WEBGIORNALE  29  MAGGIO – 11 GIUGNO  2017

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Ricollocamenti: ultimatum dell'UE  1

2.       Pressing sui Paesi africani per bloccare la rotta del Sud  1

3.       I paesi UE devono accelerare la ricollocazione dei rifugiati, specialmente i minori 1

4.       L’accoglienza dei profughi e le ombre di troppo  2

5.       Sull’Occidente il ciclone Donald Trump  2

6.       Il vertice di Taormina. Trump attacca Berlino, gelo Merkel 2

7.       Merkel e Macron rompono il tabù: “Possibile modificare i trattati Ue”  3

8.       Germania. Dopo Brexit e Macron, la svolta prussiana di Frau Merkel 3

9.       Mario Giro: “Stavolta l`Italia ha un programma completo”  3

10.   A Francoforte sul Meno l’Europa parla in versi 3

11.   Il Quartetto HPQ -Mandolinisti Italiani-   in concerto a Saarbrücken il 31 maggio. 4

12.   A Bad Neuenahr, in Germania, la riunione dei Ministri del Lavoro  4

13.   “Amara terra mia”, ad Amburgo il 5-6 giugno spettacolo sugli italiani emigrati in Germania  4

14.   L’on. Caruso ai festeggiamenti per i 40 anni di attività dell’Associazione Genitori di Esslingen  5

15.   Educational tour di sette giornalisti tedeschi dal 19 al 21 maggio in Romagna  5

16.   I recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue COSMO  5

17.   Da München Hauptbahnof al Web 2.0  6

18.   Consolato a Basilea: gli ultimi dati relativi al rilascio dei passaporti e altre informazioni utili 7

19.   La festa della mamma alla Mci di Kempten  7

20.   Il 3 giugno a Schwabing incontro sul fenomeno delle false notizie  7

21.   Europa. Pse, abbiamo un problema. Le sconfitte dei partiti socialisti dopo le loro virate a sinistra  8

22.   Migranti, da Roma e Berlino un segnale importante  8

23.   Le mani della 'Ndrangheta sui migranti: 68 arresti 8

24.   Vertice di Bruxelles. Nato tra Trump e lotta al terrorismo  8

25.   La Svizzera dice sì al graduale abbandono dell’energia nucleare  9

26.   Parlamento Europeo. BREXIT: i deputati chiedono una profonda riforma dell’UE  9

27.   Il discorso di Riad. Trump, una politica mediorientale debole  9

28.   Draghi: "La crisi dell'Eurozona è superata, ripresa resistente e sempre più ampia"  10

29.   Presidenza italiana. G7: la vigilia a Berlino, Parigi e Roma  10

30.   Europa in attesa delle legislative francesi (11 e 18 giugno 2017) 11

31.   Ue in marcia. E l’Italia? Difesa europea: un’accelerazione con Macron  11

32.   Il commento. G7, Gentiloni e il «successo della semplicità»  12

33.   Il bilancio della politica  12

34.   Crisi e novità dei partiti in Europa  12

35.   Cassazione: i migranti devono conformarsi a nostri valori 13

36.   Il sottosegretario Della Vedova sulla gestione e la dismissione degli immobili italiani all'estero  13

37.   Cambiano i criteri del divorzio in Italia  13

38.   Gli impossibili ottimismi 14

39.   “Sull’euro uno scontro ideologico”  14

40.   10 dritte per proteggere il pc da hacker e virus  14

41.   UE. I tuoi video on demand disponibili anche all’estero. Nuove leggi europee sui contenuti online  15

42.   Emanato il decreto sulla scuola italiana all’estero  15

43.   Le prospettive  15

44.   Migranti, in marcia la Milano che accoglie: "Siamo 100mila". 16

45.   L’italiano farà parte delle lingue in cui si svolge la selezione finale dei funzionari dell’Unione Europea  16

46.   Al Forum di Pechino. Cina: l’Italia nella nuova Via della Seta  16

47.   Rinviare non risolve  17

48.   Legge elettorale, effetto «tedesco». Solo larghe intese: con tre poli pari nessuno è autonomo  17

49.   Possibile aprire conti di pagamento in qualsiasi paese UE, indipendentemente dalla residenza  17

50.   Fca, la Ue apre una procedura sull'Italia per le emissioni della 500x  17

51.   Il V Congresso della Federazione dei Circoli sardi in Svizzera  18

52.   I 25 anni del Premio Pietro Conti. La prefazione al volume della nona edizione  18

53.   Umbria: borse di studio per discendenti di emigrati umbri residenti all'estero  19

54.   Bando 2017 per contributi a favore di Associazioni di emiliano-romagnoli nel mondo  19

55.   Celebrata a Torino la Giornata dei lucani nel mondo  19

56.   “I.Trentini”, presentato il Consorzio Imprenditori Trentini nel mondo  19

57.   Farnesina premiata per il portale web “Il visto per l’Italia”  20

 

 

1.       G7-Gipfel in Italien. Intensive Diskussionen über globale Fragen  20

2.       G7 Gipfel ist ein Desaster für sterbende Kinder in Afrika und Arabien  20

3.       Bundesminister Müller erklärt „Marshall-Plan für Afrika“  21

4.       Bitte kein Bla Bla auf dem G7 Gipfel: 20 Millionen Menschen sind akut von Hunger bedroht! Was tut ihr?  21

5.       Italien/EU: Mittelmeer-Retter von Vorwürfen entlastet 21

6.       Italenischer Minister: Die deutsche Austeritätspolitik hat Europa geschwächt 22

7.       Was tun mit der Türkei?  22

8.       Moscovici: Fortschritte in Italien, Portugal und Spanien sind ‚gutes Zeichen‘ 23

9.       Erleichterte Abschiebehaft. Bundestag beschließt schärferes Abschieberecht 23

10.   Nationaler Integrationspreis. Begegnungen als Motor der Integration  24

11.   Afrika. EU-Staaten beschließen neue Entwicklungspolitik  24

12.   Die Soziale Säule der EU – Sozialknigge ohne Wirkung?  24

13.   Kardinal Marx: „Europa entscheidet sich in den kommenden Jahren“  25

14.   „Das muss bald konkreter werden“  25

15.   Flüchtlingspolitik. EU will Beziehungen mit Afrika verstärken  26

16.   Oligarchie der Autokraten. Von der Gefahr, dass sich ein paar mächtige Männer die Welt aufteilen. 26

17.   Kirchentag. Umjubelter Obama mahnt Realismus in Flüchtlingspolitik an  27

18.   Interview mit de Maizière. „Identität ist eines der aktuellen großen Themen“  28

19.   Der Mega-Marshallplan  28

20.   Chancen durch Zuwanderung in Deutschland. Wie Einwanderer Innovation und Wachstum in Deutschland positiv beeinflussen  29

21.   Extremismusforscher Zick. Rechtspopulismus nicht allein mit Wahlen zu bekämpfen  29

22.   15 Thesen für Zusammenhalt in Vielfalt. Deutsche Bischofskonferenz beteiligt sich an der Initiative kulturelle Integration  29

23.   Europa-Union fordert Mut bei EU-Reformen. 62. Bundeskongress der Europa-Union Deutschland  30

24.   Studie. Ausbildungschancen junger Migranten verschlechtert – sogar bei besseren Schulabschlüssen  30

25.   Hackerangriff „Wanna Cry“: Der Frankenstein-Moment des Überwachungsstaates  30

26.   Menschenrechtler schlagen Alarm. Altmaier sieht Entspannung bei Flüchtlingszuzug nach Europa  31

27.   Erdogans Lieblingsprojekt. Warum in Deutschland eine Abstimmung über die Todesstrafe in der Türkei nicht zulässig ist 31

28.   Trump brüskiert beim Nato-Gipfel 32

29.   Bericht im Kabinett. Perspektiven in Afrika und Nahost schaffen  32

30.   Merkel rechtfertigt Abschiebungen nach Afghanistan  33

31.   Studie. Flüchtlingshelfer fordern legale Einreisewege nach Europa  33

32.   G7 Länder müssen dringend handeln, um Länder in Ost- und Westafrika zu unterstützen  33

33.   Realitäten sehen, ohne den eigenen inneren Kompass zu verlieren. Joachim Unterländer zum ZdK-Projekt "Demokratie stimmt!"  33

34.   Regierungsstudie. Osten hat Problem mit Rechtsextremismus  33

35.   Eklat mit Türkei: Bundesregierung prüft Abzug aus Incirlik  34

36.   Leitkultur-Debatte. Initiative stellt eigene Thesen zum Zusammenhalt vor 34

37.   Bessere Qualifikation von Berufskraftfahrern  35

38.   Integration. Bund startet Wettbewerb für Kommunen  35

39.   ABGASAFFÄRE. EU-Kommission leitet Verfahren gegen Fiat und Italien ein  35

40.   Kinderarmut durch Einwanderung von Flüchtlingen gestiegen  35

41.   Gesetz zu Genmais-Verbot gescheitert 35

 

 

 

Ricollocamenti: ultimatum dell'UE   

 

Bruxelles - La Commissione Europea a giugno aprirà finalmente procedure d’infrazione contro Polonia e Ungheria che rifiutano di applicare il programma di ridistribuzione di richiedenti asilo da Italia e Grecia. Ad annunciarlo è stato ieri il Commissario Europeo alla Migrazione, Dimitris Avramopoulos, mentre un rapporto del Parlamento Europeo boccia l’intero sistema degli hotspot, i centri di identificazione e registrazione dei migranti con il sostegno di agenzie UE cuore del programma di ridistribuzione, con pesanti critiche all’Italia. «Il numero delle persone ricollocate dall’inizio del 2017 ad oggi – ha detto Avramopoulos – è quasi uguale a quello dell’intero 2016». Al 12 maggio siamo a 18.418 ricollocamenti (5.711 dall’Italia e 12.707 dalla Grecia). Certo, siamo lontani dalla cifra di 160.000 ma, sottolinea la Commissione, «considerato che il numero totale di persone ammissibili alla ricollocazione presenti nei due Paesi è di gran lunga inferiore a quello previsto», completare il programma entro settembre 2017 «è senz’altro possibile». Per farcela, bisogna accelerare ancora, e per questo Bruxelles passa alle maniere forti con Polonia e Ungheria (ci sarebbe anche l’Austria, che però si è impegnata ad accogliere primi 50 richiedenti asilo dall’Italia). «Se non ci saranno stati progressi entro giugno – ha detto Avramopoulos – avvieremo procedure». Anche l’Italia, però, ha aggiunto, «deve accelerare la registrazione e l’identificazione dei richiedenti asilo ammissibili al ricollocamento. In aggiunta ai 2.500 candidati alla ricollocazione attualmente registrati in Italia dovrebbero essere presto registrate 700 persone e gli oltre 1.100 eritrei che sono arrivati nel 2017».

Ben più duro è il rapporto del Parlamento Europeo, che sarà votato domani a Strasburgo. Il testo accusa certo la scarsa solidarietà di tanti Stati membri e chiede un sistema centralizzato Ue di ridistribuzione e gestione dell’asilo. Soprattutto, però, boccia il sistema degli hotspot, il quale «ha ostacolato il ricollocamento», anzitutto perché il focus «si è spostato sul controllo migratorio (e cioè impedire la migrazione irregolare e procedere alle espulsioni, ndr) in un modo che ha fatto crescere gravi violazioni dei diritti fondamentali». Complessivamente, «gli hotspot non hanno aiutato ad alleviare la pressione su Italia e Grecia, al contrario hanno aumentato l’onere». Tra i punti più contestati è il fatto che gli hotspot non prevedono nuovi centri di accoglienza, ma si basano su quelli già esistenti, ormai del tutto insufficienti, con lunghissime attese in strutture sovraffollate, scarsa tutela per i minori, e inevitabile frustrazione dei migranti, molti dei quali come possono spariscono.

In Italia i richiedenti asilo che potrebbero essere ricollocati spesso mancano di informazioni, come manca un quadro normativo chiaro, si legge. Spesso le impronte sono prese con la forza, il rapporto cita testimonianze «credibili» che parlano di «percosse, privazione di servizi di base, cibo, acqua, detenzione arbitraria». Inoltre le procedure di identificazione della nazionalità diventa «una forma sommaria e iper-accelerata» di scelta di chi potrà chiedere asilo o sarà espulso, in genere ad opera di «agenti di polizia non addestrati e non competenti» in materia. «Queste pratiche – tuona il rapporto – equivalgono a espulsioni di massa». Il documento denuncia inoltre la scarsa cooperazione sia tra agenzie italiane, sia tra queste e quelle Ue e le Ong, senza gerarchie e priorità chiare, che porta a lungaggini, duplicazioni, trasferimenti da un posto all’altro dei migranti. Insufficienti pure uomini e mezzi delle agenzie Ue, anche in questo gli Stati non mantengono gli impegni. «La mancanza di precisi meccanismi di monitoraggio – avverte ancora il documento – da parte di attori indipendenti rende l’intero sistema sospetto e non trasparente». Per risolvere la situazione, avverte il documento, ci vorrà miglior coordinamento, chiari punti di riferimento per i migranti, migliori strutture di accoglienze e tutela dei diritti.

Giovanni Maria Del Re, Avvenire 17

 

 

 

 

Pressing sui Paesi africani per bloccare la rotta del Sud

 

Vertice con i ministri di Libia, Ciad e Niger: “Ma l’Ue faccia la sua parte”. Minniti firma l’accordo con 80 sindaci del Milanese: “È un modello da esportare” – Grazia Longo

 

ROMA - Un vertice con i ministri dell’interno di Libia, Ciad e Niger per gestire il monitoraggio dei confini meridionali libici, porta d’ingresso del 90 per cento dei migranti. Domani il titolare del Viminale incontrerà a Roma i suoi tre omologhi africani per stoppare la rotta del Sud e affrontare l’emergenza dal suo punto d’origine La frontiera a Sud della Libia, appunto.  

 

È triplice il raggio d’azione voluto dal ministro Marco Minniti contro il traffico di esseri umani. Prima ancora dell’accoglienza nelle nostre città - oggetto ieri della firma del protocollo con i sindaci lombardi -, prima ancora del controllo delle partenze dalle coste della Libia, c’è proprio l’allarme lungo i 5 mila chilometri al confine con Ciad e Nigeria. Mentre la guardia costiera libica, entro fine mese, avrà a disposizione tutte e dieci le motovedette ristrutturate dal nostro Paese e mentre il protocollo sulle nuove strategie per l’accoglienza firmato ieri da 76 sindaci dell’hinterland milanese viene definito ritenuto da Minniti «un modello per l’Italia e per l’Europa», il suo impegno è focalizzato dove tutto ha inizio. 

 

«Oltre alla collaborazione con la Libia è fondamentale l’interazione con Ciad e Nigeria - osserva -. Oltre il 90 per cento dei flussi migratori arriva dalla Libia, ma nessuno di loro è cittadino libico, provengono prevalentemente dall’area subsahariana. Sorvegliare le frontiere libiche meridionali è quindi quanto mai prezioso». L’attenzione si concentrerà su Ghat, Sabham, Murzuq, al-Jufrah, città del Fezzan che è la regione meridionale della Libia al confine con Niger e Ciad. La strada per raggiungere questo obiettivo era già stata tracciata quaranta giorni fa, quando il ministro si fece garante, per il governo, di un accordo delle tribù della Libia meridionale. Non prima di aver ricevuto a Roma singolarmente, i capi tribù Tebu, Suleiman e Tuareg, per ascoltare le ragioni di ciascuno e fare il punto sulle carovane di migranti che oltrepassano le frontiere di Ciad e Nigeria e attraversano il Fezzan. Il nostro Paese aveva offerto la disponibilità di un aiuto con droni, immagini satellitari e fondi.  

 

Ma è evidente che condizione imprescindibile è l’intesa con i Paesi coinvolti. «Il confronto al Viminale con i colleghi di Libia, Ciad e Nigeria è un importante passo in avanti - ribadisce Minniti -. Ma anche l’Europa deve fare la sua parte».  

 

Non a caso la scorsa settimana insieme al ministro dell’interno tedesco Thomas De Maiziere ha spedito una lettera a Bruxelles per sollecitare una «missione europea al confine tra Libia, Ciad e Niger il più in fretta possibile».  

 

Il vertice di domani al Viminale è un altro tassello del puzzle dell’emergenza. Finora si è registrato il 34,9% di arrivi in più, in Italia, rispetto al 2016, che alla fine è risultato l’anno record con 181 mila stranieri giunti via mare. E non si trascura il fronte accoglienza con le nuove modalità, che prevedono la distribuzione di tre profughi ogni mille abitanti. Nel protocollo milanese sono più di 80 i sindaci che hanno dato disponibilità alla firma su 134 Comuni che fanno parte dell’area metropolitana. Un protocollo che per il ministro dell’Interno è «un esempio da esportare e che può servire a superare i centri d’accoglienza». 

Intanto sono 2.300 i migranti soccorsi ieri nel Mediterraneo in 22 operazioni coordinate dalla Guardia costiera.  LS 19

 

 

 

I paesi UE devono accelerare la ricollocazione dei rifugiati, specialmente i minori

 

Giovedì, il Parlamento ha dichiarato che i paesi UE devono adempiere ai propri obblighi di accoglienza di richiedenti asilo provenienti dalla Grecia e dall’Italia, dando la priorità ai minori non accompagnati.

 

* La Finlandia e Malta sono gli unici Stati membri in linea con gli obiettivi

* La Commissione deve considerare l’attivazione di procedure d’infrazione

* Le misure di ricollocazione devono essere prorogate fino alla riforma del sistema d’asilo “Dublino”

 

I deputati condannano il comportamento degli stati membri che, nonostante abbiano concordato il trasferimento di 160.000 rifugiati dalla Grecia e dall’Italia entro settembre 2017, hanno effettivamente accettato il trasferimento di solo l’11% di quanto previsto (18,770 persone all’11 maggio).

 

In una risoluzione approvata con 398 voti favorevoli, 134 contrari e 41 astensioni, il Parlamento sprona i paesi UE a onorare i loro obblighi e dare la priorità alla ricollocazione di minori senza famiglie e altri richiedenti vulnerabili. I deputati fanno notare che “finora è stato ricollocato solo un minore”.

 

Sono stati criticati alcuni Stati membri per le “preferenze fortemente restrittive e discriminatorie, come la ricollocazione delle sole madri single o l’esclusione di richiedenti di specifiche nazionalità, come per gli eritrei, nonché l’applicazione di controlli di sicurezza molto estesi”.

 

La maggior parte dei paesi è ancora lontana dagli obiettivi. Quattro degli Stati membri stanno accettando numeri molto limitati di rifugiati, mentre due rifiutano del tutto di partecipare.

 

Il Parlamento ha messo in chiaro che, anche se non saranno raggiunti gli obiettivi di ricollocazione entro settembre, i paesi UE dovranno continuare a trasferire i richiedenti idonei. Si propone inoltre di prorogare lo schema di ricollocazione finché il nuovo regolamento di Dublino verrà adottato.

 

Contesto. Per cercare di arginare i flussi migratori e la crisi dei rifugiati, nell’estate del 2015 l’UE ha adottato due decisioni di emergenza per ricollocare migliaia di rifugiati. 160.000 richiedenti asilo, con alte possibilità di ricevere lo status di rifugiati, dovranno essere ricollocati entro settembre 2017 dall’Italia e dalla Grecia verso altri Stati membri, dove saranno esaminate le loro domande di richiesta d’asilo.

In una successiva decisione approvata dal Consiglio nel settembre 2016 - alla quale il Parlamento si era opposto - gli Stati membri hanno convenuto che 54.000 dei 160.000 posti potrebbero essere utilizzati per l'ammissione di profughi siriani dalla Turchia, nell'ambito del trattato di migrazione UE-Turchia, invece che dall'Italia o dalla Grecia. PE 18

 

 

 

L’accoglienza dei profughi e le ombre di troppo

 

Il fronte dell’accoglienza non deve aver paura e auspichi che si mettano sotto accusa i meccanismi che permettono speculazioni e ruberie - di Pierluigi Battista

 

È sconfortante la scoperta delle malefatte che si sarebbero consumate nel centro di accoglienza dei migranti in Calabria. Gli imbrogli sulla pelle dei profughi, una banda di parassiti che si è impossessata dei fondi della solidarietà per riempirsi le tasche di denaro che serviva a sfamare i disperati, le infiltrazioni mafiose: un incubo civile. Approfittando di una tragedia umana della povertà e della discriminazione, si è imbastito un turpe business dei migranti che rischia prima di tutto di oscurare l’impegno umanitario di chi salva vite e dignità umana e poi di generare nell’opinione pubblica la terribile sensazione che dietro le parole dell’accoglienza e della solidarietà si nasconda un losco giro di affari. Ma è lo stesso fronte dell’accoglienza che ha ora il compito di evitare questo rischio, di separare con nettezza e con intransigenza ciò che è buono e che l’intera comunità nazionale deve continuare a sostenere dai pericoli dell’affarismo e dei delinquenti che speculano sulla vita degli esseri umani. Il «fronte dell’accoglienza», chiamiamolo così quel vasto e variegato arcipelago umano e culturale che comprende una sinistra più sensibile al dramma dell’immigrazione, il mondo cattolico che fornisce rifugio e sostegno ai reietti della terra, il volontariato che si spende senza tregua per salvare chi sta affogando e scappa dalla disperazione e dalla guerra.

Tutto questo fronte deve però evitare di offrire un’immagine di imbarazzo, deve smetterla di mettersi in difesa, di rinchiudersi in una fortezza assediata con il timore che nella guerra giudiziaria ma anche politica al business dei migranti alla fine vengano travolte anche le iniziative buone, generose, senza scopo di lucro. Il fronte dell’accoglienza dovrebbe essere il primo a chiedere che gli approfittatori siano messi in condizione di non nuocere. Non deve dare l’impressione di nascondere qualcosa se non intende darla vinta al fronte opposto, quello che sul flusso migratorio vuole alzare solo muri e che oggi dice: ecco, vedete cosa si nasconde dietro il buonismo, ecco vedete l’ipocrisia di chi si riempie la bocca con la retorica dell’accoglienza. No, il fronte dell’accoglienza deve essere più coraggioso, rompere lo schema, augurarsi che tutte le malefatte vengano a galla, spezzare il fronte dell’omertà e dell’imbarazzo. È una questione vitale, anche urgente.

Questa è la terza volta che l’immagine dell’accoglienza ai profughi viene sporcata dal business dei migranti. È accaduto nell’ambito dell’inchiesta denominata «Mafia Capitale» dove comunque il giro di denaro attorno ai centri di accoglienza è sembrato un’occasione per accumulare denaro e potere: e anche in questo caso il fronte umanitario è sembrato silente, imbarazzato, animato dalla speranza che prima o poi il fastidioso polverone si sarebbe diradato. È successo con le polemiche attorno all’azione nel Mediterraneo delle Ong, le organizzazioni non governative che con le loro navi si incaricano di salvare i naufraghi e le imbarcazioni fragili e sovraccariche partite dalla Libia. Qui il «fronte dell’accoglienza» è apparso ancora più in imbarazzo. Si è subito chiuso a testuggine come se l’eventuale cattivo operato di alcune Ong fosse il modo per delegittimare tutte le Ong. Ma è stata una scelta sbagliata, proprio perché le Ong «buone», la cui attività merita il sostegno e la gratitudine di  tutta la comunità nazionale e anche di quella europea, dovrebbero essere le prime a voler isolare chi eventualmente si fosse macchiato di una condotta illegale e immorale. Al di là delle responsabilità giudiziarie, tutte da dimostrare e che comunque non dovrebbero sottostare alla tirannia degli annunci perché nella giustizia ci vogliono prove e non annunci, è invece emerso uno spirito di trincea difensivo e si è imposta la paura che tutte le Ong in quanto tali venissero messe sul banco degli imputati. Invece no, le distinzioni sono importanti. E l’intimazione al silenzio rischia di dare una percezione. Le Ong che fanno degnamente e ammirevolmente il loro lavoro umanitario hanno tutto da guadagnare da un muro di separazione che le tenga lontane dagli affaristi, dagli speculatori, dai complici dello schiavismo. E sarebbe stato una buona cosa, per esempio, che nell’indignazione generale per le parole molto imprudenti di un magistrato sulla ribalta mediatica, si fosse spesa una parola di denuncia per quelle Ong con una bandiera, quella di Malta, di un Paese che non permette l’approdo delle imbarcazioni dei profughi nel suo territorio.

Ora la vergogna del centri di accoglienza di Isola Capo Rizzuto, di un parroco che si è fatto scudo della retorica della legalità, di un capo che si faceva chiamare «Gabibbo». Il fronte dell’accoglienza non abbia paura, auspichi che si vada fino in fondo, metta sotto accusa i meccanismi che permettono speculazioni e ruberie, mettano al riparo l’opera di solidarietà con i profughi e i migranti dall’azione ignobile di malfattori che hanno trovato in questa tragedia un’occasione di arricchimento illecito. Senza paura, silenzi, imbarazzi, omertà. Dalla verità può venire solo il bene, e l’isolamento dei loschi approfittatori del business dei migranti. CdS 16

 

 

 

 

Sull’Occidente il ciclone Donald Trump

 

Donald Trump si è abbattuto come un ciclone sul G7 dopo aver vestito i panni della diplomazia in Medio Oriente. Il suo primo viaggio all’estero da presidente ha messo in evidenza i diversi binari della nuova proiezione dell’America nel mondo: muscoli e grinta con i partner d’Occidente per correggere la globalizzazione; alleanze e investimenti per risolvere le crisi regionali in Medio Oriente e sconfiggere i terroristi islamici. 

La differenza di approccio riflette la genesi del movimento elettorale che ha portato Trump alla Casa Bianca: per le famiglie del ceto medio bianco del Mid-West e degli Appalachi, flagellati dalle diseguaglianze, la priorità è solo e soprattutto un sistema economico «più giusto» ovvero radicalmente diverso dall’architettura degli accordi globali creata dalla fine della Guerra Fredda dai presidenti Clinton, Bush e Obama.  

 

Ed è con questo obiettivo in mente che Trump è arrivato in Europa, ottenendo i quattro risultati di cui si è vantato parlando ai militari americani nella base di Sigonella. Primo: nella tappa di Bruxelles ha strappato agli alleati Nato l’impegno a iniziare a versare gli oneri economici a lungo disattesi. Secondo: a Taormina ha fatto inserire nella dichiarazione finale il concetto di «fair trade» (correttezza negli scambi), basato sulla reciprocità su dazi e tariffe, scegliendo come avversario pubblico la Germania di Angela Merkel partner privilegiato della Cina di Xi Jinping. Terzo: al G7 ha fatto accettare un approccio ai migranti basato sul «diritto degli Stati di controllare i confini» ovvero affiancando diritto umanitario e costruzione di muri. Quarto: sulla difesa del clima dall’inquinamento si è spinto fino a rompere l’unanimità del summit, definendo tale scelta «un successo per gli americani» in vista della decisione sull’adesione o meno al Trattato di Parigi.  

 

Brusco nei modi, poco rispettoso del cerimoniale ed esplicito nell’esprimere dissensi marcati sui contenuti, Trump ha riversato sul tavolo del G7 la carica dirompente della rivolta della tribù bianca che lo ha eletto lo scorso novembre. Ecco perché il leader europeo politicamente più giovane, il francese Emmanuel Macron, si è rivelato il più attento alle istanze americane: anche lui è arrivato all’Eliseo spinto dalla protesta contro le diseguaglianze ed i partiti tradizionali, rendendosi conto della necessità di un cambio di approccio alla distribuzione della ricchezza globale. Ha ragione dunque il premier Paolo Gentiloni, mediatore infaticabile del G7 più difficile, quando parla di un summit specchio di un «mondo libero» dove l’«ebbrezza della globalizzazione è alle nostre spalle». La sfida che inizia ora è dunque il riassetto del sistema economico delle democrazie avanzate. I disaccordi di Taormina hanno il pregio di aver descritto senza paludamenti la cornice entro la quale si dovranno trovare nuovi accordi ed equilibri. E’ un confronto che inizia con Trump e Merkel alla guida degli opposti schieramenti, affiancati da Macron nel possibile ruolo di mediatore, ma ogni Paese dell’Occidente - appartenente o meno al G7 - può essere decisivo nella partita per la definizione di un nuovo modello economico-sociale capace di vincere le sfide del XXI secolo, riconsegnando prosperità e speranze al ceto medio indebolito. 

 

Rispetto alla necessità di correggere la globalizzazione, l’agenda delle crisi in Medio Oriente è assai più tradizionale: include terroristi da sconfiggere, conflitti da mediare e paci da siglare. Da qui la scelta di Trump di affrontarla rispolverando l’approccio dell’establishment conservatore dei tempi di George Bush padre, basato su armi, energia e consolidamento delle alleanze per piegare gli avversari regionali più temibili del momento: gruppi jihadisti e Iran. 

 

Protagonista di aperti dissensi nel G7 come di negoziati segreti in Medio Oriente, Trump torna adesso a Washington per affrontare la sfida per lui più insidiosa: l’accelerazione delle indagini sul Russiagate, da parte del Congresso come del super procuratore Robert Mueller, che puntano al cuore della sua amministrazione. MAURIZIO MOLINARI LS 28

 

 

 

 

Il vertice di Taormina. Trump attacca Berlino, gelo Merkel

 

«Tedeschi cattivi, molto cattivi nel commercio». La cancelliera disdice la conferenza finale. Veto Usa sul protezionismo e sul piano migranti  - di Paolo Valentino, inviato a Taormina

 

«Il silenzio è un recinto intorno alla saggezza», dice un adagio tedesco. E Angela Merkel sembra conoscerlo bene: per la prima volta da quando partecipa al G7, la cancelliera non farà oggi alcuna conferenza stampa al termine del vertice di Taormina.

Ma se smorza un’inutile escalation polemica, di fronte all’ennesima contumelia di Donald Trump, che parlando con Jean-Claude Juncker definisce i tedeschi «cattivi, molto cattivi sul commercio», il profilo basso di Merkel, decana del forum, offre la misura di una criticità palpabile, che l’esordio internazionale del presidente Usa introduce nei rapporti fra gli alleati.

Il silenzio di Merkel è una scelta personale: «Vuole evitare di passare per la nemica di Trump, anche in vista del G20 di Amburgo», dicono fonti federali. Ma le intemperanze caratteriali del capo della Casa Bianca sono solo la punta emotiva dell’iceberg di una divaricazione reale e profonda su temi decisivi tra l’Amministrazione e gli altri Paesi dell’Occidente, si tratti di clima, migrazioni o commercio.

Bilancio

Va detto che il summit a presidenza italiana non sarà un fallimento. Paolo Gentiloni non ha risparmiato sforzi per portare in primo piano le convergenze, dalla posizione sulle crisi regionali (Siria, Libia, Ucraina, Corea del Nord) alla forte condanna del terrorismo.

La «Dichiarazione di Taormina» sulla sicurezza, approvata ieri pomeriggio, è stata facilitata dal senso di emergenza prodotto dalla tragedia di Manchester. Ma il documento imprime una forte accelerazione nell’impegno del G7 contro l’estremismo violento, articolandolo in tutti i suoi aspetti. Non solo quindi «la più forte azione possibile per trovare, eliminare e punire i terroristi e quanti li appoggiano». Ma anche l’impegno al contrasto finanziario, la condivisione dell’intelligence e, non ultimi, la «cultura» come strumento di questa battaglia e la pressione sui signori della rete, per controllare e far rimuovere dall’Internet ogni contenuto eversivo.

 

In solitario

Ma a sintetizzare in una sola immagine il resto del summit siciliano, è la distanza fisica di Donald Trump dagli altri leader nella passeggiata inaugurale di ieri sul corso di Taormina, con l’americano che seguiva a buona distanza, da solo, in auto elettrica.

Nel merito, la delegazione Usa ha preteso di ridimensionare l’ambizioso testo sui migranti, che era stato proposto dalla presidenza italiana. Così non ci sarà dichiarazione separata sul tema e solo due paragrafi troveranno spazio nel comunicato del G7, ma con una formulazione blanda sulla necessità di aggredire le cause della human mobility, aiutando lo sviluppo dei Paesi d’origine. Ora infatti si parla solo di «sostegno il più vicino possibile ai Paesi di provenienza». Un’apertura modesta, per giunta bilanciata dall’affermazione, di chiara impronta trumpiana e sovranista, dei «diritti intrinseci dei Paesi accoglienti a stabilire politiche nel loro interesse nazionale».

Spaccatura sul clima

Quanto al clima, la spaccatura è riconosciuta da tutti. Il pressing dei sei su Trump perché accetti i severi vincoli alle emissioni imposti dall’accordo di Parigi è stato intenso, ma senza esito. Lo ammettono sia Gentiloni che Merkel. Un consigliere del presidente Usa parla di pensiero «in evoluzione», ma avverte che alla fine egli «deciderà cosa è meglio per gli Stati Uniti».

Infine il commercio, dove l’emergere di qualche convergenza non può nascondere l’ostilità di Trump a ogni approccio multilaterale. Al posto della «resistenza a ogni protezionismo», il comunicato parlerà più modestamente di «rafforzamento del contributo del commercio» alle economie. Ma, voce dal sen fuggita, è quel «bad, very bad on commerce» che svela il vero Trump. Non c’entrano neppure i tedeschi. È che dove gli altri vedono strade aperte, lui immagina muri o barriere commerciali. CdS 27

 

 

 

Merkel e Macron rompono il tabù: “Possibile modificare i trattati Ue”

 

A Berlino il primo faccia a faccia fra i due leader: un’agenda per cambiare l’Europa. La cancelliera apre al neo presidente ma avverte: Parigi deve fare le riforme fiscali – di Alessandro Alviani

 

BERLINO - «Dal punto di vista tedesco è possibile cambiare i Trattati se ciò ha senso». Si apre con una dichiarazione a sorpresa di Angela Merkel il nuovo capitolo delle relazioni bilaterali franco-tedesche. «Prima di tutto dovremo lavorare su cosa vogliamo fare e, se a quel punto saranno necessarie delle modifiche dei Trattati, sarò disposta a farlo», chiarisce la cancelliera a Berlino al termine del suo primo bilaterale col presidente francese, Emmanuel Macron. Un assist accolto subito dal nuovo inquilino dell’Eliseo: «La questione della modifica dei trattati è stata a lungo un tabù francese, per me non lo è».  

Il segnale che arriva dall’incontro è forte: Francia e Germania, insieme, vogliono non solo intensificare le loro relazioni, ma anche prendere in mano le redini del rilancio della Ue. «Gli interessi della Germania sono legati strettamente a quelli della Francia, alla lunga la Germania andrà bene solo se anche l’Europa andrà bene e l’Europa andrà bene solo se ci sarà una Francia forte», è l’equazione di Merkel. «Abbiamo concordato che lavoreremo insieme in modo molto stretto». Una frase non solo retorica: Merkel e Macron hanno intenzione di dare «nuova dinamicità» alla cooperazione franco-tedesca, con una riunione congiunta dei due governi prevista a luglio, cioè dopo le legislative in Francia, per presentare progetti bilaterali comuni, hanno poi discusso diversi temi su cui cooperare, dal nuovo sistema europeo dell’asilo fino alla questione della reciprocità in ambito commerciale e hanno infine deciso di sviluppare una «Road map» per rilanciare la Ue nel medio termine. «Siamo convinti che non possiamo occuparci solo dell’uscita della Gran Bretagna, ma anche di come approfondire la Ue e soprattutto l’Eurozona», spiega Merkel. La quale cita ad esempio «progetti franco-tedeschi sul sistema fiscale» come un nuovo, possibile input per rafforzare la Ue. Entrambi concordano poi sulla necessità di sburocratizzare la Ue e rendere le decisioni più rapide.  

 

Il clima è improntato all’armonia. Con un gesto per lei molto insolito, Merkel cita Hermann Hesse («Ogni inizio contiene una magia») rispondendo a una domanda sull’altrettanta insolita presenza di qualche centinaio di sostenitori del movimento «Pulse of Europe» fuori dalla cancelleria, che hanno atteso Macron sventolando bandiere europee e cartelli all’insegna dell’amicizia. Merkel non sarebbe però Merkel, se non si affrettasse ad aggiungere una frase che rovinerà forse la poesia del momento, ma che è sintomatica delle aspettative tedesche: «Questa magia, però, resta se arrivano anche dei risultati». Nell’attesa dei risultati, che agli occhi di Berlino significano riforme per rilanciare l’economia e il mercato del lavoro in Francia, Macron sgombera già il campo da un macigno che si era piazzato sulla strada verso un rafforzamento delle relazioni bilaterali: gli eurobond. «Non li ho mai chiesti, non sono favorevole a una mutualizzazione dei debiti passati, perché ciò conduce verso una politica dell’irresponsabilità», spiega Macron. Il quale mette però in chiaro di volere una nuova offensiva sugli investimenti: non è una copia del piano Juncker, annuncia, perché «si tratta di soldi freschi».  LS 16

 

 

 

Germania. Dopo Brexit e Macron, la svolta prussiana di Frau Merkel

 

L’elezione di Macron in Francia spinge la cancelliera a dare nuovo peso al rapporto con Parigi, senza più il contrappeso britannico

 

Certe volte sono i leader a dare forma alla storia, in altri casi è la storia a plasmare i leader. Pur in un momento piuttosto alto della sua traiettoria politica, Angela Merkel sembra investita dal vento del cambiamento che soffia dalla Brexit e dall’elezione di Emmanuel Macron. Suo malgrado, sta diventando un po’ più prussiana di quanto non sia mai stata. Non nel senso di militarista: quello non può esserlo nessun governante nella Germania post-nazista. Nel senso di meno aperta, meno liberale, meno anseatica. E in questo risponde a una tendenza che sta maturando in tutta la Germania. La cancelliera è per molti versi sempre stata attratta dal mondo anglosassone e dalle idee di libero mercato, anche se non sempre le ha messe in pratica. In questo, in linea con la parte del Paese più aperta ai commerci e alle innovazioni. 

L’uscita del Regno Unito dalla Ue, però, la spinge ora a mettere da parte questo approccio, ad avvicinarsi a quella Germania che invece ha una mentalità più strettamente continentale, non necessariamente chiusa ma più malinconica e protettiva, meno aperta al rischio, e che dopo la Brexit e lo spostamento del baricentro europeo a Sud sta prendendo il sopravvento. Succede che la «Germania dei fiumi» sta avendo la meglio sulla «Germania dei mari», come ha notato, in un bell’articolo sul New Statesman, Jeremy Cliffe, il capo dell’ufficio berlinese dell’Economist. E dunque Frau Merkel si adegua. Anche perché l’elezione di Macron in Francia la spinge a dare nuovo peso al rapporto con Parigi, senza più il contrappeso britannico. Da qui, l’accettazione (a denti stretti) di possibili protezioni del business europeo da concorrenti esterni, come voluto dalla Francia. Da qui l’accettazione (per ora teorica) di una Ue meno dominata dai governi nazionali. E da qui la svolta dura nelle trattative sulla Brexit per sostenere che Londra dovrà pagare un prezzo alto per uscire. Equilibri nuovi, tra Prussia e Reno, sulla mappa dell’Europa. CdS 16

 

 

 

Mario Giro: “Stavolta l`Italia ha un programma completo”

 

ROMA - Non occorre cercare lontano: il populismo è nato quando i partiti si sono messi ad inseguire la «politica delle emozioni». Sappiamo che c'è una differenza tra realtà e percezione della stessa: una conduzione ragionevole degli affari pubblici dovrebbe indirizzare sempre verso l'oggettività delle cose e non accodarsi agli allarmismi. Purtroppo negli ultimi 20 anni è sempre di più accaduto l'inverso. Tanti parlano di «valori» e di «fatti» ma poi inseguono il vento delle emozioni pubbliche. Se ripartiamo dai valori e dai fatti, la polemica sulle Ong del «Search and Rescue» appare un polverone in cui tutto si confonde.

Il valore da cui ripartire è quello della vita: salvare vite umane è imprescindibile. Chi critica le operazioni di SaR (da quelle di Mare Nostrum alle attuali) viene meno a tale valore fondante della democrazia. Se facciamo eccezioni a questo principio, mettiamo in pericolo la democrazia stessa e i suoi fondamenti, perché non ci possono essere eccezioni sulla vita umana, ne differenziazioni. Una vita è una vita. I fatti poi sono chiari da tempo: i flussi rispondono a «push factors» (guerre, carestie, ricerca di miglior futuro, land grabbing, crisi ecologiche, etc.), rispetto ai quali non c'è «pull factor» che tenga. Le migrazioni sono tuttavia divenute un business per trafficanti senza scrupoli. Siamo dunque in ostaggio morale di costoro e, come nel caso della schiavitù, non abbiamo scelta se non salvare vite. Voltarsi dall'altra parte sarebbe disattendere i fondamenti del nostro convivere e della nostra stessa Costituzione. Occorre quindi attrezzarsi per accogliere al meglio e per integrare (su questo manca ancora molto). Laddove possiamo intervenire incisivamente è a monte: in Africa ed in Europa. Si trattengono i potenziali migranti solo a terra, non in mare e nemmeno in Libia, che è ancora un inferno.

Gli accordi che il governo sta negoziando coi paesi di origine e transito servono a questo. La cooperazione allo sviluppo si impegna nei rimpatri volontari assistiti e su progetti che creino lavoro. L'«External Investment Plan» (migration compact) ci darà la potenza di fuoco necessaria per investire coi privati e ora sta nascendo al Parlamento Europeo. La trattativa sulla «redistribuzione» interna europea dei migranti continua.

È la prima volta che l'Italia mette in opera un programma completo, non limitandoci a gridare o inseguire umori, manipolando la paura a fini elettorali. Com'è facile capire, tutto ciò è difficile e lento. Ci vorrà tempo.

Si deve anche sapere che l'apparente «egoismo» dei partner europei sulla distribuzione ha le sue ragioni: l'Italia non è il primo paese per numero di rifugiati o immigrati. Più grave per i nostri partner è che, almeno fino al 2011, l'Italia ha chiuso gli occhi sugli arrivi, che «scivolavano» per la gran parte verso nord, senza controlli. Fornimmo addirittura carte di identità valide 15 giorni per favorire la partenza di 65.000 tunisini verso la Francia: gli altri non dimenticano...

Ugualmente si deve sapere che la contrarietà degli Stati africani sui rimpatri forzati ha anch'essa dei motivi: per motivi di bilancio noi non accettiamo- se non rarissimamente - le loro richieste sulla trasferibilità delle pensioni (per chi ha lavorato regolarmente qui per anni), ne sulle doppie imposizioni: è la prima cosa che ci chiedono. Infine sull'«aiutiamoli a casa loro» va tenuto conto che le rimesse dei migranti sono oltre il doppio dei denari dati in aiuto allo sviluppo.

Se vogliamo affrontare con successo la gestione comune dei flussi dobbiamo almeno conoscere tutto ciò che è in gioco.

Serve dunque sulle migrazioni una politica a largo spettro, se possibile bipartisan, per non incorrere nelle solite contorsioni polemiche preelettorali, inefficaci quanto indegne di una democrazia avanzata e di un paese civile.

Mario Giro, Vice ministro degli Affari Esteri con la delega della Cooperazione allo sviluppo, il Manifesto del 19 maggio

 

 

 

A Francoforte sul Meno l’Europa parla in versi

 

Il Festival della Poesia europea giunto conferma la sua leadership con la presenza di noti artisti internazionali

 

Francoforte - Con un innovativo evento, una mostra delle opere sul Mito dell’artista Ferdinando Ambrosino, si è aperto il 3 maggio alla Galleria am Park la decima edizione del Festival della poesia europea a Francoforte.

Il console di Francoforte, Dr. Maurizio Canfora e il “Convivio” con le specialità dolciarie e salatini dei F.lli Laurieri di Matera e con il vino, il famoso Grottino delle Cantine Chiaradia di Roccanova e i croccantini Delicatezze e Incantesimi della ditta “La Provenzale” di Benevento ai poeti e alla stampa, hanno dato un sapore e un colore italiano all’inaugurazione.

Ambrosino che è nato e vive nei luoghi del mito cantati da Virgilio nell’Eneide, si è inserito bene nel programma del Festival che ha portato il tema: “Mito e Poesia: in viaggio con la Sibilla”, un testo moderno che ripropone in chiave antropologica la Sibilla, icona di tanti artisti. La voce del poeta Reinhart Moritzen ha reso suggestiva la lesung coinvolto lui stesso perché autore della traduzione tedesca. Il filo conduttore della serata è stato unire la poesia con l’arte ed è stato un primo atto in clima di grande festa punteggiata da prestigiosi ospiti e un folto pubblico.

Molto attesa Dacia Maraini che ha misurato un affetto che l’accompagna dal 2009, dalla seconda edizione del Festival. La Maraini, la cui poesia è intessuta di fili personali, ma riassume anche cronaca dolorosa dei nostri giorni, anche se è entrata nell’Olimpo della letteratura, ha saputo conquistare con il suo stile e la sua simpatia “il popolo dei poeti” al Goethe Museo nella gremita, elegante Gartensaal.

Il saluto del Sindaco di Francoforte, Peter Fellmann letto da Barbara Neeb, mentre la professoressa Cristina Giamo della Goethe Università ha moderato e letto in tedesco le poesie della Maraini tra cui citiamo “i miei giorni, le mie notti”, “una poltroncina di vimini” (dedicata ad Alberto), “se amando troppo”, “scarpe di cartone”, “questo ragazzo”, “guerra in un piatto”. La Maraini dice che “I pochi felici che amano leggere poesie sanno che il carico dei suoni, delle parole può essere dolcissimo. E per coloro che non conoscono il segreto piacere del ritmo verbale c’è sempre la consolazione della poesia come terapia del linguaggio, un isola di chiarezza in mezzo alle piattezze del parlato quotidiano”. Alla fine della lesung, un’ovazione. La Maraini è stata una forte presenza al Festival, regalando tante emozioni anche raccontandosi interagendo con il pubblico.

Nella libreria Internazionale Südseite, protagonisti della serata “Poeti dell’Europa”, sono stati lo slovacco Martin Richter, germanista che ha tradotto il Faust di Goethe e le Elegie duinesi di Rilke e altri poeti. Il francese André Ughetto, regista, saggista e redattore capo di una rivista letteraria è la sua seconda volta al Festival; il tedesco Horst Samson.

Un’occasione straordinaria d’incontro di lingue e culture diverse che mostrano il volto più autentico del Continente. Ma le vere sorprese del Festival sono state le sezioni collaterali come l’omaggio a Alda Merini in Schermo poetico e la presentazione del libro bilingue “Poesia al cinema - Poesie im Film” a cura di Marcella Continanza (puntoacapo edizioni - pasturana 2017) che si è tenuto al museo del Film il 5 maggio.

Che relazione intercorre tra poesia e cinema? Quali fotogrammi in versi? Quando il cinema è già di per sè poesia? Da questa ricerca nasce il libro che raccoglie testi inediti di critici cinematografici, poeti, scrittori: Dacia Maraini, Alberto Pesce, Matilde Lucchini, Marcella Continanza, Nadia Cavalera, Rino Mele e Vincenzo Guarracino sui poeti del cinema: Pasolini, Fellini, Truffant, Tarkovsky, Piavoli, Wenders che nelle immagini, al di là del derma della realtà, danno risalto alle metafore, al simbolo, al sogno rappresentando la loro dimensione interiore.

Il volume è corredato da 33 schede di film in cui sono citati versi di noti poeti scelti da Alessandra Dagostini. Al museo del Cinema c’erano come autori Dacia Maraini, Marcella Continanza e le traduttrici – poete Barbara Höhfeld, e Barbara Zeizinger. Ha condotto l’incontro Barbara Need. Tra il pubblico l’insegnante Cristina Manoni e i partecipanti al suo corso, la Volkshochschule di Darmstadt-Dieburg-Alsbach che ha definito “speciale” questo evento.

Per “Schermo poetico”, il 6 maggio la proiezione al Film Forum di Höchst del docu-film: Alda Merini. Una donna sul palcoscenico” del regista Cosimo Damiano Damato. Un film d’autore presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2009, scelto dalla direzione artistica del Festival che, ancora una volta, conferma assoluta qualità artistica e crea occasioni di dibattito e suggestioni tematiche. La presentazione del film è stata affidata alla prof.ssa Anna Picardi di Stoccarda che ne ha dato una toccante chiave di lettura mentre l’on. Laura Garavini ha portato il saluto della comunità italiana e ha aperto l’incontro.

Damato, da artista sensibile e poeta, ha saputo cogliere in ogni sequenza la poesia nel quotidiano della Merini. Che era poesia vivente. Che si è raccontata nella sua piccola casa milanese del Naviglio, dove ha quasi sempre vissuto. Quelle pareti scrostate con scritti di numeri telefonici, quadri, foto, oggetti, il letto su cui si sdraia o riposa, il pianoforte su cui suona, il suo volto intenso sempre in primo piano. È la sua vita che Damato ci dona e la sua poesia la fa, detta dalla stessa Merini, grande interprete.

Peccato che non ci sia stato nessuna del Coordinamento Donne a rappresentarle, questo film omaggio a una grande poeta italiana, lo meritava. È seguito poi un dibattito con alcune insegnanti, con i poeti Barbara Höhfeld, Andrè Ughetto e Peter Roth.

Queste quattro giornate di grande poesia ed eventi confermano un lavoro di anni di Marcella Continanza, fondatrice e direttrice artistica del Festival, che con il Comitato del Festival e il team, porta avanti la vitalità di proposte nel confronto, in una circolazione di energie che esprimono anche un modo diverso di pensare la poesia. La presenza di autori internazionali, i luoghi storici deputati per le lesungen, i dibattiti gli incontri e i Patrocini del Comune di Francoforte sul Meno, del Consolato Generale d’Italia e dell’Istituto Italiano di Cultura di Colonia, confluiscono al Festival un’ampiezza culturale che si inserisce bene con la vocazione interculturale della Metropoli facendone uno dei più importanti Festival di poesia europea. Licia Linardi, Corriere d’Italia

 

 

 

Il Quartetto HPQ -Mandolinisti Italiani-   in concerto a Saarbrücken il 31 maggio.

 

Una delle celebrazioni della Festa della Repubblica Italiana realizzate dal Consolato Generale d’Italia a Francoforte con il generoso sostegno finanziario del Ministero degli Affari Esteri Direzione Generale per gli Italiani all’Estero.

I mandolinisti dell’Hathor Plectrum Quartet si esibiranno a Saarbrücken  nella sala dei concerti della Saarländische Rundfunk, Am Halberg 1, Saarbrücken, il 31 maggio alle ore 19.00.

Si tratta di un concerto radiofonico che sarà mandato in onda dalla SR, l’emittente radio pubblica della Saar. 

I musicisti pugliesi del HPQ riceveranno il “benvenuto musicale” dall’orchestra giovanile dei mandolinisti del Saarland, “Saarländisches Jugendzupforchester”.

Il quartetto classico a plettro, con i mandolini  di Antonio Schiavone e Roberto Bascià, la mandola di Sergio Vacca e la chitarra di Vito Mannarini, con il tenore Aldo Gallone, presenteranno un    repertorio di musica classica popolare italiana.

La realizzazione del concerto radiofonico è frutto della collaborazione tra il Consolato Generale a Francoforte e l’Ente radiotelevisivo  Saarländischer Rundfunk, grazie alla quale, ormai da decenni, è  messa in onda la trasmissione radiofonica  la “Mezz’Ora Italiana”.

Il concerto dal vivo sarà inciso nello studio sinfonico della Radio saarrese, in cui le più rinomate orchestre classiche della Germania hanno già realizzato le proprie registrazioni.

La manifestazione, sostenuta dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale,  rientra nell’arco dei festeggiamenti in occasione della nostra Festa della Repubblica ed è stata ideata in sintonia con il Comites di Francoforte ed il Comites di Saarbrücken.   

La sala offre un limitato numero di posti a sedere, l’ingresso è gratuito, ed è pertanto necessaria la prenotazione (sono sufficienti i dati del richiedente ed il numero dei posti desiderati) via Email all’indirizzo las.francoforte@esteri.it

Per ulteriori informazioni: Consolato Generale d’Italia Francoforte s.M., Pasquale Marino Uff. LAS 069/ 7531 117/157.  (de.it.press)

 

 

 

 

A Bad Neuenahr, in Germania, la riunione dei Ministri del Lavoro

 

Il Ministro Poletti: La trasformazione indotta dalla rapida diffusione della digitalizzazione e dell’automazione va vista nella sua duplice natura: da un lato le grandi opportunità associate alla creazione di nuova ricchezza e maggior benessere, dall’altro la sfida sulla sostenibilità sociale di un nuovo sistema economico”

 

BAD NEUENAHR – Nel corso della recente riunione dei ministri del Lavoro a Bad Neuenahr (18-19 maggio), in Germania, il ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Giuliano Poletti, è intervenuto sul tema del lavoro che cambia, sulle sfide per l’occupazione e per la protezione sociale a fronte delle profonde trasformazioni indotte nel lavoro e nella società dalla digitalizzazione, dall’automazione e dalla globalizzazione. Dopo avere ricordato l’esperienza italiana, con l’avvio di un forum online per favorire un dibattito pubblico su questi temi, inteso a coinvolgere non solo le Istituzioni, ma anche la società civile, Poletti ha citato alcune recenti riforme italiane, come quella sul lavoro autonomo e sullo smart working, che si propongono di affrontare le nuove sfide del mondo del lavoro.

“Il dibattito riguardo all’impatto sulla vita economica e sociale della trasformazione indotta dalla rapida diffusione della digitalizzazione e dell’automazione - ha sottolineato il ministro - vede spesso due posizioni contrapposte: da un lato i catastrofisti, dall’altro gli entusiasti. In realtà, nel nostro Paese le imprese che hanno innovato sono quelle che hanno migliorato la loro competitività e, spesso, aumentato l’occupazione. Noi crediamo che questa trasformazione vada vista nella sua duplice natura: da un lato le grandi opportunità associate alla creazione di nuova ricchezza e maggior benessere, dall'altro la sfida sulla sostenibilità sociale di un nuovo sistema economico”.

Poletti ha quindi affermato che “occorre, naturalmente, affrontare in particolare alcuni temi centrali: come garantire un lavoro dignitoso per i giovani, come assicurare un livello adeguato di protezione sociale per tutti, come evitare che si approfondiscano le diseguaglianze, in gran parte dovute alla mancanza di competenze professionali adeguate alle esigenze di modelli produttivi in rapida e costante evoluzione”.

“Si tratta - ha aggiunto - di temi dove non sono solo importanti le riforme nazionali, ma anche la collaborazione internazionale e che stiamo mettendo al centro anche della Presidenza italiana del G7”. (dip)

 

 

 

 

 

“Amara terra mia”, ad Amburgo il 5-6 giugno spettacolo sugli italiani emigrati in Germania

 

Amburgo – “Amara terra mia”: il 5 e il 6 giugno - nell’ambito del Festival “Theater der Welt - andrà in scena al St. Pauli Theater di Amburgo uno spettacolo sugli italiani emigrati in Germania  di Matteo Marsan, Dania Hohmann e Ulrich Waller, con Adriana Altaras e Daniela Morozzi.  “Amara terra mia”: il titolo richiama una delle canzoni più note e struggenti di Domenico Modugno, una canzone che parla di emigrazione. La rappresentazione (bilingue, parti in italiano con sopratitoli  in tedesco) inizierà il 5 giugno alle ore 22 e il 6 giugno alle ore 19.30.

