WEBGIORNALE  3-23   APRILE  2017

 

Inhaltsverzeichnis

1.       60° UE. La dichiarazione di Roma (25 marzo 2017) 1

2.       #EU60 refounding Europe. 25 Marzo: stallo o rilancio del progetto europeo  1

3.       Trattato di Roma. Ue, non è una festa ipocrita  2

4.       The Rome Manifesto: una nuova visione per l’Europa  2

5.       #EU60 re-founding Europe. La strada dell’integrazione differenziata  3

6.       Trattati di Roma. Tajani: “Per l’Europa l’unità è un valore, i nazionalismi non hanno mai portato nulla di buono”  3

7.       Ue e futuro. L’Europa con sogni troppo diversi. Per salvarla inevitabili più velocità  4

8.       Economia e governance. G7: verso Taormina e oltre, una roadmap  4

9.       Conclusi i lavori dell’Assemblea Plenaria del Cgie: il bilancio del segretario generale Michele Schiavone  5

10.   CGIE. “Il lavoro e la mobilità”. Relazione introduttiva del vice segretario generale del CGIE Rodolfo Ricci 5

11.   La riforma della rappresentanza degli italiani all’estero  6

12.   Approvata dall’Assemblea Cgie l’introduzione alla proposta di riforma dei Comites e del Cgie  6

13.   La riunione del 10 aprile. Ministri a Roma: diamo energia al G7  7

14.   Minniti: “L’intesa con la Germania per sbloccare l’accoglienza”  7

15.   Concorso di lingua italiana per gli alunni italiani della Circoscrizione Consolare di Colonia. 8

16.   Monaco di Baviera. Eletto l'ufficio di Presidenza della consulta dei Migranti. Lara Galli eletta membro della consulta  8

17.   Premiate a Berlino le eccellenze italiane  8

18.   Due particolari eventi a Monaco di Baviera  9

19.   I temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue COSMO  9

20.   Dal 3 al 6 maggio 2017 a Francoforte sul Meno il Festival della Poesia europea  11

21.   Sportello consolare più snello a Norimberga  11

22.   Interrogazione della Garavini sulla vendita del Consolato e dell’IIC di Monaco di Baviera  11

23.   A Dusseldorf dal 19 al  21 marzo tre giorni di degustazioni tricolori: il trionfo del Vino italiano  11

24.   Sedi di Monaco di Baviera: nessuna vendita, trovata l’intesa con il Maeci 11

25.   La Romagna parla tedesco, nuova campagna promozionale della Regione  11

26.   Berlino città per giovani: un mezzo mito da sfatare  12

27.   Monaco di Baviera. In memoria di Giuseppe Tumminaro  12

28.   Elezioni in Germania, la Cdu di Merkel conserva il Saarland. Niente effetto Schulz  12

29.   La statura dei cancellieri e quella del popolo Tedesco. Risponde Aldo Cazzullo  13

30.   Frau Merkel scommette sull’Africa  13

31.   ‘Ndrangheta, arrestato in un bunker Santo Vottari, protagonista della strage di Duisburg  13

32.   Elezioni e diplomazia. Ue-Turchia: una crisi prevedibile ma inevitabile?  13

33.   Trattati di Roma, Mattarella: "Fatti gli europei, ora bisogna fare l'Europa"  14

34.   "Le esigenze che diedero origine all'Europa unita, ancora attuali"  14

35.   Ong sotto inchiesta. Migranti: tra soccorso e favoreggiamento  15

36.   Ora la Ue deve sbrigarsi: diventi uno Stato o tutto crolla  15

37.   Il vice ministro Mario Giro: “Se l`Europa è in crisi la colpa è dei Paesi fondatori. È ora di rivedere i Trattati”  16

38.   Europa, un coro contro Dijsselbloem. Mattarella: serve più coraggio  16

39.   Accordo UE-Turchia, Cir: “Ad un anno dal negoziato, bilancio negativo nei confronti dei rifugiati”  17

40.   Successo italiano. Onu mobilitata per tutela patrimonio culturale  17

41.   Plenaria Cgie. L’intervento del ministro degli Esteri e della Cooperazione Internazionale Angelino Alfano  17

42.   Dirigersi oltre  18

43.   Si discute in Italia sul fine vita  18

44.   Assemblea del Cgie. Aperti i lavori con la relazione di governo del sottosegretario agli Esteri Vincenzo Amendola  18

45.   Scuola italiana all’estero. Per il sindacato Flc della Cgil il decreto va modificato in profondità  19

46.   A Palazzo Montecitorio l’incontro “Il lavoro e la mobilità”. Presentata la ricerca sulla nuova emigrazione italiana  19

47.   Senza finalità  20

48.   Plenaria del Cgie. Il segretario generale Schiavone illustra la relazione del Comitato di presidenza  20

49.   Ristrutturazione di immobili in Italia, agevolazioni fiscali anche per i residenti all’estero  21

50.   Il piano di razionalizzazione del patrimonio immobiliare dello Stato italiano all’estero. Interrogazione di Micheloni 21

51.   Plenaria Cgie. Il dibattito sulla relazione del sottosegretario agli Esteri Vincenzo Amendola  21

52.   Stipendi, quelli degli italiani sono tra i più bassi in Europa  22

53.   Realtà discordante  22

54.   Al Senato l’incontro “Riforma della rappresentanza degli italiani all’estero. 22

55.   La “maxi Borsa” europea non ci sarà, stoppata la fusione tra Londra e Francoforte  23

56.   Antonio Razzi, quel selfie (osceno) con Bashar al-Assad. 23

57.   “Il Made in Italy cresce con il lavoro degli stranieri”  23

58.   Plenaria Cgie. Il dibattito dell’Assemblea e l’approvazione del parere sui decreti attuativi per la stampa italiana all’estero  24

59.   Facciamo i conti 25

60.   Ora è legge: i minori stranieri soli non potranno essere respinti 25

61.   Migrantes su nuova legge MSNA: un segnale importante per la sicurezza dei minori non accompagnati 25

62.   Il Cgie in Senato: il dibattito su voto e rappresentanza  25

63.   Le primarie del Partito Democratico. Auspicato un Congresso ed un confronto sereno, costruttivo e responsabile  26

64.   La proposta di legge “Istituzione della Giornata nazionale degli italiani nel mondo”  26

65.   La convivenza  27

66.   Proposta austriaca. Armi nucleari: Onu discute se abolirle  27

67.   Alla Commissione Esteri l’esame del provvedimento per l'istituzione della Giornata nazionale degli italiani nel mondo  28

68.   La Giornata nazionale degli italiani nel mondo. Dalla Commissione Esteri parere positivo per la sede legislativa  28

69.   „La promozione della lingua e cultura italiana all'estero è finalmente una priorità, grazie al Governo Renzi”  28

70.   Il dibattito del Cgie sul decreto attuativo della “buona scuola” per la promozione della lingua e della cultura italiana  28

71.   Cittadini sparsi, non persi: www.nuovemigrazioninuovepratiche.it 29

72.   La necessità  29

73.   Les Ritals: l’emigrazione italiana in Belgio  29

74.   Plenaria Cgie. I giovani delusi attendono che il Cgie tenda la mano  29

75.   Quattordicesima, luglio 2017: nuove regole e nuovi importi anche per i pensionati italiani all’estero  30

76.   Doppia imposizione  30

77.   Prossima l’uscita del volume “L’Italia nel cuore”. Migrazioni ieri e oggi nelle pagine di Goffredo Palmerini 30

78.   Concorso internazionale di poesia e narrativa  31

79.   Veneti nel Mondo. Dalla Regione contributi per la formazione dei giovani oriundi rientrati 31

 

 

1.       Brexit-Antrag übergeben Großbritannien will EU verlassen  31

2.       EU-Mitgliedsstaaten bereit für alle Brexit-Eventualitäten  32

3.       Großbritannien: „Es kann alles auseinanderbrechen“  32

4.       Deutschland und Italien. Fremde Freunde  32

5.       60 Jahre Römische Verträge: Europa feiert und gestaltet Europa  33

6.       60 Jahre Römische Verträge. Europa ist unsere gemeinsame Zukunft 33

7.       Solidarisch an einem Strang  33

8.       Landtagswahl im Saarland. Kramp-Karrenbauer bremst den Schulz-Zug  34

9.       Konferenz im Vatikan: Wasser ist das Gut aller 34

10.   So geht das. Zehn Vorschläge, wie wir aus Europa eine soziale und demokratische Erfolgsgeschichte machen. 35

11.   Globale Aufgaben gemeinsam angehen. G20-Finanzministertreffen  35

12.   EU first! 36

13.   Papst fordert weltweites Verbot von Atomwaffen  36

14.   „Millionen Menschen am Horn von Afrika droht der Hungertod“  36

15.   Anti-Trumpianer aller Lager, vereinigt Euch! 37

16.   „Sparpolitik ist eine Ideologie, keine erfolgreiche Wirtschaftsstrategie“  37

17.   EU-Flüchtlingspolitik. Brüssel hält an Dublin-Rückführungen nach Griechenland fest 38

18.   EU: Zusätzliche 165 Millionen für Ostafrika  38

19.   Europa ist unsere gemeinsame Zukunft. 60 Jahre Römische Verträge  38

20.   Eine europäische Erfolgsgeschichte? Die Hälfte der Deutschen sieht die EU auf Abwegen  38

21.   Der Grundstein für ein friedliches Europa  39

22.   Das Zivilisationsprojekt Europa – 60 Jahre Römische Verträge  39

23.   Mit Herz und Verstand: Ja zu Europa – Mut zu Veränderung  40

24.   Freiburger Appell des cep: Europa gelingt nur gemeinsam   40

25.   Bundestag streitet über Abschiebungen  40

26.   Kinder brauchen ihre Familie - Familiennachzug ermöglichen, wenn Kinder betroffen sind  41

27.   Kürzung der Sozialhilfe für EU-Ausländer in Österreich geplant 41

28.   Spitzelaffäre. Bundesregierung hält am Dialog mit Ditib fest 41

29.   ifo-Studie: Bildung zahlt sich aus  42

30.   Fakten statt Mythen: Flüchtlinge im deutschen Gesundheitssystem   43

31.   Neuerscheinung zu Flüchtlingsprojekten: „Ehrenamtliches Engagement für Geflüchtete muss in der Debatte mehr beachtet werden"  43

32.   Öffentlicher Dienst startet Werbekampagne. Demografiestrategie  43

33.   Umfrage. Mehrheit der Deutschen will Regierungswechsel 43

34.   "Im besten Fall" Nullsummenspiel. Experten sagen Verlust durch Maut voraus  44

35.   CeBIT: UNO-nahes Beraternetz gestartet 44

36.   Buchtipp. Verlorene Söhne: Eine moderne Sage über die Fluchtmigration  44

37.   Gekommen, um zu bleiben: Gelingende Integration in NRW   44

38.   Arbeitsfrust: Fast jeder zweite Deutsche will den Job wechseln  45

39.   Falsch abgerechnet. Rechnungshof kritisiert Deutschkurse für Flüchtlinge  45

40.   Zweiter Engagementbericht. Ehrenamt fördert lokale Entwicklung  46

41.   NRW legt konkreten 10-Punkte-Integrationsplan vor 46

42.   Deutsche Welle. Online-Plattform will Migranten über Gefahren der Flucht aufklären  46

43.   Koalitionsausschuss. Einigung bei Kinderehe, scharfe Kritik für Familiennachzug  46

44.   Arbeitsmarkt-Bilanz für März. Große Nachfrage nach neuen Mitarbeitern  47

45.   Rom und der Geist Europas  47

46.   Ausschreibung eines Post-Doc-Stipendiums am IMIS  47

 

 

 

 

A tutti i lettori: tanti auguri di Buone Feste Pasquali

 

 

 

60° UE. La dichiarazione di Roma (25 marzo 2017)

 

Dichiarazione dei leader dei 27 Stati membri e del Consiglio europeo, del Parlamento europeo e della Commissione europea

 

Noi, i leader dei 27 Stati membri e delle istituzioni dell'UE, siamo orgogliosi dei risultati raggiunti dall'Unione europea: la costruzione dell'unità europea è un'impresa coraggiosa e lungimirante. Sessanta anni fa, superando la tragedia di due conflitti mondiali, abbiamo deciso di unirci e di ricostruire il continente dalle sue ceneri. Abbiamo creato un'Unione unica, dotata di istituzioni comuni e di forti valori, una comunità di pace, libertà, democrazia, fondata sui diritti umani e lo stato di diritto, una grande potenza economica che può vantare livelli senza pari di protezione sociale e welfare.

 

L'unità europea è iniziata come il sogno di pochi ed è diventata la speranza di molti. Fino a che l'Europa non è stata di nuovo una. Oggi siamo uniti e più forti: centinaia di milioni di persone in tutta Europa godono dei vantaggi di vivere in un'Unione allargata che ha superato le antiche divisioni. 

 

L'Unione europea è confrontata a sfide senza precedenti, sia a livello mondiale che al suo interno: conflitti regionali, terrorismo, pressioni migratorie crescenti, protezionismo e disuguaglianze sociali ed economiche. Insieme, siamo determinati ad affrontare le sfide di un mondo in rapido mutamento e a offrire ai nostri cittadini sicurezza e nuove opportunità.

Renderemo l'Unione europea più forte e più resiliente, attraverso un'unità e una solidarietà ancora maggiori tra di noi e nel rispetto di regole comuni. L'unità è sia una necessità che una nostra libera scelta. Agendo singolarmente saremmo tagliati fuori dalle dinamiche mondiali. Restare uniti è la migliore opportunità che abbiamo di influenzarle e di difendere i nostri interessi e valori comuni. Agiremo congiuntamente, a ritmi e con intensità diversi se necessario, ma sempre procedendo nella stessa direzione, come abbiamo fatto in passato, in linea con i trattati e lasciando la porta aperta a coloro che desiderano associarsi successivamente. La nostra Unione è indivisa e indivisibile.

 

Per il prossimo decennio vogliamo un'Unione sicura, prospera, competitiva, sostenibile e socialmente responsabile, che abbia la volontà e la capacità di svolgere un ruolo chiave nel mondo e di plasmare la globalizzazione. Vogliamo un'Unione in cui i cittadini abbiano nuove opportunità di sviluppo culturale e sociale e di crescita economica. Vogliamo un'Unione che resti aperta a quei paesi europei che rispettano i nostri valori e si impegnano a promuoverli.

In questi tempi di cambiamenti, e consapevoli delle preoccupazioni dei nostri cittadini, sosteniamo il programma di Roma e ci impegniamo ad adoperarci per realizzare:

 

1. Un'Europa sicura: un'Unione in cui tutti i cittadini si sentano sicuri e possano spostarsi liberamente, in cui le frontiere esterne siano protette, con una politica migratoria efficace, responsabile e sostenibile, nel rispetto delle norme internazionali; un'Europa determinata a combattere il terrorismo e la criminalità organizzata.

 

2. Un'Europa prospera e sostenibile: un'Unione che generi crescita e occupazione; un'Unione in cui un mercato unico forte, connesso e in espansione, che faccia proprie le evoluzioni tecnologiche, e una moneta unica stabile e ancora più forte creino opportunità di crescita, coesione, competitività, innovazione e scambio, in particolare per le piccole e medie imprese; un'Unione che promuova una crescita sostenuta e sostenibile attraverso gli investimenti e le riforme strutturali e che si adoperi per il completamento dell'Unione economica e monetaria; un'Unione in cui le economie convergano; un'Unione in cui l'energia sia sicura e conveniente e l'ambiente pulito e protetto.

 

3. Un'Europa sociale: un'Unione che, sulla base di una crescita sostenibile, favorisca il progresso economico e sociale, nonché la coesione e la convergenza, difendendo nel contempo l'integrità del mercato interno; un'Unione che tenga conto della diversità dei sistemi nazionali e del ruolo fondamentale delle parti sociali; un'Unione che promuova la parità tra donne e uomini e diritti e pari opportunità per tutti; un'Unione che lotti contro la disoccupazione, la discriminazione, l'esclusione sociale e la povertà; un'Unione in cui i giovani ricevano l'istruzione e la formazione migliori e possano studiare e trovare un lavoro in tutto il continente; un'Unione che preservi il nostro patrimonio culturale e promuova la diversità culturale.

 

4. Un'Europa più forte sulla scena mondiale: un'Unione che sviluppi ulteriormente i partenariati esistenti e al tempo stesso ne crei di nuovi e promuova la stabilità e la prosperità nel suo immediato vicinato a est e a sud, ma anche in Medio Oriente e in tutta l'Africa e nel mondo; un'Unione pronta ad assumersi maggiori responsabilità e a contribuire alla creazione di un'industria della difesa più competitiva e integrata; un'Unione impegnata a rafforzare la propria sicurezza e difesa comuni, anche in cooperazione e complementarità con l'Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico, tenendo conto degli impegni giuridici e delle situazioni nazionali; un'Unione attiva in seno alle Nazioni Unite che difenda un sistema multilaterale disciplinato da regole, che sia orgogliosa dei propri valori e protettiva nei confronti dei propri cittadini, che promuova un commercio libero ed equo e una politica climatica globale positiva.

 

Perseguiremo questi obiettivi, fermi nella convinzione che il futuro dell'Europa è nelle nostre mani e che l'Unione europea è il migliore strumento per conseguire i nostri obiettivi. Ci impegniamo a dare ascolto e risposte alle preoccupazioni espresse dai nostri cittadini e dialogheremo con i parlamenti nazionali. Collaboreremo a livello di Unione europea, nazionale, regionale o locale per fare davvero la differenza, in uno spirito di fiducia e di leale cooperazione, sia tra gli Stati membri che tra di essi e le istituzioni dell'UE, nel rispetto del principio di sussidiarietà. Lasceremo ai diversi livelli decisionali sufficiente margine di manovra per rafforzare il potenziale di innovazione e crescita dell'Europa. Vogliamo che l'Unione sia grande sulle grandi questioni e piccola sulle piccole. Promuoveremo un processo decisionale democratico, efficace e trasparente, e risultati migliori.

 

Noi leader, lavorando insieme nell'ambito del Consiglio europeo e tra le istituzioni, faremo sì che il programma di oggi sia attuato e divenga così la realtà di domani. Ci siamo uniti per un buon fine.

L'Europa è il nostro futuro comune.  De.it.press 25

 

 

 

 

#EU60 refounding Europe. 25 Marzo: stallo o rilancio del progetto europeo

 

Anche se le circostanze non sono fra le più favorevoli e il quadro complessivo è incerto e instabile, c’è davvero da augurarsi che le celebrazioni del 60° anniversario della firma dei Trattati di Roma siano un’occasione per riaffermare una volontà condivisa di rilanciare il progetto europeo.

 

Il momento di ricordare i risultati acquisiti

Sarà sicuramente necessario ricordare gli straordinari risultati acquisiti dall’Europa, dai suoi Stati membri e dai cittadini europei, in questi ultimi sessanta anni di storia di un continente, che nella prima metà del Novecento aveva conosciuto tutti i guasti di un nazionalismo esasperato che aveva prodotto guerre devastanti.

 

Sarà necessario ricordare che, grazie all’intuizione felice di un ristretto gruppo di politici illuminati (e grazie anche a un contesto politico ed economico sicuramente più favorevole di quello attuale), l’Europa aveva saputo trasformarsi in un’area di pace, di progresso economico e di diffusione del welfare, di garanzia dei diritti fondamentali e di consolidamento della democrazia.

 

E sarà necessario che questa narrativa si faccia sentire con autorevolezza e convinzione, non come esercizio retorico, ma proprio perché in questa congiuntura si ha l’impressione diffusa che nelle nostre opinioni pubbliche si tenda, con troppa facilità e superficialità, a dimenticare quali straordinari vantaggi abbia comportato per i cittadini europei il progetto comune europeo.

 

E proprio perché con altrettanta leggerezza si invoca da più parti un improbabile ritorno al prevalente ruolo degli Stati nazionali, quale unica fonte di legittimità democratica, in un contesto in cui gli Stati nazionali non sono più in grado di garantire risposte adeguate alla sfide di un mondo sempre più globalizzato.

 

L’occasione per tracciare un percorso

Oltre però a ricordare il passato e a celebrare i risultati dei primi sessanta anni di vita di un progetto unico di integrazione a livello regionale, occorrerà che le celebrazioni del 25 Marzo siano anche un’occasione per tracciare un percorso che consenta all’Unione europea, Ue di ritrovare vitalità e dinamismo e soprattutto di recuperare quel consenso delle opinioni nazionali che oggi sembra in preoccupante calo. E questa è sicuramente la parte più difficile da realizzare.

 

Esiste infatti una analisi sufficientemente condivisa delle debolezze della costruzione europea e dei fattori di crisi che caratterizzano la fase attuale del processo di integrazione in Europa: gli effetti della crisi economica e una ripresa ancora insufficiente dopo la grave depressione del 2008/2009; un senso diffuso di insicurezza; la minaccia del terrorismo di matrice islamica; flussi migratori destinati a diventare un fenomeno strutturale; la riduzione del peso specifico dell’Europa misurato sia in termini demografici sia in termini di Pil prodotto; un contesto internazionale instabile e preoccupante con minacce dirette all’Europa sia da est che da sud; un’Amministrazione americana indifferente se non addirittura ostile al progetto europeo; la diffusione di forze politiche nazionaliste, sovraniste e sostanzialmente anti-europee.

 

D’accordo sull’analisi, divisi sull’azione

Ma manca ancora un progetto altrettanto condiviso di rilancio della costruzione europea. E ancora fin troppo evidenti appaiono le divisioni fra gli Stati membri sulla direzione di marcia da intraprendere per restituire fiducia nell’Ue e nelle sue istituzioni.

 

Una situazione che ha di fatto costretto troppo spesso il Consiglio europeo a limitarsi a faticosi compromessi ispirati dalla necessità di attestarsi sul minimo comune denominatore (sul governo dell’economia, sulle migrazioni, sulla sicurezza, sulla difesa, ecc,). Una situazionedi incertezza che ha indotto la Commissione (con il recente Libro Bianco) a limitarsi a presentare scenari alternativi piuttosto che prospettare idee e progetti concreti di rilancio.

 

Per questi motivi l’Istituto Affari Internazionali ha presentato nei giorni scorsi, in occasione di un convegno internazionale svoltosi al Ministero degli Esteri, un policy paper che riprende e approfondisce il tema delle integrazioni differenziate. La proposta dello IAI (della quale hanno parlato più diffusamente Nicoletta Pirozzi, Lorenzo Vai e Piero Tortola in un precedente articolo di AffarInternazionali) parte dal presupposto che in queste ultime settimane l’argomento è stato evocato a più riprese, non solo in articoli e editoriali di specialisti della materia, ma anche da autorevoli policy makers, è stato discusso in incontri al più alto livello politico, ed è entrato ormai nel dibattito politico sul futuro dell’Europa.

 

E muove dalla constatazione che l’Europa a più velocità è da anni una realtà, dal riconoscimento che la Brexit sollecita una riflessione approfondita su come procedere in un contesto di differenti sensibilità nazionali e dal convincimento che la chiave per avanzare nel processo di integrazione sta nel riconoscimento di queste diversità, anche se nel rispetto dell’unitarietà del progetto comune.

 

La proposta dello IAI e lo stimolo al dibattito

Il nostro documento si propone di stimolare un dibattito sul tema delle integrazioni differenziate, ma soprattutto offrire ai decisori politici alcuni suggerimenti molto concreti e operativi su come tradurre questo principio in decisioni e misure concrete in particolare in tre aree: il governo dell’economia, la difesa comune, le politiche in materia di libertà giustizia e sicurezza.

 

Nessuna pretesa di avere detto l’ultima parola sul tema (fin troppo dibattuto) dell’Europa a più velocità; e piena consapevolezza delle complessità da affrontare in particolare per quanto attiene al ruolo delle istituzioni comuni, alla necessità di evitare di frammentare più del necessario il quadro comune e rimettere in gioco la solidarietà fra tutti gli Stati membri, alla delicata questione delle legittimità democratica dei processi decisionali.

 

Ma un tentativo di indicare una strada intermedia, e soprattutto praticabile nell’attuale contesto politico, che consenta di superare lo stallo tra la conservazione dello status quo, o il consueto ma ormai insufficiente “muddling through”, e i più ambiziosi, ma poco realistici, progetti di riforma istituzionale, che necessiterebbero inevitabilmente una riforma dei Trattati per la quale oggi non sussistono le condizioni politiche.

 

In un anno di importanti scadenze elettorali non possiamo aspettarci miracoli dalla giornata del 25 Marzo. Sarebbe già un risultato importante se i 27 si mettessero d’accordo sul riconoscimento degli straordinari meriti del progetto di integrazione realizzato in Europa (dando così un messaggio forte e chiaro a quelle forze politiche che oggi attribuiscono all’Ue tutte le responsabilità per tutto quello che non funziona nei rispettivi Paesi); se riuscissero a condividere l’analisi delle cause e origini delle crisi di questa congiuntura; e soprattutto se riuscissero concordare un percorso per restituire dinamismo e sostegno popolare alla costruzione europea.

 

Magari riconoscendo anche la possibilità e il diritto di procedere più velocemente nella realizzazione di alcune politiche comuni a quei Paesi che lo vogliano e ne abbiano le capacità. Ferdinando Nelli Feroci, AffInt 24

 

 

 

 

 

Trattato di Roma. Ue, non è una festa ipocrita

 

Sorridevano tutti, ieri, alla grande festa romana del Sessantesimo. Nella sala diventata piccola degli Orazi e dei Curiazi tutti esaltavano propositi unitari. Tutti promettevano una riscossa comune. Tutti escludevano che le Nazioni della Ue potessero, domani, non avanzare più «nella stessa direzione». Nei discorsi come nel testo della dichiarazione sottoscritta dai Ventisette (assente concordata la britannica May) la langue de bois diplomatica ha fatto miracoli, smussando, dissimulando, centellinando i dissensi e ingigantendo gli impegni futuri. Si voleva, con un compromesso formale che tutti potevano condividere, garantire un meritato successo ai padroni di casa italiani, al loro capo di governo Gentiloni e al loro presidente Mattarella. Ma ancor più si voleva non perdere d’occhio il calendario, evitare che una palese spaccatura tra europei a Roma facesse tra meno di un mese il gioco di Marine Le Pen in quelle elezioni francesi che decideranno, più di ogni altra, della vita e della morte dell’Europa. È accaduto così che ieri qualche testa venisse infilata nella sabbia unitaria, che dissensi assai vivi e assai noti venissero taciuti, che fosse preservata la tradizionale usanza celebrativa di dar fiato alle trombe. Ma sbaglierebbe di grosso chi giungesse alla conclusione che il vertice di Roma è stato soltanto una festa ipocrita. Perché in realtà, esplorate tutte le possibili moderazioni di linguaggio, il testo sottoscritto afferma che gli Stati europei agiranno sì insieme, ma con ritmi e intensità diversi quando necessario.

La posta in gioco era tutta qui, e resta ben chiaro il concetto che chi vuole avanzare nell’integrazione potrà farlo senza blocchi altrui e senza attendere chi non vuole o non può partecipare. L’Europa era già a diverse velocità, lo sappiamo. Ma il ritornello dei minimalisti trascura l’importanza della nuova volontà politica che in questa fase Germania, Francia, Italia e Spagna hanno espresso con chiarezza. Non si tratterà più di un ricorso episodico e burocratico a quelle cooperazioni rafforzate che sono già previste nei Trattati vigenti. Si tratterà, piuttosto, di una Europa progressivamente diversa e con un nocciolo più ristretto, di una Europa meno rigida e meglio in grado di far fronte alle sfide che oggi la assediano: la propaganda assai male contrastata dei movimenti «populisti» o anti sistema, la Brexit che non è «una tragedia» come ha detto ieri Juncker ma che può contagiare altri soci, il potenziale destabilizzante dei flussi migratori, una ripresa economica ancora debole, il complicato rapporto con l’America di Trump e l’invadenza della Russia, l’esigenza di dare un futuro ai giovani e quella, esaltata dal terribile messaggio simbolico dell’attentato di Westminster, di collaborare più strettamente nella difesa dal terrorismo.

Il cantiere che quasi di nascosto si è aperto ieri a Roma disporrà di un decennio per cambiare la deludente Europa di oggi, ma è chiaro che l’Europa non dispone di un decennio perché i suoi popoli-elettori non pazienteranno tanto. La scelta delle politiche sulle quali avviare un gruppo più integrato deve avvenire nei prossimi sei mesi, e il 2018, se le elezioni in Francia e in Germania avranno sancito la sconfitta degli anti europeisti, dovrà segnare il varo concreto della Ue a diverse velocità. Pur mantenendo una cornice comune europea la nascita di una avanguardia (la serie A) formalmente aperta ai ritardatari (la serie B) diventerà inevitabile. Altre proteste oltre a quella della Polonia emergeranno. Si porrà il problema di conciliare gli interessi nazionali anche all’interno del gruppo di testa. Andranno riviste, per evitare una paralisi istituzionale o accuse di illegittimità, le competenze della Commissione, del Consiglio e del Parlamento. La nascita di una avanguardia favorirà il peso del Paese più forte, ovviamente la Germania, e in tal modo gli interessi altrui potrebbero non essere rispettati mentre le tentazioni separatiste, comprese quelle degli stessi tedeschi, rischierebbero di prendere quota.

Incognite pesanti, senza dubbio. Ma l’Europa, come diceva Gorbaciov ancora capo dell’Urss, «non ha più dove arretrare». Il sogno dei fondatori si è dissolto, malgrado una esperienza esaltante e troppo poco ricordata che ha garantito sessant’anni di pace, democrazia e welfare. Oggi l’imperativo è sopravvivere alle urne e poi rilanciare in forma nuova, ricreare il consenso dei popoli senza dimenticare le istanze dei «populisti» e prevenendo la loro strumentalizzazione elettorale. L’unica alternativa alla integrazione differenziata, per quanto difficile essa possa risultare, è la morte dell’Europa . La sfida è lanciata. E l’Italia deve capire che nella nuova Europa che verrà, Francia permettendo, non sarà facile sedere in prima fila. Perché le nostre future elezioni, diversamente dalle altre, rischiano fortemente di portare all’ingovernabilità oppure a mal concepite esercitazioni referendarie. Perché la nostra economia cresce poco, e il debito non cala. Gli esami non finiranno. E dovremmo temere noi stessi, più della potente Germania che spaventa i sovranisti. Franco Venturini, CdS 25

 

 

 

 

The Rome Manifesto: una nuova visione per l’Europa

 

Roma. Con il Rome Manifesto, un gruppo di eminenti giovani accademici e professionisti europei ha avanzato una proposta ambiziosa per il rinnovamento del progetto europeo. I 18 autori presentano il loro manifesto giovedì, 23 marzo, presso la Residenza dell’Ambasciatore tedesco a Roma come parte delle celebrazioni ufficiali per il sessantesimo anniversario della firma dei Trattati di Roma. Propongono la fondazione di un’Unione Federale Europea basata su istituzioni più democratiche e trasparenti e anche su una più chiara definizione delle competenze.

“Proponiamo un’Unione Federale Europea che possa affrontare efficacemente le sfide che sono aldilà della portata delle singole nazioni: per esempio la difesa, ma anche salvaguardare il mercato unico e la moneta comune” ha detto Claudia Schmidt, una specialista di affari europei di Francoforte e co-autrice del manifesto. “Altre competenze possono essere ritrasferite a livello nazionale. Non vogliamo un superstato europeo”.

Il progetto del manifesto è stato promosso dal Centro Italo-Tedesco per l’Eccellenza Europea Villa Vigoni e dall’associazione United Europe, un’organizzazione pro-europea con sede ad Amburgo. Gli autori provenienti dall’Italia, dalla Germania, dalla Croazia, dai Paesi Bassi, dal Regno Unito, dall’Austria, dalla Grecia e da altri paesi europei, tutti fra i 25 e i 40 anni, sono stati scelti da entrambe le organizzazioni per il loro profilo intellettuale e per la loro dedizione all’idea europea.

“Come giovani europei crediamo sia nostro dovere non soltanto difendere l’eredità europea, ma pure battersi per il suo urgente rinnovamento” è scritto sul manifesto. “Abbiamo fatto l’esperienza di un’Europa senza confini e facilità di spostamento, di moneta e cittadinanza comuni, di scambi culturali e nuove tecnologie. Ciò ci ha consentito di conoscere altri europei e di rafforzarci nella convinzione d’essere indivisibili.”

L’Unione Federale sarà presieduta da un singolo Presidente Europeo con un ramo esecutivo basato sull’odierna Commissione Europea, afferma il gruppo. In contrasto con il sistema corrente, tutte le legislazioni seguiranno le stesse regole di voto: una maggioranza semplice nel Parlamento Europeo per la camera bassa e una maggioranza qualificata nel Senato Europeo per la camera alta.

Per l’implementazione del loro piano, gli autori del Rome Manifesto propongono una procedura nuova. Delegati di tutti i paesi europei dovrebbero ritrovarsi a Roma entro il 2017 per redigere una costituzione per un’Unione Federale Europea. Questa costituzione entrerebbe in vigore non appena verrà ratificata da una maggioranza degli odierni paesi dell’UE.

“Così sono stati fondati gli Stati Uniti” dice Federico Fabbrini, professore di giurisprudenza a Dublino e co-autore della proposta. “Seguendo il loro esempio, vogliamo creare una dinamica completamente differente dai cambi di trattati di oggi. I paesi perderanno il potere di bloccare l’intero processo; dovranno invece chiedersi se vogliono farne parte o no.”

I sostenitori della proposta possono sottoscrivere il Rome Manifesto online sulla pagina www.romemanifesto.eu. In cooperazione con partner di diversi paesi europei – università, think tank e fondazioni – il Rome Manifesto sarà presentato al pubblico nei prossimi mesi. Per aggiornamenti su twitter, si prega di seguire l’hashtag #RomeManifesto.

Per maggiori informazioni, si prega di contattare il Managing Director di United Europe Bettina Vestring al numero +49 160 973 50 679 o all’indirizzo email bettina.vestring@united-europe.eu oppure Matteo Scotto, collaboratore scientifico di Villa Vigoni, al numero +39 349 1999 189 o all’indirizzo email scotto@villavigoni.eu.

Su Villa Vigoni: Il Centro Italo-Tedesco per l’Eccellenza Europea Villa Vigoni è un’associazione bilaterale fondata dalla Repubblica Federale Tedesca e dalla Repubblica Italiana. Il suo scopo è rafforzare le relazioni fra Italia e Germania in campo scientifico, accademico, politico, economico e culturale. Villa Vigoni promuove il dialogo italo-tedesco nel contesto europeo e internazionale. www.villavigoni.eu

Su United Europe: United Europe è un’iniziativa pro-europea fondata da imprenditori, personalità politiche e del mondo accademico ad Amburgo nel 2013. È dedicata all’idea di un’Europa forte e competitiva che difenda gli interessi comuni, ma che rispetti anche le diversità dei popoli. L’obiettivo è un’Europa che possa garantire la pace, la libertà e la prosperità per la prossima generazione di europei. www.united-europe.eu

Gli sponsor: È stato possibile realizzare il Rome Manifesto grazie alle donazioni della Friedrich Stiftung, della holding Jaakko Pöyry Oy e della Stiftung Mercator.

United Europe Villa Vigoni

 

 

 

 

#EU60 re-founding Europe. La strada dell’integrazione differenziata

 

Un’occasione unica di bilancio e - ci si augura - anche di rilancio del processo di integrazione in uno dei momenti più difficili per la storia europea dal secondo conflitto mondiale. Questo dovrebbero essere le celebrazioni romane del sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma alle quali parteciperanno i capi di stato e di governo dei 27 membri dell’Unione europea, Ue.

 

La natura delle sfide con le quali si è confrontata l’Ue negli ultimi anni ha messo a dura prova la tenuta complessiva dell’Unione e in discussione alcuni dei suoi principi fondamentali. Così, mentre alcune consuete strade verso un'integrazione più profonda sono diventate alquanto impervie, la via maestra sembra essere divenuta quella basata sul principio della differenziazione.

 

L’integrazione differenziata è un modello già presente nel Dna dell’Unione, come testimoniato dai due pilastri dell’Euro e di Schengen. Tuttavia, in questo frangente essa acquisisce un significato politico diverso: rappresenta la possibilità più concreta per salvare il progetto europeo dalla disintegrazione e assume i caratteri di una strategia di integrazione di lungo corso, che potrebbe diventare permanente.

 

A questo tema l’Istituto Affari Internazionali ha dedicato un progetto di ricerca che ha coinvolto i principali think tank europei e che ha prodotto un policy paper di analisi e proposta.

 

Affinché un progetto di integrazione basato sulla differenziazione funzioni e sia sostenibile nel lungo periodo è necessario chiarirne alcuni elementi di fondo. In primo luogo, bisogna ribadirne l’obiettivo finale: preservare l’unità dell’Unione e, allo stesso tempo, permettere ai Paesi più ambiziosi, che vogliono e possono, di fare dei passi avanti adottando insieme politiche di più stretta cooperazione.

 

Le ancore dell’integrazione differenziata

Nella nostra visione, l’integrazione differenziata dovrà necessariamente essere costruita attorno ad ancore istituzionali già esistenti. La nostra proposta offre perciò tre scenari in tre rispettive macro aree: governance economica, difesa, e libertà, sicurezza e giustizia, collegate rispettivamente all’Eurozona, alla Cooperazione strutturata permanente (Pesco) nel settore della difesa e allo spazio Schengen.

 

Tra i tre percorsi indicati, il consolidamento dell’Eurozona dovrà essere anteposto agli altri. L’Eurozona è, al momento, il più avanzato esperimento d’integrazione differenziata, nonché l’ambito nel quale è più che mai necessario rafforzare l’integrazione, sia per la sua costruzione imperfetta - la quale ha contribuito ad esacerbare la crisi economica e finanziaria - sia per la sua centralità per il futuro stesso dell’Unione e per il benessere dei suoi cittadini.

 

Gli scenari di integrazione differenziata nelle aree della governance economica, della difesa e in quella di libertà, sicurezza e giustizia mostrano che i diritti sono inestricabilmente collegati alle responsabilità. Una rafforzata integrazione dell’Eurozona dovrà andare di pari passo con un aumento della convergenza tra i Paesi attraverso riforme strutturali.

 

Tali riforme potranno essere attuate tramite un sistema di incentivi economici sostenuti da un bilancio dell’Eurozona, gestito a tutti gli effetti da un ministro delle Finanze europeo. Per quanto riguarda la Pesco, essa non potrà funzionare senza chiari e duraturi impegni dei Paesi partecipanti ad aumentare le risorse destinate alla difesa, gli investimenti nella ricerca, e dimostrandosi pronti ad intervenire con le forze comuni quando necessario.

 

Anche in questo caso, occorre prevedere incentivi finanziari adeguati, ad esempio attraverso il nuovo Fondo europeo per la Difesa della Commissione europea. Allo stesso modo, la libertà di movimento dovrà essere legata a doppio filo con un’ampia cooperazione fra gli Stati in materia di polizia e di sicurezza e a una riforma del sistema di Dublino, il quale dovrebbe provvedere un effettivo sostegno finanziario ed operativo a quei paesi dell’Unione che sono in prima linea nella gestione dei flussi migratori.

 

Inclusività e ruolo delle istituzioni Ue

Il principio della solidarietà sancito dai Trattati dovrà essere il collante che sosterrà l’architettura di un’Unione differenziata. È auspicabile che questo processo sia il più inclusivo possibile, e allo stesso tempo guidato da un adeguato livello di ambizione, puntando a esperimenti di integrazione permanenti.

 

Una strategia di attuazione dovrà prevedere una serie di obiettivi per il gruppo di testa di Paesi da raggiungere entro il 2025 - come indicato dalla Commissione europea nel suo recente Libro Bianco - mentre dei meccanismi transitori di avvicinamento possono essere previsti per quegli Stati che vorranno unirsi successivamente.

 

La maggior parte dei cambiamenti necessari potrà essere attuata utilizzando le basi e gli strumenti legali già contenuti all’interno dei Trattati (come ad esempio la cooperazione rafforzata), ma una riforma dei Trattati sarà necessaria nel medio periodo. Esperimenti di integrazione differenziata al di fuori dei Trattati (come è stato fatto per lo Strumento europeo di Stabilità o per il Fiscal Compact) dovrebbero avere invece carattere transitorio, in vista di un'incorporazione nella cornice giuridica dell’Unione.

 

Il raggiungimento di questi risultati sarà (come sempre) nelle mani dei Paesi membri, i quali si muoveranno rispettando le loro identità, calibrando i loro interessi e valutando gli incentivi. Ciononostante, la salvaguardia delle istituzioni e del metodo comunitario sarà indispensabile per evitare la frammentazione sia all’interno dei diversi progetti di integrazione differenziata, sia nell’architettura istituzionale complessiva.

 

Elementi di differenziazione potranno trovare posto nel Consiglio dell’Ue - sul modello dell’Eurogruppo - mentre va tutelato, se non rafforzato, il ruolo della Commissione, in qualità di garante dei trattati (de iure) e proponente politico (de facto), e quello del Parlamento europeo, a cui spetta il controllo democratico.

 

Spazio pubblico europeo … cercasi

Infine, l’integrazione differenziata pone delle serie questioni riguardanti la legittimità democratica e la possibilità per i cittadini europei di incidere sulle scelte dell’Unione, in quanto questo processo comporterà necessariamente un aumento della complessità del processo di integrazione.

 

Le garanzie di democraticità del processo decisionale europeo offerte dal Parlamento europeo e dai parlamenti nazionali rischiano di diminuire e dovranno essere necessariamente compensate da adeguati meccanismi istituzionali, sotto forma, ad esempio, di commissioni inter-parlamentari con poteri accresciuti in specifici settori di integrazione.

 

Ciò che è certo, è che questo non basterà a restituire fiducia ai cittadini se queste innovazioni non saranno accompagnate da un netto cambio di passo dei governi e delle istituzioni verso buone e più diffuse pratiche di informazione e dialogo tese a sostenere la creazione di uno spazio pubblico europeo.

Nicoletta Pirozzi, Piero Tortola e Lorenzo Vai, AffInt 17

 

 

 

 

 

Trattati di Roma. Tajani: “Per l’Europa l’unità è un valore, i nazionalismi non hanno mai portato nulla di buono”

 

Parla il presidente del Parlamento di Strasburgo. Le celebrazioni per i sessant'anni dei Trattati istitutivi offrono l'occasione per fare il punto sull'integrazione comunitaria. Tanti gli ostacoli sul cammino, dalla crisi economica alla sicurezza, fino al nodo dell'accoglienza dei migranti. La necessità di coltivare le identità nazionali, ma anche di favorire la cooperazione politica per tenere il passo di attori globali del calibro di Usa, Cina e Russia. "Il dialogo con le religioni - afferma - è un pilastro essenziale per costruire l’Unione". Dal Papa parole di incoraggiamento e speranza - Gianni Borsa

 

Unità e identità, categorie per interpretare l’Europa di oggi; concretezza e “sogno” quelle per intravvedere l’Europa di domani. In occasione delle celebrazioni per il 60° dei Trattati istitutivi della Cee (Comunità economica europea) e della Ceea (Comunità europea dell’energia atomica, o Euratom), il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, si sofferma ad analizzare gli ostacoli sul percorso dell’integrazione comunitaria e a considerare le opportunità che essa offre. Al contempo guarda avanti con – dice – “l’ottimismo della ragione”. Eletto a gennaio alla massima carica dell’Assemblea, Tajani, giornalista di professione, ha un lungo curriculum europeista come deputato a Strasburgo (dal 1994), con un lungo intermezzo da commissario Ue (2008-2014), prima ai trasporti e poi all’industria.

Presidente, il 25 marzo in Campidoglio i leader dei Paesi Ue e i responsabili delle istituzioni di Bruxelles e Strasburgo, ricorderanno il significato storico dei Trattati di Roma. Quali insegnamenti giungono dal passato, utili per affrontare le sfide presenti?

Ritengo che sia essenziale comprendere quanti risultati si sono raggiunti in questi sessant’anni. L’Europa comunitaria ha contribuito a costruire una pace duratura, ad assicurare democrazia e libertà, rispetto dei diritti, benessere materiale. Si tratta di un patrimonio prezioso, che non va mai dato per scontato. Le celebrazioni di questi giorni possono aiutarci a comprendere il valore dell’unità, del procedere assieme, del condividere i problemi per cercare risposte comuni. Esattamente come ci hanno testimoniato i “padri fondatori”.

Ma i nazionalismi avanzano e l’opinione pubblica, impaurita dalla crisi economica e dalla globalizzazione, invoca spesso nuovi muri. Brexit è un chiaro segnale…

Io anzitutto distinguerei tra amor di patria e nazionalismi. Il primo è un atteggiamento positivo: significa amare la propria terra, la propria gente, la cultura e la lingua nazionale. Tutto questo fa parte della nostra identità, alla quale non ci è chiesto di rinunciare per far parte dell’Unione europea. Invece i nazionalismi parlano il linguaggio delle paure, delle chiusure e, appunto, fan sorgere i muri – psicologici o materiali – che vediamo riapparire in diversi Paesi.

Sappiamo che i nazionalismi non hanno mai portato nulla di buono:

la storia europea è contrassegnata da tragedie e guerre emerse dai nazionalismi. Noi invece dobbiamo camminare insieme, pur senza rinunciare alle nostre identità e specificità. Del resto siamo chiamati a confrontarci con giganti del calibro di Stati Uniti, Cina, Russia: se, come Paesi europei, non siamo uniti finiamo per essere marginali e travolti.

Insieme, dunque: per perseguire obiettivi comuni? Lei ha più volte segnalato l’urgenza di creare lavoro per i giovani, di affrontare il nodo dei flussi migratori, di dare sicurezza ai cittadini. L’Ue può essere un valore aggiunto in questo senso?

Certamente. Ritengo che lo sia in primo luogo per produrre quei risultati concreti che i cittadini europei ci chiedono. Pensiamo ai vantaggi del mercato unico o a quanti investimenti si possono realizzare con i fondi strutturali; e poi alla possibilità di far studiare i nostri giovani all’estero con Erasmus… In Italia abbiamo visto anche una Ue presente nelle regioni terremotate, per portare aiuti e finanziamenti per la ricostruzione. Ma c’è un secondo aspetto importante.

Quale sarebbe?

Credo sia necessario anche continuare a coltivare il “sogno” europeo, specialmente per i nostri giovani. Un obiettivo alto che si fa crescere ogni giorno, attraverso politiche economiche che puntano allo sviluppo e all’occupazione, con progetti per l’istruzione e la cultura, con azioni che favoriscono l’incontro tra i popoli, con decisioni per far fronte all’accoglienza e all’integrazione dei migranti. Un sogno che nasce e si alimenta a partire da politiche efficaci realizzate secondo il principio di sussidiarietà.

Da tempo si riscontra una nuova attenzione, nelle sedi europee, al contributo che può giungere all’integrazione sociale e politica da parte delle comunità di fede, anche grazie al dialogo tra Ue e Chiese determinato dal Trattato di Lisbona. Lei cosa ne pensa?

Il dialogo con le religioni è un pilastro essenziale per costruire l’Europa, per la loro presenza radicata nei territori, per la capacità delle Chiese di essere elementi vivi delle nostre società. Un riferimento particolare va peraltro riservato all’elemento giudaico-cristiano che caratterizza la storia europea. Non è un discorso confessionale, questo, bensì si colloca nella storia del continente, accanto al contributo della filosofia greca, del diritto romano, fino all’illuminismo e oltre.

Il 24 marzo i capi di Stato e di governo e i leader dell’Unione sono invitati in udienza in Vaticano. Il Papa “che viene dalla fine del mondo” si sta dimostrando attento alle vicende europee ed è intervenuto più volte sul tema.

Sì, è vero. Papa Francesco ha fatto un bellissimo discorso, nel novembre 2014, al Parlamento europeo a Strasburgo. E poi ancora lo scorso maggio, in Vaticano, ricevendo il Premio Carlo Magno. Nei suoi interventi traspare la costante ricerca di un profilo europeo rinnovato pur nella fedeltà alle nostre radici;

Bergoglio parla di Europa accostandole sempre il termine “speranza”.

Il Papa richiama poi l’Ue a non lasciare indietro nessuno, ad aiutare gli ultimi e i poveri, ad accogliere i profughi, a sostenere la famiglia, a rispondere alle attese dei giovani. Sono richiami essenziali per la politica di questo nostro tempo.

Un’ultima domanda, a bruciapelo. Futuro dell’Ue: lei è pessimista o ottimista?

Il mio è un ottimismo della ragione. L’Europa è l’orizzonte nel quale ci muoviamo. E senza l’Europa, oggi come oggi, non andiamo da nessuna parte.

