WEBGIORNALE  25 GENNAIO – 7 febbraio   2016

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Migranti, Italia e Germania frenano su sospensione Schengen  1

2.       Sospensione Schengen, frenata della Ue. Renzi: «A rischio l’idea d’Europa»  1

3.       Quanto ci costa l’addio a Schengen  2

4.       Quale futuro per l’ Europa e per l’Italia? (1) 2

5.       Scontro Italia-Ue. Il complesso di Calimero e la demonizzazione della Germania  2

6.       Accoglienza condivisa dei profughi, Renzi strappa un punto all’Europa  3

7.       L’italia e l’unione europea. Le ostilità da superare  4

8.       Economia. Scontro italo-tedesco, il peso delle banche  4

9.       Migranti, Austria introduce il tetto Massimo di 127.500 fino al 2019  5

10.   Germania. Nuove leggi 2016  5

11.   I temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia  5

12.   Nuova pubblicazione poetica della Continanza. Nessun la era fuori posto  6

13.   Colonia, caccia all'immigrato: 12 feriti. Per Capodanno indagati 19 stranieri 6

14.   Alessandra Ferri all'Istituto Italiano di Cultura di Amburgo  7

15.   Berlino. Il concorso creativo del Comites: "Un'opera per l'Italiano dell'anno"  7

16.   La Germania e i rifugiati 7

17.   Mostra all’IIC di Amburgo. Fino al 19 febbraio esposte le fotografie di  Benedetta Manfriani: “Wunde (r)”  7

18.   A Francoforte Dante Divino: 4° serata, Canto I e II del Paradiso  8

19.   Volkswagen verso il taglio di più di 10mila posti per risparmiare  8

20.   Canone Rai 2016. Ecco le novità per gli italiani all'estero  8

21.   Parlamento Europeo. Migrazione e referendum GB dominano il dibattito post-vertice  8

22.   USA: vigilia di primarie  9

23.   Teorica ripresa  9

24.   Su deficit, banche e fondi. Draghi e Berlino irritati con il premier 9

25.   Draghi rilancia: "A marzo necessario rivedere la politica monetaria". Le borse volano  10

26.   Gentiloni: “Dalla Ue polemica inutile. I criteri più elastici? Merito nostro”  10

27.   Libertà è democrazia  11

28.   Senato: sì alla riforma costituzionale per il superamento del bicameralismo paritario  11

29.   L’Italia ha bisogno di riforme urgenti, subito  11

30.   In Commissione Esteri ripreso l’esame del ddl di ratifica dell’accordo fiscale con la Svizzera  12

31.   Riforme e parole. I compiti di Bruxelles e i nostri 13

32.   Meno promesse  13

33.   Riforme e Ue, la doppia scommessa del premier 13

34.   Canone RAI: cosa cambia per gli italiani all’estero a partire dal 2016  13

35.   Le unioni civili dividono gli Italiani 14

36.   Sarà vero?  14

37.   Le Borse respirano, resta il nodo della bad bank. Si arrende il sindaco di Quarto  14

38.   Ilva, l’Europa apre un’indagine sull’Italia per aiuti di Stato  14

39.   M5s e polemiche, far finta di essere sani 15

40.   Legge di stabilità e novità 2016 per gli italiani all’estero  15

41.   Dietro lo scontro tra Italia-Ue il nodo manovra  15

42.   L’impatto dei numeri 16

43.   Trevisani nel mondo: il lavoro all’estero raccontato dai giovani 16

44.   UE. Professionisti… d’Europa  16

45.   Intervista ad Angelo Lavore,  Presidente della Associazione Trinacria di Charleroi 16

46.   Friuli nel Mondo. Soggiorno di studio a Gemona dal 21 luglio al 12 agosto. 17

 

 

1.       Zwischenbilanz Mitte Februar. Merkel: Flüchtlingszahlen spürbar reduzieren  17

2.       Flüchtlingskrise: Seehofer nennt Merkels Plan chancenlos  18

3.       Diakonie-Chef kritisiert Obergrenze als „magische Zahl“  18

4.       Erste Deutsch-Türkische Regierungskonsultationen in Berlin  18

5.       Tusk: Die EU hat in der Flüchtlingskrise nur noch zwei Monate Zeit 19

6.       Institut für Bevölkerung- Flüchtlinge als Chance für ländliche Räume  19

7.       EU-Flüchtlingskommissar: Hotspots stehen bald bereit 19

8.       Neue deutsche Medienmacher. Wenn, dann die Religionszugehörigkeit aller Straftäter nennen  19

9.       Pflichtgestalt. Die außenpolitische Bilanz eines Friedensnobelpreisträgers im Weißen Haus. 20

10.   Bekämpfung von Fluchtursachen, EU-Länder drücken sich vor Zahlungen  21

11.   Druck auf Polen? Sechs Osteuropa-Expertinnen und -Experten nehmen Stellung. 22

12.   EuGH-Präsident. Obergrenze für Asylbewerber rechtlich nicht möglich  22

13.   Rücknahme von Flüchtlingen: Gabriel droht Marokko und Algerien  23

14.   Bundesregierung. Europäische Lösung nötig. Flüchtlingszahlen spürbar senken  23

15.   Obergrenze. Koalitionsparteien streiten über Flüchtlingspolitik  23

16.   Freie Schulwahl. Migrantenkinder bleiben zunehmend unter sich  24

17.   Für den Zusammenhalt der Gesellschaft: Ein Integrationsplan für Deutschland  24

18.   Schwesig startet Bundesprogramm. Paten für Flüchtlinge gesucht 25

19.   Studie. Migranten gehen seltener in Vereine als Deutsche  25

20.   Bundespolizei warnt vor Verlängerung der Grenzkontrollen  26

21.   Gegen das Gesetz zur Einführung beschleunigter Asylverfahren  26

22.   Islamvertreter. Schon 80 Anschläge auf Moscheen seit Jahresbeginn  26

23.   Statistik für 2015. Zahl der Abschiebungen hat sich verdoppelt 26

24.   Minister Schmeltzer: Integrationsarbeit vor Ort wird mit KommAn-NRW deutlich gestärkt 27

25.   AG 60 plus fordert „unkonventionelle Maßnahmen“ für ein Gelingen der Integration  27

26.   Italienisches Kulturinstitut Köln: Holocaust-Gedenktag  27

27.   Harninkontinenz beim Mann  27

28.   Berlin. Prima Klima? Podiumsdiskussion am 27. Januar 2016 über die Klimapolitik nach dem UN-Abkommen von Paris  28

 

 

 

 

 

Migranti, Italia e Germania frenano su sospensione Schengen

 

Fonti Ue: resta ipotesi art. 26. Renzi e Schauble: "Se il trattato salta Europa a rischio ". Schulz: "Gli esiti sarebbero catastrofici". Valls: "Ma dobbiamo proteggere i nostri confini". L'Austria: "Riduciamo il flusso per dare la sveglia a Bruxelles". Mogherini: "Uno stop avrebbe costi impressionanti"

 

BRUXELLES - Il caso-Schengen tiene banco in Europa. Lunedì, alla riunione dei ministri dell'Interno Ue ad Amsterdam, la Commissione informerà che per Paesi come Austria e Germania - nel quadro del codice Schengen - l'unica possibilità per continuare ad effettuare i controlli alle frontiere interne sarà, da maggio, il ricorso all'articolo 26, quello che prevede la reintroduzione dei controlli fino a due anni. Lo spiegano fonti Ue precisando che a maggio i due Paesi avranno esaurito il tempo a disposizione per la reintroduzione dei controlli temporanei.

 

Trattandosi di un consiglio informale, non è previsto che alla riunione dei ministri dell'Interno Ue venga presa alcuna decisione. Di fatto la Commissione europea spiegherà che per arrivare all'attivazione dell'articolo 26 ci sono due passaggi propedeutici. In primo luogo la valutazione della situazione alle frontiere esterne. "Un valutazione che è attualmente in corso su quelle della Grecia", sottolineano le fonti Ue.

 

Se al termine dell'esame dovessero risultare carenze, potrà essere attivato il secondo passaggio in base a quanto previsto dall'articolo 19 del Codice Schengen. Cioè quello con cui si chiederà al Paese di far fronte ai problemi riscontrati indicando anche le modalità che dovranno essere applicate entro tre mesi. Se al termine dei tre mesi il Paese interessato non avrà ottemperato, la Commissione Ue, in base all'articolo 26, potrà proporre al Consiglio la reintroduzione dei controlli interni per uno o più Paesi, fino ad un massimo di due anni. Da metà maggio Germania e Austria avranno esaurito tutto il tempo disponibile per la reintroduzione dei controlli temporanei alle frontiere previsto dagli articoli 24 e 25 del codice Schengen.

 

Italia e Germania. Italia e Germania avevano già ribadito oggi, per bocca del premier Matteo Renzi e del ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schauble, il loro fermo no alla messa in discussione del trattato: "Dobbiamo essere i più forti a richiamare il valore dell'Unione Europea", ha dichiarato Renzi a Rtl 102.5, "non si bloccano i terroristi sospendendo Schengen. Alcuni terroristi sono nati nelle nostre città - ha ricordato Renzi- c'è un misto di paura e mancanza di visione in questa ipotesi. Credo che sia mettere a rischio l'idea stessa di Europa. Spero che non succeda, ma non dipende dal governo italiano. Noi siamo per rafforzare i controlli, ma senza sospendere l'accordo di libera circolazione. Se avverrà, trarremo le nostre conseguenze", ha aggiunto il presidente del Consiglio.

 

Sulla stessa lunghezza d'onda anche Schauble, interpellato dallo Spiegel online: "Se il sistema Schengen viene distrutto, l'Europa è drammaticamente in pericolo, dal punto di vista politico ed economico".

 

Schulz. Anche il presidente del parlamento europeo Martin Schulz, in una intervista al Passauer Neue Presse, ha ribadito che gli esiti della fine di Schengen sarebbero per l'Europa "catastrofici". "A me sembra che molti di quelli che in questi giorni invocano la chiusura dei confini, portando così Schengen nella tomba, non possono o non vogliono vedere che gli effetti sarebbero catastrofici". Schulz parla di "danni economici massicci" e di una "minaccia per la crescita e per i posti di lavoro".

 

Obama-Merkel. Di Schengen hanno parlato anche la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente americano Barack Obama nel corso di una telefonata che ha fatto seguito alla richiesta da parte di Schauble di "miliardi di euro" in nuovi fondi da trasferire agli Stati che confinano con la Siria. Secondo il ministro tedesco, l'Europa ha dovuto rendersi conto che risolvere la crisi sarebbe costato "molto di più" di quanto precedentemente previsto. "Il presidente ha promesso che il governo degli Stati Uniti contribuirà in modo notevole", ha fatto sapere il portavoce del governo tedesco Steffen Seibert.

 

 Francia. Nel dibattito è intervenuto anche il primo ministro francese Manuel Valls, che sostiene l'urgenza di attuare "misure urgenti per controllare le sue frontiere esterne. Se l'Europa non è in grado di proteggere i propri confini, è l'idea stessa di Europa, che sarà messa in discussione". E alla domanda circa i controlli alle frontiere all'interno dell'Europa che molti temono possa mettere Schengen in pericolo, Valls ha detto che "a essere rischio è il concetto stesso di Europa".

 

Austria. Intanto l'Austria, uno dei fronti caldi dell'afflusso dei migranti, ha ribadito la sua posizione circa la decisione di mettere un tetto ai richiedenti asilo nel 2016: "La nostra iniziativa nazionale è soprattutto una sveglia a Bruxelles", ha dichiarato alla Bild il ministro degli esteri austriaco Sebastian Kurz, "credo che sul lungo termine sia una soluzione europea. Ma fino a che non sarà raggiunta, dobbiamo proteggerci. Adesso crescerà la pressione per trovare una soluzione comune". Dalle 90mila domande arrivate nell'anno appena concluso l'intenzione del governo austriaco è scendere a 37.500.

 

Belgio. "Noi  non vogliamo rimettere in discussione Schengen ha dichiarato il ministro dell'Interno belga, Jan Jambon, in un'intervista a Le Figaro - la libera circolazione ha dei vantaggi che tutto il mondo coglie. Il vero problema è il controllo alle frontiere esterne dell'Ue, là dove ci sono dei buchi, in particolare in Grecia e in Italia".

 

Mogherini. Secondo l'Alto rappresentante europeo per la politica estera e la sicurezza, Federica Mogherini, le stime sui costi di uno stop al trattato di Schengen, che metterebbe fine alla libera circolazione di cittadini e merci in Europa, sono "impressionanti", tanto più in quanto l'Europa è in una difficile fase di ripresa economica. 

 

Napolitano. Per l'ex presidebnnte della Repubblica Giorgio Napolitano, sui flussi migratori "bisogna

perseguire una stretta intesa tra le leadership dei maggiori paesi", in particolare in merito  "alla drammatica priorità dei flussi migratori per "combinare e non contrapporre accoglienza e sicurezza e non minando il fondamentale impianto di Schengen".  LR 22

 

 

 

 

Sospensione Schengen, frenata della Ue. Renzi: «A rischio l’idea d’Europa»

 

La Commissione Ue sull’ipotesi di uno stop alla libera circolazione: «Non è sul tavolo». Anche Renzi contrario. Ma il premier francese Valls: «Non possiamo accoglierli tutti»

 

Non c’è «nessuna sospensione di Schengen sul tavolo» della Commissione europea. Lo ha chiarito la portavoce Natasha Bertaud in riferimento alle indiscrezioni della stampa italiana su una possibile modifica del codice sullo spazio europeo di libera circolazione delle persone che consentirebbe una durata massima di due anni dei controlli alle frontiere interne. A difendere il trattato, poco prima era stato il presidente del Consiglio, Matteo Renzi. In un’intervista a Rtl, venerdì mattina, aveva detto: lo stop a Schengen metterebbe a rischio il progetto europeo. «Schengen è molto messo in dubbio e per noi è veramente triste - ha detto Renzi -. La libera circolazione era il grande sogno europeo. È giusto essere attenti contro il terrorismo, ma non è che sospendendo Schengen si bloccano i terroristi: alcuni terroristi di Parigi sono cresciuti nelle nostre città». Le stime sui costi di uno stop al trattato di Schengen, peraltro, sono «impressionanti», tanto più in quanto l’Europa è in una difficile fase di ripresa economica, ha rimarcato l’Alto rappresentante europeo per la politica estera e la sicurezza, Federica Mogherini. Un appello a «non minare» l’accordo di Schengen arriva anche dall’ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Un portavoce della Commissione europea ha fatto sapere che i ministri dell’Interno della Ue discuteranno nella riunione informale di lunedì ad Amsterdam delle opzioni per estendere i controlli temporanei ai confini nella zona Schengen per verificare i flussi migratori.

«Non possiamo accoglierli tutti»

Nelle ultime settimane diversi Paesi europei hanno attivato le deroghe alla libera circolazione previste dai trattati (guarda il grafico), reintroducendo i controlli alle frontiere. E a livello di Commissione Ue si sta ora ragionando sulla possibilità di rivedere gli accordi di Dublino sull’ingresso dei migranti, i cui flussi sono all’origine della reintroduzione delle barriere nazionali. Il primo ministro francese Manuel Valls in una intervista alla Bbc, si è spinto a dire che « La crisi migratoria sta mettendo l’Unione Europea in grave pericolo». Valls ha spiegato che il Vecchio Continente non può accogliere tutti i rifugiati in fuga da quelle che definisce le terribili guerre in Iraq e Siria. «Altrimenti», ha detto, «le nostre società saranno completamente destabilizzate».

 

Il braccio di ferro con la Commissione

Quello sulla libera circolazione non è il solo tema europeo affrontato dal premier. Nell’ultima settimana il governo italiano è stato al centro di un braccio di ferro a distanza con la Commissione Ue, dopo le parole di venerdì scorso del presidente Jean Claude Juncker che aveva accusato Roma di offendere la Ue e innescato una polemica sui meriti dell’introduzione di forme di flessibilità nei bilanci nazionali introdotte negli ultimi mesi. L’Italia ha appena nominato un nuovo ambasciatore presso la Ue, Carlo Calenda. «A lui - ha spiegato Renzi - ho chiesto di creare un team molto forte e di farsi sentire, fare incontri e iniziative. Si è detto che il mio atteggiamento in Ue è sbagliato perché così parlano male di noi. Se smettiamo con l’atteggiamento di subalternità e cominciamo a dire che l’Italia ha energie e risorse fondamentali il rispetto arriverà naturale». Il capo del governo ha poi precisato di non volere le dimissioni del capo di gabinetto di Juncker, Martin Selmayr, protagonista di commenti negativi nei confronti dell’esecutivo Renzi: «Di mestiere non faccio il cacciatore di teste. Certo però l’impressione è che in Ue ci siano due pesi e due misure».

Obama promette «aiuti sostanziali»

Sulla questione dei rifugiati, il presidente americano Barack Obama e la cancelliera tedesca Angela Merkel hanno parlato al telefono giovedì sera e il presidente Usa ha promesso alla cancelliera di sostenere «sostanzialmente» gli sforzi in atto per risolvere la crisi in Medio Oriente ed Europa. Intanto, il segretario di Stato americano John Kerry, dal palco del Forum economico di Davos, ha lanciato un appello per un incremento del 30% dei finanziamenti internazionali agli umanitari dell’Onu per affrontare la crisi mondiale dei rifugiati, in modo da portare i fondi per i rifugiati «dai 10 miliardi di dollari nel 2015 a 13 miliardi quest’anno».  CdS 22

 

 

 

 

Quanto ci costa l’addio a Schengen

 

Sei Paesi hanno ripreso i controlli e la difficoltà nella gestione dei profughi ha messo in crisi la libera circolazione. Il premier olandese: otto settimane per salvare il Trattato - MARCO ZATTERIN

 

BRUXELLES - Cominciamo in trasferta, col Fondo monetario. Quando furono aboliti i controlli alle frontiere interne dei Paesi europei, Washington informò il mondo che l’effetto positivo per l’interscambio comunitario sarebbe stato di 1-3 punti percentuali. Nell’ipotesi più conservatrice, ai numeri di oggi sono 28 miliardi di maggiori affari favoriti dalla possibilità di filar via senza fermarsi al confine, ma è una somma che potrebbe aver serenamente superato quota 50. Sono i soldi confluiti in una maggiore attività economica che potrebbero essere bruciati da un ritorno in campo dei doganieri. E anche se fosse verificata solo in parte, sarebbe comunque una bolletta salatissima. 

 

ACCORDO A RISCHIO  - L’accordo di Schengen può sfumare davvero. Pressate dall’onda dei migranti in fuga dalle guerre e in cerca di una speranza, sei capitali hanno reintrodotto temporaneamente la vigilanza alle frontiere interne dell’Ue. Mancava da vent’anni. In assenza di soluzioni dai conclavi ministeriali che decidono la vita dell’Europa altri Stati potrebbe seguire l’esempio. Mark Rutte, premier olandese e guida di turno dell’Ue per questo semestre, avverte che restano un paio di mesi per salvare il patto che ci ha regalato la libera circolazione. Ammette anche di ragionare su un «Piano B», lo considera un’ultima risorsa ma ne parla spesso: una mini Schengen a cinque o sei, con la Germania che gli occorre per non far fallire il porto di Rotterdam, ma senza l’Italia che considera un colabrodo. Il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, assicura che la fine di Schengen sarebbe la fine dell’euro. Forse esagera. Però è certo che costerebbe un sacco di denari. A tutti. Basta qualche conto per capirlo. 

 

Il ripristino dei controlli riguarderebbe i cittadini privati come i trasporti commerciali che dovrebbero fermarsi a valichi e transiti. Quanto? «Dipende da cosa cercano - spiega Guntram Wolff, direttore della think tank Bruegel -: se devono aprire tutti i Tir per verificare che non vi siano clandestini non è roba da pochi minuti». Juncker ha detto a Strasburgo che un’ora di ritardo equivale a un esborso extra di 55 euro per ogni veicolo. Ogni anno i veicoli che attraversano una frontiera sono circa 60 milioni. Se ognuno perde mezz’ora per farsi verificare, abbiamo già buttato al vento 1,6 miliardi, dato pure prudentissimo. I soli polacchi, che hanno appena eletto un governo eurocritico, mandano 3,1 milioni di Tir ogni dodici mesi in Germania: fermarli 30 minuti equivale a tassarsi di quasi 100 milioni.  

 

EFFETTI IMPREVEDIBILI   - Impossibile stimare gli effetti sulle merci, soprattutto le deperibili. La frutta spagnola destinata alla Danimarca deve attraversare almeno quattro frontiere. Quante ore può perdere in un giorno congestionato? Si metterebbe a rischio il concetto di fatturato «just in time», si richiederebbe una revisione globale delle strategie di distribuzione. «I danni per la produzione sono un multiplo di quelli per i consumatori», immagina Wolff, dopo aver riferito che i transfrontalieri, cioè quelli che vivono in un Paese e lavorano in un altro, sono 1,7 milioni. «Per loro i controlli valgono fra i 3 e 4 miliardi l’anno», stima. Cifra che sale, sino a una forchetta col tetto a 5 miliardi, per i 200 milioni di cittadini che passano almeno una notte all’estero. Costi per il tempo e l’opportunità, soprattutto.  

 

Si aggiunge il conto degli Stati. Per vigilare sul ponte che porta a Malmö, la Danimarca spende 150 mila euro al giorno (fanno 50 milioni l’anno), senza contare che chi viaggia in treno (in 16 mila arrivano ogni giorno dalla Svezia) deve mettere in conto almeno mezz’ora di ritardo per lasciare che la sicurezza faccia il proprio lavoro. I tedeschi parlano di 100 milioni l’anno almeno per le loro nove frontiere, di nuovo un calcolo per difetto. Come tutti gli altri, i 10, i 30 e i 50 miliardi. Comunque vada sono tanti, minacciano un’economia continentale ancora debole e invocano alternative che non tocchino le grandi libertà e il benessere diffuso. Circoscrivere vite e affari rinunciando a Schengen sarebbe peggio che dichiarare una guerra vera e coordinata ai foreign fighters. Cioè a qualche migliaio di cittadini europei perlopiù schedati. Su 500 milioni che siamo. LS 22

 

 

 

 

Quale futuro per l’ Europa e per l’Italia? (1)

 

Alla crisi economica in cui l’Unione Europea è precipitata e dalla quale non riesce a trovare vie d’uscita da ormai un settennio si è aggiunta nel 2015 l’emergenza dei rifugiati e – anche se i governanti tutti dichiarano il contrario e vendono fiducia a buon prezzo, nessun analista onesto ed informato si azzarderebbe a dichiarare superabile l’emergenza finanziaria che si sta abbattendo sull’Europa e probabilmente a livello planetario nell’anno in corso.

L’Unione Europea si sta frantumando in una lotta fra egoismi nazionalistici dimostrando l’incapacità assoluta di affondare con spirito solidale il doveroso accoglimento di profughi in fuga dai Paesi che l’UE ha in larga misura contribuito a destabilizzare con interventi militari privi di senso dopo averli inondati di armamenti. La posizione di totale vassallaggio dell’UE nei confronti del braccio militare statunitense in Europa (NATO) è arcinota e se ne è fatto apertamente vanto lo stesso vice presidente USA dichiarando di essere riuscito ad imporre all’UE le sanzioni antirusse.

La crisi economica, fatte le debite proporzioni,  ha riportato l’Europa a livelli simili a quelli del dopoguerra. A differenza di allora tuttavia non sono stati tentati né “Piani Marshall” né, per quanto riguarda l’Italia, piani di investimenti degni di questo nome come quelli iniziati nel 1954 (Vanoni), al cui confronto gli attuali DEF (documenti di Economia e Finanza o le “Spending Review” - alias patetici conti della serva per diminuire l’indebitamento pubblico  - sono strumenti spuntati che infatti non hanno avuto il minimo impatto sull’economia se non in forma negativa.    

La finanza speculativa internazionale si rivela sempre più come il potere vero e nemmeno più tanto occulto, al quale anche la BCE (Banca Centrale Europea) ed il suo officiante Mario Draghi si inchina con lo strumento altrettanto stravagante quanto fallimentare del “quantitative easing”, cioè inondare con carta moneta i mercati cercando – inutilmente – di provocare inflazione e con essa far ripartire gli investimenti: finora l’unico risultato è stato di facilitare le speculazioni e provocare piuttosto fallimenti a catena di istituti finanziari. Evidentemente il “bail out” cioè il salvataggio con fondi pubblici (i famosi “ombrelli” non viene più ritenuto – ed a ragione ! – sufficiente, per cui si ricorre ora all’esproprio dei risparmi col cosiddetto “bail in”  che altro non è se non il pignoramento dei risparmi per soddisfare i creditori di un istituto bancario in fallimento. Interessante l’uso dei termini: “to bail” in inglese significa “depositare una cauzione”: è esattamente questo in futuro lo status dei depositi bancari !  

Non è necessario essere economisti (o forse è addirittura meglio non esserlo se ciò significa essere unicamente indottrinati dalle teorie neoliberiste e non conoscere altro) per comprendere che nessuna delle misure attuate in Europa è in grado di risolvere i problemi economici e che,

per deviare l’attenzione dai propri fallimenti in questo settore, i politici tutti cercano in ogni modo di tematizzare altri problemi veri o falsi o da essi stessi causati: che si tratti di bombardare la Libia, imporre sanzioni alla Federazione Russa, dichiarare guerra al terrorismo con sistemi che invece piuttosto lo favoriscono, o infine di manipolare la parte meno informata e più sprovveduta di cittadini facili preda della xenofobia aizzandoli contro i rifugiati.

Il caso della CSU contro la cancelliera Merkel è sintomatico: ogni anno emigrano DALLA Germania 800.000 cittadini, le associazioni degli industriali e le camere di commercio calcolano il fabbisogno di manodopera immigrata in 500.000 annuali già soltanto per mantenere gli attuali livelli di produzione. Dunque il milione di profughi arrivati nel 2015 rispetto a queste cifre sono una quantità più che accettabile se non addirittura necessaria.

Invece il Primo Ministro bavarese, per evidente calcolo elettorale e di potere, si scaglia contro la  cancelliera e con toni ed argomenti da Oktoberfest per spaventare i cittadini e fomentare l’odio contro gli stranieri e gli immigrati, quasi che ce ne fosse ancora bisogno in un Paese che si è sempre rifiutato contro ogni evidenza contraria di considerarsi terra di immigrazione. I neonazisti hanno giustamente fiutato il vento loro favorevole e stanno avvelenando il clima politico e sociale. Fortunatamente si contano  altrettante e più numerose iniziative spontanee di cittadini che si adoperano per dare ai rifugiati un’accoglienza dignitosa e preparare loro un futuro in Germania, compensando il fallimento delle pubbliche istituzioni e l’atteggiamento xenofobo di larga parte dei propri politici, segnatamente quelli che addirittura vantano immeritatamente nella sigla del partito l’attributo “cristiano”.

La vergogna maggiore tocca d’altra parte esattamente ai Paesi dell’ex blocco comunista, dai quali i cittadini finché esisteva la “Cortina di Ferro” cercavano in ogni modo di fuggire, esattamente come gli attuali profughi, che loro invece rifiutano ora di accettare,  esattamente come il villano arricchito che una volta uscito dalla propria miseria egoisticamente non vuole più vedere quella altrui.   

 

La mancanza di solidarietà nell’Unione Europea è la causa principale se non unica del perdurare della crisi e blocca ogni serio tentativo di uscita, ed ha un suo simbolo, l’ EURO ed  un suo tempio, il sontuoso quanto inutile edificio della BCE a Francoforte.

Per ironia della storia, è esattamente l’unione monetaria ad aver creato la frattura crescente e probabilmente insanabile come gli antagonismi fra i Paesi dell’Unione Europea.

Non è infatti pensabile che senza una completa inversione di indirizzo si possa anche soltanto alleviare la crisi in corso. Non serviranno certo i palliativi ridicoli del tipo “jobs act”: significativo l’uso di termini stranieri per ingannare sul vero significato, spesso come in questo caso di opposto valore, che infatti si tratta di misure atte unicamente a rendere precari e temporanei i posti di lavoro, non già a crearne di nuovi.

Non si è ancor visto nessun imprenditore aumentare gli investimenti soltanto perché ha facilità di licenziare, la molla che spinge all’investimento è la possibilità di smerciare i prodotti ed i servizi, e finché la domanda non cresce né la cosiddetta “flessibilità del mercato del lavoro” né i prestiti a tasso zero hanno la minima possibilità di invogliare chiunque ad investire.

La cosa più strabiliante è che sia economisti che politici sembrano aver dimenticato (se mai l’ hanno capito) come funziona il Capitalismo, cioè il sistema in cui viviamo in Europa e gran parte del mondo. Che lo si accetti o lo si rifiuti, che lo si voglia migliorare o distruggere, bisogna innanzi tutto comprendere come funziona.

E finora nessuno l’ha saputo descrivere meglio di Marx, i cui obiettivi rivoluzionari si possono benissimo rifiutare, ma la cui analisi non ha perso nulla della propria validità: il profitto o plusvalore era e resta la molla del sistema, chi lo ignora si preclude non soltanto la possibilitá di capire ma anche di “salvare” questo sistema, nel caso lo voglia.    

Chi scrive è del parere che si tratti di un sistema disumano ed estremamente pericoloso, poiché come scrisse Jean Jaurès „Il capitalismo porta in sè la guerra come la nube porta l'uragano”.  I cavalli però non si cambiano mai a metà del guado: prima di pensare di migliorare o cambiare questo sistema si tratta urgentemente di rimetterlo in funzione.

E sono esattamente coloro che lo dichiarano insostituibile a dimostrare di non averne compreso il funzionamento, a partire dai più alti responsabili della finanza (sí, anche Mario Draghi),  fino ai sedicenti riformisti Presidenti del Consiglio à la Monti o ai “rottamatori” à la Renzi).

Di “austerità” l’Europa sta morendo, e costoro  continuano a vender fumo ed a giostrarsi con artifici statistici per spacciare miglioramenti occasionali e privi di futuro che nulla hanno a che vedere con le misure legislative vantate. Ad ogni “rimbalzo borsistico” segue una caduta sempre più rovinosa e a pagarne lo scotto sono soprattutto i giovani ed i meno abbienti. Il sistema sembra funzionare unicamente in una direzione: per spostare ricchezza dal basso verso l’alto, da chi ha sempre di meno a chi accumula sempre di più: un meccanismo che prima o poi si inceppa con le gravissime conseguenze che due guerre mondiali dovrebbero aver insegnato. Nella prossima puntata un richiamo al punto centrale del sistema capitalistico, presupposto per analizzare e comprendere la posta in gioco e smascherare le false illusioni.  Graziano Priotto / Praga-Radolfzell, de.it.press

 

 

 

 

 

 

Scontro Italia-Ue. Il complesso di Calimero e la demonizzazione della Germania

 

L’attacco frontale di Matteo Renzi all’Unione europea, Ue, solleva almeno tre interrogativi. Innanzitutto i temi e i toni.

 

Tentare di politicizzare i contenziosi sugli aiuti di stato è sempre controproducente, trattandosi di materie su cui il giudizio finale non spetta ai governi ma alla Corte di Giustizia. Su diversi altri temi l’Italia ha le sue ragioni, ma si tratta di materie su cui la discussione è aperta e dove abbiamo già ottenuto in parte soddisfazione.

 

I toni ricordano l’eterno complesso di Calimero per cui ci riteniamo vittime di una deliberata discriminazione, salvo poi oscillare fra la dichiarazione che siamo i migliori del mondo, ma anche che siamo strutturalmente incapaci di soddisfare gli impegni liberamente sottoscritti.

 

Inoltre, l’attacco un po’ demagogico alla “tecnocrazia europea” arriva proprio nel momento in cui la Commissione, assieme al Parlamento, unico debole ostacolo alla deriva intergovernativa, tenta dopo anni di gestione opaca di riacquistare un ruolo politico.

 

Infine il più importante: aprire un conflitto aperto con la Germania. È probabile che la reazione irrituale di Jean Claude Juncker sia stata motivata anche dallo sgomento di assistere a uno scollamento fra i due soli governi che in un’Europa in serio pericolo di disfacimento mantengono una certa forza e quindi dovrebbero cedere meno di altri alla tentazione di rincorrere i populisti per acquistare consenso interno.

 

Demonizzare la Germania, deve pensare il presidente della Commissione, rischia di condurre Angela Merkel all’isolamento, ad arrendersi di fronte alle difficoltà, soccombere alle pressioni interne e gettare la spugna. È dunque sul rapporto con la Germania che dobbiamo concentrare l’attenzione.

 

Italia senza una politica tedesca

L’Italia non ha più una “politica tedesca” da molti anni. Abbiamo sempre preferito focalizzarci sul rapporto con Francia e Gran Bretagna, più di recente con la Spagna, anche se siamo stati raramente ricambiati. Certo, ci sono stati Ciampi, Monti e Napolitano; ma sono state iniziative personali, non seguite e forse nemmeno condivise dall’insieme della classe dirigente.

 

Se a un italiano o a un tedesco si chiede quale paese europeo sente più vicino, nessuno indicherebbe rispettivamente la Germania e l’Italia. Eppure abbiamo più cose in comune di quanto si pensi. Due unità nazionali tardive, esperienze democratiche a dir poco travagliate, le ferite di un nazionalismo distruttivo.

 

Nel dopoguerra, l’Europa è stata vista in primo luogo come un modo per ritrovare dignità nel consesso delle nazioni. Inoltre due costituzioni che limitano il potere dell’esecutivo a profitto della centralità del Parlamento, una preferenza per un’organizzazione statale (nel caso italiano ancora in divenire) di tipo federale. Negli affari internazionali una radicata riluttanza ad assumere responsabilità militari. Due economie ancora in gran parte basate sulla manifattura.

 

L’influenza di alcuni di questi fattori ha fatto sì che Italia e Germania siano sempre state i due grandi paesi più propensi a sposare una prospettiva federale dell’evoluzione della Ue.

 

Il nostro rapporto con la Germania è invece stato caratterizzato da un misto di ammirazione e antipatia da parte italiana e di diffidenza e irritante condiscendenza da parte tedesca. Nonostante i legami economici, l’immigrazione e il turismo, i due paesi non si conoscono.

 

Le responsabilità di questo stato di cose sono largamente condivise ed è inutile fare la lista dei meriti e dei demeriti, ma le assurdità che si leggono sulla stampa tedesca a proposito dell’Italia sono pari solo a quelle che si leggono sulla stampa italiana a proposito della Germania.

 

Italia-Germania, convergenze e divergenze risolvibili

Eppure, contrariamente alla vulgata diffusa, mai come ora i due paesi hanno avuto interessi convergenti sulle cose essenziali e divergenze che non è impossibile comporre. Sulla Libia e il Medio Oriente pensiamo fondamentalmente le stesse cose. Sul problema dei rifugiati, quello su cui probabilmente si gioca il futuro dell’Unione, abbiamo interessi e visione simili. Persino sull’economia le due visoni, per molti versi obiettivamente distanti, si sono molto avvicinate dall’inizio della crisi.

 

Ciò che più conta, la Germania, egemone riluttante, ha bisogno di sponde e alleati per trasformare l’egemonia in leadership. L’indebolimento della Francia, la marginalizzazione della Gran Bretagna, l’involuzione dell’est, accresce il bisogno di Italia agli occhi di Berlino.

 

Nel 2012 e per un breve periodo, Mario Monti alla testa di un paese che sembrava aver voltato pagina e intrapreso la strada delle riforme, è riuscito a influire in modo incisivo sulla politica tedesca e quindi su quella dell’Europa. Oggi le relazioni sono tornate a un minimo storico.

 

Incontro Renzi-Merkel

Nella politica europea attuale contano molto i rapporti personali. Tuttavia nulla predisponeva Giscard e Schmidt, o Kohl e Mitterrand al rapporto stretto e fruttuoso che si stabilì fra loro. Sfugge a troppi che quei felici periodi del rapporto franco-tedesco non sarebbero stati possibili senza un’estesa rete di contatti e una lunga pratica di dialogo a tutti i livelli.

 

Nulla o poco di tutto ciò esiste oggi fra Italia e Germania. Sembra a volte che il peso del dialogo costruttivo con la Germania sia fatto ricadere sulle spalle di Mario Draghi; ciò è irrituale e controproducente per noi e per l’istituzione che presiede.

 

Il 29 Matteo Renzi incontrerà la Cancelliera ed è prevedibile che entrambi avranno interesse a proclamare il ritorno del bel tempo. Possiamo tuttavia essere certi che alla prima intervista maldestra di un politico o di un banchiere il cielo tornerà ad essere tempestoso. Alcune divergenze sono oggettive e non facili da negoziare.

 

Gli stereotipi, le rigidità tedesche e le incertezze italiane sono fenomeni radicati. Lo sforzo di dialogo dovrà quindi essere lungo, paziente e diffuso, alla stregua di ciò che avviene da decenni fra Francia e Germania. Da solo non basterà a rimettere in moto l’Europa, ma è un dovere di entrambi i paesi.

Riccardo Perissich, già direttore generale alla Commissione europea, AffInt

 

 

 

 

Accoglienza condivisa dei profughi, Renzi strappa un punto all’Europa

 

Ma Weber (Ppe) attacca il premier: “Mette a rischio la credibilità” - di

MARCO ZATTERIN

 

BRUXELLES  - La rivoluzione promessa ha un contenuto. La Commissione Ue fa trapelare l’intenzione di rivedere, nella riforma del regolamento di Dublino annunciata per marzo, il principio secondo cui lo Stato di approdo dei rifugiati è quello che ha la responsabilità di custodirli fino a identificazione conclusa. La disposizione, secondo fonti citate dal Financial Times che trovano conferma, verrà modificata per assicurare una redistribuzione immediata di chi arriva in Europa ed evitare che un migrante resti là dove è sbarcato per mesi e mesi. Si richiederà un automatismo complesso per ripartire fra tutti l’onere dell’accoglienza. Buona notizia per chi, come l’Italia lo chiedeva da tempo. Pessima per altri, come il Regno Unito, che non vogliono un solo ospite in più.  

 

«Una vittoria per Renzi», scrive il quotidiano anglosassone. Un segnale di apertura in uno dei momenti più difficili per le relazioni fra Roma e Bruxelles, che negli ultimi giorni si sono scambiati accuse pesanti. Palazzo Chigi ha reso più muscolare il suo rapporto con l’Europa che ha rispedito le accuse al mittente. I toni si sono fatti pungenti. Al punto che anche la squadra del Pd all’Europarlamento si è concessa ieri un’ora di autocoscienza a dodici stelle, interrotta solo dall’irruzione d’un altro gruppo di parlamentari che aveva prenotato la stessa sala strasburghese. 

 

Stava parlando Simona Bonafé, l’eurodeputata che guida i fedelissimi a un segretario/premier di cui nessuno mette davvero in dubbio la strategia europea, ma di cui non tutti condividono le alzate di voce. «Ricordiamoci che siamo qui per il 40,8% ottenuto promettendo di cambiare verso anche all’Ue», diceva la più votata del 2014. «Evitiamo di esagerare coi toni», replicavano altri, Paolucci, Viotti, Bresso. «Renzi ha interpretato col suo stile un’insofferenza diffusa - riassumeva la capodelegazione Patrizia Toia -. Ora è importante capire come proseguire». 

 

C’erano gli spifferi e c’erano le correnti. Fra i trenta europei del premier, ieri si sono visti i «più federalisti» confrontarsi con quelli de «l’Italia anzitutto». Classica dialettica fra minoranza e maggioranza, inasprita da personalizzazioni e da scambi duri sul ruolo di Federica Mogherini, alto rappresentante per la politica estera oggetto di critiche che ora sembrano rientrare. Confronto acceso. Sino a che la solita sbrodolata di Manfred Weber, il capogruppo popolari, ha compattato il fronte. 

 

Il tedesco ha detto in aula che «Renzi sta mettendo a repentaglio la credibilità dell’Europa a vantaggio del populismo». Ce l’aveva con lo stop che Roma oppone al fondo da 3 miliardi per i progetti di accoglienza dei rifugiati in Turchia. «Tutto ciò va a svantaggio dell’Europa», ha tuonato Weber, non nuovo alle stilettate anti-Renzi. Immediata la reazione dei pretoriani Pd. Mentre dall’opposizione si perdeva l’occasione per non ripetere che quando c’era Berlusconi l’Italia era maggiormente considerata. 

 

Poco prima Juncker aveva lanciato una frase sibillina inseribile nella polemica renziana - «alcuni governi sono veloci ad attaccare Bruxelles, ma si guardino allo specchio, anche loro sono Bruxelles» -, ma aveva evitato la trappola tesa dagli interventi italiani in aula. «Sono esperti, troveranno una composizione, sanno che è pericoloso alzare la voce», concedeva Mercedes Bresso. «Mi interessa la sostanza - tagliava corto Pittella - Juncker ha suggerito ricette che possono risollevare un’Europa in affanno». 

 

Nella riunione della delegazione Pd, che continuerà oggi, gli scambi sono stati croccanti. Sotto tiro la Bonafè e le critiche (riformulate) a Federica Mogherini. «Infantilismo politico», s’è sentito dire. Panzeri, Mosca e Viotti hanno difeso Lady Pesc. «Il suo lavoro ha dato risultati importanti, ad esempio in Libia - sottolineava Brando Benifei - Sono anche interessi italiani». 

 

«Pensiamo che sia giusto porre le nostre questioni in modo netto, ricordando però che siamo un paese che crede nell’Europa più di altri», confessa Renato Soru. Lo ridiranno venerdì, a Roma di Renzi. «Per farla finita con l’Ue orwelliana in cui alcuni sono più uguali degli altri», attacca Nicola Danti. Non un ramoscello di ulivo per Bruxelles e Berlino, questo no. LS 20

 

 

 

 

L’italia e l’unione europea. Le ostilità da superare

 

I toni sono alti, verrebbe da dire ai limiti della spavalderia. Matteo Renzi avverte che l’Italia «è tornata». «Il suo protagonismo impaurisce» l’Europa: non come «è accaduto spesso in passato». C’è da sperare che abbia ragione - di Massimo Franco

 

I toni sono alti, verrebbe da dire ai limiti della spavalderia. Matteo Renzi avverte che l’Italia «è tornata». «Il suo protagonismo impaurisce» l’Europa: non come «è accaduto spesso in passato». C’è da sperare che abbia ragione. Per il momento, purtroppo, il presidente del Consiglio è circondato dal silenzio apparentemente ostile degli altri Stati europei.

A rispondergli con toni quasi sprezzanti è solo la Commissione Ue di Jean-Claude Juncker. E Manfred Weber, capogruppo del Ppe e di fatto portavoce continentale della cancelliera tedesca Angela Merkel, bolla in modo discutibile Renzi come una sorta di alleato oggettivo dei populisti.

Il premier non sembra spaventato all’idea di collezionare tanta avversità. Eppure, il sospetto è che i suoi nemici europei comincino a essere un po’ troppi; e che l’irritazione fredda verso il suo governo nasconda lo scarto tra la convinzione renziana di dover far pesare le riforme approvate, e la determinazione altrui a ridimensionarne ambizioni e pretese.

T anto che lo scontro inedito degli ultimi giorni sull’asse Roma-Bruxelles-Berlino, ma forse anche lungo altre direttrici rimaste coperte, potrebbe nascondere una decisione accarezzata silenziosamente: quella di isolare l’Italia e frustrare le sue richieste d’aiuto.

Un gesto ha sconcertato: la rapidità con la quale il «ministro degli Esteri» dell’Ue, l’italiana e renziana Federica Mogherini, ha scelto di schierarsi con Juncker rispetto a Renzi. La mossa promette di indebolire insieme lei e Palazzo Chigi, offrendo l’immagine di una nazione incapace di unità a livello internazionale perfino quando si milita nello stesso partito. Renzi ricorda di avere archiviato un passato mediocre, sebbene sappia quanto alcuni dei suoi predecessori abbiano rappresentato degnamente gli interessi dell’Italia.

Eppure, il suo scontro con Bruxelles e il gelo con la Mogherini trasmettono una fastidiosa eco della stagione finale della Seconda Repubblica. L’insistenza sul nuovo «protagonismo» italiano, come viene definito, sembra non tenere conto della debolezza del nostro Paese sul piano dei conti pubblici e dei numeri di una ripresa economica un po’ anemica. Ma soprattutto, sottovaluta un panorama continentale percorso da tensioni nazionaliste crescenti: sia per le percentuali della disoccupazione, sia per l’impatto di un’immigrazione epocale dal Medio Oriente e dall’Africa.