In una camera mortuaria c’è un’urna. Due donne, che si incontrano per la prima volta, sono lì per ritirarla. Entrambe pensano che sia l’urna con le ceneri del proprio padre: Agatino Rossi, nato a San Gusmè (Toscana). Carla (Adriana Altaras) è architetto e figlia di madre tedesca.  Maria Grazia (Daniela Morozzi) è insegnante e figlia di un’italiana. Pian piano scoprono di essere sorellastre. Il padre defunto ha lasciato loro solo la valigia di cartone con la quale, nel 1958, era partito per la Germania. Contiene un album di fotografie, qualche lettera e un grammofono con vecchi dischi. Pezzo dopo pezzo, Carla e Maria Grazia iniziano a comporre la storia del loro padre di cui ciascuna conosce solo una parte.

Dopo “la grande gelata” del febbraio 1956, che causa la morte  di olivi e vitigni, anche la famiglia di Agatino Rossi perde, da un momento all’altro, la propria fonte di sostentamento. I figli si lasciano alle spalle il paese, la famiglia, la patria e vanno verso nord, chi a Milano e chi più avanti ancora, in Germania. Agatino lavora dapprima in un cantiere navale ad Amburgo, ma il lavoro non gli piace. Dopo qualche sosta qua e là arriva a Wolfsburg, presso la Volkswagen. Conosce una donna tedesca e gli nasce una figlia, Carla. La relazione si rompe e Agatino, in seguito alla crisi del petrolio agli inizi degli anni ‘70, torna nel suo paese in Italia. Si crea una nuova famiglia diventando di nuovo padre di una figlia, Maria Grazia. Ma non resiste a lungo nel suo paese, dove lo chiamano “Il tedesco” e ritorna in Germania. Senza una vera patria fa il pendolare tra i due paesi senza che le sue due famiglie vengano mai a sapere una dell’altra, fino alla sua morte.

“Amara terra mia/Mein bitteres Land” dopo “Albicocche rosse/Blutige Aprikosen” (sul massacro compiuto da soldati tedeschi nel 1944 a San Gusmè)  è la seconda produzione di “teatro della memoria” di questo gruppo di registi italo-tedeschi.

Coprodotto da: St.Pauli Theater Hamburg/Ruhrfestspiele Recklinghausen/Les Thèatrè de la Ville de Luxembourg, con il sostegno del Goethe Institut Rom (Inform/dip)

 

 

 

L’on. Caruso ai festeggiamenti per i 40 anni di attività dell’Associazione Genitori di Esslingen

 

Esslingen - “L’operato dell’associazionismo e le sue ricadute virtuose sul territorio simboleggiano quanto la comunità italiana sappia agire positivamente, quando decide di unirsi rimboccandosi le maniche al di là di qualsiasi appartenenza partitica. Ne è un esempio l’Associazione Genitori di Esslingen la quale, mantenendosi sempre lontana dagli schemi politici, si è sempre fortemente battuta per la collettività dei connazionali che, come è noto, proprio in questa cittadina è molto numerosa, presente e ben ramificata”. E’ quanto dichiara in una nota l’on. Mario Caruso, presidente di Italia Civile Popolare e membro alla Camera del gruppo Des-Cd, a proposito dei festeggiamenti del 13 maggio per i 40 anni di attività dell’associazione. Oltre a Caruso erano presenti il sottosegretario alla Difesa italiano, on. Domenico Rossi, il sottosegretario alla difesa tedesco, Markus Grubel, il console generale di Stoccarda Massimo Darchini e i fondatori dell’associazione Salvatore Virga e Giovanni Fustilla.

“Fondata nel 1976 – ha detto il deputato eletto nella circoscrizione Estero-rip. Europa  nel suo intervento -, l’Associazione Genitori di Esslingen ha saputo crescere sul territorio, tanto da riuscire a federare circa centottanta associazioni. La forte e autorevole presenza delle autorità e istituzioni tedesche e italiane a questa celebrazione conferma e dimostra la capacità di integrazione dell’Associazione Genitori di Esslingen”.    

“Piace sottolineare come il mondo dell’associazionismo sia caratterizzato anche dalla continuità nel tempo e dai valori che si tramandano di padre in figlio. Sono proprio i figli dei fondatori Virga e Fustilla a proseguire, oggi – ha spiegato il deputato -, il lavoro intrapreso quaranta anni fa dai loro genitori. Le prima generazione ha passato il testimone alla seconda, che ancora adesso operano mettendo al centro i principi ispiratori che sono stati loro tramandati”.

“Il valore della famiglia e la forza dei legami affettivi rappresentano, da sempre, un punto cardine della cultura italiana – ha concluso il presidente di Italia Civile Popolare –. Il resto del mondo guarda con ammirazione alla genuinità con la quale coltiviamo i rapporti familiari, un aspetto fondamentale che gli italiani non perdono mai, nemmeno quando sono distanti da casa come accade a chi vive al di fuori dei confini nazionali”.

“La società deve prendere esempio da questa associazione, loro sono stati tra i primi a intraprendere la strada dell’impegno nella comunità e, di conseguenza, sono tra i primi a raggiungere un traguardo così importante come quello del compimento dei quaranta anni di attività”. “Parallelamente, però, i fondatori hanno pensato a un ricambio generazionale e, in tempi non sospetti, hanno saputo passare il testimone ai figli che, da parte loro, dimostrano costantemente di essere intenzionati a raccogliere l’esempio positivo di chi è venuto prima di loro. E’ stato bello sentirli dire che, nonostante le responsabilità della vita dell’associazione sia attualmente di loro competenza, i figli dei fondatori e tutti i giovani che con loro operano non hanno mai convocato e nemmeno intendono convocare un consiglio direttivo per eleggere il nuovo organigramma, dal momento che sono intenzionati fortemente a proseguire nella strada già solcata dai padri”.

“Ho apprezzato – ha commentato poi Caruso - l’intervento del collega, onorevole Rossi. Il sottosegretario ha pronunciato parole di profondo spessore, valorizzando il legame tra la nostra società e l’Europa. I nostri paesi possono essere competitivi e all’altezza delle sfide che il mercato attuale impone solamente se restano uniti in quell’unico comune denominatore che è l’Europa Unita. Un ricordo di quanto siano forti e ancestrali i legami tra i diversi popoli europei è venuto anche dal sottosegretario Grubel Proprio lui, infatti, ha sottolineato come gli italiani fossero in Germania già duemila anni fa, grazie alla presenza degli antichi romani. Siamo tornati poi cento anni fa, per costruire ponti e ferrovie di finissima manifattura. Infine, eccoci di nuovo, dagli anni cinquanta in poi, non solo per offrire una manodopera esperta ma per promuovere e realizzare quell’importante processo di integrazione non soltanto lavorativo ma anche, e soprattutto, culturale. Infine, il mio elogio va al presidente Virga il quale, nella relazione introduttiva, ha puntualmente rievocato la vita dell’associazione e la sua capacità di mantenere sempre la propria neutralità, ponendosi come obiettivo principe il sostegno alla cultura e l’impegno scolastico per i bambini. Solo dove c’è una buona scuola si può ambire a ottenere una buona società. Lì dove non c’è istruzione - ha  concluso Caruso - non è possibile ottenere nulla di positivo”. (Inform/dip)

 

 

 

 

Educational tour di sette giornalisti tedeschi dal 19 al 21 maggio in Romagna

 

Le opportunità turistiche per una vacanza in Emilia Romagna utilizzando il treno sono state al centro di un educational tour che sette giornalisti tedeschi hanno tenuto dal 19 al 21 maggio in Romagna

L’iniziativa promozionale - coordinata da Apt Servizi Emilia Romagna, da Deutsche Bahn e Österreichische Bundesbahnen - aveva l’obiettivo di valorizzare le città d’arte e la vacanza attiva in Riviera, senza dimenticare l’enogastronomia tipica, sul mercato tedesco, in forza del rinnovo, per il secondo anno, del collegamento ferroviario settimanale Monaco di Baviera-Rimini, attivo dall’1 giugno al 9 settembre e che quest’anno (6000 i turisti trasportati nel 2016) fermerà anche a Cesena.

I giornalisti protagonisti del tour scrivono per i quotidiani di Norimberga ("Nürnberger Nachrichten Nürnberg", 260.000 copie), dell’area di Ratisbona ("Mittelbayerische Zeitung Regensburg", 110.000 copie), di Augusta ("Augsburger Allgemeine Augsburg", 240.000 copie), del sud della Germania ("Reutlinger Generalanzeiger Reutlingen", 39.000 copie), per le riviste mensili di tv e viaggi ("IN TV Ingolstadt", 54.000 copie) e di salute viaggi e benessere ("Medizinischer Journal", 55.000 copie) e per il portale di viaggi e lifestyle "Reisenundwellness.com" (circa 3.000 utenti unici mensili).

Il programma dell’eductour dei reporter, arrivati a Bologna in treno da Monaco di Baviera, è iniziato nel pomeriggio del 19 maggio, nel capoluogo felsineo con la visita del centro storico e al Mercato di Mezzo con le sue "boutique" enogastronomiche. I giornalisti sono stati anche coinvolti in un tour nei luoghi che caratterizzano Bologna come città creativa Unesco per la musica, con soste al Teatro Comunale, nelle vie dei liutai e nei luoghi del jazz cittadino. La giornata si è conclusa con una cena a base di prodotti tipici bolognesi.

Sabato 20 maggio tappe al "Gelato Museum Carpigiani" ad Anzola Emilia (Bologna), a Ferrara per un tour in bicicletta del centro storico patrimonio Unesco e un pranzo con prodotti del territorio, a Cesena, con visita alla Biblioteca Malatestiana, inserita dall’Unesco nel registro della "Memoria del mondo". In serata è stata raggiunta Rimini, per una cena a base di eccellenze ittiche adriatiche, e dove domenica 21 maggio i reporter sono stati coinvolti in una passeggiata "nordic walking" sulla spiaggia, in un tour del centro storico e in un corso di cucina sulla preparazione delle piadina romagnola. Dopo pranzo, ritorno in treno in Germania.

Il 12 maggio, sul quotidiano tedesco "TZ-Müncher Merkur" (183.000 copie), è stato pubblicato un articolo (https://goo.gl/YWI8SR) che sintetizza l’esperienza di una famiglia tedesca, arrivata in treno da Monaco di Baviera a Rimini dopo aver vinto un soggiorno messo in palio in occasione della promozione del collegamento. Anina, figlia primogenita di nove anni della famiglia Epp di Olching – "è stata una settimana meravigliosa, vorrei ritornare a Rimini d’estate" - ha scritto il diario della vacanza trascorsa assieme a papà Markus (42 anni), mamma Petra (40), il fratellino Moritz (7).

Reporter tedesco in tour nella Motor e Food Valley

L’offerta turistica dell’Emilia Romagna, con particolare riferimento alla Motor e Food Valley del territorio Mmodenese, è stato inoltre al centro di un altro educational tour che il giornalista Joachim Heidersdorf del quotidiano di Francoforte "Frankfurter Neue Presse" (45.904 copie) ha tenuto dal 20 al 24 maggio, con una serie di tappe a Modena (al centro storico patrimonio Unesco, al Museo Enzo Ferrari, alla Collezione d’auto e moto d’epoca Umberto Panini di Modena e all’annesso caseificio di Parmigiano Reggiano biologico DOP, oltre alla visita con degustazione ad una acetaia di Aceto Balsamico tradizionale di Modena). La full immersion nella Motor Valley emiliana è proseguita con una tappa alla "Pagani Automobili" di San Cesario sul Panaro e al Museo Ferrari di Maranello, dove si è anche svolto un test drive a bordo di una Ferrari; poi al Museo Lamborghini a Sant’Agata Bolognese, recentemente rinnovato. (aise/dip) 

 

 

 

 

I recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue COSMO

  

24.05.2017. Il profilo di un terrorista

Perché un 22enne nato in Inghilterra, figlio di rifugiati libici, si trasforma improvvisamente nello spietato terrorista di Manchester? Prova a spiegarcelo Marco Strano, uno dei maggiori criminologi italiani.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/profilo-terrorista-102.html

 

Arriva la crisi. Undicesima puntata della nostra storia d'Europa. Mentre la crisi finanziaria mondiale del 2008 non risparmia l'Unione Europea, questa si rafforza politicamente con il Trattato di Lisbona.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/speciale/storia-europa-undici-100.html

 

23.05.2017. Terrore al concerto.Strage alla Manchester Arena: ieri sera al termine del concerto di Ariana Grande una violenta esplosione ha causato almeno 22 morti e almeno 59 feriti. Facciamo il punto della situazione con Enzo Savignano

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/manchester-attentato-102.html

 

Zerocalcare

Uno dei più noti fumettisti italiani è in questi giorni in Germania per presentare un reportage sull'assedio della città di Kobane. Lo abbiamo raggiunto al telefono.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/zero-calcare-102.html

 

22.05.2017. Paese membro dell'evasione. Il settimanale l'Espresso ha rivelato i nomi di tanti italiani che utilizzano Malta come paradiso fiscale. Presenti anche molte ditte tedesche. Ci spiega tutto il giornalista Giovanni Tízian.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/malta-fisco-100.html

 

Il partito animalista di Berlusconi. Lo ha lanciato con la parlamentare Vittoria Brambilla. C'é chi sostiene l'iniziativa e chi invece la respinge come inopportuna, come il segretario nazionale di Assocanili, Michele Visone.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/animalisti-berlusconi-102.html

 

19.05.2017. Femminismo velato. "Rights Under The Veil", diritti sotto il velo, è un progetto transmediale lanciato a Berlino per far conoscere il femminismo islamico. Ce ne ha parlato Roberta Chimera, che ne è ideatrice con Johara Belali.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/femminismo-velato-100.html

 

Napoli in musica. Abbiamo parlato con Peppe Servillo del suo album "Presentimento", progetto nato dalla collaborazione con il Solis String Quartet. Lo ha presentato all'Istituto italiano di cultura di Colonia.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/peppe-servillo-100.html

 

Nasce l'euro. Decima puntata della nostra storia d'Europa. La moneta unica è una realizzazione storica senza precedenti. Viene introdotta in dodici paesi europei il 1 gennaio 2002. Ora è la valuta di 19 Stati membri.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/speciale/storia-europa-dieci-100.html

 

Ogni giovedì. Appuntamenti

Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-164.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati

I commenti sportivi di Agnese Franceschini

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/index.html

  

18.05.2017. Gabbani's karma. Da Sanremo allo Eurovision Song Contest. Francesco Gabbani sembra essere inarrestabile, ma sempre coi piedi per terra. Ci è venuto a trovare, ci ha parlato di sé e ci ha suonato il suo grande successo "Occidentali's karma". Guarda il video e ascolta l’intervista.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/francesco-gabbani-106.html

 

17.05.2017. Nuovi muri europei

A quasi due anni dall’accordo del 2015, che prevede il ricollocamento in tutti i Paesi dell’Unione dei rifugiati arrivati in Italia e in Grecia, ci sono governi che ancora rifiutano l’accoglienza. L’UE minaccia pesanti sanzioni. Ne abbiamo parlato con il giornalista Beda Romano da Bruxelles.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/migrantenverteilung-100.html

 

La voce delle vittime. Mentre prosegue il processo alla cellula neonazista NSU, rimangono troppi i nodi non ancora sciolti. “Tribunal NSU-Komplex auflösen” prova a fare chiarezza, laddove le vittime la richiedono a gran voce. Ne abbiamo parlato con Aurora Rodonò.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/nsu-cellula-neonazista-100.html      

 

Dove pago le tasse?

Lavorando all’estero spesso si crede di non avere più alcun tipo di obbligo fiscale verso l‘Italia. In realtà non è sempre così, e le conseguenze possono essere costose. Il servizio di Luciana Mella per la nostra rubrica Italmondo.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/tasse-100.html

 

16.05.2017. Affari sulla pelle dei migranti

La 'ndrangheta ha incassato milioni di fondi UE destinati a un centro migranti in Calabria. Coinvolto anche il parroco del paese. Ma i legami fra Chiesa e mafie non sono nuovi. Abbiamo parlato in particolare della situazione in Calabria con Antonio Nicaso, esperto di criminalità organizzata.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/ndrangheta-chiesa-100.html

 

Non solo Malta. Evasione fiscale e riciclaggio: mentre il Nordreno-Vestfalia indaga su molte aziende tedesche con sede a Malta, diamo uno sguardo all'ultimo rapporto di Transparency Italia con Chiara Putaturo, dell'ong.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/malta-steuer-102.html

 

La matematica contro l'inquinamento. Francesca Dominici, docente ad Harvard, contribuisce a migliorare la qualità delll'aria grazie al suo metodo innovativo nella statistica applicata alla medicina. Un ritratto.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/terramia/francesca-dominici-100.html

 

15.05.2017. Cambio di stagione. Sconfitta storica dell’SPD in Nordreno-Vestfalia dove la CDU di Armin Laschet pone fine al governo pluridecennale dei socialdemocratici. Le opinioni di alcuni italiani attivi nella politica tedesca.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/wahl-nrw-102.html

 

12.05.2017. Sgravi o investimenti

Un surplus di entrate fiscali di 54,1 miliardi euro per i prossimi quattro anni, stimolano i politici a fare promesse elettorali fra riduzione delle tasse e investimenti nelle malconce infrastrutture.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/sgravi-investimenti-100.html

 

Voltarelli canta Profazio. Peppe Voltarelli, cantautore calabrese, è tornato a trovarci in studio e ci ha raccontato perché ha sentito il bisogno di omaggiare il cantastorie Profazio e di lavorare con diversi artisti del Sud Italia. Con Alessandro Palmitessa al clarinetto ci ha anche suonato un suo pezzo, “Il monumento”, e “La leggenda di Colapesce” di Profazio. Guarda i video.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/peppe-voltarelli-110.html

 

La più amata. È uno dei casi letterari del momento, l'ultimo romanzo di Teresa Ciabatti. La storia in cui l'autrice, ossessionata da chi sia in realtà suo padre, scopre quello che ogni figlio non vorrebbe mai: un muro di segreti.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/pagine-scelte/teresa-ciabatti-100.html

 

Ogni giovedì. Appuntamenti

Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-162.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati

I commenti sportivi di Agnese Franceschini

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/index.html  RC/De.it.press

 

 

 

 

 

Da München Hauptbahnof al Web 2.0

 

Monaco di Baviera. - “Sono un giovane italiano e sono appena arrivato in città per lavorare. Non parlo molto bene il tedesco ma ho tanta voglia di imparare la lingua, mi sto impegnando e vorrei sapere qualcosa in più su come funzionano le cose qui in Germania. Vorrei avere la possibilità di conoscere gente nuova. Come faccio? Ma soprattutto, dove vado? È l’inizio del 2017 e Monaco di Baviera ha appena registrato solo nell’ultimo anno un aumento di quasi 1000 cittadini italiani sul suo territorio. Ma potrebbe essere anche il 1962, anno in cui il capoluogo bavarese ha registrato, con un saldo attivo di 6854 persone rispetto all’anno precedente, uno dei maggiori picchi degli arrivi dall’Italia, raggiungendo un totale oltre 16.000 presenze (fonte dei dati: Statistisches Amt München)”. Partono da qui le riflessioni che Sara Ingrosso affida alle pagine di “Rinascita flash”, bimestrale dell’omonima associazione, diretto a Monaco di Baviera da Sandra Cartacci.

“Analizzando le testimonianze dei cosiddetti ex Gastarbeiter e i racconti dei nuovi arrivati dall’Italia emerge chiaramente che domande di questo genere non sembrano avere tempo. Malgrado ciò, ad essere cambiata potrebbe essere la modalità in cui si cercano le risposte.

München Hauptbahnhof è stato negli scorsi decenni un importante crocevia di persone e informazioni.

Non ha semplicemente rappresentato un luogo simbolico, punto di arrivo dei treni dall’Italia e allo stesso tempo punto di partenza della nuova vita in Germania. La stazione centrale di Monaco di Baviera ha costituito per decenni un punto di incontro di riferimento per i nuovi arrivati, ossia un luogo concreto per incontrare personalmente altri connazionali e raccogliere informazioni importanti. Era il luogo in cui ci si dava appuntamento, ed era anche uno dei pochi luoghi in cui fosse possibile trovare la stampa italiana.

Oggi è forse possibile affermare che questo spazio fisico sia stato sostituito da un altro, impercettibile ma collegato al filo invisibile di una connessione internet.

In particolare dal cosiddetto Web 2.0, dove le informazioni non sono preimpostate e impaginate a disposizione del destinatario, ma in cui le persone creano e condividono i loro contenuti, diventando in prima persona un canale di informazione, scambio e ulteriore condivisione per altri utenti.

Questo nuovo spazio virtuale non è semplice da definire utilizzando semplicemente concezioni e termini classici per descriverlo come un medium di “scrittura” o “oralità”. Questo perché informazioni redatte in forma scritta presentano allo stesso tempo notevoli caratteristiche della comunicazione orale. Usando un linguaggio semplice e immediato, proprio della lingua parlata, le informazioni scritte vengono diffuse a una forte velocità a tutti gli utenti che hanno accesso al canale di comunicazione. Per descrivere le conseguenze di questo stravolgimento tecnologico si prende ad esempio lo spazio nella comunicazione sviluppatosi in seguito alla diffusione di gruppi su reti sociali virtuali come Facebook, il noto social network creato nel 2004 e diventato uno dei siti internet più frequentati a livello globale.

Con una ricerca veloce è stato possibile trovare su Facebook più di dieci gruppi di interesse generale in lingua italiana, il maggiore di questi conta più di quattordicimila iscritti.

A questi si sommano gruppi dedicati a interessi più specifici, per esempio a determinati settori lavorativi (primo tra tutti la gastronomia), alla compravendita di oggetti usati o collegati ad associazioni culturali. Gli utenti, per lo più italiani che vivono nel territorio locale tedesco, possono chiedere informazioni sulla vita in Germania, sugli aspetti burocratici e cercare di allargare la propria rete di contatti sociali. Una piccola parte di questi gruppi Facebook viene amministrato dagli esponenti delle associazioni che hanno fatto la storia dell’immigrazione di Monaco di Baviera, basti pensare al gruppo “rinascita e.V. Monaco di Baviera”.

Contemporaneamente, le pagine ufficiali di associazioni e istituzioni italiane presenti sul territorio rappresentano un’ulteriore punto di riferimento. Ma costituiscono una minima parte. Quali somiglianze e differenze sia possibile trovare tra i raduni alla stazione centrale e le discussioni online non è una domanda semplice. I messaggi non sono più espressi grazie ad una comunicazione face-to-face esclusivamente a chi si trova fisicamente in un determinato luogo, ma sono fissati e resi accessibili contemporaneamente anche a utenti che si trovano altrove. Controllare la diffusione del messaggio è pressoché impossibile.

Allo stesso tempo, sia la stazione centrale sia i gruppi Facebook hanno rappresentato e rappresentano tutt’oggi uno spazio di riferimento, che potrebbe essere generato dal bisogno del singolo di poter scambiare notizie usando il passaparola. A questo si aggiunge la ricerca di punto di contatto e lo scambio di esperienze con altri individui che possano avere condiviso esperienze simili. Potrebbe forse essere una forma di continuità, in cui le differenze sono dovute allo sviluppo tecnologico”. (aise 21) 

 

 

 

Consolato a Basilea: gli ultimi dati relativi al rilascio dei passaporti e altre informazioni utili

 

6.377 passaporti prodotti dal Consolato nel 2016, in costante crescita dal 2014. Possibilità di appuntamenti tramite prenotazione online nei 30 giorni successivi alla data di accesso al sistema

 

Basilea – Nella Newsletter del Consolato d'Italia a Basilea gli ultimi dati relativi al rilascio dei passaporti e altre novità e informazioni utili dalla rete consolare.

Nel 2016 il Consolato ha prodotto 6.377 passaporti validi, 885 in più dei 5.492 del 2015 (+16,1%), anno in cui già si era registrato un aumento del 23,6% rispetto ai 4.443 del 2014, attestandosi – si legge nella Newsletter - tra quelli con il più alto indice di produttività dell’intera rete nel mondo.

I dati sono consultabili nella sezione ‘trasparenza e statistiche’ del sito web: www.consbasilea.esteri.it, rinnovato integralmente dallo scorso mese di settembre.

Attraverso il sistema di prenotazione on-line (POL), sono sempre disponibili appuntamenti nei 30 giorni successivi alla data di accesso al sistema, con possibilità di trovare disponibilità in tempi brevi. Ogni criticità in merito a tale offerta – visto l'incremento della domanda - è stata efficacemente risolta dal mese di aprile del 2016, consentendo di fornire circa 170 appuntamenti a settimana.

A partire dalla metà del mese di marzo scorso, è stata inoltre introdotta la possibilità per i connazionali di scegliere, oltre alla data, anche l’orario di preferenza disponibile. Tuttavia, nel caso si intenda prenotare appuntamenti per più persone, ad esempio per un nucleo familiare, sarà necessario procedere singolarmente per ogni appuntamento in base alle disponibilità offerte dal sistema, ripetendo l’accesso oppure selezionando uno sportello diverso per le prenotazioni successive alla prima. Per questa ultima sono in fase di studio- segnala la Newsletter - soluzioni migliorative sotto il profilo informatico.

Coloro i quali non dispongano di connessione o non riescano a prenotare l’appuntamento, possono comunque recarsi di persona in Consolato e saranno assistiti - negli orari di apertura al pubblico – oppure possono inviare una email a: basilea.passaporti@esteri.it.

È inoltre possibile richiedere il rilascio d’urgenza, senza appuntamento, qualora ve ne siano comprovati motivi personali, professionali o di salute, come spiegato nell’apposito link nella sezione ‘passaporti’. Il diritto d’urgenza - ove ne ricorrano le condizioni - prevede il rilascio entro le 24 ore, con relativo pagamento di una maggiorazione fissata trimestralmente nella tabella delle tariffe consolari e attualmente pari a Chf. 53,50. La ‘mancata prevenzione’, come ad esempio la partenza per una vacanza, non costituisce motivo per richiedere il rilascio d’urgenza.

Il Consolato invita inoltre a ricorrere al telefono solo nei casi necessari, poiché l’ingente traffico non permette di gestire tutte le chiamate dei connazionali, laddove si intende privilegiare la produttività degli Uffici. Tutte le informazioni utili sono disponibili sul sito e, per i casi particolari, si può inviare una email agli uffici preposti o recarsi di persona in Consolato.

Esiste inoltre una rete di ‘corrispondenti consolari’ in tutta la circoscrizione, anch’essa rafforzata in questi mesi e la cui lista si trova nel sito, a supporto delle esigenze dei connazionali.

Nella Newsletter si consiglia inoltre in particolare ai connazionali con figli minori di consultare attentamente il sito per la documentazione necessaria al rilascio passaporti (atto d’assenso dell’altro genitore sia per il proprio passaporto che per quello del minore) e a tutti di tenere aggiornate le rispettive posizioni anagrafiche. (Inform 19)

 

 

 

 

La festa della mamma alla Mci di Kempten

 

Numerosi i connazionali che lo scorso 14 Maggio hanno preso parte alla Festa della Mamma, che – ormai da anni – si svolge nella Sala Parrocchiale di St. Anton di Kempten. Nella stessa occasione  i soci del Circolo ACLI di Kempten e i nuovi aderenti hanno ricevuto la tessera ACLI 2017.

Il piacevole incontro è iniziato alle 16:00 con un breve saluto di benvenuto da parte della Segretaria della Missione, Signora Pina Baiano, che, dopo aver porto i saluti agli intervenuti anche a nome del Rettore della Missione, Assistente Spirituale e Socio Onoraio delle ACLI, P. Bruno Zuchowski – assente a causa di altre celebrazioni – e del Consiglio Pastorale, ha illustrato sinteticamente il programma del pomeriggio.  Non mancando, inoltre, di salutare il Comm. Antonino Tortorici e Consorte, il Comm. Carmine Macaluso, il Cav. Corrado Mangano e Consorte, il Vicepresidente Circoscrizionale del Movimento Cattolico dei Lavoratori Tedeschi (KAB) Manfred Stick e Consorte e il Dr. Fernando A. Grasso, al quale ha passato la parola.  

Il Dr. Grasso, nelle vesti di Coordinatore del Circolo ACLI locale, di Vicepresidente Vicario delle ACLI Baviera, nonché di Corrispondente Consolare per il Circondario di Kempten, dopo aver salutato anche lui le Mamme e i presenti da parte dell'Amministrazione Consolare e da parte del Circolo, che quest'anno registra un certo incremento anche grazie a nuove adesioni da parte di alcuni membri del Consiglio Pastorale – tra cui la Signora Pina Baiano, il Signor Alessandro Fisicaro il Presidente del Consiglio Pastorale, Giampiero Trovato – ha comunicato alcuni avvisi riguardanti gli orari d'ufficio consolari e di Patronato, durante l'anno e nel periodo delle vacanze estive, raccomandando a tutti di pensare per tempo ai documenti in scadenza.

Inoltre, il Corrispondente ha presentato e provveduto alla distribuzione di un questionario di gradimento riguardante i servizi offerti a Kempten; formulario, ideato dal Consigliere del Circolo ACLI, Paolo Franco e sviluppato dalla stessa Presidenza, di concerto con la Missione e  con il Consiglio Pasorale. Questionario riconsegnato dai presenti nel corso dell'incontro e che, nel frattempo, è stato valutato dagli interessati, che terranno conto di alcune richieste di modifiche o di potenziamenti dei servizi da loro attualmente offerti ai connazionali della zona.

Per ciò che riguarda il Servizio Consolare e di Patronato, Grasso ha ricordato che esso viene offerto  – in forma gratuita – almeno per sei volte al mese in presenza, ma, in realtà, durante tutto l'arco della giornata, grazie ai collegamenti telematici e alla deviazione delle chiamate telefoniche in arrivo all'ufficio multifunzionale ad una delle sue linee private.

Subito dopo è stato il momento di una foto di gruppo di quasi tutti i presenti, dato che, specie i bambini della Missione, incontrastati protagonisti dei festeggiamenti, sono rimasti dietro le "quinte" per non guastare l'effetto sorpresa dei costumi indossati per le loro esibizioni.

Prima però dello spettacolo in onore delle Mamme, il Presidente delle ACLI Baviera, Comm. Carmine Macaluso, a nome delle ACLI  e del Gruppo Folkloristico Folk-ACLI - vero gioiello del suo Circolo di Kaufbeuren - ha voluto elogiare e onorare il secondo Socio Onorario del Circolo ACLI di Kempten, Signor Vincenzo Mattina per le sue qualità umane e artistiche messe in mostra alla recente Festa per i cinquant'anni della Missione Italiana di Kempten (vedi: anche pagg. 26 e 27 del libretto pubblicato per l'occasione). Qualità artistiche messe in atto con il dono di un artistico quadro da lui magistralmente intarsiato, che servirà da emblema al Gruppo Folk nelle sue future rappresentazioni in Germania e all'estero.

E infine, dulcis in fundo, o per meglio dire: è arrivato il momento tanto atteso, specie da parte delle Mamme: le esibizioni dei bambini della Míssione, preparati e diretti magistralmente dall'Insegnante Federica Franzin, dalla Segretaria della Missione e dalla Signora Gisella Trovato e sostenute fattivamente dal Presidente Trovato, dal Signor Fisicaro e da un caro connazionale che offre  un ottimo accompagnamento musicale in queste manifestazioni. Durante questo spettacolo i piccoli hanno regalato ai presenti dei momenti veramente artistici ed esilaranti: dalle furbe barzellette, a balletti scatenati, da  un brano al pianoforte,  ad alcune poesie, una di esse in siciliano. Esibizioni che hanno suscitato gli entusiastici  applausi del pubblico e un meritato premio che è andato sia a loro, sia alle registe.

Il pomeriggio è proseguito quindi per alcune ore in sana allegria, tra altri intermezzi musicali e la degustazione di qualche delizioso manicaretto preparato dalle  signore presenti, che, prima di andar via, hanno ricevuto un omaggio floreale.

Tra gli intervenuti, non ancora nominati, ricordiamo: Il Vicepresidente del Circolo ACLI, Genuino Di Iorio e Consorte,  il membro di Presidenza, Salvatore Campagna, i Signori Emanuele,   e tanti, tanti altri cari amici e conoscenti.

Nelle foto, che seguono, alcuni momenti della festa. Saranno graditi eventuali altri contributi, soprattutto fotografici, allo scopo di documentare meglio i vari momenti del pomeriggio. Grazie in anticipo, intanto, al caro amico e valente reporter Paolo Franco per le belle immagini inviate!

Fernando A. Grasso, de.it.press

 

  

 

Il 3 giugno a Schwabing incontro sul fenomeno delle false notizie

 

Si svolgerà sabato 3 giugno p.v. alle ore 15:00 presso il Bürgerbüro SPD di Schwabing, Belgradstr. 15a, a Monaco di Baviera, l'incontro pubblico con David Puente, tra i più importanti debunker italiani, organizzato dal locale Circolo PD in collaborazione con i dipartimenti Comunicazione e Formazione del PD Germania (Edoardo Toniolatti, Flavio Venturelli).

Un incontro in lingua italiana, nel quale David Puente illustrerà alcune caratteristiche del fenomeno globale delle notizie false, della loro diffusione e dei modi per contrastarle. 

“Negli ultimi mesi abbiamo assistito ad una moltiplicazione di notizie inventate di sana pianta su temi sensibili, come l'immigrazione, e ad una interferenza sempre maggiore di queste bufale con l'attività politica che svolgiamo sui territori”, spiega Cecilia Mussini, Segretaria del Circolo PD di Monaco. “Disinformazione e hate speech sono all'ordine del giorno per chi svolge la propria militanza politica anche online. Come affrontare questi fenomeni nel modo più efficace possibile? In che modo ciascuno di noi può favorire discussioni informate e consapevoli?”.

David Puente, debunker ed esperto di digitale, collabora con il team creato dalla Presidente della Camera Laura Boldrini per contrastare la diffusione di notizie false e odio sul web. È stato dipendente della Casaleggio Associati dal 2007 al 2011 e oggi è libero professionista. Il suo sito www.davidpuente.it è punto di riferimento italiano per la verifica delle notizie. L'incontro verrà trasmesso in streaming dalle ore 15:00 sul sito www.pd-monaco.de. De.it.press 28

 

 

 

 

Europa. Pse, abbiamo un problema. Le sconfitte dei partiti socialisti dopo le loro virate a sinistra

 

La terza sconfitta consecutiva dell’Spd di Martin Schulz ad elezioni regionali tedesche ha fatto scattare l’allarme in casa socialdemocratica. E’ evidente che dire, come ha fatto Schulz, “non sono un mago” e circoscrivere la portata della disfatta a fatto locale è veramente poco.

C’è qualcosa che non va, nei partiti socialisti europei. Non certo da ieri. Ma si pensava che, dopo il crollo dei socialisti olandesi, dei laburisti inglesi, dei socialisti francesi, la “nuova” Spd di Schulz potesse costituire una felice eccezione. E invece – altro che problemi locali! – da ieri i pronostici per le elezioni politiche tedesche del 24 settembre sono ormai decisamente a favore della signora Merkel.

Al massimo – e non sarebbe poco – Schulz può puntare a una nuova Grosse Koalition, con lui stesso ministro degli Esteri, se gli va bene: ma non è esattamente una grandissima prospettiva. Più probabile che la Cancelliera vinca da sola o on alleanza con i liberali, in forte crescita.

Cos’è che non va nei partiti socialisti? Perché non vengono percepiti come soggetti credibili per governare questa difficilissima crisi europea e mondiale?

Laburisti, socialisti francesi e anche l’Spd hanno virato a sinistra, nell’illusione di poter pescare – o riprendersi – consensi alla loro sinistra e persino di scalfire gruppi e partiti neo-populisti: ma i risultati, come si vede, sono più che deludenti.

E’ stato un calcolo sbagliato. Corbyn, Hamon e parzialmente perfino un europeista come Schulz – per non dire dei socialisti olandesi letteralmente spazzati via – hanno accentuato una ljnea – definiamola così – di protezione sociale ma senza darle credibilità. Hanno finito cioè col dare l’impressione di mettersi sulla scia del populismo di sinistra, ovviamente senza ricavarne alcunché ma anzi perdendo qualcosa al centro.

Nella frattura principale europeismo-populismo e secondaria sinistra-destra, i partiti socialisti europei paiono scegliere la scorciatoia della nostalgia di vecchie identità e l’avventura di tentazioni tendenzialmente estremistiche. In questa situazione, gli elettori hanno risposto scegliendo Emmanuel Macron e Angela Merkel: più affidabili, più credibili, più solidi nella risposta al populismo.

La lezione di Francia e Germania è dunque che il populismo non si batte inseguendolo. Il malessere sociale non si affronta con ricette vecchio stile ma con la credibilità delle riforme: e se Schulz fa passo indietro rispetto alle grandi riforme di Schroeder – lo nota  Marco Gervasoni sul Messaggero – sono guai. Non è così che recuperi alla tua sinistra: il fatto che Hamon non abbia recuperato un voto da Mélenchon insegna qualcosa.

Fra qualche settimana vedremo come andrà Corbyn contro al May: ma si parla già di disfatta. In Francia, il declino del Ps difficilmente potrà essere evitato alle legislative di giugno. Del match Spd-Cdu si è detto. Poi toccherà al Pd italiano, quando sarà.

Il partito di Renzi non è allineato sulle linea dei partiti socialisti europei. Non cede alla demagogia populista, neppure a quella venata di ultra-progressimo. Si fa argine esso stesso al populismo e alla demagogia delle destre italiane. Si vedrà. Alla fine del lungo girotondo elettorale europeo si tireranno le somme, e bisognerà ridiscutere tutto, di questo Pse. L’U 15

 

 

 

 

Migranti, da Roma e Berlino un segnale importante

 

Il messaggio è fin troppo esplicito: l’Ue deve inviare una missione alla frontiera fra Niger e Libia per contrastare gli ingressi illegali in Europa - di Fiorenza Sarzanini

 

Il contenuto è certamente rilevante, ma ancor più significativa appare la decisione di muoversi insieme. Perché la lettera firmata dai ministri dell’interno tedesco Thomas de Maizière e italiano Marco Minniti inviata l’11 maggio alla Commissione europea, segna una svolta nei rapporti di forza all’interno dell’Unione.

Mai era accaduto che i due Paesi prendessero un’iniziativa congiunta in materia di immigrazione senza coinvolgere altri Stati. E soprattutto mai era successo che fosse la Germania a proporre all’Italia di muoversi in tandem. Anzi. Sinora da Berlino era più volte arrivata una presa di distanza da Roma, con ripetuti «richiami» a fare di più nell’assistenza ai profughi. Per questo si tratta di una mossa importante, che richiama i partner ad occuparsi di un’emergenza diventata con il trascorrere dei giorni sempre più grave.

Il messaggio è fin troppo esplicito: l’Ue deve inviare una missione alla frontiera fra Niger e Libia per contrastare gli ingressi illegali in Europa. Vuol dire proteggere i confini meridionali dello Stato africano che i migranti attraversano per arrivare sulla costa e imbarcarsi alla volta dell’Italia. Vuol dire investire soldi e uomini in un progetto che può davvero rappresentare il primo passo decisivo per fermare quelle persone che attraversano l’area subshariana alla disperata ricerca di una nuova vita.

Dopo l’accordo tra le tribù della zona siglato al Viminale più di un mese fa, de Maizière ha avuto svariati contatti con Minniti per concordare una linea comune che consentisse di esercitare pressioni su Bruxelles. E ieri i giornali tedeschi hanno reso pubblico il testo della missiva. È l’atto che potrebbe convincere l’Unione — apparsa finora impegnata soltanto a parlare del problema, ma mai davvero convinta ad agire — a cambiare strategia. CdS 14

 

 

 

 

Le mani della 'Ndrangheta sui migranti: 68 arresti

 

E' stata smantellata la storica e potentissima cosca di ‘ndrangheta facente capo alla famiglia Arena con l'arresto di 68 persone. L'accusa è di associazione di tipo mafioso, estorsione, porto e detenzione illegale di armi, intestazione fittizia di beni, malversazione ai danni dello stato, truffa aggravata, frode in pubbliche forniture e altri reati di natura fiscale, tutti aggravati dalla modalità mafiose.

Dalle indagini, oltre alle tradizionali dinamiche criminali legate alle estorsioni, è emerso che la cosca controllava, a fini di lucro, la gestione del centro di accoglienza per migranti Cara 'Sant'Anna' di Isola Capo Rizzuto e coltivava ingenti interessi nelle attività legate al gioco ed alle scommesse.

La cosca, spiegano gli inquirenti, "per il tramite di Leonardo Sacco, governatore della 'Fraternita di Misericordia', si è aggiudicata gli appalti indetti dalla Prefettura di Crotone per le forniture dei servizi di ristorazione presso il centro di accoglienza di Isola di Capo Rizzuto e di Lampedusa, affidati a favore di imprese appositamente costituite dagli Arena e da altre famiglie di 'ndrangheta per spartirsi i fondi destinati all'accoglienza dei migranti".

Per l'arco temporale 2006-2015 si parla di un "imponente flusso di denaro pubblico percepito dalle imprese riconducibili alla cosca per la gestione del Cara di Isola di Capo Rizzuto, pari a 103 milioni di euro, dei quali almeno 36 milioni utilizzati per finalità diverse da quelle previste (quelle cioè di assicurare il vitto ai migranti ospiti nel centro) e riversati invece, in parte nella cosiddetta 'bacinella' dell'organizzazione per le esigenze di mantenimento degli affiliati, anche detenuti, e in parte reimpiegati per l'acquisto di beni immobili, partecipazioni societarie e altre forme di investimento in favore del sodalizio".

Le ingenti somme da destinare all’organizzazione mafiosa venivano fatte confluire alla cosca sia con ripetuti prelievi in contante dal conto della 'Misericordia' e delle società riconducibili agli indagati, sia attraverso erogazione di ingenti somme a fini di prestito, sia ancora attraverso pagamenti di inesistenti forniture, false fatturazioni, acquisto di beni immobili per immotivate finalità aziendali. In tale quadro, una somma consistente veniva distribuita indebitamente al sacerdote, don Scordio Edoardo, parroco della Chiesa di Maria Assunta, a titolo di prestito/contributo e pagamento di asserite note di debito: solo nel corso dell’anno 2007, per servizi di assistenza spirituale che avrebbe reso ai profughi, ha ricevuto 132 mila euro.

Inoltre la cosca Arena aveva acquisito una "posizione dominante", anche nel settore della raccolta delle scommesse online e del noleggio degli apparecchi da intrattenimento, nella città di Crotone e nel suo hinterland, "conseguendo enormi profitti attraverso l'alterazione degli equilibri concorrenziali che ha determinato la concentrazione della raccolta del gioco nelle mani del crimine organizzato, precludendo l'accesso ad altri operatori commerciali".

L'indagine avrebbe evidenziato che "la società bookmaker Centurion Bet Ltd, attiva nel settore delle scommesse, operativa in Italia con oltre 500 agenzie e ramificata in tutto il mondo, aveva messo a disposizione, tramite il barese Francesco Martiradonna, i propri circuiti di gioco on line alla società Kroton Games, operante nella provincia di Crotone ed espressione commerciale della cosca Arena, determinando volumi di fatturato, sottratti al fisco, per decine di milioni di euro". Adnkronos 15

 

 

 

 

Vertice di Bruxelles. Nato tra Trump e lotta al terrorismo

 

Un’Europa colpita di nuovo dai terroristi si prepara a ricevere un presidente degli Stati Uniti che ha fatto della lotta al terrorismo l’unica idea certa della propria politica di difesa. Nonostante questa potenziale convergenza di interessi, restano però divergenze tra le posizioni di Washington e degli alleati europei alla vigilia del mini-vertice Nato di Bruxelles.

 

Trump e la lotta al terrorismo

Donald Trump, dalla campagna elettorale alla sua recente visita in Arabia Saudita, ha fatto della lotta al terrorismo internazionale di matrice islamica la bandiera della sua politica di sicurezza e difesa. A questo obiettivo ha sacrificato sia l’idea di promuovere la democrazia, cara al suo predecessore repubblicano George W. Bush, sia l’attenzione al tema dei diritti umani mantenuta da Barack Obama nonostante la ferrea realpolitik praticata in Medio Oriente dal presidente democratico.

 

Il presidente repubblicano ha affermato chiaramente che gli Stati Uniti non si impegneranno per la stabilizzazione della Libia, o di altri Stati falliti nel mondo arabo, perché la caccia ai terroristi va fatta tramite operazioni di intelligence, di forze speciali, o anche militari, ma che non richiedano l’impiego massiccio di truppe sul terreno e soprattutto evitino ambiziosi compiti di state building.

 

Un approccio che però in alcuni casi non funziona, tanto che i vertici militari americani hanno recentemente chiesto alla Casa Bianca di aumentare il contingente in Afghanistan di circa 3-5.000 uomini, per contrastare il rafforzamento della guerriglia talebana ed evitare così di perdere quanto faticosamente costruito in 15 anni di impegno Usa e Nato nel Paese.

 

Il nesso tra sicurezza interna ed esterna

Proprio la Nato è alle prese con la definizione del suo ruolo di fronte alla minaccia terroristica e in generale alle crisi e instabilità nel vicinato meridionale dell’Europa. Sul contrasto al terrorismo in senso stretto, l’Alleanza atlantica può dare un contributo minimo, perché si tratta di un’azione di prevenzione e repressione condotta principalmente dalle forze di polizia e/o di intelligence. Poiché è fondamentale la condivisione di dati a livello europeo e transatlantico, la Nato potrebbe contribuire aiutando i Paesi membri a condividere le informazioni di intelligence e fornire quelle raccolte dagli assetti dell’Alleanza.

 

La Nato e in generale la politica di difesa ha però un ruolo importante, complementare a quello di poliziotti e agenti segreti, se si comprende il nesso tra sicurezza interna ed esterna. La straordinaria crescita del terrorismo islamico in Europa negli ultimi quattro anni è legata alle dinamiche in Medio Oriente e Nord Africa, allo scontro tra sunniti e sciiti, alle guerre in Siria e Iraq, agli Stati falliti in Libia e Yemen. La politica di difesa, e ovviamente la politica estera, può dare un contributo a stabilizzare il vicinato dell’Europa e quindi a togliere acqua al mulino del terrorismo islamico.

 

Tra incomprensioni, simboli e piccoli passi

Il problema per la Nato - e non solo - è che l’Amministrazione Trump non ha finora colto il nesso tra sicurezza interna ed esterna, tra stabilizzazione del Nord Africa e Medio Oriente da un lato e contrasto al terrorismo dall’altro. L’analisi semplicistica e in parte sbagliata del presidente repubblicano, che attribuisce tutte le colpe del terrorismo islamico all’Iran, rinsaldando l’asse con l’Arabia Saudita e le monarchie sunnite del Golfo, difficilmente contribuisce a una stabilizzazione complessiva della regione. La mancanza di proposte concrete da parte americana, almeno fino alle ultime ministeriali Nato, su come articolare un contributo dell’Alleanza alla lotta terrorismo, mostra che c’è poca sostanza dietro gli slogan.

 

Infine, il martellamento di Trump sulla spesa del 2% del Pil nella difesa si sta rivelando diplomaticamente un boomerang, perché le opinioni pubbliche europeecosì dimenticano che l’impegno a raggiungere la soglia era stato preso da tutti gli alleati alla presenza di Obama nel Vertice della Nato di Cardiff del 2014 e associano piuttosto la richiesta a un presidente americano tutt’altro che amato in Europa, mettendola così in cattiva luce.

 

In questo contesto, l’Amministrazione repubblicana ha chiesto alla Nato di aderire ufficialmente alla coalizione internazionale che combatte lo Stato islamico, ed il Vertice di Bruxelles darà probabilmente via libera al riguardo. Si tratta di un gesto poco più che simbolico, perché tutti gli Stati membri già partecipano individualmente alla coalizione, ma che potrebbe avere risvolti positivi se porterà ad una maggiore condivisione e articolazione della strategia complessiva contro lo Stato Islamico.

 

Più nel concreto, la Nato probabilmente deciderà di aumentare il personale militare dispiegato in Iraq per addestrare le forze locali che combattono lo Stato Islamico, eun maggiore impiego degli aerei da ricognizione Awacs a sostegno della campagna area in corso in Siria contro i miliziani di Daesh.

 

Piccoli passi che avvengono nel campo minato dei rapporti transatlantici nell’era Trump, mentre l’inaugurazione presso il quartier generale Nato di un monumento alle vittime dell’11 settembre 2011 dovrebbe ricordare che l’Alleanza esiste per aiutare gli Stati membri ad affrontare le minacce alla sicurezza dei propri cittadini. Alessandro Marrone, AffInt 23

 

 

 

 

La Svizzera dice sì al graduale abbandono dell’energia nucleare

 

Con una maggioranza del 58,2%, gli svizzeri hanno approvato oggi in un referendum il graduale abbandono dell’energia nucleare e una politica di sviluppo delle energie rinnovabili. Una svolta energetica «storica», secondo molti commentatori, voluta dal governo e dalla maggioranza del parlamento, ma contestata dal partito di destra dell’Unione democratica di centro (Udc) che aveva promosso il referendum contro la nuova legge. 

 

Da Ginevra a Zurigo e al Ticino, in tutti i 26 cantoni della Confederazione tranne quattro gli elettori si sono schierati in favore della nuova legge sull’energia approvando un primo pacchetto di misure alla base della `Strategia energetica 2050´ promossa dal governo. La quota più alta di Sì è stata registrata nei cantoni di Vaud (73,5%) e Ginevra (72,6%). Tra i cantoni contrari, rilevante è la bocciatura di Argovia (51,8% di no) che ospita impianti atomici. 

 

La legge approvata prevede un netto incremento dell’efficienza energetica, una chiara riduzione dei consumi, un rafforzamento dell’energia idroelettrica, nonché un aumento della quota di energia da fonti rinnovabili, quali sole e vento. Si voltano gradualmente le spalle all’atomo, con la chiusura degli impianti esistenti al termine del loro ciclo di vita e con il divieto di costruire nuove centrali. 

La sfida è importante. La quota di energia elettrica di origine nucleare rispetto alla produzione complessiva svizzera è di circa il 39% e proviene e dalle 5 centrali entrate in funzione tra il 1969 e il 1984. La spinta all’abbandono dell’atomo risale all’incidente nucleare di Fukushima (2011): è allora che governo e il parlamento decisero di gettare le basi di una nuova politica energetica per rinunciare al nucleare. 

 

Soddisfatta per l’esito della votazione, la presidente della Confederazione e ministro dell’Ambiente Doris Leuthard, in prima linea nella campagna per il Sì. Con il voto odierno «si apre una nuova pagina della nostra storia energetica», si è rallegrata. Scontata e unanime anche la soddisfazione degli ambientalisti: «La Svizzera è finalmente entrata nel 21esimo secolo», secondo la deputata dei Verdi Ade’le Thorens. Per Greenpeace, si tratta di «una vittoria storica». 

Delusione è stata invece espressa dal partito Udc, primo partito del Paese e grande sconfitto del voto odierno. A suo avviso, la nuova legge minaccia l’approvvigionamento energetico e rischia di costare cara agli svizzeri. La partecipazione al voto è stata del 42%. LS 21

 

 

 

 

Parlamento Europeo. BREXIT: i deputati chiedono una profonda riforma dell’UE

 

 I deputati discutono le linee guida approvate dal Consiglio europeo

I deputati hanno accolto con favore l'unità politica dei 27 Paesi e delle istituzioni UE sulla questione BREXIT e hanno chiesto di mettere tale volontà al servizio di una riforma profonda e urgente dell’UE a beneficio di tutti i cittadini.

 

Il Presidente del Consiglio europeo Donald Tusk ha presentato ai parlamentari le linee guida per i negoziati sulla Brexit adottate dagli Stati membri in occasione del vertice del 29 aprile e accolto con favore le condizioni per l’accordi col Regno Unito già fissate dal Parlamento. Il mandato dettagliato per i negoziati sarà presentato al Consiglio il 22 maggio, ha annunciato il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker.

 

Sia il negoziatore per l’UE Michel Barnier, sia la maggior parte dei deputati intervenuti al dibattito, hanno sottolineato che l'unità tra le istituzioni dell'UE e i 27 Stati membri nell’impegnarsi ad agire insieme per raggiungere un accordo equilibrato con il Regno Unito.

 

I deputati hanno sottolineato l'importanza di utilizzare tale unità politica per ottenere un "ritiro ordinato" del Regno Unito e una riforma dell’UE per rispondere alle preoccupazioni dei cittadini e rendere più visibili i benefici dell'integrazione europea.

 

Il voto a favore della Brexit e l'ascesa del populismo in alcuni paesi, tra cui la Francia e i Paesi Bassi, dovrebbero servire da lezione ai leader europei, hanno affermato molti deputati. Se le vittorie dei partiti pro-europei sono stati accolte con favore, molti hanno chiesto di non cedere a un facile trionfalismo: "populismo e nazionalismo non sono morti".

 

Più che mai, hanno sottolineato i deputati, è urgente ascoltare i cittadini e rispondere alle loro aspettative, in particolare: alti standard ambientali e sociali in un mondo globalizzato, un’organizzazione del mercato del lavoro di che sappia far fronte alle sfide tecnologiche, un migliore sistema di tassazione, più sicurezza per i cittadini europei.

I principi di base per i futuri negoziati, ricordati da Barnier, sono stati menzionati più volte durante il dibattito:

 

* nessuna trattativa sul futuro quadro delle relazioni con il Regno Unito prima di un "progresso sostanziale" sull’accordo di uscita,

* garantire i diritti dei cittadini europei colpiti dalla decisione britannica di lasciare l'UE,

* la preservazione dei progressi ottenuti nel processo di pace in Irlanda del Nord (tra cui l'assenza di un confine fisico fra l'Irlanda e Irlanda del Nord), e

* assicurare il rispetto da parte del Regno Unito di tutti gli impegni finanziari presi in quanto Stato membro.

 

Michel Barnier ha ribadito la necessità di negoziati trasparenti, che cominceranno dopo le elezioni britanniche dell'8 giugno. PE 17

 

 

 

 

 

Il discorso di Riad. Trump, una politica mediorientale debole

 

Il discorso che il 21 maggio, nella sua prima uscita all’estero, il presidente Trump ha fatto al vertice arabo-islamico-americano di Riad, nell’ambito della sua visita ufficiale in Arabia Saudita, ha lasciato un messaggio un po’ brusco.

 

Non ha fatto alcun commento sui legami fra terrorismo e religione, fra estremismo e Medio Oriente, fra islamismo e jihadismo. Ha semplicemente detto che musulmani e americani sono uniti dalla urgente necessità di combattere l’estremismo e il terrorismo che imperversa nella regione e si diffonde oltre i suoi confini.

 

Trump ha poi affermato che in questa prospettiva “America is prepared to stand with you - in pursuit of shared interests and common security. But the nations of the Middle East cannot wait for American power to crush this enemy for them. The nations of the Middle East will have to decide what kind of future they want for themselves, for their countries, and for their children. It is a choice between two futures - and it is a choice America CANNOT make for you”.

 

Infine ha sottolineato il ruolo maggiore che l’Iran gioca nel suscitare e appoggiare estremismo e terrorismo.

 

Il messaggio e le reazioni

Tutto questo implica un minore impegno diretto degli Stati Uniti e contestualmente un appoggio politico senza tentennamenti e incertezze alla luce della lotta comune contro il terrorismo e l’estremismo. È un incoraggiamento ad accrescere l’impegno militare diretto degli arabi, ma anche a esercitare la necessaria repressione interna senza che Washington abbia poi a ridire.

 

Gli Stati Uniti si scaricano di responsabilità dirette e si tengono le mani libere, ma procedono anche a un deciso rafforzamento dei legami politici con i regimi arabi così detti moderati, nella prospettiva che questo più forte legame politico lavori poi a favore degli interessi strategici degli Stati Uniti. Il principio dell’ “America First” comincia così ad articolarsi nei dettagli.

