WEBGIORNALE  23 gennaio – 5 FEBBRAIO  2017

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Parlamento europeo. Tajani, presidente italiano per salto di qualità  1

2.       Migrazioni. Mons. Galantino: Cinque “Sì”, due “No” e un ‘No condizionato’ 1

3.       Trump, Putin, Erdogan e gli altri. Europa sotto assedio  2

4.       Bilancio politico e socio-economico dell’anno 2016  2

5.       Islam e terrorismo: l’Italia a rischio  3

6.       Il vertice. Prove di comprensione Roma-Berlino  4

7.       Merkel schiva i colpi di Trump: “Padroni del nostro destino”  4

8.       Gentiloni a Berlino: l’incontro con la Merkel 4

9.       Francoforte.  Il Consigliere CGIE-Germania Luca Tagliaretti al nuovo governo  5

10.   Migrazioni in Germania. Campagna Caritas “Insieme siamo a casa”  5

11.   Ital Uil Germania approda sui social network con #bookbreakfast 5

12.   Intervista a Giovanna Zucconi, martedì 24 a Francoforte e mercoledì 25 a Würzburg  5

13.   A Berlino la mostra contro la mitizzazione della mafia in Germania  6

14.   Da Funkhaus Europa a Cosmo. I recenti temi di Radio Colonia  6

15.   Iniziative per i connazionali a Monaco di Baviera e dintorni 7

16.   Al via il gemellaggio tra Foresta Nera e Parco dei Nebrodi 7

17.   In rete il numero 1/2017 di “Rinascita Flash”, bimestrale curato dall’associazione “Rinascita” di Monaco di Baviera  7

18.   Il 24 gennaio a Berlino nuovo appuntamento del ciclo “L’Ambasciata incontra… i ricercatori”  7

19.   Monaco di Baviera. La partecipazione italiana alla fiera BAU (16-21 gennaio 2017) 7

20.   Eletto il Migrationsbeirat per tutti gli stranieri a Monaco di Baviera  8

21.   Dibattiti. Gli effetti della Globalizzazione  8

22.   Schäuble l’astuto e il “buco” di bilancio italiano  8

23.   Germania, Pil in crescita dell’1,9%. L’aumento più forte in cinque anni 9

24.   A Monaco di Baviera Erri De Luca presenta il romanzo “La natura esposta”  9

25.   Emissioni, Berlino chiede il pugno duro su Fca. Calenda: "Pensino a Volkswagen"  9

26.   La decisione. Germania, la Corte Suprema dice «No» al divieto del partito di estrema destra dell’Npd  9

27.   La Corte Costituzionale tedesca non mette al bando l’NDP  10

28.   Riconoscere il diritto di voto a tutte le persone residenti nel nostro paese  10

29.   Bilancio Ue, scontro Italia-Germania. «Ma la riforma non fa salire le tasse»  10

30.   Usa, transizione. Obama lascia, Trump ci manda un tweet 11

31.   Il ministro Alfano a colloquio con il Commissario Europeo per le Migrazioni Avramopoulos  11

32.   Svolta turca in Siria. I difficili dilemmi di Erdogan  12

33.   L’oligarchia dei dollari e gli altri 12

34.   La proposta  12

35.   Immigrazione. I limiti della strategia Minniti 13

36.   Deficit sotto tiro. Gentiloni affronta il primo bivio  13

37.   Consulta boccia referendum sull'art. 18. Sì a quesiti su voucher e appalti 14

38.   Dopo la decisione della Consulta elezioni anticipate più lontane  14

39.   Venticinque anni dopo  14

40.   Appuntamenti. Italia: l’agenda politico-istituzionale del 2017  14

41.   I lavori della riunione degli addetti scientifici “L'innovazione che parla italiano”  15

42.   Promossi dalla CEI e dalla Comunità di Sant’Egidio. Profughi, al via i nuovi corridoi umanitari 15

43.   L’incertezza  15

44.   Inquinamento. I furbi del dieselgate  16

45.   Patronati esteri, esposto dei pensionati truffati: “Falsificazioni continue. Il ministero sa ma non reprime”  16

46.   Cyber. Il contributo italiano alla lotta contro la minaccia cibernetica  17

47.   Tecnologia. Migranti: ecco come WhatsApp ha cambiato i viaggi della speranza  17

48.   Vuoto  17

49.   La comunità italiana in Svizzera a sostegno della naturalizzazione facilitata per le terze generazioni 18

50.   Deputati Pd della circoscrizione Estero: Valorizzare gli Enti gestori nel decreto attuativo per la scuola italiana all’estero  18

51.   Premio “Lucani Insigni”, pubblicato il bando dell’edizione 2017. Candidature entro il 28 febbraio  18

52.   L’emigrazione abruzzese a fumetti. Il Premio internazionale Corvarabruzzo  19

53.   Nuova piattaforma Luccatuscany.world realizzata dalla Lucchesi nel Mondo  19

54.   Giovani trentini all’estero. Aperto il programma “Interscambi giovanili 2017”  19

 

 

1.       Jetzt erst recht. Bei der Terrorbekämpfung muss Europa endlich enger zusammenarbeiten  19

2.       Differenz. Der Feind heißt Gewalt 20

3.       „Bürgerpreis“ für Delio Miorandi, den Ehrenvorsitzenden der Europa-Union Kreis Groß-Gerau (Hessen) 20

4.       „Gefährlichster Zeitpunkt der Menschheitsgeschichte“  21

5.       30 Jahre Erasmus: Mehr Fördermittel für ein weltoffenes Europa  21

6.       Nostalgie der Not. Wer Populisten besiegen will, muss dem Fortschritt endlich seinen Glanz zurückgeben  22

7.       Attentat in Jerusalem. Terrorismus gemeinsam bekämpfen  22

8.       Für offene Grenzen. Warum Abschottung erst die Probleme schafft, die sie eigentlich lösen soll 22

9.       Schweiz. Behindern strengere Einbürgerungskriterien die Integration?  23

10.   Die goldenen Zeiten sind vorbei 24

11.   Davos-Bericht: „Das kapitalistische Wirtschaftsmodell funktioniert nicht mehr“  24

12.   Prof. Buchner: „Jetzt brauchen wir eine progressive Allianz“  25

13.   Europaabgeordnete fordern Mindestlöhne in allen EU-Staaten  25

14.   Cordt folgt Weise. Juristin übernimmt Bundesamt für Migration und Flüchtlinge  25

15.   Flüchtlingspolitik. CSU will Obergrenze ins Wahlprogramm schreiben  26

16.   Integration. Viel erreicht – Weitere Herausforderungen in 2017  26

17.   Unwort des Jahres 2016: „Volksverräter“  26

18.   Maßnahmenpaket nach Berliner Anschlag. Gefährder sollen stärker überwacht werden  26

19.   VW-Abgasskandal: Winterkorn entschuldigt sich  27

20.   Lohngerechtigkeit. Gleicher Lohn für gleiche Arbeit 27

21.   Jahresstatistik 2016. Zahl der Flüchtlinge auf 280.000 gesunken  27

22.   Flüchtlingszahlen: „Mich beruhigt das nicht“  28

23.   Geschürte Ängste zeigen Wirkung  28

24.   Studie. Einwanderung hat positiven Effekt auf deutsche Konjunktur 28

25.   70 Jahre Europa-Union Deutschland: Ziel bleibt der Europäische Bundesstaat 28

26.   NRW. Interkulturelle Öffnung in Unternehmen: Mit IHK NRW ist ein weiterer wichtiger Partner dabei 29

 

 

 

 

Parlamento europeo. Tajani, presidente italiano per salto di qualità

 

Malgrado qualche titolo in più sui giornali per la (ri-) elezione del proprio presidente, il Parlamento europeo continua ad essere un oggetto misterioso e lontano dagli interessi dei cittadini

 

Certamente l’Italia può essere soddisfatta di avere finalmente portato sul più alto scranno dell’Assemblea di Strasburgo un proprio rappresentante. Era dal lontano 1979 (prime elezioni dirette) che si attendeva questo evento. Ciò avviene per di più in un momento in cui il paese è tornato ad essere marginale e a subire pressioni da parte di Bruxelles sui propri conti pubblici e perfino sul software di controllo delle emissioni su alcune vetture della Fiat-Chrysler.

 

Ma al di là di questo successo rimane l’interrogativo di fondo, valido per l’intera Unione europea, Ue, sul senso di queste elezioni di “mid term”.Lo scambio di presidenze fra i due maggiori raggruppamenti europei, popolari e socialisti, nel bel mezzo della vita parlamentare ha il sapore di qualcosa di artificioso e in qualche modo ‘burocratico’.

 

Un Parlamento che per tutti i cinque anni della legislatura non può essere sciolto da nessuno e che per di più sceglie i propri presidenti sulla base di un semplice accordo di alternanza per fare contenti i due maggiori partiti fa nascere almeno qualche dubbio sulla sua valenza politica.

 

L’anomalia politica dell’Assemblea europea

È questo un vecchio discorso, che però continua a denunciare una certa anomalia del Pe rispetto ai modelli nazionali che i cittadini europei sono abituati a conoscere. Vero che la costruzione dell’Ue non ha caratteri federali ed è quindi lontana dai sistemi politici dei singoli Paesi. Purtuttavia il Parlamento europeo rappresenta, o dovrebbe rappresentare, una rottura nella struttura essenzialmente intergovernativa del sistema decisionale dell’Unione.

 

Dovrebbe, in teoria, essere l’istituzione politica per eccellenza, dove il gioco delle parti si esprime attraverso gli orientamenti ideologico-politici di ciascun raggruppamento, mentre la presidenza dell’Assemblea spetterebbe alla maggioranza parlamentare espressa attraverso le elezioni. Invece, questa spartizione delle responsabilità nel corso della legislatura inquina parzialmente la lotta politica a vantaggio dei compromessi e delle grandi coalizioni fra gli stessi partiti.

 

La minaccia degli euroscettici

La ragione, si dice, è che le forze politiche tradizionali devono difendersi dai movimenti euroscettici che minacciano la vita stessa del Parlamento. Ma se questo può essere vero oggi, non lo era anni fa quando nel Parlamento l’unica, o quasi, eccezione partitica controcorrente era rappresentata dai conservatori inglesi che facevano gruppo a parte. Eppure lo scambio di presidenze si faceva ugualmente.

 

Per di più, in questa legislatura la prassi dell’alternanza alla presidenza ha subìto un’ulteriore anomalia. Pur avendo vinto le elezioni del 2014, il Partito popolare europeo ha ceduto il primo turno della presidenza al socialista Martin Schulz: la ragione va ritrovata nella sperimentazione del meccanismo degli “spitzencandidaten” per la nomina alla presidenza della Commissione.

 

Con la vittoria dei popolari e la conseguente cooptazione da parte del Consiglio europeo del candidato leader, il popolareJean Claude Juncker, alla testa della Commissione, si è ben pensato di mettere alla presidenza del Pe il candidato dei socialisti, sconfitto nella corsa alla Commissione e rappresentante della minoranza parlamentare. Insomma un gioco di poltrone che risponde sempre alla logica di condivisione di compiti e responsabilità.

 

L’illusione degli ‘spitzencandidaten’

Peccato davvero, perché ci si era illusi che il meccanismo degli ‘spitzencandidaten’ avesse la forza di politicizzare molto di più sia la Commissione e il suo presidente, sia il Parlamento europeo, aprendo la strada ad un confronto duro fra maggioranza e opposizione nel controllare le azioni politiche di Juncker. Nulla di tutto ciò è avvenuto e le vecchie prassi compromissorie all’interno del Pe sono continuate senza alcun vero cambiamento.

 

Ad essere sinceri, la candidatura del socialista Gianni Pittella in contrapposizione al popolare Antonio Tajani aveva il significato di rompere questo anomalo accordo e di fare emergere una logica politica normale di gara per l’elezione del presidente del Parlamento. Si è voluto quindi dare il segnale che le cose possono cambiare e che le vecchie prassi compromissorie non sono scritte nella pietra.

 

Detto questo, la sfida che il nuovo presidente dovrà affrontare nei prossimi due anni e mezzo sarà principalmente politica. Il problema da risolvere non è tanto quello di contrastare i gruppi euroscettici all’interno del Parlamento, ma piuttosto di dare maggiore enfasi alla volontà del Pe di occuparsi delle politiche dell’Unione, di orientarle e controllarle usando al meglio i pochi ma significativi poteri a disposizione.

 

La lotta politica va portata quindi all’esterno dell’Assemblea, moltiplicando i rapporti con i Parlamenti nazionali e cercando sempre di più il contatto con i cittadini ormai profondamente disamorati di un’Unione lontana e incomprensibile. Azione politica che non può prescindere dalla crisi interna dell’Ue, ma neppure dal radicale modificarsi dello scenario internazionale di cui l’elezione di Donald Trump è l’ultima manifestazione.

 

Il Pe e il suo nuovo presidente hanno quindi il dovere di occuparsi meno delle logiche interne e molto di più di escogitare nuove forme di lotta e di un diverso modo di operare per rifondare un’Unione che di procedure e meccanismi anomali può morire. Ci vuole davvero un salto di qualità nel ruolo e nell’immagine del Pe ed è questa la vera sfida che Antonio Tajani dovrà lanciare nella seconda parte di questa legislatura. Gianni Bonvicini, AffInt 19

 

 

 

 

 

Migrazioni. Mons. Galantino: Cinque “Sì”, due “No” e un ‘No condizionato’   

 

Roma - Le migrazioni  e i migranti, a diverso titolo, riempiono le pagine dei giornali. Mi sembra di poter osservare che, negli ultimi tempi, pur fra molte eccezioni, sembra positivamente raggiunto un buon risultato: come ha ricordato il recente rapporto dell’Associazione ‘Carta di Roma’, alcuni mezzi di comunicazione e alcuni operatori bene informati stanno sensibilmente evitando di alimentare scorrettamente strumentali equazioni tra migrazioni e criminalità, tra migrazioni e terrorismo e tra terrorismo e islamismo.

Per fortuna queste connessioni causa-effetto restano appannaggio di interventi strumentali e semplificatori. Pur tra le tante reali e dolorose difficoltà si va facendo strada la consapevolezza del carattere complesso del fenomeno migratorio. Quando ci sono di mezzo situazioni, persone, storie e volti concreti la semplificazione non serve a nessuno. Nemmeno quella fatta, come dice qualcuno, a fin di bene!

Ed è proprio una lettura attenta del complesso fenomeno delle migrazioni a dirci che - tra i 181.000 migranti sbarcati sulle nostre coste in fuga da diverse e drammatiche situazioni e all’interno del popolo dei 5 milioni di immigrati complessivi - in questa Giornata non possiamo dimenticare oltre l milione di minori migranti, dei quali 25.772 non accompagnati arrivati tra noi.

A partire dai loro volti e dalle loro storie, e in vista del loro futuro, credo sia importante, evangelicamente, che il nostro parlare sappia dire dei “sì” e dei “no” responsabili. Sappia dire cioè dei “sì” e dei “no” senza la facile saccenteria, che talvolta rasenta l’arroganza dei primi della classe; senza la superficialità gridata da chi parla tanto di migranti ma forse non ha mai parlato con i migranti e senza il cinismo di chi forse non ha mai incrociato lo sguardo smarrito e implorante di una famiglia migrante fatta di uomini, donne e bambini. Tanti bambini.

Prima di pronunziarli, non vorrei – e lo chiedo agli operatori della comunicazione – che i “Sì” e i “No” che mi permetto di dire venissero subito presentati come bocciature senza appello o come promozioni non richieste rivolte a questa o a quella istituzione faticosamente impegnate nel campo dell’immigrazione. Capisco tutta la fatica che si va facendo, come non apprezzo per niente le ricette assolutamente prive di realismo e mancanti di concreta progettualità che i soliti noti non mancano di dispensare. Talvolta ignorando o facendo finta di non conoscere dati che, come minimo, li aiuterebbero a non inquinare l’etere di banalità a buon mercato.

Fatte queste premesse e nello spirito di collaborazione che la Chiesa, non da oggi, e a tutti i livelli sta mostrando di offrire anche grazie ai cospicui fondi provenienti dall’8x1000 destinati a questo scopo, mi permetto di elencare in maniera schematica i “sì” e i “no” sui quali mi piacerebbe vedere impegnati tutti gli uomini e le donne di buona volontà, a cominciare  da chi ha responsabilità di governo.

1. Sì a sbloccare e approvare una legge ferma che allarga la cittadinanza ai minori che hanno concluso il primo ciclo scolastico, così da allargare la partecipazione, cuore  della democrazia, e favorire processi di inclusione e integrazione.

2. Sì a sbloccare e approvare una legge ferma che tutela i minori non accompagnati, non destinandoli a nuovi orfanatrofi, ma a case famiglia, a famiglie affidatarie, accompagnate da una formazione attenta a minori preadolescenti e adolescenti. Le  oltre 500 storie di accoglienza famigliare nate nelle nostre parrocchie – col progetto “Una famiglia per una famiglia”, “Rifugiato a casa mia’, o il ‘Rifugio diffuso’ che coinvolge un centinaio di famiglie in città come Torino, Parma, Milano - ci dicono come questa strada non solo sia percorribile per gli adulti ma anche per i minori, favorendo una individuale storia educativa e sociale. Questa non è fantascienza! Vi sono famiglie disponibili ad accogliere – l’ho appreso seguendo la rassegna stampa di  “Prima pagina”  il 6 Gennaio scorso. Sono intervenute due famiglie, una di Trieste e una del Piemonte, che, pur pronte ad accogliere in casa non hanno trovato interlocutori per dar seguito a questa loro offerta di disponibilità.

3. Sì all’identificazione dei migranti che arrivano  tra noi, anzitutto per un’accoglienza attenta alla diversità delle persone e delle storie, pronta a mettere in campo  forme e strumenti rinnovati di tutela e di accompagnamento che risultano una sicurezza per le persone migranti e per la comunità che accoglie.

4. Sì a un’accoglienza diffusa, in tutti i comuni italiani, dei migranti forzati, in fuga da situazioni drammatiche. Si tratta di creare un servizio nuovo nelle nostre comunità per accogliere alcune persone e famiglie in fuga, 2 su tre delle quali potrebbero fermarsi solo per alcune settimane o mesi – come è avvenuto in questi tre anni -  in collaborazione con le realtà associative, della cooperazione sociale ed ecclesiali presenti sul territorio. A chi giova demonizzare con lo stigma della delinquenza e del puro interesse tutte le realtà impegnate nel campo dell’accoglienza? A che serve appiccicare su tanti giovani, uomini e donne che compiono con professionalità questo lavoro la stessa etichetta di alcune famigerate esperienze, pe fortuna scoperte e condannate?

Si tratta di scrivere una nuova pagina del nostro Welfare sociale guardando anche a tuto quello che di positivo si sta facendo.

5. Sì a un titolo di soggiorno come protezione umanitaria o come protezione sociale a giovani uomini e donne che da oltre un anno sono nei CAS e nei centri di prima accoglienza e hanno iniziato un percorso di scolarizzazione o si sono resi disponibili a lavori socialmente utili o addirittura già hanno un contratto di lavoro; a coloro che hanno potuto, speriamo presto, fare un’esperienza di servizio civile, ma anche a chi ha una disabilità o un trauma grave, è in fuga da un disastro ambientale o dal terrorismo.

Ripartire dalla legalità è un atto di intelligenza politica, che non va confuso – anche qui semplificando artatamente?– con la proposta di allargare l’irregolarità e creare insicurezza per i migranti e per il territorio.

6. No a forme di chiusura di ogni via legale di ingresso nel nostro Paese che sta generando un popolo di irregolari, che  alimenta lo sfruttamento, il lavoro nero, la violenza. E’ contradditorio chiudere forme e strade per l’ingresso legale e poi approvare leggi per combattere lo sfruttamento lavorativo e il caporalato.

7. No a investire più nella vendita delle armi che in cooperazione allo sviluppo, in accordi internazionali per percorsi di rientro, in corridoi umanitari: è un’ipocrisia di cui dobbiamo liberarci per favorire finalmente il diritto delle persone di vivere nella propria terra. Come Chiesa italiana stiamo in attesa di firmare un protocollo di intesa col Ministero competente per aprire un “corridoio umanitario” con l’Etiopia per i profughi provenienti da Eritrea e Somalia, utilizzando anche per questo fondi provenienti dall’8x1000.

Quanto alla riapertura dei CIE, non possiamo non condividere il “No” affermato dalle realtà del mondo ecclesiale (Migrantes, Caritas, Centro Astalli…) e della solidarietà sociale (CNCA), oltre che di giuristi (ASGI) impegnati da anni nella tutela  e la promozione dei migranti, se questi dovessero continuare ad essere di fatto luoghi di trattenimento e di reclusione che, anche se con pochi numeri di persone, senza tutele fondamentali, rischiano di alimentare fenomeni di radicalizzazione, e dove finiscono oggi, nella maggior parte dei casi,  irregolari dopo retate, come le donne prostituite, i migranti più indifesi e meno tutelati.

L’assicurazione successiva del Presidente del Consiglio e del Ministro dell’Interno sulla diversa natura, anche se non ancora precisata, dei CIE, l’ articolata posizione espressa dai Sindaci italiani, la decisa richiesta del Capo della Polizia, uniti, però, al dubbio che tali Centri risultino necessari realisticamente nel caso di chi irregolare ha commesso un reato, per il quale dal carcere stesso o attraverso misure cautelari, seppur eccezionali, previste dalla legge, potrebbe venire poi direttamente espulso, mi fanno dire in questo momento un ‘No condizionato’.

Concludo riprendendo quanto ho affermato in premessa.

I cinque “sì” e i due “no” e un ‘no condizionato’ pronunziati in questa Giornata vanno letti unicamente come un leale contributo che come Chiesa italiana intendiamo dare a partire dal Vangelo e dall’esperienza di accoglienza che quotidianamente facciamo come comunità credente. Il tutto sostenuto dalla grande stima che tanti uomini e donne continuano a nutrire, nonostante i nostri limiti, nei confronti dell’azione non episodica e non finalizzata all’autopromozione  delle nostre Parrocchie e di tutte le realtà che ad esse direttamente o indirettamente afferiscono. Mons. Nunzio Galantino Segretario generale della CEI, MO 10

 

 

 

 

Trump, Putin, Erdogan e gli altri. Europa sotto assedio

 

La cosiddetta “inaugurazione” della presidenza di Donald Trump corona un inizio di 2017 segnato dall’inedito scenario di un’Europa accerchiata da nemici del suo processo di unificazione. Alcuni sono motivati da calcoli geopolitici, altri dal cambiamento fine a se stesso. Tutti sono prodotto di democrazie elettorali variamente illiberali e usano retoriche nazionaliste variamente nostalgiche.

 

Un Vladimir Putin che vuol “riportare la Russia alla passata grandezza”, dopo una breve fase di apertura all’Occidente (dall’Occidente forse non verificata adeguatamente), considera adesso avversaria un’Unione Europea, Ue, che gli applica sanzioni economiche comuni a seguito della sua presa della Crimea e che costituisce un modello permanente di convivenza liberaldemocratica per i paesi interposti, come l’Ucraina, o per quel che rimane della stessa opposizione interna russa.

 

Recep Tayyip Erdogan, detto “il sultano” per il suo ispirarsi alla potenza ottomana del passato, pur non avendo formalmente abbandonato l’ipotesi di adesione all’Ue, sposta ormai apertamente il suo paese nella direzione opposta dell’incompatibilità con essa, mentre si unisce allo “zar” moscovita in un imprevisto matrimonio di interessi a prezzo di qualche voltafaccia.

 

Nominalmente nemico di tutti, l’Isis-Daesh, che vorrebbe far rinascere il Califfato, vede nelle azioni terroristiche in Europa una rivincita di immagine a fronte delle ritirate territoriali in Iraq e in Siria. Ne risultano così ostacolate a casa nostra sia l’integrazione delle minoranze musulmane nelle società riceventi sia l’integrazione fra stati in termini di libertà di movimento in seno all’Unione (non a caso argomento dominante nella propaganda per la Brexit).

 

Più lontani un Xi Jinping, autoeletto padre del “grande ringiovanimento del popolo cinese”, o un Nerendra Modi, leader del movimento hindu ispirato a grandezze passate, che non ha valutato negativamente il voto con cui la maggioranza dei cittadini dell’ex-potenza colonizzatrice britannica ha scelto di staccarsi dal vecchio continente.

 

Ma la differenza la fanno gli Usa

Quanto sopra non è però tutto così nuovo: basti ricordare la dura avversione di Mosca nei confronti delle nascenti comunità europee ai tempi dell’impero sovietico. La vera novità è oggi il mutamento degli atteggiamenti americani verso l’Europa, mutamento al quale l’accesso di Trump alla Casa Bianca con lo slogan “make America greatagain” sembra destinato a dare il carattere di una svolta tanto storicamente drammatica quanto politicamente incerta.

 

In verità, già subito dopo l’esito imprevisto del voto dell’8 novembre un piccolo ma significativo segnale lo aveva dato l’incontro del President-elect con il non meno inatteso vincitore del Brexit, Nigel Farage. Difficile non vedere dietro il gesto la mano del generale Michael Flynn, prontamente nominato da The Donald suo Consigliere per la sicurezza nazionale (per intenderci, quel che Henry Kissinger fu per Nixon e Zbignew Brzezinski per Carter).

 

In dicembre Heinz Christian Strache, leader del potente partito austriaco di estrema destra antieuropea (che ha mancato di poco la conquista della presidenza della repubblica), dopo aver firmato un accordo di cooperazione con il quasi partito unico di Putin, ha lasciato trapelare di aver incontrato Flynn alla Trump Tower, dove non molto tempo dopo sarà vista entrare la leader del Front National francese.

 

Alla vigilia di Natale poi, il rappresentante di Washington presso l’Ue, Anthony Gardner, figlio di un noto ambasciatore a Roma e convinto sostenitore di un’Europa unita partner degli Stati Uniti, ha ricevuto una lettera in cui lo si informava che dal 20 gennaio 2017, data del passaggio di poteri presidenziali, lui avrebbe cessato dalle sue funzioni. E ciò contro la prassi che ad ogni cambio di amministrazione vede gli ambasciatori uscenti invitati a rimanere in carica fino alla venuta del successore, cioè dopo la designazione, il gradimento della sede ospitante e l’approvazione del Congresso – un processo che può richiedere mesi.

 

Di nuovo non sono necessarie facoltà divinatorie per immaginare l’origine del messaggio all’amb. Gardner, origine diplomaticamente definita come “inner circle” del presidente eletto. Del quale circolo intimo fa parte anche un personaggio come Stephen Bannon, che da capo di Breitbart News, noto sito populista di estrema destra, è stato promosso a “capo stratega” della Casa Bianca. Il rappresentante di Breitbart a Roma (un ex-prete, amico dei nemici di Papa Francesco, in passato distintosi come difensore del prelato-guida dei Legionari di Cristo dall’accusa di pedofilia, poi dimostratasi drammaticamente fondata) ha raccontato al New York Times che Bannon va oltre le sue stesse preferenze nella velenosa avversione contro l’unificazione dell’Europa secolarista e calabrache dinnanzi ai “fascisti islamici” (1).

 

Prepararsi ad un futuro difficile

È bene avere presenti questi retroscena quando ci si interroga sulle recenti pubbliche prese di posizione del nuovo Presidente circa il divorzio britannico dall’Ue - un buon esempio che sarà seguito da altri - o circa il dubbio valore residuo dell’Alleanza atlantica nel contesto attuale.

 

Si dirà che le audizioni ai posti chiave della nuova amministrazione, attualmente in corso presso il Senato di Washington, denotano molte discordanze dalle prese di posizione di Trump e dei suoi. E ciò è senz’altro vero, tanto che in molti si interrogano su quale sarà la politica estera risultante da questi vettori così poco concordanti.

 

Ma le contraddizioni riguardano principalmente i rapporti con la Russia di Putin, “opportunità” per gli uni e “minaccia” per gli altri, o il futuro della Nato, “superata” per gli uni e “vitale” per gli altri, più che l’integrazione europea.

 

Potrebbe essere indicativo in proposito un documento sulla politica da seguire in materia di sicurezza europea, appena pubblicato dalla storica fondazione dei conservatori americani, la Heritage Foundation. In esso, se da una parte si insiste sui rischi che ancora presenta l’orso russo per gli Stati Uniti e sulla connessa necessità di un’alleanza con l’Europa, dall’altra si plaude all’uscita della Gran Bretagna dalle istituzioni europee e si sollecita “un ripensamento dello sconsiderato sostegno all’Ue sovranazionale” finora praticato(2).

 

Ora, la carovana dell’Ue accerchiata da molteplici tribù ostili non mette i carri in circolo come si faceva nei film western. Al contrario, alcuni di quelli che hanno le redini in mano o di quelli che siedono sulle panche sotto i teloni bianchi mandano segnali si simpatia agli assalitori. Così l’ungherese Viktor Orbàn punta ad essere il primo leader europeo ricevuto dal neo presidente e Marine Le Pen contempla un “nuovo mondo” guidato dal trio formato da Trump, Putin e sé stessa.

 

E se il leader polacco Jaroslaw Kaczy?ski vede con preoccupazione le simpatie per Mosca crescere a Washington, è pur vero che le sue preferenze quanto a stile di governo lo avvicinano a chi guida le due grandi potenze da cui dipende la sicurezza del suo paese. Simpatie che da noi sono apertamente condivise da un Salvini e più ambiguamente da esponenti della destra o di quel movimento composito (per usare un eufemismo) che è Cinque Stelle.

 

Tutto ciò aiuta a capire come la battaglia politica attualmente in corso in Europa fra (veri) democratici e populisti coincida di fatto con quella fra chi vuole salvaguardare e sviluppare ciò che si è realizzato in fatto di integrazione europea e chi vuole il ritorno alle sovranità nazionali, identitarie, protezionistiche e nostalgiche di grandezze passate talvolta poco chiare.

 

(1) “Brietbart’s Man in Rome”, The New York Times, Jan 10, 2017. (2) “Recommitting the Unites States to European Security and Prosperity”, The Heritage Foundation, Issue Brief #4646, Jan 12, 2017.

Cesare Merlini, AffInt 19

 

 

 

 

Bilancio politico e socio-economico dell’anno 2016

 

L’anno 2016 non lascia un buon ricordo nella memoria della maggior parte dei cittadini europei: disoccupazione, crescita economica vicina allo zero, perdita di valore dei risparmi (se non addirittura perdita totale a causa di investimenti suggeriti ai cittadini ingenui dagli imbonitori professionali di banche e fondi di investimento).

Economicamente l’anno trascorso ha visto crescere le disparità di reddito: in costante aumento per pochi, in continua discesa per la stragrande maggioranza. Socialmente sono cresciute le tensioni, in particolare a causa dello sfruttamento vergognoso dei disagi causati dall’immigrazione di massa, campagne orchestrate  ad arte non soltanto dai partiti delle estreme destre ma anche da larga parte di quelli conservativi e di centro.

 

Inasprimento del confronto fra le superpotenze

Anche a livello internazionale il clima non promette nulla di buono: il ritorno alla Guerra Fredda è un fatto compiuto: mentre scriviamo migliaia  di carri armati della NATO e degli USA stanno avanzando verso i confini della Federazione Russa. Gli otto anni di presidenza del Partito Democratico con Obama si sono rivelati  un colossale fallimento sotto ogni punto di vista, sia all’interno che in politica estera.

Penosamente l’uscente presidente cerca con le ultime provocazioni antirusse di lasciare di sé il peggior ricordo possibile, senza timore di cadere nel ridicolo con le accuse alla Russia di spionaggio e interferenza nelle elezioni:  le “perizie” dei servizi segreti FBI e CIA al riguardo non presentano la minima prova verificabile e sono una copia 1:1 delle ”prove” presentate da Bush jr. nel 2002 sulle presunte ma inesistenti armi micidiali dell’Irak.

La perdita delle elezioni del Partito Democratico è stata invece causata dal furto della candidatura da parte della Hillary Clinton  contro Bernie Sanders, che godeva di maggior popolarità da parte degli elettori democratici, e che se non fosse stato dolosamente messo da parte avrebbe indubbiamente vinto contro il repubblicano Trump.

Ma soprattutto: l’ affermazione che i cittadini statunitensi possano essere stati così sciocchi da lasciarsi influenzare da una presunta campagna disinformativi russa nonostante la martellante isteria antirussa inscenata dal governo Obama e ripresa da tutta la stampa e TV  la dice lunga sul disprezzo dell’oligarchia al potere verso i propri elettori. La democrazia USA vantata come prodotto DOC da esportare in tutto il mondo si rileva sempre più come una democrazia a responsabilità limitata (ed in politica estera a irresponsabilità illimitata).

 In questo contesto l’Unione Europea si rivela sempre più come una semplice vassallo del militarismo statunitense, tramite le forze di occupazione denominate NATO il cui comando di fatto non è in Europa ma nell’altra sponda dell’Atlantico.

La strategia USA a lungo termine per imporsi come unica superpotenza senza rivali, dominante sia economicamente che militarmente il resto del mondo, nota come “dottrina Brezinsky” è puntualmente osservabile in tutto il dopoguerra dal 1945 in poi, ma ha subito un importante ri-orientamento dopo il fallimento in Irak, che doveva divenire una redditizia colonia sottomessa e pacificata ed invece dopo l’aggressione del 2003 si è rivelata un carnaio ed uno spaventoso pozzo senza fondo. L’intervento senza scrupoli per rovesciare regimi e instaurare governi favorevoli e sottomessi agli interessi statunitensi è stata documentatamene una strategia ininterrotta in tutto il dopoguerra, si contano almeno una cinquantina di tentativi  ed in sette casi si ha anche l’aperta ammissione se non il vanto dei governi USA per averlo fatto. Cambiata è unicamente la modalità: invece di un’aggressione diretta costa infinitamente di meno ottenere lo stesso risultato finanziando mercenari o gruppi locali di opposizione, il colpo di Stato ucraino per rovesciare il legittimo presidente Janukovich, un’operazione costata, come ha ammesso vantandosene pubblicamente l’ambasciatrice USA, soltanto 5 miliardi di dollari.

 

Economia

Dati e statistiche vanno presi sempre con cautela, documentatamene sappiamo che tutto è falsificabile, perfino gli indici di borsa, il fixing del prezzo dell’oro e degli scambi di valute (non poche banche hanno dovuto pagare pesanti multe per queste manipolazioni illegali, anche se si è trattato di cifre irrisorie rispetto agli utili conseguiti con queste truffe).

Tuttavia in linea di massima le cifre mantengono un valore indicativo poiché anche se tutti  gli attori su questa scena ingannano, essi si controllano però reciprocamente e quindi le falsificazioni vengono automaticamente limitate.

I dati quindi possono essere utilizzati per scoprire altre falsificazioni, questa volta compiute dai governanti per ingannare i cittadini ai quali descrivono una realtà competamente diversa dai fatti.

Prendiamo ad esempio l’andamento dei corsi borsistici nell’anno 2016:

RTS (Russian Federation) : + 52,22 % ; Bovespa (Brasil) : + 38,93 %;

S&P TSX (Canada) : + 17,66 %; FTSE (England): + 14,43 % ; CDF (Shanghai composite): + 9,09 % ; Dow Jones (USA) : + 7,59 %; DAX (Germany) : + 6,87 %; CAC (France) : + 4,86 %; Nikkei (Japan) : + 0,42 %; Eurostock (EU) : - 2,89 %;  FTSE MIB (Italy) : - 7,22 %

La tabella indica che ad esempio le sanzioni antirusse, che per ammissione del loro vice presidente Joe Biden gli  USA hanno imposto all’UE di sostenere, hanno avuto ben poco successo nel loro perfido obiettivo di destabilizzare l’economia russa, visto che l’indice RTS è salito di oltre il 52 %. I danni sono stati piuttosto in Europa, dove l’Eurostock ha perduto nel medesimo periodo il 2,89 %. In Italia questa perdita è stata ancora più massiccia, dovendo compensare i guadagni di altri Paesi dell’eurozona (Germania in testa).

Le favole sui benefici dell’euro sono state ancora una volta smentite clamorosamente, e le menzogne sul Brexit hanno rivelato di avere le gambe cortissime: l’economia in Gran Bretagna è in crescita mentre continua a decrescere quella dell’eurozona.

 

Svalutazione e inflazione: il loro uso come  spauracchi per gli sprovveduti

Uno dei falsi problemi preferiti dai governanti per spaventare i cittadini sprovveduti è lo spettro della svalutazione, che seguirebbe la fine dell’Euro o addirittura lo smembramento dell’Unione Europea.  Per un confronto affidabile a livello mondiale si può prendere il prezzo dell’oro: anche qui si vede che mentre il rublo russo ha avuto un leggero aumento, tutte le altre grandi valute mondiali sono in perdita.

Anno 2016 : variazione del prezzo dell’oro (1 grammo) e calcolo della corrispondente svalutazione o rivalutazione delle principali valute:

 

Valute  31.12.15  31.12.16  Prezzo massimo  Svalutazione (-) Rivalutazione (+)

RUB (Rublo)      2.276    2.270    2900    +  0,26 %

USA  $                35,23    37,03    43,93    - 5,10 %

GBP (sterlina      24,22    28,15    28,70    - 16 %

EUR    35,50       35,34    35,94    - 0,45 %

YUAN (Cina)     225        258       296       - 14,66%

 

Uno dei trucchi preferiti dai manipolatori di opinione è la mirata confusione fra  svalutazione (cambio di parità fra monete diverse) ed inflazione (variazione di potere d’acquisto all’interno di una valuta). Orbene, la svalutazione entro certi limiti ha un effetto benefico per l’economia nazionale (riduce le importazioni di prodotti stranieri ed aumenta le vendite dei prodotti nazionali sia all’interno che per l’esportazione).

L’inflazione, anch’essa entro limiti ragionevoli (i pareri sono discordi sul limite, ma non esiste una regola, storicamente soltanto inflazioni al di sopra del 20 % si sono rivelate dannose per l’economia nel suo complesso) ha parimenti effetti positivi poiché stimola la spesa e dunque gli investimenti e riduce la propensione al risparmio fine a sé stesso, cioè alla tesaurizzazione improduttiva (che già nei vangeli era stata condannata, v. parabola dei talenti sotterrati).

L’eurozona è di fatto al servizio dell’economia tedesca, l’unica che ha tratto vantaggi sostanziali dall’introduzione dell’euro. Ma la crescita tedesca è anch’essa in pericolo poiché l’impoverimento del resto dell’eurozona è un limite pericoloso all’espansione tedesca. I tentativi del governatore della Banca Centrale Europea Mario Draghi sono un colossale fallimento sotto questo aspetto: l’inflazione che con ogni mezzo egli sta cercando di avviare non si verifica, l’obiettivo del 2% annuo è puntualmente mancato, si è potuta evitare o almeno limitare la deflazione, ma essa resta uno spettro incombente.

 

Disoccupazione in Europa: l'esercito di riserva si conferma come la più stabile delle istituzioni

E giungiamo infine al redde rationem, cioè all’effetto più grave e non più dissimulabile dai governanti nemmeno con le più fantasiose menzogne: la disoccupazione, il vero e verificabile dato sull’economia.

Nell’UE abbiamo due dati che parlano da soli: mentre per l’intera UE la disoccupazione è l’8,3 %, nell’insieme dei Paesi che hanno adottato l’euro è quasi il 10 % (9,8).

E se andiamo a vedere i casi specifici notiamo ad esempio il caso sintomatico della ex-Cecoslovacchia. Dopo la separazione in due stati autonomi le rispettive economie hanno seguito strade diverse. La Repubblica Ceca ha mantenuto la corona rifiutando di adottare  l’euro ed è il Paese con la più bassa disoccupazione in Europa (3,7 %) mentre la Slovacchia che ha adottato la moneta unica ha una disoccupazione del 9 %. Cifre spaventose si hanno poi per i Paesi mediterranei e la stessa Francia (9,5 %) Spagna (19%), Grecia (23%), mentre nessuno dei Paesi fuori dell’area euro ha una disoccupazione superiore al 7 %.

L’aspetto più preoccupante poiché presenta caratteristiche di danni irreversibili, è la disoccupazione giovanile, che è ovunque in Europa almeno il doppio di quella complessiva.

Nell’area Euro è nettamente superiore (21,2) a quella dei Paesi EU con valuta propria (18,8%), ma nel Paesi maggiormente colpiti dall’effetto disastroso della moneta unica i dati sono senza speranza: Grecia: 46 %;  Spagna 44 %;  Italia  39 %; Portogallo 28 % Francia 26 %.

In questo contesto sono significativi i dati di Paesi fuori dall’ eurozona che hanno una forte emigrazione nel resto dell’Unione Europea: in essi la disoccupazione giovanile è nettamente inferiore a quella dei Paesi dell’area euro sopraccitati: Romania 20 %, Finlandia 20 %, Bulgaria 22 %, Polonia 18 %, Ungheria 12 %.

Se esistessero in Europa governanti responsabili, alla luce di questi dati sarebbe logico ammettere il fallimento dell’esperimento “euro” , attuato con faciloneria e senza alcuna delle misure economiche indispensabili per farlo funzionare.

E poiché nessuna delle misure prese per tamponare i nefasti effetti della moneta unica hanno minimamente contribuito a risolvere il problema da essa creato, l’unica intelligente soluzione sarebbe la fine concordata e pianificata di questo esperimento assurdo.

Ma siccome i 19 milioni di disoccupati nell’UE costituiscono per i profittatori dell’euro un utilissimo esercito di riserva industriale e consentono di mantenere  moderati i salari per le masse dei lavoratori e crescenti i profitti per azionisti e titolari di rendite da capitale, l’esperimento continuerà probabilmente ancora per qualche tempo, e la fine dell’infausta moneta unica sarà una tragedia incontrollata e caotica invece che un’uscita ordinata.

Paradossalmente la forza dell'euro è esattamente nel suo effetto più deleterio sulle popolazioni: serve a mantenere forte la disoccupazione nelle aree depresse, conducendo alla loro de-industrializzazione e sottomissione ad un centro dominante facilmente individuabile, cioè la Germania.

Il dominio e la sottomissione dell'Europa al diktat tedesco che Hitler aveva fallito con le occupazioni armate si rivelano molto più facilmente ottenibili con l'armamento finanziario anche perché la resistenza è pressoché inesistente e comunque facilmente squalificabile e controllabile: chi è contro questa UE, chi è contro l’euro è dichiarato … nemico dell’ordine e della democrazia, la caccia al “populista” ricorda la caccia all’ untore ai tempi delle epidemie di peste medievali, esonera chi usa questo dispregiativa contro gli oppositori da qualunque dimostrazione o argomento: con i populisti non si discute. E non si distingue neppure il colore, il “populismo di destra” – che è vero razzismo – è equiparato a quello di sinistra. Il Front National di Le Pen o il Movimento 5 Stelle di Grillo sono posti sullo piano, il che facilita la manipolazione delle masse.

È stato molto più facile costringere la Grecia a svendere i propri porti ed aeroporti con uno strangolamento finanziario che non con un'invasione militare.  Si piazzano più facilmente i Quisling obbedienti come Tsipras con ricatti economici che con un’invasione armata.

 

L'unanimità dei folli irresponsabili

A questi problemi incombenti l’unica risposta che proviene dai governanti tutti dell’UE è la litania della mancanza di alternative al “più Europa”, e la parola d’ordine comune, che consiste nell’affibbiare l’etichetta di “populisti” a tutti coloro che presentano i veri problemi e chiedono di invertire la rotta verso il precipizio.

 Raramente si è assistito nella storia ad una tale solidarietà fra governanti per discreditare i critici del sistema e deviare l’attenzione popolare su falsi obiettivi per distrarla dai fallimenti di una politica insensata e senza futuro: una ennesima dimostrazione che  è più facile trovare unanimità divulgando menzogne e false soluzioni piuttosto che cimentarsi coi e coi problemi reali. Non è un caso che la parola dell’anno sia “post-fattuale”, cioè l’interpretazione della realtà che … prescinde da essa. In concreto: si costruisce la narrazione desiderata che torna utile e si presentano i fatti selezionati e se non basta falsificati in modo da confermarla.

 

Tuttavia questa sciocca strategia non ha futuro, i nodi vengono sempre al pettine, o come disse il presidente statunitense John Adams nel 1770, “I fatti sono testardi”, una battuta ripresa da Lenin nel suo studio sull’imperialismo nel 1917: data significativa poiché ad un secolo esatto si ripresentano gli stessi identici fantasmi e le stesse identiche politiche dissennate che avevano provocato due grandi tragedie in Europa. Graziano Priotto, Praga/Radolfzell, de.it.press

 

 

 

 

Islam e terrorismo: l’Italia a rischio

 

L’Europa deve reagire non solo agli attentati. Necessario pure limitare gli immigrati che possono islamizzare il nostro Paese

 

  Secondo i dati dell’UNHCR (Agenzia dei rifugiati), l’anno scorso 361.678 persone hanno abbandonato il loro Paese d’origine per motivi di sicurezza o per mancanza di lavoro. Di essi 181.405 sono sbarcati in Italia, 5mila invece, soprattutto donne e bambini, sono morti nel Mediterraneo, malgrado gli sforzi della nostra Marina militare. Il che però comporta un grosso esborso economico, per salvarli, mantenerli ed ospitarli, tale da rappresentare una delle maggiori voci di spesa nazionale. 

  E’ presumibile che questo sia il motivo che spinge i terroristi a non effettuare, almeno per ora, attacchi nella Penisola, benché la Questura di Venezia ne avesse previsto, in diverse località nazionali, uno a Natale ed altri “tra il 2 gennaio ed il 6 gennaio, anche con l'utilizzo di droni (oggetti volanti radiocomandati) e/o mezzi di trasporto o autovetture già oggetto di furto”. Il che aveva spinto gli operatori di polizia ad una “ulteriore sensibilizzazione di tutte le misure di ordine, vigilanza e sicurezza in atto”.

  Atti criminali che non sono stati effettuati probabilmente per non spingere il Governo a bloccare i salvataggi, quindi l’accoglienza di chi arriva via mare. Ma non sono da escludere in futuro, per punire il nostro Paese, colpevole di aver ucciso, a Sesto San Giovanni, l'autore della strage natalizia di Berlino. Ciò ha spinto gli investigatori a cercare di sapere se nel comprensorio milanese, a Roma o nelle città dove Amri ha abitato nel corso del suo soggiorno in Italia, siano attive cellule terroristiche. E a captare segnali sul desiderio di ammazzare anche in Italia.

     Così molti sono indotti a desiderare che la nostra Marina la smetta di aiutare gli emigranti, tra i quali si possono mescolare i terroristi, benché ciò sia un atto di misericordia nei confronti di chi è spinto ad abbandonare la propria terra per mancanza di lavoro, per paura o perché perseguitati. Quella compassione che, in occasione della "Giornata per la pace" che si celebra ogni anno il 1° gennaio e voluta da Papa Paolo VI mezzo secolo fa, ha spinto la diocesi di Ravenna a visitare la moschea della città. L’iniziativa, voluta dall'Arcivescovo Mons. Lorenzo Ghizzoni, ha fatto molto discutere i ravennati. Gli ha fatto seguito Luciano di Buò, direttore dell'Ufficio diocesano della pastorale sociale e del lavoro, convinto “che in un mondo e in un periodo storico caratterizzato da contrapposizioni e violenza, questo fosse il segno più significativo”. Papa Francesco nel suo messaggio per la Giornata della Pace ha scritto che “la non violenza è stile di una politica per la pace". Ma questo non ci assicura più di tanto, anche se non ci sono stati, in Italia, gli attentati previsti dall’Intelligence internazionale, “su obiettivi ad alta frequentazione di persone come locali, ristoranti, centri commerciali e musei”. Rischi in teoria confermati da diversi furti di auto e di taxi, già usati in precedenti atti terroristici compiuti in città europee. Sta di fatto che 215 milioni di Cristiani sono perseguitati nel mondo. In pratica uno su tre è sotto tiro, per la sua fede in ben 50 Stati, soprattutto la Corea del Nord.

