WEBGIORNALE   20  MARZO  - 2 aprile 2017

 

Inhaltsverzeichnis

1.       L’Europa festeggia i 60 anni dei Trattati di Roma  1

2.       Sfogliando la storia. Trattati di Roma: dietro la firma in Campidoglio il fallimento della Ced e la paura di tornare alle armi 1

3.       Elezioni e populismo. Olanda: quattro fattori per un voto pro-Ue  1

4.       Olanda, vincono i liberali di Rutte: "Respinto il populismo"  2

5.       Italia, Nato e Mediterraneo. Crisi migratoria e Libia, l’anello mancante  2

6.       In calo gli arrivi di migranti verso l’Ue, ma in Italia raddoppiano  3

7.       Strasburgo. Gentiloni: «Non ci sarà un’Europa di serie A e di serie B: no a nuovi muri»  3

8.       L’Occidente deve difendere i suoi valori 3

9.       Scambi mondiali. Trump: una pericolosa deriva protezionista  4

10.   Dal 29 al 31 marzo l’Assemblea plenaria del Cgie  4

11.   Merkel-Trump, tensione sui rifugiati. Il presidente: «Più risorse alla Nato»  4

12.   Tensione anche tra Turchia e Germania, Ankara convoca l’ambasciatore tedesco  5

13.   Schulz eletto presidente dell'Spd con il 100% dei voti: "Per l'Europa serve una Germania forte e più equa"  5

14.   Berlino. Premiati i due “Italiani dell’anno” 2016  5

15.   “La nuova Luce dell’emigrazione a Wolfsburg”  5

16.   Gentiloni a Berlino: “Guido il governo, non mi occupo di alleanze future”  6

17.   Schulz eletto leader Spd col 100%. Sarà lui ad affrontare Merkel. I nodi: programma e sfida aperta  6

18.   Gli appuntamenti a Monaco di Baviera e dintorni 6

19.   Avviato il dialogo tra Baviera e Friuli Venezia Giulia sulla formazione professionale  6

20.   Serata informativa sull'inserimento nel mondo del lavoro nella regione di Stoccarda  7

21.   I temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue Cosmo  7

22.   Monaco di Baviera. Onorificenza  ad Ardizzone Giovanni 7

23.   Lo Stato italiano vuole vendere le sedi del Consolato e dell'Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera  8

24.   Lettera delle Acli-Baviera al Ministro Alfano: no alla vendita dgli stabili del Consolato e dell’IIC di Monaco  8

25.   Partecipazione italiana alla PROWEIN (Düsseldorf, 19 -21 marzo 2017) 8

26.   Attacco a colpi d'ascia a Duesseldorf, ferite 2 italiane  9

27.   A Monaco di Baviera serata informativa il 22 marzo sull’assistenza sanitaria di lungo periodo  9

28.   Padiglione Italia alla Internationale Tourismus-Börse di Berlino. Successo della Puglia  9

29.   La Germania dichiara guerra alle bufale online: multe fino a 50 milioni ai social che non le rimuovono  9

30.   Dieselgate, perquisizioni nella sede Audi. Intesa Germania-Italia sulle emissioni Fca  10

31.   Tensione ue-turchia. Germania, 30mila curdi in piazza. Ankara convoca l’ambasciatore  10

32.   Corrispondenza. Invito a partecipare ad un “progetto vocale”  10

33.   Primarie PD. Circoli PD in Europa. Chi appoggia Orlando  10

34.   Parere favorevole delle Commissioni Esteri e Cultura allo schema di decreto sulla disciplina della scuola italiana all'estero  11

35.   Con il Decreto Scuole all’estero più servizi ai connazionali e più merito  11

36.   Emergenza migranti, Gentiloni: "Non basterebbe Mago Merlino"  12

37.   Nazionalismo e caccia ai voti all’estero. Così il Raiss apre il fronte europeo  12

38.   Fine di un incantesimo La prima frenata dei populisti 12

39.   USA. Promesse per il futuro  12

40.   Immigrazione, giudice Hawaii blocca nuovo bando: Trump furioso  13

41.   Usa e commercio internazionale. Addio di Trump al Wto?  13

42.   Mario Giro: "Errori e lentezze dell’Europa, ma per la pace bisogna riuscire a dialogare con tutti"  14

43.   Passo indietro su voucher e appalti, cancellato il referendum del 28 maggio  14

44.   Le ipotesi 14

45.   Biotestamento, legge alla Camera. I punti chiave  14

46.   Delegazione del CGIE ha incontrato il ministro del Lavoro e delle Politiche sociali Giuliano Poletti 15

47.   Ritroviamoci 15

48.   Sardegna, la Consulta regionale dell’Emigrazione approva contributi ai Circoli 15

49.   Finte iscrizioni all’AIRE, si intensificano i controlli del Fisco  16

50.   Si è svolta a Potenza L’Assemblea annuale dei lucani nel mondo  16

51.   Sarà vero?  17

52.   La legge proporzionale. La grande illusione delle coalizioni 17

53.   Scuole all’estero. Deputati Pd-Estero: Sostanziali modifiche dalle Commissioni Esteri e Cultura della Camera al decreto governativo  17

54.   Più opportunità per le donne in Italia, negli ultimi tre anni 18

55.   Voucher. Cosa sono e come funzionano  18

56.   Essere italiani 18

57.   Sardegna, mozione della Consulta dell’Emigrazione  18

58.   Lucani nel mondo, approvati la programmazione annuale 2017 e il  Piano triennale 2017-2019  19

59.   “Progetto Sicilia nel Mondo” dedicato ai siciliani 19

60.   Parere favorevole della Commissioni  Esteri e Istruzione allo schema di decreto sulla disciplina della scuola italiana all'estero  19

61.   IV edizione Premio Anna Magnani 20

62.   Patto precario  20

63.   Velo al lavoro, Corte Ue: "Azienda può vietarlo, non è discriminatorio"  20

64.   Riunito il Comitato Scientifico del Forum delle Associazioni italiane nel Mondo (FAIM) 21

65.   Occorre un confronto per trovare soluzioni condivise sulle dismissioni immobiliari all’estero  21

66.   Congresso PD. Mozione Orlando, nominati  coordinatori estero e quelli Paese  21

 

 

1.       "Unbeschreibliche Not". UN sehen in Syrien schlimmste Katastrophe seit Zweitem Weltkrieg  21

2.       „Deutschland aktuell". Europa wird 60! 22

3.       Fünf Wege führen nach Rom   22

4.       Niederlande: Rutte übertrumpft Wilders  22

5.       Schulz zum Kanzlerkandidaten mit hundert Prozent der gültigen Stimmen gewählt 23

6.       Griechenland prüft Rechtmäßigkeit von Flüchtlingspakt 23

7.       Regierungserklärung im Bundestag. Merkel wirbt für offenes und starkes Europa  23

8.       Pulse of Europe: „Europa spielt in deutschen Parteiprogrammen keine wirkliche Rolle“  24

9.       Warum man Europa lieben muss  25

10.   World Vision: Hunger-Krise in Ost-Afrika gerät außer Kontrolle  25

11.   EU-Türkei-Deal: Fluchtursachen bekämpfen, nicht Flüchtlinge  26

12.   Die NATO ist nicht obsolet. Eine Replik auf Jonathan Power. 26

13.   Italien/Ungarn: Migrantenbeauftragter gegen Flüchtlingssperre  26

14.   Ungarn. Scharfe Kritik an Internierung von Flüchtlingen  27

15.   6 Jahre Syrien-Krieg: 85 Prozent aller syrischen Kinder sind schwer traumatisiert 27

16.   „Grenzen sind lebenswichtig“  27

17.   Merkels Regierungserklärung zu Europa: Böse Türkei – wichtige Türkei 28

18.   Vorwürfe der Türkei. Merkel solidarisch mit Niederlanden  28

19.   Gemeinsam weltweit ein Zeichen gegen Rassismus setzen: Internationale Wochen gegen Rassismus  29

20.   Jahrestag EU-Türkei-Deal. Kritik: Weder Türkei sicher noch adäquate Versorgung von Flüchtlingen in Griechenland  29

21.   Das Ende der Arbeit (wie wir sie kennen) 29

22.   Merkels Reisegepäck für die USA: Warnungen vor Protektionismus und Strafzöllen  30

23.   Studie. „Eklatante Defizite“ bei Berichten zu Flüchtlingen aus Afrika  30

24.   Türkei kündigt Sanktionen gegen Niederlande an  30

25.   Merkel in den USA. Erstes Treffen mit Donald Trump  31

26.   Studie: Wissenschaftler empfehlen eigenes Ministerium für Integration  31

27.   Islamkonferenz. „Es gibt Grenzen, bei denen die Alarmglocken schrillen“  31

28.   Tourismus bricht Rekorde. ITB Berlin  32

29.   Wir müssen ehrlicher über Armut reden  32

30.   Flüchtlingshelfer in Deutschland. Wie der Staat Integration behindert 33

31.   Rezension. Migration, Flucht, Integration. 33

32.   Vierertreffen in Versailles. Eine EU der verschiedenen Geschwindigkeiten  33

33.   Integration auf dem Arbeitsmarkt. „Sind die Flüchtlinge da, wo die Arbeit ist?“  34

34.   „Am Mittleren Niederrhein zeigen wir, wie Integration zur Erfolgsstory werden kann“. Landesaktion „NRW. Das machen WIR!“  34

35.   Politische Kommunikation im Internet: „Der Ton ist rauer geworden“  35

36.   Angst vor Terrorismus in Deutschland nimmt ab  35

37.   Landesaktion „NRW. Das machen WIR!“ Mehr als 100 Projekte für geflüchtete Menschen in 53 Städten und Gemeinden  35

38.   Bericht im Kabinett. Unbegleitete Minderjährige meist gut versorgt 36

39.   Alles oder Nichts. Viel mehr als nur ein Kopftuchurteil 36

40.   German Road Safety: Broschüren in weiteren Sprachkombinationen verfügbar 38

 

 

 

L’Europa festeggia i 60 anni dei Trattati di Roma

 

Roma - Si sono aperte venerdì 17 marzo le celebrazioni del Parlamento italiano per il sessantesimo anniversario della firma dei Trattati di Roma. Camera e Senato hanno promosso una Conferenza alla quale hanno preso parte i Presidenti dei Parlamenti nazionali degli Stati membri e del Parlamento europeo. I lavori si sono articolati in due sessioni: al mattino a Montecitorio, al pomeriggio a Palazzo Madama. Si è puntato a fare un bilancio dei risultati conseguiti nei primi 60 anni dell'Unione, ma anche a mettere in evidenza il ruolo che le assemblee elettive nazionali possono svolgere nel necessario processo di rilancio dell’Ue. Alle 9,30, alla Camera, dopo il saluto della Presidente Boldrini, hanno parlato Romano Prodi, già Presidente della Commissione europea, e Maria Romana De Gasperi, Presidente onoraria della Fondazione De Gasperi. Si sono svolti poi gli interventi dei rappresentanti dei Parlamenti degli altri Paesi fondatori che sottoscrissero insieme all'Italia i Trattati di Roma: Siegried Bracke, Presidente della Chambre des Représentants belga; Claude Bartolone, Presidente dell'Assemblée Nationale francese; Norbert Lammert, Presidente del Bundestag tedesco; Mars Di Bartolomeo, Presidente della Chambre des Députés lussemburghese; Khadija Arib, Presidente del Tweede Kamer olandese. A seguire hanno preso la parola i Presidenti degli altri Parlamenti nazionali dei Paesi aderenti all'Unione europea. Alle 16, nell'Aula di Palazzo Madama, dopo il saluto del Presidente del Senato, Pietro Grasso, hanno preso la parola Antonio Tajani, Presidente del Parlamento europeo; Donald Tusk, Presidente del Consiglio europeo; Frans Timmermans, Vice Presidente della Commissione europea; il senatore a vita e Presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano; il senatore a vita, già Presidente del Consiglio e Commissario europeo, Mario Monti; l’ideatrice del Programma Erasmus Sofia Corradi. L'intervento conclusivo sarà tenuto dal Presidente del Consiglio dei Ministri, Paolo Gentiloni.

Prima dell'inizio dei lavori, alle 15.30, sono state aperte in Senato due mostre. La prima è dedicata all'esposizione del tutto straordinaria, per un periodo limitato, dell'originale del "Torso del Belvedere", proveniente dalle collezioni di scultura classica dei Musei Vaticani, firmata dallo scultore ateniese Apollonios e risalente al I secolo a.C. La seconda mostra si intitola "Libri che hanno fatto l’Europa: Governo dell’Economia e Democrazia dal XV al XX secolo" e propone 140 prime e rare edizioni, dal 1468 al 1950, di opere fondamentali per la cultura europea e mondiale, alcune delle quali provenienti dalla Collezione Goldsmith della Senate House Library della University of London. Dal giorno successivo l'accesso per i cittadini è libero e gratuito, secondo il calendario già comunicato. La diretta televisiva dei lavori, realizzata grazie alla collaborazione di Rai Parlamento, è andata in onda al mattino su RaiUno e al pomeriggio su RaiTre.  (9Colonne/de.it.press)

 

 

 

 

Sfogliando la storia. Trattati di Roma: dietro la firma in Campidoglio il fallimento della Ced e la paura di tornare alle armi

 

All'appuntamento del 25 marzo 1957 si arriva attraverso alcuni passaggi politici troppo spesso ignorati. La Dichiarazione del 9 maggio 1950, la creazione della Ceca, il fallimento della Comunità di difesa e della Comunità politica. Il ruolo di Schuman, Adenauer e De Gasperi. L'apporto di Monnet, Spaak, Beyen. Per una "costruzione" che aveva sullo sfondo il personalismo di Maritain e Mounier

Tra pochi giorni commemoreremo il 60° anniversario dei Trattati di Roma e gli attuali leader dell’Ue tesseranno le lodi di quegli uomini che li hanno resi possibili. Pressati da un crescente euroscetticismo, i capi di Stato e di governo possono essere tentati di idealizzare la chiara e precisa visione politica che ha portato una pace duratura in Europa attraverso la Comunità economica e l’Euratom. La realtà, tuttavia, è che tali Trattati non facevano parte del piano originale, erano solo un tentativo di portare un po’ di ossigeno a una comunità che sembrava morente. Infatti, i Trattati di Roma erano il risultato della flessibilità, della perseveranza e dell’amicizia che si erano sviluppate nella ricerca del bene comune.

Una rivoluzione pacifica. Tutto era iniziato sette anni prima, quando il ministro degli Esteri francese, Robert Schuman, aveva proposto al leader della Germania occidentale, Konrad Adenauer, di ricominciare da zero.

Dopo la seconda guerra mondiale e le numerose guerre franco-tedesche precedenti, Schuman intravedeva la possibilità di un nuovo rapporto basato sul perdono, il rispetto e la fratellanza, invece della ritorsione e del potere.

Quando si sono incontrati, questi due cristiani hanno sentito subito che potevano fidarsi l’uno dell’altro, e che la Provvidenza affidava loro la missione di realizzare questa rivoluzione pacifica. Il piano specifico venne da Jean Monnet, che pensava che la gestione congiunta del carbone e dell’acciaio (che alimentavano l’industria bellica) avrebbe reso impossibile la guerra tra i partner. Avrebbe dovuto essere la prima di una serie di comunità intese a legare fra loro per sempre i popoli dell’Europa.

Il bene comune: obiettivo vincolante. Quale forma avrebbe assunto quell’Europa unita? Non lo sapevano. E non importava neanche tanto.

La cosa essenziale era percorrere la strada insieme.

Ciò che era importante era cambiare il cuore degli europei, affinché costruissero una vera comunità. Di alto livello le parole di Schuman: “La Comunità propone lo stesso obiettivo ad ogni partner, quello che la filosofia di san Tommaso chiama ‘il bene comune’. Questo sussiste in modo estraneo a qualsiasi motivazione egoistica. Il bene di ciascuno è il bene di tutti e viceversa”. Quando Alcide De Gasperi (Italia) e Paul-Henri Spaak (Belgio) sentirono parlare di questo piano, non vollero rimanere indietro in questa avventura. Benché appartenessero a famiglie politiche diverse (Spaak era un socialista, mentre Adenauer, Schuman e De Gasperi erano cristiano-democratici), credevano di avere il dovere morale di cambiare il corso della storia. Misero l’Europa al di sopra di tutti gli interessi nazionali o di parte.

L’essere umano al centro. Tutti loro avevano vissuto due guerre mondiali ed erano sopra i 60 anni. Erano pronti a sacrificare la propria carriera politica e la propria reputazione per lasciare un’eredità alle generazioni future. Ispirandosi a filosofi personalisti come Jacques Maritain e Emmanuel Mounier, volevano costruire una società nuova basata sulla dignità umana, il rispetto per la libertà e la democrazia, oltre a un sistema economico dal volto umano con la persona al centro.

L’Olocausto li aveva resi molto realisti riguardo alla fragilità delle buone intenzioni.

Le società cadono molto facilmente nell’odio e nell’egoismo. Questo è il motivo per cui viene istituzionalizzato un sistema di negoziazione, rendendo i Paesi e le persone così dipendenti l’uno dall’altro che la guerra sarebbe diventata semplicemente impossibile.

Il fiasco dell’esercito europeo. Questi uomini, tuttavia, cercarono forse di andare troppo lontano e troppo velocemente, e soltanto due anni dopo l’istituzione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (Ceca), concordarono una Comunità europea della difesa (Ced). Avevano immaginato un esercito comune, con un singolo comando. Al fine di nominare il comandante in capo, avevano intenzione di creare una Comunità politica europea (Cpe). Scrissero il testo dei trattati e firmarono il primo.

La storia dell’Europa sarebbe stata molto diversa se il parlamento francese non avesse votato contro la ratifica della Ced nell’agosto 1954.

Ma venne bocciata, e non c’era nessun “piano B”. I padri fondatori erano sconvolti. Temevano che la Ceca ristagnasse e l’Europa finisse per tornare ai suoi vecchi orientamenti nazionalisti. De Gasperi morì nei giorni del fiasco dell’esercito europeo; Schuman venne sostituito al ministero degli Esteri francese; Adenauer pensò che il sogno europeo fosse finito e che avrebbe fatto meglio a rivolgersi agli Stati Uniti.

L’idea di un Mercato comune. Poi il liberale olandese Johan Willem Beyen tirò fuori l’idea di un mercato comune, ispirata alla forte cooperazione fra i paesi del Benelux. Nel frattempo, Monnet stava lavorando a un altro piano per rilanciare lo “spirito comunitario”: un organismo per gestire congiuntamente l’uso pacifico dell’energia atomica. I sei partner discussero entrambi i progetti. Alla Francia non piaceva l’idea del mercato comune: Monnet era convinto che fosse prematuro proporlo. La Germania, d’altra parte, non voleva avere niente a che fare con l’energia atomica, e inizialmente respinse il piano di Monnet. Alla fine,

i sei trovarono un compromesso e approvarono entrambi i progetti in due trattati diversi.

Il 25 marzo 1957, i firmatari sapevano che stavano facendo la storia. Per le strade di Roma si respiravano gioia e speranza, con manifesti in tutta la città che riportavano lo slogan: “Sei popoli, una sola famiglia, per il bene di tutti”. Non ci doveva essere né vincitore né perdente, nessuna divisione tra ricchi e poveri, o tra nord e sud, ma soltanto il sogno di allargare la famiglia rinnovando costantemente lo “spirito comunitario”. Sarebbe stato compito dei futuri cittadini europei decidere come continuare la ricerca di un’unione sempre più stretta. Sir 17

 

 

 

 

 

Elezioni e populismo. Olanda: quattro fattori per un voto pro-Ue

 

Dopo le elezioni in Olanda l’Europa si interroga su come interpretarne i risultati. Il liberale Vvd, Partito per la Libertà e la Democrazia, ha conquistato 31 seggi, confermandosi primo partito olandese e probabilmente leader, per la terza volta, della coalizione di governo.

 

Il Vvd di Mark Rutte ha però perso consenso rispetto al 2012, ottenendo otto seggi in meno, mentre il movimento anti-Islam e anti-Ue, il Pvv (Partito delle Libertà) di Geert Wilders, resta secondo ma ottiene sei seggi in più.

 

Lettura europeista d’un risultato composito

Nonostante quella di Wilders sia una sconfitta parziale, le istituzioni europee hanno accolto la vittoria di Rutte come un trionfo europeo nella battaglia contro i movimenti euroscettici. Del resto, in un anno di appuntamenti elettorali in Paesi dell’Unione europea (Ue) chiave come la Francia e la Germania, le elezioni in Olanda erano viste come lo stress test della tenuta dei movimenti populisti europei.

 

Ma più che un trionfo schiacciante della retorica pro-europea, la vittoria del Vvd va vista come il risultato di quattro fattori.Il primo:nello scorso mandato, il premier Rutte ha dato un forte impulso alla crescita economica del Paese, che nel 2017 registrerà un aumento del Pil del 2% (nettamente superiore alla media europea).

 

Il secondo fattore che sembra aver inciso notevolmente sulla decisone degli elettori olandesi, è la fermezza con cui il premier ha gestito il braccio di ferro con la Turchia. Contrariamente a quanto ipotizzato da numerosi analisti, lo scontro con Ankara non ha favorito l’avversario Wilders, proprio perché Rutte è stato in grado di dare una risposta decisa alle ingerenze del governo Erdogan in un momento tanto delicato per il Paese.

 

Tra Islam e immigrazione

Terzo: la propaganda radicale anti-islam di Wilders non ha garantito maggiori elettori al Vvd di Rutte, ma non ha nemmeno giovato allo stesso Pvv. Per quanto fortemente sentito dalla popolazione, il problema dell’immigrazione in Olanda è legato a questioni concrete più che a un generale rifiuto dell’Islam. Le principali preoccupazioni per gli elettori sono il welfare pubblico, la sicurezza, la lotta contro il terrorismo e l’accesso all’educazione. Il problema dell’integrazione occupa, in questa scala, solo il nono posto.

 

Per questo, benché a tratti anche Rutteabbia adottato una retorica vagamente populista - sostenendo ad esempio che gli immigrati debbano integrarsi oppure andarsene - le sue dichiarazioni sono state meglio recepite dalla maggioranza dei cittadini rispetto a quelle di Wilders, che proponeva - facendo leva sul parallelismo tra immigrazione e Islam - di bandire il Corano senza invece dare risposte concrete ai cittadini.

 

Quarto: a favorire Rutte è stata anche le situazione politica globale. Il caos della Gran Bretagna post-Brexit e degli Stati Uniti post-Trump può aver spinto i cittadini olandesi a una scelta più oculata. Soprattutto di fronte al gran numero di riferimenti, circolati in questi giorni sui media internazionali, a una possibile Nexit, o uscita dell’Olanda dall’Ue, in caso di vittoria del Pvv.

 

Il voto un referendum pro-Ue

Un referendum sull’uscita dell’Olanda dall’Ue era, in effetti, il secondo punto del programma di Wilders. Sebbene parte dell’elettorato abbia forti dubbi sull’Ue, il 72% degli olandesi si sente europeo e non vuole che l’Olanda abbandoni né l’Ue né l’Eurozona; tutt’alpiù crede siano necessarie alcune riforme. L’Ue è poi un palcoscenico politico troppo importante per l’Olanda, cui garantisce una visibilità e un ruolo internazionale che da sola non avrebbe.

 

A elezioni fatte, resta da capire quale sarà la formazione di governo. È evidente che il Vvd dovrà cercare di formare una coalizione. Escluso qualsiasi tipo di accordo con Wilders, rimangono i Cristiani Democratici e i Democratici 66, con 19 seggi a testa.

 

Al Vvd mancano però 7 seggi per raggiungere la maggioranza di 76 alla Seconda Camera. Bisogna capire se il partito dei Verdi, vero grande vincitore delle elezioni, deciderà o meno di rischiare la propria acquisita legittimità in cambio di maggiore potere.

 

Per il governo, c’è da formare una coalizione

Forte dei suoi 14 seggi - 10 in più rispetto al 2012 - e di una campagna elettorale giocata sul nome del proprio leader, Jesse Klaver, e sul famoso slogan di Obama, “Yes we can”, è difficile che il partito si presti a una coalizione con il governo di Rutte, soprattutto vista la sorte toccata al Partito Laburista, che ha registrato solo 9 seggi, 30 in meno rispetto al 2012.

 

A far perdere legittimità al Partito Laburista, il vero grande sconfitto delle elezioni, è stata proprio la decisione di entrare nel governo di coalizione del 2012, sostenendo così i tagli al sistema di welfare olandese, un tempo orgoglio dei movimenti di sinistra, perpetrati dal Vvd.

 

Entrare o non entrare a far parte di una coalizione politica rimane il dilemma dei partiti moderni, che spostandosi troppo al centro o troppo agli estremi del panorama politico, rischiano di perdere elettori da una parte o dall’altra, minando la propria identità politica.

 

Al di là dei giochi di coalizione ed in conclusione, la vittoria di Rutte è sicuramente importante, sebbene parziale. La minaccia populista non è stata sconfitta, ma per il momento è allontanata.

 

In vista delle prossime elezioni in Francia, l’Olanda può dare una lezione importante. Nonostante i tagli al welfare, il Vvd ha assicurato una crescita economica al Paese e ha dimostrato di poter rispondere a minacce esterne in maniera ferma. Sembra essere questa l’unica vera strategia per contrastare i movimenti populisti.

 

In altre parole, nell’era delle post-verità, i partiti tradizionali, per poter contare, devono far fronte alle necessità del proprio elettorato e dei propri cittadini utilizzando i fatti più che la retorica. Eleonora Poli, AffInt 16

 

 

 

 

Olanda, vincono i liberali di Rutte: "Respinto il populismo"

 

Il partito del leader liberal Mark Rutte esce vincitore dalle elezioni parlamentari in Olanda, respingendo il pericolo populista del partito islamofobo e anti-Ue di Geert Wilders. "Dopo la Brexit e le elezioni americane l'Olanda ha detto no al populismo", ha affermato il premier liberale, ora pronto per un terzo mandato consecutivo. "Adesso - ha aggiunto - siamo impegnati per mantenere il Paese stabile, sicuro e caratterizzato dal benessere".

All'indomani del voto i leader politici olandesi hanno iniziato il difficile processo di formazione di una coalizione di governo. "Ci vorrà un po' di tempo, credo - ha ammesso Rutte, leader del partito per la Democrazia e la libertà (Vvd), che ha ottenuto 33 seggi, parlando alla radio di stato olandese - La formazione della coalizione sarà probabilmente complessa, i partiti discuteranno tra di loro per alcune settimane".

Non nasconde le difficoltà neanche Alexander Pechtold, leader del 'social liberale' D66, possibile partner in una coalizione di governo, che ha conquistato 19 dei 150 seggi: "Nei calcoli sono abbastanza bravo, ma queste sono somme difficili". Secondo lui, per arrivare alla maggioranza di 76 seggi bisogna mettere insieme almeno quattro partiti: tre potrebbero essere D66, Vvd e cristiano democratici, ma mancherebbero ancora cinque seggi.

 

Fuori dal governo resterà, come più volte ripetuto in queste settimane, il Pvv di Geert Wilders, che ha ottenuto 20 seggi, ma con il quale nessuno ha intenzione di allearsi, e fuori dovrebbero restare anche i laburisti del PvdA, che ha perso 29 seggi, fermandosi ad appena 9. "E' stato un tonfo inatteso - ha commentato il leader del PvdA Lodewijk Asscher - Siamo tutti storditi dallo schiaffo in faccia".

Quello che appare certo è che a formare il governo sarà di nuovo Rutte, essendo completamente fuori questione l'ipotesi di un governo di sinistra con il PdvA, il Partito socialista, che ha incassato 14 seggi, e il partito dei Verdi di Jesse Klaver (Gl), responsabile dell'exploit alle urne, che gli ha fatto guadagnare 10 seggi, per un totale di 14.

Ma quest'ultimo, ribattezzato il 'Justin Trudeau' olandese, per via della somiglianza fisica, ritiene invece che ci siano possibilità per "una combinazione tra i verdi e la sinistra: il panorama politico appare estremamente complicato", come "principale vincitore" il suo partito è obbligato a prendersi la responsabilità di provare a formare un governo.

Resta da capire cosa faranno l'Unione cristiana e il Partito per gli animali, che hanno ottenuto entrambi cinque seggi. Altri quattro partiti hanno ottenuto tra i due e i quattro seggi, per un totale di 13 partiti entrati in Parlamento.

LE REAZIONI - Il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker ha chiamato questa notte il premier olandese Mark Rutte, congratulandosi con lui per la "netta vittoria. Un voto per l'Europa, un voto contro gli estremisti", ha detto secondo quanto scrive su Twitter il portavoce capo della Commissione, Margaritis Schinas.

"Il serio approccio dei partiti di centrodestra e del Cda (Christian Democratic Appeal, partito olandese di orientamento democratico cristiano, ndr) è stato ricompensato. Questa è una buona notizia per tutte le forze politiche centriste e per l'Europa. Ciò dimostra che la chiarezza e la netta demarcazione dai radicalismi è il giusto cammino. Il risultato elettorale in Olanda è il vero smacco per tutti gli anti europeisti" ha commentato il presidente del gruppo Ppe nel Parlamento Europeo, Manfred Weber.

Per il presidente francese Francois Hollande si è trattato di una netta vittoria contro l'estremismo. "I valori di apertura, di rispetto per gli altri e la fiducia nel futuro dell'Europa sono l'unica vera risposta agli impulsi nazionalisti e all'isolazionismo che stanno scuotendo il mondo", ha affermato Hollande in un comunicato.

La cancelliera tedesca Angela Merkel ha telefonato a Rutte per congratularsi. "Non vedo l'ora di continuare la cooperazione come amici, vicini ed europei", ha detto la cancelliera a Rutte, secondo quanto postato dal portavoce Steffen Seibert su Twitter.

Anche altri politici tedeschi hanno espresso soddisfazione per il risultato, che ha fermato l'avanzata del partito di estrema destra di Wilders. Il ministro degli Esteri Sigmar Gabriel ha definito il risultato "una vittoria per l'Europa", mentre Martin Schulz, il candidato socialdemocratico alle elezioni parlamentari di Germania di quest'anno, ha detto che i risultati sono stati una chiara opposizione a Wilders e alla sua "posizione inqualificabile verso interi gruppi etnici".

"No #Nexit la destra anti Ue ha perso le elezioni in Olanda. Impegno comune per cambiare e rilanciare l'Unione" ha scritto su Twitter il premier Paolo Gentiloni, commentando il voto olandese. Adnkronos 16

 

 

 

 

Italia, Nato e Mediterraneo. Crisi migratoria e Libia, l’anello mancante

 

“Ognuno lavora con i mattoni che ha” sosteneva De Gasperi, guardando pragmaticamente agli elementi su cui poteva contare nelle sue politiche al governo del Paese. L’Italia che negli ultimi anni ha affrontato una crisi migratoria senza precedenti, con oltre 500.000 tra profughi e migranti sbarcati sulle sue coste nel 2014-2016, deve applicare lo stesso approccio al nesso tra sicurezza interna ed esterna.

 

Il flusso migratorio seguito alle rivolte del 2011 nei Paesi arabi ha dimensioni e complessità ben superiori a precedenti esperienze dell’Italia, pure significative, quali negli Anni ‘90 la massiccia immigrazione dai Balcani occidentali all’epoca attraversati da conflitti, crisi e instabilità.

 

La gestione di un fenomeno del genere implica ovviamente diversi aspetti, tra cui quello di sicurezza ha una dimensione sia interna sia esterna per quanto riguarda il controllo dei confini italiani - che sono anche confini Ue -, il contrasto ai trafficanti di esseri umani e le crisi nei Paesi di origine o transito di migranti e profughi.

 

Libia: il partenariato non funziona senza uno Stato

Un’adeguata gestione dei flussi migratori sulla rotta che attraversa il Mediterraneo centrale necessita di partenariati con i Paesi del Nord Africa, e non a caso è cresciuto l’attivismo dell’Italia - ma anche della Germania - in Tunisia, Egitto e Libia. Tuttavia, mentre i primi due Stati sono in grado di controllare, pur con diversi problemi, i propri territori e confini, nel terzo l’autorità statale si è disgregata dopo che l’intervento occidentale del 2011 ha contribuito al rovesciamento del regime di Gheddafi senza però lavorare alla successiva stabilizzazione del Paese.

 

In un certo senso, gli errori commessi all’epoca sul fronte della sicurezza esterna, in particolare dai fautori dell’intervento militare a Parigi, Londra e Washington, hanno avuto ricadute negative e di lungo termine non solo in Libia, ma sulla sicurezza interna dell’Italia e dell’intera Unione europea, Ue messa in crisi anche dalla pressione migratoria senza precedenti cui è sottoposta.

 

Italia ed Ue hanno cercato e cercano di affrontare la crisi migratoria con diverse politiche e risultati discutibili. Non sembra però ancora esserci in Europa la consapevolezza e la volontà politica di riconoscere appieno il nesso tra sicurezza interna ed esterna e di affrontare quindi la stabilizzazione della Libia come un passo necessario anche per uscire dall’emergenza nella gestione dei flussi migratori.

 

Il paragone con la missione multinazionale Alba condotta esattamente 20 anni fa dall’Italia in Albania, per stabilizzare il Paese balcanico in preda ad una profonda crisi e fermare così il flusso migratorio verso la Puglia, risulta fuorviante, viste le ovvie differenze tra la situazione albanese dell’epoca e quella libica attuale. Tuttavia è altrettanto fuorviante pensare che per gestire il flusso di migranti dalla Libia basti limitarsi a formare la marina e la guardia costiera di un Paese che non ha uno Stato, oppure siglare accordi con il governo di Tripoli che non controlla metà del territorio libico.

 

La Nato e le crisi a Sud dell’Europa

Serve quindi una riflessione ulteriore sulla dimensione di sicurezza esterna della crisi migratoria, e sul contributo maggiore che la politica estera e di difesa italiana può dare, lavorando appunto con i mattoni a disposizione a livello nazionale, europeo e transatlantico - tema trattato anche dalla conferenza IAI del 14 marzo.

 

In particolare, la Nato negli ultimi anni ha posto maggiore attenzione al vicinato meridionale, soprattutto in chiave di contrasto allo Stato Islamico e al terrorismo internazionale islamista, di sostegno a Paesi partner quali Tunisia e Giordania e di contributo alla sicurezza marittima del Mediterraneo con il lancio dell’operazione Sea Guardian. La recente decisione di costituire a Napoli un “hub” per il Sud che supporti le attività di intelligence e di contrasto al terrorismo, nonché i partenariati con i Paesi del Nord Africa e Medio Oriente, va in questa direzione.

 

La lotta al terrorismo, oggi tra le priorità dell’amministrazione Trump, non deve però causare ulteriore entropia nella regione del Mediterraneo, ma piuttosto essere parte di un complessivo sforzo politico, diplomatico e militare, per stabilizzare quest’area - obiettivo sancito nell’ultimo vertice Nato con l’impegno a proiettare stabilità nel vicinato meridionale dell’Alleanza. Uno sforzo che impari dagli errori del 2011, che sia condotto in cooperazione con l’Ue e che sia basato su un dialogo strategico sia all’interno che all’esterno della Nato.

 

Sul versante interno, è necessario affrontare la situazione paradossale per cui due Paesi alleati come Francia e Italia sostengono in Libia, direttamente o indirettamente, i due fronti contrapposti di Haftar e al-Serraj. Sul versante esterno, i partenariati bilaterali e multilaterali con i Paesi del Nord Africa e Medio Oriente, inclusi il Mediterranean Dialogue e l’Istanbul Cooperation Initiative, potrebbero essere utilizzati anche per un contribuire ad una convergenza di politiche rispetto alle crisi in corso - a partire proprio da quella libica.

 

Si tratta di un compito arduo, sul quale pesano negativamente anche le incertezze quanto alla posizione di Stati Uniti e Turchia. Ma è un compito che va tentato perché ne va della sicurezza e stabilità dell’Italia e dell’Ue, ed in ultima analisi della stessa Nato, che accuserebbero non poco di un eventuale altro mezzo milione di migranti in transito dallo Stato fallito libico alle coste italiane nel prossimo triennio. Alessandro Marrone, AffInt 13

 

 

 

 

In calo gli arrivi di migranti verso l’Ue, ma in Italia raddoppiano

 

La stragrande maggioranza dei migranti che arrivano in Europa passano attraverso la rotta mediterranea verso l’Italia. È quanto si evince dai dati diffusi dall’agenzia europea Frontex per il mese di febbraio che rilevano un importante calo degli arrivi complessivi, salvo che in Italia, dove si assiste ad un raddoppio con quasi 9mila unità. Nel mese di febbraio, riferisce Frontex, sono stati rilevati più di 10.900 attraversamenti clandestini delle frontiere sulle tre principali rotte migratorie verso l’Ue. Si tratta di meno di un decimo del dato riscontrato lo scorso anno nello stesso mese, nonostante il valore superi del 46% il dato rilevato a gennaio a causa di un incremento in corrispondenza dell’area del Mediterraneo centrale. Nonostante le difficili condizioni atmosferiche nella zona del Mediterraneo centrale, l’Italia è stata soggetta a un’alta pressione migratoria. Nel mese di febbraio il numero di migranti che hanno raggiunto le coste italiane è più che raddoppiato, raggiungendo quasi le 9000 unità. Il dato complessivo relativo ai primi due mesi del 2017 è pari a 13.440.  

 

Una simile tendenza è stata osservata in corrispondenza delle frontiere terrestri sulla rotta del Mediterraneo orientale, dove sono stati rilevati 180 attraversamenti clandestini solo nel mese di febbraio. La maggioranza degli attraversamenti rilevati il mese scorso sulla rotta del Mediterraneo orientale è costituita da cittadini provenienti dalla Siria, dal Pakistan e dalla Repubblica Democratica del Congo. Nel mese di febbraio sono stati rilevati meno di 1000 attraversamenti clandestini delle frontiere dei Balcani occidentali, il 36% in meno rispetto al mese precedente e meno del 3% rispetto all’afflusso riscontrato a febbraio 2016. Questa rotta è stata battuta per la maggior parte da afghani e pakistani.  

 

Tra le nazionalità dei migranti arrivati in Italia nel mese di febbraio spiccano a livello numerico i cittadini della Guinea e del Bangladesh. Mentre la maggior parte dei migranti provenienti dai paesi africani si dirigono verso la Libia via terra, i bengalesi raggiungono lo stato nordafricano e in particolare Tripoli attraversando il Medio Oriente per via aerea, accedendo al paese grazie a un visto di lavoro libico. Successivamente sono costretti a pagare i trafficanti così da ricevere assistenza per raggiungere le coste libiche. Il numero di migranti che giungono alle coste delle isole greche dell’Egeo orientale è sceso a poco più di 1.000 nel mese di febbraio, in calo di un terzo rispetto al mese precedente e di una percentuale minima rispetto al valore registrato un anno fa, nota Frontex. Nei primi due mesi dell’anno, il totale ha raggiunto poco più di 2.500 unità LS 15

 

 

 

 

Strasburgo. Gentiloni: «Non ci sarà un’Europa di serie A e di serie B: no a nuovi muri»

 

Il presidente del Consiglio in plenaria a Strasburgo: Di fronte alle difficoltà della costruzione europea, dice, «dobbiamo impedire il rischio di costruire nuovi muri» anche se non ci sono le condizioni per fare «passi avanti istituzionali enormi» - di Valentina Santarpia

 

Non ci sarà «un’Europa di serie A e a un’Europa di serie B, a un’Europa dei piccoli e un’Europa dei grandi paesi, una dell’Est e una dell’Ovest»: lo ha detto il premier italiano Paolo Gentiloni in al Parlamento europeo riunito a Strasburgo. A differenza di quanto ipotizzato dalla Cancelliera Angela Merkel, che qualche mese fa aveva ipotizzato un’Europa a due velocità, Gentiloni ritiene che ogni Paese abbia «il proprio livello di ambizione, tutti possono scegliere di partecipare, possono farlo adesso o potranno farlo in futuro, tutti saranno coinvolti nel progetto comune». Anche se alcuni passi si possono fare con le cooperazioni rafforzate, come previsto dai Trattati, questo non dovrà portare a «a nuovi muri», anche se viviamo «uno dei momenti più difficili dell’Europa, forse uno dei momenti più incerti di questi 60 anni». La Brexit, la crisi economica, i flussi migratori, sono tutte difficoltà che «non vanno sottovalutate»: «Qualcuno ha parlato di un 1989 alla rovescia in cui l’Europa si caratterizza per costruire muri- insiste Gentiloni- È un rischio che possiamo e dobbiamo impedire».

In vista del 25 marzo

Quello di Gentiloni è un discorso che prepara la dichiarazione di Roma, che , anticipa l’ex ministro degli Esteri, «sarà un compromesso tra forze diverse come sempre» ma dovrà rispondere a diverse domande: dalla crescita alla disoccupazione, dalla condivisione dell’impegno sulla sicurezza delle alla gestione comune dei flussi migratori, senza «cedere ai nazionalismi» e «mettendo al centro l’Europa sociale: se lasciamo indietro i più deboli non ci sarà fiducia». Centrale in quest’ottica è la questione della crisi dei migranti, un tema su cui l’Ue «ha difficoltà ad avere una risposta comune»: «Se i Paesi in prima fila nella gestione dei flussi migratori vengono lasciati soli non ci sarà fiducia nel futuro dell’Ue», sottolinea Gentiloni. Dunque, niente indugi, conclude il premier: «Dobbiamo metterci in marcia, perché un’Europa ferma è un’Europa destinata a tornare indietro».  CdS 15

 

 

 

 

L’Occidente deve difendere i suoi valori

 

Continua l’uccisione dei cristiani nel mondo. L’inerzia dell’Europa e il decisionismo del neo presidente USA. Non vediamo pace all’orizzonte

 

  La persecuzione contro i cristiani nel mondo non ha fine ed è sempre più feroce, a giudicare dai dati statistici forniti dall’americano Center for Study of Global Christianity, secondo cui, nel 2016, ci sono state 28 carneficine che hanno provocato la morte a 90 mila persone, cioè un omicidio ogni 6 minuti. Il 70% di questi in Africa per essersi rifiutati di imbracciare le armi nei conflitti tribali; il restante 30% ammazzati durante attentati terroristici. Alle uccisioni ai quali si aggiunge il fatto che, in 102 Stati del mondo, circa 600 milioni di Cristiani non possono professare liberamente la loro fede.

  Soprusi e violenze che non sono mancati nei secoli scorsi ma che oggi, a detta anche di Papa Francesco, sono più frequenti, anche perché aumentano, giorno dopo giorno, le uccisioni e le minacce registrate nel mondo occidentale e messe in atto per vendette, gelosie, furti. Fatti sconvolgenti che, però, sono poi puniti dai Tribunali, mentre la reazione europea alle stragi non cambia mai: prima manifestazioni di orrore, poi appelli alla tolleranza. Che fa aprire le porte agli immigrati di qualunque nazionalità e fede religiosa.

  Disponibilità che, l’anno scorso, ha indotto Alexander Kissler, saggista e caporedattore di Cicero, principale periodico politico-culturale tedesco, ad affermare: “Non sappiamo ciò che accadrà quest’anno o nei prossimi anni. Ma sappiamo che questo tipo di immigrazione incontrollata è un gioco pericoloso, anche se, come diversi uomini politici continuano a dire, non c’è nulla da temere, nonostante i costi e i rischi siano enormi”. Tanto giganteschi da dover spingere a “guardare in faccia la realtà ... Giusto esprimere appelli alla tolleranza e le dichiarazioni sull’irreversibilità della coesistenza pacifica, … ma abbastanza insensato”.

   Problemi, quelli sottolineati da Kissler, autore anche del saggio Perché l’Occidente deve difendere i suoi valori, che, se non affrontati e risolti, possono causare conseguenze pericolose. Tra le quali la possibile fine del Cristianesimo, come ho rilevato l’8 febbraio scorso, dovuta anche all’attuale scarsa religiosità delle popolazioni europee. Che può spingere ad ignorare o sottovalutare l’inferno in cui ormai da anni vivono i Cristiani nei Paesi islamici. A volte addirittura interpretato come giusta reazione alla colonizzazione dei Paesi islamici, da parte del mondo occidentale.

  Ammissibile, se si pensa ai morti e alle distruzioni provocate dagli eserciti invasori. I quali, però, poi si prodigarono a alfabetizzare i cittadini, i costruire case e scuole, importare tecnologie che, alla fine del XIX secolo, mancavano quasi del tutto in Africa. Nonché quei principi di democrazia, di libertà e di giustizia sociale non riconosciuti dalle Istituzioni locali che effettuavano brogli, violenze elettorali, guerre e colpi di Stato per procurarsi le ricchezze nazionali.

  Benefici ai quali, oggi, i Musulmani rispondono con azioni cruente, uccisioni di massa, distruzione di chiese, profanazione di tombe, demolizione di croci. Atrocità che spingono alla fuga migliaia di Cristiani nel tentativo, non sempre raggiunto, di trovare lavoro, serenità e salvezza, in Europa. Come, del resto, fanno anche molti Musulmani, a volte per sfuggire a rappresaglie nei loro confronti, data la lotta esistente tra Sciiti e Sunniti, ma anche per far fuori, in nome di Allah, Cristiani ed Ebrei, come è avvenuto in diversi Stati del Continente, o hanno tentato di fare, senza riuscirci, in Israele dove, secondo la giornalista ebrea Fiamma Nirenstein, “l'arma segreta contro il terrore è il coraggio quotidiano dei suoi cittadini". Questo dimostra quel “attaccamento alla Patria”, che invece sembra mancare agli Europei.

  Da parte sua il neo presidente americano, Donald Trump, vuole rafforzare l'esercito e ha deciso di bloccare gli ingressi ai Musulmani provenienti da Iraq, Iran, Yemen, Libia, Siria, Somalia e Siria. Il che ha provocato le critiche di quanti lo accusano di “aver omesso dall'elenco le nazioni con le quali fa affari (Dubai, Abu Dhabi, Qatar, Arabia Saudita, Egitto) o dove possiede case di lusso. Decisione che, a suo dire, non è “una messa al bando dei Musulmani", ma piuttosto la volontà di dare priorità alle "minoranze cristiane" e di bloccare l’ingresso negli Stati Uniti ai terroristi islamici. Disposizione cui è seguito l’invito al Pentagono di preparare “un piano anti-Isis entro 30 giorni”. Tale provvedimento è in linea con le sue promesse elettorali. Ciò contrasta con l’inerzia dell’Europa. Ma potrebbe, secondo altri, scatenare ulteriormente una recrudescenza degli attacchi contro i Cristiani, contro gli Usa e contro l’Occidente. Non vedo pace all’orizzonte.  Egidio Todeschini, de.it.press

 

 

 

 

Scambi mondiali. Trump: una pericolosa deriva protezionista

 

Molti lavoratori e larga parte del ceto medio americani sono convinti che gli accordi di libero scambio stipulati negli ultimi decenni siano stati la causa del loro impoverimento. Il neo-presidente Donald Trump intende rassicurarli varando misure dirette a smantellare tal accordi e proteggere così gli interessi americani.

 

La lista è lunga: a partire dall’uscita dall’accordo Tpp (Trans-Pacific Partnership), che il predecessore Barack Obama aveva stipulato con altre 11 economie dell’Asia e del Pacifico; all’auspicata rinegoziazione dell’accordo Nafta; al congelamento dell’accordo transatlantico con l’Unione europea, Ue (Ttip).

 

La sfida protezionista di Trump

In tutti questi casi si vuole sostituire al tradizionale approccio multilaterale una logica di rapporti bilaterali con singoli Paesi, anche perché più efficace alla riduzione dell’attuale deficit commerciale americano.

 

L’altro obiettivo dichiarato della nuova Amministrazione Trump è riportare entro i confini degli Stati Uniti le produzioni di molti beni, soprattutto manufatti, oggi sparse nel mondo. A questo scopo si vuole disfare la complessa ragnatela delle catene globali di valore (Gvc), messa in piedi da moltissime imprese americane in questi ultimi tre decenni. Il dato trascurato è che oltre il 70 per cento degli scambi internazionali è oggi alimentato da queste catene di valore delle imprese americane e non.

 

A guidare queste politiche Donald Trump ha nominato alcuni tra i maggiori alfieri del protezionismo e nazionalismo economico americani, quali Peter Navarro, messo a capo del National Trade Council, e Roberto Lighthizer, scelto quale rappresentante commerciale degli Stati Uniti.

 

Gravi danni potenziali per il sistema globale

Alcuni non danno gran peso alle minacce di Trump. Sia perché dubitano possano essere mai attuate, per i contrasti già oggi esistenti all’interno del Congresso e della stessa Amministrazione americani. Sia perché, anche se attuate, non durerebbero a lungo, considerati i costi elevatissimi che gli stessi Stati Uniti finirebbero per sostenere.

 

In realtà si tratta di interpretazioni eccessivamente rassicuranti. Il presidente americano gode in effetti di elevati poteri e grande autonomia in tema di politiche commerciali. Quanto ai costi del protezionismo, essi sono certi e documentabili, ma potrebbe passare molto tempo prima che si manifestino.

 

In definitiva va considerato molto serio il pericolo di seri danni al sistema commerciale globale nell’ipotesi l’Amministrazione americana attui quanto promesso. Anche perché l’ordine commerciale globale imperniato sulla Wto era già stato scosso da tutta una serie di crisi e difficoltà, ancor prima di Trump, dopo il fallimento del Doha Round e in seguito all’ingresso di nuovi paesi protagonisti, quali la Cina.

 

La strategia della nuova Amministrazione americana potrebbe determinare così una ulteriore drammatica marginalizzazione del sistema di regole della Wto, aprendo la strada a una sorta di vero e proprio ‘far west’ commerciale.

 

La risposta della Cina e

Il rischio di una deriva protezionista che finisca per danneggiare tutti è dunque reale, e, certo, da non sottovalutare. Molto dipenderà, innanzi tutto, dalle scelte di Donald Trump e dell’Amministrazione americana. Ma assai importanti saranno anche le risposte che verranno dagli altri maggiori Paesi. E tra questi la Cina e l’Europa avranno un ruolo decisivo.

 

Trump ha minacciato di adottare drastiche misure protezionistiche contro Pechino. Il governo cinese è ovviamente pronto a rispondere, anche sul piano della Wto, ma non vuole farsi trascinare in un’azione di rappresaglia. È ben consapevole che un’escalation commerciale nuocerebbe a entrambe le parti e rischierebbe di alimentare una guerra commerciale dagli esiti imprevedibili. E gli stessi Stati Uniti rischierebbero la perdita di un enorme numero di posti di lavoro visto che una buona parte degli scambi con la Cina include oggi catene logistiche e reti di produzione di imprese americane.

 

L’altra mossa della Cina è stata far sapere in varie occasioni di essere pronta a impegnarsi a giocare un ruolo assai importante nella difesa e rilancio di un Sistema di scambi basato su regole certe e predefinite. Lo ha anche dimostrato rilanciando in questi giorni nell’area dell’Asia del Pacifico - dopo l’affossamento del Tpp da parte di Donald Trump - un altro accordo di liberalizzazione commerciale la Rcep (Regional Comprehensive Economic Partnership), che, a differenza della Tpp, esclude gli Stati Uniti e include la Cina, interessando oltre tre miliardi di persone.

 

… e quella dell’Ue

Anche l’Europa ha ripetuto a più riprese di voler evitare una guerra commerciale con gli Stati Uniti, per gli effetti disastrosi che ne conseguirebbero per l’insieme dell’economia mondiale. Naturalmente, ciò non significa che l’Ue rinuncerebbe a rispondere con strumenti adeguati, sia comunitari sia legati alla Wto, qualora l’Amministrazione Trump decidesse interventi in violazione delle regole commerciali esistenti.

 

Nel mentre anche l’Ue sta esplorando varie strade per rilanciare e rafforzare i legami commerciali con una serie di Paesi sparsi nel mondo, a partire dai paesi asiatici e dell’America Latina, ai fini di sostenere il libero scambio e salvaguardare i mercati di sbocco all’esportazione. Certo in Europa servirebbero anche politiche economiche e sociali più efficaci del passato nell’ammortizzare e assorbire all’interno l’impatto dei processi di liberalizzazione commerciale sui cosiddetti perdenti, al centro delle elevate diseguaglianze esistenti. Ma qui la strada da percorrere è ancora lunga.

 

Per riassumere, nessuna voglia di rappresaglia da parte di Pechino e Bruxelles, ma articolate strategie di risposta tese sia a studiare contromosse in chiave di deterrenza e rimanendo nell’ambito delle regole della Wto sia a salvaguardare - rilanciando accordi con altri Paesi - l’apertura e la rete di scambi esistenti. È una direzione giusta lungo cui muoversi per contrastare le ansie protezionistiche di Trump. Ora va consolidata e non sarà facile.

 

Al riguardo sarebbe molto importante un rafforzamento delle relazioni - oggi molto tese - tra i due attori più importanti, Europa e Cina. Il tema più rilevante è come migliorare e espandere le condizioni di accesso ai rispettivi mercati, in tema di beni e servizi e soprattutto investimenti. Sarebbe un segnale forte, in grado di mostrare che una vasta e importante parte del mondo è impegnata a rafforzare l’apertura e l’approccio multilaterale delle relazioni commerciali, e non è affatto disposta a seguire gli Stati Uniti lungo la vecchia pericolosa strada del protezionismo. Paolo Guerrieri è professore di Economia alla "Sapienza" Università di Roma e senatore della Repubblica. AffInt 13

 

 

 

 

 

Dal 29 al 31 marzo l’Assemblea plenaria del Cgie

 

Fra gli argomenti all’ordine del giorno la riforma di Comites e Cgie, la nuova disciplina per la scuola italiana all’estero, la riforma del sistema di voto per gli italiani nel mondo e la situazione dei connazionali residenti in Inghilterra nel post Brexit e in Usa nel post Tramp

 

ROMA – Dal 29 al 31 marzo si terrà a Roma, presso la Farnesina, l’Assemblea Plenaria del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero. La riunione avrà inizio alle ore 9,30 di mercoledì 29 marzo per concludersi il venerdì successivo alle ore 18. L’apertura dei lavori sarà dedicata alla relazione del Governo e del Comitato di Presidenza, seguiranno gli indirizzi di saluto di un rappresentante della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica e il dibattito.

Fra gli argomenti all’Ordine del Giorno segnaliamo la riforma degli organismi della rappresentanza intermedia all’estero: Comites e Cgie. Per la promozione culturale all’estero il recente parere sull’Atto del Governo n.383 (Disciplina   della scuola italiana all'estero – “Buona scuola”) e il trasferimento competenze alla DGSP. I  contributi ai capitoli relativi alle politiche degli italiani all’estero. Stampa italiana all’estero: decreti e proposta di legge sull’editoria italiana all’estero. Riforma del sistema di voto per gli italiani all’estero. Trattati europei: incidenza sulle dinamiche migratorie. Prestazioni Inps e tutela sociale – sistema SPID. Tavolo interministeriale per uno statuto dei lavoratori frontalieriPercorso preparatorio alla Conferenza Permanente Stato-Regioni-PA-Cgie, Consulte regionali per l’emigrazione - prospettive e linee guida. Servizi consolari - Legge sulla cittadinanza. Beni demaniali e commercio estero. Ruolo del servizio pubblico all’estero. E per varie ed eventuali: italiani residenti in Inghilterra post Brexit e italiani residenti in USA post Trump. (Inform)

 

 

 

 

Merkel-Trump, tensione sui rifugiati. Il presidente: «Più risorse alla Nato»

 

Prima visita della cancelliera a Washington. Il leader Usa: «Cosa abbiamo in comune? Entrambi spiati» - di Giuseppe Sarcina, corrispondente da Washington

 

Mezza intesa sulla Nato, tensioni sui rapporti commerciali, distanza netta sui profughi, più sintonia sulla lotta all’Isis e la missione in Afghanistan. «Ho verificato che è meglio parlarsi di persona che parlare uno dell’altra»: queste sono state le prime parole di Angela Merkel, davanti ai giornalisti, dopo il bilaterale con Trump, durato circa 45 minuti, più la tavola rotonda con i manager dei due Paesi che si è prolungata ben oltre i 50 minuti previsti.

