WEBGIORNALE  18-24   GENNAIO   2016

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Francoforte. Il Corriere d’Italia compie 65 anni 1

2.       L’Austria ha deciso di sospendere Schengen  1

3.       Rotta balcanica. Scambio di informazioni e crisi dei migranti 1

4.       Nel 2015 in Italia si ferma la migrazione economica e cresce l'emigrazione italiana  2

5.       Uomini soli verso l’Europa. Studio sui migranti: in Italia 9 su 10 sono di sesso maschile  2

6.       Una ventata nazionalista nel conflitto tra l'Italia e l'Europa  3

7.       Un nucleo forte e periferie deboli, così l’Europa torna al Medioevo  3

8.       Proposte per migliorare l’accoglienza dei migranti in Italia  4

9.       Berlino pensa a una mini-Schengen per dare una lezione a Italia e Grecia  5

10.   Spagna e Polonia. Ora Merkel è più debole in Europa  5

11.   Francoforte. Ha 65 anni il Corriere d‘Italia. Gli auguri della Garavini 5

12.   Le prossime manifestazioni a Monaco di Baviera e dintorni 5

13.   I temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia  6

14.   Francoforte. Tutti al cinema! Ciclo: In viaggio con Nanni Moretti 7

15.   Sindaco tedesco spedisce 31 profughi alla Merkel: “Non ne posso più”  7

16.   "Via! Fotografia di strada da Amburgo a Palermo"  7

17.   Dopo i fatti di Colonia. Donne, non nascondiamoci! 7

18.   Una forte lezione dai misfatti di Colonia  8

19.   Interventi/Dibattiti. I fatti di Colonia visti dopo 12 giorni 8

20.   Interventi/Dibattiti. I fatti di Colonia  8

21.   Merkel e Seehofer: la tempesta in un bicchier d'acqua  9

22.   Nord Reno Westfalia, «nuotatrici molestate». Piscina vietata ai profughi maschi 9

23.   “Eurotassa sulla benzina per coprire i costi dei migranti”  9

24.   Dopo Colonia. Piscine vietate ai maschi. La Germania è turbata  10

25.   Auto diesel tedesca in frenata ma quella elettrica accelera  10

26.   Ue, scontro Renzi-Juncker sulla flessibilità. Unioni civili, il premier va avanti 10

27.   Presentata a Roma la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2016  10

28.   Tenuta la Giornata Mondiale del Migrante: i messaggi istituzionali alla Migrantes  11

29.   L’emigrazione italiana all’estero. Le riflessioni della Federazione Europa del Partito della Rifondazione Comunista  12

30.   Immigrazione: le strutture di accoglienza in Italia  12

31.   Kamikaze dell'Is tra i turisti a Istanbul, 10 morti. Nove sono tedeschi 12

32.   Il convegno “Migrazioni e relazioni internazionali. L’Agenda Italia – Africa”  13

33.   Juncker gela Renzi: “Offende la Commissione”. Replica del premier: “Non ci lasciamo intimidire”  13

34.   La sostanza delle apparenze  14

35.   Legge stabilità 2016  14

36.   Gentiloni: “Chi ha nostalgia delle frontiere?”  15

37.   Politica e valori. Le dannose faziosità sui diritti 15

38.   I quotidiani italiani all’estero stanno scomparendo  15

39.   Riforme costituzionali. Deputati Pd-Estero: Un passo in avanti verso un sistema istituzionale più semplice ed efficiente  16

40.   Manca una politica attiva  16

41.   Scuola. Concorso europeo: “L’altro e noi: politiche di integrazione fra antico e moderno”  16

42.   Il primo ministro slovacco Robert Fico: dopo i fatti di Colonia è urgente un vertice EU straordinario  16

43.   Acli Svizzera: no all'iniziativa detta di "attuazione"  17

44.   2016, l’anno dei cambiamenti importanti 17

45.   Il Pd in Svizzera aderisce al Comitato nazionale contro l'iniziativa di “attuazione” dell'esplusione di stranieri che commettono reati 17

46.   L’anno del Gottardo  18

47.   In Commissione Affari Costituzionali discussione generale del ddl sulla cittadinanza già approvato dalla Camera dei Deputati 18

48.   Sulle unioni civili il ritorno della  questione cattolica  18

49.   Svizzera. Roma e Berna, nuova intesa sulla fiscalità  18

50.   Quale sinistra?  19

51.   Giorno della Memoria (27 gennaio): presentato a Palazzo Chigi calendario degli eventi 19

52.   Esenzione totale dalla Tasi (oltre che dall’Imu) per i pensionati all’estero, ma persistono problematicità e disparità  19

53.   Pubblicazioni. “Le radici e le ali” di Goffredo Palmerini, prossima l’uscita  20

54.   Presentazione del volume “Le radici e le ali”  20

 

 

1.       UN. 224 Millionen Migranten weltweit 20

2.       Kinderschutz-Konferenz in Palermo. World Vision fordert EU dringend zu besserem Schutz flüchtender Kinder auf 20

3.       Umfrage: Merkels Kurs sinkt 21

4.       Die Kölner Silvesternacht: Politischer Sprengstoff für Europa  21

5.       Das Scheitern der Vogel-Strauß-Politik. Den IS kann man nicht totverhandeln. 22

6.       Terror in Istanbul. Menschenverachtender Anschlag  23

7.       Unwort des Jahres 2015: „Gutmensch“  23

8.       Unwort des Jahres 2015. War „Gutmensch“ tatsächlich prägend für die Debatten?  23

9.       Übergriffe in Köln. Wir schieben Täter ab und behalten das Problem   23

10.   Vergeltung. Ausländer in Köln angegriffen  24

11.   Österreich kämpft mit abgewiesenen Flüchtlingen aus Deutschland  24

12.   Schluss mit dem Saudi-Bashing! Weshalb die aktuelle Kritik an Riad völlig überzogen ist. 24

13.   Terror in Istanbul: Deutschland als Zielscheibe des IS?  25

14.   Merkel verurteilt Terroranschlag. "Terroristen sind Feinde aller Menschlichkeit"  25

15.   Hessen. Gewalt  und Rassismus- Ein neues Hoyerswerda ist denkbar 26

16.   Jesuiten-Flüchtlingsdienst rügt deutsche Asylpolitik  26

17.   Köln-Übergriffe. Wie Karneval, nur ohne Kostüme  26

18.   Minister Schmeltzer: Mehr Vielfalt in den NRW-Ministerien  27

19.   Kabinett / Flüchtlingslage. Kitas sind wichtiger Schlüssel zur Integration  27

20.   Juden uneins. Kommentierte Edition von Hitlers „Mein Kampf“ erschienen  27

21.   Eine App, die das "Ankommen" erleichtert. BAMF, BA, Goethe-Institut und BR stellen Flüchtlings-App vor 28

22.   Diskussion um Bluthochdruck-Therapie entfacht. Welcher Zielwert ist gesünder?  28

23.   Nach Köln. Kritik an Titelseiten von „Focus“ und „Süddeutscher Zeitung“  28

24.   Umfrage: Was deutsche Verbraucher von digitaler Vernetzung halten (MIT GRAFIK) 29

25.   Frauenrechte in Konflikten – wichtiger denn je! 29

26.   DIW-Managerinnen-Barometer 2016: Frauenanteile in Spitzengremien großer Unternehmen steigen kaum   29

27.   Forsa-Umfrage 2016: Jeder Dritte liebäugelt mit Jobwechsel 30

28.   Jeder dritte Befragte ist nicht bereit, für Karriere umzuziehen  30

29.   Sprachen und Biographien der Flucht: Vom multilingualen Nahen Osten zum deutschsprachigen Bildungssystem   30

 

 

 

Francoforte. Il Corriere d’Italia compie 65 anni      

 

Con questo numero (gennaio 2016, ndr) il Corriere d’Italia entra nel 65.mo anno di vita, la data fatidica legata al periodo del pensionamento, anche se la flessibilità ha reso variabile questo come tanti altri appuntamenti della vita, per alcuni anticipandolo, per altri posticipandolo, secondo l’aria che tira nelle ditte, nei governi, nelle vicende personali della salute. Noi, evidentemente, alla pensione ancora non ci pensiamo, anche se la crisi dell’editoria tradizionale e l’avvento dell’era digitale hanno fatto una vera strage di pubblicazioni cartacee, centuplicandole comunque nel mondo digitale.

Il Corriere d’Italia, nato nel lontano gennaio del 1951, con il nome “La Squilla”, come supplemento de “L’Operaio Cattolico” e “notiziario della Missione Cattolica Italiana in Germania”, è stato fondato da don Aldo Casadei, missionario italiano a Francoforte. “Per chi suona la Squilla” era il titolo del redazionale di presentazione. Il giornale si proponeva di essere - “come la campana” - un richiamo ai valori fondamentali della vita, “un mezzo di comunicazione per tutto ciò che può interessare i nostri lavoratori”, un “mezzo di collegamento tra tutti i nostri connazionali” in Germania.

La testata ha sempre tenuto fede a queste prospettive. Ha attraversato tante stagioni, legate alle sensibilità dei diversi direttori, alle condizioni economiche dell’editore, ai tempi della vita sociale e politica italo-tedesca. Ma è sempre rimasta fedele ai suoi lettori, gli italiani in Germania, cercando di raccontarne la vita, di dare loro una voce ed un peso pubblico, di aiutarli nel superamento dei problemi, come l’inserimento nelle realtà tedesche senza perdere il contatto con la terra di origine, lo sforzo per migliorare il successo scolastico e professionale dei figli, la realizzazione una presenza culturale vitale e qualificata.

L’accompagnamento delle prime generazioni, la vicinanza alle seconde e terze generazioni, la ripresa degli arrivi dall’italia di questi ultimi anni, e tante altre esigenze, ci fanno capire che non è ancora giunto il momento di chiudere i battenti. Anzi, in tempi di rapide trasformazioni e di profondi cambiamenti, è più che mai urgente avere dei punti saldi di riferimento, le idee chiare sui valori da sostenere e portare avanti, gli obiettivi che devono restare fondamentali. In tempi in cui la mobilità umana, non sempre per lavoro ma spesso per i troppi conflitti in corso, ha acquistato una centralità unica nella politica e nell’opinione pubblica, sviluppando spesso xenophobia e rifiuto, è importante la voce di chi richiama ai diritti umani ed alla solidarietà. È appunto quello che vogliamo essere e fare.

I sogni delle origini continuano a restare gli ideali di oggi, sia pure in tempi completamente nuovi e diversi: la fedeltà ai valori umani ed a quelli cristiani. Il CdI è sicuramente uno strumento di informazione. Una informazione utile, non fine a se stessa. Ma vuole essere anche qualcosa di più: un luogo di formazione, a servizio dell’umanesimo prima ancora di una appartenenza confessionale. Dove c’è il pluralismo delle idee, visioni anche diversificate sui temi della vita, della politica, della società, ma con al centro sempre la persona, per la sua crescita morale e culturale, la sua dignità, la sua chiamata alla vita.

Come vogliamo festeggiare questa ricorrenza? In attesa di qualche suggerimento dai lettori, siamo incerti  tra una tavola rotonda (con annesso dibattito, come in occasione del 60° a Mainz) ed una vera festa con i lettori e con i collaboratori, con i soggetti attivi della nostra storia, con tutti gli italiani che ci vogliono incontrare e conoscere, tra musica e testimonianze, canzoni dell’oggi e ricordi del passato, perchè la nostra odierna identità affonda le sue radici in un passato a servizio della mobilità umana, degli italiani in Germania, delle minoranze etniche, dell’integrazione europea, solidale con il mondo che cerca la pace.

Festeggeremo inoltre con due pubblicazioni. La prima: la storia delle Missioni cattoliche italiane in Germania, a cura di mons. Ridolfi, grande testimone di questa presenza (misssionario a Francoforte già dal settembre del 1955, direttore del CdI dal 1960 al 1968, Delegato Nazionale delle Mci dal 1965 al 1971, poi Direttore dell’Ucei a Roma). La seconda: il premio “Quando i miei vennero in Germania”, come continuazione del volume “Quando venni in Germania”, pubblicato in occasione del 40° dell’accordo italo Tedesco del 1955, che raccoglieva le testimonianze delle prime generazioni. Ora la parola passa ai loro figli, alle generazioni dei giovani, a chi forse soffre di più.

Questo “rivangare” il passato non vuole essere certo una fuga dal presente. Anzi, è un modo per affrontarlo nel modo giusto, per evitare gli errori di allora. Come appunto fu la politica della rotazione degli anni 60/70, quando eravamo chiamati “Gastarbeiter”, “lavoratori ospiti”, perchè dopo un certo periodo era previsto o scontato il rientro. La Germania non era considerata un Einwanderungsland, terra di immigrazione. Per cui mancava una politica di integrazione, quella che ora invece diventa centrale e obbligatoria per gli stessi rifugiati (oltre un milione lo scorso anno).

Il nostro “decano” Giorgio Brignola, che entra nel 40° anno di collaborazione gratuita, ha poi un desiderio: ricevere un altro rinoscimento OMRI (Onorificenza al merito della Repubblica Italiana). Se il sogno si potesse avverare, sarebbe una grande soddisfazione per tutti, una onorificenza che va al di là della persona, per abbracciare la storia di tutto un volontariato che da 65 anni rende possibile questo impegno giornalistico a servizio della grande comunità italiana in Germania. Tobia Bassanelli, CdI gennaio

 

 

 

 

L’Austria ha deciso di sospendere Schengen

 

Il cancelliere Faymann: «Aumentare i controlli alle nostre frontiere». Per passare servirà un documento da presentare su richieste delle autorità

L’Austria si chiude. «Annullare temporaneamente» le regole di Schengen sulla libera circolazione in Europa e «il controllo delle persone che vengono nel nostro Paese è stato rafforzato», annuncia il cancelliere Werner Faymann in un’intervista al giornale Oesterreich. E afferma: «Esattamente come fa la Germania abbiamo deciso di aumentare i controlli alle frontiere e di effettuare rimpatri». Chiunque raggiungerà l’Austria «verrà controllato. Chi non ha diritto all’asilo verrà rispedito indietro». Perché «se l’Ue non lo fa, non protegge le frontiere esterne di Schengen, è l’esistenza stessa dell’accordo a decadere». 

 

Nel quotidiano in edicola domani, si legge nelle anticipazioni diffuse oggi, Faymann annuncia un cambio al dicastero della Difesa, dove il nuovo ministro sarà Hanspeter Doskozil, fino ad oggi capo della polizia austriaca. 

 

La notizia dei controlli rafforzati arriva alla vigilia della Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato, che si celebra domenica 17 gennaio. I migranti «sono una opportunità» sottolinea la Comunità di Sant’Egidio. Ma l’accoglienza di tanti stranieri è un impegno non da poco per i Paesi ospitanti. E in questi giorni fioccano i suggerimenti per affrontare il fenomeno. 

 

Il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble ha lanciato l’idea di un’addizionale sulla benzina a livello europeo per coprire i crescenti costi legati ai migranti. «Dobbiamo mettere in sicurezza i confini dell’area Schengen e non possiamo fallire a causa di fondi limitati», ha dichiarato al Sueddeutsche Zeitung. «Ho suggerito - ha spiegato, facendo riferimento a quanto detto all’ultimo Eurogruppo - di fissare una tassa su ogni litro di benzina, se non ci sono fondi sufficienti nei budget nazionali o in quello europeo». Dalla Svizzera la scelta, già imboccata dalla Danimarca, di imporre ai rifugiati di consegnare fino a 10.000 franchi svizzeri (circa 9.000 euro) dei loro beni per pagare le spese di accoglienza. LS 17

 

 

 

Rotta balcanica. Scambio di informazioni e crisi dei migranti

 

Un meccanismo di informazione permanente. Questo il risultato più importante del vertice sui Balcani occidentali, svoltosi a Bruxelles alla fine di ottobre, su invito del Presidente della Commissione europea.

 

Gli Stati partecipanti - otto Stati membri (Germania, Austria, Grecia, Bulgaria, Romania, Ungheria, Slovenia e Croazia) e tre paesi balcanici (Albania, Macedonia e Serbia) - si sono impegnati a nominare entro 24 ore dei punti di contatto ai massimi livelli con l’obiettivo di facilitare uno scambio di informazioni tempestivo e quotidiano (sul presupposto affermato della mancanza di comunicazione tra i governi e le autorità competenti dei Paesi lungo la rotta balcanica).

 

A partire da quel momento, oltre all’aggiornamento continuo su base bilaterale, i dati sono stati 'scambiati nel corso di videoconferenze settimanali presiedute dalla Commissione europea, a cui hanno partecipato gli alti funzionari degli undici paesi coinvolti e le agenzie dell’Unione europea, Ue, associate all’iniziativa, e nel corso delle quali sono state definite le modalità della cooperazione operativa.

 

Tali impegni sono stati condivisi dal Consiglio europeo, svoltosi a dicembre, che ha invitato a continuare a monitorare attentamente i flussi lungo le rotte migratorie in modo da poter reagire rapidamente all'evoluzione della situazione.

 

Eurodac, Vis, Sis e Eurosur

La necessità di migliorare la circolazione delle informazioni (tra autorità nazionali, Stati membri, agenzie dell’Ue, delegazioni Ue nei paesi terzi) era del resto già stata evidenziata nell’agenda europea sulla migrazione di maggio e successivamente ribadita e sviluppata in altri documenti adottati dalla Commissione europea negli ultimi mesi, con riferimento in particolare al contrasto del traffico di migranti (anche per favorire l’individuazione delle reti di trafficanti), nonché al rafforzamento della cooperazione con i paesi terzi.

 

Vanno in particolare menzionati il Piano d'azione dell'Ue contro il traffico di migranti per il periodo 2015-2020 (pubblicato a maggio), che dedica un intero capito a tali aspetti, e il manuale sul rimpatrio (presentato a settembre).

 

In realtà il tema è oggetto di attenzione da parte dell’Ue da tempo. Nel contesto dello spazio di libertà, sicurezza e giustizia sono stati predisposti negli anni, infatti, numerosi strumenti giuridici e iniziative per la raccolta, la conservazione e lo scambio di dati tra autorità, anche nel settore della migrazione, sulla cui base sono poi state istituite banche dati e reti informatiche.

 

Tra questi, vanno ricordati tre sistemi informativi su larga scala relativi agli ingressi di cittadini di paesi terzi: Eurodac, Vis (sistema di informazione visti), Sis (sistema d’informazione Schengen) e il più recente sistema europeo di sorveglianza delle frontiere (Eurosur). In aggiunta, sono state attuate anche forme di cooperazione bilaterale o multilaterale che includono la circolazione di informazioni tra autorità.

 

Dispositivi integrati dell'Ue per la risposta politica alle crisi

Che dire allora della più recente iniziativa? Essa va ricondotta anche entro un quadro di gestione “straordinaria” dei flussi migratori. Cinque giorni dopo il vertice di Bruxelles, la Presidenza lussemburghese ha infatti attivato per la prima volta i dispositivi integrati dell'Ue per la risposta politica alle crisi (Ipcr), in modalità "condivisione delle informazioni", con l’obiettivo di seguire l’evoluzione dei flussi migratori, sostenere il processo decisionale e migliorare l'attuazione delle misure concordate.

 

In tale ambito, gli Stati membri e le istituzioni dell’Ue, nonché le agenzie competenti, sono stati invitati a scambiarsi costantemente informazioni aggiornate sulla situazione sul terreno attraverso una piattaforma web comune.

 

La Commissione e il Servizio Esterno per l’Azione Europea dovranno fornire regolarmente analisi integrate delle informa-zioni ricevute per agevolare il processo decisionale comune e la risposta coordinata alle crisi tra gli Stati membri.

 

Si tratta di un meccanismo relativamente recente, approvato dal Consiglio nel giugno 2013 dopo un processo di revisione biennale che ha sostituito i precedenti Crisis Coordination Arrangements (Cca), ed inteso a consentire una risposta coordinata dell’Ue ai massimi livelli politici.

 

Italia assente dal club

Sebbene l’Ipcr si caratterizzi come un meccanismo flessibile e adattabile alle specifiche esigenze, ci si può domandare perché l’iniziativa sui Balcani occidentali sia stata promossa e continui a svilupparsi solo tra alcuni Stati membri. L'Italia non ha infatti preso parte al vertice di ottobre.

 

Seppure il coinvolgimento di un numero minore di attori possa rendere più agevole un processo, questa scelta sembra rimarcare l’esistenza di visioni e interessi diversi, tali da far propendere per “cabine di regia” più ristrette.

 

Ad ogni modo, l’entità dei flussi migratori ha messo in luce la necessità di un maggior coordinamento nella gestione delle informazioni, per cui gli ordinari mezzi di scambio non sono apparsi sufficienti ed adeguati.

 

Rappresenta certamente un buon test per il nuovo meccanismo, di cui occorrerà seguire gli sviluppi operativi e le implicazioni politiche, nonché l’effettiva capacità di contribuire alla gestione di situazioni di emergenza.

Alessia Di Pascale, ricercatrice all’Università degli Studi di Milano.  AffInt

 

 

 

 

Nel 2015 in Italia si ferma la migrazione economica e cresce l'emigrazione italiana

 

Roma - L’Italia, nel contesto europeo, mentre vede fermarsi drammaticamente la migrazione economica – fattore di sviluppo e di crescita fondamentale nel nostro Paese – con il ritorno  di una emigrazione  giovanile che ha superato le 100.000 persone, ha visto ancora nel 2015 un flusso considerevole di migranti forzati arrivare in particolare sulle coste e nei porti della Sicilia, ma anche della Calabria, della Puglia e della Campania, in Sardegna, sebbene inferiore del 9% rispetto al 2014. Lo ha affermato il direttore generale della Fondazione Migrantes, mons. Giancarlo Perego, intervenuto alla conferenza stampa di presentazione della Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato. Infatti, lo scorso anno sono arrivati 170.100 persone e quest’anno 153.842 persone. Nel 2015 – ha spiegato - si è assistito a “un cambiamento di rotta, soprattutto per le persone in partenza dal Medio Oriente , dal Corno d’Africa e dall’Asia, che si sono dirette verso la Turchia e sono sbarcate in Grecia: oltre 850.000 persone. A  fronte di una persona sbarcata in Italia ne sono sbarcate cinque in Grecia”.

Mons. Perego ha citato anche alcuni dati sugli sbarchi, sui porti di partenza e sulla nazionalità degli sbarcati.  In Italia, Lampedusa è tornato ad essere il primo porto di sbarco ( con 168 sbarchi e 21160 persone), seguito da Augusta (con 146 sbarchi e 22.391 persone), Pozzallo (con 104 sbarchi e 16.811 perone), Reggio Calabria (con 90 sbarchi e 16931 persone), Catania (con 64 sbarchi e 9.464 persone), Palermo (con 61 sbarchi e 11.456 persone), Trapani (con 55 sbarchi e 8136 persone), Taranto (con 45 sbarchi e 9.160 persone). Sbarchi sono avvenuti anche  a Crotone, a Cagliari, a Salerno, a Corigliano calabro, a Vibo Valentia. Il ritorno  degli sbarchi a Lampedusa dimostra – ha detto il direttore della Migrantes - come “l’operazione Triton, diversamente da Mare nostrum, abbia spostato i salvataggi prevalentemente ai confini delle acque territoriali italiane”.

La partenza delle persone che si sono messe in viaggio nel Mediterraneo è avvenuta in particolare dalle coste della Libia (oltre l’85%), l’8% sono partite dall’Egitto e poche migliaia dalla Turchia, dalla Grecia e dalla Tunisia.

