WEBGIORNALE  13-26   NOVEMBRE   2017

 

Inhaltsverzeichnis

1.       La “nebulosa” Nuova Emigrazione: di massa e composita  1

2.       Brogli elettorali di italiani all’estero  1

3.       Parlamento Europeo, sessione del 13-16 novembre. Riforma del sistema di asilo  2

4.       Il Rosatellum: nuova legge elettorale in Italia  2

5.       Rosatellum? Meglio chiamarlo Sconclusionatum   2

6.       Migrare in tempo di crisi. L’intervento del direttore generale del Maeci per gli Italiani all’Estero Luigi Maria Vignali 3

7.       Programma Erasmus Plus: il Progetto Europeo “Migrants in Europe”  3

8.       A Roma il Convegno della Faim “Migrare in tempo di crisi: necessità, opportunità. Più tutele, più diritti”  3

9.       Irregolarità nel voto all’estero: „Bene denunciare ai media, ma necessario denunciare alla magistratura“  4

10.   Presentato a Roma il Rapporto sulla protezione internazionale in Italia 2017  5

11.   Corrispondenza. Brogli elettorali all’estero: la vendetta di un truffatore  5

12.   Sondaggi e tendenze. Italia malato d’Europa: quattro ragioni per cui è forse vero  6

13.   La via  7

14.   Germania – Rischio di espulsione di un cittadino Ue?  7

15.   Hannover. Il nuovo Console Generale Giorgio Taborri incontra il Presidente del Comites  7

16.   Francoforte. Celebrati i 20 anni di attività dell’Associazione dei genitori italofoni di Francoforte (BiLis) 7

17.   Intervista alla neodirettrice dell‘IIC di Colonia  8

18.   Commemorazione dei caduti. La celebrazione a Monaco di Baviera  8

19.   I recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue COSMO  8

20.   Visite guidate a Monaco di Baviera con l’IIC  9

21.   Al cimitero di Amburgo celebrata la Giornata dell'unità nazionale e delle forze armate italiane  9

22.   Antonio Ambrosino espone a Colonia. L’artista napoletano porta la sua arte in Germania  10

23.   All’IIC di Colonia giovedì 23 novembre “La cena per farli conoscere” (2007) di Pupi Avati 10

24.   A Berlino la quarta edizione dell'Italian Film Festival 10

25.   Al Cimitero Militare Waldfriedhof a Monaco di Baviera celebrata la Giornata dell'Unità Nazionale e delle Forze Armate  10

26.   Monaco di Baviera. Online il Nuovo numero di “Rinascita flash”  11

27.   Festa delle Castagne a Kempten  11

28.   “Progettava un attentato islamista”. In Germania fermato un siriano 19enne  11

29.   Intervista al giovane direttore dell’IIC di Monaco di Baviera  11

30.   La nuova legge. Terrorismo: emergenza, promesse (mancate?) del presidente Macron  12

31.   «Strage nazista a Roccaraso, la Germania paghi 6 milioni». Ma la sentenza resterà lettera morta  12

32.   Progressi e rischi. Difesa europea: nel futuro, verso agenzia spaziale, di dati e cyber 13

33.   Puigdemont: Non chiedo asilo  13

34.   Catalogna: unionisti e indipendentisti guardano al voto  14

35.   Istruzione e formazione in Europa: le disuguaglianze rimangono una sfida  15

36.   May annuncia l'ora della Brexit 15

37.   Ipotesi di ripresa  15

38.   Serve un Ministero dell'Immigrazione e dell'Integrazione  15

39.   Progetto Legalità. Un contributo della comunità italiana in Svizzera alla prevenzione e all’educazione alla legalità  16

40.   Cresce in Italia sil Sistema accoglienza  16

41.   Il prossimo esecutivo  17

42.   Iniziato il mese di Presidenza dell’Italia del Consiglio di Sicurezza  17

43.   Africa: l’obesità, l’altra faccia di sviluppo e malnutrizione  18

44.   Legge elettorale e voto all’estero. L’autodifesa di un parlamentare estero: far chiarezza  18

45.   Le valutazioni 19

46.   Nuovo regolamento. Privacy online: iniziativa Ue per la tutela dei dati 19

47.   Lettera aperta del segretario generale del CGIE  19

48.   Non ci resta che boicottare i candidati paracadutati da Roma  19

49.   Politica associativa  20

50.   Istituiti nel Dipartimento Italiani all’Estero del Pd cinque Gruppi di Lavoro per la stesura del programma  20

51.   Assemblea Plenaria del CGIE dal 22 al 24 novembre alla Farnesina  20

52.   “In cattedra con la valigia. Gli insegnanti tra stabilizzazione e mobilità. Rapporto 2017 sulle migrazioni interne in Italia”  20

53.   Premio Ambasciatori della Calabria nel mondo 2017  21

54.   A Roma il primo Summit delle Diaspore  21

 

 

1.       „Wir müssen unsere Identität wiederentdecken“  21

2.       Zurück mit gemischten Gefühlen. UN-Organisation hilft Afrikanern bei der freiwilligen Rückkehr 22

3.       Europas stille Revolution  22

4.       Studie. Europäische Muslime sehen EU positiver als andere Europäer 22

5.       „Migration sollte uns in Europa weniger erschrecken“  23

6.       Klimaflucht. Mehr als 26 Millionen Menschen jährlich vertrieben  23

7.       Pfundsweib. Theresa May sollte die Brexit-Gespräche mit einer Finanzspritze wieder in Gang bringen  23

8.       Belgien: Flämische Nationalisten bieten Puigdemont Asyl an  24

9.       Angela Merkel: „Toleranz ist die Seele Europas“  24

10.   1,8 Millionen Menschen in Syrien neu geflohen  25

11.   Italien: Flüchtlingsnotstand ist nicht hinnehmbar 25

12.   Totengräber der Demokratie. Überall in Lateinamerika klammern sich die Parteien mit fragwürdigen Tricks an die Macht 25

13.   Ausländische Berufsabschlüsse: 15 Prozent mehr Anerkennungen  26

14.   Warum Jamaika an Europa nicht scheitern wird  26

15.   Was ist neu? Neuregelungen zum Oktober / November 26

16.   Ausbeutung stoppen! Entsandte Arbeitnehmer müssen besser geschützt werden  27

17.   Dramatische Zunahme. Zahl der Asylverfahren fast verfünffacht 27

18.   Hessen. Hans-Jürgen Irmer: „Wir brauchen ein klares Bekenntnis zu Heimat und Nation“  28

 

 

La “nebulosa” Nuova Emigrazione: di massa e composita

 

Chiede orientamento e tutele. I risultati del Convegno del Faim a Palazzo Giustiniani

 

Il Convegno del FAIM svoltosi il 10 novembre presso la Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani, gentilmente concessa per questa occasione dalla Presidenza del Senato, ha consentito di fare il punto su molti aspetti della nuova emigrazione italiana: innanzitutto la sua consistenza che la configura come una emigrazione di massa, cresciuta in modo esponenziale a partire dall’inizio della crisi economica toccando punte che si aggirano, nel 2015 e 2016, intorno alle 300mila unità all’anno; poi il suo carattere composito, in cui coesistono praticamente i diversi settori sociali toccati dalla crisi, con una grande maggioranza di una componente “proletaria” per condizione di partenza – e spesso anche di arrivo -, anche se manifesta livelli di formazione e di qualificazione medio-alta per circa i due terzi del suo totale.

A parte una componente decisamente minoritaria, costituita da ricercatori, professionisti, imprenditori e persone che per la loro professione vivono come naturale lo spostarsi verso altri paesi, la grande maggioranza delle persone in mobilità vi è costretta da disoccupazione, sottoccupazione, precarietà e redditi insufficienti.

Spesso, all’arrivo all’estero, l’integrazione dei paesi di arrivo è costellata dalla lunga e tipica trafila di problemi che storicamente ha incontrato ogni emigrato: dalla scarsa o inesistente conoscenza della lingua, delle normative vigenti per l’accesso al mercato del lavoro, dei contratti di lavoro e delle garanzie sociali e previdenziali vigenti, di come tutelare i propri diritti.

E’ proprio in questi ambiti che emerge un grande fabbisogno di orientamento e di accompagnamento ai progetti emigratori, sia alla partenza (in Italia) che nei diversi paesi di arrivo. Ed è in questo ambito che l’associazionismo, i patronati e le istituzioni debbono adeguare le proprie competenze e la capacità di erogare servizi specifici. Per l’associazionismo, la capacità di adeguarsi a queste nuove necessità costituisce la condizione per la sua sopravvivenza e per poter continuare a svolgere il suo fondamentale compito di aggregazione e di partecipazione civile e democratica, sia rispetto ai paesi di residenza sia rispetto all’Italia.

 

Dall’altro lato, il convegno ha fatto emergere la problematicità di questa nuova emigrazione di massa rispetto alle possibilità del paese di riprendere un percorso di sviluppo dopo 10 anni di gravissima crisi: la nuova emigrazione è fatta di competenze significative sulle quali lo stato e i cittadini hanno investito consistenti risorse che non possono essere semplicemente “regalate” ai paesi più forti.

Il deficit (demografico e di competenze) causato dalla nuova emigrazione costituisce un grave handicap rispetto al quale sono da approntare e da rafforzare una serie di misure attive che quantomeno la contengano.

Il principio della “libera circolazione” deve compendiare condizione di equilibrio e circolarità dei flussi soprattutto tra i paesi europei e prevedere anche la possibilità di rientro incentivato.

E’ chiaro che tutto ciò ha a che fare con un sensibile cambiamento della politica economica sia a livello nazionale che comunitario. Si può dire, in generale, che se l’austerity consente (ed è in parte da dimostrare, alla luce dell’esperienza degli ultimi anni) di ristabilire un equilibrio nei conti pubblici, produce invece l’esodo di grandi masse di persone verso altri lidi. Questo effetto molto negativo per il futuro del paese è ben più consistente (e duraturo) degli effetti parzialmente positivi del contenimento del debito. E alimenta differenze di produttività, già molto forti, tra Italia e paesi di arrivo.

La questione della nuova emigrazione italiana è dunque una questione da porre seriamente anche in sede europea.

Ma bisogna porre particolare attenzione anche sugli effetti differenziati che essa produce nelle diverse regioni ed aree di partenza: non vi è dubbio che, anche se le regioni di maggiore esodo risultano essere la Lombardia, il Veneto, il Lazio, sono invece le regioni già storicamente in difficoltà che ne subiscono, proporzionalmente, gli effetti più negativi, in particolare le regioni del meridione (che registrano anche grandi flussi di emigrazione interna verso il nord Italia) e le aree interne del paese, sia del sud che del centro nord, che subiscono – in particolare i piccoli comuni da 5 a 10mila abitanti -, uno spopolamento grave con punte del 35% negli ultimi 5 anni. Gli effetti sia per la tenuta del tessuto economico e sociale, sia per gli effetti ambientali e dei rispettivi territori sono immaginabili e debbono essere presi in seria considerazione.

Su queste analisi e valutazioni, si è colta una ampia convergenza negli interventi che si sono susseguiti nel convegno, a partire dall’intervento di apertura del Sen. Claudio Micheloni (Presidente del Cqie del Senato), dalle due relazioni introduttive del Faim, quella dell’On. Franco Narducci e quella del Coordinatore del Comitato scientifico del Faim, il Prof. Enrico Pugliese, i cui contenuti sono stati ripresi ed approfonditi, pur con accenti diversi, nei vari e specifici aspetti da tutti gli oratori che si sono susseguiti: Luigi Scaglione, per il Coordinamento delle Consulte regionali dell’emigrazione, Michele Schiavone, segretario generale del CGIE che ha inviato un messaggio letto da Luigi Papais, dai diversi rappresentanti del FAIM all’estero, Pino Tabbì, (dalla Germania), Maurizio Spallaccini, (intervento congiunto per Svizzera e Belgio), dal responsabile internazionale delle Acli, Matteo Bracciali e dagli interventi tecnici di altri componenti del Comitato scientifico del Faim, dalla Prof.ssa Grazia Moffa, docente universitaria e direttrice del Centro di Documentazione sulle nuove migrazioni dell’Università di Salerno, ed infine da Delfina Licata, Coordinatrice dell’importante rapporto annuale sugli italiani all’estero realizzato dalla Fondazione Migrantes.

 

Di buon auspicio sono stati infine gli importanti interventi del Direttore Generale Immigrazione del Ministero del Lavoro, Dr.ssa Tatiana Esposito, incaricata dal Ministro Poletti di seguire la questione della nuova emigrazione, la quale ha comunicato che il Ministero del Lavoro ha individuato nell’ANPAL (l’Agenzia Nazionale delle Politiche Attive per il Lavoro), come interlocutore tecnico specifico per avviare gli interventi necessari in questo ambito, in particolare quelli relativi all’orientamento e all’incentivazione al rientro. Tatiana Esposito ha tuttavia giustamente sottolineato che i soggetti istituzionali e sociali che debbono essere coinvolti in questo processo non solo solo quelli centrali: fondamentale è il coinvolgimento delle Regioni che su molte materie (formazione, sviluppo locale, ecc.) hanno titolarità e funzioni costituzionalmente riconosciute. La relazione già instaurata con il Cgie fin dal marzo scorso, servirà a puntualizzare le diverse opportunità e sinergie in questo senso.

L’intervento del Ministro Vignali, Direttore Generale per gli italiani all’estero del Maeci ha infine convenuto sulla necessità di un serio e coordinato impegno sia istituzionale che delle varie espressioni di rappresentanza sociali per far fronte alle diverse problematiche che sono emerse: “la nuova emigrazione, lo si voglia o meno, è uno dei temi che sta disegnando il futuro del nostro paese”. “Negli ultimi 5 anni, abbiamo avuto un milione di nuovi iscritti all’Aire” e ciò implica una improrogabile necessità di adeguamento della nostra rete consolare “che non è in grado di rispondere alle necessità di oltre 5 milioni di persone, con poche centinaia di operatori”.

“Non è accettabile assistere a situazioni di sfruttamento sul lavoro e di nuove marginalità dei nostri giovani all’estero; queste situazioni vanno prevenute e contrastate. C’è bisogno di offrire strumenti interpretativi e di progettazione del percorso emigratorio; c’è bisogno di formazione e informazione; non possiamo tollerare questa partenza allo sbaraglio dei nostri giovani”. “Se riusciamo a fornire delle risposte concrete a tutto questo, possiamo anche provare a rendere produttiva una mobilità equilibrata e circolare che riporti nel paese competenze o che operi per la valorizzazione delle potenzialità del nostro sistema paese”.

Nelle sue conclusioni, il portavoce del Faim, Rino Giuliani, insieme all’apprezzamento per i contenuti emersi e per l’apertura rilevabile nei diversi interventi istituzionali, ha sottolineato la disponibilità del Faim a proseguire nel lavoro di monitoraggio della nuova emigrazione e a mettere a disposizione la sua ampia rete associativa per l’attuazione di un piano di interventi adeguato. I grandi cambiamenti emersi nell’ultimo decennio dentro le nostre collettività emigrate e la ripartenza di grandi flussi emigratori, impongono tuttavia, insieme al lavoro già avviato, la necessità di una riflessione complessiva del nostro paese su questo tema; a questo proposito, Giuliani ha riproposto la richiesta al Governo, già approvata in occasione degli Stati Generali dell’Associazionismo del 2015 e lo scorso anno alla fondazione del Faim, di indire una Conferenza Nazionale degli italiani all’estero e della nuova emigrazione, che, alla luce di quanto emerso anche nell’ambito del convegno del Faim, si ripropone in tutta la sua evidenza. cambiailmondo 12

 

 

 

 

Brogli elettorali di italiani all’estero

 

Negli ultimi giorni si parla tantissimo di brogli elettorali all’estero, notizia che sta spopolando grazie al programma „Le iene“, dove una persona in incognito, denuncia delle situazioni gravi che hanno a che fare con possibili brogli avuti alle elezioni politiche del 2013.

“Io sono una persona che in occasione delle ultime votazioni politiche nel 2013 ho aiutato un candidato che si era presentato all’estero qui in Germania a farsi eleggere al parlamento italiano” questo è ciò che ha dichiarato il “Cacciatore di plichi” come si definisce lui stesso, al giornalista delle Iene. Questo Cacciatore di plichi ha raccontato che a suo tempo ha comprato e rubato plichi per l’onorevole Mario Caruso, eletto nel 2013 nella circoscrizione Europa, Germania, con 7378 preferenze.

Le accuse che fa il cacciatore di plichi (schede elettorali) sono gravissime “Io per l’onorevole Mario Caruso ho rubato e ho comprato plichi per le votazioni del 2013”. Secondo lui, quello che desiderava l’onorevole Caruso era “raccogliere plichi, trovare plichi, comprare plichi e se fosse stato necessario anche rubarli”. L’uomo in incognito racconta che andava in giro dai suoi amici proprietari di bar a chiedere le schede elettorali, e quest’ultimi chiedevano a loro volta ai propri clienti e amici di portare i plichi al bar in modo che il cacciatore potesse raccogliere quest’ultimi per l’onorevole. “Qualcuno lo ha fatto sotto forma di piacere, altri invece hanno voluto dei soldi” dichiara il cacciatore ai microfoni delle Iene. La situazione è grave, e lo diventa ancor di più perché egli dichiara, sempre ai microfoni delle Iene, di aver ricevuto aiuto anche da parte di un postino italiano, il quale sembra che abbia incassato la somma di 500 Euro per sottrarre le schede elettorali ai cittadini italiani.

Dunque da quanto riportato dalle Iene la principale tecnica usata per attuare i brogli elettorali è la formazione di organizzazioni che mandano in giro personaggi, che non hanno niente da perdere, a raccogliere schede, nei bar, circoli e altri centri o enti da quelle persone che non hanno nessun interesse a votare, pagando per ogni scheda un importo tra i 5 e 10 euro, falsificando le schede elettorali per così dare il voto al politico di turno che paga di più.

Il cacciatore di plichi però fa anche un altro nome nella sua intervista alle Iene, quello del senatore Aldo di Biagio, anche egli eletto nella Circoscrizione Europa. Infatti, afferma che ha iniziato il suo lavoro da cacciatore con Di Biagio, rubando e comprando plichi nella zona di Colonia, Wuppertal e dintorni fino a Dortmund. Secondo il cacciatore, non era da solo a svolgere questa attività, veniva aiutato da altre persone. Quindi, a suo dire, una bella squadra di persone che potrebbero essere state coinvolte in una frenetica caccia alle buste elettorali, dove sia l’on. Caruso che il senatore di Biagio, sempre secondo il Cacciatore, lavorerebbero fianco a fianco.

L’Onorevole Caruso, come anche il senatore Aldo Bi Biagio nei loro comunicati stampa smentiscono i fatti di cui sono stati accusati e si dichiarano indignati da quanto affermato dal Cacciatore di plichi. Da alcune fonti sembra che i due politici abbiano sporto denuncia contro il Cacciatore.

Ora, non si sa quanto ci sia di vero in questa storia ma non bisogna negare che non ci siano stati brogli elettorali qui in Germania. Ce ne sono stati e forse ce ne saranno anche in futuro. Abbiamo scritto tanto su presunti brogli elettorali avvenuti all’estero e sono state fatte anche denunce, ma di concreto non è successo mai niente. Bisogna essere consapevoli che il sistema di voto per corrispondenza non si è rivelato sempre trasparente e in alcuni casi non ha garantito la segretezza del voto. Già nelle votazioni antecedenti al 2013 si sono avuti episodi inquietanti di raccolta e compravendita di schede elettorali. Cosa che, da parte della politica italiana si è mantenuta un po’ sotto segreto, forse per paura che troppa pubblicità negativa potesse alla fine intaccare l’immagine del voto all’estero. Ma in realtà è vero il contrario.

Sono del parere che questi fatti debbano essere denunciati apertamente se vogliamo che il nostro voto, di italiani all’estero, sia ritenuto valido e lecito. Chi vota deve avere la consapevolezza che comprare o vendere schede elettorali è un reato ignobile, perché attacca la libertà di espressione e di voto. Dovete essere coscienti che nessuno ha il diritto o è abilitato a raccogliere schede o a suggerirvi chi votare. Un comportamento come quello del “Cacciatore di plichi” va denunciato all’autorità giudiziaria. Carissimi italiani, viste le prossime elezioni parlamentari, vi prego di non aver paura a denunciare comportamenti poco trasparenti da parte di politici o personaggi come il Cacciatore di plichi. Tutti dobbiamo collaborare a rendere difficile e forse anche impossibile il voto di scambio. Non ci devono essere eccezioni. È l’unico modo per sostenere la nostra democrazia, che è uno dei beni fondamentali della vita civile. CdI nov.

 

 

 

 

 

Parlamento Europeo, sessione del 13-16 novembre. Riforma del sistema di asilo  

 

Il Parlamento sarà pronto a iniziare i negoziati con i governi dell'Unione per la revisione del sistema di asilo EU non appena il mandato negoziale avrà il via libera durante la sessione plenaria.

Le modifiche proposte alle cosiddette norme di Dublino mirano a porre rimedio alle carenze del sistema attuale e a garantire che i Paesi UE accettino l’equa ripartizione di responsabilità per l'accoglienza dei richiedenti asilo nell'UE.

 

Con la riforma proposta dal Parlamento, il paese in cui un richiedente asilo arriva per primo non sarebbe più automaticamente e unicamente responsabile di valutarne la richiesta. I richiedenti asilo dovrebbero invece essere distribuiti in tutti i paesi dell'UE. A tal fine, un richiedente asilo potrebbe essere automaticamente e rapidamente trasferito in un altro paese dell'UE.

 

Gli Stati membri che non accetteranno la loro quota di richiedenti asilo dovrebbero correre il rischio di veder ridotto l’accesso ai fondi UE.

 

La commissione per le libertà civili ha adottato un pacchetto di emendamenti, che sarà annunciato dal Presidente Antonio Tajani nel corso dell’apertura della sessione plenaria. Se non saranno presentate obiezioni entro la mezzanotte di martedì, il mandato sarà considerato approvato e i negoziati potranno essere avviati non appena gli Stati membri avranno raggiunto un accordo tra loro.

 

Contesto. Il regolamento di Dublino è la legge dell'Unione europea che determina quale Stato membro sia responsabile del trattamento di una richiesta di protezione internazionale. Il diritto di chiedere asilo è sancito dalla Convenzione di Ginevra, firmata da tutti gli Stati membri dell'UE e integrata nei trattati UE.

 

 

 

 

Il Rosatellum: nuova legge elettorale in Italia

 

Prende il nome dal deputato del Pd autore del testo. Con esso l’anno prossimo nuove elezioni. Un sistema di non facile comprensione

 

  Il Presidente della Repubblica ha firmato la nuova legge elettorale con cui gli Italiani possono, l’anno prossimo, rinnovare il Parlamento. Il testo, presentato dall’esponente del Pd, Ettore Rosato, sul quale si è incominciato a discutere alla Camera il 6 giugno scorso, non piaceva a tutti. Il che ha comportato un numero notevole di emendamenti e richiesto molti voti di fiducia in entrambe le sedi parlamentari, onde impedire gli scrutini segreti.

  Decisioni che sono piaciute poco al Capo dello Stato in quanto avrebbero potuto provocare le polemiche di quanti non ne apprezzavano il testo. Come ha fatto il Presidente del Senato, Pietro Grasso, che, a votazione ultimata, ha lasciato il Pd per entrare nel Gruppo Misto. Anche i Grillini avrebbero preferito il Tedeschellum, legge simile a quella tedesca, presentato e bocciato a scrutinio segreto a giugno, benché avesse molti ammiratori perché, a detta di Dario Franceschini, “è l’unico treno capace di arrivare alla meta”.

  Mattarella era convinto che il voto di fiducia sarebbe stato una “forzatura pesante”, ma comprensibile date le divergenze e la mancanza, a Palazzo Madama, di una maggioranza, dopo lo strappo di Mdp (Movimento Democratico e Progressista). Il suo leader, Massimo D’Alema, considerava il Rosatellum “assolutamente indecente, in alcuni aspetti immorale, aiuta il trasformismo e la creazione di liste civetta. Cose pazzesche, una legge palesemente incostituzionale”. Incostituzionalità, però, negata dalla Consulta. Il deputato di FI, Renato Brunetta, la considera “il miglior compromesso possibile”.

  Parere contrastato da molti suoi colleghi di partito, convinti che essa “favorirà in maniera smaccata la Lega di Salvini grazie ai collegi uninominali del Nord, senza che quelli del Sud riescano a controbilanciarne il peso”. Ai quali si era aggiunto il Grillino Luigi di Maio secondo il quale la legge sarebbe un trucchetto “per arginare il nostro Movimento” in quanto FI e Pd “si mettono insieme per toglierci i voti… e fare perdere chi vince e vincere chi perde”. Divergenze che ne hanno reso difficile l’approvazione soprattutto a Palazzo Madama, dove i numeri necessari per la convalida erano scarsi.

  Ora il Rosatellum, il quale prevede un terzo di maggioritario (36% di seggi) e due terzi di proporzionale (64%), è legge dello Stato, il che permetterà di avere, l’anno prossimo, il nuovo Parlamento ed il rinnovato Esecutivo. Ammesso che un partito abbia la maggioranza necessaria per formare il Governo. Vittoria di cui, secondo alcuni commentatori, nessun gruppo politico riuscirà a godere. Il che comporterebbe la necessità di accordi con altri gruppi politici. Con il risultato che non si saprà subito chi ha vinto e di che colore politico sarà il Governo.

  Sempre che gli Italiani riescano a comprendere bene come votare. Cosa forse non facile, anche se la scheda sarà unica. Su questa l'elettore manifesterà il voto per la parte maggioritaria e per la quota proporzionale. Necessario, quindi, sapere bene come fare, dato che, sotto il nome di ogni candidato nel maggioritario, ci saranno i simboli delle liste a lui collegate nel proporzionale, accanto ai quali ci sono i nomi dei concorrenti. 

  Occorrerà quindi mettere “un segno su una lista (che vale anche per il candidato corrispondente) e sul nome di un candidato nell'uninominale”. Il che comporta “per quanto riguarda la parte proporzionale che, se il candidato è sostenuto da una sola lista, il voto si trasferisce a quella lista; se il candidato è sostenuto da più liste, il voto viene distribuito tra le liste che lo sostengono proporzionalmente ai risultati in quella circoscrizione. È previsto che in caso di doppio segno su un candidato e sulla lista corrispondente il voto rimanga valido”. “Un candidato potrà presentarsi in un collegio uninominale e in più collegi plurinominali, fino a un massimo di 5”.

  In caso di elezione in più collegi “scompare la libertà di scelta dell'eletto: se eletto con l'uninominale e con il proporzionale, vincerà il seggio uninominale; se eletto in più di un collegio plurinominale, gli sarà assegnato il seggio corrispondente al collegio in cui la lista ha preso una percentuale minore di voti”. “Nei collegi plurinominali con due seggi da assegnare, i candidati del listino dovranno essere un uomo e una donna; con tre seggi, due uomini e una donna o due donne e un uomo; con quattro seggi, fino a tre uomini e una donna (o naturalmente l'inverso)”. “Ogni scheda avrà un tagliando antifrode con un numero univoco, che gli scrutatori segneranno nel momento in cui consegnano la scheda all'elettore”.

  Procedure non facili, che spiegano perché da qualcuno la nuova legge elettorale è stata chiamata “Imbrogliellum”. E chi ci capisce è bravo!

Egidio Todeschini, de.it.press

 

 

 

 

Rosatellum? Meglio chiamarlo Sconclusionatum

 

Mano sul cuore. Ci avete capito qualcosa sulla nuova legge elettorale? Quando per comprendere un sistema elettorale, c’è bisogno del vocabolario e occorre leggere tre volte il foglio delle istruzioni, come quello di un aggeggio elettronico, ne soffre l’esercizio della partecipazione democratica. La Democrazia, quella con la “D” maiuscola già per se non è cosa semplice. La fai troppo complicata? Allora rischia di diventare uno strumento per pochi addetti ai lavori. La fai troppo semplice? Allora rischia di diventare un’accozzaglia senza regole. È però evidente che abbiamo osservato, nel dibattito politico italiano sul percorso della riforma del sistema elettorale, a un’ennesima mischia che avrebbe dovuto evitare proprio la rissa senza regole ed esclusioni di colpi. Un paradosso. Il paradosso quotidiano della vita politica italiana. La riforma? Una figlia con tanti nomi. L’hanno chiamata Rosatellum, Fianum, Verdinellum, Tedeschellum, Provincellum, Mattarellum rovesciato e chi più ne ha più ne metta. Abbiamo visto parlamentari imbavagliati, parlamentari agitati, parlamentari che si sono dichiarati contrari pur votando a favore e parlamentari esausti che hanno gettato la spugna con gran dignità. Bella sceneggiata. Grazie per lo spettacolo. Non abbiamo capito bene il finale ma grazie lo stesso. Grazie anche perché in questo pezzo teatrale un poco pirandelliano dal titolo “Seicentotrenta deputati in cerca di una legge elettorale” avete riservato una particina anche per noi. Noi? Noi, gli italiani all’estero. Quelli cioè che “non dovrebbero proprio votare perché non pagano le tasse, quelli che si vendono le schede elettorali a cinque Euro cadauna, quelli che non hanno capito l’essenza sublime del “Rosatellum”, scambiandolo per aceto balsamico”.

La parte nostra su questo involontario palcoscenico è la nuova regola che stabilisce la possibilità di candidarsi su una circoscrizione estera pur essendo residente in Italia.

Ma procediamo per ordine, anticipando però che la procedura elettorale che ci riguarda all’estero ha un angelo custode. Si chiama Mirko Tremaglia. Fu Senatore e volle, con tutta la sua forza, il voto per gli italiani all’estero. Il fatto che questo Signore-angelo custode, pace all’anima sua, sia stato in gioventù fascista convinto e volontario della Repubblica di Salò è stato perdonato e poi dimenticato anche dai comunisti marxisti, leninisti e maoisti.

Diamo quindi uno sguardo al passato di questo voto d’oltralpe e d’oltreoceano. Gli italiani votano dall’estero dal 2003 (due Referendum in un anno) e i propri (attenzione: “ propri”, quindi gente della “propria” gente) rappresentanti alla Camera e al Senato dal 2006. E qui cominciavano subito i primi problemini. Tra la propria gente, alla prima tornata elettorale, venne a galla subito il primo furbacchione che taroccò la residenza all’estero A.I.R.E. per candidarsi. Poi altra gente della “propria gente” un poco particolare. Un eletto all’estero va a finire alla televisione per la frase detta in confidenza al Senato “Amico, senti a me, pensa ai fatti tuoi” (usò però l’altra parola più comune). Poi un altro tizio, già eletto all’estero, che a tuttora è in galera negli Stati Uniti per traffico internazionale di armi. Poi un altro ancora che da settimane è in televisione per strani inviti a cena a segretarie non retribuite, per il sospetto di raccogliere voti nei sacchi dell’immondizia e per l’atteggiamento minaccioso verso i giornalisti che lo intervistano.

Vediamo ora le varie tipologie degli eletti all’estero in questi anni, oltre gli strambi, i veri e i presunti delinquenti. Eletto all’estero di tipo A: Gli scomparsi. Sono stati eletti all’estero e poi arrivederci a tutti. Non li vedi più, non li senti più. Tipo B: Gli indignati. Quelli del tipo “non si finisce mai di imparare” come se questo senatore fosse veramente convinto di aver già imparato tutto dalla vita. Tipo C: I visionari. Quelli dei grandi argomenti del tipo “non mi fate parlare dei servizi consolari poiché devo combattere la criminalità organizzata”. Tipo D: I radicati. “Non ci dimentichiamo da dove veniamo e poiché abbiamo ricevuto i voti grazie ai patronati, li premiamo con i servizi consolari”. Tipo E: tutti gli altri. Tutti gli altri che quotidianamente cercano di tenere alta l’attenzione dei loro partiti sui bisogni di circa sei milioni d’italiani all’estero e che combattono tutti i giorni tra la morale del loro mandato e l’ordine di scuderia che li obbliga a votare Sì o a votare No a seconda delle occasioni.

Allora? Allora è evidente che la residenza all’estero non è garanzia dell’onestà e dell’intelligenza di eventuali candidati. Certamente nemmeno la residenza in Italia è garanzia di correttezza dei candidati. Non si contano più gli eletti, residenti in Italia e votati dagli italiani residenti in Italia, finiti sotto inchiesta o addirittura in galera.

Ingoiamo pertanto il rospo e cerchiamo di digerirlo presto. La bella favola, che ci raccontava come i rappresentanti degli emigranti al Parlamento di Roma provenivano dalla stessa emigrazione, è finita. Era una bella favola. Ci abbiamo creduto. Il rospo ci resta sullo stomaco.

Forse ci aiuta un bel digestivo per mandarlo giù. Un digestivo fatto di competenza e di sincera passione nei confronti di chi vive all’estero a ogni titolo, dal pizzaiolo al funzionario della Banca Centrale Europea. Un candidato che vive in Italia e si presenta per la circoscrizione estera dovrà dimostrare, appunto, queste due cose: competenza e passione, cuore e cervello. Non sarà più necessario contare sull’amicizia di tanti lavoratori emigrati per raccoglierne il consenso elettorale. Forse ci vorrà di più e a noi può far solo piacere.

* E torniamo così alla buonanima di Tremaglia. È stato lui a volere e a combattere una vita per l’esercizio del voto italiano all’estero. Eppure non è stato mai emigrato. Non ha mai vissuto all’estero né per necessità né per piacere. Ciononostante ha dimostrato cuore e cervello verso gli italiani all’estero. Prendete esempio da lui se, voi futuri candidati residenti a Milano, Napoli o Palermo, volete essere veramente eletti da noi che viviamo in America, in Australia o a Francoforte. Aldo Magnavacca, CdI nov

 

 

 

 

 

Migrare in tempo di crisi. L’intervento del direttore generale del Maeci per gli Italiani all’Estero Luigi Maria Vignali

 

Non possiamo tollerare questa partenza allo sbaraglio dei nostri giovani. La nuova emigrazione va accompagnata nella conoscenza della lingua e della normativa locale. Necessarie iniziative di prevenzione delle situazioni di irregolarità e di sfruttamento dei nostri connazionali

 

ROMA – Il convegno, organizzato alla Sala Zuccari del Senato dal Forum delle associazioni italiane nel mondo, sul tema “Migrare in tempo di crisi: necessità, opportunità. Più tutele, più diritti”, si concluso con l’intervento del direttore generale del Maeci per gli Italiani all’Estero e le Politiche Migratorie Luigi Maria Vignali che ha in primo luogo sottolineato come la nuova migrazione dall’Italia sia uno di quei temi che disegna il futuro del nostro Paese, un Paese che rischia di non recuperare questo investimento importante che ha fatto in formazione, cure sanitarie e studi per i giovani che vanno all’estero.

“Non si tratta solo di fuga di cervelli in fuga, - ha aggiunto Vignali - ma ci sono intere famiglie ed anziani che si recano all’estero. Il 50% di chi parte a più di 40 anni. Quindi non stiamo parlando solo di giovani”. Il direttore generale ha poi rilevato le tante sfaccettature presenti nella ‘nebulosa’ degli italiani all’estero che vanno dal dramma dell’impreparazione di chi parte per l’avventura migratoria, alla difficile situazione di tanti italiani irregolari che negli Stati Uniti rischiano di essere rimpatriati. Vignali ha anche segnalato come negli ultimi cinque anni sia aumentato di un milione il numero dei connazionali all’estero iscritti all’Aire. Una nuova presenza migratoria che ha dato origine a fenomeni che si pensavano dimenticati, come ad esempio le rimesse dall’estero, in queste vanno inclusi anche i flussi provenienti dai lavoratori transfrontalieri, che oggi sono pari a mezzo punto del Pil italiano.

“Se questa è la ‘nebulosa’ degli italiani all’estero – ha proseguito Vignali - il mio compito è provare a definire soluzioni,  strategie e obiettivi. Il primo obiettivo che vedo è che questi flussi di mobilità e nuova emigrazione vanno accompagnati nella conoscenza della lingua, della normativa locale e nella possibilità di utilizzare i sistemi in loco di assistenza , prevenzione e tutela previdenziale. A tale scopo abbiamo rilanciato il tavolo con i patronati in modo da poter dare una ulteriore rete di assistenza e prevenzione ai nostri italiani all’estero. Per accompagnare tutto ciò ci vogliono però strutture consolari adeguate che quindi vanno rafforzate negli organici. Insieme al discorso dell’accompagnamento , - ha continuato Vignali - c’è quello della prevenzione delle situazioni di irregolarità e di sfruttamento. Anche qui bisogna basarsi sulle reti consolari, dei patronati e dell’associazionismo. E’un tema fondamentale, non possiamo tollerare che nel 2018 vi siano ancora italiani sfruttati all’estero… Ma – ha aggiunto - c’è un lavoro da fare anche in Italia e sicuramente il primo obiettivo è quello di preparare in qualche modo i percorsi di mobilità attraverso formazione e informazione”. A tal proposito il direttore generale ha sottolineato la necessità di lanciare uno specifico tavolo di lavoro che possa mettere insieme tutti gli attori della società civile. delle istituzioni, del mondo sindacale e delle imprese per far si che la questione venga conosciuta e si possano offrire delle chiavi interpretative per chi decide di partire per l’estero, in termine di corretta informazione e di preparazione anche linguistica. “Non possiamo tollerare questa partenza allo sbaraglio dei nostri giovani”- ha affermato Vignali che ha continuato: “Un altro tema importante è quello della mobilità circolare, noi dobbiamo recuperare l’investimento, non vi può essere una mobilità unidirezionale solamente verso l’estero, dobbiamo poter far si che i nostri concittadini tornino in Italia arricchiti di un bagaglio di competenza, di una identità professionale e umana nuova. … Dobbiamo prepararci e prepararli, -  ha spiegato il direttore generale - cercando di attivare percorsi di migrazione circolare e poi valorizzare il patrimonio dell’italianità nel mondo che le nostre collettività portano all’estero”. Vignali, dopo aver ricordato il lancio della Settimana della Cucina Italiana nel Mondo, ha infine evidenziato come proprio le nuove correnti di mobilità, con la loro freschezza,  possano favorire una proiezione migliore e dinamica dell’immagine del nostro paese nel mondo. G.M. Inform 10

 

 

 

 

 

Programma Erasmus Plus: il Progetto Europeo “Migrants in Europe”

 

Selezionato e finanziato dall’Agenzia Nazionale INDIRE – Ente istituzionalmente delegato dalla Commissione Europea ai fini dell’attuazione del Programma Erasmus Plus - il Progetto Europeo “Migrants in Europe: Promoting Inclusion, Tolerance and Dialogue a valere sul Programma Comunitario “Erasmus Plus” (Area Chiave 1: Mobilità Individuale ai fini dell’Apprendimento del Personale impegnato nell’Educazione degli Adulti). Il progetto consentirà a 30 partecipanti provenienti dai Paesi coinvolti del Partenariato di Progetto di prendere parte a cinque giorni di attività formative organizzate a Londra nel Regno Unito da Kairos Europe e programmate fino a maggio 2019: nello specifico il progetto permetterà loro di acquisire una conoscenza più articolata circa i fattori che influenzano i migranti extra-europei e quei soggetti maggiormente svantaggiati nel processo di integrazione all’interno dell’Unione Europea.

Il bando e la domanda di partecipazione per proporre la propria candidatura - entro il termine di giorno di venerdì 8 dicembre 2017 - sono disponibili sul portale ufficiale di Itaka Traning.

Il progetto è stato promosso dall’Associazione “Itaka Training” in regime di partenariato con un consorzio nazionale composto da sei organizzazioni italiane: Centro Studi “Demostene”, associazione “Integrazioni Calabria”, Liceo Linguistico, delle Scienze Umane ed Economico Sociale “Tommaso Campanella” di Lamezia Terme, SIfI / Social Innovation for Inclusion, Cooperativa Sociale Onlus “Insieme” e Associazione “La Mimosa”.

A Kairos Europe, operante nel Regno Unito, è affidata l’organizzazione e l’erogazione delle attività formative, mentre lo studio di consulenza e formazione “Knowledge Management & Intellectual Capital” in materia di finanziamenti, programmi e progetti europei, di cui è titolare Luigi A. Dell’Aquila, contribuirà alle attività di disseminazione dei risultati del progetto medesimo.

La selezione dei 30 partecipanti che avranno la possibilità di fruire delle giornate di formazione a Londra sarà curata congiuntamente dai membri del consorzio di progetto sopra menzionato.