  Una guerra, per fortuna, ancora non scoppiata nella Penisola che, in due anni, ha speso 5 miliardi di euro, per salvare molte persone e magari tra loro anche chi sbarca con l'intento di uccidere in nome di Allah. Il che in ogni caso rischia di distruggere la nostra cultura. Nel 2016 i migranti arrivati in Italia sono stati 200.000, con un aumento del 9,83% rispetto al 2015. La maggior parte Musulmani che hanno un concetto della famiglia ben diverso dal nostro, in quanto possono avere più mogli. Ne consegue un numero elevato di figli.

  In Italia, invece, la situazione è ben diversa, per l’alto numero di aborti che vengono praticati e per l’uso di anticoncezionali. Ne deriva che, nel 2050, gli Italiani saranno solo 45 milioni, molto meno di ora, il 40% dei quali saranno ultra 65enni. A mantenere giovane il Paese ci penseranno gli immigrati, cioè quei Musulmani che schiavizzano le mogli. Certo, freneranno il calo economico del Paese e riporteranno l'Italia ai preesistenti 60 milioni di cittadini, la maggior parte dei quali di origine e cultura islamica. Come dire che la Penisola non sarà più né italiana né cristiana. Un rischio che dovrebbe far perdere alla nostra popolazione l’abitudine del figlio unico. Unica soluzione per salvare la nostra cultura e la nostra fede. Egidio Todeschini, de.it.press

 

  

 

 

 

Il vertice. Prove di comprensione Roma-Berlino

 

L’incontro tra il premier Gentiloni e la cancelliera Merkel nel segno della convinzione che di fronte alla crisi dell’Ue alle minacce all’ordine internazionale non ci si può dividere - di Danilo Taino

 

BERLINO – Prove di comprensione tra Italia e Germania. Nella consapevolezza comune che in questa fase tra due dei maggiori Paesi della Ue non si può litigare. Risultato più teorico che effettivo: da verificare in pratica. Il complesso incontro che Paolo Gentiloni ha tenuto a Berlino con Angela Merkel ha seguito una traccia non troppo diversa da quella dei vertici di Matteo Renzi con la cancelliera: il presidente del Consiglio italiano che solleva qualche «lamentela» (termine suo) e la leader tedesca che ascolta, non reagisce ma non prende impegni sui punti controversi. La differenza l’hanno fatta due cose.

Primo, la convinzione che di fronte alla crisi della Ue e alle minacce all’ordine internazionale non ci si possa dividere: questione vitale. Secondo, il convegno che ha accompagnato l’incontro, voluto dai ministri dell’Industria Sigmar Gabriel e Carlo Calenda: il dibattito sulla digitalizzazione delle economie e delle imprese italiane e tedesche – Industria 4.0 – ha dato il segno della necessità che la collaborazione tra i due Paesi sia, oltre che politica, diventi strutturale, perché le due economie sono integrate e sono di fronte alle stesse sfide, la tecnologia che cambia, che dà grandi opportunità ma può avere un impatto fortissimo sui posti di lavoro, a rischio di essere sostituiti da robot, intelligenza artificiale, Big Data. E con questo spingere ulteriormente i movimenti antisistema.

Merkel e Gentiloni hanno parlato per lo più di temi politici. Innanzitutto, la necessità che l’Europa si mobiliti per sostenere i valori di libero commercio, di società aperta, di rifiuto del protezionismo: pilastri che il presidente eletto americano Donald Trump sembra volere mettere in discussione. E poi della Brexit: entrambi hanno giudicato il discorso di martedì di Theresa May un passo avanti verso la chiarezza sul come il Regno Unito intende affrontare i negoziati per l’uscita dalla Ue.

Hanno però anche toccato alcuni punti di frizione bilaterale, le accuse tedesche sul caso delle emissioni di alcuni modelli di auto della Fca e le iniziative europee in tema di controllo dei bilanci pubblici e di migrazioni. Su questa seconda questione, Gentiloni ha detto che «l’Europa a volte sembra non solo a due velocità ma a due flessibilità: rigida sui punti percentuali dei bilanci pubblici, ampia sulle questioni migratorie». Una critica più o meno esplicita alla Germania che sostiene politiche di austerità – «a nostro avviso la fase dell’austerità è finita», ha detto il premier italiano – ma non riesce a mettere in campo politiche sui profughi altrettanto forti. Sulla polemica del ministro tedesco Alexander Dobrindt contro le auto Fca, sia Merkel sia Gabriel hanno gettato acqua sul fuoco, nel senso che non è un elemento di scontro tra i due governi: questione tecnica, ha detto Gentiloni, su cui hanno responsabilità le autorità italiane ed eventualmente da discutere in sede Ue.

Durante il convegno sulla digitalizzazione, a cui hanno partecipato le confindustrie dei due Paesi, Calenda ha molto sottolineato la necessità di una nuova politica industriale, non per selezionare chi vince e chi perde, ma per sostenere l’innovazione nell’industria. Da accompagnare con investimenti anche in istruzione, perché siamo di fronte a una rivoluzione tecnologica che darà grandi opportunità ma creerà problemi di occupazione e, «se non capita, alimenterà i populismi» A questo proposito, il ministro italiano dello Sviluppo ha espresso un concetto politico interessante. «Quest’anno combattiamo nei singoli Paesi contro il populismo, per fare ripartire l’Europa l’anno prossimo». A suo parere «non è plausibile che nel 2017 l’Europa ritrovi il suo futuro, la sua unità. Il 2017 sarà l’anno in cui si deve frenare il populismo». Merkel e Gabriel hanno convenuto con Calenda che dall’anno prossimo il convegno su digitalizzazione e Industria 4.0 sia tenuto assieme da Germania, Italia e Francia. CdS 18

 

 

 

 

Merkel schiva i colpi di Trump: “Padroni del nostro destino”

 

La cancelliera evita le polemiche dopo le critiche del tycoon a Bruxelles. E lavora a un incontro in primavera. Hollande: non accettiamo lezioni – di Alessandro Alviani

 

BERLINO - Angela Merkel ha reagito ai pesanti affondi lanciati da Donald Trump in un’intervista al «Times» e alla «Bild» restando fedele al suo stile: non si è scomposta, né lasciata provocare e ha evitato di rispondere punto su punto agli attacchi, schivandoli con un collaudato gioco di silenzi. Il presidente-eletto l’ha accusata di aver commesso «un errore assolutamente catastrofico, lasciando entrare nel Paese tutti questi illegali», ha bollato l’Ue come «un mezzo per raggiungere i fini della Germania», definito la Nato «obsoleta», elogiato la Brexit. «Penso che noi europei abbiamo il nostro destino nelle nostre mani», ha ribattuto la cancelliera. «Continuerò a impegnarmi affinché i 27 Stati membri collaborino in modo intenso e soprattutto rivolto al futuro». Ora «aspetto l’insediamento del presidente americano», a quel punto «coopereremo con la nuova amministrazione e vedremo che tipo di intese possiamo raggiungere». La lotta al terrorismo è «una sfida globale», ma «separerei nettamente tale questione da quella dei rifugiati». Il segretario di Stato uscente John Kerry ha difeso come «coraggiose» le scelte di Merkel sui profughi e definito «inopportune» le parole di Trump.  

Dietro le quinte la cancelliera si sta adoperando per incontrare presto il nuovo inquilino della Casa Bianca: il suo staff starebbe cercando di fissare un appuntamento in primavera, Merkel potrebbe volare negli Usa nella sua funzione di attuale presidente del G20.  

 

Da Bruxelles, il ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier ha rivelato che alla Nato e alla Ue le dichiarazioni di Trump sono state accolte con stupore e preoccupazione; una portavoce si è limitata a notare che alla Commissione hanno letto «con interesse» l’intervista.  

 

«L’Europa non ha bisogno di consigli dall’esterno che le dicano cosa fare». Così il presidente francese Hollande ha risposto a Trump. «L’Europa sarà sempre pronta a proseguire la cooperazione transatlantica - ha detto Hollande - ma questa si determinerà in funzione dei suoi interessi e dei suoi valori. Non ha bisogno di consigli dall’esterno che le dicano cosa fare». A far discutere è anche la minaccia di Trump di punire i costruttori tedeschi con dazi fino al 35% se assembleranno in Messico e importeranno i loro veicoli negli Usa. Tranne Audi, tutti i big tedeschi hanno stabilimenti negli Stati Uniti. Negli ultimi sette anni le case tedesche hanno quadruplicato la loro produzione negli Usa, passando a 850.000 auto, oltre la metà delle quali esportate, per cui «gli Usa si darebbero la zappa sui piedi introducendo dazi o altre barriere al commercio», ha ammonito il presidente dell’associazione costruttori, Matthias Wissmann. Coi dazi «l’industria automobilistica Usa diventerebbe peggiore, più debole e più cara», ha avvertito il ministro dell’Economia Sigmar Gabriel. Che ha risposto a tono all’accusa di Trump, secondo cui negli Usa circolano molte auto tedesche, ma in Germania poche auto statunitensi: «Gli Usa dovrebbero costruire auto migliori».  LS 17

 

 

 

 

 

 

Gentiloni a Berlino: l’incontro con la Merkel

 

ROMA - Unione Europea, Immigrazione, Brexit. Temi ricorrenti nei vertici bilaterali quelli trattati anche oggi a Berlino dal Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni alla sua “prima” in Germania nella nuova veste di Premier. Ad accoglierlo la Cancelliera Angela Merkel, insieme alla quale ha inviato un “pensiero condiviso” alle popolazioni del centro Italia colpite questa mattina da tre violente scosse di terremoto.

Sullo sfondo, oltre alle questioni di politica migratoria, lo scandalo Fca e la dura presa di posizione di Berlino, che ha provocato l’altrettanto ferma replica italiana – sono questioni nazionali, la Germania pensi alla Volkswagen – affidata ai Ministri Delrio e Calenda.

Posizione fatta propria oggi da Gentiloni, che più diplomaticamente ha affermato che sono “questioni regolate dalle leggi che attribuiscono alle autorità nazionali”.

Sul fronte immigrazione, dopo aver ribadito ancora una volta che “l'immigrazione non è un problema che riguarda singoli Paesi, ma tutta l'Unione europea”, Merkel ha sostenuto che “la libera circolazione e Schengen si possono affrontare solo se si trova una soluzione al problema”.

Un fronte che continua a essere disunito e su cui, ha detto Gentiloni, non si riscontra la stessa inflessibilità nel rispetto delle regole, come accade invece su conti pubblici e bilanci: “invece che di Europa a due velocità, io direi che c'è un'Europa a due rigidità: troppo rigida su alcune cose, troppo flessibile su altre. Non possiamo dare la sensazione che in un mare in tempesta l'Ue si muova con un piccolo cabotaggio e adotti una sorta di flessibilità a corrente alternata: molto rigida sui decimali dei bilanci e molto ampia sulle questioni fondamentali come quella migratoria”.

Con Merkel “abbiamo parlato del destino dell'Europa: sappiamo che attraversa una fase difficile. Italia e Germania sono tra i paesi convinti della straordinaria importanza del futuro europeo e intendono lavorare insieme per rilanciare l’Ue, pensando alle sfide che ha davanti su crescita, lavoro, investimenti, migranti e difesa dei nostri principi. Lavoreremo insieme per cercare di ricostruire il valore della fiducia dei cittadini nei confronti dell'economia, delle nostre istituzioni, della democrazia”.

Insieme alla cancelliera, Gentiloni ha partecipato alla Conferenza economica Italo-Tedesca sul tema “Industria 4.0, crescita e innovazione”, che ha coinvolto anche il ministro tedesco dell’Economia Sigmar Gabriel e il ministro per lo sviluppo economico Carlo Calenda, insieme al presidente della Confindustria Vincenzo Boccia e a Dieter Kempf per la Confindustria tedesca.

Al centro dei lavori gli standard dell’Industria 4.0, la competitività delle piccole e medie imprese, startup innovative e una nuova formazione professionale oltre che la normativa di supporto alla digitalizzazione.

Investire in educazione e competenze, ha sottolineato Calenda nel suo intervento, è "l'antidoto più efficace contro il populismo. La modernità fa paura. Infatti dobbiamo investire prima di tutto per capire e dobbiamo ridare all'occidente la fiducia nel futuro. La collaborazione su questa strada tra i paesi fondatori è fondamentale per ricostruire l'Europa". (aise 18) 

 

 

 

 

Francoforte.  Il Consigliere CGIE-Germania Luca Tagliaretti al nuovo governo

 

Con la recente nomina dei Sottosegretari e Viceministri e l’assegnazione delle deleghe, il Governo Gentiloni è ora nel pieno delle sue capacità e in grado di fissare impegni e priorità per il futuro. Per quanto riguarda gli Italiani all’estero, il Consigliere CGIE Luca Tagliaretti suggerisce una serie di obiettivi.

“Nell’augurare ai nuovi Sottosegretari e Viceministri un proficuo lavoro – scrive Tagliaretti in una nota - mi permetto di indicare alcune priorità che auspico diventino parte dell’agenda del nuovo Governo Gentiloni per la comunità Italiana all’estero.

La prima riguarda la situazione drammatica in Venezuela, dove ormai mancano quasi del tutto generi alimentari e medicine e dove molti dei nostri connazionali sono obbligati, a causa della fortissima svalutazione, a chiedere l’elemosina per sopravvivere. Un passo importante per aiutare i connazionali in questo paese è stato fatto recentemente, con l’adozione di un tasso di cambio più in linea con il mercato per quanto riguarda le pensioni. In aggiunta a questo, il Governo dovrebbe adottare provvedimenti urgenti per assistere i connazionali, anche sbloccando fondi dedicati.

La seconda priorità - continua Tagliaretti - riguarda la situazione della comunità italiana nel Regno Unito, che a oggi conta oltre 600.000 persone e che, dopo la Brexit, vive con incertezza e preoccupazione gli sviluppi del negoziato. Sia in questa fase preparatoria sia durante i negoziati ufficiali, il Governo dovrebbe adoperarsi al massimo affinché siano garantiti ai nostri connazionali il rispetto dei diritti acquisiti e prospettive certe per il futuro. Questo insieme a condizioni invariate di accesso al sistema scolastico inglese, sia per percorsi universitari completi sia per brevi periodi, magari tramite l’istituzione di un nuovo programma Erasmus bilaterale Italia-Inghilterra.

Inoltre, data l’importanza della nostra comunità nel Regno Unito, è auspicabile che il Governo si impegni in modo diretto e con un ruolo da protagonista nei negoziati, per tutelare al meglio gli interessi nazionali.

Proprio in ragione dell’importanza crescente delle comunità all’estero, conclude Tagliaretti, è inoltre fondamentale che il Governo aumenti l’impegno finanziario e le risorse disponibili per garantire il funzionamento degli organi di rappresentanza (Comites e CGIE) e sostenere le tantissime iniziative culturali, educative ed assistenziali che le comunità italiane nel mondo hanno creato.” De.it.press 10

 

 

 

 

 

Migrazioni in Germania. Campagna Caritas “Insieme siamo a casa”

 

La coesistenza proficua tra tedeschi e immigrati è oggetto della campagna “Insieme siamo a casa” della Caritas Germania per il 2017, presentata stamane a Berlino. Dato il gran numero di rifugiati che sono giunti in Germania, tedeschi e immigrati “sono egualmente tenuti a contribuire per creare una convivenza di successo”. “Viviamo – spiega Caritas – in una società aperta alla diversità, che è anche una sfida per molte persone. Deve essere praticata insieme nella diversità. Questo significa anche doversi confrontare con le differenze di cultura e fede e agire per ridurre le differenze e i conflitti sulla base di un libero ordine democratico fondamentale”, afferma il presidente della Caritas tedesca, mons. Peter Neher. La questione dei profughi ha portato a una forte polarizzazione sociale. Neher mette in guardia contro l’aumento del populismo di destra in Germania: “Questo è in parte una conseguenza dell’abbruttimento del linguaggio accompagnato da un allarmante aumento della violenza”. Ma nelle democrazie non c’è altra via che osservare i fatti e discutere, afferma. Il progetto annuale della Caritas considera che “per un dibattito più obiettivo bisogna anche considerare le preoccupazioni e le paure della società civile e confrontarsi con esse in modo argomentato”. Per Neher “è compito dei politici, chiese e società civile, affrontare seriamente e oggettivamente il dibattito sulla integrazione delle persone che sono alla ricerca di una nuova casa in Germania”. Il presidente chiarisce che “una casa non è protetta o preservata disegnando confini”. Sir 11

 

 

 

Ital Uil Germania approda sui social network con #bookbreakfast

 

Il 9 gennaio 2017, data di rientro dalle ferie per tutto il mondo lavorativo, Ital Uil Germania ha dato il buongiorno sui social network con uno scatto fotografico molto particolare, realizzato da Petunia Ollister, ideatrice del progetto #bookbreakfast, un libro a colazione.

I social network sono diventati ormai strumento di comunicazione e informazione in tutti gli ambiti, anche Ital Uil Germania ha aderito con piacere a questa nuova tendenza, per rimanere sempre più vicina ai suoi assistiti e a tutti gli italiani all’estero. L’iniziativa del 9 gennaio 2017 su Instagram e su facebook si inserisce in una strategia comunicativa che prevede di parlare con un linguaggio più vicino alle nuove generazioni, senza dimenticare solidità e qualità del messaggio veicolato.

Il progetto #bookbreakfast, ideato da Stefania Soma (in arte Petunia Ollister) prevede di dare consigli di letture ogni mattina, accostando al libro oggetti che ne riprendano atmosfere e contenuti. Diventata un fenomeno social, Petunia Ollister conta 15.000 follower su Instagram e con #bookbreakfast ha creato una specie di libreria 2.0 dove appassionati di lettura si scambiano pareri e consigli. Un modo per togliere un po’ di sacralità all’oggetto libro, senza sminuirlo, anzi inserendolo in un contesto quotidiano, come la colazione.

Il 9 gennaio lo scatto di Petunia Ollister è stato con “Vivere altrove” di Marisa Fenoglio, Sellerio Editore, romanzo autobiografico dove la scrittrice, stabilitasi in Germania alla fine degli anni Cinquanta per seguire il marito dirigente d'azienda, racconta che non conosce la disperazione degli emigranti, spinti dalla necessità del vivere a trovare lavoro al di là delle Alpi, ma in questa “emigrazione privilegiata“, come la definisce lei, non è stato comunque meno lacerante il senso di sradicamento e la ricerca, mai appagata, dell'appartenenza. Una lettura interessante per riflettere sulla con dizione degli italiani all’estero una volta di più, dove al centro della tavola apparecchiata per la colazione con del caffè, una ciambella e un passaporto, spicca una medaglia con la scritta Ital Uil.

https://www.instagram.com/p/BPCVIu7DXqe/?taken-by=petuniaollister&hl=de

https://www.facebook.com/photo.php?fbid=1306653369397786&set=p.1306653369397786&type=3&theater

https://www.facebook.com/ITALUILGermania/posts/1152452661537968?notif_t=like&notif_id=1483954874430631

«Ma esiste un'emigrazione facile? Nessun emigrato conosce alla partenza la portata del suo passo, il suo sarà un cammino solitario, incontrerà difficoltà che nessuno gli ha predetto, dolori e tristezze che pochi condivideranno»

Marilena Rossi, ITAL-UIL Germania e. V. (de.it.press)

 

 

 

 

Intervista a Giovanna Zucconi, martedì 24 a Francoforte e mercoledì 25 a Würzburg

 

Francoforte. Riprende al Consolato Generale di Francoforte sul Meno il ciclo di incontri con autrici ed autori italiani dal titolo “Un libro al mese”.

Aprirà il nuovo ciclo di incontri del 2017 l’autrice e giornalista Giovanna Zucconi la quale  sarà a Francoforte martedì  24 gennaio, alle ore 19.00, presso la sala Eventi dell’ENIT di Francoforte sul Meno (Barckhaus Str. 10) per presentare il libro  “La sua voce è profumo ” (Mondadori, 2014), mentre mercoledì 25, andrà a Würzburg  - ospite della cattedra di letteratura italiana diretta dalla Prof.ssa Martha Kleinhans – per un incontro con il  pubblico italiano e tedesco, previsto per le ore 20,00, presso la libreria ‘Buchladen Neuer Weg‘ (Sandstr 23).

Oltre alla presentazione del libro l’autrice leggerà alcuni brani di prosa e poesia tratti da pagine note, e meno, della letteratura italiana e straniera, inframmezzati da pezzi di musica leggera eseguiti alla chitarra acustica da Francesco Laganante, del gruppo “Get over it”.  Canzoni che accompagnano e riprendono il fil rouge del tema “profumo”.   Intervista a cura di Michele Santoriello

 

Ciao Giovanna, il 24 gennaio verrai a Francoforte e a Würzburg a presentare il libro “La sua voce è profumo” (Mondadori, 2014), una passeggiata letteraria tra aromi, odori, fragranze. Gli amici tedeschi ed italiani desiderano sapere in ANTEPRIMA qualcosa dell’ospite. Se sei d’accordo vorrei proporti 5 domande perché tu possa incuriosire le nostre lettrici e i nostri lettori, prima di averli con noi al ciclo di incontri con le autrici e gli autori italiani dal titolo “Un libro al mese”. Sei pronta?

Prontissima! E con grande piacere.

 

1. Giornalista, scrittrice, ideatrice e conduttrice di programmi ed eventi culturali, e non da ultimo imprenditrice: ci racconti quando e come sono nate queste tue plurime passioni?

Sono fortunata. Per molti anni ho fatto il lavoro più bello del mondo: leggere, scrivere, conoscere persone di valore, parlare alla radio e in televisione. Poi ho creato Serra&Fonseca, piccolo marchio di profumeria che esplora i rapporti fra l’arte del profumo e le altre arti, dalla letteratura al design all’artigianato italiano di eccellenza. Plurime passioni, indubbiamente, e una doppia vita abbastanza impegnativa. Però in fondo questi due mondi, e questi due mestieri, sono una cosa sola. Entrambi hanno a che fare con il racconto. È racconto la letteratura, al

cuore della mia vita non solo professionale. Meno intuitivamente, anche il profumo è espressione di sé, viaggio in tempi e luoghi remoti, immaginazione: è cioè, in una parola, racconto (oggi si preferisce dire: narrazione). Il libro che avrò il piacere di presentarvi perlustra I legami, poco conosciuti ma entusiasmanti, fra letteratura e profumi. Ed ecco che le due passioni e i due mestieri si saldano.

 

2. Nelle pagine letterarie - e non solo - che hai inserito nel tuo libro c’è tutto e di tutto: personaggi, corpo, mondi e pensieri, curiosità, riferimenti musicali e poetici: c’è un filo rosso che ti ha permesso di realizzare questa “passeggiata olfattiva”?

È perché nell’olfatto c’è tutto e di tutto! Seguire le scie profumate o anche maleodoranti lasciate da poeti e romanzieri è una maniera sbieca per parlare di religione, erotismo, esotismo, memoria, guerra, utopia, razzismo, perfino della lotta di classe. Nel libro, ciascun capitolo riunisce citazioni diverse su uno di questi argomenti, cucite insieme da una voce che racconta. Come in una

passeggiata, hai tanti stimoli da gustare poco per volta, lentamente. Forse troppi, in effetti. Collezionavo (ognuno ha le sue stranezze) brani letterari sul profumo e sull’olfatto. Decine, se non centinaia, di poesie, racconti, interi romanzi, frasi folgoranti. Ho dovuto escludere testi anche essenziali, primo fra tutti Il profumo (Das Parfum) di Patrick Süskind, per questioni di diritto d’autore. Per scrivere il libro, ho avuto solo un paio di mesi. Come diceva Pascal, non ho avuto il tempo di essere breve.

 

3. Profumo quindi sono e annuso dunque vedo: può un senso così impalpabile creare identità e orientarci nelle “sensazioni e percezioni del mondo”?

L’essere umano non ha capacità olfattive particolarmente sviluppate, però è l’unico animale in grado di combinare sostanze odorose per creare una fragranza. Un profumo è un’opera, un oggetto culturale, anche se nel mondo occidentale manca la consapevolezza diffusa di quanto una fragranza sia un codice linguistico. Scegliere un profumo significa scegliere come raccontare se stessi. E

certamente annusare il mondo (un luogo, una persona) è una maniera per conoscerlo. Trovare le parole per descrivere questa dimensione così importante e così negletta è difficilissimo, ma gli scrittori aprono per noi anche questo orizzonte affascinante.

 

4. Da Leopardi a D’Annunzio, passando per Calvino, fino a Camilleri: che ruolo hanno fragranze, aromi, odori nella letteratura italiana?

Alcuni scrittori “usano” spesso e volentieri la potenza evocativa o descrittiva di un profumo. Penso per esempio ad Andrea Camilleri, che ha persino un titolo olfattivo, L’odore della notte, o a Gianrico Carofiglio per restare ai nostri contemporanei. All’inizio del Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, i profumi languidi e quasi decomposti del giardino principesco sono un riassunto dell’intero romanzo, mentre ai cinque sensi Italo Calvino ha dedicato le sue ultime energie creative, la sua opera estrema. Ciascuno a suo modo, insomma, adopera

l’elemento olfattivo oppure lo rifiuta (Gadda, per esempio, era ipersensibile agli odori e quindi li detestava). Credo che uno studio approfondito del ruolo di fragranze e aromi nella nostra letteratura non esista ancora. Lo sapevate, per esempio, che c’è un romanzo italiano che si intitola Il Profumo, proprio come quello di Süskind?

 

5. Per Giovanna letteratura ed imprenditoria sono…?

Questa è facile. Sono la vita. Sono il piacere di scoprire e conquistare mondi. Riguardo all’imprenditoria, in Italia almeno, avrei parecchio da dire su quella spaventosa zavorra che è la burocrazia: cioè il contrario della vita e del piacere. Ma in questa occasione tralascio, meglio parlare con voi di cose belle.

Grazie Giovanna, ti aspettiamo martedì 24 gennaio, alle ore 19.00, alla sala eventi ENIT di Francoforte (Barckhausstr. 10) e mercoledì 25, alle ore 20.00 a Würzburg nella “Buchhandlung Neuer Weg” per continuare a dialogare con te.

Giovanna Zucconi: giornalista, imprenditrice, autrice e conduttrice di programmi culturali per la radio e la televisione (“Pickwick”, “Sumo”, “Che tempo che fa”), ha ideato e diretto per Feltrinelli “Effe”, rivista di culto tra migliaia di appassionati di libri. Vive sull’Appenino piacentino, ha un’azienda agricola dove coltiva lavanda e altre essenze per la produzione di fragranze. Ha creato “Serra&Fonseca”, marchio di profumeria artistica che esplora le connessioni fra profumo e letteratura, arte, design. Anteprima/De.it.press

 

 

 

 

A Berlino la mostra contro la mitizzazione della mafia in Germania

 

BERLINO - "A Berlino, come altrove all’estero, capita spesso di ritrovarsi a scorrere il menù di un bar o ristorante e trovare ricette che giocano "simpaticamente" con nomi e parole normalmente associate alla Mafia". Contro questa prassi l’associazione Mafia? Nein Danke ha organizzato una iniziativa dal titolo "Mafia-Stereotype in Deutschland", una vera e propria mostra che dalla Amerika Haus della capitale tedesca ha iniziato la sua circuitazione in Germania, come spiega un articolo pubblicato sulla rivista on line "Berlino magazine", a firma del direttore Andrea D'Addio.

"Dal "cappuccino mafioso" ovvero con l’aggiunta di amaretto (l’associazione di idee è mandorla = Sicilia = Mafia) alle scuole di lingua (ebbene sì, a Berlino c’è una scuola di tedesco che si chiama Sprachmafia) passando per ristoranti come Pizza Scarface, la mitizzazione di parole e personaggi che in Italia fanno rabbrividire qui è presa come pretesto per un sorriso che, almeno a noi italiani, non appare mai, anzi. Nel 2013 chi scrive diede la notizia di una panineria di Vienna, Don Panino, con sandwich come il Giovanni Falcone "arrostito come una salsiccia" e il Peppino Impastato "cotto da una bomba come un pollo nel barbecue". All’epoca il locale fu costretto alla chiusura e l’Italia pretese una presa di posizioni ufficiali dalle autorità austriache, ma nulla viene fatto per casi meno eclatanti, ma comunque offensivi per chi di Mafia è stato o è tuttora vittima.

La campagna. Sono queste le giustissime ragioni che hanno spinto l’associazione Mafia? Nein Danke, da quasi dieci anni attiva in campagne di prevenzione e sensibilizzazione anti criminalità organizzata italiana in Germania, ad intraprendere una lodevole iniziativa contro gli stereotipi tedeschi sulla Mafia. Il titolo è semplice, Mafia-Stereotype in Deutschland, si compone di due parti una legata all’altra: la prima è la costante ricerca di materiale per avviare segnalazioni, la seconda è una mostra itinerante di quanto raccolto.

Come segnalare stereotipi mafiosi in Germania. Chiunque si trovi in Germania è invitato a fotografare e/o segnalare qualsiasi scritta (che sia sui muri o sui menù), affermazione pubblica, video, adesivo, etc che corrobori quell’idea romantica o edulcorata della Mafia che, suo malgrado, il successo della trilogia del Padrino ha immesso nella testa di tante persone. Per farlo basta mandare un messaggio privato alla pagina Facebook di Mafia? Nein Danke o una mail a info@mafianeindake.

La mostra. La prima tappa di quello che sarà un tour di esibizioni sia a Berlino che nel resto della Germania è prevista a gennaio 2017 presso l’Amerika Haus, accanto all’entrata della C/O Gallery. È durata solo un giorno, o meglio, una sera: il 10 gennaio dalle 19.30.

Cosa è Mafia? Nein Danke. Mafia? Nein danke! è un’associazione antimafia nata nel 2007 da un’idea dell’ora deputata Pd Laura Garavini a seguito della strage di Duisburg. È attiva nella difesa della legalità in Germania, con una particolare attenzione a tutti i reati legati alla criminalità organizzata di stampo italiano". (aise 13) 

 

 

 

 

Da Funkhaus Europa a Cosmo. I recenti temi di Radio Colonia

 

Anno nuovo, nome nuovo per il nostro canale multilingue! Dal primo gennaio ci chiamiamo infatti COSMO e non più Funkhaus Europa. La trasmissione italiana di COSMO, Radio Colonia, rimane Radio Colonia. Puoi ascoltarci come sempre in streaming internet alle 18 e alle 21, ogni giorno lavorativo: http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/radio-colonia-104.html

 

12.01.2017. Giravolta pentestellata

I cambi di gruppo del M5S al Parlamento europeo non sono piaciuti ai diretti interessati, gli eurodeputati Marco Affronte e Marco Zanni, che hanno lasciato il movimento. Marco Affronte ai nostri mocrofoni.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/cinque-stelle-europedutati-affronte-100.html

 

10.000 euro per Pievebovigliana

La Federazione delle Associazioni culturali italo-tedesche (VDIG) ha raccolto la somma per donare uno scuolabus ai bambini del borgo marchigiano colpito dal terremoto del 26 ottobre.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/aiuti-vdig-pievebovigliana-100.html

 

11.01.2017. Verso la parità di trattamento economico

La proposta di legge voluta dalla ministra Manuela Schwesig e approvata oggi dal governo tedesco è un passo avanti verso la parità di trattamento economico fra donne e uomini.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/parita-stipendi-schwesig-100.html

 

Noi tre. Mario Fortunato racconta la sua grande amicizia con Pier Vittorio Tondelli e Filippo Betto. Riscrivendo la storia dei tanto bistrattati anni ‘80 e aprendoci la porta della comunità gay di quegli anni.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/pagine-scelte/mario-fortunato-102.html

 

10.01.2017. L'occhio spia. Come il software dannoso "Eye Pyramid" raccoglieva informazioni su politici, istituzioni e imprenditori italiani, e chi c'è dietro all'operazione di spionaggio cyber.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/spionaggio-cyber-roma-100.html

 

La musica è felicità. Questo libro è una guida musicale sulle corde dei nostri stati d'animo. Perché la musica aiuta non solo a essere felici. Ma anche a superare momenti difficili.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/musica-felicita-tampalini-100.html

 

09.01.2017. Lo smartphone e noi

A dieci anni di distanza dal lancio del primo iPhone, gli smartphone sono parte integrante della nostra vita sociale. E ora c'è chi lancia iniziative per disintossicarsi.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/dieci-anni-smartphone-100.html

 

06.01.2017. Strategie anti-bufale

Dalla provocazione di Grillo di istituire una giuria popolare alle proposte tedesche di multe salatissime e progetti istituzionali di debunking. Come combattere le "fake news"?

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/strategie-anti-bufale-100.html

 

Roma, tradita e abbandonata. Viaggio in una città abbandonata dalla politica, ricca di iniziative dal basso ma che vengono sistematicamente boicottate. Il servizio di Marina Collaci.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/roma-tradita-abbandonata-100.html

 

Ogni giovedì. Appuntamenti

Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/index.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati. I commenti sportivi di Agnese Franceschini

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/sport/index.html  RC/De.it.press

 

 

 

 

Iniziative per i connazionali a Monaco di Baviera e dintorni

 

Monaco di Baviera – Di seguito gli appuntamenti di interesse per i connazionali segnalati da Claudio Cumani a Monaco di Baviera e dintorni.

Proseguono gli spazi dedicati alla consulenza dei connazionali a cura di Anna Benini, a disposizione per aiutare gratuitamente a svolgere pratiche burocratiche e per consulenze nel municipio di  Ingolstadt: prossimi appuntamenti, organizzati dall'associazione Italclub Ingolstadt, il 31 gennaio dalle ore 14 alle ore 16 presso il Rathaus.

Il 24 gennaio l'IIC di Monaco ospiterà alle ore 18.30 per la rassegna “Incontro con l'autore” la presentazione del libro di "È solo un cane (dicono)" di Marina Morpurgo, storia di un cane e di una famiglia scampata alla Shoah. Modera l'incontro, organizzato in collaborazione con l'associazione Forum Italia, Fabiana Saviano (Radio Lora, München). Evento in lingua italiana e tedesca, a ingresso libero e prenotazione obbligatoria. Prossimo incontro della rassegna quello di giovedì 26 gennaio con Erri De Luca e il suo "La natura esposta", moderato da Cecilia Mussini.

Martedì 24 gennaio alle ore 19 presso Gasteig, Foyer Glashalle (Rosenheimerstr. 5) in programma l'inaugurazione della mostra fotografica "Spiegel der Seele / Specchio dell'anima", raccolta di oltre 50 ritratti di rifugiati del fotografo italiano Marco Pejrolo. L'esposizione è accompagnata da testi della scrittrice tedesca Sudabeh Mohafez e dell'antropologo italiano Alberto Salza, così come da composizioni del cantautore Antun Opic. Le loro opere sono state ispirate da alcuni dei ritratti esposti. L'iniziativa è organizzata con il patrocinio dell'IIC e il sostegno del Kulturreferat der Landeshauptstadt München; aperta sino al 13 febbraio, a ingresso libero, per informazioni:  www.spiegel.photos.

Sabato 28 gennaio, presso Gasteig, alle ore 17.30 un “pomeriggio letterario con Leonardo Sciascia" a cura di Marinella Vicinanza e Pasquale Petti organizzato dalla Münchner Volkshochschule, mentre alla EineWeltHaus (Schwanthalerstr. 80) alle ore 18 andrà in scena lo spettacolo teatrale "La mensa" (testo di Nanni Balestrini) a cura del gruppo ProgettoQuindici, sulle attuali migrazioni. Al termine una discussione sul tema con Norma Mattarei. L'iniziativa, a ingresso libero, è organizzata dall'associazione Rinascita. Il 29 gennaio alle ore 15 alla Caritas di Monaco (Lämmerstr. 3) il laboratorio di Clown "Siamo Buffi" con Stefania D'Ippolito per mamme, papà, bambini e nonni; l'ingresso è libero (per informazioni: pomue@gmx.net). Organizza l'associazione “Un ponte tra Prato e München” in collaborazione con la Caritas e con il sostegno del Sozialreferat München. Per ulteriori informazioni su appuntamenti e attività in loco: www.cumani.eu/calendario.html. CC/De.it.press

 

 

 

 

Al via il gemellaggio tra Foresta Nera e Parco dei Nebrodi

 

ROMA - “La promozione delle eccellenze italiane nel mondo si può realizzare solamente attraverso gesti concreti, in grado di creare percorsi virtuosi e costruttivi che durino nel tempo e creino ricadute positive sul territorio, sia in termini di sviluppo economico che di sostegno alla cultura del nostro Paese”. Con queste parole l’on. Mario Caruso, deputato eletto alla Camera nella circoscrizione Estero-ripartizione Europa e presidente di Italia Civile Popolare, commenta  l’avvio delle attività di gemellaggio tra il Parco dei Nebrodi, la più grande area protetta della Sicilia ricadente nelle provincie di Messina, Catania ed Enna, la Foresta Nera del Baden-Württemberg (Germania).

Il gemellaggio, lanciato nel 2016 in occasione della Fiera di Stoccarda, è un percorso fortemente voluto e sostenuto dallo stesso Caruso, originario della Sicilia e residente in Germania da oltre quaranta anni.

Il presidente di Icp è stato impegnato nei giorni scorsi in una serie di incontri istituzionali nel territorio di Stoccarda durati fino a domenica 22 gennaio e che hanno visto la partecipazione di una delegazione del Parco dei Nebrodi, guidata dal direttore Massimo Geraci, e dei rappresentanti della Foresta Nera e del borgomastro, Reinhold Auer, rappresentante della città Neuhausen, nella provincia di Pforzheim Enzkreis nella regione del Baden-Württemberg.

All’iniziativa hanno partecipato diversi amministratori pubblici ed operatorie economici dei settori del turismo ed agroalimentare, unitamente ai rappresentanti dell'Associazione siciliani nel mondo e dell'Associazione città delle nocciole. Presente anche il vicepresidente Icp Nicola Scirocco.

La firma definitiva del gemellaggio avverrà nel prossimo mese di marzo, in occasione della Fiera Slow Food di Stoccarda. Hanno già confermato la presenza all’evento diverse aziende del territorio dei Nebrodi e parteciperà personalmente anche il presidente del Parco, Giuseppe Antoci. Dip 23

 

 

 

 

In rete il numero 1/2017 di “Rinascita Flash”, bimestrale curato dall’associazione “Rinascita” di Monaco di Baviera

 

Monaco di Baviera – È online il nuovo numero di Rinascita Flash, bimestrale curato dall’associazione “Rinascita” di Monaco di Baviera.

Di seguito alcuni dei titoli degli articoli pubblicati: Il valore di un voto di Sandra Cartacci; Migrationsbeirat, un voto per tutti gli stranieri di Lara Galli; Il più antico panino bavarese compie 200 anni; L’ospedale italiano di Damasco; L’Uragano Matthew di Enrico Turrini; Ludopatia: la vita di tutti i giorni è una tentazione di Cristiano Tassinari; Prima di tutto le parole di Miranda Alberti; La Germania dà il pane, l’Italia dà la felicità? di Antonella Lanza; Con Matteo Chincarini, chiacchierando di vita, arte e bellezza, intervista a cura di Laura Angelini; Marea nera, recensione a cura di Lorella Rotondi; “C’è da giurare che siamo veri…”, recensione a cura di Rosanna Lanzillotti; Degenerazione maculare senile legata all’età di Sandra Galli. dip

 

 

 

Il 24 gennaio a Berlino nuovo appuntamento del ciclo “L’Ambasciata incontra… i ricercatori”

 

L’incontro, organizzato dall’Ambasciata d’Italia, è il secondo di un’iniziativa che ha l’obiettivo di raccontare la nuova emigrazione italiana

 

Berlino - L’Ambasciata d’Italia a Berlino organizza il 24 gennaio, dalle 18,30 alle 20, una serata dedicata ai ricercatori italiani in Germania. Quattro ricercatori, a diversi stadi della loro carriera, racconteranno le loro esperienze umane e professionali. L’incontro è il secondo di un ciclo che ha l’obiettivo di raccontare la nuova emigrazione italiana. L’evento,  ad ingresso gratuito, avrà la forma dell’intervista pubblica in italiano, aperta alle domande dei partecipanti. A moderare l’incontro sarà Matteo Pardo, addetto scientifico all’Ambasciata. Interverranno i ricercatori Alessandra Buonanno, Director at Max Planck Institute for Gravitational Physics Potsdam-Golm; Head of the division Astrophysical and Cosmological Relativity; Massimo Moraglio, Senior Researcher, Institute of vocational education and work studies, Technische Universitaet Berlin; Eleonora Rivalta, ERC Principal Investigator, Physics of Earthquakes and Volcanoes, Helmholtz Centre Potsdam - GFZ German Research Centre for Geosciences; Elena Torlai Triglia, PhD candidate, Epigenetic Regulation and Genome Architecture, Berlin Institute for Medical Systems Biology at the Max-Delbrück-Center for Molecular Medicine.Al termine della serata verrà offerto un piccolo aperitivo. Per poter partecipare è necessaria la registrazione tramite EVENTBRITE: https://www.eventbrite.de/e/lambasciata-incontra-i-ricercatori-registration-31152696554 . (Inform)

 

 

 

 

Monaco di Baviera. La partecipazione italiana alla fiera BAU (16-21 gennaio 2017)

 

La fiera BAU, l´evento di rilevanza internazionale per il settore edile e architettonico, si è tenuta a Monaco di Baviera dal 16 al 21 gennaio con oltre 2.000 espositori provenienti da 42 paesi su una superficie espositiva di 180.000 m².

In occasione di questa importantissima manifestazione fieristica, sono state presentate le principali innovazioni e soluzioni relative a materiali e sistemi per l´edilizia industriale ed abitativa. I padiglioni fieristici saranno organizzati per aree tematiche tra le quali materiali da costruzione e prodotti per l´edilizia.

La BAU 2017 ha trattato quattro temi guida decisivi per il futuro delle costruzioni: Le Facciate intelligenti, la progettazione, costruzione e gestione digitali, gli edifici collegati in rete e il costruire e abitare 2020. Il tema dell´edilizia sostenibile riveste anche in questa edizione 2017 un ruolo fondamentale nei diversi settori espositivi.

Per incrementare le potenzialità di business dei produttori italiani, l’ICE – agenzia per la promozione all´estero e l´internazionalizzazione delle aziende italiane, ha organizzato insieme a Confindustria Marmomacchine, uno stand (Padiglione A4 Stand 119) a supporto degli espositori italiani in fiera, facenti parte della collettiva organizzata dalla suddetta agenzia, al fine di rendere la loro partecipazione a Monaco più visibile ed efficace.

Le 13 aziende italiane espositrici che hanno aderito alla collettiva, appartenenti al settore dell´estrazione e lavorazione di pietra naturale e marmo e affini, hanno colto l´occasione per presentare i loro prodotti ad un pubblico internazionale. La partecipazione italiana all´evento fieristico conferma l’indiscutibile ruolo dell´Italia nel contesto competitivo internazionale per il settore delle pietre naturali collocandosi al primo posto nella classifica europea e al sesto posto nella classifica mondiale come paese produttore ed esportatore di pietre naturali e lavorati. La Germania risulta essere il più importante paese importatore di pietre naturali in Europa ed é quindi un mercato rilevante per le esportazioni italiane del settore.  Ice/de.it.press

 

 

 

Eletto il Migrationsbeirat per tutti gli stranieri a Monaco di Baviera

 

Ieri 22 gennaio 2017 si sono tenute le elezioni per il rinnovo del “Migrationsbeirat” di Monaco di Baviera (Consulta degli stranieri a Monaco), conosciuto fino a poco tempo fa sotto il nome di Ausländerbeirat.

 

Si tratta di un organo di rappresentanza politica dei cittadini stranieri e svolge il suo ruolo attraverso la diffusione dell’informazione e la consulenza per promuovere e sostenere le politiche sociali locali, nella scuola, nel lavoro, nei diritti sociali e assistenziali, etc.

 

Nella Lista Nr. 14, “Internationale Demokratie”, si sono candidati tre connazionali, la capolista Lara Galli, Carlo Taglietti e Rolando Madonna.

 

Tutti i connazionali maggiorenni residenti a Monaco da almeno 6 mesi potevano partecipare alle elezioni.

 

Dal 9 gennaio 2017 i cittadini stranieri ricevono le lettere del Comune con le informazioni circa le modalità di votazione. Era possibile richiedere di votare per corrispondenza e ricevere il plico per il voto direttamente a casa. In caso contrario, bisognava attendere il 22 gennaio e recarsi personalmente nel seggio elettorale indicato nella lettera (solitamente la scuola più vicina).

 

Gli italiani candidati della Lista 3 "Aktiv International Solidarisc" sono Pilla Giulia e Rubino Gianluca; della lista 19 "Liberale Liste" sono Bianco Enrico, Pezzetta Vanni, Lucchi Elena. L'elenco dei seggi è disponibile all'indirizzo: https://www.muenchen.de/dienstleistungsf…/muenchen/10214078/

Ulteriori informazioni, in merito per esempio al risultati, sono disponibili sul sito della città: https://www.muenchen.de/…/Wahlen…/Migrationsbeiratswahl.html

LG/de.it.press 23 

 

 

 

 

Dibattiti. Gli effetti della Globalizzazione

 

Carissimi, mi permetto di offrirvi il mio punto di vista (in maniera succinta che di più non si può) di come io veda gli effetti della Globalizzazione.

 

Essa ha portato effetti positivi a: Lavoratori del terzo mondo (vedi Cina, India, Bangladesh etc….) immettendoli nella produzione. Queste produzioni asiatiche hanno permesso il trasferimento di enormi somme che dall’Occidente si sono spostate in Oriente di cui la Cina è il massimo benificiario.

 

Alle multinazionali occidentali ha procurato guadagni immensi che prima producevano nel modo occidentale a costi più elevati. I loro introiti sono continuati con l’aggiunta della differenza del costo del lavoro.

 

Ai cittadini di tutto il mondo che hanno potuto acquistare quegli articoli (ora prodotti a costi inferiori in Asia e altri Paesi sottosviluppati) a prezzi inferiori.

 

Essa ha portato effetti negativi a: Le imprese occidentali  in particolare (in genere medie, piccole e piccolissime + qualcuna grande) che si sono trovate sul mercato gli stessi articoli prodotti in altre parti del mondo a prezzi molto inferiori

Ai lavoratori (in genere occidentali)  che erano impiegati in queste imprese.

 

Di questa situazione ne stanno approfittando nel mondo occidentale:

Donald Trump, Le Pen, Salvini, Grillo, i governi xenofobi (vedi Ungheria, Polonia) e tutte quelle organizzazioni e Partiti cosidetti populisti come l’ADF tedesca.