Il cambiamento di rotta delle persone in fuga, ha naturalmente portato con sé il cambiamento delle prime nazionalità delle persone sbarcate, con il protagonismo del Corno d’Africa e dell’Africa Sub-sahariana. Le nazionalità delle persone sbarcate sono in particolare: Eritrea (38.612, con un aumento del 10% rispetto allo scorso anno); Nigeria (21.886, con un aumento del 110% rispetto allo scorso anno); Somalia (12.176, più che raddoppiati rispetto allo scorso anno), Sudan (8.909, triplicati rispetto allo scorso anno) Gambia (8.123, poco meno il numero dello scorso anno), Siria (7.444, 6 volte meno il numero dello scorso anno che la vedeva al primo posto tra le nazionalità delle persone sbarcate). Rimangono simili i numeri delle persone provenienti dal  Senegal e dal Bangladesch (poco più di 5.000). Calano, invece, le persone provenienti dal Mali (5.752, quasi dimezzati rispetto al 2014), dall’Egitto (2.594 rispetto ai 4.095 del 2014), dalla Palestina (1.650 rispetto ai 6.017 dello scorso anno).  Complessivamente sono 65 le nazionale delle persone sbarcate in Italia nel 2015. Mig.on.12

 

 

 

 

 

Uomini soli verso l’Europa. Studio sui migranti: in Italia 9 su 10 sono di sesso maschile

 

Troppi uomini, soli e arrabbiati, bussano alla porta dell’Europa? La domanda si rincorre da giorni, dopo il caso Colonia. Scemata l’indignazione del momento, ora tocca ai ricercatori analizzare statistiche e precedenti, e i primi risultati sono allarmanti: l’Europa del futuro rischia di essere troppo «maschile» e di soffrire così, inevitabilmente, un brusco aumento del tasso di criminalità. Un pericolo non necessariamente dovuto alla fede dei profughi ma allo squilibrio di genere: il 73% degli 1,2 milioni di richiedenti asilo in Europa, secondo gli ultimi dati disponibili, pubblicati dall’Economist, sono maschi contro il 66% del 2012. E l’Italia guida la lista, con il 90% di richiedenti asilo uomini.

Le statistiche dei crimini

In generale, l’80-90% dei crimini — con lievi differenze da Paese a Paese — è commesso da giovani uomini adulti. «Non sappiamo ancora abbastanza della situazione demografica attuale per trarre delle conclusioni sui fatti di Colonia», mette le mani avanti Andrea Den Boer, docente di politica e relazioni internazionali all’Università di York. «Finora non è stata compiuto alcuno studio specifico nelle popolazioni migranti, ma le mie ricerche in India e in Cina (dove la politica del figlio unico ha provocato un netto calo nella nascita di femmine, ndr) confermano che gli squilibri di genere nelle popolazioni più giovani conducono a una maggiore instabilità sociale, tra cui un aumento della criminalità e della violenza, in particolare contro le donne».

La miccia dell’emarginazione

La ricerca di Den Boer ha provato anche che, sul lungo periodo, le società con un alto numero di uomini che rimangono ai margini della società — perché impossibilitati a sposarsi o a ricongiungersi con le famiglie, o perché disoccupati — sono più instabili e soffrono di un crescente numero di crimini, abuso di droga, gang fuorilegge. Il rischio di ripercussioni negative aumenta nelle società in cui il passaggio alla vita di coppia è ritardato — come avviene tra i profughi e i migranti soli in Europa. «I celibi sono più propensi a commettere atti criminali rispetto agli uomini sposati o impegnati sentimentalmente», conferma Den Boer. In più «i giovani uomini soli tendono ad unirsi in gruppo e, inevitabilmente, il comportamento di un gruppo è più antisociale di quello di un individuo solo». Come hanno dimostrato i fatti di Colonia.

L’allarme in Svezia

La Svezia ha accolto tre richiedenti asilo ogni 1000 abitanti tra settembre 2014 e 2015, in percentuale il Paese più «accogliente». Il 17% di questi sono giovanissimi, tra i 14 e i 17 anni (in Germania questa fascia contribuisce per il 6%); un numero che potrebbe alterare in modo permanente gli equilibri di genere nel Paese nordico: attualmente ci sono 106 teenager maschi ogni 100 femmine, se tutte le richieste di asilo saranno accolte la proporzione diventerà 116 a 100.

Gli esempi positivi

La migrazione di massa non è necessariamente un problema, e sono numerosi gli esempi nel passato di Paesi che sono stati in grado di assorbire un alto numero di uomini senza soffrire di instabilità sociale. La Germania, ad esempio, negli anni Settanta accolse oltre 2,6 milioni di lavoratori stranieri, in gran parte uomini: perlopiù si fermarono un paio di anni per poi tornare in patria e contribuirono enormemente alla crescita dell’economia tedesca. «La chiave è far sì che i migranti possano compiere la transizione, diventare partecipanti a pieno titolo della vita sociale ed economica dello Stato in cui vivono — conclude Den Boer —. La maggior parte dei migranti in Europa, invece, sta ancora cercando di ottenere l’asilo politico, o addirittura non rientra neppure nelle statistiche ufficiali dei richiedenti asilo. La Germania ad esempio sostiene di aver accolto un milione di migranti nel 2015, ma finora ha registrato solo circa 400.000 richieste di asilo».

In base alle cifre di Eurostat sui richiedenti asilo, l’Italia ha la più alta percentuale di richieste «maschili», rispetto agli altri Stati europei. «Ad ottobre 2015, il 90% delle 82 mila richieste erano di uomini, per la maggior parte giovani tra i 18 e i 34 anni — conferma Den Boer —. Ma l’Italia dovrebbe essere in grado di assorbire i nuovi arrivati e mitigare le conseguenze di questi numeri». Sebbene di più, insomma, gli arrivi nel nostro Paese non dovrebbero alterare gli equilibri di genere come in Svezia, dove il numero di profughi è in percentuale molto più alto rispetto al totale della popolazione. Sara Gandolfi, CdS 17

 

 

 

 

Una ventata nazionalista nel conflitto tra l'Italia e l'Europa

 

Il tema dominante della settimana appena trascorsa è il contrasto tra il governo italiano e la Commissione europea che governa il nostro continente sotto lo sguardo vigile dei 28 Paesi che compongono l'Europa confederata. Il contrasto di cui parliamo avviene spesso tra un singolo Paese e l'Ue quando qualcuno di essi vìola le regole, ma qui il caso è diverso perché sono due politiche che si contrappongono sull'economia, sull'equità sociale, sull'immigrazione, sulla flessibilità, insomma su tutto. Renzi e Juncker hanno addirittura valicato il linguaggio diplomatico e allusivo che si usa in questi casi adottando frasi dirette e crude. "Siamo stati insultati da un governo che abbiamo sempre favorito. Dunque è l'ora di fare i conti": questo ha detto infuriato Juncker, che verrà a Roma a fine febbraio. "Non siamo di quelli che vanno a Bruxelles con il cappello in mano a impetrare favori e non ci faremo dettare ciò che dobbiamo fare per il bene del nostro Paese": ha detto Renzi.

 

Le ragioni del contrasto, che ormai è un vero e proprio conflitto, sono come abbiamo già detto numerose ma non è chiara la ragione della sua vera e propria esplosione. Qualcosa di altrettanto esplosivo era avvenuto tra Bruxelles e la Polonia, affiancata dall'Ungheria e da altri Paesi del nordest europeo, ma in quel caso il tema era uno soltanto: l'immigrazione. Tema enorme, che durerà a dir poco per cinquant'anni e forse più e richiede inevitabilmente una gestione europea poiché riguarda il continente intero.

 

Se l'Europa non riuscirà a gestirlo unitariamente, il patto di Schengen che ha abolito i confini intraeuropei salterà e l'Ue cesserà di esistere. Il conflitto Italia-Bruxelles non è tale da mettere in discussione l'Europa confederata. Impedisce però che progredisca dalla Confederazione alla Federazione. Renzi non vuole la Federazione, non vuole che i governi nazionali siano declassati, non vuole gli Stati Uniti d'Europa. E questa è la natura profonda del conflitto in corso a Bruxelles. Il governatore d'uno qualunque degli Stati americani non potrebbe dire la frase: "Non andrò a Washington con il cappello in mano", per la semplice ragione che quel cappello, che sia in mano o in testa, non esiste. Il governo degli Stati Uniti d'America sta a Washington e non altrove e il suo interlocutore politico è il Congresso, composto da una Camera di rappresentanti e da un Senato. I governi dei cinquanta Stati americani governano i loro territori come in Italia i presidenti regionali governano le Regioni e i sindaci i Comuni. La bandiera americana è unica, unico è l'Esercito, unica l'Aviazione e unica la Marina. Qui in Europa ogni Stato ha la sua bandiera, le sue Forze armate, le sue capitali, la sua lingua. Di comune c'è soltanto la moneta, l'euro, che però non è condivisa da tutti i 28 Stati dell'Ue ma solo da 19 e non c'è un ministro del Tesoro europeo che sia l'interlocutore della Banca centrale.

 

Perciò lo ripeto: se a causa dell'immigrazione saranno ripristinati i confini tra gli Stati membri dell'Ue, l'Ue cesserà di esistere; se i singoli Stati rivendicheranno la loro autonomia e la rafforzeranno mettendosi in contrasto con Bruxelles su questioni molto importanti, non si farà alcun passo verso gli Stati Uniti d'Europa ed anzi questa prospettiva salterà per sempre.  Sembrerebbe che Renzi sia il più verace cultore di questa politica. Ma perché?

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Ci sono ragioni specifiche ma il problema non è quello. Il nostro presidente del Consiglio, il cui interesse sarebbe quello di rivendicare l'autonomia del nostro governo ma di farlo sottovoce e nei modi appropriati, ha adottato il tono quasi del comizio elettorale. E infatti è questa la vera ragione: colpire con una ventata di nazionalismo l'opinione pubblica italiana.

 

Le ragioni di questa ventata sono evidenti: l'Italia, come praticamente tutta l'Europa, registra una crescente indifferenza o addirittura disprezzo della politica; il partito degli astenuti, che rappresenta il 40 per cento, continua a crescere e tra i partiti che andranno a votare alcuni sono programmaticamente contrari all'Europa e all'euro: i 5Stelle, la Lega, i Fratelli d'Italia. Stando ai sondaggi la somma di questi tre partiti arriva al 45 per cento dei votanti (27 per cento del corpo elettorale). La somma tra chi non vota e chi, votando, denuncia l'Europa e la moneta unica, arriva quindi al 67 per cento del corpo elettorale. Chi vota entro il quadro dell'Ue e dell'euro non rappresenta più del 33 per cento del corpo elettorale. Questa è la situazione italiana ma lo stesso fenomeno di astensione e di voti contro l'Ue è presente in molti altri Paesi europei anche se le percentuali sono diverse, alcune addirittura maggiori delle nostre, altre minori. Esistono e tendono a crescere in Polonia, Ungheria, Romania, Slovacchia, Bulgaria, Macedonia, Grecia, Spagna, Francia, Olanda, Gran Bretagna, Germania, Lituania, Estonia, Lettonia. Insomma ovunque.

 

Questa essendo la situazione europea e italiana, che cosa ha pensato Renzi? Il suo partito, il Pd e il governo da lui presieduto sono in linea di principio europeisti, come europeisti sono i partiti di centrodestra e tali intendono rimanere, ma la ventata di nazionalismo è comunque una novità, un cambiamento per usare una parola che a Renzi piace molto. Sembra una parola vecchia il nazionalismo, non si usa più dai tempi di Mussolini e dell'Msi del dopoguerra. Renzi l'ha rispolverata con l'obiettivo di scuotere gli indifferenti e di togliere voti ai partiti e movimenti che voteranno contro l'Ue e contro l'euro. Ci riuscirà? Lui pensa di sì, anch'io penso di sì o almeno riuscirà a non perder voti su quel terreno. Altri pensano invece il contrario: perderà i voti di quanti sono decisamente contrari al nazionalismo. Nel Pd ce ne sono molti, direi la maggioranza. Ma non credo che avvertirebbero quella ventata. Guarderanno semmai al merito economico del conflitto Italia-Europa e quel merito lo condivideranno perché è uno strumento in favore d'una politica economica di crescita, di post-keynesismo, di flessibilità tale da favorire sia gli imprenditori sia i lavoratori.

 

La ventata di nazionalismo va bene per i comizi, ma non toglie voti al Pd e forse gliene procura qualcun altro dal populismo anti-europeo. Esiste il rischio che il populismo inquini anche il Pd? Questo sì, quel rischio esiste, anzi se vogliamo dire tutta la verità quel rischio si è già in parte verificato, la Leopolda renziana è pieno populismo. Quando si dice che il Pd renziano è più un partito di centro che di sinistra, non si dice tutto, il partito democratico renziano è certamente di centro ma è anche populista perché Renzi ha l'intonazione populista. Non è un insulto ma una constatazione.

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Questo fenomeno renziano-leopoldista lo vedremo dalla fine di gennaio all'opera fino ad ottobre, la data in cui dovrebbe svolgersi il referendum costituzionale-confermativo sulla legge che modifica la Costituzione a cominciare dall'abolizione del Senato, trasformato in organo di competenza territoriale.

 

Sono mesi che segnaliamo le storture del referendum confermativo che, a norma della Costituzione, è privo di un quorum. Chi va a votare e ne ha i requisiti, determina l'esito: che vinca il sì legalizzando in tal modo la legge di riforma, o che vinca il no con la conseguente cancellazione della suddetta legge, l'esito non dipende dal numero dei votanti; fosse pure un solo votante, è lui che sceglie per tutti gli italiani. Naturalmente non sarà uno solo, anche se il numero degli astenuti sarà molto alto. Renzi ha trasformato il referendum in un plebiscito perché ha detto e più volte ripetuto che se i no sopravanzano i sì lui abbandonerà la politica. Quindi, in realtà, non si vota soltanto per la legge di modifica della Costituzione ma si vota soprattutto pro o contro Renzi.

 

Questa posizione poteva anche esser passata sotto silenzio e poi decisa da Renzi ad esito avvenuto; invece è il tasto più battuto ed è questo che fa diventare il referendum un plebiscito. Aumenterà il numero dei votanti? Io credo di sì, lo aumenterà. Questo rende inutile o comunque accantona il problema del quorum? Sì, lo accantona ma non lo elimina. Se ne potrà, anzi se ne dovrà discutere a tempo debito. Per quanto mi riguarda continuo a dire che il quorum è necessario ma, ripeto, per questa volta trascuriamolo.

 

Il risultato per Renzi è scontato: vincerà, i no saranno assai meno dei sì. I primi sondaggi danno infatti i sì a oltre il doppio dei no. Se, come è probabile, andranno a votare una quarantina di milioni degli aventi diritto, i sondaggi ne danno trenta ai sì e dieci ai no con tendenza a lieve crescita dei no.

 

È tuttavia possibile che i no aumentino in modo più sostanziale, fino a diventare competitivi per la ragione che se un Renzi sconfitto abbandona non soltanto il governo ma la politica, allora il tema non è soltanto la legge in questione ma si estende anche al partito Pd e alla sua guida che in quel caso sarebbe probabilmente non renziana.

 

Comunque l'uscita di scena di Renzi non interessa solo il Pd e la sinistra ma anche il centro e anche la destra. Interessa tutte le forze politiche. Da questo punto di vista il comitato di sinistra che sta raccogliendo firme non ha molto peso. Non si tratta di raccogliere firme per chi propugna il no, ma per contrapporre ai sì che saranno certamente molti, un sostanziale numero di voti contrari. Personalmente voterò no perché sono contrario alla riforma del Senato, ma se si trattasse solo di Renzi, dovrei pensarci prima di decidere. Quel che è importante è che il referendum senza quorum dimostri l'esistenza di una vera democrazia e quindi di una contrapposizione tra chi approva e chi è contrario con dimensioni in qualche modo equivalenti. Una vera democrazia esiste perché ci sono idee contrapposte che si misurano e poi vinca il migliore.

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Poche parole su un tema importante e scottante: la legge sulle unioni civili. Qui si tratta di diritti e i diritti che si riescono ad ottenere valgono in eguale misura per tutti i cittadini indipendentemente dall'età e dal sesso. Le unioni civili che danno diritto alla convivenza, all'assistenza reciproca, ai lasciti testamentari, alle pensioni reversibili, valgono per tutti. Qualche dubbio può sorgere per il cosiddetto utero in affitto, ma se l'embrione conservato in deposito e usabile su richiesta è accettato, allora anche l'utero in affitto è accettabile, sono due forme equivalenti di procreazione assistita.

Il tema controverso è

quello dell'adozione di figli da parte di coppie del medesimo sesso. Per quel che vale dico il mio parere: per un bambino è meglio due madri o due padri piuttosto che un orfanotrofio. Meglio soli che male accompagnati vale per gli adulti ma non per i bambini. EUGENIO SCALFARI  LR 17

 

 

 

 

 

Un nucleo forte e periferie deboli, così l’Europa torna al Medioevo

 

Pressioni su tutte le frontiere, l’Unione si sfilaccia e assomiglia all’impero carolingio – di ROBERT D. KAPLAN

 

Guardate una qualsiasi carta geografica dell’Europa nel Medioevo o agli inizi dell’era moderna, prima della Rivoluzione industriale, e resterete sbalorditi dall’incredibile confusione - tutti quegli imperi, regni, confederazioni, Stati e «alto» e «basso» questo e quell’altro. È l’immagine di un mondo totalmente frammentato. Una condizione cui sta tornando l’Europa odierna. 

 

Decenni di pace e prosperità, dagli Anni 50 fino al 2009, quando è iniziata la crisi del debito nell’Unione europea, hanno reso più lineari i confini politici ed economici del continente. Durante la Guerra Fredda c’erano due blocchi contrapposti, poi subentrò il sogno di un’Europa unita con una sola valuta. Oggi, con l’Unione europea sotto attacco dall’interno e dall’esterno, la storia sta tornando indietro, verso una complessità destabilizzante, come se questi ultimi cinquant’anni fossero stati solo un interregno prima di un ritorno alla paura e al conflitto. 

 

Gli Stati Uniti stanno iniziando appena ora a vedere la realtà di questa nuova situazione. L’Europa ha un’economia che compete con quella americana per l’egemonia nel mondo, è e resta una risorsa e un’alleata, ma rappresenta anche un grande problema. La domanda pressante è come gestirlo. 

Le divisioni dell’Europa erano evidenti da decenni mentre l’Ue agiva operativamente e lavorava per espandere i suoi confini. C’erano Paesi che facevano parte dell’Unione e altri no; quelli dell’area Schengen e quelli che non ne facevano parte; Paesi in grado di affrontare i rigori finanziari dell’Eurozona e altri che non erano in condizione di farlo. 

 

Quello che è stato preso troppo poco in considerazione è il problema delle profonde radici delle divisioni storiche e geografiche del continente. Il fulcro dell’Europa moderna coincide in linea di massima con l’impero carolingio fondato da Carlo Magno nel IX secolo. Il primo sovrano del Sacro Romano Impero regnava dal Mare del Nord ai Paesi Bassi e da Francoforte a Parigi a Milano e così via. I cugini più deboli di questa Europa si trovano nel Mediterraneo, dalla penisola iberica all’Italia meridionale e nell’area balcanica, storicamente meno evoluta, e sono eredi delle tradizioni bizantine e ottomane. 

 

Nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale questa divisione fu cancellata per via del relativo isolamento dell’Europa rispetto ai suoi vicini, cioè dalle regioni del Nord Africa e dell’Eurasia che, per secoli hanno contribuito così tanto a plasmare il carattere distintivo della periferia del continente. Oggi questa geografia più ampia non può essere ulteriormente ignorata dal momento che le diverse aree dell’Europa reagiscono in modi molto diversi alla minaccia rappresentata dall’atteggiamento aggressivo della Russia di Putin, dal flusso dei rifugiati dal Medio Oriente e dagli attacchi terroristici in atto in patria e all’estero. 

Appare chiaro ormai che la centralizzazione imposta per decenni dall’Unione europea e dalla sua burocrazia remota e non rappresentativa, non ha creato un’Europa unita. Ha generato, invece, un poderoso contraccolpo che attraversa il continente e a cui l’Europa potrà sopravvivere solo riuscendo a capire come legittimarsi nei confronti delle nazioni che la compongono. 

 

Le difese geografiche che hanno protetto l’Europa nel dopoguerra non tengono più. Quando Fernand Braudel, il grande geografo francese della metà del XX secolo, scrisse la sua nota opera sul Mediterraneo, non lo trattò come il confine meridionale dell’Europa. Che era, secondo lui, il Sahara. Oggi, a riprova che aveva ragione, torme di migranti affluiscono dal Nord Africa, dall’Algeria alla Libia, e invadono da un punto vista demografico l’Europa propriamente detta. Anche i Balcani hanno ritrovato il loro ruolo storico di corridoio migratorio di massa verso il centro dell’Europa, la prima tappa per milioni di rifugiati in fuga dai regimi al collasso di Iraq e Siria. 

 

L’Europa si trova così di fronte a un’amara ironia della storia: i decenni in cui poté sviluppare i suoi grandi ideali dei diritti umani universali, incluso il diritto dei perseguitati a trovare rifugio in Europa, furono resi possibili, ormai è chiaro, dall’esistenza dei regimi oppressivi che tenevano sotto scacco le sue aree periferiche. Il mondo arabo è rimasto chiuso per decenni in Stati-prigione governati da dittatori che custodivano sotto chiave i loro popoli. Saddam Hussein in Iraq, la famiglia Assad in Siria, Muammar Gheddafi in Libia, sono stati loro a permettere all’Europa di alimentarsi del proprio idealismo. 

 

E, ancora peggio per l’unità europea, la geografia e la storia hanno cospirato per rendere alcune regioni del continente più vulnerabili di altre ai flussi dei migranti e dei rifugiati. Se da una parte la Germania e alcuni Paesi scandinavi provano a giocare la carta dell’accoglienza, i Paesi dell’Europa centrale come l’Ungheria e la Slovenia alzano nuove barriere di filo spinato. I Balcani, che negli Anni 90 la guerra e il sottosviluppo separavano virtualmente dall’Europa, hanno subito un ulteriore colpo per via dell’anarchia in Medio Oriente. All’estremità sudorientale dell’Europa, in Grecia, un tempo provincia povera dell’impero ottomano, la crisi economica in atto nel Paese è stata esacerbata dalla sua infelice posizione di porta d’accesso per centinaia di migliaia di migranti in fuga dai disordini del mondo arabo. 

 

Un ulteriore fattore critico nella fine del periodo di stabilità europeo è il ruolo geopolitico svolto dalla Russia. Durante la Guerra fredda l’Unione Sovietica rappresentava un’ovvia minaccia strategica, ma era una minaccia che gli Usa sapevano gestire e, per gran parte del periodo, dopo la morte di Stalin, il Cremlino fu retto da funzionari avversi a prendersi rischi. Dopo il crollo dell’Urss, il periodo di disordini e debolezza istituzionale attraversato dalla Russia portò, tra le altre conseguenze, il fatto che non rappresentasse una minaccia per l’Europa. 

 

Oggi, non occorre dirlo, la Russia ha di nuovo un ruolo strategico in Europa. Il rafforzamento del controllo di Putin sulla federazione, dopo la confusa era eltsiniana, ha creato nuove barriere tra Parigi e Varsavia, Berlino e Bucarest. Un polacco o un romeno negli Anni 90, considerati la debolezza e il caos della Russia, vedevano nell’appartenenza alla Nato e all’Unione europea una prospettiva di stabilità e pace a lungo termine. Oggi l’orizzonte strategico è ben diverso: il futuro dell’impresa europea appare incerto, e una Russia rediviva si è annessa la Crimea, ha invaso l’Ucraina orientale e preme di nuovo minacciosamente ai confini. 

