza Italia. Anche il senatore a vita Mario Monti ha votato contro il Rosatellum. Una "legge che non condivido nel merito" e che "contribuirà ad aumentare il disprezzo degli italiani verso la politica".

Il Rosatellum bis è un sistema misto proporzionale e maggioritario. Un terzo dei candidati viene eletto in collegi uninominali e due terzi, con listini bloccati (da un minimo di 2 a un massimo di 4 candidati), con il proporzionale.

 

Rosatellum ecco come funziona

E' il giorno del Rosatellum bis. Il Senato ha dato il via libera definitivo alla legge elettorale, che prende il nome dal capogruppo del Pd alla Camera Ettore Rosato. Ma cosa prevede la nuova legge elettorale? Il Rosatellum bis è un sistema misto proporzionale e maggioritario. Un terzo dei candidati viene eletto in collegi uninominali e due terzi, con listini bloccati (da un minimo di 2 a un massimo di 4 candidati), con il proporzionale. Ecco tutti i punti della legge:

1) SCHEDA UNICA: a differenza del Mattarellum, in cui c'erano due schede, è prevista una scheda unica nella quale il nome del candidato nel collegio è affiancato dai simboli dei partiti che lo sostengono. Non è consentito il voto disgiunto.

2) COLLEGI: il 36% dei seggi viene assegnato con un sistema maggioritario basato su collegi uninominali, il 64% viene assegnato con criteri proporzionali. Alla Camera sono previsti 232 collegi uninominali, gli altri 386 seggi sono assegnati con il proporzionale a cui vanno aggiunti gli altri 12 seggi nelle circoscrizioni estere. Al Senato i collegi uninominali sono 102 e 207 i plurinominali oltre ai 6 seggi degli eletti all’estero.

3) SOGLIA DI SBARRAMENTO: la soglia di sbarramento è al 3% per le singole liste e al 10% per le coalizioni a livello nazionale sia alla Camera che al Senato.

4) COALIZIONI: il Rosatellum prevede le possibilità di coalizzarsi. Basta una "dichiarazione di apparentamento". Quindi no programma e candidati comuni. I voti delle liste collegate che non raggiungono il 3 per cento, ma superano l'1, vanno assegnati alla coalizione.

5) PLURICANDIDATURE: sono consentite fino a un massimo di 5 nei listini proporzionali. Un candidato del collegio uninominale può anche candidarsi, sempre per un massimo di 5, nel proporzionale.

6) QUOTE DI GENERE: sia nei collegi uninominali che in quelli plurinominali nessuno dei due generi può essere rappresentato in misura superiore al 60%. La ripartizione della quota di genere per il Senato, sia nell'uninominale che nel proporzionale, è su base regionale e non nazionale.

7) FIRME: i gruppi parlamentari che si sono costituiti prima del 15 aprile 2017 (come Mdp) non dovranno raccogliere le firme. Inoltre, si dispone che solo per le prossime elezioni politiche il numero di firme venga dimezzato (da circa 1.500 a circa 750) per le nuove formazioni politiche e per chi non ha un gruppo autonomo in Parlamento.

8) ITALIANI CANDIDATI ALL'ESTERO: una novità introdotta dal Rosatellum è quella che i residenti in Italia possono candidarsi anche all'estero. Nella stessa norma si specifica che non possono essere candidati gli italiani residenti all'estero che hanno ricoperto ruoli politici nel paese in cui vivono nei cinque anni precedenti. Adnkronos 26

 

 

 

 

Il pasticcio del Rosatellum

 

S’è già scritto parecchio sulla “nuova” legge elettorale chiamata “Rosatellum”. Però il meccanismo non è di semplice comprensione. Noi riportiamo ciò che è già noto; non precludendo nessuna ulteriore interpretazione normativa. Il Parlamento resta costituito da 945 membri. 630 Deputati e 315 Senatori. Gli aspetti di rilievo sono le ripartizioni dei “Collegi” e la “Soglia di Sbarramento”.

 

Per la Camera, saranno attivati 232 Collegi uninominali, 356 Collegi plurinominali e i soliti dodici Deputati per la Circoscrizione Estero.

 

Per il Senato, dovrebbero essere attivi 109 Collegi uninominali, 200 Collegi plurinominali e i consueti sei Senatori da attribuire alla Circoscrizione Estero.

 

La soglia di sbarramento, che già ha destato parecchi “attriti”, è quantificata al 3% sia per la camera dei Deputati che per il Senato della Repubblica.

 

Questo, in linea di massima, lo spirito del “Rosatellum”. Sulla nuova Legge Elettorale, ovviamente, torneremo. Anche perché ci potrebbero essere “novità” nelle candidature per la Circoscrizione Estero. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Il documento finale della Commissione Continentale Europa e Nord Africa

Bruxelles (19-21 ottobre 2017)

 

Bruxelles - Dal 19 al 21 ottobre 2017 si è tenuta a Bruxelles la riunione della Commissione Continentale Europa e Nord Africa del CGIE.

Il 19 ottobre la riunione della Commissione si è svolta nella sede del Parlamento Europeo, alla presenza del Direttore Min. Plen. Luigi Vignali del MAECI, dell’Ambasciatrice d’Italia presso il Regno del Belgio Elena Basile, del Consigliere d’Ambasciata Andrea Esteban Samà, del Ministro d’Ambasciata d’Italia a Londra Vincenzo Celeste, dei Presidenti Inter-Comites del Belgio (Raffaele Napolitano), del Regno Unito (Pietro Molle), della Svizzera (Grazia Tredanari), della Germania (Tommaso Conte),  dei Parlamentari italiani Sen. Claudio Micheloni, Sen. Aldo Di Biagio, Sen. Vito Rosario Petrocelli, On. Laura Garavini, On. Alessio Tacconi, On. Gianni Farina, degli Europarlamentari On. Elisabetta Gardini, On. Cecile Kyenge, On. Brando Benifei, del dott. Elio Carozza e del Dott. Marius Caraman in rappresentanza del Consiglio dei Romeni all’estero.

All’ordine del giorno dei lavori un’ampia discussione sulla cittadinanza europea, i diritti e le future politiche a favore dei cittadini europei residenti in paesi diversi da quelli di nascita.

Negli ultimi anni la Commissione Europea ha più volte sollevato il problema del basso livello di mobilità intracomunitaria (riguardante ancora soltanto il 3% della forza lavoro dell’UE), cercando di mettere in luce invece i vantaggi della libera circolazione dei lavoratori.

La realtà, però, è che malgrado principi e vantaggi, molti ostacoli si frappongono tuttora ai lavoratori europei che cambiano la loro residenza per cercare lavoro in un altro stato membro. E questi ostacoli sono cresciuti ulteriormente durante la crisi.

I lavoratori mobili sono infatti spesso sottoposti a discriminazioni e trattamento iniquo in settori come la sicurezza sociale, le condizioni di lavoro, il salario, l’accesso al welfare, la tassazione.

La Commissione territoriale prende l’impegno di lavorare all’interno del CGIE per la costituzione di una Agorà, in seno al Parlamento Europeo, che promuova occasioni di diretto confronto fra l’Europarlamento e le varie rappresentanze nazionali dei cittadini in movimento con l’obiettivo di accelerare le politiche di integrazione e garantire i diritti democratici e le libertà civili dei cittadini assicurando i diritti sociali e previdenziali.

Successivamente il Ministro d’Ambasciata d’Italia a Londra, Vincenzo Celeste, ha illustrato in dettaglio lo stato delle trattative tra Unione Europea ed il Regno Unito sulla Brexit. Principale risalto è stato dato alla tutela dei diritti dei connazionali che vivono nel Regno Unito insieme al necessario potenziamento del personale dei Consolati per far fronte alla situazione. La riapertura del Consolato di Manchester, annunciata lo scorso giugno durante un incontro pubblico con la locale comunità italiana dal Sottosegretario Amendola, certamente sarà un sostegno e supporto alla comunità di connazionali del nord dell’Inghilterra.

La promozione del Sistema Italia e dei suoi cittadini in Europa è stato il tema di apertura dei lavori della giornata di venerdì 20 ottobre tenutasi presso la sede della Camera di  Commercio belgo-italiana di Bruxelles.

In seguito, sul tema della redazione della nuova circolare applicativa del Dlgs 64/2017 - recante disciplina della scuola italiana all’estero della L. 107/2015 in sostituzione della ex circolare 13/2003 - la Commissione propone il ripristino e la concreta stesura dei piani Paese da realizzare insieme agli operatori del settore lingua e cultura italiana con una programmazione pluriennale (possibilmente quinquennale). Gli enti gestori potrebbero così ottenere un contributo che varrebbe per tutta la durata del piano Paese con il solo obbligo annuale di rendicontazione contabile e relazione degli obiettivi raggiunti. Il sistema di rendicontazione contabile andrebbe rivisto, adottando criteri di flessibilità, tenendo in considerazione il fatto che gli obblighi contabili differiscono nei vari Paesi, dovrebbe essere basato sulle spese reali impegnate. 

Per una corretta stesura della circolare sarebbe importante che, per tramite delle rappresentanze consolari, fossero raccolti suggerimenti di tutti gli operatori del settore,  costituendo un tavolo di lavoro che coinvolga attivamente Comites e CGIE.

In merito alla Circolare 3 del 21 giugno 2017 del MAECI, la Commissione esprime disappunto per il mancato coinvolgimento del CGIE nella fase di stesura della stessa.

La Commissione ritiene che nonostante la razionalizzazione del sistema delle rappresentanze consolari, la figura del Console Onorario non possa diventare sostitutiva nell’erogazione dei servizi da parte dei Consolati ma suppletiva.

I Comites ed i Consiglieri CGIE dovrebbero essere parte attiva nel processo di ricerca e selezione delle personalità per la carica di Console Onorario. La Commissione auspica inoltre che l’operato dei Consoli Onorari sia soggetto a periodica valutazione del Consolato Generale anche sentite le locali istituzioni di rappresentanza dei connazionali (Comites e Consiglieri del CGIE).

La Commissione Continentale ha seguito con particolare interesse il lavoro svolto dalla commissione Affari Costituzionali della Camera, in merito alla nuova proposta di riforma della legge elettorale nazionale, il “Rosatellum 2.0”. Esistono profonde perplessità sulla modifica di un principio di fondo, che riguarda le candidature nella circoscrizione estero di cittadini italiani non iscritti all’AIRE, contravvenendo alla specificità della rappresentanza politica della circoscrizione estero.

Qualora non fosse modificato l’emendamento che prevede che gli elettori residenti in Italia possano essere candidati in una ripartizione della circoscrizione estero, verrebbe tradito nella sua essenza lo spirito della legge che istituì i collegi elettorali all’estero.

La Commissione prende atto del documento presentato dal Cons. Paolo Da Costa riguardo il caso Giacchetta (Zurigo): il Vice Segretario Generale Pino Maggio si impegna ad informarne il Comitato di Presidenza in funzione della prossima Plenaria.

Sabato 21 ottobre, la Commissione si è recata a Marcinelle per la visita del sito del Bois Du Cazier dove è stata inaugurata una targa del CGIE sul muro del ricordo, “In memoria di tutti i caduti sul lavoro” (“En mémorie de toutes les victimes du travail - Ter ere van al de slachtoffers”) alla presenza del Console Generale di Charleroi Carlo Gambacurta, del Direttore del sito del Bois du Cazier Jean-Louis Delaet, dell’associazione dei Minatori e del loro Presidente Urbano Ciacci, ultimo superstite minatore che fece parte delle squadre di soccorso durante la tragedia dell’8 agosto 1956 nella quale perirono 262 lavoratori, di cui 136 italiani.

All’inaugurazione è seguito un interessante incontro e scambio di opinioni con la comunità italiana, le associazioni, l’Inter-Comites ed i Comites del Belgio rappresentati da Raffaele Napolitano (Bruxelles), Roberto Parrillo (Charleroi), Giuseppe Maniglia (Liegi), Ezio D’Orazio (Mons), Antonio Enna (Genk). dip

 

 

 

 

Voto all’estero. L’intervento del senatore Claudio Micheloni a Palazzo Madama durante la seduta del 25 ottobre

 

Per quanto concerne il collegio estero, la grande sorpresa è che in questa legge si modifica un aspetto del collegio estero. Si prevede che un cittadino italiano residente in Italia possa candidarsi nel collegio estero. Negli anni passati il tema di discussione sulla modifica, da fare o non fare, alla Costituzione al fine di prevedere il collegio estero era stato proprio questo. Il compromesso che tutte le forze politiche costruirono all'epoca prevedeva un numero chiuso di parlamentari e che questi parlamentari dovessero risiedere nel collegio estero. Era il riconoscimento di una rappresentanza di comunità che vivono una realtà diversa da quella nazionale, con l'altra giusta correzione che questi eletti non devono avere lo stesso peso che hanno i cittadini che risiedono permanentemente in Italia. In effetti, se noi facessimo il rapporto numerico, oggi, se si dovesse applicare la stessa rappresentanza in vigore per i senatori e i deputati italiani, dovremmo avere trenta senatori e una sessantina di deputati. Nessun italiano all'estero nutre, neanche nell'anticamera del cervello, una idea del genere. Noi pensavamo, infatti, che il nostro ruolo qui dovesse essere un altro: quello di rappresentare una comunità e non solamente delle parti politiche.

All'epoca questo tema fu sviscerato da numerosi costituzionalisti. Non sto a citare tutti i contributi, perché spero che abbiate controllato le vostre e-mail, in quanto ve li ho inviati la settimana scorsa. Solo per il verbale voglio riprendere quello di Carlo Fusaro, che mi sembra riassuma bene il parere di tutti gli altri: «Si badi bene: evitando il rischio di candidature ad effetto, che rischierebbero di svuotare la ragione stessa dell'istituzione della circoscrizione estero, portando all'elezione di personalità, magari rinomate, ma con nessun legame rispetto ai propri rappresentanti e difficilmente in grado di garantire quello specifico tipo di rapporto rappresentativo che la modificazione costituzionale - piaccia o non piaccia - ha inteso rendere possibile per dare voce alle specialissime istanze dei cittadini residenti lontano dall'Italia e per favorire il mantenimento di legami che la distanza rende più difficile da coltivare. Fini per i quali sono, appunto, utili e giustificati garanzie e requisiti particolari nel pieno rispetto della Costituzione e di una interpretazione, vuoi letterale, vuoi sistematica, dell'articolo 3, 48, 51, 56 e 57 della Costituzione». Questo era lo spirito.

Con questo spirito gli italiani all'estero hanno accolto il collegio estero cercando di dare un loro contributo. Oggi questo viene distrutto - non modificato - senza neanche la possibilità per noi qui in Senato di discutere i nostri emendamenti.

Alcune modifiche potevano essere fatte a questa legge, signora Presidente; ad esempio, io stesso avevo presentato un emendamento che portava alcuni miglioramenti. Questo è il motivo per il quale, insieme ad altre considerazioni generali, non parteciperò a nessun voto su questo disegno di legge.

Permettetemi ora di fare qualche riflessione. Il tentativo di candidare all'estero personalità non è una novità: io ho avuto l'onore di avere come avversaria Rita Pavone, che è residente in Ticino. Dopo le elezioni, siamo andati a contare i voti e ha avuto venti volte meno le mie preferenze. Abbiamo avuto anche l'onore di avere come candidato un principe, quello che ha partecipato al programma «Ballando con le stelle», che è residente a Ginevra, in una villa sontuosa: non se n'è accorto nessuno che era candidato. Voglio dire che in Europa questi tentativi sono stati fatti. Ad ogni modo, mi preoccupa quanto ho letto sulla stampa laddove si parla dell'emendamento "salva Verdini".

Il nome di Verdini non è uscito adesso; negli ambienti degli italiani all'estero, dopo il primo abbraccio di Verdini a Renzi, incominciò a circolare questa voce. Io l'ho presa per intossicazione e non come informazione perché non ho mai dato seguito a quelle voci, però adesso incominciano ad arrivare altre informazioni.

Dubito che il senatore Verdini abbia bisogno di candidare se stesso in Sudamerica, perché lì è più facile manovrare che in Europa, però magari potrebbe candidare alcuni personaggi di sua vicinanza. Tuttavia, prima che il senatore Verdini paghi l'accordo con il Maie, gli consiglierei di applicare la vecchia norma del "prima vedere cammello", perché potrebbe esserci qualche sorpresa.

L'aspetto grave di questa norma non è per noi italiani all'estero perché noi, che lo crediate o meno - spero possiate credermi - ci sforziamo veramente a mantenere legami con la nostra terra, con la nostra Patria. Ci sforziamo altresì a far mantenere questo legame ai nostri figli, ai nostri nipoti perché abbiamo il difetto di essere affettivamente legati all'Italia. La presenza di parlamentari esteri nel Parlamento italiano - l'ho detto più volte e lo voglio ripetere qui - non è un interesse primario della nostra gente; dovrebbe essere, e secondo me è, interesse dell'Italia. La comunità italiana nel mondo negli ultimi dieci anni è praticamente quasi raddoppiata.

Voi parlate sempre di fuga dei cervelli. Credo che anche mio padre che andò in Svizzera a scaricare il carbone avesse un cervello. Tutti gli italiani all'estero hanno un cervello che è servito all'Italia: pensiamo agli operai della Volkswagen e delle miniere belghe che hanno rimandato soldi in Italia per decenni per permettere anche il miracolo economico e costruire e sviluppare le zona depresse di questo Paese.

Quei cervelli servono oggi quando sono ricercatori e quando sono capitani d'industria che acquistano prodotti italiani. Se l'Italia non ha capito tutto questo, mi dispiace e più che per noi, mi spiace per il nostro Paese. Questa modifica costituzionale, Presidente, è stata copiata da altri Paesi. È l'unica cosa che la Francia ha copiato all'Italia. Immaginate, la Francia che copia qualcosa all'Italia; eppure lo ha fatto. Altri Paesi la stanno valutando e noi l'abbiamo distrutta. L'abbiamo distrutta, in parte, per responsabilità nostra, dei residenti all'estero, perché i partiti hanno sempre e solo visto nei collegi esteri una riserva indiana di 18 seggi da prendere in qualsiasi condizione e a qualsiasi costo. Questo è inaccettabile.

Mi dispiace poi che si venda questa legge dicendo che garantisce governabilità. Dalle poche cose che ho letto, ho compreso che non garantisce alcuna governabilità. Stamattina ho letto delle proiezioni dalle quali emerge che il mio partito al Nord addirittura scomparirà. Non so quindi cosa si possa garantire. Ricordo che la governabilità è garantita dalla politica: in Francia eleggono un Presidente della Repubblica e quando si è trovato a governare con un Parlamento di un altro colore, è stata garantita la governabilità del Paese. È la politica, e non la legge elettorale, che garantisce la governabilità. Se non siamo stati in grado di garantire la governabilità di questo Paese è responsabilità della politica e sicuramente non della legge elettorale.  On. Micheloni, De.it.press 25

 

 

 

 

Legge elettorale. Emendamento Lupi. Emigrazione fuori gioco o politica fuori fase?

 

Intorno all’emendamento Lupi e alla sua approvazione a larga maggioranza bipartisan alla Camera si sono avute diverse reazioni, più o meno autorevoli, più o meno condivisibili. Non vi è stata però l’alzata di scudi generalizzata, quella del popolo dei fax o delle e-mail, per capirci; ciò potrebbe indicare che l’interesse degli italiani all’estero verso la politica italiana e i suoi esponenti ha raggiunto livelli molto bassi come da tempo non si registravano.

D’altra parte, le conquiste concrete ottenute con l’istituzione della Circoscrizione Estero e l’elezione dei 18 parlamentari sono state, per opinione diffusa – condivisa anche dai parlamentari più accorti -, ben magre. Per essere giusti, bisogna anche dire che il diavolo ci ha messo lo zampino, perché l’esordio dei nostri 18 in parlamento corrispose, più o meno, all’inizio della grande crisi in cui siamo tuttora impantanati e, le politiche di spendig rewiew (che per noi ha significato la cancellazione di un buon 80% dei precedenti interventi a favore delle collettività emigrate), hanno caratterizzato l’intero decennio.

Ne è risultata una riduzione generalizzata della capacità di rappresentanza (se rappresentanza significa anche negoziare e far valere interessi e diritti), che ha coinvolto anche i Comites, che all’ultima elezione hanno raccolto non più del 5% di affluenza al voto e il Cgie, mutilato di consiglieri e assemblee plenarie che ha difficoltà a far rispettare perfino la propria legge istitutiva; insomma, l’architettura istituzionale approvata con successive leggi sulla base delle indicazioni della Seconda Conferenza Nazionale dell’Emigrazione del lontano 1988, ne è uscita duramente provata.

Adesso la polemica tecnicistica sull’emendamento Lupi, che tuttavia si spera possa essere bloccato al Senato, magari insieme all’intero impianto dell’inaccetabile Rosatellum, lascia un po’ il tempo che trova. È vero che lo spirito della modifica istituzionale degli articoli 48, 56 e 57 della Costituzione viene compromesso. È vero che la Legge 459/2001 che riservò il voto passivo a chi all’estero vive e lavora, viene in questo modo radicalmente messa in discussione, tra l’altro con l’utilizzo di argomentazioni alquanto pretestuose e oblique.

Utilizzando alcune di tali argomentazioni, verrebbe tra l’altro da chiedersi se invece è legittimo che possano candidarsi in Paramento persone che fino a ieri hanno rappresentato poteri che possono essere – e spesso sono – perfino più in conflitto con quelli di magistrati o consiglieri comunali, regionali di parlamentari di altri paesi. Chi? Per esempio i capitani di industria o i manager di multinazionali, di banche internazionali, i cui legami e interessi possono dipanarsi su vaste aree del pianeta, ecc. ecc.

Ma la questione che al di là di ciò apre un vulnus politico grave, anche in termini costituzionali, è quella relativa alla incandidabilità di un cittadino italiano all’estero, nei collegi nazionali, mentre l’emendamento introduce la possibilità di candidature dall’Italia in una delle ripartizioni della Circoscrizione Estero.

Questa assenza di reciprocità, cioè il divieto di candidarsi in Italia per una persona che è emigrata all’estero, fa capire in modo eclatante in quale considerazione il mondo della politica italiana tiene quello dell’emigrazione. (Per non parlare dell’immigrazione, per la quale si attende il recepimento di una risoluzione del Parlamento Europeo del 2003 che invita gli stati membri a introdurre il voto amministrativo per coloro che risiedono legalmente da almeno 5 anni nei territori della UE, a prescindere da dove provengano.)

La contraddizione tra presunta globalizzazione e presunto sovranismo raggiunge in questo ambito delle punte di eccellenza: gli immigrati potranno votare solo dopo che sono diventati cittadini (e la cittadinanza viene negata anche a chi nasce sul suolo patrio), mentre per il cittadino che se ne è andato o se ne va, viene introdotta una condizione differenziale: si può candidare, sì, ma non sul suolo patrio che è a loro interdetto.

Secondo questo forma di ostracismo del XXI secolo, solo la razza italica e stanziale ha pieni diritti. Tutti gli altri no, in misura variabile. (Si tratta in realtà di una razza particolare, quella della casta affezionata al seggio).

La cosa può non stupire più di tanto. Sappiamo con chi abbiamo a che fare. Ma forse anche sì, se si tiene presente che i due mondi paralleli dell’immigrazione e dell’emigrazione sono cresciuti e stanno crescendo a ritmi abbastanza rapidi e hanno ormai superato il 15% della popolazione complessiva. (Un mondo a cui spetterebbe, proporzionalmente, eleggere circa 90 parlamentari).

Mentre sul fronte dell’immigrazione siamo confrontati quotidianamente con le sue emergenze, sul versante dell’emigrazione si ignora che essa cresce a tassi addirittura maggiori di quelli dell’immigrazione.

Fin dall’inizio di questo decennio, la Filef ha insistito, dati comparati alla mano, sul fatto che la nuova emigrazione italiana è circa 3 volte superiore a quella registrata dalle statistiche nazionali. E che non è riassumibile nella narrazione dei cervelli in fuga o degli expat, piuttosto è la ripresa di un fenomeno strutturale della storia del paese che continua a non essere in grado di valorizzare le risorse e le competenze di cui dispone. Figuriamoci di quelle di cui non dispone più…

Negli ultimi due anni, autorevoli centri di ricerca, opinionisti vari, rappresentanze delle parti sociali (si è aggiunta un mese fa Confindustria), perfino pezzi delle istituzioni repubblicane, concordano che ci si trova di fronte ad una preoccupante novità: da paese di immigrazione, siamo di nuovo diventati prevalentemente paese di emigrazione. Siamo dunque ad un crocevia storico.

In ciascuno degli ultimi 3 anni se ne sono andati mediamente 250/300 mila persone. C’è un milione ed oltre di italiani all’estero che non figura nell’Aire. Continuiamo di questo passo per altri 5 anni e vediamo che succede…

Il mondo della politica, salvo alcune eccezioni, non si interroga né su quanto, né sul perché o sul per come; cosa significhi questa novità per il sistema paese, per il futuro dell’Italia, per il declino di gran parte delle aree interne, per il destino demografico, quindi sociale, quindi economico del paese, è qualcosa che non lo tange. Né si interroga o riflette su una nuova necessitata dimensione di diritti e di tutele che alla luce di questi dati si impone.

Piuttosto produce emendamenti attraverso i quali, pur in presenza di un grande flusso di nuova emigrazione, vengono ulteriormente ridotti a chi ne fa parte, diritti, oltre che sociali, anche di cittadinanza. (Da ricordare che gli eletti all’estero erano 18 quanto lo stock di emigrazione era di 3,6 milioni; continuano ad essere 18 a popolazione all’estero quasi raddoppiata).

Analogamente all’Inps, secondo il cui presidente andrebbe contenuto l’esborso pensionistico per chi sta all’estero e per chi se ne va a vivere in un altro paese per arrivare alla fine del mese, la considerazione della classe dirigente verso la nuova (e la vecchia) emigrazione è che essa continua a costituire un fastidio, anche se si toglie dai piedi.

Qualcuno ha avuto l’ardire di attribuire alle polemiche sulle modalità di voto e di scrutinio sviluppatesi in occasione dell’ultimo referendum costituzionale, l’esito dell’emendamento in questione. Mente ha sorvolato come uccel di bosco, sul fatto che il proprio partito, che aveva inviato milioni di lettere all’estero per il Sì (il PD), lo scorso dicembre, è quello che ha fatto passare (secondo Lupi lo ha addirittura chiesto) l’emendamento in Commissione Costituzionale e alla Camera.

Con ciò è pienamente confermata la strumentalità con cui buona parte delle forze politiche tiene in conto le collettività emigrate e il voto all’estero. Servono quando servono.

La vicenda dell’emendamento Lupi è dunque un ulteriore elemento di chiarezza, per chi ne avesse ancora bisogno: mentre nel dopoguerra qualcuno disse “imparate una lingua e andate all’estero”, adesso si è anche meno propedeutici e più espliciti: “andate all’estero e non disturbate il manovratore”. Ovvero: se siete all’estero (dove volentieri desideriamo che andiate) siete semplicemente fuori gioco.

Non sarà invece che siamo di fronte ad una politica ampiamente fuori fase?

Abbiamo letto le recenti dichiarazioni di chi invita a indire una nuova conferenza nazionale dell’emigrazione. Siamo d’accordo. Il mondo associativo raccolto nel FAIM la sta chiedendo fin dalla sua nascita.

Se mai essa sarà istituita è fondamentale organizzare preventivamente qualche seminario di aggiornamento per i futuri componenti delle diverse Commissioni della Camera. Rodolfo Ricci, FIEI (de.it.press 23)

 

 

 

 

Sicurezza migratoria e marittima: due obiettivi futuri

 

La fase di profondi cambiamenti e sostanziale destrutturazione del sistema internazionale e dei suoi delicati equilibri di sicurezza attualmente in corso sta producendo grandi cambiamenti strategici nella postura internazionale degli Stati. Numerosi sono i temi e i dossier che hanno acquisito una diversa e crescente rilevanza nelle nuove relazioni internazionali. Tra i tanti, vi sono due dossier che in passato non hanno avuto un’adeguata centralità nell’azione internazionale dell’Italia: la questione della sicurezza migratoria e quella della sicurezza marittima, due dimensioni ora profondamente intrecciate nella crisi della sicurezza nel Mediterraneo centrale.

Il tema è stato approfondito dal Cenass in un progetto sostenuto dall’Unità di analisi e programmazione del Ministero degli Esteri e presentato in un convegno alla Camera dei Deputati. Le conclusioni raggiunte indicano che l’Italia ha davanti a sé un periodo temporale non breve in cui i dossier, tra loro connessi, della sicurezza dei flussi migratori dall’Africa all’Europa e della sicurezza marittima nel Mediterraneo sono destinati ad uscire dalla loro stretta natura specifica,  acquisendo un complesso significato che si rivelerà fondamentale per accrescere il valore strategico della sua azione esterna.

 

La sicurezza migratoria

Il carattere anarchico delle crisi migratorie, le infrastrutture criminali che le regolano, i network terroristici che ne beneficiano indirettamente ed i calcoli politici di molti Stati di origine e transito su come orientare, amplificare e tesaurizzare i flussi hanno creato un sistema in cui i processi migratori odierni sono divenuti molto pericolosi per i migranti e altrettanto pericolosi per gli Stati. Soprattutto è ormai impossibile, in queste forme di migrazioni di masse ibride, distinguere qual è la vera natura strategica del fenomeno. Siamo infatti in presenza di una situazione emergenziale altamente distorsiva dei normali e fisiologici flussi migratori, che sta producendo un’illogica torsione dei meccanismi giuridici di protezione dei rifugiati e di alterazione delle stesse relazioni internazionali tra gli Stati, inclusi quelli europei.

Nonostante ciò, tende a prevalere un approccio mainstream alla crisi migratoria che vuole mantenere ad ogni costo separati i processi migratori e le questione di sicurezza, non riconoscendo l’esistenza di interconnessioni tra queste due dimensioni. Eppure, è ormai evidente che quello che è stato definito “nesso scomodo” tra sicurezza e migrazione esiste ed è estremamente difficile da sciogliere. La realistica questione di fondo di oggi non ci pare tanto quella di dibattere all’infinito se esiste anche una dimensione della sicurezza nei flussi migratori o se la dimensione umanitaria o economica dei flussi migratori debba prevalere sui problemi di sicurezza; ma piuttosto cosa fare per  occuparsi di tutte queste dimensioni in funzione dei complessivi interessi nazionali, senza prioritarizzarne una sulle altre.

 

Così come è sempre più importante buttare un occhio su quanto fanno i  Paesi amici ed alleati d’oltralpe, in particolare nell’area mitteleuropea. Qui appare sempre di più configurarsi ormai un approccio ai flussi migratori come un processo di neue Völkerwanderung, ossia di spostamento di massa popoli. Questa è la lettura del maggiore storico tedesco contemporaneo, Hans Peter-Schwarz, recentemente scomparso ed autore del volume Die neue Völkerwanderung nach Europa: Über den Verlust politischer Kontrolle und moralischer Gewissheiten. Titolo traducibile con “Le nuove migrazioni dei popoli verso l’Europa: sulla perdita del controllo politico e delle certezze morali”.

Ma questa è anche la sensazione che si desume dal vedere come nel volgere di pochi anni sia il governo a guida socialista austriaco che quello in gestazione a Berlino dopo le elezioni politiche hanno messo in agenda un tetto massimo al numero di domande di asilo politico che sono disposti ad accettare sul proprio territorio. Il limite posto dall’Austria nel 2016 è di 37.000, quello che verosimilmente introdurrà la Germania nel 2018 sarà di 200.000. Con queste decisioni, a con una analoga politica francese, i Paesi europei hanno deciso, a fronte di evidenti abusi dei meccanismi del diritto dell’accoglienza dei rifugiati, di porre un numero chiuso al numero di stranieri che posso essere regolarizzati con tali strumenti.

La dimensione marittima della sicurezza migratoria

Declinata in termini marittimi, la sicurezza migratoria riguarda sia la sicurezza della vita dei migranti per il soccorso (Sar) e il rispetto dei loro diritti umani, che la legalità dei traffici marittimi internazionali in un contesto complessivo di crescente anarchia delle acque internazionali e di crescenti contenziosi degli Stati rivieraschi per il controllo degli spazi marittimi.

Unico tra tutti gli Stati europei l’Italia ha sempre garantito l’adempimento degli obblighi di salvataggio, anche al di là della propria zona di competenza. L’assunzione di responsabilità di Tripoli nel Sar (attuato con l’istituzione di una zona marittima dedicata, sotto il controllo delle forze di Guardia costiera) pone ora le condizioni per la condivisione di tali obblighi tra gli Stati  che si affacciano sul Mediterraneo. Egualmente non rinviabile è la definizione di criteri concordati per l’individuazione del luogo di sbarco delle persone salvate.

 

Tutti i Paesi europei si sono però arroccati nella chiusura dei loro porti ai migranti e Frontex pare non favorevole alla proposta italiana di ridefinire il mandato dell’operazione Triton  prevedendo non solo l’Italia come luogo di sbarco. Eppure, è proprio di qui che bisogna ripartire per dare una dimensione europea alla nostra tradizionale politica di accoglienza, magari esportando il modello di cooperazione Guardia costiera-Interno-Ong regolamentato dal codice di condotta che l’Ue ha approvato. Esso è difatti improntato proprio al concetto integrato di sicurezza migratoria, coniugando i doveri di soccorso con quelli di mantenimento della legalità dei traffici marittimi e di integrità territoriale degli Stati di destinazione.

L’episodio della collisione tra un’unità navale tunisina e un barcone avvenuto nella zona Sar di Malta, che ha richiesto l’intervento italiano, dimostra l’esigenza che l’Italia stipuli accordi di cooperazione Sar con La Valletta e Tunisi, dando peraltro applicazione all’intesa già esistente con l’Algeria, Paese da cui non si sono mai interrotti i flussi verso la Sardegna. Significativo è anche che si ipotizzi di dislocare forze marittime italiane in acque internazionali prospicienti la Tunisia per collaborare nel soccorso ed individuare soggetti coinvolti in attività illecite e/o terroristiche che cerchino di sbarcare clandestinamente in Italia. La riapertura della rotta dalla Libia, via Sabrata, rilancia anche la funzione di sicurezza marittima svolta dall’Operazione Eunavfor Med Sophia.

Nell’agenda italiana dell’immigrazione via mare restano, in definitiva, molti temi da affrontare, ivi compreso la collaborazione  giudiziaria con i Paesi del Nord Africa per la prevenzione e repressione del traffico di esseri umani e di migranti, cercando un anche il coinvolgimento della Corte Penale Internazionale nell’esercizio della sua giurisdizione sulla base delle pertinenti risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu relative alla situazione della Libia.

 

La politica estera come luogo di bilanciamento dei diversi interessi

È proprio il campo della politica estera, che per tradizione e capacità costituisce uno dei domini più elevati dello statecraft, dell’arte del governo, a dover rappresentare il luogo ove le esigenze politiche, umanitarie, economiche, di sicurezza, giuridiche, strategiche si debbano fondere e armonizzare. Non che questo possa essere l’unico ambito ove trattare un dossier la cui multiforme natura obbliga a considerarlo da una pluralità di punti di vista, sia interni che esterni.

Ma è importante che non manchi la dimensione esterna delle politiche di sicurezza migratorie. Questo perché, visto che trattiamo di fenomeni che si originano a svariate migliaia di chilometri dalle nostre coste e coinvolgono un numero elevato di Paesi terzi, spesso scarsamente stabili e capaci, i flussi possono essere governati e la human security dei migranti e il perseguimento della sicurezza degli Stati possono essere conciliati solo operando in prossimità dei Paesi di conflitto e lungo le frontiere delle rotte dei transiti illegali.

Infine occorre tenere presente che la sicurezza migratoria si compone di una dimensione interna, che è il dominio dei ministeri dell’Interno e delle Politiche d’integrazione, e di una dimensione esterna, che è quello della politica estera. La qualità dei flussi, che in ultima analisi è la loro utilità o pericolosità sociale, viene solitamente gestita sul territorio nazionale dai ministeri dell’Interno attraverso strumenti di prevenzione ed integrazione; la magnitudine dei flussi e la loro natura strategica (ostile o meno agli interessi nazionali) possono essere controllate solo con azioni di politica estera sviluppate a migliaia di chilometri di distanza, presso gli Stati di origine e transito.

La necessità dell’azione esterna della politica migratoria è anche evidente per evitare il rischio che l’Europa reagisca in maniera sproporzionata ed irrazionale al mutato significato dei flussi migratori, adottando politiche ispirate alla sola sicurezza interna, chiudendo ermeticamente le proprie frontiere e incentivando l’accoglienza in quei Paesi, come l’Italia, ove la geografia rende più difficile il controllo delle frontiere marittime e su cui il diritto europeo pone degli obblighi maggiori. Fabio Caffio, Paolo Quercia - AffInt 16

 

 

 

Consultazione europea. Europeana

 

Bruxelles - In che modo la cultura digitale può arricchire la tua vita quotidiana e il tuo lavoro? Condividi, consulti o usi materiali sul patrimonio culturale online? La Commissione europea ha aperto una consultazione pubblica (https://ec.europa.eu/eusurvey/runner/europeana)  per raccogliere le opinioni dei cittadini e delle organizzazioni che nutrono un interesse personale o professionale per la cultura digitale disponibile online.

La Commissione, spiegano da Bruxelles, vuol conoscere come cittadini, professionisti e organizzazioni usano Europeana, la piattaforma digitale dell'Europa per il patrimonio culturale, visitata circa 700.000 volte al mese.

La piattaforma dà accesso a oltre 53 milioni di contenuti tra cui immagini, testi, suoni, video e materiale 3D dalle collezioni di oltre 3.700 biblioteche, archivi, musei, gallerie e collezioni audio-video di tutta Europa e può essere utilizzata da insegnanti, artisti e professionisti dei dati delle istituzioni culturali e dei settori creativi, ma anche da chiunque cerchi informazioni sulla cultura.

Grazie a una valutazione indipendente, la consultazione pubblica aiuterà a identificare come viene utilizzata Europeana e come migliorarla e renderla più accessibile a tutti. Ad esempio, poche persone sanno che la piattaforma offre contenuti riutilizzabili nei settori creativi, dell'istruzione o della ricerca.

I risultati della consultazione contribuiranno a sviluppare ulteriormente le offerte di Europeana, ad aumentarne la visibilità e ad accrescere l'uso del patrimonio culturale europeo online. Europeana sarà anche strettamente associata all'Anno europeo del patrimonio culturale nel 2018.

La consultazione pubblica resterà aperta in tutte le lingue dell'Unione Europea fino al 14 gennaio 2018. (aise 21

 

 

 

 

Migranti, primo via libera a riforma Dublino

 

La Commissione Libe del Parlamento Europeo ha votato oggi a favore di un cambiamento fondamentale nelle regole Ue sull’asilo, proponendo di rimpiazzare il principio per cui il primo Paese Ue in cui il richiedente asilo mette piede ha la responsabilità di occuparsi della domanda di asilo, in vigore oggi, con un sistema centralizzato che distribuisce le responsabilità per i richiedenti asilo tra tutti gli Stati membri. Ne notizia il gruppo dei Socialisti e Democratici, che ora invita i governi nazionali a fare i passi necessari affinché la riforma del sistema di Dublino venga finalizzata il prima possibile.

"La palla - commenta il presidente del gruppo S&D Gianni Pittella - è ora nel campo del Consiglio: li esortiamo ad agire, in modo da poter finalizzare queste proposte. Il nostro gruppo è chiaro: solo un sistema di asilo veramente europeo è accettabile: non sosterremo alcun accordo che non rimpiazzi il principio del primo Paese di ingresso". Adnkronos 19

 

 

 

 

Festival della Migrazione. Prodi: serve una nuova via    

 

Modena - Ritengo che il Festival della Migrazione a Modena sia un’occasione per comprendere il fenomeno della migrazione per ciò che è realmente e possa così contribuire alla costruzione di una nuova consapevolezza, all’interno della società, di un fenomeno ampio e complesso.

È indispensabile che una riflessione su questi temi non rimanga infatti prerogativa di intellettuali o addetti ai lavori. Se si hanno gli occhi aperti sono i dati a parlare da soli. Viceversa osservare i dati con il senso della paura non permette di fare progressi in questo ambito e non aiuta a compiere le scelte necessarie. I dati e i numeri vanno invece osservati dal punto di vista qualitativo e quantitativo. È chiaro che siamo dinanzi a un tema complesso, ma deve essere altrettanto chiaro che è un tema affrontabile con gli strumenti della conoscenza e della razionalità, assieme ai fondamentali princìpi etici.

Questa iniziativa riunisce coloro che hanno una responsabilità educativa e consente di analizzare il problema con la serenità necessaria a fornire soluzioni empiriche, ossia che funzionino nei fatti. La sfida più grande è riuscire a fare in modo che l’impegno degli educatori possa davvero tramutarsi in un messaggio che penetri nella società e si diffonda.

Questo obiettivo rappresenta la sfida più difficile: quando si tratta di migrazione sono tanti coloro che preferiscono non ascoltare e non comprendere, alcuni hanno subìto un danno, altri vivono paure personali a volte causate dalla cattiva gestione del fenomeno. Non si possono trascurare i timori delle persone che si trovano a dover affrontare, talvolta da sole, le conseguenze della migrazione. Proprio per questo l’azione educativa assume un grande rilievo, perché conoscere allontana le paure e crea ponti tra le persone, ponti che costituiscono la necessaria premessa a una convivenza civile, pacifica e rispettosa.

Se ci riferiamo al fenomeno migratorio dall’Africa verso l’Europa, non dobbiamo trascurare che lo squilibrio demografico è un problema serissimo: la pressione africana aumenterà, o quanto meno non diminuirà. Le priorità sono quindi la pace in Libia e un accordo con gli altri governi del continente africano. Il più logico sarebbe, ovviamente, un accordo di tipo europeo. Ma nutro forti dubbi in proposito e non ho un quadro ottimistico: la politica oggi affronta questo tema con una prospettiva di breve periodo che tiene conto più delle proiezioni sugli esiti elettorali che della oggettività del problema. Il fenomeno migratorio in senso restrittivo è sfruttato in tutti Paesi e da tutte le forze politiche.

Un’intesa con i Paesi africani, invece, anche attraverso aiuti reali allo sviluppo, lo vedo realizzabile. Penso a un Piano Marshall per l’Africa, con un accordo possibile tra Unione Europea e Cina: quest’ultima ha bisogno dell’Africa perché ha il 7% delle terre arate e il 20% della popolazione mondiale e dunque necessita di risorse e cibo, ma non mancano difficoltà e tensioni di tipo neocoloniale. I Paesi europei, al tempo stesso, intervengono non di rado singolarmente senza un reale coordinamento. Ma se vogliamo far sì che Africa, Europa e Cina conseguano i loro obiettivi la strada è questa. Per farlo occorrono politici che ci credano, propongano queste idee e le portino avanti.

Romano Prodi, presidente onorario Festival Migrazione, Modena

 

 

 

Presentato a Roma il “Rapporto Italiani nel mondo 2017” della Migrantes

 

Al 1 gennaio 2017 gli italiani residenti fuori dei confini nazionali e iscritti all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero erano 4.973.942.  Nel 2016 le iscrizioni all’Aire per il solo espatrio sono state 124.076. E’ il Regno Unito la meta preferita dagli italiani all’estero, seguita dalla Germania

 

ROMA – E’ stata presentata Roma, martedì 17 ottobre, la XII edizione del “Rapporto Italiani nel mondo”, della Fondazione Migrantes. Nell’introduzione della ricerca si spiega come oggi “nello stato generale di recessione economica e culturale in cui purtroppo ci si ritrova, la migrazione, per gli italiani in particolare, sia diventata nuovamente, come in passato, una valvola di sfogo, ciò che permette cioè di trovare probabilmente una sorte diversa rispetto a quella a cui si è destinati nel territorio di origine”. Una mobilità unidirezionale verso l’estero che appare caratterizzata da “partenze sempre più numerose e ritorni sempre più improbabili”. “La questione – si spiega nel Rapporto - non è tanto quella di agire sul numero delle partenze – anche perché nel mondo globale la libertà di movimento, il sentirsi parte di spazi più ampi e di identità arricchite è quanto si sta costruendo da decenni – ma piuttosto di trasformare l’unidirezionalità in circolarità in modo tale da non interrompere un percorso, continuo e crescente, di apprendimento e formazione, da migliorare le conoscenze e le competenze mettendosi alla prova con esperienze in contesti culturali e professionali diversi, tenendosi aggiornati e al passo con il mondo che cambia. In questo processo di partenze e rientri, di permanenze temporanee, di periodici spostamenti - si precisa nella ricerca - emerge la necessità che la mobilità diventi sempre più un processo dinamico di relazioni e non una imposizione di qualche nazione su un’altra. La mobilità travalica, oggi, i confini nazionali e, in uno spazio sempre più globale, deve diventare ‘ben-essere’ condiviso, di molti e tra più persone. Oggi assistiamo sempre più a una ‘mobilità da spinta’ quando invece essa deve essere spontanea e accompagnata con la valorizzazione delle persone, di chi sono e di cosa sanno fare nei luoghi più diversi”.

Per quanto riguarda i numeri statistici dall’indagine emerge come dal  2006 al 2017 la mobilità italiana sia aumentata del 60,1%, passando da poco più di 3 milioni a quasi 5 milioni di iscritti. Al 1 gennaio 2017, infatti, gli italiani residenti fuori dei confini nazionali e iscritti all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (AIRE) erano 4.973.942, pari all’l’8,2% degli oltre 60,5 milioni di residenti in Italia alla stessa data. L’aumento dei nostri connazionali nel mondo negli ultimi cinque anni, è stato del +14,5% e del +7,2% nell’ultimo triennio. Nel 2016 le iscrizioni all’Aire per il solo espatrio sono state 124.076, di cui il 55,5% maschi.    Dai dati disaggregati si evidenzia poi , come , livello continentale, oltre la metà dei cittadini italiani all’estero (2.684.325 milioni) risieda in Europa (54,0%), mentre 2.010.984 milioni vivono in America (40,4%) soprattutto in quella centro-meridionale (32,5%). A seguire l’Oceania (147.930 mila residenti, il 3,0%), l’Africa (65.696, l’1,3%) e l’Asia (65.003, l’1,3%).

In questo contesto i primi tre paesi con le comunità più numerose sono: l’Argentina (804.260), la Germania (723.846) e la Svizzera (606.578), mentre è il Regno Unito che, in valore assoluto, si distingue per avere la variazione più consistente (+27.602 iscrizioni nell’ultimo anno). Per quanto riguarda la provenienza regionale dei nostri connazionali, la maggioranza degli iscritti all’Aire hanno origine meridionali (50,1%),  seguono le regioni settentrionali (34,8%) e quelle del Centro Italia  (774.712). 