Sir 24

 

 

 

 

Ue e futuro. L’Europa con sogni troppo diversi. Per salvarla inevitabili più velocità

 

L’Europa a più velocità è molto più di una opzione. È il solo modo per non buttare via quello che siamo riusciti a realizzare nel corso di tre generazioni - di Sergio Romano

 

L’Europa a più velocità (o «a cerchi concentrici», secondo un altro appellativo di moda) non sarà una passeggiata. Non è facile trasformare un sogno federale in una combinazione eterogenea di modelli diversi, ciascuno con il proprio manuale di leggi e regolamenti. Ma sarà più facile affrontare questo passaggio se terremo conto delle ragioni per cui i fatti e le circostanze non ci offrono altre scelte. Tutto comincia il 18 aprile 1951 quando sei Stati nazionali (Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi) si accordano per gestire congiuntamente il carbone e l’acciaio di cui hanno bisogno per ricostruire i loro Paesi dopo le devastazioni della guerra. I Sei presentano molte analogie.

Hanno attraversato fasi di acceso nazionalismo e con un sola eccezione (il Lussemburgo) hanno avuto ambizioni imperiali. Ma hanno fatto l’esperienza di due grandi conflitti mondiali e tutti, dal Secondo, sono usciti sconfitti o fortemente umiliati. Conoscono i limiti del loro potere, sanno che il mondo sarà governato da altre potenze, molto più grandi, e sono pronti a perdere progressivamente una parte della loro sovranità per affrontare insieme le sfide del futuro. Non basta. Appartengono tutti a una Europa che ha le sue radici in una stessa famiglia, il Sacro Romano Impero, e viene spesso definita, per questa nobile ascendenza storica, «carolingia». Con questo spirito e su questa base, la Comunità europea, nonostante qualche incidente di percorso, ha realizzato in alcuni decenni risultati sorprendenti.

Qualcuno potrebbe persino sostenere che il collasso del sistema sovietico e del sogno comunista fu dovuto anche all’esistenza in Europa di un modello potenzialmente federale che offriva ai suoi membri prospettive entusiasmanti e manteneva, a differenza dell’Urss, le sue promesse. Colto da una sorta di ebbrezza europea, qualcuno pensò che la Comunità (ormai allargata dall’ingresso di altri sei membri, fra cui il Regno Unito) potesse ospitare anche i Paesi che avevano appartenuto al sistema sovietico. Non sempre le intenzioni erano impeccabilmente europeiste. La Gran Bretagna voleva l’allargamento per diluire il progetto originario in un mare più grande e rendere il disegno federale sempre più improbabile.

La Germania voleva dare una collocazione politica tranquillizzante ai suoi vicini dell’Europa centro-orientale. Trascinati da quella che era allora la prospettiva più politicamente corretta, i vecchi membri dettero la impressione di non avere compreso che i nuovi arrivati non avrebbero aderito al progetto europeo per rinunciare gradualmente alla loro sovranità. Il loro principale obiettivo, dopo la lunga esperienza sovietica, era, se mai, quello di riconquistarla. Abbiamo creato così, con l’allargamento, una Europa a due teste, ciascuna delle quali faceva sogni diversi. L’America ha reso la matassa, ancora più imbrogliata. Quando hanno deciso di allargare la Nato ai Paesi ex-satelliti, gli Stati Uniti hanno creato un nuovo revanscismo anti-russo e lo hanno implicitamente incoraggiato a diventare sempre più eloquente e assertivo.

Abbiamo così progressivamente assistito a una situazione in cui il rapporto con Washington, per alcuni Paesi fra cui la Polonia, la Romania, la Repubblica Ceca e le Repubbliche del Baltico, diveniva molto più importante di quello con Bruxelles e Strasburgo. Siamo ormai in una situazione in cui l’Europa a 27 sta diventando una Dieta polacca, vale a dire un’Assemblea in cui tutti hanno il diritto di veto. L’Europa a più velocità in queste circostanze è molto più di una opzione. È il solo modo per non buttare via quello che siamo riusciti a realizzare nel corso di tre generazioni. È il solo modo per evitare che le sorti dell’Europa vengano decise da coloro che non hanno mai condiviso gli ideali e le speranze dei Paesi fondatori. CdS 21

 

 

 

Economia e governance. G7: verso Taormina e oltre, una roadmap

 

La riunione dei capi di Stato e di governo dei Grandi, programmata per il 26 maggio a Taormina, sarà il punto culminante del G7 sotto presidenza italiana.

 

Gli spunti di interesse che essa racchiude non sono pochi, sia da un punto vista politico che economico: il Vertice sarà il primo evento di questa portata a cui parteciperà il presidente Usa Donald Trump - e segnerà pure l’esordio di Angela May e del nuovo presidente francese, oltre che di Paolo Gentiloni - e potrebbe essere l’ultimo cui prenderà parte Angela Merkel, attesa alle elezioni di settembre dopo dodici anni di governo.

 

Inoltre, per quella data, sarà stato formalmente avviato il processo che porterà alla fuoriuscita della Gran Bretagna dall’Unione europea, Ue.

 

A questi sommovimenti politici si somma una situazione economica che richiede azioni decise che non possono più essere rimandate. L’ultima parte del 2016 e l’inizio del 2017 hanno fornito alcuni segnali positivi, confermando la ripresa in atto in diverse economie mondiali. Tuttavia, a quasi dieci anni dallo scoppio della crisi finanziaria globale, la crescita permane fragile e le previsioni sul futuro non sono delle più rosee.

 

Questo si riflette su un livello di consumi e investimenti ancora insoddisfacente, che non aiuta alla risoluzione di problemi che rischiano di divenire ormai strutturali in alcune delle economie più mature, come una crescita sempre più anemica della produttività o un elevato tasso di disoccupazione.

 

Nonostante tutto ciò, la riunione del gruppo dei Sette sotto presidenza italiana non sta ricevendo la dovuta attenzione. La conferenza internazionale organizzata a Roma dallo IAI per il 27-28 marzo, che rappresenta il punto culminante del progetto di ricerca sul ruolo del G7 guidato dall’Istituto e svolto in collaborazione con i più importanti centri di ricerca dei sette Paesi membri, vuole invertire questa tendenza.

 

Sarà un occasione per individuarequelli che dovrebbero essere i temi e le iniziative specifiche su cui i leader dei Sette dovrebbero concentrarsi nel prossimo Vertice, cercando di massimizzare l’impatto di queste riunioni risultate troppo spesso poco efficaci in passato.

 

Necessità di coordinare di più le politiche macroeconomiche

Dalla grande recessione del 2009 ad oggi l’onere dello stimolo dell’attività economica nei Paesi membri è ricaduto interamente sulla politica monetaria, limitando al minimo lo spazio di manovra delle Banche centrali nell’eventualità dell’occorrenza di un nuovo shock negativo e rischiando di creare squilibri e bolle.

 

Considerando che negli ultimi anni lo spazio di manovra fiscale in alcuni dei Paesi più sviluppati è andato crescendo e che i fattori che caratterizzano la presente congiuntura economica massimizzano l’efficienza delle misure espansive di tipo fiscale, sembra sempre più opportuno un ricorso a queste ultime.

 

Inoltre, è necessario che le riforme strutturali di cui molti Paesi hanno bisogno vengano completate al più presto. C’è bisogno dunque di un policy mix più equilibrato a livello interno che utilizzi tutti gli strumenti a disposizione e permetta di sfruttare le sinergie positive tra essi.

 

È asupicabile però che il coordinamento delle politiche economiche non rimanga solo a livello interno ma che abbia anche una dimensione internazionale. Coordinare le strategie macroeconomiche tra le principali economie mondiali permetterebbe di sfruttare al meglio i reciproci effetti di spillover positivi e minimizzare gli effetti destabilizzanti.

 

Un esempio di azione specifica sulla quale i Sette potrebbero accordarsi è la lotta ai paradisi fiscali e alla gara al ribasso nell’imposizione fiscale, perseguibile solo con un approccio condiviso a livello internazionale. Ciò permetterebbe di recuperare risorse ingenti per l’erario delle economie più avanzate che potrebbero essere destinate alla lotta della crescente disuguaglianza che mina sempre più la stabilità economica e politica dei Paesi più sviluppati.

 

Governare la globalizzazione per resistere al protezionismo

La vittoria di Trump e del “leave” al referendum britannico sono solo due dei segnali più eclatanti di un crescente malcontento verso la globalizzazione diffusosi nella classe media delle economie più mature. Questo ha alimentato ulteriormente una spinta protezionistica già diffusasi dopo la crisi del 2009.

 

Occorre che il G7, nonostante le posizioni americane, respinga con energia ogni tipo di tentazione protezionistica e crei le basi non per rifiutare o cancellare un processo ormai irreversibile come la globalizzazione, ma per governarla e migliorarla.

 

È vero infatti che la crescente apertura dei mercati internazionali registratasi negli ultimi 60 anni ha comportato enormi vantaggi a livello globale, ma questi vantaggi, oltre a non essere ben comunicati, sono stati distribuiti in maniera iniqua, non preoccupandosi di tutelare le classi più colpite da questi processi di globalizzazione.

 

In tal senso la ratifica di accordi internazionali di nuova generazione, quale quello già firmato tra Ue e Canada o quello in fase avanzata di negoziazione tra Ue e Giappone, può risultare decisiva dato che tali accordi non mirano solo a favorire i flussi commerciali, ma anche ad assicurare alti livelli di standard qualitativi e a formare un base regolamentare che contribuisca a governare il processo di globalizzazione.

 

Stabilizzare la regolamentazione per garantire la stabilità finanziaria

A ciò però è necessario che si affianchi uno sforzo dei singoli Stati nell’attuare politiche redistributive e di sostegno attivo all’occupazione e alla ricollocazione che vadano a eliminare le cause del malcontento.

 

I Paesi del G7 dovrebbero impegnarsi per completare il processo di riforma della regolamentazione finanziaria iniziato dopo la crisi del 2009. È opportuno però che il quadro normativo internazionale venga al più presto stabilizzato, dando così maggiore stabilità ed evitando incertezza, in modo da facilitare l’erogazione di credito al settore reale.

 

A questo tipo di sforzo va aggiunta la necessità di trovare un accordo in merito a una strategia internazionale efficace di gestione dei flussi finanziari internazionali, con l’obiettivo di orientare i mercati finanziari globali verso una maggiore stabilità monetaria e finanziaria. Simone Romano, AffInt 24

 

 

 

 

Conclusi i lavori dell’Assemblea Plenaria del Cgie: il bilancio del segretario generale Michele Schiavone

 

Siamo riusciti a far partire un Cgie rinnovato che da forti segnali propositivi e lavora per includere all’interno dei futuri organismi di rappresentanza le nuove esperienze di chi dall’Italia si trasferisce all’estero

 

ROMA – Al termine della Plenaria del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero, svoltosi in questi giorni alla Farnesina,  abbiamo chiesto al segretario generale del Cgie Michele Schiavone un bilancio di questa lunga maratona lavorativa. “Siamo stati impegnati a promuovere – ha esordito Schiavone - una proposta di riforma della rappresentanza degli italiani all’estero e abbiamo anche discusso ipotesi di modifiche delle modalità di voto all’estero. In particolare abbiamo raccolto delle indicazioni per approntare una riforma delle rappresentanze di base ed intermedie volta a facilitare la loro sincronizzazione con il lavoro parlamentare, in modo che vi sia una predisposizione a consentire  che quanto viene prodotto all’estero, dalle istanze dalle comunità,  possa essere ripreso e portato a conoscenza delle istituzioni italiane. L’introduzione alla proposta di riforma dei Comites e del Cgie -  ha precisato Schiavone - è stata approvata dall’assemblea e lavoreremo per tradurre la bozza di riforma in un articolato che consegneremo nel giro di due mesi al Governo affinché lo utilizzi per avviare l’iter parlamentare della riforma. L’obiettivo è quello di vararla prima della fine della legislatura. Vi è poi stata la presentazione  – ha proseguito il segretario generale - della ricerca sulla nuova mobilità, visto che oggi si parla ormai di oltre un milione di cittadini italiani trasferiti all’estero. Ne abbiamo discusso con il ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Giuliano Poletti. Abbiamo anche avuto modo di discutere all’interno del Senato dell’idea della rappresentanza. Nel corso dei lavori del Cgie abbiamo inoltre dibattuto il ruolo degli italiani in Europa in questo particolare momento in cui si registra la difficoltà della sfiducia verso le istituzioni europee. Il vice presidente del Parlamento Europeo Davide Sassoli ha proposto una riflessione sulla rappresentanza dei cittadini italiani in Europa coinvolgendoci insieme ad altri organismi di rappresentanza di coloro che vivono nell’Ue fuori dei paesi d’origine, al fine affrontare assieme un percorso, prima delle prossime elezioni europee, che dia la possibilità a questa fattispecie di interloquire e portare le ‘best practice’ all’interno di un progetto di rappresentanza. Si inoltre parlato – ha continuato Schiavone – di questioni sociali con il presidente dell’Inps Tito Boeri che ha illustrato le ragioni di alcune difficoltà incontrare dopo la riorganizzazione interna all’Istituto e le questioni relative all’utilizzo di alcuni strumenti innovativi della pubblica amministrazione, come ad esempio lo SPID, il Sistema Pubblico di Identità Digitale,  messo a disposizione dall’Inps per la richiesta di situazioni previdenziali. Possiamo quindi dire – ha concluso Schiavone – che siamo riusciti a far partire un Cgie che si è rinnovato nell’85%  dei consiglieri e che da forti segnali di vita in quanto  propositivo. Dall’assemblea sono infatti stati tracciati degli orizzonti  e degli obiettivi che in questa settimana di lavoro sono emersi con spontaneità che riteniamo essere una predisposizione al lavoro e a una forte volontà di rinnovamento per includere all’interno anche dei futuri organismi di rappresentanza le nuove esperienze di chi dall’Italia si trasferisce all’estero”. G.M. Inform 31

 

 

 

 

CGIE. “Il lavoro e la mobilità”. Relazione introduttiva del vice segretario generale del CGIE Rodolfo Ricci

 

Incontro presso la Camera dei Deputati (28 marzo. Sala del Mappamondo - Palazzo Montecitorio). Con la partecipazione del Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Giuliano Poletti

 

On. Fabio Porta, On. Marina Sereni,

a nome del Cgie ringrazio per la cortese ospitalità e per la collaborazione.

Ringrazio il Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Giuliano Poletti, per la disponibilità ad una comune riflessione offertaci già lo scorso 1° marzo sul tema di cui discutiamo e per aver accolto il nostro invito ad essere qui oggi.

Ringrazio per la loro gradita e importante presenza il Presidente della Commissione Lavoro della Camera, On. Damiano e il Presidente della Commissione Lavoro del Senato, Sen. Sacconi.

Grazie ai consiglieri del Cgie e a tutti i presenti.

Ho l’incarico di introdurre i lavori su una questione che, come sapete, da diversi anni il Cgie sta attentamente monitorando: la nuova emigrazione italiana.

In numerosi casi, nella precedente consilatura, questo tema è stato al centro dei nostri lavori. Nel 2013 un ordine del giorno votato all’unanimità richiamava le nostre istituzioni a porre particolare attenzione alla crescita di consistenti flussi in uscita dal nostro paese e alle urgenze che essa poneva sul versante dell’orientamento e della tutela.

Ripetutamente, sulla base del lavoro delle commissioni del Cgie “Nuove Migrazioni e Generazioni Nuove” e “Sicurezza, Tutela Sociale e Sanitaria” e raccogliendo le sollecitazioni pervenute dalla diffusa rete associativa e di servizio presente all’estero, il Cgie ha richiamato ad una riflessione approfondita su questo tema, partendo dalla considerazione, oggi ampiamente condivisa, che non si tratti di una questione marginale o settoriale, ma di rilievo nazionale che ci interroga rispetto ad una nuova dimensione dei diritti e della tutela dei migranti e al fatto che essa costituisce una cartina di tornasole della condizione attuale e delle prospettive del nostro paese.

Il Consiglio Generale degli Italiani all’estero è l’organismo di rappresentanza di una grande comunità di cittadini che lo scorso anno ha raggiunto la quota di 5 milioni di persone sparsi in tanti paesi di emigrazione. Si tratta di oltre l’8% della nostra popolazione. E’ dunque, per consistenza, se vogliamo, la quinta regione italiana, dopo Lombardia, Lazio, Campania e Sicilia. Negli ultimi 10 anni, questa regione “extraterritoriale” è lievitata di oltre il 55%.

Stiamo parlando di statistiche ufficiali, dell’Aire e dell’Istat. Ed è noto che questi dati ufficiali prendono in considerazione essenzialmente le iscrizioni all’estero (con i nuovi nati o le acquisizioni di cittadinanza) e le cancellazioni di residenza verso l’estero.

Osservando i dati Istat sulle cancellazioni di residenza, la nuova emigrazione comincia a crescere a tassi rilevanti in corrispondenza dell’inizio della crisi economica del 2007-2008, per attestarsi, tra il 2011 e il 2015, su incrementi superiori al 22% all’anno.

Siamo cioè passati dalle 51mila cancellazioni nel 2007 alle 147mila del 2015.

In questi numeri sono comprese anche le cancellazioni di residenza di cittadini immigrati che lasciano l’Italia alla ricerca di lavoro in altri paesi (e che sono mediamente intorno al 20% del totale di chi va all’estero) e anche questo è un dato molto significativo.

Per circa l’80% invece si tratta di italiani: per i quali, nello stesso arco di tempo 2007-2015, si è passati dalle 36mila cancellazioni del 2007, alle 102mila del 2015.

Sulla base di molte sollecitazioni provenienti da nostri consiglieri e dal mondo dell’associazionismo e dei patronati, che ci fornivano una percezione molto più ampia del fenomeno, il Cgie è andato a verificare i dati di ingresso registrati da alcuni dei principali paesi meta dei nostri flussi.

Una comparazione che è sempre utile fare e che forse le nostre autorità statistiche dovrebbero porsi.

In particolare abbiamo ripreso i dati tedeschi ed inglesi (che sono strutturati secondo le nazionalità e paesi di arrivo), analogamente a quanto aveva fatto il FAIM nella sua assemblea fondativa dello scorso aprile.

Da questi dati emerge - in modo inequivocabile - che l’entità della nuova emigrazione italiana è decisamente più ampia di quanto registrato dalle cancellazioni di residenza dell’Istat.

Stando dunque ai dati di questi due principali paesi di arrivo dei nostri connazionali, la dimensione che abbiamo di fronte è mediamente tra le 4 e le 4,5 volte più alta di quanto ci dicono le statistiche nazionali.

Non abbiamo una serie analoga di dati per altri paesi, ma ciò che si può dedurre, comparando le serie storiche, è che analoghe proporzioni potrebbero registrarsi per paesi come la Svizzera, la Francia, il Belgio, l’Olanda, la Spagna e la Svezia, l’Austria, ma anche per un lontano paese come l’Australia, dove già nel biennio 2011-2012 si è superato il picco storico di inizio anni ’50, con circa 20mila arrivi dall’Italia.

Tenendoci al ribasso, l’ipotesi che proponiamo e che ci sembra realistica è che gli espatri effettivi e non di breve periodo si situino, almeno in Europa, in un range tra le 2 e le 2,5 volte il dato Istat. Cioè tra i 200 o 250mila espatri all’anno, almeno negli ultimi due anni (2014-2015).

Se questa proiezione è fondata, dal 2007 al 2015 sarebbero emigrati non 545mila (come ci dicono i dati delle cancellazioni di residenza), ma tra 1 milione e 100mila (nell’ipotesi di un rapporto 2:1 rispetto ai dati Istat), fino ad 1 milione e 360mila cittadini italiani (nell’ipotesi di un rapporto 2,5:1 rispetto ai dati Istat).

Quanto alle ragioni dello scarto tra dati nazionali e dati esteri, è noto che l’iscrizione all’Aire o la cancellazione di residenza viene decisa da chi emigra dopo diversi anni di presenza all’estero, una volta che i rispettivi progetti emigratori si sono stabilizzati. Quindi la fotografia che ci rilasciano le statistiche nazionali non è quella attuale, ma quella di diversi anni fa. Un po' come la luce delle stelle che ci arriva in ritardo, da molto lontano.

Se le dimensioni quantitative della nuova emigrazione sono quelle che proponiamo, ci troviamo di fronte ad una qualità del fenomeno non ancora pienamente compresa a livello politico ed istituzionale.

Un elemento altrettanto importe è la composizione della nuova emigrazione: secondo l’Istat, risulta che negli ultimi anni circa il 35% di chi è emigrato possedeva una laurea e circa il 30% un diploma si scuola secondaria; mentre poco più del 30% aveva soltanto una licenza media.

Quindi la nuova emigrazione non è affatto riassumibile nella narrazione dei cosiddetti cervelli in fuga o dei ricercatori di eccellenza, i quali certamente vi sono, ma sono una componente molto minoritaria; vi è invece anche una consistente componente che potremmo definire “proletaria” e vi è una preponderante quota a media-alta qualificazione che tuttavia, da quanto sappiamo, è costretta, anche all’estero, a svolgere spesso professioni o mansioni ben al di sotto della loro qualifica, seppure con maggiori garanzie e tutele contrattuali rispetto a quelle offerte dal nostro paese.

Non vi è qui il tempo per approfondire altri aspetti della tipologia molto differenziata dei nuovi flussi che tuttavia comincia ad emergere da diverse inchieste realizzate più recentemente e che il Cgie farà conoscere e diffonderà. I risultati della ricerca del Cepa che ascolteremo tra breve ce ne fornirà certamente di interessanti.

Ma un altro dato vale la pena sottolineare: “nel 2014 oltre la metà dei nuovi emigrati italiani ha un’età compresa fra i 18 e i 39 anni, mentre il 20% è fra 0 e 17 anni.” Quindi, come peraltro in quasi tutti i flussi emigratori, la componente giovanile, in piena età attiva e riproduttiva è preponderante e il fatto che vi sia anche un 20% di bambini e ragazzi, vuol dire che a spostarsi sono ormai anche intere famiglie.  

Vogliamo quindi di sottolineare quanto segue:

*       La “regione extraterritoriale” costituita dalle comunità italiane nel mondo, forse non è la quinta in termini di popolazione, come abbiamo accennato all’inizio, ma più probabilmente seconda soltanto alla Lombardia, essendo più vicina ai 6 milioni che ai 5 milioni che ci rilasciano le attuali fonti nazionali.

*       La nuova emigrazione italiana si produce in uno scenario di crisi globale, contrariamente a quella del secondo dopoguerra fino agli anni ’70 che avveniva nel cosiddetto boom economico; e si produce in uno scenario di generale contrazione demografica, in particolare nei paesi UE, contrariamente allo stesso periodo del boom, durante il quale i tassi di incremento demografico erano invece notevoli.

*       Rispetto a ciò vi è da tener presente che alcuni paesi da diversi anni incentivano flussi di immigrazione qualificata: tra questi la Germania e la Gran Bretagna (almeno fino alla Brexit).

*       Ben 2/3 dei flussi migratori all’interno del nostro continente non provengono da paesi extracomunitari, ma da paesi europei e si sviluppano in nettissima prevalenza lungo le stesse direttrici e cioè dai paesi periferici del sud e dell’est, verso i paesi centrali. La sensazione è che sia in corso una sorta di accaparramento di risorse umane, soprattutto qualificate, a vantaggio di alcuni paesi e a discapito di altri.

*       Per quanto riguarda l’Italia i flussi di immigrazione intra ed extracomunitaria non sono sufficienti a compensare la perdita costituita dalla nuova emigrazione e dallo strutturale decremento demografico né sul piano quantitativo e ancora di meno su quello qualitativo.

*       Dunque una riflessione ci sembra dovuta sul versante politico: se si accetta una competizione internazionale giocata sul costo del lavoro per attirare investimenti esteri, il rischio è, come si vede, che si produca l’uscita di consistenti stock di forza lavoro qualificata; in questo caso, l’esito è una perdita netta di capitale umano e degli importanti investimenti di cui esso è costituito oltre che delle annesse quote di Pil attuale e futuro. Bisognerebbe essere molto più accorti perché invece la competizione internazionale si gioca oggi, in misura crescente, proprio sulla disponibilità di medio-alte competenze come fattori fondamentali dello sviluppo.

*       In questo senso, un’importante punto di discussione per il rilancio della coesione e della sostenibilità del progetto europeo dovrebbe essere quello di un riequilibrio dei flussi migratori interni che salvaguardi il principio della libera circolazione, ma non di una circolazione forzata ed unidirezionale.

(Se questi flussi dovessero continuare con la stessa intensità e nella stessa direzione di oggi per tutto il prossimo decennio, la perdita, valutabile anche in termini di Pil e di differenziali di produttività con altri paesi sarebbe enorme. E si concretizzerebbe anzitempo l’inquietante previsione del rapporto Svimez 2015, secondo la quale, solo nel meridione si assisterebbe, al 2050, ad una riduzione di popolazione di quasi 5 milioni di persone).

Se siamo di nuovo diventati paese di emigrazione, piuttosto che di immigrazione, varrebbe forse la pena tornare a riflettere su una seria programmazione e governance non solo degli ingressi, ma anche delle uscite.

Infine: In uno scenario in cui, presumibilmente, la crisi continuerà a perdurare e a penalizzare i paesi cosiddetti periferici, l’Italia deve porre in essere misure di orientamento, di accompagnamento e di tutela dei propri giovani emigrati, anche cercando di definirne, nella misura in cui ciò è possibile, le mete, e a sviluppare azioni di orientamento al rientro per evitare che i progetti emigratori diventino definitivi. Accanto ad una governance dei flussi di immigrazione, è necessaria una governance dei flussi di emigrazione.

Assieme alla tutela dei diritti civili e sociali di questa parte consistente di cittadini italiani, peraltro garantita dalla nostra Costituzione, il Cgie ha sempre mirato a far emergere le grandi opportunità che possono derivare al paese da un rapporto intelligente con le nostre collettività emigrate ed immigrate.

In questo caso, pensiamo che sia indispensabile mantenere una relazione positiva e di attenzione con le persone che lasciano oggi il paese affinchè in un futuro prossimo possano tornare a costituire parte integrante del paese, della sua storia e del suo sviluppo.

Per far ciò sono necessarie basilari misure di orientamento, di accompagnamento e di assistenza sia alla partenza che all’arrivo che possono essere strutturate con la collaborazione dell’ampia rete di rappresentanza sociale e di servizio presente all’estero e in Italia.

 

Si tratta di servizi che possono variare dalla somministrazione del bilancio di competenze individuale, alla ricerca di lavoro o della casa, dalle norme contrattuali sul lavoro, sulla tutela e l’assistenza in vigore nel paese prescelto, a corsi di lingua locale, alle relazioni con le reti italiane presenti nel paese di arrivo, sia associative che imprenditoriali ed infine di un servizio di orientamento e di ricerca di lavoro nell’eventualità di un rientro in Italia. 

In questo senso abbiamo recentemente proposto al Ministro Poletti l’instaurazione di una prassi non episodica di confronto e di discussione con il Cgie, ritenendo il Ministero del Lavoro uno degli attori istituzionali fondamentali per approcciare correttamente questa vicenda, una questione di natura “multifattoriale” e complessa come sappiamo, ma che al suo centro ha certamente la questione del lavoro.

Anche il Coordinamento delle Consulte regionali dell’emigrazione ci ha manifestato il pieno sostegno a procedere nella direzione indicata e dunque, auspicando l’attenzione fattiva degli organi parlamentari di Camera e Senato per gli Italiani nel mondo, delle Commissioni Lavoro di Camera e Senato, del Maeci e di altri Ministeri che sarà opportuno coinvolgere, pensiamo vi siano le condizioni per affrontare concretamente e celermente i bisogni e le opportunità illustrate.  Rodolfo Ricci, de.it.press 28

 

 

 

 

La riforma della rappresentanza degli italiani all’estero

 

ROMA - Un dibattito piuttosto acceso ha caratterizzato oggi la plenaria del Cgie quando si è trattato di discutere della riforma della rappresentanza.

Il vice segretario generale Silvana Mangione ha redatto una bozza, che, ha tenuto poi a sottolineare, vuole essere di indirizzo “politico”, cui si è giunti dopo aver chiesto il contributo dei Comites. In 39 hanno risposto alla chiamata, ha riferito Mangione, ma naturalmente non tutti gli input sono stati inseriti in bozza, perché “nella stessa legge non ci può essere tutto e il contrario di tutto”.

Si è partiti da alcuni assunti: il cambiamento del tessuto dell'emigrazione, le specificità nazionali, le dimensioni territoriali e l'incidenza della presenza di iscritti all'Aire, la capillarità della presenza a livello di organismo di base e la necessità che il Cgie sia organismo di raccordo e di sintesi.

Nella bozza c'è una premessa che prende atto di queste diverse esigenze degli italiani all'estero, seguita da un breve riassunto cronologico dal 1975 ad oggi. Quindi, ha illustrato Mangione, sono stati inseriti criteri per la composizione dei primi due livelli di rappresentanza: la massiccia presenza di italodiscendenti che deriva dalla emigrazione tradizionale; la criticità di determinate situazioni politiche; la presenza di italiani in territori immensi; il grande numero esponenti della nuova migrazione, che “sono ormai dappertutto anche nei luoghi dove finora la presenza italiana non era stata rilevata”; e l'associazionismo, con la nascita di nuove forme di aggregazione legate alle nuove migrazioni.

Ed ecco le due proposte presentate da Silvana Mangione.

RIFORMA DEI COMITES

“Nell’ottica dell’attribuzione di maggiori poteri e più precisi incarichi al Com.It.Es., alla luce dei cambiamenti avvenuti nel tessuto delle comunità, si propone che il Comitato mantenga la sua natura di organismo di rappresentanza degli italiani all’estero nei rapporti con le autorità diplomatico-consolari italiane e con le autorità locali, nel pieno rispetto dei limiti posti dal diritto internazionale e dagli accordi fra Stati; e abbia tre funzioni principali: 1. Ombudsman - difensore civico della comunità nei confronti delle autorità italiane e, in collaborazione con il Consolato, nei confronti delle autorità locali, nel rispetto delle leggi locali, del diritto internazionale e degli accordi fra Stati; 2. Antenna del Sistema Paese, nella circoscrizione diplomatico-consolare al fine del coinvolgimento delle forze produttive e associative della comunità nella proiezione estera dell’Italia, anche in collaborazione con il nuovo progetto di promozione dell’Italia lanciato dalla Farnesina. In questo ambito, il Com.It.Es. deve agire anche come promotore dell’insegnamento e diffusione della lingua e cultura italiana, a supporto e in sinergia con gli enti gestori, le scuole e Università locali, partecipando, per legge, alla elaborazione del Piano Paese; 3. Centro di informazione, contatto e sostegno delle migrazioni e delle nuove mobilità.

In base alla maggior parte dei contributi inviati da Com.It.Es., CGIE e associazioni, si ritiene inoltre necessario che: 1. sia stabilito il numero minimo di iscritti all’AIRE per la costituzione di un Com.It.Es. scegliendo fra il mantenimento degli attuali e le proposte di elevazione a 5.000, 6.000, 8.000 o 10.000, ferma restando la possibilità di istituirne comunque almeno 1 nei Paesi di nuova emigrazione in Asia, Africa o in altri Paesi in cui non si raggiunge la soglia minima di presenze; 2. il Com.It.Es. elabori una relazione annuale sulla situazione e le esigenze delle comunità nella propria circoscrizione con indicazione delle azioni di intervento da programmare per i successivi 3 anni, tenendo in considerazione che, oltre a favorire l’integrazione dei nuovi migranti, nei Paesi di più antica emigrazione il Com.It.Es. ha anche il dovere di occuparsi degli italodiscendenti e proteggerne i diritti attribuiti dalle leggi italiane e locali. La relazione dovrebbe quindi rilevare il quadro degli interventi dello Stato, dell’autorità diplomatico-consolare e degli enti che ricevono contributi dal Governo per attività a favore delle comunità, al fine di formulare proposte volte a migliorare l’efficienza e la conoscenza dei servizi sia consolari che di altri enti italiani presenti nel territorio di competenza; 3. si istituiscano quote elettorali per favorire la partecipazione e l’elezione dei giovani (fino ai 40 anni)e delle donne e, ove possibile, degli esponenti della nuova emigrazione, fissando in quest’ultimo caso un periodo minimo di loro residenza in loco, affinché siano candidabili. La partecipazione degli esponenti di nuova emigrazione potrebbe essere altresì garantita con l’introduzione di un meccanismo simile alla cooptazione degli oriundi; 4. si elenchino con precisione tutti i casi di incandidabilità chiarendo anche il significato attribuito dalla legge al termine amministratori, usato all’Art. 5, comma 4, e includendo fra i non candidabili anche coloro che detengono una carica politica del Paese di residenza; 5. si elimini del tutto il concetto di ineleggibilità, che consente al singolo cittadino di candidarsi ed essere eletto, salvo poi delegare allo stesso Com.It.Es. la decisione a posteriori sulla sua eleggibilità, mediante valutazioni spesso dettate da motivazioni basate sul tipo di ente di riferimento del consigliere in questione, pur lasciando che la lista in cui il candidato si è presentato goda del suo apporto di voti ai fine dell’assegnazione degli eletti e in conflitto di poteri con il Comitato Circoscrizionale elettorale”.

Mangione ha inoltre elencato degli “ulteriori suggerimenti” quali: rendere obbligatoria la cooptazione; mantenere i Com.It.Es. nelle circoscrizioni in cui è stato chiuso il Consolato, che soddisfano la condizione del numero minimo di iscritti all’AIRE; fissare un numero dispari di Consiglieri del Com.It.Es. per evitare situazioni di stallo e di impossibilità di eleggere un presidente e un esecutivo; inserire l’obbligo da parte degli enti e organismi associativi, che chiedono contributi al Governo, alle Regioni e alle Province autonome, di fornire il consuntivo dell’anno precedente insieme al preventivo su cui il Com.It.Es. deve esprimere il parere; inserire il dovere da parte delle autorità diplomatico–consolari di motivare le decisioni assunte sulle suddette richieste di contributi, qualora difformi dal parere espresso dal Com.It.Es.; inserire il dovere da parte delle autorità diplomatico–consolari di segnalare tempestivamente alle autorità del Paese e della circoscrizione di riferimento l’esistenza, le caratteristiche di rappresentanza e i compiti attribuiti al Com.It.Es. e all’Intercomites dalle leggi italiane, ove ciò non contrasti con le leggi locali; definire meglio il ruolo e i compiti specifici dell’Intercomites, evitando in ogni caso indebite interferenze nel sistema politico locale e nei rapporti fra Stati; e allocare una copertura finanziaria sufficiente a tenere il numero necessario di riunioni, in particolare in Paesi di grandi estensioni territoriali.

RIFORMA DEL CGIE

Resta la sua natura e definizione di “organismo di rappresentanza delle comunità italiane all’estero presso tutti gli organismi che pongono in essere politiche che interessano le comunità all’estero”.

Quanto ai compiti aggiuntivi ne sono stati individuati tre: organismo ausiliario dello Stato, come organismo autonomo elettivo (con o senza una componente nominata) che ha un rapporto dialettico con le istituzioni, interlocutore di Parlamento, Governo e Regioni per la proiezione esterna dell’Italia attraverso il coordinamento delle azioni e degli interventi delle comunità, e con possibile, futura, dignità costituzionale; organismo di consulenza delle Regioni e degli enti territoriali attraverso: la Conferenza Stato – Regioni; la Conferenza Permanente Stato-Regioni-PA-CGIE; e il rapporto diretto con l’ANCI; organismo di raccordo e di sintesi di proposte e richieste di Com.It.Es. e associazioni per la definizione dei disegni di legge che hanno ricadute per l’Italia e per le comunità all’estero, quindi organo di consulenza specifica dei parlamentari eletti dagli italiani all’estero e interlocutore privilegiato di Governo, Camera e Senato in materia di emigrazione”.

Quanto alla composizione, Silvana Mangione ha proposto di mettere direttamente ai voti la “tabella dei Consiglieri eletti all’estero da rivedere in base non soltanto alle iscrizioni all’AIRE, ma anche alla consistenza numerica delle comunità di italo-discendenti (particolarmente importanti per la promozione del Sistema Italia) e alle dimensioni territoriali” e la scelta sui consiglieri di nomina governativa, se debbano o meno continuare a far parte dell’assemblea del Cgie.

Ad integrazione della proposta elaborata dal Comitato di Presidenza, è intervenuto con un intervento piuttosto polemico Paolo Da Costa, presidente della III Commissione che al Cgie ha consegnato una “appendice con qualche suggerimento”. Al di là dei contenuti Da Costa ha voluto porre l'attenzione sulla mancanza di fondi: al Cgie è stato chiesto di presentare una proposta di “profonda riforma”, non di aggiustamento, di Comites e Cgie, “ma se poi le garanzie finanziarie non ci sono si è solo perso tempo”.

Una questione rilevata in qualche modo anche anche Fabrizio Benvignati, per il quale “prima dobbiamo essere messi in condizioni di operare e poi potete chiederci una proposta”. Invece, ha rilevato, “ci è stato chiesto di fare il compitino” senza che sia chiaro come “posizionare il Cgie nell'assetto legislativo”.

Quelle sollevate da Da Costa, sono questioni “fondate e degne di essere discusse” anche secondo il consigliere Rodolfo Ricci: “è vero che riformare il Cgie in base al cambiamento dei tempi è un compito cui non ci possiamo sottrarre, ma tali cambiamenti non sono chiari”, come dimostra l'incongruenza tra i dati sulla presenza italiana all'estero dell'Aire e degli Istituti nazionali dei Paesi in cui emigrano.

Una delle proposte condivise da diversi membri del Consiglio ed avanzate oggi è stata di riformulare la composizione del Comitato di Presidenza inserendo al suo interno anche i presidenti delle Commissioni tematiche, per creare una comunicazione circolare più concreta, specie in mancanza di fondi.

Ha difeso, raccogliendo l'applauso dei colleghi in assemblea, lo storico apporto dei consiglieri di nomina governativa Norberto Lombardi, per il quale “l'impressione è che il Cgie non sarebbe quello che è senza” di loro.

Silvia Alciati ha proposto di inserire il limite di due mandati per gli eletti al Cgie, così da assicurare un ricambio generazionale che stenta a decollare.

Domani la discussione continuerà e forse si giungerà, come chiesto dal consigliere Riccardo Pinna al voto della bozza, tramite la quale arrivare ad un articolato. R.Aronica, aise 30 

 

 

 

 

Approvata dall’Assemblea Cgie l’introduzione alla proposta di riforma dei Comites e del Cgie

 

Approvata la necessità di mantenere i primi due livelli nella rappresentanza degli italiani all’estero - Presto la bozza di riforma sara trasformata in un articolato

 

ROMA – “Introduzione alla proposta di riforma dei Comites e del Cgie. Perché è necessario mantenere i primi due livelli nella rappresentanza degli Italiani all’estero”. Questo è il titolo del documento presentato dal vice segretario generale per i Paesi Anglofoni extraeuropei, Silvana Mangione, e allegato al testo di bozza della proposta di riforma degli organi di rappresentanza, che l’Assemblea Plenaria del Cgie ha approvato con una modifica.  

“Ieri -.ha spiegato la Mangione - abbiamo raccolto tutte le integrazioni e i suggerimenti che sono venuti da questa Assemblea,  mancava una chiara segnalazione del perché devono esistere il Cgie e i Comites, quindi abbiamo aggiunto mezza paginetta nella quale si sono affrontati anche i due nodi che, in base alle dichiarazioni di ieri, ci preoccupavano: il primo la capillarità della presenza dei Comites (restano 3000 iscritti all’Aire per avere un Comites) il secondo, la permanenza dei consiglieri di nomina governativa”. Riportiamo di seguito il testo del documento:   

“Comitati degli italiani all’estero: rappresentano territorialmente nelle circoscrizioni consolari sparse per il mondo le esigenze, lo sviluppo, l’integrazione e l’interazione fra l’emigrazione tradizionale, gli italo- discendenti e la nuova emigrazione. Sono quindi il livello di rappresentanza di base anche nelle relazioni con le autorità locali, nel rispetto delle norme del diritto internazionale e dei rapporti fra Stati. Senza questo primo momento di rappresentanza diretta verrebbe a cessare la possibilità di raccogliere tutte le istanze di interesse per le comunità e di supporto al Sistema Paese.

Visto quanto sopra è necessario garantire la capillarità della presenza dei Comites ed è quindi fondamentale che il numero minimo di iscritti all’AIRE – Anagrafe degli italiani Residenti all’Estero – per la costituzione di un Comites, rimanga a 3000 e l’elezione dei componenti avvenga a suffragio universale. 

Consiglio Generale degli Italiani all’Estero: organismo di rappresentanza intermedia prima di tutto fra i Comites e i parlamentari eletti all’estero, con la funzione di sintesi generale di tutte le istanze e le proposte che provengono dal mondo e devono essere ricondotte ad unitarietà per meglio trovare le soluzioni idonee a risolvere problemi che attengono a tutti gli italiani all’estero. Organismo di rappresentanza anche nei rapporti con il Governo, il Parlamento, le Regioni e tutti gli organismi che pongono in essere politiche con ricadute sugli italiani all’estero e il loro rapporto con l’Italia.

Per questa ragione si ritiene importante che nella composizione del Cgie rimanga la componente di nomina governativa in rappresentanza di realtà da definire e pertanto che l’elezione dei Consiglieri del Cgie che rappresentano le comunità estere rimanga di secondo grado. Per quanto riguarda i rispettivi compiti e funzioni si rinvia all’allegato propositivo”.

“L’allegato propositivo – ha detto la Mangione -  fa riferimento a tutti i documenti che sono scaturiti dal dibattito di questi giorni. Se questo l’iter sarà accettabile nel giro di pochissimo tempo arriverà anche l’articolato”

Durante il dibattito il consigliere Paolo Brullo (Germania) ha chiesto di mettere a votazione una mozione in cui si chiedeva di conservare nel Cgie i consiglieri di nomina governativa, ma senza diritto di voto. Contro questa proposta si è schierata anche la Magione, che ha rilevato come questi consiglieri consentano un dialogo continuo per la loro vicinanza alle istituzioni. Il consigliere Lombardi (Italia) , ha ricordato come da decenni sia comprovata l’utilità della componente di nomina governativa del Cgie e ha chiesto lo stralcio dal documento della frase “in rappresentanza di realtà da definire”. Dopo altri interventi di vari consiglieri Brullo ha ritirato la sua mozione. Da segnalare anche le parole del deputato del Pd Marco Fedi , eletto nella Ripartizione Africa, Asia, Oceania, , che ha auspicato la realizzazione per la riforma degli organi di rappresentanza di una proposta unitaria, con pari dignità per tutti, e di un chiaro articolato da mettere al centro di incontri con tutti i gruppi in parlamento. “Se infatti l’obiettivo- ha spiegato Fedi – è quello di concludere  l’iter in questa Legislatura, l’unica possibilità appare l’esame in sede legislativa, con un unico passaggio in Commissione”. Al termine della sessione  è stata confermata l’introduzione nel documento dello stralcio delle parole “in rappresentanza di realtà da definire”. Il testo così modificato è stato infine approvato. Nicoletta Di Benedetto, Inform 31  

 

 

 

 

La riunione del 10 aprile. Ministri a Roma: diamo energia al G7

 

 La riunione dei ministri dell’Energia dei Paesi del G7, a Roma il 10 aprile, rappresenta un’opportunità per la presidenza di turno italiana per inserire nell’agenda dei Grandi del mondo alcuni temi chiave in materia di energia e clima.

 

 L’Italia, infatti, è sì un grande importatore, fortemente dipendente dalle forniture estere di idrocarburi, ma è anche uno dei Paesi meglio posizionati per cogliere le opportunità e affrontare le sfide della transizione energetica attualmente in corso. Energia e clima saranno anche al centro delle discussioni tra i Capi di Stato al vertice di Taormina il 26-27 maggio e a seguire i ministri dell’ambiente si riuniranno l’11-12 giugno a Bologna per la ministeriale Ambiente per approfondire i temi legati al clima e all’Agenda 2030.

 

 Non si tratterà tuttavia di un’impresa facile: le incognite legate alle posizioni della presidenza Donald Trump sul clima, in particolare, rischiano di produrre un accordo al ribasso.

 

Salvate l’Accordo di Parigi

 Da più fonti, anche basate nella stessa Washington, appare abbastanza evidente che nella nuova Amministrazione americana regni ancora uno stato di incertezza su come approcciarsi, in ambito internazionale, ai temi dell’energia e del clima. Quel che è certo, è che difficilmente la Casa Bianca si presenterà ambiziosa e propositiva sul dossier cambiamento climatico e politiche di decarbonizzazione.

 

 E allora, in queste condizioni, riaffermare l’impegno nei confronti dell’Accordo di Parigi da parte del blocco G7 rappresenta l’obiettivo primario per la presidenza italiana, che vorrebbe evitare un'eventuale scissione tra i Grandi su un tema di questa portata.

 

 Per rendere il boccone Parigi più appetibile (o, perlomeno, non indigesto) alla Casa Bianca, sarà necessario sottolineare le potenzialità economiche e occupazionali legate al processo di decarbonizzazione. Quello green è effettivamente un settore che può fare da volano alle balbettanti economie dei Paesi G7, che altrimenti rischiano di perdere la sfida dell’innovazione tecnologica lanciata dalla Cina, e di trovarsi alle spalle di Pechino nell’affrontare una transizione energetica ormai incontrovertibile.

 

 L’Africa, alla quale la presidenza italiana dedica particolare attenzione, è un banco di prova fondamentale in questo senso. Il continente, infatti, non soltanto necessita degli sforzi della comunità internazionale per garantire un accesso universale all’energia sostenibile, ma è anche un mercato di sbocco eccezionale per l’industria low-carbon dei Paesi G7.

 

Sicurezza, minimo comune denominatore

 Come nel 2014, quello della sicurezza degli approvvigionamenti energetici sarà un tema prioritario della ministeriale Energia per cementare l’intesa tra i membri del gruppo. Proprio con la sospensione della partecipazione della Russia in seguito ai fatti in Crimea, il format ha perso un importante interlocutore energetico, che tuttavia rimane un fornitore chiave per quattro dei sette Paesi seduti al tavolo: Germania, Italia, Francia e Giappone.

 

 Le questioni controverse in seno al G7, ad ogni modo, non mancano. A partire dall’approccio nei confronti di Mosca della nuova Amministrazione americana, che potrebbe rivelarsi meno intransigente rispetto al passato anche in materia energetica. Questo potrebbe avere implicazioni sia sulla realizzazione del gasdotto Nord Stream 2 (contro il quale si era chiaramente schierata la presidenza Obama), ma anche sul futuro del Corridoio Sud (a supporto del quale Washington, invece, in passato ha speso parecchio capitale politico nella regione).

 

 Sicuramente si parlerà di gas naturale liquefatto (Lng), e soprattutto del rafforzamento della cooperazione tra i due Paesi produttori del gruppo - Stati Uniti e Canada - e gli altri membri. L’intenzione di Trump di spingere sullo sviluppo delle risorse energetiche nazionali implica inevitabilmente la necessità di trovare mercati di sbocco sicuri per le proprie esportazioni.

 

 Lo stesso vale per il Canada, le cui ambizioni di diventare un esportatore globale di Lng sono state frustrate dal crollo dei prezzi del gas naturale e - giocoforza - degli investimenti internazionali. I Paesi europei e il Giappone, qualora i segnali di prezzo siano favorevoli, hanno tutto l’interesse a farsi trovare in prima fila.

 

 Altri temi includono l’integrazione delle fonti rinnovabili nel sistema energetico, un rinnovato impulso all’efficienza energetica, ricerca e innovazione, un’attenzione particolare all’occupazione nel settore dell’energia e alla mobilità sostenibile.

 

Il Mediterraneo grande assente

 Nonostante il focus sull’Africa sia un ottimo elemento introdotto nell’agenda del G7, dalla presidenza italiana ci si sarebbe potuta aspettare maggiore attenzione nei confronti del Mediterraneo. Se è vero che i paesi del Maghreb fanno ovviamente parte del continente africano, appare chiaro che l’attenzione della ministeriale sarà proiettata principalmente sulla regione sub-sahariana.

 

 Questa scelta potrebbe rivelarsi miope, poiché il Mediterraneo non è soltanto un’area chiave per la sicurezza degli approvvigionamenti energetici (in primo luogo dell’Italia), ma è anche un’area dove l’eventuale fallimento della transizione energetica e dell'adattamento ai cambiamenti climatici determinerebbe l’acuirsi di turbolenze sociali e politiche, e in ultima istanza della minaccia alla sicurezza dell’area europea nel suo intero. E mentre le presenze russa e cinese si fanno sempre più significative nel bacino, appare strano che un G7 a guida italiana non si faccia promotore di iniziative specifiche legate al futuro dell'energia e del clima nell’area.

