WEBGIORNALE   2-15  OTTOBRE   2017

 

Inhaltsverzeichnis

1.       'Arrivederci Schengen', la proposta della Ue  1

2.       A Tallinn il vertice delle incognite. Merkel chiede tempo sulle riforme  1

3.       Elezioni in Germania, la stabilità svanita  1

4.       Germania, Merkel "ottimista" cerca dialogo con Spd, Fdp e Verdi. Afd si spacca: Petry esce dal gruppo  2

5.       Il commento. Voto in Germania, ombre sull’Europa  2

6.       La Germania dopo il voto anti-Merkel 3

7.       Il voto della Germania e l’Italia, gli sconti che Berlino non farà  3

8.       Le elezioni federali tedesche sui social 3

9.       La statura di Angela Merkel 4

10.   L’Intercomites della Germania critica le valutazioni troppo positive dell’On. Garavini sui servizi consolari 4

11.   Lipsia. “La proposta dell’Italia in materia migratoria: via da una politica dell’emergenza”  5

12.   I recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue Cosmo  5

13.   Bremen. Addiopizzo, una dei tre vincitori del Peace Award Brema 2017  6

14.   Di Biagio replica al riscontro del sottosegretario Della Vedova alla sua interrogazione  7

15.   Francoforte. Brillante (Europa Liste) sul risultato del voto tedesco  7

16.   Merkel: "Coalizione con Verdi e Fdp"  7

17.   Cento deputati d’estrema destra? L’ombra sul Parlamento tedesco  8

18.   Perchè in Germania non è successo (quasi) niente di nuovo  8

19.   Mario Giro: “Scontro pericoloso per l’Europa”  8

20.   La Giustizia italiana lenta e partigiana  9

21.   L’Italia del dopo  9

22.   Voto tedesco e conseguenze italiane  9

23.   La nuova rotta Ryanair Perugia-Francoforte  10

24.   Garavini (PD): "“Resto al Sud”: Possono accedere anche giovani italiani all’estero che intendano rientrare"  10

25.   Politica impervia  10

26.   Brexit, May agli italiani in Gran Bretagna: "Vogliamo che restiate"  11

27.   Problema controverso e ancora irrisolto  11

28.   Presentato a Firenze il "consulente" per il rimpatrio  11

29.   Caos Ryanair: cancellati altri 18mila voli 11

30.   L’incertezza nazionale  12

31.   Intervista al ministro Minniti e reportage in diretta dalla nave delle Ong Acquarius su "Famiglia Cristiana"  12

32.   Camera. “Il PD per gli italiani all’estero”. L’intervento di Franco Pittau, del Centro Studi Idos  12

33.   Il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, sulla missione in supporto alla guardia costiera libica  13

34.   On line la nuova guida dell’Agenzia delle Entrate per lavoratori italiani all’estero  13

35.   Attenzione alle informazioni sbagliate, Cosa fare per non rischiare di perdere i propri soldi in Italia  13

36.   La prospettiva  14

37.   Il sottosegretario agli Esteri Vincenzo Amendola al Convegno “Il Pd per gli italiani all’estero”  14

38.   Ryanair: come chiedere il rimborso  14

39.   Regione Sardegna, progetto Sardinia Everywere  15

40.   Il rinvio della legge sullo Jus soli è una resa e una sconfitta  15

41.   On line nuova guida dell’Agenzia delle Entrate  15

42.   Al via i progetti finanziati dalla Regione Veneto “Torno al mio paese” e “Turismo delle radici! 15

 

 

1.       Merkel „fest entschlossen“ mit Macron an EU-Reformen zu arbeiten  15

2.       Oh là là, ze Germans! 16

3.       Abgesang der Volksparteien?  18

4.       EU-Kommission: EU soll 50.000 Flüchtlinge aus Krisengebieten aufnehmen  18

5.       Flüchtlinge: Italien schlägt weltweite Umsiedlung von Libyen aus vor 18

6.       Macrons Vision für Europa: „Keine roten Linien, nur Horizonte“  19

7.       Europa-Rede von Macron. Nötige Debatte zur Zukunft Europas  19

8.       Bundestagswahl: „turbulentere Zeiten“ voraus  20

9.       Alternativen für Deutschland. Wie Sozialdemokraten in anderen europäischen Parlamenten mit Rechtspopulisten umgehen: Beispiel Dänemark  21

10.   Fragen & Antworten. Was bedeutet der Einzug der AfD in den Deutschen Bundestag?  22

11.   Vereinte Nationen. Mehr als 4.000 Migranten kamen 2017 ums Leben  22

12.   Vatikan-Außenminister an UNO: „Mensch ist wichtiger als Geopolitik“  22

13.   Bangladesch: World Vision startet Nothilfe für Flüchtlinge aus Myanmar 23

14.   Myanmar: Rückkehr der Flüchtlinge derzeit kaum vorstellbar 23

15.   Verlustgeschäft Protektionismus: „America First“ schadet allen Seiten  23

16.   Vatikan-Außenminister: Mehr Schutz für religiöse Minderheiten  24

17.   Hotline für besorgte Bürger. Gespräche mit dem Migranten des Vertrauens  24

18.   UNO: Sklaverei und Kinderarbeit nehmen zu  24

19.   Familienreport. Besonders hohes Kinderarmut in Migrantenfamilien  24

20.   ZdK ruft Parteien der Mitte auf, ihrer demokratischen Verantwortung gerecht zu werden  25

21.   Seehofer hat keine Sekunde an Rücktritt gedacht. CSU-Chef will sich bei Parteitag im November zur Wiederwahl stellen  25

22.   Jamaika jetzt! Die Chance für eine Wirtschaftswende ergreifen. 26

23.   Wie die neue Bundesregierung Europapolitik gestalten sollte  26

24.   Regierungsbildung. Organisationen fordern klares Nein zur Obergrenze  27

25.   „Wichtig im Job sind vor allem Ehrlichkeit, Authentizität und Glaubwürdigkeit“  27

26.   Klagewelle von Flüchtlingen. Fast jede zweite Asylklage erfolgreich  27

27.   Weltweit 10 Millionen Tote durch falsche Ernährung  28

28.   Mehr Zeit und Geld für Europas Eltern  28

29.   Bundeskanzlerin zum Tag der Deutschen Einheit: "Lösungen für gleichwertige Lebensverhältnisse finden"  28

30.   Mehr als die Hälfte der Flüchtlinge bekommt Arbeit 29

31.   Tierschutzbündnis stellt an kommende Regierung sechs Kernforderungen zum Tierschutz  29

 

 

 

'Arrivederci Schengen', la proposta della Ue

 

Controlli alle frontiere: da sei mesi ad un anno, in caso di eventi prevedibili. E possibilità di allungare di altri due anni. La Commissione europea propone di aggiornare il codice delle frontiere di Schengen "per adattare le regole sulla reintroduzione dei controlli delle frontiere interne alle attuali necessità di rispondere alle serie e persistenti minacce alla sicurezza pubblica".

Vengono proposti, spiega a Bruxelles il commissario europeo alle Migrazioni e agli Affari Interni Dimitris Avramopoulos, "emendamenti mirati alle regole che riguardano la reintroduzione di controlli temporanei alle frontiere interne, nel caso di eventi prevedibili". 

DA 6 MESI A UN ANNO - "Proponiamo di prolungare la scadenza massima da sei mesi a un anno per la reintroduzione temporanea dei controlli di frontiera - continua - nello stesso tempo, aggiungiamo garanzie procedurali più robuste per assicurare che questi controlli restino un'eccezione e che vengano usati solo come extrema ratio". 

ALTRI DUE ANNI - "La Commissione - prosegue - propone anche una procedura speciale per i casi in cui la minaccia seria alla sicurezza persista per oltre un anno. Nel caso di minacce alla sicurezza persistenti, che durano più di un anno, è prevista la possibilità straordinaria di prolungare i controlli alle frontiere interne per altri due anni. Questo può accadere solo sulla base di una raccomandazione del Consiglio, basata a sua volta su un'opinione della Commissione. Questa è la procedura da seguire".

LA SICUREZZA - "Proponiamo - spiega Avramopoulos - di emendare il codice per trovare un equilibrio" tra il principio della libera circolazione delle persone e l'esigenza di prevenire le minacce alla sicurezza, in particolare il terrorismo. "Non proponiamo un prolungamento dei controlli di frontiera interni, ma un cambiamento del quadro", aggiunge. 

LE PREOCCUPAZIONI - "L'assenza di controlli alle frontiere interne - continua Avramopoulos - costituisce l'essenza stessa di Schengen, ma in un'area comune senza controlli anche le preoccupazioni per la sicurezza sono comuni. E' per questo che dobbiamo fare di tutto per preservare il delicato equilibrio tra la libera circolazione da una parte e la sicurezza dall'altra". 

LE FRONTIERE - "E - aggiunge - possiamo farlo solo attraverso un quadro di Schengen coordinato e unito, che dovrebbe includere anche Romania e Bulgaria". I controlli alle frontiere interne, conclude, dovrebbero essere "l'extrema ratio", prolungando da sei mesi a un anno, mentre occorrerebbe privilegiare l'utilizzo di controlli di polizia rafforzati e la cooperazione transfrontaliera tra gli Stati", che "devono parlarsi".  Adnkronos 27

 

 

 

 

A Tallinn il vertice delle incognite. Merkel chiede tempo sulle riforme

 

Cena informale dei Ventisette prima del summit odierno su digitale e Web tax. La cancelliera: bene le idee dell’Eliseo, ma dobbiamo ancora parlare dei dettagli - MARCO BRESOLIN

 

Tallinn. Doveva essere la cena per trovare le prime risposte alle questioni che riguardano il futuro dell’Unione Europea, ma ci si è fermati alle domande. Principale destinatario degli interrogativi (indiretti e discreti), Angela Merkel. Attorno al tavolo dei 27 capi di Stato e di governo (mancava solo lo spagnolo Mariano Rajoy, alle prese con la crisi catalana) tutta la curiosità era per il post-voto tedesco. In che direzione andranno i negoziati? Quanto tempo ci vorrà? Ecco, il tempo è stato uno dei principali protagonisti della cena di ieri sera a Tallinn. Perché le trattative per formare una nuova maggioranza a Berlino minacciano di tenere sotto scacco anche l’Europa. 

 

E così ieri sera Donald Tusk, che aveva il compito di dettare il ritmo delle discussioni durante la cena al museo d’arte Kadriorg, ha invitato i commensali a non concentrarsi troppo sul «come» riformare l’Ue. È stato un incontro totalmente informale, senza un’agenda e senza documenti ufficiali da approvare. Nella sala c’erano solo i leader, seduti ai quattro tavoli che formavano un rettangolo. Paolo Gentiloni stretto tra l’ungherese Viktor Orban e il bulgaro Boiko Borisov, sullo stesso lato di Angela Merkel. Emmanuel Macron dalla parte opposta. Fuori tutti gli sherpa. «Informale» anche l’attività degli interpreti, invitati a «sussurrare» le traduzioni.  

 

Emmanuel Macron, che martedì alla Sorbona ha svelato i suoi piani per il rilancio europeo, ha cercato di insistere per indirizzare la discussione sui contenuti. «Che ne pensate?». Un primo risultato lo ha portato a casa all’ora dell’aperitivo. Prima della cena, ha incontrato Angela Merkel per un faccia a faccia in una saletta dello Swissotel (dove oggi la Cancelliera vedrà Gentiloni). Merkel ha assicurato che da parte sua c’è «un ampio consenso» con Parigi sulle riforme necessarie per l’Ue. Se si fosse fermata qui, i liberali tedeschi - futuri alleati della Cdu - avrebbero avuto buoni motivi per agitarsi. E invece la leader ha aggiunto che «tuttavia dobbiamo ancora parlare dei dettagli». Ossia: siamo tutti d’accordo sul fatto che «l’Europa non può rimanere ferma», ma è ancora presto per definire la direzione in cui andare. «Niente fretta». 

 

A oggi non ci sono le condizioni per intavolare una discussione seria sul «progetto Macron». Merkel ha fatto capire che forse si possono muovere alcuni primi passi nel campo della Difesa e della Sicurezza, ma sulla riforma dell’Eurozona al momento tutto è congelato. Prima di confrontarsi e discutere con gli altri Paesi, Berlino deve definire con certezza la sua posizione. E poi c’è un ulteriore motivo più pratico che ieri ha impedito al confronto di decollare: al tavolo c’era anche Theresa May (l’invito della presidenza estone ha stupito alcune delegazioni) e quindi sarebbe stato quantomeno inelegante (e per certi versi controproducente) esporsi davanti alla premier britannica sul futuro dell’Ue. 

 

I leader - che oggi si riuniranno per affrontare le sfide dell’Europa digitale - hanno così definito una roadmap di appuntamenti che serviranno a intavolare le discussioni al di là degli incontri ufficiali (il Consiglio europeo di ottobre e quello di dicembre). Il 17 novembre ci sarà un Social Summit a Göteborg, in Svezia. Ma anche lì ci sarà da aspettarsi poco in concreto. Qualcosa potrebbe invece iniziare a intravedersi al summit dedicato al rilancio dell’Eurozona che Donald Tusk ha messo in agenda per dicembre. A quella data, se tutto va bene, i negoziati a Berlino saranno a buon punto e potrebbe essere più chiara anche la posizione tedesca. L’obiettivo di Tusk è di arrivare a una prima intesa già nel giugno del prossimo anno. Governo tedesco permettendo.  LS 29

 

 

 

 

Elezioni in Germania, la stabilità svanita

 

La stabilità svanita nel Paese che macina record - di Danilo Taino

 

Instabile. Così, inaspettatamente, si è scoperta domenica sera la Germania. Il Paese che nello scorso decennio di crisi è stato l’àncora che ha permesso all’Europa di non andare alla deriva, il Paese dal quale fino a pochi giorni fa non ci si aspettavano sorprese ha votato: e ha messo sottosopra il sistema politico tradizionale, che in queste ore è in confusione. Soprattutto, ha sancito che anche nella Germania democratica post-bellica esiste una destra forte, per molti versi estrema, che raccoglie e dà voce agli arrabbiati.

Il maggiore vincitore delle elezioni è Alternative für Deutschland, il movimento nazionalista e anti-immigrati nato nel 2013 e cresciuto nella battaglia contro l’ondata di rifugiati arrivata in Europa nel 2015 e nel 2016.

Angela Merkel rimarrà cancelliera ma paga un prezzo elevatissimo: il peggior risultato della sua Unione Cdu-Csu dalle elezioni del 1949. Martin Schulz, il suo avversario socialdemocratico, guarda annichilito il disastro suo e della Spd, al minimo storico. I Liberali rientrano in Parlamento con un ottimo risultato. Anche i Verdi e la Linke guadagnano qualche decimale rispetto a quattro anni fa. Sono i due partiti storici, tradizionali, popolari, che nella legislatura che si è appena chiusa hanno governato assieme, a registrare un crollo: cristiano-democratici e socialdemocratici.

È il cambio di stagione nella politica della Germania: non è più esclusiva dei due giganti che l’hanno dominata per oltre sessant’anni, le rendite di posizione sono finite, la società sottostante è mobile e non premia più la fedeltà. Questo è un primo elemento della nuova instabilità, che si vedrà all’opera già nelle prossime settimane quando Merkel cercherà di mettere assieme una coalizione di governo, operazione difficile: non solo la Spd si è già tirata indietro, con le parole di Martin Schulz; anche i Liberali e i Verdi, unici partner alternativi possibili alla continuazione della Grande coalizione, stanno già alzando la posta. In più, l’eventuale governo tra Unione, Liberali e Verdi è apprezzato solo dal 23% degli elettori, dal 31% di quelli del partito della cancelliera. La seconda, e forse maggiore, forza di instabilità è la Alternative für Deutschland (AfD). Non solo perché il suo successo influenzerà la formazione di ogni alleanza (anche se nessuno degli altri partiti vuole allearsi con i nazionalisti).

Soprattutto perché al Bundestag, con quasi novanta parlamentari, sarà una presenza costante di opposizione, anche con alcuni deputati palesemente di tendenze di destra molto estrema, non lontani dai neonazisti. Per la maggioranza dei tedeschi, questa presenza massiccia, non marginale, è uno choc che non svanirà in poco tempo, che anzi potrebbe dare il segno all’intera prossima legislatura.

La democrazia tedesca è solida, tra le più solide del mondo e non corre pericoli. Il politologo Gero Neugebauer ritiene anzi che una forza come AfD, che è stata eletta democraticamente, è meglio che stia in Parlamento, dove è costretta a essere trasparente e a rendere conto di ciò che fa. Ciò nonostante, il voto ai nazionalisti è il segno che una parte del Paese vive un disagio che alle urne si esprime in arrabbiatura: gli emarginati che si sentono minacciati dagli immigrati nel lavoro, nella casa, nel salario sono coloro che hanno dato il loro consenso alla AfD, soprattutto nelle regioni dell’Est del Paese, ex socialismo reale. Tutti gli altri partiti cercheranno ora, dal governo o dall’opposizione, di recuperare quei voti. Fatto sta che, almeno per i prossimi quattro anni, la Germania non sarà quel Paese politicamente uber-stabile che ci eravamo abituati a conoscere. E che Angela Merkel non potrà continuare a governare senza cambiare nulla, non potrà solo guardare avanti ma anche analizzare quel che è successo nella legislatura appena finita.

Ciò che ha messo la Germania al centro dell’Europa e in un ruolo rilevante nel mondo non sono state solo la sua economia e la sua posizione geografica. Sono state anche, forse soprattutto, la sua stabilità sociale e politica e il ruolo di leadership svolto da Merkel. Bene: dopo le elezioni di ieri sono caratteristiche meno certe, non scomparse ma meno solide. Un risultato che ha creato un terremoto politico in Germania e che manderà onde non indifferenti in tutta Europa. È una Germania più «normale», con problemi simili ad altri. Un problema per tutti. L’àncora è meno forte. CdS 25

 

 

 

Germania, Merkel "ottimista" cerca dialogo con Spd, Fdp e Verdi. Afd si spacca: Petry esce dal gruppo

 

L'ex presidente del Parlamento europeo propone Nahles capogruppo parlamentare. La cancelliera: il blocco conservatore Cdu/Csu ha ceduto "un milione di voti" all'estrema destra e "dovremo recuperarli"

 

BERLINO - All'indomani delle elezioni legislative la cancelliera tedesca Angela Merkel non si arrende e cerca ancora il dialogo con la Spd del rivale Martin Schulz, che anche oggi ha ribadito di non essere interessato alla coalizione di governo e di voler restare all'opposizione. "Prendo atto - ha detto in conferenza stampa - ma cercheremo ancora il colloquio con la Spd". Così come parleremo "con Fdp e Verdi".

 

Come capogruppo parlamentare dei socialdemocratici Martin Schulz ha proposto la ministra del Lavoro uscente, Andrea Nahles ha già annunciato, secondo quanto scritto dalla Dpa che cita fonti del partito, di voler andare all'opposizione. Il capogruppo uscente è Thomas Oppermann. "Il nostro obiettivo è assumere il ruolo di una forte opposizione in questo paese e difendere la democrazia contro chi la mette in dubbio e la attacca", ha ribadito Schulz commentando gli esiti del voto alla Willy Btrandt Haus

 

Ma Merkel punta a un governo stabile. È "importante", ha avvertito la cancelliera, che la Germania abbia "un governo stabile. Ho preso nota delle parole dell'Spd, ma i colloqui devono continuare, questo è anche il parere della presidenza". Merkel si dice "molto ottimista" sulle prospettive di formare una coalizione: "Ci sono dei colloqui in corso, non faccio anticipazioni, ma avranno successo". Secondo Merkel i Cristiano democratici hanno perso un milione di voti a favore del partito di destra Afd e lei si è detta intenzionata a riconquistare quei voti "attraverso una buona politica".

 

Inoltre non cederà sull'Europa: "Perseguiremo una politica europeista", ha detto parlando del futuro governo di coalizione tedesco. "L'Europa ha aggiunto - sarà tema centrale dei colloqui" tra i futuri partner di governo. Alla domanda se la crescita dell'Afd, diventato terzo partito nel paese, cambierà l'atteggiamento tedesco riguardo all'Europa, la cancelliera ha risposto negativamente. Non cambierà dunque la politica nei confronti dei migranti dell'Ue: "Non credo proprio. Penso che le politiche cambiano a seconda degli accordi di coalizione che si trovano, ma l'Afd non ha nessuna influenza su questo".

 

E mentre la cancelliera cuce, Alternativa per la Germania, Afd, la destra populista ormai terza forza politica tedesca, non fa tempo a festeggiare, che già si spacca. Come anticipato oggi da Repubblica in edicola, il colpo di scena è invece arrivato nel partito di estrema destra Alternative fuer Deutschland, che ieri alle elezioni federali ha ottenuto un grande risultato, il 13 per cento e un centinaio di seggi. Frauke Petry, una dei leader storici della Afd, non si unirà al gruppo parlamentare di Alternativa per la Germania al Bundestag. Petry, che nel voto di domenica ha

conquistato un seggio in Sassonia e rappresenta l'ala più moderata di Afd, ha annunciato la sua decisione a sorpresa, nel corso della conferenza stampa organizzata per festeggiare il trionfo.

 

Senza averne prima parlato con i colleghi che le sedevano accanto, ha preso la parola e ha spinto l'affondo: "Ci sono divergenze aperte nell'Afd e non dobbiamo chiuderle in una tomba", ha detto, sostenendo che il partito nelle ultime settimane ha agito come "un partito anarchico". "Con una concorrenza così debole avremmo dovuto prendere anche più del 20 per cento, se non l'abbiamo fatto è perché spaventiamo i nostri cittadini". La frattura è dovuta alle diverse posizioni interne: in un'intervista rilasciata ai quotidiani stamane, aveva invocato una "ragionevole politica conservatrice" sulle questioni che "domineranno in futuro", e "non le affermazioni assenti che abbiamo sentito in passato".

 

Parole che segnano un cambio di rotta da parte di una politica che pure, a suo tempo, si era espressa a favore dell'uso delle armi, in caso di necessità estrema e "in accordo alla legge", da parte della polizia di frontiera, per impedire l'ingresso illegale dei rifugiati el Paese. "Dopo l'uscita eclatante di Frauke Petry, propongo che si dimetta e lasci il partito per non provocare altri danni" ha detto Alice Weidel.

 

Il cammino di Angela Merkel appare complicato, nonostante l'Unione rimanga ancora il primo partito in Parlamento (un Bundestag che tra l'altro sarà il più grande della storia, con 709 deputati), risolvere il rebus per trovare una possibile alleanza si prannuncia difficile. Dopo il 'niet' di Martin Schulz, i liberali rigoristi di Fdp frenano: "L'Fdp è pronto ad assumersi la responsabilità per una eventuale coalizione 'Giamaica' ma vogliamo cambiare la direzione politica, altrimenti preferiamo i banchi dell'opposizione", ha dichiarato il leader, Christian Lindner, il giovane che li ha riportati in Parlamento.

 

Anche Horst Seehofer, il presidente della Csu bavarese, tradizionale alleato della Cdu, vuole che l'esecutivo regionale si esprima se continuare l'alleanza con i 'cugini' nel Bundestag. Seehofer si è detto egli stesso perplesso e ha chiesto un "chiarimento di contenuti" con la Cdu. "Abbiamo una profonda divisione del Paese, il nostro obiettivo è superare questa divisione". "La Csu deve dimostrare di voler attuare le proprie promesse elettorali con tutte le conseguenze", ha spiegato Seehofer e ha preannunciato in futuro "un chiaro passo verso destra" delle politiche dei cristiano-sociali bavaresi, a cominciare da un numero massimo di ingressi per i rifugiati.

 

I leader del partito liberale tedesco Fdp e dei Verdi si sono mostrati aperti a formare una coalizione tripartita con la cancelliera Angela Merkel, seppure prevedendo negoziati complicati a causa delle divergenze chiave nei programmi, some quello sulle politiche ambientali. Solo una coalizione a tre di conservatori, liberali e verdi darebbe a Merkel una base parlamentare stabile per la quarta legislatura. In conferenza stampa, il leader del Fdp, Christian Lindner, ha rivelato che ci sono già state alcune telefonate ma ha sottolineato che il suo obiettivo è "cambiare la direzione della politica" e far la differenza. Lindner ha sottolineato che se il futuro governo vorrà seguire la linea del passato, allora l'Fdp sarà all'opposizione. Ha anche escluso una collaborazione con l'ultradestra. I leader dei Verdi, Katrin Göring-Eckardt e Cem Özdemir, hanno detto che si rapporteranno ai conservatori e i liberali con "responsabilità e serietà", ma hanno aggiunto che i negoziati saranno "molto difficili". LR 25

 

 

Il commento. Voto in Germania, ombre sull’Europa

 

Una Merkel meno forte: rischi per l’Europa e per la Germania - di Paolo Valentino

 

Raccontano che Emmanuel Macron, ricevendo un ospite europeo, si sia mostrato molto preoccupato: «Se lei si allea con i liberali, io sono morto», avrebbe detto il presidente francese. Lei è Angela Merkel, cancelliera dimezzata da un voto che restringe le sue opzioni politiche, complica la sua già cauta apertura al febbrile europeismo del capo dell’Eliseo e soprattutto rischia di evidenziare non più le convergenze, ma i contrasti tra Parigi e Berlino sul rilancio dell’Unione. Cosa significa per l’Europa il voto tedesco? Quali conseguenze avranno sul processo di integrazione il probabile cambio di governo a Berlino, il crollo della Spd e l’arrivo in massa al Bundestag di una forza politica xenofoba e violentemente anti-europea come AfD? Il dato essenziale, ed è già un radicale cambio di paradigma visto che si parla di Germania, è quello dell’incertezza. Non che l’europeismo, alfa e omega dell’identità federale, sia in discussione. Ma sono la sua lettura e interpretazione che diventano più fluide. Perché molto dipenderà dall’esito delle trattative di governo per una coalizione «Giamaica» tra Cdu-Csu, Fdp e Verdi.

 

Dovessero andare in porto, è difficile non intravedere già le cosiddette «linee rosse» che Christian Lindner, l’ambizioso leader liberale, l’incubo di Macron appunto, ha indicato per qualsiasi riforma dell’eurozona: niente bilancio comune, niente ministro delle Finanze con troppi poteri e soprattutto niente comunitarizzazione del debito. «Con noi non ci sarà nessun eurodotto, che convogli denaro dalla Germania verso altri Paesi europei», è il suo refrain preferito. Scottata dall’esperienza del 2013, quando pagò caro la mancata riduzione delle tasse promessa quattro anni prima, la Fdp questa volta rivendica il ministero delle Finanze, che vuole guardiano del rigore e del rispetto delle regole. Perfino l’arcigno Wolfgang Schaueble, al confronto, appare un moderato.

 

A dare una mano alla Fdp potrebbe essere la Csu, penalizzata dal voto di ieri e angosciata dalla prospettiva di perdere la maggioranza assoluta in Baviera nelle elezioni regionali del 2018. Quindi decisa a frenare ogni concessione alle posizioni francesi, tantomeno a quelle italiane. Certo la presenza dei Verdi dovrebbe fungere da contrappeso pro-europeista, ma il sentiero su cui dovrà e potrà muoversi la cancelliera è strettissimo. Tanto più che le idee di Macron, per esempio quella di un bilancio robusto per l’eurozona, non entusiasmano affatto Angela Merkel, che per mentalità prima vuole definire il problema e poi trovare le risposte. C’è poi una questione di tempi. Asimmetrici. Macron brucia, sa che la sua finestra d’opportunità rischia di chiudersi presto. Domani annuncerà in un discorso, che l’Eliseo definisce importante, le sue idee concrete per l’Eurozona. Ma le sue velocità non coincidono più con quelle di una cancelliera indebolita dal voto e impigliata nella rete della trattativa. Il voto di ieri apre infatti una fase lunga e tortuosa nella politica tedesca. Come spiega l’ex ministro degli Esteri Joschka Fischer al Corriere, nulla accadrà prima delle elezioni in Bassa Sassonia di metà ottobre.

 

Nessun partito vuole rischiare qualcosa, prendendo posizioni dettagliate sull’Europa. Una vera trattativa per un governo tra cristiano-democratici, liberali e Verdi comincerà soltanto allora e probabilmente durerà mesi. Così, ammesso che riesca, Angela Merkel potrebbe avere le mani legate in Europa almeno fino a dicembre. A anche allora, quando si tratterà di chiedere al Bundestag un nuovo mandato per le riforme in Europa, dovrà fare i conti con una presenza rafforzata degli euroscettici in Parlamento e con la radicalizzazione che la presenza di AfD comporta. Prevarrà il suo proverbiale pragmatismo, quello che la vuole etica e non ideologica, reattiva e non programmatica, distaccata e non impegnata? Ovvero si porrà il tema della legacy, di come verrà ricordata nei libri di Storia? Quanta Europa sarà disposta a rischiare Angela Merkel? CdS 25

 

 

 

 

La Germania dopo il voto anti-Merkel

 

L’analisi del voto tedesco non lascia molti dubbi: si è trattato in primo luogo di un voto anti-Merkel, che si è tradotto in una perdita diretta di voti da parte degli elettori della Cdu-Csu e in una vittoria della destra estremista che ha sottratto consensi un po’ a tutti rendendo difficile la composizione del governo. Sì perché con questi numeri non può esserci né una maggioranza liberal-conservatrice, né una maggioranza all’opposizione (tradizionalmente formata da Spd, Verdi e Linke). E la cancelliera - sempre che l’Spd rimanga nell’idea di non tornare alla grande coalizione - sarà costretta a trattative complesse per tenere in uno stesso tavolo i neo liberali di Lindner e i Verdi, in quella che è ormai nota come “coalizione Giamaica”. 

 

Il vero risultato politico dell’AfD, su cui si sono riversate le scontentezze di varie fasce elettorali, è l’essere riuscito a trasformare diverse sfumature del voto di protesta contro Merkel e l’establishement in un capitale di consensi unitario. 

Gli analisti più avvertiti osservano che un tedesco su cinque non ha comunque votato per Afd e che gli anticorpi della democrazia tedesca sono abbastanza forti da non dover far temere scivolate estremiste. Ma come scrive la SZ, “ se è vero che partiti estremisti sono ovunque in Europa, la Gemania è un po’ nella stessa situazione degli alcolisti: se ricominciano a bere, diventa pericoloso”. 

 

Per evitare la maledizione del quarto mandato - che non portò fortuna ad Adenauer né a Kohl, gli unici due cancellieri che ci sono arrivati - Angela Merkel sarà costretta a tirare fuori tutto il suo pragmatismo, che come anche gli avversari le riconoscono, è la migliore tra le sue qualità politiche. La sfida è chiara: fare in modo che il suo ultimo mandato non sia ricordato come il suo peggiore.  Francesca Sforza, LS 25

 

 

 

 

Il voto della Germania e l’Italia, gli sconti che Berlino non farà

 

È realistico prevedere che verrà chiesta più sorveglianza sulle politiche dei Paesi Ue - di Lucrezia Reichlin

 

Hanno infranto il soffitto di cristallo senza fare rumore, donne senza rivendicarlo, femministe forse senza dirlo. Le candidate alle elezioni per il Bundestag, anche chi di loro non mostra di puntare all’elettorato femminile o non riempie i suoi slogan di discorsi sulla parità di diritti, sono il volto dell’emancipazione, del nuovo – e più rosa – che avanza. Senza scomodare etichette, senza portare avanti manifesti, se non quello della sobrietà e della modestia. Niente genere, solo politica. E forse, ripensando alla campagna elettorale condotta da Hillary Clinton negli Stati Uniti – e ai suoi risultati – viene da dire che questa sobrietà, magari purtroppo più che per fortuna, paga.

Angela Merkel ne è una dimostrazione. La Maedchen, la Mutti, la Frau. “Ragazza” per il suo mentore Helmut Kohl, “Mamma”, per i compagni di partito al suo debutto in politica (e, più tardi, in senso affettuoso, per i tedeschi), “Signora” da quando è diventata cancelliera. I soprannomi sono rimasti orpelli, sono cambiati ma non hanno cambiato lei, il suo sguardo, le sue mani incrociate con i pollici premuti uno contro l’altro. Oggi Merkel è, semplicemente, una leader.

La presidente dell’Unione cristiano democratica e attuale capo di governo della Germania è per tutti, più che l’immagine di un’ideologia, quella di una politica di buon senso. Di una guida capace di gestire le crisi e di prendere lucidamente delle decisioni a seconda delle necessità del momento. Come quella – da ministro dell’Ambiente – di uscire dal nucleare, o  – da cancelliera – di acconsentire al salvataggio della Grecia, o di accogliere centinaia di migliaia di rifugiati in coda alla frontiera. “Wir schaffen das”, ce la faremo, e se lo dice lei allora è vero. I tedeschi si fidano di lei, e così l’Europa. Per questo Angela Merkel ha motivo di contare su un quarto mandato. Ma dietro una grande donna, in questo caso, ce ne sono altre due.

Non solo Merkel: una nuova generazione di donne leader 

Beate Baumann, la sua capo di gabinetto – per alcuni “l’eminenza grigia” – la affianca dal 1990, come consulente e come amica, e ancora oggi è la donna con cui Merkel condivide rischi, dubbi, scelte. Eva Christiansen, responsabile della comunicazione, è la persona che la guida nelle analisi e nelle strategie mediatiche, anche lei ombra fedele della cancelliera. Insieme, le due chiudono il più stretto e longevo cerchio della fiducia della leader. Insieme, se sarà rieletta, continueranno con lei a decidere la politica tedesca.

Del team Cdu fa parte anche l’attuale ministro della Difesa Ursula von der Leyen, da alcuni già individuata come diretto successore di Angela Merkel. Capelli corti e biondi come lei, europeista convinta come lei, i suoi valori femministi sono decisamente più spiccati di quelli della cancelliera. Madre di sette figli, ha a cuore il benessere delle famiglie e il diritto delle donne ad assumere posizioni di leadership – e auspica “un cambio di mentalità entro il 2020”-. Chissà che l’anno successivo non sia a lei a salire ai vertici.

Le donne degli altri: la promessa dell’Spd

La politica in Germania non è solo Cdu, così come Angela Merkel non è l’unica donna di successo.  Anche il partito socialdemocratico ha una sua stella nascente. Non è in corsa, ma c’è chi già la indica come successore di Martin Schulz. Manuela Schwesig, 43 anni, è l’attuale capo di governo del Meclemburgo-Pomerania, il land della cancelleria dove la Cdu lo scorso anno ha subito una pesante sconfitta.

Ex ministro della Famiglia, di Angela Merkel condivide le origini, nella Germania dell’Est, ma non la prudenza: difende a gran voce l’idea di “tingere l’Spd di rosa” e sulle quote ha bisticciato, spuntandola, proprio con la cancelliera. È grazie a lei se la Germania ha approvato la legge che consente ai lavoratori di conoscere gli stipendi dei colleghi. Bionda, occhi chiari, al suo ingresso in politica la chiamavano Barbie. Ora si dice che se sarà rieletta, nel 2021 potrebbe aspirare alla cancelleria.

Sahra Wagenknecht, la populista di Sinistra

I media le attribuiscono una somiglianza con Frida Khalo e Rose Luxemburg per la carnagione olivastra e i tratti del viso molto marcati. Anche lei nata nella Germania federale, a Jena, figlia di un iraniano e moglie dell’ex presidente Spd e Linke Oskar Lafontaine, Sahra Wagenknecht è la capolista de La Sinistra – Die Linke. A 48 anni, è un personaggio noto quanto discusso. Il calo di popolarità si deve soprattutto al suo oscillare tra il pacifismo di sinistra e la retorica populista di destra.

Ferrea oppositrice – lo ha ribadito anche in questa campagna elettorale – dell’interventismo militare tedesco all’estero, è altrettanto critica della politica di accoglienza dei rifugiati. Per le sue dichiarazioni – tra le altre, l’aver colpevolizzato Angela Merkel per l’attentato di Berlino – molti compagni di partito hanno preso le distanze da lei. E per gli stessi motivi, a una conferenza della Linke, si è beccata una torta in faccia da un’antifascista.

Katrin Göring-Eckart, una Merkel versione Green

Controversa agli occhi del partito è anche la figura di Katrin Göring-Eckart. La capolista dei Verdi è vista con diffidenza da chi la ritiene troppo vicina al partito di Angela Merkel: colpa di vecchie alleanze parlamentari – Göring-Eckart sedeva al Bundestag già nel 1998 – delle sue idee centriste e anche della sua grande fede religiosa. Per questi motivi, oltre che per la sua riservatezza e sobrietà, è stata soprannominata dalla Faz la “Green Merkel”. Malgrado la vicinanza all’ambiente conservatore, la candidata dei Verdi ha fatto proprie anche battaglie più progressiste, come quella per la legalizzazione dei matrimoni gay e quella per la parità di stipendio per le deputate del Bundestag.

Alice Weidel, il volto pulito della Destra

Tollerante e moderata nei dibattiti pubblici, appassionatamente euroscettica agli incontri di partito. Alice Weidel, 38 anni, capolista dell’estrema destra Alternative für Deutschland dopo l’uscita dalla corsa di Frauke Petry, per alcuni è una contraddizione, per molti un vero e proprio mistero. L’incoerenza più grande sta nel rappresentare un partito anti-immigrati – che nei suoi manifesti invita le famiglie a far nascere nuovi cittadini tedeschi – vivendo in Svizzera con una compagna originaria dello Sri Lanka e le loro due figlie.

La sua vita privata non potrebbe essere più lontana dall’ideologia che dice di sostenere. Eppure il suo ingresso nel partito coincide con la svolta populista impressa dalla livorosa e mascolina Petry. Ma la sua pacatezza e la capacità di argomentare – forte anche di una carriera da economista – hanno convinto l’Afd a farne il volto rassicurante del partito.

Il fallimento di Schulz e della vecchia politica

Ha lasciato il seggio al Parlamento europeo, di cui è stato presidente per cinque anni, per diventare il nuovo cancelliere, ma la corsa – iniziata con le migliori intenzioni e forse anche la giusta preparazione – sembra averlo già lasciato senza fiato. Martin Schulz, oltre vent’anni spesi tra Strasburgo e Bruxelles, oggi rischia di consegnare all’Spd uno dei peggiori risultati della storia recente. Per alcuni a giocargli contro è stato l’eccesso di aspettative, per altri il suo passato da burocrate europeo lontano dai problemi nazionali.

Ma ad allontanarlo dagli elettori c’è anche il partito che rappresenta. Un partito stanco, trascinato fiaccamente già da Sigmar Gabriel e incapace di rialzarsi in così poco tempo. Soprattutto, un partito che si è auto-ridimensionato partecipando alla Grosse Koalition: difficile, oggi, trovare argomenti con cui attaccare la Cdu, con cui criticare le politiche che ha contribuito ad attuare.

Maggiori speranze sono riposte in Christian Lindner, il leader dei liberali (Fdp) riuscito meglio di Schulz a rinnovare un vecchio partito spostandolo su posizioni più centriste e facendo spazio, nel suo programma, anche alle istanze della classe media. Il giovane Lindner, 38 anni, che ha aggiornato l’agenda dell’Fdp sui temi dell’Europa, della sicurezza, della digitalizzazione, è forse l’unico uomo ad essersi distinto dagli altri – e dalla Merkel – nella corsa. E sarà grazie a lui se il partito liberale in Germania riuscirà a ottenere il terzo posto dopo il fallimento del 2013. E se lui e gli altri candidati uomini non dovessero farcela, c’è una schiera di donne già pronte a prendere il loro posto. Adriana Paleari, AffInt 22

 

 

 

 

Le elezioni federali tedesche sui social

 

Elettori, vincitori e vinti delle BundesTagsWahl visti da Twitter e Facebook

Gianni Riotta

 

Chi aveva prematuramente sperato che l’ondata populista si fosse spenta in Europa con la vittoria di Macron nelle elezioni presidenziali francesi contro la Le Pen, ha compreso quanto dura sia ancora la strada per il rinnovamento dell’UE. In Germania la CDU democristiana di Angela Merkel stenta a mettere insieme la quarta vittoria e si avvia a una magra coalizione con liberali e verdi, mentre i socialdemocratici finiscono alle corde. E la destra radicale di Afp, trionfa con il 13%, nelle urne e online. I dati della conversazione social attestano la sorpresa. Pur con un calo di circa 8 punti di percentuale rispetto al 2013, Angela Merkel ha ottenuto l’annunciata, ma contenuta, vittoria. La cancelliera uscente è stata riconfermata e ora si appresta ad iniziare il quarto mandato consecutivo alla guida del Paese. Impressionante invece la percentuale di preferenze (il 13%) ottenute dall’Alternative für Deutschland (AFD) - Alternativa per la Germania -, partito di destra radicale fondato nel febbraio del 2013 dal professor Bernd Lucke, che conquista per la prima volta l’ingresso in parlamento. 

Su Twitter, nella giornata del voto, Alternativa per la Germania è via via diventato argomento centrale: con lo scorrere delle ore l’hashtag #afd si è fatto sempre più presente nei tweet, fino a raggiungere il picco alle 18:00, in concomitanza con l’uscita dei primi exit poll che preannunciavano l’ottimo risultato raggiunto dal partito. Alle 18:00 c’è stato anche un più generale aumento di popolarità degli hashtag: con la diffusione delle prime previsioni sui risultati delle elezioni, è aumentato anche il volume delle conversazioni sui diversi temi ad esse collegati. É interessante notare che tra i partiti, dopo l’#afd, sia l’#spd a far parlare maggiormente di sé: inatteso infatti è stato anche il risultato deludente del Sozialdemokratische Partei Deutschlands (SPD) - Partito Socialdemocratico della Germania - che lo stesso leader Martin Schulz ha definito “un’amara sconfitta elettorale” in un tweet. 

Anche alle elezioni precedenti, nel 2013, l’SPD non aveva raggiunto il risultato sperato, costretto dunque alla larga coalizione con i democristiani di Merkel. Ora Schulz dichiara la fine della collaborazione con CDU e con la sua consorella bavarese CSU. Inferiore è la quantità di tweet che sono stati dedicati alla vincitrice e al suo partito: #Merkel e #CDU si attestano attorno a livelli di interesse un po’ più bassi, quasi equivalenti a quelli relativi alle conversazioni #noafd. Quasi a conferma della rassegnata delusione degli elettori tedeschi che han detto di sì ancora alla Merkel, ma senza entusiasmo, critici con la sua politica dell’emigrazione. Alle 15:00, a circa 3 ore dalla chiusura dei seggi, ha un apice il volume dei tweet con i quali i tedeschi comunicano di essere andati a votare e invitano i loro connazionali fare altrettanto: c’è infatti un picco di #gehtwaehlen (“Andare alle elezioni”) e #btw (che indica appunto le BundesTagsWahl, le elezioni parlamentari tedesche). 