Nello specifico, attraverso seminari, conferenze, discussioni, networking e condivisione di idee, i partecipanti potranno approfondire metodi e approcci strategici - applicati e sperimentati nel Regno Unito – per affrontare la crisi migratoria e il connesso fenomeno che coinvolge i rifugiati e i migranti economici. Il Progetto - pur tenendo conto che le tipologie di migrazione in essere (forzata ed economica) nelle due Paesi (Regno Unito e Italia) sono diverse sia per natura sia per entità - parte dal presupposto che l’Inghilterra è da diversi decenni la meta di migranti che vi si sono stabiliti a lungo termine, contribuendo a creare una società multietnica e multiculturale, e che, quindi, taluni metodi di integrazione, pur non sono sempre replicabili e applicabili tout court al contesto italiano odierno, possono essere tuttavia utilizzati come un esempio da imitare e a cui, potenzialmente, mirare.

Il progetto prevede altresì di individuare ed elaborare nuove idee al fine di promuovere i valori europei “comuni”, il dialogo interculturale finalizzato a combattere l’esclusione sociale delle comunità di rifugiati e richiedenti asilo. Pertanto formatori, insegnanti, educatori, tutor e assistenti sociali acquisiranno nuovi strumenti utili nell’ambito del proprio contesto di lavoro e acquisiranno e svilupperanno le capacità di consapevolezza interculturale e capacità comunicative necessarie allo scopo di relazionarsi con persone provenienti da un diverso background etnico, linguistico e culturale.

Infine i partecipanti che saranno selezionati potranno acquisire una maggiore consapevolezza e conoscenza dei cambiamenti che caratterizzano la società europea contemporanea (in particolare, di quella inglese ed italiana) allo scopo di sviluppare, in Europa, delle comunità multiculturali e saranno, dunque, in grado di affrontare positivamente il tema connesso all’attuale fenomeno dei flussi migratori verso l’Europa, sia da un punto di vista analitico che comunicativo. (aise 3) 

 

 

 

 

A Roma il Convegno della Faim “Migrare in tempo di crisi: necessità, opportunità. Più tutele, più diritti”

 

Il saluto del presidente del Comitato per le questioni degli italiani all’estero del Senato Claudio Micheloni: “Quello che dobbiamo tentare di fare, e questo lo possono fare solo le associazioni, è di creare una congiunzione fra il mondo della vecchia e nuova emigrazione

 

ROMA -  Il convegno del Forum delle associazioni italiane nel mondo, svoltosi a Roma presso il Senato, dal titolo “Migrare in tempo di crisi: necessità, opportunità. Più tutele, più diritti” è stato introdotto dal presidente del Comitato per le questioni degli italiani all’estero del Senato Claudio Micheloni. “Qui in Italia – ha esordito Micheloni - si parla soprattutto di ricercatori all’estero, delle grandi aziende multinazionali che hanno personale italiano che viaggia in tutto il mondo. E’ sicuramente una realtà nuova e importante però temo che questi argomenti vengano utilizzati per nascondere un altro fenomeno migratorio, ovvero quello di intere famiglie che emigrano e che ad esempio vediamo arrivare in Germania e in Svizzera in cerca di lavoro. Alcuni fenomeni della storia – ha proseguito Micheloni - si ripetono e quello che si sta vivendo adesso come fenomeno migratorio mi sembra molto simile a quello che abbiamo vissuto nel dopoguerra. Ci sono famiglie che arrivano nei Paesi dove non hanno un’accoglienza particolare, anche se sicuramente migliore rispetto a quella del dopoguerra perché il welfare di questi Paesi è cambiato. Ma non c’è una politica di accoglienza. Vi è quindi la ricerca di un lavoro e della casa, la non conoscenza dei sistemi dei Paesi dove si va, e questo mi ricorda la storia dei miei genitori”.

Il presidente del Comitato ha poi rilevato come le storie della vecchia e della nuova emigrazione non siano totalmente diverse, ma anzi presentino connotazioni simili, come ad esempio la scarsa attuabilità del progetto migratorio temporaneo che prevede il ritorno in patria dopo qualche anno. “Quello che dobbiamo tentare di fare, - ha spiegato Micheloni - e questo lo possono fare solo le associazioni, è di creare una congiunzione fra il mondo della vecchia e nuova emigrazione. Nella catena della nostra storia dobbiamo mettere questi anelli e collegarli, perché è vero che queste realtà non avranno la stessa storia, ma se le facciamo vivere in maniera separata, non aiuteremo i nuovi migranti, non aiuteremo l’Italia a capire cosa sta accadendo e non aiuteremo le vecchie emigrazioni a rinnovarsi con l’arrivo delle nuove comunità”.

Micheloni ha anche parlato del lavoro portato avanti sulla legge di stabilità dal Comitato per le Questioni degli Italiani all’Estero in collaborazione con i ministeri competenti, per quanto riguarda le materie degli italiani nel mondo. Un ottimo lavoro volto ad individuare le risorse per l’assunzione di 150 contrattisti e la realizzazione di un concorso per l’assunzione di centocinquanta funzionari che andranno a rafforzare il personale della rete consolare del Maeci. “Queste due cose – ha affermato Micheloni – sono le uniche e vere risposte che possiamo dare al problema del miglioramento dei servizi consolari, ovvero dando ai consolati i mezzi per far fronte alle esigenze degli italiani all’estero”. Micheloni si è poi soffermato sugli altri interventi introdotti nella finanziaria in favore della diffusione della lingua e cultura italiana, degli organi di rappresentanza degli italiani all’estero (Comites e Cgie), nonché per l’adeguamento degli stipendi dei contrattisti assunti in loco, per le Camere di Commercio, per la stampa italiana all’estero e per le agenzie specializzate che svolgono questo lavoro da almeno cinque anni con le quali il Maeci potrà stipulare convenzioni. Un complessivo pacchetto di interventi finanziari di circa sei milioni di euro. Prevista inoltre un’iniziativa volta a riaprire i termini per il riacquisto della cittadinanza italiana, con una corsia preferenziale per gli anziani che all’estero l’anno perduta  e l’inserimento di una nuova norma che prevede per la concessione della cittadinanza la conoscenza minima della lingua italiana. Un prerogativa che, per il presidente, potrebbe contribuire a sfoltire le domande di cittadinanza in Sud America.

Micheloni ha infine espresso disappunto per la presentazione al capogruppo del Pd al Senato Zanda, da parte di alcuni deputati eletti all’estero del Partito democratico, di 15 emendamenti alla finanziaria per un valore complessivo di circa 80 milioni di euro. “E’ assolutamente inaccettabile che dei deputati – ha commentato Micheloni - preparino degli emendamenti che non hanno alcuna possibilità di essere accolti. Se volete presentarli, presentateli alla Camera…  Questi sono emendamenti da campagna elettorale”. Micheloni ha anche segnalato come da questa iniziativa si siano dissociati i deputati Fedi e La Marca. (G.M.- Inform 10)

 

 

 

 

Irregolarità nel voto all’estero: „Bene denunciare ai media, ma necessario denunciare alla magistratura“ 

 

„Grazie alle Iene per avere portato alla luce, ieri sera, un grave episodio in merito al voto per corrispondenza tra gli italiani all‘estero.

Se i fatti si sono svolti come descritto, i responsabili devono essere perseguiti dalla magistratura con il massimo rigore.

 

Faccio appello alla persona di Colonia, intervistata nella trasmissione e di cui è stata tenuta nascosta l’identità, di rivolgersi alla magistratura e denunciare il gravissimo episodio. Non ci sono scuse. I fatti raccontati sono un reato. I reati devono essere perseguiti con la massima durezza.

 

In casi come questi è giusto raccontare i fatti in una intervista televisiva, ma è ancora più necesario portarli davanti ad un tribunale. Solo così se c‘è un reato ci può essere una punizione adeguata.“ Lo dichiara Laura Garavini, dell’Ufficio di Presidenza del Pd alla Camera, a seguito di una intervista mandata in onda ieri sera dalle Iene su possibili irregolarità nelle ultime elezioni per corrispondenza per gli italiani all’estero.

 

"Lungi da me ogni volontà di difendere l'indifendibile Caruso. Ma non posso neppure bermi la pozione servita dalle Iene senza guardare che ingredienti ci sono dentro". Si apre con queste considerazioni l’editoriale a firma di Gian Luigi Ferretti, pubblicato dal quotidiano "L’Italiano", fondato dallo stesso Ferretti.

"Ieri Filippo Roma è ritornato ad occuparsi del deputato di Stoccarda, questa volta per raccontare che sarebbe stato eletto grazie a brogli. Può darsi, lo sospettano in tanti, ma nessuno ha mai portato le prove.

Nel filmato c'è un sedicente "cacciatore di schede" anonimo che afferma di avere procurato ben "sei/settemila schede" in un'occasione a Caruso (eletto - lo ricordiamo - con 12.276 voti di preferenza), ma parla di un Caruso con i baffoni: "Mi ricordo Caruso che è venuto verso di me, mi ha abbracciato con quel sorriso, con quei baffoni che mi ricordo aveva i baffoni con il sorriso". Il deputato però i baffi non li ha mai avuti. Come la mettiamo?

Che sia uno dei tanti millantatori che escono ogni tanto a parlare di brogli? Almeno Rosario Cambiano ci ha messo la faccia, lui che nel 2006 fu candidato di Forza Italia e conseguì 1.597 preferenze. Da allora non perde occasione di raccontare di schede rubate, schede raccolte, schede comprate, ma senza fare, non dico una denuncia penale come sarebbe suo dovere, ma neppure mai un nome, un luogo o una circostanza certa e verificabile.

Nel servizio ci sono altre cose che non quadrano assieme a inesattezze.

Insomma siamo alle solite: tutti dicono di sapere, tutti raccontano di brogli, tutti gettano fango sul voto all'estero, nessuno porta prove".

 

“Nella circoscrizione consolare di Colonia, alle elezioni politiche del 2013, ho ottenuto circa duemila voti di preferenza. L’uomo in incognito nel servizio de Le Iene afferma che avrebbe raccolto settemila plichi compilati con il mio nome, che fine avrebbero fatto gli altri cinquemila voti dei quali parla? Inoltre, descrivendo il mio viso sorridente, l’uomo parla di baffi molto grandi che, invece, non avevo, come testimoniano le mie foto elettorali. Il racconto di questa persona, che non conosco e alla quale non ho mai promesso alcuna cifra in denaro, è falso e pieno di inesattezze”. È quanto dichiara in una nota Mario Caruso, deputato eletto in Europa, in relazione al servizio andato in onda su Italia Uno nel corso della trasmissione Le Iene domenica 29 ottobre.

“Non ho mai raccolto, o fatto raccogliere, plichi elettorali né ho mai tentato di falsare il voto in mio favore”, prosegue Caruso. “Ancora una volta mi trovo a dover difendere la mia persona da accuse infamanti e infondate che mi vengono rivolte da soggetti a me sconosciuti, con il chiaro intento di indebolire la mia figura in vista della prossima campagna elettorale”.

“A questo punto emerge chiaramente quanto da me affermato fin dal principio”, aggiunge il deputato. “Dietro a tutta questa macchina del fango innescata ai miei danni esiste un evidente piano politico per danneggiare me e una mia possibile ricandidatura. Le dichiarazioni rilasciate da un uomo che non rivela la propria identità non hanno, a mio avviso, alcuna attendibilità. Chiunque, con il volto coperto e la voce camuffata, potrebbe dichiarare qualsiasi falsità”.

“L’inviato de Le Iene è venuto a trovarmi due volte a Stoccarda, domandandomi più volte per quale motivo, secondo lui, non rientrerei in Italia. In realtà sono tornato sempre a Roma nei giorni di attività parlamentare. Nel fine settimana, invece, rientro a Stoccarda, dove vivo e dove coltivo il rapporto con il territorio e con gli elettori. Proprio per questo do fastidio a qualcuno che, di conseguenza, sta cercando di macchiare la mia immagine. Anche in questo caso, come per i precedenti servizi – conclude Caruso -, seguirò le opportune vie legali e ristabilirò la verità dei fatti”.

 

Aldo Di Biagio, senatore Ap-Ce eletto in Europa, non può esimersi dal commentare quanto andato in onda nella tarda serata di martedì, 31 ottobre, nell’ambito del programma Le Iene e, spiega in una nota, "lungi dal voler interferire con le legittime scelte editoriali del programma e con la libertà di informazione da me sempre salvaguardata", intende "evidenziare ciò che è chiaro alle persone che mi seguono e che mi conoscono da anni, vale a dire l’assoluta incongruenza tra quella che è la mia persona e l’immagine artatamente e illegittimamente costruita avallando grossolane illazioni di fantomatici "incappucciati" e di qualche rancoroso che ancora non ha digerito uno sconfitta elettorale vecchia di 12 anni".

"Ma andiamo per gradi", scrive Di Biagio, per il quale "appare evidente che siano state riportate senza alcun riscontro illazioni di soggetti che dietro l'anonimato si fanno lecito calunniare e diffamare persone rispettabili come il sottoscritto".

"L’anonimo incappucciato, persona a me totalmente ignota", chiarisce Di Biagio, "parla di una presunta collaborazione con il sottoscritto ed una fantomatica "bella squadra" in occasione delle consultazioni elettorali del 2008. Di questa "squadra" mi sarebbero altrettanto ignoti i componenti, ad eccezione di giusto 2 persone - di cui ho espressamente dichiarato la conoscenza - e che in realtà hanno effettivamente collaborato per la mia campagna elettorale in totale liceità e trasparenza operando, come si è soliti fare in queste occasioni, per la promozione della mia candidatura tra gli elettori, magari nei luoghi di ritrovo dei connazionali, eventualmente fornendo qualche chiarimento per convincere della "giustezza" della mia potenziale elezione. Tutto qui. Ma si sa che la calunnia più semplice è quella che si costruisce sulle mezze verità".

"L’anonimo incappucciato", prosegue il senatore eletto all’estero, "parla di "plichi rubati" in Germania, non fornendo alcun tipo di prova, né tantomeno sembrano confermare questo "trend" i connazionali intercettati nei due servizi, ad eccezione di tal Rosario Cambiano, persona che non ho mai avuto il "piacere" di incontrare, conoscere o conversare, la cui credibilità risulta alquanto labile in ragione del suo costante calunniare da oltre un decennio, con dichiarazioni in stentato italiano, ed il suo mai sottoporre sedicenti prove alle autorità competenti, anche perché sembra davvero strano che in dieci anni non abbia avuto il tempo di farlo. Ma di tempo per comunicati strampalati e commenti passibili di querele ne ha avuto".

"Come dicevo", continua Di Biagio, "con il sig. Cambiano non ho mai preso nemmeno un caffè, per questo fa riflettere la confidenza con la quale offende e gongola, ma - di contro - conosco la sua "antologia" di comunicati, dichiarazioni e post che si sono alternati in oltre dieci anni e che lasciano intendere in maniera chiara di chi effettivamente stiamo parlando: una sorta di "millantatore seriale" notoriamente qualificato come tale tra i connazionali, a cui rivolgo l’unico invito di raccogliere tutti i suoi famigliari di Colonia (che a detta sua avrebbero delle prove) e di andare a denunciare (anche se in differita a questo punto) chi avrebbe preso o richiesto da loro i fantomatici plichi. Anche perché qualora non ne conseguisse nessuna denuncia (come d’altronde accade da dieci anni) appare palese che il loro si andrebbe a configurare come un reato spregevole e vergognoso contro la mia persona di cui risponderanno poi in Tribunale. Chissà se Cambiano ne è consapevole. Ma quando ne risponderà dinanzi ad un giudice lo sarà inevitabilmente". Per Di Biagio "sarebbe il caso che qualche giornalista delle Iene andasse a chiedere in Consolato o tra la gente per bene di Colonia chi è questo Cambiano e troverà riscontri abbastanza eloquenti".

Tornando alla "logistica dei plichi in Germania", Di Biagio prosegue osservando che "nel servizio si dice il falso. Chissà perché l’infallibile sistema di polizia tedesco, di cui si parla tanto nei frequenti confronti in tema di sicurezza tra l’Italia e la Germania, diventa all’improvviso inconsistente quando si parla di plichi elettorali. Come potrebbe essere fattibile "rubare" plichi - e non 100 o 200, ma migliaia - in piena libertà senza mai essere minimamente intercettati dalle forze dell’ordine e con la consapevolezza che non debbano uscire da quella specifica circoscrizione elettorale? Ma questa gente ha idea di quanto spazio possa occupare un volume così vasto di plichi? Altro che cofano della macchina, parliamo di camion. E tutto questo in appena 7 giorni, vale a dire il tempo a disposizione per l’esercizio del voto all’estero. Ed invito anche su questo punto a chiedere in Consolato di cosa esattamente parliamo, anche se, detenendo le Iene delle immagini dell’arrivo dei plichi a Castelnuovo di Porto, una vaga idea credo che ce l’abbiano già".

"Il signore incappucciato, che tra le altre cose farebbe bene a "scappucciarsi" visto che a breve dinanzi ad un giudice dovrà comunque farlo, parla di un fantomatico assegno che io avrei versato per questi servigi", continua Di Biagio. "Una domanda sorge spontanea: come potrei ripagare un illecito con un assegno, volutamente tracciabile ed individuabile, anche ai fini della rendicontazione elettorale che il mandatorio sottopone alla Corte dei Conti? Probabilmente perché con quell’assegno ho pagato semplicemente il lavoro svolto dai miei collaboratori attivi in Germania, a cui facevo riferimento prima, peraltro non attivi a Colonia dove non ho mai svolto importanti attività di promozione elettorale".

"E la faccenda delle migliaia di voti a Colonia resta un altro grande mistero", insiste il senatore Di Biagio. "Considerando che io a Colonia non ho preso tutti quei voti, di questi plichi acquistati dal signore incappucciato cosa me ne sarei fatto? Coriandoli?", si chiede. "Poi perché avrei dovuto coinvolgere l’anonimo incappucciato e la sua squadra fantasma solo nel 2008? E nel 2013? Se era stata davvero così efficace sarebbe stato inevitabile servirmene. Invece sul 2013 cade un alone di mistero".

"Appare chiaro a tutti che ci troviamo davanti ad un carosello di ingiurie, prive di prove, riscontri o testimonianze concrete, e fini a sé stesse contro cui non si può replicare se non trascinarle in tribunale", sottolinea Aldo Di Biagio. "Soprattutto se studiate a tavolino e parte di una strategia che mira - appare chiaro - a compromettere quello che sarebbe stato un ordinario confronto politico-elettorale a tre mesi dalle consultazioni politiche. Una strategia che mira a sostituire il contraddittorio elettorale con il fango, quello gettato in faccia nella maniera più vergognosa e deplorevole, senza la consapevolezza di trascinare in quello stesso fango non solo il parlamentare di turno ma tutto il voto all’estero e coloro che ci hanno creduto e che ci credono ancora. Forse è questo in fondo il vero obiettivo?".

"Io non ho nulla da nascondere, sono sereno anche se un po’ deluso, per il degrado morale raggiunto da questo mondo", afferma il senatore. "l combinato disposto di ingiuria e telecamere è una trappola da cui è seriamente difficile uscire interi, ma se le ingiurie sono così palesemente infondate il rischio è che ad uscire a pezzi siano i cospiratori che hanno fomentato questa assurda messinscena".

"Per il momento", annuncia Di Biagio, "aspetteremo l’anonimo "scappucciarsi" dinanzi ai magistrati e il Sig. Cambiano fornire prove, considerando che mi rivolgerò alla magistratura e risponderanno di questa sceneggiata dinanzi ai giudici".

"Così come ho detto a Filippo Roma e alla Redazione de Le Iene", conclude Aldo Di Biagio, "rinnovo la mia disponibilità ad un'intervista che possa avvenire con modalità ordinarie, al fine di poter fornire tutte le informazioni ed i chiarimenti che magari non è stato ancora possibile evidenziare, con l’obiettivo di sottoporre quanti più dettagli su uno scenario che volutamente qualcuno ha l’intenzione di infangare immeritatamente". (aise/de.it.press 2) 

 

 

 

 

Presentato a Roma il Rapporto sulla protezione internazionale in Italia 2017

 

In 5 anni quintuplicati i richiedenti asilo accolti dalla rete Sprar, quasi la metà si inseriscono completamente nella società. Nei comuni toscani ed emiliano-romagnoli il più alto tasso di accoglienza diffusa. La rete diocesana ospita, da sola, oltre 23.000 persone Ancora criticità da risolvere per i minori stranieri non accompagnati

 

ROMA –  E’ stato presentato oggi a Roma, presso la sala conferenze dell’Anci, il Rapporto sulla protezione internazionale in Italia 2017. Realizzato da Anci, Caritas italiana, Cittalia, Fondazione Migrantes e Servizio Centrale dello Sprar, in collaborazione con Unhcr, il rapporto fa il punto sul fenomeno dei migranti forzati nel mondo e su quello dei richiedenti protezione internazionale in Italia, con approfondimenti sulle politiche di accoglienza in Europa.

Dal rapporto emerge come su 3.231 comuni italiani, il 40% del totale, accolgano richiedenti asilo sul proprio territorio. I posti per i beneficiari degli Sprar sono aumentati di 5 mila unità a luglio e altrettanti sono in fase di valutazione. Gli accordi tra Anci e Viminale per l’accoglienza diffusa dei migranti hanno portato a un cambio di prospettiva anche nell’accoglienza gestita dal governo nei territori: più Comuni coinvolti, meno concentrazioni in pochi comuni, una distribuzione più equa e controllata e strutture sempre meno ‘impattanti’, per favorire l’integrazione. Inizia così a concretizzarsi la richiesta dell’Anci di tenere insieme una duplice esigenza: superare la logica dell’emergenza, visto che le migrazioni sono un fenomeno globale stabile e strutturale; realizzare gradualmente un sistema di accoglienza regolare ed ordinato, salvaguardando il bisogno delle comunità - manifestato dai sindaci - di garantire controllo e integrazione sostenibile.

Nel  nostro Paese si rafforza la consapevolezza di un’accoglienza sostenibile che viene messa a sistema. Nelle strutture italiane sono ospitati in tutto 205 mila migranti al 15 luglio 2017, continua a crescere il numero dei Comuni interessati all’accoglienza, che sono ormai il 40% del totale (3.231), e crescono i posti Sprar che, da 26 mila, a fine anno potrebbero diventare 35 mila. Contemporaneamente, diminuiscono le situazioni di criticità, anche grazie al lavoro operativo della cabina di regia Anci – ministero dell’Interno, istituita proprio al fine di accompagnare l’applicazione del piano di ripartizione.

Negli ultimi 5 anni, il numero dei migranti presenti nelle strutture di accoglienza è cresciuto costantemente, passando dalle 16.844 presenze del 2012 alle 188.084 nel 2016 (+1.017%).

Per quanto riguarda la sola accoglienza negli Sprar, tra il 2012 ed il 2016 il numero di persone accolte è quintuplicato, passando dalle 7.823 del 2012 alle 34.039 del 2016. L’accoglienza Sprar brilla inoltre rispetto al tasso di integrazione delle persone ospitate, che continua ad aumentare, mentre diminuisce di conseguenza il tempo di permanenza nelle strutture di accoglienza e aumentano dunque le persone che possono beneficiare dei progetti di integrazione. Nel corso del 2016, infatti, sono uscite dall’accoglienza complessivamente 12.171 persone. Di queste il 41,3% aveva  concluso il proprio percorso di integrazione e di inserimento socio-economico: nel 2015 questa percentuale si fermava al 29,5%. E’ il segno evidente del successo nel percorso di integrazione che caratterizza l’accoglienza tramite il canale degli Sprar gestiti dai Comuni. E’ per questo motivo che gli oltre 34 mila beneficiari dei progetti Sprar non corrispondono ai posti disponibili (circa 26 mila): i beneficiari restano in accoglienza nei centri Sprar per un periodo più breve, dando così la possibilità a più persone di usufruire dei servizi erogati dai progetti.

Dei 205 mila migranti presenti nelle strutture di accoglienza al luglio 2017, 158.607 sono ospitati dai Centri di accoglienza straordinaria (Cas) e 31.313 dagli Sprar. Se in termini assoluti le Regioni più coinvolte nell’accoglienza sono Lombardia (13,2%) e Campania (9,3%), è in Toscana ed Emilia-Romagna che si è quasi pienamente realizzato il principio dell’accoglienza diffusa sostenuto dall’Anci e perseguito grazie agli accordi con il Viminale: in Toscana l’83% dei Comuni accoglie richiedenti asilo, in Emilia-Romagna il 78,1%.

A livello nazionale, l’accoglienza diffusa dello Sprar è presente inoltre nel 51,4% dei Comuni con meno di 5 mila abitanti. Altro apporto considerevole è quello della rete diocesana, che da sola accoglie 23.365  persone su tutto il territorio nazionale.

Un capitolo a parte merita il tema dei minori: al 25 ottobre 2017 sono sbarcati sulle nostre coste 14.579 minori (in tutto il 2016 erano stati 25.846). Il 93,2% sono minori soli. La maggior parte di essi proviene da Guinea, Costa d’Avorio, Bangladesh. Al 30 settembre 2017 sono 18.491 i minori stranieri non accompagnati presenti in Italia, accolti in 2.039 strutture. Rimangono ancora criticità legate soprattutto all’eccessiva durata della permanenza nei centri di prima accoglienza e all’esiguo numero di strutture dedicate e di posti nello Sprar, nonché alle difficoltà dei Comuni di attivare una presa in carico economicamente sostenibile. Nonostante ciò, anche nei confronti dell’accoglienza dei Msna è possibile misurare la sempre maggiore affermazione dell’accoglienza diffusa: se nel 2007 erano solo 36 i Comuni che si facevano carico del problema, nel 2016 si arriva a quota 500: merito anche dell’istituzione di un fondo nazionale voluto dall’Anci e dall’apertura, anch’essa ottenuta dall’Associazione, dei posti Sprar anche per i minori stranieri non accompagnati.

“La gestione dell'accoglienza – afferma il delegato Anci all’immigrazione Matteo Biffoni -  è uno sforzo costante per le nostre comunità. Un’accoglienza sostenibile è l’unica strada per gestire sui territori gli arrivi dei richiedenti asilo. Per questo come Anci siamo sempre accanto ai sindaci per risolvere le criticità e per sostenere un’accoglienza diffusa. I passi avanti fatti sono notevoli, anche se resta ancora molto da fare: crescono i posti Sprar, aumenta il numero dei Comuni aderenti, il ministero dell’Interno ha varato un nuovo piano di ripartizione dando risposta alle richieste dei territori ed è stata messa a sistema la fondamentale collaborazione interistituzionale tra Comuni e Prefetture”.

“Gli sforzi delle comunità e dei sindaci per una ripartizione equa e sostenibile del flusso migratorio su tutti i territori – dichiara il segretario generale dell’Anci Veronica Nicotra - vanno ulteriormente riconosciuti e sostenuti. Grazie  ai sindaci che hanno deciso di raccogliere le sfide e le opportunità dell’accoglienza, si sta finalmente procedendo verso quella messa a sistema che consente di superare l’emergenza. I tempi sono dunque maturi per riprendere a discutere di una gestione più ordinata dei flussi”.

“Il numero di persone costrette a fuggire da conflitti e persecuzioni in tutto il mondo” evidenzia Stephane Jaquemet, Delegato UNHCR per il Sud Europa “sta raggiungendo i 66 milioni, di questi il 51% sono bambini e bambine, che meritano un futuro lontano dalla guerra, dalla violenza, dallo sfruttamento e dalla paura. Per loro e per tutti gli altri rifugiati nel mondo è di fondamentale importanza che la comunità internazionale si impegni per garantire accoglienza e protezione, mentre si lavora alla risoluzione dei conflitti”

“La situazione della protezione internazionale in Italia e in Europa – afferma il direttore generale di Migrantes Don Giovanni De Robertis- ha aspetti in bianco e nero ma a noi è sembrato importante fornire, oltre a un quadro normativo e statistico, anche la possibilità di ascoltare e incontrare dal vivo persone che vivono ogni giorno e spesso subiscono l’esperienza di ricerca di protezione e le contraddizioni ad essa collegate. Per questo nel concerto alla Basilica dei Santi XII Apostoli ascolteremo alcune testimonianze, sperando che grazie alla loro generosità diventi possibile una vera comprensione e, quindi, un vero incontro”.

“Il sentimento sempre più diffuso di ostilità ci preoccupa fortemente e deve farci interrogare anche sulla nostra effettiva capacità di costruire comunità e di alimentare e promuovere una cultura della solidarietà” afferma il direttore della Caritas italiana Don Francesco Soddu. “Come rete ecclesiale – aggiunge - i nostri sforzi si concentrano in questa direzione, sperimentando nuove forme di accoglienza con il coinvolgimento di strutture parrocchiali, diocesane e anche di nuclei familiari”. (Inform 8)

 

 

 

 

Corrispondenza. Brogli elettorali all’estero: la vendetta di un truffatore

 

Negli ultimi giorni si parla tantissimo di brogli elettorali all’estero, notizia che sta spopolando sui social grazie al programma „Le iene“. Premesso che l’assurdità stia nel fatto che siano state fatte negli ultimi dieci anni tantissime denunce sul caso, mai prese in considerazione, oggi grazie al programma se ne parli in modo sbagliato, ma lo sappiamo: lo scoop è scoop, anche a costo degli innocenti. Nell’intervista fatta al „cacciatore mascherato“, chiamiamolo Maurizio, tanto per dargli un nome: si parla di accordi da lui presi con il sig. Caruso nelle elezioni 2013, certo la cosa non ha sorpreso nessuno, visti i decorsi (vedi mia intervista rilasciata a Radio Colonia nel 2008, che mi è costata una querela da parte del sen. Trematerra) delle elezioni trascorse, e visto il soggetto (che tutti hanno riconosciuto), che per racimolare un po’ di liquidi sarebbe capace di vendere la propria madre; lo sappiamo tutti che il sussidio sociale in Germania non ti permette grandi lussi! Assurdo è il fatto, che lui stesso confermi di voler continuare nell’illegalità, basta che lo paghino, già qui si dovrebbe capire l’elemento. Nel 2008 per la prima volta ho partecipato attivamente alla campagna elettorale all’estero, ero responsabile di AN in Germania e come in tutti i partiti italiani e tedeschi si fa la campagna elettorale per i propri candidati. Eravamo già una squadra affiatata e avevamo un programma elettorale, che per quei pochi che lo sanno è stato realizzato. In quei giorni era chiaro che tutti potevano partecipare, il Maurizio ci contatta chiedendo di partecipare, voleva appoggiare il candidato Di Biagio per ringraziarlo del fatto che in un evento di „beneficienza“ organizzato dalla sua associazione/azienda o come si definisce un business creato a tavolino per fregare lo stato tedesco, e andato male (non aveva i soldi per la beneficienza da dare al medico dell’ospedale italiano), Di Biagio (invitato all’evento) aveva partecipato economicamente, dando un’offerta al medico per togliere il M. da una situazione di imbarazzo.

La nostra squadra ha accettato le sue motivazioni e gli abbiamo permesso di partecipare, ma in modo pulito! Si andava in giro, associazioni, locali, bar, a presentare il programma e spiegare la ragione del voto. Di fatto i voti nella regione nel 2008 non sono stati tanti. Nelle dopo elezioni ricordo benissimo, che il M. pretendeva soldi dall’On. Di Biagio, perché aveva dei problemi economici, gli stavano sequestrando l’automobile per i suoi debiti accumulati (aveva creato un’associazione per disabili „poco“ onlus), e già all’epoca aveva davanti a testimoni urlato, che se non lo si aiutava avrebbe raccontato delle falsità per ricattare l’On. Di Biagio, gioco a cui nessuno è caduto, visto che non esistendo la falsità non potevano certo esistere prove. Da allora noi abbiamo continuato a lavorare per realizzare il programma elettorale, oggi grazie a quel programma sono presidente del consiglio di integrazione e membro delle dieci città del circondario in due importanti commissioni, nel programma era incluso un punto cruciale, creare una presenza nelle istituzioni e politica tedesche per realizzare un punto di riferimento per i connazionali in Germania. Nel 2013 non ho partecipato alla campagna elettorale, né tanto meno ho più rivisto il soggetto M., l’unica cosa certa è che, essendo comunque sempre in contatto con l’oggi senatore Di Biagio, per continuare a realizzare il nostro programma del 2008, ero al corrente che il senatore nel 2013 abbia fatto una sua campagna elettorale, indipendentemente da quella fatta dal sig. Caruso, e che come me è completamente estraneo ai fatti, che il Maurizio denuncia per racimolare dei soldi, forse il programma „Le iene“, gli riconosce un compenso. Le dichiarazioni del M. purtroppo per lui, porteranno a delle conseguenze serie sia in Italia, che qui in Germania. Non posso come soggetto pubblico in un contesto politico tedesco ignorare delle illazioni assurde da parte di un truffatore nei confronti dello stato tedesco (truffa penale) alla mia persona e a chi non ha mai fatto uso di mezzi illegali per raggiungere il proprio obiettivo. Nei prossimi giorni non solo scatterà una denuncia penale, ma richiederò un controllo degli ultimi cinque anni da parte del Jobcenter, il soggetto dovrebbe trovarsi un lavoro e non continuare ad essere mantenuto dalle nostre tasse e quelle dei suoi connazionali, che qui in Germania non rubano, ma sono delle persone per bene, che lavorano duro. Vorrei aggiungere, care IENE, che qui non esistono solo italiani della prima emigrazione, che hanno difficoltà a parlare e tanto meno sono da considerarsi stupidi o ignoranti, sono italiani veri, che tengono alto il tricolore, siamo in grado di esprimerci su tantissimi temi, e sicuramente non facciamo parte della compagine del Maurizio di turno, conosciamo benissimo la politica italiana e tedesca, la nostra collettività italiana raccoglie oltre ai nostri „veterani“ di prima emigrazione, tantissimi laureati: ingegneri, informatici, medici, insegnati…ecc. È triste dover assistere ad un programma, che esalti solo una parte della nostra italianità in Germania: la peggiore. Sono esemplari da stereotipo alla Maurizio-maniera che offendono la nostra immagine e la nostra cultura. Lo share sarà importante, ma ricordate di informarvi meglio prima di pubblicare servizi inflazionati. Io stesso scrissi un articolo nel 2013, il cui titolo sottolineava il fatto del voto all’estero, purtroppo la legge fa acqua da tutte le parti, è stata usata in modo scorretto, ma vorrei precisare che come ha ben detto Rosario  Cambiano, in quest’acqua ci hanno nuotato TUTTI, e se vogliamo fare un’analisi vera, direi che sono stati altri ad approfittarne di queste lacune (vedi risultati 2008 e 2013 di altri partiti). Per chiudere questo capitolo vorrei aggiungere, che io dal 2008 non ho più fatto politica italiana, ma solo ed esclusivamente politica tedesca, ora non vorrei che il Maurizio si inventi qualcosa anche in questo. Peccato solo, che noi italiani all’estero e in questo caso in Germania veniamo presi in considerazione solo per presunti scandali inventati e montati a tavolino e non per il nostro impegno nel Made in Italy e nelle nostre eccellenze fuori confine. 

Dr. Luciana Martena, Colonia

 

 

 

 

 

Sondaggi e tendenze. Italia malato d’Europa: quattro ragioni per cui è forse vero

 

È l’ Italia il malato d’Europa, come titolava un articolo del Guardian un anno fa? L’ Italia non è sola a trovarsi in una situazione difficile, esposta alle molteplici sfide che affliggono l’Unione. Ma per quattro ragioni il nostro Paese è effettivamente un unicum.

Primo: un Paese diviso sulle scelte di politica estera

Primo, è un paese profondamente diviso sulle scelte di politica estera. La iniziale frattura tra destra e sinistra sul ruolo dell’ Italia in Europa e in rapporto con gli Stati Uniti era progressivamente scomparsa. Non è più così, ed in particolare non è più cosi sui temi europei. La Figura 1 descrive un trend nel sostegno per l’Ue che è raro trovare altrove. L’opinione pubblica italiana è oggi tornata dove eravamo cinquant’anni fa, se non peggio, perché negli Anni Cinquanta una quota consistente del pubblico aveva almeno una benevola indifferenza verso il processo di integrazione.

Inoltre, la divisione taglia lo spettro politico con segni opposti rispetto a quelli degli Anni Cinquanta. È la destra ad essere meno europeista della sinistra. Secondo una indagine condotta nel settembre 2017 dal Laboratorio Analisi Politiche e Sociali (Laps) dell’Università di Siena per conto e in collaborazione con l’Istituto Affari Internazionali, e presentato in convegni a Roma e a Torino il 9 e 10 ottobre, il 47% degli elettori di Forza Italia ritiene che l’unificazione europea sia impossibile “perché siamo troppo diversi”, mentre tra quelli del Pd solo il 25% condivide questa affermazione. Tra gli elettori della Lega siamo al 63%, mentre tra quelli a sinistra del Pd al 22%.

Secondo, un’opinione pubblica inquieta e disorientata

Secondo, l’opinione pubblica italiana è pervasa da diffusi sentimenti di inquietudine e di disorientamento, che producono una sindrome descritta dagli psicologi come psychic numbing, una paralisi psichica. Gli italiani sono molto preoccupati, in primis dall’immigrazione. Il 66% degli intervistati dell’indagine Laps-Iai 2017 pone al primo posto, tra gli interessi nazionali, l’esigenza di garantire i confini nazionali “contro i flussi d’immigrazione.”

Questa preoccupazione si sposa con una diffusa sensazione di “accerchiamento” e una visione complottista della politica. Alla domanda su quanti, di 100 persone che vivono nel nostro Paese, fossero migranti, nel giugno 2013 (Transatlantic Trend Survey), il 35% degli intervistati rispondeva una percentuale superiore al 20% della popolazione, mentre le stime reali più attendibili, in quel periodo, erano inferiori alla metà di questa cifra.

Nel settembre 2017 (indagine Laps-IAI), il 59% degli intervistati è d’accordo con l’affermazione secondo la quale il governo italiano sta “occultando i dati reali sui migranti presenti in Italia”, una percentuale identica a quella di coloro che ritengono la crisi finanziaria il “risultato di una cospirazione di politici e banchieri”. La reazione a una tale condizione di stress è proprio di psychic numbing: staccare la spina e distogliere lo sguardo dai problemi reali.

Ed è quello che sta succedendo. Messi di fronte alla scelta se sia per l’ Italia più importante il legame con gli Stati Uniti o con l’Europa, nel settembre 2017 per la prima volta ben un terzo del campione sceglie “una politica autonoma da entrambi.” Parimenti, il 58% degli italiani ritiene che si debba dare la prevalenza ai problemi interni rispetto a quelli internazionali. Completa questa sindrome una sensazione di  irrilevanza ed impotenza, testimoniata, sempre nel 2017,  dal dato secondo cui l’82% degli italiani ritiene che il nostro Paese abbia poca o nessuna influenza sia nel Mondo che nell’Unione europea.

Terzo, un’élite di governo strabica rispetto alla realtà

Terzo, l’élite di governo è afflitta da un problema opposto: il divario tra le aspettative che ripone nelle capacità del Paese di ottenere i risultati desiderati e le risorse (e l’impegno) effettivamente messi in campo per realizzarli. Quando, per effetto di questo gap, si producono dei fallimenti, la classe politica reagisce in forme recriminatore e vittimistiche, perché non otteniamo “ciò che ci spetta,” invece che con un sano atteggiamento autocritico.

Un esempio ci viene dalle politiche italiane nel settore dei diritti umani. Solo il 28% di un campione di parlamentari, diplomatici e militari, intervistati nel 2016 (indagine Laps-Unisi), condivide l’affermazione secondo la quale “nel campo dei diritti umani l’Italia spesso non traduce i principi di cui si fa promotrice in politiche concrete.” E tuttavia, come risulta da una recente ricerca (Cofelice, 2017), l’ Italia fa esattamente questo quando, in sede di Universal Periodic Review del Consiglio delle Nazioni Unite sui diritti umani, rivendica un grande attivismo e obiettivi ambiziosi, ma risulta del tutto carente nel mettere in pratica in patria quanto raccomandato agli altri.

Non è solo che “predichiamo bene ma razzoliamo male,” ispirati da una male interpretata tradizione machiavellica nazionale, ma è anche qualcosa di più sottile; una vera e propria tendenza ad ‘auto-ingannarsi’, ad errare nella percezione del reale, con conseguenti sorprese quando si deve fronteggiare la realtà. Nel 2016 (indagine Laps-Unisi), è stato chiesto a un campione di élite e del pubblico se “nella presente crisi finanziaria ed economica si debba accentuare il processo di integrazione delle politiche fiscali ed economiche dell’Eurozona,” oppure “si debba tornare indietro e restituire maggiore autonomia agli stati nazionali.”