Ritengo quindi che sia sull’Immigrazione che sulla Globalizzazione se le cosidette forze democratiche, di sinistra, progressiste etc..etc..non trovassero delle soluzioni, saranno le destre a trovarle. Sono poche le persone che prendono occasione per dire la loro, sarebbe interessante se fossero molte  e le rendessero pubbliche come sto facendo io. (Questa mia è stata inviata anche ad alcuni media WEB). Da Ottobrunn (Monaco di Baviera) Gianfranco Tannino (iscritto alla sezione PD Monaco di Baviera)  de.it.press

 

 

 

 

 

Schäuble l’astuto e il “buco” di bilancio italiano

 

Berlino- “Grande festa in Germania per i brillanti risultati economici riscontrati durante il 2016. E ne ha ben donde l’austero ministro delle Finanze, Wolfgang Schäuble (Cdu), d’essere contento. Il Governo tedesco è infatti riuscito anche per lo scorso anno a chiudere il bilancio con un surplus di 6,2 miliardi di euro. Non c’è proprio male. Lo stesso Ministro ha così dichiarato: “Finora, per ogni anno di questa legislatura, abbiamo completato il bilancio senza l’assunzione di nuovo debito”, ed ha ragione. Lo scorso anno lo Stato tedesco ha dovuto affrontare la crisi dei profughi, che gli è costata quasi 10 miliardi di euro, oltre ad altre spese dovute alla sicurezza nazionale, alle forze armate tedesche e per le politiche di sviluppo. E nonostante ciò i risultati sono quelli appena elencati. Ma come ha fatto il Ministro della Cancelliera Merkel a raggiungere questo egregio risultato? Lui stesso ha ammesso che il merito è dovuto a molti fattori, non ultimo la politica dei tassi d’interesse a zero applicata dalla Bce di Mario Draghi”. Così scrive Alessandro Brogani su “Il Deutsch-Italia”, quotidiano online che dirige a Berlino.

“Secondo i calcoli della “Bundesbank”, dallo scoppio della crisi finanziaria del 2008 gli Stati federali, i comuni e la sicurezza comune sono riusciti ad accantonare un disavanzo enorme, di 240miliardi di euro. Solo lo scorso anno lo Stato federale avrebbe dovuto spendere 47miliardi di euro, se i tassi d’interesse fossero stati quelli di prima dello scoppio della crisi. Mentre nel 2009 il Ministro tedesco aveva dovuto spendere 38miliardi di euro per la gestione del debito, nel 2016 ne ha dovuti spendere solo 17,5. In pratica un risparmio di 20miliardi. La Germania durante il periodo di crisi ha rappresentato pertanto “un porto sicuro” per gli investitori di tutto il mondo. Durante l’estate scorsa, per la prima volta, gli interessi sui titoli tedeschi con scadenza decennale sono scesi al di sotto dello zero. Nel complesso la Germania, con una normalizzazione dei tassi d’interesse, avrebbe un deficit dell’1,5 per cento con la spesa attuale, secondo i calcoli di Moritz Kraemer, dell’agenzia di rating “Standard & Poor’s”. Schäuble conosce il rischio e vorrebbe un lento ritorno alla normalità, anche perché se da un lato è vero che l’economica tedesca dà ottimi risultati, grazie alla manovra di Draghi, dall’altro la stessa penalizza gli interessi dei fondi pensione dei tedeschi. E questo è senz’altro un problema. Anche da un punto di vista elettorale.

Fin qui il giusto peana all’economia tedesca. Ma occorre analizzare bene la situazione e fare un po’ di chiarezza al riguardo. Iniziamo con il dire che anche il bilancio italiano negli ultimi anni non è andato poi così male. Anzi, l’Italia è andata sempre meglio della Germania. E di gran lunga. Come ha scritto Federico Fubini sul “Corriere della Sera”, “Dal 1996 a oggi l’Italia ha accumulato nel complesso un surplus primario medio del 2 per cento l’anno, nel complesso pari al 43 per cento del Pil o circa 700miliardi di euro ai valori attuali. Nello stesso periodo la Germania ha accumulato un surplus dello 0,7 per cento l’anno in media prima di pagare gli interessi. La Germania è stata persino in deficit primario per un terzo del tempo negli ultimi due decenni, l’Italia meno di un anno ogni dieci. Eppure durante questo lungo periodo il debito del governo di Roma, rispetto al Pil, è salito del 5 per cento più di quello di Berlino. Effetti simili sono visibili su periodi più recenti. Dal 2006 in media il surplus primario di bilancio dell’Italia (1,15 per cento del Pil) è stato allineato a quello della Germania (1,19 per cento). Misurato poi dal 2010, quando esplode la crisi dell’euro, l’Italia risulta di nuovo più efficace della Germania nel controllare il bilancio: negli ultimi sette tormentatissimi anni l’attivo del governo prima di pagare gli interessi sul debito è in media dell’1,18 per cento del Pil, mentre quello di Berlino è un po’ inferiore all’1,10 per cento”.

Tradotto: l’Italia ha fatto i “compiti”, tanto quanto e meglio della Germania. I dati sono del FMI (Fondo Monetario Internazionale). Il nostro disavanzo primario, ossia la differenza fra le spese e le entrate è in attivo per circa 38miliardi di euro, contro appunto i poco più di 6 della Germania. E allora? Come mai se così fosse l’Italia è messa così male ed è “bacchettata” in continuazione dalle Istituzioni europee e dalla stessa Germania?

Per capirlo occorre fare un passo indietro e un po’ di chiarezza. Innanzitutto non è affatto vero che l’Italia, come molti affermano nel Belpaese, sia l’unico Paese che ha in Costituzione il pareggio di bilancio (fatto approvare al Parlamento nel 2012 dall’allora Presidente del Consiglio Mario Monti). La Germania lo ha nella sua Grundgesetz dal 1949, all’articolo 110, laddove dice testualmente: “Tutte le entrate e le uscite della Federazione sono incluse nel bilancio; … Il bilancio deve essere in pareggio in entrate e spese.”. Il ricordo di Weimar è ben stampato nell’anima dei tedeschi, e ce l’hanno così a cuore che l’hanno imposto anche agli altri Paesi dell’Unione. Per l’esattezza tutto è iniziato nella primavera del 2010, allorquando la Germania chiese agli altri Stati membri di inasprire le regole sul raggiungimento del pareggio di bilancio: questo avrebbe comportato una rigorosissima applicazione del requisito riguardante il rapporto deficit/PIL inferiore al 3 per cento, Inoltre il rapporto tra il debito pubblico lordo e il PIL non deve superare il 60 per cento. Dopo qualche mese di trattative, il 30 gennaio 2012 i rappresentati degli esecutivi dei Paesi dell’Unione, costituenti il Consiglio europeo, con l’eccezione del Regno Unito e della Repubblica Ceca, approvarono il nuovo patto di bilancio, denominato “fiscal compact”. Tale patto non è mai passato al vaglio del Parlamento Europeo, né è stato proposto come direttiva dalla Commissione.

Solo i Paesi che hanno introdotto tale regola entro il 1° marzo 2014 possono ottenere eventuali prestiti da parte del “Meccanismo Europeo di Stabilità” (MES), ossia quello che fino al 2011 si chiamava ancora “Fondo europeo di stabilità finanziaria” (FESF), detto anche Fondo salva-Stati (in inglese European Stability Mechanism – ESM), istituito dalle modifiche al Trattato di Lisbona (art. 136) approvate il 23 marzo 2011 dal Parlamento europeo e ratificate dal Consiglio europeo a Bruxelles il 25 marzo 2011.

L’attuazione del fondo era stata temporaneamente sospesa in attesa della pronuncia da parte della Corte costituzionale della Germania sulla legittimità del fondo stesso con l’ordinamento tedesco, in seguito ad un ricorso del partito dei “die Linke”. La Corte di Karlsruhe sciolse il nodo giuridico il 12 settembre 2012, quando si pronunciò, purché venissero applicate alcune limitazioni, in favore della sua compatibilità con il sistema costituzionale tedesco (il Bundestag non può mettere in atto procedure permanenti da cui derivi l’assunzione di responsabilità per le decisioni volontarie di altri Stati membri e che per la ratifica del patto di bilancio in Parlamento occorre la maggioranza dei due terzi, prevista per le leggi costituzionali).

La Germania nel giugno del 2011 mise nel MES ben 211miliardi di euro per “salvare” la Grecia (di qui le proteste della “Linke”). In realtà quel che è sottaciuto, è che quei miliardi non servirono per aiutare i greci, i cui governi sicuramente colpevoli avevano indebitato fortemente il Paese, bensì le banche creditrici che erano tedesche e francesi. Risultato la Grecia non ne ebbe affatto beneficio.

Da allora il pareggio di bilancio lo hanno inserito quasi tutti i Paesi dell’Unione. Per la precisione, solo per fare due esempi, la Spagna nell’art. 135 della Costituzione, con legge del 27 settembre 2011, e la Francia con la “Loi organique” (che non è però in Costituzione) il 17 dicembre del 2012.

Ma per tornare a noi, dicevamo, come mai l’Italia pur risultando così ligia ai parametri imposti dall’Europa ha un risultato economico così apparentemente disastroso? Il perché è presto detto.

Il disavanzo primario dell’Italia, cioè la differenza fra entrate e uscite, che come abbiamo detto è di gran lunga più positivo della Germania (oltre per la capacità produttiva del nostro Paese, nonostante tutto, esso è dovuto al fatto che non abbiamo praticamente più spesa pubblica, al contrario della Germania, proprio per rispettare i parametri imposti dall’Europa) non va a nostro vantaggio, e serve a pagare non il debito pubblico, bensì gli interessi sullo stesso.

In parole povere, lo Stato per pagare gli interessi accumulati sul debito pubblico si rivolge al “mercato”, e gli investitori internazionali (fra i quali le stesse banche tedesche) scommettono sulla capacità economica del nostro Paese, in base al giudizio che della stessa danno le tanto famose, quanto famigerate, agenzie di rating internazionali come “Standard & Poor’s” o “Merrill Lynch” (che sono private e parte in causa esse stesse). Proprio perché parte in causa hanno dunque tutto l’interesse a dare un giudizio poco lusinghiero (le famose tripla A o tripla B) sulla capacità economica dell’Italia. Più il giudizio è negativo, più salgono i tassi d’interesse che l’Italia deve pagare per finanziare appunto gli interessi sul debito. In pratica un cane che si morde la coda. Se non esistessero gli interessi sul debito, con il disavanzo primario l’Italia potrebbe, seppur in un lunghissimo periodo, colmare quel pozzo senza fine del debito pubblico, che diventa ogni giorno più grande proprio grazie agli interessi che gravano su di esso.

Schäuble tutto questo lo sa, e giustamente fa gli interessi del suo Paese, anche se fortemente contestato, in primis dalle opposizioni oltre che da molti membri della Große Koalition, per le restrizioni alla spesa pubblica della Germania. Nonostante non conceda, il severo ministro delle Finanze tedesco, molti soldi ai suoi colleghi, chiunque viva nel suo Paese può constatare quanto esso sia benestante, oltre naturalmente al fatto che quelli che vengono utilizzati per la spesa pubblica sono per lo più denari ben spesi.

Se nel nostro di Paese si smettesse di dare tutto per scontato e se i nostri politici, nessuno schieramento escluso, invece di ripetere quanto hanno sentito dire sull’argomento dai cosiddetti “esperti” (giornalisti inclusi), iniziassero ad approfondire il problema per porvi una volta per tutte rimedio, forse la disastrata condizione della Penisola potrebbe intravedere una via d’uscita”. (aise/dip 16) 

 

 

 

 

Germania, Pil in crescita dell’1,9%. L’aumento più forte in cinque anni

 

L’istituto di statistica tedesco analizza il 2016. Il surplus record della bilancia commerciale tedesca, accusata dai Paesi periferici dell’Eurozona. La crescita dell’inflazione nella Ue e le tensioni sulla politica monetaria della Bce

 

Il prodotto interno lordo della Germania è cresciuto dell’1,9% nel 2016 dopo il +1,7% del 2015. È il ritmo di crescita più forte da cinque anni a questa parte ed è superiore alle attese degli economisti che puntavano su un +1,8%. Lo comunica l’Istituto federale di statistica. Un accelerazione che fa il paio con la crescita più contenuta dell’Italia (+0,8%, ultimo dato disponibile). E probabilmente segnerà un ulteriore elemento di divergenza tra Roma e Berlino dopo il dato sull’inflazione nell’Eurozona (1,1% a dicembre anno su anno) la lettura più alta dal settembre 2013, che innescherà tensioni sulla politica monetaria della Bce ritenuta dai tedeschi troppo accomodante e piegata sugli interessi degli italiani.

Il confronto con l’Italia

Il confronto è impietoso. Nel 2016, secondo l’IFO (Information und Forschung) il surplus commerciale tedesco ha raggiunto la cifra record di 310 miliardi di euro (8,9% del Pil), mentre il surplus commerciale italiano è stimato in circa 40 miliardi di euro, pari al 3% del Pil. Il risultato è che, nel 2016, il contributo della domanda esterna netta (surplus della bilancia dei pagamenti) alla crescita del prodotto interno lordo è stato negativo (-0,1%), mentre la domanda interna, al netto della variazione delle scorte, ha avuto un contributo positivo sulla crescita del Pil dell’1,2%. Considerando che la variazione delle scorte è stata negativa (-0,2% del Pil), e gli investimenti sono fermi ai livelli del 2012, emerge che tutta la crescita italiana è dovuta all’aumento della spesa in consumi delle famiglie a causa della crescita del reddito disponibile e degli occupati. CdS 12

 

 

 

A Monaco di Baviera Erri De Luca presenta il romanzo “La natura esposta”

 

Monaco di Baviera - Un uomo di molti mestieri è incaricato di un delicato restauro. La statua del crocifisso contiene segreti che si rivelano solo al tatto. Bisogna risalire a diverse nudità per eseguire. C’entra una città di mare e un villaggio di confine, un amore d’azzardo e una volontà di imitazione. Fu attesa l’ora del tramonto, per l’effetto di luce arrossata sopra il marmo. Prese aspetto di carne, le ombre mossero le forme.

Con "La natura esposta" (Feltrinelli 2016) Erri de Luca torna al romanzo e ne parla a Monaco di Baviera con Cecilia Mussini, nel corso di un incontro che si terrà giovedì, 26 gennaio, alle ore 18.30, presso l’Istituto Italiano di Cultura.

L’incontro, che sarà ad ingresso libero con prenotazione obbligatoria e si svolgerà in lingua italiana e tedesca, è organizzato dallo stesso Istituto in collaborazione con Forum Italia.

Nato a Napoli nel 1950, Erri De Luca ha scritto narrativa, traduzioni e poesia, nonché per il teatro e per il cinema. Il nome, Erri, è la versione italiana di Harry, il nome dello zio. De Luca studia nelle scuole pubbliche a Napoli fino ai 18 anni, quando lascia la sua città e inizia l’impegno politico nella sinistra extraparlamentare, che dura fino ai 30 anni. Tra il ’76 e il ’96 svolge mestieri manuali. Tra il 1983 e il 1984 è volontario in Tanzania; durante la guerra nei territori dell’ex Jugoslavia, negli anni ’90, è autista di camion di convogli umanitari.

Il suo primo romanzo, "Non ora, non qui", è stato pubblicato in Italia nel 1989. I suoi libri sono stati tradotti in oltre 30 lingue. Autodidatta in swahili, russo, yiddish e ebraico antico, ha tradotto con metodo letterale alcune parti dell’Antico Testamento. Pratica alpinismo. Le sue montagne preferite sono le Dolomiti.

Cecilia Mussini (Pavia, 1981) è dottore di ricerca in Filologia umanistica, docente a contratto presso la LMU München e traduttrice. (aise 19) 

 

 

 

 

Emissioni, Berlino chiede il pugno duro su Fca. Calenda: "Pensino a Volkswagen"

 

Il ministro dei trasporti tedesco Dobrint chiede il richiamo da parte della Commissione europea di alcuni modelli. Intanto dalla Francia non si escludono nuovi casi dopo quello che ha visto la magistratura aprire un'indagine su Renault

 

MILANO - La Germania - che già nei mesi scorsi ha puntato il dito in sede europea contro l'omologazione di un modello di Fca - interviene a gamba tesa nel caso delle emissioni contestate dagli Usa alla Fiat Chrysler. Una presa di posizione che non passa inosservata e alla quale anzi il titolare dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, risponde seccamente ricordando gli scheletri nell'armadio tedesco: "Pensino a Volkswagen".

 

Ad accendere le polveri è stata una intervista del ministro dei trasporti tedesco, Alexander Dobrindt: "Le autorità italiane sapevano da mesi che Fca, nell'opinione dei nostri esperti, usava dispositivi di spegnimento illegali", ha detto in un colloquio con la Bild on Sonntag riportato da Bloomeberg, riferendosi all'ipotesi di un uso di software irregolari per i test sulle emissioni. Dobrindt sottolinea che Fca si è "rifiutata di chiarire" e che la commissione Ue "deve conseguentemente garantire il richiamo" di alcuni modelli.

 

"Berlino, se si occupa di Volkswagen, non fa un soldo di danno", ha risposto Calenda a margine della registrazione di Faccia a faccia condotto da Giovanni Minoli in onda in serata su La7. Sulla casa automobilistica italo-americana e lo scontro con le autorità Usa, ha poi sottolineato che "le agenzie Usa di solito sono abbastanza indipendenti. Ma ora non so, bisogna vedere le carte". Il titolare dello Sviluppo ha anche toccato le altre questioni industriali calde del momento: sullo scontro Mediaset-Vivendi ha ribadito che "l'Italia non è Paese per le scorrerie straniere", mentre su Alitalia ha ammonito: "Stiamo attenti a parlare di statalizzazione. Quando era dello Stato, è stata gestita male ed ora è una compagnia privata". Sulla proposta lanciata dal presidente Abi, Antonio Patuelli, di svelare i nomi dei maggiori creditori insolventi delle banche, infine, Calenda si è mostrato scettico: "L'imprenditore va a chiedere soldi ad una banca, che deve capire il business plan. E' un pò strano - ha sottolineato - spostare quindi l'onere sul debitore. Il punto è che se si sono connivenze, queste vanno pubblicate e dichiarate".

 

Tornando al caso Fca, già venerdì il governo italiano, per voce del viceministro Riccardo Nencini, aveva definito "incomprensibile" l'insistenza del governo tedesco viste "le risposte già ottenute dal Mit". Dal canto suo la Commissione, attraverso un portavoce, sempre venerdì aveva fatto sapere che si stava "esaurendo il tempo" per le autorità italiane per dare le spiegazioni richieste dalla Commissione europea sulla contestazione dell'omologazione di un modello della Fiat sollevate a settembre scorso dal ministro tedesco dei trasporti, ricordando però che "i poteri della Commissione sono limitati" perché può agire se uno Stato membro non rispetta le regole europee ma non "direttamente contro un produttore di auto.

 

"Sono gli stati membri ad essere responsabili della certificazione delle auto" per la loro immissione nel mercato europeo e "in questo contesto - aveva aggiunto la portavoce della Commissione - la Germania ha sollevato serie preoccupazioni sulla compatibilità di un modello Fiat con la legislazione europea sulle emissioni auto. Cosa che le autorità italiane contestano. La Germania ha chiesto di intervenire in quello che definiamo un processo di mediazione, che è uno sforzo per trovare un accordo comune. Abbiamo ripetutamente chiesto alle autorità italiane di presentare spiegazioni convincenti e stiamo esaurendo il tempo, perché vogliamo concludere molto presto il negoziato sulla compatibilità della Fiat con la legge Ue". Anche il ministro Graziano Delrio al Corriere della Sera ha voluto sottolineare quanto la posizione di Fca sia diversa da quella di Volkswagen, travolta nel settembre 2015 dal suo dieselgate, e garantisce: "Sulle emissioni siamo severi, trasparenti. E, soprattutto, riteniamo che vadano non solo controllate a valle ma anche a monte".

 

Di nuovo dall'agenzia finanziaria Usa, che riporta in questo caso le dichiarazioni a Le Journal Du Dimanche, emerge invece che in Francia altre case automobilistiche potrebbero essere indagate per le emissioni dei motori diesel. Lo ha spiegato il ministro francese dell'Ambiente, Segolene Royal, dopo che i giudici francesi hanno annunciato indagini su Renault.

"E' stato scoperto un certo numero di anomalie su veicoli Renault - ha detto Royal nell'intervista - è il caso anche di altri costruttori, anche se a un livello diverso. Quindi potrebbero esserci altre indagini". LR 15

 

 

 

 

 

La decisione. Germania, la Corte Suprema dice «No» al divieto del partito di estrema destra dell’Npd

 

I giudici tedeschi hanno respinto la richiesta presentata nel 2013 dal Bundesrat perché «non rappresenta una vera minaccia all’ordine democratico»

 

Il partito di estrema destra Npd non sarà messo al bando. La Corte Suprema tedesca ha respinto infatti la domanda del Bundesrat di vietare il partito in Germania. Il Senato federale aveva presentato la sua richiesta alla fine del 2013.

Le motivazioni della Corte

La Corte ha stabilito all’unanimità che l’Npd « non rappresenta una vera minaccia all’ordine democratico». «La richiesta è stata respinta - ha detto il presidente della Corte Andreas Vosskuhle - in quanto l’Npd persegue degli obiettivi anti-costituzionali, ma non ci sono elementi concreti che possono suggerire che l’azione del partito possa avere successo».

Lanascita nel 1964

L’organizzazione è nata nel 1964 dall’unione di piccole formazioni di estrema destra legate al passato nazista del Paese. Non è la prima volta che si tenta di bandire l’Npd: altri tentativi sono andati a vuoto in passato, soprattutto per ragioni tecnico-legali. Nel 2013 è fallito un tentativo di metterlo fuorilegge quando si scoprì che nel gruppo erano infiltrati due agenti dei servizi di sicurezza che avevano avuto un ruolo nel determinare le azioni del partito. L’Npd ha circa cinquemila aderenti su una popolazione di 82 milioni. L’Npd «persegue effettivamente obiettivi contrari alla costituzione», ha spiegato il presidente della Corte Andreas Vosskuhle, «ma al momento mancano indizi di peso, che lascino sembrare possibile che la sua azione possa avere successo». Il partito di estrema destra tedesca raggiunge infatti livelli bassissimi di consenso, è rappresentato soltanto nei Comuni - l’ingresso al Bundestag viene impedito dalla soglia minima del 5% - e ha un rappresentante nel parlamento europeo. Nel settembre 2016 l’Npd ha perso l’ultimo mandato regionale che aveva nel Land Meclemburgo-Pomerania anteriore. È la seconda volta che un tentativo di far bandire il partito dalla corte costituzionale fallisce. Il primo ricorso, avviato dal governo e dalle camere parlamentari, fu rigettato nel 2003. Stavolta soltanto il Bundesrat (Camera federale) ha agito contro gli estremisti di destra, per provare a farli fuori definitivamente dalla scena politica. Cds 17

 

 

 

 

 

La Corte Costituzionale tedesca non mette al bando l’NDP

 

Berlino - “La Corte Costituzionale federale della Germania (Bundesverfassungsgericht) si è pronunciata, martedì 17 gennaio 2017, sulla richiesta avanzata dal Bundesrat di mettere al bando il Partito Nazionaldemocratico tedesco (in tedesco Nazionaldemokratische Partei Deutschlands – NPD). Il Presidente della Corte ha affermato che l’NPD è un partito che persegue fini non costituzionali, ma al tempo stesso ha negato l’esistenza di elementi concreti, da imputare al partito stesso, che mettano in evidenza un pericolo per l’ordine democratico. La Corte ha quindi rigettato la richiesta, come fece nel 2003, quando la parte ricorrente fu il Governo federale. Non poteva essere altrimenti”. A commentare la sentenza è Federico Quadrelli, segretario del Pd Berlino, che firma questo articolo sul quotidiano online “ilmitte.com”.

“NPD è un partito di estrema destra che non fa mistero della sua prossimità ideologica con il nazionalsocialismo ed è latore di idee pericolose, razziste e violente. Tuttavia, con appena l’1% dei consensi e 5000 iscritti ufficiali, non rappresenta un pericolo reale.

La messa al bando di un partito non è cosa da poco. Si tratta di una cosa seria che potrebbe avere ripercussioni notevoli e impreviste. Accadde solo due volte nel passato.

Nel 1952 la Corte mise al bando il Partito del neo-nazifascismo (SRP) e nel 1956 il KDP, il partito comunista: altri tempi, altre dinamiche socio-politiche, altri contesti. Ma oggi, avrebbe avuto lo stesso significato? Secondo me no, avrebbe anzi portato linfa a questo partito. Avrebbe creato un “caso” e generato, come spesso accade, una sorta di simpatia nei confronti di chi magari non milita attivamente, ma è ideologicamente vicino a quel mondo. E sicuramente avrebbe scatenato i militanti più attivi.

La Corte non ha agito, però, sulla base di una qualche forma di paura. Bensì, ha rispettato un principio proprio delle nostre democrazie occidentali, quello della garanzia dei diritti e delle libertà. La messa al bando di un partito può avvenire solo quando viene dimostrato in modo chiaro ed inequivocabile che l’organizzazione politica sotto accusa ha effettivamente provocato un danno all’ordine democratico. Il discrimine è questo. La decisione della Corte ha ri-affermato un principio più importante che non la messa al bando di questo gruppo di estrema destra.

Ci sono pulsioni nella società che non comprendiamo e non vediamo. Penso che l’esistenza dell’NPD ci metta davanti a un fatto: idee che pensavamo essere morte e sepolte sotto le macerie della storia sono sopravvissute e strisciano qua e là. Credo che in modo molto pragmatico si possa concepire l’NPD come un bacino per queste pulsioni, che ci consentono di vigilare e controllare queste dinamiche. Bisogna continuare a sconfiggere queste ideologie, tenerle ancorate a quell’1% e renderle quindi ininfluenti. Certo, nel sistema perfetto queste idee dovrebbero non esistere. Un partito che guarda al nazionalsocialismo, al fascismo, al totalitarismo, dovrebbe essere stato sconfitto dalla storia ed essere estinto, purtroppo così non è. La realtà non si piega a ciò che desideriamo. L’unica vera risposta è la buona politica. Questo è l’obiettivo da perseguire e la vera sfida dei partiti democratici “tradizionali”.

Al netto di tutto questo, sta a ciascuna e ciascuno di noi restare vigile. La tutela dell’ordine democratico così come lo conosciamo, dei diritti e delle libertà, è anche o soprattutto nelle nostre mani”. (aise) 

 

 

 

 

Riconoscere il diritto di voto a tutte le persone residenti nel nostro paese

 

Alla Presidente del Comitato per i Diritti umani della Camera dei Deputati

al Presidente della Commissione per i Diritti umani del Senato della Repubblica

 

Oggetto: Approssimandosi la Giornata mondiale dei migranti un invito ad impegnarsi per il riconoscimento del diritto di voto a tutte le persone residenti in Italia inverando il principio basilare della democrazia "Una persona, un voto".

 

Egregia Presidente del Comitato per i Diritti umani della Camera dei Deputati, on. Pia Elda Locatelli, Egregio Presidente della Commissione per i Diritti umani del Senato della Repubblica, sen. Luigi Manconi, apprezzando l'attivita' vostra personale e del Comitato e della Commissione da voi presieduti, approssimandosi la ricorrenza della Giornata mondiale dei migranti - per la quale papa Bergoglio ha scritto un messaggio ancora una volta di grande valore - vorremmo sollecitare l'impegno vostro e dei vostri colleghi del Comitato e della Commissione da voi presieduti, affinche' il Parlamento nella nuova legge elettorale voglia finalmente riconoscere il diritto di voto a tutte le persone residenti nel nostro paese, essendovi in Italia oltre cinque milioni di persone non native, che qui risiedono, qui lavorano, qui pagano le tasse, qui mandano a scuola i loro figli che crescono nella lingua e nella cultura del nostro paese; queste persone rispettano le nostre leggi, contribuiscono intensamente alla nostra economia, contribuiscono in misura determinante a sostenere il nostro sistema pensionistico, contribuiscono in modo decisivo ad impedire il declino demografico del nostro paese; sono insomma milioni di nostri effettivi conterranei che arrecano all'Italia ingenti benefici ma che tuttora sono privi del diritto di contribuire alle decisioni pubbliche che anche le loro vite riguardano.

L'occasione e' propizia perche' si pervenga finalmente a riconoscere loro il diritto di voto:

a) con legge ordinaria per quanto concerne le elezioni amministrative (nelle quali peraltro fin dal secolo scorso il diritto di voto e' gia' riconosciuto agli stranieri provenienti da altri paesi dell'Unione Europea);

b) con legge costituzionale per quanto concerne le elezioni politiche.

E' ben noto che il fondamento della democrazia e' il principio "una persona, un voto"; l'Italia essendo una repubblica democratica non puo' continuare a negare il primo diritto democratico a milioni di persone che vivono stabilmente qui.

Un appello a tal fine e' stato promosso da prestigiose personalita' della societa' civile, tra i primi padre Alex Zanotelli, Lidia Menapace, Anna Bravo, Giuliano Pontara, Daniele Lugli, Alberto L'Abate, Francuccio Gesualdi, Giancarla Codrignani, Adriano Sansa, Dario Borso, Carlo Gubitosa, Enrico Peyretti, Giorgio Nebbia.

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Egregia Presidente del Comitato per i Diritti umani della Camera dei Deputati,

Egregio Presidente della Commissione per i Diritti umani del Senato della Repubblica,

vi saremmo assai grati se voleste accogliere e farvi promotori in sede parlamentare di questo impegno affinche' finalmente milioni di persone che vivono stabilmente in Italia e nei cui confronti il nostro paese ha altresi' un reale, grande debito di gratitudine per il contributo da esse dato al bene comune, abbiano finalmente riconosciuto il diritto di voto.

 

Ringraziandovi fin d'ora per l'attenzione ed augurandovi ogni bene, vogliate gradire distinti saluti. Peppe Sini, responsabile del "Centro di ricerca per la pace e i diritti umani" di Viterbo (de.it.press)

 

 

 

 

Bilancio Ue, scontro Italia-Germania. «Ma la riforma non fa salire le tasse»

 

Le novità nel documento di una commissione presieduta dall’ex premier Monti: «Quando i tedeschi leggeranno il lavoro si tranquillizzeranno». La battaglia contro «l’Europa a somma zero», ovvero la vittoria di un Paese dalla sconfitta di un altro - di Danilo Taino, corrispondente a Berlino

 

Pare che al governo tedesco, in particolare al ministero delle Finanze, non sia piaciuto il documento preparato da una commissione presieduta da Mario Monti sulla riforma dei bilanci dell’Unione europea. Il segretario di Stato al ministero Jens Spahn, un emergente della Cdu di Angela Merkel, a caldo ha preso le distanze dalle proposte radicali avanzate ufficialmente ieri a Bruxelles dall’ex presidente del Consiglio italiano. Ciò nonostante, sembra improbabile che Berlino ostracizzi il progetto Monti, destinato a diventare una proposte formale della Commissione Ue. «Stimo molto Spahn — ha detto ieri Monti al Corriere — Confido che quando avrà tempo di leggere attentamente il rapporto sarà tranquillizzato». Secondo il senatore a vita italiano, il lavoro della commissione che ha presieduto ha prodotto una proposta di riforma «molto ortodossa», che non va contro gli orientamenti prevalenti in Europa, anche dei governi a guida conservatrice come quello tedesco. Anzi. C’è spazio per una posizione condivisa sulla riforma del budget europeo futuro. Il documento — cento pagine — fondamentalmente sposta il finanziamento alla Ue dai versamenti di ogni singolo membro, come avviene in gran parte oggi, a una raccolta diretta da parte di Bruxelles.

Tasse europee

Alla base c’è l’idea di «spostare l’attenzione sul bene pubblico europeo», dice Monti, di condurre «una revisione critica della struttura e della spesa di bilancio» e di abbandonare il concetto che si afferma ogni sette anni durante le trattative sul bilancio Ue che «l’Europa sia a somma zero», cioè che quel che ottiene un Paese possa solo venire dalla sconfitta di un altro. «Il criterio – dice Monti – dev’essere sempre più quello di stabilire se l’Europa è in grado di difendere i beni pubblici, ad esempio la sicurezza, più di quanto lo siano i singoli Stati in difficoltà a farlo». Il documento «non è un lavoro finalizzato ad accrescere le tasse in Europa», aggiunge Monti. Il progetto in discussione riguarda il bilancio Ue a cominciare dal 2021. La proposta è quella di introdurre tasse europee e il paper avanza alcune proposte, anticipate ieri dal quotidiano tedesco Handelsblatt: una tassa sulle emissioni di anidride carbonica, una sull’elettricità, sulle transazioni finanziarie, sulle società e via dicendo. Tutte ipotesi da discutere. «D’altra parte – ricorda Monti – lo stesso Wolfgang Schäuble qualche mese fa aveva avanzato la proposta di una tassa europea sulla benzina: nel documento non la facciamo nostra ma serve a confermare la necessità di disegnare una nuova struttura del bilancio comune». Spahn e i politici conservatori tedeschi si rendono conto della necessità di riformare il processo di formazione del bilancio Ue: le esigenze nuove date da emergenze diventate strutturali – ad esempio le migrazioni e il terrorismo – comportano sfide diverse da quelle del passato; inoltre, l’uscita dalla Ue del Regno Unito, uno dei maggiori contribuenti netti al bilancio, rende inevitabile una ridistribuzione di oneri e vantaggi. I tedeschi temono però che la riforma sia un Cavallo di Troia con il quale la Ue, grazie a una sorta di imposizione diretta, aumenterebbe spese e tasse, con una reazione dei cittadini ancora più estrema contro l’Europa. Inoltre, pensano che ciò darebbe troppa autonomia alla Commissione a scapito dei governi che oggi controllano la borsa. «Ora il denaro c’è solo quando un Paese mette in pratica raccomandazioni specifiche della Ue», ha commentato nella sua critica Spahn. Spazi per un accordo, però, forse ci sono. CdS 13

 

 

 

 

Usa, transizione. Obama lascia, Trump ci manda un tweet

 

Gli americani devono ancora scoprire che cosa significa una cerimonia d’insediamento “a sensualità soft”, come l’ha sibillinamente promessa Tom Barrack, il responsabile dell’organizzazione dell’evento.

 

Ma hanno già scoperto che cos’è una transizione “accidentata”, che ti mette a disagio come un viaggio aereo quando ci sono turbolenze, senz’altro la meno liscia del dopoguerra. E anche se il presidente uscente Barack Obama ritrova la calma e lo stile nelle ultime battute, una settimana di proteste precede l’Inauguration Day, venerdì 20 gennaio, sul Campidoglio di Washington.

 

Nel suo ultimo video-discorso del sabato mattina, Obama esorta gli americani a essere “guardiani” della loro democrazia: “Non possiamo darla per scontata”. C’è, nel messaggio, un’eco del discorso di commiato fatto martedì a Chicago: “Yes we can” e “Yes we did”, ma non tutto, non abbastanza. Il giorno che Obama venne eletto la prima volta, fu un’alba radiosa di speranza per tutto il Mondo. Adesso che se ne va, è una notte d’angoscia e di incubi, non solo perché gli succede Trump.

 

Al doppio mandato del presidente uscente, un 8 pieno non glielo dà nessuno degli esperti che fanno le pagelle sulle tv americane: qualcuno glielo riconosce per l’impegno, il carisma e, magari, l’impatto simbolico del primo nero alla presidenza degli Stati Uniti.

 

Ma quando si tratta di giudicare i risultati conseguiti, i più generosi si fermano a un 7+ standard, qualcuno non va oltre il 6-. Perché Obama non ha mantenuto tutto quello che faceva sperare: è stato migliore come candidato che come comandante-in-capo.

 

Una settimana di manifestazioni (e di tweet)

C’è un’America che raccoglie la raccomandazione del presidente: un fiume di persone confluisce sul Mall di Washington a una manifestazione indetta in occasione del Martin Luther King Day e organizzata dal National Action Network del reverendo Al Sharpton.

 

Anche perché fa freddo e c’è la neve, il colpo d’occhio non è quello che aveva di fronte il reverendo King quando, sulla gradinata del Lincoln Memorial, fece il discorso del Sogno: un milione di persone fino e oltre il Washington Monument. Ma il segnale è chiaro e duplice: la gente è lì per tutelare il sogno di MLK e l'eredità d’Obama.

 

In polemica con l’insediamento di Trump, è anche stata la Marcia delle Donne, con in prima linea star dello spettacolo, Scarlett Johansson, Cher, Julianne Moore, Katy Perry, Amy Schumer e altre. Meryl Streep ha fatto il suo, brandendo il Golden Globe appena ricevuto contro il presidente eletto.

 

Intanto, Obama distribuisce onorificenze al merito liberal: premia il vice-presidente Joe Biden, cui Trump fa perdere le staffe (“Diventa adulto!, una buona volta”), dopo avere attribuito Medaglie della Libertà a Bruce Sprigsteen e a una serie di stelle progressiste dello show-bizz americano. Che lo ricambiano: c’era la fila il 7 gennaio, per andare alla festa d’addio degli Obama; e ora c’è la corsa per sottrarsi alla cerimonia d’insediamento il 20 gennaio.

 

Il presidente eletto reagisce a colpi di tweet: l’America e il Mondo ci hanno ormai fatto l’abitudine, la sua sarà una presidenza a misura di Twitter. La comunicazione della Casa Bianca sarà costruita sulle dinamiche del suo social preferito, dov’è più efficace una battuta che un pensiero.

 

Con il tatto che lo caratterizza, Trump non trova di meglio che attaccare - con la parola che per lui è un insulto fra i peggiori, “triste” - un eroe americano, il deputato nero John Lewis, un superstite della marcia di Selma nel 1965. Lewis, come altri parlamentari, boicotterà le cerimonie di venerdì, perché considera “illegittima” l’elezione avvenuta l’8 Novembre, causa ingerenze esterne.

 

Le frontiere dell’Unione già calde

Il clima politico dell’Inauguration Day sarà caldo, come lo è stato quello della transizione: l’avvio d’una commissione d'inchiesta sugli hackeraggi russi sulle elezioni presidenziali e varie ipotesi mediatiche anti-Trump tutte fantasiose - impeachment, tradimento, etc.

 

L’indagine del Senato sugli hacker s’intreccia con le inchieste di stampa sull’attendibilità, o meno, di un dossier che presta a Trump comportamenti disdicevoli, sessuali e d’affari. E l’Fbi ha pure avviato un’inchiesta interna sul comportamento in campagna elettorale del direttore James B. Comey, che potrebbe avere deliberatamente agito per danneggiare Hillary Clinton.

 

Le ultime decisioni dell’Amministrazione Obama, nei confronti di Israele e contro la Russia, sono trappole sugli esordi del magnate alla Casa Bianca (ma danno pure a Trump l’opportunità di fare vedere che la musica è cambiata).

 

Ma anche l’attualità internazionale dissemina di mine il terreno: l’inasprimento della guerra in Afghanistan non consente di progettare un rapido disimpegno, come sarebbe forse piaciuto fare; e lo schieramento di truppe della Nato in Polonia, con 4mila carri armati Usa, uno sforzo inaudito dal crollo del comunismo in Europa, crea una situazione imbarazzante (se ce li lasci, deludi la Russia; se li togli, deludi - e spaventi - la Polonia e i Baltici).

 

Il presidente eletto, in dichiarazioni attribuitegli ed in un’intervista al WSJ, si dice pronto a cassare le sanzioni alla Russia (e il WP rivela che il presidente russo Vlaidmir Putin l’ha invitato a fare sedere gli Stati Uniti al tavolo dei negoziati sulla Siria in Kazakhstan) e rifiuta di prendere impegni sul rispetto della tradizionale linea Usa di ‘una sola Cina’.

 

Trump colleziona critiche internazionali: il premier canadese Justin Trudeau contesta le sue priorità; il presidente palestinese Abu Mazen da Roma e il presidente francese François Hollande deprecano il progettato trasferimento dell’ambasciata degli Stati Uniti in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme; la cancelliera tedesca Angela Merkel auspica un approccio multilaterale Ue/Usa, mentre Trump vorrebbe trattare da Stato a Stato; e il presidente messicano Enrique Pena Nieto ripete che il muro lungo il confine lui non lo pagherà.

 

I ministri in dissenso con il presidente: gioco delle parti?

A stemperare gli allarmi, ma pure a suscitare interrogativi, c’è il fatto che, nelle audizioni in Senato, i futuri ministri designati da Trump sono più cauti del loro boss e tendono a collocarsi in una linea di continuità con l’Amministrazione uscente. In particolare il segretario di Stato in pectore Rex W. Tillerson è misurato su rapporti con la Russia e cambiamento climatico. E il segretario alla Difesa, il generale James N. Mattis, avalla l’intesa sul nucleare con l’Iran.

 

Altri punti di contrasto tra le affermazioni di Trump e le audizioni dei suoi ministri sono il ripristino della tortura contro i terroristi, la messa al bando dei musulmani, l’erezione di un muro al confine con il Messico.

 

L’uomo scelto per guidare la Cia, Mike Pompeo, assicura che l’Agenzia indagherà sugli hacker russi e sui possibili legami con la squadra di Trump. Continuano a suscitare perplessità l’affidamento delle aziende di famiglia ai figli del magnate e non a un ‘blind trust’ e la designazione del genero Jared Kushner, uomo d’affari ebreo, marito di Ivanka, a consigliere per il Medio Oriente.

 

I repubblicani in Congresso bruciano le tappe nello smantellare l’eredità di Obama: hanno già messo mano allo sventramento dell’Obamacare, la riforma sanitaria. E Trump distribuisce, ovviamente via Twitter, elogi e rimbrotti all’industria dell’auto a seconda che s’adegui - la Ford - o meno - la GM - alla sua direttiva principe, produrre negli Usa.  Giampiero Gramaglia, AffInt 15

 

 

 

 

Il ministro Alfano a colloquio con il Commissario Europeo per le Migrazioni Avramopoulos

 

Ruolo dell'Italia nel Consiglio di Sicurezza, sicurezza e flussi migratori

 

ROMA   Il ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Angelino Alfano, ha ricevuto oggi, alla Farnesina, il Commissario Europeo per le Migrazioni, gli Affari Interni e la Cittadinanza, Dimitris Avramopoulos.

L’incontro è stato un’occasione per discutere del ruolo dell'Italia nel Consiglio di Sicurezza  e  per un giro di orizzonte sui principali punti dei dossier tra cui sicurezza e flussi migratori, nella convinzione che l'Europa debba rispondere alle aspettative dei Padri fondatori, "perché la prosperità e la pace sono obiettivi raggiunti, ma adesso devono essere salvaguardati e difesi", ha detto Alfano che così ha proseguito: "In questo contesto, il 25 marzo a Roma rappresenterà molto di più di una celebrazione, ma la base di una rinnovata partenza. Si impone, dunque, la doppia necessità di una ambiziosa politica di lungo periodo verso l’Africa e di una solidarietà certa verso e tra gli Stati membri in prima linea".

In merito alla Libia, nel ricordare che la riapertura dell’ambasciata italiana a Tripoli rappresenta “un segnale di forte fiducia nel processo di stabilizzazione di quel Paese", Alfano ha sottolineato che “l’Italia sta lavorando con grande impegno per rafforzare la collaborazione bilaterale sul fronte del controllo dei punti di transito migratorio alla frontiera sud fra Libia e Niger e nel contrasto alla immigrazione illegale e al traffico di essere umani. Quando la Libia - ha precisato il ministro - sarà in grado di collaborare pienamente su questi temi, ci aspettiamo che l’Unione Europea e la Comunità Internazionale siano pronte a lanciare programmi di sostegno e iniziative comuni, poiché la partita che si gioca, la giochiamo tutti insieme, nessun Paese escluso”.

I due interlocutori hanno infine ribadito i risultati positivi dei compact con i primi cinque Paesi pilota.

“Dobbiamo continuare su questa strada e dare in parallelo avvio il prima possibile al Piano europeo di Investimenti Esterni per rendere ancora più credibile il nostro approccio nell’ambito del Nuovo quadro di partenariato, presentato dalla Commissione europea il 7 giugno scorso e largamente ispirato al Migration Compact italiano. Importante valutare insieme iniziative rafforzate di cooperazione con la Tunisia, anche tramite missioni congiunte".

Avramopoulos ha parlato dell'importante ruolo dell'Italia nel Mediterraneo e ha, inoltre, osservato che le  ricollocazioni da Italia e Grecia stanno finalmente aumentando. (Inform 12)

 

 

 

 

Svolta turca in Siria. I difficili dilemmi di Erdogan

 

In Siria, il governo turco ha cambiato schieramento: da grande protettore dei “sunniti” a compagno di strada della Russia e dell’Iran. La nuova coalizione è stata inaugurata al vertice fra Russia, Iran e Turchia che si è svolto a Mosca il 27 dicembre 2016.

 

Esso segna una vera svolta nella guerra civile siriana e, in attesa di Donald Trump, illumina la prospettiva di una Siria divisa in zone d’influenza fra potenze esterne. L’attacco di Istanbul, al nightclub Reyna, l’ultimo dell’anno, nella serie di atti terroristici che hanno insanguinato la Turchia sin dalla fine del 2015 va valutato anche in questa nuova prospettiva.

 

Il peso dei curdi

È la questione curda che ha spinto Racep Tayip Erdo?an a cambiare politica. Nell’autunno scorso, i curdi siriani - in testa alla coalizione delle Forze democratiche siriane sostenuta dagli Stati Uniti in funzione anti autoproclamatosi “stato islamico” con l’obbiettivo principale di conquistare Raqqa - hanno attraversato l’Eufrate e conquistato la città di Manbij con lo scopo di ripulire la zona a nord di Aleppo e ricongiungere il cantone curdo di Afrin (nel nord ovest della Siria) a quelli già accorpati nel nord est.

 

I curdi siriani mirano a costituire, fra Turchia e Siria, un territorio a guida curda (la Federazione del Nord della Siria - “Rojava”) privo di soluzioni di continuità. Per i turchi questo progetto, di per sé inquietante, non può che saldarsi con quello indipendentista dei curdi turchi e del Pkk che il governo di Ankara combatte con una feroce guerra interna.

 

In realtà, la guerra civile in atto in Turchia è più figlia della deriva autoritaria di Erdo?an che non dell’indipendentismo dei curdi turchi. Ma, come che sia, nella logica del governo turco, l’avanzata curdo-siriana e la sua saldatura con i curdi turchi costituiscono una seria minaccia nazionale assolutamente da fermare. Perciò, terzi in Siria dopo gli iraniani e i russi ad avere una presenza diretta nel conflitto, hanno invaso l’area a nord di Aleppo.

 

L’hanno fatto impiegando alcune delle milizie siriane di loro ubbidienza e mettendo così in luce di avere una seria influenza sulle forze non jihadiste dell’opposizione al regime di Damasco. Questa influenza non è nuova, ma fino a non molto tempo fa il sostegno fornito ambiguamente dai turchi, non solo alle forze non jihadiste dell’opposizione, ma anche a quelle jihadiste, ne aveva significativamente ridotto la portata.