 

Com’è ricevuto questo nuovo orientamento da parte dell’Arabia Saudita e degli altri governi moderati della regione? Alle spalle di Trump c’è una lunga stagione di delusione, in cui gli alleati arabi degli Usa si sono sentiti traditi: dalla guerra contro Saddam del 2003, che si risolse nel mettere l’Iraq in mano agli sciiti esponendolo all’influenza dell’Iran, fino all’accordo nucleare con Teheran dell’anno scorso, passando per la scelta di Obama di combattere il sedicente Stato islamico piuttosto che Assad e i suoi alleati iraniani.

 

Il discorso di Trump, come Obama, lascia da parte la Siria e indica il terrorismo come nemico comune. Però, a differenza di Obama, punta il dito senza esitazioni contro l’Iran e lo mette nello stesso sacco del terrorismo.

 

Il triangolo Arabia Saudita, Iran, Siria

Per lungo tempo, la strategia saudita ha cercato di contrastare l’Iran in Siria, lasciando in secondo piano il terrorismo, il sedicente Stato islamico e l’estremismo (che talvolta ha cercato di usare contro Assad). Ma nelle condizioni che si sono via via create nella regione, Riad ha potuto costatare che, mentre le ambizioni di battere l’Iran abbattendo il regime di Assad, per poi mettere la Siria in mano sunnita, sono ormai tramontate, l’influenza di Teheran nella regione si è fortemente consolidata: in Siria, in Iraq, ma anche nello Yemen (che per l’Arabia Saudita è una questione di sicurezza nazionale).

 

È quindi necessaria una strategia più direttamente centrata sull’Iran, che emerge oggi come un rischio più centrale e diretto di qualche anno fa. Questa strategia coincide oggi con gli orientamenti americani. L’appoggio politico che Trump oggi offre agli arabi moderati richiede una rinuncia a battere Assad in Siria, secondo gli orientamenti americani, ma del resto collima con le esigenze strategiche di sicurezza che nel frattempo sono maturate a Riad.

 

Premesse sbagliate e scelte deboli

Non si tratta solo dell’Iran ma anche dell’estremismo in generale. Anche qui la percezione saudita è cambiata. Sebbene oggi l’impressione sia che il sedicente Stato islamico è sull’orlo di essere battuto, è anche evidente che esso cambierà pelle ma non morirà e, più in generale, che nelle condizioni politiche e sociali che continueranno a prevalere nella regione il terrorismo è destinato a durare.

 

Appare significativo il commento su quanto i sauditi si aspettano da una rinnovata collaborazione con gli Usa che ha fatto Abulaziz Sager, presidente del Gulf Research Center, in un suo recente commento: “more emphasis needs to be given to maintaining the integrity of the state structures in the region and finding viable ways to stem the growth of militias and violent non-state actors”. Questa considerazione certamente riflette l’orientamento del governo saudita verso una visione meno ambiziosa ma più comprensiva della sicurezza nella regione. L’accenno alla necessità di mantenere l’integrità delle strutture statali misura il cambiamento di pensiero nei confronti del regime di Assad, un po’ com’è accaduto al governo turco.

 

Dunque, Iran ed estremismo islamista emergono come principali preoccupazioni di sicurezza degli Usa di Trump in Medio Oriente. Nella lotta a questi nemici l’Amministrazione individua la base per una rinnovata alleanza con gli arabi moderati e conservatori che su questa strada trovano convenienza e consenso a seguirla.

 

La politica americana torna ai suoi vecchi alleati ma, per mantenersi libera da impegni troppo precisi e pesanti, lascia una mano più libera al loro autoritarismo. Come valutare tutto questo? L’estremismo ha origini anche nell’autoritarismo politico da cui con Obama l’Occidente era sembrato prendere qualche distanza e che ora invece Trump riabbraccia.

 

Combattere il terrorismo rafforzando l’autoritarismo non funzionerà. Per quanto riguarda l’Iran, esiste in effetti un grave problema, ma Trump non può illudersi di risolverlo né da se stesso né con gli arabi. Per farlo deve avere la collaborazione sia dei russi che degli europei, ma da questo lato il quadro è ancora piuttosto oscuro. Perciò, ad oggi, la politica Usa che sembra emergere verso il Medio Oriente con la nuova amministrazione appare debole, basata su premesse errate e priva di fondamenti strategici adeguati. Roberto Aliboni, AffInt 24

 

 

 

 

Draghi: "La crisi dell'Eurozona è superata, ripresa resistente e sempre più ampia"

 

Il presidente della Bce, Mario Draghi, ricevendo la laurea ad honorem dell'università di Tel Aviv, fa professioni di ottimismo. Anche politico: "La maggioranza dei cittadini favorevole all'Unione è tornata a far sentire la sua voce" - di Luca Pagni

 

MILANO - Lo aveva già sostenuto nel recente passato. Ma non questi toni così assertivi, legando disamina economica a fatti politici. Per il governarore della Bce, Mario Draghi la crisi "è superata e la ripresa dell'area dell'euro è resistente e sempre più ampia fra i vari paesi e settori". Un risultato di cui lo stesso Draghi si sente - almeno in parte - artefice: la domanda interna "sostenuta dalla politica monetaria della Bce è il principale motore della ripresa. Cinque milioni di persone hanno trovato lavoro dal 2013 e la disoccupazione, anche se ancora elevato, è a un nuovo minimo da otto anni".

 

Una professione di ottimismo che il numero uno dell'Eurotower ha sostenuto ricevendo la laurea ad honorem dell'università di Tel Aviv. Visione positiva che va oltre i confini europei. A livello globale, "il settore finanziario è ora più resistente. L'outlook economico mondiale sta migliorando e i rischi di un peggioramento sono in calo".

 

Un miglioramento dello stato delle cose dettato anche dall'agenda politica e dagli ultimi risultati elettorali, in particolare

da quello in Francia. "Ora la maggioranza silenziosa ha ritrovato la sua voce, il suo orgoglio e la fiducia in se stessa". Secondo Draghi, nonostante la gran parte dei cittadini europei sia favorevole all'Unione, in passato "spesso si sentiva solo una opposizione rumorosa". LR 18

 

 

 

Presidenza italiana. G7: la vigilia a Berlino, Parigi e Roma

 

La foto ricordo del G7 di Taormina del 26 e 27 maggio prossimi metterà insieme leader esordienti come Donald Trump, Paolo Gentiloni, Emmanuel Macron - fresco di vittoria - e Theresa May - in attesa di una simile vittoria -, e leader che di queste foto ne hanno fatte diverse, Angela Merkel (11), Shinzo Abe (5) e Justin Trudeau (2).

 

Lo scatto, difficile da prevedere solo un anno fa, diventerà - con ogni probabilità - il simbolo di un mondo profondamente mutato a seguito del cambio di inquilino alla Casa Bianca. Gli equilibri tra le varie potenze dovranno ricomporsi per far fronte alle politiche di chiusura e di divisione dell’attuale amministrazione americana. In particolare, i tre principali Paesi europei - Germania, Francia e Italia - dovranno mostrare unità, nonostante situazioni economiche e politiche parecchio distanti.

 

Germania, Francia, Italia: condizioni non comparabili

La Germania registra la performance economica migliore: il tasso di variazione del prodotto interno lordo è in linea con la media dell’area dell’euro e pari all’1,6% - la disoccupazione è ai minimi storici - quella totale supera di poco il 4%, quella della fascia di età compresa tra i 15 e i 24 anni, sfiora il 7% -, i conti pubblici sono in ordine.

 

Dal punto di vista politico, il Paese è stabile. Grazie a un approccio sul tema dell’immigrazione “meno tollerante e più europeo”, il governo è riuscito a arginare Alternative für Deutschland, una forza xenofoba e anti-sistema che sembrava destinata a dominare la scena politica tedesca.

 

I principali istituti demoscopici concordano nel prevedere che la Cdu e l’Spd dovrebbero raccogliere complessivamente i due terzi delle preferenze, nelle urne delle legislative di settembre: si profila, quindi, una riedizione della Grosse Koalition. A capo, dovrebbe esserci per la quarta volta Angela Merkel, visto che “l’effetto Schulz” sembra essersi esaurito: nelle recenti elezioni in Saarland, in Schleswig-Holstein e, soprattutto in Nord Reno-Vestfalia - Land tradizionalmente roccaforte dei socialdemocratici - il partito della cancelliera è arrivato primo, con risultati ben al di sopra delle attese.

 

Poi c’è la Francia che, con la battuta d’arresto inflitta al Front National di Marine Le Pen, ha acquisito una immagine politica decisamente rinnovata. Il Paese, però, ha bisogno di riforme - la crescita supera di poco l’1% e la disoccupazione si attesta al 10% - e di rigore fiscale - il disavanzo è al 3,3%, il debito sfiora il 100% del Pil.

 

E, infine, c’è l’Italia, in veste di padrona di casa ma in posizione di fanalino di coda: è lo Stato che cresce meno (1% del Pil) tra i paesi dell’eurozona, con il quarto livello più alto di disoccupazione (11,7% quella totale, 39% quella giovanile) e il secondo di debito (133%). Ma, soprattutto, è l’unico che vive una prolungata fase di incertezza politica anche perché non è riuscito a ridimensionare l’avanzata delle forze populiste.

 

Collaborazione e agenda economica

A fronte del nuovo contesto, con i negoziati della Brexit alle porte e con Trump che mira ad indebolire l’Europa, dividendola, (e, infatti, dopo solo una settimana dal suo insediamento ha attaccato pesantemente il governo di Berlino e la sua politica commerciale), Germania, Francia e Italia non hanno alternativa che lavorare insieme.

 

Del resto, nessun Paese dell’Unione ha la forza e le dimensioni per agire da solo. A cominciare dalla Germania che, infatti, conta su un rafforzamento del tradizionale asse franco-tedesco per accelerare il processo di integrazione europeo. Sui temi dell’immigrazione, della sicurezza e della difesa c’è da scommettere che non sarà difficile trovare una convergenza di vedute; su quelli economici, invece, la strada rischia di presentarsi in salita.

 

Alla proposta di una politica fiscale comune, avanzata in campagna elettorale da Emmanuel Macron, Angela Merkel si oppone. A suo avviso, la condivisione dei rischi può avvenire solo dopo una riduzione di tali rischi e, soprattutto, nel rispetto di quelle regole fiscali che la Francia viola da quasi un decennio. La cancelliera è consapevole, tuttavia, delle complessità, in termini di equilibri politici interni, che dovrà affrontare Macron.

 

Arroccarsi su posizioni troppo rigide, pertanto, rischierebbe di isolarla, come avvenuto durante la crisi. Dovrà quindi mediare, accettando tempi più lunghi per l’aggiustamento dei conti francesi in cambio di riforme. Procedendo in questo modo, verrebbe ripristinato un rapporto fiduciario minato in questi anni dalle tante promesse non sempre mantenute della presidenza Hollande.

 

La ritrovata fiducia consentirebbe a Macron di conquistare spazi negoziali su dossier come l’introduzione di un ministro delle Finanze unico o l’istituzione di un budget comune dell’eurozona, primi passi verso la costruzione di un’unione di bilancio, fondamentale secondo Macron, non solo per la Francia, ma per la tenuta dell’intero progetto europeo: “Bisogna far passare il principio dei trasferimenti da un Paese all’altro, altrimenti non ci sarà mai convergenza economica” ha ripetuto più volte nei mesi che hanno preceduto la sua elezione.

 

Italia: riforme o campagna elettorale?

Certo, non sarà semplice convincere la Merkel: quest’ultima deve fare i conti con un elettorato tedesco che di Transfer Union, dopo ben otto salvataggi (tre alla Grecia, uno all’Irlanda, uno al Portogallo, uno alle banche spagnole e uno a Cipro), proprio non ne vuole sentire parlare. Macron ha, quindi, bisogno di alleati. In questa partita, l‘Italia potrebbe giocare un ruolo di primaria importanza. Con il governo di Roma impegnato a riprendere il cammino delle riforme - avviato e poi interrotto dalla perenne campagna elettorale - e a invertire la rotta del debito, per il neopresidente francese sarebbe più facile trovare un compromesso con la Germania.

 

Del resto, per un Paese come il nostro, che deve risanare le finanze pubbliche e tornare a crescere, non sembra esserci alternativa a un mix di riforme e rigore. Ciò richiede, però, un netto cambio di strategia. A questo proposito, la legge di stabilità dell’autunno prossimo rappresenta un importante banco di prova per capire se verrà data priorità ai conti oppure alla campagna elettorale.

Veronica De Romanis, autrice de “Il Caso Germania: così la Merkel salva l’Europa” (Marsilio editori). AffInt 17

 

 

 

 

 

Europa in attesa delle legislative francesi (11 e 18 giugno 2017)

 

Nulla sarà più come prima; la fine di un sogno; l’inizio della fine; il suicidio dell’Europa: solo alcuni dei titoli che leggemmo sulla stampa internazionale dopo il 23 giugno 2016, il giorno in cui, la maggioranza dei cittadini britannici, espresse un pur risicato sì all’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea.

Il clima di pessimismo sull’avvenire dell’Unione si allargò a macchia d’olio, coinvolgendo ampi settori di opinione pubblica, disorientati e preoccupati per un futuro di cui percepivano tratti oscuri e indecifrabili.

Sul voto post  Brexit si avventarono i predicatori del ristabilimento delle vecchie frontiere nazionali, i nemici della libera circolazione all’interno dell’Unione sancita dal trattato di Schengen, nonché fautori di un nazionalismo bieco e discriminatorio verso ogni atto di apertura e dialogo, all’interno europeo e nel contesto mondiale.

 

ESAURITA LA SPINTA BREXIT

Fu il trionfo momentaneo dei Farage, Salvini, Le Pen, preceduti da autentici reazionari, xenofobi e razzisti, quali l’ungherese Orban ed il polacco Kaczynski, per citarne solo alcuni, a cui non sembrò vero di salutare la rivincita sulla storia che li aveva ridotti ad un ruolo ininfluente e minoritario. E d’altronde, al di fuori dell’Europa, le cose non andavano meglio.

Donald Trump, dopo l’incoronazione alla convention repubblicana, preparava la scalata alla presidenza della potenza planetaria, preannunciando, in caso di vittoria, un cambiamento radicale della politica internazionale degli Stati Uniti. Barack Obama: addio.

Lo slogan frutto di una totale noncuranza per quanto accade nel mondo purché non colpisca gli interessi americani: un nuovo nazionalismo in contrasto con la storia di quel grande paese, costruito con il protagonismo di milioni di uomini e donne di ogni etnia e provenienza.

I fatti odierni dimostrano, per fortuna, la fallacità di quel messaggio e tuttavia, allora, tutto sembrava volgere al peggio. E peraltro, a est, il sogno imperiale del nuovo zar, impersonato dalla figura di Putin, poneva all’Europa risposte impellenti: quale sarà il suo ruolo nel mondo futuro retto da vecchie e nuove potenze globali emergenti? La Brexit è stata uno schiaffo salutare.

 

LA RIVINCITA EUROPEISTA

L’alunno europeo ha ritrovato l’interesse e la volontà di riscoprire e apprendere i valori dei padri fondatori. La reazione collettiva dopo una disgrazia. La solidarietà dopo un terremoto. La ricostruzione economica dopo l’immane tragedia della guerra. La formazione di un pensiero solidale, civile e umano collettivo, tra popoli e nazioni lacerate e distrutte.

Hanno iniziato, a nord, i cittadini scozzesi, gelosi della loro tradizione storica e culturale all’interno del Regno e pur autenticamente europeisti, seguiti dagli irlandesi del nord.

Prima le presidenziali austriache con la vittoria del verde Van der Bellen nel dicembre 2016, poi le elezioni olandesi del 15 marzo 2017, con la vittoria dei partiti unitari, sono state un forte segnale d’ inversione della tendenza separatista.

E poi Macron.

Spazzati via i cantori della marsigliese imprigionata tra il Reno, le Alpi e i Pirenei: l’estrema destra, figlia di Vichy, nostalgica dell’Algeria francese, pur abbellita dalla figura dell’erede usurpatrice Marine.

E al polo opposto, Melenchon, portavoce di una sinistra chiusa a difesa di casematte proletarie per raccontare una storia superata e sconfitta. Per ambedue i poli, è l’Europa, la nemica.

L’Europa dei suoi tanti popoli. L’Europa di settanta anni di pace e progresso. L’Europa che guarda al mondo. L’Europa cosciente del suo ruolo, unita attorno ai suoi valori solidali e democratici. Macron è tutto ciò.

 

FRANCIA GERMANIA E ITALIA

Un politico che ha saputo vincere la sfida, raccontando la verità al suo popolo.  Un dirigente cosciente della complessità del mondo globale al cospetto della sua straordinaria trasformazione in atto: nel campo tecnologico e della comunicazione come nel sociale.

Emmanuel Macron l’europeista, successore, all’interno della Francia, di statisti che ebbero, in più momenti storici, un’innovativa visione unitaria: Jacques Delors, Michel Rocard, Valery Giscard d’Estaing, oltre a Francois Mitterrand.

Pur in attesa delle legislative per l’Assemblea nazionale che si svolgeranno in due turni l’11 e il 18 giugno, la Francia ha indicato il cammino, la Germania dirà la sua a settembre e poi verremo noi italiani.

Rilanciare l’unità europea, è responsabilità degli statisti chiamati a dirigere grandi paesi quali la Francia, la Germania e l’Italia. E ciò sarà possibile, unicamente, con il protagonismo dei loro popoli: una nuova scrittura unitaria che parta dai valori comuni per indicare la via da percorrere nel secolo ventunesimo.

On. Gianni Farina, de.it.press 16

 

 

 

 

Ue in marcia. E l’Italia? Difesa europea: un’accelerazione con Macron

 

La presidenza di Emmanuel Macron porterà probabilmente ad un’accelerazione della cooperazione europea nella difesa, dove si registra un ruolo maggiore della Commissione di Bruxelles, anche grazie a un rafforzamento dell’asse franco-tedesco.

 

Sempre più convergenza tra Francia e Germania

Macron è probabilmente il presidente francese più favorevole all’idea di un’Europa della difesa nella storia dell’Ue. Combinando questo elemento con il venire meno causa Brexit del freno britannico e con un ruolo sempre maggiore della Germania nella sicurezza del Vecchio Continente - chiunque vinca le elezioni politiche tedesche il prossimo settembre - si ha un quadro politico (e geopolitico) inedito per l’Unione. Un quadro positivo che potrebbe dare slancio e concretezza a progetti di cooperazione e integrazione da tempo discussi nelle istituzioni europee e nelle capitali.

 

Francia e Germania hanno certamente visioni in parte diverse sulla difesa europea. Tuttavia negli ultimi anni è aumentata la convergenza tra i due Paesi; e probabilmente aumenterà ancora di più con un presidente francese che già in campagna elettorale aveva affermato la necessità di cooperare con Berlino.

 

Se la Commissione finanzia la ricerca nella difesa

Inoltre, i Paesi Ue si muovono in un quadro che vede sempre più attive le istituzioni dell’Unione, anche grazie all’attuazione della EU Global Strategy. La Commissione europea sta procedendo alla messa in pratica del piano di azione (European Defence Action Plan – Edap) che segna un passo importante nella politica industriale e di innovazione tecnologica dell’Ue.

 

Infatti, per la prima volta nella storia dell’Unione, viene finanziata direttamente la ricerca nel campo della difesa, con lo stanziamento di 90 milioni di euro nel 2017-2019 per la Preparatory Action on Defence related Research (Padr) e la previsione di 500 milioni di euro l’anno per il prossimo esercizio finanziario 2021-2027.

 

La Commissione si era già costruita un ruolo importante del mercato della difesa europeo sul piano regolatorio con le direttive del 2009 sui trasferimenti intra-comunitari ed il procurement militare. Ruolo guardato con una certa insofferenza da alcuni stakeholder, in quanto visto come un pungolo ad adottare logiche di concorrenza ed efficienza in un settore precedentemente escluso dalle regole del mercato unico.

 

Ma la Commissione non pretendeva di decidere quale sistema d’arma finanziare, produrre o acquistare: definiva piuttosto regole generali, rispondenti ad un interesse comune europeo, e quindi più accettabili anche se, a volte, in contrasto con alcuni Stati membri. Inoltre, per ora, la Commissione ha dimostrato un’ampia tolleranza sul terreno del l’‘enforcement’, anche se ha annunciato un prossimo cambio di passo.

 

Tra governi nazionali e interessi europei

Ora il discorso si fa più delicato e complicato per il ruolo della Commissione, e soprattutto per il rapporto con i governi nazionali da un lato e con gli interessi comuni europei dall’altro. Nella Padr, e più ancora nel prossimo bilancio Ue, vi saranno finanziamenti significativi da allocare a fronte di domande verosimilmente maggiori, per quantità e volume, da parte degli attori nazionali, e occorrerà scegliere cosa e chi finanziare - e a chi negare invece i fondi stanziati dal bilancio dell’Unione.

 

Ciò accade già in molti altri campi che godono di fondi Ue, incluso quello della sicurezza dove da più di dieci anni la Commissione finanzia progetti di ricerca e innovazione tecnologica sulla protezione delle infrastrutture critiche piuttosto che sulla risposta ad attacchi chimici o biologici, il contrasto al crimine organizzato o al terrorismo e più di recente la sicurezza cibernetica e la protezione dei confini dell’Unione. C’è quindi una vasta esperienza cui attingere, in termini di normativa, organizzazione o buone prassi.

 

Tuttavia, il campo della difesa presenta una propria specificità e sensitività politica che dovrà essere presa in considerazione, in quanto si tratta di finanziare lo sviluppo di tecnologie che serviranno alle forze armate dei Paesi europei nelle loro operazioni militari.

 

L’asse franco-tedesco, Bruxelles e Roma

Qui il piano istituzionale e tecnico incrocia di nuovo quello politico e geopolitico. Il lavoro della Commissione sull’attuazione dell’Edap, per quanto segua sue logiche di lungo periodo, tecnocratiche e sovranazionali, sarebbe inevitabilmente influenzato da una maggiore convergenza franco-tedesca nel campo della difesa.

 

Se i due Paesi Ue che, dopo l’uscita della Gran Bretagna, rappresenteranno una quota ampiamente maggioritaria sia delle capacità militari che di quelle industriali e tecnologiche andranno verso determinate direzioni e scelte, è molto probabile che queste ultime diventino il punto di riferimento anche per il ruolo delle istituzioni Ue in questo settore.

 

È in questo nuovo quadro che l’Italia deve aggiornare e approfondire l’aspetto europeo della sua politica di difesa, inclusa la dimensione industriale e tecnologica - tema peraltro al centro del convegno IAI a Torino del 19 maggio.

 

Una probabile convergenza in chiave europeista tra Berlino, Parigi e Bruxelles presenta nuove opportunità per Roma di inserirsi con proposte funzionali ai propri interessi nazionali oltre che a quelli europei. Ma presenta anche il rischio per l’Italia di restare solo spettatrice delle rapide scelte altrui, se non sarà in grado di influenzare tempestivamente scelte comuni.

 

Guardando laicamente al fatto che anche il leader straniero più europeista non avrà mai come sua priorità quella di aiutare l’Italia, e che le istituzioni Ue faranno quello che potranno per l’Unione nel suo insieme, resta sempre valido il vecchio detto “aiutati che Dio t’aiuta”.  Alessandro Marrone, AffInt 17

 

 

 

Il commento. G7, Gentiloni e il «successo della semplicità»

 

Il vertice siciliano è un successo mediatico, culturale, in termini di organizzazione e di sicurezza. Ma è anche un summit per il quale si possono ammettere dei fallimenti, sul clima, dei compromessi, sul commercio mondiale - di Marco Galluzzo

 

«Il successo della semplicità». La formula che spende la nostra diplomazia, a caldo, per commentare le parole del presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, che ha appena concluso la conferenza stampa che chiude il G7, dice molte cose.

Sottolinea in primo luogo una modalità, un tratto, che era già emerso due mesi fa nella giornata di rilancio della Ue, celebrata al Campidoglio. Il capo del governo non «vende» nulla di più e nulla di meno di quanto riesce ad ottenere. Il vertice siciliano è indubbiamente un successo mediatico, culturale, in termini di organizzazione e di sicurezza. Ma è anche un summit per il quale si possono ammettere dei fallimenti, sul clima, dei compromessi, sul commercio mondiale, ed enfatizzare i passi significativi in avanti, come quello sul terrorismo internazionale, dentro una narrazione fedele a quanto successo a porte chiuse.

Gentiloni trova modo di citare Matteo Renzi, di ringraziarlo per la scelta di Taormina, ma a differenza di altri G7, o G8, e a differenza di altri padroni di casa, si presenta davanti ai cronisti senza l’ambizione di raccontare successi che non ci sono stati. E’ quasi più cronista dei cronisti ai quali si rivolge, è il primo ad enfatizzare che alcune cose non sono andate nel verso giusto, ma che comunque il forum, la formula di questi vertici, non è obsoleta, anzi «è ancora valida per molte ragioni, in primo luogo perchè rappresenta Paesi che certamente detengono una quota di Pil mondiale inferiore a 30 anni fa, ma che restano legati dal fatto di essere economie liberali che coniugano democrazia e libertà». Una nota, anche questa, di semplice constatazione, che in fondo riassorbe il fattore Trump, in un contesto più ampio: i G7, «e questo in particolare, servono ancora e non poco». CdS 27

 

 

Il bilancio della politica

 

Il bilancio economico del 2017, ancora in osservazione, sembra, tuttavia, non positivo. Il calo, generale, delle Borse non poteva escludere il Bel Paese. Ai problemi, secondo noi, se ne aggiungeranno altri. Non l’ha inteso solo la Maggioranza Parlamentare che consente all’Esecutivo di governare. Anche se in tempi differenti, i cambiamenti ci saranno. Il Paese, oltre alla crisi economica, dovrà fare i conti su una ridistribuzione della politica e, forse, anche delle Alleanze. Nel frattempo, i contenuti del nuovo sistema elettorale non sono ancora definitivi. Ciò non è bene per chi gestisce la politica di oggi, ma neppure per chi dovrà gestirla domani.

 

 Dopo tanti annunci, anche le questioni di riforma istituzionale incalzano. Il potere dei politici dovrà adeguarsi ai tempi nuovi. Anche se non è detto che siano migliori. Le ripartizioni delle attribuzioni dello Stato saranno, di conseguenza, adattate alle nuove esigente di un Paese che vuole ritrovare se stesso in un’Europa meno disponibile a condividere i problemi degli Stati membri.

 

Oltre la metà del secondo ventennio del nuovo secolo, abbiamo assistito a un’involuzione di tante, troppe, questioni nazionali. Col mutamento delle prospettive di confronto, anche l’”opposizione” potrebbe non essere solo dei perdenti alla futura tornata elettorale. La governabilità nazionale ha da ritornare al voto popolare. Senza preconcetti e con la chiarezza di programmi comprensibili e attuabili.

 

Anche se l’Esecutivo è formato, in prevalenza, da giovani, la politica italiana è invecchiata e compromessa da troppi segnali di disonestà che l’hanno portata sempre più lontana dalla base alla quale avrebbe dovuto fare riferimento. Del resto, abbiamo anche imparato che i partiti”gradi” si sono fatti “piccoli”. Ma senza i “piccoli” non si governa. Fermo restando il concetto che è più facile criticare che proporre. Quello che conta resta la logicità con la quale si affronteranno le questioni della Penisola. Per obiettività, non lo scriviamo solo per l’Esecutivo Gentiloni, ma anche per i Partiti che si ostinano a mantenerlo in vita.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Crisi e novità dei partiti in Europa

 

30Quale Europa politica comincia a delinearsi alla luce dei risultati, in queste settimane, di tappe significative del grande «ciclo elettorale» europeo addensatosi nel 2017? Mi riferisco alle elezioni presidenziali in Francia e ad importanti elezioni regionali in Germania, alle indicazioni venute cioè dai due maggiori paesi dell’Unione (dove si continuerà a votare in funzione di altre imminenti o non lontane scadenze). E, in precedenza, indicazioni di indubbio interesse erano venute dalle elezioni parlamentari nei Paesi Bassi e dalle presidenziali in Austria.  

 

Si può innanzitutto ben dire che la posta in giuoco è stata sempre di più, dovunque si sia votato, l’Europa, il progetto europeo, la scelta tra forze che lo attaccano distruttivamente e forze che si schierano nuovamente per un suo rilancio. E perciò queste sfide sono state, come mai nel passato, intensamente vissute anche in Paesi dell’Unione in cui non si votava.  

 

Quel che comincia a delinearsi è dunque una maggiore consapevolezza politica europea, un’Europa politica più combattiva dinnanzi all’ondata populista e all’offensiva che la caratterizza di mistificazioni e di menzogne contro il patrimonio storico e la incontestabile validità del processo di integrazione e unità europea. Si tratta di una tendenza da consolidare e rafforzare decisamente tra persistenti difficoltà, ma in qualche modo la controffensiva europeista è partita. 

 

A questa visione d’insieme dei risultati europei più recenti, va accompagnata naturalmente la visione delle loro ricadute in ciascun Paese dell’Unione, sapendo che soprattutto in alcuni di essi sono in atto crisi profonde degli equilibri politici e si manifestano al tempo stesso fenomeni di novità e di ricerca che possono sfociare in una dinamica feconda.  

 

La vittoria di Emmanuel Macron ha introdotto uno stimolo assai forte, anche nel rapporto con la Germania e nel senso di uno spostamento in avanti dello storico impegno comune europeo dei due Paesi. Quella collaborazione e intesa franco-tedesca ha storicamente garantito la pace in Europa e costituito il fondamento della costruzione europea, al di là delle complesse problematiche che hanno da sempre segnato i rapporti e gli equilibri tra Berlino e gli altri partner della Comunità e quindi dell’Unione.  

 

La vicenda elettorale francese ha mostrato nello stesso tempo la crisi dei partiti storici, la vera e propria caduta di uno di essi, e al tempo stesso l’apporto decisivo a una prospettiva di rinnovamento del sistema politico che può venire dall’emergere di nuove personalità coraggiose e altamente preparate e dalla sperimentazione di inedite alleanze di governo. Fondamentale comunque si rivela lo spartiacque rappresentato dal riconoscersi di partiti nazionali considerati di destra, di centro, di sinistra, nei fondamenti comuni della lealtà costituzionale e democratica («lo spirito repubblicano», come si dice in Francia), e della adesione al progetto di integrazione europea.  

 

Ma per ciascuno dei partiti «storici» in diversi Paesi resta da superare la prova dell’alternativa tra il rinnovarsi e il deperire. In questo quadro si può parlare di una crisi peculiare e più profonda dei partiti di sinistra e socialisti?  

 

Essi senza dubbio hanno sofferto e soffrono in modo particolare della più generale crisi del progetto europeo, e del ritardo nell’affrontarla con una risoluta capacità di rinnovamento, confrontandosi con i cambiamenti epocali in atto nel mondo e nelle nostre società. Si è logorato il loro rapporto con vasti strati delle masse popolari in una fase di aggravamento delle disuguaglianze e delle ingiustizie sociali. Eppure, l’Europa - a partire dall’Inghilterra laburista del secondo dopoguerra - è stata la patria del welfare state, di quei sistemi di sicurezza sociale che rispondevano al fine di bilanciare le logiche della crescita capitalistica (e, da ultimo, della globalizzazione), integrando lo sforzo dei partiti socialisti di diventare sinistra riformista di governo capace di incidere sulle politiche di sviluppo economico e sociale.  

 

Ma la sinistra non è stata finora capace, in gran parte d’Europa, di ripensare e ristrutturare sistemi di welfare non più sostenibili. E in particolare in Italia, un sistema squilibrato che richiederebbe una riforma organica e profonda, e non mere «aggiunte» di erratici benefici per l’uno o per l’altro segmento sociale.  

 

Tuttavia, a chi precipita giudizi sull’ormai fatale estinzione della sinistra e dei partiti socialisti, ha dato giorni fa risposte serie - per il partito più colpito, quello francese - Pierre Moscovici, ricordando come nel 1969 crollò, per gli errori compiuti rispetto alla guerra in Algeria, il partito socialista allora denominato Sfio, e come in un non lungo giro di anni esso riuscì a risorgere sotto la guida di François Mitterrand e sulla base di una nuova strategia.  

 

Una cosa è fare i conti con drammatiche necessità di cambiamento degli assetti politici europei, nel campo stesso dei raggruppamenti caratterizzatisi in senso democratico ed europeista. Altra cosa è sventolare la bandiera del crollo di ogni riferimento storico, e dunque del nulla. GIORGIO NAPOLITANO LS 20

 

 

 

 

Cassazione: i migranti devono conformarsi a nostri valori

 

È obbligo essenziale se vogliono vivere in mondo occidentale. I giudici: «La società multietnica è una necessità, ma la sicurezza pubblica è un bene da tutelare»

 

Gli immigrati che hanno scelto di vivere nel mondo occidentale hanno «l’obbligo» di conformarsi ai valori della società nella quale hanno deciso «di stabilirsi» ben sapendo che «sono diversi» dai loro e «non è tollerabile che l’attaccamento ai propri valori, seppure leciti secondo le leggi vigenti nel paese di provenienza, porti alla violazione cosciente di quelli della società ospitante».

La condanna della Cassazione

È quanto sottolinea la Cassazione che ha condannato un indiano sikh che voleva circolare con un coltello ‘sacro’ secondo i precetti della sua religione. «La società multietnica è una necessità - spiegano i giudici - ma non può portare alla formazione di arcipelaghi culturali configgenti, a seconda delle etnie che la compongono, ostandovi l’unicità del tessuto culturale e giuridico del nostro Paese che individua la sicurezza pubblica come un bene da tutelare e, a tal fine, pone il divieto del porto di armi e di oggetti atti ad offendere». CdS 15

 

 

 

 

Il sottosegretario Della Vedova sulla gestione e la dismissione degli immobili italiani all'estero

 

ROMA – Il sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova ha risposto in Commissione Affari esteri al Senato all'interrogazione di Claudio Micheloni (Pd, ripartizione Europa), presidente del Comitato per le questioni degli italiani all'estero, sul piano di razionalizzazione avviato dal Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale per la gestione degli immobili e delle sedi facenti parte del patrimonio immobiliare italiano all'estero.

Micheloni chiede al Maeci e al Ministero dell'Economia e delle Finanze se in fase di elaborazione del piano siano state consultate associazioni e organi di rappresentanza degli italiani all'estero per poter rilevare eventuali opposizioni da parte della comunità interessate agli interventi previsti e se tale piano assegni il giusto riconoscimento a questo ultime, che “in alcuni casi – ricorda l'esponente democratico - hanno collaborato economicamente e con forza lavoro alla nascita del patrimonio immobiliare dello Stato all'estero”.

Domanda inoltre “cosa preveda il piano di razionalizzazione del patrimonio immobiliare dello Stato ubicato all'estero elaborato dell'Agenzia del demanio”; cosa “il decreto ministeriale sugli immobili da dismettere, e quali immobili siano stati individuati” e se sia il caso di utilizzare una quota di quel 30% dei proventi delle operazioni di dismissione”, oltre che per il rifinanziamento della legge finalizzata a ristrutturazione, restauro e manutenzione straordinaria degli immobili del demanio italiano ubicati all'estero, anche “per mantenere una presenza stabile per la comunità ed i servizi rivolti a questa”. Infine, “se sia possibile stabilire un prezzo favorevole degli immobili, nel caso in cui siano gli stessi rappresentanti delle comunità ad acquistarli”.

Della Vedova ricorda in primo lungo l'importanza del processo di razionalizzazione delle proprietà immobiliari dello Stato all’estero, segnalando come le legge di stabilità 2016 avesse stabilito il conferimento da parte del Maeci al bilancio dello Stato di 20 milioni di euro per il 2016 e 10 milioni di euro nel 2017 e nel 2018 derivanti da operazioni di dismissione immobiliare di “beni non più utili per le finalità istituzionali”. Tali somme – ricorda il sottosegretario – sono state aumentate dalla legge di bilancio 2017 a 26 milioni di euro per ciascuno degli anni 2017 e 2018 e a 16 milioni per il 2019.

Si sofferma poi sulle varie fasi in cui è articolato il complesso procedimento di alienazione di un immobile demaniale all’estero e sottolinea come il Maeci abbia già svolto una ricognizione di tutto il patrimonio immobiliare estero, pubblicata sul suo sito istituzionale. Successivamente – afferma Della Vedova, - sono stati individuati i beni non più utili per le finalità istituzionali, tenendo conto delle esigenze logistiche, di sicurezza e di decoro degli uffici all'estero. “Pur non costituendo il patrimonio immobiliare materia di consultazione con gli organi di rappresentanza della collettività italiana all’estero, laddove si tratti di immobili con effettiva destinazione d’uso in favore della collettività, è previsto che gli Uffici consolari informino tali organi delle eventuali alienazioni – rileva Della Vedova, ribadendo come “a legislazione vigente, la quota del 30% di proventi da dismissioni immobiliari, che eccedono gli obiettivi precedentemente esposti, deve essere destinata all'acquisto, alla ristrutturazione, al restauro, alla manutenzione straordinaria e alla costruzione di immobili da adibire a sedi delle rappresentanze diplomatiche e di uffici consolari, nonché a tutte le spese amministrative connesse a tali interventi”. “Sempre a legislazione vigente, gli immobili devono essere venduti sulla base del loro valore di mercato”, per cui “non è possibile riservarli, ad un prezzo di favore, alle associazioni rappresentative delle comunità italiane – conclude il sottosegretario.

In sede di replica Micheloni si dichiara soddisfatto della riposta dl rappresentante del Governo, “che consente una compiuta informazione sulle procedure di dismissione in corso”. Pur condividendo la politica di valorizzazione degli immobili all'estero attuata dal Maeci, egli ritiene comunque “necessario, per evitare inutili tensioni, un maggiore sforzo di informazione delle comunità italiane rispetto al futuro di immobili che spesso hanno contribuito a costituire e a cui sono comunque molto legate”. A questo proposito cita il caso della "Casa Italia" di Zurigo.

Considerando che “la normativa prevede che una parte dei proventi eccedenti gli obiettivi assegnati al Ministero sia comunque destinata ai territori in cui si trovavano gli immobili”, Micheloni rinnova la sua richiesta che il Maeci possa “in qualche modo agevolare le eventuali acquisizioni di tali immobili da parte di associazione rappresentative delle nostre comunità, con ovvia esclusione delle persone fisiche”. (inform 18)

 

 

 

 

Cambiano i criteri del divorzio in Italia

 

Il tenore di vita non conta più. Il nuovo principio si basa sull'autosufficienza del coniuge. Per i matrimonialisti finisce un’epoca

 

  Una rivoluzione, quella effettuata dalla Cassazione, che modifica, dopo 30 anni trascorsi dalla sua introduzione, la legge sul divorzio, all’epoca impostata con lo scopo di tutelare le donne, considerate economicamente più deboli. Dall’11 maggio non più. Per effetto della sentenza n. 11.504 della sezione civile della Suprema Corte, se i Tribunali riconoscono legittimo il riconoscimento di un assegno, se ne valuterà l’entità sulla base del “parametro di spettanza”, cioè sulla reale autosufficienza economica di chi lo richiede.

  Modifica dovuta al fatto che, come spiegano i Magistrati, “con la sentenza di divorzio il rapporto matrimoniale si estingue sul piano non solo personale ma anche economico-patrimoniale, a differenza di quanto avviene con la separazione personale che lascia ancora in vigore gli obblighi coniugali anche se attenuati”. Essendo il matrimonio “un atto di libertà e autoresponsabilità”, con la recente sentenza relativa al divorzio tra l'ex ministro Vittorio Grilli e l’imprenditrice americana Lisa Lowenstein, i Giudici hanno respinto il ricorso con il quale l’ex moglie chiedeva l'assegno di divorzio, già negatole con verdetto emesso dalla Corte di Appello di Milano nel 2014.

  Rifiuto sancito in base alla valutazione della sua indipendenza economica, essendo titolare di un patrimonio immobiliare e proprietaria di redditi, quindi sulle “capacità e possibilità effettive” di lavoro personale e sulla “stabile disponibilità” di un'abitazione. Decisione che rivoluziona il diritto di famiglia in quanto ora l'assegno può essere riconosciuto solo se chi lo richiede dimostra di non avere i mezzi economici sufficienti al proprio mantenimento. Giudizio conforme agli orientamenti degli altri Stati europei, ma che, secondo qualcuno, potrebbe creare rischi a molte persone.

  Non a caso ciò ha dato origine a molte proteste, dettate dal panico delle ex mogli. E ha spinto Vincenzo Bassi, responsabile giuridico del Forum delle Associazioni Familiari Italiane, a dire di essere “molto preoccupato”, in quanto c’è il rischio che “nel caso di famiglie della media e piccola borghesia, il coniuge debole, ad esempio una moglie che ha dedicato la vita alla famiglia, possa trovarsi in una situazione di povertà”.

  In effetti, la sentenza della Cassazione si riferisce ad una signora cui è stato negato l'assegno, già da lei rifiutato al momento della separazione, in quanto “imprenditrice con un'elevata qualificazione culturale, titolare di alta specializzazione ed importanti esperienze professionali anche all'estero”. Il che avvalora il principio della responsabilità dei coniugi che, solo perché sposati, non possono sempre esigere rendite a vita. Delle quali, forse, potrebbero avere bisogno in seguito, qualora perdessero il lavoro, quindi non potessero più far fronte alle spese quotidiane, compreso quella dell’affitto, anche a causa del continuo aumento dei prezzi. O al mantenimento dei figli, malgrado siano rimasti inalterati gli assegni a questi destinati.

  Ovvio che le sentenze giuridiche non hanno, o non dovrebbero avere, potere di legge. Ma è probabile che ce ne saranno altre simili, basate sul concetto laico che il matrimonio è solo una vicenda effimera e revocabile, contrariamente a quanto espresso nella Costituzione (art. 29) e nel Codice civile (articoli 79-230). Per la Suprema Corte, invece, diventa solo un contratto che può essere poi annullato.

  Con due conseguenze in contrasto. Infatti può comportare alle donne il rischio di ritrovarsi in condizioni economiche inadeguate, benché, da mogli e da madri, si siano dedicate al benessere dei figli e dei mariti, magari rinunciando ad una vantaggiosa carriera lavorativa. Ma anche a salvaguardare l’ex marito dalla minaccia di accontentare l’ex consorte, qualora volesse, con l’assegno di divorzio, garantirsi per sempre una rendita vantaggiosa. Il Presidente degli avvocati matrimonialisti l’ha definita una “sentenza coraggiosa perché rivoluziona il nostro diritto di famiglia”, che equipara l’Italia “agli altri Paesi europei nei quali l’assegno divorzile dipende essenzialmente dai patti prematrimoniali”. Come avviene anche negli Stati Uniti dove esistono da anni. Una modifica già annunciata da altre sentenze.

  Quelle che, il secolo scorso, hanno fatto ridurre l’ammissione dell’assegno dal 60% al 19% del 2016. Una delibera, quella della Suprema Corte, che effettua una riforma della giurisprudenza ed abolisce, come ricorda l’Avv. Matrimonialista Gassani, “il principio sancito nel 1970 dalla legge 898”, che sanciva il diritto al divorzio ed istituiva quello all’assegno. Decisione suggerita dalla convinzione che ormai si tenda frequentemente a non considerare più il matrimonio come una dimostrazione d’amore. Ma solo una sistemazione economica. 

  Egidio Todeschini, de.it.press

 

 

 

Gli impossibili ottimismi

 

Da molti anni, tentiamo d’offrire ai Lettori un quadro sufficientemente chiaro della situazione socio/politica italiana. Non sappiamo se il nostro intento sia sempre riuscito; sicuramente, però, ci abbiamo provato. Gli eventi di questi ultimi mesi avvalorano certe nostre tesi. I mesi che abbiamo di fronte saranno “difficili”; anche sotto il profilo politico. Meglio tenerne conto da subito.

 

I “nodi” del Bel Paese sono anche dilatati dalla sensazione che nessuno sia in grado di scioglierli. Se il “piatto piange”, basta aumentare il carico fiscale, diretto e indiretto, e tutto sembra risolversi; anche se per poco. L’epoca delle “stangate” è finita col secolo scorso. Ora si ragiona sulle note del “riequilibrio”. Al presente, gli effetti pratici sono gli stessi. Dato che è la somma a fare il totale, non vediamo miglioramento. Siamo un Paese dagli aspetti socio/economici irrazionali. Invece di “tagliare” dove prospera ancora il benessere, si preferisce prelevare da chi ha meno.

 

 In pratica, dalla maggioranza del Popolo italiano. Invece d’eliminare i contributi “inutili” e ridimensionare gli “utili” dei Parlamentari, s’insistente nel colpire chi, poi, dovrebbe dare fiducia ai politici, dei più svariati schieramenti, che non la meritano proprio più. Gli economisti non provano neppure a fare altre previsioni economiche. Chi ancora tira avanti non è nelle condizioni d’occuparsi di quelli che non ce la fanno più. La povertà è una delle poche realtà nazionali; ma s’insistente nel confermare i segnali di una ripresa che non c’è.

 

 Ci vorranno ancora anni per tornare sotto il “livello” di guardia. Neppure l’auspicata evoluzione politica potrà invertire l’oggettiva tendenza. Per ora, si cerca di non “annegare”. Quello che sembra evidente è il tramonto di quest’amletico Esecutivo. Purtroppo, l’interrogativo sul futuro resta, al momento, irrisolto. Le apparenze le lasciamo a chi non ha nulla da perdere.  Terminiamo le nostre riflessioni di primavera inoltrata non con la speranza di stare meglio, ma con l’augurio di non stare peggio. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

“Sull’euro uno scontro ideologico”

 

L’euro è ormai una questione politica. La discussione se sia stato un bene o un male dare vita alla moneta unica, in quel contesto e con quelle modalità, naturalmente proseguirà. Così come quella se sia possibile sul piano tecnico-giuridico, e con quali modalità e conseguenze, uscire dalla moneta unica. Lo scontro in atto, però, è un altro.

Semplificando, penso che non abbia politicamente senso distinguere tra l'appartenenza all'Unione europea e alla moneta unica. Non più. Certamente non in Italia. Non è per caso che le forze che propongono che Roma esca dall'euro con o senza referendum - siano le più ostili all'Europa e alle sue istituzioni. Il recupero del nazionalismo valutario non gioca sul piano tecnico ed economico, ma su quello simbolico del recupero di una piena sovranità nazionale da utilizzare per misure protezioniste sulle merci e sulle persone che vengono da fuori. Buona parte della propaganda in favore della Brexit, in assenza di uno schermo valutario, non si è forse giocata direttamente sull'immigrazione comunitaria?

Specularmente, basta guardare alla campagna elettorale francese dove Marine Le Pen ha bruscamente cercato di mettere in sordina l'uscita dall'euro, una delle architravi della sua propaganda, buttando, fino al ballottaggio, la palla sull'improbabile tribuna della doppia moneta. Ma, anche con il ballon d'essai valutario, come ha scritto Le Figaro, il resto del programma di contrapposizione netta di un governo lepenista verso Bruxelles condurrebbe comunque la Francia, volente o nolente, all'uscita dalla moneta unica.

In fondo, le richieste sottostanti all'uscita dall'euro sono quelle di avere libertà di stampare moneta per coprire il deficit e di svalutare per rendere più competitive le nostre merci. Se il terreno di scontro, la moneta unica, è inedito, per il resto nulla di nuovo sotto il sole. Fare deficit oltre quello attuale e disinteressarsi al contenimento del debito non sarebbe una soluzione, ma l'aggravamento del problema decennale del nostro paese: questa, a mio avviso, è già una ragione decisiva per contrastare i no euro. Cosi come la seconda, quella della svalutazione, accompagnata dagli slogan protezionisti, incomprensibili in un paese che ha nella crescita dell'export di Made in Italy un suo punto di forza. Trovo bizzarro pensare che la Germania, il principale mercato di sbocco per le esportazioni italiane - solo per citarne uno - assisterebbe inerte alla concorrenza delle merci italiane "furbescamente" svalutate grazie all'uscita dall'euro. Questo, naturalmente, al netto delle analisi più sofisticate sulle catene globali del valore. C'è un inossidabile legame politico, ma anche una insanabile contraddizione logica tra la prospettiva delle svalutazioni competitive e quella della chiusura protezionista: merci a prezzi concorrenziali per invadere mercati di paesi alle cui importazioni vorremmo però chiudere i nostri. Cambiando quello che c'è da cambiare, naturalmente, i primi cento giorni della nuova amministrazione statunitense hanno mostrato un saggio di queste contraddizioni, una volta che dalla propaganda si passa al governo di economie articolate. Sul piano politico, l'uscita dall'euro promossa da alcune forze politiche in Italia è una scorciatoia verso il peggio dei decenni precedenti. Con l'aggravante che le gerarchie mondiali, in termini demografici ed economici, sono nel frattempo drammaticamente cambiate e anche i margini di manovra dell'epoca pre-euro sarebbero probabilmente pura illusione. Come mostra la campagna elettorale francese, l'uscita dalla moneta unica e dall'Unione europea sono ormai lo stesso tema, e rappresentano un modo per non offrire proposte praticabili per affrontare sfide reali. Dipingere la Francia o l'Italia come deserti di miseria, aggrediti da un'immigrazione incontenibile e violenta, allontana dalla realtà ma anche dalla soluzione di problemi reali e gravi di crescita, occupazione e distribuzione del reddito, che la rivoluzione tecnologia e demografica in corso pone in modo drammatico e urgente anche in paesi avanzati come quelli occidentali. E uno scontro ideologico e politico, un nuovo bipolarismo: da una parte, a destra e a sinistra, chi come soluzione vuole chiudere e rinchiudersi nei vecchi confini nazionali, auto-assediandosi; dall'altra, chi pensa che l'Europa, per offrire il meglio alle nuove generazioni, debba continuare a scommettere sull'apertura e avere un ruolo importante nelle decisioni globali. La seconda sfida richiede unità e integrazione politica ed economica a livello dell’ Unione europea come precondizione, la prima il suo opposto. L'euro non è un feticcio e nessuno può pensare sia perfetto o perfettamente governato, ma oggi la sfida che lo riguarda non è sulle pofícíes, che possono cambiare, è tutta sulle policies, sull'assetto politico ed istituzionale complessivo. Forza euro. Forza Europa.

Benedetto Della Vedova, Sottosegretario agli Affari Esteri e alla Cooperazione Internazionale, Il Sole 24 Ore del 20 maggio

 

 

 

 

10 dritte per proteggere il pc da hacker e virus

 

L'attacco informatico su scala globale che ha infettato decine di migliaia di computer con il ransomware WannaCry colpendo oltre 200mila obiettivi in 150 Paesi non solo ha dimostrato che il rischio di un attacco hacker è sempre dietro l'angolo ma anche che risulta sempre più difficile difendersi e proteggere i propri dati. Dai malware al phishing, sono tanti i pericoli cui gli utenti vanno incontro durante la navigazione sul web. Per questo motivo è necessario mettere in pratica una serie di accorgimenti per rendere il proprio pc quanto più sicuro possibile e ridurre le probabilità che venga violato da virus e malware.

Vediamo quindi, nel dettaglio, 10 dritte per proteggere il pc da hacker e virus:

1) E' necessario, innanzitutto, installare un antivirus di buona qualità e aggiornarlo spesso per garantirne il corretto funzionamento;

2) Non utilizzare mai la stessa password per email, social e conto corrente; inoltre è consigliabile utilizzare combinazioni complesse evitando l'uso di parole ovvie e banali;

3) Non visitare siti sospetti ed evitare di cliccare sugli avvisi che si aprono all'improvviso durante la navigazione. I siti sicuri sono riconoscibili da 'https' e dal lucchettino davanti all'indirizzo web;

4) Non mandare mai via email i dati della carta di credito o altri dati sensibili;

5) Evitare l'accesso a email o altri siti sensibili come quello della banca dalle reti wifi o dai computer di uso pubblico;

6) Scaricare programmi o documenti solo da siti ufficiali o fonti attendibili; nei browser è comunque possibile impostare un'opzione di blocco pop up;

7) Eseguire gli aggiornamenti di antivirus, sistema operativo e browser; secondo la decima edizione di Pwn2Own è Google Chrome il browser più sicuro e, quindi, meno violabile.

8) Bisogna essere sempre pronti a resettare il pc per cui è consigliabile fare regolarmente una copia di tutti i dati, su hard disk esterni e su cloud;

9) Fare una scansione antivirus degli allegati ricevuti via email o tramite supporto esterno (per esempio, una chiavetta usb) prima di aprirli;

10) Non aprire lo spam e diffidare da email 'strane' anche se arrivano da amici o contatti noti. Adnkronos 15

 

 

 

 

UE. I tuoi video on demand disponibili anche all’estero. Nuove leggi europee sui contenuti online

 

Streaming senza frontiere: nuove norme per i contenuti online

Nuove leggi votate il 18 maggio durante la plenaria del Parlamento permetteranno agli utenti di approfittare dei propri abbonamenti ai servizi di streaming anche in viaggio nell’UE

 

Usiamo sempre di più i dispositivi mobili per guardare film e serie tv e per ascoltare musica. In viaggio però, i contenuti a cui siamo abbonati potrebbero essere bloccati, costringendoci a cancellare le abbuffate di serie tv che avevamo previsto per le vacanze.

Tutto questo sta per cambiare dato che il Parlamento voterà domani 18 maggio le nuove regole sulla portabilità internazionale dei contenuti online.

 

Cosa cambierà?

Secondo le nuove regole se un cittadino dell’Unione ha comprato i diritti per guardare, leggere o ascoltare contenuti online da un servizio nel proprio paese, potrà beneficiare degli stessi servizi anche quando si troverà temporaneamente in un altro paese UE.

L’accesso sarà garantito solo ai cittadini che si trovano in viaggio in un altro paese UE per un tempo limitato, in vacanza, per un viaggio d’affari o di studio ad esempio.

Jean-Marie Cavada (ALDE, Democratici e liberali), il relatore della proposta, spiega così le nuove regole: “Se ad esempio vivi in Germania ma vai in vacanza, a trovare dei familiari o per affari in Spagna, potrai accedere ai servizi che hai acquistato in Germania. Questo in ogni Paese dell’Unione, perché il testo riguarda tutta l’UE”.

 

I produttori e fornitori di contenuti potranno verificare la residenza degli abbonati. Il Parlamento europeo ha richiesto che delle misure di salvaguardia siano incluse nel testo affinché i dati e della privacy degli utenti vengano adeguatamente protetti nello svolgimento di questo processo di verifica.

Le leggi avranno effetto dalla prima parte del 2018 e avranno un effetto retroattivo: si applicheranno anche agli abbonamenti già in corso.

 

Per un’Europa digitale

Le nuove leggi permetteranno agli utenti di usare i servizi che hanno pagato indipendentemente da dove si trovino in quel momento nell’Unione Europea. Promuovendo così l’accesso a contenuti legalmente acquistati, queste misure potrebbero aiutare nella lotta alla pirateria informatica.

Le nuove misure fanno parte di un più ampio quadro digitale: il 15 giugno 2017 verrà completamente eliminato il roaming. I deputati europei stanno inoltre considerando nuove regole sul geo-blocking (il “blocco geografico” per cui non è possibile ad esempio fare acquisti in alcuni in siti esteri) per fare in modo che i negozi online non discriminino i consumatori in base al luogo da cui si collegano o in cui sono residenti all’interno dell’UE.

 

Il mercato dei contenuti on-demand

Secondo i dati dell’Unione delle Radio-TV europee (European Broadcasting Union, EBU), circa l’11% delle famiglie europee aveva un abbonamento a servizi di video on-demand nel 2016. Si pensa che il loro numero sia destinato a raddoppiare da qui al 2020.