L’84% delle élite politiche e civili del nostro Paese riteneva che si debba andare avanti sulla strada dell’integrazione, ma tra il pubblico questa percentuale era poco meno della metà: il 44%. Che non si sia fatto molto da allora per preparare il pubblico, anzi il contrario, è segnalato dal fatto che nel 2017 (indagine Laps-IAI) il 56% dell’opinione pubblica italiana ritiene che il debito pubblico non sia più una priorità; e anche tra coloro che ritengono invece che lo sia ben pochi sono pronti ad affrontare gli inevitabili sacrifici all’atto pratico.

Quarto, la strutturale incapacità di riforme efficaci

Quarto, vi è una strutturale incapacità di porre mano alle riforme necessarie per condurre una politica estera autonoma. Altrove ho scritto (Affari Internazionali, 16 Febbraio 2017) della tendenza del nostro Paese a persistere nel praticare una politica estera a due livelli, quello della politica simbolica, fatta di obiettivi ambiziosi e di grandi scontri ideologici, e quello della politica concreta, fatta invece di compromessi al ribasso e di offuscamento delle reali conseguenze delle scelte fatte.

Socializzati a questa politica, funzionale ad un contesto ostile sia all’esterno – per effetto della guerra fredda  – che all’interno – per la presenza del più grande partito comunista d’Europa -, i governanti italiani continuano a ritenere che la soluzione ai nostri problemi venga dall’esterno (il famoso “vincolo esterno”) e che le nostre debolezze siano piuttosto delle risorse, con cui rafforzare la nostra posizione negoziale in Europa e nel mondo.

L’ Italia e gli italiani sono perciò meno attrezzati di altri Paesi ad affrontare una situazione internazionale diversa, in cui gli spazi di autonomia nazionale sono maggiori, ma con essi anche gli oneri finanziari e le energie politiche da impiegare. Un mondo in cui le risorse reputazionali sono più importanti di quelle posizionali. Di conseguenza, continuiamo ad illuderci, come Manzoni denuncia nell’Adelchi, che «…il premio sperato, promesso a quei forti, sarebbe, o delusi, rivolger le sorti, d’un volgo straniero por fine al dolor?» Possiamo aspettarci dall’esterno ed in particolare dall’Europa quei cambiamenti che non siamo in grado di produrre da soli? Probabilmente no; tantomeno oggi in un momento di profonda crisi delle istituzioni europee. Anche se, come per il barone di Münchhausen, tirarsi fuori da soli dalle sabbie mobili non è affatto semplice. Pierangelo Isernia, AffInt 2

 

 

 

 

La via

 

Sono parecchi anni che ci interessiamo di giornalismo d’Emigrazione. Con la premessa, da tempo nota, che le nostre opinioni non sono mai scontate e neppure, necessariamente, condivisibili.

 

 L’importante è che siano mezzo per un contatto tra chi scrive e chi legge. Infatti, giudichiamo tale sistema tra i migliori per mantenere vivo il rapporto tra questo giornale on-line e i suoi Lettori. Non a caso, c’è stato, più volte, chiesto chi rappresentiamo. Intanto, non rappresentiamo che noi stessi e nello spirito della libera informazione. Ci consideriamo “ospiti” delle testate che pubblicano i nostri scritti.

 

 Per il resto, è più semplice scrivere ciò che non siamo. Ci interessa l’obiettività e l’imparzialità della notizia. Esaltare non è nel nostro stile e, ne siamo sicuri, se ci provassimo, sarebbe una pessima esperienza. La comunicazione, di qualunque matrice, la riportiamo nella sua sintesi e il commento, se ne vale la pena, lo inseriamo a valle  dei fatti che l’hanno originata.

 

Non abbiamo mai sentito l’opportunità di modificare il nostro modo d’agire. Ci muove l’impegno d’informarci per informare. Di capire per esprimere, poi, un nostro parere. Fare l’opinionista non è facile e farlo a titolo di volontariato lo è assai di più.

 

In buona sintesi, siamo contraccambiati con la stima di chi ci segue. Con la convinzione d’essere più utili senza le polemiche che, troppo spesso, fanno perdere la percezione dei veri motivi del contendere.

 

Col “Webgiornale” tutti i Lettori hanno l’opportunità d’esprimere la loro opinione; anche perché “percorsi” diversi potrebbero portare alla stessa meta.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Germania – Rischio di espulsione di un cittadino Ue?

 

Da alcune settimane, nell’ambito delle comunità italiane in Germania, si vocifera che secondo una nuova legge entrata in vigore nell’agosto 2017 chi non lavora ed è soggetto all’assistenza sociale e non può dimostrare negli ultimi anni di aver contribuito a versare i relativi contributi sociali, rischierebbe l’espulsione dalla Germania.

È vero tutto questo?

Innanzitutto è vero che i diritti alla libera circolazione e al soggiorno dei cittadini dell’Unione europea (Ue) nel territorio degli altri Stati membri dell’Ue non sono illimitati, ma si esercitano in conformità delle norme comunitarie che li regolano e possono essere sottoposti alle limitazioni decise da ogni Stato membro giustificate da motivi di ordine pubblico, di pubblica sicurezza e di sanità pubblica. Perciò il cittadino di un altro Stato membro dell’Ue, la cui presenza costituisca un pericolo per l’ordine pubblico, la pubblica sicurezza o la sanità pubblica di un altro Stato membro dell’Ue oppure che si trovi sul suo territorio sprovvisto dei requisiti previsti per esercitare i diritti di libera circolazione e di soggiorno può essere oggetto di un provvedimento di allontanamento adottato dalle autorità dello Stato membro dell’Ue nel cui territorio si trova, ad esempio in Germania.

Dunque, anche un cittadino italiano che si trova in Germania può, in alcune ipotesi, essere allontanato dal territorio tedesco. I diritti alla libera circolazione e al soggiorno possono essere limitati in due tipi di ipotesi: la prima riguarda le situazioni in cui il cittadino dell’Ue non possiede o non possiede più le condizioni per avere diritto al soggiorno. Ogni cittadino dell’Ue europea ha diritto all’ingresso sul territorio di un altro Stato membro e al soggiorno fino a tre mesi dall’ingresso se è munito di una carta d’identità o di un passaporto in corso di validità. Inoltre, ogni cittadino dell’Ue beneficia del diritto al soggiorno fino a tre mesi dall’ingresso finché non diventa un onere eccessivo per il sistema di assistenza sociale dello Stato membro ospitante. La seconda ipotesi, invece, concerne i casi in cui l’allontanamento è motivato da ragioni di ordine o sicurezza pubblica (ad esempio se è stato condannato in definitiva per aver commesso un reato con una pena oltre i tre anni di reclusione).

Entrando nel merito soltanto della prima ipotesi formulata (la seconda è così ovvia che non merita attenzione), la “novità” riguarda il reddito: le risorse economiche sufficienti al soggiorno non dovranno più essere valutate in modo automatico, prendendo cioè come riferimento l’importo dell’assegno sociale, ma dovranno far riferimento alla situazione complessiva del richiedente l’iscrizione anagrafica, tenendo comunque conto delle spese che riguardano l’alloggio sia esso in locazione, in comodato, di proprietà o detenuto in base a un altro diritto soggettivo. Il cittadino comunitario è destinatario di provvedimenti di allontanamento quando fa richiesta di un sostegno sociale (“Hartz IV”) e non cerca lavoro. Se lavora, anche svolgendo un Minijob oppure un’occupazione a tempo determinato o part time, non può essere destinatario di un provvedimento delle autorità (Ausländerbehörde). Vale a dire: l’eventuale ricorso da parte di un cittadino dell’Ue o dei suoi familiari al sistema di assistenza sociale non costituisce automaticamente causa di allontanamento, ma deve essere valutato caso per caso. Inoltre un provvedimento di allontanamento (in ted. Ausweisung) non viene preso da un giorno all’altro: le autorità devono dare al cittadino Ue la possibilità di esprimere la propria posizione. Se nel frattempo il cittadino Ue trova un’occupazione, il provvedimento dovrà essere archiviato, altrimenti non sarebbe conforme alle regole della legge relativa al soggiorno dei cittadini Ue (Freizügigkeitsgesetz/EU).

Ma c’è anche un serio rischio di espulsione (Abschiebung) di un cittadino Ue?

La probabilità che le autorità tedesche adottino il provvedimento di espulsione nei confronti di un cittadino Ue per aver perso il diritto di soggiorno solo dopo aver fatto richiesta di assistenza sociale è bassissima. Il cittadino Ue potrebbe, difatti, rientrare in Germania subito dopo essere stato espulso, visto che un divieto di rientro in questi casi non è previsto dalla legge. Inoltre, dopo cinque anni di permanenza in Germania con permesso di soggiorno, un provvedimento di allontanamento non è più lecito, cosicché basterebbe allungare i tempi della procedura amministrativa e del processo davanti ai tribunali per far sì che il provvedimento diventi carta straccia. I costi che ne conseguono sarebbero elevati: ecco perché le autorità tedesche, con probabilità, applicheranno un provvedimento di allontanamento solo in casi estremi. In altre parole: i casi saranno talmente pochi che statisticamente non avranno rilevanza. CdI nov.

 

 

 

 

Hannover. Il nuovo Console Generale Giorgio Taborri incontra il Presidente del Comites

 

Il venerdì 27 ottobre, alle ore 12,30, Il nuovo Console Generale di Hannover Giorgio Taborri ha ricevuto il Presidente del Comites Giuseppe Scigliano. Insieme hanno discusso, tra le altre cose, del territorio, della collettività italiana, dei servizi consolari, dei Consolati onorari, dei prossimi incontri in cui saranno presenti ed hanno stabilito insieme altresì la data delle due Assemblee che si terranno entro il 2017. L’incontro è durato circa due ore ed è stato molto costruttivo. Il presidente del Comites ha augurato al nuovo console buon lavoro.

Il Dott. Giorgio TABORRI è nato a Roma il 19 giugno 1968. E’ sposato ed ha due figlie.

Nel 1992 si laurea in Giurisprudenza all’ università di Roma “La Sapienza”.

Dopo il servizio militare, viene nominato Segretario di Legazione in   prova nella carriera diplomatica. Nel 2002 a seguito di conferma in viene assegnato alla Direzione Generale Italiani all’Estero e  Politiche Migratore – Ufficio VI – Centro Visti del Ministero degli Affari Esteri. Nel 2003      viene nominato secondo Segretario presso l’Ambasciata d’Italia a Helsinki (Finlandia). Nel 2005 viene Confermato nella stessa Sede come Primo Segretario.

Nel 2007   viene nominato console d’Italia a Perth (Australia Occidentale).

Dal 2011 al 2013   ritorna al Ministero degli Affari Esteri e viene assegnato alla Direzione Generale Affari Politici e Sicurezza, Unità per la Politica Estera e Sicurezza Comune e per la Politica di Sicurezza e Difesa Comune.

Nel 2013 diventa Consigliere per l’Emigrazione e gli Affari Sociali presso L’Ambasciata d’Italia a Ottawa. Il 27 ottobre 2017 viene nominato Console Generale d’Italia ad Hannover. Dott. Giuseppe Scigliano

 

 

 

 

Francoforte. Celebrati i 20 anni di attività dell’Associazione dei genitori italofoni di Francoforte (BiLis)

 

“L’associazione dei genitori di Francoforte BiLis, promotrice del bilinguismo, compie vent’anni. Vent’anni in cui, grazie al lavoro a sostegno dell‘insegnamento bilingue dell‘italiano, decine di bambini e ragazzi, hanno vissuto a stretto contatto con la nostra lingua e cultura. Senza questa straordinaria iniziativa centinaia di studenti di origine italiana avrebbero perso il legame con il proprio Paese di origine. Altri, con un background tedesco, avrebbero scelto di imparare una lingua straniera diversa dall’italiano.

L’impatto di BiLis sulla comunità italofona di Francoforte è stato e continua ad essere molto concreto, garantendo agli alunni, e alle rispettive famiglie, un sapiente accompagnamento nel percorso  attraverso la lingua e cultura italiana. Vorrei esprimere grande apprezzamento e  riconoscenza al Direttivo e a tutti coloro che da vent’anni si sono spesi per questa iniziativa. Un ringraziamento speciale va in particolare alla mamma di BiLis, Rosa Liguori Pace, per la sua instancabile e meritoria attività, che costituisce un vero e proprio fiore all’occhiello dell’associazionismo italiano all’estero“. Lo ha detto Laura Garavini, della Presidenza del Pd alla Camera, intervenendo alla festa per il 20° anniversario dell’associazione dei genitori, BiLis. De.it.press

 

 

 

 

Intervista alla neodirettrice dell‘IIC di Colonia

 

Il quotidiano online di Berlin oil Mitte ha intervistato Maria Mazza, neo-insediata direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura di Colonia, in occasione dell’incontro sulla tutela dei beni culturali tenuto recentemente presso l’Ambasciata.

 

D. Salve direttrice. Ha appena partecipato a questo particolare evento dell’Ambasciata d’Italia. Quali sono le sue impressioni?

R. Trovo che sia molto importante che questi eventi si tengano, considerando la situazione drammatica in cui ci troviamo in Italia e visto l’impatto che i sismi hanno avuto nel nostro Paese, negli ultimi anni e negli ultimi mesi, in particolare. È stato molto interessante.

D. Diverse istituzioni, tra cui l’Ambasciata, stanno cercando sempre di più di avvicinarsi alla società civile e ai giovani. Quanto è importante seguire questa direzione?

R. È fondamentale, perché ormai non possiamo lavorare se non in contatto con la società, in un mondo in cui siamo tutti connessi e c’è una grande diffusione di temi di interesse collettivo, anche al di fuori dei confini nazionali. E questo ovviamente vale anche per i fatti rilevanti che avvengono in Italia. E in quest’ottica è sicuramente importantissimo anche poter parlare con i giovani. Il nostro obiettivo è di coinvolgere persone di ogni età, unendo l’approfondimento culturale proprio di chi è più avanti con gli anni con l’attitudine alla velocità e all’immediatezza delle nuove generazioni. È una nostra grande sfida.

D. La sua presenza a Berlino significa che ci sarà una cooperazione in questo senso, magari proprio con l’Ambasciata d’Italia?

R. Sicuramente ci sarà. Io sono a Colonia da sole tre settimane, ma certamente la mia presenza a Berlino si lega alla nostra volontà di prendere contatti e creare le basi per nuove cooperazioni. Il Mitte

 

 

 

 

Commemorazione dei caduti. La celebrazione a Monaco di Baviera

 

Monaco di Baviera. Come ogni anno, hanno avuto luogo a Monaco di Baviera, presso il Waldfriedhof, nella cappella di fianco al cimitero militare italiano, le celebrazioni per la commemorazione dei Defunti e dei Caduti di ogni guerra e di ogni forma di violenza.

È stato un importante momento di Comunità, in cui, come consuetudine, la comunità di Monaco di Baviera si é stretta insieme.

 

Alla S. Messa celebrata da Padre Gabriele Parolin, parroco della Missione Cattolica italiana, è seguito un breve discorso del Presidente del Com.It.Es. di Monaco, Daniela Di Benedetto - e la benedizione fuori dalla cappella.

 

“Per il secondo anno di fila  le commemorazioni che tipicamente e dagli anni '60 avevano luogo nella stessa data  e per le quali anni fa si riunivano migliaia di concittadini – ha detto la presidente del Comites - purtroppo sono state separate: La Commemorazione dei Defuniti e dei Caduti continua ad aver luogo come consuetudine il 1.Novembre, la Celebrazione in occasione della Festa della Vittoria e delle Forze Armate, avrà luogo la prima domenica successiva al 4.Novembre, nel rispetto della legge italiana, che colloca la celebrazione nella data della prima domenica dopo il 4 Novembre stesso - come riferito dal Console Dott.R.Cianfarani nel corso dell'ultima riunione del Com.It.Es. In occasione della stessa riunione ho avuto modo di esprimere le mie personali perplessità a questa scelta, che interrompe una lunga tradizione che teneva ancora unite molte anime della nostra Comunità”.

Dopo aver ricordato le celebrazioni per i 500 anni della riforma luterana, la Di Benedetto ha continuato: “La nostra società oggi ha bisogno di ritrovare ed esprimere la propria libertà di coscienza al di là dei ragionamenti più semplici indotti dai mezzi di comunicazione o dalle scelte solo apparentemente più comode. Abbiamo bisogno di essere più critici, di sapere di poter esprimere un’idea il frutto di un ragionamento ed essere cittadini, membri attivi della comunità, nel senso più pieno della parola, tra diritti e doveri di appartenenza.

L’ubbidienza è un valore fondamentale alla quale educhiamo i nostri figli sin da piccoli. Ma di fianco all’obbedienza c’è una coscienza che matura già nei primi anni di vita e fiorisce nell’età adulta. Non esiste ubbidienza senza coscienza perché la complessità delle vicende umane non permette a nessuna legge umana né divina di contemplarle tutte.

Esiste però una regola – ha concluso - che offre la soluzione universale: ‘Ama e fa ciò che vuoi’, Sant’Agostino. Non per nulla Lutero era stato un agostiniano”.

 

La partecipazione é stata numerosa: insieme alla Comunità Cattolica erano presenti rappresentanti degli Alpini, delle ACLI e di altre associazioni, la Presidente del Com.It.Es. Domenica 5 Novembre, nello stesso luogo, si è tenuta la Celebrazione del Consolato della Festa della Vittoria e delle Forze Armate. dip

 

 

 

 

I recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue COSMO

 

 

09.11.2017. Italia: quale piano energetico? Sono trascorsi trent‘anni dal referendum che decretò l’uscita dal nucleare dell'Italia, oggi il piano energetico ci dice che, nonostante gli investimenti fatti, servono strumenti che garantiscono l’uscita dal carbone, imposta dall’UE. Il quadro di Legambiente.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/nuclear-italien-100.html

 

Ma i tedeschi sono davvero cattivi? Roberto Giardina, per anni corrispondente dalla Germania di diverse testate italiane, presenta il suo ultimo libro "Lebst du bei den Bösen?". Gli stereotipi sul rigore teutonico esaminati dall'occhio critico del giornalista palermitano, berlinese d´adozione.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/a-tu-per-tu/roberto-giardina-100.html

 

08.11.2017. Paradise Papers: cosa sono?

La regina Elisabetta, Madonna, Bono Vox, Lewis Hamilton, multinazionali e 120 politici di 50 paesi diversi: dallo stesso Trump, al ministro delle finanze brasiliano. E in Germania coinvolte: Siemens, Deutsche Bank, Deutsche Post, Sixt, Bayer. I Paradise Papers rischiano di diventare uno dei più grandi 'fiscalgate' della storia. Ma cosa sono? E quali affari svelerebbero?

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/paradise-papers-144.html

 

Mario, il ribelle. Intervista a Mario Fiorentini, uno dei capi della guerriglia urbana che ebbe luogo a Roma durante l’occupazione tedesca.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/rasella-100.html

 

Idee per un Commonwealth italiano. Il giornalista Niccolò D'Aquino presenta la seconda edizione del suo libro "La rete italica. Idee per un Commonwealth". Alla base del libro c'è la constatazione che l'Italia è la prima potenza culturale al mondo ma il suo potenziale non viene (ancora) sfruttato a pieno.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/commonwealth-italiano-100.html

 

07.11.2017. Da Palermo a Roma?

Quale lettura possiamo dare al voto siciliano? La vittoria di una coalizione di centro-destra è davvero l’anticipazione di quello che succederà alle prossime politiche? L’intervista allo scrittore siciliano Gaetano Savatteri.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/sicilia-100.html

 

La rivoluzione che sconvolse il mondo. Mai prima di quella russa del 1917, una rivoluzione popolare aveva caratterizzato un secolo di storia a livello globale.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/rivoluzione-ottobre-100.html

 

06.11.2017. Prove di Giamaica

Angela Merkel punta tutto sulla „Jamaika Koalition", una coalizione di governo tra Unione, FDP e Verdi. Ma a che punto sono le trattative? E quali sono i nodi cruciali sui quali i partiti non riescono a trovare un accordo? Facciamo il punto.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/giamaica-102.html

 

Ermal Meta il poeta

E’ stato un successo! Ermal Meta per la prima volta in Germania ha regalato ad un pubblico accorso ad ascoltarlo due concerti, uno a Berlino e l’altro a Colonia.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/ermal-meta-110.html

 

03.11.2017. Da Cambridge nuove verità su Regeni. La Procura della Repubblica di Roma presto sentirà la docente egiziana che seguiva il ricercatore. Ai nostri microfoni il giornalista Carlo Bonini che sta seguendo il caso.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/cambridge-nuove-verita-regeni-100.html

 

La prevenzione parte dal carcere

Gli attentati di stampo jihadista dimostrano come spesso il radicalismo si sviluppi e si rafforzi in carcere. L'Italia ha firmato alcuni accordi con l'Unione delle comunità islamiche d'Italia per prevenire il terrorismo.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/prevenzione-parte-dal-carcere-100.html

 

Con le spalle verso il mare. "Mit dem Rücken zum Meer" è il libro sulla Sicilia scritto dal redattore del Fueilleton della FAZ, Andreas Rossmann ospite nei nostri studi. http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/a-tu-per-tu/con-le-spalle-versoil-mare-100.html

 

Ogni giovedì. Appuntamenti

Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/index.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati

I commenti sportivi di Agnese Franceschini

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/index.html

 

02.11.2017. Chiacchierando con Dacia Maraini. La famosa scrittrice è stata ospite nei nostri studi in occasione della presentazione all Istituto Italiano di Cultura di Colonia della traduzione tedesca de "La bambina e il sognatore".

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/a-tu-per-tu/dacia-maraini-112.html

 

Eco di sirene. È l'ultimo progetto artistico-musicale della cantautrice siciliana Carmen Consoli che ai nostri microfoni ci ha parlato del tour europeo che a novembre prevede due tappe tedesche.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/carmen-consoli-104.html

 

30.10.2017. La colata sul Belpaese. Il giornalista Ferruccio Sansa, autore di numerose inchieste sull'abusivismo edilizio in Italia, spiega come l'espandersi della cementificazione renda più distruttive alluvioni e frane.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/colata-belpaese-102.html

 

La riforma dimenticata. Anche l'Italia ebbe la sua Riforma, che non fu un semplice calco di quella luterana o calviniana. Per i 500 anni della Riforma Protestante, ripercorriamo la storia dei riformatori italiani.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/scopri-l-italia/riforma-dimenticata-100.html

 

27.10.2017. La madre di tutte le sconfitte?

Sono 100 anni dalla battaglia di Caporetto. Il 27 ottobre 2017 l'esercito austro-tedesco costrinse l'esercito italiano alla ritirata. Lo scrittore Paolo Rumiz ha analizzato in modo differente la sconfitta.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/cento-anni-battaglia-caporetto-100.html

 

La quiete in città. Antonella Radicchi, architetto urbanista, ha coinvolto gli abitanti del Reuterkiez in un progetto di ricerca delle zone di quiete in una delle aree più vivaci del quartiere berlinese di Neukölln.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/a-tu-per-tu/la-quiete-in-citta-berlino-100.html

 

Ogni giovedì. Appuntamenti

Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-214.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati

I commenti sportivi di Agnese Franceschini

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/index.html RC/De.it.press

 

 

 

 

 

Visite guidate a Monaco di Baviera con l’IIC

 

Monaco di Baviera - Visite guidate in lingua italiana allo Staatliches Museum Ägyptischer Kunst ed alla Glyptothek di Monaco di Baviera, organizzate da Forum Italia in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura.

Venerdì 17 novembre, alle ore 11, appuntamento dunque allo Staatliches Museum con la scultrice Isolde Frepoli che illustrerà le sue opere esposte nella mostra “Begegnungen”.

“Il mio interesse per la figura umana e il ritratto è nato negli anni '80, quando ho iniziato a studiare scultura presso l’Akademie der Bildenden Künste di Monaco di Baviera”, racconta l’artista. “La passione per la scultura figurativa deriva dall’essere cresciuta a Roma, circondata dall’arte romana, etrusca e rinascimentale. Inoltre mi affascinano persone di etnie diverse. Alla base della mia ricerca c’è lo studio dal vero: traggo spunto sia dalle persone che posano per le mie opere, sia da fotografie. Molti lavori sono nati da incontri inattesi in strada o durante un viaggio. Mi piace cogliere il momento in cui le persone rivolgono la loro attenzione più a sé stesse che al mondo esterno. Modellando le loro figure intendo coglierne l’essenza. Nella mostra al Museo Egizio sono esposte le mie opere dagli anni ´80 fino ad oggi”.

Il venerdì successivo, 24 novembre, alle ore 15, e poi sabato 25, alle ore 11, sarà la volta di Stefano Castellani che illustrerà la sua mostra “Lo sguardo verso l’alto. Rom, porträts einer stadt”, allestita sino al 14 gennaio 2018 alla Glyptothek di Monaco.

“Lo Sguardo verso l’alto”, racconta Castellani, “è la mia mostra d’esordio. Il senso fotografico di questa ricerca è quello di mettere in luce caratteristiche, coesistenze e dinamiche presenti nell’architettura antica e moderna di Roma, astraendole dal contesto circostante attraverso l’uso sistematico dell’inquadratura verso l’alto, ma sempre dal livello del terreno, come potrebbe fare chiunque si trovi a passeggio per la città. L’esigenza estetica è quella di una maggiore purezza di visuale, il più possibile libera dai numerosissimi ostacoli visivi oggi presenti in una città cresciuta e gestita in modo caotico. In un percorso diviso tra la suggestione di una città ideale e la riscoperta di quella reale, le immagini diventano specchio di molti miei aspetti e della mia aspirazione ad una maggiore armonia. Grazie ad una chiave di lettura basata sull’individuazione di un dettaglio significativo e rivelatore ed evitando luoghi e generi di ripresa stereotipati, ho ottenuto un ritratto spiccatamente personale e del tutto inconsueto della Città Eterna, ma non per questo meno romano”.

Per partecipare alle visite guidate è necessaria l’iscrizione via email a corsi.iicmonaco@esteri.it  o rivolgendosi al numero di telefono 089/74632122. Dip

 

 

 

 

Al cimitero di Amburgo celebrata la Giornata dell'unità nazionale e delle forze armate italiane

 

L'intervento del presidente del Comites di Hannover, Giuseppe Scigliano

 

Amburgo – Si è celebrata domenica 5 , al cimitero d'onore di Amburgo-Öjendorf, la Giornata dell'unità nazionale e delle forze armate italiane.

Tra gli interventi quello del presidente del Comites di Hannover, Giuseppe Scigliano, che si è soffermato sugli oltre 5000 connazionali sepolti in loco, deceduti nel corso della seconda guerra mondiale nello Schleswig-Holstein, nella Bassa Sassonia, ad Amburgo, a Brema e nella Westfalia. Ha ricordato come essi sono "solo una piccola parte delle tante vittime di quei tempi e questo è uno dei tanti luoghi della memoria lasciati in eredità alle nuove generazioni che non sembrano assolutamente averne capito il senso".

Per Scigliano infatti "bisogna constatare e prendere atto che molto spesso l’uomo non impara dalla storia ma continua ad ignorarla". E cita in proposito episodi di razzismo e antisemitismo riportati "quotidianamente" dai media, "fatti che si ripetono e continuano a calpestare questi luoghi della memoria, uomini e donne, bambini e vecchi vittime della mostruosità della guerra ma anche dell’odio e dell’indifferenza altrui".

“La destabilizzazione e le successive guerre ancora in atto in Siria e paesi limitrofi ci rimandano a genocidi, decapitazioni, torture e morti come allora. Fughe di popoli verso la speranza di trovare una terra promessa che già ha, in questo preciso momento storico, una grande crisi di identità ed una serie di problemi annessi. Ovunque avanza il puro campanilismo e gli egoistici interessi individuali”, rileva il presidente del Comites, segnalando come ci si stia progressivamente allontanando “dalla storia e dalle nostre tradizioni, dall’accoglienza e dall’integrazione di chi scappa e chiede aiuto”.

Un richiamo viene rivolto anche all'Europa, e Scigliano si chiede se quest'ultima diventerà mai “l’Europa dei popoli”, capace di prendere le distanze da “nazionalismi e beceri interessi”. E all'importanza della trasmissione ai giovani di quello che sono stati il secondo conflitto mondiale e le atrocità dei campi di sterminio, dei “dolori e delle lacrime di questa gente qui sepolta e che noi oggi cerchiamo di onorare con questo rito che ogni anno si ripete proprio per non far dimenticare” e di quelli di parenti e amici delle vittime.

“Io, come dissi lo scorso anno – rileva il presidente del Comites - sono fiducioso ed auspico che il ricordo di tutte queste persone passate per le armi ed a cui va tutto il nostro rispetto, possa essere utile per indirizzare i poteri che governano il nostro pianeta, verso una politica di coesistenza di tutti i popoli nel vivere le loro diversità in nome della pace e della fratellanza. E mi auguro che in futuro, i governanti si adoperano affinché nelle scuole venga insegnata la storia in modo diverso da oggi, perché la storia non va imparata a memoria per prendere un voto sulla pagella ma deve essere insegnata affinché diventi la memoria di un popolo e non solo di chi l’ha scritta”. “Per ultimo – conclude Scigliano - voglio lanciare un appello al nostro Governo affinché metta a disposizione le dovute risorse per il mantenimento di questi luoghi della memoria” (dip).

 

 

 

 

 

Antonio Ambrosino espone a Colonia. L’artista napoletano porta la sua arte in Germania

 

Dall’8 al 23 novembre l'Istituto Italiano di Cultura di Colonia ospita una mostra di Antonio Ambrosino da titolo K466 allegro assai.

 

«Questa nuova importante mostra – afferma l’artista - darà visibilità anche all’estero ad alcune delle ultime declinazioni del mio percorso di ricerca fortemente legato all’ambiente in cui vivo. Senza perdere il riferimento alle mie origini partenopee, infatti, sono stato arricchito dallo scambio continuo con la natura alpina ed interrogarmi sul suo senso è diventato parte fondamentale del mio fare; non a caso chiudo il catalogo in mostra con una immagine del mio studio immerso nella maestosa cornice dolomitica».

 

Secondo lo storico dell’arte Massimo Bignardi, curatore della mostra, «una certa irrequietezza stilistica è il dato che emerge dalle esperienze creative di Antonio Ambrosino realizzate in quest’ultimo decennio». E prosegue: «La ricordata irrequietezza stilistica fa registrare, a fianco e parallela alla prospettiva di un processo di astrazione, una evidente tendenza alla formalizzazione: la capacità di gestire i processi del ‘dar forma’ che Antonio porta con sé come riconoscibile cifra personale sin dai primi anni del Duemila».

 

Così come il grande compositore, anche Ambrosino vuole toccare le corde più profonde dell'animo umano, e lo farà in Germania con le stampe digitali della serie Naturalmente sguardi che accompagnano lo spettatore in un ambiente di elementi densi di colori, mondi interiori e intimi dove partendo dalla fotografia di nodi e elementi lignei si creano sguardi, occhi della natura che indagano o rifiutano il mondo che li accoglie.

Saranno esposti anche i lavori della serie Encode, una riflessione sul mondo della sostanza e delle forme, affrontando il tema della comunicazione: i punti e le linee del codice morse vengono dilatati fino a diventare una sorta di codice a barre. I materiali hanno un notevole impatto visivo, la juta grezza fa da fondo a questi elementi in silicone nero che rimandano al legno bruciato.

Infine sarà presentato il ciclo Attimi in blu, nove opere realizzate in polistirene e resina, dove la superficie si finge velluto blu elettrico.

 

La mostra è accompagnata dalla pubblicazione di un catalogo K466. Allegro assai, a cura di Massimo Bignardi con testi in inglese, italiano, tedesco.

 

Antonio Ambrosino (Napoli, 1982) avvia la sua attività espositiva già nel 1998 con la partecipazione al Premio in onore delle celebrazioni Leopardiane di Torre del Greco (Na). Nel 2005 allestisce, presso la Galleria Selezioni d’Arte di Salerno, la sua prima mostra personale Tracce del corpo. Nel 2007 è tra gli artisti invitati alla mostra collettiva Echi Temporanei allestita presso il Museo F.R.A.C.. Nel 2008 figura alla XIII Biennale d’Arte Sacra presso il Museo Stauròs d’Isola del Gran Sasso (Te), mentre nel 2009 partecipa a varie mostre collettive. Nel corso del 2010 ha partecipato alla rassegna I cortili dell’arte tenutasi a Villaricca (Na), ed è stato invitato alla IV edizione del Premio Razzano che si tiene a Benevento rientrando tra le migliori opere realizzate. Nel 2010 inoltre è stato artista in residenza al Grad Kultural Center, Belgrado (Serbia). L’anno successivo con l’opera Essente, esisto per chi sono, esisto per chi fu ha esposto presso il Palazzo di San Galgano a Siena, alla chiesa dei Bigi a Grosseto e alla Chiesa dell’Annunziata a Marcianise nonché alla rassegna Prefigurazioni. Del 2012 è la mostra personale Luoghi e dinamiche dell’essere allestita a Ferrara. Nello stesso anno Green dreams – sguardi della giovane arte campana presso il Tempio di Pomona di Salerno, e Interrail un viaggio nell’immagine presso la galleria Art’s Events – Centro Arte Contemporanea di Torrecuso (Bn). Nel 2014 espone l’opera Essente, esisto per chi sono, esisto per chi fu dapprima a Capalbio nella rassegna Arte e Vino. Il 2015 lo vede concorrere in TWO CALLS per la sezione WALL indetto da Dolomiti Contemporanee con l’opera/progetto Con la testa tra le nuvole ma con i piedi nella terra che rientra nei primi 70 selezionati. Nel 2016 è artista in residenza per il Das Fürstliche Gartenfest presso la Schloss Fasanerie di Fulda, con l’installazione In that time, too many lions will have the heart of the donkey. Sempre di quest’anno è la sua prima mostra personale a Cortina d’Ampezzo dal titolo La forma del tempo presso il Museo Paleontologico Rinaldo Zardini ed inoltre espone alla mostra collettiva Cammina leggero perché cammini sui miei sogni. Vive e lavora a Serdes, frazione di San Vito di Cadore. www.antonioambrosino.it. AA/de.it.press

 

 

 

 

All’IIC di Colonia giovedì 23 novembre “La cena per farli conoscere” (2007) di Pupi Avati

 

Colonia - Spazio al cinema italiano d’autore all’Istituto Italiano di Cultura di Colonia, dove giovedì 23 novembre, alle ore 19.00, sarà presentato “La cena per farli conoscere” (2007) di Pupi Avati.

Interpretato da Diego Abatantuono e Vanessa Incontrada, il film è una commedia, di certo brillante, ambientata ai nostri giorni in una Roma natalizia, scintillante di luci. In questa atmosfera Sandro Lanza, che fa l’attore, vive il periodo indubbiamente più complicato della sua esistenza. Negli ultimi anni ha perduto capelli, amici e soprattutto quella facilità di battuta, spesso crudele, con la quale sapeva risolvere a suo vantaggio qualsiasi situazione. Oggi, dopo dieci anni, non è più protagonista della serie TV che interpretava; al contrario la sua presenza negli episodi si è di gran lunga ridotta e il suo personaggio è quasi diventato una comparsa.

Dopo essersi sottoposto ad un intervento di chirurgia estetica dall’esito non proprio soddisfacente, tenta la carta del suicidio “annunciato” sperando di riconquistare anche l’attenzione dei rotocalchi. È questa forse la forma di ricatto più vile, di certo la meno pericolosa. Ricoverato in ospedale, viene raggiunto dalle tre figlie: Ines che fa la giornalista a Parigi, Clara, giovane pediatra spagnola sposata con Federico, e Betty la più piccola, romana, sposata con Matteo. Così le tre sorelle si ritrovano, dopo tanti anni, nella sontuosa villa di Betty per decidere come comportarsi con il padre; e stabiliscono tra di loro, per la prima volta, un rapporto autentico.

Che Sandro Lanza si salvi lo si sarà intuito da subito. Che abbia bisogno urgente di dare una svolta alla sua vita, anche. L’unica idea che in queste circostanze può nascere nella mente di una donna: fargli incontrare una persona giusta, Alma Kero una donna vera, colta, intelligente, autonoma. Il tipo di donna che Sandro Lanza ha da sempre fuggito. Ma, a sua insaputa, si sta già organizzando la cena per farli conoscere. (dip) 

 

 

 

 

A Berlino la quarta edizione dell'Italian Film Festival

 

Toni Servillo ospite d'onore della rassegna sul cinema italiano contemporaneo segnalata dall'IIC e prevista al Cinestar della Kulturbrauerei

 

Berlino – Si è tenuta, da giovedì 9 a ieri domenica 12 novembre, la quarta edizione dell'Italian Film Festival Berlino, rassegna che ha presentato sino presso la sala Cinestar alla Kulturbrauerei della capitale tedesca le più interessanti produzioni cinematografiche italiane dell’ultima stagione.

Ad inaugurare il Festival è stata la prima assoluta in Germania di “In guerra per amore”, il secondo film di Pierfrancesco Diliberto, noto anche con lo pseudonimo di Pif, proiettato alla presenza del regista. Si tratta della seconda opera cinematografica di Pif, uscita in seguito al travolgente successo del suo film di debutto “La mafia uccide solo d’estate”. Pif fa il suo ritorno sul grande schermo con una commedia satirica, che, sullo sfondo dell’invasione delle truppe statunitensi in Sud Italia ai tempi della Seconda Guerra Mondiale, racconta della mafia e del suo terrificante potere.

Ospite d'onore dell'edizione di quest'anno l'attore Tini Servillo, cui è dedicata una retrospettiva in programma dal 15 novembre al 17 dicembre presso la sale Bundesplatz Kino, Lichtblick Kino e Il Kino. È stato proprio Servillo ad inaugurare l'evento sabato 11 novembre presso il Cinestar.

Altro appuntamento della manifestazione è stato il concerto della cantautrice siciliana Carmen Consoli, tenuto venerdì 10 novembre presso la Kesselhaus der Kulturbrauerei, in collaborazione con Landstreicher Konzerte e Megaherz Booking.  Il 12 novembre, inoltre, presso l’Ambasciata Italiana a Berlino, Toni Servillo ha letto dei testi di Luigi Pirandello per celebrare l’anniversario dei 150 anni dalla nascita del commediografo siciliano. (dip 13)

 

 

 

Al Cimitero Militare Waldfriedhof a Monaco di Baviera celebrata la Giornata dell'Unità Nazionale e delle Forze Armate

 

Monaco di Baviera - Lo scorso 5 novembre è stata celebrata la Giornata dell'Unità Nazionale e delle Forze Armate nel Cimitero Militare Waldfriedhof di Monaco di Baviera. Numerose le delegazioni delle Forze Armate di stanza in Baviera (con un generale dell'Aeronautica), delle Associazioni d'Arma Italiane (con alpini in tuta mimetica) e dell'Istituto Nastro Azzurro (con un inviato dall'Italia), che hanno risposto  all'invito del Consolato generale d'Italia di Monaco di Baviera, unitamente a un gruppo di connazionali che,  a vario titolo, hanno partecipato a questa importante e significativa cerimonia commemorativa.

Alle 11 in punto gli intervenuti, invitati dal dr. Enrico A. Ricciardi, ex alpino e responsabile amministrativo del Consolato Generale – che ha coordinato i vari momenti della celebrazione –  si sono disposti a cerchio all'entrata della Aussegnungshalle per ascoltare il  discorso del console generale d'Italia in Baviera Renato Cianfarani.

Nel suo breve e toccante intervento il diplomatico, dopo aver salutato e ringraziato le autorità, i rappresentanti delle Forze Armate, gli Enti, le Associazioni per il lavoro da loro svolto per il bene della  collettività e i  connazionali intervenuti per la loro presenza, ha ricordato lo storico ruolo delle Forze Armate a difesa della libertà e dell’unità nazionale e il loro attuale impegno nelle operazioni di mantenimento della pace in diversi scenari nel mondo, così come i militari caduti in guerra.

Subito dopo il discorso i presenti, invitati dal dr. Ricciardi, andando dietro ai connazionali che portavano le corone, immediatamente seguiti dal console generale c dalla presidente del Comites di Monaco di Baviera Daniela Di Benedetto e dal generale Gabriele Salvestroni, si sono avviati verso il cippo, eretto nel settore del Cimitero Militare Italiano a ricordo dei nostri caduti e dove sono state deposte le corone.

Quindi i Caduti sono stati salutati e onorati con l'esecuzione del Silenzio, seguito sull'attenti dai militari presenti.  Infine, dopo alcune foto ricordo, gli intervenuti hanno ripreso la strada di ritorno, verso casa,  in città o nei dintorni, ma anche in località piuttosto distanti, con l'augurio e la ferma volontà di ritrovarsi anche l'anno venturo.