 

Dopo la stretta nei confronti dei jihadisti, specialmente dell’autoproclamatosi “stato islamico”, la Turchia ha rafforzato i suoi legami e la sua influenza sulle forze non jihadiste dell’opposizione. La scissione emersa nell’ambito dell’importante gruppo salafita di Ahrar al-Sham a metà dello scorso dicembre fra un’ala di piena ortodossia jihadista e una definibile come pragmatica (filo-turca) ha alla sua origine il lavoro dei servizi turchi e comporta un notevole spostamento negli equilibri dell’opposizione a Damasco.

 

Il ruolo della Turchia nel conflitto siriano

L’influenza acquisita dai turchi nell’opposizione non jihadista a Bashar al-Assad permette alla Turchia di sedere al tavolo della coalizione con Russia e Iran non - per proprietà transitiva - come protettore del presidente siriano, bensì come protettore di una considerevole parte dell’opposizione non jihadista al regime di Damasco, pronta, sotto la guida di Ankara, a trattare con Assad verso una transizione politica. È del resto questo il fondamento politico del cessate il fuoco iniziato con apparente successo il 29 dicembre.

 

Non si tratta di un rovesciamento delle alleanze da parte della Turchia, ma di una leadership turca sull’opposizione siriana che consente l’avvio di un processo politico. Tuttavia, occorre chiedersi quanto sia salda questa leadership. Dobbiamo pensare che questa transizione politica sponsorizzata dalla Turchia sia più fattibile di quella che hanno invano cercato di costruire negli anni passati l’Onu e il Gruppo di sostegno alla Siria - comunque naufragata nella mancata elezione di Hillary Clinton?

 

Tanti ostacoli, forse troppi

Stando a quanto abbiamo appreso dalle vicende diplomatiche precedenti, le milizie non jihadiste dovrebbero continuare a opporsi strenuamente alle condizioni che Russia e Iran hanno posto fin qui: una transizione guidata da Assad e - almeno secondo le preferenze di Teheran - una permanenza dello stesso Assad a conclusione della transizione piuttosto che un allargamento della leadership, come intendono i russi. Il nuovo processo politico potrebbe perciò ben presto arenarsi, come i precedenti.

 

Questa, del resto, non è che la più evidente delle pietre di inciampo del progetto del vertice di Mosca e dei negoziati fra le parti che esso ha previsto ad Astana. Altre pietre d’inciampo sono il deflusso che avverrà a favore dei jihadisti, che restano anti-Assad, dalle file di quelli che, seguendo la Turchia, s’imbarcherebbero ora in un’ambigua transizione politica.

 

Reazioni ci saranno anche da parte dei Paesi arabi del Golfo, che però si trovano oggettivamente indeboliti. Sarà in particolare delusa la dirigenza qatariota. Inoltre, da parte russa le intese moscovite non sono un favore ai curdi, con i quali hanno peraltro un rapporto piuttosto amichevole. Per cui sarà anche questa un’evoluzione da osservare. Tutto ciò dovrà infine quadrare con l’arrivo di Trump, la cui politica resta poco chiara malgrado le dichiarazioni e le interpretazioni. Non è noto se a Mosca si sia parlato anche dell’Iraq, un tassello chiave di qualsiasi prospettiva di sistemazione dell’area.

 

Una Turchia più importante, ma più vulnerabile?

La direzione che chiaramente emerge è, almeno per ora, quella di una divisione della Siria in zone d’influenza. Il nord sembrerebbe dover diventare di spettanza turca. L’est cadrebbe sotto l’influenza della Russia e dell’Iran e il sud, per il tramite della Giordania, verrebbe in sostanza lasciato agli Usa.

 

Questo regolamento dovrà però fare i conti con quello che resta dell’autoproclamatosi “stato islamico” e con le ridotte dei jihadisti, specialmente nell’Edlib. Il progetto era quello di una conquista di Raqqa da parte delle Forze democratiche siriane a guida curda, con l’appoggio degli Stati Uniti. Nel nuovo assetto non è però davvero chiaro quale posto avranno i curdi siriani e se, messo in discussione il loro progetto al nord, essi avranno un qualche interesse a conquistare Raqqa o a trattare con Assad e su quale base.

 

Infine, se i jihadisti siriani verranno davvero messi all’angolo, si potrebbe aprire una nuova filiera terroristica in Turchia. La politica estera della Turchia, da quando Erdo?an ha deciso diventarne il “sultano”, non ha fatto che moltiplicare i nemici. Ammesso che l’attacco al Reyna sia dello “stato islamico”, quelli a seguire potrebbero acquistare anche un sapore qaedista.

Roberto Aliboni, AffInt 10

 

 

 

 

L’oligarchia dei dollari e gli altri

                                                                                                                                 

Dopo la più brutta campagna elettorale di sempre, fatta di reciproci insulti personali, bugie, accuse e controaccuse fra i due candidati in lizza, Donald Trump sta per arrivare alla Casa Bianca spinto da una cieca ondata di rabbia antisistema sostenuta da lui, parte di una ristrettissima aristocrazia del dollaro.

 Trump porta al governo l’infame clan degli incappucciati, sdogana lo stupro, cancella l’Obamacare che ha dato per la prima volta l’assicurazione malattia a 20 milioni di americani, fa governare la scuola pubblica da una persona notoriamente ad essa contraria, mette dazi sull’importazione di merci cinesi a basso prezzo, costruisce un muro sul confine fra Messico ed USA come rassicurante reazione nordamericana all’eccesso di immigrazione dal sud America. Insomma, protezionismo, fine della globalizzazione.

Esperto di amministrazione privata, il Presidente dovrà rendersi conto che, nonostante gli ampi poteri concessi dalla costituzione, per governare ci vuole la maggioranza in ambedue i rami del parlamento. Ce l’ha, sulla carta, per ora. Ricordo che durante la convention di Cleveland un gruppetto in seno al partito repubblicano tentò di non riconoscerlo come capo del partito e candidato per le presidenziali. Furono messi in minoranza, però ora può accadere che la somma di due minoranze, gli avversari in seno al partito repubblicano più i democratici, possa diventare maggioranza. Il Donald miliardario del settore immobiliare, a capo di un governo di suoi pari, abituato ad essere ubbidito ciecamente, riuscirà a capire la profonda differenza fra pubblico e privato? 

  Tra i personaggi di spicco all’opposizione in questa vigilia di presidenza cito John Lewis, un uomo di colore che ha passato la vita protestando per la giustizia e l’eguaglianza razziale, difensore dei diritti civili partecipò alla marcia di Selma del 7 gennaio 1965 organizzata da M. Luther King e fu colpito a sangue dalla polizia a cavallo.  Cito anche Elisabeth Warren, parlamentare californiana impegnata nell’opposizione. Di lei ricordo un video in cui con classe, energia e straordinaria competenza ha usato parole chiare ed esplicite per spiegare ad un ministro del governo Trump che cosa è il conflitto d’interessi secondo la costituzione americana. Aggiungo a questi due il Presidente uscente Barack Obama che rimane a Washington, impegnandosi ad agire come cittadino. La sigla OFA, il gruppo di comunicazione che durante la sua presidenza significava Obama for America, ora significa Organizing for Action.

 Per il 21 gennaio, giorno della inaugurazione della nuova presidenza, è in corso di preparazione una marcia delle donne, protesta forte e chiara per le grossolane, volgari affermazioni fatte durante la campagna elettorale, che hanno praticamente sdoganato e incoraggiato lo stupro, cui ora aggiunge punizioni per le donne che abortiscono. Tutto ciò piace tanto ai maschietti lavoratori impoveriti dalla concorrenza dei robot, ma per me è una macchia brutta, sporca e cattiva che nessuna presidenza può cancellare. Partecipo alla marcia con il cuore e con la mente. Pensando ai parecchi viaggi negli USA che ho fatto facilmente come cittadina europea, sento il dovere di segnalare una novità di cui Trump ha parlato durante una recente intervista. Si tratta di un avviso per chi intende viaggiare negli USA, ci saranno nuove norme che potrebbero comprendere anche restrizioni per gli europei. Emanuela Medoro, de.it.press 16

 

 

 

 

 

La proposta

 

I rinnovamenti correlati alle problematiche d’interesse della nostra Comunità nel mondo e gli Organismi elettivi politici nazionali sono in stadio d’”analisi”. La necessità di un aggiornamento s’è fatta evidente; anche se ancora ci sfuggono le posizioni univoche su come dovrebbero essere gestite. Intanto, ci sarebbe da rivisitare i ruoli della nostra rappresentatività all’estero, evidenziando alcune specifiche funzioni consultive che oggi non sono neppure congetturate.

 

Anche il CGIE, organismo che rappresenta gli italiani nel mondo presso il MAECI (Ministero degli Affari Esteri e Collaborazione Internazionale), ha palesato mancanze. In buona sintesi, questa struttura dovrebbe essere aggiornata. Non tanto nelle sigle, quanto nei contenuti e nelle primarie necessità. La riduzione dei Membri del Consiglio dall’estero non è servita. Il CGIE dovrebbe essere composto unicamente da italiani residenti oltre confine. Nessuno di nomina governativa. Questo sul piano organizzativo generale. Nello specifico, il CGIE potrebbe essere avvicendato dall’Ufficio per le Politiche Sociali degli Italiani nel Mondo (UPSIM) struttura indipendente dal MAECI e d’attinenza della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

 

 Il ruolo dell’UPSIM dovrebbe essere dibattuto da un’Assemblea plenaria straordinaria, dopo la nomina di un Comitato di Presidenza, affiancato da una Segreteria per i riscontri burocratici. L’UPSIM dovrebbe supportare un ruolo consultivo obbligatorio su tutti i provvedimenti discussi in Parlamento e d’interesse per la nostra Comunità oltre frontiera. Proprio per evitare “interferenze” politiche trasversali, l’UPSIM risponderebbe, unicamente, alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Cioè al Potere Esecutivo. Mentre i Com.It.Es., una volta ristrutturati, dovrebbero interagire con i nostri Uffici Consolari. Il tutto, ovviamente, tramite una legge quadro ordinaria in merito. Che, forse, giace ancora in qualche Commissione parlamentare.

L’UPSIM andrebbe a operare tramite un Coordinatore eletto dai Membri dell’Ufficio e con carica non rinnovabile per più di due mandati.

 

 Queste, a grandi linee, è il progetto che, se condiviso da chi ha fiducia in un rinnovamento della nostra rappresentatività all’estero, potrebbe supportare la presentazione originale. Una rigenerazione per i milioni d’italiani nel mondo non solo appare utile, ma anche, oggettivamente, necessaria. Questa vuole essere una proposta che lasciamo alla riflessione dei lettori. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Immigrazione. I limiti della strategia Minniti

 

Intensificare i controlli e aumentare la stretta sui migranti irregolari presenti nel territorio italiano. È questo l’obiettivo centrale della nuova strategia del ministro degli Interni Marco Minniti, che ha tra i suoi ingredienti la riapertura di un Centro di identificazione ed espulsione, Cie, per ogni regione e la conclusione di vari accordi di riammissione con i Paesi di origine e di transito.

 

L’obiettivo è di radoppiare le espulsioni portandole dalle attuali 5mila a 10mila unità. Un programma che ricalca le intenzioni del ministro dell’Interno tedesco Thomas de Maiziere che, in un’intervista al quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung, ha dichiarato di voler aprire centri di deportazione delocalizzati e facilitare la firma di accordi di riammissione anche attraverso un “ammorbidimento” del principio del “paese terzo sicuro” che vieta rimpatri in paesi dove la sicurezza dei migranti è a rischio.

 

Anno nuovo, strategia nuova? La ricetta di Minniti per contrastare la migrazione irregolare sa più dell’ennesimo tentativo di far funzionare un sistema che ha già in passato dimostrato la sua inefficacia.

 

La detenzione amministrativa che non funziona

Il ministro Minniti promette una nuova politica sull’immigrazione che abbia come cardine l’aumento delle espulsioni e la diminuzione dei migranti irregolari presenti sul territorio italiano. Insomma, un rilancio della politica dei rimpatri che di nuovo ha poco o nulla. Ingrediente imprescindibile di questa “nuova” strategia, che verrà delineata con più precisione nelle prossime settimane, è la riapertura di un Cie per ogni regione.

 

I Cie, istituiti nel 1998 dalla legge sull’immigrazione Turco-Napolitano, sono strutture detentive in cui vengono reclusi i cittadini stranieri colpevoli di reati amministrativi, cioè di aver soggiornato irregolarmente nel territorio italiano. Il periodo di detenzione può durare al massimo 18 mesi, periodo nel quale le autorità italiane dovrebbero provvedere alla identificazione e al rimpatrio del migrante nel suo Paese o nel Paese terzo dal quale ha transitato per arrivare in Italia.

 

Ma il “sistema Cie” non ha mai realmente funzionato. I dati dell’ultimo anno lo dimostrano: a fronte di 30 mila provvedimenti di espulsione firmati, solo 5 mila persone sono state effettivamente rimpatriate. Le difficoltà riguardano l’identificazione dei migranti, spesso sprovvisti di documenti, i costi del rimpatrio, ma soprattutto le resistenze di vari Paesi di provenienza a concedere il nulla osta.

 

Ne risulta che, dopo mesi di detenzione senza aver commesso un reato, ma solo un illecito amministrativo, il migrante si trovava di nuovo irregolare sul territorio italiano senza possibilità di legalizzare la propria posizione. Né le nuove misure previste da Minniti sembrano tali da ovviare a questi problemi.

 

Inoltre, l’approccio Cie risulterebbe inadeguato a fronteggiare i numeri di migranti irregolari presenti sul territorio italiano, considerando che si stima la presenza di 70mila solo tra coloro che hanno visto rigettata la propria domanda d’asilo. Molte associazioni hanno anche denunciato condizioni di vita disumane all’interno dei Cie, spesso ribatezzati “moderni lager”.

 

Accordo Italia-Libia

Il secondo e forse più importante elemento della “strategia-Minniti” è proprio il tentativo di stringere nuovi accordi di riammissione con i Paesi di origine e di transito. Secondo l’Agenzia Onu per i Rifugiati, più dell’80% dei barconi arrivati in Italia nello scorso anno proveniva dalle coste libiche e trasportava per lo più migranti provenienti da altri paesi, transitati attraverso la Libia.

 

La Libia è un Paese chiave per la gestione dei flussi migratori nel Mediterraneo centrale: per questa ragione il ministro vi si è recato ad inizio anno, per stringere un accordo con il governo di Fayez el-Serraj al fine di fronteggiare il flusso irregolare di migranti e individuare le reti di trafficanti.

 

L’accordo con la Libia è chiave perché permetterebbe il rimpatrio in quel Paese non solo di migranti di nazionalistà libica, ma soprattutto di cittadini di Paesi terzi, transitati in Libia con i quali l’Italia non ha ancora accordi di riammissione. La vera domanda è se questo accordo funzionerà.

 

La situazione libica è il primo nodo da sciogliere. Precedenti governi italiani avevano già stretto accordi simili con Tripoli: nell’agosto 2008, l’allora Primo Ministro italiano Silvio Berlusconi aveva sottoscritto con il colonnello Gheddafi un accordo per la collaborazione tra i due Paesi nella lotta alla “immigrazione clandestina”. Con l’inizio della guerra civile e la destituzione di Muammar Gheddafi, presto saltò anche l’accordo tra i due paesi, dando inizio alla cosidetta “emergenza nord-Africa” in Italia.

 

Oggi, l’interlocutore scelto è l’esecutivo di Fayez al-Serraj, ovvero il governo riconosciuto dalle Nazioni Unite, che ha però il controllo solo di parte del Paese. Vaste aree del sud e della costa sono in mano a jihadisti e altre milizie, mentre il generale Khalifa Haftar mantiene il controllo dell’area di Tobruk e l’ex premier Khalifa Ghewell di Tripoli.

 

Resta poi aperta la questione delle condizioni di vita dei migranti in Libia; secondo recenti rapporti di Medici Senza Frontiere, i migranti vengono spesso detenuti in condizioni antigeniche e disumane. L’Italia sembra quindi disposta a derogare anche dal principio del Paese terzo sicuro, che ha suscitato tanta opposizione all’accordo Ue-Turchia.

 

Il fallimento del nuovo accordo con la Libia sarebbe un brutto colpo nella politica di Minniti di rinvigorire la stipula di trattati di riammissione con paesi di origine e di transito. Senza questo tassello, inoltre, anche la creazione dei Cie non avrebbe più senso, perché la reclusione amministrativa è inutile se non si può assicurare il rimpatrio dei migranti reclusi.

 

Manca ancora, non solo in Italia, ma anche in Europa, la consapevolezza del fatto che l’unico modo per contenere i flussi irregolari di migranti è l’apertura di canali migratori legali e di passaggi sicuri per chi cerca protezione.

Bianca Benvenuti, AffInt 18

 

 

 

Deficit sotto tiro. Gentiloni affronta il primo bivio

 

Il premier Gentiloni e il ministro Padoan sono di fronte a un bivio dopo l'invio da Bruxelles a Roma della lettera con cui l'Unione europea chiede una manovra aggiuntiva pari allo 0,2 per cento del Pil. Il governo italiano può tenere duro sulla posizione dichiarata fino a ieri, cioè nessuna manovra aggiuntiva, facendo automaticamente scattare una procedura d'infrazione. Oppure può pagare e in questo caso deve mettere mano al portafoglio. In tutti e due i casi si tratta di una situazione molto sgradevole, con possibili ripercussioni sui mercati dove l'Italia già è considerata un Paese dal rating non proprio brillantissimo. Se questo dato si incrocia con le stime del Fondo monetario che ha abbassato i dati previsti di crescita per l'Italia sia per quest'anno che per l'anno prossimo, si capisce che il compito che attende Gentiloni e Padoan non è per niente facile. È una situazione ampiamente prevista da alcuni mesi. La Commissione europea, sottoposta da Renzi in campagna elettorale a una ripetuta serie di colpi in funzione anti austerity e quindi anti Merkel, aveva aspettato a reagire nella speranza che il premier italiano avrebbe vinto il referendum arginando così l'avanzata dei populisti. Così non è stato e quindi adesso non c'è più motivo di prudenza o cortesie diplomatiche. La Ue presenta quindi il conto che significa una manovra aggiuntiva di circa tre miliardi e mezzo. Ma non è la manovra aggiuntiva il dato che deve preoccupare di più il governo, quanto la stima del Fondo monetario che - nonostante il parere contrario del ministro Padoan - certifica l'incapacità dell'Italia di agganciare la ripresa che invece negli altri Paesi europei è diventata più consistente. E se il governo italiano è sottoposto all'ultimatum di Bruxelles, deve anche difendersi dagli attacchi di Berlino che mette sotto pressione la Ue perché chieda alla casa automobilistica Fca di ritirare alcuni popolari modelli di vetture accusate di emissioni irregolari. Lo scontro con il governo di Roma - accusato di aver saputo ma di aver taciuto sulle presunte irregolarità - è di una durezza senza precendenti. Gianluca Luzi  LR 17

 

 

 

 

Consulta boccia referendum sull'art. 18. Sì a quesiti su voucher e appalti

 

La Corte costituzionale ha bocciato il referendum sull'art.18 promosso dalla Cgil.

La decisione al termine della Camera di consiglio, che ha dichiarato inammissibile il quesito che proponeva la cancellazione delle norme del Jobs act in materia di licenziamenti illegittimi che prevedono il pagamento di un indennizzo invece del reintegro sul posto di lavoro.

Via libera invece ai referendum su voucher e responsabilità solidale in materia di appalti. La Corte costituzionale ha infatti dichiarato ammissibili i quesiti proposti dalla Cgil relativi alla abrogazione delle disposizioni limitative della responsabilità solidale in materia di appalti e la richiesta di soppressione delle norme relative al Buono per il lavoro accessorio.

Camusso: "Valutiamo ricorso" - "Siamo convinti che la libertà dei lavoratori passi dalla loro sicurezza e quindi continueremo la nostra iniziativa contrattuale per ristabilire il diritto così come valuteremo tutte le possibilità, compresa quella di un ricorso alla Corte Ue sulle norme sui licenziamenti". E' il segretario generale Cgil, Susanna Camusso, a profilare così la possibilità che il sindacato impugni la sentenza della Consulta italiana sull'articolo 18.

"Nessuno pensi che questa battaglia è finita, va continuata e continuerà. A chi pensa che ora tutto andrà avanti come prima dico che non devono dormire sonni tranquilli: per noi i comportamenti illegittimi devono essere sanzionati", avverte il leader Cgil.

D'altra parte, annota ancora Camusso, "non ricordo precedenti di analoga quotidiana pressione rispetto a come si sarebbe dovuto decidere, così come vorremmo dire che è stato dato per scontato che era dovuto l'intervento del governo tramite l'Avvocatura dello Stato: non era dovuto, è stata una scelta politica e da questa scelta e dalle memorie presentate noi partiremo nel valutare il senso ed il segno delle intenzioni del governo". Adnkronos 11

 

 

 

 

Dopo la decisione della Consulta elezioni anticipate più lontane

 

La Corte costituzionale ha dichiarato inammissibile il referendum promosso dalla Cgil contro il Jobs act, mentre ha dato via libera agli altri due quesiti, uno dei quali chiede l'abolizione dei voucher. Ma su questo strumento di pagamento del lavoro accessorio il governo aveva già annunciato l'intenzione di modificarlo dopo le polemiche sull'uso eccessivo dei ticket. Modificare ma non abolire uno strumento considerato utile da molti economisti e dal presidente dell'Inps Boeri per l'emersione del lavoro nero. Il No della Consulta al referendum proposto dalla Cgil ha diverse conseguenze politiche. Prima di tutto mette al riparo una delle principali riforme del governo Renzi, quella sul mercato del lavoro. Contemporaneamente, però, mette al sicuro il governo Gentiloni e forse allontana l'ipotesi di elezioni politiche anticipate in primavera, come vorrebbe l'ex premier Renzi. Se il referendum fosse stato approvato, infatti, il solo modo per evitare un'altra catastrofe come quella del referendum costituzionale, sarebbe stato quello di mandare gli italiani alle urne per le politiche. Non sarà necessario e per questo le elezioni possono aspettare, se Renzi non riesce a trovare il modo per vincere le resistenze nel suo partito e soprattutto al Quirinale. Inutile dire che anche la minaccia di Speranza (sinistra dem) di votare Sì al referendum anti Jobs act perde di significato. Acquista invece ancora più importanza la sentenza della Consulta sull'Italicum prevista il 24 gennaio. Perché solo da quella data, e a partire dalla sentenza, i partiti cominceranno seriamente a mettere mano alla legge elettorale che - secondo la volontà del presidente Mattarella - dovrà essere armonica tra Camera e Senato per non creare ostacoli alla governabilità del Paese. L'accordo fra le forze politiche sembra lontanissimo: si confrontano  concezioni ed esigenze opposte. Da una parte il maggioritario di Renzi che propone il ritorno al Mattarellum. Dall'altra il proporzionale di Berlusconi che non vuole assolutamente cedere a Salvini che propone a sua volta il maggioritario. Ma anche all'interno del Pd le posizioni sono molto divaricate con la sinistra che è più propensa al proporzionale. I Cinquestelle - ancora sotto shock per l'eurodisastro dei gruppi parlamentari - si limitano a dire che bisogna votare subito, anche con sistemi diversi tra Camera e Senato. Renzi intanto, anche in vista di elezioni a giugno, sta progettando la ristrutturazione del partito, guardando soprattutto alla fascia 20-40 anni (passata in massa ai grillini o all'astensionismo) e ai territori, cioè al rapporto con le realtà locali. Per questo il segretario ha intenzione di chiamare una decina di sindaci nella nuova segreteria. Gianluca Luzi LR 11

 

 

 

 

Venticinque anni dopo

 

Era l’inverno del 1992 quando s’innescò la vicenda, poi, chiamata “mani pulite”. Sembrava, al principio, una normale operazione di polizia, era, invece, l’inizio della scoperta di un complesso meccanismo che ha contribuito al tramonto della Prima Repubblica e dei suoi partiti.

 

 Ora, sembra che i fatti, sotto altra politica, tornino, prepotentemente, alla ribalta.  L’Italia del 1992 è lontanissima. Un sistema politico è tramontato; con la scomparsa dei partiti d’allora o la loro frammentazione. I “mali” della Penisola, però, sono riaffiorati. I corrotti e i corruttori sono tornati, ufficialmente, alla ribalta dopo ventitré anni dagli eventi che avevano dato scacco matto a un certo costume di tangenti e opportunismi.

 

 Nessuno, ora, può considerarsi senza ”peccato” e le responsabilità sono rincarate proprio per la situazione di generale degrado nel quale si trova il Paese. Come in allora, non ci sono scusanti, né scelte mitigatorie. Prima per Lire, ora per Euro, l’onestà ha lasciato il posto alla corruzione. Non importa se sotto altre vesti, sempre di cattiva gestione della cosa pubblica si tratta. Basta, però, con i garantismi di facciata. Prima si scoperchierà la “pentola” e prima s’identificheranno i responsabili. Perché “dare” e “prendere” continua a taglieggiare il Popolo italiano.

 

 La garanzia di pene certe resta indispensabile. Chi ha sbagliato, o sbaglierà, non deve avere diritto a “sconti”. Non ci dovrebbero essere dubbi in proposito. Resta, invece, da focalizzare lo spirito d’autocritica di chi ha sbagliato. Errato nei confronti del Paese e in quelli del partito che ha rappresentato. Riconoscere, o scovare, gli errori resta un segnale d’evoluzione politica, anche se non sempre spontanea, che potrebbe rappresentare un successivo passo per liberare il Paese da dilemmi che non dovrebbero essere suoi.

 

 Le formazioni di potere hanno, comunque, radici profonde e le scelte di governo continuano a essere contenute e condizionate. Tanto da farci ricadere nel dubbio. Dopo ventiquattro anni, una scena di politica becera s’è proposta alla pubblica opinione. Mancano ancora, ne siamo certi, quei segnali di coscienza responsabile indispensabili per ridare fiducia al Paese. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Appuntamenti. Italia: l’agenda politico-istituzionale del 2017

 

Ci sono alcuni punti fermi ma anche molte incognite nell'agenda dell'anno appena iniziato. Il calendario prevedeva un primo appuntamento per l'11 gennaio con il verdetto della Corte costituzionale sui referendum in materia di lavoro. Sui due quesiti (su tre) ammessi dalla Consulta si voterà secondo la legge in una domenica compresa tra il 15 aprile e il 15 giugno, sempre che le norme oggetto della consultazione non siano modificate in modo significativo o che la legislatura si interrompa con elezioni anticipate (e qui siamo già nel campo delle incognite). Il prossimo appuntamento in calendario vede ancora in primo piano la Corte costituzionale, che il prossimo 24 gennaio deciderà sui ricorsi presentati contro la nuova legge elettorale, nota alle cronache come Italicum

 

Ci sono alcuni punti fermi ma anche molte incognite nell’agenda politico-istituzionale dell’anno appena iniziato.

Il calendario prevedeva un primo appuntamento per l’11 gennaio con il verdetto della Corte costituzionale sui referendum in materia di lavoro. Sui due quesiti (su tre) ammessi dalla Consulta si voterà secondo la legge in una domenica compresa tra il 15 aprile e il 15 giugno, sempre che le norme oggetto della consultazione non siano modificate in modo significativo o che la legislatura si interrompa con elezioni anticipate (e qui siamo già nel campo delle incognite). Il prossimo appuntamento in calendario vede ancora in primo piano la Corte costituzionale, che il prossimo 24 gennaio deciderà sui ricorsi presentati contro la nuova legge elettorale, nota alle cronache come Italicum.

Non senza aver ricordato che dal 1° gennaio e per tutto il 2017 l’Italia sarà membro del Consiglio di sicurezza dell’Onu, c’è da sottolineare che la primavera sarà segnata da eventi internazionali molto rilevanti. Il 25 marzo ricorrono i sessant’anni dei “trattati di Roma”, gli atti con cui furono istituite la Comunità economica europea e la Comunità europea dell’energia atomica, gli antecedenti diretti della Ue. Un anniversario che cade in un momento di grande difficoltà per la prospettiva europeista e che, al di là degli aspetti celebrativi che vedranno al centro la capitale italiana, diventerà motivo per fare il punto sullo stato dell’Unione e per confrontarsi sul suo futuro.

Il 26 e il 27 maggio, a Taormina, si terrà invece il G7, il supervertice economico che riunisce Usa, Giappone, Germania, Gran Bretagna, Francia e Canada e Italia. Sarà la prima riunione con Trump presidente degli Stati Uniti e con Londra fuori dall’Unione europea. L’esperienza insegna che questi vertici rappresentano anche uno sforzo organizzativo eccezionale e richiedono misure di sicurezza straordinarie.

Se il tema delle elezioni anticipate, pur così centrale nel dibattito pubblico (e ci torneremo), non compare formalmente nell’agenda, un appuntamento elettorale di notevole rilievo è invece già programmato anche se non se ne parla ancora con intensità. Tra il 15 aprile e il 15 giugno è infatti previsto il voto in quasi mille comuni, tra cui quattro capoluoghi di regione (Genova, Palermo, Catanzaro e L’Aquila) e ventidue capoluoghi di provincia (Alessandria, Asti, Belluno, Como, Cuneo, Frosinone, Gorizia, La Spezia, Lanusei, Lecce, Lodi, Lucca, Monza, Oristano, Padova, Parma, Piacenza, Pistoia, Rieti, Taranto, Trapani e Verona). Tra i 990 comuni chiamati alle urne sono otto quelli che superano i 100mila abitanti.

Passata l’estate, in autunno, il Parlamento dovrà poi affrontare la sessione di bilancio, un passaggio politico fondamentale in cui dovrà essere presentata e approvata la manovra economica per il 2018, anno in cui arriverà a scadenza naturale la legislatura nata dalle elezioni politiche del febbraio 2013.

Le cronache ci raccontano quasi ogni giorno della sollecitazione che arriva da importanti personalità e forze politiche affinché si rinnovi quanto prima il Parlamento in conseguenza – questa la loro tesi – di un quadro radicalmente cambiato con il voto sul referendum costituzionale dello scorso 4 dicembre. Probabilmente nessuno è in grado di prevedere che cosa accadrà nei prossimi mesi. Certo è, però, che nel nostro ordinamento il potere di scioglimento delle Camere appartiene al presidente della Repubblica e che l’interruzione anticipata della legislatura presuppone che il Parlamento non sia più in grado di esprimere una maggioranza di governo. Il presidente Mattarella ha anche sottolineato più volte come prima di andare alle urne sia necessario mettere ordine nelle leggi elettorali, armonizzando i sistemi di Camera e Senato (attualmente ispirati a logiche opposte) per consentire al voto di fornire risultati chiari. Anche per questo c’è molta attesa per la decisione della Corte costituzionale sull’Italicum.

Se dall’agenda delle scadenze istituzionali si passa all’agenda dei contenuti, è veramente arduo anche soltanto tentare una sintesi. Basti pensare, a titolo di esempio, che ci sono da portare al traguardo ben quattro disegni di legge collegati a passate leggi di bilancio, due dei quali importantissimi: le misure di contrasto alla povertà e la riforma della giustizia civile. Intanto il nuovo ministro dell’Interno ha annunciato che entro gennaio presenterà un pacchetto sicurezza e un pacchetto immigrazione. E su quest’ultimo tema c’è da ricordare che è ancora ferma la legge sullo ius soli, che prevede finalmente il diritto alla cittadinanza per i bambini nati in Italia da genitori stranieri. Per non parlare delle cosiddette “politiche attive” per il lavoro dei giovani e dei provvedimenti di cui hanno un bisogno urgente e drammatico le nostre famiglie. Non è demagogia chiedere alla politica di sintonizzare i suoi tempi con quelli della società. Stefano De Martis

Sir 14

 

 

 

I lavori della riunione degli addetti scientifici “L'innovazione che parla italiano”

 

Promosso da Maeci e Miur l'incontro degli addetti scientifici che operano all'interno della rete diplomatico-consolare italiana in tutto il mondo, pensato come appuntamento annuale per mettere in evidenza il contributo e le potenzialità del Paese nel campo della ricerca scientifica, della tecnologia e dell'innovazione

 

ROMA – Nell'ambito del programma di promozione culturale “Vivere all'italiana”, la Farnesina ospita da questa mattina la riunione degli addetti scientifici che operano presso la nostre sedi consolari in tutto il mondo – 25 addetti scientifici più 2 addetti spaziali a Bruxelles e Washington – intitolata “L'innovazione che parla italiano”, evento pensato quale incontro annuale per mettere in evidenza il contributo e le potenzialità del Paese nel campo della ricerca scientifica, della tecnologia e dell'innovazione.

Ad aprire i lavori il saluto del ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, Angelino Alfano, che ha sottolineato come l'innovazione sia, come la nostra lingua, un tassello essenziale afferente all'identità italiana e che “coniuga la nostra storia con il nostro sguardo verso il futuro”. “Quello di cui ci occupiamo oggi ha a che fare con la diplomazia perché la funzione del diplomatico moderno ha quanto mai bisogno dell'espertise degli scienziati; la diplomazia economica e scientifica è elemento importante e vocazionale nel tempo attuale della storia – afferma Alfano, annunciando un evento organizzato il 31 gennaio prossimo a Confindustria proprio per evidenziare “l'impatto economico dell'attività del Maeci in termini pratici e di prospettiva”.

“Noi – prosegue il Ministro - non siamo una superpotenza militare. Siamo una importante potenza industriale, che ha comunque potenze industriali che la precedono, ma siamo, in primo luogo, una superpotenza della bellezza, della cultura e della scienza” ed è questa “grande postura con cui stiamo nel mondo” che – afferma Alfano - “dobbiamo accentuare”. “Questa è la finalità ultima del lavoro degli addetti scientifici e che credo debba essere fatto in coordinamento con tutte le altre strutture del Sistema Paese – rileva ancora il Ministro, segnalando come il patrimonio di innovazione scientifica e tecnologica di cui disponiamo, indispensabile all'internazionalizzazione della nostra economia e delle nostre aziende, sia certificato dai dati del rapporto sull'innovazione del 2016 che riconosce alle pmi italiane di essere tra le più innovative d'Europa, “ed è per questo che l'Italia è il secondo Paese manifatturiero d'Europa”. Alfano ricorda anche come proprio l'innovazione tecnologica sarà uno dei pilastri del G7 che sarà presieduto dall'Italia e, tra i recenti provvedimenti dell'esecutivo, rileva come il piano “Industria 4.0” abbia tra le sua finalità la facilitazione della trasformazione della ricerca in innovazione industriale mettendo a sistema ricerca, formazione, industria e manifattura. Sottolinea infine come la promozione della ricerca scientifica sia connesso a quella di lingua e cultura, per questo entrambi i settori rientrano nel piano di promozione straordinaria recentemente lanciato dal Maeci in occasione della conferenza dei direttori degli Istituti Italiani di Cultura all'estero, e come essa aiuti non solo la competitività dell'Italia nel mondo ma anche il “dialogo indispensabile alla pace e alla sicurezza”. “La cooperazione scientifica e il fare ricerca insieme avvicina i popoli – ricorda Alfano - e non dobbiamo dimenticare che la pace è un obiettivo che l'Europa si è data e che, seppure centrato per questo lungo periodo, non dobbiamo dare per scontato e continuare a mantenere anche attraverso l'esercizio della diplomazia, compresa quella scientifica”.

Il ministro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, Valeria Fedeli, rimarca l'importanza della sinergia stabilita tra Miur e Maeci e rileva come essa vado ulteriormente rafforzata, “non solo nel settore della ricerca, per diffondere il senso e il valore della cittadinanza globale, favorendo le occasioni di scambio”. “In un tempo che ci chiama a scelte innovative e qualificate, penso che possiamo vincere le sfide che abbiamo di fronte solo cooperando, in particolare sul lato dell'educazione, dell'istruzione, della formazione e del sapere scientifico, sia in ambito bilaterale che multilaterale – prosegue Fedeli, rilevando come grazie alla ricerca e alla scienza si siano aperte strade di dialogo “inattese e importanti con Paesi apparentemente lontani, come con la Cina e l'Iran”, oppure si siano consolidate collaborazioni già collaudate, con con gli Usa e Israele o con la Svizzera, presente alla giornata con il segretario di Stato per la ricerca scientifica e l'innovazione, Mauro Dell'Ambrogio. Il Ministro definisce quindi la scienza “un potente strumento di diplomazia e concreta cooperazione”, ricordando ad esempio l'importanza del programma di cooperazione sui sistemi alimentari e le risorse idriche del Mediterraneo, cui contribuiscono 9 Paesi membri e 6 non europei, ideato nel semestre di presidenza italiana dell'Unione e ora in fase di finalizzazione, e come solo “dall'incontro tra scienza e conoscenza nascano risposte alle grandi questioni planetarie poste dallo sviluppo sostenibile”. Ricorda come gli “addetti scientifici rappresentino il nostro sistema dell'alta formazione e della ricerca in tutto il mondo, anche in un'ottica di integrazione fruttuosa con il mondo privato e con quello delle imprese innovative” e come al Miur spetti “il compito ad aiutare la ricerca e la scienza ad aprirsi ancora di più per far avanzare la società nel suo insieme in un processo di trasferimento di conoscenza che libera e crea opportunità per tutti”. “L'internazionalizzazione della ricerca è dunque una nostra priorità – continua ancora Fedeli, sottolineando la qualità del capitale umano presente nel nostro Paese, il cui trasferimento all'estero va a suo avviso sostenuto perché è “occasione positiva e non un limite” e “crea collegamenti preziosi”, a volte permanenti e che vanno rafforzati, con il Paese di origine, e ciò vale anche per i ricercatori stranieri presenti in Italia. Richiamato infine, nell'ambito del G7, l'evento sulla ricerca scientifica in programma a Torino nel mese di settembre, momento di riflessione su temi proposti dall'Italia, il cui impatto a livello globale potrà essere monitorato – suggerisce Fedeli - dagli addetti scientifici, e l'evento che coinvolgerà domani 150 studenti delle scuole secondarie per le celebrazioni dell'articolo 9 della Costituzione e che riguarda la partecipazione dei cittadini alla ricerca scientifica e tecnologica.

Di seguito interviene Dell'Ambrogio che si sofferma sull'importanza della cooperazione scientifica con l'Italia e l'Europa in particolare e rileva come il sistema della ricerca e dell'università svizzeri siano costitutivamente aperti al mondo: “in Svizzera – precisa – non può diventare professore chi non ha nel suo curriculum una importante esperienza internazionale”. Sottolinea inoltre l'importanza della dimensione europea della competizione scientifica, le iniziative messe in campo per incentivare l'internazionalizzazione dell'alta formazione e l'innovazione quale “elemento di sopravvivenza” di una qualsiasi realtà economica nel mercato svizzero, visto che il 50% del Pil della Confederazione – ricorda – è dato dall'esportazione. Ricorda come lo Stato si limiti a curare le condizioni-quadro della competizione e come l'innovazione non attenga unicamente al settore tecnologico. Sul fronte della cooperazione con l'Italia, il segretario di Stato si augura che essa prosegua su iniziative come quella della Settimana della Lingua italiana nel mondo e possa essere replicata anche su idee o eventi legati alla ricerca scientifica e tecnologica, dal momento che la Svizzera dispone di “consolati scientifici” - Swissnex - in alcune aree geografiche dove il tasso di innovazione è importante.

Nel corso della mattinata sono anche intervenuti l'artista Fabrizio Plessi, che ha illustrato il senso della sua installazione “Materia prima” posta al centro della Sala Conferenze internazionali, sede dell'evento, insieme al critico d'arte Alberto Fiz. L'opera, che trae ispirazione proprio dal legame tra arte e tecnologia, fa parte della collezione Farnesina, “programma unico dedicato all'arte contemporanea italiana – precisa il direttore generale per la Promozione del Sistema Paese del Maeci, Vincenzo De Luca, moderatore della riunione – che si inserisce nell'idea di promozione integrata perseguita dal Ministero”.

Premiati quindi dal ministro Alfano il ricercatore Carlo Ratti, che si occupa al Mit di Boston di soluzioni per le smart cities – premio per la cooperazione scientifica bilaterale, – e Salvatore Mascia – premio alla migliore start up “l'innovazione che parla italiano” promosso in collaborazione con il Miur e con l'incubatore Pni del Politecnico di Torino – per una realtà fortemente innovativa che opera nel settore della manifattura farmaceutica.

Nella seconda parte della mattinata la tavola rotonda intitolata “L'innovazione che parla italiano” moderata dal giornalista Luca De Biase, di Nova24. Ad essa sono intervenuti il presidente del Cnr, Massimo Inguscio, che ha richiamato tra i campi di ricerca ad alta potenzialità per l'Italia quello della fisica quantistica, su cui sono attesi una serie di bandi di finanziamento europeo, e ricordato come, oltre alle risorse, sia indispensabile per la buona riuscita dei progetti anche la creazione di sinergie; Ernesto Ciorra, responsabile innovazione e sostenibilità dell'Enel, che ha sottolineato l'importanza della cultura dell'errore, dell'umiltà e dell'apertura a nuove soluzioni in un eco-sistema che favorisce risposte altamente innovative; Gaetano Manfredi, presidente Crui, che ha rilevato come occorra fare di più per l'attrazione di ricercatori stranieri nelle Università italiane, intercettando in particolare i programmi di borse di studio dei Paesi emergenti; Marco Cantamessa di Pni Cube, che ha ricordato come il terzo polo di attività degli atenei, oltre a didattica e ricerca, sia quello dell'innovazione, e illustrato l'attività dell'incubatore torinese, a stretto contatto con le aziende e il tessuto industriale locale; Riccardo Luna, direttore dell'Agi, che ha sottolineato l'importanza del racconto dell'Italia anche per vincere la sfiducia che a volte prevale in coloro che sono emigrati all'estero, evidenziando come le buone idee e progetti debbano essere curati anche nel loro compimento – ha ricordato a questo proposito “Innovitalia”, la rete di ricercatori italiani all'estero presentata alla Farnesina nel 2012, un'idea importante ma purtroppo non sviluppata; Paola Castagnoli, direttore del Polo di genomica, genetica e biologia di Perugia che ha auspicato un ampliamento della rete degli addetti scientifici all'estero; Fernando Ferroni, presidente dell'Istituto nazionale di Fisica nucleare, che ha auspicato la segnalazione da parte di questi ultimi di esperienze innovative di successo all'estero, che potrebbero essere replicate in Italia; Francesca Pasinelli, direttore generale di Telethon, che ha rimarcato l'importanza di considerare sempre il valore generato dalla ricerca, più che lo strumento di finanziamento messo in campo; Andrea Bianchi, direttore Politiche industriali di Confindustria, che che ricordato come rivoluzione digitale, sostenibilità ambientale e scienze della vita siano le sfide dell'industria italiana che richiedono alta innovazione; Paolo Taticchi, docente dell'Imperial College di Londra, che ha illustrato gli strumenti di promozione dell'innovazione messi in campo dall'ateneo; Roberto Battiston, presidente dell'Agenzia Spaziale Italiana, che ha richiamato l'importanza e la tradizione del settore di ricerca tecnologia e scientifica aerospaziale italiano.

In conclusione anche l'intervento del vice ministro agli Esteri Mario Giro, che ha rilevato come possa costituire ostacolo all'innovazione uno “scetticismo antropologico” caratteristico del nostro Paese, che si esercita sulle nuove idee, ma anche “sul discorso del fare sistema”. “La connessione, che tanto ricerchiamo e di cui abbiamo molto parlato anche stamattina, è difficile da realizzare perché spesso ci sembra che il meglio sia nemico del bene – afferma Giro, ricordando come vi siano sempre resistenze al cambiamento e come il confronto e l'apertura all'innovazione richiedano la capacità, da parte di tutti gli attori coinvolti, di mettersi in discussione e fare autocritica. Oltre alla resistenza al cambiamento, poi, c'è la difficoltà di raccontare, all'estero e al Paese stesso, ciò che si fa e si sta cercando fare, come nel caso dell'esistenza di importanti punti di eccellenza del sistema universitario e della ricerca italiana, ma anche di centri d'eccellenza poco noti – il vice ministro richiama a questo proposito il Polo scientifico di Trieste, dove sono passati molti ricercatori stranieri che hanno imparato l'italiano e sono in qualche modo legati al nostro Paese, rapporto che, una volta conosciuto, andrebbe quindi coltivato e valorizzato. Sono punti deboli, cui ha concorso in qualche modo anche la politica – ammette il vice ministro – e che incidono sul “discorso reputazionale del nostro Paese, che è molto importante”. Dopo aver ricordato l'impegno messo in campo negli ultimi anni, anche sul fronte del reperimento di risorse, per la ricerca, il vice ministro sottolinea come resti ancora molto da fare anche e soprattutto sul fronte “delle alleanze con il privato”. “Il governo cerca di fare la sua parte e siamo aperti alle critiche - afferma Giro, che ritiene si possa fare un salto di qualità solo stabilendo queste alleanze, facendo “connessioni sussidiarie” e “mostrando casi in cui fare sistema funziona”, piuttosto che parlarne. E proprio per la connessione, anche con il mondo dell'industria pubblica e privata, sono indispensabili gli addetti scientifici. “Ci stiamo aprendo a nuovi spazi geopolitici – ricorda Giro, replicando alle sollecitazioni relative all'ampliamento della rete, - ma è importante che questo non sia un innamoramento dettato dalla moda e dare continuità al nostro impegno”. Viviana Pansa, Inform 9

 

 

 

Promossi dalla CEI e dalla Comunità di Sant’Egidio. Profughi, al via i nuovi corridoi umanitari

 

È stato firmato oggi al Viminale il Protocollo di intesa per l’apertura di nuovi corridori umanitari che permetteranno l’arrivo in Italia, nei prossimi mesi, di 500 profughi eritrei, somali e sud-sudanesi, fuggiti dai loro Paesi per i conflitti in corso.

A siglare il “protocollo tecnico” quattro soggetti: la Conferenza Episcopale Italiana (che agirà attraverso la Caritas Italiana e la Fondazione Migrantes) con il Segretario Generale, Mons. Nunzio Galantino, e la Comunità di Sant’Egidio con il suo Presidente, Marco Impagliazzo, come promotori; il Sottosegretario all’Interno Domenico Manzione e il Direttore delle politiche migratorie della Farnesina, Cristina Ravaglia, per lo Stato italiano.

“Troppo spesso ci troviamo a piangere le vittime dei naufragi in mare, senza avere il coraggio poi di provare a cambiare le cose: questo Protocollo consentirà un ingresso legale e sicuro a donne, uomini e bambini che vivono da anni nei campi profughi etiopi  in condizioni di grande precarietà materiale ed esistenziale”, dichiara Mons. Galantino, che aggiunge: “La Chiesa Italiana si impegna nella realizzazione del progetto facendosene interamente carico – grazie ai fondi 8 per mille – senza quindi alcun onere per lo Stato italiano;  attraverso le diocesi accompagnerà un adeguato processo di integrazione ed inclusione nella società italiana”.

Il fondatore della Comunità di Sant’Egidio, Andrea Riccardi, commenta: “Questo accordo per nuovi corridoi umanitari, che siamo felici di realizzare con la Cei, risponde al desiderio di molti italiani di salvare vite umane dai viaggi della disperazione. Si tratta di un progetto che offre a chi fugge dalle guerre non solo la dovuta accoglienza ma anche un programma di integrazione. L’Europa, tentata dai muri come scorciatoia per risolvere i suoi problemi e troppe volte assente, guardi a questo modello di sinergia tra Stato e società civile replicabile anche in altri Paesi”.