Netflix occupa il 54% di questo mercato degli abbonamenti, sempre secondo l’EBU.

Bisogna notare che la portabilità dei contenuti online non riguarderà solo film e serie tv ma ogni tipo di contenuto digitale come libri elettronici (e-books) e musica. PE 18

 

 

 

Emanato il decreto sulla scuola italiana all’estero

 

Deputati Pd della circoscrizione Estero: “La  nuova normativa è legge. Accolte le proposte migliorative”

 

ROMA - Con la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale del 16 maggio, il decreto sulla scuola italiana all’estero, che il Governo ha emanato in esecuzione della delega ricevuta dalla legge sulla Buona Scuola, ha pienezza di legge. Il sistema della formazione italiana all’estero, dunque, ha il suo nuovo ordinamento.

Il Governo ha recepito in larga misura le richieste di modifica avanzate nel corso di un’ampia consultazione, in particolare quelle di noi eletti all’estero, del CGIE e dei sindacati, e ha ricalibrato il testo sulla base degli articolati pareri delle commissioni parlamentari di Camera e Senato. È il frutto certamente dell’apertura che gli ultimi governi hanno dimostrato verso il nostro mondo, ma anche il risultato del grande lavoro fatto a livello parlamentare per fare una sintesi delle diverse posizioni e migliorare sensibilmente la qualità del provvedimento. Di questo ringraziamo in particolare le colleghe Garavini e Blazina, relatrici nelle rispettive commissioni, e soprattutto sottolineiamo la proficuità di un metodo positivamente sperimentato, quello di fare squadra tra tutti i livelli di rappresentanza degli italiani all’estero. Un’impostazione da ricercare anche in futuro.

Alla luce di questi interventi, la nuova normativa proietta la formazione italiana nel mondo in un quadro pluralistico e interculturale, riconosce la forte articolazione delle situazioni geopolitiche e culturali nelle quali la proposta formativa ricade, valorizza la funzione degli enti gestori dei corsi di lingua e cultura e ne precisa il profilo giuridico e didattico, si fa carico dell’esigenza di un maggiore coordinamento degli interventi istituendo un tavolo di concertazione tra MAECI e MIUR, assume il metodo della programmazione pluriennale e rilancia la metodologia dei Piani Paese, elimina il parere preventivo delle autorità diplomatiche e consolari sulla programmazione scolastica, estendendo la sfera di autonomia delle scuole, conserva il sistema di selezione del personale di ruolo da includere nel contingente, amplia lo stesso contingente di 50 unità a partire dal 2018 dopo quattro anni di drastiche riduzioni, riconsegna alla contrattazione tra amministrazione e sindacati le materie inerenti al rapporto di lavoro.

Non è una riforma organica, come lo stesso parere della Camera riconosce (una riforma che per quello che ci riguarda continuiamo a perseguire), ma un serio passo avanti sulla strada delle razionalizzazione e dell’attualizzazione del sistema. Un provvedimento che include anche alcuni elementi di riforma che abbiamo più volte richiamato.

A questa riorganizzazione del sistema formativo si accompagnano la conferma che per i corsi di lingua e cultura anche per il 2017 la dotazione del capitolo 3153 sarà riportata ai 12 milioni dell’anno precedente e l’impegno, assunto dal Sottosegretario Amendola a nome del Governo, che non si scenderà al di sotto di tale livello fino al 2020, attingendo al Fondo quadriennale per la promozione della lingua e cultura italiana all’estero.

Un duplice passaggio positivo, dunque. Per quanto ci riguarda, siamo comunque già impegnati a fare in modo che i tempi di erogazione delle risorse tengano conto delle necessità concrete degli enti e che la riorganizzazione strutturale di queste funzioni all’interno del MAECI conosca finalmente il suo compimento dopo mesi di attesa in modo che il ritardo non metta in discussione l’efficienza e la credibilità del sistema.

Gianni Farina, Marco Fedi, Laura Garavini, Francesca La Marca, Fabio Porta, Alessio  Tacconi (Deputati del Pd eletti nella circoscrizione Estero)

 

 

 

 

Le prospettive

 

Lo scorso gennaio, in apertura delle nostre corrispondenze per il 2017, eravamo stati lapidari: ”Il Paese continuerà a evidenziare una complessa devoluzione socio/politica, con gravi riscontri economici”. Ora, lo ripetiamo e con parecchi segnali in negativo che, purtroppo, ci danno ragione. Le assicurazioni e le promesse di Gentiloni non sortiranno risultati cospicui. L’anno, con tutti i suoi interrogativi, dovrà essere affrontato con coerenza; ma senza troppe illusioni politiche. I precedenti mesi d’Esecutivo di Centro/Sinistra non ci hanno persuaso. Tanto che, ora, ci guardiamo bene dall’azzardare qualche ragionevole ottimismo. Intanto, il primo segnale rilevante è la linea dell’Esecutivo. Ovviamente, alla vecchia maniera.

 

Già da qualche anno, la favola del “Buon Governo” non affascina più nessuno. Anche perché mancherebbero gli ascoltatori. Però, con meraviglia, ci sentiamo di riconoscere che tra Maggioranza e Opposizione gli spazi non si sono dilatati maggiormente.

Anche se esiste, fatto più unico che raro, una doppia”opposizione”. Quello che si evidenzia è che tutti i partiti hanno preso atto di un ridimensionamento dei loro simpatizzanti. I tempi delle maggioranze” assolute” sono tramontati col secolo scorso. Il nostro futuro potrebbe avere molteplici sviluppi. Elencare quali sarebbero, ci porterebbe lontano; magari perdendo di vista le limitate “mutazioni” dell’attuale.

 

 Da noi, purtroppo, le cose politiche continuano a muoversi al solito modo. Senza alleanze coese, ovviamente, non si può governare. Il tutto con l’individuazione di compromessi e di poltrone intercambiabili.

 

Ora l’Esecutivo dovrà affrontare un Parlamento sempre meno consenziente. Un successivo rafforzamento logistico dell’opposizione potrebbe essere il primo segnale del tramonto di un Esecutivo nato da un trapianto che potrebbe minacciare il “rigetto”. Tutti i partiti dovranno chiarire le loro idee ai potenziali elettori. Sono anni, troppi anni, che tanti programmi si sono adatti alle loro voglie politiche; non certo per salvare l’Italia. Le prospettive restano insufficienti la volontà di cambiare resta chimera. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Migranti, in marcia la Milano che accoglie: "Siamo 100mila".

 

L'annuncio della grande partecipazione, "e tanti saluti a Salvini". Sala: "Meglio le proteste che annullare la manifestazione, come chiedeva il centrodestra". Tensioni per le proteste degli antagonisti contro il governo. Grasso: "Chi nasce e studia qui è italiano". Il tweet di Gentiloni: "Grazie Milano sicura e accogliente" - di ZITA DAZZI

 

"Siamo 100mila". A Milano la manifestazione in favore dell'accoglienza dei migranti, sul modello della marcia antirazzista di Barcellona, proposta dall'assessore milanese al Welfare Pierfrancesco Majorino e dalle associazioni del terzo settore. E' proprio Majorino a indicare il primo numero sulla partecipazione, che cresce e arriva, annunciato dagli organizzatori alla folla, a 100mila: "E tanti saluti a Salvini". Applausi. "Oggi diciamo che non torniamo indietro. Non costruiremo con i mattoni dell'intolleranza nuovi muri e divisioni", le parole del presidente del Senato Piero Grasso. "Chi è nato in Italia, studia in Italia, è italiano". Arriva anche il tweet del premier Paolo Gentiloni: "Grazie Milano, sicura e accogliente".

 

E' la giornata organizzata per chiedere "una società plurale", contro "la logica dei muri che fomentano la paura" e in favore di "scelte che pongono al centro la forza dell'integrazione e della convivenza".

  Quella che Salvini ha condannato e condanna anche oggi: "Una marcia ipocrita e una marcia per gli invasori". Il corteo partito da Porta Venezia, percorre i bastioni di Porta Nuova, piazza della Repubblica, Porta Volta, sfila attorno all'Arena civica e a parco Sempione, per concludersi in piazza del Cannone. Subito le contestazioni da parte dell'anima del corteo più 'arrabbiata' - dei centri sociali - che aveva promesso di far emergere chiaramente l'opposizione alle "leggi discriminatorie verso gli stranieri: Bossi-Fini, Turco-Napolitano, Minniti-Orlando".

 

Centomila secondo gli organizzatori i partecipanti alla marcia per i migranti di Milano. In testa, Emma Bonino e il sindaco di Milano Giuseppe Sala con la fascia tricolore e la mamma Stefania. In corteo anche un gommone simbolo del viaggio che i profughi affrontano per sfuggire a guerre, miseria, disperazione.

 

"Vergogna, vergogna", "Siete la peggior destra", "Minniti razzista". Gli antagonisti partecipano ma per contestare l'idea di una "sfilata filogovernativa", criticando le politiche del governo sull'immigrazione, dopo la frattura che si è consumata con il maxi bliz in stazione Centrale del 2 maggio, quando decine di migranti furono identificati e portati in questura. A guidare la protesta il centro sociale Il Cantiere, nel mirino anche l'assessore alla Sicurezza Carmela Rozza, "fuori dal corteo", gridano. Spintoni tra i contestatori e il servizio d'ordine del Pd. A proteggere il sindaco dai manifestanti 'contro' un cordone di migranti ospitati nel centro di accoglienza di via Corelli: è la "Crew Corelli", in maglietta verde, abbracciati, vicini al "loro" sindaco.

 

"Meglio le contestazioni che annullare la manifestazione, come qualcuno ha chiesto". Il riferimento di Sala è al centrodestra, a Maroni e Salvini ma non solo, e alle richiesta di cancellare "la pagliacciata" come era stata definita la marcia. "C'è tantissima gente - dice Sala - come si fa a pretendere che tutti la vedano allo stesso modo? Sono contento perché vivo in una grande città con tante contraddizioni, io però sono qui per testimoniare da sindaco di Milano e da cittadino il senso di questa mia presenza".

 

In testa al corteo i migranti, i 200 profughi ospiti di via Corelli, ma anche quelli della caserma Montello, Emma Bonino e appunto Beppe Sala. "Siamo qui per difendere la nostra storia e i nostri valori, quella della Costituzione - dice dal palco Grasso - grazie Milano, viva l'Italia!". Ci sono i cento bambini delle scuole elementari, e il mitico "Coro dei leoni", che canta in venti lingue diverse gli inni della libertà e della speranza da tutto il mondo. A seguire, le comunità straniere, col folklore dei vestiti tradizionali, i tamburi, gli strumenti musicali, le danze. Tra i sindaci anche quello di Bergamo, Giorgio Gori, e gli 80 dell'area metropolitana che hanno firmato col ministro Minniti il protocollo per l'accoglienza diffusa. Tutti in fascia tricolore. "Ci contestano da destra e da sinistra - spiega Gori - perché scegliamo una strada equilibrata, non semplifichiamo le questioni".

 

Il cartello di associazioni e centri sociali "Nessuna persona è illegale" aveva fissato il concentramento in piazzale Oberdan già alle 11 del mattino, con un "pranzo meticcio" con cibi etnici e musica. Qui anche i sindacalisti di base

dell'Usb con un "barcone" simile a quelli che vengono recuperati nel canale di Sicilia dalle Ong. Una volta apartito il corteo, le tensioni e gli slogan gridati contro quella parte dell'anima di sinistra che loro chiamano "la peggior destra". LR 20

 

 

 

 

L’italiano farà parte delle lingue in cui si svolge la selezione finale dei funzionari dell’Unione Europea

 

ROMA - “L’italiano farà parte, per la prima volta, del gruppo ristretto di lingue in cui si svolge la selezione finale dei funzionari dell’Unione Europea”, ha annunciato il ministro degli Esteri Alfano. Lo conferma l’Ufficio europeo di reclutamento del personale (EPSO) in una nota in cui ha reso pubblici i dati sulla seconda lingua conosciuta, almeno al livello B2, da parte dei  candidati al prossimo concorso generale 2017: inglese (97,31), francese (52,07%), spagnolo (27,29%), italiano (26,83%) e tedesco (18,69%). “Si tratta di un risultato rilevante per il nostro Paese - ha precisato Alfano - che negli ultimi cinque anni ha contrastato con forza ed in ogni sede, anche giudiziaria con pronunce a favore delle istanze italiane  della Corte di Giustizia (causa C-566/10) e del Tribunale europeo (cause T-353/14 e T17/15), la prassi sinora vigente di utilizzo del trilinguismo di fatto francese-inglese-tedesco, sulla base della surrettizia distinzione tra “lingue ufficiali” (le 24 richiamate dal Regolamento CE 1/58) e “lingue di lavoro”o “veicolari”.

Risolta positivamente la questione dei concorsi, l’Italia è determinata a contrastare con decisione ogni altra politica di discriminazione linguistica adottata dalle Istituzioni europee, in particolare nella comunicazione pubblica (conferenze stampa, documenti e siti web), rinunciando in questo modo a comunicare con milioni di cittadini Ue. Una comunicazione tanto più necessaria in una fase di necessario rilancio del progetto europeo.

“Si tratta, dunque, di un altro importante successo della diplomazia italiana”, ha commentato infine Alfano.  (Inform 14) 

 

 

 

 

Al Forum di Pechino. Cina: l’Italia nella nuova Via della Seta

 

Ci sono conferenze che fanno la storia. È sufficiente evocare, per esempio, nomi quali Bretton Woods, oppure i Trattati di Roma, e immediatamente il pensiero corre a quei consessi che hanno fondato l’ordine monetario internazionale nel primo caso, oppure gettato le basi della costruzione europea nel secondo.

 

Anche il Belt and Road Forum for International Cooperation che si è tenuto a Pechino il 14 e 15 maggio resterà negli annali. La Cina è stata capace di far convergere nella capitale 29 capi di Stato e di governo - tra cui il premier italiano Paolo Gentiloni - e i capi delle più importanti organizzazioni internazionali (inclusi il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, il managing director del Fondo monetario internazionale, Christine Lagarde, e il direttore generale dell’Organizzazione mondiale del commercio, Roberto Azevêdo) per quello che è probabilmente il più importante evento diplomatico dell’anno, organizzato a poca distanza dal G7 di Taormina e dal G20 di Amburgo.

 

Il piano Marshall di Pechino

L’obiettivo dell’incontro è stata la promozione della Belt and Road Initiative (Bri) ideata dal Presidente cinese Xi Jinping per stimolare la connettività tra la Cina e (per ora) 65 Paesi del territorio euroasiatico e africano - ma anche oltre, visto che alcuni Stati sudamericani ne vogliono far parte - attraverso la promozione degli scambi commerciali e culturali, gli investimenti in vari settori, la costruzione di reti infrastrutturali e piattaforme di cooperazione. Il tutto inquadrato nella componente terrestre attraverso la Silk Road Economic Belt e marittima con la Maritime Silk Road.

 

La rilevanza del Forum sta nel fatto che attraverso di esso la Cina si propone di costruire un’alternativa multilaterale agli attuali consessi internazionali creati all’indomani della fine del secondo conflitto mondiale e tradizionalmente dominati dagli Stati Uniti e dai loro alleati. Non per niente John L. Thornton, co-chairman della Brookings Institution, durante il suo intervento al Belt and Road Forum ha associato l’iniziativa del presidente cinese Xi Jinping al Piano Marshall che ha ricostruito l’Europa, con la differenza, però, che - calcolato ai dollari attuali - l’impegno finanziario di Pechino è 12 volte superiore alle somme stanziate dagli americani all’indomani della seconda Guerra mondiale.

 

L’importanza del Forum

Non è un caso che proprio sabato 13 maggio, il giorno prima che si aprisse il Forum, la Asian Infrastructure Investment Bank (Aiib, la banca infrastrutturale per gli investimenti asiatici con sede a Pechino è stata creata appositamente per promuovere la Bri e che è alternativa alla Banca mondiale con sede a Washington) abbia ammesso 7 nuovi Paesi, portando il totale dei suoi membri a 77. Tra questi anche l’Italia, che è uno dei paesi fondatori dal marzo 2015.

 

Anche i tempi (alquanto lunghi) assomigliano a quelli del Piano Marshall. Il Forum della Belt and Road dovrebbe tenersi ogni due anni (il prossimo è previsto per il 2019), per fare il punto dell’avanzamento dei progetti e delle iniziative legate alla costruzione della Nuova Via della Seta, e dovrebbe durare - nelle intenzioni di Xi, ispiratore di questo progetto - almeno per i prossimi tre decenni, concludendosi nel 2049, in occasione del centenario della fondazione della Repubblica popolare cinese. Per quella data, la Cina spera di aver creato, attraverso la realizzazione della Belt and Road, un sistema di partenariati e alleanze che farebbero di Pechino quello che Washington è stato in questi ultimi 70 anni: il perno dell’ordine mondiale.

 

Riuscirà la dirigenza cinese in questo tentativo cosi grandioso e audace al tempo stesso? Difficile dirlo ora. Molte sono le voci critiche che si sono levate negli ultimi tempi, sia fuori che dentro la Cina. È certo, però, che Pechino è intenzionata ad inondare di investimenti quanti accetteranno di far parte di questo progetto.

 

La potenza finanziaria che si sta mettendo in moto potrebbe raggiungere i 4-6 trilioni di dollari nell’arco dei prossimi tre decenni. Una somma enorme, che nessun altro paese al mondo riuscirebbe, in questo momento, anche solo a immaginare di poter stanziare. E parte di questi fondi potrebbe essere intercettati anche dall’Italia, visto che il Mediterraneo è considerato il punto terminale della Via della Seta marittima.

 

Ruolo (e mancanze) dell’Italia

Gli investimenti cinesi sul territorio italiano sono aumentati considerevolmente negli ultimi anni, in concomitanza con il lancio della nuova Via della Seta. Basti pensare che l’acquisizione di Pirelli da parte di Chem China fu fatta, per circa il 25%, attraverso il Silk Road Fund, un fondo cinese creato per promuovere gli investimenti legati alla Belt and Road Initiative. Ed anche le acquisizioni cinesi delle squadre di calcio del Milan e dell’Inter sono considerate, a Pechino, tasselli della costruzione della connettività euro-asiatica.

 

Il ruolo dell’Italia nella costruzione della Via della Seta è stato uno dei punti del colloquio bilaterale tra Gentiloni e Xi, il 15 maggio. Peccato, però, che il premier italiano non sia potuto essere presente alla cerimonia di apertura del Belt and Road Forum, essendo arrivato a Pechino solo nel pomeriggio di domenica. È mancata pertanto la voce dell’Italia, mentre gli altri grandi Paesi europei, tra cui Germania, Francia e Gran Bretagna, avevano mandato propri rappresentanti a parlare la mattina, consci dell’importanza di essere presenti in quel momento storico.

 

Alcuni di loro, come il ministro tedesco degli Affari economici Brigitte Zypries, hanno sottolineato le criticità del progetto cinese, facendo capire in tal modo che Berlino è sì pronta ad approfittare delle innumerevoli opportunità della Belt and Road, senza tuttavia rinunciare ai propri valori. Sarebbe stato bello ascoltare anche la voce dell’Italia in proposito. Speriamo nel 2019.

Nicola Casarini, AffInt 17

 

 

 

 

 

Rinviare non risolve

 

La storia di questa nostra Repubblica è costellata d’eventi che, da inconcepibili, si sono fatti attendibili cambiando, progressivamente, il profilo del Paese. Per il passato, i progetti andavano a buon fine perché c’era chi li poteva concretare. Ovviamente, avendone la potestà politica. Però, questa è storia di ieri.

 

 Oggi la realtà è tanto differente e la Terza Repubblica è ancora troppo giovane. Apparentemente, non è cambiato nulla. I trasalimenti correlati al nostro Potere Legislativo ci hanno fatto intendere, anche se i segnali erano evidenti anche da prima, che per cambiare non basta più proporre e, quindi, avere progetti chiari, ma anche avere la forza politica per definire gli emendamenti di cui abbiamo un disperato bisogno.

 

Prospettare e decidere viaggiano su binari che si stanno allontanando. Il Parlamento partorisce migliaia d’emendamenti che, di fatto, bloccano le premesse di quel cambiamento nel quale ancora qualcuno crede. Quali sono, quindi, i reali motivi di questo “freno”parlamentare? L’interrogativo è insito nelle premesse che potrebbero essere spunto per estrinsecare delle risposte. Invece, si preferisce girare “in tondo”, lasciando il sospetto che si consenta al Potere Esecutivo, solo impegno formale. L’intenzione di decidere proprio ancora non la percepiamo.

 

Col prossimo autunno, la crisi socio/politica sarà ancora in evoluzione. Perché, se così non fosse, il barcamenarsi degli eventi potrebbe essere anche un segnale per contrastare una realtà che non promette nulla di buono. Invece, la questione è troppo seria per sottovalutarne gli effetti prossimi e futuri.

 

 Neppure il Partito Democratico (PD), è riuscito a dare uno stimolo al sistema per determinare un effetto volano. Eravamo sicuri che l’Esecutivo, dati gli eventi parlamentari, si sarebbe mosso a carte “scoperte”. Invece, tutto il gioco è ancora al “buio” di una partita che ha per posta il futuro della Penisola. C’è da sperare che non s’accantonino occasioni che potrebbero evidenziarsi prima del 2018. Sarebbe un errore del quale Gentiloni, e la sua Squadra, dovrebbe dare spiegazione al Patto Politico ancora lo sostiene e, soprattutto, al Paese.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Legge elettorale, effetto «tedesco». Solo larghe intese: con tre poli pari nessuno è autonomo

 

Quando si tratta di cambiare le regole del gioco, si arriva alla domanda: a chi conviene cosa? La tagliola del 5% fa fuori i centristi. A rischio sinistra e Fd - di Renato Benedetto

 

Due sistemi di voto diversi — gli ultimi germogliati nel dibattito sulla legge elettorale — e nessuna maggioranza all’orizzonte. A meno di larghe intese: con coalizioni che, però, tanto grosse non sono, anzi superano di una manciata di voti la soglia necessaria per dare la fiducia a un governo. Questo il quadro che emerge dalle simulazioni di Ipsos su come potrebbe apparire la futura Camera. L’istituto di Nando Pagnoncelli ha applicato il Mattarellum bis, anche detto Rosatellum (metà maggioritario e metà proporzionale), e il sistema tedesco (proporzionale con sbarramento al 5%) ai sondaggi attuali sulle intenzioni di voto. La prima è la proposta che il Pd punta a far passare con la Lega e i verdiniani di Ala. La seconda vede invece i dem al tavolo con Forza Italia, ma piace anche a sinistra.

 

Quando si tratta di cambiare le regole del gioco, a un certo punto si arriva alla domanda (più nelle trattative, ovviamente, che nelle dichiarazioni pubbliche): a chi conviene cosa? Passando dal latinorum ai numeri, si possono trarre alcune indicazioni. Nelle simulazioni, stando ai sondaggi di oggi, il Pd è comunque primo partito. Potrebbe ottenere qualche seggio in più con il sistema tedesco. Ma è con il Rosatellum che avrebbe un maggior distacco sul Movimento 5 Stelle, visto che sarebbe più forte nei collegi uninominali (se ne aggiudica 103 contro i 96 del M5S). Il centrodestra con il sistema proposto dal dem Ettore Rosato sarebbe costretto a trovare un’intesa per presentarsi unito nei collegi uninominali (ne prende 103, come il Pd, nelle simulazioni Ipsos). Il sistema tedesco invece permetterebbe una corsa solitaria di Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia. Ma il partito di Giorgia Meloni è in bilico: nei sondaggi è al 5%, la soglia minima che un partito deve raggiungere per ottenere seggi. Rischia di restare fuori.

La tagliola del 5%

Entrambe le proposte prevedono lo sbarramento al 5% (salvo che non si cambi: si può scommettere che i partiti più piccoli daranno battaglia per abbassare l’asticella). Con entrambi i sistemi si ha un effetto «taglia-cespugli». Oltre a Fratelli d’Italia, anche la sinistra rischia. Articolo 1-Mdp e Sinistra italiana, correndo da soli, sarebbero lontani dal traguardo del 5%. Possono raggiungerlo uniti: con il Rosatellum non vincerebbero in alcun collegio uninominale, ma spunterebbero comunque 19 seggi con la parte proporzionale. Fuori i centristi, con entrambi i modelli: Alternativa popolare, con il 2,3% dei voti, sarebbe costretta a cercare accordi, bussando o a sinistra o a destra per entrare in Parlamento.

Meloni determinante

Eppure i partiti in bilico sono determinanti: il loro ingresso può spostare gli equilibri. Si prenda il caso di Fratelli d’Italia con il sistema tedesco. Solo con la tagliola dello sbarramento, che fa fuori dalla Camera il partito di Giorgia Meloni, ci sarebbero i numeri per una grossa coalizione tra Pd e Forza Italia (più autonomie ed estero): con 326 seggi. Con FdI in Aula invece si ritroverebbero a quota 309, sotto la soglia per la maggioranza (316). Soglia che, in alternativa, può oltrepassare solo l’asse a maggioranza 5 Stelle con l’appoggio «sovranista» di Lega e FdI (al momento irrealistico, ma sempre meno di un accordo Pd-5 Stelle). Non ci sono altre possibilità: nessuna soluzione che non siano larghe intese o un asse M5S-sovranista è praticabile. Ancora più difficile far quadrare una maggioranza con il Rosatellum, nel quadro tripolare. Il Pd, primo partito, è lontano da quota 316: deve cercare, nella migliore delle ipotesi, circa 90 voti. Che potrebbero arrivare da Forza Italia. Che però, con ogni probabilità, avrà fatto campagna elettorale con due partiti, FdI e Lega, nemici giurati delle larghe intese. CdS 22

 

 

 

 

Possibile aprire conti di pagamento in qualsiasi paese UE, indipendentemente dalla residenza

 

“Tutti i cittadini residenti nell’Unione Europea hanno il diritto di aprire un conto di pagamento con caratteristiche di base in qualsiasi Paese dell’Unione. È possibile dal marzo di quest’anno, grazie al decreto con cui si è data attuazione alla Direttiva europea 2014/92, con il quale si prevede l’istituzione di questa nuova forma di conto bancario. Si tratta di un conto a nome di uno o più clienti utilizzato esclusivamente per operazioni di pagamento, al contrario del conto corrente che viene utilizzato anche per la gestione del risparmio.  Grazie al Decreto Legislativo 37/2017 questa norma europea è entrata a far parte del nostro ordinamento. Questo vuol dire che chi fra i residenti nell’UE ha necessità di ricevere accrediti di vario genere in Italia (ad esempio, stipendi e pensioni) e di utilizzare le somme depositate per effettuare pagamenti (come bonifici o pagamento di utenze) da oggi può farlo senza particolari oneri. Si tratta di un ulteriore strumento, più agile e conveniente, a disposizione dei connazionali residenti all’estero, molti dei quali sono già titolari di conti correnti (attualmente circa 230.000). Permane un trattamento diverso per i residenti fuori dall’UE, che possono vedersi chiedere una documentazione aggiuntiva in modo da rispettare recenti regole internazionali contro l’evasione fiscale”. Così Laura Garavini, dell’Ufficio di Presidenza del PD alla Camera. De.it.press 16

 

 

 

 

Fca, la Ue apre una procedura sull'Italia per le emissioni della 500x

 

A vuoto la richiesta di Delrio, che si era detto "deluso" per la mossa di Bruxelles, nonostante tutti i dati comunicati dalle Autorità italiane e i miglioramenti prodotti autonomamente da Fiat. Intanto il numero uno di Vw finisce sotto inchiesta per il Dieselgate

 

MILANO - Il pressing del ministro dei Trasporti, Graziano Delrio, non va a buon fine: la Commissione europea ha avviato una procedura di infrazione nei confronti dell'Italia per il mancato adempimento, da parte di Fiat Chrysler Automobiles, degli obblighi derivanti dalla normativa Ue in materia di omologazione dei veicoli. La notizia è stata data dall'esecutivo di Bruxelles, a breve distanza dalla nota con la quale il Mit aveva raccontato del tentativo di Delrio di ritardare il passo, e si è abbattuta sul titolo Fca, in profondo rosso a Piazza Affari (-4,6% alla fine della giornata).

 

 A generare il caso è stata una richiesta tedesca del settembre 2016: la Commissione è stata chiamata in causa come mediatore "nel disaccordo fra autorità tedesche e italiane sulle emissioni di ossidi di azoto prodotte da un'auto omologata in Italia". Durante la mediazione, conclusa positivamente, "la Commissione ha esaminato i risultati delle prove di emissioni e le informazioni fornite dall'Italia". Al termine di tale esame, ora l'esecutivo "chiede formalmente all'Italia di dare una risposta alle sue preoccupazioni circa l'insufficiente giustificazione fornita dal costruttore in merito alla necessità tecnica - e quindi alla legittimità - dell'impianto di manipolazione usato e di chiarire se l'Italia è venuta meno al suo obbligo di adottare misure correttive per quanto riguarda il tipo di veicolo Fca in questione e di imporre sanzioni al costruttore di auto".

 

 E' infatti compito delle Autorità nazionali verificare che un tipo di automobile soddisfi tutte le norme europee "prima che le singole auto possano essere vendute sul mercato unico". Qualora un costruttore di automobili violi gli obblighi normativi, le Autorità nazionali devono adottare misure correttive (come ordinare un richiamo) e applicare sanzioni effettive, proporzionate e dissuasive stabilite nella legislazione nazionale. L'Italia ha due mesi di tempo per chiarire se su alcune vetture di Fca sono stati usati dispositivi illegali o meno, e se sono stati presi rimedi sufficienti per le auto in circolazione. Sotto tiro sono i software per il controllo delle emissioni inquinanti montato sulle Fiat 500x, ma in passato si era parlato anche di Jeep Renegade e Fiat Doblò.

Che la mossa di Bruxelles fosse nell'aria era emerso nelle ultime ore e Delrio aveva scritto e telefonato alla Commissaria Ue per il mercato interno Elzbieta Bienkowska, sottolineando "che non si condividono i presupposti su cui è stata proposta alla Commissione di avviare una procedura di infrazione al Governo italiano per  Fca". Il ministro nel suo carteggio ha aggiunto: "Mi è spiaciuto apprendere che nonostante tutte le informazioni dettagliate fornite alla Commissione e alla Germania, intendiate aprire la procedura d'infrazione. Ciò è particolarmente deludente".

 

 Delrio ha quindi sottolineato, e col senno di poi si può dire senza successo, "la necessità di rinviare l'avvio della procedura di infrazione, in attesa che si possano fornire ulteriori chiarimenti, oltre alla copiosa documentazione già fornita, peraltro mai richiesti al Governo italiano dopo la chiusura della commissione di mediazione Italia Germania sul caso emissioni Fca da parte dei servizi della Commissione". Il ministro ha aggiunto "che le spiegazioni fornite in Commissione di mediazione, hanno tra l'altro evidenziato il corretto comportamento dell'Autorità di omologazione e i miglioramenti prodotti autonomamente da Fca sui propri veicoli, pur in assenza di dispositivi illegali".

 

 Delrio inoltre ha evidenziato che "contrariamente a quanto dichiarato dai vostri uffici, le autorità italiane hanno escluso fin dall'inizio la presenza di dispositivi illegali sui modelli Fiat sia nelle versioni originali sia in quelli ricalibrati. Durante il processo di mediazione abbiamo sottolineato che Fca ha avviato volontariamente una campagna di ricalibratura a febbraio 2016 per migliorare le performance delle emissioni, ben prima che la Germania ci informasse dei risultati emersi dai loro test".

 

 Detto della scelta della Commissione di non assecondare la richiesta italiana, il tema delle emissioni resta alto anche in Germania: la procura di Stoccarda ha aperto un'inchiesta nei confronti del numero uno della Vw, Matthias Mueller, in relazione al Dieselgate e con ipotesi di reato di manipolazione di mercato. In particolare, è sotto la lente degli inquirenti l'attività di Mueller presso la Porsche, il cui capitale è completamente posseduto dalla Volkswagen, e nel cui consiglio d'amministrazione Mueller è presente sin dal 2010. Un procedimento è stato avviato anche nei confronti del precedente ad della Vw, Martin Winterkorn, e del presidente del consiglio di sorveglianza della casa automobilistica di Wolfsburg, Hans Dieter Poetsch. LR 17

 

 

 

 

 

Il V Congresso della Federazione dei Circoli sardi in Svizzera

 

Alessio Tacconi (Pd): “Legame vivo e fecondo con la propria terra, cultura e tradizioni, non disgiunto da tenace volontà di costruire un futuro dove le competenze dei giovani possano essere pienamente valorizzate”

 

ROMA - “La crisi dell’associazionismo italiano all’estero è un motivo molto ricorrente nelle nostre conversazioni tra italiani oltre confine. Eppure, a ben guardare, le nostre comunità di emigrati sono ancora capaci di concrete iniziative con uno sguardo certamente rivolto al passato, al ricordo delle loro storie e delle loro esperienze e delle tradizioni d’origine, ma anche con una forte proiezione verso il futuro di cui vogliono essere e sentirsi protagonisti”. Così il deputato del Pd Alessio Tacconi ricordando la sua partecipazione al V Congresso Nazionale della Federazione dei Circoli sardi in Svizzera che si è svolto a Zurigo la scorsa fine settimana.

“Molto significativo – aggiunge il deputato eletto nella circoscrizione Estero-ripartizione Europa – il tema del Congresso (“Sardegna in progresso, con le conoscenze e le competenze dei suoi giovani in Patria e all’Estero”), che sta a testimoniare un legame vivo e fecondo con la propria terra, la propria cultura e tradizioni, non disgiunto però da una tenace volontà di costruire un futuro dove le competenze dei giovani possano essere pienamente valorizzate”.

L’on. Tacconi prosegue: “I campi d’azione dell’associazionismo tradizionale, l’aiuto, l’accoglienza e il mutuo soccorso che fino a qualche anno fa potevano sembrare attività obsolete, sono di nuovo diventati di scottante attualità a fronte dei nuovi flussi migratori che spingono tanti giovani e meno giovani a lasciare il nostro Paese. Eppure queste attività che in passato hanno rappresentato la stessa ragion d’essere dell’associazionismo, da sole rischiano di non esercitare più alcun richiamo sulle giovani generazioni e possono quindi preludere alla loro scomparsa. Ecco allora che iniziative come quella della Federazione dei Circoli sardi in Svizzera propone un coinvolgimento delle nuove generazioni nelle quali individua la classe dirigente di domani e lo fa additando le linee guida su cui rilanciare il nostro associazionismo all’estero: insieme con i valori dell’identità, dell’accoglienza e delle tradizioni è necessario rilanciare i valori della cultura, del lavoro, delle competenze e dell’eccellenza. Nel mio intervento ho voluto dare testimonianza, con piacere, che queste parole chiavi hanno informato anche la mia attività politica, incentrata su alcuni obiettivi fondamentali: il rafforzamento delle nostre radici, della nostra storia e dei valori che da sempre ci guidano; la promozione dell’istruzione e della cultura quale elemento essenziale di crescita personale e collettiva durevole; la creazione di condizioni di lavoro che permettano di considerare l’emigrazione non una tappa obbligata, ma una scelta responsabile di vita per inseguire nuove mete e arricchirsi di nuove esperienze”.

“Voglio ringraziare il presidente Mura per il cortese invito – conclude Tacconi – che mi ha offerto l’opportunità di conoscere da vicino un’importante realtà della nostra emigrazione in Svizzera alla quale va tutta la mia stima e l’apprezzamento per il lavoro svolto a favore delle nostre comunità”. (Inform 16)

 

 

 

 

I 25 anni del Premio Pietro Conti. La prefazione al volume della nona edizione

 

Sono ormai 25 anni che il Premio intitolato a Pietro Conti registra – attraverso le memorie, l’esercizio narrativo, la testimonianza diretta di centinaia di migranti di diverse latitudini o con le indagini di ricercatori che si sono misurati con la storia e l’evoluzione dei fenomeni migratori – i momenti della partenza, dell’insediamento, dei complessi processi di accoglienza e di integrazione, le dinamiche e i cambiamenti che si sviluppano tra culture e territori di origine e di arrivo.

In questo quarto di secolo il Premio ha dato un importante contributo al recupero della memoria storica della grande emigrazione italiana del ‘900; ha visto riemergere l’inatteso interesse per l’Italia e per le proprie origini da parte dei figli e dei nipoti dei primi migranti; poi è stato attraversato dai racconti e dalle testimonianze degli immigrati dal sud del mondo verso il nostro paese, così simili e spesso più acerbe di quelle di cui noi siamo stati protagonisti; infine, negli ultimi dieci anni, ha saputo cogliere la ripartenza della nostra emigrazione giovanile, alle prese con le dure condizioni della disoccupazione o della sotto occupazione, con netto anticipo rispetto alle tardive statistiche ufficiali che ne intercettavano una parte minimale.

L’attraversamento della grande crisi economica e sociale, crisi epocale e duratura, poteva essere avvertita nella sua concreta consistenza e nei suoi sconvolgenti effetti globali, semplicemente puntando gli occhiali sui movimenti migratori. Non causa di crisi, come qualcuno si ostina ad affermare, ma effetti evidenti dei molteplici squilibri con cui abbiamo a che fare da lungo tempo. Le persone sono costrette all’esodo da meccanismi implacabili quanto inaccettabili perché fondati su relazioni insostenibili tra paesi o grandi aree continentali.

Accanto alla valorizzazione dell’esperienza emigratoria come dato soggettivo, di salvaguardia di dignità e di diritti inalienabili, bisogna tornare a pensare all’emigrazione anche nella sua relazione con i territori di partenza. Non appare più soddisfacente la tesi che essa apporti soltanto generici benefici. I benefici sono ovvi per i paesi e i capitali di accoglienza (a meno che non si trovino in una congiuntura di crisi), e sono ovvi (ma solo in parte) per le persone che la sperimentano, pur all’interno di innumerevoli e talvolta drammatiche implicazioni del vissuto quotidiano.

Meno ovvi sono i vantaggi per i territori che erogano i flussi emigratori. Dovremmo infatti chiederci: cosa accade lì?

Un esempio forse paradigmatico è costituito, da ben oltre un secolo, dal nostro meridione; che rischierebbe, secondo alcune previsioni, un ulteriore consistente riduzione di popolazione nei prossimi 30 anni; come è in corso un deflusso costante dal sud e dall’est Europa verso il centro-nord del continente e verso nuove destinazioni oltre oceaniche da circa un decennio.

Allo stesso tempo assistiamo all’imponente svuotamento delle risorse giovanili dell’Africa e dei paesi della guerra infinita, dichiarata – e praticata – da 25 anni dall’Occidente.

Nel frattempo, al precipitare – o al maturare – della grande crisi, riemergono nuovi inquietanti muri. Sempre più lunghi e diffusi, a dimostrazione che la globalizzazione, per come è stata attuata, era forse una leggenda per pochi.

Al crocicchio in cui sostiamo si intravvedono diverse prospettive: ve ne è una ancora infarcita di competizione globale, un’altra fatta di rinnovate potenze nazionali; infine, ce n’è una di cooperazione e di solidarietà: che non può che essere anche democratica, dentro e fra i paesi.

La prima innesca ulteriori movimenti migratori; la seconda intende respingerli facendo finta che tutto il resto può rimanere così com’è; soltanto l’ultima li può contenere e può inaugurare altri mondi e relazioni possibili tra sud e nord, tra est e ovest.

Accanto al diritto inalienabile delle persone di emigrare, vi è anche quello di non dover emigrare per forza; cioè a poter restare e vivere dignitosamente nei luoghi e nei paesi di origine; da parte nostra dovremmo avere cura non soltanto per le persone, ma anche per le terre in cui esse sono nate; queste terre ci stanno a cuore come la nostra terra.

Dunque, a questo incrocio della storia, dovremmo incamminarci per la terza strada; tenendo presente che  le conseguenze di quale imbocchiamo riguardano certamente i migranti, ma  in verità riguardano tutti noi.

Rodolfo Ricci, Coordinatore Filef

 

 

 

 

Umbria: borse di studio per discendenti di emigrati umbri residenti all'estero

Domande entro il 15 giugno

 

PERUGIA - L'Agenzia regionale per il diritto allo studio universitario (Adisu), insieme alla Regione Umbria,  promuove un concorso per l'attribuzione di borse di studio universitarie rivolte ai giovani discendenti di emigrati umbri nel mondo, utili per facilitare la frequentazione del 1° anno accademico  nelle Università o altre istituzioni regionali di grado universitario, in particolare l'Università degli Studi di Perugia, l'Università per Stranieri di Perugia, il Conservatorio di Musica "F. Morlacchi" di Perugia, l'Istituto Superiore di Studi Musicali "G. Briccialdi" di Terni, l'Accademia di Belle Arti "Pietro Vannucci" di Perugia.

   Un'azione concreta – si sottolinea - per mantenere e sviluppare quei legami simbolici e reali, di natura culturale, sociale ed economica, con le comunità degli umbri residenti all'estero, nonché per offrire l'opportunità, per questi giovani discendenti, di poter studiare nel sistema universitario regionale. La sinergica collaborazione con l'ormai consolidato progetto "BrainBack Umbria" dell'Agenzia Umbria Ricerche garantirà una capillare diffusione dell'iniziativa, attraverso i canali e le relazioni già esistenti con le rappresentanze umbre nel mondo.

   Nello specifico, le borse di studio sono riservate a studenti discendenti di emigrati umbri residenti all'estero, con diploma di scuola secondaria superiore o con titolo che permetta loro l'accesso ad un corso di laurea universitario. Le borse sono istituite per coprire i costi derivanti dall'iscrizione e dalla frequenza di corsi di laurea triennale e magistrale a ciclo unico e comprendono il servizio di alloggio gratuito e il servizio di ristorazione gratuito (entrambi dal 1 ottobre 2017 al 30 settembre 2018), oltre al rimborso della tassa regionale e un contributo in contanti di euro 2.000.

  Possono fare richiesta di borsa coloro che sono in possesso dei seguenti requisiti: essere di origine umbra per discendenza (tra i 92 comuni dell'Umbria); essere residenti all'estero alla data di pubblicazione del presente bando;     non essere beneficiari, per l'anno accademico di riferimento, di altre borse di studio erogate da Adisu;  non aver compiuto il 26° anno di età alla data di scadenza del presente bando;     aver conseguito il diploma di scuola secondaria superiore nel proprio Paese che permetta l'accesso ai corsi di laurea offerti dagli istituti universitari. La domanda di partecipazione al concorso e la relativa documentazione richiesta deve essere compilata utilizzando l'apposito webform, disponibile all'indirizzo http://www.adisupg.gov.it/webform/application-form-bando-discendenti-umbri-2017-2018  ed inviata entro le ore 24 (ora italiana) del 15 giugno 2017.  dip

 

 

 

 

Bando 2017 per contributi a favore di Associazioni di emiliano-romagnoli nel mondo

 

Finanziamenti per attività culturali, corsi di lingua, organizzazione di eventi, allestimento stand per fiere e sagre.il bando scade il prossimo 30 giugno

 

BOLOGNA - La Consulta degli emiliano-romagnoli nel mondo ha approvato un nuovo bando a favore delle Associazioni di emiliano-romagnoli nel mondo iscritte nell’elenco della Legge Regionale n. 5 del 27 maggio 2015 di cui all’art. 14 comma 2 e da Federazioni di associazioni riconosciute dalla Consulta. In attuazione della Legge Regionale, il Piano triennale regionale degli interventi a favore degli emiliano-romagnoli all’estero per il triennio 2016 - 2018, approvato dall’Assemblea legislativa della Regione Emilia - Romagna con deliberazione numero 92 del 13 settembre 2016, prevede che la Regione sostenga, tra le altre, le attività delle associazioni degli emiliano - romagnoli nel mondo e loro federazioni, al fine di rafforzare la rete associativa degli emiliano - romagnoli nelle aree di vecchia e nuova immigrazione.

Con il bando l’Assemblea legislativa vuole promuovere la realizzazione di attività da parte delle associazioni e delle federazioni fra associazioni di emiliano-romagnoli nel mondo allo scopo di rafforzarne le strutture organizzative e le capacità attrattive nei confronti dei giovani, discendenti o di nuova emigrazione. Possono essere finanziate attività culturali, corsi di lingua, organizzazione di eventi (ad esempio mostre, rassegne cinematografiche), allestimento stand in occasione di fiere e sagre.

Il contributo massimo è di 2 mila euro per progetti presentati da un'unica Associazione e di 8 mila euro per le Federazioni o i partenariati composti da almeno 4 Associazioni.

La scadenza del bando è fissata per venerdì 30 giugno 2017.

Le richieste di informazioni vanno inviate esclusivamente via mail al seguente indirizzo: consulta@regione.emilia-romagna.it (Avvisi e modulistica sono disponibili nella sezione Bandi del portale http://emilianoromagnolinelmondo.regione.emilia-romagna.it ) Inform

 

 

 

 

Celebrata a Torino la Giornata dei lucani nel mondo

 

La Giornata dei lucani nel mondo quest’anno ha avuto una cornice insolita: la sede del Consiglio regionale del Piemonte. Insieme ai presidenti delle Associazioni dei lucani e delle Federazioni italiane ,il neo presidente della Commissione, Aurelio Pace, il presidente del Consiglio regionale della Basilicata, Francesco Mollica, il presidente del consiglio regionale del Piemonte, Mauro Laus, il consigliere regionale Mario Polese e il presidente della Fondazione Matera-Basilicata 2019, Paolo Verri.

Una manifestazione che, nel giorno in cui si celebra la Giornata dei lucani nel mondo ( 22 maggio) , è diventata, con le relazioni di Lorenzo Del Boca, giornalista e saggista e di Pierangelo Campodonico, direttore Mu.Ma. di Genova, occasione di riflessione sul fenomeno dell’emigrazione lucana e italiana.

Il presidente del Consiglio regionale del Piemonte Mauro Laus dopo aver salutato e ringraziato i presenti ha affermato che “oggi stiamo celebrando un inno all’identità, quella realtà viva che si articola fra continuità e cambiamento e che ci riporta a una realtà passata senza il ricordo della quale non si può guardare al futuro. Il progetto per Matera 2019 dimostra che gli amministratori stanno facendo un ottimo lavoro per valorizzare le peculiarità e le ricchezze della Basilicata e noi Lucani che viviamo fuori della regione ci candidiamo a esserne ambasciatori nel mondo. Nella gestione dell’immigrazione per tutti noi politici oggi è indispensabile relazionarci con dignità verso coloro che lasciano la loro terra, abbiamo la responsabilità di guardare al di là della semplice gestione della logistica, con un’ottica culturale di lungo termine”.

“Le vostre proposte diverranno preziosi contributi che terremmo presenti nella programmazione futura, rimodulando e rafforzando il tema identitario. A voi che consideriamo ambasciatori lucani nel mondo volgeremo la dovuta attenzione per uno scambio proficuo di conoscenze”. Così il presidente della Commissione dei lucani nel mondo, Aurelio Pace, nel rivolgersi ai presidenti delle Associazioni e Federazioni Italiane. “La Basilicata – ha sottolineato -  è stata terra di emigrazione e da sempre terra di integrazione come dimostra il quartiere arabo che c’è a Tursi, e i tanti cittadini albanesi che vivono nei comuni lucani.  Un aspetto quest’ultimo che ci rende particolarmente fieri e orgogliosi”.

Il presidente Mollica ha espresso parole di ringraziamento al presidente Laus per l’ospitalità ricevuta, e si è detto particolarmente soddisfatto per questi giorni lucani a Torino. “I nostri editori si sono confrontati in maniera davvero positiva con i colossi italiani dell’editoria, dimostrando grande professionalità  e coraggio. A loro va il nostro ringraziamento per tutto il lavoro svolto al fine di dare sempre nuova linfa alla cultura”.

Paolo Verri, direttore della Fondazione Matera-Basilicata, ha illustrato ai tanti lucani accomodati tra i banchi del Consiglio regionale piemontese tutte le fasi e le azioni messe in atto finora e quelle future da realizzare per quella che è una maratona che porta Matera e la Basilicata al 2019 e oltre. Una meta straordinaria per tutti e per il raggiungimento della quale occorre il contributo di tutti noi, e di voi che siete straordinari ambasciatori della Basilicata.

In apertura dei lavori l’intervento di Luigi Scaglione, coordinatore della struttura di Comunicazione, Informazione ed Eventi, che si è soffermato sull’azione sinergica messa in campo da Consiglio regionale e Fondazione Matera-Basilicata, che ha consentito di essere presenti al Salone del Libro, promuovendo così la cultura e il territorio lucano, e il saluto del presidente della Federazione dei lucani in Piemonte Vincenzo Laterza. (na 26)

 

 

 

“I.Trentini”, presentato il Consorzio Imprenditori Trentini nel mondo

 

Il Consorzio, che non ha scopo di lucro, intende raggruppare imprenditori soci dell’Associazione Trentini nel Mondo operanti in Trentino e nel mondo, e si propone di favorire la nascita di nuove relazioni tra imprenditori, agevolando ed accompagnando l’incontro e la conoscenza tra aziende, enti ed altri soggetti

 

TRENTO - Un’iniziativa intelligente e meritoria: così il presidente della Camera di commercio di Trento, Gianni Bort, ha definito la costituzione di “I.Trentini”, il “Consorzio Imprenditori Trentini nel Mondo”, che questa mattina è stato ufficialmente presentato nel corso di un incontro che si è svolto presso Palazzo Roccabruna, a Trento.

Il Consorzio – come ha puntualizzato il suo presidente, Mauro Dallapè - non ha scopo di lucro, intende raggruppare imprenditori soci dell’Associazione Trentini nel Mondo operanti in Trentino ma anche in altri Paesi del mondo, e si propone di favorire la nascita di nuove relazioni tra imprenditori, agevolando ed accompagnando l’incontro e la conoscenza tra aziende, enti ed altri soggetti, che potranno generare valore aggiunto e creare posti di lavoro, sia in Trentino che nei Paesi interessati.

“Per gli imprenditori che aderiscono al Consorzio, presentarsi sui mercati esteri potendosi basare su rapporti “certificati e accreditati”, come quelli costruiti in sessant’anni di attività dalla Trentini nel mondo attraverso i suoi Circoli, rappresenta un grande valore aggiunto”, ha sostenuto Massimo Fia, direttore dell’“Agraria di Riva del Garda” a nome dei nove soci fondatori del Consorzio.

Il presidente della Trentini nel mondo, Alberto Tafner, ha ribadito che la rete rappresentata dai Circoli è un patrimonio dell’intera comunità trentina, uno strumento di incontro dal quale possono derivare anche opportunità per il mondo imprenditoriale sia trentino che dei paesi nei quali sono presenti emigrati trentini e loro discendenti.

Come si legge all’articolo 2 del suo statuto, per la realizzazione e i suoi scopi il Consorzio può “incentivare iniziative di interesse comune ai soci nell’ambito dell’immagine, della promozione e del marketing, promuovere iniziative per valorizzare i prodotti ed i servizi dei Soci, favorire la collaborazione con analoghe associazioni anche internazionali e svolgere, in genere, tutte le attività che si riconosceranno utili al raggiungimento dei fini istituzionali”.

I nove soci fondatori sono : Agraria Riva del Garda (Riva del Garda), Artecalore (Povo –Trento), Azienda Vinicola del Revì (Aldeno), Birrificio Pløtegher (Besenello), Fanti Legnami  (Malosco), Gioel (Trento), Larentis Lorenz (Spini di Gardolo – Trento), Plaga Matteo (Romeno), Roverplastik (Volano).

Il Consorzio è amministrato da un Consiglio direttivo composto da sette a nove membri di cui uno è il Presidente, in cui la maggioranza dei consiglieri è costituita da consorziati imprenditori. Per poter svolgere il proprio ruolo di cerniera con il mondo dei trentini all’estero il Consiglio Direttivo comprende anche rappresentanti dell’Associazione.

Dell’attuale direttivo fanno parte il presidente Mauro Dallapè, il vice presidente Giacomo Malfer e i consiglieri Bruno Cesconi, Cesare Ciola, Massimo Fia, Armando Maistri, Paolo Svaldi, Matteo Plotegher e Matteo Plaga. (Inform 25)

 

 

 

Farnesina premiata per il portale web “Il visto per l’Italia”

 

A ricevere il  “Premio 10x10 - 100 progetti per cambiare la PA”, i realizzatori del progetto Alberto Colella e Raffaella Gaggiano e il direttore generale per gli italiani all’estero Luigi Vignali

 

ROMA - Il portale web “Il visto per l’Italia” (vistoperitalia.esteri.it)   ha ottenuto il “Premio 10x10 - 100 progetti per cambiare la PA”, presso il Centro Congressi “La Nuvola” di Roma.

A ricevere il  premio i realizzatori del progetto (Alberto Colella e Raffaella Gaggiano) e il direttore generale per gli italiani all’estero, Luigi Vignali.

Disponibile in cinque lingue (oltre all’italiano, l’inglese, il russo, l’arabo e il cinese), “Il visto per l’Italia” aiuta i cittadini stranieri che hanno bisogno di un visto di ingresso a reperire in modo rapido e chiaro le informazioni necessarie a presentare la domanda.

Basta infatti rispondere a quattro semplici domande (Paesi di cittadinanza e residenza, finalità e durata del viaggio) per avere una risposta immediata e personalizzata che indica all’utente quale tipologia di visto richiedere, dove presentare la domanda, quali moduli è necessario compilare e qual è il prezzo del visto.

Si tratta di uno strumento facilmente fruibile, che offre rapidamente e in modo personalizzato tutte le informazioni fondamentali di cui l’utente ha bisogno. Nel 2016 il portale ha fatto registrare circa due milioni di accessi.

Il Premio del Forum PA fa seguito al “Premio Innovazione 2016” assegnato al progetto lo scorso anno da SMAU, il principale forum italiano dedicato alle tecnologie dell’informazione e dalla comunicazione (http://www.smau.it/bologna16/success_stories/visti-per-litalia-un-nuovo-portale/).

Il portale ha inoltre ottenuto una “Menzione Speciale” nell’ambito dell’edizione 2016 del concorso “Premio Buone Prassi - La Farnesina che Innova” (http://www.esteri.it/mae/it/ministero/trasparenza_comunicazioni_legali/altri-contenuti-dati-ulteriori/buoneprassi).  dip

 

 

 

 

G7-Gipfel in Italien. Intensive Diskussionen über globale Fragen

 

Einigkeit im Kampf gegen den Terrorismus, Fortschritte beim Freihandel, aber keine Einigung beim Klimaschutz – das ist die Bilanz des G7-Staaten auf Sizilien. Bei einigen Themen habe es ein hohes Maß an Übereinstimmung gegeben, bei anderen müsse man den Dissens zur Kenntnis nehmen, so Bundeskanzlerin Merkel.

 

Die Herausforderungen der Globalisierung anzunehmen und sie zum Wohle der Menschen zu gestalten. An diesen Leitgedanken der G7 erinnerte Bundeskanzlerin Angela Merkel zum Abschluss des Treffens der sieben führenden Industrienationen im italienischen Taormina.

An einigen Stellen hätten die G7 diesen Leitgedanken umsetzen können, so Merkel. Bei den Diskussionen internationaler Konflikte wie Syrien, Libyen und Nordkorea habe es "ein hohes Maß an Übereinstimmung und auch ein gemeinsames Vorangehen" gegeben, betonte die Bundeskanzlerin.

Gemeinsam gegen Terrorismus

Einig waren sich die Gipfelteilnehmer auch darin, dass sie Terrorismus und gewalttätigen Extremismus noch entschlossener bekämpfen wollen. Bereits am Freitag hatten die Staats- und Regierungschef dazu eine gemeinsame Erklärung verabschiedet.