 

 Passando dalla dimensione regionale mediterranea a una prospettiva più globale, un tema che andrebbe probabilmente affrontato con maggiore risolutezza dal G7 è quello della governance multilaterale delle politiche energetiche e climatiche. Come dimostrato da tutte le proiezioni e gli scenari futuri, la domanda energetica dei Paesi industrializzati è destinata a rimanere costante e declinare se si vogliono raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi mentre le loro emissioni di CO2 rappresenteranno una percentuale sempre minore del totale globale.

 

 Alla luce di queste dinamiche, appare quantomai necessario, all’interno del gruppo G7, allargare la riflessione su come includere altri attori chiave nei processi di governance globale, pena il rischio di fallimento delle politiche energetiche e climatiche globali, ma anche la perdita di rilevanza dei Paesi G7 su questi temi. Nicolò Sartori, AffInt 28

 

 

 

 

Minniti: “L’intesa con la Germania per sbloccare l’accoglienza”

 

Il ministro dell’Interno rilancia il piano di collaborazione europea: «Anche Svizzera e Austria ora apriranno le porte a quote di rifugiati» - Grazia Longo

 

ROMA - C’è la convergenza tra Roma e Berlino al cuore dell’accordo sui migranti raggiunto al vertice di Roma di lunedì. La Germania, con la sua decisione di accogliere 500 migranti al mese, spiega a «La Stampa» il ministro Marco Minniti, ha sbloccato la situazione. «E ora anche Austria e Svizzera hanno promesso di aprire le porte a quote significative di migranti», portando per la prima volta i paesi dell’Europa centrale ad aiutare concretamente l’Italia nel fronteggiare la marea dei profughi. 

Il ministro dell’Interno getta un’occhiata distratta al computer con le agenzie di stampa e alla televisione fissa su un canale all-news. Nell’ampio ufficio al secondo piano del Viminale assapora la soddisfazione per l’apertura di Vienna e di Berna nella gestione dell’emergenza immigrazione. Non si tratta di gesti di generosità ma di scelte politiche frutto di un intenso lavoro diplomatico con la Germania, «nel contesto di un rafforzamento dell’intesa tra Roma e Berlino», come ha anticipato il vicepresidente della Commissione Ue Frans Timmermans sulle pagine nel nostro giornale sabato scorso. È solo un primo spiraglio, certo, ma all’indomani del Gruppo di contatto Europa-Africa settentrionale, nel governo iniziano a mettere in fila i segnali positivi. Il piano di collaborazione europeo, oltre a Germania, Austria e Svizzera, vede coinvolte infatti anche Francia e Slovenia; e sul fronte africano, la Libia, la Tunisia e l’Algeria, mentre la diplomazia italiana e il Viminale puntano ora ad ampliare l’intesa anche con Egitto e Niger. La strategia è duplice: da una parte convincere i paesi africani a riprendersi i clandestini, dall’altra ricevere aiuti dai partner europei per ricollocare nell’Ue parte dei richiedenti asilo.  

 

Minniti scorre sul computer gli ultimi dati degli sbarchi e fa il punto sulla cooperazione con la sponda Sud del Mediterraneo: «Oltre il 90 per cento dei flussi arriva dalla Libia, ma nessuno di loro è cittadino libico, provengono prevalentemente dall’area subsahariana. Il resto viene dall’Egitto, il secondo punto di snodo dei flussi migratori verso l’Italia. E mentre con il Niger è più vicina una collaborazione per favorire i controlli al confine a Sud della Libia, con l’Egitto stiamo ancora lavorando». Il fatto è che tra Roma e il regime di Al Sisi resta ancora il macigno del caso Regeni. È essenziale che prima si risolva in maniera trasparente e definitiva l’inchiesta per scoprire colpevoli e mandanti dell’omicidio.  

 

La via diplomatica, la strada del dialogo, è l’unica perseguibile anche per gestire i conflitti interni alla Libia. «La stabilizzazione del Paese è preziosa sia per governare il fenomeno dei trafficanti di essere umani, sia per il benessere socio economico interno - osserva Minniti -. La partecipazione del premier Fayez Al Sarraj al meeting di Roma testimonia quanto ritenga importante contrastare i trafficanti: sottraendo loro la sovranità criminale si contribuirà alla stabilità politica della Libia e alla sua ripresa economica e sociale». Al Sarraj resta sicuramente l’interlocutore privilegiato, perché l’unico riconosciuto dall’Onu, ma non si tralascia neppure il confronto con il generale Khalifa Haftar a Tobruk, nell’Est della Libia. «Il nostro ambasciatore di recente è stato a Tobruk con l’obiettivo di mantenere un canale aperto. La stabilizzazione militare non solo è sbagliata ma anche irrealistica. Si aprirebbe un’avventura drammatica di guerra civile, con un pericoloso salto all’indietro fino al 2011, che produrrebbe un’emergenza umanitaria epocale». 

 

Minniti non si nasconde l’importanza della posta in gioco. L’immigrazione incontrollata rischia di far saltare gli equilibri democratici del Continente, alla vigilia di importanti elezioni. Sull’approccio strategico per governare l’emergenza migratoria «si gioca il futuro dell’Europa».  

 

Il gruppo di contatto del Mediterraneo centrale, per il ministro, «può rappresentare un passo importante, una cooperazione rafforzata che spinge l’Europa ad affrontare unita una sfida che finora sembrava essere rimasta circoscritta al nostro Paese. Si tratta di mettere da parte egoismi e chiusure nel nome di un’Europa mai messa in discussione come in questo momento». La sfida, da qui alle elezioni, è allora quella di far tornare nei cittadini l’immagine dell’Europa «come una risorsa che, nonostante il buio delle minacce del populismo e della destra xenofoba, sa trovare lo slancio per guardare al futuro». Anche a questo serviranno le celebrazioni a Roma, sabato prossimo, del sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma. Una quarantina le personalità attese, tra capi di Stato, di governo e vertici dell’Ue. Una prova da brivido per chi deve gestire la sicurezza della Capitale.  

 

Sono previsti, infatti, almeno sei diversi cortei e sit-in: il più numeroso e a rischio è quello dei movimenti della piattaforma Eurostop, che raccoglie varie sigle (dai No Tav ai Cobas, dai centri sociali italiani e europei, a varie sigle comuniste). Roma sarà una città blindata ma, come conclude il numero uno del Viminale, «pronta a gestire l’evento con un dispositivo a garanzia della sicurezza delle personalità invitate e dei cittadini che hanno il diritto di godersi quella che è di fatto una festa. Non sarà impedito di manifestare il dissenso, in ogni democrazia ciascuno può esplicitare il proprio punto di vita, ma c’è un limite inaccettabile. Quello della violenza. Un evento quindi che affronteremo con tranquilla fermezza».  LS 22

 

 

 

 

Concorso di lingua italiana per gli alunni italiani della Circoscrizione Consolare di Colonia.

 

Colonia - Come già comunicato nel novembre scorso, anche per l'anno scolastico 2016/17 il Forum Accademico Italiano ha riproposto il concorso per la lingua italiana, riservato agli alunni di origine italiana che studiano nelle scuole della Circoscrizione Consolare di Colonia.

Il concorso prevede elaborati in due settori: Prosa (per gli alunni delle classi 9- 13) e Poesia (per gli alunni delle classi 4-8).

Per ogni settore sono previste due classi di concorso: A - alunni con scolarizzazione tedesca (che hanno frequentato prevalentemente le scuole tedesche) e/o che studiano italiano come lingua straniera; B - alunni con scolarizzazione italiana e/o di madrelingua italiana.

A loro volta ogni classe di concorso prevede delle sottoclassi che tengono presente la classe scolastica frequentata dai concorrenti.

Una novità consiste nel fatto che nel settore poesia vengono accettate anche composizioni fatte "a due mani", cioè fatte insieme da due scolari, ovviamente dello stesso livello linguistico. Anche questo un modo per promuovere la lingua italiana in tutte le sue forme. Non va infatti dimenticato che il concorso "Lingua è cultura" rispecchia uno degli impegni fondamentali del Forum Accademico Italiano: la promozione e la diffusione della cultura umanistica e scientifica italiana.

Il concorso di quest'anno è anche caratterizzato da una stretta collaborazione con gli insegnanti HSU (Herkunftssprachlicher Unterricht) e con quelli delle scuole bilingui.

"Con questo concorso vorremmo spronare i ragazzi di origine italiana a porsi delle domande, a sviluppare il loro potenziale bilinguismo e a scoprire i loro interessi per la cultura e per la scienza", afferma la presidente del Forum Maria Cristina Polidori, professoressa universitaria e responsabile del Gruppo di Ricerca Clinica sull’Anziano del Dipartimento di Medicina Interna II del Policlinico Universitario di Colonia. "Queste nuove generazioni hanno dei potenziali enormi, di cui loro stessi non sono ancora consapevoli. Il Forum Accademico Italiano, nel suo piccolo, vuol cercare di dare un contributo".

Le modalità di partecipazione al concorso sono descritte nel bando pubblicato sulla pagina internet del Forum Accademico Italiano.

Da ricordare è che gli elaborati dovranno pervenire entro e non oltre il 7 maggio 2017 via mail al seguente indirizzo: concorso.scuole@ricercatorinrw.org.

La premiazione avverrà il 2 luglio 2017 nella sala "Petrarca" del Consolato Generale d'Italia a Colonia. La cerimonia sarà moderata dal console generale d'Italia in Colonia, Emilio Lolli, che insieme all'Istituto Italiano di Cultura sostiene attivamente l'iniziativa. Maurizio Libbi, dip

 

 

 

 

Monaco di Baviera. Eletto l'ufficio di Presidenza della consulta dei Migranti. Lara Galli eletta membro della consulta

 

Lo scorso 17 Marzo è stato eletto il nuovo ufficio di Presidenza della consulta per le migrazioni della città di Monaco: la nuova presidente è Dimitrina Lang e le vicepresidenti sono Theodora Sismani und Nesrin Gül. A tutte e tre vanno i complimenti e gli auguri anche della comunità italiana di Monaco di Baviera!

Si tratta di un magnifico risultato, non solo perché la nuova consulta vede alla propria guida tre donne forti e competenti ma anche perché la neo-eletta consulta ha così saputo dimostrare che le forze democratiche tra i migranti di Monaco vincono!

La Comunità di Monaco ha anche altre ragioni di festeggiare: Lara Galli, già Consigliere Com.It.Es. e coordinatore della Commissione sociale dello stesso e capolista con la seconda lista per numero di voti , è stata eletta, risultando seconda tra tutti gli eletti per voti ricevuti. Un grande risultato frutto di un ottimo e lungo lavoro di squadra della lista “Internationale Demokratie”, che con lei ha eletto anche Görkem Sahin e Theodoros Loupegidis. 

Primo dei non eletti della stessa lista è un altro italiano, Carlo Taglietti. Insieme a Carlo altri due italiani sono risultati primi dei non eletti, Giulia Di Pilla ed Enrico Bianco.

A tutti loro e agli altri candidati italiani, Gianluca Rubino e Rolando Madonna vanno i nostri complimenti e il ringraziamento per essersi messi a disposizione della Comunità. Siamo certi che il lavoro di rete fatto negli scorsi mesi produrrà, indipendentemente dalla personale elezioni, frutti molto positivi per l’impegno e la partecipazione italiana in questa città ed in Baviera.

Il fatto stesso di avere avuto una eletta e tre primi dei non eletti deve spingere la comunità italiana a fare di più e partecipare di più, solo uniti possiamo crescere, rafforzarci e dare il meglio di noi. 

Daniela Di Benedetto, Presidente del Com.It.Es di Monaco di Baviera

 

 

 

 

 

Premiate a Berlino le eccellenze italiane

 

Si è tenuta martedì 14 marzo in Ambasciata d'Italia a Berlino la cerimonia di consegna del Premio Comites "L'italiano dell'anno" 2016, che ha visto la premiazione di Amelia Massetti con il progetto Artemisia e Gianluca Segato con la app Uniwhere.

 

Una serata all’insegna dell’internazionalità e dell’integrazione, con la presenza di in vasto pubblico che si è riunito in Ambasciata d’Italia per festeggiare alcune delle eccellenze nei vari campi della vita sociale dall’imprenditoriale, al sociale, alle arti creative, alle eccellenze gastronomiche.

 

Complimenti ai due "Italiani dell'anno" Amelia Massetti e Gianluca Segato, e ai due artisti vincitori del Premio "Un'opera per l'italiano dell'anno" Margherita Pevere e Giuseppe Fornasari. Arrivederci all'anno prossimo!

 

AMELIA MASSETTI. A Berlino da quasi trent'anni, ha ideato nel 2015 l'associazione Artemisia, una rete di persone con o senza disabilità e le loro famiglie, principalmente italiane o italo-tedesche. L'obiettivo di Artemisia è quello di affrontare le problematiche quotidiane di inserimento sociale, scolastico e lavorativo delle persone diversamente abili in Germania. www.artemisiaprojekt.de

 

GIANLUCA SEGATO. Fondatore di Uniwhere, una applicazione per studenti universitari con quasi 100.000 utenti registrati, che permette loro di entrare in contatto ed aiutarsi a vicenda. Berlino è la sua nuova città d'adozione dopo l'ingaggio da parte di un fondo tedesco che ha investito nella app Uniwhere attraverso un percorso di accelerazione. www.uniwhere.com

 

MARGHERITA PEVERE. Con una profonda fascinazione per i processi organici, Margherita Pevere, operante a Berlino dal 2013, è un'artista visiva e ricercatrice che indaga come materiali umani e non umani siano accomunati da un destino di decadimento e trasformazione.

www.margheritapevere.com

 

GIUSEPPE FORNASARI. Operante a Berlino già dal 1995, Giuseppe Fornasari ha realizzato a Berlino, tra gli altri lavori del suo laboratorio di mosaici come arte applicata Cosmomusivo, i pavimenti per il „Neues Museum“, e la cupola per l´hamam della „Schokoladenfabrik“. www.cosmomusivo.de. Comites

 

 

 

 

Due particolari eventi a Monaco di Baviera

 

Venerdì 21 aprile, ore 18:30, c/o Istituto Italiano di Cultura (Hermann-Schmid-Str. 8, München). Presenta del libro "Der Leuchtturm" (Folio Verlag, 2017)

Andrea Bachstein (Süddeutsche Zeitung) dialoga con Paolo Rumiz sull'edizione tedesca del suo libro "Il Ciclope" (Feltrinelli 2105)

"Su una minuscola isola del Mediterraneo, dove le scogliere scendono a precipizio sul mare e le navi possono ormeggiare soltanto quando il mare è tranquillo, si staglia un faro solitario. Come un ciclope scruta con il suo occhio l'orizzonte notturno, punto di orientamento fisso e irrinunciabile per generazioni di naviganti.

Rumiz, l'instancabile viandante, trascorre tre settimane al faro e, proprio come il getto di luce del faro, esplora di notte il cielo e di giorno l'orizzonte. Impara a riconoscere l'arrivo di un temporale, ad ascoltare il vento, a volare con i gabbiani, a parlare con l'asino. Riflette sul Mediterraneo come spazio culturale che si stende da Trieste al Libano, come luogo di scambio, di commercio e di guerre che perdurano sino ad oggi, con una propria lingua franca. Questo viaggio statico diverrà avventura dello spirito.

Paolo Rumiz, nato a Trieste nel 1947, è in Italia lo scrittore di viaggi di maggior successo. Ha scritto per il quotidiano "La Repubblica" sulle guerre in Afghanistan e in Jugoslavia. Ha ricevuto numerosi premi per il suo impegno giornalistico. È anche autore di innumerevoli saggi, romanzi e racconti, aventi per tema i suoi viaggi in Italia e nei luoghi più sperduti d'Europa."

Ingresso libero

Prenotazione obbligatoria c/o stampa.iicmonaco@esteri.it o tel. 089/74632132

Organizzatori: Istituto Italiano di Cultura e Forum Italia e.V., in collaborazione con Folio Verlag

 

venerdì 5 maggio, ore 14:00-21:00, c/o Frauenklinik, Großer Hörsaal (Maistr. 11, München) "In Memoriam Professor Umberto Veronesi". Evento commemorativo e informativo sulla prevenzione dei tumori. Programma

- 14:00-16:00: Evento dedicato ai pazienti

• 14:00-14:15: Introduzione, Dr. med. Valeria Milani, Prof. Dr. med. Sven Mahner

• 14:15-15:00: "La Fondazione Veronesi e la prevenzione del carcinoma della mammella", Professor Paolo Veronesi (Istituto Europeo di Oncologia - IEO, Milano)

• 15:00-15:20: "Prevenzione e vaccino del papilloma virus", Prof. Dr. med. Christian Dannecker

• 15:20-16:00: Tavola rotonda: "Prevenzione dei tumori per pazienti emigrati in Germania", Rappresentanti delle Istituzioni, del COMITES, dell'AMSIT

- 16:00-17:00: Rinfresco

- 17:00-18:30: Congresso scientifico: "Senologia 2017"

• 17:00-17:15: Introduzione, Dr. med. Rachel Würstlein, Marta Perabò

• 17:15-18:00: "La chirurgia conservativa del carcinoma della mammella nel 2017", Professor Paolo Veronesi (Istituto Europeo di Oncologia - IEO, Milano)

• 18:00-18:30: "Terapia del carcinoma della mammella", Prof. Dr. med. Nadia Harbeck, Dr. med. Rachel Würstlein

- 18:30-19:15: Rinfresco

- 19:15-21:00: Cerimonia di chiusura.

Proiezione del film "Il Carattere Italiano"

La storia di una grande orchestra italiana. In presenza del regista Angelo Bozzolini e del produttore Alessandro Melazzini

"Commemoreremo il Professor Umberto Veronesi, un pioniere della terapia moderna del tumore al seno. In tale occasione presenteremo una panoramica sulla prevenzione e terapia dei tumori della donna. È per noi un grandissimo onore che il Professor Paolo Veronesi, figlio di Umberto Veronesi, partecipi con noi a questa giornata e ci presenti la sua Fondazione Veronesi a Monaco di Baviera"

Per informazioni: www.lmu-brustzentrum.de

Organizzatori: Associazione Medico-Scientifica Italo-Tedesca - Amsit e.V. e Comites di Monaco di Baviera. C.C. de.it.press

 

 

 

 

I temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue COSMO

  

30.03.2017. Come prevenire l'estremismo islamico?

Quali sono i segnali per riconoscere la radicalizzazione? Siamo andati a vedere come funzionano i progetti sociali che la combattono in Germania.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/prevenzione-salafismo-100.html

 

Sfruttate e violentate. Esplode il caso delle donne rumene costrette a subire abusi sessuali per mantenere il lavoro di braccianti nelle serre del ragusano. La procuratrice Valentina Botti ai nostri microfoni: "Aumenta l'attenzione, ma ancora poche le denunce".

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/braccianti-rumene-abusi-100.html

 

29.03.2017. Mafia per turisti

Dal “Mafia-tour” acchiappa-turisti pensato da un’agenzia viaggi siciliana, a “Scampia trip tour” per riscoprire il quartiere simbolo della camorra e la sua rinascita sociale.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/mafiatour-100.html

 

Swing al dente. A Berlino il cantante e attore Riccardo Vino ripropone in chiave teatrale i grandi successi della radio italiana. Complice un baule del nonno pieno di spartiti musicali.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/a-tu-per-tu/riccardo-vino-102.html

 

Processo alla masso-'ndrangheta. Il prossimo 20 aprile si celebra a Reggio Calabria la prima udienza del maxiprocesso sul patto criminale tra 'ndrangheta e massoneria per il controllo economico e politico della città.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/masso-ndrangheta-100.html

 

28.03.2017. A teatro l'eccidio nazista

Arriva in Germania lo spettacolo che porta in scena l'eccidio di Sant'Anna di Stazzema. Uno spettacolo per non dimenticare.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/santanna-stazzema-102.html

 

Le proteste dei "No Tap"

Scontri durante la protesta per bloccare la messa in opera del gasdotto pugliese. Cosa si nasconde dietro al progetto, e alle ragioni di ambientalisti e amministrazioni comunali?

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/tap-100.html

 

I diritti annegati. Il Labanof è il laboratorio milanese che si occupa dell'identificazione dei migranti morti nei naufragi del Mediterraneo. Un lavoro importante e difficile, che altrimenti non farebbe nessuno.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/identificazione-migranti-milano-100.html

 

27.03.2017. Lavorare gratis. Come superare l'alto tasso di disoccupazione in Italia? Il sociologo De Masi propone un nuovo modello per redistribuire la ricchezza, pensando al lavoro gratuito per i disoccupati.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/de-masi-100.html

 

24.03.2017. Europa, le speranze dei giovani

I 60 anni dai Trattati di Roma sembrano per molti precludere a un prepensionamento dell’Europa, che ha deluso la maggioranza degli italiani. Ma i giovani federalisti combattono per cambiare questo triste destino.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/europa-speranze-dei-giovani-100.html

 

Un'altra Europa è possibile. Non solo celebrazioni ma anche manifestazioni a Roma a favore di un'altra Europa. Come quella che propone Diem25.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/manifestazioni-roma-europa-102.html

 

Ogni giovedì. Appuntamenti

Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi

http://w24.03ww1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-148.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati

I commenti sportivi di Agnese Franceschini

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/index.html

 

23.03.2017. Un terrorista del Kent. Rivelata l'identità dell'attentatore di Westminster. Proseguono le indagini nel Regno Unito. Intanto paura ad Anversa per un'auto che ha tentato di schiantarsi sulla folla.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/attentato-londra-102.html

 

Tra sogno e realtà

I dipinti di Stefano Bosis traspongono temi forti come il viaggio, l’emigrazione e la fuga in un’atmosfera surreale e onirica, dai colori limpidi, vivi e luminosi.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/a-tu-per-tu/stefano-bosis-100.html

 

22.03.2017. Basta stereotipi! Dopo la chiusura del programma Rai "Parliamone sabato" per la lista sessista sui vantaggi delle donne dell'est analizziamo con Lorella Zanardo l'immagine della donna nella tv italiana.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/donne-tv-102.html

 

Molenbeek, un anno dopo. Ad un anno dagli attentati di Bruxelles parliamo con Annalisa Gadaleta, assessora ai servizi sociali, all'ambiente e all'energia del quartiere di Bruxelles dove hanno vissuto alcuni degli attentatori islamici.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/molenbeek-gadaleta-100.html

 

21.03.2017. Berlino chiama Locri

La Giornata nazionale della memoria e dell'impegno in ricordo delle vittime delle mafie è stata celebrata in tutta Italia e anche di fronte alla porta di Brandeburgo

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/berlino-locri-antimafia-100.html

 

La "smart city" di Carlo Ratti. Un architetto e ingegnere italiano a Boston traccia già oggi le linee guida della città del futuro, una città "intelligente".

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/terramia/smart-cities-carlo-ratti-100.html

 

20.03.2017. 100% Schulz. E' la prima volta che un candidato cancelliere alla guida dell'Spd viene eletto presidente del partito con un simile risultato.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/schulz-spd-102.html

 

Vertice sulle migrazioni. L'Italia ha riunito a Roma il "gruppo di contatto" fra i paesi dell'Europa e dell'Africa sui temi dei flussi migratori. Presente anche il premier libico Fayez Serraj.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/vertici-migrazioni-100.html

 

17.03.2017. L'eredità morale di Gauck

Si conclude l'esperienza presidenziale di Joachim Gauck, ex pastore protestante, attivista nella DDR e strenuo difensore dei diritti umani. Ce ne parla l'ambasciatore Michele Valensise, che lo ha conosciuto di persona.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/eredita-morale-gauck-100.html

 

Amri: nuovi dettagli dalle indagini. A tre mesi dall'attentato di Berlino, nuove ipotesi e dettagli dalle indagini sul caso Amri. Sempre più chiara la mappa degli spostamenti del tunisino in Nordreno-Vestfalia, tra Oberhausen, Duisburg e soprattutto Dortmund. Trovato il suo numero sui cellulari di cinque ragazzi italiani a Berlino: Amri era il loro spacciatore.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/attentatore-anis-amri-102.html

 

Come dormire bene. Qual è l'ambiente ideale per dormire bene? Perché cambia il sonno con l'età? Il pisolino pomeridiano è controproducente? Nella Giornata mondiale dedicata al sonno un esperto risponde a tutti i nostri dubbi.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/come-dormire-bene-100.html

  

17.03.2017. L'eredità morale di Gauck

Si conclude l'esperienza presidenziale di Joachim Gauck, ex pastore protestante, attivista nella DDR e strenuo difensore dei diritti umani. Ce ne parla l'ambasciatore Michele Valensise, che lo ha conosciuto di persona.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/eredita-morale-gauck-100.html

 

Amri: nuovi dettagli dalle indagini. A tre mesi dall'attentato di Berlino, nuove ipotesi e dettagli dalle indagini sul caso Amri. Sempre più chiara la mappa degli spostamenti del tunisino in Nordreno-Vestfalia, tra Oberhausen, Duisburg e soprattutto Dortmund. Trovato il suo numero sui cellulari di cinque ragazzi italiani a Berlino: Amri era il loro spacciatore.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/attentatore-anis-amri-102.html

 

Come dormire bene. Qual è l'ambiente ideale per dormire bene? Perché cambia il sonno con l'età? Il pisolino pomeridiano è controproducente? Nella Giornata mondiale dedicata al sonno un esperto risponde a tutti i nostri dubbi.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/come-dormire-bene-100.html

 

16.03.2017. L'Olanda ha votato. Il Vvd vince largamente le elezioni, sgonfiando l?incubo di un?ascesa del partito islamofobo e anti-Ue di Geert Wilders.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/niederlande-126.html

 

15.03.2017. Il semaforo alimentare

Coca-Cola, Unilever, Nestlé, Mars e altre multinazionali spingono affinché Bruxelles introduca come standard europeo l’etichetta a semaforo. In Italia sono tante le voci contrarie, ma non mancano quelle a favore.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/lebensmittelkennzeichnung-100.html

 

Vendesi Consolato. Il Ministero degli Affari Esteri ha messo in vendita le sedi del Consolato d‘Italia e dell‘Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera. Un‘operazione che lascia perplessi.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/konsulatverkauf-100.html

 

14.03.2017. Sozialhilfe all'italiana

Con 138 voti favorevoli, il Senato ha approvato il disegno di legge delega sul contrasto alla povertà che introduce il reddito di inclusione. Per molti è il primo passo verso il reddito minimo garantito, per tanti altri l'ennesimo bluff.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/sozialhilfe-italien-100.html

 

La ragazza dai capelli rosa. A Sanremo non è passata inosservata, complice la sua chioma color rosa e il suo timbro di voce, forte e intenso come quello delle cantanti soul che Elodie ammira fin da quando ha iniziato a cantare.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/elodie-100.html

 

13.03.2017. Tra Amsterdam e Ankara

I Paesi Bassi alla vigilia delle elezioni vivono giornate di alta tensione. La blogger italiana Barbara Summa ci racconta la sua Olanda, paese in cui vive da molti anni.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/niederlande-tuerkei-100.html

 

Roma pulita. Con guanti e ramazza puliscono ogni mattina il marciapiede sotto casa. Succede a Roma e non sono i netturbini, ma i cittadini della capitale. Fra cui anche Francesco De Gregori. Rebecca Spitzmiller, fondatrice di “Retake Roma” ce ne spiega i motivi.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/rom-sauber-100.html

 

10.03.2017. La Polonia contro il polacco

Donald Tusk è stato riconfermato presidente del Consiglio europeo. Ma Varsavia, unico tra i 28 paesi europei, ha espresso un voto contrario.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/tusk-riconfermato-presidente-100.html

 

Autostrade che crollano

Cede un ponte sull'A14 verso Ancona, due vittime. È il settimo cedimento di un viadotto in tre anni. Sprechi ed incuria le principali cause.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/autostrade-crollano-100.html

 

Eccellenza nel Mezzogiorno. La MerMec di Monopoli è leader mondiale nella costruzione di sistemi di controllo per monitorare le condizioni di una linea ferroviaria o metropolitana ad altissima velocità.

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/puglia-economia-mermec-100.html

 

Elio e le storie tese a Colonia

È stato un concerto memorabile quello di Elio e le storie tese all'Essigfabrik di Colonia, il 4 marzo 2017. Per chi non c'è stato, e per chi lo vuole rivivere, ecco alcune immagini di Roberto Manzi. Buona visione!

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/elio-e-le-storie-tese-128.html Radio Colonia/de.it.press

 

 

 

 

 

Dal 3 al 6 maggio 2017 a Francoforte sul Meno il Festival della Poesia europea

 

Francoforte. Prenderà il via il 3 maggio la decima edizione del Festival della Poesia europea con il Patrocinio del Consolato generale d’Italia di Francoforte sul Meno, con la direzione artistica di Marcella Continanza e la partecipazione dei poeti: Dacia Maraini, Titos Patrikios, Andrè Ughetto, Milan Richter, Eva Bourke,, Runhart Moritzen, Horst Samson, provenienti da Paesi europei.

 Promoter della manifestazione l’Associazione Donne e Poesia “Isabella Morra” Francoforte.

Oltre alle letture poetiche, è in programma una mostra dedicata a "Mito e Poesia" con opere dell'artista napoletano Ferdinando Ambrosino (Galleria Am Park ,3 maggio) e la proiezione del docu-film "Una donna di spettacolo" del regista Cosimo Damiano Damato (Film Forum Hochs,6 maggio).

Ci saranno anche l'omaggio a Picasso, nella sezione "Poesia e Arte" (4 maggio) e la presentazione del libro "Poesia al Cinema" (Museo Film, 5 maggio) e l'happening nel Giardino Botanico (6 maggio ore 11.00). de.it.press

 

 

 

Sportello consolare più snello a Norimberga

 

Norimberga. Ha avuto luogo il 26 marzo a Norimberga la riunione del Com.It.Es locale, con la presenza del Console generale in Monaco Renato Cianfarani e il presidente del Com.It.Es Angela Ciliberto, per discutere dell'attuale situazione degli italiani e dei loro bisogni." Presente anche il senatore Aldo Di Biagio (AP-CE). "Nel corso della riunione – ha detto Di Biagio - è stato reso noto un importante traguardo, frutto di un lungo confronto nelle opportune sedi al quale lavoravamo da tempo: l'apertura di uno sportello consolare per un  più snello servizio agli italiani all'estero, che certamente contribuirà ad agevolare i nostri connazionali in Franconia. È stata inoltre affrontata – continua - la questione della vendita delle strutture dell' istituto di cultura e del consolato di Monaco e dell'irragionevolezza  della stessa, già oggetto di un mio atto di sindacato ispettivo. Il Com.It.Es di Norimberga ha espresso la sua solidarietà al Com.It.Es di Monaco di Baviera”. Conclude il senator: "Condivido pienamente le questioni affrontate e sono certo che continuando a lavorare insieme otterremo risultati sempre più vicini agli italiani all'estero e alle loro necessità." Dip 27

 

 

 

 

Interrogazione della Garavini sulla vendita del Consolato e dell’IIC di Monaco di Baviera

 

ROMA - “Rivalutare l'operazione nel suo complesso”: è quanto chiede Laura Garavini, deputata Pd eletta in Europa, che ha interrogato il Ministro degli Esteri Angelino Alfano sulla prospettata vendita delle sedi del Consolato e dell’IIC di Monaco di Baviera.

“Da organi di stampa e da dichiarazioni delle rappresentanze della locale comunità – scrive Garavini nella premessa all'interrogazione con risposta in Commissione – si apprende che il Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale ha reso nota l'intenzione di alienare alcuni immobili di proprietà dello Stato italiano siti a Monaco di Baviera; nel dettaglio si tratta dell'edificio che ospita il Consolato Generale; la sede dell'Istituto Italiano di Cultura e la villa in passato in uso ai servizi di informazione italiani; l'interrogante è consapevole del fatto che questo intervento si colloca all'interno di una globale strategia politica del Governo, volta a una razionalizzazione degli immobili demaniali siti all'estero, adibiti a rappresentanze diplomatico consolari”.

“Detta strategia – annota la parlamentare – mira a dotare il nostro Paese di edifici più funzionali, più moderni, più consoni all'accoglienza del pubblico e alla prestazione di servizi ai cittadini, in un'ottica di contenimento dei costi e di razionalizzazione di eventuali spese di ristrutturazione di sedi particolarmente lussuose e prestigiose; si ritiene che la sede dell'Istituto di cultura di Monaco, nella sua attuale dislocazione, sia idonea alle esigenze di spazio e di accessibilità necessarie all'Istituto stesso per svolgere al meglio la propria missione di promozione della lingua e cultura italiana nel mondo”.

“La regione della Baviera, Land di cui Monaco è capoluogo, è uno dei più importanti fra i Land tedeschi sia in quanto strategico partner commerciale del nostro Paese, - ricorda Garavini – sia perché il locale Consolato serve una comunità di circa 100.000 italiani; inoltre raccoglie una numerosa utenza tedesca italofila, anche a seguito della prossimità geografica con il nostro Paese; si reputa che la sede dell'Istituto italiano di cultura sia già oggi idonea alle esigenze di spazio e di accessibilità necessarie all'Istituto, onde svolgere al meglio la propria missione; prevede infatti sia un auditorium che sale per i corsi; si rende opportuno evitare l'interruzione, anche solo temporanea, dei corsi di lingua e delle manifestazioni in programma, onde evitare non solo una significativa perdita economica, ma soprattutto di immagine, anche tenuto conto che le migliaia di utenti sono di nazionalità tedesca”.

Garavini, quindi, chiede ad Alfano “se, in considerazione di quanto riportato in premessa, non intenda rivalutare l'operazione nel suo complesso, al fine di escludere la vendita della sede dell'Istituto italiano di cultura” e se “in contemporanea ad un'eventuale alienazione dell'attuale sede del Consolato Generale e della villa in passato in uso ai servizi informativi non intenda garantire l'acquisizione di una nuova sede del Consolato Generale più moderna e altrettanto centrale, dal costo inferiore al valore di mercato dell'attuale sede e ancora più funzionale all'espletamento delle funzioni consolari”. (aise 23) 

 

 

 

 

 

A Dusseldorf dal 19 al  21 marzo tre giorni di degustazioni tricolori: il trionfo del Vino italiano

 

 È stato un vero e proprio trionfo quello del vino italiano all’edizione 2017 del Prowein, The International Trade Fair for Wines and Spirits andato in scena a Dusseldorf da domenica 19 a martedì 21 marzo. In particolare addetti ai lavori provenienti da tutto il mondo hanno potuto apprezzare tutte le sfumature del variegato Vigneto Italia presso lo stand della DE.S.A. (Deutschland Sommelier Association): 160 mq dedicati quasi esclusivamente al Bel Paese, con la presenza di decine di cantine e di eventi a tema.

 Un programma ricchissimo che ha visto la Calabria, regione ospite di questa edizione 2017, recitare un ruolo di primo piano. Diversi i focus su uve autoctone e vini provenienti dalla punta dello Stivale: dal Gaglioppo al Magliocco passando per il Greco di Bianco e il Moscato di Saracena; un arcobaleno di aromi e sapori che non ha lasciato di certo indifferenti la stampa specializzata e gli operatori teutonici.

 Molti altri i momenti che hanno visto il tutto esaurito presso gli spazi DE.S.A., durante i quali il Made in Italy ha calato alcuni dei suoi assi, sempre ambitissimi dal pubblico di appassionati. A brillare sono state in particolar modo le bollicine – che stanno indubbiamente attraversando un periodo aureo - con le strepitose verticali della Riserva del Fondatore di Giulio Ferrari e di Berlucchi Palazzo Lana Franciacorta, nelle versioni Riserva Extrême e Riserva Satèn. Altra verticale d’eccezione è stata quella dedicata al Sal Leonardo, autentico fuoriclasse del panorama vinicolo nazionale.

 “Questa tre giorni – racconta Sofia Biancolin, Presidente della DE.S.A. – sottolinea ancora una volta il fascino che esercita il vino italianosugliappassionati e sugli addetti ai lavori del mondo intero. Uno charme dovuto indubbiamente, oltre a un ovvio valore qualitativo, alle caratteristiche di tipicità, estrema varietà e radicamento territoriale che contraddistinguono il movimento vitivinicolo italiano, rendendolo così unico nel suo genere. A confermare queste affermazioni i numeri DE.S.A. per questa edizione del Prowein, con oltre 2.000 visitatori professionali, tra giornalisti, buyers, ristoratori, enotecari, food&beverage manager, transitati dal nostro stand e circa 1.500 incontri tra i nostri espositori e i compratori internazionali". Dip 21

 

 

 

 

Sedi di Monaco di Baviera: nessuna vendita, trovata l’intesa con il Maeci

 

“Il confronto che abbiamo intrapreso con il MAECI in merito al piano di alienazione degli immobili all'estero ha prodotto una soluzione positiva che tiene conto della importanza che la questione riveste per i nostri connazionali all'estero." lo dichiara il senatore Aldo Di Biagio eletto nella circoscrizione estero.

 

"Avevamo sollevato il problema a proposito della paventata vendita della sede Consolare e quella dell’ Istituto Italiano di Cultura a Monaco di Baviera chiedendo che vi fosse da parte del Ministero una valutazione della razionalità e funzionalità di questa scelta."

 

"Oggi il Sottosegretario Amendola ha annunciato che l'alienazione degli immobili demaniali all'estero non coinvolgerà le sedi consolari, degli istituti di cultura e di tutte quelle strutture che svolgono funzioni essenziali in linea con quanto avevamo auspicato"

 

"Si tratta di una scelta di buon senso che condividiamo e rispetto all' operatività della quale continueremo il nostro impegno" conclude Di Biagio. De.it.press 29

 

 

 

 

 

La Romagna parla tedesco, nuova campagna promozionale della Regione

 

BOLOGNA - Prosegue nel 2017 l’impegno della promozione turistica regionale sui mercati di lingua tedesca, dopo gli incoraggianti risultati dello scorso anno sulla Riviera romagnola (+1,2% degli arrivi e +1,5% delle presenze da Germania, Austria e Svizzera nel periodo maggio-settembre).

La nuova campagna prevede, oltre alla riattivazione per l’estate 2017 del collegamento ferroviario Monaco-Rimini, con nuova fermata a Cesena, da parte di Deutsche Bahn (che promuoverà la tratta e la destinazione Riviera Romagnola su tutti i suoi canali informativi: brochure, newsletter, siti internet), una campagna televisiva e online con Wetter.com, il più famoso sito di previsioni meteo tedesco, nonché una campagna radiofonica. Germania, Svizzera ed Austria i paesi interessati.

Sui più seguiti canali privati tedeschi (Sat1, Sat1 Gold, Pro7, Pro7 Maxx, Kabel1, Sixx) torna lo spot -realizzato in collaborazione con il primo sito di meteo tedesco Wetter.com e già in onda la scorsa stagione- che racconta la vacanza nella Italienische Romagna attraverso immagini di vita di spiaggia, parchi divertimento e relax nella piscina di un hotel.

Sono 300 i passaggi televisivi previsti tra il 20 aprile e l’11 maggio, capaci di generare 11,7 milioni di potenziali contatti. Lo spot, della durata di 25 secondi, sarà anche veicolato sul canale tv online di Wetter.com (3 milioni di spettatori), con 500 passaggi previsti dal 20 aprile al 10 giugno, mentre sul sito meteo vero e proprio (che tra online e versione mobile raggiunge 14 milioni di utenti) è prevista un’azione di advertising con banner, teaser e contenuti redazionali tra il 10 aprile e il 10 giugno. Attraverso una “landing page” dedicata alla Romagna, saranno valorizzate, a rotazione, le località costiere e i parchi tematici.

La promo-commercializzazione delle offerte vacanza verrà sostenuta anche da un’apposita campagna di web marketing tramite social network, Youtube e strumenti di Google (pay per click, banner advertising). Prevista anche una campagna radio, sempre con focus su località balneari e parchi tematici, su emittenti nazionali e locali, con particolare riguardo alla Germania del Sud (Baviera e Baden-Württemberg), nel periodo post pasquale. (Inform 28)

 

 

 

 

 

 

Berlino città per giovani: un mezzo mito da sfatare

 

BERLINO - "Berlino è la città mitizzata da generazioni di italiani (e non solo) che l’hanno agognata come meta preferita in cui trascorrere la propria vita o parte di essa. Molte sono le ragioni di questo fenomeno. È però ancora una città da sogno?". È quanto si chiede Edith Pichler in un interessante articolo, pubblicato in prima pagina da Il Deutsche Italia, giornale on line bilingue diretto da Alessandro Brogani proprio a Berlino.

"C’è un grande mito, soprattutto fra gli italiani, in Germania: la città di Berlino. Seguendo il dibattitto presente sulla stampa e le tv italiane sulla capitale tedesca, descritta come una sorta di Mecca e una delle mete preferite dei "giovani" italiani di oggi, sembra quasi implicita la considerazione opposta, ovvero che nel passato fossero arrivati a Berlino "i vecchi". Ma Berlino è sempre stata dei giovani (non solo anagraficamente) e ha sempre attratto persone che ci venivano per via della sua peculiare situazione culturale e sociale, anche se allora non era facile raggiungere la città. Non si doveva solo superare due confini simbolo della Guerra Fredda (BRD-DDR; DDR-West-Berlin), passando in macchina o in treno per corridoi di transito che dalla Germania Occidentale attraverso la DDR ti portavano a Berlino Ovest, ma non esistevano nemmeno i voli internazionali e low cost della Easyjet o Ryanair: uniche compagnie che volavano su Berlino Ovest, attraversando pure dei corridoi aerei, erano quelle degli Alleati Pan Am, British Airways ed Air France con soli voli nazionali.

Una città particolare anche durante la Guerra Fredda

Nonostante ciò, ai tempi della divisione della Germania e di Berlino, la parte occidentale della città era meta di tante persone che vi venivano a vivere perché attratte da un clima liberale, aperto, avanguardistico e dove si potevano sviluppare differenti progetti di vita. Berlino è stata la città del movimento studentesco, delle "comuni", dell’opposizione antiparlamentare (denominata in tedesco con la sigla APO). Inoltre la città, per via del suo status di città controllata dagli Alleati, ha attirato tanti giovani tedeschi che, una volta residenti a Berlino, non avrebbero più avuto l’obbligo di fare il servizio militare.

Anche la Berlino di quegli anni era già una città aperta, libertaria, seducente e grazie alla sua vivacità sociale e culturale, che per altro riceveva molti fondi dal governo federale anche per l’arte e la cultura, offriva spazi a tutti: artisti, creativi, giramondo. La metropoli sulla Sprea attirava non solo rockstar come David Bowie e Lou Reed, registi come Peter Stein ed attori come Bruno Ganz, ma anche giovani italiani. Il carattere politico, economico e sociale della città ha favorito l’immigrazione di differenti tipi di italiani che hanno contribuito con i loro stili di vita e mentalità, e attraverso le loro attività economiche, sociali e culturali, a uno sviluppo eterogeneo della comunità.

Anche per i pochi "emigrati per lavoro", giunti a Berlino negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, provenendo sovente dalla Germania occidentale, la scelta di spostarsi in una grande città, anonima, aveva una componente "avventurosa", una ricerca di indipendenza-emancipazione e di autonomia-libertà. Non si veniva a Berlino solo per motivi economici, ma anche perché attratti dalla grande città, dalle possibilità che poteva offrire ai giovani provenienti dalla provincia italiana. Così fra di loro c’erano anche persone che, approfittando della politica di reclutamento dell’industria, si lasciavano ingaggiare per un lavoro in fabbrica a Berlino, per poi sviluppare altri progetti di vita. Anche fra le "ragazze" italiane sbarcate a Berlino a cavallo degli anni Sessanta-Settanta possiamo trovare persone che emigravano perché spinte dalla curiosità, desiderose di conoscere realtà diverse, o semplicemente perché si erano innamorate. Per alcune di loro provenienti dall’Italia del Sud l’emigrazione significava poter costruire qualcosa di proprio, emanciparsi e non dover chiedere conto a nessuno.

Con gli anni Settanta immigrano i "ribelli-le", attratti dal mito di Berlino come città delle rivolte studentesche e nella quale poter avviare le più differenti forme di vita, in un quadro culturale alternativo e molto vivace. Attorno alla metà degli anni Settanta alcuni di loro, fondarono una Casa di Cultura Popolare con lo scopo di propagare e coltivare l’"altra" cultura attraverso diverse attività e il lavoro politico culturale fra gli immigrati. Negli anni Ottanta a richiamare molti giovani italiani furono miti come il quartiere multiculturale di Kreuzberg, l’occupazione delle case, il movimento degli l’autonomi e i diversi progetti alternativi nell’edificio dell’ex ospedale Bethanien che, occupato salvandolo dalla demolizione, fu trasformato in un Centro sociale di cultura. Gli Ottanta registrano anche l’arrivo di un altro tipo di immigrati: "i postmoderni". Spesso anche loro in possesso di una certa istruzione, sono gli iniziatori di nuove attività e proposte che, anche se trovano riscontro in settori tradizionali come la gastronomia, evidenziano nuove caratteristiche.

La nuova migrazione dopo la caduta del Muro

Negli anni ‘90 Berlino è meta dei "nuovi mobili". Dopo il processo di riunificazione e lo spostamento della capitale da Bonn a Berlino, la città ha visto aumentare il numero di italiani attivi nelle libere professioni, giornalisti, manager, architetti etc. I progetti Erasmus hanno inoltre incrementato l’afflusso di studenti, che spesso prolungando la loro permanenza nella città lavorano per due o tre giorni alla settimana in uno dei tanti ristoranti e pizzerie.

Oggigiorno, l’Europa si deve però confrontare con una migrazione interna dettata dalla necessità, e Berlino, come altre Regioni della Germania, è meta di questa mobilità. Fra i nuovi arrivati non ci sono solo giovani, single e laureati, ma anche tante persone con un diploma di scuola secondaria e gruppi famigliari. Inoltre si può constatare una nuova categoria di "stabili-instabili" quelli che si potrebbero definire dei "passeggeri": persone non comprese nei dati statistici, perché non registrate presso il comune di Berlino dove abitano né all’AIRE, ma visibili nel contesto urbano e così attori di una mobilità quasi stagionale. Per alcuni di loro Berlino rappresenta solo un momentaneo interessante "palcoscenico" quotidiano.

Così a differenza delle altre città tedesche, dove a partire dalla fine degli anni ‘70 la popolazione italiana rimaneva stabile o diminuiva di numero, i processi elencati sopra hanno incrementato costantemente la popolazione italiana di Berlino: dalle 1.300 persone negli anni ’60, alle 9.000 persone all’inizio dei ’90, fino a raggiungere attraverso la nuova mobilità agevolata dai mezzi di comunicazione e trasporto (incentivata in parte da miti e leggende) il numero di 26.715 italiani alla fine del 2015. Se a questi si aggiungono le 6.172 persone di origine italiana, ma con cittadinanza tedesca, il loro numero raggiunge le 32.887 unità.

Ultimamente si registra però un calo degli arrivi e un maggiore orientamento al rientro. Queste tendenze possono indicare sia la "smitizzazione" di Berlino che essere il sintomo di progetti migratori (se esistevano) non riusciti, ma anche delle trasformazioni che sta vivendo la città: processi di gentrificazione, aumento dei costi della vita e degli affitti hanno fatto sì che Berlino non sia più così tanto "povera ma sexy" come disse anni fa l’ex sindaco Wowereit. D’altra parte la generazione del Millennio facilitata dai diversi mezzi di comunicazione potrebbe riorientarsi e "scoprire" una nuova meta, un nuovo palcoscenico dove poter sviluppare i propri progetti in chissà quale parte del mondo". (aise 29) 

 

 

 

 

Monaco di Baviera. In memoria di Giuseppe Tumminaro

 

È una triste festa del Papà oggi per la comunità di Monaco di Baviera. Triste perché proprio poche ore fa, la sera del 17 Marzo scorso, si è spento uno di quelli che posso ricordare come i padri di questa comunità: Giuseppe Tumminaro.

Tumminaro, così lo chiamavamo affettuosamente tutti noi, era arrivato giovanissimo dalla sua amata Sicilia con i primi treni dall’Italia dopo la stipula degli accordi bilaterali per l’immigrazione dall’Italia vesto la Germania, accordi con i quali l’Italia prometteva alla controparte forza lavoro giovane e in forze in cambio di risorse naturali.

Tumminaro arrivò in Germania con tutto il proprio entusiasmo, lavorò duramente fino alla pensione, sposò la sua Maria, una giovane donna tedesca, con la quale ha avuto 3 figli.  Tuttavia questo giovane portava con se dall’Italia anche un grande amore ed una forte passione, quelli per la politica e per la cultura vera.