Secondo l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhcr), l’Etiopia oggi è il Paese che accoglie il maggior numero di rifugiati in Africa, più di 670.000 persone: un afflusso di dimensioni tanto ampie è stato determinato da una pluralità di motivi, da ultimo la guerra civile in Sud Sudan scoppiata nel dicembre 2013. RI, deit.press 12

 

 

 

L’incertezza

 

Notiamo palesi difficoltà nell’ipotizzare nuove alleanze e la stabilità di questo Esecutivo resta un rebus del quale non s’identificano le reali dimensioni. Ora, trovare la strada del dialogo. Sono i Partiti italiani che non ci convincono. Né di Maggioranza, né d’Opposizione. Non ci sentiamo sicuri sulle assicurazioni di un riformismo sempre più di facciata. Del resto, ma già lo abbiamo scritto, resta la questione di una stabilità politica della quale il Paese ha estremo bisogno.

 

Se si tiene conto che il nostro PIL resterà intorno al +1,7%, almeno per tutto l’anno, ogni ottimistica previsione ha da essere accantonata. C’è solo da sperare, pur con molte riserve, che la “crisi” porti consiglio. Anche perché i nostri politici, dopo tante scissioni, sono sempre meno credibili. I risultati referendari non hanno modificato questa realtà. Del resto, avevamo registrato ancora troppe incertezze e grossolane incongruenze.

Renzi, consciamente o meno, ha stravolto le strategie parlamentari alle quali c’eravamo adattati. Non rimpiangiamo, per carità, i politici del passato, ma siamo preoccupati per l’assenza d’uomini capaci di proposte più praticabili per il futuro. I signori Parlamentari sono rimasti tutti. Magari hanno saltato il fosso dal partito d’origine, ma si sono ben guardati dal defilarsi. Per male che vada, c’è sempre il gruppo parlamentare “misto”. Insomma, la strategia del “rimanere” resta sempre vincente.

 

Come a rammentare che la fiducia dell’elettorato è da meritare proprio tutta e senza singolari “apparentamenti”. Insomma, meno parole, meno promesse e più fatti; anche se pochi. Di tutte le altre apparenze possiamo fare, volentieri, a meno. Intanto, il futuro d’Italia resta in “forse”. Prenderne atto non è più sufficiente per evitare una crisi politica che vediamo sempre più prossima. Non sarà l’alba del 5 dicembre, con la conta referendaria, a sollevarci dall’ambascia. L’analisi politica ha bisogno di ben altro per essere attendibile.  Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Inquinamento. I furbi del dieselgate

 

Ora sul banco degli accusati è finita l’italo-americana Fca (Fiat-Chrysler), ma pure sulla francese Renault si stanno addensando nubi minacciose. E siccome le tecnologie sono spesso condivise (motori, cambi, addirittura pianali), il rischio è che buona parte del mondo automobilistico si scopra al di fuori delle regole che disciplinano le emissioni inquinanti degli autoveicoli

 

In origine fu Volkswagen, “beccata” dagli americani ad alterare i sistemi di contenimento delle emissioni inquinanti: una bruttissima figura, multe miliardarie ma – strano a rilevarsi – con la concorrenza tutto sommato silenziosa nel maneggiare un’involontaria arma che avrebbe potuto creare molti più danni a uno dei più grossi produttori mondiali di auto.

 

Comportamenti da gentlemen? O forse molta coda di paglia? Perché si stanno scoprendo gli altarini: ora sul banco degli accusati è finita l’italo-americana Fca (Fiat-Chrysler), ma pure sulla francese Renault si stanno addensando nubi minacciose. E siccome le tecnologie sono spesso condivise (motori, cambi, addirittura pianali), il rischio è che buona parte del mondo automobilistico si scopra al di fuori delle regole che disciplinano le emissioni inquinanti degli autoveicoli.

Tutti lazzaroni, dunque? O forse il problema è un altro: le case automobilistiche si sono trovate ad affrontare decisioni politiche “lunari” rispetto alle tecnologie esistenti.

Il legislatore europeo in particolare ha deciso che le emissioni dovessero diminuire di un tot (avete presente le famose euro 5, euro 6?) entro breve tempo – qualche anno per l’industria automobilistica è “breve periodo”. Così ci si fa belli davanti ai cittadini-elettori, guardate qui come siamo bravi a ridurre l’inquinamento atmosferico. Almeno su carta.

Poi ci sono inchieste giornalistiche e prove su strada che certificano come le reali emissioni delle automobili fresche di immatricolazione siano il 50% superiori a quanto dichiarato. Un dato che consideriamo “normale” quando si tratta dei consumi: la favola di quelli dichiarati dalle case automobilistiche non è mai a lieto fine, quando poi li sperimentiamo nella guida di tuti i giorni.

Ma sulle emissioni…

Forse tutto ciò farà finalmente gridare che il re è nudo: non possiamo imbottirci di Suv pesanti e non aerodinamici, e pretendere che consumino e inquinino come una bicicletta, tanto per dire. Non possiamo credere che l’evoluzione tecnologica non rispetti le regole fisiche e chimiche, perché il legislatore la pensa diversamente. Non possiamo costruire auto in cui viene utilizzata l’urea per produrre ammoniaca che abbatta l’ossido di azoto e quindi… Ma il buonsenso?

È vero che alzare l’asticella fino all’impossibile, porta a cambiare scenario, a spingere sull’alimentazione ibrida, elettrica, a idrogeno. Ma anche qui non ci si arriva in un amen, servono investimenti economici colossali, affidabilità comprovata, una produzione adeguata, una rete di rifornimento estesa, insomma est modus in rebus.

Nel frattempo, vogliamo la moglie ubriaca e la botte piena: scarichi dalla marmitta che profumino di aria di alta montagna, ma anche auto da due tonnellate che usiamo per andare alla posta, a un chilometro da casa. Nel frattempo, si rischiano le baruffe tra Stati, perché l’industria automobilistica è un caposaldo dell’economia moderna e nessuno vuole rischiare tracolli di Pil e occupazione. Nel frattempo, sono giorni di gogna mediatica ed economica per chi viene “beccato” (a torto o a ragione, vedremo) ad inquinare più del dovuto. Anzi: del sognato. Nicola Salvagnin,  Sir 16

 

 

 

 

Patronati esteri, esposto dei pensionati truffati: “Falsificazioni continue. Il ministero sa ma non reprime”

 

IL primo firmatario: "Siamo davanti a un business di 35-40 milioni di euro l’anno che dal 2001 a oggi ha fruttato oltre mezzo miliardo a un ristretto numero di soggetti. Con troppe irregolarità. E senza alcun controllo"  - di Anna Morgantini

Carte false. Statisticazioni fasulle. Firme mancanti. Ispezioni-farsa. Emigranti derubati per comprare orologi di lusso o mantenere le amanti. E perfino ipotesi di “condotte penalmente o contabilmente rilevanti” per chi non ha controllato e represso i possibili illeciti, cioè il ministero del Lavoro. C’è di tutto, e anche di più, nel dossier che Giuliano Poletti si ritroverà sulla scrivania al ritorno delle vacanze: un esposto alla procura della Repubblica di Roma e alla Corte dei Conti contro il suo ministero e contro il sistema estero dei patronati. E’ datato 14 dicembre e reca in calce 27 firme, quasi tutte di pensionati italiani residenti in Svizzera e relativi familiari. Ossia le vittime della truffa messa in atto da Antonio Giacchetta, il direttore del patronato Inca-Cgil di Zurigo che tra 2001 e 2009 si è intascato 12 milioni, i risparmi e le pensioni di 36 emigranti, agendo “con grande egoismo e senza il minimo scrupolo”. Parola del tribunale distrettuale di Zurigo, che il 16 settembre 2015 lo ha condannato a 9 anni di galera e al risarcimento delle vittime.

“Le vittime, in realtà, non hanno mai visto un centesimo”, spiega Marco Tommasini, presidente del Comitato Difesa Famiglie e firmatario dell’esposto insieme al padre Roberto, derubato di tutti i suoi risparmi. “L’Inca Svizzera, condannata a rifondere il danno, ha chiuso i battenti e ha riaperto sotto un altro nome, negli stessi uffici e con lo stesso personale. L’Inca-Cgil Italia si è chiamata fuori. Ma continua a incassare finanziamenti per l’attività elvetica”. E il ministero del Lavoro? “Non ha vigilato, non ha controllato, non ha mosso un dito malgrado il comportamento sospetto di Giacchetta fosse stato ampiamente segnalato”.

 

Così i truffati hanno prima intentato una causa-pilota contro Inca-Cgil e ministero (la sentenza è prevista per il prossimo luglio), poi hanno imbracciato l’artiglieria pesante: l’avvocato che li sostiene, Pasquale Lattari, prima di Natale ha consegnato un poderoso dossier a Procura e Corte dei Conti. E’ la prima volta che i patronati italiani finiscono così clamorosamente sotto accusa.

MECCANISMO POCO SVIZZERO – “Siamo davanti a un business di 35-40 milioni di euro l’anno che dal 2001 a oggi ha fruttato oltre mezzo miliardo a un ristretto numero di soggetti. Con troppe irregolarità. E senza alcun controllo”. Il primo firmatario dell’esposto è Antonio Bruzzese, 72 anni, ex Fiom, ex Cgil, ex responsabile dell’Inca in Argentina. Uno che conosce i meccanismi dall’interno e li ha spiegati non solo al Cdf di Tommasini ma anche al Cqie, il Comitato per gli italiani all’estero del Senato: “I beneficiari del business sono sempre gli stessi: Inca-Cgil, Inas-Cisl, Ital-Uil ed Acli si spartiscono i finanziamenti pubblici praticamente senza concorrenza. E pur di gonfiare i rimborsi taroccano sistematicamente i registri e le pratiche, si inventano prestazioni inesistenti, fanno avere pensioni italiane a cittadini stranieri che non hanno alcun diritto. Le ispezioni del ministero sono passeggiate all’estero con tanto di accompagnamento da parte dei carabinieri. Ci sono sempre annunci preventivi”.

VIGILANZA ZERO – Il Cqie, presieduto dal senatore Claudio Micheloni (Pd), per due anni ha indagato sul funzionamento dei patronati all’estero. E dopo decine di audizioni e sopralluoghi in giro per il mondo nel marzo 2016 ha votato all’unanimità una relazione pesantissima. I senatori sono stati indecisi, fino all’ultimo, se consegnarla direttamente in Procura o affidarla a una possibile commissione parlamentare d’inchiesta. Nel dubbio non hanno fatto niente e il loro j’accuse, peraltro pagato dai contribuenti, è rimasto a far la polvere in Senato per mesi. Se oggi è arrivato magistrati è solo grazie ai pensionati di Zurigo, che dopo averlo letto si sono convinti che la truffa messa in atto da Giacchetta sia stata resa possibile proprio dall’ignavia del ministero. Che da anni, nelle sue relazioni al Parlamento (secondo la legge 152 del 2001 dovrebbe trasmetterne una all’anno, ma finora ne ha consegnate solo otto), lamenta “molte criticità” ma non ha mai fatto niente per combatterle.

LA BURLA DELLA ISPEZIONI – “A Zurigo, dove si è verificato il caso della truffa ai pensionati, ci sono state due ispezioni tra il 2001 e il 2008 e gli ispettori inviati dal ministero non hanno rilevato alcuna anomalia”. I senatori del Cqie lo hanno messo nero su bianco. La legge prevede controlli annuali alle sedi estere, ma tra 2008 e 2012 ne sono state fatte appena 159, “una media di 4 paesi l’anno su più di 20 paesi e circa 476 sedi di patronato”. In pratica, il ministero paga ai patronati all’estero 35-40 milioni l’anno a scatola chiusa, fidandosi delle autocertificazioni dei patronati stessi. E’ come chiedere all’oste se ha il vino buono. E per il ministero, che si mette in tasca circa 400mila euro l’anno per la sua ipotetica attività di vigilanza, è buono tutto, scrivono i senatori: “pratiche non finanziabili” o “con mandato di patrocinio irregolare, o prive di patrocinio, o con documentazione mancante o insufficiente”.

PIÙ SOLDI PER TUTTI – “Una truffa sistematica”, assicura Bruzzese. Che in una lettera al presidente del Senato Pietro Grasso ha usato una definizione ancora più preoccupante: “Trattasi di un robo (furto in spagnolo), voce del verbo rubare”. Tanto, paga pantalone. Ossia i lavoratori italiani. È dai versamenti obbligatori all’Inps, all’Inail e all’Ipsema che il ministero prende lo 0,199 per cento (fino al 2015 era lo 0,226) per finanziare il lavoro dei patronati. Di quello 0,199 per cento, il 9,90 per cento va ai patronati all’estero (e lo 0,10 al ministero per i famosi controlli). E non parliamo di bruscolini, visto che il Cqie certifica che per i patronati abbiamo speso 391,5 milioni nel 2015 e altri 314 nel 2016. Il business è ormai talmente lanciato che le sedi, soprattutto all’estero, nascono come funghi. Negli ultimi anni la Ital-Uil ha aperto ben 41 sedi solo in Germania, di cui 17 nel solo distretto di Francoforte e 13 in quello di Friburgo.

NON SVEGLIATE IL MINISTRO – Le prime segnalazioni sul caso Giacchetta sono arrivate in via Veneto tra 2008 e 2009. Governo Berlusconi IV, ministro Maurizio Sacconi, risultati zero. L’arresto, il processo e la condanna di Giacchetta sono entrati nella storia durante i governi Monti, Letta e Renzi, nella totale indifferenza dei ministri Elsa Fornero, Enrico Giovannini e Giuliano Poletti.

Non che ci sia stata maggiore attenzione sul resto. Il ministro Poletti, davanti all’indagine del Cqie che ha fatto a pezzi l’operato dei suoi funzionari e uffici, non si è neanche presentato in audizione al Senato. Idem il direttore generale del ministero che ha competenze sui patronati, Concetta Ferrari. Unico segno di vita, la circolare n. 18 con cui a maggio 2016 il ministero ha fissato paletti più rigidi per la “statisticazione” (l’autocertificazione) delle pratiche da parte dei patronati. In pratica, il riconoscimento che per 15 anni è stato permesso ogni raggiro.

EMIGRATI E MAZZIATI? – Cosimo Covello, classe 1945, da Acri (Cs), è andato via dall’Italia giovanissimo e non è tornato più. La sua pensione se l’è rubata Giacchetta, e lui adesso è in causa con l’Inca e con il ministero per riavere i 302.312,39 euro depredati, più gli interessi e i danni. È il firmatario numero 8 dell’esposto. Il numero 3 è Roberto Tommasini, classe 1942, da Lamon (Bl). Emigrato a 17 anni, nel 1959, ha fatto il muratore e l’operaio. Oggi è pensionato e vittima dell’Inca, come Covello. Insieme, i due hanno visto arrivare in Svizzera la nuova generazione di emigranti, “quei giovani che il ministro Poletti è tanto contento di levarsi dai piedi”. E insieme hanno firmato l’esposto: perché emigrati, questa volta, non faccia rima con derubati e mazziati. “Non vogliamo che la nostra storia si ripeta”. Il Fattoquotidiano 9

 

 

 

 

 

Cyber. Il contributo italiano alla lotta contro la minaccia cibernetica

 

La diatriba circa le cyberinterferenze di Mosca nella campagna elettorale Usa costituisce un'ulteriore testimonianza della natura potenzialmente destabilizzante per la pace e la sicurezza internazionali dello strumento cibernetico.

 

Cyber, ennesimo possibile terreno di conflitto

L'era cyber èiniziata da oltre trent'anni ed è inutile elencarne gli enormi benefici. Da circa un decennio si sta tuttavia rivelando un'arma a doppio taglio, visto che dopo la terra, il mare, l'aria e lo spazio extra atmosferico il cyber è divenuto il quinto possibile terreno di conflitto.

 

Il primo episodio di un suo impiego offensive risale al 2007, quando le strutture vitali dell'Estonia vennero paralizzate per giorni da un attacco cyber che proveniva, secondo alcuni, dalla Russia. Un altro vistoso evento si verificò nel 2010 con la messa fuori uso di numerose centrifughe dell'impianto di arricchimmento iraniano di Natanz da un "verme" cibernetico denominato "Stuxnet".

 

In questo caso l'iniziativa fu attribuita a Stati Uniti o a Israele. Nessuno ha mai rivendicato questi attacchi nè i Paesi colpiti hanno messo in opera i meccanismi internazionali previsti per tali circostanze. L'Iran non fece ricorso al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, l'Estonia non attivò i meccanismi di difesa e sicurezza della Nato e dell'Unione europea, Ue.

 

Impreparati davanti all’arma cibernetica

La comunità internazionale si trova impreparata sul piano normativo di fronte alle peculiarità della "arma" cibernetica ed è problematica l'assimilazione di quest'ultima ad altri tipi di armamento. È difficile, come si è visto, individuarne i responsabili, siano essi gli stati, entità non statuali o privati cittadini.

 

Il suo impiego non è visibile, non fa scorrere il sangue ed è difficilmente documentabile attraverso i mezzi di informazione. Gli addetti ai lavori sono sconosciuti e si trovano a volte a migliaia di chilometri da dove un attacco è avvenuto: essi non possono essere quindi assimilati alla figura dei combattenti come contemplata dal diritto bellico e da quello umanitario. Nel mondo cyber, i confini tra gli stati diventano irrilevanti.

 

Per disciplinare il possesso e l'uso di armi in terra, in mare e nell'aria esistono da anni norme specifiche. Anche nel caso dello spazio, che era sinora l'ultimo arrivato, si sono raggiunti, nel giro di appena un decennio dopo il lancio del primo Sputnik, accordi che vegliano all'uso pacifico dell'outer space.

 

Così non è stato per il settore cibernetico. Molti stati si sono affrettati a militarizzarlo creando strutture di comando per gestire sul piano della difesa e dell'offesa questa nuova realtà. Non sono stati altrettanto solerti nel ricercare norme volte ad impedire una spirale armamentistica.

 

Il manuale di Tallin sul cyberwarfare

Occorre dare atto alla Nato di aver stabilito proprio a Tallin, all'indomani dell'attacco informatico subito dall'Estonia, un Centro cooperativo di eccellenza nel campo cibernetico che ha proceduto tra l'altro alla pregevole pubblicazione del "Manuale di Tallin". Si tratta di un'utile ricognizione delle norme internazionali già vigenti che sono applicabili alla cyberwarfare.

 

La questione cyber viene affrontata anche a livello europeo. Sinora l'attenzione dell'Ue si è focalizzata principalmente sul versante civile attraverso la creazione dell'agenzia Enisa (European Network and Information Security Agency) mentre nella nuova Strategia globale presentata da Federica Mogherini nel giugno scorso il paragrafo sul cyber è improntato a un approccio prevalentemente difensivo volto a mitigare la minaccia e a raffozare la resilienza delle infrastrutture critiche. La strategia Ue più focalizzata sulla non proliferazione e l'arms control risale all'ormai lontano 2003 e non contempla evidentemente la questione cibernetica.

 

Questo documento, approvato sotto presidenza italiana, merita di essere aggiornato. Sarebbe opportuno che in tale cornice l'Ue approfondisse gli aspetti polititico-militari della minaccia cyber. La sola individuazione della normativa generica già in atto non è sufficiente. Occorre stabilire una normativa ad hoc.

 

Codici di condotta, primo passo per il controllo del cyber

In tal senso, si va orientando lo sforzo effettuato dalle Nazioni Unite il cui Segretario Generale ha nominato un gruppo di esperti governativi per individuare disposizioni dedicate alla casistica cibernica. Si tratta essenzialmente di misure di fiducia e sicurezza, codici di condotta che potrebbero costituire, come spesso avviene, il primo passo verso un’intesa nel campo del controllo degli armamenti vero e proprio.

 

Anche il gruppo G7 si è cimentato in questa problematica. L'anno scorso in Giappone i leader dei Sette approvarono un testo dal titolo "Promoting security and stability in cyberspace" in cui, oltre alla normativa generale già applicabile, si vuole fare un passo in più concependo nuove norme, ancorchè per ora solo volontarie ed applicabili solamente in tempo di pace, tagliate specificamente per il cyber.

 

I G7 preconizzano inoltre un approccio comprensivo ("multi-stakeholder approach") che deve includere non solo gli stati, ma anche la società civile, ivi compresa la "comunità tecnica". Nel 2017, il gruppo dei Paesi più industrializzati sarà capeggiato proprio dall’Italia e la palla si troverà nel nostro campo anche per quanto riguarda il cyber.

 

Tra gli stakeholders individuati dai Sette non può mancare il mondo accademico che già svolge un ruolo sia sotto il profilo didattico sia nel campo della ricerca. Alcuni studiosi hanno predisposto progetti di accordi internazionali che però non sono ancora approdati sui tavoli negoziali.

 

È una felice coincidenza che proprio in concomitanza con l'inizio della presidenza italiana si terrà dall'8 gennaio 2017 ad Andalo nel Trentino un interessante convegno a sfondo educativo dedicato specificamente alla problematica cyber cui parteciperanno specialisti internazionali del mondo accademico e tecnico. È organizzato da Isodarco (International School on Disarmament and Research on Conflicts) un ente non governativo italiano che dal 1966 promuovel'educazione e la ricerca nel campo del disarmo e che ha ricevuto in occasione del suo 50mo anniversario l'alto riconoscimento del Presidente degli Stati Uniti.

Anche questo convegno potrà dare un utile contributo di pensiero nella direzione di quel passo in più sul fronte normativo che è necessario per affrontare questa crescente minaccia. Carlo Trezza, AffInt 10

 

 

 

 

Tecnologia. Migranti: ecco come WhatsApp ha cambiato i viaggi della speranza

 

Le caratteristiche di WhatsApp lo rendono particolarmente adatto alle esigenze di migranti e rifugiati. L'applicazione è gratuita (e non è poco) ed particolarmente sicura per quanto riguarda privacy e sicurezza. E' diventata una sorta di "lingua franca" per tutti coloro che decidono di fuggire dai paesi martoriati dalla guerra e dalla fame in cerca di un futuro migliore

 

I numeri sono segreti ma uno dei fondatori di WhatsApp, Jan Koum, dice che è “rilevante” la comunità dei migranti che utilizza l’applicazione di messaggistica gratuita e instantanea. Un miliardo di persone in tutto il mondo mandano messaggi, foto e video con WhatsApp (censimento del 1° febbraio 2016). Quando nel 2014 Facebook decise di acquistare l’applicazione (un accordo di circa 19 miliardi di dollari), Jan Koum fece in modo di organizzare una parte delle transazioni finali davanti a un centro sociale di periferia, dove una volta anche lui aveva fatto la fila per raccogliere buoni pasto. Koum emigrò con la famiglia in California quando era un adolescente. Scappava dall’Ucraina. La storia di Koum non è un’eccezione. Sono tanti gli immigrati che adesso gestiscono società della Silicon Valley. Koum però è forse l’unico ad avere trasferito nella propria avventura di imprenditore digitale anche una parte del dolore e del disagio che deve aver provato da adolescente durante il suo viaggio della speranza verso la California.

Lingua franca. WhatsApp oggi è particolarmente popolare in India, dove ha più di 160 milioni di utenti, ed è molto usata anche in Europa, Sud America e Africa.

Le sue caratteristiche la rendono particolarmente adatta alle esigenze di migranti e rifugiati. L’applicazione è gratuita (e non è poco) ed particolarmente sicura per quanto riguarda privacy e sicurezza.

E’ diventata una sorta di “lingua franca” per tutti coloro che decidono di fuggire dai paesi martoriati dalla guerra e dalla fame in cerca di un futuro migliore e che affrontano, senza mezzi, un lungo viaggio verso l’ignoto. Il 2016 è stato tristemente caratterizzato dal dramma internazionale dei rifugiati e dei migranti. Anche il Papa non si stanca di ripeterlo. Dalla Siria martoriata al muro fra Messico e Usa, i migranti sono stati i protagonisti di un anno tragico. Politica e media si sono occupati costantemente dei flussi migratori. Si è però riflettuto poco sul ruolo che i social network e le nuove tecnologie stanno avendo nella vita dei migranti. L’esperienza di questi viaggi è stata profondamente alterata dall’interazione fra individui, famiglie e gruppi, che le applicazioni come WhatsApp consentono di attivare. I nuovi migranti usano Facebook, WeChat (popolare soprattutto in Cina), Skype. E’ stato però WhatsApp a cambiare veramente le abitudini. Viene usata per mandare foto e informazioni utili a coloro che devono ancora mettersi in viaggio. L’ignoto diventa così meno inquietante. I gruppi famigliari, per quanto divisi dalla distanza, riescono a mantenere un flusso costante di comunicazione. Anne Reef si è trasferita negli Usa nel 1988. Scappava dal Sudafrica. Appena arrivata, le telefonate verso casa erano eventi rari e molto costosi. Facebook e Skype hanno cambiato un poco le cose. La svolta però è arrivata solo con WhatsApp. “Adesso finalmente ho il senso di una vita quotidiana condivisa con nipoti e cugini anche se la distanza che ci separa è enorme”, dice Anne Reef.

Privacy e semplicità. L’innovazione di WhatsApp è sottile, spiega Farhad Manjoo in un lungo articolo pubblicato sul New York Times. Il segreto, dice, è la semplicità. L’applicazione fa solo poche cose ed è facile da usare. Il trend nella diffusione di questa applicazione è diverso da tutte le altre.

Sono i più anziani ad impadronirsi del sistema di messaggistica e a chiedere a figli e nipoti di scaricare WhatsApp. E’ questo il suo vero segreto. Ha dato la possibilità ai migranti di tutto il mondo di rimanere in contatto con una vastissima comunità di parenti ed amici che non amano gli altri strumenti di comunicazione, troppo sofisticati per i loro gusti.

Il rigore nella difesa della privacy poi ha consentito a molti rifugiati di scambiare informazioni in tutta sicurezza. WhatsApp, infatti, è intransigente sulla segretezza dei dati. Non c’è pubblicità e, per il momento, non c’è nessuna profilazione degli utenti. L’applicazione è al sicuro dagli “spioni di governo”, ha scritto Farhad Manjoo sul New York Times. Per i profughi siriani, WhatsApp è visto come lo strumento di comunicazione più sicuro, dice Majd Taby, un siriano emigrato negli Stati Uniti che sta lavorando ad un libro fotografico sui rifugiati. Taby arriva a sostenere che, senza WhatsApp, i flussi migratori dalla Siria sarebbero stati molto più piccoli. “Molti di noi a WhatsApp sono nati in altri paesi. Ci rendiamo conto di quanto sia importante rimanere in contatto con le proprie famiglie. Ogni caratteristica di WhatsApp è stata progettata in parte da qualcuno che vive sulla propria pelle e quotidianamente l’esperienza degli immigrati”, ha detto Jan Koum. Rino Farda  Sir 21

  

 

 

Vuoto

 

E’ pieno inverno. Ma non solo sotto il profilo meteorologico.

Scrivere diversamente non avrebbe senso e i nostri Lettori non sono avvezzi alle illusioni o agli ottimismi politici che, poi, sono privi di concreti contenuti. Con le “promesse” e con i “progetti” l’Italia non può andare avanti. Lo abbiamo già scritto; ma ci sembra opportuno riproporlo.

 

Il Potere politico è “distratto” da fattori che potevano essere affrontati in un secondo tempo. Almeno, quando l’Italia avesse dato segni di concreta ripresa economica. Il PIL è frenato e l’evoluzione della Borsa, che risente di fattori negativi internazionali, anche. Con tutte le conseguenze, non solo psicologiche, che ne derivano.

 

Gli italiani sono al limite della sopportazione. Troppi i conflitti anche in seno alla Maggioranza che guida il Paese. Senza scelte politiche popolari, non se ne esce. Lo verifichiamo tutti i giorni e questo scorcio di 2017 già si presente come copia conforme di quello che ci siamo lasciati alle spalle.

 

Rintracciare delle scelte, a nostro avviso, è sempre possibile. Basta volerlo. E’ che fare “ un passo indietro” potrebbe scombussolare un patto di Centro/Sinistra tanto atipico da non consentire raffronti con i passati Esecutivi. Senza una legge elettorale praticabile c’è solo il “vuoto”. La politica italiana ha veramente esaurito tutte le sue potenziali risorse.

 

In questo periodo d’equilibri precari, preferiamo continuare i nostri sondaggi per verificare, se possibile, quando la configurazione del “vuoto” si evolverà in quella di “voto”. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

La comunità italiana in Svizzera a sostegno della naturalizzazione facilitata per le terze generazioni

 

Il 12 febbraio prossimo il popolo elvetico sarà chiamato a votare l’iniziativa parlamentare che permetterebbe a quanti sono nati in Svizzera e possono contare almeno su un nonno emigrato in Svizzera di acquisire la cittadinanza senza difficoltà e lungaggini e senza sottoporsi ad esami talvolta umilianti

 

ZURIGO - Migliaia di bambini, di giovani e meno giovani, appartengono ormai alle terze generazioni degli italiani e di altre comunità immigrate in Svizzera. Si tratta di cittadini nati in Svizzera da genitori anch’essi cresciuti in questo Paese, frequentano le scuole locali, pensano e comunicano nelle lingue del posto. Qui si formano e lavorano, pagano le tasse, partecipano alla vita associativa e culturale, svolgono le loro attività del tempo libero insieme ai loro colleghi svizzeri e di altre nazionalità. Insomma qui essi sono radicati e qui progettano la loro vita.

Eppure ancora oggi questi giovani, che rappresentano a nostro avviso la risorsa più importante per il futuro economico, sociale e culturale di questo Paese, sono esclusi dalla partecipazione, in quanto “non svizzeri”. Il percorso per accedere alla cittadinanza svizzera continua ad essere per loro impervio, con continue complicazioni amministrative e per di più talvolta costoso. Inoltre le prassi per la richiesta e l’acquisizione della cittadinanza continuano a differenziarsi notevolmente da cantone e cantone, da comune a comune!

Il 12 febbraio prossimo il popolo elvetico sarà chiamato a votare l’iniziativa parlamentare per la naturalizzazione facilitata per le terze generazione: una proposta che permetterebbe a quanti possono contare almeno un nonno emigrato in Svizzera di accedere al “Passaporto rossocrociato” senza difficoltà e lungaggini e senza sottoporsi ad esami talvolta umilianti. Grazie a questa iniziativa verrebbero per di più a cadere le differenti procedure di naturalizzazione cantonali e comunali, uniformando a livello nazionale i percorsi per l’acquisizione della cittadinanza.

Per questo si è costituito un “Comitato di sostegno” a cui aderiscono forze politiche, associative e sindacali, nonché alcune rappresentanze elettive degli italiani in Svizzera. Scopo del Comitato di sostegno è di far sentire la voce della comunità italiana, storicamente impegnata a favore dei diritti e della cittadinanza, sensibilizzando soprattutto le migliaia di doppi cittadini affinché votino Sì a questa proposta.

L’idea che ci accomuna le forze è che i processi di integrazione, abbondantemente superati dai figli e dai nipoti degli italiani e di molte comunità immigrate, debbano finalmente concludersi con la piena cittadinanza, da acquisire attraverso prassi facilitate. Siamo convinti inoltre che la convivenza tra i cittadini con pari diritti sia condizione fondamentale per la coesione nazionale e per uno sviluppo armonico della Svizzera! Insomma ciò che non è stato concesso ai nonni “stranieri”, a genitori integrati ma senza passaporto svizzero, venga riconosciuto, attraverso le necessarie semplificazioni ai nostri nipoti!

Per queste ragioni il 12 febbraio sosteniamo il Sì all’iniziativa per la naturalizzazione facilitata delle terze generazioni!

Aderiscono al “Comitato di sostegno” all’iniziativa: Comitati degli italiani all’estero in Svizzera, Consiglio Generale degli italiani in Svizzera, Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani, Federazione Colonie libere Italiane in Svizzera, Unione Italiani nel Mondo, Fondazioni: ECAP, ENAIP, Patronati Italiani: ACLI, EPASA, ITAL-UIL, INAS, Partito democratico in Svizzera, Sinistra italiana in Svizzera.  (Inform 16)

 

 

 

 

Deputati Pd della circoscrizione Estero: Valorizzare gli Enti gestori nel decreto attuativo per la scuola italiana all’estero

 

ROMA - Il Consiglio dei Ministri ha approvato entro la data-limite del 15 gennaio i decreti attuativi della legge 107/2015 sulla Buona Scuola. Tra essi, anche quello riguardante la disciplina della scuola italiana all’estero.

Si tratta, ad una prima lettura, di una complessa opera di riorganizzazione e modernizzazione della normativa che in questo campo si era sedimentata nel corso di decenni. Si era proceduto per aggiustamenti successivi, senza una visione unitaria. Questa maggiore organicità ora esiste, dal momento che il decreto prevede l’insieme delle tipologie di intervento formativo e regola il reperimento e il trattamento del personale, direttivo docente e amministrativo.

Il sistema della formazione italiana nel mondo è inquadrato nei contesti multiculturali e multilinguistici delle società contemporanee. Esso si articola in scuole italiane pubbliche, in scuole paritarie, in altre scuole (internazionali, europee, ecc.), in associazioni delle scuole italiane all’estero, in interventi per la promozione della lingua e della cultura italiana, in lettorati. Si afferma il principio della programmazione triennale, indispensabile per soggetti che devono misurarsi con le normative e gli ordinamenti scolastici di altri Paesi, e si richiama la metodologia dei piani Paese, che nel recente passato ha dato buoni risultati in termini di coordinamento degli interventi e di partecipazione dei protagonisti reali della formazione alla definizione dei programmi. Si ribadisce l’invio di un contingente di personale nei limiti determinati dalla spending review disposta con la finanziaria del 2012, vale a dire 674 unità, si prevedono forme, anche a distanza, di formazione e di aggiornamento continuo del personale e si fa riferimento alla possibilità di limitate assunzioni in loco.

Per le iniziative di promozione della lingua e cultura all’estero che il MAECI può finanziare, quelle per intenderci meritoriamente realizzate dagli enti gestori, si affermano le priorità, che condividiamo con convinzione, del bilinguismo, dell’integrazione di corsi curricolari ed extracurricolari nelle scuole locali,della qualificazione permanente del personale.

Proprio l’estensione della rete formativa assicurata dagli enti gestori e la qualità del loro lavoro ci porta a focalizzare con particolare attenzione il ruolo di tali soggetti. Gli enti gestori, che hanno conquistato sul campo una loro fisionomia formativa, giuridica e operativa e che sono i soggetti meglio inseriti nei contesti locali, sono definiti in termini generali come “soggetti senza fini di lucro attivi nella diffusione e promozione della lingua e cultura italiana nel mondo”. Essi, per il peso che hanno nel sistema formativo all’estero, andrebbero nominati con nome e cognome e indicati come il perno degli interventi di diffusione e promozione. Un passo importante in questo senso si è fatto eliminando, su nostra esplicita richiesta, l’abrogazione della 153. Al momento dell’espressione del parere sul decreto, chiederemo di considerare l’opportunità di un riferimento positivo e specifico.

Accanto a questa osservazione, ci sembra opportuno farne un’altra, relativa agli spazi ancora limitati di utilizzazione del personale locale, purché rigorosamente dotato dei requisiti e dei titoli richiesti, nell’esercizio delle attività formative e amministrative. Il sistema formativo italiano all’estero non deve essere unidirezionale, ma deve aprirsi a scambi e influenze reciproche tra le diverse esperienze formative.

I decreti sulla Buona Scuola saranno presentati alle Camere per i pareri previsti. Ci prepariamo, dunque, a dare il nostro costruttivo contributo di miglioramento al decreto che ci riguarda. 

Per quanto concerne, infine, le risorse destinate a finanziare le strutture, le attività e il personale per il 2017 e per i prossimi anni, esse non sono in alcun modo messe in discussione dal decreto, sicché il sistema formativo nel mondo, una volta compiuta la ripartizione dei 20 milioni del Fondo per la promozione della lingua e della cultura italiana all’estero, per la quale chiediamo tempi molto rapidi, potrà godere dei buoni frutti della legge di Bilancio 2017 e della disponibilità che il Governo ha concretamente dimostrato.

Gianni Farina, Marco Fedi, Laura Garavini, Francesca La Marca, Fabio Porta, Alessio Tacconi (Deputati Pd-Estero)

 

 

 

 

Premio “Lucani Insigni”, pubblicato il bando dell’edizione 2017. Candidature entro il 28 febbraio

 

Il presidente del Consiglio regionale Mollica: “Un premio al valore delle persone”. Il premio sarà conferito a personalità lucane e straniere, residenti in Italia o all’estero che si sono distinte in campo sociale, scientifico, artistico e letterario e a personalità impegnate nella diffusione e nella conoscenza dell’identità lucana

 

POTENZA -  “Oltre a riconoscere i lucani che si sono distinti nel mondo portando alto il nome della Basilicata, il premio ‘Lucani insigni’ vuole essere un esempio per chi lavora e si impegna dentro e fuori i confini regionali”. Così il presidente del Consiglio regionale della Basilicata, Francesco Mollica, nell’annunciare la pubblicazione, sul Bollettino ufficiale della Regione Basilicata n. 1 del 16 gennaio 2017 e sul sito web del Consiglio regionale), dell’avviso pubblico per l’attribuzione del Premio per l’anno 2017 ai sensi della legge regionale n. 18/2005 (http://www.consiglio.basilicata.it/consiglionew/site/Consiglio/detail.jsp?otype=1122&id=3380354 ).Il premio sarà conferito a personalità lucane e straniere, residenti in Italia o all’estero che si sono distinte per meriti raggiunti in campo sociale, scientifico, artistico e letterario e a personalità impegnate nella diffusione e nella conoscenza dell’identità lucana.

“A ciascun premiato sarà consegnata un’opera di pregio di un autore lucano, scelta dall’Ufficio di Presidenza, così come avvenuto nell’edizione precedente”, ricorda il presidente Mollica  sottolineando che il premio ai lucani insigni “è un riconoscimento che testimonia come la Basilicata sia una terra ricca di talenti e riconosciuta nel mondo per il valore delle persone, oltre che del patrimonio artistico e culturale”.

Il Consiglio regionale fa sapere che le candidature dovranno essere presentate entro il 28 febbraio 2017 al seguente recapito: “Ufficio Politiche della Rappresentanza e della Partecipazione – Commissione regionale dei lucani nel mondo – Via V. Verrastro n. 6, 85100 Potenza”. Potranno essere proposte da enti e organismi pubblici, associazioni culturali italiane ed estere, associazioni e federazioni dei lucani nel mondo, dai consiglieri regionali e, per quanto riguarda la diffusione e nella conoscenza dell’identità lucana, anche dalle case editrici, dai critici d’arte e dagli autori. Per  maggiori informazioni il Consiglio regionale invita a rivolgersi  alla Commissione regionale dei lucani nel mondo: Via Verrastro, n. 6 – 85100 Potenza - tel. 0971 – 447216 - email: patrizia.vita@regione.basilicata.it. (Inform 17)

 

 

 

 

L’emigrazione abruzzese a fumetti. Il Premio internazionale Corvarabruzzo

 

PESCARA – Corvara è un paesino dell’entroterra pescarese, nel secolo scorso spopolato dall’emigrazione. Da qualche anno, però, l’antico e suggestivo borgo rivive d’interesse, grazie alle iniziative messe in campo dall’Associazione culturale “Tutti pazzi per Corvara”. La più recente proposta è un Premio internazionale per l’illustrazione, in questa prima edizione dedicato al tema dell’emigrazione abruzzese, a fumetti, rivolto agli autori di comics di tutto il mondo. Il PREMIO CORVARAbruzzo per l’Illustrazione è infatti un’iniziativa ideata ed organizzata dall’Associazione culturale “Tutti pazzi per Corvara” in partnership con la Scuola Internazionale di Comics, con il Patrocinio del Consiglio Regionale d’Abruzzo, del CRAM (Consiglio Regionale Abruzzesi nel Mondo), dell’ANFE (Associazione Nazionale Famiglie Emigranti) e del Comune di Corvara. Il Premio è inoltre realizzato in collaborazione con il Museo delle Genti d’Abruzzo, la Fondazione “Edoardo Tiboni per la Cultura” ed il Mediamuseum, l’Agenzia di Promozione Culturale - Biblioteca “F. Di Giampaolo”, UD’ANET (University G. D’Annunzio New Enterprise Technology), l’Agenzia di comunicazione “Pomilio Blumm”, Ianieri edizioni, Casa editrice Menabò, #FLA Pescara Festival.

 

Il tema del Premio, scelto per la prima edizione, è l’emigrazione abruzzese. Il concorso “ABRUZZO. GENTE IN MOVIMENTO” parte dalle radici della storia abruzzese per concentrarsi sul futuro per eccellenza: le giovani generazioni. Intende promuovere e divulgare il patrimonio della cultura dell’emigrazione abruzzese, attraverso l’illustrazione rivolta a ragazzi di età tra gli undici ed i tredici anni. Lo scopo è rinnovare la memoria sul tema e stimolare la sensibilità degli artisti, che dovranno rappresentare i passaggi fondamentali vissuti dai migranti: la partenza, il viaggio e l’arrivo. Abbandono, distacco e ricostruzione, sono le tappe obbligatorie verso un futuro migliore, a cui corrisponde una progressiva ridefinizione del concetto d'identità.

 

Gli abruzzesi sono da sempre in movimento. Dalla transumanza dei pastori alle valigie di cartone dei migranti partiti alla ricerca di un futuro migliore. In particolare, la “Gente di Corvara" si è trasferita in altre regioni italiane, in diversi paesi europei come Francia, Svizzera, Germania, Belgio, Gran Bretagna, nell’America anglosassone e latina, in particolare in Canada, negli Stati Uniti, in Argentina, Venezuela, Brasile ed in Australia. Da quasi 1.600 abitanti di inizio secolo scorso a meno di 300 attuali. Dalla mobilità delle persone, a quelle delle idee.

 

Il bando si rivolge agli illustratori di ogni nazionalità, purché maggiorenni, che potranno partecipare in forma singola o in gruppo. Prendendo spunto dalle sequenze narrative del racconto di Roberto Giuliani ”LAMERICAAA! LAMERICAAA!” (le vicende di un ragazzo sedicenne che, nel periodo storico della Grande Guerra 1915 -1918, fu strappato dalla sua terra e costretto a imbarcarsi per New York per evitare di essere arruolato e mandato a morire sul fronte austro-ungarico), i partecipanti dovranno presentare in tutto 9 elaborati: 8 bozzetti in formato A4 (orizzontale o verticale) rappresentanti le sequenze narrative del racconto ed 1 illustrazione, scelta dal candidato tra gli 8 bozzetti realizzati, sviluppata in forma definitiva in formato A3 (orizzontale o verticale). Gli elaborati dovranno pervenire entro il 28 Aprile 2017.

 

Una giuria altamente qualificata, composta da esperti nel campo dell’illustrazione, della comunicazione visiva, della psicologia, e da rappresentanti delle istituzioni, presieduta dall’illustratrice Rita Petruccioli, selezionerà l’opera vincitrice alla quale sarà assegnato un premio di € 1.000,00. La giuria valuterà in base ai seguenti criteri: originalità della proposta, qualità degli elaborati e capacità narrativa visiva rivolta ai ragazzi. Saranno, inoltre, assegnati i seguenti premi e menzioni: “Pomilio Blumm” con targa di menzione di merito e “Belle Arti & Mestieri” con materiale tecnico specifico per artisti.

 

Le illustrazioni del vincitore del concorso saranno utilizzate per la realizzazione di un sito web interattivo pensato per le scuole e dedicato ai ragazzi di età tra gli undici e i tredici anni. In occasione della Premiazione, che si svolgerà nel borgo medievale di Corvara il 3 Giugno 2017, verrà allestita una Mostra dove saranno esposte le opere ritenute più meritevoli dalla Giuria tecnica. Avanti, mettete in movimento le vostre matite! Sono permessi tutti gli stili e tutte le idee.

 

INFO: Tutte le informazioni sono presenti sulla pagina facebook relativa al PREMIO: https://www.facebook.com/Premio-CORVARAbruzzo-1797238073849719/, E’ possibile scaricare il bando integrale al seguente link:https://www.dropbox.com/s/40vb3krrxx6w79i/bando%20corvarabruzzo2016-17-.pdf?dl=0   de.it.press

 

 

 

 

Nuova piattaforma Luccatuscany.world realizzata dalla Lucchesi nel Mondo

 

Online lo strumento multimediale pensato per mettere “in rete” e far conoscere le potenzialità espresse dalla comunità di conterranei all’estero e dal territorio lucchese e toscano

 

LUCCA – È online Luccatuscany.world (http://www.luccatuscany.world/it), nuova iniziativa dell'associazione Lucchesi nel Mondo che consiste in una piattaforma internet multimediale, una web community attraverso la quale potranno essere messe “in rete” e fatte conoscere le potenzialità espresse dalla folta e qualificata comunità di conterranei all’estero e dal territorio lucchese e toscano.

Si tratta di uno strumento aperto a tutti coloro che amano il territorio lucchese, indipendentemente dalla loro origine o dal loro luogo di residenza, e rivolto anche, ma non solo, alle nuove generazioni che sempre più richiedono supporti ed opportunità diverse, pensati tenendo in considerazione le  loro abitudini. L'investimento che la sede centrale ha fatto su questo progetto – si legge nella nota diffusa dal sodalizio in proposito - è finalizzato prima di tutto a mantenere ed ampliare i rapporti personali, lo stesso fine che fu alla base della costituzione dell’associazione e delle sedi estere, aggiornato però ai nuovi modi di comunicare, tramite web, smartphone e social network. Non è infatti meno importate oggi la condivisione delle esperienze e delle testimonianze di vita che possono divenire anche utili a chi volesse lasciare l’Italia per studio o lavoro. Tramite Luccatuscany.world si è voluta favorire la conoscenza della terra lucchese e toscana, diffondendo velocemente informazioni relative ad eventi, iniziative, promozioni, eccellenze del territorio,ma anche opportunità formative e lavorative. Il sito, che  sarà oggetto nei prossimi giorni  di ulteriori perfezionamenti, modifiche ed ampliamenti, è aperto anche a tutti i lucchesi che si sentono “del mondo”. L’associazione Lucchesi nel Mondo rivolge un ringraziamento particolare all’amministrazione comunale di Lucca, alla Provincia, alla Camera di Commercio per la collaborazione, ed all'azienda "Zona Franca" di Franca Severini ed al Premio "Bernardo Romei" che hanno sostenuto le spese di realizzazione della web community, curata dalla ditta Mediaus. (Inform)

 

 

 

 

Giovani trentini all’estero. Aperto il programma “Interscambi giovanili 2017”

 

TRENTO - “Cogliere l’opportunità di poter realizzare il confronto con culture diverse, vivere e condividere l’esperienza in un ambiente familiare, incontrare nuovi amici in uno spazio culturale di base comune” così l’Ufficio Emigrazione della Provincia di Trento sintetizza gli obiettivi del programma “Interscambi giovanili” rivolto ai giovani di origine trentina nel mondo e ai trentini che saranno ospitati da loro corregionali all’estero.