Inasprire una polemica con l’Europa su questo sfondo rischia non solo di armare chi imputa strumentalmente a Renzi di favorire i partiti populisti, in Italia e altrove. Promette di inserirlo in maniera arbitraria in una filiera euroscettica dalla quale invece il governo si è sempre e meritoriamente tenuto a distanza. Deflettere da una strategia moderata ed europea nel senso migliore del termine regalerebbe argomenti e pretesti alla Lega Nord e al Movimento 5 Stelle, suoi acerrimi avversari in Italia. E, all’estero, disperderebbe una piccola ma preziosa rendita di credibilità nelle istituzioni e sui mercati finanziari.

La sensazione è che, senza volerlo, o magari con un occhio ai consensi sul piano interno, Renzi stia sfiorando una trappola pericolosa: un imbuto di ritorsioni polemiche con l’Ue, destinate a minare un’impalcatura europea già traballante; ma anche a ridisegnare in peggio il ruolo e il peso italiani nel Vecchio Continente. Il problema posto da Palazzo Chigi sugli aiuti europei alla Turchia come argine contro l’assedio dei profughi, non è affatto campato in aria. Renzi ha ricordato a ragione le ambiguità di Ankara sul terrorismo del sedicente Stato Islamico.

Il fatto che il suo «no» sia stato usato per metterlo nell’angolo, però, tradisce un’insofferenza europea che non può sottovalutare. Non può, perché è destinata a scaricarsi sul governo; e ad attribuirgli responsabilità e colpe che non corrispondono alla realtà. D’altronde, quando anche ieri Juncker se la prende con gli esecutivi che criticano l’Europa invece di «guardarsi allo specchio», non parla solo a Roma: in realtà si rivolge alle ventotto nazioni che stanno perdendo il senso d’appartenenza all’Ue. Insomma, si tratta di un problema politico, non tecnico. È quello che pensa lo stesso Renzi.

Forse si spiega così la scelta «forte» e controversa di sostituire in corsa l’ambasciatore italiano all’Ue, mandando a Bruxelles il viceministro Carlo Calenda: un politico, non un diplomatico. È una mossa dirompente. Si capirà presto se riflette la reazione di un premier che vuole riprendere il controllo della situazione, o un nuovo fronte che gli porterà altri nemici. CdS 20

20 gennaio 2016 (modifica il 20 gennaio 2016 | 12:21)

 

 

 

 

Economia. Scontro italo-tedesco, il peso delle banche

 

La polemica, scoppiata fra il presidente del Consiglio italiano e altri esponenti europei, ha radici anche economiche. Al riguardo sono di particolare rilievo i problemi che, negli ultimi mesi, hanno pesato sul settore bancario italiano e si sono intrecciati con il processo europeo di Unione bancaria. Si ricordino quattro fatti.

 

Aiuti di stato e banca ‘cattiva’

Primo: il passaggio dalla crisi finanziaria internazionale alle crisi europee ha trasformato le banche italiane da caso virtuoso a luogo di accumulazione di prestiti problematici, che hanno ormai superato i 350 miliardi di euro e frenano l’erogazione di credito alle imprese.

 

Dopo aver perduto l’occasione di finanziare la costruzione di una ‘banca cattiva’ con fondi europei (giugno 2012), il governo ha proposto fuori tempo massimo la costituzione di uno o più veicoli per l’acquisto di crediti problematici a prezzi sostenuti da garanzie pubbliche.

 

La posizione italiana è così incappata nelle nuove norme europee, emanate nell’estate del 2013, che vietano aiuti di stato per la soluzione di problemi bancari. Proprio in questi giorni si sta delineando un compromesso che rischia, però, di essere inadeguato alla portata del problema.

 

Obbligazioni ‘subordinate’

Secondo fatto: a metà dello scorso novembre, il governo italiano ha rinunciato al salvataggio di tre ex casse di risparmio (Banca Marche, Cassa di risparmio di Ferrara e Cassa di risparmio di Chieti) e di una banca popolare (Popolare dell’Etruria) mediante il ricorso al Fondo interbancario di tutela dei depositi che era stato utilizzato anche di recente per affrontare la crisi di un’altra ex cassa di risparmio (Banca Tercas).

 

Infatti, sebbene tale Fondo utilizzi risorse private stanziate ad hoc dalle restanti banche, la sua attivazione è pubblica e contrasta – quindi - con le nuove regole europee sopra menzionate.

 

La soluzione alternativa, che ha portato alla costituzione di una “banca cattiva” e di quattro nuove banche con bilanci ‘ripuliti’, ha causato un sostanziale azzeramento nel valore delle azioni e delle obbligazioni subordinate emesse dalle vecchie Banca Marche, Carife, CariChieti ed Etruria. Dato l’abnorme collocamento di vari tipi di obbligazioni bancarie presso i risparmiatori italiani avvenuto nel recente passato, questa soluzione ha suscitato allarme.

 

Il ‘bail in’

Terzo fatto: la soluzione adottata è stata realizzata in tempi rapidissimi per sfruttare la finestra temporale fra il recepimento italiano delle nuove norme europee in materia di risoluzione delle crisi bancarie e l’inizio del 2016. Con il nuovo anno è diventato infatti operativo il secondo pilastro dell’Unione bancaria che subordina la ristrutturazione di ogni banca in crisi alla prioritaria copertura delle relative perdite (fino allo 8% delle sue passività) mediante la decurtazione nel valore - in sequenza - delle sue azioni, delle sue varie tipologie di obbligazioni non garantite, dei suoi depositi per l’ammontare eccedente i 100mila euro.

 

Se applicato al caso delle quattro banche in esame, la nuova procedura di copertura delle perdite (nota come bail in) avrebbe potuto comportare il coinvolgimento anche dei detentori di obbligazioni non subordinate e - almeno in linea di principio - di una parte dei depositanti. Il che avrebbe accresciuto oneri e preoccupazioni per i risparmiatori.

 

Garanzie sui depositi

Quarto fatto: il bail in e le altre componenti di risoluzione delle crisi bancarie, approvate dal Consiglio Ue fra giugno e dicembre 2013, dovrebbero trovare completamento in un terzo pilastro dell’Unione bancaria: uno schema europeo di garanzia dei depositi.

 

Alla fine dello scorso anno, la Commissione europea ha avanzato una proposta per la graduale costituzione del relativo Fondo, ma è incorsa nel drastico veto della Germania che ha subordinato la creazione di tale Fondo al fatto che i settori bancari degli Stati membri più fragili riducano la loro esposizione rispetto ai titoli del debito pubblico nazionale.

 

Gli effetti sul settore bancario

Questi fatti hanno varie implicazioni. Innanzitutto il settore bancario italiano rischia di essere schiacciato da tre macigni: il peso dei crediti problematici e dei titoli pubblici nazionali; i passati eccessi nell’emissione bancaria di obbligazioni che, oltre a non trovare buoni sostituti, ne aumentano la vulnerabilità rispetto al bail in e ne riducono il potenziale di finanziamento.

 

Inoltre tale settore trarrebbe giovamento dalla cooperazione fra Stati membri e dal completamento dell’Unione bancaria: la prima faciliterebbe la liquidazione dell’eccesso di crediti problematici e di titoli pubblici; la seconda fornirebbe contrappesi rispetto al potenziale destabilizzante del bail in.

 

Viceversa, la Germania va in direzione opposta: reagendo al pieno utilizzo italiano della flessibilità sui bilanci pubblici, essa ha scelto il settore bancario per sperimentare soluzioni decentrate che spostino l’onere degli aggiustamenti sui singoli paesi.

 

Gli effetti macroeconomici

Gli atteggiamenti di sfida tra Italia e Ue minano così la capacità del settore bancario italiano di sostenere la crescita del nostro sistema produttivo. Si sarebbe quindi tentati di concludere che la sfida è appropriata solo se ci si aspetta che la flessibilità nella gestione del bilancio pubblico abbia un impatto così positivo sul tasso italiano di crescita da più che compensare l’impatto negativo derivante dai crescenti vincoli bancari.

 

Il nesso fra maggiore flessibilità nella gestione del bilancio pubblico e aumento nei tassi di crescita risulta però indeterminato se non si specifica l’uso di questa flessibilità. Al riguardo, si dovrebbe entrare nel merito delle iniziative di politica economica inserite nella Legge di stabilità per il 2016. In alternativa, ci si può chiedere se l’Italia non abbia terreni di confronto più costruttivi in ambito europeo.

 

Un possibile confronto con la Germania

Le critiche italiane, riguardanti le nuove norme sugli aiuti di stato nelle risoluzioni bancarie e sul bail in, e quelle tedesche, relative all’introduzione di uno schema europeo di garanzia dei depositi, hanno una radice comune: l’inefficace gestione di fattori pregressi o, come è più preciso dire, della legacy e degli stock.

 

Il governo italiano critica le nuove norme europee sulla risoluzione bancaria perché trascurano due elementi: i limitati aiuti statali erogati alle nostre banche durante le recenti crisi; la minore rischiosità che era incorporata nello stock di obbligazioni, emesse da queste stesse banche prima delle nuove norme europee, rispetto alla situazione attuale.

 

Analogamente, il governo tedesco ritiene inaccettabile che la Commissione europea proponga un fondo unico di garanzia dei depositi senza preventive ‘pulizie’ di vecchie incrostazioni nei bilanci bancari dei paesi più fragili.

 

La sfida italiana alle istituzioni europee potrebbe, quindi, fondarsi sulla seguente domanda: perché dovremmo accettare una ‘forzatura’ della nostra legacy, qual è quella derivante dall’applicazione del bail in al preesistente stock di obbligazioni bancarie e dalla cancellazione dei pregressi aiuti di stato alle altre banche europee, quando la Germania non accetta la ‘forzatura’ della sua legacy, derivante dalla cancellazione della rischiosità specifica incorporata nello stock di titoli pubblici detenuti nei singoli settori bancari?

Marcello Messori, Direttore della LUISS School of European Political Economy. AffInt

 

 

 

 

Migranti, Austria introduce il tetto Massimo di 127.500 fino al 2019

 

Il tetto limite di 127.500 migranti fino al 2019 su cui il governo austriaco ha trovato l’accordo prevede anche che per quest’anno Vienna accetterà solo 37.500 profughi.

 

L’Austria introdurrà una sorta di tetto limite al numero di richiedenti asilo nel Paese: fino al 2019 dovranno essere complessivamente massimo 127.500. Il vice cancelliere Reinhold Mitterlehner ha parlato esplicitamente di un «tetto limite».

 

Il tetto limite di 127.500 migranti fino al 2019 su cui il governo austriaco ha trovato l’accordo prevede anche che per quest’anno Vienna accetterà solo 37.500 profughi. Il cancelliere Werner Faymann ha parlato di un «valore indicativo» che si orienta a un livello massimo di 1,5% della popolazione austriaca. Il vice-cancelliere Reinhold Mitterlehner ha detto che saranno compiute le verifiche di legge necessarie per evitare che la nuova normativa possa pregiudicare il diritto d’asilo. Ha fatto riferimento al modello svedese che prevede un limite alla capacità di elaborare le richieste di asilo. In discussione c’è anche la possibilità di sospendere per un periodo di tempo nuove richieste o di creare nelle aree di confine delle zone di attesa.

 

Il cancelliere Faymann ha anche detto di aver compiuto questo passo dopo essersi consultato con Angela Merkel. «Il coordinamento con la Germania resterà stretto», ha aggiunto il cancelliere, rinviando colloqui concreti a dopo il decreto. La questione di un tetto limite tiene banco anche in Germania ed è uno dei cavalli di battaglia dell’alleato di governo della Csu. Finora però la cancelliera ha sempre rifiutato di accordare l’introduzione di un limite al flusso di profughi verso la Germania. Questo pomeriggio la cancelliera parteciperà al seminario dei deputati regionali della Csu a Wildbad Kreuth, sulle Alpi bavaresi, dove ieri l’ipotesi di un tetto è stata di nuovo discussa. CdS 20

 

 

 

 

 

Germania. Nuove leggi 2016

 

A partire da gennaio sono entrate in vigore una serie di nuove leggi varate dal governo della Große Koalition, che dovrebbero servire a sostenere soprattutto le famiglie e i meno abbienti. Inoltre, è iniziata la prima parte della riforma strutturale degl’istituti ospedalieri.

Famiglie

La protezione sociale per le famiglie con figli ha un obiettivo principale: aiutare i genitori a sopportare l’onere aggiuntivo del mantenimento dei figli. Aumenta, infatti, di 92 euro il cosiddetto Kinderfreibetrag, vale a dire lo sgravio fiscale per i figli. Per ogni genitore, dunque, l’introito annuale sarà esentasse fino ad una somma di 7248 euro, un cambiamento che si farà sentire anche per coloro che hanno un salario maggiore. Lo stato tedesco aiuta le famiglie anche attraverso la corresponsione di assegni familiari, il cosiddetto Kindergeld, che aumenterà di 2 euro per figlio. Per i primi due figli le casse per le famiglie versano ai genitori mensilmente 190 euro e a partire dal terzo figlio 196 euro, mentre per il quarto il Kindergeld ammonta a 221 euro.

Hartz IV – sussidi sociali

Anche per chi riceve il sussidio sociale Hartz IV (o anche Arbeitslosengeld II) vi sono novità: l’assegno base aumenta da 399 euro a 404 euro mensili. Le coppie ricevono in tutto 8 euro in più rispetto al 2014. Chi aveva finora diritto al Wohngeld (sussidio aggiuntivo per le spese di locazione) otterrà 186 euro al mese se vive in coppia; nel 2012 erano soltanto 112 euro.

Quote rosa

Il 2016 potrebbe diventare l’anno delle donne, finalmente: entra, infatti, in vigore la quota rosa per quanto riguarda le imprese private, in modo che più donne potranno far parte dei consigli direttivi delle aziende. Nei consigli di amministrazione, infatti, se devono essere rimpiazzati i membri, l’azienda dovrà farlo per il 30 per cento con donne. La nuova regola riguarda più di 100 aziende quotate in borsa; se le aziende non rispettano la quota rosa, i posti non potranno essere assegnati.

Riforma delle strutture ospedaliere

Una novità riguarda gli ospedali. Con la Krankenhausstrukturreform il legislatore vuole premiare gli ospedali “buoni” e sanzionare quelli meno buoni. Vale a dire: se le prestazioni dell’ospedale sono ottime, l’istituto avrà diritto ad un bonus, mentre in caso di lacune o – ad esempio – problemi legati all’igiene e alla qualità delle prestazioni, le casse sanitarie potranno ridurre l’onorario. Se in una struttura ospedaliera nel corso del tempo vi sono stati ripetutamente problemi legati alla qualità delle prestazioni oppure all’igiene, l’ospedale rischia addirittura la chiusura di interi reparti da parte dell’amministrazione.

Consumi

A partire da gennaio i consumatori vanno incontro anche ad un ulteriore aumento dei francobolli, che costeranno 70 cent (piuttosto di 62 cent) per le lettere fino a 20 g. Il cosiddetto “Maxibrief” (fino a 1000 g) costerà 2,60 euro, un aumento di 20 cent. Una lettera raccomandata costerà 2,50 euro (finora 2,15 euro).   Alessandro Bellardita, CdI gennaio

 

 

 

 

I temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia

 

Gelo sulla rotta balcanica - La Macedonia chiude i confini meridionali ed è sempre più difficile per i migranti proseguire verso nord. Mentre le temperature sfiorano i -15 ed è emergenza umanitaria. Abbiamo raccolto le testimonianze da Belgrado, Zagabria e dal portavoce dell’Unicef.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/balkanroute-fluechtlinge-102.html

 

Bike the Nobel - C'è chi ha pensato di candidare la bicicletta al premio Nobel per la pace. E Paola Gianotti sta portando le 10.000 firme raccolte da Milano a Oslo: in bici naturalmente!

 http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/speciale/bike-the-nobel-104.html

 

La chef Viviana Varese- Insieme a Sandra Ciciriello, Viviana Varese è alla guida del Ristorante Alice all’interno di Eataly Smeraldo a Milano. Nel 2011 ha ottenuto la sua prima Stella Michelin.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/a_tavola/viviana-varese-100.html

 

 

20.01.2016. Tracce della RAF. Il ritrovamento del DNA di tre ex-terroristi sui luoghi di due rapine fallite riporta a galla il passato della Rote Armee Fraktion. È plausibile un ritorno del terrorismo in Germania? Nel servizio l’esperto Wolfgang Kraushaar. http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/raf-100.html

 

Scrivere per i ragazzi - Nei nostri studi Pierdomenico Baccalario, autore per ragazzi molto conosciuto per la saga fantasy di Ulysses Moore.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/a_tu_per_tu/baccalario-100.html

 

Lingua italiana addio?

La comunità italiana di Colonia si vedrà privata, quasi completamente, di due scuole superiori che hanno l'italiano come materia d'insegnamento principale.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/italmondo/gesamtschule-koeln-100.html

 

19.01.2016. In cerca di risposte. Nominato il nuovo capo della polizia di Colonia, è Jürgen Mathies. Una commissione parlamentare cercherà di far luce sull’accaduto. Mentre proseguono le indagini, un solo arresto per molestie. 

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/silvesternacht-updates-100.html

 

Il Transito di San Giuseppe. Un'opera poco conosciuta al grande pubblico, ma emblematica per comprendere l'arte di Francesco Guarino.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/terramia/transito-san-giuseppe-100.html

 

L'Islam e la Germania

"Wie viel Islam gehört zu Deutschland?" È il titolo di un recente studio dell'Università di Bonn. Ai nostri microfoni uno dei ricercatori, Marco Jelic.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/italmondo/islam-studie-100.html

 

18.01.2016. Nuova era per l'Iran

Revocate le sanzioni, l'Iran apre un nuovo storico capitolo. Quali conseguenze avrà per la comunità internazionale e per la crisi mediorientale?

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/iran-108.html

 

Asilo a pagamento

Il modello svizzero arriva anche in Danimarca: i richiedenti asilo costretti a versare il loro capitale, quando supera i 1.000 franchi. Ma è davvero così? Ai nostri microfoni Gianni D'Amato dell'Università di Neuchtâtel.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/schweiz-fluechtlinge-100.html

 

15.01.2016. Non perfetta ma perfettibile. Wikipedia, l'enciclopedia libera online compie 15 anni. Paga talvolta il prezzo della libertà e dell'accessibilità con l'imprecisione. 

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/zapping/wikipedia-feiert-geburtstag-102.html

 

Il baratto delle tasse. Un articolo del decreto Sblocca Italia ha introdotto il baratto amministrativo. Sono un centinaio i Comuni in cui le tasse si possono barattare con servizi, invece di pagarle.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/administrative-tauschhandel-100.html

 

È sempre sabato! Sulla sua pagina facebook, poche ore dopo il concerto, Jovanotti ha scritto che a Düsseldorf si è divertito molto. Ed è stato un concerto strepitoso anche secondo Tiziana Caravante. 

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/quelli_sul_palco/jovanotti-immortali-duesseldorf-100.html

 

Appuntamenti. Eventi, incontri, spettacoli culturali italiani in Germania

Calendario lunedì http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/appuntamenti/kalendermontag100.html

Calendario venerdì http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/appuntamenti/kalenderfreitag100.html

 

Ascoltaci anche in streaming, podcast, loop e sul digitale di NDR

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/   RC/De.it.press

 

 

 

 

Nuova pubblicazione poetica della Continanza. Nessun la era fuori posto

 

Nessun la era fuori posto nell’emozionante incontro dedicato alla presentazione della silloge poetica “Solo le Muse cantano” (Zambon Edizioni) di Marcella Continanza con prefazione del critico letterario Vincenzo Guarracino.

La serata si è svolta giovedì 26 novembre nella raffinata sala del “Grand Hotel La Medusa” nel cuore dell’area archeologica di Castellammare di Stabia tra le incantevoli domus romane di età augustea “Villa Arianna” e “Villa San Marco” entrambe sepolte dall'eruzione del Vesuvio del 79 d. C. Padrone di casa il dott. Osvaldo Conte, funzionario dell’Azienda di Cura Soggiorno e Turismo di Castellammare di Stabia che ha voluto organizzare questo doveroso omaggio al prezioso ed appassionato lavoro di poeta di Marcella Continanza e sottolineato come sia forte il legame di Marcella con la città: “I ricordi siedono su panchine di memoria/ di sere d’estate/ quando con un fermaglio di sogni/ tra i capelli/ e a passi leggeri/ sfilavano le ore sul lungomare stillante/ di palme, oleandri e canzoni/ in Villa Comunale” .

La serata è stata molto festosa ed accattivante: l’attrice Livia Imparato in modo struggente ha dato voce ai versi della Continanza: “Mare Nostrum”, “La ragazza dai capelli di Medusa”, “Emily Dickinson”, “Castellammare  di Stabia” e “La bambina che mi corre davanti.” Molteplici e intensi gli interventi che hanno messo in evidenza il mondo poetico dell’autrice.

Elegante e commossa, Marcella. Poche parole ma ha firmato tanti autografi del libro e poi, il brindisi offerto dai signori Irollo proprietari del “Grande Hotel La Medusa”.

Venerdì 26 è stata la “Sala Multimediale” dell’Edificio Storico di Vico Equense a ospitare la serata. Anche qui vari sono stati gli interventi tra cui quello del Maestro Ferdinando Ambrosino, rientrato da una sua esposizione a Londra, che ha paragonato la poesia ai disegni di un pittore: “il poeta descrive le stesse cose e lo fa con i suoi attrezzi di lavoro: la scrittura, la parola. Ecco perché considero la poesia l’aspetto più vero ed autentico dello scrittore. La forma più alta e più vera della sua anima.”

Il Maestro Ambrosino si è soffermato sul ruolo di giornalista di denuncia di Marcella:  "disseminata di strade di guerra" o "lo scafo è una tomba". Queste poesie, destabilizzanti, sono un potente e puntuale affresco contemporaneo: "Il mare nostrum è una promessa:/il loro passaporto. Salgono su /barconi senza vele con il loro credo;/un raccolto sofferto, lasciato./Il loro bagaglio/è la lingua, una foto, dei ricordi e /qualche giacca".

Invece Maria Carmen Matarazzo vice preside del Liceo Scientifico “Francesco Severi” ha sottolineato la vita della donna: il tema dell’amore è stato affrontato nella poesia “La ragazza dai capelli di Medusa”, già pubblicata Es gab einmal die Alpen (Thelem 2005) e negli Stati Uniti in “Poets of the Italian Diaspora (Fordham University Press 2014), “Mordevo i dubbi/ della paura/già contando l’attesa./ Quando la incontravo/ altera mi guardava./ Sapevo che era venuta a sottrarmi/ il bene più prezioso/ e ad annegarmi il cuore./ Ma il dio fu pietoso/ e mi donò dei versi./”

E per finire, l’intervento della poeta e prof.ssa Alessandra Dagostini che si è incentrato sui  Ritratti in cui Marcella ha omaggiato i “suoi” poeti con dei versi così come lei ha vissuto la loro vita.

 La calda voce di Anna D’Amora ha saputo con grande maestria interpretare ed entrare nell’anima poetica dell’autrice.

 Molti i presenti tra cui l’architetto Graziana Santamaria di Sorrento e il prof Enzo Esposito che ha commentato: “Un evento culturale di alta qualità di cui Vico Equense  deve essere orgogliosa di aver ospitato.”

Altra presentazione del 2015 è stata il 22 dicembre, presente l’autrice, nella Biblioteca Comunale organizzata dal Comune di Battipaglia. A presentare Marcella è stata la prof.ssa Maria Rosaria Zizzo. Saluti da parte dei commissari  Geralando Iorio, Ada Ferrara e Carlo Picone.  La “lesung” poetica era affidata all’attrice Romina Pastorino e intramezzata dalla musica del violinista Antonio Nobile. Valeria Marzoli, de.it.press

 

 

 

 

 

Colonia, caccia all'immigrato: 12 feriti. Per Capodanno indagati 19 stranieri

 

Merkel: "Nulla giustifica ostilità contro musulmani". Su Capodanno secondo la polizia locale non risulta un piano degli attacchi

 

BERLINO - Per le violenze di Colonia la polizia locale indaga su 19 sospetti: 10 sono richiedenti asilo, 9 sono presunti clandestini. È quello che emerge dal rapporto del ministro della Westfalia Ralf Jaeger. Nessuno dei sospettati è di cittadinanza tedesca. Quattro, già in stato di fermo, sono accusati di furto. Dal rapporto non emerge di quali rati siano accusati gli altri. A questo proposito la polizia tedesca ha fatto sapere che "dalle indagini sulla notte di San Silvestro finora non risulta che gli attacchi alle donne a Colonia siano stati "organizzati o guidati".

 

Sarebbe stata invece pianificata su Facebook, un'iniziativa di un gruppo di hooligan, rocker e buttafuori che ha lanciato una "caccia all'uomo nel centro storico di Colonia", come reazione alle violenze subìte dalle donne a San Silvestro. La polizia sta indagando su eventuali collegamenti con una serie di aggressioni a stranieri avvenute ieri sera nelle quali sono rimasti feriti 12 profughi. "Nulla giustifica quello che è stato riferito dal presidente del Consiglio centrale dei musulmani tedeschi", ha detto il portavoce di Angela Merkel Steffen Seibert, rispondendo ad una domanda sulla denuncia fatta dal presidente dei musulmani tedeschi sull'ondata d'odio che sta colpendo i musulmani in Germania dopo le violenze di Colonia.

 

Si indaga quindi su una possibile rappresaglia alle violenze subìte da centinaia di donne (516 le denunce, di cui il 40% per molestie sessuali) la notte di Capodanno nel capoluogo della Renania. Nella notte almeno 12 profughi sono stati aggrediti a Colonia da gruppi xenofobi. In totale l'ultimo bilancio fornito della polizia è di 6 pakistani, 3 immigrati dalla Guinea, due siriani ed un africano la cui nazionalità non è stata resa nota.

 

Nel corso di una sessione speciale del Parlamento regionale del Nordreno-Vestfalia, il ministro degli Interni, Ralf Jaeger ha confermato che la gran parte delle persone sospettate per le violenze, per lo più a sfondo sessuale, avvenute nella stazione centrale di Colonia sono di origine straniera, e fra queste vi sono anche rifugiati arrivati in Germania negli ultimi mesi. "Tutti i segnali indicano che queste persone siano nord africani o del mondo arabo", ha aggiunto. Jaeger - riporta la Bild - ha anche addebitato alle forze di polizia "gravi errori" e ha escluso che vi siano stati suggerimenti a nascondere l'origine straniera dei responsabili.

 

 "Il fatto che dietro alle aggressioni ci siano stranieri non deve lasciare in silenzio ma non deve neanche portare a un sospetto generalizzato nei confronti di tutti i rifugiati e migranti", ha spiegato il ministro dell'Interno della Germania, Thomas de Maiziere, definendo le violenze "completamente inaccettabili".

 

 

 

Alessandra Ferri all'Istituto Italiano di Cultura di Amburgo

 

Amburgo – Si è  tenuta presso l'Istituto Italiano di Cultura di Amburgo, il 13 gennaio, la prima manifestazione del nuovo anno organizzata in collaborazione con la Staatsoper (Opera di Amburgo) e che ha visto come ospite d'onore l'étoile italiana Alessandra Ferri, una delle prime  ballerine tra le più quotate a livello internazionale. La manifestazione dal titolo “Eleonora Duse e Alessandra Ferri: due icone del loro tempo”, in cui l'étoile ha raccontato della sua esperienza lavorativa, facendo un excursus storico delle sue meravigliose interpretazioni nei più grandi teatri di tutto il mondo, è stata moderata da Daniela Rothensee, addetto stampa dell'Hamburg Ballett John Neumeier ed ha riscontrato un grande successo registrando addirittura il tutto esaurito, si sottolinea dall’Iic . Daniela Rothensee ha intervistato in italiano con traduzione consecutiva la grande ballerina Alessandra Ferri, che interpreta Eleonora Duse nel nuovo balletto diretto da John Neumeier con musiche di Benjamin Britten e Arvo Pärt intitolato appunto “Duse”. Affascinato dalla leggendaria aura dell'attrice italiana e dalla sua incondizionata ricerca di un teatro ideale, il coreografo statutinense John Neumeier ha dato alla luce un capolavoro che riflette il suo personale approccio alla biografia di Eleonora Duse, rivelando al pubblico di oggi non solo le sue capacità teatrali ma anche l'eccezionale personalità femminile dell'attrice. Ad interpretare il ruolo principale, Neumeier ha scelto Alessandra Ferri, un'artista che, come la Duse, è considerata un'icona del suo tempo. Già subito dopo il primo spettacolo, che ha avuto luogo ad Amburgo  il 6 dicembre 2015, l'opera ha riscosso un enorme successo dalla critica tedesca, comparendo su diversi giornali locali. “La nuova Diva di Neumeier” - come la definisce l'Hamburger Abendblatt – si è esibita con il corpo di ballo del teatro amburghese , la cui prima ballerina è Silvia Azzoni, italiana, che accanto ad Alessandra Ferri interpreta il ruolo di Sarah Bernhardt. 

 Alessandra Ferri durante l’intervista con Daniela Rothensee si è soffermata particolarmente sulla figura della Duse e sull'importanza che ha per lei la sua immagine e personalità. Diva incontrastata, che recitava solo in lingua italiana sui palcoscenici di tutto il mondo, ha interpretato personaggi molto importanti per la carriera artistica di Alessandra Ferri: la signora delle Camelie e Giulietta sono stati i ruoli più rappresentativi della sua carriera. Sul palcoscenico di Amburgo, l'étoile non ha solo interpretato la Duse, ma ha rappresentato la sua grandezza e fragilità attraverso l'eccezionale coreografia di Neumeier. 

La manifestazione si è svolta nell'ambito della pluriennale collaborazione tra l'Istituto Italiano di Cultura e l'Hamburg Ballett e ha riscontrato, riferiscono dall’Iic, , un enorme successo di pubblico. Chi non ha avuto la possibilità di ottenere un posto nella biblioteca dell'Istituto ha potuto almeno seguire l'intervista dell'étoile italiana attraverso la proiezione live streaming nelle sale espositive al piano terra.  Il giorno seguente la radio nazionale NDR ha dedicato ampio spazio all'evento, trasmettendo stralci dell'intervista in Istituto. (Inform 18)  

 

 

 

 

 

Berlino. Il concorso creativo del Comites: "Un'opera per l'Italiano dell'anno"

 

Berlino - Il Comites di Berlino, con il patrocinio dell'Istituto Italiano di Cultura e dell'Ambasciata Italiana, bandisce la prima edizione del concorso creativo "Un'opera per l'Italiano dell'anno", dedicato agli artisti italiani operanti sul territorio tedesco, nelle arti visive (pittura, scultura e grafica), per la selezione di un'opera da consegnarsi ai vincitori del Premio Com.It.Es. "Italiano dell'anno 2015".

Il Premio annuale pruomuove l'assegnazione di un riconoscimento ad un connazionale e ad una connazionale che, a qualsiasi titolo, abbiano contribuito in modo significativo alla promozione e alla valorizzazione della cultura e dell'identità italiana nel territorio della Circoscrizione di Berlino.

Dopo la consegna dell'opera dell'artista Fulvio Pinna ai vincitori dell'edizione 2014, con questa iniziativa il Comites vuole “confermare il suo impegno nella valorizzazione della cultura italiana in Germania”.

Al concorso creativo possono partecipare gli artisti di nazionalità italiana che operano stabilmente sul territorio tedesco (singolarmente o in gruppo) e hanno compiuto i 18 anni di età. I candidati possono aver svolto la loro formazione presso istituti italiani e/o stranieri ed esposto preferibilmente in una galleria, centro culturale, fondazione, istituzione museale pubblica o privata verificabile e riconosciuta come tale.

La partecipazione è libera. I progetti dovranno essere presentati entro e non oltre il 15 febbraio 2016 e dovranno essere inediti. La presentazione dovrà essere effettuata attraverso l'invio dei bozzetti (in formato Jpg o Pdf) all'indirizzo e-mailpremiocomites@comites-berlin.de con l'indicazione dei dati dell'artista (compreso n. di telefono) ed una breve introduzione concettuale al progetto.

Il Comites s'impegna a trattare i dati così acquisiti in maniera confidenziale e ai soli fini del concorso in oggetto.

Entro il 22 febbraio 2016 verrà data comunicazione del vincitore e delle prime cinque opere selezionate dalla giuria, composta dalla presidenza del Comties.

L'opera vincitrice dovrà essere realizzata in duplice copia, per poter essere consegnata ai vincitori del Premio ComItes 2015 durante la serata di premiazione che si terrà il 2 marzo 2016 presso l'Istituto Italiano di Cultura, alla presenza dell'Ambasciatore d'Italia a Berlino Pietro Benassi e del Direttore dell'Istituto, Luigi Reitani.

Qualora l'artista primo classificato non possa adempiere alla realizzazione dell'opera nei tempi suindicati, il Comites si riserva di rivolgersi agli altri artisti classificati.

Durante la serata, nella sala della premiazione è prevista, inoltre, l'esposizione in forma audiovisiva dei primi dieci progetti selezionati. Tale esposizione verrà ripetuta durante tutti gli eventi del Com.It.Es. di Berlino previsti nel corso dell'anno 2016. (aise/dip) 

 

 

 

 

La Germania e i rifugiati

 

Le violenze a Colonia cambiano tutto. La notte di Capodanno, almeno 500 donne hanno denunciato di essere state aggredite, e nella maggior parte dei casi di aver subito molestie sessuali, da un’orda di centinaia di giovani ubriachi, perlopiù “di origine straniera”. La vicenda ha rimesso bruscamente in discussione la politica di accoglienza nei confronti dei rifugiati portata avanti da Angela Merkel. Ecco cosa scrive il giornale tedesco "Der Spiegel"

“La notte di Capodanno potrebbe aver segnato una svolta drammatica”, scrive Der Spiegel. Le violenze sessuali sono state perpetrate su larga scala in diverse città, come se fossero state coordinate da una qualche mano invisibile.

Due delle presunte aggressioni di Colonia sarebbero culminate in uno stupro. Quel che è successo a Colonia – e in misura minore ad Amburgo – la notte di Capodanno e nei giorni successivi “risponde a un copione che in molti temevano si sarebbe realizzato ben prima di come effettivamente è stato. Le paure che accomunavano fautori dell’immigrazione e accesi xenofobi si sono avverate”, commenta il settimanale tedesco.

Secondo alcuni, l’episodio mette definitivamente in luce ciò che si andava dicendo ormai da tempo: la presenza di troppi stranieri nel Paese porta con sé troppi problemi. Per altri, è avvenuto ciò che fin dall’inizio si temeva: ovvero che le tremende immagini di un comportamento terribile da parte dei migranti potessero compromettere la predisposizione in linea di massima positiva che la Germania aveva sempre mostrato nei confronti dei rifugiati. 

Quel che è certo, continua Der Spiegel, è che “si prospettano tempi duri”, che portano con sé almeno due interrogativi:

La Germania è davvero convinta di riuscire a gestire l’afflusso di rifugiati? E in seconda battuta: ha veramente il coraggio e la voglia di diventare il Paese europeo con il più alto numero di immigrati?  Sembra sia giunto il momento di un dibattito ad ampio spettro sul futuro della Germania, che il mantra della Merkel – “Possiamo farcela” – non è più sufficiente a spegnere.

Integrazione e politica dell’integrazione, repressione, politica dell’immigrazione, limiti all’ingresso: i fatti di Colonia hanno cambiato radicalmente le dinamiche della politica di Berlino. Per la Cancelliera Merkel e i suoi confidenti il timore è che l’attuale politica nei confronti dei rifugiati diventi sempre più difficile da sostenere. Almeno a parole, la Cancelliera ha già rivisto la propria posizione.

In un suo intervento, straordinariamente a caldo dopo le violenze di Colonia, ha commentato che l’episodio meritava una “dura risposta da parte del governo” e ha definito “senza senso” le voci che la vorrebbero “compiaciuta del fatto che molti profughi si stiano dirigendo verso la Germania”.

Angela Merkel non può però, del resto, neanche deviare troppo dalla sua linea politica iniziale:  se la Germania cominciasse a rispedire gente indietro ai confini, il sistema Schengen che consente il libero attraversamento delle frontiere in Europa collasserebbe. Ci sono voluti alcuni giorni perché i media cogliessero la reale entità delle violenze di Colonia e Amburgo e della mancanza di risposte da parte delle forze di polizia e delle istituzioni politiche, ma secondo Der Spiegel la prima cosa da fare ora è essere del tutto onesti su quel che è successo e sulla situazione in cui ci si trova: i tedeschi non sono bambini che vanno protetti dalla verità a fin di bene. E parte della verità è che ai politici piace parlare di integrazione ma ancora non hanno dato segni di aver capito la portata della sfida che sono chiamati ad affrontare. E un altro aspetto ancora della verità è questo: la società tedesca è sempre più divisa. Corritalia 22

 

 

 

 

Mostra all’IIC di Amburgo. Fino al 19 febbraio esposte le fotografie di  Benedetta Manfriani: “Wunde (r)”

 

Amburgo- All'Istituto Italiano di Cultura di Amburgo il 22 gennaio à stata inaugurata “WUNDE (r)”, mostra di fotografie dell'artista toscana Benedetta Manfriani organizzata in collaborazione con l'Associazione Amici dell'Istituto Italiano di Cultura di Amburgo e.V. Al vernissage presente anche la fotografa.

L’imperfezione, la rottura, l'interruzione, il fallimento, sono i passaggi attraverso cui la vita è vita. Rughe, lacerazioni, cicatrici più o meno visibili, sono i segni che subito compariranno sulla pelle che cresce, sul volto che cambia, nella mente che si affina. Nessun corpo è immune da ferite, fin dalla nascita. E' una ferita quella attraverso cui passa il neonato, una ferita quello che lo segnerà in

modo indelebile appena sarà staccato dalla madre, indicando da lì, e per sempre, il suo baricentro fisico. Ma a ben guardare, ogni ferita, anche la più lieve, ogni sovvertimento, ogni ingiuria del tempo, allude, prepara, indica, il cammino misterioso della vita verso qualcosa che insieme la compie e la trascende, la realizza e la supera, e di cui ogni stadio si porta dentro il mistero che attende di svelarsi.

Come il bruco diventa farfalla, la vita passa da una forma ad un’altra, continuamente. Sorprese, più o meno drammatiche, che rompono veli, lacerano sicurezze, feriscono identità, mostrando qualcos'altro che non si sospettava: la materia viva che attende di fare la sua parte, nel faticoso cammino di rivelazione del 'di più' di cui tutti siamo costituiti, spesso a nostra insaputa, ad onta delle nostre resistenze. La galleria fotografica qui proposta, propone due piccoli viaggi: il primo dentro le ferite e le cicatrici di cui è intessuta la nostra esistenza, per esplorarne/esaltarne il significato, sciolto da ogni decifrazione convenzionale. Il secondo è un viaggio dell’anima, una danza di liberazione e di rinascita, un’iniziazione: la continua metamorfosi della crisalide umana.

Dopo aver studiato arte e materie umanistiche all’Università di Firenze e alla Sorbona di Parigi, Benedetta Manfriani ha frequentato corsi di iconografia bizantina a Parigi, e a Bergamo. In seguito, ha studiato pittura e xilografia con Margherita Pavesi Mazzoni, realizzando su commissione numerose opere in materiali diversi, e approfondito lo studio delle tecniche ceramiche, tradizionali e orientali, dando vita ad una copiosa produzione di oggetti artistici e di arredo. Ha poi intrapreso una intensa attività in campo fotografico, realizzando video e installazioni mobili e interattive.

Ha al suo attivo numerose mostre, in Italia e all’estero, e le sue opere sono state esposte in gallerie e musei di Firenze, Siena, Roma, Berna, Milano, Parigi, Londra e Padova, oltre che in collezioni private in Italia, Francia, Regno Unito, Svizzera e Stati Uniti.

Parallelamente all’attività di pittrice e fotografa, si è formata come musicista, studiando canto presso gli Amici della Musica di Firenze, e alla Royal Academy of Music di Londra. Ha cantato con musicisti come Mauro Grossi em La Klezmerata Fiorentina, da anni lavora in duo con il chitarrista Sandro Bertieri, e si esibisce regolarmente in programmi di musica ebraica e jazz in varie parti d’Italia. Nei vari campi di cui si occupa ha svolto negli anni una costante attività didattica, e attualmente collabora con Tempo Reale,  centro di ricerca e didattica musicale fondato da L.Berio.

L'ingresso alla mostra gratuito. La mostra resterà aperta fino al prossimo 19 febbraio. (Inform/de.it.press)

 

 

 

 

A Francoforte Dante Divino: 4° serata, Canto I e II del Paradiso

 

Ciclo di incontri ideato e realizzato in collaborazione con la Prof.ssa Christine Ott, docente di letteratura italiana e francese all’Università J.W. Goethe di Francoforte, curatrice del Deutsches Dante-Jahrbuch.

Mercoledì 27 gennaio 2016, ore 18.30 presso UNIVERSITÀ J.W. Goethe  - Campus Westend, Casino AULA 1.802

Theodor-W.-Adorno-Platz 1, 60323 Frankfurt

 (https://www.uni-frankfurt.de/38093807/Campus_Westend-pdf.pdf)

 Presentazione del canto  I e II  del Paradiso con Lectura Dantis

Dott.ssa Johanna Gropper, Christine Ott e Massimo Fagioli

Entrata libera 

 

Or ti riman, lettor, sovra ‘l tuo banco,

dietro pensando a ciò che si preliba,

s’esser vuoi lieto assai prima che stanco.

Messo t’ho innanzi: omai per te ti ciba  (Par. X, 22-25)

 

Brevi schede sui relatori

Christine Ott: dal 2011 è docente titolare della cattedra di Letteratura Francese e Italiana al Dipartimento di Romanistica dell’ Università J.W. Goethe di Francoforte. E’ curatrice del Deutsches Dante-Jahrbuch.

Johanna Gropper: dal 2011 è ricercatrice presso l’Università J.W. Goethe di Francoforte, dove insegna letteratura italiana e francese. Ha pubblicato saggi in tedesco e italiano su Dante e Boccaccio e sta per finire una tesi di dottorato sulla ricezione creativa della Commedia nel Decameron.

Massimo Fagioli: attore di teatro e scrittore di romanzi brevi, dal 2011 è docente dei corsi di lingua italiana organizzati a Francoforte dall’Istituto Italiano di Cultura. IIC

 

 

 

 

 

Volkswagen verso il taglio di più di 10mila posti per risparmiare

 

Piano di efficientamento dopo il calo dei margini. Intanto il Parlamento europeo lancia la commissione d'inchiesta per vederci chiaro sullo scandalo delle emissioni

 

Volkswagen punta a tagliare "molto più di 10mila posti di lavoro" per realizzare risparmi. Lo afferma il giornale tedesco Manager Magazin citando fonti vicine al dossier secondo cui il capo del brand Vw, Herbert Diess, ha già chiesto per quest'anno un aumento dell'efficienza del 10%. Per questo, spiegano le fonti, "non sarà assolutamente sufficiente non occupare più 7mila lavoratori interinali". Il giornale aggiunge che il ceo del gruppo tedesco, Matthias Mueller, sostiene la strategia di elevati risparmi perseguita da Diess.

 

Nel 2014 il brand Vw ha accusato una riduzione del margine operativo al 2,5%, dal 2,9% un anno prima, una cifra molto più bassa di quella di Audi e di altri costruttori del settore. Già sotto la guida dell'ex ceo, Martin Winterkorn, era stato fissato il target di un rendimento operativo pari al 6% per il brand Vw al 2018.