Unter anderem soll der Missbrauch des Internets für die Verbreitung islamistischer und terroristischer Propaganda eingedämmt werden. Geplant sind entsprechende Auflagen für Internetfirmen.

Auch gegen die Finanzierungsquellen des internationalen Terrorismus wollen die G7 gemeinsam vorgehen. Die Innenminister der G7 sollen schnellstmöglich zusammen kommen, um die Punkte umzusetzen.

Gegen Protektionismus - für offene Märkte

Die Gipfelteilnehmer verabredeten, das multilaterale Handelssystem der WTO zu stützen. Nach den harten Auseinandersetzungen um das Thema Handel, zeigte sich die Bundeskanzlerin mit dem Abschlusskommuniqué zufrieden. "Wir wollen die WTO erfolgreich machen, und zwar gerade auch durch eine erfolgreiche Beendigung der elften WTO-Ministerkonferenz."

Gemeinsam wollen die G7 die Märkte offen halten und gegen Protektionismus vorgehen, gleichzeitig aber dafür Sorge tragen, dass unfaire Handelspraktiken intensiv bekämpft werden. "Das ist auch im deutschen Interesse, wenn ich an die Frage des Stahls denke", so die Bundeskanzlerin.

Keine Fortschritte beim Klimaschutz

Keine Einigung konnten die sieben Staats- und Regierungschefs hingegen beim Klimaschutz erzielen. Kanada, Japan, Italien, Frankreich, Großbritannien und Deutschland haben sich nochmals zu den Klimaschutz-Zielen des Pariser Abkommens bekannt.

Bereits auf dem G7-Gipfel 2016 in Japan hatten sich die Staats- und Regierungschefs auf das Zwei-Grad-Ziel und eine Dekarbonisierung im Laufe dieses Jahrhunderts geeinigt.Die USA hingegen ließen offen, ob sie im Klimaschutz-Abkommen verbleiben werden oder nicht. "Ich glaube, das Thema Pariser Abkommen ist so wichtig, dass man da auch keine Kompromisse machen kann", so die Bundeskanzlerin.

 

Vorbereitung auf G20-Gipfel in Hamburg

Das G7-Treffen sei eine "sehr, sehr gute Grundlage" für Deutschland, um die Vorbereitungen für den G20-Gipfel in Hamburg fortzuführen. Bundeskanzlerin Merkel nannte unter anderen die Forderung nach einem besseren internationalen Gesundheitssystem, die Eingang in die Abschlusserklärung des Gipfels fand.

An bestimmten Themen müsse man nun "weiter arbeiten oder den Dissens einfach zur Kenntnis nehmen", so Merkel.

Die Gruppe der Sieben (G7) ist – wie die G20 – keine internationale Organisation, sondern ein informelles Forum der Staats- und Regierungschefs. Der G7 gehören Deutschland, Frankreich, Großbritannien, Italien, Japan, Kanada und die USA an. Außerdem ist die EU bei allen Treffen vertreten.

Afrikanische Staaten als Gäste

Wichtig mit Blick auf den G20-Gipfel auch: der Austausch der G7 mit den sogenannten Outreach-Partnern am Samstag. In diesem Jahr waren Vertreter von Tunesien, Äthiopien, Nigeria, Niger, Kenia und Guinea dabei. Hinzu kamen die Vorsitzenden mehrerer internationaler Organisationen wie der Afrikanischen Entwicklungsbank, der OECD, des IWF und der Weltbank.

Im Mittelpunkt der Diskussion stand die Frage, wie die sieben führenden Industrienationen Innovation und Entwicklung in Afrika fördern können.

 

Neue Gesichter

Der G7-Gipfel fand im vergangenen Jahr auf der japanischen Halbinsel Kashikojima statt. Seitdem sind vier neue Staatschefs ins Amt gekommen: der italienische Gastgeber Ministerpräsident Paolo Gentiloni, der französische Präsident Emmanuel Macron, die britische Premierministerin Theresa May

und der amerikanische Präsident Donald Trump.

Der Gipfel in Italien sollte daher auch für eine offene Diskussion und ein besseres Verständnis sorgen. Die Gruppe der Sieben (G7) steht für rund zehn Prozent der Weltbevölkerung und rund ein Drittel der weltweiten Wirtschaftsleistung. Als informelles Gremium sind die Beschlüsse der G7 rechtlich nicht

bindend. Die Ergebnisse des Gipfels sind aber politisch bedeutsam - und sollen möglichst auch über die sieben beteiligten Länder hinaus Wirkung entfalten.

Pib 27

 

 

 

G7 Gipfel ist ein Desaster für sterbende Kinder in Afrika und Arabien

 

Taormina. Auf Sizilien geht das Treffen der Staatschefs der sieben reichsten Länder der Welt ohne substantielle Ergebnisse zu Ende. „Dieser Gipfel wurde dominiert von Streitigkeiten, schlechtem Benehmen einiger Teilnehmer und den Fokus auf die Art und Weise, wie Hände geschüttelt werden, anstatt Lösungen für die globalen Probleme unserer Welt aufzuzeigen“, ärgert sich Marwin Meier, Gesundheitsexperte von World Vision. „Diese zwei Tage haben viele Kinder in den von einer Hungersnot betroffenen Ländern nicht überlebt.“

Die Gipfelteilnehmer haben es versäumt, die notwendigen Schritte zu unternehmen, um den Menschen zu helfen, die von der aktuellen Krise in Yemen, Somalia, Südsudan und Nigeria betroffen sind. Keine Vereinbarungen wurden getroffen, um sich anbahnenden Konflikten rechtzeitig zu begegnen, z.B. durch eine vorausschauende Friedenspolitik.

Keine Beschlüsse wurden gefasst, um die Menschen in besonders betroffenen Regionen künftig besser vor Klimakatastrophen zu schützen. Auch in Syrien werden unschuldige Menschen weiter unter den anhaltenden Kämpfen leiden.

Viele Bewohner, insbesondere in den armen Ländern werden weiterhin gezwungen sein, ihre Heimat zu verlassen, da ihnen und ihren Kindern die Lebensgrundlagen entzogen wurden. In Taormina wurde nichts getan, um das Sterben von Kindern zu verhindern. Mehr als 5 Millionen von ihnen überleben ihren 5. Geburtstag nicht, weil sie an leicht behandelbaren Krankheiten sterben.

„Dieser G7 Gipfel ist ein Desaster für die hungernden Kinder in Afrika und Arabien“, so Meier. „Selbst dem Vulkan Ätna stockte der Atem angesichts der Unfähigkeit der G7 Staatsführer, den schwächsten Mitgliedern unserer Welt zu helfen. Die schwer unterernährten Kinder in vielen Ländern Afrikas haben keine Zeit mehr, auf den kommenden G20 Gipfel am 7. und 8. Juli in Hamburg zu warten. Wenn nicht sofort gehandelt wird, werden Tausende Kinder sterben.“

Bis heute sind nur 1/3 der benötigten 6,3 Milliarden US-Dollar für die aktuelle Hungersnot zugesagt worden. Darum mussten in einigen Flüchtlingscamps die Essensrationen um die Hälfte reduziert werden.

World Vision fordert darum die Teilnehmer des G20 Gipfels auf, gemeinsame und effektive Beschlüsse zu fassen, um die Probleme unserer heutigen Zeit nachhaltig anzugehen. „Wenn nicht gehandelt wird, wird es mehr Konflikte geben und mehr Klima bedingte Katastrophen. Mehr Menschen werden sich gezwungen sehen, ihre Heimatländer zu verlassen, da sie für sich und ihre Kinder keine Zukunft und Perspektiven sehen.“

Vier der Teilnehmer waren erstmals auf einem G7 Gipfel. Dies ist jedoch keine Entschuldigung dafür, dass keine Beschlüsse gefasst wurden. Die Probleme dieser Welt und besonders die Kinder können nicht warten, bis sich Staatenlenker zu einer Einigung aufraffen. WV 27

 

 

 

 

Bundesminister Müller erklärt „Marshall-Plan für Afrika“

 

Millionen Afrikaner sind auf der Flucht. Krieg, Gewalt, Hungersnot, Armut und fehlende Perspektive vertreiben sie aus ihrer Heimat. Die große Mehrheit von ihnen will nach Europa. Ihre erste Anlaufstelle in der Regel: Italien. Dort hat sich diese Woche der deutsche Entwicklungsminister Gerd Müller mit kirchlichen Hilfs-und Sozialorganisationen getroffen. Bei einem Runden Tisch ging es darum, wie man den Menschen vor Ort helfen, ihnen wirtschaftliche Perspektiven geben und Frieden stiften kann. Das Ziel des Ministers: Mit einer nachhaltigen Entwicklung für Afrika die Menschen von der Flucht nach Europa abhalten.

Das Smartphone, das T-Shirt, der Anzug. Die Nachfrage danach ist weltweit groß. Und der Lohn für den Arbeiter in Entwicklungsländern, der das Produkt hergestellt hat - wie groß ist der? Das ist alles andere als ein fairer Handel, sagt der deutsche Bundesminister für wirtschaftliche Zusammenarbeit und Entwicklung, Gerd Müller, im Interview mit Radio Vatikan und nennt ein weiteres Beispiel:

„Das Kilo Kaffee kaufen wir in Rom oder in Hamburg für 10 Euro. Und dafür bekommen die Bauern der Plantagen in Westafrika 50 Cent. Das ist der Preis für das Rohprodukt. Aus dem Grund arbeiten zwischen zwei und drei Millionen Kinder auf den Plantagen mit ihren Eltern und gehen nicht in die Schule. Mit dem Beispiel will ich sagen, dass fairer Handel mit den Afrikanern die schnellsten Entwicklungssprünge bringt.“

Und genau diese schnelle Entwicklung in Sachen Bildung und eigener Existenz für Familien brauche Afrika, sagt der Politiker. Und das bald, denn die Bevölkerung auf dem Kontinent wachse immer weiter – und mit ihr die Opfer von Armut, Hungerskrisen, Kriegen und Krankheitsepidemien. In dieser Situation sehen Millionen Afrikaner den Ausweg aus der Not in der Flucht Richtung Europa. Das will der Minister mit lokaler Hilfe und zivilgesellschaftlichem, auch interreligiösem, Dialog verhindern – und für diese wirtschaftlich und sozial nachhaltige Entwicklung vor Ort, wie er es nennt, setzt Müller besonders auf die Zusammenarbeit mit kirchlichen Organisationen:

„Denn die Kirchen kommen in Regionen, wo es keine Staatlichkeit gibt. Ich denke an den Südsudan und an die Zentralafrikanische Republik: Wenn Sie von der Hauptstadt aus 20 Kilometer aufs Land fahren, gibt es keine Straßen mehr und es gibt keine staatlichen Strukturen. Es fehlen Dörfer und Bürgermeister, wie wir uns das vorstellen, aber es gibt Pfarreien und Kirchen. Um die Pfarrer bildet und ordnet sich das Leben. Deswegen haben die Kirchen dort Möglichkeiten, die der Staat nicht hat.“

Diese Hilfe gelinge, aber auch nur dann, wenn die Afrikaner selber mehr leisten, gibt der Minister zu bedenken, vor allem bei der Korruption und bei Good-Governance. Außerdem steht in Müllers sogenannten „Marshall-Plan für Afrika“: Die europäische und internationale Privatwirtschaft muss mehr in Afrika investieren und so gut bezahlte Arbeitsplätze in afrikanischen Staaten schaffen. Das sei am Ende ein Gewinn auf beiden Seiten, zeigt sich der Bundesminister überzeugt. Außerdem müsse jedes Land dieser Welt mehr Geld für Entwicklungshilfe ausgeben, fordert Müller mit einem Seitenhieb auf die USA:

„Wenn der US-Präsident bei seinem Besuch in Saudi-Arabien oder in Europa neben den Hundert-Milliarden-Rüstungsdeals auch einen Zehnmilliarden-Entwicklungsfonds auf den Weg gebracht hätte, wäre er bejubelt worden. Das muss uns klar sein, dass wir weniger Rüstung und mehr Entwicklung brauchen. Damit wir weniger Waffen, weniger Kriege und am Ende mehr Frieden bekommen. Denn mehr Panzer schaffen nicht mehr Frieden.“

Frieden und eine starke Wirtschaft – auch mit Öffnung zum europäischen Markt – sind die Schlüsselworte, mit denen eine nachhaltige Entwicklung gelingen kann, meint Müller. Dafür will er eine neue Partnerschaft mit Afrika, damit am Ende auch der Kaffee-Bauer mehr Geld bekomme. Seine Politik sieht der Bundesentwicklungsminister ganz im Zeichen der Umweltenzyklika von Papst Franziskus, betont er. Denn „da hat er in einer Klarheit beschrieben, dass wir an einer Weggabelung stehen, was unsere Wirtschaft und den Konsum angeht: Gehen wir den Weg so weiter, führen wir den Planten in den Abgrund.“ Deswegen will Müller – da sieht er sich ganz in der Linie vom Papst – einen Paradigmenwechsel. Das treffe alle Bereiche: Die Wirtschaft, den Konsum und den persönlichen Lebensstil.

Am Ende soll sein „Marshall-Plan für Afrika“ eine Investition in die jungen Generationen sein, so der Bundesentwicklungsminister im Interview mit Radio Vatikan. Um ihnen eine reelle Chance zu geben und um zu verhindern, dass sich Tausende auf den Weg nach Europa machen. (rv 28.05.) 

 

 

 

Bitte kein Bla Bla auf dem G7 Gipfel: 20 Millionen Menschen sind akut von Hunger bedroht! Was tut ihr?

 

Taormina. Vor zwei Jahren haben die Staatschefs von 193 Nation auf dem UN-Gipfel in New York 17 Nachhaltigkeitsziele vereinbart, um die Welt gerechter und besser zu machen. Sie haben versprochen, niemanden zurückzulassen und besonders den Ärmsten der Armen zu helfen. Sie haben versprochen, dafür zu sorgen, dass niemand mehr hungern muss und genug zu essen hat und sich gesund ernähren kann. Sie haben versprochen, für eine nachhaltige Landwirtschaft zu sorgen.

Heute müssen wir schon wieder mit ansehen, wie Tausende Kinder in den Hungerregionen Ostafrikas sterben. Mehr als 20 Millionen Menschen sind schwer unter- und mangelernährt.  Auch in den Ländern rund um den Tschadsee haben Millionen Menschen aufgrund von Dürren und der anhaltenden Kämpfe in Nigeria nicht genug zu essen.

„Angesichts dieser Tragödie darf der G7 Gipfel nicht mit Bla Bla zu Ende gehen“, betont Marwin Meier, Gesundheitsexperte bei World Vision. „Vorwarnungen für die Katastrophe gab es mehr als genug.“ World Vision fordert daher dringend schnelle Hilfe für die besonders betroffenen Länder und um Hunderttausende Menschen, insbesondere Kinder vor dem Hungertod zu retten.

Die Versprechungen der G7, die vor 2 Jahren im deutschen Elmau gemacht wurden, müssen eingehalten und mehr Mittel für die Versorgung mit dringend benötigter Nahrung bereitgestellt werden. Dort wurde versprochen, in den nächsten 15 Jahren 500 Millionen Menschen aus Hunger und Mangelernährung zu befreien. Bisher ist aber nur sehr wenig gemeinsame Aktion sichtbar.

Der Fokus der sieben reichsten Wirtschaftsländer muss dabei auf den Ärmsten der Armen und Bedürftigsten liegen. „Kinder in den ersten 1000 Tagen benötigen besondere Aufmerksamkeit, da Versäumnisse in dieser Zeit ein Leben lang nachwirken und nicht mehr zu reparieren sind“, so Meier. „Besondere Aufmerksamkeit muss den vier afrikanischen Ländern gewidmet werden, in denen HEUTE Millionen Kinder von akutem Hunger bedroht sind.“

„Es darf nicht nur bei Versprechungen bleiben“ so Meier. „Als Italien in 2009 das letzte Mal den G7-Gipfel leitete, wurden 22 Milliarden Dollar für die Ernährungssicherung mobilisiert. Angesichts einer ganz konkreten Hungerkrise erwarten wir dieses Mal natürlich mehr Mittel!“

Kleinbauern sind in vielen Ländern Hauptproduzenten für Nahrungsmittel. Daher benötigen auch sie dringend mehr Unterstützung.

In Bezug auf den Krieg in Syrien, der bereits in sein siebtes Jahr geht, ist umgehendes Handeln geboten. „Die G7 Staatschefs müssen diesem grausamen Krieg endlich ein Ende setzen und eine politische Lösung vorantreiben“, betont Meier. „Alle Kriegsparteien sollten wissen, dass sie für Gräueltaten und Verbrechen gegen die Menschlichkeit zur Rechenschaft gezogen werden.“ Für Flüchtlinge und Vertriebene, sowie den Gastländern muss es ausreichend Unterstützung geben.

World Vision ist zutiefst besorgt, da viele Menschen in diesem Konflikt nicht mit Hilfsmaßnahmen erreicht werden können. Der Zugang zu Geflüchteten muss für internationale Hilfsorganisationen gewährleistet werden. Auch für den Wiederaufbau nach Kriegsende müssen genügend Ressourcen bereitgestellt werden.

„Die G7 Teilnehmer dürfen es angesichts der vielfältigen, weltweiten Herausforderungen nicht nur bei leeren Wortphrasen belassen“, drängt Marwin Meier. „Wenn Menschen keine Zukunft für sich und ihre Kinder sehen, werden sie ihre Heimat verlassen oder sich möglicherweise gewaltsam holen, was ihnen zusteht.“ WV 23

 

 

 

 

Italien/EU: Mittelmeer-Retter von Vorwürfen entlastet

 

Wenn nicht sie Leben retten, tut es derzeit keiner – das betont mit Blick auf die privaten Seenotkreuzer, die auf dem Mittelmeer Tausende schiffbrüchiger Migranten retten, Mussie Zerai, Direktor des Flüchtlingshilfszentrums „Habeshia“. Der eritreische Priester verweist im Interview mit Radio Vatikan auf einen der Hauptabfahrtsorte für die Mittelmeerflüchtlinge, Libyen.

„Die NGOs sind die einzigen auf dem Meer, die eine Lücke schließen. Nach dem Fall des Regimes von Gaddafi war das Meer vor den Küsten Libyens in der Tat sich selbst überlassen. Niemand half den Migranten jenseits der libyschen Gewässer. Dank Gott haben diese Organisationen sich zur Aufgabe gemacht, Leben zu retten.“

Seit Wochen sahen sich auf dem Mittelmeer operierende Nichtregierungsorganisationen in Italien mit Vorwürfen konfrontiert, mit ihren Einsätzen Migranten anzulocken und Schleppern in die Hände zu spielen. Letzte Woche schließlich hat der Verteidigungsausschuss des italienischen Senats die NGOs von den Vorwürfen freigesprochen. Es gebe keine Hinweise auf eine Kooperation der Retter mit Menschenhändlern, steht in dem entsprechenden Bericht. Mussie Zerai zeigt sich erleichtert darüber:

„Aus dem Bericht geht hervor, dass die schrecklichen Vorwürfe nicht bewiesen wurden! Nach dieser Schlammschlacht gilt es jetzt, die Freiwilligen, die ihre Zeit opfern, um menschliche Leben zu retten, zu rehabilitieren.“

Koordination mit der italienischen Küstenwache verbessern

Die Senatoren hatten im Rahmen der Untersuchung zugleich neue Regeln für den Einsatz der privaten Seenotretter im Mittelmeer gefordert. Diese dürften keine humanitären Korridore schaffen; zudem sollten die Rettungseinsätze stets unter Führung der italienischen Küstenwache stattfinden. Pater Zerai findet das grundsätzlich sinnvoll:

„Es ist richtig, dass die NGO – wie der Verteidigungsausschuss betont – mehr mit der (italienischen, Anm.) Küstenwache bei den Rettungsaktionen zusammenarbeiten. Doch es ist nicht so, dass das vorher nicht geschah. Wenn es darum geht, diese Koordination zu verbessern, ist das eine sehr gute Initiative. Wenn man aber, wie es vor einiger Zeit einige Gesetzesvorschläge vorsahen, die NGO-Schiffe zwingen will, in den italienischen Gewässern zu bleiben, den so genannten SAR-Gewässern, bedeutet das, Tausende von Menschen zum Tod zu verurteilen. Das Mittelmeer wird dann immer mehr zum Friedhof unter freiem Himmel.“

Es braucht ein europäisches Hilfsprojekt

Die Lebensrettung muss nach Ansicht von P. Zerai oberste Priorität haben. Dass eine von der EU koordinierte gemeinsame Rettungsaktion derzeit fehlt, sieht er als großes Manko:  

 „Was es braucht, ist ein europäischen humanitäres Projekt, das in die Richtung der Operation ,Mare Nostrum‘ geht, mit einem klaren Mandat, nach Menschen zu suchen und diese zu retten. Denn alle anderen laufenden Initiativen wie etwa Frontex haben keinen solchen Auftrag – da werden allein die Grenzen bewacht.“

Dank der italienischen Marine- und Küstenwache-Operation ,Mare Nostrum' konnten bis November 2014 rund 150.000 Menschen auf dem Mittelmeer gerettet werden; abgelöst wurde sie vom Grenzschutzprojekt Triton, das unter Führung der EU-Grenzagentur Frontex steht.

Migration ginge auch ohne NGOs weiter

Dem Vorwurf, dass die vor den libyschen Küsten operierenden Hilfsorganisationen den Fluss der Migranten noch stimulieren, entgegnet Don Mussie Zerai:

„Die Aktivität dieser Organisationen begann nach verschiedenen Tragödien und Schiffbrüchen, vor allem denen im Jahr 2013. Doch vor diesen dramatischen Ereignissen gab es auch Abfahrten, und die Menschen riskierten gleichermaßen ihr Leben. Der wahre Impuls für die Migrationsflüsse ist ganz sicher nicht die Rettungsarbeit, sondern die Ursachen in den Herkunftsländern der Migranten selbst und die schlechten humanitären Bedingungen, die sie in den Transitländern erleiden. Deshalb sind sie dazu gezwungen loszufahren, um einen sicheren Ort zu finden.“

Der Flüchtlingshelfer betont zugleich, dass es die Ursachen der Migration zu verstehen gilt. Die Kritiker der NGOs seien in dieser Hinsicht kurzsichtig.

„Die NGO anzugreifen, weil die Migrationsflüsse nicht nachlassen, ist wie auf einen Arzt böse zu sein, der uns eine Krankheit diagnostiziert hat - ohne selbst die Gründe dafür in Betracht zu ziehen. Nur indem man die Ursachen sieht, kann man verhindern, dass zehntausende Menschen dazu gezwungen sind, ihre Heimat zu verlassen. Es ist Unsinn, diejenigen anzuklagen, die versuchen, die Not zu lindern.“

Der Verteidigungsausschuss des italienischen Senates hatte weiter gefordert, langfristig sichere Landepunkte für Mittelmeerflüchtlinge auf libyschem, tunesischem und maltesischem Gebiet unter Federführung der Internationalen Organisation für Migration (IOM), der Vereinten Nationen und des UNO-Flüchtlingswerkes UNHCR einzurichten: Italien dürfe nicht das einzige Ankunftsland für gerettete Migranten sein. (rv/diverse 22.05.)

 

 

 

 

Italenischer Minister: Die deutsche Austeritätspolitik hat Europa geschwächt

 

Laut Italiens Transportminister Graziano Delrio hat die von Deutschland durchgesetzte Austeritätspolitik das europäische Projekt geschwächt. Auch in Bezug auf den Emissionsskandal um Fiat erwartet er eine Erklärung aus Berlin. Ein Interview von EURACTIV-Partner Milano Finanza.

 

Graziano Delrio ist seit April 2015 italienischer Minister für Infrastruktur und Transport. Er sprach mit Andrea Cabrini von Milano Finanza.

Wie steht die italienische Wirtschaft vor dem G7-Gipfel am Wochenende in Taormina da?

Nicht so schlecht, wie man meinen könnte, aber die Situation ist immer noch kritisch. Es gibt immer noch offene Fragen zur Integration von Frauen und Jugendlichen in den Arbeitsmarkt. Dazu kommen andere Probleme wie organisiertes Verbrechen und die wirtschaftlichen Unterschiede zwischen Nord- und Süditalien.

Ein Beispiel: Seit den 1990ern hat Deutschland 1,6 Billionen Euro aufgewendet, um Ostdeutschland zu integrieren – das entspricht dem gesamten italienischen BIP. Wir brauchen mehr Planung und mehr Investment. Wir wollen immer, dass es schnell vorangeht. In Deutschland ging es tatsächlich langsamer voran, aber dafür robuster. Das ist, zusammen mit höherer Disziplin, was uns fehlt.

Was Italien auch fehlt, ist Wirtschaftswachstum. Es gibt welches, aber es ist immer noch eines der niedrigsten in Europa.

Unsere Hauptantwort darauf ist, denjenigen, die Wohlstand und Arbeit schaffen, zu erleichtern, dies schneller und effizienter zu tun. Deswegen reduzieren wir die Gewerbesteuern. Zweitens gibt es auch ein Investitions-Problem.

Für Investitionen braucht man Quellen. Werden Sie das bei der G7 ansprechen?

Mein Ministerium richtet den G7-Transportgipfel in Cagliari aus, aber das Thema wird auch in Taormina besprochen werden. Das Wichtigste ist die Erkenntnis, dass wir einen Investmentplan brauchen, der die Grenzen innerhalb Europas überwindet und sich auf große Infrastrukturprojekte fokussiert. Es wäre toll, wenn wir aus der Misere herauskommen, aber dafür müssen wir an Europa glauben.

Glauben Sie an Europa?

Wir kämpfen für Europa, weil wir an das Europäische Projekt glauben und weil wir es stärken wollen. Die deutsche Austeritätspolitik hat Europa geschwächt. Allerdings hat eine gewisse italienische Sorglosigkeit auch dazu beigetragen. Was wir jetzt brauchen, ist eine politische Vision.

Wie sieht die aus?

Die sogenannte Produktionslücke [der Unterschied zwischen tatsächlichem BIP und der potentiellen Wirtschaftsleistung] ist kein relgiöses Dogma. Es ist eine Berechnung eines Beamten in einem Büro, der bestimmte Parameter anwendet. Es gibt bessere, intelligentere Wege, so etwas zu berechnen.

Das wirtschaftliche Ungleichgewicht innerhalb der Euro-Zone belastet das Vertrauen der EU-Bürger. Deutschlands Handelsbilanzüberschuss zu senken, könnte eine Lösung sein, erklärt der Wirtschaftsexperte Jérôme Creel im Interview mit EURACTIV Frankreich.

Denken Sie denn, dass Europa jetzt, nach den Wahlen in Frankreich, „intelligenter“ sein wird?

Die wichtigste Frage ist: will Europa eine politische Einheit werden? Oder will Macron noch mehr Spielraum für die ach-so-tolle Achse Frankreich-Deutschland, die schon früher so gut funktioniert hat?

Auf was beziehen Sie sich?

Ich beziehe mich auf einige große Abmachungen, die wir mit den Franzosen ausgehandelt hatten. Im letzten Moment knickten sie dann aber immer ein und stimmten stattdessen lieber mit Deutschland überein.

Dass bei Macrons Siegesfeier als Allererstes die Ode an die Freude gespielt wurde, ist für Sie wahrscheinlich nicht ausreichend.

Um wirklich eine politische Einheit werden zu können, müssen wir entscheiden, ob wir beispielsweise eine gemeinsame Verteidigung und ein einzelnes Finanzministerium haben wollen; und ob wir Probleme wie die Jugendarbeitslosigkeit gemeinsam angehen wollen. Wenn wir das wollen, dann hätte sich gezeigt, dass pro-europäische Anführer tatsächlich den Weg für eine bessere EU der Zukunft ebnen.

Fiat-Chrysler wurde letzte Woche hart getroffen, als die EU ein Verletzungsverfahren ankündigte. Außerdem gibt es Gerüchte über Untersuchungen in den USA.

Was da passiert ist, ist falsch und hätte vermieden werden können. Wir haben im März eine Mediationssitzung mit Deutschland abgehalten und alle waren mit dem Ergebnis zufrieden. Die letzten Neuigkeiten kamen deswegen überraschend für uns und wir brauchen jetzt von deutscher Seite eine Erklärung. Ich möchte betonen: wenn wir den Zertifizierungen aus Deutschland trauen, verlange ich auch, dass dies andersherum genau so gilt.

Im Skandal um Abgaswerte geht die Europäische Kommission gegen Italien mit seinem Autohersteller Fiat Chrysler vor.

Wie wird die italienische Regierung jetzt vorgehen?

Ich habe mich sofort an die Europäische Kommission gewendet und eine Erklärung angeboten. Wir verfolgen die Sache genau. Wir sprechen hier über ein Instrument, das nicht richtig funktioniert hat und nicht über eine illegale Vorrichtung, die in Autos nichts zu suchen hat, wie es bei Volkswagen der Fall war. Wir können doch nicht Äpfel mit Eiern vergleichen. Ich habe verstanden, dass andere EU-Mitglieder ihre nationalen Interessen verteidigen wollen. Italien muss sich also darauf vorbereiten, dies auch zu tun.

Nach der Sommerpause muss die italienische Regierung auch neue Finanzmaßnahmen präsentieren. Wie schwierig wird das werden?

Das wird eine schwierige Diskussion, das möchte ich nicht beschönigen. Das liegt eben genau daran, dass wir eine Mischung aus finanzpolitischer Strenge und Anreizen für Wachstum, das wir so dringend brauchen, finden müssen. Es ist klar, dass wir nicht viel Spielraum haben werden. Aber Italien hat keine kranke Volkswirtschaft: wir haben eine hohe Staatsverschuldung, aber auch einen großen Primärüberschuss und im Vergleich mit anderen Staaten niedrige Privatschulden. Deswegen dürfen die zukünftigen Maßnahmen nicht den Konsum unterminieren, beispielsweise durch eine Erhöhung der Mehrwertsteuer. Das Ziel muss es sein, eine Atmosphäre des Vertrauens und der Zuversicht zu schaffen, um damit private und öffentliche Investitionen zu fördern. Andrea Cabrini, EA 23

 

 

 

 

Was tun mit der Türkei?

 

Eine geostrategische und zugleich wertebasierte Handlungsanweisung. Von Jan Techau

 

Wer über das Verhältnis des Westens zur Türkei spricht, muss wissen, dass er es nicht nur mit Recep Tayyip Erdogan zu tun hat. Die Türkei ist ein Akteur von höchster strategischer Bedeutung im Südosten Europas, der aufgrund seiner Größe schon jetzt erheblichen Einfluss auf die Machtbalance in Europa hat und auf absehbare Zeit eine europäische Großmacht werden kann.

Die Türkei ist mit knapp 80 Millionen Einwohnern eines der größten Länder in Europas unmittelbarem strategischen Einzugsgebiet und ihre Bevölkerung wächst, ist jung, ambitioniert, mit einem starken Identitätsgefühl ausgestattet und oft gut ausgebildet.

Die große türkische Landmasse reicht von Europas äußerstem Südosten bis zum Kaukasus und grenzt an die Kernkonfliktzone im Nahen Osten (Iran, Irak, Syrien). Ankara übt wachsenden Einfluss auf den Balkan aus und reguliert über die zwei Meerengen im Westen und Osten des Marmarameeres Russlands Zugang zum Mittelmeer. Es ist als NATO-Mitglied die Speerspitze zur Absicherung des Mittelmeers und der gesamten Südostflanke der Allianz und verfügt als Antwort auf seine prekäre geopolitische Lage über die zweitgrößten Streitkräfte im Bündnis, zumindest zahlenmäßig.

Die Türkei galt (und gilt vielen noch immer) mit seinem moderaten sunnitischen Islam und dem laizistischen Erbe des Staatsgründers Atatürk als demokratischer und moderner Musterfall innerhalb der muslimischen Welt, mit dessen Ausstrahlung in diesen Kulturkreis die Hoffnung auf Modernisierung und Befriedung verbunden ist.

Und schließlich trägt die Türkei einen gewaltsamen Konflikt mit einer Minderheit im eigenen Land aus, den Kurden, der von der Mehrheit der Türken nicht nur als staatsgefährdend eingestuft wird, sondern der das Land auch tief in die Konflikte seiner Nachbarstaaten Syrien und Irak hineinzieht und die Rolle der regionalen Mittelmacht in seiner Nachbarschaft wesentlich prägt.

Aus deutscher Sicht ist zudem wichtig, dass es aufgrund der hohen Zahl türkischer und türkischstämmiger Mitbürger in Deutschland kaum ein anderes Land gibt, das aus innenpolitischer Perspektive so wichtig ist wie die Türkei.

Mit dieser Beschreibung, in der die Rolle Ankaras in der europäischen Energiepolitik, das heikle Verhältnis Ankaras zu Moskau, die Zypernfrage und die Beziehungen zu den USA und zu Israel noch gar nicht erwähnt sind, ist die Komplexität des politischen Themas Türkei nur umrissen. Sie zeigt aber, dass die Debatte um die europäische und westliche Politik gegenüber Ankara zahlreiche Faktoren einbeziehen muss, die in der Verärgerung und Enttäuschung über den unverhohlen autoritären, national-religiösen Kurs Erdogans gern aus dem Blick geraten.

Die Türkei ist für den Westen zum klassischen politischen Dilemma geworden. Sie ist zu wichtig, um sie abzuschreiben oder durch Sanktionen und Ausgrenzung aus dem Kreis der Partner zu entlassen. Andererseits ist für die offenen, demokratischen Gesellschaften des Westens die politische Umgestaltung des Landes durch Erdogan und seine Partei, die AKP, unerträglich und nicht hinnehmbar. Der Spagat zwischen geopolitisch begründeter Realpolitik und wertebasierter Reaktion auf Erdogans Entdemokratisierung der Türkei droht die EU zu zerreißen. Was also tun mit der Türkei?

Zunächst einmal ist es erforderlich, dass die EU und ihre Mitgliedstaaten in ihrer Kritik an der Zerstörung des Rechtsstaats, der Gleichschaltung der Verwaltung, der Gängelung der Medien, und der Drangsalierung und Verhaftung von Oppositionellen nicht nachlassen. Wichtig ist hierbei, nicht moralische Überlegenheit zu demonstrieren, sondern auf die politischen und ökonomischen Kosten hinzuweisen, die diese Akte der Selbstverstümmelung zweifelsfrei erzeugen werden. Der Einsatz für den deutschen Journalisten Deniz Yücel ist dafür ein gutes Beispiel. Nicht nur wird dem Regime in Ankara gezeigt, dass es unter Dauerbeobachtung steht. Es entsteht auch ein permanenter Fluss negativer Berichterstattung, der bei aller demonstrativen Robustheit der türkischen Seite dauerhaft nicht gleichgültig bleiben kann, da er reputationsschädigend wirkt und die Kosten für das Beharren auf der eingenommenen Position in die Höhe treibt.

Gleiches gilt für die Reaktion der Bundesregierung auf die erneute Weigerung der türkischen Regierung, Abgeordneten des Deutschen Bundestages den Besuch des Bundeswehrkontingents auf dem Stützpunkt Inçirlik zu gewähren. Nachdem man dies in den vergangenen Jahren bei aller Verärgerung hingenommen hatte, ist es nun richtig, einen Umzug der Truppen auf einen nicht-türkischen Stützpunkt zu avisieren. Die Mitgliedschaft in der NATO ist der Türkei enorm wichtig, und als unzuverlässiger Alliierter dazustehen, ist für die Türkei aufgrund der hohen Außenwirkung durchaus schmerzhaft.

Gleichzeitig aber muss neben diesen taktischen Fragen im Umgang mit der Türkei die strategische Ebene mitgedacht werden. Es muss dem Westen unbedingt gelingen, mit der Türkei trotz Verstimmung und Zerwürfnis im politischen Geschäft zu bleiben. Ein Ausschluss aus der NATO wäre verhängnisvoll, da die Türkei sich dann nach anderen strategischen Partnern umschauen müsste und in Moskau sicher eine hohe Bereitschaft zur Kooperation finden würde – aus westlicher Sicht der GAU.

Auch auf EU-Seite wäre eine einseitige Suspendierung der Beitrittsverhandlungen ein kapitaler Fehler, worauf profilierte Türkei-Kenner wie der ehemalige Vorsitzende des Auswärtigen Ausschusses im Bundestag, Ruprecht Polenz, immer wieder hinweisen. Ein gemeinsam vereinbartes Einfrieren hingegen verhindert einseitige Schuldzuweisungen und lässt die Tür für eine Rückkehr an den Verhandlungstisch offen.

Neben diesem passiven Ansatz steht der EU auch ein aktiver zur Verfügung. Es ist jetzt an der Zeit, die in die Jahre kommende Zollunion zwischen der EU und der Türkei neu zu verhandeln und erheblich zu erweitern. Zwar ist wirtschaftliche Integration kein Garant für freundlichere politische Beziehungen, aber jeder Kontakt auf geschäftlicher Basis ist ein Beitrag zu einer Win/Win-Beziehung und vor allem eine Investition in die Zukunft. Gleiches gilt für die überfällige Gewährung der Visafreiheit für türkische Bürgerinnen und Bürger, die nach Europa reisen wollen. Je mehr Türken ihr Land von außen sehen und eine andere politische Lebensrealität erfahren, desto besser.

All dies sind eher langfristige Ansätze, die für den Umgang mit der Aufregung des Tagesgeschäfts wenig anbieten, die aber dennoch von großem Nutzen sein können. Ihnen allen ist gemein, dass sie auf eine Zukunft nach Erdo?an zielen. Wer diese Zeit fest im Blick hat und die Türkei nicht mit ihrem Präsidenten gleichsetzt, der untergräbt nicht nur sein autoritäres Narrativ, der baut auch die Kontakte und Strukturen auf, die wichtig werden, wenn der Spuk vorbei ist.

IPG 19

 

 

 

Moscovici: Fortschritte in Italien, Portugal und Spanien sind ‚gutes Zeichen‘

 

Vorgestern gratulierte die Europäische Kommission den portugiesischen und spanischen Regierungen, die ihre Länder aus der Krise geführt haben. Ebenfalls positiv bewertet wurden Maßnahmen in Italien. Von Jorge Valero

 

Wirtschaftskommissar Pierre Moscovici begrüßte die guten Neuigkeiten in einem Interview mit Pressevertretern, darunter EURACTIV. Mit Blick auf die nahe Zukunft sagte er, es ergebe sich gerade eine „günstige Gelegenheit“, die gewünschte Wirtschafts- und Währungsunion voranzutreiben.

Pierre Moscovici ist EU-Kommissar für Wirtschaft und Finanzen. Er war französischer Finanzminister unter Francois Hollande (2012-2014).

Wie wichtig ist es für die Kommission, dass Portugal den Sprung aus dem Defizit-Verfahren geschafft hat?

Es ist vor allem ein sehr wichtiger Tag für Portugal, die portugiesischen Bürger und die portugiesische Wirtschaft. In Portugal lief seit 2009 ein Verfahren bei übermäßigen Defizit. Die Portugiesen haben ein Reformprogramm mit extrem schmerzvollen sozialen Auswirkungen umgesetzt. Nach neun Jahren können wir diese Verfahren nun also endlich beenden. Warum jetzt? Weil das portugiesische Defizit stabil unter 3 Prozent, ja sogar stabil unter 2 Prozent liegt. Das ist auch ein extrem vertrauenserweckendes Zeichen für die, die bisher an der Kreditwürdigkeit des Landes und der Robustheit seiner öffentlichen Finanzen gezweifelt haben. Die Dinge laufen jetzt viel besser für Portugal.

Das sind also gute Nachrichten für Portugal, aber auch für die Europäische Union und ganz Europa. Einige sind nicht überzeugt davon, wie und ob der Stabilitäts- und Wachstumspakt funktioniert, aber wenn Sie sich die Fortschritte ansehen, die wir zwischen 2011 und 2017 gemacht haben – de facto gab es im Jahr 2011 24 Länder mit übermäßigem Defizit, heute sind es vier, und ich hoffe nächstes Jahr null – dann zeigt das doch, dass die Mechanismen funktionieren. Im Jahr war das durchschnittliche Haushaltsdefizit der Länder 6 Prozent. Heute liegt es bei 1,4 Prozent. Der Pakt hat also Effekte, und die gehen gleichzeitig auch nicht auf Kosten des Wachstums. Die Wirtschaft der Eurozone wächst, momentan um 1,8 Prozent. Darüber hinaus wurden in Portugal so viele Jobs geschaffen wie niemals zuvor. Das sind gute Nachrichten für alle.

Zum Thema Caixa Geral de Depósitos: Sie sagten, das Defizit kann auch nach der Rekapitalisierung der Bank unter 3 Prozent gehalten werden. Welche Garantien haben Sie von der portugiesischen Regierung dafür erhalten?

Wir haben keine Zweifel, wir haben kein Misstrauen. Wir sehen, dass die Budgetpolitik der portugiesischen Regierung eine vernünftige ist, und Mario Centeno sie konsequent und ernsthaft umsetzt. Natürlich bleiben Fragen über die Auswirkungen der Rekapitalisierung der Bank, sowohl dieses Jahr als auch langfristig. Wir haben keine definitiven Zahlen, die werden noch von Eurostat geliefert. Aber nach Gesprächen mit den portugiesischen Behörden glauben wir, dass diese Rekapitalisierung keinen langanhaltenden Effekt auf das Defizit haben wird, sodass es lange über 3 Prozent liegt. Ja, es kann sein, dass es einen kleinen Dämpfer in der Entwicklung geben wird, aber dieser wird ein einmaliger sein. Im nächsten Jahr werden die portugiesischen Finanzen dann gesund und unter der 3-Prozent-Marke liegen. Das ist der Grund, warum wir einstimmig und nach ausführlicher Konsultation mit den portugiesischen Behörden entschieden haben, das Defizitverfahren zu beenden.

Haben Sie einen Kompromiss geschlossen, unter dem in bestimmten Situationen außergewöhnliche Maßnahmen ergriffen werden könnten?

Nein, absolut nicht. Die heutige Entscheidung ist eine bedingungslose Entscheidung. Es ist eine solide Entscheidung, die wir dem Europäischen Rat vorlegen werden.

Nervt es sie, wenn in Debatten über Europa, insbesondere in Italien mit Führungspersönlichkeiten wie Matteo Renzi, Politiker immer vom „Europa der Technokraten“ oder von „Eurokraten“ sprechen?

Das nervt mich nicht, das lässt mich eher ungläubig lächeln. Ich finde es wirklich absolut ungerechtfertigt und in einigen Fällen unangebracht. Wenn es ein Land gibt, das einfach nicht glauben dürfte, dass die Kommission technokratisch ist, dann ist es Italien. Kein anderes Land hat so viel und so sehr von der Flexibilität des Paktes profitiert. Im Jahr 2016 profitierte Italien davon in Form von Beträgen in Höhe von 10 Milliarden Euro. Wir haben Italien die Strukturreformklausel zugestanden – als bisher einzigem Land (Finnland folgt dieses Jahr). Wir erlaubten Italien sogar die Anwendung der Investmentklausel in 2016. Und das, obwohl in diesem Jahr die die Investitionen eigentlich gefallen waren; wir haben da Verspätungen bei den Überweisungen der Strukturfondsgelder an Italien berücksichtigt. Wir haben beschlossen, dass die bisher getroffenen Budgetmaßnahmen für 2017 ausreichend sind, um die Bedingungen des Pakts zu erfüllen. Ehrlich gesagt, wenn jemand die Kommission beschuldigt, eine kleinliche und restriktiv handelnde Institution zu sein, kann er das hoffentlich nicht ernst meinen.

Die Kommission erfüllt ihre Rolle. Wir glauben, dass Italien ein zentrales und entscheidendes Land in der Eurozone ist, ein Land, dessen Reformversuche Unterstützung brauchen, ein Land, das von der Kommission mit Intellekt und Sensibilität verstanden werden muss. Ich denke, wir haben Entscheidungen im Rahmen der Regularien und mit gutem politischen Willen getroffen, und das sollte anerkannt werden. Ich würde es sehr begrüßen, wenn die politische Diskussion in Italien nicht ständig auf die Kommission zielen würde, während die Kommission ein aufmerksamer, fordernder und echter Freund Italiens war und ist. Der Dialog, den wir mit der italienischen Regierung führen, ist besonders intensiv und freundschaftlich. Es vergeht keine einzige Woche, in der ich mich nicht mit [Finanzminister] Pier Carlo Padoan treffe oder mit ihm rede. All dies hat zu echten Fortschritten geführt. Also, wirklich…wenn die Kommission ein Feind Italiens ist, dann weiß ich nicht, wer überhaupt ein Freund Italiens sein könnte. Wir sind sehr enge Freunde des Landes. Ich persönlich sehe mich als großen Freund Italiens. Alles, was ich verlange, ist, dass uns die Anerkennung gegeben wird, die wir verdienen.

Genießt Italien also eine bevorzugte Behandlung?

Niemand wird bevorzugt behandelt. Ich möchte hier nicht den Eindruck erwecken, es sei Güte gegenüber Italien oder dass wir die Regeln brechen; das tun wir nicht. Wir haben die Regeln angewendet und dabei die Flexibilität genutzt, die sie bieten. Dieser Kommission ist die Haushaltskontrolle wichtig, aber wir handeln mit Sensibilität, Intelligenz und politischem Verstand. Reden wir nicht um den heißen Brei herum: Italien hat viele Vorteile gehabt, aber das liegt daran, dass es eines der Länder mit dem niedrigsten Wachstum und dem größten Bedarf an Flexibilität ist. Wir haben unser Handeln lediglich der Situation des Landes angepasst. Das bedeutet nicht, dass ein Unterschied zwischen großen und kleinen Ländern gemacht wird oder dass Italien gegenüber anderen bevorzugt wird.

Und obwohl ich das hier so unterstreiche, werden wir in der italienischen Presse für alles Schlechte der Welt verantwortlich gemacht. Wir haben alles in unserer Macht Stehende – nicht mehr und nicht weniger – getan, um Lösungen für Italien zu finden. Ich verlange nur, dass das anerkannt wird.

Um Reformen zu implementieren, braucht man politische Stabilität. Glauben Sie, dass die politische Stabilität in Spanien nach der Wahl von Pedro Sanchez als neuer Chef der Sozialisten gefährdet ist und dass dies die Reformen beeinflussen könnte?

Wir sind niemals um die internen politischen Entwicklungen eines Mitgliedslandes besorgt – solange die Populisten nicht gewinnen. Wir werden auch nicht die politischen Entwicklungen innerhalb einer Partei kommentieren. Was bei der PSOE geschieht, betrifft Spanien, und die Frage nach politischer Stabilität in Spanien ist Sache des spanischen Parlaments und der spanischen Parteien.

Sehen Sie in der neuen französischen Regierung einen möglichen Auslöser für eine neue politische Dynamik in Europa?

Emmanuel Macron hat den Präsidentenposten erst vor acht Tagen übernommen, aber bereits seinen starken Willen bezüglich Europa bekräftigt. Zusammen mit der deutschen Kanzlerin und dem Premierminister Italiens hat er bereits die Aufgabe in Angriff genommen, die Eurozone weiter zu vertiefen und zu integrieren. Die Kommission unterstützt das. Auf persönlicher Ebene: ich freue mich sehr, weil ich bereits seit Jahren für einen gemeinsamen Eurozonen-Finanzminister, ein Eurozonen-Budget und ein Eurozonen-Parlament werbe. Dass es eine französisch-deutsche Arbeitsgruppe gibt, dass sich Paolo Gentiloni und Emmanuel Macron dieses Wochenende getroffen haben, dass das Ziel ist, die Divergenzen innerhalb der Eurozone abgebaut werden sollen; das alles geht in die richtige Richtung. Also: ja, da ergeben sich gerade günstige Gelegenheiten. Das bedeutet natürlich nicht, dass nun über Nacht alles erreicht wird, was wir uns wünschen. Wir wissen selbstverständlich, dass das nicht passieren wird. Aber wir sehen, dass es den Wunsch nach einer besser integrierten, stärkeren Eurozone, die mehr Arbeit und Wachstum schafft, gibt. Die Kommission und ich persönlich werden all unsere Energie für dieses Ziel aufwenden.

Hintergrund

Die Europäische Kommission hatte am Montag bekanntgegeben, dass das Defizitverfahren gegen Portugal gestoppt wird. Nach einem Bailout von 78 Milliarden Euro im Jahr 2011 hat das Land somit den Turnaround geschafft: die Kommission befand, dass das portugiesische Haushaltsdefizit nun bei 2 Prozent des BIP liegt, also deutlich unter der EU-Grenze von 3 Prozent.

Auch für Italien gab es gute Nachrichten: die Kommission erklärte, Rom müsse keine weiteren Maßnahmen gegen die massiven Staatsschulden von 133 Prozent des BIP ergreifen. Damit sprach die Kommission eine positive Bewertung für die dieses Jahr eingeführten, zusätzlichen steuerlichen Maßnahmen aus.

Litauen und Finnland gab die Kommission grünes Licht für die geforderte Flexibilität, damit die Länder ihre Defizitziele erreichen können.

Derweil wurde eine Warnung an Rumänien ausgesprochen: es gebe eine “deutliche Abweichung” vom vereinbarten Finanzpakt zum Ausgleich des Staatshaushalts. Die Regierung solle neue Maßnahmen ergreifen, um diese Abweichung zu korrigieren, schlug die Kommission vor.

Nach Jahren großer Defizite, voller Warnungen und Austeritätspolitik erfüllen jetzt alle Euroländer außer Frankreich, Spanien, Großbritannien und Griechenland die Finanzregeln. EA 25

 

 

 

 

Erleichterte Abschiebehaft. Bundestag beschließt schärferes Abschieberecht

 

Der Bundestag hat eine weitere Verschärfung des Ausländer- und Asylrechts beschlossen. Das neue Gesetzespaket sieht unter anderem eine erleichterte Abschiebehaft, das Auslesen von Handydaten sowie Residenzpflicht vor. Pro Asyl, Amnesty International und Caritas kritisieren die Verschärfung scharf.

Mit der Mehrheit der Stimmen von Union und SPD hat der Bundestag am späten Donnerstagabend ein schärferes Abschieberecht beschlossen. Demnach können Ausländer ohne Aufenthaltsstatus künftig leichter in Abschiebehaft genommen werden, wenn von ihnen eine „erhebliche Gefahr für Leib und Leben Dritter“ oder die innere Sicherheit ausgeht. Das Gesetz aus dem Haus von Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) sieht auch vor, dass technische Geräte wie Smartphones von Flüchtlingen künftig zur Ermittlung der Identität ausgelesen werden dürfen.

Die Opposition lehnte die Regelungen ab. Auch zwei SPD-Abgeordnete stimmten dagegen. Pro Asyl, Amnesty International und Caritas kritisierten die Verschärfung der Abschieberegelungen scharf.

Das Paket setzt Absprachen zwischen den Bundesländern und der Bundesregierung um, die sich zum Ziel gesetzt haben, abgelehnte Asylbewerber künftig konsequenter und schneller in ihre Heimat zurückzuschicken. Ende Februar verzeichnete die Statistik rund 215.000 ausreisepflichtige Ausländer, 60.000 davon hatten keine Duldung.

Residenzpflicht

Neben einer Erweiterung der Abschiebehaft sowie des sogenannten Ausreisegewahrsams sieht das neue Gesetz eine auf den jeweiligen Bezirk beschränkte Residenzpflicht für Asylbewerber vor, die über ihre Identität getäuscht haben. Zudem wird den Ländern ermöglicht, Asylbewerber bis zu zwei Jahre in Erstaufnahmeeinrichtungen unterzubringen, um möglichst während des Aufenthalts das Asylverfahren zu beenden.

Pro Asyl kritisierte, Schutzsuchende drohten durch die Neuregelungen unter die Räder zu geraten. Caritas-Präsident Peter Neher bezeichnete den Eingriff in die Privatsphäre von Flüchtlingen durch das Auslesen von Handys als unverhältnismäßig.

De Maizière verteidigt Gesetz

Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) verteidigte sein Gesetz. Man könne nicht hinnehmen, „dass Asylbewerber weitgehend sanktionslos und nach Belieben verschiedene Namen und Staatsangehörigkeiten angeben, keine brauchbaren Auskünfte geben und darauf hoffen, dass im Falle der Ablehnung des Asylantrags eine Abschiebung an der Beschaffung von Passersatzpapieren scheitert“, erklärte er anlässlich der Verabschiedung des Gesetzes, über das der Bundesrat noch befinden muss.

Amnesty International kritisierte vor allem die Ausweitung der Abschiebehaft. Es drohe eine Zweckentfremdung, warnte die Menschenrechtsorganisation. Die Haft dürfe unter keinen Umständen als Präventivhaft genutzt werden, um Menschen aus dem Verkehr zu ziehen, bei denen keine ausreichenden Hinweise für eine polizeiliche Festnahme vorliegen. (epd/mig 22)

 

 

 

 

Nationaler Integrationspreis. Begegnungen als Motor der Integration

 

Integration gelinge dort, wo Menschen sich aufeinander einlassen, so Bundeskanzlerin Merkel bei der Verleihung des Nationalen Integrationspreises. Erster Preisträger ist die westfälische Stadt Altena. Die Kleinstadt bündele vorbildlich verschiedene Instrumente zur Integration von Flüchtlingen, lobten Jury und Kanzlerin.

 

Rund 17 Millionen Menschen mit Zuwanderungsgeschichte leben in Deutschland, fast die Hälfte mit deutschem Pass. Einige sind vor kurzem gekommen, andere leben schon länger hier. "Es muss unser politisches Anliegen bleiben, dass alle an unserer Gesellschaft teilhaben können", sagte Bundeskanzlerin Angela Merkel in ihrer Rede zum Nationalen Integrationspreis. Integration sei eine langfristige Aufgabe und erfordere Mühe. Die Zuwanderung könne Deutschland aber stärken, wenn die Integration gelingt, so Merkel weiter.

Vieles hänge von persönlichen Kontakten und Vorbildern ab. "Wir sind davon überzeugt, dass Integration dort am besten gelingt, wo sich Menschen gegenseitig aufeinander einlassen", so Merkel.

Persönliche Begegnung seien ein Integrationsmotor. Die Kanzlerin bedankte sich bei den vielen Ehrenamtlichen: "Sie erweisen unserem Land einen ganz besonderen Dienst".

Stadt vernetzt Engagierte

Auf persönliche Kontakte setzt man auch beim diesjährigen Preisträger, der Stadt Altena im Sauerland. Aus Flüchtlingen sollen Mitbürger werden, lautet das Ziel. "Man müsse sich mit den Menschen auseinandersetzen", betonte der Altenaer Bürgermeister, Andreas Hollstein.

Nur wenige Schritte von Hollsteins Büro im Rathaus entfernt wurde ein Integrationsbüro eingerichtet. Eine wichtige Anlaufstelle für die Flüchtlinge, aber nicht die einzige. Auch ehrenamtliche "Kümmerer" stehen den Neuankömmlingen zur Seite. Dieses Engagement sei "existenziell"

betonte Merkel.

Jury: Einfach gute Arbeit in Altena

Eine fünfköpfige Jury um den Vorsitzenden Frank-Jürgen Weise hat Altena aus den Vorschlägen von 33 gesellschaftlichen Institutionen ausgewählt. Das Engagement des Preisträgers sollte möglichst nachhaltig, übertragbar und innovativ sein. Wichtig ist auch, welchen Wirkungsgrad es entfaltet.

In Altena habe man sich beispielgebend um die Integration von Migrantinnen und Migranten verdient gemacht. Die Stadt bündele vorbildlich zahlreiche wirksame Instrumente zur Integration, urteilte die Jury. "Hier zeigt sich eine Gesellschaft, die mit Vielfalt umgehen kann. Es ist einfach gute Arbeit", so der Juryvorsitzende Weise. Der Städte- und Gemeindebund hatte Altena vorgeschlagen.