Quel tipo di politica e di cultura che dal cuore viene proiettata e irradiata direttamente attraverso gli occhi.

Socio fondatore di Rinascita e del PCI di Monaco di Baviera, amava parlare e non perdeva occasione per fare, nelle riunioni politiche e associative, un suo intervento: interventi tutti d’un pezzo ma sempre espressi con grande umiltà…l’umiltà di chi ha saputo a lungo ascoltare in silenzio prima di aprire bocca. L’umile consapevolezza di chi sa di aver vissuto tanto e avere tanto da dire.

È così che lo conobbi. Io avevo 28 anni e lui 70. Mi incantò subito per questa sua pacata quanto timida loquacità e questi occhi dolcissimi e brillanti al tempo stesso. Tumminaro continuò a parlare e a brillare finché un malore ed un incidente non lo costrinsero a ridurre improvvisamente la propria vita pubblica. È così che voglio ricordarlo.

Oggi Tumminaro, l’operaio, il poeta, il compagno, il siciliano, il migrante, uno dei padri di questa Comunità e di alcune delle sue più importanti realtà, ci ha lasciato ma, per il vero, non ci lascerà mai!

Ai figli di Giuseppe Tumminaro e alle loro famiglie vanno le nostre più sentite condoglianze e, come direbbe lui, diciamo: andiamo avanti!

I funerali si terranno a Monaco di Baviera il 27 marzo alle ore 13:30 presso il Waldfriedhof. Ciao caro Tumminaro!

Daniela Di Benedetto, Presidente del Comites di Monaco di Baviera

 

 

 

 

Elezioni in Germania, la Cdu di Merkel conserva il Saarland. Niente effetto Schulz

 

Resta la Cdu di Angela Merkel il partito più forte del piccolo Land del Saarland, in Germania, con il 40% dei voti, stando al primo exit poll. Secondo le prime proiezioni di Zdf e Ard, la Cdu è primo partito nel Saarland con un risultato fra il 40,2 e il 40,8%, mentre l’SPD resta indietro di dieci punti fra il 29,5% e il 30%. Verdi e Fdp restano fuori dal Parlamentino regionale.  

 

Quindi si va verso la conferma della presidente Annette Kamp-Karrenbauer, amministratrice fin qui molto apprezzata, mentre non è riuscita la rimonsta della socialdemocratica Anke Rehlinger, che ultimamente aveva visto lievitare i consensi, trainata dall’effetto Schulz (l’esplosione dei consensi per l’Spd è coincisa discesa in campo dell’ex presidente del Parlamento europeo).  

 

L’ex presidente del Parlamento europeo ha commentato con amarezza: «Ci sono giorni buoni e meno buoni: non direi che quello di oggi appartiene a quelli buoni per l’Spd. Sono un vecchio calciatore e i giorni meno buoni rappresentano una motivazione». Ma, sottolinea ancora Schulz, «l’aspetto positivo è che a gennaio eravamo al 24%, e abbiamo comunque recuperato molto. Ma stasera non abbiamo raggiunto l’obiettivo». Infine, in un’intervista alla Zdf, il candidato alla cancelleria contro Merkel ha poi sottolineato: «Abbiamo sei mesi davanti a noi (per le elezioni federali, ndr) e due elezioni amministrative. Guardiamo avanti con ottimismo». LS 26

 

 

 

 

La statura dei cancellieri e quella del popolo Tedesco. Risponde Aldo Cazzullo

 

Caro Aldo, possibile che tutti i cancellieri tedeschi siano da considerare dei giganti, da Adenauer alla Merkel compresa, passando per Erhard, Brandt, Schmidt, Kohl e via dicendo? Non è che lo sono stati essenzialmente perché di gigante c’è, da sempre, l’intero popolo tedesco? Luciano Gioia Trezzo d’Adda

 

Caro Luciano, I cancellieri tedeschi del dopoguerra forse non sono stati tutti giganti. Di sicuro sono stati pochi.

Avere davanti un tempo, se non un’epoca, dà modo a un leader di programmare, darsi obiettivi, tessere un dialogo con il Paese e con le sue forze trainanti. Inoltre tra i nomi che lei cita ci sono stati uomini di governo di grande statura. Konrad Adenauer prese in mano un Paese distrutto e umiliato, e ne fece una potenza industriale. Willy Brandt dimostrò che una sinistra riformista poteva guidare una nazione di frontiera della guerra fredda con una cauta politica di apertura a Est (anche se poi cadde su una brutta storia di spionaggio). Helmut Kohl, considerato una figura grigia, ebbe lo scatto per riunificare la Germania e imporla al centro della scena europea con la nascita dell’euro. Aggiungerei all’elenco Helmut Schmidt, che da socialdemocratico affrontò il terrorismo rosso, e Gerhard Schröder, che con riforme coraggiose e impopolari diede al sistema produttivo tedesco la spinta per resistere alla crisi. Angela Merkel non è amata in Italia, e non ha avuto la lungimiranza di capire che dalla crisi il resto d’Europa poteva uscire solo con politiche espansive; o forse l’ha capito benissimo, ma ha badato solo all’interesse del suo popolo. Il quale certo, dopo la notte nazista di cui fu in parte corresponsabile, ha dato prova di impressionante compattezza e capacità organizzativa.

Ma alla grande ascesa della Germania non è estraneo il suo sistema politico. Che non dà tutto il potere agli elettori, come nelle democrazie anglosassoni: nel 1969 Brandt divenne cancelliere grazie a un accordo con i liberali, anche se il suo partito (Spd) ebbe oltre un milione di voti in meno delle Unioni (Cdu-Csu); nel 1982 Kohl andò al governo senza passare dalle urne, grazie al rovesciamento delle alleanze. Ma il sistema consente stabilità e tempi lunghi, e non divora i leader e le leggi elettorali come avviene in Italia. Prodi ha raccontato la sua prima visita a Kohl, il quale lo congedò così: «Tutto benissimo caro Romano, l’intesa col governo italiano è perfetta. Ma chi verrà qui a Berlino la prossima volta?». CdS 25

 

 

 

 

Frau Merkel scommette sull’Africa

 

La Germania si impegna in prima linea, a livello multilaterale e bilaterale, nella strategia di regolamentazione, contenimento e prevenzione dei flussi migratori attraverso il Mediterraneo centrale, che investono innanzitutto l’Italia. MARIO NORDIO

 

Alla fondazione del nuovo gruppo di contatto Europa-Africa, lunedì scorso a Roma, erano presenti, accanto a Berlino, anche Austria e Svizzera: un segno della consapevolezza maturata nell’Europa centrale in merito alla drammaticità della crisi. Dopo la chiusura della rotta balcanica, risultato dell’iniziativa di Vienna in inedito coordinamento con i Paesi dell’area, è urgente affrontare con efficacia la necessità di gestire in comune quella che è la via principale della migrazione verso l’Europa. 

 

Sostegno, dunque, alla stabilizzazione della Libia, aiuto ai profughi sul posto, agevolazioni ed incentivi per il loro rimpatrio.  

 

Ma anche una nuova politica africana, proiettata verso l’interno del continente, imperniata sull’aiuto mirato allo sviluppo, la creazione di strutture ed il «nation building» negli Stati-chiave all’origine delle migrazioni. Punta di diamante di questo rinnovato impegno tedesco è la missione della Bundeswehr in Mali per contrastare il terrorismo islamista. Questo non è, nell’ottica di Berlino, che un primo tassello. Proprio ieri, Angela Merkel ha prospettato l’allargamento della cooperazione intensificata ad un altro Paese centrafricano più che vulnerabile, il Burkina-Faso.  

 

Nelle ultime ore si registrano inoltre due interventi quanto mai significativi. Nella conferenza stampa comune a Washington con il presidente Trump la Cancelliera ha sottolineato che il problema dei migranti non può essere ridotto a una questione di sicurezza, ma richiede soluzioni umanitarie e lungimiranti nell’interesse stesso dei Paesi che accolgono. E il ministro della Difesa, Ursula von der Leyen, ha precisato che il perseguimento dell’obiettivo del 2 per cento del Pnl per le spese militari non deve essere limitato al contributo alla Nato, ma deve includere il finanziamento delle missioni per la pace e la stabilità nelle regioni di crisi. LS 22

 

 

 

 

‘Ndrangheta, arrestato in un bunker Santo Vottari, protagonista della strage di Duisburg

 

Latitante da 8 anni, era tra i 30 ricercati più pericolosi secondo l’Europol. È il fratello di Francesco Vottari, condannato all’ergastolo perché considerato uno dei killer della strage in Germania del 2007 che fece cinque vittime

di Carlo Macrì

 

SAN LUCA (Reggio Calabria) — Era nascosto in un bunker sotterraneo, nei pressi della sua abitazione, in contrada Ricciolino di Benestare. Santo Vottari, ritenuto un esponente di primo piano della cosca Pelle-Vottari, protagonista della strage di Duisburg, del 15 agosto del 2007, è stato arrestato questa mattina.

Nascosto in una casa disabitata

I carabinieri del comando provinciale di Reggio Calabria dopo mesi di appostamenti mercoledì all’alba hanno deciso di fare irruzione in una casa disabitata, certi di trovarvi il superlatitante, tra i 30 ricercati dell’Europol.

Latitante da otto anni

Santo è fratello di Francesco Vottari, condannato all’ergastolo perchè considerato uno dei killer della strage in Germania che fece cinque vittime. Santo Vottari era latitante da otto anni, da quando la Corte di Cassazione ha annullato per difetto di motivazione la sua condanna col rito abbreviato e quella di altre sette persone appartenenti alla cosca Pelle-Vottari, considerati mandanti ed esecutori dell’agguato ai Nirta, che il giorno di Natale del 2006, costò la vita a Maria Strangio, moglie di Gianluca Nirta, vero obiettivo del commando.

La guerra di ‘ndrangheta

Quello di Pelle-Vottari è il cartello di clan che a San Luca si è contrapposto ai Nirta-Strangio, nella guerra di ‘ndrangheta che nel paese di Corrado Alvaro ha fatto più di 30 morti ammazzati. Vottari deve scontare 30 anni di reclusione per omicidio e associazione mafiosa.  CdS 22

 

 

 

Elezioni e diplomazia. Ue-Turchia: una crisi prevedibile ma inevitabile?

 

L’innesco dell’attuale crisi diplomatica fra Europa e Turchia sembra essere stato nel ritiro, da parte dei Paesi Bassi, dell’autorizzazione precedentemente concessa ad alcuni ministri turchi per tenere dei comizi elettorali in vista del referendum turco. Nel momento in cui tali ministri hanno tentato di entrare in Olanda, si sono dunque visti negare l’ingresso per “ragioni di sicurezza ed ordine pubblico”.

 

Questo rifiuto ha infiammato l’ira dei turchi, soprattutto del presidente Erdo?an, il quale si è lanciato in un crescendo di offese, arrivando a paragonare gli olandesi ai nazisti e attribuendo loro la responsabilità del massacro di Srebrenica, fino a minacciare la rottura dell’accordo Ue-Turchia.

 

Il presidente turco si è poi spinto oltre il confine del ridicolo rescindendo il gemellaggio Istanbul-Rotterdam ed invitando i cittadini turchi in Europa a fare cinque figli a coppia “come risposta all’ingiustizia subita”.

 

Una crisi diplomatica che pare trovare pretesto nel tentativo di salvataggio di due situazioni politiche nazionali critiche, che hanno visto da un lato, il neo-rieletto premier olandese Marc Rutte non volere perdere troppo terreno a favore di Geert Wilders e delle sue posizioni anti-Islam in occasione delle elezioni olandesi, dall’altro il presidente Erdogan in cerca di consensi nella diaspora turca in Europa onde favorire il sì all’imminente referendum.

 

Sono infatti 2,5 milioni i cittadini turchi in Europa che potranno votare alla consultazione del 16 aprile e, con i sondaggi che indicano un leggero vantaggio del no, pare che Erdo?an stia utilizzando la vecchia strategia della creazione di un nemico comune per rafforzare la propria posizione: sembra avere sempre questo scopo la sua dichiarazione sulla recente sentenza della Corte di Giustizia europea che consente ai datori di lavoro di stabilire norme interne di ‘neutralità’, vietando qualsiasi simbolo religioso. Erdogan ha commentato che tale sentenza aprirà “una guerra fra religioni” in Europa.

 

Ma questa crisi diplomatica rappresenta veramente un colpo di scena inaspettato oppure gli ultimi sviluppi sono solo la goccia che ha fatto traboccare un vaso già colmo di insoddisfazione, mancanza di fiducia e promesse vuote?

 

Uno scontento reciproco covato a lungo

Le radici di tale scontento sono da cercare molto prima dei recenti fatti. La Turchia è da sempre un ‘ponte fra Ovest e Est’, con un’identità frammentata e alla continua ricerca di un difficile equilibrio fra culture ed ideologie diverse.

 

È però la scelta di una rinnovata stagione di cooperazione nel 2015 che maggiormente influenza i fatti accaduti negli ultimi giorni. Tale cooperazione pone al centro la dimensione migratoria con il patto Ue-Turchia e la promessa europea non solo di notevoli fondi, ma anche della liberalizzazione dei visti e del rinvigorimento del procedimento di adesione.

 

Promesse irrealistiche e infatti mai realizzatesi: se ad oggi solo 750 milioni sui tre miliardi pattuiti sono stati effettivamente erogati, la liberalizzazione dei visti, ma soprattutto l’adesione, è un miraggio lontano.

 

La negoziazione di adesione della Turchia ha sempre rappresentato un caso unico, trascinatosi da più di un decennio, con solo 16 capitoli aperti su 35, spesso riportata in vita senza vere prospettive di successo e invero con dubbia convinzione da entrambi i lati.

 

Se questo da un lato ha contribuito ad una forte delusione e perdita di fiducia in Turchia nei confronti dell’Unione, dall’altro lato la conclusione dell’accordo Ue-Turchia ha posto l’Unione in una posizione debole e di ricatto, alla ricerca di accordi esterni in alternativa alla fallita cooperazione infra-Ue e con la disponibilità a soprassedere su aspetti umanitari, ai fini di ottenere una riduzione dei flussi che minava l’equilibrio politico interno. Una politica poco lungimirante, un pericolo da cui organizzazioni umanitarie ed esperti avevano subito messo in guardia.

 

Parallelamente ai passi falsi dell’Unione, in Turchia la stagione di autoritarismo, in costante crescita da alcuni anni, ha trovato il suo apice nelle purghe successive al fallito golpe dell’estate 2016, con attacchi mirati all’opposizione e alla stampa.

 

Questo periodo è stato segnato da un forte raffreddamento delle relazioni diplomatiche, con la Turchia che accusava l’Europa di non aver condannato adeguatamente il tentato golpe e l’Unione che, seppur non con molta forza, rimproverava la violazione di fondamentali libertà individuali.

 

Quali possibili passi per il futuro?

Questo impasse pone l’Europa nuovamente davanti alla domanda cruciale su quale approccio scegliere nelle relazioni con Paesi terzi ‘difficili’. Infatti, se tagliare completamente i rapporti o lasciar passare gravi fatti senza reazione sono entrambe opzioni non percorribili, la ricerca di un difficile equilibrio che consenta il mantenimento delle relazioni diplomatiche, pur difendendo i propri valori fondamentali, è tutt’ora aperta.

 

La Turchia, soprattutto per la sua posizione geografica, ma anche per la sua cultura, è e sempre sarà un ponte cruciale fra l’Europa e il Medio Oriente. Ciò nonostante è importante ricordare che se la Turchia rappresenta un partner fondamentale per l’Unione, in particolare in ambito geopolitico, l’Unione è il primo partner commerciale di Ankara. Trovare un punto d’incontro è quindi imperativo.

 

Ma soprattutto è fondamentale chiedersi se l’Unione voglia voltare le spalle alla Turchia proprio in un momento così delicato, con un paese polarizzato in vista di un referendum che potrebbe sconvolgere il sistema di governo attuale, nonché in prolungato stato di emergenza (che prevede, fra altro, la sospensione della Cedu), o se voglia piuttosto tentare di utilizzare tutti i propri mezzi diplomatici per favorire un ravvicinamento.

 

In un’analisi a lungo termine, una Turchia politicamente sempre più isolata rappresenta un pericolo. La domanda è quindi se la strategia migliore sia veramente quella di reagire alle provocazioni di Erdo?an con toni simili aumentando ulteriormente le distanze, oppure se sia necessario piuttosto tentare il dialogo su altri aspetti.

 

Particolarmente urgente è insistere sulla necessità che la consultazione referendaria possa svolgersi in un clima politico meno teso e soprattutto che sia garantito un voto democratico. È tardi per assicurare che il referendum avvenga in condizioni di libertà di stampa e di opposizione, ma, quantomeno, l’Unione può tentare di mostrarsi compatta nella difesa dei valori che dovrebbero renderla un esempio, non solo per la Turchia, ma per il mondo intero.

 

Anja Palm è stagista dell’Area Mediterraneo-Medio Oriente presso lo IAI, dove concentra la sua ricerca sulla dimensione esterna dell’Unione europea in ambito migratorio e l’esternalizzazione dei controlli migratori. AffInt 20

 

 

 

 

Trattati di Roma, Mattarella: "Fatti gli europei, ora bisogna fare l'Europa"

 

"I padri dell’Europa, che dettero vita ai Trattati, con il consenso democratico dei loro Paesi, non erano dei visionari bensì degli uomini politici consapevoli delle sfide e dei rischi, capaci di affrontarli". Lo ha affermato il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, parlando a Montecitorio in occasione della celebrazione del sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma.

"I padri dell'Europa non erano visionari " - "A spingere i fondatori, all’inizio, fu una condizione internazionale di forte instabilità, caratterizzata - ha ricordato il Capo dello Stato - da una competizione bipolare a tutto campo. L’Europa, Unione sovietica a parte, dopo il conflitto mondiale, si scopriva divisa e più debole. Il confine tra le due superpotenze passava nel cuore del Continente e l’avrebbe tenuta separata, a lungo, in due tronconi. Pochi anni prima i rischi di una terza guerra mondiale si erano manifestati con il blocco di Berlino e con la guerra di Corea".

"A stento, nel 1955, si riusciva a regolare la questione austriaca, sotto clausola di neutralità. Si sviluppava l’insurrezione dell’Algeria per l’indipendenza, conquistata da Tunisia e Marocco nel 1956. In quello stesso anno l’invasione dell’Ungheria e la crisi del canale di Suez. Con questa si chiudeva un’epoca e le potenze europee venivano liberate da residue illusioni coloniali. Quella situazione di fragilità poneva l’esigenza di ridare una prospettiva all’Europa".

"Serve coraggio e lungimiranza" - "Oggi l’Europa appare quasi ripiegata su se stessa. Spesso consapevole, nei suoi vertici, dei passi da compiere, eppure incerta nell’intraprendere la rotta. Come ieri, c’è bisogno di visioni lungimiranti, con la capacità di sperimentare percorsi ulteriori e coraggiosi", ha detto ancora il Presidente della Repubblica.

"Mai facile cammino per integrazione" - "La spinta all’unità europea si è sempre rivelata, comunque, più forte degli arroccamenti e delle puntigliose distinzioni pro-tempore di singoli governi o di gruppi di Paesi, giocando un ruolo significativo anche nel contributo alla evoluzione delle relazioni internazionali".

"Se guardiamo alla strada percorsa - ha ricordato il Capo dello Stato - ci rendiamo conto di come non sia stato mai un cammino facile, sin dall’inizio. Negli annali, a rendere difficile il percorso dell’integrazione, fu dapprima la politica della 'sedia vuota' della Francia, a metà degli anni ’60 del secolo scorso. Venne poi quella che il ministro degli Esteri tedesco Hans-Dietrich Genscher avrebbe definito 'eurosclerosi' negli anni ’70, superata coraggiosamente, all’inizio del decennio successivo, per impulso italo-tedesco. Interprete, per il nostro Paese, il ministro degli Esteri Emilio Colombo, con il concorso di personalità quali il cancelliere tedesco Helmuth Kohl e il Presidente della Repubblica francese, Francois Mitterand; e dello stesso Presidente Usa, Ronald Reagan".

"Choc dei prezzi petroliferi, alta inflazione, ampia disoccupazione, i problemi che, in quel periodo, si dovettero affrontare, in un contesto internazionale segnato da un confronto particolarmente aspro fra i due blocchi".

"Ritorno alla sovranità nazionale non porterà pace" - "Nessun ritorno alle sovranità nazionali potrà garantire ai cittadini europei pace, sicurezza, benessere e prosperità, perché nessun Paese europeo, da solo, potrà mai affacciarsi sulla scena internazionale con la pretesa di influire sugli eventi, considerate le proprie dimensioni e la scala dei problemi", ha affermato Mattarella.

"Nessun Paese europeo - ha detto ancora il Capo dello Stato - può garantire, da solo, la effettiva indipendenza delle proprie scelte. Oggi, come sessanta anni fa, abbiamo bisogno dell’Europa unita, perché le esigenze di sviluppo, di prosperità del nostro Continente sono, in maniera indissolubile, legate alla capacità collettiva di poter avere voce in capitolo sulla scena internazionale, affermando i valori, le identità, gli interessi dei nostri popoli".

"Appuntamenti con la storia non possono essere rimandati" - "La pluralità di sensibilità, le posizioni politiche, le tradizioni nazionali presenti nell’Unione oggi, hanno portato qualcuno a interrogarsi se sia stato saggio procedere velocemente sulla strada dell’allargamento. Ma neppure l’Europa può permettersi di rinviare gli appuntamenti con la storia, quando essi si presentano, né possono prevalere separatezze e, tantomeno, amputazioni. Va, piuttosto, praticata e accresciuta la vicendevole responsabilità, la solidarietà nei benefici e negli oneri", ha affermato ancora il Presidente della Repubblica.

"Fatti gli europei, ora fare l'Europa" - "Capovolgendo l’espressione attribuita a Massimo d’Azeglio verrebbe da dire: 'Fatti gli europei è ora necessario fare l’Europa'. Sono le persone, infatti, particolarmente i giovani, che già vivono l’Europa, ad essere la garanzia della irreversibilità della sua integrazione. Verso di essi vanno diretti l’attenzione e l’impegno dell’Unione", ha continuato Mattarella.

"No a grossolane definizioni Nord e Sud Europa" - "La soluzione alla crisi sui debiti sovrani e a quella sul rallentamento dell’economia non può essere la compressione dei diritti sociali nei Paesi membri. Tanto meno l’occasione di grossolane definizioni di Nord e Sud d’Europa", ha ammonito.

"Riformare i Trattati" - "Le prove alle quali l'Unione europea è chiamata a tenere testa - oltre a quella finanziaria e a quella migratoria, quelle ai confini orientale e mediterraneo dell’Unione e l'offensiva terroristica - pongono con forza l’esigenza di rilanciare la sfida per una riforma dei Trattati; ineludibile, come ha osservato il rapporto del Comitato dei saggi presentato nei giorni scorsi alla presidenza della Camera", ha poi detto Mattarella.

"Le ambizioni del Trattato di Lisbona, oggi vigente, appaiono inadeguate - ha sottolineato il Capo dello Stato - rispetto alla natura e all’ampiezza delle crisi e anche rispetto all’obiettivo di giungere a una sempre più stretta integrazione continentale". Adnkronos 22

 

 

 

 

"Le esigenze che diedero origine all'Europa unita, ancora attuali"

 

Colonia. "Quando Altiero Spinelli sull'isola di Ventotene ideò l’Europa unita,

quando Robert Schuman, Konrad Adenauer e Alcide de Gaspari diedero inizio all’Europa, nella loro visione immaginavano e perseguivano un'Europa della pace, della sicurezza, del benessere e del diritto. Pensavano ad un'Europa con obiettivi cui la gente continua ad ambire ancora oggi.

 

Ecco perchè bisogna rimettere al centro i bisogni della gente. Serve una guida politica dell'Europa, attenta alle Comunità. Una guida politica che faccia parlare l'Europa con una voce sola, su diverse questioni: la difesa, la sicurezza, le politiche sociali, le politiche migratorie.

 

Il ritorno alle nazioni, agli autoritarismi, non può essere la soluzione. Anzi, dobbiamo ricordarci quali sono state le fondamenta dell'Europa, convinti che l’Europa è il più grande risultato delle nostre generazioni – ed è lo strumento più idoneo per affrontare le sfide attuali. Per questo dobbiamo rafforzare l’Europa, contrastando le numerose tendenze antieuropeiste e nazionalistiche e dotandoci di strumenti che garantiscano politiche per la sicurezza, per il lavoro, per la tutela dei diritti, in modo equo e giusto". Lo ha detto Laura Garavini, della Presidenza del PD alla Camera, intervenendo al convegno promosso a Colonia dal direttore dell' Istituto Italiano di Cultura, Lucio Izzo, insieme alla Friedrich Ebert Stiftung di Roma.

I contenuti dell'iniziativa sono illustrati in un articolo della FAZ, al seguente link:

http://m.faz.net/aktuell/feuilleton/deutschland-und-italien-fremde-freunde-14934244.html  dip 22

 

 

 

 

Ong sotto inchiesta. Migranti: tra soccorso e favoreggiamento

 

La Procura della Repubblica di Catania sta conducendo un’inchiesta conoscitiva nei confronti delle Ong che attualmente operano nel Mar Mediterraneo, nell’ambito dell’ormai persistente fenomeno migratorio. L’inchiesta, in corso da circa un mese, nasce dalla denuncia di Frontex, che accusa le organizzazioni umanitarie di agire da “taxi” fra la Libia e l’Europa.

 

Secondo il rapporto dell’Agenzia europea, talune delle imbarcazioni delle Ong si muovono in accordo con i trafficanti di vite umane, arrivando a comunicare la propria posizione a questi ultimi e spingendosi all’interno delle acque territoriali libiche, facilitando così il lavoro delle organizzazioni criminali presenti in Libia.

 

L’attività di S&R delle Ong nel Mediterraneo

Dal 2014 ad oggi sono ben 11 le Ong (Moas, Medici Senza Frontiere, Sea Watch, SOS Méditerranée, ecc.) che operano nel Canale di Sicilia con l’obiettivo di soccorrere migranti e richiedenti asilo che tentano, con mezzi di fortuna, la traversata fra i due Continenti; lo fanno avvalendosi di 14 imbarcazioni convertite e attrezzate esclusivamente per il Search and Rescue.

 

Risulta opportuno chiarire, a questo punto, quale sia la disciplina di riferimento, qual è l’attività svolta da queste organizzazioni e fino a che punto possa essere considerata lecita.

 

L’obbligo di soccorso imposto al comandante di ogni nave, dall’art. 98 comma 1 della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UnClos), firmata il 10 dicembre 1982, e dal Cap. V - Reg. 33 della Convenzione per la salvaguardia della vita in mare (Solas), entrata in vigore nel 1965, risulta la base normativa su cui si fonda il lavoro delle Ong.

 

Le modalità d’intervento delle Ong

Il loro intervento avviene tramite il pattugliamento e l’individuazione a vista delle cosiddette imbarcazioni nascoste (così denominate perché prive di qualsiasi mezzo per segnalare la propria posizione) oppure tramite la risposta alle richieste di aiuto delle imbarcazioni che, invece, hanno la possibilità di comunicare la loro posizione.

 

In entrambi i casi è l’Imrcc l’autorità competente che richiede l’intervento delle navi e coordina i soccorsi che, per le evidenti difficoltà legate alla vasta area di operazioni, possono essere affidati esclusivamente alle imbarcazioni umanitarie o essere condotti da forze militari e/o di polizia (queste possono richiedere il supporto delle imbarcazioni presenti in zona e, nello specifico, delle navi appartenenti alle organizzazioni in questione).

 

L’attività di ricerca e soccorso condotta dalle Ong non ha, quindi, specifici riferimenti normativi e si fonda su tutte quelle regole relative al soccorso in mare che sarebbero applicabili a qualsiasi imbarcazione civile.

 

Lo “stato di pericolo” per distinguere soccorritori e trafficanti

Nessun dubbio di liceità si pone nel caso in cui siano imbarcazioni militari o di polizia ad intervenire nel soccorso dei “barconi” provenienti dalla Libia - perplessità che invece può nascere qualora siano i privati a svolgere queste attività.

 

A ben vedere, un tribunale italiano già si è espresso in un caso molto simile: nel 2009 il Tribunale di Agrigento assolse il comandante e l’equipaggio della Cap Anamur (mercantile appartenente all’omonima Ong tedesca), imputati del reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Il Tribunale sosteneva che, avendo l’imbarcazione umanitaria soccorso dei migranti che si trovavano in stato di pericolo, la condotta trovava giustificazione nella disciplina dell’art. 51 c.p. per “aver adempiuto ad un obbligo imposto da una norma giuridica internazionale”.

 

Secondo questa impostazione sarebbe la situazione di pericolo in cui versa l’imbarcazione ad attivare l’impianto di norme internazionali che obbligano al soccorso in mare e, in ultima analisi, a rendere lecita l’attività posta in essere da chi privatamente svolge questi interventi.

 

Di conseguenza, sarà da considerarsi legittima e conforme ai canoni internazionali relativi al soccorso in mare l’attività delle navi private che soccorrono le imbarcazioni alla deriva e prive delle dotazioni di sicurezza o dei presidi medici essenziali, perché rientranti in una situazione di pericolo secondo le consuetudini marittime.

 

Non si dovrà giungere alla stessa conclusione nei casi in cui questa situazione venga sostanzialmente “simulata” da trafficanti e soccorritori in accordo, per il fine ultimo di sbarcare i migranti in Italia o altri stati costieri europei. Condotta, quest’ultima, da considerarsi penalmente rilevante, perlomeno per l’ordinamento italiano, e perseguibile dalle autorità nazionali che operano in una vastissima porzione del Mar Mediterraneo.

 

Resta perciò da chiarire chi intraprenda un’attività di traffico illecito di vite umane mascherandola come “soccorso” e chi, in maniera del tutto lecita, svolge attività di S&R in uno scenario complesso, ponendosi come supporto alle autorità preposte e non come alternativa ad esse.

 

Un chiarimento più che mai indispensabile al fine di distinguere coloro che lucrano su una situazione oltremodo critica e complessa da coloro che, lodevolmente e senza pretendere un compenso, si affiancano alla Marina Militare, alla Guardia Costiera e a tutte le altre autorità che tanto stanno facendo per salvare vite umane in mare.  Onofrio Spinetti, AffInt 23

 

 

 

 

Ora la Ue deve sbrigarsi: diventi uno Stato o tutto crolla

 

L'Europa deve avere dimensione continentale per non essere stritolata

di EUGENIO SCALFARI

 

Nella mia documentazione dei rapporti tra l'Italia e l'Europa ho trovato due discorsi che Alcide De Gasperi pronunciò. Uno è del 1947 ed era una sorta di resa dei conti d'un Paese sconfitto dalla guerra terminata da due anni. Italia mussoliniana sconfitta, ma quella nata l'8 settembre del '43, che aveva sostenuto e solidarizzato con la Resistenza, era stata di aiuto alle Armate americane e inglesi che operavano sul nostro territorio liberandolo dal governo fascista e nazista che ancora aveva in mano metà dell'Italia. Nel suo discorso del '47 De Gasperi ricordava queste vicende e i governi antifascisti che si erano succeduti a Roma ed avevano realizzato la Repubblica e la nuova Costituzione repubblicana. Sette anni dopo lo stesso De Gasperi pronunciò un discorso molto più attuale del precedente nel quale era contenuto un vero e proprio programma che portasse l'Europa ad uno stadio di Stato federale, ferma restando la propria individualità di ciascuna Nazione. Quel discorso fu pronunciato insieme ad altri due interventi che confermavano lo stesso programma da parte dei due leader di Francia, Schuman, e di Germania, Adenauer.

 

Quella fu la piattaforma dalla quale nacquero i Trattati di Roma che istituirono la Cee (Comunità economica europea). Le firme furono poche e alcune semplicemente formali: Germania, Francia, Italia, Belgio, Olanda, Lussemburgo.

 

Sei Stati in tutto ma poi gradualmente arrivarono a 28 (oggi diminuiti a 27 per l'uscita dell'Inghilterra che tuttavia sarà probabilmente rimpiazzata dalla Scozia).

 

Faccio qui due osservazioni storiche che mi sembrano molto importanti perché contengono una grave contraddizione: 1. L'Europa è stata il Continente nel quale è nata la civiltà occidentale, poi esportata, dopo la scoperta dell'America nel 1492, in tutto il mondo occidentale: nelle Americhe, da quella del Nord a quella centrale e a quella meridionale; e poi in una parte dell'Africa, in Australia, in Giappone, nelle Filippine, nella Malesia e in parte nell'Indonesia.

 

2. All'interno dell'Europa le guerre tra gli Stati membri del Continente hanno infuriato per più di un millennio, prima tra popoli migranti, Goti, Visigoti, Unni, Franchi, Longobardi e infine da Carlo Magno in poi tra singole nazioni e soprattutto tra Francia, Spagna, Inghilterra, Austria, Portogallo, Prussia, Svezia, Russia. Sono sorti imperi contrapposti: quello spagnolo, quello portoghese, quello inglese. Alcuni hanno avuto colonie e protettorati in tutto il mondo: così la Spagna in Sud America, così l'Inghilterra in Africa, in Egitto, in Arabia, in Canada, in America del Nord fino alla guerra di Indipendenza, in Australia, in India. E così la Germania che dai tempi di Bismarck dominò una parte dell'Africa centrale ma soprattutto unificò tutta l'Europa del centro e dell'Est ed infine scatenò una catena di guerre soprattutto con la Francia, che sconfisse duramente nel 1870. Passata la "belle époque", sempre la Germania scatenò due guerre mondiali che perse entrambe gravissimamente: quella del 1914 e quella del 1939. Da quella sconfitta totale, durante la quale avvenne la "Shoah", la spaventosa carneficina di milioni di ebrei, zingari, bambini, una strage storica durante la quale i cristiani arrivarono a dire che Dio non aveva impedito quell'orrore perché, avendolo vaticinato e previsto, si ritirò dietro le nuvole per non vederlo non essendo riuscito ad arginarlo; da quella sconfitta, dicevamo, è nata l'idea di metter fine ad ogni guerra intereuropea e quindi l'idea di costruire un Continente unito e pacificato: l'Europa federata, uno Stato che avrebbe unito quel Continente che ha generato la civiltà occidentale mentre era dilaniato da guerre intestine da oltre un millennio. E di qui nasce il progetto di un'Europa senza più guerre interne e promosso ad uno Stato federato che - qualora si riuscisse ad edificare - sarebbe tra i più ricchi, i più civili ed i più potenti del mondo, ma che procede in questo progetto con estrema lentezza e difficoltà.

 

Va infine aggiunto, per quanto ci riguarda come italiani, che nel millennio di guerre che ci sta alle spalle noi siamo stati sempre vittime e mai protagonisti per il semplice fatto che l'Italia non è esistita come Nazione. È rimasta dispensatrice di cultura, di letteratura, di poesia, di musica, di costume, ma priva di personalità politica e soggetta a quelle altrui. Certo siamo stati fin dall'inizio la sede centrale del cristianesimo, del Vaticano, del Papato, insomma del potere religioso, intriso fin dall'inizio d'una versione temporale che lo spinse addirittura a subire e combattere materialmente e spiritualmente guerre guerreggiate. Ma questo è un fatto del tutto particolare anche se di estrema importanza.

 

Forse sarà un caso che proprio in questi ultimi quattro anni un Papa di origine italiana ma di nazionalità argentina siede a Roma sul seggio di San Pietro e predica pace, misericordia, accoglienza ai poveri e ai derelitti, crede nel dio unico per tutti i viventi, spinge verso la fratellanza con un'attenzione particolare all'Europa, terra che fu religiosamente cristianizzata, quando gli dei olimpici uscirono dalla tradizione greco-romana e l'Europa rimasta per dei secoli priva d'una qualsiasi religione abbracciò quella che era la sola capace di parlare all'anima delle persone ed illuminarle.

 

L'altro ieri ho ripubblicato un articolo che avevo scritto nel novembre del 1957, a proposito della Cee, che nelle intenzioni di chi l'aveva fondata avrebbe dovuto essere l'inizio concreto dell'Europa, anzitutto confederata e poi finalmente federata. Purtroppo le promesse non avevano dato alcun risultato concreto, ma soltanto qualche progresso formale e non sostanziale.

 

Sono passati sessant'anni da allora e non si tratta più di prevedere ma di concreta realtà. Tra l'altro si è creata una società globale che con le nuove tecnologie abbraccia il mondo intero: l'Europa deve ormai assumere dimensioni continentali per avere un peso nella globalità e ricavarne i vantaggi non solo tecnologici ma anche economici che quel tipo di società comporta. Purtroppo l'Europa non è riuscita a rendersi conto che questa è la dimensione necessaria non solo per godere della globalità ma per non esserne stritolati per la propria incapacità.

 

Sarà forse per questa ragione che i capi degli Stati confederati europei, che sono 27 dopo il Brexit inglese, si sono riuniti ieri a Roma per celebrare e rilanciare quel progetto che ha certamente realizzato avanzamenti notevoli e definitivi ma anche alcuni arretramenti dovuti a cause che qui indico con breve elencazione: Primo: la nascita appunto della società globale che affrontiamo utilmente con la libertà che ci consente nel libero movimento dei capitali, nelle crescenti dislocazioni delle imprese, il libero confronto delle varie monete e la nascita di ceti medi, prima del tutto inesistenti in paesi come la Cina, l'Africa, o la montagna di isole sparse nell'Oceano indiano e nel Pacifico centrale.

 

Secondo: la posizione insistente delle migrazioni verso l'Europa, da Est, Sud Est, Sud mediterraneo.

 

Terzo: la nascita di movimenti e partiti populisti, antieuropei e anti-euro, le cui dimensioni sono favorite dall'arrivo di Donald Trump alla presidenza degli Usa.

 

Quarto: la guerra in Siria, la guerra connessa dell'Isis non solo attorno alle sue capitali di Mosul e di Raqqa, ma in tutto il mondo, dagli Usa fino (e soprattutto) nella periferia d'Europa come radicalizzazione e nei centri urbani come risultato.

 

Questi malanni hanno avuto in Europa effetti estremamente negativi accrescendo la rivalità tra vari paesi, erigendo confini materiali oltre che politici tra i vari paesi e soprattutto tra quelli che non sono entrati e non fanno parte della moneta comune.

 

Per bloccare e possibilmente invertire questa situazione i 27 paesi d'Europa non si sono limitati, come di solito hanno fatto negli anni scorsi, ad una veloce celebrazione con un paio di discorsi commemorativi e una dozzina di strette di mano tra il Campidoglio e il Quirinale. No, questa volta no. Hanno prodotto un documento firmato da tutti i 27 paesi e che contiene affermazioni e impegni di notevole importanza se puntualmente fossero rispettati con la dovuta velocità. Ne cito alcuni.

 

"L'Unione europea è confrontata a sfide senza precedenti, sia a livello mondiale che al suo interno: conflitti regionali, terrorismo, pressioni migratorie crescenti. Renderemo l'Unione europea più forte e più resistente, attraverso l'unità e una solidarietà ancora maggiori tra di noi e nel rispetto di regole comuni. L'unità è sia una necessità che una nostra libera scelta. Agendo singolarmente saremmo tagliati fuori dalle dinamiche mondiali. Restare uniti è la migliore opportunità che abbiamo di influenzarle e di difendere i nostri interessi e valori comuni. Agiremo congiuntamente, a ritmi e con intensità diversi se necessario, ma sempre procedendo nella stessa direzione.

 

Un'Europa sociale, un'Unione che, sulla base di una crescita sostenibile, favorisca il progresso economico e sociale nonché la coesione e la convergenza. Un'Unione che tenga conto della diversità dei sistemi nazionali e del ruolo fondamentale delle parti sociali; che promuova la parità di donne e uomini e diritti e pari opportunità per tutti e che lotti contro la disoccupazione, la discriminazione, l'esclusione sociale e la povertà e dove i giovani ricevano l'istruzione e la formazione migliori e possano studiare e trovare un lavoro in tutto il continente.

 

Un'Unione impegnata a rafforzare la propria sicurezza e difesa comuni.

 

Noi leader, lavorando insieme nell'ambito del Consiglio europeo e tra le istituzione, faremo sì che il programma di oggi sia attuato e divenga così la realtà di domani. L'Europa è il nostro futuro comune".

 

Ciò detto, debbo notare con totale soddisfazione che il corteo antieuropeo che doveva svolgersi a Roma nel primo pomeriggio di ieri e contava di radunare circa ventimila persone ne ha radunate molte di meno.

Nel frattempo papa Francesco a Milano, in tutti i siti della città, nelle sue periferie e nella messa celebrata nel parco di Monza, è stato festeggiato da centinaia di migliaia di persone. Lo aspettavano nella piazza del Duomo, a San Vittore, erano assiepati nelle strade che percorreva. I milanesi hanno ascoltato e condiviso la predicazione che il Papa ha diffuso in ogni modo: l'accoglienza, la misericordia, l'aiuto ai poveri e agli esclusi, il perdono. Francesco è il più moderno, il più rivoluzionario, il più convinto della fede e della sua modernità. Io, non credente, lo ripeto spesso. È anche molto interessato all'unità dell'Europa, la vuole anche lui e lo disse apertamente parlando al Parlamento di Bruxelles. A me nell'ultima telefonata che abbiamo avuto una ventina di giorni fa parlando della celebrazione di oggi sui Trattati di Roma, ha detto: "Sbrigatevi, per l'Europa il tempo stringe".

È esattamente così. LR 26

 

 

 

 

Il vice ministro Mario Giro: “Se l`Europa è in crisi la colpa è dei Paesi fondatori. È ora di rivedere i Trattati”

 

ROMA - Viceministro Mario Giro i motivi di incertezza presenti oggi in Europa sembrano essere più numerosi di 60 anni fa.

Erano molti anche allora. C'era uno spirito certamente innovativo ma l'Europa si unifica e comincia il suo lungo processo di integrazione proprio perché conscia della propria fragilità.

Nel 1957 a dominare erano però lo spirito europeo e la voglia di lasciarsi alla spalle le guerre. Oggi le divisioni si ripropongono, non solo tra Est e Ovest, ma anche Nord e Sud Europa. Manca la spinta a unirsi del passato.

La spinta a unirsi dell'inizio era la spinta di una élite. Solo successivamente è diventato popolare. Ricordiamoci  l'Ungheria nel '56, la guerra fredda, l'avventura di Suez, come ha detto il presidente Mattarella. C'era più paura, oggi c'è più incertezza, non si sa come sarà il futuro. La verità è che quell'élite politica che ebbe il coraggio di iniziare il processo di integrazione era molto realista. Da una parte sapeva che l'Europa ha dentro di sé i demoni che avevano portato alla seconda guerra mondiale, demoni che andavano gestiti e tenuti sotto terra. Dall'altra che bisognava trovare un modo per resistere alla paura dello scontro bipolare. I fondatori non erano dei visionari ma degli uomini molto ragionevoli.

E il dualismo Est Ovest non si ripropone anche oggi?

Certamente, perché l'Europa dell'Est per tanto tempo è rimasta dietro la cortina di ferro e quindi le percezioni di questi Paesi sono diverse, perché la storia non va avanti allo stesso modo dovunque. Se questi Paesi non fossero entrati, tuttavia, oggi avremmo un'Europa dell'Est sotto influenza non europea ma di altro tipo, e staremmo molto peggio. Per essere chiari: la crisi europea non viene da Est, ma dai Paesi fondatori.

A proposito dei Paesi fondatori, in passato lei è stato molto critico nei confronti dell'Unione europea accusandola di non saper far rispettare a tutti le regole che si è data. Ha cambiato idea?

No, assolutamente. Da quando i Paesi fondatori hanno accettato -fin dall'entrata della Gran Bretagna nel 1973 - la possibilità di optare fuori, gli opt out, la possibilità di accettare o non accettare temporaneamente alcune decisioni, sono nati i problemi. Bisognava avere il coraggio di rendere davvero comuni tutte le politiche ma questo non è stato fatto.

La dichiarazione finale del vertice di sabato è un lungo giro di parole per dire sostanzialmente che si è fatto un passo indietro rispetto alla proposta di un'Europa a due velocità così come era uscita dal vertice a quattro di Versaille. Comunque un segnale di debolezza.

Di doppia velocità si parla da molto prima di Versaille, da prima ancora dell'ingresso dei paesi dell'Est. Non abbiamo però mai preso una decisione, lasciando alle cooperazioni rafforzate il compito di crearla di fatto. Direi che c'è già una formula di doppia velocità. Quello che adesso va fatto, probabilmente prendendo anche occasione dalla Brexit, è riformare i Trattati e creare un'Europa a doppio cerchio: una politica, composta dai paesi che hanno intenzione di andare avanti mettendo in comune le politiche, e una economica. E la gestione delle due deve essere affidata alla Commissione europea.

Ma in questo modo non si rischia di avere un'Europa à la carte, come la definisce il premier Gentiloni, in cui ognuno prende quello che più gli fa comodo?

Assolutamente no. L'Europa à la carte è quella che abbiamo avuto fino ad adesso. A seconda del governo che c'era gli inglesi accettavano o non accettavano alcune politiche. E lo stesso altri Stati. La politica degli opt out e degli opt in è l'Europa à la carte. L'errore dei Paesi fondatori non è stato aver allargato l'Unione, ma di aver accettato un allargamento debole.

E' passato un anno dalla firma dell'accordo con la Turchia sui migranti e i rapporti tra Ue e Ankara non potrebbero essere peggiori. Un anno fa già si sapeva chi è il presidente Erdogan. Non è stato un errore mettere l'Europa nelle sue mani?

Diciamo che un anno e mezzo fa, quando fu pensato questo accordo, non c'era stato il tentativo di colpo di stato e l'involuzione progressiva del governo turco in una forma eccessiva rispetto a quello che avevamo previsto. Per quanto riguarda l'accordo si tratta di un'intesa temporanea e riguarda i rifugiati siriani. E' stato voluto dai tedeschi, noi lo abbiamo accettato ma a noi interessa uno sguardo strategico sul Sud, verso la Libia. Naturalmente le relazioni europee con la Turchia oggi soffrono di incomprensioni che andranno assolutamente chiarite e superate, perché la Turchia resta un partner molto importante per la stabilità del Medio Oriente.

Sabato si annuncerà la nascita di un'Europa più forte. Sarà davvero così?