 

Aggiornamenti, intanto, anche sul fronte del Dieselgate: il Parlamento europeo ha nominato i 45 membri della commissione di inchiesta sullo scandalo delle emissioni, proprio nel giorno in cui nella capitale belga sono riuniti i rappresentanti dei gruppi automobilistici europei (che oggi pomeriggio si incontrano con la Commissione ue). La commissione indagherà sulle cause della violazione delle regole Ue sui test sulle emissioni inquinanti,

sulle ragioni del fallimento dell'azione di vigilanza nazionale ed europea sul settore in relazione alle omologazioni dei veicoli e individuerà gli strumenti per correggere l'attuale situazione. Entro sei mesi dovrà presentare un primo rapporto. Il mandato è di un anno. LR 21

 

 

 

 

Canone Rai 2016. Ecco le novità per gli italiani all'estero

 

Dal corrente anno, l’importo per il canone televisivo RAI sarà inglobato nelle bollette per l’energia elettrica. L’importo è di 100 Euro (pari a circa Euro 8,33 mensili); con inizio del pagamento, per il 2016, con la bolletta energetica dal prossimo luglio.  

Dal 2017, la ripetizione del canone, sempre dello stesso importo, dovrebbe essere distribuita su base mensile; continuamente sulla bolletta energetica. Ciò vale anche per i Connazionali all’estero che hanno un alloggio in Patria con contratto di fornitura d’energia elettrica. Chi non ha il televisore, per evitare il canone, dovrà farne esplicita domanda all’Ufficio delle Entrate.  

Col sistema che abbiamo riportato, il numero degli evasori del canone TV dovrebbe essere, in sostanza, azzerato. Ora sottrarsi al pagamento sarà molto più difficile. Qualche perplessità, che sarà presto chiarita, (il provvedimento è operativo dal prossimo luglio) resta la ricezione dei programmi RAI (criptati) tramite la piattaforma satellitare all’estero e per chi intende ricevere le emittenti TV italiane che non hanno mai imposto il canone.  

Continuano a essere esonerati i teleutenti con settantacinque anni, o più, con un reddito imponibile non superiore a Euro 8000. Anche in questo caso, è prevista l’autocertificazione.    Ma, dato, che la “rivoluzione, " in materia partirà dal prossimo luglio, riteniamo che non verranno meno le correlate differenziazioni ed eventuali distinguo. Con buona pace dei teleutenti (a pagamento) dei programmi televisivi italiani. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Parlamento Europeo. Migrazione e referendum GB dominano il dibattito post-vertice

 

 Il Presidente del PE Martin Schulz accoglie il Presidente del Consiglio Donald Tusk per un vivace dibattito sui risultati del Vertice UE di dicembre e sulle misure per l'immigrazione.

Molti deputati hanno criticato i leader europei per la loro incapacità di affrontare le crisi dei flussi migratori e dei rifugiati, durante il dibattito di martedì sul Consiglio europeo di dicembre con il Presidente della Commissione UE Jean-Claude Juncker e con il Presidente del Consiglio europeo Donald Tusk. Il referendum sulla permanenza nell'UE del Regno Unito è stato un altro dei temi più dibattuti.

 

Il Presidente del Consiglio Donald Tusk ha elencato le sfide discusse al vertice di dicembre: "Siamo in fase di test su tutti i possibili fronti", ha detto. In materia di migrazione, ha sottolineato che non vi è alternativa alla protezione delle frontiere esterne. Il prossimo Consiglio europeo di marzo sarà il termine ultimo per vedere se la strategia dell'UE in materia di migrazione funziona. In caso contrario, "potremmo affrontare gravi conseguenze, come il crollo di Schengen", ha aggiunto.

 

"Se gli Stati membri avessero attuato le politiche da noi avanzate, ci troveremmo in una situazione migliore" in materia di immigrazione, ha detto il Presidente della Commissione Jean-Claude Juncker, che ha poi invitato i governi nazionali a mostrare maggiore solidarietà e impegno nell'affrontare la crisi migratoria. "Il costo di non avere Schengen sarebbe molto elevato e andrebbe contro la crescita e l'occupazione", ha aggiunto.

 

Interventi dei leader dei gruppi politici

 

E 'importante ricordare le storie di successo dell'Unione europea, come il recente accordo nucleare iraniano e l'accordo sul clima a Parigi, ha detto il leader del PPE Manfred Weber (DE). Sul referendum del Regno Unito sull'Unione europea, ha detto che molte delle idee del primo ministro Cameron potrebbero portare a miglioramenti per l'UE nel suo complesso, in particolare per quanto riguarda l'innovazione e una produzione legislativa migliore. Weber ha tuttavia insistito sul fatto che non avrebbe mai accettato discriminazioni fra i cittadini dell'Unione europea, anche se lo scopo è la lotta contro l'abuso dei sistemi di protezione sociale.

 

Enrique Guerrero Salom (S&D, ES) ha osservato che quando i leader europei tornano nei loro paesi, ignorano gli impegni concordati al Consiglio europeo. "E' come il mito di Sisifo, continuiamo a tornare al punto di partenza anche nel campo della migrazione, del terrorismo e dell'economia", ha detto, ammonendo che se l'UE continua a fare cosi, "sarà la sua morte politica".

 

Geoffrey Van Orden (ECR, GB) ha criticato l'UE per aver cercato di fare troppo, finendo per peggiorare la situazione. "I cittadini non vogliono un'Unione sempre più stretta'", ma un'UE che "costa meno" e "taglia la burocrazia", ha detto. Ha accolto con favore l'accordo PNR e ha detto che dovremmo riconoscere "quanto sia ragionevole la politica di David Cameron in materia d'immigrazione".

 

Solo "290 persone su 160.000 sono state trasferite finora" e ciò è dovuto a una mancanza di decisione degli Stati membri e non dell'Unione europea, ha sottolineato il leader del gruppo ALDE Guy Verhofstadt (BE). Ha quindi esortato Tusk a convocare un vertice straordinario sulla crisi dei rifugiati per adottare nuove norme in materia di ricollocazione, migrazione e guardia di frontiera e delle coste comunitarie.

 

Inés Cristina Zuber (GUE, PT) ha detto che l'unica risposta europea alla crisi dell'immigrazione e dei rifugiati sembra essere un meccanismo di espulsione più forte.

 

Nonostante i discorsi di autocritica del Consiglio europeo per la mancanza di una gestione delle crisi, la situazione dell'immigrazione è ancora oggi "disastrosa", ha dichiarato Ulrike Lunacek (Verdi/ALE, AT), aggiungendo che solo una soluzione comune potrebbe funzionare.

 

Nigel Farage (EFDD, GB) ha citato gli attacchi di Capodanno sulle donne a Colonia come un altro motivo per votare in favore dell'uscita del Regno Unito dall'UE. "I britannici sanno che quei giovani a Colonia in pochi anni saranno in possesso di un passaporto europeo e liberi di venire in Gran Bretagna", ha concluso.

Gli ha fatto eco Vicky Maeijer (ENF, NL), che ha affermato che "più rifugiati significano più terroristi". PE/De.it.press 19

 

                                                                                                                           

 

 

USA: vigilia di primarie

 

Cerco di esporre in una non facile sintesi i temi dibattuti in USA alla vigilia dell’inizio della corsa delle primarie. Uso materiali informativi che ricevo online, tutti, proprio tutti scritti e diffusi con lo scopo di ricevere danaro.  Solo i cittadini americani possono contribuire.

Nell’ultimo discorso sullo Stato dell’Unione il Presidente Barack Obama ha sottolineato una crescita senza precedenti dei posti di lavoro, storiche vittorie per l’eguaglianza e l’accordo globale sui cambiamenti climatici. “L’America è grande per la capacità di cambiare per il meglio”.   Il presidente ha parlato anche della necessità di limitare la diffusione delle armi, troppi morti per sparatorie di folli.  Il gruppo Everytown for Gun Safety è sorto e si è rapidamente diffuso per sostenere e dare visibilità a questo tema. Sostiene Hillary Clinton come migliore candidata contro la violenza delle armi, poiché ha sempre messo le famiglie americane al di sopra della lobby degli armaioli.  Diversamente da Bernie Sanders che nel 2005 votò un provvedimento a favore dei fabbricanti di armi e non ha mai chiesto scusa al popolo americano per quel voto.     

Uno dei temi più scottanti di questa campagna è il “dark money”, in italiano i fondi neri e la loro influenza nei processi politica, argomento sentito dal presidente e sul quale insiste il candidato Bernie Sanders, che sta rapidamente crescendo nelle simpatie dell’elettorato democratico, mettendo seriamente a rischio la candidatura di Hillary Clinton. Il gruppo attivo su questo tema è End Citizen United, il cui slogan è “We the People…not we the rich”. Anche questo gruppo cresce rapidamente nelle simpatie popolari, con buna pace dei fratelli Koch e Carl Rove, repubblicani, che hanno piena fiducia nel libero scorrere del danaro in politica, indipendentemente dalla sua provenienza.

 Il senatore Mike Lee, repubblicano, critica esplicitamente il discorso sullo stato dell’Unione del Presidente, una stampella per Hillary, e ha lodato la sua lunga lista di fiaschi: uccidere posti di lavoro, spingere in alto i costi delle assicurazioni malattie, mettere a rischio i diritti costituzionali, trascurare la sicurezza dei confini. Secondo Mike Lee questi non sono miglioramenti, sono disastri, gli americani meritano di meglio. Termina la sua critica facendo appello alla storia, al Boston Tea Party, e alla Dichiarazione di Filadelfia.

Uno dei punti chiave di ogni votazione è l’affluenza alle urne. In ricordo di Martin Luther King cito un suo pensiero, di circa sessant’anni fa, su questo argomento: “Votare è la pietra fondante dell’azione politica”.  Su questo tema, riporta USA TODAY, Donald Trump, il repubblicano con il più alto numero di preferenze nei sondaggi di opinione, è sicuro di ricevere un gran numero di voti: “La mia nomina aumenterebbe la partecipazione al voto…Avremo la più grande partecipazione nella storia di questo paese”.  Sullo stesso tema però, il Presidente Obama, riaffermando i valori e gli impegni che hanno ispirato la sua presidenza, sostiene la necessità di facilitare l’esercizio del diritto di voto, un diritto federale, il cui esercizio è spesso ancora ostacolato con mille cavilli.

Una piccola curiosità sui repubblicani riportata in una lettera circolare. In un discorso ad una folla di votanti in Iowa il Sen. Ted Cruz suggerì che la candidata del partito democratico Hillary Clinton dovrebbe essere sculacciata “spanked”, per aver detto il falso. E aggiunge: “A casa mia, se mia figlia Catherine di 5 anni dice qualcosa che lei sa non essere vera, si prende una bella sculacciata”. Qualunque sia stata la ragione del contendere, non c’è nessuna giustificazione per questo genere di retorica offensiva, misogina, violenta e volgare.

Quanto all’organizzazione del volontariato per la campagna elettorale, ho notato lo slogan dei repubblicani: Learn today, lead tomorrow, impara oggi e sarai una guida domani.  Per essere domani una guida è necessario oggi imparare a usare i mezzi informatici e sviluppare le abilità necessarie a costruire una valida rete di volontariato.  Una risposta al massiccio impegno di Hillary Clinton e Bernie Sanders per la raccolta di fondi e reclutamento di volontari per la loro campagna.

Emanuela Medoro, medoro.e@gmail.com de.it.press 18

 

 

 

 

 Teorica ripresa

 

Non siamo l’unico Stato dell’Unione a essere in “crisi”. Con un debito in crescita e un carico fiscale che comincia a essere oneroso, la nostra produzione stenta a recuperare. In Area Euro, è calata la richiesta di prodotti italiani e la manovra fiscale avrà effetti devastanti sul reddito e sull’occupazione. Il rapporto tra entrate e uscite non è più equilibrato e le prospettive per il futuro non sembrano migliori.

 Con una “crescita” da verificare, si potrebbe favorire la presenza di un’Europa a “due” velocità.  L’Italia andrebbe, di diritto, tra gli Stati a scartamento ridotto. I mali di casa nostra non sono di ieri. Su questo presupposto siamo tutti d’accordo. Ma non è ragionevole far cadere tutte le responsabilità sull’attuale classe politica.

 Con un Prodotto Nazionale Lordo (PIL) di poco in positivo, non ci sembra logico puntare più di tanto sulle attuali strategie. Del resto, nessuno s’illude che l’azzeramento del nostro debito pubblico andrà a verificarsi in pochi anni. L’impossibilità di provvedimenti di carattere internazionale a nostro favore c’impone alcune riflessioni.

 La crisi italiana non presenta presupposti di miglioramento. Il sistema finanziario UE è meno elastico di quanto potrebbe sembrare. Anche se è prematuro fare delle previsioni a breve termine, questo Esecutivo non può insistere nel raschiare il fondo di un piatto che è vuoto. Forse, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Europea potrebbe darci una “mano”. Insomma, solo mettendo a fuoco alcuni “benefici”, sarà possibile evitare altri indebitamenti.

 Il tutto, però, con un costo per il contribuente italiano. Insomma, l’austerità la vediamo sempre più fine a se stessa. L’area Euro non rappresenta lo “scudo” contro la recessione. La nostra economia ha delle regole interne e internazionali. Del resto, l’UE è solo una sorta di volano economico che non è riuscito a mettere al passo quello politico che, però, con l’economia non dovrebbe entrarci nulla.

Renzi resta un “tramite” ma non è nelle condizioni d’offrire nuove scelte ai problemi nazionali. Quando il tasso di crescita è sempre inferiore a quello della produttività, ogni segnale di ripresa potrebbe rivelarsi assurdo. Se non si riesce a escogitare una nuova via, lo Stato potrebbe fagocitare se stesso con un’implosione che la nuova legge di stabilità non potrà tamponare.

 I fatti hanno dimostrato, oltre ogni ragionevole dubbio, che ogni crisi ha diversi pesi e misure. Quell’italiana resta ancora a rischio. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Su deficit, banche e fondi. Draghi e Berlino irritati con il premier

 

Gelo della Bce sulla manovra. Schaeuble teme per il credito – di TONIA MASTROBUONI

 

BERLINO - L’irritazione, negli uffici di Mario Draghi, è grande. Non sono piaciute le quattro eccezioni chieste dall’Italia sul disavanzo - «non si possono accumulare tutte quelle eccezioni»-, ragiona una fonte della Bce.  

 

Né piace l’idea che siano saltate le clausole di salvaguardia come l’aumento delle accise, per cui i mancati introiti degli sgravi fiscali non vengono né da nuove imposte indirette, né saranno finanziati con tagli alle spese, «bensì, di fatto, in deficit». Un portavoce dell’Eurotower «non commenta» l’indiscrezione, e fa notare «che la Bce non mette bocca nell’esame europeo della legge di Stabilità». Tuttavia, se l’Italia dà l’idea di cercare scuse per non fare i «compiti a casa», indebolisce Draghi e rafforza i falchi come il presidente della Bundesbank Jens Weidmann, che pressano il presidente della Bce da tempo sulle sue misure straordinarie, perché scoraggerebbero l’impulso alle riforme e l’aggiustamento dei conti.  

 

Ma ieri anche un uomo noto per non perdere mai la calma come il ministro degli Esteri tedesco Frank Walter Steinmeier non è riuscito a nascondere la sua irritazione nei confronti dell’Italia. «La Turchia è un Paese chiave, per il problema dei migranti. Se vogliamo ridurre il numero dei profughi, abbiamo bisogno della Turchia». Ma c’è «un Paese» che non ha ancora concesso il via libera al fondo da tre miliardi per Ankara. «Siamo stati molto critici, con questo Paese», ha sibilato. Il riferimento è all’Italia. Ma non è l’unico dossier che sta creando malumore nei confronti dell’Italia, a Berlino e Francoforte. 

 

Il principale motivo di irritazione a Berlino è il freno di Roma sui soldi promessi ad Ankara per i profughi. A margine dell’ultimo vertice europeo, Wolfgang Schaeuble ha voluto incontrare il suo omologo italiano Pier Carlo Padoan a quattr’occhi per capire la ragione del veto italiano. Ma il ministro dell’Economia, stimatissimo dal tedesco, non ha potuto far altro che dirgli che non è una questione che dipenda da lui. E’ stato Matteo Renzi a bloccare la quota italiana dei tre miliardi concordati nella Ue. E anche se Schaeuble ostenta ufficialmente tranquillità, a Berlino la preoccupazione è grande. In un’intervista recente, il responsabile delle Finanze ha fatto capire che nel medio termine intende formare una «coalizione dei volenterosi» per finanziare la crisi dei profughi. E ha suggerito che se qualcuno non volesse mettere la propria quota, la potrebbe mettere Berlino. Ma dall’entourage del ministro lasciano intendere che sarebbe un passo molto grave, che suggellerebbe una crisi pesante, in Europa. Insomma, un rifiuto serio italiano di attenersi agli impegni sul fondo per la Turchia sarebbe vissuto come una crisi grave nei rapporti con Roma.  

 

Un altro dossier che viene seguito «con grande attenzione» da Berlino è la crisi delle banche italiane. E non preoccupa tanto, in teoria, la decisione di intervenire con «bad bank» o soldi pubblici, quanto il fatto che il fallimento dei quattro istituti di credito testimoni la salute non buona del sistema bancario italiano. Preoccupano le enormi sofferenze che sembrano appesantire il settore e ipotecare la fragile ripresa. E la situazione delle banche italiane alimenta antiche diffidenze tedesche. Schaeuble ripete a ogni piè sospinto che il completamento dell’unione bancaria - l’avvio del fondo di solidarietà - deve arrivare al termine di un percorso. Da poco è in funzione il secondo pilastro dell’Unione bancaria, il meccanismo di risoluzione delle banche fallite, arrivato dopo l’avvio della Vigilanza comune. Ma per il ministro delle Finanze il via libera al passo successivo - il fondo di garanzia comune - non può arrivare senza la certezza granitica che il settore sia solido. E gli scandali che hanno travolto il sistema italiano, tutto ispirano, tranne un’idea di solidità. 

 

Un ultimo motivo di preoccupazione, ma minore, è l’appuntamento di marzo con la verifica del Programma di stabilità. Sull’Italia, Schaeuble tende a smorzare i toni ormai da due anni perché «preoccupano molto di più altri conti pubblici», ossia quelli francesi. Ma le eccezioni accordate a Parigi hanno a che fare con la difficile situazione politica: Berlino non vuole mettere sotto pressione François Hollande, alleato prezioso attanagliato da una destra populista con tassi di popolarità crescenti. E noi, da due anni, possiamo nasconderci dietro la Francia. LS 20

 

 

  

 

Draghi rilancia: "A marzo necessario rivedere la politica monetaria". Le borse volano

 

Draghi rilancia, di fronte alle turbolenze finanziarie e ai nuovi rischi al ribasso sulle crescita, e annuncia: "E' necessario rivedere e riconsiderare la nostra politica monetaria al prossimo Consiglio di marzo". Questo, in un contesto in cui "i tassi di interesse "rimarranno a questo livello o più bassi a lungo". Un messaggio che vuole essere inequivocabile. "Non devono esserci dubbi sulla nostra volontà di agire. Abbiamo molti strumenti a disposizione, oggi non abbiamo discusso di misure ma su come riaffermare la nostra posizione". Sulle parole di Draghi volano le borse europee.

L'affondo del presidente dell'Eurotower deriva da un'analisi puntuale. "Valutando i dati disponibili a inizio 2016 si può affermare che le misure adottate da 2014 stanno funzionando" e anche "le decisioni adottate a inizio dicembre sono state pienamente appropriate" fra l'altro "con un notevole aumento della liquidità: tuttavia sono tornati a crescere i rischi al ribasso". In particolare, Draghi cita "l'aumentata incertezza sugli sviluppi dell'economia globale, la volatilità sui e i rischi geopolitici". Soprattutto, resta troppo bassa l'inflazione. Le aspettative nel corso dell'anno "si sono indebolite" rispetto a dicembre. Il tasso di inflazione "può scivolare in territorio negativo" nei prossimi mesi e risalire nella seconda parte dell'anno.

In questo scenario, la banca centrale è disposta a fare tutto quello che è in suo potere. "Non ci sono limiti all'interno del nostro mandato" alle capacità di intervento, ribadisce con chiarezza Draghi, evidenziando che l'impegno in questo senso "è unanime" e che "verrebbe meno la credibilità" della banca centrale "se non fosse pronta a riconsiderare la politica monetaria" di fronte a nuove informazioni. Draghi evidenzia a più riprese la determinazione della Bce. Nel tentativo di far risalire l'inflazione "è chiaro che stiamo adattando i nostri strumenti alle condizioni che cambiano, stiamo facendo tutto quello che è necessario per il nostro mandato: non ci arrendiamo".

Rispondendo alle domande dei giornalisti, Draghi affronta anche le turbolenze finanziarie di queste ore. Innanzitutto, chiarendo che "non si vedono segni instabilità finanziaria come nel pre-crisi". Poi, evidenziando che "il ritorno a una crescita sostenibile e alla stabilità è la risposta anche per la stabilità finanziaria e del sistema bancario", aggiungendo che i mandato dell'Eurotower "è la stabilità dei prezzi e non proteggere la profittabilità delle banche".

Un chiarimento deciso arriva anche sul fronte italiano, dopo le richieste avanzate dalla Bce alle banche per chiarire la loro gestione sugli Npl, i crediti deteriorati. Sui non non performing loans (Npl) "non c'e' niente di nuovo", dalla Vigilanza "alle banche non è stato chiesto nessun nuovo e inatteso accantonamento o una nuova richiesta di aumento di capitale", evidenzia Draghi rispondendo alla domanda di un giornalista.

La Bce, intanto, ha lasciato i tassi invariati. Il comitato direttivo ha deciso, dopo il taglio del tasso sui depositi del 3 dicembre scorso, di non intervenire ancora: quello di riferimento resta fermo allo 0,05%, il tasso sui depositi a -0,30%. Quello sulle operazioni di rifinanziamento marginale rimane invece allo 0,30%. Adnkronos 21

 

 

 

 

Gentiloni: “Dalla Ue polemica inutile. I criteri più elastici? Merito nostro”

 

ROMA - «L’Europa attraversa una delle fasi più difficili degli ultimi 60 anni. Non ha bisogno di polemiche inutili da Bruxelles. L’Italia non ne fa, ma rispetta le regole dell’Unione e vuole essere rispettata». Risponde così Paolo Gentiloni, alle critiche senza precedenti lanciate da Jean Claude Juncker all’indirizzo del governo italiano. Il ministro degli Esteri preferisce concentrarsi sulle sfide che sono davanti all’Unione. 

Nell’ultimo mese abbiamo fatto diverse cose, non tutte in sintonia fra di loro in Europa: iniziativa congiunta con Londra, critiche a Germania e a Commissione, iniziativa dei sei Paesi fondatori per il rilancio dell’integrazione. C’è una strategia che sta dietro tutto questo attivismo?

«Oltre a difendere, come fanno tutti, i propri interessi nazionali e i propri diritti, l’Italia scommette sul rilancio dell’Unione nella convinzione che da un lato esso debba essere legato a una politica economica più espansiva, dall’altro alla prospettiva di un gruppo di Paesi che possa avanzare nell’integrazione, anche in presenza di altri partner che questo sviluppo non vogliono. Dal mio punto di vista non c’è contraddizione tra condividere con gli inglesi l’idea di un’Europa a due cerchi concentrici e contemporaneamente progredire nel livello di integrazione tra Paesi disponibili». 

Juncker ci contesta la mancata apertura degli hot spot, i decimali di flessibilità sul bilancio che ci siamo presi senza concordarli con la Commissione, la riserva sui fondi alla Turchia per i rifugiati siriani. 

«Se il tema è la flessibilità, l’Italia usa i margini previsti dalle regole in vigore. Mi sembra non rilevante la polemica su chi l’abbia introdotta. E’ ovvio che operativamente è stata una direttiva della Commissione, ma politicamente fu un’iniziativa della presidenza italiana».

Lei dice che l’Italia rispetta le regole, ma Juncker definisce “stupefacente” la riserva a finanziare la sua quota dei 3 miliardi promessi ad Ankara per i rifugiati siriani. Perché freniamo?

«L’Italia non può certo essere accusata di frenare sull’immigrazione o sul dialogo con Ankara. Si discute sulla possibilità che i 3 miliardi gravino sul bilancio comunitario più che su quelli degli Stati membri. Tutto qui». 

Dal punto di vista delle alleanze necessarie, è saggio oggi avere un atteggiamento critico nei confronti della Germania? 

«Noi abbiamo con la Germania una consonanza totale su moltissime materie europee: politica estera, migrazione e altro. E’ vero che abbiamo opinioni diverse sulla politica economica. Se qualcuno descrive questo come una guerra italo-tedesca, non posso farci nulla». 

Però non avevamo mai rimproverato pubblicamente a Berlino un atteggiamento egemonico.

«Certo non è di poco conto la distinzione sull’economia, sul peso da dare alle regole di bilancio rispetto agli investimenti, all’unione bancaria, eccetera, poiché è evidente che il passaggio è molto delicato. Per l’Europa, che finalmente è uscita dalla fase più acuta della crisi, è cruciale decidere se incoraggiare i segnali di ripresa o continuare a tenere il freno tirato. Se la discussione di queste settimane fra noi e la Germania è più aperta, è perché c’è in ballo qualcosa di molto importante». 

Esiste a suo avviso una vocazione egemonica della Germania?

«E’ negata da tutti gli esponenti politici tedeschi di qualche rilievo. Penso comunque che il vecchio assunto della Germania europea e non dell’Europa tedesca come vero interesse della Germania sia sempre valido. Poi è chiaro che esiste un vantaggio competitivo nel loro surplus, che i tedeschi intendono sfruttare chiedendo un po’ di flessibilità al contrario sulle regole. Loro non si scandalizzano a farlo, non devono scandalizzarsi se lo facciamo noi». 

I fatti di Colonia hanno cambiato alcuni dati fondamentali del dibattito sull’immigrazione. Anche la cancelliera Merkel ha aggiustato in senso restrittivo la sua politica di apertura. Qual è la nostra posizione alla luce di questi nuovi sviluppi?

«Non c’è dubbio che dobbiamo combinare accoglienza e identità. E nella nostra continua sottolineatura della dimensione culturale del contrasto al terrorismo, c’è anche il discorso sulla difesa dei nostri valori e della nostra identità, su cui dobbiamo investire. Non c’è un multiculturalismo facile nell’Europa di oggi. L’Italia rivendica continuità di atteggiamento, fa la sua parte, investe molte risorse nel soccorso e nell’accoglienza, sollecita un’iniziativa comune europea sull’immigrazione, a partire dalla modifica delle regole di Dublino e dal diritto d’asilo comune. Il rischio odierno è che si sottovaluti l’importanza e l’investimento necessario per questa politica, tornando a scaricare gli oneri prima sui Paesi vicini e infine sui Paesi di primo arrivo, come la Grecia. Sappiamo bene che se Atene deve da sola accogliere o rimpatriare 800 mila profughi, questo non accadrà. Il pericolo è che a primavera, con la ripresa dei flussi, risorgano le frontiere». 

Ma è d’accordo, come avverte Juncker, che se salta Schengen salta l’Europa?

«Non conosco un mercato unico che non comprenda anche la libertà di circolazione delle persone». 

Sul diritto d’asilo a che punto siamo?

«Passi avanti ne sono stati fatti pochi. Una politica di rimpatri che, sulla base delle cifre dell’anno scorso, dovrebbe riguardare grosso modo 300 o 400 mila persone richiede una dimensione europea, con una lista condivisa dei Paesi sicuri e degli impegni finanziari comuni. In questo momento non c’è la percezione della necessità di questa dimensione. Alcuni Paesi, come ad esempio Germania, Svezia, Italia, fanno uno sforzo straordinario. Ma il grosso dei 28 Paesi è come se stesse a guardare pur sentendo l’arrivo di una tempesta. Mi auguro che I Paesi più impegnati non facciano marcia indietro e l’Unione riesca a coinvolgere tutti. E’ la materia politica più incandescente del momento, la vera sfida della Ue». 

A che punto è il processo diplomatico in Libia? 

«Noi continuiamo a scommettere sul fatto che il percorso avviato a dicembre tra Roma, Skhirat e New York vada avanti, pur conoscendone fragilità e incognite. Il gruppo di Paesi che si è riunito in Italia spinge in questa direzione. La decisione dipende dalla determinazione e dal consenso delle forze libiche. Mi auguro che il consiglio presidenziale arrivi a una proposta di governo di unità nazionale nei prossimi giorni e poi si assicuri i due terzi di voti del Parlamento. Dal punto di vista della coalizione, che si incontra a Roma martedì nel formato di dicembre, concordiamo che la nascita di questo governo sarebbe il gancio al quale ancorare la legittimità di tutte le missioni che ci interessano: ripresa del controllo del territorio, lotta al terrorismo, governo dei flussi migratori, ricostruzione economica». 

Quanto è forte il rischio che la grave situazione della sicurezza precipiti interventi militari prima della nascita del nuovo governo?

«Non si tratta di sottovalutare la minaccia terroristica, ma di avere la consapevolezza che la si può fronteggiare o con un intervento del tutto esterno, mai da escludere se il processo politico fallisse ma oggi sbagliato. Ovvero seguendo la strada maestra di intervenire su un Paese che lentamente riprende a controllare il proprio territorio e torna a governarsi». 

Non c’è il rischio di agire tardi contro Daesh?

«Al momento no. La minaccia è evidente, alcuni attentati sono gravissimi. Ma non dev’essere abbandonato il processo di intesa nazionale facendosi tentare dall’intervento a prescindere dalla volontà dei libici. Non è lo scenario di oggi e spero non ci si arrivi». 

Ci sono progressi nel negoziato sulla Siria?

«L’Italia sostiene l’azione dell’inviato dell’Onu, De Mistura, il quale lavora per rendere possibile l’avvio a Ginevra il prossimo 25 gennaio del primo dialogo formale tra il regime e i suoi oppositori., cui dovrebbe corrispondere l’avvio del cessate il fuoco. Siamo consapevoli che arrivarci è tutt’altro che scontato. Ne parlerà lunedì a New York il Consiglio di Sicurezza. C’è un contesto di tensione tra Iran e Arabia Saudita. Ci sono contrasti sulla formazione della delegazione degli oppositori, che De Mistura vorrebbe il più rappresentativa possibile. L’operazione si svolge in uno dei momenti più terribile dell’emergenza umanitaria. Nelle città assediate la gente muore di fame: chi ostacola un possibile cessate il fuoco si assume una responsabilità tremenda». Paolo Valentino, CdS 16

 

 

 

 

Libertà è democrazia

 

“Democrazia” e “Libertà” sono due concretezze che non possono fare a meno l’una dell’altra. Intanto, come “Democrazia” s’intende la gestione della Sovranità al Popolo che la esercita tramite suoi rappresentanti. La “Libertà”, di conseguenza, è una norma di vita coordinato da leggi dello Stato.

 In prima analisi, quindi, Libertà e Democrazia sono due soggetti conviventi e non disgiungibili. Tanto per essere, da subito, chiari: senza libertà, non ci può essere democrazia e viceversa. I due stati non sono, però, sempre associati come dovrebbero essere. Anche se, necessariamente, l’uno dovrebbe essere la naturale conseguenza dell’altro.

Per evitare luoghi comuni, ci sembra opportuno chiarire un concetto basilare. La Democrazia è il frutto di una volontà popolare che, una volta raggiunta, è possibile mantenere. La Libertà ha un valore, altrettanto sostanziale, solo se è figlia dalla Democrazia.

 Infatti, il concetto di “libertà” può essere influenzato da posizioni politiche che, per una serie di motivi, ne limitano i contenuti e le finalità. Insomma, essere “liberi”, ma tutti ”liberi”, è difficile come per il passato.

Là dove è presente la Democrazia, invece, la Libertà è la naturale conseguenza di uno stato di diritto che s’è fatto strada proprio tramite una politica capace di dare estensione ai fatti nella società nella quale sono maturati. Più che alle cause che li hanno determinati.

 Certo è che una Libertà non formalizzata da norme democraticamente condivise, scivola verso il disordine; che non à mai figlio della Democrazia.

A questo punto, l’immagine di “Democrazia” e “Libertà” acquista una particolare valenza che, per noi, non può essere data per evinta.

 La nostra Penisola, che fa parte della Coalizione dell’Europa Stellata, ha ben chiaro la percezione che abbiamo tentato d’evidenziare. Lo abbiamo fatto con l’augurio che in tutto il Mondo, la nostra stessa percezione sia senza eccezione.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Senato: sì alla riforma costituzionale per il superamento del bicameralismo paritario

 

Claudio Micheloni (Pd, ripartizione Europa) ribadisce in Aula le ragioni della sua contrarietà al provvedimento

 

ROMA – Con 180 voti favorevoli, 112 contrari e un'astensione l'assemblea del Senato ha approvato ieri, in seconda deliberazione, la riforma costituzionale per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi delle istituzioni, la soppressione del Cnel e la revisione del titolo V della Costituzione. La riforma passerà ora all’esame della Camera per il voto finale.

Tra gli interventi del dibattito in Aula precedente al voto segnaliamo quello di Claudio Micheloni, senatore eletto per il Pd nella ripartizione Europa, che ha ribadito la sua posizione contraria al ddl.

Micheloni ha prima invitato i colleghi a moderare i toni del dibattito, segnalando come gli eccessi alimentino l'antipolitica e il “rigetto delle istituzioni” che egli registra sempre più crescente nel nostro Paese. Ha poi ribadito la sua convinzione che il sistema proposto dal ddl “non funzioni per il Paese, sia pericoloso e non garantirà la coesione della nazione”. Un pericolo ancora più grave in un contesto in cui latita, a suo dire, “il senso dello Stato e di appartenenza ad una comunità”. “Questa riforma, secondo me – ha spiegato l'esponente democratico, - non dà risposta alla distanza che si è creata tra il cittadino e le istituzioni, anzi, credo che aggravi tale aspetto. Questo è il motivo della mia contrarietà”.

Pur riconoscendo la necessità di una riforma costituzionale, che modernizzi e renda “più governabile il Paese superando il bicameralismo”, Micheloni tiene a sottolineare come la responsabilità del malfunzionamento del sistema attuale sia imputabile anche agli stessi parlamentari, invitando all'autocritica.

Nel merito della riforma, egli si rammarica in particolare che non sia stata accolta la sua proposta di “togliere i deputati eletti nella circoscrizione Estero dalla Camera che dà la fiducia al Governo, perché riterrei un passo in avanti per la comunità che qui rappresento – spiega - essere presente solo nella Camera che esprime bisogni, direttive e proposte di azione, svincolata dal rapporto di fiducia con l'esecutivo”. Esprime inoltre preoccupazione su possibili ipotesi di modifica della legge sul voto all'estero volte a superare la residenza all'estero dei parlamentari eletti in quella circoscrizione.

Annuncia infine la sua intenzione di svolgere una campagna referendaria contro la riforma costituzionale, aderendo ai comitati referendari per il no, comitati – annuncia – che si stanno preparando anche all'estero.

In ultimo, la precisazione di come la sua contrarietà alla riforma non sia imputabile ad una sua opposizione al Governo o alla mancanza di fiducia nei confronti dell'esecutivo. Il problema risiede piuttosto per Micheloni nella mancanza di incisività delle riforme sin qui avviate, che egli avrebbe voluto più modernizzatrici e coraggiose. (Inform 20)

 

 

 

 

 

L’Italia ha bisogno di riforme urgenti, subito

 

Fermo restando gli sforzi profusi dal Governo Renzi e dalla BCE per attenuare le conseguenze della crisi, continuano ad essere evidenti le ingiustizie ed i privilegi che danneggiano il Paese e fanno soffrire le persone, soprattutto i più deboli, i senza voce, senza parlare dei suicidi dei quali nessuno più parla.

Anche il sistema internazionale si è convinto che il Paese ha bisogno di una struttura politica e istituzionale nuova, in grado di esprimere una classe dirigente stimata dal popolo, capace di trovare risposte adeguate ai problemi dei tempi, nella misura in cui opera per l’interesse dei cittadini e per il bene comune.

La competitività rimane la questione centrale che la politica deve affrontare. Essa è legata alla ricomposizione del tessuto sociale. La competitività è un obiettivo da praticare, da attuare, dando spazio alle forze sane presenti sul territorio, ai movimenti, ai centri culturali, alle associazioni, ai mondi vitali, al terzo e quarto settore.

In un progetto politico le persone vi si debbono riconoscere, come identità, come proprio modo di essere, e vedere difesi gli interessi propri, ma soprattutto dei figli.

Il progetto politico deve definire quali interessi si vogliono trattare e conseguentemente identificare attraverso quali processi si vogliono dare risposte concrete, fattibili, funzionali alle esigenze, le dichiarazioni generali non portano più consenso.

In un sistema globale, altro aspetto fondamentale da non sottovalutare, è la capacità di individuare quali sono gli interessi reali che concorrono alla definizione della identità nazionale e attraverso quali processi si vogliono difendere. Il collante non può che essere l’individuazione dei caratteri comuni di questi processi, e dobbiamo riconoscere che Matteo Renzi non perde occasione per sottolineare tale aspetto.

Ma l’ostacolo al raggiungimento degli obiettivi che il Governo si è prefissati è rappresentato dalle cinque emergenze che affossano il Paese: l’emergenza democratica; l’emergenza rappresentatività; l’emergenza informazione; l’emergenza economica; l’emergenza burocratica.

L’emergenza democratica è strettamente legata alla mancanza di certezze, i cittadini hanno l’impressione di una classe politica che “navighi a vista”. Mentre si concretizzano cambiamenti epocali, che generano incertezza, si sente la mancanza di una proposta politica capace di infondere sicurezza.

Il Governo guidato da Matteo Renzi, tra molte difficoltà, sta riuscendo a portare a casa la riforma del Parlamento. Questa riforma sicuramente concorrerà a modificare lo stallo parlamentare.

L’Italia ha bisogno di una classe dirigente in grado di elaborare una proposta politica capace di indicare il percorso sociale ed economico necessario a superare l’incertezza, che non è più di tipo congiunturale. Dobbiamo azzerare quel fatalismo che ci ha guidato per anni per cui l’incertezza veniva considerata contingente, convinti che in qualche modo e con l’aiuto di qualcuno la si poteva superare.

Da non sottovalutare la conseguenza sociale causata da questo stato d’animo di incertezza, che rischia di approfondire sempre più il fossato che divide il popolo sovrano da coloro che siedono nelle Istituzioni e negli Organismi statali.

I cittadini hanno preso coscienza che i diritti politici, grande conquista del secolo scorso, non sono più nelle mani del popolo ma in quelle di oligarchie finanziarie, basta ascoltare le dichiarazioni del Presidente americano Obama, per cui la democrazia è diventata uno strumento di facciata necessario per far eleggere, volta per volta, il gruppo dirigente designato dalla oligarchia finanziaria. Il problema vero è rappresentato dalle difficoltà che incontra questo gruppo dirigente designato ad attuare politiche capaci di garantire la giustizia sociale, fondamento di un sistema democratico basato sul suffragio universale.

Molti cittadini sono giunti alla conclusione che la chiamata alle urne non è più fatta per conoscere l’opinione degli elettori ma per confermare o meno gli interessi di coloro che occupano posti di potere nello stato e nelle istituzioni.

Questa situazione che sta degenerando danneggia il nostro Stato democratico, allontana sempre più i cittadini dal partecipare alla competizione elettorale, non considerata più come cardine della vita democratica.

L’emergenza rappresentatività. Al termine della seconda guerra mondiale il popolo italiano ha dimostrato una grande maturità democratica eleggendo coloro che erano rappresentativi, conosciuti, capaci di comprendere le esigenze delle famiglie, capaci di proposte utili a costruire uno sviluppo unitario e solidale.

Nel dopoguerra in piena società fordista la rappresentatività si è sviluppata all’interno del binomio capitale-lavoro.

In una società globalizzata si è modificato il rapporto tra il capitale ed il lavoro a vantaggio di un nuovo quadrilatero formato da capitale, lavoro, conoscenza, informazione, che ha favorito la società dei consumi.

Questa nuova società ha creato la figura dell’occupato-consumatore che non rientra affatto nella logica sociologica delle classi.

La nozione di occupato è di gran lunga più ampia del concetto di lavoratore in senso tradizionale e comprende tutte le larghe fasce di percettori di reddito, reddito da destinarsi al consumo dei beni, aumentati nel frattempo in numero e qualità.

Il limite della cosiddetta seconda repubblica è da ricercarsi nell’ipotetico bipolarismo, proteso alla continua ricerca di neocentrismo, in una società globalizzata, non più classista e in un conteso di politica monetarista.

Questa scelta ha comportato politiche di carattere tecnocratico e non più popolare. Queste politiche hanno rallentato il processo di sviluppo delle categorie emergenti che chiedevano e continuano a chiedere il riconoscimento di un nuovo status socio-economico, anzi hanno quasi annientato la classe media.

Queste trasformazioni sociali hanno modificato il concetto di appartenenza alla classe o alla categoria, per cui le Organizzazioni della rappresentatività politica, economica, sociale e sindacale appaiono all’iscritto o al militante non più capaci di rappresentare il proprio status sociale, e la prima reazione si manifesta nell’isolamento, nella ricerca di soluzioni nel privato o all’interno di gruppi ristretti.

Il calo di rappresentatività è dovuto in parte al cambiamento sociale e in parte al crescente numero di esponenti delle organizzazioni che hanno privilegiato l’interesse personale a quello della categoria rappresentata. Questo fenomeno si è accentuato con le Regioni, per cui la rappresentanza non viene più decisa democraticamente attraverso il sistema elettorale ma in forma oligarchica con nomine concertate a tavolino.

Questo decadimento etico delle finalità generali da parte dei rappresentanti delle organizzazioni, ha reso più povero e confuso il confronto, con la conseguente perdita di consenso. L’incapacità di fare proposte politiche di interesse generale a vantaggio di provvedimenti settoriali e di interessi particolari, ha incrementato la sfiducia nelle istituzioni e la rottura del patto sociale preesistente.

L’emergenza informazione. La società moderna viene anche definita “società dell’informazione”. Il settore riveste un ruolo fondamentale nella elaborazione del costume sociale, nella produzione e diffusione di modelli comportamentali e degli stili di vita propri della cultura prevalente.

L’universalità e la pervasività dei media fa sì che essi sono diventati i canali di costruzione dell’opinione pubblica per quanto riguarda la diffusione dei gusti, delle propensioni e degli orientamenti sociologici più diffusi, in base a precisi interessi economici e politici.

Il conduttore in queste trasmissioni non predilige l’informazione ma è il regista incaricato di indirizzare il messaggio, come avviene negli Stati a democrazia formale.

Oggi grazie alla rete che permette in tempo reale la circolazione di notizie e immagini, sottraendole alla valutazione sulla opportunità o meno di renderle pubbliche, il sistema è più aperto.

Anche la rete ha dei limiti, come il prevalere della opinione di chi scrive sui fatti, sicuramente il tempo e l’evoluzione dei format permetterà di dare spazio ad una informazione più neutra, a vantaggio della società civile in generale.

La vera emergenza dell’informazione oggi è rappresentata dal fatto che, spesso, il messaggio viene fatto circolare non in funzione della ricerca della verità, ma come strumento per affermare il “pensiero unico dominante” della parte a cui appartiene la rete.

Ma il pericolo maggiore è oggi rappresentato da una “governance superiore” che sistematicamente crea notizie che debbono occupare tutta l’attenzione dei media per un breve periodo, poi delle quali non si parla più, ma che servono a distogliere gli utenti dai veri problemi che li toccano quotidianamente.

L’emergenza economica è frutto delle emergenze che affliggono il Paese da decenni, alimentata da una classe politica e burocratica tutta tesa ad aumentare il debito pubblico per avere a disposizione le risorse finanziarie necessarie a favorire interessi.

Il declino economico del Paese è dovuto a diversi fattori:

* Il primo è rappresentato dalla scelta di politica economica fatta agli inizi degli anni ottanta di rinunciare a settori strategici come il metalmeccanico, il chimico ed il tessile;

* Il secondo, di aver prodotto una normativa riguardante le imprese, mutuata dal sistema industriale anglo-tedesco, per cui, in un Paese come l’Italia, con oltre tre milioni di micro   imprese, che occupano di media due dipendenti, negli ultimi trenta anni sono state introdotte norme e procedure identiche, sia per il grande gruppo industriale che per l’artigiano che lavora con un apprendista;

* Il terzo, una continua produzione di norme farraginose, che necessitano di continui decreti attuativi e di circolari esplicative, scritte con gergo burocratese e infarcite di richiami ad altre norme. Normative che sulla stessa competenza vedono sovrapporsi il controllo di più enti che non dialogano tra loro e complicano la soluzione del caso, anche con la disponibilità dell’imprenditore a risolvere il problema;

* Il quarto, una riforma di natura scolastica dell’apprendistato che sta distruggendo questo istituto;

* Il quinto, avere accettato passivamente che decine di migliaia di imprenditori di delocalizzassero la propria impresa, perdendo milioni di posti di lavoro;

* Il sesto, un carico fiscale che la micro impresa difficilmente riesce a sopportare;

* Il settimo, un sistema bancario ricurvo su se stesso non più in grado di sostenere le piccole imprese,

* L’ottavo, un sistema burocratico non in grado di snellire le procedure che fanno perdere decine di giornate di lavoro al piccolo imprenditore.