Lo staff della Casa Bianca ha palesemente cercato di narcotizzare la conferenza stampa. Le due domande poste dai giornalisti americani selezionati si sono rivelate comodi assist, fuori tema, per il presidente: riforma sanitaria e divisioni nel partito repubblicano. Ma per fortuna c’erano i reporter tedeschi. Uno di loro ha offerto a Trump l’occasione per chiudere l’incidente con il Regno Unito. L’altro giorno il portavoce della Casa Bianca Sean Spicer insinuava che i servizi segreti britannici avessero partecipato alle intercettazioni telefoniche nella Trump Tower, ordinate da Barack Obama. «Totalmente ridicolo», ha replicato ieri il governo di Londra. Spicer, giovedì sera, si era giustificato con l’ambasciatore britannico, citando un servizio della tv conservatrice Fox. Trump avrebbe potuto rimediare. Ma non lo ha fatto: «Noi non abbiamo detto nulla. Chiedete a Fox».

Dopodiché ha tenuto il punto sulle accuse a Obama, con l’unica battuta della giornata rivolta alla sua ospite: «Penso che abbiamo almeno una cosa in comune». Il riferimento è allo scandalo del 2013, quando la cancelliera scoprì che il suo cellulare era «monitorato» dall’intelligence statunitense. Merkel, però, non ha raccolto. Anzi ha provato a valorizzare i punti d’intesa con Trump: «La Germania è rinata grazie al piano Marshall e sono grata al presidente perché ha riconfermato il suo pieno appoggio alla Nato». Di rimando Trump, e questa è stata la costante di tutto il vertice, ha puntualizzato: «Sì, però i nostri partner devono pagare la loro quota per sostenere la difesa comune». Merkel ha ricordato di aver appena aumentato dell’8% gli stanziamenti militari e che l’obiettivo fissato al 2% del Pil sarà raggiunto nel 2024. I due leader sono apparsi un po’ più in sintonia sul contrasto all’Isis e sulla necessità di continuare la missione in Afghanistan. Ma si sono allontanati nella visione su profughi e immigrazione. Merkel: «Dobbiamo rafforzare i confini, ma anche guardare ai rifugiati». Trump: «L’immigrazione non è un diritto». Qualche cenno, ma solo interlocutorio, anche sull’Ucraina. Il dialogo tra Berlino e Washington sarà complicato. Cds 17

 

 

 

 

Tensione anche tra Turchia e Germania, Ankara convoca l’ambasciatore tedesco

 

Erdogan attacca il giornalista del Welt, Deniz Yucel: «Agente terrorista, sarà processato»

 

Cresce la tensione tra la Turchia e i Paesi europei. Ankara ha convocato l’ambasciatore tedesco in Turchia in merito alla manifestazione di 30 mila curdi avvenuta sabato a Francoforte, per dire no al referendum costituzionale, in cui sono state sventolate bandiere del Pkk. «La Germania ha messo il suo nome in nuovo scandalo», ha detto il portavoce presidenziale Ibrahim Kalin, ricordando che il Pkk è un «gruppo terrorista separatista». 

 

Intanto Erdogan ha accusato il giornalista turco-tedesco del Welt Deniz Yucel definendolo un agente terrorista e «grazie a Dio è stato arrestato» aggiungendo che il reporter sarà processato dalla «magistratura indipendente» turca. Yucel è stato arrestato il 27 febbraio in Turchia, con l’accusa di «propaganda a sostegno di organizzazione terrorista» e «incitamento alla violenza pubblica». Erdogan lo ha già definito in precedenza «un agente tedesco» e un membro del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk). Il caso ha contribuito ad alzare la tensione con la Germania, assieme alla cancellazione di comizi di ministri turchi nel Paese europeo in vista del referendum costituzionale del 16 aprile.  LS 19

 

 

 

 

Schulz eletto presidente dell'Spd con il 100% dei voti: "Per l'Europa serve una Germania forte e più equa"

 

L’ex presidente del Parlamento europeo: "Se non lo faremo noi, non lo farà nessuno". E anche "noi e la Ue, inseparabili" – di Tonia Mastrobuoni

 

BERLINO - Percentuale bulgara non rende l’idea. Neanche nei regimi comunisti osavano truccare le elezioni così. Martin Schulz, è stato eletto - e senza trucchi - a capo dei socialdemocratici tedeschi e candidato alla cancelleria con il cento per cento dei voti dei delegati. E’ arrivato persino davanti a Kurt Schumacher, che aveva incassato il 99,7%. O a leader carismatici e popolarissimi come Willy Brandt e Gerhard Schroeder. E il suo discorso al congresso straordinario della Spd è stato accolto da cinque lunghissimi minuti di applausi. Nel passaggio centrale, l’ex presidente del Parlamento europeo ha promesso di rendere la Germania più equa: "Se non lo faremo noi, non lo farà nessuno". Schulz ha anche detto che "La Germania e l'Europa sono inseparabili" e che "dobbiamo ottenere un’Europa forte attraverso una Germania forte".

 

Schulz, che renderà noto il suo programma elettorale a giugno, si è impegnato a chiudere l’"insopportabile" differenziale tra gli stipendi delle donne e degli uomini ma anche quello tra le buste paga dell’Est e dell’Ovest, con l’aiuto dei sindacati. Il capo dei socialdemocratici ha reso finora noti soprattutto gli aspetti sociali della sua agenda politica e ha fatto molto discutere con la proposta di rivedere l’Agenda 2010, la riforma del welfare che ha tagliato molta spesa sociale e ha contribuito a far ripartire l’economia tedesca, a metà degli anni Duemila. Ma che era targata Spd e aveva messo il partito in rotta di collisione con una fetta importante del suo elettorato. 

Il rivale di Angela Merkel alle elezioni di settembre, che ha regalato al suo partito attorno al dieci per cento di voti in più nei sondaggi da quando è stata annunciata la sua candidatura, ha anche ingaggiato un braccio di ferro esplicito con i populisti di destra dell’Afd - anche oggi ha ribadito lo slogan "non sono l’Alternativa per la Germania ma una vergogna per la repubblica". E in vista della tornata elettorale francese, cruciale per il destino dell’Europa, Schulz ha accusato sia l’Afd sia il Front national di Marine Le Pen di "usare una retorica da anni Venti del secolo scorso", quelli che videro crescere in Germania, in Italia e in altri Paesi europei i fascismi. 

 

Chissà che lo "Schulz-Hype" non contagi anche la Francia, dove Emmanuel Macron affronta una complicata sfida contro Le Pen. Perché in Germania il suo 30% di consensi registrati ormai da due mesi nei sondaggi si sta mangiando anche fette di elettorato Afd. Il partito di Frauke Petry è crollato al 8-9%, cinque punti circa sotto i valori dello scorso inverno. La sua attenzione per temi come le diseguaglianze e la sua promessa di rivedere i sussidi di disoccupazione stanno evidentemente strappando fette di elettorato alla destra populista.

Schulz ha avuto anche il coraggio di attaccare le riduzioni fiscali annunciate dalla Cdu: "Sono piani estremamente iniqui": per il politico Spd "servono investimenti". E' tornato a promettere la formazione gratuita, "dall’asilo all’università". LR 19

 

 

 

Berlino. Premiati i due “Italiani dell’anno” 2016

 

Berlino. Si è tenuta martedì scorso 14 marzo in Ambasciata d'Italia a Berlino la cerimonia di consegna del Premio Comites "L'italiano dell'anno" 2016, che ha visto la premiazione di Amelia Massetti con il progetto Artemisia e Gianluca Segato con la app Uniwhere.

Una serata di grande successo all’insegna dell’internazionalità e dell’integrazione, con una vasta presenza di connazionali e di ospiti tedeschi di tutte le generazioni, uno spaccato della società italo-berlinese che si è riunito in Ambasciata d’Italia per festeggiare alcune delle eccellenze nei vari campi della vita sociale dall’imprenditoriale, al sociale, alle arti creative, alle eccellenze gastronomiche.

Il Comites Berlino, con il Patrocinio e sostegno dell'Ambasciata d'Italia a Berlino e dell'Istituto Italiano di Cultura, ha voluto premiare quest'anno due immigrazioni a 30 anni di distanza, una per il suo impegno nel semplificare e migliorare la vita delle persone diversamente abili e delle loro famiglie, grazie alle lodevoli attività promosse da Amelia Massetti attraverso il progetto Artemisia, l'altra per la creatività imprenditoriale e la valorizzazione del made in italy digitale di Gianluca Segato, volta anche questa a semplificare la vita di molte persone, in questo caso dei quasi 100.000 utenti della sua app per studenti universitari Uniwhere.

Premiati inoltre i due artisti vincitori del concorso di arti visive "Un'opera per l'italiano dell'anno": Margherita Pevere per la fine creatività e la raffinata ricerca organica della sua “Work on paper #1” e Giuseppe Fornasari per la maestria dell'artigianato del mosaico moderno di "Betongold".

In occasione del decennale del Premio Comites è stata presentata al pubblico una retrospettiva su tutti i premiati delle passate edizioni, presenti in sala e consultabili al sito www.comites-berlin.de

Una serata di festa che ha dato spazio anche all'italianità d'eccellenza a Berlino con la moderazione dell'attrice Elettra de Salvo, le performance della cantante Etta Scollo e dei ragazzi del Teatro Thikwa, e la presenza di sette realtà start-up in rappresentanza delle eccellenze eno-gastronomiche italiane a Berlino.

"Ci auguriamo che a questo evento possano seguirne altri in nome dell’integrazione e della partecipazione della comunità italiana a Berlino alla vita sociale e culturale cittadina, nonché della valorizzazione delle nostre eccellenze" commenta Simonetta Donà, Presidente del Comites Berlino.

È possibile segnalare una o più personalità per il Premio Comites dell'anno prossimo semplicemente inviando una mail a info@comites-berlin.de. Complimenti ai premiati e arrivederci all'anno prossimo! Comites Berlino 16

 

 

 

“La nuova Luce dell’emigrazione a Wolfsburg”

 

Collocata nel Teatro comunale Hans Scharoun della città tedesca la monumentale opera pittorica di Morena Antonucci.  Il 17 marzo la presentazione ufficiale

 

WOLFSBURG - Inclusione, formazione e cultura dell’accoglienza sono al centro del progetto artistico “La nuova Luce dell’emigrazione a Wolfsburg”, opera pittorica “monumentale” di 28 mq dell’artista Morena Antonucci, che ad aprile dello scorso anno è stata esposta nella sala del cittadino del Comune di Wolfsburg, in Germania. Il progetto fu accolto e promosso dall’associazione Abruzzesi di Wolfsburg (presenziata dal cav. Rocco Artale), in collaborazione con l’Istituto di istruzione sindacale Arbeit und Leben nella Regione Bassa Sassonia e l’Ufficio emigrazione presso la Volkswagen di Wolfsburg. Oggi l’opera troverà la sua collocazione permanente all’interno del teatro comunale Hans Scharoun della città tedesca, uno dei più importanti teatri della Germania, che l’ha acquistata nell’agosto scorso.

La presentazione ufficiale avverrà al teatro di Wolfsburg venerdì 17 marzo alle 17, alla presenza delle rappresentanze istituzionali italiane e tedesche. All’evento - organizzato dal teatro Hans Scharoun (di cui è direttore Rainer Steinkamp) in collaborazione con l'Agenzia Consolare d'Italia di Wolfsburg - è previsto l’intervento introduttivo del giornalista Hans Karweik.

L’opera nasce dalla collaborazione con il sociologo Vittorio Di Salvatore e dalla sensibilità artistica di Antonucci la quale, puntando sul ruolo centrale della cultura della migrazione italiana, rielabora e riscrive tematiche a sfondo sociale, anche in chiave autobiografica, legate al proprio vissuto di figlia di emigranti italiani in Germania.

Si tratta di un’opera di sensibilizzazione al concetto di inclusione e alla formazione di un contesto che si predisponga alla cultura dell’accoglienza, metaforicamente rappresentata dal venirsi incontro dei lupi italiani e tedeschi. Nel complesso, l’artista vuole lanciare un messaggio positivo della migrazione contemporanea, ponendo una particolare attenzione nel cogliere la “luce” che caratterizza e distingue la precedente forma di emigrazione italiana, iniziata sin dagli anni Sessanta, da quella attuale che vede il suo massimo sviluppo a partire dal 2010, in una società pienamente informatizzata e globalizzata destinata, secondo la pittrice, ad un futuro più “roseo” rispetto a quella passata. (Inform 9)

 

 

 

 

Gentiloni a Berlino: “Guido il governo, non mi occupo di alleanze future

 

Il premier a margine di un incontro con Martin Schulz: “Partiti fratelli e visione europeista comune”

 

«A me tocca il compito di guidare il Governo, e non mi occupo delle alleanze delle prossime legislature». Lo ha detto il premier Paolo Gentiloni a Berlino, a margine di un incontro con Martin Schulz alla Willy Brandt Haus. Rispondendo alla domanda se vi saranno coalizioni di sinistra in Italia, Gentiloni ha affermato: «Vedremo... Molti dicono che in Italia ci potrebbe essere un’alleanza alla tedesca, altri ne auspicano di sinistra».  

A proposito dell’evento berlinese socialista, Gentiloni ha spiegato: «C’è un incontro dell’Alleanza dei progressisti, che racchiude i Socialisti europei, altre forze progressiste europee, ma anche altre forze progressiste americane e di altri continenti». «Il tentativo è quello di andare oltre le forze socialiste e le forze dell’Internazionale socialista», ha aggiunto.  

 

L’appoggio a Schulz   - «Abbiamo ottime relazioni con l’attuale Governo tedesco, ma abbiamo sempre apprezzato il ruolo di Martin Schulz» ha detto il premier Gentiloni incontrando il candidato alla Cancelleria del Spd. A una domanda sull’appoggio ha spiegato: «naturalmente noi non ci intromettiamo nelle vicende interne degli altri Paesi, ma siamo partiti “fratelli”, e facciamo parte dello stesso partito in Ue». Il presidente del Consiglio conferma «l’impegno europeista comune, perché se c’è una cosa chiara di un uomo come Schulz è - rimarca - la sua convinzione europeista. Oggi per me è stata un’occasione per avere un aggiornamento sulle sue posizioni e sulla campagna elettorale in Germania. Certo apparteniamo a partiti “fratelli” e quindi è molto importante scambiare opinioni sull’andamento della situazione».  LS 12

 

 

 

 

Schulz eletto leader Spd col 100%. Sarà lui ad affrontare Merkel. I nodi: programma e sfida aperta

 

Il partito socialdemocratico tedesco ha eletto Martin Schulz alla presidenza con il 100 per cento dei voti: il simbolo più evidente di un movimento di nuovo compatto, e galvanizzato. Ora viene il difficile, per l’ex presidente dell’Europarlamento: dovrà definire il programma. E attendere la «vera» discesa in campo di Frau Merkel - di Danilo Taino

 

BERLINO — Che Martin Schulz avesse galvanizzato il suo partito, la Spd, in vista delle elezioni tedesche del 24 settembre era chiaro. Da oggi si sa che l’ha galvanizzato proprio tutto, senza eccezioni. Alla convention socialdemocratica che si è tenuta domenica 19 marzo, è stato eletto presidente e candidato ufficiale con il cento per cento dei voti. Nessuno contrario, nessuno astenuto. Fino a pochi mesi fa, la Spd era un partito dato in declino quasi finale; oggi si ritrova unita attorno a un uomo che ha riacceso le speranze di vittoria con il solo fatto di non essere stato coinvolto nel governo di Grande Coalizione che ha visto i socialdemocratici in posizione di minoranza al fianco dell’Unione Cdu-Csu di Angela Merkel.

Un partito mobilitato. Di nuovo

«Credo che questo risultato sia l’inizio della nostra conquista della cancelleria, dunque accetto l’elezione», ha detto alla platea che lo aveva votato. In realtà, l’inizio c’è già stato. La crescita repentina della Spd nei sondaggi dopo l’annuncio, in gennaio, della rinuncia alla candidatura di Sigmar Gabriel e il passaggio del testimone a Schulz ha scosso e mobilitato in modo deciso il partito. Le previsioni del momento danno un testa a testa tra socialdemocratici e cristiano-sociali e probabilmente la situazione rimarrà questa fino a settembre.

Un programma da definire

È però vero che la sfida inizia ora. I momenti di presenza «gratuita» su tutti i media per Schulz sono finiti con la convention. D’ora in poi, dovrà conquistare ogni voto sulla base di proposte politiche, che finora sono state generiche. Nel suo discorso di accettazione, ha ribadito l’impegno per correggere alcune ingiustizie sociali e per modificare in parte la cosiddetta Agenda 2010, cioè le riforme che nel 2003-2004 consentirono alla Germania di creare un mercato del lavoro più flessibile che in passato. Su altri punti — dalla sicurezza alla politica estera, dalla Turchia alla Russia alla questione degli immigrati — le posizioni socialdemocratiche sono ancora da definire.

Merkel in campo aperto

Inoltre, fino a questo momento Schulz ha giocato da solo. Frau Merkel non ha fatto campagna elettorale, presa da altri impegni. E anche l’Unione Cdu-Csu è rimasta come sorpresa e impietrita dal balzo della Spd. Le cose, però, cambieranno, gli avversari non lasceranno il campo scoperto. La cosa certa è che da oggi quella tedesca sarà una campagna elettorale dura ma tradizionale, a meno di eventi tali da cambiare completamente il panorama. La Germania, infatti, è uno dei pochi Paesi europei in cui i due partiti storici di massa sono ancora al centro della politica, minacciati piuttosto poco dai movimenti nazionalisti, che nei sondaggi rimangono attorno al 10%. Al momento, è probabile che il governo che risulterà dalle elezioni debba ancora essere una Grosse Koalition: i numeri che escono dalle previsioni non permettono alternative. Il dubbio è chi lo guiderà, cioè chi arriverà primo la sera del 24 settembre: la rodatissima Merkel o l’ancora poco conosciuto Schulz. CdS 19

 

 

 

 

Gli appuntamenti a Monaco di Baviera e dintorni

 

* Montag 20. März, 20:00 Uhr, c/o Literaturhaus, Saal, 3. Stock. (Salvatorplatz 1, München) Deutschstunde "Bella Germania - 60 Jahre Einwanderung aus Italien"

Podiumsdiskussion. Eintritt: € 15,- / 10,- Die Erlöse kommen der gemeinnützigen Organisation ArrivalAid zugute. Veranstalter: Lichterkette e.V.

* martedì 21 marzo, ore 14:00-16:00, c/o Rathaus (Ingolstadt) Consulenza per i connazionali. Anna Benini sarà a disposizione per aiutare gratuitamente a svolgere pratiche burocratiche e per consulenze nel nuovo municipio.

Organizza: Italclub Ingolstadt e.V.

* martedì 21 marzo, ore 16:30-18:00, c/o Bürgerhaus Alte Post, stanza C4, pianterreno (Kreuzstr. 12, Ingolstadt) Giochiamo Insieme con Sabrina e Francesco. Per bambini dai 6 mesi ai tre anni, attività creative e tanto divertimento alla scoperta della lingua italiana. Per informazioni e/o iscrizioni: spazio@spazioitaliaingolstadt.de. Organizza: Spazio Italia Ingolstad

* martedì 21 marzo, ore 18:30, c/o Istituto Italiano di Cultura (Hermann-Schmid-Str. 8, München) Inaugurazione della mostra fotografica "Blick nach Äthiopien - Sguardi di Etiopia" di Mario Di Bari. Lettura di Mohamed Ba "Die Zeit auf meiner Seite - Il tempo dalla mia parte" con Mohamed Ba (www.mohamedba.eu) e accompagnamento musicale di Donato Miroballi. Lettura in italiano con sottotitoli in Tedesco. La mostra resterà aperta fino al 24 marzo. Ingresso libero

Prenotazione obbligatoria c/o stampa.iicmonaco@esteri.it o tel. 089/74632132

Organizza: Anna Conti - Events & Artist Agency in collaborazione con IIC.

* giovedì 23 marzo, ore 18:30, c/o Caritas (Lämmerstr. 3, München) Film documentario "Va pernsiero" di Dagmawi Yimer. Mohamed Ba (www.mohamedba.eu) interpreta il ruolo principale. Al termine del film avrà luogo un dibattito alla presenza dell'attore. Con sottotitoli in inglese. Ingresso libero. Organizza: Anna Conti - Events & Artist Agency

* venerdì 24 marzo, ore 18:30, c/o EineWeltHaus (Schwanthalerstr. 80, München) Concerto "In Farbe". Un'energetica performance di melodie, percussioni e danze da tre continenti. Opera teatrale "Oro blu" di e con Mohamed Ba. Un viaggio dal punto di vista di un uomo che si lascia alle spalle i ricordi, e - attraverso il mare - giunge all'ultima patria. Proiezione foto e cortometraggio "Mar sin gloria" di Mariano Von Plock. Ingresso: € 12,- /10,-

Organizza: Anna Conti - Events & Artist Agency

* sabato 25 marzo, ore 19:00, c/o Gasteig, Black Box (Rosenheimerstr. 5, München) "Chi ha paura di Virginia Woolf?" di Edward Albee, a cura del gruppo teatrale ProgettoQuindici. Per informazioni: p15teatro@gmail.com

Organizza: ProgettoQuindici

* venerdì 31 marzo, ore 20:00, c/o EineWeltHaus, Weltraum (Schwanthalerstr. 80, München) PalcoInsieme-ZusammenaufderBühne. Ingresso libero

Per partecipare è necessario contattare: adriano.coppola@rinascita.de, oggetto "PalcoInsieme". Organizza: rinascita e.V.  Claudio Cumani/De.it.press

 

 

 

 

Avviato il dialogo tra Baviera e Friuli Venezia Giulia sulla formazione professionale

 

Una prima condivisione del quadro normativo e delle esperienze concrete che caratterizzano i rispettivi sistemi di Formazione professionale. È l'importante risultato scaturito dall'incontro tra una delegazione tecnica della Regione Friuli Venezia Giulia e i referenti bavaresi del Ministero del Lavoro, Politiche sociali, Famiglia e Integrazione e della Camera dell'Artigianato di Monaco e della Baviera Superiore, promosso nel quadro delle azioni di Cooperazione previste dall'Intesa bilaterale sottoscritta dai due governi regionali. È quanto riporta la regione in una nota spiegando che el corso dell'incontro, che si è svolto nel corso della Fiera internazionale dell'Artigianato di Monaco, sono state approfondite le opportunità di inserimento nel mercato del lavoro dei giovani dai 14 ai 18-21 anni, le possibilità di collaborazione bilaterale attraverso l'organizzazione di visite mirate, la partecipazione a incontri che coinvolgano direttamente enti/istituti, docenti e allievi del Friuli Venezia Giulia e della Baviera, il reciproco riconoscimento dei titoli nelle professioni.

La Fiera, che si sta chiudendo oggi, è stata non solo la sede del confronto aperto che i rappresentanti degli Uffici di presidenza e della direzione centrale Lavoro e Formazione e i referenti degli Enti di formazione professionale e degli ITS regionali hanno avuto con gli interlocutori bavaresi, ma anche l'occasione per apprendere le modalità di orientamento che in Baviera accompagnano i giovani alla costruzione di una propria qualifica in un settore che rappresenta circa il 10% dell'intero volume d'affari dell'economia del Land contando oltre 900.000 occupati.

I principi del settore dell'Artigianato, con cui in Germania si identifica quel mestiere che segue la lavorazione di un prodotto dalla sua origine sino al suo completamento, sono disciplinati dalla legge a livello federale, ma la competenza è del Länder. La Baviera ha definito 150 profili professionali artigianali e il sistema duale, consolidato da decenni, coincide con l'esperienza di apprendistato che lo studente intraprende in un'azienda mentre studia, diversamente da quanto avviene in Italia. L'Italia ha recentemente avviato (nel 2016) la sperimentazione del sistema duale nell'Istruzione e Formazione Professionale (IeFP) regionale prevedendo tre modalità che sono adottate in Friuli Venezia Giulia: alternanza scuola-lavoro, apprendistato e impresa formativa simulata.

Di particolare interesse anche l'iniziativa Young Generation presente in Fiera con un proprio stand dove 20 corporazioni artigiane della Baviera accolgono studenti delle scuole e coloro che la scuola l'hanno appena terminata per illustrare le caratteristiche dei diversi mestieri anche attraverso una sperimentazione reale dell'attività lavorativa. (aise) 

 

 

 

 

Serata informativa sull'inserimento nel mondo del lavoro nella regione di Stoccarda

 

Stoccarda. Il presidente delle Acli BW Giuseppe Tabbì annuncia lo svolgimento di una serata informativa per i nuovi cittadini italiani che si sono trasferiti da poco a Stoccarda e dintorni.

 

La serata informativa tratterà il tema: "L'inserimento nel mondo del lavoro nella regione di Stoccarda" si terrà mercoledi 05.04.2017 dalle ore 18,00 nei locali del Weltcafè (accanto al Welcome Center) - Charlottenplatz 17, 70173 Stuttgart.

 

Relatore della serata sarà il signor Alessandro Tambè dell'Agenzia del lavoro di Stoccarda. La relazione sarà in italiano. L'ingresso è libero!

 

Questa serata informativa rientra nel progetto "Vivere e lavorare in Germania" che prevede ulteriori serate informative nel corso dell'anno. È stato preparato e diffuso anche un Flyer con tutte le manifestazioni previste nel corso dell'anno.

 

Tabbì anticipa inoltre un'ulteriore serata informativa che è parte del progetto, ma non si trova nel programma ufficiale. La serata sul tema "2017: I cambiamenti nella legislazione sociale – SGB II / Come funziona il Jobcenter”, si terrà mercoledi 12.04.17 alle ore 18,00 nei locali del Weltcafè accanto al Welcome Center) - Charlottenplatz 17, 70173 Stuttgart. Relatore dell'incontro sar`l'avvocato Daniele Cuocolo.

 

Oltre ad un invito a partecipare per coloro che sono direttamente interessati, Tabbì invita le colleghe e i colleghi/amiche-amici a divulgare e pubblicizzare questo evento presso quei concittadini che non vengono raggiunti dalle e-mail delle Acli-BW. De.it.press

 

 

 

 

I temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue Cosmo 

 

09.03.2017. Il Gran Ghetto non c'è più. Sono finite le operazoni di bonifica e di sgombero della baraccopoli in Puglia tra Rignano e San Severo, ma l'emergenza braccianti resta.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/gran-ghetto-100.html

 

Tasse scontate per paperoni. È la flat tax per i superricchi stranieri. Imposta forfettaria di 100mila euro per chi si sposta in Italia. La norma è operativa in Italia dai primi di marzo.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/flat-tax-100.html

 

08.03.2017. Sciopero contro il femminicidio

Per la prima volta in Italia ed in altri Paesi non si lavora per protestare contro gli omicidi di genere. Un fenomeno che colpisce anche la Germania, dove se ne parla poco. L'intervista alla sociologa Chiara Saraceno.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/sciopero-femminicidio-100.html

 

Fra Svizzera e Italia, sugli schermi

Arriva ora sugli schermi tedeschi con "Zwischen den Jahren", dramma presentato alla Berlinale. Ma Leonardo Nigro, attore sul piccolo e grande schermo, lavora anche con l'Italia. L'abbiamo incontrato nei nostri studi.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/leonardo-nigro-100.html

 

L'ultimo miracolo

È il nuovo album della band di Norimberga NapoliLatina, che si ispira ai grandi della musica napoletana unendoli a ritmi sudamericani.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/napoli-latina-100.html

 

07.03.2017. Lo scandalo Consip. Una vicenda complessa che riguarda un possibile caso di corruzione e di pressioni indebite che coinvolge la Consip, concessionaria statale che si occupa di molti appalti pubblici. Al centro della vicenda l'imprenditore Alfredo Romeo.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/consip-caso-100.html

 

06.03.2017. Opel parla francese

Il gruppo automobilistico francese PSA - Peugeot-Citroen-Ds - ha annunciato ufficialmente l’acquisto della tedesca Opel per 1,3 miliardi di euro. L’obiettivo è essere secondi sul mercato europeo dopo la Volkswagen.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/psa-opel-100.html

 

03.03.2017. Febbre da stadio

Dopo l'approvazione del progetto dello stadio della Roma, altre squadre vogliono avere uno stadio di proprietà, ma c'è il rischio di speculazioni edilizie.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/progetto-stadio-roma-100.html

 

Da autodidatta a maestro

Luca Bigazzi è uno dei più famosi direttori della fotografia italiani, con all'attivo una novantina di film. Domenica 5 marzo riceve il Marburger Kamerapreis per la sua straordinaria carriera, iniziata come autodidatta.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/cameraman-luca-bigazzi-100.html

 

Il ciclope – Der Leuchtturm

Arriva anche tradotto in tedesco il diario di viaggio di Paolo Rumiz. L'instancabile esploratore triestino racconta il suo viaggio "immobile" vivendo all'interno della pancia di un faro su un'isola deserta.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/pagine-scelte/paolo-rumiz-scrittore-100.html

 

Ogni giovedì. Appuntamenti

Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/index.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati

I commenti sportivi di Agnese Franceschini

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/index.html  RC/De.it.press

  

 

 

 

Monaco di Baviera. Onorificenza  ad Ardizzone Giovanni

 

Il Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella, ha concesso l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine della Stella d’Italia con facolta' di fregiarsi delle insegne dell'Ordine al Signor Giovanni Ardizzone. giá Presidente del Comites di Norinberga e Corrispondente consolare.

Questa onorificenza, che si qualifica come seconda onorificenza civile dello Stato, rappresenta un particolare attestato in favore di tutti coloro che, italiani all'estero o stranieri, hanno acquisito particolari benemerenze nella promozione dei rapporti di amicizia e collaborazione tra l'Italia e gli altri Paesi e nella promozione dei legami con l'Italia.

Le insegne sono state consegnate, martedì 14 marzo, dal Console Generale dott. Renato Cianfarani durante un ricevimento, appositamente organizzato, nel Consolato Generale di Monaco di Baviera.

Motivazione dell‘onorificenza. Punto di riferimento della locale comunità italiana, stimato dai connazionali e dagli interlocutori tedeschi, il signor Giovanni Ardizzone ha costantemente operato in favore dei connazionali della Franconia. Oltre alle attività di insegnamento della lingua e della cultura italiana nel sistema scolastico tedesco, il signor Giovanni Ardizzone è sempre stato al servizio degli italiani, rappresentando i loro interessi negli organi consultivi locali e fornendo ai singoli informazioni e assistenza in ogni occasione, collaborando in maniera eccellente con le autorità tedesche ed italiane. Sempre in forma volontaria, ha costantemente svolto anche attività di interpretariato e di assistenza sociale degli italiani detenuti o con gravi problemi personali. La sua attività e il suo impegno hanno quindi contribuito significativamente alla tutela dei diritti e degli interessi dei connazionali, così come alla loro integrazione e alla loro promozione sociale. Il Presidente regionale Macaluso,presente alla cerimonia, in nome delle ACLI Baviera ha espresso i migliori auspici e le felicitazioni per il riconoscimento ricevuto a testimonianza di lunghi decenni di attivitá professionale ed impegno civile a favore delle Comunitá italiane nei territori di competenza. De.it.press

 

 

 

 

 

Lo Stato italiano vuole vendere le sedi del Consolato e dell'Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera

 

Monaco di Baviera. É notizia di questi giorni che dal Ministero per gli Affari Esteri e Comunitari sia stata espressa la concreta volontà di avviare le procedure di vendita di due preziosi immobili a Monaco di Baviera: la sede Consolare e quella dell'Istituto Italiano di Cultura.

 

Si tratta delle Sedi Istituzionali dello Stato Italiano in Baviera, lo Stato Tedesco con il quale lo Stato Italiano intraprende importanti relazioni commerciali e politiche e con il quale si desidera intensificare i rapporti soprattutto in relazione al potenziamento del Porto di Trieste, Porto naturale della Baviera!  A dimostrazione di ciò si potrebbero citare le frequenti visite Istituzionali della Presidente Serracchiani in Baviera e la visita del presidente Seehofer in Italia.

 

Tuttavia la prima, immediata e palese conseguenza della vendita di due beni di questa natura su una piazza immobilare come quella di Monaco di Baviera, seconda in Europa per dimensione e scenari di crescita solo a Londra e Parigi, è l'evidente danno che una vendita di due immobili di questo tipo porterebbero alle casse dello Stato Italiano.

 

Il beneficio economico indotto da una vendita dei due beni  verrebbe fagocitato dalle ben maggiori impellenze fianziarie Italiane ma allo stesso tempo recherebbe un danno tangibile e irreversibile al patrimonio del nostro Paese che si troverebbe a disinvestire in una delle poche piazze al mondo dove forse ha ancora senso investire ma dove è difficilissimo entrare a causa dello sbarramento in ingresso posto dai prezzi di mercato.

 

A questo danno si aggiungerebbero gravosi aspetti culturali e della Comunità che perderebbe beni preziosi e probabilmente non piú sostituibili.

 

La Comunità di Monaco ha appena predisposto una petizione, sottoscrivibile anche online, al sito

https://secure.avaaz.org/it/petition/Ministro_degli_Affari_Esteri_On_Angelino_Alfano_e_altri_No_alla_cessione_delle_sedi_di_Consolato_e_Istituto_di_cultura_d/?pv=4  e il Comites ha organizzato un primo incontro mercoledì 15 marzo presso la propria sede di Hermann-Schmidtstr.8 a Monaco di Baviera.

 

La president del Comites  Daniela Di Benedetto ringrazia sin d'ora gli interlocutori istituzionali e altri che si stanno impegnando su questo difficile fronte la propria solidarietà ed il proprio impegno personale e politico!

 

"La decisione del Maeci di procedere all'alienazione delle due sedi di rappresentanza a Monaco solleva molteplici criticità non solo di mera opportunità economica ma anche di continuità operativa che meriterebbero un approfondimento anche in ragione del sollevamento che questa decisione ha comportato tra le nostre comunità". Lo dichiara in una nota Aldo Di Biagio, senatore di Ap-Ce firmatario di un'interrogazione al Maeci. "Si fa fatica a comprendere le ragioni di una alienazione - sottolinea - anche perché un eventuale affitto di nuove strutture presso le quali collocare le rappresentanze, ammonterebbe ad un costo non inferiore ai 30mila euro mensili al netto di spese accessorie, con dei risvolti non trascurabili per l'erario". "Si tenga conto - continua - che il venir meno dell'IIC, comporterebbe anche la perdita dei corsi di lingua italiana che coinvolgono circa 700 studenti a semestre con le ricadute negative in termini di promozione e supporto alla cultura italiana, le stesse che il Governo ciclicamente si promette di tutelare con interventi ed indagini conoscitive".  "Si tende a dimenticare - evidenzia Di Biagio - che l'immobile sede dell'IIC, che oggi si vuole vendere senza apparenti ragioni, è stato acquistato anche con il supporto della comunità italiana, che ha finanziato e donato allo Stato la struttura, pertanto anche l'aspetto simbolico dovrebbe essere salvaguardato e tutelato". "Probabilmente - conclude il Sen. Di Biagio - a monte di questa discutibile scelta si è inteso privilegiare un intervento di risparmio immediato in tabella 6 del bilancio, trascurando consapevolmente che questo presunto risparmio si tradurrà in un moltiplicarsi di oneri sul medio e lungo periodo, con tanto di aggravio in termini di immagine delle potenzialità culturali ed economiche del nostro Paese e di compromissione della relazione di rispetto e di fiducia con Roma. Questi ed altri elementi ho tracciato in un'interrogazione al Ministro Alfano che invita il Maeci a rivedere il piano e a ragionare sui riflessi deleteri di un progetto che, lungi dall'attuare una razionalizzazione, rischia di compromettere irrimediabilmente il ruolo dell'Italia nella regione".

 

Per Daniela Di Benedetto, presidente del Comites di Monaco dal 2015, e per Claudio Cumani, con lo stessa carica dal 2004 al 2015, sarebbe una scelta politicamente sbagliata chiudere la rappresentanza diplomatica e culturale italiana a Monaco di Baviera. Ma sarebbe una cattivo affare anche vendere le sedi di proprietà dello Stato italiano per acquistare o prendere in affitto nuovi locali.

E’ quanto si legge, in sostanza, nella lettera aperta inviata al ministro degli Esteri in cui si afferma che è intenzione del Maeci vendere le sue proprietà a Monaco di Baviera, e cioè la sede del Consolato Generale, la sede dell’Istituto Italiano di Cultura e la villa con giardino utilizzata fino ad alcuni anni fa dai servizi segreti italiani.

Se l'intenzione fosse quella della chiusura - scrivono Cumani e Di Benedetto -, facciamo presente che la Baviera è il Land di gran lunga più influente e ricco della Germania, rappresenta da sola uno dei maggiori partner commerciali dell'Italia (tra l’altro interessata da anni ad un rapporto più stretto col bacino adriatico italiano in alternativa al porto di Amburgo) e riveste un ruolo strategico nel quadro del necessario rilancio dell'Unione Europea.

Se invece si volesse mantenere la rappresentanza diplomatica e culturale, facciamo presente che il mercato immobiliare a Monaco di Baviera è da anni in incalzante espansione (siamo ormai a prezzi da 9.000 a 20.000 euro al metro quadrato) e tutte le previsioni a breve e medio termine parlano di un'ulteriore accelerazione della crescita dei prezzi. In queste condizioni, vendere degli immobili pregiati per acquistarne degli altri rischia di essere un’operazione a perdere. L’eventuale ipotesi alternativa di affittare dei locali vanificherebbe in pochi anni gli introiti della vendita degli immobili. De.it.press 17

 

 

 

 

Lettera delle Acli-Baviera al Ministro Alfano: no alla vendita dgli stabili del Consolato e dell’IIC di Monaco

 

Egregio sig. Ministro Alfano,

le ACLI (Associazioni Cristiane dei Lavoratori Italiani)  hanno seguito sin dall’inizio  i flussi di emigrazione italiana in Germania e Baviera, oltre sessant’anni fa, contribuiscono, ancora oggi, attraverso i propri Circoli sul territorio ed il Servizio di Patronato  a rendere l’immagine ed il profilo delle nostre Collettivitá  consoni ai principi di integrazione sociale e culturale europea.

Tali processi si sono sempre avvalsi del sostegno del Consolato generale d’Italia di Monaco di Baviera e della sua sede storica, fin dal 1951, sita nella Möhlstrasse 3 e dell’Istituto Italiano di cultura, anch’esso edificato agli inizi degli anni 50 nella Hermann –Schmid Strasse 8.

Apprendiamo che il MAE ha in progetto di alienare ambedue gli edifici che per decenni hanno rappresentato un  riferimento per l’intera Comunitá italiana, ben oltre centomila Connazionali, in Baviera, non solo nella realtá monacense, con perdita di riferimenti  che appartengono alla memoria storica della nostra presenza e, quindi, irrinunciabili.

Le ACLI Baviera  esprimono la piena e convinta disapprovazione per un’operazione che lungi dall’apportare benefici materiali  all’erario dello Stato italiano, in prospettiva, priverebbe l’intera Collettivitá di beni insostituibili nella logica della loro attuale, strategica ubicazione e alle dinamiche esorbitanti e difficilmente accessibili del mercato degli immobili  della capitale bavarese che non offrirebbe paragonabili, finanziabili  alternative.

Con la medesima determinazione le ACLI Baviera  richiedono, invece, interventi rivolti alla riqualificazione strutturale di ambedue gli edifici ,come accaduto per simili sedi istituzionali, limitrofe, di altri Paesi, per offrire e garantire nella modernitá,  adeguatezza ed efficienza degli ambienti, accessibilitá diversificate per le esigenze dei disabili e, in generale, il decoro imprescindibile di rappresentanza.

Registriamo nella Comunitá degli Iscritti, e non solo, un’ irrinunciabile volontá al loro coinvolgimento in processi decisionali che toccano  aspetti sensibili della presenza italiana all’estero, in Baviera, oltre i simboli e ,nel rispetto, di una storia d’emigrazione che ci accomuna, le ACLI Baviera,  condividono le finalitá e le ragioni  di una giustificata mobilitazione.

Cordiali saluti.

Il Presidente Comm. Carmine Macaluso (de.it.press)

 

 

 

 

Partecipazione italiana alla PROWEIN (Düsseldorf, 19 -21 marzo 2017)

 

Italia: prima posizione per numero di espositori e primo fornitore di vino sul mercato tedesco

 

Düsseldorf. Con oltre 1.600 espositori l’Italia assume anche nel 2017 un ruolo da protagonista alla Fiera internazionale del vino e dei liquori di Düsseldorf, aggiudicandosi il primo posto nella classifica dei Paesi presenti all'evento.

La Germania rappresenta un mercato di destinazione molto rilevante per l’export italiano del settore vinicolo e si colloca al secondo posto nella classifica dei principali Paesi acquirenti di vini italiani. Sul versante delle importazioni tedesche di vino italiano, l'Italia ha riconfermato nel 2016 la prima posizione tra i Paesi fornitori del mercato tedesco, con una quota del 36,4%. Nell'anno in questione la Germania ha importato vini italiani per un valore totale di 886 milioni di euro, con un lieve calo dell’1,7% rispetto al 2015. I punti di forza dei vini italiani sul mercato tedesco sono l’ottimo rapporto qualità/prezzo e la crescita di notorietà delle produzioni delle regioni meridionali.

L’ICE - Agenzia per la promozione all'estero e l'internazionalizzazione delle imprese italiane ha organizzato, per la quattordicesima volta, una partecipazione collettiva presso il padiglione italiano (Pad. 16 – Stand C39\C41) per supportare il sistema produttivo vitivinicolo nazionale nello sviluppo di contatti commerciali con gli operatori esteri.

Su uno spazio espositivo di 327 mq all’interno del Padiglione 16, 31 aziende espositrici, rappresentative dell’intero territorio italiano, presentano i propri prodotti ad un pubblico internazionale quale è quello che visita ogni anno Prowein. All’interno del gruppo spicca una presenza di 10 aziende provenienti dalle 4 Regioni della Convergenza (Calabria, Campania, Puglia e Sicilia) che partecipano nell’ambito della terza annualità del Piano Export Sud.

Sempre nell’ambito delle attività finanziate dal Piano Export Sud, con l’obiettivo di dare maggiore visibilità alle eccellenze vinicole delle 4 Regioni della Convergenza, è stato organizzato sabato 18.03.2017 alle ore 14.00 l’evento, in collaborazione con il Gambero Rosso, “Grape Varieties of Southern Italy”.

La firma storica della “Guida Vini d’Italia” Marco Sabellico ha condotto il pubblico internazionale presente in un affascinante percorso tra vigne millenarie e splendidi “terroir”.

La presenza in fiera della collettiva ICE è stata opportunamente pubblicizzata attraverso l'inserimento dei nominativi dei partecipanti sul catalogo ufficiale della fiera, nonché con un catalogo cartaceo relativo alla collettiva di ICE-Agenzia e con la realizzazione di un catalogo elettronico on-line. La piattaforma online consultabile al sito www.prowein.italtrade.com permette all’operatore professionale che intende allacciare rapporti commerciali con i produttori facenti parte della collettiva ICE di individuare e di selezionare i profili aziendali di interesse prima dell’arrivo in fiera.

La partecipazione all’evento in questione e l’invito a visitare il padiglione sono stati divulgati agli attori tedeschi specializzati del settore vinicolo attraverso un’azione pubblicitaria sulla stampa tedesca specializzata di settore e con un mailing rivolto agli operatori tedeschi attivi nella commercializzazione di vino.

Per una conoscenza più concreta dei prodotti italiani presenti nell'esposizione collettiva alla ProWein 2017, i visitatori stranieri possono degustare vini italiani appositamente selezionati per degustazioni (Pad. 16 – Stand C39\C41), suddivise per fasce di prezzo, organizzate secondo un calendario sviluppato sulle tre giornate durante la durata dell’evento fieristico.

Lo staff del settore agroalimentare dell'Ufficio di Berlino, presente in loco durante l'intera durata della manifestazione, ha messo a disposizione dei co-espositori italiani e dei visitatori tedeschi ed internazionali rispettivamente le proprie informazioni relative al mercato vitivinicolo tedesco e all'offerta italiana di vini. Il team fornisce, inoltre, la necessaria consulenza tecnica, commerciale e strategica per una proficua presenza in loco e per un'efficace azione di marketing, a favore dell'industria vitivinicola italiana, rivolta al mercato tedesco.  Ita/De.it.press

 

 

 

 

Attacco a colpi d'ascia a Duesseldorf, ferite 2 italiane

 

Tra i feriti dell'attacco a Duesseldorf ci sono anche cittadini italiani. A riferirlo è stato il capo della polizia locale, Norbert Wesseler, nel corso di una conferenza stampa. In un primo momento la polizia aveva parlato di 7 feriti, quindi il numero è aumentato a 9: le autorità hanno spiegato che alcune persone, rimaste solo lievemente ferite nell'attacco, hanno segnalato il loro coinvolgimento solo in un secondo momento.

A essere rimaste ferite "in modo lieve" sono zia e nipote provenienti da Bergamo. Lo conferma all'Adnkronos il console di Colonia, Emilio Lolli, che riferisce che una delle due "è stata ricoverata questa notte in ospedale per una ferita lieve, e quando sono arrivato questa mattina alle otto era stata dimessa". Ora le due donne si trovano nel loro albergo, spiega ancora il console che si sta recando di nuovo a Duesseldorf per incontrarle.

L'incubo è iniziato alle 20.51 di ieri sera, quando un 36enne originario dell'ex Jugoslavia, che vive a Wuppertal e soffre di problemi psichici, ha aggredito a colpi d'ascia i viaggiatori che transitavano all'interno dello scalo ferroviario. In un primo momento, l'uomo ha preso di mira i passeggeri di un treno locale, quindi i viaggiatori presenti nella hall della stazione. L'autore dell'attacco è stato subito arrestato dagli agenti. In tre hanno riportato ferite gravi e, scrive 'Bild', tra le persone colpite ci sarebbe una ragazza di 13 anni.

Ancora ignoto il movente del gesto, che ha causato panico e caos all'interno della stazione ferroviaria. Un testimone oculare ha riferito al quotidiano tedesco di aver visto l'aggressore: "Ho visto l'uomo. Sul pavimento c'era sangue, ho visto due corpi sulla barella". Un altro testimone oculare ha aggiunto di aver visto "una persona che stava sanguinando dal lato del collo". Dopo l'aggressione, l'uomo ha attraversato i binari della stazione ed è saltato da un ponte, riportando fratture multiple. "Si è gravemente ferito e attualmente è in ospedale" ha detto un portavoce delle forze dell'ordine. Quando la polizia l'ha arrestato, l'aggressore aveva ancora con sé l'arma.

La stazione di Duesseldorf è stata riaperta dopo la mezzanotte al traffico ferroviario: gli agenti hanno anche condotto un'attenta perlustrazione dei luoghi per verificare che la situazione fosse tornata alla normalità. Il 36enne ha agito da solo ma non ci sono conferme che si sia trattato di un attacco terroristico. "E' stata una giornata difficile per Duesseldorf - ha detto il sindaco Thomas Geisel - I miei pensieri sono con le vittime e i loro familiari". Adnkronos 10

 

 

 

 

A Monaco di Baviera serata informativa il 22 marzo sull’assistenza sanitaria di lungo periodo

 

Monaco di Baviera. Il 22 marzo alle ore 17:00 presso la Missione Cattolica Italiana (Lindwurmstr. 143, München), il Comites di Monaco di Baviera organizza, nel quadro della campagna informativa "Brücken bauen" diretta dal Paritätischer Wohlfahrtsverband, un incontro relativo alle prestazioni dell'assicurazione contro l'assistenza di lungo periodo. 

 

Obiettivi dell’evento informativo: far conoscere le prestazioni dell’assicurazione contro l’infermità e consentire di avvalersi dei diritti che ne derivano; contribuire a garantire una buona assistenza.

 

Tra le altre cose, verranno trattati i seguenti temi: Che cosa sono i livelli/gradi di bisogno assistenziale; Cosa è necessario fare per richiedere le prestazioni 

dell’assicurazione contro l’infermità? Cosa sono le prestazioni assistenziali;

Quando si ha diritto ad un assegno di assistenza; Cosa sono assistenza temporanea, assistenza sostitutiva per impedimento e assistenza diurna?

Chi paga l’assistenza e quali sono i costi a carico dell'assistito? A chi ci si può rivolgere per ricevere consulenza su questi temi?

 

Il progetto per l'apertura culturale dell'assistenza di lungo periodo, nato sotto l’egida dell’Assessorato agli Affari Sociali, si suddivide in tre moduli:

- Cinque enti gestori di otto strutture residenziali estendono le loro proposte a persone bisognose di assistenza appartenenti ad altre culture.

- L’Assessorato agli Affari Sociali promuove dal 2016 corsi di specializzazione su questo tema rivolti alle strutture residenziali e semiresidenziali interessate, nonché ai servizi di assistenza domiciliare di Monaco di Baviera.

- La campagna "Brücken bauen" sotto la direzione del Paritätischer Wohlfahrtsverband informa sul progetto e su tutte le proposte della città di Monaco rivolte alle persone anziane ed ai loro familiari.

Questo è il primo di una serie di incontri sul tema che il Comites intende organizzare. Daniela Di Benedetto, de.it.press

 

 

 

Padiglione Italia alla Internationale Tourismus-Börse di Berlino. Successo della Puglia

 

Berlino - Il Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, Dario Franceschini, ha inaugurato il Padiglione Italia alla Internationale Tourismus-Börse di Berlino, che si è conclusa il 12 marzo. Con lui l’Ambasciatore italiano Pietro Benassi.

Grazie a Enit e alle Regioni – 17 quelle presenti nello stand nazionale – il nostro Paese ritorna con forza in una delle più importanti fiere internazionali del settore. Per l’occasione, Franceschini ha presentato agli operatori il Piano Strategico del Turismo 2017-2022 e illustrato le potenzialità della promozione turistica internazionale del Paese.

“L’Italia possiede un considerevole patrimonio culturale diffuso sul territorio – ha dichiarato il Ministro Franceschini – è riconosciuta e apprezzata nel mondo per la moda, la cucina, il design e per il suo modo di vivere. Questo ci rende una delle mete turistiche più desiderate, un potenziale immenso che deve e può essere sfruttato attraverso una promozione condivisa del Paese, come dimostra il padiglione realizzato da Enit insieme alle Regioni con una visione unitaria che permette a tutte le realtà di mostrarsi sotto il segno dell’Italia”.

Il Ministro ha poi incontrato il Segretario Generale dell’UNWTO, Taleb Rifai, per ribadire l’impegno italiano per il 2017 anno mondiale del turismo sostenibile, illustrando quanto intrapreso con il percorso che vede l’Anno dei Cammini 2016, l’Anno dei Borghi 2017 e l’iniziativa delle Capitali Italiane della Cultura come articolazioni di una strategia complessiva, ben declinata all’interno del nuovo Piano Strategico del Turismo appena approvato, mirata a promuovere flussi diffusi su tutto il territorio con ricadute positive per la crescita sociale ed economica delle tante realtà italiane che meritano di essere conosciute.

Secondo i dati istat riportati da Enit, la Germania si conferma come il principale Paese di origine di flussi turistici stranieri in Italia con 10.9 milioni di arrivi (20% market share) e 53.3 mln di presenze (28% market share) nel 2015.

 

Successo della Puglia alla ITB di Berlino. Ha dichiarato l’assessore regionale all’industria turistica e culturale, Loredana Capone, soddisfatta della partecipazione positive della Puglia: “I turisti stranieri sono aumentati anche nel 2016 facendo salire di circa due punti percentuali il tasso di internazionalizzazione del turismo pugliese. La variazione, sempre nel 2016, degli arrivi stranieri segna un +16,2%, mentre quella delle presenze dei turisti stranieri stranieri , il +11,7%. D’altronde la convenzione della Regione Puglia con Rayanair, una delle spinte determinanti alla crescita dell’incoming straniero, conferma i voli low cost fino al 2019. Non solo. Con Aeroporti di Puglia abbiamo realizzato accordi per nuove rotte, anche con altre compagnie, per Madrid, Norimberga, Preveza, Monaco, Vienna, Londra e Lugano. Questi sono dati di fatto positivi di partenza. Adesso dobbiamo fare in modo di crescere ancora ed anche di consolidare il flusso di turisti stranieri in modo che si fidelizzino e ritornino in Puglia. Per questo con il Piano Strategico Puglia 365 stiamo investendo sulla promozione ma anche e soprattutto sulla qualità dell’accoglienza, lavorando insieme agli operatori turistici”.

La Fiera Internazionale di Berlino è una delle più importanti fiere internazionali del turismo, con oltre diecimila espositori da oltre 180 Paesi e oltre 114 mila visitatori. “Il mercato tedesco – continua l’assessore Capone - è uno dei più importanti per l’incoming straniero in Puglia e quindi non si poteva mancare alla ITB di Berlino che è stata ancora una volta un’occasione per incontrare partner commerciali e per fare affari, ma anche una occasione di contatto diretto con i tanti viaggiatori internazionali che visitano una Fiera che consente di scoprire il mondo nel giro di poche ore, e naturalmente di scoprire anche la Puglia. A Berlino è emersa una forte domanda della Puglia attiva, autentica e di adventure travel, per i quali la destinazione Puglia si sta collocando tra le prime destinazioni italiane, insieme alla Toscana”.

Le aziende pugliesi presenti allo stand di Pugliapromozione a Berlino hanno potuto incontrare i top buyer del turismo, nonché blogger Travel, per proporre la propria offerta e i propri servizi. Un'operazione strategica è stata quella di presentare l'aggregazione di imprese. In tutto hanno partecipato 51 operatori pugliesi a Itb, ma 17 postazioni allo stand Puglia sono state condivise da strutture ricettive e tour operator Incoming. L'integrazione di servizi è risultata ancora vincente in un contesto internazionale di alto profilo.

Dagli incontri avuti in questi giorni di fiera, con partner istituzionali e operatori del trade oltre che con compagnie aeree come Air Dolomiti - strategica per il collegamento diretto con la Puglia – è emersa inoltre, l’esigenza di sviluppare in maniera congiunta azioni di co-marketing ed educational tour per approfondire la conoscenza del territorio. (dip 14)

 

 

 

La Germania dichiara guerra alle bufale online: multe fino a 50 milioni ai social che non le rimuovono

 

Gli editori tedeschi non vogliono collaborare con Facebook contro le fake news

Di ANDREA NEPORI

 

La Germania si appresta a varare il più severo giro di vite da parte di un Paese europeo contro i social network che pubblicano notizie false. Il governo tedesco ha presentato una bozza di legge che impone multe fino a 50 milioni di euro alle piattaforme che dovessero non cancellare i discorsi di incitamento all’odio o le “fake news”, vale a dire le bufale che, con motivi e scopi diversi, circolano in rete. 