 

Ed ecco che assistiamo a un rovesciamento delle alleanze della Guerra fredda. L’Europa torna a spaccarsi, ma stavolta è l’Europa dell’Est a volersi avvicinare agli Usa, dubitando sempre di più che la Nato da sola possa rappresentante una difesa efficace contro la Russia. Al contempo, i Paesi dell’Europa occidentale, preoccupati per l’arrivo in massa dei profughi e la minaccia terroristica pensano che avvicinarsi alla Russia (malgrado la crisi ucraina) sia utile contro il caos che si diffonde dalla Siria (...). 

 

È passato il tempo in cui pensavamo che l’Europa fosse stabile, prevedibile e noiosa. La mappa del continente sta tornando al suo aspetto medievale, se non proprio nei confini almeno negli atteggiamenti politici e nelle alleanze. Il punto oggi è se l’Unione europea può ancora sperare di diventare l’erede del multiculturalismo dell’impero asburgico, che per secoli dominò l’Europa centrale e orientale, ospitando i più svariati interessi e minoranze. 

 

La risposta dipende non solo da quello che farà l’Europa, ma anche da quello che sceglieranno di fare gli Stati Uniti. La geografia è una sfida, non un destino. 

WSJ (Traduzione di Carla Reschia)  LS 17

 

 

 

 

Proposte per migliorare l’accoglienza dei migranti in Italia

 

Durante la conferenza stampa per la presentazione della Giornata del migrante di domenica 17, la Migrantes ha indicato alcune proposte che possono aiutare a migliorare l’accoglienza dei migranti  in Italia, con una particolare attenzione ai richiedenti asilo e rifugiati in Europa e nel nostro Paese. Eccole.

1) Rimane necessario aprire canali di ingresso regolari sia per ricerca occupazione per i migranti che di ingresso umanitario per i rifugiati che già si trovano nei grandi campi profughi vicino alle zone di conflitto: cosa che scoraggerebbe il traffico delle persone e che eviterebbe l’inutile e insostenibile morte di persone in mare  (uomini, donne e bambini), che continua e cresce da troppo tempo.

2) Occorre trovare modalità nuove di gestione dei flussi delle persone in arrivo in Europa, siano essi migranti o richiedenti asilo, realmente comuni  e che prevedano la possibilità di avere quote certe per ogni Paese europeo e che cerchino, per quanto possibile, di incrociare le disponibilità date dai diversi Paesi con i desideri e le capacità delle persone in arrivo.

3) Trovare procedure di identificazione e di ricollocamento comuni in Europa che tengano conto del rispetto della dignità umana e  dei diritti umani delle persone. In questo senso, preoccupa la politica europea della creazione di Hotspots, di fatto centri chiusi che somigliano più a dei CIE che a dei Centri di accoglienza. Inoltre i due momenti – identificazione e ricollocamento – devono viaggiare in sintonia, diversamente si creano tempi lunghi di trattenimento delle persone oltre che inevitabili rifiuti all’identificazione.

4) Riuscire a dare una risposta più competente e più celere alle persone che fanno domanda d’asilo, da una parte riformando il sistema delle commissioni territoriali, prevedendo più formazione e personale dedicato;  dall’altra aumentandone il numero per arrivare a dare a tutti una risposta entro i sei mesi che le normative europee già prevedono e nello stesso tempo provando anche ad accorciare i tempi dei ricorsi dei diniegati,  che al momento aspettano anche più di un anno per riuscire ad avere una risposta. I tempi lunghi di attesa, infatti, portano le persone a rimanere in accoglienza senza una risposta anche per un anno e mezzo – due anni, con la dimissione o l’allontanamento dal centro di accoglienza , e i conseguenti  rischi della irreperibilità, di insicurezza  e di sfruttamento delle persone.

5) Arrivare ad avere un sistema unico e diffuso di accoglienza in Italia, che risponda a medesimi standard, procedure e sia sottoposto a puntuali controlli e verifiche rispetto ai servizi che deve erogare e rispetto alla trasparenza nella gestione dei fondi. Accogliere con trasparenza ed apertura è un reciproco vantaggio sia per chi viene accolto che per chi fa accoglienza Il rapporto sull’accoglienza di migranti e rifugiati in Italia del Ministero dell’Interno dell’ottobre 2015, ha evidenziato come i soldi spesi per l’accoglienza delle persone hanno una ricaduta positiva anche sui Comuni e le comunità accoglienti, evidenziando che dei  30-35 euro giornalieri per l’accoglienza circa il 37% serve per la retribuzione di operatori e professionisti e circa il 23% vada in spese relative ad affitto di locali, acquisti di beni alimentari e abbigliamento: tutte cose che sono una ricaduta positiva sull’economia locale della comunità che fa accoglienza.

6) Per arrivare ad avere un sistema unico bisogna  superare la volontarietà di adesione dei Comuni, a fronte della garanzia di fondi certi, anche nei tempi di erogazione, e superando l’ottica del co-finanziamento. L’accoglienza dei richiedenti asilo e titolari di protezione internazionale deve diventare un servizio sociale specifico per ogni Comune o unione di piccoli Comuni,  forte della collaborazione della rete di enti e associazioni di volontariato sul territorio, in relazione con la scuola e il mondo delle imprese: uno dei servizi alla persona garantiti su tutto il territorio nazionale (in proporzione alla popolazione, al Pil, ai fondi sociali ricevuti e alla quota di persone straniere già presenti).

7) L’accoglienza  dei migranti e dei rifugiati, seppur ottima, se non è seguita, da quando le persone hanno la certezza di poter rimanere in Italia, da un serio programma di inserimento abitativo e lavorativo crea solo marginalizzazione, rischio di sfruttamento e frustrazione. Per questo, servono programmi specifici a livello nazionale e regionale volti a facilitare l’inserimento socio-economico, abitativo dei titolari di protezione internazionale, come di ogni altra persona che in quel territorio si trova in situazione di difficoltà rispetto alla casa o al lavoro. A riguardo, può essere preziosa la sinergia Stato-Terzo Settore e Chiesa (come alcune esperienze dimostrano in diverse realtà italiane).

8) Rispetto ai minori stranieri non accompagnati bisogna davvero riuscire a superare la prima accoglienza in centri collettivi spesso inadeguati (oserei dire piccoli orfanatrofi) e arrivare a forme diversificate di accoglienza che prevedano non solo  accoglienze in centri piccoli, ma anche affidamenti familiari o appartamenti in semiautonomia:  un sistema di accoglienza  familiare, unico e interno al sistema di accoglienza per richiedenti asilo nazionale: cosa che si è dichiarato già nella Conferenza Stato-Regioni del luglio 2014, ma che si è ancora lontani dall’aver realizzato. Bisogna anche superare la pratica dell’esame del polso per determinare l’età che è considerata inattendibile, per passare a un esame multidisciplinare (esemplare a questo proposito il protocollo del Tribunale per minori, ASL e Prefettura di Catania). Infine, occorre affidare in tempi brevi i minori non accompagnati, in tempi brevi, tutori specifichi, volontari e formati, evitando cumuli di tutele, assolutamente inutili e inefficaci,  ad assessori e sindaci.

9) Una proposta importante, anche in vista delle prossime elezioni amministrative di primavera, riguarda la ripresa di una proposta politica importante, purtroppo finita nei cassetti parlamentari: la proposta di legge per il voto amministrativo ai migranti regolarmente presenti nel nostro Paese. Come si può parlare di inclusione sociale, di integrazione se il mondo di giovani donne e uomini immigrati lavoratori, studenti, imprenditori nel nostro Paese non possono avere diritto a decidere chi li rappresenti nei Consigli comunali e regionali. E’ un ritardo storico grave che va colmato, anche per la nostra sicurezza sociale.

10) Parlare delle migrazioni e dello spostamento delle persone con competenza e serietà per superare finalmente un’informazione allarmistica ed ideologica del fenomeno, che troppo spesso dimentica il popolo dei migranti, 5 milioni, per fermarsi ad esasperare alcuni casi. Nello specifico, poi, dei richiedenti asilo, non siamo di fronte a un’invasione del nostro Paese (siamo stati sia l’anno scorso che quest’anno intorno a un richiedente asilo ogni mille abitanti), ma siamo di fronte a un momento di grande sofferenza del mondo in cui il numero dei conflitti (di cui la nostra parte di mondo ha la sua responsabilità sia nella creazione che nella mancata gestione) e il numero di spostamento forzato di persone per cambiamenti climatici è davvero molto elevato. Sarebbe ingenuo pensare che tutti questi spostamenti forzati di persone in fuga da guerre e conflitti e da cambiamenti climatici, sempre più numerosi, violenti ed imprevisti, non abbia una ricaduta anche in Europa e in Italia; e non saranno i controlli alle frontiere a fermare le persone in fuga, che sono state obbligate a spostarsi. (De.it.press/Inform)

 

 

 

 

 

Berlino pensa a una mini-Schengen per dare una lezione a Italia e Grecia

 

La Germania alla guida della “coalizione dei volenterosi” con Austria, Belgio, Lussemburgo Francia e Olanda contro le inadempienze dei partner sui migranti. Rischia anche l’euro – di TONIA MASTROBUONI

 

BERLINO - Se salta Schengen, salta l’euro. In parole semplici, è questo il concetto espresso da Angela Merkel nei giorni scorsi durante un convegno a Magonza. «L’euro e la libertà di movimento attraverso i confini sono strettamente legati», ha spiegato la cancelliera. Dunque, «nessuno può illudersi di mantenere una moneta comune senza garantire un modo semplice di attraversare i confini». Ma secondo un’autorevole fonte governativa tedesca, la Germania non ha affatto rinunciato all’idea di usare «l’atomica» della chiusura delle frontiere, alla luce delle miriadi di inadempienze sui rifugiati dei partner europei – non solo al di là della Oder, ma anche al di là delle Alpi e dei Balcani. E per evitare un’implosione economica, la mini-Schengen che i tedeschi hanno in testa includerebbe comunque un nocciolo di Paesi forti dell’area euro. 

 

Il progetto di una mini-Schengen, con un ripristino dei controlli ai confini che includerebbe Belgio, Lussemburgo, Olanda, Austria, Francia e Germania, era affiorato a dicembre, ispirato dagli olandesi e ufficializzato dal capo della cancelleria, Peter Altmaier, che aveva anche battezzato il gruppo: «coalition of the willings», coalizione dei volenterosi. Poi il piano era sparito dai tavoli, riassorbito dalle emergenze terrorismo, persino parzialmente smentito. Ma in questi giorni a Berlino si torna prepotentemente a parlare di «coalizione dei volenterosi», ai piani alti del governo. Sintetizza la fonte: «L’ho detto anche agli amici polacchi: Schengen serve a tutti. Se domani vi ritrovate una valanga di profughi ucraini in casa e noi chiudiamo le frontiere, che fate?».  

 

Ma a Berlino il malumore non riguarda solo il comportamento del blocco dei Paesi dell’Est che frena sul riassorbimento delle quote di profughi e si compiace delle proprie involuzioni illiberali e autocratiche quando non barbariche - nei giorni scorsi il premier ceco ha paragonato i rifugiati alle esondazioni. L’irritazione riguarda anche la Grecia e l’Italia, accusate di non fare gli hot spot e di chiudere da tempo un occhio sia sugli ingressi sia sulle registrazioni delle impronte digitali. «Troppo comodo fare i generosi o i leader “di sinistra” quando sai di essere un Paese di transito», sintetizza una fonte parlamentare. Ma è l’umore prevalente nella Grande coalizione, nei confronti di Italia e Grecia. 

 

Oltretutto, il 2016 non è un anno qualsiasi, per Angela Merkel. Ed è iniziato, notoriamente, con i peggiori auspici. Accolti un milione e centomila profughi nel 2015, concessa agli avversari di partito la promessa di una riduzione degli arrivi, la cancelliera si prepara ad un anno elettorale – sono cinque gli appuntamenti per il rinnovo dei governi nei Land – con cattivissime premesse. I sondaggi danno il suo partito in cantina, gli anti immigrati dell’Afd sono col vento in poppa e l’Ue sta reagendo troppo lentamente alle pressioni della Germania per garantire un rallentamento dei flussi e un rapido accordo con la Turchia. Senza l’aiuto dei vicini, Berlino minaccia di ispessire i confini. Le conseguenze sarebbero catastrofiche anzitutto per noi. LS 15

 

 

 

 

Spagna e Polonia. Ora Merkel è più debole in Europa

 

L’impalcatura del sistema tedesco sta crollando. Dopo la Polonia, un altro Paese satellite, la Spagna, minaccia di voltare le spalle alla Germania. Angela Merkel vede incrinarsi l’assetto con cui ha governato l’Europa in questi anni, proprio mentre viene messa sotto accusa sul fronte interno (e attaccata dai giornali americani) per la sua politica sull’immigrazione. Ma non è detto che sia una buona notizia.

Ieri a Madrid si è insediato il Congresso dei deputati, e ha eletto alla propria testa il socialista Patxi Lopez, ex lehendakari - governatore - del Paese basco. Per la prima volta nella storia della democrazia spagnola, il presidente della Camera non appartiene al partito più votato, il Pp del premier uscente Mariano Rajoy, che negli ultimi quattro anni ha fatto quel che la Merkel gli ha detto di fare, in cambio del salvataggio delle banche. Le trattative per il nuovo governo sono in alto mare. Le pressioni perché si replicasse a Madrid la grande coalizione tra popolari e socialisti al potere a Berlino e a Bruxelles - in realtà un centrosinistra in cui comanda il centro - non hanno avuto finora alcun esito. Il leader del Psoe, Pedro Sanchez, rifiuta di appoggiare l’investitura di Rajoy e tenta di formare un’alleanza di sinistra come quella al governo in Portogallo. Anche a Lisbona i conservatori avevano vinto le elezioni, ma non abbastanza, e i socialisti hanno costruito una coalizione degli sconfitti con comunisti e populisti. In Spagna l’operazione è complicata da Podemos.

 

Pablo Iglesias chiede un referendum per l’indipendenza della Catalogna, cui i socialisti andalusi sono contrarissimi; e un quarto dei deputati del Psoe sono andalusi. Sanchez tenta di aggirare l’ostacolo offrendo una riforma federalista.

Comunque finisca la partita di Madrid, la Merkel non avrà più ai confini occidentali del continente un alleato fedelissimo; dopo che sui confini orientali i nazionalisti polacchi hanno vinto le elezioni rovesciando la politica filotedesca di Donald Tusk, premiato con la presidenza del Consiglio europeo. Crollano i bastioni esterni proprio mentre la cancelliera appare indebolita in patria. L’attentato di Istanbul rivela che i tedeschi sono bersagli del terrorismo internazionale. La notte di Colonia si conferma un tornante della storia. Le perplessità che già serpeggiavano in alcuni settori della Cdu, il partito della Merkel, tra gli alleati bavaresi della Csu, persino tra i socialdemocratici, e in genere nella società, sono diventate dissenso aperto. Ma sul serio gli europei possono rallegrarsene?

 

È vero: la gestione tedesca della grande crisi non è stata né generosa, né lungimirante. L’America ha investito 900 miliardi di dollari; in Europa non si è visto ancora un euro dei 300 miliardi annunciati da Jean-Claude Juncker. Quel poco di ripresa lo si deve a Draghi e alla Bce; che però hanno avuto l’appoggio della Merkel, nonostante l’opposizione della Bundesbank. Il punto è che oggi la cancelliera non è attaccata «da sinistra», ma «da destra». E non soltanto dai naziskin, dagli estremisti di Pegida, dai duri di Alternative für Deutschland. È semmai l’ala intransigente dei cristianodemocratici e dell’opinione pubblica a uscire rafforzata. Per questo isolare ulteriormente la Merkel non ci conviene. Se avvenisse un cambiamento nella politica tedesca e di conseguenza europea, non sarebbe nella direzione sollecitata dall’Italia. Non andrebbe verso una maggiore solidarietà nella ripartizione dei migranti, né verso una più ampia condivisione dei rischi finanziari, né verso l’allentamento dei vincoli di bilancio, né verso un atteggiamento più aperto nei confronti dei partner, in particolare dell’Europa meridionale. La Merkel non va certo rimpianta, se non altro perché non è certo finita; ma anche lei dovrà prepararsi alla fase nuova che si apre, carica di opportunità e di incognite. Da affrontare forti almeno di una consapevolezza comune: ormai l’Europa c’è; la dobbiamo rendere migliore; non possiamo gettarla via. Aldo Cazzullo, CdS 14

 

 

 

 

Francoforte. Ha 65 anni il Corriere d‘Italia. Gli auguri della Garavini

 

“I 65 anni di attività giornalistica del Corriere d’Italia di Francoforte coincidono quasi con la ricorrenza degli accordi bilaterali che hanno regolato la presenza italiana in Germania. Decenni di storia che hanno visto gli italiani emigrati in terra tedesca radicarsi grazie al loro lavoro e alla loro capacità di adattamento, trasformandosi da “ospiti” in cittadini europei e poi, spesso, in cittadini tedeschi a tutti gli effetti. In questo passaggio fondamentale per la vita di milioni di connazionali in Germania, il Corriere d’Italia ha rappresentato per molti di essi un importante mezzo di informazione e un legame con la propria madrepatria. Per il lavoro che ha svolto e che sta ancora svolgendo voglio rivolgere il mio sentito ringraziamento alla Direzione e alla redazione del giornale, assieme agli affettuosi auguri di buon anniversario”. Così Laura Garavini, componente della Presidenza del PD alla Camera. De.it.press

 

 

 

 

Le prossime manifestazioni a Monaco di Baviera e dintorni

 

* martedì 19 gennaio, ore 14:00-16:00, c/o Rathaus (Ingolstadt)

Consulenza per i connazionali Anna Benini sarà a disposizione per aiutare gratuitamente a svolgere pratiche burocratiche e per consulenze nel nuovo municipio. Organizza: Italclub Ingolstadt e.V.

* mercoledì 20 - domenica 31 gennaio, c/o Gasteig (Rosenheimerstr. 5, München) "10. Mittelmeer-Filmtage". Cinema italiani in visione:

o Mediterranea - Refugees welcome? (regia: Jonas Carpignano, Italia/Francia 2015, 110 min., OmU)

o Via Castellana Bandiera - A Street in Palermo (regia: Emma Dante, Italia/Svizzera 2013, 94 min., OmeU)

o Io sto con la sposa - On the bride side (regia: Gabriele Del Grande, Khaled Soliman al Nassiry, Antonio Augugliaro, Italia/Palestina 2014, 89 min., OmU)

o Latin Lover (regia: Cristina Comencini, Italia 2014, 104 min., OmeU)

Per maggiori informazioni e programma: www.filmstadt-muenchen.de/wp-content/uploads/2015/12/mittelmeerfilmtage_2016_WMD_screen1.pdf

Organizzatori: Filmstadt München e.V. (Bunter Hund, Circolo Cento Fiori e.V., DOK.fest, Griechisches Filmforum e.V., Kinderkino München e.V, SinemaTürk Filmzentrum e.V, UNDERDOX), Instituto Cervantes de Múnich, Institut français de Munich, Istituto Italiano di Cultura München, Centre Català de Munic e.V., Münchner Stadtbibliothek

* giovedì 21 gennaio, ore 19:00, c/o Café Luitpold (Briennerstr 11, München)

Salon Gastrosophique: "Radikal regional. Die Heimat wird kulinarisch hip"

Di e con Peter Peter

Omas gutbürgerliche Küche mit den ewig gleichen Rezepten war gestern. Globale Ernährung mit Shrimps und Mozzarella, Pizza und Sushi ist längst Alltag. Die gastronomische Avantgarde fokussiert sich lieber auf Produkte, die knapp sind. Früchte aus dem eigenen Garten, alte Rübensorten, Süßwasserwildfangfisch, selbst gepflückte Kräuter. Die kulinarische Werte-Skala wird radikal neu definiert. Ein Aufbruch zu bewussteren Speisegewohnheiten?

Menü: Starnberger See Renke vom Fischer Peter Schropp, Pichelsteiner Eintopf, Apfelstrudel. Ingresso: € 19,- (prenotazione c/o 089-24287511 o info@cafe-luitpold.de). Organizza: Café Luitpold

* venerdì 22 gennaio, ore 19:00, c/o EineWeltHaus, sala 211 (Schwanthalerstr. 80, München) Il dramma dei profughi fra problemi e prospettive con Norma Mattarei (Akademie der Nationen, Caritas). Ingresso libero. Organizza: rinascita

* sabato 23 gennaio e sabato 30 gennaio, ore 10:00-12:00, c/o Scuola Italo Tedesca "Leonardo da Vinci" (Baierbrunner Str. 28, München) "L'influenza della comunicazione nelle relazioni familiari" con Silvia Alicandro, Laureata in psicologia e mediatrice familiare (socia Ai.Me.F.)

"Molte volte, nella frenesia dei nostri impegni quotidiani, dimentichiamo di fare attenzione al nostro modo di comunicare e a come si sente chi ci sta vicino (in famiglia o al lavoro ad esempio). Le conseguenze possono essere molteplici e non sono rari i conflitti che inevitabilmente si manifestano. Le parole che diciamo possono essere finestre oppure muri che, una volta alzati, è difficile abbattere. Comprendere, quindi, come possiamo migliorare la nostra comunicazione verso gli altri diventa importante per noi e per chi ci sta vicino." In lingua italiana

Numero di partecipanti: min 8 - max 10. Costi: 40€ per 2 incontri con 10 partecipanti / 50€ per 2 incontri con 8 partecipanti. Iscrizioni entro il 15.01.2016 c/o pomue@gmx.net. Organizza: ReteDonne Monaco.