Per quanto poi concerne le classi di età i minori sono 748.929 (15,1%); 1.109.533 hanno tra i 18 e i 34 anni (22,3%); 1.163.968 hanno tra i 35 e i 49 anni (23,4%). Sotto al milione (946.901, il 19,0%) i connazionali tra i 50 e i 64 anni; poco più di 1 milione gli italiani all’estero con più di 65 anni (20,2%). Come già ricordato è il Regno Unito quest’anno la meta preferita dei connazionali all’estero. Seguono in questa particolare classifica la Germania (19.178), la Svizzera (11.759), la Francia (11.108), il Brasile (6.829) e gli Stati Uniti (5.939). 

Fra le numerose tematiche affrontate dal Rapporto Migrantes ricordiamo inoltre l’analisi dell’emigrazione giovanile, dal punto di vista della famiglie lasciate in Italia, e la questione delle pensioni pagate all’estero ai nostri connazionali che nel 2016 sono state quasi 380.000, in una platea di circa 160 paesi,  pari al 2,2% del totale delle pensioni erogate dall’INPS. La maggior concentrazione di queste prestazioni si ha in Europa, seguono, sia pure in riduzione, il Canada, gli Usa e l’Australia. Da segnalare infine la presenza all’interno del Rapporto di speciali schede dedicate alle Regioni italiane di partenza.  Paragrafi volti ad approfondire la genesi dei flussi, le caratteristiche dell’inserimento in terra straniera e il desiderio dei migranti di  ritornare alla terra d’origine.

 

L’intervento del sottosegretario agli Esteri Vincenzo Amendola

Nel corso della presentazione del “Rapporto”è intervenuto Vincenzo Amendola, sottosegretario agli Esteri con delega agli Italiani nel Mondo. Amendola , nel ricordare la propria esperienza migratoria , ha sottolineato come la storia e il presente migratorio del nostro Paese sia caratterizzato dall’estrema complessità del fenomeno che non può essere inquadrato attraverso stereotipi ed appare caratterizzato da identità plurime . Dopo aver rilevato che la mobilità rappresenta una grande possibilità per il nostro Paese ma anche una necessità del mondo globale, Amendola ha evidenziato la necessità di attrezzare il Sistema Italia per rendere il  mondo degli italiani all’estero patrimonio di identità e di azione.

“Il mondo dell’emigrazione storica va protetta – ha precisato Amendola dopo aver ricordato la battaglia condotta nel Regno Unito per tutelare  per la libera circolazione dei cittadini europei – e ad essa vanno aggiunti i figli delle seconde e terze generazioni con identità già plurima,  che vivono l’italianità,  anche se non parlano l’italiano. Poi ci sono le nuove generazioni che partono oggi. Dentro i 124.000 che segnala  il Rapporto non ci sono però solo i ‘cervelli in fuga’, cioè coloro che hanno un patrimonio ed un bagaglio culturale fortissimo che gli permette di reggere e costruire un progetto di vita. Se la famiglia italiana che vive oltre i confini è così ampia e l’obiettivo così complesso,  - ha proseguito il sottosegretario -  noi dobbiamo aggiornare il meccanismo e  uscire assolutamente dalla nostalgia e dalla recriminazione , dando all’emigrazione storica la dignità che merita per l’esperienza fatta, e alle nuove generazioni la forza di sentire questa identità plurima, senza chiudere il nostro paese, proprio noi che abbiamo alle spalle questo patrimonio, all’8% degli immigrati che giungono in Italia”.

Amendola ha poi segnalato come la grande crescita del nostro export sia dovuto anche alle tante imprese italiane all’estero, solo in Tunisia ve ne sono 900, che costruiscono il benessere fuori dall’Italia dando lavoro alla manodopera in loco e a tanti italiani.   

“Noi dobbiamo costruire sussidiarietà – ha proseguito Amendola - per i cinque milioni di italiani all’estero. La nostra ossessione, con risorse purtroppo calanti, è quella di costruire per l’Italia fuori dal’Italia un sistema di protezione paragonabile a quello italiano. E per fare questo la nostra rete diplomatica consolare lavora per costruire, insieme alle realtà che esistono sul territorio come le associazioni  regionali,  i Comites, i consiglieri del Cgie, i  patronati e sindacati,  un  sistema a maglia larga che ci consenta di arrivare al nostro obiettivo: cioè dare un segnale protezione ai nostri cittadini all’estero, e non solo per le emergenze come quella drammatica del Venezuela , ma  per costruire assistenza, orientamento al lavoro e alla sanità e percorsi di inclusione per le giovani generazioni. Ricordando anche il lavoro dei nostri enti gestori, le scuole e gli Istituti Italiani di Cultura per la costruzione di una rete del patrimonio della lingua”. Una rete di protezione tra pubblico e privato che, secondo Amendola, potrebbe fornire informazioni anche a chi è in procinto di partire per un determinato Paese  e dove tutti i soggetti interessati siano in grado di comunicare fra di loro facendo circolare le esperienze non solo di chi ha avuto successo, ma anche di chi prima di rinunciare e tornare in patria è in cerca di una possibilità in più.

 

Struttura e contenuti del Rapporto

Il volume 2017 del Rapporto Italiani nel Mondo conserva la struttura degli ultimi tre anni e cerca di rispondere alle molteplici richieste e puntualizzazioni arrivate in redazione. Come di consuetudine, gli italiani residenti all’estero vengono analizzati e descritti attraverso la fonte ufficiale dell’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (AIRE) sia per quanto riguarda la comunità nel suo complesso che per quanto concerne le partenze avvenute nell’ultimo anno. All’AIRE si affiancano i dati ISTAT sui trasferimenti di residenza per l’estero e la migrazione interna, quelli dell’INPS sulle pensioni, della Banca d’Italia sulle rimesse nonché, nella specifica sezione dedicata alle Indagini, i dati di fonte estera dei paesi scelti dagli approfondimenti di questa edizione, ovvero la Francia e l’Australia.

Interessante il focus sulla genitorialità a distanza, un tema nuovo al quale si affaccia quest’anno il Rapporto Italiani nel Mondo, ma sicuramente meritevole di essere indagato e ulteriormente approfondito alla luce delle nuove peculiarità rintracciate dalla mobilità italiana all’interno del più generale quadro degli spostamenti nel mondo sempre più globale e interattivo.

Altre novità riguardano, all’interno delle Riflessioni, sia l’approfondimento sulla mobilità dei Millennials prima e dopo la Brexit sia un saggio sui “nuovi italiani”, ovvero cittadini di origine nazionale diversa che, dopo un periodo di migrazione trascorsa in Italia e dopo aver ottenuto la cittadinanza italiana, si spostano fuori dei confini nazionali. A quest’ultimo tema, oltre che una riflessione teorica, si affianca un’analisi dei dati ISTAT più aggiornati a disposizione, condotta nell’ambito della sezione Flussi e presenze.

Studiare la mobilità italiana attraverso il Rapporto Italiani nel Mondo significa ripercorrere non solo la storia dell’emigrazione dall’Italia, passata e recente, ma anche la storia di un Paese nell’ambito europeo e nel contesto internazionale. Per cui temi di rilevanza attuale – quale la presenza italiana in Venezuela alla luce anche di quanto sta capitando, così come la descrizione degli italiani che hanno scelto l’Olanda come loro paese di residenza – arricchiscono la sezione delle Esperienze Contemporanee, così come un focus sui ricercatori e professionisti e un progetto di natura regionale che spinge a mantenere costanti i legami tra luoghi di partenza e punti di approdo, nella certezza che la rete, aiutata dalla facilità delle attuali continue connessioni, possano permettere collaborazioni e scambi proficui. Nella parte dedicata alla Prospettiva storica si trovano ulteriori “puntate” di precedenti edizioni dedicate, nell’ordine, al magistero della migrazione – che quest’anno vede protagonisti papa Benedetto XV e Pio XI – e le famiglie di circensi italiane che dal Novecento operano all’estero come artisti dello spettacolo. A ciò si unisce un approfondimento sulla cultura arbëreshe che lega la Calabria con l’Argentina e la presenza pastorale a Berlino dal Dopoguerra. Due approfondimenti sono poi dedicati, nell’ambito delle Riflessioni, alla cultura. L’uno sulle nuove tecnologie per la formazione linguistica di giovani italiani nati e cresciuti all’estero da genitori emigrati e l’altro su una eccellente figura, recentemente scomparsa, del panorama culturale e linguistico italiano: Tullio De Mauro, che tanto si è dedicato allo studio delle “lingue delle migrazioni”.

Anticipato da un contributo di apertura a cura della redazione centrale del Rapporto Italiani nel Mondo, lo Speciale di quest’anno è dedicato alle regioni d’Italia. Lo precede, anche, un approfondimento sulla musica sviluppato sempre col fine di valorizzare il piano territoriale e arricchito dalla “realtà aumentata” tramite la quale è possibile ascoltare i brani riportati. Seguono, quindi, tutti i capitoli regionali in ordine alfabetico dedicati alle partenze da ciascun contesto territoriale e alle caratteristiche regionali che si possono rintracciare quali peculiarità sia al momento della partenza che all’arrivo e poi nella permanenza all’estero. Ogni saggio regionale termina con ulteriori schede statistiche che accrescono e arricchiscono quanto messo tradizionalmente a disposizione negli Allegati Statistici finali.

A questa edizione – di oltre 500 pagine – hanno collaborato 55 autori con 45 saggi articolati in cinque sezioni: Flussi e presenze; La prospettiva storica; Indagini, riflessioni ed esperienze contemporanee; Speciale Regioni; Allegati socio-statistici e bibliografici.

 

Alla presentazione del Rapporto Italiani nel Mondo sono intervenuti, mons. Guerino Di Tora, Presidente della Fondazione Migrantes, don Gianni De Robertis, direttore generale della stessa Fondazione, il Direttore di Tv2000, Paolo Ruffini, Delfina Licata, curatrice del Rapporto, Salvatore Ponticelli della Direzione Centrale Pensioni dell’Istituto Nazionale per la Previdenza Sociale, Andrea Riccardi, Presidente della Società Dante Alighieri, il Sottosegretario del Ministero degli Affari Esteri e Cooperazione Internazionale con delega agli italiani nel mondo, Vincenzo Amendola e il Segretario Generale della Conferenza Episcopale Italiana, mons. Nunzio Galantino. A moderare i lavori Franz Coriasco, giornalista e scrittore.

 

“L’emigrazione italiana è tutt’altro che un capitolo chiuso della nostra storia, è una realtà attualissima e in continuo mutamento”. E’ quanto ha detto il direttore generale della Fondazione Migrantes salutando i partecipanti alla presentazione del Rapporto. “Ricordo lo stupore – ha aggiunto - con cui il consiglio pastorale della mia Diocesi, Bari, ha appreso, da mons. Giancarlo Perego, allora direttore della Migrantes, che attualmente per ogni immigrato presente i Puglia c’erano tre pugliesi emigrati all’estero! Ma le nostre televisioni ogni giorno ci presentano solo scene di arrivi, mai delle nostre partenze”. Don Gianni De Robertis ha concluso con l’augurio di una “azione coraggiosa per costruire un mondo più giusto e solidale dove nessuno sia costretto a partire ma ognuno abbia il diritto di scegliere dove costruire la propria vita”. (de.it.press)

 

 

 

 

 

Ue: da un voto all’altro, il supplizio del pendolo in Europa

 

E la luce fu. Dopo un annus horribilis che ci aveva dato Brexit, Trump e una serie ininterrotta di successi populisti nelle urne e nei sondaggi, le elezioni olandesi ma soprattutto francesi avevano dato un segnale chiaro che la marea in Europa cominciava a rifluire. La marcia trionfale di Macron verso l’insediamento sulle note dell’inno europeo fu accolta con incoraggiante entusiasmo a Berlino. Anche sull’onda di una sempre più consolidata ripresa economica, il nuovo “vento nelle vele dell’ Europa” ha trovato espressione prima nel discorso di Juncker sullo stato dell’Unione, poi in quello di Macron alla Sorbona.

Il contraccolpo delle elezioni tedesche

Eccoci alle elezioni tedesche: un risultato in parte prevedibile, ma peggiore delle attese. Il giudizio più diffuso è che ciò renderà più difficili aperture verso le proposte di Juncker e di Macron. Gli analisti più accorti si sono però affrettati a spiegare che nemmeno l’auspicata riconduzione della ‘grande coalizione’ avrebbe costituito una passeggiata per il dialogo; il breve testamento politico consegnato da Schaeuble all’ultimo Ecofin ne è una chiara testimonianza.

Quanto basta per decretare la fine delle grandi speranze e descrivere un’ Europa orfana di una Merkel in declino e nelle mani di un presidente francese ancora troppo fragile e persino troppo ‘gollista’. In questo senso, a conferma che il riflusso della marea è solo parziale, sono intervenuti anche altri attori: da una parte governi come l’olandese, l’austriaco e gli scandinavi condizionati da un’opinione pubblica reticente; dall’altra i Paesi del Gruppo di Visegrad prevalentemente sovranisti e timorosi di essere relegati ai margini di un’Europa a cerchi concentrici.

La finestra d’opportunità s’è già chiusa?

È sufficiente questo movimento del pendolo, particolarmente destabilizzante per il dibattito italiano, per dire che avevamo scherzato e che la finestra di opportunità citata da Juncker si è rapidamente chiusa? La risposta è: non necessariamente, ma a condizione di affrontare i problemi per il verso giusto. In primo luogo, non si può dimenticare che Macron e Merkel hanno investito sull’ Europa, rispettivamente nel loro primo e ultimo mandato, troppo capitale politico per rassegnarsi facilmente alla sconfitta.

In secondo luogo, le resistenze in gran parte prevedibili che si stanno manifestando hanno un solo sbocco possibile: il mantenimento dello status quo. In politica lo status quo è sempre attraente e a questa tendenza concorrono pulsioni e interessi politici a volte contraddittori ma non per questo meno potenti. Il primo compito di chi vuole le riforme è quindi di concentrarsi non su ciò che è desiderabile, ma su ciò che è necessario. In altri termini, cominciare con la dimostrazione che lo status quo non può funzionare.

L’attrazione e il paradosso dello status quo

Non ci troviamo di fronte a una pagina bianca: mantenere lo status quo vuol dire restare con le regole e gli strumenti attuali. Il paradosso è che quasi tutti convengono che il sistema attuale funziona male, che la posizione dell’ Europa è ancora troppo fragile e che la ripresa in atto non ci mette al riparo da una nuova crisi economica o finanziaria.

In terzo luogo, lo stallo è dovuto non solo a contingenze di politica interna e all’obiettiva difficoltà delle scelte da compiere, ma anche al crollo di fiducia reciproca che si è installato dopo l’inizio della grande crisi. Bisogna quindi cominciare a occuparsi di ciò che è urgente e dimostrare concretamente che è possibile sbloccare meccanismi che sembravano definitivamente inceppati.

Ciò vale per la politica estera, per la collaborazione in materia di sicurezza e di terrorismo, per l’immigrazione e per misure che permettano il rilancio della produttività e della competitività dell’economia. I discorsi di Juncker e di Macron offrono larga materia per delle discussioni concrete e realistiche. Se tornerà la fiducia, il medio termine seguirà. Lo abbiamo appreso dalla più tenera infanzia: nulla incita a compiere lunghi percorsi come la consapevolezza che si è capaci di camminare.

I temi più controversi legati alla governance dell’eurozona

È tuttavia inutile illudersi che un rilancio “per vie laterali” ci possa esimere dall’affrontare i temi più controversi legati alla governance dell’euro-zona. Tutte le idee che circolano, da quelle che privilegiano la condivisione a quelle che privilegiano la riduzione dei rischi, comportano una radicale modifica delle regole esistenti e in alcuni casi anche dei trattati. Ciò vale per le ambiziose proposte di Macron, ma anche per i passaggi più aborriti del testamento di Schaeuble. I casi sono due: o restiamo con le regole esistenti smettendo però di criticarle, oppure tutti dovranno mettere acqua nel loro vino ideologico.

Cosa vuol dire tutto questo dal punto di vista italiano? A nessuno sfugge che l’Italia si trova in una delicata e incerta fase di transizione politica. Se vogliamo restare credibili in attesa delle scadenze elettorali, per prima cosa sarebbe necessario un impegno delle forze politiche che aspirano a governare sul rispetto della tenuta dei conti pubblici e delle regole esistenti; come del resto ha fatto Macron nel momento in cui proponeva riforme ambiziose.

Immigrazione e unione bancaria le priorità italiane

Inoltre, dobbiamo chiederci cosa è prioritario e realisticamente possibile dal punto di vista dei nostri interessi. Molti punti dell’agenda Macron/Juncker possono trovarci consenzienti, ma per noi le priorità sono chiaramente due: l’immigrazione e l’unione bancaria. Sulla prima, anche per merito del recente attivismo italiano, i progressi sono evidenti e si tratta di continuare sulla strada intrapresa.

La vicenda dell’unione bancaria è molto più complessa e molte nostre rivendicazioni sono legittime. Tuttavia non possiamo dimenticare di essere anche parte del problema. Ciò vale per la questione dei non-performing loans che ha infiammato il recente dibattito, come per l’eccessiva accumulazione di debiti sovrani italiani nei bilanci delle nostre banche.

Definire una più accorta strategia negoziale non basta perché essa non avrà successo se non sarà capita e condivisa anche dall’opinione pubblica. La narrativa italiana sull’ Europa è malata e provinciale. Bisogna uscire dalla schizofrenia di fantasticare di alleanze che esistono solo nella nostra immaginazione, ma anche di vivere l’Europa come un costante complotto ai nostri danni. Una cosa è definire i nostri legittimi interessi, un’altra è rifiutarsi di misurarli con il mondo circostante, compreso il giudizio dei mercati. Su questa strada ogni negoziato sarà a priori percepito come una sconfitta e ogni compromesso come un’imposizione. Non è ciò che vogliamo, né ciò che l’ Europa si aspetta da noi.

Riccardo Perissich, AffInt 13

 

 

 

 

 

Nuova legge elettorale e voto all’estero

 

La strana vicenda della legge n. 459 del 2001. Ovvero: le ragioni di un nobile dibattito nel 2001 e di una meno nobile assenza di dibattito nel 2017

 

ROMA - La legge 27 dicembre 2001, n. 459, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 4 del 5 gennaio 2002, recante “Norme per l’esercizio del diritto di voto dei cittadini italiani residenti all’estero” è stata oggetto di modifiche in sede di approvazione della legge elettorale.

Queste modifiche partono con un segno politico molto chiaro. Presentate in Commissione Affari costituzionali da Maurizio Lupi, capogruppo di Area Popolare, formazione di maggioranza, prevedevano che i cittadini italiani residenti in Italia potessero candidarsi in più ripartizioni della circoscrizione Estero e in più collegi in Italia, praticamente senza limiti. Fissavano invece un limite preciso per i residenti all’estero: la ripartizione in cui essi hanno residenza. Con una riformulazione, la Commissione Affari costituzionali ha inserito nel testo un limite per i residenti in Italia: ci si può candidare in una sola ripartizione o collegio, quindi si può scegliere dove candidarsi, se in Italia o all’estero: non possono farlo contestualmente all’estero e in Italia. I residenti all’estero non hanno questa facoltà di scelta: possono solo candidarsi nella ripartizione di residenza oppure anche in Italia, esercitando l’opzione prevista dalla legge 459/2001.

Attorno a queste modifiche nascono le più strane analisi. Si sarebbe trattato di un’azione concordata con il Pd per consentire la candidatura di varie personalità della politica italiana che rischiano di rimanere fuori dalle prossime candidature nazionali. Una lettura possibile, soprattutto per i partiti che non hanno radicamento all’estero. Il Pd ha dichiarato subito che candiderà solo residenti all’estero. Il Maie che candiderà solo iscritti all’AIRE: chissà, forse in queste due dichiarazioni, o meglio nella differenza semantica tra le due, si celano anche nomi di candidati. Certamente però sarebbe stato più semplice – se si voleva consentire la candidatura all’estero dei non iscritti AIRE – prevedere una semplice modifica al punto b) del comma 1 dell’art. 8 determinando, ad esempio, che anche i temporaneamente all’estero che hanno optato per il voto in una ripartizione della circoscrizione estero possono essere ivi candidati. Quindi questa motivazione è seriamente lacunosa.

Si sarebbe trattato, secondo alcuni, di un favore a chi intende candidare all’estero personalità non candidabili in Italia: in realtà la legge Severino stabilisce che “Non possono essere candidati, o comunque ricoprire la carica di deputato e senatore, i condannati a più di due anni di reclusione per delitti non colposi, quindi compiuti intenzionalmente, per reati punibili con almeno quattro anni. Se la causa di incandidabilità sopraggiunge durante il mandato, la Camera di appartenenza del condannato deve votare la decadenza dalla carica di senatore o deputato”. Ovvio che in tale fattispecie trova applicazione il principio di universalità della pena ai fini della candidabilità del singolo deputato o senatore e pertanto la impossibilità a candidarsi si applicherebbe anche all’estero.

Si tratterebbe di una norma di reciprocità, nel senso che ristabilisce la parità tra cittadini italiani residenti in Italia e all’estero. In realtà, se questa era la nobile intenzione, non solo non raggiunge l’obiettivo ma conferma la disparità: un cittadino italiano residente all’estero può candidarsi in Italia solo esercitando l’opzione, entro tempi regolati dalla legge, e solo nel comune AIRE di ultima residenza, e non può scegliere in quale ripartizione della circoscrizione estero candidarsi, cosa invece possibile al residente in Italia che sceglie due volte, se candidarsi all’estero o in Italia e successivamente anche dove, scelta quest’ultima preclusa al residente all’estero.

Ma anche qui, oltre la sostanza, esiste la forma: chi e quando aveva posto nuovamente all’attenzione del legislatore il tema della reciprocità costituzionale e come? A noi non risultano notizie in tal senso. Il “peccato originale”, cioè l’emendamento Lupi prima che venisse riformulato, nulla aveva di costituzionalmente rilevante ed avrebbe creato le condizioni per una totale subalternità dei cittadini italiani residenti all’estero. Sono certo che dopo 16 anni dall’approvazione della legge la discussione sul comma 4 dell’articolo 8 della 459 del 2001 sia passato alla storia. Ma anche con una nobile discussione che riporto per intero sintetizzandola in questo modo: l’unicità della Circoscrizione estero. Il relatore al Senato, Sen. Soda, illustrando il provvedimento, ricordò che la formulazione dell’articolo 48, che istituisce la circoscrizione estero, al terzo paragrafo riconosce “ai cittadini italiani residenti all’estero il diritto ad una loro rappresentanza politica in ragione della particolare condizione in cui si trovano” e questa “unicità” trova conferma negli articoli 56 e 57 che fissa il numero dei seggi assegnati alla circoscrizione Estero che resta immutabile, resta costituzionalmente immutabile, qualunque sia il numero degli abitanti. Questo ragionamento politico e costituzionale, allora ed oggi, dovrebbe convincere tutti sulla necessità che i rappresentanti eletti nella Circoscrizione estero debbano essere cittadini italiani residenti all’estero. Per questa ragione con la collega La Marca abbiamo voluto dare un segnale non partecipando al voto sull’articolo 5. Abbiamo votato la legge elettorale, cioè la possibilità concreta di dare al Paese una legge omogenea tra Camera e Senato, dopo il fallito tentativo con il M5S, nonostante i tre voti di fiducia, perché con senso di responsabilità abbiamo dato priorità alle esigenze del Paese.

Rimane l’amarezza per aver volutamente evitato il dibattito. La delusione di tanti che avrebbero voluto modificare la legge che consente l’esercizio in loco del diritto di voto prevedendo i collegi oppure semplicemente migliorando l’attuazione pratica delle norme per migliorarne l’operatività e ridurre i tanti, troppi, voti nulli. La vergogna per un dibattito strumentalizzato dai media e dagli oppositori storici del voto all’estero. Le trivialità ascoltate dentro e fuori dall’aula. La tristezza per coloro che ancora oggi, nonostante l’evidenza, cercano di minimizzare l’accaduto. Il senso di imbarazzo per chi ha cercato di strumentalizzare altri aspetti delle modifiche per puri fini di collegio e la preoccupazione che questo passaggio può indebolire la rappresentanza e portare ad epiloghi di analogo segno. Marco Fedi, Deputato del Pd-Estero

 

 

 

Il passo indietro di Berlino

 

Ritorno a casa di Schäuble. Ora nella Ue Berlino giocherà in difesa – di Danilo Taino

 

Le priorità della Germania sono cambiate. È questo che racconta l’abbandono ufficiale della scena europea, ieri, da parte di Wolfgang Schäuble. Lo statista che ha di fatto guidato per otto anni la risposta della Ue alla Grande Crisi si ritira a Berlino perché è lì che Angela Merkel vuole il peso massimo della politica tedesca: dopo le elezioni del 24 settembre scorso, che hanno registrato un terremoto nei partiti e nel Parlamento del Paese, la sfida maggiore della cancelliera è sul fronte interno. Non si tratta di un abbandono dell’Europa. Ma è la realizzazione che la perdita della stabilità sarebbe un disastro, in casa e nell’intero continente.

Per questa ragione, Schäuble ha lasciato il ministero delle Finanze ed è stato eletto ieri presidente del Bundestag, il Parlamento. Da lì, dovrà essere la figura che per i prossimi quattro anni alzerà la voce in difesa della democrazia e dell’apertura del Paese, in un’assemblea nella quale sono entrati 92 deputati del partito nazionalista Alternative für Deutschland (AfD).

 

È la persona giusta per farlo: autorevole come pochi politici nel mondo, 45 anni da deputato al Bundestag, esperienza vasta a capo di tre ministeri, europeista di lungo corso, difenderà il diritto di opinione di AfD ma esigerà il rispetto delle regole. «Il cuore della nostra democrazia batte in questo Parlamento», ha detto accettando l’elezione a presidente.

Resta il fatto che la sua assenza da Bruxelles — dove ha dominato le riunioni dell’Ecofin (i ministri finanziari della Ue) e dell’Eurogruppo (quelli della zona euro) — apre un vuoto. Non solo perché verrà a mancare colui che è stato l’àncora delle politiche finanziarie degli anni scorsi, figura decisiva in momenti cruciali, al di là del giudizio che si vuole dare sulle sue politiche. Soprattutto perché, nel rinunciare a uno statista come Schäuble, Berlino segnala di avere in una certa misura declassato il ruolo che vuole giocare in Europa: ora, per Frau Merkel, prima viene la Germania. Significa – questo già lo si dice negli ambienti della cancelleria – che nella Ue la posizione tedesca sarà più difensiva. L’ortodossia economica tradizionale sarà ribadita, con pochi spazi per percorrere territori inesplorati.

Il nuovo ministro delle Finanze che sarà nominato al termine delle trattative per formare una nuova coalizione di governo (quasi certamente non prima del prossimo gennaio) sarà con ogni probabilità un membro del partito liberale, forse il suo leader Christian Lindner, che rimarrà fedele alla necessità di bilanci europei solidi, contrario a qualsiasi condivisione dei debiti e delle risorse, ostacolo alle riforme economiche della Ue ritenute avventurose come quelle proposte da Emmanuel Macron. Merkel ha già fatto sapere ai 27 che ogni cambiamento in Europa lo dovrà concordare con i futuri nuovi partner di governo. Sul piano interno, è possibile che un ministero delle Finanze senza Schäuble e con un liberale al suo posto riduca un po’ il peso delle tasse. Ma senza cambiare filosofia: per salutare l’addio del vecchio leone uscente, lo staff delle Finanze si è riunito nel cortile del ministero, tutti vestiti di nero, a formare un grande zero per celebrare lo Schwarze Null, lo zero nero che è il raggiunto bilancio pubblico in positivo. Schwarze Null che è per ora l’unico obiettivo condiviso nei colloqui esplorativi per la formazione della futura alleanza di governo tra cristiano-democratici, liberali e verdi.

Una Germania concentrata sugli affari domestici più che in passato, con una cancelliera ridimensionata che deve trovare un nuovo equilibrio anche per se stessa, non è la migliore notizia per il continente. Ma questi sono i tempi. Per Merkel, la priorità in fatto di Europa resta il rapporto con Parigi. Dove, d’altra parte, Macron è alle prese innanzitutto con le vicende interne. È che, senza la casa in ordine, nella Ue non si ha voce. Realtà da registrare in Italia: anche senza Schäuble, mai amato a Roma, l’Europa non sarà un pranzo gratis. CdS 25

 

 

 

 

Estradati in Italia due del clan Rinzivillo arrestati in Germania per traffico di droga

 

Giunti all’aeroporto di Fiumicino Paolo Rosa e Ivano Martorana, entrambi di Gela ma da tempo residenti a Colonia - Doardo Izzo

 

Sono arrivati oggi all’aeroporto di Fiumicino dopo essere stati estradati dalla Germania, Paolo Rosa e Ivano Martorana, entrambi di Gela ma da tempo residenti a Colonia. I due sono stati arrestati dalla polizia criminale tedesca, dal Gico della guardia di Finanza di Roma, e dalla squadra mobile di Caltanissetta con l’accusa di traffico di droga nell’ambito dell’operazione che il 4 ottobre scorso, ha messo ko il clan dei Rinzivillo - portando in manette 36 persone - i cui affari illeciti hanno interessato, nel tempo, non solo il territorio siciliano, ma anche il Lazio e numerose altre regioni italiane (Lombardia, Emilia Romagna, Piemonte, Sardegna, Abruzzo), fino a estendersi in Germania.  

 

Le attività di indagine coordinate dalla procura di Roma, da quella di Caltanissetta, e dalla Dna hanno provato un traffico di droga in Germania e sull’asse Germania - Italia, con coinvolgimento del noto latitante Antonio Strangio, gestore del ristorante «Da Bruno» di Duisburg, teatro della «strage di ferragosto» dell’agosto 2007. 

 

A conclusione delle indagini, accogliendo le richieste formulate dal procuratore di Roma Giuseppe Pignatone e dall’aggiunto Michele Prestipino, il gip del Tribunale capitolino ha emesso un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di Martorana e Rosa, ritenendoli responsabili di traffico di droga. 

 

Il comandante del Gico della Guardia di Finanza, il colonnello Gerardo Mastrodomenico ha spiegato che: «Questa operazione rappresenta l’epilogo, almeno per il momento, della straordinaria sinergia venutasi a creare anche con l’Autorità Giudiziaria e la Polizia Criminale di Colonia - ha aggiunto ancora - in un momento di globalizzazione dei fenomeni mafiosi è a maggior ragione necessario affrontare le nuove sfide “facendo sistema”, anche con gli altri paesi europei, sfruttando le possibilità offerte dal nuovo Ordine Europeo di Indagine Penale, recepito dall’Italia nel recente giugno 2017, in aderenza alla Direttiva Europea 2014/41/Ue dell’aprile 2014». LS 25

 

 

 

Assia ed Emilia-Romagna: 25 anni di collaborazione

 

Emilia-Romagna e Assia rafforzano la collaborazione per affrontare insieme le nuove sfide dell’integrazione sociale, dell’immigrazione e della gestione dei flussi migratori. Il presidente della Regione, Stefano Bonaccini, e il ministra per l’Europa e plenipotenziaria presso il Governo Federale, Lucia Puttrich, hanno firmato il 26 ottobre a Wiesbaden una dichiarazione congiunta con un obiettivo condiviso: stringere ulteriormente i rapporti tra le due regioni e avviare uno scambio regolare di funzionari amministrativi e di esperti, per mettere a confronto i diversi approcci ai problemi comuni che l’attuale crisi dei profughi pone a livello mondiale.

Una relazione privilegiata, quella tra l’Assia e l’Emilia-Romagna, che dura da 25 anni. “Sono orgoglioso - ha sottolineato il presidente Bonaccini - di partecipare al venticinquesimo anniversario della collaborazione tra la nostra Regione e il Land Hessen, una vicinanza che ci ha portato anche a condividere dal 1994 una sede comune a Bruxelles. Tra i progetti più significativi realizzati dalla comune volontà delle due regioni ricordo la fondazione della Scuola di Pace di Montesole, fortemente impegnata sui temi della memoria e della condivisione di valori di pace, tolleranza e integrazione. Un quarto di secolo è un periodo di tempo significativo - ha aggiunto - che testimonia sia il lungo percorso compiuto assieme sia il fatto che le molte collaborazioni in atto tra i nostri Comuni sono più che mai vitali. Sono legami di questo genere che contribuiscono a tenere unita l’Europa, attraverso la condivisione di scopi comuni e il rafforzamento del ruolo dei territori. Dobbiamo essere in grado di affrontare sfide globali, come quella dell’immigrazione- ha concluso il presidente della Regione- che si possono vincere se si è in grado di fare fronte comune, unendo gli sforzi e l’impegno a livello europeo e internazionale”.

"Sono molta contenta che il partenariato con la Regione Emilia-Romagna duri da 25 anni, che sia forte e vitale. La cooperazione con l'Emilia-Romagna ha molte sfaccettature, e oggi con la firma della dichiarazione congiunta sull'integrazione regionale ne abbiamo aggiunta una nuova”, ha detto il ministro Puttrich. “L'Unione europea si trova dinanzi a grandi sfide, tra queste l'immigrazione. Tali sfide le possiamo affrontare al meglio insieme. In tale contesto è importante che i Lander e le Regioni possano difendere in loro interessi quanto si tratta di prendere delle decisioni sul futuro. Anche questo compito lo possiamo affrontare al meglio insieme".

I progetti di collaborazione e i gemellaggi con il Land dell’Assia coinvolgono 16 Comuni e 2 Province dell’Emilia-Romagna.

Nella delegazione regionale, il vice presidente dell’Assemblea legislativa, Fabio Rainieri che ha incontrato il presidente del Landtag dell’Assia (l’Assemblea legislativa del Land) Norbert Kartmann, presentandogli la proposta di un documento da condividere tra le Assemblee delle due realtà gemellate per portare insieme un contributo alla discussione sul futuro dell’Unione europea che si sta tenendo nell’ambito del Comitato delle Regioni d’Europa. (dip

 

 

 

 

Incontro ReteDonne e.V. a Braunschweig il 18 novembre sul tema: „Identità femminili nell’era della mobilità”

 

Il coordinamento delle italiane in Germania e all’estero Retedonne e. V. riunisce quest’anno socie e simpatizzanti a Braunschweig, in Bassa Sassonia, presso l’Haus der Kulturen ospiti di Maria Cristina Antonelli.

Nel focus quest’anno “Identità femminili nell’era della mobilità”, il tema che più rappresenta e esprime la nostra esperienza di vita.

La scelta di una città nuova risponde all’esigenza che della nostra associazione ha di coinvolgere un numero sempre maggiore di donne italiane interessate allo scambio e al networking. Conoscere le storie personali e il potenziale individuale rafforza le nostre sinergie e ci rende moltiplicatrici ben integrate sul territorio e interlocutrici preparate sia nei confronti delle istituzioni italiane che di quelle tedesche.

Come ormai usus in questi incontri le Istituzioni italiane ci onorano con la loro presenza. Immancabile l’On. Laura Garavini, presente ai nostri incontri fin dal 2009, anno che ha visto nascere la nostra rete. In rappresentanza dell’Ambasciata Italiana di Berlino presenzierà l’agente consolare Barbara Tarullo di Wolfsburg e la Direttrice dell’IIC di Amburgo Nicoletta Di Blasi.

Il programma prevede l’alternarsi di relazioni programmatiche con workshop di carattere artistico. Ampio spazio sarà dato al dialogo interattivo con le partecipanti alla ricerca delle proprie identità sotto diversi aspetti.

Al termine del convegno avrà luogo, come previsto dal regolamento del nostro statuto, l’assemblea annuale delle socie che ci seguono già da anni da Monaco, Francoforte, Berlino, Stoccarda, Lipsia e Amburgo, nella speranza che si uniscano delle nuove quest’anno da Braunschweig.

Il convegno si terrà in lingua italiana, la partecipazione è gratuita, si prega di confermare la propria presenza entro il 10.11. p.v. a retedonne@googlemail.com

Haus der Kulturen Braunschweig (großer Saal), Am Nordbahnhof 1, 38106 Braunschweig Sabato 18 novembre 2017 dalle ore 11:00 alle ore 17:30

Per ulteriori informazioni rivolgersi a retedonne@googlemail.com.   

(ReteDonne, de.it.press)

 

 

 

A Berlino il ciclo “L’Ambasciata incontra... insegnanti ed educatori”

 

Il 14 novembre quattro giovani insegnanti ed educatori italiani racconteranno il proprio percorso personale e professionale tra scuole italiane e tedesche

 

Berlino – Nell'ambito del ciclo “L’Ambasciata incontra... insegnanti ed educatori”, dedicato ai giovani italiani che vogliono lavorare nel mondo della scuola tedesca, l'Ambasciata d'Italia a Berlino ospiterà martedì 14 novembre alle ore 18.30 quattro giovani insegnanti ed educatori italiani attivi a Berlino e in Brandeburgo.

Con la moderazione del dirigente scolastico Fabio Ficano (Alfred-Nobel-Sekundarschule) e introdotti dal saluto dell'ambasciatore Pietro Benassi, gli ospiti racconteranno il proprio percorso personale e professionale tra scuole italiane e tedesche, dalla formazione universitaria al Referendariat, dalle Kita alla Verbeamtung.

Parteciperanno Francesco Aversa, che ha studiato anglistica e germanistica tra Bari e Berlino, conseguito un dottorato di ricerca in letteratura tedesca presso l’università di Ferrara e nel 2017 ha completato il percorso di abilitazione all’insegnamento (Referendariat) presso il Land del Brandeburgo ed è attualmente docente di inglese e tedesco presso la Käthe-Kollwitz-Oberschule di Potsdam; Maurizio Gatto, dottore di ricerca in filologia classica, insegnante presso la sezione italo-tedesca della scuola europea Albert-Einstein-Gymnasium di Berlino; Lara Marchetti, laureata in Scienze Politiche e Relazioni interazionali e con esperienze nel settore della cooperazione allo sviluppo internazionale, poi laureatasi in italiano per l'insegnamento a Francoforte e con un'abilitazione al Referendariat per le materie storia, politica e italiano, attualmente insegnante di ruolo presso la scuola elementare Helmut-James-von-Moltke di Berlino; Mariachiara Minichiello, laureatasi a Berlino in filosofia e in possesso di certificazione come insegnante di Italiano all'estero, che lavora come insegnante di Italiano per bambini italo-tedeschi, oltre che per il quotidiano Taz, die Tageszeitung.

Nonostante la vicinanza geografica, il sistema scolastico tedesco si discosta profondamente dall’istruzione e dalla formazione in Italia: diversa la durata della scuola primaria, diversa l’articolazione dei cicli scolastici, assente la scuola media italiana, differente il percorso che porta alla maturità liceale e professionale; grande, inoltre, la discrepanza tra i vari Länder per le competenze in materia di istruzione e formazione professionale. Per un giovane proveniente dall’Italia, orientarsi tra i meandri di due mondi così diversi può essere davvero difficile; molte le difficoltà e le barriere, prima fra tutte la lingua tedesca.

L'incontro sarà occasione per approfondire le sfide che comporta intraprendere questo percorso professionale, come accedere alla professione e le differenze tra i due sistemi scolastici, italiano e tedesco.

L’incontro - con ingresso gratuito su prenotazione –avrà la forma dell’intervista pubblica in italiano, aperta alle domande dei partecipanti. (Inform/dip)

 

 

 

 

A Stoccarda incontro di Forza Italia con i connazionali del posto

 

Stoccarda – Si è svolto lo scorso 14 ottobre a Stoccarda l'incontro di Forza Italia con i connazionali residenti in loco. Presente anche il coordinatore per gli Italiani all'estero del partito, Vittorio Pessina, che ha consegnato ai due coordinatori locali, Carmelo Pignataro e Vito Fagiolino, una lettera contenente un messaggio del presidente Silvio Berlusconi.

Insieme a loro, i coordinatori Gerardo Petta (Svizzera), Salvatore Albelice (Belgio) e Alessandro Zehentner (Spagna), che ha portato una breve testimonianza sugli ultimi avvenimenti in Catalogna.

Dopo i saluti di Pignataro e Fagiolino, è stato letto il messaggio di Berlusconi, che in premessa ha rivolto i suoi ringraziamenti agli organizzatori dell'evento e al loro costante impegno per il partito in Germania.

Berlusconi ha auspicato un profondo cambiamento dell’Europa con l’introduzione di una politica estera comune e di una difesa comune, per ottenere un’Unione all'altezza di ciò che sognavano i fondatori De Gasperi, Adenauer, Schuman. “Per raggiungere questi risultati si dovranno vincere le prossime elezioni politiche – ha scritto il presidente, dicendosi certo del sostegno dei cittadini italiani all’estero per poter arrivare a quest’obiettivo.

Di seguito anche l'intervento di Pessina, che ha voluto testimoniare l’importanza degli italiani all’estero nel diffondere la lingua e la cultura italiana nel mondo e il loro ruolo di traino per il made in Italy. Ha poi richiamato la situazione politica in Europa e le vicende storiche dell'emigrazione italiana in Germania, legate anche agli accordi bilaterali siglati tra i due Paesi nel 1955, e rilevato come la collettività italiana in loco sia “una delle realtà più importanti per numero di connazionali residenti fuori dall’Italia”.

Di seguito è intervenuta telefonicamente l’eurodeputata di Forza Italia Elisabetta Gardini, che ha portato una testimonianza dal Parlamento Europeo e dell’ottimo rapporto di stima reciproca e collaborazione con i colleghi tedeschi all’interno del Partito Popolare Europeo e del lavoro futuro per cambiare in meglio l’Europa dei popoli contro la burocrazia attuale.

Alla fine si è svolto un ampio dibattito con vari interventi anche da parte del pubblico sulla situazione degli italiani all’estero, ma anche sulla situazione politica italiana alla vigilia delle elezioni, dal quale il coordinamento Germania ha portato via vari spunti per il futuro programma elettorale.

In serata Pessina ha incontrato tutti i coordinatori europei presenti e si è stabilita una più stretta collaborazione di tutta la struttura europea, al fine di sviluppare sinergie per le prossime sfide che attendono il partito. (Inform 18)

 

 

 

 

Collettiva italiana alla FieraA+A di Düsseldorf (17-21 ottobre)

 

Si è tenuta a Düsseldorf, nei giorni 17-21 ottobre, la fiera A+A 2017 una delle principali manifestazioni a livello internazionale dedicata all’abbigliamento professionale e protettivo.

La FieraA+A ha presentato la più completa gamma al mondo di prodotti per la protezione al lavoro, la tutela aziendale della salute ed il management di sicurezza, apprezzata all’ultima edizione nel 2016 da circa 65.000 visitatori provenienti da 86Paesi.

La Fiera ha ospitato circa 2.000espositori di cui 100provenienti dall’Italia.

L’ICE – Agenzia, in collaborazione con l’Associazione di Categoria Texclubtec è presente, per la prima volta, alla manifestazione con una collettiva di 12 aziende italiane del settore abbigliamento da lavoro e di protezione.

La collettiva ICE-Texclubtec, nella Hall 3.0 stand n. F34/35, aveva lo scopo di aiutare le aziende italiane co-espositrici ad accrescere tali opportunità di business, consentendo loro di incontrare un elevato numero di potenziali clienti con impegno organizzativo e costi contenuti.

Con un fatturato annuo pari a 169 miliardi di Euro e un numero di addetti superiore a 1,6 milioni in più di 170.000 aziende il settore tessile ed abbigliamento riveste una importanza particolare. In Italia il settore figura, in termini di occupati, tra i primi tre delle industrie.

Nel settore dei tessili tecnici e non tessili operano in Italia circa 900 imprese con 42.000 addetti. Nel 2016 il fatturato è stato pari a 3,5 –4 miliardi di Euro di cui il 40% è destinato all’export.

Anche in Germania i tessili tecnici sono quelli che trainano la crescita e da soli fanno segnare nel 2016 una crescita del 7,7% con un fatturato pari a 2,6 mrd. di Euro. (de.it.press)

 

 

 

Bloccata in tutta la Germania la vendita di pasta “Milano” e “Sanremo” da Dubei

 

L’associazione italo-tedesca Italian Sounding e.V., nata anche per contrastare e impedire la commercializzazione e vendita di prodotti falsamente italiani, ha colpito ancora individuando e denunciando i produttori di pasta che esponevano alla Fiera Internazionale del Food di Anuga a Colonia confezioni con le diciture “Milano”, “San Remo” e la bandiera dell’Italia, pur trattandosi di prodotti di origine africana.

Italian Sounding e.V., rappresentato dai presidenti Giandomenico Consalvo e Gabriele Graziano con l’avvocato di CBA Studio Legale e Tributario di Monaco, Mattia Dalla Costa, ha infatti ottenuto dal Tribunale di Colonia in sole 3 ore un provvedimento cautelare di urgenza. Risultato: Milano Pasta DMCC di Dubai (UAE) non può più vendere in tutto il territorio della Repubblica Federale Germania pasta la cui confezione abbia la designazione “Milano” e/o “San Remo”. In caso di violazione, ammenda fino a 250.000 euro.

L’associazione Italian Sounding e.V., costituita a Roma a febbraio 2015 dalla Camera di Commercio Italiana per la Germania di Francoforte e dalla Camera di Commercio Italo-Tedesca di Monaco-Stoccarda, Confagricoltura e da altri membri, tra cui Unioncamere, è impegnata nel contrastare e impedire la commercializzazione e vendita di prodotti che attraverso l’utilizzo di indicazioni geografiche, immagini e marchi, evocano l’Italia per promozionare e commercializzare prodotti non di origine italiana.

Il diritto tedesco, a differenza di quello italiano, non conosce una normativa specifica a favore del “Made in”. In casi di contraffazioni riguardanti le indicazioni di origine geografica protetta, la tutela è più facile perché esiste una normativa europea, mentre in situazioni come quella della pasta “Milano” il giudizio deve fondarsi soprattutto sui principi generali in materia di concorrenza sleale.”.

Il risultato si registra a margine della fiera tedesca di Anuga, la più importante rassegna al mondo dedicata al food & beverage, dove la “task force” dell’associazione Italian Sunding e.V. con gli Avvocati Mattia Dalla Costa e Rodolfo Dolce si è nuovamente data appuntamento per individuare i prodotti con denominazioni chiaramente evocative dell’Italia o made in Italy ma provenienza in alcun modo collegabile al nostro Paese.

Mattia Dalla Costa, partner di CBA Studio Legale e Tributario a Monaco di Baviera, ha commentato: “già due anni fa ci eravamo mossi usando tutti i mezzi giuridici a disposizione per impedire la diffusione di questi prodotti falsamente italiani. In Germania, infatti, non esiste la tutela del “made in” ma si tratta comunque di un’evidente caso di concorrenza sleale. Ormai Italian Sounding è stata riconosciuta in Germania come soggetto legittimato ad agire a tutela dei consumatori ed ha già ottenuto varie decisioni ed ottimi risultati contro produttori e grande distribuzione, permettendoci anche questa volta”, ha concluso Dalla Costa, “di intervenire e ottenere tempestivamente il blocco dei contraffattori”. (aise 27

 

 

 

 

Il presidente delle ACLI Baviera Macaluso il 30-31 ottobre a Palermo

per incontrare Lupo e Orlando

 

Nella cornice delle prossime competizioni elettorali in Sicilia del 5 novembre per il rinnovo dell'Assemblea regionale (ARS) e nell'intento di avviare una costruttiva interazione a supporto dei fenomeni pluridecennali di emigrazione siciliana nel mondo ed in particolare in Germania, il presidente delle ACLI Baviera Carmine Macaluso incontrerà lunedí 30 ottobre Giuseppe Lupo, vice presidente dell' ARS, a Palazzo dei Normanni a Palermo. Il giorno successivo é programmato l'incontro con il sindaco di Palermo Leoluca Orlando.