 

Il ministro della giustizia Heiko Maas ritiene che i social media non facciano abbastanza per «ripulire» le loro piattaforme da calunnie e incitamenti all’odio razziale: «Sono troppo pochi i contenuti criminali che vengono rimossi e, in ogni caso, non vengono cancellati in tempi sufficientemente brevi», ha commentato il ministro al Financial Times. Secondo le statistiche riferite da Maas, Twitter avrebbe cancellato solo l’uno per cento dei contenuti offensivi segnalati dagli utenti. Un po’ meglio avrebbe fatto Facebook, con il 39 per cento, mentre Google si dimostra il più attento con un 90 per cento di contenuti offensivi rimossi da YouTube. 

 

«Il problema maggiore - secondo Maas - è che i social network non affrontano abbastanza seriamente le denunce dei propri utenti». Il provvedimento è ispirato dalla preoccupazione che le fake news possano influenzare le elezioni tedesche che si terranno quest’anno, assumendo un ruolo analogo a quello giocato nell’ultima campagna elettorale americana. 

 

La bozza di legge prevede che i social network si dotino di funzioni, semplici e immediatamente visibili, per permettere agli utenti di denunciare contenuti diffamatori, discorsi d’odio e fake news. Le piattaforme dovranno inoltre cancellare o bloccare tutti i contenuti chiaramente criminali entro 24 ore, mentre per quelli che richiedono un’attività investigativa la rimozione è prevista nell’arco dei 7 giorni. In ogni caso gli utenti dovranno essere immediatamente informati di ogni decisione presa.  

 

L’orientamento del governo tedesco sembra inoltre andare controcorrente rispetto alla dichiarazione congiunta firmata a Vienna a inizio marzo dal relatore speciale delle Nazioni Unite per la libertà di opinione e espressione, dal responsabile per la libertà dei media dell’Ocse, dal relatore speciale per la libertà di espressione dell’Organizzazione degli Stati americani e da quello della Commissione africana per i diritti umani: «Gli intermediari della comunicazione non dovrebbero mai essere considerati responsabili per i contenuti pubblicati dai loro utenti salvo che non intervengano specificamente su tali contenuti o si rifiutino di adempiere ad un ordine adottato all’esito di un giusto processo condotto da un’autorità indipendente e imparziale e sempre che dispongano della capacità tecnica di adempiervi». 

 

Per le quattro organizzazioni internazionali la soluzione alle fake news non possono dunque essere le censure di Stato né, tanto meno, quelle affidate ai gestori delle piattaforme, come di fatto sembra orientata a fare la Germania. Come ha sintetizzato Guido Scorza, avvocato ed esperto di tematiche digitali, «la circolazione di notizie false diffuse dai governi, dai media mainstream e attraverso le piattaforme social rappresenta una minaccia seria e preoccupante per la libertà di informazione e le democrazie del mondo intero, ma leggi censorie che mirano a limitare la circolazione dei contenuti sul web chiamando i gestori delle grandi piattaforme online a rispondere dei contenuti pubblicati dagli utenti e promuovendo forme di privatizzazione della giustizia, rappresentano una cura peggiore del male»  LS 15

 

 

 

 

Dieselgate, perquisizioni nella sede Audi. Intesa Germania-Italia sulle emissioni Fca

 

Blitz delle autorità tedesche nel quartier generale della casa automobilistica nel giorno della presentazione dei conti 2016. Tra Roma e Berlino c'è l'accordo, dopo la mediazione Ue, sulle vetture diesel del Lingotto. E su Renault, l'antifrode accerta manipolazioni da 25 anni - PAOLO GRISERI

 

INGOLSTADT - Audi, Fca e Renault: l'onda lunga dello scandalo emissioni noto come Dieselgate continua ad abbattersi sui grandi costruttori auto europei. Le autorità tedesche stanno compiendo una perquisizione a Ingolstadt, quartier generale della Audi, vicino a Monaco. La ricerca dei documenti è legata alle indagini sulle emissioni dei veicoli diesel. Nel corso dell'inchiesta Audi ha ammesso di aver modificato il sistema di regolazione delle emissioni in occasione dei test di omologazione per i motori diesel da 3.000 cc. Novità giungono intanto da Bruxelles e riguardano Fiat Chrysler. Dopo le polemiche con la Germania sull'omologazione di alcuni modelli del Lingotto (500X, Renegade e Doblò), che sarebbero fuori dai limiti, una portavoce comunitaria informa che Italia e Germania hanno trovato un accordo, "una visione comune" sulla necessità che Fca prenda misure per ridurre il livello delle emissioni NOx.

 

Italia-Germania, la mediazione Ue. Secondo l'indicazione giunta da Bruxelles, Roma ha fornito rassicurazioni sulla campagna di controllo avviata nel 2016 (non sono in vista nuovi interventi). Il Mit ha poi spiegato che è stato l'aggiornamento volontario e migliorativo delle emissioni della Fiat 500X, non inteso come rimedio visto che i motori venivano considerati conformi, a sbloccare il contrasto sulle valutazioni della vettura. Ma, tengono a precisare dall'Ue, con la mano tesa tra i due Paesi non viene pregiudicato il ruolo della Commissione "di guardiano dei trattati in base al quale, se ritiene che la legge ue non è correttamente applicata, deve assicurare il rispetto degli obblighi" relativi ai sistemi anti-inquinamento. Bruxelles, infatti, non si è occupata (per il momento) dell'aspetto della legalità dei sistemi anti-inquinamento dei modelli Fca. Non ha cioè indagato la conformità o meno dei modelli Fiat alle regole Ue, ma solo costruito un ponte tra le due parti per attuare le misure di rimedio che la Germania ha chiesto all'Italia, che ha omologato i modelli Fiat il cui livello di emissioni NOx è stato messo in questione dal ministero dei Trasporti tedesco. Un modo per dire che potrebbero esserci ulteriori sviluppi.

 

Fari su Audi. Quanto all'attività degli inquirenti sul marchio di lusso della famiglia Vw, la perquisizione si svolge anche nello stabilimento di Neckarsulm. Nel mese di febbraio Audi, che ha sempre dichiarato di voler collaborare con gli inquirenti, ha licenziato quattro ingegneri legati allo scandalo. La scelta di compiere proprio oggi la perquisizione è clamorosa perché coincide con la conferenza stampa di presentazione dei dati 2016 da parte dei vertici del brand. Proprio nell'incontro con i giornalisti, il numero uno di Audi, Rupert Stadler, ha dovuto rispondere a diverse domande sui fatti delle ultime ore. il manager ha ripetuto che "da tempo collaboriamo con le autorità che conducono questa indagine" ma non ha voluto fare commenti sull'oggetto della perquisizione: "Non posso rispondere a questa domanda. Dovete rivolgerla a chi indaga".

L'attenzione sulle emissioni torna alta anche in Francia. Libération descrive una Renault, travolta dal sospetto di motori diesel truccati: "E se ci stessimo dirigendo verso un RenaultGate? La giustizia sospetta il costruttore di aver ingannato i suoi clienti sul livello reale di inquinamento dei motori diesel", scrive il giornale dopo aver visionato i documenti del ministero francese all'origine di questa inchiesta. E "che - scrive Libé - potrebbero costare caro al gruppo e al suo numero uno Carlos Ghosn". Ma la posizione viene smentita con forza dal costruttore, dicendo in una nota di essere "venuta a conoscenza di un articolo squilibrato pubblicato oggi nella stampa nazionale. Il gruppo Renault non intende commentare una procedura in corso e ricorda che nessuno dei suoi servizi ha violato le regole europee o nazionali relative all'omologazione dei veicoli". In serata, però, l'ufficio anti frodi ha rivelato che l'azienda francese avrebbe adottato una stretegia fraudolenta da almeno 25 anni. LR 15

 

 

 

Tensione ue-turchia. Germania, 30mila curdi in piazza. Ankara convoca l’ambasciatore

 

Sono arrivati a Francoforte da tutto il Paese per festeggiare il capodanno iranico e protestare contro Erdogan. La Turchia irritata: «Inaccettabile la presenza di bandiere del Pkk, sono dei terroristi» - di Monica Ricci Sargentini

 

«Una provocazione inaccettabile». Così il ministero degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu ha definito la manifestazione di sabato 18 marzo a Francoforte che ha visto scendere in piazza 30mila curdi per la «democrazia in Turchia» e la libertà del Kurdistan. «Il Pkk — ricorda Cavusoglu — è un’organizzazione terroristica riconosciuta dalla Ue, come è possibile che si lascino sventolare in piazza le sue bandiere e si inneggi al loro leader Ocalan?».

Il capodanno

L’occasione era quella dei festeggiamenti per il capodanno iranico, il Newrouz, tradizionalmente festeggiato dai curdi. In effetti, come si può vedere dalla foto sopra, tra la folla spiccavano le bandiere del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) e le immagini del suo leader, Abdullah Ocalan, in carcere dal 1999 e condannato all’ergastolo. Le foto del capo curdo erano state vietate dal ministero degli interni tedesco. Nei giorni scorsi il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, aveva accusato la Germania di «appoggiare i terroristi». La Germania è sede dalla più importante diaspora turca e di una significativa comunità curda.

La protesta

Cavusoglu non ha esitato ed ha convocato subito l’ambasciatore tedesco ad Ankara, Martin Endmann per informarlo del disappunto delle autorità turche, ancora infastidite dai divieti opposti ai comizi dei ministri turchi in Germania in vista del referendum del 16 aprile. L’episodio è stato condannato anche dal portavoce della presidenza della Repubblica, Ibrahim Kalin, che ha parlato di «forte condanna» nei confronti della Germania, che avrebbe, a suo avviso, «manifestato supporto a favore del terrorismo del Pkk».

Il referendum

In vista del referendum costituzionale del 16 aprile in Turchia, i ministri del governo Yildirim hanno in programma nuovi appuntamenti in Germania per conquistare il voto degli indecisi. Una mossa che potrebbe ulteriormente acuire le tensioni tra i due Paesi. Anche Austria e Olanda hanno impedito ai politici turchi di tenere comizi per il sì al referendum. Nei giorni precedenti alle elezioni olandesi l’Aia aveva addirittura cancellato un volo del ministro degli Esteri turco Cavusoglu e impedito alla ministra per la Famiglia di entrare nel consolato di Rotterdam.  CdS 19

 

 

 

Corrispondenza. Invito a partecipare ad un “progetto vocale”

 

Mi chiamo Ilaria Mastroianni, sono italiana ma vivo da tempo in Finlandia, dove lavoro per la Lionbridge Oy di Tampere (http://www.lionbridge.com/).

Faccio parte del Recruitment Team ed al momento mi sto occupando di trovare italiani madrelingua per dei progetti linguistici retribuiti di lavoro a distanza.

Vi contatto sperando possiate condividere questa opportunita’ con il Vostro network.

 

Il primo progetto è una raccolta di dati vocali, e‘ un progetto semplice e davvero adatto a tutti. Lo scopo e’ lo sviluppo delle tecnologie di riconoscimento vocale che, ad esempio, abbiamo nei cellulari.

I requisiti richiesti per lavorare con noi sono: essere di madrelingua italiana, essere maggiorenne, avere un computer e/o tablet/cellulare Android e connessione internet stabile. Non esiste limite di eta’, non e’ richiesta alcuna esperienza specifica ed i partecipanti possono risiedere all’estero.

 

Per questo progetto, abbiamo bisogno di centinaia e centinaia di partecipanti. Il progetto andra’ avanti fino a fine marzo e qualsiasi persona e’ piu’ che benvenuta a parteciparvi. Il progetto dura 2 ore ed e' retribuito tramite una Gift Card del valore di 25 Euro.

 

Per prendere parte al progetto, basta registrarsi seguendo questo link (basta fare copia/incolla nel browser): http://datacollection_it-IT.register-lionbridge.com

Ringrazio anticipatamente per la cortese attenzione e rimango ovviamente a Vostra disposizione per qualunque chiarimento.

Ilaria Mastroianni

 

 

 

 

Primarie PD. Circoli PD in Europa. Chi appoggia Orlando

 

“Noi, segretari ed iscritti di circoli PD in Europa, appoggiamo con convinzione la candidatura di Andrea Orlando come segretario del partito”. Inizia così la nota-manifesto firmata da diversi dirigenti ed esponenti di Circoli Pd in Europa, molti dei quali delegati all’assemblea nazionale, in vista delle primarie del partito del 30 aprile.

Ad oggi, il documento è stato sottoscritto da Andrea Burzacchini (PD Friburgo - delegato Assemblea Nazionale), Massimiliano Picciani (segretario PD Parigi, delegato Assemblea Nazionale), Roberto Stasi (segretario PD Londra), Maria Chiara Prodi (PD Parigi - Direzione Nazionale), Federico Pancaldi (PD Bruxelles, delegato Assemblea Nazionale), Federico Quadrelli (segretario PD Berlino, delegato Assemblea Nazionale), Cristiano Cavuto (segretario PD Lussemburgo), Marcello Battistig (segretario PD Olanda), Giorgio Laguzzi (segretario PD Friburgo), Elio Vergna (segretario PD Delft), Silvestro Gurrieri (segretario PD Wolfsburg), Pino Maggio (segretario PD Villingen), Santo Vitellaro (segretario PD Hannover), Daniela Di Benedetto (PD Monaco, delegata Assemblea Nazionale), Paolo Da Costa (PD Alto Zurighese, delegato Assemblea Nazionale), Roberto Serra (PD Lussemburgo), Raffaele Napolitano (PD Bruxelles), Costanza Rollandi (PD Bruxelles), Stefano Piri (PD Bruxelles), Michele Testoni (PD Madrid), Silvano Garnerone (PD Scandinavia), Giulia Pellegrini (PD Londra), Leonardo Montesi (PD Londra), Antonio Zanfino (PD Wolfsburg), Luigi Cavallo (PD Wolfsburg), Nicola Carmignani (PD Parigi), Dino Motti (PD Londra), Nicoletta Leo (PD Scandinavia), Giuliano Di Baldassarre (PD Scandinavia), Orazio Puccio (PD Madrid) e Carlo Taglietti (PD Monaco).

“Ci sono sicuramente tanti motivi che ci spingono a sostenere Orlando al congresso”, spiegano i dirigenti Pd, che elencano: “le parole sulla “sinistra nel guasto mondo”, sull'uguaglianza, su cultura e innovazione, welfare e ambiente, legalità e garantismo, sull'Europa, sulla necessità di rilanciare il PSE, sull’attenzione alle mille risorse degli Italiani all’estero, sono le nostre”.

“Su questi ultimi punti, del resto, abbiamo portato il nostro contributo alla mozione. Ma – aggiungono – c'è qualcosa in più che ci ha convinto completamente: la mozione si intitola “Unire l'Italia, unire il PD” e ricorda che “una casa divisa non può reggere”. Con le prime parole propone al partito di “ridurre le distanze. Quelle economiche, sociali, culturali. E anche le distanze tra di noi”. Propone un percorso di partecipazione, perché “oggi è tempo di unire e riparare, di tessere e ricucire” quel “progetto del partito che dieci anni fa, abbiamo contribuito a fondare e che pare irrimediabilmente a rischio, e con esso una speranza per l’Italia che non possiamo smarrire”. Sostiene infine che “È nostro compito tenere insieme una comunità sapendo far vivere linguaggi diversi, mentre oggi non sembra più esserci la volontà di comprendere l'uno le ragioni dell'altro”. Cita Aldo Moro dicendo che “la democrazia italiana si è rafforzata perché ci siamo reciprocamente cambiati". Ecco, noi iscritti nei circoli d'Europa da almeno tre anni, da quando abbiamo incominciato a incontrarci su e giù per l'Europa, a Parigi, a Lussemburgo, a Bruxelles, a Londra, a Milano, a Roma, utilizzando nuovi modi di discutere, rompendo schemi da tempo fissati, adottando perfino nuovi modi di disporre le sedie, di moderare gli incontri, e di scrivere documenti, è esattamente questo che facciamo: tenere insieme una comunità facendo vivere linguaggi diversi, cercando di imparare gli uni dagli altri, indipendentemente da correnti, appartenenze, aree. Per questo, - concludono – un candidato segretario che usi queste parole di inclusione, unità, partecipazione non può non avere il nostro pieno appoggio. Non per scalare, ma per unire il PD”. (aise 15

 

 

 

 

Parere favorevole delle Commissioni Esteri e Cultura allo schema di decreto sulla disciplina della scuola italiana all'estero

 

ROMA – Le Commissioni Affari Esteri e Cultura della Camera dei deputati hanno approvato il parere favorevole allo schema di decreto sulla disciplina della scuola italiana all'estero, parere proposto dalle relatrici Tamara Blazina (per la Commissione Cultura) e Laura Garavini (Affari Esteri) e che riporta condizioni ed osservazioni emerse nel corso dell'esame del provvedimento (per l'ultima seduta vedi http://comunicazioneinform.it/prosegue-lesame-dello-schema-di-decreto-sulla-disciplina-della-scuola-italiana-allestero-da-parte-delle-commissioni-riunite-affari-esteri-e-cultura/).

Nell'ambito delle dichiarazioni di voto, l'intervento a nome del gruppo parlamentare del Pd e in qualità di presidente del Comitato permanente italiani nel mondo e promozione del sistema Paese, di Fabio Porta (eletto nella ripartizione America meridionale), che ha espresso apprezzamento per il “prezioso lavoro di mediazione” svolto dalle relatrici e ringraziato il Governo per la disponibilità dimostrata al dialogo e al recepimento di osservazioni pervenute durante l'esame del provvedimento. Un percorso che ha previsto – ricorda – anche le audizioni del direttore generale per la Promozione del Sistema Paese del Maeci, Vincenzo De Luca, e del segretario generale del Consiglio Generale degli Italiani all'Estero (Cgie), Michele Schiavone.

Per l'esponente democratico lo schema rappresenta “un notevole risultato in materia di diffusione della lingua e della cultura italiane nel mondo”, pur non configurandosi come “la riforma complessiva attesa, ma – precisa - una mera riorganizzazione del settore”. Porta segnala inoltre la soddisfazione riscontrata negli enti gestori per la loro esplicita menzione nel parere quali articolazioni del sistema di promozione della lingua e della cultura italiane nel mondo e richiama quali “elementi caratterizzanti del provvedimento, la previsione dell'autonomia per le scuole italiane all'estero, la programmazione pluriennale, il recupero dei Piani Paese e l'invio di 50 docenti nelle scuole italiane all'estero”. “La proposta di parere ha recepito le osservazioni provenienti dal mondo sindacale in materia di retribuzioni e contratto collettivo nazionale – evidenzia, sottolineando anche l'importanza della previsione di una cabina di regia per il coordinamento tra il Miur e il Maeci. Annuncia dunque il voto favorevole al parere proposto dalle relatrici da parte del Pd.

Voto contrario invece quello espresso dal M5S, che aveva proposto un parere alternativo, e quello annunciato da Antonio Palmieri (Fi-Pdl), seppur per motivi diversi da quelli del Movimento. Anche in questo caso era pervenuto un parere alternativo, così come da Sinistra italiana.

A chiarire l'orientamento favorevole del Governo sui contenuti delle condizioni apposte al parere proposto dalle relatrici è invece il sottosegretario di Stato Vito De Filippo.

Di seguito il testo del parere approvato:

“Le Commissioni riunite III (Affari esteri e comunitari) e VII (Cultura, scienza e istruzione),?esaminato, nelle sedute del 26 gennaio, 21 febbraio, 2, 8 e 9 marzo 2017, lo Schema di decreto legislativo recante disciplina della scuola italiana all'estero (atto n.?383);

uditi, altresì, i soggetti che hanno preso parte alle audizioni informali e preso visione delle loro memorie scritte;

preso atto che lo schema del decreto legislativo è coerente con le finalità e gli obiettivi previsti nella delega e cioè «il riordino e adeguamento della normativa in materia di istituzioni e iniziative scolastiche italiane all'estero», pertanto non si tratta di una riforma globale del settore;

considerato che il decreto in oggetto prevede un effettivo e sinergico coordinamento tra il Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale e il Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca nella gestione della rete scolastica e nella promozione della lingua italiana all'estero;

rilevata l'esigenza di procedere ad una riorganizzazione generale delle normative riguardanti le scuole italiane all'estero, lo svolgimento dei corsi di lingua organizzati dagli enti gestori e gli interventi di promozione della lingua e della cultura italiana nel mondo, allo scopo di favorire una maggiore coerenza, una più diretta adesione alle realtà geopolitiche e culturali nelle quali l'intervento ricade, un aggiornamento dell'offerta formativa italiana e una razionalizzazione del sistema;

valutato che, in presenza dei tanti soggetti attuatori delle iniziative previste dal decreto e del coinvolgimento nella gestione di tre diversi Ministeri, sarebbe opportuno prevedere una cabina di regia, al fine di superare la frammentarietà delle azioni e di creare un sistema efficiente per la promozione del made in Italy all'estero;

preso atto che lo schema di decreto contiene diverse disposizioni sulla disciplina del rapporto di lavoro del personale direttivo, docente ed amministrativo, che di norma rientrerebbero nella contrattazione nazionale;

espresso apprezzamento per l'obiettivo di inquadrare il modello formativo proposto in un contesto multiculturale e pluralistico, basato sui valori dell'inclusività e dell'interculturalità, nonché per la priorità riconosciuta alla costante verifica di qualità dei percorsi formativi, al sostegno del bilinguismo e all'impegno di integrare l'insegnamento dell'italiano negli ordinamenti scolastici locali;

rilevata la significativa diversità dei contesti culturali e sociali verso i quali il sistema formativo italiano rivolge la sua offerta, attraversati da profondi e accelerati processi di cambiamento legati ai mutamenti di ruolo indotti dalla globalizzazione, alle differenze tra le realtà geopolitiche di interesse strategico per l'Italia, alle diverse possibilità di intreccio con le normative e i sistemi scolastici locali, all'evoluzione sociale e culturale delle comunità italiane all'estero, ormai profondamente integrate nelle realtà di insediamento;

sottolineata l'esigenza di un più duttile adeguamento del sistema formativo italiano nel mondo alle articolazioni e caratteristiche delle situazioni esistenti, che richiede il progressivo spostamento da modelli piramidali e gerarchici a modelli articolati e policentrici, molto più adatti a realizzare le notevoli potenzialità di diffusione della lingua e della cultura italiana nel mondo e a reggere il confronto concorrenziale sul «mercato linguistico» con altri Paesi, molto attivi e attrezzati in questo campo;

rilevata l'esigenza che sia formalmente enucleato dalla generica dizione «soggetti senza fini di lucro attivi nella diffusione e promozione della lingua italiana nel mondo» il profilo formativo, organizzativo e giuridico degli enti gestori che organizzano corsi di lingua italiana, in larga prevalenza integrati nei sistemi scolastici locali e a costi molto più contenuti rispetto ad altre tipologie di intervento;

evidenziata la necessità di garantire il più alto livello qualitativo del personale, in termini di conoscenze scientifiche, competenze didattiche, abilità specifiche richieste dalle attività previste o dal contesto;

??a maggioranza, esprimono parere favorevole con le seguenti condizioni:

1) all'articolo 3 e ovunque ricorrano nel testo, le parole: «scuole amministrate dallo Stato» siano sostituite dalle seguenti: «scuole statali»; 2) il ruolo degli enti gestori sia esplicitamente richiamato ovunque si parli di «soggetti senza fini di lucro» e sia previsto, a garanzia e sostegno della loro funzione, un apposito articolo nel quale si definisca il loro profilo formativo, giuridico e organizzativo; 3) all'articolo 5 si preveda, per i casi di assenza o impedimento del dirigente scolastico e conseguente sostituzione a opera di un docente, la possibilità dell'esonero dell'insegnamento limitato al periodo della sostituzione e a condizione che il docente sia a sua volta sostituito da un docente destinato al potenziamento dell'offerta formativa; 4) all'articolo 6, comma 1, le parole: dall'inizio del comma fino a «riconoscere» siano sostituite dalle seguenti: «Con decreto interministeriale dei Ministri degli affari esteri e della cooperazione internazionale e dell'istruzione, dell'università e della ricerca può essere riconosciuta»; 5) gli elenchi del personale selezionato da destinare all'estero siano sostituiti dalle graduatorie dell'ordinamento attuale, garantendo la massima pubblicità e trasparenza in ogni fase della selezione, in modo da rendere evidenti ed oggettivi i criteri di valutazione dei titoli e degli eventuali colloqui; 6) sia soppresso l'articolo 36; 7) siano modificati gli articoli 5 e 37, con riguardo alla gestione contabile delle scuole statali all'estero, prevedendo che la gestione delle casse scolastiche e i relativi rapporti giuridici attivi e passivi confluiscano nel bilancio della scuola; 8) all'articolo 37, si precisi che «all'articolo 1, comma 59, della legge 24 dicembre 2012, n.?228, il riferimento alla parte V del decreto legislativo 16 aprile 1994, n.?297, si intende fatto al presente decreto legislativo»;

e le seguenti osservazioni:

a) si valuti l'opportunità di prevedere una cabina di regia tra il Ministero, dell'istruzione, dell'università e della ricerca ed il Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale; b) si valuti altresì l'opportunità di aggiungere all'articolo 1, dopo le parole: «della lingua», le seguenti: «e della cultura»; c) all'articolo 4, per quanto riguarda il piano triennale dell'offerta formativa, si valuti l'opportunità di prevedere che esso sia trasmesso alla rappresentanza diplomatica, sopprimendone il parere preventivo; d) all'articolo 13, si valuti l'opportunità che le parole: «fondamentali del profilo culturale e professionale» siano sostituite dalle seguenti: «culturali e professionali fondamentali»; e) per quanto riguarda la durata del servizio all'estero, si valuti l'opportunità di prevedere due periodi di sei anni scolastici consecutivi, separati da almeno sei anni scolastici di effettivo servizio nel territorio nazionale; f) all'articolo 18, comma 2, lettera c), si consideri l'opportunità di aggiungere in fine le seguenti parole: «e anche come lingua straniera (LS)»; g) all'articolo 24, comma 2, si valuti l'opportunità di sostituire le parole: da «nei casi» fino a «del 2001» con le seguenti: «Nei casi in cui la sanzione disciplinare non è di competenza dell'ufficio per i procedimenti disciplinari di cui all'articolo 55-bis del decreto legislativo n.?165 del 2001,»; h) al medesimo articolo 24, comma 3, si valuti l'opportunità di premettere alle parole: «I procedimenti» le seguenti: «Salvo quanto previsto al comma 2,». Conseguentemente, si consideri l'opportunità di sopprimere le parole: «di cui all'articolo 55-bis, commi 3 e 4, del decreto legislativo n.?165 del 2001»; i) all'articolo 28, ove sussistano differenze di trattamento economico del personale scolastico all'estero rispetto al personale del Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale, sia valutata la possibilità di adeguare il relativo trattamento a quest'ultimo; j) si consideri che l'utilizzazione delle 50 unità aggiuntive del contingente non sia limitato all'insegnamento delle discipline o materie integrative e sia eliminato il limite delle 10 unità per il personale destinato al sostegno; k) si preveda un trattamento economico del personale a tempo determinato non dissimile da quello previsto per il personale a tempo indeterminato; l) sarebbe opportuno, altresì, definire più chiaramente le caratteristiche e le funzioni delle previste «associazioni senza fini di lucro», allo scopo di assicurare la qualità dell'insegnamento linguistico-culturale da queste svolto”. (Inform)

 

 

 

Con il Decreto Scuole all’estero più servizi ai connazionali e più merito

 

"Un risultato molto significativo per tutti coloro che hanno a cuore la promozione della lingua e cultura italiana all'estero. Lo abbiamo raggiunto oggi con il voto in Commissione alla Camera dei Deputati. Nelle condizioni poste, abbiamo impegnato il Governo a modificare il Decreto sulla lingua e cultura italiana all'estero che entrerà in vigore nelle prossime settimane, una volta approvato dal Consiglio dei Ministri nella nuova formula.

Non solo si ripristinano cinquanta docenti di italiano di ruolo per le scuole italiane all'estero a partire dall'anno scolastivo 2018/2019. Si disciplinano anche gli enti gestori e abbiamo inoltre scongiurato l’eventualità che il Decreto agisse derogando alle norme relative alla contrattazione nazionale. Inoltre si ripristinano le graduatorie nazionali per la individuazione degli insegnanti per l'estero.

In questo modo vengono incrementati i servizi ai cittadini residenti all’estero e allo stesso tempo si premia il merito, mettendo da parte procedure di assegnazione potenzialmente poco trasparenti. Tra i vari aspetti positivi, introdotti grazie al nostro intervento, saranno inclusi gli italiani all’estero e i loro congiunti fra i beneficiari dei corsi, anche alla luce dei nuove mobilità e della necessità di mantenere vivo il legame fra il Paese e i connazionali all’estero”.

Così Laura Garavini, della Presidenza del PD alla Camera, relatrice del decreto legislativo recante disciplina della scuola italiana all’estero, insieme alla collega Tamara Blažina. De.it.press 9

 

 

 

 

 

Emergenza migranti, Gentiloni: "Non basterebbe Mago Merlino"

 

L'Italia "è generosa nel concedere la protezione internazionale, in particolare per ragioni umanitarie. L'utilizzo di clausole legali basate su ragioni umanitarie per l'immigrazione economica rischia di incoraggiare i flussi di migranti irregolari via mare dal Nordafrica".

Lo sottolinea Tomas Bocek, rappresentante speciale per le migrazioni e i rifugiati del segretario generale del Consiglio d'Europa, organizzazione internazionale con sede a Strasburgo estranea all'Ue (non va confusa con il Consiglio europeo e con il Consiglio Ue, che sono istituzioni comunitarie), in un rapporto pubblicato oggi su una missione in Italia condotta nello scorso ottobre.

Secondo il Consiglio d'Europa, "sarebbe più sensato mettere in piedi canali legali per l'immigrazione economica, con procedure da seguire nei Paesi di origine, invece di favorire coloro che entrano nel Paese in modo illegale. Questo - conclude - potrebbe aiutare a scoraggiare i migranti economici dal tentare il viaggio verso l'Italia, che è pericoloso". 

Nel rapporto e grazie all'intesa con la Libia per fronteggiare l'emergenza migranti "non seminiamo illusioni ma sappiamo che su questa strada, per quanto impervia e arrischiata, possiamo ottenere gli unici risultati che oggi ci consentono non di cancellare il tema immigrazione, perché non lo cancella neanche il Mago Merlino, ma di regolare i flussi e gradualmente sostituire l'immigrazione clandestina irregolare, micidiale per i migranti e per il traffico che gli ruota attorno, con flussi e canali più accettabili, ridotti e regolari". Lo ha detto il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, nelle sue comunicazioni al Senato in vista del Consiglio europeo.

"Questo è l'obiettivo - ha aggiunto - che l'Ue dovrebbe proporsi e mi aspetto che, come è stato a Malta, a Bruxelles si faccia un passo in più soprattutto in termini di risorse per aiutare l'Italia nel lavoro di avanguardia che sta facendo sulla rotta centrale del Mediterraneo".

Poi, parlando dell'Italia, "sfido chiunque a indicare un altro governo, un altro Parlamento, impegnato come noi in un complesso di riforme" ha affermato.

"Non siamo i primi della classe - ha detto - ma non accettiamo lezioni e lavoriamo nell'interesse comune" anche per "correggere le politiche dell'Unione e per una politica estera e di difesa comune". Il premier ha specificato che "all'Ue deve essere chiaro che in Italia le riforme non si sono fermate e non hanno rallentato il loro cammino".

In Italia, ha aggiunto, "la crescita è ancora lenta: rimane, anche se la distanza dalla media Ue nel 2016 è stata la più bassa. E tra un mese nel Def indicheremo le scelte del governo per fare passi in avanti ulteriori". Adnkronos 8

 

 

 

 

Nazionalismo e caccia ai voti all’estero. Così il Raiss apre il fronte europeo

 

Al centro della riforma presidenzialista di Recep Tayyip Erdogan c’è il trasferimento del potere esecutivo nelle mani del presidente, che potrà nominare e revocare i ministri, emanare decreti e sciogliere il Parlamento, restando anche formalmente leader del suo partito- MARTA OTTAVIANI

 

La posta in gioco è troppo alta e la priorità del capo di Stato turco, Recep Tayyip Erdogan, è quella di vincere, e in modo convincente, il referendum del prossimo 16 aprile, che trasformerebbe la Turchia da una Repubblica parlamentare a una presidenziale, garantendogli per legge lo strapotere che esercita già di fatto da oltre due anni.  

La Germania e l’Olanda hanno rispettivamente un milione e 240mila turchi con diritto di voto. Alle elezioni politiche del novembre 2015, in questi Paesi, l’Akp, il partito di Erdogan, ha preso il 59,7% delle preferenze nel primo e il 73% nel secondo. Alla luce di questi dati non è così difficile comprendere perché il capo dello Stato di Ankara tenesse in particolare modo a fare dei comizi da queste parti, soprattutto se si conta che in patria nei sondaggi il no alla riforma è in netto vantaggio sul sì. Questo, almeno fino a ieri sera. Perché, involontariamente, Germania e Olanda potrebbero avere fatto a Erdogan un triplo, enorme favore.  

Il primo è l’indubbio effetto che queste due crisi diplomatiche ravvicinate, con nazioni da sempre avverse all’ingresso della Turchia nell’Unione europea, sta avendo sull’opinione pubblica della Mezzaluna e che rischia di avvantaggiare, e non poco, il Capo di Stato. Già da parecchi mesi, Erdogan aveva puntato i suoi messaggi elettorali sull’esaltazione dell’identità nazionale, in chiave anti curda. Dopo il fallito golpe dello scorso 15 luglio, quando, secondo Ankara, Bruxelles aveva manifestato con troppo ritardo la sua solidarietà, il presidente ha iniziato a fare leva anche sui sentimenti anti occidentali e anti europei che da tempo covano nella società, dove l’onore e la sacralità dell’identità nazionale vengono prima di ogni altra cosa e dove tutto quello che può essere recepito come offesa a questi può dare luogo a reazioni imprevedibili. Erdogan, che conosce fin troppo bene il suo popolo, ha preso la palla al balzo e, se fino a ieri, si doveva votare sì al referendum per avere una Turchia più stabile e forte, adesso si è aggiunto anche l’aggettivo indipendente, ovviamente dall’Unione europea, che per quelle dietrologie di cui i turchi non riescono proprio a fare a meno, vorrebbe veder vincere il no per indebolire la Mezzaluna e non per lasciare ancora uno spiraglio di vita alla democrazia.  

Il secondo vantaggio è dare a Erdogan un pretesto in più per far saltare il sempre più traballante accordo sui migranti, che il capo di Stato ha usato più di una volta come spada di Damocle sulla testa dell’Europa, soprattutto con la Germania. Ankara continua a premere per avere la somma di denaro pattuita e perché vengano liberalizzati i visti per i cittadini turchi, nonostante non abbia ancora cambiato la legge antiterrorismo, che era una conditio sine qua non per avere il via libera generale ai viaggi nel Vecchio Continente.  

Ma c’è un terzo punto, forse meno evidente, ma altrettanto insidioso. Con il loro atteggiamento, Germania e Olanda hanno indispettito migliaia di turchi che risiedono sul loro territorio, che hanno il diritto di voto nelle consultazioni locali oltre che in quelle turche, ma che soprattutto rischiano di sentirsi rigettati da un’Europa che sul piano dell’integrazione ha già parecchi problemi e polemiche da gestire, anche a causa dell’accordo sui migranti. Se si conta l’ambizione di Erdogan di rappresentare un punto di riferimento per le comunità islamiche all’estero e il rischio permanente di radicalizzazione, il no al presidente turco rischia di trasformarsi in un grosso errore.  LS 13

 

 

 

 

Fine di un incantesimo La prima frenata dei populisti

 

Se la società aperta non sa dire, chiaro e forte, che futuro vuole, lo faranno gli avversari - di Beppe Severgnini

 

Chi crede nella società aperta non deve illudersi, ma può tirare un sospiro di sollievo. Il successo degli xenofobi antieuropei, in Olanda, non c’è stato. Fosse arrivato, avrebbe aperto una stagione pericolosa. L’Europa, che si dice disunita, è invece assai coesa, quando si tratta di condividere allarmi e malumori. Dal faticoso allargamento alla mancata Costituzione, dalla crisi dell’euro alle migrazioni incontrollate, dal terrorismo diffuso al populismo aggressivo: noi europei, in questo secolo, ci condizioniamo a vicenda. È comprensibile. Accade in tutte le famiglie.

Geert Wilders non ha sfondato. Il suo sorriso da gremlin, conosciuti i risultati elettorali, si è trasformato in una smorfia ed è svanito. La diga del buon senso — rappresentato, in Olanda, dal liberaldemocratico Mark Rutte — ha retto. Il leader del Partito per la Libertà — i demagoghi, quando si tratta di scegliere i nomi, dimostrano una certa, involontaria ironia — ha guadagnato solo qualche seggio. Le elezioni politiche dei prossimi dodici mesi — in Francia, in Germania, in Italia — si svolgeranno in modo meno concitato.

È l’uscita da un incubo? No, purtroppo. Ma, forse, è la fine di un incantesimo. L’ascesa dei partiti populisti non è inarrestabile. La storia lo conferma. I leader tribunizi e cinici, capaci di alimentare e sfruttare la rabbia della gente, hanno segnato drammaticamente la storia del Novecento europeo. Altre volte è andata meglio: i tribuni del popolo sono esplosi come fuochi d’artificio, e rientrati nel buio dell’irrilevanza. Il Fronte dell’Uomo Qualunque, nell’Italia degli anni Quaranta, sembrava destinato a un successo travolgente. Ci ha lasciato solo qualche aneddoto e il termine qualunquismo.

L’incantesimo, a poco a poco, ha portato alla rassegnazione. Gli avversari della società aperta — qualunque cosa si possa pensare di loro — hanno invece mostrato passione e proposte. Sconclusionate, magari (nessuno può credere che protezionismo e isolazionismo, alla lunga, portino vantaggi). Ma quelle idee sono state avanzate, ripetute, difese con urla, bugie e tweet. Negli Usa e in Gran Bretagna, in Francia e in Italia, in Polonia e in Ungheria.

I sostenitori della democrazia liberale — chi crede alla circolazione delle idee, all’importanza degli scambi, al valore irrinunciabile della tolleranza — non si sono dimostrati altrettanto intraprendenti. Hanno mostrato una timidezza inspiegabile. Gli avversari si agitavano, e loro stavano a guardare; quelli gridavano, e questi ascoltavano spaventati. Mugugnavano, dimenticando di discutere. Si lamentavano, rinunciando a protestare. Tacevano, invece di ribattere. La capacità di autocritica è diventata autolesionismo.

C’è di peggio. Chi crede nella società aperta non ha saputo profittare delle debolezze degli avversari. Una su tutte: i neo-populisti, talvolta, imbroccano la diagnosi dei mali della società; quasi mai sanno indicare le terapie. I risultati, quando i loro rappresentanti arrivano al potere, lo dimostrano. Qualche esempio? Washington D.C., Londra, Varsavia, la città di Roma. Donald Trump è confuso, Nigel Farage s’è dileguato, il governo polacco è isolato, Virginia Raggi è incagliata.

Ripetiamolo: quanto è accaduto nelle elezioni olandesi è un segnale che non va sottovalutato. Non dimentichiamo che il Trattato che intendeva istituire una Costituzione per l’Europa, firmato il 29 ottobre 2004 dai capi di Stato o di governo dei 25 Stati membri e degli allora 3 paesi candidati, affondò proprio in Olanda, silurato dal referendum del 1° giugno 2005. Tre giorni prima era stato respinto in Francia. Chissà: la riscossa potrebbe partire proprio da questi due Paesi. Che bel regalo, per un’Unione Europea che fra sei giorni festeggia il 60esimo compleanno.

Niente illusioni, tuttavia. Gli avversari della società aperta sono pronti ad approfittare degli errori di chi la difende. Donald Trump, Marine Le Pen, Beppe Grillo e Matteo Salvini — e il loro silenzioso mentore, Vladimir Putin — sanno cosa fare. Chi non la pensa come loro -— e non li vuole al potere — deve rispondere con intelligenza e compassione alle paure che attraversano la società. In materia di immigrazione e occupazione, soprattutto. Se la democrazia europea non sa dire, chiaro e forte, che futuro vuole, lo faranno gli avversari. Quando si tratta di alzare la voce, sono imbattibili. Cds 18

 

 

 

 

USA. Promesse per il futuro

 

Il Washington Post del 22 febbraio 2017 ha pubblicato uno slogan: “Democracy dies in darkness” (la democrazia muore nell’oscurità), reso memorabile in inglese dalla d allitterata. Questo giornale insieme al New York Times e alla CNN è il principale bersaglio degli attacchi di Trump contro i media delle fake news, delle notizie false, della realtà parallela, inventata. Potus (acronimo per President of the US) eletto con i voti dei lavoratori del Midwest, propone il partito repubblicano come partito dei lavoratori. Tende a far sparire o quanto meno a ridurre pubblica istruzione e assistenza sanitaria, rilancia l’industria delle armi di guerra per avere una forza tale da intimidire gli avversari. Compreso il nucleare di cui spesso ha parlato, con singolare interesse. Autorizza oleodotti, rilancia il carbone come primaria fonte di energia e prepara un ordine esecutivo per far uscire gli USA dall’accordo di Parigi sul clima. Spinge all’estremo il discorso nazionalista, rifiuta ogni responsabilità globale. “Mi avete eletto voi, e rispondo solo a voi, non sono il presidente del mondo.” Questo il suo personalissimo modo di fare l’America grande di nuovo.

Presente nel mondo della fantapolitica l’idea di impeachment per il presidente. Pur esistendo validi motivi per farlo, elencati con precisione da alcuni costituzionalisti, manca la maggioranza parlamentare richiesta. Per cercare un raggio di sole, un filo di speranza nel tramonto oscuro della democrazia americana, tanto per usare la metafora del Washington Post, cerchiamo fra le nuove generazioni.

Trovo rassicurante l’immagine pubblica di due discendenti della dinastia Kennedy, pensando che abbiano sia la cultura familiare e accademica che le risorse umane e materiali per portare avanti una proposta politica alternativa a quella oggi vincente, capace di coinvolgere il cuore e la mente di milioni di persone di tutte le classi sociali, fino a portarle alle urne.

Joe Kennedy III, giovane, sorridente, ottimista ed elegante, uno dei peggiori incubi di Potus. 36 anni, nipote dell’ex Ministro della Giustizia Robert Kennedy, è stato eletto due volte al Congresso dal partito democratico, nel Massachusetts. Politico carismatico, capace di attirare le folle, è stato eletto con larga maggioranza. Riporto un suo intervento durante un incontro nella commissione sull’energia ed il commercio. “Mi ha colpito un commento che ho sentito da Speaker Ryan, che ha chiamato il disegno di legge per l’abrogazione dell’Obamacare un “atto di misericordia”. Con tutto il rispetto per l’oratore, io e lui dobbiamo aver letto delle Sacre Scritture diverse… Quelle che ho letto io ci invitano a nutrire gli affamati, vestire gli ignudi, dar riparo ai senza tetto, e confortare i malati. Ci ricordano anche che siamo giudicati non dal modo in cui trattiamo i potenti, ma dal modo in cui ci curiamo dei meno abbienti”.

Caroline Kennedy, figlia del presidente John Kennedy, ambasciatrice in Giappone durante la presidenza precedente, attualmente richiamata in patria, pare che voglia candidarsi per il senato o per il congresso nelle elezioni di mezzo termine del 2018. Sarà lei, la bambina tenuta per mano dalla madre Jacqueline durante il funerale del padre, la prima donna al tavolo ovale della Casa Bianca?

Tenendo presente che l’attuale Potus ha eliminato ogni forma di controllo sulla diffusione e l’uso delle armi, ricordando inoltre i tanti funerali della famiglia Kennedy dovuti a disgrazie o a crimini, non mi resta che augurare miglior sorte a questi discendenti della dinastia, ovvero di non essere bersagli dei proiettili di un folle o di quelli di un cecchino, esperto professionista ben pagato. Emanuela Medoro, de.it.press 15

 

 

 

Immigrazione, giudice Hawaii blocca nuovo bando: Trump furioso

 

Un giudice federale nello stato delle Hawaii ha bloccato a livello nazionale la nuova versione del decreto anti-immigrazione deciso dall'amministrazione Trump, che sarebbe dovuto entrare in vigore oggi, quando in Italia erano le cinque del mattino. Secondo il giudice Derrick Watson, la sospensione per 90 giorni degli ingressi negli Stati Uniti per i cittadini di sei Paesi a maggioranza musulmana è una discriminazione religiosa che viola la Costituzione americana. Il divieto danneggerebbe inoltre il settore turistico delle Hawaii e la possibilità di accogliere studenti e lavoratori stranieri.

La decisione è stata definita dal presidente americano Donald Trump "un abuso di potere senza precedenti". Partecipando a un incontro pubblico a Nashville, il tycoon ha affermato che "la sentenza indebolisce il sistema di azione politica" e che, se necessario, andrà sino alla Corte suprema degli Stati Uniti per far valere le sue ragioni. "Lotteremo e vinceremo", ha tuonato Trump.

 

Trump:"Sentenza politica che ci indebolisce"

"Non pensate che questo giudice abbia agito così per motivi politici? No?". Ha provocato così i fischi ed i boati della folla di sostenitori al comizio di Nashiville Donald Trump che non ha nascosto la rabbia contro la decisione del giudice federale delle Hawaii che ha bloccato, poche ore prima della sua entrata in vigore, il nuovo travel ban. "Una sentenza politica che ci fa apparire più deboli" ha aggiunto il presidente che sostiene che la misura è tesa a scongiurare il rischio che entrino nel Paese terroristi provenienti dai sei Paesi inseriti nella lista nera.

Annunciando che farà ricorso contro questa decisione "fino alla Corte Suprema", Trump ha espresso la convinzione che "vinceremo, il pericolo è chiaro, la legge è chiara, la necessità di un mio ordine esecutivo è chiara". Trump non ha risparmiato attacchi neanche alla Corte d'appello del nono circuito, che lo scorso febbraio fermò il primo travel ban, affermando che la sentenza di ieri è stata "ritagliata sui diktat della sentenza sbagliata" di allora che costituisce un "abuso giuridico senza precedenti".

Nella foga Trump però poi fornisce argomenti al giudice delle Hawaii, che ha riscontrato che questo nuovo decreto non ha eliminato il pregiudizio anti Islam contenuto nel primo, affermando che "questa è una versione annacquata della primo, ma fatemi dire una cosa: dovremmo tornare direttamente alla prima versione che era quella che io volevo dall'inizio".

Insomma, parole di fuoco contro i giudici, toni assolutamente insoliti per un presidente degli Stati Uniti, come ha riconosciuto, con un mix di vittimismo e sfrontatezza che è una delle principali chiavi di successo con la sua base elettorale, lo stesso Trump. "Devo essere buono altrimenti verrò criticato perché parlo male dei nostri tribunali - ha detto con tono sarcastico alla folla di sostenitori - con tutte le persone disoneste al mondo, sarò io ad essere criticato". Adnkronos 16

 

 

 

 

Usa e commercio internazionale. Addio di Trump al Wto?

 

Forse gli europei decideranno di aumentare i loro bilanci per la difesa per sventare il disimpegno degli Stati Uniti dalla Nato, e probabilmente si doteranno anche di nuovi strumenti di sicurezza.

 

Ma sulla politica commerciale ci sarà poco da fare per evitare il collasso dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), pilastro e garante delle regole degliscambi internazionali, se Trump darà seguito ai propositi di abbandonarla, dissociandosi dall’organismo di risoluzione delle controversie.

 

Ideato, non a caso, nel contesto della liberalizzazione globale sancita nel 1994 a conclusione dell’Uruguay Round, il meccanismo è stato creato con l’obiettivo di evitare guerre commerciali, sanando i contenziosi mediante la pronuncia di un panel di esperti selezionati per consenso, cui tutti gli Stati, senza differenziazione alcuna, sono tenuti ad adeguarsi. Si prevedono compensazioni per il danno subito dalla controparte e, se del caso, la modifica della legislazione nazionale in violazione delle regole comuni.

 

La fine di un’epoca

Questo organismo è più di altri simbolico del clima di un’epoca, quella appunto della liberalizzazione globale. Regole valide per tutti, rimedi applicabili ugualmente a tutti. Un regime in teoria egalitario, ma che di fatto avrebbe premiato gli interessi dei grandi protagonisti del commercio mondiale - l’Occidente e, in particolare, Washington -, in grado di far valere la propria supremazia nei rapporti di forza.

 

L’emergere di altri protagonisti (in primis la Cina, che ha aderito al Wto nel dicembre 2002), e la loro assertività nella difesa dei propri interessi, hanno scardinato un funzionamento che era dato per scontato.

 

Più di una volta, gli stessi Stati Uniti sono stati ripresi per la loro condotta commerciale e invitati ad adeguarsi: valga per tutte, la bocciatura delle misure anti-dumping sulle importazioni di acciaio dalla Cina, adottate a fronte di forti pressioni dei produttori nazionali. Nel caso in cui, tra l’altro, la Cina dovesse acquisire lo status di “economia di mercato” (cui aspira nonostante le carenze dei suoi comportamenti rispetto alle regole liberali e l’opposizione europea), sarà molto più difficile ricorrere a misure difensive per contrastarne le violazioni.

 

America first!

Il sistema multilaterale degli scambi aveva già perso slancio con l’incalzante tendenza al regionalismo, in particolare con i vistosi progetti lanciati dall’amministrazione Obama: il Tpp, già negoziato con dieci paesi del Pacifico (esclusa la Cina), e il negoziando Ttip con l’Europa.

 

Ma Trump va drasticamente oltre. “Il Wto è un disastro” aveva preconizzato durante la campagna elettorale; e le nomine di esperti notoriamente sulla stessa lunghezza d’onda come Wilbur Ross, Robert Lighthizer e Peter Navarro ai posti chiave della politica commerciale hanno confermato il giudizio della prima ora.

 

Hanno fatto seguito il tempestivo ritiro dal Tpp e l’accantonamento del Ttip (che peraltro preoccupava molti europei soprattutto con riferimento agli standard sanitari e ambientali), nonché il continuo richiamo all’imposizione di dazi laddove le importazioni vengano ritenute a detrimento dei lavoratori americani o della valorizzazione di risorse locali.

 

Il commercio, prima ancora delle spese per la Nato - e della disaffezione, già annunciata, verso Onu, Consiglio diritti umani, Agenzia per i rifugiati, Agenzia per i palestinesi ed altre organizzazioni multilaterali -, è destinato ad essere un test del proclamato principio “America first” e della fine dell’ordine commerciale mondiale un tempo governato e difeso anzitutto da Washington.

 

Mani libere. D’ora in avanti, se il documento annuale sulla politica commerciale inoltrato dall’amministrazione Trump al Congresso dovesse passare, l’America applicherà i propri strumenti legislativi (le sezioni 201 e 301 del Trade Act del 1974) che prevedono la possibilità di aumentare le tariffe doganali o imporre quote di importazione o altre sanzioni in caso di comprovato danno o di pratiche commerciali scorrette secondo un giudizio nazionale esclusivo.

 

Le conseguenze per l’Ue

Non sfugge il potenziale dirompente di un tale approccio per l’Europa, che ha fatto del multilateralismo e delle regole multilaterali un asse portante delle sue pratiche commerciali, e che si accinge a identificare nella crescita economica e nell’occupazione i pilastri del suo rilancio.

 

Perché una contrazione dei commerci internazionali indotta dal protezionismo americano avrebbe inevitabilmente conseguenze vistose sulle economie di altri Paesi, determinando un circuito vizioso di risposte e contro-risposte. Guerre commerciali? Forse, ma quantomeno uno scenario di incertezza e instabilità dei mercati che per definizione rappresenta un problema per gli operatori economici, compresi quelli dei Paesi commercialmente più attrezzati.

 

Angela Merkel non potrà non evocarne i termini, anche per conto dell’Europa, nella sua missione negli Stati Uniti. Tra l’altro, ironia della sorte, la Gran Bretagna, nel lasciare il mercato unico europeo, sta puntando proprio sul recupero della sua proiezione commerciale mondiale nel momento in cui un partner di tale rilievo ripiega sul protezionismo.

 

Vi è chi rileva che oggi gli Stati Uniti hanno deficit commerciale con oltre 100 Paesi. Come dire che il fenomeno è strutturale, che la domanda al consumo eccede l’offerta, e che barriere imposte a un Paese potrebbero tradursi in aumento del deficit con altri.

 

Senza contare che gran parte della produzione avviene ormai tramite le catene del valore transnazionali, sviluppatesi appunto con la liberalizzazione globale dei mercati cui proprio l’organismo di risoluzione delle controversie ha inteso porre un argine. Un cambiamento radicale di passo da parte americana, ove effettivamente applicato, equivarrebbe a una rivoluzione epocale.

Laura Mirachian, AffInt 16

 

 

 

 

Mario Giro: "Errori e lentezze dell’Europa, ma per la pace bisogna riuscire a dialogare con tutti"

 

Mario Giro, vice-ministro degli Esteri e responsabile della Cooperazione è a Parigi dove il governo Hollande, sull'esempio dell'Italia, ha appena decretato l'apertura dei corridoi umanitari per i profughi siriani.

Nell'intervista rilasciata al Fatto Bashar al-Assad critica l'Europa per la presenza dei jihadisti in Siria e anche per la situazione dei profughi. Critiche, pur provenienti da un dittatore, in qualche modo condivisibili?

Dico subito che nel conflitto siriano l'Italia non si è schierata al contrario di altri partner europei. Si è astenuta dall'accondiscendere a un conflitto che compie 6 anni con centinaia di migliaia di vittime, milioni di profughi, anche ricordando l'errore commesso da altri nel recente passato, e penso alla Libia. Era chiaro sin da subito che in questa guerra non c'erano buoni. Posso apprezzare la chiamata al dialogo annunciata da Assad, anche se mi viene da dire: era ora... Spero possa essere in grado di riunire davvero tutti i paesi interessati, dall'Arabia Saudita agli Usa e che conferma proprio quanto sia stato saggio non schierarsi.

L'Italia ha avuto posizioni meno critiche di altri in Europa nei confronti di russi e iraniani molto influenti con il regime siriano. Siamo in grado di poter svolgere ancora un ruolo di mediazione?

Quando Assad dice che non c'è più equilibrio all'Onu da quando non c'è più l'Unione Sovietica sottolinea una questione che a molti può sembrare non rilevante ma della quale va tenuto conto: per tanti Stati se le Nazioni Unite hanno perso reputazione vuoi dire che non le riconoscono più influenza e dunque capacità di mediazione. Purtroppo con Mosca e Teheran s'è persa l'occasione di coinvolgerli politicamente prima che si auto-coinvolgessero militarmente; siamo ancora disponibili a usare le nostre capacità di mediazione. Certo, 6 anni dopo è molto più difficile riuscire a tornare a una situazione accettabile, dopo che intere città- come Aleppo - non ci sono praticamente più. Tornare al prima è complicato e c'è l'amarezza di aver lasciato andare la guerra.

Tempo è stato perso anche per l'ordine sparso in cui si è mossa l'Europa, come sulla questione dei rifugiati?

Ordine sparsissimo purtroppo. Ma abbiamo un altro fronte sul quale cercare di non ripetere l'errore: la Libia. Siamo impegnati in un faticoso lentissimo lavoro di dialogo tra le fazioni; abbiamo ottenuto l'embargo delle armi pesanti, che può apparire di poco conto, ma ha permesso che le città restassero in piedi, evitare la completa discesa all'inferno come in Siria. E i libici vivono ancora tutti nel loro paese, non come i siriani.

Anche in Libia bisogna avere a che fare con la Russia.