L’emergenza burocrazia.  La burocrazia era stata pensata come uno strumento di progresso, in grado di garantire una positiva terzietà statuale, rispetto alle forme organizzative basate sull'arbitrio e sull'esercizio individuale e dispotico di un potere personale, disponendo il potere in mano alla legge.

Purtroppo già nel secolo precedente erano emerse delle carenze del sistema burocratico che era stato accusato di: rigidità, lentezza, incapacità di adattamento, inefficienza, inefficacia, lessico difficile o addirittura incomprensibile (il cosiddetto burocratese), mancanza di stimoli, deresponsabilizzazione, eccessiva pervasività, tendenza a regolamentare ogni minimo aspetto della vita quotidiana.

Tali fenomeni dipendono strettamente da elementi intrinseci al modello burocratico, che tende ad espandersi per perpetuare ed aumentare il proprio potere, erodendo al contempo le responsabilità individuali.

Queste incrostazioni storico-funzionali in Italia si sono aggravate per alcuni aspetti peculiari di una classe politica tesa alla continua ricerca del consenso elettorale a tutti i costi.

Agli inizi degli anni ’90, il sistema dei partiti, incapace di proporre politiche attive, atte a favorire l’occupazione, pensò bene di utilizzare la pubblica amministrazione come strumento per creare posti di lavoro sottopagati ma che garantivano il consenso, tanto a nessuno interessava l’aumento del debito pubblico.

Ma ogni qualvolta si incrementa l’organico pubblico è necessario giustificarlo con una “creazione” del carico di lavoro degli uffici, ecco allora l’aumento delle procedure, spesso su interpretazione dell’ufficio, sfruttando la farraginosità della legge alla quale si fa riferimento.

Con il processo che va sotto il nome di “Mani Pulite”, la burocrazia si sostituì alla politica nel momento decisionale. Il potere di firma del provvedimento passò dal politico che ricopriva l’incarico al dirigente dell’ufficio.

Contestualmente si fece strada una strategia tendente a rendere sempre più complessa e meno chiara la macchina burocratica statuale, con l’emissione di continue circolari e relativi chiarimenti, con la sovrapposizione di competenze di più uffici statali sulla stessa materia, con la produzione, attraverso gli uffici legislativi, di norme continuamente modificate che a loro volta fanno riferimento ad altre norme delle quali abrogano o integrano aspetti particolari.

Questa modalità operativa è riuscita ad escludere completamente il cittadino come soggetto attivo del sistema statuale, obbligandolo, sistematicamente, ad andare a farsi interpretare, a pagamento, la norma. E ogni qualvolta che la demagogia politica ha parlato di semplificazione si è assistito ad una aumento delle procedure.

Questa normativa ha dato un grande impulso alla corruzione definita “dei colletti bianchi” che se ne sono ben guardati dal far approvare leggi che immettessero nel nostro codice altri istituti in grado di combattere questo sistema corruttivo-concertativo.

Mentre la politica si accontentava delle dichiarazioni, la burocrazia continuava a gestire il bilancio pubblico ai vari livelli, con i casi scandalosi avvenuti nel sud per il mancato utilizzo dei fondi comunitari. Nessuno è andato a verificare se il mancato utilizzo dei fondi fosse dovuto a mancanza di progetti o a ostacoli messi in essere da qualcuno che non vedeva “riconosciuto” il suo ruolo.

Il Parlamento ha commesso una omissione gravissima non richiedendo una dichiarazione patrimoniale a quei dirigenti e funzionari che avevano titolo a decidere sui finanziamenti.

Già Max Weber aveva intuito il pericolo quando denunciava che i grandi Stati nazionali moderni correvano il rischio di veder spossessati gli organi rappresentativi dallo strapotere burocratico.  Entità così vaste necessitano infatti di strutture burocratiche molto articolate e invasive, così ramificate da diventare potenti e conservatrici. Il cittadino, nella società di massa, si trova così schiacciato, ridotto a un suddito formalmente titolare dei diritti civili. 

Alla fine dell’ottocento tre filosofi italiani, Mosca, Pareto e Michels, nell’analizzare i comportamenti ed il ruolo delle élite, denunciarono il rischio del peso che la burocrazia avrebbe assunto: un potere spersonalizzante, monolitico, in grado di inficiare la democrazia stessa, creando privilegi inediti e bloccando l’economia.

Il Governo Renzi deve riuscire a limitare la burocrazia, evitando che continui ad invadere ogni aspetto della vita quotidiana ed economica. Tutto è immobile, nulla è risolvibile, vivere e lavorare in questo Paese è diventato difficilissimo.  La soluzione? sembra non esserci, non esiste forza in grado di scardinare le resistenze cardaniche della giungla normativa e della incrostazione burocratica. Il Governo Renzi deve dimostrare che non vuole una classe dirigente che vive di politica o di finanziamenti pubblici, ma vuole una classe dirigente in grado di eliminare procedure inutili e dannose all’economia, riportando la burocrazia a svolgere il suo ruolo storico di razionalità, imparzialità e impersonalità a difesa dello stato.

In Italia ci sono circa 4,5 milioni di imprese, di queste all’incirca solo 500 mila fanno buoni profitti.

Gli altri 4 milioni di imprese contraddicono la regola fondamentale dell’economia anglosassone per la quale una impresa nasce per fare sempre più profitto, queste imprese fanno poco profitto.

Questi 4 milioni di imprese danno fastidio per capacità di sopravvivenza, nonostante che le banche non concedono loro credito, nonostante che debbono pagare tasse sulle perdite, nonostante il deficit della rete infrastrutturale, eppure riescono a stare sul mercato.

Questi 4 milioni di imprese rappresentano un modello alternativo, considerarle imprese inefficienti è un errore, il loro oltre ad essere un modello di profitto è un modello di controllo e gestione delle risorse reali, è un modello che consente ad ogni persona di avere un ruolo nella società, un ruolo produttivo, di contribuire con il proprio lavoro al benessere della società locale, di costruire per se e per i propri congiunti e amici una prospettiva di vita.

Il Governo Renzi deve dedicare più attenzione alla realtà effettiva del Paese, l’dea che l’economia possa essere trainata da investimenti esteri, stante la situazione, se non porta a termine le riforme, i dati che circolano a livello di Banca Mondiale tra i grandi investitori vanno in direzione opposta.

La sottostante tabella sulla “Competitività Mondiale 2014-2015”, elaborata su dati “The Global Competitiveness Index”, illustra una realtà italiana molto complessa.

La “geo finanza” con le sue scelte può incidere sullo sviluppo economico di un paese, ma queste non sono solo guidate da interessi strategici, nella scelta incidono tutta una serie di fattori di competitività presi a campione da modelli econometrici che misurano la maggiore o minore possibilità di successo dell’investimento programmato.

Alla “geo finanza” interessa sempre meno se quel paese oggetto di attenzione sul piano economico fa parte del G7 o del G20, interessano sempre più una serie di parametri economico-sociali-politici che possono influire negativamente sull’investimento programmato.

A livello globale si studia la competitività dei vari paesi attraverso l’analisi degli indicatori macroeconomici e microeconomici dei singoli paesi presi in esame.

Il World Economic Forum definisce competitività come l’insieme delle politiche istituzionali e dei fattori sociali ed economici che determinano il livello di produttività di un paese. In questi termini il livello di competitività è un indicatore del livello di prosperità che può essere raggiunto.

Contestualmente il livello di produttività determina anche i tassi di interesse ottenuti dagli investitori, i quali sono interessati a che quella economia cresca più velocemente possibile.

Il modello utilizzato per la ricerca prende in esame circa 100 indicatori economico sociali del paese oggetto di analisi, e questi indicatori sono raggruppati in 12 indici, chiamati pilastri, che a loro volta sono suddivisi in tre macro aree: la prima prende in esame i fattori base dello stato, le istituzioni, le infrastrutture, la macroeconomia e l’ambiente, il sistema scolastico di base e quello sanitario; la seconda prende in esame il sistema educativo e la formazione, la bontà e l’efficienza del mercato, l’efficienza del mercato del lavoro, il sistema finanziario, l’ammodernamento tecnologico, la dimensione del mercato; la terza prende in esame la qualità degli investimenti e le innovazioni.

Come Italia su 144 Paesi esaminati siamo al 49° posto nel mondo. Sui requisiti di base siamo al 54°. Sui requisiti di efficienza siamo al 47°. Sui requisiti di sviluppo siamo al 29°.

Ma sui pilastri che interessano i grandi investitori siamo oltre il centesimo posto: pilastro “Istituzioni” 106°; pilastro “Macroeconomia e Ambiente” 108°; pilastro “Efficienza Mercato del Lavoro” 136°; pilastro “Sistema Finanziario” 119°.

Questa è la realtà che il Governo Renzi si trova di fronte, e già a livello internazionale dei grandi investitori si mormora che il Governo italiano non riuscirà a fare in tempo tutte le riforme necessarie programmate.

Un discorso chiaro fatto al Paese sicuramente troverà il consenso necessario a superare le diatribe di una classe parlamentare nominata, puntando sulla crescita di una nuova classe politica espressione dei territori e delle loro esigenze, in grado di capire le difficolta sociali ed economiche che vivono milioni di famiglie.

Una nuova classe politica che, se pure in assenza delle sezioni dei partiti, sia espressione delle esigenze generali dei cittadini, in grado di esprimere una rappresentatività che nasce da militanza reale e non virtuale.

Corrado Tocci, de.it.press

 

 

 

 

In Commissione Esteri ripreso l’esame del ddl di ratifica dell’accordo fiscale con la Svizzera

 

Il relatore Claudio Micheloni (Pd): “Il provvedimento, nonostante i suoi aspetti positivi, non risolve alcune rilevanti questioni relative alla condizione fiscale dei cittadini italiani residenti in Svizzera

 

ROMA - In Commissione Esteri del Senato è ripreso l’esame in sede referente del ddl n. 2125, “Ratifica ed esecuzione del Protocollo che modifica la Convenzione tra la Repubblica italiana e la Confederazione svizzera per evitare le doppie imposizioni e per regolare talune altre questioni in materia di imposte sul reddito e sul patrimonio, con Protocollo aggiuntivo, conclusa a Roma il 9 marzo 1976, così come modificata dal Protocollo del 28 aprile 1978, fatto a Milano il 23 febbraio 2015”. L’esame del ddl, approvato dalla Camera dei deputati, era stato sospeso nella seduta del 25 novembre 2015. Nel frattempo, come segnalato dal presidente Pier Ferdinando Casini, sono pervenuti i prescritti pareri.

Il relatore Claudio Micheloni (Pd) ha ricordato che, come già evidenziato nella seduta del 25 novembre scorso, il provvedimento in esame, nonostante i suoi aspetti positivi non risolve alcune rilevanti questioni relative alla condizione fiscale dei cittadini italiani residenti in Svizzera. Risulta particolarmente grave il trattamento fiscale dei beni immobili di proprietà di tali cittadini in Italia. Alcuni Cantoni svizzeri, infatti, calcolano un reddito teorico su tali immobili, che viene sommato al reddito da lavoro percepito in Svizzera. Altra questione delicata riguarda i cittadini italiani che rientrano nel nostro Paese, dopo un periodo di lavoro in Svizzera e mantengono depositi bancari nelle banche elvetiche, su cui subiscono una fortissima tassazione. Su tali aspetti i chiarimenti sollecitati al Governo nella precedente seduta del 25 novembre non risultano ancora soddisfacenti. Appare inoltre necessario che il Governo renda quanto prima pubblico il testo dell'Accordo sui lavoratori transfrontalieri, recentemente firmato con le autorità svizzere.

Il presidente Casini ha rilevato la fondatezza delle osservazioni formulate dal senatore Micheloni, che pure riguardano solo indirettamente il disegno di legge in esame, e ha detto di condividere la necessità che il Governo, attraverso gli opportuni interventi con le autorità svizzere, tuteli nella maniera più ampia i nostri concittadini che risiedono o lavorano in Svizzera.

Anche il senatore Giulio Tremonti (Gal) ha detto di condividere le preoccupazioni espresse dal senatore Micheloni, sia per quanto riguarda gli immobili di cittadini italiani residenti in Svizzera, sia per quanto riguarda i depositi bancari di chi rientra in Italia. Il primo aspetto potrebbe utilmente essere risolto con una norma transitoria in sede di negoziazione bilaterale. Per il secondo aspetto Tremonti ha segnalato che la mancata dichiarazione di tali patrimoni può di per sé causare l'irrogazione di una sanzione.

L’esame del provvedimento proseguirà in altra seduta. (Inform 20)

 

 

 

 

Riforme e parole. I compiti di Bruxelles e i nostri

 

Matteo Renzi ha un modo diretto e schietto di affrontare le questioni, eva bene. Ma un conto è la schiettezza, altro parole chesi tramutano in inutili e intempestivi attacchi all’Unione Europea. Le istituzioni di Bruxelles sicuramente hanno bisogno di un serio ripensamento: sono atrofizzate da regole fatte spesso rispettare in modi discutibili; sono lente nel rispondere alle crisi; hanno una divisione di ruoli e di poteri tra Paesi da rivedere; la burocrazia europea va snellita (cosa facciano i parlamentari europei non è chiarissimo ai cittadini);i problemi dei flussi migratori sono stati gestiti male e in modo iniquo. E questi sono solo alcuni esempi. C’è molto da fare e anche a Bruxelles lo sanno.

È vero che il premier si fa portavoce di sentimenti diffusi: i sondaggi dicono che in Italia vi è crescente antipatia nei confronti dell’Unione Europea, l’euro e la Bce. Nel 1973 l’80% degli italiani erano favorevoli alla Ue (la percentuale più alta tra i Paesi membri), oggisi è dimezzata: siamo al 40 per cento. Il 35 per cento degli italiani vuole uscire dall’euro e tutto questo ha trascinato persino la fiducia nella Bce, arrivata al 30per cento (dati tratti da Guiso, Sapienza e Zingales, 2015, Monnet’s Error? )

È importante interrogarsi su «quale Europa» vogliamo, se ne deve parlare ma dopo la tempesta sui mercati. La costruzione dell’Unione va rivista a bocce ferme, e, come i mercati dimostrano in queste settimane, le bocce sono tutt’altro che ferme. Anzi, sembrano impazzite.

Le bocce italiane, in particolare, è da tempo che sono in movimento. Nel novembre 2011 con uno spread sui Bund tedeschi che tendeva ai 600 punti stavamo per entrare in una crisi da debito sovrano che avrebbe potuto farci precipitare in un baratro e far saltare l’euro. Il governo Monti fu chiamato a evitare una possibile catastrofe. Queste colonne lo hanno criticato per come lo ha fatto, alzando tasse senza tagliare la spesa, ma in qualche modo lo ha fatto. L’intervento della Bce ha permesso la discesa degli spread e la riduzione del costo del debito. Da allora le cose sono migliorate in Italia, ma non abbastanza. La spesa non è scesa. La privatizzazione delle imprese municipalizzate non sembra più una priorità. Il debito pubblico era al 116% nel 2011 e per il 2016 è previsto al 130%.

Certo, ci vuole del tempo perché il debito cali soprattutto in un’economia che cresce poco: ma non siamo fuori dal guado. E le banche italiane, fra l’altro piene di debito pubblico nei loro attivi, hanno problemi seri, ovviamente non tutte. Ma perché lo si scopre solo ora? Si è stati troppo lenti. Mentre altri Paesi agivano sui loro istituti, grazie proprio a una maggiore salute dei loro conti pubblici e con interventi di risanamento nell’arco di tempo concesso dalle regole dell’Unione, noi abbiamo aspettato come se sperassimo che il problema dei crediti bancari in difficoltà si risolvesse da solo. Cosa non facile, vista la gravità della recessione che abbiamo attraversato.

Ora la crescita è positiva ma al di sotto della media europea. Va dato atto che il Jobs act funziona. In questa situazione, migliorata ma ancora fragile, Matteo Renzi dovrebbe parlare e muoversi con cautela. Non dovrebbe scagliarsi contro l’Unione Europea di cui volenti o nolenti siamo parte e dalle cui decisioni dipendiamo.

Con questa retorica il risultato è che i mercati si preoccupano ancora di più della situazione italiana, come se alzassimo la voce per nascondere indecisione e debolezza. E i mercati reagiscono di conseguenza come in Borsa nei giorni scorsi o sullo spread sul nostro debito che dà segni non tranquillizzanti. Per contrastare questi eventi potenzialmente pericolosi servono meno parole e più decisioni. Il consenso è decisivo per potere continuare a governare ma a volte il bene di un Paese richiede scelte, anche se nel breve periodo possono apparire impopolari. di Alberto Alesina, CdS 22

 

 

 

 

Meno promesse

 

E’ venuto il momento di mostrare delle riflessioni. Con la speranza d’essere mezzo per contribuire a tracciare una nuova maniera per rapportarsi.

 Non è più pensabile lasciare che gli eventi si succedano con la speranza, spesso disattesa, che il “meglio” occupi il posto del “peggio”. Se ci fossero altre vie razionali per assumere una differente strategia le avremmo fatte nostre. Di fatto, non ce ne sono.

 Di conseguenza, intendiamo renderci disponibili ad avviare un dialogo politico che sia, se non altro, propositivo. Per adeguarci alle necessità che si sono venute a evidenziare, siamo sempre per un confronto che eviti lo scontro.

 Col 2016, dobbiamo renderci meglio conto di tanti fatti che la politica italiana ha minimizzato a colpi di “fiducia”. Proprio quella che stiamo, oggettivamente, perdendo. I politici dovrebbero, avendone le condizioni, avviare un confronto con interventi favorevoli a certe strategie; ma adatte anche a un contraddittorio.

Le considerazioni sono, di conseguenza, aperte a tutti nella misura nella quale è possibile conciliare la politica di ieri con quella di oggi. Riteniamo, infatti, che prima di cambiare idea sia indispensabile averne una da mettere in campo.

 Senza interferenze, aprioristiche o preventivate. Proprio nel concetto di “chiarezza”, siamo pronti a un confronto ideologico e produttivo sul futuro della Penisola. Ciascuno sul fronte che ritiene più consono.  L’invito è esteso a tutti. Ma con meno promesse e più fatti. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Riforme e Ue, la doppia scommessa del premier

 

Con la frase "decideranno gli italiani" il premier Matteo Renzi ha lanciato una scommessa sul suo futuro politico. Un azzardo più apparente che reale, dal momento che l'argomento delle riforma istituzionale non è di quelli che scaldano gli elettori. Quindi il solo rischio che Renzi corre è quello di una scarsa affluenza alle urne, una eventualità che potrebbe essere usata dai nemici del premier per accusarlo di aver cambiato l'architettura istituzionale del Paese senza un robusto consenso popolare. Ma Renzi non è leader politico che si arrende a simili argomentazioni, così come non si piega alle accuse di quei politici e di quei costituzionalisti che da tempo lo criticano di voler concentrare troppo potere nelle sue mani. È con queste premesse che la riforma del Senato affronta l'ultimo esame del Parlamento. Poi non ci sarà più spazio per cambiamenti: le Camere potranno dire solo si o no. Infine il referendum di cui ha parlato Renzi. Nonostante le difficoltà legate allo scandalo delle banche salvate dalla bancarotta, in questo momento Renzi non ha veri rivali, se si eccettua il populismo di Grillo e di Salvini che però difficilmente possono formare una massa critica in grado di sconfiggere il premier. L'insidia però c'è e Renzi, con l'ennesimo attacco alla politica economica europea, gioca la carta del populismo - che gli è congeniale - per allontanare l'accusa di essere subalterno a Bruxelles e alla Germania. È irrealistico pensare che davvero il governo italiano da solo possa cambiare la politica europea dei conti in ordine. Soprattutto dopo l'avvertimento del super commissario Dombrovskis di non abusare della flessibilità. Ma tenere alta la temperatura con Bruxelles funziona sul piano elettorale. E ormai mancano solo pochi mesi alle amministrative di primavera che si annunciano molto difficili per i candidati del Pd. In questa prospettiva il referendum di ottobre potrebbe essere una occasione di rivincita se le amministrative non dovessero andare bene. Come dire: un conto è il partito, ma tutt'altra cosa è Renzi. GIANLUCA LUZI

LR 11

 

 

 

Canone RAI: cosa cambia per gli italiani all’estero a partire dal 2016

 

“A partire da quest'anno c'è una novità in materia di abbonamento alla televisione pubblica per vedere i programmi in Italia. Non bisogna più pagare il canone RAI con un versamento apposito, bensì verrà addebitato direttamente sulla bolletta dell'energia elettrica. Tutti coloro che sono titolari di un contratto di fornitura di energia elettrica in Italia, inclusi i connazionali residenti all’estero, da quest’anno riceveranno in bolletta anche l’importo del canone RAI. Il costo dell'abbonamento diminuisce rispetto agli anni scorsi e corrisponde a 100 euro l’anno. Se la stessa persona è titolare di più contratti di energia elettrica in Italia, non dovrà pagare due volte il canone" Lo precisa Laura Garavini, componente della Presidenza del PD alla Camera.

 

"Per quanto riguarda le esenzioni dal pagamento del canone RAI non ci sono novità rispetto al passato: chi non possiede un apparecchio radiotelevisivo nell’abitazione nella quale é titolare di una utenza di energia elettrica ha diritto ad essere esentato dal pagamento del canone. Per venire esentato deve però espressamente inviare all’Agenzia delle Entrate di competenza una autocertificazione in cui dichiara di non possedere alcun apparecchio radiotelevisivo. Lo stesso vale per chi ha più di 75 anni e ha un reddito non superiore agli 8000 euro all’anno: ha diritto a non pagare il canone ma, per usufruire dell’esenzione, deve fare domanda all’Agenzia delle Entrate di competenza. Eventuali dichiarazioni non veritiere riportate nella domanda di esenzione possono essere perseguite penalmente".

 

"Fino ad oggi l’Italia era il Paese in Europa con il più alto numero di evasori dell'abbonamento radiotelevisivo", ha rilevato la Garavini concludendo: "Con la introduzione del canone nella bolletta della luce sarà più difficile sottrarsi al pagamento. Con questa misura il nostro Governo vuole perseguire contemporaneamente due obiettivi: contrastare l'evasione e favorire gli utenti onesti, che pagheranno di meno. Il nostro motto è: pagare tutti per pagare di meno."

 

La questione canone d'abbonamento RAI-TV 2016, già da qualche giorno, ha destato  preoccupazioni per Connazionali con beni immobili di proprietà e locazione in Patria. Anche se la questione potrà essere meglio focalizata prima della scadenza della rata di luglio della bolletta energetica nazionale. Il nostro corrispondente dall’Italia Giorgio Brignola ci da queste indicazioni:

“1- Il canone  TV è addebitato al titolare del contratto d'erogazione energetico.

2-  Nei condomini con impianto TV centralizzato ( sono la maggioranza in Patria), chi usa l'alloggio e non ha apparecchio televisivo dovrà fare una dichiarazione all'Ufficio delle Entrate.

3-  Per i Connazionali residenti all'estero, che ricevono i programmi italiani via satellite, non ci sono novità ( tra l'altro, il decoder ha un costo).

4-   Non sono previste agevolazioni per chi dovesse diciderare di voler ricevere solo programmi TV italiani che non hanno mai previsto canone alcuno”.

 

Abbiamo chiesto:  secondo le comunicazioni informative della Rai, non si paga il canone TV sulla seconda casa. Siccome la casa degli italiani all’estero è considerata seconda casa, logica vorrebbe che non pagano il canone TV. È così? O sono state stralciate e devono pagare il canone?

E ci ha risposto: “La questione è di ‘lana caprina’. Intanto la ‘seconda casa’ è da considerare ai fini IMU. Ciò premesso, saranno i comuni a decidere come tassare l'alloggio di proprietà dei Connazionali all'estero. Il canone TV era, perchè c'è ancora chiarezza da fare, considerato come ‘tassa di proprietà’. La tua logica, quindi, resta da supportare da provvedimenti normativi che, vedrai, saranno emanati entro la primavera. Quelle che contano sempre meno sono le ‘promesse’ dei politici che, poi, in Parlamento sono stravolte. Ciò che ti ho comunicato resta, per ora, la realtà. Ma il tempo c'è per modificarla. Da noi, come al solito, s'usa così”.  De.it.press 20

 

 

 

 

Le unioni civili dividono gli Italiani

 

Il disegno di legge presentato dalla senatrice Cirinnà fa discutere sia in Parlamento che nel Paese. Soprattutto per le previste adozioni

 

  E’ la prima volta che un provvedimento legislativo sui diritti delle coppie omosessuali varca la soglia del Senato dove lo si discuterà dal 28 gennaio. Intanto, però, suscita molte polemiche, perché equipara l’unione civile con il matrimonio e prevede la possibilità di adottare il figlio del convivente, il che toglie ai bambini la gioia di avere padre e madre e rimette in atto la pratica dell'utero in affitto. Inevitabili, quindi, gli attriti tra quanti invocano la difesa della famiglia tradizionale e chi, invece, invita a non chiudere gli occhi di fronte alle nuove realtà e, di conseguenza, a tutelare i diritti degli omosessuali.

  Divergenze di opinioni esistenti nel centrodestra e nei partiti della maggioranza governativa, perfino tra i Ministri. Tra questi, Angelino Alfano che rifiuta l'adozione (o affido) del figlio biologico del convivente, in quanto, dice, “i bambini hanno diritto ad una mamma e ad un papà e con i bambini non si scherza”. Concordano con il Ministro degli Interni i seguaci del sen. Verdini ed il segretario di Scelta Civica (partito fondato da Mario Monti), Enrico Zanetti. Certo, serve una legge favorevole ai diritti, riconosciuti anche da Papa Francesco, delle coppie omosessuali da sempre esistenti, nei tempi antichi torturate ed uccise ed ora, secondo una statistica del 2009, ritenute immorali solo dal 9,3% della popolazione nazionale. Il che fa ritenere necessaria, soprattutto dai giovani tra i 25 e i 34 anni, una maggiore attenzione nei loro confronti.

  Da qui l’invito della cattolica Paola Binetti ai parlamentari del Pd di votare davvero secondo coscienza, non per “logiche di partito”. Non dimenticando, però, come suggerito da Giorgia Meloni, esponente del partito Fratelli d’Italia, che “negare per legge a un bambino il diritto di avere un padre e una madre non è tema che attiene alla libertà di coscienza”. In effetti, rifiutargli di convivere con mamma e papà può essere nocivo, anche se i genitori omosessuali sono in grado di educarlo e di amarlo, perché, come risulta da studi di scienziati statunitensi, hanno più problemi emotivi e maggiori difficoltà psicologiche dovute anche alla possibilità reale di essere vittime di bullismo e di discriminazione. Conseguenze negative non tenute in conto dal Tribunale dei Minori di Roma che, ritenendo legittima l’adozione da parte di coppie dello stesso sesso, lo scorso dicembre ne ha ammesse 5, escludendo che possano esservi ragioni preclusive a ciò. E dimenticando che tra un bambino e la propria madre ci sia un’unione già prima della nascita che, se interrotta, può avere poi ripercussioni negative sulla sua vita.

  A suscitare screzi c’è anche il fatto che l'unione fra due partner dello stesso sesso, come prevista nel disegno di legge, in realtà è una replica del matrimonio del quale ripropone quasi tutti i punti chiave. Infatti, ad approvazione parlamentare avvenuta, per ottenere l’unione civile occorre fare una “dichiarazione di fronte all'ufficiale dello Stato civile e alla presenza di due testimoni”; dopo di che, i neo coniugi porteranno un unico cognome e potranno divorziare, ottenendo l’assegno di mantenimento da parte dell’ex. Avranno gli stessi doveri degli sposi di sesso diverso, visto che l'articolo 3 sancisce che “dall'unione deriva l'obbligo alla fedeltà, all'assistenza morale e materiale e alla coabitazione”, contrariamente a quanto stabilito dalla Costituzione (art. 29) che prevede per le convivenze la libertà assoluta in base “all'interesse, alla convenienza, alla situazione del momento”. Non solo: godranno dei diritti previsti per marito e moglie, cioè ereditare i beni del “consorte”, ottenere la pensione di reversibilità ed adottare il figlio del partner.

  Un’uguaglianza che potrebbe comportare la mancata approvazione della legge da parte del Capo di Stato per incostituzionalità. Come asserito da Giacomo Caliendo, ex magistrato, secondo il quale la Cirinnà non si è preoccupata “nemmeno di riscrivere le leggi”. Da qui le reazioni negative di molti parlamentari, alle quali Matteo Renzi controbatte dicendo che “quanto all'adozione del figlio del partner, non ci sarà una posizione del Governo per una questione che riguarda la libertà di coscienza”. Ed invitando ad abbassare i toni, perché “le unioni civili sono un argomento che divide profondamente, tant'è che siamo l'unico Paese in Europa senza una legge” in merito. Affermazione non vera: sono 18 gli Stati europei che non l’hanno mai voluta o votata, Italia compresa.

  Certo, ognuno ha il diritto di amare la persona preferita. Quindi lo Stato fa bene ad introdurre strumenti in grado di garantire ciò. Ma parificare qualsiasi amore a quello tra uomo e donna significa svilire l’etica familiare. Senza contare che ammettere l’adozione vuol dire trascurare il fatto che i figli devono essere il frutto della passione, non comprati o costruiti in laboratorio. Tra i tanti diritti da riconoscere e rispettare, ci sono anche quelli dei bambini. Da educare con mamma e papà. Egidio Todeschini, de.it.press

 

 

    

 

 

Sarà vero?

 

Il clima d’incertezza che ha caratterizzato queste prime settimane del nuovo anno ci ha reso ancor più coscienti dei problemi che il Paese sarà chiamato ad affrontare. Questo 2016 potrebbe essere il primo anno, dopo cinque “neri”, a farci rivedere la “luce”.

 Renzi continua ad arrangiarsi, ma la sua attendibilità inizia a sfumare. D’ora in avanti, c’è da puntare su pochi, ma vitali, obiettivi che mettano in moto gli ingranaggi dell’occupazione e del minore carico fiscale. Francamente, ci auguriamo che l’Esecutivo presenti al Potere Legislativo una serie di provvedimenti atti a rilanciare la nostra economia.

 L’anno è iniziato con un PIL lievemente positivo. Vedremo, a giugno, se la tendenza sarà più promettente. Ora non ci sono alternative per ipotizzare una maggioranza politica più stabile. Solo un’accurata riforma della spesa pubblica sarà la vera garanzia per un futuro migliore. Il tempo degli “apparentamenti” è finito con l’inizio della crisi. Meglio non riprovarci.

 Dopo Renzi, si dovrà operare per ritrovare una “gestione” del lavoro meno punitiva dell’attuale. Del resto, le leggi, quando non sortiscono gli effetti voluti, possono anche essere modificate o cambiate. E’ capitato per il passato; potrebbe capitare per il futuro.

 Dopo anni di privazioni, si dovranno trovare quelle iniziative necessarie per evitare altre situazioni di tensione sociale. Lasciamo stare il mito della “continuità” e “discontinuità”. Adesso sono concetti vuotati dei loro originari contenuti.

 Non neghiamo che non sarà sufficiente individuare i maggiori mali di casa nostra per essere guariti ma, almeno, ci auguriamo che la “transizione” volga al termine. Non ci sono altre strade percorribili.

 Le origini della nostra situazione precedente non ci consentono neppure d’ipotizzare la questione sotto il profilo di una temporanea “cobelligeranza”. La stessa legge di stabilità per il corrente anno ci ha lasciato perplessi; ma non solo noi.

 Perché un conto è l’instabilità e la stagnazione economica, un altro è imporre mezzi imposti per uscirne. Da quest’assioma hanno preso corpo tante delle nostre perplessità e connessi interrogativi. Ora, non ci resta che rimanere in linea col nostro dubbio. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Le Borse respirano, resta il nodo della bad bank. Si arrende il sindaco di Quarto

 

Le Borse passano dalla depressione all'euforia nel giro di un giorno. Come i malati di sindrome bipolare prima sprofondano e poi galoppano come se fosse successo chissà che. È bastato che il presidente della Bce Mario Draghi assicurasse che non ci sono segni di instabilità finanziaria per ridare sprint alle contrattazioni in tutta Europa, Milano compresa. Perfino Mps rialza la testa. In realtà nessuno dei problemi veri o solo immaginati è stato nel frattempo risolto, ma il presidente Bce ha fatto presente che a marzo se necessario rimetterà mano al Qe, cioè all'acquisto di Titoli di Stato che ha permesso soprattutto all'Italia di rialzare la testa dopo gli anni della grande crisi. A Bruxelles, intanto, l'Italia con il suo nuovo rappresentante presso la UE sta negoziando la creazione della Bad bank per cercare di alleviare e se possibile risolvere la montagna di crediti inesigibili che affliggono il sistema bancario italiano. Questo della bad bank, che alla fine tutti dicono che si farà anche se non nelle dimensioni che avrebbe voluto Renzi, è solo uno dei tanti argomenti che negli ultimi tempi hanno contrapposto Palazzo Chigi a Bruxelles e Berlino. È una partita complessa che coinvolge le banche, la flessibilità invece dell'austerità, i migranti con la quota di 281 milioni che l'Italia dovrebbe dare alla Ue per arrivare ai tre miliardi che la Turchia vuole per trattenere i migranti che l'Europa non riesce più ad accogliere. Fra una settimana Renzi volerà a Berlino e alla Cancelleria si capirà se il grande gelo con Merkel è finito e i rapporti sono tornati quelli di un anno fa.  Dall'Europa a Quarto. Perché anche quel che succede nel Comune campano è indicativo della politica italiana. Rosa Capuozzo, la sindaca cacciata dai Cinquestelle si è dimessa dal l'incarico dopo un braccio di ferro durato una settimana con il Direttorio del movimento. È oggettivamente una sconfitta per il M5S che ancora una volta dimostra di non reggere alla prova del governo, seppure di una realtà locale. Anche nel momento delle dimissioni la sindaca ha ricordato di aver detto dall'inizio al Direttorio delle infiltrazione camorristiche. Ora la sarà la commissione antimafia ad andare fino in fondo nella ricerca della verità. GIANLUCA LUZI,  LR 21

 

 

 

 

Ilva, l’Europa apre un’indagine sull’Italia per aiuti di Stato

 

Parte la procedura sull’accesso agevolato al finanziamento. Il ministro Guidi: dimostreremo la nostra correttezza

 

BRUXELLES - La Commissione Ue ha avviato un’indagine approfondita per stabilire se il sostegno dato dallo Stato italiano all’Ilva rispetti le norme sugli aiuti di Stato. Nell’indagine la Commissione «vaglierà in particolare se l’accesso agevolato al finanziamento accordato all’Ilva per ammodernare lo stabilimento di Taranto le dia un vantaggio sui concorrenti. Data l’urgenza di decontaminare il sito, la Commissione prevede anche garanzie che consentono all’Italia di attuare subito il risanamento ambientale». 

 

Dati i problemi di sovraccapacità presenti nell’industria siderurgica dell’Ue, spiega Bruxelles, «le norme sugli aiuti di Stato consentono solo di promuovere la competitività a lungo termine e l’efficienza delle acciaierie, ma non di sostenere i produttori che versano in difficoltà finanziarie». 

 

«L’Italia continuerà a collaborare con la Commissione europea per dimostrare la correttezza dei suoi interventi sull’Ilva», ha commentato il ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi, minimizzando e definendo «un atto dovuto» la scelta di Bruxelles. Per Guidi ci sono «importanti aperture da Bruxelles». È «molto positivo - ha detto - che la Commissione abbia riconosciuto l’importanza che, per far fronte all’emergenza ambientale e alla relativa procedura d’infrazione aperta da anni, siano necessari fondi pubblici». 

 

Nel caso specifico dell’Ilva, ha detto la commissaria alla concorrenza Margrethe Vestager, «collaboreremo con l’Italia per superare le nostre attuali preoccupazioni. La migliore garanzia di un futuro sostenibile per la produzione siderurgica nel Tarantino è la cessione delle attività dell’Ilva a un acquirente che le metta in conformità con le norme ambientali e le sfrutti a scopi produttivi. La decisione odierna chiarisce inoltre all’Italia che può sostenere il risanamento della grave situazione ambientale nel sito di Taranto, purché la spesa sostenuta sia poi rimborsata dall’inquinatore». 

 

«In tutta l’Ue l’industria siderurgica deve fare i conti con la sovraccapacità a livello mondiale e con la forza delle importazioni, sfide alle quali occorre rispondere migliorando la competitività mondiale del settore nel lungo periodo. In quest’ottica, le norme Ue sugli aiuti di Stato consentono agli Stati membri, per esempio, di sostenere le attività di ricerca o di alleviare i costi energetici delle imprese siderurgiche, mentre la Commissione si occupa di evitare distorsioni nel commercio internazionale applicando provvedimenti antidumping o antisovvenzioni», ha spiegato la commissaria alla concorrenza Margrethe Vestager. 

 

«Per lo stesso motivo gli Stati membri e la Commissione hanno instaurato garanzie rigorose che impediscono di erogare aiuti di Stato per soccorrere e ristrutturare le imprese siderurgiche in difficoltà. Si evitano così i danni di una corsa alle sovvenzioni fra gli Stati membri e si scongiura il rischio che l’erogazione incontrollata di aiuti di Stato in un Paese metta ingiustamente a repentaglio migliaia di posti di lavoro in tutta l’Ue», ha aggiunto. LS 20

 

 

 

 

M5s e polemiche, far finta di essere sani

 

La natura di movimento sorto "in polemica" con i partiti "tradizionali". E, per questo, fluido, e, al tempo stesso, refrattario all'istituzionalizzazione. Perché rischierebbe di omologarlo al sistema che esso contesta. Il prof. Paolo Becchi, in passato (presunto) ideologo del MoVimento, ha cancellato, nei giorni scorsi, la propria iscrizione proprio per questo motivo. Perché il M5s avrebbe accantonato la sua "diversità" fra i ricordi del passato. Senza guida, con Grillo ridotto a un "ologramma". Peggio: complice del governo. La stampella di Renzi, con cui si è accordato per l'elezione dei giudici costituzionali. Queste critiche, in effetti, non hanno scosso il MoVimento. Becchi, d'altronde, conta poco nel M5s. E la sua uscita polemica appare un tentativo di trovare un po' di spazio mediatico, per non finire del tutto dimenticato. Tuttavia, la questione sollevata, al di là di tutto, è fondata. Soprattutto, in merito alla "normalizzazione". Come altri partiti "normali", il M5s, infatti, è scosso da tensioni e conflitti "personali". A Bologna, Livorno, a Parma... Ma, prima ancora, proprio in questi giorni, è coinvolto in uno scandalo locale molto insidioso. A Quarto, dov'è accusato di essere stato "infiltrato" dalla camorra. Una sorta di "stella nera", come ha suggerito ieri Fehler! Hyperlink-Referenz ungültig., su Repubblica.

 

Insomma il M5s sembra essersi svegliato, bruscamente, dal "sogno" che lo aveva trainato per molti anni. Eppure, le polemiche, interne ed esterne non sembrano averlo danneggiato. Fino ad oggi. Almeno, sul piano dei consensi. I sondaggi, condotti negli ultimi giorni (e per questo da valutare con molta prudenza, visto che si tratta di un periodo festivo), segnalano la tenuta del M5s. Non lontano dal Pd. Penalizzato dagli scandali bancari. Gli stessi sondaggi, peraltro, suggeriscono che, in caso di ballottaggio, come previsto dalla nuova legge elettorale, la competizione sarebbe incerta.

 

Come si spiega questo apparente paradosso di un M5s diviso, accusato da (ipotetici) ideologi e (reali) amministratori interni di essere divenuto un partito "normale" - come tutti gli altri - e, nonostante tutto, "premiato" dagli elettori? La ragione più probabile è proprio questa. La fine dell'equivoco del "non-partito", portabandiera dell'antipolitica. Perché, in realtà, il M5s era ed è un partito. Come tutti i soggetti politici che partecipano alle elezioni, con i propri candidati. Ed entrano, dunque, in Parlamento. Perché i partiti sono attori della democrazia rappresentativa. Che agiscono nelle Camere per conto dei "cittadini". Certamente, il M5s si serve degli strumenti e dei metodi della democrazia diretta. Utilizza la Rete, promuove referendum. Ma si tratta di percorsi seguiti anche da altri soggetti politici. In sequenza inversa. In quanto utilizzano prima gli strumenti della politica tradizionale e quindi i new media . La stessa "politica dell'anti-politica": è un argomento utilizzato da tutti gli attori politici. Ormai da anni. Con effetti diversi. Il M5s, sicuramente, con risultati migliori degli altri. Perché è più credibile. Mentre, gli altri partiti - storicamente consolidati - si sono deteriorati. Non solo dal punto di vista dei comportamenti, ma sul piano organizzativo. Hanno, cioè, perduto i tradizionali rapporti con la società, con il territorio. Il M5s, invece, è presente sul "terreno" immateriale della rete. Ma, ormai, anche su quello "materiale". Visto che, sul piano elettorale, è distribuito in modo omogeneo in tutto il Paese. Mentre, in ambito locale, dispone di numerosi amministratori. Gli altri partiti sono "partiti" liquefatti, più che liquidi. Nella società e sul territorio.

 

Così se, come ho sostenuto altre volte, il M5s è una sorta di mappa della crisi rappresentativa, in questa fase ci permette di dare un senso diverso al clima d'opinione antipolitico e antipartitico. Che non esprime un cupio dissolvi . Un desiderio di distruggere rivolto ai "partiti in quanto tali". Ma a "questi" partiti. Al modello che essi interpretano in questa fase. Disorganizzati, a bassa intensità ideologica, non dico ideale. Ridotti a leader abili sui media e agili sui social, piuttosto che a mobilitare le piazze - e le masse. Il problema del M5s, per questo, è duplice. In primo luogo, la difficoltà di combinare questi diversi modelli. Di muoversi fra i media - vecchi e ancor più nuovi - e la piazza. Fra rete e territorio. Perché, se si considera la base elettorale, evoca davvero un partito di massa, tanto è trasversale. Però fatica a intrattenere un dialogo costante con gli elettori, visto che una parte ancora elevata di essi non ha familiarità con la rete. Inoltre, è difficile elaborare progetti e idee senza luoghi di riflessione e di elaborazione. A meno che tutto non si risolva e sia risolto nella figura di Casaleggio.

 

L'episodio di infiltrazione malavitosa denunciato a Quarto, per questo, potrebbe essere valutato in modo ambivalente. Conferma della "normalizzazione" del M5s. Oppure, al contrario, come conseguenza dell'eccessiva fluidità, che lo rende contendibile e controllabile dall'esterno. Da soggetti e organizzazioni di diversa natura. Anche poco sicura e rassicurante. D'altra parte, però, il M5s non può rassegnarsi a diventare un partito. Magari migliore. Perché la "diversità" è nella sua biografia. E la "legalità" è nella sua scheda genetica. Allora, per citare Giorgio Gaber, occorre "Far finta di essere sani". Cioè, di essere diversi. Un non-partito. A ogni costo. Per questo, nel blog di Beppe Grillo, sono state richieste ufficialmente le dimissioni di Rosa Capuozzo, sindaco di Quarto. Perché è a rischio la stessa identità del MoVimento. Protagonista della contro-democrazia (per citare Pierre Rosanvallon). La democrazia della sorveglianza. Il M5s, garante della legalità, degli

altri e anzitutto propria, non si può rassegnare a episodi di corruzione. Non solo per ragioni etiche, ma politiche (ed elettorali). Diverrebbe un partito come gli altri. Ma molto più debole e precario. Perché ne imiterebbe i vizi, senza averne la storia né le radici. ILVO DIAMANTI, LR 11

 

 

 

 

 

Legge di stabilità e novità 2016 per gli italiani all’estero

 

La Legge di Stabilità (ex Legge Finanziaria) italiana per il 2016 è stata approvata definitivamente dal parlamento lo scorso fine dicembre. Adesso vediamo di capire quali siano le novità che possono interessare, in particolare, gli italiani all’estero.