Lo spero, ma bisogna che ci chiariamo molto bene al nostro interno e avere il coraggio di rimettere mano ai Trattati. Carlo Lania, Il Manifesto del 23 marzo

 

 

 

 

 

Europa, un coro contro Dijsselbloem. Mattarella: serve più coraggio

 

A sessanta anni dalla firma dei Trattati di Roma il presidente Mattarella non ha nascosto nel suo discorso alla Camera la crisi in cui versa l'Unione europea. L'Europa è incerta, manca di coraggio, serve una profonda riforma dei Trattati. Ma la fotografia più spietata della crisi che attanaglia la Ue l'ha fornita il presidente dell'Eurogruppo Dijsselbloem, un olandese convinto che i Paesi del Sud Europa non fanno che chiedere aiuti e poi spendono i soldi in donne e alcol. Questa è l'opinione che hanno di noi, degli spagnoli, dei portoghesi, dei greci e forse anche dei francesi, nel Nord Europa? Non era una battuta di pessimo gusto quella di Dijsselbloem alla Faz, ma l'opinione del presidente dell'Eurogruppo, condivisa, pare, anche dal governo di Berlino che non si è unito al coro di disapprovazione del resto d'Europa. Ha ragione Prodi a replicare con l'ironia ("forse è invidia"), ma resta il retroterra culturale e politico dietro alla frase incriminata. In questi giorni a Roma i governanti europei, assediati dai populismi, parleranno di Europa a due velocità: probabilmente l'unico modo per salvare la Ue, ma certamente anche la prova di un fallimento. Quello dell'integrazione europea. La Lega (tranne Bossi ormai in rotta di collisione con Salvini)  non era presente a Montecitorio. Uno sgarbo istituzionale e anche una mossa da campagna elettorale per solleticare l'antieuropeismo crescente tra gli italiani un tempo i più europeisti tra gli europei. Una gara con Grillo che non vorrà certamente essere da meno del suo rivale populista Salvini. Ma del resto tutto sembra congiurare per favorirli. Non bastano gli scandali, gli appalti truccati, le nomine, la lotta fratricida a sinistra che con la scissione è già costata tre punti percentuali nei sondaggi del Pd. Anche quando si cerca di favorire i cittadini, le cose sono organizzate così male che alla fine il provvedimento (come la rottamazione delle cartelle di Equitalia) si trasforma - con le code notturne a cui sono costretti i contribuenti - in uno spot elettorale per Grillo e Salvini. GIANLUCA LUZI

LR 23

 

 

 

 

Accordo UE-Turchia, Cir: “Ad un anno dal negoziato, bilancio negativo nei confronti dei rifugiati”

 

ROMA - Ad un anno dall’entrata in vigore dell’accordo Ue-Turchia, il Consiglio Italiano per i Rifugiati (Cir) ribadisce le proprie critiche nei confronti del negoziato stipulato nel marzo 2016 che si basa sul riconoscimento della Turchia come “Paese terzo sicuro” o come “Paese di primo asilo”. Uno Stato che mantiene tuttora la limitazione geografica alla Convenzione di Ginevra, escludendo siriani, iracheni, afgani dal riconoscimento dello status di rifugiato e che non può essere considerato un “Paese terzo sicuro” dove rinviare persone bisognose di protezione internazionale. Lo stesso concetto di “Paese di primo asilo” si è rivelato del tutto inapplicabile visto il livello di protezione garantito che non è in alcun modo equivalente a quello prescritto dalla Convenzione e dagli altri strumenti di protezione internazionale previsti dalla normativa comunitaria.  A 12 mesi dalla sua entrata in vigore, sono migliaia gli uomini, donne e bambini bloccati in zone non sicure al di fuori dell’Europa, costretti a rotte sempre più pericolose per raggiungere il continente o intrappolati sulle isole greche. Secondo le autorità elleniche, sono ancora 14.371 le persone bloccate negli hotspot, costrette a vivere in condizioni disumane. “Misure così restrittive – afferma il presidente del Cir Roberto Zaccaria: non impediscono alle persone in fuga di intraprendere il viaggio, ma lo rendono più difficile e di fatto ancor più insicuro. Nonostante la Commissione Europea tracci un bilancio positivo dell’accordo per la diminuzione degli arrivi sulle coste greche, non si può nascondere il fatto che nei primi mesi del 2017 sono stati più di 500 i morti nel Mediterraneo centrale.” E aggiunge: “Solo il pieno rispetto del diritto d’asilo, l’apertura di vie legali e sicure, come reinsediamenti, ricollocamenti, visti umanitari e ricongiungimento familiare, così come i visti per motivi di lavoro o di studio, rappresentano l’unica soluzione praticabile per porre fine alle morti e alle sofferenze ai confini dell’Europa, sia in terra sia in mare”.  Infine, un appello alle istituzioni europee in occasione del 60° anniversario dalla stipula dei Trattati di Roma: “L’Europa ritrovi la volontà politica di una visione comune su migrazione e mobilità delle persone, coinvolgendo i singoli governi verso un positivo ripensamento dell’approccio al tema dei rifugiati, al diritto d’asilo e, più in generale, al fenomeno migratorio”. (Inform 20)

 

 

 

 

Successo italiano. Onu mobilitata per tutela patrimonio culturale

 

È frutto di un'iniziativa italo-francese la prima risoluzione del Consiglio di Sicurezza (CdS) dell’Onu interamente dedicata al tema della protezione dei beni culturali in situazioni di conflitto armato. Adottata all'unanimità il 24 marzo, la risoluzione n. 2347 era stata proposta dalla Francia e dall'Italia, che nell'anno in corso è membro non permanente del CdS.

 

Innanzitutto, la risoluzione condanna la distruzione, il saccheggio e il traffico di beni culturali durante i conflitti armati, in particolare da parte di gruppi terroristici, facendo espresso riferimento all'Isis, ad Al-Qaida e ai loro affiliati. Nella loro delirante visione del mondo, questi gruppi si accaniscono contro siti, edifici e monumenti che rappresentano l'eredità dell'intera umanità.

 

Basti pensare alla distruzione dei siti archeologici di Palmira in Siria e di Nimrud in Iraq da parte degli uomini di Al-Baghdadi. D'altra parte, il traffico di reperti archeologici è un'importante fonte di finanziamento per il Califfato ed Al-Qaida.

 

Il CdS ricorda anche che l'attacco contro monumenti storici, siti archeologici ed edifici dedicati alla religione, all'istruzione, alle arti e alle scienze può costituire un crimine di guerra. Crimine per il quale nel settembre 2016 la Corte penale internazionale ha condannato a nove anni di reclusione il maliano Al Faqi Al Mahdi, giudicato colpevole per la distruzione nel 2012 di dieci mausolei e moschee a Timbuktu, all'epoca sotto il controllo di Ansar Dine e di Al-Qaida nel Maghreb Islamico.

 

Misure da adottare

La risoluzione esorta gli Stati membri che non ne siano ancora parti ad aderire alle convenzioni internazionali pertinenti, tra cui la Convenzione dell'Aja del 1954 sulla protezione del patrimonio culturale in caso di conflitto armato e i suoi due Protocolli. Il secondo di essi, entrato in vigore nel 2004, prevede, tra l'altro, un regime di protezione rafforzata per i beni culturali "della più grande importanza per l'umanità" e si applica sia nei conflitti internazionali che in quelli interni. Né la Siria né l'Iraq ne sono parti.

 

Il CdS raccomanda poi agli Stati membri l'adozione di un articolato complesso di misure tra cui: la sottoposizione al Comitato delle sanzioni nei confronti dell'Isis e di Al-Qaida dei nomi di individui ed enti ad essi affiliati coinvolti nel traffico di beni culturali; l'instaurazione di ampie forme di cooperazione nella lotta al traffico in questione; la messa a punto di misure preventive per la salvaguardia del rispettivo patrimonio culturale, incluso l'allestimento di "rifugi sicuri" nel rispettivo territorio; la predisposizione di inventari, possibilmente digitalizzati, di detto patrimonio; l'emanazione di una regolamentazione efficace sull'importazione ed esportazione dei beni culturali, inclusa la previsione di un certificato di provenienza; e la creazione di unità specializzate nel contrasto al commercio illegale di beni culturali.

 

Su quest'ultimo punto l'Italia ha molto da insegnare, essendo stato costituito già nel 1969 il Comando Carabinieri per la tutela del patrimonio culturale, come illustrato nella riunione del CdS.

 

Operazioni di peacekeeping

Infine, il CdS per la prima volta afferma in via generale che il mandato delle forze di peacekeeping dell'Onu può comprendere l'assistenza delle autorità nazionali, su loro richiesta, nella protezione del patrimonio culturale in situazioni di conflitto armato, in collaborazione con l'Unesco.

 

Finora soltanto alla Missione di stabilizzazione delle Nazioni Unite in Mali (Minusma) è stato affidato questo compito. La Missione, istituita nel 2013 e tuttora in corso, è incaricata tra l'altro di assistere le autorità maliane nella tutela da attacchi dei siti storici e culturali del Paese, in collaborazione con l'Unesco.

 

La risoluzione non fa espresso riferimento al Cap. VII della Carta Onu come propria base giuridica e non impone di per sé obblighi agli Stati membri. Ciononostante, è stata giustamente salutata dalla direttrice generale dell'Unesco, Irina Bokova, come una risoluzione storica che esprime la presa di coscienza del ruolo del patrimonio culturale per la pace e la sicurezza internazionale.

 

È di tutta evidenza, infatti, che la distruzione e il saccheggio di beni culturali, cancellando le radici storiche di interi gruppi umani e negando la diversità culturale, contribuiscono ad esacerbare i conflitti armati ed ostacolano la riconciliazione nazionale dopo la cessazione delle ostilità. Il commercio illegale di beni culturali, inoltre, alimenta i conflitti, costituendo un canale di finanziamento per gruppi insurrezionali come l'Isis.

 

Italia protagonista di risoluzione storica

La risoluzione n. 2347 è certamente un successo italiano, oltre che francese. Il nostro Paese si conferma così protagonista nella mobilitazione della comunità internazionale per il rafforzamento della protezione del patrimonio culturale in situazioni di conflitto armato.

 

È da ricordare che, nel febbraio 2016, l'Italia è stata il primo Stato a concludere con l'Unesco un accordo sull'invio all'estero, nell'ambito della Coalizione "Unite 4 Heritage", di una task force di esperti e componenti del Comando Carabinieri per la tutela del patrimonio culturale, con il compito di assistere i Paesi sconvolti da conflitti armati o disastri naturali, su richiesta di questi ultimi.

 

Finora, tuttavia, l'unica missione dei membri della task force, impropriamente soprannominati "caschi blu della cultura", è stata in casa, nelle zone terremotate dell'Italia centrale.

 

Il 30 e 31 marzo, inoltre, il nostro Paese ha organizzato a Firenze il cosiddetto G7 della Cultura, la prima riunione dei Ministri della Cultura degli Stati del G7, con l'obiettivo di promuovere la cultura come strumento di dialogo tra i popoli.

 

Come le iniziative appena citate, la risoluzione n. 2347 dà lustro all'Italia, consentendole di ritagliarsi un ruolo di guida in un ambito delle relazioni internazionali di crescente importanza alla luce degli avvenimenti degli ultimi anni. È da auspicare che il nostro Paese continui ad essere in prima fila in questo settore, quando dalle parole bisognerà passare ai fatti! Marina Mancini, AffInt 30

 

 

 

Plenaria Cgie. L’intervento del ministro degli Esteri e della Cooperazione Internazionale Angelino Alfano

 

ROMA – “Stiamo cercando di ridefinire gli orizzonti del Cgie che esiste da  30 anni e siamo arrivati al punto di rilanciare una proposta efficace affinché fra la madre patria e le comunità all’estero venga avviato un discorso nuovo, anche perché da anni è ripresa una nuova emigrazione, a loro è rivolto anche il nostro lavoro come è rivolto alla emigrazione tradizionale organizzata  in associazioni e nei Comites. Stiamo lavorando ad una proposta di riforma da consegnare al Governo affinché si avvii un nuovo percorso che guardi al futuro per recuperare il legame diretto fra chi parte oggi e coloro che già vivono all’estero”. Lo ha detto il segretario del Cgie Michele Schiavone aprendo la sessione del Consiglio Generale dedicata all’intervento del ministro degli Esteri e della Cooperazione Internazionale Angelino Alfano. Schiavone ha anche ricordato la difficile situazione di precarietà in cui si trova il Cgie a causa della drastica riduzione dei fondi necessari a dare continuità al funzionamento di questo organo di rappresentanza. Dal segretario generale è stata anche segnalata la forte attenzione data dal Cgie alla promozione della lingua e della cultura italiana all’estero che fornisce un importante ritorno di immagine all’Italia anche dal punto di vista economico . “Gli italiani all’estero – ha concluso Schiavone - sono delle sentinelle impegnate quotidianamente a rappresentare il nostro paese su cui l’Italia potrà contare ed investire”.

Il ministro degli Esteri Alfano, dopo aver ricordato l’impegno di Mirko Tremaglia per il voto degli italiani all’estero, ha sottolineato come i nostri connazionali in emigrazione abbiano avuto l’opportunità di diventare ciò che volevano e al tempo stesso abbaino dato ai Paesi di accoglienza la possibilità di divenire migliori e più grandi. “L’emigrazione italiana  – ha affermato Alfano - è una storia italiana che ha avuto il lieto fine, ma che nasce come una vicenda drammatica, noi siamo un Paese che ha conosciuto nel profondo il senso del bisogno di andare via.. Tante persone hanno lasciato la loro terra non sapendo quale sarebbe stato il loro destinino. Questa è la nostra storia, poi c’è il presente fatto dalle seconde e terze generazioni che con orgoglio portano un cognome italiano”. “Credo che l’obiettivo – ha proseguito Alfano ricordando anche il suo recente incontro con i governanti inglesi volto a tutelare i diritti dei nostri connazionali nel Regno Unito coinvolti nella brexit - debba essere quello di rafforzare lo spirito di  comunità attraverso la rappresentatività e al tempo stesso di stare al passo con i tempi per non  sminuire o mettere in discussione i diritti acquisiti dagli italiani all’estero.  Un altro tema che a me sembra importante – ha continuato - è quello delle diseguaglianze, anche nelle nostre comunità all’estero. Bisogna tutelare i connazionali che si trovano in situazioni di crisi e io sono molto vicino ai nostri 150.000 italiani che vivono in Venezuela, una situazione difficile su cui il Governo si è impregnato moltissimo ad esempio attraverso l’integrazione  delle pensioni più ridotte, il rafforzamento del personale diplomatico consolare, l’assistenza per gli italiani e la tutela delle nostre imprese in loco”. Per quanto poi riguarda il numero crescente dei connazionali che si recano oggi all’estero alla ricerca di lavoro e a volte si trovano disorientati nel paese di paese di accoglienza, Alfano ha ricordato l’attivazione all’estero di sportelli di servizio per i nuovi arrivati e alcune iniziative messe in  campo per l’inserimento dei nostri connazionali nel mercato del lavoro in loco, come ad esempio il  progetto “primo approdo”, promosso  dal consolato generale a Londra, e la guida “Primi passi” realizzata  con il Comites a Berlino. Il ministro,dopo aver espresso una valutazione positiva sull’idea del Cgie di creare un sito informativo  per i giovani che si recano all’estero, si è detto profondamente contrario alla vendita dell’Istituto Italiano di Cultura di Bruxelles ed ha evidenziato sia la necessità di offrire un servizio migliore ai connazionali attraverso l’informatizzazione dei servizi consolari, sia l’introduzione in bilancio di risorse aggiuntive per la promozione della lingua e cultura italiana “il  collante che mantiene coeso i nostro senso di identità.  “Ci sono – ha precisato Alfano -  due milioni di italiani nel mondo che vogliono studiare l’italiano non essendo italiani, abbiamo all’estero 60 milioni italo discendenti, ricordiamoci che noi siamo una superpotenza della cultura, della bellezza e dello stile di vita… Io sono convinto – ha aggiunto  il ministro - che questo tavolo di lavoro sia importante e che vada ,  nei limiti della nostra forza dal punto di vista economico rinsaldato, mantenuto e rilanciato. Vorrei che il senso delle proposte che noi facciamo per gli italiani all’estero nascesse da voi che vivete sul campo le sensazioni dei nostri connazionali   all’estero” . Alfano ha anche segnalato la volontà di proporre nel prossimo Consiglio dei Ministri alla carica di nuovo direttore generale per gli Italiani all’Estero e le Politiche Migratorie Luigi Maria Vignali. Vignali , attuale vice direttore generale vicario e direttore centrale per le Questioni Migratorie ed i Visti, succederà dell’ambasciatrice Cristina Ravaglia.

Fra i vari consiglieri che hanno preso la parola nel corso del dibattito segnaliamo gli interventi di Tony Mazzaro (Germania), che ha sottolineato l’importanza di dare continuità all’erogazione dei contributi per le scuole all’estero, di Maria Chiara Prodi (Francia ), che ha parlato della necessità di riformare l’Aire per rendere più partecipi le nuove emigrazioni, di Nello Collevecchio (Venezuela) che si è soffermato sul dramma dei nostri connazionali in Venezuela, di Marcelo Romanello (Argentina) che ha segnalato le problematiche dei servizi consolari in Sud America e di Vincenzo Arcobelli (Usa) che ha ribadito la necessità di rispettare il Cgie e la sua legge istitutiva e di lavorare insieme per gli italiani all’estero che rappresentano grande risorsa di cooperazione internazionale.

G. M. Inform 31  

 

 

 

 

Dirigersi oltre

 

Che strano Paese è il nostro. Abbiamo un Parlamento che ci costa e la Penisola resta con un Esecutivo che, in qualche modo, renda operative le decisioni di un Potere Legislativo non eletto dagli italiani. Con l’impossibilità di varare una “maggioranza” popolare, si continua per le strade degli eventi impraticabili e degli accordi che non si faranno mai. Da noi c’è chi tira il sasso, ma, poi, nasconde il braccio. Anche se, almeno in questa fase di “transizione”, Gentiloni resta più una figura politica da studiare che un riferimento istituzionale. Tra l’altro, non vediamo serie candidature alternative.

 

In Italia non era mai successo. Chi si assumeva delle responsabilità, le portava avanti. Oggi non sembra che ci siano schieramenti in grado di farlo; se non a colpi di “fiducia”. Gli effetti, meglio rammentarlo, hanno portato alle corde la nostra economia con conseguenze che richiederanno anni per sollevare la produttività. La politica non è un gioco o, almeno, non dovrebbe esserlo. Siamo spossati dagli atteggiamenti delle “mani tese” verso chi non le vuole stringere.

Sarebbe poco credibile, di conseguenza, un diverso atteggiamento in questo 2017. Siamo, poi, preoccupati per lo stallo politico. Il movimento d’uomini e d’idee, anche in questi ultimi mesi, ci ha confuso e depistato. Risultati non ne abbiamo notato. Del resto, anche nel PD si sono evidenziate delle crepe che ci fanno pensare che prima del bene dell’Italia, esiste quello del Partito. L’opposizione di fatto, sta riprendendo grinta, ma non ci sembra ancora preparata per nuove tenzoni.

 

Sono invecchiati gli uomini e le proposte sono meno originali che per il passato. Nel frattempo, la nostra Economia resta in equilibrio precario; le vittime designate sono i lavoratori. O gli aspiranti tali. Almeno, fosse riformata la legge elettorale e la consistenza numerica parlamentare. Per tutto il resto, che non è poco, non siamo in grado d’azzardare delle previsioni che sarebbero, tutto considerato, prive di fondamento.

 

 Quello che ci pare importante è superare la china di questa Repubblica per dirigersi oltre. L’Italia, nella sua lunga storia, ne ha passate di tutti i colori. Ma la buona volontà di un grande Popolo ha permesso di risollevarsi sempre. Auspichiamo di poter continuare. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Si discute in Italia sul fine vita

 

La legge sul testamento biologico in discussione alla Camera. Prevede il divieto dell’accanimento terapeutico ma anche l’eutanasia

 

  Compito principale dell’informazione dovrebbe essere quella di dare alla gente notizie sull’argomento delicato e complesso del “fine vita”, onde farne comprendere i principali problemi connessi al tema attualmente in discussione a Montecitorio. La legge, qualora approvata, consentirà ai malati terminali di mettere fine alle loro sofferenze ed eviterà il carcere ai medici o ai familiari che li aiutano a morire. Un “salto culturale”, secondo la vedova di Piergiorgio Welby, il paziente di distrofia muscolare che, nel 2006, si fece distaccare dal respiratore.

  La “dolce morte” è già esistente in diversi Stati ma, finora, non lecita in Italia, benché richiesta da anni. Di conseguenza chi ha sufficienti mezzi economici si fa aiutare da qualche amico per andare all’estero, soprattutto in Svizzera, come nel 2015 fece Dominique Velati, l’ex infermiera di 59 anni che, colpita da un male incurabile, scelse il suicidio assistito nella Confederazione.

  Difficile valutare i pro e i contro di una decisione così drammatica e per i Cattolici immorale ed inammissibile perché vita e morte sono date da Dio, non dagli esseri umani. Sta di fatto che, in Italia, l’eutanasia esiste, benché non legalizzata, ed in entità notevoli, a giudicare dal documento presentato alla Camera lo scorso dicembre dal quale si appura che “ogni giorno ci sono malati terminali che si suicidano nelle condizioni più terribili”. Suicidi che, secondo uno studio ISTAT, pare che aumentino anno dopo anno. Tanto da spingere il Parlamento a prendere una decisione in merito, per concedere il diritto di scegliere tra un’esistenza dolorosa o la morte.

  Obiettivo sul quale quasi tutti i partiti sono d’ accordo. Vi ha recentemente contribuito anche la storia di Fabiano Antoniani, l’uomo di Milano cieco e tetraplegico morto recentemente in Svizzera, dove si é recato per mettere fine alla vita, avvalendosi delle indicazioni fornite dall’Associazione Luca Coscioni che, tra l’altro, aiuta finanziariamente chi non ha sufficienti risorse economiche. Un decesso volontario, quest’ultimo, cui è seguito l'appello da Strasburgo: "L'Italia faccia legge su dolce morte", non avendo senso, secondo gli europarlamentari, non ammettere “una scelta sofferta e difficile" che riguarda solo l'interessato. Il quale, secondo la Commissione Europea dei Diritti Umani, se “ha un'opinione diversa o si affida al proprio credo … non usufruisce di questo diritto. Ma perché negarlo a chi lo richiede?”.

  Una libertà di scelta richiesta, secondo i dati Eurispes nel Rapporto Italia 2016, dal 60% degli Italiani, con un aumento del 4,8% rispetto all’anno precedente. Incremento nazionale ed esortazione UE che hanno spinto la commissione Affari sociali di Montecitorio ad approvare all’unanimità, lo scorso 7 dicembre, un testo sul testamento biologico, documento in cui ogni cittadino può precisare quali cure desidera riceve o rifiutare. Frutto di discussioni durate quasi un anno, esso punta sulla volontà del paziente cui si riconosce il diritto di rifiutare le cure. La possibile presentazione di emendamenti doveva essere fatta ad inizio gennaio, onde poter fare arrivare alla Camera, entro la fine del mese, la proposta di legge. Che attualmente i deputati dovrebbero discutere. Se approvata, permetterà al paziente, purché maggiorenne e capace “d’intendere e di volere”, di rifiutare, tramite il testamento (di cui ora 160 Comuni italiani hanno un registro) “l’inizio o la prosecuzione di trattamenti sanitari”, qualora colpito da “una malattia produttiva di gravi sofferenze, inguaribile o con prognosi infausta”.

  Il malato, secondo alcuni esponenti di sinistra, “può revocare in ogni momento” la richiesta. Ma, qualora il paziente non fosse più cosciente, dovrà essere applicata, perché “il personale medico e sanitario è tenuto a rispettare la volontà del paziente”. Altrimenti, dovrà risarcire il danno morale e materiale provocato dal suo rifiuto a sospendere le cure. Il che significa rendere legittimo il diritto di morire. Nel testo legislativo è inclusa anche l’istituzione di una “Commissione nazionale di controllo e valutazione sull’attuazione della legge composta da 16 membri, designati sulla base delle loro conoscenze e della loro esperienza”.

  Va tuttavia precisato che il testamento biologico non prevede solo l’eutanasia ma anche il rifiuto dell’accanimento terapeutico, che è un’altra cosa ed è permesso dalla Chiesa. Giovanni Paolo II alla fine della sua vita disse: “Lasciatemi andare”. Nota bene, non disse: “Fatemi andare”. L’eutanasia invece non è male perché lo dice la Chiesa, ma la Chiesa lo dice perché è male. E che sia male lo diceva già Ippocrate (Larissa, 377 a.C.) che, nel celebre giuramento che porta il suo nome, proponeva ai medici di non accostarsi mai al malato per dare la morte. Questo giuramento fino a qualche tempo fa veniva fatto osservare a tutti i neomedici al momento della laurea. Perché ora non lo fanno più questo giuramento?

Egidio Todeschini, de.it.press

 

 

 

 

Assemblea del Cgie. Aperti i lavori con la relazione di governo del sottosegretario agli Esteri Vincenzo Amendola

 

Il saluto ai consiglieri del vice direttore generale/direttore centrale per gli Italiani all'estero del Maeci, Marco Giungi

 

ROMA – Si è aperta questa mattina a Roma, nella Sala delle Conferenze internazionali della Farnesina, l'assemblea plenaria del Consiglio Generale degli Italiani all'Estero, con i saluti di benvenuto formulati ai partecipanti, dopo l'intonazione dell'inno nazionale, dal vice direttore generale/direttore centrale per gli Italiani all'estero del Maeci, Marco Giungi, che ha ricordato la costante attenzione rivolta all'assemblea da parte di Cristina Ravaglia, già direttore generale per le Politiche migratorie e gli Italiani all'estero del Maeci, che ha cessato il servizio da pochi giorni. Il direttore appena congedatosi - per pensionamento - ha “sempre avuto con il Cgie un'interlocuzione leale e franca, anche se nei 5 anni del suo operato in tale veste non sono mancati momenti di confronto aperto – ha ricordato Giungi, segnalando come la lealtà soprarchiamata abbia contraddistinto di rimando anche l'impostazione del rapporto con il Consiglio generale da parte dell'amministrazione.

La mattinata è entrata subito nel vivo con la relazione di governo sulle politiche che interessano i connazionali nel mondo da parte del sottosegretario agli Esteri, Vincenzo Amendola, che prosegue il suo mandato anche con il nuovo governo guidato da Paolo Gentiloni e il cambio al vertice del Maeci con Angelino Alfano. Il sottosegretario prende così in esame minuziosamente tutti gli argomenti già discussi nella precedente plenaria, convocata per la prima volta dopo l'atteso rinnovamento dei consiglieri dell'organismo. Ricorda in particolare come in questa fase il nostro Paese sia “protagonista” e “impegnato in prima fila sulla scena internazionale” - non solo con le celebrazioni dei 60 anni dei Trattati di Roma, ma anche con la preparazione del vertice G7 a Taormina, previsto a fine maggio, il suo ingresso nel Consiglio di sicurezza dell'Onu quale membro non permanente, la presidenza del Processo dei Balcani occidentali e quella del gruppo di contatto con il Mediterraneo all'interno dell'Ocse che assumeremo nel secondo semestre del 2017.

“Ci attendiamo tutti che l'assemblea plenaria che si apre oggi avrà come risultato caratterizzante la vostra proposta di un progetto di riforma degli organismi di rappresentanza della comunità italiane all'estero – afferma Amendola, ricordando l'impegno accettato in proposito nel corso dell'ultima plenaria e augurandosi che il risultato raggiunto sia “una riforma che sappia prendere nella dovuta considerazione i profondi mutamenti sociali e tecnologici che stanno rimodellando il mondo dell'emigrazione”. In particolare, in riferimento ai Comites, il sottosegretario ribadisce come i punti oggetto di una revisione debbano riguardare la consistenza numerica della collettività necessaria all'istituzione di un Comitato; le modalità di designazione dei componenti, così da includervi anche quelli facenti parte della “nuova emigrazione”; il sistema di verifica delle condizioni di incompatibilità ed ineleggibilità dei membri; l'attribuzione di responsabilità e le modalità di eventuale scioglimento dei Comitati; l'aggiornamento dei criteri per la concessione dei contributi ministeriali. “Riteniamo inoltre che una quota predeterminata, e non residuale, dello stanziamento annuale in favore dei Comites debba essere destinata a specifici progetti di interesse per i connazionali all'estero e l'importanza del ricorso al fundraising per ottimizzare la gestione delle risorse e acquisire visibilità presso le comunità di riferimento – aggiunge Amendola. Passando poi alla riforma del Cgie, gli aspetti da considerare sono la composizione, l'articolazione dei lavori degli organi interni, e soprattutto “valorizzarne la funzione, in sinergia con i parlamentari eletti all'estero e con le altre competenti istituzioni a livello centrale e locale – afferma il sottosegretario, evidenziando la necessità di modificare “composizione e struttura in una direzione più moderna, che tenga conto di una diversa distribuzione geografica della collettività presenti nel mondo”. L'auspicio formulato è per “una soluzione che sia in grado di fa convivere i tre livelli di rappresentanza degli italiani all'estero, in una maniera adeguata ai tempi e alle dinamiche delle nuove migrazioni”, e che la proposta possa “essere riflessa in un articolato da sottoporre al Parlamento”.

Il sottosegretario passa poi a esaminare lo stato di avanzamento delle iniziative del Governo nel settore delle politiche per gli italiani all'estero. In primo luogo ricorda l'istituzione di un fondo per il potenziamento della promozione di lingua e cultura italiana nel mondo (annunciato alla seconda edizione degli Stati generali della Lingua italiana a Firenze e avvenuto con il bilancio di previsione dello Stato 2017-2019): 150 milioni di euro di cui 20 stanziati nel 2017, 30 nel 2018 e 50 per il 2019 e 2020. “La maggior parte, 126,5 milioni di euro andrà a potenziare le attività del Maeci già in essere su questo fronte; una parte sarà affidata al Miur (3 milioni) e al Mibact (20,5 milioni). All'interno della quota del Maeci – fa sapere Amendola – una parte sarà destinata ad integrare il contributo versato alla Società Dante Alighieri per il sostegno ai corsi di lingua e cultura italiana, in Italia e attraverso i 400 Comitati presenti in tutto il mondo; una parte andranno alle industrie creative, per la promozione integrata dei territori e del turismo culturale, per la presentazione agli attori del sistema Paese delle opportunità di scambi con l'estero”. In tale contesto sono inoltre previste la “piena tutela dei corsi scolastici organizzati dagli enti gestori, l'incremento di contributi per cattedre universitarie e sezioni scolastiche di italiano all'estero, il potenziamento del progetto finalizzato ad inviare presso università estere laureati italiani specializzati nell'insegnamento della lingua, lo sviluppo di un corso in modalità e-learning, progetti multimediali, gestione e aggiornamento del portale della lingua italiana, corsi di formazione e aggiornamento per docenti, premi e contributi per la diffusione dell'editoria italiana all'estero”. In materia di promozione e diffusione di lingua e cultura italiana, il sottosegretario tiene a ribadire “l'impegno a mantenere per il 2017 un livello di spesa pari a quello dell'anno precedente (complessivamente di 12 milioni di euro). L'ultima legge di bilancio ha già incrementato i fondi di 4 milioni di euro annui a decorrere dal 2017. Con il decreto di ripartizione del fondo per la cultura italiana all'estero, attualmente al vaglio del Ministero dell'Economia – fa sapere Amendola, - saranno attribuite le risorse (circa 2 milioni l'anno) tali da consentire di mantenere il livello di almeno 12 milioni all'anno fino al 2020 compreso”. “Il cambio è netto – afferma il sottosegretario in riferimento a quanto sino ad oggi avvenuto: - 12 milioni di euro per i corsi del 2016 furono recuperati in assestamento di bilancio, ora sono a regime”. Si richiamano anche i passi compiuti sulla disciplina delle scuole italiane all'estero, e le osservazioni sugli enti gestori formulate a tal proposito dal Cgie, accolte in sede parlamentare e ora in fase di integrazione al testo del provvedimento; il trasferimento di competenze in materia di insegnamento della lingua italiana all'estero dalla Dgiepm alla Direzione generale per la Promozione del sistema Paese, che coinvolge anche l'erogazione dei contributi in materia e per cui “siamo intervenuti presso il Mef per accelerare il più possibile l'iter del decreto predisposto allo scopo ed evitare ritardi nell'erogazione dei fondi – fa sapere il sottosegretario; l'insufficienza dei fondi destinati a Comites (pari a euro 1.267.838) e Cgie (299 mila euro circa), su cui “ha pesato un iter della legge di bilancio a tempi contingentati, dovuto alla crisi di governo” e in merito a cui Amendola assicura l'impegno a recuperare risorse aggiuntive, almeno per quanto riguarda il Cgie, in sede di assestamento di bilancio e quindi “prima dell'estate”; le risorse destinate all'assistenza diretta (circa 5 milioni di euro), su cui ci si impegna al reperimento di nuovi fondi se necessario, e a quella indiretta (420 mila euro circa), quest'ultima ripartita su 39 enti sparsi in 19 Paesi; l'avvio del lavoro del Tavolo interministeriale per uno statuto dei lavoratori frontalieri, frutto di una specifica iniziativa del Cgie e orientato alla soluzione delle problematiche riscontrate da tale categoria di occupati; l'approvazione della legge delega sull'editoria che include anche fondi a sostegno dei periodici italiani editi o diffusi all'estero e vede in fase di definizione i relativi decreti attuativi.

Altro punto essenziale, la riforma del sistema di voto per gli italiani all'estero, su cui il sottosegretario invita il Cgie a formulare una propria proposta per correggere le criticità connesse in primo luogo in seguito dell'invio “a pioggia dei plichi elettorali” per l'esercizio del voto per corrispondenza. “Sappiamo che il voto ai seggi sarebbe la soluzione più sicura, ma è inattuabile in molti Paesi. Il meccanismo – afferma Amendola – va cambiato. Valuteremo il modo di individuare con la partecipazione del Parlamento una soluzione tecnica capace di superare le più urgenti criticità e di tutelare il voto all'estero come istituto il più possibile scevro da polemiche analoghe a quelle a cui abbiamo assistito recentemente, lesive dell'onore e della dignità degli italiani all'estero”.

“Nonostante la riduzione delle risorse umane e materiali a disposizione, il Maeci continua a garantire un'efficiente erogazione dei servizi – prosegue il sottosegretario, richiamando, tra i miglioramenti introdotti, il progetto di captazione e trasmissione tramite canale telematico securizzato dei dati biometrici utili al rilascio dei passaporti anche da parte dei consoli onorari – 29 i dispositivi già attivati allo scopo sui 38 acquisiti e altri 75 in procinto di essere acquisiti. Tra le altre materie di rilievo per i connazionali anche la nuova legge sulla cittadinanza, al momento trasmessa dalla Camera al Senato e che prevede tra le nuove fattispecie per il conferimento anche lo ius culturae, ossia la conclusione di un percorso scolastico, una normativa in merito alla quale il sottosegretario auspica una maggiore riflessione finalizzata ad un necessario contemperamento di ius soli e ius sanguinis, che tenga conto da un lato delle istanze cui la rete diplomatica sarà chiamata a rispondere all'estero e, dall'altro, non riduca “il concetto di cittadinanza al mero possesso del passaporto”. “Il Maeci sostiene che un eventuale allargamento dello ius soli dovrebbe corrispondere a un restringimento dello ius sangiunis, al fine di evitare che i naturalizzati nei Paesi di provenienza vi diano origine, iure sanguinis, a filiere di cittadini con un legame con l'Italia vieppiù flebile, se non inesistente. Sarebbe pertanto opportuno – afferma Amendola – ricondurre a maggiore coerenza il sistema attuale, bilanciano ius sanguinis e ius soli, anziché procedere con interventi su singole disposizioni”. Anche su questo fronte il Cgie viene sollecitato ad esprimersi.

Il sottosegretario annuncia inoltre la finalizzazione di un decreto che autorizzerebbe il Maeci ad assumere 50 funzionari di profilo amministrativo, contabile e consolare, 10 tra ingegneri e architetti e 44 funzionari dell'area per la promozione culturale; la richiesta rivolta alla presidenza del Consiglio di 7 milioni di euro per l'assunzione di ulteriori 130 unità di personale; un “limitato incremento di contrattisti per rafforzare la rete diplomatico-consolare nel continente africano”, in particolare per far fronte alle emergenze in materia di immigrazione, assunzioni che però – ammette - “allevieranno solo in minima parte le gravi carenze di organico prodottesi negli ultimi 10 anni”, specie se consideriamo che “a legge sulla cittadinanza invariata, la platea degli aventi diritto ammonta a numeri compresi tra i 50 e gli 80 milioni”. Un'attenzione prioritaria viene inoltre espressa per le conseguenze della Brexit sui numerosi connazionali presenti in Gran Bretagna, per il perdurare della drammatica situazione che affligge in connazionali in Venezuela.

Infine, un chiarimento sulla gestione dei beni demaniali all'estero. In questo caso la necessità di intervenire è determinata dalla spending review approvata dal Parlamento e che richiede al Maeci quote di risparmio – che contribuiranno ad abbattere il nostro debito pubblico – di 26 milioni di euro sia per il 2017 che per il 2018 e di 16 milioni di euro per il 2019. In alternativa, un pari importo verrà decurtato dai fondi destinati all'Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo. Ciò rende indispensabile una “revisione della politica sugli immobili demaniali” che toccherà però unicamente – assicura il sottosegretario – quelli non più utilizzati a fini istituzionali oppure edifici non rispondenti alle esigenze di razionalizzazione degli spazi occupati dagli uffici della rete. “Sulla scia di quanto avvenuto con Gentiloni ministro degli Esteri, anche adesso con il ministro Alfano e per tutto il prosieguo della legislatura non sarà chiuso nessun consolato, nessun IIC o venduti immobili di proprietà demaniale con annessa cessazione di funzioni – afferma Amendola, richiamando semmai la riapertura della sede a Santo Domingo e di 2 nuove ambasciate in Niger e Guinea. “Il nostro obiettivo è razionalizzare la rete. Ma razionalizzare non significa chiudere, ma mettere a sistema risorse e strutture esistenti, migliorarle e ove possibile renderle maggiormente funzionali con i tempi – conclude il sottosegretario, citando il caso della ristrutturazione della Casa d'Italia a Zurigo, che al termine ospiterà anche il Consolato generale e l'IIC, così da risparmiare l'affitto attualmente versato da questi ultimi e rinnovare una sede che necessita di ristrutturazione. Simile tentativo di razionalizzazione sta avvenendo a Bruxelles, dove è stato acquistato un immobile destinato ad accorpare in un unica sede tutti gli uffici dell'amministrazione, ad eccezione della Rappresentanza nato e dell'IIC.

Viviana Pansa, Inform 29

 

 

 

 

 

Scuola italiana all’estero. Per il sindacato Flc della Cgil il decreto va modificato in profondità

 

ROMA - La delega “va modificata in profondità”. Lapidario il giudizio del sindacato Flc della Cgil sul decreto attuativo della Buona Scuola che contiene la disciplina delle scuole italiane all’estero. Decreto esaminato dalle Commissioni riunite Esteri e Cultura di Camera e Senato che la scorsa settimana hanno approvato i relativi pareri.

Secondo la Flc, però, “i pareri delle Commissioni, pur introducendo parziali modifiche (solo nel parere della Camera) nella parte vincolante, non apportano novità sostanziali nell'ossatura profonda della delega”.

In particolare, “la richiesta di cancellare l'art. 36, quello che pretende di scavalcare per via legislativa il CCNL, non è ancora garanzia del fatto che la riscrittura della delega ricondurrà nell’alveo contrattuale tutto ciò che attiene al rapporto di lavoro di docenti, dirigenti e ATA in servizio presso le scuole italiane all’estero. Il decreto – accusa il sindacato – pretende di modificare per legge aspetti fondamentali del contratto di lavoro del personale scolastico all'estero (reclutamento, retribuzione, valutazione del servizio, restituzione ai ruoli metropolitani, durata del mandato, mobilità, orario di lavoro e altro) e dell'organizzazione del sistema scolastico all'estero (governance, autonomia, diritti sindacali, contratti locali, ruolo degli enti gestori e altro), metodo che contraddice l'Intesa Governo/Sindacati del 30 novembre sul rinnovo dei contratti pubblici”.

E ancora, nel testo “non si prevede nemmeno un anno di regime transitorio che permetta di armonizzare l'entrata in vigore del diversi articoli del decreto, che avverrà in modo disorganico e spezzettato (alcune norme subito, altre dopo 3 mesi, il 1 settembre 2017, il 1 settembre 2018)”. Per la FLC CGIL, quindi, “la delega rappresenta un incomprensibile e inaccettabile ritorno al passato, disegna un sistema pieno di contraddizioni, lungi da valorizzare questa importante specificità del nostro sistema di istruzione pubblico”.

Secondo il sindacato “sarebbe profondamente sbagliato continuare a puntare, nella riscrittura del decreto, alla privatizzazione del sistema e alle assunzioni per chiamata diretta del personale sia a tempo indeterminato che determinato. L'approvazione del decreto senza profonde e radicali modifiche rispetto al testo originario, secondo la FLC CGIL, rischia di compromettere il patrimonio culturale e professionale delle nostre scuole e istituzioni scolastiche italiane all'estero, peggiorando la qualità del servizio, mortificando la professionalità del personale e minando la tenuta dell'intero sistema”.

“Ci auguriamo – conclude il sindacato – che il Miur tenga conto delle richieste fatte dal sindacato, superando le pesanti criticità e contraddizioni contenute nella delega con modifiche profonde e radicali in sede di approvazione definitiva della delega”. (aise 21) 

 

 

 

 

A Palazzo Montecitorio l’incontro “Il lavoro e la mobilità”. Presentata la ricerca sulla nuova emigrazione italiana

 

ROMA - Si è svolto questa mattina, presso la Sala del Mappamondo della Camera dei Deputati, l’incontro dal tema “Il lavoro e la mobilità” con la partecipazione del ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Giuliano Poletti, di Fabio Porta, presidente del Comitato permanente sugli Italiani nel Mondo e la promozione del Sistema Paese, Renato Mannheimer, direttore dell’Istituto di ricerche ISPO e di Michele Schiavone degretario generale del CGIE.

Il saluto di benvenuto  a tutti i presenti è stato dato dall’on Porta, come Presidente - ha detto - sono particolarmente contento di ricevere i consiglieri della plenaria del Cgie, anche perché il Comitato ha cominciato a riflettere sul nuovo flusso degli italiani all’estero. Il fenomeno, come avete scritto anche voi nei vostri documenti, è in crescita e ci impegna ad una lettura più attenta.  Ci deve essere una riflessione specifica per quanto riguarda l’orientamento alla partenza, di chi si trova all’estero e non sa come orientarsi,  per la conoscenza delle lingue”.

“Esiste già una rete di assistenza per gli italiani che vivono all’estero,  - ha aggiunto Porta - sono i Patronati, i Comites, il Consiglio Generale degli Italiani all’estero,  strutture che qui oggi sono rappresentate. Io credo che si debba istituire una sorta di tavolo tecnico, di lavoro permanente, tra ministero del Lavoro e Cgie e entità come i Patronati che istituzionalmente sono delle antenne per quanto riguarda i lavoratori all’estero. Ripensare a nuove convenzioni per tutelare meglio i nostri lavoratori all’estero, bisogna adeguarle e avviare altre come quelle che ci vengono sollecitate da paesi come Cile e Perù.

La parola è passata al segretario Michele Schiavone che ha dato il benvenuto al ministro per averli voluti incontrare e a tutti i consiglieri, alla presidenza e alle direzioni dei patronati che si sono messi a disposizione rispetto alla tematica delle nuove migrazioni, al gruppo del Cgie che ha dedicato diversi mesi per preparare questo incontro, un saluto ai due parlamentari eletti all’estero Gianni Farina e l’on Marco Fedi, all’on. Fabio Porta per l’ospitalità e la disponibilità offerta ogni volta che c’è il Consiglio Generale a Roma. 

Nel suo intervento Rodolfo Ricci, vice segretario generale di Nomina Governativa, si è soffermato sui nuovi numeri che interessano la nuova migrazione.  “Negli ultimi dieci anni – ha ricordato Ricci - la popolazione italiana all’estero è lievitata di oltre il 55% , numeri dati dall’AIRE e dall’ISTAT. La nuova emigrazione è cominciata a comparire con l’inizio crisi economica 2007 – 2008, per raggiungere livelli medi di incremento annuale, tra il 2011 – 2015, del 22% . Dei nuovi migranti il 20% sono immigrati venuti in Italia che hanno ripreso un nuovo percorso di migrazione, però – ha continuato - l’80% è fatta da persone con passaporto italiano. I paesi con i principali arrivi italiani sono la Germania e l’Inghilterra.  Tra gli anni 2011 – 2015 ci sono dei dati sensibilmente diversi tra quelli forniti dell’Istat e quelli degli istituti dei Paesi dove gli italiani si sono trasferiti. Siamo andati a verificare nei due Paesi dove gli italiani si sono in maggioranza trasferiti: Germania e Gran Britannia. Facendo una valutazione a ribasso – ha continuato Ricci - noi ipotizziamo che gli espatri effettivi in questi due Paesi siano stati circa 2,5 volte in più rispetto ai dati Istat, se fosse così dal 2006 al 2015  si sarebbe registrato un incremento notevole”. Ricci ha poi precisato come questa realtà sia composta prevalentemente, per oltre il 50%, da giovani fra i 18 ai 39 anni e da un 20% di minorenni.  “Questo vuol dire –ha continuato  Ricci - che molte di queste persone hanno famiglia al seguito.  Il 35% dei giovani migrati possiede una laurea, il 30% un diploma di scuola secondaria e un altro 30% solo la Terza media. I cosiddetti cervelli in fuga rapprendano quindi solo una minima parte, in realtà siamo di fronte ad un fenomeno migratorio vero e proprio, che ha le caratteristiche classiche, con la differenza che questa volta abbiamo una media-alta qualificazione della gente che espatria”.

 “Rispetto a questi dati la Germania  - ha proseguito Ricci - come anche la Gran Bretagna hanno in qualche modo incentivato questi flussi, c’è una competizione che si gioca anche sull’accaparramento di forza lavoro all’interno dell’Europa, è una questione da non sottovalutare. Si tende a ricompensare la flessione demografica con ingresso forza lavoro con una specializzazione medio-alta. In Italia la situazione è molto diversa, i nuovi flussi immigratori extracomunitari e da altri paesi europei non compensano la perdita costituita dal nostro decremento demografico e ancora di meno alla luce dei nuovi flussi di emigrazione”.

Il ministro Poletti ringraziando per l’invito ricevuto ha detto:  “dobbiamo esseri tutti consapevoli che il fenomeno della mobilità è generale e diffuso, il mondo è diventato più piccolo, le persone molto più agevolmente scelgono di spostarsi, di muoversi, di insediarsi e noi dobbiamo essere consapevoli che le motivazioni sono le più diverse”. Il ministro ha poi parlato delle motivazioni che spingono i cittadini a spostarsi “per realizzare le proprie aspirazioni  - ha spiegato - c’è chi sceglie di spostarsi per imparare di più, c’è chi investe nella propria scelta di un altro Paese.  I contesti sono molti ed è  sbagliato dare di questo complesso fenomeno una lettura univoca”. Nel suo discorso Poletti ha puntato molto sull’importanza delle tecnologie che permettono di accorciare le distanze. I cittadini che decidono di spostarsi devono essere messi in condizioni di affrontare le scelte fatte.  “Ci vuole informazione – ha continuato - perché all’arrivo il luogo che si è scelto possa essere accogliente, questo bisogna farlo in Italia, prima che queste persone partano: lingua, riconoscimento titolo di studio”.

Il ministro ha poi dato riconoscimento al lavoro che svolto dal Cgie, dai patronati e dalle Camere di Commercio, sottolineando che servono strumenti condivisi per restare al fianco dei cittadini che decidono di spostarsi in altri paesi. Concludendo ha ringraziato per l’opportunità fornitagli che gli consente di capire come al suo ministero possa aiutare al meglio le strutture che si occupano all’estero dei connazionali.

La parola è passata al professor Mannheimer che ha illustrato la ricerca commissionata dai Patronati aderenti al CEPA (Acli, Inas, Inca, Ital) sui bisogni, le domande e le aspettative della nuova emigrazione italiana.

Nello studio sono stati oggetto di domanda italiani che vivono già all’estero, in tutto il mondo e italiani che vogliono andare all’estero. Dai giovani e meno giovani, dalla serie di domande poste è emerso che le persone si sono stabilite all’estero per motivi più diversi, (per esempio l’ultima tendenza il 14% sono pensionati che hanno deciso di espatriare perché con la pensione che percepiscono riescono a viverci meglio). La prima problematica che tutti all’inizio affrontano è imparare la lingua. Segue la comprensione del sistema sociale, il welfare, per capire a chi rivolgersi in caso di bisogno. Poi ci sono i problemi legati alla tassazione e l’apertura di un conto corrente. Alla risposta se conoscono i patronati, il 38% ha risposto sì. Secondo il professore la ricerca ha evidenziato  “l’esistenza di una forza di permeabilità con l’estero e una percezione dei problemi relativamente bassa, a parte la lingua. Emerge che i patronati svolgono un ruolo fondamentale che però può essere allargato sia sul piano delle funzioni sia sul piano della conoscenza di queste funzioni. Su questo punto il presidente Porta ha rilevato come i patronati siano strumenti importanti per accompagnare la nuova emigrazione.

A seguire l’intervento di Morena Piccinini, presidente dell’Inca, tra le altre cose già citate nella ricerca da Mannheimer, ha evidenziato come l’emigrazione sia cambiata. Prima si spostavano anche interi paesi e gruppi familiari, invece adesso il percorso migratorio è spesso vissuto in solitudine, senza il supporto dei familiari, di parenti o amici. La Piccinini ha rivolto un appello al mondo istituzionale, al mondo associativo per fare rete - una rete integrata che offra una fonte di informazione generale volta anche a mantenere il senso di italianità.

A seguire vari interventi tra cui Maria Chiara Prodi, componente della Commissione Continentale per l’Europa e Africa del Nord, che ha sottolineto la necessità  di trovare soluzioni prima che il problema si presenti al migrante attraverso una preventiva azione informativa. Evidenziata anche l’esigenza di una riforma dell’AIRE. Altro punto di forza, secondo la consigliera, è la presenza su Internet degli italiani che vivono all’estero, l’importanza che offre il web anche rispetto alle informazioni necessarie per chi vuole partire.