“Per i giovani di origine trentina residenti all’estero il viaggio in Trentino rappresenta la scoperta o riscoperta delle proprie radici, delle tradizioni e dei valori trasmessi dagli avi emigrati. È anche l’opportunità per conoscere il Trentino di oggi, incontrare la sua gente, confrontarsi con la comunità, verificare come siano strutturate le attuali realtà sociali ed economiche”, spiega la Provincia. Allo stesso tempo, “per i giovani residenti in provincia di Trento che vivranno un’esperienza di soggiorno presso una famiglia trentina all’estero non si tratterà ad esempio solo di scoprire come si vive in quel determinato Paese estero. Significherà anche capire meglio, attraverso la testimonianza autentica degli emigrati trentini con cui entreranno in contatto, quale possa essere stato il percorso del fenomeno migratorio trentino ed italiano in quel Paese”.

Per tutti i partecipanti, infine, “particolarmente significativo potrà essere il confronto con valori, modelli di vita ed aspettative dei coetanei, che diverranno i referenti con cui potranno svilupparsi e consolidarsi rapporti di conoscenza, fiducia ed amicizia”.

Le domande vanno presentate alla Provincia autonoma di Trento - Dipartimento Cultura Turismo Promozione e Sport - Ufficio Emigrazione (Via Romagnosi, 9 - 38122 Trento – ITALIA; ufficio.emigrazione@pec.provincia.tn.it; fax + 39 0461 493155) entro il 28 febbraio. Sul sito Internet il bando in più lingue. dip

 

 

 

 

 

 

Jetzt erst recht. Bei der Terrorbekämpfung muss Europa endlich enger zusammenarbeiten

 

Frontex könnte das Vorbild sein. Von Michael Hartmann

 

Nun also auch in Deutschland: Ein Anschlag ist gelungen – ausgeführt nach dem Vorbild von Nizza auf einem Weihnachtsmarkt in Berlin. Zwölf Tote und 55 Verletzte sind zu beklagen. Seither herrscht Aufregung. Das Jahr der Bundestagswahlen, gezeichnet von den Ängsten der etablierten Politik vor einer erstarkenden rechtspopulistischen Partei, treibt manche in unsinnigen, weil ungeeigneten und verfassungswidrigen Aktionismus. Eine gefährlich falsche Reaktion, die den Terroristen weltweit gefällt.

Die bittere Wahrheit ist: Wir leben im Zeitalter eines neuen, globalen Terrorismus nie gekannten Ausmaßes. Er wird die Staaten dieser Erde mindestens eine Generation begleiten. Wer vorgaukelt, mit immer mehr Maßnahmen, Gesetzesverschärfungen oder martialischen Auftritten Sicherheit zu schaffen, führt die Menschen in die Irre.

Die richtige Haltung ist wichtiger als ein neuer Paragraph, der keinen Fanatiker bremsen wird. Der frühere sozialdemokratische Ministerpräsident Norwegens und jetzige NATO-Generalsekretär Jens Stoltenberg hat das vorgemacht. Nach den Morden an 77 jungen Menschen auf der Ferieninsel Utøya im Jahr 2011, sagte er: „Noch sind wir schockiert, aber wir werden unsere Werte nicht aufgeben. Unsere Antwort lautet: mehr Demokratie, mehr Offenheit, mehr Menschlichkeit.“

Angesichts der weltweiten Ereignisse konnte kein Kundiger ernsthaft vermuten, dass ausgerechnet die Bundesrepublik vom Terror verschont bleiben würde. Das ist kein Eingeständnis der Hilflosigkeit. Selbstverständlich muss angesichts der Bedrohungslage unsere Sicherheitsarchitektur ständig verbessert werden. Fehler sind zu benennen, aber nicht nach den üblichen Mustern der Schuldzuweisungen an den politischen Gegner oder mit dem Vorwurf „des völligen Versagens der Sicherheitsbehörden“. Besonders gerne von denen angesprochen, die diese ansonsten regelmäßig für viel zu stark halten.

Wenn die Menschen bei einem Thema zu Recht den Konsens der Demokraten erwarten, dann da, wo der Staat den Schutz von Leib und Leben seiner Bürgerinnen und Bürger gewährleisten muss. Selbst wenn alle alles richtig machen, ist ein Terrorakt nicht immer zu verhindern. Unnötige Schelte gegenüber jenen Behörden, die langfristig und unter Wahrung des Rechtsstaats Gefährder beobachten oder blitzschnell eine hochkomplexe Lage in den Griff bekommen müssen, demotiviert die Mitarbeiterinnen und Mitarbeiter. Wer aber ein AfD-Förderprogramm auflegen will, der soll ruhig mit der Behördenschelte so weiter machen wie bisher. Frauke Petry, Geert Wilders oder Marine le Pen reiben sich die Hände.

Tatsächlich ist der schnellere Austausch vorhandener Informationen ein wichtiger Schritt hin zu einer verbesserten Statik unseres Sicherheitsgebäudes. Wer Informationen aus sachfremden Erwägungen nicht weitergibt, handelt sträflich. Auch die Morde des NSU haben uns das gelehrt.

Ohne unser Gemeinsames Terrorabwehrzentrum des Bundes und der Länder (GTAZ), in dem vom Zoll über Nachrichtendienste, Landes- und Bundespolizei sowie weiteren Sicherheitsbehörden bis hin zu den Asylbehörden und notfalls Einwohnermeldeämtern alle allmählich gelernt haben, miteinander zu reden, wäre es um Recht und Ordnung bei der Terrorabwehr schlecht bestellt.

Das reicht aber nicht. Eine Kultur des abgewogenen Miteinanders und der wohlkontrollierten wechselseitigen Teilhabe an vorhandenem Wissen muss noch weiter wachsen. Dabei ist der Austausch zwischen den mit Wissen und Autorität ausgestatteten Behördenvertretern beim Kaffee ebenso wichtig wie in der Lagebesprechung. Dafür muss es Rückhalt von den höchsten Stellen geben.

Doch auch das reicht noch nicht. Auch Europa braucht eine vergleichbare Einrichtung. Dort gibt es leider kein wirklich etabliertes Regime der Terrorabwehr. Dafür denken die Feinde der offenen Gesellschaft schon lange in europäischen Bezügen. Das beweisen ihre Kommunikation, ihre Reiserouten und ihre Strukturen der Organisation nur zu deutlich.

Dem gegenüber steht ein hochtechnisierter und personalaufwändiger Sicherheitsapparat, der ineffizient bleibt. Eine Sicherheitsarchitektur der Europäischen Union existiert nämlich nicht. Lediglich auf bi- oder multilateraler Ebene haben einzelne Staaten untereinander feste Formen der Zusammenarbeit entwickelt.

Das ist zu wenig. Die EU verfügt zwar über einen Berater für Terrorbekämpfung – ein eindrucksvoller Titel immerhin –, ein Programm zum Aufspüren von Finanzströmen des Terrorismus (Terrorist Finance Tracking Programme) und eine Meldestelle für Internetinhalte bei Europol (Check the Web); es gibt Entschließungen und Aktionspläne aller Art, ja sogar eine novellierte Geldwäsche-Richtlinie. Doch diese und andere Beispiele führen letztlich nicht zum Erfolg. Denn leider findet das Handeln von Agenturen und Dienststellen, der Kommission und des Parlaments dort seine Grenzen, wo Verbindlichkeit gefordert wäre. Weder ist Europol eine europäische Polizeibehörde noch Eurojust eine Anklagebehörde.

Megadateien, welche Bewegungsprofile, Kommunikations- oder Reiseverhalten, Internetaktivität oder beispielsweise Geldtransfers der EU-Bürger über 27 Staatsgrenzen hinweg bündeln, würden bei jedem Europäer Abwehrreflexe wie gegen den US-Nachrichtendienst NSA hervorrufen müssen. Und auch unser Bundeskriminalamt würde wohl Einwände erheben, sollte es Informationen aus dem Bereich der Organisierten Kriminalität einfach so, im Geiste guter Zusammenarbeit, in Bulgarien wiederfinden.

Also doch besser nichts tun, zumal das Vertrauen in Europas Institutionen gleich Null ist? Das wäre falsch, da gerade in Fragen der Außen- und Sicherheitspolitik die EU von ihren Bürgern noch die größte Zustimmung erhält. Das Herbeiführen und Wahren des gesellschaftlichen Friedens ist eine Kernleistung des Staates überhaupt. Wäre das also nicht ein Ansatz, um in der europäischen Sache voran zu kommen?

Möglich ist dies nur schrittweise und am besten ohne „pomp and circumstance“. Die Europäische Grenzschutzagentur Frontex macht uns das gerade im Bereich des Küstenschutzes vor. Da wird innerhalb der bestehenden Strukturen der jeweiligen Länder die gemeinsam definierte Aufgabe des Küstenschutzes mal von der Marine, mal von einer Handelsbehörde, mal von einer eigenen Küstenwache erfüllt. Das sind sehr unterschiedliche Behörden und Strukturen, aber die Aufgabe wird erfüllt, ohne Streit über den Sitz der Einrichtung oder erzwungene Einheitlichkeit. Ein richtungweisendes Beispiel.

Wo allerdings sensibelste Daten ausgetauscht werden, müssen zusätzliche Kompetenzen einer Kontrolle unterliegen. Die nationalen Parlamente befassen sich gerade mit Europol – einer spätestens seit den Anschlägen in Paris und Brüssel zu stärkenden Einrichtung. Bis Mai 2017 wird dafür eine gemischte parlamentarische Kontrolle entstehen, in der Abgeordnete der Mitgliedstaaten Europas und des EU-Parlaments gemeinsam handeln werden, unterstützt von einem exekutiven Leitungsgremium.

Die Herausforderung an Europa in Zeiten des Terrors kann Europa stärken. Es kann ein Musterbeispiel dafür werden, dass sich unsere EU doch bewegen und einen guten Dienst für seine Bürgerinnen und Bürger erfüllt. Umso bitterer ist das Ausscheiden Großbritanniens. Aber das ist eine andere Geschichte. IPG 16

 

 

 

 

Differenz. Der Feind heißt Gewalt

 

Nach Terroranschlägen sind Migranten besonders besorgt. Sie fürchten politische und soziale Auswirkungen. Die Beispiele Berlin-Breitscheidplatz und Köln-Silvester 2.0 zeigen, dass es um viel mehr geht, als um Sicherheitspolitik. Von Maria Alexopoulou

 

Wir Migranten sind immer besonders betroffen, wenn solche Dinge wie auf dem City-Weihnachtsmarkt in Berlin passieren. Wir bedauern nicht nur die Opfer, wir haben nicht nur um uns selbst oder um unsere Kinder in Schulen, öffentlichen Verkehrsmitteln oder Plätzen Angst. Nein, in unseren Köpfen kommt auch gleich der Gedanke auf, welche rassistische Hasswelle in den sozialen Medien losbrechen wird, welche politischen Auswirkungen das haben wird und welche Folgen für das gesellschaftliche Klima mal wieder zu befürchten sind.

Nach der Silvesternacht in Köln 2015/16 war die Verschärfung des Asylrechts ein Einfaches, Political Correctness gilt inzwischen als Todsünde, racial profiling ist gang und gäbe, der rechtspopulistisch vergiftete politische Diskurs feiert Urstände. Meilensteine wie die doppelte Staatsbürgerschaft werden wieder offen infrage gestellt, Symbolpolitik wie das Burka-Verbot als substanzielle Politik verkauft.

Diesmal ging es besonders schnell: Bereits am Morgen nach dem Anschlag in Berlin, als noch unklar war, was eigentlich passiert ist, hieß es aus Bayern, dass die Zuwanderungs- und Asylpolitik geändert werden müsse. Die AfD erklärte das Staatsversagen in der Migrationspolitik. Die Diskussion begab sich dann relativ bald auf die sicherheitspolitische Schiene und es werden nun konkrete Maßnahmen gegen „Gefährder“ erlassen, so etwa die Fußfesseln, die den verängstigten Bürger beruhigen sollen.

Aber wird es bei Sicherheitspolitik bleiben? Und was wird uns bei dieser Gelegenheit alles als Sicherheitspolitik verkauft? Im Windschatten von Berlin-Breitscheidplatz und Köln-Silvester 2.0 scheint zumindest racial profiling eine gesellschaftlich vollkommen akzeptierte Praxis geworden zu sein, jede diesbezügliche Kritik höchst verdächtig. Mir als Migrantin macht das Angst.

Der Attentäter, der den aktuellen sicherheitspolitischen Aktionismus auslöste hat das deutsche Asylrecht missbraucht, hat im Namen des IS gehandelt. Und wenn die Sicherheitsbehörden und das gesamte System besser funktioniert hätten, wäre er schneller nach Tunesien abgeschoben worden, um vielleicht dort seinen Anschlag auszuüben.

Aber ändert der Fall Amri wirklich etwas am globalen Phänomen Flucht und Migration? Ändert dieser Fall etwas an der Tatsache, dass ein Teil dieser Fliehenden und Schutzsuchenden nach Deutschland und Europa kam und kommt? Ändert er etwas daran, dass viele dieser „Anderen“ seit Jahrzehnten in Deutschland leben? Denkt man außerdem wirklich, dass der IS unabhängig von den Fluchtbewegungen keine Möglichkeit finden würde, um gefährliche Psychopaten nach Europa zu schleusen oder einheimische zu radikalisieren?

Sollen nun etwa, ganz nach „Trump-Manier“, keine Muslime mehr nach Deutschland einreisen dürfen und alle Muslime unter Generalverdacht stehen? Und was ist mit uns restlichen Migrant*innen, die wir schon ein Leben lang hier sind? Sind wir auch irgendwie suspekt? Wo wird da genau die Grenze gezogen? Eine alternative, ebenso unsinnige Idee: Warum werden denn nicht einfach alle Männer abgeschoben oder eingesperrt? Die allermeisten Terroranschläge, auch die der rechten Rassisten, gehen doch auf ihr Konto.

So ist das eben mit der Differenz: welche ist wegen was wann relevant?

Gewalt kennt weder Nationalität noch Herkunft. Der IS hat kein Patent auf Terror und Gewalt in Europa. Europa und auch deutscher Boden waren im 20. Jahrhundert Schauplatz unvorstellbaren Terrors und Gewalt. Der Holocaust bleibt weiterhin ihre grausamste Ausprägung. Immer war irgendeine Differenz, die so wesenhaft, essenziell, unauslöschlich zu sein schien, zumindest die vorgebliche Ursache dieser kollektiven Gewalt. Auch der IS legitimiert seine Gewalt auf Grundlage einer essenzialisierten Differenz, der gemäß Menschen nach religiöser Ausrichtung in lebenswerte und jene, die nicht leben sollen, bzw. die zu töten gar eine edle Tat ist, zu unterscheiden sind.

Ist der Islam irgendwie doch gefährlich?

In der Berliner Gedächtniskirche traten einen Tag nach dem Anschlag Vertreter der abrahamitischen Religionen gemeinsam gegen diese Gewalt auf. Und auch im Weihnachtsgottesdienst der hiesigen Grundschule durften muslimische Kinder ein Lied über „Allah, den Einen“, singen. Diese Solidaritätsbekundungen zwischen den Religionen sind auf eine gewisse Art herzerwärmend, fast hollywoodesk. Vielleicht sind sie auch notwendig, da sie jene inkludieren, die sich berechtigterweise oft ausgeschlossen fühlen.

Dennoch wirkte es irritierend, dass im Gedenkgottesdienst in Berlin Weihnachten so zentral thematisiert wurde, an das ja die daran beteiligten Imame und der anwesende Rabbiner nicht glauben. Die religiöse Differenz ist ja nicht zu leugnen und Weihnachten als Rahmung dieses Zusammenstehens gegen Gewalt ließ sie noch größer erscheinen. Beim Zuschauen konnte also durchaus der Eindruck entstehen, dass es dabei wieder einmal um eine Bewehrungsprobe für Muslime in Deutschland ging: Denn gerade in der demonstrativen Affirmation der Differenz im Gotteshaus der „Anderen“ bestand die Beteuerung, Gewalt, die aus religiöser Differenz erwächst, abzulehnen.

Nährt eine derartige Praxis aber letztlich nicht den Verdacht, dass der Islam irgendwie doch gefährlich ist und deshalb abgemildert oder vereinheitlicht werden sollte, indem man ihn beispielsweise in den christlichen Gottesdienst integriert? Suggeriert diese Praxis nicht, dass dem Islam in seinem Wesen etwas anhaftet, das man in den Stätten christlichen Glaubens reinwaschen kann? Und was viel entscheidender ist: Verschleiert eine derartige Praxis nicht, dass Differenz eben nicht per se Auslöser von Gewalt ist, sondern schon immer benutzt wurde, um Menschen zu Gewalt zu motivieren, sie ihnen schmackhaft zu machen?

Selbst dann, wenn es sich, wie etwa bei der vermeintlichen Differenzkategorie „Rasse“, um reine Fiktion handelt? Ist das in der Menschheitsgeschichte noch nicht hinlänglich bewiesen worden? Warum müssen wir dann weiterhin auf die Differenz, ob nun als Positivum oder Negativum, fokussieren und ihr eine derartige Relevanz einräumen? Warum lassen wir uns vorgaukeln, Gewalt sei tatsächlich Ergebnis von Differenz, die deshalb vereinheitlicht, passend gemacht, assimiliert, ausgelöscht, und wenn das nicht geht, ausgegrenzt werden muss?

Anis Amri waren Differenz und Religion schnuppe. Er war ein Kleinkrimineller, ein wohl aus biografischen Gründen zum Gewalttäter mutierter Mann, der sein in ungerechte globale Strukturen eingebettetes persönliches Scheitern mit Menschenhass beantwortete. Die Rattenfänger des IS haben ihn gekriegt, sein Gewaltpotenzial für ihre Zwecke genutzt. Wenn Fußfesseln irgendwas gegen solche Leute ausrichten, von mir aus.

Für universelle Problematiken wie Gewalt ist Differenz jedoch nicht verantwortlich, da wird das Schließen von Grenzen, die Differenz draußen lassen sollen, nichts helfen. Denn sie wird instrumentalisiert, um Gewalt, die in ihrer kollektiven Form meist handfesten Machtinteressen dient, legitim erscheinen zu lassen. Für diesen Zweck lässt sich Differenz dann auch ganz einfach erfinden und muss nicht einmal real sein.

Vor etwa zwanzig Jahren titelte „Der Spiegel“ eine Ausgabe mit „Gefährlich Fremd“. Es hat eine lange Tradition, Probleme in der Einwanderungsgesellschaft oder Untaten einzelner „Migrationsanderer“ reflexartig auf Fremdheit, auf Differenz zu schieben. Differenz, so die Implikation, ist per se gefährlich und ihr kann nur mit Verschärfungen der Migrations- und Asylpolitik begegnet werden. Dass man aber gerade in Deutschland immer wieder so stark in diese Richtung argumentiert, ist lächerlich. Denn würde man das damit verbundene Denken von essenzialisierter Differenz zwischen wesenhaft unterschiedlichen „Völkern“ und Kulturen so ernst nehmen, wie man es aktuell beim „Nordafrikaner“ tut, müsste man sich hierzulande bis zum Sankt Nimmerleinstag vom eigenen Rassismus kurieren. Mig 12

 

 

 

 

 

„Bürgerpreis“ für Delio Miorandi, den Ehrenvorsitzenden der Europa-Union Kreis Groß-Gerau (Hessen)

 

Am 13. Dezember hat die Preisverleihung zum diesjährigen Bürgerpreis, der bedeutendsten deutschlandweiten Auszeichnung für ehrenamtliches Engagement, im ZDF-Zollernhof in Berlin stattgefunden.

 

Dabei erreichte den begehrten 1. Preis in der Kategorie „Lebenswerk“ der ehemalige Diplom-Sozialarbeiter der Caritas und langjährige Kreisvorsitzende der Europa-Union, Cavaliere Delio Miorandi aus Raunheim in Südhessen.

 

Schon vorher hatte er die Vorentscheidung durch die Jury der Kreissparkasse Groß-Gerau gewonnen und war entsprechend gefeiert worden.

Zu dem diesjährigen Schwerpunktthema „Deutschland 2016  - Integration gemeinsam leben“ hatte es sich der Vorstand des Kreisverbandes der Europa-Union nicht nehmen lassen, seinen langjährigen Vorsitzenden vorzuschlagen, von dessen herausragenden Verdiensten, insbesondere um die Wegbereitung für fast 3 Generationen italienischer Mitbürger in der Region alle wussten, ja deren Mitstreiter und Förderer sie teilweise waren.

 

Dass es nun auch bundesweit geklappt hatte, davon zeigte sich auch die mitgefahrene Kreisprominenz begeistert.  Die Laudatoren, insbesondere Innenminister Thomas de Mazière, konnten leicht den Bogen schlagen vom  augenblicklichen Engagement der vielen in der aktuellen Flüchtlingsaufnahme zum jahrzehntelangen aufopferungsvollen Dienst der wenigen in den frühen „Gastarbeiterwellen“ seit den 50er Jahren.

 

Delio Miorandis Einsatz ist eben nicht bei der ohnehin schon aufreibenden Sozialarbeitertätigkeit für Aufenthalt, Wohnung, Sprache und Arbeit der Migranten stehengeblieben. Er hat sich um die wirklichen Problemfälle mit Ehe Familie, Kindererziehung gekümmert; hat früh freiwilige Helferteams gegründet, hat insbesondere die katholische Kirche mit italienischen Pfarreien und mit ihren deutschen Partnern eingebunden; er hat aber auch neue Mittelpunkte für die Migranten geschaffen („centro italiano“ in Groß-Gerau und in Rüsselsheim) und sich um schulische, betriebliche und muttersprachliche Förderungen gekümmert. Er hat aber auch den Konflikt mit den deutschen Stellen ( früher Ausländeramt, Polizei, Justiz, Wohnheime) nicht gescheut.

Schließlich hat er auch die öffentliche Anprangerung von Mißständen (mehrere Massendemonstrationen, darunter auch bei einer Landesversammlung der Europa-Union ) zwar risikoreich, aber erfolgreich genutzt.

Seine Erlebnisse – ca 50 Jahr Integration – hat er unlängst in 2 Romanbänden („Antonio -  vom Eselpfad ins Wirtschaftswunder“) niedergelegt, in denen für seine Zeitgenossen die gemeinsam erlebte Realität durchscheint und: es geht gut aus.

Europa-Union und der Kreis werden es sich nicht nehmen lassen, die hohe Auszeichnung um den Europatag herum nochmals u feiern. Auch die Europa-Union Deutschland freut sich mit und ruft ihm heute zu : „Bravo Delio“! eud

 

 

 

 

„Gefährlichster Zeitpunkt der Menschheitsgeschichte“

 

Zu seinem 75. Geburtstag warnt Stephen Hawking vor sozialer Ungleichheit und fordert die Eliten zu mehr Demut auf.  Von Stephen Hawking

 

Als theoretischer Physiker habe ich Zeit meines Lebens in Cambridge in einer überaus privilegierten Blase gelebt. Cambridge ist eine ungewöhnliche Stadt, in deren Mitte sich eine der großartigsten Universitäten der Welt befindet. In dieser Stadt ist die wissenschaftliche Gemeinschaft, der ich seit meinen Zwanzigern angehöre, etwas ganz besonderes. Und innerhalb dieser Gemeinschaft wiederum begreift sich der kleine Kreis an internationalen theoretischen Physikern, mit denen ich schon seit Jahr und Tag zusammenarbeite, wohl gelegentlich als die Spitze der Wissenschaftsgemeinde. Rechnet man dann noch meine Berühmtheit hinzu, die ich meinen Büchern zu verdanken habe, und die mit meiner Krankheit einhergehende Isolation, dann wird der Elfenbeinturm, in dem ich lebe, noch höher.

Damit gehöre auch ich zu der Elite, die in letzter Zeit sowohl in den USA als auch in Großbritannien so schwer unter Beschuss geraten ist. Wie auch immer man selbst zu der Entscheidung der britischen und US-amerikanischen Wählerschaft steht, für den Austritt aus der Europäischen Union zu stimmen beziehungsweise Donald Trump zu ihrem Präsidenten zu wählen – Experten sind sich einig, dass dies ein Aufschrei der Wut derjenigen war, die sich von ihren politischen Führungspolitikern im Stich gelassen fühlen. Alle sind der Meinung, dass dies Momente waren, in denen diese Enttäuschten sich Gehör verschafften und mit ihrer Stimme die Ratschläge der Experten und Eliten in den Wind schlugen.

Auch hier kann ich mich einreihen. Ich warnte davor, dass der Brexit der wissenschaftlichen Forschung in Großbritannien schaden und der Austritt einen Rückschritt bedeuten würde. Aber die Wählerschaft, oder zumindest ein ausschlaggebender Teil davon, missachtete meine Warnung genauso wie die von führenden Politikern, Gewerkschaftern, Künstlern, Wissenschaftlern, Unternehmern und Prominenten, deren Ratschläge an den Rest des Landes genauso wirkungslos verhallten.

Weit wichtiger als die Entscheidung dieser beiden Wählerschaften ist jetzt allerdings, wie die Eliten darauf reagieren. Sollten wir nun unsererseits diese Entscheidungen als Resultate eines ungehobelten Populismus abtun, der die Fakten außer Acht lässt, und versuchen, die Wahlergebnisse irgendwie zu umgehen? In meinen Augen wäre das ein fataler Fehler.

Die diesem Wahlverhalten zugrundeliegenden Sorgen über die wirtschaftlichen Folgen der Globalisierung und des sich beschleunigenden technologischen Wandels sind absolut verständlich. Die Automatisierung der Fabriken hat einen Großteil der Arbeitsplätze in den traditionellen Produktionsbetrieben vernichtet. Durch das Aufkommen und die Verbreitung künstlicher Intelligenz sind jetzt auch die Arbeitsplätze der Mittelschicht bedroht. Am Ende bleiben dann nur noch Stellen in der Intensivpflege, für Kreativarbeiter sowie für Management- und Aufsichtspersonal.

Das wird die ohnehin weit verbreitete wirtschaftliche Ungleichheit in aller Welt noch weiter verschärfen. Das Internet ermöglicht Plattformen, mit denen Einzelne enorme Profite machen können, ohne viele Leute zu beschäftigen. Das lässt sich nicht vermeiden. Das ist der Fortschritt. Nur leider bringt er auch soziale Ungerechtigkeiten mit sich.

Man denke nur an den Finanz-Crash, der den Leuten klargemacht hat, dass einzelne Finanzhaie gigantische Prämien einstecken, während der Rest von uns für ihre Spekulationen bürgt und die Rechnung bezahlen muss, wenn sie in ihrer Gier alles in den Sand setzen. Kurz gesagt, leben wir in einer Welt zunehmender und nicht abnehmender wirtschaftlicher Ungleichheit. Bei vielen Menschen geht es schon gar nicht mehr darum, ihren Lebensstandard zu halten, sondern darum, überhaupt ihren Lebensunterhalt verdienen zu können. Da ist es kein Wunder, dass sie Veränderungen wollen, die Trump und die Brexit-Befürworter ihnen offenbar glaubhaft vorgaukeln konnten.

Die globale Ausbreitung des Internets und der sozialen Medien hat eine weitere unbeabsichtigte Konsequenz: Wie krass diese Ungleichheiten sind, ist heute wesentlich offensichtlicher als früher. Für mich war die Möglichkeit, Technologie für die Kommunikation zu nutzen, eine befreiende und positive Erfahrung. Ohne diese Technologie könnte ich schon seit Jahren nicht mehr arbeiten. Für andere kann die Kommunikationstechnologie aber auch eine Qual sein: Ganz gleich, wie arm man ist, solange man ein Telefon mit Internetanschluss hat, kann man das Leben der reichsten Menschen in den wohlhabendsten Teilen der Welt bestaunen. Und da heute im Afrika südlich der Sahara mehr Menschen über ein Smartphone als über Zugang zu sauberem Wasser verfügen, bedeutet das über kurz oder lang, dass niemandem auf unserem immer voller werdenden Planeten diese Ungleichheit entgeht.

Die Folgen davon sind deutlich zu sehen: Von Hoffnung auf ein besseres Leben getrieben, strömt die arme Landbevölkerung in die Städte. Und wenn die Menschen dann erkennen, dass das auf Instagram zu sehende Paradies in den dortigen Elendsvierteln nicht zu finden ist, wollen sie es jenseits des Meeres finden und schließen sich dem Strom der Wirtschaftsmigranten an. Diese Migrantenströme setzen die Infrastrukturen und Volkswirtschaften in den Aufnahmeländern gewaltig unter Druck, untergraben damit die Toleranz und schüren den politischen Populismus noch weiter.

Aus all dem ergibt sich für mich, dass wir dringend enger zusammenarbeiten müssen, als das je in der Menschheitsgeschichte nötig war. Wir stehen vor gewaltigen und überaus beunruhigenden Umweltproblemen: Klimawandel, Lebensmittelsicherheit, Überbevölkerung, Rückgang der Artenvielfalt, Epidemien, Übersäuerung der Meere. All diese Phänomene zeigen uns, dass wir gerade am gefährlichsten Zeitpunkt der Menschheitsgeschichte stehen. Wir haben die Technologien entwickelt, die den Planeten, auf dem wir leben, nach und nach zerstören, aber nicht die Fähigkeit, der Erde zu entkommen. In einigen Jahrhunderten werden wir möglicherweise den einen oder anderen Stern kolonisiert und dort menschliche Siedlungen gegründet haben, aber derzeit haben wir nur diesen einen Planeten, und wir müssen alle zusammen daran arbeiten, ihn zu bewahren.

Dazu müssen wir die Schranken innerhalb und zwischen den Nationen abbauen und nicht noch verstärken. Wenn wir uns die letzte Chance bewahren wollen, bleibt den führenden Entscheidungsträgern dieser Welt nichts anderes übrig, als anzuerkennen, dass sie versagt und die Mehrheit der Menschen im Stich gelassen haben. Die Ressourcen konzentrieren sich immer mehr in den Händen weniger, weshalb wir lernen müssen, weit mehr als bisher zu teilen. Da nicht nur Arbeitsplätze, sondern ganze Industriezweige verschwinden, sind wir verpflichtet, den Menschen zu helfen, sich für eine neue Welt weiterzubilden, und sie während dieser Zeit finanziell zu unterstützen. Wenn das gegenwärtige Ausmaß der Migration für die Gemeinschaften und Volkswirtschaften nicht zu bewältigen ist, müssen wir mehr für eine globale Wirtschaftsentwicklung tun. Denn das ist die einzige Möglichkeit, die Millionen Auswanderungswilligen zu überzeugen, sich in ihren Heimatländern eine Zukunft aufzubauen.

Das ist machbar. In Bezug auf die Spezies Mensch bin ich ein ungeheurer Optimist. Aber die Eliten – von London bis Harvard, von Cambridge bis Hollywood – sollten aus den vergangenen Monaten ihre Lehren ziehen. Vor allem müssen sie sich ein gewisses Maß an Demut und Bescheidenheit aneignen. TG, IPG 6

 

 

 

30 Jahre Erasmus: Mehr Fördermittel für ein weltoffenes Europa

 

Erasmus ist 30 – Anlass genug für Politiker und Lehrer, eine massive Aufstockung der Fördermittel zu fordern. Das beliebte und gleichzeitig erfolgreiche Programm steht derzeit nur etwa sieben Prozent der jungen Europäer zur Verfügung. EurActiv Frankreich berichtet.

 

„17 Milliarden Euro aus einem Budget von einer Billion reichen für dieses wichtige gesellschaftliche Instrument nicht aus“, kritisiert der französische Europaminister Harlem Désir. Wie auch die meisten Teilnehmer der gestrigen Feierlichkeiten zum 30. Jahrestag ist Désir der Ansicht, der Erfolg des Erasmus-Programmes sei ein klarer Rechtfertigungsgrund für mehr Fördermittel. Die Jubiläumsfeier in Paris brachte Lehrer, Studenten und Politiker zusammen – darunter Frankreichs Minister für Bildung, Arbeit und europäische Angelegenheiten, der italienische Europaminister Sandro Gozi sowie der französische EU-Kommissar Pierre Moscovici.

Erasmus hat sich seit seinen Anfängen als Austauschprogramm für Studenten stark gewandelt. Insgesamt nahmen bereits fünf Millionen junge Erwachsene an Erasmus-Aufenthalten teil, 600.000 davon aus Frankreich – und die Zahl steigt immer schneller. Zurzeit profitieren von dem Programm laut französischem Bildungsministerium jährlich etwa 35.000 Studierende aus Frankreichs Sekundärschulen und Universitäten sowie 16.000 Auszubildende. „Wir bekommen oft von Politikern zu hören, dass sie Erasmus auch auf Ausbildungsstellen ausweiten wollen. Dabei ist das schon längst geschehen“, betont Bildungsministerin Najat Vallaud-Belkacem. Nächstes Etappenziel, das jedoch nicht vor 2020 angestrebt wird, ist es, Erasmus auch auf die Weiterbildung zu übertragen.

100 Prozent Zufriedenheit

Für den Zeitraum von 2014 bis 2020 stockte man das Erasmus-Budget um 40 Prozent auf. Dennoch erreicht es noch immer nur sieben Prozent der 18 bis 25 Jährigen. Dabei würden 75 Prozent gern die Chance auf einen Erasmus-Aufenthalt nutzen, wenn diese sich ihnen bieten würde. Und zwar aus gutem Grund: 100 Prozent der Erasmus-Studenten empfehlen das Programm weiter.

Italiens Europaminister Gozi war selbst einst Erasmus-Student an der Sorbonne in Paris. Seiner Meinung nach sollte das Programm massiv ausgebaut werden. „Mit einem Budget von 150 Milliarden Euro könnten wir zehnmal mehr Auslandsaufenthalte fördern“, unterstrich er bei den Feierlichkeiten. Kommissar Moscovici holte ihn jedoch schnell auf den Boden der Tatsachen zurück. „Das Problem ist, dass der EU-Haushalt weniger als ein Prozent des BIPs aller Mitgliedsstaaten ausmacht. Das ist bei Weitem nicht genug“, warnt er. „Etwa 40 Prozent unseres EU-Haushalts fließen in die Landwirtschaf; 40 Prozent in Strukturfonds, deren Wirksamkeit eher fragwürdig ist. In Humankapital und Forschung investieren wir viel zu wenig.“ Daher müsse man die EU-Haushaltsprioritäten für den Zeitraum nach 2020 neu überdenken, so der EU-Wirtschaftskommissar.

Die politischen Herausforderungen des Programms kamen nur vorsichtig zur Sprache. „Bildung sollte eine Rolle bei der bürgerlichen Aufklärung spielen, beim Erlernen der Meinungsfreiheit“, meint Vallaud-Belkacem. Darüber hinaus verwies sie auf den Pariser Terroranschlag auf das Satire-Magazin Charlie Hebdo von vor zwei Jahren. Nach dem schrecklichen Attentat hatten die EU-Bildungsminister versucht, ein Programm zur Förderung einer aktiven europäischen Bürgerschaft einzuführen. „In einer Zeit, in der viele glauben, Bildung sei eine rein nationale Angelegenheit und Mobilität ausschließlich für Eliten gedacht, sollten wir die Vorzüge der EU klar herausstellen“, fordert die Ministerin.

Die deutlichste Botschaft für den europäischen Traum kommt jedoch von Naliaa Vakulenko, einer jungen urkainischen Erasmus-Studentin, die ihren Austausch an der Universität im französischen Armins absolviert, und 2014 an den Maidan-Protesten teilnahm. „Wir haben für unser Recht gekämpft, Teil der EU zu werden. Viele von uns sind gestorben. Wirklich sehr junge Menschen haben ihr Leben dafür geopfert, die Welt zu verändern“, erklärt sie und ruft alle anderen Erasmus-Studenten auf, ihre Träume zu verwirklichen.

„Wir leben in einer Zeit, in der die Leute gern sagen, dass die Erweiterung schlecht ist, dass sie ein Ende finden sollte“, so Moscovici. „Mein Vater war rumänischer Abstammung und meine Mutter Polin. Europa muss eine offene Gesellschaft bleiben. Wir müssen dieses kulturelle Fundament legen, um zu bestimmen, was Europa wirklich ist, und um sicherzustellen, dass es erhalten bleibt.“ Aline Robert | Übersetzt von: Jule Zenker EA 10

 

 

 

 

Nostalgie der Not. Wer Populisten besiegen will, muss dem Fortschritt endlich seinen Glanz zurückgeben

 

Margaret Thatcher und Ronald Reagan bleiben für ihre Politik des „Laissez-faire“ der frühen 1980er Jahre in Erinnerung. Ihre Wahlkampagnen und Siege beruhten auf dem Versprechen, der Kapitalismus der freien Märkte führe zu Wachstum und fördere den Wohlstand. Im Jahr 2016 hat Nigel Farage – der ehemalige Parteichef der britischen Unabhängigkeitspartei (UKIP) und Planer des Brexit – ebenso wie der zukünftige US-Präsident Donald Trump seine Kampagnen und Siege auf eine deutlich andere Grundlage gestellt: Nostalgie. Sie versprachen, „die Kontrolle wiederzuerlangen” und „Amerika wieder groß zu machen“ – mit anderen Worten, das Rad der Geschichte zurückzudrehen.

Wie Mark Lilla von der Columbia University beobachtet hat, rollt diese neue reaktionäre Welle nicht nur durch Großbritannien und die Vereinigten Staaten. In vielen Industrie- und Schwellenländern scheint die Vergangenheit attraktiver zu sein als die Zukunft. In Frankreich verherrlicht Marine Le Pen, die Präsidentschaftskandidatin der nationalistischen Rechten, die Ära, in der die französische Regierung die Grenzen kontrolliert, die Industrie geschützt und die Währung aktiv beeinflusst hat. Die Parteivorsitzende des Front National behauptet, solche Lösungen, die in den 1960er Jahren funktioniert haben, würden auch heute wieder zu Wohlstand führen.

Offensichtlich sprechen solche Ideen viele Wählerinnen und Wähler im gesamten Westen an. Der Hauptgrund für diesen Wandel der öffentlichen Einstellung ist, dass viele Bürgerinnen und Bürger ihren Glauben an den Fortschritt verloren haben. Sie glauben nicht mehr, dass ihnen die Zukunft materielle Verbesserungen bieten kann oder dass es ihren Kindern einmal besser gehen wird als ihnen selbst. Weil sie Angst haben, nach vorn zu schauen, blicken sie zurück in die Vergangenheit.

Dass der Fortschritt seinen Glanz verloren hat, dafür gibt es mehrere Gründe: Der erste Grund ist in einem Jahrzehnt der schwächelnden Wirtschaft zu suchen. Zumindest in Europa ist für alle Unter-30-Jährigen der neue Normalzustand Rezession und Stagnation. Der Preis der Finanzkrise war hoch. Darüber hinaus sind die Produktivitätszuwächse in den Industriestaaten (und oft auch in den Schwellenländern) weiterhin enttäuschend gering. Daher gibt es kaum Einkommensgewinne, die verteilt werden könnten – und noch weniger in alternden Gesellschaften, in denen weniger Menschen arbeiten und die Rentner länger leben. Ob diese harsche Realität tatsächlich auch in Zukunft Bestand haben wird, ist unter Ökonomen umstritten, aber dass die Bürger diese Probleme ernst nehmen, ist verständlich.

Der zweite Grund, warum der Fortschritt an Glaubwürdigkeit verloren hat, besteht darin, dass die Mittelklasse – das Rückgrat der industriellen Nachkriegsgesellschaften – Gefahr läuft, durch die digitale Revolution ausgehöhlt zu werden. So lange durch den technischen Fortschritt nur unqualifizierte Arbeitsplätze vernichtet wurden, reagierten die Politiker mit besserer Ausbildung. Aber durch Roboter und künstliche Intelligenz fallen auch Jobs mittleren Qualifikationsgrads weg, was zu einem polarisierten Beschäftigungsmarkt mit Arbeitsplätzen an beiden Enden der Einkommensverteilung führt. Diejenigen, deren Fähigkeiten an Wert verloren haben und deren Arbeitsplätze durch Automatisierung verloren gegangen sind, werden dies wohl kaum als „Fortschritt“ werten.

Ein dritter, damit zusammenhängender Grund besteht in der massiv verzerrten Verteilung der nationalen Einkommenszuwächse vieler Länder. Der soziale Fortschritt lebte von dem Versprechen, dass der Nutzen technologischer und wirtschaftlicher Fortschritte geteilt wird. Aber aktuelle, bahnbrechende Forschungen von Raj Chetty und seinen Kollegen zeigen, dass, während 90 Prozent der in den frühen 1940er Jahren in den USA geborenen Erwachsenen mehr als ihre Eltern verdienten, dieser Anteil seitdem stetig gesunken ist. Heute haben nur noch 50 Prozent der Mitte der 1980er Jahre geborenen Amerikaner ein höheres Einkommen als ihre Eltern. Lediglich ein Viertel dieses Rückgangs liegt an der Verlangsamung des Wirtschaftswachstums; der Rest kann auf eine immer ungleichere Einkommensverteilung zurückgeführt werden. Nimmt die Ungleichheit ein solches Ausmaß an, untergräbt sie die Basis des Gesellschaftsvertrags. Ist es unwahrscheinlich, dass es Kindern einmal besser geht als ihren Eltern, kann man wohl kaum von allgemeinen Fortschritten sprechen.

Viertens hat die neue Ungleichheit eine politisch hervorstechende örtliche Dimension: Gut ausgebildete, beruflich erfolgreiche Menschen heiraten immer mehr unter sich und leben nah beieinander – meist in großen, wohlhabenden Ballungsgebieten. Ebenso heiraten sich die Verlierer gegenseitig und leben nah beieinander – meist in sozial schwachen Gebieten oder Kleinstädten. Laut Mark Muro und Sifan Liu von der Brookings Institution ist dies der Grund dafür, dass in den US-Wahlkreisen, in denen Trump gewann, nur 36 Prozent des Bruttoinlandsprodukts erwirtschaftet wird, während in den von Clinton gewonnenen Kreisen der Anteil bei 64 Prozent liegt. Massive örtliche Ungleichheit führt zu großen Gemeinschaften von Menschen ohne Zukunft, die die Uhr lediglich zurückdrehen möchten.

Der Glaube an den Fortschritt war in den Nachkriegsjahrzehnten eine Grundvoraussetzung des politischen und sozialen Gesellschaftsvertrags. Er war immer ein Grundbestandteil der linken Programme, aber auch die Rechten haben sich an ihn gewöhnt. Nach den Ereignissen von 2016 ist die Unterstützung für dieses Konzept, das während der Aufklärung entstanden ist, nun nicht mehr gewährleistet.

Alle, die glauben, die Idee des Fortschritts sollte den Gesellschaften des 21. Jahrhunderts weiterhin als Kompass dienen, müssen diese nun anhand der heutigen Gegebenheiten umdefinieren und eine entsprechende politische Agenda entwerfen.

Sogar wenn man andere wichtige Dimensionen des Themas außen vor lässt – wie die Angst vor der Globalisierung, wachsende moralische Zweifel an modernen Technologien und die Sorge über die ökologischen Folgen des Wachstums – ist die Neudefinition des Fortschritts eine beängstigend große Herausforderung. Dies liegt teilweise daran, dass eine vernünftige Agenda gleichzeitig makroökonomische, ausbildungsbezogene, verteilungstechnische und räumliche Dimensionen umfassen muss. Die Lösungen von gestern sind Vergangenheit: Ein Gesellschaftsvertrag für ein Umfeld mit hohem Wachstum und gleichberechtigtem technologischem Fortschritt kann die Probleme einer wachstumsarmen Welt mit spaltend wirkenden technischen Neuerungen nicht mehr lösen.

Kurz gesagt, soziale Gerechtigkeit ist nicht nur eine Sache schönen Wetters. Viele Jahrzehnte lang war das Wachstum ein Ersatz für vernünftige Sozialpolitik. Heute brauchen die Industriestaaten Sozialverträge, die demografische Veränderungen, technologische Umwälzungen und wirtschaftliche Schocks überleben können.

2008 hat US-Präsident Barack Obama seine Kampagne auf „Hoffnung“ und „Wandel, an den wir glauben“ ausgerichtet. Die stichhaltige Antwort auf die Wiederkehr der reaktionären Welle muss darin bestehen, diesen größtenteils unerfüllt gebliebenen Versprechen Inhalt zu verleihen.

Jean Pisani-Ferry PS, IPG 10

 

 

 

 

Attentat in Jerusalem. Terrorismus gemeinsam bekämpfen

 

Die Bundesregierung ist erschüttert über den Terroranschlag in Jerusalem. Die Tat erinnere an den jüngsten Anschlag in Berlin, sagte Regierungssprecher Seibert in Berlin. Sie zeige, wie wichtig es sei, den Kampf gegen den Terrorismus gemeinsam zu führen.

 

"Die Bundeskanzlerin und die gesamte Bundesregierung sind tief erschüttert über die schreckliche terroristische Tat, die gestern in Jerusalem das Leben von vier Menschen gekostet und die mehrere weitere verletzt hat", sagte Regierungssprecher Steffen Seibert in der Regierungspresskonferenz. Er

bekräftigte: "Unsere Gedanken sind bei den Opfern und ihren Angehörigen. Den Verletzten wünschen wir rasche Genesung."

Weltweite Solidarität im Kampf gegen Terrorismus

Die Bundesregierung fühle sich "den Menschen in Israel und dem Staat Israel in diesen Stunden besonders verbunden", so Seibert weiter. Die Tat in Jerusalem erinnere an den Anschlag auf dem Breitscheidplatz in Berlin.

Der islamistische Terrorismus sei eine schwere Prüfung für Deutschland und für viele seiner Partner weltweit. "Den Kampf gegen die Mörder und gegen ihre Hintermänner müssen wir dementsprechend auch in weltweiter Solidarität und Gemeinsamkeit führen", sagte der Regierungssprecher.

Attentäter dürfen Ziel nicht erreichen

Bereits am Sonntag hatte Außenminister Frank-Walter Steinmeier den "blutigen Anschlag auf das Schärfste" verurteilt und betont: "Wir stehen in diesen schweren Stunden an der Seite unserer israelischen Freunde. Der Terrorismus bedroht uns alle gemeinsam."

"Das Ziel der Attentäter scheint klar: Sie wollen die Spannungen im Nahostkonflikt anheizen und eine Spirale der Gewalt in Gang setzen. Sie dürfen dieses Ziel nicht erreichen", mahnte Steinmeier. pib

 

 

 

 

Für offene Grenzen. Warum Abschottung erst die Probleme schafft, die sie eigentlich lösen soll

 

In Diskussionen wie dieser wird standardmäßig davon ausgegangen, dass Einwanderungskontrollen die Regel sind und jemand, der sich für die Freizügigkeit ausspricht, seine als haarsträubend empfundene Position erst mal rechtfertigen muss. Ich möchte diese Haltung einmal auf den Kopf stellen. In jedem öffentlichen Raum haben Menschen das Recht, sich frei zu bewegen – oder sollten es haben –, ebenso, wie sie das Recht haben (sollten), frei ihre Meinung zu äußern. In beiden Fällen muss jeglicher Versuch, Menschen an ihrem freien Handeln zu hindern, mit stichhaltigen Argumenten begründet werden.

Donald Trump möchte Muslimen die Einreise nach Amerika verbieten. Viele Briten wollen Donald Trump die Einreise nach Großbritannien verbieten. In keinem der beiden Fälle ist es eine hinreichende Begründung, dass solch ein Verbot vernünftig sei, weil Muslime oder Trump eine nationale Grenze überqueren wollen. Staatsgrenzen sind an sich noch kein Grund, das Recht einer Person zur freien Wahl des Aufenthaltsortes, also die Freizügigkeit einzuschränken. Wer sich für Einschränkungen der Freizügigkeit ausspricht, muss erklären, warum es durch das Vorhandensein einer Staatsgrenze für den Staat erforderlich ist, die Freizügigkeit zu beeinträchtigen. Das gilt für Einzelpersonen (Trump), Gruppen (Muslime) und die Freizügigkeit im Allgemeinen.