Le ACLI Baviera ringraziano il presidente ACLI regionale Stefano Parisi ed il presidente provinciale delle ACLI di Palermo Nino Tranchina per la fattiva cooperazione ed impegno rispetto alla drammatica realtà dell'emigrazione siciliana, oggi abbinata all'immagine di giovani in mobilità, in cerca di nuove esperienze o cervelli in fuga, quasi la ricerca di una formulazione che possa esorcizzare l'immagine negativa che, invece, per definizione la parola emigrazione suscita.

L'iniziativa - sottolinea Macaluso – rappresenta una rinnovata richiesta di dignità e cittadinanza per i flussi d'emigrazione intesa come effettiva fertile risorsa nonché di coordinare le potenzialità che relazioni dirette tra Sicilia e Germania, in campi diversi ed articolati, possono offrire e realizzarsi. (dip)

 

 

 

 

Il 3 novembre ad Amburgo un incontro per ricordare gli internati italiani

 

Amburgo - "Ricordare gli IMI (Italienische Militär-Internierte)" è il titolo dell'incontro, organizzato dall'associazione Prima Persona, che si terrà venerdì 3 novembre alle ore 18.45 nel Caffè Letterario BooKaffè, presso la Missione Cattolica Italiana di Amburgo.

L'intento dell'iniziativa è sollecitare "un’ampia riflessione e partecipazione pubblica per ricordare una storia che non vada perduta e sia d’insegnamento per tutte le generazioni di oggi e di domani". Si tratta, spiegano gli organizzatori, della vicenda di più di 650.000 militari italiani che, nei giorni successivi alla proclamazione dell'armistizio dell’8 settembre 1943, catturati dai nazisti ebbero il coraggio di dire "no" ad ogni collaborazione con Hitler e Mussolini. Furono resi schiavi nei Lager e patirono 20 mesi di sevizie, fame, malattie e i morti furono più di 50.000. Essi si sacrificarono per un’Italia e una Europa libere.

La presentazione sarà a cura di don Pierluigi Vignola della Fondazione Migrantes, con la relazione di Susanne Wald, collaboratrice del Memoriale del campo di concentramento di Neuengamme di Amburgo, e gli interventi di Nicoletta De Blasi, direttrice dell'Istituto Italiano di Cultura di Amburgo, e Giuseppe Scigliano, presidente del ComItEs Hannover. Modera Francesco Bonsignore, copresidente dell'associazione Prima Persona.

L’evento è promosso da quest'ultima, in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo, la Fondazione Migrantes, il ComItEs di Hannover e il Patronato Ital Uil Germania.

La domenica successiva, 5 novembre, alle ore 10.00, ci sarà la celebrazione della Messa presso il Cimitero Militare di Öjendorf presieduta da don Pierluigi Vignola, parroco della Missione Cattolica Italiana in Amburgo, in presenza del console generale d’Italia, del presidente del Comites di Hannover e delle rappresentanze militari italiane e tedesche.

L'associazione Prima Persona persegue esclusivamente e direttamente scopi di utilità pubblica ai sensi della sezione "agevolazioni fiscali" del Codice Tributario Tedesco. Scopo dell'associazione è quello di promuovere la comprensione internazionale, la solidarietà intergenerazionale e tra le generazioni. L'accettazione delle differenti culture nelle relazioni interpersonali, in particolare nelle relazioni tra l'Italia e la Germania e attraverso momenti formativi di contenuto culturale sociale e politico e contribuire su una base paritarie alla promozione dello scambio interculturale e l'integrazione pur mantenendo la propria identità. Al raggiungimento di questi obbiettivi sono utili in particolare, mostre, conferenze, convegni , seminari, eventi musicali e incontri con la gente in Italia e Germania e le loro associazioni.

Lo scopo statutario è raggiunto attraverso la fornitura di informazioni ai cittadini italiani sui propri diritti nei confronti delle istituzioni sanitarie e previdenziali e altri enti di assistenza sociale, creando altresì opportunità di partecipazione alla vita culturale, politica e sociale in Germania e in Italia,con misure di sostegno e di accompagnamento in materia amministrativa per superare eventuali difficoltà linguistiche, consulenza telefonica e individuale in tedesco e in italiano e lavoro in rete. (aise/dip)

 

 

 

 

I recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue COSMO

 

26.10.2017. Visso: un anno dopo. A un anno dal terremoto che ha distrutto il paese marchigiano, la ricostruzione è ferma e la consegna delle casette non è ancora iniziata. Il racconto da Visso. Abbiamo parlato con il direttore dei lavori, Filippo Sensi e Alessandro Morani, "irriducibile", ancora in roulotte.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/terremoto-un-anno-dopo-100.html

 

25.10.2017. G20: Alessandro libero. Dopo 4 mesi di carcere, Alessanro Rapisarda lascia la cella e torna in libertà. Per lui una condanna di 1 anno e 1 mese con la condizionale. Ancora attesa invece per il caso di Fabio V., il 18enne di Belluno, diventato il simbolo del pugno duro della polizia tedesca.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/amburgo-processo-102.html

 

Evviva la pasta! Oggi 25 ottobre si celebra la giornata mondiale della Pasta ormai un alimento universale consumato in tutto il mondo. Ne parliamo con il cuoco italiano più famoso di Dortmund Toni Pace.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/evviva-pasta-100.html

 

24.10.2017. Antisemiti in curva

Ennesimo e grave episodio di antisemitismo all'Olimpico. Il presidente della Lazio Lotito chiede scusa e annuncia viaggi ad Auschwitz. Può bastare? Ne abbiamo parlato con Stefano Gatti dell'Osservatorio antisemitismo.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/antisemiti-curva-100.html

 

Un "Gastarbeiter" tedesco a Paestum. Gabriel Zuchtriegel è da due anni direttore del Parco archeologico di Paestum, in Campania. Il giovane archeologo tedesco è uno dei primi direttori e sovrintendenti stranieri nominati alla guida di importanti istituzioni culturali e museali italiane.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/a-tu-per-tu/gastarbeiter-tedesco-paestum-100.html

 

23.10.2017. Autonomia come nei Länder tedeschi? I referendum in Veneto e Lombardia aprono la strada alle trattative con il governo. L’autonomia auspicata in Germania è già un modello collaudato. Cosa insegna il federalismo tedesco? Ne parliamo con Giancandido De Martin, docente alla Luiss di Roma.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/referendum-110.html

 

L’insetto è servitor. Grilli, locuste e tarantole sulle nostre tavole? L'Unione Europea ha detto sì. Il foodblogger Carlo Spinelli ci suggerisce come prepararli, con qualche ricetta "gustosa".

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/insetti-100.html

 

20.10.2017. La molestia è molestia. È sempre più acceso il dibattito mondiale scatenatosi intorno agli abusi sessuali di Harvey Weinstein. Ne parliamo con Tiziana Ferrario, giornalista ed autrice di "Orgoglio e pregiudizi".

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/abusi-sessuali-weinstein-100.html

 

Incerti posti. A Radio Colonia, Marco Montemarano presenta il suo ultimo romanzo, "Incerti posti". È la storia dell'incontro di due generazioni, due passati e due drammi, un incontro che cambierà la vita dei due protagonisti per sempre.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/a-tu-per-tu/marco-montemarano-libro-100.html

 

Ogni giovedì. Appuntamenti

Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-212.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati

I commenti sportivi di Agnese Franceschini

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/index.html

 

19.10.2017. Alternanza scuola-lavoro

Sono sempre stati rarissimi i ponti tra scuola italiana e mondo del lavoro. Il decreto Buona Scuola ha iniziato a costruirne. Ma gli studenti scendono in piazza a protestare, perchè non vogliono essere sfruttati.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/alternanza-scuola-lavoro-100.html

 

18.10.2017. Italiano, star del cinema

È in corso la settimana della lingua italiana nel mondo, quest'anno tutta dedicata all'italiano nel cinema. Rosario Tronnolone ci ha spiegato con alcuni esempi come italiano e cinema si sono influenzati a vicenda.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/italiano-cinema-100.html

 

Pensione: pensaci in tempo!

Non è mai troppo presto per pensare alla pensione, anche in Germania. Soprattutto chi ha un’attività in proprio o è libero professionista dovrebbe informarsi su cosa prevede la legislazione tedesca. Alcuni consigli.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/contributi-pensionistici-100.html

 

L'Italian Film Festival a Berlino. Tra il 9 e il 12 novembre si terrà a Berlino la quarta edizione dell'Italian Film Festival, il festival del cinema italiano. Ospite d’onore di quest’anno l’attore Toni Servillo, a cui è dedicata una retrospettiva.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/festival-cinema-italiano-berlino-100.html

 

17.10.2017. Daphne sapeva troppo

Daphne Caruana Galizia è stata uccisa con un’autobomba. La blogger anti-corruzione lavorava alle indagini giornalistiche legate ai "Malta Files”, e aveva denunciato la presunta corruzione della moglie del premier locale, Joseph Muscat.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/caruana-galizia-100.html

 

Il primo villaggio per senzatetto. Si chiama l’Oasi del clochard e si trova a Milano. È molto più di un dormitorio, qui i senzatetto trovano un letto, un pasto caldo, ma anche un luogo dove se vogliono, possono trascorrere la giornata. Siamo entrati nel primo villaggio per homeless in Italia.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/senzatetto-villaggio-100.html

 

La scienziata Sabina Berretta

Seziona e studia il cervello umano per trovare terapie efficaci contro la schizofrenia, la depressione ed altre malattie cerebrali.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/terramia/sabina-berretta-100.html

 

16.10.2017. A macchia d’olio

Si sono concluse con la vittoria di Sebastian Kurz le elezioni austriache. Vince il centrodestra, ma la campagna elettorale è stata all'insegna del populismo, un fenomeno diventato ormai europeo. L'analisi di Stefano Stefanini.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/austria-kurz-100.html

 

13.10.2017. Vinci con noi: Ermal Meta

Ermal Meta terrà due concerti in Germania! Per quello del 5 novembre a Colonia ti regaliamo dei biglietti. Scopri qui come partecipare.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/ermal-meta-sorteggio-100.html

 

Giustizia a metà. Il ministro di Giustizia, Andrea Orlando, ha chiesto all'omologo tedesco, Heiko Maas, di far eseguire la sentenza della Cassazione (13 maggio 2016) che ha condannato due manager tedeschi per il rogo nello stabilimento ThyssenKrupp di Torino (2007), dove persero la vita sette operai.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/manager-thyssenkrupp-liberi-100.html

 

I tutori dei migranti non accompagnati

Si tratta di una nuova forma di genitorialità tutta rivolta al sociale. Diverse le adesioni all'iniziativa lanciata dal Garante italiano per Infanzia e Adolescenza.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/tutori-migranti-non-accompagnati-100.html

 

Ogni giovedì. Appuntamenti

Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-208.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati

I commenti sportivi di Agnese Franceschini

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/index.html (RC, de.it.press)

 

 

 

 

 

Monaco di Baviera. Consolato e Comites mettono in guardia dal lavoro in nero 

 

Monaco di Baviera - “A volte imprenditori poco rispettosi delle norme offrono occupazioni sottopagate, prive delle minime garanzie e in nero (senza il pagamento di contributi previdenziali e assicurativi). Vi invitiamo, quindi, ad accettare offerte lavorative solo in presenza di un regolare contratto e a mostrarlo sempre a persone esperte prima di firmarlo”. Così il Console generale d’Italia Renato Cianfarani e la presidente del Comites di Monaco di Baviera, Daniela Di Benedetto, nel nuovo avviso ai connazionali, da mercoledì scorso sull’home page della sede consolare.

Ai tanti italiani che emigrano ancora in Germania alla ricerca di un impiego, Cianfarani e Di Benedetto ricordano che “vi è un “concorso di colpa” del lavoratore che accetta un lavoro in nero, che i controlli da parte delle autorità sono frequenti e che le conseguenze di un lavoro irregolare possono avere effetto per tutta la vita lavorativa e per la pensione”.

Inoltre, aggiungono, bisogna tenere presente che, prima di cercare lavoro all’estero, anche all’interno dell’Ue, occorre informarsi approfonditamente sulle leggi in vigore e sulla situazione abitativa e che la conoscenza della lingua è un requisito fondamentale sia per trovare lavoro che per poter far meglio valere i propri diritti e tutelare i propri interessi”.

Concludendo, Cianfarani e Di Benedetto ricordano che “chi fosse oggetto di sfruttamento può rivolgersi allo “Sportello della legalità” del Comites per ricevere gratuitamente informazioni su come tutelare i propri diritti: lavoronero@comites-monaco.de; homepage: http://sportellolegalita.de (hermann-Schmid-Str.8) telefono 0049 (0)897213190”. (aise 20)

 

 

 

 

L’estrema destra al debutto nel parlamento tedesco

 

I 92 neo-eletti di AfD, il primo partito di estrema destra a entrare nel Bundestag dalla fine della seconda guerra mondiale, hanno giurato di “dare la caccia” ad Angela Merkel - di Giuseppe Loris Ienco

 

I 92 deputati di Alternative für Deutschland, il partito tedesco di estrema destra nato nel 2013 che nelle elezioni dello scorso 24 settembre è riuscito a entrare per la prima volta in parlamento, hanno fatto il loro debutto al Bundestag nella sessione del 24 ottobre, che segna l’apertura della diciannovesima legislatura.

Si tratta della prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale che un partito di estrema destra riesce a far eleggere dei propri rappresentanti nel parlamento federale tedesco.

Si preannunciano quattro anni difficili per la cancelliera tedesca Angela Merkel, a cui i neo-eletti di AfD hanno giurato di “dare la caccia”.

Non ci saranno sorprese per quanto riguarda l’elezione del nuovo presidente del Bundestag: sarà Wolfgang Schäuble, l’ex ministro dell’Economia, che sarà votato da buona parte del parlamento e si appresta a rivestire la seconda carica dello stato.

Sono previsti problemi, invece, per quanto riguarda l’elezione dei sei vicepresidenti.

Ognuno dei sei gruppi politici presenti nel Bundestag indica un proprio candidato, votato da tutti i membri della camera; AfD ha nominato Albrecht Glaser, il 75enne fondatore del partito che tempo fa ha definito l’Islam “un’ideologia politica più che una religione” e che si è dichiarato favorevole a togliere il diritto di libertà di professione religiosa ai musulmani.

SPD, Verdi, i liberali di FDP e Die Linke hanno espresso il loro disappunto riguardo la candidatura del politico di Alternative für Deutschland.

Ai microfoni del canale tv ZDF Andrea Nahles, capogruppo dei socialdemocratici in parlamento, ha accusato Albrecht Glaser di non aver mai fatto chiarezza sui suoi commenti sull’Islam, contrari alla libertà religiosa difesa dalla legge fondamentale dello stato, la carta costituzionale tedesca.

Anche alcuni membri del partito di Angela Merkel hanno detto che non sosterranno in alcun modo la candidatura di Glaser. Michael Grosse-Broemer, uno dei leader dei conservatori alla Camera, ha detto a Bild che “sarà difficile appoggiare candidati che non accettano i principi di base della Costituzione”.

I vicepresidenti del parlamento possono presiedere le sessioni in aula, stabilire gli ordini del giorno e richiamare all’ordine i deputati durante le sedute.

Ogni partito indica un suo candidato, che viene eletto dai membri del Bundestag con la maggioranza assoluta o con quella semplice nel caso non si raggiungano i numeri sufficienti al terzo turno di votazione. Tpi 24

 

 

 

 

La burocrazia tedesca

 

Berlino - “Mentre mia madre stava morendo, quattro anni fa ricevetti a casa sua, dove non abito più da mezzo secolo, e non da me a Berlino, l’avviso di una raccomandata da parte del fisco italiano. Passai due ore all’ufficio postale italiano, pochi giorni prima di Natale, per conquistare la lettera. Mi avvisavano che il quarto della casa in cui viveva mia madre che era di mia proprietà, passavano da una zona all’altra per calcolare l’Imu, ma senza dirmi quanto avrei dovuto pagare. Pochi giorni dopo mia madre morì, e per bloccare la sua pensione, non bastò avvertire l’Inps, ma dovemmo ricorrere a un patronato. In Germania sarebbe bastata una telefonata. In quanto alle tasse sulla casa di Berlino (un decimo rispetto all’Italia, benché più grande e in centro), le calcola il fisco e le preleva direttamente dal mio conto corrente, dopo avermi avvertito nel caso fossi in rosso. La burocrazia italiana mi perseguita fino in Prussia”. Così Roberto Giardina su “il Deutsch-Italia”, quotidiano online diretto a Berlino da Alessandro Brogani.

“Una volta andai alla presentazione di un manuale di vita quotidiana per gli italiani che si trasferiscono a Berlino. I presenti, in gran parte giovani, si lamentavano del tedesco troppo difficile, perché gli impiegati non parlano inglese, e della burocrazia teutonica. Alla fine, non mi trattenni: «Ma come fa un italiano a lamentarsi della burocrazia a Berlino? Forse andrebbe meglio se imparaste il tedesco». Mi diedero ragione, temo solo per gentilezza.

Anche i miei amici berlinesi si lamentano dei Beamten, i funzionari statali. A loro non importa il paragone con l’Italia. E hanno torto.

Lo dice un rapporto dell’Ocse: la burocrazia tedesca è molto meglio della sua (cattiva) fama. La prima osservazione è che la Germania ha meno dipendenti statali della media: il 10,6 per cento del totale degli occupati, contro il 18,1 dei paesi Ocse. Sono di meno solo in Corea, Giappone e Svizzera. In Finlandia, Svezia o Danimarca si arriva al 25 per cento.

In Germania, nonostante i lamenti, il 55 per cento è soddisfatto dell’apparto statale. La media Ocse è del 42. E la fiducia aumenta: dieci anni fa, la percentuale dei tedeschi contenti del rapporto con la burocrazia era del 35 per cento. Le percentuali sono ancora più alte in certi settori: l’88 per cento dà un giudizio positivo del sistema sanitario, solo in Belgio, Norvegia e Austria, la percentuale è superiore. Sulla carta, il sistema italiano sembra migliore, i cittadini ricevono prestazioni che i tedeschi non hanno, o solo in parte, per esempio per le cure odontoiatriche. Ma come è noto, nella pratica la realtà è diversa. In settembre ho accompagnato un mio amico che non padroneggia il tedesco per una visita di controllo dall’ortopedico dopo un’operazione al ginocchio. In un’ora e mezzo tutto risolto, radiografia, parere del primario che l’aveva operato. In Italia avrei perso una settimana, ha sospirato l’amico. E per avere la cura a cui si ha diritto, a volte si attende mesi, anche in casi urgenti.

Per la verità, l’Italia ha meno dipendenti pubblici della media, circa il 16 per cento. Se la nostra burocrazia non funzione non è sempre colpa dei dipendenti, ma delle leggi e delle norme farraginose che sono costretti a rispettare. E, considerazione finale, i burocrati tedeschi più efficienti, sono in media più giovani che altrove, e anche pagati meglio, dunque più soddisfatti del loro lavoro: l’apparato pubblico ingoia il 44 per cento del Pil, contro la media Ocse del 42. Meglio sorvolare sugli stipendi dei nostri dipendenti pubblici. Una maestra d’asilo in Germania arriva fino a tremila euro lordi, in alcuni Länder (la scuola è di competenza regionale).

L’apparato burocratico non è una palla al piede, ma potrebbe fare da volano all’economia, se lo si mettesse in condizione di funzionare”. (aise 17

 

 

 

Da dicembre il nuovo intercity Francoforte-Milano di Trenitalia

 

Un collegamento esclusivo, che attraversa tre diverse nazioni, operativo da domenica 10 dicembre con l’orario ferroviario invernale 2017-2018. Così Ferrovie dello Stato presenta il nuovo intercity Milano – Francoforte, per cui è già possibile acquistare i biglietti.

Realizzato da Trenitalia in collaborazione con la svizzera SBB e la tedesca DB, il nuovo servizio sarà effettuato, all’andata e al ritorno, con i terni ETR 610. Consentirà di raggiungere il cuore della Germania, servendo numerose città sia in Svizzera sia in Germania.

La partenza da Milano Centrale è in programma alle 11:23 con fermate intermedie a Stresa, e in numerose località svizzere, per raggiungere Friburgo alle 16:20, Karlsruhe alle 17:29, Mannheim alle 18:10, e Francoforte alle 18:59.

Da Francoforte, invece, partenza alle ore 8:01, con fermate intermedie a Mannheim, Karlsruhe, Baden Baden, Friburgo, e dopo aver attraversato la Svizzera, arrivo a Como alle 14:55, a Monza alle 15:21 e a Milano alle ore 15:35. (dip) 

 

 

 

 

Nuova presentazione per il libro bilingue "Poesia al Cinema" della Continanza

 

Napoli - Il 7 novembre, alle ore 19.00, presso la libreria Ubik di Vico Equense, Giuseppe Alessio Nuzzo, fondatore e direttore del Social World Film Festival di Vico Equense e regista del thriller psicologico "Le verità" proiettato alla 73a Mostra Internazionale d'arte cinematografica di Venezia, presenterà il libro bilingue "Poesia al Cinema" (puntoacapo Editrice, Pasturana 2017) a cura della giornalista e scrittrice Marcella Continanza che parteciperà all’evento.

Il libro è stato già presentato il 5 maggio scorso al Museo del Cinema di Francoforte sul Meno, dove intervenne Dacia Maraini, e il 20 ottobre all’Università di Stoccarda, dove l’autrice Marcella Continanza raccontò sia la genesi del percorso creativo del libro soffermandosi sulle sequenze poetiche da lei scelte sia sui coinvolgenti interventi di Dacia Maraini, Paolo Ruffilli, Matilde Lucchini, Rino Mele, Alberto Pesce, Nadia Cavalera, Marcella Continanza e Vincenzo Guarracino. Ognuno con il proprio personalissimo stile, con la propria identità letteraria ha arricchito il volume riuscendo a trasformare l’immagine in poesia.

Il libro realizzato dopo vari anni d’intenso lavoro è riuscito ad essere un emozionante viaggio sulla bellezza della poesia declinata in tutte le sue forme.

Alla manifestazione è intervenuto il critico letterario Vincenzo Guarracino su Leopardi al cinema, ha moderato Barbara Neeb inoltre c’è stata la piacevole presenza della dottoressa Adriana Cuffaro, direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura di Stoccarda. Insomma una serata di grande empatia. Valeria Marzoli 

 

 

 

 

 

Non si finisce mai di imparare. Lettera aperta ai Senatori della Repubblica Italiana

 

Carissime colleghe e colleghi,

tra pochi giorni saremo chiamati ad esprimerci sulla nuova legge elettorale.

Come sapete, il testo confezionato alla Camera dei Deputati contiene una modifica del voto all'estero, tale da prevedere la possibilità di candidare nella circoscrizione estero anche cittadini residenti in Italia.

C'è chi dice si tratti di una umiliazione delle ragioni storiche che hanno prodotto quella legge, io tra questi, così come c'è chi lo considera un modesto cambiamento di natura tecnica, inteso a "ripristinare la reciprocità", cioè, pare di intendere, sanare una contraddizione, un'aporia. Si tratta di un argomento che considero serissimo, eppure domando la vostra attenzione non tanto per dirvi cosa penso io, ma per raccontarvi cosa ne pensano altri.

Vuole essere, questa, una lettura d'incoraggiamento, per quanti di voi dovessero condividere con me una certa malinconia nell'osservare la politica dei nostri giorni e questa legislatura che volge al termine. Sia bandito il pessimismo! La Repubblica può confidare nel futuro, forte di ingegni versatili, di stampo rinascimentale, devoti alla verità. Ve ne presento un paio.

L'onorevole Fiano, giunto al costituzionalismo muovendo dalla professione di architetto (e io, che son geometra, non posso che averne la massima considerazione), è intervenuto per sgombrare il campo da equivoci e cattivi pensieri: "Si intende, in tal modo, superare una diversità di trattamento tra cittadini italiani residenti in Italia e cittadini residenti all'estero in tema di elettorato passivo. (...) Si tratta, del resto, di una delle questioni maggiormente dibattute nel corso dell'iter di approvazione della legge sul voto degli italiani all'estero, la ben nota legge n. 459 del 2001. Da parte della dottrina sono stati addirittura avanzati dubbi sulla costituzionalità della limitazione dell'elettorato passivo ai soli cittadini residenti all'estero..."

La "dottrina": quale? Tutta? Perchè non citare qualche nome, così da non lasciarci nell'oscurità? Pensando di fare cosa utile, mi sono addentrato nell'iter della "ben nota" legge citato da Fiano, ed è pur vero che dubbi ne furono sollevati, tant'è che Tremaglia chiese pareri a diversi costituzionalisti di chiara fama: un Presidente emerito della Corte, due professori ordinari e addirittura due professori straordinari.

Li trovate qui, ma se proprio non avete tempo, sappiate che dissero tutti più o meno la stessa cosa: date le precedenti revisioni costituzionali con le quali fu istituita la Circoscrizione Estero, la limitazione dell'elettorato passivo prevista dalla L.459/2001 non solo non è in contrasto con i principi di uguaglianza e di libertà, ma costituisce la conseguenza "logica", "necessaria" del dettato costituzionale. Fiano, probabilmente, avrà consultato una versione novecentesca della Carta: cose che capitano, anche agli innovatori più incalliti.

Generoso com'è, non si è limitato alla dottrina: "Aggiungo, a mò di cronaca, che, per quello che riguarda il gruppo del PD, noi pensiamo che sia giusto candidare i rappresentanti delle nostre comunità all'estero." Quindi è inutile polemizzare ed è scorretto ipotizzare, anzi, dovremmo apprezzare il fatto che si fa strada un approccio indubbiamente nuovo, destinato a cambiare in profondità l'ordinamento e la nostra vita quotidiana: a che serve una norma, una odiosa costrizione, quando basta mettersi d'accordo tra persone di buona volontà? Il PD non lo farà, anzi, sfida gli altri a dimostrarsi all'altezza: con lo stesso criterio, potremmo estendere l'immunità parlamentare anche all'omicidio, allo stupro; o forse abrogare direttamente le norme che li proibiscono, legate al tempo triste in cui il legislatore non aveva considerato il principio cardine della vita civile: il buon senso.

C'è un altro pensatore, in questo caso un ragioniere, anch'egli attorniato mattina e sera da costituzionalisti prodighi di consigli, che segue l'impostazione di Fiano ma, essendo più alto in grado, si concede una variazione sul tema degna della massima attenzione: l'onorevole Rosato.

"Capisco e rispetto chi dice che quella esclusività deve rimanere... Vorrei però che si ragionasse anche di un altro profilo: in una fase in cui la mobilità internazionale si sta sviluppando fortemente, assumendo caratteri di maggiore dinamismo e anche di sensibile circolarità tra diversi luoghi di lavoro e iniziativa professionale e imprenditoriale, è giusto o sbagliato rendere più flessibili i criteri di accesso della rappresentanza in modo da cercare di raccogliere anche queste istanze? E' sicuro che la realtà estera, nel suo complesso, sia meglio conosciuta da chi per decenni non si è mai spostato da un luogo di lavoro e di vita, anziché da chi ogni giorno la frequenta spostandosi da un'area ad un'altra e da un Paese ad un altro, come ormai da tempo sta accadendo?"

Dubbio certamente legittimo, pur essendo curiosa questa rappresentazione in cui gli emigranti non si schiodano da casa; chi siamo noi per giudicare? Verrebbe dunque da pensare che il PD intenda attingere a queste risorse residenti negli aeroporti: manager, imprenditori, intermediari della 'Ndrangheta. Ma non è così: "Confermo che il PD alle prossime elezioni saprà valorizzare... l'impegno dei singoli e la spinta collettiva che ha fatto di quelle esperienze un punto avanzato delle battaglie politiche di questi anni. E tutto questo è possibile proprio perché i nostri candidati sono residenti nei continenti che rappresentano, forti del loro radicamento."

Ricapitoliamo: da una parte si rivendica la correzione di una presunta discriminazione, originata dal dettato costituzionale, con una legge ordinaria; dall'altra ci si interroga su quanto sarebbe più moderno e dinamico approfittare della nuova opportunità, ma vi si rinuncia (per adesso, perché in politica "valorizzare" non vuol dire candidare). E così ci liberiamo di quell'altro vetusto orpello del passato che è il principio di non contraddizione: Aristotele non avrebbe trovato posto nel PD, indipendentemente dalla sua residenza.

Sen. Claudio Micheloni, de.it.press 18

 

 

 

 

Il Tedesco come ambasciatore di cultura

 

Berlino - “L’arrivo di quasi un milione di profughi dal settembre del 2015 ad oggi ha fatto tornare in auge in Germania due acronimi DaF (Deutsch als Fremdsprache), ossia il Tedesco come lingua straniera, e DaZ (Deutsch als Zweitsprache) cioè il Tedesco come seconda lingua. Sono due sistemi d’insegnamento della lingua tedesca, il primo generalmente effettuato in scuole all’estero, dove si insegna il tedesco in classi di istituti o di Università, mentre il secondo riguarda l’insegnamento e l’apprendimento della lingua di Goethe direttamente in un Paese di lingua tedesca, dunque apprendendo l’idioma non solo in classe, ma anche nel corso della giornata con il contatto diretto con i madrelingua”. A scriverne è Francesca Orsi su “Il Deutsch-Italia”, quotidiano online diretto a Berlino da Alessandro Brogani.

“La prima scuola tedesca per questo tipo fu istituita presso l’Università di Lipsia nel 1956. La necessità derivava dall’elevato numero di Gastarbeiter, i lavoratori ospiti, che arrivarono in Germania durante la seconda metà degli anni ’50 a seguito degli accordi bilaterali stretti con alcuni Paesi, Italia e Turchia in testa. Successivamente, durante il periodo del Muro, ne furono create per i numerosi lavoratori che arrivarono anche nella DDR (soprattutto dall’Asia). Dal 1970 anche l’Università di Heidelberg offrì un corso specifico per gli studenti stranieri. Da allora sono aumentati esponenzialmente: oggi in più di 50 Università in tutta la Germania si può frequentare un corso dove la lingua tedesca può essere studiata come lingua straniera o come seconda lingua.

È sorprendente scoprire che con circa il 18 per cento degli oratori nativi e circa il 14 per cento degli oratori stranieri, il tedesco è la lingua madre più diffusa nell’Unione europea. Perfino prima dell’inglese e, insieme alla francese, è la seconda lingua straniera più popolare.

Secondo l’Eurobarometro, sono in totale 55 milioni le persone nella Ue che parlano tedesco. I corsi di tedesco come lingua straniera sono offerti da molte istituzioni educative pubbliche e private, in patria e all’estero, in particolare presso le Volkshochschulen (le scuole pubbliche per l’insegnamento della lingua) e presso le sedi del “Goethe Institut”. I corsi di lingua in tedesco come seconda lingua vengono generalmente insegnati nell’ambito delle scuole pubbliche.

All’estero il tedesco è molto studiato.

Negli Stati Uniti, per esempio, dopo lo spagnolo e il francese, è la lingua straniera più frequentata nelle scuole. Ben il 38 per cento delle scuole americane offre corsi di tedesco. In Russia l’Associazione Internazionale della Cultura tedesca (Russlanddeutsche) è attiva nel campo della DaF. In Uzbekistan più del 50 per cento dei circa 1milione e 200mila alunni del Paese studia il tedesco. Il record spetta alla Polonia con circa 2miloni e 300mila alunni, seguita ex equo da Gran Bretagna e Russia con 1milione e mezzo ciascuna (dati del 2015).

Attualmente sono 135 le scuole in tutto il mondo dove s’insegna la lingua tedesca, dalla Bulgaria alla Danimarca, dall’Italia alla Romania, passando per la Slovacchia fino al Messico, Cile, o alla Cina.

Si distinguono due diverse tipologie di scuole di tedesco all’estero: quella tedesca propriamente detta e quella bilingue. La differenza è chiara. Nella prima s’insegna solo in tedesco, mentre nella seconda s’insegna tanto nella lingua del posto che in tedesco.

In generale il compito degli insegnanti della DaZ e della DaF è quello di trasmettere non solo la lingua, ma tutti gli aspetti socio-culturali ad essa legati, e lo devono saper fare adattandosi agli alunni che si trovano di fronte. Gli insegnanti devono imparare ad affrontare la diversità degli studenti e trasmettere loro il contenuto. Il che non è sempre facile, come nel caso della lingua turca che non ha articoli. Quindi nel loro corso di preparazione, che in genere dura due anni, devono apprendere anche questa tipologia di problematiche. Le domande per questo tipo d’insegnamento presso l’Università di Lipsia sono attualmente maggiori rispetto alla disponibilità dei posti, ma le prospettive sembrano decisamente migliori ora che la Germania ha accolto un così largo numero di profughi. Studiare le lingue è importante, ma lo è anche saperle insegnare e valorizzare”. (aise 27

 

 

 

Approvato il documento finale dell'indagine conoscitiva sullo stato di diffusione di lingua e cultura italiana nel mondo

 

L'ultimo atto dell'analisi congiunta di Comitato per le questioni degli italiani nel mondo e VII Commissione

 

ROMA – Il Comitato per le questioni degli italiani all'estero e la VII Commissione (Istruzione pubblica, beni culturali) del Senato hanno concluso ieri l'esame del documento conclusivo elaborato in seguito all'indagine conoscitiva sullo stato di diffusione di lingua e cultura italiana nel mondo.  Il documento è stato quindi sottoposto a votazione e approvato all'unanimità dai presenti.

A soffermarsi sul testo è stato in primo luogo Claudio Micheloni, correlatore per il Comitato, che ha segnalato come non siano giunte osservazioni in seguito alla trasmissione dell'elaborato ai presenti e ringraziato tutti i partecipanti all'indagine e alla stesura del documento. Micheloni sottolinea come, pur ritenendo che maggiori proposte operative avrebbero potuto essere indicate, esso contenga “numerosi utili suggerimenti per una azione futura del Parlamento e dei Ministeri competenti a favore della lingua e della cultura italiana nel mondo”.

Per la dichiarazioni di voto, interviene annunciando quello favorevole del Pd Elena Ferrara, che ritiene si sia svolto un lavoro approfondito e intenso e che le proposte espresse siano apprezzabili, elaborate anche attraverso il monitoraggio e i cambiamenti avvenuti sin dalla scorsa legislatura, quando un'analoga analisi era stata avviata. L'auspicio è che i diversi Ministeri coinvolti possano realizzare le iniziative occorrenti, tenuto conto anche degli obiettivi più ampi rispetto alla divulgazione della cultura italiana all'estero. Ferrara in particolare plaude alla proposta di istituire una cabina di regia per mettere a sistema il lavoro delle diverse amministrazioni e reputa utile coinvolgere tutti gli enti interessati affinché possano affrontare, in un'ottica di insieme, le diverse sfide.

Interviene di seguito anche Franco Conte (Ap-Cpe-Ncd), correlatore per la VII Commissione del documento, che annuncia il voto favorevole del suo gruppo. Sottolinea come dall'esame sia emerso un contesto che meritava di essere approfondito e richiama il fatto che negli Stati Uniti, per esempio, l'avvicinamento alla lingua e alla cultura italiana è ritenuto qualificante del proprio stato sociale. Per il correlatore sarebbe dunque stato più opportuno concludere l'esame almeno un anno fa, per poter disporre di un tempo più ampio per l'elaborazione di un'apposita iniziativa legislativa, che avrebbe potuto avere importanti ricadute anche sul turismo culturale.

Per Pietro Liuzzi (Gal, Di, Gs, Ppi, Ri), che si associa alle considerazioni di Conte, il testo rappresenta uno dei più significativi lasciti per la prossima legislatura, a partire dall'elevata qualificazione delle audizioni svolte e dei sopralluoghi compiuti, in un'ottica multidisciplinare. In particolare, ricorda la recente missione svolta in Montenegro, durante la quale ha potuto verificare l'interesse per la lingua italiana, sottolineando poi la distinzione tra esportare cultura ed esportare democrazia e ricordando la forte tradizione mediterranea, la grande vocazione europeista e l'immenso patrimonio di arte e musica che caratterizzano il nostro Paese. Anche il suo gruppo – annuncia – darà voto favorevole al documento.

Michela Montevecchi (M5S), anch'essa correlatrice per la VII Commissione, dichiara il voto favorevole del suo gruppo e precisa come sia preferibile che già in questa legislatura, a partire dalla legge di bilancio, si avviino iniziative per realizzare le proposte contenute nel documento, onde non rendere vano l'approfondimento svolto. Pur non essendo stati dettagliati gli aspetti più operativi, Montevecchi riconosce la bontà dell'approccio generale che contraddistingue il documento e la volontà comune di dar seguito alle previsioni annunciate. Per la senatrice, tuttavia, non si tratta tanto di “esportare cultura” ma “favorire l'incontro interculturale, dal quale infatti possono generare legami solidi”. L'auspicio conclusivo è che il documento rappresenti l'avvio di un percorso che ponga le basi per risolvere alcuni problemi esistenti in materia.

Anche Maria Mussini (Misto), correlatrice per il Comitato, esprime soddisfazione per il lavoro svolto e per il documento prodotto, approfondito e ricco di spunti e volto ad una sistematizzazione dei molteplici strumenti di diffusione della lingua e della cultura italiana nel mondo. Oltre ai temi della lingua e della cultura, si è trattato più specificamente della scuola con l'auspicio – rileva Mussini - di un migliore coordinamento e sinergie tra i sistemi di insegnamento all'estero e nazionale. Tra le diverse proposte innovative sottolinea quella della partecipazione delle Regioni e delle amministrazioni periferiche nella gestione dei numerosi progetti di diffusione della lingua e cultura italiana nel mondo. Dichiara, infine, il voto favorevole della propria parte politica.

Il testo viene quindi posto in votazione e approvato all'unanimità. (Inform 19)

 

 

 

 

I ritardi nelle iscrizioni all’Aire. Tacconi (PD Estero) interroga Alfano

 

ROMA - Anche in vista delle prossime elezioni politiche, aggiornare l’Aire è di fondamentale importanza. Dunque il Ministero degli esteri potrebbe autorizzare l’assunzione di personale interinale per trattare le pratiche in giacenza e recuperare ritardi. Questo, in estrema sintesi, quanto sostenuto da Alessio Tacconi (Pd) in una interrogazione al Ministro degli esteri Alfano.

“Giungono all'interrogante numerose proteste da parte di connazionali che lamentano inefficienze e ritardi nell'erogazione di servizi basilari da parte delle strutture consolari italiane, relativamente, soprattutto, al rilascio dei passaporti, all'iscrizione all'Anagrafe degli italiani residenti all'estero e alle pratiche di cittadinanza”, riporta il deputato nella premessa, precisando subito che “tali disservizi solo raramente sono imputabili a manchevolezze degli uffici, dei loro responsabili e del personale addetto di cui, anzi, si apprezza la professionalità e l'impegno per venire incontro alle esigenze e alle richieste del cittadino; molto spesso, ad onor del vero, sono gli stessi operatori consolari le prime vittime di una situazione che negli ultimi anni ha visto un aumento esponenziale delle richieste di servizi a fronte di una diminuzione delle risorse”.

“Da una parte, - rileva Tacconi, eletto in Europa – la chiusura di alcune sedi all'estero ha riversato sulle sedi riceventi i compiti delle sedi soppresse, dall'altra l'aumento vertiginoso delle nuove mobilità, testimoniato anche nel recente rapporto della Fondazione Migrantes, si sono tradotti non tanto, forse, in una contrazione dei servizi, quanto piuttosto in una lievitazione dei tempi di erogazione e in un peggioramento complessivo delle condizioni di lavoro degli addetti; a fronte, infatti, dei nuovi carichi di lavoro, non si è assistito ad un congruo adeguamento degli organici, anzi molto spesso se ne è registrata una diminuzione, riflesso diretto sia del mancato ricambio di personale andato in pensione, ormai bloccato da troppi anni, sia, in genere, delle misure di revisione della spesa; le lacune negli organici del personale sia di ruolo che a contratto rischiano di procurare un generale collasso del sistema che non potrà più rispondere con efficacia alle crescenti aspettative non solo del privato cittadino, ma anche delle istituzioni e del sistema produttivo che nelle rappresentanze diplomatico-consolari cerca sostegno per la penetrazione nei mercati esteri”.

“Una delle criticità che viene segnalata con maggiore frequenza, non senza qualche ironia se si considera l'insistenza con cui, giustamente, si incoraggia l'adesione alla relativa normativa, - rileva Tacconi – riguarda l'iscrizione all'Anagrafe degli italiani residenti all'estero la cui legge istitutiva, la n. 470 del 27 ottobre 1988, all'articolo 6, comma 7, prevede che la documentazione relativa all'iscrizione sia “trasmessa entro centottanta giorni dall'ufficio consolare al Ministero dell'interno per le registrazioni di competenza e per le successive, immediate comunicazioni al comune italiano competente”; senza entrare nel merito, in questa sede, sulla necessità di rivedere l'attuale normativa anche alla luce di un suo necessario snellimento che le moderne tecnologie dovrebbero rendere possibile ed auspicabile, preme segnalare la necessità di smaltire gli arretrati giacenti presso i competenti uffici consolari anche in vista della prossima tornata elettorale alla quale, come noto, sono chiamati a votare per corrispondenza gli italiani residenti all'estero ed iscritti all'Anagrafe degli italiani residenti all'estero, e dalla quale sarebbero pertanto esclusi gli italiani la cui iscrizione all'Anagrafe degli italiani residenti all'estero non sia nel frattempo perfezionata”.

Tacconi, dunque, chiede ad Alfano “se non ritenga di assumere iniziative per autorizzare urgentemente gli uffici consolari che registrano arretrati nella trattazione di pratiche di anagrafe ad assumere personale interinale da adibire al relativo aggiornamento, in vista delle prossime elezioni politiche e, nel contempo, per colmare le lacune negli organici sia del personale di ruolo che a contratto, in maniera da rendere strutturali il miglioramento e l'efficacia dei servizi richiesti alla rete diplomatico-consolare italiana, accantonando definitivamente interventi dettati dall'emergenza”. (aise 27

 

 

 

Il cinema e l’Italia attraverso proiezioni e seminari in giro per il mondo

 

ROMA – “E’ stata una felice intuizione quella del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale di promuovere annualmente e per una settimana intera la lingua e la cultura italiana nel mondo”. Così il segretario generale del CGIE Michele Schiavone in occasione della XVII edizione della Settimana della Lingua Italiana nel Mondo apertasi oggi e dedicata  a ‘L’Italiano al cinema, l’italiano nel cinema’.

“Quest’idea – prosegue Schiavone -  tiene insieme diversi aspetti caratteristici del nostro paese, tra questi l’enorme e continuo richiamo all’arte, ai beni culturali, al tesoro espresso dal modo di “vivere all’italiana” attraverso i capolavori distintivi di cui è ricca l’Italia. Il tutto viene veicolato dalla lingua, che ogni anno si esprime e si ripropone attraverso temi specifici e incontra sia gli italofoni in giro per il mondo, sia gli estimatori del “vivere all’italiana”. Gran merito della positiva risposta alla promozione della rete del MAECI sono le innumerevoli iniziative promosse da soggetti italiani presenti nei vari continenti, quali:  i Comites, le Camere di commercio, gli Istituti di cultura, le Scuole statali e parastatali, gli Enti gestori e l’ampio mondo delle Associazioni, che costituiscono gli efficaci strumenti di quell’inestimabile rete di interessi che lega la penisola all’italianità diffusa.

Da qui – continua  Schiavone -  il successo delle settimane della lingua italiana nel mondo, giunte alla XVII edizione. Un’idea di successo che fa agio alla promozione economica e culturale con grandi revenue per il paese in termini di immagine, di conoscenza e di ritorni economici su ampia scala.  Al tema annuale indicato dal MAECI si aggiungono la genialità e il concorso delle diverse proposte territoriali, ricettive alle indicazioni di fondo, che fanno da corollario all’esposizione mediatica della settimana di promozione della lingua italiana nel mondo.

Quest’anno, durante la settimana, è di scena il cinema italiano attraverso il quale l’Italia può presentarsi al mondo con retrospettive di narrativa, documentari, film di artisti, registi che hanno fatto conoscere le virtù, i costumi, le tradizioni e la sua storia. L’audiovisivo e le riprese cinematografiche  sono lo strumento efficace per trasmettere l’essenza della storia, ma anche per veicolare sogni e conoscenza di milioni di persone, che attraverso le immagini, i suoni e le musiche si immedesimano e vivono negli spettacoli o nei documentari, tesi a riprodurre sullo schermo, sensazioni, stati d’animo, emozioni e storie.

I film e la produzione cinematografica rappresentano un settore vitale dell’economia e della cultura, ed hanno nei cineasti, nei registi e negli artisti italiani dei protagonisti di rilevanza mondiale tant’è che gli appuntamenti annuali dei festival del cinema di Venezia, di Roma e di altri festival settoriali fanno da richiamo per gli amanti della celluloide, proiettando l’Italia nella sfera dei grandi eventi di richiamo a livello mondiale. Questa forma d’arte spettacolare quest’anno ha come cassa di risonanza le nostre comunità all’estero, capaci di farsi portatrici della bellezza italiana attraverso il cinema e, grazie al cinema, esprimere storie antiche e moderne di luoghi, di persone e di vita impareggiabili per creatività e voglia di vivere” , conclude il segretario generale del CGIE. (Inform 16) 

 

 

 

 

 

Brexit, Trump, M5S. Democrazia eterodiretta e ricerca d’una classe dirigente

 

Dal 23 settembre, da circa un mese, è ufficiale il nome del candidato premier che guiderà il Movimento 5 Stelle alle prossime elezioni politiche: il ‘campione’, Luigi Di Maio , è stato designato con  una votazione online che ha coinvolto circa il 20% degli iscritti. Meno di 40.000 persone hanno eletto, tramite una piattaforma privata, il leader del partito che si è affermato sulla scena politica italiana in nome della democrazia diretta e della lotta all’opacità istituzionale; e che si fa vanto di un tasso di partecipazione popolare di gran lunga superiore ai partiti tradizionali come il Partito Democratico (Pd), il principale partito di governo, che alle primarie del maggio 2017 (svoltesi presso seggi elettorali e con contributo obbligatorio di due euro) ha registrato quasi due milioni di votanti.