Se i russi possono aiutare a trovare una soluzione, ben vengano. I tempi di ricomposizione di un Paese frantumato sono sempre molto lunghi: guardiamo a cosa è accaduto in Siria, ma anche in Yemen, e ancor prima in Iraq. Non ci sono soluzioni miracolistiche, ma qualcosa è stato fatto e se i libici cominciassero a scappare non potrebbero che venire da noi. Perciò a strumenti come i corridoi umanitari che dimostrano di funzionare, al contrario delle relocation, ne vanno aggiunti altri, come il migration compact, ancora in discussione all'Europarlamento. A ostacolare la ricerca di soluzioni efficaci c'è anche il "fronte interno" tanto più ora che c'è odore di elezioni: l'ascesa di populismi contagiosi, mentre da noi manca ancora la legge sull'integrazione che dovrebbe essere argomento bipartisan. Sui migranti prevale una narrazione "cattivista", che contrappone italiani in difficoltà - i poveri di casa nostra - e chi manipola la loro rabbia, contro l'immigrato usurpatore. Così si prolunga solo l'esistenza di ghetti come quello di Rignano Garganico.  Stefano Citati, IFQ 15

 

 

 

 

Passo indietro su voucher e appalti, cancellato il referendum del 28 maggio

 

Il Consiglio dei ministri modifica le regole contestate dalla Cgil. Per i buoni lavoro previsto un periodo transitorio sino alla fine dell’anno. Ma ora spunta l’idea di rilanciare il «job on call» - PAOLO BARONI

 

ROMA  - Via libera del Consiglio dei ministri al decreto che cancella completamente i voucher.  

L’effetto però non sarà immediato, infatti, come ha spiegato ieri il premier è stata prevista una fase transitoria «per evitare impatti negativi», in pratica dall’entrata in vigore del decreto chi ha comperato i buoni lavoro potrà utilizzarli sino alla fine dell’anno. Dal 2018 poi saranno aboliti del tutto. In parallelo il cdm ha ripristinato anche la responsabilità solidale negli appalti, altra questione finita nel mirino della Cgil . In questo modo il referendum convocato per il 28 maggio è completamente superato ed il governo può tirare un sospiro di sollievo.  

 

«Dividere il pese tra chi demonizza lo strumento dei voucher e chi ne voleva circoscrivere i limiti sarebbe stato solo un errore per l’Italia - ha spiegato Paolo Gentiloni -. Ora con questa decisione si libera il tavolo da una discussione ideologica che non ci avrebbe aiutato e che non ridimensiona ma conferma il nostro impegno per regolare in modo moderno e avanzato il mercato del lavoro. Lo faremo individuando uno strumento all’altezza che possa dare una risposta a questa esigenza».  

«Abbiamo deciso che per affrontare questi temi era più facile abrogare la norma e ripartire dal confronto già in corso con sindacati e imprese» ha spiegato a sua il ministro del Lavoro Giuliano Poletti. Che no sottovaluta il problema del lavoro nero, ma spiega: «Con l’abolizione dei voucher il rischio di aumento del lavoro nero esiste. Ma non dimentichiamo che il lavoro nero è vietato. Dobbiamo partire dall’idea che le imprese devono fare le cose secondo la legge ed è doveroso pensare che i rapporti di lavoro vengano regolati dai contratti di lavoro».  

 

Mentre tutto il mondo delle imprese, da Confindustria a Coldiretti da costruttori dell’Ance a Confcommercio e Confesercenti protesta, la Cgil con Susanna Camusso canta vittoria. «Ma non era in corso una gara con la Cgil - spiega il ministro in conferenza stampa - il problema era regolare al meglio queste materie». Detto questo «non è previsto un cambio di passo nelle politiche del governo sul lavoro perché il voucher non era materia del jobs act, affrontiamo un tema che doveva essere affrontato». 

 

A breve il governo dovrà dunque trovare una alternativa ai buoni lavoro, sia per offrire uno strumento alle famiglie per retribuire i piccoli lavoretti occasionali, sia per assicurare alle imprese un utile strumento di flessibilità. Una ipotesi, in quest’ultimo caso, potrebbe prevedere un allargamento della possibilità di utilizzare il «job on call», il lavoro a chiamata, oggi limitato ai giovani con meno di 24 anni e agli over 55. «Avevamo la risposta sbagliata ad una esigenza giusta e all’esigenza ora ci rivolgeremo con un confronto già nelle prossime settimane con le parti sociali e con il Parlamento» ha spiegato Gentiloni «Individueremo strumenti efficienti e moderni per regolare il lavoro saltuario e temporaneo». 

LS 17

 

 

 

Le ipotesi

 

Nella realtà, che stiamo vivendo, non c’è più posto per i livori e le critiche. Del resto, lo abbiamo sempre scritto: fare politica non è fare diplomazia. I rischi ci sono. Anche perché, non sempre, l’idea si sposa con l’azione. Anche se siamo ancora agli inizi di questo 2017. Il passato non è da dimenticare; giacché potrebbe servirci  da lezione.

 

   L’Italia ha da ritrovare la via per uscire, con dignità, dal periodo negativo di questi anni del Nuovo Millennio. Insomma, c’è tutta una nuova strategia da scoprire e applicare ai fatti. Se gli attuali abbinamenti di Governo sono ancora sostenuti dagli interessati, riteniamo che non possano essere supportati dagli altri per molto tempo ancora. Con il futuro della Penisola non si può scherzare. Il Paese ha da recuperare quella fiducia che aveva in area UE e a livello internazionale. In politica, nessuno sarebbe degno di lanciare la prima pietra. Perché se le idee erano irreprensibili, non sempre lo sono stati gli uomini che le hanno utilizzate per portare “acqua” ai propri Partiti.

 

Sarà il Popolo italiano a decidere del suo avvenire. Del resto, l’impegno che chiediamo al nostro Potere Legislativo, lo ribaltiamo anche al Potere Esecutivo. Dopo le imposizioni fiscali e le nuove norme antievasione, ci sono delle scelte sociali da fare ed in fretta. La scena politica è in evoluzione; questo è certo. L’importante è evitare grossolani errori di percorso.

 

Comprendiamo che i partiti di oggi non possono rinnegare le loro diverse origini, ma sono in grado di supportare un sostanziale rinnovamento istituzionale. Quello che vediamo all’orizzonte non dovrebbe più pesare solo sulle spalle del cittadino. Qualche rinuncia al vertice, andrà a favorire una ripresa alla base. Quella ripresa indispensabile per rimettere in attività l’Azienda Italia. Questa Legislatura, che non dovrebbe protrarsi per più dell’anno, può rappresentare una via per ridare al Paese una prospettiva per il futuro. Questa volta, però, con strategie che tengano conto di chi intende “prendere” nei confronti di chi è disposto a “dare”.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Biotestamento, legge alla Camera. I punti chiave

 

Dopo tre rinvii la legge sulle dichiarazioni anticipate di trattamento, il cosidetto testamento biologico, arriverà oggi in Aula alla Camera. Si tratta di un provvedimento complesso che tenta di unificare varie proposte di legge e regolamentare il tema del fine vita, da sempre oggetto di ostruzionismo e tornato al centro dell'attenzione pubblica con il caso di Dj Fabo, l'ex musicista cieco e tetraplegico scomparso lo scorso 27 febbraio dopo essersi sottoposto al suicidio assistito in Svizzera. La legge sul biotestamento, secondo la relatrice Donata Lenzi (Pd) rappresenta un testo "equilibrato" che "valorizza la relazione tra medico e paziente, nel pieno rispetto dell'articolo 32 della Costituzione e non si occupa del problema dell'eutanasia". Vediamo, nel dettaglio, i principali punti contenuti nel testo di legge:

CONSENSO INFORMATO - L'articolo 1 prevede che nessun trattamento sanitario possa essere iniziato o proseguito se privo del consenso libero e informato della persona interessata. Pertanto viene promossa e valorizzata la relazione di cura e di fiducia tra paziente e medico, nella quale sono coinvolti, se il paziente lo desidera, anche i suoi familiari. Conseguentemente, ogni persona ha il diritto di conoscere le proprie condizioni di salute e di essere informata in modo completo e a lei comprensibile riguardo alla diagnosi, alla prognosi, ai benefici e ai rischi degli accertamenti diagnostici e dei trattamenti sanitari, nonché riguardo alle possibili alternative e alle conseguenze dell'eventuale rifiuto del trattamento sanitario e dell'accertamento diagnostico o della rinuncia ai medesimi.

Allo stesso modo, ogni paziente può rifiutare in tutto o in parte di ricevere le informazioni ovvero indicare i familiari o una persona di sua fiducia di ricevere le informazioni in sua vece. Il rifiuto o la rinuncia alle informazioni e l'eventuale indicazione di un incaricato vengono registrati nella cartella clinica o nel fascicolo elettronico. Per quanto riguarda l'espressione del consenso, questo è formulato in forma scritta ovvero, nel caso in cui le condizioni fisiche del paziente non lo consentano, mediante strumenti informatici di comunicazione.

REVOCHE O MODIFICHE

Il comma 5 sottolinea che ogni persona maggiorenne e capace di intendere e di volere ha il diritto di accettare o rifiutare qualsiasi accertamento diagnostico; ha, inoltre, il diritto di revocare in qualsiasi momento il consenso prestato, anche quando la revoca comporti l'interruzione del trattamento, ivi incluse la nutrizione e l'idratazione artificiali. L'accettazione, la revoca e il rifiuto sono annotati nella cartella clinica o nel fascicolo sanitario elettronico. Il rifiuto del trattamento sanitario indicato o la rinuncia al medesimo non possono comportare l'abbandono terapeutico. Sono quindi sempre assicurati il coinvolgimento del medico di famiglia e l'erogazione delle cure palliative di cui alla legge 38/2010. Il medico è tenuto a rispettare la volontà espressa dal paziente e in conseguenza di ciò è esente da responsabilità civile o penale.

MINORI E INCAPACI DI INTENDERE E VOLERE

L'articolo 2 chiarisce che la persona minore di 18 anni e la persona legalmente incapace o sottoposta ad amministrazione di sostegno, qualora quest'ultimo incarico preveda anche l'assistenza e la rappresentanza in ambito sanitario, ha diritto alla valorizzazione delle proprie capacità di comprensione e di decisione, ricevendo informazioni sulle scelte relative alla propria salute in modo consono alle sue capacità ed esprimendo la propria volontà. Il consenso informato è espresso dai genitori esercenti la responsabilità genitoriale o dal tutore o dall'amministratore di sostegno, tenuto conto della volontà della persona minore di età o legalmente incapace o sottoposta ad amministrazione di sostegno.

DISPOSIZIONI ANTICIPATE DI TRATTAMENTO - DAT

In previsione di una futura incapacità di autodeterminarsi, l'articolo 3 riconosce ai maggiorenni e alle persone capaci di intendere e di volere la possibilità di ricorrere alle Disposizioni anticipate di trattamento – DAT per esprimere le proprie convinzioni e preferenze in materia di trattamenti sanitari nonché il consenso o il rifiuto rispetto a scelte terapeutiche e a singoli trattamenti sanitari ivi comprese le pratiche di nutrizione e idratazione artificiali. Le DAT devono essere redatte in forma scritta, datate e sottoscritte davanti a un pubblico ufficiale, a un medico o a due testimoni o attraverso strumenti informatici di comunicazione. Con la medesima forma sono rinnovabili, modificabili e revocabili in ogni momento.

LA FIGURA DEL FIDUCIARIO

Tramite le DAT può essere anche indicata una persona di fiducia, il cosiddetto 'fiduciario', da cui essere rappresentato nelle relazioni con il medico e con le strutture sanitarie. Il medico è tenuto al pieno rispetto delle DAT le quali possono essere disattese, in tutto o in parte, dal medico, in accordo con il fiduciario, qualora sussistano motivate e documentabili possibilità, non prevedibili all'atto della sottoscrizione, di poter altrimenti conseguire concrete possibilità di miglioramento delle condizioni di vita. Nel caso in cui le DAT non indichino un fiduciario vengono sentiti i familiari.

PIANIFICAZIONE CONDIVISA DELLE CURE TRA IL PAZIENTE E IL MEDICO

L'articolo 4 regolamenta la Pianificazione condivisa delle cure tra il paziente e il medico, alla quale il medico è tenuto ad attenersi qualora il paziente venga a trovarsi nella condizione di non poter esprimere il proprio consenso o in una condizione di incapacità. Il paziente e, con il suo consenso, i suoi familiari, sono adeguatamente informati, a proposito del possibile evolversi della patologia in atto, di quanto il paziente può realisticamente attendersi in termini di qualità della vita, delle possibilità cliniche di intervenire, delle cure palliative.

Il paziente esprime il proprio consenso rispetto a quanto indicato dal medico e i propri intendimenti per il futuro, compresa l'eventuale indicazione di un fiduciario. Il documento scritto, o video registrato, è sottoscritto o validato dal paziente e dal medico curante e inserito nella cartella clinica o nel fascicolo sanitario elettronico e ne viene data copia al paziente. Il documento di pianificazione delle cure può essere sempre modificato dal paziente.

Adnkronos 13

 

 

 

 

Delegazione del CGIE ha incontrato il ministro del Lavoro e delle Politiche sociali Giuliano Poletti

 

ROMA - Il 1° marzo scorso si è svolto a Roma un incontro tra una delegazione del CGIE e il ministro del Lavoro Giuliano Poletti; al centro dell’incontro la questione della nuova emigrazione italiana e la necessità di affrontare in modo non episodico e con misure specifiche le urgenze che essa pone sul versante dell’orientamento dei nuovi migranti sia alla partenza che all’arrivo e di predisporsi a recuperare almeno in parte le competenze e il patrimonio umano e professionale in uscita.

La delegazione del CGIE, composta dai componenti del Comitato di presidenza Rodolfo Ricci e Gianluca Lodetti, dai consiglieri Anna Ginanneschi, Fabrizio Benvignati e Andrea Malpassi e accompagnata dal segretario esecutivo del CGIE, Cons. Amb. Fabrizio Inserra, ha illustrato al ministro la consistenza e la tipologia della nuova emigrazione italiana così come emerge da una comparazione ponderata tra i dati Istat e quelli di diversi paesi meta dei flussi migratori, in particolare Germania e Gran Bretagna e da diverse ricerche sul campo.

Da ciò si evince che il flusso di nuova emigrazione risulti essere negli ultimi 5 anni più alto di quanto registrato dai dati ufficiali italiani relativi alle cancellazioni di residenza; il livello medio-alto di qualificazione dei nuovi migranti, il fatto che non si registrino corrispondenti flussi in ingresso,  la circolarità e precarietà dei nuovi progetti emigratori, la tendenza a rendere stabile l’uscita dal nostro paese, costituiscono una questione di rilievo nazionale non secondaria.

Tanto più che vi sono alcuni paesi che colgono l’opportunità di capitalizzare questi flussi all’interno dei loro progetti di contenimento dei rispettivi deficit demografici e di competenze praticando una competizione che ingloba il fattore umano nelle loro strategie di sviluppo di lungo termine.

Il rischio molto concreto è che il processo diventi strutturale e che in assenza di misure adeguate le persone vivano come definitiva la loro scelta di abbandonare l’Italia con conseguenze che possono essere l’opposto di quanto previsto in ambito di libera ed equilibrata circolazione delle forze di lavoro anche in ambito di U.E.

La delegazione del CGIE ha quindi proposto al ministro Poletti di rendere stabile e continuativa l’interlocuzione su questo tema e di individuare rapidamente alcune misure che intanto rendano concretamente visibile l’interesse e l’impegno del nostro paese per le persone in uscita, consentendo di mantenere con esse un vincolo positivo nella prospettiva di una valorizzazione delle competenze acquisite all’estero, auspicando che le condizioni del paese migliorino e ne consentano il rientro e l’occupabilità.

Da questo punto di vista, il ministero del Lavoro è l’attore istituzionale prioritario e in grado di coordinare azioni che possono contare sulla disponibilità già manifestata di altre reti istituzionali e sociali (Regioni, parti sociali, strutture di servizio, patronati e associazioni, ecc.) che possono essere attivate in un progetto a rete con sue diramazioni sia in Italia che all’estero.

Il ministro Poletti ha replicato ritenendo importanti le sollecitazioni poste dal CGIE e condiviso il rilievo nazionale della questione della nuova emigrazione. Rispetto alla sua complessità multifattoriale, secondo il ministro, è necessario affrontarla in termini di partnership istituzionale e sociale e rispetto a ciò il ministero del Lavoro è pronto a fare la sua parte.  Il ministro Poletti si è quindi impegnato a verificare quali risorse possono essere attivate all’interno della struttura ministeriale per sviluppare assieme al CGIE una o più misure pilota in grado di indirizzare un complesso di interventi che consentano di rispondere alle necessità emerse e che potranno contare sull’apporto conoscitivo e operativo dei diversi soggetti.  Riconoscendo la necessità di una continuativa e stabile relazione con il CGIE su questo e su altri temi che riguardano le nostre collettività emigrate, il ministro del Lavoro ha infine accolto l’invito a partecipare alla Assemblea Plenaria del CGIE che si svolgerà a Roma alla fine del mese di marzo.  (Inform 6)

 

 

 

 

Ritroviamoci

 

Se fosse ragionevole azzardare delle previsioni sul futuro d’Italia e d’Europa, noi saremmo molto cauti. I motivi sono molteplici. Intanto, l’Unione Europea presenta ancora delle difformità socio/politiche che evidenziano, anche all’occhio più distratto, “diversità” comportamentali spesso dipendenti dall’importanza economica dei Paesi membri. Tra impegno concreto e buona volontà, c’è un abisso che non riteniamo colmabile in tempi ragionevolmente contenuti. L’Europa stellata non è ancora un’omogenea realtà; e non solo sotto il profilo politico.

 I partiti sono differenti. Non tanto nel nome, quanto negli obiettivi da conseguire. Non sarebbe, però, corretto scrivere di un’UE di serie “A” e una di serie”B”. Ci sembra, invece, più appropriato prendere in esame, e paragonare, gli impegni e le mete proprie dei Paesi membri. Soprattutto di quelli che sono considerati gli Stati fondatori della grande Europa. Ciò premesso, si andrebbe a tracciare una “scaletta” dove l’Italia sarebbe lontana dalla”vetta”. Non perché peggiore di altri Stati, ma solo per l’incoerenza politica che s’è evidenziata in quest’ultimo biennio.

I partiti nazionali non hanno ancora trovato parametri di riscontro che ne favoriscano la collaborazione. Pur rimanendo, ovviamente, su posizioni non necessariamente “allineate” tra loro. Invece, si preferisce ancora tergiversare e gli efetti si vedono a tutto campo. Nella stessa Maggioranza, Renzi non è in una posizione privilegiata, né riteniamo che lo sarà in futuro. Da subito, non ci siamo schierati perché intendevamo, come intendiamo, verificare ancora i risultati della sua politica non solo governativa, ma anche all’interno del PD del quale è ancora il Segretario.

 Da noi, la politica è tuttora un’incognita della quale c’è poco da fidarsi. L’esame degli eventi di questo scorcio di 2017 conferma, purtroppo, le nostre tesi. Quando un Esecutivo non trova l’”appoggio” solidale di una maggioranza parlamentare, poco convita della linea governativa, c’è poco da sperare.

 Mentre c’è ancora dissenso sul futuro Potere Legislativo, l’economia nazionale torna a segnare il passo. La scienza dei numeri non conforta la realtà dei fatti. Solo il buon senso potrebbe avere gioco. Ne siamo convinti. Ritrovando una linea operativa coesa e meno partigiana, anche l’Italia potrebbe essere in grado di recuperare la sua posizione in UE. L’Italia ha da ritrovare un equilibrio che tenga conto di tante riflessioni. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Sardegna, la Consulta regionale dell’Emigrazione approva contributi ai Circoli

 

CAGLIARI - La Consulta regionale dell’Emigrazione si è riunita a Cagliari sotto la presidenza dell’assessore del Lavoro Virginia Mura, e ha approvato con voto unanime il Piano Triennale di interventi per il 2017-2019 e il Programma annuale 2017.

Le somme per le politiche per l’emigrazione sono le stesse dell’anno scorso, due milioni di euro, e così pure la loro ripartizione tra circoli, federazioni e associazioni di tutela da destinare a spese di funzionamento e per le attività.

Quest’anno l’assessore Mura ha convocato la Consulta con largo anticipo per mettere a punto il Piano Triennale e il Programma annuale, in modo che sia tutto pronto e si evitino tempi lunghi una volta approvato il bilancio della Regione. L’assessore ha ricordato che la Giunta ha già licenziato la manovra finanziaria per il 2017 e l’ha inviata al Consiglio regionale, ma che la stessa non potrà essere esaminata prima che sia riapprovata la legge finanziaria del 2016 con le osservazioni fatte della Corte Costituzionale.

Alla riunione della Consulta hanno partecipato il vicepresidente vicario Domenico Scala (Svizzera), la vicepresidente Serafina Mascia (Fasi), Vittorio Vargiu (Argentina), Gisella Porcu (Brasile), Gianni Manca (Germania), Carlo Murgia (Belgio), Francesco Laconi (Francia), Gianni Garbati (Spagna), Tonino Mulas (Fasi), gli esperti Franco Siddi, Elio Turis, Carlo Manca, Jan Lai (Filef), Antonino Casu (Aitef), Pierpaolo Cicalò (Faes), Maria Eleonora Di Biase (Cgil).

L’assessore è stata affiancata dal dirigente del servizio Antonia Cuccu e dal responsabile del settore emigrazione Nicola Saba.

La Consulta ha approvato un ordine del giorno in cui apprezza la decisione di ricorrere alla programmazione triennale delle attività, dei progetti regionali, dei piani di spesa e di rendicontazione. In questo modo si eviteranno le rigidità imposte dalla nuova legge di contabilità sul bilancio armonizzato.

Nel documento approvato dalla Consulta rileva “la scarsità delle risorse messe a disposizione per  assolvere i compiti della promozione della Sardegna, in una fase di nuova emigrazione giovanile, in gran parte di elevata qualificazione, e di trasformazione dell’emigrazione organizzata dei circoli sardi”.

Dopo un’analisi approfondita delle azioni da mettere in campo la Consulta chiede che a partire dal 2017 ci sia “un incremento delle risorse a favore delle politiche per l’emigrazione finalizzate alla realizzazione di un progetto culturale straordinario che ricordi  attraverso i circoli due grandi figure di sardi: Grazia Deledda nel 90° anniversario della consegna del Premio Nobel per la Letteratura, e Antonio Gramsci, pensatore sardo studiato in tutto il mondo, nell’80° anniversario della morte”.

Inoltre la Consulta ha proposto il finanziamento e il rilancio di un organo di informazione per l’emigrazione, un giornale in formato digitale che faccia capo all’Assessorato del Lavoro e alla Consulta, e che permetta di proseguire la funzione storica svolta dal Messaggero Sardo.

Infine ha proposto un progetto di ricerca e rilevamento dei giovani sardi nel mondo che coinvolga i territori e le comunità locali, partendo dai Comuni e che veda coinvolti  la Giunta regionale  e gli assessorati degli Enti Locali e del Lavoro. Messaggero Sardo

 

 

 

 

Finte iscrizioni all’AIRE, si intensificano i controlli del Fisco

 

ROMA - La quasi totalità dei cittadini italiani iscritti all’AIRE è “regolare”, cioè risiede effettivamente e permanentemente all’estero. Ma, secondo il Fisco italiano, ci sono anche alcuni furbetti che utilizzano l’iscrizione all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero per eludere od evadere le tasse italiane. 

Ce lo spiega il provvedimento dell’Agenzia dell’Entrare n. 43999 appena emanato ed il cui titolo è autoesplicativo: “Modalità di acquisizione dei dati dei richiedenti l’iscrizione all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero e definizione dei criteri per la formazione delle liste selettive per i controlli relativi ad attività finanziarie e investimenti patrimoniali esteri non dichiarati”. 

Secondo quanto dichiarato dalla direttrice dell’Agenzia delle Entrate Rossella Orlandi l’elenco delle posizioni anomale verrà stilato dall’Agenzia utilizzando un applicativo informatico, chiamato So.No.Re. (Soggetti Non Residenti)  ed incrociando le informazioni disponibili nella banca dati dell’Agenzia con i dati dello spesometro ed i dati derivanti dallo scambio di informazioni attivato sulla base di direttive europee ed accordi internazionali. Un ulteriore contributo importante verrà dato anche dai Comuni, che, dopo sei mesi dalla richiesta di inserimento nel registro Aire da parte del soggetto che vuole trasferire la residenza, dovranno comunicarne l’iscrizione all’Agenzia, in base ad una convenzione stipulata con il ministero dell’Interno. Inoltre i Comuni avranno l’obbligo di comunicare alle Entrate i dati di chi ha richiesto l’iscrizione all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero a partire dal 1° gennaio 2010. 

Per la partenza della campagna di controlli sulle finte residenze all’estero l’amministrazione finanziaria ha disposto numerosi indicatori, innanzitutto tramite una serie di “rilevazioni” ricavate dai dati già presenti in Anagrafe tributaria: movimenti di capitale da e verso l’estero trasmessi da banche e intermediari finanziari, atti del registro, informazioni trasmesse da datori di lavoro o enti previdenziali sui redditi percepiti, utenze domestiche (elettricità, acqua, gas e telefono) attive in Italia, cariche sociali, versamenti di contributi per colf e badanti, operazioni rilevanti ai fini IVA, mancata adesione alla “voluntary disclosure” etc. Queste informazioni consentiranno  la formazione delle cosiddette  “liste selettive” per i necessari controlli (articolo 83, comma 17-bis, Dl 112/2008, come modificato dall’articolo 7, comma 3, Dl 193/2016). Si tratterà di un flusso informativo su soggetti “selezionati perché sospetti” con cui arrivare a stanare i finti emigrati. Ma le informazioni utili provenienti dalle amministrazioni finanziarie straniere non saranno solo quelle fornite sulla base delle Direttive europee, perché ora anche a livello extra-UE si sono fatti passi enormi per individuare gli evasori: sono infatti già 57 i Paesi extracomunitari che si sono impegnati ad attuare lo scambio di informazioni fiscali secondo gli standard definiti dagli enti internazionali competenti e si prevede che si arriverà a circa 100 nel 2018. 

Quindi, per ricapitolare, con il provvedimento del 3 marzo 2017 dell’Agenzia delle Entrate,  si prevede che, in via transitoria e fino alla completa e definitiva attuazione dell’Anpr (Anagrafe Nazionale Popolazione Residente), i dati di coloro che richiedono l’iscrizione all’Aire siano trasmessi con le modalità stabilite dagli accordi convenzionali di cooperazione informatica tra Agenzia delle Entrate e ministero dell’Interno. Inoltre, si stabilisce che, in fase di prima attuazione delle nuove disposizioni antievasione, saranno oggetto di trasmissione anche i dati relativi alle persone fisiche che hanno chiesto l’iscrizione all’Aire a decorrere dal 1° gennaio 2010 (qualora non siano già stati comunicati all’Agenzia). 

I criteri che verranno adottati per stilare le “liste selettive” in base alle quali saranno individuati i soggetti da sottoporre ai controlli sono i seguenti: residenza dichiarata in uno degli Stati e territori a fiscalità privilegiata; movimenti di capitale da e verso l’estero trasmessi dagli operatori finanziari nell’ambito del monitoraggio fiscale; informazioni relative a patrimoni immobiliari e finanziari detenuti all’estero trasmesse dalle amministrazioni fiscali estere nell’ambito di direttive europee e di accordi di scambio automatico di informazioni; residenza in Italia del nucleo familiare del contribuente; atti del registro segnaletici dell’effettiva presenza in Italia del contribuente; utenze elettriche, idriche, del gas e telefoniche attive; disponibilità di autoveicoli, motoveicoli e unità da diporto; titolarità di una partita Iva attiva; rilevanti partecipazioni in società residenti di persone o a ristretta base azionaria; titolarità di cariche sociali; versamento di contributi per collaboratori domestici; informazioni trasmesse dai sostituti d’imposta con la Cu e con il modello 770; informazioni relative a operazioni rilevanti ai fini Iva. 

Tali elementi saranno valutati singolarmente ovvero in combinazione tra loro, in base alla relativa specifica rilevanza ed i controlli saranno prioritariamente indirizzati nei confronti dei soggetti, richiedenti l’iscrizione all’AIRE, che presentano significativi elementi segnaletici di una effettiva permanenza in Italia. Marco Fedi e Fabio Porta, Deputati Pd-Estero

 

 

 

 

Si è svolta a Potenza L’Assemblea annuale dei lucani nel mondo

 

I lucani si raccontano - Intervenuto Franco Narducci, coordinatore del Forum delle associazioni italiane nel mondo: “Indicare nuove prospettive all’associazionismo all’estero

 

POTENZA - “I lucani si raccontano”: questo il tema della seconda sessione dell’Assemblea annuale dei lucani nel mondo che nel pomeriggio di venerdì 3 marzo  si sono ritrovati nella sala convegni del Park Hotel. A presiedere l’incontro il vice presidente dell’organismo, il consigliere regionale Michele Napoli che ha ricordato come “la Basilicata sia una terra di grande fascino paesaggistico ma anche di grandi lavoratori, poeti, giuristi e scrittori che hanno dato lustro, con la loro attività, alla nostra regione. La Basilicata – ha continuato – esiste e non solo per il suo passato e per la fierezza del suo popolo, legato a valori tradizionali che si sono radicati nel tempo e ad una forte integrità che non ha consentito alla cultura criminale di poter attecchire, ma esiste anche per il suo futuro che in questo momento è ben rappresentato da Matera 2019. Ciò nonostante – ha concluso – la nostra regione, nonostante mille sforzi e piccoli segnali di crescita è martoriata da una forte disoccupazione e da una crisi economica che non frena la emigrazione giovanile, il fenomeno che ci spaventa di più e deve vederci sempre più impegnati proprio per scongiurarla”.

A raccontare le loro esperienze Vito Santarsieri (Associazione lucani America latina), Annarita Teissere (Associazione lucani in Europa), Joe Di Giacomo (Associazione lucani Australia) e Antonio Zaza (Associazione lucani in Italia).

“Stiamo lavorando – ha detto Santarsieri – con l’aiuto della Regione Basilicata in molti campi. Abbiamo terminato la casa di riposo per anziani lucani a Buenos Aires, una costruzione di 1.200 metri quadri nel centro della città completamente ristrutturata con 25 posti letto per i lucani e altrettanti per gli argentini, che avranno tutto a disposizione gratis. Il nostro sogno è quello di riuscire a portare medici lucani nel nostro ospedale italiano per far comprendere come si lavora da noi”. Santarsieri ha concluso ricordando l’importanza del gemellaggio con Rosario in occasione di Matera 2019.

“Ritengo di essere un po’ l’emblema di tanti giovani lucani che per scelta necessaria sono costretti ad emigrare”. Così Annarita Teissere che, nel raccontare la sua storia, ha sottolineato “la necessità di avvicinare sempre più i giovani alle associazioni dei lucani nel mondo. Il cambio generazionale è fondamentale ma è indispensabile che i giovani, che hanno tante idee, si servano dell’esperienza dei più anziani per evitare di commettere errori. Promuoveremo una serie di iniziative – ha concluso – per valorizzare il nostro territorio e per esaltare l’importanza di Matera 2019”.

Joe Di Giacomo ha affidato il racconto ad un video realizzato nella sua San Fele dove la scorsa estate è stato inaugurato un monumento dedicato a tutti i lucani nel mondo realizzato grazie alla collaborazione di tutte le associazioni .” I nostri figli – ha detto – sono figli del mondo, siamo una grande famiglia e oggi più che mai dobbiamo collaborare. Basta con le parole, concretizziamo i fatti e ai miei concittadini dico di non disprezzare la loro terra ma di esaltarla e volerle bene”.

Di ricambio generazionale concretizzato ha parlato Antonio Zaza, che ha presentato all’Assemblea Teresa Summa, una giovane avvocatessa che prenderà il suo posto. Subito dopo il racconto delle tante iniziative svolte, dalle mostre di pittura di Guerricchio e Masi ai convegni su Rocco Scotellaro con relativa pubblicazione di atti e il coinvolgimento di ricercatori da tutta Europa.

“Storie dell’emigrazione lucana e anagrafe comunale” è stato il tema degli interventi di Luigi Scaglione, coordinatore del Centro lucani nel mondo “Nino Calice” e del presidente dell’Anci Basilicata Salvatore Adduce. In particolare Scaglione ha ricordato come “dall’apertura al pubblico del Museo dell’emigrazione lucana, si è di fatto riavviato il confronto sulle politiche a favore dei nostri emigranti, attraverso la rilettura di alcune storie di lucani migranti. Si è costruito cioè un modello di interessanti relazioni tra i Comuni protagonisti delle più incredibili storie di migrazione, studiosi e cultori di queste storie, associazioni culturali e circoli letterari ed il mondo dell’emigrazione, a cui il Centro Lucani nel Mondo ‘Nino Calice’, ha dato il suo evidente e forte impulso e sostegno. Un corollario di progetti e nuove azioni che, molto modestamente – ha detto - abbiamo saputo inserire nel raccontare le storie dei migranti nel nostro museo, fatto conoscere nelle comunità che hanno dato vita ad iniziative specifiche, confrontato con quel turismo di ritorno che ha animato e anima le nostre realtà. Storie, volti, racconti, che aprono il cuore e la mente in questi giorni di confronti anche aspri sul tema dei migranti che arrivano nel nostro Paese e sono guardati con sospetto, proprio come accadeva ai ‘nostri’ viaggiatori per necessità. Storie, volti, racconti che hanno segnato più che altro in terre lontane ed ostili, come il Sud America degli anni del primo dopoguerra e delle speranze a volte deluse del secondo dopoguerra, più che della ‘fortuna’ capitata a chi invece è finito nelle terre lontane del Nord America o della fiorente Australia. Senza la memoria – ha concluso - non possiamo costruire un futuro solidale e credibile per i nostri giovani, che dell’emigrazione e dall’emigrazione, intravedono opportunità di crescita e di successo, spesso negato o impossibile da realizzare, qui nel nostro Sud”.

“L’impegno che noi tutti profondiamo – ha detto Salvatore Adduce – è un atto di grande civiltà nei confronti di chi ha la nostra terra l’ha dovuta abbandonare. I nostri concittadini partiti avvertono più di noi il valori della Basilicata. La memoria non deve essere un esercizio retorico ma deve servirci a non smarrire l’itinerario ed il Museo dell’Emigrazione può davvero essere utile per questo obiettivo, per sapere chi siamo, cosa abbiamo fatto. Le storie che si raccontano sono non solo un atto doveroso verso chi ha lavorato in questi anni ma servono anche a dare fiducia ai contemporanei perché non indugino nel fatalismo e comprendano che le cose possono andare avanti molto meglio di come si pensa. La storia – ha concluso – non è fatta solo di libri ma dei racconti di voi tutti”.

“Occorre riunire le forze per ridare attualità all’impegno degli italiani nel mondo e per richiamare l’attenzione sull’emigrazione”. Così Franco Narducci, coordinatore del Forum delle associazioni italiane nel mondo, che ha parlato di “identità culturale e protagonismo delle comunità italiane nel campo economico” e della necessità “di sconfiggere l’indifferenza e indicare nuove prospettive all’associazionismo all’estero. Non c’è presente se non c’è futuro e se non c’è memoria del passato. Il forum – ha aggiunto – sta operando con 86 associazioni ma è necessario che tutti, Stati e Regioni, riflettano sulle comunità all’estero. Servono sinergie per risolvere i tanti problemi esistenti e rilanciare le consulte regionali con un impegno congiunto. Fondamentale è allargare la collaborazione con le Regioni per migliorare la sinergia nel campo lavorativo con un costante scambio di informazioni. Apprezziamo molto – ha concluso – gli sportelli Basilicata che dovrebbero diventare patrimonio di tutte le Regioni e l’Italia dovrebbe fare sistema operando per la valorizzazione dei prodotti di eccellenza. E’ una sfida politica e culturale che deve evitare che il mondo si divida tra regioni avanzate ed emergenti e regioni molto povere”.

Hanno portato il loro saluto all’Assemblea anche il presidente del Parco dell’Appennino Domenico Totaro e il consigliere regionale del Pd Piero Lacorazza. Il primo ha rimarcato la forza della Basilicata per il suo grande capitale naturale, mentre il secondo ha ringraziato le comunità all’estero per aver dato una forte spinta a Matera Capitale della Cultura 2019.

Al termine della sessione di lavoro il neo presidente della Commissione regionale dei lucani nel mondo Aurelio Pace ha insediato ufficialmente il Forum dei Giovani rappresentato da 11 ragazzi di origine lucana provenienti da tutto il mondo. (Inform 7)

 

 

 

Sarà vero?

 

Questo 2017 potrebbe essere il primo anno, dopo cinque “neri”, a farci rivedere la “luce”.

 L’Esecutivo continua ad arrangiarsi. D’ora in avanti, c’è da puntare su pochi, ma vitali, obiettivi che mettano in moto gli ingranaggi dell’occupazione e del minore carico fiscale. Francamente, ci auguriamo che l’Esecutivo presenti al Potere Legislativo una serie di suggerimenti atti a rilanciare la nostra economia.

 

 L’anno è iniziato con un PIL lievemente positivo. Vedremo, a giugno, se la tendenza sarà più promettente. Ora non ci sono alternative per ipotizzare una maggioranza politica più stabile. Solo un’accurata riforma della spesa pubblica sarà la vera garanzia per un futuro migliore. Il tempo degli “apparentamenti” è finito con l’inizio della crisi. Meglio non riprovarci.

 

 Dopo Gentiloni, si dovrà operare per ritrovare una “gestione” del lavoro meno punitiva dell’attuale. Del resto, le leggi, quando non sortiscono gli effetti voluti, possono anche essere modificate o cambiate. E’ capitato per il passato; potrebbe capitare per il futuro.

 Dopo anni di privazioni, si dovranno trovare quelle iniziative necessarie per evitare altre situazioni di tensione sociale. Lasciamo stare il mito della “continuità” e “discontinuità”. Adesso sono concetti vuotati dei loro originari contenuti.

 

 Non neghiamo che non sarà sufficiente individuare i maggiori mali di casa nostra per essere guariti ma, almeno, ci auguriamo che la “transizione” volga al termine. Non ci sono altre strade percorribili.

 

 Le origini della nostra situazione non ci consentono neppure d’ipotizzare la questione sotto il profilo di una temporanea “cobelligeranza” parlamentare. La stessa legge di stabilità per il corrente anno ci ha lasciato perplessi; ma non solo noi.

 

 Perché un conto è l’instabilità e la stagnazione economica, un altro è imporre mezzi per uscirne. Da quest’assioma hanno preso corpo tante delle nostre perplessità e connessi interrogativi. Ora, non ci resta che stare in linea con le nostre incertezze. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

La legge proporzionale. La grande illusione delle coalizioni

 

Grande coalizione o grande confusione? Le prossime elezioni, quasi certamente, non ci daranno stabilità di governo. A causa della riesumazione della legge elettorale proporzionale. La classe politico-parlamentare, per

le convenienze personali (di tutti) e i calcoli sbagliati (di alcuni), sta per consegnarci a un futuro di ingovernabilità. Le convenienze personali sono chiare. Conviene a tutti la proporzionale. Conviene ai singoli parlamentari che sanno di avere più probabilità di rielezione. E conviene ai partiti: con la proporzionale è difficile che un partito (anche piccolo) possa essere spazzato via. Si resta in gioco comunque, con buone probabilità di influenzare la formazione del prossimo governo o, nel peggiore dei casi, di avere voce in capitolo nella futura attività parlamentare. Con la proporzionale, infatti, grazie alle divisioni sempre presenti nelle coalizioni di governo, anche chi resta all’opposizione dispone, per lo più, di un potere di ricatto e di influenza. Fin qui le convenienze. Poi ci sono i calcoli. Quando si varano nuovi sistemi elettorali alcuni attori immaginano scenari futuri in funzione dei quali scelgono l’uno o l’altro sistema. Per lo più, tali scenari non si realizzano. Tra tutte le idee balzane che circolano sul dopo elezioni, la più balzana di tutte è quella che immagina la formazione di una «grande coalizione» (sic) fra Forza Italia e Partito democratico (più cespugli vari) imposta dalla forza dei numeri, dal fatto che potrebbe essere l’unica combinazione di governo in grado di fermare i Cinque Stelle.

In sostanza, secondo questo brillante ragionamento, Partito democratico e Forza Italia dovrebbero fare più o meno come i «ladri di Pisa», nemici di giorno e complici di notte. Botte da orbi in campagna elettorale, e poi un accordo di governo a elezioni avvenute imposto dalla necessità. Il tutto favorito dal fatto che con la proporzionale si torna all’epoca in cui le coalizioni di governo si formano dopo il voto, mai prima. L’idea è assurda per tre ragioni. Per formare una «grande coalizione» occorre, prima di tutto, che i partiti coinvolti rappresentino, insieme, almeno il settanta o l’ottanta per cento del Parlamento. Tenuto conto della frammentazione in atto, l’ipotizzata grande coalizione, nella più rosea delle ipotesi, non potrebbe superare di molto la soglia del cinquanta per cento. La seconda ragione è che una grande coalizione può durare solo se i partiti che le danno vita sono organizzazioni solide, coese e con un forte insediamento sociale. Ciò è necessario perché i leader possano imporre ai propri seguaci un’alleanza di governo «innaturale» che, inevitabilmente, diffonde malumori e risentimenti fra militanti ed elettori. Occorrono partiti forti (come la Cdu e la Spd tedesche) o, in subordine, un assetto costituzionale (il semi-presidenzialismo francese) che costringa a tali innaturali connubi. In mancanza di queste condizioni la grande coalizione non può funzionare. I partiti italiani, tutti, sono troppo deboli e internamente divisi, e i loro legami con gli elettori sono troppo fragili, perché siano in grado di impegnarsi nell’impresa. Anche il partito un tempo più forte, il Pd, è oggi debole. Per inciso, ridefinendo, al Lingotto, la struttura della leadership (ticket con Martina), Renzi punta a recuperare parte della forza perduta. Si vedrà poi se il tentativo avrà successo.

La terza ragione è che la stessa possibilità che si formi tale grande coalizione diventa un atout propagandistico formidabile nella campagna elettorale delle forze contrarie. Farebbero un fuoco di sbarramento tale da provocare la sconfitta dei ladri di Pisa. La proporzionale (contro il calcolo sbagliato di Berlusconi e di altri) potrebbe favorire proprio i Cinque Stelle. I quali, giustamente, cominciano a preoccuparsi delle future alleanze di governo. La storia è imprevedibile ma, al momento, fra le varie combinazioni del dopo elezioni — governo di sinistra a guida Pd, governo di centrodestra, grande coalizione, governo a guida Cinque Stelle — l’ultima sembra la più probabile. Destinata a non durare, naturalmente. Poiché la combinazione di proporzionale e di partiti deboli garantisce al Paese solo un futuro di instabilità. Dobbiamo prendercela con la classe politica che non riesce a fare nulla per scongiurare un simile esito? Solo fino a un certo punto. Ci sono in giro responsabilità anche più gravi. Quelle, per esempio, di potenti corporazioni interessate a che la politica resti per sempre debole: una politica debole, infatti, non è in grado di metterle in riga. Ci sono poi le responsabilità di chi perpetua certi aspetti deteriori della nostra tradizione culturale.

Dobbiamo augurarci che l’Europa non si sfasci perché se ciò accadesse, mentre altre democrazie reggerebbero, la nostra sarebbe a rischio. Anche per colpa di alcune indistruttibili (e false) idee di senso comune propagandate da certa «cultura alta». Mi riferisco alla cultura costituzionale italiana, e alla colpa di molti dei suoi più illustri esponenti: avere avallato l’idea secondo cui le democrazie non avrebbero bisogno di governi forti (secondo questa concezione il governo forte sarebbe l’anticamera di un regime autoritario). Una falsità: le democrazie muoiono, quando arrivano i momenti davvero difficili, se i governi sono troppo deboli per fronteggiare la sfida. Angelo Panebianco, CdS 12

 

 

 

 

Scuole all’estero. Deputati Pd-Estero: Sostanziali modifiche dalle Commissioni Esteri e Cultura della Camera al decreto governativo

 

ROMA - Le Commissioni esteri e cultura della Camera, in seduta congiunta, hanno approvato il parere sul decreto governativo per le scuole all’estero presentato dalle relatrici Garavini (per gli Esteri) e Blazina (per la Cultura).

Si è arrivati al parere dopo un percorso di ampia consultazione, che ha visto impegnati, in particolare, il Consiglio generale degli italiani all’estero e i sindacati della scuola, oltre a gruppi di operatori che hanno fatto pervenire le loro considerazioni.

Il parere accoglie largamente queste istanze e questi suggerimenti e introduce elementi di profonda modifica del decreto e motivi politici e culturali che innovano il quadro in cui finora è stato inserito il sistema formativo italiano nel mondo. In esso, infatti, si chiede che il decreto, nato sostanzialmente per aggiornare la normativa riguardante le scuole italiane all’estero, tenga conto della notevole articolazione degli strumenti di intervento di cui l’Italia dispone e delle forte diversità di situazioni geopolitiche, di normative locali, di presenza di comunità italiane all’estero, a loro volta segnate da fenomeni di marcata evoluzione, di comparsa sulla scena globale di nuovi soggetti di interesse strategico per l’Italia.

Il punto per noi più importante è stato il chiaro e netto richiamo a riconoscere gli enti gestori come articolazioni essenziali del sistema formativo all’estero, enucleandoli dall’indistinta dizione di “soggetti senza fini di lucro, e valorizzandone la funzione mediante la loro menzione nelle forme di intervento linguistico-culturale nel mondo e dedicando loro un apposito articolo che ne definisca il profilo giuridico, organizzativo e didattico.

Per le scuole italiane all’estero, il parere richiede che il principio dell’autonomia scolastica di rilevanza costituzionale si estenda anche a queste strutture, sostituendo il preventivo parere sulla programmazione di ciascun istituto da parte dei rappresentanti diplomatici con la semplice trasmissione della documentazione.

Viene affermato il metodo della programmazione pluriennale, indispensabile per strutture che devono rapportarsi ad autorità straniere, e si recuperano, questa volta per legge, i Piani Paese che assicurano una proposta partecipativa dal basso che tenga conto dell’esperienza di chi la formazione la fa sul campo.

Per quanto riguarda il personale di ruolo compreso nel contingente inviato all’estero dall’Italia, dopo la costante diminuzione degli ultimi cinque anni, si dà un segnale di inversione di tendenza, assicurando l’invio di 50 unità in più rispetto al limite previsto delle 624 unità complessive. Per la prima volta i risparmi ottenuti nel settore non sono incamerati dallo Stato, ma reinvestiti sul campo. Per la selezione, vengono ripristinate, inoltre, le graduatorie già sperimentate fino ad oggi, al posto degli elenchi previsti dal decreto. Il parere, inoltre, richiama l’esigenza che alcune materie oggetto di contrattazione tra sindacati e ministeri siano affrontate in quella sede e con quel metodo. La permanenza del personale di ruolo diventa di due cicli di sei anni, intervallati da sei anni di permanenza nella scuola italiana, al fine di favorire uno scambio di esperienze didattiche e formative.

Viene accolta l’annosa richiesta di una sede di coordinamento dei diversi interventi, prevedendo una cabina di regia che raccordi costantemente l’attività del MAECI e del MIUR in questo campo.

Il parere, in conclusione, interpretando estensivamente la delega, non si limita ad una pur necessaria riorganizzazione normativa del sistema formativo italiano all’estero, ma introduce elementi di modernizzazione e qualificazione non scontati.

Ci sembra che con un giusto metodo di consultazione e partecipazione un buon cammino sia stato compiuto. Di questo è doveroso dare atto alle colleghe Garavini e Blazina, per il loro prolungato e convinto impegno. Abbiamo motivi per credere che il Governo, a cui tocca l’ultima parola, dimostrerà ancora una volta la sua disponibilità e la sua apertura accogliendo i suggerimenti inclusi nel parere.

Con la stessa determinazione e coerenza con cui ci siamo impegnati per questo risultato, continueremo a lavorare sui contenuti dell’intervento e sulle sue implicazioni finanziarie affinché l’Italia si doti di un sistema di promozione della sua lingua e della sua cultura nel mondo sempre più autorevole e incisivo.

Gianni Farina, Marco Fedi, Laura Garavini, Francesca La Marca, Fabio Porta, Alessio Tacconi (Deputati Pd-Estero)

 

 

 

 

Più opportunità per le donne in Italia, negli ultimi tre anni

 

"Con il nostro Governo di centro sinistra negli ultimi tre anni abbiamo introdotto una serie di leggi che rendono i luoghi di lavoro maggiormente a misura di donna. Ad esempio abbiamo aumentato i tempi di congedo parentale, sia per le madri che per i padri. Abbiamo poi cancellato l’odiosa pratica delle dimissioni in bianco, (reintrodotta a suo tempo dai Governi Berlusconi), che prevedeva la prassi di fare firmare alle giovani donne una pratica di dimissioni spontanee al momento della assunzione, così da poterle licenziare in caso di eventuale gravidanza. Abbiamo infatti introdotto l‘obbligo di una procedura esclusivamente telematica, in tempo reale, per le dimissioni volontarie.

 

Abbiamo inoltre previsto una serie di misure a favore della natalità, dal momento che in Italia è crollato il numero delle nascite. Abbiamo esteso l’indennità di maternità alle lavoratrici iscritte alla gestione separata dell’Inps e l’abbiamo garantita anche in caso di mancato versamento dei contributi da parte del datore di lavoro. Abbiamo poi introdotto il cosiddetto Bonus Bebè, e cioè 960 euro l’anno alle famiglie o alle singole mamme, sia lavoratrici che disoccupate, per i bambini nati o adottati tra il 2015 e il 2017. Il Bonus si distribuisce in base al reddito e viene erogato nei primi tre anni di vita del bambino.

 

Non solo: da quest’anno, una futura madre può, al compimento del settimo mese di gravidanza o all’atto dell’adozione, chiedere all’Inps un premio di 800 euro, corrisposto in un’unica soluzione. Abbiamo poi istituito un Fondo di sostegno alla natalità, volto a favorire l’accesso al credito delle famiglie con uno o più figli, nati o adottati, a decorrere dal 2017. E sempre a partire da quest’anno, per i genitori dei nati dal 1 gennaio 2016, c’è un buono di 1000 euro annui per il pagamento di rette di asili nido pubblici e privati. La possibilità di usufruire di tutti questi benefici viene comunicata già alla denuncia della nascita della bambina/o all’anagrafe.

 

In sintesi, negli ultimi tre anni in Italia abbiamo fatto significativi passi avanti per le pari opportunità delle donne, sia sul mondo del lavoro che nella vita famigliare. Ma i buoni risultati non possono che essere di sprone a continuare nella stessa direzione perchè resta ancora enormemente molto da fare". Lo ha detto Laura Garavini, della Presidenza del Pd alla Camera, intervenendo a Nizza alla iniziativa "Les Femmes entre le souvenir et l'avenir" promossa dal locale Comites, presieduto da Franco Valenti, da Laura Albanese e dal Consigliere Cgie, Enrico Musella. Dip 13

 

 

 

 

Voucher. Cosa sono e come funzionano

 

"Il voucher è un rapporto di lavoro, ma se il modello è quello attuale allora significa che l'Italia è un Paese in declino". Solo qualche settimana fa parlava così Susanna Camusso, segretario generale della Cigl, e maggiore promotrice del referendum su appalti e voucher promosso dal sindacato, che oggi ha avuto il via libera da parte del Consiglio dei ministri. Gli italiani saranno chiamati alle urne il 28 maggio prossimo per decidere se abrogare o meno le disposizioni sul lavoro accessorio contenute nel Jobs act del governo Renzi.

Il referendum propone, in particolare, l'abrogazione degli art. 48, 49 e 50 del dl 15 giugno 2015, n. 81 sulla 'Disciplina organica dei contratti di lavoro e revisione della normativa in tema di mansioni, a norma dell'art. 1 comma 7 della legge 10 dicembre 2014, n. 183'.

Ma cosa sono e come funzionano i voucher?

Nato inizialmente per retribuire il lavoro occasionale, il voucher o 'buono lavoro' è una modalità di retribuzione per lavoro occasionale di tipo accessorio introdotto nel 2003 dal governo Berlusconi. Spesso al centro delle polemiche per aver deregolamentato il mercato del lavoro, contribuendo, di fatto, a renderlo più precario, il voucher ha come finalità quella di "regolamentare quelle prestazioni lavorative, definite appunto 'accessorie', che non sono riconducibili a contratti di lavoro in quanto svolte in modo saltuario, e tutelare situazioni non regolamentate" come spiega l'Inps sul proprio sito web.

QUANTO VALE - Ogni voucher ha un valore di 10, 20 o 50 euro: una parte va al lavoratore e la restante finisce in contributi. Il valore netto di un voucher da 10 euro nominali, in favore del lavoratore, è di 7,50 euro e corrisponde al compenso minimo di un'ora di prestazione, salvo che per il settore agricolo, dove, in ragione della sua specificità, si considera il contratto di riferimento. Sono garantite la copertura previdenziale presso l'INPS e quella assicurativa presso l'INAIL.

Quali sono i vantaggi per il committente? "Il committente può beneficiare di prestazioni nella completa legalità, con copertura assicurativa INAIL per eventuali incidenti sul lavoro, senza rischiare vertenze sulla natura della prestazione e senza dover stipulare alcun tipo di contratto". E per il lavoratore? "Il prestatore può integrare le sue entrate attraverso queste prestazioni occasionali, il cui compenso è esente da ogni imposizione fiscale e non incide sullo stato di disoccupato o inoccupato. È, inoltre, cumulabile con i trattamenti pensionistici e compatibile con i versamenti volontari".

La categoria dei committenti, "cioè coloro che impiegano prestatori di lavoro accessorio", comprende "famiglie; enti senza fini di lucro; soggetti non imprenditori; imprese familiari; imprenditori agricoli; imprenditori operanti in tutti i settori; committenti pubblici".

L'Inps "evidenzia che il ricorso ai buoni lavoro è limitato al rapporto diretto tra prestatore e utilizzatore finale, mentre è escluso che un’impresa possa reclutare e retribuire lavoratori per svolgere prestazioni a favore di terzi, come nel caso dell’appalto o della somministrazione".

QUALI SONO LE CATEGORIE COINVOLTE - I prestatori che possono accedere al lavoro accessorio sono: pensionati; titolari di trattamento pensionistico in regime obbligatorio; studenti nei periodi di vacanza; cassintegrati, titolari di indennità di disoccupazione ASpI, disoccupazione speciale per l'edilizia e i lavoratori in mobilità; lavoratori in part-time; i titolari di contratti di lavoro a tempo parziale possono svolgere prestazioni lavorative di natura accessoria nell'ambito di qualsiasi settore produttivo, con esclusione della possibilità di utilizzare i buoni lavoro presso il datore di lavoro titolare del contratto a tempo parziale; inoccupati, titolari di indennità di disoccupazione Mini-ASpI e Mini-ASpI 2012, di disoccupazione speciale per agricoltura, lavoratori autonomi, lavoratori dipendenti pubblici e privati.

Il ricorso all'istituto del lavoro accessorio non è compatibile con lo status di lavoratore subordinato (a tempo pieno o parziale), se impiegato presso lo stesso datore di lavoro titolare del contratto di lavoro dipendente.