Stichhaltige Argumente sind vor allem deshalb wichtig, weil es sich bei der Einschränkung der Freizügigkeit nicht einfach nur um eine politische Maßnahme handelt. Vielmehr gehen staatliche Zwangsmaßnahmen damit einher. Da ist nicht nur die Unannehmlichkeit, dass sich ein Grenzbeamter unseren Pass ansieht. Das kann auch die Zwangsmaßnahme militärischer Patrouillen sein, die auf Migranten schießen; Internierungslager, in denen Tausende unter brutalsten Bedingungen inhaftiert werden; Verträge wie der zwischen der EU und der Türkei und dem Sudan oder zwischen Australien und Papua-Neuguinea und Nauru, nach denen diese Länder dafür bezahlt werden, Menschen einzusperren, die mutmaßlich auf dem Weg nach Europa oder Australien sind. Das ist nicht etwa das inakzeptable Gesicht der Einwanderungskontrollen, sondern es ist heute Realität. Und nicht wer gegen diese Zwangsmaßnahmen ist, sondern wer sie vertritt, muss das moralisch und politisch begründen.

Welche Argumente werden also gegen die Freizügigkeit ins Feld geführt? Grob gesagt fallen sie in drei Kategorien: Freizügigkeit untergräbt die Souveränität eines Staates, sie verstößt gegen die Demokratie, und sie hat verheerende praktische Auswirkungen. Sehen wir uns alle drei Kategorien kurz an.

Die staatliche Souveränität bringt es mit sich, dass ein Land seine eigene Grenzpolitik betreiben kann. Sie definiert aber nicht, wie diese Politik aussehen sollte. Es gibt keinen Grund, warum sich ein souveräner Staat in seiner Grenzpolitik gegen die Freizügigkeit entscheiden sollte.

Nehmen wir den Fall Spaniens. Als Spanien 1986 der EU beitrat, hatte es noch eine offene Grenze mit Marokko und daher mit Nordafrika. Eine Bedingung für den EU-Beitritt war jedoch die Schließung dieser Grenze. Ab dem Jahr 1991 brauchten Marokkaner und alle anderen afrikanischen Staatsbürger, die über die marokkanische Grenze nach Spanien kamen, ein Visum. In diesem Fall hatte sich das souveräne Spanien für eine offene Grenze entschieden; die Kontrollen wurden dem Land von den EU-Regeln auferlegt.

Freizügigkeit ist demnach an sich noch keine Verletzung der Souveränität. Kritiker vermengen das Recht auf Grenzkontrollen mit der Verpflichtung, Grenzkontrollen durchzuführen. Die Rechtfertigung von Grenzkontrollen mit dem Argument der Souveränität geht in Wahrheit am Thema vorbei. Es geht nicht darum, ob ein souveräner Staat in der Lage sein sollte, seine Grenzpolitik selbst zu gestalten. Vielmehr geht es darum, ob man diese Souveränität nutzen sollte, um Grenzkontrollen einzurichten. Die Wiedererlangung der Kontrolle, um eine aktuelle Formel zu verwenden, setzt nicht zwangsläufig eine Einschränkung der Freizügigkeit voraus.

Das zweite Argument gegen die Freizügigkeit lautet, dass offene Grenzen undemokratisch seien, weil es für eine solche Politik kein Mandat gebe. Es stimmt, dass man eine liberale Einwanderungspolitik nicht gegen den Widerstand der Bevölkerung umsetzen kann, sondern nur, wenn man die Öffentlichkeit davon überzeugen kann. Dieses Argument widerlegt aber nicht die Freizügigkeit, sondern spricht dafür, ein demokratisches Mandat für solch eine Politik zu erlangen. Das gilt für jede politische Maßnahme, die diskutiert wird.

Ich vertrete das freie Recht auf Abtreibung ohne Vorbedingungen (abortion on demand). In Großbritannien gibt es für diese Politik keine öffentliche Unterstützung. Es wäre daher undemokratisch, sie zwangsweise gegen den Wunsch der Mehrheit einzuführen. Aber es ist nicht undemokratisch, sich, obwohl man einer Minderheit angehört, für das freie Recht auf Abtreibung auszusprechen. Auch sagt die Haltung der Mehrheit nichts darüber aus, ob diese Politik richtig oder falsch ist. Das freie Recht auf Abtreibung ist nicht verkehrt, weil die Mehrzahl der Menschen dagegen ist. Ob die Abtreibungspolitik richtig oder verkehrt ist, beruht auf den moralischen und politischen Gründen, die man anführt, nicht darauf, wie stark sie in der Bevölkerung unterstützt wird. Dasselbe gilt für die Freizügigkeit.

Solange es in der Bevölkerung Widerstand gegen die Freizügigkeit gibt, wäre es undemokratisch, eine solche Politik einzuführen. Es ist allerdings kein eisernes Gesetz, dass die Öffentlichkeit der Einwanderung bis in alle Ewigkeit ablehnend gegenübersteht. Dass große Teile der Bevölkerung sie ablehnen, liegt an der Art, wie Politiker jeder Couleur das Thema Einwanderung in den letzten 30 Jahren diskutiert haben. Einerseits erkennen die Politiker die Notwendigkeit der Einwanderung an, andererseits stellen sie sie als Problem dar, das es zu lösen gilt. Gleichzeitig bringen Politiker häufig eine Verachtung für die Massen zum Ausdruck, die sie als rassistisch einordnen, als unfähig, eine rationale Sicht der Einwanderung zu gewinnen. Diese giftige Mixtur aus der Notwendigkeit von Migration, der Angst vor ihr und der Verachtung der Gegner fördert die Stigmatisierung von Migranten und schürt im Volk eine Feindseligkeit gegenüber der liberalen Elite, weil sie die Ansichten der Bürger zur Einwanderung ignoriert. Doch das bedeutet weder, dass die Politik der Freizügigkeit prinzipiell falsch ist, noch, dass die Bevölkerung eine solche Politik immer ablehnen wird.

Die dritte Kategorie von Argumenten gegen die Freizügigkeit betrifft die praktischen Folgen: Bei offenen Grenzen könne die ganze Welt ins Land kommen; insbesondere könnten Kriminelle und Terroristen ins Land kommen.

Vergessen wir nicht, dass offene Grenzen bis vor nicht allzu langer Zeit die Regel waren. Großbritannien hatte seine Tür zum Commonwealth bis 1962 offen, Amerika die nach Mexiko fast im gesamten 20. Jahrhundert, Spanien die nach Nordafrika bis 1991. In keinem dieser Fälle kamen Millionen ins Land. Die Grenzen wurden schließlich nicht wegen des Migrationsdrucks geschlossen, sondern wegen des politischen Drucks, der wiederum aus Migrationsängsten resultierte. Angst, nicht die Realität, war das Grundproblem.

Ironischerweise schafft die Schließung von Grenzen häufig genau die Probleme, die sie lösen sollte. Nehmen wir die Schließung der spanischen Grenze nach Nordafrika. Bevor diese Grenze geschlossen wurde, kamen Afrikaner als Saisonarbeiter und kehrten dann wieder nach Hause zurück. Die offene Grenze funktionierte gut. Die Schließung hielt jedoch die Nordafrikaner nicht davon ab, nach Spanien zu kommen. Sie stiegen in Boote und kamen illegal ins Land. Das war der wahre Beginn der Migrantenkrise im Mittelmeer. Im Mai 1991 wurden die ersten Leichen an spanische Strände gespült. Die Menschen, die sich ins Land schleusen ließen, kehrten nicht nach Afrika zurück – hätten sie das getan, wäre es ihnen schwergefallen, wieder zurückzukommen –, sondern blieben und holten oft ihre Familien nach. Das „Problem“, von dem viele meinten, es sei durch die Schließung der Grenze gelöst worden, wurde durch die Grenzschließung in Wahrheit geschaffen. Dasselbe gilt beispielsweise für die Schließung der amerikanisch-mexikanischen Grenze.

Ebenso unzutreffend ist es, dass Staaten aufgrund der Freizügigkeit Terroristen oder Kriminelle nicht an der Einreise hindern können. Freizügigkeit bedeutet nur, dass es keine willkürlichen Kontrollen geben darf, die sich auf Kategorien wie Nationalität, Vermögen oder Schichtzugehörigkeit beziehen, ebenso wenig, wie sie nach Religion, Hautfarbe oder Geschlecht erfolgen dürfen.

Einwanderungskritiker behaupten, Massenmigration schaffe Arbeitslosigkeit, lasse die Löhne sinken und zehre an den Ressourcen. Die meisten Befunde weisen in eine andere Richtung. Die Probleme der Menschen sind für sie natürlich völlig real. Wirtschaftliche und soziale Veränderungen – in Großbritannien etwa der Niedergang der herstellenden Industrie, das Bröckeln des Sozialstaats, die Einführung der Sparpolitik, die Zersplitterung der Gesellschaft, die Zunahme der Ungleichheit – schaffen im Verbund mit politischen Veränderungen wie der Aushöhlung der Gewerkschaftsmacht und der Transformation sozialdemokratischer Parteien in Teilen der Bevölkerung ein Gefühl der Sprachlosigkeit und Marginalisierung. Die Einwanderung hat für all diese Veränderungen so gut wie keine Rolle gespielt. Sie hat sich jedoch zu einer Art Linse entwickelt, durch die viele Menschen diese Veränderungen wahrnehmen. Solange wir Migranten als Sündenböcke für solche Probleme missbrauchen, übersehen wir aber die zugrundeliegenden Ursachen für stagnierende Löhne, die Zunahme von Null-Stunden-Verträgen, den Wohnungsmangel oder das Gefühl vieler Leute, politisch abgehängt und an den Rand gedrängt worden zu sein; daher fangen wir auch nicht damit an, uns richtig um diese Probleme zu kümmern

Wäre kein einziger Immigrant nach Großbritannien gekommen, lebten die Briten heute trotzdem in einem völlig anderen Land als noch vor einem halben Jahrhundert.

Kritiker behaupten auch, dass die Einwanderung die Landeskultur verändert und die Gesellschaft zerbricht und zersplittert. Die Immigration hat sicher große Veränderungen mit sich gebracht, in der äußeren Erscheinung unserer europäischen Städte, im Rhythmus des sozialen Lebens und in dem Empfinden, was es eigentlich bedeutet, Britin, Deutscher oder Schwedin zu sein. Doch die Einwanderung treibt den sozialen Wandel nicht allein voran, ja, sie ist nicht einmal die wichtigste Triebfeder des sozialen Wandels. Wäre kein einziger Immigrant nach Großbritannien gekommen, lebten die Briten heute trotzdem in einem völlig anderen Land als noch vor einem halben Jahrhundert. Feminismus, Konsumismus, die Zunahme von Jugendszenen, der Aufstieg der Massenkultur, die Politik der freien Marktwirtschaft, die Zerstörung der Gewerkschaften, die Ausweitung der individuellen Freiheiten, die Zersplitterung der Gesellschaft, der Niedergang traditioneller Institutionen wie der Kirche – all das hat Großbritannien verändert, manchmal zum Besseren, manchmal zum Schlechteren. Doch es sind die Einwanderer, die zum Symbol für den Wandel geworden sind.

Kritiker der Massenmigration erklären außerdem, bestimmte Typen von Migranten ließen sich schwerer integrieren, weil sie völlig andere Werte hätten. In der Vergangenheit hieß es über irische und jüdische Einwanderer in Großbritannien, Italiener und Nordafrikaner in Frankreich, Katholiken und Chinesen in Amerika, sie seien zu viele, sie seien kulturell zu andersartig, sie zersetzten die einheimischen Werte. Heutzutage zeigt man mit dem Finger meist auf die Pakistani, Bangladeschi, Somali und allgemein auf Muslime.

Natürlich bringen Einwanderer kulturelles Gepäck mit, fühlen sich bestimmten Traditionen oder Institutionen zugehörig und vertreten einen eigenen Moralkodex. Doch Gemeinschaften von Migranten sind weder homogen, noch sind solche Zugehörigkeiten konstant. In Amerika beispielsweise vertreten Muslime eine viel liberalere Haltung als ihre Glaubensgenossen in Großbritannien oder in den meisten anderen Teilen der Welt; sie sind meist auch liberaler als evangelikale Christen, sogar bei Themen wie der Homosexualität. Und es gibt nicht nur einen Gegensatz zwischen Amerika und Europa. Französische Muslime stehen, wie auch die britischen Muslime der letzten Generation, von ihrer Haltung her ihren amerikanischen Glaubensgenossen näher als den britischen Muslimen von heute.

Alle Kulturen, Traditionen und Institutionen verändern sich, entwickeln sich. Die britischen Kulturen, Haltungen und Werte sind heute deutlich anders als vor 50 Jahren. Wie sich diese Einwanderungsgemeinschaften verändern, hängt weniger davon ab, woher die Menschen kommen, als davon, wo sie sich befinden. Für das Verhältnis zwischen Migranten und der Gesamtgesellschaft sind daher die Politik und Bürgergesellschaft besonders wichtig. Wer Migranten einfach als Sündenböcke hinstellt, übersieht die tiefgreifenden Veränderungen – die Institutionalisierung der Multikulturalismuspolitik, das Mainstreaming in der Identitätspolitik, den Niedergang von Organisationen der Zivilgesellschaft. Durch diese Umwälzungen ist eine unzufriedenere, in Interessensgruppen aufgespaltene Gesellschaft entstanden, und das nicht nur in Hinblick auf Migranten. Es sind diese tiefgreifenden Veränderungen, die unsere Gesellschaften zerbrochen und zersplittert haben.

Die Frage nach den Folgen dieser Entwicklung können wir auf den Kopf stellen. Die Massenmigration ist eine Tatsache; sie ist es immer gewesen. Die Zahl der Menschen auf Wanderschaft ist im Verhältnis nicht anders als vor 50 Jahren. Die Flüchtlingszahlen liegen heute sogar niedriger als 1992. Auch befinden sich ungeachtet der Hysterie die meisten Migranten nicht auf dem Weg nach Europa. Mehr als 75 Prozent der afrikanischen Migranten wandern beispielsweise in andere afrikanische Länder. Vor diesem Hintergrund stellen wir uns einmal vor, dass sich jedes Land verhielte wie Großbritannien, Australien, die EU oder andere reiche Staaten. Was wären die Folgen? Masseninhaftierung und Massenabschiebung in globalem Maßstab. Und im Grunde würde man die Menschen aus armen Staaten in ihrem eigenen Land hinter Mauern einsperren. Das geschieht bereits. Kenia schiebt Zehntausende von Somalis aus den Lagern ab und baut eine 700 Kilometer lange Mauer; als Rechtfertigung führt das Land die EU-Politik an. Ähnlich verfährt Pakistan mit afghanischen Flüchtlingen.

Abgelehnt wird die Freizügigkeit aus Angst – Angst, dass Migranten unser Land überfluten, dass sie uns Jobs wegnehmen, von Sozialhilfe leben, unsere Kultur untergraben, unsere Werte zersetzen. Diese Angst schafft eine Welt, in der nicht mehr Souveränität oder Demokratie herrschen, sondern Menschen hinter Mauern weggesperrt werden und jeder Staat seine eigene Festung Europa ist. Wollen wir das wirklich?

Ich plädiere nicht dafür, morgen alle Grenzen zu öffnen. Eine liberale Einwanderungspolitik ist, wie bereits dargestellt, nur mit der Unterstützung der Öffentlichkeit möglich, nicht gegen die Ablehnung der Bevölkerung. Wir leben heute in einer Welt, in der es immer mehr Mauern und Beschränkungen gibt. Kontrollen, auch das wurde schon erwähnt, schaffen genau die Probleme, die sie lösen sollten. Vor diesem Hintergrund wäre es weder möglich noch wünschenswert, morgen alle Grenzen zu öffnen. Die Frage, ob man Grenzen öffnet oder nicht, hängt von den Umständen und vom Kontext ab. Mir ist aber wichtig zu betonen, dass keins der Argumente gegen die Freizügigkeit schlüssig ist. Das stärkste Argument ist, dass es für eine solche Politik kein demokratisches Mandat gibt. Doch dieses Argument spricht nicht gegen die Freizügigkeit, sondern gegen die derzeitige Umsetzung einer solchen Politik. Ich weise außerdem darauf hin, dass die Versuche, Migranten aus willkürlichen Gründen fernzuhalten, nicht praktikabel und unmoralisch sind, weil sie in zunehmendem Maße mit brutalen Zwangsmaßnahmen einhergehen. Wenn man Migranten als Sündenböcke für soziale und wirtschaftliche Probleme missbraucht, wird es zudem noch schwerer, die wirklichen Ursachen dieser Probleme anzupacken. Der einzige schlüssige Ansatz ist, Argumente für eine Liberalisierung der Einwanderungspolitik zu formulieren und sich nach und nach dem Ideal der Freizügigkeit anzunähern. Von Kenan Malik

Dieser Beitrag ist die erweiterte Version eines Vortrags, gehalten am 22.10.2016 auf der Konferenz Battle of Ideas in London. Er erschien zunächst auf Englisch auf Kenan Maliks Blog Pandaemonium. IPG

 

 

 

 

Schweiz. Behindern strengere Einbürgerungskriterien die Integration?

 

Elif und Emre leben seit 12 Jahren in der Schweiz. Wegen eines kantonalen Gesetzes zur besseren Integration neuer Staatsbürger mussten sie ihren Traum, den Schweizer Pass zu erhalten, bis auf weiteres auf Eis legen. Gemäss gewissen Kreisen gehen die neuen Einbürgerungs-Kriterien zu weit oder sind sogar kontraproduktiv.

2004 war es für das Ehepaar Elif* und Emre* klar, dass sie die Türkei verlassen mussten. Nach Angaben von Emre war es bei seinem letzten von mehreren Gefängnisaufenthalten zu Drohungen gegen seine Familie gekommen. Die beiden tauchten unter und konnten dank Kontakten zu einem Netzwerk von Demokratie-Aktivisten in den Westen ausreisen. Als der Lastwagen anhielt, waren sie in der Schweiz und beantragten Asyl.

Neun Jahre später haben beide Arbeit in einem Blindenheim in der Nähe der Schweizer Hauptstadt. Zwei Jahre lang waren sie finanziell unabhängig, und im Bericht ihres Sozialarbeiters hiess es, sie hätten "gute Deutschkenntnisse" und ein "breites soziales Netz in der Schweiz".

Gleichzeitig war im Kanton Bern eine Initiative lanciert worden, die verlangte, dass sich Personen, die in den letzten zehn Jahren Sozialhilfe bezogen hatten, nicht einbürgern können – ausser sie zahlen die Gelder zurück.

Nachdem das Berner Stimmvolk im November 2013 die Initiative mit 55,8% angenommen hatte, zeigte sich ihr Initiator Erich Hess von der rechtskonservativen Schweizerischen Volkspartei (SVP), "äusserst zufrieden" mit dem Ergebnis, da es "den wachsenden Unmut über zahlreiche Einbürgerungsfälle" unter den Bernern ausdrücke.

"Glücklos"

Rund ein Jahr nach der Umsetzung von Hess' Massnahmen ging Elif auf die kantonale Migrationsbehörde, um sich über das Einbürgerungs-Verfahren zu informieren. Sie und Emre waren zwar noch nicht die erforderlichen 12 Jahre in der Schweiz, wollten aber sicher sein, dass sie alles Nötige für die Einbürgerung zusammen hatten, sollte es einmal so weit sein.

"Die Schweizer Staatsbürgerschaft zu erhalten, war immer unser Ziel", erklärt Elif. Auch wenn sie über die neuen Kriterien auf dem Laufenden waren, gingen sie und ihr Mann trotzdem zum vereinbarten Termin, in der Hoffnung, dass es eine Möglichkeit gebe, den Pass doch noch zu erhalten.

Die beiden wurden jedoch umgehend auf die Finanzdirektion geschickt, wo sie ihre Schulden bezahlen sollten: Nämlich 56'050,80 Franken an Sozialhilfe, die sie bezogen hatten, bevor sie einer regulären Arbeit nachgingen.

Für Francesca Chukwunyere von der Beratungsstelle für Ausländer in Bern (ISA) ist die Situation des Paars nichts Neues.

"Das neue Gesetz hat dazu geführt, dass sich weniger Personen um eine Einbürgerung bemühen", sagt sie. Und sie hat noch etwas anderes festgestellt: "Das Gefühl der betroffenen Leute, dass sie hier sowieso keine Chance haben, akzeptiert zu werden. So ziehen sie sich zurück und bleiben in ihren eigenen Gemeinschaften." Und das sei nicht im Interesse der Integrations-Strategie der Schweiz, welche die Entstehung so genannter "Parallelgesellschaften" verhindern wolle.

Als Elif und Emre realisierten, dass sie die Sozialhilfegelder niemals zurückzahlen konnten, fühlten sie sich "demotiviert" und "pessimistisch" und zweifelten daran, je wirklich Teil dieser Gesellschaft zu werden.

"Unser Unglück war, dass wir nach Bern geschickt wurden", sagt Elif. Ihre Familie muss nun wegen der 10-Jahres-Schulden-Klausel bis 2021 warten, um erneut einen Einbürgerungs-Versuch zu starten. Danach dürfte es weitere drei oder mehr Jahre dauern, bis ein solches allenfalls gewährt wird. Diese lange Wartezeit in Bern hat gemäss einem Bericht in der Berner Zeitung mit dem bürokratischen Aufwand im Zusammenhang mit dem neuen Gesetz zu tun.

"Ich bin enttäuscht darüber, dass es dieses Gesetz überhaupt gibt", sagt Elif. "Ich fühle mich hier eigentlich nicht fremd, aber es führt dazu, dass ich mich wie eine Aussenseiterin fühle."

Begrenzte Möglichkeiten

Ihre Geschichte kommt Sophie Müller, einer Sozialarbeiterin in Wattenwil im Kanton Bern bekannt vor. "Personen im Asylverfahren, die aus der Unterstützungsphase für Asylbewerber kommen, sind in der Regel länger von der Sozialhilfe abhängig, insbesondere wenn sie nicht minderjährig sind oder nicht im Alter, um eine Lehre zu machen", sagt sie.

Es gibt immer mehr Möglichkeiten für Flüchtlinge und ältere Migranten, eine Ausbildung oder ein Praktikum zu machen, wie Emre dies getan hat. Gemäss Chukwunyere sind diese Angebote jedoch voller Tücken, insbesondere für Personen, die keine Sozialhilfe in Anspruch nehmen wollen.

"Nehmen wir eine 35-jährige Person, die in ihrem Heimatland bereits Berufserfahrungen gesammelt hat und jetzt an einer Stelle eingesetzt wird, die hier für einen 16-Jährigen vorgesehen ist", sagt sie.

"Die Ausbildung kann zwei bis vier Jahre dauern. Und in dieser Zeit kann man vom Geld, das man in diesem Job verdient, nicht leben. Das bedeutet, dass man erneut von der Sozialhilfe abhängig ist."

Da Aufenthaltsbewilligung und Einbürgerungskriterien mit der Sozialhilfe verknüpft sind, wollten viele, mit denen Müller und Chukwunyere zusammenarbeiteten, keine Sozialhilfe beziehen, weil sie die Konsequenzen kennen.

"Sie hätten ganz klar Anrecht auf Sozialhilfe, da sie als 'working poor' eingestuft werden. Sie wollen aber diese Unterstützung nicht mehr – und was bedeutet das für ihre Kinder?", fragt sich Chukwunyere.

Besonders betroffen sind laut Müller junge Migranten, die auf Sozialhilfe angewiesen seien. "Diese jungen Menschen sind an der Einbürgerung nicht interessiert, zumindest nicht sofort. Sie wollen aber eine Aufenthaltserlaubnis, um in der Schweiz zu arbeiten. Um einen besseren Ausweis zu erhalten, müssen sie beweisen, dass sie keine Sozialhilfe erhalten. Für junge Menschen, die ihre Familien unterstützen müssen, ist das praktisch unmöglich.

Verschärfung in Sicht

Obwohl sich Elif und Emre entmutigt fühlen, weil sie noch fast zehn Jahre warten müssen, um den Schweizer Pass zu bekommen, wollen sie das tun und sich in dieser Zeit dafür einsetzen, dass das Gesetz ausser Kraft gesetzt wird.

Allerdings könnte ihnen ein harter politscher Wind entgegen blasen, denn auch in anderen Kantonen werden ähnliche Gesetze diskutiert oder sind bereits in Kraft, wie etwa in Uri, Basel-Stadt und Aargau. Und das neue Bürgerrechtsgesetz, das 2018 in Kraft tritt, wird einen ähnlichen Effekt haben. Es verlangt nämlich von Bewerbern um die Staatsbürgerschaft eine Niederlassungsbewilligung C. Diese wird in der Regel nur erteilt, wenn die Sozialhilfe-Schulden abbezahlt sind.

Unterdessen hat die Zahl an Einbürgerungsgesuchen im Kanton Bern erneut zugenommen, nachdem sie nach Annahme der Initiative "Keine Einbürgerung von Verbrechern und Sozialhilfeempfängern!" deutlich gesunken war.

"Ich bin sicher, dass es ohne das Gesetz mehr Gesuche gegeben hätte", sagte Hess gegenüber der Tageszeitung Der Bund und fügte an, seine Partei stehe für Qualität, nicht für Quantität, wenn es um Einbürgerung gehe, und heute seien die Eingebürgerten dank der neuen Kriterien besser integriert.

Chukwunyere fragt sich allerdings, was das für den Viertel der Schweizer Bevölkerung ohne roten Pass bedeutet.

"Studien zeigen, dass sich die Leute erst richtig zu Hause fühlen, wenn sie partizipieren können", betont sie. "Und hier kann sich nur voll beteiligen, wer Schweizer ist. Wenn man die Latte aber dermassen hoch legt, dass alle wissen, dass diese unerreicht bleibt, erreicht man das Gegenteil von Integration." *Namen geändert.  Veronica DeVore, swissinfo.ch 12

 

 

 

 

Die goldenen Zeiten sind vorbei

 

Egal, wer die Vorwahlen der Sozialisten in Frankreich gewinnt, für die Präsidentschaftswahl spielt das keine Rolle mehr.  Von Hugo Drochon

 

Bei den diesjährigen Präsidentschaftsvorwahlen der Sozialistischen Partei Frankreichs am 22. und 29. Januar 2017, an der die Sozialistische Partei selbst und einige (ehemals als „Volksallianz“ bekannte) kleinere, regierungsfreundliche grüne Parteien teilnehmen, stehen sechs Kandidaten und eine Kandidatin zur Wahl. Aber viele von ihnen kennt man kaum. Und drei bekannte Namen werden im Januar nicht auf der Wahlliste stehen: François Hollande, Emmanuel Macron und Jean-Luc Mélenchon.

Hollande ist seit der Gründung der Fünften Republik im Jahr 1958 erst der zweite Präsident, der keine zweite Amtszeit anstrebt. Der andere war Georges Pompidou, der 1974 während seiner Präsidentschaft starb. Hollande ist überdies der dritte Präsident, der nur eine Periode lang im Amt war. Die beiden anderen waren Valéry Giscard D’Estaing in den 1970er Jahren und Nicolas Sarkozy, der direkte Vorgänger Hollandes. Dass die beiden letzten Präsidenten jeweils nur eine Amtszeit absolvierten, verdeutlicht, wie schwierig es geworden ist, Frankreich zu regieren.

Hollandes Entscheidung, nicht wieder anzutreten, sollte niemanden überrascht haben: Angesichts einer Zustimmungsrate von vier Prozent wäre er in der ersten Wahlrunde vernichtend geschlagen worden. Zwar wurde seine Präsidentschaft allgemein kritisiert, aber er hat auch einige Erfolge erzielt: die Legalisierung gleichgeschlechtlicher Ehen, die Teilnahme Frankreichs am Klimaabkommen von Paris und einen gewissem Ausgleich bei den Sozialausgaben. Und obwohl die Staatsschulden weiter gestiegen sind, geht die Arbeitslosenquote jetzt langsam zurück – wovon Hollande nicht mehr profitieren kann.

Hollandes größter Fehler war, dass er die Präsidentschaft nicht verkörpern konnte: Er sah einfach nicht wie präsidial aus und hörte sich auch nicht so an. Seiner schrillen Stimme fehlte es an der mit dem Amt verbundenen Würde, und staatsmännisch wirkte er nur in solchen Situationen, die auf natürliche Weise dazu einluden, wie bei den Pariser Terroranschlägen im November 2015 und – etwas kontroverser – bei der französischen Intervention in Mali im Jahr 2013.

Seitdem sah sich Hollande in einer schädlichen Debatte über die Aberkennung der französischen Staatsbürgerschaft für Terroristen gefangen. Dann kommentierte er für ein Buch zweier „Le Monde“-Journalisten mit dem überaus passenden Titel „Ein Präsident sollte dies nicht sagen“ die politische Szene Frankreichs und beging damit einen groben PR-Fehler. Zudem wurde er für seinen Versuch, den Arbeitsmarkt zu reformieren – eine politisch gefährliche Maßnahme, die schon viele vorherige Regierungen nicht überlebt haben – mit Protesten auf der Straße bedacht.

Seit Hollande aus dem Rennen ist, wird Macron, sein gemäßigter ehemaliger Wirtschaftsminister, dazu gedrängt, bei den Vorwahlen anzutreten. Das kann er jetzt tun, ohne den Präsidenten, dessen Kabinett er angehörte, zu untergraben. Macron hat dies aber immer wieder ausgeschlossen und sich für die Wahlen im November als Unabhängiger beworben, vermutlich mit Blick auf einen langfristigen Erfolg. Mit seiner Prognose, die Linke werde 2017 verlieren, kappt er seine Verbindungen zu Hollandes Regierung, um sich bei den Präsidentschaftswahlen 2022 als Retter der Linken positionieren zu können.

Wie Macron bleibt auch Mélenchon bei den Wahlen außerhalb der sozialistischen Gemeinde. In den letzten Jahren hat der stramm linkslastige Spar- und Europagegner die linken Teile der Kommunistischen Partei gekapert und auch die anderen antikapitalistischen Parteien hinter sich versammelt.

Also wird der Kampf wahrscheinlich zwischen Manuel Valls – der bis zu seinem Rücktritt vor einem Monat Ministerpräsident unter Hollande war – und Arnaud Montebourg, Valls’ ehemaligem Minister für „nationale Erholung“, ausgetragen. Valls liegt bei den Umfragen zur ersten Runde momentan in Führung, aber in der zweiten Runde wird zwischen den beiden Kandidaten ein Kopf-an-Kopf-Rennen erwartet.

Gewinnt Valls, wird Macron erneut unter Druck geraten, da er der andere große Repräsentant des „sozialliberalen“ Flügels der Sozialisten ist – obwohl Valls gegenüber „republikanischen“ Themen wie Säkularismus und nationale Sicherheit viel autoritärer eingestellt ist als er. Gewinnt hingegen Montebourg, wird der politische Druck auf Mélenchon lasten, da Montebourg die konventionellere Linke repräsentiert: 2014 verließ er die Regierung von Valls, weil sie sich anstatt für die von ihm propagierten keynesianischen Haushaltsstimuli für Sparmaßnahmen und eine Politik der Angebotsseite entschieden hatte.

Das Ergebnis der Vorwahlen der Sozialisten ist daher nur insofern bedeutsam, als es die innerparteiliche Spaltung zwischen den Befürwortern eines traditionellen etatistischen Ansatzes und den Fürsprechern marktfreundlicherer Alternativen verdeutlicht. Da Hollande Letzteres verfolgte, stellte seine Präsidentschaft einen Bruch mit der sozialistischen Politik dar. Diese neue Linie wurde von der Partei nie ausdrücklich befürwortet, und viele linke Franzosen beschuldigen Hollande nun, ihre Prinzipien verraten zu haben.

Angesichts der Aufteilung der französischen Politik in Linke, Rechte und Rechtsradikale ist eine Spaltung innerhalb einer dieser Blöcke beinahe eine Garantie dafür, dass dieser Block bei der zweiten Runde der Präsidentschaftswahlen keine Chance hat. Obwohl die Linken zur Einheit aufrufen, werden die Vorwahlen der Sozialisten keine integrierende Wirkung haben. Darüber hinaus haben sich die Sozialisten mit dem Ausschluss dreier Kandidaten kleinerer Parteien, die ihre Anführer bereits bei eigenen Vorwahlen bestimmt hatten, keinen Gefallen getan – ihr Argument war, Vorwahlen seien keine „Gratis-Veranstaltung“.

Angesichts der Tatsache, dass auf der linken Seite des Spektrums bereits mindestens zwei Kandidaten antreten, ist das Ergebnis der Vorwahlen der Sozialisten für die nationale Politik irrelevant. Die zweite Runde der Präsidentschaftswahlen wird zwischen dem Republikaner François Fillon und Marine Le Pen von der rechtsextremen Nationalen Front ausgetragen werden.

PS IPG 9

 

 

 

 

Davos-Bericht: „Das kapitalistische Wirtschaftsmodell funktioniert nicht mehr“

 

Die Demokratie steckt in einer „tiefen Krise“, warnt eine Studie. Technologische Umbrüche verschärfen die Ungleichheiten weiter, darum müsse man sich auf „inklusives“ Wachstum konzentrieren. EurActiv Brüssel berichtet.

 

Auch in diesem Jahr wird die Stimmung gedrückt sein, wenn sich nächste Woche, vom 17. bis 20. Januar, mindestens 50 Staats- und Regierungschefs sowie hunderte von führenden Wirtschaftsvertretern in Davos treffen. Immer mehr deutet darauf hin, dass der weltweite Fortschritt vom Kurs abgekommen ist. In den USA und der EU stellt man die Globalisierung mehr denn je in Frage. Viele bekommen nichts mit vom Wirtschaftswachstum, während sich die Schere zwischen armen und reichen Ländern immer weiter öffnet.

Die Demokratie befinde sich in einer „tiefen Krise, ausgelöst von den Folgen schneller wirtschaftlicher und technologischer Veränderungen, von der tiefen sozialen und kulturellen Polarisierung und dem Erstarken post-faktischer politischer Debatten“, betont das Forum in seinem Global Risk Report 2017. „Die allgegenwärtige Korruption, kurzfristiges Denken und die ungleiche Verteilung der Wachstumserträge legen nahe, dass das kapitalistische Wirtschaftsmodell für die Menschen nicht mehr funktioniert“, meint Klaus Schwab, Gründer und Leiter der Organisation.

Vor diesem Hintergrund empfiehlt der Bericht, den Marktkapitalismus zu reformieren, damit die Früchte der Globalisierung besser verteilt werden können. Denn der Großteil der Bürger ist nicht länger bereit, das aktuelle Modell zu unterstützen.

Die Studie gilt als Auftakt des alljährlichen Elitetreffens in den Schweizer Alpen. Ihr zufolge sind der geplante Brexit und die Wahl Donald Trumps klare Anzeichen für die turbulenten Zeiten, die die Welt derzeit durchlebt. „Auf der ganzen Welt regt sich zunehmend Widerstand gegen Elemente des innenpolitischen und internationalen Status Quo“, heißt es. Die „zunehmende populistische Stimmung gegen das Establishment“ zeige, dass es nicht länger ausreiche, Wachstum zu schaffen. Man müsse es vor allem inklusiver gestalten.

Für den Bericht befragte man 750 Geschäftsleute und andere Vertreter. Sie gehen davon aus, dass die ungleiche Vermögensverteilung die globalen Entwicklungen der nächsten zehn Jahre besonders stark mitbestimmen wird. Sündenbock für schlechtere Wirtschafts- und Arbeitsbedingungen sind wie üblich niedriges Wachstum, Freihandelsabkommen und der Zuwachs an Einwanderern. Eine viel größere Herausforderung für die Arbeitsmärkte stelle jedoch der technologische Wandel dar, betont das Forum.

Letztes Jahr widmete das Davos-Forum seinen Bericht der „Vierten industriellen Revolution“. Schon hier warnte man vorsichtig vor den Risiken des technologischen Fortschritts. Auch in diesem Jahr bleibt die Frage ein wichtiges Sitzungsthema. 2017 steht das Forum unter dem Titel „Responsive and Responsible Leadership“ (reaktionsschnelle und verantwortungsbewusste Führungspolitik). Der diesjährige Bericht warnt nun noch eindringlicher vor den „beunruhigenden Auswirkungen“ der digitalen Revolution.

Sozialstaat am Rande des Zusammenbruchs

Die vierte industrielle Revolution wird Arbeitsplätze verschwinden lassen und neue schaffen – jedoch mit langsamerer Geschwindigkeit. Die frisch gebackene Sharing Economy (Uber, AirBnb, … ) und intelligente Roboter senken die von Arbeitgebern getragene sozialen Sicherung und untergraben somit den Sozialstaat.

Technologie könne darüber hinaus auch die Stimmung gegen das Establishment verschärfen, so das Forum, da sowohl der gesellschaftliche Zusammenhalt als auch der soziale Schutz immer weiter in Mitleidenschaft gezogen werden. „Dass die Menschen immer unzufriedener mit dem politischen und wirtschaftlichen Staus Quo sind, liegt im Grunde genommen daran, dass die sozialen Sicherungssysteme kurz vor dem Zusammenbruch stehen“, heißt es in der Studie.

Zu dem gleichen Ergebnis kommt ein Bericht des EU-Parlaments, der letzte Woche im Ausschuss angenommen wurde. Als Lösungsansatz schlagen die Europaabgeordneten den Mitgliedsstaaten vor, ein bedingungsloses Grundeinkommen einzuführen. Das Forum nimmt diesen „Freigeld“-Gedanken sehr ernst.

Zum Werkzeugkasten für Verteilungsmechanismen zählt auch eine negative Einkommensteuer. Diejenigen, deren Einkommen unterhalb einer bestimmten Grenze liegt, bekämen demzufolge Steuerrückzahlungen von der Regierung. Denkbar wären auch Lohnzuschläge. Hier würde der Staat die Differenz zwischen dem tatsächlichen und dem anerkannten Mindesteinkommen ausgleichen.

Eine Frage der Regulierung

Der technologische Fortschritt birgt jedoch nicht nur aus wirtschaftlicher Sicht Risiken. So habe die globale Gemeinschaft Schwierigkeiten damit, einen geeigneten Regulierungsansatz zu finden, der den rasant voranschreitenden Technologien gerecht wird, warnt das Weltwirtschaftsforum. Dabei verweisen die Experten auf Bereiche wie Big Data, Biotechnologie, künstliche Intelligenz oder die neue Generation von Robotern. Zu viel Regulierung bremst womöglich den Innovationsgeist; ein Mangel an Regulierung und zu wenig Anreize hingegen könnten die Risiken verschärfen und potenzielle Investoren abschrecken.

Der Vorab-Bericht aus Davos geht vor allem auf die Risiken künstlicher Intelligenz und selbstständig lernender Maschinen ein – insbesondere, wenn der Bereich „nur leicht reguliert“ würde. „Wir müssen besser darin werden, technologischen Wandel zu koordinieren und zwar schnell“, so das Fazit der Studie. Jorge Valero. Übersetzt von: jze. EA

 

 

 

 

Prof. Buchner: „Jetzt brauchen wir eine progressive Allianz“

 

Straßburg -  Heute hat das Europäische Parlament Antonio Tajani zum neuen Präsidenten des Europäischen Parlaments gewählt. Der Italiener hatte nicht nur die Unterstützung der Fraktion der Konservativen, sondern wurde auch von den Liberalen sowie – mutmaßlich – von Vertretern der rechtsradikalen und europafeindlichen Parteien gewählt. Prof. Dr. Klaus Buchner, Mitglied des Europäischen Parlaments für die ÖDP, bedauert die Wahl Tajanis: „Antonio Tajani war lange Zeit ein enger Vertrauter von Silvio Berlusconi. Als EU-Kommissar war er bereits 2013 über Abgas-Manipulationen bei Volkswagen informiert, beteiligte sich jedoch an der Vertuschung anstatt für Aufklärung zu sorgen. Ich habe erheblich Zweifel daran, dass er in der Lage sein wird, das Parlament angemessen nach innen und nach außen zu vertreten“.

Prof. Buchner hat in den ersten Wahlgängen die britische Grüne Jean Lambert gewählt. „Frau Lambert wäre eine exzellente Parlamentspräsidentin gewesen. Ihre Kandidatur war auch eine Handreichung meiner Fraktion an die 48 Prozent der Briten, die gegen den Brexit gestimmt haben. Aufgrund der schlechten Angewohnheit des scheidenden Parlamentspräsidenten Martin Schulz, massiv Politik in eigener Sache zu betreiben, wäre es sinnvoll gewesen, jemanden aus einer kleinen Fraktion an die Spitze des Parlaments zu wählen“. Im entscheidenden vierten Wahlgang, an dem nur noch die beiden Kandidaten teilnehmen durften, die im vorherigen Wahlgang die meisten Stimmen erhalten hatten, wählte Prof. Buchner den Italiener Gianni Pittella aus der sozialdemokratischen Fraktion.

Dass sich letztendlich Antonio Tajani durchsetzen konnte, sieht der ÖDP-Politiker sehr skeptisch. „Nun sind die Spitzenpositionen sowohl in der EU-Kommission, dem Europäischen Rat als auch im EU-Parlament von konservativen Politikern besetzt. Die sich nun abzeichnende neue Koalition aus Konservativen und Liberalen im Europäischen Parlament bereitet mir erhebliche Sorgen. Heutigen Aussagen zufolge wollen beide Fraktionen vor allem weitere Freihandelsabkommen, ähnlich wie TTIP und CETA, abschließen, die Entwicklung einer Verteidigungsunion als auch des EU-Geheimdienstes vorantreiben und den EU-Grenzschutz verstärken. Aufgrund dieser Agenda ist es jetzt umso wichtiger, dass sich die fortschrittlichen Kräfte im EU-Parlament zu einer progressiven Allianz zusammenschließen, um sich für eine Politik einzusetzen, die den Menschen vor den Profit stellt!“, so der Europaabgeordnete abschließend. www.klausbuchner.eu. CK, dip 18

 

 

 

 

 

Europaabgeordnete fordern Mindestlöhne in allen EU-Staaten

 

Wenn es nach den EU-Abgeordneten geht, soll die Kommission, den Mitgliedsstaaten vorschreiben, Mindestlöhne einzuführen – ein Vorschlag, dem europaweit sowohl Politiker als auch Lobby-Verbände und einige Gewerkschaften skeptisch begegnen. EurActiv Brüssel berichtet.

 

Maria João Rodrigues, Europaabgeordnete der Sozialisten und ehemalige Arbeitsministerin Portugals, leitete den entsprechenden Parlamentsbericht. Sie sei überrascht gewesen, dass die meisten Parlamentsmitglieder sogar einen sehr kontroversen Abschnitt in ihrer Entschließung abgesegnet hätten. Dieser fordert ein EU-weites Gesetz zur Einführung von Mindestlöhnen. 22 EU-Länder verfügen bereits über einen gesetzlichen Mindestlohn. In Schweden, Dänemark, Zypern, Österreich und Finnland gibt es noch keinen.

Am gestrigen Donnerstag stimmten 396 Abgeordnete für und 180 gegen die Entschließung. 68 Parlamentarier enthielten sich. Der somit verabschiedete Bericht ist nicht verbindlich. In zwei Monaten wird die Kommission jedoch neue Sozialvorschriften vorlegen, insbesondere in den Bereichen Arbeitsbedingungen und Löhne.

Die Kommission sträubt sich

Marianne Thyssen, EU-Kommissarin für Soziales, betonte bereits mehrfach, sie werde den nationalen Regierungen nicht auf die Füße treten, indem sie einen EU-weiten Mindestlohn festlege. Lohngesetze liegen ihr zufolge im Verantwortungsbereich der Mitgliedsstaaten, nicht der Kommission. Dennoch ermutigte sie die Länder kürzlich, einen nationalen Mindestlohn einzuführen. Der Vorschlag, den sie im März vorlegen wird, könnte nationale Politiker weiter dazu verleiten, ihre eigenen Vorschriften zum Thema Mindestlohn zu erlassen. „Das hält uns nicht automatisch davon ab, Maßstäbe zu setzen. Wir wollen, dass sich die Mitgliedsstaaten aneinander annähern, kann es von Vorteil sein, sich gemeinsam darüber klar zu werden, was ein Mindestlohn eigentlich ist“, erklärte Thyssen den Abgeordneten bei der gestrigen Plenarsitzung in Straßburg.

Nationale Regierungen sollten verpflichtet sein, Mindestlohngesetze einzuführen, findet Rodrigues. Diese könnten ihr zufolge auch auf unterschiedlichen Höhen innerhalb der EU festgelegt werden. „Wir brauchen einen europäischen Rahmen, der verfügt, dass es in allen Mitgliedsstaaten einen Mindestlohn geben muss und dass das konkrete Niveau in jedem Land selbst bestimmt werden kann“, betonte sie nach dem Votum.

Keine konkreten Zahlen

EU-Abgeordnete der konservativen Europäischen Volkspartei (EVP) strichen einen Abschnitt, der vorsah, einen nationalen Mindestlohn von mindestens 60 Prozent des Durchschnittseinkommens festzulegen. Darüber hinaus ließ man auch jenen Teil des Berichts entfernen, der die Kommission dazu aufforderte, alle Zahlen zusammenzutragen und in jedem EU-Staat ein Existenzminimum zu ermitteln. „Daran erkennen wir, dass es konservative Kräfte gibt, die Europa als einen Kontinent beibehalten wollen, der den Bürgern zum Überleben nur sehr niedrige Löhne zahlt“, kritisiert Rodrigues diese Zugeständnisse.

Die EVP ist die größte Partei im EU-Parlament. In den letzten Tagen, seit der Wahl des neuen Parlamentspräsidenten, kühlte sich ihr Verhältnis zur zweitgrößten Fraktion, den Sozialisten und Demokraten (S&D), merklich ab. Antonio Tajani, EU-Abgeordneter und ehemaliger EU-Kommissar der EVP hatte am 17. Januar das Rennen um das Spitzenamt gemacht.

Die Idee eines Mindestlohns von 60 Prozent des Durchschnittseinkommens kam erstmals im Rahmen einer Resolution zum Thema Sozialdumping 2016 auf. Die Kommission entschied sich jedoch vergangenen März in ihrem Vorschlag zur Entsenderichtlinie gegen die Maßnahme.

Dafür – Dagegen

Unterstützung könnte der aktuelle Parlamentsbericht vor allem aus jenen Ländern bekommen, die ohnehin bereits Mindestlohngesetze aufgestellt haben. Die linksgerichteten Kandidaten der französischen Präsidentschaftswahlen bekräftigten bereits ihre Zustimmung für EU-weite Regeln. Vincent Peillon, EU-Abgeordner und Ex-Bildungsminister Frankreichs, wird in den Vorwahlen der Sozialistischen Partei antreten. Er empfiehlt der EU ein Gesetz über angemessene Arbeitsbedingungen. Auch der ehemalige Premierminister Manuel Valls, jetzt Präsidentschaftskandidat, fordert einen Mindestlohn von 60 Prozent des Durchschnittseinkommens.