Osservando la comunicazione su Twitter dei candidati nella settimana del voto, non sorprende che i temi siano esclusivamente quelli delle elezioni. Molto usato #schlussrunde: “l’ultimo giro” è infatti il dibattito televisivo finale svolto il 21 settembre e che ha interessato alcuni portavoce delle forze politiche in lizza, ma al quale sia Merkel che Schulz non hanno partecipato. Oltre al generale #btw17, spiccano i riferimenti ai partiti e ai loro slogan: #afd e i suoi #traudichdeustchland - “Abbi coraggio, Germania”- e #Hartaberfair -“Severo, ma giusto”; #linke -“sinistra”-, riferito all’omonimo partito di sinistra; #DenkenWirNeu, il “Pensiamo nuovo” del Freie Demokratische Partei (FDP) - il Partito Democratico Libero - di Christian Lindner. La novità di Lindner appare clamorosa anche nell’ampio uso che fa del canale social per comunicare con il suo elettorato: il leader dell’FDP è il candidato più attivo su Twitter nella settimana del voto, arrivando a pubblicare, da solo, un volume di tweet maggiore di tutti gli altri candidati. Assente Angela Merkel, non inclusa in questo campione insieme a Katrin Goring-Eckardt e Cem Ozdemir di Bündnis 90/Die Grünen - Alleanza 90 / I Verdi - e Alexander Gauland dell’AFD. Senza un account tweet la Merkel non appare in questo conteggio e forse adesso il partito medita su un fronte digitale non ben presidiato e che si rivela invece cruciale. Oggi mancare lo scontro online crea rischi gravi, da Brexit a Trump. Una rappresentazione più completa dello schieramento si ha invece su Facebook, dove tutti i candidati - ad eccezione del capolista dell’AFD Alexander Gauland - sono presenti con la propria pagina ufficiale. 

Spiccano i termini utilizzati dai candidati nei loro messaggi social per alzare le bandiere di partito e movimento: “Germania”, “paese”, “persone”, “donne”, “uomini”, parole che possono rievocare narrative diverse. Emerge anche il tema “Europa” - in relazione al ruolo che le diverse forze politiche vorrebbero dare al “paese” nel panorama dell’Unione Europea. Infine le parole d’ordine classiche in Europa e nel suo paese guida: “giustizia”, “futuro” “lavoro”, “salari”, “pensioni”,“formazione”. 

Narrativa, elaborazioni bigdata e grafiche Catchy a cura di Gianni Riotta, Carla De Mare, Sara Monni e Nicola Piras, realizzate nell’ambito del progetto DEEP di Alkemy Lab.  LS 26

 

 

 

La statura di Angela Merkel

 

I 12 anni di governo della cancelliera. Berlino baluardo contro gli uomini forti - di Danilo Taino

 

Si parla molto delle esportazioni tedesche. Beh, al momento la maggiore di queste è Angela Merkel. La cancelliera si avvia a vincere le elezioni federali di domenica prossima con il mondo che la osserva, che la identifica con la Germania, che vede in lei il difensore principale della libertà di mercato e di un mondo fondato su regole condivise. Nei suoi 12 anni di governo, ha fatto errori e compiuto passi falsi: essere però diventata il punto di riferimento o la bestia nera dei democratici o dei dittatori è un risultato magistrale, probabilmente il maggiore che ha confezionato.

Il manifesto con il quale il suo partito, la Cdu, arriva all’appuntamento elettorale è una grande fotografia della leader accompagnata dalla scritta «Successo per la Germania». Indubbiamente, grazie alla sua cancelliera, oggi il Paese ha una reputazione globale che non aveva mai avuto dal crollo del nazismo e che va oltre le sue dimensioni e i suoi muscoli.

Nella legislatura tedesca che si sta chiudendo, Merkel non ha fatto molte riforme, anzi. E lo stesso è successo nelle due legislature precedenti, nelle quali ha guidato il governo una volta con i socialdemocratici (come negli scorsi quattro anni) e un’altra con i liberali. Tra gli errori che le vengono attribuiti — non di poco conto ma che gli elettori le perdonano — c’è l’uscita repentina dal nucleare dopo il terremoto di Fukushima, decisione molto costosa; come carissima per le bollette elettriche dei cittadini e delle imprese è la Energiewende, la transizione a un’economia senza emissioni nocive (che non sta funzionando come voluto). C’è l’avere tenuto aperte le porte del Paese ai rifugiati siriani e iracheni nel 2015 senza avere avuto un piano domestico ed europeo: segno della sottovalutazione precedente della situazione in Medio Oriente.

C’è la clamorosa collusione sua, del governo di Berlino e dei due maggiori partiti, cristianodemocratici e socialdemocratici, con l’industria automobilistica sempre protetta e ora coinvolta in scandali e spaventata dalla concorrenza new tech in arrivo dalla Silicon Valley. Secondo alcuni critici c’è l’errore di non avere aiutato a sufficienza l’allora primo ministro britannico David Cameron a ottenere riforme a Bruxelles che avrebbero forse potuto evitare la Brexit. E c’è la cancellazione di alcune riforme del mercato del lavoro e delle pensioni. A fronte di tutto questo, Merkel, leader fluida e a-ideologica, ha mostrato la gran capacità di accompagnare senza scosse i cambiamenti della società tedesca e di non mettere mai a rischio il buon andamento dell’economia. E, verso l’estero, ha conquistato una reputazione inimmaginabile fino a pochi anni fa.

La statura internazionale della cancelliera è cresciuta nella gestione delle crisi europee del debito e della Grecia. Ha raggiunto un punto alto nel rapporto conflittuale con Vladimir Putin sull’annessione russa della Crimea e nel tenere unita l’Europa nell’imposizione di sanzioni contro Mosca. Ha fatto un balzo nel mostrare lo spirito umanitario di Merkel e della Germania nell’apertura ai rifugiati (al di là della sottovalutazione precedente). Si è rafforzata nello stabilire buoni rapporti con il leader cinese Xi Jinping, con quello indiano Narendra Modi, con il giapponese Shinzo Abe e, soprattutto, con Barack Obama. E ha raggiunto l’apice durante il G7 di Taormina e il G20 di Amburgo quest’anno quando ha mostrato la faccia dura a Donald Trump e si è presentata come la paladina globale di un ordine internazionale aperto, non protezionista, guidato da regole condivise, gestito a bassa voce e con compromessi.

Oggi — di fronte alle convulsioni a Washington e al network degli «uomini forti» Putin, Xi, Erdogan e lo stesso Trump — Merkel fa apparire la Germania come la sola democrazia in grado di avere una voce forte a livello internazionale. La cancelliera sa che Berlino non ha i muscoli per giocare da sola questo ruolo e che il Paese è restio a seguirla. Ciò nonostante, il mantello di liberale in politica estera Merkel lo ha indossato. Il suo atto più coraggioso. CdS 23

 

 

 

 

L’Intercomites della Germania critica le valutazioni troppo positive dell’On. Garavini sui servizi consolari

        

Con grande meraviglia le/i Presidenti Comites in Germania (nessuno escluso), hanno letto le dichiarazioni dell'On.le Garavini, riportate dall'AISE, venerdi 15 settembre, in occasione dell’audizione del Direttore Generale della DGIT Luigi Vignali: “…proseguire nell’ottimo lavoro svolto negli ultimi anni dalla rete diplomatico consolare. A fronte di risorse scarse e di un numero decrescente di personale (dovuti ai necessari interventi di spending review) le nostre comunità stanno comunque riscontrando un miglioramento dei servizi ai connazionali. Lo hanno riferito ad esempio i diversi Presidenti dei Comites di Germania, Svizzera e Francia, nel corso delle ultime riunioni annuali di coordinamento presso le rispettive Ambasciate”.

Non partecipando l’Onorevole da anni alle riunioni dell’Intercomites-Germania, escluse quelle indette dall’Ambasciata, riteniamo che faccia riferimento all’incontro annuale tenutosi a Berlino nel novembre 2016, dove abbiamo tra l’altro, discusso su come misurare la “Performance”, sul metodo da adottare, ma senza valutazioni sui servizi consolari.

Rileggendo i nostri verbali non c’è nulla che possa giustificare una valutazione così positiva e così generale. Se anche talvolta si possono individuare dei segnali di buona volontà o singole esperienze positive, questo non può essere strumento di valutazione generico, in una situazione in cui il personale viene continuamente ridotto, secondo criteri non razionali, mentre la pressione dei connazionali aumenta.

Non è intellettualmente onesto riportare specifiche frasi di singoli rappresentanti dell'uno o dell'altro Comites, riferiti all'uno o all'altro servizio in un preciso momento, per riassumere lo stato generale dei servizi consolari.

Siamo fortemente meravigliati da queste dichiarazioni tendenziose e non veritiere dell’Onorevole.

Poco veritiere quando si riferisce al lavoro svolto dalla rete diplomatico-consolare e false a riguardo delle posizioni dei Comites. La rete consolare in Germania svolge un buon lavoro nell’erogazione dei servizi consolari, ma non dappertutto (Monaco, Francoforte, Colonia, Norimberga, lasciano moltissimo a desiderare). L’erogazione dei servizi consolari contiene a tutt’oggi molti punti di criticità che rasentano la fattispecie del disservizio.

All’Onorevole d'altronde non interessa il coinvolgimento degli utenti e dei loro rappresentanti, come il CGIE, i Comites, le Associazioni, gli Enti e i Patronati, previsti dalla normativa sulla “Performance”, che a tutt’oggi all’estero non viene applicata. Questo tipo di coinvolgimento avvicinerebbe democraticamente il cittadino alle Istituzioni italiane all’estero, facendolo diventare parte integrante del processo amministrativo a beneficio di tutti.

Infine ad onore del vero, nella nostra ultima riunione, tenutasi in maggio a Monaco, l'Onorevole è stata da tutti i presenti, aspramente criticata, proprio perché aveva diverse volte, con sue dichiarazioni, glorificato l'azione del Governo, p. es. a proposito dei fondi agli Enti Gestori, mentre questi ultimi, non erano in grado di pagare gli insegnanti per mancanza di fondi!

Sappiamo bene che alcuni eletti tentano di fare politica a suon di comunicati stampa che non trovano riscontro nella realtà che pensano di rappresentare. Tale pratica mette in mostra semplicemente la loro duttilità alla tastiera.

Proprio per questo, abbiamo deciso, dopo avere pazientato a lungo ed avere dovuto leggere tante inesattezze o addirittura falsità, di emettere questo comunicato.

Il CoordinatoreTommaso Conte (de.it.press)

 

 

 

Lipsia. “La proposta dell’Italia in materia migratoria: via da una politica dell’emergenza”

 

Laura Garavini a Lipsia: “E’ ora di contrastare le cause dei processi migratori, migliorando le condizioni nei paesi di origine”

 

“Come Partito Democratico e come forza di Governo diciamo da quattro anni in modo netto che l’Europa non può voltarsi dall’altra parte, lasciando morire gente in mare. Ma al tempo stesso diciamo anche che dobbiamo affrontare il fenomeno migratorio in modo strutturato, contrastando le cause che originano le migrazioni. E non solo rincorrendone gli effetti e facendo il gioco dei trafficanti di esseri umani, che speculano sull’emergenza e sui migranti per alimentare i loro sporchi affari.

 

Riteniamo che sia necessario investire in sviluppo e cooperazione nei paesi di origine. E insieme ai paesi di origine dobbiamo togliere linfa a tutti quei criminali che speculano sulla disperazione di intere generazioni di giovani.

 

È la strada che l’Italia sta cercando di percorrere già da alcuni anni a questa parte. Prima in solitaria solitudine, poi con l’appoggio della Germania. E proprio grazie all’appoggio della Germania - garantito dal costante impegno e sprone della SPD come alleato di Governo -  pian piano finalmente sembra che anche l’Europa stia cominciando a capire l’importanza di un azione congiunta e sinergica a livello europeo.

 

Adesso bisogna modificare l’Accordo di Dublino, che scarica tutto il peso dell’accoglienza sui paesi di primo approdo, perchè nessun paese può farcela da solo. E bisogna che l’Europa investa massicciamente sul miglioramento delle condizioni di vita in Africa. Solo se l’Africa sta meglio, si potrà ridurre il numero di migranti in cerca di migliori opportunità in Europa.  Il fenomeno migratorio è una questione che interessa tutta l’Europa e tutta l’Europa è chiamata a rispondere con soluzioni europee, senza abbandonare singoli paesi al proprio destino.” Lo ha detto Laura Garavini a Lipsia, ospite di Nicole Rundo e dei giovani Attivisti del PSE locali. De.it.pres 19

 

 

 

 

 

I recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue Cosmo

 

28.09.2017. La mafia in Germania spiegata da Petra Reski.Petra Reski, giornalista e scrittrice esperta di mafia, in questi giorni è in Germania per presentare il suo nuovo libro "Bei aller Liebe" (Hoffmann und Campe). Ma non solo.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/a-tu-per-tu/petra-reski-120.html

 

La tentazione dei materiali. Dalla Bassa Reggiana la pedagogia innovativa per i più piccoli che conquista gli educatori tedeschi.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/pedagogia-bassa-reggiana-100.html

 

27.09.2017. La nuova Europa di Macron. Il presidente francese chiede nuove regole per l'Europa: un ministro delle Finanze, un budget europeo e un esercito comune. L'opinione di Beda Romano, giornalista del Sole 24 ore.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/macron-europa-100.html

 

L'AfD non è non un'alternativa per gli italiani. Come vedono gli italiani l'ingresso dell'Afd al Bundestag? Con poca preoccupazione, perché come dicono le voci nel servizio, il voto AfD è un voto di protesta.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/italiani-afd-100.html

 

Viaggio a Predappio. Approvata alla Camera la legge che introduce il reato di propaganda nazifascista. Banditi gadgets mussoliniani e vietato il saluto romano. Viaggio nella città che ha fatto del duce un vero e proprio business.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/predappio-gadget-mussolini-100.html

 

26.09.2017. La difficile rotta verso la Giamaica

Su ambiente e politica finanziaria, i Liberali e i Grünen sono molto distanti. Angela Merkel dovrà usare tutte le sue doti di mediazione per arrivare a una coalizione di governo Giamaica, l'unica possibile. Per lo storico Gian Enrico Rusconi alla fine vincerà la realpolitik.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/giamaica-coalizione-100.html

 

25.09.2017. Una cancelliera ridimensionata

Snelliti i partiti popolari, ingresso dell'AfD, il Bundestag uscito dalle urne è composto da sette partiti. Con la Spd all'opposizione, la coalizione possibile con i Grüne e i liberali è tutt'altro che scontata. Le reazioni della rete al voto e ai suoi protagonisti.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/voto-tedesco-analisi-reazioni-100.html

 

I timori di Roma e Bruxelles

Il voto tedesco risveglia la paura dei populismi, ma si temono anche posizioni più intransigenti della Germania sui temi economici e finanziari

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/reazioni-europa-voto-102.html

 

22.09.2017. Le politiche sociali

Domenica 24 settembre i tedeschi sono chiamati alle urne per eleggere i nuovi membri del Bundestag, il parlamento federale. Con Giulio Galoppo diamo uno sguardo alle politiche sociali dei partiti.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/campagna-elettorale-politiche-sociali-100.html

 

Tre metri sotto il Muro

La rocambolesca storia del Tunnel 29, scavato sotto la Bernauer Strasse di Berlino per iniziativa di due italiani, è solo uno dei tanti luoghi presentati nella "Guida alla Berlino ribelle". Ce ne parla Roberto Sassi.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/a-tu-per-tu/tre-metri-sotto-muro-100.html

 

Ogni giovedì. Appuntamenti

Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-202.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati

I commenti sportivi di Agnese Franceschini

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/index.html

 

21.09.2017. Lontani da Madrid

Madrid ha scelto il pugno di ferro: sequestrate a Barcellona quasi 10 milioni di schede per il referendum sull'indipendenza della Catalogna. Ne abbiamo parlato con Steven Forti, docente di storia contemporanea.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/catalogna-100.html

 

L’infanzia rubata

A Palermo esplode il caso delle spose bambine. Ragazzine di origine straniera, ma nate e cresciute in Italia, vengono promesse in sposa a uomini molto più grandi di loro e spariscono nel nulla. Ne parliamo con Antonella Monastra.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/spose-bambine-100.html

 

20.09.2017. Come in un giallo. 34 anni dopo la scomparsa di Emanuela Orlandi, spuntano documenti dal contenuto clamoroso. Emiliano Fittipaldi ne parla nel suo nuovo libro “Gli impostori. Inchiesta sul potere”.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/emanuela-orlandi-100.html

 

Italia-Germania: 1:1. La birra artigianale italiana sta conquistando Berlino. La storia di un locale diverso, dove i clienti, oltre che per la birra e i panini, vanno anche per sentirsi un po' a casa.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/birra-berlino-100.html

 

19.09.2017. Un nuovo inquilino al Consolato. La Germania è la sua settima tappa estera. Pierluigi Giovanni Ferraro ha cominciato da pochi giorni la sua nuova avventura da Console generale d’Italia a Colonia.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/console-pierluigi-ferraro-100.html

 

Il cardiochirurgo Simone Speggiorin

Lavora con il cuore. Il cardiochirurgo di origine italiana che ha fatto carriera nel Regno Unito aiuta i bambini con malformazioni cardiache.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/terramia/simone-speggiorin-100.html

 

Ötzi Superstar. Esce il 30 novembre nelle sale cinematografiche tedesche il film “Der Mann aus dem Eis”, la storia degli ultimi cinque giorni di vita di Ötzi.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/oetzi-104.html

 

18.09.2017. Torno al Sud. Sempre più persone tornano a vivere nei paesi del Sud, aprono startup, piccole aziende, sono soprattutto donne.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/donne-sud-100.html

 

Tipico italiano

“Was ist Italienisch?” è il titolo del numero di settembre della rivista ADESSO. L’iniziativa della casa editrice Spotlight che si occupa della didattica delle lingue straniere riguarda anche l’identità francese, inglese, spagnola e tedesca.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/adesso-tipico-italiano-100.html

 

15.09.2017. Lotta al terrorismo. È forse il tema più sentito dai cittadini. Tutti i partiti d'accordo su un maggior sostegno alle forze di polizia. Divergenze invece sui compiti. A fare il punto è Cristina Giordano.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/campagna-elettorale-tema-sicurezza-100.html

 

Volti e storie a Colonia. Rosario Lo Cicero ha raccolto per il suo blog racconti di italiani arrivati da poco in Germania e storie di italiani nati e cresciuti qui. Le storie diventano una mostra, che il curatore ci presenta.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/a-tu-per-tu/coloniomagazine-100.html

 

Ogni giovedì. Appuntamenti

Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-200.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati

I commenti sportivi di Agnese Franceschini

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/index.html RC/De.it.press

 

 

 

 

Bremen. Addiopizzo, una dei tre vincitori del Peace Award Brema 2017

 

Palermo - Addiopizzo, organizzazione nata per promuovere una cultura della legalità, nata per farsi portavoce di una “rivoluzione culturale” contro la mafia, è stata scelta dalla giuria della Fondazione Schwelle di Brema come una dei tre vincitori del Peace Award Brema 2017.

Con questo premio, la Fondazione Schwelle sostiene individui e organizzazioni che si distinguono nel loro lavoro a favore della pace, della giustizia e dell’integrità dell’ambiente. L’obiettivo del premio è di rendere visibili modelli positivi che sono ancora rimasti ignoti al grande pubblico.

Addiopizzo, in particolare, ha vinto nella categoria “Iniziative incoraggianti”. Gli altri due premi sono stati assegnati a Junior Nzita (Congo) e Pauline Tangiora (Nuova Zelanda). Il premio in denaro consiste in 5000 euro per ogni categoria.

Due rappresentanti di Addiopizzo parteciperanno alla cerimonia di premiazione che si terrà nel Municipio di Brema il 17 novembre prossimo. dip 

 

 

 

 

Monaco di Baviera. Mai pensato alla chiusura del Consolato o alla vendita dell’IIC

 

Della Vedova risponde all’interrogazione Di Biagio (Ap- Ce) sul piano di razionalizzazione relativo alle sedi del consolato generale e dell’Istituto italiano di cultura di Monaco di Baviera

 

Roma- E’ stata discussa nell’Aula del Senato l’interrogazione del deputato Aldo Di Biagio (Ap- Ce), eletto nella ripartizione Europa, sul piano di razionalizzazione relativo alle sedi del consolato generale e dell’Istituto italiano di cultura di Monaco di Baviera. Nell’interrogazione si chiedeva di sapere “quali siano le risultanze a cui è giunta l’analisi del rapporto tra i benefici e i costi dell’operazione correlata alla dismissione degli immobili, e se in essa si sia tenuto conto di tutte le variabili; se non si ritenga opportuno rivedere l’attuale programma di dismissione in ragione degli eventuali paradossi in termini di impatto sull’erario, che siffatto piano potrebbe determinare”. “Qualora si intendesse comunque proseguire con il programma di dismissione immobiliare – continua l’interrogazione - si chiede in che modo si intenda salvaguardare la rilevanza, l’operatività ed il prosieguo delle attività della rappresentanza diplomatico-consolare e culturale italiana a Monaco di Baviera, nonché il valore di questa rappresentanza per la comunità italiana che, si ricorda, ha tra le altre cose finanziato e donato la struttura dell’istituto italiano di cultura, e se, a tal riguardo, si sia inteso già individuare una soluzione atta a rendere praticabile questa salvaguardia, individuando un eventuale progetto alternativo di ricollocazione delle rappresentanze, al fine anche di ‘risarcire’ in un certo senso le comunità di quanto investito, non solo in termini economici, ma anche e soprattutto in termini di operatività, iniziative e potenzialità”. Chiesti in questo ambito anche quali siano “i criteri perseguiti per l’individuazione della sede di rappresentanza diplomatica da ‘razionalizzare’ e, nello specifico, quali sarebbero stati gli elementi presi a riferimento che abbiano legittimato l’esigenza, apparentemente inderogabile, di procedere con la dismissione di beni immobili di pregio e particolarmente funzionali alle esigenze della rappresentanza”.

 “Razionalizzare le proprietà immobiliari dello Stato all’estero – ha in primo luogo ricordato nella sua risposta il sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova - è una priorità che la legge ha assegnato alla Farnesina e che comporta obiettivi impegnativi, che coinvolgono il Maeci nel raggiungimento dei previsti saldi di finanza pubblica e nella riduzione del debito e impongono necessariamente una revisione della politica sugli immobili demaniali. Dapprima, la legge di stabilità del 2016 ha stabilito che il Maeci versi all’entrata del bilancio dello Stato 20 milioni di euro per il 2016 e 10 per il 2017 e il 2018 tramite operazioni di dismissioni immobiliari di beni non più utili per le finalità istituzionali. Successivamente, la legge di bilancio 2017 ha incrementato tali cifre, stabilendo che il Maeci dovrà conseguire dalle dismissioni immobiliari proventi per 26 milioni di euro per ciascuno degli anni 2017 e 2018, mentre per il 2019 è stato inserito un target di 16 milioni di euro. Con le medesime disposizioni, la legge ha altresì previsto che, in caso di mancato raggiungimento dei suddetti obiettivi, siano decurtati i fondi per un ammontare corrispondente destinati all’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo. Poiché a nessuno sfugge l'importanza che l’attività di cooperazione ha per la politica di questo Ministero, si comprende come la dismissione del patrimonio immobiliare abbia conseguenze ben più ampie di quanto si possa immaginare”.

“Per quanto riguarda alla situazione particolare a Monaco di Baviera, - ha proseguito il sottosegretario - tengo innanzi tutto a sottolineare, come non sia mai stata presa in considerazione una limitazione delle attività del consolato generale né tanto meno una sua chiusura. Non sarebbe del resto possibile in considerazione della grande collettività italiana ivi residente e dell’importanza della città di Monaco di Baviera e del Land, la Baviera in generale, non solo nel contesto tedesco, ma anche in ambito europeo. Altra cosa è lo stabile che ospita il consolato generale: occorre prendere atto che non è totalmente funzionale alle attività istituzionali, a causa delle sue condizioni e della necessità di interventi strutturali. Per tale ragione, nel 2015 è stata esplorata la possibilità, con avviso pubblico, di permuta con conguaglio, ma la procedura è stata temporaneamente accantonata, non avendo prodotto i risultati sperati. Si continua tuttavia a ritenere – ha continuato Della Vedova - che sia nell’interesse pubblico procedere all’alienazione dell’immobile, tenuto conto del valore di mercato dello stabile e delle necessità istituzionali. Vorrei rassicurare sul fatto che un’eventuale vendita sarà comunque subordinata alla preventiva individuazione di locali idonei, altrettanto o più funzionali, dove ricollocare le strutture. Nella scelta del nuovo edificio si terrà inoltre conto di aspetti importanti come la centralità della sede, la sua accessibilità al pubblico, le garanzie di sicurezza sul lavoro e gli standard di efficienza energetica”. Quanto alla convenienza dell’operazione immobiliare il sottosegretario ha precisato come per la perizia dell’immobile “si sia provveduto secondo quanto previsto dalla legge n. 183 del 2011, avvalendosi di expertise locale in condizioni di indipendenza e assenza di interesse. Allo stesso modo, - ha aggiunto - in caso di acquisto, si procederebbe per valutare l’investimento su un nuovo immobile per i servizi consolari, tenendo conto delle specificità locali. Ogni ipotesi di alienazione o di permuta dell’edificio ha tenuto e terrà conto delle opzioni di mercato, della necessità di interventi di investimento e del valore dell’immobile. Non si ravvisa, quindi, possibilità alcuna di danno all’erario, ma solo benefici, sia in termini di allocazione più funzionale e moderna degli uffici, sia di possibile entrata al bilancio dello Stato. Per quanto riguarda l’immobile di Monaco di Baviera attualmente libero, - ha continuato Della Vedova - dopo un’asta del 2016 andata deserta, si è svolta una procedura per manifestare interesse all’acquisto, i cui atti erano consultabili sulla sezione ‘Amministrazione trasparente’ del sito istituzionale della Farnesina. La procedura per manifestazione di interesse ha avuto esito negativo. È stato, quindi, indicato alla sede di dare la massima pubblicità alla vendita per poi procedere a trattativa privata. Da allora risultano pervenute e sono state esaminate dalla sede alcune offerte di acquisto presentate da potenziali acquirenti in linea con il parametro indicato dalla stima di valore aggiornata al 2016, dell’importo di 2.150.000 euro. Sono in corso gli accertamenti di rito giuridici e finanziari per verificare la capacità dei potenziali acquirenti a contrarre senza impedimenti. La sede sta quindi procedendo con la predisposizione di una bozza di atto di compravendita da sottoporre alla verifica finale dell’Amministrazione, non appena completati gli adempimenti necessari”. Il sottosegretario ha concluso il suo intervento sottolineando come la notizia di una possibile vendita dell’edificio che ospita l’Istituto italiano di cultura di Monaco di Baviera sia infondata. “Non vi è alcuna istruzione della Farnesina in tal senso, - ha precisato Della Vedova - tanto più che la manifestazione di interesse ad acquistare l’immobile dell’Istituto, esternata da parte di un soggetto privato locale, non è stata presa in considerazione”.

“Estrapolare le sorti immobiliari del consolato di Monaco dall’intero scenario di criticità operative e amministrative che condizionano la nostra rappresentanza in Germania, significa sottovalutare il problema rimandandolo al noto e ciclico richiamo alla razionalizzazione sancito per legge, che sembra omettere però che alla base di questi progetti esistano scelte discrezionali di cui non si capisce mai la ratio”  ha affermato il senatore Aldo Di Biagio (Ap- Ce) commentando la risposta del governo sulla possibile dismissione della struttura consolare di Monaco. “Il Governo – ha aggiunto Di Biagio - ci ha ricordato le ragioni legislative che legittimano l’eventuale dismissione di immobili all’estero,  ma non ci ha spiegato il perche questi non sarebbero più funzionali ed in che modo la dismissione andrebbe a condizionare il potenziale in loco delle nostre rappresentanze. E’ stata confermata la volontà di vendere la struttura di Monaco per individuarne una altra più funzionale, ma resta il dubbio che di fondo ci sia solo la volontà di far cassa. Infatti – prosegue Di Biagio - i parametri ed i calcoli che noi abbiamo effettuato, con le comunità e gli organismi di rappresentanza, propendono per un’assoluta anti-economicità di una dismissione immobiliare, non presa come una operazione a sé stante, ma collocata in uno scenario di sofferenza operativa di Monaco, dove la mole di lavoro ed il ridimensionato numero di impiegati rappresenta un dato incontrovertibile. Su questo – conclude Di Biagio - si auspica un confronto ampio e costante con le comunità locali, per individuare soluzioni effettivamente orientate alla tutela della corretta erogazione dei servizi consolari”. (Inform 22)

 

 

 

 

Di Biagio replica al riscontro del sottosegretario Della Vedova alla sua interrogazione

 

Signor Presidente, ringrazio il sottosegretario Della Vedova per la relazione su un tema che raramente è oggetto di confronto parlamentare, malgrado il numero di atti presentati sia da me che dal senatore Micheloni.

Potremmo definirlo il «paradosso di Monaco»; vale a dire la scelta di dismettere le strutture di rappresentanza, rimodulandone le potenzialità in un momento storico-sociale in cui la domanda di servizi cresce in maniera esponenziale, anche in virtù - lei l'ha segnalato molto bene - degli esiti della Brexit. Sarebbe, però, opportuno porre l'accento sulle altre criticità funzionali del consolato di Monaco che facevano parte della mia ben più articolata interrogazione, che si collocano oltre la dismissione e rendono ancora più complessa l'ipotesi di intervento immobiliare sulla rappresentanza. La chiusura nel 2014 dello sportello di Norimberga, che serviva circa 32.000 connazionali, ha condotto all'assorbimento del bacino di utenza da parte di Monaco, presso la cui struttura però è stata anche operata una riduzione del personale. Questi elementi sono stati segnalati più volte nel corso degli anni, tanto da condurre il sottoscritto insieme ad altri, come il collega Micheloni, a suggerire l'individuazione di un interlocutore consolare nelle città satelliti di Monaco, in primis Norimberga, dove tra l'altro esiste una struttura a uso gratuito per eventuali installazioni, al fine di alleggerire la mole di lavoro di Monaco e agevolare le migliaia di cittadini che da Norimberga e zone limitrofe sono costretti a dirigersi a Monaco, percorrendo anche 300 chilometri, per un semplice rinnovo di passaporto. Risulta, inoltre, che al momento sia di circa sei mesi il tempo di attesa per un rinnovo passaporto. Certamente leggendo gli annuari statistici della Farnesina emerge una riduzione dei servizi resi dal consolato, quasi si trattasse di una domanda che si riduce. Si omette, invece, che il ridimensionamento è correlato alla riduzione di unità di personale, che ridotto opera sicuramente in misura minore.

Perciò vincolare le ragioni della razionalizzazione a quelle del ridotto numero di servizi consolari appare come un falso amministrativo. Il fatto stesso che sui territori oggetto di razionalizzazione consolare vengano poi favorite altre forme di rappresentanza, come consolati onorari e patronati, evidenzia come l'amministrazione sia consapevole del vuoto che le chiusure consolari stanno determinando.

Il lavoro svolto dai patronati merita certamente rispetto e attenzione quale consolidata interfaccia tra cittadini oltre confine e istituzioni in sede, come l'INPS, ma è cosa ben diversa da quello a cui stiamo assistendo oggi, vale a dire la tendenza a demandare al patronato attività finora di esclusiva competenza delle autorità diplomatiche e consolari, come la gestione del rilascio dei passaporti. Questa crescita esponenziale di patronati nei territori stranieri sembra ratificare una delegittimazione del ruolo di garanzia svolto dallo Stato in ambiti delicati come l'assistenza ai nostri connazionali, attraverso l'attivazione di una delega - dalla opaca legittimità normativa - in capo ad un soggetto privato, nel momento esatto in cui lo Stato stesso ritiene di non poter avere gli strumenti per portare avanti quel ruolo.

Una struttura privata non può e non deve essere una diretta emanazione dello Stato italiano, in totale deroga rispetto a quanto sancito dalla norma, poiché comporterebbe una violazione dei dettami di garanzia e trasparenza che soltanto l'istituzione nazionale può garantire.

Un' ulteriore riflessione va fatta in riferimento al ruolo del console onorario che però, in ragione del carattere volontario dell'incarico e delle limitazioni di carattere normativo, non può sostituirsi ad un servizio consolare, soprattutto quando il bacino di utenza tanto vasto.

Ricordo che il numero dei nostri connazionali che si presentano mediamente al ricevimento del consolato onorario si attesta sulle 40 unità nel periodo invernale per raggiungere le 80 unità nella stagione estiva. Parliamo dunque di un carico di lavoro che non può essere sostenuto su base volontaria e che non si può lasciare nelle mani di un profilo che non ne detiene la legittimità e le competenze adeguate.

Inoltre, l'amministrazione ha più volte fornito rassicurazioni circa la volontà di garantire la permanenza della struttura consolare nell'attuale immobile, ma di contro le voci di continue perizie di valore nel corso degli ultimi 3 anni, unitamente alle voci di una decisione di trovare un immobile più piccolo, sono elemento di insicurezza per i connazionali.

Signor Sottosegretario, malgrado le evidenze da lei segnalate, si fatica a capire la traccia dell'analisi costo-beneficio sottesa a tali progetti, e se ve ne sia qualcuna alla base delle operazioni di razionalizzazione attuate al momento in Germania. L'ultimo capitolo va rintracciato nella sospensione dell'esperimento del funzionario itinerante a Norimberga, riconducibile, tra le altre cose, alla limitata disponibilità di personale da dirigere in sede da parte della struttura di Monaco, già in evidente sofferenza.

Tutto questo per dire che i parametri ed i calcoli che noi abbiamo effettuato con le comunità e gli organismi di rappresentanza propendono per un'assoluta antieconomicità di una dismissione immobiliare, non presa come una operazione a sé stante, ma estrapolata dal descritto scenario, in quanto atto conclusivo di un progetto poco funzionale. Su questo si auspica un confronto ampio e costante con le comunità locali, per individuare soluzioni effettivamente orientate alla tutela della corretta erogazione dei servizi consolari, al momento fortemente compromessa.

L'invito al dialogo e al mutuo confronto rappresenta la priorità. Sono certo che lei, signor Sottosegretario, con la sua sensibilità potrà dare un valido contributo.

Sen. Aldo Di Biagio, de.it.press 21

 

 

 

 

Francoforte. Brillante (Europa Liste) sul risultato del voto tedesco

 

Francoforte - “Il risultato elettorale delle recenti elezioni per il parlamento tedesco è preoccupante. Per la prima volta in Germania un partito altamente razzista e xenofobo ha ottenuto un risultato a due cifre. Nelle regioni della ex Repubblica Democratica si è attestato addirittura davanti alla SPD e secondo solo alla CDU”. All’indomani del voto politico in Germania, Luigi Brillante, consigliere comunale a Francoforte eletto con “Europa Liste”, commenta i risultati delle urne.

“La grande coalizione “Große Koalition” è stata punita dagli elettori con un calo dei consensi del 14%. La SPD è ai minimi storici. Ma non ci dimentichiamo che la decadenza della SPD è dovuta proprio alla sua politica devastante degli ultimi anni”, annota Brillante. “Sono stati loro ad imporre le riforme sociali (Hartz IV) che hanno causato tanta ingiustizia e malcontento tra la popolazione”.

Per Brillante, “le riforme dell’allora cancelliere della SPD Schröder erano necessarie, visto che dopo l’unificazione delle due Germanie i disoccupati avevano superato la soglia dei 5 milioni. Ma avrebbero dovuto essere introdotte con più sensibilità. Invece si passò drasticamente da un paese della “cuccagna” a una situazione che in molti casi si dimostrò altamente ingiusta. Prima delle riforme – ricorda – un disoccupato aveva diritto vita natural durante al sussidio di disoccupazione e spesso non veniva neanche “molestato” dalla burocrazia degli uffici di collocamento. Con le riforme Schröder, meglio note come “Hartz IV”, questa prestazione fu eliminata e il diritto all’indennizzo di disoccupazione fu limitato ad un anno. I disoccupati vennero equiparati ai bisognosi, cioè quelle persone che non avevano diritto al sussidio di disoccupazione bensì al minimo vitale. Mentre però il sussidio era calcolato in base all’ultimo stipendio percepito il minimo vitale copre solo il fabbisogno minimo di sopravvivenza. Prima di aver diritto al minimo vitale ogni persona deve prima utilizzare i propri risparmi. Così una persona che perde involontariamente il posto di lavoro dopo decenni di occupazione deve consumare prima tutti i suoi risparmi per poi avere diritto al minimo vitale e finire alla fine nello stesso stato di colui che magari non ha mai lavorato. Questo – ribadisce – è stato sicuramente uno dei malcontenti più grossi che alla fine ha fatto perdere tanti consensi alla SPD”.

“Lo sviluppo degli ultimi anni della Germania – continua Brillante – si basa sui “Minijob”, sui lavori precari e sugli stipendi da fame. Aumentano sempre di più coloro che pur lavorando per sopravvivere e sfamare la famiglia hanno bisogno del sussidio sociale del comune. La SPD ha permesso e acconsentito che le pensioni diventassero sempre più basse. In seguito a questa politica fra 15-20 anni avremo una fascia enorme di pensionati poveri e quindi dipendenti dal sussidio comunale nonostante abbiano lavorato tutta la vita. Per questo gli slogan elettorali della SPD come “è ora di avere più giustizia” (Zeit für mehr Gerechtigkeit) sono andati a vuoto. L’opposizione parlamentare servirà alla SPD sicuramente ad analizzare gli sbagli ed a tornare alla politica della sua origine, cioè la difesa dei diritti dei lavoratori”.

“Il razzismo e la xenofobia, fenomeno che sta dilagando in molti paesi europei, continua ad aumentare anche in Germania specialmente fra le fasce sociali più deboli e con un livello di istruzione bassa”, scrive ancora Brillante. “Questi sono gli elettori di movimenti politici come la AFD. Ma questo lo dobbiamo in primo luogo alla politica devastante e arrogante dell’Occidente. Voglio solo ricordare, senza poter approfondire in queste righe, lo sfruttamento perenne, che ancora perdura, degli Stati e le popolazioni africane e la destabilizzazione del Medio Oriente. Se i siriani, gli afgani e gli iracheni fuggono in massa lo dobbiamo alla nostra politica. Se gli africani scappano dalla fame e vengono in Europa, rischiando la propria vita, dove poi sono ben accolti dalle economie locali e sfruttati, lo dobbiamo anche alla nostra politica economica. Timidamente – conclude – i politici occidentali incominciano a dire “Dobbiamo combattere i motivi per cui i rifugiati scappano dai loro Paesi; allora non posso che affermare “Buona fortuna””. (aise 26) 

 

 

 

 

Merkel: "Coalizione con Verdi e Fdp"

 

La Germania ha bisogno di un governo "stabile e duraturo". Lo ha dichiarato in conferenza stampa Angela Merkel annunciando la coalizione con Verdi e Fdp. Una coalizione sulla quale si è detta "molto ottimista": "Ci sono dei colloqui in corso, non faccio anticipazioni, ma avranno successo. La nostra principale responsabilità è garantire un governo stabile".

I Cristiano democratici hanno perso un milione di voti a favore del partito di destra Afd, ha sottolineato Merkel che si è detta intenzionata a riconquistare quei voti "attraverso una buona politica". "Tutto ciò che preoccupa i cittadini tedeschi merita la nostra attenzione - ha aggiunto riguardo ai motivi del calo di consensi del suo partito - Prendiamo atto del malcontento".

Poi ha parlato del futuro governo di coalizione: "Perseguiremo una politica europeista. L'Europa sarà tema centrale dei colloqui" tra i futuri partner di governo.

Quanto all'immigrazione, "non torno indietro sulle decisioni prese nel 2015" ha scandito la cancelliera - La nostra politica sull'immigrazione deve essere ottimizzata e questo sarà compito del nuovo governo".

 

Merkel ha confermato che resterà in carica per i 4 anni dell'intero mandato e - rispondendo a una domanda in conferenza stampa - ha escluso nuove elezioni nonostante la battuta d'arresto del suo partito, incassata nelle elezioni di ieri: "Abbiamo un chiaro mandato per formare un governo. Chiunque speculi su nuove elezioni dimostra disprezzo per il voto degli elettori".

"Sono davvero grata a coloro che in questa parte del Paese mi sono rimasti fedeli. Non abbiamo dimenticato questa regione" ha detto ancora, parlando dei Laender orientali della Germania.

Quanto ai problemi internazionali che il Paese si trova ad affrontare, Merkel ha affermato: "Il nostro obiettivo è un euro stabile, la sicurezza ai confini europei, la partnership con l'Africa. Questa stabilità darà anche sicurezza ai territori della parte orientale". Adnkronos 25

 

 

 

 

Cento deputati d’estrema destra? L’ombra sul Parlamento tedesco

 

Il partito xenofobo Alternative für Deutschland supera il 10% nei sondaggi alla vigilia delle elezioni. La trasformazione di una forza politica che nel 2015 sembrava già finita - di Paolo Valentino, inviato a Monaco di Baviera

 

Ci sono soltanto due certezze nelle elezioni federali di domani in Germania. E paradossalmente sono l’una diretta conseguenza dell’altra. La prima, scontata, è che Angela Merkel condurrà la sua Cdu alla quarta vittoria e sarà nuovamente cancelliera. L’altra è che AfD, Alternative fuer Deutschland, il partito di estrema destra, xenofobo e in odore di filo-nazismo, farà il suo ingresso al Bundestag, il Parlamento federale. Non sarà la prima volta, a differenza di quanto è stato detto in questi giorni. Come spiegava ieri Kurt Kieser sulla Sueddeutsche Zeitung, già agli esordi della Repubblica, nel 1949, 1953 e 1957, il colpo riuscì per ben tre volte alla Deutsche Partei, forza politica dell’ultradestra con legami negli ambienti degli ex nazisti, che il cancelliere Adenauer non ebbe problemi ad accettare addirittura come partner nella coalizione di governo. Nel 1953, un altro partito della destra radicale, la BHE, che si rivolgeva ai profughi tedeschi cacciati dai territori dell’Est, entrò al Bundestag, sempre sotto Adenauer, e piazzò un ministro che da studente aveva partecipato al fallito putsch di Hitler del 1923.

Prima forza di opposizione

Ciò che è nuovo nel caso di AfD sono in primo luogo le dimensioni del successo elettorale, che a meno di un clamoroso abbaglio sondaggi e analisti le predicono: potrebbero essere tra 70 e 80, alcuni suggeriscono addirittura 100 i deputati di estrema destra nella nuova Camera bassa, su un totale che grazie ai cosiddetti mandati in eccesso potrebbe superare 650. Il che significherebbe disporre di un apparato di quasi 400 persone, un bilancio di almeno 30 milioni di euro, una vicepresidenza, una presenza costante nelle emittenti pubbliche. Di più, se Angela Merkel dovesse nuovamente ritrovarsi alla guida di una Grosse Koalition con la Spd, allora AfD potrebbe essere la prima forza di opposizione e quindi aver diritto alla presidenza della potente commissione per il Bilancio.

I «nemici della Costituzione»

Ma non è solo una questione di numeri. «Germania, stai attenta!», ha titolato giovedì a tutta pagina il solitamente compassato settimanale Die Zeit, un editoriale a firma del suo direttore Giovanni Di Lorenzo, secondo il quale l’elezione di domani potrebbe rivelarsi una frattura nella storia tedesca, «nel caso migliore un nuovo inizio, nel peggiore una minaccia per la democrazia». Le parole vengono pesate una per una, ma il giudizio è condiviso: «AfD contesta i fondamentali della democrazia federale, mobilita i nemici della Costituzione, rimette in discussione l’identità della Germania e le sue scelte di fondo, come l’Europa, l’economia sociale di mercato, l’apertura verso il mondo», dice preoccupato un ex collaboratore della cancelliera. E aggiunge: «Se non ci fosse la coscienza della nostra storia, largamente diffusa nel popolo tedesco, a far da deterrente, AfD oggi sarebbe già al 25 per cento».