Il deputato del Pd Gianni Farina, eletto nella ripartizione Europa, si è augurato che la sensibilità del Governo e del Parlamento sia all’altezza delle esigenze del Cgie. Per Farina non ci devono essere scusanti, perché l’operatività è essenziale in questo momento in cui sono in atto forti processi di spostamenti di popolazione.  Il consigliere del Sud Africa Riccardo Pinna nel suo intervento ha sottolineato la diversità delle esigenze presenti nella sua area geografica ed ha chiesto alle istituzioni più rispetto per le azioni portate avanti dal Cgie, dal Comites, e le forme di associazionismo che danno assistenza ai connazionali che vivono fuori. Il deputato del Pd Marco Fedi, eletto nella ripartizione Africa, Asia, Oceania, Antartide, ha evidenziato che gli italiani all’estero, di vecchia o di nuova emigrazione sono i migliori rappresentanti di una visione positiva della mobilità della conoscenza e dell’interscambio.

Dal canto suo il membro del Comitato di Presidenza Gianluca Lodetti ha posto in evidenza come oggi si possa di nuovo lavorare in rete grazie ad un diverso atteggiamento dei ministeri competenti e alla positiva iniziativa del Cgie che, riacquistando credibilità nei confronti delle istituzioni, ha posto al centro questo incontro la tematica della mobilità.

Schiavone, concludendo i lavori, ha ringraziato per questa possibilità di “discutere questioni che fanno parte di un mosaico ampio che oggi si è arricchito di una ricerca seria commissionata dai patronati, attori protagonisti in emigrazione in quasi tutti i paesi”. Dopo aver ricordato l’importanza che i patronati hanno per i cittadini che li interpellano, Schiavone ha sottolineato la necessità di dare risposte concrete a chi pensa che il Cgie rappreseti uno strumento obsoleto.

Nicoletta Di Benedetto, Inform 28

 

 

 

 

Senza finalità

 

Le difficoltà economiche sono un fatto giornaliero che si evidenzia, pur con pedante monotonia, negli stessi ambiti della popolazione. Si scrive di contenimento della spesa pubblica, quando le casse già sono vuote. Le tante responsabilità politiche, che ora stanno emergendo, sono di vecchia data. Prima, però, il “corso” del Paese sembrava differente. Anche se era un’apparenza occultata per evitare che gli intrighi palesassero. Ora iniziano ad affiorare. Tornare indietro sembra un’operazione impossibile, andare avanti, senza cambiare rotta, sarebbe ancora più tragico. I sacrifici hanno specifici riferimenti nel tessuto sociale nazionale. Certo è che, identificata la malattia, appare ancora arduo agire per somministrare la cura giusta. Col nuovo anno, non cambierà nulla se non si bada a dare una svolta alla realtà socio/politica del Paese. Così non può durare.

 

 La nostra economia ristagna a pelle di leopardo. I cattivi esempi non sono che la più evidente conseguenza di uno stato di fatto anomalo perché eviti che i nodi vengano al pettine. Oggi è più difficile fare gli indifferenti. Ci pensano i conti non pagati, le utenze non onorate, i canoni auto ridotti a riportarci alla realtà di quest’Italia che si avvia verso una stagione di dubbi e critiche politiche. Le privazioni, hanno preso il posto delle rinunce. C’è chi vive ancora bene, anzi benissimo; ma c’è chi non riesce più a tirare avanti. Il deficit nazionale non è stato ridimensionato e d’ottimismo non ne parla più nessuno. Neppure chi avrebbe tutte le ragioni per mantenere lo “status quo”. Sembra che, per il futuro, chi sbaglia paghi. Ma da noi pagano anche quelli che non sbagliano; pur contribuendo, a torto o a ragione, nel togliere le “castagne dal fuoco” agli incauti che ci hanno provato, ma non ci sono riusciti. L’Italia resta ancora un Paese “borderline” anche per i politici più scaltri. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Plenaria del Cgie. Il segretario generale Schiavone illustra la relazione del Comitato di presidenza

 

Michele Schiavone: “il Cgie e i Comites, finché ci sono leggi che li regolano, devono essere messi nella condizione di funzionare realmente. Il voto per corrispondenza è adottato senza problemi in diverse democrazie avanzate, solo in Italia viene vissuto come una pratica fuorviante”

 

ROMA – “L'Italia ritiene ancora importante il suo rapporto con i suoi cittadini all'estero? Considera ancora elemento portante e fattore di promozione del Sistema Italia la struttura delle rappresentanze degli italiani all'estero costituita da Comites, Cgie e parlamentari?”: con questo interrogativo il segretario generale del Cgie, Michele Schiavone, comincia l'illustrazione della relazione del Comitato di presidenza, chiarendo come, solo nel caso di una risposta affermativa, si procederà a “finalizzare la proposta di riforma dei primi due livelli, cui hanno contribuito Comites, associazioni, consiglieri e privati cittadini”.

“Dall’ultima assemblea plenaria del nostro organismo, svoltasi a Roma all’incirca un anno fa, è trascorso un tempo politico e istituzionale ben più ampio di quello che è possibile misurare sul calendario – prosegue Schiavone, citando tra le novità politiche intercorse, oltre alla bocciatura del referendum costituzionale e il cambio di governo, l'approvazione di una legge di bilancio per il 2017 “che prevede significative misure ma anche nuovi duri tagli per gli italiani all'estero”. “Alla luce della sentenza della Consulta e in vista della prossima scadenza elettorale generale, si è riacceso il dibattito sulla legge elettorale che ci riguarda per le implicazioni che potrebbe avere sul sistema di voto degli italiani all’estero; si sta radicalmente modificando lo scenario politico e istituzionale in Europa e oltre atlantico, con possibili ripercussioni riguardanti nuove forme di controllo dei flussi migratori e i diritti dei cittadini residenti nei Paesi di immigrazione – segnala Schiavone, che torna poi sull'interrogativo espresso in apertura: “il Cdp, io stesso e alcuni consiglieri abbiamo cercato di intervenire su queste vicende, per dare voce e tutelare gli interessi degli italiani all'estero; ci siamo dovuti scontrare con il crescente atteggiamento di sottovalutazione ed emarginazione della nostra rappresentanza, con la prassi di chiedere i pareri prescritti dalla legge all’ultimo momento o di non chiederli affatto, con la persistente incomprensione dell’apporto che possono dare all'Italia sia la presenza degli italiani nel mondo sia questo organismo che, in forza della sua funzione di rappresentanza generale di tutte le comunità, con ruoli e funzioni definiti per legge, garantisce la possibilità di fare sintesi soprattutto in una fase di grave difficoltà economica”.

Il segretario generale ribadisce dunque “il diritto del Cgie ad avere il pieno rispetto della sua dignità istituzionale” e che “il Cgie e i Comites, finché ci sono leggi che li regolano, devono essere messi nella condizione di funzionare realmente”. Il riferimento è al taglio dei fondi destinati a questi organismi, in particolare alla riduzione a 299 mila euro dello stanziamento per il Cgie, che “copre a mala pena le spese per riunirci un'unica volta all'anno in assembla plenaria”, riunione che – precisa Schiavone - senza quella delle Commissioni continentali “non basta per esercitare pienamente il nostro ruolo”. “Anche il sostegno finanziario concesso ai Comites, che quest'anno hanno subito un'ulteriore riduzione del 10%, non permette nemmeno la sopravvivenza minima – segnala il segretario generale, che mostra di considerare una prima positiva risposta a queste criticità – e all'interrogativo di apertura che esse hanno sollevato - l'integrazione di risorse in fase di assestamento di bilancio annunciata dal sottosegretario agli Esteri, Vincenzo Amendola, nella relazione di governo (e che dovrebbe consentire un ripristino di fondi per il Cgie quantificati complessivamente in 800 mila euro).

Tra i temi toccati da Schiavone, in primis, il diritto di voto degli italiani all'estero e le polemiche connesse all'ultima consultazione referendaria: “tutto può essere migliorato, ma ribadisco a nome del mondo che rappresentiamo, che non consentiremo in alcun modo di violare i diritti degli italiani all'estero per tornare ad una condizione di cittadinanza dimezzata, quando il voto era un diritto garantito ma per milioni di cittadini – ricorda il segretario generale - non poteva tradursi in una reale pratica di democrazia”. Per Schiavone non è dunque ipotizzabile “tornare indietro” rispetto alla legge sul voto all'estero: “dobbiamo essere fermi e inflessibili sui principi – aggiunge, - ma aperti e realisti sulle applicazioni pratiche”. L'ipotesi dell'opzione, però, in un primo momento presa in considerazione e applicata al voto per il rinnovo dei Comites, ha determinato un forte calo della partecipazione per cui occorre ulteriormente “riflettere sull'opportunità di usare questo metodo”. “Il voto per corrispondenza è adottato senza problemi in diverse democrazie avanzate, solo in Italia viene vissuto come una pratica fuorviante. Il voto nei seggi sarebbe a sua volta impraticabile, per cui – sollecita Schiavone - è necessario riflettere bene su tutti gli aspetti delle consultazioni politiche e referendarie prima di affondare la lama sul sistema in vigore”. La discussione sulla legge elettorale nazionale sarà dunque occasione “per mettere in sicurezza il voto all'estero”; “se si andrà verso un sistema proporzionale, il nostro sistema di voto – rileva il segretario generale – ha fin dalla sua origine questa impostazione e si inserirebbe con coerenza in questo quadro generale. L'unico possibile campo di discussione sarebbe dunque quello procedurale, in particolare per quanto attiene alla complessità della certificazione di voto, che continua a produrre non brogli, ma un numero elevato di voti nulli. Anche su questo, tuttavia, è opportuno non essere sommari e precipitosi”.

Schiavone passa poi ad illustrare la proposta di riforma di Comites e Cgie su cui il Consiglio generale sta da tempo lavorando, premettendo la necessità di garantire ad essi le risorse indispensabili per svolgere efficacemente i compiti fissati dalla legge: “il filo rosso che lega la nostra proposta è che i tre livelli di rappresentanza – Comites, Cgie, parlamentari – vanno salvaguardati e consolidati, garantendo risorse adeguate, attribuendo funzioni precise e incisive, valorizzandone il ruolo da parte delle autorità diplomatico-consolari e legittimandoli di fronte alle autorità locali. Anche se l'estensione della rete dei Comites è uno dei punti aperti della nostra discussione, sono convinto che essa debba essere la più capillare possibile – afferma Schiavone, anche per “non accentuare il senso di isolamento o di abbandono che si avverte in alcune comunità” e non correre il rischio di “allentare le tutele che strutture pubbliche o volontariato sociale non riescono più a garantire come in passato”.

“Gli organismi di rappresentanza devono riorientare il loro ruolo in relazione non solo alla tradizionale esigenza che le nostre comunità abbiano il loro difensore civico nei contesti nei quali sono profondamente inserite, ma anche per diventare sempre più antenne del Sistema Italia nel mondo produttivo e culturale e punto di riferimento e di sostegno per i nuovi flussi migratori. La rappresentanza di base, inoltre – aggiunge Schiavone, - deve tener conto delle trasformazioni avvenute nelle nostre comunità e plasmarsi in modo più aperto e flessibile sulle forme nuove di presenza dell’italianità nel mondo”. Lo sforzo è quindi “di far comprendere a chi deve legiferare che è importante prima di tutto per l'Italia non rinchiudere la rappresentanza in una dimensione amministrativa sempre più asfittica, ma darle spessore e respiro attribuendole poteri reali e aprendola alle forze più vive espresse dalle stesse comunità e a quelle nuove che continuano ad arrivare dall'Italia”.

Il segretario generale passa poi a considerare la riforma del Cgie, “che non vogliamo difendere corporativamente” e che deve considerare composizione e rappresentatività – egli richiama un intervento già adottato di riduzione del numero dei consiglieri che ha prodotto “un profondo squilibrio nella rappresentanza territoriale” e che va sanato. Tre i profili che vanno focalizzati: i rapporti di consulenza e collaborazione con le diverse articolazioni dello Stato, così da incidere sull'elaborazione delle leggi; il rapporto con le Regioni, “che deve essere isituzionalizzato”, cercando di avere una presenza anche nella Conferenza Stato-Regioni; e il ruolo di organismo intermedio e di raccordo tra Comites ed eletti all'estero.

A proposito della promozione di lingua e cultura, si esprime apprezzamento per l'impegno di “sviluppare un coordinamento tra diversi soggetti” mentre si richiamano le perplessità espresse dal Cgie sulla nuova disciplina delle scuole italiane all'estero, proposta “ancora lontana dalla riforma strutturale e organica ipotizzata dallo stesso Cgie e inviata alla riflessione dei gruppi parlamenari”. I pareri espressi da Camera e Senato, tuttavia, “hanno raccolto compiutamente le nostre istanze – segnala il segretario generale, rilevando anche il passaggio significativo della richiesta di un tavolo permanente di coordinamento – cabina di regia – tra Miur e Maeci, che però, a suo dire, avrebbe dovuto coinvolgere anche Mibact e Mise. “Ringraziamo i parlamentari per l'attenzione e la disponibilità, ma per un giudizio definitivo aspettiamo di vedere il testo finale del decreto che il governo dovrebbe emanare a breve – afferma Schiavone, che torna poi sui fondi per i corsi di lingua e cultura ed esprime preoccupazione per la salvaguardia delle risorse ad essi destinati, nonostante la positiva novità del fondo istituito in materia. Timori vengono inoltre espressi per il trasferimento di competenze alla Direzione generale per la Promozione del sistema Paese che, se da un lato “connette la promozione linguistica a quella economica e commerciale, così da avere un solo volto dll'Italia nella sua proiezione globale”, potrebbe tuttavia trasformare i corsi degli enti gestori e le risorse loro destinate in un “vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro”, per cui viene richiesta una maggiore attenzione al riguardo.

“Nella legge di bilancio dello Stato per il 2017 sono poi comparse altre non trascurabili novità, riguardanti il sostegno alla rete delle Camere di commercio italiane all’estero, finalmente considerate come un volano indispensabile di promozione del made in Italy e di integrazione economica e commerciale nei contesti locali, e il sempre delicato tema dei servizi consolari. Ha trovato finalmente sbocco la richiesta avanzata da nostri parlamentari e sostenuta da petizioni popolari e altre iniziative anche più recenti, la richiesta di destinare una parte dei fondi derivanti dai 300 euro sulla cittadinanza al miglioramento dei servizi prestati ai nostri connazionali – afferma Schiavone che, pur salutando “positivamente questo primo passo in una giusta direzione”, chiede di sapere se “i 4 milioni previsti siano stati già trasferiti dal Mef al Maeci e in quali tempi e in quali forme saranno poi dal Maeci trasferiti ai consolati e soprattutto impiegati per rafforzare la dotazione di personale e migliorare concretamente i servizi”.

In conclusione anche un richiamo ai decreti attuativi sulla riforma dell'editoria, che il Cgie desidera conoscere e valutare promuovendo anche “un momento di verifica e approfondimento da realizzare con un seminario allo scopo” o degli “Stati generali” sull'argomento, e all'importanza della riflessione sulle nuove mobilità svoltasi ieri alla Camera con il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti. Un'iniziativa che ha dimostrato da parte del Cgie “la sensibilità per il nuovo e la capacità di analizzarne gli aspetti per arrivare a proposte concrete, per raccogliere problemi, bisogni e attese delle persone che imboccano la strada dell’emigrazione”.

“Sono certo che quanto più queste due dimensioni – la capacità di rinnovarsi e la fermezza nell’adempiere al ruolo di difesa e rappresentanza - si salderanno tra loro, tanto più gli organismi di rappresentanza, di cui invochiamo la riforma, saranno riconosciuti in Italia e all'estero – conclude Schiavone.

Viviana Pansa, Inform 29

 

 

 

 

Ristrutturazione di immobili in Italia, agevolazioni fiscali anche per i residenti all’estero

 

ROMA - È stato appena pubblicato un nuovo e interessante aggiornamento (Febbraio 2017) dell’Agenzia delle Entrate alla Guida ai benefici fiscali per gli interventi finalizzati al recupero del patrimonio edilizio ed agli adempimenti necessari per accedervi.

La Guida 2017 è intitolata “Ristrutturazioni edilizie: le agevolazioni fiscali” ed è aggiornata con le ultimissime novità introdotte dalla Legge di stabilità per il 2017 (n. 232/2016).

La normativa in questione si applica anche ai residenti all’estero proprietari di immobili in Italia i quali producono reddito tassabile in Italia e possono quindi usufruire delle eventuali detrazioni fiscali. Le agevolazioni si applicano agli interventi di efficienza energetica, interventi di ristrutturazione ed efficienza energetica e idrica ed interventi di ristrutturazione edilizia e per l’acquisto di mobili.

In particolare, i contribuenti possono usufruire delle seguenti detrazioni: 50% delle spese sostenute (bonifici effettuati) dal 26 giugno 2012 al 31 dicembre 2017, con un limite massimo di 96.000 euro per ciascuna unità immobiliare; 36%, con il limite massimo di 48.000 euro per unità immobiliare, delle somme che saranno spese dal 1° gennaio 2018.

Possono usufruire della detrazione sulle spese di ristrutturazione tutti i contribuenti assoggettati all’imposta sul reddito delle persone fisiche (Irpef), residenti o meno nel territorio dello Stato.

L’agevolazione spetta non solo ai proprietari degli immobili ma anche ai titolari di diritti reali/personali di godimento sugli immobili oggetto degli interventi e che ne sostengono le relative spese.

I lavori sulle unità immobiliari residenziali e sugli edifici residenziali per i quali spetta l’agevolazione fiscale includono tra l’altro: interventi di manutenzione ordinaria, manutenzione straordinaria, restauro e risanamento conservativo, ristrutturazione edilizia. Nelle agevolazioni sono ricompresi inoltre anche gli interventi relativi all’adozione di misure finalizzate a prevenire il rischio del compimento di atti illeciti da parte di terzi (per “atti illeciti” si intendono quelli penalmente illeciti, per esempio, furto, aggressione, sequestro di persona e ogni altro reato la cui realizzazione comporti la lesione di diritti giuridicamente protetti); gli interventi finalizzati alla cablatura degli edifici e al contenimento dell’inquinamento acustico; gli interventi effettuati per il conseguimento di risparmi energetici, con particolare riguardo all’installazione di impianti basati sull’impiego delle fonti rinnovabili di energia; gli interventi per l’adozione di misure antisismiche con particolare riguardo all’esecuzione di opere per la messa in sicurezza statica; gli interventi di bonifica dall’amianto e di esecuzione di opere volte a evitare gli infortuni domestici; gli interventi necessari alla ricostruzione o al ripristino dell’immobile danneggiato a seguito di eventi calamitosi; gli interventi relativi alla realizzazione di autorimesse o posti auto pertinenziali, anche a proprietà comune; i lavori finalizzati  all’eliminazione delle barriere architettoniche, aventi a oggetto ascensori e montacarichi (per esempio, la realizzazione di un elevatore esterno all’abitazione).

La Guida (consultabile sul sito dell’Agenzia delle Entrate) indica infine quali sono le modalità e le procedure da seguire per richiedere ed ottenere le suddette agevolazioni fiscali.

Marco Fedi e Fabio Porta, Deputati del Pd-Estero dip 21

 

 

 

 

Il piano di razionalizzazione del patrimonio immobiliare dello Stato italiano all’estero. Interrogazione di Micheloni

 

Il senatore Claudio Micheloni ha depositato giovedì 23 marzo in Senato un’interrogazione urgente indirizzata ai Ministri degli affari esteri e della cooperazione internazionale e dell'Economia e delle Finanza riguardante il piano di razionalizzazione del patrimonio immobiliare dello Stato Italiano su territorio estero, annunciato dal Governo nel maggio 2014 nel generale indirizzo della Spending Review e inserito nuovamente nel bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2017 e bilancio pluriennale per il triennio 2017-2019 (Accantonamento di ricavi derivanti dalla dismissione d’immobili all’estero).

Nella sua interrogazione, il senatore Micheloni chiede di sapere cosa prevede il piano di razionalizzazione del patrimonio immobiliare elaborato dell’Agenzia del demanio e dal decreto del MAECI sugli immobili da dismettere, e quali siano gli immobili individuati.

Considerato che le Associazioni e gli organi di rappresentanza degli italiani all'estero sono interessati in alcuni casi a riacquistare il patrimonio immobiliare, il senatore Micheloni vuole sapere dal Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale se, in fase di elaborazione del piano di razionalizzazione, ha audito queste Comunità al fine di evitare forti opposizioni da parte loro, e se ha previsto un prezzo favorevole nel caso in cui questi rappresentanti delle comunità vogliano acquistare gli immobili. Queste Comunità italiane, secondo il senatore Micheloni, meritano un giusto riconoscimento perché in alcuni casi hanno collaborato economicamente e con forza lavoro alla nascita del patrimonio immobiliare dello Stato all'estero.  

Infine, nell'interrogazione, il senatore Micheloni suggerisce di utilizzare la quota del 30 per cento dei proventi delle operazioni di dismissione, oltre che per il rifinanziamento della legge n. 477 del 1998, finalizzata alla ristrutturazione, restauro e manutenzione straordinaria degli immobili del demanio italiano ubicati all’estero, anche per mantenere una presenza stabile per la Comunità ed i servizi rivolta a questa. De.it.press 27

 

 

 

 

Plenaria Cgie. Il dibattito sulla relazione del sottosegretario agli Esteri Vincenzo Amendola

 

ROMA – Diversi gli interventi che hanno seguito le relazioni del governo e del Comitato di presidenza del Consiglio generale degli italiani all'estero nella prima mattinata di lavori dell'assemblea plenaria in corso da ieri alla Farnesina. Interventi e domande sui numerosi argomenti all'ordine del giorno – riforma di Comites e Cgie, voto all'estero, riforma della normativa sulla cittadinanza, servizi consolari, beni demaniali posseduti all'estero e promozione di lingua e cultura, solo per citarne alcuni - a cui ha riposto singolarmente e punto per punto il sottosegretario agli Esteri Vincenzo Amendola, presente per l'intera mattinata.

Deluso dalla relazione di governo Gian Luigi Ferretti (Maie, Italia) che l'ha definita “di piccolo cabotaggio e tendente alla conservazione dello status quo”: “ho nostalgia del ruolo che aveva il Cgie all'epoca del Ministro per gli italiani nel mondo – afferma Ferretti, che ritiene vi sia stato un arretramento nelle politiche e nell'attenzione rivolta ai connazionali all'estero, testimoniata anche dalla razionalizzazione della rete consolare – annuncia che il 7 aprile sono state organizzate manifestazioni davanti ai consolati italiani in Sud America, - e che ora è difficilmente colmabile. Per questi motivi annuncia le sue dimissioni al Consiglio generale. Chiede invece delucidazioni in merito alla decisione relativa all'intervento sulla Casa d'Italia a Zurigo Antonio Putrino (Svizzera) che lamenta un'assenza di confronto con la collettività in proposito. Amendola segnala come la chiusura di consolati ed ambasciate, segnalata da Ferretti, non sia stata messa in atto dal governo in carica né da quello precedente, restando ferma l'intenzione di non chiudere alcuna sede, e ribadisce come la scelta della ristrutturazione della Casa d'Italia non sia un disinvestimento ma, al contrario, un investimento per il futuro, nell'ottica di una valorizzazione dell'edificio e una razionalizzazione delle spese.

Invita il Cgie a mantenere “un'unità d'intenti” Marco Fedi, deputato eletto per il Pd nella ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide, che ritiene le due relazioni – quella del sottosegretario agli Esteri e del Cdp - “convergenti” e sottolinea poi come “il governo vi abbia fornito anche delucidazioni su argomenti che sono stati oggetto di interrogazioni parlamentari e attendono di essere ancora trattati in tale sede”. “Il Cgie ha un ruolo fondamentale, oggi più che mai, non sminuitelo con logiche di contrapposizione politica; non dividetevi come accade a noi parlamentari eletti all'estero, in partiti di maggioranza e opposizione, perché oggi siete chiamati a fare un passo in più – ribadisce Fedi, sollecitando i consiglieri a formulare proposte “sui tanti elementi di chiarezza esposti dal governo”, così che esse possano arrivare in Parlamento. Apprezzamento viene espresso per l'approfondimento avviato sulle nuove mobilità con il ministero del Lavoro, perché “un tavolo interministeriale è indispensabile per la concertazione” sui complessi argomenti connessi al fenomeno. Infine, sul voto all'estero, Fedi assicura che la sua messa in sicurezza è possibile attraverso “alcuni interventi che non mettano in discussione l'impianto della legge”, mentre ribadisce come sui fondi destinati a Comites e Cgie si sia dovuto rinunciare al percorso emendativo della legge di stabilità per via della crisi di governo.

Fortemente critico con la relazione di governo Mariano Gazzola, vice segretario generale per l'America latina, che ha evidenziato come i tempi di attesa per un appuntamento per il passaporto al consolato della sua circoscrizione consolare (Rosario) siano di 10/11 mesi. “Potenziare la rete consolare non vuol dire semplicemente riaprire una sede o non chiuderla – afferma Gazzola, che non scorge un disegno di politiche per gli italiani all'estero e chiede che l'unità di intenti auspicata da Fedi venga messa in atto anche dai parlamentari eletti all'estero. Amendola ribadisce a questo proposito come l'Italia sia l'unico Paese, anche guardando ai nostri vicini europei, a mantenere una rete consolare così estesa e ribadisce come con la riallocazione di parte dei 300 euro richiesti per la domanda di cittadinanza italiana alla rete “non si sia risolto il problema” dell'erogazione dei servizi consolari, ma si sia comunque “aperto un varco” così come “un passo avanti” è l'assunzione di nuovo personale annunciata. Richiama inoltre la necessità di riflettere sulla legge che stabilisce i criteri per la cittadinanza italiana, anche per le difficoltà del sistema e segnala l'assicurazione fornitagli da Claudio Micheloni, senatore eletto per il Pd nella ripartizione Europa, di sollecitare la ripresa dell'iter di esame del testo di riforma al momento giacente a Palazzo Madama.

Sul fronte lingua e cultura italiana interviene Fernando Marzo (Belgio), che ritiene “macchinosa” la ripartizione del nuovo fondo istituito in proposito tra più ministeri e esprime timori per “un assalto alla diligenza” che potrebbe mettere nuovamente a rischio le risorse per i corsi degli enti gestori. Chiede inoltre a Ferretti di ritirare la sue dimissioni. Si associa alla richiesta di Marzo il sottosegretario, che precisa ancora una volta come i 12 milioni di euro destinati ai corsi degli enti gestori siano già previsti “in tabella” per il 2017, mentre nel 2016 era occorso l'assestamento di bilancio per il loro recupero. Il ritardo paventato nella loro erogazione – chiarisce Amendola - sarebbe dunque solo dovuto ad un ritardo del Mef nell'approvazione del decreto interministeriale che sancisce la modifica dei bilanci conseguente al trasferimento delle competenze alla Direzione generale per la Promozione del sistema Paese del Maeci. Tra le questioni che meritano maggiore approfondimento, Marzo segnala anche quella dell'informazione e chiede un confronto con i vertici su iniziative e programmazione di Rai Italia.

Lamenta la riduzione dei fondi destinati ai Comites Riccardo Pinna (Sud Africa), che esprime apprezzamento invece per l'aumento dei contributi all'editoria. Segnala che i tagli di fondi previsti determineranno nell'area di sua provenienza la chiusura di un asilo e l'interruzione di un programma di attività sportiva per giovani. Pinna ritiene inoltre insufficiente l'assicurazione di un recupero dei fondi per il Cgie pari a quanto previsto l'anno scorso – circa 800 euro – perchè tale somma impedisce attività importanti come la collaborazione di esperti o il coinvolgimento dei giovani, che un tempo il Cgie poteva garantire. Ritiene poi ingiusta la tassa di 300 euro applicata alla richiesta di cittadinanza italiana, specie in aree in cui tale cifra può corrispondere allo stipendio medio di un operaio (ad esempio in Sud Africa) o in aree come l'America latina. Amendola ribadisce come il taglio ai fondi per gli enti gestori non vi sia, ma se si rileva una difficoltà “nella programmazione annuale delle attività, possiamo discuterne”; ripete come la riduzione dei fondi al Cgie a 299 mila euro sia stato un errore, ammesso dal governo, a cui si porrà rimedio.

“Oltre alla questione dei fondi c'è anche il problema di quando essi vengono erogati – afferma Silvia Alciati (Brasile), che si sofferma anche sulle limitazioni proposte alla legge sulla cittadinanza italiana, che a suo avviso non dovrebbero toccare la seconda generazione. Il sottosegretario chiarisce come non abbia fatto riferimento a limitazioni di tale sorta, ma solo auspicato un bilanciamento dei diversi aspetti legati alla diritto di cittadinanza e che comunque una nuova legge non interesserà coloro che già hanno fatto richiesta in base alla normativa vigente. Ritorna sull'opportunità della scelta relativa alla Casa d'Italia di Zurigo Giangi Cretti (Fusie, Svizzera), che ritiene inoltre il voto per corrispondenza “il peggior sistema elettorale, se si escludono tutti gli altri”. Isabella Parisi (Germania) chiede se sia possibile un recupero di fondi per l'organizzazione di una conferenza sui giovani, ipotesi giudicata molto difficile dal sottosegretario, se non attraverso un'operazione di fundraising. Infine, si sofferma sulla difficile situazione dei connazionali in Venezuela Nello Collevecchio, che lamenta la scarsa attenzione da parte dell'informazione italiana e segnala criticità riconducibili al Consolato generale d'Italia a Caracas. Viviana Pansa, Inform 30

 

 

 

 

Stipendi, quelli degli italiani sono tra i più bassi in Europa

 

Italia nelle ultime posizioni della classifica media delle retribuzioni a livello europeo. Secondo l'ultima indagine Global 50 Remuneration Planning della società di consulenza Willis Towers Watson, che confronta 15 economie del vecchio continente, il nostro Paese, come lo scorso anno, risulta all’ultima posizione per quanto riguarda i salari d’ingresso con una media di circa 27mila euro.

L’Italia guadagna, invece, una posizione per quanto riguarda le retribuzioni dei middle manager, posizionandosi all’11 posto con una media che sfiora i 71mila euro, seguita solo da Francia, Svezia, Finlandia e Spagna. Rispetto al 2015, il Regno Unito è il Paese che ha registrato il progresso più forte, piazzandosi al 4° posto per quanto riguarda il middle management e al 12° per gli entry level (nel 2014 era rispettivamente al 7° e al 13° posto).

L’Italia invece, oltre a essere il Paese meno competitivo per le retribuzioni offerte tipicamente ai neolaureati, è piuttosto staccato rispetto al penultimo posto (-12% rispetto alla Spagna) e ancora di più dal 'centro classifica' (-47% rispetto all’Olanda). La situazione del nostro Paese migliora per i middle manager, dove la distanza rispetto all’Olanda è circa del 15%.

L’indagine, inoltre, considerando il peso fiscale e il costo della vita fornisce previsioni sul “potere d’acquisto” dei lavoratori in ogni paese preso in esame: i salari per i neo assunti britannici diventano più competitivi, grazie soprattutto a un carico fiscale inferiore. Gli impiegati svizzeri si attestano in cima alla classifica per quanto riguarda tutti i livelli professionali con salari più alti del 20% rispetto al secondo classificato. Come risultato, anche considerando tasse e costo della vita, i lavoratori svizzeri beneficiano ancora di un potere d’acquisto più alto rispetto agli altri europei. Adnkronos 28

 

 

 

 

Realtà discordante

 

Dopo la proclamazione della Repubblica (giugno 1946), i mutamenti nel Paese sono iniziati da subito. Il Paese di “Santi”, “Poeti” e “Navigatori” fa parte del nostro passato. Un passato che non può condizionare il nostro futuro. Dopo più di mezzo secolo di “altalene” politiche della più svariata natura, l’Italia è sempre in crisi.

 

 Altre difficoltà non mancheranno. I cambiamenti politici, anche se la “vecchia guardia” li teme, saranno decisivi. Il potere non solo si deve saper gestire, ma anche meritare. A nostro avviso, il 2018 potrebbe essere l’anno della “nuova frontiera” nazionale. Nulla, per la carità, da paragonare all’Epopea di Kennedy. L’Italia non è l’America. Nel bene come nel male.

 

 Certo è che il Bel Paese ha ritrovare un ruolo di Stato europeo, inserito, a pieno titolo, tra i Paesi fondatori dell’UE. Quello che, ora, ci necessita è la chiarezza politica che non dovrebbe rifarsi all’astrazione dei “poli” ben noti a tutti. Con Gentiloni, un’era, già in agonia, è alla fine. Del resto, tutti ci siamo resi conto che chi ha rovinato il Paese non sono state le ideologie, ma la gestione di coloro che le hanno avvallate.

 

 L’ultima Generazione dei Partiti è già in trasformazione. E’, ora, prioritario impegnarci per sanare gli errori delle passate gestioni politiche. I trasformismi di Palazzo sono finiti con un Esecutivo non idoneo a sostenere la rigida economia dei Paesi europei emergenti.

 Nessun rimpianto, quindi, per quanto ci stiamo lasciando alle spalle e maggiore impegno per gli anni futuri.

 

 L’Azienda Italia c’è ancora. Mal ridotta, ma ancora nelle condizioni di riscoprire la sua competitività. Come a scrivere che l’esperienza vissuta è la prova che il rinnovamento non è più solo un fatto metafisico. Il Paese ha bisogno di sostanziali cambiamenti negli equilibri politici; anche considerando, in modo meno marginale, l’apporto dei milioni di Connazionali oltre frontiera.

 

 Gli uomini del vecchio apparato sono al crepuscolo; c’è anche chi l’ha espressamente riconosciuto. Il quadro politico futuro non dovrebbe avere più relazioni con i fatti, voluti o no, che ci hanno portato sull’orlo del disastro economico. Dopo il voto politico popolare, la Penisola sarà in grado di manifestare diversamente un impegno conforme alla sua realtà europea.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Al Senato l’incontro “Riforma della rappresentanza degli italiani all’estero.

Messa in sicurezza del voto all’estero”

 

ROMA – Si è svolto presso la Sala capitolare del Senato l’incontro sul tema “Riforma della rappresentanza degli italiani all’estero. Comites e Cgie – messa in sicurezza del voto all’estero”. Il dibattito è stato introdotto dal presidente del Comitato del Senato per le questioni degli Italiani all’Estero Claudio Micheloni che ha segnalato di aver inviato una lettera al ministro degli Esteri Angelino Alfano sul mancato coinvolgimento del Cgie negli Stati Generali per la promozione all’estero della formazione superiore italiana svoltisi ieri alla Farnesina. Nella missiva di risposta il ministro ha ribadito la considerazione per il ruolo svolto dagli organismi di rappresentanza degli italiani all’estero e la volontà del governo ad un confronto con il Parlamento e con tali organismi sul tema più ampio delle prospettive della loro riforma. Micheloni ha anche segnalato come nell’audizione, svolta dal Comitato, con il sottosegretario agli Esteri Amendola, sia stata affrontata sia la questione della riforma della rappresentanza , sia il problema del ritardo nell’erogazione dei contributi per gli enti gestori che in alcuni casi rischiano anche il fallimento.

Micheloni si è anche soffermato sui rischi di soppressione del voto all’estero per corrispondenza, connessi all’esame della nuova legge elettorale, e sull’assegnazione al Comitato per le questioni degli Italiani all’estero dell’esame delle conseguenze della Brexit sulle collettività italiane del Regno Unito. Per quanto riguarda la riforma dei Comites e del Cgie Micheloni ha poi sottolineato la necessità, per dare reale rappresentanza alle nostre collettività all’estero, che negli ultimi anni sono molto cambiate, di una profonda riflessione che non si limiti alla modifica di alcune parti dell’attuale legge. Una riforma che, per il senatore del Pd, potrà avere successo solo in presenza di una reale volontà di lavorare insieme, superando i singoli particolarismi. Micheloni ha poi rilevato come, per sopprimere i Comites ed il Cgie non serva una nuova legge, ma basti chiudere del tutto il “rubinetto” delle risorse pubbliche. Un rischio che potrebbe essere evitato da una adeguata e condivisa riforma. Auspicata inoltre da Micheloni una riflessione ad ampio spettro sul voto degli italiani all’estero che consenta anche di comprendere se veramente i parlamentari della circoscrizione Estero siano stati in grado di portare al centro dell’attenzione della politica italiana la storia e la valorizzazione degli italiani all’estero.

Dal canto suo il segretario generale del Cgie Michele Schiavone ha sottolineato come le realtà e le eccellenze italiane all’estero siano prese in considerazione in Italia solo in momenti particolari, come ad esempio l’attribuzione del Nobel a qualche personaggio illustre. “Oggi dobbiamo parlare – ha affermato Schiavone - di come le nostre comunità debbano affrontare il futuro dandosi anche dei regolamenti nuovi, perché il mondo è cambiato rispetto a 30 anni fa quando sono stati ideati questi organismi di rappresentanza. Organismi che hanno seminato nel solco della rappresentanza delle grandi professionalità, facendo avanzare i diritti sociali, culturali e anche il progresso economico nei paesi di residenza… Noi dobbiamo riformare questi organismi – ha proseguito Schiavone - per renderli più attivi e protagonisti; però, per fare questo, c’è bisogno anche della volontà politica. Se non cambia passo l’azione di Governo io temo che questa Assemblea Plenaria possa essere una delle ultime. Noi – ha aggiunto il segretario generale - dobbiamo darci una strada da percorrere insieme perché il Cgie non rappresenta se stesso ma i Comites, le associazioni e tutta una comunità composta da cinque milioni solo per quanto riguarda gli iscritti all’Aire, a cui va aggiunto il gran numero di oriundi italiani”. Per quanto concerne i contenuti della riforma Schiavone ha sottolineato la necessità di ragionare su come creare automatismi per sincronizzare gli interventi, rimanendo Cgie, Comites e parlamentari della circoscrizione Estero i punti cardine, e su come utilizzare con oculatezza le risorse pubbliche. Per Schiavone inoltre questa rappresentanza su tre livelli deve essere organizzata in modo da facilitare la partecipazione politica dei nostri connazionali attraverso il voto per corrispondenza che evita il problema dei grandi spostamenti dell’elettore.  Anche il segretario generale del Cgie ha infine segnalato le problematiche burocratiche che rallentano l’erogazione dei contributi per gli enti gestori.

Ha poi preso la parola il consigliere Riccardo Pinna (Sud Africa), del Comitato di Presidenza del Cgie che ha rilevato l’esigenza di  aumentare i servizi della rete consolare per gli italiani all’estero e di dare i mezzi necessari al Cgie per lavorare. Sulla questione della riforma degli organi di rappresentanza Pinna ha sottolineato la necessità di rivedere la distribuzione territoriale dei consiglieri tenendo conto degli ampi territori che questi spesso devono coprire.

A seguire l’intervento del consigliere Norberto Lombardi (Italia) che ha posto in evidenza come gli eletti all’estero abbiano svolto un importante lavoro intervenendo negli ultimi mesi sulla finanziaria, riportando a 12 milioni le risorse per i corsi di lingua e cultura, e fornendo mirate osservazioni  per l’adeguamento del decreto sulla “buona scuola”.  Lombardi ha poi parlato dell’esigenza di affrontare a livello culturale come una cosa unica, per quanto concerne l’impostazione, le riforme dei Comites, del Cgie e del voto all’estero. “Io sono preoccupato – ha aggiunto Lombardi - che nella riforma elettorale italiana possa entrare anche la legge 459 sul voto all’estero perché su questo argomento il clima, già rovente durante il referendum,  rischia di riaccendersi”. Secondo il consigliere un’eventuale modifica della legge che trasformasse il voto per corrispondenza nel suffragio presso i seggi consolari porterebbe ad una drastica caduta della partecipazione con conseguenze nefaste anche per lo stesso diritto di voto all’estero . “. O facciamo una riforma della riforma dei Comites e del Cgie che abbia il coraggio di guardare in faccia il nostro tempo prendendo in considerazione le profonde trasformazioni che sono avvenute , - ha continuato Lombardi - oppure prendiamoci il tempo più adeguato per rifletterci meglio, non facciamo quindi un semplice ritocco della rappresentanza”. Per Lombardi inoltre nella nuova riforma non andrà ridotta la rete dei Comites, dovranno trovare spazi di ingresso effettivo alla rappresentanza anche gli oriundi e i tanti imprenditori e ricercatori italiani all’estero, e dovranno essere esaminate le numerose proposte aggregative fornite dalle nuove tecnologie. “La prima riforma – ha concluso Lombardi - è di dare al Cgie e ai Comites le risorse per far adempiere i compiti che la legge gli assegna”.

Il consigliere Giuseppe Stabile (Spagna) ha invece rilevato la necessità sia di dare allocazione al nuovo Cgie presso la presidenza del Consiglio, sia di mettere in sicurezza il voto all’estero attraverso l’assegnazione ai nostri connazionali nel mondo di una tessera elettorale simile a quella utilizzata in Italia. Dopo l’intervento di Luca Tagliaretti (Nuovo Centrodestra) che ha ricordato come la componente di nomina governativa del Cgie sia ricca di competenze specifiche e rappresenti il primo punto di raccordo tra gli eletti e il resto dell’organizzazione politica e sociale, il senatore Vito Petrocelli del Movimento 5 Stelle ha parlato della necessità, di fronte ad una collettività all’estero mutata, di garantire le condizioni per poter lavorare e rappresentare le comunità di tutti continenti. “Vi sono però – ha aggiunto il sentore - dei ma, perché io credo che non sia un tabù di cui non si può parlare la possibilità che vi sia una radicale riforma della rappresentanza diplomatica, ma anche della rappresentanza degli italiani all’estero. Altro tabù è la questione della modalità di voto: non è un tabù che non si possano cambiare le attuali regole sulla modalità del voto all’estero”. Il senatore si è poi detto interessato a capire come sia stato preparato dal Cgie il documento sulla riforma della rappresentanza.  

Dal canto suo Mariano Gazzola, vice segretario generale per l’America Latina, ha parlato di uno studio del Governo messicano sul voto all’estero da cui emerge come a tutt’oggi vi siano 111 paesi dotati della possibilità di voto all’estero; di questi 52 votano presso i seggi, spesso pero solo per alcune categorie come ad esempio i diplomatici,  e 25 per corrispondenza, mentre 28 utilizzano un meccanismo di voto combinato.  Per Gazzola inoltre le recenti polemiche in Italia sul voto all’estero, che non può essere strumentalizzato con motivazioni politiche, appaiono anacronistiche anche alla luce del fatto che l’intero mondo, con l’aumento della mobilità dei migranti, si sta attrezzando con il voto all’estero.

Il consigliere Fernando Marzo (Belgio) si invece soffermato sui cambiamenti avvenuti nel mondo del lavoro all’estero, una realtà che ormai non è più, come era una volta, un luogo di dibattito politico da cui prendeva forza la rappresentanza. “Tutto questo non esiste più, ha spiegato Marzo,- è cambiato il modo di aggregazione degli italiani all’estero. Bisogna difendere la rappresenta nei contenuti e il voto all’estero che deve garantire sicurezza e partecipazione” .

Maria Chiara Prodi (Francia) ha sottolineato la necessità sia di mantenere il voto per corrispondenza, ma introducendo l’inversione di opzione e dando la possibilità ai cittadini di essere informati per tempo, sia di approntare una riforma dell’Aire che consenta alla nuova emigrazione di iscriversi e diventare elettorato attivo e passivo. Secondo Chiara Prodi sarebbe inoltre opportuno un intervento che permetta ai candidati agli organi di rappresentanza di raggiungere l’elettore attraverso una capillare comunicazione politica di tipo istituzionale. Il consigliere Paolo Brullo (Germania) si è detto preoccupato per il modo in cui vengono percepiti oggi in Italia i connazionali all’estero che non possono essere più considerati dei Gastarbeiter. Per Brullo, che esige rispetto per le nostre comunità nel mondo,  vi sono all’estero fra i nostri connazionali tante eccellenze che potrebbero giocare “nella nazionale italiana” ma che non vengono mai chiamati in campo dal  loro paese.

Da Rodolfo Ricci (Italia) è stato invece evidenziato come la crisi della rappresentanza e dell’associazionismo degli italiani all’estero faccia parte di una difficoltà più generale della rappresentanza e della stessa politica.  “Gli elementi di delusione presenti nel nostro ambiente – ha proseguito Ricci - sono da attribuirsi in parte a noi, perché non siamo stati in grado di modificare la percezione degli italiani all’estero nel mondo politico nazionale, ma ci siamo trovati anche di fronte ad una mediocrità della politica”. Da Ricci si è anche rilevato come, a fronte di un costante aumento dei nostri flussi migratori verso l’estero,  sia mancato un monitoraggio da parte delle istituzioni di questo fenomeno che hanno invece provveduto  a tagliare in maniera costante le risorse per gli italiani all’estero. Ricci ha infine ipotizzato un supplemento di riflessione sulle riforme degli organi di rappresentanza che consenta di affrontare e comprendere meglio le rapide evoluzioni delle nostre comunità all’estero.

Dopo l’intervento di Paolo Da Costa (Svizzera) che si è detto perplesso sull’esigenza di approntare in maniera così rapida  la riforma dei Comites e del Cgie e ha parlato del doverre di difendere il voto per corrispondenza a priori,  Nello Gargiulo (Cile) ha rilevato come il voto all’estero, che consente di espandere l’italianità nel mondo, da qualsiasi riforma venga espresso, dovrà essere in grado far lievitare la partecipazione dei nostri connazionali. Per Gargiulo sarebbe inoltre opportuna una maggiore attenzione per gli oriundi nel campo della promozione della lingua e cultura italiana.

Il consigliere Giangi Cretti (Fusie) si è invece interrogato sul perché dopo tanti anni di battaglie esista ancora una parte cospicua della politica italiana che non conosce gli italiani all’estero e si è detto interessato a conoscere quali possano essere nuove soluzioni  alternative a quelle  prospettate nei vari ambiti dal Cgie. Ha comunque evidenziato come  il voto per corrispondenza favorisca effettivamente una grossa partecipazione dei connazionali all’estero. Anche Cretti ha parlato della possibilità di prendere ulteriore tempo per modificare in modo adeguato la rappresentanza. La necessità di esercitare al meglio possibile il voto all’estero è stata sostenuta da Francesco Papandrea (Australia)  che ha anche rilevato l’esigenza di dare risorse adeguate al Cgie e di non togliere la rappresentanza dei Comites alle piccole comunità.

Il consigliere Antonio Putrino (Svizzera) ha ricordato come il voto all’estero rappresenti un’eccellenza italiana che viene ripresa da altri Paesi. Putrino si è anche soffermato sul problema di una reale ricambio generazionale all’interno della rappresentanza degli italiani all’estero e sulla necessità non tanto di modificare le leggi attuali, che spesso sono all’avanguardia, quanto di applicarle in modo efficace. Silvia Alciati (Brasile) ha invece segnalato la passione che anima i consiglieri del  Cgie impegnati nella rappresentanza e che vogliono essere messi in condizione di poter lavorare. La consigliera, oltre a chiedersi quanto il governo sia interessato alla rappresentanza degli italiani all’estero, rileva come non sia vero che tra i nostri giovani connazionali nel mondo manchi l’interesse per l’Italia.

Ha infine preso la parola  il vice segretario per i Paesi anglofoni  Silvana Mangione che ha sottolineato come il Cgie abbia fatto bene ad inviare un proprio rappresentante agli Stati Generali presso la Farnesina. Ha ricordato come negli ultimi tempi il Cgie abbia dovuto far fronte ad alcune problematiche connesse a un tentativo di spostare, in vista del G7, gli uffici del Consiglio Generale in altri luoghi, e alla riduzione delle risorse da parte del Maeci per lo stesso funzionamento del Cgie. Mangione ha poi spiegato come la proposta di riforma degli organi di rappresentanza, elaborata dal Cgie, nasca da un lavoro corale con tutti i Comites e le associazioni del mondo che ha portato alla creazione di un modello fattibile e realizzabile che dovrà essere discusso dall’Assemblea su alcuni punti chiave come ad esempio il numero minimo di iscritti all’Aire per l’istituzione di un Comites, la presenza, la selezione e le capacità di voto dei consiglieri di nomina governativa e il coinvolgimento delle Consulte regionali nel sistema della rappresentanza. La consigliera ha anche parlato della necessità di riassegnare territorialmente i consiglieri del Cgie, dopo un adeguamento sbagliato legato solo al numero degli iscritti all’Aire, e dei costi proibitivi del voto all’estero presso seggi elettorali o per via elettronica. Goffredo Morgia, Inform 30

 

 

 

 

La “maxi Borsa” europea non ci sarà, stoppata la fusione tra Londra e Francoforte

 

La decisione della Commissione: Deutsche Börse e London Stock Exchange insieme avrebbero ridotto la concorrenza - Dopo il no alla fusione tra le Borse di Londra e Francoforte che succederà alla piazza di Milano? Emanuele Bonini

 

BRUXELLES - La più grande piazza affari europea non si farà. Dalla Commissione europea arriva lo stop alla proposta di fusione tra la borsa di Londra e la borsa di Francoforte. Troppo grandi le preoccupazioni legate all’operazione, con le richieste avanzate dall’esecutivo comunitario per fugare i dubbi che non sono state soddisfatte. La fusione «avrebbe ridotto in maniera significativa la concorrenza creando un monopolio di fatto in un settore cruciale», spiega il commissario europeo per la Concorrenza Margrethe Vestager. Il matrimonio tra Deutsche Börse e London Stock Exchange (Lse) non s’ha da fare. 