EXTRACOMUNITARI - I cittadini extracomunitari "possono svolgere attività di lavoro accessorio se in possesso di un permesso di soggiorno che consenta lo svolgimento di attività lavorativa, compreso quello per studio, o - nei periodi di disoccupazione – se in possesso di un permesso di soggiorno per “attesa occupazione". Il compenso da lavoro accessorio viene incluso ai fini della determinazione del reddito necessario per il rilascio o rinnovo del permesso di soggiorno, caratterizzandosi per la sua funzione esclusivamente integrativa.

In base a quanto disposto dalla normativa è possibile utilizzare i buoni lavoro in tutti i settori di attività e per tutte le categorie di prestatori. Fa eccezione il settore agricolo in cui il lavoro accessorio è ammesso per aziende con volume d’affari superiore a 7.000 euro esclusivamente tramite l’utilizzo di specifiche figure di prestatori. Il lavoro accessorio è ammesso anche in aziende con volume d’affari inferiore a 7.000 euro che possono utilizzare qualsiasi soggetto in qualunque tipologia di lavoro agricolo, anche se non stagionale purché non sia stato iscritto l'anno precedente negli elenchi anagrafici dei lavoratori agricoli.

I LIMITI - I compensi complessivamente percepiti dal prestatore non possono superare i 7.000 euro netti (9.333 euro lordi) nel corso di un anno civile (si intende per anno civile il periodo dal 1 gennaio al 31 dicembre di ogni anno), con riferimento alla totalità dei committenti. Il committente ha l’obbligo di verificare il non superamento del limite economico da parte del prestatore.

COME POTREBBE CAMBIARE - Il ddl con il testo unificato sui buoni per il lavoro, che dovrebbe essere all'esame della commissione Lavoro della Camera a partire da oggi, prevede un doppio voucher, uno imprese da 15 euro e uno per famiglie da 10 euro. Tra le novità anche un tetto massimo di 2.000 euro a lavoratore, con la possibilità di utilizzare più persone, fino a raggiungere la quota massima di 5.000 euro per le famiglie e 3.000 euro per le imprese.

Tra le principali novità del disegno di legge figura inoltre l'introduzione del vincolo, che consente di poter utilizzare il lavoro occasionale solo se l'impresa non ha dipendenti. Nel frattempo si studiano le varie ipotesi ancora sul campo, su alcune questioni come la platea dei soggetti interessati dai voucher. Da una parte si pensa di stilare una lista che comprenda studenti, pensionati, disabili e disoccupati; in alternativa si potrebbe invece prevedere la possibilità di aprire i voucher a tutte le categorie.  Federica Mochi, Adnkronos 14

 

 

 

Essere italiani

 

Certamente non è sfuggito a nessuno che l’Italia, ed il modo d’essere italiani, non è più quello del secolo scorso. Il Paese ha subito profondi mutamenti. Soprattutto sotto il profilo socio/economico. Non riconoscerlo potrebbe rappresentare un grossolano errore. Anche perché il nostro futuro dipenderà pure dagli eventi del recente passato. Il nuovo secolo, come il nuovo Millennio, ci ha trovato diversi. Su questa nostra percezione andranno a incolonnarsi tutti quei provvedimenti che auspichiamo dal Governo Renzi. Di fatto, però, la storia potrebbe ripresentarsi con soggetti più affini al passato di quanto si potrebbe immaginare.

Era il 1992, quando crollava l’impalcatura della Prima Repubblica. Un sistema che aveva resistito per quarantasei anni, in poco più di dodici mesi, è tramontato. Con tutte le conseguenze che non hanno risparmiato nessuno. Poi, è stata varata la Seconda. Finita in modo non migliore. Ora è la Terza che è alle “corde”. Con l’estinzione d’alcuni partiti e la nascita di altri. Quelli che non sono cambiati sono i nostri politici. Al momento, però, nessuno appare “vincente” per le consultazioni elettorali che si dovrebbero tenere dopo la riforma della legge elettorale. Forse, anche entro il 2017. Ora è credibile tornare a ragionare sulle autonomie territoriali. Pur se ancora con dei distinguo, siamo anche chiamati a condividere i destini di un’UE in fase di progressiva espansione. Nel prossimo decennio, il processo di trasformazione nazionale sarà completato. Con una forte coerenza e con le idee chiare, lo sviluppo del Paese riprenderà. Ci vuole pazienza e costanza. Dalla crisi non si esce con le promesse, ma con i fatti. Le scelte che contano, però, sono ancora dietro l’angolo.

La politica, ovviamente rinnovata, potrà giocare un ruolo decisivo per riavviare il volano della ripresa. Di fatto, l’Italia è, certamente, uno Stato più europeo che nel secolo scorso. Tenendo, però, conto che i contrasti tra il vecchio e il nuovo dovrebbero essere meglio vagliati. Intanto, il Bel Paese, chiaramente non solo per inerzia, continua la strada del cambiamento. Il problema è che gli uomini di partito, che molti sono gli stessi di ieri, continuano a essere privi di quell’originalità necessaria per promuovere il mutamento. La Penisola dovrebbe ritrovare un equilibrio meno precario e, indubbiamente, più coerente con i tempi in graduale cambiamento. Tuttavia, il nostro realismo non lascerà il posto né all’ottimismo renziano, né al pessimismo dei Partiti di una convenzionale opposizione. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Sardegna, mozione della Consulta dell’Emigrazione

 

CAGLIARI - La Consulta regionale dell’Emigrazione riunita a Cagliari il 2 marzo 2017 sotto la presidenza dell’assessore del Lavoro Virginia Mura, approva le linee del Piano Triennale 2017-2019 e il Programma annuale 2017; apprezza la messa in atto della programmazione triennale delle attività, dei progetti regionali, dei piani di spesa e di rendicontazione; rileva la scarsità delle risorse messe a disposizione per assolvere i compiti della promozione della Sardegna, in una fase di nuova emigrazione giovanile, in gran parte di elevata qualificazione, e di trasformazione dell’emigrazione organizzata dei circoli sardi.

Dopo un’analisi approfondita delle azioni da mettere in campo la Consulta chiede a partire dal 2017 un incremento delle risorse a favore delle politiche per l’emigrazione finalizzate alla realizzazione di un progetto culturale straordinario che ricordi attraverso i circoli due grandi figure di sardi: Grazia Deledda nel 90° anniversario della consegna del Premio Nobel per la Letteratura, e Antonio Gramsci, pensatore sardo studiato in tutto il mondo, nell’80° anniversario della morte.

Si possono mettere in campo iniziative nei vari paesi dove operano le comunità di sardi, coinvolgendo università, biblioteche e istituzioni culturali. Può essere un’occasione perché si creino gruppi di interesse e associazioni di scopo, che uniscano gruppi di sardi anche online.

La Consulta ritiene che nella programmazione triennale occorra pensare anche ad un aumento delle risorse su due punti fondamentali:

1- Il finanziamento e il rilancio di un organo di informazione per l’emigrazione. Dopo la chiusura del Messaggero Sardo cartaceo, che miracolosamente è sopravvissuto volontaristicamente in forma online, è necessario un nuovo progetto, di un giornale in formato digitale che faccia capo all’Assessorato del Lavoro e alla Consulta, che permetta di proseguire la funzione storica svolta dal Messaggero Sardo. Oggi un giornale online, un mensile con aggiornamenti settimanali, può costare un decimo di quanto costava il vecchio formato cartaceo. Ma va messo in opera subito prima che si disperda il patrimonio di esperienza, competenza e professionalità.

2- Un progetto di ricerca e rilevamento dei giovani sardi nel mondo che coinvolga i territori e le comunità locali, partendo dai Comuni. La Giunta Regionale e l’Assessorato agli Enti Locali insieme all’Assessorato del Lavoro possono mettere in campo un progetto che consenta a gruppi di giovani di tracciare una mappa, trovarsi e associarsi.

Nell'avanzare questa richiesta, alla Giunta e al Consiglio, vogliamo ricordare che in sette anni le risorse sono diminuite da € 4.500.000 a € 2.000.000.

Ricordiamo le assicurazioni del Presidente della Regione Sardegna e il dibattito tenutosi nel 2016 in Consiglio Regionale sulla questione del finanziamento del capitolo Emigrazione. Ricordiamo che il Consiglio ha trovato una eco ed un consenso unanime sul tema della valorizzazione delle comunità sarde nel mondo.

La mozione è stata approvata all'unanimità. Messaggero Sardo

 

 

 

 

Lucani nel mondo, approvati la programmazione annuale 2017 e il  Piano triennale 2017-2019

 

POTENZA - Lucani nel mondo, approvato  il Piano triennale 2017-2019. Nel corso dei lavori della Commissione regionale approvata anche la programmazione annuale 2017

La Regione Basilicata ha promosso azioni di partenariato, tramite l’interazione con i Dipartimenti regionali, la Fondazione Matera Basilicata 2019, l’Apt di Basilicata, la Lucana Film Commission. La definizione, quindi, di un risultato importante, quale quello della candidatura della Città di Rosario a Citta gemellata con Matera Capitale della Cultura europea 2019, definitivamente riconosciuta a livello internazionale.

A supporto della nuova generazione di emigrati, la Regione intende promuovere, attraverso la rete delle Associazioni, la realizzazione di un servizio di assistenza e sostegno rivolto sia agli studenti dell’Unibas che vogliano trascorrere un periodo di studio all’estero, sia ai giovani che decidono di cercare lavoro all’estero. Cercare la più stretta interazione con le Comunità dei lucani nel mondo, in tale direzione vanno le iniziative  relative alla promozione del turismo sociale, scolastico, congressuale e della terza età, con l’obiettivo precipuo di mantenere vivo il legame socio-culturale con la terra d’origine . Per valorizzare il prezioso ruolo dell’associazionismo, con particolare riferimento a quello giovanile, si valuterà la possibilità di un meeting, in una località da individuare, dei componenti il Forum dei Giovani. La Regione presta, inoltre, particolare attenzione alle iniziative volte alla diffusione della lingua italiana, con l’obiettivo primario di favorirne il mantenimento ed il rafforzamento presso le comunità di lucani residenti all’estero, nonché la diffusione nei loro Paesi di residenza.

Si continuerà ad interagire con la rete dei Sindaci lucani ed un ruolo fondamentale di “cerniera” tra la programmazione regionale e le attività nei Paesi esteri è rivestito dalla rete degli Sportelli Basilicata, attivata come strumento di servizio a garanzia delle azioni interistituzionali sulla base del rifinanziamento della Giunta Regionale, nei settori dell’assistenza sanitaria, della solidarietà, della internazionalizzazione delle imprese, della promozione culturale enogastronomica e turistica, con strutture operanti nelle sedi di Buenos Aires, Montevideo, Santiago del Cile, Zurigo, Lima, Asuncion, San Paolo del Brasile e Toronto e prossimamente anche Chicago. Da menzionare la rilevanza attribuita al “Centro Nino Calice” ed al Museo nel castello di Lagopesole, quale prezioso scrigno per documenti e materiali relativi alla grande emigrazione lucana in Europa e nelle Americhe.

I progetti operativi prevedono: la realizzazione di un Fondo immobiliare, il Progetto Cultura Lucana in movimento, con l’allestimento di una grande mostra, aperta al pubblico da quattro a sei mesi e in un museo di prestigio della città di Montréal, quale vetrina permanente di promozione della Basilicata nel milieu di “Matera 2019”, la promozione anche di un ricco programma di eccellenze della Basilicata (turismo culturale, borghi, meraviglie della natura e biodiversità sostenibile, risorse energetiche esauribili e rinnovabili, buon cibo dell’antica tradizione eno-gastronomica lucana, musica, cinema), il rafforzamento della rete operativa Sportelli Basilicata, una maggiore connessione nelle azioni che metterà in campo il Centro Lucani nel Mondo con Anci, Comuni e associazioni locali, attraverso l’utilizzo delle figure professionali qualificate con un apposito Corso di Formazione Regionale, bandito nell’anno 2016, la promozione e sostegno ai progetti di Borse di studio che verranno presentate e proposte dalle Associazioni Lucane, l’adesione al progetto comunicazione da e verso l’estero, attraverso la condivisione del sistema informativo promosso dal progetto Rai International-TV Pubblica Argentina.

La Regione stanzia 300 mila euro all’anno per finanziare i progetti e le iniziative delle associazioni e delle federazioni e per gli scambi culturali fra i Comuni lucani e le città dove vivono i nostri emigrati. A questi fondi si aggiungono quelli che vengono destinati (150 mila euro  nel 2016) ai lucani indigenti dell’America latina a seguito di un Protocollo d’intesa siglato nel 2001 (dopo la grande crisi economica e finanziaria che investì l’Argentina, crisi che oggi permane anche se in misura diversa) fra la Regione Basilicata e il Ministero degli Esteri. Inoltre, ci sono i fondi (80 mila euro all’anno) stanziati con la legge n. 43/98, che finanzia interventi di solidarietà, soprattutto, in campo sanitario. Quest’anno, in collaborazione con una associazione che assiste i malati di cancro, sarà finanziato l’acquisto di un’apparecchiatura laser per la prevenzione e la cura dei tumori destinata a Panama, dove sarà utilizzata gratuitamente dalla comunità di emigrati lucani. Analoga iniziativa è stata organizzata l’anno scorso in Uruguay, dove è stato acquistato con i fondi della legge n. 43/98 un ecografo a servizio di una struttura sanitaria di Montevideo, che rende prestazioni gratuite agli emigrati lucani.

Approvato all’unanimità il Piano triennale 2017-2019. Il Piano annuale delle attività 2017 è stato approvato con un solo voto contrario, quello di Biagio Di Santo, dell’Associazione di Brescia, che ha motivato il proprio voto contrario con “la disparità nelle spese e, quindi, nei finanziamenti previsti, troppo indirizzati verso il Sud America”. dt/Inform 7

 

 

 

 

“Progetto Sicilia nel Mondo” dedicato ai siciliani

 

Il “Progetto Sicilia nel Mondo” dell’Associazione “L’Aquilone” Onlus si prefigge, con la sua azione, di tenere in vita i legami storici e culturali con la Sicilia, degli oltre 8milioni di siciliani sparsi nei cinque continenti. Il progetto sarà seguito e curato dal seguente team: - Rosario Lo Faro, presidente dell’Associazione “L’Aquilone” Onlus; - Domenico Interdonato, direttore responsabile del Giornale “FiloDirettoNews”, testata giornalistica di comunicazione sociale, con una linea editoriale attenta a promuovere la Sicilia, in particolare: l’arte, la cultura e le tradizioni; - Carmen Intile, coordinatrice e “anima” del progetto, già apprezzata collaboratrice di “Sicilia Mondo” e del presidente avv. Mimmo Azzia.

Fin dallo scorso anno, abbiamo iniziato ad operare rivolgendoci ai siciliani nel mondo, ospitando, nelle nostre pagine web, le interviste e tutti gli articoli prodotti dalla redazione di “Sicilia Mondo”. Oggi, con il nostro nuovo “Progetto Sicilia nel Mondo” continueremo ad ascoltare la voce dei siciliani e a dare loro la giusta attenzione mediatica.

Vogliamo continuare i legami storici e, allo stesso tempo, cercare nuove strade da percorrere per mettere in rete i siciliani, rivolgendoci anche ai tanti giovani “Digitali” che si trovano all’estero per lavoro o studio, senza trascurare i nuovi migranti della terza età. Il progetto si prefigge, altresì, di promuovere la cultura siciliana nel mondo attraverso la comunicazione costante e la realizzazione di attività come: convegni, seminari, conferenze, visite turistiche e scambi culturali. Il progetto ha l’obiettivo di promuovere il brand “Sicilia” con le sue eccellenze.

Il Giornale “FiloDirettoNews” è a disposizione di tutti i siciliani e continuerà ad ospitare i vostri contributi. Per quanto riguarda le attività culturali e associative, gli articoli assortiti con foto possono essere inviate alla mail istituzionale progettosicilian elmondo@gmail.com e, dopo il passaggio di rito all’editing, troveranno spazio nella rubrica “Progetto Sicilia nel Mondo” che si trova nella home page in basso a destra del website.

Inoltre, è possibile chiedere l’iscrizione al gruppo social “Progetto Sicilia nel mondo”(https://www.facebook. com/groups/1864262840454070/? fref=ts), per poter condividere e vivere tutte le attività. Dip 6

 

 

 

 

Parere favorevole della Commissioni  Esteri e Istruzione allo schema di decreto sulla disciplina della scuola italiana all'estero

 

Approvato il parere proposto dalle relatrici Stefania Giannini (Pd, Commissione Esteri) e Rosa Maria Di Giorgi (Pd, Istruzione pubblica) che riporta condizioni e osservazioni emerse nel corso dell'esame del testo ed è – rileva Giannini - “sintesi delle posizioni espresse dalle diverse componenti della maggioranza”

 

ROMA – Le Commissioni Affari Esteri e Istruzione pubblica del Senato hanno votato parere favorevole allo schema di decreto sulla disciplina della scuola italiana all'estero.

Il parare approvato è quello proposto dalle relatrici del provvedimento Stefania Giannini (Pd, Commissione Esteri) e Rosa Maria Di Giorgi (Pd, Istruzione pubblica) e che riporta condizioni e osservazioni emerse nel corso dell'esame del testo presso le Commissioni e rappresenta – evidenzia Giannini - “una sintesi  delle posizioni espresse dalle diverse componenti della maggioranza”. Viene ribadito come il provvedimento non sia “una  proposta di riforma complessiva del sistema delle scuole italiane all'estero”, intendendo piuttosto “incidere su alcuni suoi punti qualificanti” e in primo luogo “promuovere un maggiore coordinamento tra Maeci e Miur”. “Vi è poi l'ambizione – aggiunge Giannini - di migliorare la qualità degli istituti di istruzione all'estero e di favorire una migliore formazione del personale docente, sia per le scuole statali che per quelle parificate, anche attraverso l'estensione all'estero del sistema di valutazione introdotto in Italia”. Presupposta inoltre “una proficua collaborazione tra il settore pubblico e il settore privato” e la valorizzazione di “un modello formativo che si inquadri in un contesto pluralista e multiculturale”. Illustrando la proposta di parere in vista della votazione, la relatrice ribadisce “l'utile contributo fornito dal Consiglio Generale degli italiani all'estero e dalle personalità audite dalle Commissioni riunite”.

Presentati sul testo anche un parere formulato dal Movimento 5 Stelle, di tenore contrario a quello delle relatrici e illustrato da Michela Montevecchi, e dal gruppo Sinistra italiana-Sel, illustrato da Fabrizio Bocchino. Nel primo caso si ritiene “esasperato” l'aspetto economico del provvedimento, pur in assenza di risorse adeguate, e non raggiunto l'obiettivo di una maggiore sinergia tra Maeci e Miur. Motivato in primo luogo dagli “aspetti occupazionali” il parere negativo illustrato da Bocchino, che ritiene in particolare non sufficiente l'incremento delle 50 unità di personale scolastico previste nello schema.

Dichiara di condividere i due pareri contrari al provvedimento anche Maria Mussini (Misto), membro del Comitato per le questioni degli italiani all'estero, pur segnalando apprezzamento per lo sforzo compiuto dalle relatrici di accogliere alcune delle osservazioni critiche emerse nel corso dell'esame. Mussini ribadisce in particolare la criticità di quella che ritiene essere una “riduzione complessiva del ruolo del Miur nel sistema nel sistema delle scuole all'estero, in particolare per quanto riguarda la verifica della qualità delle scuole paritarie e delle sezioni italiane delle scuole di lingue” e annuncia il suo voto contrario al parere proposto a meno che non intervengano ulteriori modifiche. Segnala inoltre di aver recuperato il testo di alcuni protocolli di intesa firmati dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo e dal Miur con la società Dante Alighieri, più volte richiamati nel corso dei lavori parlamentari sul tema della promozione di lingua e cultura italiana nel mondo.

Di seguito il testo del parere approvato dalle Commissioni:

“Le Commissioni 3a e 7a riunite,

esaminato lo schema di decreto legislativo recante disciplina della scuola italiana all'estero (n. 383),

preso atto che esso è coerente con le finalità e gli obiettivi previsti nella delega e cioè "il riordino e adeguamento della normativa in materia di istituzioni e iniziative scolastiche italiane all'estero", e che pertanto non costituisce una riforma globale del settore;

apprezzato il proposito generale del provvedimento, che è finalizzato a consentire una più adeguata promozione della lingua e della cultura italiane all'estero e un rafforzamento del sistema di formazione italiana nel mondo;

apprezzato altresì lo sforzo complessivo volto a realizzare un effettivo coordinamento tra il Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale (MAECI) e il Ministero dell'istruzione, dell’università e della ricerca (MIUR) nella gestione della rete scolastica e della promozione della lingua italiana all'estero;

tenuto conto che lo schema di decreto assegna al MAECI, oltre all'azione svolta tramite le scuole all'estero amministrate dallo Stato, il compito di continuare a sostenere le scuole europee e le attività promosse da soggetti pubblici e privati per la diffusione e promozione della lingua e cultura italiane nel mondo;

considerato che spetta al MAECI, in collaborazione con il MIUR, curare un elenco delle scuole all'estero, nonché riconoscere o istituire sezioni italiane all'interno di scuole straniere o internazionali;

tenuto conto che lo schema di decreto introduce forme di partenariato pubblico-privato a sostegno del sistema della formazione italiana nel mondo, prevedendo la possibilità per il MAECI di avviare forme di cooperazione per il funzionamento e la gestione di scuole all'estero;

espresso apprezzamento per le iniziative a favore della lingua e della cultura italiane all'estero, ma auspicando al contempo che fra di esse possa essere annoverata anche la promozione dei corsi di insegnamento e di formazione a distanza;

tenuto conto che, in materia di impiego all'estero del personale di ruolo del comparto scuola, sotto i profili dello stato giuridico e del trattamento economico, spetta al MAECI un ruolo di programmazione, da esercitarsi mediante un decreto che stabilisca su base triennale i contingenti delle categorie di personale da destinare all'estero, e definisca i posti disponibili per l'anno scolastico successivo;

rilevata l’esigenza di procedere ad una riorganizzazione generale delle normative riguardanti le scuole italiane all’estero, lo svolgimento dei corsi di lingua organizzati dagli enti gestori e gli interventi di promozione della lingua e della cultura italiana nel mondo, allo scopo di favorire una maggiore coerenza delle loro azioni, una più diretta adesione alle realtà geopolitiche e culturali nelle quali l’intervento ricade, un aggiornamento dell’offerta formativa italiana e una razionalizzazione del sistema;

espresso apprezzamento per l’obiettivo di inquadrare il modello formativo italiano in un contesto multiculturale e pluralistico, basato sui valori dell’inclusività e dell’interculturalità, nonché per la priorità riconosciuta alla costante verifica di qualità dei percorsi formativi, al sostegno del bilinguismo e all’impegno nell'integrazione dell’insegnamento dell’italiano negli ordinamenti scolastici locali;

rilevata la significativa diversità dei contesti culturali e sociali verso i quali il sistema formativo italiano rivolge la sua offerta, attraversati da profondi e accelerati processi di cambiamento legati ai mutamenti di ruolo indotti dalla globalizzazione, alle differenze tra le realtà geopolitiche di interesse strategico per l’Italia, alle diverse possibilità di intreccio con le normative e i sistemi scolastici locali, all’evoluzione sociale e culturale delle comunità italiane all’estero, ormai profondamente integrate nelle realtà di insediamento;

sottolineata l’esigenza di un più duttile adeguamento del sistema formativo italiano nel mondo alle articolazioni e caratteristiche delle situazioni esistenti, che richiede il progressivo spostamento da modelli piramidali e gerarchici a modelli articolati e policentrici, molto più adatti a realizzare le notevoli potenzialità di diffusione della lingua e della cultura italiana nel mondo e a reggere il confronto concorrenziale sul "mercato linguistico" con altri Paesi, molto attivi e attrezzati in questo campo;

evidenziata la necessità di garantire il più alto livello qualitativo del personale, in termini di conoscenze scientifiche, competenze didattiche, abilità specifiche richieste dalle attività previste o dal contesto;

preso atto delle misure previste per l'assunzione, per le scuole all'estero amministrate dallo Stato, di docenti con contratto locale;

espresso l'auspicio che, nell'ambito del presente decreto, possa essere valorizzato il ruolo delle associazioni e dei soggetti non aventi fini di lucro, attivi nella diffusione della lingua e della cultura italiane nel mondo, già registrati negli albi consolari;

tenuto altresì conto delle misure volte a stabilire l'adeguamento del regime di iscrizione anagrafica del personale della scuola a quanto previsto per il personale di ruolo del MAECI;

esprime parere favorevole,

con le seguenti condizioni: 1) che, ovunque ricorrano nel testo, le parole "scuole amministrate dallo Stato" siano sostituite dalle seguenti: "scuole statali"; 2) che il ruolo degli enti gestori sia esplicitamente richiamato ovunque si parli di "soggetti senza fini di lucro" e sia previsto, a garanzia e sostegno della loro funzione, un apposito articolo nel quale si definisca il loro profilo giuridico e organizzativo; 3) che all’articolo 6, comma 1, le parole dall'inizio del comma fino a "riconoscere" siano sostituite dalle seguenti: "Con decreto interministeriale del Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale e del Ministero dell'istruzione, dell’università e della ricerca può essere riconosciuta"; 4) che sia soppresso l'articolo 36;

e le seguenti osservazioni: a) che si valuti l'opportunità di prevedere una "cabina di regia" tra il Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca ed il Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale; b) che si valuti l’opportunità di aggiungere all’articolo 1, dopo le parole: "della lingua", le seguenti: "e della cultura"; c) che si valuti, all'articolo 4, per quanto riguarda il piano triennale dell'offerta formativa, l’opportunità di prevedere che esso sia trasmesso alla rappresentanza diplomatica, sopprimendo il parere preventivo di quest'ultima; d) che si valuti, all'articolo 10, comma 3, la possibilità di aggiungere, fra le iniziative a favore della lingua e della cultura italiane all'estero, anche la promozione dei corsi di insegnamento e di formazione a distanza;

e) che si valuti, all'articolo 28, ove sussistano differenze di trattamento economico del personale scolastico all'estero rispetto al personale del Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale, la possibilità di adeguare il relativo trattamento a quest’ultimo; f) che si valuti la possibilità che l’utilizzo delle 50 unità aggiuntive del contingente di personale docente non sia limitata all’insegnamento delle discipline o materie integrative e che sia eliminato il limite delle 10 unità per il personale destinato al sostegno scolastico; g) che si valuti la possibilità, nell'ambito del presente decreto, di definire più chiaramente e di valorizzare il ruolo delle associazioni e dei soggetti non aventi fini di lucro, attivi nella diffusione della lingua e della cultura italiana nel mondo, già registrati negli albi consolari”. (Inform 15)

 

 

 

 

IV edizione Premio Anna Magnani

 

E’ la celebrazione da parte del cinema italiano della grande attrice italiana, con una impareggiabile carriera teatrale e cinematografica, culminata con l’Oscar vinto oltre sessanta anni fa per l'interpretazione di Serafina Delle Rose nel film "The Rose Tattoo" (La Rosa Tatuata) di Daniel Mann.

Anna è stata la prima attrice italiana a vincere l'ambito premio e ancora oggi l'unica ad averlo vinto per l'interpretazione in un film americano, recitato quindi in lingua inglese. 

 

Nel corso dell’evento, proiezione del documentario di Simona Fasulo “Italiani-Anna Magnani, dalla luna con amore”, alla presenza della regista, con raccolte di testimonianze, lettura testi, spesso inediti, ed un breve incontro dibattito tra i relatori ed il pubblico. Nella Serra del Teatro presente una preziosa mostra fotografica a cura della Cineteca Nazionale dedicata all’attrice.

 

Proclamazione vincitori della IV EDIZIONE del “PREMIO ANNA MAGNANI”, condotto da Emanuela Tittocchia; importante ed unica manifestazione internazionale dedicata alla memoria della grande attrice italiana, ideata da Matteo Persica (autore del libro "Anna Magnani. Biografia di una donna") a cura di Francesca Piggianelli, in collaborazione con Luce Cinecittà, la Direzione Generale Cinema, MIBACT, Centro Sperimentale di Cinematografia.

Un premio che viene assegnato agli artisti e personaggi del cinema, musica, spettacolo, maestranze più autorevoli, rappresentativi ed ai nuovi talenti.

Nelle precedenti edizioni sono stati premiati: Franca Valeri, Franco Zeffirelli, Lidia Vitale, Paola Cortellesi, Giovanna Ralli, Giancarlo Giannini, Valeria Golino, Lina Sastri, Gianni Togni, Giulia Michelini, Lorella Ridenti ed altri ancora.

Le categorie del Premio “Anna Magnani”: “Premio International” “Premio miglior attrice e migliore attore” “Premio speciale musica” “Premio speciale teatro” “Premio mestieri del cinema” e menzioni speciali.

Il Comitato d'onore è composto da: Maurizio Liverani, Maurizio Costanzo, Antonello Sarno, Adriano Pintaldi, Giorgio Ginori, Giampietro Preziosa, Elfriede Gaeng, Osvaldo Desideri, Franco Fontana, Sergio Nicolai, Emi De Sica, Ernesto Piazza, Massimo Forleo, Claretta Carotenuto. De.it.press

 

 

 

 

 

 

Patto precario

 

Il “nodo” della governabilità rimane. Da quest’osservazione si può dedurre che il Governo Gentiloni dovrà continuare a barcamenarsi in questa Terza Repubblica sempre meno prevedibile. Tra l’Italia di ieri e quella di domani, c’è un Paese con tanti problemi e poche, pochissime, certezze. Negarlo non servirebbe a nulla. Tanto è palese l’evidenza.  A fronte di un “quadro”, sin troppo evidente, si muove un gruppo di partiti, sempre più in ordine sparso, che potrebbe non assicurare la “maggioranza” a chi, invece, ha bisogno di una fiducia incondizionata.

 

 L’attuale cobelligeranza politica è solo temporanea. Tutti, in ogni caso, hanno capito che in politica ci vuole tempo per garantire un’organizzazione credibile. Ora è proprio il tempo che manca. Intanto, si continua a tergiversare sul varo della nuova legge elettorale, proprio quando ce ne sarebbe oggettivo bisogno. Per evitare sorprese, i tempi si allungano e non ci sono garanzie politiche per modificare, in meglio, l’assetto socio/economico di un Paese sfiduciato. Senza effettive garanzie, nessun Esecutivo potrebbe portare avanti l’Azienda Italia.

 

 Abbiamo l’impressione che il Governo stia perdendo i presupposti per rendere fiducia a chi l’ha smarrita. Se mancano iniziative sociali a largo campo, c’è poco da illuderci: Gentiloni non potrà fare più del suo predecessore; con tutto quello che ne consegue. L’”emergenza” in Italia è lungi dall’essere rientrata e la buona volontà, non supportata da fatti concreti, non può sconfiggerla.

 

Del resto, proseguire con un Esecutivo d’emergenza non ci persuade. I tempi “migliori” non si possono attendere; c’è da conquistarli con un impegno che, già da tempo, riteniamo dissociato. Senza un programma coerente e di tutela, per chi è sempre meno tutelabile, non ci sono altre scelte ammissibili. Per evitare guai maggiori, è indispensabile varare una riforma complessiva del nostro sistema politico. Se non si riuscirà a trovare un’alternativa all’attuale situazione, l’unica possibilità sarebbero le elezioni; ma non alla vecchia maniera. Sopportare sulle nostre spalle anche i “pesi” che non ci competono, è, almeno, inopportuno. La pazienza e la buona volontà si stanno disperdendo. Una “storia” si avvia alla fine. Anche Il Capo del Governo ha da rendersi conto che la sua figura politica è sempre meno accettata anche in ambito al suo partito. L’imminente primavera sarà salutata da un’instabilità preoccupante. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Velo al lavoro, Corte Ue: "Azienda può vietarlo, non è discriminatorio"

 

Non costituisce una discriminazione diretta la norma interna di un’impresa che vieta di indossare in modo visibile qualsiasi segno politico, filosofico o religioso. Lo ha deciso la Corte di Giustizia europea, chiamata a pronunciarsi su due casi, avvenuti in Francia e in Belgio, entrambi riguardanti il diritto di indossare il velo islamico sul posto di lavoro.

La Corte - nella sentenza - rileva però che il divieto "può invece costituire una discriminazione indiretta qualora venga dimostrato che l’obbligo apparentemente neutro da essa previsto comporta, di fatto, un particolare svantaggio per le persone che aderiscono ad una determinata religione o ideologia. Tuttavia, tale discriminazione indiretta può essere oggettivamente giustificata da una finalità legittima, come il perseguimento, da parte del datore di lavoro, di una politica di neutralità politica, filosofica e religiosa nei rapporti con i clienti, purché i mezzi impiegati per il conseguimento di tale finalità siano appropriati e necessari".

La storia - Nel dare notizia della sentenza, la Corte riepiloga i fatti, ricordando che al centro della causa promossa in Belgio c'è Samira Achbita, una donna di fede musulmana assunta nel 2003 come receptionist dall'impresa privata G4S, che fornisce servizi di ricevimento e accoglienza a clienti. All'epoca della sua assunzione, una regola non scritta interna alla G4S vietava ai dipendenti di indossare sul luogo di lavoro segni visibili delle loro convinzioni politiche, filosofiche o religiose. Nell'aprile 2006, la signora Achbita informava il datore di lavoro del fatto che intendeva indossare il velo islamico durante l'orario di lavoro. In risposta, la direzione della G4S le comunicava che ciò non sarebbe stato tollerato in quanto portare in modo visibile segni politici, filosofici o religiosi era contrario alla neutralità cui si atteneva l'impresa nei suoi contatti con i clienti. Il 12 maggio 2006, dopo un periodo di assenza dal lavoro per malattia, la signora comunicava al proprio datore di lavoro che avrebbe ripreso l'attività lavorativa il 15 maggio e che da allora in poi avrebbe indossato il velo islamico. Il 29 maggio 2006, il comitato aziendale della G4S ha approvato una modifica del regolamento interno, entrata in vigore il 13 giugno 2006. Essa prevede che "è fatto divieto ai dipendenti di indossare sul luogo di lavoro segni visibili delle loro convinzioni politiche, filosofiche o religiose e/o manifestare qualsiasi rituale che ne derivi". Il 12 giugno 2006, a causa del perdurare della sua volontà di indossare il velo islamico sul luogo di lavoro, la signora Achbita è stata licenziata, e ha contestato tale licenziamento dinanzi ai giudici del Belgio.

Le motivazioni - La Corte di cassazione del Belgio si è quindi rivolta alla Corte di Giustizia Ue per sapere se il divieto di indossare un velo islamico, derivante da una norma interna generale di un'impresa privata, costituisca una discriminazione diretta. La Corte rileva che "la norma interna della G4S si riferisce al fatto di indossare segni visibili di convinzioni politiche, filosofiche o religiose e riguarda quindi qualsiasi manifestazione di tali convinzioni, senza distinzione alcuna. Dagli elementi del fascicolo di cui dispone la Corte non risulta che tale norma interna sia stata applicata in modo diverso alla signora Achbita rispetto agli altri dipendenti della G4S". Di conseguenza, secondo la Corte "siffatta norma interna non implica una disparità di trattamento direttamente fondata sulla religione o sulle convinzioni personali, ai sensi della direttiva". Nella sentenza di oggi, la Corte di giustizia rammenta innanzitutto che nella direttiva si intende per "principio di parità di trattamento" l'assenza di qualsiasi discriminazione diretta o indiretta basata, tra le altre cose, sulla religione. Sebbene la direttiva non contenga alcuna definizione della nozione di "religione", il legislatore dell'Unione ha fatto riferimento alla Convenzione europea dei diritti dell'uomo (CEDU) nonché alle tradizioni costituzionali comuni degli Stati membri, riaffermate nella Carta dei diritti fondamentali dell'Unione. Pertanto, la nozione di religione deve essere interpretata nel senso che essa comprende sia il fatto di avere convinzioni religiose, sia la libertà degli individui di manifestarle pubblicamente.

La Corte rileva però che "non è tuttavia escluso che il giudice nazionale possa arrivare alla conclusione che la norma interna istituisca indirettamente una disparità di trattamento fondata sulla religione o sulle convinzioni personali, qualora fosse dimostrato che l'obbligo apparentemente neutro in essa contenuto comporta, di fatto, un particolare svantaggio per le persone che aderiscono ad una determinata religione o ideologia". Tuttavia, sottolinea ancora, "siffatta disparità di trattamento non costituirebbe una discriminazione indiretta qualora fosse giustificata da una finalità legittima e i mezzi impiegati per il suo conseguimento fossero appropriati e necessari. La Corte, pur sottolineando che il giudice nazionale investito della controversia è l'unico competente a stabilire se e in quale misura la norma interna sia conforme a tali requisiti, fornisce indicazioni al riguardo". Essa rileva che "è legittima la volontà di un datore di lavoro di mostrare ai suoi clienti, sia pubblici sia privati, un'immagine di neutralità, in particolare qualora siano coinvolti soltanto i dipendenti che entrano in contatto con i clienti. Tale intenzione, infatti, rientra nell'ambito della libertà d'impresa, riconosciuta dalla Carta". Adnkronos 14

 

 

 

 

Riunito il Comitato Scientifico del Forum delle Associazioni italiane nel Mondo (FAIM)

 

ROMA - Venerdì 10 marzo scorso si è riunito a Roma il Comitato Scientifico del FAIM, il forum nato dagli Stati Generali dell’associazionismo italiano celebrati nel 2015, che in poco tempo ha raccolto l’adesione di 10 Federazioni nazionali e 95 associazioni operanti in Italia e all’estero. Fin dalla prima fase organizzativa, il FAIM ha puntato molto sulla costituzione di un Comitato Scientifico di accompagnamento e di supporto alla propria attività, ottenendo l’adesione di ricercatori e docenti universitari con estese e comprovate competenze nel mondo dell’associazionismo sociale e delle reti associazionistiche. Per garantire margini di operatività concreta al Comitato il FAIM ha optato per una composizione snella, limitandola ad otto esperti, per cui il Comitato Scientifico risulta così composto: Sivia Aru (docente università di Cagliari), Antonio Bonetti (docente, esperto in ambito UE di pianificazione strategica e finanza sociale), Cristiano Caltabiano (sociologo, ricercatore IREF), Massimo Campedelli (sociologo e ricercatore), Delfina Licata (ricercatrice Fondazione Migrantes), Grazia Moffa (docente università Salerno), Enrico Pugliese (docente, accademico e ricercatore CNR), Matteo Sanfilippo (accademico e direttore CSER).

Nella riunione del 10 marzo il Coordinamento del FAIM e il Comitato Scientifico hanno dato vita ad un ampio e fattivo confronto sulle linee programmatiche del convegno “Migrare in tempo di crisi, necessità e opportunità: più tutele, più diritti” che si svolgerà alla fine di ottobre e sarà preceduto da un seminario propedeutico da tenersi nel mese di luglio. “È di massima attualità - ha sottolineato Franco Narducci, portavoce del FAIM - a fronte del crescente flusso di emigrazione dall’Italia, di analizzare i bisogni, le difficoltà e gli ostacoli, non solo di carattere economico, che accompagnano il nuovo fenomeno dell’emigrazione italiana in questo prolungato periodo di crisi. Ma anche di valutare il profilo sociale aggiornato dei nuovi migranti, per capire a quali condizioni sia possibile costruire una rete di sostegno che veda l’associazionismo protagonista in uno scenario profondamente cambiato rispetto al passato”. Il focus riguarderà essenzialmente sei nazioni: Belgio, Francia, Germania, Inghilterra, Svizzera e un Paese extra-europeo. (Inform 13)

 

 

 

 

Occorre un confronto per trovare soluzioni condivise sulle dismissioni immobiliari all’estero

 

Spesso si tratta di beni immobiliari acquistati dallo Stato italiano durante il secolo scorso con il concorso dei risparmi degli emigrati

 

ROMA - Da alcuni anni il ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale ha incominciato ad alienare quei beni demaniali all’estero rimasti vuoti in seguito alla chiusura di sedi di Rappresentanze consolari e di Istituti di Cultura, è detto in una nota del segretario  generale del CGIE Michele Schiavone.

Questi interventi di cura dimagrante - prosegue Schiavone - sarebbero motivati dal recupero del gettito programmato nella tabella VI del bilancio dello stato. Il recupero finanziario triennale programmato indica delle somme, che si aggirano attorno ai venti milioni di euro annui. Intanto si sta andando oltre la vendita delle strutture non più utilizzate e si assiste a decisioni opinabili sulla dismissione insensata di immobili, che danno il senso di una svendita della gioielleria di famiglia. E’ il caso delle sedi consolari di Monaco di Baviera, di Lugano, di Marsiglia, della casa d’Italia di Lucerna e di ulteriori immobili sparsi nel mondo e contenuti in una lista, che ne prevede oltre quaranta.

In questa spasmodica ricerca di denaro per abbattere il deficit dello Stato, queste decisioni alterate, in quantità e qualità, mostrano un eccessivo decisionismo della macchina della pubblica amministrazione, che rifugge qualsiasi interlocuzione con la rappresentanza civile e politica degli italiani all’estero. Gli indicatori finanziari di questi ultimi anni manifestano un trend poco incoraggiante e abbisognano di una convinta correzione a sostegno delle varie politiche rivolte agli italiani all’estero.

Nella fattispecie spesso si tratta di beni immobiliari acquistati dallo Stato italiano durante il secolo scorso con il concorso dei risparmi degli emigrati o ereditati da donazioni con clausole specifiche finalizzate alla promozione dell’Italia e a sostegno e garanzie di aspetti sociali e culturali dei suoi cittadini all’estero.

Trattandosi di dismissioni immobiliari che non sono mai state discusse né con i consiglieri del CGIE, né con i Comites che rappresentano gli interessi diretti delle comunità locali, é naturale pensare che occorrerà recuperare un confronto tra le parti per trovare soluzioni condivise. Perciò questo tema verrà dibattuto alla prossima assemblea plenaria convocata dal 27 al 31 marzo. Sarebbe saggio ed opportuno che prima di assumere decisioni definitive sulle nuove vendite immobiliari all’estero, l’amministrazione dello stato avesse il buon senso di ascoltare i consiglieri che avranno proposte spendibili non solo per rispondere alle esigenze finanziarie dello stato, ma anche per salvaguardare tutte le esigenze che all’estero servono a creare comunità. Le strutture pubbliche all’estero hanno questa funzione ed occorrerà utilizzarle anche per questo scopo per permettere ai cittadini italiani di avere dei punti di riferimento identitari. dip

 

 

 

 

Congresso PD. Mozione Orlando, nominati  coordinatori estero e quelli Paese

 

La fase congressuale del Partito Democratico sta entrando nel vivo e, dopo la presentazione ufficiale delle candidature e mozioni ad esse collegate, hanno preso il via i comitati nazionali e locali dei candidati.

Il comitato a sostegno di Andrea Orlando ha nominato Eugenio Marino coordinatore per l'estero e sarà lui a guidare la mozione tra i cittadini italiani nel mondo.

Nei giorni scorsi lo stesso Marino ha provveduto a consultare i vari comitati spontanei già costituitisi o in procinto di costituirsi nei prossimi giorni e ha individuato, su indicazione dei sostenitori di Orlando nei territori, i vari coordinatori paese della mozione del giovane Guardasigilli.

Sono stati quindi incaricati i seguenti coordinatori: per il Belgio, Raffaele Napolitano, per la Francia Massimiliano Picciani, per la Gran Bretagna Giulia Pellegrini coordinatore e Leonardo Montesi presidente, per la Germania Federico Quadrelli, per l''Olanda Elio Vergna, per la Svizzera Mariachiara Vannetti, per il Lussemburgo Roberto Serra, per l'Argentina Silvia Viganò, per il Brasile Andrea Lanzi, per l'Uruguay Renato Palermo, per l'Australia Salvatore Riggio, per il Canada Joe Cafiso, per gli USA Elena Luongo presidente e Mico Licastro coordinatore.

Nei prossimi giorni Marino, in raccordo con i coordinatori paese, formalizzerà anche i coordinatori cittadini. Tutti coloro che intendono partecipare al congresso e alle primarie del PD e che volessero impegnarsi e contribuire in qualche modo possono rivolgersi al comitato nazionale a sostegno di Orlando o a uno dei suddetti coordinatori Paese. De.it.press

 

 

 

 

"Unbeschreibliche Not". UN sehen in Syrien schlimmste Katastrophe seit Zweitem Weltkrieg

 

Seit sechs Jahren herrscht Krieg in Syrien. Mit immer neuen Superlativen beschreiben UN und Hilfswerke das Leid der Bevölkerung. Eine Lösung ist weiter nicht in Sicht.

 

Mit einem dramatischen Appell haben die Vereinten Nationen zum sechsten Jahrestag des Kriegsbeginns in Syrien auf das Leid der Bevölkerung aufmerksam gemacht. Der Konflikt sei die schlimmste von Menschen gemachte Katastrophe seit dem Zweiten Weltkrieg, sagte der UN-Hochkommissar für Menschenrechte, Seid Ra’ad al-Hussein, am Dienstag in Genf. Die Bevölkerung müsse den reinsten Horror erdulden.

Der Regional-Koordinator für humanitäre Hilfe für Syrien, Kevin Kennedy, betonte, von den etwa 18 Millionen noch in dem Land lebenden Syrer seien mehr als 13 Millionen akut von auswärtiger Hilfe abhängig. Doch die UN und die anderen Hilfswerke könnten die Menschen wegen der anhaltenden Kämpfe und Blockaden nicht versorgen, obwohl Ende 2016 eine Feuerpause vereinbart worden war, sagte er dem Evangelischen Pressedienst (epd). „Die Not dieser Menschen ist unbeschreiblich.“ Insgesamt lebten 4,5 Millionen Menschen in abgeriegelten Orten oder kaum erreichbaren Gebieten. Etwa fünf Millionen Syrer sind außerhalb des Landes auf der Flucht.

Demo, Volksaufstand, Bürgerkrieg

Am 15. März 2011 begannen Demonstrationen gegen das Regime von Herrscher Baschar al-Assad. Aus den Protesten entwickelte sich ein Volksaufstand, der schließlich in einen Bürgerkrieg zwischen dem Regime, verschiedenen Rebellengruppen und Terrormilizen eskalierte. Hunderttausende Menschen wurden seitdem getötet, weite Teile des Landes liegen in Trümmern.

Der Menschenrechtskommissar erklärte, das Assad-Regime habe auf die Proteste vom 15. März 2011 mit einem Krieg gegen das eigene Volk reagiert. Diese Gewalt habe zu Extremismus geführt. Verhaftungen, Verschleppungen, Misshandlungen und Blutvergießen bestimmten den Alltag in dem Land. Syrien sei eine riesige Folterkammer geworden, sagte Seid. Zugleich verweigerten die Assad-Behörden internationalen Ermittlern die Einreise. Das ganze Ausmaß des Schreckens liege noch im Dunkeln, betonte der Jordanier und verlangte die Bestrafung der Täter.

Amnesty beklagt massive Menschenrechtsverletzungen

Amnesty International kritisierte, dass es der internationalen Gemeinschaft in sechs Jahren nicht gelungen sei, den fortwährenden massiven Menschenrechtsverletzungen ein Ende zu setzen und die Verantwortlichen zur Rechenschaft zu ziehen. Angesichts der Blockadehaltung von Russland und China im UN-Sicherheitsrat, gelte es, diplomatische Bemühungen um eine internationale Gerichtsbarkeit für Syrien zu verstärken, forderte Generalsekretär Markus N. Beeko in Berlin. Entsprechende Mechanismen seien von der UN-Vollversammlung beschlossen worden.

Der deutsche Verband entwicklungspolitischer Organisationen Venro forderte die Staatengemeinschaft auf, den Druck auf die Kriegsparteien zu erhöhen. „Die Bombardierungen von Wohngebieten, Krankenhäusern und Schulen sind schwerste Verletzungen des humanitären Völkerrechts“, erklärte der Vorstandsvorsitzende Bernd Bornhorst in Berlin. Die Helfer müssten endlich dauerhaft in die belagerten Gebiete gelassen werden, um Verletzte und Hungernde zu versorgen.

Die Welt dürfe den Krieg und das Leid der Zivilbevölkerung nicht als Normalzustand und unabänderliche Tatsache hinnehmen, sagte die Präsidentin der Welthungerhilfe, Barbara Dieckmann, in Bonn. „Wir dürfen uns nicht an das Leid gewöhnen.“ Die UN hätten immer noch zu wenig Geld für die Hilfsmaßnahmen in diesem Jahr. „Wir dürfen die Menschen in Syrien nicht aufgeben, auch wenn die komplexe politische und militärische Gemengelage im Land einen stabilen Friedensprozess schwierig macht.“ (epd/mig 17)

 

 

 

 

„Deutschland aktuell". Europa wird 60!

 

Am 25. März 1957 haben Deutschland, Frankreich, Italien, Belgien, Luxemburg und die Niederlande die Römischen Verträge unterzeichnet. Damit legten sie den Grundstein für die Europäische Union. Das EU-Jubiläum ist Topthema der neuen Ausgabe von "Deutschland aktuell".

Bundeskanzlerin Merkel betont in ihrem Vorwort, dass es sich lohne, sich für dieses Europa zu engagieren: "Gemeinsam können wir mehr schaffen als jedes Land für sich allein."

Brückenschlag für Europa

Konkrete Beispiele zeigen, was Europa ausmacht und warum die EU so wertvoll für alle ist. Man kann reisen, wohin man will, lernen und arbeiten, wo man will, grenzenlosen Handel treiben und vor allem: Die EU ist ein Garant für Frieden und Freiheit.

Erfahren Sie mehr, warum für Ursula Müller Frieden das Wichtigste ist; welche Erfahrungen Frauke Flemming und Laura Gaul mit Erasmus+ als Azubis in Schottland gemacht haben und was für Unternehmer Bernhard Höning grenzenloser Handel bedeutet.

Mehr Schutz für die Sicherheit

Eines der zentralen politischen Themen bleibt die innere Sicherheit. Die Bundesregierung hat auf die gestiegene Bedrohung durch den islamistischen Terror reagiert. Zum Beispiel durch mehr Personal für die Sicherheitsbehörden. Der Chef des Bundesamts für Sicherheit in der Informationstechnik erklärt, was seine Behörde gegen Cyber-Attacken unternimmt. Mit der "Aktion-tu-was!" ermutigt die Polizei zu mehr Zivilcourage bei Straftaten.

Tipps für Verbraucher

Gute Nachrichten gibt es für Verbraucher: Die Preise für Medikamente bleiben stabil auf dem Stand von 2009. Es gibt mehr Auswahl bei Hilfsmitteln wie bei Hörgeräten oder bei Inkontinenzartikeln.

Der Verbraucherschutz macht nicht an den Grenzen innerhalb der EU Halt. Ab diesem Sommer entfallen endlich auch die Roaming-Gebühren fürs Handy.

500 Jahre Reformation

Zu den Höhepunkten im Reformationsjahr zählen die drei nationalen Sonderausstellungen des Deutschen Historischen Museums im Berliner Martin-Gropius-Bau,+ auf der Wartburg in Eisenach und im Lutherhaus in Wittenberg. 

Reise nach Berlin zu gewinnen

Auch in der neuen "Deutschland aktuell"-Ausgabe gibt es ein Preisrätsel, und mit etwas Glück kann man eine Reise zu zweit nach Berlin gewinnen: vom 9. bis 11. Juni 2017. Dazu den Coupon auf der Rückseite des Hefts mit der richtigen Antwort auf eine Postkarte kleben und einsenden. Oder das Lösungswort online übermitteln. Einsendeschluss ist der 30. April 2017.

http://www.bundesregierung.de/Content/DE/_Anlagen/2017/03/2017-03-15-d-aktuell.pdf?__blob=publicationFile.  pib 16

 

 

 

 

Fünf Wege führen nach Rom

 

Axel Schäfer über die von der Kommission vorgelegten Szenarien für die Zukunft der EU.

 

Am 1. März 2017 hat die Europäische Kommission ihr Weißbuch zur Zukunft Europas vorgelegt. Darin skizziert sie fünf unterschiedliche Szenarien, die beschreiben, wie sich die EU bis 2025 entwickeln könnte. Nun obliegt es den Regierungschefs der Mitgliedstaaten die Diskussion hierüber aufzunehmen.

Anlass des Weißbuchs ist der Jubiläumsgipfel am 25. März in Rom, der an die Unterzeichnung der Römischen Verträge vor 60 Jahren erinnern soll. Wie nie zuvor seit ihrer Gründung sieht sich die Gemeinschaft mit derart komplexen Herausforderungen konfrontiert, die nach Lösungen rufen. Die Bedrohung kommt sowohl von außen als auch von innen. Das Fortbestehen der Europäischen Union ist ernsthaft gefährdet. Es stellt sich die Frage, ob es noch den festen Willen gibt, die Grundlage für einen immer engeren Zusammenschluss in Europa zu schaffen. Die Migrations- und Fluchtbewegungen und hohe Arbeitslosigkeit erfordern entschlossenes Handeln. All diese Entwicklungen verunsichern die Menschen in zunehmendem Maße. Sie fürchten den Verlust der erworbenen Errungenschaften und verlieren sich in einfachen populistischen Antworten. In Großbritannien hat dies zum Brexit-Votum geführt.

Die Kommission hat ihr Weißbuch sehr allgemein gehalten. Sie hat nicht bloß einen Weg, sondern gleich fünf Szenarien für die Zukunft der EU vorgeschlagen. Daraufhin hat man ihr mancherorts sogleich Mutlosigkeit und Unentschlossenheit vorgeworfen. Diese Kritik ist jedoch zu kurz gegriffen. Die Brüsseler Institution befindet sich in einer Situation mit sehr wenig Spielraum. Hätte sie lediglich ein einziges Modell für die Zukunft Europas vorgeschlagen, wäre dies kaum realistisch gewesen. Gleichzeitig ist es notwendig, dass die Kommission nachdrücklich zur Debatte über die EU auffordert. Verschiedene Alternativen zu benennen, ist daher ein wichtiger und richtiger Schritt.

Klar ist, dass die EU mit 27 Staaten einen Neustart braucht. Die Regierungschefs in Europa müssen sich endlich einigen, in welche Richtung es weitergehen soll. In Zeiten der noch immer größten Krise des europäischen Einigungsprozesses brauchen wir in Europa wegweisende Antworten. Die fünf Szenarien der Kommission bilden einen Ausgangspunkt für diese Debatte.

Wir dürfen uns nicht auf den Binnenmarkt beschränken

Was wir in der EU keinesfalls anstreben sollten, wäre der Rückbau auf den Binnenmarkt, wie es die Kommission in ihrem zweiten Szenario beschreibt. Dies hätte zur Folge, dass in Fragen zu diversen Rechtssetzungen keine europaweite Zusammenarbeit mehr möglich wäre und es stattdessen eine Rückbesinnung auf den Nationalstaat gäbe. Auch das vierte Szenario des Weißbuchs müssen wir vermeiden. Hier geht es darum, dass die EU sich nur noch mit ausgewählten Politikbereichen befasst, in anderen aber nicht mehr aktiv wird. Diese Vorstellung ist schon deshalb problematisch, weil sich die Mitgliedstaaten nur schwer auf gemeinsame Prioritäten einigen könnten. Zudem liefe man Gefahr, dass wichtige politische Fragen auf europäischer Ebene ausgeblendet würden.