La mutazione antropologica di AfD

Che la resurrezione annunciata di AfD, nata quattro anni fa come movimento anti euro e considerata finita già nel 2015, sia direttamente collegata al successo della cancelliera, è uno dei paradossi di questa elezione. «Non c’è dubbio che la politica centrista della Merkel, soprattutto la sua scelta di accogliere i rifugiati, abbia creato spazio politico sulla destra della Cdu-Csu — ammette il nostro interlocutore —, ma AfD ha avuto anche una mutazione antropologica: all’inizio era in buona parte la Cdu orfana di Kohl e scontenta di Angela Merkel, c’erano intellettuali, imprenditori. Ora è qualcosa di diverso e molto inquietante».

La classe dirigente

I futuri deputati di AfD, le loro biografie ed esternazioni suonano piena conferma di un veleno sottile e insidioso, che l’ultradestra instilla nella conversazione politica tedesca, rendendo salonfaehig, presentabile, ciò che prima era tabù. Gente come il giudice di Dresda Jens Maier, 55 anni, mai stanco di castigare «il culto della colpa dei tedeschi» o la «produzione di popoli meticci». O come Wilhelm von Gottberg, 77 anni, candidato in Bassa Sassonia, che liquida l’Olocausto come «l’efficace strumento per criminalizzare i tedeschi». Poi c’è l’hooligan Sebastian Muenzenmaier, 28 anni, indagato per lesioni gravi dopo aver guidato una banda di ultras del Kaiserlautern all’assalto di un bus di tifosi del Mainz, pieno di donne e bambini. Su tutti, spicca il co-leader del partito, l’ineffabile Alexander Gauland, che ai primi di settembre ha rivendicato (sic) «il diritto di essere fieri delle imprese dei soldati tedeschi in due guerre mondiali». È lui che, sul modello di Trump con Hillary Clinton, promette di creare una commissione di inchiesta sulla politica illegale di Angela Merkel verso i rifugiati. CdS 23

 

 

 

 

Perchè in Germania non è successo (quasi) niente di nuovo

 

Bruxelles - “La cancelliera Angela Merkel nel suo primo mandato nel 2005 governò con i socialdemocratici. Che furono fagocitati dall’alleanza e persero le elezioni successive. Al secondo mandato nel 2009 governò con i liberali. Che furono fagocitati dall’alleanza e persero le elezioni successive. Al terzo mandato nel 2013 fece ancora un’alleanza con l’Spd, che è stata fagocitata alle elezioni successive. Secondo calcoli eseguiti da esperti tedeschi, dalla sua prima elezione a quella di domenica scorsa la Cdu/Csu ha perso tra l’1,2 e il 2,3 per cento (il calcolo è variabile a seconda che si contino i collegi, i voti di partito o i seggi in Parlamento), in 12 anni. Quasi niente, nonostante alti e bassi (più della Csu che della Cdu)”. Questo il commento delle elezioni tedesche che Lorenzo Robustelli ha affidato alle pagine di “Eunews”, quotidiano online che dirige a Bruxelles.

“In Germania è entrato in parlamento un partito di estrema destra, l’Afd, che ha conquistato un po’ meno del 13 per cento dei voti. Il che vuol dire che oltre l’87 per cento dei tedeschi ha votato per i partiti tradizionali.

I partiti tradizionali, con qualche riserva sui liberali, sono tutti schiettamente europeisti, il che porta i partiti schiettamente europeisti ad essere oltre il 75 per cento del totale rappresentato in Parlamento.

Dunque cosa c’è di nuovo? Perché, soprattutto in Italia, si presenta la situazione come se ci fosse un novello Hitler alle porte del Bundestag? Di nuovo c’è molto, ma non quello che si racconta.

È vero, un partito di estrema destra, con forti venature neo-naziste, è entrato in Parlamento per la prima volta, e questo, anche perché si parla di Germania, preoccupa molti. Però la Germania è un Paese europeo, non è fuori dal mondo: i fenomeni che percorrono l’Unione non le sono estranei. Se in altri Paesi però nuove e meno nuove forze di estrema destra sostengono i governi, o in qualche caso ci sono dentro, o competono per la presidenza della repubblica, come in Francia, in Germania, per ora, sono una netta minoranza, non in grado di influenzare le politiche del governo, a meno che esso stesso non voglia farsi influenzare.

Come qualche osservatore più acuto ha spiegato il problema per un prossimo governo, potrebbe essere la presenza dei liberali, rimasti fuori per la prima volta dal Parlamento nel 2013 ed ora rientrati alla grande. Loro sì sono una forza che ha molte riserve sull’integrazione europea, e che se entrasse al governo potrebbe esercitare un’azione di freno considerevole. Lì sta il problema, che probabilmente, se l’Spd confermerà il suo abbandono della Grande Coalizione, imporrà politiche molto complesse, un po’ schizoidi forse, al nuovo governo di Merkel, che dovrà allearsi anche con i Verdi per avere una maggioranza.

Certo, vuol dire che in Germania c’è stato uno spostamento verso una destra anche più radicale della Csu bavarese, e dunque le politiche del governo non potranno che trarne le conseguenze. Ma stiamo parlando di forze democratiche, storiche nel panorama tedesco, non assimilabili a movimenti “populisti” (che poi anche questo termine andrebbe usato con più prudenza e specificità) o di destra estrema o ancora “vicine ai neo-nazisti””. (aise 29) 

 

 

 

 

Mario Giro: “Scontro pericoloso per l’Europa”

 

ROMA - La Spagna non sta abusando di una posizione di forza nella contrapposizione con le autorità catalane. Però la radicalizzazione dello scontro può divenire pericolosa per tutta l'Europa e bisogna guardare agli esempi virtuosi, come il Belgio. Di questo è convinto il viceministro agli Esteri Mario Giro. «La generalitat catalana - spiega Giro - ha scelto la prova di forza. Il governo di Madrid ha risposto con strumenti legali e costituzionali. Come scrive el Pais, non c’è stata aggressione di polizia a Barcellona ma l'applicazione della legge su indicazioni della magistratura. La Guardia Civil è intervenuta sempre nel quadro della legalità legittima di uno dei poteri dello Stato».

Le autorità catalane denunciano un atteggiamento totalitario.

«Dobbiamo ricordare che da questo punto di vista Madrid ha dalla sua la legge e la costituzione. Votare è un diritto democratico ma nel quadro di regole democratiche. Altrimenti avrebbero ragione i tanti regimi autoritari dove si vota ma il resto delle regole democratiche non esiste. Il voto democratico non è un plebiscito. Soprattutto quando voterebbe solo una parte della popolazione».

Sarebbe, quindi, questo voto un vulnus alla democrazia...

«Le cosiddette illiberal democracies sono regimi nei quali del complesso quadro di regole della democrazia resta solo il voto. Da questo punto di vista dunque il governo spagnolo si sta comportando come chi fa rispettare la legalità costituzionale. Sotto tale aspetto non c’è nessuna forzatura».

Nonostante questo, una situazione di tale tensione non fa fare nessun passo avanti.

«Infatti permane tuttavia il problema politico di fondo: il contenzioso con Barcellona, che sta montando da troppo tempo, corrode la qualità del dialogo nazionale e avvelena la vita pubblica. Troppo tardi ci si rende conto, soprattutto in Europa, che in Spagna le relazioni con la Catalogna si sono progressivamente incanalate in un vicolo cieco. Ora si rischia di rimanere ostaggi non della popolazione catalana ma dei soli estremisti».

L'Europa ha le sue responsabilità nel degenerare della situazione?

«Non è colpa della Commissione europea: la sua posizione è nota da tempo. A Bruxelles spiegano da anni che non esiste nessuna "Europa delle regioni" fuori dal quadro costituzionale degli Stati membri. Ciò vale anche per altre situazioni (Scozia, ecc). È piuttosto responsabilità degli altri Stati stare vicini ad un membro così importante come la Spagna e non incoraggiare nessun radicalismo. Per Stati membri si intende sia i governi che le società civili».

Quali sono i rischi per il futuro?

«Ciò che stiamo osservando può diventare col tempo pericoloso per tutti. Va molto oltre la sottolineatura delle differenze culturali e linguistiche. Va anche oltre l'architettura delle autonomie. Forse è il caso di guardare all'esperienza positiva del Belgio degli ultimi quattro anni: dopo aver tante volte sfiorato il punto di non ritorno, si è trovato un equilibrio istituzionale nuovo e stabile. Così le emozioni e le passioni si sono stemperate e sono state ricondotte nell'alveo del dialogo democratico. È quello che ci auguriamo per la Spagna».

Il Secolo XIX del 22 settembre

 

 

 

 

La Giustizia italiana lenta e partigiana

 

Problema che andrebbe affrontato e risolto. L’assoluzione, dopo dieci anni, del Ministro Mastella. Lezione che forse sarà sottovalutata

 

  L’on. Mastella, titolare del Ministero della Giustizia del Governo Prodi, nel 2008 fu indagato, insieme alla moglie Sandra Lonardo e all’ex consuocero Carlo Camilleri, dal Tribunale di Napoli, per “associazione a delinquere”, avendo, secondo i magistrati, imposto al Presidente della Campania, Antonio Sassolino, la nomina di un amico all'Asi (Agenzia Spaziale Italiana) di Benevento, minacciando, in caso sfavorevole, la crisi politica della Regione tramite il ritiro di due assessori del suo partito.

  Il rinvio a giudizio, firmato da Maurizio Conte, Giudice dell’Udienza Preliminare, comportò le sue dimissioni da Ministro, pensando di essere indagato “perché sarei stato ‘il capo di un’associazione per delinquere chiamata Udeur, ovvero capo di un partito politico. Vengo rinviato a giudizio ma non mi viene addebitato nessun fatto specifico”. Un ritiro dall’Esecutivo, il suo, cui seguì la caduta del Governo, benché per altri motivi.

  Mastella era al corrente della tendenza sinistrorsa di molti magistrati ma, forse, non si rese conto che il motivo principale dell’indagine era il rifiuto della Magistratura della riforma dell'ordinamento giudiziario da lui proposta che, se approvata, avrebbe comportato modifiche in materia di "carriera" dei Giudici e dei Procuratori e di conseguenti valutazioni professionali, grazie alle quali la professionalità del magistrato non sarebbe stata “affermata per presunzioni e solo in occasione dei passaggi di qualifica troppo distanziati o di incarichi specifici”, bensì in base alle “specifiche capacità, doti ed attitudini richieste per l'esercizio delle diverse funzioni”. Disegno di legge poi archiviato.

  Il processo a carico dell’ex Ministro è durato 9 anni e si è recentemente concluso con l’assoluzione, in quanto inesistenti le accuse a suo carico. Il che dovrebbe far sperare in una modifica del sistema giudiziario, con una legge che protegga da quella politicizzazione dei Giudici che comporta notevoli problemi nonché danni all’Italia. Come riconosciuto dall’ex-deputato del Pd, Enrico Farinose, secondo il quale il rinvio a giudizio di Mastella causò “la caduta del Governo Prodi dopo nemmeno 2 anni di vita. Le successive elezioni anticipate riconsegnarono l’Italia al centro destra”. Commento che si conclude con una domanda: “E adesso a quei magistrati nessuno dice nulla?”.

  Giudici che, evidentemente, non sempre rispettano i diritti dei cittadini, allungando eccessivamente i tempi delle sentenze e mancando spesso di equità, soprattutto nell’ambito della giustizia penale che dovrebbe rispettare la libertà delle persone, la presunzione di innocenza, il diritto alla difesa ed evitare  la mortificazione dei processati. Come capitato a Mastella che ha dovuto aspettare 9 anni per riacquistare quel prestigio perso a causa dell’associazione a delinquere e della frode, reati considerati gravissimi per un uomo politico, ma inesistenti.

  Vicenda, la sua, tutt’altro che eccezionale per quanto riguarda l’infondatezza delle accuse e, soprattutto, i tempi della giustizia italiana sempre eccessivamente lunghi, quindi inaccettabili, in quanto comportano la perdita della reputazione e del rispetto degli indagati. Lentezze giudiziarie che dovrebbero essere ridotte al fine di non ledere i diritti dei cittadini. Ai quali, se assolti, dovrebbe essere riconosciuto un risarcimento pecuniario da parte di chi lo ha indagato e processato in base a presunzioni di colpevolezza. Indennizzo che, invece, è dato dallo Stato, quindi dai cittadini.

  Il che ha spinto Luigi Vimercati, sottosegretario alle Comunicazioni del secondo governo Prodi, a dire: “I magistrati che sbagliano non pagano mai. Anzi di solito fanno anche carriera! … È la regola. E la politica imbelle non ha il coraggio di cambiare la giustizia. A partire da noi, Pd”. Come afferma Claudio Cerasa, direttore del destrorso quotidiano Il Foglio, secondo il quale “non ci sarà mai una sinistra di Governo che potrà risultare credibile se non affronterà un tema che in tutti questi anni nessuno ha avuto il coraggio di affrontare fino in fondo”. Su Twitter, Gianni Riotta scrive che “quella giustizia servì solo a killerare (cioè uccidere) il Governo Prodi e aprire quel che seguì. Caos Italia, purtroppo”. Tanti i commenti sui quotidiani nazionali. Compreso quello di Romano Prodi nell’intervista rilasciata a Paolo Rodari, giornalista del quotidiano di centro-sinistra Repubblica cui ha detto “di non avere assolutamente nulla da dire su un caso di cronaca”. Risposta, la sua, forse dettata dalla convinzione che un Governo di sinistra non affronterà mai il problema Giustizia anche perché spesso ai loro partiti fanno comodo i rinvii a giudizio degli avversari politici, se berlusconiani o di centrodestra, e di sinistra, se considerati avversari.

  Il che fa pensare che il caso Mastella non servirà molto a spingere, anche con una maggioranza parlamentare, ad affrontare il problema Giustizia. Per convenienza e per il rischio di perdere voti.  Egidio Todeschini, de.it.press

 

 

 

 

L’Italia del dopo

 

Di una realtà siamo certi: il 2017 non sarà ricordato come l’anno delle risolutive trasformazioni. La situazione economica, come quella politica, è ancora in equilibrio instabile, ma ci sarebbe d’andare oltre per consentire la ripresa del Paese e dei partiti intenzionati a guidarlo in futuro. La prossima Legislatura, in ogni caso, sarà la prima di un nuovo fronte politico che, con molta obiettività, non era neppure ipotizzabile per il passato. Una differente situazione socio/economica andrà a coinvolgere tutti gli italiani.

 

 La primavera 2018 si presenterà con una situazione generale che prevediamo complessa. Non osiamo scrivere, per carità, che, poi, l’anno sarà migliore, ma ci sentiamo autorizzati a dare un’occhiata oltre il tunnel della crisi nazionale. L’inflazione, almeno quell’ufficiale, sembra stabilizzata; perdura la deflazione. Ciò potrebbe anche significare che, col prossimo anno, si potrebbero registrare maggiori segnali anche a livello PIL. Resta, in ogni caso, la questione della governabilità che rimane problematica. Con la prossima Legislatura, il Parlamento si dovrebbe presentare con una maggiore stabilità politica; anche il quadro economico ne sarebbe favorito.

 In questi mesi di tensione politica, ci siamo resi conto che dei partiti, intesi come centri di potere, cominciano a contare di meno. Ed era ora. Certi chiarimenti, velati per il passato, oggi ci appaiono con maggiore chiarezza. A questo punto, riconosciamo che molto resta da fare, ma apprezziamo quello che il nuovo Presidente del Consiglio ha illustrato. E’ chiaro, però, che parecchie incongruenze ancora restano.

 Sono, tuttavia, meno insidiose che per il passato perché ora tutti le riconoscono come tali e, di conseguenza, più controllabili. A seguito dell’imminente tramonto di questo Esecutivo, non ci rimane che fare i conti con i partiti. Riappariranno i tempi delle discussioni parlamentari; ma senza le preoccupazioni degli Esecutivi che si reggono sulla “non”sfiducia. Gli impegni dovranno essere mantenuti per un diverso modo di raffrontarsi con l’opposizione che sarà organizzata per non remare, necessariamente, contro.

Anche il PD avrà da fare i conti con un nuovo orizzonte politico. Una volta consolidata l’economia, il fronte previdenziale, quello del lavoro e il regime fiscale, l’Italia potrebbe recuperare, pur se con qualche nostra perplessità, il terreno perduto. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Voto tedesco e conseguenze italiane

 

Oltre a creare una serie di problemi complicati a Berlino e nel Bundestag, i risultati delle elezioni in Germania hanno avuto l’effetto di demolire, uno dopo l’altro, gli obiettivi per cui dichiaratamente o no, in vista del voto politico della prossima primavera, si stava lavorando anche in Italia. A cominciare dalla grande coalizione, per la quale, con approcci differenti, si muovevano Berlusconi e Renzi, e del sistema elettorale tedesco, affossato dai franchi tiratori alla Camera l’8 giugno, ma considerato un’ancora di salvezza, da riproporre in extremis nel caso del già annunciato fallimento del Rosatellum. 

 

Il ridimensionamento della Merkel e il crollo verticale dei socialdemocratici tedeschi dimostrano infatti che le larghe alleanze comportano un prezzo troppo alto per chi vi partecipa e un vantaggio imprevedibile per chi vi si oppone, tanto maggiore quanto più forte e radicale è l’opposizione. Un processo del genere, del resto, si era manifestato anche in Italia, con il calo del Pd dall’ottimo risultato (40,8%) conseguito da Renzi nelle europee del 2014 alle più modeste affermazioni nelle regionali del 2015.  

 

Finendo poi con le sconfitte vere e proprie nelle amministrative del 2016 e 2017 che, combinate con il disastro del referendum costituzionale, hanno portato il leader del partito a rinunciare alla guida del governo e a dover pagare la propria riconferma alla segreteria con una scissione, in grado di compromettere l’esito delle regionali siciliane del 5 novembre, senza dire, appunto, del decisivo appuntamento con le urne per il prossimo Parlamento. Parallelamente - ed è in qualche modo una conferma dell’esaurimento delle grandi coalizioni, o delle alleanze tra ex-avversari come Pd e Ap, l’ex-Nuovo centrodestra - Berlusconi, passando all’opposizione, seppure un’opposizione moderata, ha visto rifiorire il consenso intorno a sé.  

 

Quanto al sistema elettorale tedesco, valutato come un toccasana per consentire anche all’Italia di uscire dalla stagione del bipolarismo, ormai superata con l’avvento di Grillo e del M5S, senza ricadere nella paralisi del proporzionalismo, le urne della Germania ci dicono che non è più così. Lo sbarramento al 5 per cento non ha impedito alla destra radicale, nazionalista e xenofoba (quando non nostalgica del nazismo), a cui i nostri Salvini e Meloni si richiamano apertamente, di eleggere un centinaio di parlamentari in grado di condizionare, sia il governo che le opposizioni; la sinistra-sinistra della Linke ha riottenuto il suo 10 per cento che farà sognare Pisapia, Bersani e il variegato arcobaleno che gli si muove attorno e in concorrenza; il ritorno dei liberali al Bundestag, dopo una legislatura in cui ne erano rimasti fuori, spinge verso il recupero delle identità e contro i compromessi delle alleanze a qualsiasi costo. 

 

In sintesi, un quadro spezzettato e difficile da ricomporre, che impone, anche in Italia, un drastico ripensamento delle strategie. Diciamo la verità: l’idea di rimettere su le coalizioni, vista la crisi delle larghe alleanze, è abbastanza teorica, se non proprio fuori dalla realtà, al punto in cui sono ridotti i rapporti tra i leader che dovrebbero ricostruirle. Non si può escludere che ci si riprovi, o si faccia finta di riprovarci, per poi distruggerle, in vista non si sa di cosa, dopo il voto. Lo sanno bene quelli che dicono di volerle e quelli che non le escludono, ma sotto sotto le sabotano. 

 

In casi come questi ci vorrebbe una novità. Ma veramente nuova, ai limiti dell’azzardo, un po’ com’era - e purtroppo non è più - il Renzi di quattro-cinque anni fa. Oppure ci vorrebbe qualcuno in grado di rompere i confini e le identità sclerotizzate delle attuali forze in campo, con un programma serio, concreto, realistico, di pochi punti sganciati da ipocrisie e inutili ancoraggi ideologici. Per intendersi, uno (o una) alla Macron. A guardarsi intorno, dalle nostre parti non è che se ne vedano tanti, e neppure pochi. Ma chi ci sta provando, prendendo di petto il problema dei problemi, l’immigrazione clandestina che sta terremotando le opinioni pubbliche e gli elettorati di tutto il mondo, c’è e si chiama Minniti. Non è detto che sia in grado di svolgere la seconda parte del lavoro, la più difficile: rompere gli schieramenti. Ma potrebbe esserne tentato. O sarà lui o uno che prenderà esempio da lui. Marcello Sorgi  LS 26

 

 

 

 

La nuova rotta Ryanair Perugia-Francoforte

 

Perugia- "La nuova rotta Ryanair, Perugia-Francoforte Main, che partirà ad aprile dall'aeroporto internazionale dell'Umbria San Francesco d'Assisi, rappresenta una opportunità importante non solo per lo sviluppo dello scalo umbro, ma anche per il turismo e per le attività economiche della regione, trattandosi di un collegamento con uno dei più importanti hub internazionali". Così il vice presidente della Giunta ed assessore al turismo della Regione Umbria, Fabio Paparelli, dopo l’incontro, a Palazzo Donini, con John F. Alborante, sales and marketing manager Ryanair per l'Italia, e il direttore di SASE Piervittorio Farabbi.

"Germania, Inghilterra e Paesi Bassi – ha detto Paparelli – sono i Paesi da cui proviene oltre il 50% dei turisti europei che scelgono di venire in Umbria. Si tratta quindi di un collegamento fondamentale in uno dei mercati obiettivo per la promozione turistica regionale, da qui l'interesse della Regione a realizzare, insieme a Ryanair, azioni di co-marketing che possano incrementare i flussi verso l'Umbria promuovendola come destinazione grazie alla nuova rotta. Si tratta di attuare – ha aggiunto l'assessore – azioni sinergiche che, tenendo conto della programmazione turistica regionale, possono concorrere ad incrementare ulteriormente l'incoming".

"Da parte di Ryanair – ha affermato John F. Alborante - c'è piena disponibilità a realizzare azioni condivise, anche mettendo a disposizione gli strumenti di promozione ed informazione della Compagnia, che vanno dal sito, con milioni di visite, alle mail, alle newsletter. È possibile – ha proseguito - raggiungere target sempre più mirati e con le nuove guide offriamo ai passeggeri un quadro completo di ciò che è possibile vedere e visitare con le oltre 180 destinazioni Ryanair in 30 paesi".

I primi ambiti di questa collaborazione, già delineati nel corso dell'incontro, saranno gli appuntamenti di Francoforte, dove entro l'anno verrà organizzato un evento rivolto a tour operator selezionati ed alla stampa specializzata, e, entro marzo 2018, alla Borsa turistica di Berlino dove, nell'ambito di una platea più ampia, verrà promosso il nuovo collegamento verso l'Umbria in previsione della stagione estiva. (aise/dip 16) 

 

 

 

 

Garavini (PD): "“Resto al Sud”: Possono accedere anche giovani italiani all’estero che intendano rientrare"

 

“Valgono anche per gli italiani all’estero le misure introdotte dal decreto “Resto al Sud”. Il bando sta per uscire a breve. Si tratta di incentivi pensati per i giovani che risiedono (o che intendano risiedervi entro quattro mesi) in Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia e che vogliano mettersi in proprio. È un utile strumento pensato per stimolare l’occupazione giovanile in una delle Regioni meridionali in cui la ripresa economica stenta ancora a ripartire.

I finanziamenti possono essere richiesti anche da italiani che risiedono all’estero, purchè entro 120 giorni dall’accoglimento della domanda riportino la residenza in Italia, in una delle otto Regioni interessate.

Si possono ottenere fino a 40.000 euro a testa, di cui il 35% a fondo perduto. Il restante 65% dovrà essere restituito a tasso zero nel giro di 8 anni. Possono partecipare anche più soggetti - già costituiti come società, o che intendano costituirsi in forma societaria, ivi incluse le società cooperative. Nel qual caso l’importo massimo del finanziamento erogabile può raggiungere un tetto massimo ammissibile di 200 mila euro per ogni singolo progetto.

L'agevolazione riguarda tutte le iniziative imprenditoriali legate all'artigianato, all'industria, al turismo, alla pesca e ai servizi (restano escluse professioni e commercio). L'obiettivo è raggiungere una platea di 100 mila nuovi possibili posti di lavoro.

 

A breve è prevista la pubblicazione del bando. Per ottenere le risorse basterà presentare un progetto competitivo a Invitalia, l’ente che gestisce la misura “Resto al Sud” per conto della Presidenza del Consiglio dei ministri. Possono concorrere giovani che hanno meno di 35 anni, che risiedono nel Sud Italia o intendono trasferirvisi, che non hanno mai realizzato un’attività imprenditoriale e che non sono dipendenti a tempo indeterminato. Invitalia, (http://www.invitalia.it/site/new/home/chi-siamo/area-media/notizie-e-comunicati-stampa/articolo19013525.html)  sarà tenuta a valutare il progetto proposto entro 60 giorni.

 

Sono già stati stanziati complessivamente 1 miliardo e 250 milioni  dal Fondo sviluppo e coesione, così da finanziare tali progetti  fino al 2025. Si tratta di un’ottima misura di stimolo alla ripresa del Sud Italia. Una misura ancora più valida perchè vuole far leva sull’intraprendenza e sul merito delle nuove generazioni.” Lo afferma Laura Garavini, della presidenza del PD alla Camera” de.it.press 24

 

 

 

 

 Politica impervia

 

 Siamo in crisi politica latente. Su questa realtà riteniamo, però, che non ci sia uniformità di vedute. Le differenze, non proprio marginali, si evidenziano nei modi proposti per garantire una continuità politica. L’Esecutivo porta avanti una tesi che si aggiorna in funzione delle “carenze”. Però, dai problemi economici sembra non sfuggire nessuno. Così non è facile focalizzare la realtà nazionale senza mettere in ballo una politica faziosa e, comunque, priva d’originali presupposti per trovare delle sanatorie a una situazione sociale che sembra essere incontenibile nella sua evoluzione.

 

 Tra promettere e mantenere c’è un bilancio che non quadra. Neppure con le migliori prospettive già avanzate per il 2018. Le scelte, che non abbiamo mai visto ottimali, sono state fatte. Lo asseriamo con la certezza di non essere i soli a esaminare una situazione tanto imprevedibile.

 

 Dato che non siamo in grado di attribuire “colpe” o “ragioni”, non ci resta che esaminare ciò che servirebbe alla bisogna, ma non è stato ancora fatto. Per dare dinamicità all’economia, necessiterebbero interventi economici “protetti” da agevolazioni fiscali che proprio non ci sono. Nel Bel Paese si continua a confondere le “necessità” collettive con i “desiderata” dei singoli. Così, il quadro economico nazionale non potrà assestarsi nella maniera corretta. Lo Stato imprenditore continua a non convincerci, mentre l’iniziativa privata è penalizzata da gabelle che hanno un peso sulla produttività nazionale.

 

Se non si dovesse trovare un rimedio, che proprio non riusciamo a immaginare, l’Italia potrebbe trovarsi a subire una “recessione” che l’economia europea non sosterrebbe. La questione è, e rimane, sul fronte delle giuste scelte politiche. Lungi dal proporre un pessimismo di bassa lega, resta da prendere in esame, senza pregiudizi, il fronte politico che non ritiene sufficientemente “garantista” le motivazioni del Governo.

 

 Nell’incertezza, rimaniamo in posizione d’osservazione; senza assumere, per nostra scelta, posizioni “pro” o “contro” chi guida il Paese. Resta che se l’”impossibile” non troverà i presupposti per evolversi in “possibile”, la recessione falcidierà anche le più ottimistiche previsioni. Quelle che non abbiamo fatto mai nostre. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Brexit, May agli italiani in Gran Bretagna: "Vogliamo che restiate"

 

"Vogliamo essere i più stretti partner e amici" dell'Unione Europea. E' quanto ha detto Theresa May nel suo atteso discorso a Firenze, sottolineando che Londra "non vuole voltare le spalle all'Europa". "Lasciamo la Ue, ma non lasciamo l'Europa", ha rimarcato riferendosi alla Brexit. La premier britannica lancia poi un messaggio ai "600 mila italiani che stanno nel Regno Unito". "Vogliamo che restiate, siete per noi un valore aggiunto".

"Durante tutti gli anni della nostra partecipazione, il Regno Unito non si è mai sentito completamente a casa in seno all'Unione Europea", ha aggiunto, sottolineando che questo "forse è dovuto alla nostra storia e geografia". "Non abbiamo mai sentito la Ue come parte integrante della nostra storia nazionale nel modo in cui questo avviene in molti altri posti in Europa", ha detto ancora.

"Guardo avanti con ottimismo. Per molti è un momento preoccupante", ha affermato la premier britannica. Io guardo avanti con ottimismo", ha ripetuto. "Rientra negli interessi di tutti noi che i negoziati abbiano successo. Gli occhi del mondo sono su di noi, ma se possiamo dar prova di immaginazione e creatività sul modo di impostare questa relazione... Credo che possiamo essere ottimisti sul futuro che costruiamo per la Ue e il Regno Unito".

La Gran Bretagna, ha detto ancora, "onorerà gli impegni del bilancio" dell'Unione Europea fino al 2020. "Non voglio che i partner europei temano di dover pagare di più" o ottenere di meno. Nel suo discorso, la premier britannica ha sottolineato che "un periodo di transizione" di "circa due anni" dopo la Brexit è "nel reciproco interesse". Ed ha aggiunto che in questo periodo vuole che per Londra "l'accesso al mercato europeo rimanga" invariato. Adnkronos 22

 

 

 

 

Problema controverso e ancora irrisolto

 

Continuano gli arrivi di stranieri in Italia nonché le polemiche sul sì o no alla cittadinanza da dare loro. Questione da risolvere con saggezza

 

  C’è da aspettarsi che, alle prossime elezioni amministrative e politiche, in Italia si verificherà la crescita di voti favorevoli ai partiti che intendono limitare l’immigrazione e, soprattutto, si dichiarano contrari allo Ius soli, cioè alla concessione della cittadinanza. Sono milioni gli immigrati nella nostra Penisola, il che ha spinto il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Junker  a complimentarsi con l’Italia che “ha salvato l’onore dell’Europa”.

  Apprezzamento non condiviso da tutti, se ha fatto spostare la discussione sulla legge, anche perché il partito più favorevole allo Ius soli, il “Democratico”, oggi conta ben 7 correnti, non sempre d’accordo tra di loro, alle quali si aggiunge il "Campo Progressista" promosso da Giuliano Pisapia. Divisioni e personalizzazioni alle quali si aggiungono le inevitabili critiche reciproche. Ne sa qualcosa il Ministro degli Interni, Marco Minniti, il cui codice sulle ONG (Organizzazioni non governative finanziate con donazioni) fa arrabbiare il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, Graziano Delrio.

  Anche il titolare del Ministero degli Esteri, Angelino Alfano, ora è disapprovato per aver recentemente affermato: “Ribadiamo sullo Ius soli che è una cosa giusta fatta in un momento sbagliato e può diventare un regalo alla Lega”, benché, a luglio avesse chiesto al Capo del Governo di farlo approvare entro settembre. Consiglio contestato dal responsabile del suo partito, Maurizio Lupi, secondo il quale “serve una legge, ma una buona legge. Ora sarebbe un errore avere altre forzature in Parlamento sullo Ius soli”.

  Legge che l’ex Presidente della Camera, Luciano Violante, convinto che “non esiste il valore assoluto dell’accoglienza” e che molti abbiano un approccio ideologico sul tema dell’immigrazione, condanna dicendo che “la sinistra è lontana dal popolo". Opinione cui si unisce il presidente del Senato, Pietro Grasso, e che Matteo Richetti contesta, in quanto “lo Ius soli garantisce l'integrazione ed è quindi la risposta giusta in un tempo come questo di inquietudine e paure. Non c'è tempo migliore per approvare quello che è un diritto sacrosanto".

  Da parte sua il Papa invita a “salvare vite umane” perché “ricevere i migranti è un comandamento di Dio". Certo, il Governo deve gestire gli sbarchi con "prudenza". Ma a chi è accolto deve essere data la cittadinanza. Parere non condiviso dal Corriere della Sera che, in un editoriale di Ernesto Galli della Loggia, ritiene insufficienti i requisiti necessari (nascita in Italia da genitori con regolare permesso di soggiorno e ciclo scolastico di 5 anni), in quanto non garantiscono “la condivisione dei nostri valori e stili di vita. Cosa che … nel caso delle comunità musulmane fortemente ancorate ai propri principi religiosi è ragionevole pensare non accada”.

   Numerosi i commenti, quasi tutti favorevoli all'articolo. Come successo, due settimane prima, all'appello all’approvazione dello Ius soli, lanciato da molti intellettuali su Repubblica, che provocò una valanga di critiche e rifiuti. Scritte da chi è convinto che cittadinanza significa amore per un Paese inteso come “Patria che accorda diritti solo se si conosce bene la lingua nazionale, si apprezza la cultura italiana, se ne condivide la civiltà, si rispettano le leggi, si partecipa alla costruzione di un futuro migliore”.

  Quindi da non riconoscere solo per ovviare alle scarse nascite di Italiani, il che comporta una popolazione sempre più anziana. E spinge a considerare lo Ius soli come una manovra per ringiovanire la nazione. Obiettivo in parte raggiunto con la concessione del ricongiungimento familiare ai circa 74.853 immigrati nei due anni precedenti che, avendo ottenuto lo status di rifugiato, possono far venire in Italia i familiari, se dispongono di un lavoro e di una casa.

  Secondo Marco Minniti, l’integrazione “non può prescindere dalla piena e sincera adesione al principio di uguaglianza di genere, al rispetto della laicità dello Stato - concepita come libertà di coscienza e separazione tra autorità religiosa e autorità politica - nonché al rispetto della libertà personale”. Aperture mentali che mancano ai Musulmani favorevoli alla poligamia, alla islamizzazione dei non Islamici, e maldisposti nei confronti delle donne alle quali non riconoscono dignità e parità di diritti.

  Comprensibile, quindi, il desiderio di alcuni parlamentari di sinistra di favorirli con la cittadinanza che, forse, li spingerebbe a votare per loro. Ma, forse, sarebbe utile pensare che ciò comporterebbe la fine della nostra civiltà. Basata su radici ebraico-cristiane e sulla riconosciuta uguaglianza tra uomo e donna e soprattutto sulle libertà religiose. 

Egidio Todeschini, de.it.press

 

 

 

 

Presentato a Firenze il "consulente" per il rimpatrio

 

Illustrato in prefettura il programma Fami per informare e orientare i migranti sul programma di ritorno nei loro Paesi d’origine

 

FIRENZE – È operativo anche in Toscana il consulente per dare informazioni ai migranti sul programma di ritorno nei loro Paesi d’origine. Una figura speciale, nominata dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim), che è stata presentata nel corso del Consiglio territoriale per l’immigrazione riunitosi nei giorni scorsi nella prefettura di Firenze.

Il counsellor esperto si recherà - e questa è la novità dell’iniziativa - nei centri di accoglienza della regione per spiegare agli ospiti e agli operatori in che cosa consiste e come funziona il programma “Ritorno Volontario Assistito e Reintegrazione” che permette di rientrare in patria, in condizioni di sicurezza e dignità, ai migranti che ne facciano espressa richiesta.

Potranno beneficiare dell’iniziativa – si legge nella nota diffusa in proposito dal Ministero dell'Interno - i cittadini di Paesi terzi in Italia, regolari e irregolari, anche richiedenti asilo che non abbiano ancora ricevuto una risposta negativa definitiva alla loro domanda di soggiorno o di protezione internazionale, in difficoltà e vulnerabili, così come quelli con problemi di salute e anziani.

Il programma è finanziato dal Fondo asilo migrazione e integrazione (Fami) e comprende: organizzazione del viaggio, fornitura dei biglietti, assistenza nel rilascio dei documenti di viaggio e assistenza di personale Oim presso gli aeroporti di partenza e in eventuali paesi di transito, servizio di accompagnamento per migranti vulnerabili con problemi di salute; erogazione di un’indennità di prima sistemazione (per ciascun componente del nucleo familiare) pari a 400 euro in contanti da corrispondere a tutti i beneficiari prima della partenza; contributo alla reintegrazione in beni e servizi erogato nei paesi di origine tramite gli uffici Oim in loco e da assegnare a tutti i beneficiari nella misura di 1600 euro per singoli e capi famiglia, 800 euro per i parenti maggiorenni a carico e 480 per i minorenni a carico (solo se in partenza con il capo famiglia); integrazione del contributo alla reintegrazione nel paese d’origine per i migranti con problemi di salute; supporto all’accesso a strumenti di micro-credito in alcuni Paesi d’origine; monitoraggio entro sei mesi dal ritorno in stretta collaborazione con gli uffici Oim nel Paese d’origine. (Inform 26)

 

 

 

 

Caos Ryanair: cancellati altri 18mila voli

 

Non sono finiti i disagi per chi ha deciso di viaggiare con Ryanair. Pare infatti, scrive il 'Guardian', che la compagnia aerea low cost stia per annullare altri 18.000 voli tra novembre e marzo 2018, che interessano 400.000 passeggeri. Ryanair ha dichiarato di aver inviato email a tutti i clienti interessati, offrendo loro la possibilità di scegliere tra un rimborso o un volo alternativo.

Si tratta dell'1% dei 50 milioni che verranno trasportati il prossimo inverno. L'aviolinea low cost irlandese ricorda poi che ai 315 mila clienti interessati dalle cancellazioni nelle sei settimane da metà settembre fino ad ottobre è stato offerto un voucher di 40 euro (80 con il ritorno) per viaggiare da ottobre a marzo, che si aggiunge alla riprotezione su un altro volo o al rimborso totale del volo.

Con un comunicato, la compagnia spiega che riducendo il numero dei voli eliminerà il rischio di ulteriori annullamenti, avendo i piloti la possibilità di godere di riposi e ferie accumulati senza rinunce. L'aviolinea "eliminerà tutte le distrazioni per il management a partire dal proprio interesse per Alitalia".

Le misure adottate, spiega Ryanair, ridurranno "leggermente" la crescita del traffico per quest'anno e per il prossimo. L'incremento mensile da novembre a marzo rallenterà dal 9% al 4%. I passeggeri dell'intero 2017 passeranno da 131 milioni a 129 milioni, segnando comunque una crescita del 7,5% rispetto allo scorso anno.

"Ci scusiamo sinceramente - dichiara il ceo di Ryanair Michael O'Leary - con i passeggeri coinvolti dalle cancellazioni della settimana scorsa e con quelli interessati dalle misure annunciate oggi. Più del 99% dei nostri 129 milioni di passeggeri non sarà toccato da alcuna cancellazione o disagio. Siamo profondamente rammaricati per qualsiasi dubbio abbiamo alimentato tra i nostri clienti sull'affidabilità di Ryanair o per le ulteriori cancellazioni". Adnkronos 27

 

    

 

 

L’incertezza nazionale

 

Il clima d’apprensione che ci ha accompagnato lo scorso anno c’è ancora. Ma, se non altro, ci ha consentito di prendere migliore coscienza dei complessi problemi interni del Paese. Con la premessa che i mesi che ci rimangono di quest’anno non saranno semplici per nessuno.

 

Dato che i politici di razza non s’improvvisano, anche l’affidabilità governativa potrebbe venir meno. Il “trasformismo” dei partiti d’Italia, però, non persuade più nessuno. In questa Terza Repubblica, fare un passo indietro non sarebbe proprio male. Siamo persuasi che il nostro tenore di vita debba viaggiare su altri binari e con specifiche mete da raggiungere anche a livello istituzionale.

 

 Con un esordio: chi dimentica il passato, sarà costretto a riviverlo. Come a scrivere che gli errori politici ed economici non sono da accantonare, ma da rimediare. Anche l’Unione Monetaria non rappresenta solo una garanzia di scambio per i mercati europei e internazionali. Chi ha nostalgia della lira non ha tutti i torti.

 

 Da noi, il binomio che riteniamo inscindibile è: Politica e Governabilità. Non ci sono altre formule migliori per garantirci un futuro meno turbato. Anche se certe posizioni politiche dovrebbero essere riconsiderate. Anche la “bonifica” della nostra economia ha da partire dall’alto. Tutto il resto è “optional”.

 

 Lo stesso rinvio “sine die” della riforma elettorale ci ha fatto comprendere che gli “onori” hanno sempre la meglio sugli “oneri”. Il tutto può apparire anacronistico; ma è proprio così. In questi mesi di “transizione”, c’è da evidenziare la via per offrire all’Italia i mezzi per una ripresa eliminando i tanti compromessi dipendenti da un potere legislativo politicamente incoerente.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Intervista al ministro Minniti e reportage in diretta dalla nave delle Ong Acquarius su "Famiglia Cristiana"

 

Milano - «Deve essere chiaro che, per noi, la salvezza della vita umana è un principio assolutamente imprescindibile. Noi abbiamo accolto, stiamo accogliendo e continueremo ad accogliere. Cercando però di governare il fenomeno e non di inseguirlo». È un passaggio della lunga intervista dell'inviata Annachiara Valle al ministro dell'Interno Marco Minniti, che Famiglia Cristiana pubblica in esclusiva nel numero della scorsa settimana.

Un'intervista che fa discutere. Perché, ad esempio, il Ministro sottolinea che la questione migranti non è un'emergenza: «Questa è una parola da cancellare», chiarisce, «perché una grande democrazia affronta le questioni diversamente. L'emergenza è un approccio populista, mentre riformisti e democratici affrontano il problema con una visione».

 

Minniti spiega la sua (applaudita e contestata) strategia. Il primo obiettivo, dice, è sconfiggere i trafficanti di esseri umani. «Di fronte», spiega, «abbiamo un nemico potente, in grado di governare le rotte persino da Dacca, passando dal deserto e fino al Mediterraneo». Non a caso, insiste, il 97 per cento del traffico di esseri umani passa da dalla Libia. Non solo, con «la sconfitta militare dello Stato islamico», aggiunge il Ministro, «dobbiamo sorvegliare che, da quella rotta, non rientrino in Nordafrica e in Europa coloro che erano partiti per combattere.

 

Un piano che non contempla solo il blocco dei flussi dei migranti irregolari ma anche «la fine delle guerre, il raffreddamento dei conflitti, la costruzione di percorsi democratici e la formazione di una nuova classe dirigente».

 

Minniti non nasconde la consapevolezza che le condizioni di vita nei centri di raccolta di migranti in Libia «non rispettano gli standard». «Per noi», aggiunge, «è un imperativo categorico affrontare il tema delle condizioni di vita e del rispetto dei diritti umani nei centri di accoglienza in Libia».

 

Tra le tante questioni affrontate nell'intervista c'è quella dell'accoglienza in Italia. «Con i Comuni», racconta, «abbiamo firmato un'intesa volta a rafforzare l'accoglienza diffusa. I piccoli numeri permettono una migliore integrazione e spaventano di meno le popolazioni. Come ministro devo preoccuparmi della paura della gente. Paura che va compresa per liberare la popolazione da questa gabbia, mentre i populismi spingono per tenere la gente prigioniera di questo sentimento».

 

Una velata battuta polemica la dedica anche alle Ong del mare: «Mi piacerebbe vedere», dice, «anche per una sola volta, una richiesta di approdare anche in altri porti europei. Un gesto, un simbolo che consenta di rendere evidente che l'Italia non può essere lasciata sola di fronte alla sfida dell'accoglienza».