 

Decisione simbolica nel giorno di inizio della Brexit  

L’annuncio dell’operazione è stato dato esattamente un anno fa, a marzo 2016, e le nozze riguardano anche Milano, dato che Borsa Italiana fa parte Lse. Di fatto però il progetto di maxi-borsa europea era già naufragato, di fronte alla mancata volontà britannica di rispondere alle richieste dell’antitrust comunitario. Avviene che Bruxelles dia via libera condizionati. Nel caso specifico per poter permettere l’unione tra i mercati finanziari due la direzione generale per la Concorrenza aveva cheisto di rinunciare a Mts, la piattaforma utilizzata la compra-vendita all’ingrosso di titoli obbligazionari europei, in particolare Titoli di Stato italiani. Lse non ha mai voluto rinunciarvi, rendendo difficile le trattative. La decisione di oggi era dunque annunciata, ma acquista una rilevanza simbolica considerando che giunge nel giorno in cui il governo di Londra notifica l’intenzione di uscire dall’Ue.  

 

La grande piazza affari (che non ci sarà)  

Doveva essere il grande polo finanziario europeo. Deutsche Börse e London Stock Exchange insieme, con presenza italiana. Un unica piazza affari Francoforte-Londra-Milano, concepita prima della Brexit e del referendum che l’ha generata. Le incertezze legate all’uscita di Londra dal mercato unico sono chiaramente un altro fattore che a questo punto incide sull’operazione. Allora poteva avere un senso creare un unico polo europeo, adesso rischia di perdere di significato. Brexit a parte, è Vestager ad annullare le nozze. 

 

«Non possiamo approvare la fusione nei termini in cui i due soggetti la propongono», sintetizza il commissario per la Concorrenza. Assicura che da parte comunitaria c’è stata la disponibilità a favorire la creazione delle grande piazza, ma gli ostacoli esistenti non sono stati rimossi a Londra. «Quando incontriamo problemi chiediamo soluzioni». Nel caso specifico «abbiamo offerto la possibilità di rispondere ai nostri dubbi, ma London Stock Exchange non ha voluto cedere Mts» e non ha saputo offrire alternative convincenti alle richieste di Bruxelles. 

LS 29

 

 

 

Antonio Razzi, quel selfie (osceno) con Bashar al-Assad.

 

Il senatore Antonio Razzi è una macchietta che non fa più ridere, ma mette solo molta tristezza. Anche il suo nuovo compagno di selfie, Bashar al-Assad, non fa ridere, ma lui fa paura.

«Macchietta» non è un termine offensivo, perché lo stesso senatore Razzi è sembrato apprezzare vivamente l’esilarante caricatura proposta da Maurizio Crozza, quella di un politico in guerra perenne con la lingua italiana e con la cultura in genere, di un senatore che non si sa come è riuscito a entrare in un’istituzione un tempo prestigiosa come il Senato, che insomma, per quanto screditata, dovrebbe aspirare a un minimo di solennità e di rispettabilità dei suoi singoli membri.

 

Ma da ieri, da quando Razzi si è appartato dalla delegazione europea in visita a Damasco e si è messo a scattare un selfie ridanciano con il tiranno siriano Assad, massacratore seriale del suo stesso popolo, e lo ha diffuso per farsi un po’ di pubblicità, da quel momento il riso si è spento, ogni ironia è inevitabilmente sfiorita, e ogni caricatura ha perduto il suo mordente.

 

Scherzare per il gusto della battutaccia con chi ha fatto strage negli ultimi anni di oltre duecentomila civili, compresi un numero incalcolabile di bambini, contiene qualcosa non di ridicolo, ma di francamente osceno. È vero che il senatore Razzi non è nuovo a questo tipo di bravate politico-mediatiche e in passato si è persino fatto passare (non il solo, c’era anche Matteo Salvini purtroppo) come ambasciatore delle ragioni della Corea del Nord, che poi è una feroce dittatura anche se la sua scenografia di regime raggiunge vette inarrivabili di grottesco. Ma adesso è diverso. Adesso abbiamo ancora nitide le immagini della carneficina di Aleppo. Abbiamo ancora il sentore del gas che Assad ha sparso sullo stesso popolo siriano. La nostra grande ipocrisia è che per battere l’Isis abbiamo bisogno di un’alleanza con questo tiranno, ma almeno sarebbe il caso di non riderci su, di produrre avanspettacolo dove c’è una tragedia. E non si capisce perché Forza Italia, se vuole mantenere un minimo di profilo serio, non prenda le distanze da un suo senatore che svilisce l’immagine di un partito che aspira a governare l’Italia. Non fa più ridere, Razzi. E ha perso il senso del limite oltre a quello del ridicolo. Il selfie con il dittatore mette solo pena, tristezza, e anche rabbia. di Pierluigi Battista, CdS 20

 

 

 

 

“Il Made in Italy cresce con il lavoro degli stranieri”

 

Nel Paese ci sono 25 mila aziende agricole guidate da un imprenditore straniero

Di MAURIZIO TROPEANO

 

Non solo sfruttamento, anzi l’agricoltura è uno strumento per l’integrazione perché, per dirla con Dino Scanavino, presidente nazionale della Cia-agricoltori italiani, i “numeri dimostrano come il Made in Italy cresca con il lavoro degli stranieri”. 

 

I numeri, allora: in tutta Italia ci sono 25 mila aziende agricole guidate da un imprenditore straniero, 12 mila dei quali sono guidate da extracomunitari. Imprese che creano ricchezza visto che versano complessivamente 11 miliardi di oneri fiscali e previdenziali.  

 

Un’azienda su tre conta almeno un lavoratore straniero, in tutto sono 320 mila di cui 128 mila extracomunitari. Numeri che secondo la Cia - che ha aperto a Bologna i lavori della sua conferenza economica - possono permettere di realizzare un ricambio generazionale che nei campi e’ praticamente fermo, sotto il 7 per cento.  

 

Ancora Scanavino: “Con i titolari d’azienda italiani con un’età media superiore ai 60 anni c’è’ il rischio concreto di un dimezzamento degli addetti nel settore nei prossimi 10 anni”.  LS 29

 

 

 

 

Plenaria Cgie. Il dibattito dell’Assemblea e l’approvazione del parere sui decreti attuativi per la stampa italiana all’estero

 

Le relazioni delle Commissioni continentali e di alcune Commissioni tematiche. L’intervento del deputato Pd Gianni Farina, eletto nella ripartizione Europa

 

ROMA – La prima sessione pomeridiana del Cgie è stata dedicata alla parte conclusiva del dibattito sulla relazione di governo e del segretario generale. Nel suo intervento Maria Chiara Prodi (Francia),  ricordando il lavoro svolto dalla Commissione Nuove Emigrazioni e Generazioni Nuove  ha sottolineato la volontà di chiedere lumi sullo status di alcune iniziative programmate dalla Farnesina come ad esempio il terzo censimento degli italiani all’estero previsto per il  2011, il progetto di un social network per gli italiani all’estero e la digitalizzazione dell’anagrafe dei servizi consolari. Dopo l’intervento di Aniello Gargiulo (Cile) sulla necessità di sostenere in Cile l’italiano nelle scuole pubbliche, Luigi Billè (Regno Unito) si è soffermato sulle problematiche derivanti dalla Brexit per i nostri connazionali in Gran Bretagna. Il consigliere ha spiegato come, in vista della fase di negoziazione che si svilupperà intorno alla fine di maggio,  si stia lavorando, al fine di tutelare i diritti degli italiani  ivi residenti,  per la creazione di un comitato permanente sulla Brexit che riunisca i rappresentanti di tutti i Comites, del Cgie,  e delle rappresentanze diplomatiche e consolari. Dal canto suo Enrico Musella (Francia) ha espresso preoccupazione per la continua riduzione dei fondi per gli organi di rappresentanza degli italiani all’estero. Decurtazioni delle risorse che stanno spegnendo l’attività dei Comites. Una situazione contro cui dovrebbe protestare il Cgie.

 Ha poi preso la parola il deputato del Pd Gianni Farina, eletto nella ripartizione Europa, che ha in primo luogo espresso solidarietà per la difficile situazione degli italiani in Venezuela.  “Se il Cgie non ci fosse bisognerebbe inventarlo, – ha affermato Farina – ma oggi la realtà delle nostre comunità all’estero è cambiata e quindi c’è bisogno di una grande riforma dei Comites e del  Cgie… La riforma è necessaria, – ha proseguito il deputato ricordando come ogni proposta di legge per gli italiani all’estero sia partita dagli organi di rappresentanza - il vostro compito non è quello di aspettare, ma di impegnarsi per approntare una proposta concreta, tenendo conto delle nuove mobilità dei nostri concittadini. Bisogna quindi costruire un organismo che sia all’altezza di dare alla politica le indicazioni necessarie per intervenire. Il ruolo del Cgie – ha aggiunto Farina - non è quello di assecondare la politica governativa,  ma è di stimolo, critica e proposta continua nel rispetto del governo del nostro paese”. Farina, dopo aver sottolineato la necessità di portare avanti una battaglia per fornire adeguati finanziamenti gli organi di rappresentanza degli italiani nel mondo, ha suggerito alcune modifiche allla legge per il voto all’estero, come ad esempio il passaggio dall’attuale elezione dei candidati in grandi zone continentali, alla creazione di 12 collegi uninominali in cui l’eletto possa avere un rapporto continuo con agli elettori. Auspicata infine la creazione di una Commissione specifica in cui i 18 parlamentari e senatori eletti all’estero possano lavorare insieme e in diretto rapporto con il Cgie.

A seguire è intervenuto Luigi Scaglione, della consulta della Basilicata e coordinatore delle consulte regionali, che si è detto soddisfatto per l’azione del Cgie volta a riattivare, anche alla luce della nuova emigrazione, i collegamenti con le consulte e le commissioni regionali. Scaglione ha anche sottolineto l’opportunità di avviare progetti condivisi e di portare avanti iniziative di sinergia tra politiche statali, regionali e Cgie.  Dopo l’intervento del consigliere Rocco Di Trolio (Canada) che ha segnalato all’assemblea lo scioglimento del Comites di Toronto ed ha auspicato la rapida indizione da parte del console di nuove elezioni, il vice segretario generale per l’Europa e Africa del Nord Giuseppe Maggio ha illustrato la relazione della sua Commissione continentale in cui si evidenzia come le riduzioni dei finanziamenti  degli ultimi anni stiano portando il Cgie verso una “morte lenta”. Dopo aver segnalato la necessità di riformare il Cgie rispetto alle novità della odierna emigrazione, Maggio ha rilevato come la Commissione ribadisca la centralità dell’insegnamento della lingua italiana nel mondo ed auspichi una programmazione triennale dei finanziamenti agli enti gestori che permetta una organizzazione più rispettosa di docenti e studenti e una migliore valorizzazione dei servizi. Chiesta inoltre la realizzazione sia di una nuova Conferenza dei giovani italiani nel mondo, sia di una riforma dell’Aire che tenga conto delle nuove mobilità. Ricordata da Maggio anche la creazione nel Regno Unito di una associazione  volta a tutelare i nostri connazionali dagli effetti della Brexit . “In questo percorso – ha precisato  Maggio - proponiamo un Odg  volto a chiedere che gli eletti dei Comites e del Cgie siano coinvolti nelle questioni relative alla Brexit”. Segnalata inoltre, per quando riguarda la vendita dei beni demaniali all’estero del Maeci, la stesura di un ordine del giorno  in cui  chiedere al Maeci un inventario di tutti i beni demaniali del ministero,  un resoconto delle vendite effettuate e in programma e il coinvolgimento in tutto questo delle rappresentanze degli italiani all’estero. La Commissione si è inoltre impegnata a verificare la fattibilità di un incontro presso la sede del Parlamento europeo a Bruxelles sui temi della mobilità e dei diritti dei cittadini comunitari.

Per quanto riguarda la Commissione continentale dell’America Latina il vice segretario generale Mariano Gazzola ha espresso solidarietà alla nostra comunità in Venezuela che sta vivendo la difficile crisi economica e sociale di quel paese. Dopo aver invitato il Governo a moltiplicare gli sforzi per sanare questa situazione, Gazzola ha sottolineato la necessità di sostenere con risorse adeguate,  per quanto concerne la promozione della lingua e cultura italiana, anche i corsi per adulti e specialmente dei discendenti di italiani che hanno bisogno di imparare la lingua italiana. Evidenziata anche l’esigenza di rafforzare la presenza culturale e commerciale dell’Italia in America Latina e di superare il problema della carenza di personale della nostra rete diplomatica e consolare in questa area. Un problema che al momento non permette di fornire adeguati servizi alla cittadinanza. “Dalla Commissione – ha segnalato Gazzola - viene inoltre auspicato l’avvio, in collaborazione con i Comites, di un’indagine sul funzionamento dei servizi consolari allo scopo di individuare criticità e proporre soluzione adeguate”. Chiesta inoltre sia l’attivazione del Cgie sulla revisione della legge di cittadinanza, sia una riforma dei Comites e  del Cgie che mantenga intatta l’attuale piramide, su tre livelli,  della rappresentanza degli italiani all’estero e consenta di ampliare ad importanti paesi la rappresentanza del Cgie.

“La cura delle fasce più deboli ed anziane delle collettività italiane all’estero non può essere demandata esclusivamente alle realtà locali specie nei paesi che attraversano momenti di crisi economica e politica, come il Venezuela e Sud Africa, ma deve godere dell’aiuto diretto del governo italiano”.  Lo ha detto il vice segretario generale Silvana Mangione illustrando la relazione della Commissione dei Paesi Anglofoni extraeuropei. La Mangione ha anche precisato come la Commissione, per quanto riguarda la bozza di proposta di riforma dei Comites e del Cgie, confermi la necessità di mantenere gli attuali tre livelli di rappresentanza degli italiani all’estero. Dalla Commissione inoltre è stato approvato, con un voto contrario, l’impianto e il contenuto della bozza di riforma che dovrà essere sottoposta al dibattito e l’approvazione del Cgie. Per quanto poi concerne la messa in garanzia del voto all’estero dalla Commissione è stata proposta la stampa delle schede elettorali in Italia ed è stato chiesto un controllo assoluto sulla correttezza delle operazioni di consegna, restituzione e trasmissione dei plichi nei Paesi dove non esistono sistemi di posta pubblica perfettamente funzionanti. Chiesta inoltre dalla Commissione l’erogazione sia di fondi sufficienti per il corretto funzionamento dei Comites e del Cgie, sia di risorse adeguate per l’insegnamento della lingua e cultura italiana all’estero. Segnalata anche la richiesta di trasmettere in streaming le repliche dei programmi Rai diffusi all’estero.

E’ stata poi la volta del presidente della Commissione Informazione e Comunicazione Giangi Cretti che ha illustrato i contenuti dei decreti attuativi della nuova legge sull’editoria che entrerà in vigore dal 1 gennaio del 2018 e su cui il Cgie è chiamato ad esprimere un parere alle Commissioni parlamentari competenti per quanto riguarda la stampa italiana all’estero. Nella legge e nei decreti attuati sono infatti previste specifiche disposizioni per i contributi per la stampa italiana edita all’estero o edita in Italia e prevalentemente diffusa all’estero. “Innanzitutto voglio segnalare – ha esordito Cretti - che vi è una grande differenza fra quotidiani e periodici all’estero. Oggi i quotidiani all’estero fanno riferimento ai criteri di accesso ai contributi richiesti ai quotidiani italiani, tranne che per i contratti di lavoro. Si tratta di stampa cartacea o online. I quotidiani sono presi in considerazione anche se sono solo in formato online, mentre per quanto riguarda i periodici l’on line è riconosciuto per l’accesso ai contributi solo se collegato ad una testata cartacea”. “ Prima – ha spiegato Cretti - erano richiesti alle testate tre anni di anzianità per accedere ai contributi, oggi questo requisito è passato a due anni. Le testate devono avere il 50% della produzione in lingua italiana e i giornali che riceveranno il contributo dovranno esplicitarlo nella pubblicazione. Non vi potrà essere inoltre nessuna pubblicità lesiva del corpo della donna. Ogni impresa editoriale avrà diritto di chiedere il contributo per una sola testata, prima potevano essere due. Per una testata che ha una edizione cartacea e una online i contributi ammessi saranno cumulativi, fermo restando che nessun contributo potrà eccedere il 5% dell’ammontare complessivo delle risorse previsto dalla legge”.

Cretti ha anche evidenziato come, a differenza di quanto avveniva in passato, per il calcolo del contributo verranno presi in considerazione i costi sostenuti dal periodico per il personale,  la stampa e la spedizione della testata. Il bilancio o le fatture erogate dovranno essere  certificati da un organismo terzo. Bisognerà inoltre essere in regola con i contributi lavorativi. Anche la vendita del giornale dovrà essere certificata da organismi terzi. Segnalata inoltre da Cretti sia la variabilità, di anno in anno,  dell’ammontare complessivo del fondi destinati ai contributi, sia la eliminazione della Commissione che prendeva visione dell’istruttoria delle testate ammesse ai contributi. Rimane invece il parere del Comites, che è obbligatorio ma non vincolante, e il parere del console sulla presenza sul territorio e l’utilità della testata. Un giudizio, quello sull’utilità. Che secondo Cretti potrebbe creare un rischio di condizionamento di natura psicologica sulle testate all’estero.

Dopo un breve dibattito l’Assemblea ha approvato un parere in cui si chiede di eliminare quella parte del decreto attuativo che fa riferimento al parere da parte del console sull’interesse della testata per la comunità italiana in loco. Nel parere si raccomanda inoltre la definizione della quota parte del fondo complessivo dei contributi che sarà destinata alla stampa italiana all’estero, nonché il mantenimento della Commissione che affianca il Dipartimento dell’Editoria nel momento in cui viene redatto l’elenco di coloro che hanno diritto a questo contributo. 

E’ poi intervenuta la presidente della Commissione Sicurezza, Tutela Sociale e Sanitaria  Anna Maria Ginanneschi che ha rilevato come nella legge di bilancio 2017 vi siano molti aspetti che riguardavano i nostri connazionali all’estero, come ad esempio l’aumento della platea dei fruitori della 14esima mensilità, l’equiparazione della no tax area fra coloro che sono lavoratori dipendenti e pensionati e l’agevolazione per il cumulo contributivo gratuito in diversi paesi. “Noi vogliamo chiedere all’Inps – ha spiegato Ginanneschi  - se il cumulo gratuito contributivo prevede la possibilità, una volta che è stato effettuato all’interno della contribuzione italiana, di utilizzarli poi ai fini del cumolo per il periodo di lavoro svolti in paesi extracomunitari”. La Commissione si è inoltre occupata delle procedure di accesso per gli italiani all’estero al SPID - Sistema Pubblico di Identità Digitale, delle problematiche legate al ricalcolo previdenziale da parte della  cassa pensioni argentina e della questione della mancata richiesta da parte di molti connazionali, che hanno lavorato per un certo tempo in Germania, della previdenza tedesca. Un problema su cui, secondo Ginanneschi, sarebbe opportuna una campagna informativa.  La presidente della Commissione si è anche soffermata sulle problematiche pensionistiche presenti in Venezuela e in America Latina - in questo subcontinente i titolari di pensione italiana a causa delle continue fluttuazioni del tasso di cambio si stanno impoverendo -, sul disagio portato dalla riduzione  della rete diplomatico consolare, sulla necessità di stipulare una convenzione fra Maeci e istituti di patronato e sulle lamentele giunte in merito alla  tutela sanitaria dei lavoratori frontalieri con la Svizzera.

Ha infine preso la parola Manfredi Nulli. presidente della Commissione permanente Stato, Regioni, Province Autonome, Cgie, che ha evidenziato l’esigenza di un rapporto costante fra il Cgie e le Consulte regionali, nonostante molte regioni non abbiamo  consulte attive. Fra gli spunti elaborati dalla Commissione e illustrati da Nulli segnaliamo l’avvio di collaborazioni anche con i Comitati delle regioni presso il Parlamento Europeo, al fine di  formulare proposte di legge che possano essere ritenute di vantaggio e interesse per le comunità italiane all’estero nell’Ue, e la creazione di sportelli delle Regioni l’estero per creare sostegno ai connazionali nel mondo e sviluppare progetti di promozione ad esempio su lingua e cultura. Ricordata in questo contesto anche la necessità di pubblicizzare gli incentivi per il rientro in Italia dei ricercatori e di creare, tramite le associazioni e le consulte, una mappatura sul senso e le caratteristiche  dell’emigrazione che oggi è  composta da grandi professionalità ma anche da tanti connazionali che si recano all’estero senza conoscere i propri diritti. Prerogative su cui devono essere informati. Sottolineata infine la possibilità di porre in essere la nuova Conferenza Stato Regioni Provincie autonome Cgie  già in occasione della prossima Assemblea Planaria.

Goffredo Morgia, Inform 30

 

 

 

Facciamo i conti

 

In economia, non è sempre possibile fare delle previsioni. Del resto, non ci sono costrutti che ci potrebbero indurre ad assumere posizioni di minor “chiusura”. Da qualche tempo, il “piatto” non “piange”, perché proprio non c’è più. Portato via; insieme alle speranze e ai sacrifici degli italiani. Anche la minor competitività produttiva a livello internazionale ci ha messo a terra. Sollevarsi, quando e se sarà, potrebbe essere difficile. Scrivere di “stangate” non farebbe più notizia. Ci hanno abituato, giorno per giorno, ad avere meno ed a sostenere l’insostenibile. Siamo stanchi di questa situazione che sfilaccia ogni iniziativa, ogni possibile via d’uscita. Il rigore non ha lasciato spazio alla speranza. Senza speranza è venuta meno la fiducia. Senza fiducia non se n’esce.

Se risparmiare, è impossibile, tentare di spendere appare ancor più difficile. La mancanza di liquidità ci ha spinto ai prestiti, ad acquistare a rate. Ipotecando per mesi, se non per anni, gli eventuali miglioramenti economici che potrebbero verificarsi. Ci sembra, a questo punto, superfluo, fare dei raffronti. In UE la dinamica salariale è assai meno condizionata che da noi. I prezzi lievitano in tutta l’Unione, ma, nella stessa maniera, sono adeguati anche gli stipendi e le pensioni. Se sulle imposte dirette non si potrà più andare oltre, l’interesse sarà rivolto a quelle indirette che, con certezza, ridimensioneranno i pochi margini economici degli italiani. La questione, tanto per rimanere in tema, non è solo politica.

 Il “superfluo” non esiste più da tempo, ora è iniziata la forzata rinuncia al “necessario”. Ce ne siamo accorti tutti. Sopravvivere è assai più difficile di quando lo era in Seconda Repubblica. Chi ancora “ha”, preferisce non investire. Chi non “ha” trova difficile guardare al futuro. C’è bisogno di un cambiamento: forte e generalizzato. Le vie del compromesso non hanno portato a nulla. La confusione non ha mai partorito nulla di buono. Il passato dovrebbe ricordarcelo. Invece, si preferisce ancora la disputa al dialogo.

Fare il punto per focalizzare le sorti del Paese è inattuabile. Intanto, la Penisola resta in balia di un Mediterraneo in “tempesta”. Le elezioni politiche “rinnovate”, lasciando da parte le previsioni degli ottimisti, non sono prossime. Nella Penisola, terra dolente, è iniziato il percorso per un eterogeneo cambiamento.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Ora è legge: i minori stranieri soli non potranno essere respinti

 

Approvata alla Camera con 375 la norma che protegge i ragazzi che arrivano senza famiglia nel nostro paese scappando da fame, guerra e violenze. Avranno gli stessi diritti dei loro coetanei. "Italia apripista in Europa" dice la relatrice Barbara Pollastrini

 

ROMA. Via libera definitivo dell'Aula della Camera alle norme volte a proteggere i minori stranieri non accompagnati. Il testo, in base al quale i bambini e i ragazzi non ancora maggiorenni che arrivano in Italia senza una famiglia non potranno essere respinti ma avranno gli stessi diritti dei loro coetanei Ue, è stato approvato a Montecitorio con 375 voti a favore, 13 contrari (la Lega) e 41 astenuti. allo stesso tempo  il  Senato ha votato la fiducia posta dal governo sul decreto di contrasto all'immigrazione clandestina. A favore del provvedimento, che ora va quindi alla Camera, si sono espressi 145 senatori, 107 i contrari e un astenuto.

 

 Ma torniamo alla legge sui minorti non accompagnati. Di bambini e ragazzi soli ne sono arrivati in Italia sui barconi più di 25mila nel 2016, secondo i dati del ministero dell'Interno. Fino ad oggi la  normativa prevedeva che i servizi sociali del comune di approdo prendessero in carico i minorenni sbarcati, da ospitare in apposite strutture di prima accoglienza. Ma in molti casi, come dimostrato anche dal recente monitoraggio in Sicilia fatto dalla garante dell'Infanzia e adolescenza Filomena Albano, l'approccio emergenziale e la mancanza di organizzazione lasciavano i piccoli immigrati in uno stato di abbandono. La conseguenza è che oltre 6mila minori risultano irreperibili per le istituzioni: scomparsi nel nulla, con il rischio che diventino prede dei circuiti di illegalità, vittime di tratta o di sfruttamento lavorativo.

 

"Minori non accompagnati: è legge dello Stato. Lo dico con emozione, l'Italia è apripista in Europa con un provvedimento umano e di civilta'". Lo afferma la deputata del Pd, Barbara Pollastrini, relatrice del progetto di legge. "Lo so, si è sempre in ritardo rispetto ai diritti umani ma oggi, finalmente, è stato raggiunto un traguardo atteso da molto tempo. Solo l'anno scorso - spiega la relatrice - sono stati 25.846 i migranti adolescenti 'senza famiglià giunti nel nostro paese. Sono bambini, ragazzi, ragazze che scappano da fame, guerra e violenze, oppure per cercare di avere un futuro migliore. Lo fanno con una parola nel cuore: speranza. Eppure molti di loro scompaiono, sono 'missing' e finiscono nel girone terribile di sfruttamento, prostituzione, tratta, organizzazioni criminali". "E' una legge importante - prosegue Pollastrini - anche perché scritta a più mani.

 

" L'Italia può dirsi orgogliosa di essere il primo paese in Europa a dotarsi di un sistema organico che considera i bambini prima di tutto bambini, a prescindere dal loro status di migranti o rifugiati" dichiara Raffaela Milano, direttore dei Programmi Italia-Europa di Save the Children.

 

Cosa cambia: per la prima volta vengono disciplinate per legge le modalità e le procedure di accertamento dell'età e di identificazione, garantendone l'uniformità a livello nazionale. Prima dell'approvazione del ddl non esisteva infatti un provvedimento di attribuzione dell'età, che d'ora in poi sarà invece notificato sia al minore che al tutore provvisorio, assicurando così anche la possibilità di ricorso.

 

Cosa viene garantito.  Viene garantita inoltre maggiore assistenza, prevedendo presenza di mediatori culturali durante tutta la procedura. Viene regolato il sistema di accoglienza integrato tra strutture di prima accoglienza dedicate esclusivamente ai minori, all'interno delle quali i minori possono risiedere non più di 30 giorni, e sistema di protezione per richiedenti asilo e minori non accompagnati (Sprar), con strutture diffuse su tutto il territorio nazionale, che la legge estende ai minori stranieri non accompagnati.

 

Viene poi attivata una banca dati nazionale dove confluisce la "cartella sociale" del minore, che lo accompagnerà durante il suo percorso). Viene prevista per tutti la necessità di svolgere indagini familiari da parte delle autorità competenti nel superiore interesse del minore e vengono disciplinate le modalità di comunicazione degli esiti delle indagini sia al minore che al tutore.

 

I permessi: Il minore potrà richiedere direttamente il permesso di soggiorno alla questura competente, anche in assenza della nomina del tutore. Entro tre mesi dalla data di entrata in vigore della legge, ogni Tribunale per i minorenni dovrà istituire un elenco di "tutori volontari" disponibili ad assumere la tutela anche dei minori stranieri non accompagnati per assicurare a ogni minore una figura adulta di riferimento adeguatamente formata. La legge promuove poi lo sviluppo dell'affido familiare come strada prioritaria di accoglienza rispetto alle strutture.

 

Istruzione e salute. Sono previste maggiori tutele per il diritto all'istruzione e alla salute, con misure che superano gli impedimenti burocratici che negli anni non hanno consentito ai minori non accompagnati di esercitare in pieno questi diritti, come ad esempio la possibilità di procedere all'iscrizione al servizio sanitario nazionale, anche prima della nomina del tutore e l'attivazione di specifiche convenzioni per l'apprendistato, nonché la possibilità di acquisire i titoli conclusivi dei corsi di studio, anche quando, al compimento della maggiore età, non si possieda un permesso di soggiorno.

 

Una particolare attenzione viene infine dedicata dalla legge ai minori vittime di tratta, mentre sul fronte della cooperazione internazionale l'Italia si impegna a favorire tra i Paesi un approccio integrato per la tutela e la protezione dei minori, nel loro superiore interesse. LR 29

 

 

 

 

Migrantes su nuova legge MSNA: un segnale importante per la sicurezza dei minori non accompagnati   

 

Roma - “L’approvazione della nuova legge sui minori non accompagnati è un importante passo avanti nella tutela di uno dei tasselli più fragili di un mondo in fuga, come sottolineato da Papa Francesco nel messaggio per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2017”. Con queste parole Mons. Gian Carlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes, commenta al Sir e a Migrantesonline.it la nuova legge approvata, in via definitiva, questa  mattina dalla Camera dei deputati. Tra il 2014 e oggi sono stati oltre 50.000 i minori non accompagnati sbarcati sulle nostre coste e che, “troppe volte, non hanno ottenuto una  immediata tutela e protezione  in un contesto familiare”, come ricorda il Report sull’asilo 2017 pubblicato dalla Fondazione Migrantes e dedicato in particolare ai minori non accompagnati. “La legge – continua mons. Perego -  aiuta a superare, anzitutto, la precarietà e la straordinarietà, spesso in grandi centri più simili a orfanatrofi che a luoghi familiari, dell’accoglienza di minori non accompagnati, prevedendo una immediata tutela e una serie di azioni che salvaguardino ‘il superiore interesse del minore’”. Sarà “importante” anche, visto che il 90 % dei minori non accompagnati sbarcati ha un’età compresa tra i 15 e i 17 anni, “attivare da subito, oltre che la formazione di tutori adulti, anche di famiglie affidatarie disposte ad accogliere adolescenti, con un impegno preciso dei servizi territoriali. Non si potrà, infine, non attivare percorsi per un ulteriore accompagnamento a coloro che arrivano alla maggior età, fino a favorire un’autonomia. La sicurezza dei minori senza famiglia, in questo modo, sarà più garantita: un segnale importante sul piano della politica italiana ed europea”. Raffaele Iaria, de.it.press 29

 

 

 

 

 

Il Cgie in Senato: il dibattito su voto e rappresentanza

 

ROMA - Si doveva parlare di Comites, Cgie, rappresentanza, riforme, voto all’estero oggi pomeriggio in Senato. Dal dibattito – ospitato da Claudio Micheloni, presidente del Comitato per le Questioni degli Italiani all’Estero – sono emerse tutte le perplessità di un consiglio pronto a fare la sua parte nonostante un interlocutore – la Farnesina – disattento o, quantomeno, noncurante.

Ma tant’è. Il Cgie ha voluto riaffermare che no, non si tira indietro, e che per la “dignità” – parola usata molto spesso oggi pomeriggio – istituzionale che ha, anche se non gli viene riconosciuta da tutti, non farà lavori raffazzonati con aspettative al ribasso o, peggio, con norme e proposte scollate dalla realtà che mai come in questi ultimi anni ha preso a cambiare velocemente.

Il primo a parlare è il segretario generale, Michele Schiavone, che si commuove in almeno due passaggi.

A Micheloni riconosce “un senso di appartenenza alla comunità che ti fa onore; tu e tutti gli altri nostri rappresentanti vi siete anche distinti al di là dei risultati, che non sempre sorridono”.

“Il mondo è cambiato da quando 30 anni fa ci siamo dati questi organismi di rappresentanza che hanno seminato grandi professionalità e fatto avanzare i diritti sociali e culturali dei nostri connazionali e, con essi, il progresso economico dei paesi di residenza”. Il mancato invito di oggi agli stati generali dell’alta formazione alla Farnesina così come accadde per quelli di Firenze ad ottobre scorsa dimostra che ““rincorriamo i mulini a vento perché non ci considerano. Noi ci siamo, sappiamo che Comites e Cgie devono essere riformati, ma c’è bisogno anche della volontà politica”.

Il contributo alla discussione del Consiglio generale “è pronto dall’anno scorso. Non abbiamo avuto i soldi per riunirci e quindi il documento è rimasto a bagnomaria. È facile sollecitarci, ma noi i compiti a casa li abbiamo già fatti”.

Riccardo Pinna (Cdp – Sud Africa) si è detto “sorpreso” da Micheloni: “sia per la lettera ad Alfano che per il tuo intervento. Sta cambiando il vento”, ha osservato. “Questo è un Cgie ridotto nei numeri, ma non nello spessore” che lavora bene “grazie a Schiavone”.

“Faccio mio l’appello alla coesione per il nostro ruolo di rappresentanti delle comunità, non dei partiti” ha aggiunto prima di sottolineare che il Cgie “ha bisogno di riacquistare dignità e rispetto, che oggi non ci sono più” soprattutto dal Governo. “Abbiamo avuto un sottosegretario che è riuscito ad unirci: si è fatto odiare da tutti”, ha detto Pinna riferendosi a Mantica. “Ma con Giro e Amendola siamo al disastro completo e domani glielo dirò. Non puoi spendere un milione di euro per fare gli Stati generali della lingua a Firenze e poi tagli i fondi agli enti gestori. Io in Sud Africa sto chiudendo anche il secondo asilo nido. Questi vogliono costruire la casa dal tetto, quando servono le fondamenta. O alle fondamenta ci dobbiamo pensare noi con il volontariato?”.

Sì perché, gli fa eco Norberto Lombardi (Italia), “chi ci va all’università italiane se non studiano l’italiano all’estero?”.

Il consigliere ha dato merito a Micheloni e a tutti gli eletti all’estero del loro lavoro – “senza questa presenza il tono di questi interventi oggi sarebbe molto diverso” – e sostenuto che per una eventuale riforma “dovremmo avere una ispirazione unitaria, non di ordine polico-istituzionale, ma culturale”. Lombardi si è detto “allarmatissimo per il pericolo che nel tritacarne della riforma elettorale nazionale possa entrare come un vaso di coccio tra vasi di ferro anche la 459”. D'altronde, come sperimentato col referendum, il clima è tale che “basta accendere un fiammifero” per avere una situazione incendiaria.

Tornando alla rappresentanza “se dobbiamo fare una sciacquatura di bottiglia, allora non vale la pena metterci mano. O abbiamo il coraggio di guardare in faccia i tempi prendendo atto delle profonde trasformazioni oppure diamoci tempo per riflettere meglio”.

Le difficoltà di rapportarsi con il suo territorio – Spagna – e le rappresentanze diplomatico-consolari sono state evidenziate da Giuseppe Stabile secondo cui il Cgie siccome è “un organismo politico non amministrativo, non dovrebbe avere bisogno di intermediari. La nostra collocazione dovrebbe trovarsi presso la Presidenza del Consiglio”.

Luca Tagliaretti (Nuovo centrodestra) ha raccolto l’appello all’unità di Micheloni sostenendo “tra gli eletti all’estero c’è troppo protagonismo” ma anche che “il Cgie deve essere più unito: non ci indeboliamo al nostro interno”.

Vicepresidente del Cqie, il senatore Vito Petrocelli (M5S) ha detto di “lavorare con piacere al Comitato. Sono un dilettante di politica migratoria, e pure in Senato” in quanto alla sua prima Legislatura. “Sono l’unico 5 stelle nel Comitato” ha ricordato il senatore che ha quindi osservato: “non è un tabù la possibilità che ci sia a breve una radicale riforma degli organismi di rappresentanza? Se è vero che un’istituzione che ha anni di vita come il Senato ha rischiato di poter scomparire, non vedo perché non possano scomparire Comites e Cgie. Non dico che è auspicabile, tutt’altro. Ma vorrei che fosse chiaro che oggi non ci sono tabù che non possano essere affrontati”. Tra essi, per Petrocelli, anche le modalità di voto dall’estero su cui “voglio ascoltare le vostre indicazioni”. Al senatore che ascolta da “debuttante” tutte le affermazioni dei consiglieri “arrivano come dei dogmi precostituiti: per quello che sta succedendo nel Paese e nel Mondo, i dogmi non devono esserci più”. Posto che la Farnesina “tratta la cultura in maniera incomprensibile, succede anche in Senato con l’indagine conoscitiva”, ha riferito Petrocelli, compito del Cgie è “rappresentare l’evoluzione che il paese sta attuando e ricompattarvi non solo sul fronte organizzativo, ma anche propositivo. Seguirò tutto l’iter di eventuali proposte, mantenendomi lontano da logiche di appartenenza”, ha assicurato. “Ma auspico che le vostre iniziative per cui chiederete il nostro sostegno siano al passo con i cambiamenti epocali che stiamo vivendo”.

Vice segretario per l’America Latina, Mariano Gazzola (Argentina) ha citato uno studio del Governo Messicano sul voto all’estero da cui ha scoperto che ci sono “111 paesi al mondo che lo disciplinano, alcuni con dei limiti, altri no. 52 paesi fanno votare nei seggi, 25 per corrispondenza, 5 per procura e gli altri 28 con un meccanismo combinato. Quelli che hanno adoperano solo i seggi hanno un voto limitato (per esempio solo ai dipendenti diplomatici), gli altri hanno corrispondenza o combinato”. Le polemiche italiane sono assurde perché “il mondo va verso il riconoscimento del diritto di voto dei suoi cittadini all’estero: non è una follia ma il futuro, perché non si può pensare al futuro senza pensare alla mobilità dei cittadini e al loro rapporto con lo stato di appartenenza”. Il Voto all’estero è “strumentalizzato da tutti: da chi perde le elezioni, da chi le vuole delegittimare. Non può essere uno strumento di lotta politica”, ha sottolineato Gazzola, che “all’amico e maestro Micheloni” ha detto: “quando parlavi degli Stati generali oggi alla Farnesina come elemento di contraddizione per me è stata la prova concreta che il nostro Governo non ha idea di cosa fare con noi. Mi ha fatto piacere sentirti dire che quando sei presidente del Cqie sei nostro rappresentante prima che del Pd, ti ringrazio e ti chiedo di farlo anche quando devi votare una finanziaria”.

Fernando Marzo (Belgio) ha ricordato ai colleghi che oltre all’italiano all’estero è cambiato anche “il modo di aggregarsi, e il mondo associativo non è più quello di qualche anno fa. Questo dovrebbe indurci a difendere ad oltranza la rappresentanza nei livelli e nei contenuti, ma in una forma che garantisca partecipazione e segretezza”.

Al senatore Petrocelli Maria Chiara Prodi (Francia) ha replicato che “non si tratta di tabù, ma di diritti e investimenti”. Quindi sulla sicurezza del voto all’estero, la consigliera ha ricordato (affidando una nota a Micheloni indirizzata al Presidente Grasso) la “campagna di legalità fatta con “Libera” sul voto all’estero” che prevedeva “il voto per corrispondenza con l’inversione dell’opzione” – cioè se vuoi votare ti devi iscrivere – “dando tempo per informare correttamente gli elettori”. Per Prodi è fondamentale anche “la riforma dell’Aire, così da riconoscere elettorato attivo e passivo anche alla nuova migrazione” e intervenire sulla “comunicazione politica dei candidati: se il contesto è cambiato e i corpi intermedi pure, è anche vero che alle elezioni la maggior parte dei risultati dipende dal saper raggiungere i votanti e quindi è importante parlarne. Nel 2012 si chiedeva alla Farnesina uno spazio sui siti istituzionali per presentare i candidati”.

Paolo Brullo (Germania) tra il sereno e l’incredulo si è detto “preoccupato”perchè oggi da consigliere Cgie “devo chiedere al mondo politico italiano ciò che ho chiesto in Germania per anni. Ora che in Germania ci considerano concittadini, dobbiamo fare il “bitte bitte” col governo italiano? Chiediamo rispetto umano. E invece ci misurano come costi”.

Il presente è un “contesto storico di transizione da tanti punti di vista” per Rodolfo Ricci (Italia). “Molte delle questioni affrontate sono da ricondurre alla crisi oggettiva del mondo della rappresentanza, a cominciare da quella politica”. Detto questo, riconosciuti gli errori, per Ricci sarebbe meglio essere “più arroganti”, cioè “se è vero che noi siamo stati “insufficienti”, c’è stata anche una mediocrità della politica o no?”.

Secondo Paolo Da Costa (Svizzera) la riforma di Comites e Cgie “non doveva essere la prima cosa da fare” per il nuovo Consiglio: “dovevamo dire che ci sono cose più importanti per noi e mandare un messaggio alle forze politiche, per esempio che noi il voto all’estero lo difendiamo a priori e non saremo noi a discutere sulle condizioni migliori per poter votare. Perché io mi devo annullare quando in Svizzera voto per corrispondenza da anni?”.

Per Nello Gargiulo (Cile) qualsiasi riforma sul voto dovrà essere in grado di “aumentare la partecipazione” dei connazionali. Sul Cgie sarebbe utile “fare una pianificazione strategica; ognuno di noi dovrebbe redigere una relazione periodica da far convergere a roma”.

Giangi Cretti (Fusie), pensando alle parole del senatore Petrocelli, si è chiesto “perché dopo tanti anni che ci battiamo, perché esiste una parte cospicua della politica italiana che non ci capisce e non ci conosce? Non è che noi sappiamo raccontare cosa facciamo, ma non di far capire “perché” lo facciamo? Petrocelli dice non ci sono tabù, Maria Chiara prodi dice che sono diritti. Forse ha ragione lui, ma mi interesserebbe conoscere le alternative. Quelle che presentiamo noi sono frutto di un ragionamento”, ha spiegato Cretti. “gli altri sono interessati a spiegarci le loro?”. Quanto all’unità di intenti, Cretti ha sostenuto che sì, “è bello confrontarsi, ma qualche decennio fa c’era un confronto acceso perché le ideologie si confrontavano. Ora sono crollate e sostituite da nulla: allora ben vengano i confronti e le idee diverse perché da queste distilliamo le soluzioni da lasciare in eredità a chi verrà dopo”. Per Cretti “se è vero che il Cgie perde dignità nei confronti con gli interlocutori istituzionali, ne siamo in parte responsabili quando cerchiamo soluzioni che sminuiscono il nostro essere un organismo di rappresentanza”. Il consigliere infine ha molto criticato la ricerca presentata questa mattinata alla Camera: “preoccupa che si sia investito in una ricerca i cui risultati potevano essere illustrati da chiunque di voi qua dentro”.

Francesco Papandrea (Australia) ha ricordato che “i nostri diritti sono garantiti dalla Costituzione. Le modalità di voto non mi interessano, basta che ci fate votare. O siamo utili o no non ci prendete in giro”.

Per Antonio Putrino (Svizzera) “dovremmo essere fieri e sicuri. Gli altri Paesi stanno copiando il voto all’estero e c’è un motivo se lo fanno. E invece noi torniamo indietro. Ho 45 anni e solo qua mi chiamano “giovane”. Non c’è ricambio generazionale”, ha aggiunto, sostenendo poi che “le leggi sono perfette, il problema è sempre l’applicazione”.

Per Silvia Alciati (Brasile) “se siamo arrivati fin qua è perché il Cgie ha una storia, e la passione dei consiglieri”. Alciati – che era una “giovane” alla conferenza del 2008 – si è detta “imbarazzata dalla storia del rubinetto: qua non si tratta di avere il gettone di presenza, ma di essere nelle condizioni di lavoare. Se no restiamo a casa. Ho bisogno che il mio paese riconosca il ruolo che ho e di sapere se vuole aprire gli occhi”. Sull’entusiasmo, Alciati non ha dubbi: “abbiamo contatta i 450 giovani del 2008, 110 hanno risposto con l’entusiasmo di allora. Non è vero che non c’è interesse fuori dall’Italia, ma mi chiedo quanto il Governo sia interessato a noi”. Quanto al voto “in Brasile c’è il voto elettronico da più di 20 anni”.

Ultima ad intervenire, Silvana Mangione (vicesegretario paesi anglofoni - Usa) ha rappresentato questa mattina il Cgie alla “famigerata” conferenza alla Farnesina: “anche lì ho parlato per ultima”, ha esordito. “Abbiamo fatto bene ad andare. L’invito era all’ultimo secondo, ma gli assenti hanno sempre torto. E poi siamo stati ripresi. Ora pensate la Dgsp vuole collaborare con noi. Un’affermazione politica di cortesia? Può darsi”. Mangione ha quindi ripercorso le fasi della recente “crisi” tutta interna al Ministero che “ci avrebbe impedito di fare la plenaria: 15 giorni fa, dall’oggi al domani, ci hanno dato 24 ore per fare gli scatoloni e lasciare il posto (gli uffici del Cgie al palazzo della Farnesina - ndr)ad una delegazione insediata per due mesi per il G7”, ha riferito Mangione dando conto dell’intervento di Schiavone che ha scongiurato il pericolo.

Un altro paletto le risorse: il Segretario Esecutivo del Cgie, Fabrizio Inserra, ha spiegato Mangione “ha fatto per noi un esame dei costi di plenaria, continentali e cdp, cioè quanto è stabilito dalla legge. Vi ricordo che se non le facciamo, siamo noi ad infrangere la legge”. La cifra totale è “800mila euro. Tagliata non dai parlamentari ma alla Farnesina che l’ha portata a 299,497 euro. Insomma finita questa plenaria, ce ne andiamo a casa e non facciamo più nulla. E a chi parla di online e tecnologie, ricordo che tra me a New York e Papandrea a Canberra ci sono 15 ore di fuso orario”. (m.c.\aise 28) 

 

 

 

 

Le primarie del Partito Democratico. Auspicato un Congresso ed un confronto sereno, costruttivo e responsabile

 

ROMA – “Si è aperta la stagione congressuale del Pd che ci vede partecipi come iscritti e militanti. Ognuno di noi ha manifestato liberamente la sua preferenza per uno dei tre candidati alla segreteria del partito - Matteo Renzi, Andrea Orlando, Michele Emiliano - una scelta che si concretizzerà in un momento di forte valenza democratica come sono le primarie aperte a iscritti e simpatizzanti”.Inizia cosi la nota congiunta dei deputati del Pd della circoscrizione Estero Gianni Farina, Marco Fedi, Laura Garavini, Francesca La Marca, Fabio Porta e  Alessio Tacconi sul prossimo congresso del Partito democratico.  

“Vogliamo dire a tutti coloro che nel mondo si riconoscono nel Pd, nei suoi fondamenti ideali e nelle sue proposte politiche – proseguono i parlamentari - che siamo prima di tutto fieri di appartenere ad un partito democratico non solo di nome ma democratico nella sua vita interna, nel modo di scegliere i suoi leader e nel percorso che segue per darsi un programma di governo. Un partito che discute, si articola, si divide rispetto alle opzioni e ai candidati che si confrontano, ma che poi si riconosce unitariamente nelle regole di un reale esercizio di democrazia. Un’eccezione nel quadro italiano, in cui le forze maggiori dipendono da un capo sciolto da controlli e verifiche della sua stessa base. Per la funzione strategica che il Pd ha nel contesto italiano ed europeo, per il fatto che è l’unica forza che possa validamente contrastare l’arrivo al governo di partiti populisti e di centrodestra e per la sua vita democratica interna, che consente a ciascuno di far valere le sue ragioni e di correggere eventuali errori di impostazione politica, abbiamo deciso di restare nel Pd. Difendendo il Pd e la sua integrità, infatti, pensiamo di difendere le possibilità di successo del centrosinistra e le prospettive democratiche del Paese. Il congresso –  continuano Farina, Fedi, Garavini, La Marca, Porta e Tacconi - sia anche un’occasione per parlare degli italiani nel mondo, del ruolo che rivestono in centinaia di realtà geopolitiche, del crescente riconoscimento che incontrano, del vantaggio che possono apportare alla ripresa e all’immagine dell'Italia. Anche questo non è un servizio al Pd, ma un servizio al Paese. Per questo, l’augurio di un buon congresso, libero e responsabile, che rivolgiamo a iscritti e simpatizzanti è nello stesso tempo un impegno per difendere e rafforzare la democrazia italiana, con la partecipazione e la forza dei cittadini, sia di quelli che vivono in Italia sia di quelli che vivono all’estero. Ciascuno scelga con libertà, intelligenza e coscienza una mozione e un candidato, accomunati tuttavia da una stessa passione civile e dal comune desiderio di far bene all’Italia”. (Inform 20)

 

 

 

 

La proposta di legge “Istituzione della Giornata nazionale degli italiani nel mondo”

 

ROMA - Ieri in Commissione Affari esteri alla Camera è proseguito l’esame della proposta di legge “Istituzione della Giornata nazionale degli italiani nel mondo” presentata come prima firmataria da Francesca La Marca. A questa, la scorsa settimana, è stata incardinata anche la proposta di legge a prima firma Caruso (Ds.Cd). Alla presenza del sottosegretario agli esteri Benedetto Della Vedova, Marco Fedi (Pd), relatore in commissione, ha illustrato un suo emendamento per rispondere alla raccomandazione, espressa nella scorsa seduta dall'onorevole Porta, di modificare la data di celebrazione della Giornata nazionale degli italiani nel modo, fissata dal testo base al 12 ottobre.