La contraddizione è lampante ma non stupefacente. La campagna referendaria per la permanenza della Gran Bretagna nell’Unione europea, dove le frange più conservatrici del mondo politico e imprenditoriale britannico hanno convogliato il disagio socio-economico delle fasce più deboli della popolazione verso quella che si va sempre più concretizzando come una svolta iperliberista, e le elezioni presidenziali Usa, in cui un controverso miliardario erede di uno dei più noti immobiliaristi di New York si è affermato sulla rivale democratica ergendosi a paladino dei populares e dichiarando guerra all’establishment, sono eloquenti affreschi dell’ampiezza e della profondità del fenomeno che potremmo chiamare ‘democrazia eterodiretta‘.

Per comprenderne la natura, però, non è necessario elaborare nessun nuovo modello. E’ sufficiente riprendere in mano quello classico.

La politica della rabbia e l’aumento scontato del tasso di demagogia

Come osserva l’economista Dani Rodrik, sin dalla fine degli Anni Novanta non era difficile prevedere un aumento del tasso di demagogia sulla scena politica occidentale: l’unico aspetto sconcertante è lo stupore che ha suscitato in larga parte della classe dirigente. L’ondata di globalizzazione ha ampliato drammaticamente i già pericolosi squilibri che si andavano delineando nelle economie più avanzate sin dagli Anni Settanta, replicando uno schema già manifestatosi all’avvento delle ondate precedenti.

Agli albori del Gold Standard, all’inizio del XX Secolo, le forze politiche tradizionali si spesero così alacremente in campo internazionale e sovranazionale, si appiattirono così acriticamente sulla prospettiva del progresso a ogni costo propugnata dai grandi attori economici, da trascurare quasi del tutto i capisaldi del paradigma che assicurava l’armonia sociale all’interno delle proprie Nazioni: le politiche redistributive e la tutela delle guarentigie costituzionali garantite dalla cittadinanza.

L’errore strategico risultò fatale alla classe dirigente liberale di inizio secolo e mise a disposizione dell’ideologia comunista e di quella fascista terreno fertile in cui proliferare. A circa un secolo di distanza la dinamica si ripete.

Le principali forze politiche, tacciate sprezzantemente dai populares di globalismo, hanno chiuso gli occhi per oltre vent’anni sull’aumento delle disuguaglianze economiche e dell’emarginazione sociale, sulla crescente difficoltà degli ordinamenti costituzionali nazionali a tutelare i diritti e le libertà di tutti i cittadini, confidando nella capacità dei grandi conglomerati multinazionali di accelerare la corsa verso un non meglio precisato futuro in cui equità e progresso procederanno di pari passo.

Mentre i colossi dell’high tech si preparano all’era delle macchine intelligenti e alla corsa allo spazio, mentre l’industria farmaceutica mette a segno i primi grandi successi nella lotta al cancro e la biotecnologia si protende verso dimensioni fantascientifiche, decine di milioni di persone continuano a lottare nelle opulente democrazie occidentali per l’accesso ai servizi essenziali o a cure mediche specialistiche, per un reddito dignitoso o per il riconoscimento di diritti fondamentali.

Come un secolo fa, la classe dirigente dimentica il potere di persuasione che i bisogni materiali sono in grado di esercitare sugli esseri umani, mettendo ancora una volta a repentaglio il fragile equilibrio su cui si reggono le grandi democrazie occidentali sin dagli albori della società di massa, in nome di un pragmatismo ingenuo e utopico.

Dalla rivoluzione a un’élite, la prova del nove della classe dirigente

Una volta chiarita la natura dell’onda che monta non è difficile spiegarne le idiosincrasie. Il nuovo populismo si nutre dell’inerzia dell’attuale classe politica, trae vigore dalla crisi delle identità nazionali e dall’aumento delle diseguaglianze, indirizza l’insicurezza e l’inquietudine sociale verso un bersaglio chiaro e alla portata di tutti. Tuttavia, ogni proposta di cambiamento radicale dell’ordine sociopolitico si qualifica nel momento in cui viene chiamata a esprimere un’élite, una classe dirigente.

Se riesce a esprimerla, si trasforma in una rivoluzione e, seppur sconfitta, lascerà il segno nella Storia della comunità che investe. Se non ci riesce, rimane una jacquerie e andrà incontro a un’inevitabile disfatta che non lascerà alcuna traccia nella memoria collettiva.

La natura post-ideologica e post-politica del populismo 2.0, la retorica violenta e divisiva dei suoi leader, la vacua intransigenza dei suoi programmi di governo impediscono la formazione di una classe dirigente interna e ostacolano l’assimilazione di una classe dirigente esterna. Di conseguenza, nel corso della loro scalata al potere le forze politiche populiste sono costrette a cooptare élites di cui non condividono il sistema valoriale e gli obiettivi finali, sulla sola base di comuni interessi contingenti.

Il confronto tra le élites e la base elettorale, che nei partiti tradizionali avviene in larga parte pubblicamente, nei partiti populisti avviene perciò prevalentemente dietro le quinte, senza nessuna trasparenza e con reciproca diffidenza. Ciascuno dei contraenti vede nelle altre parti un taxi con cui raggiungere i propri scopi, piuttosto che alleati con cui vincere una serie di battaglie.

La composizione dell’Amministrazione Trump è un eloquente affresco di questa dinamica.

E anche i partiti populisti europei, che ancora conservano la purezza originaria in ragione degli insuccessi elettorali, al progredire delle responsabilità di governo non potranno fare altrimenti. Enrico Mariutti, AffInt 23

 

 

 

 

La Catalogna dichiara l'indipendenza

 

Il parlamento di Barcellona ha approvato la dichiarazione d'indipendenza della Catalogna con 70 voti a favore, 10 contrari e 2 schede bianche. I deputati indipendentisti hanno salutato il risultato cantando in piedi l'inno Les Segadores, mentre in piazza è esplosa la festa. I partiti unionisti avevano lasciato l'aula prima del voto.

La dichiarazione, approvata con voto segreto, annuncia la costituzione della "repubblica catalana come stato indipendente e sovrano" e invita il governo di Barcellona a "emettere tutte le risoluzioni necessarie per l'implementazione della legge di transizione giuridica e fondamento della Repubblica".

Fra le misure, figurano provvedimenti per istituire la nazionalità catalana, la promozione del riconoscimento internazionale, la creazione di una Banca della Catalogna, l'integrazione dei funzionari spagnoli nella nuova amministrazione indipendente, provvedimenti per l'esercizio dell'autorità fiscale, la messa a punto di una lista dei beni dello stato spagnolo presenti in Catalogna per una effettiva successione nella proprietà. Sono previsti anche un negoziato con Madrid e la firma di trattati internazionali.

Nel segreto dell'urna, non tutto è andato esattamente come previsto: i deputati dei partiti indipendentisti - l'alleanza Junts pel Sì e il Cup - sono 72, ma i voti favorevoli sono stati 70. Erano presenti in aula, ma hanno votato contro i deputati di Catalunya si que es Pot, il raggruppamento della sindaca di Barcellona Ada Colau, di cui fa parte Podemos.

Intanto, però, il Senato spagnolo ha approvato a grande maggioranza il ricorso all'articolo 155 in Catalogna. E' la prima volta che una simile misura viene approvata in Spagna. Vi sono stati 214 voti a favore, 47 contrari e una astensione. Il provvedimento è stato approvato dal Partito Popolare al governo, dai Socialisti e Ciudadanos. Hanno votato contro Unidos Podemos, il partito nazionalista basco e le due formazioni secessioniste catalane: Erc e PDeCat.

I membri del governo si sono immediatamente diretti alla Moncloa per celebrare il consueto consiglio dei ministri del venerdì, cui seguirà alle 18.00 un consiglio dei ministri straordinario per attivare immediatamente il ricorso all'articolo 155 e commissariare l'amministrazione locale della Catalogna.

RAJOY - Nel suo intervento di questa mattina al Senato di Madrid, Rajoy aveva chiesto la destituzione del presidente della Generalitat della Catalogna Carles Puigdemont, del suo vice e dei consiglieri del governo regionale. "Lui, solo lui" è l'unico responsabile di quanto sta avvenendo secondo Rajoy. "Un governante non deve trattare così la gente e ci sono tematiche con le quali non si può giocare. Un governo non può assistere imperterrito ad un avvenimento quale questo. La cosa certa è che il presidente non ha risposto. Ed è stato questo che ci ha portati qui".

"Ciò da cui i catalani devono essere protetti - aveva detto - non è l'imperialismo spagnolo ma una minoranza che, in modo intollerante, vuole sottomettere chiunque al giogo della sua dottrina secessionista". "Celebrare elezioni urgenti è una saggia decisione", aveva dichiarato ancora Rajoy, spiegando che il suo obiettivo è quello di convocare consultazioni entro sei mesi. "Ora non c'è più via di uscita rispetto alla chiamata alle urne", ha aggiunto il premier. Adnkronos 27

 

 

 

 

Angelino Alfano: “Mediterraneo, il confine che unisce

 

Caro direttore,

esistono confini che uniscono e confini che dividono: il Mediterraneo è uno di quelli che unisce. Lo ribadirò domani a Palermo, in occasione della presentazione di “Italia, Culture, Mediterraneo”, il programma culturale che la Farnesina, attraverso la sua rete di Ambasciate, Consolati e Istituti di Cultura, realizzerà nel corso del 2018 nei Paesi del Medio Oriente, del Nord Africa e del Golfo, coinvolgendo l’area che va dal Marocco all’Iran.

Nei prossimi due giorni Palermo ospiterà la Conferenza Mediterranea dell’OSCE, la più grande organizzazione di sicurezza regionale al mondo. E’ da qui che il nostro Paese intende porre le basi per un rafforzamento del dialogo con i partner della sponda Sud del Mediterraneo. Palermo, storico crocevia di civiltà diverse, sarà nel 2018 la Capitale italiana della cultura. È proprio da qui che l’Italia intende associare alla riflessione sulla sicurezza quella sulla cultura. Le sfide comuni che affrontiamo, dalla lotta al terrorismo alla crisi migratoria, non possono prescindere dalla logica di ascolto e rispetto reciproco che solo la cultura è in grado di promuovere.

Nel Mediterraneo si gioca il futuro del mondo: il nostro Paese continua a fare molto per sensibilizzare la comunità internazionale in questa direzione. Il 60% della popolazione nell’area del Medio Oriente e del Nord Africa ha un’età inferiore ai 25 anni. Lo sviluppo della vocazione mediterranea dell’Italia non può prescindere dal coinvolgimento dei settori più dinamici – e spesso marginalizzati – delle società di questi Paesi. Investire in formazione e cultura è una delle strade che intendiamo perseguire. Questa è l’essenza del programma “Italia, Culture, Mediterraneo”.

Per questo stiamo delineando un palinsesto che comprende centinaia di iniziative da realizzare nel corso del 2018. Il Programma sarà frutto di un lavoro sinergico tra la Farnesina e alcune delle eccellenze del mondo culturale, artistico e scientifico italiano. Insieme abbiamo ideato progetti che coniugano tradizione e innovazione, storia e contemporaneità, in un’ottica di scambio e co-creazione con i partner locali. Oltre 500 le iniziative programmate, che abbracciano tutte le forme della nostra cultura, dalla lingua all’arte, dal cinema alla musica, dall’editoria al design passando dalla moda e dalla cucina. E poi ancora: scienze, tecnologie, archeologia, blue economy e sostenibilità.

Anche le nostre Rassegne annuali rivolgeranno un’attenzione particolare al Mediterraneo: la Giornata del design, la Settimana della cucina e quella della lingua italiana, la Giornata del Contemporaneo, vedranno un programma rafforzato nei Paesi dell’area e costituiranno strumenti fondamentali per costruire ponti di idee e valori.

Il nostro auspicio è che il Programma “Italia, Culture, Mediterraneo” possa contribuire alla nascita di una “ identità mediterranea”, per usare le parole di Abraham Yehoshua, che proprio in Sicilia trova importanti punti di riferimento per la costruzione di una comunità ideale e valoriale. Una comunità fatta di giovani, che investe sul futuro per combattere ogni forma di estremismo. In una fase storica di identità nazionali che sembrano chiudersi anziché aprirsi verso l’esterno, è necessario far leva su queste forze per mettere in circolo energie, idee e creatività. La nostra diplomazia utilizzerà la cultura quale leva per affrontare la sfida delle persone e dei diritti. Nel 2018, lo farà a partire dal Mediterraneo, con la consapevolezza che proprio da qui dipenderà il futuro dell’Italia e dell’Europa. Angelino Alfano, Ministro degli Esteri, LS 22

 

 

 

 

Veneto e Lombardia dopo il referendum

 

Vi ha partecipato quasi il 60% dei cittadini autorizzando così le due Regioni a chiedere al Governo più autonomia su risorse e competenze

 

  Con il 98% nel Veneto ed il 95% in Lombardia (dove debuttava per la prima volta il voto elettronico), il 22 ottobre scorso i cittadini hanno dato ai loro Presidenti regionali il potere di trattare con il Governo, il quale da parte sua afferma di essere pronto a discutere sulle 23 materie in questione. Il che, per i leghisti Maroni e Zaia, rappresenta “per il centrodestra una battaglia culturale vinta che riapre la battaglia per l'autonomia, da declinare per le politiche. Passa il concetto che una Regione virtuosa, che amministra in modo efficiente, ha diritto di chiedere più competenze. Ora si deve aprire subito un tavolo col Governo per rivendicare più competenze su scuole, beni culturali, e servizi. E per il residuo fiscale”.

  In effetti ai due Presidenti è ora consentito iniziare a discutere con il Consiglio dei Ministri su soldi e poteri, per ottenere l’autonomia di entrate e di spese finora non avuta a dispetto di quanto asserito nel titolo V della Costituzione che la riconosce a Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni. Il che significa anche meno potere della Capitale. Battaglia non facile, salvo limitarsi a domandare maggiori competenze per esempio sulla gestione delle scuole. Come avvenuto, 4 giorni prima del referendum, avendo il Governo dato, alle Regioni amministrate dalla sinistra, maggiori autorità scolastiche. Evidente l’obiettivo di mostrare l’inutilità del referendum.

  Il risultato della consultazione crea problemi al Governo, costretto ad adeguarsi alle autonomie, ma anche ai Presidenti di Lombardia e Veneto, che dovranno affrontare due difficoltà: la mancanza, a Roma, di una maggioranza disposta a riconoscere a Lombardi e Veneti la facoltà di gestirsi da soli, nonché le ragioni che spingerebbero i Parlamentari delle altre Regioni a favorire l'autonomia. Senza contare ciò che ne consegue, cioè la permanenza, sia pure solo in parte, delle entrate pecuniarie sul territorio regionale, facendo così aumentare l'ostilità di deputati e senatori, a causa della situazione pietosa dei conti pubblici. Ed il malumore delle Regioni che godono di assistenzialismo.

  Il che ha spinto molti a paragonare l'autonomia lombardo-veneta alle contemporanee rivolte della Catalogna tendente a separarsi dalla Spagna. Giudizio sbagliato perché l’autogestione non contrasta con l'unità e la solidarietà nazionale, tende solamente a ridurre in sede regionale l’eccessivo assistenzialismo ed il peso delle tasse. Scopi non condivisi da chi, a sinistra, ha cercato di boicottare il voto.

  Maroni, governatore della Lombardia, la Regione più attiva, produttiva e dinamica della Penisola, intende discutere subito con il Governo onde vedersi riconoscere “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse”. Alle quali il leghista Zaia vorrebbe aggiungere la richiesta di dichiarare costituzionalmente il Veneto “Regione a Statuto speciale”. Obiettivo non condiviso da Maroni che intende domandare all’Esecutivo solo il riconoscimento dello “status di regione speciale", per "ottenere più soldi con i meccanismi del residuo fiscale, il tutto nel quadro dell'unità nazionale".

  Cioè, ottenere che il 90% delle imposte locali restino alle Amministrazioni regionali che ora versano al Governo più di 70 miliardi (53,9 la Lombardia e 18,2 il Veneto), onde imporre meno tasse, avere scuole migliori e disporre di più risorse per ambiente e beni culturali. Richiesta che, se accettata, comporterebbe “una botta tremenda per lo Stato”. Questo non impedisce a Maroni e Zaia di chiedere un incontro con i Ministri che probabilmente avrà luogo prima della fine dell’anno.

  Le conseguenze del referendum perciò sono ancora molto incerte, data la scarsa simpatia della Sinistra per il Nord ove registra quasi sempre sconfitte elettorali. Il che ha spinto il sindaco milanese, Giuseppe Sala, a non votare, come suggerito dal bergamasco Ministro Maurizio Martina, che ha invitato i Lombardi ad astenersi dal voto in quanto, per il referendum, si “è sprecato tempo e denaro per un quesito inutile”. Dello stesso parere il “padre del Pd”, Romano Prodi, che lo aveva definito un’astuzia dei due governatori leghisti per “ottenere più visibilità politica”, ed espressione dell'egoismo nordico in quanto “l'autonomia dei ricchi mette a rischio l'unità” della Penisola. Anche l'ex direttore dell'Unità, ora senatore dell'Ulivo, Furio Colombo, è convinto che “Lombardia e Veneto, tra le più ricche regioni del mondo, hanno indetto un referendum-imbroglio costruito come propaganda per le prossime elezioni. Vogliono dichiarare pubblicamente che non vogliono contribuire in alcun modo alle condizioni economiche di vita del loro Paese”. Resta da augurarsi che il Governo sappia trovare una giusta soluzione.

  Egidio Todeschini, de.it.press

 

 

 

 

Governo in forse

 

L’Esecutivo sembra non  rispettare più la posizione con la quale aveva intrapreso il dopo Renzi. Il PD, terminato il suo dibattito interno, più formale che sostanziale, s’è ricompattato. Del resto, in politica non sempre ciò che appare è come sembrerebbe. Anche in questa Terza Repubblica la sensazione non cambia.

 

 Ciò in considerazione che le radici dei nostri politici, nella maggioranza, sono tutte originate dalla Seconda, se non Prima, Repubblica. Insomma, il “nuovo” non è, certamente, individuato nelle mosse di Gentiloni. E’sull’attuale maggioranza, però, che si appunta la nostra attenzione. L’alleanza di Governo non appare molto coesa. Del resto, non lo è mai stata. Se la Sinistra ha “tenuto” il Centro assai meno. C’è, infatti, da rammentare che il Nuovo Centro Destra (NCD), nato dalla scissione del PDL (ora FI), non è nelle condizioni di garantire margini duraturi a un Governo che ne avrebbe bisogno. L’attuale Esecutivo ha dato tutto quello che poteva; ma la maggioranza è un pluripartito atipico ed è meglio non dimenticarlo.

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 Per ora, cenni di ripresa economica ce ne sono stati pochi. Certo è che non si può basare l’equilibrio socio/economico di un Paese sulla”sensazione”. Come già abbiamo scritto, mancano statisti di rango. I politici nostrani sono tutt’altra cosa.

 Non è concepibile, per il nostro bene, fare ammasso. Meglio, di conseguenza, attendere gli eventi che daranno i loro segnali entro l’anno prossimo. Se il nostro Primo Ministro sarà in grado di uscire dal “ginepraio” di una politica di parcheggio potrà sperare di restare al suo posto, sino alle elezioni politiche del 2018. Anche se l’Esecutivo è in forse, i suoi progetti ci sono sempre. Sarà nostra premura fornire ai Lettori gli eventuali aggiornamenti. Entro la prossima primavera, con la nuova legge elettorale, avremo il Potere Legislativo e l’Esecutivo che ci meriteremo. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

4 novembre, Festa delle Forze Armate, “Giorno dell’Unità Nazionale”

 

ROMA - Anche quest’anno l’Italia si appresta a celebrare – in patria e all’estero – la ricorrenza del 4 novembre per ricordare il “Giorno dell’Unità Nazionale” e “Giornata delle Forze armate”.

Per l’occasione tutti i Palazzi del Ministero della Difesa, delle Forze armate e dei Comandi Generali dell’Arma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, nonché degli Enti e delle Società già interessate per la celebrazione del 2 giugno, Festa della Repubblica, saranno coperti dal Tricolore.

Su Palazzo Venezia saranno esposti il Tricolore e gli stemmi araldici delle Forze armate, della Guardia di Finanza mentre sul palazzo delle Assicurazioni Generali, sempre a Piazza Venezia, saranno esposti due vessilli tricolore.

Cuore della cerimonia, la deposizione di una corona d’alloro al Sacello del Milite Ignoto all’Altare della Patria da parte del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, accompagnato dal Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, dal Ministro Roberta Pinotti, dalle più alte cariche dello Stato e dal Capo di Stato maggiore della Difesa Generale Claudio Graziano. Un momento solenne che sarà caratterizzato da numerosi elementi di novità rispetto agli anni precedenti.

Agli uomini e le donne in uniforme che punteggeranno il percorso dal Quirinale all’Altare della Patria, in Piazza Venezia si aggiungerà infatti un numero ingente di militari, circa 3000, di tutte le Forze armate e della Guardia di Finanza, con Banda interforze, alla presenza delle rispettive Bandiere di Guerra/d’Arma. Presenti anche reparti a cavallo e una nutrita rappresentanza di allievi delle varie accademie e scuole militari in cima alla Scalea dell’Altare della Patria.

Ulteriore novità, il sorvolo di Piazza Venezia da parte di 5 elicotteri con colori d’Istituto.

Ci sarà il tradizionale passaggio della Frecce Tricolori che coloreranno di verde, bianco e rosso i cieli di Roma.

In Piazza Venezia il Presidente Mattarella conferirà inoltre l’Ordine Militare D’Italia (OMI) alle bandiere del 6° Reggimento Bersaglieri e del 7° Reggimento Aviazione dell’Esercito “Vega”.

Agli eventi che caratterizzeranno il 4 novembre a Roma se ne aggiungeranno tanti altri in tutto il Paese e all’estero, grazie alla organizzazione curata dalla rete diplomatico-consolare.

Tante le iniziative organizzate per celebrare la giornata che segnò la fine di quella che allora venne definita la “Grande Guerra”, per ricordare la data in cui andò a compimento il processo di unificazione nazionale che, iniziato in epoca risorgimentale, aveva portato alla proclamazione del Regno d’Italia il 17 marzo 1861.

Fu proprio durante la Prima Guerra Mondiale che gli italiani si trovarono per la prima volta fianco a fianco, legati indissolubilmente l’un l’altro sotto la stessa bandiera nella prima drammatica esperienza collettiva che si verificava dopo la proclamazione del Regno. Con il Regio decreto n.1354 del 23 ottobre 1922, il 4 Novembre fu dichiarato Festa nazionale.

Per onorare i sacrifici dei soldati caduti a difesa della Patria il 4 novembre 1921 ebbe luogo la tumulazione del “Milite Ignoto”, nel Sacello dell’Altare della Patria a Roma. (aise)

 

 

 

 

Con Rosatellum confermato il voto per gli italiani temporaneamente all’estero

 

“Il voto per corrispondenza per gli italiani temporanemente all‘estero rimane. Anche con il Rosatellum. Abbiamo infatti scongiurato il tentativo dei Cinque stelle di sostituire il voto per corrispondenza con l`obbligo di voto presso i seggi. Metodo che di fatto ne avrebbe decretato la morte, a causa della minima partecipazione degli aventi diritto”. È quanto afferma in una nota l’on. Laura Garavini, della Presidenza del PD alla Camera, intervenendo ai lavori della Continentale europea del Cgie, tenuta a Bruxelles nei giorni 20-21 ottobre 2017

“E’ merito del PD – continua - avere recepito le richieste dei ragazzi Erasmus e avere introdotto questa norma per garantire il diritto di voto anche a chi è temporaneamente all’estero”.

In base a quanto approvato alla Camera nella Proposta di legge Rosatellum, i cittadini non iscritti all’AIRE che si trovano all’estero per motivi di lavoro, studio o cure mediche per un periodo di almeno tre mesi nel quale ricada la data di elezioni, nonché i loro familiari conviventi, per potere votare fuori dall’Italia devono fare pervenire al proprio Comune di residenza entro il trentaduesimo giorno precedente la data delle elezioni una richiesta in cui dichiarano di volere optare per il voto all’estero. L’opzione deve essere redatta su carta libera, sottoscritta dall'elettore e corredata di copia di valido documento di identità.  

La richiesta deve contenere l'indirizzo postale al quale inviare il plico elettorale e una dichiarazione attestante il possesso dei requisiti (non iscrizione all’AIRE, almeno tre mesi di residenza temporanea all’estero per motivi di lavoro studio o cure mediche). L’opzione è revocabile entro il medesimo termine (32 giorni prima della data delle elezioni) ed è valida per un'unica consultazione elettorale. De.it.press 20

 

 

 

Testimonianze. Lettera di un italiano in Svizzera

 

       Sono un italiano: fin qui, nessuna colpa.

       Appartengono alla “classe 1984”: nemmeno questa una colpa. Una “sfiga” forse si: quella di appartenere ad una generazione di mezzo, quella generazione “Y” nata a cavallo tra gli anni ’80 e ‘90: né “figli dei fiori” (per lo più “figli di papà” in lotta per superbi ideali, almeno finché non entrati in banca o ottenuto un posto fisso); né figli della globalizzazione (svezzati a pane e smartphone e quanto mai “cittadini del mondo”). Una generazione “ibrida” cresciuta in un mondo jurassico ormai estinto, dopato da un benessere diffuso e indottrinato dal mito della crescita felice.

       “Studia e farai strada”, dicevano in tanti; “una laurea in Legge è meglio di un’assicurazione sulla vita”, aggiungevano altri. Ed eccomi qui, a 33 anni, crocifisso dal mercato del lavoro, con una Laurea (cum Laude) in tasca e tanti sogni in un cassetto che non si aprirà mai… Il miraggio resta sempre lo stesso: né la fama, né il successo, né la ricchezza, nemmeno il famigerato “posto fisso”… Semplicemente un lavoro, un dignitosissimo lavoro, che consenta finalmente di esclamare: “ce l’ho fatta!”.

       Una doverosa puntualizzazione -per tutti i tastieristi seriali pronti a sparare giudizi come sentenze-: non datemi del “choosy” o “kippers” o “neet”, per favore! In primis, perché odio l’esterofilia imperante: quantomeno usiate un epiteto nostrano (“sfaticato”, “fannullone”…); in secundis, poiché non mi sono di certo adagiato sugli allori. La laurea è stata un traguardo raggiunto dopo anni di fuori corso, ma al costo di mantenersi a tutti i costi da solo, alternando lavoretti in nero e tirocini “aggratis” (anzi, a proprie spese): per definire al meglio la mia posizione, conierei il neologismo di “diversamente occupato”!

       Dimenticavo: oltre ad esser figlio degli anni ’80, sono un figlio del Sud: la medaglia al petto di “sfigato”, dunque, me la sono meritatamente conquistata! Cosa vuol dire, per un giovane -non raccomandato e senza un’impresa di famiglia alle spalle- cercare lavoro al Sud? Il più delle volte, un gioco al lotto: con la differenza, in questo caso, di giocare sulla propria pelle!

       Arrivati al primo bivio della propria vita (i trent’anni), così, è facile voltarsi indietro ed accorgersi di aver sprecato i propri anni migliori tra cumuli di libri e lavoretti eternamente precari, temporanei, a scadenza… Il prezzo necessario da pagare per non essere scavalcati da chi gioca al rialzo nella disperazione!

       Si superano i trent’anni, poi, e si scopre d’improvviso di esser troppo presto invecchiati per il mondo del lavoro: bonus a go-go per l’assunzione di under-29, con buona pace per chi non è né tanto giovane né tanto vecchio!

       Allora ci si ributta nuovamente a capofitto negli studi, preparandosi per un concorso pubblico. Peccato che, eliminati tutti quelli per i quali vige il solito dolente limite d’età, di corposi ne restano ben pochi. E quando per mesi ti prepari per uno dei pochi concorsi a cui aspirare (si veda quello per Assistenti Giudiziari), ti ritrovi a tirare le somme con altri 300 mila candidati per poche centinaia di posti!

       Giunge inesorabile, così, il momento di pensare alla fuga, a scappare all’estero! Quale meta migliore della vicinissima Svizzera (e dell’italianissimo Canton Ticino)? Ripensi ai tanti che ce l’hanno fatta, trovando la loro fortuna tra la Svizzera, il Belgio e la Germania, e molli tutto -gli affetti e le amicizie di una vita- per partire, pronto a sfidare la sorte per un tozzo di pane.

       Passano i mesi, e ti rendi però conto che il Paradiso non è di questa Terra… Cerchi un lavoro attinente ai tuoi studi? Ben presto ti accorgi che qui la tua laurea è fondamentalmente “carta straccia”! Cerchi un qualsiasi lavoro, pur umilissimo, che ti permetta di vivere dignitosamente? Nella migliore delle ipotesi, qualora non si richieda il Tedesco Madrelingua (un’oscenità per qualsiasi italiano medio!), o uno dei tanti attestati federali immaginabili (anche per un posto di lavapiatti!) o un permesso di soggiorno (un miraggio senza prima un contratto in mano…), ti rispondono: “ma lei è sprecato per questa posizione…”.

       Col morale a terra, continui ancora a cercare la tua strada, tra cartelloni pubblicitari che raffigurano gli italiani come “ratti” e, un po’ ovunque, giornali che sfoggiano titoli a tutta pagina del tipo “Costretti ad emigrare!” (riferiti, stavolta, ai Ticinesi, a causa dell’immigrazione italiana).

       Sconfortato, sull’orlo di una crisi di nervi, chiudi gli occhi, e ti accorgi di vivere con un pugno di mosche in mano… ma un tesoro inestimabile attorno: la tua Famiglia, gli affetti più cari, sempre al tuo fianco, comunque pronti a sorreggerti. Ed è in questi momenti che un dilemma, come una preghiera, ti scuote brutalmente la coscienza: si può certamente vivere “per” la Famiglia; ma fin quando si può sopravvivere “di” Famiglia? Gaspare  G.S., Svizzera

      

 

 

 

Alfano: “Un Erasmus mediterraneo. Integrare la sponda Sud essenziale per la sicurezza

 

Un «Erasmus del Mediterraneo» che crei le condizioni per una maggiore integrazione culturale tra i Paesi che si affacciano sul Mare Nostrum. Lo annuncia il ministro degli Esteri Angelino Alfano, che oggi apre a Palermo la prima Conferenza dell' Osce, insieme ai Paesi del Nord Africa, interamente dedicata al problema dei migranti e della loro integrazione. «È il primo atto effettivo della presidenza italiana dell' Osce spiega il titolare della Farnesina e l'abbiamo voluta in un luogo nel quale hanno convissuto culture diverse, dimostrando che è possibile farlo in pace invece di generare conflitti. Dobbiamo puntare sulla sicurezza, sapendo che anche la cultura può essere una componente essenziale. Con questo incontro vogliamo sottolineare il ruolo centrale del Mediterraneo nella più grande questione della sicurezza in Europa. Per questo la partnership con i Paesi della sponda Sud è indispensabile: occorre condividere più informazioni, elaborare strategie comuni, coinvolgerli nei processi politici».

La Libia è invitato speciale alla Conferenza. A che punto è il processo di conciliazione interna e come stanno funzionando gli accordi con l'Italia?

«Continuiamo a sostenere gli sforzi dell'inviato speciale dell'Onu, Ghassan Salamé, che ha concluso con un esito positivo la prima parte del suo piano. Occorre però ancora lavorare sul tema cruciale, quello del rapporto tra potere civile e potere militare. Noi siamo favorevoli a un processo che includa l'Est. Ricordo che il dialogo Est-Ovest ha segnato un punto importante a Roma, con l'incontro tra i presidenti dei due Parlamenti. Obiettivo è trovare il consenso più largo possibile, ma è evidente che al fondo debba esserci una subordinazione del potere militare a quello civile. Poi ognuno potrà candidarsi in una libera competizione politica. Nel frattempo appoggiamo le istituzioni legittime nella sfida della governabilità e pensiamo che i risultati raggiunti nella lotta al terrorismo e al traffico di esseri umani siano rilevanti. La cooperazione tra Italia e Libia ha prodotto un crescente contenimento dei flussi migratori illegali, grazie anche alla diminuzione del transito dal confine con il Niger. Ora stiamo lavorando per rendere stabili questi risultati».

La caduta di Raqqa certifica la sconfitta dell'Isis, ma pone anche il problema dei foreign fighters che tenteranno di rientrare in Europa. Inglesi e francesi hanno annunciato una linea molto dura. Londra in particolare ha detto che i foreign fighters britannici non verranno catturati e arrestati ma uccisi. Quanto è concreta per l'Italia la minaccia dei combattenti islamici di ritorno?

«Fin qui siamo riusciti a fare dell'Italia un Paese sicuro e solidale, salvando vite umane e tenendoci al riparo in un mondo nel quale, è bene ribadirlo, il rischio zero non esiste. Detto questo, il livello di allerta resta alto. Possiamo contare su un servizio anti-terrorismo straordinario, come altissima è la qualità delle nostre agenzie di intelligence. Abbiamo una normativa avanzata e un metodo di lavoro efficace, con il Comitato di analisi strategiche anti-terrorismo. Il numero di foreign fighters che hanno avuto a che fare con l'Italia è fin qui contenuto rispetto a quello di altri Paesi. Ma sappiamo che per compiere qualcosa di grave ne basta uno. Ecco perché il nostro sistema di collaborazione internazionale rimane attivo, con scambi di informazioni e passaggi tempestivi di notizie che possono essere decisivi. Ecco perché dobbiamo tenere la guardia ancora alta, anche lavorando con i provider del web, parte essenziale della prevenzione».

La vittoria del suo collega e compagno di partito Sebastian Kurz in Austria è avvenuta sulla base di una linea molto dura nei confronti dell' immigrazione e restrittiva su quello dell'integrazione. Inoltre Kurz potrebbe allearsi con un partito, la Fpoe, che ha radici neo-naziste. Fare propria l'agenda politica dell'estrema destra è un modello per i popolari europei?

«Ho parlato con Kurz pochi giorni fa a Bruxelles e ho ascoltato il suo intervento, nel quale ha ribadito le sue posizioni popolari ed europeiste, da sostenitore del processo di integrazione».

Anche se con lui, l'Italia ha avuto qualche scintilla.

«Anch'io personalmente ho reagito quando aveva proposto di portare tutti gli immigrati salvati nel Mediterraneo a Lampedusa. Ma c'era stata un'identica questione da ministro dell'Interno, quando il governo a guida socialista di Vienna aveva minacciato la costruzione di un muro al Brennero. La strada è quella di una gestione efficiente e leale della frontiera comune, ricordando che fin qui sono stati di più i transiti dall'Austria verso l’Italia, che non viceversa». CdS 24 ottobre

 

      

 

 

Quali ideali?

 

Il cambio generazionale nei partiti è appena iniziato; ma siamo convinti che continuerà. Anche se solo per necessità, più che per convinzione. Confidiamo, prima di tutto, in una sorta di riconciliazione che porti alle riforme. Proprio quelle che tutti sembrano volere; anche se più nelle parole che nei fatti. Il dialogo tra i partiti dovrebbe riprendere; indipendentemente dalle posizioni politiche.

 

 E’ importante, come già abbiamo scritto, materializzare gli effetti di una “ripresa” solo annunciata. Maggioranza e Opposizione, forse, avranno più punti d’incontro, che di scontro. Questo 2017, dovrebbe servire da ammonimento per evitare altri errori e per risolvere quelli che già ci sono stati.

 

 I prossimi anni avranno un’importanza fondamentale per la ripresa d’Italia. A ben osservare, non mancano le idee per spianare una strada che resterà in salita. Anche se gli ottimismi politici hanno fatto il loro tempo e restano di poca affidabilità.

 

 Del resto, proprio nello stallo della “non sfiducia”, i partiti hanno compreso che la mediazione è possibile quando la realtà nazionale non evidenzia altra via. Solo tramite la collaborazione, la Democrazia continuerà il suo percorso nel Bel Paese. Non sappiamo chi sarà nelle condizioni di portare avanti questa Terza Repubblica, ma le prossime elezioni politiche dovrebbero essere più decisive per lo Stivale.

 

 Però, su una realtà possiamo fare conto: la politica italiana, che ha un’illustre tradizione, ha da ritrovare una linea operativa più consona ai tempi e ai ruoli. Oltre ai sacrifici, c’è da ritrovare le idee per il rilancio nazionale. Gli Ideali non bastano più. Sempre che ci siano, veramente, stati. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

La campagna “Ero straniero” chiude con oltre 70.000 firme raccolte

 

ROMA - Si chiude con un grande successo la campagna “Ero straniero – L’umanità che fa bene”. Al termine dei sei mesi a disposizione, sono oltre 70.000 le firme raccolte a sostegno della legge di iniziativa popolare che propone di cambiare politiche sull’immigrazione e superare la Bossi-Fini, promossa da Radicali Italiani ed Emma Bonino, Fondazione Casa della carità “Angelo Abriani”, Acli, Arci, Asgi, Centro Astalli, Cnca, A Buon Diritto, Cild con il sostegno di centinaia di sindaci e di associazioni. Un traguardo che va dunque ben oltre l’obiettivo delle 50.000 sottoscrizioni necessarie, in base alla Costituzione italiana, per portare la legge all’attenzione del Parlamento.

Venerdì 27 ottobre le firme raccolte e certificate saranno depositate presso la Camera dei deputati.

Prima della consegna, alle ore 11.30, i rappresentanti delle organizzazioni del comitato promotore, i sindaci e le associazioni che hanno sostenuto la campagna si ritroveranno in piazza Montecitorio per incontrare la stampa e festeggiare insieme a coloro che in tutta Italia hanno contribuito a questo risultato.

“Un risultato straordinario – spiegano i promotori – che si deve soprattutto alle centinaia di militanti, attivisti e volontari che hanno trascorso gli ultimi sei mesi a raccogliere le firme nelle strade e nelle piazze d’Italia, spiegando ai cittadini le nostre proposte per cambiare le politiche sull’immigrazione attraverso l’accoglienza, il lavoro e l’inclusione.

La legge di iniziativa popolare “Ero straniero – L’umanità che fa bene” prevede, in sintesi, l’apertura di canali legali e sicuri di ingresso per lavoro nel nostro Paese, la regolarizzazione su base individuale degli stranieri già radicati nel territorio, misure per l’inclusione sociale e lavorativa di richiedenti asilo e rifugiati, l’effettiva partecipazione alla vita democratica col voto amministrativo e l’abolizione del reato di clandestinità.

La campagna ha ricevuto l’adesione di centinaia di personalità, di organizzazioni impegnate sul fronte dell’immigrazione, tra cui Fondazione Migrantes, Caritas italiana, Cgil, Altromercato, Federazione Chiese Evangeliche Italiane, Emergency e anche di Papa Francesco, che ha più volte espresso pubblicamente il proprio sostegno alla legge di iniziativa popolare.

Alla conferenza stampa in piazza Montecitorio, che venerdì 27 precederà la consegna delle firme, saranno forniti anche i dati della campagna.

Interverranno tra gli altri: Emma Bonino, il segretario di Radicali Italiani Riccardo Magi, il presidente della Casa della carità don Virginio Colmegna, il vicepresidente dell’Arci Filippo Miraglia, il responsabile welfare delle Acli Antonio Russo, il presidente del Centro Astalli padre Camillo Ripamonti, il senatore Luigi Manconi presidente di A Buon Diritto, il presidente del Cnca don Armando Zappolini, il presidente della Cild Patrizio Gonnella. Glenda Aceto, 24

 

 

 

 

Elezioni in Sicilia. Tariffe agevolate solo per una eventuale tratta in treno per gli italiani all’estero

 

“In occasione delle prossime elezioni regionali gli italiani all’estero di residenza AIRE in Sicilia possono usufruire di tariffe agevolate, ma solo rispetto ai collegamenti via treno (con Trenitalia) sul territorio italiano, verso la Sicilia.

Per usufruire delle tariffe scontate “Italian Elector” bisogna partire in treno, da qualsiali località in Italia, verso la Sicilia entro un mese dalla data delle elezioni e tornare verso il luogo di residenza al massimo un mese dopo il giorno di apertura dei seggi. L’emissione dei biglietti con questa tariffa avviene attraverso le biglietterie di Trenitalia e le agenzie di viaggio autorizzate e presso i punti vendita delle reti ferroviarie estere abilitati a vendere la tariffa “Italian Elector”.

Per usufruire delle riduzioni gli elettori dovranno esibire: documento di identità; documento/tessera elettorale; timbratura tessera elettorale che attesti l’avvenuta votazione, per il viaggio di ritorno. Questi documenti, insieme ai biglietti relativi al viaggio di andata e a quello di ritorno, dovranno essere presentati anche al personale di bordo. Chi è sprovvisto di tessera elettorale per ottenere la riduzione dovrà sottoscrivere e presentare esclusivamente in biglietteria una dichiarazione sostitutiva per il viaggio di andata. In ogni caso, per il viaggio di ritorno l’elettore dovrà esibire, oltre ai biglietti di viaggio, anche la tessera elettorale regolarmente vidimata o, in mancanza, un’apposita dichiarazione rilasciata dal presidente del seggio elettorale che attesti l’avvenuta votazione”. Lo dichiara Laura Garavini, della Presidenza del PD alla Camera, in vista delle elezioni regionali in Sicilia del 5 novembre 23017.

Per maggiori informazioni si può visitare il seguente link: http://www.ambberlino.esteri.it/ambasciata_berlino/resource/doc/2017/10/agevolazioni_di_viaggio_elezioni_amministrative_2017_nella_regione_siciliana.pdf  e http://www.trenitalia.com/tcom/Informazioni/Elettori   dip 19

 

 

 

 

 

Comitato italiani nel mondo. Il presidente Fabio Porta sull’incontro con la Commissione per le comunità romene all’estero

 

“Il modello di rappresentanza degli italiani all’estero viene visto dai parlamenti di altri paesi come uno dei migliori esempi di integrazione delle collettività”

 

ROMA – Nella giornata di ieri i membri del Comitato permanente sugli italiani nel mondo e la promozione del sistema paese della Camera hanno incontrato una delegazione della Commissione per le comunità romene all’estero del Parlamento rumeno. Il gruppo era guidato dal presidente Constantin Codreanu. Nel corso dell’incontro sono state approfondite varie tematiche, come ad esempio il sistema di rappresentanza delle comunità all’estero e il riconoscimento dei titoli di studio. Per saperne di più sui contenuti ed inquadrare meglio il contesto della riunione ci siamo rivolti al presidente del Comitato sugli italiani all’estero Fabio Porta.

“Questa, con la Commissione per le comunità romene all’estero della Camera dei deputati di Romania,  - ha ricordato Porta - è in realtà la terza riunione che abbiamo avuto nel giro di un anno con esponenti della Romania. Un anno fa ho incontrato il ministro per i romeni nel mondo e poi il Comitato ha avuto una riunione con i rappresentanti del Consiglio dei rumeni all’estero. In quell’occasione avevamo fatto da tramite per lo sviluppo di incontri futuri tra questo organismo di rappresentanza rumeno e il nostro Cgie. Il Parlamento e il nostro  Comitato – ha spiegato Porta - stanno portando avanti questi incontri, grazie anche al lavoro dell’Ambasciata di Romania in Italia, anche perché fra l’emigrazione italiana e la diaspora romena nel mondo vi sono molte analogie, ad esempio i rumeni nel mondo come i nostri connazionali all’estero superano quota quattro milioni. Non bisogna poi dimenticare che l’Italia è uno dei paesi dove vi è una grande presenza di rumeni.  Quindi loro hanno un grande interesse sia per la struttura di rappresentanza degli italiani all’estero, sia a portare avanti un rapporto stretto con il nostro Parlamento allo scopo di tutelare i rumeni fuori dai confini nazionali. Nel corso dell’incontro,  - ha continuato Porta entrando nel merito delle tematiche trattate-   oltre a confrontare le nostre esperienze, abbiamo parlato di questioni concrete come  l’integrazione, i diritti civili e politici delle collettività straniere e in particolare di quella rumena in Italia. Sono inoltre state affrontate alcune questioni che a loro stavano particolarmente a cuore e che non riguardano direttamente la rappresentanza come ad esempio la lotta al caporalato. Una problema, che riguarda direttamente i rumeni sfruttai nel sud nostro Paese,  su cui il Parlamento italiano ha lavorato molto approvando una legge lo scorso anno. Si è parlato inoltre del riconoscimento dei titoli di studio. Una questione che riguarda anche i nostri connazionali che vivono all’estero”. “Si è trattato – ha aggiunto Porta - di un incontro interessante perché ancora una volta abbiamo avuto la conferma che nonostante le tante critiche, che a volte noi stessi o le nostre collettività portiamo avanti a torto o a ragione, il modello di rappresentanza degli italiani all’estero viene visto dai parlamenti di altri paesi come uno dei migliori esempi di integrazione delle collettività a tutti i livelli, a partire da quello territoriale, dove operano i Comites,  fino a quello più alto del Parlamento”. Al presidente abbiamo infine chiesto quali siano i prossimi impegni del Comitato per gli italiani nel mondo. “Abbiamo avuto problemi di agenda, - ci ha spiegato Porta - ma , anche se non è ancora stata fissata una data, vorremmo però mantenere l’impegno che avevamo assunto di avere un incontro con il direttore di Rai Italia Piero Alessandro Corsini”. (G.M.- Inform 19)

 

 

 

 

Senza partecipazione non si è parte delle dinamiche democratico-parlamentari

 

Forse a qualcuno sembra sfuggire una di quelle basilari regole che sottendono lo svolgimento delle dinamiche democratico/rappresentative alla base del sistema parlamentare: la partecipazione.

 

Partecipare, stare "seduti nelle poltrone" o meglio scranni parlamentari (logistica inderogabile se si intende partecipare alle attività d' aula, ascoltare, approfondire e perché no anche votare per dare un senso costituzionale alla figura di un parlamentare a prescindere dalla sua appartenenza) non è un "eccesso" o addirittura "una colpa" come qualcuno tenta di fare per giustificare grossolanamente la propria totale ed ingiustificata assenza nei medesimi luoghi.

 

Sarebbe comunque sempre meglio "giustificarsi" rispetto alle legittime accuse di assenza piuttosto che cominciare ad arrampicarsi sugli specchi perseguendo una strategia del "tutti sono pessimi tranne me" che stona di fatto con i risultati.

 

Anche perché se non si partecipa, che senso ha poi lamentarsi dei mancati ottenimenti e delle limitate attenzioni del governo a questo o a quel diritto?

 

Parafrasando il citato articolo di Repubblica si parla poi di leggi a prima firma mai passate, e si utilizza questa grave colpa per pungolare chi - come il sottoscritto - pur essendo presente, pur intervenendo, presentando e promuovendo iniziative non abbia portato a casa qualcuna di queste.

 

E qui sottolineo che mentre il giornalista di repubblica era comunque intenzionato a veicolare un messaggio chiaro quale quello che gli eletti all' estero sono una spesa inutile, e per farlo era giustificato fare un eccesso di sintesi sul ruolo dei ddl parlamentare, che quelle stesse argomentazioni le utilizza un parlamentare, fa un po' riflettere.

 

Ma la mia riflessione si sofferma sul primo argomento: la partecipazione in un sistema parlamentare.