* sabato 23 gennaio, ore 10:00-12:00, c/o Bürgerhaus Alte Post, stanza A8, 1 piano (Kreuzstr. 12, Ingolstadt) Punto informativo e consulenza per i connazionali

Organizza: Spazio Italia Ingolstad

* sabato 23 gennaio, ore 10:30-12:00, c/o Bürgerhaus Alte Post, stanza A5, 1 piano (Kreuzstr. 12, Ingolstadt). Corso base di tedesco per Italiani

Per informazioni e/o iscrizioni: spazio@spazioitaliaingolstadt.de o passare nell'ufficio di Spazio Italia (Bürgerhaus Alte Post, stanza A8, 1 piano)

Organizza: Spazio Italia Ingolstad

* giovedì 28 gennaio, ore 19:30, c/o Algovenhaus (Heinrich-von-Buz-Str. 2 1/2, Augsburg) Cinema italiano: "La migliore offerta" (Regia di Giuseppe Tornatore, thriller, drammatico, sentimentale, 2013 - OmU). Introduce Giacomo Carloni

Organizza: Società Dante Alighieri - Comitato di Augsburg

* venerdì 29 gennaio, ore 19:00, c/o Gasteig, Raum 3.140 (Rosenheimerstr. 5, München) Lesung: Silvia Di Natale "Vicolo Verde" (Feltrinelli, 2008)

Con l'autrice Silvia Di Natale. In lingua italiana. Ingresso: € 8,-

Organizza: Münchner Volkshochschule

* sabato 30 gennaio, ore 10:00-12:00, c/o Bürgerhaus Alte Post, stanza A8, 1 piano (Kreuzstr. 12, Ingolstadt) Punto informativo e consulenza per i connazionali

Organizza: Spazio Italia Ingolstad

* sabato 30 gennaio, ore 10:30-12:00, c/o Bürgerhaus Alte Post, stanza A5, 1 piano (Kreuzstr. 12, Ingolstadt). Corso base di tedesco per Italiani

Per informazioni e/o iscrizioni: spazio@spazioitaliaingolstadt.de o passare nell'ufficio di Spazio Italia (Bürgerhaus Alte Post, stanza A8, 1 piano)

Organizza: Spazio Italia Ingolstad   (Claudio Cumani, de.it.press)

 

 

 

 

I temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia

 

Tutte a Colonia (14.01.2016). La giornalista Maria Latella ha lanciato l'idea di organizzarsi per scendere in strada a Colonia dopo le aggressioni di Capodanno: il 4 febbraio, Weiberfastnacht, #tutteacolonia.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/italienische-frauen-weiberfastnacht-koeln-100.html

 

Il caso Quarto (14.01.2016). Tempi duri per il Movimento 5 stelle: il caso del comune campano Quarto è una spina nel fianco di una forza politica che ha puntato tutto sull'onestà e la trasparenza.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/fall-quarto-droht-mfuenfs-schaden-100.html

 

Sinistra Italiana - È nato all'inizio di novembre il nuovo gruppo parlamentare. Anche gli eurodeputati italiani della Lista Tsipras guardano con interesse al nuovo movimento politico.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/italienische-link-100.html

 

La Turchia nel mirino (13.01.2016) - L'attentato di Istanbul che ha provocato la morte di dieci turisti tedeschi colpisce il turismo, un importante comparto dell'economia turca, destabilizzando un paese in gravi difficoltà.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/tuerkei-anschlag-102.html

 

Mama Marjas (13.01.2016)

“Io sono un mezzo nelle mani della musica” così ama dire di sé la regina del reggae italiano che ci presenta il suo nuovo album “Mama”.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/quelli_sul_palco/mama-marjas-100.html

 

Volontari in Germania (13.01.2016) - Sono circa 35 mila i giovani italiani impegnati in progetti offerti dal Servizio civile nazionale. Quasi 700 vivono questa esperienza all'estero, due di loro a Colonia.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/italmondo/zivil-dienst-100.html

 

Abilità rimandate (12.01.2016)

L'uso delle nuove tecnologie a scuola e il loro impatto sullo sviluppo motorio e mentale degli scolari. Per alcuni studiosi, come il pedagogista Benedetto Vertecchi, rappresentano un rischio per l'apprendimento.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/tablet-schule-100.html

 

Terra velenosa (12.01.2016) - Aumento dei tumori anche nei bambini piccoli nella Terra dei Fuochi. Approfondiamo l'allarme lanciato dal recente rapporto con un giornalista della zona ed esperto del tema.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/krebsfaelle-kampanien-100.html

 

Il Trionfo di Bacco e Arianna (12.01.2016) - La ballata composta da Lorenzo de' Medici alla fine del Quattrocento è un inno alla giovinezza e un'esortazione a godere di ogni momento. Un inno ancora attuale: "Quant'è bella giovinezza!"

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/terramia/lorenzo-der-praechtige-100.html

 

Caccia allo straniero (11.01.2016)

A Colonia aggressioni xenofobe mentre il ministro Jäger declina ogni responsabilità sulle violenze di Capodanno. Intanto le denunce sono più di 500.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/koeln-gewalt-100.html

 

Donne sotto shock (08.01.2016). Sono più di 120 le denunce di donne molestate la notte di Capodanno a Colonia. Sospeso il capo della polizia Wolfgang Albers.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/deutsche-frauen-ausgeliefert-100.html

 

Clandestini, non criminali (08.01.2016). Il Governo, su iniziativa del Guardasigilli Andrea Orlando, vuole depenalizzare il reato di clandestinità. Ce ne parla Vladimiro Polchi, giornalista esperto di temi legati all'immigrazione.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/italien-illegale-migration-entkriminalisieren-100.html

 

Non luogo a procedure (08.01.2016). Un libro che racconta l'ossessione della guerra di un professore triestino, realmente esistito. Claudio Magris ci parla del suo ultimo romanzo. La seconda parte dell'intervista.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/pagine_scelte/claudio-magris-buch-100.html

 

Eventi, incontri, spettacoli. In onda ogni lunedì e venerdì fra le 19 e le 20

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/appuntamenti/kalenderfreitag100.html

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/appuntamenti/kalendermontag100.html

 

 

 

 

Francoforte. Tutti al cinema! Ciclo: In viaggio con Nanni Moretti

 

Ciclo didattico e di introduzione al cinema italiano ideato e promosso da Massimo Fagioli, docente,  in collaborazione con Consolato Generale d’Italia in Francoforte, associazione Italiani in Deutschland e.V. ed Enit Francoforte .

 

Mercoledì 20 gennaio 2016, ore 18.30, presso SALA EVENTI ENIT, Barckhausstr.10, Francoforte (U 6/7 fermata metro: Westend) - Introduzione e discussione con Massimo Fagioli. Entrata : donazione libera a copertura delle spese di organizzazione dell’ evento. E-mail di conferma (solo 60 posti a sedere) a: francoforte.culturale@esteri.it

Bianca,  un film diretto ed interpretato da Nanni Moretti (1984) - Versione originale con sottotitoli in italiano 

Michele Apicella, un giovane professore di matematica che vive solo, è pieno di manie e di fobie: igienista all'eccesso, perfezionista, osservatore ossessivo della gente che gli sta intorno, spia e giudica la vita degli altri. Il suo nuovo posto di lavoro è la scuola ‘Marilyn Monroe’, surreale istituto sperimentale frequentato da allievi studiosissimi e dotato di bar, pista elettrica, flipper e slot machine ad uso dei professori, che hanno anche uno psicologo a disposizione. Nelle ore libere Michele si dedica alla sua passione, l'osservazione dei comportamenti dei propri amici, specialmente delle coppie: una sorta di ossessiva indagine di cui riporta i risultati su schede conservate in un archivio. Mentre avvengono strani omicidi nei quali sono coinvolti amici e vicini di casa, Michele inizia una relazione sentimentale con Bianca, la nuova insegnante di francese della scuola ma, come afferma lui stesso, «non è abituato alla felicità» e, per timore del disordine emotivo, decide di mettere fine alla relazione. Intanto, il commissario incaricato delle indagini, comincia  a sospettare dei suoi strani comportamenti e lo fa pedinare da agenti in borghese...

Si prega di inviare una mail di prenotazione. IIC/Ffm

 

 

 

 

 

Sindaco tedesco spedisce 31 profughi alla Merkel: “Non ne posso più”

 

Nel viaggio in bus un imprevisto: una persona dimenticata in una stazione di servizio. TONIA MASTROBUONI

 

BERLINO - A ottobre, Peter Dreier le aveva urlato al telefono: «Non ce la facciamo», facendosi beffa del suo slogan più famoso. E aveva minacciato di spedirle i profughi a Berlino. Angela Merkel era stata irremovibile: «Se lei mi manda i suoi rifugiati, dovrò rispedirli in Grecia». Ma stamane il governatore di Landshut, circondario (una sorta di provincia) della Bassa Baviera, ha concretizzato la sua minaccia.  

 

Dreier ha fatto salire 31 profughi su un bus e li ha fatti partire per Berlino. Durante il viaggio c’è stato un piccolo intoppo - uno dei profughi è stato dimenticato per qualche minuto a una stazione di servizio - ma secondo quanto riporta “Die Welt”, il pullman dovrebbe arrivare nel tardo pomeriggio davanti alla cancelleria. Dreier vuole incontrare Merkel e consegnarle i siriani di persona. Lei, ovviamente, non ci sarà. Ma secondo fonti vicine al sindaco, l’intento è quello di far capire all’opinione pubblica che non si risolve il problema dei profughi pensando che con l’inverno ne arrivino meno: «C’è un ingorgo: quelli dei mesi scorsi stanno ancora lì. Non ne possiamo più».  

 

Prima della partenza pare che la ministra per gli Affari sociali bavarese, Emilia Mueller, abbia chiamato Dreier per dissuaderlo dal mettere in atto la sua provocazione. Mueller avrebbe anche minacciato azioni legali. Ma il sindaco è convinto di non aver infranto la legge: ha pagato la spedizione di tasca sua. LS 14

 

 

 

 

"Via! Fotografia di strada da Amburgo a Palermo"

 

ROMA - Si apre il 30 gennaio al Museo di Roma in Trastevere la mostra "Via! Fotografia di strada da Amburgo a Palermo", risultato di un progetto fotografico iniziato nel 2014 dal Goethe-Institut. Dieci fotografi, cinque in Germania e cinque in Italia, nell’arco di un anno hanno fotografato le proprie città secondo i canoni della fotografia di strada.

Creato e definito dalle opere di Henri Cartier-Bresson, Elliot Erwitt, Robert Frank o Alex Webb, questo genere vive della spontaneità dell’attimo fuggente. Il suo carattere situativo è conseguenza della consapevole rinuncia a influenzare attivamente la situazione di scatto, eliminando, dunque, la scelta del momento, della prospettiva e del taglio dell’immagine.

Le immagini esposte a Roma, a cura di Christina Hasenau, sono state scattate da Amburgo a Palermo, attraverso Berlino, Napoli, Augusta, Treviso, Bologna e tante altre città tedesche e italiane. Dalle diverse prospettive dei dieci fotografi è nata una collezione di scatti di momenti spontanei della vita quotidiana.

Alcune foto, astratte dal posto in cui sono state scattate, posseggono una forza espressiva universale. In altre, i dettagli architettonici, la luce o l’atteggiamento delle persone raffigurate lasciano degli indizi sul luogo di scatto. Piene di humor, scurrili, toccanti, enigmatiche o disorientanti, le fotografie dischiudono le significative caratteristiche geografiche, sociali e culturali delle singole regioni.

La squadra dei fotografi di "Via!" è composta per la Germania, dal curatore Fabian Schreyer ("The Street Collective") di Augsburg, dal membro di "In-Public" Siegfried Hansen di Amburgo, dal fotografo berlinese Guido Steenkamp, da Marga van den Meydenberg, fotografa olandese a Berlino, così come dal membro di "Observe" Michael "Monty" May di Iserlohn. L’Italia è rappresentata da Umberto Verdoliva ("Street Photographers" e "SPontanea") di Treviso, Mary Cimetta di Bologna e Stefano Mirabella di Roma (entrambi "SPontanea"), Michele Liberti ("EyeGoBananas Collective") di Napoli e il palermitano Giorgio Scalici. La mostra sarà aperta al pubblico sino al prossimo 3 aprile. (aise) 

 

 

 

 

Dopo i fatti di Colonia. Donne, non nascondiamoci!

 

È ripugnante quello che è accaduto a centinaia di donne la notte di capodanno

Capodanno in Germania. Dopo una notte di terrore, con molestie sessuali, furti, violenze e insulti, poco prima della chiusura redazionale siamo arrivati ad un numero elevato di denunce per violenza contro la donna, ben 379. Non è un caso singolo che riguarda solo la Germania, ma dalle ultime agenzie sembra che ci siano state situazioni simili in gran parte d’Europa.

La maggior parte delle aggressioni è avvenuta a Colonia seguita da Amburgo, Stoccarda e altre città. Le denunce da parte delle donne aggredite parlano di uomini ubriachi e apparentemente di origine nordafricana e mediorientale. I politici parlano di una nuova dimensione di criminalità organizzata. Ma in fin dei conti si tratta solo di violenza contro le donne che si è cercato di nascondere per diversi giorni.

Ma perché?

Da quanto raccontato dalla polizia è stato dato ordine di non rendere pubblici i crimini commessi dagli immigrati e profughi per evitare strumentalizzazioni da parte dei partiti anti immigrazione.

Bene, ma di certo non è cercando di nascondere un fatto così grave che si risolve il problema e tanto meno dando la colpa ai soli immigrati. La colpa è di tutti. L’escalazione avvenuta a Colonia è un problema strisciante che dura già da vari mesi in Germania. Si può parlare di una vera e propria “epidemia” di stupri. Già a giugno vari giornali locali tedeschi avevano pubblicato articoli su donne che venivano molestate o violentate nei centri di accoglienza per i rifugiati. A Mering, dove una ragazza di 16 anni è stata violentata, il consiglio che ha dato la polizia ai genitori è stato quello di non far uscire più i figli da soli. Mentre gli amministratori di un Liceo di Pocking, dove nelle vicinanze si trova un centro di rifugiati, hanno avvertito i genitori di non far indossare abiti succinti alle proprie figlie per evitare malintesi. Cosa? Tanto vale la pena di chiudere le proprie figlie in casa e così siamo sicuri che non succede niente di pericoloso.

Le molestie sessuali in Germania non sono una novità

In Germania il problema degli stupri e delle molestie sessuali è un problema a livello nazionale. Anche se molti lo negano e non lo vogliono ammettere, bisogna dire che in Germania, in tutte le grandi manifestazioni, le donne molte volte devono affrontare una triste realtà, e cioè quella di essere toccate contro la propria volontà. Per molti uomini tedeschi e non, per es. il carnevale o l’Oktoberfest non sono divertenti se non hanno la possibilità di importunare una donna.

Quello che ripetutamente si sente dire è sempre lo stesso: “Di sicuro hanno provocato”, “Come erano vestite queste donne?” e, per quanto riguarda i fatti di Colonia “Ma che ci facevano queste donne a mezzanotte alla stazione?”.

La domanda, invece, che pongo al mondo maschile è perché si cerca sempre di giustificare l’aggressore? Perché quando si parla di violenza contro le donne, quest’ultime sono sempre le colpevoli? Come se una maglietta scollata o una minigonna possa rappresentare un alibi per molestare o violentare una donna.

E poi, ci si mette anche il sindaco di Colonia, Henriette Rekers, con la sua guida on-line di “Come si deve comportare la donna” a rendere la situazione ancora più ridicola. “La donna deve camminare con lo sguardo rivolto verso terra” oppure “La donna deve mantenere la distanza di un braccio con gli stranieri”. Parole deliranti. Dette poi da una donna peggio ancora.

Quindi dobbiamo essere noi donne a dover cambiare il nostro modo di vivere? Non riesco proprio a capire il modo di fare e di dire di molta gente, specialmente dei politici. Non si tratta di sciocchezze ma di violenza contro le donne e non deve interessare chi sia, da dove provenga o a quale religione appartenga il molestatore/violentatore.

La violenza da qualsiasi fonte arriva è sempre violenza, che sia culturale, mafiosa, o di altro tipo, è sempre violenza. Quante sono le ingiustizie che devono sopportare ancora le donne? Cosa dobbiamo aspettarci dai nostri politici?

In rete non si leggono altro che commenti estremi. O si cerca di minimizzare il tutto, come già detto, dando consigli alla donna su come vestirsi o come non provocare. O ci si scaglia contro gli immigrati, e se qualche donna cerca di difenderli si deve sentir dire “Peccato che non è successo a te!”. Cose da matti!

Ma che senso ha tutto questo? Dove sono le soluzioni?

Per il momento nessuna soluzione. Forse si può pensare che la violenza contro le donne sia soltanto lo stupro consumato, ma non è così. La violenza ad una donna non è solo l’aggressione fisica di un uomo, ma include anche vessazioni psicologiche, minacce, molestie sessuali, persecuzioni, tutti quei comportamenti che non tengono conto della volontà della donna, che ha diritto a dire SÌ e NO a qualsiasi idea o proposta come qualunque essere umano dotato di diritti e dignità.

Non deve essere rilevante se l’aggressore fosse ubriaco, drogato o di sembianze nordafricane o arabe. Non deve interessare se la donna ha provocato o indossasse dei pantaloncini. Quello che deve interessare è la tutela e la dignità dell’essere umano, di cui fa parte anche la donna. Bisogna tenere in mente che gli uomini che molestano o violentano sono uguali in tutto il mondo. Senza eccezione di razza. E non è certo nascondendo o chiudendo gli occhi o facendo finta di niente, che si risolve un caso così grave. Ma con leggi più severe, con leggi che tutelino veramente la dignità della donna.

Infine mi chiedo, perché i politici, così come anche i media, non abbiano fatto uno slogan come dopo gli attentati di Parigi? Il “Je suis ...” per la donna non esiste? I casi di violenza a Capodanno non sono forse anche degli atti terroristici nei confronti di noi donne? Concludo dicendo “Ich bin Frau!”. Licia Linardi, CdI

 

 

 

 

Una forte lezione dai misfatti di Colonia

 

Orribili gli abusi contro le donne. Il machismo va combattuto indipendentemente dal colore della pelle di chi lo incarna e senza buonismi gratuiti

 

  Sono terribili i racconti delle vittime sugli abusi subiti, nella notte di San Silvestro, a Colonia, ad Amburgo, Stoccarda, Düsseldorf e Bielefeld, nonché a Salisburgo e a Zurigo. A insultarle, tentare di stuprarle e rubare loro portafogli e telefonini furono molti Musulmani, tra i 15 e i 35 anni, dalle giovani ritenuti ubriachi ed “originari di regioni arabe o nordafricane”. Una situazione sfuggita ad ogni controllo, benché gli aggressori, a Colonia, avessero esploso una quantità enorme di petardi e fuochi d'artificio ed agito senza alcuna preoccupazione dell'intervento della polizia, in effetti assente o inerte di fronte a quanto stava accadendo. Tanto da far dire ad una delle giovani che “si sentivano onnipotenti e pensavano di potere fare qualsiasi cosa alle donne che stavano festeggiando in strada”, cioè palpeggiarle e tentare di stuprarle. Ne sono conseguite una sessantina di denunce, la maggior parte contro ignoti e qualche arresto.

  Storie drammatiche che hanno spinto la Slovacchia ad annunciare di voler chiudere le frontiere ai profughi musulmani, mentre la Merkel, dopo averle definite “crimini ripugnanti e criminali”, non ha escluso la possibilità di rapide espulsioni perché “chi non rispetta le nostre leggi e la nostra cultura deve essere rispedito a casa sua”. Ovvio e giusto. Ma la Cancelliera sa che l’Ue nel Trattato di Shengen proibisce le espulsioni di immigrati fuggiti dai loro Paesi per motivi politici che potrebbero causare loro prigionia o morte. E risolve il problema rimandandoli negli Stati nei quali sono arrivati, cioè in Slovenia ed in Italia. Dove il Parlamento dovrebbe approvare il decreto sulla depenalizzazione del reato di clandestinità, sostenuto dal Guardasigilli Andrea Orlando perché ciò intasa i Tribunali e contrastato, oltre che dalla Lega e Forza Italia, anche dal Ministro Alfano.

  Quanto successo a Capodanno è dovuto alla opinione degli Islamici sulle donne, ritenute inferiori ai maschi tanto da meritare di essere severamente punite se girano per strada da sole, non velate, provocanti, con abiti corti o con pantaloni. Come hanno fatto a San Silvestro, violando così il principio della nostra civiltà: la sacralità delle donne. Spesso, però, oltraggiata anche dagli Occidentali che, secondo la scrittrice Dacia Maraini, a volte ritengono “una proprietà” la compagna, fidanzata o moglie. Come, del resto, appuriamo dalle cronache che raccontano di violenze ed uccisioni compiute dai loro mariti, fidanzati e compagni. O da sconosciuti, a volte bloccati da poliziotti.

  Che, invece, a Colonia non sono intervenuti, anche perché praticamente assenti, come confermato da un consigliere comunale. O hanno reagito tardi, benché informati degli attacchi alle donne, alcune delle quali, secondo la testimonianza di una di loro, “sono corse verso le macchine della polizia ma non c’era nessuno. Gli agenti erano carenti e non potevano affrontare questa situazione”. Da qui la denuncia nei loro confronti, per non aver fatto il loro dovere e per non aver dato, poi, informazioni circa la provenienza degli aggressori. Carenze che hanno fatto pensare che gli attacchi fossero stati eseguiti da Tedeschi xenofobi onde suscitare l’inevitabile sdegno dell’opinione pubblica. O da borseggiatori o molestatori che approfittano dell’occasione. Ipotesi previste dal ministro della Giustizia tedesco Heiko Maas, convinto che possa essersi trattato di “una nuova dimensione della criminalità organizzata”, e convalidate, in un primo momento, dalla stessa Merkel persuasa che le aggressioni non fossero state eseguite “da profughi”. Gli inquirenti di Colonia tentano di appurare se le violenze in atto possano aver attirato un alto numero di delinquenti locali.

  Sta di fatto che gli immigrati non si erano riuniti per caso: secondo quanto affermato da Marco Kammholz, assistente sociale che a Colonia lavora con i giovani a rischio e i minorenni, “due dei ragazzi che seguo (tra i 15 e i 20 anni) avevano ricevuto l’invito a trovarsi alla stazione, tramite il passaparola sui cellulari”. A conferma che le comunità di Siriani, Algerini e Marocchini si erano date appuntamento via Facebook o tramite messaggi sui telefonini. Un ritrovo pianificato, dunque, ma non per compiere molestie o borseggi, bensì, secondo quanto aggiunto da Kammholz, “per passare del tempo con i loro amici. Ciò non toglie che si sia creata una situazione minacciosa e pericolosa”.

  Una cosa è certa: i misfatti di Colonia devono servire da lezione. Le violenze sulle donne sono un problema che non va sottovalutato né strumentalizzato. Anche in culture machiste non tutti gli uomini trattano le donne come una proprietà privata e usano violenza nei loro confronti. Per contro, anche in Europa molte donne subiscono violenze e vengono uccise. Colonia dovrebbe insegnare che il machismo va combattuto indipendentemente dal colore della pelle di chi lo incarna, ma senza buonismi gratuiti. Egidio Todeschini, de.it.press

 

 

 

 

Interventi/Dibattiti. I fatti di Colonia visti dopo 12 giorni

 

Tutto questo turbinio di e-mail è venuto dopo l’invio di un articolo (scritto da Battista sul Corriere)  sui fatti di Colonia. La risposta si è allargata al di fuori delle mie previsioni. 

Questa era la mia domanda: Se le istituzioni non sapranno far rispettare la legge nella maniera migliore, la risposta della gente sarà quella di cercarsi l'uomo forte che li garantisca meglio.

Oggi sappiamo che la polizia ha taciuto per giorni il fatto, altri fatti simili sono venuti fuori sui media solo perchè il tema era ormai di dominio pubblico. Mi chiedo perché tenere nascosto per diversi giorni queste notizie. Ho cercato di darmi delle risposte, rendere pubblico questi fatti avrebbe potuto nuocere alla cancelliera Merkel? Oppure tenerlo segreto per farlo poi esplodere serviva per aizzare la gente contro i nordafricani e gli arabi (e detto in maniera più spiccia contro gli islamici)?

Le risposte le avete ricevute anche voi quindi cercherò di essere breve ma so di non riuscirci.

Mi sarei atteso che ci fosse stata univocità nelle risposte, ossia affermare che in Germania cosi come in tutta Europa CHIUNQUE trasgredisca la legge debba essere punito senza cercare scusanti impossibili. Invece leggo molti distinguo che servono a far nascere dubbi perfino sulle cose su cui dovremmo trovarci tutti d’accordo. Il fatto poi che abbia scritto a gente di sinistra mi faceva sperare che avremmo avuto la stessa visione di quegli avvenimenti e che non avremmo avuto dubbi su chi difendere. I fatti di Colonia mostravano come fosse la donna il debole di turno e non chi ha commesso reati contro di lei e allora perché tutta questa difficoltà a riconoscerlo?

Continuo a ritenere che il motivo sia dato dal fatto che chi ha commesso quei reati era nordafricano o arabo (secondo la stampa) e quindi per la ns ideologia appartenente alla schiera dei deboli, dei poveri, degli sfruttati che vogliamo difendere (giustamente).  Difendere sempre? Non penso. E in questa occasione? Assolutamente no! Eppure questo no non è stato chiaro e deciso, sarà questa visone ideologica che abbiamo del mondo che ci fa vedere le cose in modo diverso?