Welche der vorgestellten Szenarien sollten wir daher ernsthaft in Erwägung ziehen? Natürlich ist die fünfte Option „Viel mehr gemeinsames Handeln“ verlockend. In dieser Variante würde man auf europäischer Ebene weiterhin in allen Feldern noch enger als derzeit kooperieren. Die EU könnte auf der internationalen Ebene konsequent mit einer Stimme sprechen. Das würde den Kampf gegen den Klimawandel und Herausforderungen im Bereich der Migration ungemein erleichtern. Auch würde sich die EU in Fragen zu Steuern und Beschäftigung stärker abstimmen, um so gemeinsam wirtschaftlich erfolgreich zu sein und Wohlstand in ganz Europa zu schaffen. Leider ist dieses Modell in der Realität zurzeit kaum umsetzbar, da es dafür zu wenig politischen Konsens in den europäischen Hauptstädten gibt.

Bevor die EU ihr Handeln allerdings nur noch auf den Binnenmarkt beschränkt, sollten wir uns doch besser für das erste Szenario, ein „Weiter wie bisher“, entscheiden. Denn die europäische Gemeinschaft ist in ihrer heutigen Form viel besser als ihr Ruf. Dafür reichen ein paar unbestreitbare Fakten: Europa hat in den letzten 65 Jahren eine einmalige Epoche von Frieden erlebt. Die EU ist heute der größte Wirtschaftsraum der Welt. Tagtäglich findet auf der europäischen Ebene eine konstruktive Zusammenarbeit beruhend auf einem auf Konsens gerichteten Interessensausgleich und Konfliktlösung statt. Mit vergleichbar wenigen Finanzmitteln – mit dem Einsatz von nur 0,3 Prozent aller öffentlichen Gelder – erzielt die EU einen größtmöglichen Synergieeffekt. Zudem kommt der europäische Haushalt komplett ohne Schulden aus.

Europa der verschiedenen Geschwindigkeiten? Ja, aber unter Vorbehalt

Zuletzt sprechen heute viele von einem Europa der verschiedenen Geschwindigkeiten – so auch das Weißbuch in seinem dritten Szenario. Diese Option muss bestehen, darf jedoch nicht die Regel werden: Es sollte immer möglich sein, dass sich Mitgliedstaaten zu einem späteren Zeitpunkt dazu entschließen, bei begonnenen politischen Initiativen auf EU-Ebene mitzumachen. Bestimmte Ideen, die schon heute im Zuge eines Europas der verschiedenen Geschwindigkeiten zur Diskussion stehen, müssen wir zudem kritisch beleuchten, zum Beispiel die Einrichtung eines Parlaments für die Eurozone. Dies würde das politische System der EU handlungsunfähig machen: Ein Vertretung, deren Zusammensetzung sich vierteljährlich durch nationale Wahlen ändert, könnte niemals funktionieren und würde zugleich das Europäische Parlament deutlich schwächen.

Wir müssen dem um sich greifenden Wahn des aggressiven Nationalismus die erlebbare Wirklichkeit eines solidarischen Europas entgegensetzen. Dazu brauchen wir neue positive Ideen. Die Kommission hat dazu einen ersten Beitrag beigesteuert. Es ist nun insbesondere die Aufgabe der Mitgliedstaaten, sich zu positionieren. Auch 60 Jahre nach der Unterzeichnung der Römischen Verträge liegt es in unserer Verantwortung, für ein besseres Europa zu streiten.  Von Axel Schäfer IPG 6

 

 

 

 

Niederlande: Rutte übertrumpft Wilders

 

Bei der Parlamentswahl in den Niederlanden hat sich Ministerpräsident Mark Rutte gegen seinen islamfeindlichen und EU-kritischen Herausforderer Geert Wilders durchgesetzt.

 

Nach einer Hochrechnung auf Basis von 55 Prozent ausgezählten Stimmen kam Ruttes rechtsliberale Partei VVD auf 32 der 150 Sitze, neun weniger als bisher. Mit deutlichem Abstand dahinter folgen gleichauf die PVV des Rechtspopulisten Geert Wilders, die Christdemokraten und die Zentristische Democrats 66 mit jeweils 19 Sitzen. Die Regierungsbildung dürfte kompliziert werden, da mehr als ein Dutzend Parteien ins neue Parlament einziehen könnten.

Der Rechtspopulist Wilders erklärte Rutte noch am Abend zum Sieger der Wahl und kündigte an, seine Partei werde kraftvolle Oppositionsarbeit leisten. Rutte war schon vorher in Den Haag vor seine jubelnden Anhänger getreten: „Es sieht danach aus, dass die VVD zum dritten Mal in Folge die stärkste Partei in den Niederlanden sein wird“, sagte er strahlend. „Heute abend feiern wir ein bisschen“. Nach der Brexit-Entscheidung der Briten und den US-Wahlen hätten die Niederlande „Nein gesagt zu einem Populismus der falschen Sorte“.

Anstieg der Wahlbeteiligung auf über 80 Prozent

Frankreichs Außenminister Jean-Marc Ayrault gratulierte den Niederländern per Twitter dazu, „den Aufstieg der Rechtsextremen aufgehalten zu haben“. In Frankreich wird bald ein neuer Präsident gewählt. Im ersten Wahlgang am 23. April werden der Rechtsextremen Marine Le Pen gute Chancen auf das Erreichen der Stichwahl eingeräumt. Bundeskanzlerin Angela Merkel gratulierte Rutte telefonisch zum Wahlausgang: „Ich freue mich auf weiter gute Zusammenarbeit als Freunde, Nachbarn, Europäer“.

Die Niederlande haben mit ihrer Parlamentswahl das europäische Super-Wahljahr eingeläutet. Mark Rutte warnte, nach dem Brexit-Votum und den US-Wahlen „würde der Rest der Welt dann erleben, dass die falsche Art von Populismus erneut den Sieg davongetragen hätte“.

Knapp 13 Millionen Wähler waren aufgerufen, über die Zusammensetzung des neuen Parlaments zu entscheiden. Die Polarisierung im Wahlkampf führte zu einem Anstieg der Wahlbeteiligung auf über 80 Prozent, den höchsten Wert seit 30 Jahren. Reizthemen im Vorfeld waren die Rolle des Islam und die Einwanderung.

Den Wahlkampf aufgeheizt hatte zuletzt der Streit über das Verbot für türkische Regierungsmitglieder, in den Niederlanden für das geplante Verfassungsreferendum in der Türkei zu werben. Der türkische Präsident Recep Tayyip Erdogan erhob daraufhin Nazi-Vorwürfe gegen die Niederlande, die im Zweiten Weltkrieg stark unter den Nationalsozialisten gelitten hatten. Seine Landleute in den Niederlanden rief Erdogan noch am Wahltag auf, weder für die Regierung zu stimmen noch für „Rassisten“.

Die Türkei setzt im Streit mit den Niederlanden über Wahlkampfauftritte von Politikern immer stärker auf Konfrontation.

Kampf gegen den „verkehrten Populismus“

Wilders Freiheitspartei (PVV), die lange wie die sichere Siegerin aussah, hat seit Jahresbeginn deutlich an Zustimmung verloren. Rutte konnte dagegen offenbar mit seinem harten Kurs im Streit mit der Türkei punkten, zumal fast 40 Prozent der Wahlberechtigten bis zuletzt noch als unentschlossen galten. In Umfragen konnte seine Volkspartei für Freiheit und Demokratie (VVD) vor der Wahl zulegen.

Die Abstimmung in den Niederlanden ist der Auftakt zu insgesamt drei Wahlen in EU-Gründungsstaaten in diesem Jahr, in denen es zu einem Erstarken populistischer und nationalistischer Parteien gekommen ist. Rutte hatte die Wahl in seinem Land als Viertelfinale im Kampf gegen den „verkehrten Populismus“ bezeichnet. Das Halbfinale werde im Mai bei der Präsidentenwahl in Frankreich ausgetragen, das Finale im Herbst bei der Bundestagswahl in Deutschland. EURACTIV mit Agenturen 16

 

 

 

 

Schulz zum Kanzlerkandidaten mit hundert Prozent der gültigen Stimmen gewählt

 

So ein klares Ergebnis hat es in den letzten 70 Jahren noch nie gegeben: Die SPD hat am Sonntag Martin Schulz zum Nachfolger von Sigmar Gabriel und zum Kanzlerkandidaten gewählt, mit hundert Prozent der gültigen Stimmen. Drei Stimmen waren ungültig.

In einer kämpferischen mehr als einstündigen Rede bekräftigte Schulz den Anspruch der SPD, bei der Bundestagswahl im September stärkste Kraft zu werden. Als Programmpunkte versprach Schulz unter anderem mehr Lohngerechtigkeit, gebührenfreie Bildung von der Kita bis zum Studium und klare Linien bei den Themen Rechtsstaatlichkeit und liberale Ordnung.

“Wir brauchen nicht in die USA zu fahren, um den Versuch zu beobachten, wie in westlichen Staaten das Rad der Freiheit zurückgedreht werden soll. Schaut in die Türkei, schaut nach Ungarn, schaut nach Polen”, so Schulz. “Euch, die Ihr jeden Tag ein Stück frecher gegen unsere Demokratie werdet, Ihr habt in der SDP den entschiedensten Gegner, den man in diesem Land haben kann.”

Schulz wiederholte, die Agenda 2010 modifizieren zu wollen und kritisierte die von der Union angekündigten Steuersenkungen als zu teuer.

Ihr Wahlprogramm will die SPD erst im Juni beschließen. Die Nominierung des in Deutschland bislang relativ unbekannten Schulz und der Rückzug des derzeitigen Vizekanzlers Sigmar Gabriel haben der SPD in Deutschland einen Höhenflug beschert. Sie liefert sich nun ein Kopf-an-Kopf-Rennen mit der Union. Euronews 19

 

 

 

Griechenland prüft Rechtmäßigkeit von Flüchtlingspakt

 

Dürfen syrische Flüchtlinge in die Türkei abgeschoben werden? Darüber verhandelt heute das höchste Gericht Griechenlands – und fragt damit, ob die Türkei ein „sicherer Drittstaat“ ist.

 

Ist die Türkei wirklich ein „sicherer Drittstaat“? Diese Frage, über die seit dem Inkrafttreten des Flüchtlingspakts zwischen der EU und Ankara heftig debattiert wird, prüft heute das höchste Verwaltungsgericht Griechenlands in einer Anhörung.

Es ist eine Entscheidung mit Gewicht. Genau die Garantie auf Sicherheit für Asylsuchende nämlich setzt der EU-Türkei-Deal voraus, den Bundeskanzlerin Merkel erst am gestrigen Donnerstag erneut mit den Worten verteidigt hatte, „ohne solche Abkommen müssten wir uns mit illegaler Migration abfinden. Geholfen wäre damit niemandem“.

Die Bundeskanzlerin hat die „deplatzierten NS-Vergleiche“ der Türkei vor Beginn des EU-Gipfels scharf kritisiert, plädierte aber für die Fortsetzung des Flüchtlingspakts. Sowohl im Bundestag als auch im Europaparlament wächst derweil die Kritik am EU-Türkei-Deal.

Entpuppt sich das Land am Bosporus allerdings als nicht sicherer Drittstaat, wäre das Flüchtlingsabkommen juristisch nicht mehr haltbar. Eine Katastrophe für die EU-Länder, die bislang keinen effizienteren Weg sehen, um den Andrang an Flüchtlingen nach Europa besser zu regulieren und das Schlepperhandwerk einzudämmen.

In der heutigen Verhandlung geht es um den Fall zweier Syrer, deren Asylanträge in erster und zweiter Instanz als unzulässig erachtet wurden, obwohl ihre Fälle nie inhaltlich geprüft wurden. Ihnen droht darum die Abschiebung in die Türkei. Eine erste Anhörung in Griechenland zu diesem Fall hatte am 29. November 2016 stattgefunden. Damals verwies die 4. Kammer des Staatsrates den Fall aufgrund seiner Wichtigkeit an das Plenum der des Staatsrates.

Vertreten wird einer der beiden syrischen Asylsuchenden durch Anwälten von Refugee Support Aegean (RSA), einem der Umsetzungspartner eines Projekts der NGO PRO ASYL in der Ägäis.

RSA unterstützt Schutzsuchende seit dem Start des Flüchtlingsabkommens dabei, ihre Rechte wahrzunehmen – und ist überzeugt, dass die Türkei nicht als „sicherer Drittstaat“ gelten kann. Die „unabhängigen Berufungsausschüsse“, von denen die Asylanträge der Syrer als unzulässig eingestuft wurden, entsprächen nicht der griechischen Verfassung.

Bislang haben RSA und andere Organisation in Griechenland verhindert, dass syrische Flüchtlinge unter der Annahme, dass die Türkei sicher sei, dorthin zurückgeschickt wurden.

Die Menschenrechtsgruppe Amnesty International hat der Europäischen Union im Umgang mit Flüchtlingen einen Bruch des Völkerrechts vorgeworfen.

Die Rücksendung von Schutzsuchenden unter dem EU-Türkei-Flüchtlingspakt sei „illegal und skrupellos“, kritisierte Amnesty in einem am Freitag vorgelegten Bericht. Die verantwortlichen Politiker in der EU verbreiteten die „Fiktion“, die Türkei sei ein sicheres Land, in das Flüchtlinge rechtmäßig zurückgeschickt …

Dass die Türkei nicht sicher für Flüchtlinge sei, zumal dort die internationalen Standards nicht erfüllt seien, hatten die früheren Asylberufungsausschüsse bisher – außer in drei Fällen – durchgängig entschieden. Indem sie erstinstanzliche Entscheidungen zur Unzulässigkeit von Asylanträgen aufhoben, spielten sie so eine wichtige Rolle dabei, dass syrische Flüchtlinge nicht in die Türkei geschickt werden.

Auch andere Beobachter berichteten immer wieder von der besorgniserregenden Situation der Schutzsuchenden in den türkischen Lagern und Behinderungen beim Stellen von Asylanträgen.

Schlecht ernährte Menschen in Abschiebelagern, Behinderung von Asylanträgen, Übergehen der Rechte von türkischen Gemeinden: Im hochumstrittenen Flüchtlingsabkommen mit der Türkei treten immer mehr bedenkliche Details zutage. Berichte von Beobachtern vor Ort zeigen das Ausmaß der Verstöße gegen Menschenrechte und Rechtsstaatlichkeit.

Doch seit Juni vergangenen Jahres ersetzen „Unabhängige Berufungsausschüsse“ die Asylberufungsausschüsse. Kritiker, unter ihnen auch Mitglieder der abgesetzten Berufungsausschüsse, werteten diese Entscheidung der griechischen Regierung als unzulässige politische Intervention. Die Unabhängigkeit und Objektivität des Asylverfahrens sei nicht mehr gewährleistet, warnten sie.

Die Menschenrechtsorganisation Human Rights Watch wirft den türkischen Sicherheitskräften vor, syrische Flüchtlinge mit tödlicher Waffengewalt an der Einreise zu hindern. Es gebe Berichte über tödliche Schüsse türkischer Soldaten auf Flüchtlinge

Die Entscheidung des Staatsrates darüber, ob die neuen Ausschüsse verfassungsgemäß sind, ob sie also überhaupt über Abschiebungen in die Türkei entscheiden dürfen, dürfte entscheidend für die Zukunft des umstrittenen EU-Türkei-Deals sein.

EU-Türkei steckt im Verantwortungs-Vakuum

Der Ko-Vorsitzende der Grünen im Europaparlament Philippe Lamberts, hatte gestern eindringlich vor einem „Verantwortungs-Vakuum hinsichtlich des Flüchtlingspakts gewarnt. Während der Deal versage, sei „niemand bereit, Verantwortung dafür zu übernehmen“, so  Lamberts.

Die Grünen beklagen, dass eine demokratische Kontrolle  des Abkommens durch das EU-Parlament nicht mehr gegeben ist und kritisieren den jüngsten Beschluss des Europäischen Gerichtshofs (EuGH) scharf.  Dieser hatte hatte Ende Februar die Klage dreier Asylbewerber gegen den EU-Türkei-Flüchtlingsdeal abgewiesen. Das Abkommen sei nicht vom Europäischen Rat, sondern von den einzelnen EU-Staaten mit der Türkei vereinbart worden, so der EuGH in einer Pressemitteilung. Daher handele es sich um bilaterale Abkommen zwischen den EU-Mitgliedstaaten und der Türkei, für die das Gericht nicht zuständig sei. Nicole Sagener, EA 10

 

 

 

Regierungserklärung im Bundestag. Merkel wirbt für offenes und starkes Europa

 

Die Kanzlerin hat sich für ein weltoffenes und starkes Europa ausgesprochen. Europa dürfe sich niemals einigeln und abschotten, so Merkel mit Blick auf die Handelspolitik. Zudem müsse die EU mehr Verantwortung übernehmen, so bei der Sicherheit. Merkel verurteilte deutlich die Nazi-Vergleiche türkischer Politiker.

 

Zu Beginn ihrer Regierungserklärung verwies Bundeskanzlerin Angela Merkel auf eine sich positiv entwickelnde Wirtschaftslage in der Europäischen Union. "Es ist ein wichtiges Beispiel dafür, was wir als Europäische Union schaffen können, wenn wir gemeinsam handeln", so Merkel. Auf die einzigartige Mischung aus Wettbewerbsfähigkeit und sozialer Sicherung könne Europa stolz sein, so etwas gebe es in diesem Umfang auf der Welt nicht noch einmal. "Die soziale Marktwirtschaft, wie wir sie in Deutschland kennen, ist ein Erfolgsmodell, um das uns weite Teile der Welt beneidet", betonte die Kanzlerin.

Wieder mehr Wachstum in Europa

Sie hob hervor, dass mittlerweile auch die Wachstumsaussichten für Europa wieder besser seien. Die EU-Kommission gehe davon aus, dass in diesem Jahr alle 28 EU-Länder auf einen positiven Wachstumspfad zurückkehrten, und dass dies auch in den kommenden Jahren anhalte. Zur Arbeitslosigkeit sagte Merkel, sie sei in einigen Ländern gerade unter jungen Leuten viel zu hoch.

Damit dürfe man sich auf gar keinen Fall abfinden. "Ermutigen kann uns jedoch, dass sich die Arbeitslosigkeit insgesamt in Europa auf dem niedrigsten Stand seit 2009 befindet", so Merkel.

Auch die Lage der öffentlichen Finanzen und der Umfang der Investitionen habe sich insgesamt, trotz der Lage in Griechenland, kontinuierlich verbessert. Deutschland profitiere davon. Denn "nur wenn es auch Europa gut geht, wird es auch Deutschland dauerhaft gut gehen können. Das dürfen wir nie vergessen", betonte die Kanzlerin.

Globalisierung und Digitalisierung als Chance 

Für die Zukunft sei wesentlich, die Globalisierung und die Digitalisierung als Chance zu begreifen. "Wir müssen gemeinsam alles dafür tun, beides gemeinsam zu gestalten, und zwar auf der Grundlage unserer Werte, aber auch unserer wohlverstandenen eigenen Interessen", sagte Merkel. Sie warb für eine Handelspolitik, die auf freien Handel setzt. Deutschland sei in besonderem Maße als Handelsnation darauf angewiesen, einen guten Zugang nicht nur zum europäischen Binnenmarkt, sondern auch zu den Weltmärkten zu haben. Um sich dort ohne Hindernisse und Benachteiligungen dem globalen Wettbewerb stellen zu können, so Merkel.

Sie begrüßte ausdrücklich, dass das EU-Parlament dem Handelsabkommen CETA zwischen der EU und Kanada zugestimmt habe. Merkel warb für Abkommen mit weiteren Ländern. 

Niemals abschotten und zurückziehen

Merkel erklärte, dass in Teilen der Welt nationalistische und protektionistische Ansätze auf dem Vormarsch seien. Umso wichtiger sei, dass sich Europa seine Offenheit gegenüber der Welt bewahre, auch und gerade in der Handelspolitik. "Europa darf sich niemals einigeln, abschotten und zurückziehen." Die Kanzlerin sprach sich dafür aus, die regionalen Unterschiede und wirtschaftlichen Spezialisierungen in den EU-Mitgliedsländern als Stärke zu sehen. Das

unterschiedliche Potenzial in den Regionen müsse voll zur Entfaltung kommen können. Übertriebene Regulierungen und Hindernisse sollten abgebaut werden.

Mehr Zusammenarbeit bei Rückführungen

Ein weiteres Schwerpunkthema des Europäischen Rates ist die Flüchtlings- und Migrationspolitik.

Merkel sagte, hier gebe es Fortschritte, gleichwohl müsse an weiteren Fortschritten gearbeitet werden. Als Beispiel nannte sie die Reform des europäischen Asylsystems, das reformiert, solidarischer ausgestaltet und vor allem krisenfest gemacht werden müsse. Zudem wolle man "bei den

Rückführungen auf europäischer Ebene enger zusammenarbeiten".

Sehr unbefriedigend sei nach wie vor die Lage der Flüchtlinge auf den griechischen Inseln und die Umsetzung des Flüchtlingsabkommens mit der Türkei durch Griechenland. Auch seien tagtäglich tote Flüchtlinge im Mittelmeer zu beklagen. Deshalb "muss der Kampf gegen Schlepper und Schleuser

unverändert hohe Priorität haben. Ihnen muss das skrupellose und menschenverachtende Handwerk gelegt werden", so Merkel.

Der Kampf gegen kriminelle Schlepper, der notwendige Schutz der europäischen Außengrenzen und die Bekämpfung von Fluchtursachen rette Leben. Diese Punkte verbergen sich laut Merkel konkret hinter dem Konzept, Migrationspartnerschaften mit den Herkunfts- und Transitstaaten einzugehen. Durch eine enge Zusammenarbeit mit diesen Ländern könnte man den Menschen konkret helfen und die unerträgliche Lage für viele nachhaltig in den Griff bekommen. Beispielhaft nannte sie die Migrationspartnerschaften mit Niger und Mali. Wichtig sei auch eine politische Lösung für Libyen.

Merkel wirbt für EU-Türkei-Abkommen

Die Kanzlerin hob die Errungenschaften des Abkommens zwischen der EU und der Türkei hervor. Seitdem das Abkommen in Kraft sei, habe die Zahl der Menschen, die in der Ägäis ums Leben kommen, massiv abgenommen. Zudem seien die Lebensbedingungen der in der Türkei lebenden Flüchtlinge und der nach

Jordanien und Libanon kommenden Menschen verbessert worden.

Noch immer fehle es jedoch an europäischer Solidarität, beispielsweise bei der Verteilung der Flüchtlinge durch freiwillige Kontingente. Umso dringender seien Vereinbarungen mit Transit- und Herkunftsstaaten. Nur mit solchen Vereinbarungen könne man wirksam, also tatsächlich nachhaltig, an

den Fluchtursachen vor Ort oder in der Nähe der vor Terror fliehenden Menschen ansetzen. Die Vereinbarungen, wie das Abkommen mit der Türkei, seien "im Interesse aller".

"Tiefgreifende Differenzen" mit der Türkei

Das gelte auch für die Türkei. Deutschland und die Türkei hätten zahlreiche gemeinsame Interessen. Das gelte auch angesichts "tiefgreifender Differenzen" zwischen der Europäischen Union und der Türkei, zwischen Deutschland und der Türkei. Als traurig und deprimierend bezeichnete Merkel die Äußerungen, mit denen türkische Regierungsmitglieder und auch der türkische Staatspräsident die Bundesrepublik in die Nähe des Nationalsozialismus gerückt hätten. "Das ist so deplatziert, dass man es eigentlich ernsthaft gar nicht kommentieren kann", stellte Merkel klar. Zu rechtfertigen sei "es schon überhaupt gar nicht", auch nicht mit einem Wahlkampf zur Einführung eines Präsidialsystems in der Türkei.

"Nazi-Vergleiche müssen aufhören"

"Diese Vergleiche müssen aufhören", forderte die Kanzlerin. Sie seien der engen Verflechtung beider Völker in Politik, Gesellschaft, Wirtschaft und auch als Nato-Partner nicht würdig. Merkel bekräftigte zudem, dass sich die Bundesregierung weiterhin „mit allen in ihrer Macht stehenden Mitteln“ für die Freilassung des in der Türkei inhaftierten deutschen Journalisten Deniz Yücel einsetzen werde.

Die Kanzlerin wandte sich in ihrer Rede auch an die in Deutschland lebenden Menschen mit türkischen Wurzeln und betonte: "Sie sind Teil unseres Landes." Als Mitschüler, Arbeitskollegen oder als Sportsfreunde leisteten diese Menschen einen Beitrag zum Wohlstand und zum guten Zusammenleben in Deutschland. "Wir wollen alles tun, damit nicht eventuell Konflikte, die innertürkisch sind, in

unser Zusammenleben hineingetragen werden", sagte Merkel.

Verhältnis zur USA von "überragender Bedeutung"

In ihrer Regierungserklärung ging Merkel auch auf die transatlantischen Beziehungen zu den USA ein. Sie zeigte sich davon überzeugt, dass "die transatlantische Partnerschaft auf der Grundlage unserer Werte und Interessen für uns alle, also nicht nur für uns Europäer, von überragender Bedeutung ist." In dem Geist werde sie am 14. März ihre Gespräche mit US-Präsident Trump in Washington führen.

Gerade weil sich der Charakter der Beziehungen verändere, habe sich Europa dazu entschlossen, in der Zukunft mehr Verantwortung als in der Vergangenheit zu übernehmen. In diesem Zusammenhang nannte Merkel die Situation der Westbalkan-Länder, einem weiteren Thema des EU-Rates. Man werde die

Westbalkan-Länder auf ihrem Weg unterstützen, gleichzeitig aber auch darauf drängen, dass die Reformen umgesetzt werden. Wohlstand, Demokratie und Rechtsstaatlichkeit als Selbstverständlichkeit auch in diesen Ländern sei im ureigenen Interesse aller europäischer Staaten.

 

Mehr Verantwortung bei Sicherheit und Verteidigung

Mehr Verantwortung werde Europa auch in der Sicherheits- und Verteidigungspolitik übernehmen. Auch dies ist ein wichtiges Thema des EU-Rates. "Wir müssen als Europäische Union zu einem eigenen Krisenmanagement in unserer Nachbarschaft in der Lage sein, und zwar nicht in Konkurrenz, sondern

ergänzend zur Nato", sagte Merkel. Nötig seien nicht nur finanzielle Verbesserungen, sondern auch eine bessere strukturelle Zusammenarbeit der EU-Mitgliedsländer.

Europa der unterschiedlichen Geschwindigkeiten

Die Kanzlerin warb für Formen der unterschiedlichen Zusammenarbeit innerhalb der EU. Man könne in Europa bei wichtigen Fragen vorankommen, ohne dass sich alle Staaten zu einer Teilnahme gezwungen sähen - oder auf Dauer von ihr ausgeschlossen würden: "Wir müssen notwendige Verbesserungen in Europa ambitioniert, also mit einem hohen Anspruch, angehen können, ohne dabei jedes Mal den Zusammenhalt zwischen den Mitgliedsstaaten zu gefährden", so Merkel. "Denn die vor uns liegenden Aufgaben sind zu groß, als dass wir in Europa immer nur mit dem kleinsten gemeinsamen Nenner arbeiten können."

Zum Abschluss ihrer Rede warb die Bundeskanzlerin dafür, die Erfolgsgeschichte der EU fortzusetzen. Gerade zum 60-jährigen Jubiläum gelte es, sich zu den eigenen Werten und Interessen zu bekennen. Sie schloss mit dem Motto zum 50. Jubiläum der Europäischen Union: "Wir sind zu unserem Glück vereint".  

Der Europäische Rat findet Donnerstag und Freitag in Brüssel statt. Inhaltliche Schwerpunkte sind die Lage der europäischen Wirtschaft, die Kooperation der EU mit afrikanischen Ländern zum Thema Migration und die Zusammenarbeit in der EU bei Sicherheit und Verteidigung. Zudem soll die Debatte über die Zukunft der EU fortgesetzt und eine Erklärung zum 60. Jahrestag der Unterzeichnung der Römischen Verträge vorbereitet werden. Geplant ist, diese Erklärung beim Jubiläums-Gipfel am 25. März in Rom zu verabschieden. Pib 9

 

 

 

 

Pulse of Europe: „Europa spielt in deutschen Parteiprogrammen keine wirkliche Rolle“

 

Die Bewegung „Pulse of Europe“ bringt immer mehr Menschen für Europa auf die Straße. Im Interview mit Euractiv spricht ihr Begründer, der Anwalt Daniel Röder, über die Risiken eines französischen EU-Austritts, Populismus und das Versagen der Mitgliedsstaaten.

 

Euractiv.de: Herr Röder, was haben wir denn noch für Vorteile von Europa? 

Daniel Röder: Das ist gar nicht so schwer zu beantworten. Europa oder nicht – das ist vor allem eine Frage von Krieg und Frieden. Die EU hat eine friedenssichernde Wirkung, wie die Geschichte ja klar zeigt. Außerdem können globale Probleme wie der Klimawandel und die Migration nicht mehr nationalstaatlich gelöst werden. Wohlstand und Wirtschaftswachstum sind natürlich auch ein wichtiger Faktor, den wir aber hinter die genannten stellen.

Streitereien, etwa um die Flüchtlingsverteilung oder Schuldenrückzahlungen Griechenlands, wirken aber nicht sonderlich friedlich und solidarisch. Viele EU-Staaten haben den Eindruck, dass europäische Entscheidungen eigentlich Entscheidungen bestimmter mächtiger Staaten wie Deutschland und Frankreich sind. Fehlt Europa ein Verhaltenskodex für den Umgang untereinander? 

Natürlich ist es zwischen den noch 28 EU-Staaten schwierig, auf gemeinsame Nenner zu kommen, weil jedes Land seine eigenen Interessen verfolgt. Man sieht am Beispiel der Flüchtlinge, was passiert, wenn ein Staat wie Deutschland den Weg vorgibt und alle anderen mitziehen sollen. Hätte hier, wenn auch mit Zähnenknirschen, mehr Einigkeit geherrscht, wäre die Menge der angekommenen Flüchtlinge leicht zu verteilen gewesen.

Auch die Zivilgesellschaft sollte sich die Frage stellen, wie wir die EU wollen. Und staatliche Regierungen wie die in Polen müssen sich die Frage gefallen lassen, ob sie tatsächlich zu einer Wertegemeinschaft gehören wollen, wenn sie gleichzeitig die Spielregeln nicht befolgen.

Ein Verhaltenskodex könnte helfen. Dafür ist eine Reformdebatte entscheidend, die die EU-Kommission mit ihrem Weißbuch ja auch zu befeuern versucht hat. Auch das Weißbuch wurde zwar stark kritisiert. Wir finden aber trotzdem, dass jeder Beitrag – auch von politischer Seite – wichtig ist. „Pulse of Europe“ ist im Moment auf der Herzblut-Seite der Debatte unterwegs und will die Leidenschaft für Europa fördern, die in den vergangenen Jahrzehnten meist fehlte.

Ihre Bewegung, sagen Sie, sei aber nicht von blinden EU-Romantikern angetrieben, sondern mahne Reformen an. Was bemängeln Sie an der EU, wie Sie gerade ist? 

Die Mitgliedsstaaten haben ihre nationalstaatlichen Interessen immer zu sehr in den Vordergrund gedrängt. Sie können nicht Entscheidungen auf europäischer Ebene mittragen und die EU dann schelten. Die Nationalstaaten müssen die Verantwortung für ein vereintes Europa übernehmen. Stattdessen aber spielt Europa in deutschen Parteiprogrammen zurzeit keine relevante Rolle.

Ein Manfred Schulz kommt von der EU in die Bundespolitik und spricht nicht mehr von Europa. Angela Merkel macht zwar Europapolitik, spricht aber von einem Europa der zwei Geschwindigkeiten, ohne das genau zu definieren.

Das ist tatsächlich die größte Schwäche der Europäischen Union, die zum Teil auch mit ihrer Verfasstheit und der Stärke des Europäischen Rates zu tun hat. Hier ist vielleicht eine institutionelle Reform nötig, aber auf jeden Fall mehr Zusammenhalt innerhalb der Union. Auch wenn sich zurzeit keiner traut, über eine Entwicklung hin zu Vereinigten Staaten von Europa zu reden.

Gerade liefen die Wahlen in den Niederlanden und bald wird in Frankreich und Deutschland gewählt. AfD, Front National, Geert Wilders Partei für die Freiheit – sie alle schüren besonders mit den Themen Migration und Flüchtlinge in der Bevölkerung Angst vor Status- und Identitätsverlust. Viele Menschen wollen offenbar zurück zum protektionistischen, abgegrenzten Nationalstaat, und sich vor der Komplexität der Welt in die eigenen vier Wände verkriechen… 

Zuerst einmal bin ich überzeugt, dass Nationalismus kein Problem der EU ist. Das sieht man selbst an der Entwicklung in den USA und der Wahl von Donald Trump. Aber ja, es gibt den Reflex der Menschen, die Komplexität der Welt von sich zu schieben. Hier ist eine ehrlichere Diskussion nötig. Die Realität ist nun mal vielschichtig und schwierig. 

Wie dem begegnen? Man darf, siehe das EU-Türkei-Abkommen, nicht den Wahlkampf in den Vordergrund stellen. Wir haben uns in Europa eine Wohnzimmergemütlichkeit eingerichtet und uns an all die Vorzüge gewöhnt, ohne uns dafür einsetzen zu müssen.

Die Bundeskanzlerin hat die „deplatzierten NS-Vergleiche“ der Türkei vor Beginn des EU-Gipfels scharf kritisiert, plädierte aber für die Fortsetzung des Flüchtlingspakts. Sowohl im Bundestag als auch im Europaparlament wächst derweil die Kritik am EU-Türkei-Deal.

Was aber, wenn Populisten und Nationalisten wie Marine Le Pen an die Macht kommen? Wie sicher kann dann ein friedliches und überhaupt stabiles Europa noch sein?

Ich glaube, dass in Frankreich Marine le Pen in die Stichwahl kommt. Sollte sie die Wahl gewinnen, wird sie meiner Meinung nach ganz sicher den EU-Austritt Frankreichs anstoßen. Aber Frankreich ist Gründungsmitglied der EU. Darum fürchte ich, würde die EU dann völlig zerbrechen. Aber selbst in einem solchen Schreckens-Szenario müsste man Optimist bleiben. Selbst auf Trümmern kann etwas Neues entstehen. Deshalb könnte ich mir vorstellen, dass selbst nach Vollzug des Brexit und eines Frexit – die beide hoffentlich nie kommen mögen – trotzdem ein EU-Nachfolger käme – wie und ob das mit allen bisherigen EU-Mitgliedern klappt, ist allerdings eine schwierige Frage.

Der Weg ist frei für den EU-Austrittsantrag – Premierministerin Theresa May wird ihn bald stellen. Doch verhandelt sie aus einer Position der Stärke, fragt EUractivs Medienpartner „Der Tagesspiegel“.

Einige osteuropäische Staaten wären dann wohl eher nicht mehr dabei? 

Da wäre ich vorsichtig. Osteuropa ist ja nicht gleich Osteuropa. Die Demonstrationen der Menschen in Rumänien passierten unter der EU-Flagge. Und auch in Polen gibt es enorm viele Gegner der PiS-Regierung.

Einer Ihrer Schwerpunkte als Anwalt ist internationales Handels- und Vertragsrecht. Wie schwer hat der Wirbel um Freihandelsabkommen wie TTIP den Ruf der EU in der Bevölkerung beschädigt?

Das spielt sicher eine Rolle. Die Debatte um Freihandelsabkommen wie TTIP und CETA bedienen ja beispielhaft das Thema Intransparenz der Institutionen. Man weiß von der EU nicht immer, was gespielt wird. Am transparentesten ist noch das Parlament. Man muss aber auch sagen, dass in der Debatte teilweise Dinge vermischt werden. In der Diskussion etwa um Handelsschiedsgerichtsbarkeit und Investitionsgerichte gibt und gab es auch viel Missverständnisse.

Plant „Pulse of Europe“ noch andere Aktionen als die bisherigen Demonstrationen?

Wir haben ja nicht einmal geplant, eine Bürgerbewegung zu gründen – und die Demonstrationen sind unserer Meinung nach ein wichtiges Instrument, um den demokratischen, europafreundlichen Menschen eine Stimme zu geben. Allein vergangenes Wochenende sind mehr als 25.000 Proeuropäer auf die Straße gegangen, und es werden immer mehr.

Aber darüberhinaus gehen wir schon jetzt an Schulen und organisieren Diskussionsforen. Und seit heute erweitern wir unser Kern-Organisationsteam in Frankfurt am Main von bislang acht Leuten und bauen unsere Geschäftsstelle aus. Nicole Sagener, EA 16

 

 

 

 

Warum man Europa lieben muss

 

Die Generation Erasmus wird sich ihre Zukunft nicht von den alten nationalistischen Säcken verbauen lassen. Von Heribert Prantl 

 

Wir leben in einer Zeit der negativen Renaissance, einer Zeit der Wiedergeburt von alten Wahnideen und Idiotien. Man liest nachdenklich den Satz, den Franz Grillparzer 1849 geschrieben hat: „Von der Humanität durch Nationalität zur Bestialität“. Und man ahnt und weiß, dass die Humanität wieder bedroht ist, massiv wie schon Jahrzehnte nicht mehr. Sie ist bedroht von gemeiner Rede und gemeiner Tat, von der Lust an politischer Grobheit, Flegelei und Unverschämtheit, von der Verhöhnung des Anstands und der Diplomatie, sie ist bedroht von einer oft sehr rabiaten Missachtung des Respekts und der Achtung, die jedem Menschen zustehen, dem einheimischen Arbeitslosen, dem Flüchtling wie dem politischen Gegner.

In den Gesellschaften vieler Länder, in Europa wie in den USA, werden aggressive, verachtende nationalistische und dummdreiste Reden geführt; in vielen Staaten haben Parteien Zulauf, die mit solchen Tönen werben. Warum haben sie Erfolg damit? Weil diese Töne vom Auditorium auch als Protest gegen grassierende Missstände und als Indiz für Tatkraft gewertet werden, weil das Vertrauen in die herrschende Politik ge- und verschwunden ist. Die Sehnsucht nach einer Politik, die Hoffnung macht auf eine gute Zukunft, auf Arbeit, Sicherheit und Heimat in einer globalisierten Welt, darauf also, dass die persönliche „future great again“ wird –diese Hoffnung wird von der klassischen Politik zu wenig befriedigt. Weil es dort keine große Zukunftspolitik gibt, halten sich viele Wähler an sogenannte Populisten, an Großversprecher also, an solche, die Amerika, Großbritannien, Frankreich, Ungarn, Polen oder Österreich „great again“ machen wollen.

Es ist ein Elend, dass in Europa der Nationalismus gegen die EU in Stellung gebracht wird, dass man sich groß machen will, indem man sich wieder klein macht. Natürlich hat das EU-Europa Fehler gemacht, natürlich hat es zu viel mit der neoliberal-kapitalistischen Politik geschmust; das EU-Europa hat zu wenig getan gegen das Wegbrechen der sozialen Sicherheit, gegen die wachsende Spaltung der Gesellschaft. Aber diese Fehler beschreiben nicht das Projekt Europa, sie beschreiben die Irrwege und Abgründe. Trotz alledem: Europa ist etwas anderes als die Summe seiner Fehler.

Das Europa, das aus dieser Union werden kann, es wäre, es ist der letzte Sinn einer unendlich verworrenen europäischen Geschichte. „EU“ ist das Kürzel für das goldene Zeitalter der europäischen Historie. Man schreibt das so hin, weil es wahr ist; man sagt das so, weil es einfach stimmt – aber man erschrickt beim Schreiben und beim Reden und beim Lesen, weil dieser Lobpreis so überhaupt nicht zur allgemeinen Stimmung passt, weil er übertönt wird vom Lamento furioso der Europaskeptiker, der Europagegner und Europahasser. Europa ist, nicht erst seit dem Brexit, aber seitdem noch mehr, zu einem geschundenen Wort geworden, zu einem Synonym für Krise. Es herrscht viel Tristesse in Europa und zu wenig Begeisterung. Auch viele von denen, die Europa lieben, hatten und haben es sich angewöhnt, über die Bürokratie von Brüssel zu klagen, über die Demokratiedefizite, über den Wirrwarr der Richtlinien, über die Flüchtlingspolitik, über den Euro und die Rettungsschirme.

Alle Klagen sind berechtigt. Aber: Wir haben verlernt, das Wunder zu sehen – die offenen Grenzen, die gemeinsame Währung, das gemeinsame europäische Gericht, die gemeinsamen Gesetze. Wir haben immer weniger das gesehen, was gut ist, wir haben immer mehr nur noch das gesehen, was schlecht läuft. Es ist schwer, das europäische Große im politischen Alltag zu spüren. Europa liegt wie in den Wehen. Wenn wir Glück haben, sehr viel Glück, dann sind die Turbulenzen, die wir jetzt erleben, die Geburtswehen einer neuen Entität, eines neuen Staates. Dieses Europa muss Heimat werden für die Menschen. Es braucht dafür eine Transnationalisierung der Demokratie – und es braucht eine Transnationalisierung der sozialstaatlichen Grundgarantien. Demokratie und Sozialstaat gehören zusammen.

Der europäische Staat kommt nicht aus dem Nichts, er ist keine Creatio ex nihilo. Er ist der Höhepunkt der europäischen Geschichte: „Machten wir eine Bilanz unseres geistigen Besitzes auf, so würde sich herausstellen, dass das meiste davon nicht unserem jeweiligen Vaterland, sondern dem gemeinsamen europäischen Fundus entstammt. Vier Fünftel unserer inneren Habe sind europäisches Gemeingut“ – so hat das der spanische Philosoph José Ortega y Gasset beschrieben. Es gilt, aus dem Fundus ein Fundament zu machen.

Unsere innere Habe – was ist das? Wie wird sie greifbar? Mein Europa sind drei Möbelstücke. Sie sind sehr alt, sie gehören mir nicht, sie stehen nicht in meiner Wohnung. Es handelt sich um eine lange Bank, um einen grünen Tisch und um ein Konfekttischchen. Alle drei kann man im Alten Rathaus zu Regensburg besichtigen. Dieses Rathaus ist nicht irgendein altes Rathaus, es ist ein europäischer Ort. Hier wurden europäische Grenzen gezogen, hier wurde, als die Türken vor Wien standen, beraten, wie man der Gefahr Herr wird. Hier nämlich tagte eineinhalb Jahrhunderte lang, von 1663 bis 1806, der Immerwährende Reichstag. Der Immerwährende Reichstag war ein Kongress der Gesandten der Kurfürsten, der Fürsten und der Reichsstädte des Heiligen Römischen Reiches deutscher Nation, zu dem in seinen großen Zeiten das gesamte Gebiet des heutigen Mitteleuropa gehörte.

Die lange Bank, der grüne Tisch und das Konfekttischchen sind übrig geblieben aus der Zeit, als Regensburg das Zentrum von Kerneuropa war: Der Immerwährende Reichstag hat versucht, die Vielzahl der großen, kleinen und ganz kleinen Herrschaften des Alten Reiches zu koordinieren. Bis ein Gesetz verabschiedet war, musste man sich von Nassau-Usingen bis Kriechingen, von Köln bis Bopfingen unterreden; aber erst die Signatur des Kaisers in Wien verschaffte den Conclusa Geltung. Das Prozedere war umständlich, es war schwerfällig, es war föderal und partizipativ, es war europäisch à la Brüssel; und es nahm die Langsamkeit und die Mühseligkeit demokratischer Prozesse schon irgendwie vorweg. Die drei Möbelstücke sind im Guten und Schlechten europäische Symbole. Der „grüne Tisch“ war das Tableau von Entscheidungen, die fern der Realität waren. Auf der „langen Bank“ saßen nicht nur die Gesandten; dort wurden auch die unerledigten Akten gelagert, die so lange weitergeschoben wurden, bis sie am anderen Ende herunterfielen. Und schließlich das Konfekttischlein: Dort durften sich die Gesandten und ihr Personal bedienen. Das alles hat etwas sympathisch Bescheidenes. Dieses Alt- und Kerneuropa protzte nicht. Und der alte Reichstagssaal ist so klein, wie das alte Reich groß war. Er ist meine Heimat Europa.

Wenn die Nationalismen in ganz Europa wieder Raum gewinnen – dann wird Europa zurückgeschoben in eine ungute Vergangenheit, in eine Viel- und Kleinstaaterei, in ein Nebeneinander und Gegeneinander. Indes: Das europäische Haus ist keine Reihenhaussiedlung mit parzellierten Gärtlein. Es ist ein großes Haus mit vielen Räumen, vielen Türen, vielen Kulturen und vielen Arten von Menschen. Dieses Haus bewahrt die europäische Vielfalt und den Reichtum, der sich aus dieser Vielfalt ergibt. 2019 ist die nächste Europawahl, die neunte Direktwahl zum Europäischen Parlament.

Die Europäer werden für ein junges, ein sich reformierendes Europa kämpfen müssen wie nie, weil spätestens diese Europawahl die Antwort geben muss auf die neuen Nationalismen und die neuen Populismen. Die junge europäische Generation, die Generation Erasmus, wird sich ihr Europa nicht von den alten nationalistischen Säcken verbauen lassen. IPG 7

 

 

 

World Vision: Hunger-Krise in Ost-Afrika gerät außer Kontrolle

 

Umfangreiche und sofortige Hilfsmaßnahmen dringend erforderlich

 

Friedrichsdorf / Nairobi. Vor dem Hintergrund der sich dramatisch zuspitzenden Hunger-Krise in Ost-Afrika ruft die Kinderhilfsorganisation World Vision die internationale Gemeinschaft zu sofortiger und umfangreicher Hilfe auf.

 

22 Millionen Menschen in Ost-Afrika – die Hälfte davon Kinder – sind von der Krise betroffen. Tausende Kinder sind inzwischen so unterernährt, dass sie kaum noch ansprechbar sind. 92 Millionen US-Dollar benötigt World Vision für die Hilfsprogramme in Somalia, Äthiopien, Kenia und Südsudan. „Die Situation verschlechtert sich mit unglaublicher Geschwindigkeit“, betont Margaret Schuler, World Vision Regional -Chefin für Ost-Afrika. „Die Situation ist das Resultat von Konflikten, Dürren, gescheiterter Wirtschaftspolitik und Migration.“

 

Bereits in Teilen Südsudans wurde eine Hungersnot ausgerufen. Somalia, Kenia und Äthiopien stehen ebenfalls kurz vor einer Katastrophe. Die Situation für Familien und ihre Kinder ist alarmierend.

Die Hilfsmaßnahmen von World Vision sind fokussiert auf die dringendsten Bedürfnisse und richten sich an die Personen, denen es am schlechtesten geht. „Jetzt geht es zunächst darum, Menschenleben zu retten“, so Schuler. „Unser Augenmerk richtet sich insbesondere auf die Kinder.“

 

Die Organisation versorgt die Notleidenden mit Nahrungsmitteln und Spezialnahrung für die Kinder, die Anzeichen von Mangel- und Unterernährung zeigen. Allerdings ist die Versorgung von Hilfsbedürftigen nur in Gebieten möglich, in denen keine Kämpfe stattfinden. Viele Städte und Dörfer sind jedoch nicht erreichbar, da die Sicherheitslage dort ein Problem ist.

 

Im Südsudan benötigen inzwischen mehr als 50% der Bevölkerung lebenserhaltende Hilfe. In Äthiopien, Kenia und Somalia erleben die Menschen die schlimmste Dürre seit 10 Jahren. In einigen Regionen hat es seit 3 Jahren nicht geregnet. Mehr als 15 Millionen Menschen essen nicht mal mehr einmal am Tag.

 

 „Das Zeitfenster, um eine Hungersnot zu vermeiden, schließt sich extrem schnell. Nur wenn Regierungen, internationale Geber und Hilfsorganisationen jetzt sofort handeln, lässt sich eine größere Katastrophe verhindern“, betont Schuler. „Die Not ist extrem groß. Millionen mehr Menschen werden von der Hunger-Krise betroffen sein, wenn jetzt keine schnelle Hilfe kommt.“

 

World Vision arbeitet in allen betroffenen ostafrikanischen Ländern schon seit vielen Jahren und fördert mit Partnern wie dem BMZ, dem Auswärtigen Amt und der EU auch die Verbesserung der Ernährungsgrundlagen. Die Kinderhilfsorganisation engagiert sich außerdem in Niger und im Tschad, wohin ebenfalls Millionen Menschen vor den Kämpfen der Boko Haram geflüchtet und durch die Dürre betroffen sind. Dip 15

 

 

 

 

EU-Türkei-Deal: Fluchtursachen bekämpfen, nicht Flüchtlinge

 

Zum einjährigen Bestehens des EU-Türkei-Deals erklärt Simone Peter,

Bundesvorsitzende von BÜNDNIS 90/DIE GRÜNEN:

„Der EU-Türkei-Deal steht sinnbildlich für die verfehlte Abschottungspolitik der

europäischen Staats- und Regierungschefs. Diese Politik zwingt Flüchtlinge auf

immer gefährlichere Fluchtrouten und treibt sie damit in die Hände ebenjener

Schlepperbanden, die sie vorgibt schwächen zu wollen. Anstatt die Grenzen um

Europa weiter dicht zu machen, braucht es dringend sichere Zugangswege durch

humanitäre Visa, großzügige Aufnahmekontingente und schnelle

Familienzusammenführung.

 

Es ist erschreckend und bezeichnend zugleich, dass der Europäische Gerichtshof

für Menschenrechte nicht einmal die Rechtsverbindlichkeit des EU-Türkei-Deals

abschließend klären möchte und sich in dieser Frage für nicht zuständig erklärt.

Als ein Gewinner dieser Ungereimtheiten darf sich der türkische Präsident

Erdogan fühlen. Er macht die vielen Flüchtlinge in seinem Land zur politischen

Verhandlungsmasse und wähnt sich unabgreifbar in seinem autokratischem Tun.

 

Die Bundesregierung und ihre europäischen Partner wollen den zweifelhaften

EU-Türkei-Deal künftig als Blaupause für weitere Flüchtlingsdeals in Afrika und

Nahost nutzen und lassen dabei grundlegende Menschenrechtsstandards außer Acht. Dies beweisen die Verhandlungen mit der libyschen Regierung, sofern man in dem Bürgerkriegsland überhaupt ernsthaft von einer solchen sprechen kann.

 

Angela Merkels Willkommenskultur hat sich im Lichte des EU-Türkei-Deals mehr und mehr zu einer Abschottungkultur gewandelt, die Schutzsuchende auf Wasser und Land immer weiter zurückdrängt und bekämpft. Dabei sollte nicht die Bekämpfung von Flüchtlingen, sondern von Fluchtursachen im Fokus stehen. Wir GRÜNE werden das individuellen Grund- und Menschenrecht auf Asyl auch weiterhin gegen Angriffe verteidigen - ohne Wenn und Aber.“ Die Gruenen 17

 

 

 

 

Die NATO ist nicht obsolet. Eine Replik auf Jonathan Power.

 

Am 27. Februar 2017 erschien in der IPG der Beitrag „Trump hat recht: Die NATO ist obsolet” von Jonathan Power. Der Artikel enthält meiner Ansicht nach derart viele fehlerhafte Behauptungen über die geschichtliche Entwicklung der NATO sowie ihrer jüngsten politischen Entwicklungen, dass ich nicht umhin kann, diesen „alternativen Wahrheiten“ etwas entgegenzusetzen.

Zunächst einmal fragt sich der Leser, warum der Beitrag die Überschrift „Trump hat recht“ trägt, wo der Autor doch bereits im dritten Satz zugibt, dass die neue US-Regierung die im Wahlkampf gemachten Aussagen vollständig zurückgenommen hat. Mittlerweile haben alle Spitzenvertreter der Regierung in Washington Amerikas Bekenntnis zur NATO unterstrichen: Vizepräsident Mike Pence, Außenminister Rex Tillerson und Verteidigungsminister James Mattis, sogar Präsident Donald Trump selbst. Sie taten dies mehrfach und öffentlich. Was will uns der Autor also sagen? Möchte er die neue US-Regierung zu „höheren Einsichten“ bekehren?

Zweitens lässt Jonathan Power große Zweifel an seinem Geschichtsverständnis aufkommen. „Eine Mehrheit von Historikern“ sei davon überzeugt, dass „Moskau nie die Absicht hatte, Westeuropa anzugreifen“, schreibt er. Die Militärarchive in Potsdam, Warschau und in anderen europäischen Staaten ermöglichen jedem Interessierten einen Einblick in die konkreten Operations- und Manöverpläne des von der Sowjetunion geführten Warschauer Paktes: Die Pläne waren alle auf ein Ziel ausgerichtet, nämlich in einem möglichem Konflikt mit dem westlichen Bündnis mit Überraschungsangriffen zu reagieren, und dies unter Einbeziehung massiver Nuklearschläge. Von den dunklen Zeiten Josef Stalins bis zur Auflösung des Warschauer Paktes 1991 änderte der Kreml diese Absicht um keinen Deut.

Drittens bemüht sich Power einmal mehr (wie auch in anderen von ihm verfassten Artikeln), die Erweiterungspolitk der NATO als Ursache für die „gegenwärtigen Feindseligkeiten Russlands gegenüber dem Westen“ darzustellen. Obwohl diese Interpretation bei einigen Autoren beliebt zu sein scheint, bleibt sie dennoch falsch. Richtig ist, dass jede Nation das Recht hat, selbst und souverän zu entscheiden, ob sie einem Bündnis oder einer Organisation beitreten will. Auf diesem völkerrechtlichen Prinzip fußt die Erweiterungspolitik der NATO. Überdies hat auch das heutige Russland dem in der Charta von Paris verankerten Selbstbestimmungsrecht der Staaten zugestimmt. Leider lässt die russische Führung in der Realität nahezu nichts aus, um genau dieses Recht seinen unmittelbaren Nachbarn abzusprechen.

Viertens behauptet der Autor, die NATO wäre nicht „wirklich ein Bündnis gleichberechtigter Partner“. Auch dies ist eine vollkommen unrichtige Behauptung. Seit fast 70 Jahren treffen die Bündnispartner ihre Entscheidungen im Konsens. Es gibt keinen einzigen Beschluss der NATO – gleichgültig, ob er auf der Ebene der Staatschefs, Minister, Botschafter oder in dem kleinsten Komitee getroffen wird – der nicht dem Prinzip der Einstimmigkeit folgt.

Fünftens behauptet Power, dass die NATO mit Blick auf die heutigen sicherheitspolitischen Bedrohungen und Herausforderungen, wie zum Beispiel in der Terrorismusbekämpfung oder in der Flüchtlingskrise, irrelevant sei. Auch diese steile These entbehrt jeglicher Grundlage. Fakt ist, dass das Bündnis bereits seit mehr als 16 Jahren eine ganze Reihe konkreter Beiträge im Kampf gegen den Terrorismus leistet: Von der Entwicklung militärischer Fähigkeiten gegen Sprengfallen bis hin zu Schutzmaßnahmen der Bevölkerung gegen terroristische Anschläge mit Massenvernichtungswaffen gibt es eine umfangreiche Liste von Maßnahmen, an denen die Bündnispartner zusammen und zugleich auch mit vielen Partnerstaaten arbeiten.

Zudem kann die NATO auf zwei robuste Operationen im Kampf gegen den internationalen Terrorismus zurückblicken: Von 2001 bis 2014 unterstütze die NATO-geführte ISAF-Operation mit 130 000 Truppen aus 51 Staaten (und nicht, wie der Autor schreibt, 40 000 Soldaten aus 40 Ländern) Afghanistan dabei, sich von der Terrorgruppe al-Qaida und den Taliban zu befreien. Parallel dazu führte die NATO von 2001 bis 2016 die maritime Operation „Active Endeavour“ durch, die im Mittelmeer erfolgreich terroristische Aktivitäten aufgedeckt und unterbunden hat. Schließlich hat Power wohl auch vergessen, dass die NATO die globale Koalition gegen den „Islamischen Staat“ in Syrien und im Irak mit Aufklärungsmitteln unterstützt.