 

Il lavoro di un parlamentare non si limita a proporre e "far passare" disegni di legge che - ad onore di cronaca - in questa legislatura non sembrano essersela passata molto bene a favore dei più agili e diretti decreti legge governativi (ma questa è altra storia), ma è caratterizzato da ulteriori passaggi a volte più faticosi e complessi nei quali si vede realmente il tipo di impegno, parlo di emendamenti, ordini del giorno, confronti istituzionali privati ed iniziative pubbliche. Ricordo giusto le ultime questioni da me affrontate che pur non configurandosi come ddl a prima firma sono frutto di negoziato e approfondimento con gli interlocutori istituzionali competenti come la mia partecipazione alla missione promozionale a favore della candidatura di Milano a sede dell'EMA nell'ambito del negoziato sul versante balcanico, e la risoluzione da me promossa insieme al CQIE e votata all'unanimità che impegna il governo, tra le altre cose, ad adoperarsi insieme ai partner dell' UE affinché si raggiunga al più presto un accordo che garantisca in ogni caso i diritti acquisiti dei cittadini residenti in UK.

 

Un semplice esempio che serve a fornire un' immagine più reale di quella che dovrebbe essere la vera attività di un parlamentare.

 

Partecipare è conoscere. La mancata partecipazione conduce alla limitata se non assente conoscenza e la conferma è chiaramente sotto i nostri occhi.

Sen. Aldo Di Biagio

 

 

 

 

Il disordine

 

In questi tempi d’incertezza socio/politica, si confonde, spesso, e non sempre a caso, “Libertà”, con “Disordine”. I due termini, neppure in apparenza, hanno aspetti comuni tali da farli confondere. Sempre che non si voglia, scientemente, farlo.

 

La “Libertà”, individuale e collettiva, è regolata da norme di vita che nascono da una logica comune. Il “disordine” è tutto l’opposto e, se s’insinua con la “libertà”, allora ne deriva il caos; con tutte le sfumature più negative che possono far parte della natura umana. Meglio, di conseguenza, mantenere una netta diversificazione tra i due termini che, comunque, non hanno nulla in comune. Le diversità, invece, sono molteplici e d’agevole individuazione.

 

In Italia, il confine tra “libertà” e “disordine” s’è fatto difficile. Ancor più per le interferenze di una politica che non promette nulla di buono proprio parchè fondata su alleanze innaturali e, comunque, di poca attendibilità.

 Quando le rivendicazioni non hanno più limiti definiti e la “Libertà” sconfina nel “Disordine”, allora ci sono principi da rivedere e situazioni da modificare. Ben sappiamo che non sarà facile, né agevole, essere coesi per comuni obiettivi. Ma di necessità sarebbe opportuno fare virtù.

 

Come a scrivere, ove non fosse ancora ben chiaro, che “libertà” e “disordine” non possono coesistere. Non c’è bisogno di particolari analisi per dimostrarlo. Il “Disordine” non è mai partorito dalla “Democrazia”. Né viceversa. L’esperienza ci ha fatto capire che l’alternativa sarebbe il “caos”. Cioè una sorta di confusione, dai confini indefinibili, che ci porterebbe a sconfessare ciò che, almeno per il passato, ci siamo conquistati e con parecchie rinunce.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Draghi: "Con Jobs act 500mila occupati in più"

 

"Anche le agevolazioni fiscali rafforzano l'efficacia delle riforme strutturali. E' stato il caso ad esempio del 'Jobs act' del 2015 in Italia che è stato seguito da un aumento di quasi mezzo milione di occupati in più con un contratto a tempo indeterminato, in gran parte a seguito delle agevolazioni alle imprese che assumevano con i nuovi contratti a tutele crescenti". Ad affermarlo è il presidente della Bce, Mario Draghi, nel corso di un intervento a Francoforte sulle 'riforme strutturali nell'area dell'euro'.

"Un certo numero di Paesi, negli ultimi anni, ha attuato riforme del mercato del lavoro che hanno contribuito a ridurre la disoccupazione - sottolinea Draghi - Ciò è stato in modo maggiormente visibile in Spagna e in Portogallo ma anche in Italia. Queste riforme sembrano aver reso la disoccupazione più reattiva alla crescita".

Le riforme strutturali, aggiunge, "rappresentano uno dei fattori principali che spiegano questi sviluppi positivi ma naturalmente anche le politiche finanziarie e macroeconomiche di sostegno sono state vitali".

Quanto alla crisi, "ha confermato che le economie più flessibili sono più resilienti, soprattutto quelle dei Paesi che fanno parte di un'unione monetaria". Draghi sottolinea la necessità "di mettere in pratica le lezioni su come progettare e implementare le riforme in modo da massimizzare i vantaggi e ridurre al minimo i costi nel breve termine".

Per il presidente della Bce le riforme "devono tener conto di equità ed efficienza". Con la politica monetaria "accomodante" attuata dalla Bce, conclude Draghi, "abbiamo ora una finestra di opportunità per adottare queste misure".

Adnkronos 18

 

 

 

 

 

La riforma elettorale. L’intervento del senatore Aldo Di Biagio (AP- CE) che non voterà la fiducia posta dal Governo

 

ROMA- E’ in pieno svolgimento nell’Aula del Senato la discussione generale sulla riforma elettorale. Ieri il ministro per i Rapporti con il Parlamento Anna Finocchiaro ha posto, a nome del Governo, la questione di fiducia sull’approvazione degli articoli 1, 2, 3, 4, e 6 del ddl. Voti di fiducia che avranno luogo nella giornata di oggi. Nella medesima seduta il relatore Salvatore Torrisi ha illustrato i contenuti del provvedimento soffermandosi anche sulla parte riguardante il voto degli italiani all’estero. Il relatore, dopo aver ricordato che il disegno di legge prevede i tempi per l’esercizio del diritto di opzione per il voto degli italiani temporaneamente all’estero, ha sottolineato come altre norme intervengano sui requisiti di elettorato passivo per la circoscrizione Estero. “In primo luogo, - ha spiegato Torrisi - non è più richiesto il requisito della residenza nella ripartizione della circoscrizione Estero per chi intende candidarsi. Al contempo, si prevede che gli elettori residenti in Italia possano essere candidati in una sola ripartizione della circoscrizione Estero. Gli elettori residenti all’estero possono, a loro volta, essere candidati solo nella ripartizione di residenza della circoscrizione Estero. Non è invece stato modificato l’articolo 8, comma 4, della legge n. 459 del 2001 che prevede che gli elettori residenti all’estero che non hanno esercitato l’opzione per esercitare il diritto di voto in Italia, non possono essere candidati nelle circoscrizioni del territorio nazionale. Si prevede infine – ha aggiunto Torrisi - che non possano essere candidati nella circoscrizione Estero gli elettori che ricoprono o che hanno ricoperto, nei cinque anni precedenti la data delle elezioni, cariche di Governo o cariche politiche elettive a qualsiasi livello o incarichi nella magistratura o cariche nelle Forze armate in un Paese della circoscrizione Estero”.

Nel corso del dibattito di ieri è intervenuto il senatore Aldo Di Biagio (AP-CE), eletto nella ripartizione Europa, che si è detto d’accordo sulla necessitò di approvare in tempi rapidi una legge elettorale, anche a pochi mesi dalla scadenza della legislatura. “Si fa certamente più fatica a comprendere – rileva però Di Biagio - perché un intervento legislativo di urgenza, quasi tamponativo, debba diventare veicolo di riforme molto più complesse rispetto a quanto si era concordato. Questa leggerezza rischia di rendere, per certi versi, insensata la legge stessa, compromettendone un’originaria validità. Mi soffermo, per chiarezza, - prosegue Di Biagio - sull’incursione a sorpresa nelle norme che regolano l’esercizio di voto nella circoscrizione Estero, di cui anche a livello mediatico si è discusso abbastanza. Sebbene ci si sia limitati ad inquadrare gli emendamenti correlati ad una sorta di cambiale, svilendo poi di fatto tutto il resto, si tratta di una disciplina complessa per chi non lo sapesse, oggetto di una istruttoria nel 2001. Non voglio dilungarmi sul significato del voto all’estero, - ha continuato il senatore - ma non posso esimermi dal definirlo un punto di approdo di un percorso di consapevolezza e di autocoscienza storica, sociale e politica durato decenni, che ha ristabilito equilibri di reciproca conoscenza ed attenzione tra cittadini dentro e fuori i confini nazionali, conducendo il nostro Paese, dopo decenni di massiva emigrazione, a fare i conti con la propria storia. La cosiddetta legge Tremaglia non è un semplice ventaglio di norme: è prima di tutto un percorso storico-politico che ha condotto ad una riforma costituzionale con una sua ratio, e che a distanza di appena sedici anni sembra che il Parlamento abbia già rimosso. Quanto contenuto nell’articolo 6 del disegno di legge in esame non è affatto residuale, ma determinante. Il superamento del vincolo della residenza nella circoscrizione estero per i candidati, è qualcosa di più di una rettifica legislativa finalizzata al ripristino di una presunta reciprocità, come è stato detto da qualcuno, ma è un ribaltamento in punta di diritto, di principio e di buonsenso. … Non solo perché in tale modo – spiega Di Biagio - si svilisce quel percorso storico-politico a cui facevo riferimento, ma perché, con un colpo di spazzola, si superano anche i principi costituzionali che all’epoca ne hanno decretato la legittimità. Come è stato già evidenziato, l’istruttoria legislativa del 2001 venne arricchita anche dal contributo del parere di autorevoli costituzionalisti che, riletti oggi, sono di un’attualità disarmante, e che si orientavano tutti nella medesima direzione. Essendoci state precedenti revisioni costituzionali con le quali fu istituita la circoscrizione estero, la limitazione dell’elettorato passivo non solo non è in contrasto con i principi di uguaglianza e di libertà, ma costituisce la conseguenza logica, necessaria, del dettato costituzionale”.

Per Di Biagio le modifiche della cosiddetta legge Tremaglia rappresentano dunque “una breccia nel sistema” che apre la circoscrizione Estero alla candidatura di personaggi che non hanno alcuna  pertinenza con la politica e gli interessi dei connazionali all’estero. Alla luce di queste considerazioni secondo Di Biagio siamo di fronte a una delegittimazione radicale del voto dei quasi 4 milioni di cittadini nel mondo.  “La volontà di svilimento del diritto di rappresentanza dei cittadini residenti oltre confini – continua il senatore – non comincia certo oggi. Con il tempo, la mancanza di riscontri, il ridimensionamento dei fondi, la razionalizzazione della rete consolare sono tutti segnali sicuramente chiari che assumono un significato forse più evidente e risolutivo con questo ultimo affondo legislativo, che si configura come l’atto ultimo dello smantellamento della ripartizione estero e della sua ragion d’essere”. Di Biagio ha anche annunciato che, a causa dei contenuti dell’articolo sei della legge elettorale, non voterà la fiducia. “Spaventa – ha commentato il senatore - come sia stato facile trasformare una storica conquista di democrazia in un contenitore vuoto attraverso cui veicolare una nuova gabella politica”. (Inform 25)

 

 

 

 

Ancora non risolto il caso Battisti

 

Dovrebbe scontare in Italia la pena di quattro ergastoli. Incerta la sua estradizione dal Brasile. L’odissea dei due fucilieri prigionieri in India

 

  Dal 1972 al 1974 Cesare Battisti effettuò rapine, espropri proletari, sequestri di perone, stupro di minorenni e atti di teppismo per obbedire all'ideologia dell'epoca. Azioni per le quali fu arrestato, condannato e messo in galera. Dove conobbe Arrigo Cavallina, ispiratore dei Proletari Armati per il Comunismo (PAC), che lo fece iscrivere nell'organizzazione dove c’era anche Pietro Mutti, poi collaboratore di giustizia e fondamentale accusatore di Battisti. 

  Inserimento che gli permise di effettuare assassini “compiuti per porre fine alla loro squallida esistenza”. Impulso ideologico che lo spinse ad uccidere, nel 1977, Andrea Santoro, Sottufficiale dell'Esercito mentre svolgeva il servizio militare ad Udine. Poi assassinò un gioielliere milanese, un macellaio di Mestre iscritto all'Msi, ed un agente della Digos di Milano. Uccisioni che lo hanno fatto condannare all’ergastolo.

  La pena non venne mai scontata in quanto latitante prima in Francia ed in Messico e, dal 2004, in Brasile, dove, tre anni dopo, fu messo in carcere per aver cercato di oltrepassare il confine tra il Brasile e la Bolivia. Vi rimase fino al 9 giugno 2011. Nel frattempo l’Italia ne aveva chiesto l’estradizione rifiutata (a dispetto del parere favorevole dell'avvocatura dello Stato), dal Presidente Luiz Inácio Lula da Silva che gli concesse il diritto d'asilo. Decisione confermata dal nuovo Presidente brasiliano, Dilma Rousseff, perché in Italia avrebbe potuto subire "persecuzioni a cause delle sue idee".

  Ma il Governo italiano non ha mai mollato, convinto che ai parenti degli assassinati e a molti cittadini sembra giusto che sconti la condanna nel nostro Paese, come affermato dal Ministro della Giustizia, Andrea Orlando, secondo cui “l'estradizione è possibile, l'Italia la chiede da tempo. Abbiamo fatto tutti i passi presso le autorità brasiliane e alla luce di questo nuovo fatto ne faremo altri”,

  Cioè mettendo in atto il Trattato di estradizione tra la nostra Repubblica e quella federativa del Brasile. Accordo, firmato a Roma il 17 ottobre 1989, approvato dal Parlamento il 23 aprile 1991 ed entrato in vigore nel 1993, che disciplina lo scambio di detenuti e l’estradizione, se la pena, prevista per reati punibili con più di un anno d’incarcerazione e ancora da espiare, sia superiore a nove mesi, o se i delitti sono più di uno. Alla domanda di rinvio in Patria la “Parte richiedente” deve “allegare una dettagliata descrizione del reato commesso e tutti gli atti giudiziari relativi”. Rimpatrio che può essere rifiutato qualora voluto solo per motivi politici o se richiesto esclusivamente “per motivi di razza, di religione, di sesso, di nazionalità, di lingua, di opinioni politiche o di condizioni personali o sociali”. Motivazioni che, nel 2009, ne fecero respingere la richiesta, ora rinnovata. Se accettata, l'Italia deve mandare qualcuno a prenderlo entro venti giorni e pagare la metà del costo dell’aereo.

  Altrettanto impegno da parte dell’Italia per il loro rientro meriterebbero i due fucilieri della Marina, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, dall’India tenuti prigionieri in quanto accusati di omicidio. Da molto tempo aspettano la sentenza che sarà emanata, forse, nel 2018. Forse basterebbe chiederne l’estradizione promettendo di metterli in prigione, qualora fossero ritenuti colpevoli di omicidio. Cosa che i Governi italiani non hanno mai fatta, benché convinti della loro innocenza, lasciandoli lontani dal proprio Paese cui avevano dedicato la vita. E dove desiderano rientrare, al contrario di quel vero assassino che non vuole “essere estradato in Italia” e gode del decreto dell'ex Presidente, Luiz Ignacio Lula da Silva, che nel 2010 gli concesse “un visto permanente da immigrato”. Ora revocato dal Presidente Michel Temer in quanto, secondo il Ministro della Giustizia, “Battisti ha rotto il rapporto di fiducia che aveva per rimanere da noi”. Una revoca dello status di rifugiato politico che non gli permetterebbe più di divertirsi, di “pescare e fare shopping”. Soprattutto di deridere l’Italia, gli Italiani ed i tentativi governativi di metterlo in prigione. Il giudice Fux, incaricato del caso presso la Corte Suprema del Brasile, favorevole all'asilo, si dichiara invece contrario all'estradizione.

  La decisione definitiva sarà presa il 24 ottobre e c’è da augurarsi che sia favorevole al rimpatrio. I parenti degli assassinati vorrebbero finalmente vederlo in galera.  Egidio Todeschini, de.it.press

 

 

 

Presentato a Roma il Dossier Statistico Immigrazione 2017

 

ROMA - Presentata oggi a Roma la 27a edizione del Dossier Statistico Immigrazione, curato dai Centri Studi Idos e Confronti, sostenuto dal fondo Otto per Mille della Tavola Valdese – Unione delle Chiese Metodiste e Valdesi. Ben 130 autori si sono messi a disposizione per commentare i dati raccolti sul fenomeno migratorio in Italia.

Il 2016 a prima vista sembrerebbe un anno di scarso rilievo per i cambiamenti intervenuti. Infatti, i 5.047.028 di cittadini stranieri residenti alla fine dell’anno sono appena 21.000 in più rispetto al 2015. In realtà molte sono le novità. Colpisce il progressivo deficit demografico degli italiani, tra i quali le morti sono prevalse sulle nascite di oltre 200mila unità. Oltre 250.000 stranieri sono stati registrati in provenienza dall’estero. Notevoli anche le 202.000 acquisizioni della cittadinanza italiana. Ancora sorprendente l’aumento delle imprese a gestione immigrata, arrivate a quota 571.000, mentre il 10,5% di tutti gli occupati è rappresentato da stranieri. Quanto alle appartenenze religiose, i cristiani continuano a essere più della metà e i musulmani quasi un terzo. Su questi e su altri aspetti si soffermano le 480 pagine del Rapporto, che presenta i dati più aggiornati sull’immigrazione e la popolazione immigrata in Italia che, pur con le specifiche caratteristiche che assume in ciascun contesto territoriale, si configura come una questione prettamente culturale, che richiede di essere compresa nei suoi termini esatti. In gioco è il presente e ancor di più futuro del Paese, in termini economici e di coesione sociale, tenuto conto che dopo metà secolo i cittadini stranieri supereranno il raddoppio e, insieme a coloro che nel frattempo avranno acquisito la cittadinanza italiana, incideranno per un terzo sull’intera popolazione.

Il pubblico che a Roma ha affollato il Nuovo Teatro Orione ha potuto rivedere un breve video d’archivio dedicato a don Luigi Di Liegro che, nella testimonianza della nipote Luigina della Fondazione Di Liegro, ha sottolineato l’esigenza di contrastare l’emarginazione, intervenendo con determinazione sui politici: un proposito ancora di grande attualità. Invece Rai News 24 ha dedicato il video, che tradizionalmente cura sul Dossier, al passaggio dai dati attuali allo scenario futuro.

Per il pastore Luca Anziani, vice moderatore della Tavola Valdese, il Dossier  ha ottenuto per il terzo anno il sostegno della Tavola perché ritenuto funzionale alla comprensione dell’immigrazione e al passaggio dai diritti formalmente riconosciuti a quelli praticamente esercitati. Ugo Melchionda, nell’ambito dei dati sinteticamente esposti, si è soffermato sul panorama internazionale, che non solo è all’origine dei flussi, a causa dei suoi squilibri, ma può beneficiare del fenomeno con le rimesse, l’imprenditoria di ritorno e altri scambi.

Don Vinicio Albanesi, il sacerdote della Comunità di Capodarco che è anche uno storico operatore nell’ambito migratorio, con argomentazioni pungenti, ha denunciato l’accoglienza offerta agli immigrati come approssimativa, spesso prestata controvoglia e con scarsa solidarietà.  Insaf Dimassi, giunta piccolissima in Italia, si considera italiana di nuova generazione e ha spiegato perché un figlio di immigrati, vissuto ed educato in Italia, non abbia bisogno di lunghe attese per acculturarsi al nostro Paese, per cui la riforma della cittadinanza dovrebbe essere approvata nel corso di questa legislatura.

La direttrice generale dell’immigrazione e delle politiche di integrazione presso il Ministero del Lavoro, Tatiana Esposito, premesso che la considerazione del mercato occupazionale dal punto di vista degli immigrati aiuta a individuarne le carenze, si è soffermata sui percorsi che il Ministero sta seguendo per attuare una politica attiva, anche in collaborazione con le Regioni.

Un’autentica novità è consistita nel far commentare la questione migratoria all’illustratore Mauro Biani del gruppo “Altrinformazione”. Le sue vignette satiriche, nelle quali l’ironia sconfina con la tragedia e mostra l’insensibilità, hanno suscitato una vasta impressione, facendo cogliere l’abisso che intercorre tra l’ideale e il reale.

Il vice ministro agli Affari Esteri Mario Giro, premesso di non voler svolgere un intervento istituzionale-politico, pur essendosi impegnato a fare dei passi in avanti, ha insistito sull’immigrazione come questione culturale che, sia in Italia che in Europa, vede chiusure, contrapposizioni, avversità: un vera malattia che riporta agli anni ’30 e che esige un’opera di netto contrasto, per la quale risulta efficace un sussidio come il Dossier, imperniato su dati oggettivi. Il progetto “Voci di Confine”, imperniato sull’uso del Dossier e finanziato da Aics, si propone proprio questo obiettivo. (Inform 26)

 

 

 

 

Chiunque può dare una mano al PD per il programma elettorale sugli italiani all’estero

 

ROMA – “In vista della deadline del 20 dicembre prossimo per la scrittura del Programma Pd per la campagna elettorale, si istituiscono all’interno del Dipartimento Italiani all’Estero cinque gruppi di lavoro che serviranno da “forum” dove maturare idee e proposte da inserire nel Programma finale. I cinque gruppi trattano cinque temi di grande importanza per gli italiani all’estero. Il goal dei gruppi di lavoro è di produrre fino a tre proposte concrete per gruppo, che verranno poi sintetizzate nella nostra proposta di programma elettorale come Dipartimento Italiani all’Estero”.

Lo comunica in una nota Anna Grassellino, responsabile per il Pd del Dipartimento Italiani all’Estero. “Chiedo ai designati group leaders – spiega Grassellino - di lavorare con i segretari di federazione per formare i gruppi in maniera da coprire diversità di competenze, diversità geografica e politica, e di utilizzare più mezzi possibili – social, piattaforme web, incontri col territorio, per garantire massima inclusione e apertura. Istituiremo un meeting bisettimanale (via web) dove i group leaders faranno un breve report del progresso maturato – incontri, dibattiti, idee e proposte”.

La responsabile per il Pd del Dipartimento Italiani all’Estero annuncia “Gruppi e rispettivi leaders”: “1. Internazionalizzazione di Università e Ricerca, Group Leaders: Antonio Ereditato, Sergio Gaudio e Cecilia Mussini; 2. Servizi agli Italiani nel mondo, rete Consolare, Group Leaders: Fabio Porta, Michele Schiavone, Alessio Tacconi;  3. Promozione e valorizzazione dello studio della lingua e della cultura italiana nel mondo, Group Leaders: Andrea Mattiello, Laura Garavini, Maria Chiara Prodi; 4. Facilitazione delle sinergie e del commercio internazionali, Group Leaders: Marco Fedi, Giovanni Faleg, Gianluca Galletto; 5.Inclusione e Diversità, Group Leaders: Mina Zingariello, Angela Maria Pirozzi, Antonella Pinto”. “Lavoro finale di sintesi e scrittura programma: Anna Grassellino, Francesco Cerasani e Massimiliano Picciani”.

Anna Grassellino informa che “chiunque voglia contribuire a partecipare ai diversi forum può scrivere a itmondo@partitodemocratico.it. Alessandra Fabrizio si occuperà di gestire le richieste ed indirizzarle ai vari group leaders. Chiameremo a breve un primo meeting per discutere la timeline e finalizzare contenuti e membri dei diversi gruppi. Buon lavoro, e a presto”, conclude la responsabile del Dipartimento Italiani all’Estero del Pd. dip

 

 

 

 

La settimana della lingua italiana. Messaggio di Alfano

 

ROMA - “L’italiano si afferma sempre più all’estero come una lingua capace di trasmettere i valori di bellezza e qualità che costituiscono i cardini di uno stile di vita apprezzato in tutto il mondo. Con la Settimana della Lingua Italiana celebriamo il legame che esiste tra la nostra lingua e le grandi eccellenze creative ed economiche del Paese”. Così il ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Angelino Alfano in un messaggio diffuso alla vigilia della Settimana.

Dal 16 ottobre, e sino a domenica 22 si celebra in tutto il mondo la XVII edizione della Settimana della Lingua Italiana nel mondo il cui tema quest’anno è: “L’Italiano al cinema, l’italiano nel cinema”.

Organizzata dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, insieme all’Accademia della Crusca, alla Società Dante Alighieri e con il sostegno della Confederazione elvetica, la Settimana è divenuta nel corso degli anni l’appuntamento più importante dedicato alla promozione della lingua italiana all’estero.

Ogni Settimana è dedicata ad un argomento diverso, che serve da filo rosso per un vasto programma di conferenze, mostre ed incontri con i protagonisti della cultura italiana. Quest’anno, continuando il percorso dedicato alle industrie creative iniziato nel 2013, il tema scelto è il cinema, a sottolineare il ruolo che l’industria cinematografica e i suoi protagonisti hanno avuto nello sviluppo della nostra società e della nostra lingua.

Per l’occasione, l’Accademia della Crusca proporrà un volume dedicato alla Settimana, disponibile gratuitamente online dal 15 al 22 ottobre, mentre sulle Reti Rai e nei cinema italiani sarà trasmesso un cortometraggio realizzato appositamente per la manifestazione.

Ampia la varietà delle iniziative che Ambasciate, Consolati e Istituti Italiani di Cultura offriranno a tutti gli amanti della nostra lingua e che possono essere scoperte nel Portale della Lingua Italiana, da quest’anno disponibile in una nuova versione inglese.

Le presentazioni cinematografiche saranno al cuore della programmazione di quest’anno, con la presenza, tra gli altri, di Pierfrancesco Diliberto “PIF” a Copenaghen, del regista Gianfranco Cabiddu a Minsk, di Nicoletta Braschi all’Istituto di Toronto e con la partecipazione di 8 film italiani al XXXIII Festival del Cinema di Haifa.

Tra le principali iniziative organizzate insieme alla Confederazione elvetica ricordiamo la presentazione dell’ultimo film di Silvio Soldini all’Istituto di Cultura di Bruxelles e la mostra di schizzi di Federico Fellini a Jakarta. Presso l’Istituto di Vienna e il Consolato Generale di Gedda sarà proiettato il film svizzero “Vecchi Pazzi”, mentre l’Istituto di Pechino e l’Ambasciata d’Italia a Nicosia presenteranno al pubblico la pellicola “Oro verde”, di M. Soudani.

Come ogni anno, diverse saranno le conferenze organizzate con grandi protagonisti della nostra cultura. All’Istituto di New York il regista Nanni Moretti illustrerà l’importanza delle scelte linguistiche nei suoi film, insieme a Giuseppe Antonelli, professore universitario e conduttore del programma radiofonico “La lingua batte”. A Bruxelles si svolgerà il convegno “L’italiano che parliamo e scriviamo”. A Londra, all’interno del “Festival of Italian Literature in London”, co-organizzato dall’Istituto con la comunità di autori italiani residenti a Londra, Giancarlo De Cataldo parlerà del rapporto tra letteratura, lingua e serie TV, mentre Pietro Bartolo, partendo dal film Fuocoammare di Gianfranco Rosi, presenterà la sua esperienza di medico sull’isola di Lampedusa.

Infine, numerosi italianisti analizzeranno il rapporto tra l’italiano e il cinema: tra questi, ricordiamo le conferenze del Presidente dell’Accademia della Crusca, il Prof. Carlo Marazzini presso il Consolato di Lugano e del professor Giuseppe Patota presso l’Istituto Italiano di Cultura di Zurigo. (aise 16

 

 

 

Il futuro dell’esecutivo

 

Il 2017 è iniziato evidenziando una serie d’incongruenze che ci hanno fatto, da subito, pensare. I mesi che ci stiamo lasciando alle spalle hanno influito sul nostro futuro. Perché ogni mese, ogni giorno, ogni ora ha segnato lo scandire d’eventi dei quali avremmo fatto volentieri a meno.  L’Esecutivo continua a “dire”, più che a “fare”. L’attuale sistema parlamentare, che dovrebbe essere modificato, non rappresenta la volontà e l’esigenza di un Paese che dovrà, assai presto, rendere conto anche all’Europa. Non si viaggia ancora a ruota libera, ma è il coordinamento che comincia a difettare.

Sconfitto da un’incoerenza congenita di un sistema che dovrebbe essere impostato in maniera assai differente. Perché, se continuasse su questa linea, la rovina continuerebbe. C’è da fare i conti su possibili elezioni politiche che, se fossero varate con l’attuale normativa, non andrebbero a mutare, in modo efficace, il fronte delle alleanze di governo. I primi quindici anni di questo nuovo Millennio sono stati infausti per il Bel Paese.  Non vorremmo, al punto in cui siamo, che s’innescasse un processo d’autodistruzione delle “alleanze” ancora proponibile. L’agonia d’uomini e d’idee non consente diverse interpretazioni dello stato attuale della politica italiana.

Si sente prevalere un meccanismo d’auto rigetto del quale ciascuno dovrà, infine, assumersi le proprie responsabilità. Perché, solo dopo un franco “distinguo”, sarà possibile discernere il “nuovo” dal “rinnovato”. Dato che, tra l’altro, le differenze sostanziali sono “sottili”.Col prossimo anno, chi intenderà partecipare al cambiamento, dovrà uscire allo scoperto. Col crepuscolo della Terza Repubblica, sarà arduo apprezzare nuova “sostanza” nella politica dello Stivale. Intanto, s’è evidenziato quello che temevamo. “Destra” e “Sinistra” hanno mostrato differenti facce e progetti non coerenti tra loro. Andare alle urne col meccanismo attuale, potrebbe rendere possibile una fotocopia d’Esecutivi già visti. Il tutto, non farebbe bene alla nostra democrazia.

Ora, bisognerebbe eliminare le questioni improponibili, o in ogni caso, di secondaria importanza per il Paese. Il “necessario” subito. Per il resto, ci sarebbe da contare sulla “tenuta” di una nuova, ipotetica, Legislatura. Come a scrivere che, se il 2017 è stato un anno” nero”, il 2018 potrebbe riconfermarsi tale. Solo il rinnovamento è veramente la cura per la salvezza della Penisola. Mettendoci le idee percorribili. L’impressione è che un sistema stia morendo e un nuovo corso non sia stato ancora concretamente tracciato.  Di conseguenza, non è possibile essere ottimisti. Ciò non ci vieta, però, d’augurare ai politici nazionali, vecchi e nuovi, il dono della “luce”; per evitare che si perseveri nel “buio” di un sistema inconcludente. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Dal 2006 la popolazione straniera in Italia è aumentata di circa 2 milioni di persone

 

ROMA  - “Non ci sono invasori, non siamo vittime, non incombe una condanna alla catastrofe, il futuro dipende da noi e dal nostro spirito di collaborazione con i Paesi in via di sviluppo”. Con queste parole Ugo Melchionda, il Presidente del Centro Studi e Ricerche Idos ha dato il benvenuto a quanti hanno preso parte alla presentazione del Dossier Statistico Immigrazione 2017 svoltasi a Roma presso il Teatro Orione.

Sul palco, per coordinare gli interventi dei relatori chiamati a discuterne, Franco Pittau, Coordinatore Scientifico del Dossier nonché ideatore e Claudio Paravati, Direttore Centro Studi Confronti, partner per la realizzazione.  L’edizione di quest’anno è la 27ma e cade a 20 anni dalla morte di mons. Luigi Di Liegro, (scomparso il 12 ottobre 1997). “Don Luigi, ha ricordato Pittau, era una un sacerdote, un operatore sociale, che aveva la vista molto lunga e sponsorizzò subito l’idea di istruire, formare e sensibilizzare in materia migratoria alcuni dati statistici. Questo dossier prese l’avvio nel 1991”.

A ricordare la figura del fondatore della Caritas di Roma e difensore di tutte quelle persone emarginate e da sempre solidale con gli immigrati anche la nipote, Luigina Di Liegro, invitata al tavolo dei relatori in rappresentanza della Fondazione Internazionale Don Luigi Di Liegro Onlus. “Mio zio - ha ricordato - con Franco e Lidia Pittau hanno avuto l’idea di iniziare il Dossier, mio zio era un sacerdote aveva una formidabile passione per l’umanità tutta”. Rivolgendosi agli studenti di numerosi istituti scolastici romani presenti in sala ha affermato  “voi giovani se conoscete le mense della Caritas, i centri per l’accoglienza per gli stranieri, i centri per l’AIDS, se avete sentito parlare di questi servizi o conoscete questi servizi allora dovete pensare a don Luigi. Era una persona che amava Roma, la nostra città”. “Per lui - ha continuato la Di Liegro - era importante che la politica e gli amministratori ascoltassero i bisogni dei cittadini, i bisogni di chi non ha lavoro, di chi è in mobilità, di chi è disabile. Ha creato le prime mense perché per lui il cibo era importante, perché il fatto di poter magiare ridava alla persona dignità”. “Oggi - ha continuato la Di Liegro – parliamo di conoscenza, il Dossier per don Luigi voleva dire conoscere e Franco Pittau e Ugo Melchionda hanno lavorato a quel sogno di don Luigi affinché ci fosse una città e un Paese accogliente”.

A seguire la parola al pastore Luca Anziani, vice moderatore della Tavola Valdese. “Anche quest’anno – ha ricordato Anziani - la Tavola Valdese ha voluto sostenere questo progetto non solo dal punto di vista economico ma con un’azione a  trecentosessanta gradi. Il motivo per cui la nostra Chiesa ha deciso ancora una volta di sostenere questo progetto è da ricercarsi in quello che possiamo chiamare una motivazione che accomuna tutti e tutte noi, ovvero la costruzione di una cittadinanza solidale”.  Anziani ha inoltre rilevato la necessità di modificare le strutture culturali del nostro Paese, visto che la questione migratoria “è un’urgenza prima di tutto culturale, poi ovviamente anche politica e sociale e riguarda tutte le fedi”.

A seguire è stato proiettato “Voci di Confine” il Video che Rai News ha curato anche per questa edizione del Dossier, una fotografia della situazione italiana sul tema immigrazione, attraverso immagini e interviste, partendo proprio dal coordinatore scientifico del dossier, Franco Pittau.

Dal Rapporto emerge come al 31 dicembre 2016 la presenza straniera regolare (immigrati residenti con una qualche forma di permesso di soggiorno) siano poco più di 5 milioni, una cifra che rispecchia gli italiani in uscita, cioè residenti all’estero che si attestano sui 5.383.199. Calcolando un arco di tempo che va dal 2006, in 10 anni la popolazione straniera residente in Italia è aumentata di circa 2 milioni di persone. Sempre secondo il Rapporto dalle previsioni dell’Istat nel 2065 potrebbero essere 14,1 milioni i residenti stranieri nel nostro Paese e 7,6 i cittadini italiani di origine straniera, quindi più di un terzo della popolazione. Di conseguenza “non è scusabile” come riportato dai curatori del dossier, un ulteriore rinvio della legge sulla cittadinanza, soprattutto se si tiene conto del numero più che elevato dei giovani stranieri nati in Italia.

Ogni mese solo a Milano e a Roma sono circa 500 i bambini che nascono da genitori stranieri, ma non è tutto, un aumento delle nascite di bimbi figli di immigrati si riscontra in buona parte nelle città del nord come del Sud Italia.

Il Dossier costituito da 480 pagine, è inoltre ricco di schemi e dati, ad esempio la tabella dedicata alla ‘Distribuzione e Incidenza’ fotografa la distribuzione degli immigrati su tutto il territorio nazionale, ma con incidenze diverse sulla popolazione complessiva: infatti 1 su 5 vive in Lombardia; 1 su 8 vive nel Lazio; 1 su 10 vive in Emilia Romagna. Le provincie con maggior presenza di stranieri risultano essere Prato con il 17%, a seguire Piacenza, Milano e Parma con il 14%; Roma (assieme a Brescia, Firenze, Modena, Mantova e Reggio Emilia) si attesta al 12-13%. Il comune con la percentuale più alta risulta Baranzate in provincia di Milano con il 33%, per scendere ad Acate nel sud in provincia di Ragusa con il 30%. Nel Nord-Est la presenza straniera rispetto alla popolazione complessiva è del 10,4%; poco di più nel Nord-Ovest con il 10,6%; al Centro si ha un 10,7%; scende di molto al Sud con il 4,2% e nelle Isole con il 3,6%. (Fonte Istat). Gli immigrati con permessi di soggiorno sono 3.714,137, di cui il 59,5% sono permessi di lungo soggiorno contro il 40,5% con permessi a termine. 145,700 risultano i permessi scaduti, di questi il 24,5% per richiesta asilo e altre forme di protezione. (Fonte Istat). 

Fra i lavoratori stranieri sono 2,4 milioni gli occupati, 437mila i disoccupati con una retribuzione che oscilla di poco al disotto dei mille euro per raggiungere un massimo di qualche centinaia di euro al disopra dei mille euro.  Dal dossier emerge anche come - a seconda del metodo di calcolo - il beneficio finanziario assicurato dagli immigrati ai conti pubblici sia compreso tra 2,1 e 2,8 miliardi di euro. Il presidente dell’Inps Tito Boeri ha affermato che l’incidenza degli stranieri sul totale degli assegni di pensione in Italia è di appena lo 0,3%.

“Noi abbiamo oggi 250 milioni circa di migranti nel mondo e quindi è questo il problema da cui partire - ha affermato Ugo  Melchionda - a questi migranti vanno 65 milioni di rifugiati, le due facce della migrazione contemporanea. Il 3% della popolazione emigra, ma è una scelta come dire non sempre libera, è una scelta molte volte obbligata da condizioni insostenibili nei Paesi di origine. Abbiamo 65 milioni di persone che non hanno nulla, che hanno l’unica scelta di attraversare deserti o il Mediterraneo, pagando un prezzo altissimo. Pensate che ogni anno sono migliaia le persone che muoiono in questi tentativi e il Mediterraneo si è confermato negli ultimi anni come il posto più pericoloso. Muoiono molte più persone attraversando il Mediterraneo che in qualsiasi altro tentativo di attraversare frontiere al mondo. Questa è la nostra responsabilità, è qualcosa a cui dobbiamo pensare perché non è possibile lasciare questa condizione”. Per Melchionda inoltre “la vera e propria urgenza, in questo Paese non è l’immigrazione ma è la narrazione che se ne fa”. Una narrazione che non rispetta la realtà che spesso fa leva sulla paura del diverso.

Un commento è venuto anche da don Vinicio Albanesi, presidente della Comunità di Capodarco, con una lunga esperienza in tema di accoglienza, “una voce cattolica nel panorama laico degli interventi” ha detto Pittau. Per don Vinicio tre sono gli aggettivi che gli derivano dall’esperienza, maturata dal lontano 1975 quando si parla di integrazione e accoglienza: c’è l’accoglienza e integrazione precaria, legata ai centri di prima accoglienza che danno un tempo limitato a chi vi soggiorna. Persone, quest’ultime, che poi spesso diventano ‘invisibili’, finendo a vivere senza fossa dimora nelle stazioni, nelle piazze delle città o nelle strade italiane.  Vi è poi c’è l’accoglienza interessata, formata da una schiera di persone, come ad esempio le badanti, che servono alle  famiglie, alla società. C’è infine l’accoglienza ostile, quella basata sulla paura dello straniero.

Rivolgendosi ai ragazzi in sala il sacerdote ha infine aggiunto “voi che siete giovani, non abbiate paura, la storia non si ferma e i muri non servono, perché la storia ha una sua evoluzione che porta a quella che noi chiamiamo civiltà”.

A seguire le parole di Insaf Dimassi, studentessa della Facoltà di Scienze Internazionali di Bologna, tunisina, di seconda generazione in Italia, rappresentante del Movimento dei cittadini senza cittadinanza, che ha sottolineato l’importanza della rapida approvazione della legge sullo ius soli. La Dimassi ha anche spiegato come il Movimento sia composto da ragazzi e ragazze nati e cresciuti in Italia ma non riconosciuti come italiani e abbia lo scopo di interfacciarsi su queste tematiche con i politici e con la stampa. “Il nostro obiettivo principale – ha aggiunto - è quello di sensibilizzare il pubblico innanzitutto spiegando quali sono le difficoltà di noi ragazzi. Non si può giocare con i diritti”.

E’ stato l’intervento di Tatiana Esposito, direttore generale per l’Immigrazione e le Politiche di Integrazione del ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ad introdurre lo spazio dedicato alle istituzioni. “Questo Rapporto – ha esordito il direttore generale  dopo aver ringraziato Ugo Melchionda per la qualità del lavoro svolto - ai miei occhi mostra due aspetti principali: da un lato è importante perché ci permette di andare a guardare i dati, di decodificare la realtà. Questo rapporto rappresenta una mappa che ci indica dove c’è bisogno di agire e in che maniera bisogna agire.. Da un altro lato attribuisco valore a questo lavoro anche perché aiuta a correggere delle percezioni del fenomeno migratorio che sono spesso distorte e che contribuiscono ad alimentare un dibattito quasi sempre polarizzato e radicalizzato, e quando a confrontarsi sono idee radicalizzate è veramente raro che abbia la meglio l’idea migliore”. La Esposito ha anche rilevato come i dati del Dossier sul mercato del lavoro degli immigrati siano in linea con quanto emerge dalle indagini promosse dal ministero, l’ultima edizione è del luglio scorso, sulla partecipazione al mercato del lavoro degli stranieri. Un ambito su cui il ministero si percorrendo una politica attiva anche grazie alla collaborazione con le regioni.

Le conclusioni sul tema “Le prospettive percorribili” -  sono state affidate al vice ministro degli Esteri e della Cooperazione Internazionale  Mario Giro che ha in primo luogo ringraziato i promotori del Rapporto che permette di avere un quadro reale della presenza migratoria in Italia. “Io non voglio fare delle conclusioni istituzionali preferisco fare delle conclusioni politiche -  ha affermato il vice ministro - perché cari amici la questione dell’integrazione, è un tema che nelle città porteremo avanti per lungo tempo e sul quale secondo me dovremo attrezzarci diversamente perché sarà una lotta sempre più dura”.  Giro ha anche sottolineato come l’immigrazione sia, in Italia e in Europa, una questione culturale che appare caratterizzata da chiusure, contrapposizioni, avversità: un vera malattia che riporta agli anni ’30 e che esige un’opera di netto contrasto. Nicoletta Di Benedetto

 

 

 

 

Fuga dall'Italia: via 50 mila giovani nel 2016

 

Sempre più italiani chiedono la residenza all'estero. Nel 2016 si è registrato un boom di giovani che se ne vanno dal nostro Paese. Nel 2016 se ne sono andati in 48.600 nella fascia di età tra i 18 e i 34 anni. Lo registra il Rapporto della Fondazione Migrantes della Cei, presentato oggi a Roma, che parla di 5 milioni di italiani che si sono trasferiti in Europa e nel mondo, con un aumento del 3,3% in un solo anno. Rispetto al 2015 c'è stato un aumento del 23,3%. L'8,2 degli italiani vive fuori dai confini nazionali.

Nel dettaglio, da gennaio a dicembre 2016, le iscrizioni all’Aire per solo espatrio sono state 124.076 (+16.547 rispetto all’anno precedente, +15,4%), di cui il 55,5% (68.909) maschi. Il 62,4% sono celibi/nubili e il 31,4% coniugati/e. Oltre il 39% di chi ha lasciato l'Italia nell’ultimo anno ha un’età compresa tra i 18 e i 34 anni (oltre 9 mila in più rispetto all’anno precedente, +23,3%); un quarto tra i 35 e i 49 anni (quasi +3.500 in un anno, +12,5%).

 

"Le partenze - spiegano i ricercatori - non sono individuali ma di 'famiglia' intendendo sia il nucleo familiare più ristretto, ovvero quello che comprende i minori (oltre il 20%, di cui il 12,9% ha meno di 10 anni) sia la famiglia 'allargata', quella cioè in cui i genitori - ormai oltre la soglia dei 65 anni - diventano 'accompagnatori e sostenitori' del progetto migratorio dei figli (il 5,2% del totale).

A questi si aggiunga il 9,7% di chi ha tra i 50 e i 64 anni, i tanti 'disoccupati senza speranza' tristemente noti alle cronache del nostro Paese poiché rimasti senza lavoro in Italia e con enormi difficoltà di riuscire a trovare alternative occupazionali concrete per continuare a mantenere la propria famiglia e il proprio regime di vita. Le donne sono meno numerose in tutte le classi di età ad esclusione di quella degli over 85 anni (358 donne rispetto a 222 uomini): si tratta soprattutto di vedove che rispondono alla speranza di vita più lunga delle donne in generale rispetto agli uomini".

Il continente prioritariamente scelto da chi ha spostato la propria residenza fuori dell’Italia nel corso del 2016 è stato quello europeo, seguito dall’America Settentrionale. Il Regno Unito, con 24.771 iscritti, registra un primato assoluto tra tutte le destinazioni, seguito dalla Germania (19.178), dalla Svizzera (11.759), dalla Francia (11.108), dal Brasile (6.829) e dagli Stati Uniti (5.939).

La Lombardia, con quasi 23 mila partenze, si conferma la prima regione da cui gli italiani hanno lasciato l’Italia alla volta dell’estero, seguita dal Veneto (11.611), dalla Sicilia (11.501), dal Lazio (11.114) e dal Piemonte (9.022). Il Friuli Venezia Giulia è l’unica regione con meno partenze: (-300 friulani, -7,3%). In generale gli italiani sono partiti da 110 territori verso 194 destinazioni diverse nel mondo.

A livello provinciale le partenze dell’ultimo anno, registrano, accanto alle grandi e popolose metropoli italiane quali Roma, Milano, Torino e Napoli, contesti locali minori come la città di Brescia (oltre 3 mila partenze). Nuova entrata, ultima tra le prime 10 province, Varese (2.289 partenze nell’ultimo anno). Adnkronos 17

 

 

 

 

Migranti, accoglienza al palo. Collabora un Comune su otto

 

Solo mille adesioni al piano del Viminale per la distribuzione sul territorio

Francesco Grignetti

 

ROMA - Tante lusinghe, promesse, anche qualche rampogna. Ma tutto sembra inutile. I Comuni continuano ad essere sordi rispetto alle attese del ministero dell’Interno quando si tratta di accogliere i rifugiati. Il sistema Sprar (Servizio protezione per richiedenti asilo e rifugiati) non decolla come speravano al Viminale. Sono soltanto 1017 i Comuni (sui 7978 d’Italia) che hanno aderito e ora garantiscono 31.400 posti. Tanti? Pochi? «E’ la solita questione - dice Matteo Biffoni, sindaco dem di Prato e delegato per i problemi dell’immigrazione dell’Anci - del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. Nello Sprar abbiamo cinquemila posti più di prima ed è un fatto innegabile. Poi, certo, se si partiva dall’aspettativa di raddoppiare i posti, siamo ancora lontani; se si partiva dall’aria che tira, è un successo». 

 La partita non è ancora finita. È di ieri, per dire, a Catanzaro, una cerimonia alla presenza del ministro Marco Minniti che certifica come 194 Comuni calabresi abbiano aderito allo Sprar, quasi la metà in quella regione. Quella stessa Calabria dove la ’ndrangheta si era infiltrata nel centro di accoglienza di Isola Capo Rizzuto e aveva trasformato l’accoglienza in un suo business. «In materia di immigrazione - dice quindi il ministro - dobbiamo liberarci della pratica di interventi che rincorrono altri interventi. Solo così possiamo affrontare in maniera credibile la questione importante della paura».  