Die Jury für 2017 besteht aus der Integrationsforscherin Naika Foroutan, dem Autoren Ahmad Mansour, dem Schauspieler Elyas M’Barek sowie der ehemaligen Frankfurter Oberbürgermeisterin Petra Roth.

Frank-Jürgen Weise ist der Vorsitzende. Die Bundeskanzlerin hat die Jury für drei Jahre berufen.

Integrationsarbeit soll deutschlandweit Schule machen

"Wir wollen vorbildliches Engagement auszeichnen, und zwar nicht irgendwo im stillen Kämmerlein, sondern in aller Öffentlichkeit. Denn wir denken, was vorbildlich ist, das sollte auch Vorbildwirkung entfalten und weithin Schule machen können", sagte Merkel bei der Preisverleihung.

 Das Bundeskabinett hatte im Mai 2016 bei einer Klausurtagung die "Meseberger Erklärung zur Integration" beschlossen und den Nationalen Integrationspreis ins Leben gerufen. Der Preis ist mit 10.000 Euro dotiert und wird im Kanzleramt verliehen. Pib 17

 

 

 

 

Afrika. EU-Staaten beschließen neue Entwicklungspolitik

 

In Afrika Brunnen bohren und Säcke mit Nahrungsmitteln liefern: Die heutige Entwicklungspolitik geht weit über solche Maßnahmen hinaus. In Brüssel haben die EU-Länder jetzt ein Rahmendokument beschlossen.

Die EU-Staaten haben neue entwicklungspolitische Grundsätze beschlossen. „Wir bewegen uns von einem traditionellen Geber-Empfänger-Ansatz zu einem partnerschaftlichen Ansatz“, sagte die EU-Außenbeauftragte Federica Mogherini am Freitag in Brüssel, kurz bevor die Vertreter der 28 EU-Regierungen das Grundlagendokument, den Europäischen Konsens über Entwicklungspolitik, verabschiedeten. Das Dokument soll am 7. Juni gemeinsam mit dem EU-Parlament und der EU-Kommission feierlich unterzeichnet werden und den aktuellen EU-Entwicklungskonsens aus dem Jahr 2005 ablösen.

Hauptziel der EU-Entwicklungspolitik bleibt die Bekämpfung der Armut in der Welt. Sie soll verringert und langfristig ausgerottet werden, heißt es im Konsens. Daneben zielt die EU unter anderem ab auf die Stärkung von Demokratie und Menschenrechten, Frieden und Konfliktprävention, Umweltschutz und Nachhaltigkeit, Katastrophenvorsorge und internationale Zusammenarbeit.

UN-Agenda für die Entwicklungspolitik

Mit dem Konsens orientiert sich die EU an der Agenda 2030 zur nachhaltigen Entwicklung. Diese 2015 von den Vereinten Nationen verabschiedete Agenda hat ihrerseits 17 Ziele, darunter zum Beispiel weniger Ungleichheiten und erschwingliche und umweltfreundliche Energie. Mit dem Konsens macht sich die EU die UN-Agenda für die Entwicklungspolitik zu eigen.

Die Ziele der Agenda 2030 sollten national, bilateral und international verfolgt werden, sagte Thomas Silberhorn (CSU), Parlamentarischer Staatssekretär im Bundesentwicklungsministerium, der die Bundesregierung in Brüssel vertrat. „Und diesen Dreiklang, bei sich zu Hause, in Kooperation mit Partnerländern und auf internationaler Ebene, den wollen wir auch mit dem Europäischen Entwicklungs-Konsens europaweit verbreiten.“

Asymmetrische Partnerschaften

Christine Hackenesch vom Deutschen Institut für Entwicklungspolitik sieht die Orientierung an der Agenda 2030 positiv. Bisher habe die EU die UN-Agenda nämlich „nicht sehr ambitioniert“ umgesetzt, sagte Hackenesch dem Evangelischen Pressedienst. Inhaltlich werde der Konsens durch diese Orientierung „im Vergleich zu 2005 auf jeden Fall breiter“.

Der neue Konsens betone tatsächlich das partnerschaftliche Verhältnis zwischen den EU einerseits und den Entwicklungsländern andererseits, so Hackenesch. Sie gibt damit der EU-Außenbeauftragten Mogherini in ihrer Darstellung von einem neuen Ansatz teilweise Recht, wobei schon der Konsens von 2005 diesen Grundsatz enthalten habe, wenn auch nicht so prominent. Entscheidend sei allerdings, dass die EU in der Realität weiterhin häufig als reicher und mächtiger Geber auf ärmere und schwächere Staaten treffe, urteilt die Expertin: „Die Frage ist immer, wie man das Prinzip der Partnerschaft in Beziehungen realisieren kann, die de facto asymmetrisch sind.“ (epd/mig 22)

 

 

 

 

Die Soziale Säule der EU – Sozialknigge ohne Wirkung?

 

Den Aufbau eines gerechteren, sozialen Europas – nichts geringeres verspricht die EU-Kommission mit ihrer neuen Sozialen Säule. Doch was richtungsweisend für die soziale Zukunft der EU sein soll, werde keine Schlagkraft entfalten können, monieren Kritiker.

Den 128 Millionen oft jungen Europäern, die zurzeit unter der Armutsgrenze leben, sollte sie Hoffnung geben. Chancengleichheit und Arbeitsmarktzugang, faire Arbeitsbedingungen, Sozialschutz und soziale Inklusion – all das versprach die EU-Kommission, als sie am 26. April die Europäische Säule sozialer Rechte (ESSR) präsentierte.  Die neue Säule sei ein „Kompass für eine erneuerte Aufwärtskonvergenz in Richtung besserer Arbeits- und Lebensbedingungen in Europa“, so die Kommission. Kurzum: Was hier geschaffen wurde, werde die Europäischen Union sozialer und fairer machen.

Doch was die Kommission unter Federführung von Vizepräsident Valdis Dombrovskis und Kommissarin Marianne Thyssen in enger Abstimmung mit nationalen Behörden, Sozialpartnern, der Zivilgesellschaft und Bürgern letztlich erarbeitete, erhält mehr Schelte als Rückhalt.

Die enttäuschenden Ergebnisse der Jugendgarantie, eigentlich Vorzeigeprogramm der EU, ernten vielerorts scharfe Kritik. Um Jugendarbeitslosigkeit effektiv zu bekämpfen, soll Brüssel nun mehr Mittel und Zeit in das Projekt investieren. EURACTIV Brüssel berichtet.

Denn die Reihe von Rechten und Grundsätzen, mit deren Hilfe faire und gut funktionierende Arbeitsmärkte und Sozialsysteme unterstützt werden sollen, leidet an einer grundsätzlichen Krankheit: Alles kann , nichts muss. Entsprechend wird der Entwurf nun zerrissen zwischen jenen, die sie zu schwach finden und jenen, die durch sie zu große Eingriffe befürchten.

Mehr Soziales gegen wachsenden Populismus

Dass sich die EU-Kommission bewusster dem Sozialen widmet, fand seit deren Ankündigung einer Sozialen Säule grundsätzlich viel Lob. Um dem schrumpfenden Vertrauen in die EU und dem wachsendem Populismus etwas entgegenzustellen, müsse sich die Union mehr auf ihre Stärken und ihre Errungenschaften besinnen, meinen Befürworter. „Es ist gut, dass die Kommission das Soziale endlich hoch auf die Agenda schiebt“, sagt Thomas Fischer vom Deutschen Gewerkschaftsbund (DGB). „Wenn wir in zehn Jahren kein sozialeres Europa haben, haben wir in zehn Jahren gar kein Europa mehr“, prophezeit er.

Nicht von ungefähr hatte EU-Kommissionspräsident Jean-Claude Juncker kürzlich gesagt, die jetzige Kommission sei „die der letzten Chance“.  370 Milliarden Euro Schaden, so rechnet die Kommission selbst vor, entstünden in der EU jährlich durch soziale Ungleichheit.

Werner Hoyer warnt vor dem Erstarken der Populisten. Die Jugendarbeitslosigkeit werde bei den nächsten Wahlen mitentscheiden, meint der Chef der Europäischen Investitionsbank.

Spätestens seit der Finanzkrise sei die Konvergenz, also die vollständige Angleichung  der Pro-Kopf-Wirtschaftsleistung in den Mitgliedsstaaten, zum Stehen gekommen, erklärte Georg Fischer, Direktor für Soziales der Europäische Kommission, vergangenen Freitag in Berlin. Um den gemeinsamen Binnenmarkt zu stärken, zu dieser Einsicht sei nun die Kommission gelangt, sollten „Löhne nicht nur ein Kostenfaktor, sondern auch als ein wichtiger marktökonomischer Faktor betrachtet werden“.

Dass die in der Säule festgeschriebenen Grundsätze und Rechte helfen sollen, neue Entwicklungen in der Arbeitswelt und der Gesellschaft generell zu bewältigen, klingt entsprechend verheißungsvoll. Schließlich ist in den EU-Verträgen das Versprechen einer in hohem Maße wettbewerbsfähigen sozialen Marktwirtschaft, die auf Vollbeschäftigung und sozialen Fortschritt abzielt, explizit verankert.

Soziale Rechte – Belastung und Wettbewerbshindernis

Darum strebt der Kommissionsvorschlag unter anderem an, einen gesetzlichen Zugang zum Sozialschutz wie etwa in Form von Arbeitslosengeld für alle Beschäftigungsformen – einschließlich Selbstständigen, befristeten und Teilzeit-Mitarbeitern – zuzusichern. Auch die Vereinbarkeit von Beruf und Familie soll durch Zusicherung von bezahlter Elternzeit gestärkt werden. Ein sozialpolitisches Scoreboard soll die Fortschritte in den EU-Mitgliedstaaten anzeigen, um sie in Richtung des angestrebten sozialen „AAA-Ratings“ zu bewerten. Dies soll in das Europäische Semester für die Koordinierung der Wirtschaftspolitik einfließen.

Die Arbeitslosigkeit in Europa bleibt hoch. Während es in südeuropäischen Staaten weiter besonders düster aussieht, stehen etwa in Tschechien die meisten Bürger in Lohn und Brot.

Doch hier beginnt das Dilemma. Die Mitgliedstaaten und bestimmte Interessenvertretungen sahen die Umsetzung sozialer Rechte bislang oft als Belastung und Wettbewerbshindernis – und tun das auch jetzt noch. So kritisiert etwa der Arbeitgeberverband Gesamtmetall, die ESSR würde insbesondere in den Bereichen Bildung, Löhne und Gehälter, Sozialschutzleistungen, Gesundheitsversorgung, Renten und Arbeitslosenleistungen in weiten Teilen einen massiven Eingriff in die Kompetenzen der Mitgliedstaaten und die Autonomie der Sozialpartner bedeuten. Die Kommission heize zudem Erwartungen an, die nach den aktuell gültigen EU-Verträgen nicht erfüllbar seien.

Kommissionschef Jean-Claude Juncker, dessen Projekt die ESSR ist, sieht das naturgemäß anders: „Mit der europäischen Säule sozialer Rechte und dem ersten Paket von Initiativen, die diese Säule flankieren, lösen wir unsere Zusagen ein und schlagen ein neues Kapitel auf“, lobte er den Vorstoß und mahnte eindringlich: „Mitgliedstaaten, EU-Institutionen, Sozialpartner und Zivilgesellschaft tragen miteinander die Verantwortung. Ich hoffe darauf, dass die Säule vor Jahresende auf höchster politischer Ebene gebilligt wird.“

Empfehlungen statt Zusagen

Doch es gibt auch Kritiker auf der anderen Seite. Sie sehen in dem jetzigen ESSR-Entwurf nicht viel mehr als ein Luftschloss, weil die Säule nicht gesetzlich bindend ist. Insofern seien keinerlei Zusagen der Mitgliedstaaten zu erwarten, meint etwa Sophie Schwab, Sprecherin der Nationalen Armutskonferenz und Referentin für Sozialpolitik bei der Arbeiterwohlfahrt. Sie fordert: „Ein Mindesteinkommen wird in der Säule zwar erwähnt, aber wir brauchen dazu konkrete Zusagen.“

EU-Kommissarin Marianne Thyssen will die EU-Staaten mit der Beschäftigungsinitiative für junge Menschen (YEI) davon überzeugen, Mittel in Höhe von zwei Milliarden Euro freizumachen. EURACTIV Frankreich berichtet.

Auch DGB-Vertreter Thomas Fischer sieht den Entwurf „äußerst skeptisch,  weil die Prinzipien lediglich Empfehlungen sind“ – und er verdammte die Motivation der Kommission in diesem Zusammenhang als marktopportunistisch: „Wenn ein soziales Europa eh nur der Gehilfe für eine funktionierende Kapital- und Geldunion sein soll, können wir Europa gleich in die Hände der Populisten geben“, so Fischer.

Gabriele Zimmer, Europa-Abgeordnete der Linken, fordert darum ein grundsätzliches Umdenken von der Kommission – weg vom globalen Konkurrenzkampf, hin zu einem sozialeren Europa. Deutschland habe zu lange festgelegt, wie alle anderen Staaten ihren Finanzen handhaben sollten, sagt sie im Gespräch mit Euractiv.de. „Wir können nicht weiter andere Staaten wie Griechenland zwingen, unserem Vorbild der Agenda 2010 zu folgen“, mahnt sie.

Statt Stabilitätspakt Bestrafung bei zu geringen Investitionen in Soziales

Dass die Mitgliedsstaaten für ein sozialeres Handeln mehr in die Pflicht genommen werden müssen, davon ist auch Zimmer überzeugt. Dabei schwebt ihr aber ein anderer Weg vor: Statt mit dem Stabilitätspakt wie bisher zu hohe Neuverschuldungen zu bestrafen, könnte man ein Alarmsystem einführen, das Staaten rügt, wenn sie zu wenig in „weiche Faktoren“ wie Bildung und Arbeitnehmerrechte investieren. „Schulden dürfen nicht durch Einsparungen bei der Bildung und Niedriglöhne getilgt werden“, warnt sie.

Die Wirtschaft Spaniens wächst nach einer Rezession mittlerweile wieder kräftig. Beflügelt wird der Aufschwung durch das boomende Geschäft mit Urlaubern.

„Beim Thema Sozialschutz sind die Arbeitgeberverbände nicht sehr aufgeschlossen, also muss die Kommission etwas auf den Tisch legen, das die Interessen der Arbeitnehmer absichert“, fordert Zimmer. Es brauche gesetzliche Festlegungen in allen Mitgliedstaaten für soziale Faktoren.

„Schäuble ist ein inkompetenter Finanzminister“

Dass pauschale Festlegungen von Prioritäten im Bereich Beschäftigung und Soziales ebenso fern der Realität wären wie entsprechende Handlungsansätze für die gesamte EU, sieht auch sie.

Dazu muss die EU-Kommission nun einmal Kriterien für jede einzelne Region in Europa entwickeln, sagt Zimmer. So viel Aufwand das auch sei – eine deutsche Vorherrschaft in Sachen eines von Wolfgang Schäuble definierten „richtigen Sparens“ müsse ein Ende haben, fordert Zimmer. „Schäuble ist ein inkompetenter Finanzminister“. Und: „Es ist Zeit, dass die Parteien im Wahlkampf auch die negativen Seiten der deutschen Rolle in Europa thematisieren.“ Nicole Sagener EA 16

 

 

 

Kardinal Marx: „Europa entscheidet sich in den kommenden Jahren“

 

„Es entscheidet sich jetzt in den kommenden Jahren, ob Europa wieder in nationale Interessen zerfällt oder ob es sich aufrafft zu einer gemeinsamen Vision für die Zukunft“: Kardinal Reinhard Marx blickt in seiner Eigenschaft als Vorsitzender der Kommission der Bischofskonferenzen der Europäischen Gemeinschaft (Comece) gleichzeitig mit Zuversicht und Sorge auf Europa.

Zur Zusammenarbeit gebe es keine Alternative, so Marx gegenüber Radio Vatikan, „das wird alle Beteiligten etwas kosten, es wird nie nur Gewinner geben.“ Solidarität bedeute, sowohl die Stärken als auch die Schwächen gemeinsam zu tragen. „Das wird noch ein spannungsvolles Jahrzehnt werden für die Zukunft Europas.“

Europa neu denken

Gemeinsam mit dem gesamten Präsidium der Comece war Kardinal Marx an diesem Dienstag von Papst Franziskus empfangen worden, über eine Stunde haben sie sich dabei über europäische Themen ausgetauscht. Ein Thema war der Kongress, den die Comece im Oktober hier in Rom unter der Überschrift „Europa neu denken“ veranstalten wird. „Der Papst hat uns dazu viel Mut gemacht“, sagt Marx. „Es ist ja das erste Mal, dass wir gemeinsam mit dem Vatikan einen Kongress über die Zukunft Europas machen.“ Durch den Kongress wolle man den Dialog zwischen Politik und Kirche stärken, „denn wir alle haben ja keine fertigen Antworten. Wir spüren alle, dass Europa am Scheideweg ist.“ Strukturen, Zukunft und Ideen stünden in Frage. „Da braucht es einen intensiven Austausch in der Kirche, aber eben auch mit denen, die in der Verantwortung stehen.“ Der Kongress solle dabei helfen.

Europa ist nicht nur für sich selber da

Die eigene Aufgabe sieht die Comece laut Kardinal Marx drin, Europa sozialethisch zu begleiten und für die katholische Soziallehre einzustehen. Darüber hätten sich das Präsidium und der Papst ausgetauscht. „Wir müssen über den Kapitalismus hinaus denken“, nennt Kardinal Marx ein Thema. „Da sind wir einig mit dem Papst, wir brauchen eine Erneuerung und eine wirklich soziale Marktwirtschaft. Europa hat eine Verantwortung für die Welt und ist nicht nur für sich selber da, Europa soll ein Beitrag sein für eine bessere Welt.“

Sorge und Zuversicht

Bei seiner Rede vor dem EU-Parlament in Straßburg hatte Papst Franziskus vor Partikularismen gewarnt, die Sorge teilen die Bischöfe, aber dazu kommen noch andere Anliegen aus den Kirchen und Gesellschaften der EU: „Die Sorge um die Sicherheit der Arbeitsplätze, die Sorge um die eigene Identität, um die eigene Kultur, das sind Ängste und Befürchtungen, die man ernst nehmen muss. Da sind einige Bischöfe vielleicht zuversichtlicher und andere sind ängstlicher.“

Angesprochen auf die Wahlen in Europa – Niederlande, Frankreich, Deutschland, Österreich und andere – und auf den Populismus, der damit einher gehe, betont Kardinal Marx seine Zuversicht: „Wie soll ein Christ nicht zuversichtlich sein? Aber ich habe natürlich auch Sorge, weil ich die Herausforderungen etwa der Eurozone sehe. Ein wenig kann ich mich da hinein denken und dorthinein, was das für Sozialpolitik und Finanzpolitik bedeutet. Deswegen wollen wir ja auch unterstreichen, dass Europa sozialer werden muss.“ Das müsse eine neue „Säule der Zusammenarbeit“ werden. „Da werden einige Spannungen auf uns zukommen, die werden nicht klein sein, davon gehe ich aus.“ Rv 16.5.

 

 

 

„Das muss bald konkreter werden“

 

Interview mit Thorben Albrecht über die Vorschläge der Europäischen Kommission für ein sozialeres Europa. Von Thorben Albrecht

Nach einem langen Konsultationsprozess von anderthalb Jahren hat die Europäische Kommission am 26. April ihre Pläne für die Zukunft eines sozialen Europas vorgelegt, um so vielleicht auch den Aufstieg des Populismus zu bremsen. Sind die Vorschläge Ihrer Meinung nach die richtige Antwort darauf?

Die Vorschläge greifen die richtigen Themen auf. Ich halte es für dringend notwendig, über die Stärkung der sozialen Dimension Europas eine Diskussion zu führen. Allerdings sind die Vorschläge aus meiner Sicht doch zu unverbindlich. Damit kann man das soziale Europa nicht wirklich stärken. Man muss ernsthafter darüber reden, wie man es verbessern kann und in welchen Bereichen man über die Vorschläge der Kommission hinausgehen muss.

Was war dann der Sinn der ganzen Sache? Die Kommission hat ja immerhin anderthalb Jahre daran gearbeitet.

Deswegen bin ich auch ein bisschen enttäuscht über das Ergebnis. Gleichzeitig ist es richtig, dass die Kommission die Diskussion überhaupt führt. Die soziale Dimension zu stärken ist notwendig, um das Vertrauen der Bürgerinnen und Bürger in Europa wiederzugewinnen. Dazu muss man allerdings tatsächlich bald konkreter werden. Etwas Zeit bleibt ja noch. Bis zum Sozial-Gipfel der Staats- und Regierungschefs in Stockholm im November und dann zum Europäischen Rat im Dezember muss man zu etwas ambitionierteren Vereinbarungen kommen.

Die EU hat ja eigentlich keine Kompetenz im Bereich Soziales.

Das ist in der Tat ein zweischneidiges Schwert. Aus sozialpolitischer Sicht spricht nichts dafür, alle Bereiche zu vergemeinschaften. Dazu sind auch die Sozialsysteme zu unterschiedlich, und das würde die Akzeptanz sicherlich nicht erhöhen, wenn man jetzt versuchen würde, die Kompetenzordnung komplett neu aufzuschreiben. Aber andererseits denke ich: Wenn man das Ziel der Kommission ernst meint, nämlich eine Aufwärtskonvergenz in Europa zu erreichen, dann wird man an ein paar Stellschrauben durchaus zu europäischen Vereinbarungen kommen müssen. Das wäre zum Beispiel der Bereich Mindestlöhne und der Bereich soziale Grundsicherung – beides Themen, die die Kommission aufgreift. Aus meiner Sicht ist es durchaus möglich, einen europäischen Rechtsrahmen zu schaffen, der Anforderungen an die Mitgliedstaaten in diesen beiden Bereichen formuliert. Zumindest in dem Sinne, dass es eine europäische Vorschrift gibt, dass es nationale Regelungen gibt oder solche geschaffen werden müssen.

Bei den Mindestlöhnen kann ich mir vorstellen, dass man sagt: Man schreibt quasi eine Pflicht fest, dass in jedem Land eine Form von Mindestlohn besteht, die alle oder zumindest fast alle Arbeitnehmer abdeckt, und dass eine regelmäßige Anpassung des Mindestlohns auch gesichert ist. Dann kann es den Mitgliedstaaten freigestellt werden, ob das durch einen gesetzlichen Mindestlohn erfolgt oder durch einen oder mehrere tarifliche Mindestlöhne, solange dieser Rahmen gewährleistet ist. Das gleiche kann ich mir vorstellen hinsichtlich eines europäischen Rechtsrahmens für Mindeststandards im Bereich der sozialen Grundsicherung. Das heißt, dass die Existenzabsicherung für jeden Menschen in den Ländern gesichert ist. Wir sehen, dass in vielen Ländern diese Systeme häufig sehr lückenhaft sind und eine Anpassung nach oben nicht immer erfolgt. Darauf könnte man sich europäisch verpflichten. So würde man diesen Themen in der europäischen Debatte eine Bedeutung geben, und sie könnten dann selbst in Krisen nicht mehr in Frage gestellt werden, weil das einfach existenzielle soziale Rechte sind, die in allen europäischen Staaten gelten.

Aufwärtskonvergenz heißt, dass man Sozialstandards und Arbeitnehmerrechte nur nach oben anpassen sollte?

Ja, alle Staaten sollen sich nach oben bewegen, und in jenen Staaten, die im Moment noch ein niedrigeres Niveau sozialer Sicherung oder niedrigere Mindestlöhne haben, sollen die Anstiege schneller erfolgen. Das wäre mein Verständnis von sozialer Aufwärtskonvergenz. So habe ich die Kommission im Grundsatz auch verstanden. Nur schlägt sie keine Maßnahmen vor, wie das sichergestellt werden kann.

In den EU-Mitgliedstaaten gibt es unterschiedliche Sozialstaatsmodelle. Können die Menschen in Deutschland von einer europäischen Reform profitieren und wird gewährleistet, dass hiesige Sozialstandards nicht gesenkt werden?

Das ist ein Risiko, aber dem kann man entgehen, indem man sagt, alle Länder sollen sich nach oben bewegen. Es ist ja faktisch auch so: Wir haben jetzt gerade bei der sozialen Grundsicherung die Sätze zum 1. Januar 2017 angepasst. Wir haben in Deutschland den Mindestlohn nach oben angepasst. Ich glaube, das muss weitergehen. Aber gleichzeitig muss man dafür sorgen, dass in Ländern, die bislang niedrigere Niveaus haben, ein Aufholprozess durch stärkere Erhöhungen möglich ist.

Was halten Sie von dem Vorschlag, nur einen prozentualen Satz als Mindestlohn, keinen absoluten, festzulegen. Wäre das aus Ihrer Sicht eine Lösung oder wäre das problematisch?

Das ist deswegen problematisch, weil ich die Lohnfindung grundsätzlich in den Händen der Tarifpartner sehe. Ich halte eine staatliche Vorgabe für schwierig, gerade in den nordischen Ländern, in denen Mindestlöhne tarifvertraglich festgelegt werden und nicht gesetzlich. Aber auch in Deutschland, wo eine sozialpartnerschaftliche Mindestlohnkommission über Erhöhungen entscheidet. Deswegen halte ich solche Prozentsätze für problematisch. Wir brauchen eine größere Vielfalt von Mechanismen, die aber das gleiche Ergebnis haben, nämlich erstens ein Sicherungsniveau bei den Löhnen nach unten einzuführen, das nicht unterschritten werden kann, und zweitens Mechanismen, dass nach oben angepasst werden muss. Das würde mir als wichtiger Schritt erst einmal genügen und passt besser zu den unterschiedlichen Traditionen, die wir haben, was tarifliche Mindestlöhne angeht, aber auch was die verschiedenen Formen von Festsetzungen von gesetzlichen Mindestlöhnen angeht.

Welche Vorschläge der Kommission sind weitreichender als das, was wir in Deutschland haben?

Interessant finde ich, und da gehen wir in der Bundesregierung oder zumindest im Arbeitsministerium in eine ähnliche Richtung, dass wir sagen: Wir müssen dafür sorgen, dass Menschen ihre Arbeitszeit reduzieren können, um sich zum Beispiel um die Familie zu kümmern, um Angehörige zu pflegen oder Ähnliches, und danach aber wieder auf die vorherige Arbeitszeit zurückgehen können. Da sind die Vorstellungen der Kommission in einem Punkt vielleicht ein bisschen weitreichender, weil sie sagen: Das soll für alle Betriebsgrößen gelten. Allerdings sind sie in anderen Bereichen deutlich weniger ambitioniert, weil das quasi nur ein Recht ist, mit dem Arbeitgeber darüber zu reden, während wir einen echten Rechtsanspruch für notwendig halten, dass man wieder zurückkehren kann in die vorherige Arbeitszeit, also zum Beispiel in die Vollzeitbeschäftigung.

Hat sich die Kommission in ihren Vorschlägen mit dem Thema Arbeit 4.0 auseinandergesetzt? Es war ja mit Sicherheit auch ein Anlass für die Vorschläge, dass Digitalisierung und Automatisierung der Arbeit zu vielen Entlassungen geführt haben und weiter führen werden. Ist das in den Vorschlägen angemessen berücksichtigt?

Ich gehe nicht davon aus, dass Arbeit 4.0 massiv Arbeitsplätze kosten wird. Da haben wir eine andere Blickrichtung, gestützt durch Studien und Diskussionen, die wir zum Thema Arbeit 4.0 geführt haben. Aber es wird natürlich größere Veränderungen geben. Die Kommission geht in diesem Papier sehr stark darauf ein, dass es neue Beschäftigungsformen geben wird. Marianne Thyssen, die EU-Kommissarin für Beschäftigung und Soziales, hat kürzlich gesagt: Die atypische Beschäftigung von heute ist die typische Beschäftigung von morgen. Ich glaube, das ist weder realistisch noch wünschenswert. Dennoch muss darüber nachgedacht werden: Wie kann man selbstständige Arbeitsformen und Plattformarbeit etc. besser sozial absichern? Das geht in die richtige Richtung. Das heißt, dass man zum Beispiel Sozialleistungen, die man erworben hat, auch mitnehmen kann von abhängiger Beschäftigung in selbstständige Tätigkeit.

Es gibt also ein paar wichtige Aspekte, die in den Vorschlägen der Kommission enthalten sind. Dennoch finde ich den Grundtenor etwas zu pessimistisch, wenn gesagt wird, dass man normale Arbeitsverhältnisse nicht wird halten können. Das sehe ich durchaus anders. Wenn man sich in Deutschland Industrie 4.0 anschaut, dann wird es auch in Zukunft noch sehr viele ganz normale Arbeitsverhältnisse geben, jedenfalls was die Rechtsform angeht, auch wenn die Tätigkeiten vielleicht in der Zukunft anders aussehen werden als heute.

Wo sehen Sie Lücken in den Vorschlägen?

Ich sehe keine größeren thematischen Lücken. Mit den 20 Prinzipien wurde sehr viel abgedeckt. Allerdings bleibt es zu unkonkret. Was mir vor allem fehlt, sind wirtschaftspolitische und wettbewerbsrechtliche Vorgaben. Wie wirkt sich das auf die soziale Situation der Menschen aus. Weil das häufig ja Punkte sind, die uns die größten Schwierigkeiten bereiten. Dass dann, wenn Dienstleistungen grenzüberschreitend erbracht werden, das Prinzip gleicher Lohn für gleiche Arbeit am gleichen Ort nicht gilt. Oder wenn beim Vergaberecht sehr stark auf preisliche Fragen abgestellt wird, statt da auch die soziale Dimension stärker mit einzubeziehen. Das sind eigentlich eher die Lücken, die jetzt nicht im engeren Sinne in der Sozialpolitik, aber in der Konstruktion des Binnenmarkts liegen. Eigentlich hätte die soziale Säule aus meiner Sicht einen klaren Vorrang, mindestens aber eine Gleichberechtigung der sozialen Rechte vor den Binnenmarktfreiheiten erfordert. Und das ist nicht passiert.

Sind diese Pläne, oder wenn nachher noch etwas Konkreteres dabei herauskommt, tatsächlich ein Weg, wie man die Vertrauenskrise in die EU beheben kann?

Wenn wir bei dem stehenbleiben, was jetzt vorgelegt wurde, dann nein. Aber ich gebe die Hoffnung nicht auf, dass das genutzt wird, um zu substanzielleren Ergebnissen zu kommen. Aber sicher, dass die kommen, bin ich natürlich nicht. Das werden die nächsten Monate zeigen. Wenn es auf dem Niveau bleibt, wird es nicht ausreichend sein, um die Vertrauenskrise zu überwinden.

Welche Länder sind eher Bremser und welche gehen eher voran?

Das kann man so pauschal nicht sagen. Das hat natürlich etwas mit unterschiedlichen politischen Ansätzen zu tun. Länder, die ein höheres Sozialschutzniveau haben, neigen dazu zu sagen, das wollen wir auch europäisch gesichert haben. Länder, die sich in einem Aufholprozess befinden, sehen darin eher Hemmnisse. Hier fehlt eine bessere Aufklärung innerhalb der EU, dass Arbeitnehmerrechte, Mitbestimmung, Tarifverträge – ich glaube, das sieht man auch an der deutschen wirtschaftlichen Erfolgsgeschichte – eben keine Hemmnisse für Wirtschaftswachstum sind, sondern eher ein Faktor, der Wachstum beschleunigen kann.

Vor dem Hintergrund wachsender Skepsis gegenüber der EU und weiteren Integrationsschritten vor allem in Osteuropa: Ist der jetzige Zeitpunkt gut für Schritte in Richtung weiterer Angleichung im Sozialbereich oder eher schlecht?

Insgesamt ist die Debattenlage natürlich sehr schwierig, weil es da manchmal auch eine Kombination gibt zwischen denen, die grundsätzlich europaskeptisch sind – egal, ob es sich um eine Vertiefung der EU im sozialen Bereich oder in anderen Bereichen handelt –, und zwischen den im weitesten Sinne neoliberalen Kräften, die sagen: Ja, wir brauchen einen Binnenmarkt, der noch weitere Bereiche durchdringt, die sich aber gleichzeitig auch gegen eine Vertiefung der sozialen Dimension wehren. Das gibt natürlich eine gewisse unheilige Allianz, die dazu führt, dass der Fortschritt des sozialen Europas dann doch eher eine Schnecke ist.  Die Fragen stellte Anja Papenfuß. IPG 12

 

 

 

 

Flüchtlingspolitik. EU will Beziehungen mit Afrika verstärken

 

Seit Jahrzehnten pumpt die EU Entwicklungshilfe nach Afrika. Trotzdem beherrschen den Kontinent vielerorts weiter Kriege, Hunger und Diktaturen. Wegen der Flüchtlinge aus Afrika hat die Zusammenarbeit für die EU neue Dringlichkeit.

Die EU will ihre Beziehungen mit Afrika verstärken. Es gebe „den starken Willen, in eine strategische Partnerschaft zwischen der Europäischen Union und der Afrikanischen Union zu investieren“, sagte die EU-Außenbeauftragte Federica Mogherini am Montag nach einem Gespräch mit dem Kommissionschef der Afrikanischen Union (AU), Moussa Faki Mahamat, in Brüssel. Als Bereiche der Zusammenarbeit nannte Mogherini den Klimawandel, nachhaltige Entwicklung, Krisenbewältigung, Frieden und Sicherheit und die Jugend. Faki Mahamat sagte, es sei Zeit, die Partnerschaft „neu zu interpretieren, zu verstärken“, und zwar „zum Wohle der beiden Kontinente“.

EU und AU pflegen eine langjährige Partnerschaft und wollen im November ein Gipfeltreffen in der Elfenbeinküste abhalten, um ihre Beziehungen zu erneuern. Die EU hat in den vergangenen Jahren auch deshalb ein verstärktes Interesse am Nachbarkontinent, weil von dort Hunderttausende Migranten nach Europa übersetzen.

Weg zur Demokratie nicht leicht

Die AU ist institutionell in vielem der EU nachempfunden, wobei das Amt Faki Mahamats dem von EU-Kommissionspräsident Jean-Claude Juncker entspricht. Die Integration der AU reicht aber bei weitem nicht so tief wie die der EU. Trotz Bekenntnissen der AU zur Demokratie sind auch mehrere Diktaturen Mitglied der AU, die den gesamten Kontinent umfasst.

In Brüssel bekräftigten EU wie AU ihr Bekenntnis zur Demokratie. Auf eine Frage nach den diktatorischen Regimen in der AU sagte Mogherini, dass der Weg zur Demokratie „nicht immer gerade und leicht“ sei, dies gelte auch für die EU selbst. Allerdings hätten „die afrikanischen Bürger“ bei diesem Thema dieselben Hoffnungen wie die Bürger in Europa, urteilte die EU-Außenbeauftragte.

Bundesregierung: Wir müssen dort mehr tun

Demokratie, Menschenrechte und Wahlen seien „in der Mehrzahl der Fälle gemeinsame Werte“, sagte Faki Mahamat. Dabei hänge der Rhythmus von den einzelnen Gesellschaften ab. Afrika habe in dieser Hinsicht „bedeutende Fortschritte gemacht“, erklärte der AU-Kommissionschef. Man arbeite daran, die Demokratie in den Gesellschaften stärker zu verankern.

Vor dem Treffen hatte die Bundesregierung die EU zu mehr Engagement in Afrika aufgefordert. „Wir müssen dort mehr tun, wir müssen dort mehr Verantwortung übernehmen“, sagte der Staatsminister für Europa im Auswärtigen Amt, Michael Roth (SPD). Es gehe nicht nur um die Bekämpfung des Hungers, sondern auch um Stabilität, Investitionen und die Menschenrechte. Roth betonte, dass trotz europäischer Hilfe am Ende die afrikanischen Staaten für Stabilität sorgen müssten. „Die letzten Entscheidungen liegen in den Händen Afrikas selbst.“ (epd/mig 16)

 

 

 

 

Oligarchie der Autokraten. Von der Gefahr, dass sich ein paar mächtige Männer die Welt aufteilen.

 

„Wenn ich die Wahl zwischen Gerechtigkeit und Ordnung habe, dann entscheide ich mich für Ordnung.“ Henry Kissinger

Wenn europäische Politiker auf Donald Trump treffen, geht es vordergründig um die Lastenteilung innerhalb der NATO, die Bewahrung des Freihandels, die Beziehung zu Russland und die Krisen dieser Welt von Nordkorea bis Syrien. Doch tatsächlich geht es um viel mehr: Um die Zukunft der internationalen liberalen Ordnung. 

Nach gut 100 Tagen Donald Trump muss man leider feststellen, dass sich die Hoffnungen, es werde schon nicht so schlimm kommen, nicht bewahrheitet haben. Zwar hat Trump eine Reihe atemberaubender Kehrtwenden hingelegt und findet die NATO nun plötzlich doch nicht mehr „obsolet“, die USA sollen die NAFTA nun doch nicht verlassen und in Syrien und Nordkorea verfolgt er nicht die erwartete isolationistische, sondern eine interventionistische Politik. Dahinter ist jedoch keine langfristige, politische Strategie erkennbar. Es ist nicht ausgeschlossen, dass er in wenigen Tagen oder Wochen eine gegenteilige Politik propagiert.

Wie sich die Weltmacht zum Gespött der Welt macht

Im Weißen Haus scheint die Unvernunft eines Narzissten zu regieren, der mit dem Schicksal der mächtigsten Nation der Welt spielt und von notorischem Selbstmitleid und einem tief sitzenden Hass auf die liberale Presse zerfressen ist. Mehr noch: Es mangelt ihm an Respekt vor dem demokratischen Rechtsstaat und er scheint – zurückhaltend formuliert – nicht gerade dem Prinzip der Wahrhaftigkeit verpflichtet zu sein. Auch die Hoffnung, dass das Amt den Inhaber stärker formt als der Inhaber das Amt, hat sich bislang nicht bewahrheitet.

Trotzdem wehren sich die Institutionen und das System der Checks and Balances in der seit fast zweieinhalb Jahrhunderten existierenden amerikanischen Demokratie bislang recht erfolgreich gegen den Frontalangriff aus dem Weißen Haus – ja man hat geradezu das Gefühl, dass einige von ihnen, wie die liberale Presse, durch Trump geradezu wiederbelebt wurden. Zudem ist Trump mit nahezu jeder seiner Initiativen (Einreiseverbot, Gesundheitsreform, drastischer Erhöhung des Militärbudgets) an Bundesrichtern oder dem Kongress krachend gescheitert. Ob, was und wann irgendetwas von seinen Wahlkampfversprechen umgesetzt werden wird, ist weitgehend offen. Es stellen sich vor allem zwei Fragen: Ist Donald Trump bereit, das Prinzip der Gewaltenteilung anzuerkennen und den Rechtsstaat zu achten? Mit dem Rauswurf von FBI-Direktor James Comey erweckt er einmal mehr den Eindruck, dass er versucht, sich über das Gesetz zu stellen. Und ist er in der Außenpolitik willens, geschlossene Verträge einzuhalten oder wird alles zur Verhandlungsmasse, zu bilateralen „Deals“?

Die USA unter Donald Trump laufen Gefahr, von einer globalen Führungsmacht zu einem Land des Nationalismus und Isolationismus zu werden, von einem „wohlmeinenden Hegemon“, der internationale öffentliche Güter bereitstellt, zu einer unberechenbaren Großmacht unter anderen Großmächten. Das Ende der Pax Americana wird somit nicht durch einen Herausforderer, sondern durch die USA selbst eingeläutet. Das dadurch entstehende Machtvakuum lädt andere Mächte geradezu ein, es auszufüllen. So hat China durchaus die Chancen erkannt, die sich durch Trumps Aufkündigung der von Obama verhandelten Trans-Pacific Partnership (TPP) für Peking ergeben. Schließlich sollte das Abkommen auch dazu dienen, die hegemonialen Ambitionen Chinas zu begrenzen und einzuhegen.

Die internationale Ordnung unter Druck

Die internationale Ordnung ist derzeit weniger von Machtkonzentration als von Machtdiffusion geprägt. Während Russlands Macht nur noch dazu reicht, die internationale Ordnung zu stören und Chinas Macht und Wille (noch!) nicht ausreicht, sie zu gestalten, ist die einzige Macht, die dazu in der Lage wäre – nämlich die USA – offenbar nicht mehr dazu bereit, als Garantie- und Ordnungsmacht aufzutreten. Ob die Europäische Union zusammen mit anderen liberalen Demokratien (Australien, Brasilien, Japan, Kanada, Mexiko) dieses Machtvakuum wird auffüllen können, bleibt abzuwarten.

Wir sind offenbar Zeuge, wie eine neue globale Machtstruktur entsteht, in der die alten Gewissheiten über den Haufen geworfen werden und die liberale Weltordnung, welche die letzten siebzig Jahre währte, deutliche Risse zeigt – ja sogar deren Ende in den Bereich des Denkbaren rückt. Internationale Werte und die uneingeschränkte Gültigkeit von internationalen Abkommen werden zum Beispiel auch von Russland und China zunehmend in Frage gestellt. So wächst die Befürchtung, die Trump-Regierung könnte Gefallen am Vorschlag Niall Fergusons finden, Amerika, China und Russland sollten die Welt in Machtbereiche aufteilen. Donald Trump hat zumindest eine Auseinandersetzung darüber angestoßen, wie diese Welt aussehen soll. Soll sie nach Regeln funktionieren oder nach dem Recht des Stärkeren? Wollen wir offene Gesellschaften und internationale Kooperation oder die Rückkehr zum Nationalismus? Wir können nur hoffen, dass der galoppierende politische Irrsinn sich bald totläuft und ihm entschieden entgegentreten wird. Es hat schon früher und immer wieder Angriffe auf die liberale Weltordnung gegeben. Neu ist, dass diese heute auch aus dem Weißen Haus selbst kommen. Die USA, die Schöpfer der liberalen Weltordnung, sind unter Donald Trump gerade dabei, diese in Schutt und Asche zu legen.

Droht eine „Oligarchie der Autokraten“?

Wird es künftig ein Bündnis der starken Männer (Trump, Xi Jinping, Putin) geben, die über die Köpfe der anderen Nationen hinweg ihre Einfluss- und Interessenssphären abstecken? Alle drei Machtmenschen haben bereits klargemacht, dass für sie Regeln und das internationale Recht nur dann gelten, sofern diese ihren Interessen nicht im Weg stehen. Putin mit der völkerrechtswidrigen Annexion der Krim und seinem militärischen Eingreifen in der Ostukraine und im Syrienkrieg, Präsident Xi mit völkerrechtswidrigen Gebietsansprüchen und militärischen Provokationen im südchinesischen Meer und Präsident Trump mit seinem Versprechen, die vertraglichen Verpflichtungen der USA (TPP, WTO, NATO, NAFTA etc.) aufzukündigen beziehungsweise neu zu verhandeln.

Überhaupt scheint diese sich herausbildende neue „Oligarchie der Autokraten“ in erster Linie bilaterale Beziehungen von Staat zu Staat, statt komplizierter multilateraler Verhandlungen zu bevorzugen. Dabei muss man weniger Kompromisse schließen, sondern es gewinnt zumeist der Stärkere. In Moskau – und seit dem 20. Januar 2017 ganz offensichtlich auch in Washington – wird Außenpolitik zunehmend als Nullsummenspiel betrachtet, bei dem nationale militärische Stärke und Einflusszonen immer Vorrang vor vertragsgestützter, kooperativer Sicherheit haben.

Ein neues Konzert der Großmächte oder Jalta 2.0 ist gleichwohl unwahrscheinlich. Zu groß sind die Konkurrenz und die Interessensgegensätze. Trump steht wegen seiner „Russland-Connection“, die ihn schon zwei führende Regierungsmitglieder gekostet hat, unter Druck und verschärfter öffentlicher Beobachtung. Und auch Präsident Putin scheint mittlerweile den „Mehrwert“ einer Präsidentschaft Trumps deutlich nüchterner zu bemessen. Es deutet deshalb einiges darauf hin, dass die von vielen prognostizierte Männerfreundschaft zwischen Trump und Putin an den unterschiedlichen Interessen beider Staaten ebenso scheitern wird, wie an den ähnlich wild wuchernden Egos der beiden Herren. Dabei scheint Trump durchaus den „Erfolg“ von Putin kopieren zu wollen. Beide versuchen mit außenpolitischen Aktionen von ihrem innenpolitischen Versagen abzulenken. Auch Putins Trumpf, den Unberechenbaren zu geben, der notfalls willens ist, einen Konflikt immer weiter zu eskalieren, um seine Widersacher zum Einlenken zu bewegen, sticht nicht mehr. Spätestens seit Trump scheint Putin kein Monopol mehr auf diese Rolle zu haben – Kim Jong Un und Recep Tayyip Erdogan versuchen sich derzeit ebenfalls darin.

Weltpolizist Trump?

Nach dem Bombenangriff auf die syrische Luftwaffenbasis stellt sich zudem die Frage, ob die 59 amerikanischen Marschflugkörper Vorboten eines Strategiewechsels sind, der die von Trump versprochene außenpolitische Zurückhaltung beendet und die USA zurück in die Weltpolizistenrolle bringt oder ob der Militärschlag vor allem innenpolitisch motiviert war. Es spricht einiges für Letzteres. Immerhin hat Trump durch den Raketenangriff dreierlei erreicht. Seine historisch einmalig schlechten Popularitätswerte sind erstmals wieder nach oben gegangen und erstmals lobt die kriegsbegeisterte amerikanische Presse (und nicht nur die) ihn übereinstimmend für seine „Entschlusskraft“. Zudem hat er sich von seinem Vorgänger Obama abgesetzt, dessen rote Linie 2013 bekanntlich ohne Konsequenzen vom Assad-Regime überschritten wurde. Und last but not least hat er die Spekulationen um seine „Freundschaft“ zu Putin und die russischen Einflüsse auf den amerikanischen Präsidentschaftswahlkampf zumindest vorübergehend verstummen lassen.

Protektionismus und Aufrüstungsrunden

Kaum überraschend ist auch der Welthandel für den amerikanischen Präsidenten ein Nullsummenspiel und kein Wohlstandsgewinn für alle, ein Wirtschaftskrieg zwischen Nationen, in dem der Gewinn des Einen der Verlust des Anderen ist. Dabei entbehrt es nicht einer gewissen Ironie, dass ausgerechnet der Import- und Schuldenweltmeister Amerika nun sein Heil im Protektionismus sucht. Trump ist davon überzeugt, dass sein protektionistischer Kurs Amerika zu großem Wohlstand und Stärke führen wird. Eine Erkenntnis, die er bislang weitgehend exklusiv hat. Überhaupt fällt eine merkwürdige Mischung aus Größenwahn und Weinerlichkeit ins Auge. Trump zeichnet ein Bild von den USA als einer ständig von Verbündeten übervorteilten und benachteiligten Macht, die deswegen am Rande des Abgrundes steht. Die Zahlen sprechen hingegen eine ganz andere Sprache. Obama hat seinem Nachfolger ein Land mit überwiegend guten wirtschaftlichen Rahmendaten überlassen. Die Antwort auf die Frage, wie der Präsident sein gigantisches Steuersenkungsprogramm, seine vorerst gescheiterte Gesundheitsreform und zudem noch die geplante Aufrüstung des Militärapparates finanzieren möchte, kann eigentlich nur lauten: durch eine noch gigantischere Staatsverschuldung!

Ein weiteres Projekt, welches der Präsident vorantreibt ist die weitere Aufrüstung der mit weitem Abstand stärksten Militärmacht der Welt. Allein die von Trump geplante Steigerung der amerikanischen Verteidigungsausgaben um zehn Prozent oder 54 Milliarden Dollar im kommenden Haushaltsjahr ist etwa ein Drittel größer als der gesamte deutsche Verteidigungshaushalt. Auf der anderen Seite will Trump die Mittel für die "Soft-Power“ von Diplomatie und Entwicklungshilfe um fast ein Drittel zusammenstreichen. Aufgrund der Zerstrittenheit der Republikaner im Kongress war Trump auf einen Konsens mit den Demokraten angewiesen, die dem Haushaltsentwurf des Präsidenten auf verschiedenen Feldern die Zähne gezogen haben, so dass die Steigerung des Militärbudgets nun vorerst deutlich hinter den Plänen zurückbleibt.

Schon heute geben die NATO-Mitglieder mit rund 900 Milliarden Dollar dreimal so viel für ihre Armeen aus, wie Russland und China zusammen. Die USA haben im vergangenen Jahr 3,3 Prozent ihres BIP, 611 Milliarden Dollar, für Rüstung ausgegeben. Sollten nun auch die 23 NATO-Staaten, die unter der Zwei-Prozent-Zielmarke liegen, ihre Verteidigungsausgaben entsprechend erhöhen, würde die NATO in diesem Jahr 962 Milliarden Dollar ausgeben, statt 881 Milliarden im Jahr 2016. Das ist mehr als die gesamte übrige Welt zusammen in Verteidigung investiert, nämlich 57 Prozent der globalen Militärausgaben. Deutschland wäre in diesem Szenario mit 69 Milliarden der viertgrößte Militärinvestor der Welt; tatsächlich liegt es mit etwa 41 Milliarden Dollar auf Platz neun.

Mit anderen Worten: Es wäre kompletter Irrsinn, blind dem militärischen Aufrüstungswahn des US-Präsidenten zu folgen. Die Äußerung Trumps, Deutschland schulde der NATO große Summen, ist schlichter Unfug und die darin implizierte Gleichsetzung von NATO und USA spricht Bände. Das 2-Prozent-Ziel ist zudem eine willkürliche Größe, die nichts über den jeweiligen Beitrag zur internationalen Sicherheit aussagt. Dabei steht außer Frage, dass die Bundeswehr mehr Geld bekommen muss, nicht um aufzurüsten, sondern um die durch eine verfehlte Reformpolitik in der letzten Dekade verursachten Lücken zu schließen. Entscheidend ist dabei nicht die Quantität, sondern die Qualität. Über den deutschen Verteidigungsetat bestimmt jedenfalls auch künftig nicht der amerikanische Präsident, sondern der Bundestag. Hinzu kommt, dass die Europäer bis zu 30 Prozent ihrer Rüstungskosten einsparen könnten, wenn sie bei der Beschaffung neuer Waffensysteme besser kooperieren würden.

Das letzte, was die Welt braucht ist ein globaler Rüstungswettlauf, der derzeit leider schon in verschiedenen Regionen in vollem Gange ist und Ressourcen absorbiert, die eigentlich dringend für andere Ausgaben, etwa Bildung, Forschung, Gesundheit, Infrastruktur oder Umweltschutz gebraucht werden.

Wir brauchen ein Bündnis aller liberalen Demokratien und Demokraten

Es sind goldene Zeiten für Apokalyptiker. Wenn vor einem Jahr jemand prophezeit hätte, dass Großbritannien aus der EU austreten, Donald Trump Präsident der Vereinigten Staaten und die Türkei sich auf dem Weg in eine islamische Präsidialautokratie befinden würden, er wäre zweifelsohne für verrückt erklärt worden.

Es gibt immerhin erste Anzeichen dafür, dass der Schock die Europäer aufgeweckt hat. Der Brexit und der irrlichternde Donald Trump haben mit Pulse of Europe das Entstehen einer proeuropäischen Bürgerbewegung gefördert, die ebenfalls keiner vor einem Jahr prognostiziert hätte. Mit dem Sieg von Alexander van der Bellen bei den österreichischen Präsidentschaftswahlen, dem Dämpfer für Geert Wilders bei den niederländischen Parlamentswahlen und dem Sieg von Emanuel Macron bei der Stichwahl am 14. Mai scheint der Vormarsch der Populisten fürs Erste gestoppt. Es bleibt zu hoffen, dass sich dieser Trend bei der Bundestagswahl fortsetzen wird. Die liberalen Demokratien und Demokraten müssen sich zusammenschließen, um gemeinsam mit libertären Gesellschaftsgruppen, NGOs und Bürgerrechtsbewegungen die werte- und regelbasierten internationalen Organisationen gegen ihre autoritären Herausforderer von außen und innen zu verteidigen. Nicht nur die OSZE, die EU und die NATO, auch die G20 und die WTO so wie alle multilateralen Handels-, Umwelt-, Klima- und Rüstungskontrollregime, ja das gesamte System der Vereinten Nationen müssen sturmfest gemacht werden. Dafür müssen sich die noch verbliebenen liberalen Demokratien der Welt zusammentun, um den Trumps, Putins, Erdogans und Orbans dieser Welt Paroli zu bieten. Rolf Mützenich, IPG 16

 

 

 

Kirchentag. Umjubelter Obama mahnt Realismus in Flüchtlingspolitik an

 

Vor 70.000 Besuchern wirbt der frühere US-Präsident damit auch um Verständnis für die Linie von Bundeskanzlerin Merkel. Sein Auftritt war das erste Highlight des Kirchentags, wo zudem über den richtigen Umgang mit der AfD gerungen wird.

Der frühere US-Präsident Barack Obama hat mit einem umjubelten Auftritt am Brandenburger Tor für den ersten Höhepunkt des evangelischen Kirchentags gesorgt. Vor 70.000 Zuschauern betonte er am Donnerstag in einer Diskussion mit Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) die Grenzen nationaler Flüchtlingspolitik und das Dilemma zwischen christlicher Barmherzigkeit und politischer Verantwortung. „Natürlich haben Flüchtlinge allen Anspruch auf Schutz, aber wir haben auch begrenzte Ressourcen“, mahnte er in Berlin.

Merkel sprach sich für schnellere Asylverfahren aus und warnte vor falschen Hoffnungen für Flüchtlinge, die nicht in Deutschland bleiben dürften. Menschen ohne Aufenthaltserlaubnis müssten schneller in ihre Heimatländer zurückkehren. „Ich weiß, dass ich mich damit nicht beliebt mache, aber ich weiß auch, dass wir wirklich aufpassen müssen, dass wir denen helfen, die auch wirklich unsere Hilfe brauchen“, sagte sie in der vom Vorsitzenden des Rates der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD), Heinrich Bedford-Strohm, und Kirchentagspräsidentin Christina aus der Au geleiteten Diskussion.

Obama erklärte, in den Augen Gottes verdiene „ein Kind auf der anderen Seite der Grenze genauso viel Barmherzigkeit (…) wie ein Kind auf unserer Seite der Grenze. Aber wir sind eben auch die Staatschefs von Ländern, und wir haben eine Verantwortung gegenüber den Bürgerinnen und Bürgern innerhalb unserer Grenzen.“

Weltordnung auf dem Scheideweg

Kanzlerin Merkel sagte: „Es gibt eine sehr große Sorge, dass sich diejenigen, die sich jetzt integriert haben, das Land jetzt wieder verlassen müssen.“ Für ihre Forderung nach schnelleren Abschiebungen erntete die Kanzlerin Buhrufe aus dem Publikum. Obama und Merkel forderten mehr Einsatz für demokratische Werte. „Die Weltordnung befindet sich am Scheideweg“, mahnte der frühere US-Präsident.

Sein Auftritt hatte vereinzelt Kritik hervorgerufen. Aus der politischen Opposition hieß es, der charismatische Ex-Präsident leiste rund vier Monate vor der Bundestagswahl Wahlkampfhilfe für Merkel. In Kirchenkreisen gab es Bedenken, dass sein Auftritt das vielfältige Angebot des Kirchentages mit fast 2.500 Veranstaltungen überstrahlen könnte.