 

Un richiamo polemico che, in un certo senso, trova risposta nel reportage che Famiglia Cristiana pubblica accanto all'intervista. Il giornalista e scrittore Daniele Biella ha vissuto a bordo della Acquarius per una decina di giorni. Il suo racconto, in esclusiva per il settimanale, inizia con queste drammatiche parole: «No more Lybia, no more Lybia».  Biella riferisce di una delle tre azioni di salvataggio di cui è stato testimone: «L'urlo, festoso», scrive, «arriva dritto come un pugno in faccia. Non provoca dolore, ma forti giramenti di testa sì, al solo pensiero del suo significato. Mi guardo attorno: sono su un rhib, gommone di salvataggio, in un punto infinitesimale del Mar Mediterraneo. Attorno a me acqua a non finire, sopra la testa un disarmante cielo terso. A pochi centimetri dalla messa a fuoco della mia macchina fotografica, venti persone dalla pelle nerissima - arrivate fin lì assieme ad altre cento con un gommone grigio chiaro, prima di essere raggiunto dai rhib dei soccorritori dell'Ong Sos Mediterranée - hanno il cuore che batte all'impazzata: urlano, si abbracciano, piangono di gioia».

 

Il reportage è una chiara denuncia che, se il ministro Minniti vuole il rispetto dei diritti umani in Libia, ha ancora molto da fare. «Non è il primo salvataggio della giornata per la nave umanitaria», spiega Biella. «In tarda mattinata ce n'è stato uno ancora più delicato, a poche miglia di distanza. Questa volta il gommone, con 142 persone a bordo, era in panne e imbarcava acqua. Da agosto 2017 la Libia ha istituito una sua zona Sar, Ricerca e soccorso, decidendo chi far entrare e minacciando più volte le Ong».

 

Ecco il racconto di uno dei salvati: «Quando ci hanno raggiunto, i libici ci hanno detto di fare dietro front verso la Libia, ma si è rotto il motore del gommone. Poco dopo vi abbiamo visto all'orizzonte, e abbiamo ringraziato il Signore perché non saremmo stati respinti».

 

Il giornalista spiega che questa operazione di salvataggio è durata tre ore: a differenza dell'altro le persone disidratate e bisognose di attenzione medica erano molte di più.

A bordo, sulla via verso il porto di Trapani, il reportage racconta il «susseguirsi di emozioni contrastanti: da una parte balli e canti liberatori, dall'altra racconti da discesa all'inferno». «Una donna in un fiume di lacrime», scrive Biella, «non riesce a guardare i bambini figli di altri genitori che giocano sulla nave. Scrive su un foglio "Rip my babies": "Ho perso i miei tre figli di 1, 3 e 5 anni in un naufragio, due mesi fa, io sono stata riportata in Libia e ho dovuto pagare un altro viaggio". La maggior parte di loro ha lasciato il Paese nordafricano - in preda alla lotta tra clan dalla morte di Gheddafi nel 2011 - dopo mesi di attesa, vessazioni di ogni tipo e migliaia di dollari dati ai trafficanti.

 

«Sono decine le persone che mostrano segni di violenze. Impressionanti e di varie dimensioni, anche sulla testa», continua il testo. «"Ti fanno chiamare i parenti mentre ti torturano, se non hai abbastanza soldi". Le loro testimonianze sono raccolte dagli operatori del team medico di Msf, Medici senza frontiere, presente sull'Aquarius sotto contratto con Sos Mediterranée.

 

«È meglio morire in mare che rimanere in Libia. Sono stata abusata per intere settimane, da più uomini», racconta una giovane nigeriana. Storie tutte drammatiche: «Ho vissuto per anni senza problemi in centro a Tripoli, poi a luglio hanno rapito mio figlio 13enne, ho pagato il riscatto e ho deciso subito di venire via con tutta la famiglia», dice un padre di tre figli che parla quattro lingue e ha chiaro quello che sta accadendo laggiù: «Tra le persone a cui ho dato soldi ci sono gli stessi miliziani che hanno cambiato casacca. Ma altri clan rimasti fuori dalla spartizione pressano, per quello ricominciano le partenze». Dip 28

 

 

 

 

Camera. “Il PD per gli italiani all’estero”. L’intervento di Franco Pittau, del Centro Studi Idos

 

Innanzi tutto, a sostegno di chi ha continuato a occuparsi con serietà degli italiani all’estero, va evidenziato il grosso sbaglio fatto nel ritenere superato il nostro movimento migratorio verso l’estero a seguito della forte crescita dell’immigrazione estera in Italia. Attualmente i due fenomeni si equivalgono: poco più di 5 milioni i cittadini stranieri in Italia (5.047.026) e altrettanti i connazionali al di fuori dell’Italia: anzi, con maggiore esattezza, 4.973.942 secondo l’Anagrafe degli italiani residenti all’estero e 5.383.199 secondo le Anagrafi consolari che hanno il pregio di essere più aggiornate.

Alla realtà dei connazionali all’estero, rimasta sempre importante anche se non sempre presa in considerazione, il Centro Studi e Ricerche Idos, con il sostegno dell’Istituto di Studi Politici “S. Pio V” ha dedicato due impegnative ricerche nell’ultimo biennio: Le migrazioni qualificate in Italia. Ricerche statistiche e prospettive, la prima, La dimensione sociale dell’Europa. Dal Trattato di Roma ad oggi la seconda. Le ricerche, alla cui realizzazione hanno contribuito anche operatori qui presenti, sono state presentate anche presso alcune comunità di connazionali, segnatamente nel Belgio e in Germania, con la partecipazione in occasione di quest’ultimo evento dell’on. Laura Garavini.

Appena un mese fa ha suscitato clamore sui media (e ancora continua a parlarsene) un recente comunicato con il quale abbiamo richiamato due fasi ben distinte dei nostri movimenti migratori con l’estero. Da una parte, la progressiva diminuzione, secondo i registri anagrafici, degli italiani in uscita per recarsi in altri paesi. Questo processo è iniziato negli anni ’70 a ridosso del miracolo economico immediatamente precedente e si è protratto per i successivi tre decenni. D’altra parte, a partire dal 2011 ad oggi, abbiamo assistito a una tendenza di senso inverso, che ha visto aumentare le persone coinvolte negli espatri a partire dal 2011. Questi flussi sono diventati così cospicui da essere equiparabili a quelli in uscita nell’immediato dopoguerra, quando a giusto titolo l’Italia è stata definita un grande paese di emigrazione. È vero che secondo le registrazioni dell’Istat gli italiani cancellatisi per l’estero nel 2016 sono state solo 104.000, ma è anche vero che realisticamente le uscite sono state almeno 2 volte e mezzo di più, 285.000 se non 300.000: a questa conclusione si giunge tenendo conto degli arrivi registrati all’estero e, in particolare, nei due paesi di maggiore sbocco: la Germania e la Gran Bretagna. Pertanto, l’Italia non solo era ma è tornata ad essere un grande paese di emigrazione.

Sono profondamente cambiate le caratteristiche degli italiani che in questi ultimi anni si stanno trasferendo all’estero. Secondo le percentuali rilevate dagli archivi dell’Istat sui livelli di studio, si può stimare che nel 2016 siano emigrati 99.000 diplomati (34,8%) e 87.000 laureati (30,6%; nel 2000 erano appena 1 su 10).

È giusto rendersi conto che in questo modo l’Italia vede assottigliarsi la categoria dei laureati, che rispetto agli altri paesi europei sono proporzionalmente molto meno. Infatti, nella fascia di età 30-34 anni i laureati sono il 23,9% tra gli italiani e il 37,9% a livello UE, con ben 14 punti percentuali di differenza a nostro sfavore.

Preoccupate di fronte a questo esodo, molte regioni hanno varato dei programmi che prevedono degli incentivi per il rientro dei cosiddetti “cervelli”. Nella ricerca condotta da Idos con l’Istituto “S. Pio V” non viene sottovalutato il significato di questi interventi, e tuttavia, fatto salvo il loro alto valore simbolico, va aggiunto che è il mercato occupazionale stesso a doversi mostrare in grado di attrarre lavoratori qualificati e operatori della ricerca. Questa attrattività manca, non solo per la carenza di investimenti (nell’UE 2,30% del Pil, in Italia solo 1,29%) ma anche per la scarsa propensione alla meritocrazia, come hanno dimostrato le recenti indagini giudiziarie su università: una carenza questa che spinge i giovani a lasciare l’Italia, come risulta da molte indagini sul campo.

Un altro errore ricorrente consiste nel mettere gli emigrati contro gli immigrati e viceversa. In questo modo non si tiene conto che nell’attuale contesto di globalizzazione si tratta di due aspetti intrinsecamente connessi. I titoli giornalistici enfatizzano le ingenti spese sostenute per la formazione degli italiani che espatriano: secondo i dati Ocse 134.000 dollari per il diploma, 178.000 per la laurea magistrale e 228.000 per il dottorato. Ma costano altrettanto gli immigrati che vengono in Italia con un titolo di studio alto. Nel 2015, secondo il bilancio cui siamo pervenuti nella nostra ricerca, lo stock di laureati italiani recatisi all’estero erano all’incirca mezzo milione e altrettanto (se non un po’ di più) quello dei laureati stranieri venuti in Italia. Spostarsi per cogliere migliori opportunità è positivo, a condizione che anche l’Italia sappia attrarre altro personale qualificato dall’estero, come riesce alla Germania, alla Gran Bretagna e ad altri paesi. Il vero pericolo è solo la mancanza di circolazione di questo personale, che invece è notevole nei paesi citati.

Un’ultima annotazione merita l’Europa, in quest’anno in cui cade il 60° anniversario della firma del Trattato di Roma, ma in cui si sono anche moltiplicate le critiche, non sempre giuste e non sempre basate su alternative credibili, al processo di integrazione europea. Per restare nel tema di questo convegno, personalmente sono rimasto perplesso nel constatare il mancato apprezzamento della libera circolazione dei lavoratori, l’istituto giuridico più avanzato finora mai realizzato, che ha interessato milioni di nostri lavoratori, assicurando loro finalmente dignità e tutela. La perplessità perdura nel constatare che dell’ultima Direttiva UE sulla libera circolazione (Direttiva 2014/54/UE (approvata in extremis in Italia: decreto legislativo 17 luglio 2016, n. 136) e delle sue indicazioni operative non si è parlato per niente.

A conclusione di questo intervento mi pare doveroso:

* manifestare apprezzamento nei confronti di quanti si occupano, senza retorica, della vita, della tutela e dell’associazionismo degli italiani all’estero, nella consapevolezza che le decine di milioni di persone di origine italiana sono di grande beneficio per l’immagine dell’Italia;

* sollecitare i politici, gli amministratori, i ricercatori e gli operatori a non concepire l’emigrazione italiana come una realtà contrapposta all’immigrazione estera in Italia, come Idos, con la collaborazione del Centro Studi Confronti, farà con il Dossier Statistico Immigrazione 2017, che verrà presentato alla fine del mese di ottobre;

* sostenere l’azione dei parlamentari italiani eletti all’estero (anziché vagheggiare una loro soppressione) e delle associazioni e incrementare le iniziative all’estero, sperando in un maggior coinvolgimento anche degli Istituti italiani di cultura. Franco Pittau, Centro Studi e Ricerche Idos

 

 

 

 

Il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, sulla missione in supporto alla guardia costiera libica

 

ROMA - Il Ministro della Difesa, Roberta Pinotti, ha riferito alle Commissioni riunite Difesa ed Affari Esteri di Camera e Senato sulla missione in supporto alla guardia costiera libica deliberata a luglio dal Consiglio dei Ministri.

“L’Italia – ha affermato Pinotti - è impegnata in Libia in una pluralità di attività, con un unico fine strategico: aiutare il Paese a uscire dalla crisi e a ritrovare la stabilità interna, quale condizione per il pieno recupero del controllo del proprio territorio, a sua volta premessa per impedire il radicamento degli estremisti”.

Il Ministro ha chiarito poi come “nessuna nostra azione è tesa a fomentare divisioni: riconosciamo pienamente l’autorità del capo del Consiglio presidenziale libico a Tripoli, Fayez al-Serraj, ma riteniamo che ogni parte sia importante e necessaria per la ricomposizione del quadro politico libico, e questa è la ragione – ha rilevato - per la quale il Governo ha ricevuto il generale Haftar”.

Nel corso dell’incontro di alcuni giorni fa a Palazzo Baracchini, la titolare del Dicastero ha ribadito al generale Haftar che l’Italia vuole una “Libia unita e pacifica” e per questo è pronta a lavorare concretamente con tutti coloro i quali aderiscano, sinceramente, ad un percorso di stabilizzazione del Paese.

Alle Commissioni, il Ministro ha illustrato nel dettaglio le misure tecnico-logistiche e addestrative poste in essere a favore delle Forze navali libiche. Misure grazie alle quali queste ultime, lentamente ma progressivamente, stanno acquisendo fiducia nelle proprie capacità e stanno iniziando a svolgere i compiti che gli sono propri, a partire dal controllo del mare territoriale, per continuare con l’azione di ricerca e soccorso.

A ciò si aggiunge il sostegno medico con l’operazione Ippocrate: nell’ospedale da campo realizzato a Misurata circa un anno fa sono stati effettuati quasi 600 interventi chirurgici, circa 700 medicazione e oltre 8.000 visite ambulatoriali e specialistiche a favore tanto dei feriti che hanno combattuto per liberare la regione di Sirte dalla presenza dell’Isis quanto della popolazione civile. L’Italia ha anche condotto tre operazioni di evacuazione sanitaria per 39 membri delle Forze libiche che combattono sotto la leadership di Haftar.

Gli occhi sono inoltre puntati anche sul più ampio quadro della sicurezza in tutta la regione del Sahel: “consideriamo molto importante, per la sicurezza regionale, la cooperazione fra gli stati che fanno parte del G5 Sahel (Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger e Ciad) e riteniamo che l’Europea debba fare di più a loro favore - ha aggiunto il Ministro.

In particolare l’Italia sta studiando, insieme a Francia e Germania, le soluzioni più efficaci per rafforzare le capacità dei Paesi della regione del Sahel, ovviamente nell’assoluto rispetto della loro sovranità e autonomia e in coerenza con tutte le prescrizioni del diritto internazionale. (m.r.e.f./Inform 29)

 

 

 

On line la nuova guida dell’Agenzia delle Entrate per lavoratori italiani all’estero

 

ROMA - Come evitare la doppia imposizione, come funziona il credito per le imposte pagate all’estero, quando è necessario iscriversi all’Aire: sono alcuni dei temi trattati nella nuova guida online dell’Agenzia dedicata ai lavoratori italiani all’estero. La brochure, curata dall’ufficio Comunicazione delle Entrate, è disponibile nella sezione “L’Agenzia informa” del sito dell’agenzia delle Entrate, ed è volta a garantire un accesso semplice e intuitivo alle informazioni sugli argomenti fiscali di maggior interesse.

Le imposte all’estero dalla A alla Z: Dal concetto di residenza fiscale, per chiarire come, dove e in che modo i lavoratori all’estero devono pagare le tasse, alle convenzioni contro le doppie imposizioni, per evitare il pagamento delle imposte sia nel Paese di produzione del reddito sia in quello di residenza. La guida delle Entrate illustra i punti chiave utili a chiarire a tutti i contribuenti le regole fiscali che si applicano a chi lavora all’estero ma ha ancora la residenza in Italia e quelle valide per chi è iscritto all’Aire, l’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero.

Iscrizione all’Aire e credito d’imposta, come mettersi in regola con la voluntary:  Un capitolo della pubblicazione online, inoltre, è rivolto a chi, per vari motivi, non si è iscritto all’Aire e non ha presentato la dichiarazione dei redditi per gli anni precedenti ma vuole rimediare. Infatti, in base al Dl n. 50/2017, fino al 30 settembre 2017 questi contribuenti potranno evitare di perdere il diritto al credito per le imposte pagate all’estero a titolo definitivo, presentando domanda di accesso alla procedura di “collaborazione volontaria” e indicando in essa i redditi di lavoro dipendente o di lavoro autonomo in precedenza non dichiarati in Italia. La guida è disponibile sul sito dell’Agenzia delle Entrate al seguente percorso: L’Agenzia > L’Agenzia comunica > Prodotti editoriali > Guide fiscali. (dip 22)

 

 

 

 

Attenzione alle informazioni sbagliate, Cosa fare per non rischiare di perdere i propri soldi in Italia

 

“Attenzione, un portale online per gli italiani all’estero sta divulgando delle informazioni sbagliate. Rischiando di danneggiare economicamente i connazionali che hanno conti o depositi bancari in Italia e non ne hanno fatto uso per oltre 10 anni.

 

I fatti sono questi: tutti quei connazionali che risiedendo all’estero non abbiano utilizzato i propri conti, libretti o depositi bancari in Italia per quasi 10 anni, devono affrettarsi a contattare i rispettivi istituti di credito, altrimenti corrono il rischio di vederseli sottrarre. E vale non solo per gli eredi di titolari defunti. Vale anche per i correntisti ancora in vita.

 

Il rischio è che vengano incamerati i loro soldi da un organismo apposito, la Consap. Qualora questo sia successo bisogna fare prontamente richiesta di restituzione. Si ha tempo per ulteriori 10 anni, altrimenti i soldi verranno incamerati dall’Erario, senza più possibilità di recuperarli.

 

In sintesi: per mettere in sicurezza i propri soldi è consigliabile che i connazionali prendano periodicamente contatto con la propria banca, onde scongiurare infelici conseguenze. Lo dichiara la stessa Consap, alla luce della legislazione in vigore che all’art. 1, comma 343 della Legge finanziaria 2006 ha previsto la costituzione, presso il Ministero dell‘Economia, di un Fondo alimentato dagli importi dei rapporti definiti dall’art. 2 del DPR 116/2007 e richiamati dall’art. 2 della circolare Ministeriale del 3.11.2010.

 

Un sito internet di destra, rivolto agli italiani all’estero, sta strumentalmente divulgando delle informazioni sbagliate a questo proposito. Lo fanno da un lato per sottrarsi alla propria responsabilità politica, dal momento che questa legge fu introdotta ai tempi dei Governi Berlusconi.

 

Dato che queste informazioni sbagliate sono unite ad un attacco personale nei miei confronti, viene da pensare che il clima pre-elettorale faccia già sentire i suoi effetti.

 

Questo però non può determinare false informazioni per gli italiani all’estero. Motivo per cui mi preme ribadire ancora una volta la verità dei fatti.”

Lo ha detto Laura Garavini, della Presidenza del Pd alla Camera. De.it.press

 

 

 

 

 

La prospettiva

 

Senza un lavoro, diritti e doveri si elidono e non rimane nulla per vivere decorosamente nel Bel Paese. In questo ultimo trimestre del 2017, nato male, è difficile azzardare previsioni sul fronte occupazionale. Per noi restano assai poche. Come a scrivere che, per il caso prospettato, non è possibile allineare la “teoria” con la “pratica”. Di fatto, il lavoro non c’è o, meglio, non ci sarebbe per tutti.

 Una mancanza che ci portiamo appresso come un fardello sempre più pesante. In tanto squallore, forse, qualche distinguo è ipotizzabile. Intanto, c’è da tener conto dell’età dell’aspirante ad un’occupazione. Poi, si dovrebbe prendere in esame il tipo di lavoro che il nostro mercato richiede. In ultimo, solo per motivi d’elencazione, resta la prospettiva di chi non ha lavorato mai e di chi il lavoro lo ha perduto. Le due realtà, però, non sono la stessa cosa e, di conseguenza, rispecchiano situazioni assai differenti. Chi non ha mai trovato un’occupazione è, solitamente, un giovane ( età massima 30 anni). Chi lo ha perduto è un adulto; spesso con famiglia e mutuo immobiliare a carico. Insomma, da un lato c’è il giovane che “sopravvive”, dall’altro c’è l’adulto che “soccombe”. Del resto il concetto “vado a vivere da solo”, tanto in voga negli anni ’80, oggi non è neppure presumibile.

 La famiglia, per necessità, si è allargata e i figli preferiscono non rischiare di perdere il sicuro per l’incerto. Oggi sono i pensionati a supportare quelli che sperano di maturare una pensione domani. Lo spazio generazionale si è ampliato come, del resto, la necessità di continuare, ove possibile, l’attività lavorativa. A questo livello, i contrasti politici non hanno pregio e, spesso, costituiscono una delle concause che hanno determinato il decremento occupazionale. La stessa “qualità” del lavoro sarebbe da rivedere. Soprattutto nella sostanza. Da noi il numero dei diplomati e laureati è sempre più elevato. Tanto da farci ipotizzare una sorta di “limbo” per i titolati che, però, non sono in grado di panificare o coltivare un campo. Nel Bel Paese le apparenze, a tutt’oggi, contano di più della sostanza. Ne consegue che la mancanza di lavoro, pur se a differenti livelli, resta una piaga tipicamente nazionale che non ha parametri di paragone col resto dell’UE. Non a caso, sono le maestranze molto specializzate a lasciare la Penisola e le attività intermedie sono occupate da cittadini extracomunitari che hanno saputo utilizzare al meglio quello che il nostro mercato ancora offre.

 Quando, poi, sono i politici a farsi carico del problema, la situazione precipita. Il rapporto tra chi offre lavoro e chi lo chiede non può basarsi unicamente su normative che non tengono conto di un mercato nel quale la concorrenza è tanto più spietata quanto maggiore è il divario tra “richiesta” ed “offerta”. Per investire in futuro servirebbero diversi rapporti tra chi ancora capitalizza e chi non è nelle condizioni di poterlo fare. Tra la teoria e la pratica rimane, come sempre, la politica. Giorgio Brignola, de.it.press

  

 

 

Il sottosegretario agli Esteri Vincenzo Amendola al Convegno “Il Pd per gli italiani all’estero”

 

ROMA – Si sono aperti oggi a Roma i lavori del convegno, organizzato dal gruppo Pd della Camera dei Deputati, “Il Pd per gli italiani all’estero. Una legislatura feconda”. Durante la prima sessione di lavoro, dedicata al tema “Sistema Italia nel mondo”, è intervenuto il sottosegretario agli Esteri con delega agli Italiani nel Mondo Vincenzo Amendola che ha in primo luogo sottolineato l’esigenza di non leggere la storica emigrazione italiana, fatta da realtà stratificate, e la nuova emigrazione attraverso “un’unica lente”, dando, ad esempio, un solo sistema di protezione e di servizio.

“Come proteggiamo questa comunità in maniera diversificata, oggi che questa diversificazione aumenta? – si è domandato Amendola  - I dati della mobilità , - ha aggiunto - 250.000 espatriati negli ultimi due anni, più 60% gli iscritti all’Aire negli ultimi 10 anni,  significano tante cose. E anche la mobilità giovanile di chi va nelle grandi capitali europee, - ha continuato  il sottosegretario -  racchiude tanti aspetti differenti: c’è il ricercatore, il grande imprenditore , ragazzi che riescono a costruirsi una carriere, ma ci sono anche tanti che in questa idea di mobilità europea provano a fare un’esperienza. Spesso – ha proseguito Amendola - i dati sull’Aire sono contradditori. In una realtà come Londra, ad esempio, abbiamo tanti ragazzi che non si iscrivono all’anagrafe perché rimangono in loco solo qualche mese” .  Alla luce di questa complessa situazione appare opportuna, secondo il sottosegretario, una lettura stratificata di questo mondo che ci consenta di rendere il nostro sistema di protezione per gli italiani nel mondo più efficiente attraverso l’innovazione e la semplificazione”. 

Dopo aver ricordato il voto compatto in favore della riforma costituzionale dato dagli italiani all’estero nell’ultimo referendum, Amendola,  si è soffermato sulla necessità di mettere a sistema, per quanto riguarda il lavoro dei nostri connazionali all’estero , un meccanismo volto a proteggere le fasce più anziane, già in età pensionistica. Per il sottosegretario bisogna inoltre lavorare molto sull’inserimento nel mercato del lavoro, coinvolgendo i Comites nella istruzione dei rapporti con la nuova generazione che in numerose realtà hanno problemi di conoscenza del mercato del lavoro. “Questa grande mobilità, che tocca anche le fasce fra i quaranta e i cinquanta anni, - ha precisato Amendola - deve vedere un meccanismo di presenza, di dialogo e di interlocuzione, per far si che i sistemi del mercato del lavoro, dell’assistenza, del welfare e della sanità vengano conosciuti”.

Per quanto riguarda la promozione all’estero della lingua e cultura italiana il sottosegretario ha poi ricordato come con l’istituzione del Fondo Cultura sia stato messo a regime un finanziamento stabile per allargare l’impatto degli Istituti Italiani di Cultura degli Enti gestori e delle Scuole italiane verso i vari mercati che cercano un approfondimento. Amendola, dopo aver rilevato che l’allineamento fra i dati dell’Aire e dell’Anagrafe consolare è ormai arrivato al 92 % , ha sottolineato la positività dell’introduzione nella rete consolare del funzionario itinerante per l’acquisizione dei dati biometrici del passaporto, un’innovazione che ha consentito di portare un diritto direttamente agli italiani all’estero. Il sottosegretario ha anche segnalato alcune emergenze, come la Brexit, dove è in gioco il valore europeo della libera circolazione delle persone, e il dramma del Venezuela,    dove vivono più di 120.000 connazionali iscritti all’Aire e tanti oriundi. Un problema che va affrontato con stanziamenti di emergenza e l’invio di nuovo personale.

Per quanto riguarda la prossima legge di bilancio Amendola ha evidenziato l’esigenza di insistere sia sulla innovazione, attraverso il Fondo per la Cultura, sia sull’iniziativa volta a far rimanere parte delle percezioni consolari per la cittadinanza ai consolati, un diritto che va allargato e messo a regime. “ Il voto per corrispondenza degli italiani all’estero – ha poi affermato  Amendola - non è sostituibile, sono però necessari  aggiustamenti tecnici nella normativa per evitare il gran numero di schede nulle che abbiamo avuto all’ultimo referendum”  Sul diritto di acquisizione della cittadinanza italiana Amendola invitato i deputati eletto all’estero a compiere una riflessione su eventuali limiti della garanzia da porre a tale diritto, ad esempio introducendo, attraverso una modifica legislativa,  la conoscenza della lingua italiana, in modo da proteggere anche la nostra l’identità e cultura . Il sottosegretario si è infine detto favorevole alla riforma e ad un aumento delle risorse dei Comites e del Cgie, purché però una parte dei fondi vengano destinati all’approfondimento di tematiche concrete come il lavoro e nuova emigrazione. (G.M.-Inform 29)   

 

 

 

Ryanair: come chiedere il rimborso

 

Ryanair cancella 2.000 voli da oggi fino alla fine di ottobre. La compagnia aerea low cost iralndese ha annunciato che, per garantire la puntulità dei suoi voli e consentire al suo personale di andare in ferie, sarà costretta a cancellare dai 40 ai 50 voli al giorno per le prossime 6 settimane, fino alla fine del mese di ottobre. Potrebbero essere coinvolti quasi 400mila passeggeri, che hanno già acquistato biglietti per voli Ryanair in partenza nelle prossime settimane e moltissimi di questi sono viaggiatori italiani. Cosa fare se Ryanair cancella il volo? Come chiedere il rimborso?

IL RIMBORSO - Si può chiedere il rimborso del biglietto (da effettuare entro 7 giorni) oppure un volo alternativo non appena possibile o in altra data. Si ha anche diritto, sottolinea Altroconsumo, a un ulteriore indennizzo monetario, pari a:

- 250 euro per voli inferiori a 1500 km;

- 400 euro per voli intra-Ue superiori a 1500 km e per le altre tratte comprese tra 1500 e 3500 km;

- 600 euro per voli extra-UE superiori a 3500 km.

COME FARE - È necessario inviare una lettera a Ryanair per la richiesta di indennizzo per cancellazione voli. La compagnia aerea può ridurre l'ammontare dell'indennizzo del 50% se la riprotezione su un volo alternativo comporta un ritardo all'arrivo di non più di 2, 3 o 4 ore (sulla base delle distanze chilometriche) rispetto all'orario del volo originariamente prenotato.

 

QUANDO NON E' PREVISTO - L'indennizzo monetario non è dovuto se il passeggero:

- è stato informato della cancellazione almeno due settimane prima della partenza;

- è stato informato della cancellazione nel periodo tra 2 settimane e 7 giorni prima della partenza prevista e gli è stato offerto un volo alternativo che gli consente di partire non più di due ore prima dell'orario previsto e di raggiungere la destinazione finale meno di 4 ore dopo l'orario d'arrivo previsto;

- è stato informato della cancellazione meno di 7 giorni prima della partenza prevista e gli è stato offerto un volo alternativo che gli consente di partire non più di un'ora prima dell'orario previsto e di raggiungere la destinazione finale meno di 2 ore dopo l'orario d'arrivo previsto. Il passeggero potrà chiedere alla compagnia aerea anche il risarcimento di ulteriori danni subiti a causa della cancellazione del volo. Danni che, concludono da Altroconsumo, naturalmente dovranno essere provati. Adnkronos 19

 

 

 

Regione Sardegna, progetto Sardinia Everywere

 

Cagliari – Partito il progetto Sardinia Everywere. Il progetto intende attivare un collegamento tra gli operatori economici e culturali sardi e gli operatori economici presenti fuori dalla Sardegna, attraverso il contributo dei corregionali, in particolare dei giovani sardi che si recano all'estero per studiare e/o lavorare e che hanno sviluppato interessanti esperienze professionali e di impresa. Nel primo anno le attività si concentrano su quattro capitali europee: Londra, Berlino, Soa e Barcellona, nonché su Milano.

Il progetto nasce in seno alla Consulta Regionale dell’Emigrazione all’interno dell’Assessorato del Lavoro della Regione autonoma Sardegna (Piano Annuale dell’Emigrazione 2016 e 2017).

Si punta al raggiungimento dei seguenti risultati: incremento e rifocalizzazione delle attività dei circoli ed aumento delle adesioni da parte dei giovani;  attivazione di canali di relazione tra imprese sarde, circoli e operatori economici e culturali sardi presenti al di fuori della Sardegna;  incremento della conoscenza delle opportunità di internazionalizzazione per le imprese sarde;  sviluppo di nuove opportunità per la Sardegna e per gli emigrati nel mondo. Per il programma si veda www.sardegnamigranti.it. 

 

 

 

 

 

Il rinvio della legge sullo Jus soli è una resa e una sconfitta

 

  Milano - «Gli stranieri, e i loro figli, non sono solo una "scomodità". Se ben gestiti, nella sicurezza e nella legalità, si trasformano in una grande risorsa, di cui il Paese ha bisogno e non può più fare a meno. Una risorsa sia economica che demografica. Basterebbe solo anteporre agli egoismi di parte gli interessi della nazione».

    Così scrive il direttore di Vita Pastorale, don Antonio Sciortino, in un articolo (Ma questi bambini sono già italiani di fatto) che appare sul numero di ottobre del mensile paolino, a proposito dell'accantonamento della legge sullo jus soli in Parlamento.

    Dopo aver stigmatizzato la speculazione politica di chi mescola la legge con lo sbarco dei profughi e con il terrorismo, Sciortino precisa: «Una miopia politica, tutta italiana, masochista e priva di una visione di futuro, costringe questi ragazzi a crescere senza diritti e con sentimenti di ostilità nei confronti del Paese che li ospita». Un Paese, sottolinea il direttore del mensile che «si avvia a una sorta di suicidio demografico» e che agisce in modo schizofrenico, perché pretende dai nati in Italia quello che «non pretende dai discendenti dei nostriemigrati all'estero. Questi non parlano la nostra lingua, spesso non amano neppure l'Italia, non riconoscono le nostre istituzioni, non paganole tasse da noi... eppure abbiamo dato loro la cittadinanza, possono votare e avere i loro rappresentanti in Parlamento».

    Pertanto don Sciortino definisce «una resa e una sconfitta» il rinvio di «una legge giusta e di civiltà… quel che è nell'interesse del Paese è affossato per giochi politici: una merce di scambio da usare nelle trattative». 

    A fianco dell'articolo di don Sciortino, quello del gesuita della Civiltà Cattolica, padre Francesco Occhetta (Chiamiamoli per nome), che invita, soprattutto gli operatori pastorali e le parrocchie, a guardare con obiettività il fenomeno delle migrazioni, senza cadere nella "sindrome dell'invasione", tenendo presente che il 54% degli immigrati sono cristiani, non islamici, e che contribuiscono per un punto percentuale al Pil del Paese. Da qui, afferma padre Occhetta bisogna partire per creare una pastorale sociale nuova che preveda integrazione ed eviti la crescita di sentimenti razzisti anche nelle parrocchie: laddove si avviano percorsi di conoscenza e si conoscono le storie delle persone vengono meno i pregiudizi e ci si integra più facilmente.

    Di fronte al drammatico fenomeno delle migrazioni, padre Occhetta lamenta la mancanza di un piano europeo e il disinteresse dell'Onu, mentre cita papa Francesco che indica «le coordinate dell'azione politica: accogliere, proteggere, promuovere e integrare…  Per non cadere nel conflitto che nel Novecento ha portato alle drammatiche pulizie etniche». AF 27

 

 

 

 

On line nuova guida dell’Agenzia delle Entrate

 

Tra i temi: come evitare la doppia imposizione, come funziona il credito per le imposte pagate all’estero, quando è necessario iscriversi all’AIRE

 

ROMA - Come evitare la doppia imposizione, come funziona il credito per le imposte pagate all’estero, quando è necessario iscriversi all’AIRE: sono alcuni dei temi trattati nella nuova guida online dell’Agenzia dedicata ai lavoratori italiani all’estero.

La brochure, curata dall’ufficio Comunicazione delle Entrate, è disponibile nella sezione “L’Agenzia informa” del sito agenziaentrate.gov.it, volta a garantire un accesso semplice e intuitivo alle informazioni sugli argomenti fiscali di maggior interesse.

Le imposte all’estero dalla A alla Z . Dal concetto di residenza fiscale, per chiarire come, dove e in che modo i lavoratori all’estero devono pagare le tasse, alle convenzioni contro le doppie imposizioni, per evitare il pagamento delle imposte sia nel Paese di produzione del reddito sia in quello di residenza. La guida delle Entrate illustra i punti chiave utili a chiarire a tutti i contribuenti le regole fiscali che si applicano a chi lavora all’estero ma ha ancora la residenza in Italia e quelle valide per chi è iscritto all’Aire, l’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero.

Iscrizione all’Aire e credito d’imposta, come mettersi in regola con la voluntary. Un capitolo della pubblicazione online, inoltre, è rivolto a chi, per vari motivi, non si è iscritto all’Aire e non ha presentato la dichiarazione dei redditi per gli anni precedenti ma vuole rimediare. Infatti, in base al Dl n. 50/2017, fino al 30 settembre 2017 questi contribuenti potranno evitare di perdere il diritto al credito per le imposte pagate all’estero a titolo definitivo, presentando domanda di accesso alla procedura di “collaborazione volontaria” e indicando in essa i redditi di lavoro dipendente o di lavoro autonomo in precedenza non dichiarati in Italia. La guida è disponibile sul sito dell’Agenzia delle Entrate al seguente percorso: L’Agenzia > L’Agenzia comunica > Prodotti editoriali > Guide fiscali. (dip 20)

 

 

 

 

Al via i progetti finanziati dalla Regione Veneto “Torno al mio paese” e “Turismo delle radici!

 

BELLUNO - “Torno al mio paese” e “Turismo delle radici” sono i progetti, approvati e finanziati dalla Regione Veneto, che l’Associazione Bellunesi nel Mondo è pronta a concretizzare.

Il primo è dedicato a dodici anziani, con radici venete, provenienti dal Brasile e dall’Uruguay; la comitiva, dal 1° all’11 ottobre, avrà la possibilità di visitare la terra da dove partirono i propri avi oltre un secolo fa. Venezia, Dolomiti, Belluno, Verona, Treviso... sono solo alcune delle mete presenti nel programma elaborato dalla commissione ABM “Accoglienza” coordinata dal vice presidente Rino Budel. «Voglio ringraziare i membri di questa commissione - il commento del presidente ABM Oscar De Bona - che con passione, e in totale gratuità, si sono messi a disposizione per rendere quest’esperienza in Veneto, ai dodici partecipanti, unica». E unica sarà anche perché sono previsti incontri e concerti in modo da rendere indimenticabile questo viaggio.

Il secondo progetto riguarda un corso di formazione nel settore turistico per giovani oriundi veneti.  L'obiettivo è quello di creare un ponte tra Belluno e il Sudamerica, sfruttando il collante offerto dalle radici in comune fra le due realtà. Dieci giovani - nove dal Brasile e uno dall'Argentina – potranno così vivere un'esperienza di studio e formazione mirata a far sì che una volta rientrati possano aprire un'agenzia di viaggi e gestire dei tour verso il Veneto. «Il turismo delle radici è un fenomeno che si è sviluppato negli ultimi anni ed è in costante crescita – sottolinea il presidente Abm Oscar De Bona – sono sempre più numerosi i discendenti di veneti e bellunesi che vogliono riscoprire le terre e la cultura dei propri avi e che pertanto vengono qui in visita. Con questo corso puntiamo a far sì che i dieci ragazzi che formiamo possano diventare degli ambasciatori del nostro territorio nei loro Paesi, stimolando ulteriormente i viaggi verso il Veneto e la provincia di Belluno». Il corso, che si svolgerà nella sede dei Bellunesi nel Mondo, prenderà il via il 1 ottobre e si concluderà il 29. Un totale di 150 ore nelle quali i temi trattati andranno dalla storia locale al marketing, passando per l'economia, il diritto e le nuove tecnologie in ambito turistico. Il tutto suddiviso tra teoria e pratica. «Oltre alla didattica tradizionale – spiega il direttore Abm Marco Crepaz – sono previsti degli stage presso alcune agenzie di viaggio di Belluno, in modo che i corsisti possano mettere in pratica quello che apprendono durante le lezioni». (Inform 26)

 

 

 

 

Merkel „fest entschlossen“ mit Macron an EU-Reformen zu arbeiten

 

Bundeskanzlerin Angela Merkel hat sich an die Seite von Frankreichs Präsident Emmanuel Macron gestellt und energische Reformen der EU gefordert.

Sowohl Macrons Europarede am Dienstag als auch die Rede von EU-Kommissionspräsident Jean-Claude Juncker seien als wichtige Bausteine auf dem Weg zur Weiterentwicklung der EU und der Euro-Zone “außerordentlich”, sagte Merkel am Donnerstagabend in Tallinn. “Ich bin der festen Überzeugung, dass Europa nicht einfach stehen bleiben darf”, sagte sie vor einem informellen Abendessen der EU-Staats- und Regierungschefs in der estnischen Hauptstadt. Das werde auch in alle weiteren Beratungen zum Aufbau einer Bundesregierung einfließen, kündigte Merkel mit Blick auf anstehende Sondierungen der Union mit FDP und Grünen in Berlin an.

In ihrer ersten inhaltlichen Kommentierung der Macron-Rede lobte Merkel, dass es “ein hohes Maß an Übereinstimmung auch zwischen Deutschland und Frankreich” gebe. “Allerdings müssen wir noch über Details sprechen”, schränkte sie ein. Merkel lobte vor allem die Initiativen für eine Harmonisierung der Unternehmensbesteuerung beider Länder und der Entwicklung eines Insolvenzrechts.

Macron hatte in seiner Rede etwa einen neuen deutsch-französischen Elysee-Vertrag vorgeschlagen, der Basis für einen deutsch-französischen Markt sein sollte. Sie sprach sich für schnelle Beratungen aus. Auch die französische Seite äußerte sich nach einem Gespräch Merkel-Macron am Abend positiv: Die Kanzlerin habe Macron versichert, es sei nicht so, dass wegen der Koalitionsverhandlungen in Berlin nun monatelang nichts in Europa geschehe. “Beide sind fest entschlossen, an Reformen gemeinsam zu arbeiten, auch wenn es Differenzen in einigen Punkten gibt”, hieß es in französischen Delegationskreisen am Abend in Tallinn.

Ein Ziel: Ein “gemeinsames europäisches Asylverfahren”

“Ausgesprochen positiv sehe ich die Initiativen in Richtung eines Europas der Verteidigung und eines Europas, in dem wir die Migrationspolitik gemeinsam gestalten”, sagte sie. Allerdings müsse man hier sehr viel weiter gehen. Nötig seien gemeinsame Standards für Asylverfahren in der EU und am Ende ein “gemeinsames europäisches Asylverfahren”, genauso wie der Schutz der EU-Außengrenzen. “Auf beiden Feldern kann man schnell zu Übereinstimmungen kommen”, hieß es bei französischen Diplomaten. Die EU müsse aber auch in der Forschungspolitik enger zusammenarbeiten, mehr Freihandelsabkommen ansprechen und gegen Protektionismus in der Welt auftreten. “Und wo ich noch Handlungsbedarf sehen, das ist auch die Gemeinsamkeit in der Außenpolitik.”

Zu den Vorschlägen Macrons zur Weiterentwicklung der Euro-Zone äußerte sich Merkel dagegen vorsichtiger. “Da muss man im Detail darüber sprechen”, sagte sie. Zugleich kündigte die Kanzlerin deutsche Vorschläge an. “Wir werden da noch mit eigenen Elementen auch uns einbringen.” Beispielsweise wolle man den Eurostabilitäts-Mechanismus ESM zu einem europäischen Wirtschaftsfonds weiterentwickeln. Das wolle auch Macron. Dieser habe in seiner Rede auch die Konditionalität von Hilfen angesprochen. “Insofern sehe ich jedenfalls eine gute Grundlage in der Rede des französischen Präsidenten, hier intensiv zwischen Deutschland und Frankreich weiter zu arbeiten.”

Am Freitag findet in Tallinn ein informeller EU-Gipfel zur Digitalisierung statt. EA/rtr 29

 

 

 

 

Oh là là, ze Germans!

 

Internationale Reaktionen auf die Bundestagswahl aus Washington, Moskau, Peking, Brüssel, Paris, Athen, Kiew, London, Warschau und Rom.

 

Athen – Dann lieber Schäuble als Lindner

In Griechenland verortet man die Verantwortlichen für das leidige finanzpolitische Sparkorsett eher in Berlin denn in Brüssel, daher verfolgte man erstaunlich gut informiert den deutschen Wahlkampf. Alle wichtigen Medien spekulierten weidlich über mögliche Implikationen des Ausgangs für die europäische Politik gegenüber dem Land.

Angela Merkel und allen voran Wolfgang Schäuble werden hierzulande gerne mit dem Leibhaftigen in eine Schublade gesteckt, die empfindlichen Verluste der CDU hat man ergo mit Genugtuung aufgenommen. Viele Griechen hofften eher mit der SPD; ist doch bekannt, dass die SPD in einer großen Koalition Befürworterin einer weicheren Linie gegenüber den südeuropäischen Schuldenstaaten wäre. Der angekündigte Rückzug der Sozialdemokraten aus der Regierung gibt daher Anlass zur Sorge. Selbst den Taxifahrern Athens ist der Name Christian Lindner geläufig als der deutsche Spitzenpolitiker, der sich mehrfach für einen zeitweiligen Rauswurf Griechenlands aus dem Euro starkmachte – Kondition für einen möglichen Schuldenschnitt dann außerhalb der Eurozone. Bekannt ist, dass ein europäischer Finanzausgleich, ein eigenes Budget der Eurozone, Bankenunion und europäische Einlagensicherung von der FDP im Wahlkampf ausgeschlossen wurden. Ausgerechnet diese FDP benötigt Merkel nun zur Regierungsbildung, und ausgerechnet dieser Lindner erhebt Anspruch auf den Posten des Finanzministers. Angesichts dieser Aussichten würde man doch mit einem zwar verhassten, aber immerhin bekannten Schäuble vorlieb nehmen.