 

Nei progetti più rosei del ministro Minniti, con l’accoglienza diffusa si dovrebbero chiudere presto i maxi-centri. «È chiaro - ha spiegato la settimana scorsa in Parlamento - che se potessimo incrementare significativamente il numero dei Comuni che accolgono, potremmo rafforzare di più un mio intendimento che in ogni caso intendo perseguire, cioè un processo di superamento dei grandi centri di accoglienza».  

Qualcuno ricorderà il piano del Viminale: se avessero aderito tutti i 7978 municipi, l’accoglienza si sarebbe ripartita sul territorio con il parametro di 2,5 ospiti per mille abitanti. Ma così non è. Le ultime stime dicono che sono 196 mila i migranti a cui in questo momento lo Stato dà vitto e alloggio: 30 mila nei centri dello Sprar, gestiti dai sindaci; i restanti 160 mila a carico delle prefetture. «È innegabile - spiega il sottosegretario Domenico Manzione - che le cose non sono andate proprio come ci aspettavamo. Ma la chiusura dei grandi centri è connaturata all’estensione dello Sprar. Vorrà dire che i tempi saranno un po’ più lunghi».  

 

Molto dipenderà anche dagli sbarchi. Se il flusso resterà come in questi ultimi quattro mesi, i numeri dell’accoglienza si ridurranno automaticamente e tutto sarà più facile. «In questo momento - dice Minniti, cautamente - possiamo dire di trovarci di fronte ad un quadro che ci porta ad avere una curva degli arrivi di migranti nel nostro Paese che è significativamente scesa». In complesso, negli ultimi quattro mesi sono sbarcati in 26.878; l’anno scorso erano stati 89.205 (riduzione del 70%).  LS 22

 

 

 

 

Nuova legge elettorale e voto all’estero. Il pensiero dell’Unaie

 

L’UNAIE, che rappresenta in Italia le Associazioni provinciali e regionali di emigrazione ed immigrazione, ha preso visione con rammarico della nuova norma che regola il voto degli italiani all’estero. Già nella legge precedente si riscontravano alcune difficoltà formali e sostanziali nella procedura che consentiva agli italiani all’estero di partecipare al voto per l’elezione dei 18 seggi riservati a loro nel Parlamento e nel Senato Italiano.

Con l’approvazione della norma che consente ad un italiano residente in Italia di candidarsi all’estero, risalta con palese ovvietà come per forza di cose venga in questo modo favorita la candidatura di italiani  che vivono sul territorio nazionale , anziché facilitare e  dare forza e opportunità di una più consapevole partecipazione, alle comunità italiane che vivono all’estero.

L’UNAIE ritiene che In questo modo si venga a stravolgere il principio stesso della compartecipazione dei rappresentanti degli emigranti italiani alla vita pubblica nazionale, tagliando di fatto l’occasione di presentarsi con possibilità di successo alle elezioni per la Camera ed il Senato e contravvenendo alla specificità della rappresentanza politica della circoscrizione estero.

Secondo l’UNAIE l’elaborazione della nuova legge elettorale sarebbe invece stata  l’occasione più adatta per rivedere finalmente tutto l’impianto che gestisce il voto all’estero, introducendo meccanismi e norme migliori , in grado di favorire e semplificare sia la possibilità di candidare che quella di esprimere il voto nonché di renderlo più trasparente e sicuro, favorendo anche la partecipazione dei numerosi cittadini italiani in mobilità.

Senza voler entrare in questo frangente nella discussione politica che subito si è accesa tra le varie correnti e formazioni di partito spesso in maniera strumentale con accuse reciproche di favoritismi e clientelismi, così senza voler entrare nel merito  dell’incostituzionalità che una tale norma potrebbe provocare , l’UNAIE ritiene di dover esprimere la propria contrarietà rispetto a quanto avvenuto alla Camera e auspica che in sede di prossimo esame al Senato si possa rimediare ad una disposizione che penalizzerebbe le comunità italiane all’estero, anche in considerazione del fatto che i cittadini italiani residenti all’estero non godono di alcuna reciprocità, ovvero non si possono candidare nei collegi italiani.

(Inform 18)

 

 

 

 

 

 

Le Colonie Libere (Svizzera) sulla legge elettorale

 

Zurigo. La Conferenza dei Presidenti e Delegati della Federazione delle Colonie libere Italiane in Svizzera (FCLIS) riunita a Niedergösgen-Schönenwerd lo scorso 22 ottobre, esprime il proprio unanime disappunto nei confronti della legge elettorale che il Parlamento italiano si accinge ad approvare.

Pur nella consapevolezza della necessità di andare al voto con una legge elettorale che armonizzi le modalità di elezione di Camera e Senato, condivide il giudizio di chi ritiene la legge attualmente in discussione, denominata Rosatellum bis (palesando, come le precedenti, un discutibile gusto nell’abuso del latinorum), in generale

- sbagliata nel metodo: resa colpevolmente e forse intenzionalmente urgente perché a ridosso della scadenza elettorale, per giunta sottoponendola ad un voto di fiducia, esautorando, in tal modo, il Parlamento della sua funzione precipua;

- sbagliata nel merito, al di là dell’architettura istituzionale con la quale è stata concepita, consegna de facto la composizione di almeno i due terzi del parlamento alle segreterie, se non ai singoli segretari, dei partiti, relegando il cittadino, privato della possibilità di esprimere la propria preferenza per un candidato, al rango di spettatore pagante le conseguenze, consentendogli di manifestarsi, come tifoso di questo o di quel partito.

 

Nello specifico, con riferimento alla Circoscrizione estero, per la quale il sistema elettorale resta proporzionale con la possibilità di esprimere le preferenze, la Conferenza dei Presidenti della FCLIS ritiene inconcepibile l’approvazione dell’emendamento che consente ai cittadini italiani che non risiedono all’estero, pertanto non iscritti all’AIRE, di candidarsi in una delle ripartizioni geografiche fuori dai confini nazionali.

A chi relativizza, appellandosi ad un presunto diritto di reciprocità, risponde che tale eventualità avrebbe ragione di essere valutata se effettivamente ai cittadini italiani all’estero fosse riservata una quota parte di parlamentari proporzionale al numero degli elettori. Così fosse, ne deriverebbe che nella Circoscrizione estero verrebbero elette una sessantina di Deputati e una trentina di Senatori.

Così invece non è. All’estero possono essere eletti 6 Senatori e 12 Deputati. Ciò ne determina l’unicità sancita dalla legge 459 del 27 dicembre 2001.

Unicità che per sua natura non può prevedere reciprocità. De.it.press 24

 

 

 

 

Presentato alla Farnesina il Rapporto 2017 della Fondazione Leone Moressa sull’economia dell’immigrazione

 

“La dimensione internazionale delle migrazioni”. Gli immigrati in Italia producono più della Croazia. Con 130 miliardi, sarebbero la 17esima economia europea

 

ROMA - Mercoledì 18 ottobre è stato presentato alla Farnesina il Rapporto annuale della Fondazione Leone Moressa sull’economia dell’immigrazione, dedicato nella sua edizione 2017 alla dimensione internazionale delle migrazioni. Il rapporto è introdotto da una prefazione del ministro Alfano e patrocinato dal ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

L’evento, aperto dal direttore generale per gli Italiani all’Estero e le politiche migratorie Luigi Maria Vignali, ha visto la partecipazione tra gli altri del presidente dell’INPS Tito Boeri.

I 2,4 milioni di occupati immigrati in Italia nel 2016 – si legge in una nota della Fondazione Moressa - hanno prodotto 130 miliardi di valore aggiunto (8,9% del PIL). Messi a confronto con le economie dei paesi UE, gli stranieri in Italia sarebbero al 17° posto, con un valore aggiunto superiore al PIL di paesi come Ungheria, Croazia o Slovenia.

Il contributo economico dell’immigrazione si traduce in 11,5 miliardi di contributi previdenziali, in 7,2 miliardi di Irpef versata, in oltre 570 mila imprese straniere.

L’edizione 2017 del Rapporto, oltre a fotografare l’impatto economico e fiscale dell’immigrazione in Italia, approfondisce una prospettiva internazionale più ampia, analizzando le dinamiche dei quasi 250 milioni di migranti internazionali.

Il reale impatto economico

In un Paese che invecchia (7 nascite contro 11 morti ogni mille abitanti), la presenza immigrata rappresenta forza lavoro indispensabile in molti settori. Da un punto di vista previdenziale, i lavoratori immigrati versano 11,5 miliardi di contributi e garantiscono un saldo positivo per le casse INPS.

Complessivamente, il valore aggiunto prodotto dai lavoratori immigrati è pari a 130 miliardi (8,9% del valore aggiunto nazionale). Non si tratta di occupazione in concorrenza con quella italiana, ma di occupazione “complementare”. Italiani e stranieri fanno lavori diversi: tra gli immigrati, solo l’11% è laureato, mentre tra i giovani italiani questa quota raggiunge il 31%. Anche per questo alcune professioni sono a conduzione prevalentemente straniera: il 74% dei lavoratori domestici è straniero, così come oltre il 56% delle “badanti” ed il 52% dei venditori ambulanti.

Le imprese immigrate

Accanto a queste professioni troviamo anche le imprese condotte da immigrati che continuano a crescere ed a produrre valore aggiunto. Negli ultimi cinque anni, in particolare, mentre le imprese italiane sono diminuite del 2,7%, quelle straniere hanno registrato un +25,8% raggiungendo quota 570 mila (9,4% sul totale) e producendo 102 miliardi di euro di valore aggiunto, pari al 6,9% della ricchezza complessiva. In forte crescita gli imprenditori del Bangladesh, anche se il primato per gli imprenditori stranieri è del Marocco (11%) e della Cina (10%).

Le dinamiche migratorie

A livello mondiale si stimano circa 250 milioni di migranti, ovvero il 3% della popolazione mondiale. Le migrazioni forzate invece riguardano 65 milioni di migranti, di cui il 60% sfollati interni. In Europa nel 2016 si è registrato oltre un milione di richieste d’asilo, effettuate in quasi il 60% dei casi in Germania.

In Italia l’immigrazione è cresciuta negli ultimi venticinque anni: basti pensare che nel 1991 era inferiore all’1% della popolazione, mentre nel 2016 gli immigrati regolari in Italia sono 5 milioni, 28 volte di più rispetto ai migranti accolti nei centri di accoglienza (176 mila). Le nazionalità più numerose sono Romania, Albania e Marocco. Immigrati che attraverso le rimesse inviate in patria (5,1 miliardi - 0,30% del PIL), generano un flusso economico più consistente degli aiuti pubblici allo sviluppo investiti dall’Italia nel 2016 (2,9 miliardi - 0,17% del PIL) e si “aiutano a casa loro”. (Inform 20)

 

 

 

 

Deutschland und Europa – Ein Blick in die Zukunft

 

Wie wird die politische Weltordnung in 2025 aussehen? Und welche Rolle wird die Europäische Union in der Welt und Deutschland in der EU einnehmen?

Der ehemalige polnische Außenminister, Radoskaw Sikorski, vertrat auf einer Konferenz des Aspen Instituts in Berlin die Meinung, dass Deutschland nie die Macht in der EU einnehmen wird, wie sie die USA nach dem zweiten Weltkrieg für den Westen eingenommen hat. „Wenn die Europäische Union eine Firma wäre, wäre Deutschland zwar das größte Mitglied, aber nicht der Chef“, sagte er. „Deutschland darf nie vergessen, bei Entscheidungen Partner miteinzubeziehen“. Als Beispiel nannte er den Schengen-Raum und daraufbeziehend die Situation als Bundeskanzlerin Angela Merkel im Jahr 2015 die Grenze für Flüchtlinge offen ließ. Damit waren andere EU-Mitgliedsstaaten nicht einverstanden. „Damals entstand der Eindruck eines Tsunami von Flüchtlingen“. Dies habe die Politik in Europa zum schlechteren verändert. Entscheidungen, die alle im Schengen-Raum betreffen, dürften nicht unilateral getroffen werden.

Mit einer so genannten Agenda der EU-Führungsspitzen schaltet sich Ratspräsident Donald Tusk in die Debatte um die Zukunft der EU-Integration ein. Das Dokument beschreibt die Schwerpunkte bis 2019.

Nach Sikorskis Meining kann die EU nur zusammen stark sein: „Im globalen Kontext gesehen, ist kein EU-Land alleine ein großes Land“.

Deutschland erweise Sikorski zufolge der Europäischen Union jedoch einen großen Gefallen, in dem es eine stabilisierende und zentrale Macht für die Gemeinschaft ist. „Das 20. Jahrhundert war für Deutschland ein Wendepunkt. Nutzen Sie das weise”, gab er mit auf dem Weg.

Best Case – Worst Case

Ob Deutschland seine Stellung in Europa weise nutzt und wie die liberale Weltordnung in Zukunft aussieht, haben Wissenschaftler in einem besten und schlimmsten Zukunftsszenario entworfen.

Im besten Fall wird die Welt in zehn Jahren intensiver zusammen arbeiten, die Vereinten Nationen sind reformiert, der globale Pakt gegen Terrorismus kann eine positive Zwischenbilanz ziehen – ein „Macron-Merkel-Plan“ hat die EU verändert und zum Mars geführt.

Im schlimmsten Zukunftszenario ist Marine Le Pen französische Präsidentin. Vladimir Putin ist weiterhin an der Macht und stellt mittlerweile Ansprüche an Polen. Außerdem hat sich der Terrorismus weltweit ausgebreitet.

Die EU ist nicht in Stein gemeißelt: Ohne Kampf und Hingabe stirbt sie. Die Europäer müssen wieder Sinnhaftigkeit im europäischen Projekt entdecken, so Atran.

Ashraf Swelam, Direktor des „Cairo Center for Conflict Resolution and Peacekeeping in Africa” (CCCPA), der an den “schlimmsten Szenarien” mitarbeitete sagte, dass das Furchterregste nicht die Szenarien an sich seien, sondern wie einfach und glaubwürdig sich diese Szenarien entwerfen ließen. „Meist sind es nicht unsere Handlungen, sondern unsere Passivität, die zu diesen schlimmsten Fällen führen wird“, erklärte Swelam. Relevant seien die Überlegungen der besten und schlimmsten Szenarien deshalb, um zeigen, dass man mit Blick in die Zukunft handeln und gestalten muss. Politiker dürfen nicht nur auf die Gegenwart reagieren, so Swelam.

Eine europäische Chance

Dr. Vira Ratsiborynska, Wissenschaftlerin am NATO Defense College in Rom, erklärte gegenüber EURACTIV, dass ihrer persönlichen Meinung nach, die Europäische Union in zehn Jahren eine starke Kraft in der liberalen Weltordnung sein kann. Dafür müsse sie jedoch innerhalb der Institution besser zusammen arbeiten und nach außen mit Institutionen wie der NATO stärker kooperieren. „Ich denke, wenn die Europäische Union eng mit Organisationen wie etwa der  NATO in entscheidenden Sicherheits- und Verteidigungsfragen zusammenarbeitet, können wir den Herausforderungen begegnen, die die Situation insbesondere in den Bereichen Sicherheit und Verteidigung verschlechtern können“, so Ratsiborynska. „Wenn das passiert, können Europäische Union und NATO im Jahr 2025 stärker sein.“

Nach Brexit-Votum und Trump-Wahl rückte 2016 die Verteidigungsunion ins Zentrum der EU-Integrationspläne. Beim Gipfel Ende vergangener Woche wurden offenbar Fortschritte erzielt.

Dabei sei ein staatenübergreifendens Krisenmanagement sowie die Belastbarkeit und Flexibilität der EU ausschlaggebend. Die internationale Ordnung werde sich verschieben, dabei sei es wichtig, dass man innerhalb und außerhalb der Organisation widerstandsfähiger sei. „Das bedeutet, dass wir uns politisch, militärisch und institutionell anpassen müssen. Wir müssen besser zusammenarbeiten und kooperieren“. Der entscheidende Faktor in einem verändernden Sicherheitsumfeld, seien strategische Planung und institutionelle Anpassung, ist sich Ratsiborynska sicher.  Johanna Greuter, EA 27

 

 

 

 

Vatikan/Europa: Bürger erwarten Perspektive von der Politik

 

„Die Europäische Union und ganz Europa stehen vor großen Herausforderungen, die nicht auf Europa allein beschränkt sind. Die Bürger erwarten sich in diesem Zusammenhang von Politikern und von der Politik – auch wenn abschließende Antworten nicht möglich sind – dann doch eine deutliche Zielsetzung und Perspektive.“ Diese Auffassung hat an diesem Freitag der Präsident der Kommission der Bischofskonferenzen der Europäischen Gemeinschaft (ComECE) und Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Kardinal Reinhard Marx, auf einer Pressekonferenz in Rom vertreten. Unmittelbar vor Beginn des Kongresses „(Re)thinking Europe“, der von der ComECE und dem Heiligen Stuhl veranstaltet wird und bis zum kommenden Sonntag dauert, nannte Kardinal Marx als wichtige Herausforderungen den Klimawandel, die zunehmenden Veränderungen in der Arbeitswelt durch Digitalisierung und die aktuellen Fragen der Flucht- und Migrationsbewegungen.

Ein klarer Blick auf das Heute und Morgen

In der Pressekonferenz warnte Kardinal Marx davor, angesichts dieser Herausforderungen die Antworten in einer falsch verstandenen „Rückkehr zum Bewährten“ zu suchen, die oft nur nostalgisch und eine romantische Verklärung der Vergangenheit sei. „Auch populistische und rückwärtsgewandte politische Strömungen sind ein Ausdruck dafür. Das ist aber nicht unsere Perspektive: Es geht nicht um den beschönigenden Rückblick, sondern es geht um einen klaren Blick auf unsere Gegenwart und vor allem auf die Zukunft.“

Die Europäische Union, das „Projekt Europa“, habe Großes bewirkt, so Marx weiter. Gleichzeitig stelle sich aber die Frage, wie und was die Kirche beitragen könne, um Antworten zu finden. Der Kongress „(Re)thinking Europe“ wolle Politiker und Vertreter der Kirche ebenso wie Vertreter gesellschaftlicher Organisationen miteinander ins Gespräch bringen - über Europa, die Europäische Union, über Erwartungen, Hoffnungen, aber auch Enttäuschungen. Das Treffen in Rom sei nicht der Abschluss eines Nachdenk- und Diskussionsprozesses über Europa und die Europäische Union, sondern ein Auftakt, betonte Kardinal Marx.

(pm 27.10.)

 

 

 

 

Sozialdemokrat Pittella: Breite Allianz gegen die „Orbanisierung“ der EVP

 

Links und rechts müssen sich in der europäischen Politik wieder klarer unterscheiden; die Sozialisten in der EU sollten sich für andere progressive Kräfte öffnen, die gegen die Austeritätspolitik und die „Orbánisierung“ der mitte-rechts Parteien kämpfen, sagt S&D-Fraktionschef Gianni Pittella im Interview mit EURACTIV.com.

 

Gianni Pittella ist Fraktionschef der sozialdemokratischen S&D im Europäischen Parlament. Er sprach in Straßburg mit Sarantis Michalopoulos von EURACTIV.

EURACTIV: Die Große Koalition ist vorbei, sowohl im EU-Parlament als auch in Deutschland. Wie geht es für die europäischen Sozialdemokraten weiter?

Gianni Pittella: Unsere politische Familie muss sich den Bewegungen gegen die Austerität öffnen, ebenso wie jenen Demokraten, die die „Orbánisierung“ der Europäischen Volkspartei (EVP) nicht hinnehmen wollen, und den Bewegungen, die sich für die Menschen- und Bürgerrechte in Osteuropa einsetzen. Außerdem steht die Tür für Umweltaktivisten offen. Wir müssen eine große Allianz aufbauen, um die kommenden Wahlen zu gewinnen.

Die S&D scheint einen progressiven Wechsel zu wollen; sie war es, die die Koalition mit der EVP aufgekündigt hat. Kann man das auch auf nationaler Ebene wiederholen?

Es zeigt sich, dass wir faire, aber klare und deutliche Unterscheidung und Wettbewerb zwischen rechts und links haben müssen. Wir sind die Linke und wir müssen uns auf ein eindeutig progressives Programm einigen, um die Wähler zurück zu gewinnen, die wir verloren haben, weil sie sich nicht ausreichend von uns geschützt fühlen.

Nach der Bundestagswahl in Deutschland wird Wolfgang Schäuble nun nicht mehr in der Eurogruppe präsent sein. Glauben Sie, dass die deutsche Austeritätspolitik in einer Koalitionsregierung mit den Liberalen fortgeführt wird – oder ändern sich die Dinge?

Ich hoffe, dass jeder verstanden hat, dass die Austerität der vergangenen Jahre der Todesstoß war. Jeder, der diese Austeritätspolitik unterstützt hat, sieht nun, dass ihre Ergebnisse ein Desaster sind. Die Schulden haben sich nicht verringert, die Arbeitslosigkeit ist gestiegen und die Demokratie ist im Vergleich zu vorher geschwächt. Das sind alles Ergebnisse der Austeritätspolitik.

Die Griechenland-Saga wurde während Schäubles Amtszeit als Finanzminister sein ständiger Begleiter. Gestern war er letztmalig in der Eurogruppe zugegen.

Sie waren einer der ersten EU-Politiker, der Griechenland in – sowohl wirtschaftlich als auch migrationspolitisch – schwierigen Zeiten beistand. Nun ist der zweite Bailout erfolgreich abgeschlossen und die Geldgeber zeigen sich optimistisch in Bezug auf einen dritten…Fühlen Sie sich bestätigt.

Ich war zunächst einmal nahe an den Bürgern. Ich unterstütze die derzeitige griechische Regierung, weil sie vom Volk gewählt worden ist. Ich konnte es nicht hinnehmen, dass die Griechen, gerade die Ärmsten unter ihnen, nach Jahren der Austerität von weiteren Wirtschaftsmaßnahmen betroffen sein sollten. Es ist egal, wer Griechenland führt, ich werde die Bürger unterstützen. So können wir Europa einigen und eine wichtige Balance erreichen.

Bei der griechischen Syriza stehen interne Wahlen an. Einige Kandidaten haben deutlich gemacht, dass sie nicht mit der mitte-rechts Partei Nea Demokratia kooperieren wollen, andere halten sich diese Option offen. Was würden Sie ihnen empfehlen?

Ich möchte mich an dieser internen Diskussion nicht beteiligen. Dort findet gerade ein demokratischer Prozess, die Wahl einer neuen Führung statt. Ich möchte mich in diese Dynamiken nicht einmischen. Am Ende müssen die Politiker entscheiden, die gewählt worden sind.

Sie bestehen also nicht mehr auf eine „progressive Allianz“ im Land, wie sie sie vormals gefordert haben?

Das ist die Wahl der Führung vor Ort – und ich möchte sie nicht austauschen. Meine europäische Linie hingegen ist klar: Ich arbeite für eine große, weitreichende und offene progressive Allianz.

Es gab Referenden in Katalonien, Venetien und der Lombardei. Wie sehen die Sozialdemokraten diese Entwicklungen?

Ich denke, wir sehen zwei Gräben: Einerseits die Abspaltungswünsche der reichsten Gebiete, wie Katalonien, und andererseits Bewegungen in den ärmsten Regionen, die unter den Folgen der Globalisierung leiden. Diese Gräben untergraben beide die Einheit der europäischen Demokratie. Wir müssen deswegen die Einheit Spaniens und die Einhaltung der spanischen Verfassung verteidigen. Gleichzeitig kann die Verfassung aber reformiert werden – mit angebrachten Mitteln. Mein Kollege Pedro Sánchez will einen Ausschuss im spanischen Nationalparlament aufbauen, das innerhalb von sechs Monaten eine Verfassungsreform erarbeiten soll, die den Regionen, insbesondere Katalonien, mehr Autonomie garantiert. Das ist der richtige Weg, um die Autonomie einer Region zu stärken.

Die wirtschaftlichen Gräben in der EU sind nach wie vor deutlich und durch die Wirtschaftskrise sogar vertieft worden, zeigt der aktuelle Kohäsionsbericht.

Gleichzeitig müssen wir uns um die Menschen kümmern, die hart von der Globalisierung getroffen worden sind. Menschen, die ihren Job verloren haben, die in abgelegenen Gebieten leben, junge Menschen, die Arbeit suchen. Es gibt in ganz Europa noch immer viele Menschen, die leiden. Und denen müssen wir die richtigen Antworten bieten.

Die Kommission möchte das Handelsabkommen mit der Mercosur vor Ende 2017 abschließen. Sie besuchen bald Lateinamerika. Was ist der sozialdemokratische Standpunkt?

Das EU-Mercosur-Handelsabkommen ist für uns aus politischer Sicht sehr wichtig. Die EU muss ihre Beziehungen zu Lateinamerika verbessern, weil US-Präsident Donald Trumps Isolationismus neuen Handlungsspielraum für Europa bietet. Ein Großteil der Bevölkerung dort stammt aus Spanien und Italien. Ich möchte aber unterstreichen, dass einige Teile des Abkommens noch deutlicher geklärt werden müssen.

Mir wurden viele Bedenken, auch aus meiner Fraktion, zum Thema Landwirtschaft vorgebracht. Diese Punkte müssen geklärt werden, bevor wir weiter verhandeln können.

Ich denke, unser Besuch in Lateinamerika, insbesondere in Argentinien und Uruguay, wird der richtige Anlass sein, um diese Themen zu besprechen.

Sarantis Michalopoulos, EA 26

 

 

 

 

Flüchtlingspolitik. EU-Regierungen wollen Einigung über Dublin-Regeln bis Mitte 2018

 

Die EU-Staats- und Regierungschefs ringen weiter erfolglos um eine Dublin-Reform. Jetzt haben sie zumindest eine Frist bestimmt. Bis Mitte 2018 soll der Streit über die Verteilung von Flüchtlingen gelöst sein. Das Europaparlament ist bereits weiter. Es will den Grundsatz des Ersteinreiselandes kippen.

Der Streit der EU-Mitgliedsländer über die künftige Verteilung von Flüchtlingen soll bis Mitte nächsten Jahres gelöst sein. Die Staats- und Regierungschefs vereinbarten bei ihrem Gipfel am Donnerstag in Brüssel, eine Einigung über die Reform der sogenannten Dublin-Regeln in der ersten Jahreshälfte 2018 anzustreben, wie EU-Ratspräsident Donald Tusk am Abend mitteilte. Die Regeln bestimmen, welches Land für einen in der EU angekommenen Asylbewerber verantwortlich ist.

Die EU-Kommission hatte die Dublin-Reform im Mai 2016 vorgeschlagen. Eine Einigung scheiterte bislang laut Diplomaten daran, dass sich mehrere Länder generell gegen neue Verpflichtungen zur Aufnahme von Flüchtlingen sperren. Mit der Frist soll der Druck zur Einigung erhöht werden. Beim EU-Gipfel im Dezember 2016 hatten die Staats- und Regierungschefs eine Einigung im ersten Halbjahr 2017 als Ziel genannt. In den vergangenen Tagen war in Brüssel diskutiert worden, das Jahresende 2017 als Frist zu setzen.

Nach den derzeitigen Dublin-Regeln ist in der Regel das Land für einen Asylbewerber zuständig, in dem dieser zuerst europäischen Boden betritt. Damit sind vor allem die südlichen Länder wie Italien und Griechenland in der Verantwortung. Die EU-Kommission will die Verantwortung gleichmäßiger auf die EU-Länder verteilen. Der Reformvorschlag relativiert das Prinzip des Ersteinreisestaates durch einen sogenannten Korrekturmechanismus. Bei besonders großen Ankunftszahlen von Asylbewerbern sollen die anderen Länder den Ersteinreiseländern Flüchtlinge abnehmen.

Europarat gegen Grundsatz des Ersteinreiselandes

Am Donnerstagmorgen hatte unterdessen der Innenausschuss des Europaparlaments seine Haltung zur Dublin-Reform festgelegt. Sie geht über den Vorschlag der EU-Kommission hinaus, indem die Verantwortung noch gleichmäßiger auf alle Mitgliedstaaten verteilt werden soll. Der Grundsatz des Ersteinreiselandes würde komplett gekippt. Wenn das Parlamentsplenum die Position des Innenausschusses wie erwartet billigt, muss sie mit der gemeinsamen Haltung der Regierungen verhandelt werden, für die die Frist vereinbart wurde. Erst nach einer Einigung zwischen Parlament und Rat ist die Neuregelung fertig.

Die Überarbeitung der Dublin-Verordnung gilt als wichtigste und schwierigste Aufgabe bei der Reform des sogenannten Gemeinsamen Europäischen Asylsystems. Diese umfasst noch sechs weitere Gesetzesprojekte, darunter eine Harmonisierung der Asylverfahren. (epd/mig 23)

 

 

 

Tusk will umstrittene EU-Asylrechtsreform bis Mitte 2018

 

Nach dem deutlichen Rückgang der Flüchtlingszahlen will die EU ihre Anstrengungen auf der Migrationsroute von Libyen nach Italien verstärken.

„Wir haben eine echte Chance, die zentrale Mittelmeerroute zu schließen“, sagte EU-Ratspräsident Donald Tusk beim EU-Gipfel am Donnerstag in Brüssel. Die Staats- und Regierungschefs hätten beschlossen, Italien „stärkere Unterstützung“ bei der Zusammenarbeit mit den libyschen Behörden anzubieten.

Die EU-Innenminister tagen zurzeit zu Terrorismus und Flüchtlingskrise. Der Bundesinnenminister stellt dort klare Forderungen.

Darüber hinaus wolle der Gipfel „ausreichende Finanzmittel“ für die weitere Arbeit mit Blick auf Nordafrika bereitstellen, sagte Tusk. Die EU-Kommission solle dafür sorgen, „dass dieses Geld investiert wird, um den Zustrom einzudämmen“. Tusk erwartete „konkrete Ergebnisse“ in den kommenden Wochen. Ende November hält die EU einen Gipfel mit 55 afrikanischen Staaten in Abidjan in der Elfenbeinküste ab.

Der Ratspräsident bezog sich auf Finanzmittel über den Notfall-Treuhandfonds für Afrika. Er war im November 2015 auf dem Höhepunkt der Flüchtlingskrise ins Leben gerufen worden. Der Fonds soll zur Bekämpfung von Fluchtursachen und einem besseren „Migrationsmanagement“ eingesetzt werden. Bisher ist der Fonds 2,9 Milliarden Euro schwer. Der Großteil der Mittel kommt bislang direkt aus dem EU-Haushalt, Mitgliedstaaten und andere Partner haben laut EU-Kommission bisher nur rund 228 Millionen Euro eingezahlt.

Darüber hinaus hätten die Staats- und Regierungschefs beschlossen, bei der umstrittenen europäischen Asylreform im ersten Halbjahr einen Konsens zu erreichen, sagte Tusk. Die Reform der sogenannten Dublin-Regeln werde deshalb beim nächsten regulären EU-Gipfel im Dezember besprochen.

Die europäische Migrationspolitik braucht dringend einen Richtungswechsel, um die Grundwerte der EU und die Menschenrechte zu wahren, so die NGO Oxfam.

Bisher müssen Flüchtlinge ihren Asylantrag in dem Land stellen, in dem sie als erstes europäischen Boden betreten. Dies führte dazu, dass Ankunftsländer wie Griechenland und Italien vollkommen überfordert sind. Hoch umstritten bei der Reform sind Vorschläge, Flüchtlinge in solchen Fällen automatisch in andere EU-Länder zu bringen. Widerstand kommt dabei vor allem von osteuropäischen Staaten.

Im Europaparlament nahm die Reform am Donnerstag eine erste Hürde. Der zuständige Ausschuss für Bürgerrechte verabschiedete eine Reihe von Vorschriften, die für eine gerechtere Aufteilung von Asylbewerbern unter den EU-Staaten sorgen sollen. Dazu soll ein fester und verbindlicher Verteilerschlüssel beschlossen werden, der nach der Bevölkerungszahl und dem Bruttosozialprodukt der einzelnen Länder berechnet wird. EA/AFP 20

 

 

 

Vereinte Nationen. Fast 600.000 Rohingya aus Myanmar geflohen

 

Seit Ende August wurden UN-Schätzungen zufolge rund 600.000 Rohingya vertrieben. Derweil appellieren UN-Vertreter an die Geberländer, die benötigte Geld-Hilfe zur Versorgung der Vertriebenen bereitzustellen.

Trotz internationaler Appelle setzen die Sicherheitskräfte Myanmars nach UN-Angaben ihre Militärkampagne gegen die Minderheit der Rohingya fort. In den vergangenen Tagen seien erneut Zehntausende muslimische Rohingya vor der Gewalt aus Myanmar nach Bangladesch geflohen, teilten die Vereinten Nationen am Dienstag in Genf mit.

Seit Ende August hätten Armee und Polizei Myanmars schätzungsweise 582.000 Rohingya vertrieben, sagte ein Sprecher des Flüchtlingshilfswerk UNHCR. Rund 15.000 neu geflohene Rohingya seien in der Grenzregion auf dem Territorium von Bangladesch gestrandet, sagte Sprecher Andrej Mahecic weiter.

Die verzweifelten Menschen harrten auf Reisfeldern aus und warteten auf die Erlaubnis der Behörden Bangladeschs, weiter in das Land zu ziehen. Die Gestrandeten bräuchten dringend Lebensmittel, Wasser und andere humanitäre Hilfe.

UN wartet auf Hilfszusagen

Unterdessen betonten UN-Vertreter, dass Geberländer erst ein Viertel der benötigten Summe von rund 430 Millionen US-Dollar für die Rohingya-Hilfe bereitgestellt hätten. UN-Hilfsorganisationen seien auf das Geld angewiesen, um die Flüchtlinge in Bangladesch bis Februar 2018 mit Lebensmitteln, Wasser, Medikamenten und anderen humanitären Gütern zu versorgen.

Der Sprecher des UN-Büros zur Koordinierung humanitärer Hilfe, Jens Laerke, erklärte, die Geber sollten am kommenden Montag Hilfszusagen machen. Alle UN-Mitgliedsländer seien zu einer Geberkonferenz in Genf für die Rohingya-Flüchtlinge eingeladen.

Keine Anerkennung, keine Bürgerrechte

UN-Generalsekretär António Guterres, der UN-Hochkommissar für Menschenrechte Seid Ra’ad al-Hussein, der UN-Sicherheitsrat sowie Politiker verschiedener Länder verlangen seit Wochen von den Streitkräften und der Regierung Myanmars unter der Friedensnobelpreisträgerin Aung San Suu Kyi ein Ende der Offensive gegen die Rohingya.

Die Rohingya werden im mehrheitlich buddhistischen Myanmar nicht als Minderheit anerkannt, haben keine Bürgerrechte und werden seit Jahrzehnten drangsaliert und verfolgt. (epd/mig 20)

 

 

 

Brexit: May sichert EU-Bürgern in Großbritannien Bleiberecht zu

 

Kurz vor Beginn des EU-Gipfels in Brüssel hat die britische Premierministerin Theresa May eine Geste des guten Willens an die drei Millionen EU-Bürger in ihrem Land gerichtet.

EU-Bürger, die schon jetzt rechtmäßig in Großbritannien lebten, könnten auch nach dem EU-Austritt 2019 bleiben, versicherte May in einem auf Facebook veröffentlichten Brief.

„Wir wollen, dass die Leute bleiben, und wir wollen, dass Familien zusammenbleiben“, schrieb May. Eine Einigung mit Brüssel in dieser Frage sei „in Reichweite“ und könnte „in den kommenden Wochen“ erzielt werden. Dabei werde es nicht nur um ein Aufenthaltsrecht für die betroffenen EU-Bürger gehen, sondern auch um eine Garantie etwa für ihre Rentenansprüche in Großbritannien und für ihre Krankenversicherung, sicherte May zu.

Die Premierministerin beteuerte in dem Schreiben, sie wolle die in ihrem Land lebenden EU-Bürger keinesfalls als Faustpfand in den Brexit-Verhandlungen mit Brüssel nutzen. „Nichts könnte weiter von der Wahrheit entfernt sein“, schrieb sie.

Für die EU-Bürger in ihrem Land strebe sie ein „vereinfachtes digitales Verfahren“ an, um ihnen das Bleiben zu ermöglichen. Um diesen Prozess zu begleiten, werde die Regierung einen Beirat einberufen, dem auch Vertreter der EU-Bürger in Großbritannien angehören sollen. Er solle ein transparentes und bürgerfreundliches Verfahren sicherstellen.

Weitere Gespräche „so schnell wie möglich“ aufnehmen

Die künftigen Rechte der EU-Bürger in Großbritannien zählen zu den Kernfragen, die Großbritannien und die EU in der ersten Phase der Brexit-Gespräche lösen wollen. Weitere Themen der ersten Verhandlungsphase sind die Finanzforderungen der EU an London und eine Regelung für die Grenze zwischen Nordirland und Irland.

Erst nach einer Klärung dieser Streitfragen will die EU die von Großbritannien gewünschten Verhandlungen über die künftigen Beziehungen aufnehmen. Bei dem für Donnerstagabend geplanten Abendessen der EU-Staats- und Regierungschefs wolle May ihre Kollegen drängen, die Gespräche der nächsten Verhandlungsphase „so schnell wie möglich“ aufzunehmen, verlautete aus Londoner Regierungskreisen. EA/AFP 19

 

 

 

 

Migrationspolitik. EU will mit Entwicklungspolitik Druck auf Entwicklungsländer ausüben

 

Die EU will offenbar ihre Entwicklungs- und Handelspolitik verstärkt dazu nutzen, um Druck auf Entwicklungsländer auszuüben. Sie sollen ihre Migrationspolitik den Wünschen der EU entsprechend gestalten.

Der am Donnerstag beginnende EU-Gipfel will einem Entwurf der Abschlusserklärung zufolge die Abwehr illegaler Migration forcieren. „Alle relevanten EU-Politiken, Instrumente und Werkzeuge“ sollten als „Hebel“ für die Verhinderung illegaler Migration und die Rückführung irregulärer Migranten mobilisiert werden, heißt es in einem Entwurf, der dem Evangelischen Pressedienst in Brüssel vorliegt. Ausdrücklich als ein solcher Hebel wird der Bereich „Entwicklung und Handel“ genannt. Dies könnte sich auf Druck gegenüber den Entwicklungsländern beziehen, ihre Migrationspolitik entsprechend den Wünschen der EU zu gestalten.

Migration ist beim Treffen der europäischen Staats- und Regierungschefs am Donnerstag und Freitag in Brüssel wieder eines der Hauptthemen. Die bisherigen Maßnahmen, die „volle Kontrolle über die Außengrenzen zu sichern“, brächten Ergebnisse, heißt es in dem Entwurf: „Migrationsströme verringern sich signifikant, und die Zahl der Toten auf See ist gefallen.“ Um die Entwicklung fortzuschreiben, bekennen sich die EU-Staaten auch zur Zusammenarbeit mit der Türkei in der Flüchtlingspolitik.

Was die Asylpolitik innerhalb der Union angeht, also das Gemeinsame Europäische Asylsystem und damit die umstrittene Frage der Verteilung von Flüchtlingen auf die einzelnen EU-Staaten, ist der Entwurf sehr knapp. Es wird unter anderem auf eine weitere Annäherung der Standpunkte gedrungen. Nach EU-Diplomatenangaben vom Mittwoch gibt es aber weiterhin Bemühungen hinter den Kulissen, in der Erklärung auch eine Frist für den Abschluss der Verhandlungen einzuführen, um den Druck zu erhöhen. (epd/mig 19)

 

 

 

Mogherini gegen Trump: EU ist die „einzige glaubwürdige“ globale Macht

 

Die EU-Außenbeauftragte Federica Mogherini hat am Mittwoch US-Präsident Donald Trump angegeriffen, ohne ihn dabei namentlich zu nennen. Isolation führe in der Außenpolitik zu nichts; die EU sei inzwischen „die einzige glaubwürdige und berechnbare“ globale Macht, so Mogherini.

Weiter sprach sich Mogherini in ihrer Rede vor dem EU-Parlament gegen zu harsche Realpolitik aus und erklärte, Stärke zeigen mit dem einzigen Ziel, stark zu erscheinen, sei tatsächlich ein Zeichen der Schwäche.

Zum Thema europäische Sicherheits- und Verteidigungspolitik sagte die Außenbeauftragte, es gehe nicht darum, den Kontinent zu militarisieren. Man müsse aber mehr strategische Unabhängigkeit von anderen Mächten sowie besser geplante Militärausgaben sichern. An erster Stelle stehe jedoch immer die Diplomatie und Vermittlung: „Manchmal braucht es militärische Kraft, aber für uns Europäer ist das nie, nie, nie die einzige Lösung.“

Die Weltordnung werde derzeit durcheinander gewirbelt und Europa müsse couragiert auftreten und seine eigenen Ideen für Veränderungen vortragen, forderte Mogherini weiter.

Der „europäische Weg“ gegen Realpolitik

In ihrer Rede wies die Italienerin dreimal darauf hin, man müsse in der internationalen  Politik „Isolation“ vermeiden. Stattdessen solle der europäische Weg gefördert werden. „Es gibt eine Alternative zur Außenpolitik der Isolation, der Angst, des Protektionismus und der Konfrontation – und das ist der europäische Weg,“ so Mogherini wörtlich.

Dieser europäische Weg zeichne sich durch Kooperation und Partnerschaft, Respekt vor internationalem Recht und Multilateralismus sowie der konstanten Suche nach Win-Win-Situationen aus. Gerade in Zeiten der „zynischen Realpolitik“ sei es nicht falsch, idealistisch zu sein.

Unter Applaus schloss sie: „Es gibt heute nur eine globale Macht, die glaubwürdig, verlässlich und berechenbar ist, nicht nur für ihre eigenen Bürger, sondern auch für den Rest der Welt – und das ist die EU.“

Unterstützung für die UN

Mogherini unterstrich auch die Unterstützung der EU für die Arbeit der Vereinten Nationen. Gerade wenn die UN unter Druck stünden, sei die EU der stärkste und verlässlichste Partner im effektiven Multilateralismus. Sie sprach UN-Generalsekretär Antonio Guterres ausdrücklich Vertrauen aus und stellte fest, die Sozialdemokraten verstünden den Wert der UNESCO und ihren Beitrag zum Schutz des europäischen Kulturerbes.

Vergangene Woche hatten die USA und Israel erklärt, die Kulturerbe-Organisation der Vereinten Nationen zu verlassen. Grund dafür sei die „anti-israelische“ Haltung der UNESCO.

Trump kritisiert die UN bereits seit Langem. Während des Wahlkampfes 2016 hatte er sich mehrfach beschwert, die Vereinigten Staaten leisteten einen unverhältnismäßig hohen finanziellen Beitrag für die in New York ansässige internationale Organisation.

Während seiner ersten Rede vor den Vereinten Nationen im vergangenen September kritisierte Trump die UN heftig. Die Organisation habe aufgrund von Bürokratie und Mismanagement bisher ihr Potenzial nicht ausschöpfen können. Die UN müsse reformiert werden und sich „mehr auf Ergebnisse statt auf Prozesse konzentrieren“, hatte der US-Präsident gefordert.

Generalsekretär Guterres schien die Kritik zumindest teilweise zu akzeptieren: „Unser gemeinsames Ziel ist eine UN des 21. Jahrhunderts, die sich mehr auf die Menschen und weniger auf die Abläufe fokussiert,“ antowortete er kurz später.

Atomabkommen mit dem Iran

Am Montag hatte Trump seine Drohung wiederholt, die USA könnten sich aus dem Atomabkommen mit dem Iran, das 2015 unter Vermittlung der EU erzielt worden war, zurückziehen. Diesbezüglich unterstrich Mogherini in ihrer Rede, Europa achte und verteidige die Errungenschaften des Deals: „Wir haben es geschafft, ein effektives Überwachungssystem einzusetzen, das sicherstellt, dass Iran sein Atomprogramm ausschließlich zu friedlichen Zwecken nutzt.“

Die Internationale Atomenergiebehörde (IAEA) habe viele Überprüfungen durchgeführt und festgestellt, dass der Iran sich an alle Versprechen gehalten hat, machte sie deutlich.

„Das ist ein Abkommen, dass einen Rüstungswettlauf mit Atomwaffen im Nahen Osten, in unserer Nachbarschaft, verhindert hat. Dies hat der Region und den jungen Leuten dort Sicherheit gebracht. Das ist der europäische Weg, und dieses Ergebnis wurde dank uns erzielt, weil wir als Vermittler aufgetreten sind.“

In der heutigen Welt, in der fast alles falsch laufe, könne man „nicht auch noch das einzige Abkommen, das wirklich funktioniert, abschaffen.“

Mogherini stellte auch fest, Europa sei nicht naiv, sondern versuche, Politik mit einem Lächeln zu machen: „Einige glauben, es zeuge in der Außenpolitik von Stärke, wenn man Regeln und Abkommen schleift und sich in Isolation gegen alle Anderen stellt.“

In der Realität sei es aber so, „dass es manchmal mehr Anstrengung kostet, zu lächeln statt zu brüllen. Echte Stärke zeigt sich in der Fähigkeit, Räume für Dialog und Win-Win-Situationen mit Partnern zu schaffen und zuzuhören,“ sagte sie und fügte hinzu, Stärke zu zeigen mit dem einzigen Ziel, stark zu erscheinen, sei tatsächlich ein „Zeichen der Schwäche“.

Afrika: Der nächste Schritt 

In Bezug auf die EU-Partnerschaft mit Afrika sagte Mogherini: „Wir haben den Schritt von Hilfeleistungen zu Partnerschaft gemacht […] wir arbeiten nicht mehr lediglich für Afrika, sondern mit Afrika.“

Die Europäische Investitionsoffensive (External Investment Plan, EIP), mit der Investitionen in Afrika gefördert werden sollen, sei eine „Win-Win-Situation für die europäische Privatwirtschaft einerseits sowie für die Bürger in der EU und in Afrika andererseits.“

Weiter erklärte sie, Immigration sei kein Phänomen, das einfach gestoppt werden könnte oder sollte. Man müsse es statdessen richtig handhaben.

„Wenn heute alle Migranten aus Europa verschwinden würden, würden morgen ganze Wirtschaftszweige zusammenbrechen.“ Man brauche keine Zäune, sondern Partnerschaften mit NGOs, den einzelnen Staaten und UN-Institutionen, um die Probleme „gemeinsam und auf humane Weise“ anzugehen.

Sarantis Michalopoulos, EA 19

 

 

 

 

Finnlands Präsident: Was ist eine EU wert, die ihren Bürgern keine Sicherheit bietet?

 

Finnlands Präsident Sauli Niinistö wünscht sich eine gemeinsame Außenpolitik, die die EU zu einem wichtigen globalen Akteur macht. Im Interview mit EURACTIVs Medienpartner Gazeta Wyborcza spricht er außerdem über Sicherheit an der EU-Ostgrenze sowie seine Unterstützung für mehr Integration im Bereich der Verteidigungspolitik

Niinistö sprach mit Bartosz T. Wieli?ski von der Gazeta Wyborcza.