Oltre a quelle che riguardano esclusivamente gli emigrati italiani (Comites, InterComites, Cgie, promozione lingua e cultura italiana ed enti gestori, ecc.) sulle quali abbiamo già avuto modo di esprimerci, ecco cosa abbiamo ancora individuato spulciando il testo definitivo della Legge.

Innanzitutto è stata riconfermata per il 2016 l’esenzione dal pagamento dell’IMU per i pensionati iscritti all’AIRE, con in aggiunta, pure per loro, anche l’esenzione totale della TASI per l’abitazione posseduta in Italia; mentre per la TARI resterà invece la riduzione ad un terzo (1/3) della tassa dovuta. Sempre a proposito di fiscalità sulla così detta “prima” casa, di alcuni benefici godranno anche le abitazioni date in comodato d’uso ad un figlio oppure ad un genitore.

Infine, nel 2016, vi saranno alcune bollette sulle utenze domestiche meno care rispetto al 2015 come, per esempio, quella elettrica e del gas. Un’altra novità importante riguarda il canone RAI che da quest’anno scenderà da 113 a 100 euro annui ma che non si pagherà più tramite bollettino come nel passato bensì con la bolletta elettrica, pertanto i cento euro del canone RAI li dovranno versare tutti i titolari di una utenza elettrica.

Ne saranno esenti coloro che dichiareranno – sotto la propria responsabilità penale – di non detenere alcun apparecchio atto alla ricezione delle trasmissioni televisive, come pure tutte le persone di età superiore ai 75 anni con un reddito non superiore a 8'000 euro annui. (Il coordinamento della UIM Europa - Werdstrasse 36, Zurigo; tel. 004143 3222022; e-mail: uimeuropa@bluewin.ch - è a disposizione per la eventuale domanda di esenzione che vorranno presentare coloro che ritengono di non dover pagare il canone RAI sulla bolletta elettrica della loro abitazione in Italia).

Di negativo nella Legge di Stabilità 2016 va poi sicuramente evidenziato che, purtroppo, anche quest’anno, è previsto un ulteriore taglio di 15 milioni di euro al Fondo patronati che finanzia l’attività di assistenza e di tutela che queste strutture svolgono gratuitamente anche all’estero. Un taglio che va ad aggiungersi a quello di 35 milioni del 2015 e che pertanto non potrà non avere delle ripercussioni negative per i patronati sia in Italia che all’estero penalizzando pure i servizi gratuiti di cui fino ad oggi hanno potuto avvalersi gli emigrati italiani tramite queste strutture. Ddino Nardi, coordinatore UIM Europa 

 

 

 

 

 

Dietro lo scontro tra Italia-Ue il nodo manovra

 

Le Borse europee continuano a cadere. Pesano il crollo del petrolio e il freno alla crescita cinese, ma nel caso della Borsa di Milano giocano anche altri fattori: i timori per la tenuta delle banche e il cattivo stato dei rapporti fra Roma e Bruxelles. Nonostante le parole rassicuranti di Juncker che sembrano alludere a un calo della tensione con Renzi, i rapporti sono ancora tesissimi e il premier italiano non fa nulla per ammorbidire l'atmosfera. Anzi, la nomina di un politico come il viceministro Carlo Calenda a Rappresentante permanente presso la Ue al posto di un diplomatico come Stefano Sannino, è un gesto che non piace affatto a Bruxelles, visto che Renzi ha voluto a quel posto un duro negoziatore che avrà l'incarico di opporsi con energia alle istanze delle Cancellerie nordeuropee in nome degli interessi italiani. Esattamente come è stato nel caso del riconoscimento alla Cina di paese con economia di mercato, riconoscimento che è slittato di sei mesi proprio per l'opposizione italiana rappresentata da Calenda al tavolo della trattativa. L'accusa del capogruppo Ppe Weber, non smentita dalla Cancelleria di Berlino, è  un'ulteriore tappa nell' escalation del "maschio e virile" confronto come lo ha definito Juncker, tra Roma e l'asse Berlino-Bruxelles. Bisognerà aspettare l'incontro  fra Merkel e Renzi in programma il 29 gennaio per capire se si è trattato di un gioco tattico oppure se il conflitto è destinato a durare. Le poste in gioco sono numerose e di vitale interesse per l'Italia. Tra queste la questione dei migranti (e Renzi ha ottenuto un risultato importante con la distribuzione dei profughi anche nell'Europa del Nord) e la bad bank per i crediti in sofferenza. Anche se a Palazzo Chigi si dicono sicuri che non ce ne sarà bisogno grazie alla solidità del sistema bancario italiano. Sullo sfondo c'è l'esame a cui dovrà essere sottoposta la manovra economica italiana e le richieste di maggiore flessibilità. È stato un potenziale alleato dell'Italia come il francese Moscovici, commissario all'Economia, a ricordare bruscamente a Renzi che l'Italia è stata favorita più di altri Paesi con la flessibilità e che l'impegno primario deve essere quello di tagliare il debito pubblico. GIANLUCA LUZI  LR 20

 

 

 

 

L’impatto dei numeri

 

L’Italia, pur con tutti i suoi problemi socio/economici, è ancora meta prediletta dei flussi migratori da tutto il mondo. Lo scorso anno, sono arrivati sulle nostre coste oltre 260.000 esseri umani. Tutti con le più disparate necessità; fortemente in contrasto con quelle dei residenti che continuano a dibattersi in una crisi che tormenta la Penisola da anni.

 Lo spirito d’accoglienza, nonostante tante polemiche, pur se non tutte ingiustificate, non è venute mai meno. Spesso, a discapito delle oggettive esigenze dei residenti ufficiali che sono passati in secondo ordine.

Ora l’anno s’è aperto con l’identica emergenza e i supporti per far fronte alla bisogna sono rimasti quelli messi in campo per il passato. Cioè insufficienti. Le necessità umane non hanno cittadinanza; ma gli italiani non possono essere messi in seconda linea rispetto ad altre, pur serie, realtà umane.

 Le necessità, una volta individuate, hanno da essere graduate. Non ci deve essere chi è “prima”, e altri che vengono “dopo”. Se i problemi sono comuni, anche gli aiuti hanno da seguire lo stesso criterio distributivo. L’accogliuenza non può essere caos.  Perché se migliorare la realtà, è dificile, peggiorarla appare, già da ora, molto più semplice.

 I criteri valutativi non devono avere riscontri politici, né priorità di comodo o interesse. L’emergenza profughi è da affrontare con raziocinio e misura. Anche per non peggiorare, ulteriormente, una situazione che già ci ha mostrato tutta la sua complessità.

 L’impatto con i numeri ci preoccupa; ci sconforta, però, assai di più le polemiche che tale realtà hanno scatenato nella Penisola. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Trevisani nel mondo: il lavoro all’estero raccontato dai giovani

 

TREVISO - Parlare di nuova emigrazione per noi ex emigranti suona sicuramente come una sconfitta, nel senso di un “tornare indietro”  quando ci auguravamo di aver piantato i presupposti affinché ciò non dovesse più avvenire. Invece non è e non può essere così, perché  le vicende della storia non seguono i nostri desideri e anche i giovani devono fare la loro strada. Con scelte che  molte volte sono dettate da perspicace volontà , altre per incipiente necessità. La nuova emigrazione o mobilità giovanile che dir si voglia ,  fa parte di quello scenario di popoli in movimento perpetuo che ha attraversato la storia e che ora, conosce i bagliori di una nuova stagione.  

Conforta che queste nuove leve di emigranti, edizione  epoca moderna, siano avvantaggiate da diversi fattori, : prima di tutto la conoscenza di lingua che come primo bagaglio hanno incamerato a scuola, secondariamente l’accesso ai nuovi mezzi di comunicazione che assicurano anche i collegamenti affettivi, terzo sembra proprio che per i buoni comportamenti lasciati da precedenti flussi migratori, la manodopera e la professionalità italiana e veneta si ritrovano spesso con riconosciute garanzie e buona accoglienza. Ma resta la “sciabolata ogni-tempo” dell’indole umana, quella della nostalgia per l’afflato dell’origine, anche se mitigata da innovazioni strepitose e… riavvicinanti.

I giovani istranesi iscritto all’Aire (Anagrafe italiani residenti all’estero ) risultano in numero di 120 ma effettivamente sono di più in quanto non pochi esulano da questo riscontro che è ritenuto  ( a torto) un’alchimia burocratica, così come i 1183 di tutti i tempi ( Brasile, Argentina ,Australia in testa ) sono solo l’ombra della realtà contingente. Basti pensare all’esodo di Ospedaletto di fine ‘800 verso il Brasile, alle masse verso Australia e Canada del secondo dopoguerra e agli oltre 960 costretti ad andarsene a causa dell’avvento dell’aeroporto. Con ciò, possiamo tranquillamente parlare di un altro comune al completo che vive e opera in giro per il mondo.

Oggigiorno, i bagliori di questa epopea riaffiorano con la mobilità giovanile che ha dato vita ad una “Nuova Emigrazione”, con tutte le implicazioni che ciò comporta .

Di questo nuovo  problema, sempre più sulla cresta dell’onda , si sono fatti interpreti : il comune di Istrana con Maria Grazia Gasparini solerte assessore alla Cultura e alle Attività Giovanili, in connubio con l’associazione Polistrana,: un forum spontaneo di giovani che ha trovato nel presidente Franco Perotto l’organizzatore di una iniziativa denominata “Il lavoro all’estero raccontato dai nostri giovani”. In campo anche la Trevisani nel Mondo: presente con il presidente centrale Guido Campagnolo, il sottoscritto Riccardo Masini direttore generale e il presidente sezionale Mansueto Pozzebon, soprattutto con  una circostanziata disamina su una sua recente esperienza brasiliana egregiamente illustrata da Alessnado Facchin referente del Gruppo Nuove Generazioni Aitm  con delegazione al seguito capitanata dalla presidente la sezione Aitm di Treviso Sara Barro. Ad alzare il livello , anche il significativo intervento di Settimo Perizzolo  ( a sua volta con moglie Teresa) presidente della sezione Aitm di Vancouver che hanno illustrato la loro attività. Si è creata una testa di ponte con Bruxelles  da dove Andrea Masini ( premio Rotary 2011 per aver conseguito la laurea ad Amsterdam lavorando ed essere ora ricercatore/docente all’Università di Anversa)  si è trovato a confrontarsi ( e lo ha fatto brillantemente ) attraverso i collegamenti con Istrana, coordinati da Alberto Zanon e che hanno allineato in loco , sul tavolo dei lavori:  Lorenzo Montini lavoratore al seguito di una impresa di costruzioni in Nigeria e Alberto Vedelago ingegnere informatico presso l’azienda mondiale Apple in California, colosso del settore produttivo informatico.

Ne è  uscito un quadro prospettico di grande valenza umana e strategica. Mettendo in riga tanti tasselli di un poliedrico mosaico che ha dato la misura di un modo tutto nuovo di vivere e anche di andare all’estero, con l’intraprendenza giovanile messa alla prova. Che è la stessa di un tempo, perché si tratta sempre di situazioni dove non esiste mai il velluto sotto i piedi e per sfondare è preponderante la carta di credito della formazione professionale come la forza di carattere personale. E’ risaputo come questa “categoria” non ami perdersi in chiacchiere e che preferisca i fatti del campo libero di azione. E ben venga. Perfettamente in linea, in fin dei conti, con la nostra causa. Quando siamo cercati ci siamo. Quando non lo siamo vuol dire che le cose procedono lo stesso. In ogni caso, questi giovani non saranno mai soli, perché le generazioni amano convivere di scambievoli esperienze e di risorse umane attinenti. Noi guardiamo a loro come ad una incentivazione, ad una ulteriore pennellata di fresco alle nostre incombenti e magari ruotinarie attività. Anche loro cerchino di farsi vivi non solo nel momento dello stretto bisogno di quando passano per la sede; lo fanno tante volte anche i genitori, preoccupati delle collocazioni e destini dei figli. Fa testo il detto che c’è sempre da imparare: noi da loro e loro  da noi ,come rispettivi elementi di rinforzo per collaborazioni univoche, non pensando che una parte sia nutrita da matusa sorpassati e dall’altra da persone che navigano nell’autosufficienza. E basta : è fondendo le forze che si ottiene la forza … doppia .

La Trevisani nel Mondo può sempre dare un valido supporto, magari non istituzionale, ma utilmente orientativo . Anche attraverso il mensile di testata associativa, che molti giovani ricevono o leggono dal telematico e che ci testimoniano il loto gradimento . L’Aitm esiste e opera anche per questo. E produce pure questa grande possibilità di collegare i giovani di tutto il mondo, sia attraverso il dinamico Gruppo Nuove Generazioni che mediante le “plurigenerazionali” e inalienabili pagine di questo sempiterno giornale:  che tutti accomuna in un abbraccio di età, con il valore aggiunto di quel fenomeno di computer che la fa davvero da padrone in fatto di collegamenti immediati e frizzanti.

Ma, alla fin fine, ci fa bene pensare ad occhi forniti di buone diottrie, che guardano con noi un orizzonte condiviso. La loro è una proiezione mondo, filone giovanile. La nostra è una presenza  nel mondo versione storia. Questo non può essere disgiunto da quello, questo e quello vogliono completarsi e vivere a vicenda, in simbiosi con il cadenzare del tempo e la diversità delle situazioni. Per un incrocio di esperienze : che sono ricchezze da amministrare , spicchi di vita da perpetuare in un unico appetibile frutto. 

Riccardo Masini, Direttore generale dell’Associazione Trevisani nel Mondo

 

 

 

 

UE. Professionisti… d’Europa

 

ROMA - Esercitare liberamente una professione in un altro paese dell’Unione europea sarà più facile grazie alla Tessera professionale europea. La tessera non è una “Carta fisica” ma una procedura elettronica che semplifica il riconoscimento da parte delle Autorità nazionali della qualifica ottenuta dal professionista nel proprio Paese, riducendo sia i tempi che gli oneri burocratici. La tessera - segnala EuropaRegioni, newsletter dell’Aiccre, Associazione Italiana per il Consiglio dei Comuni e delle Regioni d’Europa - riguarda sia i professionisti europei che intendono esercitare in Italia sia i professionisti italiani che intendono esercitare in un altro Paese europeo e faciliterà il trasferimento, anche solo temporaneamente, dell’attività in un altro Paese dell’Unione.

Al momento la tessera riguarda solo cinque professioni (infermiere, farmacista, fisioterapista, guida alpina e agente immobiliare) ma in futuro potrà essere estesa dalla Commissione europea anche ad altre professioni. Può essere richiesta sia per mobilità temporanea (se si intende prestare la professione in un altro Paese UE in modo temporaneo e occasionale) che in caso di stabilimento (se invece si ha l’intenzione di stabilirsi in un altro Paese UE in modo permanente).

Per richiedere la Tessera professionale europea, il professionista - spiega EuropaRegioni - deve collegarsi a ECAS, il servizio di autenticazione della Commissione europea e seguire la procedura indicata. Sul sito di Your Europe, oltre ad altre informazioni sulla tessera, è anche possibile verificare i documenti necessari per poter svolgere la professione in un altro Paese UE, le tariffe applicate e tempi e modalità della procedura una volta che viene presentata la domanda.  (Inform 19)

 

 

 

 

Intervista ad Angelo Lavore,  Presidente della Associazione Trinacria di Charleroi

     

Nel progetto di servizio, di informazione e di conoscenza alla comunità,  riportiamo l’intervista ad Angelo Lavore, Presidente della Associazione Trinacria, da 25 anni aderente a Sicilia Mondo.

     

69 anni, nato ad Enna,  da 59 anni a Charleroi. A 16 anni ha lavorato nella siderurgia.  Poi alle scuole serali con altri siciliani.  Nel 1999 in prepensione dall’Ufficio Compre di Cockerill Sambre.

      Questa intervista è stata fatta alla presenza dei soci e simpatizzanti della Trinacria, presente  il presidente del Comites Salvatore Cacciatore.

      Come è vista la situazione italiana in Belgio?

      L’arrivo di Matteo Renzi,  giovane primo Ministro per l’Italia, ha suscitato nuove speranze ed entusiasmato con il suo slogan di “rottamizzare” tutto quello che non funziona.

      Purtroppo le informazioni che ci giungono attraverso i giornali nazionali e, soprattutto, la televisione  ci fanno percepire l’immagine di un’Italia negativa: burocrazia ritardata, giovani che non lavorano ed emigrano, sanità  in difficoltà, amministrazioni pubbliche inefficienti. Questo è il quadro generale dell’Italia. Se poi guardiamo il Nord e il Sud del Paese è difficile fare un quadro positivo. Molti ci chiediamo,  i politici  dovrebbero rimboccarsi le maniche per un’Italia migliore in Europa e nel mondo.

      Come vive la comunità siciliana di Charleroi?

      I siciliani che abitano a Charleroi  costituiscono la comunità italiana più numerosa.  Queste le  statistiche ufficiali del 2003 nella Provincia dello Hainaut, iscritti all’anagrafe della Circoscrizione Consolare di Charleroi: siciliani  32.009  - 37,8%.  Queste le provenienze:  Agrigento (12.833), Enna (8.180), Caltanissetta (3.895), Catania (2.396), Palermo (2.157),  Trapani (1.137), Messina (689), Siracusa (399), Ragusa (323).  E’ una comunità molto attiva, ben integrata nel tessuto sociale e industriale, composta ora dalle seconde e terze generazioni rispetto alla prima emigrazione degli anni 60-70.  Il pensiero all’Italia e alla Sicilia non è mai venuto meno anche se ora la Regione Siciliana ci ha completamente abbandonato e la Presidenza non risponde mai per iscritto alle ripetute richieste della Associazione TRINACRIA. Basta pensare che da 60 anni l’unica targa che manca al Bois du Cazier di Marcinelle è quella della Regione Siciliana. I siciliani di Charleroi vivono al ritmo belga, specialmente le nuove generazioni, con piena soddisfazione. Molti si sentono belgi ma non rinnegano le origini italiane.

      Come va l’economia in Belgio?

      Anche il Belgio ha adottato provvedimenti molto duri a danno del lavoro in generale.  L’economia non va bene. La disoccupazione è altissima, soprattutto in Vallonia. Tuttavia, la vita in  Belgio regge molto bene la crisi anche perché il sistema della sicurezza sociale è uno dei migliori in Europa, nonostante i provvedimenti del governo.

      C’è ospitalità per i giovani che arrivano a Charleroi?

      Charleroi è una città aperta e accoglie  giovani ed anziani stranieri nel rispetto delle regole  e delle leggi  dello Stato e dell’Europa. In questa fase di immigrazione anche Charleroi  è attenta alle persone che mettono piede nel suo territorio.  Dopo la chiusura graduale delle miniere di carbone, delle industrie dell’acciaio e la drastica riduzione dell’industria del vetro,  Charleroi non offre più, come in passato, le opportunità di lavoro per giovani emigrati. Per fortuna cresce il polo di riconversione di Gosselies e l’aeroporto di Charleroi con 5,5 milioni di passeggeri. Ci auguriamo nel 2016 il potenziamento e affermazione della linea low cost  Charleroi/Comiso. Sicilia Mondo

 

 

 

 

Friuli nel Mondo. Soggiorno di studio a Gemona dal 21 luglio al 12 agosto.

Candidature entro il 29 febbraio

 

UDINE - L’Ente Friuli nel Mondo, in collaborazione con la Deputazione per il Laboratorio Internazionale della Comunicazione, presenta il 54esimo Laboratorio Internazionale della Comunicazione 2016, corso di lingua e cultura italiane realizzato con il sostegno di Università Cattolica di Milano, Università degli Studi di Udine, Regione Friuli Venezia Giulia, Provincia di Udine, Comune di Gemona del Friuli e Fondazione Crup.

Si tratta di un soggiorno di studio a Gemona (Udine) dal 21 luglio al 12 agosto 2016 che consente di frequentare un corso superiore di lingua e cultura italiane e di acquisire una diretta conoscenza della storia, della cultura e della realtà sociale ed economica del Friuli.

Il bando dell’Ente Friuli nel Mondo è riservato  a discendenti di emigrati di origine friulana residenti all’estero, provenienti da tutti i Paesi del mondo e di età compresa indicativamente tra i 20 e i 50 anni.

Le candidature dovranno essere trasmesse all’indirizzo e-mail info@friulinelmondo.com entro il prossimo 29 febbraio .

Possono partecipare al LAB 2016 anche candidati non di origine friulana, studiosi universitari di lingua e cultura italiane. Questa offerta - fuori del bando dell’ Ente - viene data in virtù della collaborazione tra LAB e Ente stesso. Chi è interessato, può accedere al sito www.labonline.it   e sezione application form  e fare domanda di concessione di borsa di studio parziale. Bando e domanda al sito:  http://www.friulinelmondo.com/index.php?id=6260.  dip

 

 

 

 

 

 

Zwischenbilanz Mitte Februar. Merkel: Flüchtlingszahlen spürbar reduzieren

 

Die Bundesregierung will die Flüchtlingszahlen "spürbar und nachhaltig" senken. Notwendig sei eine europäische Lösung, sagte Kanzlerin Merkel in Wildbad Kreuth. Zugleich gelte es, bei den Fluchtursachen anzusetzen. Nach dem EU-Gipfel Mitte Februar könne es eine weitere Zwischenbilanz geben.

 

Merkel sagte am Mittwoch in Wildbad Kreuth vor ihrem Treffen mit der bayerischen CSU-Landtagsfraktion, der Türkei komme eine Schlüsselrolle bei der Reduzierung der Zahl der Flüchtlinge zu. Das werde bei den ersten deutsch-türkischen Regierungskonsultationen am Freitag in Berlin eine Rolle spielen.

Zwischenbilanz Mitte Februar

Merkel wies zugleich auf die Bedeutung der Geberkonferenz zur Verbesserung der Lebensbedingungen der Flüchtlinge in Syrien, Jordanien und im Libanon am 4. Februar in London sowie des EU-Gipfels Mitte Februar in Brüssel hin. Dort würden neben der Frage Großbritanniens auch die Flüchtlingskrise eine zentrale Rolle spielen müssen. Deutschland werde sich mit seinen Vorstellungen einbringen.

Merkel: "Danach können wir eine weitere Zwischenbilanz ziehen und dann sehen, wo wir stehen." Bundesfinanzminister Schäuble sagte in Kreuth, wenn Deutschland ebenfalls zur Schließung der Grenzen gezwungen wäre, dann sei das kein deutsches Problem, sondern ein europäisches. Natürlich werde das Auswirkungen auf das Schengen-System haben und damit auf die europäische Integration, den gemeinsamen Markt und vermutlich auch auf das Euro-System. Europa müsse daher schneller handeln, um eine gemeinsame Lösung zu finden. "Die Zeit ist endlich", sagte Schäuble.

Pläne Österreichs: Erst später beurteilen

Derweil wurden am Mittwoch Pläne Österreichs für eine Begrenzung der Asylbewerberzahlen bekannt. In Berlin ging Kanzleramtschef Altmaier nicht näher darauf ein. Er sagte jedoch, die Bundesregierung werde mögliche Auswirkungen "dann beurteilen, wenn es soweit ist". Nach seiner Kenntnis handele es sich bei den österreichischen Plänen nicht um eine Obergrenze, sondern um eine Richtgröße. Auch wolle Wien noch weitere rechtliche Gutachten einholen, so der Flüchtlingskoordinator der Bundesregierung. "Das alles wird man abwarten müssen", sagte Altmaier.

Zu den Flüchtlingszahlen in Deutschland hatte Regierungssprecher Steffen Seibert bereits am Mittwochmittag erklärt: Zwar seien die Zahlen deutlich niedriger als vor einigen Wochen und Monaten, dies reiche "aber bei Weitem nicht aus". "Wir haben bereits jetzt mehr Ordnung im System

und trotzdem muss noch weiter an dieser Agenda gearbeitet werden", so Seibert. Flüchtlinge ohne Bleiberecht müssten schneller in ihre Heimatländer zurückgeführt werden, damit die Flüchtlinge mit Bleiberecht besser integriert werden können.

Nationale, europäische und internationale Anstrengungen

Auch Außenminister Frank-Walter Steinmeier unterstrich in einem Interview mit der Frankfurter Allgemeinen Zeitung am Samstag (16. Januar) das laufende Engagement der Bundesregierung: "Wir müssen die Flüchtlingszahlen verringern. Eine Million Flüchtlinge in einem Jahr kann unser Land verkraften, aber dauerhaft in jedem Jahr geht das nicht. Deshalb haben wir ja zwei Asylpakete

vorgelegt. Eines ist vom Bundestag beschlossen. Das andere kommt in Kürze."

Zuletzt hatte Kanzlerin Angela Merkel in ihrer Neujahrsansprache betont, dass auf allen Ebenen an der Lösung der Flüchtlingsfrage gearbeitet werde: "National, in Europa und international arbeiten wir daran, den Schutz der europäischen Außengrenzen zu verbessern, aus illegaler Migration legale zu machen, die Fluchtursachen zu bekämpfen und so die Zahl der Flüchtlinge nachhaltig und dauerhaft spürbar zu verringern."

Rückführungen intensivieren

Im Hinblick auf eine beschleunigte Rückführung von Flüchtlingen aus den Maghreb-Staaten stellte Regierungssprecher Seibert bereits in der Regierungspressekonferenz vergangenen Freitag klar, dass auch Flüchtlinge aus nordafrikanischen Staaten, die kein Aufenthaltsrecht haben, Deutschland

verlassen müssen:  "Wir haben mit Algerien ein Rückführungsabkommen. Das heißt, auf dem Papier ist alles geregelt. In der Praxis erweist es sich in einzelnen Fällen als durchaus problematisch, und darüber, dass die Praxis der Vertragslage angepasst wird, muss geredet werden."

Zum heutigen Maghreb gehören die durch das gleichnamige Gebirge verbundenen Länder Marokko, Algerien und Tunesien als Kernräume.

Ergänzend führte der Sprecher des Auswärtigen Amtes, Martin Schäfer, aus, dass allein das Aushandeln von Rücknahmeabkommen nicht ausreichend sei. Es gebe eine Vielzahl von Möglichkeiten, "solche grundsätzlichen politischen Vereinbarungen in der Praxis zu erschweren oder gar unmöglich zu machen".

Gespräche mit Maghreb-Staaten und Westbalkan

Bundesinnenminister Thomas de Maizière und Außenminister Steinmeier arbeiteten gemeinsam daran, die "bürokratischen Probleme" zu bewältigen. Ziel sei es, zunächst mit dem westlichen Balkan, aber auch in Nordafrika zu vereinbaren, dass es sogenannte EU-Laissez-Passer gibt, sagte Schäfer.

"Laissez-Passer-Papiere" sind durch die europäische Union ausgestellte Standard-Reisedokumente für die Rückkehr von Ausländern ohne Reisedokumente in ihre Heimatländer. Ein solcher Passersatz ermöglicht die freiwillige Ausreise in Heimatländer, die den Passersatz anerkennen.

"Das ist das sprichwörtliche dicke Brett, das da gebohrt werden muss. Das geschieht nicht erst seit gestern und auch nicht erst seit dem letzten Jahr, sondern das geschieht seit vielen Jahren und ist mühsam. Ich kann Ihnen versichern: Der Außen- und der Innenminister gehen das mit großem Engagement an, auch in den persönlichen Gesprächen, die sie mit diesen Ländern führen", so Schäfer. Pib 20

 

 

 

 

Flüchtlingskrise: Seehofer nennt Merkels Plan chancenlos

 

CSU-Chef Horst Seehofer sieht keine Bewegung im Flüchtlingsstreit mit Angela Merkel. Es sei ernüchternd, dass die Kanzlerin eine Obergrenze ablehne. Die CSU will sich stattdessen an Österreich orientieren.

Die Ankündigung Österreichs, Obergrenzen für Flüchtlinge einzuführen, verleiht aktuell den Kritikern der Flüchtlingspolitik von Kanzlerin Angela Merkel Auftrieb. Der bayerische Ministerpräsident und CSU-Vorsitzende Horst Seehofer etwa klagte, er sehe keine Bewegung im Streit über die Flüchtlingspolitik mit Bundeskanzlerin Angela Merkel.

In Wildbad Kreuth habe die Kanzlerin am Mittwoch "keine Spur des Entgegenkommens" gezeigt, sagte Seehofer in der ARD. Es gebe keine Anzeichen, dass Merkel auf seinen Kurs einschwenke. "Dieser Tag war enttäuschend. Wir gehen da politisch auf schwierige Wochen und Monate zu." Merkels Bemühen, eine europäische Lösung für die Verteilung von Flüchtlingen zu finden, gibt der bayerische Ministerpräsident kurzfristig keine Chance: "Wir glauben nicht daran, dass innerhalb der nächsten Zeit in Europa Lösungen gefunden werden, die die Flüchtlingszahlen begrenzen. Deshalb müssen wir jetzt als Deutsche handeln." Auch an den deutschen Grenzen müsse es nun wirksame Kontrollen geben. "Wir wollen die Binnengrenzenkontrollen so lange, bis in Europa der Schutz der Außengrenzen funktioniert." Darauf werde die CSU mit Nachdruck hinarbeiten, sagte Seehofer. "Es muss in den nächsten Wochen zu einer Wende in der Flüchtlingspolitik kommen."

Auf die Frage, ob die Kanzlerin über die Flüchtlingsfrage stürzen könnte, antwortete Seehofer: "Ich sage auch Ihnen und der deutschen Öffentlichkeit, wir wollen das Problem lösen und zwar mit der deutschen Bundeskanzlerin Angela Merkel: Aber die Betonung liegt bei mir auf Lösung."

Seehofer schloss aus, dass die CSU die Koalition aufkündigen werde, "weil man innerhalb einer Regierung mehr bewirken kann als wenn man eine Regierung verlässt". Die CSU wolle weiterhin in der Flüchtlingsfrage "in die CDU hineinwirken". Den Beschluss der österreichischen Regierung, eine Obergrenze für Asylsuchende in Österreich einzuführen, begrüßte Seehofer. Das sei "die momentan einzige denkbare Lösung". Auch Deutschland brauche dringend eine Obergrenze.

Unterstützung aus CSU und CDU

Auch andere CSU-Politiker kritisierten abermals Merkel und lobten Österreichs Weg als die vorerst beste Lösung.

"Ich begrüße die Vorgehensweise Österreichs», sagte der innenpolitische Sprecher der Unionsfraktion, Stephan Mayer ( CSU), dem "Kölner Stadt-Anzeiger". "Sie ist ein deutlicher Fingerzeig, dass auch wir nicht mehr so weiter machen können wie bisher."

Auch Bayerns Finanzminister Markus Söder (CSU) forderte, dass das Signal aus Österreich "sehr ernst" genommen werden müsse. "Es ist jetzt eine echte Brücke, denn wenn Österreich eine solche Obergrenze beschließt, muss Deutschland auch eine solche Obergrenze beschließen", sagte er dem "RTL Nachtjournal" in Wildbad Kreuth.

Für den sächsischen Ministerpräsidenten Stanislaw Tillich (CDU) ist auch in Deutschland der Punkt für nationale Schritte zur Minderung des Flüchtlingszuzugs erreicht. Dass Österreich und etliche andere europäische Länder eigene Maßnahmen gegen den Flüchtlingszustrom ergriffen hätten, "das erhöht natürlich den Druck auf nationale Maßnahmen" sagte der CDU-Politiker dem Deutschlandfunk. Dass man gegebenenfalls national handeln müsse, habe seine Partei schon früher für den Fall ins Auge gefasst, dass das Schengen-System der grenzenlosen Reisefreiheit nicht mehr funktionieren sollte.

Der Regierungschef nannte eine Intensivierung der eigenen Grenzsicherung als einen der Wege, mit denen der Zuzug von Menschen reduziert werden könne. Ansonsten sollte man sich die Modelle in anderen Ländern, etwa der Schweiz, genauer anschauen. "Wir haben natürlich auch die Pflicht, unser eigenes Land davor zu bewahren, dass eine Überlastung stattfindet", sagte Tillich. "Wir stoßen nicht nur an die Grenzen, sondern wir haben die Grenzen der Möglichkeiten erreicht, um die Menschen unterzubringen."   EA/AFP/nsa,  21

 

 

 

 

Diakonie-Chef kritisiert Obergrenze als „magische Zahl“

 

Beim Asylgipfel am Mittwoch in Österreich wurde eine neue Obergrenze beschlossen. Die Regierung will bis in 2019 maximal 127.500 Flüchtlinge aufnehmen. Der „Richtwert“ für 2015 sollen 37.500 Menschen sein. Maßnahmen zur Einhaltung der Richtwerte sollen Experten erarbeiten. Wie steht die Diakonie dazu?

„Österreich hat wie Schweden und Deutschland sehr viele Asylwerber aufgenommen und ist deshalb bestrebt, dass auch andere Staaten Asylbewerber aufnehmen. Es müsste vor Ort geholfen werden – in Jordanien, im Libanon. Es müsste in Griechenland investiert werden, dass dieser EU-Mechanismus in Gang kommt. Aber auch in Österreich könnte man einiges tun: schnellere und einfachere Asylverfahren, Menschen integrieren, weil wenn sie integriert sind, sind sie auch für das Sozialsystem keine Belastung. Leider werden all diese Lösungen nicht angedacht, sondern man ergeht sich in einer Art magischen Denken. Man sagt: Wir nehmen uns vor nicht mehr als 30.000. Als ob, diese magische Zahl etwas verändern würde, weil man ja noch nicht weiß, wie man diese Begrenzung vornehmen soll. Wir befürchten, wenn man hier abriegelt, dass es zu mehr Illegalität führen kann, dass die Schlepperpreise steigen werden und dass es vor allem jetzt einen Effekt hat, den man sich nicht wünscht: dass die Menschen jetzt versuchen schnell nach Österreich zu kommen um noch in das Kontingent hineinzukommen. Ich denke, es ist sehr unüberlegt und es ist ein wenig magisches Denken, dass auf einen bestimmten Effekt hofft. Niemand weiß ob dieser Effekt eintritt. Auch rechtliche Dinge sprechen dagegen. Österreich würde das Völkerrecht brechen, wenn es auf diese Zahl besteht und es ist völlig unklar, wie man Menschen jenseits einer Grenze, die sehr viele grüne Grenzanteile hat und sehr durchlässig ist, ohne hier Gewalt einzusetzen. Darauf hat es noch keine Antwort gegeben.“

Der Diakonie Flüchtlingsdienst engagiert sich in der Beratung, Unterbringung, Integration von Asylsuchenden, Flüchtlingen, Migranten und Migrantinnen usw. Nun soll der Grenzübergang Spielfeld der einzige Grenzzugang für Flüchtlinge werden bzw. sein. Sehen Sie das als Vorteil oder Nachteil?

„Es ist richtig und gut, wenn man sich bemüht, dass Menschen, die nach Österreich kommen und um Asyl ansuchen, dass die also auch gleich registriert werden, dass man hier den Überblick hat. Ob dieser ,Single-Point´ sich bewähren wird oder nicht, das wird man sehen. Es kann natürlich auch – vor allem wenn dort viele Menschen zurückgewiesen werden – zu einer Einladung für Schlepper werden; sozusagen alle anderen Grenzübergänge zu nützen. Die werden also auch kontrolliert werden müssen, weil ja in jedem LKW Menschen sein können. Die Gefahr ist groß, dass wir wieder zu den Verhältnissen wie im Sommer zurück kommen, wo 71 tote Menschen in einem LKW- Kühlwagen auf der A4 bei Wien gefunden wurden. Das muss man mitbedenken. Wenn man sagt, wir riegeln unsere Grenzen ab, dann heißt das, dass Schlepper gestärkt werden. Und das Menschen ihr Heil in anderen Wegen finden, die nicht legal sind und wo man sie wieder nicht kontrollieren kann. Das ist scheinbar nicht bedacht worden.“

Ein weiteres Thema derzeit: Medien berichten über Angriffe auf andere Flüchtlinge und sexuelle Belästigungen von Frauen in Asylunterkünften. Wie sieht es in der Diakonie aus, die eben auch Asylanträger betreut?

„In der Diakonie schauen wir darauf, dass die Betreuungsqualität stimmt und dass wir auch nicht zu große Quartiere haben und den Menschen sich nicht selbst überlassen. Die Betreuung ist das Wesentlichste, die Kontaktaufnahme, dass sie Deutsch-Kurse wahrnehmen und in diesen Kursen auch lernen, wie wir in Österreich leben. Was wir aus Quartieren der Diakonie, wie auch aus allen anderen kennen: Es kann zu Gewalt in der Familie kommen; es ist auch zu Wegweisungen von Männern gekommen – wie wir das auch aus der Sozialarbeit in Österreich kennen. Da muss man ganz streng nach dem Gesetz vor gehen und auch die Exekutive ihre Arbeit machen lassen. Da genügt die österreichische Gesetzeslage. Veränderungen können wir hier nicht beobachten. Es ist allerdings so, dass es sehr viele Großquartiere gibt, wo hunderte, tausende Menschen in einer Halle leben und hier muss man sehen, dass man sie möglichst schnell auflöst und Menschen in betreute übersichtlichere Quartiere bringt, um hier nicht Effekte zu erzeugen, die man nicht will. Hier geht es um die Betreuungsqualität und es macht keinen Sinn sich um die Kultur Gedanken zu machen, wenn man Bedingungen herstellt, die so etwas fördern.“

Gibt es die Gefahr einer gesellschaftlichen Spaltung?

„Die Gefahr der Spaltung ist da, denn es versuchen zu viele mit dieser Flüchtlingskrise ihr politisches Süppchen zu kochen. Was in Österreich gelungen ist, dass es bisher gelungen ist, vor allem mit Hilfe der Zivilgesellschaft die Menschen unterzubringen. Dass es noch nicht perfekt ist, dass es noch viele Menschen in Großquartieren gibt, ist ein Punkt davon. Wichtig wäre es, alles daran zu setzen in Österreich, die Integration voran zu treiben, das heißt die Menschen, die hier sind sofort Deutsch-Kurse zur Verfügung stellen und sofort für den Arbeitsmarkt fit zu machen. Denn jeder, der integriert ist ,der für sich selbst sorgen kann und eine Perspektive hat, belastet sozusagen das österreichische Gesamtsystem nicht. Um die Nummer der Flüchtlinge zu senken, braucht es eine gesamteuropäische Lösung. Mit Sorge sehe ich die Staaten immer nationaler werden, obwohl es nun mehr Europa braucht denn je. Die Situationen im Nahen Osten können nur durch die Anstrengung der EU erreicht werden. … Wir brauchen mehr und nicht weniger Europa.“  (rv 20.01.)

 

 

 

 

Erste Deutsch-Türkische Regierungskonsultationen in Berlin

 

Deutschland/Türkei

Um der großen Vielfalt der deutsch-türkischen Beziehungen gerecht zu werden, haben Bundeskanzlerin Merkel und Ministerpräsident Davuto?lu im Januar 2015 regelmäßige Regierungskonsultationen vereinbart. Heute findet das erste Treffen dieser Art in Berlin statt. Neben den Regierungschefs nehmen mehrere Fachminister daran teil.

In Deutschland leben fast drei Millionen Bürger türkischer Herkunft. Etwas mehr als die Hälfte von ihnen besitzen die deutsche Staatsangehörigkeit. Dazu kommen 1,5 Mio. Rückkehrer, die wieder in der Türkei leben. Und jährlich besuchen über fünf Mio. Touristen aus Deutschland die Türkei. Diese Menschen sind ein entscheidendes Bindeglied zwischen beiden Ländern.

Die Kultur- und Wissenschaftsbeziehungen beider Länder sind breit angelegt und erreichen weite Bereiche der beiden Gesellschaften. Deutschland genießt in der Türkei einen guten Ruf als Universitäts- und Forschungsstandort. Das Fundament dafür legten in den 1930er und 1940er Jahren Professoren, die vor dem nationalsozialistischen Regime in die Türkei geflüchtet waren.

Die Türkisch-Deutsche Universität in Istanbul hat im Studienjahr 2013/2014 ihren Lehrbetrieb aufgenommen.

Auch die Wirtschaftsbeziehungen sind intensiv. Deutschland ist für die Türkei der größte Außenhandelspartner und der größte Auslandsinvestor. Die deutsche Wirtschaft ist seit 1984 in der Türkei vertreten, anfangs durch ein Delegiertenbüro und seit 1994 durch die Deutsch-Türkische Industrie- und Handelskammer in Istanbul und Izmir. In Deutschland ist seit 2004 die Türkisch-Deutsche Industrie- und Handelskammer tätig. Ihr Hauptsitz ist in Berlin,

eine Zweigstelle in Köln.

In der Außenpolitik ist die Türkei ebenfalls ein wichtiger Partner Deutschlands. Sie ist bereits seit 1952 Mitglied der NATO. Seit 2005 ist die Türkei Beitrittskandidat der EU.

Insbesondere für die Stabilität im Nahen Osten kommt der Türkei große Bedeutung zu.FlüchtlingskriseGemeinsames Ziel Deutschlands, der EU und der Türkei ist, die Situation der Flüchtlinge in der Türkei so zu verbessern, dass sie keinen Grund zu einer – meist gefährlichen – Weiterreise haben. Ein wichtiger Anfang ist die Zusage der EU, die Türkei dabei mit drei Mrd. Euro zu

unterstützen. Im Gegenzug hat sich die Türkei verpflichtet, Grenzschutz und Seenotrettung zu verstärken und stärker gegen illegale Schleuser vorzugehen.

KurdenfrageIn dem schwierigen Konflikt zwischen der kurdischen Minderheit im Südosten der Türkei und der Zentralregierung in Ankara setzt die Bundesregierung darauf, dass beide Seiten auf die Anwendung von Gewalt verzichten und die bestehenden Interessengegensätze im Dialog abbauen. Pib 22

 

 

 

Tusk: Die EU hat in der Flüchtlingskrise nur noch zwei Monate Zeit

 

Angesichts der anhaltenden Flüchtlingskrise hat EU-Ratspräsident Donald Tusk vor einem Auseinanderbrechen des Schengen-Systems. Nun setzt er der Saatengemeinschaft ein Ultimatum.

EU-Ratspräsident Donald Tusk warnt in der Flüchtlingskrise zur Eile: "Wir haben nur zwei Monate, um die Dinge in den Griff zu bekommen", sagte der Pole am Dienstag vor dem Europaparlament in Straßburg. Der EU-Gipfel Mitte März sei die letzte Möglichkeit für eine europäische Lösung. "Gelingt das nicht, stehen wir vor einem Kollaps des Schengen-Raums", sagte der frühere polnische Regierungschef.

Notwendig sei ein effizienter Schutz der EU-Außengrenzen, sagte Tusk weiter. Dazu gebe es "keine Alternative". Es seien zwar politische Fortschritte erzielt worden. Doch es gebe noch immer Defizite bei der Umsetzung - etwa bei der Einrichtung der geplanten Hotspots an den Außengrenzen der EU sowie bei der Rückführung bestimmter Migranten.

EU-Kommissionspräsident Jean-Claude Juncker rief die 28 EU-Staaten auf, nationale Egoismen zu überwinden und zum "Pioniergeist" der Anfangszeit des europäischen Aufbaus zurückzukehren. Nun gehe es darum, den Schengen-Raum und damit die Freizügigkeit innerhalb der EU zu bewahren.

Dazu müssten die EU-Staaten aber mitziehen und getroffene Beschlüsse umsetzen - etwa zu den Umsiedlungsmaßnahmen für Flüchtlinge und zur Einrichtung eines europäischen Grenz- und Küstenschutzes. "Sonst wird Schengen nicht überleben", warnte Juncker.