Alla cerimonia erano presenti, tra gli altri, la signora Salvestroni, la dr.ssa Rustia assistente del Console generale, il colonnello Enrico Attilio Mattina, il tenente colonnello Campanelli, il tenente colonnello Carnici, il tenente colonnello Ianniello, il capitano Corsi, il capitano Daniele, il capitano Indraccolo,  il 1° maresciallo Luigi Grimaldi, il maresciallo D'Ancicco, altri ufficiali e sottufficiali,  il corrispondente consolare, nonché vicepresidente vicario delle ACLI Baviera, Fernando A. Grasso, in rappresentanza della sua Associazione, il corrispondente consolare A. Tortorici,  gli ex alpini Giuseppe Bosso, Renato Ghellere, Michele Marzo, il cav. Giulio Mattarocci, il trombettista Ferdinand Schramm, i signori Alessandro Tricolore, Renato Bortolone e tanti altri ex combattenti e connazionali giunti anche da lontano che, puntualmente, ogni anno, vogliono onorare la cerimonia con la loro presenza. (F.A.G. 7)

 

 

 

Monaco di Baviera. Online il Nuovo numero di “Rinascita flash”

 

Esce in questi giorni il nuovo numero – l’ultimo del 2017 – di “Rinascita flash”, bimestrale dell’associazione Rinascita, diretto da Sandra Cartacci. Il numero, a colori, può essere letto online a questo indirizzo con il supplemento culturale “Rinascita cult”.

Ad aprire il nuovo numero l’editoriale di Cartacci “Una fase di democrazia inquieta”; Norma Mattarei firma “Il giorno dopo - La Germania dopo le elezioni”.

Seguono le informazione dal Consolato di Monaco di Baviera, report sul Rapporto Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes, e una nota del senatore Claudio Micheloni.

Tanti altri gli articoli pubblicati sul bimestrale: “Il Codice Penale, la Suprema Corte e la presunzione d’incapacità” di Sandra Cartacci; “Concorsi truccati e cattedre già decise: uno scandalo all’italiana” di Cristiano Tassinari; “Il sistema scolastico bavarese: uno sguardo d’insieme” di Teresa Barberio; “La Catalogna: quella figlia ribelle” di Antonella Lanza; “L’uragano Irma e l’impegno sociale” di Enrico Turrini; “Non siamo tutti uguali, ma nemmeno diversi” di Lorella Rotondi; “San Miniato al tedesco: un viaggio nell’Italia dei borghi” di Miranda Alberti; “Smeralda Fagnani, intervista all’autrice”, a cura di Rosanna Lanzillotti; ““Racconti dall‘io” di Aldo Reina”, recensione a cura di Rosanna Lanzillotti, il lancio del convegno di ReteDonne su “Identità femminili nell’era della mobilità”; “Invecchiamento cerebrale o patologia?”.

Su Rinascita cult “La Mensa di Nanni Balestrini”, a cura di Valentina Fazio; “Bullismo – un fenomeno in crescita” di Norma Mattarei; “Donna ti voglio cantare” di Silvia Bertino; “Il sapore della vita” di Valeria Vairo; “Yoga” di Diana Bondini-Lerro; e “Nel cuore dell'Europa, fra stelle e galassie” di Matteo Bugli. (dip) 

 

 

 

Festa delle Castagne a Kempten   

 

Kempten. Terminata la pausa estiva, la prima attività "ricreativa" ha avuto luogo sabato 28 ottobre 2017 nei locali della Missione.  Dopo la liturgia della Parola infatti c'è stato un pomeriggio trascorso in armonia con castagne e vin brulé.

Non erano molto numerosi i presenti, ma le due tavolate erano abbastanza piene.  Agli assenti un messaggio:  "Non sapete quale bella serata in compagnia  vi siete persi!". Si ë scoperto poi che alcune persone  - solitamente presenti - erano in Italia in questa settimana anche per ricordare, commemorare  i defunti  e visitare i cimiteri italiani il 1° e il 2 novembre. L'anno prossimo sarebbe meglio organizzare la festa in altra data, distante dal 1° novembre?

Durante il pomeriggio gli intervenuti hanno fatto fuori una buona quantità di castagne (maroni in veneto), arachidi (bagigi in veneto) dolci, dolcetti e leccornie varie e degustato vin brulë (gli adulti) e bibite varie tutti gli altri.  Il tutto conversando e intrattenendosi in allegra compagnia, e con sottofondo musicale curato dal caro amico DJ Alfio. Nella saletta a fianco i bambini tutti insieme nell'angolo apposito "Kinder Ecke".

Verso la fine della festa ë arrivato il simpatico e allegro "nonno Rudi Hochenauer"  (sempre arzillo nonostante i suoi 82 anni), con in spalla la sua fisarmonica per allietarci con le sue allegre melodie! P.F.

 

 

 

“Progettava un attentato islamista”. In Germania fermato un siriano 19enne

 

Si era procurato il materiale chimico per costruire una bomba con l’intenzione di «uccidere possibilmente una gran quantità di persone». È l’accusa, come riporta il giornale Bild, con cui la polizia tedesca ha fermato un siriano di 19 anni: secondo la procura aveva pianificato e già messo a buon punto un attentato islamista nel Paese.  

Il piano sarebbe stato molto concreto, tuttavia non è noto quale fosse l'obiettivo del suo attacco. 

Il giovane, identificato come Yamen A., è stato arrestato all’alba dalle forze speciali della polizia tedesca nella città di Schwerin, nel nord-est del Paese. 

Secondo le prime informazioni, il siriano avrebbe voluto agire personalmente. Non vi sono indicazioni di appartenenza ad alcuna associazione religiosa. 

È caccia, adesso, ad alcuni giovani del suo giro. 

«L’arresto di oggi ha evitato un grave attentato», ha detto il ministro dell’Interno tedesco, Thomas de Maiziere. «Il fermo è arrivato al momento giusto, abbastanza tardi per poter avere le prove, ma in tempo per poter disinnescare il pericolo», ha aggiunto.  

Il siriano «aveva contatti, in rete, con persone dello spettro del terrorismo islamico, e in particolare con un uomo che si definiva soldato del califfato, che per il momento non è stato però identificato». Lo ha spiegato la procura. 

L’uomo era monitorato da molto tempo, ed aveva ordinato sempre su internet ingenti quantità di materiale chimico, per costruire una bomba. In rete aveva effettuato anche delle ricerche per fabbricarla artigianalmente. LS 31

 

 

 

 

Intervista al giovane direttore dell’IIC di Monaco di Baviera

 

Francesco Ziosi è il giovanissimo direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera. Ha trentacinque anni e il suo impegno si muove nella direzione dell’utilizzo intelligente dei nuovi media e della promozione della cultura italiana presso un pubblico transgenerazionale. Lucia Conti lo ha intervistato per Il Mitte, quotidiano on line per i connazionali in Germania.

 

D. Dottor Ziosi, lei è giovanissimo, ma ancora più giovani sono le persone che sta cercando di raggiungere promuovendo la cultura italiana a Monaco.

R. Questa è la sfida più grande, perché il pubblico delle nostre iniziative è un pubblico tradizionalmente non giovanissimo e anche a livello degli eventi che organizziamo spesso ci scontriamo con quelle che sono un po’ le abitudini delle diverse fasce anagrafiche di pubblico. Mi riferisco al fatto che per alcuni aspetti sia più facile far uscire di casa per andare a una conferenza un pubblico di cinquantenni, se non settantenni, mentre più difficile è riuscirci con un pubblico di venticinquenni, a volte trentenni o addirittura quarantenni.

D. In che modo questo è possibile?

R. Cerchiamo di farlo cercando soprattutto di sviluppare una sinergia con le università e i ginnasi, dove l’italiano si studia. Circa un mese fa siamo intervenuti alla presentazione del dipartimento di italianistica, cercando di coinvolgere un ginnasio dove è attivo un lettore di italiano e in generale cerchiamo di entrare in contatto con figure che lavorano nelle scuole e che possono coinvolgere i più giovani nelle nostre attività. Un altro atto di sinergia è invitare ai nostri eventi persone che lavorano nelle università o nei dipartimenti di italianistica. Ad esempio a gennaio avremo ospite Michele Mari, che ha scritto un romanzo uscito per Einaudi l’anno scorso, e una giovane professoressa universitaria di Monaco, che ha incentrato il suo corso proprio su Mari e lo concluderà da noi con la visita dello scrittore. Sono tentativi, ma stiamo cominciando a raccogliere qualche frutto.

D. In che modo comunicate con i giovani che volete coinvolgere nelle vostre attività?

R. Per avvicinarci ai giovani abbiamo molto investito sulla comunicazione online, abbiamo aperto un canale youtube e lanciato questa nuova forma di comunicazione con dei piccoli spot video, che si possono trovare appunto sul canale dell’Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera. Un giovane videomaker italiano, Matteo Chincarini, ha girato per noi dei video su cose anche diverse l’una dall’altra, ma la sfida è proprio questa: rendere in due minuti concetti culturali molto importanti, che possono essere Bernini, Venezia, gli Uffizi o Pirandello.

D. Su Pirandello le istituzioni culturali tedesche si stanno attivando molto. A Berlino per esempio l’attore Toni Servillo leggerà dei brani presso l’Ambasciata d’Italia.

R. Ci sono indubbiamente molte iniziative, il legame tra Pirandello e la Germania è noto e l’occasione dei 150 anni dalla nascita dello scrittore è un ottimo spunto per parlare di questo.

D. Avete già avuto dei riscontri, in questo senso?

R. Una cosa che mi piace dire è che il pubblico delle nostre iniziative è spesso inaspettato, ad esempio proprio Pirandello sta avendo un ottimo riscontro in un pubblico abbastanza giovane, dimostrandosi un autore che ha sempre qualcosa da dire, oltre che uno dei canoni della letteratura italiana.

D. La scelta del canale youtube pensato in questi termini riflette una riflessione più ampia sulla scelta di un certo tipo di comunicazione?

R. Siamo molto contenti di questa direzione, perché va a intercettare persone che usano questi linguaggi e non hanno un’eccessiva frequentazione con le istituzioni culturali in quanto tali.

D. Posso chiederle qual è la sua storia professionale?

R. Ho studiato storia antica, prima a Bologna e poi alla Normale di Pisa, dopo il dottorato in Normale ho fatto il concorso al Ministero e sono rimasto per tre anni a Roma e questa è la mia prima missione.

D. Cosa l’ha spinta in questa direzione?

R. Sicuramente la voglia di fare qualcosa di diverso rispetto al mio curriculum accademico, di guardare un po’ al di là di quello che è il percorso "classico" che avrei potuto seguire, e questo devo dire che accomuna tutti quelli entrati nell’ultimo concorso, che ormai risale a cinque anni fa. Il Mitte 

 

 

 

 

 

La nuova legge. Terrorismo: emergenza, promesse (mancate?) del presidente Macron

 

Il progetto francese «renforçant la sécurité intérieure et la lutte contre le terrorisme»  è ormai legge con l’approvazione definitiva del Senato il 18 ottobre. Esaminiamola nelle premesse ideologiche e nel contenuto. Quanto alle prime, che costituiscono l’occasio legis dell’atto in oggetto, essa dà seguito alla promessa del presidente Emmanuel Macron di non differire ulteriormente la vigenza dello stato d’ emergenza, dichiarato nel 2015 e giunto alla sua 26a proroga[1]: cioè la legge vuole essere un ritorno alla normalità istituzionale, perché ragioni di opportunità politica e valutazioni giuridiche consigliavano una lettura della realtà nei termini del venire meno dello stato d’emergenza. Ne consegue che la legge in esame non si presenta più come una disciplina eccezionale e a tempo determinato, ma nelle vesti di una regolazione ordinaria e a vigenza illimitata.

Chiediamoci se la promessa del presidente di revocare l’état d’urgence, cioè lo stato d’ emergenza, in Francia sia stata mantenuta anche nella sostanza. Risponderemo a questa domanda dopo aver esaminato la legge francese nel suo contenuto.

I contenuti d’una legge del terrorismo del tempo ordinario

Essa intende individuare un’equilibrata misura di coesistenza tra sicurezza e libertà, ma, a differenza dei modelli che l’hanno preceduta, non ha come presupposto lo stato d’ emergenza, non più prorogato, bensì la constatazione di una singolare situazione di fatto: il terrorismo del tempo ordinario. Con questa espressione intendo dire che giustamente i francesi hanno smesso di differire di tre mesi in tre mesi la situazione eccezionale perché essa ha perso i tratti dell’eccezionalità e della temporaneità per acquisire quelli dell’ordinarietà e della longevità. La legge coglie bene una situazione di fatto effettiva: il terrorismo non è più quell’episodio racchiudibile in una parentesi temporale irripetibile, ma un concatenarsi di eventi che si dilatano e si distendono nello spazio e nel  tempo.

Il terrorismo di ultima generazione rivela un nuovo volto, mutando da evento isolato e straordinario a fenomeno endemico, pur se imprevedibile nel quando, dove e come la nuova eruzione di violenza accadrà. Esso dunque non è più un fatto compreso in un arco temporale definito, superato il quale la vita di un ordinamento ritorna alla sua normalità, ma tende a protrarsi sine die, accompagnando tutti nell’agire quotidiano. È dunque un terrorismo del tempo ordinario.

Un fenomeno che, per caratteristiche e dimensioni, richiama lo stato di guerra

È altresì un terrorismo i cui autori sfuggono a una categorizzazione tradizionale, secondo i canoni tipici del ribellismo sociale o della sovversione politica, fomentata da organizzazioni interne o straniere. La libertà di riunione o di associazione del vicino di casa può essere la radice occulta di un atto di violenza che ci coinvolge. La libertà di culto può diventare il terreno di coltura della radicalizzazione violenta di un giovane fino a ieri integrato in un comune tessuto sociale. Lo stesso può dirsi per la libertà di manifestazione di pensiero o di stampa, mentre la libertà di domicilio cambia da presidio essenziale della privacy a occasione di occultamento di strumenti di morte. In tal modo, concetti giuridici che hanno concorso decisivamente a costruire la civiltà moderna e lo stato di diritto si tramutano in strumenti di quotidiane diffidenze disgregatrici del tessuto sociale e di distruttive paure.

Anche le nuove tecnologie concorrono per molteplici versi: mentre da un lato amplificano a dismisura la conoscenza e la percezione della gravità degli atti di violenza, facendo crescere nei cittadini la consapevolezza della necessità di difendersi; dall’altro, possono fornire strumenti per il proselitismo, la formazione di gruppi eversivi, la progettazione di strumenti di morte e dell’occasione per usarli, o infine essere veicoli della propaganda volta ad aumentare la paura in chi teme di essere colpito. Le radici della nostra moderna convivenza civile sono anche le radici di una quotidiana paura.

“Per questo siamo davanti a un fenomeno che per le sue caratteristiche e dimensioni fa pensare a un vero e proprio stato di guerra”[2].

Interrogativi sulla legittimità costituzionale dell’operazione legislativa

Quindi, con un’apprezzabile senso pragmatico, il legislatore francese ha smesso di fingere e ha trattato il terrorismo per ciò che è: un’ emergenza quotidiana che come tale non potrà più essere dichiarata con un atto straordinario del Consiglio dei Ministri. Non è in discussione la sua esistenza, bensì la legittimità costituzionale di questa azzardata operazione legislativa.

Quindi, la legge francese ha normalizzato lo stato d ’emergenza e ha convertito la sua regolazione eccezionale e derogatoria in generale  e ordinaria.

Le libertà, infatti, già mortificate e costrette ad arretrare dalle leggi precedenti, non ritornano a distendersi verso l’alto, ma come una molla continuano a vivere soffocate sotto il peso del terrore. Anzi io direi che la tensione conoscerà momenti peggiori, sia perché la durata della compressione è divenuta sine die, sia perché i limiti sono più severi. Ora si potrà ordinare anche la chiusura dei luoghi di culto; e al tempo stesso  resistono le vecchie e odiose misure dell’assegnazione a residenza, con  il nuovo nome di “misura individuale di controllo amministrativo”, anche se nella sostanza poco cambia, se non in peggio. La stessa operazione di lifting subisce anche la perquisizione domiciliare del presunto terrorista che  sarà sottoponibile a “una visita a domicilio”, che non è quella del dottore, ma sempre del prefetto che esamina luoghi, ispeziona dimore e sequestra computer con tutto ciò che contengono, in base, non a prove, ma a presunti indizi legati da un rapporto troppo vago e lontano ai temuti atti di terrore.

Una torsione per la sicurezza a danno delle libertà

Dalla lettura della legge viene fuori una torsione a danno delle libertà accentuata dall’aggravante che, con il venire meno dell’état d’urgence, sparisce anche la necessaria garanzia del controllo giurisdizionale sull’atto costitutivo dello stato d’eccezione. Questa osservazione ci introduce alla questione forse più controversa della nuova legge: il controllo del giudice. Qui la legge dimentica una norma basilare della Costituzione della V Repubblica francese, l’art. 66, che, stando alla lettura costituzionalistica più garantista, affida l’intero fascio delle libertà fondamentali al sindacato anticipato o successivo del giudice ordinario. Invece il legislatore di oggi ha preferito un’interpretazione più restrittiva dell’art. 66, rimettendo la sola libertà personale alle cure del giudice imparziale ordinario. Tutte le altre libertà spettano al giudice amministrativo, il quale per status e provenienza offre attenuate garanzie di neutralità rispetto all’Esecutivo, il che lo rende l’autorità meno adatta a decidere sulle libertà.

Ritengo corretto aver equiparato la proroga ripetuta dello stato d’ emergenza alla sua normalizzazione, ma reputo illegittimo costituzionalmente il non aver alleggerito le misure limitative delle libertà, pur venuta meno la tradizionale giustificazione di una loro durata definita nel tempo, come il non aver rafforzato le garanzie giudiziarie.

La Francia della rivoluzione francese si sta avviando a essere uno stato di polizia a tempo indefinito che diretto a scavalcare lo Stato di diritto di giacobina memoria. Alla luce di quanto detto si può ancora considerare rispettata la promessa del presidente Macron di ritornare alla normalità istituzionale?

 

[1] Mi sia consentito rinviare per un’analisi della normativa francese e per un inquadramento delle questioni più generali dello stato di necessità e della compatibilità costituzionale e comunitaria al mio libro: Costituzione. Emergenza e Terrorismo, Jovene, 2016.

[2] L’espressione di E Cheli è parte della sua più ampia riflessione svolta nel recensire il mio libro, citato nella nota precedente, apparsa in  Dir. Pubbl, 2, 2017 Giovanna De Minico, AffInt 2

 

 

 

 

«Strage nazista a Roccaraso, la Germania paghi 6 milioni». Ma la sentenza resterà lettera morta

 

Nel novembre del ‘43 morirono 128 civili. Non è la prima sentenza di questo genere ma Berlino non ha mai pagato: «Ogni contenzioso già risolto dai trattati di pace» - di Claudio Del Frate

 

La Germania è erede del Terzo Reich nazista e come tale deve risarcire le vittime delle stragi di civili commesse in Italia durante la Seconda Guerra mondiale. Per questa ragione il tribunale di Sulmona (L’Aquila) ha condannato oggi lo Stato tedesco al pagamento di oltre 6 milioni di euro come riparazione dell’eccidio avvenuto nel novembre del 1943 a Limmari, frazione di Roccaraso, nella quale persero la vita 128 innocenti. Non è la prima volta che un tribunale italiano condanna il governo di Berlino come responsabile delle stragi ma queste condanne sono rimaste fino a oggi lettera morta. Ogni tentativo da parte dei legali di vedere risarcito il danno si è scontrato contro la netta opposizione delle autorità tedesche che sia dal punto di vista giuridico che da quello politico ritengono di aver rotto ogni legame con i crimini di Hitler.

Risarcite le famiglie e il Comune

La sentenza di Sulmona è un pronunciamento di primo grado e anche per questa ragione, come le precedenti, non troverà di certo immediata esecuzione. La giudice civile Giovanna Bilò ha riconosciuto 5 milioni agli eredi delle vittime e 1,6 milioni al comune di Roccaraso. «Una simile strage - è scritto nella sentenza - fu resa possibile proprio dalla sistematica accondiscendenza, quando non dalla sollecitazione, da parte dei vertici dell’esercito tedesco di tali atti di assassinio, sterminio, deportazione e violazione della vita privata ai danni della popolazione civile e con il dichiarato fine di contrastare qualsivoglia pericolo alla supremazia tedesca. Lo sterminio degli abitanti fu cinicamente, lo strumento attraverso il quale l’esercito tedesco, intimorito dall’avanzare delle avanguardie alleate, fece piazza pulita dei civili ancora presenti nella fascia di sicurezza».

Perché la Germania si oppone

Come detto, prima dei giudici Sulmona altri tribunali d’Italia avevano condannato lo Stato (attuale) della Germania per crimini commessi dal (fu) Stato nazista. E’ stato così a Firenze, Bologna, Ascoli Piceno. Persino la Cassazione aveva stabilito, con due sentenze nel 2008 e nel 2014 il diritto dei familiari al risarcimento da parte delle autorità tedesche. Ma di fronte a queste richieste i legali della Germania in Italia hanno sempre opposto una serie di argomenti giuridici: l’impossibilità di citare in giudizio uno Stato da parte di un altro Stato; il Trattato di pace siglato alla fine della Seconda Guerra, con il quale l’Italia avrebbe rinunciato a ogni pretesa risarcitoria ; un accordo tra Roma e Bon siglato nel 1961 con il quale venivano dichiarate risolte tutte le rivendicazioni.

Pignoramenti a vuoto

Per aggirare questo ostacolo, gli avvocati dei familiari delle vittime hanno provato a bloccare beni appartenenti alla Germania sul territorio italiano (ani fa accadde con una villa sul lago di Como) . «Ma anche in questo caso i tentativi sono finora andati a vuoto - conferma Joachim Lau, avvocato di Firenze che patrocina molte di queste cause - ; a Roma da dieci anni stiamo tentando un pignoramento che fino a oggi non ha dato risultati. D’altro canto, dire sì ai risarcimenti significherebbe per lo Stato tedesco riconoscere una continuità nella responsabilità morale, giuridica e politica sui fatti commessi dai nazisti». CdS 2

 

 

 

 

 

 

Progressi e rischi. Difesa europea: nel futuro, verso agenzia spaziale, di dati e cyber

 

La sovranità è sempre stata una questione complicata per la politica di difesa comune dell’Unione europea. Quando si tratta dell’uso delle forze militari, è difficile bypassare le considerazioni degli Stati membri. Non è solo un problema legale relativo alle prerogative dei singoli Paesi a fronte di quelle dell’Unione, ma, piuttosto, un problema di controllo democratico: l’uso della forza è profondamente radicato nelle prerogative politiche degli stati europei.

Progressi recenti e rischi costanti

Emergono due tipi di rischi quando si tenta di trovare un denominatore comune in materia di affari militari in Europa. Il primo, assecondare Paesi, come la Francia, che spingono per un uso della forza ad ampio spettro, che potrebbe essere troppo ambizioso per la maggior parte degli Stati europei. Il secondo, limitare le capacità europee di difesa e l’esposizione al minimo possibile, una strategia che sembra alquanto insoddisfacente dal punto di vista delle capacità operative.

Recenti progressi nella politica di difesa europea includono sia una strategia ‘passo dopo passo’, guidata dall’Alto Rappresentante Federica Mogherini, a partire dalla stesura della Strategia Globale europea fino al Piano d’azione per la difesa europea (Edap), sia un’azione politica più diretta da parte dei singoli Stati, ad esempio il recente discorso del presidente Emmanuel Macron a favore di una forza di difesa europea autonoma.

Passi avanti importanti

L’istituzione di una capacità militare di pianificazione e condotta (Mpcc) all’interno dello staff militare dell’Ue illustra questa spinta: la creazione di una piccola cellula che opera come un comando di difesa europeo è una  novità notevole, ma è ancora lontana dalla forza di difesa europea autonoma immaginata da Macron.

Il coinvolgimento della Commissione europea in ricerca e sviluppo (R&S) per il settore della difesa rappresenta un ulteriore passo storico, rompendo una barriera che ha finora costretto la Commissione a focalizzarsi tassativamente sul lato civile. Il lancio del Piano d’azione per la difesa è il primo segnale dell’emergere di una logica sovranazionale nell’area della difesa, con la Commissione che ne risulta essere il facilitatore chiave attraverso l’approvazione dei finanziamenti.

I fattori che guidano l’evoluzione, spazio, cyber, dati

Diversi fattori stanno guidando questa evoluzione. La percezione di minacce crescenti provenienti da nord e da sud ha aumentato la consapevolezza di una strategia comune fra gli Stati dell’Ue, un passo chiave per elaborare risposte comuni alle crisi. È anche importante sottolineare l’evoluzione delle nuove tecnologie, che sono strategiche e si applicano indifferentemente al settore civile o militare. Tecnologie spaziali, raccolta dati, trasmissione dati e capacità informatiche rappresentano un gruppo crescente di applicazioni di tecnologie d’informazione che tendono a sovvertire i paradigmi di difesa classici.

Lo spazio, ad esempio, è considerato un asset chiave nella difesa per le sue potenzialità nella navigazione, osservazione e trasmissione dati. Per quanto riguarda la navigazione, l’Unione europea ha investito nel sistema Galileo, che include un Servizio pubblico regolamentato (Prs) a disposizione delle organizzazioni di difesa. Nella trasmissione dati, il programma GovSatcom definisce il primo passo di una capacità europea pubblica che è anche per gli utenti della difesa.

L’osservazione della Terra è sempre stata un’area complessa per la cooperazione militare, soprattutto poiché gli Stati europei sono estremamente riluttanti a condividere informazioni. Tuttavia, le applicazione del Copernicus security – che contribuiscono alla sorveglianza dei confini e all’azione esterna dell’Ue con dati geo-spaziali – stanno aprendo la strada a un ruolo crescente del Centro satellitare dell’Unione europea (SatCen) con sede a Torrejon, in Spagna.

Si può anche ricordare il programma Space Surveilance Awareneess (Ssa) sviluppato da SatCen, che accresce le capacità di rilevare oggetti nello spazio, da detriti a satelliti.

Le importanti lezioni del settore spaziale

Il settore spaziale fornisce importanti lezioni: quando gli Stati non possono soddisfare i propri bisogni autonomamente, sia in termini di risorse tecnologiche sia di investimenti, sono più predisposti a rivisitare i concetti di sovranità ed a concedere all’Ue di sviluppare e fornire un insieme comune di tecnologie e servizi. Le necessità crescenti di capacità di trasmissione dati, inclusi sistemi aeromobili a pilotaggio remoto (Sapr), stanno guidando lo sviluppo di risorse europee, ad esempio di servizi satellitari come GovSatcom. Le necessità di trasmissione dati insegnano anche una lezione molto interessante in termini di proprietà e controllo dei dati: non vi è un vero problema tecnico con la condivisione delle capacità durante il controllo dei flussi di dati, siccome il problema può essere risolto con il criptaggio.

Inoltre, sembra essere molto alta l’accettabilità politica d’una capacità di trasmissione dati europea fornita agli Stati a scopi di difesa: l’Ue potrebbe rendere accessibili le ‘pipelines’ virtuali senza andare incontro a veti. La raccolta di dati spaziali – ovvero, con satelliti spia – è stata finora difficile da condividere in parte a causa di un limitato numero di sistemi europei e in parte perché comporta la necessità di controllare l’individualizzazione di obiettivi d’informazione. Il problema potrebbe sparire se un numero crescente di sensori fornisse un monitoraggio globale e flussi di dati continui da inviare ai sistemi di difesa degli Stati. Si potrebbe raccomandare, ad esempio, uno sviluppo ambizioso di un sistema Copernicus di sicurezza e di difesa. Le attuali capacità degli Stati sono piuttosto limitate: v’è spazio per un sistema di osservazione europeo capace di fornire più dati che sarebbero di beneficio a tutti.

L’ulteriore opportunità della cyber defence

La ‘cyber defence’ rappresenta un’ulteriore opportunità di sviluppare una capacità operazionale europea. L’Ue ha scelto saggiamente di definire una strategia di cyber-security, inclusa la ‘cyber defence’. La recente Edap si dedica al gap di capacità nel dominio della ‘cyber defence’ e promuove la formazione . Queste iniziative potrebbero tuttavia essere troppo limitate, considerando il passo dello sviluppo tecnologico e l’attuale impeto politico, che favoriscono un’ azione comune.

La Commissione europea si sta già occupando del problema della cyber-security attraverso la sua politica dello spazio, come mostrato dal contratto assegnato a Leonardo per la definizione di tecnologie di cyber-security del programma Galileo. La fusione fra raccolta, trasmissione e trattamento di dati, incluso l’uso dell’intelligenza artificiale, si è già verificata e sta sollevando numerose questioni. Ad esempio, il problema della proliferazione di armi cyber vede importanti compagnie di information technology (It) come Microsoft cercare un dialogo con le autorità europee. L’area di capacità dell’Edap potrebbe essere un’ opportunità per aggiungere ulteriori tecnologie alle capacità di difesa europee.

Calcolare le convergenze politiche e i fattori industriali

La convergenza di sviluppi politici nella difesa potrebbe anche essere un’opportunità per definire ulteriormente un passaggio operazionale attraverso lo sviluppo di capacità autonome e integrate con gli Stati membri al fine d’incoraggiare il livello di risposta e resilienza. Alcuni stati chiave come Francia, Germania o Italia stanno già sviluppando organizzazioni di ‘cyber defence’. Vi è, tuttavia, un rischio di nazionalizzazione dei sistemi di difesa in Europa che, data la sua natura tecnologica, richiederebbe invece uno sforzo comune e globale per affrontare minacce e competizione su una base universale. Il ministro della Difesa francese, Florence Parly, ha di recente escluso la ‘cyber defence’ dagli argomenti di potenziale cooperazione europea: in sé un segnale preoccupante.

L’industria ha anche bisogno di essere presa in considerazione. Le principali compagnie It hanno sede negli Stati Uniti dove le cosiddette compagnie Gafam – sigla di Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft – concentrano un livello impressionante di capacità di raccolta e processione dati. L’Europa non ha compagnie It globali simili, il che è sia un problema che un’opportunità. Crea la necessità di rimettersi continuamente al passo con gli sviluppi tecnologici senza un reale integratore e solleva diverse questioni in termini di controllo d’informazione e sovranità.

Tuttavia, ciò rappresenta anche un’opportunità poiché nessuno Stato Ue può affermare una capacità autonoma, lasciando spazio a iniziative europee che, da un lato, sono attese dalle stesse compagnie di It che hanno l’obiettivo di fornire i loro servizi a livello europeo. Anche lo sviluppo di un nuovo paradigma IT di dati per la difesa richiede un’integrazione a livello europeo, piuttosto che sprecare tempo ed energia nell’alzare recinti attorno a tecnologie pervasive e olistiche.

L’idea di una “space, data and cyber defence agency”

Spazio, dati e tecnologie cyber e tendenze politiche definiscono aree di opportunità per l’Ue. Dal punto di vista tecnico, si può dimostrare la fondatezza di un approccio a livello europeo sulla base della natura comune delle tecnologie applicate sia ai domini civili sia alla difesa, del loro carattere pervasivo a livello globale che richiede un approccio transnazionale e della necessità di una massa critica di investimenti, difficile se non impossibile da realizzare al livello dei singoli Stati.

Dal punto di vista politico, si può ricapitolare la posta  in gioco focalizzandosi sulla questione strategica della controllo della catena d’informazione tecnologica . Questo fattore è già stato preso in considerazione dall’Unione, ma potrebbe anche sostenere lo sviluppo di una “space, data and cyber defence agency”. Sarebbe coerente con il progetto di sviluppare un forza di difesa europea autonoma e di fornire all’Ue non solo uno strumento per affrontare quei problemi strategicamente e operativamente, ma anche un modo di trasformare e progettare i suoi sforzi di difesa oltre i bisogni di domani.  Jean-Pierre Darnis, AffInt 30

 

 

 

Puigdemont: Non chiedo asilo

 

"Non sono qui per chiedere asilo politico. Questa non è una questione belga: sono qui a Bruxelles perché è la capitale d’Europa. Non è una questione che riguarda la politica belga, non c’è alcuna relazione. Sono qui per agire con libertà e in sicurezza". Così il presidente destituito della Generalitat de Catalunya, Carles Puigdemont, ha smentito le indiscrezioni circolate alla vigilia, durante una conferenza stampa nel Press Club di rue Froissart, a due passi dalle sedi del Consiglio e della Commissione Europea, nel Quartiere Europeo della capitale belga.

"Siamo qui alla ricerca di garanzie che per ora alla Catalogna non vengono date in Spagna - ha continuato - Avete notato qual è il titolo del documento del procuratore generale? 'Màs dura serà la caìda' ('La caduta sarà più dura', ndr): questo denota non un desiderio di giustizia, ma un desiderio di vendetta. E dunque, finché ci sarà il rischio di non avere un processo che garantisca tutti, e in particolare coloro che sono stati presi di mira da gruppi molto violenti, non ci saranno le condizioni oggettive" per tornare in Spagna.

"Non scartiamo la possibilità - ha proseguito - ma vogliamo poter agire in modo libero e tranquillo. Insisto: non stiamo sfuggendo alle nostre responsabilità davanti alla giustizia", ma siamo qui a Bruxelles "per avere garanzie giuridiche, nel quadro dell’Unione Europea. Siamo qui come cittadini europei, che possono girare liberi per tutta l’Europa. Dovremo lavorare come governo legittimo e abbiamo deciso che il modo migliore per comunicare al mondo quello che succede in Catalogna era quello di andare nella capitale d’Europa", ha rimarcato Puigdemont.

"Quanto a lungo resterò qui? Dipende dalle circostanze - ha spiegato - Certo, se ci fosse la garanzia di un trattamento equo e se fosse garantito un processo giusto, con la separazione dei poteri, non ci sarebbero dubbi: tornerei immediatamente. Ma dobbiamo poter continuare a lavorare ed è per questo che venerdì sera abbiamo deciso per questa strategia", il trasferimento a Bruxelles.

"Con il governo, di cui sono il presidente legittimo, ci siamo trasferiti a Bruxelles per rendere evidente il problema catalano nel cuore istituzionale dell’Europa e denunciare anche la politicizzazione della giustizia spagnola, l’assenza di imparzialità, la volontà di perseguire non i delitti e i crimini, ma le idee", ha sottolineato ancora Puigdemont.

Il trasferimento a Bruxelles è stato deciso "anche per rendere evidente al mondo il grave deficit democratico che c’è oggi nello Stato spagnolo, nonché l’impegno e la risolutezza del popolo catalano per il diritto all’autodeterminazione, per il dialogo e per una soluzione concordata".

"Questo governo - ha scandito - avrebbe potuto scegliere di costringere i funzionari fedeli al governo a iniziare una disputa per l’egemonia" in Catalogna, "ma ha preferito garantire che non ci saranno scontri, che non ci sarà violenza. Non si può costruire la repubblica di tutti a partire dalla violenza".

"Se lo Stato spagnolo intende attuare il suo progetto a partire dalla violenza, sarà una sua decisione, ma non ci può trascinare verso uno scenario che tutto il movimento indipendentista ha rifiutato in modo coerente", ha detto Puigdemont.

"RISPETTERÒ ESITO ELEZIONI" - "Noi - ha assicurato - rispetteremo i risultati delle elezioni convocate per il 21 dicembre, come abbiamo sempre fatto, quale che sia il risultato. Chiedo al governo spagnolo: faranno lo stesso? Voglio un impegno chiaro da parte dello Stato: sono pronti a rispettare un risultato che dia la maggioranza agli indipendentisti o no? Sono pronti a rispettare il risultato elettorale, quale che sia? Noi sì".

"UE REAGISCA" - "Alla comunità internazionale, e in particolare all’Europa" Puigdemont ha chiesto  "di reagire. Bisogna comprendere che la causa dei catalani è la causa dei valori sui quali è fondata l’Europa: la democrazia, la libertà, la libera espressione, l’accoglienza, la non violenza".

"Permettere al governo spagnolo di non dialogare, di tollerare la violenza dell’estrema destra, di imporsi militarmente, di metterci in prigione per 30 anni significa farla finita con l’idea dell’Europa - ha avvertito - ed è un errore enorme, che pagheremo tutti".

LEGALE DI PUIGDEMONT - Carles Puigdemont ha fatto sapere che non chiederà asilo politico al Belgio, tuttavia questa opzione non può essere esclusa. E' quanto ha precisato il suo legale belga, Paul Bekaert, parlando dopo la conferenza stampa. "Un mandato d'arresto europeo può sempre essere emesso" dalla Spagna, ha sottolineato Bekaert, in riferimento alle accuse di "ribellione, sedizione e malversazione" mosse dalla procura di Madrid nei confronti dei leader catalani.

"Fino a quando ci sarà il rischio che la Spagna chieda che Puigdemont sia consegnato, non si può escludere che chieda asilo politico", ha chiarito l'avvocato. Bekaert, citato dal sito dell'emittente Rtbf, ha poi lamentato tutta l'agitazione 'inutile' che si è creata per l'arrivo del leader catalano a Bruxelles: "Quello che fa Puigdemont è perfettamente legale. Ogni spagnolo è libero di venire in Belgio. Inoltre ha precisato lui stesso di aver scelto Bruxelles per beneficiare di un foro europeo".

BELGIO - Puigdemont "sarà trattato come ogni altro cittadino europeo, con gli stessi diritti e gli stessi doveri, né più né meno", ha chiarito il premier belga Charles Michel, dopo la conferenza stampa a Bruxelles. In una nota diffusa dall'ufficio del premier si legge che "il primo ministro è stato informato ieri della presenza annunciata in Belgio del signor Puigdemont", che si trova nel Paese "né su invito né su iniziativa del governo belga". "La libera circolazione nello spazio Schengen gli permette di stare in Belgio senza alcuna formalità", si precisa ancora.

 MANIFESTAZIONE ANTI-INDIPENDENZA - Una manifestazione di cittadini spagnoli contrari all’indipendenza della Catalogna ha accolto Puigdemont a Bruxelles.

SOSPESA DICHIARAZIONE INDIPENDENZA - Intanto la Corte costituzionale spagnola ha sospeso oggi in via provvisoria le risoluzioni approvate venerdì dal Parlamento di Barcellona per la creazione di una "repubblica" indipendente in Catalogna, ammettendo il ricorso del governo di Madrid. Adnkronos 31

 

 

 

 

Catalogna: unionisti e indipendentisti guardano al voto

 

Venerdì 27 ottobre può ben dirsi il giorno in cui si è chiusa una fase della questione catalana: il Parlamento di Barcellona ha votato l’indipendenza e proclamato la repubblica. Contestualmente, il governo spagnolo ha posto in essere – dopo il voto favorevole del Senato – il controllo diretto sulla Comunità autonoma previsto dall’articolo 155 della Costituzione, sospendendone le prerogative di autogoverno. La protagonista della repressione da parte delle forze di polizia spagnole nel giorno del referendum, la vicepremier Soraya Saenz de Santamaría, è stata incaricata di svolgere le funzioni del deposto presidente della Generalitat Carles Puigdemont e di normalizzare la situazione per arrivare a nuove elezioni nella Comunità, il 21 dicembre prossimo. Ma ora, mentre gli unionisti catalani scendono in piazza (“Essere catalani è un orgoglio, essere spagnoli un onore” e gli indipendentisti proclamano la via nonviolenta all’autonomia, il confronto si sposta nella società, nella vita di tutti i giorni: chi vincerà?

Per 90 minuti, intanto, la sfida si è spostata su un campo di calcio, dove la squadra catalana del Girona – di cui è tifoso Puigdemont – ha battuto il blasonato Real Madrid che porta le effigie della Corona di Spagna: “Un esempio, un riferimento per molte situazioni”, ha twittato il leader indipendentista.

La sfida della mobilitazione

È chiaro che l’appello dei principali leader indipendentisti (politico-istituzionali, come Puigdemont e il suo vice Oriol Junqueras, e della società civile, come i ‘due Jordi’, Cuixart e Sánchez, alla guida delle due più importanti realtà indipendentiste della società civile catalana, Omnium Cultural e Assemblea Nacional Catalana) a reagire pacificamente, con atteggiamenti di resistenza passiva, intende raccogliere la solidarietà dei tanti che, pur non essendo favorevoli alla secessione, non tollerano l’uso della polizia e dell’esercito da parte di Madrid.

D’altro lato, c’è una parte importante della società spagnola – e un pezzo non indifferente della società catalana, che si riferisce in generale agli ambienti popolari e di Ciutadans, l’equivalente catalano dei liberaldemocratici di Ciudadanos – che invoca l’intervento anche della forza per ristabilire l’ordine. Queste due opposte fazioni, da qui al 21 dicembre, tenteranno di mobilitare le proprie forze e coinvolgere il più possibile quella zona mediana, centrale del panorama sociale e culturale catalano, che è rimasta nel mezzo, schiacciata dalle ali estreme.