Barotosz T. Wielinski: Sie sprechen regelmäßig mit Russlands Präsident Wladimir Putin. Nach dem letzten Treffen im Juli hieß es in europäischen Medien, Russland versuche, einen Keil zwischen Finnland und die Europäische Union zu treiben.

Sauli Niinistö: Ich kann es noch immer nicht fassen, dass so etwas tatsächlich gesagt wurde. Ich habe mich viele Male mit Präsident Putin getroffen. Wir sind immerhin Nachbarn, wir müssen miteinander in Kontakt bleiben. Gleichzeitig hat Finnland unter den EU-Staaten die womöglich eindeutigste Haltung beim Thema Sanktionen gegen Russland – obwohl uns diese Sanktionen sehr hart treffen. Wie kann man in solch einer Situation von einem Keil zwischen Finnland und der EU sprechen?

Haben Sie Angst, irgendwann wieder Russland zum Opfer zu fallen?

Ich glaube nicht, dass es viele Finnen gibt, die Angst vor einem russischen Angriff haben. Ich selber zähle mich auch nicht dazu. Das gleiche gilt für meinen Glauben, dass Russland weder die baltischen Länder noch Polen angreifen würde. Wenn sie – theoretisch gesprochen – über einen solchen Angriff nachdenken würden, könnte das den Dritten Weltkrieg auslösen. Bei einem solchen Konflikt kann es keine Sieger, sondern nur Verlierer geben. Deswegen wird es diesen Krieg nicht geben.

Was hat sich in Finnland seit der russischen Aggressionen in der Ukraine verändert?

Nicht viel. Wir haben bereits mehr Maßnahmen ergriffen, als die meisten anderen europäischen Staaten. Wir glauben auch nach einem halben Jahrhundert ohne Kriege nicht daran, dass uns der Frieden für immer geschenkt wurde. Deswegen haben wir die Wehrpflicht nicht abgeschafft, wie es viele andere Länder getan haben. Wir geben 1,3 Prozent unserer Wirtschaftsleistung für die Verteidigung aus. Tatsächlich ist es noch mehr, weil wir im Gegensatz zu anderen Ländern den Sold der Soldaten und Grenzschützer nicht in die Verteidigungsausgaben mit einrechnen. Derzeit modernisieren wir unsere Luftwaffe.

Studien zeigen, dass 75 Prozent der Finnen bereit wären, ihr Land zu verteidigen. Solche hohen Ergebnisse finden Sie in keinem anderen Staat in Europa. Es ist gut, dass normale Leute diese Einstellung haben. Sie haben keine Angst vor einem konventionellen Krieg, sie haben Angst vor hybriden Kriegen. Aber Sie können Menschen, die bereit sind, ihr Land zu verteidigen, nicht austricksen.

Anders gesagt: Sie haben Angst vor den „grünen Männchen“ wie in der Ukraine und vor einem hybriden Krieg?

Schon, aber wir wissen auch nicht, wie ein hybrider Krieg eigentlich aussehen würde. Wir beobachten diese Art der Aggressionen derzeit in Ländern auf der ganzen Welt.

Sie wollen allerdings auch nicht der NATO beitreten, die Finnlands Sicherheit garantieren würde.

In der finnischen Gesellschaft unterstützen momentan 25 Prozent der Menschen einen direkten NATO-Beitritt; der Großteil ist dagegen. Das bedeutet aber nicht, dass unsere Entscheidung über einen Beitritt in Stein gemeißelt ist. Im Gegensatz zu Schweden halten wir uns die Option offen. Wir können uns in Zukunft immer noch um einen Beitritt bewerben.

Wir arbeiten aktiv mit der NATO zusammen, auch in militärischen Fragen. Wir haben direkte Kooperation mit den USA. Ich selber beschäftige mich seit vielen Jahren mit der europäischen Verteidigungspolitik. Die Gespräche darüber starteten vor zehn Jahren und langsam können wir Bewegung bei diesem Thema sehen.

Neben Putin haben Sie sich dieses Jahr auch mit US-Präsident Donald Trump getroffen – ein Politiker, der in Europa mit Sorge beobachtet wird.

In der Politik ist es nicht hilfreich, Partner zu dämonisieren. In Europa haben inzwischen die meisten festgestellt, dass Donald Trump nun mal der Präsident der USA ist und dass es deswegen notwendig ist, mit ihm zu sprechen. Andernfalls würde man die Meinung der USA einfach nicht mehr in Betracht ziehen. In der Geopolitik muss man pragmatisch sein. Mir ist es sowohl mit Putin als auch mit Trump gelungen, eine gemeinsame Sprache zu finden.

Wie steht Finnland gegenüber den Plänen des französischen Präsidenten Emmanuel Macron, der die europäische Integration weiter vorantreiben will?

Beim Thema Sicherheits- und Verteidigungspolitik unterstützen wir das voll. Ich denke, Ihr Land Polen hat da eine ähnliche Haltung. Ich habe mit [Polens] Präsident Andrzej Duda gesprochen und er hat sich sehr interessiert an Sicherheitsfragen gezeigt, insbesondere im Ostseeraum. Was ist eine Union wert, die ihren Bürgern keine Sicherheit bieten kann? Das ist die entscheidende Frage.

Was mir hingegen Sorgen bereitet, ist die Idee, Schulden innerhalb der Eurozone zu verallgemeinern. In den 1990er-Jahren, als wir uns zur Schaffung einer gemeinsamen Währung entschlossen haben, war ich Finanzminister. Wenn sich die europäischen Führer damals an die Schuldenregeln gehalten hätte, hätten wir heute nicht die wirtschaftlichen Probleme in Italien oder Spanien.

Macron möchte die Eurozone zum Kern der Europäischen Union machen. Mitgliedstaaten wie Polen, die den Euro nicht haben, könnten dadurch an den Rand gedrängt werden.

Ich glaube nicht, dass sich die Eurozone zu etwas Anderem entwickelt als dem, was sie heute ist. Sie ist der Kern der EU, wenn es um Finanzfragen geht, aber nicht darüber hinaus. Wenn andere Länder beispielsweise in der gemeinsamen Verteidigungspolitik nicht mitwirken wollen, dann werden sie es einfach nicht tun. Ich glaube auch nicht, dass die Union durch so etwas auseinanderbrechen könnte.

Trotzdem bin ich nicht gegen mehr Integration, auch wenn das möglicherweise nicht alle EU-Staaten einschließen wird. Die Bedingung ist, dass die Union davon profitieren muss. Ich bin zum Beispiel skeptisch, was den gemeinsamen Eurozonen-Haushalt angeht, aber positiver eingestellt, wenn es um gemeinsame Außenpolitik geht. Die Europäische Union ist derzeit nicht an den Tischen präsent, an denen die wichtigsten geopolitischen Probleme gelöst werden. Sie ist an den Gesprächen über Syrien nicht beteiligt, obwohl das Land quasi ein Nachbar ist. Auch die Stimmen der größten EU-Staaten – Deutschland, Frankreich, Polen – werden nicht gehört, wenn sie einzeln und nur für sich selbst sprechen.

Was passiert, wenn Moskau, Washington und Peking über unsere Köpfe hinweg über uns entscheiden? Das dürfen wir nicht zulassen. Wir haben in der EU bereits Außenpolitik-Institutionen. Was fehlt, ist der Wille zum Handeln.

Populisten, die derzeit auf dem Vormarsch sind, haben da eine andere Sicht: Sie fürchten, dass sich die EU in eine Art Superstaat wandeln könnte.

Ich höre seit langem Beschwerden, Brüssel solle sich um wichtige Dinge kümmern und nicht so viel Zeit mit Banalitäten verschwenden. Es ist an der Zeit, etwas zu tun. Ich bin überzeugt: Wenn die EU die Sicherheit ihrer Bürger garantieren kann, wird ihre Popularität steigen. Die Leute haben Angst: Im Westen fürchten sie Immigration, Terror – und in anderen Teilen kommt die Angst vor Russland hinzu. Wenn die EU darauf Antworten bietet, wird sie vorankommen.

Würde es weniger Angst geben, wenn die EU eine erfolgreiche Herangehensweise zur Bewältigung der Flüchtlingskrise findet?

Das Ausmaß der Immigration hat uns überrascht. Jetzt haben wir das Abkommen mit der Türkei; die Balkanroute wurde geschlossen. Die Menschen kommen nun aber wieder verstärkt aus Libyen über das Mittelmeer. Zehntausende Afrikaner wollen in Europa eine bessere Zukunft finden. Wir müssen geflüchteten Menschen helfen, aber nicht denjenigen, die einfach nur ein besseres Leben haben wollen. Wir brauchen schnelle Antworten. Die EU muss die Sicherheit ihrer Außengrenzen garantieren. Wenn ihr das nicht gelingt, wird jedes einzelne Land eigene Maßnahmen ergreifen. Und dann ist die Bewegungsfreiheit in Europa Geschichte.  Bartosz Wielifski | Gazeta Wyborcza | EA 18

 

 

 

Monte dei Paschi: Comeback einer Krisenbank

 

Die italienische Krisenbank Monte dei Paschi di Siena ist am gestrigen Mittwoch nach zehnmonatiger Abwesenheit an die Börse zurückgekehrt. Die Pleite wurde damals durch eine umstrittene Rettungsaktion des italienischen Staates abgewendet.

 

Monte dei Paschi. Vor über 500 Jahren gegründet, heute die älteste noch existierende Bank der Welt. Mit einer Bilanzsumme von rund 180 Milliarden Euro das drittgrößte Geldhaus Italiens. Entsprechend groß war im Winter 2016/17 die Angst vor dem Kollaps. Er hätte womöglich, wie zehn Jahre zuvor die Lehman-Pleite, eine neue Phase der Finanzkrise eingeleitet. Zumindest in Europa.

Dabei handelte es sich bei der Monte dei Paschi nicht um eine der zahlreichen Zockerbuden, die sich im Vorfeld der großen Krise verspekuliert haben. Monte dei Paschi ist im Kern eine seriöse Bank mit traditionellem Geschäftsmodell. Der Fokus liegt auf dem Privat- und Firmenkundengeschäft. Bevor die Bank ins Straucheln kam, boten bis zu 35.000 Mitarbeiter rund fünf Millionen Kunden klassische Bankdienstleistungen wie Abwicklung des Zahlungsverkehrs, Einlagenverwaltung und Kreditvergabe. Der Großteil der Kunden ist dem italienischen Mittelstand zuzuordnen. Das Investmentbanking spielt im Vergleich zu anderen Geldhäusern dieser Größenordnung eine untergeordnete Rolle.

Der Rat der Wirtschafts- und Finanzminister hat sich auf einen Plan zur Bekämpfung notleidender Kredite verständigt.

Trotzdem häufte die Bank bis Mitte 2016 faule Kredite in Höhe von rund 50 Milliarden Euro an. Im Dezember scheiterte eine geplante Kapitalerhöhung. Der Kurs brach ein. Die tiefe Wirtschaftskrise des Landes hatte zu viele Kunden der Bank mitgerissen. Zu viele Kredite waren ausgefallen. Hinzu kamen Fehlinvestitionen wie die 17 Milliarden schwere Übernahme der Regionalbank Antonveneta 2007. Im Dezember 2016 stand die Bank kurz vor der Pleite.

Zu diesem Zeitpunkt war die Abwicklungsrichtlinie der EU-Bankenunion bereits in Kraft. Steuerfinanzierte Bankenrettungen sollen vermieden werden. Stattdessen sollten die Aktionäre und Einleger der jeweiligen Bank und ein von den Banken gefütterter Krisenfonds zur Kasse gebeten werden. Bail-in statt Bail-out. Zukunftsfähige Banken sollen so saniert werden, welche denen die EU-Institutionen keine Zukunftsfähigkeit bescheinigen, sollen abgewickelt werden.

Doch die Folgen einer Abwicklung der Monte dei Paschi oder einer versuchten Sanierung durch Schröpfung der Spareinlagen hätten unüberschaubare Folgen für die italienische Wirtschaft gehabt. Dieses Risiko wollte offenbar niemand tragen. Durch die Nutzung eingebauter Schlupflöcher und Sonderregelung wurde die Abwicklungsrichtlinie faktisch außer Kraft gesetzt. Italien sprang zum wiederholten Male ein, diesmal mit acht Milliarden Euro. Insgesamt ist der Staat mit 68 Prozent mittlerweile Mehrheitseigner der Monte dei Paschi.

Am gestrigen Mittwoch kehrte das Geldhaus nun erstmals seit Dezember 2016 zurück an die Börse. Zum Wert von 4,10 Euro pro Aktie. Der Kurs stieg rasch auf 5,24 Euro. Einerseits ein gutes Zeichen, dass die Bank tatsächlich zukunftsfähig ist. Andererseits liegt der Kurs noch deutlich unter den 6,49 Euro, für die der Staat im Dezember 2016 die Aktien erwarb. Nicht zu sprechen von den 15,08 Euro, die vor dem staatlichen Engagement noch auf dem Markt erzielt wurden.

Die Zustimmung der Kommission zu einem Hilfspaket für italienische Banken hat Zweifel an der strikten Anwendung der EU-Bankenabwicklungsmechanismen genährt.

Analysten gehen allerdings davon aus, dass es Monate dauern wird, bis sich ein aussagekräftiger Kurs entwickelt. Der italienische Staat will vorerst an seinem Engagement festhalten. Würde der Wert der Bank sich wieder dem früheren Niveau annähern, könnte Italien am Ende sogar finanziell von der Aktion profitieren.

Beachtliche Risiken bestehen im Finanzsektor des Landes allerdings weiterhin, auch unabhängig vom weiteren Werdegang der Monte dei Paschi. Insgesamt beträgt der Anteil der notleidenden Kredite satte 16 Prozent. Höhere Werte weisen laut Europäischer Bankenaufsicht nur Zypern, Griechenland und Portugal auf. Angesichts einer Schuldenquote von 132 Prozent und einer weiterhin sich nur schleppend entwickelnden Wirtschaftskraft sind auch die staatlichen Rettungskapazitäten begrenzt. Euractiv 26

 

 

 

 

Anders unter Gleichen. Der Bundestag startet in die neue Wahlperiode

 

Mit der konstituierenden Sitzung des Bundestags beginnt die Parlamentsarbeit, auch wenn noch keine Regierung gebildet ist. Am Dienstag kamen die Abgeordneten – 709 sind es insgesamt – zusammen. 289 davon sind neu im Bundestag, darunter die der AfD. Von Corinna Buschow

 

Spannung liegt am Dienstagmorgen über Berlin-Mitte. Rund um den Bundestag herum stehen Polizisten, die Fahrradständer sind abgesperrt. Eine ähnliche Szenerie zeigt der Gendarmenmarkt, wo am frühen Morgen alte und neue Bundestagsabgeordnete zu einem Gottesdienst vor der konstituierenden Sitzung des Parlaments zusammenkommen. An den Einlässen zum Reichstagsgebäude bilden sich Schlangen. Mit 709 Abgeordneten ist der Bundestag so groß wie noch nie. Das Interesse von Gästen und Journalisten sorgt ebenso für Stau an den gläsernen Schiebetüren.

Besonderes Interesse gilt dabei der AfD, die den Einzug ins Parlament schaffte. Wer früh genug da ist, versucht sich einen Tribünenplatz mit Sicht auf die Fraktion zu sichern, die vom Rednerpult aus gesehen rechtsaußen platziert wurde.

Mit ihren scharfen Tönen und Angriffen gegen die schwarz-rote Regierung gibt es Sorge, die AfD könnte das Hohe Haus mit unangemessenem Ton für eine Inszenierung nutzen. Mit ihren Positionen zur Flüchtlingspolitik und zum Islam sowie der Nähe einzelner AfD-Vertreter zur rechtsextremen Szene fürchten ebenso viele, rassistische Ressentiments könnten im Parlament salonfähig werden. Am Wochenende gingen mehr als 10.000 Menschen in Berlin auf die Straße, um einen Bundestag ohne Hass und Rassismus zu fordern.

Eklat blieb aus

Gemessen an den Befürchtungen blieb der große Eklat am Dienstag im Bundestag aus. Zwar gelang es der der AfD über den Trick eines Änderungsantrags zur Sitzungsleitung, den Aufschlag für sich zu verbuchen, da das Anliegen als erstes behandelt werden musste. Es blieb aber erfolglos. Die AfD wollte erreichen, dass die noch in der vergangenen Wahlperiode beschlossene Änderung für den Alterspräsidenten nicht greift. Dies sorgte dafür, dass nicht der älteste – ein AfD-Abgeordneter -, sondern der dienstälteste – in diesem Fall Hermann Otto Solms (FDP) – die konstituierende Sitzung eröffnete.

Solms versuchte, der AfD in seiner Begrüßung die Hand zu reichen. Die Entscheidung der Wähler sei zu akzeptieren, sagte er. Er warnte vor Ausgrenzung und Stigmatisierung und redete allen ins Gewissen: „Wir alle haben das gleiche Mandat, gleiche Rechte, aber auch gleiche Verpflichtungen.“

AfD-Kandidat erhält Stimmen von anderen Fraktionen

Die AfD unter Gleichen und doch irgendwie anders, könnte man ihr Debüt im Bundestag zusammenfassen. Nach der Wahl Wolfgang Schäubles (CDU) zum Bundestagspräsidenten reihten sich auch die AfD-Fraktionsvorsitzenden Alice Weidel und Alexander Gauland in die Schlange der Gratulanten ein, hatten aber nicht wie andere Blumen parat.

Zudem ließ das Parlament Albrecht Glaser (AfD) bei der Wahl zum Bundestagsvizepräsidenten durchfallen. In drei Wahlgängen verfehlte er die erforderliche Mehrheit deutlich. Dass Glaser Stimmen von Abgeordneten anderer Fraktionen erhielt, bezeichnete der Türkische Bund in Berlin-Brandenburg als „Skandal“. Auch Stimmenenthaltungen seien politisch nicht nachvollziehbar. Thomas Oppermann (SPD), Hans-Peter Friedrich (CSU), Wolfgang Kubicki (FDP), Claudia Roth (Grüne) und Petra Pau (Linke) wurden gleich im ersten Anlauf ins Präsidium gewählt. Der Platz der AfD bleibt dort nun zunächst leer.

Schäuble gelassen

Schäuble versuchte in seiner Rede den neuen Kräfteverhältnissen im Bundestag mit Gelassenheit entgegenzutreten. Mit Verweis auf seine 45-jährige Bundestagserfahrung sagte er, er wisse aus eigener Erfahrung, dass Erregung und Krisengefühle so neu nicht seien. Auch er mahnte aber einen respektvollen Umgang an: „Prügeln sollten wir uns hier nicht.“

Schäuble warnte angesichts gesellschaftlichen Wandels und „Teilöffentlichkeiten“ im Internet vor einer Fragmentierung der politischen Debatte, in der jeder nur seine eigenen Probleme wahrzunehmen scheine. Das Parlament könne ein Ort der Bündelung und Fokussierung sein, sagte Schäuble: „Niemand vertritt alleine das Volk.“

Der Ton könnte rauer werden

Dass der Ton im Parlament künftig deutlich rauer werden könnte, dafür will erklärtermaßen auch die SPD sorgen. In seiner Rede für einen Antrag, der dafür sorgen soll, dass sich Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) regelmäßigen Befragungen im Parlament stellen muss, griff Fraktionsgeschäftsführer Carsten Schneider (SPD) den alten Koalitionspartner Union scharf an, sprach von „Vernebelungsstrategie“ sowie einer Verweigerung des Streits, die die politischen Ränder gestärkt habe.

Dass die Sozialdemokraten bei der Abstimmung über die Anträge zur Geschäftsordnung gemeinsam mit der AfD stimmten, sorgte für einen Moment des Überraschens und Murrens im Parlament. Auch an diese Gleichheit muss man sich im Bundestag erst noch gewöhnen. (epd/mig 25)

 

 

 

Schäuble ist Bundestagspräsident

 

Der neue Bundestagspräsident, Wolfgang Schäuble, fordert Respekt vor Mehrheitsentscheidungen. Eine solche Mehrheit hat der AfD-Kandidat für das Amt des Vizepräsidenten nicht gefunden.

 

Mehrheitsbeschlüsse dürften “nicht als verräterisch oder sonstwie denunziert” werden, sagte der CDU-Politiker am Dienstag in der ersten Sitzung des neuen Bundestages in Berlin. Zuvor war er mit 501 Ja- und 173- Nein-Stimmen bei 30 Enthaltungen an die Spitze des Parlaments gewählt worden. “So etwas wie Volkswille entsteht überhaupt erst in und mit unseren parlamentarischen Entscheidungen.”

Auch die Posten der Vizepräsidenten wurden gestern besetzt – bis auf einen. Der AfD-Kandidat für das Amt des Vizepräsidenten, Albrecht Glaser, fiel erwartungsgemäß durch. Die möglichen Koalitionspartner Union, FDP und Grüne spielten an anderer Stelle erstmals ihre gemeinsame Mehrheit aus.

Die Griechenland-Saga wurde während Schäubles Amtszeit als Finanzminister sein ständiger Begleiter. Gestern war er letztmalig in der Eurogruppe zugegen.

“Demokratischer Streit ist notwendig. Aber es ist Streit nach Regeln”, mahnte Schäuble. In den vergangenen Monaten habe es in der politischen Debatte Töne der Verächtlichmachung und Erniedrigung gegeben: “Ich finde, das hat keinen Platz in einem zivilisierten Miteinander.” Es sei Aufgabe des Bundestages, Entscheidungen herbeizuführen, die als legitim empfunden würden. Die Abgeordneten seien nicht abgehoben. “Wir sind aus der Mitte der Bürgerinnen und Bürger gewählt.” Niemand vertrete allein das Volk. Die gestiegene Wahlbeteiligung stehe für gestiegene Erwartungen. “Und wenn wir diese Erwartungen einigermaßen erfüllen, können wir unserem Land einen großen Dienst erweisen.”

Der 75-jährige Schäuble beschrieb sich als einen “Parlamentarier aus Leidenschaft”. Er unterstrich: “Im Parlament schlägt das Herz unserer Demokratie.” Dabei erinnerte er daran, dass er in den 45 Jahren seiner Parlamentszugehörigkeit sowohl Oppositions- als auch Regierungszeiten erlebt habe.

AfD-Kandidat erhält auch Zustimmung von anderen

Bei der Wahl der Stellvertreter erhielten die Kandidaten von Union, SPD, FDP, Linken und Grünen auf Anhieb die erforderliche Mehrheit. Die von ihren Fraktionen vorgeschlagenen Stellvertreter werden in der Regel parteiübergreifend gewählt. Gegen Glaser hatte sich aber Ablehnung formiert, weil er für Moslems die im Grundgesetz geschützte Glaubensfreiheit infrage gestellt hatte. Er erhielt 115 Ja-Stimmen und damit auch Zustimmung aus anderen Fraktionen, da die AfD zusammen mit zwei fraktionslosen früheren AfD-Mitgliedern nur über 94 Mandate verfügt.

Von den Stellvertretern erhielt die meisten Ja-Stimmen Hans-Peter Friedrich (CSU, 507 Ja-Stimmen), während Thomas Oppermann von den Gewählten am schlechtesten abschnitt (SPD, 396). Erforderlich waren im ersten Wahlgang mindestens 355 Ja-Stimmen. In der Abstimmung schlug schon die Aufstellung für die mögliche Jamaika-Koalition durch: Wolfgang Kubicki (FDP) und Claudia Roth (Grüne) erhielten jeweils 489 Ja-Stimmen. Auch Petra Pau (Linke) wurde mit 456 Stimmen parteiübergreifend unterstützt.

Erste Jamaika-Mehrheit

Wenige Stunden vor den ersten inhaltlichen Sondierungsgesprächen für eine Jamaika-Koalition spielten Union, FDP und Grüne erstmals ihre Mehrheit im Bundestag aus. Gemeinsam überwiesen sie einen SPD-Antrag zur Stärkung der Debattenkultur an den Ältestenrat. Vor der Wahl des Bundestagspräsidenten gab es lebhafte 30 Minuten in einer kurzen Debatte über beantragte Änderungen der Geschäftsordnung des Bundestages. Alterspräsident Hermann Otto Solms warnte vor Ausgrenzung und Stigmatisierung. Zugleich plädierte der FDP-Politiker dafür, eine Reform des Wahlrechts anzugehen. Er sprach angesichts von 709 Abgeordneten von einem “aufgeblähten Parlament”. Arbeitsfähigkeit und Ansehen des Bundestags litten unter dieser Größe.

Während die GroKo-Parteien historische Negativergebnisse verschmerzen mussten, wurde die AfD drittstärkste Kraft. Was steckt dahinter?

Der Parlamentarische Geschäftsführer der SPD, Carsten Schneider, machte Bundeskanzlerin und CDU-Chefin Angela Merkel mitverantwortlich für den Einzug der AfD: “Ihr Politikstil, Frau Merkel, ist ein Grund dafür, dass wir heute eine rechtspopulistische Partei hier im Bundestag haben.” Sie habe sich im Wahlkampf jeder Debatte über bessere Politikkonzepte verweigert und mit ihrer “Vernebelungsstrategie” die politischen Ränder gestärkt. Unions-Fraktionsgeschäftsführer Michael Grosse-Brömer wies den Vorwurf zurück: Er verstehe, dass die SPD mit ihrem 20-Prozent-Ergebnis nach einem Schuldigen suche. Dafür solle die SPD aber nicht auf das Kanzleramt blicken, sondern auf ihre Parteizentrale im Willy-Brandt-Haus. Ea/rtr 25

 

 

 

 

Tagung zu Europa: „Einen Weg zurück gibt es nicht“

 

Europa muss sich weiter entwickeln, auch und gerade wegen der Krisen in der Vergangenheit. Einen Weg zurück gebe es nicht, sagt Kardinal Reinhard Marx, Präsident der EU-Bischöfe. Die Bischöfe – vereint in der COMECE – veranstalten dazu in dieser Woche im Vatikan einen Kongress, „(Re)thinking Europe“, Europa neu denken. „Wir wollen einen Raum schaffen, in dem Mut gemacht wird“ bringt der Vorsitzende der Comece, Kardinal Reinhard Marx, das Anliegen auf den Punkt.

Und Mut braucht es, sieht Europa doch nicht mehr so sonnig aus wie noch vor einigen Jahren. Es gibt weniger Optimismus, was den Willen zu mehr Gemeinsamkeit angeht. Stattdessen scheinen die Zeichen eher auf Trennung zu stehen. „Es ist ein Suchprozess, eine Orientierungsphase, in der wir uns nun entscheiden müssen, was wir in den nächsten 20 bis 50 Jahren mit Europa anfangen? Was ist das Zielbild?“, so Kardinal Marx. Krisen habe es immer gegeben, auch wenn die jüngsten „heftig“ gewesen seien, der Kardinal spricht von der Eurokrise. Die Kirche wolle beim Mutmachen helfen, aber man wolle nicht einfach nur sagen, was zu tun sei, sondern zu Dialog und Austausch einladen.

Ein Projekt, dass man nicht aufgeben kann

„Europa ist ein Projekt. Das kann man nicht aufgeben. Das ist eine einmalige Erfahrung in der Menschheitsgeschichte, dass Völker und Nationen sich frei entscheiden, einen Teil ihrer Souveränität abzugeben, zusammenzuarbeiten und nie wieder gegeneinander Krieg zu führen, sondern zu einem gemeinsamen Nutzen, zur Wohlfahrt ihrer Völker zusammenzuwirken“: diese Vision möchte die Kirche im Dialog mit der Politik hier im Vatikan betonen, sagt Kardinal Marx. „In Respekt vor den Menschenrechten, mit Demokratie, mit Verfassung, mit Rechtsstaatlichkeit. Das ist etwas Großartiges. Ab und zu muss man daran erinnern, die Vergesslichkeit ist so groß.“

Einen zweiten Punkt nennt er: eine stärkere Solidarität und Subsidiarität in Europa, die beiden zusammenhängenden Begriffe der Soziallehre. Eigentlich liege das Thema ja offen da, seit Jahren werde darüber gesprochen und debattiert. „Deswegen bin ich erstaunt und auch etwas traurig darüber, dass das Thema Europa im Bundestagswahlkampf überhaupt keine Rolle gespielt hat“, kommentiert Kardinal Marx. „Vielleicht haben einige geahnt, dass es eben auch bedeuten wird, dass Deutschland sich noch stärker engagieren muss.“ Deutschland sei zwar nicht einfach nur der Zahlmeister, aber genauso wenig könne Deutschland erwarten, dass alle anderen Länder „genauso werden wie wir“. „Deswegen ist eine größere soziale Komponente, eine größere Solidarität erforderlich.“

Mehr Solidarität

Ein dritter Punkt auf der Dialog-Liste der Kirche: Für was steht Europa in der Welt? Dazu Kardinal Marx: „Auf welchem Wertefundament steht Europa? Das ist etwas, das wir auch in der Welt bezeugen sollen. Und wer soll für die Großentwicklung der Menschheit sprechen, gerade in der jetzigen Zeit, in der die Stimme der Vereinigten Staaten etwas schwierig geworden ist? Denken wir an die Frage des Klimas, an die große Formulierung des Papstes:  ,Das Haus der einen Schöpfung', dass wir für alle da sind, dass die Armen im Blick bleiben und die kommende Generation. Da hat Europa eine riesige Verantwortung und das wird der Papst wahrscheinlich auch beim Kongress sagen. Da hat Europa eine Rolle zu spielen. Es ist die Stunde Europas, und das sollten wir uns als Kirche auch zumuten.“

Zur Krise Europas gehört aber auch, dass es sich scheinbar auseinander entwickelt, die Vision von Papst Johannes Paul II. von einem „Europa der zwei Lungenflügel“, Ost und West, erscheint entfernter denn je. „Wir müssen respektieren, dass die Länder in Mittel- und Osteuropa auch eine eigene Geschichte haben, die sie zum Teil erst nach einigen Jahren wiederentdeckt haben.“ Kardinal Marx spricht vom Schaden, den die Ideologien und Kriege des letzten Jahrhunderts angerichtet hätten, auch sei die Übernahme der westlichen, kapitalistischen Lebensweise oft zu schnell gegangen. „Wie wir es hinbekommen, in der Vielfalt Europas zu einem ,Common Sense' über die wesentlichen Grundlagen zu kommen, ist schwieriger geworden. Das habe ich vor zehn Jahren noch nicht gedacht. Es gibt keinen Weg zurück in die nationalistische Variante der staatlichen Entwicklung, und wer Mitglied der Europäischen Union ist, muss sich auf diese Grundlagen beziehen. Und da hoffe ich, dass es sich nach einige Turbulenzen weiter entwickelt. Aber das macht mir ein wenig Sorge. Eine Entwicklung, die die eigene Nation erhöht gegenüber andern, ist nicht das, was wir als Christen befördern sollten.“

Das sollte das Christentum nicht befördern

Einen Weg zurück sieht der Kardinal aber nicht, das sei ein „Irrweg“. „Es gibt keinen Weg zurück, nie gibt es einen Weg zurück, sondern immer nur nach vorne.“

Ein Bischof, der zu den Teilnehmern sprechen wird, ist der Bischof von Rom, Papst Franziskus. Er habe dazu ermutigt, dass der Kongress gemeinsam von COMECE und Vatikan veranstaltet werde und erneut gezeigt, dass ihm Europa nicht gleichgültig ist, auch wenn er „vom Ende der Welt“ gekommen sei, wie er selbst sagt. Angeeckt an diesem Ende der Welt ist aber ein Ausdruck, den er in einer seiner Europareden gebracht hatte, das Wort von der „unfruchtbaren Großmutter“. Das saß. „Die Sorge des Papstes, die dahinter steht, ist: Hat Europa noch Lust auf Zukunft und auf Leben?“, erklärt Kardinal Marx. „Das drückt sich auch aus in der Frage, ob ich bereit bin, Familie zu gründen, Kinder in die Welt zu setzen. Das wäre ein wichtiger Impuls: Europa, du bist Teil der Zukunft. Zieh dich nicht zurück auf deine geschlossene Welt. Verteidige deinen Wohlstand nicht so, dass es wie eine Mauer aussieht. Das eingemauerte Europa und was drum herum passiert, interessiert nicht. Das ist unfruchtbar. Johannes Paul II. hat immer sehr schön gesagt: Europa heißt Öffnung. – Das war für mich immer ein Leitmotiv meiner Arbeit für Europa.“ (rv 20.19.)

 

 

 

Navracsics: Bildungspolitik von heute ist Wirtschaftspolitik von morgen

 

Die Bildungsausgaben in Europa fallen. Die EU-Mitgliedstaaten müssen die praktischen Ziele ihrer Bildungspolitik fest im Auge behalten, damit sie auch in Zukunft erfolgreich sein können, so EU-Bildungskommissar Tibor Navracsics.

Tibor Navracsics ist EU-Kommissar für Bildung und Kultur. Er sprach am Rande der EIT Awards in Budapest mit Paola Tamma von EURACTIV.com.

Die letzten PISA-Ergebnisse aus dem Jahr 2015 zeigen, dass die Schüler in der EU hinterherhinken, insbesondere in den Naturwissenschaften. Warum ist das so und was muss getan werden, um das Ziel von maximal 15 Prozent leistungsschwacher Schüler bis 2020 zu erreichen?

Das europäische Bildungssystem ist stark fragmentiert, weil Bildungspolitik Sache der Mitgliedstaaten ist. Das bedeutet, dass wir ungefähr 40 verschiedene Bildungssysteme in den 28 EU-Staaten haben. Einige Länder haben föderale Bildungssysteme, die Bildung wird also auf regionaler Ebene geregelt. Dadurch ist es manchmal auch schwierig, die genauen Gründe für schlechteres Abschneiden zu erklären. Es gibt aber definitiv einige Herausforderungen, die alle gemeinsam haben.

Eine davon ist die Frage nach den praktischen Fähigkeiten: Wir müssen unsere Bildungssysteme mehr auf praktische Fähigkeiten im Alltag ausrichten. Wir haben dabei drei Hauptgruppen von Skills erkannt, die in den zukünftigen Bildungs- und Schulplänen relevant sein können.

Die erste Gruppe sind die sogenannten Social Skills, die im alltäglichen Leben wichtig sind. Die zweite sind natürlich Digitalskills. Wir leben in einer digitalen Welt. Solche Fähigkeiten sind also quasi die moderne Form der Alphabetisierung. Die dritte Gruppe sind Karriere-Skills. Ein Thema dabei wird sein, wie wir das ÉIT (European Institute of Innovation & Technology) und unternehmerische Fähigkeiten und Kompetenzen besser in den Unterricht integrieren können.

Insgesamt sehe ich also eindeutige Herausforderungen, und wir haben die drei inhaltlichen Komponenten dieser Herausforderungen erkannt.

Darüber hinaus gibt es aber natürlich auch Probleme im strukturellen Aufbau der Bildungssysteme. Wir fokussieren uns bisher sehr stark auf formale Bildung, auf Schulbildung. Dabei werden aber teilweise andere Bildungsbereiche wie lebenslanges Lernen und die Erwachsenenbildung vernachlässigt. Da muss mehr investiert werden.

Wir müssen auch alle anderen Aspekte der Bildung einbinden, wie beispielsweise Kultur und Sport, die eine wichtige Rolle bei der Verbesserung der Schülerleistungen spielen können.

Ein dritter wichtiger Punkt ist die wirtschaftliche oder existenzielle Situation der Lehrer und Lehrerinnen. Wir müssen dafür sorgen, dass sie bei Bildungsreformen motiviert bleiben. Und wir müssen die Systeme zur Lehreraus- und -weiterbildung effizienter und ansprechender für das Lehrpersonal machen.

Der Anteil der Bildungsausgaben am BIP in der EU fällt. Außerdem gibt es große Unterschiede dabei, wie viel die einzelnen Staaten in Bildung investieren. Gibt es einen Zusammenhang zwischen dem Stabilitätspakt – also der Fiskalpolitik – und der Frage, wieviel Geld die Länder in Bildung investieren (können)?

Ja, leider gibt es in den Köpfen der meisten Entscheidungsträger diesen Zusammenhang. Wir würden sie gerne davon überzeugen, dass Bildung nicht nur Sozialausgaben bedeutet, sondern dass sie eine Investition in die Zukunft ist. Die Bildungspolitik von heute ist die Wirtschaftspolitik von morgen.

Das Geld, das Sie heute in Bildung investieren, wird den Arbeitsmärkten von morgen zugutekommen. Das ist sehr wichtig, finde ich. Wir organisieren deshalb für Ende Januar einen Bildungsgipfel, bei dem wir starke Argumente für engagierte Bildungspolitik nicht nur als Teil der Sozialpolitik, sondern eben auch als Teil zukünftiger Wirtschaftspolitik präsentieren wollen.

Ich glaube, eine gute, hochqualitative Bildung ist eine absolute Grundvoraussetzung für erfolgreiches Wirtschaften in der Zukunft.

Die PISA-Ergebnisse zeigen auch, dass in Ländern, die ein gewisses wirtschaftliches Level erreicht haben, gesteigerte Ausgaben nicht zwangsläufig zu besseren Bildungsergebnissen führen. Welche Maßnahmen sollten die Staaten also ergreifen, gerade wenn sie ein eher kleines Budget haben?

Das ist eine sehr schwierige Frage, die mich ständig beschäftigt. Die meisten Leute würden auf Estland oder Finnland verweisen. Für mich ist das attraktivste Modell aber wohl Portugal, wo die Ergebnisse seit nunmehr 15 Jahren ständig verbessert werden.

Das zeigt auch, dass es dort eine Kontinuität in der Zielsetzung der Bildungspolitik gibt – über wechselnde Regierungen und sich verändernde politische Umstände hinweg. Es gibt eine klare Zielsetzung, die von allen Akteuren verfolgt wird. Das ist meiner Meinung nach das Wichtigste: Dass die Bildungsziele trotz wechselnder politischer und manchmal auch wechselnder wirtschaftlicher Umstände beibehalten werden. Hier wurde erkannt, dass Bildung eine mittel- bis langfristige Investition ist.

In Ihrem Heimatland Ungarn gibt es derzeit Streit um eine Bildungsreform. Ungarische Lehrer werfen der Regierung vor, sie versuche, die Geschichte umzuschreiben. Was glauben Sie: Inwieweit und wie stark sollten die EU-Mitgliedstaaten die Werte der EU in den Schulen lehren und so für Unterstützung für die europäische Integration und die europäische Gemeinschaft werben?

Das sollte definitiv getan werden. Ich denke, wir sollten zumindest die Geschichte der europäischen Integration in die nationalen Lehrpläne aufnehmen, weil sie ein wichtiger Teil der europäischen Nachkriegsgeschichte ist. Ich bin stark dafür, die europäische Idee und Informationen über die europäischen Institutionen und die Idee der europäischen Integration im Unterricht zu verankern.

Gleichzeitig ist mir aber bewusst, dass das ein sehr sensibles Thema ist und dass von Seiten der Mitgliedsländer wenig Wille besteht, diese Themen in die nationalen Lehrpläne zu integrieren.

In dieser Hinsicht haben wir nur eine Einigung mit einem einzigen Mitglied, nämlich Italien. Dort gibt es das Ziel, den Aspekt der europäischen Integration auf irgendeine Weise in den nationalen Lehrplan aufzunehmen. Die anderen EU-Länder zeigen sich diesbezüglich bisher leider nicht sehr interessiert.

Paola Tamma, EA 19

 

 

 

 

Vorbild Corbyn? Was die deutsche Sozialdemokratie von Jeremy Corbyns Labour Party lernen kann – und was nicht.

 

Die letzten Wahlen haben gezeigt: die Sozialdemokratie in Europa steckt in einer Krise. Allerdings hat die Labour Party mit ihrem Vorsitzenden Jeremy Corbyn bei den vorgezogenen Parlamentswahlen im Juni 2017 ein achtbares Ergebnis erzielt. Warum scheint Labour die einzige Ausnahme zu sein?

Bei der letzten Wahl hat die Labour Party zwar 40 Prozent der Stimmen geholt, allerdings wird dabei oft vergessen, dass in Großbritannien ein Mehrheitswahlrecht herrscht und Labour in einem Verhältniswahlsystem dieses Ergebnis sicher nicht erzielt hätte. Das britische Wahlsystem befördert zudem den Zweiparteienwettbewerb. Daher muss auch der konservative Gegner genauer betrachtet werden. Die Tories, mit Theresa May an der Spitze, haben eines der schlechtesten Wahlprogramme der jüngeren britischen Geschichte vorgelegt. May war sich nach der Labour-Niederlage bei den Lokalwahlen im Mai und den schlechten Umfragewerten für Corbyn schlicht zu siegessicher. Letzteres war auch der Hauptgrund dafür, warum sie überhaupt erst Neuwahlen ausgerufen hat. Was den Austritt Großbritanniens aus der EU betrifft, sind sowohl die Tories als auch Labour innerparteilich über die Form des Brexits zerstritten und May wollte sich mit der Wahl Rückhalt für einen harten Brexit holen, was vom Wähler abgelehnt wurde.

Demnach eignen sich Corbyn und seine Labour Party nicht als Vorbild?

Labour sieht seit der Wahl gegenüber einer schwachen Regierung weiterhin gut aus, was nicht weiter überraschend ist. Aber Lehren, zumindest inhaltliche, kann man aus diesen Umständen für Deutschland nicht ziehen. Die politische Ausgangslage in Großbritannien ist eine völlig andere. Eine Vielzahl von Problemen, mit denen Großbritannien zu kämpfen hat, resultieren aus Zeiten der harten Austeritätspolitik, die Deutschland in der Form nicht erlebt hat. Dieser Unterschied wird deutlich, wenn man sich das Labour-Wahlprogramm für die Parlamentswahlen im Juni anschaut. Es fällt auf, dass Positionen wie Steuergerechtigkeit, bezahlbarer Wohnraum oder mehr freie Kinderbetreuung entweder von der SPD bereits vertreten werden oder die Probleme in Deutschland so nicht existieren. Die Wasserversorgung ist in Deutschland in öffentlicher Hand. Es gibt keine Studiengebühren wie in Großbritannien und bei der Polizei und Feuerwehr wurden keine radikalen Sparmaßnahmen durchgeführt. Auch Beschäftigungspraktiken wie Scheinselbständigkeit ohne garantierte Arbeitsstunden sind hierzulande illegal.

Dann anders gefragt: Was hat die Labour Party strategisch richtig gemacht? 

Was die Labour Party geschafft hat, ist, mit neuen Formen der Mobilisierung und Kommunikation eine Welle von neuen Mitgliedern, darunter viele junge Briten, zu rekrutieren. Ein weiterer Aspekt, der oft genannt wird, ist die demokratische Transparenz der Partei. Allerdings muss hier entgegengehalten werden, dass die Parteiführung auf dem letzten Parteitag eine Abstimmung zum Brexit gar nicht erst zugelassen hatte. Höchstwahrscheinlich befürchtete die Parteispitze, von ihren Mitgliedern – mehrheitlich mit pro-europäischer Einstellung – gezwungen zu werden, ihren Zickzack-Kurs in Sachen Brexit aufzugeben.

Bei der Labour-Kampagne im Vorfeld der Parlamentswahlen hat man aber verstanden, dass der authentische Kern des Kandidaten wichtig ist und dass ein transaktionaler Politikstil, der versucht, bestimmten Zielgruppen auf Basis von Meinungsumfragen Politikangebote im Tausch für Stimmen zu unterbreiten, nicht mehr funktioniert. Die Wählerschaft ist unentschiedener und volatiler. Daher lässt sie sich auch für grundlegend neue Politikprojekte mit Zukunftsvisionen, die bis vor kurzem als utopisch galten, durchaus begeistern und mobilisieren. Eine neu definierte transformative Politik muss auch Grundlage für die Erneuerung der Sozialdemokratie in Deutschland sein.

Nach der Bundestagwahl möchte die SPD nun einen Neuanfang wagen. Was kann sie sich hierfür von der Labour Party abschauen?

Notwendig für den Neuanfang der SPD wird sein, dass sie als ehrlich und authentisch wahrgenommen wird. Der Erfolg ihrer Erneuerung wird davon abhängen, inwieweit die Partei einen grundlegenden Neubeginn mit einem transformativen Politikstil schafft. In den Niederlanden und Frankreich hat man gesehen, was passiert, wenn sich sozialdemokratische Parteien bis zur politischen Bedeutungslosigkeit verwalten. Die SPD hat zwei Optionen: mit einem „weiter so“ den weiteren Absturz zu riskieren oder die Flucht nach vorne anzutreten. Mein Rat wäre: Angriff ist die beste Verteidigung. Henning Meyer, IPG 19

 

 

 

 

Regionalpräsidenten der Lombardei und Venetiens distanzieren sich von Katalonien

 

Nach dem klaren Votum für mehr Autonomie bei den Referenden in Venetien und der Lombardei haben die Präsidenten der beiden italienischen Regionen Forderungen an die Zentralregierung in Rom gerichtet.

Sie wollen mehr Befugnisse bekommen und weniger Steuern abführen. Nach Auszählung fast aller Stimmen am Montag stimmten in der Lombardei 95 Prozent der Teilnehmer für eine größere Unabhängigkeit von Rom. In Venetien waren es mehr als 98 Prozent.

Die Wahlbeteiligung an den nichtbindenden Referenden lag nach Auszählung fast aller Stimmen in der Lombardei mit der Hauptstadt Mailand allerdings nur bei 38 Prozent. In Venetien mit der Hauptstadt Venedig lag sie demnach bei 57 Prozent und damit über dem dort notwendigen Quorum von 50 Prozent.

Venetiens Regionalpräsident Luca Zaia wertete das Ergebnis als Ausdruck des Wunsches nach stärkeren Autonomierechten in der „gesamten Bevölkerung“, nicht nur in einer Partei. Zaia ist wie sein lombardischer Kollege Roberto Maroni Mitglied der rechtspopulistischen Lega Nord (LN).

Der Lombarde Maroni kündigte an, er werde in Rom um „mehr Macht und Ressourcen“ bitten. Dies solle aber „im Rahmen der nationalen Einheit“ erfolgen. Er kündigte an, innerhalb von zwei Wochen detaillierte Vorschläge zur stärkeren Regionalisierung zu unterbreiten, um zu gewährleisten, dass diese vor der Parlamentswahl im Frühjahr 2018 behandelt werden.

Regionalpräsident Zaia bekräftigte frühere Aussagen, wonach die Bestrebungen in Norditalien nicht vergleichbar seien mit dem politisch heiklen Wunsch nach Unabhängigkeit in Katalonien. Er verlangte allerdings einen „Sonderstatus“ für Venetien.

Der Chef der Lega Nord, Matteo Salvini, begrüßte den Wahlausgang. Mehr als fünf Millionen Menschen hätten „für den Wandel“ gestimmt. Er fügte hinzu: „Wir wollen alle weniger Verschwendung, weniger Steuern, weniger Bürokratie, weniger Beschränkungen durch den Staat und die Europäischen Union, mehr Effektivität, mehr Jobs und mehr Sicherheit“.