Ho sempre militato a sinistra, sempre difeso i sindacati perché ho sempre guardato le cose secondo un’ottica ideologica: i sindacati sono dei ns? allora li difendo. I sindacati a loro volta si sono sempre comportati cosi in passato: è un lavoratore? Allora lo difendiamo. Oggi provo a vedere le cose sotto un altro aspetto non più solo ideologico (che pur resta importante per me). Oggi pretenderei che un lavoratore lo si difenda se ha ragione non se é lavoratore e basta. Ricorderete tutti quei lavoratori pescati a rubare negli aeroporti di Fiumicino e Malpensa senza incorrere nel licenziamento perché le vecchie leggi lo impedivano. Ancor oggi le cronache ci dicono che migliaia di “lavoratori” si mettono spesso malati in concomitanza con le feste. Quanta gente a causa di queste ingiustizie alla rovescia (create dai "ns lavoratori") sceglierà in futuro di rivolgersi alla destra?  

E tornando ai fatti di Colonia se il reato viene fatto da chi appare il più debole (vedi lo straniero) ma che in quell’occasione debole non è perché non riconoscerlo? In questa occasione la solidarietà alle donne doveva essere dovuta senza se e senza ma.

Detto questo la discussione si é allargata alla cultura, alle tradizioni, alle regole che vigono nei diversi Stati, all’Islam, all’influenza delle religioni. Cosa sappiamo di quel mondo? Poco  o niente direi anche se nel frattempo tramite i media che sono costretti a parlarne ci facciamo sempre piú un’idea delle diversità esistenti tra chi é di confessione islamica, chi cristiana e chi come me è un non credente.

Da non credente vivere in Europa non mi crea problemi, nel mondo islamico sarebbe la stessa cosa? Le leggi che oggi abbiamo e che rispecchiano la ns cultura come saranno qualora la maggioranza dei cittadini dei ns Paesi diventasse di religione islamica? Queste e altre domande sono tra quelle che mi faccio. Gianfranco Tannino, de.it.press 12

 

 

 

 

Interventi/Dibattiti. I fatti di Colonia

 

Ciao a tutti, sono pienamente daccordo con Cecilia: sappiamo di non sapere, almeno, per quanto mi riguarda, non a sufficienza per poter comprendere i meccanismi che hanno scatenato e alimentato alcuni fenomeni, le cui conseguenze ora ci troviamo a pagare.

Credo sia anche importante ricordare la storia europea per capire da cosa nasce l’Europa e la civiltà di cui tanto ci vantiamo e che tanto fa paura ai nostri “nemici”: il risultato di guerre, di battaglie, di piccole lotte quotidiane?...Di rivoluzioni abbandonate subito dopo aver vinto la prima battaglia, perchè incapaci di gestire il “dopo”?

I passi fatti non dovrebbero essere dimenticati, credo che frasi tipo (cito Maroni a Ballarò….) ”I fatti di Colonia gridano vendetta”, ci catapultino in un attimo indietro nel tempo e cancellino il lavoro di politici, ricercatori, poeti, scrittori, cittadini…che hanno contribuito a costruire l’Europa di oggi e quella civiltà che ci permette di vivere secondo principi che dobbiamo difendere…difendere i principi, non eliminarli con l’intento di difenderli.

Purtroppo temo che il confine tra difendere determinati principi e adbicare ad essi sia molto labile e che sia facile lasciarsi trascinare dall’emozione (che pur porta voti), dimenticando di seguire la ragione.

Anche l’esempio dei sindacati portato da Gianfranco mi è piaciuto. Non è compito del sindacato difendere a priori qualsiasi lavoratore (non per questo era nato), altrimenti ci sarebbero (e purtroppo ci sono) sindacalisti che rovinano la categoria e lavoratori che fanno altrettanto. Questi “elementi” devono essere messi in discussione (il sindacalista deve spiegare le proprie scelte e il lavoratore che ruba deve essere licenziato senza se e senza ma): ciò però non dovrebbe inficiare l’importanza del sindacato e non dovrebbe portare a considerare tutti i lavoratori dipendenti (soprattutto statali) fannulloni.

Mi rendo conto che sia più semplice dire “tutti gli statali sono…”, “tutti i politici sono…”, “tutti gli arabi sono…” ma a cosa serve?

Abbiamo dei principi da difendere e delle ingiustizie, delle incoerenze e debolezze da combattere e lo possiamo fare solo tendendo sempre a mente l’obiettivo che vogliamo raggiungere.

Ora il problema, secondo me, è capire qual’è l’obiettivo comune e, per quanto mi riguarda, cercare di informarsi, nei limiti del possibile, in modo tale da lasciare un margine sempre più piccolo all’emozione ed aumentare le possibilità di una scelta basata sul ragionamento.  Lara

 

 

 

 

Merkel e Seehofer: la tempesta in un bicchier d'acqua

 

Germania - Seehofer vuole porre un limite all’entrata dei profughi in Germania. La cancelliera Merkel continua a ripetere che non è possibile stabilire un tetto massimo

All’ultimo congresso della bavarese CSU, il partito gemello della democristiana CDU, sembrava di essere tornati per un momento ai tempi del cancelliere Helmut Kohl e del mitico Segretario della CSU Franz Josef Strauss. Ai tempi cioè in cui il vassallo bavarese alzava la voce contro il Cancelliere Federale con la velata minaccia: senza di me, crolla il ponte di comando!

Franz Josef Strauss riteneva che il cancelliere Kohl fosse un incapace. Kohl riteneva che Strauss fosse pericoloso per l’intero elettorato democristiano. Altri tempi. Resta però attuale l’esigenza della CSU di stabilire, di tanto in tanto, la propria autonomia all’interno di un rapporto tra partiti che in tutta Europa è più unico che raro. La CDU, Christlich- Demokratische Union, e la CSU, Christlich- Soziale Union, non sono, infatti, semplici partiti gemelli. Sono gemelli sì, ma gemelli siamesi. Cioè due parti distinte di un corpo solo. Una simbiosi, in cui l’esistenza dell’uno definisce quella dell’altro.

Il problema della CSU, che alle elezioni politiche si presenta in Baviera esclusivamente con la sua sigla a rappresentanza dell’intera Democrazia cristiana tedesca, è che rappresenta la parte destra di questo sodalizio. La parte destra politica, quella cioè maggiormente esposta al rischio di perdita di consensi elettorali. A destra della CSU si muove, infatti, da qualche anno la ”Alternative für Deutschland”, AfD, che si distingue con il suo atteggiamento xenofobo camuffato da legittima preoccupazione della piccola borghesia tedesca. Il tutto fiancheggiato dal movimento popolare Pegida, un pauroso fenomeno di massa che riesce a portare in piazza anche gente con la faccia per bene ma col cuore da Ku Klux Klan.

Forse sono questi gli affanni e le preoccupazioni che hanno spinto Seehofer ad assumere un atteggiamento aggressivo nei confronti della Cancelliera Merkel durante l’ultimo congresso CSU a Monaco di Baviera.

La richiesta di Seehofer: all’entrata dei profughi in Germania va posto un limite. 200.000 ingressi l’anno è il massimo della sopportabilità tedesca.

La Cancelliera continua invece a ripetere che non è possibile stabilire un tetto massimo e che la soluzione di una giusta ripartizione dei profughi va cercata in ambito europeo.

Motivo questo che ha spinto Seehofer a lasciare la Cancelliera Merkel come una scolaretta, sola sul palco, alla fine del congresso, al momento di congedarla, umiliandola con una noiosa tiritera del tipo: questa è la nostra posizione e ascoltala bene, prima di andare a casa!

Un gesto di maleducazione, più che una dimostrazione di forza. Una mossa populistica che è servita a entusiasmare solo i miopi del partito bavarese.

La cosa più curiosa e politicamente efficace, è il fatto che la Cancelliera Merkel, con la sua apertura delle frontiere ai profughi che spingono dall’Austria, ha indebolito la SPD, partner di sinistra nell’accordo di governo, e ha spiazzato completamente l’opposizione parlamentare dei Verdi e dei Linke.

Seehofer si è pertanto manovrato in una posizione isolata. E non è la prima volta. Durante l’ultima campagna elettorale, lo smanioso bavarese, che probabilmente la notte sogna di essere la reincarnazione di Franz Joseph Strauss, ha preteso di mettere in programma elettorale il pedaggio autostradale per le autovetture straniere. Il tutto è naufragato davanti alla Commissione Europea, che ne ha ostacolato l’applicazione poiché in contrasto con il principio dell’equo trattamento all’interno dell’EU. Ora il Seehofer Horst ci riprova con la quota massima dei profughi, ma dovrebbe sapere di essere a priori condannato al fallimento, giacché a Bruxelles il lavoro va in tutt’altra direzione e cioè in quella della giusta ripartizione senza quote massime nazionali.

Poco importa. L’importante sembra essere per la CSU la messa in evidenza di un proprio profilo. Anche se è un profilo pessimo, mirato solo ad arginare perdite di consensi a destra. Un profilo pessimo ma anche labile. Risale a qualche giorno fa l’ultimo viaggio della Merkel in Baviera, ospite d’onore del vertice CSU riunito in conclave.

Niente platea di massa. Solo funzionari ed ecco che cambiano i toni di Seehofer, grande navigatore nelle tempeste dei bicchier d’acqua, o meglio dire dei boccali di birra per rimanere in tenore bavarese.

Seehofer ha si ripetuto la sua richiesta del tetto massimo di 200.000 entrate annue. L’ha però giustificata con la delicata posizione geografica della sua Baviera, che si trova all’ingresso della Germania al lato sud, da quella parte cioè, da dove spingono masse d’immigrati.

Ha usato toni più garbati, quasi scusandosi di essere costretto a farlo e ammettendo che la sua richiesta è forse prematura rispetto ai tempi dettati dall’UE. Ritorna l’armonia dei gemelli siamesi, convinti più che mai che un’operazione chirurgica per staccarli significherebbe per entrambi solo una brutta fine. Aldo Magnavacca, CdI gennaio

 

 

 

 

Nord Reno Westfalia, «nuotatrici molestate». Piscina vietata ai profughi maschi

 

Nel comune di Bernheim. Le autorità: «Donne hanno lamentato molestie da parte di stranieri di un vicino centro di accoglienza». Il divieto per tutti i maschi richiedenti asilo

 

Le autorità di Bornheim, cittadina di cinquantamila anime alle porte di Bonn, hanno deciso di vietare ai richiedenti asilo l’accesso alla piscina comunale dopo che alcune bagnanti si erano lamentate di essere state importunate da stranieri ospitati in un centro di accoglienza situato poco distante. In realtà gli abusi di cui si è avuta notizia finora, al bagno pubblico «HallenFreizeitBad», si sono limitati al piano verbale ma, proprio perché di per sé non perseguibili penalmente, secondo il responsabile dei Servizi Sociali municipali Markus Schnapka non c’era altra soluzione: «Lo so che in questo modo se ne puniscono la maggior parte anche se non hanno fatto niente», ha ammesso con l’agenzia di stampa Dpa, «e tuttavia non vedo alternative al lanciare un segnale del genere perché», ha puntualizzato ancora Schnapka, «lo ribadiamo con estrema chiarezza, qua in Germania l’eguaglianza tra i sessi non è opinabile».

«Provvedimento temporaneo»

Lo stesso assessore ha assicurato che si recherà all’ostello dove sono stati sistemati i migranti per spiegare loro in prima persona come debbono comportarsi. «Una volta che chi li assiste ci avrà comunicato il recepimento del messaggio da parte loro», ha spiegato ancora Schnapka, «il provvedimento sarà revocato». Malgrado il carattere temporaneo della sanzione, e la perdurante indignazione dell’opinione pubblica per le aggressioni a donne perpetrate da immigrati la notte di San Silvestro a Colonia, al Comune del Land nord-occidentale della Renania Settentrionale-Westfalia ha comunque riservato pesanti critiche la stessa associazione dei gestori di piscine tedeschi: anche perché non è stato spiegato come si pensa di verificare l’esatta provenienza degli eventuali molestatori.

Il precedente

A Bornheim vi è un centro d’accoglienza che ospita 300 richiedenti asilo. Il divieto è immediato e riguarda tutti i profughi maggiorenni di sesso maschile. Un caso analogo, in Svizzera, un paio di anni fa, suscitò reazioni indignate: quando nell’estate del 2013, le autorità comunali di Bremgarten vietarono l’ingresso alla piscina pubblica comunale ai richiedenti asilo, la stampa internazionale gridò allo scandalo e il quotidiano inglese «Indipendent» parlò addirittura di «apartheid».

Carri vietati

Nella giornata di giovedì a Rheinberg, altra cittadina del Nordreno-Vestfalia, era stato annullata la sfilata dei carri allegorici di carnevale per timore di incidenti e violenze come quelle accadute nella notte di Capodanno a Colonia. CdS 15

 

 

 

 

“Eurotassa sulla benzina per coprire i costi dei migranti”

 

La proposta del ministro delle Finanze tedesco Schaeuble: «Bisogna trovare un modo per gestire il problema a livello europeo». Polemiche in Germania

I migranti «sono una opportunità» ha ribadito la Comunità di Sant’Egidio in occasione della Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato che si celebra domani. Ma l’accoglienza di tanti stranieri è un impegno non da poco per i Paesi ospitanti. E in questi giorni fioccano i suggerimenti per affrontare il fenomeno. 

 

Il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble ha lanciato l’idea di un’addizionale sulla benzina a livello europeo per coprire i crescenti costi legati ai migranti. «Dobbiamo mettere in sicurezza i confini dell’area Schengen e non possiamo fallire a causa di fondi limitati» ha dichiarato al Sueddeutsche Zeitung. «Ho suggerito - ha spiegato, facendo riferimento a quanto detto all’ultimo Eurogruppo - di fissare una tassa su ogni litro di benzina, se non ci sono fondi sufficienti nei budget nazionali o in quello europeo». 

 

Dalla Svizzera la scelta, già imboccata dalla Danimarca, di imporre ai rifugiati di consegnare fino a 10.000 franchi svizzeri (circa 9.000 euro) dei loro beni per pagare le spese di accoglienza. 

 

Una soluzione che non ha incontrato per niente il favore del ministero degli interni italiano, Angelino Alfano: «non condivido assolutamente la posizione della Danimarca sulla confisca dei beni ai migranti» ha detto oggi da Palermo annunciando l’avvio della procedura per aprire immediatamente un hotspot a Pozzallo (Rg): «la Prefettura sta accelerando l’iter». 

 

E mentre gli Stati si interrogano sulle vie da seguire per mettere in campo interventi strutturali, a livello locale si cerca di tamponare le emergenze. A Milano sono 40 le famiglie che si sono candidate a ospitare in casa per sei mesi un rifugiato, titolare di protezione internazionale, ricevendo dal Comune 350 euro al mese. Lo rivelano i dati dell’assessorato comunale alle Politiche sociali sul bando per la sperimentazione sull’ospitalità aperto il 30 dicembre e chiuso ieri. 

 

Intanto anche oggi Save the children ha ricordato che «per troppi bambini e per le loro famiglie le tante “porte d’Europa” non rappresentano un approdo sicuro, ma segnano l’inizio di una nuova odissea». «È necessario che l’Europa tutta - ha dichiarato Raffaela Milano, Direttore Programmi Italia-Europa dell’organizzazione - condivida le responsabilità dell’ accoglienza rendendo effettivo il sistema di ricollocamento e definendo un sistema di asilo europeo». E lodando la «solidarietà e il naturale spirito di accoglienza con il quale le famiglie lampedusane hanno saputo soccorrere e accogliere chi arrivava via mare» sostiene che da «da qui si dovrebbe partire nella definizione delle scelte in Europa e nel mondo, per non arretrare pericolosamente». LS 16

 

 

 

 

 

Dopo Colonia. Piscine vietate ai maschi. La Germania è turbata

 

La notizia del panico da profughi in Germania è forse stata data prematuramente. Nel Paese, il dopo Colonia è teso, preoccupato. Ma non è quell’onda inarrestabile di cambiamento di umore nei confronti dei rifugiati che ci si poteva aspettare come reazione alle violenze e alle molestie sessuali della notte di Capodanno. Gli episodi di riduzione dei rischi non mancano. Ieri, il sindaco di Bornheim, una cittadina 30 chilometri a sud di Colonia, ha deciso di vietare l’ingresso in piscina agli immigrati maschi ospiti del centro di accoglienza locale, dopo che alcuni di loro avevano molestato verbalmente parecchie donne. Gesto drastico solo in apparenza: la misura è temporanea e sarà tolta una volta che ai profughi sarà stato spiegato che rapporto tenere con il sesso femminile. Vedremo.

In una cittadina più a nord, sul Reno, Rheinberg, è stata invece cancellata la sfilata di Carnevale che si doveva tenere l’8 febbraio e sarebbe passata vicino al centro immigrati. Decisione forse discutibile, ma francamente poco rilevante se il Carnevale tedesco, un momento di identità culturale, sarà tenuto fermo nella maggioranza dei posti. Una certa angoscia è diffusa, una maggioranza di cittadini, tra il 51 e il 60%, teme ora che la Germania non ce la faccia ad assorbire milioni di rifugiati, a differenza di quello che sostiene Angela Merkel. Un sondaggio telefonico condotto ieri, però, ha rivelato che il partito di destra Alternativa per la Germania ha sì guadagnato, dopo i fatti di Colonia, ma il 2%, al 10%. E che la Cdu-Csu della cancelliera è sì scesa, ma dal 39 al 37% (i socialdemocratici restano al 24%). Difficilmente definibile un ciclone.

Tutto può ancora cambiare. Soprattutto se dovessero esplodere altri casi di violenza o esserci attacchi terroristici. O se Frau Merkel non riuscisse a imporre le sue politiche in casa e in Europa. Per ora, però, dentro e fuori le piscine la Germania tiene. Danilo Taino, CdS 16

 

 

 

 

Auto diesel tedesca in frenata ma quella elettrica accelera

 

Germania - Col motore diesel in crisi, accusato di essere pericolosamente inquinante tutto ciò che nell’auto è elettrico o elettronico ha preso letteralmente il volo

Alla fiera CES - Consumer Electronic Show - svoltasi nei primi giorni di gennaio a Las Vegas l’industria automobilistica ha fatto la parte del leone anche grazie alle negative ripercussioni del dieselgate che da tre mesi a questa parte domina le prime pagine della stampa internazionale. Col motore diesel in crisi, accusato di essere pericolosamente inquinante tutto ciò che nell’auto è elettrico o elettronico ha preso letteralmente il volo. Ne approfittano ovviamente anche le tre grandi dell’auto “made in Germany”, soprattutto la Daimler che ha presentato a Las Vegas un modello futuristico di un’auto elettrica che si guida da sola. Anche BMW e Volkswagen hanno esposto modelli di auto a sola trazione elettrica facendo tutto il possibile per non parlare di auto diesel che fino a qualche mese fa era il loro grande cavallo di battaglia.

L’auto diesel ha decisamente alle spalle l’apice del suo successo ed è ormai sul viale del suo tramonto, dicono tutte le recenti inchieste anche se i modelli SUV continuano a godere il favore di molti acquirenti. Lo scandalo della manipolazione dei motori diesel ha investito in pieno non soltanto la Volkswagen ma anche l’intera automobilistica tedesca e di riflesso anche il mondo politico di Berlino e di Bruxelles che negli ultimi anni non aveva lesinato i suoi sforzi per sostenere questo tipo di trazione dell’auto. La caratteristica di questo scandalo è il comune denominatore di una totale estraneità proclamata a gran voce da tutti i principali protagonisti dell’industria automobilistica tedesca, a partire dal vertice Volkswagen per finire con la Bosch di Stoccarda fornitrice del software ideato per manipolare i dati delle emissioni durante i test ufficiali.

Denunce senza esito

Nel frattempo le Procure giudiziarie di mezzo mondo, in Europa in Usa e in anche in Cina sono al lavoro per cercare di capire come mai le varie autorità non siano mai andate a fondo del problema dopo le diverse segnalazioni che denunciavano, anche in termini piuttosto espliciti, l’esistenza di manipolazioni sui dati d’inquinamento dei motori diesel. Come la lettera firmata dal TÜV, uno degli enti tedeschi addetti al controllo biennale delle auto in circolazione, e inviata all’Ufficio federale della Motorizzazione tedesca (KBA), o come la lettera fatta pervenire nel 2012 a Bruxelles all’allora Commissario europeo all’Industria, Antonio Tajani, da un produttore tedesco di componenti auto che denunciava l’esistenza del famigerato software della Bosch. Nel frattempo l’Ufficio europeo contro le frodi (Olaf) ha avviato un’inchiesta a carico del gruppo Volkswagen per capire come abbia speso i 4,9 miliardi di euro ottenuti a partire dal 1990 dalla Banca Europea d’Investimento per migliorare l’ecologia dei suoi motori. Se va male Volkswagen sarà costretta a restituire l’intera somma. In attesa di apprendere almeno un solo nome di un responsabile del colossale imbroglio, l’industria automobilistica tedesca si dà da fare per mettere in grado i suoi motori di rispettare nel più breve tempo possibile i limiti ai gas di scarico imposti dall’UE. La Germania non è il solo Paese dove cresca la tendenza a proibire o a limitare la circolazione delle auto diesel soprattutto nell’aera delle grandi città.

Problemi per i grossi diesel

Ovunque nel mondo sta crescendo la domanda di auto elettriche, sia negli Usa, sia a Pechino, colpita da una forte ondata di smog, sia a Nuova Dehli , dove il massimo tribunale dell’India ha sospeso la registrazione delle auto diesel con una cilindrata superiore ai due litri fino a tutto marzo. La motivazione del tribunale è molto esplicita e indurrà a riflessioni soprattutto i produttori e anche i politici europei: “Ai ricchi non sia permesso di inquinare l’aria con le loro grosse e lussuose auto diesel”. La regione di Nuova Dehli è un importantissimo futuro mercato per l’auto “made in Germany”, che secondo il settimanale tedesco FOCUS sarebbe attaccata al diesel “come un tossicodipendente alla siringa”. Nel frattempo VW, Daimler e BMW avrebbero capito che non passerà molto tempo perchè anche altre magalopoli nel mondo seguano l’esempio di Pechino e di Nuova Dehli. L’’hanno capito nel frattempo anche i politici europei, a partire dalla cancelliere Angela Merkel che fino a ieri aveva spalleggiato Volkswagen, Mercedes e BMW nei loro sforzi di indurre Bruxelles a inviare l’entrata in vigore di più severe norme per i gas di scarico delle auto.

La Germania non produce batterie

Per l’industria tedesca l’auto elettrica, almeno fino al dieselgate, era una cosa ancora molto lontana e lo si capisce dal fatto nessuno in Germania ha sinora mai pensato di produrre le batterie necessarie per questo tipo di auto. In Cina, invece, già per quest’anno è previsto un raddoppio dell’entrata in circolazione di auto elettriche, oltre mezzo milioni di unità, di cui circa la metà saranno prodotte dalla Saab, marca ormai di proprietà della società cinese Nevs. La forte caduta del costo di produzione delle batterie per le auto elettriche faciliterà anche all’industria automobilistica tedesca un maggior impegno in questo settore, ma il problema sarà la conversione dei posti di lavoro legati alla produzione della componentistica tradizionale e anche un accordo politico sulla portata delle sovvenzioni pubbliche a favore della produzioni di auto elettriche. Ciò vale in modo particolare per il gruppo Volkswagen che gestisce in proprio molte fabbriche di componenti, i cui dipendenti percepiscono salari di circa 30% superiori alla stessa media tedesca, per non parlare poi di quella europea o di quella italiana.