Europäisch denkende Griechen aller Couleur fragen sich, was nun aus den Initiativen zur Reform der EU werde – vornehmlich von Macron angestoßen und kürzlich am Fuße der Akropolis publikumswirksam vorgetragen. Dass die GroKo europa- und reformfreundlichere Positionen vertrat als eine neue deutsche Regierung unter Jamaika-Flagge, gilt als unstrittig.

Den Aufstieg der AfD empfindet man – wie wohl überall – als bedrohlich, allerdings eher im innenpolitischen Kontext. Auswirkungen auf die Außen- oder Europapolitik Deutschlands erwartet man nicht. Dass es nun auch im deutschen Parlament eine rechtspopulistische Fraktion gibt, wird mit Verweis auf die weiteren europäischen Länder eher als Normalisierung angesehen. Aufgeklärten Griechen ist gleichzeitig auch klar, dass ein Vergleich der AfD mit der eigenen Ausprägung, der nazistischen und gewaltbereit-verbrecherischen Bewegung „Golden Dawn“, weit überzogen wäre.

Ulrich Storck, Leiter des FES-Büros in Athen

 

Paris – Oppositionsrolle der SPD ist bittere Enttäuschung

In Frankreich staunte man bis heute über die „schlafwandelnden Deutschen“, die eine Politik des „Weiter so“ offensichtlich gutheißen, statt sich mit einem Blick auf die kommenden zehn bis 20 Jahre um die notwendigen Reformen zu streiten. Der Investitionsstau bei Straßen, Schulen, dem Ausbau des Glasfasernetzes werden hier als Beispiele genannt. Die sich im Wahlergebnis widerspiegelnde Unzufriedenheit mit der Großen Koalition hat aber ganz offensichtlich weniger mit fehlenden Zukunftsdebatten zu tun, als mit Ängsten, die von den Populisten erfolgreich angesprochen wurden.

Mehr als alles andere wurden die Auswirkungen der möglichen Koalitionen für Frankreich und für Europa diskutiert. Das Szenario einer schwarz-gelben Koalition hat die Regierung und die Kommentatoren im Vorfeld der Bundestagswahl besonders beunruhigt. In mehreren Journalen wurde Präsident Macrons Kommentar gegenüber einem Besucher des Elysée für diesen Fall kolportiert: „Dann bin ich tot.“ Die europapolitischen Ambitionen Macrons sind notwendiger Teil seiner Reformpolitik für Frankreich und die von der FDP klar formulierte Ablehnung einer Vertiefung der EU, insbesondere bezogen auf die Governance des Euro, würde einen Strich durch diese Rechnung machen. Auch seine – für französische Verhältnisse revolutionären – Reformen im eigenen Land erklären sich zum Teil als Entgegenkommen gegenüber deutschen Forderungen.

Nach seiner Europarede vom 7. September in Athen wird der französische Präsident deshalb am 26. September eine Rede an die Jugend Europas halten, bei der er seine europapolitischen Vorstellungen konkretisiert. Das Datum ist mit Bedacht gewählt: Einerseits sollte kein Einfluss auf die Bundestagswahlen in Deutschland genommen werden, sehr wohl aber auf die Koalitionsfrage nach dem 24. September. Die Festlegung der SPD auf die Oppositionsrolle ist für Macron deshalb eine bittere Enttäuschung. Und ein wahrscheinlicher FDP-Finanzminister vermutlich sein Alptraum. Bei den französischen Sozialisten (PS) zeigt man Verständnis für die Entscheidung der SPD.

Nicht zuletzt ist es aber der Einzug der AfD, der in Paris Sorgen auslöst. Regierungssprecher Castaner hat deshalb am Montag von einem „bitteren Sieg“ für Kanzlerin Merkel gesprochen. Die dank des Verhältniswahlrechts enorme Größe der AfD-Fraktion mit voraussichtlich 94 Abgeordneten dürfte das französische Festhalten am Mehrheitswahlrecht stärken. Der Front National ist im französischen Parlament mit gerade einmal acht Abgeordneten vertreten, obwohl der Stimmenanteil mit 13,3 Prozent vergleichbar war.

Stefan Dehnert, Leiter des FES-Büros in Paris

 

Brüssel – Kein Rückenwind für Europa

So dürfte sich Kommissionspräsident Jean Claude Juncker das Ergebnis der Wahlen in Deutschland nicht vorgestellt haben. Nachdem man aus Brüsseler Sicht die holländischen und die französischen Wahlen  – und Ende 2016 bereits die österreichische Präsidentenwahl – besser überstanden hatte, als von vielen erwartet, war die Brüsseler Präferenz bei der Bundestagswahl eine Fortsetzung der großen Koalition. Damit waren Stabilität und der nötige Schub für die Bewältigung einer ganzen Reihe aufgelaufener Probleme auf europäischer Ebene bereits eingepreist. Weiter erhoffte man sich eine schnelle Einigung der bereits eingespielten Koalitionspartner und folglich eine auf dem Brüsseler Parkett handlungsfähige neue deutsche klar pro-europäische Regierung. In Junckers ‚State Of the Union‘ Rede Mitte September schimmerten bereits ein goldener Herbst und ein mildes politisches Frühjahr durch: die Rechtspopulisten gebannt, die wirtschaftliche Lage besser als erwartet, Zusammenhalt im Brexit, ein wieder anspringender deutsch-französicher Motor und die Kommission gestärkt und bei einer Reihe von Zukunftsprojekten wieder im ‚driving seat‘.

Daraus wird nun nichts, denn die deutsche Innenpolitik wird instabiler werden, als sie es unter den vergangenen Merkel Koalitionen war. Und die Koalitionsverhandlungen – so sie denn gelingen – dürften ihre Zeit dauern. Europa wird weiter auf Deutschland warten müssen. Für die ehrgeizige Agenda der Kommission bis zum Ende der Legislatur im Sommer 2019 ist dies sehr problematisch.

Auch in der EU beginnt man zu ahnen, dass die große Verliererin der Wahl die Kanzlerin ist. Und das ist schwierig für Brüssel. Das Durchsetzungsvermögen der Kanzlerin im Europäischen Rat wird reduziert sein. Die EU braucht idealtypischerweise in den großen Ländern stabile Regierungen, die kompromissfähig sind und unterschiedliche europäische Handlungsoptionen in ihrem nationalen Rückraum durchsetzen können. Dies gilt umsomehr für Deutschland als größtem und wirtschaftlich stärkstem Land der Union. Dass das im Rahmen einer Jamaika-Koalition, möglich sein wird, ist eher unwahrscheinlich. Denn die Positionen von CDU, FDP und GRÜNEN im Wahlkampf lagen auf Europa bezogen so weit auseinander, dass ein Konsens in den Fragen von Eurozonenreform, Migrations- und Sicherheitspolitik oder Brexit nur vorstellbar erscheint, wenn einer der Koalitionspartner an oder über die Grenzen seiner Identität geht. Das wäre aber die Fortsetzungs des Systems Merkel, dass bei dieser Wahl krachend abgewählt wurde und in dem bislang alle Koalitionspartner geschreddert wurden. Die Grünen und vor allem die FDP, die von der Merkel-CDU bereits einmal des Platzes verwiesen wurde, dürften gewarnt sein. Der Erfolg der AFD mit 12,6 Prozent ist auch aus Brüsseler Sicht etwas größer als erwartet, wird aber im europäischen Vergleich als überschaubar betrachtet. Manch einer dürfte dies sogar lapidar nach dem Motto: ‘Welcome to the Club‘ betrachten. Sorgen macht in Brüssel nicht die Größe der AfD, sondern die Art, wie sie in der Lage war, den Diskurs und die Themen des Wahlkampfes zu prägen, was letztlich ursächlich für den unerwarteten Wahlausgang war.

Und die SPD? Auf europäischer Ebene, wo mit dem Weggang von Martin Schulz die Große Koalition im Europaparlament aufgekündigt wurde, wird der Handlungsspielraum der SPD-Gruppe in der S&D Fraktion in jedem Fall größer. Man wird nicht mehr genötigt sein, die ungeliebte und als falsch analysierte Austeritätspolitik gegenüber den Ländern des Südens zu vertreten. Im Hinblick auf die Reform der Eurozone ist die SPD schon seit geraumer Zeit näher an Macron als an Schäuble. In der GroKo wurde das nicht hinreichend deutlich. In der Opposition muß sich nun zeigen, wieviel identitätsverbürgende Kraft einer linken Volkspartei noch da ist, um in Deutschland und Europa wieder um Mehrheiten zu konkurrieren.

Uwe Optenhögel, Leiter und Johanna Lutz, stellv. Leiterin des FES-Büros in Brüssel

 

London – Auch nach der Wahl kein „cherry picking“

Der Ausgang der Bundestagswahl wurde in Großbritannien vor allem unter drei Aspekten bewertet: Brexit, die AfD und das Ergebnis der SPD.

Vor dem Hintergrund der aktuellen Brexit-Verhandlungen wird die (Wieder-)Wahl Merkels in Großbritannien nüchtern betrachtet. Es ist bekannt, dass allen Parteien, die für eine Regierungskoalition in Frage kommen, der Zusammenhalt in der EU am wichtigsten ist und Großbritannien höchstwahrscheinlich kein „cherry picking“ erlaubt werden wird. Die Brexit-Befürworter hatten vor der Wahl noch gehofft, dass eine Koalition zwischen CDU und wirtschaftsliberaler FDP zu einem vorteilhafteren Brexit-Deal führen könne. Inzwischen ahnt man, dass die FDP – wenn überhaupt – nur einen minimalen Einfluss hat. Bedrückt stellt man fest, dass Kanzlerin Merkel in den nächsten Wochen mit Koalitionsgesprächen befasst sein wird und dem EU-Austrittsverfahren für Großbritannien entsprechend weniger Aufmerksamkeit wird schenken können.

Der Einzug der AfD in den Bundestag wird auch in Großbritannien mit Sorge wahrgenommen. Das Schutzschild der deutschen Gesellschaft habe deutliche Beulen abbekommen, sei aber nicht völlig zerbrochen, so fasst es der Guardian zusammen. Bedenklich sei, dass die AfD durch ihren Einzug in den Bundestag zukünftig in den Genuss von Redezeit, staatlicher Förderung und noch stärkerer Aufmerksamkeit der Medien käme. Allerdings sei es übertrieben, zu glauben, in Deutschland sei das Gespenst der Vergangenheit zurückgekehrt. Das Land sei nach wie vor eine stabile Demokratie, robuster als Großbritannien oder die USA, welche durch Brexit und Donald Trump stärker durchgeschüttelt worden seien. Die AfD sei zwar ins Parlament gekommen, aber nicht in die Regierung, und es sei beruhigend zu sehen, dass alle anderen deutschen Parteien einen Pakt mit der AfD ablehnen.

Das Abschneiden der SPD dagegen wird vor allem bei Labour mit Sorge betrachtet, wo man momentan den Parteitag in Brighton abhält. Parteichef Jeremy Corbyn nimmt für sich in Anspruch, den politischen „Mainstream“ zu verkörpern und bereitet sich auf einen möglichen Einzug in Downing Street No 10 vor. Das schlechte Ergebnis der SPD könnte für ihn die Bestätigung sein, seinen sehr linken Kurs noch zu intensivieren. Gleichzeitig wird aber immer wieder Bedauern über den Rückzug der SPD in die Opposition geäußert. Ob das denn richtig sei? Schließlich bräuchte Europa angesichts der multiplen Herausforderungen derzeit ein stabiles Deutschland und eine große Koalition sei dafür sicherlich der bessere Garant als ein Jamaika-Bündnis mit völlig divergierenden Parteiinteressen.

Nicole Katsioulis, Leiterin des FES-Büros in London.

 

Kiew – Abgang von Freunden ist schwer zu verdauen

Zwar ist die vermeintliche Wunschkonstellation aus Sicht der ukrainischen Führung, eine schwarz-grüne Koalition, mit diesem Ergebnis in weite Ferne gerückt. Dennoch sieht Kiew vor allem in einer weiteren Amtsperiode von Bundeskanzlerin Angela Merkel die Garantie für eine Aufrechterhaltung der Russland-Sanktionen und der deutschen Rolle als treibende Kraft im Minsker Prozess. Eine rot-rot-grüne Koalition, belastet durch das unklare Verhältnis von Teilen der Linken zum Krieg in der Ost-Ukraine und zu Russland, galt für die Kiewer Führung als Schreckgespenst. Die sicherlich auch wahltaktischen Äußerungen Sigmar Gabriels und Christian Lindners zur Lockerung der Russland-Sanktionen oder Anerkennung der Krim-Annexion wurden in einigen Kiewer Kreisen mit gelinder Fassungslosigkeit aufgenommen. Dennoch wird Kiew damit leben können, dass entweder wieder ein Liberaler in den Werderschen Markt einzieht oder aber am Ende doch wider Erwarten weiterhin die deutsche Sozialdemokratie das Amt des Bundesaußenministers stellt.

Schwieriger zu verdauen ist für die Ukraine jedoch der Abgang zahlreicher Bundestagsabgeordneter, die sich über Jahre hinweg für die Ukraine stark gemacht haben – unter anderem Franz Thönnes, Gernot Erler, Marieluise Beck, Karl-Georg Wellmann und Norbert Spinrath. Unmittelbar nach den Wahlen muss sich Kiew mit den neuen Gesichtern im neuen Bundestag vertraut machen und vor allem nach neuen Freunden suchen – besonderes Interesse wird darin liegen, ob eine prinzipiell der Ukraine gegenüber freundlich gestimmte Fraktion den Vorsitz der deutsch-ukrainischen Parlamentariergruppe bekommt.

Was Kiew jedoch fürchtet, ist ein langes Hin und Her, ehe man sich in Berlin überhaupt auf eine Koalition einigt. Die Ukraine braucht eine schnell handlungsfähige Bundesregierung, die den kürzlichen Vorstoß des russischen Präsidenten Wladimir Putin zur Entsendung einer UN-Blauhelmmission in die Ost-Ukraine konstruktiv begleitet, so dass am Ende eine Mission herauskommt, die nicht nur Bodyguard für die OSZE-Beobachter spielt, sondern auch umfassenden Zugang zur russisch-ukrainischen Grenze bekommt. Mit wesentlich weniger Entspannung schaut man in Kiew hingegen schon auf die nächste Wahl – die des russischen Präsidenten Anfang 2018.  

Marcel Röthig, Leiter des FES-Büros in Kiew

 

Warschau – Merkels Sieg ist gut für Polen

Im Vordergrund der Kommentare polnischer Politikerinnen und Politiker steht die Bedeutung der Bundestagswahl für Polen. Über alle Parteigrenzen hinweg wird der Sieg Angela Merkels begrüßt. Das Abschneiden der AfD beunruhigt. Die Partei wird als prorussisch und wegen der Glorifizierung der Wehrmacht als antipolnisch eingestuft. Der sozialdemokratische Altpräsident Aleksander Kwa?niewski kommt zu dem Ergebnis, dass die deutsche Polenpolitik weiterhin berechenbar bleiben und um gute Beziehungen zu Polen bemüht sein werde.

Für Innenminister Marius B?aszczak von der Regierungspartei „Recht und Gerechtigkeit“ (PiS) ist Angela Merkel diejenige Politikerin, die den polnischen Interessen am meisten entspricht. Für ihn und die PiS sind die Stimmenverluste für die Große Koalition auf die Öffnung der deutschen Grenze für Flüchtlinge zurückzuführen. Die Ergebnisse der Bundestagswahl zeigten, dass die Flüchtlingspolitik der polnischen Regierung richtig sei. Die PiS-Regierung lehnt entgegen der EU-Beschlüsse die Aufnahme von Flüchtlingen ab. Im PiS-Lager wird die Abwahl der SPD begrüßt. Der PiS-Europaabgeordnete Zbigniew Ku?miuk betonte, dass damit die deutsche Regierung weniger prorussisch sein werde. Er sagte, dass Sigmar Gabriel Moskau oft besucht und seine Zweifel gegenüber den Russland-Sanktionen geäußert habe. Gabriel sei auch Befürworter des Gaspipeline-Projekts Nord Stream 2. Jetzt gebe es eine große Chance, dass die deutsche Regierung den Bau nicht mehr unterstützen werde. Nord Stream 2 wird in Polen von allen politischen Parteien und der Mehrheit der Bevölkerung abgelehnt.

Auch für die größte Oppositionspartei, die vormalige Regierungspartei „Bürgerplattform“ (PO) sowie für die liberale Oppositionspartei „Nowoczesna“ ist der Sieg Merkels ein Garant für die Kontinuität in den polnisch-deutschen Beziehungen und deshalb positiv für Polen. Der PO-Vorsitzende Grzegorz Schetyna unterstrich die Bedeutung  der Fortsetzung der proeuropäischen Ausrichtung der deutschen Politik. Für den ehemaligen PO-Europaabgeordneten Pawe? Zalewski hat eine Jamaika-Koalition zwei Vorteile. Erstens seien sich die CDU und die Grünen in einer harten Russlandpolitik einig und zweitens werde die FDP einige französische Vorstellungen über die Reform der Eurozone  ausbremsen. Das werde Polen zwei Jahre Luft verschaffen, um die Marginalisierung Polens in der EU zu verhindern. Die nächsten polnischen Parlamentswahlen finden 2019 statt, und die PO hofft auf einen Wahlsieg. Sowohl im sozialdemokratischen „Bund der Demokratischen Linken“ (SLD) als auch in der Partei „Nowoczesna“ wird die Entscheidung der SPD gewürdigt, in die Opposition zu gehen. Der SLD-Europaabgeordnete Bogus?aw Liberadzki und die Nowoczesna-Fraktionsvorsitzende  im Sejm, Katarzyna Lubnauer hoben hervor, dass damit die SPD die Führung der Opposition übernehmen werde und nicht die AfD. „Denn die stärkste Oppositionspartei prägt auch die Politik“, so Lubnauer. Roland Feicht, Leiter des FES-Büros in Warschau

 

Rom – Zeit der Unsicherheit beginnt

Da auch italienische Politiker und Journalisten Meinungsumfragen lesen können, hat das gestrige Ergebnis in Rom nur begrenzt überrascht. Dennoch wird der Wahlausgang durchaus als Zäsur wahrgenommen: Deutschland wird auf absehbare Zeit weniger stabil und weniger berechenbar sein. Vor allem das schwache Abschneiden der CDU wurde von den italienischen Medien nicht erwartet. In den italienischen Leitmedien dominierte bis gestern eine beinahe hagiographische Bewunderung der großen und ewigen Kanzlerin in Berlin. Das sich aufbauende Unwohlsein wurde entweder nicht wahrgenommen oder ignoriert.

Am Tag danach überwiegt eher die Beschreibung des Resultats und seiner Ursachen, als die Frage, was dieses Ergebnis denn nun für Italien und Europa bedeutet. Die in Teilen der öffentlichen Meinung im Frühjahr gehegten Erwartungen, mit einem Kanzler Schulz werde endlich das Schäublesche Austeritätsdiktat überwunden, hatten sich schon in den letzten Monaten verflüchtigt. Dennoch besteht in manchen Kreisen immer noch die Hoffnung, mit einer neuen Regierung endlich auch einen Wechsel im deutschen Finanzministerium zu sehen. Hier setzt man auf die pro-europäischen Grünen, die den „Euro-Falken“ Schäuble aus dem Amt drängen könnten. In der Summe aber dominiert Skepsis: Mit diesem Ergebnis hat Europa, so die Einschätzung, zunächst einmal einen Stabilitätsanker verloren. Die Hoffnungen, mit einer neuen Bundesregierung und dem Machtwechsel in Paris endlich die Grundlagen für eine weitere europäische Risikovergemeinschaftung und mehr Spielräume bei der Auslegung der Maastricht-Kriterien zu erhalten, sind erst einmal weg. Man richtet sich auf eine längere Zeit der Unsicherheit ein.

Einige Kommentatoren – wie der frühere Ministerpräsident Enrico Letta – erwarten auch Auswirkungen für die italienische Innenpolitik, vor allem für die Regierungspartei PD: Die gestrigen Wahlen haben gezeigt, welche politische Sprengkraft das Thema Migration selbst in einem wohlhabenden und wirtschaftlich florierenden Land wie Deutschland haben kann. In dieser Hinsicht besteht auch weitgehende Einigkeit von linken bis zu rechten Medien, was die Interpretation des Wahlresultats betrifft: Es war die Flüchtlingspolitik der Großen Koalition, die den großen Verlust der beiden Volksparteien in erster Linie verursacht hat, lautet die Einschätzung.

Ernst Hillebrand, Leiter des FES-Büros in Rom

 

Washington – Wo ist die Action?

Der amerikanische Deutschlandbeobachter reibt sich verwundert die Augen: Wie, das war’s schon? Kein Lärm, keine persönlichen Beleidigungen, mehr Konsens als Dissens und wo waren eigentlich die Russen?

In Deutschland geht das Wahljahr des weltweiten Populismus zu Ende und hier nimmt man zunächst wahr: Angela Merkel ist als Stabilitätsanker Europas wiedergewählt worden.

Mit wem Angela Merkel eine Koalition bilden wird, ist schon nicht mehr ganz so wichtig, die Themen des Wahlkampfes spielten nur in Expertenkreisen eine Rolle. Zwar profitierte nun auch in Deutschland eine rechte Partei von der populistischen Antimigrations- und Antimuslim- Welle, allerdings traut man der demokratischen Mehrheit in Deutschland zu, dieses Phänomen einzuhegen. Mit diesem Wahlergebnis legt Deutschland vielleicht sogar seine oft zur Schau gestellte moralische Überlegenheit gegenüber den Nachbarländern ab und widmet sich den gleichen Problemfeldern wie viele andere Staaten. Allgemein anerkannt wird immer wieder die Führungsrolle Deutschlands in Europa, bei der Bewältigung der Flüchtlingskrise oder im Kampf gegen den Terrorismus.

Für die Trump-Administration bedeutet die Wiederwahl Merkels, dass sie es weiterhin mit einer ernst zu nehmenden Verhandlungspartnerin in Europa zu tun haben werden. Sie wird sich von den Tiraden des Präsidenten nicht beeindrucken lassen, immerhin hat sie schon drei amerikanische Präsidenten kommen und gehen sehen. Für die inneramerikanischen Gegner der Trump- Regierung ist ihre Wiederwahl ein Hoffnungszeichen, für die meisten Amerikaner einfach nur eine Randnotiz auf Seite 3. Besonders auf den Gebieten Immigration, Klimapolitik und Handel steht die deutsche Politik für das Gegenteil der derzeitigen Trump-Politik. Der auf „America first“ ausgerichteten Außenpolitik Washingtons steht das multilateral orientierte Deutschland gegenüber – spannende Zeiten also für das transatlantische Verhältnis.

Deutschland ist nach dem britischen EU-Ausstiegsvotum eindeutig der wichtigste europäische Verbündete, es wird bei der Reform der EU, der Gestaltung der Brexit-Verhandlungen oder der Zukunft der NATO eine Schlüsselrolle einnehmen.

Präsident Trump konnte zu Kanzlerin Merkel keinen persönlichen Draht entwickeln, aber glücklicherweise sind die transatlantischen Beziehungen stark und haben sich bereits in Krisenzeiten bewährt. Die weltweiten Herausforderungen an das westliche Bündnis werden wohl eher zunehmen, ebenso wie die Erwartungen an Deutschland.

Michael Meier, Leiter des FES-Büros in Washington

 

Moskau – Oppositionsrolle der SPD wird bedauert

Fast schon einträchtig haben die russischen Medien das gestrige Wahlergebnis in Deutschland kommentiert. Der Wahlsieg von Angela Merkel und der CDU sei eigentlich, in Anbetracht der enormen Verluste, eine Niederlage – das schließt die CSU ein. Das Schicksal der stolzen Volkspartei SPD wird ebenfalls breit debattiert: Während viele Journalisten mit Martin Schulz den richtigen Kandidaten zur richtigen Zeit sahen, aber eine falsche Themensetzung – ein  zu starker Fokus auf „Soziale Gerechtigkeit” und eine zu geringe Hinwendung zu den Sorgen der Bürger im Bereich Zuwanderung, Islam und innere Sicherheit –, haderten einige Betrachter sowohl mit den Themen als auch mit dem Kandidaten. Das kurze Zeitfenster zur Erzeugung einer Wechselstimmung war da, wurde aber verpasst. Der jetzt beschlossene Gang der SPD in die Opposition wird aus außenpolitischer Sicht bedauert, stößt jedoch aus innenpolitischer deutscher Sicht auf Respekt und Verständnis bei den russischen Analysten und Medien.

Der beängstigende Aufstieg der AfD resultiert nach Meinung fast aller Analysten aus der Unfähigkeit der etablierten Parteien, die Ängste und Probleme vieler Menschen ernst zu nehmen. Das Thema Einwanderung und Islam, innere Sicherheit und Integration sei von den beiden großen Parteien nicht adäquat aufgenommen und somit der AfD überlassen worden. In fast allen Artikeln wird die AfD als ultrarechte und extremistische Partei definiert und als Analogie zum „Front National“ in Frankreich.

Breiteren Raum nahmen die Prognosen ein, wie sich die neue Bundesregierung formieren könnte, wie viel Zeit dies in Anspruch nimmt und wer dann neuer Außenminister/neue Außenministerin sein wird. Gleichzeitig geht man davon aus, dass die Leitlinien der deutschen Außenpolitik nun noch stärker im Kanzleramt und durch die Kanzlerin selbst definiert und umgesetzt werden. Keine Illusionen macht man sich in Russland momentan hinsichtlich einer raschen Änderung der deutschen Außenpolitik in Bezug auf die deutsche Russland-Politik in den kommenden Monaten oder Jahren. Die Frage, wie viele Kompromisse die Kanzlerin gegenüber ihren Koalitionspartnern machen muss – und in welchen Bereich – , um eine stabile Regierung für die kommende Legislaturperiode zu schmieden, nimmt ebenfalls Raum in der Berichterstattung ein.

Allgemeiner Tenor ist auch: Alle Vorwürfe und Befürchtungen im Vorfeld der Wahlen, dass Russland von außen Einfluss auf die Bundestagswahlen nehmen würde, haben sich als unbegründet herausgestellt. 

Fazit aus russischer Sicht: Das Erwartbare ist eingetreten, das Wünschenswerte muss warten.

Mirko Hempel, Leiter des FES-Büros in Moskau

 

Peking – Kommunisten halten Oppositionsrolle der SPD für richtig

In China wurde die Bundestagswahl nur in Expertenkreisen mit größerem Interesse verfolgt. Zu klar schienen die Verhältnisse zu sein, da der SPD bereits seit Monaten keine ernsthaften Chancen auf einen Machtwechsel zugerechnet wurden. In der Führung der Kommunistischen Partei Chinas (KPCh) und in der chinesischen Regierung setzte man deshalb schon früh auf Angela Merkel, die als verlässliche und berechenbare Partnerin gilt. Auch in der allgemeinen Bevölkerung ist die Bundeskanzlerin beliebt und letztlich die einzige bekanntere aktive deutsche Politikerin. Peking setzt darauf, dass Deutschland auch weiterhin die Rolle als Stabilitätsgarant in einer als krisenanfällig wahrgenommenen Europäischen Union spielen wird.

Anders als der vergangene Präsidentschaftswahlkampf in den USA mit seiner geradezu exzessiven Dramatik vermochte der Bundestagswahlkampf kein besonderes Interesse in der chinesischen Bevölkerung zu wecken – sofern die Chinesen überhaupt die Möglichkeit hatten, über die Auslandsmedien den Wahlkampf zu verfolgen. Der SPD-Spitzenkandidat Martin Schulz war bis zuletzt nur Deutschland-Kennern ein Begriff. Einzig die Sorge um den nun auch in Deutschland erstarkenden Rechtspopulismus konnte ansatzweise die verbreitete Wahrnehmung durchbrechen, dass das Wahlergebnis in einem „Weiter so“ unter Führung von Angela Merkel bestehen würde. Der Wahlerfolg der AfD auf der einen, und die massiven Stimmenverluste insbesondere für die Unionsparteien auf der anderen Seite, haben schließlich doch viele Chinesen überrascht, aber es überwiegt Erleichterung über die wahrscheinliche Fortsetzung der Kanzlerschaft Angela Merkels. Von der neuen Bundesregierung erwartet die chinesische Führung eine weitere Vertiefung der so genannten „umfassenden strategischen Partnerschaft“ zwischen beiden Ländern. Zunehmend wird es jedoch auch darum gehen, Interessendivergenzen beispielsweise in den Handelsbeziehungen auszutragen, ohne die bilateralen Beziehungen insgesamt zu gefährden.

In der KPCh, die in Deutschland nur mit der SPD seit Jahrzehnten verschiedene Parteiendialoge unterhält, war der Rat an die SPD vor der Wahl übrigens klar: Bloß keine Fortsetzung der Großen Koalition, um nicht weiter zu verzwergen.

Christoph Pohlmann, Leiter des FES-Büros in Peking IPG 26

 

 

 

 

Abgesang der Volksparteien?

 

Die Bundestagswahl hat ein politisches Erdbeben ausgelöst. Die CDU hat 8 % verloren, die SPD ist nur knapp an der 20 % Hürde gescheitert und die AfD ist nun auch in der Bundespolitik parlamentarische Kraft. Doch ist die Lage so dramatisch, wie es klingt?

 

Die CDU hat zwar krachend verloren, bewegt sich aber am unteren Ende jener Stimmenskala, die seit 2005 Jahren für sie gilt. Abgesehen von 2013 erhielt die CDU seit 1994 nie mehr 40 % der Stimmen. Seitdem schwankt sie zwischen 33 und 38 %, was die Partei nun ebenfalls fast geschafft hat. Merkel hat üblicherweise zwischen 33 und 35 % in den Wahlen 2005 und 2009 geholt. Die Wahl 2013 kann ungewöhnlich beschrieben werden, auch weil die FDP den Bundestag verlassen musste.

Ein ähnliches Phänomen gilt für die SPD, wenngleich es für sie dramatischer ist. Die Partei hat ihr schlechtestes Ergebnis bei einer Bundestagswahl geholt. Das Wahlergebnis von 20 % erinnert er an die Weimarer Republik, als SPD noch eine sozialistische Arbeiterpartei war. Dennoch hat die sie lediglich das untere Ende der Skala geringfügig erweitert. Seit 2009 pendelt die Partei zwischen 20 und 25 %. Ein klarer Bruch liegt vor 2009, als sie 2005 letztmalig 30 % der Stimmen erhalten hat.

Der Einzug der AfD ist nicht ungewöhnlich. In vielen europäischen Parlamenten gibt es eine rechtspopulistische Partei: In Italien ist das etwa die Liga Nord oder in Dänemark die dänische Volkspartei. Selbst in Frankreich mit seinem Mehrheitswahlsystem ist eine rechtspopulistische Partei im Parlament vertreten.

Neue Fragen für die Legislaturperiode

Kann die Union einen Neustart hinlegen? Wenn die CDU die Trendwende schaffen möchte, ist es als Regierungspartei eine schlechte Zeit. Parteien stellen sich inhaltlich wie personell häufig in der Opposition neu auf. In der Regierung unterliegen sie Zwängen.

Merkel hat aber gerade in der Regierung die Union weiter in die Mitte verschoben, während sie mit SPD und Liberalen regierte. Ob die Union die rechte Flanke schließen kann, während sie gleichzeitig mit Grünen und FDP koaliert, darf dennoch bezweifelt werden.

Aber will die CDU überhaupt der AfD die Wähler abspenstig machen? Es ist das oberste Bestreben der Union zu regieren. Dafür ist sie nicht darauf angewiesen, 40 % oder mehr zu erhalten. Es reicht, ein linkes Bündnis zu verhindern und anschlussfähige Partner zu finden. Mit einer AfD könnte es für eine linke Mehrheit lange nicht mehr reichen. Zudem wird die CDU der SPD voraushaben, das erste Viererbündnis zu proben. Damit nimmt sie eine parlamentarische Leitung ein, die in den nächsten Jahren gefragt sein wird.

Kann sich die SPD in der Opposition neu aufstellen? 2009 hat sie die Chance zu einer Revitalisierung verpasst. Die alten Köpfe waren nach wie vor präsent und inhaltlich gab es kaum Neuerungen. Die Führung war zwischen dem Parteivorsitzenden Gabriel und dem Fraktionsvorsitzenden Steinmeier geteilt. Auf ein ähnliches Szenario steuert die SPD wieder zu. Schulz möchte Parteivorsitzender bleiben und mit Andrea Nahles übernimmt eine ehemalige Ministerin aus dem Kabinett Merkel den Fraktionsvorsitz.

Es darf bezweifelt werden, ob es in der SPD unter diesen Umständen gelingt, eine inhaltliche Kehrtwende umzusetzen. Die wäre nötig, um wieder zu einer echten Konkurrenz für die Union zu werden. Erinnert sei an das Godesberger Programm von 1959. Darin fand die SPD den Anschluss an die westdeutsche Gesellschaftsordnung. Der damit ausgelöste “Genosse-Trend“ hat die SPD unter Willy Brandt ins Kanzleramt geführt. Ein solcher inhaltlicher wie personeller Revitalisierungsschub wäre der SPD zu wünschen.

Und die AfD? Etabliert sie sich als Protestpartei auf der rechten Seite des Parlaments, dann teilt sie das Schicksal vieler rechtspopulistischen Parteien in Europa. Oder wandelt sie sich, wie die Grünen, zur ernsthaften Koalitionspartei, indem sie die rechtsextremen Gruppierungen in ihr und deren Wählerpotenzial abstößt.

Schon wieder eine Zeitenwende

Die Merkejahre ab 2005 werden politisch als Beginn einer neuen Epoche zu gelten haben. Die CDU und SPD werden geschwächt. Es gibt mehr Parteien im Parlament und sogar eine rechte Alternative zur Union. Bundestag und Regierung werden bunter. Jahrzehntelang wurde die Bundespolitik durch drei Parteien in Zweierkoalitionen bestimmt. Den ersten Zeitenwechsel gab es mit der Etablierung der Grünen, die mit der SPD ein linkes Projekt durchführen konnten. Seit 2005 schmolz die SPD und schuf damit Platz für die Linke, die aus ihren Renegaten und der ehemaligen SED bestand. Nun erlebt die CDU ein ähnliches Phänomen mit dem Einzug der AfD. Ende offen. Maximilian Röll, Kath.de 29

 

 

 

 

EU-Kommission: EU soll 50.000 Flüchtlinge aus Krisengebieten aufnehmen

 

Die EU-Kommission hat den Mitgliedstaaten vorgeschlagen, in den kommenden beiden Jahren auf freiwilliger Basis „mindestens 50.000“ Flüchtlinge direkt aus der Türkei, der Nahost-Region und Afrika aufzunehmen.

Die EU-Kommission hat den Mitgliedstaaten vorgeschlagen, in den kommenden beiden Jahren auf freiwilliger Basis „mindestens 50.000“ Flüchtlinge direkt aus der Türkei, der Nahost-Region und Afrika aufzunehmen. Die EU müsse „legale Wege“ der Migration schaffen, damit schutzbedürftige Flüchtlinge nicht weiter gefährliche Reisen auf sich nähmen, um nach Europa zu kommen, erklärte die Behörde am Mittwoch in Brüssel. Sie stellt demnach für die Aufnahme der Flüchtlinge 500 Millionen Euro bereit – also 10.000 Euro pro Flüchtling.

Anders als bei der umstrittenen Umverteilung von Flüchtlingen innerhalb Europas soll die Aufnahme der Menschen aus Krisenregionen nur freiwillig erfolgen und nicht nach verpflichtenden Quoten.

In Osteuropa geht einiges schief, meint Prof. Andreas Moring.

Die Kommission verweist dabei auf ein seit 2015 laufendes Umsiedlungsprogramm aus Krisenregionen, durch das auf freiwilliger Basis 23.000 Menschen in der EU aufgenommen wurden.

In einem Pilotprojekt will Brüssel zudem prüfen, ob Programme zur legalen Einwanderung auch „unter privater Förderung“ erfolgen könnten. Dies solle es „privaten Gruppen und Organisationen der Zivilgesellschaft erlauben, im Einklang mit nationaler Gesetzgebung Umsiedlungen zu organisieren und zu finanzieren“. Die EU-Asylbehörde Easo soll sich dabei mit interessierten Mitgliedstaaten abstimmen.

Der türkische Präsident Erdogan hat vor den UN die schleppende Auszahlung der EU-Finanzhilfe für Flüchtlinge kritisiert.

Darüber hinaus schlug die Kommission vor, Pilotprojekte für „legale Einwanderung“ zu finanzieren und zu organisieren. Anfänglich solle dies vor allem Drittstaaten betreffen, die sich besonders kooperationsbereit in der Migrationskrise gezeigt haben.

Brüssel forderte Mitgliedstaaten und Europaparlament auch auf, sich bald auf eine Reform der so genannten Blue Card für hochqualifizierte Arbeitskräfte aus Drittstaaten zu einigen. Sie war 2009 geschaffen worden, um etwa Ingenieure, Informatiker oder Ärzte nach Europa zu locken. Der Erfolg ist wegen komplizierter Verfahren und hoher Hürden bisher begrenzt. Viele Kandidaten gehen zudem weiter lieber in die USA oder nach Kanada. EA/AFP 27

 

 

 

Flüchtlinge: Italien schlägt weltweite Umsiedlung von Libyen aus vor

 

Angesichts des Widerstands vieler europäischer Staaten will Italien in Libyen gestrandete Flüchtlinge weltweit umsiedeln. Das Land plant ein Pilotprojekt mit tausend Schutzbedürftigen.

In einem Pilotprojekt könnten zunächst rund tausend besonders schutzbedürftige Flüchtlinge von Ländern in der ganzen Welt aufgenommen werden, die sich dazu bereit erklären, sagte der italienische Außenminister Angelino Alfano am Donnerstag vor einem Parlamentsausschuss in Rom.

Alfano bezeichnete das Verfahren als „revolutionär“. Er räumte zugleich ein, dass viele der potenziellen Gastgeberländer, die keine Botschaft in Libyen mehr hätten, auf anderen Wegen genaue Informationen über die betreffenden Flüchtlinge erhalten müssten.

Außenminister Sigmar Gabriel hat eine Debatte darüber gefordert, wie Flüchtlinge und Migranten nach ihrer Rückkehr nach Libyen behandelt werden.

Italien ist eines der Hauptankunftsländer für Flüchtlinge, die in die EU wollen. Seit 2014 trafen über 600.000 Menschen aus Afrika, Asien und dem Nahen Osten in dem südeuropäischen Land ein. Viele von ihnen kamen über die lebensgefährliche Mittelmeer-Route aus Libyen.

Ein hoch umstrittenes Programm zur Umverteilung von Flüchtlingen innerhalb der EU lief am Mittwoch aus. Doch nur rund ein Fünftel der bis zu 160.000 Asylsuchenden, die zur Entlastung der Hauptankunftsländer Italien und Griechenland mit Hilfe eines Quotensystems auf andere EU-Staaten verteilt werden sollten, fand tatsächlich eine neue Heimat.

Frankreich will noch in diesem Sommer sogenannte Hotspots für Flüchtlinge im nordafrikanischen Krisenstaat Libyen einrichten.

Die EU-Kommission will nun die Mitgliedstaaten zur freiwilligen Aufnahme von „mindestens 50.000“ schutzbedürftigen Flüchtlingen in den kommenden beiden Jahren bringen. Sie stellt demnach pro aufgenommenem Flüchtling 10.000 Euro bereit. Abschiebungen abgelehnter Asylbewerber sollen gleichzeitig beschleunigt werden. EA/AFP 29

 

 

 

 

Macrons Vision für Europa: „Keine roten Linien, nur Horizonte“

 

Vertragsänderungen, Landwirtschaft und Schulden: In seiner Rede über ambitionierte EU-Reformen hat Frankreichs Präsident Emmanuel Macron eine Reihe Themen angesprochen, die bisher als Tabu galten. Ein Bericht von EURACTIV France.

 

„Europa ist eine Idee, die von Optimisten und Visionären angetrieben wurde und wird,” sagte Macron gestern Abend vor Studenten der Sorbonne-Universität in Paris. Unter den Zuhörern waren unter anderem die ehemaligen EU-Parlamentarier Daniel Cohn-Bendit und Sylvie Goulard.

Macron hielt die Rede über seine Vision für die EU bis 2024 (hier im Wortlaut auf französisch) vor einem blauen Hintergrund mit Sternen. Auch das Jahr 2024 ist symbolisch: Dann wird das neu gewählte EU-Parlament seine Legislaturperiode starten; und in Paris finden die Olympischen Sommerspiele statt.

Macron kritisierte, Europa sei unter dem Schutz der USA selbstgefällig geworden und habe lediglich versucht, das Wirtschaftswachstum der Schutzmacht zu imitieren. Er wolle diesen Trend schnellstmöglich umkehren.

Keine Angst vor Tabus

Im Gegensatz zur oft zurückhaltenden und verdrießlichen Art der Debatten über europäische Themen, ging der französische Präsident in die Offensive und verwies auf ein Zitat des verstorbenen Papst Johannes Paul II: „Habt keine Angst.“ Man dürfe keine Angst vor der Idee haben, Europa zu verändern.

Weiter sagte er, in Deutschland und in Frankreich gebe es unterschiedliche Auffassungen über „das Unsagbare“ oder „Undenkbare“: Für Frankreich seien es Vertragsänderungen, für Deutschland die Schuldenfrage. „Ich möchte Ihnen aber versichern, dass beides diskutierbar ist und angegangen werden kann,“ so Macron. Beide Themen müssten bei demokratischen Treffen, die Macron bereits früher vorgeschlagen hatte, vor den Europawahlen 2019 besprochen werden. Dadurch würde die Wahl auch mit größerer Bedeutung aufgeladen.

Angela Merkel könnte mehr damit beschäftigt sein, eine unruhige Koalition zusammenzuhalten, statt als schlagkräftige Partnerin für Macrons Pläne aufzutreten.

Auch der Brexit kam kurz zur Sprache. Während europäische Politiker sich „aus Respekt vor der Entscheidung des britischen Volkes“ meistens bedeckt halten, wurde Macron deutlich. Er erklärte: „In einigen Jahren wird es für Großbritannien die Möglichkeit geben, der reformierten und vereinfachten EU, wie ich sie vorschlage, wieder beizutreten.“

„Altparteien haben kein Monopol“

Während Brüssel nach wie vor eine gewichtige Rolle im alltäglichen Leben der Bürger spiele, sei die EU momentan „zu schwach, zu langsam und zu ineffizient“. Man müsse den „europäischen Bürgerkrieg“ über Haushalts- und regulatorische Fragen beenden. Macron lobte Kommissionspräsident Juncker für seine neuesten Vorschläge sowie Vizepräsident Frans Timmermans für seine Anstrengungen, die Rechtstaatlichkeit in Polen und Ungarn zu bewahren.