AfD auf dem Kirchentag

Auf dem Kirchentag wurde am Donnerstag auch über den Umgang mit der AfD gestritten. Der Berliner evangelische Bischof Markus Dröge warf der rechtspopulistischen Partei vor, die Würde der Menschen nicht zu achten. „Es steht kein christliches Menschenbild im Parteiprogramm der AfD“, sagte der Theologe. Gerade Christen müssten „sehr empfindsam sein, wenn die Würde von Menschen nicht geachtet wird“. In der Bibel gebe es eine lange Tradition, die Rechte von Fremden zu respektieren.

Die Sprecherin der „Christen in der AfD“, Anette Schultner, entgegnete, jeder Mensch habe nach dem christlichen Menschenbild zwar die gleiche Würde. Das bedeute aber nicht, dass jeder Mensch dieselben Rechte habe. Sie sprach von einer „völlig unkontrollierten Massenzuwanderung“ und warf den deutschen Kirchen vor, sich zu sehr um die Probleme von Flüchtlingen zu kümmern. Die Diskussion über „Christen in der AfD?“ in der vollbesetzten Sophienkirche in Berlin-Mitte wurde immer wieder durch Zwischenrufe unterbrochen.

Käßman vergleicht AfD-Forderung mit Arierparagrafen

Auch Reformationsbotschafterin Margot Käßmann griff die AfD an. Die Forderung der rechtspopulistischen Partei nach einer höheren Geburtenrate der „einheimischen“ Bevölkerung entspreche dem „kleinen Arierparagrafen der Nationalsozialisten“, sagte Käßmann in einer Bibelarbeit. „Zwei deutsche Eltern, vier deutsche Großeltern: ‚Da weiß man, woher der braune Wind wirklich weht'“, kritisierte die ehemalige EKD-Ratsvorsitzende unter tosendem Beifall.

Der Kirchentag wird im Jahr des 500. Reformationsjubiläums bis Sonntag in Berlin und Wittenberg gefeiert. Am Himmelfahrtstag begannen auch sechs regionale „Kirchentage auf dem Weg“ in acht mitteldeutschen Städten. Sie führen wie das Christentreffen in der Bundeshauptstadt zum Abschlussgottesdienst in Wittenberg, dem Höhepunkt des Festjahres zu 500 Jahren Reformation.

(epd/mig 26)

 

 

 

 

Interview mit de Maizière. „Identität ist eines der aktuellen großen Themen“

 

Am kommenden Mittwoch startet der 36. Deutsche Evangelische Kirchentag. Mitglied des Präsidiums ist auch Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU). Im Interview erklärt er, warum er es richtig findet, dass dort auch die AfD zu Wort kommt und was Luther mit Leitkultur zu tun hat. VON Corinna Buschow

 

Herr Minister, in der nächsten Woche startet der evangelische Kirchentag in Berlin, normalerweise ein fröhliches, unbeschwertes Treffen. Die Sicherheitsbestimmungen werden aber aufgrund der Terrorgefahr schärfer sein als in der Vergangenheit. Erwarten Sie einen Kirchentag mit einem anderen Charakter?

Thomas de Maizière: Nein. Ich hoffe, der Kirchentag wird den gleichen fröhlich-kritischen, heiter-konstruktiven Grundton behalten wie in der Vergangenheit. Zwar sind die Sicherheitsvorkehrungen in diesen Zeiten hoch. Ich glaube, dafür haben aber alle Verständnis. Die Teilnehmer sollten sich auf längere Schlangen und die Untersuchung von Taschen und Rucksäcken einstellen und etwas mehr Geduld mitbringen.

Das gilt sicher auch für die Veranstaltung mit Barack Obama. Verstehen Sie den Vorwurf, der Besuch des früheren US-Präsidenten sei Wahlkampfhilfe für Bundeskanzlerin Angela Merkel?

de Maizière: Dass dem Kirchentag vorgeworfen wird, er mache für eine CDU-Politikerin Wahlkampf, habe ich die vergangenen 20 Jahre nicht gehört. Außerdem sagt meine Erfahrung, dass alle Politiker, die glauben, den Kirchentag zur Bühne für einen platten Wahlkampf zu machen, nicht gut beraten sind. Es bekommt ihnen weder beim Kirchentag noch in der Öffentlichkeit. Der Kirchentag ist ein für Deutschland einmaliges Gesprächsforum mit dem Bemühen, Debatten zu gesellschaftspolitisch relevanten Themen voranzutreiben. Themenübergreifend wird dort über Gegenwarts- und Zukunftsfragen diskutiert, wie es das sonst in dieser Größenordnung nicht gibt. Dass dabei nicht nur der Kopf angesprochen wird, sondern auch die Seele – diese Kombination ist wunderbar.

Die Entscheidung des Kirchentagspräsidiums, auch eine Podiumsdiskussion mit einer AfD-Vertreterin zuzulassen, ist umstritten. Als Präsidiumsmitglied tragen Sie diese Entscheidung mit. Warum finden Sie das richtig?

de Maizière: Der Kirchentag ist sehr großzügig, bevor Gruppen vom Markt der Möglichkeiten ausgeschlossen werden. Es ist Tradition des Kirchentags, andere Positionen auszuhalten. Das muss dann auch für AfD-Vertreter gelten. Wir wollen nicht, dass in offener Weise Positionen vertreten werden, von denen wir glauben, dass sie gegen die Menschenwürde verstoßen. Und sicher hätte nicht jeder Vertreter der AfD auf dem Kirchentag etwas zu suchen. Ich rate aber, eines nicht zu unterschätzen: In vielen und bestimmten Kreisen beider christlicher Kirchen gibt es leider auch Zustimmung zur AfD. Auch deshalb gehört so etwas als Debatte auch auf den Kirchentag.

Ein inhaltlicher Schwerpunkt des Kirchentags wird das Reformationsjubiläum. Haben die Ereignisse vor 500 Jahren noch eine aktuelle Botschaft?

de Maizière: Die Reformation war ein epochales Ereignis. Sie hat die Weltgeschichte verändert, nicht nur wegen der Spaltung der christlichen Kirche, sondern wegen der Verbindung einer geistigen und einer technischen Entwicklung, die zu gewaltigen Veränderungen geführt hat. Ein anderes Verständnis der Bibel und der Buchdruck haben zusammen Technik und Politik verändert. Ich will das nicht komplett vergleichen, aber dass jetzige technische Veränderungen – die Digitalisierung und die Erarbeitung künstlicher Intelligenz – auch geistige und politische Veränderungen mit sich bringen, davon bin ich überzeugt. Außerdem hat Luther den Weg bereitet für die Trennung zwischen dem geistlichen und dem weltlichen Regiment. Wie wichtig das für das friedliche Zusammenleben der Menschen ist, sehen wir an Staaten, in denen sich Religion neben oder gar vor die staatlichen Akteure stellt.

In Ihrem Beitrag für eine deutsche Leitkultur haben Sie die christliche Prägung hervorgehoben. Ist Luther Leitkultur?

de Maizière: Ich will in diesem Punkt nicht unterscheiden zwischen katholisch und evangelisch. Es geht mir um die christliche Prägung generell. Es lässt sich nicht bestreiten, dass die Rhythmen unseres Jahres von kirchlichen Feiertagen bestimmt werden, dass man bei Fahrten übers Land als erstes die Kirchtürme von Ortschaften sieht und die Sonntagsruhe einen Rhythmus in unser Arbeitsleben gebracht hat, der uns gut tut. Das sind kulturelle Prägungen, die eine einende Wirkung haben.

In Ihrem Leitkultur-Beitrag schreiben Sie außerdem: „Wer sich seiner Leitkultur sicher ist, ist stark.“ Wenn Sie nun eine Debatte darüber für notwendig halten: Heißt das im Umkehrschluss, wir sind derzeit schwach?

de Maizière: Nein. Aber Identität ist nach meiner Überzeugung eines der aktuellen großen Themen. Wenn die Welt unübersichtlicher wird, die Globalisierung uns herausfordert, viele Flüchtlinge zu uns kommen, sich bestimmte Gewissheiten wie Europa oder das Verhältnis zu den USA zu verändern beginnen, dann steigt die Unsicherheit.

Wie meinen Sie das?

de Maizière: Die objektive Lage ist in Deutschland so gut wie lange nicht, von der Wirtschaft über den staatlichen Haushalt bis zur sozialen Situation, bei aller Ungleichheit und allen Problemen, die noch zu lösen sind. Gleichzeitig ist aber die Unsicherheit hoch, ob es so bleibt. Eine der Quellen für diese Unsicherheit ist nach meiner Analyse zu wenig Selbstvergewisserung darüber, wer wir sind und was wir sein wollen. Deswegen ist Selbstvergewisserung in unsicheren Zeiten etwas, was wir brauchen. Darüber müssen wir debattieren. Wer selbstbewusst ist, ist viel besser in der Lage, souverän und selbstsicher mit Veränderungen umzugehen.

Brauchen wir nicht eher eine Debatte über europäische Leitkultur? Viele Politiker – auch Sie – beklagen derzeit die mangelnde Solidarität in der EU, warnen vor dem Zerfall Europas.

de Maizière: Das eine schließt das andere nicht aus. Ich habe in meinen Thesen gesagt, wir sind vielleicht das europäischste Land Europas. Wir sind sehr geprägt durch die europäische Geschichte, haben ein wunderbares Verhältnis zu unserem Nachbarn Frankreich. Es gibt gemeinsame europäische Kulturelemente wie eine Musiktradition, die anders ist als die asiatische oder amerikanische. Ich glaube aber nicht, dass es richtig ist, dass eine nationale Identität völlig aufgeht in der europäischen. Sie sind zum Teil identisch – aber eben auch nur zum Teil.

Am Freitag – auch während Sie auf einem Podium sitzen – wird es auf dem Kirchentag eine Schweigeminute für die im Mittelmeer ertrunkenen Flüchtlinge geben. Was geht in Ihnen als Christ vor, wenn Sie Berichte darüber hören? Und denkt der Politiker anders?

de Maizière: Das Sterben im Mittelmeer ist unerträglich, genauso wie das Sterben in der Wüste: Die Toten dort zählt niemand. Worüber wir streiten ist der richtige Weg, um dieses Sterben zu beenden. Da gibt es die eine Position zu sagen, man darf oder muss alle nach Europa holen, die es wollen. Andere – wie ich – sagen, die entscheidende Instanz über die Frage, wer nach Europa kommen darf, sind im Moment kriminelle Schleuser und das Portemonnaie des Flüchtlings. Das aber ist die inhumanste Form der Auswahlentscheidung. Deswegen muss man das Geschäftsmodell der Schleuser zerstören, indem man nicht diejenigen in Europa lässt, die mit Schleppern kooperieren, sondern nur die Schutzbedürftigen, die man am besten selbst über sogenannte Resettlement-Programme nach Europa holt.

Vor zwei Jahren haben Sie mit den Kirchen ums Kirchenasyl gestritten. In der Folge wurde ein neues Verfahren eingeführt. Hat es sich bewährt?

de Maizière: Ja, das Verfahren hat sich bewährt. Ich finde die Zahlen trotzdem noch zu hoch. Bei manchen Fällen, in denen es um die Rückschiebung in ein anderes EU-Land geht, verbirgt sich dahinter die grundsätzliche Ablehnung des sogenannten Dublin-Systems und nicht eine ganz besonders hohe Sorge um den Einzelfall. (epd/mig 22)

 

 

 

Der Mega-Marshallplan

 

Wie Chinas Mammut-Projekt „Neue Seidenstraße“ ein Erfolg werden könnte – und wie nicht - Von Volker Stanzel

 

Hier die aufsteigende Weltmacht China mit ihrem Anspruch, die internationale Ordnung neu zu gestalten. Dort die Vielzahl der Staaten der Welt mit verwirrend verwobenen Interessen und Traditionen. Um die Kluft zwischen beiden zu überbrücken, hat die Volksrepublik mit dem soeben in Peking zu Ende gegangenen Forum zur „Neuen Seidenstraße“ ein Projekt mit weltweiter Ausrichtung präsentiert. Bundesregierung und die Europäische Union zeigen sich skeptisch. Dank der Finanzmittel, über die China verfügt, gibt es Erfolgschancen, wenngleich weit begrenzter als es das der Welt in Aussicht stellt. Doch meint China das, was es sagt?

Was da mit Teilnehmern aus über 100 Ländern, darunter 29 Staats- oder Regierungschefs – aus Berlin Wirtschaftsministerin Brigitte Zypries – Mitte Mai in Peking stattfand, hat sich aus bescheidenen Anfängen mit lawinenartiger Geschwindigkeit zu ungeahnten Dimensionen entwickelt. Als der chinesische Präsident Xi Jinping bei einem Besuch in Kasachstan im September 2013 erstmals von einer „neuen Seidenstraße“ sprach, hatte er nicht mehr im Sinn als ein Bündel von Infrastrukturmaßnahmen, wie sie sich in China in den letzten Jahrzehnten bewährt hatten. China, inzwischen auf dem Weg zu einer konsumorientierten Mittelstandsgesellschaft und bereits ausreichend mit Straßen, Bahnlinien und Flughäfen versorgt, produzierte weiter Beton und Stahl im Überfluss und besaß genügend Arbeitskräfte und finanzielle Mittel, um damit zum Aufbau von Infrastruktur in Zentralasien beizutragen und die Verbindungen Chinas zu diesen Staaten zu stärken.

Das neue Projekt war nichts anderes als was den Bewohnern der Volksrepublik längst gut bekannt ist: Slogans und Schlagworte geben Ziele vor, die irreal sein mögen, aber die Fantasie der Menschen anregen, Vertrauen in die Partei schaffen und sie hinter ihr vereinen sollen: der „Große Sprung nach vorne“ war ein solches Schlagwort, die „harmonische Gesellschaft“ und der „chinesische Traum“ vom Wiederaufstieg der Nation waren andere. Mit der „Neuen Seidenstraße“ wird diese Taktik erstmals auf die internationale Ebene übertragen. Die enthusiastische Aufnahme, auf die die Initiative stieß, schien die Strategie zu rechtfertigen: In 65 Ländern werde man viele Milliarden US-Dollar investieren, hieß es schließlich. Man passte den Begriff „Seidenstraße“ mehrfach an, um schließlich zum heutigen Begriff „Gürtel-und-Straßen-Initiative“ (Yi Dai Yi Lu; englisch „One Belt, One Road“ oder Belt Road Initiative – BRI) zu gelangen. Darin eingeschlossen sind nun auch Häfen und Seestraßen nach Afrika und durch Südostasien und Südasien. Die weltweite Begeisterung verdankt sich allerdings dem Missverständnis, dass Peking die Dinge so meint, wie es sie ankündigt, und dass es tatsächlich beabsichtigt, mit Mitteln, die den Marshallplan weit übertreffen würden, die Welt mit einem Netz chinesischer Handelskorridore als Absatzkanäle für chinesische Produkte zu überziehen.

Selbstverständlich ist jedoch auch Peking klar, dass die reale Welt in ihrer Komplexität sich gewöhnlich rasch mit der der Schlagworte reibt. Bald tauchte eine Vielzahl von Problemen auf. Zunächst fanden sich kaum Investoren, die sich der Pekinger Gelder bedient hätten – noch im Jahr 2016 gab es erst ein einziges Projekt, eine Brücke in Pakistan. Die Furcht, dass chinesische Investoren Projekte ohne Rücksicht auf lokale Bedürfnisse vorgeben würden, wurde in Zentralasien ebenso laut wie in Südostasien oder Afrika. So gerne auch insbesondere ost- und mitteleuropäische EU-Mitgliedstaaten chinesische Gelder für ihre Infrastrukturplanung eingesetzt hätten, so streng achtete die Europäische Kommission auf die Einhaltung der europäischen Vergaberichtlinien. Die EU, die sich bewusst ist, dass China allen Freihandels-Bekenntnissen zum Trotz seinen eigenen Markt strikt kontrolliert, forderte für die Schlussdeklaration des Pekinger Treffens vom Mai ein Bekenntnis zu Transparenz, öffentlichen Ausschreibungen und die Einhaltung von Sozial- und Umweltstandards; und stieß hier sogleich auf chinesischen Widerstand. Indien und Japan fürchteten die strategischen Implikationen der chinesischen wirtschaftlichen Expansion und nahmen am Forum nicht teil.

Peking versuchte, diese Probleme auf verschiedenen Wegen in den Griff zu bekommen. So sagte es in der Phase vor dem Forum noch mehr Gelder zu, um schließlich bei einer Summe von einer Billion US-Dollar anzulangen. Es schob die Verantwortung für den Erfolg des Projekts schrittweise seinen Partnern zu: China wolle einzig eine Initiative anstoßen, deren Verwirklichung nunmehr auch von anderen abhänge. Es rückte die gesamte Initiative in den Bereich der Softpower-Politik: Die historische Seidenstraße mutierte zum chinesischen Projekt antiker Friedensschaffung, die chinesischen Medien flossen über mit Berichten zu den vielen, selbst kulturellen, erfolgversprechenden Aspekten. Es ist aufschlussreich, etwa „China Daily Belt and Road“ zu googeln, um auf einen „Seidenstraßen-Song“ zu stoßen oder auf YouTube auf englischsprachige Kindergeschichten zu Chinas Plänen. Schließlich wurde, was aus der Innenpolitik mit außenpolitischer Zielsetzung in die Diplomatie Chinas übertragen worden war, umgekehrt zum Instrument der chinesischen Innenpolitik. Der Erfolg des Pekinger Treffens wurde nunmehr Beleg des internationalen Ansehens der Volksrepublik und damit Teil der Vorbereitung des Parteitags der Kommunistischen Partei im Herbst dieses Jahres.

Mit dem Pekinger Treffen wird sich die Welt nicht nach den Vorgaben chinesischer Propaganda ausrichten lassen. Ein sehr viel bescheidenerer Erfolg als die Umspannung des Globus mit chinesischen Gürteln und Straßen, ist dennoch absehbar: Sollten neue Großprojekte entstehen, werden sie sich dem verdanken, was Chinas Softpower heute tatsächlich ausmacht: der Finanzkraft des Landes. Und die wird mittelfristig noch ganz erheblich zunehmen. IPG 17

 

 

 

 

Chancen durch Zuwanderung in Deutschland. Wie Einwanderer Innovation und Wachstum in Deutschland positiv beeinflussen

       

Die Studie betrachtet investiertes Risikokapital und angemeldete Patente als Indikatoren für Innovation. Berlin ist die Stadt mit dem höchsten Anteil an Zuwanderern. Bundesländer mit höherer Migrationsquote zeigen ein höheres Level an Innovation. Detaillierte Ergebnisse sind auf https://www.movinga.de/immigration-in-der-deutschen-wirtschaft/ zu finden.

       

Berlin, Deutschland - Movinga, Europas führende Online-Plattform für Umzüge, hat eine Studie herausgegeben, die mögliche positive Effekte von Einwanderung in Deutschland untersucht. Die Studie umfasst alle 16 Bundesländer und analysiert neben Migrations- und Arbeitslosenquote der jeweiligen Länder auch die Anzahl der dort niedergelassenen Firmen, die Risikokapital erhalten, sowie die Anzahl der angemeldeten Patente. Die Studie zeigt, dass Firmen in Bundesländern mit hohem Migrantenanteil auch mehr Risikokapital erhalten. Sie demonstriert ebenfalls, dass mehr Zuwanderung nicht zu einer höheren Arbeitslosenquote führt.

       

Um den möglichen Nutzen von Zuwanderung zu zeigen, vergleichen die nachfolgenden Diagramme die Schlüsselindikatoren für Innovation und wirtschaftlichen Wohlstand (Firmen mit Risikokapital-Investitionen, Patentanmeldungen, Arbeitslosenquote) mit dem jeweiligen Migrantenanteil. Alle für die Studie verwendeten Daten wurden von der Gesellschaft für Wirtschaftliche Zusammenarbeit und Entwicklung (OECD) und dem Bundesamt für Statistik (Destatis) zur Verfügung gestellt.

       

Mit 81,4 Millionen Einwohnern ist Deutschland das bevölkerungsreichste Land Europas. Mehr als 7,8 Millionen Einwohner (9,6%) sind im Ausland geboren, womit Deutschland europaweit das Land mit der größten zugewanderten Bevölkerung ist. Die Migrationsquote ist jedoch ungleichmäßig über die 16 Bundesländer verteilt, denn während fünf Länder einen Migrantenanteil von mehr als 10% haben, leben in fünf weiteren Bundesländern weniger als 3%. Dies ist in Abbildung 1 zu sehen.

       

Abbildung 2 zeigt, dass in Stadtstaaten wie Berlin und Hamburg, die einen höheren Migrantenanteil haben, gleichzeitig auch mehr Firmen Risikokapital erhalten. Ferner wird in in Abbildung 3 deutlich, dass in den beiden Bundesländern mit den meisten angemeldeten Patenten (Bayern und Baden-Württemberg) überdurchschnittlich viele Zuwanderer leben (10%). Gegenteilig wird aus den Abbildungen 1-3 erkennbar, dass in Bundesländern wie Sachsen-Anhalt und Mecklenburg-Vorpommern, wo weniger Firmen Risikokapital erhalten und weniger Patente angemeldet werden, auch weniger Einwanderer leben.

       

Die Ergebnisse machen deutlich, dass Einwanderung von großem wirtschaftlichem Nutzen sein kann. Eine offene Einstellung gegenüber Zuwanderern ist daher unerlässlich, um Innovation, Forschung, Entwicklung und Wachstum zu fördern. Das verhältnismäßig schlechte Abschneiden der Bundesländer mit niedrigem Migrantenanteil spricht dafür, dass diese Länder Innovation und wirtschaftlichen Wohlstand positiv beeinflussen können, wenn sie um talentiertes Personal aus dem Ausland werben.  

       

Abbildung 3 zeigt, dass Bayern und Baden-Württemberg die niedrigsten Arbeitslosenquoten in Deutschland haben, während Sachsen-Anhalt und Mecklenburg-Vorpommern die höchsten Arbeitslosenraten vorweisen. Die Studie gibt daher zu erkennen, dass ein höherer Anteil an Zuwanderern nicht zu mehr Arbeitslosigkeit führt. Es ist darauf hinzuweisen, dass die überdurchschnittlich hohe Arbeitslosigkeit in multikulturellen Städten wie Berlin und Hamburg nicht als Zeichen wirtschaftlicher Schwäche zu beurteilen, sondern mit ihrer Sonderstellung als Stadtstaaten zu begründen ist.

       

„Die beeindruckende Anzahl von Firmen, die Risikokapital erhalten, und die Anzahl der Patentanmeldungen in multikulturellen Regionen wie Berlin, Bayern und Baden-Württemberg verdeutlicht, dass Zuwanderung Innovation und Wachstum positiv beeinflusst”, sagt Movingas Geschäftsführer Finn Age Hänsel.

Weitere Erkenntnisse:      

*        Baden-Württemberg ist das Land mit der höchsten Anzahl an Patentanmeldungen.

*        Die zweitmeisten Patentanmeldungen finden in Bayern statt, wo ebenfalls die zweithöchste Anzahl an Firmen zu finden ist, die Risikokapital erhalten.

*        Bayern ist das Land mit der niedrigsten Arbeitslosenquote.

*        Bremen ist das Bundesland mit der höchsten Arbeitslosenquote.

*        Der Migrantenanteil ist in Thüringen am niedrigsten. (Movinga 17.4.)

 

     

 

 

Extremismusforscher Zick. Rechtspopulismus nicht allein mit Wahlen zu bekämpfen

 

Eine Niederlage für den organisierten Rechtspopulismus. So bezeichnet Extremismusforscher Zick den Wahlausgang in Nordrhein-Westfalen. Dennoch sei Wachsamkeit und genaues Hingucken wichtig. Die AfD habe Schwung verloren aber nicht überall.

Der Extremismusforscher Andreas Zick wertet das Abschneiden der AfD bei der Landtagswahl in Nordrhein-Westfalen als Niederlage für den organisierten Rechtspopulismus. „Die AfD muss hinnehmen, dass sie mit ihrer immigrationsfeindlichen Haltung in einem Integrationsland wie NRW keinen großen Zuspruch erhält“, sagte Zick am Montag dem Evangelischen Pressedienst (epd). Die rechtspopulistische Partei habe ein angepeiltes zweistelliges Wahlergebnis verpasst. Die AfD kam bei der Wahl vom Sonntag auf 7,4 Prozent.

Mit Wahlen allein verschwänden jedoch rechtspopulistische Einstellungen nicht, warnte der Leiter des Instituts für Konflikt- und Gewaltforschung an der Universität Bielefeld. Diese Einstellungen gingen quer durch die Bevölkerung. Zudem gebe es auch in Nordrhein-Westfalen nach wie vor viele auf Vorurteilen basierende Hasstaten, sagte Zick. Zur Sicherheitspolitik in NRW gehörten auch der Schutz von schwachen und benachteiligten Menschen sowie die Prävention bei allen Formen der Gewalt. „Dass sich damit keine Wahl gewinnen lässt, ist ja auch ein Hinweis, dass wir Nachholbedarf haben.“

Rechtspopulismus geht die Luft aus

Der organisierte Rechtspopulismus in der AfD habe zwar an Schwung verloren, allerdings nicht überall, sagte Zick. In Wahlkreisen von Gelsenkirchen und Duisburg habe der Zuspruch bei mehr als 14 Prozent gelegen. Hier müsse genauer hingeschaut werden, warum dort rechtspopulistische Politik ankomme.

In der Fläche geht dem Rechtspopulismus nach Einschätzung Zicks die Luft aus. Das Thema Sicherheit sei von CDU und SPD vertreten worden. Das Thema Widerstand gegen Kontrolle und Bürokratie habe die FDP besser besetzt. „Die etablierten Parteien scheinen dazugelernt zu haben, nachdem sie lange den Themen hinterher gelaufen sind“, sagte Zick. (epd/mig 16)

 

 

 

15 Thesen für Zusammenhalt in Vielfalt. Deutsche Bischofskonferenz beteiligt sich an der Initiative kulturelle Integration 

 

Die Initiative kulturelle Integration hat heute (16. Mai 2017) ihre 15 Thesen „Zusammenhalt in Vielfalt“ in Berlin vorgestellt und Bundeskanzlerin Dr. Angela Merkel überreicht. Die Initiative kulturelle Integration ruft Einzelpersonen wie Organisationen, Vereine und auch Unternehmen zur Mitunterzeichnung der Thesen auf. Die Mitglieder der Initiative kulturelle Integration wollen angesichts aktueller Debatten mit ihren 15 Thesen einen Beitrag zu gesellschaftlichem Zusammenhalt und kultureller Integration leisten.

Initiatoren sind der Deutsche Kulturrat, Die Beauftragte der Bundesregierung für Kultur und Medien, das Bundesministerium des Innern, das Bundesministerium für Arbeit und Soziales und Die Beauftragte der Bundesregierung für Migration, Flüchtlinge und Integration. Neben den Initiatoren gehören 23 weitere Mitglieder aus der Zivilgesellschaft, der Kirchen und Religionsgemeinschaften, der Medien, der Sozialpartner, der kommunalen Spitzenverbände und der Kultusministerkonferenz der Initiative an.

Die katholische Kirche ist durch den Vorsitzenden der Kommission für Wissenschaft und Kultur der Deutschen Bischofskonferenz, Weihbischof Dr. Christoph Hegge (Münster), vertreten. Anlässlich der Vorstellung der Initiative betonte Weihbischof Hegge: „Die Integration von Geflüchteten, die in der Regel religiös geprägt sind, wird nur dann gelingen, wenn wir in Deutschland weltanschauliche Neutralität nicht mit Neutralisierung verwechseln. Denn der reiche materielle und geistige Kultur-Schatz unseres Landes wäre ohne die maßgebliche Mitgestaltung der Kirchen und anderen Religionsgemeinschaften niemals entstanden. Dass dieser Schatz von allen gleichberechtigt genutzt werden kann, ermöglicht zum Beispiel das ‚Kulturdolmetscher‘-Konzept, das vom Deutschen Caritasverband angestoßen wurde.“

In der Präambel des Thesenpapiers „Zusammenhalt in Vielfalt“ bekräftigen die Mitglieder der Initiative kulturelle Integration, dass Integration alle Menschen in Deutschland betrifft:

*        Gesellschaftlicher Zusammenhalt kann weder verordnet werden, noch ist er allein eine Aufgabe der Politik. Vielmehr können alle hier lebenden Menschen dazu beitragen. Deutschland ist ein vielfältiges Land. Seit Jahrhunderten leben hier Menschen aus vielen unterschiedlichen Ländern. Die Mehrzahl derjenigen, die aus dem Ausland nach Deutschland gekommen sind, fühlt sich hier zu Hause. Viele sind inzwischen Deutsche. Mit Solidarität haben Gesellschaft und Politik auf die Ankunft vieler Geflüchteter reagiert. Solidarität gehört zu den Grundprinzipien unseres Zusammenlebens. Sie zeigt sich im Verständnis untereinander und in der Aufmerksamkeit für die Bedürfnisse anderer. Die Mitglieder der Initiative kulturelle Integration treten für eine solidarische Gesellschaft ein.

*        Die Mitglieder der Initiative kulturelle Integration setzen besonders auf die Vermittlungskraft der Kultur. Kultur trägt neben der sozialen Integration und der Integration in Arbeit wesentlich zum gesellschaftlichen Zusammenhalt bei. Kulturinstitutionen vermitteln Geschichte und Gegenwart.

*        Die Mitglieder der Initiative kulturelle Integration stehen für eine weltoffene Gesellschaft. Zuwanderung verändert eine Gesellschaft und erfordert Offenheit, Respekt und Toleranz auf allen Seiten. Dies ist ein langwieriger Prozess, in dem um Positionen gerungen werden muss. Das Schüren von Ängsten und Feindseligkeiten ist nicht der richtige Weg.

*        Die Mitglieder der Initiative kulturelle Integration wollen ein geeintes Europa. Der europäische Einigungsprozess ist nicht nur ein Garant für Frieden in Europa und eine wichtige Grundlage für Wohlstand und Beschäftigung, er steht zugleich für kulturelle Annäherung sowie für gemeinsame europäische Werte.

Die Mitglieder der Initiative kulturelle Integration laden Einzelpersonen wie Organisationen, Vereine und auch Unternehmen dazu ein, sich den vorgelegten Thesen anzuschließen, sie zu verbreiten und mit Leben zu erfüllen. Unter kulturelle-integration.de besteht eine Möglichkeit zur Mitzeichnung.

15 Thesen zur kulturellen Integration:

These 1:          Das Grundgesetz als Grundlage für das Zusammenleben der Menschen in Deutschland muss gelebt werden.

These 2:          Das alltägliche Zusammenleben basiert auf kulturellen Gepflogenheiten.

These 3:          Geschlechtergerechtigkeit ist ein Eckpfeiler unseres Zusammenlebens.

These 4:          Religion gehört auch in den öffentlichen Raum.

These 5:          Die Kunst ist frei.

These 6:          Demokratische Debatten- und Streitkultur stärkt die Meinungsbildung in einer pluralistischen Gesellschaft.

These 7:          Einwanderung und Integration gehören zu unserer Geschichte.

These 8:          Die freiheitliche Demokratie verlangt Toleranz und Respekt.

These 9:          Die parlamentarische Demokratie lebt durch Engagement.

These 10:        Bürgerschaftliches Engagement ist gelebte Demokratie.

These 11:        Bildung schafft den Zugang zur Gesellschaft.

These 12:        Deutsche Sprache ist Schlüssel zur Teilhabe.

These 13:        Die Auseinandersetzung mit der Geschichte ist nie abgeschlossen.

These 14:        Erwerbsarbeit ist wichtig für Teilhabe, Identifikation und sozialen Zusammenhalt.

These 15:        Kulturelle Vielfalt ist eine Stärke.

Hinweise: Die 15 Thesen und ihre Erläuterungen sind unter kulturelle-integration.de verfügbar. Dort gibt es weitere Informationen sowie die Mitzeichnungsmöglichkeit.

Mitglieder der Initiative kulturelle Integration und Verfasser der 15 Thesen sind:

ARD; Bundesarbeitsgemeinschaft der Freien Wohlfahrtspflege; Bundesarbeitsgemeinschaft der Immigrantenverbände; Bundesministerium des Innern; Bundesministerium für Arbeit und Soziales; Bundesverband Deutscher Zeitungsverleger; Bundesvereinigung der Deutschen Arbeitgeberverbände; Deutsche Bischofskonferenz; Deutscher Beamtenbund und Tarifunion; Deutscher Gewerkschaftsbund; Deutscher Journalisten-Verband; Deutscher Kulturrat; Deutscher Landkreistag; Deutscher Naturschutzring; Deutscher Olympischer Sportbund; Deutscher Städtetag; Deutscher Städte- und Gemeindebund; Die Beauftragte der Bundesregierung für Kultur und Medien; Die Beauftragte der Bundesregierung für Migration, Flüchtlinge und Integration; Evangelische Kirche in Deutschland; Forum der Migrantinnen und Migranten im Paritätischen; Koordinationsrat der Muslime; Kultusministerkonferenz; Neue Deutsche Organisationen; Verband Deutscher Zeitschriftenverleger; Verband Privater Rundfunk und Telemedien; ZDF; Zentralrat der Juden in Deutschland. DbK 16

 

 

 

 

 

Europa-Union fordert Mut bei EU-Reformen. 62. Bundeskongress der Europa-Union Deutschland

 

Am 20. und 21. Mai tagte der Bundeskongress der überparteilichen Europa-Union Deutschland (EUD) in Bovenden bei Göttingen. Präsident Rainer Wieland, Vizepräsident des Europäischen Parlaments, wurde mit überwältigender Mehrheit im Amt bestätigt. Die größte deutsche Bürgerinitiative für Europa forderte die europäischen Staats- und Regierungschefs auf, umgehend eine verbindliche Reformagenda für eine Weiterentwicklung der Europäischen Union in Richtung eines europäischen Bundesstaates zu vereinbaren. Das Europäische Parlament habe hierzu detaillierte Vorschläge unterbreitet, die weit über das Weißbuch der Kommission zur Zukunft der EU hinausgingen.

 

„In den nächsten fünf Jahren muss es gelingen, die Europäische Union so aufzustellen, dass sie die wirtschaftlichen, sozialen und sicherheitspolitischen Probleme erfolgreich bewältigen kann“, betonte EUD-Präsident Wieland. Die Chancen für tiefgreifende politische Reformen zum Wohle aller europäischen Bürger seien seit der französischen Präsidentenwahl so günstig wie lange nicht. „Diesen historischen Moment müssen wir nutzen und mutige Entscheidungen für eine gemeinsame europäische Zukunft treffen“, so Wieland.

 

Eine zentrale Forderung der Delegierten war die Stärkung der Gemeinschaftsorgane Europäisches Parlament und Europäische Kommission. Der EUD-Bundeskongress forderte außerdem den Ausbau des Europäischen Stabilitätsmechanismus zu einem Europäischen Währungsfonds, der schwächere EU-Länder durch Investitionsprogramme unterstützt, sowie die Schaffung einer Europäischen Zentrale für Politische Bildung.

 

Der Kongress startete mit einer öffentlichen Europadebatte, an der Europastaatsminister Michael Roth, der Bundestagsabgeordnete Jürgen Trittin, die italienische Parlamentarierin Laura Garavini und der Europaabgeordnete Thomas Mann teilnahmen. EUD 22

 

 

 

 

Studie. Ausbildungschancen junger Migranten verschlechtert – sogar bei besseren Schulabschlüssen

 

Die Suche nach einem Ausbildungsplatz ist für Migranten deutlich weniger erfolgreich als für Jugendliche ohne Migrationshintergrund – das gilt auch dann, wenn Migranten gleiche oder bessere Schulabschlüsse erzielen. Besonders schwer haben es Türken und Araber.

Die Ausbildungschancen junger Migranten haben sich einer Untersuchung zufolge verschlechtert. Deren Suche nach einer Lehrstelle sei in den Jahren 2004 bis 2016 deutlich weniger erfolgreich gewesen als für Jugendliche ohne Migrationshintergrund, teilte das Bundesinstitut für Berufsbildung (BIBB) am Freitag in Bonn mit. Nur 29 Prozent der Bewerber mit ausländischen Wurzeln begannen demnach 2016 eine duale Berufsausbildung. Demgegenüber gelang das 47 Prozent der Bewerber ohne Migrationshintergrund.

Wie das BIBB weiter mitteilte, lagen die „Einmündungsquoten“ der jungen Migranten in den Jahren 2010 und 2012 mit 35 Prozent noch deutlich höher. „2016 sind sie auf den sehr niedrigen Stand von 2004 zurückgefallen“, hieß es. Das zeige eine Analyse auf der Basis von Umfragen bei ausbildungsreifen Jugendlichen, die bei der Bundesagentur für Arbeit als Lehrstellenbewerber registriert waren.

Seltener Ausbildung auch bei gleichem Schulabschluss

Die Migranten wiesen in den Jahren 2004 bis 2016 im Vergleich zu ihren Altersgenossen ohne Migrationshintergrund deutlich niedrigere Schulabschlüsse auf. Ihre schlechteren Chancen, eine Lehrstelle ergattern zu können, ließen sich aber keinesfalls allein auf ihre geringeren schulischen Qualifikationen zurückführen, betonen die Experten: Junge Migranten hätten selbst bei gleichem Schulabschluss viel seltener einen Ausbildungsvertrag unterschrieben. Im Jahr 2016 haben sie sogar bei Vorliegen einer Studienberechtigung nicht so häufig einen Ausbildungsplatz gefunden wie Jugendliche ohne Migrationshintergrund mit Hauptschulabschluss.

„Im Jahr 2016 bemühten sich Bewerber mit Migrationshintergrund größtenteils sehr intensiv um einen Ausbildungsplatz“, heißt es in einer Mitteilung des BIBB. Sie erkundigten sich häufig bei Betrieben nach Ausbildungsangeboten, verschickten viele schriftliche Bewerbungen, oft für eine Reihe unterschiedlicher Berufe. „Jedoch wurden sie deutlich seltener zu Vorstellungsgesprächen oder betrieblichen Einstellungstests eingeladen als Jugendliche ohne Migrationshintergrund“, so das Bundesinstitut.

Türken und Araber haben es besonders schwer

Innerhalb der Gruppe der Migranten gibt es mit Blick auf die Chancengleichheit große Unterschiede je nach Herkunftsregion: So ist es für Jugendliche, deren Familien aus der Türkei oder den arabischen Staaten stammen, besonders schwer, eine Lehrstelle zu finden. 2016 begannen nur 22 Prozent dieser Bewerber eine duale Ausbildung. Demgegenüber waren 30 Prozent der Jugendlichen aus osteuropäischen Staaten sowie aus der ehemaligen Sowjetunion und 27 Prozent der Südeuropäer erfolgreich. (epd/mig 22)

 

 

 

Hackerangriff „Wanna Cry“: Der Frankenstein-Moment des Überwachungsstaates

 

Die globale Cyberattacke auf kritische Infrastrukturen hat Regierungen und Sicherheitsbehörden kalt erwischt. Der Angriff offenbart eine neue Verwundbarkeit im digitalen Zeitalter: staatlich gehortete Cyberwaffen, die sich gegen ihre Schöpfer richten.

Über 200.000 Ziele in 150 Ländern – die Schadsoftware “Wanna Cry” gehört zu den größten Hackerangriffen der Geschichte. Die Attacken richteten sich gegen Konzerne, Ministerien, Telekom-Dienste und Krankenhäuser. Sie legten ihre Systeme lahm, verschlüsselten Dateien und forderten Lösegeld für ihre Wiederherstellung.

Europas oberste Polizeibehörde Europol spricht von einem “nie dagewesenen Ausmaß” des Cyberangriffs und fordert eine internationale Untersuchung des Vorfalls. Ein IT-Experte konnte die Verbreitung zunächst, und versehentlich, eindämmen, doch die Hacker reagierten mit einem Update des Trojaner-Wurms – weitere Angriffswellen waren die Folge.

“Wanna Cry” gehört zu einer Gruppe von Ransomware, das sind Schadprogramme, die Geräte befallen und die darauf befindlichen Daten verschlüsseln. Nutzer werden aufgefordert, eine Geldsumme zu bezahlen, um die Verschlüsselung zu lösen und wieder Zugriff auf ihre Dateien zu erhalten. Die Initiative „No More Ransom!“, getragen von europäischen Polizeibehörden und Tech-Firmen, rät davon ab, das Lösegeld zu bezahlen: Man könne sich nie sicher sein, ob die Daten tatsächlich wieder freigegeben werden, argumentiert die Initiative.

Cyberwaffe aus NSA-eigenem Arsenal

Der amerikanische Softwarekonzern Microsoft warf unterdessen der US-Regierung vor, mitverantwortlich für die Hackerattacke zu sein. Konzernchef Brad Smith argumentierte in einem Blog-Post, „Wanna Cry“ nutze für seine Angriffe eine Technologie, die aus dem Arsenal des Auslandsgeheimdienstes NSA stamme und die der Geheimdienst entwickelt hatte, um Windows-Rechner zu infizieren. Der “Exploit” – also die digitale Brechstange, mit der Hacker eine Sicherheitslücke ausnutzen und in ein System eindringen – basiere auf jenen Exploits, die der NSA vor einigen Monaten gestohlen wurden, so Smith.

Wie umgehen mit Hackerangriffen und staatlich lancierten Falschmeldungen? Während die EU noch diskutiert, schaffen ihre Mitglieder Fakten.

Der jetzige Cyberangriff zeige dem Microsoft-Chef zufolge einmal mehr, wie problematisch es sei, wenn sich Staaten ein eigenes Arsenal an Exploits und Sicherheitslücken zulegten: Würden sie wie im Fall „Wanna Cry“ gestohlen, hätten Hacker plötzlich scharfe Waffen, mit denen sie Computersysteme weltweit angreifen könnten. Verschweigen zudem die Sicherheitsbehörden den Diebstahl gegenüber der Öffentlichkeit und dem betroffenen Software-Hersteller, gefährden sie damit die Geräte aller Nutzer. “Exploits in den Händen von Regierungen sind wiederholt in die Öffentlichkeit gesickert und haben großen Schaden verursacht.“ Smith verglich die Entwendung von NSA-Spionagesoftware mit dem Diebstahl von Tomahawk-Raketen aus US-Militärarsenalen.

Auch Deutschland hortet Schadsoftware

Obwohl Deutschland bei dem jetzigen globalen Erpressungsfeldzug vergleichsweise ungeschoren davon kam, dürften auch hierzulande die Behörden den Angriff sehr genau untersuchen. Denn vor einem Einbruch in die hauseigene digitale Waffenkammer sind auch die deutschen Sicherheitsdienste nicht gefeit: Einerseits stehen deutsche Regierungsnetze unter „täglichem“ Beschuss durch Cyberangriffe; andererseits sammeln auch hiesige Behörden Schadsoftware, Exploits und Schwachstellen in breit genutzter Software, um sie für ihre jeweiligen Zwecke zu nutzen.

Erst Ende April hatte der Bundestag ein Gesetz erlassen, das dem BKA erlaubt, mittels eigener Schadsoftware – dem Staatstrojaner – Computer und Smartphones von Terrorverdächtigen auszuspähen. Sollte die oberste deutsche Polizeibehörde den eigens entwickelten Trojaner einsetzen und nicht erneut vom Bundesverfassungsgericht daran gehindert werden, muss sie sich beim Angriff wie ein Hacker verhalten: Um in die Geräte einer Zielperson eindringen zu können, benötigt sie wie die „Wanna Cry“-Hacker zuvor eine Sicherheitslücke. Die dazu benötigen Exploits und das Wissen um Sicherheitslücken muss sich das BKA entweder aus den eigenen Rippen schneiden oder auf dem Schwarzmarkt kaufen – und damit den Markt für Spionagesoftware und Hacking-Tools mit staatlichen Geldern alimentieren.

In jedem Fall würde die Behörde über Cyberwaffen verfügen, die Zielgeräte infizieren und ausspähen kann – Waffen, die wie „Wanna Cry“ in die falschen Hände geraten und einen riesigen Schaden anrichten könnten.

Regierungsnetze anfällig für Online-Attacken

Bundesinnenminister Thomas de Maizière hatte erst vor wenigen Tagen auf der Berliner Digitalmesse re:publica bestätigt, dass deutsche Behörden ein eigenes Arsenal an Cyberwaffen anlegen beziehungsweise das bestehende ausbauen wollen. Die neu geschaffene Zentrale Stelle für Informationstechnik im Sicherheitsbereich (ZITiS) soll künftig Schadsoftware selbst entwickeln oder einkaufen – und laut Innenminister dabei sicherstellen, dass dies sich im „rechtsstaatlichen Rahmen“ bewegt.

Doch wie das ZITiS, das BKA oder die Geheimdienste ihre jetzigen und künftigen Cyberwaffen so schützen wollen, dass sie nicht gestohlen und gegen die eigene Bevölkerung eingesetzt werden, darauf hatte der Innenminister bislang keine Antwort. Dass auch in Deutschland kritische Infrastrukturen höchst anfällig für Angriffe aus dem Netz sind, hat zuletzt der Bundestags-Hack gezeigt: Unbekannte hatten 2015 wochenlang das Netzwerk des Parlaments ausspioniert und Daten kopiert. Die Einbruchswerkzeuge kamen höchstwahrscheinlich ebenfalls aus einem staatlichen Arsenal: dem russischen Militärgeheimdienst GRU. Daniel Mützel, EURACTIV 16

 

 

 

Menschenrechtler schlagen Alarm. Altmaier sieht Entspannung bei Flüchtlingszuzug nach Europa

 

Laut Flüchtlingskoordinator der Bundesregierung hat sich die Situation in Afrika für Flüchtlinge verbessert. Die Hilfsorganisation Ärzte ohne Grenzen hingegen schlägt Alarm aufgrund desolater Zustände in Libyen. Scharfe Kritik erntet die Flüchtlingspolitik der Bundesregierung auch von Gesine Schwan.

Der Flüchtlingskoordinator der Bundesregierung, Kanzleramtsminister Peter Altmaier (CDU), sieht beim Zuzug von Flüchtlingen nach Europa eine Entspannung. „Die Anlandungen aus der Türkei nach Griechenland sind seit mehr als einem Jahr drastisch gesunken“, sagte Altmaier der Rheinischen Post. Momentan sehe es auch auf der Libyen-Italien-Route eher danach aus, dass der Flüchtlingszuzug nachlasse. Im ersten Quartal des Jahres seien dort noch mehr Menschen angekommen als vor einem Jahr, sagte Altmaier. „Im Mai liegen die Zahlen bisher deutlich niedriger, obwohl die Wetterbedingungen gut waren.“

Der Kanzleramtsminister führt das auch auf den Einsatz zur Verbesserung der Situation in Libyen, Mali und Niger zurück. Dies sei aber keine Aufgabe für Tage oder Wochen, sondern für Monate und Jahre, ergänzte Altmaier. „Unser Ziel bleibt, dass keine Menschen mehr im Mittelmeer ertrinken, und das erreichen wir am besten, wenn erst gar keiner mehr losfährt.“

Ärzte ohne Grenzen: Verheerende Zustände in Libyen

Ganz anders beurteilen die Ärzte ohne Grenzen die Zustände in Libyen. „Unsere Teams haben festgestellt, dass die Gefangenen in mehreren Lagern tagelang nichts zu essen bekamen. Sie mussten sogar Dutzende Erwachsene wegen Mangelernährung behandeln“, erklärte Florian Westphal, Geschäftsführer von Ärzte ohne Grenzen Deutschland. Eigenen Angaben zufolge hat die Organisation seit Jahresanfang mehr als 4.000 medizinische Untersuchungen an Internierten in sieben Gefangenenlagern in der libyschen Hauptstadt Tripolis vorgenommen.

„Die Menschen werden ohne funktionierende Rechtsstaatlichkeit willkürlich festgehalten“, berichtete die Organisation. „Vom einen Tag auf den anderen tauchen Menschen auf, nachdem sie von der libyschen Küstenwache auf dem Mittelmeer aufgegriffen, auf der Straße verhaftet, in nächtlichen Razzien ergriffen oder von Einzelpersonen in ein Gefangenenlager gebracht worden sind.“ Dann wieder würden Inhaftierte plötzlich über Nacht entlassen oder an unbekannte Orte verlegt.

Gesine Schwan attackiert Flüchtlingspolitik

Scharfe Kritik erntet die Flüchtlingspolitik der Bundesregierung auch von der Politikwissenschaftlerin Gesine Schwan. „In beiden großen Parteien gibt es Tendenzen, Fluchtwege nicht zu sicher zu machen“, sagte die ehemalige SPD-Kandidatin für das Bundespräsidentenamt am Donnerstag auf dem evangelischen Kirchentag in Berlin. Den Tod Tausender Menschen auf dem Mittelmeer in Kauf zu nehmen, sei unverantwortlich. „Was Politik macht, ist die Abschottung Europas“, sagte Schwan: „Sie kann nicht gelingen!“ Die Wissenschaftlerin forderte stattdessen sichere Zugangswege nach Europa.

Schwan sagte, eine „durchdachte Flüchtlingspolitik“ erfordere auch, Verantwortung dafür zu übernehmen, dass Menschen in ihren Heimatorten eine Perspektive für ein sinnvolles Leben bekommen. Dafür müsse bei den Fluchtursachen angesetzt werden. „Das sagt sich so leicht, aber wir müssen es auch zu Ende denken“, forderte Schwan. Auch wenn das Nachteile für die eigene Wirtschaft mit sich bringe. (epd/mig 26)

 

 

 

 

Erdogans Lieblingsprojekt. Warum in Deutschland eine Abstimmung über die Todesstrafe in der Türkei nicht zulässig ist

 

Bis vor kurzem gehörte die Einführung der Todesstrafe zu den Wahlversprechen des türkischen Präsidenten Recep Tayyip Erdogan. So wie bei der jüngsten Abstimmung über eine grundlegende Verfassungsreform könnten die Stimmen der im Ausland lebenden Türkinnen und Türken möglicherweise auch dieses Mal den Ausschlag bei dem wiederum geplanten Volksentscheid geben. Vorauszusetzen wäre dabei, dass diesem Teil der türkischen Bevölkerung in ihren jeweiligen Aufenthaltsländern die Gelegenheit zur Stimmabgabe geboten wird. Eine derartige Teilnahme ist aber keineswegs selbstverständlich. Als Entscheidung der Stimmbürger über eine zentrale Verfassungsangelegenheit würde sie einen Akt der Ausübung türkischer Staatsgewalt darstellen. Nach den allgemeinen Regeln des Völkerrechts können solche Entscheidungsvorgänge ohne weiteres nur im eigenen Staatsgebiet stattfinden. Sollen die Staatsangehörigen auch im Ausland ihre Stimme abgeben, so bedarf es dazu der Zustimmung des jeweiligen Aufenthaltslandes. Deutschland sollte in diesem Falle die Zustimmung verweigern, denn es gibt gute Gründe, die Einführung der Todesstrafe in der Türkei als einen Verstoß gegen grundlegende Prinzipien der europäischen Rechtskultur anzusehen.

Für die Menschen in den drei westlichen Besatzungszonen Deutschlands war es nach dem Ende der nationalsozialistischen Schreckensherrschaft eine Selbstverständlichkeit, ja ein moralisches Gebot, die Todesstrafe von Verfassungs wegen zu ächten. Über Jahrzehnte hatte das herrschende Regime nicht nur das eigene Volk, sondern auch die durch seine Eroberungszüge in seine Gewalt gebrachten Menschen mit allen ihm zur Verfügung stehenden Mitteln unterdrückt. Zu den angewandten Methoden gehörte nicht nur der verborgene Mord in Haftanstalten, Krankenhäusern und Konzentrationslagern, sondern auch der Mord durch Richterspruch mit allen äußeren Anzeichen einer Scheinlegalität. Der Starjurist des Dritten Reiches, Carl Schmitt, ließ sich im Jahre 1934 sogar zu der Äußerung hinreißen, mit seiner Anordnung zur Ermordung des SA-Führers Röhm und seiner Gesinnungsgenossen habe der Führer „das Recht geschützt“. Mit den Vernichtungslagern, für die stellvertretend der Name Auschwitz steht, erreichte schließlich die Vernichtungsorgie ihren Höhepunkt.

Nie wieder sollten derartige Entwicklungen in Deutschland oder von deutschem Boden aus geschehen dürfen. Deswegen wurde in Artikel 102 des Grundgesetzes in knappen Worten unmissverständlich festgelegt: „Die Todesstrafe ist abgeschafft“. In erster Linie gilt diese Grundsatzentscheidung für Deutschland selbst und seine Staatsorgane. Aber sie hat als Verfassungsziel auch eine Ausstrahlungswirkung weit über die deutschen Grenzen hinaus. Die deutschen Instanzen dürfen nicht die Hand dazu reichen, dass irgendein Mensch im Ausland der Todesstrafe unterworfen wird. Niemand wird zur Strafverfolgung in ein anderes Land ausgeliefert, wenn ihm dort die Todesstrafe droht; ein Gleiches gilt für Ausweisungen und Abschiebungen. Aus der Vergangenheit der Jahre 1933 bis 1945 ist Deutschland eine Verpflichtung erwachsen, auch international dafür einzutreten, dass die Todesstrafe so weit wie irgend möglich zurückgedrängt wird. Die DDR hatte hingegen in ihre Verfassungen von 1949 und 1968 ein solches Verbot nicht aufgenommen und von der Todesstrafe zur Ausschaltung politischer Gegner massiv Gebrauch gemacht.

Deutschland steht mit seinem Kampf gegen die Todesstrafe nicht allein. Die Europäische Menschenrechtskonvention (EMRK) in ihrer Urfassung aus dem Jahre 1950 gestattete in ihrem Artikel 2 noch die Verhängung und Vollstreckung von Todesurteilen „wegen eines Verbrechens“. Ganz offensichtlich handelte es sich hier um einen Schwachpunkt des europäischen Menschenrechtsschutzsystems. Es dauerte viele Jahre, bis endlich 1983 das Protokoll Nr. 6 über die Abschaffung der Todesstrafe zustande kam, das allerdings eine Ausnahme noch für Kriegszeiten vorsah. Dieses Protokoll trat am 1. März 1985 in Kraft. Es zählt zu seinen Vertragsparteien heute außer Russland alle anderen 46 Mitglieder des Europarats. Russland hat sich allerdings in einer Erklärung verpflichtet, bis zur Ratifikation keine Vollstreckungen durchzuführen, und der russische Verfassungsgerichtshof hat deswegen im Jahre 2009 die Todesstrafe für abgeschafft erklärt. Auch die Türkei hat das 6. Protokoll angenommen (Ratifikation am 12.11.2003).

Mit dem bis dahin erreichten Resultat gab sich die Gemeinschaft der Vertragsstaaten jedoch nicht zufrieden, sondern versuchte, auch noch die Lücke für den Kriegsfall zu schließen. Mit dem 13. Protokoll zur EMRK vom 3.5.2002 ist dies gelungen: Dort ist eine vollständige Beseitigung der Todesstrafe vorgesehen. Allerdings klaffen hier noch empfindliche Lücken im Vertragsbestand, denn Armenien, Aserbaidschan und Russland sind bisher abseits geblieben. Bemerkenswerterweise hat sich indes die Türkei diesem zusätzlichen Vertragswerk angeschlossen. Ihre Bindung besteht einstweilen und würde sie jedenfalls nach Völkerrecht daran hindern, für sich die Todesstrafe einzuführen. Sie könnte allerdings die Entscheidung treffen, die EMRK insgesamt mit ihren Zusatzprotokollen zu kündigen.