Il nuovo amministratore delegato (ad) Volkswagen, Matthias Mueller, dovrà stare molto attento a non ripetere gli errori del suo predecessore Winterkorn che si è giocato l’incarico sostenendo che “ridurre di un grammo di CO2 i gas di scarico sarebbe costato alla Volkswagen centinaia di milioni di euro”. Erano troppi secondo Winterkorn. Però ora la Volkswagen rischia di perdere miliardi con tutti i processi che dovrà prossimamente affrontare. Uno dei tanti problemi che la Volkswagen non riuscirà facilmente a risolvere, almeno nel medio termine, è il fatto di essere sotto un certo aspetto anche un gruppo statale, perché in base alla cosiddetta “legge VW” le grandi decisioni, anche quelle che hanno l’avvallo della maggioranza azionaria delle famiglie Porsche e Piech, per essere approvate hanno sempre bisogno in ogni caso dell’assenso del governo della Bassa Sassonia, che ha una quota azionaria del 20,1 per cento. Governare in simili condizioni un gruppo industriale delle dimensioni della Volkswagen non sarà facile per l’ad Mueller. Egli dovrà, infatti, riuscire nel non facile compito di ottenere molti, troppi consensi: quello della maggioranza azionaria Porsche-Piech, il nulla-osta del Land della Bassa Sassonia forte della “legge VW” e, infine, anche quello di una rappresentanza sindacale eccezionalmente compatta, esigente (“la VW siamo noi”) e particolarmente aggressiva. Luciano Barile, CdI gennaio

 

 

 

 

Ue, scontro Renzi-Juncker sulla flessibilità. Unioni civili, il premier va avanti

 

L’attacco del presidente della Commissione Ue Juncker al governo italiano accende uno scontro senza precedenti tra Bruxelles e Roma. Il capo dell’esecutivo comunitario invita il premier italiano a non «offendere la Commissione», addirittura «vilipendere a ogni occasione» l’istituzione. Rivendica l’introduzione della flessibilità sulla quale invece Renzi ha sostenuto di avere il primato. Tutto questo Juncker l’ha detto annunciando la visita a Roma a febbraio. Ma sarà un faccia a faccia che già si preannuncia ad alta tensione. Il premier Renzi ha risposto a tono, «non ci facciamo intimidire, l’Italia merita rispetto». Nessuna marcia indietro, insomma. Anche se in mattinata il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan aveva smorzato i toni dello scontro sostenendo che non vi era stata alcuna offesa da parte del governo italiano. In Italia invece il dibattito è ancora monopolizzato dalla lunga vigilia dell’approdo in aula del ddl Cirinnà sulle unioni civili. Il centrodestra si compatta contro il provvedimento, minaccia battaglia in aula e aderisce in blocco al Family day del 30 gennaio. Una piazza alla quale saranno presenti anche alcuni parlamentari cattolici del pd. Ma sul testo, avverte il premier Renzi, non torna indietro: atteso da troppi anni. Sarà approvato, dopo il lungo dibattito di questi mesi, rimettendo tutto all’aula e al voto segreto.  CARMELO LOPAPA  LR 16

 

 

 

 

Presentata a Roma la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2016

 

Di Tora: “Questa Giornata ci chiama ad una presa di coscienza di fronte ai drammatici fatti delle migrazioni”. “In questi ultimi 10 anni sono stati sei milioni gli italiani emigranti nel mondo per ragioni di studio, ma soprattutto per motivazioni di lavoro”.

 

ROMA – E’ stata presentata a Roma, presso la Sala Marconi della Radio Vaticana, la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2016 (celebrata domenica 17 gennaio presso le 27.000 parrocchie italiane, ndr). L’incontro è stato moderato ed introdotto dal sottosegretario della CEI e direttore dell’Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali Ivan Maffeis che ha ricordato come Papa Francesco nel suo discorso al corpo diplomatico abbia affrontato il tema delle migrazioni invitando a vineere l’inevitabile paura di fronte a questo fenomeno così massiccio e imponente. Maffeis ha anche sottolineato come il reato di immigrazione clandestina rappresenti una norma discriminatoria in quanto finisca per colpire non un comportamento, ma una condizione. 

 “Questa Giornata – ha affermato Guerino Di Tora, vescovo ausiliare di Roma e presidente della Commissione Episcopale per le migrazioni e della Fondazione Migrantes - ci chiama ad una presa di coscienza di fronte ai drammatici fatti che continuiamo a vedere e a sentire, gente che muore in mare e si espone a rischi e circostanze che possono far rinascere sentimenti di odio rivalità e divisione”. Di Tora ha ricordato come il Papa, rispetto al dramma degli immigrati e dei rifugiati, chieda attraverso un forte richiamo all’amore di Dio che raggiunge tutti e ciascuno, “una grande attenzione innanzitutto per l’accoglienza che prima che fatto materiale deve riguardare l’animo di una persona, l’altro va prima di tutto accolto nel proprio cuore”. Segnalato inoltre da Di Tora come nel suo messaggio il Santo Padre evidenzi la necessità di non dimenticare che i tanti migranti non sono cifre e numeri ma persone  con una loro dignità , una storia e una realtà. “Quindi – ha aggiunto Di Tora – il discorso dell’accoglienza diventa un’empatia con questa realtà, un essere partecipi di questa che oggi è la storia del mondo nel quale viviamo. Non si tratta quindi semplicemente di sistemare una situazione, ma di renderci partecipi di qualcosa di più grande che noi stiamo vivendo. I fatti della storia li viviamo e cerchiamo di incanalarli secondo questa nostra realtà e l’amore misericordioso che abbiamo ricevuto e che vogliamo esprimere negli altri. Diventa innanzitutto un fatto di cultura dove saper esprimere attraverso i nostri atteggiamenti quello che è il nostro pensiero , quella che è la nostra esperienza di fede”.

Per quanto riguarda la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato Di Tora ha posto in evidenza come in occasione di questo evento, si avrà un particolare momento celebrativo nella regione del Lazio. “Il Lazio – ha spiegato Di Tora - è la regione del centro Italia con il maggior numero di immigrati, oltre 600.000, di cui 500.000 residenti a Roma , ma è anche la regione che ha oltre 400.000 emigranti italiani, cioè 400.000 corregionali che hanno scelto la via dell’estero. Quindi non abbiamo solo il problema della immigrazione, ma come Migrantes abbiamo un attenzione particolare anche per gli emigrati. In questi ultimi dieci anni sono stati sei milioni gli italiani emigranti nel mondo per ragioni di studio , ma soprattutto per motivazioni di lavoro”.

“Domenica 17 gennaio, - ha poi ricordato Di Tora - oltre 6.000 migranti e rifugiati  provenienti dalle 17 diocesi del Lazio, di almeno 30 nazionalità, saranno in piazza S. Pietro per l’Angelus del Papa. Tra loro ci saranno anche 200 richiedenti asilo del CARA di Castelnuovo di Porto, con le bandiere delle diverse nazionalità presenti al Centro. Dopo l’Angelus i migranti, attraversando la Porta Santa, andranno nella Basilica di S. Pietro, dove si celebrerà la S. Messa, presieduta dal cardinale Antonio Maria Vegliò, presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti. Ai piedi dell’altare della cattedra ci sarà la Croce di Lampedusa, anche per ricordare il viaggio drammatico, che per oltre 3.700 persone - tra cui quasi 800 bambini - nel 2015 si è concluso in fondo al Mediterraneo. Le ostie che saranno distribuite durante la Comunione sono state donate dai detenuti, anche stranieri, del carcere di Opera, che hanno attivato un progetto-laboratorio”. Di Tora ha anche segnalato l’iniziativa promossa dal Centro Astalli, in programma domani 14 gennaio presso la Chiesa del Gesù a Roma , per celebrare la Giornata del Migrante e del Rifugiato. Durante l’incontro interverranno padre Adolfo Nicolàs, superiore generale dei Gesuiti e il presidente del Centro Astalli Camillo Ripamonti. Verranno inoltre ascoltate le testimonianze di due famiglie rifugiate dalla Siria e del Kenya. L’incontro si prefigge un approfondimento sulle migrazioni nel mondo, sul concetto di frontiera e sul pericolo di chiusura da parte dei paesi industrializzati alle richieste di accoglienza dei migranti.

Il direttore generale della Fondazione Migrantes mons. Gian Carlo Perego ha esordito sottolineando  la necessità di una risposta intelligente da parte dei politici ai fenomeni migratori, ad esempio attraverso l’abolizione del reato di clandestinità. Un provvedimento che, secondo Perego, ha di fatto posto le persone in una condizione di insicurezza, non permettendo di utilizzare i migranti nemmeno come collaboratori di giustizia contro il dramma dei trafficanti degli esseri umani. Perego ha anche evidenziato come , a causa della crisi, l’immigrazione economica verso l’Italia sia ormai ferma da alcuni anni, lasciando però il posto al nuovo fenomeno dei migranti forzati che nel 2015 ha portato in Italia 153.842 immigrati, contro i 170.100 del 2014. Mentre la maggior parte dei migranti ha scelto la Grecia come luogo di sbarco i principali porti italiani interessati dal fenomeno sono stati Lampedusa  (168 sbarchi e 21160 persone),  Augusta (146 sbarchi e 22.391 persone), Pozzallo (104 sbarchi e 16.811 perone), Reggio Calabria (90 sbarchi e 16931 persone), Catania (64 sbarchi e 9.464 persone), Palermo (61 sbarchi e 11.456 persone), Trapani ( 55 sbarchi e 8136 persone) e Taranto (45 sbarchi e 9.160 persone).Un ritorno del primato degli sbarchi a Lampedusa che, secondo Perego, dimostra l’inefficienza dell’operazione europea Triton rispetto alla collaudata iniziativa Mare nostrum per il salvataggio e l’individuazione a largo delle persone nel Mediterraneo

Mons. Perego si poi soffermato sia sui porti di partenza dei migranti nel Mediterraneo, per lo più dislocati sulle coste dell’instabile Libia (oltre l’85%) e dell’Egitto (8%), sia sulla nazionalità degli sbarcati che provengono in prevalenza dall’Eritrea (38.612, con un aumento del 10% rispetto allo scorso anno); Nigeria (21.886, con un aumento del 110% rispetto al 2014); Somalia (12.176, più che raddoppiati rispetto allo scorso anno), Sudan (8.909, triplicati rispetto al 2014) Gambia (8.123, poco meno il numero dello scorso anno)  Siria (7.444, 6 volte meno il numero del 2015). Le persone sbarcate sono state in prevalenza uomini (circa 115.000), minore il numero delle donne (oltre 20.000) che però sono cresciute del 15% rispetto al 2014. I minori  non accompagnati sono stati oltre 15.000 a cui si devono aggiungere quasi 6.000  minori non accompagnati irreperibili.

Perego ha poi precisato come rispetto ai 153.000 sbarcati attualmente siano accolti in Italia, nelle diverse strutture, al 1 gennaio 2016, 103.792 persone, suddivise fra rete di primissima accoglienza, CDA, CARA, CPSA, (7394 persone), strutture temporanee di accoglienza (76.394) e Sprar, strutture di seconda accoglienza degli asilanti e rifugiati (19.715 persone). La prima regione per numero di persone attualmente accolte è la Lombardia (13.480 persone), segue la Sicilia (12.373), il Lazio (8.232), la Campania (8034), il Piemonte (7.933), il Veneto (7.922), l’Emilia Romagna (6.493) e la Puglia (5.839). Un contesto molto variegato che evidenza un sistema di accoglienza precario. Il direttore generale della Migrantes ha infatti evidenziato come i minori non accompagnati, per lo più provenienti dall’Egitto (2.499), dall’Albania (1.241), dall’Eritrea (1.218), dal Gambia (1.028), dalla Somalia (771), dalla Nigeria (627) e dal Bangladesh (608), siano purtroppo accolti in strutture di accoglienza straordinarie e solo in piccola parte in strutture familiari e case famiglia. Sul fronte delle richieste di asilo Perego ha rilevato come queste nel 2015 siano cresciute a quota 82.940 rispetto alle 64.689 richieste avanzate nel 2014, con un aumento di circa il 40%. Inoltre le decisioni prese dalle Commissioni sui chiedenti asilo nel 2015 sono state favorevoli  alla concessione di un titolo di protezione internazionale (asilo, sussidiaria e umanitaria) per 29.182 persone, pari al 42%, mentre  il diniego  è avvenuto per oltre il 52% delle domande, 70.037. Una tendenza inversa rispetto a quella rilevata nel 2014 che per Perego devi farci interrogare sul possibile indebolimento della protezione internazionale in Italia.

Il direttore generale della Migrantes ha poi illustrato alcune proposte volte a migliorare l’accoglienza e l’inclusione sociale dei migranti come ad esempio la creazione di canali di ingresso regolari e non solo umanitari anche per i lavoratori economici, una possibilità non prevista dalla legge Bossi Fini che ha di fatto impedito l’incontro regolare fra offerta e  domanda, e l’introduzione di nuove modalità di gestione dei flussi di immigrati che siano certe per tutti i paesi europei. Sottolineata inoltre l’esigenza di introdurre procedure comuni di identificazione e di ricollocamento dei migranti in Europa che tengano conto del rispetto dei diritti umani delle persone e di riformare, aumentando il numero delle strutture e diminuendo i tempi di attesa per il disbrigo delle pratiche, il sistema delle Commissioni territoriali al fine di dare ai chiedenti asilo una risposta più competente e più celere. Segnalata da Perego anche la necessità di approntare in Italia un sistema unico e diffuso di accoglienza che risponda a medesimi standard e procedure, sia presente in ogni comune e venga sottoposto a puntuali controlli, superando la volontarietà di adesione dei comuni, a fronte però della garanzia di fondi certi, anche nei tempi di erogazione. Chiesto inoltre per i minori stranieri non accompagnati un superamento della prima accoglienza in centri collettivi per arrivare a forme diversificate di accoglienza in piccoli centri piccoli o attraverso affidamenti familiari.

Sollecitata infine da mons. Perego, al fine di favorire l’integrazione  dei migranti, una seria iniziativa di inserimento abitativa e lavorativa, una proposta di legge per il voto amministrativo agli immigrati regolarmente presenti nel nostro paese e “un’informazione competente che superi l’allarmismo sul fenomeno migratorio rilevando – ha puntualizzato Perego - come non si possa parlare di un invasione del nostro paese. L’immigrazione economica si è fermata e siamo al cospetto di un momento di grande sofferenza del mondo in cui il numero dei conflitti e il numero degli spostamenti forzati di persone per cambiamenti climatici è davvero molto elevato”. Goffredo Morgia, Inform 13

 

 

 

 

Tenuta la Giornata Mondiale del Migrante: i messaggi istituzionali alla Migrantes

 

Roma – Tenuta domenica 17 gennaio la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato. Numerosi sono stati i messaggi arrivati alla Migrantes già in occasione della presentazione della Giornata. Tra questi quelli del Presidente Mattarella e dei ministri Alfano, Gentiloni, Lorenzin e Galletti.

“La costante opera di sensibilizzazione nei confronti di quanti fuggono da guerre, persecuzioni, miseria e migrazioni forzate, e che guardano all'Europa come a un luogo di futuro e di speranza – ha scritto il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella - è ancora più significativa in un contesto di mobilità umana imposta con la violenza, senza precedenti in epoca moderna, nel quale i valori fondamentali della civile convivenza sembrano messi in discussione da disuguaglianze, ingiustizie, contrapposizioni e conflitti, talvolta ispirati a estremismi di presunta matrice religiosa”.

Lo scorso anno – scrive Mattarella – “con il suo tragico bilancio di vittime, in particolare nel bacino del Mediterraneo, rappresenta l'evidente testimonianza di una realtà drammatica che interroga e ferisce in maniera profonda le coscienze di noi tutti. Per svolgere un'azione realmente efficace, garantendo protezione a quanti hanno diritto all'asilo e, insieme, sicurezza alle comunità di accoglienza, occorrono - sottolinea il Capo dello Stato - politiche comuni in grado di governare oltre l'emergenza, fenomeni di portata epocale, espressione dell'ineludibile interdipendenza di un mondo globalizzato”. Per il Capo dello Stato serve “una più stretta cooperazione internazionale in materia di riconoscimento e ricollocazione dei rifugiati, mirata a contrastare i transiti irregolari, insieme al traffico e allo sfruttamento di esseri umani. Il coerente impegno di Migrantes si è rivelato negli anni, essenziale per accrescere le ragioni del dialogo e la capacità di convivere nelle diversità, presupposto indispensabile per assicurare, in ogni area del mondo, pace, solidarietà e rispetto della dignità umana”. 

Per il Ministro dell’Interno, Angelino Alfano, “il tema dell’integrazione, soprattutto in questo momento storico, è destinato a intersecarsi con quello della sicurezza”. Da tempo – ha scritto - gli interventi relativi all'accoglienza e alla sistemazione dei migranti sono oggetto, nel nostro Paese, di una partnership Stato - Regioni - Autonomie locali. Il sistema ha potuto funzionare solo grazie alla collaborazione responsabile di tutti i diversi livelli di governo coinvolti nella filiera. Ed è in questa logica che è stata rafforzata la compartecipazione tra le diverse istituzioni, cristallizzando anche in specifiche norme giuridiche questa linea collaborativa, già sperimentata nella prassi”. “Oltre che all'accoglienza, l'impegno del Governo – ha sottolineato Alfano -  è stato rivolto anche ad altri ambiti cruciali, come il perfezionamento delle procedure per il riconoscimento della protezione internazionale, la cui fluidità è una delle condizioni ineludibili per garantire il buon funzionamento del sistema”.

Per il Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni l’immigrazione è “ormai un dato strutturale per la società e l’economia italiana. Dobbiamo perciò affrontare in maniera quanto più efficace le grandi sfide migratorie del futuro. Tali sfide richiedono sia l’affinamento di strumenti interni per migliorare la qualità dei servizi offerti, sia lo sviluppo di una governance globale ed europea che corrisponda, a vari livelli, alla complessità dei fenomeni migratori, affrontando alla radice i conflitti e le cause della povertà”. Il responsabile della Farnesina ribadisce che “la gestione della sfida migratoria è una priorità della politica estera italiana. Nel corso dell’ultimo anno ci siamo mossi per far capire che quella migratoria non è un’emergenza che riguarda solo i Paesi di arrivo dei migranti, bensì una problematica che interessa l’intera Europa”.  Nel suo messaggio il Ministro della Salute, Beatrice Lorenzin ricorda che il suo  Ministero sta portando avanti un progetto per la realizzazione di una Cartella sanitaria in formato elettronico per i migranti. La cartella sanitaria servirà, spiega, ad “assicurare ai migranti, fin dall’arrivo sul territorio nazionale, una valutazione dello stato di salute che possa seguire la persona e aiutare una corretta presa in carico da parte dei servizi territoriali, anche in caso di successivi spostamenti in altri Paesi”. “Oltre all’identificazione e monitoraggio dello stato di salute del migrante, questa dovrebbe permettere di registrare e conservare i dati scaturiti dai controlli sanitari effettuati lungo tutta la filiera dell’accoglienza, in modo che questi possano essere accessibili alle strutture sanitarie, evitando duplicazioni di interventi o, peggio, mancanza di interventi”.

“l fenomeni migratori che interessano il nostro Paese e l'Europa rappresentano  una delle più grandi questioni sociali e morali del nostro tempo”, sottolinea il Ministro dell’Ambiente Gianluca Galletti: “abbiamo ogni giorno davanti agli occhi le immagini dei continui sbarchi che avvengono sulle nostre  coste, cosi come dell'enorme quantità  di persone  che si riversa alle frontiere europee di terra: negli sguardi di quei bambini, delle donne e degli uomini che qui cercano rifugio e conforto  c'è la ricerca di un futuro  di speranza e di dignità umana che altrove  viene negato. Una ricerca che troppe  volte  si ferma  in  mare  aperto, o nel deserto, o in un  campo  di detenzione,  nei modi  più drammatici  che abbiamo imparato purtroppo a conoscere”.

Raffaele Iaria

 

 

 

 

L’emigrazione italiana all’estero. Le riflessioni della Federazione Europa del Partito della Rifondazione Comunista

 

BRUXELLES  - “Il 2015 è stato un anno molto intenso e complesso sotto molti punti di vista sia in Italia che in Europa. I venti di guerra si fanno più insistenti e le migrazioni di massa continuano inarrestabili, come la nuova ondata migratoria italiana verso l’estero. Al di là della retorica classista dei “cervelli in fuga”, è chiaro ormai da tempo che buona parte della nuova emigrazione italiana non corrisponde al profilo del migrante iper-qualificato a cui fa riferimento la grande stampa”. Partono da qui le riflessioni della Federazione Europa del Partito della Rifondazione Comunista, di cui è segretario Pietro Lunetto, che riportiamo integralmente di seguito.

“Il rapporto Migrantes 2015, basato su dati AIRE, svela che circa il 30% dei nuovi emigrati ha un titolo di studio di scuola superiore, e una buona parte del 15% degli ultra cinquantenni che emigra ha la licenza elementare o, addirittura, nessun titolo di studio. Pur essendo più del 30% del totale, i profili meno qualificati non risultano interessanti né per la stampa né per le istituzioni italiane. Quest’ultime si adoperano esclusivamente per far sì che i profili più qualificati rientrino in patria, mentre non si impegnano in produrre politiche economiche dirette all’aumento dell’impiego in Italia.

Esistono pochissime ricerche che provano a dare una indicazione di quali siano i principali problemi che i nostri emigrati affrontano nei diversi paesi durante il percorso migratorio. Una di queste è stata pubblicata qualche mese fa in Belgio da un’associazione creata da nuovi emigrati. I risultati della ricerca mostrano che i principali problemi affrontati dai migranti sono rappresentati dalle questioni burocratiche come l’iscrizione all’anagrafe dei nuovi comuni di residenza per esempio, dalla nuova lingua, dalla ricerca di una casa, dalla ricerca del lavoro e dal funzionamento della previdenza sociale nel nuovo paese. Per rispondere a molte di queste domande basterebbe una migliore organizzazione ed un “protagonismo” della rete consolare, come già da qualche parte nel mondo si sta provando a fare.

Un altro dato interessante, portato alla luce da questa ricerca, mostra come soltanto una bassa percentuale degli intervistati, sia a conoscenza delle rappresentanze politiche e associative degli italiani all’estero: stiamo parlando, per chi non lo sapesse, dei COMITES, CGIE e dei patronati.

Tutti segnali che confermano che il “sistema Italia” non informa a dovere la nuova migrazione sui possibili interlocutori utili a risolvere le problematiche che si vivranno durante percorso migratorio.

I nostri compiti

Come comunisti e comuniste, dobbiamo operare simultaneamente su più fronti per cercare di cambiare lo stato di cose presente, migliorando la vita dei nostri emigrati, in special modo quelli più in difficoltà.

Dobbiamo promuovere una conoscenza dettagliata della nuova e vecchia emigrazione italiana, attraverso un lungo lavoro di inchiesta. Solo conoscendo la situazione nel dettaglio si possono approntare misure adeguate.

Dobbiamo continuare a promuovere azioni di mutualismo ed auto-orgarnizzazione popolare, per dare una prima risposta ai bisogni urgenti di chi emigra; quindi sportelli informativi di supporto, dei corsi di lingua di base gratuiti, reti per un alloggio a prezzi calmierati e, perché no, anche la creazione di fondi di emergenza per i casi più problematici, per i casi dove le già deboli istituzioni non possono e non vogliono arrivare.

Tutto questo cercando di eliminare quelle barriere che oggi esistono e che limitano una piena collaborazione tra tutti i soggetti, istituzionali ed associativi. Anche se alcuni importanti passi in avanti sono stati fatti con la creazione del FAIM (Forum della Associazioni Italiane all’Estero), molto resta da fare per cominciare a vedere risultati concreti.

Dobbiamo ricongiungere a livello politico, italiano ed europeo, tutte le “questioni migranti” che il sistema economico capitalista produce. La questione dell’immigrazione in Italia e la questione dell’emigrazione degli italiani hanno dei punti in comune, e forse anche delle parziali soluzioni comuni. Tutto questo lavoro serve anche per far capire alla massa degli italiani, attirati dalle sirene dei razzisti nostrani, che quello che dicono degli immigrati viene utilizzato in altri paesi anche per i loro concittadini. Inoltre è indispensabile legare i problemi dei migranti (in partenza o in arrivo)ai problemi di tutta la cittadinanza italiana, per uscire da un certo corporativismo che tende a dividere problematiche che hanno una comune radice.