Österreich sieht "keinen Leidensruck" in EU-Staaten

Die österreichische Regierung will am Mittwoch auf einem Gipfel mit den Bundesländern und Kommunen über Maßnahmen beraten. Finanzminister Hans Jörg Schelling sagte: "Es wird ein Bündel von Maßnahmen geben, die in Richtung Grenzsicherung, die in Richtung einer Diskussion über die Obergrenze gehen." Es werde ebenso Maßnahmen geben, die sein Land von der EU einfordere. "Und es wird Maßnahmen geben, wie wir Österreich unattraktiver machen." Flüchtlinge, etwa aus Syrien, suchten sich die wirtschaftlich besten Länder wie Deutschland, Österreich und Schweden aus. Wer jedoch vor Krieg flüchte, müsse auch in anderen sicheren Ländern wie Estland oder Balkanstaaten zufrieden sein.

Der österreichische Außenminister Sebastian Kurz sagte im ZDF, wenn Staaten jetzt mit der Schließung von Grenzen begännen oder Obergrenzen einführten, könne das "ein Treiber für eine europäische Lösung" sein. Derzeit sei die Situation etwa für Griechenland komfortabel, denn Flüchtlinge würden von dort schnell nach Mitteleuropa gebracht und Asylanträge erst dort gestellt. "Insofern gibt es in vielen europäischen Staaten derzeit keinen Leidensdruck." Zudem würden wohl weniger Flüchtlinge kommen, wenn klar sei, dass es für sie die Perspektive einer Weiterreise etwa nach Deutschland, Österreich oder Schweden nicht mehr gebe.

Österreich, Deutschland und Slowenien beraten gerade über den Grenzschutz. Eine Sprecherin des Bundesinnenministeriums in Berlin betonte aber, es gebe weiter kein gemeinsames Konzept.

Handel warnt vor Milliardenschäden bei Grenzschließung

Der deutsche Außenhandelsverband BGA hat vor Milliardenschäden für die deutsche Wirtschaft gewarnt, sollte die Bundesregierung wieder permanente Grenzkontrollen einführen. "Die Wiedereinführung der Grenzkontrollen im Schengen-Raum hätte massive Auswirkungen auf den deutschen Außenhandel", sagte BGA-Präsident Anton Börner dem Berliner "Tagesspiegel" vom Mittwoch. Die gesamte europäische Idee wäre dann "in ihren Fundamenten gefährdet".

"Rund 70 Prozent des deutschen Warenhandels mit dem Ausland werden innerhalb Europas abgewickelt, vor allem mit den Ländern der Eurozone", sagte Börner weiter. Durch eine Rückkehr zu Grenzkontrollen würden sich daher "die Kosten allein für die internationalen Straßentransporte um circa drei Milliarden Euro verteuern".

EU-Flüchtlingskommissar Dimitris Avramopoulos hatte der "Süddeutschen Zeitung" von Dienstag gesagt, angesichts der anhaltend hohen Zahl in Europa ankommender Flüchtlinge werde die EU die Einrichtung der so genannten Hotspots beschleunigen. Die in Italien und Griechenland geplanten Registrierungszentrem sollen demnach im Februar einsatzbereit sein.

EAAFP, rtr, 20

 

 

 

 

Institut für Bevölkerung- Flüchtlinge als Chance für ländliche Räume

 

Zwar lassen sich die meisten Flüchtlinge in großen Städten nieder. Doch einzelne Kommunen machen vor, dass Asylbewerber auch zu neuen Landbewohnern werden können. Das Berlin-Institut für Bevölkerung und Entwicklung sieht darin ungeahnte Potenziale. Von Manuel Slupina

 

Im Jahr 2015 wurden bei der Erstverteilung der Asylsuchenden auf die Bundesländer rund 1,1 Millionen Einreisende registriert. Wie genau diese Zahl ist, lässt sich nur schwer abschätzen. Denn die Erfassung ist unvollständig, es kommt zu Doppelzählungen, zu Rück- oder Weiterreisen. Sicher hingegen ist, dass die große Zahl an Flüchtlingen, die derzeit – und voraussichtlich auch weiterhin – nach Deutschland kommen, über das gesamte Land verteilt werden. Auch in kleineren Orten oder entlegenen Regionen sind Menschen aus Syrien, Irak oder Afghanistan angekommen.

Damit stellt sich die Frage, was die zurzeit zu beobachtende Einreise für die ländlichen Regionen bedeutet: Ist es nur ein kurzfristiger Anstieg, der verebbt, wenn keine Notunterkünfte mehr benötigt werden? Oder werden die neu Angekommenen, wenn sie bleiben dürfen, in die Städte weiterziehen? Bisherige Erfahrungen lassen das vermuten.

Verschiedene Faktoren entscheiden darüber, wo es die Zuwanderer hinzieht. In erster Linie wird es der Ort sein, wo bereits Verwandte oder jedenfalls Landsleute leben. Natürlich spielt auch eine Rolle, wo es Arbeitsmöglichkeiten gibt und wo sich eine preisgünstige Wohnung finden lässt. Ländliche Gemeinden, die häufig unter Bevölkerungsrückgang leiden, können damit nur teilweise aufwarten. Sie bieten jedoch andere Vorteile: Wo die Gemeinschaft in Vereinen oder über die Freiwillige Feuerwehr organisiert ist, wo man sich gegenseitig kennt und unterstützt, ist eine Integration prinzipiell leichter möglich als im anonymen städtischen Umfeld. Die mitunter verrufene „soziale Kontrolle“ im Dorf kann auch der Vertrauensbildung dienen. Integration lässt sich nicht „von oben“ anordnen oder vorschreiben. Sie muss vor Ort gestaltet werden.

Musterbeispiel aus Thüringen

Ländliche Kommunen können deshalb ihrem demografischen Abwärtstrend entgegenwirken, wenn sie diesen Vorteil zu nutzen wissen. Einige Gemeinden haben dies bereits erkannt. Im thüringischen Zeulenroda ziehen etwa das Landratsamt, die Handwerkskammer Ostthüringen und die Arbeitsagentur im Bezirk Altenburg-Gera an einem Strang. Zusammen bieten sie 16 jungen Flüchtlingen die Möglichkeit, zuerst einen Sprachkurs zu absolvieren, dann ein Praktikum zu machen, um danach einen Ausbildungsvertrag zu erhalten. Die bestehenden Förderprogramme wurden dabei so miteinander verknüpft, dass die Flüchtlinge die Übergänge von einem in das nächste nicht mitbekommen.

Info: Die Verteilung der Asylsuchenden auf die Bundesländer erfolgt mit Hilfe des sogenannten Königsteiner Schlüssels. Dieser berücksichtigt zu zwei Dritteln das Steueraufkommen und zu einem Drittel die Einwohnerzahlen der Länder. Über 30 Prozent der Asylanträge entfallen daher auf Nordrhein-Westfalen und Bayern. Die fünf neuen Länder kommen zusammen auf 20 Prozent.

Patenrezepte gibt es jedoch nicht. Die Bewohner und die Verwaltung müssen sich jeweils auf Grund ihrer Bedingungen vor Ort überlegen, wie sie Zuwanderer anziehen und vor allem wie sie diese langfristig halten können. Wo dies gelingt, könnten Schulen vor der Schließung bewahrt werden, würde Leerstand zu Wohnraum, könnten neue Geschäfte oder kleine Unternehmen entstehen und stünden fähige Arbeitskräfte zur Verfügung, an denen es vielerorts mangelt. Nötig dafür ist auch Akzeptanz in der Bevölkerung für Menschen aus anderen Weltregionen, heute gerne als „Willkommenskultur“ bezeichnet. Sie trägt dazu bei, dass Zuwanderer zu Mitbürgern werden.

In der Studie „Im Osten auf Wanderschaft“, die am 26.01.2016 auf einer Pressekonferenz in Berlin vorgestellt wird, hat das Berlin-Institut das Umzugsverhalten in den neuen Bundesländer bis hinunter auf Gemeindeebene untersucht. Das Ergebnis zeigt, dass Menschen je nach Alter sehr unterschiedliche Wanderungsmuster haben, aber auch, dass die demografische Landschaft in Gewinner- und Verliererregionen zerfällt. Dabei wird deutlich, dass es für entlegene und ländliche Regionen im Osten nicht einfach wird, neue Bewohner anzuziehen. Letztlich sind die Gründe, die Menschen antreiben, sich an einem bestimmten Ort niederzulassen, immer die gleichen, unabhängig davon ob es um „eingeborene“ Ostdeutsche, um zugereiste Westdeutsche oder um Zuwanderer aus dem Ausland geht. MiG 20

 

 

 

EU-Flüchtlingskommissar: Hotspots stehen bald bereit

 

EU-Flüchtlingskommissar Avramopoulos verspricht einen Start der Hotspots zur Verteilung von Flüchtlingen in vier Wochen. Sloweniens Regierungschef Cerar warnte davor, Länder wie Griechenland aus dem Schengen-Raum auszuschließen.

Angesichts des weiterhin ungebremsten Zustroms von Hunderttausenden Flüchtlingen drückt die EU-Kommission aufs Tempo.

EU-Flüchtlingskommissar Dimitris Avramopoulos sagte der "Süddeutschen Zeitung", die in Griechenland und Italien geplanten Hotspots seien in vier Wochen voll einsatzbereit. In den Hotspots sollen künftig alle ankommenden Flüchtlinge umgehend registriert werden, um sie anschließend innerhalb der Europäischen Union zu verteilen. Dazu gehört auch, ihnen Fingerabdrücke zu nehmen und ihre Daten in einer EU-Sicherheitsdatei zu überprüfen.

Avramopoulos räumte ein, dass es angesichts der zunehmend heftigen Debatte um den richtigen Kurs nötig sei, schnell Fortschritte zu erreichen. "Wir haben nicht mehr als vier Wochen Zeit, um an den Grenzen Ergebnisse zu erzielen", so der Kommissar vor allem mit Blick auf die politisch angespannte Lage in Deutschland.

Der EU-Kommissar betonte, dass ein Ende des großen Zulaufs an Flüchtlingen noch nicht absehbar sei. Er sei im Gegenteil in Sorge, dass "in den nächsten Monaten die Zahlen noch höher sein werden".

Er warnte allerdings davor, den Schengen-Raum anzutasten, um den ungezügelten Zustrom von Flüchtlingen eindämmen zu wollen. "Länder wie Griechenland aus dem Schengen-Raum auszuschließen, wird das Problem nicht lösen", sagte Avramopoulos mit Blick auf Bemühungen in Wien und Berlin, strenge Grenzkontrollen entlang Grenzen von Slowenien, Kroatien und Österreich einzuführen. "Das wird überhaupt nicht helfen, die Flüchtlinge werden trotzdem kommen", fügte er hinzu. Wer einzelne Länder ausschließen wolle, der riskiere vielmehr, dass die europäische Krise weiter verschärft werde. "Der Ausschluss würde den Anfang vom Ende Schengens markieren. Wir hätten Schneeballeffekte, es wäre der Beginn des Endes von Europa".

Slowenien für andere Verteilung

Auch der Regierungschef des Durchgangslandes Slowenien, Miro Cerar, erwartet eine baldige Einigung innerhalb der EU. Gegenüber der Zeitung "Die Welt" sagte er:  "Wir können nicht unbegrenzt Flüchtlinge bei uns aufnehmen. Wir erleben es ja schon jetzt, dass die Solidarität zwischen den EU-Staaten begrenzt ist." Er erinnerte aber auch an die Einigung der EU-Staaten, Flüchtlinge gerechter zu verteilen und auch den Küstenschutz im Mittelmeer zu erweitern: "Uns läuft die Zeit davon, Absichtserklärungen auf EU-Ebene reichen nicht länger." Cerar mahnte, die EU trage "Verantwortung gegenüber Asylbewerbern, die zu Hause um ihr Leben fürchten müssen". Zwischen Wirtschafts-Migranten und Schutzberechtigten müsse darum unterschieden werden. "Wenn wir sie aufnehmen, dann müssen wir ihnen auch eine Perspektive bieten können", sagte Cerar.

Slowenien ist stark von der Flüchtlingskrise betroffen, weil es eines der wichtigsten Transitländer für Flüchtlinge auf der Balkanroute in den westlichen Teil Europa ist. Im Dezember wurden täglich im Schnitt 3.100 Flüchtlinge Richtung Österreich durchgeleitet. EA/AFP/rtr/nsa, 19

 

 

 

 

Neue deutsche Medienmacher. Wenn, dann die Religionszugehörigkeit aller Straftäter nennen

 

Seit den Kölner Silvester-Übergriffen wird darüber diskutiert, ob Herkunft und Religionszugehörigkeit von ausländischen Straftätern genannt werden sollen. Nun mahnen Journalisten mit Migrationshintergrund, den Pressekodex einzuhalten oder konsequent zu sein.

 

Sollen Polizei und Medien die Herkunft und die Religionszugehörigkeit von ausländischen Straftätern nennen? Diese Frage hat nach den Silvester-Ausschreitungen in Köln erneut an Dynamik gewonnen. So sehr, dass sich nun die „Neuen Deutschen Medienmacher“, ein Zusammenschluss von Medienschaffenden mit und ohne Migrationshintergrund, mahnend zu Wort melden und die Einhaltung des Pressekodex fordern.

Danach sollen weder Herkunft noch Religion genannt werden, wenn kein unmittelbarer Zusammenhang mit der Tat besteht. Deshalb verzichten Medien und Polizeibehörden meist darauf. Die „Neuen deutschen Medienmacher“ plädieren dafür, an dieser Praxis festzuhalten. Begründung: Die Nennung können Vorurteile gegen Minderheiten befördern.

„Das hat nichts mit einem Verschweigen oder Vertuschen unliebsamer Wahrheiten aufgrund von falscher Toleranz und übertriebener Political Correctness zu tun, wie manche Kollegen, aber vor allem rassistische Blogger und populistische Publizisten meinen. Es verhindert vielmehr eine Diskriminierung und Stigmatisierung von Minderheiten, die von genau diesen Kreisen in Sippenhaft genommen werden“, so die „Medienmacher“ in einer Stellungnahme.

Formularbeginn

 

Sollen Medien Herkunft und Religionszugehörigkeit von ausländischen Straftätern nennen?

 

Es sei bekannt, dass bestimmte Gruppen in manchen Kriminalitätsbereichen zum Teil überrepräsentiert seien. Das habe viele, komplexe Gründe und lasse keine Rückschlüsse auf die Gesamtgruppe zu. „Dennoch nutzen rechte und rassistische Kreise diese Umstände, um einen Generalverdacht gegen Minderheiten zu schüren“, so die „Medienmacher“ weiter.

Wenn, dann ausnahmslos

Allen Medienschaffenden, die darauf beharren, die Herkunft von Straftätern zu thematisieren, empfiehlt der Zusammenschluss „im Sinne der ausgleichenden Gerechtigkeit“, dies bei ausnahmslos allen Tätern zu tun. Exemplarisch führen die „Medienmacher“ folgende Beispiele aus:

* Die aus Köln stammende, evangelisch getaufte, mutmaßlich atheistische und 2011 wegen Verleumdung verurteilte deutsche Steuerhinterzieherin Alice Schwarzer.

* Der 2014 verurteilte bayrische, katholisch sozialisierte, Steuerhinterzieher Uli Hoeneß.

* Der 2009 verurteilte US-amerikanische, jüdische Anlagebetrüger Bernie Madoff.

„Am letzten Beispiel dürften historisch sensible Zeitgenossen erkennen, was an dieser Praxis problematisch ist“, so die „Neuen deutschen Medienmacher“. Erklärtes Ziel des Zusammenschlusses ist es, für mehr Vielfalt in den Medien einzutreten.  (bk 19)

 

 

 

 

Pflichtgestalt. Die außenpolitische Bilanz eines Friedensnobelpreisträgers im Weißen Haus.

 

Am 28. Januar 2009, eine knappe Woche nach seinem Amtsantritt, traf sich Barack Obama mit den führenden Generälen und Admirälen des US-Militärs auf ihrem Terrain, nämlich im ersten Stock des Pentagon im Konferenzraum der Joint Chiefs of Staff, auch „The Tank“ genannt. Ein hoher Beamter bezeichnete später den neuen Präsidenten als „bemerkenswert selbstbewusst – gelassen, gelöst, aber auch respektvoll, darauf bedacht, den Oberbefehlshaber nicht heraushängen zu lassen“. Obama betrat den Raum und stellte sich vor. Er dankte den Anwesenden und den gesamten Streitkräften für ihre Dienste und ihre Opfer; dann setzte er sich, und es folgte eine offene Diskussion über die Aufgaben in der Welt, Region für Region, Krise für Krise. Er war im Bilde, so der Beamte, konnte zu jedem Thema etwas sagen, vor allem aber – und das überraschte die Offiziere, die den jungen, unerfahrenen Demokraten bis dahin misstrauisch beäugt hatten – legte er ein gerüttelt Maß an Realismus an den Tag.

An einem Punkt des Gesprächs merkte Obama an, er sei keiner, der immer einen perfekten Parkplatz erwarte. Wenn er eine Lücke sehe, und sei sie noch so ungünstig, dann quetsche er sich eben hinein. Es lag auf der Hand, was er damit meinte: Er hatte ein schlechtes Blatt geerbt (zwei ungeliebte Kriege, verschnupfte Verbündete, die tiefste Rezession seit Jahrzehnten), doch mit der Welt, die er vorfand, würde er sich auseinandersetzen.

Sieben Jahre später vertreten viele Offiziere und Beamte des Verteidigungsministeriums, darunter einige, die zu Beginn von Obama so beeindruckt waren, die Ansicht, dass ein völlig anderer Regierungsstil seine Präsidentschaft prägte. Sie loben zwar seine historischen Errungenschaften – das Atomabkommen mit dem Iran, die Öffnung gegenüber Kuba, die Transpazifische Partnerschaft, das Verhindern (bisher zumindest) weiterer Terrorangriffe auf US-amerikanischem Boden – und erkennen an, dass er, auch wenn er nur die Wahl zwischen ungünstigen Alternativen hat, das Beste herausholt. Doch allzu oft, sagen sie, sei er eben nicht tätig geworden, sondern habe darauf gewartet, dass sich die Bedingungen verbessern – er sei, um seine eigene Metapher weiterzuspinnen, immer wieder um den Block gefahren, in der Hoffnung, dass ein besserer Parkplatz frei wird.

Diese Kritik an Obamas Außenpolitik hört man häufig: Er gehe harten Entscheidungen aus dem Weg, sei allergisch gegen militärisches Eingreifen, wenn er damit US-amerikanische Todesopfer oder eine Eskalation riskiert, und zudem passten seine Worte und Taten häufig nicht zusammen. „Das ist ein wiederkehrendes Muster“, so ein Vier-Sterne-General im Ruhestand. „Er droht und tut dann nichts. Das untergräbt die Glaubwürdigkeit der USA.“

Ist dieser Vorwurf gerechtfertigt? Und falls er greift, ist das Obama anzulasten? Oder ist es der Dimension der Probleme geschuldet, mit denen er konfrontiert war? Hätte ein anderer Präsident die Aufgaben des vergangenen Jahrzehnts besser gelöst, und wenn ja, wie?

Im Dezember 2009 reiste Obama nach Oslo, um den Friedensnobelpreis entgegenzunehmen. Der Preis wurde, gelinde gesagt, voreilig vergeben, und der Präsident nutzte seine Dankesrede dazu, die außenpolitischen Prinzipien darzulegen, denen er zu folgen gedachte – eine intelligente Auseinandersetzung mit der Spannung zwischen Idealismus und Realismus. Es war für einen Friedensnobelpreisträger eine gewagte Rede. „Wer sagt, dass Gewalt manchmal notwendig sein könnte, ist kein Zyniker“, sagte er. „Er erkennt die Geschichte an, die Unvollkommenheit des Menschen, die Grenzen der Vernunft“. Nationen müssten „sich an Grundsätze halten, die den Einsatz von Gewalt regeln“, und ein lang anhaltender Frieden fuße auf den „Rechten und der Würde jedes Einzelnen“. Dennoch könne „Amerika nicht allein handeln“, es sei denn, es gehe um elementare nationale Interessen. Bloßes Gefasel über Menschenrechte zementiere lediglich „einen lähmenden Status quo“. Der Zusammenarbeit mit repressiven Regimes fehle es möglicherweise an der „befriedigenden Empörung“, doch „ein repressives Regime kann nur einen neuen Pfad beschreiten, wenn ihm eine Tür offen steht“.

Benjamin Rhodes, Obamas Stellvertretender Nationaler Sicherheitsberater für strategische Kommunikation, sagte: „Wenn mich jemand um eine Kurzdarstellung von [Obamas] Außenpolitik bittet, rate ich ihm, sich seine Rede genau durchzulesen.“ Ein anderer hochrangiger Beamter des Weißen Hauses bezeichnete die Nobelpreisrede als eine „Schablone für seinen Umgang mit Problemen“, einen „Bezugsrahmen für seine Sicht der US-Macht“. Die Frage, ob er diese Schablone anwendete – wie er mit den Spannungen, die er theoretisch erkannte, praktisch umging –, wäre nach seinen eigenen Grundsätzen der Maßstab für seine Präsidentschaft.

Die frühen Jahre seiner Amtszeit waren beherrscht von den Aufgaben, die ihm die Regierung Bush vererbt hatte, insbesondere die Kriege in Afghanistan und im Irak. Anfang 2011 jedoch tauchte eine Reihe neuer Probleme auf, als im Nahen Osten Proteste gegen autoritäre Staatschefs laut wurden. Im Januar fiel das Ben-Ali-Regime in Tunesien, Anfang Februar das Mubarak-Regime in Ägypten. In Libyen hatten Ende Februar Rebellen, die gegen Muammar al-Gaddafi kämpften, Bengasi und andere Städte unter ihre Kontrolle gebracht, und die Tage des Diktators schienen gezählt zu sein. Doch dann schlug das Kriegsglück um, und Gaddafis Truppen waren drauf und dran, den Aufstand niederzuschlagen.

Die erste Phase der nun folgenden Militäroperation verlief erfolgreich. Die Kombination aus US-Luftschlägen und Geheimdienstoperationen, NATO-Luftunterstützung und einer Bodenoffensive der Rebellen mündete im Sieg über Gaddafis Truppen und (obwohl das kein ausdrückliches Ziel des Einsatzes gewesen war) in der Ermordung des libyschen Staatschefs. Doch die zweite Phase war ein Misserfolg: Eine neue Regierung wurde nie gebildet, die Scharmützel zwischen den Rebellengruppen wuchsen sich zu einem Bürgerkrieg aus, und die soziale Ordnung des Landes (sofern vorhanden) brach vollends zusammen.

Obama gestand den Misserfolg ein und bekannte in seiner Rede vor der UN-Vollversammlung im September 2015: „Wir haben zwar dem libyschen Volk geholfen, das Tyrannenregime zu stürzen, doch unsere Koalition hätte mehr tun können und müssen, um das entstehende Vakuum zu füllen.“ Diese Lektion beeinflusste seine Überlegungen zum Umgang mit einer ähnlichen Krise in Syrien.

Obwohl er für die Ablehnung einer Intervention in Syrien logische und historische Gründe hatte, folgte eine erste Woge der Unzufriedenheit mit seiner Außenpolitik im Allgemeinen. Man warf ihm vor, er gehe militärischer Gewalt aus dem Weg und suche ständig nach Argumenten, mit denen er diese Grundhaltung rechtfertigen könne. Forschen Worten lasse er keine Taten folgen, sodass alle seine Aussagen hohl klängen.

Mindestens fünfmal in den acht Monaten zwischen August 2012 und April 2013 warnten Obama oder Vertreter seiner Regierung Assad öffentlich, der syrische Staatschef überschreite mit dem Einsatz von Chemiewaffen gegen Rebellen und Demonstranten eine „rote Linie“. Ein solcher Einsatz werde „aus unserer Perspektive das Spiel“ verändern, führte Obama bei einer Gelegenheit aus. „Er würde ernsthafte Konsequenzen nach sich ziehen“, sagte er ein andermal. Er sei „nicht hinnehmbar“, und Assad werde „zur Verantwortung gezogen“. Doch trotz solcher Äußerungen ließ Obama engen Beratern und hohen Beamten zufolge nie einen Plan für den Fall ausarbeiten, dass Assad diese Linie überschritt.

Das Fiasko mit der roten Linie war ein Tiefpunkt in der Außenpolitik der Regierung, doch die Probleme mit Syrien waren noch lange nicht vorbei. Weniger als ein Jahr nach der UN-Resolution zu den syrischen Chemiewaffen stürmte der IS – den Obama noch als Al-Kaida-Nachwuchsteam abgetan hatte – Mossul, die zweitgrößte Stadt des Irak. Die vom US-Militär ausgebildeten irakischen Soldaten flohen beim ersten Aufeinandertreffen. Die bewaffneten Dschihadisten rückten auf Ramadi und Falludscha vor und kamen eine Zeit lang Bagdad gefährlich nahe.

 

Die Suche nach Ordnung

Was in Obamas Syrien-Politik in sämtlichen Phasen fehlte, ist eine kohärente Strategie. Seine beiden Ziele – den IS besiegen und Assads Rücktritt herbeiführen – sind durchaus widersprüchlich. Dass sich Assad an der Macht hält, veranlasst ausländische sunnitische Kämpfer, sich dem IS anzuschließen. Doch kurzfristig könnte seine Armee, richtig eingesetzt, die leistungsfähigste Streitmacht gegen den IS sein – nur der Iran, der Mitglieder seiner Eliteeinheit al-Quds zum Schutz von Assads Regime entsandt hat, ist möglicherweise stärker. Doch Obama kann mit Assad oder dem Iran keine offene Allianz eingehen, weil er unter anderem sunnitische Verbündete braucht – Ägypten, die Türkei und die Golfstaaten –, um den radikalen Sunniten des IS die Legitimation zu entziehen und sie zu besiegen. Würde er sich mit dem schiitischen Iran oder seinem Protegé Assad verbünden, könnten diese Länder aus der Koalition ausscheren.

Hier liegt der Kern des Problems, das nicht nur Obama mit seiner Strategie gegen den IS hat, sondern das jeder US-Präsident hätte, der es mit einer ähnlichen Strategie versuchen würde. Wenn alle Länder, die den IS fürchten und verachten – also fast alle Länder der Region –, ihre Kräfte bündeln würden, so würde der IS in kürzester Zeit zerfallen. Doch jedes dieser Länder fürchtet und verachtet mindestens einen seiner möglichen Verbündeten noch mehr (beispielsweise die Türkei die Kurden oder Saudi-Arabien den Iran). Eine wirksame Koalition zu bilden, war bislang daher völlig unmöglich – ein Umstand, den sich die IS-Befehlshaber clever zunutze machen.

Einige von Obamas Kritikern behaupten, wenn er im Jahr 2011 10 000 amerikanische Soldaten im Irak belassen hätte, statt einen kompletten Rückzug zu veranlassen, hätte es die religiöse Gewalt und den Aufstieg des IS, der das folgende Machtvakuum füllte, nicht gegeben. Doch das ist extrem unwahrscheinlich, wenn man bedenkt, dass in früheren Jahren fast 170 000 US-Soldaten und außergewöhnliche Maßnahmen notwendig waren, um eine ähnliche Situation zu bewältigen, und diese Aufgabe damals nur für einen begrenzten Zeitraum erledigt werden konnte. Obama hatte ohnehin keine Wahl, denn im Status of Forces Agreement (SOFA), das Bush 2008 unterschrieben hatte, stand: „Alle Streitkräfte der Vereinigten Staaten werden spätestens am 31. Dezember 2011 aus dem gesamten irakischen Gebiet abgezogen.“ Dass Obama wieder Truppen in den Irak entsenden konnte, lag daran, dass diese Vereinbarung nach drei Jahren erlosch.

In Afghanistan dauert der andere Krieg, den Obama zu beenden versprach, noch immer an. Entgegen seinen Plänen, bis zum Ende seiner Amtszeit sämtliche US-Soldaten abzuziehen, kündigte Obama im Oktober 2015 an, 5 500 Soldaten im Land zu belassen. Sie sollen sich um die Ausbildung und Ausstattung der afghanischen Truppen kümmern und Terrorabwehroperationen durchführen.

Die Tragödie der Präsidentschaft Obamas liegt darin, dass er seit seinem Amtsantritt eigentlich von den festgefahrenen Kriegen in und um den Nahen Osten abrücken und sich der asiatisch-pazifischen Region zuwenden will, die gute Aussichten auf ein dynamisches Wachstum hat, Handelschancen eröffnet und in der es gilt, China mit seiner expansiven Macht einerseits militärisch einzudämmen und andererseits in die Weltwirtschaft zu locken. Dieser Fokus auf Asien wurde als „Angelpunkt“ oder als Suche nach einem „neuen Gleichgewicht“ bekannt, doch es war Obama, der die Chancen erkannte und schon in seinem Präsidentschaftswahlkampf 2008 thematisierte. Er weiß, dass dort die künftigen Interessen der USA liegen – doch die nicht enden wollenden Krisen der alten Welt lassen ihn einfach nicht los.

 

Begrenzte Interessen, begrenzte Risiken

Während sich die Misere um den IS ausdehnte, brach noch eine weitere Krise aus, diesmal in der Ukraine. Wladimir Putin hatte den ukrainischen Präsidenten Wiktor Janukowytsch mit einem Hilfspaket erpresst, ein Assoziationsabkommen mit der Europäischen Union nicht zu unterschreiben, und in Kiew wurden Bürgerproteste laut. Als Janukowytsch gegen die Demonstranten vorging, weiteten sich die Proteste aus, und er musste schließlich fliehen. Putin reagierte mit der Entsendung russischer Streitkräfte auf die Halbinsel Krim und unterstützte eine Sezessionsbewegung in der Ostukraine.

Obama stimmte schließlich Militärhilfen zu, die aber keine Waffen umfassten, sondern unter anderem Nachtsichtgeräte, Radarausrüstung und die Ausbildung der ukrainischen Nationalgarde. Alles, was darüber hinausging, lehnte er ab. Die Vereinigten Staaten hatten ein Interesse an der Ukraine, aber kein elementares. Nicht ohne Grund hatten zwei seiner Amtsvorgänger erwogen und dann verworfen, der Führung in Kiew einen NATO-Beitritt nahezulegen. Erstens hatten Umfragen ergeben, dass weniger als die Hälfte der Ukrainer eine Mitgliedschaft wünschte. Und zweitens waren die russischen Interessen in der Ukraine, anders als die der Vereinigten Staaten, tatsächlich elementar: Russland und die Ukraine haben eine gemeinsame Grenze und blicken auf eine lange Geschichte zurück; die historischen Gemeinsamkeiten reichen vom Handel über den kulturellen Austausch bis hin zu einem einst gemeinsamen staatlichen Dach. Kein russischer Staatschef würde tatenlos dabei zusehen, wie sich die Ukraine zu weit vom Einflussbereich Moskaus entfernt.

Obama blickt gern zwei oder drei Schritte voraus. (Seinen Kritikern zufolge tut er das, um militärische Maßnahmen zu vermeiden; andere betrachten es als eine Methode der rationalen Entscheidungsfindung.) Moskau könnte und würde es mit sämtlichen Waffen, die der Westen an Kiew liefert, aufnehmen und sie überbieten. Was dann? Wenn die Amerikaner immer mehr Waffen schicken, riskieren sie einen Rüstungswettlauf und eine Eskalation der Gewalt. Tun sie es nicht, verliert der Westen diesen Wettlauf. Obama wäre schwächer, Russland stärker, als wenn er gar keine Waffen geliefert hätte.

Das war Obamas erstes Prinzip in allen Diskussionen zu dieser Krise: Er würde um der Ukraine willen keinen Krieg mit Russland riskieren. In einer Sitzung sagte er: „Wenn ich in Kanada oder Mexiko einmarschieren wollte, könnte niemand viel dagegen ausrichten.“ Dasselbe gilt für Putin und die Ukraine.

Dennoch legt Obama viel Wert auf die Durchsetzung internationaler Grundsätze, und dazu gehört auch die Unantastbarkeit von Grenzen. Er hielt es für notwendig, Russland für seinen Verstoß zu bestrafen; die Frage war nur, wie. Eine militärische Eskalation war in diesem Kontext ein Spiel, das Russland gewinnen würde, doch die Eskalation von Sanktionen war eins, das die Vereinigten Staaten gewinnen konnten, wenn es Obama gelang, Europa bei der Stange zu halten. Das war eine echte Herausforderung, denn viele europäische Länder waren stärker von russischen Energielieferungen abhängig als die USA und mussten daher wirtschaftliche Vergeltungsmaßnahmen Russlands fürchten. Sie lehnten es auch entschieden ab, wegen der Ukraine einen Krieg zu riskieren. Obama wusste daher, dass sie im Falle einer militärischen Eskalation aus der Sanktionsallianz aussteigen würden.

Zumindest bis zum Herbst 2015 ging Obamas Politik auf. Trotz Putins Bemühungen, die transatlantische Allianz zu spalten, halten die Mitglieder an den Sanktionen fest, und auch das im Februar ausgehandelte Waffenstillstandsabkommen hat gehalten. Putins Ziel in der Ukraine ist es mutmaßlich, die Zentralregierung zu schwächen und davon abzuhalten, näher an den Westen zu rücken. Das hat er erreicht. Wenn Obama und die westeuropäischen Länder auf dieser Front hätten zurückschlagen wollen, so hätten ein paar Milliarden Dollar an Wirtschaftshilfen mehr bewirkt als ein paar Hundert Panzerabwehrwaffen. Aber über einen relativ mickrigen Zuschuss des Internationalen Währungsfonds hinaus schien niemand diesen Weg beschreiten zu wollen.

 

Geduld und Pragmatismus

Wie also sieht Obamas Bilanz aus? Der Präsident wurde von außenpolitischen Krisen bestürmt, von der schrumpfenden Macht der USA behindert und von Gegnern im Inland wie auch Verbündeten im Ausland bedrängt, er solle handeln und Führungsstärke beweisen, auch wenn die Probleme unlösbar waren. Er ist an seinen Aufgaben gewachsen, dank seiner instinktiven Behutsamkeit, aber auch als Folge der missglückten Libyen-Intervention. Da seine Worte bisweilen kühner waren als seine Taten, entstand zwischen beiden oft eine unnötige Kluft.

Doch meist hat er sich an der in seiner Nobelpreisrede umrissenen Schablone orientiert und das Gesamtbild im Blick behalten, während sich andere im Gestrüpp des „Kleinklein“ verhedderten. Dass er sich vor unnötigen militärischen Abenteuern gehütet und die militärische Eskalation vermieden hat, war klug. Obama hat sich darüber hinaus in langwierigen diplomatischen Verhandlungsprozessen als erstaunlich geduldig erwiesen, selbst dann, wenn es kaum Hoffnung auf Erfolg gab. Einige dieser Verhandlungen, etwa die israelisch-palästinensischen Friedensgespräche, erbrachten erwartungsgemäß kein Ergebnis, doch andere, etwa die Öffnung zu Kuba und das Atomabkommen mit dem Iran, waren, für viele überraschend, erfolgreich. Erfolge wie Misserfolge entspringen zum Teil dem unerschütterlichen Optimismus John Kerrys, Außenminister in Obamas zweiter Amtszeit. Es darf bezweifelt werden, dass Kerrys verhaltenere Amtsvorgängerin Clinton, ja, dass irgendein früherer Außenminister die Atomgespräche mit dem Iran so lange fortgesetzt hätte, wie Kerry es tat – doch Hillary Clinton hätte auch nicht so viel Zeit und Mühe auf den Versuch verwendet, den zum Scheitern verurteilten Friedensprozess im Nahen Osten in Gang zu bringen.

Kerrys Sicht seiner selbst als Sonderbeauftragter für die hoffnungslosesten diplomatischen Sackgassen dieser Erde hat den einen Nachteil, dass der Rest der Welt ein wenig ängstlich zurückbleibt. Das trifft vor allem auf die Verbündeten der Vereinigten Staaten in Asien zu, allen voran Japan, dessen politische Führung ständiges Händchenhalten erwartet. Kurt Campbell, der in Obamas erster Amtszeit Stellvertretender Außenminister für Ostasien und den Pazifik war, telefonierte täglich mit seinem Amtskollegen in Tokio und empfing dreimal in der Woche den japanischen Botschafter persönlich. Regierungsbeamte, die heute für Asien zuständig sind, sagen, seit Campbell weg ist und Kerry das Außenministerium fast ausschließlich auf hochkarätige Friedensmissionen ausgerichtet hat, fühle sich Tokio völlig im Stich gelassen.

Doch das ist noch lange keine Krise. Als Pekings Marine im Südchinesischen Meer die Muskeln spielen ließ, klammerten sich die Japaner (wie auch Australien und Südkorea) umso enger an Washington, egal, wie frustriert sie zeitweise waren; das ist das eine. Zum anderen zählt in den Beziehungen zwischen den Vereinigten Staaten und Asien schlicht die Präsenz, und auch wenn der stellvertretende Außenminister vielleicht nicht mehr so oft anruft, reisen Obama und Kerry doch zu allen asiatischen Sicherheits- und Wirtschaftsgipfeln. Die Angst davor, im Stich gelassen zu werden, bleibt; sie ist seit Jahrzehnten ein wichtiges Moment, jedenfalls, seit sich die USA unter Richard Nixon aus Vietnam zurückzogen und heimlich Beziehungen zu China aufnahmen. Doch Obamas Schnitzer, die seine Verbündeten im Nahen Osten so ärgern, belasten die Beziehungen zu den ostasiatischen Partnern nicht. Daniel Sneider, stellvertretender Wissenschaftsdirektor am Walter H. Shorenstein Asia-Pacific Research Center der Universität Stanford, hat privat mit Dutzenden politischer und militärischer Führungspersönlichkeiten aus Japan und Südkorea gesprochen. „Ich habe nie auch nur ein Wort über ›die rote Linie‹ in Syrien gehört“, sagt er.

Am 5. April 2015 hielt der Präsident an der American University eine engagierte Rede, in der er das Atomabkommen verteidigte, das er und fünf andere Weltmächte mit dem Iran ausgehandelt hatten. Mehrmals zitierte er Kennedys berühmte Rede an gleicher Stelle im Jahr 1963, in der dieser dazu aufgerufen hatte, die Mentalität des Kalten Krieges hinter sich zu lassen und eine neue Strategie für einen „praktikablen“ und „erreichbaren Frieden“ zu entwickeln, dessen Grundlage „nicht eine plötzliche Revolution der menschlichen Natur, sondern eine graduelle Evolution menschlicher Institutionen“ sei, eine „Abfolge konkreter Taten und wirksamer Abkommen“.

Noch am selben Tag tauschte sich Obama im Weißen Haus am runden Tisch mit zehn Kolumnisten aus. Als ich an der Reihe war, eine Frage zu stellen, sagte ich, Kennedy habe ja seine Rede nach mehreren Krisen gehalten, die ihm gezeigt hätten, dass seine Berater sich nicht selten getäuscht hatten und er stärker seinen eigenen Instinkten vertrauen musste. Was, fragte ich Obama, hatte er aus seinen Krisen gelernt? Was hätte er anders entschieden, wenn er gewusst hätte, was er nun wisse? Er antwortete:

„Ich würde sagen, unverändert geblieben ist meine Ansicht dazu, wie wir Amerikaner unsere Macht einsetzten sollten, und auch meine Haltung, dass wir unsere Macht unterschätzen, wenn wir sie auf die militärische Macht beschränken. ... Ohne Frage schätze ich heute eine Situation deutlich selbstbewusster ein, und wahrscheinlich kann ich schneller um Ecken sehen als bei meinem Amtsantritt. Die Karte bildet nicht immer die Landschaft ab, und man muss sie sozusagen abschreiten, um ein Gefühl dafür zu bekommen.

In Bezug auf Entscheidungen, die ich treffe, glaube ich, ich habe heute ein besseres Gespür dafür, dass militärische Aktionen unerwünschte Folgen haben können. Und bestätigt hat sich meine Überzeugung, dass wir uns ein Urteil meistens auf der Grundlage irgendwelcher Wahrscheinlichkeiten bilden und ... dass es dann immer Komplikationen gibt.

Ich bin somit heute zwar selbstbewusster, aber gleichzeitig auch demütiger. In einer Situation wie dieser (angesichts der Chance eines Atomabkommens mit dem Iran), in der wir ein Ziel erreichen können, die Welt vereint hinter uns steht und wir uns gegen den Fall absichern, dass es nicht funktioniert, wäre es meiner Ansicht nach dumm – ja sogar tragisch –, wenn wir die Gelegenheit nicht nutzten.“ FAM, Fred Kaplan IPG 18

 

 

 

 

Bekämpfung von Fluchtursachen, EU-Länder drücken sich vor Zahlungen

 

Erst im November beschlossen EU-Länder, die Fluchtursachen in afrikanischen Ländern mit Entwicklungszahlungen zu bekämpfen. Davon möchte heute kaum ein Land etwas wissen. EU-Parlamentspräsident Schulz mahnt mehr Solidarität an.

 

Die EU beklagt bei den Maßnahmen zur Bewältigung der Flüchtlingskrise eine mangelnde Hilfsbereitschaft der Mitgliedsländer. Der für Entwicklungspolitik zuständige Kommissar Neven Mimica forderte die Mitgliedsstaaten auf, ihren finanziellen Verpflichtungen nachzukommen. „Wenn wir wirklich etwas erreichen wollen, ist mehr Engagement der Mitgliedstaaten bei den Einzahlungen in den Afrika-Treuhandsfonds und auf anderen Feldern nötig“, sagte Mimica der Die Welt. Für den EU-Nothilfefonds zur Bekämpfung von Fluchtursachen in Afrika hätten die Länder bisher erst 81 Millionen Euro zugesagt.

Die Europäer hatten den Fonds im vergangenen November auf dem EU-Afrika-Gipfel in Valletta in Malta beschlossen. Er soll die Entwicklungszusammenarbeit ergänzen und konkrete Projekte in afrikanischen Ländern finanzieren, beispielsweise zur Berufsausbildung von Jugendlichen, zur Konfliktprävention oder zur Ernährungssicherung. Damit soll der Treuhandfonds dazu beitragen, dass Menschen nicht mehr aus ihrer Heimat fliehen müssen.

Deutschland wehrt sich gegen Vorwurf

„Die EU-Kommission hat 1,8 Milliarden Euro zugesagt, in der Erwartung, dass die Mitgliedstaaten einen ebenso hohen Betrag bereitstellen“, sagte Mimica. Von den 28 EU-Mitgliedsstaaten beteiligen sich bisher 25 Länder, außerdem Norwegen und Schweden. Die höchsten Beiträge kommen laut Mimica aus den Niederlanden (15 Millionen Euro), Italien und Belgien (jeweils zehn Millionen Euro). Deutschland und Frankreich hätten jeweils drei Millionen Euro beigesteuert.

Ein Sprecher des Bundesentwicklungsministeriums wies die Kritik am Donnerstag zurück und sagte, Deutschland komme seinen Verpflichtungen von Valletta eins zu eins nach. Die Länder hätten dort zu keiner Zeit Zusagen über 1,8 Milliarden Euro gemacht, wie sie Mimica nun fordert. Zudem sei Deutschland im Bereich der Fluchtursachenbekämpfung bereits aktiv und stelle beispielsweise 38 Millionen Euro bereit, um in Zusammenarbeit mit der Afrikanischen Union Ernährungs- und Bildungsprojekte in Ländern wie Äthiopien, Kamerun oder dem Sudan zu fördern.

Schulz: Krise wäre keine Krise

Kritik an der Umsetzung der beschlossenen Maßnahmen in der Flüchtlingskrise kommt auch vom Präsidenten des Europäischen Parlaments, Martin Schulz (SPD). „Wir haben gute Vorschläge“, sagte Schulz am Donnerstag in Brüssel. „Noch besser wäre es, wir hätten eine gute Umsetzung.“ Er dringt deshalb auf eine stärkere Zusammenarbeit in der Europäischen Union.

Die Staats- und Regierungschefs hatten im Sommer vergangenen Jahres beschlossen, 160.000 Flüchtlinge, die in Griechenland und Italien ankommen, in andere Länder zu bringen. Laut den jüngsten Zahlen vom Mittwoch wurden jedoch erst 272 Personen tatsächlich umgesiedelt. „Die Flüchtlingsfrage ist eine Solidaritätskrise untereinander“, sagte Schulz. „Die Flüchtlingsfrage wäre keine Krise, wenn sich alle Staaten an der Aufnahme und Verteilung beteiligen würden“, unterstrich der EU-Parlamentspräsident.