Aber das Bündnis geht auch gegen illegale Migration und Menschenschmuggler vor. Seit mehr als einem Jahr patrouillieren NATO-Schiffe im östlichen Mittelmeer. Zusammen mit der türkischen und griechischen Küstenwache haben sie es geschafft, den Zustrom illegaler Einwanderer nach Europa nachhaltig zu reduzieren und dem organisierten Menschenschmuggel in der Region die Grundlage zu entziehen.

Sechstens: die Aussagen von Jonathan Power zu Afghanistan sind ebenfalls irreführend, wenn er behauptet, dass die fortgesetzte NATO-Präsenz in dem Land kein UN-Mandat hat. Richtig ist, dass die von der NATO-geführte ISAF-Operation selbstverständlich auf einem UN Mandat beruhte. Seit ihrer Beendigung im Jahr 2014 unterhält die NATO dort eine Ausbildungsmission (also keine Kampfoperation) – und zwar auf explizite Einladung der afghanischen Regierung. Ohne die „Resolute Support Mission“ der NATO würde es Afghanistan schwerfallen, seine Streitkräfte so auszubilden, dass sie das Land selbstständig verteidigen können.

Und schließlich: die Schlussthese des Autors, die NATO sei obsolet, weshalb die EU ihre Rolle übernehmen sollte, erscheint vollkommen losgelöst von der politischen Realität. Solange Europäer und Nordamerikaner an der kollektiven Beistandspflicht festhalten und ihre Sicherheitsvorsorge gemeinsam betreiben wollen, wird die NATO Bestand haben. Und ob das Bündnis obsolet ist, entscheidet nicht Jonathan Power, sondern 28 (bald 29) demokratisch gewählte Regierungen. Angesichts ihrer Bereitschaft, auch zukünftig mit politischen, militärischen und finanziellen Beiträgen in das Bündnis zu investieren, erscheint mir die Frage nach der Relevanz der NATO in der Tat überflüssig. Von Stefanie Babst, IPG 07

 

 

 

 

Italien/Ungarn: Migrantenbeauftragter gegen Flüchtlingssperre

 

Menschenrechtsorganisationen und EU-Einrichtungen kritisieren ein neues ungarisches Gesetz, nach dem Flüchtlinge und Asylsuchende gesetgesetzt werden sollen. Das Gesetz sieht vor, dass Migranten in gesicherte Transitzonen in Grenznähe gebracht werden. Hier sollen sie bleiben, bis über ihren Asylantrag befunden wird. Das Gesetz wurde am Dienstag im Parlament von Budapest mit großer Mehrheit beschlossen.

Der Migrantenbeauftragte der italienischen Bischofskonferenz, Giancarlo Perego, nennt das Gesetz aus Budapest „schwerwiegend“. Perego ist Generaldirektor der bischöflichen Stiftung Migrantes.

„Weil es ein so schwerwiegender Fall ist, sollte die Mitgliedschaft Ungarns in der EU zumindest in Frage gestellt werden, weil das Land derzeit nicht die grundlegenden Rechte Europas garantiert. Es ist schon schlimm genug, dass Ungarn bisher weniger als 600 Asylsuchende aufgenommen hat. Wenn es nun zeigt, dass es nicht mal in der Lage ist, diese kleine Zahl würdig aufzunehmen, dann heißt dies nur eines, nämlich dass Ungarn nicht gewollt ist, die grundlegenden Rechte zu schützen!“

Doch aus Brüssel gab es auch einen Rüffel für Italiens Flüchtlingspolitik. Er zielt vor allem auf die Langsamkeit der bürokratischen Abwicklungen von Asylgesuchen. Für Monsignore Perego heißt dies aber nur eines:

„Was uns Europa aufzeigt, ist die Tatsache, dass wir ein allgemein europäisches Aufnahmesystem haben sollten, das auf dem gesamten europäischen Gebiet in Kraft sein sollte. Mit diesem einheitlichen System könnte die Aufnahme von Flüchtlingen überall gleich gehandhabt und könnten dieselben Garantien gewährleistet werden.“

Ein besonderes Augenmerk, betont Perego, müsste der Aufnahme von unbegleiteten Minderjährigen gelten. Hier sei gesamteuropäisch noch einiges zu tun.  (rv 09)

 

 

 

Ungarn. Scharfe Kritik an Internierung von Flüchtlingen

 

Die Vereinten Nationen haben sich besorgt über die drastische Verschärfung des Flüchtlingsrechts in Ungarn geäußert. Scharfe Kritik äußerte auch der Menschenrechtskommissar des Europarats. Pro Asyl fordert handefeste Konsequenzen.

Der Menschenrechtskommissar des Europarats, Nils Muiznieks, hat sich „tief besorgt“ über die Pläne Ungarns gezeigt, Flüchtlinge künftig generell einzusperren. Diese Maßnahme werde „die hochproblematische Situation von Asylsuchenden in Ungarn wahrscheinlich noch verschärfen“, erklärte Muiznieks am Mittwoch in Straßburg. „Automatisch alle Asylsuchenden ihrer Freiheit zu berauben, wäre eine klare Verletzung von Ungarns Verpflichtungen aus der Europäischen Menschenrechtskonvention“, urteilte der Kommissar.

Haft dürfe in derartigen Fällen nach der Rechtsprechung des Europäischen Gerichtshofs für Menschenrechte nur als „letztes Mittel“ angeordnet werde, machte Muiznieks klar. Ungarn solle daher in Alternativen zur Inhaftierung investieren, insbesondere Kinder sollten von der Haft ausgenommen sein, forderte der Kommissar.

UN verurteilen Ungarn

Besorgt über die Entwicklungen in Ungarn zeigten sich auch die Vereinten Nationen. Die Entscheidung, alle Asylbewerber für die Dauer ihres Verfahrens in grenznahen „Transitzonen“ festzusetzen, sei ein klarer Bruch des EU-Rechts und des Völkerrechts, kritisierte das Flüchtlingshilfswerk UNHCR.

Die Internierung in Schiffscontainern, die von hohem Stacheldraht umgeben sind, werde schwerer psychische und physische Auswirkungen auf die Menschen haben. Die Asylbewerber, darunter Kinder, hätten in der Regel schon in ihren Heimatländern und auf der Flucht viel Schlimmes erlebt. Das UNHCR betonte, dass besonders die Mädchen und Jungen unter der Inhaftierung leiden würden. Das neue Gesetz mache ein faires und humanes Asyl-Verfahren praktisch unmöglich.

Pro Asyl fordert Konsequenzen

Die Menschenrechtsorganisation Pro Asyl dringt nach dem Beschluss des ungarischen Parlaments, Asylbewerber künftig in Internierungslagern festzuhalten, auf Konsequenzen in der EU. „Die Inhaftierung von Asylsuchenden in Ungarn verstößt eklatant gegen EU-Recht und internationales Recht“, sagte Europareferent Karl Kopp der Neuen Osnabrücker Zeitung. Die EU müsse deshalb Vertragsverletzungsverfahren gegen Ungarn einleiten.

Die Internierung von Flüchtlingen stelle einen Verstoß gegen europäische Grundwerte dar. Daher müsse sich die EU die Frage stellen, ob sie nicht das Stimmrecht Ungarns im EU-Rat aussetze, sagte Kopp. Der Pro-Asyl-Experte erklärte zudem, die anderen europäischen Staaten dürften keine Schutzsuchenden „in dieses Elend, in diese Willkür in Ungarn“ zurückschicken. Wer als Asylsuchender zuerst in Ungarn registriert worden ist, dem droht gemäß der Dublin-Verordnung die Rücküberstellung. „Das muss ausgesetzt werden“, forderte Kopp.

Laut Pro Asyl befanden sich Ende Januar 536 Asylsuchende in Ungarn und Tausende weitere im serbisch-ungarischen Grenzgebiet. Bei möglichen Dublin-Rückführungen gehe es um 3.756 Asylsuchende allein aus Deutschland, bei denen Ungarn die Rückübernahme zugesichert habe. Im vergangenen Jahr sind laut Kopp 294 Schutzsuchende aus Deutschland nach Ungarn überstellt worden.

Harte Flüchtlings- und Migrationspolitik unter Orbán

Das ungarische Parlament hatte am Dienstagmorgen ein Gesetz beschlossen, mit dem das Flüchtlingsrecht drastisch verschärft wird. Demnach müssen die ungarischen Behörden alle Migranten, die in Ungarn einen Asylantrag stellen, für die Dauer des Prozesses in grenznahen „Transitzonen“ internieren.

Ungarns Regierung unter Präsident Viktor Orbán verfolgt seit Jahren eine harte Flüchtlings- und Migrationspolitik, die bei den UN und bei EU-Partnern des Landes regelmäßig für scharfe Kritik sorgt. Die Vereinten Nationen haben sich besorgt über die Verschärfung des Flüchtlingsrechts in Ungarn geäußert.

(epd/mig 9)

 

 

 

6 Jahre Syrien-Krieg: 85 Prozent aller syrischen Kinder sind schwer traumatisiert

 

Mindestens 85 Prozent der Kinder in Syrien sind schwer traumatisiert.

Das ist die traurige Bilanz des seit sechs Jahren andauernden

Syrien-Krieges. "Über ein Drittel der insgesamt rund zehn Millionen

Kinder ist unter sechs Jahre alt und kennt nichts anderes als den

Kriegsalltag, der aus Angst, Tod und Verlust besteht", berichtet Maya

Alnashawati, Nothilfe-Koordinatorin der SOS-Kinderdörfer in Damaskus.

"Wir dürfen sie mit ihrem Schmerz nicht alleine lassen!"

 

Die Hilfsorganisation kümmert sich an mehreren Standorten in Syrien

wie Aleppo, Tartous und Damaskus um hunderte kriegstraumatisierte

Kinder. "Unsere Tagesstätten und Nothilfe-Einrichtungen sind total

überlastet. Wir erreichen nur einen Bruchteil der Kinder, die

dringend Hilfe brauchen" erklärt Alnashawati. "Diese Kinder haben

Unfassbares erlebt! Wenn sie zu uns kommen, sind sie oft apathisch

oder aggressiv. Sie können das Erlebte nicht alleine verarbeiten.

Unsere Mitarbeiter sind trotz langjähriger Erfahrung immer wieder

schockiert, was diese jungen Menschen durchmachen mussten."

 

"Wir haben hier einen Fünfjährigen, dessen Haus von einer Bombe

getroffen wurde", erzählt Alnashawati. "Seine gesamte Familie starb.

Nur er überlebte in den Trümmern und wurde zwei Tage nach dem Angriff

gerettet. Danach musste er mit ansehen, wie der Rest seiner Familie

tot geborgen wurde. Am Anfang sprach er gar nicht. Jetzt, nach fast

einem Jahr, spricht er, aber noch lange nicht altersgemäß. Wir wissen

nicht, wie lange es dauert, bis er sich normal verständigen kann."

 

Bei anderen Kindern äußern sich die Traumata in Aggression gegen sich

oder andere. Weitere Anzeichen seien unter anderem Schlaflosigkeit,

Unruhe, Angstzustände, Schmerzen oder Bettnässen. "Ohne

psychologische Unterstützung ist für diese Kinder ein normales Leben

später sehr schwierig", erklärt Alnashawati.

 

"Häufig wollen die Kinder am Anfang mit niemandem reden und auch

keinen Kontakt zu den anderen Kindern aufnehmen. Doch mit viel

Einfühlungsvermögen und Geduld sowie Gesprächen, Spielen und Musik

gelingt es unseren Trauma-Therapeuten, zu ihnen durchzudringen,

sodass die Kinder wieder Lebensmut und Vertrauen entwickeln", erzählt

Alnashawati. "Ein 12-Jähriger konnte anfangs den Tod seiner Eltern

nicht verkraften und sagte, dass er in sein Dorf zurückkehren wolle,

um Rache zu üben. So tief saß sein Hass. Nach monatelanger Therapie

ist er so weit, dass er seine Gedanken darauf richtet, seine

Heimatstadt nach dem Krieg wieder aufbauen zu wollen."

 

Neben der psychologischen Unterstützung in Syrien versorgen die

SOS-Kinderdörfer tausende Kinder und Familien mit Nahrung, Wasser,

Medizin und Kleidung. Außerdem gibt die Hilfsorganisation Unterricht

und bietet Kindern in Nothilfeunterkünften einen sicheren Ort.

SOS-Kinderdörfer 14

 

 

 

 

„Grenzen sind lebenswichtig“

 

Der Philosophieprofessor Konrad Paul Liessmann über die Vorzüge eines umstrittenen Konzepts. Von Konrad Paul Liessmann

 

In Ihrem Essay „Lob der Grenze“ gehen Sie der Bedeutung von Trennlinien und Abgrenzungen in einer zunehmend globalisierten Welt nach... Was gefällt Ihnen an Grenzen und Schlagbäumen?

Um die Frage zu beantworten, sollten wir uns darüber im Klaren sein, dass wir zurzeit einen sehr engen Begriff von Grenze haben, nämlich den der befestigten und streng kontrollierten Grenze zwischen Staaten. Grenzen im privaten Bereich, Grenzen im Bereich des Verhaltens oder des Körpers werden dabei ausgeblendet, obwohl oder weil wir hier mitunter für enge Grenzen sind – etwa was die Verwendung bestimmter Formulierungen oder die Zulässigkeit von Gesten, Berührungen oder Blicken betrifft.

Im politischen Sinn beschreiben Grenzen ganz allgemein zunächst nur das Territorium eines Staates. Sie stecken seinen Hoheitsbereich, den Geltungsbereich seiner Gesetze, seiner politischen und sozialen Ordnung ab. Für den modernen Territorialstaat sind Grenzen deshalb überlebenswichtig, weil er in seiner Existenz durch diese Grenzen definiert ist – im Gegensatz etwa zu anderen Formen des Lebens und Zusammenlebens. Nomadisierende Jäger- und Sammlergruppen brauchen keine territorialen Grenzen, auch Formen individualisierter Herrschaft, persönlicher Abhängigkeiten oder fluktuierender Zugehörigkeiten brauchen keine territorialen Grenzen, aber jede Form des Eigentums an Grund und Boden braucht, wie auch der Staat, territoriale Grenzen.

In Europa wurde mit dem Abkommen von Schengen ein großer gemeinsamer Raum ohne Grenzkontrollen geschaffen, der jedoch derzeit wieder kleiner wird; die Grenzen werden nach und nach wieder geschlossen. Ist das aus Ihrer Sicht eine gute Entwicklung?

Nein, ich halte das für keine gute Entwicklung. Aber nicht deshalb, weil das Abkommen von Schengen ein Votum gegen Grenzen überhaupt gewesen wäre – was es nicht war –, sondern weil es eine Neuordnung Europas über ein verändertes Grenzregime ins Auge fasste, das mit der Entnationalisierung Europas Hand in Hand gehen sollte. Das Konzept von Schengen bedeutete ja Stärkung der europäischen Außengrenzen bei gleichzeitigem Abbau der Grenzkontrollen im Inneren und dadurch die Stärkung eines europäischen Bewusstseins. Dieses aber bestimmt nicht nur, aber auch die Außengrenze Europas. Die Grenzen zwischen den Staaten sind aber auch im Schengen-Raum geblieben: Französisches Recht gilt nach wie vor nur in Frankreich und nicht in Deutschland oder Polen, auch wenn das EU-Recht auch diese Grenzen durchlässig gemacht hat beziehungsweise überspielt.

Der Abbau der Grenzkontrollen war ein erster wichtiger, auch symbolischer Schritt zu einem neuen Verständnis europäischer Bürgerschaft, der nun, wenn nicht aufgehoben, so doch verzögert wird. Solch eine symbolische Bedeutung konnte dieser Abbau der Kontrollen aber nur in einer mobilen Gesellschaft bekommen, in der Grenzübertritte zu einer Alltagserfahrung werden, was nicht immer der Fall war.

Allerdings muss man auch bei der Kritik an der Wiedereinführung von Kontrollen auf die Wortwahl achten. Die Grenzen sind ja nicht geschlossen, man kann nach wie vor von Berlin nach Paris, Rom, Warschau oder Wien fahren oder fliegen; verstärkt wurden zwischenstaatliche Kontrollen, um illegale Migrationsbewegungen einzudämmen. Wer das problematisch findet, muss nicht Staaten, sondern auch der EU überhaupt das Recht absprechen, die Mobilität von Menschen zu steuern und zu kontrollieren. Philosophisch und aus menschrechtlicher Perspektive spricht manches für solch eine radikale Position, die letztlich das Ende des Territorialstaats oder politischer Verwaltungseinheiten bedeuten würde. Praktisch stoßen alle Versuche der Beseitigung von Grenzen offenbar sehr schnell an ihre Grenzen. Menschen wollen und brauchen offenbar auch Grenzen.

Beobachter sehen in unüberwindbaren Grenzmauern wie in Israel, in den USA (zu Mexiko) und neu in der Türkei (zu Syrien) nur Nachteile für beide Seiten. Können massiv gebaute Grenzmauern sinnvoll sein? Wenn ja, für wen?

Nun, wirklich unüberwindbare Grenzmauern hat es nie gegeben und wird es wohl nie geben. Allerdings können stark befestigte Grenzen und Mauern das Mobilitätsverhalten von Menschen sehr wohl beeinflussen. Der berüchtigte „Eiserne Vorhang“, der paradoxerweise Menschen hindern sollte, einen Staat und ein Gesellschaftssystem zu verlassen, hat fast ein halbes Jahrhundert funktioniert – aber auch nicht lückenlos. Wer überzeugt davon ist, dass bestimmte Formen von Schutz, Stabilität und Sicherheit durch Mauern garantiert und ungewollte Zuwanderungen durch Zäune reduziert werden können, wird diese auch bauen. Das nützt vielleicht in erster Linie der Bauwirtschaft. Aber in Israel zum Beispiel sind viele, auch weltoffene Israelis überzeugt, dass die Mauern das Land sicherer und lebenswerter machen. Und der Protest gegen das Grenzregime von Ungarn an der EU-Außengrenze ist merklich leiser geworden – weil diese Zäune offenbar ihre Funktion erfüllen.

Man kann aber auch die Position vertreten, dass eine Mauer nur eine vordergründige und zudem inhumane, damit schlechte Lösung für soziale oder politische Konflikte ist, durch die sinnvolle, aber vielleicht aufwändigere Lösungsversuche sabotiert werden. Letztlich geht es, wenn auch zugespitzt, um die Frage, ob Menschen unter allen Bedingungen immer miteinander auskommen müssen, oder ob es Situationen gibt, in denen es besser ist, einfach nebeneinander zu leben. Die Mauer wäre dann das mächtigste, sichtbarste Symbol für das Nebeneinander.

Sie sagen, dass Grenzen einzureißen, kein Akt der Weltoffenheit sein muss, sondern auch ein aggressiver Akt sein kann. Ist es nicht nur dann ein Akt der Aggression, wenn das Einreißen von außen kommt? Wenn sich ein Land selbst dazu entschließt, wie im Rahmen der EU, hat es doch wenig Aggressives?

Sie haben völlig recht. Wenn Staaten freiwillig beschließen, Grenzkontrollen aufzuheben, hat das mit Aggression nichts zu tun. Allerdings muss dieser richtige Schritt nach innen mit starken Grenzen nach außen einhergehen. Diese Debatte wurde ja erst wieder virulent, als manche Menschen und politische Parteien die Migrationsbewegungen als bedrohlich wahrnahmen – ob zu Recht oder zu Unrecht, sei einmal dahin gestellt.

Die politische Rhetorik, die Europa auffordert, seine Grenzen zu schützen und Kontrollen an den Binnengrenzen einzuführen, wenn dies scheitert, spricht ja eine deutliche Sprache. Ohne die massiven Flucht- und Migrationsbewegungen des Jahres 2015 und die damit verbundene europäische Ratlosigkeit hätte es keine Grenzdebatte gegeben. Dennoch kommt es auch beim Abbau von Grenzen auf die damit verbundenen politischen Ideen und Ziele an. Der österreichische Bundespräsident Alexander van der Bellen verteidigt das europäische Projekt gerne mit dem Hinweis, dass die „Kleinstaaterei“ in Zeiten der Globalisierung nichts bringe. Vielleicht unbewusst verwendet er damit einen Kampfbegriff der deutschen Nationalisten des 19. Jahrhunderts, die damit gegen die Vielfalt deutscher Klein-und Kleinststaaten ins Feld zogen. Wohin dieser Nationalismus geführt hat, wissen wir. Die Kleinstaaterei hatte Deutschland allerdings die bislang größte Blüte seiner Kunst, Philosophie und Wissenschaft beschert, von der wir noch heute zehren. Früher hätte man gesagt: Man muss auch die Frage der Grenze dialektisch sehen. Die Fragen stellte Anja Papenfuß. IPG 7

 

 

 

 

Merkels Regierungserklärung zu Europa: Böse Türkei – wichtige Türkei

 

Die Bundeskanzlerin hat die „deplatzierten NS-Vergleiche“ der Türkei vor Beginn des EU-Gipfels scharf kritisiert, plädierte aber für die Fortsetzung des Flüchtlingspakts. Sowohl im Bundestag als auch im Europaparlament wächst derweil die Kritik am EU-Türkei-Deal.

Trotz allem: Das Flüchtlingsabkommen mit der Türkei ist richtig – so lautete das Credo von Bundeskanzlerin Angela Merkel in ihrer heutigen Regierungserklärung zu Europa. Bei ihrem Auftritt im Bundestag, der einen Ausblick auf den bevorstehenden EU-Gipfel in Brüssel gegen sollte, warb sie erneut für ihre umstrittene Linie in der Flüchtlingspolitik, die europäische statt nationale Lösungen bevorzugt. „Ohne solche Abkommen müssten wir uns mit illegaler Migration abfinden. Geholfen wäre damit niemandem“, sagte Merkel hinsichtlich des Deals mit der Türkei.

NS-Vergleiche der Türkei verlangen Bundesregierung Balanceakt ab

Die Türkei und die Flüchtlingskrise, das waren die wohl heikelsten Themen der Rede. Denn während die NS-Vergleiche der Türkei die türkisch-deutschen Beziehungen immer mehr belasten, weiß die Bundesregierung um die katastrophalen Folgen, die ein Bruch des Verhältnisses mit Ankara zur Folge hätte.

Der EU-Kommissionspräsident nimmt Deutschland gegen die Nazi-Vergleiche aus der Türkei in Schutz. Angela Merkel bekräftigte, die Absage von Wahlkampfauftritten in Deutschland sei nicht politisch motiviert.

Dennoch hatte schon vor Merkels Rede hatte Bundestagspräsident Norbert Lammert  den türkischen Präsidenten Recep Tayyip Erdo?an ermahnt: „Ich möchte ein paar Punkte feststellen: Wer dieses Land, öffentlich verdächtigt, Nazi-Methoden anzuwenden, disqualifiziert sich selber.“

Ein Blatt vor den Mund nahm auch Merkel nicht. „Um so trauriger sind die Äußerungen türkischer Regierungsmitglieder, auch des türkischen Staatspräsidenten, die Deutschland in die Nähe des Nationalsozialismus rücken. Der Vergleich, so die Bundeskanzlerin sei „so deplatziert. Es ist nicht zu rechtfertigen“. NS-Vergleiche würden nur ins Elend führen. Dennoch betonte Merkel auch: Die aktuelle Beziehung zur Türkei sei schwierig aber wichtig.

Grüne Politiker wegen T-Shirts für Befreiung von Deniz Yücel aus Saal verwiesen

Das Vorgehen der Türkei erhitzte auch in der anschließenden Bundestagsdebatte die Gemüter. Drei Grünen-Abgeordnete mussten den Saal sogar verlassen, weil sie T-Shirts mit der Aufschrift „Free Deniz“ trugen, mit denen sie gegen die Haft des in der Türkei inhaftierten „Welt“-Journalisten Deniz Yücel protestierten.

Während der türkischer Justizminister heute in Deutschland für Präsidialsystem in der Türkei wirbt, sorgt die Inhaftierung des deutsch-türkischen Journalisten Deniz Yücel in der Bundesregierung für scharfe Töne.

Dietmar Bartsch, Vorsitzender der Linksfraktion im Bundestag, warf Merkel vor, nicht genug für die Freilassung von Yücel zu tun. Waffenlieferungen und Beitragshilfen an Ankara müssten aufhören, so Bartsch in Richtung Merkel. „Sie machen auf diesem Gebiet gar nichts, das ist nicht zu akzeptieren.“ Durch den Flüchtlingsdeal mit der Türkei habe sie sich abhängig gemacht.

Thomas Oppermann, Fraktionsvorsitzender der SPD, warnte: Erdogan suche mit seinen schrillen Äußerungen nur die Provokation mit Europa.

Der Vorsitzende der Türkischen Gemeinde in Deutschland, Gökay Sofuoglu, wirft dem türkischen Präsidenten Recep Tayyip Erdogan vor, dem Verhältnis beider Länder zu schaden.

EU-Türkei steckt im Verantwortungs-Vakuum

Der Flüchtlingspakt zwischen Ankara und Brüssel war auch auf EU-Ebene Thema. Auf der heutigen Konferenz der Präsidenten hatten sich die Liberalen den konservativen und rechten Parteien angeschlossen und gegen eine Plenums-Diskussion über das EU-Türkei-Abkommen kommende Woche in Straßburg gestimmt.

Die Fraktion der Grünen/EFA hatte dazu eine mündliche Befragung gefordert. Sie sieht den jüngsten Beschluss des Europäischen Gerichtshofs (EuGH) höchst kritisch. Dieser hatte hatte Ende Februar die Klage dreier Asylbewerber gegen den EU-Türkei-Flüchtlingsdeal abgewiesen. Das Abkommen sei nicht vom Europäischen Rat, sondern von den einzelnen EU-Staaten im Rahmen eines internationalen Gipfeltreffens mit dem türkischen Ministerpräsidenten vereinbart worden, hatte es in einer Pressemitteilung des Gerichts geheißen. Daher handele es sich um bilaterale Abkommen zwischen den EU-Mitgliedstaaten und der Türkei, für die das Gericht nicht zuständig sei.

EFA-Co-Präsident Philippe Lamberts warf der „Mehrheit im Europäischen Parlament“ heute vor, sie habe „die demokratische Kontrolle des EU-Türkei-Abkommens bereitwillig aufgegeben“. „Während wir uns dem einjährigen Jubiläum des Abkommens nähern, finden wir uns in einem versagenden Deal wieder, und niemand ist bereit, Verantwortung dafür zu übernehmen“, so Lamberts. Es sei ein zutiefst verstörendes Vakuum der Verantwortung entstanden.

Merkel zum Thema Flüchtlinge: „Es liegt zu viel im Argen“

Die Verteilung der Flüchtlinge in Europa bleibt eines der dringlichsten Themen für die EU, da sich vor allem osteuropäische Länder wie Ungarn weiterhin gegen die Aufnahme nach einem Verteilsystem sperren.

Weiterhin bleibt die Lage der Asylsuchenden in Griechenland angespannt, das Schlepperwesen ist noch lange nicht ausgetrocknet. Die Bundeskanzlerin gab darum in ihrer Rede zu: „Es gibt nichts zu beschönigen: Es liegt zu viel im Argen.“ Auch wenn hinsichtlich der Flüchtlingskrise ohne Zweifel Fortschritte zu verzeichnen seien – das Asylsystem in der EU müsse reformiert werden.

 „Selektive Zahlungsbereitschaft“ bei „selektiver Solidarität“: Der österreichische Bundeskanzler Christian Kern will gegen Flüchtlingsverweigerer härter Vorgehen.

Reform des EU-Asylsystems: Wikström schlägt ständiges Verlagerungssystem vor

Einen Bericht über die Reform der EU-Asylregeln hat heute die schwedische ALDE-Abgeordnete Cecilia Wikström vorgelegt. Sie schlägt darin unter anderem die automatische Registrierung aller Ankünfte durch die Mitgliedstaaten mit Außengrenzen, ein gesetzlich verpfichtendes Umsiedlungssystem für alle Mitgliedstaaten und eine Notfallpause im automatischen Korrekturverteilungssystem vor, die ausgesetzt wird, wenn der Mitgliedsstaat seine Außengrenze nicht ausreichend schützt und verwaltet. Wikström schlägt eine fünfjährige Übergangszeit vor, um die Quoten für jeden Mitgliedstaat anhand von Faktoren wie Brutoinlandsprodukt und Bevölkerung festzulegen.

„Allein im Jahr 2015 kamen mehr als eine Million Menschen in Europa, die vor Krieg und Konflikt fliehen. Wir können nicht mehr die verwässerte Kompromisse und Ad-hoc-Reaktionen auf Krisensituationen fortsetzen, wo eine Hand voller Länder die Verantwortung übernimmt“, sagte Wikström nach der Vorstellung ihrer Vorschläge. Nicole Sagener | EURACTIV.de 9

 

 

 

Vorwürfe der Türkei. Merkel solidarisch mit Niederlanden

 

Bundeskanzlerin Merkel hat den Niederlanden ihre "volle Unterstützung und Solidarität" zugesichert. Nazi-Vergleiche führten völlig in die Irre - gerade mit Blick auf die Niederlanden, die "so gelitten haben unter dem Nationalsozialismus".

 

Bundeskanzlerin Angela Merkel hat sich zu dem Disput zwischen den Niederlanden und der Türkei geäußert. Die Niederlande "haben meine volle Unterstützung und Solidarität", sagte Merkel am Montagmittag in München. Nazi-Vergleiche seien "völlig inakzeptabel". Sie führten in die Irre und

verharmlosten das Leid der Opfer. Der türkische Präsident Erdogan hatte niederländische Regierungsmitglieder als "Nazi-Überbleibsel" bezeichnet.

"Verunglimpfung muss aufhören"

Bereits am Montagvormittag hatte Regierungssprecher Steffen Seibert die Beschuldigungen aus der Türkei deutlich kritisiert. Die NS-Vergleiche seien historisch deplatziert und verharmlosten singuläre Verbrechen. Die Türkei müsse aufhören, über Deutschland oder andere Länder Europas so zu sprechen, so Seibert in Berlin. Die Niederlande hätten schwer unter dem NS-Regime gelitten. Ihnen jetzt Nähe zu dieser "Ideologie anzuhängen", so Seibert, sei "unmöglich und disqualifiziere sich von selbst".

Es handele sich um eine Verunglimpfung eines der engsten Partner und Freunde Deutschlands. Dies müsse aufhören, betonte der Regierungssprecher.

Deutschland hält eigene Werte hoch Seibert ging auch auf Auftritte türkischer Politiker in Deutschland ein. So werde die Bundesregierung, gerade wenn sie bei anderen Einschränkung der Meinungs- und Pressefreiheit kritisiere, diese Werte hochhalten. Sie habe bisher kein generelles Verbot von Auftritten türkischer Politiker ausgesprochen.

Auftritte seien möglich unter der Auflage, dass kein innertürkischer Konflikt geschürt werde. Und das solche Auftritte rechtzeitig und transparent angemeldet würden. Nach den Eskalationen der vergangenen Tage beobachte die Bundesregierung die Lage sehr genau, erklärte Seibert.

Einreiseverbote klug abwägen

Auch Kanzleramtsminister Peter Altmaier äußerte sich am Montag zu dem Thema. Deutschland vertrete die Position, dass es sich eine starke Demokratie leisten könne, auch Menschen das Wort zu erteilen, mit deren Ansichten sie nicht immer übereinstimme. Aber das sei kein Freibrief. "Wir hätten die Möglichkeit zu sagen, bestimmte Regierungsmitglieder sind uns unerwünscht", so Altmaier

in einem Interview. Bisher habe die Bundesregierung jedoch auf solche Einreiseverbote verzichtet.

Auch Bundesinnenminister Thomas de Maizière sagte, Einreiseverbote gelte es klug abzuwägen. Es gebe klare Grenzen etwa nach dem Strafgesetzbuch. Die Bundesregierung wolle nicht, dass in Deutschland lebende Menschen für eine Debatte in der Türkei missbraucht würden.

Am Montag hat sich die Bundesregierung erneut für die Freilassung des in der Türkei inhaftierten deutsch-türkischen Journalisten Deniz Yücel eingesetzt. Der Sprecher des Auswärtigen Amtes, Martin Schäfer, beklagte, dass es weiterhin keinen konsularischen Zugang zu Yücel gebe. Das sei ärgerlich, gerade weil dies der türkische Ministerpräsident Yildirim Bundeskanzlerin Merkel zugesagt habe.    

Seibert: Gutachten ernst nehmen

Derweil nahm Regierungssprecher Seibert auch Stellung zu einem Gutachten der sogenannten Venedig-Kommission. Die türkische Regierung sollte, so Seibert, dieses Gutachten sehr ernst nehmen und sich intensiv damit auseinandersetzen. Man habe stets begrüßt, dass die Türkei sich auch als Gründungsmitglied des Europarates zu einer engen Zusammenarbeit mit dem Europarat bekannt habe. 

Die Venedig-Kommission des Europarates hatte ein Gutachten zu den geplanten Verfassungsänderungen in der Türkei verabschiedet. Die Venedig-Kommission stuft darin die Errichtung eines Präsidialsystems für die zukünftige Entwicklung in der Türkei mehr als problematisch ein. Pib 13

 

 

 

Gemeinsam weltweit ein Zeichen gegen Rassismus setzen: Internationale Wochen gegen Rassismus

 

Vom 13. bis 26. März 2017 lautet das Motto weltweit: „100% Menschenwürde – Gemeinsam gegen Rassismus“. In diesem Zeitraum ruft der Interkulturelle Rat zusammen mit seinen Kooperationspartner/-innen wie dem World University Service (WUS) dazu auf, ein Zeichen zu setzen und nachhaltig Rassismus zu bekämpfen.

Das Jahr 2017 hat bereits in mehrfacher Hinsicht gezeigt, dass der Kampf gegen Rassismus, rassistische Gewalt, Stereotypen in den Medien und Alltagsdiskriminierung stärker denn je fortgesetzt werden muss und eine alltägliche Herausforderung für die Menschen weltweit bleiben wird. Umso wichtiger ist es, sich gegen diskriminierende Kräfte zu stellen und sich in jeglicher Form für eine plurale und vielfältige Gesellschaft einzusetzen.

Vom 13. bis 26. März 2017 laden der Interkulturelle Rat und die zahlreichen Kooperationspartner/-innen dazu ein, sich an der Internationalen Woche gegen Rassismus zu beteiligen. „Sei es mit Aktionen, Seminaren oder Ausstellungen – die Form des Engagements in der Bekämpfung des Rassismus ist jedem selbst überlassen“, so Dr. Kambiz Ghawami, Vorsitzender des WUS. „Das Wichtige ist, dass wir uns gegen jegliche Form der Diskriminierung solidarisieren und ein Zeichen für kulturelle Vielfalt, Toleranz und Respekt setzen, gerade dieses Jahr mit den anstehenden Landtagswahlen und der Wahl zum Bundestag“, so Dr. Ghawami weiter. „Wir sollten dieses Jahr aus Deutschland ein deutliches Zeichen an die Trump-Administration und ewig Gestrigen senden: Die Würde des Menschen ist unantastbar. Sie zu achten und zu schützen, ist Verpflichtung aller staatlichen Gewalt“ so Dr. Ghawami in Anlehnung an Artikel 1 des bundesdeutschen Grundgesetztes. Die Aktionswochen finden rund um den 21. März statt, der im Jahre 1966 von den Vereinten Nationen zum „Internationalen Tag zur Überwindung von Rassendiskriminierung“ ausgerufen wurde.

Hunderte von Organisationen, Initiativen, Schulen und Vereinen beteiligen sich jedes Jahr mit vielfältigen Veranstaltungen an den Aktionswochen. Das gilt auch für 2017: Gemeinden, Verbände, Vereine, Schulen, Interessierte und Organisationen jeder Art können an den Aktionswochen teilnehmen und geplante Veranstaltungen in den Kalender auf der Webseite eintragen lassen: www.internationale-wochen-gegen-rassismus.de. Dort stehen ebenfalls zahlreiche Kampagnen- und Aktionsmaterialien kostenlos zum Download oder als Print-Material zur Bestellung zur Verfügung.

Die Internationale Woche gegen Rassismus wird in Deutschland jährlich vom Interkulturellen Rat gemeinsam mit der Stiftung für die Internationalen Wochen gegen Rassismus geplant und koordiniert. Ebenfalls fördern sie Projekte zur Überwindung von Rassismus und Ausgrenzung von Minderheiten. Der World University Service (WUS) ist eine der über 50 Kooperationspartner/-innen, die das Projekt inhaltlich und multiplikatorisch unterstützen.

Der WUS ist eine 1920 gegründete internationale, politisch und konfessionell nicht gebundene Organisation von Studierenden, Lehrenden und Mitarbeitenden im Bildungssektor. WUS-Deutschland ist eines von weltweit über 50 Komitees, die sich gemeinsam für das Menschenrecht auf Bildung einsetzen.

Weitere Informationen finden Sie hier:

www.internationale-wochen-gegen-rassismus.de, www.wusgermany.de.  dip

 

 

 

 

Jahrestag EU-Türkei-Deal. Kritik: Weder Türkei sicher noch adäquate Versorgung von Flüchtlingen in Griechenland

 

Die Frankfurter Hilfs- und Menschenrechtsorganisation medico international fordert die Aufkündigung des Flüchtlingsabkommen zwischen der Türkei und der EU, welches am 18. März letzten Jahres beschlossen wurde. Die Türkei sei kein „sicherer Drittstaat“ und die Einhaltung der Menschenrechte von Flüchtlingen nicht gewährleistet. Mit Inkrafttreten des Deals vor einem Jahr wurde die Balkanroute abgeriegelt. Seitdem werden tausende Menschen in maroden Lagern auf den griechischen Inseln festgehalten.

medico-Migrationsreferentin Dr. Ramona Lenz, die zurzeit Lager in Griechenland in Augenschein nimmt, berichtet von unzureichender medizinischer Versorgung, Verpflegung und Unterbringung: „Die Flüchtlinge werden auf ein Warten unter elenden Umständen verwiesen und wissen nicht, wie es mit ihnen weitergehen wird. Die völlige Ungewissheit über ihre Zukunft zermürbt“, kritisiert Lenz. „Die EU verschließt absichtlich die Augen vor den unhaltbaren Verhältnissen, um weitere Schutzsuchende abzuschrecken.“

Auch die Situation auf dem Festland, etwa in den staatlichen Lagern in und um Thessaloniki und Athen, sei katastrophal. Dass die zugesagte Umverteilung von Flüchtlingen aus Griechenland und Italien auf die übrigen EU-Staaten bislang kaum umgesetzt worden sei und seit gestern wieder Abschiebungen gemäß der sog. Dublin-Regelung nach Griechenland möglich sind, kritisiert Lenz als unverantwortlich.

Ohne die Unterstützung durch griechische und internationale Solidaritätsstrukturen sowie selbstorganisierte Gruppen von Flüchtlingen wären noch viel mehr Menschen in Griechenland unterversorgt und der Willkür eines nicht funktionierenden Asylsystems ausgeliefert. medico international unterstützt in Griechenland gestrandete syrische Aktivisten. Das Jafra-Team “Refugees to Refugees” (R2R) Greece bietet Aktivitäten für die oft traumatisierten Kinder an, organisiert Schulunterricht und sorgt für die Vernetzung unter den Flüchtlingen in den verschiedenen Lagern.

Gemeinsam mit Pro Asyl finanziert medico „Refugee Support Teams“ in der Ägäis (RSA), bestehend aus Rechtsanwälten, Menschenrechtsbeobachtern und Dolmetschern. Sie stehen besonders schutzbedürftigen Flüchtlingen wie unbegleiteten Minderjährigen und Folteropfern zur Seite, intervenieren gegen illegale Haft und Abschiebungspraktiken. Bislang haben RSA und andere Organisation in Griechenland verhindert, dass syrische Flüchtlinge unter der Annahme, dass die Türkei sicher sei, dorthin zurückgeschickt wurden. Mit Spannung wird deshalb ein Urteil des höchsten Verwaltungsgerichts Griechenlands über die Rechtmäßigkeit des EU-Türkei-Deals erwartet. Die Rechtsanwälte können noch bis zum 17. März zusätzliche Beweise vorlegen und dann wird ein Urteil erlassen. Dip 16

 

 

 

 

Das Ende der Arbeit (wie wir sie kennen)

 

Automatisierung und Künstliche Intelligenz zerstören Arbeitsplätze, nur zusehen müssen wir dabei aber nicht. Von Christoph Mohr | 10.03.2017

Maschinen können schon heute eine Vielzahl an physischen Arbeitsschritten ausführen, die noch vor wenigen Jahren exklusiv durch Menschen geleistet wurden.

US-Präsident Donald Trump wird keine Unzahl neuer Arbeitsplätze schaffen. Selbst wenn es ihm gelingen sollte, dass einige Firmen ihre Produktionsstätten zurück in die USA verlegen, führt Trump einen Kampf gegen Windmühlen, den er langfristig verlieren wird. Die Gründe sind simpel: 86 Prozent der zwischen 1990 und 2015 in den USA verlorenen Arbeitsplätze im produzierenden Gewerbe sind nicht auf eine Abwanderung nach Fernost oder Mexiko zurückzuführen, sondern auf eine Steigerung der Produktivität durch Technologie. Mit dem Produktivitätsniveau des Jahres 2000 müssten Firmen heute die doppelte Anzahl an Mitarbeitern beschäftigen, um die gleiche Quantität an Gütern zu erzeugen. Wir produzieren inzwischen also wesentlich mehr mit deutlich weniger Menschen.

Dieser Verlust von Arbeit ist – nicht nur durch die ökonomischen Konsequenzen für die einzelnen Menschen, sondern auch durch den teilweisen Identitätsverlust – eine Gefahr für das gesellschaftliche Miteinander und damit für das Fundament moderner Industriestaaten. Nicht ohne Grund konnte Trump gerade die „vergessenen Arbeiter“ im Rustbelt der USA als Wähler für sich gewinnen. Damit Menschen auch in Zukunft einen Platz in der Arbeitsgesellschaft haben, bedarf es einer klaren Zukunftsvision mit konkreten Maßnahmen zur Politikgestaltung. Was wenig hilft, sind isolationistische, rückwärtsgewandte Ansätze von Populisten. Denn: Technologischer Fortschritt lässt sich nicht zurückdrehen oder abschalten. Er ist nicht durch Mauern oder Einfuhrzölle aufzuhalten.

Maschinen können heute eine Vielzahl an physischen Arbeitsschritten ausführen, die noch vor wenigen Jahren exklusiv durch Menschen geleistet wurden. Sie können beispielsweise Bestellungen aufnehmen, Autos fahren oder sind der Produktion tätig. Apple-Zulieferer Foxconn hat im Jahr 2016 mehr als 40 000 (von einer Million geplanter) Roboter in Betrieb genommen, die mittelfristig die 500 000 Beschäftigten in der Produktion ersetzen sollen. Adidas hat in Deutschland ein neues Werk gebaut, das fast ausschließlich durch Maschinen betrieben wird. Amazon hat bereits heute 45 000 Roboter im weltweiten Einsatz – Tendenz steigend. Automatisierung macht hier nicht Halt, sondern dehnt sich zunehmend auch auf andere Bereiche aus: Software ist durch Künstliche Intelligenz (KI) vermehrt in der Lage, auch kognitive Arbeiten zu übernehmen und arbeitet dabei zuverlässiger, günstiger und schneller als ihre menschlichen Konkurrenten.

Schon heute können KI-Systeme Daten auswerten, mit Menschen interagieren oder Texte erstellen. Es sind also nicht nur Bus- und LKW-Fahrer oder Fließbandarbeiter, die sich durch diese Technologie bedroht fühlen müssen, sondern auch gut ausgebildete Fachkräfte wie Programmierer, Radiologen oder Anwälte. Die am stärksten für Automatisierung geeigneten Arbeiten sind jene, die in hochstrukturierten und vorhersagbaren Umgebungen ausgeführt werden und auf Routine beruhen. In den Vereinigten Staaten machen diese – branchenübergreifend von der Herstellung bis zum Einzelhandel – über 50 Prozent der Wirtschaft aus. Sie generieren fast 2,7 Billionen US-Dollar an Löhnen. In anderen Industrieländern wie Deutschland sieht es ähnlich aus.

Hinzu kommt, dass die restlichen Arbeitsplätze deutlich umkämpfter sein werden. Nicht nur durch den entstehenden Druck auf dem inländischen Arbeits- oder den europäischen Binnenmarkt, sondern – was bestimmte Berufsgruppen betrifft – durch neue Formen des Outsourcings: Das Internet und leistungsfähige Computer haben die jahrhundertelang geltenden geographischen Entfernungen obsolet werden lassen und die Arbeitswelt transnationalisiert. „Cloudworker“ ergänzen als zukaufbares Potenzial den einheimischen Arbeitsmarkt und führen so zu einem verschärften Wettbewerb um nicht-automatisierte Arbeitsstunden. Es ist schon fast gängig, dass beispielsweise Arbeiten einer US-amerikanischen Anwaltskanzlei, die früher von Anwaltsgehilfen und juristischen Berufsanfängern erledigt wurden, nun durch zukaufbare, vollausgebildete Hilfskräfte an einem Computer im 5000 Kilometer entfernten Mumbai erledigt werden.

In Deutschland gibt es 2017 rund 43 Millionen Erwerbstätige, von denen der überwiegende Teil auf den Lohn zum Bestreiten ihres Unterhalts angewiesen ist und nicht auf sonstige Kapitalerträge zurückgreifen kann. Arbeitslosigkeit führt also für einen großen Teil dieser Menschen zu einem wirtschaftlichen Abstieg, sozialer Entwurzelung und vermutlich hoher politischer Unzufriedenheit. Diese Gefahren können nicht unbedingt durch neu entstehende Berufsgruppen und Arbeitsplätze abgefedert werden. Sicherlich, in der Vergangenheit war es so, dass, wo immer Berufsgruppen verschwanden, neue entstanden. Maschinen können auch komplementär zu Arbeitern eingesetzt werden, statt sie vollständig zu ersetzen. Allerdings bedarf es hierfür der passenden Qualifikationen und Kenntnisse, und die schiere Menge der möglicherweise betroffenen Menschen könnte weit über dem Potenzial von neu entstehenden Berufen liegen. Hinzu kommt, dass diese Berufe nicht zwingend die gleiche monetäre Entlohnung, die soziale Sicherheit oder Sinnstiftung mit sich bringen, sondern zu einem Abstieg und einer abwärtsorientierten Lohnspirale beitragen könnten.

Die vierte industrielle Revolution verändert bereits die Arbeitswelt und die zugrundeliegenden politischen Systeme fundamental. Um negative gesellschaftliche und politische Folgen abzufedern, bedarf es einer substanziellen Zukunftsinitiative, die bereits heute angegangen werden muss. Begonnen werden kann hier – wie oft – bei der Bildung. Die vorangegangenen Änderungen der Arbeitswelt lehren uns, dass wir uns auf unsere Kernkompetenzen konzentrieren und definieren müssen, welche Fähigkeiten in Zukunft nötig sein werden. In der Folge muss für eine zeitgemäße Aus- und Weiterbildung gesorgt werden, die Menschen auch künftig die Perspektive bietet, mit und durch Technologie erfolgreich an der Arbeitswelt teilzuhaben – in einer Art symbiotischer Beziehung. Investitionen in Infrastruktur und Forschung können die zwingend notwendigen Rahmenbedingungen zur Zukunftsgestaltung liefern, und Technologiefolgenabschätzung für mehr Verständnis für die zugrundeliegenden Prozesse sorgen. Auch die volkswirtschaftliche Größe ist relevant. Durch Wachstum könnten mehr Arbeitsplätze – auch zukunftsträchtige – generiert werden. Hierfür bedarf es neben klassischen auch neuer Ansätze. Beispiele hierfür: eine konkurrenzfähige Gründerszene und damit verbunden eine zeitgemäße Neuordnung des Insolvenzrechts, sinnvolle regulatorische Rahmenbedingungen und länderübergreifende Partnerschaften. Auch ein Verantwortungsbewusstsein von Firmen ist unerlässlich: Nur wo anständige Löhne gezahlt werden und nicht jeder Arbeitsplatz durch eine Maschine wegrationalisiert wird, kann langfristig Konsum erhalten bleiben; denn wo keine Einkünfte sind, gibt es keine Konsumenten. Nicht zuletzt muss auch ein Umverteilungsmechanismus für gesamtgesellschaftliche Erträge, wie beispielsweise ein (bedingungsloses) Grundeinkommen oder eine negative Besteuerung, Gegenstand von Debatten um die Neugestaltung der kommenden Gesellschaft mit einer digitalen und automatisierten Arbeitswelt sein.

Politik reagiert häufig als spätes Korrektiv: Entwicklungen schreiten voran und werden erst dann  adressiert. Neue Technologien entwickeln sich allerdings derart rasant, dass wir die Rahmengestaltung der Zukunft nicht länger aufschieben dürfen, sonst kommen wir sehr bald am Ende der Arbeitswelt an und werden die politischen Folgen zu tragen haben. IPG 10

 

 

 

Merkels Reisegepäck für die USA: Warnungen vor Protektionismus und Strafzöllen

 

Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) will ihren Besuch in Washington offenbar nutzen, um US-Präsident Donald Trump deutlich vor einer wirtschaftlichen Abschottung seines Landes zu warnen.

Merkel werde Trump auffordern, die Verhandlungen über ein EU-Freihandelsabkommen fortzusetzen, sagte der USA-Koordinator der Bundesregierung, Jürgen Hardt, der Nachrichtenagentur AFP. Dem „Spiegel“ zufolge will sich die Kanzlerin bei Trump zudem gegen Steuern auf Importe aussprechen.

Klare Worte gegen Handelsschranken

Merkel kommt am Dienstag in Washington mit Trump zusammen. Es ist ihr erstes Treffen mit dem seit sieben Wochen amtierenden US-Präsidenten. Trump hatte die Kanzlerin in der Vergangenheit mehrfach scharf angegriffen, besonders wegen ihrer Flüchtlingspolitik.

Der republikanische US-Präsidentschaftsbewerber Donald Trump kritisiert die Flüchtlingspolitik von Bundeskanzlerin Angela Merkel scharf.

Zu Misstönen zwischen der neuen US-Regierung und der Bundesregierung kam es aber auch in der Handels- und Währungspolitik.

„Da gibt es den Vorwurf – und der ist in hohem Maße populistisch -, dass Deutschland den Euro manipuliert, um die Exporte künstlich billig zu halten“, sagte Hardt. „Dabei sind deutsche Produkte in den USA ja eher teurer.“

Die Kanzlerin sollte auch „klar machen, dass bilaterale Handelsabkommen zwischen Deutschland und den USA nicht denkbar sind.“ Er glaube, dass die Kanzlerin ihren Wunsch vortragen werde, die Verhandlungen über ein EU-Freihandelsabkommen mit den USA fortzusetzen, sagte der CDU-Politiker.

International wird befürchtet, dass Trump im Welthandel eine Ära der Handelsschranken einläutet. Er kündigte bereits das Transpazifische Freihandelsabkommen TPP auf, zudem stellt er den Nafta-Handelspakt mit Mexiko und Kanada infrage und droht unter anderem deutschen Autobauern mit saftigen Strafzöllen.

Die Bundesregierung hat Kritik von Trump-Berater Peter Navarro am ihrem Außenhandelsüberschuss zurückgewiesen. Der wirft Deutschland „Ausbeutung“ von USA und EU-Partnern vor.

Einem „Spiegel“-Bericht zufolge will Merkel den früheren Unternehmer insbesondere vor der Einführung einer Grenzausgleichsteuer warnen, die Importe in die USA steuerlich benachteiligt, US-Ausfuhren hingegen entlastet. Merkel wolle dies als „Schutzzoll“ gegen deutsche Waren brandmarken und beanstanden, dass sie für US-Produkte wie eine „Exportsubvention“ wirke, berichtete das Magazin unter Berufung auf ihre Vorbereitungsunterlagen.

Merkel werde Trump zudem verdeutlichen, dass die neue Steuer gegen deutsch-amerikanische Steuerabkommen verstoße und nicht kompatibel sei mit den Vereinbarungen der Welthandelsorganisation WTO.

Auch Wirtschaftsministerin Zypries warnt

Auch Bundeswirtschaftsministerin Brigitte Zypries (SPD) warnte die US-Regierung vor Zöllen auf ausländische Produkte. Sie verwies in der „Welt am Sonntag“ darauf, dass deutsche Firmen fast 800.000 Jobs in den USA geschaffen hätten. „Ich glaube, dass der Gouverneur von South Carolina kein Interesse daran hat, dass BMW dort seine Arbeitsplätze oder Investitionen abbaut.“

Donald Trump hat den Bau einer Mauer zu Mexiko beschlossen. Vor dem Protekionismus in der Wirtschaft warnen nun die deutschen Autohersteller.

Eine Anhebung der Einfuhrzölle für Autos auf 20 oder 30 Prozent würde zudem den WTO-Vereinbarungen widersprechen. „Alle WTO-Mitglieder, auch die USA, haben sich auf einen Zoll für Pkw von 2,5 Prozent verpflichtet“, sagte Zypries.

Die deutsche Wirtschaft erwartet sich von Merkels Besuch im Weißen Haus eine klare Warnung vor Protektionismus. „Ich denke, das Wichtigste bei diesem Besuch wäre, den Standpunkt einer deutschen, einer europäischen Wirtschaft, aber auch einer deutschen, europäischen Gesellschaftspolitik darzulegen“, sagte BDI-Präsident Dieter Kempf dem Deutschlandfunk.

Die Wirtschaft in Deutschland erlebt einen Stimmungsdämpfer. Ökonomen geben dem neuen US-Präsidenten Donald Trump die Schuld.

Es müsse klargestellt werden, dass Trumps wirtschaftspolitische Vorstellungen nicht funktionierten. „Und zwar nicht nur für uns oder unsere Wirtschaft nicht, sondern auch für seine Wirtschaft nicht.“ EA/AFP 13

 

 

 

 

Studie. „Eklatante Defizite“ bei Berichten zu Flüchtlingen aus Afrika

 

Deutsche Medien beleuchten die Hintergründe der Migration aus Afrika zu selten. Das ist das Ergebnis einer aktuellen Studie. Danach berichten deutsche und europäische Medien „euro-zentristisch“ über die Flüchtlingsbewegungen.

Die Berichterstattung der Medien zu Flüchtlingen aus Afrika weist laut einer Untersuchung der Technischen Universität Dortmund „eklatante Defizite“ auf. Eine am Freitag vorgestellte Studie des Erich-Brost-Instituts für Internationalen Journalismus und des Vereins Africa Positive zeige, dass die deutschen Medien die Hintergründe der Migration aus Afrika zu selten beleuchteten, teilte die Hochschule mit. Obwohl parallel zu den Flüchtlingen aus Syrien, Irak und Afghanistan immer mehr Migranten aus Afrika nach Europa kommen, blendeten deutsche Medien das Thema weitgehend aus. Wesentlich mehr Aufmerksamkeit erfahre das Thema dagegen in den Medien in Frankreich, Italien, Griechenland und Großbritannien.

Die Studie der TU Dortmund untersuchte den Angaben zufolge erstmals vergleichend die Qualität der Berichterstattung über die Flüchtlingskrise in elf Ländern. Im Zentrum der Studie stand die Migration von Afrika nach Europa. Untersucht wurde die Berichterstattung in den Online-Ausgaben zweier führender Tageszeitungen in Deutschland, England, Frankreich, Italien, Griechenland und Spanien sowie in Ghana, Kenia, Äthiopien, Uganda und Tansania zwischen Mai 2015 und Mai 2016. Für die Studie wurden mehr als 1.500 Artikel ausgewertet.