Weiter nahm er die etablierten Parteien Europas aufs Korn. Ihre Mitglieder seien bei europäischen Themen nicht mehr der Meinung ihrer Führung. Man solle bereits für die Europaparlamentswahlen 2019 transnationale Wahllisten einführen. Dann könnten die Plätze der wegfallenden 73 britischen MEPs mit solchen europäischen Kandidaten besetzt werden. Ab 2024 soll dann die Hälfte des Parlaments europaweit gewählt werden. Auch das Spitzenkandidaten-Konzept sei unterstützenswert. „Diese alten Parteien [gemeint sind die EVP und die S&D im EU-Parlament] haben kein Monopol auf Europa mehr. Wir müssen die Menschen direkt nach ihrer Meinung fragen.“

Beim Thema Rechtstaatlichkeit und Demokratie in Polen sprach Macron einen polnischen Studenten im Publikum direkt an: „Wenn die Regierung es nicht will, müssen die Studenten solche demokratischen Treffen in Polen organisieren.“ Insgesamt müsse sich Europas Jugend „denjenigen widersetzen, die euch von Europa ablenken und wegführen wollen.“

Konkrete Ideen für Europa

Zu Macrons versprochenen Änderungsvorschlägen für die zukünftige EU gehört der militärische Austausch zwischen den Mitgliedstaaten, die Einführung einer Finanztransaktionssteuer mit der die Entwicklungshilfe finanziert werden soll, ein Minimalpreis beim Emmissionshandel für CO2-Zertifikate zwischen 25 und 30 Euro pro Tonne sowie eine grenzüberschreitende europäische Steuer auf die Produktion von Kohlenstoff.

Da es zuviele CO2-Zertifikate im ETS gibt, sind die Preise niedrig. Für Unternehmen ist es somit „billig“, zu schmutzig zu sein.

Außerdem müsse die Gemeinsame Agrarpolitik (GAP) angepasst werden, um einen Wechsel in der Landwirtschaft zu forcieren. Bei Digitalthemen schlug Macron vor, eine EU-Agentur zu gründen, die sich deutlich mehr mit „disruptiven“, grundlegenden Innovationen sowie der Unterstützung für Forschung in der künstlichen Intelligenz auseinandersetzt.

In der Steuerpolitik wünscht sich Macron mehr Harmonisierung. Internetriesen wie Facebook und Apple müssten Steuern dort zahlen, wo sie Umsatz machen, und nicht nur dort, wo sie ihren Standort registriert haben.

Bei der Bildung solle es das Ziel geben, dass jeder zweite Europäer während seiner Schul- oder Uni-Zeit sechs Monate im Ausland verbringt. Außerdem solle jeder EU-Bürger mindestens zwei Sprachen beherrschen. Ein weiterer Vorschlag ist die Schaffung von 20 ausdrücklich europäischen Universitäten sowie eine Harmonisierung der Schulabschlusszeugnisse in der Union.

Team-Building mit Deutschland

Für die Umsetzung seiner Pläne wird Macron die Unterstützung der deutschen Kanzlerin brauchen. Nach der enttäuschenden Bundestagswahl und den anstehenden schwierigen Koalitionsgesprächen ist ein gewisser Zweifel jedoch angebracht.

Auf die Frage, ob der mögliche Koalitionspartner FDP ein Hindernis für seine Pläne darstellen könnte – die Partei hat sich bereits deutlich gegen einen gemeinsamen EU-Haushalt jeglicher Art ausgesprochen – antwortete Macron, er wolle nicht die Schulden der Vergangenheit verallgemeinern, sondern mit einem gemeinsamen Budget in gemeinsame europäische Projekte der Zukunft investieren.

Mit einem kleinen Seitenhieb gegen FDP-Chef Christian Lindner, der bereits „rote Linien“ gezogen hat, erklärte Frankreichs Präsident: „Ich habe keine roten Linien, ich kenne nur Horizonte.“ Aline Robert, EA 26

 

 

 

Europa-Rede von Macron. Nötige Debatte zur Zukunft Europas

 

Die Bundeskanzlerin begrüßt, dass Frankreichs Präsident Macron "viel Stoff für die kommende und nötige Debatte über die Zukunft Europas vorgelegt hat". Das sagte Regierungssprecher Seibert in Berlin. Macron hatte am Dienstag seine Vorstellungen zur Zukunft der EU in einer Grundsatzrede in Paris präsentiert.

 

Die Debatte zur Zukunft der EU werde mit Emmanuel Macrons Rede "noch einmal Fahrt aufnehmen", so Regierungssprecher Steffen Seibert am Mittwoch in der Regierungspressekonferenz. Bundeskanzlerin Angela Merkel begrüße, "dass der französische Präsident mit so viel Elan, mit so viel europäischer Leidenschaft gesprochen hat". Sie werde "mit ihrer starken europäischen Grundüberzeugung und mit all ihrer Erfahrung zu dieser Debatte beitragen", bekräftigte Seibert.

Diskussion um Reform der EU weiterführen

Die Bundeskanzlerin hatte sich nach dem britischen Brexit-Referendum von 2016 stark im sogenannten Bratislava-Prozess zur Reform der EU engagiert. Zum 60. Jahrestag der Römischen Verträge von Rom im März 2017 hatten die Staats- und Regierungschefs sich dann weitere Reformziele gesetzt. Diese Diskussion werde der französische Präsident nun sehr befruchten.

Seibert zufolge teile die Bundesregierung mit dem französischen Präsidenten den Grundbefund, dass "an Europa immer weiter gearbeitet werden muss, weil es eben noch nicht so effektiv und so schnell in der Reaktion auf die sich um uns herum verändernde Welt ist".

Vor Studierenden der Pariser Universität Sorbonne hatte Macron am 26. September 2017 in einer Grundsatzrede seine Vorstellungen zur Zukunft der Europäischen Union präsentiert. So tritt der französische Staatspräsident unter anderem für eine Eurozone mit eigenem Finanzminister und Budget

ein. Auch plädiert er für eine Zusammenarbeit in der Sicherheits- und Verteidigungspolitik. Er schlägt des Weiteren neue gemeinsame Einrichtungen vor - zum Beispiel eine EU-Agentur für digitale Innovation und eine EU-Nachrichtendienstakademie. Zudem spricht Macron sich für europäische

Bürgerkonvente aus, die die Reform begleiten sollen.

Tallinn als nächste Gelegenheit zum Austausch

Die vielen Reformideen und -vorschläge Macrons werde man sich "mit offenem Geist" anschauen und dann über die praktische Ausformung dieser Vorschläge beraten, sagte Seibert. Gelegenheit für einen Austausch biete das bevorstehende Treffen der EU-Staats- und Regierungschefs am Vorabend des Digital-Gipfels in Tallinn.

Am kommenden Freitag findet ein EU-Digital-Gipfel der Staats- und Regierungschefs in Tallinn statt. Der Gipfel ist eine Initiative Estlands, das derzeit die EU-Ratspräsidentschaft innehat und zudem eine Vorreiterrolle in Europa bei der Digitalisierung einnimmt. Am Vorabend des Gipfeltreffens wird es unter Führung des EU-Ratspräsidenten Donald Tusk ein informelles Abendessen mit den Staats- und Regierungschefs der EU geben. Ein Jahr nach Festlegung des Bratislava-Fahrplans werden die Staats- und Regierungschefs einen Gedankenaustausch über die größten Herausforderungen, denen die EU

gegenübersteht, führen.

Gemeinsam für europäische Werte einstehen

Bereits am Dienstag hatte Außenminister Sigmar Gabriel Macrons "leidenschaftliches Plädoyer gegen den Nationalismus und für Europa" gewürdigt. "Nur gemeinsam können wir auch künftig in einer turbulenten, ungeordneten Welt Gehör finden, für unsere Werte und Prinzipien einstehen. Nur mit gemeinsamen Lösungen können wir die Menschen in Europa wieder für Europa begeistern", hob Gabriel hervor. Dip 27

 

 

 

 

Bundestagswahl: „turbulentere Zeiten“ voraus

 

Was vielen an Spannung im Bundestagswahlkampf fehlte, könnte in den nächsten Tagen oder Wochen in den Koalitionsverhandlungen nachgeholt werden. Eines hat die Wahl gezeigt, die politische Machtarchitektur Deutschlands hat sich geändert.

 

Über europäische Politik wurde im deutschen Wahlkampf kaum debattiert. Dabei ist Deutschlands Einfluss auf Europa enorm. Die Auswirkungen europäischer Politik auf Deutschland ebenfalls. Das zeigt sich nicht nur an dem Fehlen einer funktionierenden europäischen Flüchtlingspolitik. Ein Thema, mit dem die AfD im Wahlkampf bis zum Schluss punkten konnte. Auch die fehlenden oder glaubhaften Konzepte, wo und wie sich Deutschland in Zukunft, national und innerhalb der europäischen Staatengemeinschaft positionieren wird, quittierten die Wähler eindeutig. Historische Tiefstände bei den Wahlergebnissen von CDU, CSU und SPD, zukunftsängstliche Bewegungswanderungen: die AfD zieht als drittstärkste Kraft in den Bundestag ein.

SPD und Grünen drohen schlechte Wahlergebnisse. Was, wenn sich beide Parteien einer Koalitionsregierung unter Angela Merkel verweigern? Szenario einer gelähmten Republik.

Energiewende, GAP-Reform, Brexit, Digitalisierung, Sicherheitspolitik und zunehmender Rechtspopulismus – das sind nur einige der großen Herausforderungen, denen sich Deutschland als einflussreiches Mitglied der europäischen Staatengemeinschaft in Zukunft stellen muss. Mit weitreichenden innenpolitischen Folgen.  

Ein Europa-Politiker in der Opposition

Auf Martin Schulz (SPD) an ihrer Seite kann Angela Merkel (CDU) bei der Bildung der zukünftigen Regierung nicht zählen. Der Europa-Politiker hatte bis zum Schluss auf seine Kanzlerschaft gesetzt – für den Wahlkampf. Im Hintergrund schien es, als habe sich die SPD-Führung bereits vor der ersten Hochrechnung auf die Oppositionsrolle geeinigt, sollten die schlechten Wahlprognosen bestätigt werden. Zu schnell verkündete Martin Schulz nach seiner Enttäuschung über das Wahlergebnis: Er will Deutschland nicht in einer großen Koalition mitregieren. Damit werden die europapolitischen Ansätze des SPD-Wahlprogramms auf der Oppositionsbank verstauben, während sich die SPD in ihrer neuen Rolle als “demokratisches Bollwerk” im Bundestag finden und in den nächsten vier Jahren sozialdemokratische Basisarbeit am Wähler leisten muss.

Einige europäische Politiker werden bei diesem Gedanken aufatmen, ist doch Martin Schulz für seine ”harte Linie” in Sachen Brexit bekannt. Die EU sei Großbritannien schon viel zu weit “entgegengekommen”, gab Schulz dann noch am Wahlabend seinen ehemaligen Kollegen mit auf dem Weg. Die EU sei eine Rechtsgemeinschaft, die von einigen Mitglieder wie Ungarn “in Frage gestellt wird – und Großbritannien hat ähnliche Tendenzen”. Denen dürfe man nicht “mehr entgegenkommen, als es bisher bereits getan wurde”.

Liberale Auferstehung

Angela Merkel muss sich nun nach anderen Koalitionspartnern umschauen. Um die absolute Mehrheit im Parlament zu sichern und ihren eingeschlagenen Weg in der Europapolitik weiterzugehen, bleibt ihr nur die “Jamaika”-Konstellation als echte Alternative zur großen Koalition. Und schon jetzt ist klar, das werden keine einfachen Gespräche mit der FDP und den Grünen.

Für Katrin Göring-Eckardt und Cem Özdemir vom Realo-Flügel der Grünen wird es nur die Unterstützung ihrer Parteibasis geben, wenn sie sich in möglichen Koalitionsverhandlungen nicht allzu weit von den Vorstellungen der Fundis entfernen. Die FDP hingegen stehe zwar für die Einhaltung der Pariser Klimaziele, “aber nicht so, wie es die Grünen wollen”, so Parteichef Lindner.

Christian Lindner, der seine Partei mit moderner Wahlkampftaktik in den Bundestag zurück verholfen hat, könnte als Koalitionspartner in so einigen Punkten, den von Merkel und Macron vorsichtig angepeilten Reformprozess der EU, empfindlich stören. Bevor Macron am Dienstag seine Grundsatzrede zu Europa halten wird, ließ Lindner schon mal wissen, dass er mit dessen Vorstellungen zum EU-Haushalt so gar nicht übereinstimmt. Stattdessen soll es ein Integrationsgesetz nach „kanadischem Vorbild“ für Deutschland geben.

Deutschland ist und bleibt mehrheitlich pro-europäisch

Der neue Bundestag wird in der nächsten Legislaturperiode aus sieben Parteien gebildet. In Zeiten ohne gesunde Debattenkultur im Parlament, in denen sich die große Koalition zwar verständigt, aber Themen nicht öffentlich und thematisch ausdiskutiert, haben 13 Prozent der deutschen Wähler für die rechtsextreme AfD gestimmt. Über 60 Prozent davon nicht aus Überzeugung, sondern aus Protest. Dass sich der Protest in rechtsextremen Wählerstimmen widerspiegelt, ist kein gutes Signal, das aus Deutschland kommt. Aber es ist auch ein Signal für die demokratischen Kräfte in der Republik. Die pro-europäischen Parteien haben das Votum von 87 Prozent der Wähler erhalten, die Ursachen für die „Denkzettelwahl“ nun endlich anzugehen. CDU, FDP und die Grünen haben in ihren Wahlprogrammen unterschiedliche Ansätze für die weitere Entwicklung Deutschlands, in jedem Fall sind sie pro-europäisch.

Positionen

Gabi Zimmer, Vorsitzende Linksfraktion GUE/NGL im Europaparlament:"Die Bundestagswahl zeigt, wie tief in Deutschland die sozialen und gesellschaftlichen Brüche sind. Die Quittung hat die große Koalition erhalten. Wer nach der Wahl von Macron zum Präsidenten Frankreichs schon gejubelt hat, dass der Vormarsch der Rechtsextremen in der EU gestoppt und die Krise vorbei sei, ist nun ernüchtert. Diese Wahl ist ein letztes Warnsignal für die dringend benötigte soziale Wende in Deutschland und der EU! Die EU braucht eine politische 180-Grad-Wende hin zu sozialem Zusammenhalt und Demokratie, für eine soziale Reform der Eurozone und eine öffentliche Investitionsoffensive. Die neue Bundesregierung muss sich endlich ihrer europäischen Verantwortung stellen und den Schaden beheben, den die bisherigen Merkel-Regierungen durch ihre rücksichtslose Machtpolitik der europäischen Idee zugefügt haben. Deutsche Spar-Diktate und erzwungene Privatisierungen öffentlichen Eigentums müssen aufhören."

Der französische EU-Wirtschaftskommissar Pierre Moscovici hat den Einzug der AfD in den Bundestag als "Schock" bezeichnet. Er lege "Zweifel in der Gesellschaft" in Deutschland offen, schrieb Moscovici am Sonntagabend im Kurznachrichtendienst Twitter. Zugleich betonte er, die deutsche "Demokratie" sei "heute stark" - "kein Vergleich mit 1933".

EU-Kommissionspräsident Jean-Claude Juncker reagierte zunächst nicht öffentlich auf das Wahlergebnis. Sein Kabinettschef Martin Selmayr schickte auf Twitter lediglich eine Jamaika-Flagge, die links und rechts von einem Europabanner eingerahmt war.

EU-Ratspräsident Donald Tusk gratulierte Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) laut einem Sprecher telefonisch zum Sieg bei der Bundestagswahl.

Auch im Europaparlament beschäftigte das starke AfD-Abschneiden die Gemüter. Der Ko-Vorsitzende der europäischen Grünen, Reinhard Bütikofer, nannte den erstmaligen Einzug der AfD in den Bundestag gleichfalls einen "Schock". Alle demokratischen Parteien müssten nun "verlässlich für die Werte

stehen, auf denen unsere Republik gegründet ist".

Zeitstrahl

Der Verlauf des Wahlkampfes von SPD-Kanzlerkandidat Martin Schulz

24. November 2016

Nach mehr als zwei Jahrzehnten in der Europapolitik kündigt Schulz an, seinen Posten als EU-Parlamentspräsident aufzugeben und nach Berlin zu wechseln. Auf Platz eins der SPD-Landesliste Nordrhein-Westfalen will er für den Bundestag kandidieren. Spekulationen um eine mögliche Kanzlerkandidatur von Schulz gibt es schon damals, noch gilt aber Parteichef Sigmar Gabriel als der wahrscheinlichste Herausforderer von Angela Merkel (CDU).

24. Januar 2017

Gabriel erklärt angesichts schwacher Umfragewerte von um die 20 Prozent seinen Verzicht auf Parteivorsitz und Kanzlerkandidatur, für beide Posten schlägt er Schulz vor. Die Entscheidung kommt selbst für viele aus der sozialdemokratischen Führungsriege völlig unerwartet.

29. Januar 2017

Der SPD-Vorstand schlägt Schulz einstimmig als Kanzlerkandidaten und künftigen Parteivorsitzenden vor. In seiner Antrittsrede gibt dieser das Ziel eines Regierungswechsels aus und verspricht, Gerechtigkeitsthemen in den Mittelpunkt seiner Politik zu stellen.

Februar 2017

Die SPD holt in der Wählergunst deutlich auf und schiebt sich in einigen Umfragen sogar vor die Union. In der Frage, wen die Deutschen lieber als Kanzler hätten, überholt Schulz Amtsinhaberin Merkel. Die Euphorie um den in der Bundespolitik unverbraucht wirkenden Kandidaten beschert der Partei

tausende Neueintritte.

20. Februar 2017

Auf einer SPD-Arbeitnehmerkonferenz in Bielefeld spricht sich Schulz für Korrekturen an den unter SPD-Kanzler Gerhard Schröder durchgesetzten arbeitsmarktpolitischen Reformen der Agenda 2010 aus.

19. März 2017

Schulz wird auf einem Sonderparteitag der SPD bejubelt und mit 100 Prozent zum neuen Vorsitzenden gewählt. "Ich glaube, dass dieses Ergebnis der Auftakt zur Eroberung des Kanzleramtes ist", sagt Schulz. In Umfragen steht die SPD weiter stabil über 30 Prozent auf Augenhöhe mit der Union.

26. März 2017

Bei der Landtagswahl im Saarland bleibt die SPD mit 29,6 Prozent hinter den eigenen Erwartungen zurück. CDU-Ministerpräsidentin Annegret Kramp-Karrenbauer wird klar wiedergewählt.

April 2017

Die SPD setzt weitere inhaltliche Akzente, etwa ein Konzept für die bessere Vereinbarkeit von Beruf und Familie. Während Schulz zu Wahlkampfterminen durch die Republik fährt und wenig bundespolitische Präsenz zeigt, fallen die Umfragewerte für die Sozialdemokraten wieder unter die Marke von 30 Prozent.

7. Mai 2017

Die Sozialdemokraten sacken bei der Landtagswahl in Schleswig-Holstein auf gut 27 Prozent ab und liegen fünf Prozentpunkte hinter der CDU. Das bisherige Regierungsbündnis der SPD mit Grünen und dem Südschleswigschen Wählerverband (SSW) verliert im Kieler Landtag die Mehrheit.

14. Mai 2017

Auch im SPD-Stammland Nordrhein-Westfalen gibt es eine krachende Niederlage. Die rot-grüne Regierung wird abgewählt, die NRW-SPD erzielt nur 31,2 Prozent.

25. Juni 2017

Der SPD-Parteitag in Dortmund beschließt ohne Gegenstimme das Wahlprogramm mit dem Titel "Zeit für mehr Gerechtigkeit". Schulz wirft Merkel eine "Anschlag auf die Demokratie" vor, weil sie sich inhaltlichen Debatten verweigere.

16. Juli 2017

Schulz stellt einen auf ihn zugeschnittenen "Zukunftsplan" vor. Die Schwerpunkte liegen dabei auf staatlichen Investitionen, mehr Gerechtigkeit und eine Stärkung der Europäischen Union. In Umfragen geht es für die SPD aber weiter bergab.

21. August 2017

Schulz beginnt eine einmonatige Wahlkampftour, die ihn in mehr als 50 Städte in allen Bundesländern führt.

3. September 2017

Schulz und Merkel stehen sich im TV-Duell gegenüber, von dem sich die Sozialdemokraten einen Stimmungsumschwung erhoffen. Doch die Trendwende bleibt aus.

10. September 2017

Schulz gibt in einer Videobotschaft vier Versprechen für eine SPD-Regierung ab: Gerechte Löhne, Chancengleichheit bei der Bildung, eine sichere Rente und ein demokratisches Europa. Einige werten dies als rote Linien für eine mögliche Neuauflage der großen Koalition unter Merkel.

22. September

Mit einer kämpferischen Rede auf dem Berliner Gendarmenmarkt sucht Schulz die klare Abgrenzung zu Merkel und wirft ihr "Schlaftablettenpolitik" vor.

23. September

Nur wenige Kilometer von seiner Heimatstadt Würselen entfernt, tritt Schulz in Aachen bei seiner letzten Wahlkundgebung zu einem Heimspiel an. Es menschelt, als er zum Abschluss seine Ehefrau Inge auf die Bühne holt und ihr für ihre Unterstützung dankt. Nordrhein-Westfalens SPD-Chef Michael Groschek lobt, im Wahlkampf sei Schulz "Martin Löwenherz" gewesen.

24. September 2017

Die SPD kassiert bei der Bundestagswahl eine historische Niederlage. Schulz kündigt an, dass die Sozialdemokraten in die Opposition gehen werden. Parteichef will Schulz bleiben. Ama Lorenz, EA 25

 

 

 

 

Alternativen für Deutschland. Wie Sozialdemokraten in anderen europäischen Parlamenten mit Rechtspopulisten umgehen: Beispiel Dänemark

 

Das muss man erstmal schaffen: Parteigründung 1995, erstmals ins Parlament eingezogen 1998 – und in der Opposition de facto Regierungsmacht 2001 bis 2011 sowie seit 2015. Die Dansk Folkeparti (DF), die Dänische Volkspartei, ist seit langem ein bedeutender Faktor in der dänischen Politik – sehr zum Schaden vor allem der Sozialdemokraten. „Die DF hat ihnen Themen weggenommen. Seit sie aber bereit sind, auch strammere Integrations- und Flüchtlingspolitik zu diskutieren, stabilisiert sich die Lage der Sozialdemokraten“, urteilt Kasper Hansen, Professor für Politikwissenschaft an der Uni Kopenhagen.

Die DF ähnelt inhaltlich der AfD. So spielt die Angst vor Terror, Kriminalität, Zuwanderung und dem Verlust der eigenen Kultur eine wesentliche Rolle in Rhetorik und Programmatik. Die dänische Partei hat aber nicht so enge Bande zur extremen Rechten. „Wer auf Facebook zu üblen Kommentaren greift, muss mit Parteiausschluss rechnen. Da grenzt sich die DF klarer ab als die AfD“, so Hansen. Ein pragmatischerer Umgang mit der DF auch in der parlamentarischen Arbeit fällt deshalb leichter. Hinzu kommt, dass in Dänemark Minderheitsregierungen, nicht große Koalitionen Tradition haben und die DF so als Unterstützer einer Regierung gleichzeitig in der Opposition bleiben konnte.

Anders als die AfD ist DF schon seit mehr als zwei Jahrzehnten im Parlament. Über die Hälfte dieser Zeit hat sie eine liberal-konservative Koalition unterstützt. „Währenddessen ist es DF gelungen, wesentliche Beschränkungen der Zuwanderung sowie sozialpolitische Belange durchzusetzen“, so Peter Nedergaard, ebenfalls Politik-Professor in Kopenhagen.

Die DF ist ganz klar national- und sozialkonservativ und setzt auf Wohlfahrt vor Steuererleichterungen Reicher. Als sie 1998 erstmals antrat, erreichte sie 7 Prozent. Damals kamen die dänischen Sozialdemokraten noch auf über 35 Prozent. Seit 2005 liegen letztere bei Parlamentswahlen nur um die 25 Prozent und vor vier Jahren bei Umfragen sogar deutlich unter 20 Prozent, während DF sich lange bei 12 Prozent gehalten hat und zuletzt bei der nationalen Wahl über 20 Prozent erreichte.

In der Migrationspolitik setzen die Sozialdemokraten jetzt klar auf eine Politik, die kaum weniger restriktiv ist als die der DF.

Als zweitgrößte Kraft im Parlament stehen DF etliche bedeutende Posten zu. So stellt die Partei aktuell die Vorsitzenden unter anderem in den Ausschüssen für Außenpolitik, sowie Ausländer und Integration. Parteichef Thulesen Dahl war von 2001 bis 2011 Vorsitzender des Finanzausschusses und ist für seine professionelle Arbeitsweise weithin anerkannt worden. „Damals hat die Partei gezeigt, dass sie Verantwortung übernehmen kann und er, dass er ein begnadeter Politiker ist“, sagt Nedergaard und fügt hinzu: Spätestens seit der Wahl 2001 und der anschließenden Unterstützung der Minderheitsregierung sei DF keine reine Protestpartei mehr, sondern mache Politik.

Im Ausland ist die DF vor allem für ihre restriktive Haltung bei der Zuwanderung bekannt. Sie profiliert sich ebenso durch Soziales, häufig bedingen die in beiden Feldern durchgesetzten Politiken aus DF-Sicht einander. Als Argumente, um den Zuzug vor allem aus muslimischen Ländern zu begrenzen, führt DF kulturelle Unterschiede, Terrorgefahr und Kosten an. Die Partei zitiert immer wieder die rund vier Milliarden Euro, die nicht-westliche Einwanderer und ihre Nachkommen den dänischen Staat laut einer Untersuchung des Finanzministeriums jährlich kosten. Deren Nettobeitrag ist im Vergleich zu Einwanderern aus westlichen Ländern vor allem deshalb so schlecht, weil letztere erheblich besser in den Arbeitsmarkt integriert sind – also Steuern zahlen, während von den anderen Einwanderern weniger erwerbstätig sind. Das liegt auch am niedrigeren Altersdurchschnitt.

Während Linksliberale argumentieren, dass sich dieses Problem durch bessere Arbeitsmarktintegration lösen könnte, sieht DF die Finanzierung des Wohlfahrtsstaates durch Zuwanderung bedroht. Nedergaard gibt der Partei recht. Anders als in Deutschland sind in Dänemark mit seinem universellen Wohlfahrtsstaat viele relativ hohe Sozialleistungen nicht von Erwerbstätigkeit abhängig. Das macht es schwieriger, deren Finanzierung aufrechtzuerhalten, wenn Empfänger einwandern, so Nedergaard.

In den bisher mehr als zehn Jahren, in denen eine konservativ geführte Minderheitsregierung von der DF gestützt wurde, gab es zahlreiche Einschränkungen in der Migrationspolitik. Beispielsweise wurden die Sozialleistungen für Einwanderer von außerhalb der EU erheblich beschnitten, um deren Arbeitsanreiz zu erhöhen. Auch der Familiennachzug wurde erschwert und Antragsteller müssen für damit verbundene Behördenkosten zum Teil selber aufkommen. Feste Grenzkontrollen wurden wieder eingeführt und unlängst hat die Regierung verkündet, keine UN-Quotenflüchtlinge mehr aufnehmen zu wollen. Für einige der Maßnahmen ist Dänemark von UN und EU kritisiert worden. Das stört weder Regierung noch DF sonderlich. Stattdessen wird die Härte zelebriert, als sei sie Selbstzweck. Stolz und mit einem freudigen Lächeln präsentierte Ausländer- und Integrationsministerin Inger Støjberg im Frühjahr 2017 eine große Torte mit dänischer Flagge und einer 50 drauf – so feierte sie die runde Zahl von Regelverschärfungen, die Ausländer betreffen.

AfD und DF ähneln sich in vielen Aspekten, die Parteien weisen aber auch große Unterschiede auf. Als Stütze der Regierung hat DF viel Macht.

Eine der ersten und bekanntesten sozialpolitischen Leistungen, die DF durchsetzte, war 2003 der „ældrecheck“, eine jährliche Zahlung von derzeit 2270 Euro vor Steuern an Rentner mit niedriger Pension und geringen Ersparnissen, wobei die selbstgenutzte Immobilie unberücksichtigt bleibt. Die Älteren bleiben Kernzielgruppe der DF. Die Partei bemüht sich auch besonders stark um die, die fernab von Kopenhagen wohnen. „An die in der Provinz richtet sich unter anderem DF’s Zugfond, jene Milliarden, die in die Verbesserung der Eisenbahninfrastruktur gehen sollen“, so Nedergaard. Kritiker monierten, dass die Elektrifizierung abgelegener Strecken ineffizient sei. Die Eisenbahn-Investitionen wurden gemeinsam mit den Sozialdemokraten auf den Weg gebracht.

DF ist mittlerweile Teil des politischen Systems. „Das heißt auch, dass sie kompromissbereit geworden sind und notwendigen Kuhhandel eingehen“, so Hansen, der wie Kollege Nedergaard Parteichef Thulesen Dahl für seine professionelle Arbeit lobt. Rhetorisch hält dieser sich mit extremen Haltungen zurück, doch es gibt in der DF auch die Polemiker, manche würden sagen: die geistigen Brandstifter.Zu den Scharfmachern gehört seit langem Parteivize und Parlamentsmitglied Søren Espersen, derzeit Vorsitzender des Auswärtigen Ausschusses. Als 2015 besonders viele Flüchtlinge nach Europa kamen und Parteichef Dahl vorschlug, diese bis zu ihrer Rückkehr in die Heimat in staatlichen Lagern unterzubringen, kam Espersen gleich mit einer ganz konkreten Idee: Die Asylsuchenden aus Ländern wie Syrien sollten nach Grönland gebracht werden.

DF und Linke haben sich angenähert – programmatisch wie pragmatisch. Die beiden teilen immer mehr Positionen, mittlerweile steht einer formellen Regierungszusammenarbeit auch nichts Grundsätzliches mehr im Wege. Dabei sah es anfangs ganz anders aus. 1999, im Jahr nachdem DF erstmals 13 Sitze im Parlament errungen hatte, schloss der damalige sozialdemokratische Regierungschef jegliche Zusammenarbeit mit den Rechten aus – auch für die Zukunft. „Ihr werdet nie stubenrein werden“, rief er den Abgeordneten in einer Parlamentsrede zu. Das Zitat wird seither immer wieder herangezogen, wenn es um eine mögliche Kooperation mit der DF geht. Ist die DF stubenrein geworden?, lautet die Leitfrage und meist wurde diese verneint.

Seit Anfang diesen Jahres lautet die sozialdemokratische Antwort jedoch Ja. Im Februar 2017 gab es ein Aufsehen erregendes Gespräch zwischen den Parteivorsitzenden von DF und Sozialdemokraten (S). Die demonstrierten mindestens so viel Einigkeit, wie Martin Schulz und Angela Merkel in ihrem Fernsehduell. „Kristian und ich arbeiten häufig auf die gleiche Art und Weise und haben schon in einigen Bereichen gemeinsame Lösungen gefunden“, sagte damals die Sozialdemokratin Mette Fredriksen. Interessanterweise hatte der Gewerkschaftsverbund 3F zu dem Gespräch gebeten. Anlass war der gemeinsame Kampf gegen die Erhöhung der Lebensarbeitszeit jenseits der 67. Das ist ein Plan der liberalen Regierung, in deren Ablehnung sich DF, S und 3F einig sind. Dass deren Vorsitzender gleich mit an dem Gespräch teilnahm, zeigt auch, wer Interesse an dieser sozialdemokratisch-rechten Koalition hat.

Wenn Linke Politik und Rhetorik der Rechtspopulisten übernehmen, haben diese doch gewonnen.

Dieses Treffen ist der vorläufige Höhepunkt einer Annäherung, die inhaltlich schon seit längerem stattgefunden hat. Schon seit Jahren gab es etliche Initiativen, bei denen Sozialdemokraten und DF zusammengestimmt haben. In Dänemark gibt es eine Tradition, Ideen nicht alleine deshalb rundheraus abzulehnen, nur weil sie von der gegnerischen Partei kommen. In der Migrationspolitik setzen die Sozialdemokraten jetzt ganz klar auf eine Politik, die kaum weniger restriktiv ist als die von DF. „So wollen sie dafür sorgen, dass DF sich durch Unterschiede nicht länger profilieren kann“, sagt Hansen. Unter der früheren sozialdemokratischen Ministerpräsidentin Helle Thorning-Schmidt gab es schon entsprechende Signale. „Kommst Du nach Dänemark, musst Du arbeiten“ – mit diesem Slogan und ihrem Gesicht warben sie vor der Wahl 2005 dort um Stimmen, wo die DF seit Jahren erfolgreich ist: bei jenen, die in Einwanderern vor allem eine Gefahr sehen. Frederiksen hofft, nach der nächsten Wahl die konservativ-liberale Regierung abzulösen und will in mehreren Bereichen mit DF zusammenarbeiten: „Eine weiterhin strikte Migrationspolitik, bessere Verhältnisse für Ältere, stärkeres Vorgehen gegen soziales Dumping – wir freuen uns, das mit DF zusammen durchzusetzen“, sagte sie auf dem Parteitag Mitte September. 

AfD in Deutschland und DF in Dänemark ähneln sich in vielen Aspekten, die Parteien weisen aber auch große Unterschiede auf. DF kann aktuell mit fast einem Fünftel der Wählerstimmen rechnen, die AfD kommt bundesweit auf 12,6 Prozent. Als große Parlamentsfraktion und Stütze der Regierung hat DF viel Macht. Häufig geht ohne sie nichts. So laut etliche der Parlamentarier von DF auch auftreten, so liegt einigen auch daran, Politik zu machen. Das fällt in Dänemark leichter. Schließlich stehen dort die große konservative Partei wie die Sozialdemokraten in der Ausländer-, Asyl- und Integrationspolitik härteren Gesetzen offener gegenüber als die entsprechenden deutschen Parteien. Durch Zugeständnisse in diesen Bereichen werden Kompromisse in anderen erkauft.

Unter anderem wegen der unterschiedlichen parlamentarischen Tradition und Konstellation sind Rolle und Programmatik der DF eben doch anders als die der AfD und entsprechend schwierig ist es, die jüngere dänische Politik als Analogie zu sehen. Gleichwohl gibt es Ähnlichkeiten, und aus den Erfahrungen in Dänemark lässt sich lernen. So positioniert sich DF nicht nur in vielen Fällen wie die AfD, sondern greift auch auf ein ähnliches Wählerpotenzial zurück. Die Rede ist von den vermeintlich Abgehängten, die meinen, die da in Kopenhagen oder in Berlin dienten vor allem den Interessen einer Elite. Die DF gibt sich viel Mühe, wenig von ökonomischen Notwendigkeiten zu sprechen. Effizienzargumente werden meist den Technokraten aus der Hauptstadt zugerechnet. Sobald es um die Ausländerpolitk geht und damit darum, Ausgaben bei jenen zu kürzen, die im Land nicht wahlberechtigt sind, werden wirtschaftliche Argumente aber gerne benutzt.

Die dänische Linke hat sich inhaltlich und rhetorisch an DF angenähert und damit nach rechts bewegt. Das ist die einfache Variante des Umgangs mit DF und hat die Umfragewerte allenfalls stabilisiert, von einer Stärkung kann aber nicht die Rede sein. Womöglich, weil angesichts der zunehmenden Ähnlichkeiten das eigene Profil immer unklarer wird. DF nutzt vielfach übertriebene Ängste der Bevölkerung. Gleichzeitig hat es die Partei geschafft, dass diese Menschen wieder eine politische Heimat gefunden haben. Laut Hansen war es ein großer Fehler der dänischen Sozialdemokraten, dass sie die Herausforderungen und Kosten der Einwanderung viel zu lange nicht thematisiert haben – weder im Gespräch mit den Bürgern, noch in der Politik. „Vor etlichen Jahren hätten sie noch die Chance gehabt, ihre eigenen Lösungen zu präsentieren, nun sahen sie sich gezwungen, auf DF-Kurs einzuschwenken“, so der Politologe. Solidarität mit Flüchtlingen bleibt da oft auf der Strecke. Eine gute Integrationspolitik kann helfen, Probleme zu verringern und dafür sorgen, dass die Zugewanderten zum Sozialstaat beitragen. Dazu ist es aber nötig, sachlich über Herausforderungen zu sprechen. „Migrationspolitik muss so offen und nüchtern diskutiert werden, wie Wirtschafts- oder Wohnungsbaupolitik. Das ist viel zu lange versäumt worden“, meint Politik-Professor Nedergaard. Wenn die großen Parteien das machen, sollte es ohne Stigmatisierungen möglich sein. Das ist in Dänemark längst nicht immer gelungen.

Es geht also darum, mit den Wählern auf Augenhöhe zu reden und nicht zu technokratisch. Gleichzeitig sollten die Parteien sich nicht auf das Niveau der Rechten herablassen. So hat die harsche Rhetorik auch der Sozialdemokraten dazu geführt, dass sich auch viele gut bezahlte westliche Einwanderer in Dänemark nicht mehr heimisch fühlen. In bester AfD-Manier wird selbst Menschen mit dänischem Pass abgesprochen, dänisch zu sein. Ebenso bedeutend ist es, die eigenen parteipolitischen Werte nicht aufzugeben. Wenn die Konservativen und Linken Politik und Rhetorik der Rechtspopulisten übernehmen, haben diese doch gewonnen – nur eben im Mantel einer anderen Partei. Clemens Bomsdorf, IPG 27

 

 

 

 

Fragen & Antworten. Was bedeutet der Einzug der AfD in den Deutschen Bundestag?

 

Mit 12,6 Prozent zieht die AfD in den Bundestag ein. 94 Sitze wird sie im Parlament haben. Die AfD wird sich in Debatten zu Wort melden, kann Gesetzentwürfe einbringen und parlamentarische Anfragen stellen. Was ihr Einzug in den Bundestag konkret bedeutet – VON Corinna Buschow

Hat es eine besondere Bedeutung, dass die AfD im Bundestag die drittstärkste Fraktion stellt?

Das kommt darauf an: Käme es wieder zu einer großen Koalition aus Union und SPD, wäre die AfD als drittstärkste Fraktion Oppositionsführer. Diese Fraktion stellte bislang den Vorsitz im bedeutenden Haushaltsausschuss. Die Fraktion würde zudem den ersten Redner stellen, der nach der Einbringung von Gesetzentwürfen oder nach Regierungserklärungen antwortet. Das verschafft größere Aufmerksamkeit. Kommt es zu einer anderen Regierungskoalition – etwa aus Union, FDP und Grünen – entfiele diese Rolle auf die SPD. Führende Vertreter der Sozialdemokraten haben in ersten Reaktionen auf die Wahl am Sonntag bereits deutlich gemacht, dass sie die SPD als Oppositionsführer im Bundestag sehen.

Wird die AfD einen Vizepräsidenten im Bundestag stellen?

In der Geschäftsordnung heißt es dazu, dass jede Fraktion im Bundestag durch „mindestens einen Vizepräsidenten oder eine Vizepräsidentin“ im Präsidium des Bundestags vertreten ist. Die Kandidaten für Ämter im Präsidium müssen aber von der Mehrheit des Bundestags gewählt werden. Einen Automatismus gibt es also nicht.

Werden AfD-Abgeordnete den Vorsitz von Ausschüssen übernehmen?

Über den Vorsitz der Ausschüsse entscheidet der Ältestenrat des Parlaments, dem das Präsidium und 23 weitere nach Fraktionsstärke entsandte Abgeordnete angehören. Generell gilt laut Geschäftsordnung, dass auch die Vorsitze der Ausschüsse im Verhältnis zur Stärke der Fraktionen zu verteilen sind. Damit müssten auch Vorsitzenden-Posten an die AfD gehen.

Was bedeutet der Bundestagseinzug finanziell für die AfD?

Vor allem durch ihre Erfolge bei den Landtagswahlen erhielt die AfD bereits 2016 mehr als sechs Millionen Euro aus der staatlichen Parteienfinanzierung. Die Summe setzt sich zusammen aus einem Betrag pro Wählerstimme und Zuwendungen, die sich nach den Spendensummen an die Partei richten. Die Wählerstimmen bei der Bundestagswahl werden sich also auch in Geld auszahlen. Dazu kommen noch die sogenannten Fraktionsgelder. Bei einem Stimmanteil von rund acht Prozent, wie es die Oppositionsfraktionen von Linken und Grünen 2013 erzielten, waren das rund zwölf Millionen Euro pro Jahr.

Wie sind die Erfahrungen mit der AfD in anderen Parlamenten?

Die AfD ist in 13 von 16 Länderparlamenten vertreten. Eine im März präsentierte Analyse des Wissenschaftszentrums Berlins (WZB) über die Arbeit der AfD in den bis dato zehn Landtagen kam zu dem Ergebnis, dass die AfD-Abgeordneten unterschiedliche Strategien verfolgen. So gebe es einen „parlamentsbezogenen Typ“, der die Anerkennung der Kollegen sucht, und einen „bewegungsorientierten Typ“, der das Parlament als einen Baustein betrachtet, „um die politische Kultur zu verändern“. Das Plenum werde als Bühne genutzt, um zu provozieren und Unterstützer zu mobilisieren. Die Studie stellte zudem fest, dass die AfD das vergleichsweise einfache Instrument der Kleinen Anfragen besonders häufig nutzt. 22.600 dieser Fragen an die Regierungen stellten die Fraktionen der zehn Landtage demnach zwischen Oktober 2014 und April 2017.

Hat die AfD auch Zugang zu sensiblen Daten?

Mit besonders sensiblen Informationen hat das Parlamentarische Kontrollgremium (PKGr) zu tun, das die Arbeit der Geheimdienste überwacht. Die Mitglieder müssen von der Mehrheit der Bundestagsabgeordneten gewählt werden. Im brandenburgischen Landtag scheiterten AfD-Abgeordnete zunächst wiederholt an der Wahl in die dortige Kontrollkommission für den Verfassungsschutz. MiG 26

 

 

 

 

Vereinte Nationen. Mehr als 4.000 Migranten kamen 2017 ums Leben

 

Ein bitterer Zwischenstand: Über 4.000 Menschen kamen UN-Angaben zufolge im laufenden Jahr auf der Flucht ums Leben, die meisten von ihnen im Mittelmeer auf dem Weg nach Europa.

 

Mehr als 4.000 Migranten sind nach UN-Angaben weltweit in diesem Jahr auf ihrem Weg in andere Länder ums Leben gekommen. Die Menschen seien zwischen dem 1. Januar und dem 20. September auf hoher See ertrunken, in unwirtlichen Wüstengegenden verdurstet, getötet worden und auf andere Weise ums Leben gekommen, teilte die Internationale Organisation für Migration am Freitag in Genf mit.

Die meisten Migranten, rund 2.560, starben den Angaben zufolge auf der der gefährlichen Passage über das Mittelmeer nach Europa. In Nordafrika seien rund 360 tote Migranten gezählt worden. In den Ländern Afrikas südlich der Sahara hätten 270 Migranten ihr Leben verloren.

Weitere 260 Menschen seien auf ihrem Weg von Mexiko in die USA gestorben, hieß es. Im vergangenen Jahr wurden laut IOM im Zeitraum vom 1. Januar bis zum 20. September knapp 5.200 tote Migranten erfasst. Die tatsächliche Zahl könnte jedoch weitaus höher liegen. (epd/mig 25)

 

 

 

 

Vatikan-Außenminister an UNO: „Mensch ist wichtiger als Geopolitik“

 

Die Debatten bei der 72. Generalversammlung der UNO in New York gehen weiter und auch der vatikanische „Außenminister“, Erzbischof Paul Richard Gallagher, durfte wieder „die Sicht des Vatikans“ einbringen. Bei dem Debattenthema zu „Frieden, Würde und Umweltschutz“ sagte der Sekretär für die Beziehungen mit den Staaten im Vatikanischen Staatssekretariat, ein Land sollte immer die Menschen und nicht die Geopolitik voranstellen. Nicht die Interessen einiger wenigen sei wichtig, so Gallagher.