Auf Ablehnung stößt die Entschließung des EU-Parlaments höchstwahrscheinlich dort, wo bisher noch keine Mindestlöhne eingeführt wurden. Auch Gewerkschaften stehen verpflichtenden Mindestlöhnen skeptisch gegenüber. „Man braucht da einen Mindestlohn, wo Gewerkschaften und Arbeitgeber ihn wollen. Wir sind gegen den Vorschlag, Mindestlöhne auch dort festzulegen, wo Gewerkschaften ihn gar nicht für nötig erachten“, erklärt Julian Scola, Sprecher des Europäischen Gewerkschaftsbundes.

Der Lobbyistenverband Business Europe weigerte sich, den Vorschlag des EU-Parlaments zu kommentieren. In einer Stellungnahme des Generaldirektors, Markus J. Beyrer heißt es, man brauche bessere Reformen an den nationalen Arbeitsmärkten. „Die Beschäftigungs- und Sozialvorschriften zu verschärfen, würde genau das Gegenteil bewirken“, warnt er.

Angemessene Arbeitsbedingungen

Rodrigues‘ Bericht erhielt auch deshalb so viel Aufmerksamkeit, weil er mit seinen Aussagen über die veränderten Arbeitsbedingungen durch Technologie und die Mobile App Economy den Nagel auf den Kopf traf. Die App-Wirtschaft ist in vielen Mitgliedsstaaten zum Streitgespräch geworden, inklusive Gerichtsverfahren und Demonstrationen im Zusammenhang mit Uber, AirBnb und Deliveroo.

Die Kommission müsse in ihrem anstehenden Entwurf „angemessene Arbeitsbedingungen in allen Beschäftigungsbereichen“ sicherstellen, fordern die Abgeordneten. Außerdem sei zu gewährleisten, dass das alle Angestellten oder Selbstständigen einer Online-Plattform „analoge Rechte wie im Rest der Volkswirtschaft“ haben und „durch die Teilhabe an Sozial- und Versicherungssystemen“ geschützt werden.

Für Scola ist die Maßnahme in dem Bericht ein „überaus bedeutender Durchbruch“. Auf diese Weise könne man Druck auf die Kommission ausüben, Regeln aufzustellen, die auch für Mitarbeiter von Online-Apps gelten. Auch Thyssen erklärte den Parlamentsmitgliedern gegenüber, man müsse sich mit den neuen Beschäftigungsarten auseinandersetzen. „Jeder sollte meiner Meinung nach einen schriftlichen Arbeitsvertrag bekommen“, so ihr Fazit. Catherine Stupp, Cécile Barbière. Übersetzt von: Jule Zenker. EA 20

 

 

 

 

Cordt folgt Weise. Juristin übernimmt Bundesamt für Migration und Flüchtlinge

 

Das Bundesamt für Migration und Flüchtlinge hat nun eine neue Präsidentin – ganz offiziell: Jutta Cordt. Bei einem Festakt wurde sie eingeführt, ihr Vorgänger Frank-Jürgen Weise verabschiedet. Die Oppostion bescheinigt ihm eine mangelahfte Bilanz.

 

Die neue Präsidentin des Bundesamtes für Migration und Flüchtlinge, Jutta Cordt, will ein besonderes Augenmerk auf die Integration der Menschen und die freiwillige Rückkehr abgelehnter Asylbewerber legen. Als weiteres Ziel nannte Cordt am Donnerstag bei ihrer Ernennung in Nürnberg eine schnelle und sorgfältige Bearbeitung der Asylanträge. Sie wolle die Behörde „krisenfest“ machen für den Fall, dass „innerhalb kurzer Zeit wieder viele Flüchtlingsanträge bewältigt werden müssen“, sagte die 53-jährige Juristin.

Die Verwaltungsexpertin, die 24 Jahre lang für die Bundesagentur für Arbeit tätig war, löst zum 1. Februar den bisherigen Leiter Frank-Jürgen Weise ab. Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) bedankte sich für Weises Arbeit. Dieser habe auf eine „historisch einmalige Weise“ das Bundesamt „auf ein neues Gleis in die Zukunft“ gesetzt. Angesichts vieler Hunderttausender nicht entschiedener Asylfälle hätte vor 15 Monaten kein Bürger dafür Verständnis gehabt, „wenn nichts passiert wäre“. Die Neuausrichtung der Behörde habe zu verbesserten Prozessen und nicht zu mangelnder Qualität geführt.

Weise war nach dem Rücktritt des damaligen Präsidenten Manfred Schmidt als Leiter des Bundesamtes eingesetzt worden. Der scheidende Behördenleiter werde im laufenden Jahr noch einige Zeit als interner Berater in der Flüchtlingsbehörde tätig sein, kündigte de Maizière an. Der 65-Jährige leitet außerdem noch bis Ende März die Bundesagentur für Arbeit in Nürnberg.

De Maizière: Verfahren zügig entscheiden

„Die immer noch zahlreichen anhängigen Verfahren müssen weiter zügig und zugleich mit großer Sorgfalt entschieden werden“, sagte de Maizière. Es werde keine weiteren Neueinstellungen im Bundesamt geben, das vorhandene Personal solle aber gehalten werden, erklärte er. Die Integration der Schutzbedürftigen werde in den nächsten Jahren die zentrale Aufgabe sein.

Für die freiwillige Rückkehr abgelehnter Asylbewerber habe die Bundesregierung vor kurzem noch einmal 40 Millionen Euro bereitgestellt, sagte de Maizière. Er räumte ein, dass es „Verzugsdefizite“ bei der zwangsweisen Rückführung gebe.

Jelpke: Weise hat Ziele weit verfehlt

Weise mahnte die Politik, dem öffentlichen Dienst mehr Handlungsfreiraum zu geben. Die Globalisierung und die rasante Entwicklung der Kommunikation müssten in Zukunft mehr berücksichtigt werden. „Unsere föderalen Zuständigkeiten interessieren den Flüchtling nicht“, sagte er. Für eine kritische Begleitung der Arbeit des Bundesamtes bedankte sich Weise ausdrücklich bei den Kirchen und Religionsgemeinschaften, aber auch bei Vertretern von Pro Asyl.

Linke Politikerin Ulla Jelpke stellt Weise ein schlechtes Zeugnis aus. In einem Gastbeitrag für MiGAZIN schreibt Jelpke, dass Weise seine zentralen Ziele „bei weitem verfehlt“ hat, „obwohl im Jahr 2016 deutlich weniger Flüchtlinge kamen, als ursprünglich erwartet“. Die Dauer der Asylverfahren habe Weise ebenfalls nicht verkürzen können und die Zahl der offenen Verfahren habe sich sogar vergrößert. „Die Bundesregierung, die für dieses Desaster verantwortlich ist, rechnet sich die Bilanz schön und täuscht das Parlament und die Öffentlichkeit“, so Jelpke (epd/mig 13)

 

 

 

 

Flüchtlingspolitik. CSU will Obergrenze ins Wahlprogramm schreiben

 

Die Forderung nach einer Obergrenze will die CSU in ihr Wahlprogramm schreiben – auf jeden Fall. CDU-Generalsekretär Tauber sieht das anders. Es gebe wichtigere Fragen.

 

Die CSU will die Forderung nach einer Obergrenze von Flüchtlingen in ihr Bundestagswahlprogramm aufnehmen. Dies solle auf jeden Fall geschehen, auch unabhängig davon, was bei einem Spitzentreffen zwischen CSU und CDU Anfang Februar passieren sollte, schreibt das Boulevardblatt Bild am Sonntag und beruft sich auf CSU-Kreise. CSU-Chef Horst Seehofer zitiert das Blatt: „Die Obergrenze ist wohlüberlegt und bleibt notwendig.“

Nach der amtlichen Statistik habe Deutschland mehr Flüchtlinge aufgenommen als alles anderen 27 EU-Staaten zusammen, heißt es weiter. Eine Obergrenze „würde diese Ungerechtigkeit beseitigen und die Akzeptanz für die Migration und Integration herstellen“, sagte der bayerische Ministerpräsident.

CDU: Es gibt wichtigere Fragen

Anders sieht das nach wie vor die CDU. „Es gibt wichtigere Fragen für die Zukunft Deutschlands als die Obergrenze“, sagte CDU-Generalsekretär Peter Tauber ebenfalls der Bild am Sonntag.

Im unionsinternen Streit fordert Seehofer eine Begrenzung auf 200.000 Flüchtlinge pro Jahr, die CDU-Vorsitzende, Bundeskanzlerin Angela Merkel, will ein solches Limit nicht. Einen Vorschlag, in jedem Jahr eine neue Obergrenze für die Aufnahme von Flüchtlingen festzulegen, lehnen beide ab. (epd/mig 9)

 

 

 

 

Integration. Viel erreicht – Weitere Herausforderungen in 2017

 

Der Bund hat im vergangenen Jahr gemeinsam mit Ländern, Kommunen, Kirchen, Wohlfahrtsverbänden und tausenden freiwilligen und ehrenamtlichen Helfern ganz erhebliche Leistungen und Fortschritte bei der Bewältigung der Flüchtlingslage in Deutschland erbracht. Das geht aus der "Migrations- und integrationspolitischen Jahresbilanz" hervor, die Bundesinnenminister de

Maizière im Kabinett vorgelegt hat. Dieser Bericht gibt einen detaillierten Überblick über die Maßnahmen der Bundesregierung zur Bewältigung der Flüchtlingslage.

 

Durch zahlreiche Gesetzesänderungen, Initiativen auf internationaler und EU-Ebene, vielfältige Veränderungen in Organisationsabläufen und massive Personalverstärkungen ist es gelungen, die Zuwanderung besser zu steuern und zu ordnen:  Die Bundesregierung hat wichtige Maßnahmen ergriffen, um eine ordnungsgemäße Registrierung zu gewährleisten, Asylverfahren zu beschleunigen und die Möglichkeit von Rückführungen zu verbessern. So ermöglicht zum Beispiel das Datenaustauschverbesserungsgesetz die zügige Registrierung von Asylantragstellern unter Vermeidung von Mehrfachregistrierungen. Wir sind mit dem Asylverfahrensbeschleunigungsgesetz

und Integrationsgesetz ein gutes Stück vorangekommen. Das gilt für alle drei Themenbereiche der Integration: Sprachvermittlung, Integration in den Arbeitsmarkt und gesellschaftliche Integration. Das Bundesamt für Migration und Flüchtlinge hat 2016 4.000 zusätzliche Stellen erhalten und mehr als doppelt so viele Asylverfahren entschieden wie noch 2015. Das ist ein großer Fortschritt. Dennoch ist noch viel zu tun, noch gibt es fast eine halbe Million offene Verfahren.

Die Bundesregierung hat auch im Bereich Rückkehr von Migranten Fortschritte erzielt: Es gibt mehr Rückführungen und mehr freiwillige Rückkehrer als in den Vorjahren.  Auch gibt es sichtbare Fortschritte in der Zusammenarbeit mit einzelnen Herkunftsstaaten.

Weitere Maßnahmen sind erforderlich, wie der Anschlag in Berlin auf schreckliche Weise gezeigt hat. Die massive, von kriminellen Schleppern betriebene illegale Migration über die ostmediterrane Route nach Europa und insbesondere nach Deutschland ist nach der EU-Türkei-Erklärung fast

vollständig gestoppt worden. Auf der zentralmediterranen Route lagen die Zahlen 2016 leicht über denen von 2015. Diese Entwicklung beobachtet die Bundesregierung intensiv und wird darauf weiter reagieren. Mit afrikanischen Ländern, insbesondere mit Niger, hat Deutschland bereits eine engere Zusammenarbeit in Migrationsfragen vereinbart. Pib 12

 

 

 

 

Unwort des Jahres 2016: „Volksverräter“

 

Die Jury hat in diesem Jahr sehr lange diskutiert, ob das „Unwort des Jahres

2016“ wirklich aus dem plakativen und polemischen Sprachgebrauch stammen sollte, den Angehörige und AnhängerInnen von Pegida, AfD oder ähnlichen Initiativen verwenden – und eine Einigung auf ein konkretes Wort fiel schwer.

Es ist uns auch bewusst, dass wir mit Volksverräter ein Wort gewählt haben, das sich dem bereits 2014 gewählten Wort Lügenpresse an die Seite stellen lässt. Doch die Einsendungen zeigen, dass sich der Großteil öffentlicher Sprachkritik gegen einen diffamierenden Sprachgebrauch im Themenfeld Migration richtet.

Die Aktion „Unwort des Jahres“ versteht sich als eine sprachkritische Initiative, die in einer Zeit, in der der gesellschaftliche Konsens über die Grundprinzipien der Demokratie in Gefahr zu sein scheint, die Grenzen des öffentlich Sagbaren

in unserer Gesellschaft anmahnen sollte. Es geht dabei nicht um einen Versuch der Zensur oder Sprachlenkung, sondern darum, für mehr Achtsamkeit im öffentlichen Umgang miteinander zu plädieren. In diesem Jahr wurde daher auch kein anderes Unwort nominiert, um der mit der Wahl ausgedrückten Kritik an dem derzeit in sozialen Netzwerken, aber auch in der Politik zunehmenden Sprachgebrauch mit faschistischem und fremdenfeindlichem Hintergrund mehr Gewicht zu verleihen.

Volksverräter ist ein Unwort im Sinne unserer Kriterien, weil es ein typisches Erbe von Diktaturen, unter anderem der Nationalsozialisten ist. Als Vorwurf gegenüber PolitikerInnen ist das Wort in einer Weise undifferenziert und diffamierend, dass ein solcher Sprachgebrauch das ernsthafte Gespräch und damit die für Demokratie notwendigen Diskussionen in der Gesellschaft abwürgt. Der Wortbestandteil Volk, wie er auch in den im letzten Jahr in die öffentliche Diskussion gebrachten Wörtern völkisch oder Umvolkung gebraucht wird, steht dabei ähnlich wie im Nationalsozialismus nicht für das Staatsvolk als Ganzes, sondern für eine ethnische Kategorie, die Teile der Bevölkerung ausschließt. Damit ist der Ausdruck zudem antidemokratisch, weil er – um eine Einsendung zu zitieren – „die Gültigkeit der Grundrechte für alle Menschen im Hoheitsgebiet der Bundesrepublik“ verneint.

Unwort-Statistik 2016

Für das Jahr 2016 wurden 594 verschiedene Wörter eingeschickt, von denen ca. 60 den Unwort-Kriterien der Jury entsprechen. Die Jury erhielt insgesamt 1064 Einsendungen. Die zehn häufigsten Einsendungen insgesamt, die allerdings nicht sämtlich den Kriterien der Jury entsprechen, waren postfaktisch [48], Populismus/Rechtspopulismus [38], (bedauerlicher) Einzelfall [21], Gutmensch [18], (Flüchtlings-)Obergrenze [17], Flüchtlingsdeal [15], Biodeutscher/biodeutsch [14], Umvolkung [12], Wir schaffen das! [11] und eine Armlänge/eine Armlänge Abstand [10].

Der Ausdruck Volksverräter wurde insgesamt dreimal eingesendet.

Die Jury der institutionell unabhängigen Aktion „Unwort des Jahres“ besteht aus folgenden Mitgliedern: den vier SprachwissenschaftlerInnen Prof. Dr. Nina Janich/TU Darmstadt (Sprecherin), PD Dr. Kersten Sven Roth (Universität Düsseldorf), Prof. Dr. Jürgen Schiewe (Universität Greifswald) und Prof. Dr. Martin Wengeler (Universität Trier) sowie dem Autor und freien Journalisten Stephan Hebel.

Als jährlich wechselndes Mitglied war in diesem Jahr die FDP-Politikerin Sabine Leutheusser-Schnarrenberger beteiligt. Weitere Informationen finden zur Aktion „Unwort des Jahres“, den Auswahlkriterien und bisherigen Unwörtern finden Sie unter www.unwortdesjahres.net. De.it.press 10

 

 

 

 

Maßnahmenpaket nach Berliner Anschlag. Gefährder sollen stärker überwacht werden

 

Mit Gefährdern soll Deutschland künftig schärfer umgehen. Darauf einigten sich die Minister Maas und de Maizière. Zudem wollen sie eine neue Residenzpflicht und Entwicklungshilfe als Druckmittel bei der Rücknahme von Asylbewerbern nutzen.

 

Ausweitung der Abschiebehaft, neue Residenzpflicht, finanzieller Druck auf Herkunftsländer: Die Bundesminister für Inneres und Justiz, Thomas de Maizière (CDU) und Heiko Maas (SPD), haben sich auf eine Reihe von Maßnahmen als Konsequenz auf den Berliner Terroranschlag geeinigt. Gut drei Wochen nach dem Attentat mit zwölf Toten und nach einigem Streit zwischen Union und SPD trafen sich die Minister am Dienstag in Berlin. Sie präsentierten Kompromisse, die sich bereits angedeutet hatten, etwa bei der Abschiebehaft und zum Einsatz von Fußfesseln. Zudem wollen sie die Bewegungsfreiheit für Asylbewerber einschränken, die bei den Angaben über ihre Identität getäuscht haben.

Maas zufolge soll für sie eine auf einen bestimmten Bezirk beschränkte Residenzpflicht gelten. Der Staat gebe damit das Signal, dass er solch ein Verhalten nicht akzeptiere. Die Residenzpflicht, die die Bewegungsfreiheit von Asylbewerbern begrenzt, war vor dem großen Andrang von Flüchtlingen im Sommer 2015 weitestgehend abgeschafft worden.

Neuer Haftgrund bei Abschiebehaft

Bei der Abschiebehaft soll ein neuer Haftgrund eingeführt werden: Er soll es ermöglichen, Menschen zu inhaftieren, von denen eine Terrorgefahr ausgeht. Zudem soll die Abschiebehaft nach de Maizières Worten künftig auch verhängt werden können, wenn sie voraussichtlich länger als drei Monate dauern wird, weil die Herkunftsländer Passersatzpapiere nicht ausstellen. Das ist bislang nicht möglich und verhinderte im Fall des Berlin-Attentäters Anis Amri eine Inhaftierung.

Als Gefährder werden Personen bezeichnet, bei denen keine konkreten Hinweise vorliegen, dass sie eine Straftat planen. Das heißt, dass die Einstufung als „Gefährder“ allein auf Einschätzung der Polizei aufgrund „bestimmter Tatsachen“ erfolgt. Welche das sein sollen, ist nicht konkretisiert. Gesetzlich verankert ist der Begriff ebenfalls nicht. Es gibt lediglich eine siebenstufige Einordnung; Stufe eins steht für besonders gefährlich. Anis Amri wurde auf der Stufe 5 geführt. Im juristischen Sinne, kritisieren Experten, seien „Gefährder“ nicht einmal Verdächtige, da gegen sie keine konkreten Hinweise vorliegen, sind also Unschuldige. Damit geraten die Regierungspläne in Konflikt mit der Unschuldsvermutung.

Mit der elektronischen Fußfessel sollen verurteilte Gefährder, die ihre Haftstrafe bereits verbüßt haben, überwacht werden. De Maizière zufolge soll im BKA-Gesetz aber auch die Möglichkeit geschaffen werden, nicht verurteilte Gefährder mit einer Fußfessel zu versehen, wenn sie die öffentliche Sicherheit gefährden.

De Maizière bezeichnete das Ergebnis des Gesprächs mit Maas als „vernünftig“. Die Sicherheit der Bürger werde erhöht, ohne Freiheitsrechte unverhältnismäßig einzuschränken. Maas betonte, man werde alles in die Wege leiten, damit sich ein Fall Amri nicht wiederhole. Gefährder wie er sollten künftig stärker überwacht werden. In einer freiheitlichen Demokratie werde man aber auch keinen totalen Schutz versprechen können.

Mehr Druck auf Herkunftsländer

Beide Minister erneuerten zudem ihre Forderung, den Druck auf Herkunftsländer zu erhöhen, damit sie in Deutschland abgelehnte Asylbewerber zurücknehmen. Dabei müssten alle Politikfelder einbezogen werden, sagte de Maizière. Das gelte auch für die Entwicklungshilfe. Maas sagte, die Länder müssten dazu gedrängt werden, ihre Staatsbürger zurückzunehmen. Er verwies ebenfalls auf die Entwicklungshilfe, zudem auf Wirtschaftsförderung und Visa-Erteilung.

Entwicklungsminister Gerd Müller (CSU) hatte zuvor vor einer Kürzung der Mittel aus seinem Ressort gewarnt. „Unser größtes Interesse sollte es sein, die gesamte Region zu stabilisieren, inklusive Ägypten“, sagte er der Passauer Neuen Presse. Ein wirtschaftlicher Kollaps dieser Länder würde laut Müller zu „riesigen Problemen“ führen.

 

In die drei Maghreb-Staaten sind 2016 aus dem Haushalt des Entwicklungsministeriums insgesamt rund 1,1 Milliarden Euro geflossen, das meiste davon in Form von Darlehen. Auf Marokko entfiel der größte Teil. Deutschland unterstützte das Land mit 845 Millionen Euro Entwicklungshilfe. Das Geld fließt nach Angaben des Ministeriums vorwiegend in Projekte der Aus- und Weiterbildung. Zudem werden zunehmend Rückkehrerprojekte unterstützt. Im aktuellen Haushalt des Entwicklungsministeriums sind für ein entsprechendes Programm 150 Millionen Euro vorgesehen. Es legt den Schwerpunkt auf die Länder des Balkans und Nordafrikas.

In Bayern beschloss das Kabinett um Ministerpräsident Horst Seehofer (CSU) derweil ein eigenes Papier zur Zuwanderung und Sicherheit. Erneut wird darin eine Begrenzung der Aufnahme von Flüchtlingen gefordert. Auch die CSU plädiert darin für die Ausweitung der elektronischen Fußfessel. Zudem fordert sie mehr Befugnisse der Sicherheitsbehörden etwa zur Überwachung sozialer Medien und Messengerdiensten. (epd/mig 11)

 

 

 

 

VW-Abgasskandal: Winterkorn entschuldigt sich

 

Der ehemalige Vorstandsvorsitzende des VW-Konzerns, Dr. Martin Winterkorn, musste sich heute erstmals vor dem 5.Untersuchungsausschuss des Bundestages zu den Abgasmanipulationen äußern.

 

Der Abgasuntersuchungsausschuss unter dem Vorsitz von Herbert Behrens (Die Linke) soll klären, inwieweit die Bundesregierung über die Manipulation der Abgaswerte durch VW Kenntnis hatte. Dazu war heute erstmals Dr. Martin Winterkorn zu einer zweistündigen Befragung vor den Ausschuss geladen.

Winterkorn gab sich vor dem Ausschuss erschüttert. Er könne die Empörung über den Skandal verstehen. Er selbst hätte so einen Abgasbetrug „nicht für möglich gehalten“, sagte er gegenüber dem Ausschuss. Winterkorn betonte, er selbst hätte nach dem Bekanntwerden der Affäre sofort Maßnahmen ergriffen und sich am 21. September 2015 mit Verkehrsminister Alexander Dobrindt (CSU) in München getroffen.

Manipulationen mit Konsequenzen

Die ersten Informationen über den VW-Abgasskandal kamen am 18. September 2015 durch eine Mitteilung der US-Umweltbehörde EPA an die Öffentlichkeit. Damals überschritten mehr als 500.000 Diesel-Pkws durch eine „defeate device“, der englische Begriff für die von VW benutze Abschalteinrichtung, die in den USA zugelassenen Grenzwerte für Stickoxide. Nach der EPA-Bekanntgabe hatten mehrere Medien berichtet, dass Winterkorn spätestens seit dem 27. Juli 2015 über die Abgas-Manipulationen bei VW unterrichtet war. Winterkorn hat dies heute vor dem Ausschuss erneut bestritten. Wie es in der Ausschussmeldung heißt, habe er eklärt, dass er „sicher nicht vor September 2015“ etwas von dem Begriff „defeate device“ gehört habe.

Einen Tag nach dem Treffen mit Minister Dobrindt soll Winterkorn mit Angela Merkel (CDU) telefoniert haben. Am 23. September 2015 trat Winterkorn dann von der VW-Konzernspitze zurück.

In den USA hat sich der Volkswagen-Konzern im Dezember 2016 zu Entschädigungsleistungen in Höhe von 16,5 Milliarden Dollar verpflichtet. Auch in Europa könnte VW höheren Strafmaßnahmen als konzernintern geplant entgegensehen. Nach der erzielten Einigung in den USA forderte auch EU-Justizkommissarin Vera Jourova eine faire Behandlung von 8,5 Millionen betroffenen Verbrauchern in der Europäischen Union. „Eine europaweite Informationskampagne und ein Ersatzwagen während der Reparaturphase sind nicht genug“, sagte EU-Kommissarin Vera Jourova im Dezember gegenüber „Der Welt“. VW müsse „seine Anstrengungen verstärken und sicherstellen, dass bis Herbst 2017 auch tatsächliche alle Autos repariert werden.“

Winterkorn hinterlässt „große Fragezeichen“

Schon im Vorfeld der Befragung schien die Hoffnung der Ausschuss-Mitglieder, von Winterkorn Wesentliches zur Aufklärung der Abgasaffäre zu erfahren, gering. Zwar entschuldigte sich Winterkorn vor dem Ausschuss für die Affäre, in seinen Aussagen sahen einige Mitglieder jedoch eine verpasste Chance, bei Kunden und Mitarbeitern das Vertrauen in eine transparente Darstellung der Vorgänge innerhalb des VW-Konzerns wiederherzustellen. So stehe CSU-Abgeordneter Ulrich Lange besonders Winterkorns Aussagen zum Rückruf 2015 „sehr misstrauisch“ gegenüber. Grünen-Obmann Oliver Krischer sei sogar „schokiert“ wie nebensächlich Winterkorn über Stickoxide und Umweltfragen geredet habe.

SPD-Obfrau Kirsten Lühmann sah hingegen die Frage, inwieweit die Bundesregierung in den Skandal involviert sei, durch die Aussagen Winterkorns geklärt. Winterkorn habe „sehr klar gemacht, dass staatliche Stellen und die Bundesregierung erst im September Informationen über die Manipulationen durch VW erhalten habe.  Ama Lorenz | EurActiv.de

 

 

 

 

 

Lohngerechtigkeit. Gleicher Lohn für gleiche Arbeit

 

Frauen verdienen im Durchschnitt immer noch weniger als Männer. Die Bundesregierung will die Lohndifferenz jetzt beseitigen. Das Kabinett hat dazu ein Gesetz beschlossen. Es verankere das Prinzip "gleicher Lohn für gleiche Arbeit", erklärte Bundesfrauenministerin Schwesig.

 

Die Lohndifferenz zwischen Frauen und Männern beträgt im Durchschnitt 21 Prozent. Selbst wenn man herausrechnet, dass Frauen häufiger in Teilzeit arbeiten, seltener in Führungspositionen aufsteigen oder eher in sozialen Berufen mit geringen Verdiensten tätig sind, bleibt noch immer eine Lücke von

sieben Prozent im Durchschnitt. Damit das nicht länger so bleibt, hat das Bundeskabinett nun einen Gesetzentwurf beschlossen, der die Transparenz von Entgeltregelungen fördert.

Regelungen zur Transparenz

"Es geht darum, das Prinzip 'gleicher Lohn für gleiche Arbeit' für Frauen und Männer zu verankern und vor allem Transparenzregelungen einzuführen, damit man überhaupt weiß, ob man gerecht bezahlt wird", sagte Bundesfrauenministerin Manuela Schwesig. Das sei ein ganz wichtiges Gesetz für die Schließung der Lohnlücke, so Schwesig. Denn nur, wenn man wisse, dass man nicht gerecht bezahlt werde, könne man das verändern.

Individueller Auskunftsanspruch

Konkret bedeutet das: Frauen und Männer in Betrieben mit mehr als 200 Beschäftigten sollen künftig ein individuelles Auskunftsrecht erhalten, um ihre eigene Entlohnung mit der Entlohnung von Kollegen beziehungsweise Kolleginnen mit gleicher Tätigkeit vergleichen zu können. Der

Auskunftsanspruch bezieht sich aber nicht auf das konkrete Entgelt einzelner Mitarbeiter, sondern auf ein durchschnittliches monatliches Bruttoentgelt von Mitarbeitern des anderen Geschlechts mit gleichen oder vergleichbaren Tätigkeiten.

In tarifgebundenen Unternehmen soll der Auskunftsanspruch in der Regel über die Betriebsräte wahrgenommen werden. In Betrieben ohne Betriebsrat und ohne Tarifvertrag können sich die Arbeitnehmerinnen und Arbeitnehmer direkt an den Arbeitgeber wenden.

Prüferverfahren und Berichtspflicht

Zudem werden private Arbeitgeber dazu aufgefordert, ihre Vergütungsstrukturen zu überprüfen und das Gebot der Entgeltgleichheit entsprechend zu gestalten. Lageberichtspflichtige Unternehmen (Kapitalgesellschaften) ab 500 Beschäftigten müssen künftig regelmäßig über Maßnahmen zur Gleichstellung und zur Entgeltgleichheit im Unternehmen berichten. Pib 11

 

 

 

 

Jahresstatistik 2016. Zahl der Flüchtlinge auf 280.000 gesunken

 

Das Flüchtlingsrekordjahr 2015 bleibt zunächst ein Einzelfall. 2016 kamen 280.000 Flüchtlinge nach Deutschland – mehr als 600.000 weniger als im Jahr zuvor. De Maizière und Weise sind zufrieden mit der Entwicklung. - VON Corinna Buschow

 

Verfahren beschleunigt, Flüchtlingszahl reduziert: Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) und der Leiter des Bundesamts für Migration und Flüchtlinge, Frank-Jürgen Weise, präsentierten am Mittwoch in Berlin zufrieden die Asylstatistik 2016. Im vergangenen Jahr kamen demnach rund 280.000 neue Flüchtlinge nach Deutschland. Zwar sind das immer noch weit mehr als in den Jahren vor 2015, aber eben auch nur noch ein knappes Drittel der Rekordjahresbilanz 2015, als etwa 890.000 Asylbewerber nach Deutschland kamen. Es sei gelungen, das Migrationsgeschehen zu ordnen und zu steuern, sagte de Maizière.

Mehr als 745.000 Flüchtlinge stellten 2016 beim Bundesamt für Migration und Flüchtlinge einen Asylantrag. Die Zahl der Anträge weicht von der Zahl der in den Ländern registrierten neuen Flüchtlinge ab, weil insbesondere Ende 2015 und Anfang 2016 das Bundesamt mit der Bearbeitung kaum hinterherkam und viele Flüchtlinge lange warten mussten, bis sie einen Antrag stellen konnten. Dieser Rückstau sei nun weitestgehend abgebaut, sagte der scheidende Behördenleiter Weise. Am 1. Februar tritt die neue Leiterin Jutta Cordt seine Nachfolge beim Bundesamt in Nürnberg an.

2016 entschied das Bundesamt über gut 695.000 Anträge – so viele wie noch nie in seiner Geschichte. 37 Prozent der Antragsteller wurden als Flüchtlinge nach der Genfer Konvention anerkannt. Weitere 22 Prozent erhielten den untergeordneten subsidiären Schutz. Zusammen mit den Abschiebeverboten lag die Gesamtschutzquote bei 62 Prozent. Hauptherkunftsländer der Antragsteller waren Syrien, Afghanistan, Irak, Iran und Eritrea.

55.000 „freiwillige“ Ausreisen

Weise zufolge ist auch die von der Politik geforderte Beschleunigung der Verfahren gelungen. Während Flüchtlinge früher drei Monate und länger bis zur Antragstellung hätten warten müssen, könnten heute Neuankömmlinge nach rund zwei Wochen ihren Antrag abgeben. Die Bearbeitung dauert nach seinen Worten rund drei Monate.

Erhöht hat sich 2016 auch die Zahl der Menschen, die nach einem abgelehnten Asylantrag in ihre Heimat zurückgekehrt sind. De Maizière zufolge lag die Zahl freiwilliger Ausreisender bei 55.000 (2015: 35.000). 25.000 Ausreisepflichtige wurden 2016 abgeschoben. Dennoch sei die aktuelle Zahl zu gering, sagte de Maizière. Sein Ministerium arbeitet zurzeit an einem Programm, das zusätzlich zu bestehenden Initiativen die freiwillige Ausreise belohnen soll. Zudem haben der Innenminister und Bundesjustizminister Heiko Maas (SPD) eine Debatte um eine Kürzung der finanziellen Hilfen für Länder wie Tunesien, Marokko und Algerien angestoßen, in die Abschiebungen kaum möglich sind. Damit soll Druck aufgebaut werden, um die Länder zur Rücknahme zu bewegen.

Özo?uz: Bei Integration nicht nachlassen

Die Integrationsbeauftragte der Bundesregierung, Aydan Özo?uz (SPD), mahnte indes, bei der Integrationsanstrengung nicht nachzulassen. „Es ist in unserem ureigenen Interesse, dass wir jeden Flüchtling, der in Deutschland bleiben darf, bei uns integrieren“, sagte sie der Rheinischen Post. „Dieser Herausforderung müssen wir uns in Zeiten hoher wie niedriger Zuzugszahlen stellen.“ Die Zahl der Teilnehmer in Integrationskursen ist de Maizière zufolge im vergangenen Jahr auf 310.000 gestiegen (2015: 180.000).

Ob die Zahl von 280.000 Flüchtlingen 2016 eine ausreichende Reduzierung ist, wie sie die Bundesregierung anstrebte, ließen deren Vertreter indes am Mittwoch offen. Immerhin liegt die Zahl über der von CSU-Chef Horst Seehofer immer wieder geforderten Obergrenze von 200.000 Flüchtlingen pro Jahr. Auf eine Diskussion darüber wollten sich aber weder Innenminister de Maizière noch der Sprecher von Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU), Steffen Seibert, in Pressekonferenzen einlassen. (epd/mig 12)

 

 

 

 

Flüchtlingszahlen: „Mich beruhigt das nicht“

 

Für die Bundesregierung ist es ein Erfolg: Nur 280.000 neue Flüchtlinge sind 2016 nach Deutschland gekommen, das ist gar kein Vergleich zum Ansturm vom Jahr zuvor. Bei der Vorstellung der Flüchtlingszahlen führte ein zufriedener Innenminister Thomas de Maizière den Rückgang bei den Flüchtlingszahlen vor allem auf zwei Faktoren zurück: das EU-Abkommen mit der Türkei und die weitgehende Schließung der Balkanroute.

 

Doch der Kölner Erzbischof, Kardinal Rainer Maria Woelki, sieht in der neuen Statistik keinen Grund zum Jubel. „Mich beruhigen diese aktuellen Zahlen überhaupt nicht“, sagte er dem Kölner Domradio. „Im vergangenen Jahr sind mehr Flüchtlinge auf dem Mittelmeer ertrunken als je zuvor. Wir können nicht einfach nur Karneval feiern und uns an den schönen Klängen der neuen Elbphilharmonie berauschen, wenn gleichzeitig dort mehr und mehr Menschen sterben. Wir müssen deren Stimme wach halten, niemand hat es verdient, auf dem Mittelmeer zu sterben.“

Weltweit seien immer noch Millionen von Menschen auf der Flucht vor Krieg, Terror, Not und Elend. Die EU dürfe die Grenzländer Griechenland und Italien gerade jetzt im Winter nicht bei den notwendigen Hilfsmaßnahmen alleine lassen, so Woelki. (domradio 12.01.)

 

 

 

 

Geschürte Ängste zeigen Wirkung

 

Landesausländerbeirat besorgt über Erstarken der Rechtspopulisten und massive Überfremdungsängste in großen Teilen der Bevölkerung/politischer Gegenentwurf gefordert

 

„Kein Anlass zum Jubeln, vielmehr zu großer Sorge.“ So kommentierte der Vorsitzende des Landesausländerbeirats, Enis Gülegen, die heute veröffentlichten Zahlen des hr-Hessentrends.

 Gülegen: „Die Zahlen zeigen vor allem zwei Dinge: Die Rechtspopulisten der AfD sind auch in Hessen weiter auf dem Vormarsch, irrationale Ängste vor Überfremdung und Rassismus sind weiterhin tief in der Mitte der hessischen Gesellschaft verankert.“

 Nicht anders sei es zu deuten, wenn fast jeder zweite der Befragten angibt, dass Flüchtlinge und Migranten das wichtigste politische Problem sind. Gülegen: „Dies sind geschürte Ängste, die nichts mit den tatsächlichen Alltagsproblemen der Menschen in Hessen zu tun haben.“

 Die Umfrage sei ein weiterer Beleg dafür, dass die von der AfD und rechtspopulistischen Kreisen verbreitete Angst- und Bedrohungsstimmung nur der AfD selbst dient. „Sie ist ein Denkzettel für diejenigen, die meinen, den Rechtspopulismus zu bekämpfen, indem man eine härtere Gangart in der Migrations- und Flüchtlingspolitik einlegt.“ Gülegen forderte vielmehr eine deutlich konsequentere Bekämpfung von Rassismus und Diskriminierung: „Das ist der richtige politische Gegenentwurf zum Rechtspopulismus! Auf der Welle der Rechtspopulisten mit zu schweben schürt nur weiter Ängste und hilft der AfD & Co.!“ Ulrike Foraci, Geschäftsführerin Agah

 

 

 

 

Studie. Einwanderung hat positiven Effekt auf deutsche Konjunktur

 

Die Flüchtlinge haben einen positiven Effekt auf die deutsche Konjunktur. Das ist das Ergebnis einer aktuellen Studie des Instituts der deutschen Wirtschaft Köln. Demnach erhöht die Einwanderung das Bruttoinlandsprodukt bis 2020 um insgesamt rund 90 Milliarden Euro.

Der Flüchtlingszuzug wirkt sich einer Studie zufolge positiv auf die Konjunktur in Deutschland aus. Infolge der jüngsten Einwanderung erhöhe sich das Bruttoinlandsprodukt bis 2020 um insgesamt rund 90 Milliarden Euro, hieß es in der am Montag veröffentlichten Erhebung des Instituts der deutschen Wirtschaft Köln (IW). Der Effekt auf das durchschnittliche Pro-Kopf-Einkommen sei allerdings vorerst negativ.

Den Schätzungen des Instituts zufolge steigern die 1,2 Millionen Flüchtlinge, die in den vergangenen zwei Jahren nach Deutschland kamen, das Bruttoinlandsprodukt in diesem Jahr um rund 0,4 Prozent. Bis 2020 könnte dieser Effekt auf knapp ein Prozent pro Jahr steigen. Gründe sind der erhöhte private Konsum und die zusätzlichen Staatsausgaben für die Integration sowie der Beitrag der Flüchtlinge, die bereits in den Arbeitsmarkt integriert sind.

Weil es aber laut IW noch Jahre dauert, bis eine Mehrheit der Flüchtlinge im Arbeitsmarkt ist, sinkt zunächst die Wirtschaftsleistung pro Kopf: Bis 2020 dürfte die Erwerbslosenquote demnach um rund 1,5 Prozentpunkte steigen. Das wirke sich wiederum negativ auf das durchschnittliche jährliche Pro-Kopf-Einkommen aus, das um bis zu 800 Euro sinken könnte.

Integration maßgeblich

„Wie stark die simulierten Effekte tatsächlich ausfallen, wird maßgeblich davon abhängen, wie gut die Integration in den Arbeitsmarkt gelingt“, erklärte IW-Experte Tobias Hentze. Dafür müsse in die Qualifizierung von Flüchtlingen investiert werden. Denn während fast jeder fünfte Asylbewerber studiert habe, hätten mindestens ebenso viele nur eine Grundschule oder überhaupt keine Schule besucht.

Die Kosten für die Integration von Flüchtlingen schätzen die Autoren der Studie auf bis zu 28 Milliarden Euro pro Jahr. „Wenn das Geld in effektive Förderprogramme investiert wird, kann es langfristig durch steigende Steuereinnahmen zum großen Teil wieder hereingeholt werden“, sagte Hentze. Allerdings komme es nicht nur auf den finanziellen Aufwand an, die Politik müsse Unternehmen auch unbürokratisch bei der Beschäftigung von Flüchtlingen unterstützen. Befragungen zufolge wollen rund 90 Prozent der 1,2 Millionen Flüchtlinge langfristig in Deutschland bleiben, wie das IW erklärte. (epd/mig 17)

 

 

 

 

70 Jahre Europa-Union Deutschland: Ziel bleibt der Europäische Bundesstaat

 

Am 11. Januar feierte die überparteiliche Europa-Union ihr 70-jähriges Bestehen mit einem zentralen Festakt in Berlin. Bundesfinanzminister Wolfgang Schäuble würdigte die Arbeit des überparteilichen Verbandes und sein Werben für die europäische Einigung.

 

Europa-Union Präsident Rainer Wieland erinnerte an das politische Ziel der Europa-Union, die Schaffung eines europäischen Bundesstaates. „Diese Idee wird wirkmächtig bleiben und die aktuellen Herausforderungen und Probleme überleben“, so der Vize-Präsident des Europäischen Parlaments. „Der Traum von einem in Frieden und Freiheit vereinten Europa wurde schon früh geträumt“, sagte Wieland. Dennoch sei die Friedenidee der europäischen Einigung kein Argument von gestern, wie die Konflikte zeigten, die Europa umgeben. Rainer Wieland verwies auch auf das deutsche Grundgesetz. Als gleichberechtigtes Glied in einem vereinten Europa dem Frieden der Welt zu dienen, sei Gründungskonsens der Bundesrepublik Deutschland.

 

„Trotz wachsender Zweifel und Europaskepsis bleibt die Europäische Einigung weiterhin wichtig“, ist auch Wolfgang Schäuble überzeugt. „Die Europäische Einigung ist die beste Idee, die die Europäer im 20. Jahrhundert hatten und sie ist die beste Vorsorge für das 21. Jahrhundert“, so der Bundesfinanzminister. „In der globalen interdependenten Welt wird Europa nur gemeinsam eine angemessene Rolle spielen können. Jeder einzelne europäische Staat ist im globalen Maßstab nicht hinreichend relevant“, betonte Schäuble. Die großen Fragen wie Globalisierung, Klimaschutz und Digitalisierung ließen sich nicht national bewältigen. Auch in der Migrationspolitik, der Sicherheits- und Außenpolitik sowie in der Wirtschafts- und Währungspolitik müsse Europa die Probleme gemeinsam besser lösen. „Es ist wichtig, dass wir die wachsende Skepsis durch Erfolge und Effizienz überwinden. Ich bin sicher, dass mit jedem konkreten Erfolg die Attraktivität des europäischen Projekts auch für heute Zweifelnde wieder größer wird“, unterstrich Schäuble.

 

Danuta Hübner nannte die europäische Einigung ein menschengemachtes Wunder. „Nichts, das wir erreicht haben, ist selbstverständlich“, betonte die polnische Europaabgeordnete und forderte ein stärkeres Bekenntnis zu Europa. Europa sei nicht nur eine Union von Staaten, sondern eine Union der Bürger, so Hübner. Diese wollten Europa mitgestalten, wie die zahlreichen Europäischen Bürgerinitiativen zeigten.

 

Auch Staatsminister Michael Roth und Rainer Wend, Vorsitzender der Europäischen Bewegung Deutschland warben für mehr Engagement für Europa. „Die schweigende Mehrheit muss aufhören zu schweigen. Europa braucht uns jetzt!“, sagte Wend. „Wir alle stehen in der Verantwortung, dass Europa wieder gelingt“, unterstrich Michael Roth. Europa müsse nicht nur ein rationales Projekt, sondern auch ein Projekt der Herzen sein. EUD 12

 

 

 

 

NRW. Interkulturelle Öffnung in Unternehmen: Mit IHK NRW ist ein weiterer wichtiger Partner dabei

 

Unterzeichnung der Partnervereinbarung des Landes „Vielfalt verbindet.

Interkulturelle Öffnung als Erfolgsfaktor“

 

Integrationsstaatssekretär Thorsten Klute hat mit dem Hauptgeschäftsführer der Industrie- und Handelskammer NRW (IHK NRW), Ralf Mittelstädt, die Vereinbarung zur Partnerinitiative des Landes „Vielfalt verbindet. Interkulturelle Öffnung als Erfolgsfaktor“ unterzeichnet. Bei der Unterzeichnung anlässlich einer Veranstaltung für alle Partner der Initiative sagte Staatssekretär Klute vor etwa 60 Gästen: „Eingewanderte müssen teilhaben können. Sie sollen wie du und ich Teil der Gesellschaft werden können. Dazu gehört, dass wir in Politik, Verwaltung, Wirtschaft und Verbänden die Chancen von Zugewanderten in der Arbeitswelt stärken und sich unsere Institutionen mehr der Einwanderungsgesellschaft öffnen. Neu dabei ist nun mit der IHK NRW ein äußerst wichtiger Partner. Die IHK kann viele Unternehmen erreichen und von der Notwendigkeit der interkulturellen Öffnung überzeugen.“

IHK NRW-Hauptgeschäftsführer Mittelstädt betonte: „Menschen mit Migrationshintergrund sind in NRW schon seit vielen Jahren Auszubildende sowie Mitarbeiterinnen und Mitarbeiter in unterschiedlichen Berufen, Bereichen und Ebenen. Seit dem verstärkten Zuzug von geflüchteten Menschen stellt sich für viele Unternehmen insbesondere die Frage, wie sie diese heterogene Gruppe gut in den Ausbildungs- und Arbeitsprozess integrieren können. Hier spielen natürlich erst einmal Sprachförderangebote eine wichtige Rolle.“

Als Partner der Initiative wird die IHK NRW Schulungen zur Vermittlung interkultureller Kompetenz für Auszubildende aus verschiedenen Firmen, Regionen und Berufsfeldern anbieten. Anschließend informieren diese Auszubildenden in Schulen, bei Informationsveranstaltungen oder Ausbildungsmessen über ihren Ausbildungsberuf und Werdegang sowie über den heimischen Ausbildungsmarkt. Damit sprechen sie auch gezielt junge Menschen mit Migrationshintergrund an und können diese für die duale Ausbildung gewinnen. Diese sollen Jugendliche mit Migrations- und Fluchtgeschichte für das Thema Ausbildung begeistern und Unternehmen dafür gewinnen, diese Zielgruppe bei der Besetzung eines Ausbildungsplatzes noch einmal gezielt in den Blick zu nehmen.

Der Initiative des Landes haben sich bereits zahlreiche Partner angeschlossen. Dazu gehören Verwaltungen, Institutionen und Medienanstalten wie beispielsweise die Kreisverwaltungen Soest und Lippe, die Stadt Duisburg und das Jobcenter Duisburg, die Polizei Gelsenkirchen, die Stadt Solingen, die Städtekooperation Integration Interkommunal (mit acht Ruhrgebietsstädten), der Westdeutsche Rundfunk, der Landesverband der Volkshochschulen NRW, das Multikulturelle Forum in Lünen, der Caritas Verband für den Kreis Unna und der Arbeitersamariterbund Regionalverband Ruhr.

Die Partnerinitiative ist ein zentrales Modul aus dem umfangreichen Maßnahmenkatalog der Landesinitiative „Mehr Migrantinnen und Migranten in den öffentlichen Dienst – Interkulturelle Öffnung der Landesverwaltung“, der seit 2010 umgesetzt wird. Mehr Informationen zur Partnerinitiative und der Landesinitiative unter: https://www.mais.nrw/interkulturelle-oeffnung.  Dip