“I presentatori della proposta di legge avevano scelto la data del 12 ottobre per porre l'accento sulle questioni legate al tema delle migrazioni, ma le possibili polemiche su questa data rischiavano di spostare il dibattito dal tema principale”, ha chiarito Fedi che, anche su proposta di La Marca, ha indicato “il 31 gennaio come nuova data di celebrazione della Giornata nazionale degli italiani nel mondo” perché “il 31 gennaio 1901 venne approvata la prima legge sull'emigrazione, dopo un ampio dibattito in Parlamento”.

Quella normativa, ha ricordato il parlamentare, “introdusse le prime forme di tutela per coloro che lasciavano l'Italia, assicurando loro degli efficaci strumenti di protezione. Il punto centrale della legge era la creazione di un unico ente di controllo, il Commissariato generale per l'emigrazione, che dipendeva direttamente dal Ministero degli affari esteri e si occupava di tutte le problematiche legate all'emigrazione, che, fino a quel momento, si trovavano divise su varie competenze. Inoltre, con quella legge venivano aboliti gli agenti delle compagnie di navigazione, sostituiti con i rappresentanti dei vettori, carica alla quale si accedeva solo richiedendo ogni anno al Commissario una “patente di vettore”, come spiegava l'articolo 13. Al centro di quella legge – ha detto ancora Fedi – si collocava la tutela dell'emigrante: a questo scopo veniva istituita nei porti di imbarco di Palermo, Napoli e Genova una Commissione ispettiva che aveva il compito di verificare che le navi impiegate fossero in possesso di tutti i requisiti previsti dalle normative sanitarie. L'emigrante, inoltre, non era tutelato solo alla partenza e durante il viaggio: una volta sbarcato a terra, continuava ad essere aiutato dal Paese d'origine. Infatti, ricorda che, nonostante le difficoltà, grazie a questa normativa, vennero creati nei principali Paesi oggetto di flussi migratori dall'Italia patronati ed enti di tutela che fornivano assistenza legale e sanitaria a chi ne avesse necessità. La legge 31 gennaio 1901, n.23 segna il primo passo in direzione di forme di assistenza e tutela delle comunità italiane nel mondo”, ha concluso raccomandando ai colleghi l'approvazione del suo emendamento anche “in vista dell'approvazione definitiva del provvedimento, per il quale auspico il trasferimento alla sede legislativa”.

Con il parere favorevole del sottosegretario Della Vedova, la Commissione ha espresso parere favorevole sull'emendamento di Fedi. Quindi, Cicchitto – presidente di Commissione – ha comunicato ai colleghi che “avendo il relatore avanzato una proposta di trasferimento del provvedimento alla sede legislativa ed essendosi concluso l'esame preliminare dello stesso provvedimento, questo sarà trasmesso alle Commissioni competenti per l'espressione del parere anche ai fini del trasferimento in sede legislativa”. (aise 23) 

 

 

 

 

La convivenza

 

La Democrazia, nel suo termine più globale, è la dottrina politica che assegna la sovranità di uno Stato al Popolo, il quale la esercita tramite suoi Rappresentanti. Quando questa sovranità è correttamente gestita, consente il fiorire della Libertà. Intesa come espressione di una maggioranza di uomini in grado di disciplinarla tramite leggi dello Stato.

 Da questo preambolo, si evince che la libertà, intesa nel suo senso più originale, non è in grado di sopravvivere in assenza di una Democrazia. Ne consegue che queste realtà socio/politiche hanno da convivere per garantire l’armonico sviluppo di un Popolo, di una Nazione. Anche lo scorso anno è stato testimone di una realtà che ha dimostrato, ove ce ne fosse ancora bisogno, che, senza Democrazia, la Libertà degenera in caos con tutti quei problemi che coinvolgono, necessariamente, altri uomini disposti a dare un aiuto.

 Non a caso, i flussi migratori dall’altra sponda del Mare Mediterraneo e dall’Est del Vecchio Continente, sono un palese esempio di quanto la voglia di libertà, mal gestita, provochi più danni, diretti e indiretti, che vantaggi. Chi sfugge dalle terre dove la Democrazia non c’è mai stata, o è tramontata, cerca una “libertà” che è accompagnata da parametri di sfruttamento della vita e delle speranze di chi ha lasciato il suo Paese d’origine per tentare di trovare altrove quell’equilibrio di vita che, nelle terre d’origine, si era consumato nella violenza di rivoluzioni che non avrebbero, poi, risolto i problemi scatenanti.

 Riteniamo, quindi, che sia ancora necessario chiarire che la Libertà, senza la Democrazia, rappresenta solo “caos”. Perniciosa situazione che viene a coinvolgere anche chi è disponibile a fornire i primi vitali soccorsi. Ne consegue, senza ombra di smentita, che Democrazia e Libertà rappresentano un binomio inscindibile sotto ogni latitudine e con qualsiasi cultura. Quando questo primario binomio si disintegra, non è facile gestire un problema umanitario per il quale nessun Paese risulta, preventivamente, preparato.

Da qui, i barconi della morte nel Mare Mediterraneo e le polemiche ingannevoli che sono state fomentate con motivazioni tutte da analizzare e discernere. Con l’avvicinarsi della primavera, la “Via della libertà” resterà ancora aperta e percorribile. Notiamo, però, la mancanza di un coordinamento delle forze atte a non frenare gli eventi, ma a disciplinarli. In prima linea, come sempre, l’Italia con le sue vaste coste e il buon tratto della sua Gente.

 Ora, però, il binomio del quale abbiamo scritto ha da trovare un’applicazione normativa a livello europeo. L’Italia è uno degli Stati Stellati ed ha, di conseguenza, da essere supportata negli sforzi per rendere meno amara un’avventura non necessariamente destinata a concludersi nel modo migliore. L’Umanità resta una. I suoi problemi dovrebbero essere di tutti. Parchè tutti siamo parte di quest’Umanità.  Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Proposta austriaca. Armi nucleari: Onu discute se abolirle

 

È possibile abolire completamente le armi atomiche? Si, secondo una proposta austriaca. La proposta, frutto dell’iniziativa sull’impatto umanitario delle armi nucleari, è ormai approdata alle Nazioni Unite dopo essere stata discussa nell’ambito di tre conferenze internazionali.

 

Questi i passaggi: una risoluzione (la 258) è stata adottata dall’Assemblea generale (AG) delle Nazioni Unite il 23 dicembre 2016, preceduta da un testo adottato in prima commissione; la risoluzione ha incaricato le Nazioni Unite di convocare una conferenza nel 2017 della durata di quattro settimane: 27-31 marzo e 15 giugno-7 luglio.

 

Il 16 febbraio ha avuto luogo la prima sessione organizzativa, con l’elezione del presidente della conferenza e l’agenda provvisoria dei lavori. Alla conferenza potranno partecipare non solo gli Stati membri, ma anche le organizzazioni internazionali e i rappresentanti della società civile. Lo scopo, come precisato nel paragrafo 8 della risoluzione 258, è “di negoziare uno strumento giuridicamente vincolante che proibisca le armi nucleari e conduca alla loro totale eliminazione”. Vasto programma, per dirla con il Generale de Gaulle!

 

La risoluzione è stata adottata con 113 voti a favore, 35 contrari e 13 astensioni. Gli Stati nucleari, dichiarati e non, hanno votato contro, tranne Cina, India e Pakistan, che si sono astenuti. La Corea del Nord, che aveva votato a favore in prima commissione, non ha partecipato al voto in plenaria.

 

La posizione dell’Unione europea

A parte la manifesta contrarietà degli Stati nucleari dichiarati, tranne la Cina, l’atmosfera non è delle più propizie. La Russia intende procedere ad un riarmo nucleare, come del resto la nuova amministrazione Usa. I rumors di un possibile intervento militare contro la Corea del Nord si fanno ogni giorno più assordanti.

 

Secondo uno studio della Carnegie, le tentazioni isolazioniste americane in materia di difesa hanno solleticato le pulsioni atomiche di frange nazionaliste tedesche, nonostante la Germania sia obbligata dal Tnp e dal Trattato sulla riunificazione del 1990 (il 2+4) a non avere armi atomiche. Ma dal Tnp si può recedere.

 

Al solito l’Ue, di fronte alle grandi questioni di politica estera, procede in ordine sparso. Il Parlamento europeo aveva votato a stragrande maggioranza il 27 ottobre 2016 una risoluzione di sostegno all’iniziativa austriaca. Ma i membri Ue non hanno tenuto una posizione univoca in AG. Austria, Cipro, Irlanda, Malta e Svezia hanno sponsorizzato la risoluzione 258 e votato a favore; Finlandia e Olanda si sono astenute; gli altri hanno votato contro. Peraltro l’Ue parteciperà alla conferenza come osservatore.

 

La posizione dell’Italia

L’Italia, in quanto Paese Nato, aveva votato contro in prima commissione. In AG ha votato a favore. Ciò aveva incrementato gli ardori pacifisti di talune forze politiche. Ma si è trattato di una pia illusione. Interrogato in proposito in seno alla Camera dei Deputati, il 2 febbraio, il viceministro Giro ha risposto che il delegato italiano si era sbagliato, probabilmente a causa dell’ora tarda della votazione. L’Italia ha successivamente indicato che intendeva votare contro (stesso errore commesso dall’Estonia).

 

La votazione elettronica e l’ora tarda possono giocare brutti scherzi, tanto che nella successiva votazione sulla risoluzione 259, sull’iniziativa per un trattato volto a bandire la produzione di materiale fissile per le armi nucleari, l’Italia ha votato contro, insieme al Pakistan, trovandosi completamente isolata. Anche questa volta si è dovuto rettificare e dire che s’intendeva votare a favore!

 

Tralasciando gli episodi più o meno coloriti, la questione dei Paesi Nato, membri del Tnp come Stati non nucleari, nasconde un problema serio. Tali Paesi (Belgio, Germania, Italia, Olanda, Turchia) hanno armi nucleari tattiche Usa nel loro territorio. Il problema della compatibilità con il Tnp è stato in qualche modo superato con il sistema della doppia chiave, secondo cui l’arma nucleare può essere usata solo dagli Stati Uniti, ma con il consenso dello Stato territoriale.

 

Ovviamente la partecipazione ad un trattato per l’abolizione completa delle armi nucleari renderebbe lo stazionamento delle armi nucleari tattiche completamente illegittimo. L’astensione olandese sulla risoluzione 258 è un primo segnale di rottura di un fronte che sembrava sufficientemente compatto.

 

Partecipare/non partecipare

I cinque Paesi nucleari dichiarati non dovrebbero partecipare alla Conferenza di New York. Anche la Cina, che il 16 febbraio ha dichiarato che avrebbe partecipato, ha successivamente cambiato opinione, affermando il 20 marzo che non avrebbe preso parte alla conferenza, nonostante l’astensione al momento dell’adozione della risoluzione 258.

 

E l’Italia? Il viceministro Giro nella sua risposta all’interrogazione precedentemente citata non ha preso una posizione nettamente contraria, quantunque dal tono della risposta emerga la volontà di non partecipare.

 

A nostro parere la non partecipazione è un errore per più motivi.In primo luogo perché si darebbe un falso segnale all’opinione pubblica, schierandoci dalla parte degli Stati che non vogliono il disarmo nucleare. In secondo luogo perché solo attraverso la negoziazione si può influire sul contenuto delle clausole del futuro trattato, in particolare per quanto riguarda le verifiche e i rimedi da prendere nei confronti dei trasgressori.

 

In terzo luogo perché la partecipazione al negoziato non implica che siamo obbligati a firmare e ratificare il relativo trattato, e quindi possiamo tranquillamente mantenere le armi atomiche tattiche. In quarto luogo perché, in quanto membri non permanenti del Consiglio di Sicurezza, occorre dare un segnale forte di discontinuità agli altri membri delle Nazioni Unite, senza lasciare l’iniziativa alla sola Olanda (che parteciperà), con cui dividiamo il biennio come membri non permanenti del CdS.

 

Conclusioni e conseguenze

La negoziazione di un trattato sull’abolizione completa delle armi nucleari non sarà una passeggiata. Gli ostacoli tecnici da superare sono molteplici. A cominciare dal numero delle ratifiche occorrenti e dalla necessità di avere delle ratifiche “qualificate”, cioè di Stati di soglia o già in possesso di armi nucleari, per la sua entrata in vigore.

 

A quanto pare i promotori del trattato non intendono cadere nella trappola delle ratifiche qualificate, per non pregiudicare una sollecita entrata in vigore del trattato. Ma si rischia di concludere uno strumento che resterà lettera morta.

 

Preme inoltre rilevare che, contrariamente a quanto viene da alcuni affermato, un trattato sull’abolizione completa delle armi nucleari non finirà per sminuire il valore del Tnp, di altri trattati non ancora entrati in vigore (come quello sulla cessazione completa delle armi nucleari), o l’iniziativa per il negoziato di un trattato per la non produzione di materiale fissile in materia di armi nucleari. Tali trattati possono coesistere con quello sull’abolizione completa delle armi nucleari, in attesa che questo entri in vigore e sia universalmente accettato.

Natalino Ronzitti, AffInt 26

 

 

 

 

Alla Commissione Esteri l’esame del provvedimento per l'istituzione della Giornata nazionale degli italiani nel mondo

 

Approvato l'emendamento del relatore Marco Fedi (Pd, ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide) sulla data della celebrazione, modificata al 31 gennaio in memoria della prima legge italiana sull'emigrazione (1901)

 

ROMA – Prosegue in Commissione Affari Esteri alla Camera dei Deputati l'esame del provvedimento per l'istituzione della Giornata nazionale degli italiani nel mondo (vedi anche: http://comunicazioneinform.it/alla-commissione-esteri-lesame-delle-proposte-di-legge-per-listituzione-della-giornata-nazionale-degli-italiani-nel-mondo/).

In relazione al testo base, il relatore Marco Fedi (Pd, ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide) ha presentato e illustrato il suo emendamento, formulato in base alle osservazioni emerse nel corso della precedente seduta, che modifica la data di celebrazione della Giornata al 31 gennaio, così da evitare possibili polemiche legate al 12 ottobre – data proposta nel disegno di legge assunto come testo base – e il conseguente rischio di un dirottamento dell'attenzione dalle questioni legate al tema delle migrazioni.

La data del 31 gennaio viene ritenuta significativa, anche su proposta di Francesca La Marca (Pd, ripartizione America settentrionale e centrale), prima firmataria del provvedimento adottato quale testo base, perché il 31 gennaio del 1901 venne approvata la prima legge italiana sull'emigrazione, dopo un ampio dibattito in Parlamento. “Tale normativa – rileva Fedi - introdusse le prime forme di tutela per coloro che lasciavano l'Italia, assicurando loro degli efficaci strumenti di protezione”. Punto centrale – ricorda il relatore - era la creazione di un unico ente di controllo, il Commissariato generale per l'emigrazione, che dipendeva direttamente dal Ministero degli affari esteri e si occupava di tutte le problematiche legate all'emigrazione, che, fino a quel momento, si trovavano divise su varie competenze. “Inoltre, con quella legge venivano aboliti gli agenti delle compagnie di navigazione, sostituiti con i rappresentanti dei vettori, carica alla quale si accedeva solo richiedendo ogni anno al Commissario una patente di vettore - ricorda Fedi, sottolineando come al centro del provvedimento vi fosse la tutela dell'emigrante, attraverso l'istituzione nei porti di imbarco di Palermo, Napoli e Genova di una Commissione ispettiva che aveva il compito di verificare che le navi impiegate fossero in possesso di tutti i requisiti previsti dalle normative sanitarie. La finalità era che l'emigrante non fosse solo tutelato alla partenza e durante il viaggio, ma anche nel luogo di destinazione. “Nonostante le difficoltà, infatti, grazie a questa normativa – rileva l'esponente democratico, - vennero creati nei principali Paesi oggetto di flussi migratori dall'Italia patronati ed enti di tutela che fornivano assistenza legale e sanitaria a chi ne avesse necessità”.

La legge del 31 gennaio 1901 (n.23) “segna il primo passo in direzione di forme di assistenza e tutela delle comunità italiane nel mondo – ribadisce Fedi, auspicando l'approvazione del suo emendamento e il trasferimento del provvedimento alla sede legislativa.

Esprime parere favorevole all'emendamento anche il sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova, presente alla seduta.

L'emendamento viene quindi approvato dalla Commissione. Il presidente, Fabrizio Cicchitto, dichiara quindi concluso l'esame preliminare della proposta, segnala che essa verrà trasmessa alle Commissioni competenti per l'espressione del parere anche ai fini del trasferimento in sede legislativa e rinvia l'esame ad altra seduta. (Inform 22)

 

 

 

 

La Giornata nazionale degli italiani nel mondo. Dalla Commissione Esteri parere positivo per la sede legislativa

 

ROMA - La Commissione affari esteri della Camera ha proposto la sede legislativa per la mia proposta di legge sull’istituzione di una Giornata nazionale degli italiani nel mondo. Desidero ricordare che 326 deputati, la maggioranza assoluta della Camera, hanno sottoscritto tale proposta. L’adesione alla procedura legislativa, che semplifica di molto il percorso del provvedimento, è venuta da tutti i gruppi parlamentari. Ora il testo passa al parere delle altre commissioni, dopo di che la Commissione Esteri potrà conclusivamente approvarla nel merito.

Per questo passo in avanti, voglio ringraziare tutti i gruppi parlamentari e i colleghi, senza distinzione di orientamento politico. Con particolare gratitudine ringrazio i deputati del Pd eletti all’estero, l’on. Lia Quartapelle, Capogruppo PD in Commissione e il Presidente del Gruppo del Partito Democratico, On. Ettore Rosato, che hanno sostenuto e sostengono con convinzione questa iniziativa, nonché il relatore in Commissione esteri Marco Fedi che ha condiviso con me questa idea fin dall’inizio. Ringrazio, soprattutto, gli italiani all’estero che, direttamente e indirettamente, mi manifestano il loro consenso e l’incoraggiamento ad andare avanti in nome di un giusto principio. 

Se la Commissione esteri della Camera, dopo i pareri, confermerà la sede legislativa e approverà nel merito la proposta, essa andrà in seconda lettura al Senato. 

C’è dunque la possibilità che entro questa legislatura gli italiani all’estero, di nascita e di origine, possano avere questo importante riconoscimento: una giornata – il 31 gennaio, data simbolo della legge che nel 1901 riconosceva la libertà di emigrare e i diritti dei migranti – nella quale in Italia e nel mondo si parlerà di loro. Della loro storia, del contributo che hanno dato e continuano a dare all’Italia, del grande apporto che hanno arrecato allo sviluppo sociale e civile dei paesi nei quali si sono insediati, delle potenzialità che posseggono nel sostenere e nell’irradiare il nostro Sistema Paese, delle loro espressioni culturali e delle loro esperienze d’integrazione.

Negli assidui incontri che ho avuto con i nostri connazionali in questi anni, ogni volta che ho parlato del dovere dell’Italia di compiere un atto di valorizzazione e di riconoscimento nei confronti di milioni di suoi figli che hanno ricostruito con sacrificio, dignità e successo la loro esistenza nei diversi angoli della terra, ho colto un’emozione profonda e un consenso altrettanto intenso. 

Ora che le cose si sono messe su un giusto binario, mi piacerebbe che questi sentimenti fossero avvertiti anche da tutti i parlamentari che dovranno adottare questa decisione affinché sia dato il giusto riconoscimento ai milioni di italiani che con il loro impegno e il loro lavoro hanno spianato la grande strada sulla quale le giovani generazioni stanno camminando”.

Francesca La Marca, Deputata del Pd-Estero

 

 

 

 

„La promozione della lingua e cultura italiana all'estero è finalmente una priorità, grazie al Governo Renzi”

 

Basilea. "La lingua e cultura italiana all'estero é diventata finalmente una priorità per l`Italia. Grazie a tre recenti interventi, fattivi e rivoluzionari, adottati dal Governo Renzi.

 

Innanzitutto abbiamo previsto lo stanziamento di risorse vere per la promozione della lingua e della cultura all`estero. Non solo stanno per essere reintegrate risorse per gli enti gestori precedentemente tagliate, ma è stato istituito un fondo cultura, dell‘ammontare di 150 milioni di euro in tre anni, che prevede ingenti risorse per lingua e cultura italiana nel mondo.

 

Inoltre abbiamo previsto l`invio di cinquanta nuovi insegnanti di ruolo da assegnare alle scuole italiane all`estero a partire dall‘anno scolastico 2018/2019, incrementando cosi il corpo docente di quasi un 10% dell‘intero contingente.

 

Infine il passaggio delle competenze, all‘interno del Ministero agli Affari Esteri, dal Dipartimento Italiani nel mondo a quello `Promozione Paese` segna un approccio completamente nuovo e moderno sul come viene interpretato l‘insegnamento della nostra lingua all‘estero. Significa infatti che l‘insegnamento dell‘italiano viene visto come uno strumento strategico per la proiezione del Sistema Paese nel mondo. L‘italiano, lungi dall‘essere solo la lingua di milioni di cittadini di origini italiane, diventa la carta da visita per la promozione del Paese Italia all‘estero. Consapevoli anche del fatto, che l‘italiano continua a riscontrare un incremento della domanda ed è la 5` lingua più studiata al mondo." Lo ha detto Laura Garavini, della presidenza del Pd alla Camera, intervenendo al Comites di Basilea, su invito della Presidente, Nella Sempio. De.it.press 20

 

 

 

 

 

Il dibattito del Cgie sul decreto attuativo della “buona scuola” per la promozione della lingua e della cultura italiana

 

L’intervento del direttore generale del Maeci per la Promozione del Sistema Paese Vincenzo De Luca

 

ROMA – Si è svolto al Cgie il dibattito, con la partecipazione del direttore generale per la Promozione del Sistema Paese Vincenzo De Luca, sul decreto attuativo della “buona scuola” che riguarda la promozione della lingua e della cultura italiana all’estero. Il dibattito, dopo l’introduzione del segretario generale Michele Schiavone è entrato nel vivo con  l’intervento del presidente della Commissione Lingua e Cultura Fernando Marzo che ha ricordato come sul decreto sulla buona scuola il Cgie non sia stato consultato, ma abbia comunque potuto esprimere il suo parere grazie alla collaborazione dei parlamentari. Marzo ha poi rilevato come  l’uso della lingua italiana nel mondo sia in arretramento soprattutto presso gli italiani di terza e quarta generazione. “Abbiamo sentito che nel prossimo triennio ci dovrebbero essere dei fondi a disposizione – ha aggiunto Marzo - io lancio un appello a fare attenzione affinché le risorse vadano alla promozione strategica della lingua e della cultura italiana”. Marzo ha anche ricordato i ritardi nell’erogazione dei contributi agli enti gestori che spesso sono costretti ad indebitarsi. 

Ha poi preso la parola  Laura Garavini, relatrice per il governo sul decreto 383 in Commissione Affari Esteri “Per la prima volta - ha detto la deputata del Pd eletta nella ripartizione Europa - siamo riusciti a realizzare, il Governo in primis in materia di promozione di lingua e cultura italiana all’estero, un intervento organico che tiene conto della pluralità dell’offerta presente”, soprattutto già nella prima formulazione c’è stato un grosso passo avanti, il ripristino di un numero consistente di insegnanti di ruolo. Non siamo riusciti a recuperare l’intero numero del personale di ruolo, ma a partire dall’anno prossimo 2018/2019 si avranno in più 50 insegnanti di ruolo che si vanno ad aggiungere ai 12 attualmente operanti presso le scuole di lingua e cultura italiana. E’ anche importante - ha aggiunto la Garvavini – aver riconosciuto la figura e il ruolo degli enti gestori. La Garavini ha anche segnalato la creazione di  una cabina di regia tra il Maeci e il Miur, per dare un supporto e coordinare meglio non solo le risorse ma anche una plurale offerta di lingua e cultura italiana all’estero.

A seguire ha preso la parola Roger Nesti (Svizzera) che ha evidenziato come il decreto 383 risulti nettamente migliorato dagli interventi delle commissioni parlamentari; però resta l’amaro in bocca - ha aggiunto Nesti - per la non indicazione degli enti gestori nella prima stesura del testo che evidenzia una mancanza di attenzione per il ruolo degli stessi enti che sono “il motore principale per la diffusione della lingua e la cultura italiana”. “Il nuovo decreto, - ha aggiunto Nesti - significa anche, suppongo, che il Ministero dovrà riscrivere anche le circolari applicative per quanto riguarda gli enti gestori, per applicare il decreto in modo adeguato”. Nesti anche rilevato l’insufficienza dei fondi stanziati in questo settore e le difficoltà  a individuare fonti alternative di finanziamento.

Norberto Lombardi ha sottolineato come questa esperienza intorno al decreto 383 rappresenti un esempio per la sinergia tra Cgie, Camera e Senato  e Amministrazione che dovremmo cercare di sviluppare. “E’  stata fatta – ha aggiunto - non solo una positiva esperienza, ma è stato tracciato un solco nel quale tutti insieme continueremo a muoverci. Stiamo avvertendo che non soltanto c’è un’enfasi, ma per la prima volta c’è una traduzione in azione politica della scelta strategica della lingua e della cultura italiana, che si è evidenziato nella creazione del fondo di 150 milioni per la cultura. Ma c’è anche un’impostazione fortemente integrata in questo campo e il Cgie non deve assolutamente solo limitarsi a rivendicare, ma deve accettare il livello di questo nuovo scontro che è di natura qualitativa, mettendosi sul piano di una impostazione generale delle scelte che vengono compiute anche in termini più complessi”. Da Lombardi sono inoltre stati avanzati alcuni quesiti, fra questi l’effettiva entità delle risorse per i corsi di lingua e cultura nel 2017 che dovrebbero tornare al livello dei 12 milioni di euro. Lombardi ha anche rilevato la necessità che lo spostamento di competenze da una direzione generale ad un’altra del Maeci non finisca per bloccare l’iter dei pagamenti per gli enti gestori.

Dopo l’intervento del consigliere Gerardo Pinto che ha segnalato la cancellazione dei contributi destinati ai corsi per adulti degli enti gestori in America Latina, è intervenuto il direttore generale  Vincenzo De Luca che ha evidenziato come sia in  atto una ridefinizione degli strumenti della promozione dell’Italia all’estero e non solo della lingua e della cultura. De Luca ha anche ricordato come negli ultimi tre anni siano state incrementate le risorse per la promozione del made in Italy di circa  300 milioni di euro. Una promozione del Paese, dal punto di vista economico e della nostra percezione all’estero , che viene aiutata dalla promozione della lingua e della cultura. Il direttore generale ha poi evidenziato come il decreto 383 si inserisca nella scia di un’azione di promozione di sistema,  in quanto frutto di un lavoro congiunto, e si prefigga di accrescere la diffusione del sistema formativo all’estero, consolidando le scuole statali, aumentando le scuole paritarie e soprattutto  le sezioni di lingua italiana nelle scuole locali e internazionali. Un settore, quest’ultimo, ricco di potenziale . Per quanto poi riguarda i ritardi nell’erogazione dei finanziamenti De Luca ha assicurato che si sta lavorando per accelerare i tempi. Il direttore generale ha infine rilevato la necessità di puntare ad un ruolo forte del Cgie e al coinvolgimento delle nostre comunità all’estero per lo sviluppo di uno schema di promozione integrata verso l’estero. Nicoletta Di Benedetto/Inform 30

 

 

 

 

Cittadini sparsi, non persi: www.nuovemigrazioninuovepratiche.it

 

Nel mondo, ogni giorno, nascono pagine Facebook che connettono i nuovi italiani all’estero. Pullulano di idee, consigli, si creano gruppi, progetti. Ma cosa resta di tutto questo?

Con questa chiamata a segnalare le buone pratiche (sociali, culturali, ricreative) che stanno cambiando la vita, nel piccolo o nel grande, dei nostri connazionali emigrati negli ultimi decenni e dei giovani italiani nati all’estero, la Commissione Nuove Migrazioni e Generazioni Nuove del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero (CGIE) intende proporsi come luogo in cui raccogliere le segnalazioni provenienti da tutto il mondo, valorizzarle e renderle replicabili a chiunque voglia ispirarsene all’interno della propria collettività.

La Commissione, con il solo volontariato dei suoi componenti, non ha la possibilità di scandagliare i cinque continenti alla ricerca di buone pratiche, ma sicuramente possono essere proprio i cittadini, collegandosi al sito www.nuovemigrazioninuovepratiche.it , a segnalare quanto si sta muovendo dentro e fuori alle associazioni tradizionali, in contesti formali o informali, per migliorare e valorizzare la presenza di italiani all’estero.

Sappiamo di gruppi di lettura in italiano per i più piccoli, di strumenti di accoglienza e accompagnamento per i nuovi migranti, di attività di mutuo soccorso per chi cerca lavoro e di iniziative culturali innovative per la promozione della lingua e della cultura italiana.

Vogliamo dare voce a questi progetti, farli conoscere e stimolare, dal confronto reciproco, nuovi orizzonti di intervento.

Sarà nostra cura, tramite i lavori della nostra istituzione, far conoscere alle massime cariche dello Stato i progetti più significativi.

E’ essenziale che, al di la dei luoghi comuni, si ribadisca la centralità dei cittadini italiani nel mondo e che sia ricordato che essere cittadini sparsi non fa di noi dei cittadini persi.  Dip 31

 

 

 

La necessità

 

Anche questa volta, proviamo a offrire un parere realistico sulle vicende italiane; ma non per far prevalere nostri convincimenti. Ce ne guarderemmo bene. Chi ha avuto la pazienza di seguirci, soprattutto tra le colonne di questo foglio, c’è testimone. Le nostre sono sempre state considerazioni propositive. Così, anche in questo caso, non svicoleremo dai nostri principi.

In questo 2017 non è facile fornire notizie confortanti sul fronte politico. L’Esecutivo Gentiloni ha spiazzato tutti. Anche i politici più scaltri. In ultima analisi, ci si continua a muovere per tentare di stabilizzare l’economia nazionale. Della sua ripresa, se e quando ci sarà, tratteremo in seguito. Ciò che, invece, è da affrontare restano i contenuti politici della nuova legge elettorale. Quest’obiettivo, di stretta pertinenza parlamentare, sembra non essere evidenziato. Mentre i “silenzi”d’alcuni hanno creato anche reazioni in negativo che non progettavamo neppure con la fantasia. Anche fuori dei confini nazionali, dove la passione politica per i fatti del Bel Paese non è mai stata “agitata”.

 Questa realtà, che nessuno, prevedeva, potrebbe, però, essere presupposto per non raggiungere un fine. Torniamo, quindi, a chiedere un impegno per non vanificare i buoni propositi con i quali si aprì la Legislatura che si regge su una fiducia parlamentare “relativa”. I Partiti dovrebbero mettere in campo le loro strategie per garantire il progredire della Repubblica. Si sente, ovviamente, la necessità di cambiamento. La riforma che ipotizziamo dovrebbe andare oltre le attuali logiche che, per il recente passato, sono state condizionate dalla nascita di nuovi partiti e per il conseguente ridimensionamento di altri. Senza preconcetti, ma facendo tesoro degli errori di questi primi anni di Terza Repubblica, ci sono altre vie da percorrere.

 Il nostro fronte politico, dopo la scissione dei gradi partiti d’Italia, dovrebbe trovare una nuova ragion d’essere. Se la normativa elettorale sarà operativa dal 2018, si potrebbe tornare, poi, a votare per una Repubblica nuova; fondata sui principi più inderogabili della nostra Costituzione e monda da tutti quei compromessi che stanno gravando sulla nostra esistenza in questi anni del Nuovo Millennio. Una volta varata la normativa sul voto, chi intende entrare in lizza faccia un passo avanti e si muova per garantire i diritti di tutti gli italiani. Pure di quelli che vivono lontano dalla Penisola. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Les Ritals: l’emigrazione italiana in Belgio

                                                                                                                                

Applauso finale prolungato e intenso, da parte di un pubblico numeroso e partecipe, per Les Ritals, la sera del 25 marzo 2017, alla Sala Sinopoli della Città della Musica, Roma. L’esecuzione di questo originale testo, Oratorio in memoria delle vittime di Marcinelle, per soli, recitanti, pianoforte, coro e orchestra è stata una sentita celebrazione, un ricordo per l’Europa di ieri e una speranza per quella di domani, nell’anniversario della firma del trattato di Roma che diede inizio alla nostra storia di oggi. Particolarmente sentito l’applauso dopo la chiusura del concerto con l’Inno alla Gioia. Veramente consolante. 

Che significa la parola Les Ritals? È un epiteto dispregiativo usato in Belgio per i nostri emigrati negli anni cinquanta. L’emigrazione italiana del secondo dopo guerra in Belgio fu voluta dallo stato che con un trattato si impegnò a mandare uomini giovani in Belgio in cambio di carbone a buon mercato.  In questo caso la politica economica dello stato toccò in maniera immediata e diretta la vita di persone e di intere famiglia. La macro storia degli stati   e la micro storia degli emigrati e delle loro famiglie si intrecciarono a scrivere un capitolo della nostra storia davvero unico. 

  Ecco le due facce della medaglia, da un lato l’origine della Comunità del Carbone e dell’Acciaio, embrione del trattato di Roma del 1957, e dall’altro emigrazione da tutta Italia, numerosissimi gli abruzzesi. Les Ritals erano uomini che, chiusi in ascensori-gabbie, scendevano centinaia di metri sotto il suolo per strappare carbone dalle viscere della terra. Era un lavoro umiliante, estenuante, dannosissimo per la salute, fatto allo scopo di tirare fuori il carbone necessario per le attività economiche della rinascita dell’Italia, completamente distrutta dalla guerra.

Dopo mezzo secolo la parola Les Ritals è il titolo di un oratorio sinfonico che fonde nelle parole e nella musica questa complessa vicenda. Il testo è stato scritto da Maria Mencarelli, costruito con lettere e diari dei minatori italiani, raccolti con ricerche laboriose e appassionate.  Questo testo ci fa sentire la voce degli emigrati e delle loro famiglie, voci di dolore e di speranza. Cito uno dei passi più struggenti: “Oggi compio 12 anni. Non andrò più a scuola. E’ il mio primo giorno di miniera…Siamo montati nella gabbia sopra il pozzo, l’ascensore è partito di colpo, pensavo precipitasse... ora sono un Galibot, un operaio giovane…” 

 La musica ancorata al testo di M. Mencarelli da Luciano Bellini usa l’orchestra ed il coro per la grande storia, ma emergono strumenti popolari come l’organetto e il tamburello per l‘aspetto più individuale e popolare della vicenda. Una melodia commovente  e memorabile ritorna come filo conduttore della musica che scorre dal pianissimo triste al prolungato urlo lacerante del dolore, coinvolgendo l’attenzione, il cuore e la sensibilità degli spettatori che, anche se ignari di tutte le vicende del passato, sentono emozioni e ricordi, pensieri e riflessioni.

L’Oratorio si chiude con una voce recitante femminile che si rivolge a Aylan, il bambino morto su una spiaggia della Turchia, fuggito dal suo paese con la speranza di vivere una vita normale in Europa.  “Sarai tu il nostro figlio prediletto, Aylan. Noi che fummo migranti chiederemo al mare di offrirti le sue perle… Noi che abbiamo esplorato il ventre oscuro della terra verremo a ripescarti per correrti incontro…E non è solo sogno, se la memoria ci sostiene nel nostro andare…Europa.

 Il testo termina con la parola Europa, dal dolore dell’emigrazione e della tragedia di Marcinelle, dopo mezzo secolo nasce la speranza di un mondo migliore, unito, accogliente e solidale.

 L’Oratorio è stato eseguito dall’orchestra e coro del Conservatorio “Alfredo Casella” dell’Aquila, che con questa complessa produzione partecipò alle celebrazioni dell’anniversario della tragedia di Marcinelle nel 2016 a Charleroi, quando persero la vita tantissimi abruzzesi. Un collegamento ideale, dunque, nell’ arco di mezzo secolo, muove da una tragedia immane verso la bellezza eterna e consolatoria dell’arte, delle parole e della musica. Medoro E., de.it.press

 

 

 

 

Plenaria Cgie. I giovani delusi attendono che il Cgie tenda la mano

 

ROMA- I giovani che parteciparono nel 2008 alla Conferenza dei giovani italiani all'estero sono delusi dal Cgie, che li ha abbandonati, ma sarebbero entusiasti di riprovarci! È quanto hanno riferito alla plenaria riunita nella Sala Conferenze Internazionali la presidente della VII Commissione Nuove Migrazioni e Generazioni Nuove, Maria Chiara Prodi, ed i suoi colleghi.

Riunita per ben nove volte, una al mese, in videoconferenza dall'ultima plenaria, la Commissione è stata in fermento e, partendo dal documento finale approvato nel 2016, ha raggiunto tre obiettivi: la raccolta e compilazione bibliografica per fare il punto sulle nuove emigrazione; il questionario rivolto ai 430 partecipanti nel 2008 alla Conferenza dei giovani, in vista di una riedizione della stessa nel 2018; e l'elaborazione di un “call for best practice” in tutti i territori del mondo.

Gaetano Calà ha parlato della raccolta bibliografia fondata sui dati degli istituti di ricerca come lo Svimez, l'Istat e la Migrantes), ma anche sui musei dell'emigrazione sparsi sul territorio e poi giornali, riviste on line e i nuovi blog, sempre più diffusi tra i giovani .

Del questionario ha riferito Silvia Alciati, il cui bilancio è stato tutto sommato positivo. Delle mail inviate ai 430 indirizzi forniti al Cgie dalla Farnesina, 160 sono tornate indietro e 270 sono state ricevute; tra queste hanno risposto in 110. Il “sentore” che i giovani si sentissero “ancora coinvolti e interessati a partecipare, nonostante dieci anni di abbandono”, è emerso dalle risposte al questionario. “Il Cgie ha creato una grande aspettativa”, seguita però da una altrettanto grande “delusione”, causata da “10 anni di silenzio”. Nel frattempo però l'80% degli intervistati è oggi coinvolto con la comunità o attraverso l'associazionismo o altri enti del mondo dell'emigrazione e, ha riferito Alciati, “se dovessimo invitarli ancora, il 90% sarebbe desideroso di apportare il proprio contributo per una nuova conferenza”. Si potrebbe fare, magari ridotta nei numeri ne magari più spesso, una volta l'anno, ma bisognerà garantire la “comunicazione” tra un evento e l'altro, quella stessa che è mancata dopo il 2008: il sito che era stato attivato ad hoc fu disattivato dopo pochi mesi. Per usare le parole di uno dei giovani intervistati, “senza comunicazione non c'è legame”.

In aiuto del Cgie e dei giovani arriva il progetto che la Commissione ha realizzato autotassandosi, come ha spiegato Maria Chiara Prodi. Si tratta del sito internet www.nuovemigrazioninuovepratiche.it, da oggi on line. “In questo universo si cerca di raccogliere nuove pratiche che possano essere portate a conoscenza delle Istituzioni ed esportate in altri territori”, ha detto Prodi, per la quale è “importante dare concretezza a questa iniziativa” come pure alla Conferenza dei giovani.

Un ultimo, nuovo appello alla riforma dell'Aire e alla sua digitalizzazione, fondamentale se si guarda ai giovani, perché “più del 50% dei giovani non si iscrive all'Aire”, ha denunciato Prodi. La speranza è che il nuovo ministro degli Affari esteri, Angelino Alfano, atteso oggi in plenaria, sia d'aiuto visto che sino a qualche mese fa era a capo del Viminale. R. Aronica, aise 30 

 

 

 

Quattordicesima, luglio 2017: nuove regole e nuovi importi anche per i pensionati italiani all’estero

 

ROMA - Con il messaggio n. 1366 del 28 marzo u.s. l’Inps ha illustrato le nuove norme che disciplinano la Quattordicesima mensilità. 

Come abbiamo più volte spiegato anche i titolari di pensione italiana residenti all’estero hanno diritto a questa importante prestazione che viene erogata agli aventi diritto in un’unica soluzione solitamente nel mese di luglio. 

L’importo della 14ma varia da un minimo di 336 euro a un massimo di 665 euro. Una buona parte dei pensionati italiani residenti all’estero in possesso dei requisiti avrà diritto, per motivi legati alla loro limitata carriera assicurativa in Italia, ad un importo medio di 437 euro. 

L’Inps ci ricorda nel suo messaggio che è stato l’articolo 1, comma 187, della legge 11 dicembre 2016, n. 232 (la legge di Bilancio per il 2017) ad aumentare la misura della 14ma (altrimenti chiamata “somma aggiuntiva”) prevista per i soggetti in possesso di un reddito individuale (quindi non si tiene conto dell’eventuale reddito del coniuge) NON superiore a 1,5 volte il trattamento minimo (che quest’anno è pari a 501,89 euro mensile) ed ha stabilito che la 14ma sia inoltre corrisposta, sebbene in misura diversa, anche ai pensionati in possesso di un reddito complessivo tra 1,5 e 2 volte tale trattamento minimo.

Ma chi ha diritto alla 14ma? Lo stabilisce l’articolo 5, commi da 1 a 4, del decreto legge 2 luglio 2007, n. 81, convertito dalla legge 3 agosto 2007, n. 127 a favore dei pensionati ultra sessantaquattrenni titolari di uno o più trattamenti pensionistici a carico dell’assicurazione generale obbligatoria e delle forme sostitutive, esclusive ed esonerative della medesima gestite da enti pubblici di previdenza obbligatoria, in presenza di determinate condizioni reddituali personali. Quindi le nuove norme hanno incrementato la misura della somma aggiuntiva prevista per i pensionati ultra sessantaquattrenni in possesso di un reddito individuale complessivo non superiore a 1,5 volte il trattamento minimo del Fondo pensioni lavoratori dipendenti (e cioè a 9.786,86 euro, che nel caso dei pensionati residenti all’estero deve comprendere anche i redditi esteri inclusa la pensione estera). 

Per i soggetti i quali non superano il suddetto reddito l’importo della 14ma sarà di 437 euro se fanno valere una anzianità contributiva ITALIANA fino a 15 anni i lavoratori dipendenti e fino a 18 anni i lavoratori autonomi; l’importo sarà di 546 euro con contributi fino a 25 anni se lavoratori dipendenti e fino a 28 anni se lavoratori autonomi; l’importo infine sarà di 655 euro con contributi oltre 25 anni se lavoratori dipendenti e oltre 28 anni se autonomi. 

Le nuove norme hanno inoltre previsto che la somma aggiuntiva sia corrisposta anche in favore dei soggetti in possesso di un reddito compreso tra 1,5 e 2 volte il menzionato trattamento minimo (e cioè tra 9786,86 euro e 13.049,14 euro), ma con l’erogazione di importi più bassi che variano da 336 a 504 euro. La predetta disposizione ha ridefinito la c.d. clausola di salvaguardia prevedendo che, nel caso in cui il reddito complessivo individuale annuo risulti superiore ad 1,5 volte ovvero a 2 volte il trattamento del Fondo pensioni lavoratori dipendenti e inferiore a tale limite incrementato della somma aggiuntiva spettante, l’importo in parola viene corrisposto fino a concorrenza del predetto limite maggiorato. 

Ai fini della determinazione del reddito è rilevante il solo reddito individuale del titolare composto, oltre che dalla pensione stessa, dai redditi di qualsiasi natura, con l'esclusione dei trattamenti di famiglia, le indennità di accompagnamento, il reddito della casa di abitazione, i trattamenti di fine rapporto e competenze arretrate. Sono escluse, inoltre, le pensioni di guerra, le indennità per i ciechi parziali, l'indennità di comunicazione per i sordomuti. 

Ribadiamo che per i residenti all’estero sono comprese nei redditi le pensioni estere. Giova ricordare che fino ad oggi l’Inps si è rifiutato di prendere in considerazione i contributi esteri ai fini della determinazione degli importi della 14ma e che purtuttavia noi continuiamo la nostra attività politica e legislativa per modificare i criteri adottati dall’Istituto previdenziale italiano perché convinti dell’errore interpretativo e applicativo che danneggia i diritti dei nostri connazionali. Infine evidenziamo che il pagamento verrà effettuato d’ufficio per i pensionati di tutte le gestioni unitamente al rateo di pensione di luglio 2017 ovvero di dicembre 2017 per coloro che perfezionano il requisito anagrafico nel secondo semestre dell’anno 2017. 

Si rammenta che il beneficio sarà erogato in via provvisoria sulla base dei redditi presunti e sarà verificato non appena saranno disponibili le informazioni consuntivate dei redditi dell’anno 2016 o, nel caso di prima concessione, dell’anno 2017, con, purtroppo come è già accaduto e come abbiamo denunciato, il pericolo che si costituiscano degli indebiti. Consigliamo comunque di rivolgersi a un patronato di fiducia per verificare l’eventuale diritto e gli importi spettanti (e per fare domanda nel caso in cui l’Inps non liquidasse d’ufficio la prestazione). Marco Fedi e Fabio Porta, Deputati del Pd-Estero

 

 

 

 

Doppia imposizione

 

Interrogazione a risposta orale in Commissione III ai Ministri degli affari esteri e della cooperazione internazionale e dell'Economia e delle Finanza

Il senatore Claudio Micheloni ha depositato oggi in Senato un’interrogazione indirizzata ai Ministri degli affari esteri e della cooperazione internazionale e dell'Economia e delle Finanza riguardante l'applicazione da parte della Confederazione elvetica del valore locativo ai beni immobili situati in Italia di cittadini italiani residenti in Svizzera, equiparandolo a un reddito presunto, in totale contraddizione con il divieto della doppia imposizione siglata tra i due paesi nella Convenzione del 1976.

In una circolare di alcune cantoni della Confederazione elvetica, indirizzata a tutti i cittadini residenti che beneficiano di aiuti sociali, e in modo particolare a quelli di origine straniera,  sottolinea il senatore Micheloni nell'interrogazione, si informa che è in corso un processo di revisione della spesa sociale e di verifica dei requisiti dei beneficiari, inclusa la situazione patrimoniale, e che per sanare eventuali irregolarità la scadenza è fissata per il 31 marzo 2017, termine oltre il quale si prevedono, a latere di sanzioni varie, provvedimenti di "espulsione temporanea" da 5 a 15 anni.

Per tale provvedimento, la cui persistenza può determinare un autentico dramma sociale che avrebbe conseguenze gravi e durevoli sulle relazioni dei due Paesi, il senatore Micheloni chiede, ai Ministri degli affari esteri e della cooperazione internazionale e dell'Economia e delle Finanza, di convocare la Commissione Mista prevista dall'art. 26 della Convenzione tra la Repubblica Italiana e la Confederazione elvetica per evitare le doppie imposizioni, al fine di valutare l'insieme delle criticità e sospendere il termine del 31 marzo 2017.

Nell'interrogazione si chiede, inoltre, di negoziare dei termini di applicazione della regolarizzazione inferiori ai dieci anni retrospettivi previsti, così come di informare gli organismi dell'Unione Europea, per valutare anche la situazione dei cittadini europei non italiani residenti in Svizzera e verificare l'opportunità di considerare tali questioni nell'ambito delle trattative in corso tra Unione Europea e Confederazione elvetica.

Infine, il senatore Micheloni suggerisce eventualmente di reinserire la Confederazione elvetica nella "Black List", in caso di risposta negativa da parte delle autorità e a fronte di minacce di espulsione dei nostri concittadini residenti in Svizzera che, nonostante una vita di lavoro in Svizzera, necessitano di aiuti sociali per sopravvivere.   Dip 23

 

 

 

 

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