„Die Menschen voranstellen bedeutet, sie zu beschützen und zwar gegenüber jeglicher Gefahr. Es geht darum, die Würde des Menschen zu wahren und insbesondere jene Menschenrechte zu verteidigen, die den Lebensschutz und die Religionsfreiheit betreffen. Diese zwei Menschrechtsbereiche sind das Fundament für alle anderen Rechte, die Frieden und Sicherheit gewährleisten.“

Vor dem Hintergrund der scharfen Töne zwischen Nordkorea und den USA mahnte Gallagher zu Diplomatie und Dialog. Alle Staaten müssten sich „rasch und entschieden einen Schritt von der augenblicklichen Eskalation und militärischen Vorbereitungen“ entfernen, sagte er am Montag in New York.

Der Vatikanvertreter zitierte den dramatischen Appell von Papst Pius XII. wenige Tage vor Ausbruch des Zweiten Weltkriegs: „Die Gefahr droht unmittelbar, aber noch ist Zeit. Nichts ist verloren mit dem Frieden; mit dem Krieg ist alles verloren. Mögen die Menschen zu gegenseitigem Verständnis zurückkehren und wieder Verhandlungen aufnehmen.“

Gallagher betonte, „die größten Staaten und jene, die eine stärkere Tradition des Respekts der Menschenrechte haben“, sollten die ersten sein, die großzügige Initiativen für den Frieden ergriffen. „Alle diplomatischen und politischen Wege der Vermittlung müssen eingesetzt werden, um das Unaussprechliche zu verhindern“, so der Erzbischof. Die USA und Nordkorea erwähnte er nicht namentlich.

Dazu zähle auch die Bewahrung der Schöpfung – oder Umweltschutz, wie es bei der UN-Debatte genannt wird – von daher unterstütze der Heilige Stuhl die sogenannte „Agenda 2030“ der UNO. Hierbei handelt es sich um jene Ziele für nachhaltige Entwicklung, die der Sicherung auf ökonomischer, sozialer sowie ökologischer Ebene dienen und bis 2030 erreicht werden sollen. Auch das Pariser Klimaabkommen sei ein wichtiger Schritt, den der Heilige Stuhl unterstütze, so Erzbischof Gallagher.

„Wenn wir dies auf die Politik übertragen, so warnt Papst Franziskus die UNO und die internationale Staatengemeinschaft davor, sich einfach nur auf ,schöne Verkündungen´ zu beschränken. Wir müssen uns davor hüten, nur das Gewissen zu beruhigen und Schönrederei zu betreiben, nur weil es die Agenda 2030 und andere internationale Abkommen gibt. Im Gegenteil, wir müssen nicht einfach warten, dass die Ziele irgendwie erreicht werden und die politische Versprechen dazu eingelöst werden. Das bedeutet, dass wir einen ehrlichen Blick auf die größten Herausforderungen richten sollten und so schnell wie möglich darauf reagieren, ohne auf die nächsten Abkommen abzuwarten.“

Der vatikanische Außenminister erinnerte auch an jene Konflikte, die noch im Gange sind. Namentlich nannte er die dramatische Situation im Nahen Osten – allen voran Syrien und Jemen – sowie den Krieg in der Ostukraine, die katastrophale Lage Nigeria, Somalia und Myanmar und die politische Auseinandersetzung in Venezuela. In all diesen Krisenfällen bedarf es des Dialogs und der Mithilfe der internationalen Staatengemeinschaft. Korruption und Flucht seien oft die Gründe für das viele Leid in den genannten Ländern, auch hier seien Lösungen auf UN-Ebene notwendig.

Seit einer Woche debattieren die Vertreter der 193 UN-Mitgliedsländer an der 72. der UNO-Generalversammlung in New York. Die Generaldebatte der Generalversammlung steht in diesem Jahr unter der Überschrift „Focusing on People: Striving for Peace and a Decent Life for All on a Sustainable Planet”. Die Debatte endete am Montag. Zu der Generalversammlung reisten Staats- und Regierungschefs aus zahlreichen UN-Mitgliedstaaten nach New York.

Der Heilige Stuhl ist nicht Vollmitglied der UNO, hat aber den Status als Ständiger Beobachter bei den UN-Sitzen und kann sich über seine dort akkreditierten Diplomaten in die Debatten einbringen. (rv/pm/kna 26.09.)

 

 

 

Bangladesch: World Vision startet Nothilfe für Flüchtlinge aus Myanmar

 

Friedrichsdorf / Cox’s Bazar – Bei anhaltendem Regen kommen täglich weitere Flüchtlinge aus Myanmar über die Grenze nach Bangladesch und benötigen dringend humanitäre Hilfe. Die Regierung hat um Unterstützung gebeten. Ein Aufruf der Vereinten Nationen ist jedoch erst zu einem Drittel finanziert. World Vision hat nun Hilfsmaßnahmen für die geflüchteten Menschen auf den Weg gebracht.

 

Am Sonntag hat die internationale Kinderhilfsorganisation mit der Verteilung von Nahrungsmitteln an etwa 15.200 Menschen (3500 Haushalte) im Distrikt Cox‘ Bazar begonnen. Die Nahrungsmittelpakete beinhalten Reis, Linsen, Salz, Öl und Zucker für die nächsten zwei Monate, um die notwendigsten Bedürfnisse zu decken. Umfangreichere Hilfsmaßnahmen sind geplant. Personengruppen, die am meisten von Mangelernährung und Krankheiten gefährdet sind, stehen im Fokus des Hilfseinsatzes: Kinder, Familien mit nur einem Elternteil, schwangere und stillende Frauen, Menschen mit Behinderungen sowie ältere Menschen.

Fred Witteveen, Landesdirektor von World Vision in Bangladesch, leitete das Assessment vor Ort, bei dem die Lage in mehreren Flüchtlingslagern eingeschätzt wurde.  “Das Zusammenspiel von Enge, Regen und fehlenden Sanitäreinrichtungen bietet gefährlichen Krankheiten leider einen perfekten Nährboden. Wir rennen gegen die Zeit, um die Ernährung und das schwache Immunsystem der Geflüchteten zu stärken. Leider müssen wir davon ausgehen, dass sich die Lage zunächst verschlechtern wird, bevor sie sich bessert. Die Bedürfnisse der Menschen sind sehr groß, und wir sprechen dabei noch nicht von dem Leid unter der Oberfläche – dem Trauma, das viele dieser Frauen, Männer und Kinder erlitten haben.“

World Vision arbeitet eng mit Regierungsbehörden und anderen Hilfsorganisationen zusammen, um die Menschen, die am dringendsten Unterstützung benötigen, so effizient wie möglich zu erreichen. "Es ist eine große Aufgabe, nicht nur die vorhandenen Bedürfnisse zu decken, sondern sich auch auf diejenigen vorzubereiten, die sich bald zeigen könnten“, sagt Witteveen. Denn die Flüchtlingslager sind komplett überfüllt.

Schon in den vergangenen Monaten und Jahren sind Menschen nach Bangladesch geflüchtet. Durch die neu ankommenden Menschen erweitern sich die bestehenden Flüchtlingslager stark und neue provisorische Siedlungen wachsen schnell. Einsatzkräfte vor Ort berichten, es mangelt an allem: Nahrungsmittel, sauberes Wasser, Sanitäranlagen, medizinische Versorgung, Unterkünften, Kleidung und Schutz. World Vision bereitet sich auf eine Ausweitung des Nothilfeeinsatzes vor. WV 25

 

 

 

 

Myanmar: Rückkehr der Flüchtlinge derzeit kaum vorstellbar

 

Soforthilfe fürs Nötigste: Mit 50.000 Euro unterstützt das kirchliche deutsche Hilfswerk Misereor die Versorgung der aus Myanmar geflüchteten muslimischen Rohingyas in den Flüchtlingscamps von Bangladesch. 400.000 Menschen sind in den letzten Wochen vor der Gewalt in ihrer Heimat, dem Rakhine-Staat im Westen Myanmars, über die Grenze ins Nachbarland geflohen. Die Vereinten Nationen befürchten jedoch, dass es bald doppelt so viele Flüchtlinge werden könnten.

Misereor beteiligt sich an einer Hilfsaktion, mit der die Caritas Bangladesch insgesamt über 40.000 Menschen zwei Wochen lang versorgen will. Da geht es um Lebensmittel und Wasser, Koch- und Essgeschirr. „Das ist ein Anfang – wie das weitergeht, wissen wir jetzt noch nicht, weil es natürlich auch damit zu tun hat, wie sich die Lage in Myanmar entwickelt“, sagt Myanmar-Expertin Corinna Broeckmann von Misereor an diesem Dienstag im RV-Interview.

Zurück nach Myanmar, in die Diskriminierung und Angst?

„Staatsrätin Aung San Suu Kyi hat in ihrer Rede die Menschen ermutigt, nach Myanmar zurückzukehren; gleichzeitig ist die Lage in Myanmar aber derzeit nicht so, dass man denken könnte, dass die Menschen einfach wieder in ihre Dörfer zurückkehren können. Ihre Dörfer sind verbrannt, die wirtschaftlichen Grundlagen sind zerstört, die Angst vor den Nachbarn, vor gewalttätigen Soldaten und einem wirklich sehr gewalttätigen Mob, der am Verbrennen der Häuser beteiligt war – diese Angst ist einfach da und wird nicht einfach weggehen!“

„Leider“ habe die Friedensnobelpreisträgerin in ihrer Rede „nicht gesagt, wer für die Vertreibungen der Rohingya verantwortlich ist“. „Und da ist das Militär – das sie nicht kontrolliert – sicher eines der wichtigsten Instrumente gewesen.“ Verfolgt würden die Muslime im Bundesstaat Rakhine allerdings „nicht erst seit gestern“. „Die Rohingya zählen ja zu den am meisten verfolgten ethnischen Minderheiten in der Welt. Sie sind staatenlos, also ist auch in diesem Sinne eine Rückkehr nicht so ganz einfach. Man kehrt also in ein Land zurück, das einen nicht als Staatsbürger anerkennt und in dem seit Jahren Diskriminierung durch den Staat und die Gesellschaft geschieht.“

Katastrophale Lage der Flüchtlinge

Die Lage der Geflüchteten im Grenzgebiet zwischen Myanmar und Bangladesch ist katastrophal: Sie harren unter freiem Himmel und in notdürftig eingerichteten Flüchtlingscamps aus. Viele von ihnen sind verletzt, krank und dehydriert, haben nichts zu essen. Bangladesch, das in den letzten Jahren schon viele geflüchtete Rohingya aufgenommen hat, war auf diesen neuen Ansturm nicht vorbereitet. „Jedes Jahr gibt es Überschwemmungen; in diesem Jahr waren die Überschwemmungen besonders schlimm. Und das kleine Land ist ohnehin stark bevölkert, die Menschen haben in vielen Bereichen des Landes wenig zu essen und leben immer sehr prekär. Insofern ist tatsächlich diese große Zahl von Flüchtlingen eine große Herausforderung, die Bangladesch nicht allein bewältigen kann.“

„Papst nennt Dinge beim Namen“

Papst Franziskus will im November nach Myanmar und Bangladesch reisen – und hält an dem Plan auch unter den jetzigen Umständen fest. Frau Broeckmann findet das richtig. „Der Papst hat ja in den letzten Jahren bewiesen, dass er Dinge beim Namen nennt, und so muss man auch die Lage der Rohingya beim Namen nennen. Insofern glaube ich, dass es sicherlich eine gute Idee ist, dass er reist. Natürlich gibt es auch noch andere wichtige Themen in Myanmar, die angesprochen werden müssten, etwa der Bürgerkrieg im Norden, wo es ja auch 120.000 Bürgerkriegsflüchtlinge gibt, die im Land leben. Aber die Lage der Rohingya ist aktuell sicher die dramatischste.“

Die Misereor-Länderreferentin für Myanmar hofft, dass der Papst im Land den Dialog der Religionen stärken wird. „Der hat auf der Ebene der höheren Kirchen- und Religionsführer begonnen, ist aber noch nicht in der Bevölkerung angekommen. Und diese Art des Dialogs, in der das Verständnis für den Glauben des jeweils anderen gestärkt wird, muss unbedingt mehr in die Bevölkerung gebracht werden.“ Die „Angst vor dem anderen“ in Myanmar habe „großes Potential für weitere Konflikte“. „Diese Angst muss angegangen, darüber muss gesprochen werden!“ (rv 19.09.)

 

 

 

Verlustgeschäft Protektionismus: „America First“ schadet allen Seiten

 

Mit „Amerika zuerst!“ kündigte US-Präsident Donald Trump eine Kehrtwende in der amerikanischen Außen- und Handelspolitik an. Doch mit der wirtschaftlichen Abschottung würden die USA  der Weltwirtschaft schaden – und sich selbst.

Seitdem Donald Trump sein Amt als US-Präsident eingenommen hat, wächst das Risiko, dass die Handelspolitik der USA zunehmend auf protektionistische Maßnahmen setzt. Trump will so Arbeitsplätze und Einkomme im eigenen Land sichern. Doch tatsächlich würden höhere Importzölle und andere Importerschwernisse i eine andere Richtung führen: Die durch die USA ausgelöste Schwächung des internationalen Handels ginge weltweit mit Einkommensverlusten einher – besonders in den USA selbst. Das zeigt eine neue Studie des ifo Instituts im Auftrag der Bertelsmann Stiftung.

Im für die Vereinigten Staaten ungünstigsten angenommenen Fall würde die jährliche amerikanische Wirtschaftsleistung langfristig um 2,3 Prozent zurückgehen. Auf heutiger Basis entspräche dies einem Verlust des Bruttoinlandsprodukts (BIP) in Höhe von 415 Milliarden US-Dollar.

Rückführung des nordamerikanischen Freihandelsabkommens schadet den USA

Schon die Wiedereinführung von Zöllen und nicht-tarifären Handelshemmnissen, zum Beispiel technische Auflagen, Dokumentationspflichten etc. in der nordamerikanischen Freihandelszone, zu der neben den USA, Kanada und Mexiko gehören, würde die amerikanische Volkswirtschaft schädigen.

Trotz der gemeinsamen Erklärung der G20-Länder »gegen Protektionismus« behält sich Washington einseitige »legitime Schutzmaßnahmen« in der Handelspolitik vor.

Langfristig würde das reale Pro-Kopf-Jahreseinkommen in den USA um rund 0,2 Prozent beziehungsweise 125 US-Dollar sinken. Nur in Kanada fiele die jährliche Einkommenseinbuße mit etwas mehr als 1,5 Prozent beziehungsweise rund 730 US-Dollar je Einwohner höher aus. Die damit verbundenen Einbußen des jährlichen BIP lägen in Kanada bei rund 26 Milliarden US-Dollar und in den USA bei 40 Milliarden US-Dollar.

Viele andere Länder könnten hingegen leichte Vorteile aus dem Umstand ziehen, dass der Handel zwischen den USA Kanada und Mexiko zurückgeht. Deutschlands jährliche Exporte in die USA würden den Berechnungen zu Folge um rund 3,2 Prozent beziehungsweise 4,4 Milliarden US-Dollar steigen. Parallel dazu würde das langfristige Pro-Kopf-Jahreseinkommen in Deutschland um knapp 0,03 Prozent beziehungsweise zwölf US-Dollar wachsen. Das entspräche einem BIP-Zuwachs um eine Milliarde US-Dollar.

Protektionistische Handelspolitik der USA lässt auch US-Exporte sinken

Größere wirtschaftliche Schäden würden sich einstellen, wenn die USA gegenüber allen Handelspartnern eine protektionistische Handelspolitik anwenden sollten. Würden die USA sowohl die Zölle als auch die nicht-tarifären Handelshemmnisse für Importe aus dem Rest der Welt um jeweils 20 Prozent erhöhen, so gingen im Gegenzug die US-Exporte in die meisten einzelnen Länder aufgrund der einhergehenden verschlechterten Wettbewerbsfähigkeit der US-Industrie um 40 bis 50 Prozent zurück.

Das überraschend vereinbarte Freihandelsabkommen zwischen EU und Japan ein Paukenschlag gegen den Protektionismus der Trump-USA, meint Wolf Achim Wiegand.

Damit wäre in den USA ein Rückgang des langfristigen Pro-Kopf-Jahreseinkommens um 1,4 Prozent beziehungsweise rund 780 US-Dollar verbunden. Das amerikanische BIP wäre rund 250 Milliarden US-Dollar kleiner. In Deutschland läge der entsprechende jährliche Pro-Kopf-Einkommensverlust bei rund 0,7 Prozent beziehungsweise 275 US-Dollar. Das käme einer BIP-Einbuße in Höhe von 22 Milliarden US-Dollar gleich.

Gegenmaßnahmen der übrigen Länder sorgen für hohe Einbußen

„Wirtschaftliche Abschottung ist ein Verlustgeschäft für alle Handelspartner“, konstatiert Aart De Geus, Vorstandsvorsitzender der Bertelsmann Stiftung. Die Ergebnisse sieht er als ein klares Argument gegen Protektionismus jeder Art: „Was wir brauchen, ist eine faire Handelspolitik, die den freien Austausch von Waren und Dienstleistungen ermöglicht und weltweit zum Wohle von Produzenten und Konsumenten wirkt.“

Vor dem G20-Gipfel beschwört Angela Merkel den Multilateralismus und inszeniert sich als Gegenspielerin von Donald Trump.

Sollten die übrigen Länder auf eine Abschottung der USA mit den gleichen Maßnahmen gegen die amerikanische Wirtschaft reagieren, würden die Einkommenseinbußen weiter ansteigen. Wird davon ausgegangen, dass alle anderen Länder ihre Zölle und nicht-tarifären Handelshemmnisse gegenüber US-Produkten ebenfalls um jeweils 20 Prozent erhöhen, würde dies den Handel zwischen den USA und dem Rest der Welt erheblich einschränken. Für die US-Importe werden – je nach Land – Rückgänge um 50 bis 60 Prozent berechnet. Die US-Exporte in die einzelnen übrigen Länder würden sogar um 70 Prozent und mehr sinken.

Die Folge wären hohe Einkommenseinbußen: In den USA wäre das reale Pro-Kopf-Jahreseinkommen langfristig 2,3 Prozent beziehungsweise 1.300 US-Dollar geringer, in Kanada sogar 3,9 Prozent beziehungsweise rund 1.800 US-Dollar. Für Deutschland wäre ein Einkommensverlust in Höhe von 0,4 Prozent beziehungsweise rund 160 US-Dollar je Einwohner zu erwarten. Die langfristigen jährlichen BIP-Einbußen erreichen in Deutschland 13 Milliarden US-Dollar, in Kanada fast 65 Milliarden und den USA rund 415 Milliarden US-Dollar. nsa | EURACTIV.de 19

 

 

 

Vatikan-Außenminister: Mehr Schutz für religiöse Minderheiten

 

Der Vatikan fordert verstärkte Anstrengungen zum Schutz religiöser Minderheiten. Dies sei „in der Tat eine der dringlichsten Verantwortungen der internationalen Gemeinschaft“, sagte der vatikanische Außenminister, Erzbischof Paul Gallagher, am Freitag (Ortszeit) bei der UNO-Vollversammlung in New York. Gerade angesichts aktueller Konflikte sei dringendes Handeln nötig. „Wir müssen Geldflüsse und Waffenhandel stoppen – zu all jenen, die diese gegen religiöse Minderheiten einsetzen wollen“, forderte Gallagher.

Mehrere aktuelle Berichte belegten, dass Angriffe auf religiöse Minderheiten weltweit verbreitet seien. Christen sind laut Gallagher nach wie vor besonders betroffen. In Teilen Europas machte er einen auch vermehrten Antisemitismus aus; zudem würden auch Muslime stark verfolgt - meistens von Fundamentalisten, die ihre Glaubensauffassung nicht teilten.

Das Recht auf Religions- und Meinungsfreiheit müsse überall gelten und verteidigt werden, so der Vatikan-Außenminister. Er warb für die Zusammenarbeit von Staaten und Religionen, interreligiösen Dialog und Bildungsinitiativen als Mittel im Kampf gegen die Unterdrückung religiöser Minderheiten. Angehörige aller Religionen forderte er auf, Gewalt im Namen des Glaubens stets deutlich zu verurteilen. (kna 23.09.)

 

 

 

 

Hotline für besorgte Bürger. Gespräche mit dem Migranten des Vertrauens

 

Ali Can redet mit Leuten, die Angst vor dem Islam, vor Einwanderung oder vor Flüchtlingen haben. Vor einem Jahr gründete der Student eine „Hotline für besorgte Bürger“. Von Stefanie Walter

 

„Bin ich hier richtig beim – Wie nennen Sie sich noch mal? – Immigrant des Vertrauens?“ – „So ähnlich, genau.“ – „Sie diskutieren gerne?“ – „Ja. Aber nur auf Augenhöhe.“ Für Ali Can, 23 Jahre, türkisch-stämmiger Student aus Gießen, ist es nicht ungewöhnlich, angegangen zu werden. Vor einem Jahr gründete er eine „Hotline für besorgte Bürger„. Dort rufen AfD-Wähler und Rechtsgerichtete an, Ehrenamtliche, Weltoffene, Menschen, die Angst vor dem Islam, vor Einwanderung, vor Flüchtlingen haben. Can nennt sich „Migrant des Vertrauens“. Er will den Deutschen die Angst vor Einwanderern nehmen, durch Telefongespräche.

Ali Can sitzt in einem kleinen Café in Gießen, den Laptop vor sich auf dem Tisch. Der Regen prasselt gegen die Scheiben. Can spricht viel, schnell, gewählt. „Es gibt viel Bedarf an Kommunikation“, sagt er. Man dürfe die Leute nur nicht abstempeln. Zweimal in der Woche abends ist seine Hotline geschaltet, mehrere hundert Anrufe bekam er in dem einen Jahr. „Die Themen sind dieselben geblieben“, erzählt er: Islam, Integration, Sicherheit und „interkulturelle Missverständnisse“. Jetzt hat er ein Buch über seine Erlebnisse geschrieben.

Schwung nach schleppendem Start

Info: Ali Can, Hotline für besorgte Bürger – Antworten vom Asylbewerber Ihres Vertrauens, Verlag Bastei Lübbe, 271 Seiten. Hotline-Nummer: 0800/9090056

Rückblick: Ostern 2016 begibt sich Can, der mit drei Jahren als Sohn einer türkisch-kurdischen alevitischen Familie als Asylbewerber nach Deutschland kam, auf eine Reise: Er besucht mehrere ostdeutsche Städte, mischt sich in Dresden unter die Teilnehmer einer Pegida-Demonstration – und redet mit den Leuten. „Mein Fazit?“, schreibt er in seinem Buch „Hotline für besorgte Bürger – Antworten vom Asylbewerber Ihres Vertrauens“. „Wer bei besorgten Bürgern wie Pegida-Demonstranten eine wertschätzende Haltung gegenüber Migranten anstoßen möchte, muss den Demonstranten erst einmal selbst mit Wertschätzung begegnen.“ Daraus erwächst die Idee zur Hotline.

Für den Start machte er kaum Werbung. Am ersten Tag, im August 2016, setzte er sich ins Treppenhaus der Gießener Universitätsbibliothek und wartete aufgeregt – es meldete sich aber nur eine Freundin, die fragte, ob alles okay sei. Erst als immer mehr Medien berichteten, kam die Sache in Schwung. In den Telefongesprächen versucht er die Leute „durch Rhetorik sanft an einen Punkt zu bringen“ und ruft sie dazu auf, sich selbst zu reflektieren: „Worüber habe ich mich aufgeregt? Weil die Gruppe dort türkisch gesprochen hat und ich sie nicht verstehe?“ In den Telefonaten, wie er sie im Buch beschreibt, wirkt Can sehr defensiv, sagt „Ich verstehe Ihren Gedanken“ oder „Der Islam ist sehr vielschichtig“.

Psychologe: Gefangen in unserem Angstsystem

„Ich halte das für eine vernünftige Strategie“, sagt der Sozialpsychologe und Konfliktforscher Ulrich Wagner von der Uni Marburg zur Idee der Hotline. „Es gibt derzeit in hohem Maße Menschen, die verunsichert sind, ob berechtigt oder nicht.“ Er fürchte allerdings, dass sich die Leute nicht so leicht beruhigen lassen: „Wir sind in unserem Angstsystem gefangen.“

Der Wissenschaftler fordert daher Politik und Medien auf, eine „sachbezogene, lösungsorientierte und ethisch vertretbare Diskussion“ zur Einwanderung zu führen. „Es ist erstaunlich, wie wenig das bisher im Wahlkampf thematisiert wurde. Aber wir dürfen nicht darauf warten, dass sich die Gesellschaft immer weiter spaltet.“

Leidenschaft Friedensstiftung

Cans Eltern betreiben einen Dönerimbiss in einem Dorf bei Gießen. Dort hat der 23-Jährige noch sein Zimmer, lebt mittlerweile aber auch in Berlin. Aus der Hotline seien „viele Zweig-Projekte entstanden“. Can gibt Workshops zur interkulturellen Verständigung, plant eine Reise nach Israel und Palästina, probiert sich als Journalist aus. „Ich habe meine Leidenschaft Friedensstiftung gefunden.“

Doch noch will er Lehrer werden, er hilft auch oft im Dönerladen seiner Eltern aus. „Salat zu schnippeln hat was Meditatives.“ Die Hotline zahlt er aus der eigenen Tasche, der Verein „Interkulturell Leben“, den er im vergangenen Jahr gründete, lebt von Spenden. Can weiß nicht, ob die Gespräche wirklich etwas bringen. Aber die Alternative, sagt er, laute doch: „Wir überlassen das Feld den Radikalen.“ (epd/mig 25)

 

 

 

 

UNO: Sklaverei und Kinderarbeit nehmen zu

 

Eine neue Studie prangert das Ausmaß der modernen Sklaverei in der ganzen Welt an. Das meldet der Nachrichtendienst Fides. Die bei der 72. Vollversammlung der Vereinten Nationen in diesen Tagen veröffentlichte Studie der Internationalen Arbeitsorganisation (ILO), der Walk Free Foundation, sowie der Internationalen Organisation für Migration (OIM), dokumentiert, dass 2016 über 40 Millionen Menschen weltweit Opfer der modernen Sklaverei wurden. 152 Millionen Kinder und Jugendliche im Alter zwischen 5 und 17 Jahren seien gezwungen, für ihren Lebensunterhalt arbeiten zu müssen. 

71 Prozent der Betroffenen sind Frauen und Mädchen. Im Bereich der sexuellen Ausbeutung handelt es sich bei 99 Prozent um Frauen; im Falle der Zwangsehe sind es 84 Prozent. Die 40 Millionen Betroffenen teilen sich auf Zwangsarbeit (25 Millionen) und Zwangsheirat (15 Millionen) auf. Über 70 Prozent der von Zwangsarbeit betroffenen Kinder arbeiten in der Landwirtschaft.

Erzbischof Jurkovic: „Von Gesetzen zu Aktionen übergehen“

Der Ständige Vertreter des Heiligen Stuhls bei den Vereinten Nationen, Erzbischof Ivan Jurkovi?, forderte in seiner Ansprache an die Vollversammlung, man müsse von Gesetzen nun zu Aktionen übergehen. Die moderne Form der Sklaverei müsse „an der Wurzel bekämpft werden“, so der Vatikanvertreter. „Die neuen Formen der Sklaverei müssen verboten werden, so wie die Sklaverei in der alten Welt abgeschafft wurde: indem eine neue Vision vom Menschen und seiner Würde zugrunde gelegt wird und zwar bei der Gesetzgebung, in der Bildung und durch die Förderung eines Umdenkens".  (fides  20.09.)

 

 

 

Familienreport. Besonders hohes Kinderarmut in Migrantenfamilien

 

Der Familienreport der Bundesregierung zeigt den Wandel im Familienbild, der Lebensweisen in Deutschland und der Wünsche von Eltern – aber eines bleibt gleich: Die Kinderarmut ist auch unter der großen Koalition weiter gestiegen – besonders in Familien mit Migrationshintergrund.

In der Regierungszeit der großen Koalition ist das Armutsrisiko von Kindern in Deutschland weiter gestiegen. Das geht aus dem neuen Familienreport der Bundesregierung hervor, den das Familienministerium am Freitag in Berlin veröffentlichte. Danach sind 19,7 Prozent der Kinder und Jugendlichen armutsgefährdet.

Die Zahl stammt aus dem Mikrozensus von 2015. Verglichen mit dem Mikrozensus von 2010 ist das eine Steigerung um 1,5 Prozentpunkte. Damit wachsen fast drei Millionen Kinder und Jugendliche unter schwierigen Bedingungen auf. Die Opposition warf der Regierung Versagen vor.

Höheres Armutsrisiko bei Migranten

Das höchste Risiko haben Alleinerziehende, 44 Prozent gelten als armutsgefährdet. Neun von zehn sind Frauen. Zum Vergleich: Bei Paarfamilien sind es zehn Prozent. Für Eltern mit drei oder mehr Kindern steigt das Armutsrisiko jedoch auf 25 Prozent. Als arm gilt ein Haushalt, der weniger als 60 Prozent des mittleren Einkommens zur Verfügung hat.

Besonders hoch ist auch das Armutsrisiko bei Kindern mit Migrationshintergrund. Die Bundesregierung führt die gestiegene Kinderarmut auch auf den, wie es im Report heißt, „nach Herkunftsländern veränderten Zuschnitt der Migration“ zurück, also auf den Zuzug von Flüchtlingen mit Kindern. Der Anteil der mit einem Armutsrisiko lebenden Kinder innerhalb der Gruppe der „selbst eingewanderten Minderjährigen“ ist von 2011 bis 2015 von rund 36 Prozent auf 49 Prozent angestiegen. Bei Kindern ohne Migrationshintergrund war er mit rund 13 Prozent konstant.

Jedes Dritte Kind lebt im Migrantenhaushalt

Insgesamt leben in Deutschland rund 4,3 Millionen minderjährige Kinder in Familien mit Migrationshintergrund, das sind rund 34 Prozent aller Kinder unter 18 Jahren. Ein Großteil von ihnen (86 Prozent) hat keine eigene Migrationserfahrung, während fast alle Eltern nach der Definition „Migrationshintergrund“ nach Deutschland zugewandert sind.

Der jährlich erscheinende Familienreport der Bundesregierung gibt nicht nur Auskunft über die wirtschaftliche Lage von Familien, sondern auch über die Wünsche und Lebensvorstellungen von Eltern, die Kinderbetreuung, die Berufstätigkeit der Eltern sowie die Auswirkungen gesellschaftlicher Entwicklungen wie etwa der Digitalisierung auf Familien.

Eltern wünschen mehr Zeit für Kinder

Danach würden beispielsweise gern mehr Eltern häufiger im Home-Office arbeiten, weil an diesen Tagen die Wege zur Arbeit wegfallen und sie mehr Zeit für ihre Kinder haben. Es gebe aber noch nicht genug Angebote seitens der Arbeitgeber. Ein großes Thema ist und bleibt die Vereinbarkeit von Familie und Beruf.

Der Report fasst zusammen, was sich Eltern laut zahlreicher Umfragen und Studien wünschen: Junge Väter wollen ihre Arbeitszeit reduzieren, Mütter hingegen weiterhin zwar Teilzeit, aber mehr Wochenstunden arbeiten, damit beide Elternteile verdienen und sich zugleich die Kinderbetreuung teilen können. Das ist laut Report auch der beste Schutz gegen Armut. Familien, in denen der Haupternährer plötzlich wegfällt, tragen hingegen ein hohes Armutsrisiko.

Barley will Ganztagsbetreuung ausbauen

Bundesfamilienministerin Katarina Barley (SPD) erklärte zum Familienreport, es bleibe eine der wichtigsten Aufgaben, ein gutes Aufwachsen für alle Kinder zu sichern. Politik und Wirtschaft müssten für die Vereinbarkeit von Familie und Beruf sorgen. Sie forderte einen Rechtsanspruch auf Ganztagsbetreuung für Grundschulkinder; dem Report zufolge müssten dafür 280.000 neue Plätze geschaffen werden. Laut Bericht würden Kinder aus Haushalten mit geringem Einkommen und aus Familien mit Migrationshintergrund besonders von Ganztagsangeboten profitieren.

Die Opposition sieht den Regierungsbericht vor allem als Bestätigung für die Untätigkeit der großen Koalition in Sachen Kinderarmut. Der Fraktionsvorsitzende der Linken, Dietmar Bartsch, erklärte, nicht einmal das versprochene Rückkehrrecht auf einen Vollzeitarbeitsplatz sei beschlossen worden. Die Grünen-Fraktionsvorsitzende, Katrin Göring-Eckardt, warf Union und SPD vor, trotz brummender Konjunktur immer mehr Kinder und alleinerziehende Mütter im Regen stehenzulassen. (epd/mig 18)

 

 

 

 

ZdK ruft Parteien der Mitte auf, ihrer demokratischen Verantwortung gerecht zu werden

 

Konkrete Vorschläge für Gesetzesinitiativen der nächsten Jahre

 

Das Zentralkomitee der deutschen Katholiken (ZdK) fordert die demokratischen Parteien der Mitte, die Union, die SPD, die FDP und Bündnis 90 / Die Grünen, auf, ihrer demokratischen Verantwortung gerecht zu werden und sehr ernsthaft nach Wegen zu einer stabilen Regierungsmehrheit zu suchen.

"Sie tragen hier eine gemeinsame staatspolitische Verantwortung", so ZdK-Präsident Prof. Dr. Thomas Sternberg. "Das Ergebnis der Bundestagswahlen hat uns sehr nachdenklich gemacht. Der hohe Stimmanteil der rechtspopulistischen AfD bringt eine Unzufriedenheit mit der bisherigen Regierungspolitik, aber auch mit der etablierten politischen Kultur zum Ausdruck. Viele Menschen fühlen sich von der wirtschaftlichen und gesellschaftlichen Entwicklung abgehängt und von den anderen Parteien nicht mehr repräsentiert. Das darf uns nicht unberührt lassen, auch wenn wir die Prämissen und die politischen Rezepte der so genannten Alternative für Deutschland für abwegig und gefährlich halten."

Nach dem Erschrecken über das gute Abschneiden der AfD und die Schwächung der Volksparteien gelte es nun, mit den veränderten politischen Verhältnissen umzugehen, fordert Sternberg. Die demokratischen Parteien der Mitte dürften sich nicht vom Einzug einer neuen politischen Kraft lähmen lassen. Die politische Aufmerksamkeit müsse weniger auf die AfD als auf die tatsächlichen politischen und gesellschaftlichen Herausforderungen und die Lösung von Problemen ausgerichtet sein.

Konkrete Gesetzesinitiativen

Um diesen Prozess einer zukunftsfähigen Politik auf der Grundlage des christlichen Menschenbildes und der christlichen Sozialethik zu begleiten, hat das ZdK in seinem Hauptausschuss kurz vor der Bundestagswahl ein Papier mit politischen Eckpunkten und konkreten Vorschlägen für Gesetzesinitiativen der nächsten Jahre beschlossen.

So appelliert der ZdK-Hauptausschuss an die Abgeordneten und die künftige Bundesregierung, dass Deutschland und die EU zur Bekämpfung des globalen Klimawandels ihrer Vorbildfunktion bei der Umsetzung des Pariser Klimaschutzabkommens gerecht werden müssten. In Deutschland seien jetzt wirkungsvolle Maßnahmen zu ergreifen, um bis 2020 das CO2-Reduktionsziel von 40 Prozent gegenüber 1990 zu erreichen.

In der Rentenpolitik sollen nach Ansicht des ZdK Schritte gegen die Ausweitung von Altersarmut ergriffen werden, unter anderem durch eine Altersvorsorgepflicht für Selbstständige, die bisher nicht in die gesetzliche Rentenversicherung einbezogen oder über berufsständische Versorgungswerke abgesichert sind. Das Rentensystem sei zudem familiengerechter auszugestalten. Dazu setzt sich das ZdK für eine bessere rentenrechtliche Anerkennung von Angehörigenpflege und Beitragsentlastungen für den generativen Beitrag von unterhaltspflichtigen Eltern ein.

Das ZdK hält für menschenrechtlich geboten, dass subsidiär Schutzberechtigten der Familiennachzug ermöglicht wird. Die bis März 2018 für diese Gruppe geflüchteter Menschen geltende Aussetzung des Familiennachzugs dürfe nicht verlängert werden.

"Die Zusammenführung der Familien ist ein wichtiger Faktor für eine erfolgreiche Integration, die aber zugleich verstärkte Anstrengungen und zusätzliche Mittel erfordert, damit die Aufnahme und Integration von den jeweiligen Kommunen bewältigt werden kann", unterstreicht ZdK-Präsident Sternberg. ZdK 28

 

 

 

Seehofer hat keine Sekunde an Rücktritt gedacht. CSU-Chef will sich bei Parteitag im November zur Wiederwahl stellen

 

Horst Seehofer spürt nach eigenen Worten auch nach der schweren Niederlage bei der Bundestagswahl großen Rückhalt in seiner Partei. In einer "Münchner Runde extra" (Montag, 25.9.2017, 19.00 Uhr im BR Fernsehen) sprach BR-Chefredakteur Christian Nitsche mit Seehofer über den Ausgang der Bundestagswahl und die Konsequenzen für die CSU.

 

Die wichtigsten Aussagen Seehofers im Überblick:

Seehofer auf die Frage zum möglichen Rücktritt: "Nein - keine Sekunde. Ich hatte am Nachmittag, so um 15 Uhr, die Information von maßgeblichen Umfrageinstituten, dass wir in Deutschland zwischen 35 und 36 Prozent liegen."

 

Horst Seehofer zum Wahlergebnis:

"Das ist für uns eine wirklich herbe Enttäuschung. Das hatten wir so nicht in der Wahrnehmung während des Wahlkampfes, auch die Umfragen hatten es nicht vorhergesagt. Der Grund liegt vor allem in zwei Dingen: nämlich, dass es eine Menge sozialer Probleme bei uns im Lande gibt, die auch zur Spaltung des Landes beigetragen haben - wenn Sie an die Rente denken, an die Pflege, an die Mietpreise, an die Situationen der Familien mit Kindern. (...) Und die andere Seite ist die Zuwanderung und die Sicherheit in unserem Lande. Da haben die Menschen gesagt - wollt ihr das wirklich ändern, und sie haben nicht daran geglaubt, dass wir das ändern. Darauf kommt es jetzt an, dass wir die sozialen Probleme angehen und lösen und auf der anderen Seite die Zuwanderung, die Sicherheit auch so, wie wir das den Leuten im Wahlkampf versprochen haben, auflösen."

 

Seehofer zum Rückhalt seiner Person in der Partei:

"Ich hab` da jetzt überhaupt keine Probleme. Ich weiß um meine Verantwortung, ich würde niemals meine Partei in einen Irrweg führen, der dauerhaft negative Wirkungen hat. Dazwischen können immer mal Wahlergebnisse passieren, das hatten wir auch in der Vergangenheit, die nicht so gut sind. Aber das Wichtigste war ja, Rot-Grün zu verhindern, das haben wir schon vor einigen Monaten erreicht, und jetzt den Regierungsauftrag zu erhalten, darüber freuen wir uns. Wir haben alle 46 Wahlkreise für den Bundestag in Bayern gewonnen. Der Wehrmutstropfen, und zwar ein sehr großer, ist dieser Rückgang der Wählerzustimmung auf unter 40%, aber ich sage noch einmal, diesbezüglich sind wir keine Insel als Bayern. Das haben wir überall in Deutschland, und im Gegensatz zu unserer Schwester sagen wir, wir haben verstanden - weiter so geht nicht - und wir wollen mit unserer Schwester CDU darüber reden, dass wir den Kurs auch entsprechend neu einstellen."

 

Seehofer zur Flüchtlingsobergrenze:

"Es geht nicht ohne Begrenzung der Zuwanderung, wir haben die Wohnungen nicht, wir haben die Schulen nicht, wir haben die Kitas nicht, wir haben die Finanzen nicht. Wir können da und dort Sicherheit nicht gewährleisten. Und dies alles geht nur mit einer Begrenzung der Zuwanderung, mit einer jährlichen Begrenzung nach Maß und Mitte. Wir können in Deutschland nicht sozusagen die sozialen Probleme in der ganzen Welt auffangen, das geht nicht, und wir müssen schon Rücksicht nehmen auf die Menschen hier im Lande. Das ist eine Angst der Menschen wegen drohender kultureller Veränderung. Wir drücken das aus in dem Satz: Deutschland muss Deutschland bleiben."

 

Seehofer zu den Wählern, die die CSU ansprechen will:

"Wir legen Wert darauf, dass wir auch die demokratische Rechte mit berücksichtigen, die konservativ liberalen Wähler, die werteorientierten Wähler, die nationalkonservativen Wähler. Das sind ja keine Extremen, keine Radikalinskis, sondern das sind rechtschaffende Bürger in unserer Gesellschaft, und die müssen eine politische Heimat in CDU und CSU haben."

 

Seehofer zu den EU-Außengrenzen und der Zuwanderung:

"Wir müssen an der Grenze mit Transitzonen entscheiden, an der Außengrenze der EU, da müssen wir den Ländern auch helfen, den Italienern und Griechen, dass dort entschieden wird, wer ist asylberechtigt und wer nicht, wenn sie mal hier sind, Herr Nitsche, das sage ich ihnen, nach jahrelanger Erfahrung,  wird es ungeheuer schwer sie wieder abzuschieben." BR 25

 

 

 

 

Jamaika jetzt! Die Chance für eine Wirtschaftswende ergreifen.

 

Berlin, 25.09.2017: UnternehmensGrün, der Bundesverband der ökologischen Wirtschaft, fordert die neue Bundestagsfraktion von Bündnis 90/Die Grünen auf, mutig für eine Jamaika-Koalition einzutreten. „Eine Wirtschaftswende Richtung sozialer und ökologischer Nachhaltigkeit lässt sich nur in Regierungsverantwortung erreichen“, sagt Klaus Stähle, Unternehmer und Vorstand UnternehmensGrün.

„Jamaika ist für Grüne, FDP und Union keine Kuschelveranstaltung. Aber das Wahlergebnis zeigt, dass die Parteien aus ihrer Komfortzone raus und mit alten Mustern brechen müssen. Die Grünen werden für nachhaltiges Wirtschaften und Klimaschutz dringend gebraucht – und zwar in der Regierung“, so Stähle weiter. Darum sollten sie in Sondierungs- und Koalitionsgespräche mit CDU

und FDP einsteigen.

„Bündnis 90/Die Grünen verfügen beispielsweise über erfahrene Finanzpolitiker_innen, die wissen, dass in der Steuerpolitik zukünftig kleine und lokal agierende Unternehmen gegenüber international

aufgestellten Unternehmen nicht weiter benachteiligt werden dürfen“, erklärt Katharina Reuter, Geschäftsführerin von UnternehmensGrün. Und: In einer Jamaika-Koalition wäre es endlich möglich, kleinere und mittlere Einkommen durch die Abschmelzung des sogenannten „Mittelstandsbauches“ zu entlasten (abgeflachte Progressionswirkung der Einkommensteuer für mittlere Einkommen).