Özdemir fordert „Flüchtlings-Soli“ für Verweigererländer

Der Grünen-Vorsitzende Cem Özdemir schlägt einen „Flüchtlings-Soli“ vor. „Entweder ein EU-Staat nimmt Flüchtlinge auf oder er muss einen Obolus bezahlen“, sagte Özdemir dem Bonner General-Anzeiger. EU-Staaten, die nicht bereit seien, Flüchtlinge aufzunehmen, müssten dann in eine Umlage einzahlen und sich so an den Kosten jener Länder beteiligen, die zusätzlich Flüchtlinge aufnehmen, forderte der Grünen-Politiker.

„Es kann nicht sein, dass alle Partnerstaaten gerne in Fördertöpfe greifen, einige Staaten sich aber verweigern, wenn es um Solidarität bei der Flüchtlingsaufnahme geht“, kritisierte Özdemir. Der Parteichef erklärte zugleich, dass Deutschland „nicht jedes Jahr eine Million Flüchtlinge aufnehmen“ könne. „Das war ein außergewöhnlicher Kraftakt, den darf man auch nicht klein reden.“ Integration sei „hoch anstrengend für alle Beteiligten“.

Schäuble schlägt europaweite Benzin-Abgabe vor

Nach Vorstellung von Bundesfinanzminister Wolfgang Schäuble (CDU) können Autofahrer mit einer Sonderabgabe auf Benzin zur Deckung der Kosten des Flüchtlingszuzugs beitragen. Wenn die Mittel in den nationalen Haushalten und im EU-Etat nicht ausreichten, könnten die EU-Mitgliedsstaaten vereinbaren, auf jeden Liter Benzin eine Abgabe zu erheben, sagte Schäuble der Süddeutschen Zeitung.

Um die Flüchtlingssituation einzudämmen, dürfe keine Anstrengung gescheut werden, sagte der CDU-Politiker. „Warum sollen wir das nicht europäisch verabreden, wenn die Aufgabe so dringend ist? Wir müssen die Schengen-Außengrenzen jetzt sichern. Die Lösung dieser Probleme darf nicht an einer Begrenzung von Mitteln scheitern“, unterstrich Schäuble. (epd/mig 18)

 

 

 

 

 

Druck auf Polen? Sechs Osteuropa-Expertinnen und -Experten nehmen Stellung.

 

Die Polen haben der Partei Recht und Gerechtigkeit (PiS) die Regierungsverantwortung übertragen. Das ist Sache der Polen, zumal sie wussten, worauf sie sich einlassen. Im Weltbild von Jaros?aw Kaczy?ski und seiner Partei gibt es nur Freund oder Feind. Diesen Begriff des Politischen haben sie mit allen Feinden der offenen Gesellschaft gemeinsam. Sie sind autoritär, antiliberal, antipluralistisch und haben allenfalls ein instrumentelles Verständnis von Recht.

Es ist kein Zufall, dass sich die PiS zuerst gegen zwei Schlüsselinstitutionen des freiheitlichen Rechtsstaats wendet: das Verfassungsgericht und den öffentlich-rechtlichen Rundfunk. Der als „Verfahrensreform“ kaschierte Angriff auf das höchste Gericht ist ein Angriff auf dessen Unabhängigkeit und damit auf das Prinzip der Gewaltenteilung. Das verletzt die Grundlagen der europäischen Ordnung. Polen als Mitglied der EU und des Europarats hat Rechtsstaatlichkeit und Gewaltenteilung zu garantieren. Insofern ist es die Pflicht der EU zu intervenieren – bis hin zum möglichen Entzug des Stimmrechts im Ministerrat.

Doch so weit wird es nicht kommen. Brüssels Schritt hat in der PiS-Regierung bereits erhebliche Wirkung erzielt. Für alle Europäer ist es ein Signal, dass Rechtsstaatlichkeit nicht zur Disposition steht. Die Auseinandersetzung mit der PiS und den anderen Feinden der Offenen Gesellschaft geht uns alle an. Sind wir selbst bereit, die Freiheit der Medien und die Unabhängigkeit des Rechts im Dialog und Konflikt zu verteidigen? Darum geht’s!

 

Sabine Adler, Osteuropa-Korrespondentin des Deutschlandfunks

Es ist immer der Bote, dem bei schlechten Nachrichten der Kopf abgeschlagen wird. Der Präsident des Europäischen Parlaments, Martin Schulz, hatte die Reformen der neuen Warschauer Regierung als Veränderungen mit „Staatsstreich-Charakter“ kritisiert, als „gelenkte Demokratie nach Putins Art“. Der Vergleich tut weh, umso mehr, als dass vielen Polen Russland als Erzfeind gilt.

Doch Polens Gewaltenteilung ist bedroht. Die dafür wichtigste Institution, das polnische Verfassungsgericht, soll kaltgestellt werden, Richter und Staatsanwälte sollen vom Justizminister an die Kandare genommen, die öffentlich-rechtlichen und später womöglich auch die privaten Medien auf Linie gebracht werden. Wann, wenn nicht in einem solchen Fall sollte Brüssel aktiv werden? Es stimmt: Auch von der Regierung Tusk und auch in anderen EU-Ländern wurde und wird Macht missbraucht.

Und doch ist das nichts im Vergleich zu dem, was derzeit in Polen geschieht. Die Gesellschaft hat sich in wenigen Wochen grundlegend gewandelt. Die Partei Recht und Gerechtigkeit (PiS) mit ihrer absoluten Mehrheit in Sejm und Senat macht Angst. Sie teilt die Gesellschaft – wie der russische Präsident Wladimir Putin – nur noch in Freund und Feind. In dieser Polarisierung hat sich das politische Klima in kürzester Zeit auf eine Weise vergiftet, dass Freundeskreise, ja Familien bereits zutiefst zerstritten sind. Die PiS mit ihrem problematischen Vorsitzenden macht sich dessen zänkisches Naturell zu eigen, dessen Schwarz-Weiß-Denken, in dem Kompromisse als Niederlagen gelten. Brüssel wird mit Moskau zu kommunistischen Zeiten gleichgesetzt, die EU als von Deutschland dominiert betrachtet, die Achse Berlin-Moskau als ständige Bedrohung angesehen. Präsident Andrzej Dudas erster Besuch ging in die estnische Hauptstadt Tallinn, am Jahrestag des Hitler-Stalin-Paktes.

Die EU muss so oft als Blitzableiter herhalten. Die demokratischen Kräfte Polens haben Brüssels Solidarität verdient, aber nicht Polemik und Propaganda. Die liefert die PiS schon mehr als genug.

 

Dietmar Nietan, MdB, Vorstandsvorsitzender der Deutsch-Polnischen Gesellschaft

Der nun gegenüber Polen aktivierte erste Schritt des EU-Rahmens zum Schutz des Rechtsstaatsprinzips dient der Analyse und dem vertraulichen Dialog, keineswegs der Diffamierung oder Sanktionierung. Es ist richtig, dass die Europäische Union die Rechtsstaatlichkeit in ihren Mitgliedstaaten schützt und dabei auf Dialog setzt. Denn die konstruktive Auseinandersetzung auf EU-Ebene ist am ehesten dazu geeignet, Lösungen zu finden. Das europäische Vorgehen stärkt zudem jenen den Rücken, die sich innerhalb Polens gegen das Vorgehen der Regierung bei der Neubesetzung des Verfassungsgerichts und der Mediengesetzgebung aussprechen.

Eine deutsch-polnische Debatte über die politischen Entwicklungen in Polen anzuheizen, ist jedenfalls nicht sinnvoll. Auch im bilateralen Verhältnis besteht die Notwendigkeit von Analyse und Dialog. Berechtigte Kritik soll nicht ausbleiben, sie sollte jedoch immer auch mit Zuhören sowie dem ernstgemeinten Versuch des Verstehens der anderen Seite einhergehen und besonnen vorgetragen werden. Miteinander reden hilft eigentlich fast immer – allemal bei einem EU-Partner und Nachbarland.

 

Reinhard Krumm, Leiter des Referats Mittel- und Osteuropa der Friedrich-Ebert-Stiftung

Die polnische Regierung hat den Zorn der EU auf sich gezogen. Denn die Unabhängigkeit des Verfassungsgerichts soll ebenso eingeschränkt werden wie die der öffentlich-rechtlichen Medien. Um die Verpflichtung zur Rechtsstaatlichkeit auch in Polen durchzusetzen, hat die Europäische Union zum ersten Mal ein Prüfverfahren eingeleitet. Schlimmstenfalls könnten Sanktionen verhängt werden. Warschau kooperiert zähneknirschend.

Sinnvoll wäre freilich, die Entscheidungsgründe der demokratisch gewählten Regierung in Warschau zu untersuchen. Es scheint, als ob Polen von den europäischen und nationalen Herausforderungen überwältigt ist. Da steht Polen nicht allein da. Eine zunächst erfolgreiche wirtschaftliche Transformation ist an ihre Grenzen gestoßen: hohe Jugendarbeitslosigkeit und kein überzeugendes Wirtschaftsmodell für die Zukunft.

Zudem ist diese Schocktherapie nicht mit einer Diskussion über Polens Rolle im 21. Jahrhundert einhergegangen. Die negative Agenda ist bekannt, gegen Kommunismus und Russland. Aber wo ist die positive, die nationale und europäische Interessen in Einklang bringt? Die Vorgängerregierungen haben damit zwar begonnen, doch ist der Prozess keineswegs abgeschlossen.

Deshalb kann eine Prüfung aus Brüssel nur ein Teil der Antwort sein. Notwendig sind bilaterale Gespräche der europäischen Regierungschefs sowie Diskussionen der Zivilgesellschaften, um Polen erneut die wirtschaftlichen und sicherheitspolitischen Vorteile der EU-Integration auf Grundlage gemeinsamer Werte aufzuzeigen. Schließlich und endlich sind die polnischen Bürgerinnen und Bürger für den Kurs ihre Regierung verantwortlich, mit dem Ziel, dass Warschau eine verantwortungsvolle Rolle in Europa übernimmt.

 

Gabriele Lesser, Polen-Korrespondentin der taz in Berlin

Der Ton macht die Musik. Das Wort vom „europäischen Druck auf Polen“ sollte ganz schnell wieder in der Mottenkiste verschwinden. Die Kritik zielt ja auch weder auf den polnischen Staat ab noch auf die polnische Nation, sondern auf eine einzige Partei: die rechtsnationale Recht und Gerechtigkeit (PiS) und deren Vorsitzenden Jaros?aw Kaczy?ski. Es ist erschreckend, dass sich so viele Politikerinnen und Politiker in Polen, darunter der polnische Präsident und die Ministerpräsidentin, zu Handlangern dieses machtbesessenen und rachsüchtigen Politikers machen lassen. Selbst EU-Ratspräsident Donald Tusk, dessen Vertragsverlängerung auf dem EU-Posten auch von der Empfehlung der polnischen Regierung abhängt, lässt sich immer öfter vor den PiS-Karren spannen.

Die Mitgliedstaaten der EU sind in den letzten Jahren zusammengerückt. Aus dem gemeinsamen Haus mit den abschließbaren Wohnungen ist eine großzügige Wohngemeinschaft geworden. Die Türen stehen grundsätzlich offen. Die Mitbewohner vertrauen sich gegenseitig. Ein gemeinsam beschlossenes Regelwerk ermöglicht ein halbwegs harmonisches Zusammenleben. Meint jemand, er könnte dieses gemeinsame Regelwerk zerstören, die Demokratie in seinem Land abbauen und ein autokratisches System ohne Gewaltenteilung und Pressefreiheit etablieren, müssen die Mitbewohner, sprich die anderen EU-Staaten, eingreifen.

Gespräche sind gut, je mehr, desto besser, aber auch strukturierte Verfahren mit Fragebögen, Inspektionen vor Ort und Fortschrittsberichten. Da die PiS-Politiker permanent die Nazi-Keule schwingen und Berlin den Schwarzen Peter für die selbstgeschaffenen Probleme Polens in der EU zuschieben, wäre es gut, wenn vor allem Politiker anderer Mitgliedstaaten das Wort ergriffen. Die Nazi-Keule aber selbst zu schwingen, nur weil der Präsident des Europäischen Parlaments, Martin Schulz, von einer „Putinisierung“ der Politik Polens durch die PiS und insbesondere Kaczy?ski sprach, ist kontraproduktiv und nur Wasser auf den Mühlen der PiS. Wer eine Änderung erreichen will, muss in einer Sprache sprechen, die die andere Seite auch versteht. „Putinisierung“ ist ein Wort, das in der polnischen Diskussion immer wieder auftaucht und das – von einem Ausländer gesprochen – große Wirkmacht entwickeln kann.

 

Piotr Buras, Leiter des Warschauer Büros des European Council on Foreign Relations

Ob die Rechtsstaatlichkeit in Polen letztlich triumphiert, hängt vor allem von den Polen selbst ab. Die Mittel, die der EU zur Durchsetzung ihrer Prinzipien zur Verfügung stehen, sind mehr als bescheiden – zumal, wenn man sie mit den Anforderungen vergleicht, die die EU bei der Aufnahme ihrer Mitglieder stellt. Diese Schwäche ist bekannt und gewollt. Kein Staat will sich einer externen Aufsicht oder gar Einflussnahme ausliefern. Und doch ist der Rechtsstaatlichkeitsmechanismus, zu dem sich die Kommission 2014 selbst befähigte und der nun auf Polen angewandt wird, keine Anmaßung. Er ist ein (ziemlich zahnloses) Instrument eines strukturierten Dialogs, wenn sich – wie heute – die Anzeichen einer Verletzung des Rechtsstaats (und damit des EU-Fundaments) häufen.

Heute ist es wichtig, der polnischen Regierung und Gesellschaft zu vermitteln, dass eine europäische Diskussion (und Kritik) über die Rechtsstaatlichkeit in Polen eben keine illegitime Einmischung ist, sondern ein Teil der europäischen Öffentlichkeit. Damit dies gelingt und die Diskussion über Polen mehr Nutzen als Schaden bringt, müssen auch hier bestimmte Regeln beachtet werden.

Erstens, eine Kritik von außen, die gezielt zu- beziehungsweise überspitzt, wie Martin Schulz mit der „Demokratie nach Putins Art“ oder dem „Staatstreich“, geht meistens nach hinten los. Sie beraubt der Kritiker und der von ihnen repräsentierten Institutionen, der für ihr Handeln notwendigen Glaubwürdigkeit. Und sie stärkt ausschließlich die Argumentation jener, die sich jeglicher Kritik widersetzen. Zweitens, die Kritik muss differenzieren können. Nicht alles gehört in den Gesamtkorb „Gefahr für die Demokratie“. Zum Beispiel: ist das neue Gesetz über die Funktionsweise des Verfassungsgerichts ein Verstoß gegen die Unabhängigkeit und Arbeitsfähigkeit dieser Institution, so ist die Neuordnung der öffentlichen Medien (so umstritten und unschön sie sein könnte) nicht die gleiche Nummer. Vor allem ausländische Kommentatoren sollten sich vor Schnellschüssen hüten.

Drittens, zur Glaubwürdigkeit gehört auch, dass man die Vergangenheit nicht beschönigt, um die Gegenwart im noch schlimmeren Lichte erscheinen zu lassen. Ja, es gab Missstände in Polen in den letzten Jahren, die zwar nichts rechtfertigen, die aber die Temperatur des Konflikts und das weite Ausschlagen des Pendels heute erklären können. Viertens, es ist einfach, mit Verlaub, dumm, aus der heutigen Situation in Polen, den Schluss zu ziehen, es wäre seinerzeit besser gewesen, die EU-Osterweiterung einfach nicht geschehen zu lassen. Polen mag heute in der Post-Transformations-Krise stecken. Es hat aber, auch dank der EU, die Chancen der Transformation gut genutzt und war lange ein wichtiger Stabilitätsanker in Mittel- und Osteuropa. Es ist im Interesse der EU, dass Polen schnell wieder zu dieser Rolle zurückkehrt. Die neu-alten Trennlinien wieder zu beschwören, hat wenig Sinn. Manfred Sapper, Chefredakteur der Zeitschrift Osteuropa, IPG 19

 

 

 

 

EuGH-Präsident. Obergrenze für Asylbewerber rechtlich nicht möglich

 

Eine Obergrenze bei der Aufnahme von Flüchtlingen wird immer wieder gefordert. Dabei ist gemeinhin bekannt, dass das juristisch nicht machbar ist. Nun hat sich der Präsident des Europäischen Gerichtshofs zu Wort gemeldet.

 

Der Präsident des Europäischen Gerichtshofs (EuGH), Koen Lenaerts, hat starke rechtliche Bedenken gegen eine Flüchtlings-Obergrenze. „Man muss folgendes beachten: Immer wenn jemand asylberechtigt ist, hat er nach dem Unionsrecht das Anrecht darauf, als Flüchtling anerkannt zu werden“, sagte Lenaerts der Neuen Osnabrücker Zeitung. „Das ist schwer vereinbar mit irgendeiner Zahl oder Obergrenze.“ Eine Obergrenze für die Aufnahme von Asylbewerbern wird vor allem von der CSU gefordert.

Lenaerts geht davon aus, dass die EU-Staaten die Flüchtlingskrise lösen werden: „Ich glaube, dass die derzeitigen Probleme überwindbar sind.“ Die EU werde daran nicht zerbrechen, sondern diese Krise meistern, wie sie schon zahlreiche Krisen zuvor gemeistert habe, sagte der Belgier, der dem Gerichtshof in Luxemburg seit dem vergangenen Oktober vorsteht.

Der Jurist erinnerte daran, dass die EU immer strikt gemäß der Genfer Flüchtlingskonvention handeln müsse. So müssten alle EU-Länder gemeinsame Mindest-Standards bei der Unterbringung von Flüchtlingen einhalten, solange sie den Asylantrag einer Person prüfen. (epd/mig 19)

 

 

 

 

Rücknahme von Flüchtlingen: Gabriel droht Marokko und Algerien

 

In der Debatte um Flüchtlinge aus Nordafrika ermahnt SPD-Chef Sigmar Gabriel die Herkunftsstaaten zur Rücknahme abgelehnter Asylbewerber: Gabriel droht unter anderem mit einer Kürzung der Entwicklungshilfe.

Vizekanzler Sigmar Gabriel macht Druck auf mehrere Staaten Nordafrikas. Deutschland sei nur dann bereit, in diesen Ländern wirtschaftlich zu helfen, wenn diese ihre Bürger wieder einreisen ließen, "die bei uns kein Asylrecht haben", sagte Gabriel in den ARD-"Tagesthemen". "Es kann nicht sein, dass man die Entwicklungshilfe nimmt, aber die eigenen Bürger nicht (...)", sagte der SPD-Chef.

Die Bundesregierung will dafür sorgen, dass angesichts der steigenden Flüchtlingszahlen aus Algerien und Marokko die Asylanträge von Menschen aus diesen Ländern vorrangig geprüft werden. Insbesondere aus der Union kommen Forderungen, Algerien und Marokko zu sicheren Herkunftsländern zu erklären.

Der Grünen-Vorsitzende Cem Özdemir wies dies zurück. Dies ändere "nichts am eigentlichen Problem, nämlich der Weigerung der Herkunftsstaaten, ihre Staatsbürger aufzunehmen", sagte Özdemir den Zeitungen den Funke-Mediengruppe am Montag. Der Grünen-Chef forderte mehr Einsatz Deutschlands und der EU für die Verbesserung der demokratischen und wirtschaftlichen Lage in den nordafrikanischen Ländern. Er forderte die Organisation einer "Nordafrika-Konferenz".

In der Debatte über eine Begrenzung der Flüchtlingszahlen sagte Vizekanzler Gabriel in den "Tagesthemen": "Wir müssen es schaffen in diesem Jahr, die Geschwindigkeit der Zuwanderung von Flüchtlingen zu reduzieren, weil wir sonst eine gute Integration nicht hinkriegen." Vor allem müssten die Außengrenzen der EU besser gesichert werden, "damit wir zu Kontingentübernahmen kommen von Flüchtlingen und wegkommen von der sozusagen sehr chaotischen Form der Zuwanderung."

Eine Schließung der Grenze zu Österreich lehnte Gabriel ab. Grenzschließungen innerhalb der EU verhinderten nicht die Ankunft weiterer Flüchtlinge. Zudem habe so ein Vorgehen wirtschaftliche Konsequenzen.

Barley: Brauchen Rücknahmeabkommen

Die neue SPD-Generalsekretärin Katarina Barley fordert funktionierende Abkommen zur Rücknahme von Flüchtlingen mit Algerien und Marokko gefordert. Mit Algerien gebe es bereits ein Rücknahmeabkommen, das aber nicht funktioniere. Mit Marokko sei noch keins abgeschlossen worden.

Sie verwies auf die Praxis mit Ländern des Westbalkans. Mit diesen seien Abkommen vereinbart worden und die Zuzugszahlen seien unter anderem deswegen massiv gesunken. Dies müsse auch schnell mit Algerien und Marokko passieren.

Natürlich müsse man auch Sanktionen in Aussicht stellen, wenn sich Länder kontinuierlich weigerten, Flüchtlinge zurückzunehmen, sagte Barley im Deutschlandfunk. Es gebe mehrere Tausend Ausreisepflichtige aus diesen Ländern.

Entwicklungsminister lehnt Gabriels Vorschläge ab

Entwicklungsminister Gerd Müller kritisiert Gabriels Drohung, die Entwicklungshilfe etlicher Länder in Frage zu stellen. "Dieser Vorschlag ist nicht zielführend", sagte Müller bereits in der vergangenen Woche.

"Wenn wir Staaten die Nahrungsmittelhilfe streichen, werden nur noch mehr Flüchtlinge nach Deutschland kommen. Wir müssen mehr tun und nicht weniger."

Stoiber fordert komplette Grenzschließung

Der frühere bayerische Ministerpräsident Edmund Stoiber forderte dagegen in der "Süddeutschen Zeitung" vom Montag eine komplette Schließung der deutsch-österreichischen Grenze. Dies sei der "einzige Weg", um die anderen europäischen Länder dazu zu bringen, das Flüchtlingsproblem gemeinsam zu lösen. Der ehemalige CSU-Chef stellte Merkel ein Ultimatum. Sie habe "maximal bis Ende März" Zeit, um ihre Ankündigung, die Zahl der Flüchtlinge zu verringern, umzusetzen.

Tillich: Haben längst "Parallelgesellschaften" zugelassen

Auch Sachsens Ministerpräsident Stanislas Tillich (CDU) forderte eine massive Begrenzung der Flüchtlingszahlen. "Wir werden nicht noch mal die Zahl von 2015 verkraften können", sagte er der "Welt" vom Montag. Deutschland habe "längst Parallelgesellschaften zugelassen". Tillich forderte, Flüchtlinge an den deutschen Grenzen notfalls abzuweisen. "Wenn die EU ihre Außengrenzen nicht schützen kann, muss Deutschland seine nationalen Grenzen schützen."

Gabriel forderte am Sonntag bei der SPD-Vorstandsklausur, die Zahl der zuziehenden Flüchtlinge bis Frühjahr zu begrenzen. Bis dahin müsse es ein "wirksames Abkommen" mit dem Haupttransitland Türkei geben.

Der griechische Präsident Prokopis Pavlopoulos warf der Türkei vor, mit kriminellen Schleusern gemeinsame Sache zu machen. "Ich hege die starke Befürchtung, dass die türkischen Menschenschmuggler Unterstützung von den Behörden bekommen", sagte er der "Süddeutschen Zeitung". "Wir haben Beweise dafür."

Das Geschäft der Menschenhändler sei "eine Art Sklavenhandel". Der griechische Staatspräsident, der am Montag in Berlin erwartet wird, lobte Merkels Kurs in der Flüchtlingspolitik als "tapfer". EA/AFP, dsa 18

 

 

 

 

Bundesregierung. Europäische Lösung nötig. Flüchtlingszahlen spürbar senken

 

Die Bundesregierung will die Flüchtlingszahlen "dauerhaft und spürbar" senken: Das erklärte Regierungssprecher Seibert am Montag. Notwendig sei eine europäische Lösung. Sowohl die Sicherung der EU-Außengrenzen, als auch die Einrichtung von Hotspots sowie Rückführungen würden intensiv vorangetrieben.

 

"Wir wollen einerseits die Integration derjenigen, die hier im Lande sind und die berechtigt sind, hier im Lande zu sein, voranbringen. Wir wollen andererseits schneller und zahlreicher diejenigen zur Ausreise bringen, die hier kein Aufenthaltsrecht haben", sagte Regierungssprecher Steffen Seibert bei der Regierungspressekonferenz am Montag.

Erneut betonte Seibert das Ziel der Bundesregierung, die Flüchtlingszahlen "dauerhaft und spürbar" zu senken. Zwar seien die Flüchtlingszahlen deutlich niedriger als vor einigen Wochen und Monaten, dies reiche "aber bei Weitem nicht aus". "Wir haben bereits jetzt mehr Ordnung im System und

trotzdem muss noch weiter an dieser Agenda gearbeitet werden", so Seibert.

Nationale, europäische und internationale Anstrengungen

Auch Außenminister Frank-Walter Steinmeier unterstrich in einem Interview mit der Frankfurter Allgemeinen Zeitung am Samstag das laufende Engagement der Bundesregierung:  "Wir müssen die Flüchtlingszahlen verringern. Eine Million Flüchtlinge in einem Jahr kann unser Land verkraften, aber dauerhaft in jedem Jahr geht das nicht. Deshalb haben wir ja zwei Asylpakete vorgelegt. Eines

ist vom Bundestag beschlossen. Das andere kommt in Kürze."

Zuletzt hatte Kanzlerin Angela Merkel in ihrer Neujahrsansprache betont, dass auf allen Ebenen an der Lösung der Flüchtlingsfrage gearbeitet werde: "National, in Europa und international arbeiten wir daran, den Schutz der europäischen Außengrenzen zu verbessern, aus illegaler Migration legale zu machen, die Fluchtursachen zu bekämpfen und so die Zahl der Flüchtlinge nachhaltig und dauerhaft spürbar zu verringern."

Rückführungen intensivieren

Im Hinblick auf eine beschleunigte Rückführung von Flüchtlingen aus den Maghreb-Staaten stellte Regierungssprecher Seibert bereits in der Regierungspressekonferenz vergangenen Freitag klar, dass auch Flüchtlinge aus nordafrikanischen Staaten, die kein Aufenthaltsrecht haben, Deutschland

verlassen müssen:  "Wir haben mit Algerien ein Rückführungsabkommen. Das heißt, auf dem Papier ist alles geregelt. In der Praxis erweist es sich in einzelnen Fällen als durchaus problematisch, und darüber, dass die Praxis der Vertragslage angepasst wird, muss geredet werden."

Zum heutigen Maghreb gehören die durch das gleichnamige Gebirge verbundenen Länder Marokko, Algerien und Tunesien als Kernräume.

Ergänzend führte der Sprecher des Auswärtigen Amtes, Martin Schäfer, aus, dass allein das Aushandeln von Rücknahmeabkommen nicht ausreichend sei. Es gebe eine Vielzahl von Möglichkeiten, "solche grundsätzlichen politischen Vereinbarungen in der Praxis zu erschweren oder gar unmöglich zu machen".

Gespräche mit Maghreb-Staaten und Westbalkan

Bundesinnenminister Thomas de Maizière und Außenminister Steinmeier arbeiteten gemeinsam daran, die "bürokratischen Probleme" zu bewältigen. Ziel sei es, zunächst mit dem westlichen Balkan, aber auch in Nordafrika zu vereinbaren, dass es sogenannte EU-Laissez-Passer gibt, sagte Schäfer.

"Laissez-Passer-Papiere" sind durch die europäische Union ausgestellte Standard-Reisedokumente für die Rückkehr von Ausländern ohne Reisedokumente in ihre Heimatländer. Ein solcher Passersatz ermöglicht die freiwillige Ausreise in Heimatländer, die den Passersatz anerkennen.

"Das ist das sprichwörtliche dicke Brett, das da gebohrt werden muss. Das geschieht nicht erst seit gestern und auch nicht erst seit dem letzten Jahr, sondern das geschieht seit vielen Jahren und ist mühsam. Ich kann Ihnen versichern: Der Außen- und der Innenminister gehen das mit großem Engagement an, auch in den persönlichen Gesprächen, die sie mit diesen Ländern führen", so Schäfer. Pib 19

 

 

 

 

 

Obergrenze. Koalitionsparteien streiten über Flüchtlingspolitik

 

Der Druck auf Bundeskanzlerin Merkel in der Flüchtlingspolitik wächst. CSU-Chef Seehofer droht mit einer Verfassungsklage gegen die Bundesregierung. Selbst die sogenannten Sozialdemokraten verlangen ein Ende der „chaotischen Zuwanderung“. Bundesinnenminister de Maizière prüft derweil schnellere Abschiebungen von Nordafrikanern.

 

Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) gerät mit ihrem Kurs in der Flüchtlingspolitik innerhalb der Regierungskoalition zunehmend unter Druck. CSU-Chef Horst Seehofer drohte mit einer Verfassungsklage, falls die Bundesregierung nicht wieder „rechtlich geordnete Verhältnisse“ an den Grenzen herstelle. SPD-Chef Sigmar Gabriel verlangte ein Ende der „chaotischen Zuwanderung“. Zugleich sprach sich der Vizekanzler wegen des Flüchtlingszuzugs für Milliarden-Investitionen für den sozialen Zusammenhalt aus.

Angesichts von 1,1 Millionen Flüchtlingen, die im vergangenen Jahr nach Deutschland kamen, wächst der Druck auf die Kanzlerin, eine spürbare Verringerung des Zuzugs zu erreichen. Wenn die Maßnahmen im Frühjahr nicht wirkten, „bewegen wir uns auf Zahlen zu, die schwierig werden“, sagte Vizekanzler Gabriel den Zeitungen der Funke Mediengruppe.

Gabriel fordert feste Kontingente

Er rate „uns allen, diese Grenze, die das Land aufzunehmen in der Lage ist, nicht auszutesten“, sagte der SPD-Vorsitzende. Deutschland könne zwar deutlich mehr als die von Seehofer genannten 200.000 Flüchtlinge im Jahr aufnehmen. Das Kontingent müsse aber deutlich unter den Zahlen des vergangenen Jahres liegen.

„Wir müssen von einer chaotischen zu einer planbaren Zuwanderung kommen“, forderte Gabriel. Deutschland müsse „feste Kontingente“ für die Aufnahme von Flüchtlingen einführen. Zugleich seien bessere Grenzkontrollen nötig. Zur Gewährleistung des sozialen Zusammenhalts schlug der Vizekanzler und Bundeswirtschaftsminister massive Investitionen für Schulen, Kindergärten und den sozialen Wohnungsbau vor. „Wir brauchen ein richtig großes Paket für gesellschaftlichen Zusammenhalt in der Größenordnung von fünf Milliarden Euro pro Jahr“, sagte Gabriel.

Seehofer droht mit Verfassungsklage

Der bayerische Ministerpräsident Seehofer stellte erneut eine Verfassungsklage gegen die Bundesregierung in Aussicht, falls diese an den Grenzen nicht wieder „rechtlich geordnete Verhältnisse“ herstelle. „Wenn sie das nicht tut, wird der Staatsregierung gar nichts anderes übrig bleiben, als vor dem Bundesverfassungsgericht zu klagen“, sagte der CSU-Chef dem Nachrichtenmagazin Der Spiegel.

CSU-Generalsekretär Andreas Scheuer sagte dem Boulevardblatt Bild am Sonntag: „Wir wollen schnellstens eine Lösung. Europa ist dazu gemeinsam nicht fähig. Wir haben immensen Zeitdruck. Die Begrenzung muss jetzt erfolgen.“

Auch in Merkels eigener Partei wird die Kritik am Kurs der Kanzlerin schärfer. „Wir sehen, dass der jetzige Kurs uns ins Unglück stürzen kann“, sagte die CDU-Abgeordnete Erika Steinbach der Bild am Sonntag. Wenn Merkel jetzt nicht umkehre, „dann trägt sie dazu bei, die Demokratie in ihren Grundfesten zu erschüttern“, sagte Steinbach. Ihr Kollege Klaus-Peter Willsch forderte: „Wir müssen die Einwanderungspolitik ändern. Es würden sich viele freuen, wenn das mit Angela Merkel möglich ist.“

Unterstützung aus eigenen Reihen

Unterstützung erhielt Merkel von Bundesfinanzminister Wolfgang Schäuble und Verteidigungsministerin Ursula von der Leyen (beide CDU). „Ich unterstütze aus voller Überzeugung das, was die Kanzlerin sagt: Wir müssen das Problem an den Außengrenzen lösen“, sagte Schäuble der Süddeutschen Zeitung. „Nicht jeder, der will, kann nach Europa kommen“, bekräftigte der Finanzminister.

Die Verteidigungsministerin sagte dem Boulevardblatt Bild, Merkels Kurs sei „auf Dauer der einzig tragfähige Weg“. Zugleich mahnte sie mehr Tempo bei der Bewältigung der Flüchtlingskrise an. „Wir müssen schneller werden“, sagte sie. Das gelte unter anderem für die Sicherung der EU-Außengrenzen und für die Asylverfahren.

Auch Unions-Fraktionschef Volker Kauder (CDU) forderte europäische Lösungen und warnte vor einer Schließung der Grenzen. „Eine Schließung der Grenzen hätte schwerwiegende Folgen: humanitäre, europapolitische und wirtschaftliche“, sagte Kauder der Neuen Osnabrücker Zeitung. Klar sei aber, dass die Zahl der Flüchtlinge sich spürbar reduzieren müsse.

De Maizière will Asylbewerber aus Nordafrika schneller abschieben

Derweil sucht Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) Medienberichten zufolge nach Wegen, um Asylbewerber aus Marokko, Algerien und Tunesien schneller abzuschieben. Nach Informationen der Funke Mediengruppe prüft der CDU-Politiker, das Bundesamt für Migration und Flüchtlinge (BAMF) anzuweisen, die Anträge aus den drei nordafrikanischen Staaten vorrangig zu bearbeiten.

Davon erhoffe sich de Maizière eine schnelle Antwort auf die steigenden Asylbewerberzahlen aus dieser Region. Nach Angaben des Bundesinnenministeriums wurden im Dezember über das Asyl-Erfassungssystem der Länder 2.296 Algerier und 2.896 Marokkaner registriert. Ein halbes Jahr zuvor, im Juni, waren es nur 847 Menschen aus Algerien und 368 aus Marokko.

Asylantragsteller aus diesen nordafrikanischen Ländern haben in der Regel keinen Schutzanspruch in Deutschland. Allerdings ist es oftmals schwer, die Asylbewerber wieder in ihr Land zurückzuschicken. In der Praxis scheitern Abschiebungen beispielsweise an fehlenden Dokumenten oder der mangelnden Bereitschaft der Herkunftsländer. (epd/mig 18)

 

 

 

 

Freie Schulwahl. Migrantenkinder bleiben zunehmend unter sich

 

Seit Jahren warnen Experten, ohne dass die Politik reagiert. Jetzt zeigt eine NRW-Studie: eine freie Wahl der Grundschule verschärft die Trennung von Schülern mit und ohne Migrationshintergrund. Die Kinder bleiben zunehmend unter sich.

Formularende

Können Eltern die Grundschulen für ihre Kinder wählen, bleiben benachteiligte Schüler einer Studie zufolge oft zurück. Gilt die ursprünglich zuständige Grundschule als sozial benachteiligt, meldeten sozial besser gestellte Eltern ihre Kinder oftmals an anderen Schulen an, erklärte die Bertelsmann Stiftung am Samstag in Gütersloh. Eltern mit niedrigem Bildungsstatus und mit Migrationshintergrund wählten hingegen häufig die nahe gelegene Grundschule.

Eine Studie aus dem Jahre 2012 warnte bereits vor den Folgen der freien Schulwahl. Dadurch werde die Segregation verschärft, erklärten Experten des SVR-Forschungsbereichs. Dabei würden vor allem Schulen mit hohem Migrantenanteil gemieden.

Einwanderer bleiben, Mittelstand zieht weg

Bislang ist die freie Schulwahl nach Angaben der Stiftung nur im Bundesland Nordrhein-Westfalen flächendeckend möglich. Für die Stiftung wertete die Ruhr-Universität Bochum Daten von rund 4.000 Schüler im nordrhein-westfälischen Mülheim aus den Jahren 2008 bis 2012 aus.

Eltern von Einwandererfamilien oder niedriger Bildung seien weniger mobil und blieben daher häufig in ihren Wohnbezirken, heißt es in der Studie. Am häufigsten wählten Eltern mit mittlerem Sozialstatus für ihre Kinder eine andere Schule. Eltern mit hohem Sozialstatus machten von der Wahlmöglichkeit seltener Gebrauch. Diese wohnten ohnehin häufig in einer besser gestellten Umgebung.

„Die soziale und ethnische Schulsegregation war bereits zu Zeiten der Grundschulbezirksbindung über die sozialräumliche Segregation der Wohnquartiere stark ausgeprägt. Durch die Einführung der freien Grundschulwahl nimmt sie weiter zu“, erklärte Brigitte Mohn, Mitglied des Vorstands der Bertelsmann Stiftung

Eine Rückkehr zu verbindlichen Grundschulbezirken würde nach Einschätzung der Autoren der Studie das Problem der Trennung in den Schulen etwas mildern. Die Rücknahme der stark gefragten Wahlmöglichkeit wäre jedoch mit einem hohen Preis verbunden.

Experten fordern mehr Transparenz

Stattdessen plädieren die Autoren der Studie dafür, die soziale Struktur der Schulen landesweit transparent zu machen. Damit könnten schulpolitische Weichen gestellt werden. Über einen Sozialindex könnten benachteiligte Schulen besser mit überzeugenden pädagogischen Konzepten, entsprechenden Ressourcen und guten Lehrern ausgestattet werden.

Ob und wie die Politik auf diese Befunde reagieren wird, bleibt abzuwarten. Offensichtlich ist bereits, dass zwischen propagierten Integrationspolitik und der tatsächlichen Politik eine große Lücke klafft. Schulen in sozialen Brennpunkten benötigten mehr Lehrkräfte, einen verbindlichen Ganztagsausbau und die fachliche Unterstützung bei den Herausforderungen der Inklusion und Migration in den Schulen, erklärte Mohn. Nötig seien Investitionen in Gebäude, Ausstattung und Personal der Grundschulen. Denn besonders unterprivilegierte Schüler seien auf ein gut ausgestattetes Schulumfeld angewiesen.

Das Mitspracherecht der Eltern bei der Schulwahl ist in den einzelnen Bundesländern unterschiedlich geregelt. Auch in Hamburg können Eltern die Grundschule für ihre Kinder auswählen. In vielen Bundesländern gibt es feste Schulbezirke, bei denen je nach Wohnsitz der Besuch einer bestimmten Regelschule verpflichtend ist. (epd/mig 18)

 

 

 

 

Für den Zusammenhalt der Gesellschaft: Ein Integrationsplan für Deutschland

 

Der SPD-Parteivorstand hat bei seiner Jahresauftaktklausur in Nauen heute folgenden Beschluss gefasst:

 

In unserem Grundsatzprogramm stellen wir klar: „Einwanderung verlangt Integration. Sie ist eine gemeinsame Anstrengung. Dazu müssen beide Seiten bereit sein. Einwanderer müssen sich integrieren, wir müssen ihnen dazu alle Möglichkeiten geben, am Leben unserer Gesellschaft teilzunehmen. Daher verlangt Integration faire Chancen, aber auch klare Regeln.“

Ganz in diesem Sinne haben wir eine doppelte Integrationsaufgabe zu meistern: Die Integration der Einwanderer und Flüchtlinge in unsere Gesellschaft und gleichzeitig die Integration und den Zusammenhalt der ganzen Gesellschaft zu sichern. Hierfür müssen Staat und Politik die Voraussetzungen schaffen, die finanziellen Anstrengungen vor allem bei Sprachförderung, Bildung, Ausbildung, Arbeitsmarkt und Wohnungsbau verstärken, nicht zuletzt aber auch Regeln des Zusammenlebens darlegen und über ihre Einhaltung wachen. Integration gelingt nur in einem gesellschaftlichen Klima des Vertrauens in die Sicherheitskräfte und den Rechtsstaat. Deshalb ist klar: Integration ist Staatsaufgabe. Aber Integration ist eine zivilgesellschaftliche Leistung von Menschen in der Nachbarschaft, in der Schule, am Arbeitsplatz.

Tatsache ist: Die gelungene Integration und Teilhabe von Einwanderinnen und Einwanderern ist millionenfache Realität in Deutschland. Die wirklichen Erfolge eines guten Zusammenlebens spielen sich außerhalb der großen Schlagzeilen ab. Deshalb ist es geboten, an die vielen guten Beispiele für Integration zu erinnern und die großen Anstrengungen zu würdigen, die Einwanderinnen und Einwanderer erbringen, um aktiv am sozialen, kulturellen, wirtschaftlichen und politischen Leben in Deutschland teilzunehmen. Anzuerkennen ist das erfolgreiche Engagement von Kommunen, vieler Kindergärten und Schulen, Universitäten, Arbeitgeber und Gewerkschaften sowie einer Vielzahl von ehrenamtlichen Initiativen.

Wo das Zusammenleben gelingt, gibt es ein gemeinsames Verständnis der Grundwerte und Regeln, die in Deutschland gelten, der Erwerb deutscher Sprachkenntnisse befähigt zur Verständigung im Alltag, eine gute Bildung erhöht die Chancen auf dem Arbeitsmarkt und der Arbeitsplatz sichert das Einkommen.

Dabei verschließen wir nicht die Augen vor Problemen und Konflikten. Es gibt Verständigungsprobleme sprachlicher und kultureller Art, aber auch Gewalt und Missachtung. Pöbeleien und Übergriffe auf öffentlichen Plätzen und in Verkehrsmitteln, Einschüchterung an manchen Schulen mit einem hohen Migrationsanteil und sozialen Problemlagen sowie religiösen Fanatismus extremistischer Organisationen dulden wir nicht. Migranten, die solche Verhaltensweisen an den Tag legen, schaden dem friedlichen Zusammenleben zwischen Menschen unterschiedlicher Herkunft in unserem Land.

Gleichzeitig stellen wir fest, dass fremdenfeindliche Übergriffe deutscher Gewalttäter zunehmen. Wer andere wegen ihrer Herkunft oder Hautfarbe angreift, gefährdet den Rechtsfrieden in unserem Land. Gleiches gilt für Angriffe auf Polizeibeamtinnen und -beamte oder andere Vertreterinnen und Vertreter des Staates.

 

Bindung aller an gemeinsame Grundwerte

Die kulturelle Vielfalt in unserem Land ist eine Bereicherung. Gleichzeitig gilt: Wer dauerhaft in Deutschland leben will muss bereit sein, Teil einer Gesellschaft nach dem Leitbild des Grundgesetzes zu sein. Seit 1949 bildet es den gesellschaftlichen Wertekanon und hat bis heute nichts an Aktualität und Orientierungskraft verloren. Das Grundgesetz bietet genügend Raum für kulturelle Vielfalt, es sichert Freiheit des Glaubens, die Gleichberechtigung von Mann und Frau und die Rechte von Minderheiten. Es setzt aber auch klare Grenzen, über die sich niemand   weder mit Verweis auf Herkunft noch auf religiöse oder politische Überzeugung   hinwegsetzen darf.

Respekt und Toleranz, Gleichberechtigung und Religionsfreiheit sind für uns nicht verhandelbar. Die Vermittlung dieser Grundwerte und unserer Gesetze sind beim Thema Integration von besonderer Bedeutung. Wir schützen und bekräftigen unsere tolerante Gesellschaft - Toleranz gegenüber Anders- und Nichtgläubigen, Gleichstellung von Frauen sowie die Akzeptanz von Menschen anderer sexueller Orientierung und Geschlechtsidentität gehören unverzichtbar dazu. Antisemitismus werden wir niemals dulden.

?    Wir wollen auf der Grundlage von Freiheit und Gleichheit das gute Zusammenleben von Menschen aus unterschiedlichen Kulturen und Religionen. Die Grundlage dafür ist die Verfassung unseres Landes. Die ersten 20 Artikel beschreiben das Leitbild unseres Landes. Sie zu vermitteln ist ebenso Aufgabe aktiver Integrationspolitik wie Sprachunterricht und die Eingliederung in den Arbeitsmarkt.