Insgesamt hat sich im europäischen Rahmen ein allgemeiner Konsens gebildet, dass die Ächtung der Todesstrafe zu den Grundpfeilern der europäischen Rechtsstaatlichkeit gehört. So wurde auch schon seit Langem von jedem neu hinzutretenden Mitglied des Europarats verlangt, das Protokoll Nr. 6 binnen dreier Jahre zu ratifizieren und sogleich mit dem erfolgten Beitritt einen Hinrichtungsstopp anzuordnen. Ein Land, welches diese Verpflichtung nicht auf sich nimmt, kann nicht Mitglied des Europarats werden und damit auch nicht Partei der EMRK sein. Ergänzend sei bemerkt, dass innerhalb der Europäischen Union das Verbot der Todesstrafe an der Spitze der europäischen Grundrechtecharta steht (Art. 2).

Auch auf Weltebene haben sich die Bestrebungen zur Abschaffung der Todesstrafe in der jüngeren Vergangenheit verdichtet. Der Internationale Pakt über bürgerliche und politische Rechte von 1966 ließ nach seinem Artikel 6 Absatz 2 die Todesstrafe noch zu, spezifizierte allerdings, dass sie nur bei „schwersten“ Verbrechen angewandt werden dürfe. Nachdem der Pakt von der UN-Generalversammlung angenommen worden war, setzten sehr bald Bemühungen ein, auch auf Weltebene ein vollständiges Verbot einzuführen. Deutschland und Frankreich gehörten zu den vorrangigen Förderern dieser Bemühungen, die schließlich im Jahre 1989 mit der Annahme eines 2. Fakultativprotokolls über die Abschaffung der Todesstrafe zum Erfolg führten. Viele Staaten machten zunächst Einwände gegen diese Einschränkung der zulässigen Strafsanktionen geltend. Deswegen liegt der Vertragsstand gegenwärtig bei lediglich 84 Staaten, weniger als der Hälfte der UN-Mitglieder. Ebenso wie Deutschland (18.8.1992) hat aber auch die Türkei dieses Fakultativprotokoll angenommen (2.3.2006). Es gilt insoweit der allgemeine Grundsatz „pacta sunt servanda“. An der Unkündbarkeit dieses Rechtsinstruments kann die Türkei auch durch die Abhaltung einer Volksabstimmung nicht rütteln – wenn sie völkerrechtstreu bleiben will.

Als eine Rechtsgemeinschaft, die das Verbot der Todesstrafe zu den Kernelementen europäischer Rechtsstaatlichkeit zählt, ist Deutschland daran gehindert, Beihilfe zu einem Rückzug aus dieser gemeinsamen Rechtskultur und gleichzeitig damit Vorschub zu einem Bruch geltender völkerrechtlicher Verpflichtungen zu leisten. Eine Abstimmung der in Deutschland lebenden türkischen Staatsangehörigen in den hiesigen türkischen Konsulaten kann daher nicht gestattet werden. IPG 10

 

 

 

Trump brüskiert beim Nato-Gipfel

 

US-Präsident Donald Trump hat den Nato-Verbündeten bei einem ersten Spitzentreffen in Brüssel mit einer harschen Rede die Leviten gelesen und seine finanziellen Forderungen an die Partner noch erhöht.

„23 der 28 Mitgliedsstaaten zahlen immer noch nicht, was sie für ihre Verteidigung bezahlen sollten. Das ist nicht fair gegenüber dem Volk und den Steuerzahlern in den USA“, rügte er am Donnerstag bei einer Zeremonie vor dem neuen Hauptquartier der Nato. Viele der Länder hätten wegen mangelnder Zahlungen in den vergangenen Jahren „riesige Schulden“ angehäuft. Selbst Ausgaben in Höhe von zwei Prozent der Wirtschaftsleistung, also des aktuellen Nato-Ziels, reichten nicht aus, um die Löcher zu stopfen und die Streitkräften zu modernisieren.

Bundesverteidigungsministerin von der Leyen (CDU) kontert Trump zu NATO-Ausgaben.

„Wir müssen diese vielen verlorenen Jahre wettmachen. Zwei Prozent sind das karge Minimum, um den sehr realen und sehr scheußlichen Bedrohungen von heute entgegenzutreten“, sagte Trump, der für seine Rede nur spärlichen Beifall von den übrigen Staats- und Regierungschefs erhielt. „Die Nato der Zukunft muss sich stark auf Terrorismus und Einwanderung konzentrieren“, sagte er, ohne den Bezug zur Einwanderung zu erklären. „Dies gilt auch für Bedrohungen durch Russland an unseren östlichen und südlichen Grenzen.“ Es war das einzige Mal, dass er Russland in seiner Rede erwähnte. Zuhause in den USA steht Trump unter Druck, weil sein Wahlkampfteam möglicherweise ungebührliche Kontakte zur Führung in Moskau pflegte.

In weiten Teilen von Trumps Rede ging es nicht um die Nato, sondern um den Anschlag von Manchester – und Trumps erste Auslandsreise, die ihn zuletzt unter anderem nach Saudi-Arabien geführt hatte. Besonders der saudische König Salman erntete großes Lob vom US-Präsidenten. Er sei ein weiser Mann, der wolle, dass sich die Dinge rasch besserten, sagte Trump über den absoluten Herrscher, dessen Königshaus eine sehr konservative Auslegung des Islam durchsetzt und das immer wieder für schwere Menschenrechtsverletzungen am Pranger steht. Die Nato dagegen versteht sich auch als Wertebündnis, das für Freiheit und Demokratie eintritt.

Merkel: Abschottung und Mauern sind nicht erfolgreich 

Daran erinnerte Bundeskanzlerin Angela Merkel, die vor Trump sprach. „Unsere Allianz ist sich einig in dem Bewusstsein der Zusammenarbeit, des Bestehens auf Freiheit und des Vertrauens darauf, dass nicht Abschottung und nicht Mauern erfolgreich sind, sondern offene Gesellschaften, die auf gemeinsamen Werten aufgebaut sind“, mahnte sie, als sie ein Denkmal aus Teilen der Berliner Mauer einweihte, das künftig vor dem Eingang des neuen Nato-Hauptquartiers an das Ende des Kalten Krieges erinnern soll. „Deutschland wird nicht vergessen, welchen Beitrag die Nato dazu geleistet hat, dass unser Land wiedervereint ist, und deshalb werden wir unseren Beitrag zur Sicherheit und zur Solidarität im gemeinsamen Bündnis auch leisten.“

Zum Nato-Treffen am 25. Mai, bei dem erstmalig US-Präsident Trump dabei sein wird, sollten die Europäer diesen Anlass nutzen, den USA selbstbewusst den Wert der Allianz vor Augen zu führen, meint Dr. Claudia Major.

Trump weihte auf der anderen Seite des Eingangs ein Monument aus Trümmerteilen des Nordturms des World Trade Centers ein, der bei den Anschlägen vom 11. September 2001 zerstört worden war. Nato-Generalsekretär Jens Stoltenberg erinnerte in einer kurzen Rede daran, dass die Allianz nur einen Tag nach den Anschlägen zum ersten und einzigen Mal in ihrer Geschichte den Bündnisfall festgestellt hatte.

„Einer für alle“

„Einer für alle und alle für einen: Hunderttausende europäische und kanadische Soldaten haben Schulter an Schulter mit US-Truppen mehr als ein Jahrzehnt lang in Afghanistan gedient, um sicherzustellen, dass es nie wieder eine Zufluchtsstätte für internationale Terroristen wird“, sagte Stoltenberg, der ebenfalls die gemeinsamen Werte als Fundament des Bündnisses ansprach an. „Wenn unsere freien und offenen Gesellschaften angegriffen werden, verteidigen wir unsere Werte und unsere Lebensart. Deshalb ist eine starke Nato gut für Europa und gut für Nordamerika.“

Die Nato weitet ihren Kampf gegen den Terrorismus auf Drängen der USA deutlich aus.

Die Nato war Trump bei seinen Forderungen nach einer Steigerung der Wehretats und einem stärkeren Kampf gegen den Terror zuvor entgegengekommen. Die Alliierten wollen nun jedes Jahr einen Plan vorlegen, wie sie die zwei Prozent erreichen wollen. Außerdem tritt die Allianz wie von den USA gefordert der Anti-IS-Koalition bei. Im Gegenzug hatten die Bündnispartner auf ein umfassendes Bekenntnis Trumps zu der Allianz gehofft, die er einst als obsolet geschmäht hatte. So hat Trump sich anders als seine Vorgänger bisher nicht ausdrücklich hinter den Artikel 5 der Nato-Charta – also die gegenseitige Beistandspflicht – gestellt, was vor allem die Osteuropäer verunsichert. Dieses Bekenntnis legte Trump auch in Brüssel nicht ab. Einem Mitarbeiter des US-Präsidialamtes zufolge steht Trump aber zu der Beistandsverpflichtung. Das sei der Kern der Allianz.

Laut einer US-Studie steigt die Zustimmung vieler europäischer Bürger zur NATO. Auch in Deutschland stehen die meisten Befragten hinter der Allianz – bei einem Konflikt mit Russland würde jedoch nur eine Minderheit ein Partnerland verteidigen.

Ausgeklammert wurde beim Nato-Treffen zunächst das Thema Russland. EU-Ratspräsident Donald Tusk sagte indes nach Beratungen mit Trump am Vormittag, er sei nicht zu 100 Prozent sicher, dass man dabei die gleichen Positionen teile. Trump war zuletzt in Washington wegen mutmaßlicher Kontakte seines Teams zu Vertretern der russischen Regierung zunehmend unter Druck geraten. EurActiv/rtr 26

 

 

 

Bericht im Kabinett. Perspektiven in Afrika und Nahost schaffen

 

Krisenprävention, humanitäre Hilfe und das Schaffen von Lebensperspektiven vor Ort sollen dabei helfen, dass weniger Menschen fliehen. Die Bundesregierung wird sich auch im internationalen Rahmen weiter dafür einsetzen. Das berichteten Außenminister Gabriel und Entwicklungsminister Müller im Kabinett.

 

Afrika und der Nahe Osten sind derzeit besonders stark von Flüchtlingsbewegungen betroffen. Als Hauptaufnahmeländer nehmen sie gemeinsam mehr als zwei Drittel der weltweiten Flüchtlinge auf.

Die Gründe für Flucht und irreguläre Migration sind vielschichtig - sie sind das Ergebnis gewaltsamer Konflikte, politischer Verfolgung, von Hungersnöten und klimabedingten Risiken wie auch von Bevölkerungswachstum. 

Um akute wie auch strukturelle Fluchtursachen und deren Folgen zu bekämpfen, hat die Bundesregierung ihr Engagement zur Krisenprävention, humanitären Hilfe und zur Schaffung von Lebens- und Bleibeperspektiven vor Ort verstärkt.

Vorausschauende Außenpolitik

Umfassende Maßnahmen der zivilen Krisenprävention, der Stabilisierung und der humanitären Hilfe sollen helfen, akute Fluchtursachen und ihre unmittelbaren Auswirkungen zu mildern. Hierfür wird die Bundesregierung allein in diesem Jahr zwei Milliarden Euro bereitstellen. 

Mit diesen Mitteln verstärkt die Bundesregierung zum Beispiel die humanitäre Hilfe in der Tschadsee-Region und beteiligt sich an der Umsetzung der EU-Migrationspartnerschaften in Niger und Mali. Durch gezielte Auslandskommunikation versucht das Auswärtige Amt, Falschinformationen durch Schlepper richtigzustellen.

Im Nahen Osten stehen Syrien und der Irak im Mittelpunkt des deutschen Engagements. Deutschland

unterstützt Syrien und seine Nachbarländer auch in diesem Jahr mit insgesamt 1,3 Milliarden Euro und bleibt damit größter Geber in der Region.

Im Irak sollen Flüchtlinge zurückkehren können. Die Bundesregierung hilft dem Land unter anderem bei der Wiederherstellung der Wasser- und Stromversorgung. Außerdem unterstützt die Bundesregierung die Verhandlungen zu einem "Global Compact on Refugees".

Nachhaltige Entwicklungspolitik

Um die strukturellen Ursachen von Flucht und irregulärer Migration zu vermindern, weitet die Bundesregierung ihre politische Unterstützung in Afrika aus und fördert Investitionen in nachhaltige Entwicklung vor Ort. Dafür wird die Bundesregierung in diesem Jahr voraussichtlich 3,5 Milliarden Euro ausgeben.

Durch Bildung für Kinder, die Ausbildung für Jugendliche sowie die Beschäftigung für Erwachsene will Deutschland vor allem in den Ländern des Nahen Ostens Zukunftsperspektiven schaffen.

Die Bundesregierung hat auch Mittel zur Verfügung gestellt, um klimabedingter Flucht und Migration vorzubeugen. Besonders gefährdete Gruppen sollen eine Basisversorgung erhalten und die Ernährungssituation vor Ort soll verbessert werden. Über Transformationspartnerschaften mit Ländern Nordafrikas und des Nahen Ostens und eine Sonderinitiative für diese Region unterstützt die Bundesregierung den Aufbau von Staatlichkeit und hilft den betroffenen Ländern dabei, kommunale Strukturen zu stärken.

Internationales Engagement

Die Maßnahmen der Bundesregierung zur Minderung von Fluchtursachen sind eng mit dem globalen Afrika-Engagement auf europäischer und internationaler Ebene verbunden. Im Rahmen internationaler Gremien wie der G20-Präsidentschaft, des G7-Prozesses und der Vereinten Nationen wird sich Deutschland weiterhin dafür einsetzen, dass die globale Verantwortung in der Flüchtlings- und Migrationspolitik international aufgeteilt wird. Außerdem wird die Bundesregierung für einen wirksamen Schutz der Flüchtlinge eintreten und für eine bessere Kooperation der Herkunfts-, Transit und Aufnahmestaaten werben. Pib 17

 

 

 

 

Merkel rechtfertigt Abschiebungen nach Afghanistan

 

Bundeskanzlerin Angela Merkel hat auf dem Evangelischen Kirchentag Abschiebungen abgelehnter Asylbewerber nach Afghanistan verteidigt.

„Ich weiß, dass ich mich damit nicht beliebt mache“, sagte Merkel am Donnerstag auf einer Veranstaltung mit dem früheren US-Präsidenten Barack Obama in Berlin. Aber wenn in einem Rechtsstaat nach mehrfacher Prüfung eine Entscheidung gegen einen Aufenthalt in Deutschland getroffen werde, müsse diese umgesetzt werden.

Man müsse sich auf die wirklich Hilfsbedürftigen konzentrieren, sagte Merkel. Zuvor war sie von dem EKD-Vorsitzenden Heinrich Bedford-Strohm gefragt worden, warum auch Menschen abgeschoben würden, die bereits integriert seien. Merkel verwies auf Ermessensspielräume. Solche Konflikte wolle man künftig vermeiden, indem sehr rasch über Neuanträge entschieden werde und Flüchtlinge und Asylbewerber erst bei einer Bleibeperspektive auf Kommunen verteilt würden.

Bundesinnenminister Thomas de Maiziere nennt die Abschiebungen nach Afghanistan unverzichtbar. Auch andere Staaten in Europa würden dorthin abschieben.

Auch Obama verteidigte diese Position. Zwar verdiene „in den Augen Gottes“ ein Kind auch in einem anderen Land genauso viel Barmherzigkeit und Mitgefühl. „Aber wir sind eben auch Regierungschefs und haben eine Verantwortung für die Bürger innerhalb unserer Grenzen und auch begrenzte Ressourcen“, sagte Obama, der im Januar von Donald Trump abgelöst wurde.

Merkel wird seit dem Höhepunkt der Flüchtlingskrise 2015 von konservativen Kritikern eine zu weiche Haltung vorgeworfen. Kirchen und Opposition kritisieren dagegen vor allem Abschiebungen nach Afghanistan, die wegen der Sicherheitslage in dem zentralasiatischen Land auch in der SPD umstritten sind. EA/Rtr 26

 

 

 

 

Studie. Flüchtlingshelfer fordern legale Einreisewege nach Europa

 

Nach der aktuellen Rechtslage ist jeder Flüchtling illegal weil es keine legalen Wege nach Europa gibt. Private Flüchtlingsinitiativen und Anwälte fordern die Einahltung der Genfer Flüchtlingskonvention. Danach darf kein Flüchtling dafür bestraft werden, nur weil er in ein Land einreist.

Private Flüchtlingsinitiativen und ihnen nahe stehende Anwälte haben legale Einreisewege für Asylsuchende gefordert. „Es gibt für Flüchtlinge keine legalen Wege nach Europa“, sagte Berenice Böhlo vom Vorstand des Republikanischen Anwältevereins am Donnerstag in Berlin. Das habe zur Folge, dass Fluchthelfer als Schleuser oder Schlepper kriminalisiert würden.

Nach der aktuellen Rechtslage „ist jeder Flüchtling illegal“, sagte Böhlo. Das widerspreche allerdings der Genfer Flüchtlingskonvention und anderen internationalen Rechtstexten, wonach kein Flüchtling dafür bestraft werden dürfe, wenn er in ein Land einreist. Auch die Fluchthilfe bewege sich dadurch in einem Graubereich. Die Rechtsanwältin sprach sich für die Abschaffung des sogenannten Schleuserparagrafen, Paragraf 96 des Aufenthaltsgesetzes, aus.

Borderline-Europe fordert Entkriminalisierung von Flüchtlingshilfe

Info: Die Studie „Kriminalisierung von Retter*Innen, Helfer*Innen, Geflüchteten – Eine Studie über das gescheiterte uropäische Asyl- und Migrationssystem“ ist bei der Organisation Borderline-Europe erhältlich.

Auch die Menschenrechtsorganisation Borderline-Europe forderte eine Entkriminalisierung von Flüchtlingshilfe sowie von Schlepper- und Schleusertätigkeiten. Auch kommerzielle Fluchthilfe, die sicher ist, sollte unter Berücksichtigung fehlender legaler Einreisewege nach Europa straffrei sein, heißt es in einer neuen Studie der Organisation. Demnach sollte nur Fluchthilfe, bei denen Geflüchtete misshandelt oder gefährdet werden, bestraft werden.

Die Studie der Organisation verweist auch darauf, dass zu Zeiten des Kalten Krieges, Menschen, die anderen Menschen die Flucht in den Westen ermöglichten, als Fluchthelfer gefeiert worden seien. Heute dominiere das Bild des kriminellen Menschenschmugglers, auf dessen Handelns „meist mit der Linse eines einfachen Täter-Opfer-Schemas geblickt wird“, kritisierte Borderline-Europe. (epd/mig 19)

 

 

 

 

 

G7 Länder müssen dringend handeln, um Länder in Ost- und Westafrika zu unterstützen

 

Friedrichsdorf. Seit Juli 2016 sind nach Angaben der internationalen Kinderhilfsorganisation World Vision tausende unbegleitete Minderjährige und von ihren Familien getrennte Kinder aus Südsudan nach Uganda gekommen. Wenn der Konflikt im Südsudan anhalte, könnte bereits in wenigen Tagen Unterstützung für mindestens 10.000 unbegleitete Flüchtlingskinder nötig sein, schätzt die Organisation.

World Vision beaufsichtigt derzeit die Aufnahme und Betreuung unbegleiteter Minderjähriger in den beiden Flüchtlingssiedlungen Bidi Bidi und Imvepi im Norden Ugandas. ''Jeden Tag registriert World Vision aktuell mehr als 100 von ihren Familien getrennte und unbegleitete geflüchtete Minderjährige, gestern allein 120 in der Siedlung Imvepi“, berichtet Gilbert Kamanga, Landesdirektor von World Vision Uganda. „Bei der Mehrheit dieser Kinder sind die Eltern getötet worden, während andere während kriegerischer Auseinandersetzungen den Kontakt zu ihren Familien verloren. Einige von ihnen sind mehr als eine Woche gelaufen, um nach Uganda zu kommen. Während dieser Zeit hatten sie gar nichts oder kaum etwas zu essen. Wir fordern ein Ende dieser massiven Gewalt gegen Kinder.“

Uganda nimmt täglich mehr als 2.000 Flüchtlinge aus Südsudan auf, wobei Frauen und Kinder 86% ausmachen, wie das UN-Flüchtlingskommissariat UNHCR berichtet. Das Nachbarland des Südsudan verfolgt eine tolerante Flüchtlingspolitik.  Bidi Bidi ist mit einer Bevölkerung von ca. 270.000 Menschen zur größten Flüchtlingssiedlung der Welt angewachsen. Dort wurden bisher 6.057 unbegleitete Minderjährige registriert.

"Kinder machen den höchsten Prozentsatz der Neuankömmlinge aus und tragen die Hauptlast des Konflikts im Südsudan“, sagt Kathryn Tätzsch, die aktuell die Flüchtlingshilfe von World Vision in Uganda leitet.  „Um den Kreislauf der Zerstörung zu durchbrechen, muss diesen Kindern dringend Schutz vor Gewalt, Zugang zu Bildung und psychosozialer Unterstützung, sowie Jugendlichen auch Möglichkeiten zum selbständigen Lebensunterhalt geboten werden.“ Sie weist darauf hin, dass viele bereits zum zweiten oder dritten Mal geflohen seien und vielleicht über viele Jahre in Uganda bleiben müssen.

Gemeinsam mit Partnern konnte World Vision bisher mehr als 2.500 unbegleitete Minderjährige vorübergehend an Pflegefamilien vermitteln und mindestens 1.000 getrennte Kinder wieder mit ihren Angehörigen zusammenbringen. Mit stärkerer finanzieller Unterstützung könnten die vor Ort arbeitenden Organisationen mehr tun, um die Bedürfnisse der betroffenen Kinder zu erfüllen.

Allein im April hat die Hilfe der Organisation 661.000 Flüchtlinge und Gastgebergemeinden in der West-Nil-Region durch Nahrungsmittelhilfe, Bereitstellung von Haushaltsgütern, Maßnahmen zum Kinderschutz, Hilfen zum Lebensunterhalt und Programme zur Wasser-/Hygieneversorgung erreicht. Es wird damit gerechnet, dass in den kommenden 12 Monaten noch hunderttausende Menschen aus Südsudan über die Grenze kommen.

„In der nächsten Woche treffen sich die Vertreter der reichsten Länder der Welt auf dem G7 Gipfel in Sizilien“, so Kathryn Taetzsch. „Sie müssen dringend Maßnahmen zur Bewältigung der großen Krisen in Ost- und Westafrika unterstützen, und zwar mit nachhaltigen Lösungen. Uganda zeigt der Welt, dass man auch mit wenig Ressourcen viel bewirken kann.“

Die humanitäre Hilfe in Uganda steht angesichts der chronischen Unterfinanzierung weiterhin vor erheblichen Herausforderungen. Im Jahr 2016 wurden von der internationalen Gemeinschaft nur 40% der beantragten 251 Millionen bereitgestellt. UNHCR und das UN-Welternährungsprogramm riefen am 15. Mai gemeinsam zur Bereitstellung von 1,4 Milliarden US-Dollar für die Aufnahme südsudanesischer Flüchtlinge in den afrikanischen Gastgeberländern auf. Uganda trägt die größten Lasten. WV 18

 

 

 

Realitäten sehen, ohne den eigenen inneren Kompass zu verlieren. Joachim Unterländer zum ZdK-Projekt "Demokratie stimmt!"

 

Seiner Überzeugung treu bleiben und offen sowie neugierig sein, was aktuelle und wichtige gesellschaftliche Entwicklungen anbelangt, das sind nach Überzeugung von  Joachim Unterländer,  die Voraussetzungen für einen Politiker.

Demokratie heißt für den langjährigen Abgeordneten und Vorsitzenden des Sozialausschusses im Bayerischen Landtag vorrangig auch mitmachen, zuhören, für die Belange und persönliche Anliegen der Menschen offen sein und diese Erfahrungen in den politischen Meinungsbildungsprozess einbringen. "Richtig praktiziert gibt es dazu keine Alternativen", so Unterländer in seinem Statement für das ZdK-Projekt "Demokratie stimmt!" (www.demokratie-stimmt.de). Die Menschen müssten aber auch eingeladen werden zum Mitmachen. Meinungsbefragungen, Bürger- und Volksentscheide und Mitgliederentscheide würden die Politik dazu in Zukunft noch wesentlich stärker herausfordern und beschäftigen.

"Demokratie heißt aber auch, im Überzeugungsprozess gegen radikale rechte und linke Positionen vorzugehen und Intoleranz sowie die Verunglimpfung von Andersdenkenden zu bekämpfen. Dies gilt vor allen Dingen für den schrankenlosen Gebrauch von sozialen Netzwerken", so der Vorsitzender des Landeskomitees der Katholiken in Bayern. Als Münchner habe ihn besonders das Attentat auf die israelische Olympiamannschaft, das er vor 45 Jahren als Jugendlicher mitverfolgen musste, motiviert, ein Leben lang gegen Gewalt und Indoktrination einzutreten. Zdk 16

 

 

 

 

Regierungsstudie. Osten hat Problem mit Rechtsextremismus

 

Eine Studie der Bundesregierung zum Rechtsextremismus im Osten kommt zu erschreckenden Ergebnissen. Wissenschaftler aus Göttingen gehen zudem mit der Sachsen-CDU hart ins Gericht. Deren Generalsekretär spricht von pauschalen Vorwürfen.

Eine neue Studie im Auftrag der Bundesregierung attestiert einigen Regionen in Ostdeutschland ein großes Problem mit Rechtsextremismus. Zugleich sei Rechtsextremismus nicht ausschließlich ein Ost-West-Problem, sondern auch ein Zentrum-Peripherie-Problem, heißt es in der Untersuchung der Wissenschaftler um den Parteienforscher Franz Walter vom Göttinger Institut für Demokratieforschung, die am Donnerstag von der Ostbeauftragten der Bundesregierung, Iris Gleicke (SPD), in Berlin vorgestellt wurde. Er werde aber befördert durch „Faktoren, die in Ostdeutschland stärker ausgeprägt sind“.

Für die Studie mit dem Titel „Rechtsextremismus und Fremdenfeindlichkeit in Ostdeutschland – Ursachen, Hintergründe, regionale Kontextfaktoren“ hatten die Göttinger Wissenschaftler von Mai bis Dezember vergangenen Jahres die sächsischen Städte Freital und Heidenau sowie den Erfurter Stadtteil Herrenberg untersucht. Unter anderem führten sie 40 Einzelinterviews mit Bewohnern, Politikern und Akteuren vor Ort, besuchten Demonstrationen und Bürgerversammlungen und werteten bereits vorhandenes Datenmaterial aus.

Die Wahl auf Freital und Heidenau sei dabei wegen der exzessiven Gewalt gegen Flüchtlinge im Jahr 2015 in den beiden Kleinstädten gefallen, sagte Mitautor Michael Lühmann. Der Erfurter Plattenbau-Stadtteil Herrenberg sei wiederum exemplarisch für eine lokale und ungebremste Etablierung von rechtsextremen Strukturen inmitten einer eigentlichen bunten Großstadt.

Historisch gewachsene Neigung zu Fremdenfeindlichkeit

Nicht in ganz Ostdeutschland, aber in gewissen Regionen und politisch-kulturellen Umfeldern wie im Dresdner Umland gebe es eine historisch gewachsene Neigung zu Fremdenfeindlichkeit und rechtsextremem Denken, konstatieren die Autoren. So trafen sie besonders um Dresden herum auf eine Verklärung der Migrationspolitik der DDR. Deren Motto „Völkerfreundschaft ja, aber alle Migranten sind Gäste mit begrenztem Aufenthaltsstatus“ werde als ethnozentrisches Weltbild weiter gepflegt.

Dazu kämen ein stark ausgeprägtes Benachteiligungsgefühl gegenüber dem Westen, eine Überhöhung der eigenen beispielsweise sächsischen Identität, verbunden mit der Abwertung des Fremden, eine sehr fragile Zivilgesellschaft, die häufig nur aus Kirchengemeinden mit wenigen Gläubigen besteht, Konfliktscheu, ein ausgeprägter Argwohn gegenüber der Politik und der Parteienvielfalt und der Wunsch nach einem Staat, der alles regelt. Eine Erklärung für den ausgeprägten Antiamerikanismus und die Russlandfreundlichkeit in der Region Dresden sehen die Forscher in dem Opfermythos, der seit der Zerstörung Dresdens durch alliierte Bomber in der Gegend stark gepflegt werde.

Vor allem auch mit der Rolle der sächsischen CDU gehen die Forscher hart ins Gericht. Die Dominanz der Christdemokraten in dem Freistaat sei für die Entwicklung der sächsischen Zivilgesellschaft und die Akzeptanz des Interessenpluralismus eher von Nachteil gewesen, heißt es. Es gebe ein großes Misstrauen der sächsischen CDU gegenüber der zivilgesellschaftlichen Szene, die häufig als linksradikal und „Nestbeschmutzer“ diffamiert werde.

CDU-Sachsen weist Kritik zurück

Der Generalsekretär der sächsischen CDU, Michael Kretschmer, kritisierte die Untersuchung scharf. Sie trage pauschale Vorwürfe über Ostdeutsche zusammen, begründet durch die Befragung von gerade einmal 40 Personen, sagt er dem Radiosender HR info. Diese pauschalen Vorwürfe kenne man aus der Politik. „Dass dafür jetzt auch Wissenschaftler herangezogen werden, die mit diesen fragwürdigen Studien ganz offensichtlich Politik machen, das ist neu“, sagte Kretschmer.

Die Forscher würden verkennen, dass es auch in Sachen „unglaublich viel Engagement in der Bürgerschaft für Flüchtlinge, für Menschen die in Not sind“ gebe. „Und das wird alles in den Dreck getreten“, kritisierte der CDU-Politiker.

Die Ostbeauftragte Gleicke unterstrich, es gehe bei der Studie nicht um „Sachsen-Bashing“ Die Mechanismen könnten auch überall anders funktionieren, „auch in der Eifel“, aber die Situation in Ostdeutschland sei nun mal besonders besorgniserregend. Fremdenfeindlichkeit und Rechtsextremismus seien eine ernste Bedrohung für den sozialen Frieden und die wirtschaftliche Entwicklung in Ostdeutschland, warnte die SPD-Politikerin. (epd/mig 19)

 

 

 

Eklat mit Türkei: Bundesregierung prüft Abzug aus Incirlik

 

Deutschland erwägt wegen eines neuen Streits mit der Türkei den Abzug der Bundeswehr-Soldaten vom Militärstützpunkt Incirlik.

 

„Es muss selbstverständlich möglich sein, dass Abgeordnete des Deutschen Bundestags nach Incirlik reisen und dort die Truppe im Auslandseinsatz besuchen“, betonte Regierungssprecher Steffen Seibert am Montag in Berlin, nachdem eine für Dienstag geplante Reise des Wehrausschusses zu der Basis am Widerstand der Türkei gescheitert ist. Deutschland werde sich nun zwar weiter um eine Besuchserlaubnis bemühen, aber auch „Alternativstandorte ins Auge fassen“. Das Verhalten der Türkei sei ein Stolperstein im gemeinsamen Bemühen, die Extremistenmiliz IS niederzuringen, kritisierte das Auswärtige Amt. Auslöser des neuerlichen Besuchsverbotes sei offenbar die Verärgerung der Regierung in Ankara darüber, dass türkische Soldaten in Deutschland Asyl erhalten hatten. SPD und Grüne forderten den Abzug aus Incirlik.

Bundeskanzlerin Angela Merkel zeigte sich von der türkischen Haltung irritiert. „Das ist misslich, und wir haben das auch auf den verschiedenen Kanälen klar gemacht“, sagte sie. „Die Bundeswehr ist eine Parlamentsarmee. Damit ist es absolut notwendig, dass Besuchsmöglichkeiten für unsere Abgeordneten bestehen bei ihren Soldatinnen und Soldaten.“ Die deutsch-türkischen Beziehungen sind seit Monaten angespannt, unter anderem wegen der Verhaftung deutscher Journalisten, denen in der Türkei Verbreitung von Terrorpropaganda vorgeworfen wird.

Aus dem Streit um das Besuchsverbot für deutsche Abgeordnete bei der Bundeswehr in der Türkei zieht Deutschland nun womöglich Konsequenzen. Laut einem Medienbericht erwägt die Bundeswehr den Abzug der „Tornado“-Aufklärungsjets in Incirlik.

Derzeit sind rund 250 deutsche Soldaten mit sechs Tornado-Jets in Incirlik stationiert. Sie sind Teil des Einsatzes gegen den IS und starten von der Türkei aus zu Aufklärungsflügen über Syrien und dem Irak. Außerdem unterstützt die Bundeswehr die Mission mit einem Tank-Airbus. Bereits im Herbst 2016 hatte es Streit über das Besuchsrecht deutscher Abgeordneter in Incirlik gegeben. Nach längeren Verhandlungen durften die Parlamentarier schließlich im Oktober auf den Stützpunkt reisen. Die Bundeswehr prüfte im Auftrag des Bundestags allerdings auch Alternativen zum Standort Incirlik. Dabei schnitt Jordanien, das anders als die Türkei kein Nato-Partner ist, am besten ab.

Ministerium: Umzug nach Jordanien würde Monate dauern

Bundesaußenminister Sigmar Gabriel wolle das neuerliche Besuchsverbot beim Treffen der Anti-IS-Koalition in einigen Tagen in Washington ansprechen, kündigte der Sprecher des Auswärtigen Amtes, Martin Schäfer, an. Die Bundesregierung habe sich seit Anfang April darum bemüht, den Besuch der Abgeordneten möglich zu machen. Gabriel selbst habe das Thema vor einigen Tagen gegenüber dem türkischen Ministerpräsidenten Binali Yildirim angesprochen. Es sei absolut inakzeptabel, dass der schon vor Wochen angekündigte Besuch nun nicht möglich sein werde. „Die Bundeswehr wird vom Deutschen Bundestag mandatiert, und der Besuch der Soldaten im Einsatz muss den Abgeordneten möglich sein“, betonte Schäfer.

Der Sprecher des Verteidigungsministeriums, Jens Flosdorff, sagte, aus militärischer Sicht biete Incirlik die günstigsten Voraussetzungen für den Anti-IS-Einsatz. Danach sei Jordanien die beste Alternative, auch wenn eine Verlegung Einschränkungen mit Blick auf die Sicherheit und die enge Abstimmung mit den Partnern bedeuten würde. Die Bundeswehr werde den Standort Jordanien nun weiter prüfen, um gegebenenfalls dorthin ausweichen zu können. Ein Umzug würde aber einige Monate dauern. „Niemand plant jetzt sofortige und schnelle Maßnahmen, auch die politischen Vorentscheidungen würden einige Zeit in Anspruch nehmen“, sagte Flosdorff. Neben der Bundeswehr nutzt unter anderem die US-Armee Incirlik als eine Basis für den Einsatz gegen den IS.

1.000 türkische Militärangehörige haben russischen Medienberichten zufolge in den frühen Morgenstunden die NATO-Basis Incirlik umrundet. EURACTIVs Medienpartner „Treffpunkt Europa“ berichtet.

Die Bundesregierung will ihre Kritik an der Türkei auch abseits des Besuchsverbots aufrechterhalten. Man werde Fälle wie den des inhaftierten „Welt“-Korrespondenten Deniz Yücel auch künftig zur Sprache bringen, sagte Schäfer. Er dämpfte zugleich Hoffnungen der Türkei auf deutsche Wirtschaftshilfe. Die aktuellen Erlebnisse machten die Zusammenarbeit zwischen Deutschland und der Türkei nicht leichter, erklärte er.

SPD und Grüne forderten den Abzug der deutschen Soldaten aus Incirlik. „So können unsere Soldaten nicht in der Türkei stationiert bleiben“, erklärte die Erste Parlamentarische Geschäftsführerin der SPD, Christine Lambrecht. Die Grünen-Verteidigungsexpertin Agnieszka Brugger sagte, angesichts der dramatischen Entwicklungen in der Türkei und deren Erpressungsversuchen wäre ein Abzug schon längst geboten gewesen. „Die Bundesregierung ist mit ihrem bisherigen sanften Kurs voll gegen die Wand gefahren und hat mit ihrer Tatenlosigkeit viel an Klarheit und Glaubwürdigkeit verspielt.“

Auch der Vorsitzende des Bundestags-Verteidigungsausschusses, Wolfgang Hellmich (SPD), hat die Bundesregierung aufgefordert, die Bundeswehr-Soldaten vom türkischen Standort Incirlik abzuziehen. „Den Einsatz wollen wir ja nicht stoppen, sondern wir wollen dann von einem anderen Standort aus diesen Beitrag leisten“, sagte Hellmich der ARD. EURACTIV/rtr 16

 

 

 

 

Leitkultur-Debatte. Initiative stellt eigene Thesen zum Zusammenhalt vor

 

„Zusammenhalt in Vielfalt“ sind die Thesen einer breiten gesellschaftlichen Initiative überschrieben, die das kulturelle Zusammenleben in Deutschland stärken will. Am Dienstag wurden sie in Berlin präsentiert – passend zur Diskussion um Leitkultur. Von Corinna Buschow

 

Leitkultur, Richtschnur, Grundwerte: In Deutschland wird seit gut zwei Wochen wieder einmal darum gerungen, was das Deutschsein vor dem Hintergrund der Einwanderung eigentlich ausmacht – oder vielmehr darum, welchen Titel man darüber schreibt. Angestoßen wurde die Debatte von Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU). Per Gastbeitrag in der Bild am Sonntag speiste er zehn Thesen für eine deutsche Leitkultur ein, wahrscheinlich wohl wissend, dass Sätze wie „Wir sind nicht Burka“ polarisieren. Um die Debatte sei es ihm gegangen, sagte er am Dienstag in Berlin. Sie selbst sei das Ziel. Das hat er erreicht.

Andere bringen unterdessen weitere Ideen in diese Diskussion ein. Insgesamt 15 Thesen für Zusammenhalt stellte die „Initiative kulturelle Integration“ am Dienstag in Berlin vor und lud den Innenminister für die Grundsatzrede ein.

Verfassung allein reicht als „Leitkultur“

Angestoßen und moderiert vom Deutschen Kulturrat diskutierten 28 Organisationen und Institutionen ein Jahr lang über ein deutsches Leitbild. Beteiligt waren Bundesministerien – auch das Innenministerium -, Wohlfahrtsverbände, Religionsgemeinschaften, Gewerkschaften und Arbeitgeber, kommunale Spitzenverbände und Medienvertreter. Als erste These wird dem erarbeiteten Katalog das Grundgesetz vorangestellt. Es beschreibe „unverrückbare Prinzipien des Zusammenlebens“, heißt es darin.

De Maizières Thesen wurde entgegengehalten, die Verfassung allein reiche als „Leitkultur“. Der Innenminister widerspricht: „Das Grundgesetz kann nicht ein gutes Miteinander definieren.“ Auch die Initiative sieht das offensichtlich so, findet sie immerhin 14 weitere Thesen für gelingendes Zusammenleben. Darin geht es unter anderem um kulturelle Gepflogenheiten, Geschlechtergerechtigkeit, Kunstfreiheit, Bildung, Streitkultur und bürgerschaftliches Engagement.

Religion gehört in den öffentlichen Raum

Auch in der Religion sieht die Initiative einen wichtigen Beitrag zur kulturellen Integration. „Religion gehört in den öffentlichen Raum“, heißt es in These vier. Und nicht zuletzt hält die Initiative fest: „Deutschland ist ein Einwanderungsland.“ Dem aber fehle noch das Narrativ, beklagte die Integrationsbeauftragte der Bundesregierung, Aydan Özoguz (SPD). Weil es diese Erzählung noch nicht gebe, könnten Populisten so auf Hetze gegen vermeintliche Überfremdung und Islamisierung setzen.

Bewusst verzichtet hat die Initiative auf den Begriff „Leitkultur“, wie Kulturrat-Geschäftsführer Olaf Zimmermann betonte. Schon nach der Veröffentlichung der Thesen von de Maizière war aus den Reihen der Initiative heftige Kritik zu hören. Zimmermann nannte den Begriff „politisch verbrannt“. Der Kulturbeauftragte der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD), Johann Hinrich Claussen, schrieb am Dienstag auf dem Portal „evangelisch.de“, dieses Wort sei kein ernstzunehmender Begriff und wenig geeignet, „eine sinnvolle Debatte und ein ernstes, gemeinsames Nachdenken zu eröffnen“.

De Maizière besteht nicht auf Leitkultur

Die Meinungsverschiedenheit konnte auch bei der Veranstaltung am Dienstag nicht ausgeräumt werden. De Maizière sagte, er bestehe nicht auf diesem Begriff, benutze ihn aber gerne. Dennoch gab es am Ende eher versöhnliche Töne. Immerhin gebe es auch einige Schnittmengen zwischen den Thesen des Ministers und denen der Initiative, sagte der EKD-Bevollmächtigte in Berlin, Martin Dutzmann.

Die Thesen wurden am Dienstag auch Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) übergeben. Nach dem Wunsch der Initiatoren sollen sie nun eine breite gesellschaftliche Debatte anregen über das, was Zusammenhalt in Deutschland ausmacht. „Martin Luther hat 95 Thesen gebraucht, um die Welt zu verändern“, sagte Kulturstaatsministerin Monika Grütters (CDU). Die 15 Thesen nähmen sich dagegen bescheiden aus. Ein „gesellschaftspolitischer Meilenstein“ seien sie dennoch. (epd/mig 17)

 

 

 

Bessere Qualifikation von Berufskraftfahrern

 

Die EU-Kommission will die Qualifikation von Berufskraftfahrern von LKW und Bussen verbessern und die entsprechenden Richtlinien ändern.

 

Mit den Änderungsvorschlägen der EU-Kommission wird Rechtssicherheit geschaffen. Zu diesem Ergebnis kommt das cep in seiner jüngsten Analyse. Bisher bestand Rechtsunsicherheit über die Ausnahmeregeln für die Anwendung der Berufskraftfahrer-Qualifikation-Richtlinie. Nun werden die Definitionen klarer gefasst. Dabei dient aus Sicht des cep auch die genauer gefasste Definition der Fahrzeuge, deren Fahrer von der Berufskraftfahrer-Qualifikation-Richtlinie ausgenommen sind, dem fairen Wettbewerb.

 

Der Vorschlag der EU-Kommission sieht außerdem die verpflichtende Ausstellung von gesonderten Qualifizierungsnachweisen für Berufskraftfahrer aus anderen Mitgliedstaaten vor. Deren gegenseitige Anerkennung in der EU stellt sicher, dass Fahrer in dem Land Qualifizierungskurse absolvieren können, in dem sie arbeiten. Auch die Verpflichtung, „Fahrerbescheinigungen“ für Fahrer aus Drittstaaten auch ohne vermerkten Unionscode gegenseitig anzuerkennen, löst das Problem mangelnder gegenseitiger Anerkennung von absolvierten Weiterbildungen ohne zusätzlichen Verwaltungsaufwand.

 

Hintergrund und Ziele

Berufskraftfahrer von Lkw (Führerscheinklassen C1, C1E, C, CE) und Bussen (Führerscheinklassen D1, D1E, D, DE) müssen zur Ausübung ihres Berufes in der EU nicht nur den entsprechenden Führerschein (Führerschein-Richtlinie), sondern in der Regel zusätzlich auch eine Berufsausbildung („Grundqualifikation“) besitzen und sich periodischen Weiterbildungen unterziehen (Berufskraftfahrer-Qualifikation-Richtlinie).

 

Die Führerschein-Richtlinie regelt dabei Mindestvorgaben für theoretische Kenntnisse – z.B. über Straßenverkehrsvorschriften – sowie für praktische Fahrfähigkeiten, die zum Führen eines Kraftfahrzeugs auf öffentlichen Straßen erforderlich sind. Die Berufskraftfahrer-Qualifikation-Richtlinie regelt zusätzlich für Berufskraftfahrer Mindeststandards für deren Grundqualifikation und Weiterbildung, die über die Anforderungen der Führerschein-Richtlinie hinausgehen und Kenntnisse z.B. über Ladungssicherung, Lenk- und Ruhezeiten, eine kraft-stoffsparende Fahrweise und Vorschriften über den Güter- und Personenkraftverkehr umfassen. Sie sollen die Straßenverkehrssicherheit erhöhen, CO2-Emissionen durch eine kraftstoffsparende Fahrweise verringern sowie EU-weit fairen Wettbewerb gewährleisten.

 

Die EU-Kommission hatte vor allem bemängelt, dass die Berufskraftfahrer-Qualifikation-Richtlinie von den Mitgliedstaaten unterschiedlich ausgelegt wird, die Mitgliedstaaten Aus- und Weiterbildungskurse aus anderen Mitgliedstaaten nicht anerkennen und die Regelungen über das Mindestalter für Fahrer nicht aufeinander abgestimmt und dadurch mehrdeutig sind. Diese Mängel sollen durch die vorgeschlagenen Änderungen beseitigt werden. cep 16

 

 

 

Integration. Bund startet Wettbewerb für Kommunen

 

Mit einem Wettbewerb will das Bundesinnenministerium gute Integrationsprojekte in den Kommunen fördern. Bis zu einer Million Euro stellt das Ministerium bereit.

 

Zur Unterstützung beispielhafter Integrationsprojekte hat das Bundesinnenministerium einen Wettbewerb aufgelegt. Bei der Gestaltung von Vielfalt habe der Bund eine zentrale Aufgabe, der eigentliche Ort dafür seien aber die Kommunen, sagte Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) bei einer Auftaktveranstaltung am Montag in Berlin. Für prämierte Wettbewerbsbeiträge stellt das Ministerium bis zu eine Million Euro zur Verfügung.

Der Bundeswettbewerb „Zusammenleben Hand in Hand – Kommunen gestalten“ startet am 12. Juni. Teilnehmen können alle deutschen Landkreise, Städte und Gemeinden. Die Bewerbung läuft bis Jahresende. Die Preisträger sollen im Juni 2018 ausgezeichnet werden.

Zum Start des Projekts trafen sich Vertreter aus Bund, Ländern, Kommunen, von Bildungseinrichtungen, Wohlfahrtsverbänden und Initiativen in Berlin, um über erfolgreiche Integration zu beraten. Der Bundeswettbewerb ist Teil der Diskussionsreihe über gesellschaftlichen Zusammenhalt, den de Maizière im vergangen Jahr gestartet hatte. (epd/mig 16)

 

 

 

ABGASAFFÄRE. EU-Kommission leitet Verfahren gegen Fiat und Italien ein

 

Die EU-Kommission wird nach Informationen des Handelsblatts am Mittwoch ein Vertragsverletzungsverfahren gegen die italienische Regierung einleiten. Es geht um den Einsatz unerlaubter Abschalteinrichtungen in Fiat-Autos.

 

Brüssel. Die EU-Kommission nimmt in der Affäre um überhöhte Abgaswerte den Konzern Fiat Chrysler und die Regierung in Rom ins Visier: Nach Informationen des Handelsblatts aus Kommissionskreisen wird die Brüsseler Behörde am Mittwoch ein Vertragsverletzungsverfahren gegen die italienische Regierung einleiten. Diese habe es versäumt, den Einsatz unerlaubter Abschalteinrichtungen in den Abgasreinigungssystemen bestimmter Diesel-Modelle von Fiat angemessen zu ahnden.

Die Kommission hatte im Dezember bereits entsprechende Verfahren gegen sieben Mitgliedsstaaten eingeleitet, darunter Deutschland. Darin warf sie den Staaten vor, trotz der illegalen Manipulationen bei Volkswagen keine Strafen gegen den Konzern verhängt zu haben. Dass die Behörde nun auf der gleichen Basis gegen Italien vorgeht, zeigt, dass sie auch bei Fiat illegale Machenschaften vermutet.

Bundesverkehrsminister Alexander Dobrindt hat dem italienischen Hersteller wiederholt den Einsatz unerlaubter Abschalteinrichtungen vorgeworfen, was Fiat und die Regierung in Rom aber stets scharf zurückwiesen. Ein Schlichtungsverfahren vor der EU-Kommission endete Anfang März ohne greifbare Ergebnisse. Schon damals hatte sich Binnenmarktkommissarin El?bieta Biegkowska weitere rechtliche Schritte vorbehalten. Till Hoppe, Handelsblatt 16.4.

 

 

 

Kinderarmut durch Einwanderung von Flüchtlingen gestiegen

 

Seit Einsetzen der Fluchtmigration im Jahre 2012 ist einer aktuellen Studie zufolge ein Wiederanstieg der Kinderarmut in Deutschland zu verzeichnen. Sollte sich der Wirtschaftsaufschwung fortsetzen, erwarten die Experten allerdings einen Rückgang von Kinderarmut.

Die Einwanderung, insbesondere von Flüchtlingen, im Jahr 2015 hat zu einem weiteren Anstieg der Kinderarmut im vergangenen Jahr geführt. Auch wenn die amtlichen Daten für 2016 noch nicht vorliegen, habe eine Vorausberechnung ergeben, dass rund 154.000 Einwandererkinder als armutsgefährdet in die Statistik eingehen werden, die bislang noch nicht erfasst waren, erklärte das Wirtschafts- und Sozialwissenschaftliche Institut (WSI) der gewerkschaftsnahen Hans-Böckler-Stiftung am Montag in Düsseldorf. Für das vergangene Jahr errechneten die WSI-Forscher im Vergleich zum Vorjahr eine Zunahme der Kinderarmutsquote um 0,5 Prozentpunkte auf 20,2 Prozent.

Die Forscher des WSI verweisen darauf, dass zwar die Zahl der von Armut betroffenen einheimischen Minderjährigen, unter ihnen Kinder mit und ohne Migrationshintergrund, wegen des wirtschaftlichen Aufschwungs um 72.000 niedriger ausfallen wird als 2015. Jedoch dürfte die Armut unter Kindern und Jugendlichen insgesamt in Deutschland gegenüber dem Vorjahr um rund 82.000 auf 2,62 Millionen ansteigen. Für eine Familie mit zwei Kindern unter 14 Jahren lag die Armutsschwelle 2015 bei einem Nettoeinkommen von weniger als 1.978 Euro im Monat.

Für seine Vorausberechnung nutzte das WSI nach eigenen Angaben die aktuellsten verfügbaren Rahmendaten zur Bevölkerungsentwicklung, zu Asylbewerberleistungen und aus der volkswirtschaftlichen Gesamtrechnung. „Unsere Ergebnisse deuten darauf hin, dass die moderat positive Entwicklung bei den einheimischen Kindern den Anstieg der Kinderarmut dämpft, aber nicht abfangen kann“, sagte WSI-Sozialexperte Eric Seils. Dazu scheine sich die günstige Arbeitsmarktentwicklung in den Einkommen von Familien nicht stark genug niederzuschlagen.

Rückgang der Kinderarmut erwartet

Sollte sich der moderate Wirtschaftsaufschwung in diesem Jahr fortsetzen, erwartet Seils für die nächste Zukunft einen Rückgang der Kinderarmut insgesamt und auch unter Flüchtlingen. Zum einen würden die jugendlichen Einwanderer erwachsen und fielen dann aus der Statistik, zum anderen werde die Erwerbstätigkeit unter den Einwanderern steigen, erklärte der Wissenschaftler.

Doch selbst wenn die Kinderarmut in den kommenden Jahren wieder sinken werde, sei das „kein Grund zur Entwarnung“, mahnte Seils. „Wenn wir die jugendlichen Einwanderer heute nicht ausreichend qualifizieren, werden sie als junge Erwachsene unter den armen Erwerbstätigen oder Arbeitslosen wieder auftauchen.“ (epd/mig 23)

 

 

 

Gesetz zu Genmais-Verbot gescheitert

 

In Deutschland wird es vorerst kein Gesetz zum Verbot von in der Europäischen Union zugelassenem Genmais geben.

SPD- und Unionsfraktion erklärten die Bemühungen für eine Einigung über den seit Monaten umstrittene Gesetzentwurf zum Anbau-Verbot für

gentechnisch veränderten Organismen (GVO) am Donnerstag für gescheitert. Mit einem neuen Anlauf wird nicht gerechnet, damit wird sich die künftige Bundesregierung mit den Thema befassen müssen. Die Zulassung von Genmais oder anderen GVO-Nutzpflanzen in Deutschland steht aber nicht an. Bei den derzeitigen EU-Genehmigungsverfahren haben die Konzerne freiwillig beantragt, Deutschland auszunehmen.

Die EU-Staaten haben sich nicht auf die Zulassung von genetisch veränderten Maissorten geeinigt und spielen damit den Ball zurück EU-Kommission.

„Wir brauchen eine rechtssichere, klare und unkomplizierte Regelung auf Bundesebene, mit der der Anbau von GVO bundesweit einheitlich verboten werden kann“, sagte die SPD-Abgeordnete Elvira Drobinski-Weiß der Nachrichtenagentur Reuters. Dies habe der Entwurf von Agrarminister Christian Schmidt (CSU) nicht garantiert. „Ohne Änderungen war das für uns nicht tragbar.“ Der agrarpolitische Sprecher der Unionsfraktion, Franz-Josef Holzenkamp, reagierte mit Unverständnis. Im Kabinett hätten die SPD-Minister den Entwurf von Schmidt mitgetragen, erst die SPD-Fraktion habe weitergehende Forderungen gestellt. „Dass sie den Gesetzentwurf nun insgesamt nicht mehr mittragen kann, ist schon bemerkenswert“, sagte der CDU-Abgeordnete. Ähnlich äußerte sich das Agrarministerium.

Konzerne verdienen mit Gentechnik Milliarden 

Die EU hat ihren Mitgliedsstaaten ein sogenanntes Opt-Out-Verfahren eingeräumt, nach dem sie nationale GVO-Verbote erlassen können. Die Verbote gelten jedoch als juristisch heikel, da der Anbau einer Pflanze untersagt werden soll, der die EU-Gesundheitsbehörden Unbedenklichkeit bescheinigt haben. Agrar-Konzerne wie Monsanto, Syngenta oder Bayer verdienen mit GVO-Pflanzen Milliarden. Kritiker befürchten dagegen Risiken für Umwelt und Gesundheit durch die Pflanzen mit künstlich verändertem Erbgut. Die GVO-Nutzpflanzen können unter anderem resistent gegen Unkrautvernichtungsmittel oder Schadinsekten sein. Umweltschützer sehen darin eine Ursache für das Artensterben.

Viele europäische Politiker unterstützen zwar Forschungsarbeit, ignorieren dann jedoch die Ergebnisse, sollten diese „politisch unbequem“ sein, kritisiert Nobelpreisträger Sir Richard Roberts im Interview mit EURACTIV Brüssel.

Mit den CDU-Agrarpolitikern habe man gute Kompromisse erarbeitet, sagte Drobinski-Weiß. Allerdings hätten die Forschungspolitiker in der Unionsfraktion ihr Veto eingelegt. Forschungsministerin Johanna Wanka (CDU) ist eine Befürworterin neuer Gentechniken.

Die SPD hatte unter anderem gefordert, die im Gesetzentwurf vorgesehene Zustimmung von sechs Ministerien für ein deutsches Anbauverbot zu reduzieren. Insbesondere das Forschungsministerium sollte kein Mitspracherecht bekommen. Zudem monierten die Sozialdemokraten, der Bund müsse mehr Verantwortung bei der Verbotsbegründung übernehmen und diese nicht den Bundesländern überlassen. Zudem will die SPD die im Entwurf vorgesehenen Möglichkeiten für ein einzelnes Bundesland, aus dem deutschen Anbauverbot auszuscheren, verringern.

SPECIAL REPORT / Für einige Experten sind gentechnisch veränderte Organismen (GVO) die Antwort auf Afrikas geringe landwirtschaftliche Produktivität. Für Gegner sticht die Abhängigkeit von mächtigen Saatgutunternehmen die Vorteile aber aus. EURACTIV Frankreich berichtet.

Der Grünen-Agrarpolitiker Harald Ebner erklärte, das Scheitern des Gentechnik-Gesetzes nach monatelangen Gezerre zeige, „dass die Bundesregierung am Ende ist“. EA/rtr 19