Weitere wichtige Impulse sind die Regulierung der Großbanken auf solide Fundamente zu stellen und kleine und mittlere Banken zu unterstützen. Der Bereich der Midi-Jobs soll von heute 850 auf 1500 Euro erweitert werden: „Für Geringverdienende und wenig Qualifizierte, die den Sprung aus sozialen Sicherungssystemen in Beschäftigung schaffen wollen, wäre dies eine sozialpolitische Großtat. Die große Koalition hat dazu nie den Mut aufgebracht“, so Klaus Stähle, Vorstand UnternehmensGrün.

Die Mobilitäts- und Energiepolitik muss neu justiert und durch weitere wirtschaftspolitische Maßnahmen flankiert werden. Die Politik der Großen Koalition hat dafür gesorgt, dass Deutschland seine Klimaziele 2020 krachend verfehlen wird. Darum brauchen nachhaltig wirtschaftende Unternehmen bessere Rahmenbedingungen, um ihren Marktanteil ausweiten zu können. „Für die

Wirtschaft steht eine Zeitenwende an, die man modern und nachhaltig gestalten muss. Eine Jamaika-Koalition kann dazu - trotz vieler trennenden Positionen der beteiligten Parteien – gute Voraussetzungen mitbringen. Darum sollten die Grünen darauf abzielen, dass die erste Jamaika-Koalition auf Bundesebene diesmal zustande kommt“, fordert Katharina Reuter, Geschäftsführerin

von UnternehmensGrün. UG 25

 

 

 

Wie die neue Bundesregierung Europapolitik gestalten sollte

 

Der Ausgang der Bundestagswahl wird auch die Zukunft der EU prägen. Was fordern deutsche Verbände und Vereine von der künftigen Regierung hinsichtlich der europäischen Finanz-, Sozial- und Handelspolitik?

Nicht nur in Deutschland ist die Spannung hinsichtlich des Ausgangs der Bundestagswahl groß. Auch der Rest Europas schaut auf die Bundesrepublik – vermutlich aufmerksamer denn je.

Denn nie zuvor ist die EU derart auf die Probe gestellt worden wie in den vergangenen Jahren. Brexit, Migrationskrise, Finanzkrise – Umstellungen innerhalb Europas sind dringend erforderlich. Jean-Claude Juncker sieht das allerdings auch als Chance. „Ein Fenster der Möglichkeiten“ stehe nun offen, konstatierte der EU-Kommissionspräsident bei seiner Rede zur Lage der EU vor wenigen Tagen. Den Tag, an dem der Brexit abgeschlossen ist, werde der Moment sein, „um gemeinsam die Beschlüsse zu fassen, die für ein mehr geeintes, stärkeres und demokratischeres Europa notwendig sind.“

EU-Kommissionschef Juncker sieht den Euro als Klammer, der die Europäer in Ost und West zusammenhalten soll. Ob die Strategie aufgeht, darf bezweifelt werden.

Frankreichs Präsident Emmanuel Macron ist bereits im EU-Reformfieber, schlägt eine Vertiefung der Wirtschafts- und Währungsunion mit einem einen europäischen Wirtschafts- und Finanzminister vor. Auch Vorschläge für ein Eurozonen-Budget hat er vorgelegt, das Wirtschaftskrisen wie jene in Griechenland künftig durch Nothilfe abfedern soll.

Ob er all diese Ziele gemeinsam mit der neuen Bundesregierung wird angehen können, wird mit über die Zukunft der EU entscheiden. Hinzu kommen Fragen wie etwa nach dem künftigen Umgang der EU mit der Türkei, der europäischen Verteidigungsagenda.

Kanzlerin Merkel bleibt mit ihren europapolitischen Forderungen im Wahlkampf bewusst unpräzise – mit Blick auf eigene Wähler und künftige Koalitionspartner.

Doch auch viele Verbände und Vereine in Deutschland stehen einer enger zusammenwachsenden EU und Reformen in Europa positiv gegenüber – mit naturgemäß unterschiedlichem Fokus. Was sind ihre Erwartungen an die künftige Bundesregierung mit Blick auf die Zukunft Europas?

Der EU-Abgeordnete Rainer Wieland: Für eine engere Union der Völker Europas 

„Wir erwarten von den künftig regierenden Parteien, dass sie ihr Handeln wieder an den Wurzeln der europäischen Einigung, ihren Gründen und Zielen auszurichten,“ fordert der Europaabgeordnete Rainer Wieland und Präsident der Europa-Union Deutschland (EUD). Ziel der europäischen Einigung bleibe eine immer engere Union der Völker Europas und ein demokratisch-rechtsstaatlicher Bundesstaat auf der Grundlage einer Verfassung.

Kurz vor der Bundestagswahl bleibt die politische Stimmung in zwei Umfragen weitgehend unverändert.

EBD-Präsident Rainer Wend: Brauchen ein Bundesministerium für europäische Integration

Rainer Wend, Präsident der Europäischen Bewegung Deutschland (EBD) sieht die deutsche Europapolitik und ihre Instrumente „noch immer auf dem Stand des vergangenen Jahrhunderts“. Die Bundesregierung solle in die Gestaltung ihrer Europapolitik auch demokratische und repräsentative Verbände und Vereine aus allen Bereichen der Gesellschaft einbeziehen, fordert er.

Wends Vorschlag: Ein Bundesministerium für europäische Integration. Der verantwortliche Minister für besondere Aufgaben solle die Europapolitische Koordinierung verantworten und aus dem Bundeskanzleramt heraus die Beziehungen zwischen Berlin, Brüssel und anderen europäischen Hauptstädten pflegen. Die deutsche Diplomatie dürfe nicht nur eine klassische Außenpolitik vertreten, sondern müsse in Form einer „European Public Diplomacy“ über staatliche Akteure hinaus einen strukturierten europaweiten Dialog fördern.

Die Europäische Bewegung Deutschland fordert in der EU-Politik einen Umbau der Bundesregierung. Es liefe auf eine Entmachtung des Außenamtes hinaus.

Frank Burgdörfer vom EBD-Vorstand findet es „sehr enttäuschend, dass Parteistrategen und Medienmacher im Wahlkampf die Auseinandersetzung über die anstehenden, weitreichenden Entwicklungsschritte der EU vermieden haben“. Die voraussichtliche künftige Zusammensetzung des Bundestages werde Debatten erzwingen, die alle Demokraten im Interesse einer fundierten Meinungsbildung von sich aus aktiver suchen müssten“, hofft er.

Klaus Müller von der Verbraucherzentrale Bundesverband: Standards für Verbraucherschutz im Freihandel schaffen

Die Interessen der Verbraucher müssen in den Mittelpunkt gestellt werden, fordert die Verbraucherzentrale Bundesverband (vzbv) von den Parteien. In Hinblick auf Freihandelsabkommen wie das am Donnerstag provisorisch in Kraft tretende Abkommen mit Kanda CETA oder das Jefta-Abkommen mit Japan fordert der vzbv-Vorstand Klaus Müller: „Zudem müssen die Rechte und Standards in Handelsabkommen für Verbraucher gewahrt werden. Nur dann sind es gute Handelsabkommen.“

EU-Kommissionspräsident Juncker will schnell weitere Freihandelsabkommen. Doch deutsche Parteien pflegen derzeit eher Ja-aber-Wahlkampfpositionen zum Welthandel. Das aber sei entwicklungspolitisch widersprüchlich, warnen Experten.

Linn Selle: Bundesregierung muss sich für Mehrjährigen Finanzrahmen ohne nationale Rabatte starkmachen

Im kommenden Jahr wird über den Haushalt zum Mehrjährigen Finanzrahmen 2021-2027 (MFR) verhandelt, für EBD-Vorstandsmitglied Linn Selle eine Chance, nach dem EU-Austritt Großbritanniens politische Prioritäten zur künftigen Ausrichtung der EU zu setzen. „Die neue Bundesregierung muss sich in der nächsten Legislaturperiode für einen ausreichend finanzierten Haushalt, ein Ende nationaler Rabatte und klare politische Prioritätensetzung einsetzen“, fordert Selle.

Gabriele Bischoff vom DBG-Bundesvorstand: Soziale Stabilisierung der EU ist überfällig

„Der Deutsche Gewerkschaftsbund (DGB) erwartet, dass die Wirtschafts- und Währungsunion (WWU) endlich ausreichend stabilisiert wird, unter anderem durch eine Fiskalkapazität“, sagt Gabriele Bischoff, Abteilungsleiterin Europapolitik beim DBG-Bundesvorstand und Mitglied im Europäischen Wirtschafts- und Sozialausschuss (EWSA). Eine soziale Stabilisierung der EU sei überfällig, der Vorrang sozialer Grundrechte vor wirtschaftlichen Freiheiten müsse gewährleistet werden, meint meint sie.

Spekulationen über Schäuble – Bleibt er im Amt? Einiges spricht dafür, dass sich nach der Bundestagswahl am 24. September nicht viel ändern wird.

Außerdem muss laut dem DGB die demokratische Entscheidungsfindung gestärkt werden, etwa mit europäischen Listen und dem Prinzip der EU-Spitzenkandidaten. „Last but not least muss der Investitionsplan aufgestockt und ausreichend öffentliche Investitionen ermöglicht werden“, so Bischoff.

Hans Peter Wollseifer vom Zentralverband des deutschen Handwerks (ZDH): Es gibt keine nationalistischen Lösungen

„Das „Projekt Europa“ verdient geschützt und weiterentwickelt zu werden,“ so ZDH-Präsident Hans Peter Wollseifer. „Denn es hat Deutschland wie allen beteiligten Ländern Frieden, Sicherheit und großen Wohlstand gebracht.“ Er betrachtet die wachsende Tendenz zur Abschottung mit Sorge: Für aktuelle Herausforderungen, wie die Sicherheitspolitik und der Umgang mit den globalen Migrationsbewegungen, gebe es keine nationalstaatlichen Lösungen.

Florian Rentsch, Verband der Sparda-Banken: Leitbild für deutschen Bankenmarkt fehlt

„KMU-Banken finanzieren den Mittelstand – und sind selbst Mittelstand! Das ist ein Fakt, der nicht nur auf bundesdeutscher Ebene, sondern auch im europäischen Kontext oft übersehen wird,“ mahnt Florian Rentsch, Vorsitzender des Vorstands des Verbands der Sparda-Banken e.V. Er fordert die Parteien vor der Bundestagswahl auf, sich der Erarbeitung eines Leitbilds für den deutschen Bankenmarkt zu widmen – „Denn dieses Leitbild existiert – trotz vieler guter Ansätze – immer noch nicht.“  Nicole Sagener, EA 20

 

 

 

 

Regierungsbildung. Organisationen fordern klares Nein zur Obergrenze

 

Amnesty International und Pro Asyl appellieren an mögliche Koalitionspartner der Union, keine Obergrenze für Flüchtlinge zu aktzeptieren. Beide Organisationen befürchten, dass sich die Parteien in der Flüchtlingspolitik von der AfD beeinflussen lassen.

Die Organisationen Amnesty International und Pro Asyl haben an die möglichen Partner der Union in der künftigen Regierungskoalition appelliert, bei ihrem Nein zur CSU-Forderung nach einer Obergrenze für die Flüchtlingsaufnahme zu bleiben. „Menschenrechte kennen keine Obergrenze“, sagte Amnesty-Asylexpertin Franziska Vilmar, am Mittwoch in Berlin.

Pro Asyl-Geschäftsführer Günter Burkhardt sagte mit Blick auf eine mögliche Jamaika-Koalition, Grüne und FDP müssten für Koalitionsverhandlungen den Flüchtlingsschutz ganz vorn auf die Prioritätenliste schreiben. Dazu gehörten auch die Wiedereinführung des Familiennachzugs für subsidiär Geschützte und ein Stopp der Abschiebungen nach Afghanistan.

Beide Organisationen äußerten die Sorge, dass die von der AfD „ressentimentgetrieben und rückwärtsgewandt“ geführte Debatte über die Flüchtlingspolitik Auswirkungen auf das künftige Handeln der Verantwortlichen hat. Insbesondere kritisierten sie die Pläne auf EU-Ebene für Partnerschaften mit Ländern Nordafrikas, die in ihren Augen vor allem darauf zielten, Europa abzuschotten. Schutzsuchende Menschen müssten auch künftig die Möglichkeit erhalten, in Europa Asyl zu beantragen, forderten die Menschenrechtler.

Europa entzieht sich seiner Verantwortung

Vilmar sagte, das EU-Türkei-Abkommen, das dafür sorgte, dass weniger Flüchtlinge über das Mittelmeer nach Griechenland kommen, solle nun als Blaupause für eine Zusammenarbeit mit nordafrikanischen Ländern dienen. Damit entziehe sich Europa seiner Verantwortung für Schutzsuchende, kritisierte sie.

Vilmar und Burkhardt äußerten sich auch skeptisch zu den jüngsten Vorschlägen des französischen Staatspräsidenten Emmanuel Macron für eine europäische Asylbehörde. Wenn dessen Plädoyer für mehr Europa mit einem Mehr an Flüchtlingsschutz gefüllt werde, sei das zu begrüßen, sagte Vilmar. Das lese sie jedoch aus den Vorschlägen nicht heraus. Burkhardt sagte, es sei noch zu unklar formuliert, was das heißen solle. Er befürchte, auf Grundlage solcher Pläne solle die Verteilung von Flüchtlingen, gegen die sich derzeit vor allem die osteuropäischen Länder sperren, „durchgezogen werden – auf Kosten der Flüchtlinge“. (epd/mig 28)

 

 

 

 

„Wichtig im Job sind vor allem Ehrlichkeit, Authentizität und Glaubwürdigkeit“

 

Jutta Schneider, Global Head of DBS Services Delivery bei SAP SE und damit Führungskraft für mehr als 12.000 Mitarbeiter spricht im Interview über Zauberformeln der Traumkarriere.

 

Frau Schneider, Sie sind in einer sich stetig wandelnden Branche unterwegs. Wie bleiben Sie immer auf dem Laufenden?

Ich bilde mich stetig weiter: Ich interessiere mich sehr für brancheninterne Informationen, tausche mich aus und mache viele Trainings. Ich liebe das! Denn ich lebe für meine Branche. Jemand, der die Notwendigkeit zur kontinuierlichen Weiterbildung nicht als immerwährend und andauernd akzeptiert, der macht auch keine Karriere.

Was sind die Herausforderungen in den kommenden Jahren? Wie bereitet man ein Unternehmen auf so etwas Großes wie die digitale Transformation vor?

Zuerst muss man dafür verstehen, was die Digitalisierung überhaupt ist. Die Digitalisierung verändert alles: Produkte, Prozesse, sogar gesamte Geschäftsmodelle. Die Transformation geht über alle Abteilungen hinweg, keine ist davon ausgenommen. Es ist eine rasante Entwicklung und die größte Herausforderung ist, die Menschen mitzunehmen. Da erfolgreich zu sein erfordert eine kontinuierliche Skill-Anpassung und viel Austausch mit den Kunden. Wichtig ist auch, viele junge Menschen für das Unternehmen zu begeistern. Diejenigen, die zu uns wollen, müssen die Bereitschaft haben, flexibel zu sein. Die Rollen sind vielschichtig – Data Scientists, Technologen, Entwickler – aber sie müssen in der Lage sein, bei unserem Tempo mitzuhalten.

Sie halten auf der herCAREER einen Vortrag mit dem Titel „Zauberformel für die Traumkarriere? Ein Realitätscheck!“. Kann man eine Karriere planen?

Es gibt keine generelle Zauberformel und man kann eine Karriere auch nicht wirklich planen. Aber den nächsten Schritt, den kann man immer planen und das sollte man auch tun! Wichtig ist zu Beginn, dass man in der Lage ist, seine Fähigkeiten aus dem Studium weiterzuentwickeln. Das Studium sollte die Basis liefern, dieses Handwerkzeug muss man mitbringen.

Für mich sind auch Geduld und Demut ein großes Thema in der Karriere, ich habe mich Schritt für Schritt entwickelt und bin in meine Rolle hineingewachsen. Jeder hat ein Talent, das er für seinen Karriereweg entdecken und umsetzen muss. Bei mir waren das mein Zahlengedächtnis und meine schnelle Auffassungsgabe. Beides hat mir sehr geholfen.

Und ich hatte immer ein Privatleben, mein Mann und ich haben zwei Kinder großgezogen. Er ist wichtig für meine Karriere und ist schon immer mein Gegengewicht, mein Korrektiv.

Wie wuchsen Sie in Ihre Führungsrolle hinein?

Man wächst über die Zeit mit seinen Aufgaben. Wichtig sind vor allem Ehrlichkeit, Authentizität und Glaubwürdigkeit. Das kann kein Unternehmen lehren, das sind Charaktereigenschaften, die man mitbringt. Als Führungskraft in einem so großen Haus ist es auch sehr wichtig, zu lernen, über verschiedene Kanäle zu kommunizieren.

Wie wichtig waren Unterstützer auf Ihrem Weg?

Ich habe auf meinem Weg immer Unterstützer gehabt – ohne Unterstützer keine Karriere. Bei mir fing das schon im Elternhaus an. Man braucht ein Umfeld, das einem hilft, seinen Weg zu finden. Und wie findet man Unterstützer? Manchmal wird man gefunden, das ist dann etwas sehr Schönes. Oder man sucht sich selbst jemanden. Als ich vor sechs Jahren bei SAP anfing, habe ich mich um einen Mentor gekümmert. Er ist keine ganz einfache Person, aber sehr analytisch und er passt gut zu mir. Außerdem kennt er den Konzern sehr gut. Da habe ich ihn einfach gefragt.

Aber auch die Partnerwahl ist sehr wichtig. Ich bewundere es, wenn Frauen alles allein schaffen. Ich brauchte meinen Mann und bin ihm sehr dankbar - er hat quasi die Familie geführt. Als junge Mutter ist das sehr schwer, das begleitet einen die ganze Zeit, man zweifelt immer wieder daran, ob man die richtigen Entscheidungen trifft. Doch diese Leichtigkeit muss man einfach für sich beanspruchen. Meine Kinder sagen heute,  dass ich eine coole Mutter bin!

Die Digitale Transformation wirkt in alle Bereiche eines Unternehmens hinein. Wie können Frauen davon profitieren?

Die Digitalisierung an sich ist nicht geschlechterspezifisch. Doch die Flexibilität, die sie ermöglicht, zum Beispiel durch mobile Arbeit, bietet Frauen viele Möglichkeiten, die sie nutzen sollten. Es bringt uns weiter, wenn wir das ganz bewusst für uns nutzen.

Sie haben auch in anderen Ländern gearbeitet. Welche Erfahrungen bringen Sie nach Deutschland mit?

Global zu arbeiten hat mich stark gemacht und demütig. Das war eine sehr interessante Erfahrung. Ich habe vor allem gelernt, dass die Welt nicht eindimensional ist. Wer die Verschiedenartigkeit der Welt für sich zu nutzen weiß, für den ist eine gigantische Entwicklung möglich. Das Zusammenbringen aller Schwächen und Stärken stärkt uns unterm Strich! PR 25

 

 

 

Klagewelle von Flüchtlingen. Fast jede zweite Asylklage erfolgreich

 

Verwaltungsrichter erwarten eine Verdopplung von Asylklagen. Innenminister de Maizière mahnt die Behörden zu einer besseren Zusammenarbeit und beschwichtigt: die Erfolgsquote der Klagen liege bei 25 Prozent. Der Opposition zufolge ist jede zweite Klage erfolgreich.

Immer mehr Flüchtlinge klagen auf den vollen Flüchtlingsstatus oder wehren sich dagegen, wenn das Bundesamt für Migration und Flüchtlinge (BAMF) ihren Antrag auf Asyl ablehnt. Der Bund Deutscher Verwaltungsrichter erwartet, dass sich in diesem Jahr die Zahl der Verfahren auf rund 200.000 verdoppeln wird. Es ist die Rede von einer Klagewelle.

Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) gerät immer stärker unter Druck. Jetzt hat er die Justiz und die Behörden zu einer besseren Zusammenarbeit aufgefordert. Die Verfahren und die Kooperation der Verwaltungsgerichte mit dem BAMF sollten „so effizient wie möglich“ gestaltet werden, sagte der Minister der Neuen Osnabrücker Zeitung.

Das BAMF habe schon einiges getan, um auf Urteile und erfolgreiche Klagen besser reagieren zu können, betonte der Minister. So habe die Behörde mehr Personal im Prozessbereich eingesetzt und den Austausch von Prozessakten verbessert. De Maizière verwies darauf, dass nach einer aktuellen Statistik nur 25 Prozent der Klagen zu einer Änderung des Bescheides vom Bundesamt führten.

Jelpke wirft de Maizière Unredlichkeit vor

Diese Äußerung de Maizières stößt bei Ulla Jelpke (Die Linke) auf scharfe Kritik. In den meisten inhaltlich entschiedenen Fällen bekommen laut Jelpke Flüchtlinge von den Gerichten Recht. Der Bundesinnenminister rechne sich die Erfolgsquoten des BAMF bei den Gerichten schön, indem er einfach alle sonstigen Verfahrenserledigungen als Erfolg des BAMF verbucht.

„Das ist unredlich“, so die Linkspolitikerin, Tatsächlich können Verfahren für erledigt erklärt werden wenn zum Beispiel Verfahren einzelner Familienmitglieder zu einem gemeinsamen Verfahren zusammengelegt werden. Oder wenn das BAMF den eigenen Bescheid korrigiert.

Jelpke: de Maizière täuscht über eigene Verantwortung hinweg

„Aussagekräftig sind deshalb die Entscheidungen bei den tatsächlich inhaltlich entschiedenen Verfahren, und dann ergibt sich, dass 60 Prozent der afghanischen und 79 Prozent der syrischen Asylsuchenden durch die Gerichte Recht gegeben wird. Bei 47 Prozent liegt dann der Durchschnittswert, de Maizière sprach demgegenüber von nur 25 Prozent.“, erklärt Jelpke. Insofern sei es verständlich, dass Flüchtlinge klagen. klagen.

Der Bundesinnenminister drücke sich mit seinen Äußerungen um seine Verantwortung für den sich „auftürmenden Berg“ anhängiger Asylklagen. „Dabei hat er entschieden, syrischen Flüchtlingen im Regelfall nur noch den subsidiären Schutz zu erteilen und die Anerkennungsquote afghanischer Flüchtlinge durch den pauschalen Hinweis auf angebliche sichere Gebiete zu senken“, so die Innenpolitikerin weiter.

Zahlreiche Beschwerden über unhaltbare Bescheide

Die hohen Erfolgsquoten der Geflüchteten bei den Gerichten decken sich auch mit vielen Berichten von Fachverbänden und Rechtsanwälten aus der Praxis. Gerade bei afghanischen Flüchtlingen gibt es zahlreiche Beschwerden über unhaltbare Bescheide, mit unpassenden Textbausteinen und fehlender Einzelfallwürdigung.

„Der hohe Anteil fehlerhafter Bescheide kann auch damit erklärt werden, dass im BAMF zuletzt das Motto Quantität vor Qualität galt: Um jeden Preis sollte der Berg von Altverfahren im BAMF schnell abgebaut werden, viele Entscheidungen wurden am Schreibtisch getroffen, ohne dass die Entscheider die Geflüchteten auch nur einmal gesehen hätten“, kritisiert Jelpke. (epd/mig 20)

 

 

 

Weltweit 10 Millionen Tote durch falsche Ernährung

 

Hamburg, im September 2017 – Im Jahr 2016 sind weltweit zehn Millionen Menschen vorzeitig gestorben, weil sie sich falsch ernährt haben. Die Zahlen der kürzlich veröffentlichten Lancet-Studie lassen aufhorchen. Die Fachzeitschrift benennt auch die Ursachen der Misere: Demnach stehen zu wenig Vollkornprodukte, Nüsse, Obst und Gemüse auf dem Speisezettel, aber zu viel Wurst und verarbeitetes Fleisch. Reformhaus® berät seit nunmehr 130 Jahren dazu, wie Menschen ihr Essen vollwertig und pflanzenbasiert gestalten. Wissenschaftliche Unterstützung hat das Fachgeschäft für ganzheitliche Gesundheit mit dem Naturheilkunde-Experten Prof. Dr. Andreas Michalsen und der TV-Ärztin Dr. med. Anne Fleck.

Wie bitter notwendig eine wissenschaftlich fundierte Beratung in Ernährungsfragen ist, belegt die Fachzeitschrift „Lancet“ mit der weltweit größten Gesundheitsstudie. Nach den aktuellen Ergebnissen nehmen viele Menschen ein Übermaß an verarbeitetem Fleisch und Wurstprodukten zu sich. Die Folge des Missgriffs im Supermarkt: ein höheres Sterberisiko im globalen Maßstab.

 

Empfohlen: Dreiklang aus pflanzenbasierter Ernährung, ausreichend Bewegung und Stressreduktion

 

Vollkornprodukte, Nüsse, Obst und Gemüse gelten als maßgebliche Zutaten für ein gesundes Leben, kommen laut der Studie aber zu selten auf den Teller. Auch in Deutschland rangieren in Folge der Fehlernährung Herzinfarkte und koronare Herzkrankheiten auf Platz eins der Todesursachen. „Eine gesunde Ernährung verlängert das Leben, die Umstellung auf vollwertiges und pflanzenbasiertes Essen ist dafür die beste Grundlage“, erklärt Reformhaus® Vorstand Rainer Plum. „Dazu sollten zwei weitere wichtige Komponenten kommen, Bewegung und Stressreduktion. Das kann jeder für sich erreichen und wir unterstützen die Menschen gerne fachkundig dabei.“

 

Vegetarische Ernährung beugt Bluthochdruck vor

Dass der Lebensstil insgesamt betrachtet werden muss, bestätigt Prof. Dr. med. Andreas Michalsen, renommierter Mediziner und Bestseller-Autor. „Bei Diabetes und Bluthochdruck spielen Fehlernährung und Bewegungsmangel, oft auch Stress eine große Rolle“, erklärt der Chefarzt der Abteilung Naturheilkunde im Immanuel Krankhaus Berlin. Knapp die Hälfte der 50-Jährigen leidet unter Bluthochdruck, zehn Prozent unter Diabetes, 70 Prozent unter Übergewicht. Michalsen empfielt eine überwiegend pflanzliche Ernährung. „Für Bluthochdruck ist jede Form von vollwertiger, gesunder Ernährung grundsätzlich blutdrucksenkend, vor allem die vegetarische“, so Prof. Michalsen. So eignen sich z.B. Rote Bete, Hibiskustee und Pistazien besonders, um den Blutdruck zu senken.

Alltagstaugliche Ernährungs- und Gesundheitsberatung in Reformhäusern

Alltagstaugliche Tipps für eine gesunde Ernährung gibt die bekannte TV-Ernährungsmedizinerin Dr. med. Anne Fleck in der monatlichen Kolumne „DOC Fleck hilft“ im ReformhausKurier. Mit der „Teller-Regel“ vermittelt sie ein anschauliches Prinzip. „Füllen Sie die Hälfte des Tellers mit Gemüse, geben Sie ein weiteres Viertel mit hochwertigen Kohlenhydraten und noch ein Viertel mit hochwertigem pflanzlichem Eiweiß wie z.B. Hülsenfrüchten dazu“, empfiehlt die Saarländerin. „Wissen ist Macht – und macht gesünder!“, sagt Rainer Plum von Reformhaus®. „Wir beraten unsere KundInnen seit Jahrzehnten in den Reformhäusern auf wissenschaftlicher Grundlage, wie man sich ganzheitlich ernährt und damit seine Lebensqualität verbessert und bieten qualitativ hochwertige und wirksame Bio-Naturprodukte an. So gehören vollwertige Getreideprodukte, Hülsenfrüchte, Nüsse und Trockenfrüchte schon immer zur Grundlage einer vollwertigen Ernährung á la Reformhaus®.“

 

Bundesweit führen die Reformhaus® Mitarbeitenden jährlich hunderttausende Beratungsgespräche. Für diese Aufgabe erwerben sie in der Reformhaus-Fachakademie nach einem mehrwöchigen Ausbildungsgang ein IHK-Zertifikat und werden regelmäßig z.B. zum Allergie-, Darm- oder Veggie-Berater weitergebildet. „Unsere Dozenten sind als Experten stets auf dem neuesten Stand und beziehen nun auch die Ergebnisse der gerade veröffentlichten Lancet-Studie in die Lehrinhalte mit ein“, sagt Ulrich Jentzen, Geschäftsführer und pädagogischer Leiter der Fachakademie, der für die Lehrprogramme verantwortlich zeichnet. „So gewährleisten wir, dass unser Beratungsangebot in den Reformhäusern seine hohe Qualität dauerhaft halten kann.“ Das in Deutschland in der Einzelhandelslandschaft einzigartige Programm ist unter www.reformhaus-fachakademie.de zu finden. Mit der Akademie Gesundes Leben bietet die Stiftung Reformhaus-Fachakademie zudem Seminare an für alle, die sich für Themen der ganzheitlichen Gesundheit interessieren. Nähere Informationen sind unter https://www.akademie-gesundes-leben.de  nachzulesen.

Reformhaus

 

 

 

Mehr Zeit und Geld für Europas Eltern

 

Die EU-Kommission bringt eine Richtlinie zur Vereinbarkeit von Familie und Beruf auf den Weg. Das Vorhaben würde Familien stärken, stößt aber auch auf Kritik.

 

Im Frühjahr dieses Jahres legte die EU-Kommission ihr Konzept zur Schaffung einer Europäischen Säule sozialer Rechte vor. Zentraler Bestandteil waren 20 Grundsätze zu Chancengleichheit, fairen Arbeitsbedingungen und Sozialschutz. Der Ansatz stieß auf viel Kritik – vor allem wegen seiner Unverbindlichkeit.

In einem Bereich wird die Kommission allerdings konkret – nämlich bei Grundsatz Nummer neun. Der lautet: „Eltern und Menschen mit Betreuungs- oder Pflegepflichten haben das Recht auf angemessene Freistellungs- und flexible Arbeitszeitregelungen sowie Zugang zu Betreuungs- und Pflegediensten. Frauen und Männer haben gleichermaßen Zugang zu Sonderurlaub für Betreuungs- oder Pflegepflichten und werden darin bestärkt, dies auf ausgewogene Weise zu nutzen.“

Den Aufbau eines gerechteren, sozialen Europas – nichts geringeres verspricht die EU-Kommission mit ihrer neuen Sozialen Säule. Doch was richtungsweisend für die soziale Zukunft der EU sein soll, werde keine Schlagkraft entfalten können, monieren Kritiker.

Dem nachzukommen ist das Ziel der geplanten Richtlinie. Darin sind Mindeststandards vorgesehen, die unter anderem zusätzliche Urlaubstage für frisch gebackenen Väter und Beschäftigte mit pflegebedürftigen Angehörigen vorsehen. Auch der Anspruch auf Elternurlaub würde gestärkt werden.

Ausdrückliches Ziel der Richtlinie ist es, die Frauenerwerbsbeteiligung zu erhöhen. Diese liegt laut Kommission in der EU bei nur 64,3 Prozent, während jene der Männer bei 75,9 Prozent liege.

Zuspruch bekommt die Kommission von den Gewerkschaften. Die Richtlinie „greift gleichstellungs- und familienpolitische Forderungen der Gewerkschaften auf und ist ein Schritt in die richtige Richtung“, heißt es beim DGB. Dessen Vorsitzender Reiner Hoffmann bezeichnet die Initiative als „längst überfälligen Schritt“.

Kritik kommen hingegen von den Arbeitgebervertretern: „Es wird außer Acht gelassen, dass gerade zu umfangreiche Urlaubs- und Betreuungsregelungen zu Wiedereinstiegsbarrieren nach Mutterschafts-, Eltern-, oder Pflegezeit werden können und damit Unterschiede in den Erwerbsbiografien von Frauen und Männern manifestieren“, argumentiert zum Beispiel der Bund der Arbeitgeber (BDA) in einer Stellungnahme für den Deutschen Bundestag.

Aus der Wissenschaft kommt nun ein geteiltes Echo – im Rahmen einer Analyse des Freiburger Centrum für Europäische Politik, das die EU-Vorschläge genauer unter die Lupe genommen hat. Zwar könne durch die Richtlinie die Frauenerwerbsquote tatsächlich erhöht werden, doch entstünden zugleich Effizienzverluste für Unternehmen, die vor allem kleinere Unternehmen in Schwierigkeiten bringen könnten.

Das Hauptproblem sehen die Wissenschaftler darin, dass die EU für wirklich effektive Maßnahmen keine Regelsetzungskompetenz habe. Als Beispiel wird genannt, dass es mehr Betreuungsplätze für Kinder und pflegebedürftige Angehörige brauche. Hier liegt die Zuständigkeit jedoch bei den Mitgliedsstaaten.

Damit die Richtlinie inkraft treten kann müssen neben der Kommission  auch das EU-Parlament und der Rat zustimmen. In Deutschland würde die Richtlinie ohnehin wenig ändern, da sie Mindestansprüche vorsieht, die zumeist unter dem hiesigen Niveau liegen.

Mit ihrem Vorschlag für eine Dienstleistungskarte konterkariert die EU-Kommission geltendes Recht und schwächt soziale Regulierungen, meint Stefan Körzell.

Manche Kritiker befürchten allerdings auch, dass es durch solche EU-Standards zu einer Angleichung bestehender Standards nach unten kommen könne. So argumentiert Martin Höpner vom Kölner Max-Planck-Institut für Gesellschaftsforschung, dass es durch soziale Standards auf EU-Ebene zu Konflikten zwischen nationaler und europäischer Sozialgesetzgebung kommen könne, die im Zweifelsfall vom Europäischen Gerichtshof zugunsten letzterer gelöst werden könnten. Das könnte im Ernsthaft sogar dazu führen, dass europäische soziale Rechte zu niedrigeren Standards in den Mitgliedsstaaten führen.

Was über die Richtlinie zur Vereinbarkeit von Beruf und Privatleben hinaus aus der sozialen Säule wird, muss sich im November zeigen. Dann steigt in Göteborg der lang angekündigte Sozialgipfel. Die EU-Kommission will die 20 Grundsätze gemeinsam mit den Mitgliedsstaaten und anderen EU-Institutionen annehmen. Das alleine würde jedoch erstmal wenig ändern. Um verbindliche soziale Rechte zu verankern, müssten sämtliche Grundsätze in konkrete Gesetzgebungsinitiativen übersetzt werden.  Steffen Stierle, EA 26

 

 

 

 

Bundeskanzlerin zum Tag der Deutschen Einheit: "Lösungen für gleichwertige Lebensverhältnisse finden"

 

Bundeskanzlerin Angela Merkel freut sich auf ihre Teilnahme an den Feierlichkeiten zum Tag der Deutschen Einheit in Mainz am 3. Oktober. Auch 27 Jahre nach der Wiedervereinigung sei es für Jung und Alt gleichermaßen wichtig, daran zu erinnern, dass Deutschland hiermit "einen sehr glücklichen Moment seiner Geschichte erlebt hat", sagt die Bundeskanzlerin in ihrem neuen Video-Podcast.

Gleichwohl habe Deutschland sein Ziel, vollkommen gleichwertige Lebensbedingungen zu schaffen, noch nicht erreicht.

"Ja, wir haben noch einige strukturelle Probleme", beispielsweise die unterschiedliche Vermögenssituation von Menschen in den neuen und alten Bundesländern, so Merkel. Auch die Steuerkraft der ostdeutschen Länder sei dramatisch niedriger. Das liege unter anderem daran, dass sich die Zentralen fast aller großen Unternehmen immer noch in den alten Bundesländern befänden.

Für die Kanzlerin bedeutet das, die neuen Länder im Bund-Länder-Finanzausgleich ab 2020 weiter strukturell zu unterstützen.

Merkel erinnert gleichzeitig daran, dass es strukturschwache Regionen auch in den alten Ländern gibt. "Da werden wir für die Gleichwertigkeit der Lebensverhältnisse ganz andere Lösungen finden müssen." Während in den Ballungsgebieten neue Wohnungen gebraucht würden, um steigende Mieten zu

bremsen, gebe es in ländlichen und strukturschwachen Regionen einen Verfall der Immobilienpreise, zu wenig medizinische Versorgung oder Schwierigkeiten beim Breitbandausbau. Die Kanzlerin kritisiert in diesem Zusammenhang, dass diese Hilfen vielfach "negativ als Subventionen" bezeichnet würden. Für sie sei die Unterstützung ein Verfassungsauftrag. Merkel: "Die Menschen erwarten das

mit Recht von uns."

Auf die Frage, worauf das Erstarken der AfD zurückzuführen sei, betont Merkel, nicht von "den Ostdeutschen" und "den Westdeutschen" sprechen zu wollen. Es gebe in Teilen der westlichen Länder ebenfalls eine erstarkende AfD. "Ich glaube, es sind zum Teil Verlustängste, man hat sich sehr viel aufgebaut, man hat viele Umbrüche in der eigenen Biografie erlebt", benennt die Kanzlerin einige

Ursachen. Man müsse die Sorgen der Menschen ernst nehmen und ihre Probleme lösen, egal wo sie aufträten.

Merkel: "Wir sehen solche Sorgen vor der Globalisierung, vor der Anonymität, vor schlechterer Versorgung im Grunde auch in den alten Ländern. Und deshalb heißt es hier gesamtdeutsch dagegen vorzugehen" und Menschen auch wieder zum Zuhören zu bringen. "Das sehe ich nach dieser Bundestagswahl auch als meine sehr konkrete Aufgabe an", hebt die Bundeskanzlerin hervor.

Die jungen Menschen in den alten Ländern ruft die Bundeskanzlerin auf, als Studienort auch eine Universität in Ostdeutschland in Betracht zu ziehen. Fast alle seien rundum erneuert und böten exzellente Forschungs- und Lehrbedingungen. Merkel: "Einfach neugierig sein im Leben, und sich auch einmal auf etwas Unerwartetes einlassen, das finde ich gut und so kann ich Universitäten in den

neuen Ländern nur empfehlen." Pib 30

 

 

 

Mehr als die Hälfte der Flüchtlinge bekommt Arbeit

 

Innerhalb der nächsten fünf Jahre, wird nach Überzeugung des Wirtschaftsexperten Marcel Fratzschner mindestens jeder zweite Flüchtling in den Arbeitsmarkt integriert sein. Die Integration sei zunächst eine Herausforderung, langfristig biete sie jedoch eine Perspektive.

Der Chef des Deutschen Instituts für Wirtschaftsforschung (DIW), Marcel Fratzscher, ist von einer erfolgreichen Integration von Flüchtlingen auf dem Arbeitsmarkt überzeugt. „Ich bin optimistisch, dass mehr als 50 Prozent der Geflohenen in den nächsten fünf Jahren Arbeit haben werden“, sagte der DIW-Präsident dem Berliner Tagesspiegel. Die Firmen suchten händeringend Arbeitskräfte, „wir haben über eine Million offene Jobs in Deutschland, und der Bedarf an Arbeitskräften wird durch die demografische Wende in Deutschland noch deutlich zunehmen“, betonte der Ökonom.

Behauptungen, die Mehrzahl der Flüchtlinge sei schlecht qualifiziert, wies Fratzscher unter Berufung auf DIW-eigene Untersuchungen zurück. „Nach den Zahlen unseres sozio-oekonomischen Panels haben 36 Prozent der Geflüchteten keinen Schulabschluss, 64 Prozent geben aber an, einen mittleren oder weiterführenden Schulabschluss zu besitzen“, sagte der DIW-Chef.

Zwar sei die Integration der Flüchtlinge in den ersten Jahren „eine riesige Herausforderung“ und koste viel Geld. Dennoch dürfe man die langfristige Perspektive nicht aus den Augen verlieren. „Je klüger und mehr in diese Integration heute investiert wird, desto schneller können die Geflüchteten bei uns Fuß fassen und einen wirtschaftlichen Beitrag leisten“, sagte Fratzscher. (epd/mig)

 

 

 

 

Tierschutzbündnis stellt an kommende Regierung sechs Kernforderungen zum Tierschutz

 

Berlin -  Im Hinblick auf die anstehenden Koalitionsverhandlungen stellt das Bündnis für Tierschutzpolitik Kernforderungen an die Bundestagsparteien. Das Bündnis, zu dem auch die Albert Schweitzer Stiftung für unsere Mitwelt gehört, will damit dringend notwendige Verbesserungen im Tierschutz erreichen. So soll die nächste Bundesregierung konkrete Maßnahmen und Fristen in einem Tierschutzplan festschreiben. Zudem sind Alternativen zur Nutzung von Tieren für Konsumzwecke und Tierversuche weit stärker zu fördern als bisher.

 

»Unser gegenwärtiger Umgang mit Tieren ist in nahezu allen Nutzungsbereichen ethisch völlig inakzeptabel«, sagt Konstantinos Tsilimekis, Leiter des Wissenschaftsressorts der Albert Schweitzer Stiftung. »Wir haben den Tierschutz im Grundgesetz als Staatsziel festgeschrieben. Dem muss endlich politisch und rechtlich Rechnung getragen werden.«

 

Hierzu ist es nach Ansicht des Bündnisses nötig, das Tierschutzgesetz umfassend zu überarbeiten. Zudem soll ein nationaler Tierschutzplan, wie es ihn bereits in Niedersachsen gibt, langfristig ein verbindliches Leitbild für deutlich mehr Tierschutz bieten – unabhängig von Legislaturperioden und gewählten Parteien.

 

Besonders in der Landwirtschaft und bei Tierversuchen ist die Nutzung von Tieren stärker

als bislang infrage zu stellen. Hier müssen bereits bestehende Alternativen gefördert sowie weitere entwickelt und etabliert werden.

 

Die erforderlichen Maßnahmen darf die nächste Bundesregierung nicht länger aufschieben oder rein wirtschaftlichen Interessen unterordnen, fordert das Tierschutzbündnis. Die Politik muss sich daher im Rahmen der Koalitionsverhandlungen klar zum Tierschutz bekennen.

 

Für den kommenden Koalitionsvertrag sind mitunter die folgenden kurzfristigen Ziele mit festen Zeitangaben zu verankern:

1. Verbot der Amputationen am Tier wie das Abschneiden der Ringelschwänze bei Ferkeln

2. Verbot der dauerhaften Fixierung von Tieren wie die Anbindehaltung von Kühen oder die Kastenstandhaltung von Sauen

3. Gezielte Förderung von Tierschutzmaßnahmen

4. Verbot von Qualzuchten bei Heimtieren und »Nutztieren«

5. Erstellung einer Positivliste für die verantwortbare Haltung von Heimtieren

6. Verbot der Haltung von Wildtieren im Zirkus

 

Das Bündnis für Tierschutzpolitik ist ein seit 2015 bestehender Zusammenschluss der Tierschutzorganisationen Albert Schweitzer Stiftung für unsere Mitwelt, Bundesverband Tierschutz e.V., Bund gegen Missbrauch der Tiere e.V., PROVIEH e.V. sowie VIER PFOTEN – Stiftung für Tierschutz. Albert Schweitzers Ethik der »Ehrfurcht vor dem Leben« schloss Tiere mit ein. Er engagierte sich daher stets für den Tierschutz und lebte in seinen späteren Jahren vegetarisch. In seinem Gedenken setzt sich die Albert Schweitzer Stiftung für unsere Mitwelt seit dem Jahr 2000 gegen die Massentierhaltung und für die Verbreitung der veganen Lebensweise ein. Mehr erfahren Sie auf albert-schweitzer-stiftung.de sowie über @SchweitzerTiere auf Twitter. AS 25