In ultimo, ma non meno importante, su specifici temi, possiamo e dobbiamo ricercare convergenze con il resto delle forze di sinistra italiane presenti all’estero e irrobustire la cooperazione con i partiti comunisti e di sinistra nei vari paesi, per cercare di intervenire sulle problematiche esistenti anche nel quadro normativo locale.

Per fare tutto questo rimane fondamentale continuare ad irrobustire la nostra organizzazione, sia quantitativamente che qualitativamente, approntando momenti di formazione teorica e sul campo, che ci aiutino migliorare il nostro sapere e il nostro saper fare”. (aise 11) 

 

 

 

 

Immigrazione: le strutture di accoglienza in Italia   

 

Roma - Rispetto ai 153.000 sbarcati  attualmente sono accolti in Italia, nelle diverse strutture, al 1 gennaio 2016, 103.792 persone. Nella rete di primissima accoglienza (CDA, CARA, CPSA) sono presenti 7394 persone (2.000 in meno rispetto allo scorso anno). Nelle strutture temporanee di accoglienza sul territorio nazionale sono oggi ospitati 76.394 persone, oltre il doppio rispetto allo scorso anno. Negli Sprar, strutture di seconda accoglienza degli asilanti e rifugiati, sono  accolte 19.715 persone, un numero di poco inferiore a quello scorso anno. Sono alcuni dati forniti questa mattina dal direttore generale della Fondazione Migrantes, mons. Gian Carlo Perego.  La prima regione per numero di persone attualmente accolte è la Lombardia (13.480 persone), segue la Sicilia (12.373 persone), il Lazio (8.232 persone), la Campania (8034), il Piemonte (7.933 persone), il Veneto (7.922), l’Emilia Romagna (6.493), la Puglia (5.839: metà delle persone è accolte in cinque Regioni. Il numero più alto delle persone accolte nei Cara sono in Sicilia (3389), in Puglia (1.734) e in Calabria (1.007). Il più alto numero delle persone accolte nelle strutture di prima accoglienza (CAS) è in Lombardia (12.499). Mentre il più alto numero di persone accolte nelle strutture SPRAR sono invece nel Lazio (4.362), segue la Sicilia (4.023), la Puglia (1.848), la Calabria (1.730), la Campania (1.145): 2/3 dei posti Sprar sono in queste 5 regioni, segno che sono soprattutto i Comuni del Centro-Sud ad avere attivato progetti SPRAR, ha sottolineato mons. Perego aggiungendo che in generale, l’accoglienza “rimane ancora in una situazione di forte precarietà, sia nei porti di arrivo che in molti dei centri di prima accoglienza realizzati, con una forte diversificazione della modalità di accoglienza nelle diverse regioni”.

La maggioranza dei minori non accompagnati accolti nelle strutture hanno un’età compresa tra i 16 e i 17 anni (80,6%) e provengono dall’Egitto (2.499), dall’Albania (1.241), dall’Eritrea (1.218), dal Gambia (1.028), dalla Somalia (771), dalla Nigeria (627), dal Bangladesh (608). Purtroppo l’accoglienza dei 10.952 minori non accompagnati  rimasti in Italia (dato al 30 novembre 2014), nella stragrande maggioranza dei casi avviene ancora – ha detto il direttore Migrantes - in strutture di accoglienza straordinarie  al Sud e solo poco più del 10% in strutture familiari e case famiglia. Metà dei minori sono accolti in due regioni: 3.967 in Sicilia, 1.123 in Calabria, mentre in Piemonte ne sono accolti 285 e 283 in Veneto.

Le richieste d’asilo  nel 2015 sono cresciute a 82.940 rispetto alle 64.689 del 2014, con un aumento di circa il 40%. Le decisioni prese dalle Commissioni nel 2015 sono state 70.037, con un aumento di oltre il 95% rispetto alle 36.179 decisioni nel 2014. Nel 2015 l’esito delle decisioni ha visto un titolo di protezione internazionale (asilo, sussidiaria e umanitaria) per 29.182 persone, pari al 42%, mentre  il diniego  è avvenuto per oltre il 52% delle domande. Il 6% delle persone si sono rese irreperibili. Rispetto al 2014 si sono invertiti i numeri: erano il 60% coloro che avevano ricevuto un permesso di protezione internazionale e il 37% i diniegati.  “Una domanda è lecita: s’indebolisce la protezione internazionale in Italia?”, si è chiesto mons. Perego.

Al momento dell’appello del Papa a estendere l’accoglienza dei richiedenti silo e dei rifugiati nelle parrocchie, nelle comunità religiose, nei monasteri e nei santuari, il 6 settembre scorso, nelle diocesi italiane erano accolte quasi 23.000 persone. Dal settembre ad oggi, sulla base del Vademecum dei Vescovi italiani, “abbiamo assistito a un grande movimento solidale nelle nostre diocesi e parrocchie italiane, con l’estendersi del numero di persone accolte nelle parrocchie:  si stima da 1.000 a oltre 5.000”, ha evidenziato. Soprattutto “laddove i Comuni sono stati latitanti è cresciuto l’impegno dell’accoglienza ecclesiale (ad es. 1 su 2 persone richiedenti asilo e rifugiate accolte in Lombardia sono presso strutture ecclesiali). Complessivamente si stima l’accoglienza di oltre 27.000 persone nelle strutture ecclesiali. Contiamo di fare una rilevazione completa a un anno dall’appello del Papa, anche perché la solidarietà  generata dopo l’appello “è ancora in atto: per i percorsi di preparazione nelle comunità e nei consigli pastorali, per l’individuazione delle strutture, per la costruzione della rete degli operatori volontari, per le collaborazioni istituzionali  da attivare etc. Mig.on 11

 

 

 

 

Kamikaze dell'Is tra i turisti a Istanbul, 10 morti. Nove sono tedeschi

 

Terrore a Istanbul dove un kamikaze si è fatto esplodere in pieno centro. Il bilancio è di 10 morti, ha riferito il quotidiano Sabah, correggendo quello precedente di 11 vittime, e non ci sono cittadini sudcoreani tra le vittime, così come era stato indicato dal quotidiano.

Una fonte dell'ufficio del premier turco Ahmet Davutoglu ha riferito all'agenzia tedesca Dpa, a condizione di anonimato, che nove delle vittime sono cittadini tedeschi.

L'esplosione è avvenuta nel cuore della città, a Sultanahmet, vicino alla Moschea Blu e a Santa Sofia. I feriti sono almeno 15, due in condizioni critiche.

Davutoglu ha detto che l'attentatore suicida era un militante del sedicente Stato islamico (Is). Il vice premier Numan Kurtulmus ha reso noto che era da poco arrivato in Turchia dalla Siria.

In precedenza il presidente Recep Tayyip Erdogan aveva indicato come responsabile dell'attacco un attentatore suicida di origini siriane. Poi i media turchi hanno riferito che il responsabile dell'operazione sarebbe il 28enne Nabil Fadli, nato in Arabia Saudita. Il quotidiano Sabah sostiene che Fadli, di origini saudite, abbia la cittadinanza siriana.

 

"La Turchia continuerà a combattere il terrorismo e le organizzazioni terroristiche", ha affermato il presidente Erdogan, parlando in diretta tv dopo l'attacco di Istanbul. Questo attentato, ha aggiunto, "dimostra ancora una volta che dobbiamo essere uniti contro il terrorismo. Chi ha colpito questo Paese deve essere portato davanti alla giustizia senza ritardo".

Arrestati militanti Is - Intanto le forze di sicurezza turche hanno arrestato 31 presunti militanti dello Stato islamico (Is) in operazioni eseguite nelle province meridionali di Sanliurfa e Mersin. Nella prima provincia sono stati arrestati 22 sospetti jihadisti, tutti di nazionalità siriana. Altri nove, tra i quali tre siriani, sono stati arrestati a Mersin, come riferisce l'agenzia Dogan. In precedenza l'agenzia ufficiale Anadolu ha riferito dell'arresto di altri 16 militanti dell'Is nella capitale Ankara. Tra loro, un turco e 15 siriani.

Merkel: avanti con determinazione contro il terrorismo- "Il terrorismo internazionale ha di nuovo rialzato la sua orribile testa e questo dimostra la necessità di procedere con determinazione contro di esso" ha commentato la cancelliera tedesca Angela Merkel. "Oggi ha colpito a Istanbul, prima era stato a Parigi, in Tunisia, ad Ankara", ha sottolineato ancora Merkel. Il ministro degli Esteri tedesco Frank Walter Steinmeier ha condannato "il barbaro e codardo atto di terrore". Cordoglio e vicinanza alla cancelliera Merkel ha espresso il presidente del Consiglio, Matteo Renzi.

Incendio in un hotel nel quartiere Maltepe - Quasi contemporaneamente all'attacco kamikaze un incendio è scoppiato in un hotel in costruzione nel quartiere di Maltepe a Istanbul. Lo ha riferito il sito del quotidiano Today's Zaman, senza specificare la causa che ha scatenato le fiamme. Testimoni oculari hanno dichiarato di aver udito un'esplosione prima dello scoppio dell'incendio.

Media censurati - Dopo l'attacco kamikaze è scattata la censura per i media turchi. Il Consiglio Supremo della Radio e della Tv (Rtuk) turco ha "imposto" per i media turchi "il divieto temporaneo sulla copertura" delle notizie dalla città sul Bosforo. E' quanto si legge sul sito web del giornale turco Zaman in cui si precisa che il divieto è stato imposto su richiesta dell'ufficio del premier. Non è la prima volta che le autorità turche annunciano simili misure. Cnn Turk ha denunciato di essersi scontrata con "restrizioni" poco chiare sulla copertura degli eventi di Istanbul.

Su Twitter, in un messaggio del regista turco Ferzan Ozpetek si legge: 'Mi scrive un mio amico giornalista da istanbul. Sono 11 morti e molti feriti. Tra persone morti 8 sono tedeschi. È una vera tragedia'. Adnkronos 12

 

 

 

 

Il convegno “Migrazioni e relazioni internazionali. L’Agenda Italia – Africa”

 

Una riflessione sulla natura delle dinamiche migratorie e sulle prospettive di lungo periodo di dati che riguardano il continente africano – crescita demografica ed economica, instabilità politica ed evoluzione sociale - che avranno importanti ripercussioni anche sul futuro dell'Europa

 

ROMA – Dedicato alla necessità di affrontare le migrazioni muovendo dalle relazioni internazionali il convegno organizzato questa mattina alla Farnesina dal Centro Piemontese di Studi Africani in collaborazione con l’Istituto Affari Internazionali e intitolato “Migrazioni e relazioni internazionali. L’Agenda Italia – Africa”. Una riflessione sulla natura delle dinamiche migratorie e sulle prospettive di lungo periodo di dati che riguardano il continente africano e che non potranno che avere importanti ripercussioni anche sul futuro dell'Europa, chiamando in causa il nostro Paese quale vettore privilegiato per la costruzione di un rinnovato dialogo tra le due aree.

A richiamare tali prospettive il presidente del Centro Piemontese di Studi Africani, Pietro Marcenaro, che ha segnalato come quella che oggi viene definita “l'emergenza profughi” debba essere riportata alla più ampia dinamica dei flussi migratori mondiali, una dinamica che è divenuta “strutturale” nelle nostre società e richiede, per la sua gestione, “politiche di più lungo periodo” di quelle spesso proposte e praticate. Dopo aver rilevato “le grandi difficoltà di una politica comune europea” sul tema e riconosciuto come “i Paesi di origine, di transito e di arrivo dei flussi spesso siano portatori di interessi molto diversi”, Marcenaro sottolinea come si possa progredire nella discussione e nella formulazione di risposte adeguate ed effettivamente sostenibili solo attraverso tavoli di concertazione che sappiano coinvolgere i diversi attori del contesto internazionale. Per quanto riguarda nello specifico l'Africa, egli evidenzia come spesso la si consideri una sorta di “bomba demografica che minaccia gli equilibri europei”, senza valutarne invece le potenzialità, e non solo in termini di rimesse economiche che potrebbero alimentare nuove leve di sviluppo. Una valorizzazione che interpella l'Europa e l'Italia in particolare e che potrà maturare attraverso l'articolazione di nuove prospettive e dinamiche di integrazione cui sono chiamate a concorrere anche le comunità di immigrati di origine africana già presenti nei nostri Paesi.

In apertura l'intervento del ministro degli Affari Esteri, Paolo Gentiloni, che ha rilevato come le relazioni e l'agenda Italia-Africa siano “centrali nella nostra strategia di politica estera”, per ragioni geografiche, culturali, economiche e politiche. “È costitutivo della nostra identità – ha aggiunto – essere un Paese al centro del Mediterraneo, punto di convergenza e dialogo tra Africa, Europa e Medio Oriente e oggi luogo tra i più tempestosi ma anche con maggiori opportunità, se guardiamo nel lungo periodo, ai prossimi decenni”. Richiamando i numeri del recente esodo in Europa – 1 milione di arrivi dal mare nel 2015, di cui 150 mila sbarchi in Italia, il 70% dei quali provenienti proprio dall'Africa subsahariana – Gentiloni ha rilevato come sia inappropriato pensare di “risolvere” un fenomeno così complesso e di tali proporzioni: “l'alternativa è invece tra subire o provare a gestire tale fenomeno; se l'Europa si limita a subirlo, è a rischio la sua stessa integrazione – avverte il ministro, - ma se prende in mano questa gestione, lo può governare”. L'unico modo per riuscire nell'impresa è però “essere consapevoli che si tratta di un fenomeno di media e lunga durata, anche per ragioni demografiche”, una questione, dunque, “che investirà un'intera generazione e potrà sperare di trovare un riequilibrio negli anni, possibilmente con la pace e lo sviluppo – afferma ancora il ministro, che ribadisce come sia essenziale affrontare tale sfida con una “gestione comune” da parte dell'Unione e attraverso regole “che non sono quelle ereditate dal passato”. Le norme europee in proposito – in particolare il regolamento di Dublino - “non reggono più la dimensione dei flussi che ci troviamo di fronte e tanto più è accanita la difesa di questo status quo – prosegue Gentiloni – tanto più sarà difficile salvaguardare uno dei pilastri dell'integrazione, ossia la libera circolazione delle persone”. Egli cita a questo proposto gli 850 mila arrivi sulle coste greche registrati nel 2015, numeri che rendono impossibile l'applicazione di quel regolamento che vorrebbe demandare unicamente al Paese di ingresso l'esame della domanda di protezione internazionale di coloro che fuggono da aree di conflitto come la Siria. Il Ministro ritiene poi che la distinzione tra richiedenti asilo e migranti economici debba essere mantenuta, ma segnala come “l'insieme dei flussi migratori ci interpelli tutti, sia come governi che come Unione Europea” e ribadisce l'esigenza di adottare politiche e risposte comunitarie – siano essi provvedimenti di rimpatrio o di protezione – per garantirne la reale efficacia: “è necessario – dice – europeizzare le decisioni e le regole, siano esse relative alla classificazione dei Paesi ritenuti sicuri o le politiche di rimpatrio, che richiedono logistica, capacità umanitaria e risorse che vanno al di là di ciò che un singolo Stato è in grado di mettere in campo”. Riconosce infine come si debba fare di più per agire sulle cause delle migrazioni: “lo sforzo va certamente moltiplicato, ma qualche strumento in più noi l'abbiamo messo in campo – afferma, - con la nuova legge sulla cooperazione allo sviluppo, l'Agenzia che essa prevede e l'incremento di risorse destinate a questa voce nel bilancio dello Stato”. “Quando parliamo di migrazioni dobbiamo sempre avere presente la dimensione positiva, di opportunità e sviluppo ad esse connessa. Per lunghi anni in passato l'Africa è stata considerata un continente perduto; oggi non è più così e il Fondo Monetario Internazionale ritiene che questa sia un'area destinata a tassi di crescita tra i più interessanti nei prossimi 5 anni. Sarebbe del tutto improprio propugnare un'analisi troppo ottimistica ma spetta anche all'Italia fare in modo che questo continente in bilico si muova nella direzione giusta – afferma ancora Gentiloni, ritenendo che lo sviluppo materiale – in infrastrutture, energie rinnovabili etc. - debba coniugarsi sempre più con processi di stabilizzazione politica e sviluppo sociale. “Si tratta di prospettive difficili ma a portata dell'Africa stessa e a cui l'Italia vuole dare un contributo – conclude il Ministro, annunciando a questo proposito una conferenza interministeriale Italia-Africa nel prossimo mese di maggio.

La prima sessione dei lavori, intitolata “Migrazioni, diritti e relazioni internazionali”, è stata moderata dal giornalista de Il Sole 24 Ore Alberto Negri, che ha rilevato la generale insicurezza del contesto internazionale, condizione che rende complicata la classificazione sopra richiamata tra Paesi in cui favorire i rimpatri o da cui accettare le domande di protezione. Ferruccio Pastore, direttore di Fieri, ha rilevato come il nesso tra migrazioni e politica estera non sia affatto nuovo, richiamando anche il ruolo di capofila svolto dall'Italia repubblicana con i primi accordi sullo scambio di manodopera legati al fenomeno dell'emigrazione di connazionali in ambito europeo, oppure – negli anni in cui la Penisola diveniva sempre più terra di immigrazione – con politiche che vincolavano le quote di ingresso dei lavoratori stranieri con il controllo dei flussi da parte del Paese di origine. Pastore rileva poi come “l'illusione di poter gestire unilateralmente la politica migratoria” si sia infranta in modo eclatante in Europa, che sconta l'assenza di una politica estera comune, un'inerzia che ha determinato l'attuale situazione di emergenza e che deve essere colmata, nonostante le difficoltà (una tra le tante, più volte ricordata, il fatto che con il Trattato di Lisbona i Paesi dell'Unione abbiano mantenuto la discrezionalità sugli ingressi da consentire sul loro territorio).

Anche Gianni Bonvicini, vice presidente dell'Istituto Affari Internazionali, richiama la necessità di una politica europea sul tema, per evitare che l'impatto dei flussi di questi ultimi mesi generi “un terremoto sul processo di integrazione e una perdita dei valori stessi su cui essa è fondata, la solidarietà e la tutela dei diritti umani tra i primi”, un rischio determinato anche “dalla pericolosa equazione tra migrazioni e terrorismo”. Richiama infine la necessità di agire multilateralmente e di colmare un deficit di regia sul tema, regia che potrebbe invece essere garantita da un organismo analogo alla Bce che, nella sfera economica, agisce guardando all'interesse dell'Unione nel suo complesso, invece che a quelli dei singoli Stati.

Si interroga sull'utilità e sull'opportunità di mantenere la distinzione tra richiedenti asilo e migranti economici Luigi Manconi, presidente della Commissione Diritti Umani del Senato, che richiama la politica ad affrontare questioni così complesse e “un tema decisivo per il futuro del nostro Paese” con l'imperativo di “dire la verità”. Manconi si riferisce in particolare alla discussione attualmente in corso sul reato di immigrazione clandestina – che egli stigmatizza perchè ritiene penalizzi “una condizione esistenziale, ossia il fatto di essere migrante” - oppure sul multiculturalismo - “solo uno sprovveduto può pensare – dice – che il percorso di integrazione e convivenza di culture e popoli diversi sia un percorso agile e agevole, ma non c'è alternativa ad esso”, - questioni che devono essere trattate con cautela perché “riguardano la nostra identità e l'identità delle società contemporanee e non semplicemente il risultato delle prossime elezioni”.

A moderare la sessione intitolata “Le migrazioni e i rapporti Italia e Africa” il presidente del Centro studi e ricerche Idos, Ugo Melchionda, che ha ricordato come l'Africa continui a rimanere uno dei continenti più martoriati, con il livello di reddito pro capite più basso al mondo e una forte incidenza dei fenomeni migratori, al suo interno e all'esterno. Di seguito l'economista Mario Deaglio ha segnalato come le migrazioni debbano essere considerate da più approcci disciplinari e rilevato come spesso nozioni date per scontate non siano invece le più corrette: “una di queste è che la scelta del migrante sia definitiva – afferma Deaglio, ricordando invece come anche nel contesto dell'emigrazione italiana all'estero non sia sempre stato così – cita il caso dell'emigrazione in Germania negli anni Settanta – oppure come sia errato “considerare il migrante unicamente in termini logistici, come se il mercato potesse risolvere tutti gli squilibri e le problematiche” insorgenti. Per l'economista, inoltre, la scelta stessa di concedere l'asilo manifesta un impegno, una presa di posizione: “non è possibile accogliere dei profughi e restare neutrali sulla sorte del loro Paese di origine, oppure accogliere migranti economici senza badare al fatto che anche nei loro Paesi si debbano creare condizioni adatte a garantire sviluppo – dice, ribadendo poi come la dinamica demografica leghi indissolubilmente Europa ed Africa, ragion per cui suggerisce “un coordinamento di politica industriale” tra le due aree, mentre ricorda come “l'agenda africana debba essere impostata coinvolgendo in primo luogo l'Africa stessa”. “Si dimentica inoltre che i migranti sono comunità, li si considera in maniera passiva, si dimentica che essi sono portatori di un'identità individuale ma anche di comunità – aggiunge l'economista, che sollecita, ai fini dell'integrazione, un maggior dialogo con i rappresentanti di queste collettività presenti nel nostro territorio. Tra gli altri fattori importanti per l'integrazione Deaglio cita lo sport e l'importante tasso di imprenditorialità degli stranieri in Italia – circa 135 mila sono gli imprenditori di origine immigrata censiti nel nostro Paese. Si tratta di micro-azioni che, coniugate con programmi di lungo periodo, possono determinare un positivo percorso di inserimento degli immigrati nelle società d'accoglienza.

“L'Africa è da sempre ritenuta una delle proiezioni naturali della politica estera italiana – afferma Lia Quartapelle della Commissione Affari Esteri della Camera dei Deputati, che ritiene comunque necessario un rilancio dei rapporti tra Europa ed Africa, a partire dal vertice recentemente svoltosi a Malta in proposito, troppo connotato, a suo dire, da un approccio securitario al tema dei flussi migratori. “L'Africa accoglie al suo interno il 30% dei rifugiati oggi calcolati nel mondo, l'Europa solo il 3% - segnala Quartapelle, che ribadisce anche l'impegno volto a risolvere le cause dei flussi: la forte disuguaglianza, i conflitti e le repressioni che restituiscono una quadro contraddittorio del continente. Un intervento che a suo avviso va maggiormente qualificato, anche grazie ai rinnovati strumenti di cooperazione, facilitando le transizioni democratiche o sanzionando chi ne diverge, come l'Eritrea.