Die Protestpartei Fünf-Sterne-Bewegung (M5S), derzeit Spitzenreiter in den Umfragen vor der Parlamentswahl, erklärte, das Wahlergebnis sei ein „Sieg der Bürger, sicherlich nicht der Lega Nord.“

Als erster aus der italienischen Zentralregierung äußerte sich Landwirtschaftsminister Maurizio Martina zu den Referenden. Bei Steuer- und Sicherheitsfragen gebe es nichts zu verhandeln, sagt er. Martina ist Führungsmitglied der Demokratischen Partei (PD), Hauptbestandteil der

Regierung von Ministerpräsident Paolo Gentiloni. Zaia verwies Martina in die Schranken und erklärte, „einziger Gesprächspartner“ sei Gentiloni.

Die Lombardei und Venetien sind eine starke wirtschaftliche Kraft im Land. Sie steuern rund 30 Prozent zum Bruttoinlandsprodukt Italiens bei. Die Lombardei entrichtete im vergangenen Jahr 54 Milliarden Euro mehr an Steuern an Rom, als sie in Form von öffentlichen Ausgaben wieder zurückbekam. Bei Venetien lag der Netto-Beitrag bei 15,5 Milliarden Euro. Beide Regionalpräsidenten wollen ihre Abgaben an Rom um die Hälfte kürzen.

Zudem fordern sie größere Befugnisse in Fragen der Infrastruktur, Umwelt, Gesundheit und Bildung. Schließlich verlangen sie größere Autonomie bei Sicherheitsfragen und Einwanderung – dafür wären allerdings Verfassungsänderungen notwendig.

Die beiden Referenden fanden im Schatten des Konflikts um die Unabhängigkeitsforderungen Kataloniens statt. Im Gegensatz zum Referendum in der nordostspanischen Region waren die Abstimmungen in Italien aber legal, zudem ging es nur um größere Autonomierechte und nicht um eine Abspaltung der Regionen. EA/AFP 24

 

 

 

„Europäische Muslime sehen EU positiver als andere Europäer“

 

Exzellenzcluster untersucht erstmals Einstellung von zugewanderten Muslimen in Europa zur EU – Weit weniger Skepsis als in anderen Gruppen wie Christen und Konfessionslosen – Hintergrund ist Zufriedenheit der Migranten mit der Lebenssituation im europäischen Aufnahmeland – Religion scheint Haltung der Muslime nicht zu beeinflussen – Erfahrung von Diskriminierung aber gefährdet positive Einstellungen

 

Münster. (exc) Muslime in Europa sehen die Europäische Union (EU) nach einer Studie des Exzellenzclusters „Religion und Politik“ positiver als alle anderen Bevölkerungsgruppen in Europa. „Die Muslime haben im Durchschnitt ein höheres Vertrauen in EU-Institutionen als Mitglieder anderer religiöser oder nicht-religiöser Gruppen wie Christen oder Konfessionslose“, sagt der Politikwissenschaftler Prof. Dr. Bernd Schlipphak vom Exzellenzcluster. „Von allen untersuchten Gruppen aus 16 europäischen Ländern sind Muslime die einzige, die zum Beispiel ihr Vertrauen in das Europäische Parlament auf einer Skala von 1 bis 10 mit mehr als 5 angeben. Derzeit wird viel über mangelnde Akzeptanz der EU in weiten Bevölkerungskreisen diskutiert – die muslimisch geprägten Einwanderer der ersten und zweiten Generation gehören dabei mehrheitlich nicht zu den Kritikern.“ Die Ergebnisse stehen zugleich in Kontrast zur Haltung von Muslimen in arabischen Ländern: „In früheren Studien konnten wir zeigen, dass nur eine Minderheit der arabischen Bevölkerung die EU positiv einschätzt.“

Einer der wichtigsten Gründe für die mehrheitlich positive Einstellung europäischer Muslime ist nach der neuen Studie, dass sie mit ihrer Lebenssituation in der EU zufriedener sind als andere: „Rund 95 Prozent der befragten Muslime sind Migranten der ersten oder zweiten Generation, die ihre neue Lebenssituation mit der im Herkunftsland vergleichen: Sie zeigen mehr Wertschätzung für die wirtschaftliche Situation, die Gesundheitsversorgung und das politische System im Aufnahmeland als Nicht-Zugewanderte“, erläutert Prof. Schlipphak. „Diese Zufriedenheit mündet in einem hohen Vertrauen gegenüber nationalen Institutionen wie dem Parlament im Aufnahmeland, das sich wiederum auf die EU-Ebene überträgt.“ Neben der Zufriedenheit mit Demokratie, Wirtschaft und Gesundheit wirkt sich der Studie zufolge ein hohes politisches Interesse positiv auf das Vertrauen in die EU-Institutionen aus. „Die Religion dagegen spielt für die Haltung zur EU, anders als angenommen, keine Rolle.“

„Religion ohne Einfluss auf Haltung zur EU“

„Zwar schätzen sich europäische Muslime im Schnitt religiöser ein als andere Europäer“, führt der Ko-Autor der Studie, Politikwissenschaftler Mujtaba Isani, aus. „Diese Einschätzung scheint aber weder einen negativen noch einen positiven Einfluss auf ihr Vertrauen in politische Institutionen der nationalen wie EU-Ebene zu haben.“ Mit der Studie knüpfen die Forscher an eine Debatte an, die die Unvereinbarkeit europäischer und islamischer Werte sowie Religiosität als Integrationshindernis diskutiert. So wenig wie die Religion haben das Bildungsniveau, Alter und Geschlecht einen Einfluss auf die Meinung zur EU, wie Schlipphak sagt. „Unsere Studie zeigt: Erfolgreiche Integration führt zu einem höheren Vertrauen in politische Institutionen auf der nationalen wie EU-Ebene. Langfristige Integrationsbemühungen sind unerlässlich, wenn das hohe Niveau des Vertrauens der europäischen Muslime in die EU aufrechterhalten werden soll.“

Bei der Untersuchung handelt es sich um die erste systematisch-empirische Analyse der Einstellungen europäischer Muslime zur EU. Die Forscher haben dafür Daten des European Social Survey (ESS) von 2002 bis 2014 ausgewertet; aktuellere Daten zum Thema der Studie liegen nicht vor. Die Wissenschaftler verglichen die Aussagen von 3.601 europäischen Muslimen mit denen anderer religiöser und nicht-religiöser Gruppen. Von den befragten Muslimen sind 95 Prozent als Migranten in die EU kommen; 71 Prozent sind Migranten der ersten Generation.

„Zuwanderer der zweiten Generation kritischer – Integration stärken“

Die Untersuchung legt nach Einschätzung von Politikwissenschaftler Schlipphak gesellschaftliche Gefahren für die Zukunft offen: „Je ferner die Migrationserfahrung rückt, desto geringer sind die Zufriedenheitswerte.“ So zeigten europäische Muslime der zweiten Einwanderergeneration weniger Vertrauen in die politischen Institutionen des Aufnahmelandes und der EU als europäische Muslime der ersten Generation. Negativ wirke sich auch Diskriminierung auf die Haltung zur EU aus: „Europäische Muslime, die sich diskriminiert fühlen, vertrauen den Institutionen der europäischen Gemeinschaft weniger. Dies ist umso problematischer, als Gefühle der Diskriminierung unter europäischen Muslimen der zweiten Einwanderergeneration stärker verbreitet sind, wie unsere Analysen ergaben.“ Der Politikwissenschaftler empfiehlt vor diesem Hintergrund, „die Integration europäischer Muslime langfristig zu stärken und besonders die Probleme der zweiten Generation in den Blick zu nehmen, um die derzeit mehrheitlich positive Einstellung zu erhalten.“

Die Politikwissenschaftler Bernd Schlipphak und Mujtaba Isani haben ihre Forschungsergebnisse jüngst unter dem Titel „In the European Union we trust: European Muslim attitudes toward the European Union“ (Der Europäischen Union vertrauen wir: Einstellungen europäischer Muslime gegenüber der Europäischen Union) in der renommierten Fachzeitschrift „European Union Politics“ veröffentlicht. Für den zugrunde liegenden European Social Survey (ESS) werden alle zwei Jahre europäische Bürgerinnen und Bürger zu einem breiten Spektrum gesellschaftlicher und politischer Themen befragt. Untersucht wurden die Länder Österreich, Belgien, Dänemark, Finnland, Frankreich, Deutschland, Griechenland, Irland, Niederlande, Norwegen, Portugal, Slowenien, Spanien, Schweden, Schweiz und Großbritannien. (dak/vvm)

 

 

 

 

Studie. Ausländer gehen überdurchschnittlich oft einem Nebenjob nach

 

Mehr als drei Millionen Erwerbstätige in Deutschland haben laut einer Studie zusätzlich zu ihrer Hauptbeschäftigung einen Nebenjob. Unter ihnen sind überdurchschnittlich häufig Ausländer. Das geht aus einer aktuellen IAB-Studie hervor.

Mehr als drei Millionen Erwerbstätige in Deutschland haben zusätzlich zu ihrer Hauptbeschäftigung einen Nebenjob. Oft sind Mehrfachbeschäftigte in ihrer Hauptbeschäftigung in Teilzeit tätig. Häufiger als bei den Einfachbeschäftigten sind unter den Nebenjobbern Frauen, ausländische Staatsangehörige und Personen mittleren Alters vertreten. Meistens wird eine sozialversicherungspflichtige Tätigkeit mit einem Minijob kombiniert. Das geht aus einer am Dienstag veröffentlichten Studie des Instituts für Arbeitsmarkt- und Berufsforschung (IAB) hervor.

Die Hauptbeschäftigungen von Mehrfachbeschäftigten sind meistens weniger gut bezahlt als die Beschäftigungsverhältnisse von Personen ohne Nebenjob. Der Einkommensunterschied liegt bei rund 570 Euro pro Monat. Zu einem kleinen Teil lässt sich diese Differenz durch eine geringere Wochenstundenzahl bei den Beschäftigungsverhältnissen erklären.

Ein weiterer Faktor sei jedoch, dass es sich bei der Hauptbeschäftigung von Mehrfachbeschäftigten oft um Berufe handelt, in denen weniger verdient wird, erklären die Studienautoren Sabine Klinger und Enzo Weber. So haben Mehrfachbeschäftigte beispielsweise häufig Berufe in den Bereichen Verwaltung und Büro oder Gesundheits- und Sozialwesen. Dabei übt ein Drittel im Haupt- und Nebenjob denselben Beruf aus.

Ausländer haben häufiger Nebenjobs

Wie dem Bericht zu entnehmen ist, sind 93 Prozent der Einfachbeschäftigten deutsche Staatsbürger, auf der Seite der Nebenjobber beträgt ihre Quote nur noch 88 Prozent. „In den Schätzungen zeigt sich, dass Personen nichtdeutscher Nationalität eine um 1,3 Prozentpunkte höhere Nebenjob-Wahrscheinlichkeit haben als Deutsche“, erklärte Klinger dem MiGAZIN. Mit anderen Worten: „Personen nichtdeutscher Nationalität gehen überdurchschnittlich oft einem Nebenjob nach“, so die Studienautorin.

Seit 2003 hat sich die Anzahl der Mehrfachbeschäftigten mehr als verdoppelt. Begünstigt wurde dies durch die sehr gute Aufnahmefähigkeit des Arbeitsmarktes, die über viele Jahre hinweg schwache Lohnentwicklung sowie die starke Zunahme der Teilzeitbeschäftigung, so die Studie. Einen wesentlichen Impuls setzten zudem gesetzliche Änderungen, die geringfügige Beschäftigungen für die Arbeitnehmer von Steuern und Sozialabgaben freistellen.

Zweitbeschäftigungen nicht das richtige Instrument

Diese Bevorzugung geringfügiger Zweitbeschäftigungen sehen Klinger und Weber kritisch. Eine Ausweitung der Erwerbstätigkeit durch Anreize zu belohnen sei zwar mit Blick auf die finanzielle Situation der Arbeitnehmer wie auch mit Blick auf Fachkräfteengpässe grundsätzlich richtig. Zudem sei gerade für Geringverdiener, die überdurchschnittlich häufig Nebenjobs ausüben, die Abgabenbelastung in Deutschland im internationalen Vergleich recht hoch.

„Die Begünstigung einer zweiten Beschäftigung bei einem anderen Arbeitgeber ist aber nicht das richtige Instrument, um hier gegenzusteuern. Erstens profitieren von der Regelung auch viele Gutverdiener. Zweitens leisten kleine Nebenjobs gerade für die Personen, für die es besonders wichtig wäre, kaum einen Beitrag für eine nachhaltige berufliche Entwicklung und Alterssicherung“, argumentieren Klinger und Weber. Sinnvoller sei es, die Arbeit in der Hauptbeschäftigung zu stärken, beispielsweise durch eine Entlastung niedriger Verdienste bei den Sozialabgaben. (iab/mig 19)

 

 

 

 

EU-Kommission optimistisch über Arbeitsmarktentwicklung

 

Am vergangenen Freitag wurde der jährliche Bericht zu Arbeitsmarkt und Lohnentwicklung in Europa veröffentlicht. In der EU gibt es demnach heute 235 Millionen Beschäftigte – mehr als vor der Wirtschaftskrise. Die Arbeitslosenquote liegt bei 7,6 Prozent, ist rückläufig und nähert sich damit dem Vorkrisenniveau an. Die Löhne sind 2016 durchschnittlich um 1,2 Prozent gestiegen. Die EU-Kommission gibt sich optimistisch.

„Immer mehr Menschen in Europa finden eine Arbeit und wir beobachten eine Rekordbeschäftigung. Europa erntet die Früchte gezielter politischer Reformen“, sagte die zuständige Kommissarin Marianne Thyssen bei der Vorstellung des Berichtes.

Gerade die Arbeitsmarktreformen stießen in den letzten Jahren jedoch auf viel Unmut bei der Bevölkerung. Reformpakete wie das Europäischen Semester, das so genannten 6-Pack, das 2-Pack oder der Fiskalpakt haben vor allem in den Krisenländern zu einer weitgehenden Liberalisierung des Arbeitsmarktes geführt.

Wo die Troika aus EU-Kommission, Europäischer Zentralbank und Internationalem Währungsfonds eingriff wurden die Gewerkschaften geschwächt, der Kündigungsschutz gelockert, öffentliche Beschäftigung abgebaut, Mindestlöhne und Arbeitslosenunterstützung gesenkt und Massenentlassungen erleichtert. Dadurch sanken die Einkommen, was wiederum die Nachfrage belastete und so die wirtschaftliche Entwicklung bremste. Vielerorts ging die private Nachfrage in den Krisenjahren um 15 bis 20 Prozent zurück.

Wenn nun allmählich auch in Südeuropa wieder neue Jobs entstehen, sind diese meist schlechter bezahlt, weniger geschützt und verlangen den Arbeitnehmern mehr Flexibilität ab. In Spanien und Griechenland arbeiten heute fast 15 Prozent der Beschäftigten für Löhne unterhalb der Armutsgrenze. Das bedeutet im Falle Griechenlands für weniger als 440 Euro im Monat.

In den Krisenjahren ist nicht nur die Wirtschaft geschrumpft. Auch der Anteil der Löhne an der Wirtschaftsleistung ist deutlich zurückgegangen: In Irland von 2009 bis 2015 von 41,2 auf 29,4 Prozent. Es ist also nicht nur der Kuchen insgesamt kleiner geworden, sondern auch der Anteil, den die Arbeitnehmer bekommen.

Ein weiterer Schluck Wasser muss in den Wein der Kommission gegossen werden. So zeigt der kürzlich veröffentlichte Kohäsionsbericht, dass die Krise die wirtschaftlichen Unterschiede zwischen verschiedenen Regionen in der EU verschärft hat – sowohl zwischen den EU-Mitgliedstaaten als auch innerhalb der Staaten zwischen den Regionen. „Die Krise ist vorbei, aber sie hat in vielen Regionen Narben hinterlassen“, kommentierte die Kommissarin für Regionalpolitik, Corina Cre?u. Sie fügte hinzu: „Der Report zeigt deutlich, dass unsere Union mehr Kohäsion braucht.“

All das heißt nicht, dass es kein Grund zur Freude ist, dass heute mehr Europäer in Arbeit sind als vor einigen Jahren. Es heißt aber auch, dass eine rein quantitative Betrachtung der Arbeitsmarktentwicklung in ihrer Aussagekraft recht begrenzt ist. Jemand der diese Woche ein paar Stunden arbeitet, für jede davon fünf Euro bekommt und nicht weiß, ob er den Job auch in der Folgewoche noch hat, der ist zwar formell nicht arbeitslos. Befriedigend gelöst ist seine Situation damit aber noch lange nicht. Steffen Stierle | EA 18

 

 

 

 

Internationaler Terrorismus. Verfassungsschutz erhält viele Hinweise von Flüchtlingen

 

Flüchtlinge liefern nach Auskunft des Verfassungsschutz-Präsident Maaßen wertvolle Hinweise im Kampf gegen die ISIS. Gemeinsam mit dem Bundesamt für Migration und Flüchtlinge würden Flüchtlinge gezielt befragt.

Der Verfassungsschutz erhält nach Worten von Präsident Hans-Georg Maaßen „viele hundert Hinweise“ von Asylbewerbern zu mutmaßlichen ISIS-Anhängern. Er halte „weit über 80 Prozent der Hinweise für belastbar“, sagte Maaßen der Deutschen Welle in Bonn. Das Bundesamt für Verfassungsschutz habe ein eigenes Hinweistelefon geschaltet, das auf Tippgeber aus diesem Umfeld abzielt.

Es gebe in Deutschland Anhänger der Terrororganisation ISIS, die gezielt nach Europa gekommen seien, um Anschläge zu begehen, sagte Maaßen. Bislang habe der Verfassungsschutz mindestens 20 Menschen identifiziert, auf die das zutreffe. Andrerseits gebe es auch ISIS-Kämpfer, „die sich vielleicht einfach absetzen wollen vom Kampfgeschehen, die schwere und vielleicht schwerste Kriegsverbrechen begangen haben und als Asylsuchende getarnt“ nach Deutschland kommen, erläuterte der Verfassungsschutzpräsident. In Flüchtlingsheimen in Deutschland träfen dann Täter und Opfer aufeinander.

Mitarbeiter des Verfassungsschutzes arbeiten nach Maaßens Worten mit Sachbearbeitern des Bundesamts für Migration und Flüchtlinge zusammen und befragten gezielt Flüchtlinge. Bis 2019 will der Verfassungsschutz nach seinen Angaben 250 neue Stellen in diesem Bereich schaffen. (epd/mig 18)

 

 

 

Familienstudie: Kulturelle Bildung gut für ein erfolgreiches Leben

 

Kulturaktivitäten fördern Kindesentwicklung und Familienzusammenhalt

Bildungsgrad der Eltern entscheidet über soziokulturelle Teilhabe der Kinder

Essen, 18. Oktober 2017. Eltern sehen Kulturelle Bildung als wichtige Grundlage für den Lebenserfolg ihrer Kinder an. Doch wie stark Mütter und Väter ihren Nachwuchs kulturell fördern, hängt wesentlich vom Bildungshintergrund und den finanziellen Verhältnissen der Eltern ab. Das sind die zentralen Ergebnisse der repräsentativen Studie „Eltern/Kinder/Kulturelle Bildung. Horizont 2017“, die das Institut für Demoskopie Allensbach (IfD) im Auftrag des Rates für Kulturelle Bildung durchgeführt hat. Prof. Dr. Eckart Liebau, Vorsitzender des unabhängigen Beratungsgremiums, zur Veröffentlichung am 18. Oktober: „Über neunzig Prozent der Eltern sagen, Kulturelle Bildung fördere die Entwicklung ihrer Kinder. Gemeinsame Kulturaktivitäten gelten ihnen als zentraler Baustein für den familiären Zusammenhalt. Doch gleichzeitig stellen wir fest, dass Kinder aus bildungsferneren Familien zu Hause weniger gefördert werden und seltener außerschulische Kulturangebote wahrnehmen, vielfach aus finanziellen Gründen. Das ist kein gutes Zeugnis für die Bildungs- und Familienpolitik unserer Gesellschaft.“

 

Der Faktor Bildung bestimmt das kulturelle Familienleben dabei stärker als alle anderen betrachteten Bedingungen: Eltern mit mittlerem oder einfachem Bildungsabschluss trauen es sich in signifikanter Weise weniger als Akademiker zu, ihre Kinder – etwa musikalisch oder künstlerisch – zu unterstützen. Nur ein Viertel von ihnen ist voll und ganz überzeugt, dass sie ihren Kindern in diesen Bereichen ausreichend helfen können. Indes führt dies bei diesen Eltern nicht zu einem größeren Interesse daran, dass ihre Kinder außerhalb von Kita und Schule an angeleiteten Kulturangeboten teilnehmen, im Gegenteil: Mütter und Väter mit niedrigerem Bildungsabschluss sind daran unterdurchschnittlich interessiert. In Konsequenz haben ihre Kinder während der letzten zwölf Monate auch mit geringerer Wahrscheinlichkeit an solchen Angeboten teilgenommen: Lediglich 37 Prozent von ihnen bestätigen dies, unter den Vätern und Müttern mit Studium sagen dies hingegen 59 Prozent.

 

Liebau weiter: „Wenn der Bildungshintergrund der Eltern die Bildungschancen ihrer Kinder derart stark bestimmt, sind Staat und Gesellschaft noch wesentlich stärker gefordert als bislang: Zuallererst muss die vorschulische Kulturelle Bildung weiter massiv ausgebaut werden. Zweitens muss der Unterrichtsausfall auch in den künstlerischen Fächern bundesweit gestoppt werden. Drittens sind familien- und sozialpolitische Instrumente wie das Kindergeld und das Bildungs- und Teilhabepaket so zu verändern, dass sie jene Kinder tatsächlich erreichen, die in ihren Familien aus sozioökonomischen Gründen nur geringe Unterstützung bei ihrer Kulturellen Bildung erfahren. Und viertens dürfen wir nicht aufhören, die fundamentale Bedeutung Kultureller Bildung für unsere Gesellschaft zu erklären und daraus Forderungen an die Politik abzuleiten. Die meisten Eltern wissen, dass Kulturelle Bildung ebenso wenig Luxus ist wie Mathematik oder Naturwissenschaften es sind. In der Politik ist diese Einsicht noch nicht angekommen. Hier ist es höchste Zeit für ein Umdenken, auch das zeigt unsere Studie.“ Ifd 18

 

 

 

Erdkunde. Jamaika als Namensgeber

 

Der Begriff Jamaika-Koalition ist seit der Bundestagswahl 2005 gebräuchlich. In der Fahne des Inselstaates stehen Grün für Hoffnung, Gold für das Sonnenlicht und Schwarz für die Kraft des jamaikanischen Volkes. Von Susann Kreutzmann

Am Mittwoch beginnen die Sondierungsgespräche zur Bildung einer neuen Regierungskoalition in Berlin. Sollten Union, Grüne und FDP zusammenfinden, entstünde eine Koalition, die nach dem Inselstaat Jamaika in der Karibik benannt ist. Grund dafür ist die Flagge mit dem gelben Andreaskreuz und den vier dreieckigen Farbflächen in Schwarz und Grün, die nach der Unabhängigkeit von Großbritannien 1962 eingeführt wurde. Dabei steht Grün für Hoffnung, Gold für das Sonnenlicht und Schwarz für die Kraft des jamaikanischen Volkes. Der Begriff Jamaika-Koalition ist seit der Bundestagswahl 2005 in Deutschland gebräuchlich.

Die rund 11.000 Quadratkilometer große Insel ist eine parlamentarische Monarchie. Staatsoberhaupt ist die britische Königin Elisabeth II., die auch den Titel Königin von Jamaika trägt. Der Staat ist Mitglied einer großen Zahl internationaler Organisationen, darunter der Karibischen Gemeinschaft (CARICOM), der Vereinten Nationen und Interpol.

Hohe Armutsquote

Etwa ein Fünftel der knapp drei Millionen Jamaikaner leben laut UN-Angaben unter der Armutsgrenze. Damit hat Jamaika im Vergleich zu anderen Karibikinseln wie Haiti (58 Prozent) und der Dominikanischen Republik (41 Prozent) die geringste Armutsrate in der Region. Die Wirtschaft ist im Vergleich zu den kleineren Nachbarn stärker entwickelt und diversifiziert. Haupteinnahmequellen sind der Tourismus und der Export von Aluminium, Bauxit, Zucker, Bananen und Rum.

Eine wichtige Devisenquelle ist zudem das Geld von Auswanderern, das diese an ihre Familien nach Jamaika überweisen. Allein in den USA leben rund eine Million jamaikanische Migranten oder deren Nachfahren, die sogenannten Jamaika-Amerikaner.

Höchste Tötungsraten weltweit

Früher war die Insel fast vollständig von Bäumen bedeckt. Inzwischen ist der Bestand stark dezimiert, weshalb auch Tropenstürme regelmäßig schwere Schäden anrichten. Größtes Umweltproblem sind aber die Bauxitminen, bei deren Abbau giftiger Schlamm und andere gesundheitsgefährdende Stoffe freigesetzt werden. In vielen Orten ist das Grundwasser durch den Bergbau und die wilde Müllentsorgung verseucht. Die staatliche Entwicklungsorganisation Deutschlands, die Deutsche Gesellschaft für Internationale Zusammenarbeit (GIZ), setzt mehrere Projekte in Jamaika um, vor allem gegen die Folgen des Klimawandels und für den Umweltschutz.

Neben der Armut ist die hohe Gewaltrate eines der größten Probleme Jamaikas. Das Land weist im Vergleich zur Bevölkerungszahl eine der höchsten Tötungsraten weltweit auf. Ganze Stadtviertel werden von bewaffneten Banden kontrolliert, die durch Schutzgelderpressung und Drogenhandel ihr Geld verdienen. Wegen seiner strategisch günstigen Lage ist Jamaika Durchgangsstation des Drogenhandels von Süd- nach Nordamerika. Gleichzeitig gilt die Polizei als korrupt und gewaltbereit, die Institutionen sind schwach. Organisationen wie Amnesty International berichten regelmäßig über Folter in jamaikanischen Gefängnissen. (epd/mig 18)

 

 

 

 

"Zivilcourage ist erlernbar"

 

Über 4.000 Teilnehmer im Rhein-Ruhr-Raum haben sich in 300 Kursen bereits zu muTigern ausbilden lassen

 

Essen/Gelsenkirchen (18.10.2017). "Zivilcourage ist erlernbar" und "Jeder kann helfen, ohne sich und andere in Gefahr zu bringen": Unter diesen Leitgedanken bietet die Stiftung muTiger seit mittlerweile fünf Jahren im Rhein-Ruhr-Raum kostenlose Schulungskurse zur Unterstützung von mehr Zivilcourage an.

Das mit erfreulicher Resonanz: Rund 4.300 Teilnehmer haben sich in 300 Kursen bisher zu muTigern ausbilden lassen. Gleichzeitig unterstützt ein Netzwerk von über 50 Kooperationspartnern aus der Wirtschaft, aus dem Bildungssektor und bei der öffentlichen Hand die gemeinsam von der KÖTTER Unternehmensgruppe und dem Verkehrsverbund Rhein-Ruhr (VRR) ins Leben gerufene Initiative.

In den vierstündigen Schulungen lernen die Teilnehmer (ab 16 Jahren) bewusst hin- statt wegzusehen, mit geschultem Blick kritische Situationen oder Notlagen richtig einzuschätzen sowie im Rahmen der eigenen Möglichkeiten gezielt zu handeln (z. B. durch Notruf an die Polizei oder Aufforderung zur Mithilfe an andere).

Auch im Rahmen der kürzlich vom Initiativkreis Ruhr (IR) veranstalteten TalentTage Ruhr 2017 beteiligte sich die Stiftung muTiger mit Schulungen zur Zivilcourage. 14 Nachwuchskräfte aus dem Ruhrgebiet, die im August und September neu bei den Ausbildungsbetrieben der KÖTTER Unternehmensgruppe gestartet sind, nahmen teil.  Dgap 18

 

 

 

 

12.000 Demonstranten fordern vom Bundestag: Sagt NEIN zu Rassismus und Rechtsruck

 

Zwei Tage bevor nach Jahrzehnten wieder Rechtsnationale in den Bundestag einziehen, setzen BürgerInnen ein Zeichen für Zusammenhalt und Toleranz

 

Berlin. 12.000 Menschen sind heute Mittag mit einer klaren Botschaft an die Abgeordneten auf die Straße gegangen: Wir lassen unseren Bundestag nicht zum Sprachrohr für Rassismus und Diskriminierung werden. Wir wollen nicht, dass bürgerliche Parteien nach rechts rücken. Wir stehen gemeinsam ein für Vielfalt und Respekt - und erwarten dass auch von den Abgeordneten. Zwei Tage vor der konstituierenden Sitzung bildeten die DemonstantInnen einen symbolischen Schutzring um den Reichstag.

 

Ali Can, der 23-jährige Initiator der Demonstration, sagte:

“Die Geschichte hat uns gelehrt, zu was Hass und Rassismus führen können. Doch heute zeigten 12.000 Menschen, dass jeder Versuch uns als Gesellschaft zu spalten, uns nur näher zusammenbringt. Ich fordere Abgeordnete jeder Richtung auf, es uns gleich zu tun und gemeinsam für unsere demokratischen Grundwerte einzustehen. Das vielfältige Deutschland, das ich als kleiner Junge so lieben gelernt habe, ist heute bunt und laut mit mir auf der Straße. Ich bin überwältigt!”

 

Christoph Schott, Kampagnenleiter von Avaaz, sagte:

“Das ist Deutschland! Menschen jeder politischen Richtung, Herkunft und Alters sind heute gemeinsam auf die Straße gegangen, um eine klare Botschaft an alle Abgeordneten zu senden: Steht auf, wenn Hass auf den Stühlen des Parlaments Platz nimmt. Wir sind die bunte Mehrheit, die entschlossen für die Werte und die Vielfalt unseres Landes eintritt.”

 

Christoph Bautz, Geschäftsführer von Campact, sagte: “Dies hier ist keine Anti-AfD-Demonstration. Wenn Rechtskonservative und Neoliberale sich zusammenschließen und eine Partei rechts der Union gründen, ist das erstmal okay. Gar nicht geht hingegen, wenn diese Partei Rechtsextreme und Nazis in den Bundestag bringt, die unsere Demokratie und unseren Rechtsstaat abschaffen wollen.”

 

Initiiert wurde die Aktion von dem 23-jährigen Lehramtsstudent Ali Can, der unter anderem für seine “Hotline für besorgte Bürger” bekannt ist. Musiker wie die Band Culcha Candela, die Sänger Astrid North und Jannik Brunke oder der Schauspieler Jürgen Fischer alias Erkan Bairisch unterstützten die Demonstration auf der Bühne. Avaaz 22

 

 

 

 

Studie. Kinder bleiben in Armut gefangen

 

Kinder in armen Familien bleiben oft über lange Zeit benachteiligt. Zwei Drittel von Armut betroffene Kinder leben dauerhaft oder wiederkehrend in solchen Bedingungen. Besonders häufig betroffen sind Kinder mit Migrationshintergrund.

Leben Kinder in Armut, bleiben sie über Jahre benachteiligt. Zwei Drittel der von Armut betroffenen Kinder leben dauerhaft oder wiederkehrend in solchen Bedingungen, wie die Bertelsmann Stiftung am Montag in Gütersloh bei der Vorstellung einer neuen Studie mitteilte. Demnach lebt jedes fünfte Kind in Armut. Besonders armutsgefährdet seien Kinder alleinerziehender Eltern, mit mindestens zwei Geschwistern oder mit geringqualifizierten Eltern.

Überdurchschnittlich häufig von Armut betroffen sind jedoch auch Kinder mit Migrationshintergrund. Sie machen insgesamt 27 Prozent aller Befragten aus. Unter denen, deren Unterhalt dauerhaft gesichert ist, sind sie allerdings nur mit einem Anteil von knapp 18 Prozent vertreten. Ganz anders in der Gruppe derer, deren Unterhalt nicht dauerhaft gesichert ist; dort hat fast jedes zweite Kind einen Migrationshintergrund (fast 46 Prozent). Wohlhabende sind der Studie zufolge unter anderem charakterisiert durch einen „niedrigen Anteil von Kindern mit Migrationshintergrund“, heißt es in der Studie.

Vererbung von Armut durchbrechen

Armut bedeute in Deutschland zwar nicht, kein Dach über dem Kopf oder kein Essen zu haben, erklärten die Autoren der Studie. Kinder in armen Verhältnissen müssten jedoch auf vieles verzichten, was für andere ganz normal zum Aufwachsen und Leben dazu gehöre. Wer schon als Kind arm sei und nicht am gesellschaftlichen Leben teilnehmen könne, habe auch in der Schule schlechtere Chancen. Als arm gelten Familien, die weniger als 60 Prozent des durchschnittlichen Haushaltsnettoeinkommens haben oder staatliche Grundsicherung erhalten.

Die künftige Familien- und Sozialpolitik müsse die Vererbung von Armut durchbrechen, forderte der Vorstand der Bertelsmann Stiftung, Jörg Dräger. Die Bedürfnisse von Kindern müssten systematisch erfasst werden. Zudem müsse eine neue finanzielle Leistung geschaffen werden, die bisherige familienpolitische Leistungen bündele.

Caritas: Studenergebnisse beschämend

Die Caritas bezeichnete die Ergebnisse der Studie als beschämend. Der katholische Wohlfahrtsverband und die evangelische Diakonie forderten am Montag in Berlin, in den bevorstehenden Koalitionsverhandlungen konkrete Maßnahmen gegen Kinderarmut zu beschließen. Caritas-Präsident Peter Neher plädierte dafür, „in den Geburtsklinken flächendeckend präventive Lotsendienste einzuführen, damit alle Eltern Zugang zu frühen Hilfen erhalten“.

Laut Diakonie sind gezielte Hilfen insbesondere für Alleinerziehende, Familien von Langzeit-Erwerbslosen und für kinderreiche Familien nötig. „Dazu brauchen wir eine einheitliche Sockelförderung als Kindergrundsicherung sowie kostenlose Verpflegung in Kita und Schule, Bildungsförderung, Beratungs- und Freizeitangebote“, sagte Vorstandsmitglied Maria Loheide.

Wohlfahrtsverband fordert Masterplan

Aktuell wachsen 2,7 Millionen Kinder und Jugendliche in Armut auf, wie der Präsident des Deutschen Kinderschutzbundes, Heinz Hilgers, erklärte. Nötig sei eine Familienförderung mit einer Kindergrundsicherung. Auch das Deutsche Kinderhilfswerk mahnte eine Anhebung der Kinderregelsätze und eine Reform des Kinderzuschlags bis hin zu einer Kindergrundsicherung an. Zudem müsse ein besonderer Schwerpunkt auf die Bildung gelegt werden.

Der Paritätische Wohlfahrtsverband forderte die künftige Bundesregierung auf, einen „Masterplan zur Armutsbekämpfung“ auf den Weg zu bringen. Kinder könnten nur dann aus armen Verhältnissen herauskommen, wenn die finanzielle Situation der gesamten Familien verbessert werde, sagte Hauptgeschäftsführer Ulrich Schneider. Ähnlich äußerte sich auch der Sozialverband VdK, der armutsfeste Arbeit, Ganztagsbetreuung sowie familienfreundlich gestaltete Arbeitsplätze forderte.

Armutsrisiko von Alleinerziehenden erhöht

Das Armutsrisiko von Alleinerziehenden hat sich auch nach Daten der Bundesregierung in den vergangenen Jahren spürbar erhöht: Im Jahr 2005 lag der Anteil dieser Bevölkerungsgruppe mit entsprechend geringen Einkünften noch bei 39,3 Prozent, wie die Saarbrücker Zeitung unter Berufung auf aktuelle Daten der Bundesregierung berichtet, die die Linksfraktion im Bundestag abgefragt hatte. Im vergangenen Jahr lag ihr Anteil bereits bei 43,6 Prozent.

Für die Bertelsmann Studie untersuchten die Forscher über einen Zeitraum von fünf Jahren die Einkommenssituation von Familien. Zu fast 3.200 Kindern wurden Informationen ausgewertet. (epd/mig 23)

 

 

 

 

Armut und soziale Ungleichheit bewegt die Deutschen

 

Hamburg. Armut und soziale Ungleichheit ist nach wie vor ein Top-Thema, wenn man die Deutschen nach ihren größten Sorgen fragt. Fast jeder Zweite (49%) sorgt sich darum, seit Juni dieses Jahres ist dieser Wert um 9 Prozentpunkte gestiegen. Als weitere wichtige Sorgen werden Kriminalität und Gewalt (39%) und Terrorismus (38%) genannt. Seit dem Anschlag auf den Berliner Weihnachtsmarkt wird diese Sorge aktuell deutlich seltener genannt, im Januar gab noch die Hälfte der Deutschen (49%) Terrorismus als Sorgenbereiter an. Nach der monatlich erhobenen, repräsentativen Studie „What worries the world“ des Markt- und Meinungsforschungsinstituts Ipsos, liegen die Werte der drei Hauptsorgen der Deutschen deutlich über dem globalen Durchschnitt der 26 befragten Länder. In den USA sorgen sich beispielsweise nur 18 Prozent der Bürger um Armut und soziale Ungleichheit in ihrem Land.

Dr. Robert Grimm, Leiter der Sozial- und Politikforschung von Ipsos in Deutschland bezeichnet die Ergebnisse der Umfrage als indikativ für den Ausgang der jüngsten Bundestagswahlen. „Fragen der inneren und sozialen Sicherheit bestimmen den politischen Zeitgeist. Leider glauben immer weniger Deutsche, dass Ihre Sehnsucht nach Ordnung von den (ehemals) großen Volksparteien CDU/CSU und SPD erfüllt werden kann. Denn mit einer Politik der Angst hat vor allem der rechte Rand gepunktet.“

Weltweit ist Arbeitslosigkeit die größte Sorge – Ausnahme Deutschland

Im weltweiten Durchschnitt sehen die Menschen derzeit Arbeitslosigkeit als die größte Sorge: 35 Prozent nennen diesen Punkt. In den europäischen Ländern sind es vor allem die Menschen in Italien (65%), Spanien (62%) und Serbien (58%), die diese Sorge teilen, in deutlichem Kontrast zu Deutschland mit nur 12 Prozent. Insgesamt lässt sich allerdings im globalen Langzeitvergleich ein kontinuierlicher Rückgang der Besorgnis um Arbeitslosigkeit von 15 Prozentpunkten seit 2010 feststellen.

Weltweit große Sorge um Korruption im Land – Ausnahme Deutschland

Unverändert gegenüber den letzten Monaten bezeichnet weltweit jeder Dritte (33%) finanzielle und politische Korruption als zweitgrößte Sorge. In Südafrika (65%) zeigen sich die Bürger bei diesem Aspekt am meisten besorgt –  Deutschland bildet hier weltweit das Schlusslicht,  nur 7 Prozent teilen diese Bedenken.

Steckbrief:

Die Befragung der Studie „What worries the world“ wurde weltweit in 26 Ländern mit dem Ipsos Online Panel durchgeführt. Zu den Ländern gehören: Argentinien, Australien, Belgien, Brasilien, China, Frankreich, Großbritannien, Deutschland, Indien, Israel, Italien, Japan, Kanada, Mexiko, Peru, Polen, Russland, Saudi-Arabien, Schweden, Spanien, Serbien, Südkorea, die Türkei, Ungarn und die Vereinigten Staaten von Amerika. Die internationale Stichprobe betrug 21.044 Erwachsene im Alter von 16 bis 64 Jahren und in Israel, Kanada und den USA 18 bis 64 Jahren. Die Befragungen fanden zwischen dem 23. August und dem 7. September 2017 statt.

Es wurde eine Gewichtung der Daten vorgenommen, um die demografischen Merkmale auszugleichen und damit sicherzustellen, dass die Stichprobe die aktuellen offiziellen Strukturdaten der erwachsenen Bevölkerung eines jeden Landes widerspiegelt.

Brasilien, China, Indien, Mexiko, Russland, Saudi-Arabien, Südafrika und die Türkei haben eine niedrigere Internetpenetration und sollten daher nicht als national repräsentativ betrachtet werden. Die Stichprobe dieser Länder repräsentiert eher die wohlhabende und vernetzte Bevölkerung. Diese Bevölkerungsgruppe hat nach wie vor eine wichtige gesellschaftliche Rolle und verkörpert die aufstrebende Mittelschicht. Ipsos 26

 

 

 

Landesausländerbeirat begrüßt mehr Angebote für Migrantenkinder

 

Mit mehr Türkischunterricht allein ist es nicht getan!

 

Der Vorsitzende des Landesausländerbeirat, Enis Gülegen, erklärte: „Die Arbeitsgemeinschaft der Ausländerbeiräte Hessen begrüßt den Vorstoß des Kultusministers, in Schulen mehr Angebote für Kinder mit Migrationshintergrund anzubieten. Damit wird eine langjährige Forderung der Ausländerbeiräte in Teilen aufgegriffen.“  

 

Das Ziel muss dabei die Förderung der Mehrsprachigkeit und die interkulturelle Öffnung der Schule auch in ihren curricularen Inhalten sein. Die Schule als Institution muss der vielfältigen Lebensrealität der Schüler*innen Rechnung tragen. Dazu gehört, dass kulturelle und sprachliche Vielfalt stärker als bisher als eine Bereicherung wahrgenommen und gefördert wird.

 

Das Augenmerk ist dabei jedoch auf die gesamte Vielfalt zu richten. Insbesondere für kleine Communities, die aufgrund ihrer Infrastrukturen nicht selbst dazu in der Lage sind, Sprachförderung anzubieten, müssen Angebote in Zusammenarbeit mit den Vereinen dieser Communities entwickelt werden.

 

"Mehr Türkischunterricht ist sicherlich ein begrüßenswerter Vorstoß seitens des Kultusministers. Doch die gesamte Vielfalt und das Recht auf sprachliche Förderung insbesondere auch kleinerer Communities dürfen dabei nicht zu kurz kommen. Was wir brauchen, ist ein Gesamtkonzept, das nur unter Mitwirkung von Migrantinnen und Migranten entwickelt werden kann" so Enis Gülegen, Vorsitzender des Landesausländerbeirats.

 

Die Verantwortlichen müssen in ihren Bemühungen um Integration glaubwürdig bleiben. "Über die Migrantinnen und Migranten hinwegzusehen oder sie nicht zu hören, ist ein falsches Signal. Dadurch wird Integration nicht gefördert, sondern erschwert“ mahnte Gülegen. Agah 16

 

 

 

Studie. So viele Kinder im Hartz-IV-Bezug wie nie zuvor

 

Die Zahl der Kinder in Hartz-IV-Haushalten ist einer aktuellen Studie zufolge so hoch wie nie. Eine starke Zunahme wurde bei ausländischen Kindern verzeichnet, die Zahl der deutschen Kinder in SGB-II-Haushalten ist dagegen gesunken.

Der Anteil der Kinder in Deutschland, deren Eltern Hartz IV beziehen, hat einer Untersuchung zufolge einen neuen Höchststand erreicht. 14,6 Prozent der Kinder und Jugendlichen in Deutschland erhalten Leistungen nach dem Sozialgesetzbuch (SGB) II, wie das Wirtschafts- und Sozialwissenschaftliche Institut (WSI) der gewerkschaftsnahen Hans-Böckler-Stiftung am Mittwoch in Düsseldorf mitteilte. Insgesamt seien rund 1,95 Millionen Kinder und Jugendliche betroffen. Das seien über 110.000 Kinder oder 0,8 Prozentpunkte mehr als im Vorjahr.

Nach einer Auswertung von Daten der Bundesagentur für Arbeit vom Juni ist der Anstieg der Quote eine Folge der Zuwanderung vor allem von Flüchtlingen seit dem Jahr 2012, wie der WSI-Sozialexperte Eric Seils erläuterte. Zunächst habe sich dies in einem Anstieg der Fallzahlen beim Asylbewerberleistungsgesetz bemerkbar gemacht, da Flüchtlinge in der Regel in den ersten 15 Monaten keinen Anspruch auf Hartz IV haben.

Mehr ausländisch und weniger deutsche Kinder erhalten Sozialhilfe

Mit einer Verzögerung sei es dann zu einer starken Zunahme der Zahl ausländischer Kinder im SGB-II-System gekommen, erläuterte der Forscher. Diese Zahl habe sich seit Dezember 2011 von 291.373 auf 583.639 verdoppelt. Die Zahl der Kinder mit deutscher Staatsangehörigkeit in SGB-II-Haushalten sei dagegen seit Dezember 2011 um über 120.000 gesunken.

Regional konzentriert sich die Zunahme der Kinder, die auf Hartz IV angewiesen sind, auf Westdeutschland. Im Osten sei dagegen nur im vergangenen Jahr ein kleiner Anstieg festzustellen gewesen, hieß es. In den vergangenen Jahren habe dies zu einer gewissen Angleichung in beiden Teilen Deutschlands beigetragen. Es gebe aber weiterhin große regionale Unterschiede. (epd/mig 26)

 

 

 

 

Stichwort: Halloween

 

Fulda. Halloween ist in den letzten Jahren als das Fest der leuchtenden Kürbisköpfe, Gruselpartys und Geisterumzüge aus den USA nach Deutschland gekommen. Es wird in der Nacht vom 31. Oktober auf den 1. November gefeiert. Einerseits lässt es sich als eine Art Winterkarneval begreifen, der sehr stark kommerzialisiert und auf Konsum ausgerichtet ist. Andererseits ist es, wenn es von den Menschen wirklich als ein Fest der bösen Geister ernst genommen wird, auch ein Ausdruck des Neuheidentums.

Die Ursprünge von Halloween liegen in vorchristlichen Bräuchen im keltischen Irland, ähnlich dem Saturnalienfest vor dem römischen Neujahr. Die keltischen Druiden feierten ursprünglich damit das Sommerende. Heidnischer Vorstellung nach suchten die Toten in der Nacht des 31. Oktober die Lebenden, um deren Körper für das nächste Jahr in Besitz zu nehmen. Zur Abschreckung der bösen Geister verkleideten sich die Menschen und spukten selbst bei Nacht durch die Straßen.

Halloween hat seinen Namen dadurch erhalten, dass die Kirche den heidnischen Brauch des Druidenfestes in Irland im 9. Jahrhundert als „All Hallows’ Eve“, den Vorabend von Allerheiligen, tolerierte. Die katholischen Iren, die Mitte des 19. Jahrhunderts ihr Land wegen der großen Hungersnot verließen, machten das Fest in den USA populär. Dort kam es dann zu dem Brauch, Kürbisse auszuhöhlen, ihnen eine gruselige Fratze zu geben, sie mit einer Kerze zu beleuchten oder in Geisterzügen durch die Straßen zu gehen. Amerikanische Kinder sagen „Trick or treat“, wenn sie mit ihren Kürbissen von Haus zu Haus gehen, um Süßigkeiten zu erheischen. „Trick or treat“ meint, entweder sie bekommen Süßigkeiten oder sie spielen einen Streich. bpf