Tuttavia, mentre da Madrid garantiscono che Puigdemont potrà partecipare alle consultazioni (se non sarà in carcere) e da Barcellona che occorre “andare avanti, senza mai rinunciare al voto”, un dato sembra certo: sarà difficile tornare allo status quo, dopo una mobilitazione indipendentista di questo genere. Un ritorno alla normalità non potrà prescindere da una trattativa sullo stato delle autonomie in Spagna, sempre in bilico tra Spagna centralista e Spagna “plurale”.

Alle origini della desconneccio’

Nel 1978, la Spagna post-franchista si diede un assetto di avanzato regionalismo, con riconoscimento delle nazionalità locali e statuti di autonomia negoziati ognuno bilateralmente col governo centrale. È la transizione pattata, che permise alla Spagna di uscire dalla dittatura senza conflitti civili, ma lasciando una porzione importante di memoria non condivisa soprattutto in regioni come la Catalogna, decisamente represse durante il franchismo.

Ha origine in questo passaggio, sebbene rimasto sotto traccia per molti anni, la mobilitazione repubblicana riesplosa in questo periodo in Catalogna. Un leader, Jordi Pujol, e una formazione, la coalizione Convergència i Unio’, per un quarto di secolo sono stati in grado di proporre la Catalogna come il migliore esempio dell’autonomia in Spagna: orgogliosi autonomisti, ma dentro il sistema, capaci di confermarsi la regione più ricca del Paese e tra le più sviluppate d’Europa. Poi si è tornati a parlare di riforma degli statuti regionali, con l’inedito compromesso tra il blocco moderato catalano (guidato da Artur Mas, successore di Pujol) e il governo socialista guidato da José Luis Rodrigues Zapatero che spianò la strada per il riconoscimento di una serie di tradizionali elementi di rivendicazione autonomistica. Fra questi, il riconoscimento che la Catalogna è una “nazione” (nel rispetto di un sentimento diffuso, riferimento inserito nel preambolo del nuovo statuto) e di “diritti storici” della Catalogna (fino a quel momento riconosciuti implicitamente solo alle regioni di tradizione foralista, la Navarra e i Paesi baschi), ancor maggiore autonomia di gestione finanziaria, fiscale e tributaria.

Il piano del nuovo Estatut fu approvato dal Parlament della Catalogna nel settembre 2005, emendato e ratificato dall’assemblea di Madrid nel maggio 2006 e posto al voto per referendum regionale il mese successivo, quando i 2/3 dei votanti (presenti alle urne solo con un avente diritto su due) votarono sì al nuovo testo. L’opposizione dichiarata a questo impianto da parte degli ambienti più legati all’idea di una Spagna centralista (in particolare del Partito popolare, che raccolse milioni di firme contro il nuovo statuto) lasciò sul tavolo la questione politica, mentre con la crisi del debito pubblico e il cambio al governo si riaprì la partita anche e soprattutto a livello di Tribunale costituzionale.

Qui, la decisione di incostituzionalità pronunciata nel 2010 sugli articoli più importanti – dal punto di vista simbolico e amministrativo – fu il punto di svolta: in un contesto di crescente difficoltà e crisi, sia economica che politica (per l’esplodere di scandali di corruzione anche in Catalogna), cominciarono in quell’anno le manifestazioni di massa catalane per il “diritto a decidere”, che si ripetono periodicamente, in particolare nel giorno della Diada, l’11 settembre (che nel martirologo nazionale ricordo la caduta di Barcellona nel 1714 sotto l’attacco delle truppe borboniche, e la perdita dell’autonomia catalana).

Sostanziale parità in vista delle elezioni

Iniziò così la mobilitazione delle organizzazioni della società civile catalana, mentre la formazione politica Convergència di Mas assumeva posizioni di crescente indipendentismo, avvicinandosi alla formazione da sempre repubblicana e indipendentista Erc (Esquerra Repubblicana de Catalunya), e di fronte al diniego del governo di Madrid di una maggiore autonomia finanziaria sul modello basco. Fu così convocato un primo referendum regionale per trasformare la Catalogna in Stato indipendente, il 9 novembre 2014, bloccato ufficialmente dal Tribunale costituzionale per iniziativa del governo, ma trasformato dalla Generalitat in una consultazione “partecipativa”. Oltre due milioni di votanti – su un totale di circa quattro milioni e mezzo di aventi diritto – parteciparono al voto, e di questi l’80% votò sì.

Ecco, dunque, le premesse dell’ultima fase: le successive elezioni, nel 2015, videro cambiare radicalmente il panorama politico, trainato dalla mobilitazione delle organizzazioni civiche indipendentiste. La formazione Junts pel Sì, che raccoglie gli ex Convergència, Erc e personalità del mondo dello sport e della cultura, ricevette circa il 48% dei consensi e, con l’appoggio della formazione di estrema sinistra Cup, si propose come maggioranza per portare il Paese al referendum sull’indipendenza.

Oggi, secondo i sondaggi, quella percentuale potrebbe calare del 5%, facendo perdere agli autonomisti la maggioranza nel Parlement, in sostanziale parità con i partiti unionisti. Il resto è storia di questi giorni, ma sarà una storia ancora lunga.

Andrea Carteny, AffInt 30

 

 

 

 

Istruzione e formazione in Europa: le disuguaglianze rimangono una sfida

 

BRUXELLES  - L'edizione 2017 della relazione di monitoraggio della Commissione europea del settore dell'istruzione e della formazione, pubblicata oggi, indica che i sistemi nazionali di istruzione stanno diventando più inclusivi ed efficaci. Tuttavia conferma anche che il progresso degli studenti nell'istruzione dipende in larga misura dal loro contesto socioeconomico.

La Commissione europea assiste gli Stati membri nel compito di far funzionare i sistemi d'istruzione; i dati raccolti nella relazione annuale di monitoraggio sono una parte importante di questo lavoro. L'ultima edizione mostra che sebbene gli Stati membri stiano compiendo progressi verso la realizzazione della maggior parte degli obiettivi chiave dell'UE per la riforma e la modernizzazione dell'istruzione, sono necessari maggiori sforzi per raggiungere l'uguaglianza nell'istruzione.

"Le disuguaglianze privano ancora troppi cittadini europei dell'opportunità di vivere appieno la loro vita”, il commento di Tibor Navracsics, Commissario per l'Istruzione, la cultura, i giovani e lo sport. “Sono anche una minaccia alla coesione sociale, alla crescita economica e alla prosperità a lungo termine. Troppo spesso accade che i nostri sistemi di istruzione perpetuino le disuguaglianze - quando non si occupano delle persone provenienti da famiglie povere; quando lo status sociale dei genitori determina i risultati scolastici, perpetua la povertà e riduce le opportunità di inserimento nel mercato del lavoro da una generazione all'altra. Dobbiamo fare di più per superare tali disuguaglianze. I sistemi di istruzione sono chiamati a svolgere un ruolo speciale nello sviluppo di una società più giusta, offrendo pari opportunità a tutti".

Il livello d'istruzione è importante per determinare i risultati in ambito sociale. Le persone che posseggono solo un'istruzione di base hanno quasi tre volte più probabilità di vivere in una situazione di povertà o di esclusione sociale rispetto alle persone con un livello di istruzione terziaria.

I dati più recenti della relazione di monitoraggio mostrano anche che nel 2016 solo il 44% dei giovani tra i 18 e i 24 anni che avevano concluso il ciclo di istruzione secondaria inferiore hanno trovato lavoro. Il tasso di disoccupazione della popolazione tra i 15 e i 64 anni è anch'esso molto più alto per coloro che posseggono solo un'istruzione di base rispetto a coloro che hanno un'istruzione terziaria (16,6% contro 5,1%). Al tempo stesso lo status socioeconomico degli alunni determina i loro risultati: ben il 33,8% degli alunni provenienti dagli ambienti socio-economici più svantaggiati ha risultati insufficienti, rispetto a solo il 7,6% dei loro coetanei più privilegiati.

Uno degli obiettivi dell'UE per il 2020 consiste nel ridurre al 15% la percentuale di alunni di 15 anni che non ottengono risultati sufficienti nelle materie di base quali la lettura, la matematica e le scienze. Tuttavia nel suo insieme, l'UE si sta di fatto allontanando da questo obiettivo, in particolare nel settore delle scienze, per il quale il numero di studenti che hanno risultati insufficienti è passato dal 16% nel 2012 al 20,6% nel 2015.

Le persone nate al di fuori dell'UE sono particolarmente vulnerabili. Questo gruppo è spesso esposto a fattori di rischio e svantaggio molteplici, come il fatto di avere genitori poveri o scarsamente qualificati, di non parlare la lingua locale a casa, di avere accesso a un numero inferiore di risorse culturali, di essere soggetti a isolamento e avere accesso a reti sociali inadeguate nel paese di immigrazione. I giovani provenienti da un contesto migratorio corrono un rischio maggiore di ottenere risultati scolastici insufficienti e di abbandonare prematuramente la scuola. Nel 2016, ben il 33,9% delle persone di età compresa tra i 30 e i 34 anni che vivono nell'UE ma sono nate altrove erano scarsamente qualificate (avevano cioè un'istruzione secondaria di primo grado o inferiore), rispetto a solo il 14,8% dei loro coetanei nati nell'UE.

In tutta l'UE gli investimenti nell'istruzione si sono ripresi dalla crisi finanziaria e sono leggermente aumentati (1% su base annua in termini reali). I due terzi circa degli Stati membri hanno registrato un aumento. Quattro paesi hanno aumentato gli investimenti di più del 5%.

Il 17 novembre a Göteborg i leader dell'UE parleranno di istruzione e cultura nel quadro dell'iniziativa "Costruire insieme il nostro futuro" e la Commissione europea presenterà i dati di quest'anno riguardo all'istruzione e alla formazione. Il dibattito di Göteborg darà visibilità e sottolineerà l'importanza politica della riforma dell'istruzione.

Il 25 gennaio 2018 il Commissario Navracsics ospiterà il primo Vertice UE dell'istruzione, al quale rappresentanti ad alto livello di tutti gli Stati membri saranno invitati a discutere le modalità per rendere i sistemi di istruzione nazionali più inclusivi ed efficaci. (aise) 

 

 

 

 

May annuncia l'ora della Brexit

 

Il Regno Unito uscirà dall'Unione Europea alle 23 (ora di Greenwich) del 29 marzo 2019. A scriverlo, "nero su bianco", è la premier britannica Theresa May, che in un intervento sul Telegraph annuncia la presentazione di un emendamento alla proposta di legge per l'Uscita dalla Ue (EU Withdrawal Bill), che stabilisce l'ora e la data esatta della Brexit.

La decisione di indicare sulla "prima pagina" della proposta di legge l'ora specifica dell'uscita dalla Ue, afferma la May, indica la determinazione del governo. "Che nessuno dubiti della nostra determinazione o metta in dubbio la nostra convinzione, la Brexit ci sarà", scrive la premier.

La proposta di legge è già stata approvata in seconda lettura e ora, nel prosieguo del suo iter parlamentare, le forze politiche porranno presentare i vari emendamenti. Il governo, sottolinea la May, "non tollererà" alcun tentativo di bloccare l'uscita della Gran Bretagna dalla Ue, come indicato dalla volontà Ipotesi di ripresapopolare scaturita dal referendum del 2016.

Il capo negoziatore dell'Ue per la Brexit Michel Barnier, in conferenza stampa a Bruxelles, ha spiegato: "Servono progressi sinceri e reali" sulle tre priorità dell'accordo di ritiro del Regno Unito dall'Ue (diritti dei cittadini, questione irlandese e accordo finanziario), per poter passare alla seconda fase dei negoziati. "Se non riusciremo" a raggiungerli entro il Consiglio Europeo di metà dicembre, "allora continueremo e ritarderemo la soluzione sul futuro, che riguarda l'accordo di transizione e la relazione futura" tra il Regno Unito e l'Unione, ha detto Barnier. Adnkronos 10

 

 

 

 

Ipotesi di ripresa

 

Il passato è passato. L’Italia può uscire, con dignità, da questa fase negativa; nata da un compromesso politico. Insomma, c’è bisogno di un’arte del governo “nuova” che oltrepassi le barriere della precarietà.  Basta con le promesse non mantenute; basta con gli obiettivi che non consentono sbocco all’inventiva.

 

La crisi non è finita, ma può essere ridimensionata. Sulla scena politica italiana è in atto una trasformazione che porterà incrementi anche nel quotidiano. Non intendiamo, però, rinnegare globalmente il nostro passato, perché qualche iniziativa valida c'è stata, Però, sono mancati gli uomini capaci di portarla a compimento.

 

Le “chiamate”, dell’ultima ora, non possono salvare l’Italia. Se non altro, la lezione è servita. Gli italiani, dopo il varo della nuova legge elettorale, torneranno a decidere del loro futuro. Oltre tanti impedimenti, l’onestà, nelle sue variegate manifestazioni, è una carta che si può sempre giocare e, se non si bara, può essere vincente. Anche da noi, più che su i partiti c’è da puntare sugli uomini. Sono state le crisi d’identità a condizionare l’evoluzione del Paese. L’emergenza, pur se ancora c’è, potrebbe rientrare. L’importante è evitare di seguire percorsi già battuti.

 

 Per andare oltre, ci vogliono idee e, soprattutto, uomini capaci di concretarle. L’incoerenza, in ogni caso, non dovrà pesare sulle spalle del cittadino. Solo la “buona fede”, almeno in questo caso, dovrà essere adeguata. Del resto, i Partiti nazionali sono anche troppi. Frazionare il potere non giova e la divisione delle strategie è stata una delle concause che ci hanno portato sull’orlo dell’abisso.

 

Ogni cedimento ci farebbe retrocedere. L’Italia avrà la fiducia che saprà meritarsi. Nulla di più. Chi tenterà di non opporsi all’incoerenza, scomparirà dall’affollato firmamento politico nazionale. Con buona pace di tutti; anche dei più qualunquisti.  Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Serve un Ministero dell'Immigrazione e dell'Integrazione

 

Ecco perché i migranti saranno sempre di più e l'Italia perde la loro parte migliore

Pressione demografica e offerta retributiva dei Paesi occidentali rendono ineludibile il problema. Serve un Ministero dell'Immigrazione e dell'Integrazione Culturale per trasformarlo in una risorsa. Nei Paesi dove l'immigrazione è "di qualità", i benefici sono tangibili per i cittadini grazie alla maggior concorrenza - di FADI HASSAN

Nel 1950 nei paesi che oggi compongono l'Unione Europea c'erano 380 milioni di persone, nel 2050 arriveranno a 500 milioni. Se guardiamo all'altra sponda del Mediterraneo ed ai paesi poco di là del Sahara, le persone erano 128 milioni nel 1950 e saranno 1 miliardo e 120 milioni nel 2050. Già nel 2005 è avvenuto un sorpasso storico. Per la prima volta da molti secoli gli europei sono in minoranza rispetto agli abitanti delle zone più vicine (alla fine Roma è più vicina a Tripoli che a Londra, Madrid è più vicina a Timbuctu che a Helsinki). Inoltre i nostri vicini, oltre ad essere più numerosi, sono anche più giovani ed in età lavorativa.

  A questo fatto aggiungiamo che se prendiamo un cittadino dell'Etiopia con un reddito medio del suo paese (non il più povero) e lo trapiantiamo in Italia dandogli il reddito mediano di uno straniero (16.000 euro contro i 24,000 di un italiano), il suo reddito, a parità di potere di acquisto, sarà 12 volte più alto che nel paese di origine. Per avere un raffronto storico, all'alba delle migrazioni di massa verso gli Stati Uniti della fine del 1800, il divario tra il salario in Italia ed il salario potenziale che un immigrato poteva ricevere negli USA era di 4 volte; ben inferiore al divario che ora separa il potenziale salario italiano da quello dei paesi di origine degli immigrati. Il punto essenziale che questi dati ci dicono è che è naturale aspettarsi un aumento delle pressioni migratorie nei prossimi anni, che ci piaccia o no. Quindi pensare di bloccare completamente l'immigrazione o discuterne in base a sentimenti di pancia è controproducente. E' importante imparare a gestire i flussi migratori in maniera attiva e lungimirante, anziché subirli in modo passivo ed approcciarli come una continua emergenza. Questo è il modo migliore per rendere l'immigrazione una risorsa e non una minaccia.

 

Facciamo due esempi legati 1) ai richiedenti asilo e 2) al livello di istruzione degli immigrati.

 

In Italia ci sono circa 148.000 rifugiati (2,4 ogni 1000 abitanti). Nel 2016 abbiamo ricevuto 123.000 richieste di asilo ed il 60% delle domande processate è stato rigettato. Per un paragone in Germania ci sono 670.000 rifugiati (8.1 ogni 1000 abitanti) e nel 2016 hanno processato 720.000 richieste di cui il 30% è stato rigettato. Il problema è che, per vedersi riconosciuto lo status di rifugiati, le persone devono prima arrivare clandestinamente in Italia rischiando la vita, subendo violenze, stupri, e pagando migliaia di euro. In questi anni pochissime persone (circa 600) sono venute in Italia attraverso il programma di reinsediamento delle Nazioni Unite (UNCHR) che, ad esempio, permetterebbe ad un Siriano di fare domanda di asilo dalla Turchia ed, una volta accettato, potrebbe tranquillamente venire in Italia in aereo. Negli ultimi due anni negli Stati Uniti sono entrate oltre 160.000 persone con questo programma, in Canada 66.000 ed in Norvegia 5.000 (su 12.000 nuovi ingressi). Questo è un canale d'immigrazione che dovrebbe essere sfruttato meglio. Invece assistiamo passivamente alle sevizie cui molte persone sono sottoposte prima di applicargli uno dei nostri diritti costituzionali (il diritto di asilo è sancito dall'articolo 10 della Costituzione). Permettere alle persone di fare domanda di asilo da un paese terzo, senza dover arrivare qua, ci permetterebbe di gestire meglio i flussi migratori legati ai rifugiati.

 

Ci sono molti aspetti che potrebbero essere migliorati anche nella gestione dei migranti economici, ossia le persone che vengono per migliorare la propria condizione di vita. In Italia questo tipo d'immigrazione è regolata dal decreto flussi che ogni anno determina il numero di persone che possono essere ammesse nel territorio italiano per motivi di lavoro o di ricongiungimento famigliare. Tuttavia questo sistema viene utilizzato principalmente per regolarizzare lavoratori stranieri che già risiedono e lavorano in Italia (e che sono arrivate clandestinamente), ma non è un sistema virtuoso di selezione di immigrati all'origine.

 

Una delle conseguenze di quest'approccio è che l'Italia ha la quota più bassa di immigrati laureati dell'Unione Europea. Se prendiamo la popolazione tra i 25-54 anni, la fascia più attiva nel mercato del lavoro, solo il 12% degli immigrati è laureato (fra gli italiani siamo al 21%). In Germania invece gli immigrati laureati sono il 25%, in Francia il 33% e nel Regno Unito il 54%. Una politica d'immigrazione volta a selezionare ed attrarre talenti sarebbe un vantaggio per tutti. Ad esempio, a Londra avevo un bravissimo dentista nigeriano (con laurea inglese) che per otturazioni ed altre questioni dentali costava 50-80 euro in meno che un dentista a Roma o a Pavia. Allo stesso modo un oculista od altri tipi di prestazioni professionali, spesso fornite da stranieri, costavano meno e la qualità era quantomeno la stessa che in Italia. Uno dei motivi è proprio l'abbondanza di offerta di professionisti, grazie anche al contributo degli immigrati.

 

Ci sono tanti aspetti legati all'immigrazione che meriterebbero una discussione come l'integrazione, la criminalità, gli effetti sul mercato del lavoro e quello sulle finanze pubbliche. Il lavoro di molti ricercatori ci dice che spesso ci sono più luci che ombre riguardo a questi temi.  Il punto di fondo è che l'immigrazione sarà uno dei fenomeni più importanti di questo secolo. Al momento il nostro dibattito è fermo allo Ius Soli, ma è probabile che l'immigrazione sarà un tema di campagna elettorale così come lo è stato in Francia, Germania ed USA. Speriamo che il dibattito non sia uno scontro ideologico del "tutti fuori" o "tutti dentro", ma che si parli della visione di lungo periodo e di come elaborare un assetto istituzionale e legislativo che ci permetta di affrontare al meglio questi fenomeni. Le leggi principali che regolano i flussi migratori come la Bossi-Fini o la Turco-Napolitano sono di oltre 15 anni fa. E' necessario istituire un "Ministero dell'Immigrazione e dell'Integrazione Culturale", perché un fenomeno così complesso e rilevante, necessita d'attenzioni specifiche affinché possa essere una risorsa per il Paese.  LR 1

 

 

 

 

Progetto Legalità. Un contributo della comunità italiana in Svizzera alla prevenzione e all’educazione alla legalità

 

La proiezione del film "I cento passi" del regista Marco Tullio Giordana,  che ha avuto luogo durante la settimana della lingua italiana nel mondo, è stato il primo evento del “Progetto legalità”, promosso e fortemente voluto dai Comites di Basilea, Berna-Neuchâtel e Zurigo,  in collaborazione con l' Ambasciata d’Italia in Svizzera, i Consolati di Basilea e Zurigo, il Consiglio Generale  degli Italiani all’Estero, le direzioni didattiche delle tre circoscrizioni consolari, gli Enti gestori dei corsi di lingua e cultura italiana e l'Osservatorio sulla legalità della Regione Toscana. 

Il progetto, indirizzato soprattutto ai ragazzi in età adolescenziale nonché ad un pubblico adulto, ha come obiettivo quello di far acquisire comportamenti personali, sociali e civili corretti per la realizzazione di una società migliore in tutti i suoi aspetti e far comprendere l'illegalità della mafia. Questo proprio perché la Confederazione svizzera, negli ultimi decenni, ha visto aumentare in maniera esponenziale la criminalità organizzata, che purtroppo è portata a fare proseliti. Da ciò nasce la proposta contenuta in questo progetto teso a educare alla legalità le giovani generazioni che crescono in Svizzera.

L’educazione alla legalità ha per oggetto la natura e la funzione delle regole nella vita sociale, i valori civili e la democrazia, l’esercizio dei diritti di cittadinanza. Per un adolescente riconoscere e accettare un mondo di regole è sempre un percorso difficile e faticoso. La società contemporanea non propone mediazioni simboliche credibili e coinvolgenti. I ragazzi si trovano sempre più spesso nell’impossibilità di avere delle figure di riferimento in grado di diventare modelli a cui potersi identificare. Tutto ciò aumenta la sensazione di smarrimento e solitudine, provocando evidenti situazioni d’isolamento e una forte tendenza all’individualismo o alla devianza.

In un’ottica di reale prevenzione la scuola e la famiglia devono aiutare i ragazzi ad assumersi delle responsabilità, ricordare loro che chi cresce ha diritto all’errore, ma anche alla correzione, sviluppare in loro la coscienza civile e la convinzione che la legalità conviene e che, laddove ci sono partecipazione, cittadinanza, diritti, regole, valori condivisi, non ci può essere criminalità. La legalità è un’opportunità in più per dare senso al loro futuro. In quest’ottica, il progetto propone degli ateliers di formazione per i docenti dei corsi di lingua e cultura, oltreché per quelli delle scuole italiane parificate, sul tema proprio dell’educazione alla legalità. Alla fine dell’anno scolastico è prevista la pubblicazione di un libretto che contenga il materiale prodotto dagli studenti durante gli ateliers.

Sono tanti gli eventi previsti nel progetto e alcuni già in scaletta.

Il prossimo fine settimana si partirà con un giro di conferenze pubbliche, dal titolo "Gli uomini passano, le idee restano" (frase di Giovanni Falcone) tenute da Franco La Torre, figlio di Pio La Torre, deputato del PCI primo parlamentare e sindacalista italiano, ucciso da Cosa Nostra in un agguato a Palermo il 30 aprile 1982 perché aveva proposto il disegno di legge che prevedeva per la prima volta il reato di "associazione mafiosa" e la confisca dei patrimoni mafiosi. La legge Rognoni-La Torre, strumento decisivo nella lotta alla mafia, nasce grazie al suo sacrificio e all'impegno di tutta una vita. Franco La Torre presenterà il suo libro "Ecco chi sei. Pio La Torre, nostro padre" scritto con il fratello Filippo. Questo libro racconta l'eccezionale normalità di un eroe che non ha mai voluto diventare un eroe, l'umanità di un uomo e di un padre ancora scomodo, che interroga ciascuno di noi, chiedendoci fino a dove siamo disposti a metterci in gioco per vivere davvero le nostre battaglie. «Il motivo per cui nostro padre poté fare quello che fece sta proprio in questa identificazione totale e piena con le sue battaglie. Oggi come allora queste parole possono sembrare retoriche eppure non lo sono. Pochi hanno avuto e hanno la credibilità per pronunciarle, pochi possono davvero dire "Io sono la mia battaglia"».

Nella presentazione del libro Giuseppe Tornatore scrive di Pio La Torre: "Non parlare difficile, essere lineare nel ragionamento, era nella sua natura. Si capiva tutto. Anche i concetti complessi, riusciva a esprimerli in modo semplice. Per la sua gestualità. Si muoveva, si agitava in un modo che non era tipico del comiziante così come ero abituato a vederlo. La sua gestualità faceva pensare quasi più a un mimo, a un attore di teatro che cerca di rendere più efficace il senso delle parole. Talvolta i suoi gesti cadenzavano l’eloquio come a voler aiutare le frasi e i concetti a raggiungere più facilmente la capacità percettiva della folla. Spingeva le parole. Non bastava che fossero pronunciate e irradiate. Lui le aiutava, spingendole con le mani, per farle penetrare nella testa della gente. Quella volta, alla fine della manifestazione, quando tutti in genere si avvicinavano all’oratore per fargli le congratulazioni o chiedergli dell’assegno di disoccupazione o della pratica per la pensione, lui aveva ancora in mano i fogli con il testo del comizio, e io li scrutai. In effetti non era il testo di un discorso da leggere, più che altro una generosa scaletta da cui traeva spunto. Ma ai margini di quel canovaccio, notai dei segni: un punto esclamativo, due punti esclamativi, frecce, accenti e altre linee. Erano i punti in cui doveva calcare di più con l’energia, quelli in cui invece contenere l’enfasi e procedere con serena lucidità. Insomma, le impronte della struttura nevralgica del discorso. Una specie di elementare grafico drammaturgico del comizio."

 

Durante l’incontro di sabato, 11 novembre, a Berna, la Psicoterapeuta e psicologa dell'età evolutiva a Berna Marina Frigerio, interverrà sul tema "Mafia, ndrangheta, camorra: giù le mani dai nostri figli!". Marina Frigerio, da diversi anni, lavora sul tema dell'influsso della mentalità mafiosa sui bambini e sugli adolescenti. Nella sua relazione riporterà le esperienze che ha raccolto e vissuto in Calabria e a Napoli. La Dott.ssa Frigerio metterà anche l'accento sui pericoli che incombono sulla comunità italiana in Svizzera a causa dell'infiltrazione da parte di pericolosi clan, che mirano a conquistare la complicità della seconda generazione.

Tanti altri appuntamenti si susseguiranno nella prima metà del prossimo anno. Sono coinvolti l’onorevole Rosi Bindi, presidente della commissione antimafia, Pietro Grasso, presidente del Senato, Alessandro Piavano, uno degli attori protagonista della fiction televisiva “La mafia uccide solo d’estate", Giovanni Impastato, scrittore, e  Giuseppe Pietramale, presidente del comitato genitori di Sciaffusa..

In sintesi, con questo progetto le istituzioni rappresentative degli italiani all’estero intendono proporre momenti di riflessione sulla legalità, imprescindibile dai concetti di cittadinanza e responsabilità individuale e su come acquisire consapevolezza del fatto che ogni cittadino attraverso azioni concrete possa portare cambiamenti sociali. Per un intero anno scolastico, vogliamo approfondire temi specifici e produrre materiali da condividere, costruire una cultura della legalità, intesa come impegno civile e senso di responsabilità personale, con l’aiuto di testimoni ed esperti. Michele Schiavone

 

 

 

 

Cresce in Italia sil Sistema accoglienza

 

In tutto 3.231 Comuni italiani, il 40% del totale, accolgono richiedenti asilo sul proprio territorio. I posti per i beneficiari degli Sprar sono aumentati di 5 mila unità a luglio e altrettanti sono in fase di valutazione. Gli accordi tra Anci e Viminale per l’accoglienza diffusa dei migranti hanno portato a un cambio di prospettiva anche nell’accoglienza gestita dal governo nei territori: più Comuni coinvolti, meno concentrazioni in pochi comuni, una distribuzione più equa e controllata e strutture sempre meno ‘impattanti’, per favorire l’integrazione. Inizia così a concretizzarsi la richiesta dell'Anci di tenere insieme una duplice esigenza: superare la logica dell'emergenza, visto che le migrazioni sono un fenomeno globale stabile e strutturale; realizzare gradualmente un sistema di accoglienza regolare ed ordinato, salvaguardando il bisogno delle comunità - manifestato dai sindaci - di garantire controllo e integrazione sostenibile.

 

In 5 anni quintuplicati i richiedenti asilo accolti dalla rete Sprar, quasi la metà si inseriscono completamente nella società

Nel  nostro Paese si rafforza la consapevolezza di un’accoglienza sostenibile che viene messa a sistema. Nelle strutture italiane sono ospitati in tutto 205 mila migranti al 15 luglio 2017, continua a crescere il numero dei Comuni interessati all’accoglienza, che sono ormai il 40% del totale (3.231), e crescono i posti Sprar che, da 26 mila, a fine anno potrebbero diventare 35 mila. Contemporaneamente, diminuiscono le situazioni di criticità, anche grazie al lavoro operativo della cabina di regia Anci – ministero dell’Interno, istituita proprio al fine di accompagnare l’applicazione del piano di ripartizione.

Negli ultimi 5 anni, il numero dei migranti presenti nelle strutture di accoglienza è cresciuto costantemente, passando dalle 16.844 presenze del 2012 alle 188.084 nel 2016 (+1.017%).

Per quanto riguarda la sola accoglienza negli Sprar, tra il 2012 ed il 2016 il numero di persone accolte è quintuplicato, passando dalle 7.823 del 2012 alle 34.039 del 2016. L’accoglienza Sprar brilla inoltre rispetto al tasso di integrazione delle persone ospitate, che continua ad aumentare, mentre diminuisce di conseguenza il tempo di permanenza nelle strutture di accoglienza e aumentano dunque le persone che possono beneficiare dei progetti di integrazione. Nel corso del 2016, infatti, sono uscite dall’accoglienza complessivamente 12.171 persone. Di queste il 41,3% aveva  concluso il proprio percorso di integrazione e di inserimento socio-economico: nel 2015 questa percentuale si fermava al 29,5%. E’ il segno evidente del successo nel percorso di integrazione che caratterizza l’accoglienza tramite il canale degli Sprar gestiti dai Comuni. E’ per questo motivo che gli oltre 34 mila beneficiari dei progetti Sprar non corrispondono ai posti disponibili (circa 26 mila): i beneficiari restano in accoglienza nei centri Sprar per un periodo più breve, dando così la possibilità a più persone di usufruire dei servizi erogati dai progetti.

 

I numeri dell’accoglienza: nei Comuni toscani ed emiliano-romagnoli il più alto tasso di accoglienza diffusa. La rete diocesana ospita, da sola, oltre 23.000 persone

Dei 205 mila migranti presenti nelle strutture di accoglienza al luglio 2017, 158.607 sono ospitati dai Centri di accoglienza straordinaria (Cas) e 31.313 dagli Sprar. Se in termini assoluti le Regioni più coinvolte nell’accoglienza sono Lombardia (13,2%) e Campania (9,3%), è in Toscana ed Emilia-Romagna che si è quasi pienamente realizzato il principio dell’accoglienza diffusa sostenuto dall’Anci e perseguito grazie agli accordi con il Viminale: in Toscana l’83% dei Comuni accoglie richiedenti asilo, in Emilia-Romagna il 78,1%.

A livello nazionale, l’accoglienza diffusa dello Sprar è presente inoltre nel 51,4% dei Comuni con meno di 5 mila abitanti. Altro apporto considerevole è quello della rete diocesana, che da sola accoglie 23.365  persone su tutto il territorio nazionale.

 

Minori stranieri non accompagnati: ancora criticità da risolvere

Un capitolo a parte merita il tema dei minori: al 25 ottobre 2017 sono sbarcati sulle nostre coste 14.579 minori (in tutto il 2016 erano stati 25.846). Il 93,2% sono minori soli. La maggior parte di essi proviene da Guinea, Costa d’Avorio, Bangladesh. Al 30 settembre 2017 sono 18.491 i minori stranieri non accompagnati presenti in Italia, accolti in 2.039 strutture. Rimangono ancora criticità legate soprattutto all’eccessiva durata della permanenza nei centri di prima accoglienza e all’esiguo numero di strutture dedicate e di posti nello Sprar, nonché alle difficoltà dei Comuni di attivare una presa in carico economicamente sostenibile. Nonostante ciò, anche nei confronti dell’accoglienza dei Msna è possibile misurare la sempre maggiore affermazione dell’accoglienza diffusa: se nel 2007 erano solo 36 i Comuni che si facevano carico del problema, nel 2016 si arriva a quota 500: merito anche dell’istituzione di un fondo nazionale voluto dall’Anci e dall’apertura, anch’essa ottenuta dall’Associazione, dei posti Sprar anche per i minori stranieri non accompagnati.

 

“La gestione dell'accoglienza – afferma il delegato Anci all’immigrazione Matteo Biffoni -  è uno sforzo costante per le nostre comunità. Un’accoglienza sostenibile è l’unica strada per gestire sui territori gli arrivi dei richiedenti asilo. Per questo come Anci siamo sempre accanto ai sindaci per risolvere le criticità e per sostenere un’accoglienza diffusa. I passi avanti fatti sono notevoli, anche se resta ancora molto da fare: crescono i posti Sprar, aumenta il numero dei Comuni aderenti, il ministero dell’Interno ha varato un nuovo piano di ripartizione dando risposta alle richieste dei territori ed è stata messa a sistema la fondamentale collaborazione interistituzionale tra Comuni e Prefetture”.

“Gli sforzi delle comunità e dei sindaci per una ripartizione equa e sostenibile del flusso migratorio su tutti i territori – dichiara il segretario generale dell’Anci Veronica Nicotra - vanno ulteriormente riconosciuti e sostenuti. Grazie  ai sindaci che hanno deciso di raccogliere le sfide e le opportunità dell’accoglienza, si sta finalmente procedendo verso quella messa a sistema che consente di superare l’emergenza. I tempi sono dunque maturi per riprendere a discutere di una gestione più ordinata dei flussi”.

 

“Il numero di persone costrette a fuggire da conflitti e persecuzioni in tutto il mondo” evidenzia Stephane Jaquemet, Delegato UNHCR per il Sud Europa “sta raggiungendo i 66 milioni, di questi il 51% sono bambini e bambine, che meritano un futuro lontano dalla guerra, dalla violenza, dallo sfruttamento e dalla paura. Per loro e per tutti gli altri rifugiati nel mondo è di fondamentale importanza che la comunità internazionale si impegni per garantire accoglienza e protezione, mentre si lavora alla risoluzione dei conflitti”

 

 “La situazione della protezione internazionale in Italia e in Europa – afferma il direttore generale di Migrantes Don Giovanni De Robertis- ha aspetti in bianco e nero ma a noi è sembrato importante fornire, oltre a un quadro normativo e statistico, anche la possibilità di ascoltare e incontrare dal vivo persone che vivono ogni giorno e spesso subiscono l’esperienza di ricerca di protezione e le contraddizioni ad essa collegate. Per questo nel concerto alla Basilica dei Santi XII Apostoli ascolteremo alcune testimonianze, sperando che grazie alla loro generosità diventi possibile una vera comprensione e, quindi, un vero incontro”.

 

“Il sentimento sempre più diffuso di ostilità ci preoccupa fortemente e deve farci interrogare anche sulla nostra effettiva capacità di costruire comunità e di alimentare e promuovere una cultura della solidarietà” afferma il direttore della Caritas italiana Don Francesco Soddu. “Come rete ecclesiale – aggiunge - i nostri sforzi si concentrano in questa direzione, sperimentando nuove forme di accoglienza con il coinvolgimento di strutture parrocchiali, diocesane e anche di nuclei familiari”. dip

 

 

 

 

 

Il prossimo esecutivo

 

Dubbi non ne abbiamo mai avuti. Resta la certezza di quanto i Connazionali all’estero tengano a chiarire la loro rappresentatività politica in Patria; anche con la nuova legge elettorale. Soprattutto dal Vecchio Continente, sono giunte riflessioni che ci hanno fatto ripensare su quanto avevamo ipotizzato nel passato; anche in quello recente. Con una premessa: non ci dovrebbero più essere Esecutivi con Maggioranze di “comodo”.

 

 L’Italia non ha bisogno di Governi d’Emergenza, né di politici “aggregati”. Gli uomini di partito, che avrebbero dovuto rappresentarci, rappresentano, invece,  loro stessi. Le Legislature precedenti sono finite con promesse mai mantenute. Da noi c’è da ritrovare quella forza di coesione andata perduta per i troppi interessi e intrallazzi che hanno destato gli appetiti di chi avrebbe dovuto solo sviluppare un progetto politico. Mentre la nuova normativa elettorale resta ancora tutta da analizzare, ci sono da approvare nuove regole per la democrazia. Di là dai meccanismi elettorali, chi consentisse di mettersi in lista, dovrebbe avere ben chiari alcuni punti nodali dell’investitura. Meno apparenza e più sostanza. Più coerenza su tutto. Applicazione integrale, senza riserve, del programma politico presentato all’elettorato.

 

 Il voto non dovrà essere il trampolino di lancio per nessuno. Le nuove linee operative potranno essere condivise e le alleanze di comodo subito ricusate. L’anno prossimo sarà, si voglia o no, quello della svolta. Il 2018 avrà un nuovo Primo Ministro con un Esecutivo nato da una maggioranza parlamentare di matrice elettiva. Sul campo, però, restano tutti i problemi del Paese. La questione, di conseguenza, era e rimarrà, finemente politica e, di conseguenza, anche economica.

 

Sul prossimo Esecutivo non siamo nelle condizioni per fare delle oggettive previsioni. Certo è che il prossimo Potere Legislativo dovrà affrontare, anche se non risolvere integralmente, il complesso dei problemi che non sono stati affrontati in questa legislatura al tramonto. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Iniziato il mese di Presidenza dell’Italia del Consiglio di Sicurezza

 

NEW YORK - Il primo novembre ha avuto inizio il mese di Presidenza dell’Italia del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

L’agenda della Presidenza italiana è particolarmente ricca. Tra gli appuntamenti principali, il briefing sulla Libia (16 novembre) e quello sulle sfide di sicurezza nel Mediterraneo (17 novembre), che saranno presieduti dal ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Angelino Alfano e vedranno la partecipazione, rispettivamente, del Segretario Generale Guterres e del Rappresentante Speciale ONU per la Libia, Salamè

Il sottosegretario agli Affari Esteri Vincenzo Amendola presiede oggi l’organo onusiano, durante un briefing dell’Alto Commissario Onu per i Rifugiati, Filippo Grandi, appuntamento di particolare rilievo considerato che l’ultimo intervento in Consiglio dei Sicurezza di un Alto Commissario risale al 2009. Il Sottosegretario Amendola sarà nuovamente a New York il 21 novembre per un dibattito aperto sul tema del traffico di esseri umani in situazioni di conflitto.

Il 30 novembre avrà luogo un briefing sul tema della “Distruzione e traffico di beni culturali da parte di gruppi terroristici in situazioni di conflitto armato”. Si tratta di uno dei temi prioritari del nostro mandato, sul quale uno dei primi risultati è stata l’adozione da parte del Consiglio dei Sicurezza della Ris. 2347 lo scorso marzo.

A questi si aggiungono i numerosi appuntamenti la cui trattazione, sulla base della periodicità sancita dal Consiglio, cade a Novembre. Si tratta, principalmente, di un aggiornamento su diverse situazioni – Paese: Repubblica Centrafricana, Bosnia Erzegovina, Kosovo, Sudan/Darfur, Libia, Burundi, Iraq, Sahara Occidentale, Sud Sudan, Libano, Siria (nei tre filoni: armi chimiche, umanitario, e politico), Medio Oriente, cui si aggiunge la discussione sulle sanzioni nei confronti della Corea del Nord.

 

Il sottosegretario Amendola presiede la prima riunione pubblica del Consiglio di Sicurezza del mese di Presidenza italiana

All’ordine del giorno un briefing dell’Alto Commissario ONU per i Rifugiati (UNHCR), Filippo Grandi. La riunione assume particolare rilievo non solo per la tematica in discussione, di estrema attualità, ma anche per via del fatto che l’ultimo intervento in CdS di un Alto Commissario risale al 2009 (quando l’attuale Segretario Generale ONU, Antònio Guterres, ricopriva tale incarico).