?    Frauen und Männer, die schon lange in Deutschland leben und selber eine Einwanderungsgeschichte haben, verfügen oft über ein Erfahrungswissen, das anderen für einen guten Start in unserem Land helfen kann. Wir brauchen sie als Brückenbauer und Kulturdolmetscher, um die Integration schnell voranzubringen.

?    Integration ist eine Vereinbarung zwischen Einwanderern und Mehrheitsgesellschaft. Wir wollen Verbindlichkeit und Verlässlichkeit auf beiden Seiten. Der Staat verpflichtet sich zu grundlegenden Angeboten, die für eine rasche und umfassende Teilhabe erforderlich sind (v.a. zum Spracherwerb, für gute Bildung und Qualifizierung, für Ausbildungsförderung, Arbeitsvermittlung, aber auch Integrationskurse für das Verständnis der normativen Grundlage unserer Gesellschaft). Zugewanderte Frauen und Männer verpflichten sich ihrerseits, die Angebote nach Kräften wahrzunehmen. Nur zusammen machen diese Maßnahmen Sinn. Wer aber von Integrationspflicht und Sanktionen redet, ohne die erforderlichen Angebote an Sprach- und Integrationskursen zu schaffen, der betreibt populistische Stimmungsmache gegen „die Ausländer“.

 

Die nächsten Schritte für die Integration von Flüchtlingen und Asylbewerbern

Die Bundesregierung muss jetzt die für eine erfolgreiche Integrationspolitik notwendigen Voraussetzungen schaffen. In den weiteren Gesprächen zur Asyl- und Flüchtlingsgesetzgebung (Asylpaket III) müssen die folgenden Punkte für einen Integrationsplan aufgenommen werden:

?    Integrationsoffensive Kita: Wir wollen 80.000 zusätzliche Kita-Plätze und 20.000 zusätzliche Stellen für Erzieherinnen und Erzieher schaffen. Dafür soll der Bund die Länder und Kommunen mit zusätzlichen Mitteln unterstützen.

Wir wollen die Mittel des Bundesprogramms „Sprach-Kitas“ verdoppeln und das Programm um spezifische Maßnahmen zur Integration von Kindern mit Fluchterfahrung ergänzen.

?    Integrationsoffensive Ganztagsschulen: Wir wollen mit einem neuen Ganztagsschulprogramm den Ausbau der Ganztagsangebote für die Integration von Schulkindern fördern und die Länder in die Lage versetzen, 25.000 zusätzliche Lehrkräfte und auch mehr Schulsozialarbeiterinnen und -sozialarbeiter einzustellen.

?    Jungen Flüchtlingen wollen wir angepasste Einstiegsprogramme in die berufliche Ausbildung (Öffnung der assistierten Ausbildung, Berufsausbildungsbeihilfe, ausbildungsbegleitende Hilfen und berufsvorbereitende Bildungsmaßnahmen für Menschen mit Aufenthaltsgestattung und guter Bleibeperspektive). Ein einfacher Zugang in den Arbeitsmarkt soll über 100.000 Arbeitsgelegenheiten für Flüchtlinge geschaffen werden, für die zusätzliche 450 Mio. Euro benötigt werden. Wir wollen für junge Flüchtlinge ein Aufenthaltsrecht für die Dauer der Ausbildung und für zwei Jahre Beschäftigungszeit nach der Ausbildung (sogenannte 3-plus-2-Regelung).

    Bildungsintegration muss sich lohnen: Flüchtlinge, die eine Berufsausbildung oder eine akademische Ausbildung in Deutschland erfolgreich absolviert haben, müssen eine Aufenthaltserlaubnis erhalten. Hürden, die einem frühestmöglichen Ausbildungsbeginn im Wege stehen, wollen wir beseitigen.

    Flächendeckende Einführung der sogenannten „Integration Points“ (zentrale Anlaufstellen für Flüchtlinge mit Bleibeperspektive) von Arbeitsagenturen, Jobcentern und Kommunen.

    Wir wollen, dass Flüchtlinge Sprachkurse und Maßnahmen zum Arbeitsmarkteinstieg parallel – und nicht wie bisher hintereinander – absolvieren können.

    Wie wollen insbesondere Frauen bei allen Integrationsmaßnahmen erreichen und sie in den Arbeitsmarkt integrieren.

    Wir brauchen zusätzliche Finanzmittel für die aktive Arbeitsmarktförderung von Flüchtlingen und wollen in gleichem Maße unsere Initiative gegen Langzeitarbeitslosigkeit verstärken, um allen Menschen eine neue Chance zu geben, die Arbeit suchen.

    Wir wollen Qualität und Quantität der Integrationskurse verbessern. Das gilt für die Sprachkursangebote sowie für die Orientierungskurse. Deren Umfang wollen wir aufstocken und hierin die Gleichberechtigung von Männern und Frauen sowie die sexuelle Selbstbestimmung zum Schwerpunktthema machen.

    Wir wollen eine weitere Aufstockung der Mittel für den sozialen Wohnungsbau um 5 Milliarden Euro für die kommenden fünf Jahre.

    Zudem wollen wir zusätzliche Anreize für den Neubau von bezahlbaren Wohnungen in Gebieten mit angespanntem Wohnungsmarkt setzen, etwa durch steuerliche Anreize und Verschlankung des Baurechts.

    Der Neubau von günstigen Wohnungen braucht Zeit. Aufgrund des erheblichen Bedarfs vor allem in Großstädten und Ballungsräumen stellt die hohe Anerkennungsrate bei Asylsuchenden die Kommunen hier vor gravierende Probleme. Um die an sich schon angespannte Lage auf dem Wohnungsmarkt nicht weiter zuzuspitzen, wollen wir, dass anerkannte Flüchtlinge, die über kein eigenes Einkommen verfügen, eine zeitlich befristete Wohnsitzauflage bekommen.

?    Wir wollen das Städtebauförderungsprogramm „Soziale Stadt“ zu einem Leitprogramm der sozialen Integration ausbauen und zu einer ressortübergreifenden Strategie weiter entwickeln. Hierfür müssen die Mittel um mindestens 300 Millionen Euro pro Jahr von 2017 bis 2021 aufgestockt werden. Spd 19

 

 

 

 

Schwesig startet Bundesprogramm. Paten für Flüchtlinge gesucht

 

"Menschen stärken Menschen" will Vormünder, Paten und Gastfamilien für Flüchtlinge finden. Das Bundesfamilienministerium stellt für dieses Programm zehn Millionen Euro bereit. Die Integration der Flüchtlinge in die Gesellschaft solle durch diese persönlichen Kontakte erleichtert werden, so Familienministerin Schwesig.

 

Flüchtlinge, die nach Deutschland kommen, brauchen Hilfe, um sich zurechtzufinden. Viele Menschen engagieren sich bereits ehrenamtlich in diesem Bereich. Das neue Bundesprogramm "Menschen stärken Menschen" will Patenschaften zwischen Flüchtlingen und hier lebenden Menschen fördern und

unterstützen. Zehn Millionen Euro stehen dafür dieses Jahr bereit.

"Mit 'Menschen stärken Menschen' wollen wir die zu uns geflüchteten Familien, Frauen, Männer und Kinder dabei unterstützen, in unserer Gesellschaft anzukommen und sich hier eine neue Zukunft aufzubauen", sagte Bundesfamilienministerin Manuela Schwesig bei der Vorstellung des Programms in Berlin. Das Programm schaffe eine Basis für viele dauerhafte persönliche Begegnungen. Davon würden Flüchtlinge, die Patinnen und Paten und die gesamte Gesellschaft profitieren.

Bereitschaft zu helfen ist groß

Die Bereitschaft dazu sei vielerorts groß. Damit sich Ehrenamtliche und Flüchtlinge aber finden, braucht es vor Ort Vermittler. Bereits heute leisten das Wohlfahrtsverbände aber auch kleinere ehrenamtliche Initiativen, wie zum Beispiel "Start with a friend" aus Berlin. Sarah Rosenthal hat das Projekt im vergangenen Jahr zusammen mit einigen anderen ins Leben gerufen, um Patenschaften zwischen Flüchtlingen und Ehrenamtlichen zu vermitteln. Bereits 120 Tandems konnten so zusammengebracht werden.

Ramy Syriani und seine deutsche Patin Antonia Klein haben sich so kennengelernt. Sie hilft dem 24jährigen Syrer, der vor anderthalb Jahren nach Deutschland kam, beim Deutschlernen, bei Ämtergängen oder der Wohnungssuche. "Mit einem Freund ist es immer einfacher", sagt der junge Mann

im Hinblick auf seine Patin.

Der Großteil des Geldes aus dem Bundesprogramm ist für den Aufbau der Patenschaften und für die Begleitung und die Qualifizierung der Paten-Tandems eingeplant. Wohlfahrtsverbände, Migrantenorganisationen, Stiftungen und Freiwilligenagenturen sollen die Paten vermitteln. An sie soll auch das Fördergeld fließen. So ist sichergestellt, dass die Freiwilligen eine fachliche

Begleitung zur Seite gestellt bekommen, die bei Fragen oder Problemen unterstützen kann. Rund 25.000 Patenschafts-Tandems sollen über das Programm gebildet werden.

Vormünder und Gastfamilien

Neben Patenschaften will das Programm für unbegleitete minderjährige Flüchtlinge – im letzten Jahre waren das ca. 59.000 – darüber hinaus ehrenamtliche Vormundschaften und Gastfamilien gewinnen. Sie

sollen die jungen Flüchtlinge im Alltag begleiten, erläuterte Schwesig.

Auch hier sei das Interesse groß, wie Monika Krumbholz erläuterte. Sie arbeitet bei "PiB – Pflegekinder in Bremen". Hier sei es wichtig, dass man mit möglichen Pflegeeltern darüber spricht, was auf sie zukommt. Denn die geflüchteten Minderjährigen hätten zum Teil traumatische Erlebnisse hinter sich. Und die Vorstellungen der Interessenten stimmten nicht immer mit der Realität überein, so Krumbholz. Das gelte im Übrigen auch für die Minderjährigen selbst. Denn auch für sie passe eine Gast- oder Pflegefamilie nicht in jedem Fall.

Telefon-Hotline eingerichtet

Schwesig betonte, dass gerade auch Kommunen fernab der größeren Städte profitieren würden: "Das Bundesprogramm ist wichtig, um die Informationen und Unterstützung in die Fläche zu tragen." Gerade auf dem Land könnten Ehrenamtliche die Vermittlung und Beratung anderer Ehrenamtlicher nicht

alleine stemmen.

Für Interessierte, die sich über die Möglichkeiten im Bereich Patenschaft, Gastfamilie und Vormundschaft informieren wollen, hat das Bundesfamilienministerium eine Telefon-Hotline eingerichtet. Unter der Nummer 0800 200 50 70 seien rund um die Uhr Mitarbeiter zu erreichen, die

Kontakte vermitteln und Fragen beantworten können, so Schwesig. Pib 19

 

 

 

 

Studie. Migranten gehen seltener in Vereine als Deutsche

 

Migranten und Ausländer sind seltener Mitglied in einem deutschen Verein als Deutsche. Das geht aus einer aktuellen Studie hervor. Danach gehen Migranten eher in Sportvereine, deutsche eher in Hilfsorganisationen.

 

Migranten und Ausländer schätzen einer Studie zufolge deutsche Vereine, werden aber seltener Mitglied als Deutsche ohne Migrationshintergrund. Rund 25 Prozent der Deutschen mit Migrationshintergrund und 20 Prozent der Ausländer seien in einem deutschen Verein, teilte die Konrad-Adenauer-Stiftung (KAS) am Mittwoch in Berlin mit.

Unter den Deutschen ohne Migrationshintergrund belaufe sich der Anteil auf rund 33 Prozent. Für Migranten und Ausländer seien Sportvereine besonders attraktiv, bei Deutschen lägen die Hilfsorganisationen an erster Stelle, hieß es unter Berufung auf eine KAS-Studie, die sich mit der sozialen und politischen Teilnahme von Migranten und Ausländern befasst.

Gerade die Sportvereine hätten eine ausgeprägte Integrationsfunktion, schreibt die Stiftung. Die Zuwanderer kämen eher über persönliche Kontakte und Ansprache zu den Vereinen. Darin liege vermutlich die Erklärung, warum die Beteiligung von Migranten und Ausländern im Vergleich zu Deutschen ohne Migrationshintergrund etwas niedriger sei: Je weniger Bekannte in einem Verein seien, desto weniger persönliche Ansprache gebe es.

Politische Beteiligung von Migranten geringer

In der politischen Beteiligung sind Migranten und Ausländer der Studie zufolge zurückhaltender als Deutsche ohne Migrationshintergrund. Dennoch sei ihre „Demokratiezufriedenheit hoch ausgeprägt“: 90 Prozent der Ausländer sowie 88 Prozent der Deutschen mit Migrationshintergrund seien mit der Demokratie in Deutschland „sehr zufrieden“ oder „einigermaßen zufrieden“.

Die Befragungen für die nach Angaben der Stiftung repräsentative Umfrage liefen zwischen Januar und April 2015. Befragt worden seien per Telefon jeweils rund 1.000 Deutsche mit Migrationshintergrund, dauerhaft in Deutschland lebende Ausländer und Deutsche ohne Migrationshintergrund. Alle seien über ein Zufallsverfahren ausgesucht worden. Flüchtlinge seien nicht befragt worden. (epd/mig 21)

 

 

 

 

Bundespolizei warnt vor Verlängerung der Grenzkontrollen

 

Die Gewerkschaft der Polizei (GdP) warnt vor einer Überforderung der Bundespolizei durch eine weitere Verlängerung der Grenzkontrollen.

 "Für einen Zeitraum von vielleicht drei Wochen können wir das leisten, aber länger reichen die personellen Kräfte nicht aus", sagte der für den Bereich Bundespolizei zuständige GdP-Vize-Chef Jörg Radek der "Neuen Osnabrücker Zeitung" (Freitagsausgabe). Innenminister Thomas de Maizière (CDU) hatte zuvor angekündigt, die im September wiedereingeführten Grenzkontrollen über Februar hinaus zu verlängern. Die Bundespolizei sei bereits jetzt an ihrer Belastungsgrenze angelangt, sagte Radek. Seit Beginn der Kontrollen an der Grenze zu Österreich hätten die

Beamten mehr als zwei Millionen Überstunden geleistet, sagte der stellvertretende GdP-Chef. Dies entspreche dem Gegenwert von 1100 Einsatzkräften. Andere Aufgaben wie den Schutz von Flughäfen und Bahnhöfen oder die Absicherung von Fußballspielen könne die Bundespolizei kaum noch stemmen. Die geplante Aufstockung um 3000 Stellen schaffe in der derzeitigen Flüchtlingskrise keine Abhilfe, da die Beamten erst ausgebildet werden müssten.

In der "Rheinischen Post" warnte Radek außerdem vor den möglichen Folgen der von der österreichischen Regierung angekündigten Obergrenze für Flüchtlinge. Grundsätzlich seien Maßnahmen zur wirksamen Kontrolle des Flüchtlingsandrangs zwar zu befürworten. "Sollten sich die Österreicher entscheiden, beim Erreichen des Limits Flüchtlinge einfach wieder nach Deutschland weiterzuleiten, würde uns das vor enorme Probleme stellen", sagte der GdP-Vize.  AFP| bfi/lan,  22

 

 

 

 

Gegen das Gesetz zur Einführung beschleunigter Asylverfahren

 

Faire Asylverfahren statt Schnellabfertigung von Schutzsuchenden

Das geplante Gesetz zur Einführung beschleunigter Asylverfahren stößt bei der Bundesweiten Arbeitsgemeinschaft Psychosozialer Zentren für Flüchtlinge und Folteropfer (BAfF), Medico International, PRO ASYL und dem Bundesfachverband unbegleitete minderjährige Flüchtlinge auf große Bedenken. Die Organisationen befürchten, dass dadurch vielen Asylsuchenden der Zugang zu einem fairen Asylverfahren verwehrt bleiben wird. Besonders schwerwiegend würde dies besonders schutzbedürftige Flüchtlinge treffen, wie Kranke, Traumatisierte oder Minderjährige. Die vier Organisationen haben heute den Aufruf „Asylpaket II stoppen – Keine Einschränkung von fairen Asylverfahren“ veröffentlicht, in dem sie die Bundesregierung und alle Abgeordneten des Deutschen Bundestages auffordern, die Verschärfungen des Asylpakets II abzulehnen. Der „Gesetzentwurf zur Einführung beschleunigter Asylverfahren“ (Asylpaket II) soll noch im Januar vom Kabinett beschlossen und ins Gesetzgebungsverfahren eingebracht werden.

Die Organisationen wenden sich gegen die Einführung „beschleunigter Verfahren“, die u.a. für all diejenigen gelten sollen, denen das Fehlen von Ausweisdokumenten vorgeworfen wird. Da die meisten Schutzsuchenden ohne Pässe fliehen, könnte künftig die Mehrheit aller Asylsuchenden von Schnellverfahren in besonderen Aufnahmezentren betroffen sein. Asylsuchende sollen dort innerhalb weniger Tage abgefertigt werden, ein Schutzanspruch wird für viele aufgrund des Herkunftslandes vorab pauschal angezweifelt. Ein faires Verfahren lässt sich so nicht organisieren.

Die Erfahrungen aus der Arbeit der psychosozialen Zentren zeigen, dass für traumatisierte Menschen einwöchige Schnellverfahren besonders fatal wären. Sie benötigen viel mehr Zeit als eine Woche um stabil genug für eine Anhörung zu sein und ihre Asylgründe detailliert vorzulegen. Auch die Berücksichtigung und zeitlich intensive Überprüfung kinderspezifischer Fluchtgründe wäre in den geplanten Schnellverfahren unmöglich.

Auch im Fall von krankheits-bedingten Abschiebungshindernissen sieht der Gesetzentwurf gravierende Verschärfungen vor. Kranke müssen künftig mit detaillierten Attesten nachweisen, warum eine Erkrankung gegen die Abschiebung spricht. Reichen sie das Attest nicht unverzüglich ein, bleibt dieses unberücksichtigt. Im Klartext heißt dies: Im Zweifel wird abgeschoben. Insbesondere traumatisierte Menschen wird diese Vorgehensweise gefährden. Das von Ausländerbehörden gesäte Misstrauen gegen auf posttraumatische Belastungsstörungen spezialisierte Ärzte wird so ins Gesetz geschrieben. Der Gesetzgeber spielt mit dem Leben der Betroffenen.

Der Gesetzentwurf sieht zudem eine Verschärfung des Familiennachzugs vor. Wie weitgehend die Restriktion sein soll, ist in der Koalition umstritten. Die Organisationen befürchten, dass Begrenzungen des Familiennachzugs dazu führen, dass viele Angehörige, auch Kinder, die lebensgefährliche Flucht übers Meer auf sich nehmen werden anstatt auf eine Visaerteilung zu warten.

Aus der Sicht der Organisationen führt das neue Gesetz zu einer unzumutbaren Asylpraxis, die jeder ethischen, medizinischen und psychotherapeutischen Grundlage entbehrt.

Der Aufruf wird bereits unterstützt von Ärzte der Welt, dem Verein demokratischer Ärztinnen und Ärzte, der Deutschen Sektion der Internationalen Ärzte für die Verhütung des Atomkrieges, Ärzte in sozialer Verantwortung e.V. (IPPNW) und der Bundesweiten Kampagne der Medibüros/Medinetze in Deutschland zur Verbesserung der medizinischen Versorgung Asylsuchender.

Mehr Informationen: https://www.medico.de/migration/  dip 20

 

 

 

 

Islamvertreter. Schon 80 Anschläge auf Moscheen seit Jahresbeginn

 

Seit Anfang dieses Jahres hat allein die Türkisch-Islamische Ditib 80 Anschläge auf Moscheen gezählt. Nach Ereignissen wie in Köln oder Terroranschlägen wie in Paris entlade sich der Zorn gegen die große muslimische Minderheit in Deutschland.

 

Islamvertreter zeigen sich besorgt über eine Zunahme anti-muslimischer Angriffe nach den Vorfällen in der Silvesternacht in Köln. Die Türkisch-Islamische Union der Anstalt für Religion (Ditib) habe seit Anfang dieses Jahres 80 Anschläge auf Moscheen gezählt, sagte der Generalsekretär des muslimischen Verbandes, Bekir Albo?a, am Donnerstag in Frankfurt am Main. Auch die Schwere der Taten habe deutlich zugenommen. Sie reichten von Nazi-Schmierereien über Brandstiftungen bis hin zum Einsatz von Schusswaffen. Viele Gläubige würden in der Öffentlichkeit beschimpft oder erhielten Hass-E-Mails.

In der Silvesternacht hatten in Köln Gruppen junger Männer Frauen sexuell belästigt und bestohlen. Die meisten von der Polizei ermittelten Tatverdächtigen stammen aus muslimischen Ländern wie Marokko und Algerien.

Nach Ereignissen wie in Köln oder Terroranschlägen wie in Paris entlade sich immer wieder der Zorn gegen die große muslimische Minderheit in Deutschland. Sie werde gleichsam „in Geiselhaft genommen“, beklagte Albo?a. Der Ditib-Generalsekretär rief die Behörden dazu auf, Übergriffe gegen Moscheen und Muslime „endlich gesondert zu erfassen“. Außerdem regte er eine finanzielle Beteiligung an der Ausbildung von Dialogbeauftragten in Moscheen an. Sie führten nicht nur Besucher durch die Bethäuser, sondern fungierten auch als kulturelle Wissensvermittler und „Friedensbeauftragte“.

Der Bielefelder Extremismusforscher Andreas Zick bestätigte die Zunahme an ablehnenden Einstellungen gegenüber Muslimen in der Bevölkerung, auch im Bildungsbürgertum. Dies sei auch deswegen so gefährlich, weil Menschen, die Muslime abwerten, mit großer Wahrscheinlichkeit auch rechtsextrem und judenfeindlich seien. Die einzigen beiden Wege aus diesem Dilemma seien die Informationsvermittlung und interkulturelle Kontakte, betonte Zick.

Deshalb fordere die Stiftung der Internationalen Wochen gegen Rassismus obligatorische Besuche von Schulklassen in Kirchen, Synagogen und Moscheen, sagte deren Geschäftsführender Vorstand Jürgen Micksch. Durch Kontakte könnten sich im Laufe der Zeit auch Einstellungen verändern. Micksch verwies auf das Stiftungsprojekt „Muslime laden ein“, an dem sich im vergangenen Jahr zahlreiche Moscheegemeinden mit mehr als 70 Veranstaltungen beteiligt hätten. In diesem Jahr böten während der Internationalen Wochen gegen Rassismus (10. bis 23. März) die beiden Freitage für muslimische Einrichtungen gute Gelegenheiten, um Menschen in ihrer Nachbarschaft und Bürgermeister zum Freitagsgebet einzuladen. (epd/mig 22)

 

 

 

Statistik für 2015. Zahl der Abschiebungen hat sich verdoppelt

 

Im Vergangenen Jahr wurden dem Bundesinnenministerium zufolge fast 21.000 Menschen abgeschoben und über 37.000 sind freiwillig ausgereist. Die meisten Abschiebungen wurden in NRW und Bayern vorgenommen. Derweil stellt ein Selbstmordversuch die Abschiebepraxis in Frage.

 

Fast 21.000 Ausländer sind im vergangenen Jahr aus Deutschland abgeschoben worden. Das sind nahezu doppelt so viele wie im Jahr zuvor, wie aus einer am Mittwoch bekanntgewordenen Statistik des Bundesinnenministeriums hervorgeht. Aus den 16 Bundesländern sowie unter der Verantwortung der Bundespolizei wurden demnach insgesamt 20.888 Ausländer abgeschoben. 2014 gab es 10.884 Abschiebungen.

Wie die Sächsische Zeitung berichtete, sind weit mehr Menschen, die zum Verlassen Deutschlands aufgefordert wurden, freiwillig ausgereist. Das Bundesinnenministerium erfasste in der Statistik fast 37.220 freiwillige Ausreisen. Fast 90 Prozent davon kamen aus Albanien, dem Kosovo, Serbien und anderen Ländern des westlichen Balkans.

Zudem sei eine unbekannte Zahl ausreisepflichtiger Ausländer fortgezogen, ohne sich förmlich abzumelden. Diese Zahl ist nach Angaben des Innenministeriums „nicht valide erfassbar“.

Die meisten Abschiebungen nahm nach Angaben des Bundesinnenministeriums Nordrhein-Westfalen vor (4.395), gefolgt von Bayern (4.195), Hessen (2.651) und Baden-Württemberg (2.431).

Flüchtling springt kurz vor Abschiebung aus dem Fenster

Derweil stellt ein Selbstmordversuch eines abgelehnten Asylbewerbers die harte Abschiebepraxis der Behörden in Frage. Kurz vor seiner geplanten Abschiebung hat sich im sachsen-anhaltischen Halle ein Flüchtling aus dem Fenster gestürzt und ist dabei schwer verletzt worden. Der Kosovare sei vor Verzweiflung aus dem Fenster gesprungen, als die Polizei in sein Zimmer eingedrungen sei, berichtete der Flüchtlingsrat Sachsen-Anhalt am Mittwoch in Magdeburg. Der Mann sei mit schweren Knochenbrüchen ins Krankenhaus gekommen. Eine Sprecherin des Innenministeriums bestätigte den Vorfall, ohne jedoch Details zu nennen.

Die Tat in Halle zeige, wie groß die Verzweiflung der Menschen ist, die in angeblich sichere Herkunftsstaaten abgeschoben werden, sagte eine Sprecherin des Flüchtlingsrates. Dabei sei die Menschenrechtslage in den Balkan-Ländern desolat. Minderheiten würden systematisch ausgegrenzt und diskriminiert. Die Praxis unangekündigter Nacht- und Nebel-Abschiebungen verschärfe die Gefahr von Folgetraumatisierungen und Suizid-Versuchen. (epd/mig 21)

 

 

 

 

Minister Schmeltzer: Integrationsarbeit vor Ort wird mit KommAn-NRW deutlich gestärkt

 

Informationsveranstaltung für Städte und Gemeinden – Land baut Kommunale Integrationszentren weiter aus

 

Die Kommunalen Integrationszentren in Nordrhein-Westfalen werden künftig eine noch stärkere Rolle bei der Koordinierung und Vernetzung der Integrationsarbeit in den Städten und Gemeinden übernehmen. Zu diesem Zweck werden die aktuell 49 Zentren vom Integrationsministerium über das Programm „KommAn-NRW“ personell verstärkt. „Mit den Integrationszentren sind wir in NRW deutlich besser aufgestellt als andere Länder. Die hervorragenden Strukturen nutzen uns in der aktuellen Situation besonders. Um den Herausforderungen durch die Ankunft Geflüchteter gerecht werden zu können, finanzieren wir jedem Zentrum mindestens eine weitere Kraft und stellen darüber hinaus weitere Mittel zur Verfügung“, erklärte Minister Rainer Schmeltzer am Donnerstag in Düsseldorf vor Vertreterinnen und Vertretern aus Kommunen. „Eine wesentliche Aufgabe ist es, den Menschen das Ankommen zu erleichtern und ihnen eine klare Orientierung in unserer Gesellschaft zu vermitteln. Dazu gehören die Werte unserer freiheitlich demokratischen Grundordnung wie etwa die Gleichstellung von Frau und Mann oder die Religionsfreiheit, außerdem sollen einfache Regeln des Alltags vermittelt werden.“

 

Insgesamt fließen in diesem Jahr rund 13 Millionen Euro für KommAn-NRW, allein 7,7 Millionen Euro davon sind für die Stärkung des Ehrenamtes vorgesehen. „Den vielen Ehrenamtlichen gilt mein besonderer Dank. Ihr großartiges Engagement wollen wir verstärkt weiter fördern“, versicherte Minister Schmeltzer.

 

Die Mittel aus KommAn-NRW sollen bei der Bezirksregierung Arnsberg über das dort angesiedelte Kompetenzzentrum für Integration (KfI) zügig abgerufen werden können. Beratend ist hier die Landesweite Koordinierungsstelle für Kommunale Integrationszentren (www.kommunale-integrationszentren-nrw.de) Ansprechpartner. Auch Kreise, die noch nicht über ein vom Integrations- und vom Schulministerium des Landes getragenes Kommunales Integrationszentrum verfügen, werden vom Programm KommAn-NRW profitieren können.

 

Das nordrhein-westfälische Integrationsministerium will mit dem Aktionsprogramm KommAn-NRW Städte und Gemeinden sowie ehrenamtlich in der Flüchtlingshilfe engagierte Menschen noch stärker bei den anstehenden Integrationsaufgaben unterstützen. Mit KommAn-NRW will die Landesregierung in möglichst allen Städten und Gemeinden „Ankommenstreffpunkte“ initiieren oder bestehende Treffpunkte fördern. Dort sollen auch Ehrenamtliche mit Unterstützung des Landes NRW den Geflüchteten eine Grundorientierung in ihrem neuen Umfeld geben. So können etwa vom örtlichen Schulangebot über Möglichkeiten des Sports im Verein bis hin zu simplen Regeln wie Abfalltrennung alle örtlich relevanten Fragen in diesen Treffpunkten eine Rolle spielen. Auch sollen mit Unterstützung des Landes NRW Grundwerte des Zusammenlebens wie die Gleichberechtigung von Mann und Frau und das friedliche Miteinander der Religionen in Deutschland vermittelt werden. Ankommenstreffpunkte würden damit auch zu Räumen der Begegnung zwischen Geflüchteten und Einheimischen.

Zudem sieht KommAn-NRW eine Stärkung der bereits bestehenden Integrationsstruktur im Land vor. So ist beabsichtigt, zur Unterstützung des Ehrenamts zusätzliche hauptamtliche Stellen in den Kommunalen Integrationszentren zu fördern. Nrw 22

 

 

 

 

AG 60 plus fordert „unkonventionelle Maßnahmen“ für ein Gelingen der Integration

 

Mit Blick auf die Leistungen, die für eine gelungene Integration von Flüchtlingen in Deutschland auch kurzfristig erbracht werden müssen, schlägt die SPD-Arbeitsgemeinschaft 60 plus vor, auch unkonventionelle Maßnahmen, die eine rasche Lösung versprechen, ins Auge zu fassen.

 

Jahrelang haben wir uns sagen lassen müssen, nur ein ‚schlanker Staat‘ sei ein moderner Staat. Das rächt sich derzeit bitter. Die Arbeitsgemeinschaft 60 plus hat sich immer für einen handlungsfähigen Staat eingesetzt,“ so die Bundesvorsitzende der Senioren in der SPD, Angelika Graf. Nun müssen wir neue, unkonventionelle Wege gehen, um die Vielzahl der benötigten Lehrerinnen und Lehrer und eine große Menge andere Mitarbeiter im Erziehungs- und Ausbildungsbereich kurzfristig zur Verfügung zu stellen.

 

„Wenn wir das nicht schaffen, läuft uns die Zeit davon. Die ausbildungswilligen Flüchtlinge bzw. die Flüchtlingskinder können nicht drei oder vier Jahre warten, bis die jungen Lehrer ihr Studium und die Erzieherinnen und Erzieher ihre Ausbildung abgeschlossen haben. Wir schlagen deshalb vor, die Pensionäre des öffentlichen Dienstes bzw. Rentnerinnen und Rentner zu reaktivieren sowie Menschen mit entsprechenden Vorkenntnissen über Kurzschulungen für diese Bereiche zu qualifizieren und dann schnell einzusetzen. Auch neu eingewanderte Flüchtlinge und Migranten mit einer entsprechenden Vorbildung, die schon länger bei uns sind, sollten schleunigst in die Ausbildung und Integration der Flüchtlinge eingebunden werden.

 

Das alles kann aber nicht nur – wie bisher - vorwiegend ehrenamtlich geschehen. Die Menschen, die in diesen wichtigen Bereichen arbeiten sollen, brauchen eine Perspektive und eine entsprechende Bezahlung, egal, wie alt sie sind! Hierfür muss der Bund die Kosten übernehmen und so Länder und insbesondere die Kommunen entlasten, - Kooperationsverbot hin oder her!  Vielleicht hilft uns ja der derzeitige Druck, uns von mancher liebgewordenen Ausrede – dem für den Bürger nicht nachvollziehbaren Kompetenzen-Wirrwarr zwischen Bund, Ländern und Kommunen - zu verabschieden! Spd 22

 

 

 

 

Italienisches Kulturinstitut Köln: Holocaust-Gedenktag

 

Anlässlich des Holocaust-Gedenktages zeigen wir die Filme "La Tregua" von Francesco Rosi (am 27.1.) und "L‘orologio di Monaco" von Mauro Caputo (28.1.). Dazu möchten wir Sie herzlich einladen.

Mittwoch, 27. Januar 2016, 19.00 Uhr, im Institut (Universitätsstr. 81 * 50931 Köln) La tregua. Regie: Francesco Rosi, I 1997, 122‘, ital. OF mit engl. UT. Darsteller: John Turturro, Massimo Ghini, Roberto Citran, Claudio Bisio.

Anfang Januar 1945 erhalten die deutschen Soldaten in Polen den Befehl, das Konzentrazionslager Auschwitz zu verlassen und sich vor den Russen in Sicherheit zu bringen. Die noch lebenden Häftlinge werden ihrem Schicksal überlassen.

Einer von ihnen ist Primo Levi, der als Partisan und Jude deportiert wurde. Er erzählt von der langen Reise, die er zusammen mit anderen italienischen Deportierten auf sich nehmen musste, um nach Italien zurückzukehren, nach Turin, seiner Geburtsstadt.

 

Donnerstag, 28. Januar 2016, 19.00 Uhr, im Institut, L‘orologio di Monaco

Regie: Mauro Caputo. Italien 2014, 63 Min., OF mit engl. UT. Darsteller: Giorgio Pressburger.

Es ist die Geschichte einer Familie, die mit einigen der bedeutendsten Namen der kulturellen Geschehnisse des modernen Europas verknüpft ist: Karl Marx, Heinrich Heine, Mendelssohn, Edmund Husserl, Emeric Pressburger zählen zu den Personen, die in der Genealogie auftauchen. Mehr Informationen hier. 

Eintritt frei.  Italienisches Kulturinstitut Köln

 

 

 

 

Harninkontinenz beim Mann

 

Beckenbodentraining hilft nicht nur FrauenFrankfurt/Hambug - Das gezielte Beckenbodentraining ist mittlerweile ein wesentlicher Teil der Inkontinenzbehandlung. Mit den richtigen Übungen kann Betroffenen geholfen werden, ihre Beschwerden in den Griff zu bekommen. Dabei richtet sich diese Behandlungsmethode nicht – wie oft fälschlicherweise angenommen – ausschließlich an Frauen. Auch Männer können von den Übungen profitieren – etwa nach einem operativen Eingriff. Neben diesem konservativen Ansatz gibt es heute eine Vielzahl weiterer individueller Behandlungsmöglichkeiten. Inkontinenz ist somit kein unabwendbares Schicksal und muss keineswegs schweigend hingenommen werden.

Inkontinenz wird bei der Krebsnachsorge häufig übersehen

Jedes Jahr werden circa 5.000 Männer infolge von Operationen harninkontinent. Vor allem nach radikalen Prostatektomien leidet jeder fünfte bis zehnte Mann dauerhaft an Inkontinenz, so Privatdozentin Dr. Ricarda Bauer, Oberärztin der Urologischen Klinik und Poliklinik der Ludwig-Maximilians-Universität München und Leiterin des dortigen Kontinenzzentrums. Hinzu kommt, dass bei einigen Patienten eine Inkontinenz bei der Krebsnachsorge übersehen wird. Die Botschaft des Urologen geht nach Erfahrung von Dr. Ricarda Bauer oftmals nur in die Richtung: „Hauptsache, der PSA-Wert ist normal“ oder „Wenn Sie Ihren Harnstrahl unterbrechen können, sind Sie nicht inkontinent“. Dabei verhält es sich bei der Harninkontinenz des Mannes anders als bei Frauen, die häufig beim Niesen oder Husten Urin verlieren: Die meisten Männer nässen während längerer körperlicher Anstrengung ein, beispielsweise beim Wandern oder bei der Gartenarbeit.

Weniger ist mehr: Männer übertreiben es oft mit den Beckenbodenübungen

Zahlreichen Betroffenen kann ohne großen Aufwand geholfen werden: „Der erste Schritt ist oft ein Beckenbodentraining unter Anleitung eines Physiotherapeuten mit Spezialisierung auf dieses Thema“, so Dr. Ricarda Bauer. In den durch die Deutsche Kontinenz Gesellschaft zertifizierten Kontinenz- und Beckenboden-Zentren arbeiten auch immer qualifizierte Physiotherapeuten. Eine Liste mit zertifizierten Kontinenz- und Beckenboden-Zentren findet sich auf der Website der Deutschen Kontinenz Gesellschaft. Wichtig ist dabei, sich an die Anweisungen und den vorgegebenen Trainingsumfang zu halten. Häufig kommt es vor, dass die Männer – getrieben vom Wunsch, wieder kontinent zu sein – zu viel auf einmal wollen und sich übernehmen. Doch auch beim Beckenbodentraining gilt: Wer es übertreibt, riskiert Schäden. Richtig ausgeführt kann jedoch durch gezielte Übungen die Beckenbodenmuskulatur dauerhaft gekräftigt und stabilisiert werden, und einer Inkontinenz so gegengesteuert werden.

Offensiverer Umgang von Ärzten gefordert

Wem das regelmäßige Training nach sechs bis zwölf Monaten nicht geholfen hat, dem steht inzwischen eine Vielfalt an operativen Verfahren zur Verfügung. „Es gibt verschiedene Schlingensysteme, auch nachstellbare. Bei extremer Schädigung des Schließmuskels ist nach wie vor der künstliche Schließmuskel die Therapie der Wahl“, erklärt Dr. Ricarda Bauer. Wichtig zu wissen ist, dass es heute zahlreiche Behandlungsmethoden bei Inkontinenz gibt, und Betroffene ihr Leiden nicht hinnehmen müssen. „Insgesamt sollten alle Ärzte, die Männer vor und nach Prostataoperationen begleiten, offensiver als bisher häufig üblich mit der Thematik umgehen“, fordert Dr. Ricarda Bauer.

Männer sollten sich nicht vor einem Gespräch scheuen

Die Angst, nach einer OP inkontinent zu sein, ist bei betroffenen Männern noch größer als die Angst vor einer Erektionsstörung. Auch deshalb ist der Wunsch der Männer, wieder kontinent zu werden, besonders hoch. Betroffene sollten nicht den Gang zum Arzt scheuen und sich einen fachlichen Rat einholen. Hierfür bietet die Deutsche

Kontinenz Gesellschaft auf ihrer Website eine Liste mit Fachärzten.

Die Deutsche Kontinenz Gesellschaft e. V. hat es sich als gemeinnützige, medizinisch-wissenschaftliche Fachgesellschaft seit 1987 zur Aufgabe gemacht, Inkontinenz aus der Tabuzone zu holen und den Weg frei zu machen für eine verbesserte Diagnose, Behandlung und Prävention von Harn- und Stuhlinkontinenz. Beraten wird die Gesellschaft durch einen interdisziplinären Expertenrat aller betroffenen Fachrichtungen. Mit der Zertifizierung von ärztlichen Beratungsstellen sowie Kontinenz- und Beckenboden-Zentren und der Veranstaltung von Fortbildungen trägt die Deutsche Kontinenz Gesellschaft maßgeblich zur Qualitätssicherung in der Behandlung und Beratung von Menschen mit Inkontinenz bei. GA 21

 

 

 

 

Berlin. Prima Klima? Podiumsdiskussion am 27. Januar 2016 über die Klimapolitik nach dem UN-Abkommen von Paris

 

Die Klimapolitik der internationalen Staatengemeinschaft nach dem Abkommen auf dem UNO-Umweltgipfel in Paris im vergangenen Jahr ist das Thema einer Podiumsdiskussion am 27. Januar an der Freien Universität Berlin. Im Mittelpunkt stehen die Anstrengungen, die Erderwärmung im Vergleich zum vorindustriellen Zeitalter um zwei Grad zu begrenzen. Als Podiumsgäste erwartet werden Dr. Karsten Sach, Bundesministerium für Umwelt, Naturschutz, Bau und Reaktorsicherheit, Olaf Bandt vom Bundesverbandes der Umweltorganisation BUND, Dr. Joachim Hein vom Bundesverband der Deutschen Industrie und Prof. Dr. Miranda Schreurs, Leiterin des Forschungszentrums für Umweltpolitik der Freien Universität Berlin. Moderatorin ist Prof. Dr. Tanja Börzel, Leiterin der Arbeitsstelle Europäische Integration der Freien Universität. Die Veranstaltung ist öffentlich, der Eintritt frei. Um Anmeldung bis zum 26. Januar an info@eu-infozentrum-berlin.de wird gebeten, da die Platzzahl im Saal begrenzt ist.

Die Veranstaltung findet im Rahmen der Reihe "Berliner Europa-Dialog" statt. Sie wird organisiert vom Europäischen Informationszentrum Berlin (Träger: Deutsche Gesellschaft e. V.), dem Dokumentationszentrum Vereinte Nationen - Europäische Union der Freien Universität Berlin sowie der Europa-Union Berlin e. V.

Das UN-Klimaabkommen von Paris ist in Politik, Medien und Zivilgesellschaft überwiegend positiv aufgenommen worden. Erstmals haben sich alle 196 UN-Staaten sowie die Europäische Union von 2020 an auf ehrgeizige Klimaziele festgelegt: Die Erderwärmung soll gegenüber vorindustriellen Zeiten verbindlich auf zwei Grad begrenzt werden - als Option wurde sogar das 1,5-Grad-Ziel in den Vertragstext aufgenommen. Um diese Ziele zu erreichen, sollen in der zweiten Hälfte des Jahrhunderts nicht mehr Klimagase ausgestoßen werden, als das Ökosystem wieder aufnehmen kann. Ein Schlagwort der Konferenz lautete daher "Dekarbonisierung", also den Ausstieg aus Kohle, Öl und Gas voranzubringen. Nicht zuletzt wurden auch Fragen der globalen Gerechtigkeit zwischen den Staaten der nördlichen und südlichen Hemisphäre diskutiert, sind doch vor allem die westlichen Industriestaaten für den Klimawandel verantwortlich.

Kommt das Abkommen noch rechtzeitig, um den Prozess der Erderwärmung zu bremsen? Werden alle Staaten - besonders die großen Verursacher von Treibhausgasen - ihre Verpflichtungen erfüllen und das Abkommen ratifizieren? Oder muss befürchtet werden, dass wichtige Vertragspartner wie die USA nach einem innenpolitischen "Klimawechsel" aussteigen? Diese und weitere Fragen werden auf dem Podium und mit dem Publikum diskutiert.

Die Universitätsbibliothek der Freien Universität ist seit 1956 United Nations Depository Library und hat seit 1963 den Status eines Europäischen Dokumentationszentrums (EDZ). Das Dokumentationszentrum gehört damit zum Informationsnetz der Europäischen Union und zum weltweiten System der Depotbibliotheken der Vereinten Nationen. EDZ und UN-Depotbibliothek unterstützen Forschung, Lehre und Studium an der Freien Universität Berlin zu Themen der europäischen Integration und der internationalen Gemeinschaft und Politik. Sie tragen darüber hinaus dazu bei, Institutionen und Tätigkeitsfelder der Vereinten Nationen und der Europäischen Union in der allgemeinen Öffentlichkeit bekannt zu machen.

Das Dokumentationszentrum sammelt und erschließt die Veröffentlichungen und Dokumente der Europäischen Union und der Vereinten Nationen, ergänzend und in Auswahl auch Veröffentlichungen der UN-Sonderorganisationen, des Europarats und anderer internationaler Organisationen. Es verfügt über eine der umfangreichsten Sammlungen an Primärliteratur der Vereinten Nationen und der Europäischen Union in der Region.

Ort, Zeit und Anmeldung. Henry-Ford-Bau, Hörsaal A (Garystraße 35, 14195 Berlin, U-Bhf. Thielplatz, U3) am 27. Januar 2016 18.30 - 20.30 Uhr.

Um Anmeldung bis zum 26. Januar an info@eu-infozentrum-berlin.de wird gebeten. De.it.press 22