Euro-zentristische Berichterstattung

Die Wissenschaftler kommen zu dem Ergebnis, dass deutsche und europäische Medien vor allem „euro-zentristisch“ über die Flüchtlingswelle aus Afrika berichteten. So wird in der Hälfte (51 Prozent) der deutschen Berichte über die Flüchtlingbewegung aus Afrika kein einziges afrikanisches Land genannt. Der Berichterstattung über Migration aus Afrika fehle zudem „ein menschliches Gesicht“: Lediglich in 22 Prozent der deutschen Beiträge tauche ein afrikanischer Akteur auf. Die Lage der afrikanischen Flüchtlinge werde vor allem dann thematisiert, wenn ein Flüchtlingsschiff im Mittelmeer kentert. Dominiert werde die europäische Berichterstattung von europäischer und nationaler Migrationspolitik sowie von Sicherheitsfragen.

Nur acht Prozent der europäischen Artikel sehen Migration zudem in einem positiven Kontext, 56 Prozent bewerten sie neutral und 36 Prozent negativ. Überdies fehle es an einem Blick hinter die Ereignisse. „Medien in Europa zeigen dramatische Bilder über Bootsunglücke im Mittelmeer – aber die entscheidende Frage, warum jetzt und in Zukunft immer mehr junge Menschen aus afrikanischen Ländern nach Europa strömen, wird von den Medien nicht beantwortet“, sagte die wissenschaftliche Leiterin des Erich-Brost-Instituts, Professorin Susanne Fengler. (epd/mig 13)

 

 

 

 

Türkei kündigt Sanktionen gegen Niederlande an

 

Die Türkei setzt im Streit mit den Niederlanden über Wahlkampfauftritte von Politikern immer stärker auf Konfrontation.

Präsident Recep Tayyip Erdogan kündigte gestern an, den Fall vor den Europäischen Gerichtshof für Menschenrechte zu bringen. Die Regierung will zudem die diplomatischen Beziehungen auf höchster Ebene aussetzen und den niederländischen Botschafter nicht mehr einreisen lassen. Deutschland versicherte der Regierung in Den Haag dagegen seine Solidarität. Ministerpräsident Mark Rutte sagte, solange sein Land bedroht werde, gebe es mit der türkischen Regierung keine Verhandlungen.

Der Streit mit den Niederlanden und auch Deutschland ist ein neuer Tiefpunkt in den Beziehungen zwischen der Türkei und der EU und lässt einen Beitritt zur Union in immer weitere Ferne rücken. Hintergrund sind Auftritte türkischer Politiker, die in beiden Staaten für ein Referendum werben wollen, mit dem Erdogan mehr Macht bekommen soll. Die Niederlande untersagten Außenminister Mevlüt Cavusoglu am Wochenende die Einreise und verwiesen Familienministerin Fatma Betül Sayan Kaya des Landes. Daraufhin kam es in Rotterdam zu Krawallen. Die Regierung in Ankara forderte nun eine Maßregelung von Polizisten, die dabei gegen Anhänger Erdogans vorgingen.

Wie umgehen mit Erdogan? Die Frage spaltet Europa. In der Politik lassen sich bislang vier Strategien beobachten, den Provokationen aus Ankara zu begegnen.

Der Präsident selbst erklärte: „Sie nutzen das internationale Recht, wenn es ihnen passt, und reden sich heraus.“ Es würden bereits Vorbereitungen getroffen, den Fall vor den Menschenrechtsgerichtshof zu bringen. „Wir werden dafür sorgen, dass die Niederlande dafür schnell zur Rechenschaft gezogen werden.“ Deutschland warf der Politiker vor, „gnadenlos“ den Terrorismus zu unterstützten. Der in der Türkei inhaftierte „Welt“-Journalist Deniz Yücel sei ein Agent und ein Terrorist.

Der stellvertretende Ministerpräsident Numan Kurtulmus kündigte schließlich an, dass Flugzeuge mit niederländischen Diplomaten an Bord nicht mehr in der Türkei landen dürften. „Wir machen genau das, was sie mit uns gemacht haben.“ Dem Parlament solle empfohlen werden, das Freundschaftsabkommen mit den Niederlanden aufzukündigen. Kurtulmus stellte außerdem das türkisch-europäische Flüchtlingsabkommen erneut infrage. Wirtschaftssanktionen oder Reisebeschränkungen für normale Bürger sind aber offenbar nicht geplant.

Die Niederlande sind mit einem Volumen von 22 Milliarden Dollar für die Türkei die wichtigste Auslandsquelle für Direktinvestitionen. Der EU-Staat steht für türkische Exporteure in der Rangliste zudem auf Platz zehn. Trotz der Angst vor Anschlägen reisen noch immer Hunderttausende Niederländer in die Türkei in den Urlaub.

Die aktuellen politischen Entwicklungen in der Türkei können nach den Worten von EU-Haushaltskommissar Günther Oettinger Folgen für die EU-Finanzhilfen an das Land haben.

Bundesregierung zunehmend verärgert

Erdogan hatte den Niederlanden und auch Deutschland bereits Nazi-Methoden vorgeworfen. Diese Kritik wies Kanzlerin Angela Merkel zurück. Sie führe völlig in die Irre und verharmlose das Leid, sagte Merkel in München. Die EU-Kommission warnte die Türkei davor, den Streit zu befeuern. Die Zu- und Absage von Wahlkampfauftritten sei aber allein Aufgabe der Mitgliedsländer. Damit widersprach die Kommission Forderungen etwa aus Deutschland, die EU müsse eine gemeinsame Linie bei den Auftritten finden.

Bei den Kundgebungen wollten die türkischen Minister für die Verfassungsreform werben, über die am 16. April abgestimmt werden soll. Durch die Reform würden Erdogans Kompetenzen ausgeweitet. Kritiker sehen darin ein Gefahr für die türkische Demokratie. Die EU-Kommission kündigte an, die Novelle der Verfassung mit Blick auf die Beitrittswünsche genau zu prüfen. Erdogan rechtfertigt die Reformpläne damit, die Türkei werde damit nach dem gescheiterten Militärputsch vom vergangenen Sommer stabilisiert.

Nach wie vor ungeklärt ist der Streit über die Verhaftung des deutsch-türkischen Journalisten Yücel. Ein Sprecher des Auswärtigen Amtes beklagte in Berlin, dass Vertreter der deutschen Botschaft nicht zu dem „Welt“-Mitarbeiter vorgelassen würden, obwohl Ministerpräsident Binali Yildirim dies Merkel zugesagt habe. „Warum das hakt und warum die Türken mit einer Umsetzung dieser Zusage zögern, entzieht sich total unserer Kenntnis und macht uns auch zunehmend ärgerlich.“ Die türkischen Behörden werfen Yücel unter anderem die Unterstützung der verbotenen PKK vor. on: Tulay Karadeniz and Tuvan Gumrukcu, Reuters/EA 14

 

 

 

Merkel in den USA. Erstes Treffen mit Donald Trump

 

Kanzlerin Merkel kommt am Dienstag in Washington zu ihrer ersten Begegnung mit US-Präsident Trump zusammen. Im Vordergrund steht der Austausch über die transatlantischen Beziehungen. Themen sind auch die Vorbereitung des G20-Gipfels, die Handelspolitik sowie internationale Konflikte wie Syrien oder Ukraine.

 

Premiere: Innerhalb ihrer eintägigen Visite in Washington trifft Bundeskanzlerin Angela Merkel am Dienstag zum ersten Mal den neuen US-amerikanischen Präsidenten Donald Trump. Der Besuch im Weißen Haus dient hauptsächlich dem persönlichen Kennenlernen. Geplant ist ein erster Austausch über die

transatlantische Partnerschaft, die internationale politische Lage und die Handelspolitik.

Kanzlerin: USA sind zentraler Handelspartner

"Die Vereinigten Staaten von Amerika sind ein zentraler Handelspartner für Deutschland, aber auch für die gesamte EU. Dieser Handel ist für beide Seiten von Vorteil und ich freue mich, mit dem neu gewählten Präsidenten von Amerika, Donald Trump, auch genau über diese Punkte sprechen zu können," betonte die Bundeskanzlerin am Montag bei einer Pressekonferenz zum Münchner Spitzengespräch der Deutschen Wirtschaft. "Miteinander reden statt übereinander reden, das wird mein Motto sein, bei diesem Besuch, auf den ich mich ausdrücklich freue".

Kanzlerin Merkel und US-Präsident Trump kommen am Dienstag zu einer mehrstündigen Unterredung zusammen. Für die Kanzlerin soll dies der Auftakt eines kontinuierlichen Austausches mit der neuen amerikanischen Administration und einer konstruktiven Zusammenarbeit sein.      

Anschließend werden die Bundeskanzlerin und der US-Präsident gemeinsam mit Unternehmensvertretern und Auszubildenden einen "Runden Tisch" zu Fragen der Berufsausbildung abhalten. Beide Delegationen tauschen sich dann während des Mittagessens zu Wirtschaftsthemen aus.

Enge deutsch-amerikanische Zusammenarbeit wichtig

Nach seiner Wahl hatte die Kanzlerin mit dem US-Präsidenten ein ausführliches Telefongespräch geführt. Dabei wurde eine breite Spanne von Themen angesprochen, darunter die Kooperation innerhalb der Nato, die Lage im Nahen und Mittleren Osten sowie in Nordafrika, die Beziehungen zu Russland

und der Konflikt in der Ostukraine.

Beide bekräftigten, wie wichtig eine enge deutsch-amerikanische Zusammenarbeit für Sicherheit und Wohlstand ihrer Länder sei und drückten die Absicht aus, die ohnehin schon ausgezeichneten bilateralen Beziehungen in den nächsten Jahren weiter zu vertiefen.

Die Bundeskanzlerin und der Präsident waren sich auch über die fundamentale Bedeutung einig, die das Nato-Bündnis für die transatlantischen Beziehungen und die Bewahrung von Frieden und Stabilität spielt. Merkel und Trump hatten sich darüber hinaus darauf verständigt, ihre Zusammenarbeit im Kampf gegen den Terrorismus und den gewalttätigen Extremismus sowie bei der Stabilisierung des

Nahen und Mittleren Ostens und Nordafrikas zu intensivieren. Pib 13

 

 

 

 

Studie: Wissenschaftler empfehlen eigenes Ministerium für Integration

 

Eine neue Studie zeigt, wie Regierung und Verwaltung effektiver organisiert werden könnten, um die Integration zu fördern. Ein eigenes Integrationsministerium biete viele Vorteile und bündele die Zuständigkeiten.

Verwaltungswissenschaftler empfehlen den Aufbau eines Integrationsministeriums auf Bundesebene. Derzeit gebe es ein komplexes System aus Zuständigkeiten, zahllose Ansprechpartner und teils mangelnde Kommunikation zwischen den Behörden, sagte Christoph Brüning vom Lorenz-von-Stein-Institut für Verwaltungswissenschaften an der Universität Kiel am Dienstag in Berlin. Ein eigenständiges Ressort für die Integration von Flüchtlingen und Migranten könne daher sinnvoll sein.

Brüning und seine Kollegen haben im Auftrag der Vodafone Stiftung untersucht, wie die Aufgaben effektiver organisiert werden können. Das Ministerium, das sie im Ergebnis vorschlagen, soll aber nicht mit allzu vielen Kompetenzen ausgestattet werden.

Die Studie verweist auf die derzeit vielen zuständigen Stellen allein auf Bundesebene. So ist beispielsweise das Bundesinnenministerium für ausländerrechtliche Fragen zuständig, das Bundesarbeitsministerium für die Integration in den Arbeitsmarkt. Seit dem deutlichen Anstieg der Flüchtlingszahlen gibt es im Kanzleramt mit Peter Altmaier (CDU) einen eigenen Koordinator für das Thema. Ebenfalls im Kanzleramt arbeitet die Beauftragte der Bundesregierung für Migration, Integration und Flüchtlinge. Dazu kommen die entsprechenden Stellen in Ländern und Kommunen, die hauptsächlich für die Unterbringung von Flüchtlingen zuständig sind.

Eigenes Ministerium hätte Vorteile

Ein eigenes Ministerium hätte Brüning zufolge den Vorteil, dass das Thema Integration nicht mehr als ein im Kanzleramt besonders hervorgehobenes, sondern selbstverständliches und dauerhaftes Thema wahrgenommen werde. Ein solches Haus solle vor allem die Aufgabe haben, Staat und Gesellschaft für die Bedeutung der Migration zu sensibilisieren sowie Gesetzesinitiativen und Investitionsprogramme zu fördern, schlägt Brüning vor.

Die bisherige Verteilung der Verwaltungsaufgaben will Brüning aber unverändert lassen. Ein „Superministerium“, das etwa das Bundesamt für Migration und Flüchtlinge und die Bundesagentur für Arbeit als wichtigste Bundesbehörden bei diesem Thema in seiner Zuständigkeit hätte, hätte keinen Mehrwert.

Ob das Ministerium zumindest eigene Zuständigkeiten etwa für das Ausländer- und Aufenthaltsrecht erhalten soll, sei eine Frage der politischen Aushandlung, sagte Brüning. Mit oder ohne Integrationsministerium könne man sich vor der Aufgabe der Integration nicht wegducken, „egal wer das Land regiert in der nächsten Legislaturperiode“, sagte der Verwaltungswissenschaftler. (epd/mig 8)

 

 

 

 

Islamkonferenz. „Es gibt Grenzen, bei denen die Alarmglocken schrillen“

 

Während aus Ankara immer neue Attacken kommen, übt sich die Kanzlerin in Zurückhaltung. Stattdessen teilt jetzt Innenminister de Maizière aus. Bei der Terror-Bekämpfung brauche Deutschland keine Nachhilfe aus der Türkei.

 

Berlin Der Ton wird rauer und die Worte aus der Politik deutlicher: „Es gibt klare Grenzen, an denen auch meine Toleranz endet“, sagte der Bundesinnenminister de Maizière (CDU) zum Abschluss der Deutschen Islamkonferenz in Berlin. Diese Linien seien zum Beispiel erreicht, wenn strafrechtliche Grenzen überschritten werden und wenn Deutschland mit Nazi-Vergleichen gekränkt werde. Türkische Politiker dürften Zuwanderer in Deutschland nicht aufwiegeln. „Wenn ein anderer Staat versucht, hier politisch Einfluss zu nehmen, sollte uns das alle alarmieren“, so der Innenminister.

De Maizière warnte davor, die Integrationserfolge der vergangenen Jahrzehnte zu gefährden Die Bundesregierung werde nicht auf jeden Nazi-Vergleich und jede Provokation aus Ankara aufgeregt reagieren. Damit würde man nur den Befürwortern des Präsidialsystems in der Türkei in die Hände spielen. Diese versuchten, sich bewusst in der „Opferrolle“ zu präsentieren.

 

Der Streit mit der Türkei spitzt sich zu: Präsident Erdogan wirft der Kanzlerin vor, Terroristen zu unterstützen. Die Attacke befeuert die Debatte um Wahlkampfauftritte türkischer Politiker in Deutschland weiter. mehr…

 

Zuvor hatte der türkische Staatschef Recep Tayyip Erdogan den Konflikt mit Deutschland weiter angeheizt - und Kanzlerin Angela Merkel persönlich angegriffen. In einem Interview des türkischen Senders A Haber hatte er der Bundesregierung vorgeworfen, die kurdische Arbeiterpartei PKK zu unterstützen. Erdogan hatte behauptet, in Deutschland lebten 4000 namentlich bekannte PKK Terroristen. „Diese Liste gibt es nicht“, so De Maizière.

Deutschland verfolge die PKK-Terroristen härter als andere Staaten, es gebe Ermittlungsverfahren und Festnahmen. „Wir brauchen da keinen Nachhilfeunterricht“, so der Minister. Dabei betonte er, dass die Türkei im Kampf gegen den internationalen Terrorismus ein wichtiger Partner bleibe. Zuvor hatte auch Regierungssprecher Seibert bekräftigt, dass die Bundesregierung daran interessiert sei, die Wogen im Türkei-Konflikt zu glätten. Es gelte zu verhindern, dass sich die Türkei als Nato-Partner weiter von Deutschland entferne.

Das könnte angesichts der aktuellen Lage schwierig werden. Erdogan ist übers Wochenende in den Niederlanden gelungen, was ihm in Deutschland bisher versagt blieb: Eine westeuropäische Regierung geht in die Gegenoffensive. Die niederländische Regierung versucht mit aller Macht Wahlkampfauftritte türkischer Minister zu verhindern - dem Außenminister verweigerte man am Samstag die Landeerlaubnis, die Familienministerin schickte man nach Deutschland zurück. Es folgen Proteste, Demonstrationen, die Polizei muss eingreifen.

Für Erdogan jedenfalls könnte das die perfekte Gelegenheit sein, um die eigenen Reihen zu schließen - und die Auslandstürken zu motivieren, ihm und seiner AKP im Verfassungsreferendum am 16. April eine - vielleicht knappe - Mehrheit zu bescheren. Es geht um die Einführung eines Präsidialsystems, das fast die gesamte Macht beim Staatspräsidenten, also Erdogan, bündeln würde. Handelsblatt 14

 

 

 

Tourismus bricht Rekorde. ITB Berlin

 

„Das Jahr 2016 war wieder ein erfolgreiches Jahr für den Tourismus in Deutschland und weltweit.“ Mit dieser positiven Bilanz eröffnete Bundeswirtschaftsministerin Zypries die 51. Internationale Tourismusbörse (ITB) in Berlin.

 

Reisebranche wächst

Nie zuvor waren so viele Menschen weltweit unterwegs: Die Welttourismusorganisation UNWTO zählte 2016 über 1,2 Milliarden Urlaubs- und Geschäftsreisende. Deutschland konnte im vergangenen Jahr den siebten Rekord in Folge verzeichnen: Mit über 447 Millionen Übernachtungen von in- und ausländischen Gästen stieg der Inlandstourismus um beachtliche 3

Prozent. Erstmals haben Reisen aus dem Ausland nach Deutschland die Marke von 80 Millionen Übernachtungen überschritten. Umfragen zufolge ist Deutschland mit einem Marktanteil von rund 30 Prozent auch das mit Abstand beliebteste Reiseziel der Deutschen.

Mittelständisch geprägt

Der Tourismus ist ein wichtiger Wirtschaftsfaktor und Teil des erfolgreichen Mittelstandes in Deutschland. Fast drei Millionen Menschen arbeiten hierzulande in der Reisebranche: bei 2.500 Reiseveranstaltern, in 4.000 Busfirmen, 10.000 Reisebüros und mehr als 221.000 Unternehmen im Gastgewerbe. Mit einem Anteil von 4,4 Prozent an der Bruttowertschöpfung liegt die Tourismuswirtschaft auf Augenhöhe mit der Automobilindustrie und dem Maschinenbau.

Offenheit baut Brücken

Gerade weil der Tourismus stetig wächst, sieht Wirtschaftsministerin Zypries den Wunsch einiger Länder nach Abschottung kritisch: „ Der Tourismus entwickelt sich dort besonders gut, wo Offenheit und Gastfreundschaft herrschen.“ Dann stärke er nicht nur die Wirtschaft, er baue auch Brücken zwischen den Kulturen. „Mauern helfen niemandem. Sie schaden vor allem denen, die sie bauen“, warnt Zypries.

Mit der ITB auf Weltreise

Die ITB ist die führende und weltweit größte Fachmesse der Tourismusbranche. Über 10.000 Aussteller aus 187 Ländern präsentieren hier neueste Produkte und internationale Trends. Im vergangenen Jahr besuchten mehr als 180.000 Menschen die ITB. Fachbesuchern ermöglicht die Messe, Branchenpartner zu treffen und Geschäfte zu machen. Für alle anderen Gäste ist sie eine wunderbare Gelegenheit, in wenigen Stunden die ganze Welt zu entdecken.

Partnerland ist Botswana

Partnerland der diesjährigen ITB ist die afrikanische Republik Botswana. Das Land setzt auf ökologisch nachhaltiges Reisen und stellt sein breites touristisches Angebot auf der Messe vor. Bundesministerin Zypries ist sicher: Botswana werde viele Messebesucher von seiner Schönheit und Vielfalt überzeugen. Pib 9

 

 

 

Wir müssen ehrlicher über Armut reden

 

Undifferenziert wird über Armut in Deutschland gesprochen. Doch die relative Armut in Deutschland kann nur bekämpft werden, wenn man sie von der Linderung der absoluten Armut im Rest der Welt trennt, meint EURACTIVs Medienpartner “WirtschaftsWoche”.

 

Nicht nur, aber vor allem wenn gerade ein „Armutsbericht“ des Paritätischen Wohlfahrtsverbandes erschienen ist, kann man dem Thema kaum entkommen. Und wenn mal eben keine neue Studie zur Armut erschienen ist, zum Beispiel kürzlich über das besonders hohe Armutsrisiko von Frauen, dann kann man Reportagen lesen, zum Beispiel über einen pleite gegangenen Ingenieur, der sich keinen Biergarten-Besuch mehr leisten kann.

Der Armutsdiskurs in Deutschland ist weiten Teils durch moralinsauren Gesinnungseifer oder Sentimentalität verstellt. Ein aktuelles Beispiel dafür liefert die Bundesarbeitsministerin, wie die WirtschaftsWoche exklusiv berichtet. Andrea Nahles (SPD) will den offiziellen „Armuts- und Reichtumsbericht“ der Bundesregierung, der eigentlich schon im Februar hätte erscheinen sollen, noch mit persönlichen Eindrücken aus einem Workshop „mit Armen“ anreichern. Dadurch wird sich sein Erscheinen noch einige Monate verzögern. Im September finden bekanntlich Bundestagswahlen statt, die die SPD mit der Forderung nach „sozialer Gerechtigkeit“ gewinnen will.

Auf Differenzierung und sachliche Definition von Armut legen diejenigen, die Emotionen zur Mobilisierung von Wählern für die eigene Politik, oder von Geldgebern für karitative Unternehmungen nutzen, wenig Wert. Andererseits kann man sicher sein, dass nach jeder größeren Studie über Armut in Deutschland eine Grundsatzkritik einsetzt: Das, was in den Studien analysiert werde, sei eigentlich keine Armut.

Europas Wirtschaft erholt sich. Trotzdem sind immer mehr Menschen mit einem Vollzeitjob von Armut bedroht, zeigt eine Studie der Bertelsmann-Stiftung.

Und es stimmt schon: Die Armen in den europäischen Städten des 19. Jahrhunderts, deren Los Charles Dickens in seinen Romanen beschrieb, und die Armen in den gegenwärtigen Slums von Afrika sind mit den Menschen in Deutschland, die Walter Wüllenweber in seinem Buch „Die Asozialen“ vorstellt, nicht zu vergleichen. Für letztere ist das Leben im Gegensatz zu den ersteren kein alltäglicher Kampf ums Überleben. Dafür sorgen die Segnungen des Sozialstaates. Die Statistiker und Sozialwissenschaftler, die solche Studien erstellen, schreiben daher auch in der Regel nur von „drohender Armut“ bei Menschen mit weniger als 60 Prozent des mittleren Einkommens – für Alleinstehende liegt die Schwelle damit bei 917 Euro im Monat, für Familien mit zwei Kindern bei 1926 Euro. Nur wird das Adjektiv „drohend“ von den Armutsalarmisten meist weggelassen.

Man kann allerdings durchaus auch in Deutschland von und über Armut sprechen, wie der Sozialwissenschaftler Philipp Lepenies in seinem kürzlich erschienenen höchst lesenswerten Bändchen „Armut“ in der Reihe „C.H. Beck-Wissen“ klarstellt. Allerdings ist die Voraussetzung für einen sinnvollen Armutsdiskurs dann eine Klarstellung dessen, was man darunter versteht. Lepenies nimmt entschieden Partei für den Capability-Ansatz von Amartya Sen: Armut definiert als Mangel an Verwirklichungschancen.

Grundsätzlich sollte man unterscheiden zwischen der absoluten Armut derer, die gezwungen sind, einen alltäglichen Kampf ums physische Überleben zu führen, und einer sekundären oder relativen Armut. Zu dieser Unterscheidung absoluter und relativer Armut, kommt die Notwendigkeit der Unterscheidung von Armut innerhalb einer Gesellschaft und der Armut ganzer Gesellschaften im globalen Vergleich.

Zwei separate Ziele: Innerstaatliche und globale Armutsbekämpfung

Was geschieht, wenn man diese Differenzierung auf Kosten von Sentimentalität aufgibt, offenbart die sogenannte „Flüchtlingskrise“: Die Hilfs- und Aufnahmebereitschaft für die im Vergleich zum Durchschnittsdeutschen armen Einwandernden vernebelt den Blick auf die absolute Armut der Zurückgebliebenen.

In keiner Armutsstudie fehlt der Hinweis, dass Flüchtlinge, Asylbewerber und Migranten zu den besonders von Armut betroffenen Gruppen in Deutschland gehören. Aber soll man diese Menschen bedauern, wenn zugleich zig Millionen ihrer Landsleute zuhause trotz harter Arbeit deutlich schlechter leben? Sind sie nicht vermutlich auch darum nach Deutschland gekommen, weil ein Leben als „Armer“ in Deutschland – und sei es als Empfänger staatlicher Leistungen – deutlich angenehmer ist als eine Durchschnittsexistenz in ihren Herkunftsländern?

Im Armutsdiskurs sollte die undifferenzierte Sentimentalität endlich der klaren Unterscheidung weichen: Innerstaatliche und globale Armutsbekämpfung sind zwei separate Ziele, deren Vermischung die Erfolgsaussichten für beide schwächt.

Der Kampf gegen Armut innerhalb der Wohlstandsgesellschaften ist im Gegensatz zu den Bemühungen der Entwicklungspolitik kein Kampf gegen absolute Armut, also gegen Hunger und Elend, sondern einer um den Erhalt des gesellschaftlichen Zusammenhalts. Dabei müssen die Grenzen der Möglichkeiten innerstaatlicher Solidarität unbedingt beachtet werden.

„Zwei Nationen“ – vereint dank Wachstum und Solidarität

Das Wirtschaftswachstum der vergangenen zwei Jahrhunderte, vor allem das der drei ersten Nachkriegsjahrzehnte, und der Ausbau des Wohlfahrtsstaats haben die absolute Armut, also den dauernden alltäglichen Kampf der Betroffenen ums Überleben, in den westlichen Industriegesellschaften beseitigt. In der zweiten Hälfte des 20. Jahrhunderts gelang diesen Gesellschaften, was der Aufklärer Condorcet als erster moderner Armutsdenker als Ziel allen Fortschritts in Aussicht gestellt hatte: Der weitgehende Ausgleich der Spaltung in sehr viele Arme und wenige Wohlhabende.

Aus den „two Nations“ (so der Titel eines Romans des britischen Politikers Benjamin Disraeli von 1844), in die die Industriestaaten noch im 19. und frühen 20. Jahrhundert geteilt waren, wurde eine „nivellierte Mittelstandsgesellschaft“ (Helmut Schelsky). In jenen Nachkriegsjahrzehnten, die französische Historiker „trentes glorieuses“ nennen, hat man daher die Armut auch aus dem offiziellen Sprachgebrauch entfernt. Die „Armenfürsorge“ wurde in Deutschland 1962 in „Sozialhilfe“ umbenannt.

Die wirtschaftliche Lage in Deutschland ist gut. Dennoch leben immer mehr Kinder in Armut, zeigt eine Studie der Bertelsmann-Stiftung – mit absehbar schlimmen Folgen.

Dass nun seit den 1990er Jahren wieder von „Armut in Deutschland“ die Rede ist, heißt nicht, dass der Kampf ums Überleben wieder zum Alltagsphänomen geworden ist. Man kann aber, wie Philipp Lepenies es befürwortet, trotzdem von Armut sprechen, sofern man deren Relativität betont.

Auch die Armen des 19. Jahrhunderts, des Mittelalters und der Antike litten eben nicht nur unter dem Mangel an Nahrung, Kleidung und anderen materiellen Gütern, sondern an ihrem Ausgestoßensein. Wer eine enge Definition von Armut bevorzugt, spricht daher lieber von Ungleichheit, von „relativer Deprivation“ oder „sozialer Ausgrenzung“. Armutsbekämpfung in Wohlstandsgesellschaften ist also sozusagen innere Friedenspolitik, die verhindert, dass wieder zwei soziale Nationen entstehen, die sich feindlich gegenüberstehen.

Sozialstaat und offene Zuwanderung?

Absolute Armut abzuschaffen und relative Armut durch Umverteilung einzuhegen, konnte in den westlichen Ländern nur unter zwei Bedingungen gelingen. Die erste war anhaltendes Wirtschaftswachstum, das Umverteilung ohne große Verteilungskämpfe möglich machte.

So sehr sich die sozialdemokratischen Parteien in Europa auch abmühen, die Wähler finden nicht mehr zurück zu den klassischen Arbeiterparteien. Hoffnungsträger wie Jeremy Corbyn oder auch François Hollande werden binnen weniger Jahren verbraucht. Was sind die Hintergründe dieser Entwicklung?

Noch wichtiger und fundamentaler ist aber die Begrenzung der Solidaritätsleistungen auf eine klar definierte Gruppe. Der Sozialstaat kann – banale aber derzeit allgemein ignorierte Tatsache – nur funktionieren, wenn seine Geltung auf die Solidargemeinschaft begrenzt ist. Die ist auf absehbare Zeit identisch mit dem als Sozialstaat organisierten Nationalstaat. Sozialstaat und völlige Offenheit für Zuwanderung sind unvereinbar.

Der Sozialstaat ist eine Genossenschaft, eine Allmende. Je größer dessen Leistungsfähigkeit, desto attraktiver wird er natürlich für außenstehende Nicht-Genossen. Wenn ihnen die Kassen geöffnet werden, droht das, was der Ökonom Garret Hardin die „tragedy of the commons“, die „Tragödie der Allmende“ nannte, die Zerstörung der Genossenschaft durch Überforderung ihrer Leistungsfähigkeit.

In Deutschland wird die Sorge vor dieser Tragödie verdrängt. Die derzeit ausnahmsweise besonders ergiebigen Steuereinnahmen erlauben es – noch – an dem riesigen Elefanten mitten im Raum des nationalen Armutsdiskurses geflissentlich vorbeizuschauen. So ziehen Sozialpolitiker mit dem Ruf nach „sozialer Gerechtigkeit“ in die Wahlschlacht und Gesellschaftsverbesserer fordern ein staatlich finanziertes bedingungsloses Grundeinkommen als Heilmittel für die heraufziehende digitalisierte Gesellschaft. Gleichzeitig heißen viele Armutszuwanderung, also Leistungsempfänger de facto unbegrenzt willkommen.

Die Diskussionen zwischen Gegnern und Befürwortern eines bedingungslosen Grundeinkommens (BGE) könnten heftiger nicht sein. Doch statt hoher Arbeitslosigkeit weiter zuzuschauen, hat Finnland jetzt gehandelt und das BGE landesweit in einem Pilotprojekt eingeführt.

Wer ernsthaft und über den Wahltag hinaus relative Armut innerhalb Deutschlands durch Sozialpolitik einhegen und damit den inneren Frieden im Lande bewahren will, kann den Elefanten aber nicht dauerhaft ignorieren. An der unangenehmen Frage: „Wer kann Leistungsempfänger sein?“ kommt man auf die Dauer nicht vorbei.

Die naheliegende Antwort: „Jeder, der in Deutschland lebt“ ist aber in einer Welt mit Milliarden potentiellen Hilfsempfängern nur dann nachhaltig umsetzbar, wenn nicht gleichzeitig jeder Mensch, der in Deutschland wohnen und Leistungen empfangen will, willkommen geheißen wird. Zwischen Staatsbürgern und Ausländern zu unterscheiden, ist in einem Sozialstaat entgegen eines neuerdings verbreiteten Vorurteils daher kein Indiz für eine nationalistische Gesinnung, sondern eine unvermeidbare Notwendigkeit. Dass die Solidargemeinschaft nicht mit einer ethnisch definierten „Volksgemeinschaft“ zu verwechseln ist, sollte selbstverständlich sein.

Die Bekämpfung der relativen Armut in Deutschland ist nur dann eine sinnvolle und beherrschbare Aufgabe, wenn man sie von dem Bemühen um Linderung der absoluten Armut im Rest der Welt trennt. Eine Politik, die das Dilemma zwischen universellen Menschenrechten einerseits und notwendiger Begrenzung des eigenen Sozialstaats andererseits nicht aushält, kann sich vielleicht für eine Weile hinter gesinnungsethischen Parolen verstecken. Von Dauer kann so eine Politik der strukturellen Überforderung aber nicht sein. Sie wird die Armut in der großen weiten Welt sicher nicht dadurch lindern, dass sie das interne System der Armutsbekämpfung im kleinen Deutschland aufsprengt. Von: Ferdinand Knauß | WirtschaftsWoche EA 9

 

 

 

Flüchtlingshelfer in Deutschland. Wie der Staat Integration behindert

 

Viele Menschen in Deutschland engagieren sich für Flüchtlinge. Wie sehen sie ihre Arbeit, welche Erfahrungen machen sie? Ein Forschungsprojekt zeigt: Viele beklagen vor allem ewige Wartezeiten und die Bürokratie. Von Anna Reimann

 

Erschöpfte Flüchtlinge am Bahnhof begrüßen, ihnen Wasser und Essen reichen, aussortierte Kinderklamotten in die Kleiderkammern bringen.

So oder ähnlich haben in den Sommer- und Herbstmonaten 2015 Zehntausende Deutsche Asylsuchenden geholfen. Spontan, unbürokratisch. Hilfe, die in der damaligen Situation dringend nötig war.

Seit vielen Monaten aber kommen deutlich weniger Flüchtlinge in Deutschland an. Das Aufnahmesystem funktioniert besser, die Notunterkünfte leeren sich, die Menschen werden schneller registriert.

Das bedeutet: Ehrenamtliches Engagement sieht jetzt anders aus als auf dem Höhepunkt der Flüchtlingskrise 2015. Die Hilfe findet weiter statt, nur dauerhafter und nicht mehr so sichtbar: Freiwillige geben seit Monaten Deutschunterricht, begleiten Familien im Alltag, durchlaufen mit den Asylsuchenden alle Stationen des Ankommens in Deutschland.

Wie sehen diese Helfer ihre Arbeit? Das hat das Berliner Institut für empirische Integrations- und Migrationsforschung (BIM) untersucht - als einen von 14 Aspekten zum Thema Flucht. Das von Staatsministerin Aydan Özoguz (SPD) geförderte Forschungsprojekt soll am 23. März vorgestellt werden. Die Ergebnisse zum Bereich der ehrenamtlichen Helfer liegen dem SPIEGEL vorab vor.

Anders als in früheren Befragungen des BMI zu Flüchtlingshelfern, in denen vor allem untersucht wurde, wer die Ehrenamtlichen sind und welche Art der Unterstützung sie leisten, konzentriert sich das aktuelle Projekt auf das Erleben der Helfer. Befragt wurden zwischen April und Dezember 2016 62 Helfer von 12 ehrenamtlichen Initiativen aus 11 Kommunen in Sachsen, Brandenburg und Berlin in Einzel- und Gruppeninterviews. Die Befragung lässt keine repräsentativen Schlüsse zu, aber sie gibt doch breiten Einblick in das Selbstverständnis und die Erfahrungen vor allem ostdeutscher Ehrenamtler.

Die zentralen Ergebnisse:

Der Blick auf den Staat

* Viele der Befragten fühlen sich bei ihrer Arbeit von staatlichen Stellen behindert oder alleingelassen. Es mache sich "eine ausgesprochene Frustration und Wut bemerkbar", heißt es in dem Forschungsbericht. Einer der Befragten berichtet zum Beispiel davon, "wie der Staat uns an allen Ecken und Kanten behindert, schnell, unbürokratisch, Leute in Arbeit, Praktikum oder Wohnung zu kriegen. Das ist nach wie vor eine Katastrophe". Ehrenamtliche hätten "den Eindruck, dass ihr Engagement ins Leere läuft und Teilhabechancen für Geflüchtete durch Behörden blockiert werden. Sie erleben etwa, wie Wartezeiten für relevante Entscheidungen dazu führen, dass Chancen, die ihnen aufgrund des Engagements ermöglicht wurden (z.B. Wohnung, Ausbildungsplatz), nicht mehr wahrgenommen werden können" - so heißt es den Ergebnissen der Untersuchung.

* Konkret kritisieren die befragten Helfer in diesem Zusammenhang zum Beispiel, dass afghanische Asylsuchende keinen Zugang zu staatlichen Integrationskursen haben und dann durch mangelnde Deutschkenntnisse etwa Ausbildungsplätze nicht antreten könnten. Die Helfer empfänden diesen Zustand als "ein Hängenlassen der Leute, im schlimmsten Fall ist es ein Spielen mit der Psyche der Menschen."

Motive des Engagements

* Neben dem Wunsch Menschen zu helfen, geben die Befragten als Motivation ihres Engagements laut der Forscher auch "eine Art Sorge um das Gemeinwesen" an. "Bei den meisten interviewten Initiativen stand die Auseinandersetzung mit rassistischen Haltungen im Ort und Stimmungen gegen Geflüchtete am Beginn ihres Engagements", heißt es in dem Bericht. So berichtete eine Ehrenamtliche, sie sei angesichts der Pegida-Demonstrationen "krank geworden" bis sie begonnen habe, "etwas Nützliches" für die Flüchtlinge zu tun. Auch bei der Aufgabe, die Stimmung vor Ort zu besänftigen, fühlen sich die Ehrenamtlichen vom Staat alleingelassen: "Die politische Verantwortung für die Stimmungslage, an der nicht zuletzt die körperliche Integrität der Geflüchteten hängt, wird nach Darstellung der Ehrenamtlichen (hier überwiegend in ostdeutschen Kommunen) von ihnen allein getragen."

Rollenbilder und Vorurteile

* Was für ein Frauenbild haben männliche Flüchtlinge? Welche gemeinsamen Werte können den Neuankömmlingen wie vermittelt werden? Darüber wird weiter viel diskutiert. Die befragten Helfer berichten, dass sie ihre Annahmen durch ihre praktischen Erfahrungen korrigiert haben. Ein Beispiel: "Zu alleinstehenden Männern oder Familienvätern, die ihre Familie hier nicht hier haben, hatte ich am Anfang unheimliche Berührungsängste, das war überhaupt nicht mein Ding." Nun habe sie aber eigentlich nur noch mit alleinstehenden Männern zu tun das gehe "erstaunlich gut", so die Ehrenamtliche. Eine andere Frau erzählt über den Umgang von männlichen Flüchtlingen mit ihrer Tochter: "Also meine [jugendliche] Tochter hat selber gesagt, sie wurde noch nie so (...) freundlich, behandelt und zuvorkommend. (...) Sie wurde eben sehr, sehr höflich und zuvorkommend behandelt, sehr freundlich, distanziert, alles gut, absolut respektvoll."

* Thematisiert wird in dem Forschungsprojekt auch der Blick von Helfern auf Flüchtlingsfrauen und auf sie zugeschnittene Angebote. In dem Abschlussbericht ist neben der Anmerkung, dass solche spezielle Frauenförderung "begrüßenswert" sei, auch die Rede davon, dass Helfer Flüchtlingsfrauen als Opfer sehen würden, "die man durch den Einsatz der deutschen Ehrenamtlichen zu befreien" habe. In den Interviews haben laut den Forschern aber ausschließlich Männer Flüchtlingsfrauen "als im Privaten eingeschlossen" beschrieben und sähen die "eigene Aufgabe darin, diese zu emanzipieren". Ehrenamtliche Frauen äußerten sich anders: Eine Helferin etwa kann die Schwierigkeit der Frauen nachvollziehen, sich in einem Deutschkurs mit vielen Männern wohlzufühlen und eine andere lobe die "Eigeninitiative" einer Geflüchteten als "Rädelsführerin" ihrer Familie bei der Wohnungssuche.

Was sollte aus all diesen Erfahrungen folgen? Mehr Unterstützung durch Politiker zum Beispiel, an einigen Stellen auch finanzieller Ausgleich etwa für Fahrdienste. Aber noch etwas anderes: Das Wissen, das die Freiwilligen haben, müsse gesammelt werden, die Erfahrungen müssen auch staatlichen Stellen zugänglich gemacht werden. Spiegel.de 16

 

 

 

 

Rezension. Migration, Flucht, Integration.

 

Eine Kritische Politikbegleitung von Prof. Klaus J. Bade. Prof. Klaus J. Bade ist einer der Begründer der Migrationsforschung in Deutschland. In seinem neuen Buch zieht er auf über 600 Seiten und in zwölf Abschnitten eine ausführliche Bilanz – von der Gastarbeiterfrage bis zur aktuellen „Flüchtlingskrise“. Eine Rezension von Prof. Dirk Halm.

 

Mit seinem neuen Buch zieht Klaus J. Bade, einer der Begründer der Migrationsforschung in Deutschland, Bilanz seiner bisherigen Arbeit an der Schnittstelle von Wissenschaft und Politik seit den 1980er Jahren. Er selbst verweist im Buch auf die zahlreichen, ihm in den vergangenen Jahrzehnten zugedachten Charakterisierungen, vom „Anwalt für die Fremden“ bis hin zum „Migrationspapst“, sämtlich Bezeichnungen, die Bades Selbstverständnis kaum treffen, die aber sehr wohl auf die öffentliche Bedeutung seiner Arbeit und auch auf ihre gesellschaftliche Wirkung hinweisen, auch wenn letztere nicht immer so effektiv war, wie es im Sinne einer entschlossenen Gestaltung des Einwanderungslandes Deutschland zu wünschen gewesen wäre. Bade selbst bezeichnet seine Rolle zwischen Wissenschaft, Öffentlichkeit und Politik als die des kritischen Politikbegleiters, und um die Bilanz dieser Arbeit geht es im nun vorliegenden Band; nicht in erster Linie um die Dokumentation der mindestens ebenso wichtigen wissenschaftlichen Leistung Bades als Begründer einer historisch orientierten Migrationsforschung.

Der Band bietet auf über 600 Seiten eine umfassende Zusammenstellung von Bades kürzeren publizistischen Beiträgen, deren Adressatenkreis über die engere wissenschaftliche Community hinausging, übersichtlich thematisch bzw. debattengeschichtlich in zwölf  Abschnitte gegliedert, beginnend  mit den ersten Versuchen, im für die Einwandererintegration „verlorenen Jahrzehnt“ der 1980er Jahre unter Hinweis auf die deutsche Einwanderungswirklichkeit die Verweigerungshaltung der deutschen Politik gegenüber dem Thema aufzubrechen, über die Arbeit der Unabhängigen Kommission „Zuwanderung“ und die Enttabuisierung des Themas um die Jahrtausendwende bis hin zur „Flüchtlingskrise“ der Jahre 2015/2016.

Info: Klaus J. Bade: Migration – Flucht – Integration. Kritische Politikbegleitung von der „Gastarbeiterfrage“ bis zur „Flüchtlingskrise“. Erinnerungen und Beiträge. Karlsruhe 2017 (Von Loeper Literaturverlag). 650 S., 32 EUR. (Subskriptionspreis bis 30.4.2017: € 25,-). Open Access ab 21.04.2017 unter www.imis.uni-osnabrück.de

Der Dokumentation ist ein ausführlicher, rund 100seitiger und mit der thematischen Gliederung korrespondierender Kommentar Bades vorangestellt, der jeweils kurz in die Debatten einführt, durch die Lieferung von Hintergrundinformationen das Verständnis und die Einordung der Texte ermöglicht und nicht zuletzt auch Aufschluss über eingetretene oder ausgebliebene Wirkungen seiner Interventionen gibt.

Der große Wert des von Bade vorgelegten Bandes ergibt sich in dreierlei Hinsicht: Zunächst sind publizistische Beiträge, zumal wenn sie vor der Internet-Ära entstanden sind, flüchtig und langfristig schwer zugänglich, im Gegensatz zu wissenschaftlichen Veröffentlichungen. Insofern ist es verdienstvoll, der Öffentlichkeit nicht nur die wissenschaftliche, sondern auch die weitergehende publizistische Arbeit Bades in bequem verfügbarer Form zu sichern, gerade weil die Mittlerrolle zwischen Wissenschaft und Politik bei ihm kein Beiwerk, sondern sehr wesentlicher Bestandteil des Wirkens ist.

Weiterhin leistet der Band einen willkommenen Beitrag zur Debattengeschichte der deutschen Migrations- und Integrationspolitik, wobei der Einfluss Bades auf diese Debatten (und darüber hinaus auf die institutionelle Entwicklung der deutschen Migrationsforschung und -politik) maßgeblich war. Entsprechend sind die nun zugänglichen Erinnerungen und Beiträge von allgemeiner Bedeutung für einen Rückblick auf die verspätete deutsche Einwanderungsgesellschaft, obwohl Bade in seinem Vorwort nicht den Anspruch erhebt, die Debatten umfassend abzubilden. Anders formuliert: Auch ohne expliziten Fokus auf die Beteiligung Klaus Bades würde ein solcher Rückblick kaum andere Schwerpunkte setzen: Das „Manifest der 60“ in der Folge der Asyldebatte der frühen 1990er Jahre, die Etablierung politikberatender Gremien auf Bundesebene, die Einrichtung des Bundesamtes für Migration und Flüchtlinge… Der Band schildert die wesentlichen Entwicklungen aus der Sicht des Zeitzeugen.

Und schließlich ist Bades Buch eine durchaus spannende Lektüre speziell für Wissenschaftler und wissenschaftlich Interessierte, deren Disziplinen nahe an der Schnittstelle von Populärdiskursen zu verorten sind, wie es bei den Feldern Migration und Integration der Fall ist. Bades Biographie als kritischer Politikbegleiter macht sehr deutlich, dass aus der wissenschaftliche Arbeit hier in besonderem Umfang gesellschaftliche Verantwortung folgt, der es gerecht zu werden gilt. Es wird aber zugleich klar, wie mühsam das Geschäft der Vermittlung wissenschaftlicher Wahrheit im Umfeld politischer Interessen, bequem gewordener Stereotypen und von Affirmationsdiskursen ist.

Nachdrücklich zu empfehlen ist das Werk zudem auch für Journalistinnen und Journalisten, die zu den Themen Migration und Integration arbeiten. Der Band und seine Beiträge aus vier Jahrzehnten sind auch als Gegenentwurf zu in Konjunkturen verlaufenden Desintegrationsdebatten über einen Gegenstand zu lesen, der eigentlich eine fortdauernde gesellschaftliche Normalität ist.

Hervorzuheben ist noch, dass das Werk neben der Buchpublikation auch online im Open Access zu Verfügung stehen wird, dem Trend zur freien Verfügbarkeit wichtiger wissenschaftlicher Beiträge folgend. Aydan Özo?uz, Beauftragte der Bundesregierung für Migration, Flüchtlinge und Integration, hat ein Geleitwort beigesteuert. MiG 8

 

 

 

Vierertreffen in Versailles. Eine EU der verschiedenen Geschwindigkeiten

 

Die Kanzlerin hat an die Verantwortung der EU-Staaten appelliert, die Zukunft des "Friedenswerks" Europa vorzuzeichnen. Dazu gehöre der Mut, ein Europa der "verschiedenen Geschwindigkeiten" zuzulassen, sagte Merkel bei einem Treffen in Versailles. Dort wurde der Gipfel in Rom zum 60. Jahrestag der EU vorbereitet.

 

"Europa bleibe ein Friedenswerk", sagte Bundeskanzlerin Angela Merkel am Montagabend in Versailles. Wenn Europa aber steckenbleibe und sich nicht weiterentwickele, dann könne auch dieses Friedenswerk "schneller in Gefahr geraten als man sich denkt". Deshalb hätten die EU-Staaten die Verpflichtung,

die Zukunft dieser EU vorzuzeichnen, so Merkel. Darin war sie sich mit den anderen Teilnehmern des Treffens in Versailles einig.

Der französische Präsident Hollande hatte Merkel und die Ministerpräsidenten Spaniens und Italiens, Rajoy und Gentiloni, eingeladen, um den Jubiläums-Gipfel am 25. März in Rom vorzubereiten. Am 25. März 1957 hatten die Regierungen von Frankreich, Deutschland, Italien, Belgien, den Niederlanden

und Luxemburg die "Römischen Verträge" unterzeichnet. Damit wurde die Europäische Union gegründet. Am Freitag findet dann ein informelles Treffen der 27 Staats- und Regierungschefs der EU zur Vorbereitung des Jubiläums-Gipfels statt.

Römische Verträge sind das Abkommen zur Europäischen Wirtschaftsgemeinschaft (EWG) und Abkommen der

Europäischen Atomgemeinschaft (EAG). Die Europäische Gemeinschaft für Kohle und Stahl (EGKS oder Montan-Union) von 1951 hatte den Grundstein für die europäische Integration gesetzt.

"Was wir uns vornehmen, müssen wir auch einhalten" Merkel erklärte, es sei richtig, sich an die Erfolge der EU zu erinnern, sich aber gleichzeitig auch über Probleme auszutauschen. Europa sei in einer schwierigen und nervösen Phase. Deshalb sei es wichtig, dass Rom Ausgangspunkt von Elan, Optimismus, aber auch von Tatkraft und von der Verpflichtung werde, "dass wir das, was wir uns vornehmen, auch einhalten".    

Die Kanzlerin ging auf die aktuellen Herausforderungen für Europa ein. Es seien die Herausforderungen von außen, wie die Globalisierung, die wirtschaftliche Dynamik, der Klimaschutz, der Kampf gegen den Terrorismus und der Druck durch die Migration. Zudem gebe es die Herausforderungen im Inneren wie Unzufriedenheit, Arbeitslosigkeit, die Sorgen um die Stellung der EU in der Welt und das Ausscheiden Großbritanniens aus der EU.      

Europas Schicksal mit Zukunft Afrikas verbunden

Laut Merkel ist es vor allem entscheidend, für eine sichere EU zu sorgen. Es gelte, die Außengrenzen zu schützen und bei der Verteidigung besser zusammenzuarbeiten. Zudem zähle der wirtschaftliche Wohlstand und die soziale Sicherheit. Die Vorzüge eines gemeinsamen Marktes, einer gemeinsamen Forschung und einer gemeinsamen Währung müssten zur Entfaltung gebracht werden. Mit Blick auf Europas generelles Schicksal sagte Merkel, dass dieses insbesondere mit der Zukunft Afrikas untrennbar verbunden sei.

Einige Länder sollten vorangehen

Zur Weiterentwicklung Europas ist es laut Merkel notwendig, dass "einige Länder vorangehen", und es so ein Europa der verschiedenen Geschwindigkeiten gebe. Ansonsten werde Europa "steckenbleiben". Allerdings müsse Europa immer offen bleiben, und es müsse auch nicht jeder gezwungen sein, bei einem Projekt mitzumachen. Die Bundeskanzlerin sprach sich zudem dafür aus, in Europa auch verstärkt die Vielfalt der Regionen und Traditionen in den einzelnen Ländern zu betonen.

 

Die EU gemeinsam voranbringen

Nach dem Referendum zum EU-Austritt in Großbritannien hatten die Staats- und Regierungschefs der 27 verbleibenden EU-Mitgliedstaaten einen Reflexionsprozess zur weiteren Entwicklung der EU eingeleitet. Beim informellen Treffen in September 2016 in Bratislava vereinbarten sie, Ende März

in Rom Orientierungen für die gemeinsame Zukunft der EU festzulegen.

Die Bundesregierung erwartet in Rom eine Erklärung der 27 verbleibenden EU-Mitglieder. Darin sollte die EU eine gemeinsame Perspektive für die kommenden Jahre aufzeigen - auf Grundlage ihrer gemeinsamen Werte und der sich wandelnden globalen Herausforderungen.

Beim EU-Sondergipfel im Februar 2017 in Valletta hatte die Bundeskanzlerin dazu erklärt: "Ähnlich wie in der Berliner Erklärung zum 50. Jahrestag der Römischen Verträge weisen wir noch einmal auf unsere Wertebasis hin und leiten aus dieser Wertebasis auch das Erreichte ab." Es gehe nunmehr darum, wie die Europäische Union weiterentwickelt werden soll, "wie wir darstellen wollen, wo wir uns in unserer Rolle in der Welt sehen, das heißt, welchen Beitrag wir zur

Globalisierung leisten wollen, welchen Bündnissen wir angehören wollen, welche Auffassung wir von der multilateralen Zusammenarbeit haben."

Das Format eines Vierertreffen von Staats- und Regierungschefs ist nicht neu. Die Bundeskanzlerin hatte sich im Juni  2016 in Berlin sowie im August  2016 auf der italienischen Insel Ventotene mit ihren französischen und italienischen Amtskollegen getroffen. Auch dort sprachen sie über die weitere Entwicklung der EU. Die Staats- und Regierungschefs trafen sich beide Male zu dritt, weil

der spanische Ministerpräsident zu diesem Zeitpunkt ,aufgrund der dortigen Regierungsbildung, jeweils nur geschäftsführend im Amt war. Pib 6

 

 

 

 

Integration auf dem Arbeitsmarkt. „Sind die Flüchtlinge da, wo die Arbeit ist?“

 

Knapp jeder zehnte der in Deutschland registrierten Arbeitsuchenden ist ein Flüchtling. 400.000 Asylbewerber sind bereits im Hartz-IV-System angekommen. Arbeitsministerin Nahles und die OECD ziehen eine Zwischenbilanz.

 

Berlin. Afzal Awan hat es geschafft. Der 20-Jährige aus Pakistan ist im August 2015 als Flüchtling nach Deutschland gekommen und hat jetzt einen regulären Technik-Ausbildungsplatz bei der Deutschen Bahn gefunden. „Alles läuft“, sagt er im S-Bahn-Betriebshof Schöneweide im Südosten der Hauptstadt und freut sich.

Freuen kann sich auch Arbeitsministerin Andrea Nahles (SPD), die sich am Dienstag mit ihrer Amtskollegin aus Schweden und Kanadas Einwanderungsminister ein Bild von der Arbeitsmarktintegration der Flüchtlinge macht. Nicht nur Afzal, auch die anderen jungen Männer aus Somalia, Guinea, Afghanistan oder Syrien, die bei der Bahn noch im Vorbereitungsprogramm „Chance plus“ stecken, sprechen schon gut Deutsch. „Sogar mit Berliner Dialekt“, lobt Nahles.

Der Arbeitsministerin ist aber auch klar, dass sie es hier mit einem Vorzeigebetrieb zu tun hat. 120 Flüchtlinge qualifiziert die Bahn derzeit für eine spätere Ausbildung oder Berufstätigkeit, in diesem und im kommenden Jahr sollen noch einmal 150 Plätze hinzukommen. Gerade dass in den vergangenen zwei Jahren so viele junge Leute gekommen sind – 82 Prozent sind unter 35 Jahre alt – macht der Arbeitsministerin Hoffnung. In ihre Ausbildung zu investieren, sei eine gute Investition, auch wenn es nur um die Fachkräfte von morgen oder übermorgen gehe.

Das sieht auch die OECD so. Die Industrieländerorganisation hat einen neuen Bericht zur deutschen Flüchtlingspolitik erstellt, den Nahles vor ihrem Besuch im S-Bahn-Werk vorstellt. Die Arbeitsmarktintegration sei noch lange nicht geschafft, sagt die Ministerin: „Im Gegenteil, da sind wir gerade erst am Anfang.“ Vor welcher Aufgabe die deutsche Wirtschaft noch steht, illustriert eine schlichte Zahl: Knapp jeder zehnte der in D