L’Alto Commissario ha ringraziato la Presidenza Italiana per l’opportunità concessa di rivolgersi al Consiglio, sottolineando come sia nelle possibilità dei suoi 15 membri prevenire le crisi che causano i movimenti di popolazione, e porre loro fine ponendo in essere soluzioni politiche.

Nel suo intervento pronunciato, in nome dell’Italia, il Sottosegretario Amendola ha sottolineato la necessità di passare da un approccio basato solo sull’emergenza ad uno di lungo periodo. “Dobbiamo migliorare la nostra capacità di affrontare le cause profonde di queste crisi e dare speranza e dignità alle categorie più vulnerabili della popolazione civile, specialmente i giovani”, ha detto il Sottosegretario. L’Italia crede nel principio della “responsabilità condivisa” tra paesi d’origine, transito e destinazione. Con particolare riferimento alla Libia, Amendola ha chiesto di migliorare l’accesso e la protezione dei richiedenti asilo, rifugiati e sfollati. A tal fine e’ cruciale di aumentare la presenza dell’Alto Commissariato ONU per la protezione dei diritti umani nei campi profughi.

In conclusione, Amendola ha quindi richiamato il Consiglio di Sicurezza alle sue responsabilità primarie di mantenimento della pace e della sicurezza internazionali, secondo le aspettative di quei milioni di persone che contano sull’ONU per recuperare e costruire la pace. (Inform 2)

 

 

 

 

Africa: l’obesità, l’altra faccia di sviluppo e malnutrizione

 

Nel 1995, poche settimane prima della prevista apertura in Sudafrica del primo ristorante McDonald’s di tutta l’ Africa sub-sahariana, una controversa decisione da parte di una corte di giustizia locale privò per qualche tempo la multinazionale americana del diritto di usare il suo stesso nome per i punti vendita che intendeva inaugurare a breve nel Paese.

La decisione dei giudici era motivata dal fatto che, sebbene la compagnia avesse registrato il marchio presso le  competenti autorità sudafricane già nel ‘68, il mancato utilizzo del nome per quasi trent’anni (causato dalle sanzioni economiche comminate al Sudafrica durante il periodo dell’apartheid) aveva fatto decadere ogni diritto su di esso. Così che la proprietà intellettuale del marchio spettava a un venditore di hamburger di Durban che con esso aveva operato fin dagli Anni Settanta.

La sentenza venne poi ribaltata in secondo grado, aprendo le porte all’arrivo della prima catena di fastfood occidentale nel Continente Nero.

Un mercato in crescita

Oggi, più di vent’anni dopo, la presenza dei marchi globali della ristorazione in Africa è sempre più capillare. La sola catena Kfc, di proprietà della Yum!, conta ormai più di mille ristoranti in tutto il continente, con nuovi punti vendita aperti costantemente, sia nelle capitali che sempre più spesso anche nei centri rurali.

Questa rapida crescita è in sé il sintomo di un fenomeno incontestabilmente positivo: molta più gente mangia presso le catene di fast food occidentali semplicemente perché molta più gente può permetterselo. Ma la lista di lati negativi del fenomeno, spesso interamente endogeni al contesto africano, ha finito per preoccupare anche vari ministri della Sanità locali.

Il nuovo ceto medio africano infatti vede il mangiare presso i fast food come una sorta di status symbol: mangiare pollo fritto era un’attività riservata ai giorni di festa; e sempre più gente può permettersi di festeggiare quotidianamente il miglioramento della propria condizione economica.

La strategia di mercato delle compagnie gioca molto su quest’aspetto, per dirla con le parole di  Ashok Mohinani, direttore dell’azienda in franchising che controlla tutti i punti vendita Kfc in Ghana: “L’obiettivo è quello di trasformare il mangiare presso uno dei nostri ristoranti in un’attività giornaliera.”

Canoni di bellezza insalubri

In un continente che, per motivi culturali ed economici, ha spesso esaltato la grassezza come simbolo del successo personale, questa ondata montante di cibi grassi rischia di trasformarsi in una piaga sociale difficilmente controllabile.

Secondo un’estensiva ricerca sulle abitudini alimentari e di costume presso la popolazione di colore, voluta dal ministero della Sanità Sudafricano, il South African National Health and Nutritional and Examination Survey, quasi il 90% della popolazione ha come ideale di bellezza per il proprio partner la grassezza.

La pratica del Leblouh, l’alimentazione forzata delle bambine in voga in Mauritania, e in alcune regioni di Mali, Niger, Camerun e Nigeria, è un altro estremo esempio di quanto la floridezza dei corpi sia un aspetto ricercato nel continente: secondo The Guardian, bambine in età prepuberale vengono costrette ogni giorno a bere fino a venti litri di latte di cammello e mangiare fino a due kg di semolino misto a burro, per raggiungere a 12 anni pesi fino ad 80/90 kg.

In alcuni Stati del sud-est del continente poi, la grassezza è vista come una forma di autocertificazione di sanità. Chi perde troppo peso, troppo in fretta, è spesso stato colpito da un’altra grande tragedia sanitaria per il continente, l’Aids.

Questa scarsa consapevolezza dei rischi legati all’aumento di peso viene poi esacerbata dai comportamenti delle aziende stesse: in Europa, ogni menu contiene le informazioni nutrizionali per tutte le pietanze; in Africa, queste informazioni sono disponibili quasi esclusivamente online. In Africa, la gran parte delle opzioni dietetiche dei menù occidentali (insalate, bibite light) sono assenti. In Europa, l’uso dell’olio di palma è stato largamente abbandonato a causa di una lunga campagna di informazione pubblica; in Africa, è la sostanza con cui Kfc frigge tutte le sue pietanze.

Costi insostenibili

Le malattie direttamente legate all’ obesità rappresentano un costo elevatissimo per le finanze degli Stati e dei loro servizi sanitari. Per l’Italia, nonostante sia lo Stato europeo con la minor percentuale di obesi, i costi di tale malattia rappresentano più del doppio di tutti quelli legati al tabagismo (più di nove miliardi di euro l’anno contro circa 4,2).

Aaron Motsoaledi, il ministro della Sanità sudafricano, si è recentemente detto allarmato: “Nei prossimi dieci anni i costi legati all’aumento dell’ obesità diventeranno insostenibili per molti Stati africani; fra questi, certamente il Sudafrica stesso.”

Nel tentativo di dare il buon esempio, il ministro, uomo fortemente sovrappeso, si è recentemente imposto una dieta ferrea. Ma nello stesso periodo un membro del suo partito veniva colpito da uno scandalo politico, perché s’è scoperto che la sua carta di credito governativa era stata usata per spendere quasi 4.000 euro in fast food nel giro di soli due mesi e mezzo.

I tassi di sovrappeso e obesità in Africa, nonostante si siano quasi triplicati negli ultimi 25 anni, rimangono ancora mediamente un terzo che in Europa. Ma questa non può essere una scusa per rimanere a guardare. È necessaria un’attività transnazionale, che faccia pressione sulle aziende e sui governi perché si adoperino le stesse prassi e politiche che sono ormai pratica comune in Europa. La fragilità delle economie africane rende imperativo agire per fermare sul nascere questa ondata d’obesità, di malattie e di costi montante. Alessandro Miglioli AffInt 10

 

 

 

 

Legge elettorale e voto all’estero. L’autodifesa di un parlamentare estero: far chiarezza

 

L'articolo 6 della legge elettorale appena varata dal Parlamento e le dinamiche che hanno condotto alla sua approvazione sono diventati un argomento quasi da romanzo d'appendice di cui però si rischia, tra speculazioni complottismi ed appropriazioni indebite di meriti, di veicolare informazioni parziali o errate.

 

Facciamo quindi un po' di chiarezza.

 

Sarebbe troppo facile (o semplicemente banale?) etichettare la proposta emendativa come volonta' estemporanea di un certo deputato. Pensate davvero che il Pd o Maurizio Lupi si siano svegliati la mattina con il desiderio di stravolgere le regole di ingaggio elettorali all'estero?

 

Le modifiche all'articolo 6 sono espressione di una sorta di "cambiale in bianco" con cui la maggioranza ha dovuto fare i conti in ragione di molteplici sollecitazioni che arrivavano da alcuni contesti, in primis il sud America dove l'attuale sistema, fresco di aggiornamento legislativo, potrebbe condurre a vantaggi comparati.

 

Fa invece riflettere, e anche sorridere, che alla Camera nessuno abbia mosso un dito. Dove erano i tanti deputati indignati che avrebbero poi dichiarato di votare contro alla fiducia? Perché attendere la platealità della fiducia quando si poteva combattere- coltello tra i denti - in commissione affari costituzionali in sede referente quando in quel pomeriggio di venerdi venne presentato l'emendamento?

 

Ah dimenticavo, a detta di qualcuno in Commissione a votare e discutere ci sono solo i "peones".

 

Non posso non pensare ad una strategia disarmante nella sua semplicità, messa a punto scientificamente, che a sollecitazioni in camera caritatis orientate a quella modifica, contrappone l'indignazione formale fatta di voti contrari in aula. Nel mezzo il vuoto operativo, il silenzio e l'inattività.

 

Con un testo blindato in Senato, malgrado gli emendamenti presentati, non c'è stato margine di discussione, risolvendosi la trattazione in poche ore.

 

Abbiamo avuto le mani legati e abbiamo assistito inermi a ciò che avveniva in Commissione alla Camera nel silenzio totale di chi avrebbe dovuto difendere quel testo. E meno male che i resoconti di commissione possono testimoniare. Posso ammettere con tranquillità che sicuramente, qualora l'incursione emendativa all'articolo 6 fosse avvenuta in Senato, non sarebbe mai passata all'interno della legge.

 

Credo che la chiarezza sia prioritaria quando si affrontano argomenti così delicati e quando ci si trova dinanzi al classico dito puntato contro questo e quello cercando di far passare una precisa linea studiata a tavolino, senza poi pianificare alcuna ulteriore strategia nella prospettiva di ridimensionare i danni e le criticità che deriveranno dall'applicazione di questa nuova disciplina.

 

Ipocrisia? Strategia elettorale? Ai posteri l'ardua sentenza ma nel frattempo si smettesse di prendere in giro i connazionali. Sen. Aldo Di Biagio

 

 

 

 

Le valutazioni

 

“Nessuna nuova è buona nuova”. Il proverbio è ben noto nella nostra Penisola. Ma, quando le “nuove” potrebbero esserci, è importante mettere da parte i proverbi e azzardare a fare un primo punto sul fronte socio/politico italiana. E’ una necessità che riteniamo prioritaria proprio per non trovarci spiazzati. Come sarà il prossimo Potere Legislativo non c’è ancora chiaro. Del resto, lo scollamento di strategie tra i partiti, che in Italia prosperano a tutto spiano, c’induce a presupporre una differente presa d’atto della rappresentatività politica nazionale. Per altro, non si evidenzia alcun partito capace di concludere un accordo in grado di reggere un’ipotetica Legislatura. Forse, da noi manca la volontà d’essere originali o, in ogni caso, più propositivi che per il passato. La guida dei partiti non si dovrebbe ereditare; invece la figura dei “Delfini” è più reale che mai. Almeno, ci auguriamo che il nuovo Parlamento sia messo nelle condizioni d’operare in maniera più integrale. Senza problemi di “conta” o di “franchi tiratori”. Ovviamente, il cambiamento andrà ad interessare anche altri istituti costituzionali. Se così sarà, ne prenderemo atto. Ciò malgrado, non tutti i partiti sembrano in linea con i cambiamenti che, da ipotetici, potrebbero essere reali entro il prossimo anno. La Democrazia è una realtà che, però, ha da essere gestita con criterio e con programmi ben chiari per l’economia del Paese. Certo è che l’istituto della delega, tanto caro ai nostri politici, sembra aver perduto d’importanza e questo è un altro segnale sul quale porremo la nostra attenzione nello spirito col quale andremo a salutare il 2018. Finalmente anno delle elezioni politiche generali. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Nuovo regolamento. Privacy online: iniziativa Ue per la tutela dei dati

 

Dal 1° luglio scorso è l’Estonia ad aver assunto la presidenza di turno dell’Unione europea, semestre che sin dall’inizio ha visto i temi digitali in cima all’agenda delle priorità. Il Paese del nord del Baltico è stato infatti il primo a istituire il voto online nel 2005, a realizzare una banca dati per proteggere le informazioni dei propri cittadini e a istituire, nel 2014, la e-residency, la residenza digitale per cittadini e non, che permette di usufruire dei servizi pubblici estoni.

Nell’agenda del piccolo ma innovativo Paese vi è una completa realizzazione del Digital Single Market, con una particolare attenzione al tema della privacy online.

Economia dei dati e e-privacy

In una realtà sempre più digitale, in cui gli utenti sembrano tutt’altro che restii a condividere informazioni personali sul web, occorre chiedersi se ai cittadini europei interessi ancora la propria privacy.

Probabilmente, la verità è che manca una piena consapevolezza dell’utilizzo di questi dati una volta che sono stati caricati in rete. Se i contenuti su YouTube, Facebook e Google sono gratis, infatti, è perché il vero prodotto siamo noi; sono i nostri dati. L’economia tipicamente si basa su uno scambio di beni e servizi per un corrispettivo (monetario e non), aspetto che però viene a mancare quando si fruisce di contenuti online.

Se queste aziende sono in grado di offrire le proprie pagine web senza la richiesta di alcun pagamento è perché il loro guadagno deriva dall’acquisizione e vendita dei dati degli utenti. Così, se da un lato a nessuno spiace accedere alla Rete gratuitamente, dall’altro l’economia dei dati distrugge un paradigma economico classico.

È per questi motivi che la Commissione europea, dapprima con il regolamento generale sulla protezione dei dati personali (Gdpr) e poi con la proposta di regolamento sull’e-privacy, si pone l’obiettivo di limitare il trattamento dei dati personali dei cittadini all’interno dell’Unione.

Trattamento dei dati personali offline e online

Il crescente dinamismo del settore delle telecomunicazioni ha fatto sì che la regolamentazione non fosse al passo con i tempi. Nel gennaio del 2012, la Commissione ha proposto un regolamento (per sua natura, di portata generale, obbligatorio in tutti i suoi elementi direttamente applicabile negli Stati Membri) che andasse a colmare il vuoto della precedente direttiva.

Il Gdpr entrerà in vigore nel maggio 2018, chiedendo alle aziende e alla pubblica amministrazione di implementare sistemi che vadano a garantire una maggiore sicurezza dei cittadini. Tra le novità introdotte, vi è l’espansione dell’ambito di applicazione della legislazione, il rafforzamento del concetto di consenso e la presenza di multe salate. Infatti, questa normativa si applica ad aziende che, nonostante non operino in Europa, trattano dati di cittadini europei. Essa richiede che il consenso non possa essere preimpostato in format già compilati ma debba essere esplicito, ed infine può comportare sanzioni fino al 4% del fatturato per chi non risulti a norma.

In questi mesi l’Europa sta facendo un ulteriore passo in avanti. La proposta di regolamento e-privacy, che è ancora in fase di discussione a Bruxelles, andrà ad affiancare il Gdpr. L’obiettivo è quello di rendere confidenziali i contenuti e le informazioni correlate (come ora, luogo e durata) delle comunicazioni private. La proposta le inquadra infatti come specchio di idee politiche, orientamento sessuale, caratteristiche mediche, finanziarie, ma anche emozioni e sensazioni degli utenti.

Un punto cruciale è l’inclusione degli operatori cosiddetti over-the-top, quali Google, Yahoo!, Facebook, YouTube, Skype, che fino ad oggi sono in grado di ricostruire la sfera personale di un individuo a 360 gradi. Inoltre, l’articolo 8 della proposta di regolamento mira a modificare l’attuale informativa dei cookie sulle pagine web, attualmente poco efficace nella maggior parte degli Stati membri.

Infine, viene proposto di introdurre, a carico degli operatori di telemarketing, l’obbligo di chiamare con un unico prefisso, in modo tale che i singoli consumatori possano decidere o meno di rispondere a telefonate importune, riconoscendo in anticipo il fine della chiamata.

I dati geografici liberi di Open Street Map

Per quanto riguarda per esempio la mobilità, i giganti come Google non sono gli unici ad offrire il proprio servizio. A partire, quindi, dall’entrata in vigore del regolamento e-privacy mappe alternative potrebbero avere sempre maggior rilievo.

Sono sempre maggiori, infatti, le iniziative come quella organizzata a Torino, il Mapping Party, organizzato da 5T (società che realizza servizi innovativi per la mobilità) e Ithaca (un centro ricerche del Politecnico di Torino che opera in collaborazione con il World Food Programme) che superano la necessità di una regolamentazione dall’alto sulla privacy. Durante questi incontri sono i cittadini stessi a fornire direttamente ed espressamente informazioni sulle strade che percorrono ogni giorno, sull’accessibilità per i disabili nei bar e nelle stazioni ferroviarie. Enfatizzando la conoscenza locale è possibile creare mappe complete e dettagliate, con informazioni pubbliche, che porterebbero, quindi, ad una democratizzazione dei dati.

Una delle sfide della pubblica amministrazione è quella di ottenere un vantaggio competitivo dall’ottenimento di mappe che sono lo specchio del mondo dove viviamo, fornite dai primi utenti interessati, per rispondere alle richieste ed esigenze della società. Valeria Mosso, AffInt 10

 

 

 

Lettera aperta del segretario generale del CGIE

 

Michele Schiavone sulla Giornata dell'unità nazionale: “La pace è la condizione indispensabile per custodire e praticare i valori fondanti sui quali è stata edificata la nostra Repubblica”

 

TÄGERWILEN - In occasione della ricorrenza del 4 novembre, per ricordare il giorno dell’unità nazionale e la giornata della forze armate, il Consiglio generale degli italiani all’estero invita le rappresentanze istituzionali all’estero: i Consolati, i Comites, le Associazioni italiane nel mondo, le Scuole, gli Enti Gestori e le organizzazioni del terzo settore ad organizzare ovunque, iniziative per celebrare questa giornata commemorativa in ricordo dei militari e dei civili caduti in guerra a difesa della Patria e per l’onore dell’Italia. Novantanove anni fa, il 4 novembre, con l’entrata in vigore dell’armistizio, per l’Italia finì la Prima Guerra mondiale e con essa si compì il processo unitario nazionale, iniziato in epoca risorgimentale, che aveva portato alla proclamazione del Regno d’Italia il 17 marzo del 1861.

Molti sono i militari e i civili italiani deceduti all’estero, in diversi continenti, nelle due Guerre mondiali. Tanti sono i cimiteri in cui sono sepolti e infiniti i campi di battaglia dove si spesero i nostri connazionali, chi con convinzione per realizzare i loro ideali, chi invece per obblighi di leva. Sulle loro tombe, in tutti i posti del mondo, il CGIE si reca idealmente per porre un mazzo di fiori e per raccogliersi in preghiera di gratitudine e riconoscenza. Ricordare le gesta e gli atti di eroismo di militari e civili, caduti per la patria e per costruire le condizioni di una libera convivenza tra i popoli, è un obbligo morale e contestualmente un dovere. Perciò, forte deve essere il messaggio rivolto ai depositari del potere per affermare la pace, pedagogico il richiamo alle giovani generazioni cresciute in un’epoca tranquilla, perché inequivocabili si manifestano ai nostri giorni i segnali di una ripresa delle armi a livello planetario. Oggi più che mai è di attualità il monito del Presidente americano John Fitzgerald Kennedy: “… Se parlo oggi della pace è perché la guerra ha assunto nuove sembianze. La guerra totale non ha senso in un'epoca in cui le grandi potenze possono mantenere forze nucleari enormi e relativamente invulnerabili, rifiutando di arrendersi senza fare ricorso a questi arsenali. Non ha senso in un'epoca in cui un'unica arma nucleare contiene una forza esplosiva quasi dieci volte maggiore di quella scatenata dalle forze aeree alleate nella Seconda Guerra Mondiale. Non ha senso in un'età in cui i veleni mortali prodotti da una reazione nucleare sarebbero trasportati dal vento, dall'acqua e dal suolo, contaminando gli angoli più remoti del pianeta e le generazioni future”.

La pace è la condizione indispensabile per custodire e praticare i valori fondanti sui quali è stata edificata la nostra Repubblica e si sono definite le regole della nuova civiltà dopo i mostruosi conflitti mondiali. Quei valori sono enunciati convintamente nella nostra carta costituzionale, che recita “L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali…” .

Memori delle tragedie causate dalle due ultime guerre mondiali in cui persero la vita oltre venti milioni di persone tra militari e civili impegniamoci affinché il nostro Paese continui ad essere promotore di pace e i nostri cittadini vivano in condizioni di prosperità, tolleranza e solidarietà.

Michele Schiavone, Segretario generale del CGIE, Consiglio generale degli italiani all’estero

 

 

 

 

Non ci resta che boicottare i candidati paracadutati da Roma

 

“Non è mai il veleno a uccidere, ma la dose. E noi italiani residenti all’estero di veleni, schiaffi in faccia e umiliazioni che arrivano dal nostro Belpaese ne abbiamo sopportati e subiti da sempre. Dopo le polemiche sull’ultimo referendum costituzionale - quando si è creata una fronda bipartisan per chiedere che venisse accantonato il nostro sacrosanto diritto al voto - adesso è la volta di un nuovo veleno, quello contenuto nell’articolo 6 della nuova legge elettorale, che garantisce anche agli italiani residenti in Italia di candidarsi nelle circoscrizioni estere. In questo caso però, contro questo veleno esiste un antidoto che abbiamo già in mano: boicottare alle prossime elezioni i candidati che saranno paracadutati nelle circoscrizioni al di fuori dei confini nazionali”. È dedicato alla legge elettorale l’editoriale che Francesco Veronesi firma per il “Corriere canadese”, quotidiano che dirige a Toronto.

“Il nostro punto di vista è estremamente semplice e lineare: a prescindere dai programmi dei singoli partiti, mettendo da parte steccati ideologici e divisioni politiche, inviteremo i nostri lettori a non votare quei candidati che, per interesse di partito, di equilibrio tra le diverse correnti interne, saranno catapultati all’estero, magari in qualche circoscrizione considerata sicura. Che tuttavia, tanto sicura non sarà più, se è vero che l’ondata di indignazione verso l’emendamento Lupi è stata forte e bipartisan da parte dei parlamentari eletti all’estero e da numerosi esponenti di spicco delle varie comunità italiane fuori dal Belpaese.

Il ruolo di senatore e deputato eletto all’estero è estremamente delicato. Gli eletti devono portare a Roma le istanze che emergono dalle comunità italiane nelle varie circoscrizioni, devono fungere da raccordo tra le istituzioni romane e la fitta rete associativa, istituzionale e diplomatica degli italiani all’estero. Il tutto, accompagnato dalla diffidenza che la classe politica italiana nutre nei loro confronti. Come è possibile immaginare che un candidato paracadutato da Roma riesca a fare un lavoro migliore, senza conoscere le singole realtà locali e i problemi degli italiani all’estero?

Insomma, ci vogliono commissariare. Noi non ci stiamo, pronti al boicottaggio, senza se e senza ma, di qualsiasi candidato imposto agli italiani all’estero dalle segreterie dei partiti”. (aise 30) 

 

 

 

 

Politica associativa

 

Sull’Associazionismo politico abbiamo dei nostri convincimenti che ci permettano d’essere meno condizionati dagli eventi del quotidiano.

I tanti problemi d’Italia confermano la nostra tesi. Sarà scontato, ma lo riaffermiamo: in Democrazia l’impegno politico ha da precorrere quello dei Partiti. Da noi, preso atto di certe riforme, il diritto del cittadino resta soggetto a quello delle formazioni politiche che l’hanno varato. Anche di quello, in apparenza, innovativo.

 

 La partitocrazia s’è imposta; principalmente per l’inerzia. Ne deriva che il cittadino la vive “passivamente” e s’è assuefatto a non intromettersi sulle sorti del Paese. Di questo passo, non ci saranno risultati positivi per il futuro d’Italia. Se le normative avessero una radice popolare, avrebbero un differente impatto sociale.

 

 Non a caso, rammentiamo uno dei principi fondamentali della nostra Costituzione che, in buona sintesi, recita: ” la Repubblica riconosce e garantisce i diritti dell’uomo". Sia come singolo, che nelle formazioni collettive che implicano doveri di solidarietà economica e sociale”.

 

Uno di questi doveri, a nostro avviso, è proprio la partecipazione alla vita della Repubblica. Anche proiettata oltre schemi “scontati” e fallimentari in partenza. Quelli che, poi, non risolvono e sanno di compromesso.

La partitocrazia non favorisce l’impegno collettivo e frena ogni sorta d’indispensabile cambiamento.

 

 Con queste premesse, riteniamo che il pluralismo partecipativo debba ritrovare sua reale dimensione. Magari prendendo valido spunto dalla questione morale che, da noi, è una lezione di vita che è obliata troppo spesso. Oppure, ma non giova, ricordata quando può fare comodo nei meandri di una politica inconcludente. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Istituiti nel Dipartimento Italiani all’Estero del Pd cinque Gruppi di Lavoro per la stesura del programma

 

ROMA – “In vista della deadline del 20 dicembre p.v per la scrittura del Programma Pd per la campagna elettorale, si istituiscono all’interno del Dipartimento Italiani all’Estero cinque gruppi di lavoro che serviranno da “forum” dove maturare idee e proposte da inserire nel Programma finale”. Lo segnala in una nota Anna Grassellino, responsabile Pd Dipartimento Italiani all’Estero”. “I cinque gruppi - continua la nota - trattano cinque temi di grande importanza per gli italiani all’estero. Il goal dei gruppi di lavoro è di produrre fino a tre proposte concrete per gruppo, che verranno poi sintetizzate nella nostra proposta di programma elettorale come Dipartimento Italiani all’Estero. Chiedo ai designati group leaders di lavorare con i segretari di federazione per formare i gruppi in maniera da coprire diversità di competenze, diversità geografica e politica, e di utilizzare più mezzi possibili – social, piattaforme web, incontri col territorio, per garantire massima inclusione e apertura. Istituiremo un meeting bisettimanale (via web) dove i group leaders faranno un breve report del progresso maturato – incontri, dibattiti, idee e proposte”.

Gruppi e rispettivi leaders: 1: Internazionalizzazione di Università e Ricerca  (Group Leaders: Antonio Ereditato, Sergio Gaudio e Cecilia Mussini); 2:  Servizi agli Italiani nel mondo, rete Consolare (Group Leaders: Fabio Porta, Michele Schiavone, Alessio Tacconi); 3: Promozione e valorizzazione dello studio della lingua e della cultura italiana nel mondo (Group Leaders: Andrea Mattiello, Laura Garavini, Maria Chiara Prodi); 4: Facilitazione delle sinergie e del commercio internazionali (Group Leaders: Marco Fedi, Giovanni Faleg, Gianluca Galletto); 5: Inclusione e Diversità (Group Leaders: Mina Zingariello, Angela Maria Pirozzi, Antonella Pinto). Il lavoro finale di sintesi e la scrittura programma sarà affidato Anna Grassellino, Francesco Cerasani e Massimiliano Picciani

Nella nota si segnala inoltre che chiunque voglia contribuire a partecipare ai diversi forum potrà scrivere a itmondo@partitodemocratico.it. Le richieste saranno indirizzate ai vari group leaders. Verrà inoltre chiamato a breve un primo meeting per discutere la timeline e finalizzare contenuti e membri dei diversi gruppi. (Inform 9)

 

 

 

Assemblea Plenaria del CGIE dal 22 al 24 novembre alla Farnesina

 

20 e 21 novembre: riunione del Comitato di Presidenza, lavori della  Commissioni Tematiche e Continentali , audizione della Commissione  “Lingua e Cultura” presso il Comitato per le Questioni degli Italiani all’Estero del Senato della Repubblica 

 

ROMA – I lavori della seconda Assemblea Plenaria del CGIE del 2017 si svolgeranno dal 22 al 24 novembre a Roma, nella Sala delle Conferenze Internazionali del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. La prima giornata dell’Assemblea convocata dal segretario generale Cgie Michele Schiavone, si terrà mercoledì 22 novembre dalle ore 9,30 alle ore 18. Ad apertura dei lavori, l’intervento di saluto del direttore generale per gli italiani all’estero e le politiche migratorie Vignali. La seconda giornata, giovedì 23 novembre, si aprirà alle ore 9,00. Alle ore 10 interverrà il ministro degli Esteri Angelino Alfano, cui faranno seguito la Relazione di Governo e la Relazione del Cgie. I lavori della Plenaria proseguiranno fino alle 18.  La terza e ultima giornata si svolgerà venerdì 24 novembre dalle ore 9,00 alle ore 14,00. Alle 15 riunione del Comitato di Presidenza, con saluto del direttore generale Vignali.

All’ordine del giorno dei lavori : 1. Approvazione del documento di riforma della rappresentanza del CGIE e dei Comites; 2. La nuova mobilità; 3. Comunità italiane all’estero; 4. La nuova legge elettorale e le prossime elezioni politiche; 5. Promozione lingua e cultura all’estero; 6. Costituzione cabina di regia Conferenza permanente Stato-Regioni-PA-CGIE; 7. La cittadinanza europea; 8. Promozione del sistema Italia e dei suoi cittadini nel mondo; 9. La rete diplomatico-consolare all’estero e i Comites; 10. Servizi amministrativi sussidiari delegati ai patronati e ad organizzazioni non governative; 11. Documento di programmazione economica e finanziaria per le politiche a favore degli italiani all’estero; 12. Nuova legge sull’editoria; 13. Donne in emigrazione; 14. Estendere la rappresentanza dei Consiglieri CGIE ai Paesi privi di consiglieri e di Comites; 15. Varie ed eventuali.

I lavori della Plenaria saranno preceduti da altre due giornate – 20 e 21 novembre - di riunioni e incontri. Il 20 novembre: riunione del Comitato di Presidenza (ore 9.30) a cui porterà il saluto il direttore generale Vignali, riunione della III Commissione diritti civili, incontro di tutti i consiglieri alla Farnesina ai quali daranno il benvenuto Vignali e Schiavone, lavori delle Commissioni Continentali America Latina, Europa e Nord Africa, Nomina Governativa, Paesi Anglofoni extra Ue. Il 21 novembre: riunioni della Commissioni tematiche (ore 9.30): VI Comm. “Conferenza Permanente Stato, Regioni, PA, CGIE; II Comm. “Sicurezza, Tutela Sociale e Sanitaria”;  III Comm. “Diritti Civili, politici e partecipazione”; IV Comm. “Lingua e Cultura”; V Comm. “Promozione Sistema Paese all’Estero”; I Comm.“ Informazione e Comunicazione”; VII Comm. “Nuove Migrazioni e Generazioni nuove”. Alle 10.30 Tavolo tecnico Stato Regioni (VI Comm). Alle ore 13.30 prevista un’audizione della IV Commissione . “Lingua e Cultura” presso il Comitato per le Questioni degli Italiani all’Estero del Senato della Repubblica. Alle 14.30 Commissioni tematiche. Dip

 

 

 

 

“In cattedra con la valigia. Gli insegnanti tra stabilizzazione e mobilità. Rapporto 2017 sulle migrazioni interne in Italia”

 

ROMA - Le migrazioni e il pendolarismo del personale docente nelle scuole italiane rappresentano un fenomeno sociale importante e radicato nel tempo, che per la prima volta viene affrontato a livello scientifico nella ricerca “In cattedra con la valigia. Gli insegnanti tra stabilizzazione e mobilità. Rapporto 2017 sulle migrazioni interne in Italia”. Il volume, curato da Michele Colucci e Stefano Gallo dell’Istituto di studi sulle società del Mediterraneo del Consiglio nazionale delle ricerche (Issm-Cnr) ed edito da Donzelli, verrà presentato il 7 novembre alle 10.30 presso la sede centrale del Cnr a Roma.

Da dove vengono e dove si dirigono gli insegnanti migranti? Quali sono le cause di questa mobilità, come viene vissuta, in che modo le modifiche legislative l’hanno cambiata? I ricercatori rispondono a queste domande con un approccio interdisciplinare che cerca di superare l’ottica emergenziale.

“L’importanza del comparto scuola nella composizione del mercato del lavoro è sempre più significativa: nell’anno scolastico 2016-17 gli insegnanti sono 855.829, l’11,8% in più rispetto a cinque anni prima. Per quelli non di ruolo le zone di maggiore emigrazione sono Basilicata, Sicilia e Campania, mentre le regioni più attrattive sono Toscana, Piemonte e Lazio: il flusso più consistente va dalla provincia di Napoli a quella di Roma, e dalla Sicilia verso le zone di Milano e Torino”, spiega Colucci. “Al contrario, tra i docenti di ruolo prevale la tendenza a chiedere il trasferimento dal Centro-nord al Sud: in questo caso il flusso più consistente è quello Roma-Napoli, in direzione opposta a quella dei precari”.

La mobilità è comunque consistente sia tra i docenti con contratto a termine sia tra quelli di ruolo. “Il 10,5% degli iscritti nelle graduatorie ad esaurimento nel 2014 ha scelto una regione diversa rispetto al 2011: circa 20.000 docenti si sono spostati dal Sud al Centro-nord. Tra gli insegnanti di ruolo, invece, nel 2015 il 5,9% si è trasferito in una regione diversa da quella in cui insegnava nel 2012: circa 8.000 di loro si sono cioè spostati dal Centro-nord al Sud, tornando evidentemente nei luoghi di origine dopo una esperienza al nord”, specifica Gallo.

Si tratta in genere di spostamenti di lunga distanza e coloro che si spostano tra le diverse aree del paese sono più di quelli che si spostano all’interno delle stesse aree. La distanza media percorsa ad esempio dai docenti precari di Palermo e Catania interessati a insegnare fuori regione è rispettivamente di 788 e 854 Km, con Milano e Torino come destinazioni preferite. La distanza media dei docenti precari della provincia di Napoli che si iscrivono alle graduatorie fuori regione è 523 Km, con Roma, Firenze e Milano come destinazioni preferite. La prevalenza di genere degli insegnanti migranti rispecchia quella generale del corpo docente: a muoversi sono soprattutto le donne. L’87% delle iscrizioni in graduatoria in altra provincia nel 2014 è attribuibile alle docenti precarie.

Le fluttuazioni delle regole che riguardano il reclutamento scolastico hanno ovviamente effetti sulla struttura sociale, sulla percezione del lavoro e sulla vita quotidiana dei docenti.

“I cambiamenti delle logiche di selezione e di accesso incentivano i movimenti migratori”, afferma Colucci. “La scuola è un gigantesco mercato del lavoro gestito dallo Stato, ma dobbiamo ripensare l’immagine dell’insegnante obbediente e docile: proprio il tema della mobilità rivela la rilevanza delle lotte e delle resistenze opposte alle scelte operate "dall’alto", molto evidente nella storia, soprattutto nel periodo fascista”, sottolinea Gallo.

Il volume contiene una serie di approfondimenti sui territori dove l’impatto degli insegnanti migranti è più forte, quali le provincie di Bergamo, Bologna, Reggio Emilia, Asti e Alessandria, “e sul pendolarismo quotidiano con partenza notturna degli insegnanti che si muovono dalle province di Napoli e Caserta per andare a Roma, dove si recano per una supplenza anche solo giornaliera”, conclude Gallo.

I dati della ricerca sono scaricabili on line a questo link. (aise 3) 

 

 

 

 

Premio Ambasciatori della Calabria nel mondo 2017

 

CATANZARO - Sono sei e si sono distinti nei loro rispettivi ambiti professionali come esempio di valori positivi e apprezzati sia a livello nazionale che sul piano internazionale. Figli della Calabria che, in alcuni casi, si sono fatti strada fuori dalla loro regione di origine, ma hanno mantenuto un rapporto forte e continuo con la loro terra. In poche parole, come spiegano gli organizzatori del Premio Ambasciatori della Calabria nel mondo 2017, "ognuno di loro è un testimonial spontaneo positivo e un acceleratore delle potenzialità che la Calabria può esprimere". E' stato questo il criterio che ha ispirato le scelte della Regione Calabria che ha "arruolato" personaggi di fama internazionale per aiutare una delle zone più belle ma anche meno conosciute del nostro Paese a comunicare il meglio.

Hanno accettato la sfida il regista Gianni Amelio, distintosi per aver girato film come "La Tenerezza", "Il ladro di bambini", "Porte aperte" e recentemente autore al Festival di Venezia del cortometraggio "Casa d'altri"; la campionessa olimpionica Rosalba Forciniti, prima donna calabrese ad essere salita sul podio dei Giochi olimpici; Eugenio Gaudio, rettore dell'Università La Sapienza di Roma; il top manager crotonese Michele Aracri, con una posizione nel settore manageriale nel colosso veneto degli occhiali De Rigo; Santo Versace, ai vertici della Gianni Versace SpA, e l'imprenditrice Marcella Panucci.

"È un grande onore e motivo di orgoglio -ha detto Oliverio- riconoscere ed onorare calabresi illustri che si sono contraddistinti per il loro lavoro, la loro cultura e i valori che hanno saputo trasmettere in tutto il mondo. Il progetto che abbiamo presentato questa mattina alla sede della Stampa Estera di Milano, è solo l'inizio di un percorso di newtworking finalizzato a promuovere eccellenze e territorio della nostra regione attraverso persone di indiscussa qualità che generosamente hanno accettato di aiutare la loro terra di origine. Contiamo di realizzare almeno due appuntamenti annuali in modo da costruire un vero e proprio percorso che illumini il più possibile quanto di positivo e di prestigioso viene realizzato nella nostra Regione". "Quella odierna, insomma -ha concluso Oliverio- è stata una bella occasione per proiettare, in Italia e nel mondo, l'immagine positiva della nostra terra, attraverso le eccellenze dei suoi figli, che promuoveranno, a titolo gratuito, le peculiarità della nostra regione. Un modo anche per rompere con stereotipi e luoghi comuni negativi che troppo spesso vengono associati alla nostra terra". f.d.

 

 

 

 

A Roma il primo Summit delle Diaspore

 

ROMA - Si svolgerà sabato 18 novembre a Roma il primo Summit delle Diaspore organizzato dal gruppo di Lavoro 4 “Migrazione e Sviluppo” del Consiglio Nazionale per la Cooperazione allo Sviluppo. L'iniziativa è finanziata dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, con il contributo di Fondazioni For Africa Burkina Faso e di Fondazione Charlemagne, e con l’appoggio di enti locali e organizzazioni della società civile.

L’appuntamento, che si svolgerà negli spazi del centro congressi Frentani, a partire dalle ore 9.00, sarà l’occasione per un proficuo confronto tra associazioni di migranti, istituzioni e organismi della società civile, ma anche uno strumento di scambio di informazioni e obiettivi con la Cooperazione italiana.

Nel corso della mattina sarà presentato un documento elaborato grazie ai contenuti emersi dagli incontri territoriali con le diaspore in diverse città italiane e quindi attraverso il confronto costante con le associazioni. Unico nel suo genere, questo documento intende presentare la direzione, le criticità e le opportunità del dialogo tra diaspore e Cooperazione italiana.

Il ruolo delle diaspore è un tema prioritario per l’Agenzia che punta a valorizzare le associazioni di migranti che assolvono a una fondamentale funzione di rappresentanza nei confronti delle istituzioni, ma anche di mediazione con la società di accoglienza. Le finalità politiche dell’iniziativa riconoscono nelle diaspore delle risorse strategiche che possono rappresentare ponti tra comunità, rivestendo un ruolo chiave nello scambio di risorse economiche, culturali e di conoscenze sociali. Molte di queste associazioni svolgono anche attività di solidarietà internazionale e cooperazione allo sviluppo, promuovendo le relazioni tra l’Italia e i Paesi di origine.

Saranno presenti il viceministro degli Affari Esteri con delega alla Cooperazione Internazionale, Mario Giro, il vice direttore generale della Direzione per la Cooperazione allo sviluppo del MAECI, Luca Maestripieri, il responsabile dell’ufficio Rapporti Istituzionali e Comunicazione dell’AICS, Emilio Ciarlo, il coordinatore del gruppo di lavoro su “Migrazione e Sviluppo”, Cleophas Adrien Dioma, e rappresentanti del Ministero dell’Interno e del Ministero del Lavoro. (aise) 

 

 

 

 

„Wir müssen unsere Identität wiederentdecken“

 

Am gestrigen Donnerstag hielt der Präsident des EU-Parlaments, Antonio Tijani, in Berlin seine achte Europarede. Mit einem leidenschaftlichen Appell hat er davor gewarnt, die Definition des europäischen Identifikationsbegriffs den Rechtsaußen zu überlassen. Ein Kommentar von Tobias Fresenius.

 

Anlässlich der achten Europa-Rede von Konrad-Adenauer-Stiftung, Stiftung Zukunft Berlin, Stiftung Mercator und der Schwarzkopf Stiftung warb Tajani in Berlin dafür, sich an die zentralen Werte Europas als Grundlage für eine gemeinsame Zukunft zu erinnern. „Wir können nicht zusammenbleiben, wenn wir nicht unsere Identität wiederentdecken. Nicht die Sprache verbindet uns. Uns verbinden 3000 Jahre Geschichte.“

Tajani sprach sich dafür aus, dass die Politik das Heft des Handels zurückgewinnt. Politiker müssten wieder Protagonisten werden und mehr Führung zeigen. „Wir brauchen mehr Angela Merkels“, sagte er unter Applaus. Lobende Worte fand er in diesem Zusammenhang für die Reformvorschläge des französischen Präsidenten Macron. Sie seien der richtige Weg, zeigten sie doch, dass „wir aufstehen und beweisen können, das wir den politischen Willen haben neue Ideen auch umzusetzen.“ Europa müsse die Politik wieder für sich entdecken. Die 751 Abgeordneten in Straßburg vertreten die Menschen, sie entscheiden.

Terrorismus, Jugendarbeitslosigkeit und Flüchtlingskrise

Insbesondere auf drei Politikfeldern sieht Tajani akuten Handlungsbedarf: beim Kampf gegen Terrorismus und Jugendarbeitslosigkeit sowie gegen die Flüchtlingskrise. Europa befände sich am Scheideweg. Es müsse gelingen, diese Probleme dauerhaft in den Griff zu bekommen. Tajani wiederholte seinen Vorschlag eines europäischen FBIs, also einer zentralen Sicherheitsbehörde. Hier sollen Kräfte gebündelt werden, damit eine grenzübergreifende Zusammenarbeit besser funktionieren kann. Der Fall Amri habe gezeigt, wie wichtig dies sei. Der Attentäter vom Berliner Weihnachtsmarkt war im vergangenen Jahr nach Italien geflohen, wo er entdeckt und erschossen wurde.

Mit einer so genannten Agenda der EU-Führungsspitzen schaltet sich Ratspräsident Donald Tusk in die Debatte um die Zukunft der EU-Integration ein. Das Dokument beschreibt die Schwerpunkte bis 2019.

Auch in der Flüchtlingskrise setzt Tajani auf verstärkte Kooperation zwischen den Mitgliedsstaaten. Es brauche eine „europäische Politik für Afrika“, schon um chinesische Interessen auf dem Kontinent Einhalt zu gebieten. Damit sich in ein paar Jahren nicht Millionen Menschen auf den gefährlichen Weg an die europäische Außengrenze machten, müsste die Voraussetzung dafür geschaffen werden, dass diese in ihrer Heimat bleiben könnten. Das gelinge am besten durch Investitionen in die Staaten Nord- und Zentralafrikas.

Um den Kampf gegen die immer noch viel zu hohe Jugendarbeitslosigkeit in vielen Mitgliedstaaten zu gewinnen, schlug Tajani eine europäische Wirtschaftspolitik vor, die Unternehmen fördert, die Beschäftigung und Wachstum schaffen können. „Alte Rezepte“ wie etwa milliardenschwere Konjunkturprogramme würden offenbar nicht mehr greifen. Daher brauche es einen neuen Ansatz. Chancen sieht er darüber hinaus in dem Freihandelsabkommen mit Japan, das 2019 in Kraft treten soll wie auch in einer engeren Kooperation mit Lateinamerika.

„Europa muss sich ändern“, so Tajani. „Es lohnt sich zusammenzubleiben.“ Die kommenden Monate bieten die Gelegenheit, diesen Worten weitere Taten folgen zu lassen. Tobias Fresenius, KAS 10

 

 

 

Zurück mit gemischten Gefühlen. UN-Organisation hilft Afrikanern bei der freiwilligen Rückkehr

 

Wenn der Traum vom besseren Leben in Libyen oder Spanien platzt, verzweifeln viele Migranten. Manche gestehen sich schweren Herzens ihr Scheitern ein – und nehmen Hilfe für die Rückkehr in Anspruch. Eine Erfolgsgarantie gibt es nicht. Von Odile Jolys

 

Adrettes weißblaues Hemd, schickes Handy: El Hadji Mamadou Guèye ist stolz auf sein blitzblankes Büro. Der 32-Jährige verkauft in der senegalesischen Hauptstadt Dakar Versicherungen. Vor vier Monaten schuftete er noch als Erntehelfer auf Feldern nahe der spanischen Stadt Valencia. Guèye war erschöpft und verzweifelt, als er mit dem Büro der Internationalen Organisation für Migration (IOM) in Madrid Kontakt aufnahm. Schließlich gewährte ihm die UN-Organisation eine Starthilfe für eine neue Existenz und brachte ihn zurück in seine Heimat.

Im vergangenen Jahr kehrten 1.880 Migranten mit Hilfe der IOM in den Senegal zurück. Die meisten kamen aus den Transitländern Niger und Libyen, wenige aus Europa. „Es geht ausschließlich um eine freiwillige Rückführung“, sagt Jo-Lind Roberts-Sène, die Direktorin des senegalesischen IOM-Büros. Die Migranten könnten noch am Flugzeug oder am Bus umkehren. „Bis zum Einsteigen können sie nein sagen“, versichert sie.

Der geplatzte Traum

Guèye zögerte nicht. Er hatte im Senegal bereits Versicherungswirtschaft studiert. Über seine Zeit in Spanien spricht er heute mit Bitterkeit. Nach einem ersten gescheiterten Versuch, in Europa Fuß zu fassen, kehrte er 2015 auf eigene Faust in den Senegal zurück, mit der festen Idee, sich für eine zweite Reise besser vorzubereiten. 2016 war es soweit. Doch in Valencia, wo er sich an einer Hochschule zu einem Studium für Handelswesen angemeldet hatte, suchte er vergeblich Arbeit.

Guèye fand nur einen Job im Ost- und Gemüsebau. Es war Schwarzarbeit, er benutzte die Papiere eines anderen Senegalesen. Sein Traum war geplatzt, an Studieren war nicht mehr zu denken. Und was er verdiente, reichte kaum zum Leben. An die schwere körperliche Arbeit auf dem Feld war der Großstadtmensch nicht gewöhnt. „Ich fühlte mich schwächer und schwächer“, sagt er.

Rückkehrer erhalten einmalig 1.000 bis 3.000 Euro

Seine Mutter drängte ihn zurückzukommen. Das war ein Glück, es erleichterte seine Rückkehr. „Ich habe mir dennoch einiges anhören müssen“, seufzt er. „Als ich zurückkam, war mein Bruder verheiratet und in seiner Arbeit weiter vorangekommen, und was habe ich so lange gemacht?“

Das Rückkehrprogramm der IOM gab ihm Rückhalt. Jetzt kann er beweisen, dass er hart arbeiten kann. Schon bei der IOM in Madrid musste er über sein Berufsprojekt in Dakar entscheiden und bekam eine dreitägige Schulung in Management. Die Rückkehrer erhalten zudem 1.000 bis 3.000 Euro als einmalige Unterstützung – für das Anmieten einer Boutique, den Kauf von Vieh oder für Büroausstattung. Guèye ist dankbar dafür.

„Was du verdienst, gibst du gleich wieder aus“

Doch sein 31-jähriger Landsmann Abdou Diop ärgert sich. Er ging 2013 nach Marokko, wo er arbeitete, aber um den Lohn betrogen wurde. Dann war er in Algerien, wo der Lebensunterhalt aber zu teuer war. Schließlich landete er 2015 in Libyen: „Was du verdienst, gibst du gleich wieder aus, damit du am Leben bleibst“, sagt er über diese Zeit. Diop kam Anfang 2016 mit Hilfe der IOM zurück und bezog eine Starthilfe für eine Geflügelfarm, gemeinsam mit anderen Rückkehrern.

Doch bald starben alle Tiere an der Geflügelpest. „Jetzt sitze ich mit nichts da“, schimpft er. Man spürt, wie schwer es ihm fällt, sich über Wasser zu halten. Nun will er es mit Freunden wieder mit Geflügel versuchen – in einem Migrantenverein, wie er von vielen Senegalesen gegründet wurde, die ohne die IOM zurückkehrten. „Zwei Bekannte sind gerade wieder nach Libyen zurück“, erklärt er. „Obwohl sie aus eigener Erfahrung wissen, dass dort die Hölle ist.“

„Die Rückkehr ist eine Herausforderung“

Die IOM-Direktorin weiß um die Schwierigkeiten: „Die Rückkehr ist eine Herausforderung“, sagt sie. „Auf den Migranten lastet der Druck der Familie und der Gemeinschaft.“ Manche hätten Schulden wegen der Reise oder litten unter schlimmen Erlebnissen. „Und nicht jeder ist zum Unternehmer geboren“, räumt Roberts-Sène ein.

Um die Rückkehr erfolgreicher zu gestalten, will die IOM eine neue Strategie anwenden: „Statt nur dem Migranten zu helfen, wollen wir Familien- oder Gemeinschaftsprojekte unterstützen.“ Dies wird vom Afrika-Treuhandfonds der Europäischen Union finanziert, die die Rückführung der geschätzten 1,5 Millionen Einwanderer ohne Papiere beschleunigen will. (epd/mig 3)

 

 

 

Europas stille Revolution

 

Es braut sich etwas zusammen in Europa. Nach Jahren der Krisenreaktionen, der kurzfristigen Krisenbewältigungen und dem Brexit-Schock konzentriert sich der Blick in Brüssel jetzt stärker auf langfristige Reformen der Union.

So war der Herbst 2017 eine Zeit visionärer Reden: In seinem »State of the Union«-Vortrag vor dem Europäischen Parlament forderte Kommissionspräsident Juncker, den »neuen Wind in Europas Segeln« zu nutzen. Der französische Staatspräsident Macron folgte gleich nach den deutschen Bundestagswahlen mit einem Stakkato an Reformvorschlägen, mit denen er die Neubegründung Europas erreichen will. Weniger beachtet, aber zumindest kurzfristig umso einschneidender für die Europäische Politik, ist jedoch die stille Revolution, welche Donald Tusk gerade einleitet.

Tusk verfolgt einen schon fast traditionell pragmatischen Plan: Als Präsident des Europäischen Rates will er die Staats- und Regierungschefs hinter einer neuen Reforminitiative versammeln. Sein Amt gibt Tusk wenig direkte Kompetenzen, nur Symbolkraft und die Aufgabe der Vermittlung zwischen Europas Mächtigen. Genau das weiß er zu nutzen. Nach Macrons und Junckers Reden brach Tusk auf eine Vermittlungsreise durch Europa auf, bei der er die einstimmige Unterstützung der Staats- und Regierungschefs aller EU-Staaten für seine »Leaders‘ Agenda« bekommen hat. Darin hat er die Themen und die Vorgangsweise für die EU-Reform bis 2019 – der Zeit der nächsten Europawahlen – dargelegt.

Politische statt institutionelle Reformen

Gemäß seiner Rolle als Vermittler gibt Tusk in der Agenda nur grobe inhaltliche Impulse. Aber er will die Art und Weise, wie die EU die nächste große Reformetappe angeht, nachhaltig verändern. Erstens soll sich die Reform der EU auf praktische Herausforderungen und konkrete Lösungen für tatsächliche Probleme der Bürger konzentrieren. Lange institutionelle Debatten oder gar Vertragsänderungen, wie sie Junckers und zum Teil auch Macrons Vorschläge prägen, will Tusk dagegen bis auf weiteres vermeiden. Als Großthemen setzt er die Währungsunion, Verteidigungspolitik, Migration, innere Sicherheit und die Digitalisierung. Politische statt institutionelle Reformen soll das Leitziel der EU werden.

Die EU-Kommission hat ihr Arbeitsprogramm 2018 vorgestellt. Der Fokus liegt auf Initiativen zur Stärkung der Finanzmärkte und einer Vertiefung der Währungsunion.

Angepackt und vorangetrieben werden sollen diese Reformen von den »Chefs« im Europäischen Rat. Schon in den Krisenjahren der EU hat sich der Europäische Rat zum zentralen Leit- und Schaltgremium der Krisenbewältigung entwickelt. Mit häufigeren und politischeren Treffen des Europäischen Rates sollen jetzt auch die Reformen in den genannten Politikbereichen klar zur »Chefsache« werden. Nach dem Willen von Tusk sollen die Staats- und Regierungschefs hierfür auch bereit sein, Blockaden zwischen den nationalen Ministern aufzubrechen und diese notfalls zu überstimmen. Um das Reform-Momentum in der EU aufrechtzuerhalten, sollen auch Kommission und Europäisches Parlament angetrieben werden, die politischen Einigungen der Chefs möglichst schnell umzusetzen. Hat Tusk damit Erfolg, wird die EU noch ein Stück intergouvernementaler werden. Ironischerweise sind gerade dabei institutionelle Konflikte programmiert, wenn Parlament und Kommission ihre jeweiligen Rechte bei der EU-Gesetzgebung verteidigen.

Drittens stellt Tusk, anders als etwa Macron, den Zusammenhalt der EU-Mitgliedstaaten als oberste Priorität auf. Schon in den Brexit-Verhandlungen hat Tusk maßgeblich dazu beigetragen, die Einigkeit der EU-27 aufrechtzuerhalten. Als früherer polnischer Ministerpräsident kennt er zudem die Befindlichkeiten der Mittel- und Osteuropäer, an großen europäischen Entscheidungen nicht beteiligt zu sein, wie etwa mit Blick auf die Eurozone. Sein Appell an die Einheit enthält aber auch eine implizite Drohung. Falls der Europäische Rat bei schwierigen Reformen nicht vorwärts kommt, will auch Tusk das Europa der mehreren Geschwindigkeiten vorantreiben und zum Mittel der so genannten Verstärkten Zusammenarbeit greifen. Europas Reformen sollen demnach wenn möglich zu 27, aber wenn nötig auch in kleineren Gruppen vorangetrieben werden. Tusks Agenda manifestiert damit die schleichende Entwicklung hin zu einer differenzierten Union.

Deutschland unter Druck

Nicht zuletzt setzt sein Zeitplan die deutsche Regierungsbildung unter Zeitdruck. Spätestens im Europäischen Rat am 14./15. Dezember sollen die ersten Weichen für die nächste große Reform der EU gestellt werden. Ein spezieller Gipfel zur Zukunft der Währungsunion, weitreichende Beschlüsse zur Verteidigungszusammenarbeit, die nächste große Etappe in den Brexit-Verhandlungen und andere wichtige Entscheidungen stehen an. Schon in der Vorbereitung dieses Treffens ist daher Handlungsfähigkeit von der deutschen Regierung gerade in der kritischen Frage der Zukunft der Eurozone gefragt.

Doch auch langfristig hält der Ansatz von Tusk schwierige Fragen für Berlin bereit. Je mehr Europapolitik zur Chefsache wird, umso mehr verschieben sich in Deutschland die Gewichte von den Fachministerien zum Kanzleramt. Die Vorstellung, mehr EU-Gipfeltreffen zu organisieren, die tiefer in die legislative Arbeit der EU eingreifen und dabei auch die Positionen nationaler Minister überstimmen können, erfordert ein Umdenken in der Koordination nationaler Europapolitik. Es geht darum, ein Gleichgewicht zwischen gestiegener Bedeutung des Kanzleramtes und breiter politischer Verankerung von Europapolitik in Regierung und Parlament zu gewährleisten. Nikolai von Ondarza, SWP 2

 

 

 

 

Studie. Europäische Muslime sehen EU positiver als andere Europäer

 

Das Vertrauen in die EU ist laut einer Studie unter Muslimen Europas größer als bei anderen Gruppen. Die Autoren mahnen dennoch mehr Integrationsanstrengungen an. Denn unter den späteren Einwanderergenerationen sinkt die Zustimmung bereits.

Muslime in Europa sehen laut einer Studie die EU positiver als alle anderen Europäer. Die Muslime hätten im Durchschnitt ein höheres Vertrauen in EU-Institutionen als etwa Christen und Konfessionslose, erklärte der Politikwissenschaftler Bernd Schlipphak vom Exzellenzcluster Religion und Politik der Universität Münster am Freitag. Ein Grund dafür sei, dass Muslime mit ihrer Lebenssituation in der EU zufriedener seien als andere. Rund 95 Prozent der befragten Muslime seien Migranten der ersten oder zweiten Generation, die ihre neue Lebenssituation als besser bewerteten als in ihrem Herkunftsland.

Muslime seien die einzigen von allen untersuchten Gruppen aus 16 europäischen Ländern, die ihr Vertrauen in das Europäische Parlament auf einer Skala von eins bis zehn mit mehr als fünf bewerteten, erklärte das Exzellenzcluster. Sie schätzen die wirtschaftliche Situation, die Gesundheitsversorgung und das politische System im Aufnahmeland mehr als Nicht-Zugewanderte. Zudem wirkt sich der Studie zufolge ein hohes politisches Interesse positiv auf das Vertrauen in die EU-Institutionen aus. „Die Religion dagegen spielt für die Haltung zur EU, anders als angenommen, keine Rolle“, erläuterte Schlipphak.

Religiösität hat keinen Einfluss auf Vertrauen

Zwar schätzten sich europäische Muslime im Durchschnitt als religiöser ein als andere Europäer, erklärte der Ko-Autor der Studie, der Politikwissenschaftler Mujtaba Isani. Diese Einschätzung scheine aber weder einen negativen noch einen positiven Einfluss auf ihr Vertrauen in die EU zu haben. Dagegen hätten von Muslimen in arabischen Ländern in früheren Studien nur eine Minderheit die EU positiv bewertet.

Die Zustimmung zur EU sinkt laut Untersuchung jedoch, je weiter die Migrationserfahrung zurückliegt. Europäische Muslime der zweiten Einwanderergeneration zeigen weniger Vertrauen in die politischen Institutionen des Aufnahmelandes und der EU als Muslime der ersten Generation. Negativ wirke sich auch Diskriminierung aus. Das sei umso problematischer, weil den Analysen zufolge Gefühle der Diskriminierung unter europäischen Muslimen der zweiten Einwanderergeneration stärker verbreitet seien.

Forscher: Probleme in den Blick nehmen

Die Autoren plädieren dafür, die Integration europäischer Muslime langfristig zu stärken und besonders die Probleme der zweiten Generation in den Blick zu nehmen. Die Studie zeige, dass erfolgreiche Integration zu einem höheren Vertrauen in politische Institutionen führten. „Langfristige Integrationsbemühungen sind unerlässlich, wenn das hohe Niveau des Vertrauens der europäischen Muslime in die EU aufrechterhalten werden soll“, mahnte Schlipphak.

Die Forscher werteten für die Studie Daten des European Social Survey (ESS) von 2002 bis 2014 aus. Aktuellere Daten lägen zu dem Thema nicht vor. Für den European Social Survey (ESS) werden alle zwei Jahre europäische Bürger zu gesellschaftlichen und politischen Themen befragt. Die Wissenschaftler verglichen die Aussagen von rund 3.600 europäischen Muslimen mit denen anderer Gruppen. Befragt wurden Menschen in Österreich, Belgien, Dänemark, Finnland, Frankreich, Deutschland, Griechenland, Irland, Niederlande, Norwegen, Portugal, Slowenien, Spanien, Schweden, Schweiz und Großbritannien.

(epd/mig 30)

 

 

 

 

„Migration sollte uns in Europa weniger erschrecken“

 

Zu einem etwas ruhigeren, abgewogenen Blick auf den Themenkomplex Flüchtlinge und Migranten rät die europäische Caritas. Man sollte die Dinge in einem „globalen Zusammenhang“ zu sehen versuchen, sagte der Generalsekretär von Caritas Europa, Jorge Nuño Mayer, in einem Gespräch mit Radio Vatikan.

„Migration ist keine spezifisch europäische Herausforderung: Der größte Teil von Migration weltweit betrifft vielmehr arme Länder. Das müssen wir uns vor Augen führen. Migration sollte uns in Europa weniger erschrecken oder aufregen, wenn sie in großem Stil vor allem in den armen Ländern selbst vor sich geht, motiviert oft durch große Hungersnöte, Kriege, Gewalt, Stammeskonflikte.“

Was die Europäer hingegen aus Caritas-Sicht durchaus beunruhigen dürfte, ist, so Jorge Nuño Mayer, die hohe Zahl an Armen und Benachteiligten. Zwischen zwanzig und 25 Prozent der Europäer leben nach seiner Darstellung „unterhalb der Armutsgrenze“, und auch wenn man über solche Statistiken immer streiten kann, ist doch kaum zu leugnen, dass Armut viele Europäer betrifft. Hier will die Caritas nach Nuño Mayers Worten „als Barmherziger Samariter wirken“, ja tue dies vielfach bereits.

Europäische Waisenkinder

„Was die Migration betrifft – da ist die Caritas in den betroffenen Staaten vor Ort. In afrikanischen, in lateinamerikanischen Staaten, aus denen Migranten kommen, aber auch in europäischen Staaten, wo die Einwanderung eine schwierige Realität ist. Ich meine die sogenannten europäischen Waisenkinder: Eltern ziehen zum Arbeiten nach Westeuropa, und die Kinder bleiben allein zurück, entweder bei den Großeltern oder auch auf der Straße. Caritas ist da präsent, in Moldawien, in der Ukraine, auch in Deutschland, um den Bedürftigen beizustehen.“

Gleichzeitig versucht sich Caritas Europa auch immer mehr als Lobbygruppe auf dem politischen Parkett. „Uns wird immer klarer, wie wichtig es ist, dass es eine Politik gibt, die Familien hilft. Wenn das familiäre Netz, das oft in schwierigen Momenten Rückhalt gibt, nicht funktioniert, dann muss der Sozialstaat handeln. Und dazu drängen wir ihn: Es muss eine Art Mindesteinkommen und grundlegende soziale Dienstleistungen geben.“

Niemand tut so viel für die armen Länder wie Europa

Papst Franziskus wird immer wieder kritisiert für den Satz „Diese Wirtschaft tötet“, der sich in seinem programmatischen Schreiben Evangelii Gaudium vom Herbst 2013 findet. Doch der Satz stimmt, sagt Jorge Nuño Mayer: „Das sehen wir bei Caritas. So viele Menschen haben wegen der Wirtschaftskrise in Europa Selbstmord begangen, viele sind auch gestorben, weil sie keinen Zugang zum Gesundheitswesen haben. Die EU ist nicht untätig, aber die Frage ist, ob sie in die richtige Richtung tätig wird. Wir treten für die Vision eines Europa ein, das von unten her aufgebaut wird, von den Gemeinschaften, den Stadtvierteln, den Völkern aus. In so etwas haben wir als Kirche viel Erfahrung.“

Allerdings will der Caritas-Generalsekretär auch kein EU-Bashing betreiben. „Wir sollten von dem vielen Guten an Europa ausgehen – nicht nur, dass es so eine lange Periode des Friedens hergestellt hat. Es ist auch die Weltregion, die am meisten für Entwicklungszusammenarbeit tut, die den armen Ländern am meisten hilft. Man stelle sich vor: Europa stellt nur sieben Prozent der Weltbevölkerung, zahlt aber fünfzig Prozent aller Sozialausgaben weltweit. Das heißt: Wir haben sehr viel Gutes. Demokratie, Freiheiten… Aber wir müssen uns Ideale vor Augen halten, um die Welt und unsere Umgebung weiter zu verbessern.“ rv 30.10.

 

 

 

Klimaflucht. Mehr als 26 Millionen Menschen jährlich vertrieben

 

Jährlich werden aufgrund von Naturkatastrophen 26 Millionen Menschen zur Flucht gezwungen. Laut UN-Flüchtlingshilfswerk trifft der Klimawandel vor allem die Schwächsten. Das Hilfswerk appelliert an die Teilnehmer des UN-Klimagipfels in Bonn.

Auf der UN-Klimakonferenz (COP 23) in Bonn diskutieren derzeit Regierungsvertreter, Repräsentanten der Vereinten Nationen und Nichtregierungsorganisationen, von Wissenschaft und Wirtschaft über die Herausforderungen der globalen Klimapolitik. Veränderungen des Klimas und der Umweltbedingungen haben große Auswirkungen auf das Leben von Millionen Flüchtlingen und Vertriebenen weltweit.

Bereits seit Jahren sind Vertreibungen aufgrund von Klimawandel Realität. Nach Angaben des International Displacement Monitoring Centre (IDMC) sind seit 2008 aufgrund von Naturkatastrophen jährlich 26,4 Millionen Menschen zur Flucht gezwungen worden. Diese Zahl bedeutet, dass jede Sekunde ein Mensch vertrieben wird.

Es gibt zahlreiche regionale Beispiele für Klimawandel als Fluchtverstärkter. So wurden im Nordosten von Syrien bereits vor Ausbruch des Bürgerkrieges 1,5 Millionen Menschen entwurzelt. Grund dafür war eine fünfjährige Dürre, die diese Region heimsuchte. Weitere klimabedingte Vertreibungen finden sich in der sudanesischen Provinz Darfur, im Irak und Somalia.

Massenflucht setzt sich fort

In den meisten Fällen sind Klimawandel, Verfolgung und Gewalt sich ergänzende Fluchtfaktoren. Bereits in den Jahren 2013 und 2014 flohen Tausende Somalier vor der jahrelangen Dürre und den Anschlägen der Al-Shabaab-Milizen nach Kenia. Auch in diesem Jahr setzte sich die Massenflucht fort: Allein in den ersten vier Monaten von 2017 suchten fast 260.000 Somalier Schutz, Unterkunft und Nahrung in anderen Landesteilen. Sie flüchteten vor Hunger, Trockenheit und marodierenden Banden, die ihre Farmen überfielen und plünderten.

Mit Fortschreiten des Klimawandels nimmt auch der Migrationsdruck zu und stellt somit die Arbeit des Flüchtlingshilfswerks der Vereinten Nationen (UNHCR) vor große Herausforderungen. „Die Folgen von Umweltzerstörungen treffen vor allem die Schwächsten. Kinder, Frauen und ältere Menschen bleiben zurück. Sie benötigen dringend zusätzliche Unterstützung unseres Partners UNHCR“, so der Geschäftsführer der UNO-Flüchtlingshilfe, Peter Ruhenstroth-Bauer. (ots/mig 10)

 

 

 

Pfundsweib. Theresa May sollte die Brexit-Gespräche mit einer Finanzspritze wieder in Gang bringen

 

Wie bei anderen Scheidungen auch sind die Verhandlungen zwischen Großbritannien und der EU in eine Sackgasse geraten, aus der sie nur durch einen Kompromiss wieder herauskommen. Die Lösung für beide Seiten liegt darin zuzugeben, dass eine dauerhafte neue Beziehung in der kurzen Zeit, die noch bis zum Ende der Frist bleibt, nicht ausgehandelt werden kann.

Anstatt also zuzulassen, dass das Vereinigte Königreich die EU mit einem Knall verlässt, sollten die Gespräche nun die Übergangszeit fokussieren, die Premierministerin Theresa May im vergangenen Monat offiziell beantragt hat – und die ein breiter Konsens in der britischen Unternehmerschaft und in der Öffentlichkeit jetzt verlangt. Insbesondere sollten sich die Verhandlungspartner unverzüglich auf die britischen Budgetbeiträge konzentrieren, die erforderlich sein werden, um die Übergangszeit so reibungslos wie möglich zu gestalten.

Eine Einigung auf eine Transition zum beiderseitigen Vorteil würde beiden Parteien einige Kompromisse abverlangen. Aber weder Großbritannien noch die EU müssten dabei auf grundlegende Prinzipien verzichten.

Europa würde sein Gesicht nur sehr bedingt verlieren, wenn der Fokus der Verhandlungen auf eine Übergangseinigung verschoben würde, möglicherweise nach dem Vorbild der Beziehungen zwischen der EU und Norwegen. Die Verhandlungsführer der EU müssten lediglich zugeben, dass der ursprünglich für die Brexit-Verhandlungen vorgesehene Zeitplan etwas flexibler gestaltet werden müsse. Anstatt sich zuerst auf eine finanzielle Regelung zu einigen und dann die Handelsbeziehungen zu verhandeln, müssten Finanzen und Handel als voneinander abhängig anerkannt, und damit gleichzeitig verhandelt werden.

Die Verschiebung des Fokus von Dauerregelungen hin zu den Bedingungen einer ordentlichen Transition könnte für Großbritannien bedeuten, dass die Budgetthemen, die jetzt jeden Fortschritt blockieren, zu einem Schlüsselthema werden, das die Gespräche wieder in Gang bringt. In einer Rede, die sie im vergangenen Monat in Florenz hielt, bot Theresa May an, während einer Übergangszeit von mindestens zwei Jahren nach der Brexit-Deadline Beiträge von jährlich circa 10 Milliarden Euro zu leisten, die freie Bewegung von Arbeitskräften aufrecht zu erhalten und alle EU-Regeln umzusetzen.

Viele hofften, ihr Versprechen würde die EU überzeugen, besonders den größten Beitragszahler Deutschland und die größten Nettoempfänger wie Polen und Portugal. Aber ihr Angebot hatte nicht die erhoffte Wirkung, wahrscheinlich, weil die EU sich weniger um das Finanzloch sorgt, das vom Brexit 2019 und 2020 ausgelöst wird, als um die nächste Haushaltsperiode 2021 bis 2026.

Der Vorschlag, Großbritannien solle bis weit ins nächste Jahrzehnt hinein Beiträge leisten, scheint angesichts der vehementen Opposition der Euroskeptiker in Theresa Mays Konservativer Partei völlig unrealistisch. Bei genauerer Betrachtung könnte ein langfristiges Beitragsangebot jedoch zwei große Vorteile für May haben.

Zunächst könnten Beiträge während der Übergangszeit als Zahlungen für europäische Programme dargestellt werden, von denen Großbritannien profitiert, im Gegensatz zu dem Betrag von 50-60 Milliarden Euro, der von der EU als „Scheidungsvereinbarung” genannt wird, was eher nach Bestrafung klingt. Wenn Großbritanniens Übergangszahlungen in den fünf oder sechs Jahren, die die Verhandlung einer permanenten Handelspartnerschaft realistisch dauern wird, auf dem aktuellen Stand von 10 Milliarden Euro weitergezahlt würden, liefe das auf denselben Betrag hinaus.

Zweitens würde ein derartiges britisches Angebot ein wirkungsvolles Instrument sein, um die „tiefe und besondere” Partnerschaft ins Leben zu rufen, die May als ihr letztliches Ziel bezeichnet. Bis vergangenen Monat hat es May vermieden, diesen Satz zu definieren, aus Angst die europhoben Hardliner in ihrer Partei vor den Kopf zu stoßen. Aber in ihrer Rede in Florenz versprach May den britischen Unternehmen einen Zugang zum EU-Markt, der dem jetzigen ähnelt. Sie erwähnte auch, dass jeder privilegierte Zugang zu EU-Märkten an Haushaltsbeiträge gebunden sein würde, wie auch bei Norwegen und der Schweiz. Es war klar, was sie damit meinte: Wenn Großbritannien einen Zugang zu EU-Märkten will, der dem aktuellen Stand ähnelt, müssten auch Beiträge gezahlt werden, die dem aktuellen Stand ähneln. Und wenn Mays „tiefe und besondere Partnerschaft” ein ständiges Merkmal der Beziehungen zwischen Großbritannien und der EU sein soll, müssen die Beiträge auch ständig geleistet werden.

Aber was, wenn May nicht ernsthaft an einer „tiefen und besonderen Partnerschaft” interessiert ist? Was, wenn es ihr wahres Ziel ist, die konservativen Hardliner zu besänftigen, indem sie unter die Beziehung mit der EU einen Schlussstrich zieht? Selbst dann muss Großbritannien weiterhin auf viele Jahre hinaus Beiträge leisten, wenn es einen sauberen und reibungslosen Brexit will.

Angenommen, Großbritanniens Ziel sei letztlich, ganz neue globale Handelsbeziehungen aufzubauen, ohne besondere EU-Handelsprivilegien. Es würde viele Jahre dauern, diese neuen Handelsabkommen auszuhandeln, und bis dahin werden britische Unternehmen zwei kostspielige Störungen unter allen Umständen vermeiden wollen: eine, wenn die EU-Mitgliedschaft im März 2019 endet, und die andere, wenn neue globale Handelsabkommen abgeschlossen sind und in Kraft treten, wann immer das sein wird.

Die Vermeidung einer derartigen doppelten Störung liegt Mays Vorschlag einer „Stillhalte-Transition” zwischen 2019 und 2021 zugrunde. Aber dieses Ziel zu erreichen wird auch erfordern, dass das Stillhalten bei den EU-Regelungen Großbritanniens fortgeführt wird, bis neue globale Vereinbarungen umgesetzt werden können. Das bedeutet, dass Großbritanniens Beiträge auch weiterhin gezahlt werden müssen, bis neue Vereinbarungen abgeschlossen sind.

Die Wahrscheinlichkeit, dass komplexe Verhandlungen mit Dutzenden Ländern in nur zwei Jahren abgeschlossen werden können, ist verschwindend gering. Also auch, wenn britische Politiker und Wähler einen harten Brexit mit einem völligen Bruch mit Europa wollen, müssen die Unternehmen im Vereinigten Königreich ihre besonderen Handelsvereinbarungen mit der EU mindestens einige Jahre nach 2021 aufrechterhalten, zusammen mit den dazugehörigen Beiträgen.

Der Vorteil ist, dass unabhängig davon, welche Art Brexit das Vereinigte Königreich will, ein sauberer Rückzug ständige Beiträge zur EU nach dem Brexit erfordert. Die einzige Frage ist, ob diese Zahlungen permanent sein werden – dies wäre der Fall, wenn May eine „tiefe und besondere Partnerschaft” wirklich will, – oder ob sie nur die fünf bis sieben Jahre fortgeführt werden, die erforderlich sind, um nach einem harten Brexit neue Handelsvereinbarungen zu verhandeln.

In jedem Fall sollte May zur Kenntnis nehmen, dass EU-Beiträge auch viele Jahre nach dem Brexit noch unvermeidbar sein werden. Mehr noch, sie sollte diese Kenntnis in ein überzeugendes langfristiges Finanzangebot verwandeln, um den Brexit-Verhandlungen auf die Sprünge zu helfen. Anatole Kaletsky

PS IPG 30

 

 

 

Belgien: Flämische Nationalisten bieten Puigdemont Asyl an

 

Während am Sonntag hunderttausende Katalanen für die Einheit Spaniens demonstrierten, hat die Situation in Katalonien auch zu Spannungen innerhalb der belgischen Koalitionsregierung geführt: Die flämischen Nationalisten boten dem katalanischen Präsidenten Carles Puigdemont Asyl in Belgien an.

Theo Francken, Staatssekretär für Asyl- und Migrationspolitik, sagte gegenüber dem öffentlich-rechtlichen Sender VRT am Samstag, dass „katalanische Menschen, die sich politisch verfolgt fühlen, Asylanträge in Belgien stellen können“. Er machte weiter deutlich: „Das schließt auch Präsident Puigdemont ein. Das ist 100 Prozent legal.”

Francken ist Mitglied der flämisch-nationalistischen N-VA, die Teil der Regierungskoalition ist. Seine Aussage im TV war eine Reaktion auf die Ereignisse am Freitag, als die spanische Regierung in Madrid entschieden hatte, die katalonische Regierung abzusetzen, die wiederum zuvor einseitig die Unabhängigkeit erklärt und somit die spanische Verfassung gebrochen hatte.

Der für seine markigen Aussagen bekannte Francken erklärte, die Situation in Katalonien verschlechtere sich „zusehends“ und es sei zu erwarten, dass „eine gewisse Anzahl Katalanen Asyl in Belgien beantragen wird.“

Bisher sei dies jedoch noch nicht der Fall, gab er zu. Weiter legte er nahe, Puigdemont könnte in Spanien ein unfairer Gerichtsprozess drohen. Auf Twitter erinnerte Francken an die möglichen beschleunigten Asylverfahren für EU-Bürger in Belgien.

Andere Regierungsquellen machten allerdings klar, dass Franckens Kommentare kein Angebot seien. Er habe lediglich erklärt, was theoretisch möglich sei. Tatsächlich liegt eine Entscheidung über Asylverfahren nicht in den Händen der Regierung, sondern beim von ihr unabhängigen Generalkommissar für Geflüchtete und Staatenlose.

Von Seiten der EU hieß es, die EU-Richtlinien zu Asylverfahren seien für Flüchtlinge aus Drittstaaten entworfen worden. Daher seien die Chancen für EU-Bürger, in einem anderen EU-Land Asyl zu erhalten, „gering“: Alle EU-Staaten erkennen sich gegenseitig als sichere Herkunftsländer an.

Belgische Regierung weist Franckens Aussagen zurück

Innerhalb der belgischen Regierungskoalition sorgten Franckens Aussagen derweil für Spannungen: Premierminister Charles Michel erklärte, ein mögliches Asylgesuch Puigdemonts sei „absolut nicht auf der Agenda“. Der flämische Nationalist solle „nicht noch mehr Öl ins Feuer gießen“.

Auch flämische Regierungsmitglieder kritisierten Francken. Der liberale Vize-Premierminister Alexander De Croo warnte, „solche Worte helfen nicht und spiegeln auch nicht die Haltung der belgischen Regierung wider.“ Es sei wichtig, beruhigend auf die Menschen einzuwirken, statt sie anzustacheln.

Die spanische konservative Regierungspartei Partido Popular reagierte mit heftiger Kritik auf Franckens Asylangebot. Esteban González Pons, Vorsitzender der EU-Delegation der Partei, sagte, das Infragestellen des spanischen Justizsystems sei „ein inakzeptabler Angriff eines belgischen Regierungsmitglieds auf einen anderen EU-Staat.“ Er hoffe, dies werde „sofort korrigiert.“

Weiter argumentierte er, ein Asylantrag Puigdemonts würde gegen EU- und internationales Recht verstoßen. Darüber hinaus schoss Gonzalez Pons direkt gegen Francken: Spanien werde „keine Ratschläge von jemandem entgegennehmen, der für einen Rechtsbruch – ausgerechnet beim Thema Asylverfahren – verurteilt wurde.“

Francken war im Jahr 2016 zu einer Strafe von 4000 Euro pro Tag verurteilt worden, nachdem er einer syrischen Familie humanitäre Visa verweigerte, obwohl diese vom Gericht anerkannt worden waren.

Als die spanische Regierung sich entschloss, die Macht der katalanischen Regionalregierung einzuschränken, stellten sich die Staats- und Regierungschefs der EU gleich am ersten Tag ihres EU-Gipfels hinter Madrid. Nur Belgien nicht.

Das Asylangebot an Katalanen stellt für Belgien nicht nur Reibungspunkte und Probleme in den Beziehungen zu Spanien dar, sondern auch zum Rest der EU. Während sich alle anderen EU-Regierungen gegen die Unabhängigkeit Kataloniens ausgesprochen und somit der spanischen Regierung den Rücken gestärkt haben, rief der belgische Premier Michel lediglich zum Dialog zwischen den beiden Seiten auf.

So ist es wohl auch dem Einfluss der flämischen Nationalisten in der Koalitionsregierung zuzuschreiben, dass Michel in einem Interview bereits externe Vermittlung vorgeschlagen hat, sollten Madrid und Barcelona keine Lösung der Krise finden können.

Von spanischer Seite gab es Protest gegen diese Aussagen. Inzwischen haben Michel und der spanische Premierminister Mariano Rajoy ihre Meinungsverschiedenheiten beim vergangenen EU-Gipfel jedoch ausräumen können, heißt es.

Es ist nicht das erste Mal, dass es beim Thema Asyl Spannungen zwischen Spanien und Belgien gibt. So beschwerte sich Madrid vor einigen Jahren, als belgische Behörden ehemaligen ETA-Terroristen Schutz zusicherten.

Jorge Valero EA 30

 

 

 

Angela Merkel: „Toleranz ist die Seele Europas“

 

Zum 500. Reformationsjubiläum hat Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) deutliche Worte für eine offene und tolerante Gesellschaft gefunden. Ohne religiöse Toleranz werde die Gesellschaft Schaden nehmen, ist sich Merkel sicher.

Der Staat sei verpflichtet, die Würde des Menschen zu achten und diese zu schützen, sagte Merkel in ihrer Festaktrede in der Lutherstadt Wittenberg. Dazu gehörten besonders der Schutz der Meinungs- und Religionsfreiheit.

Zwar sei der Staat zu religiöser Neutralität verpflichtet. Die Politik dürfe sich jedoch nicht davon verabschieden, „ein gemeinsames Wertefundament zu beschützen und zu bewahren, das unerlässlich für ein gedeihliches und friedliches Miteinander ist“.

Ohne Religionsfreiheit keine freie Gesellschaft

Wo immer die Religionsfreiheit eingeschränkt werde, nehme auch die gesellschaftliche Entwicklung Schaden. Der Einsatz für religiöse Freiheit sei gemeinsame Aufgabe von Staat und Kirchen.

Merkel betonte die Bedeutung eines lebhaften religiösen Lebens in Deutschland. Damit sei die ungestörte Religionsausübung für alle Gläubigen und jede Religionsgemeinschaft gemeint, sagte die Bundeskanzlerin bei dem Festakt zu 500 Jahren Reformation.

Vom Martin-Luther-Gedenkjahr hätte mehr Fortschritte in Bezug auf die Ökumene, also für einer „Völkerverständigung“ auf Kirchenebene erwarten lassen.

Wer Vielfalt bejaht, muss Toleranz üben

„Wer die Vielfalt bejaht, muss Toleranz üben. Das ist die historische Erfahrung unseres Kontinents“, sagte sie. Toleranz sei die Seele Europas und das Grundprinzip jeder offenen Gesellschaft. Toleranz ende jedoch dort, wo die Regeln des Grundgesetzes missachtet würden.

Auch erinnerte Merkel an die Bedeutung der Reformation und an Martin Luther. Der Reformator habe vor einem halben Jahrtausend das Bild des zur Freiheit berufenenen Menschen geprägt. Aus seiner religiösen Erneuerungsbewegung habe sich ein Verständnis des Menschen entwickelt, das die Neuzeit entscheidend prägte und auf dem im Grunde jede demokratische Ordnung aufbaue. Luthers Thesen hätten einen Stein ins Rollen gebracht, der die Welt für immer verändert habe.

Bedford-Strohm: Ängste überwinden, Liebe stärken

Der Ratsvorsitzende der Evangelischen Kirche, Heinrich Bedford-Strohm, sagte in seiner Predigt im zentralen Festgottesdienst, dass Deutschland Kraft benötige, um Ängste zu überwinden und Liebe zu stärken. Diese Kraft sei auch das Herzstück der reformatorischen Glaubensüberzeugung. Deutschland ringe mit sich selbst. Menschen hätten Angst, ihre gewohnte Welt und Sicherheit zu verlieren. Aba/EA/Reuters 1

 

 

 

1,8 Millionen Menschen in Syrien neu geflohen

 

Die Flucht in Syrien hält unvermindert an. UN-Angaben zufolge wurden im laufenden Jahr rund 1,8 Millionen Menschen neu vertrieben. Derweil bittet die Uno-Flüchtlingshilfe um Spenden angesichts der bevorstehenden Winterzeit.

 

Nach Angaben der Vereinten Nationen sind zwischen Januar und September innerhalb Syriens rund 1,8 Millionen Menschen neu vertrieben worden. Die meisten von ihnen seien vor den Kämpfen im Osten des Bürgerkriegslandes geflohen, erklärte der UN-Nothilfekoordinator Mark Lowcock Anfang dieser Woche vor dem Sicherheitsrat in New York.

 

Zusätzlich irrten innerhalb Syriens 6,1 Millionen Menschen umher, die bereits seit mehr als einem Jahr auf der Flucht seien. Mehr als fünf Millionen Syrer brachten sich laut den UN vor Gewalt und Terror in Nachbarländern in Sicherheit.

Nothilfekoordinator Lowcock erklärte, dass nach sechseinhalb Jahren Konflikt mehr als 13 Millionen Menschen in Syrien auf humanitäre Hilfe angewiesen sein. Mehr als sechs Millionen von ihnen litten besonders stark unter einem Mangel an Lebensmitteln, Trinkwasser, Medikamenten und Unterkünften.

In Syrien kämpfen das Regime des Präsidenten Baschar al-Assad, Rebellen und Terrorgruppen um die Macht. Hunderttausende Menschen starben in den Kämpfen.

Uno-Flüchtlingshilfe bittet um Spenden

Derweil bittet die Uno-Flüchtlingshilfe um Spenden für Millionen geflohene Menschen im Nahen Osten. Die deutsche Partnerorganisation des Flüchtlingshilfswerks der Vereinten Nationen (UNHCR) stellte am Mittwoch in Berlin die Kampagne „Schenken Sie Schutz!“ vor. Bundesweit wird mit Plakaten und Anzeigen auf die Not der Flüchtlinge aufmerksam gemacht. Die bevorstehenden Wintermonate bedeuteten für viele eine zusätzliche Lebensbedrohung, erklärte die Organisation. Benötigt würden vor allem Heizöl, warme Kleidung, Thermodecken, Schutzplanen und Lebensmittel für die Menschen, die in zerstörten Häusern in Syrien und im Irak sowie in Zelten und Notunterkünften in den großen Flüchtlings-Camps im Libanon und in Jordanien leben.

Info: Spendenkonto UNO-Flüchtlingshilfe Sparkasse Köln-Bonn IBAN: DE78 3705 0198 0020 0088 50 BIC: COLSDE33

Für viele Syrer sei dies schon der siebte Winter auf der Flucht, beklagte Geschäftsführer Peter Ruhenstroth-Bauer. Mit der am Mittwoch vorgestellten Kampagne „Schenken Sie Schutz!“ ruft die UNO-Flüchtlingshilfe – die deutsche Partnerorganisation des Flüchtlingshilfswerks der Vereinten Nationen (UNHCR) – zur Unterstützung auf. Bundesweit wird mit Plakaten und Anzeigen auf die Situation von Geflüchteten aufmerksam gemacht. Auf den Plakaten sind schützende Hände über Kindern und Frauen zu sehen, die in Flüchtlingslagern leben.

Laut UNHCR benötigen von rund 15 Millionen syrischen und irakischen Flüchtlingen und Binnenvertriebenen etwa vier Millionen Menschen dringend zusätzliche Hilfen. Weltweit sind nach Angaben des UNHCR mehr als 65 Millionen Menschen auf der Flucht, so viele wie seit dem Zweiten Weltkrieg nicht mehr. (epd/mig 2)

 

 

 

Italien: Flüchtlingsnotstand ist nicht hinnehmbar

 

Die Frage, wer als Flüchtling in Italien aufgenommen wird, gleicht „einer Lotterie“. Mit dieser Kritik meldet sich jetzt das Hilfswerk Oxfam in einem Bericht zu Wort. Auch der Umgang mit den Menschen lasse zu wünschen übrig. So seien 70 Prozent der Flüchtlinge, die das italienische Festland erreichten, in unwürdigen Notunterkünften untergebracht, erläutert gegenüber Radio Vatikan Elisa Bacciotti. Sie leitet in Italien Kampagnen für Oxfam. Das schlimme an diesen Notunterkünften sei, dass sie keine Möglichkeit für Integration anböten sowie ungenügende Lebensbedingungen vorwiesen. „Wir rufen deshalb die italienische Regierung auf, radikal das Aufnahmesystem zu ändern, um die Rechte und Gleichheiten bei der Aufnahme der Flüchtlinge zu garantieren. Wichtig ist, dass es nicht ständig als Notsituation geführt wird, sondern geregelte und gerechte Maßnahmen errichtet werden.“

Positiv wertet Oxfam die „humanitären Korridore“. Wie berichtet, sollen demnächst weitere tausend Flüchtlinge auf diesem legalen Weg aus diversen Flüchtlingslagern nach Italien gelangen. Dazu unterzeichneten Vertreter der Kirchen Italiens und die Regierung in Rom ein entsprechendes Abkommen. Mit dabei ist auch wieder die katholische Basisgemeinschaft Sant´Egidio. „Brücken sind besser als Mauern, sie fördern Sicherheit und Integration“, sagte der Präsident von Sant'Egidio, Marco Impagliazzo, gerade am Jahrestag des Mauerfalls von Berlin.

Doch das allein reiche nicht, sagt Elisa Bacciotti von Oxfam. In Italien kümmere sich auf staatlicher Ebene ein „System, das ständig in Notstand ist“. Das gehe aus der jüngsten Studie von Oxfam hervor. Das Gute an den humanitären Korridoren sei, dass diese neben einer sicheren und legalen Einreise eine längerfristige Begleitung der Flüchtlinge zur besseren Integration vorsehe.  (kap/rv 09.11.)

 

 

 

 

Totengräber der Demokratie. Überall in Lateinamerika klammern sich die Parteien mit fragwürdigen Tricks an die Macht

 

Die Schäden der schweren Erdbeben in Mexiko im September waren noch nicht kalkuliert, da war schon klar, wer sie bezahlen sollte: 1,8 Millionen Mexikaner unterschrieben eine Petition in change.org, in der die Parteien dazu aufgerufen wurden, das Geld aus ihren Kassen bereitzustellen. Sie sind ein leichtes Opfer: Das Image der Parteien ist am Boden. Sie gelten als korrupt, selbstherrlich und ineffizient. Bei der jährlichen Umfrage des Instituts Mitofsky Ende 2016 landeten sie auf dem letzten Platz von 17 mexikanischen Institutionen, in der Nähe der Polizei und der Gewerkschaften, während die Spitzenplätze von den Universitäten, der Kirche und der Armee belegt wurden.

Die regierende Partei der Institutionellen Revolution (PRI) erblickte in der Krise eine Chance und ließ ihren Parteichef Enrique Ochoa verkünden, sie werde sämtliche dieses Jahr noch ausstehende Parteigelder aus dem Staatssäckel für die Opfer bereitstellen. Außerdem werde sie eine Reform zur Streichung der öffentlichen Parteienfinanzierung anregen und die Mandate durch Listenwahl abschaffen. Dadurch könne man die Zahl der Abgeordneten fast halbieren und elf Milliarden Pesos (rund 500 Millionen Euro) einsparen, so die PRI. Die Reform solle bereits bei den Präsidentschafts- und Parlamentswahlen im kommenden Jahr greifen.

Soll die Drogenmafia künftig Kampagnen finanzieren?

Schon beim ersten Halbsatz applaudierte die Öffentlichkeit so laut – nach einer Umfrage des Radiosenders Imagen waren 90 Prozent der Mexikaner für den Vorschlag – dass die Tragweite des Rests unterging. Während die anderen Parteien noch nicht wussten, wie ihnen geschah, ging sofort ein von PRI-Parteigrößen in den sozialen Netzwerken angeleierter Shitstorm auf sie nieder. „Die anderen Parteien erfüllen ihre Versprechen gegenüber den Opfern nicht“, twitterte zum Bespiel Parteichef Enrique Ochoa.

Protest kam nur von wenigen Intellektuellen, die umgehend vor diesem diabolischen Paket warnten. Er glaube nicht, dass die Mexikaner ernsthaft wollten, dass die Drogenmafia und Großunternehmer fortan politische Kampagnen finanzierten, brachte der Vorsitzende des Nationalen Wahlrats (INE), Lorenzo Córdova, die Problematik auf ein der Allgemeinheit verständliches Niveau. Es sei nicht ratsam, mitten in einer Kampagne die Spielregeln plötzlich zu ändern, warnte er. So eine Reform sei klar im Sinne der PRI, erklärte der Politologe José Antonio Crespo vom Zentrum für Wirtschaftliche Forschung und Lehre (CIDE). „Die Abschaffung der öffentlichen Finanzierung macht die Autonomie der Parteien zunichte, und die Abschaffung der Proportionalität nutzt vor allem der stärksten Partei, also der PRI, und benachteiligt kleine Parteien.“

Wahlzauber: Mit weniger Stimmen mehr Sitze

Das genau ist das Ziel der ehemaligen Staatspartei, die durch Skandale und Misswirtschaft ihr politisches Kapital verspielt hat. Konnte sie in den 90er Jahren noch mit absoluten Mehrheiten aufwarten, schafft sie es derzeit in Umfragen nur noch auf 25 Prozent Rückhalt. Das scheint wenig, doch in einem so zersplitterten politischen Panorama wie in Mexiko hat sie durch ihre große Stammwählerschaft einen unschätzbaren Vorteil. Vor allem, weil sich die konservative Partei der Nationalen Aktion (PAN) gerade in internen Streitigkeiten selbst zerfleischt, während die linke Partei der Demokratischen Revolution (PRD) schon vor längerem durch die Abspaltung des radikalsten Flügels (Morena) unter dem bereits erklärten Präsidentschaftskandidaten Andrés Manuel López Obrador gelitten hat. Erstmals wollen auch unabhängige Kandidaten ihren Hut in den Ring werfen, um vom Verschleiß der Altparteien zu profitieren. Das wurde möglich durch die Wahlrechtsreform von 2014 – die PRI hatte schon damals die Zersplitterung des Parteienpanoramas im Visier. Dabei ist die Partei, die landesweit über eine organisierte Basis verfügt und außerdem Zugriff auf den Bundeshaushalt hat und damit auf die Möglichkeit, Mittel für Propaganda und Stimmenkauf abzuzweigen, klar im Vorteil. Gar nicht ins Kalkül passte ihr hingegen die von Politologen und Bürgerorganisationen geforderte Einführung einer Stichwahl bei den Präsidentschaftswahlen. Der Vorschlag wurde abgeschmettert. Es ist klar warum: In Mexiko gibt es eine klare Mehrheit gegen die PRI, aber ohne eine Stichwahl verpufft dieses Potenzial.

Militärdiktatur für Brasilien?

Mexiko ist kein Einzelfall. Ähnliches passiert gerade in Brasilien. Dort sind die Parteien genauso in Misskredit, dort stehen ebenfalls kommendes Jahr Wahlen an, auch dort kämpfen die etablierten Parteien ums Überleben. Grund für die Parteienmüdigkeit in Brasilien ist wie in Mexiko die Korruption. Doch in Brasilien räumt die weitgehend unabhängige Justiz auf und verhaftete bisher hunderte Unternehmer und Politiker im Zuge des Skandals um den staatlichen Ölkonzern Petrobrás und die privaten Bau-, Fleisch- und sonstigen Konzerne, die alle über Jahre hinweg ein gut geschmiertes System der illegalen Parteienfinanzierung bedienten. Betroffen sind praktisch alle Parteien, von links bis rechts. Anders als in Mexiko ist Brasiliens Kongress ein bunt zusammengewürfelter Haufen unterschiedlicher Parteien, in denen der jeweilige Präsident vor allem durch Klientelismus Mehrheiten zusammenkaufen muss. Interims-Präsident Michel Temer – selbst im Visier der Ermittler wegen Bildung einer „kriminellen Vereinigung“ – hat mit 3 Prozent Zustimmung den Unbeliebtheits-Rekord des Landes geschlagen, hält sich aber trotzdem an der Macht, weil genügend Kongressabgeordnete eine Amtsenthebung ablehnen. „Pakt der Korrupten“, hat der Nachrichtensender O Globo dieses Geschacher getauft.

Politische Erneuerung ist nicht in Sicht und in einem System, in dem ein relativ schwacher Präsident einem tendenziell zersplitterten Kongress gegenübersteht, auch schwer möglich. Wenig zu bieten hat auch die linke oppositionelle Arbeiterpartei (PT), deren Gallionsfigur Ex-Präsident Luiz Inácio „Lula“ da Silva, ebenfalls Korruptionsprozesse am Hals hat. Ein zugkräftiger Nachfolger, der die PT personell und inhaltlich erneuern und der Regierung Paroli bieten könnte, ist nicht erkennbar. Proteste und Streiks sind punktuell, werden zum Teil gewaltsam niedergeschlagen und verpuffen. Politik ist aus Sicht der meisten Brasilianer „schmutzig“; enttäuscht haben sie sich von ihr abgewandt und liebäugeln mit autoritären Lösungen wie einer Militärherrschaft oder zumindest einem rechtspopulistischen Befürworter derselben wie dem Ex-Offizier und Abgeordneten Jair Bolsonaro, der 2014 bei den Kongresswahlen in Rio de Janeiro die meisten Stimmen bekam.

Isoliert von der Bevölkerung versucht die politische Elite, durch allerlei Tricks ihr Überleben zu sichern. Temer hat durch angefallene Neubesetzungen der Richterstellen die Korruptionsprozesse entschärft, und der Kongress bastelt derzeit an einem von Afghanistan und Vanuatu inspirierten neuen Wahlverfahren per Distrikt, das de facto die bekannten Gesichter – also die amtierenden Abgeordneten – bevorteilt, während die Stimmen der anderen Kandidaten verlorengehen. Temer fährt die entgegengesetzte Strategie wie die PRI: Weil den etablierten Parteien die Wähler abspenstig werden, will er neuen Parteien so viele Steine wie möglich in den Weg legen. Das Ziel ist das gleiche – das politische Überleben der bisherigen Elite sichern.

Ein Spiel mit dem Feuer

Das breite Publikum versteht die Auswirkungen von Wahlsystemen und die Tragweite von Wahlkampffinanzierung meistens nicht. Daher kann die Rechnung kurzfristig für die Altparteien aufgehen. Aber es ist ein Spiel mit dem Feuer. Denn das Unbehagen der Wähler wird dadurch mittelfristig größer. Und vor allem: Wo ist die rote Linie? Ab wann werden Manipulationen illegal, wo verlässt man demokratischen Boden? Dass dies keine theoretischen Fragen sind, erlebt man derzeit in fast allen Ländern Lateinamerikas. Und das Problem dürfte sich in den kommenden Monaten noch zuspitzen.

Die Aussichten sind nicht rosig. Lateinamerikas Demokratien navigieren durch unruhige Gewässer, zerrissen zwischen Parteienüberdruss, Instabilität und vollmundigen Erlösern, die sich meist als autoritäre Caudillos entpuppen – so wie in Venezuela, wo der Überdruss an den beiden korrupten Traditionsparteien dem „bolivarischen Sozialisten“ Hugo Chávez 1998 die Tür öffnete. Vom „großen Bruch“ spricht Chiles sozialdemokratischer Expräsident Ricardo Lagos. „Es gibt viele Gründe für den Vertrauensverlust in die Demokratie, aber keiner davon ist ein vorübergehendes Phänomen als da sind Korruption, Gewalt, Marginalisierung, Ungleichheit. Die Bürger stellen mehr Ansprüche als noch vor 10 Jahren“, schreibt Lagos in der Zeitung „La Tercera“. Die politische Elite fingiert Antworten, wo sie keine hat, und verlegt sich aufs Polarisieren, wo sie nicht zu Zugeständnissen bereit ist: Markt versus Staat, Rassismus versus Multikulti, Technokraten versus Populisten. Lateinamerika steht am Scheideweg zwischen einem Rückfall in autoritären Populismus oder einem demokratischen Quantensprung mit mehr Partizipation, Transparenz, Rechtsstaat, sozialem Ausgleich. Dringend gesucht sind politische Bewegungen mit Führungsfiguren, die in der Bevölkerung verankert sind und glaubwürdig für eine Erneuerung stehen. Funktionieren wird das nur, wenn sich die Bevölkerung nicht apathisch von der Politik abwendet, sondern sich interessiert, informiert und engagiert.

Sandra Weiss, IPG 23

 

 

 

Ausländische Berufsabschlüsse: 15 Prozent mehr Anerkennungen

 

2016 wurden bundesweit 19.179 im Ausland erworbene berufliche Abschlüsse als vollständig oder eingeschränkt gleichwertig zu einer in Deutschland erworbenen Qualifikation anerkannt – 15,1 Prozent mehr als im Vorjahr. Das gab das Statistische Bundesamt bekannt.  

Dabei wurden 2016 über 13.000 Anträge als vollständig und gut 6.000 Anträge als eingeschränkt gleichwertig beschieden. Abgelehnt wurden lediglich 669 Anträge. Insgesamt bearbeiteten während des Jahres 2016 die zuständigen Stellen über 27.000 Verfahren, darunter etwa 23.000 Neuanträge. Das war etwa ein Fünftel mehr als im Jahr 2015. Etwa 6.500 laufende Anträge waren Ende 2016 noch offen. Die mit großem Abstand meisten Anerkennungsverfahren betrafen wie in den Vorjahren medizinische Gesundheitsberufe. Aus dieser Berufsgruppe stammten allein 19.869 der im Jahr 2016 bearbeiteten Verfahren. Darunter waren etwa 8.000 Gesundheits- und Krankenpfleger_innen, rund 7.500 Ärzt_innen und etwa 1.000 Physiotherapeut_ innen. Etwa 12.000 Anträge bezogen sich auf Abschlüsse, die innerhalb der EU erworben wurden. Rund 7.500 Anträge stammten aus dem außereuropäischen Ausland. Am häufigsten wurden im Jahr 2016 Anträge von Personen bearbeitet, die ihre Ausbildung in Rumänien (2.262), Polen (2.259), Bosnien-Herzegowina (2.217) und Syrien (1.989) abgeschlossen haben.

„Das Anerkennungsgesetz wirkt”, sagte Bundesbildungsministerin Johanna Wanka. Der kontinuierliche Zuwachs von Anträgen von Menschen aus Ländern außerhalb der EU zeige, dass das Gesetz ein wichtiger Hebel für die notwendige Zuwanderung und Integration qualifizierter Fachkräfte sei.

http://bit.ly/2xaK03L. Forum Migration November 2017

 

 

 

Warum Jamaika an Europa nicht scheitern wird

 

Vor der Bundestagswahl galt eine mögliche Regierungsbeteiligung der FDP als größtes Risiko für die deutsche Europa-Politik. Die Verhandlungen zeigen, dass Jamaika daran nicht scheitern wird.

Mit den Liberalen an der Macht könnte der finanzielle Druck auf die hochverschuldeten Länder Südeuropas steigen, hatten Finanzmarktexperten noch Mitte September gewarnt. Im Wahlprogramm forderte die Partei schließlich, dass klamme Euro-Staaten aus der Währungsunion austreten können. Zudem traten die Liberalen für eine Abwicklung des Rettungsfonds ESM ein. Doch obwohl eine Regierungsbeteiligung der FDP nun wahrscheinlich ist, freuen sich etwa Griechenland und Portugal derzeit über stark sinkende Risikoaufschläge für ihre Staatsanleihen. Die Jamaika-Sondierer setzen in der Europapolitik andere Schwerpunkte.

Ein Beleg dafür liegt ausgerechnet in den gerne als bloße Stoffsammlung der Probleme beschriebenen ersten Jamaika-Sondierungspapieren. Gerade beim Europa-Papier war den Spitzen der vier Parteien eine Botschaft sehr wichtig: „Die Gesprächspartner bekennen sich zur Gestaltung eines starken und geeinten Europa. … Wir wollen im Geist des Miteinanders mit allen Partnern die EU weiterentwickeln und reformieren”, heißt es in der Präambel. Vor einer Klärung der Streitfragen sollten die Partner in der EU und auch die Finanzmärkte diese Botschaft bekommen. Dann folgt ein Satz, der speziell für Frankreich und seinen Präsidenten Emmanuel Macron bestimmt war: „Die deutsch-französische Zusammenarbeit ist für uns von herausgehobener Bedeutung.“

Die FDP bemüht sich um ein pro-europäisches Image

Damit seien die Probleme noch nicht beseitigt, heißt es selbst unter den Sondierern. Aber die Signale sprechen dafür, dass die FDP unbedingt das ihr zugeschriebene Image als euroskeptische Partei ablegen will. Am Mittwoch traf sich FDP-Chef Christian Lindner deshalb mit Frankreichs Wirtschafts- und Finanzminister Bruno Le Maire. „80 Prozent dessen, was er sagt, unterstützen wir“, stellte Lindner zudem in Bezug auf die Macron-Vorschläge zur Reform der Eurozone fest.

Auch der FDP-Unterhändler Alexander Graf Lambsdorff betonte am Dienstag, dass man den von Macron gesetzten Impuls aufnehmen wolle. Laut Parteivize Wolfgang Kubicki habe man zum Europäischen Stabilitätsmechanismus (ESM) bereits „klare Signale“ ausgesendet.

Deshalb gilt im Kreise der anderen Jamaika- Parteien der Streit über den ESM, den etwa die Union zu einem Europäischen Währungsfonds ausbauen möchte, als abgehakt. Die FDP hatte im Wahlprogramm eine Abwicklung gefordert – was allerdings auch intern umstritten war. „Die FDP-Forderung, dass hier kein neues Transfer-Instrument entstehen soll, ist leicht zu erfüllen – weil dies ohnehin nie geplant war“, gibt sich ein CDU-Unterhändler beruhigt.

Präsident Macron schickt seinen Wirtschaftsminister Bruno Le Maire nach Berlin, um der „Jamaika“-Runde noch einmal Frankreichs Reformpläne für die EU zu erklären.

Das heißt nicht, dass das neue Europa-Papier, das die Jamaika-Experten bis Freitag ausarbeiten sollen, alle Differenzen der vier Parteien auf diesem Gebiet lösen kann. So bleibt etwa die Forderung nach dem Abbruch des EU-Beitrittsprozesses mit der Türkei umstritten – FDP und CSU fordern dies, die Grünen lehnen es ab. Auch wenn sich alle Jamaika-Parteien einig sind, dass sie Macron zumindest beim Vorschlag eines Eurozonen-Budgets nicht entgegenkommen wollen – die Frage, wie man angeschlagenen Euro-Länder stärker unter die Arme greifen und Investitionen in der Währungsunion stärken kann, ist weiter ungeklärt.

Die offenen Fragen dürften Jamaika nicht mehr scheitern lassen

Entweder es bleibt bei dem Ansatz, dass die Euro-Staaten erst einmal selbst verantwortlich sind. Oder es gibt Überlegungen, statt eines jährlichen Budgets einen Fonds zu schaffen – der allerdings die Frage aufwerfe, warum es neben ESM und Europäischen Investitionsbank (EIB) eine weitere Einrichtung geben sollte, heißt es in der Union.

Oder man folgt der EU-Kommission, die diese Hilfsmöglichkeit für Euro-Staaten lieber im EU-Haushalt ansiedeln möchte. Ebenfalls nicht unwichtig für alle EU-Partner: Wäre eine Jamaika-Regierung am Ende bereit, die Zahlungen Deutschlands in den EU-Haushalt wegen des britischen EU-Austritts und zusätzlicher Aufgaben der EU aufzustocken?

Zudem lauert ein Risiko nach der Bildung einer Jamaika-Regierung: Die FDP-Fraktion besteht nicht nur zu rund 80 Prozent aus Neulingen im Bundestag – ihr gehören auch frühere Kritiker der Euro-Hilfsprogramme wie Frank Schäffler an. Zumindest bei den Grünen wird deshalb Klarheit eingefordert, dass die Liberalen im Notfall auch künftige nötige Entscheidungen über Euro-Hilfsprogramme mittragen müssten. Angesichts der vereinbarten pro-europäischen Grundhaltung und der wirklichen Knackpunkte für Jamaika wie Klima oder Migration wird das mittlerweile als nachgeordnetes Problem angesehen.  EA/AFP 10

 

 

 

 

Was ist neu? Neuregelungen zum Oktober / November

 

Verkehrssünder müssen mit deutlich härteren Strafen rechnen. Der Mindestlohn für Pflegekräfte steigt schrittweise bis 2020. Bei Gerichtsverfahren ist der Einsatz von Gebärdendolmetschern möglich. Diese und weitere Neuregelungen treten im Oktober und November in Kraft.

 

Arbeit / Soziales. Mindestlohn für alle Pflegekräfte

Am 1. November 2017 tritt die Dritte Pflegemindestlohn-Verordnung in Kraft. Damit gilt der Pflegemindestlohn für alle Beschäftigten in der Pflegebranche. In allen Pflegebetrieben bekommen sie derzeit 10,20 Euro pro Stunde im Westen und 9,50 Euro pro Stunde im Osten. Zum 1. Januar 2018 beträgt der Mindestlohn 10,55 Euro im Westen und 10,05 Euro im Osten. Bis 2020 steigt er schrittweise weiter an. Der Pflegemindestlohn liegt damit über dem gesetzlichen Mindestlohn – das kommt vor allem Pflegehilfskräften zugute.

 

Justiz. Medienöffentlichkeit in Gerichtsverfahren

Menschen mit Hör- und Sprachbehinderungen können künftig mehr Unterstützung zur Verständigung in Anspruch nehmen. Beispielsweise ist der Einsatz von Gebärdendolmetschern in gerichtlichen Verfahren möglich.

Ab dem 18. April 2018 können Tonübertragungen der Verhandlung und der Urteilsverkündung in einen Raum für Medienvertreter zugelassen werden. Das erleichtert die Dokumentation von Gerichtsverfahren von herausragender zeitgeschichtlicher Bedeutung. Das Gesetz zur Erweiterung der Medienöffentlichkeit in Gerichtsverfahren und zur Verbesserung der

Kommunikationshilfen für Sprach- und Hörbehinderte ist seit dem 19. Oktober teilweise in Kraft.

 

Verkehr. Neue Bußgelder im Straßenverkehr

Wer keine Rettungsgasse bildet oder Einsatzfahrzeugen nicht Platz macht, zahlt künftig ein deutlich höheres Bußgeld. Auch das Telefonieren am Steuer wird empfindlich teurer. Die Änderung der Straßenverkehrsordnung gilt seit dem 19. Oktober.

 

Wirtschaft. Freies öffentliches WLAN

Die Bundesregierung macht den Weg frei für mehr öffentliches WLAN in Deutschland. Sie schafft die Störerhaftung ab und fördert so die Verbreitung von offenen WLAN-Hotspots. Die Verordnung ist am 13. Oktober in Kraft getreten.

 

Verbraucherschutz. Neue Grenzwerte für Konservierungsmittel in Spielzeug

In Spielzeug auf Wasserbasis wie Fingerfarben, Klebstoffen und Seifenblasen gibt es ab dem 24. November 2017 neue Grenzwerte für die Stoffe Chlormethylisothiazolinon (CMI) und Methylisothiazolinon (MI): 0,75 mg/kg für CMI;  0,25 mg/kg für MI sowie 1mg/kg für ein 3:1 Gemisch aus CMI und MI. Beide Konservierungsmittel können Kontaktallergien auslösen.

 

Umwelt. Klärschlammverordnung

Aus Abfall sollen teure Rohstoffe gefiltert werden. Das gilt nun auch für Klärschlamm aus kommunalen Abwasseranlagen. Binnen der nächsten 15 Jahre sollen größere Anlagebetreiber dafür sorgen, dass der im Klärschlamm enthaltene Phosphor zurückgewonnen werden kann. Die neue Klärschlammverordnung ist am 3. Oktober 2017 in Kraft getreten. pib

 

 

 

 

Ausbeutung stoppen! Entsandte Arbeitnehmer müssen besser geschützt werden

 

Haben Sie heute Morgen die Zeitung aufgeschlagen und waren entsetzt darüber, wie hierzulande mit entsandten Arbeitskräften umgegangen wird? Nein? Ich auch nicht. Seit anderthalb Jahren wird in Brüssel nun schon an einer Verbesserung der Entsenderichtlinie herumgedoktert – doch in Deutschland scheint dieses Thema kaum größere Wellen zu schlagen. Gleichzeitig berichten Beratungszentren für mobile Beschäftigte immer wieder von entsandten Arbeitnehmer_innen, die Opfer von Praktiken halbseidener Geschäftsleute geworden sind oder einfach durch Schlupflöcher in bestehender Gesetzgebung fallen. Die Europäische Union ist in der Pflicht, dem einen Riegel vorzuschieben und ausbeuterische Arbeitsverhältnisse über Grenzen hinweg zu bekämpfen.

Die Entsenderichtlinie muss entsandte Arbeitnehmer_ innen schützen und ihnen mindestens dieselben Rechte zugestehen wie lokalen Arbeitnehmer_ innen. Aber das reine Minimum ist nicht genug. Um die Situation entsandter Beschäftigter grundlegend zu verbessern, sind bei der Revision der Entsenderichtlinie drei Punkte besonders wichtig:

1. Gleicher Lohn für gleiche Arbeit am gleichen Ort. Entsandte Arbeitnehmer_innen müssen während ihres Aufenthalts in einem anderen EU-Mitgliedstaat einen Lohn erhalten, der mindestens dem Niveau der dort beschäftigten Arbeitnehmer_innen entspricht.

2. Erweiterung der Rechtsgrundlage. Zurzeit stützt sich die Richtlinie lediglich auf die Dienstleistungsfreiheit, nicht aber auf den Schutz von Arbeitnehmer_innen. Das bringt uns in die prekäre Situation, dass der Europäische Gerichtshof die Dienstleistungsfreiheit über den Schutz von Arbeitnehmer_ innen stellt.

3. Bessere Rechtsdurchsetzung in den EU-Mitgliedstaaten. Die Rechtssicherheit der Richtlinie muss gestärkt werden, um Schlupflöcher für ausbeuterische Geschäftsmodelle zu stopfen und die Verfolgung krimineller Arbeitgeber_innen zu verbessern. Im Falle von Scheinentsendungen darf den betroffenen Beschäftigten nicht der notwendige Schutz entzogen werden.

Das zentrale Ziel bei der Revision der Entsenderichtlinie ist, das Prinzip „Gleicher Lohn für gleiche Arbeit am gleichen Ort“ zu verwirklichen. Dafür muss an drei Stellschrauben gedreht werden: Zum einen muss der Begriff „Mindestlohnsätze“ durch den Begriff „Entlohnung“ ersetzt werden, damit entsandte Arbeitnehmer_innen von bestimmten Zuschlägen und Tagegeldern, Eingruppierungsbestimmungen oder Sonderzahlungen profitieren können. Die geltende Richtlinie legt bisher fest, dass entsandte Arbeitskräfte ein Anrecht auf die im jeweiligen Mitgliedstaat geltenden Mindestlohnsätze haben. Doch dadurch sind zusätzliche Lohnbestandteile wie Prämien oder Zulagen für schwere Arbeit oder Feiertags- und Nachtarbeit ausgeschlossen.

Darüber hinaus müssen Tarifverträge auch auf entsandte Beschäftigte angewandt werden. In Deutschland ist das momentan nur im Rahmen von allgemein verbindlichen Tarifverträgen möglich. Von den rund 71.900 gültigen Tarifverträgen in Deutschland sind jedoch nur 490 allgemein verbindlich. Gerade einmal 20 davon enthalten Regelungsbereiche, die international zwingend gelten und daher auch auf entsandte Arbeitnehmer_innen anwendbar sind.

Nicht zuletzt muss den Mitgliedstaaten auch die Möglichkeit eingeräumt werden, Unteraufträge an die gleichen Arbeits- und Entlohnungsbedingungen zu knüpfen, wie sie für inländische Unternehmen gelten. Damit wird ein Schlupfloch für die Umgehung von Standards durch Unterauftragsvergabe gestopft.

Die Arbeit, die entsandte Arbeitnehmer_innen unter erschwerten Bedingungen leisten, muss als wichtiges Puzzlestück in einem mehr und mehr zusammenwachsenden Europäischen Binnenmarkt anerkannt werden. Dafür brauchen entsandte Beschäftigte faire Konditionen. Jetzt ist die Zeit, die Weichen für einen gemeinsamen europäischen Arbeitsmarkt zu stellen – doch dieser Prozess darf nicht nur in Expert_innengremien diskutiert werden, sondern muss auch in der breiten Öffentlichkeit stattfinden, damit die Rechte von entsandten Arbeitnehmer_innen auch in Ihrer Tageszeitung zum Thema werden.

Terry Reintke, MEP Die Grünen (Forum Migration, November)

 

 

 

Dramatische Zunahme. Zahl der Asylverfahren fast verfünffacht

 

Die Zahl der an Verwaltungsgerichten anhängigen Asylverfahren in Deutschland hat sich innerhalb eines Jahres fast verfünffacht. Linken-Politikerin Jelpke kritisiert, Gerichte müssten die zweifelhafte Asypolitik der Bundesregierung ausbaden.

Die Zahl der an Verwaltungsgerichten anhängigen Asylverfahren hat sich binnen eines Jahres fast verfünffacht. Das berichtet die Neue Osnabrücker Zeitung unter Berufung auf eine Antwort des Bundesinnenministeriums auf Anfrage der Links-Partei. Demnach verzeichneten die Gerichte zum Stichtag 30. Juni diesen Jahres insgesamt mehr als 320.000 Verfahren. Ein Jahr zuvor waren es noch knapp 69.000.

Erich Müller-Fritzsche, Vorstandsmitglied beim Bund Deutscher Verwaltungsrichter, sprach von einer „dramatischen Zunahme“ der Asylklagen. Der Vorsitzende des niedersächsischen Landesverbandes sagte der Zeitung: „Die Verwaltungsgerichte sind so stark belastet, dass sich die Arbeit mit dem gegenwärtigen Personal nicht zeitnah bewältigen lässt. Auch die von der Politik angekündigte Aufstockung beim Personal wird dafür nicht reichen.“

Politik streitet um die Zahlen

Die Asyl- und Innenexpertin der Linksfraktion, Ulla Jelpke, wertete den Anstieg als Folge der zunehmend restriktiven Entscheidungspraxis bei syrischen und afghanischen Asylsuchenden. Sie kritisierte, die Gerichte müssten die gegenwärtige Asylpolitik ausbaden: „Die Abschreckungspolitik der Bundesregierung steigert die Bürokratie in Behörden und Gerichten. Den betroffenen Flüchtlingen wird hingegen der benötigte Schutz und die Sicherheit versagt.“

Der stellvertretende Unions-Fraktionsvorsitzende Stephan Harbarth (CDU) sieht das Problem hingegen in einem Ungleichgewicht zwischen Asylentscheidungen und gerichtlichen Überprüfungen. Der Bund habe infolge des Flüchtlingsandrangs das Personal beim Bundesamt für Migration und Flüchtlinge (BAMF) deutlich aufgestockt. Nun müssten die für die Verwaltungsgerichte zuständigen Länder nachziehen. Sonst drohe „der Kollaps unseres Rechtsschutzsystems“, warnte Harbarth und schlug einen „Justizpakt“ zwischen Bund und Ländern vor: „Wir brauchen dringend mehr Personal und ein effizienteres Verfahrensrecht.“

Angeblicher Abtauchskandal aus dem Boulevardblatt

Der bayerische Innenminister Joachim Herrmann (CSU) nahm einen Bericht aus dem Boulevardblatt Bild über rund 30.000 Asylbewerber mit unbekanntem Aufenthaltsort zum Anlass für Kritik am Bund. Das Ausländerzentralregister (AZR) funktioniere nicht richtig, sagte der CSU-Politiker dem Sender n-tv. Man wisse lediglich, dass die 30.000 Asylbewerber keine Leistungen mehr erhalten, nicht aber, wo sie sich aufhielten. Das sei unbefriedigend: „Wir müssen wissen, wer in unser Land kommt und wer unser Land wieder verlassen hat.“

Die Linken-Politikerin Jelpke wandte sich entschieden gegen den „angeblichen ‚Abtauchskandal'“. Das Boulevardblatt Bild schüre unberechtigte Ängste in der Bevölkerung, sagte sie. Dass abgelehnte Asylbewerber untertauchten oder in andere Länder weiterreisten, sei seit Jahren bekannt, ebenso, dass die Zahlen darüber nicht zuverlässig seien. Laut Ausländerzentralregister seien Ende September knapp 230.000 Personen ausreisepflichtig gewesen, die Mehrzahl habe aber eine Duldung und könne nicht abgeschoben werden, erklärte Jelpke. (ots/epd/mig)

 

 

 

Hessen. Hans-Jürgen Irmer: „Wir brauchen ein klares Bekenntnis zu Heimat und Nation“

 

Der hessische CDU-Bundestagsabgeordnete Hans-Jürgen Irmer will die CDU erneut als „Law and Order“-Partei etablieren und schlägt Maßnahmen vor, mit denen die Union verlorene Wähler zurückgewinnen soll. „Wir müssen noch klarer machen: Ohne Sicherheit kann unsere Freiheit nicht bestehen“, erklärt Irmer in einem Gastbeitrag für die Wochenzeitung Junge Freiheit.

Irmer fordert eine „schonungslos ehrliche Wahlanalyse“ und Identifizierung der Gründe, die zum Verlust von 8,5 Prozent der Wählerstimmen an AfD und FDP geführt haben. Eine „innerparteilich breite Diskussion“ sei notwendig, zudem dürfe nicht mehr länger in „politisch korrekte und politische unkorrekte Anliegen“ unterteilt werden. Wer Sorgen vor einer schleichenden Islamisierung zum Ausdruck bringe, der sei nicht gleich islamophob. Wer eine konsequentere Bekämpfung von Ausländerkriminalität wolle, der sei nicht xenophob. Und wer für die „notwendige Privilegierung von Ehe und Familie“ eintrete, der sei nicht gleich homophob, so Irmer.

„Neben diesen Punkten brauchen wir ein klares Bekenntnis zu Deutschland, zu unserem Vaterland, zu Heimat und Nation, zu den Werten des Grundgesetzes und zur europäischen Kultur- und Wertegemeinschaft in einem christlich-jüdisch geprägten Abendland“, fordert Irmer. Dip 10