Infine, Massimo Lici Bacci, demografo di Neodemos, ribadisce come l'Unione si sia rivelata un fallimento sotto l'aspetto delle politiche migratorie – citati in particolare la discrezionalità sugli ingressi concessa dal Trattato di Lisbona, l'inadeguatezza del regolamento di Dublino e l'assenza di una politica comune sull'asilo politico. Ritiene poi da mantenersi la distinzione tra migranti economici e richiedenti asilo, pur nella difficoltà che si incontra nella classificazione, mentre sollecita una politica riguardante i profughi “meno congiunturale”. Sul rapporto Italia e Africa, evidenza come quest'ultimo sia un continente estremamente variegato e le cui dinamiche – con tutto ciò che esse potrebbero comportare per l'Europa – non sono oggi adeguatamente approfondite. Rileva come la crescita registrata sia erosa dalla crescita demografica e come il processo di sviluppo non ricalchi gli schemi tradizionali – l'agricoltura mantiene una bassa produttività mentre si moltiplica il settore dei servizi. “L'incidenza della diaspora africana nel nostro Paese si è un po' attenuata rispetto al passato – afferma lo studioso – ma resta una leva importante su cui agire per accelerare i rapporti in primis economici tra le due aree”. Infine, un richiamo all'Europa anche per favorire la stabilizzazione di un Paese importante come la Libia. “Possiamo dire – conclude Livi Bacci - che, in assenza di una politica europea sull'immigrazione, tutti i Paesi sono stati lasciati soli, non si tratta unicamente di una sensazione italiana”. Viviana Pansa, Inform 12

 

 

 

 

Juncker gela Renzi: “Offende la Commissione”. Replica del premier: “Non ci lasciamo intimidire”

 

Sulla flessibilità: «L’ho inventata io, non lui». Il premier: «Frutto della nostra insistenza». Mogherini: «Stupido creare divisioni all’interno dell’Europa» - di

MARCO ZATTERIN

 

BRUXELLES  - Collera fredda, quella di Jean Claude Juncker, che dopo settimane di silenzio decide di rispondere a Matteo Renzi e all’Italia che «ha preso a vilipendere e criticare la Commissione ogni volta che può». Nel pomeriggio arriva la replica del premier: «Non ci facciamo intimidire. L’Italia merita rispetto», dice Renzi un’intervista al Tg5 secondo quanto riportato su Twitter dal giornalista Clemente Mimun. 

 

Riferendosi a Renzi, il presidente della Commissione Ue dice di «non capire perché critichi in questo modo» l’organismo. Juncker poi aggiunge di esitare «ad esprimermi con lo stesso vigore con cui lui si rivolge a me, perché questo non mette sempre a posto le cose». Giura di voler fare il muro di gomma, afferma di mettere «mio rancore e la mia irritazione, che sono grandi nella tasca», però poi precisa «non sono naif» e lo sillaba: «Non-lo-so-no».  

 

 

I toni del premier nei confronti delle istituzioni europee hanno sempre avuto almeno una punta di veleno. Da qualche mese, si sono alzati. «Accetto tutte le critiche, ma occorre che siano giustificate», assicura Juncker nella prima conferenza stampa dell’anno, duro soprattutto sulla flessibilità. Da un lato perché «l’Italia profitta di tutte le flessibilità». Dall’altro perché «sono stato sorpreso, alla fine della presidenza italiana, che Matteo Renzi abbia detto che è stato lui a introdurre la flessibilità. Non è vero, sono stato io. Io, non lui. Con il suo accordo, ma sono stato io». Ma Renzi, nell’intervista al Tg5, sottolinea che la «flessibilità dall’Europa è arrivata solo dopo molte insistenze da parte dell’Italia».  

 

Renzi ha incaricato Padoan di andare avanti. I due si sono consultati e, al termine dell’Ecofin, il ministro dell’Economia ha specificato che i rapporti fra Italia e Unione europea «rimangono cordiali e costruttivi» e «il governo italiano non ha nessuna volontà di offesa nei confronti di nessuno e tantomeno della Commissione europea o dei suoi membri». Sulla flessibilità ha poi aggiunto: «È evidente che è stata la Commissione Ue a introdurla con la comunicazione sulla flessibilità, ma ricordo che si è arrivati là con il dibattito che è stato sviluppato durante il semestre di presidenza italiana». 

 

Dopo Padoan, è intervenuta anche Federica Mogherini, l’Alto rappresentante Ue per la politica estera: «È stupido - ha detto - creare divisioni all’interno dell’Europa. Gli europei hanno bisogno di essere uniti di fronte alle tante crisi che ci sono». E ha concluso: «Sono tante le cose che Italia ed Europa hanno fatto insieme in questo primo anno di Commissione Juncker. Dall’introduzione delle regole sulla flessibilità, che l’Italia ha fortemente voluto, che la Commissione europea ha fortemente voluto, e che sono a beneficio di tutti, alla grande sfida di portare a livello europeo la gestione dell’immigrazione».  LS 15

 

 

 

 

 

La sostanza delle apparenze

 

L’Italia rimane il Paese dei tanti contrasti sociali e delle spudorate opportunità politiche. Mentre Renzi continua la sua strada atta al risanamento, si spera, dello Stivale, in Parlamento c’è polemica.

 Ora, le opinioni di tutti sono importanti per capire se questa maggioranza di Governo avrà ancora vita lunga. Del resto, la crisi socio/economica non è ancora superata. Nel 2016, si dovrà recuperare attendibilità interna e internazionale. Nell’interesse comune, si dovrebbe riscoprire l’”italianità” e offrire nuovi progetti per un Paese che ha estremamente bisogno di certezze. Eppure, per realizzare le strategie di Renzi non intravediamo ampi spazi politici.

 Con la tesi d’attentedere tempi”nuovi”, si tenta d’evitare guai maggiori. Il 2016 resta un anno decisivo per imprimere alla Penisola quella svolta che gli Esecutivi precedenti non sono stati in grado di garantire. Certo è che molti obiettivi, in questi quindici anni del Nuovo Millennio, sono stati mancati. Magari non volutamente, ma non ci sono stati.

Dovremo, in definitiva, prendere una maggiore coscienza dei tanti problemi da eliminare per garantire un’effettiva governabilità del Paese. L’importante resta il varo di una nuova legge elettorale. Se il Parlamento dovesse, ancora, tergiversare, parecchi problemi resteranno.

 Nella ridda delle tesi e delle ipotesi, quello che si allegerisce è il portafiglio degli italiani. Il Piano di Stabilità 2016 non è proprio quello che ci aspettavamo. Di fatto, i suoi contenuti restano di dubbia applicabilità; almeno sul piano generale.

 Per tirare avanti, i sacrifici continueranno a non mancare e vivere nel Bel Paese non sarà più semplice che per il passato. Resta, comunque, l’enigma del superamento dello stato di precarietà politica che già avevamo focalizzato per il recente passato.

 Il 2016 resta, come ipotizzato, un altro anno di transizione e solo gli eventi politici che matureranno potranno eliminare le nostre, numerose, riserve. Insomma, chi vivrà vedrà. Anche questo detto popolare acquista una sua valenza sul fronte politico reale. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Legge stabilità 2016

 

Ma cosa prevede esattamente la legge di Stabilità 2016, e per i nostri concittadini all'estero? Quali saranno gli effetti e i benefici dei cittadini italiani ed in particolar modo dei cittadini italiani all’estero e quali sono i punti più importanti delle riforme?

Il provvedimento di economia più atteso dell’anno è diventato legge. Sicurezza e Mezzogiorno, famiglie e imprese. Ma anche istruzione e cultura passando per una stretta alla pubblicità dei giochi e per un pacchetto di norme che dovrebbe facilitare l’uso della moneta elettronica. E poi il punto cardine della legge di Stabilità, il taglio delle tasse, coperto in gran parte con risparmi sulla spesa pubblica.

Il saldo totale della manovra appena approvata, dopo le modifiche parlamentari rispetto al testo presentato inizialmente dal governo, sale a circa 35 miliardi. Vediamo allora le misure che avranno un impatto sulla vita dei cittadini italiani ed in particolar modo su quei cittadini che vivono all’estero e sulle attività delle imprese del Paese. Revisione delle imposte sul mattone con abolizione della Tasi sulla prima casa, dell’imu agricola e sui macchinari imbullonati, rinnovo dei contratti per il pubblico impiego (con poche risorse però), riapertura del dossier pensioni con l’introduzione del part-time per chi è prossimo alla pensione, opzione donna per tutto il 2015 ed approvazione della settima salvaguardia per 26.300 lavoratori.

Ancora: proroga degli sgravi contributivi per i lavoratori assunti a tempo indeterminato con un format però ridotto rispetto a quello attualmente vigente, diviene più conveniente il regime forfettario per gli autonomi, congelamento al 27% per un altro anno delle aliquote contributive della gestione separata, misure per il sociale (90 milioni di euro per il Dopo di Noi e 400 milioni per il fondo delle non autosufficienze), canone rai in bolletta.

Sono queste le principali voci che entrano ufficialmente nella legge di stabilità per il 2016 (legge 208/2015). Ma nel menù c’è anche il superammortamento e il ritorno della detassazione sul salario di produttività in busta paga, l’innalzamento dell’uso del contante a 3mila euro, la sterilizzazione delle clausole di salvaguardia su aumento Iva e Accise, la proroga dei bonus legati alle ristrutturazioni edilizie, alla riqualificazione energetica, il bonus mobili (con l’estensione anche alle giovani coppie), una ulteriore stretta sulla spending review, un capitolo dedicato alla sanità, al comparto difesa sicurezza e soccorso pubblico con l’arrivo degli 80 euro mensili. Per i pensionati ancora c’è l’estensione della no tax area dal 2016. Un primo importante passo è stato fatto.

A favore delle politiche per gli italiani all’estero per il 2016 invece sono previsti: 3,4 milioni di euro per la promozione della lingua e cultura italiana all’estero e per il sostegno degli enti gestori di corsi di lingua e cultura italiana all’estero; 500 mila euro come incremento della dotazione finanziaria per gli Istituti Italiani di cultura; 100 mila euro per il funzionamento del CGIE; 100 mila euro per il funzionamento dei Comites e del Comitato dei loro presidenti; 650 mila euro ad integrazione della dotazione finanziaria per i contributi diretti in favore della stampa italiana all’estero; 100 mila euro in favore delle agenzie specializzate per i servizi stampa dedicati agli italiani all’estero; 150 mila euro per promuovere l’attrattività delle università attraverso la diffusione dei corsi di lingua italiana online.

È stato un risultato difficile da raggiungere e frutto di un lavoro coeso e coordinato, ma ciò che dispiace, però, non essere riusciti ad ottenere quanto inizialmente era stato richiesto in Commissione Bilancio ovvero ulteriori 50 mila euro sia per il CGIE che per i Comites, un ammontare totale di 4,7 milioni di euro per la lingua e cultura, ulteriori 250 mila euro per gli IIC e 150 mila euro per la stampa italiana all’estero, ulteriori 100 mila euro sia per le agenzie di stampa specializzate, sia per i corsi di lingua italiana online. La commissione, inoltre ha bocciato anche l’emendamento 4.90 che chiedeva l’equiparazione degli immobili degli italiani residenti all’estero come prima casa per l’esenzione dal pagamento IMU.

Rimane invariata, invece, l’agevolazione su IMU, TASI e TARI per i pensionati residenti all’estero. Ad ogni modo, la battaglia perché gli italiani all’estero sia considerati come coloro che sono in Patria non è certo finita perché si possa incrementare ulteriormente le risorse a favore dei capitoli di spesa per gli italiani all’estero. Inoltre, anche nella legge di stabilità di quest’anno, si delinea quello che è considerato un attacco frontale ai Patronati con un taglio lineare di 48 milioni, che di fatto ne smantella la rete sia in Italia che all’estero. Più volte si è affermato che il sistema andava cambiato, ribadendo però l’importante ruolo svolto da queste organizzazioni nelle comunità degli italiani all’estero. Per questo motivo è stata chiesta una diminuzione del taglio da parte del Governo. Da diversi mesi, il Comitato per le questioni degli Italiani all’estero sta svolgendo una serie di audizioni e missioni sul territorio per fare chiarezza sul lavoro, importantissimo, svolto dai Patronati e su alcune storture che in questi anni hanno penalizzato e svalutato il loro lavoro giustificando erroneamente i tagli.

Ma tra i tanti provvedimenti uno importante per la serenità delle famiglie sicuramente è quello sul: “Gioco d’azzardo e cura delle ludopatie” – Vengono introdotte nuove norme che vietano la pubblicità dei giochi con vincita in denaro nelle trasmissioni radiofoniche e televisive generaliste dalle ore 7 alle ore 22 di ogni giorno; in particolare è vietata la pubblicità che incoraggia il gioco eccessivo o incontrollato, che neghi i rischi del gioco, che presenti il gioco come un modo per risolvere i problemi finanziari, che induca a ritenere che la competenza del giocatore possa permettere di vincere sistematicamente, che si rivolga o faccia riferimento ai minori, che presenti l’astensione dal gioco come un valore negativo, che contenga dichiarazioni infondate sulle possibilità di vincita, che faccia riferimento al credito al consumo ai fini del gioco.

Dal prossimo anno non sarà possibile installare nuove slot ma solo sostituire quelle già esistenti, precludendo la possibilità di apparecchi aggiuntivi. A partire dal 2017 si prevede, dunque, una riduzione del 30 per cento delle newslot rispetto agli apparecchi attivi al 31 luglio 2015.

Inoltre, il Ministero della Salute, di concerto con il Ministero dell’Istruzione, predisporrà campagne di informazione e sensibilizzazione, in particolare nelle scuole, sui fattori di rischio connessi al gioco d’azzardo. Istituito infine, presso il Ministero della Salute il Fondo per il Gioco d’azzardo patologico-Gap, con una dotazione di 50 milioni di euro annui a decorrere dal 2016.

Questo insieme ad altri provvedimenti è quanto ha stabilito il governo per il popolo italiano in e fuori nazione per il prossimo 2016, nonostante ancora si debba fare molto per i nostri connazionali che vivono all’estero e che non sono certamente cittadini di serie B. Pierluigi Vignola, CdI gennaio

 

 

 

 

Gentiloni: “Chi ha nostalgia delle frontiere?”

 

ROMA - La vergognosa notte di Colonia esige una risposta severa da parte delle autorità tedesche e ricorda anche a noi che nessuna confusione è accettabile tra il dovere dell'accoglienza dei profughi e la tolleranza verso violenze e illegalità. Tanto più una risposta severa è necessaria perché quei fatti fanno irruzione in un'Europa che sul tema dell'immigrazione è da mesi sull'orlo di una crisi di nervi.

A chi volesse tenere nervi saldi senza seguire la spinta emotiva della settimana ricordo alcuni punti fermi.

L'Unione Europea ha avviato una politica comune sull'immigrazione, su spinta iniziale dell'Italia, ma per ora solo sulla carta. Non è possibile governare flussi come quelli attuali senza un impegno comune UE. Le regole di Dublino, pensate nel periodo post guerra fredda non reggono con i flussi attuali. Dire che a dare asilo deve essere il paese di primo arrivo aveva senso con ingressi di poche decine di migliaia, quest'anno in Grecia sono entrati 851mila migranti. Ovviamente con questi numeri l'asilo deve essere europeo, non a carico del primo paese. Nei fatti è già così ma non se ne prende atto e si accusano i greci (e qualcuno addirittura noi italiani) di non fare il loro dovere.

La distinzione tra chi ha diritto all'asilo, perché fugge da guerre e dittature, e altri migranti irregolari, che vengono da paesi "sicuri", va mantenuta. I primi vanno accolti, i secondi rimpatriati. Ma con due avvertenze.

Primo: definire sicuri paesi che non lo sono affatto è inutile perché poi non siamo in grado di rimpatriare nessuno verso quei paesi (Eritrea, ma anche Afghanistan). Secondo: anche le operazioni di rimpatrio non possono che essere europee: hanno implicazioni giuridiche, organizzative ed economiche gigantesche e non certo risolvibili dai soli paesi di primo arrivo.

Purtroppo l'Ue ancora fatica a riconoscere questa semplice realtà e tende a ignorare la necessità di un vero, gigantesco impegno per asilo e rimpatri europei affidando piuttosto tutto alla «difesa delle frontiere esterne». Slogan suggestivo quanto di dubbia utilità. I migranti vanno registrati, accolti se ne hanno diritto e altrimenti rimpatriati. Invocare la difesa delle frontiere fa pensare ad altro. Respingiamo i gommoni? Li affondiamo? Nessuno lo pensa davvero in Europa, e quindi più che appelli a difendere le frontiere servirebbero appelli a condividere il necessario sforzo comune seguendo l'esempio di paesi come l'Italia o la Germania che certo in questi mesi non si sono risparmiati. Se invece si continua solo a litigare e a dare la colpa ai greci, la prossima primavera rischia di veder rifiorire frontiere e dogane in mezza Europa.

Paolo Gentiloni, Ministro degli Affari Esteri, L’U 11

 

 

 

 

Politica e valori. Le dannose faziosità sui diritti

 

Le unioni civili stanno diventando un caso da manuale su come la politica non dovrebbe affrontare leggi che riguardano i diritti - di Luciano Fontana

 

L e unioni civili stanno diventando un caso da manuale su come la politica non dovrebbe affrontare leggi che riguardano i diritti. I diritti delle coppie, eterosessuali o no, dei bambini, delle famiglie e delle persone.

C’è un clima di contrapposizione ideologica, di scontro tra i partiti e dentro i partiti. Un fiorire di soluzioni e di proposte che durano lo spazio di un mattino: perché impraticabili o destinate a essere cancellate alla prima prova in un tribunale.

I diritti individuali e collettivi non dovrebbero mai essere merce di scambio politico. Andrebbero maneggiati con grande cura e con enorme attenzione ai cambiamenti della società e alle domande nuove che essa pone.

In questo caso si tratta dei diritti (e dei doveri) delle coppie omosessuali: la possibilità di dichiarare la loro unione all’ufficiale di stato civile con le conseguenze che ne derivano, ad esempio, in termini di reciproca assistenza, eredità, reversibilità della pensione. L’Italia arriva in grande ritardo, i Paesi europei hanno leggi; noi divieti, decisioni contrastanti della magistratura, scorciatoie legali per risolvere i problemi oltrefrontiera. Nonostante anche dalla Chiesa di Francesco siano arrivate importanti aperture sul tema dei diritti individuali delle coppie omosessuali.

Invece tutto sembra risolversi in un confronto affidato alla logica dello scontro interno al Pd e a Forza Italia, alla battaglia tra centrodestra e centrosinistra.

O ppure al desiderio del Movimento Cinque Stelle di esserci ma allo stesso tempo di marcare la propria radicale differenza rispetto agli altri. Una discussione che dovrebbe essere affidata al libero confronto dei parlamentari e alle loro coscienze diventa così l’occasione per un copione già visto mille volte, per alcuni aspetti sconfortante. E non aiutano certo scelte discutibili come quella del sito che ha pubblicato la lista dei cattolici contrari. Non ne abbiamo davvero bisogno.

Servono invece buone leggi che tengano conto dei cambiamenti della nostra società (non li cancelleremo, se non ci piacciono, imponendo proibizioni antistoriche), attente ai diritti di queste nuove coppie e a quelli dei bambini. Un principio che vale per i punti che sembrano ormai accettati quasi da tutti e per quelli che invece creano tensione. In particolare la stepchild adoption , la possibilità di adottare il figlio biologico del partner. Questo diritto esiste nella legislazione per le coppie eterosessuali, sarebbe molto complicato negarlo alle altre coppie. Soprattutto se al centro si mettono i bambini, i loro legami, i loro affetti e il loro benessere.

Chi si oppone a nuove regole paventa il pericolo che siano una scorciatoia per il via libera alla maternità surrogata, per trasformare la maternità e la paternità in un mercato, dove si paga per un figlio. La maternità surrogata è un reato, in Italia già previsto dalla legge. Ci sono gli strumenti per impedirlo. Non possiamo pensare che siccome non siamo capaci di farlo allora è meglio negare i diritti. Anche perché, e non è un punto di poco conto, le nuove regole dovranno essere coerenti, rispettose dell’uguaglianza di tutti i cittadini: non potranno contenere norme che nei prossimi mesi rischiano di essere cancellate o smantellate, una a una, dai tribunali della Repubblica.

È già accaduto con la Legge 40 sulla fecondazione assistita. Furono trasferiti nel testo i propri interessi di partito e le proprie preferenze: non ne è rimasto quasi più nulla. Se si continua nell’errore è inutile lamentarsi che poi a decidere sia sempre la magistratura. Le leggi sui diritti non si scrivono per prendere voti. CdS 15

 

 

 

 

I quotidiani italiani all’estero stanno scomparendo

 

BUENOS AIRES - "L'Italiano entra nel suo decimo anno di vita, un altro anno di lotta per la sopravvivenza. Finora solo 4 quotidiani italiani all'estero sono riusciti a resistere: La Voce del Popolo (Croazia), America Oggi (New York), Il Corriere Canadese (Toronto), L'Italiano (Buenos Aires) giunto al suo decimo anno di vita". Si apre così l’editoriale a firma del direttore Tullio Zembo, con cui il quotidiano pubblicato a Buenos Aires ha aperto la prima edizione del 2016.

"E pensare", osserva Zembo, "che fino a qualche anno fa erano esattamente il doppio: 1 in Europa: La Voce del popolo (Croazia) pubblicato dal 1944; 2 in Nord America: America Oggi (USA) pubblicato dal 1988 - Il Corriere Canadese (Canada) pubblicato dal 1954; 3 in Sud America: La Voce d'Italia (Venezuela) quotidiano dal 1999- Gente d'Italia (Uruguay) quotidiano dal 2003- L'Italiano (Argentina) pubblicato dal 2006; 2 in Australia: Il Globo (Melbourne) pubblicato dal 1959 e La Fiamma (Sydney) pubblicato dal 1946.

Il Globo e La Fiamma, entrambi di proprietà dell'Italian Media Corporation, sono diventati bisettimanali (escono lunedì e giovedì). La Voce d'Italia (Venezuela) è solo online dal luglio 2012. Il Corriere Canadese ha sospeso le pubblicazioni nel maggio 2013. La testata è stata poi acquistata dall'ex ministro Joe Volpe e le pubblicazioni sono riprese. Gente d'Italia ha sospeso le pubblicazioni qualche settimana fa. America Oggi dal 1° gennaio di quest'anno non è più distribuito assieme a Repubblica che ha abbandonato la sua avventura americana.

Da otto a quattro in pochissimo tempo. Non è esattamente la fotografia di un successo, anzi, continuando di questo passo, è facile prevedere che si arriverà molto presto alla "estinzione della specie". Ci rendiamo conto che, con i tanti gravi problemi che attanagliano la nostra Italia, non possiamo pretendere che "colà dove si puote" ci si accorga di come la chiusura di un quotidiano italiano all'estero rappresenti la perdita di un pezzo del Sistema Italia e si decida perlomeno di analizzare le situazione, studiare il problema e vedere se ci sono possibili soluzioni. Possiamo indicarne una? Perchè non dare anche ai quotidiani italiani all'estero quella pubblicità istituzionale che abitualmente viene pubblicata sui quotidiani in Italia?

Editare un quotidiano italiano all'estero non è evidentemente un buon affare, anzi è un'impresa molto costosa: redazione, giornalisti, grafici, personale amministrativo, tipografia, distribuzione, ricerca di pubblicità. Costosa e stressante perchè bisogna stare sul pezzo tutti i giorni, tutto il giorno. Ci vuole passione, tanta. Ci vuole spirito di sacrificio, tantissimo.

Con la scomparsa dei quotidiani scomparirà l'informazione per gli italiani all'estero? Certo che no, una qualche forma di informazione ci sarà sempre, magari spesso non altrettanto professionale. Sarà prevalentemente un'informazione settoriale, improvvisata, affidata a blog su internet e bollettini parrocchiali, a redazioni improvvisate, spesso identificabili in una sola persona. Insomma si passerà dalla professionalità imprenditoriale alla buona volontà di singoli.

E allora noi de L'Italiano ci siamo chiesti cosa fare per uscire da questa spirale perversa. Noi che, con i nostri nove anni di vita, siamo il quotidiano più giovane di tutti, abbiamo optato per la soluzione più moderna decidendo di tentare la strada della comunicazione globale già percorsa da testate illustri specie negli USA. Al tradizionale cartaceo, che serve la zona a più alta concentrazione di italiani al mondo (la Gran Buenos Aires dove vivono quasi 400mila connazionali), abbiamo affiancato la possibilità di sfogliare in abbonamento le edizioni del giornale sui tablet e sui computer. L'Italiano ha infatti un'App sull'Apple Store per iPad ed Iphone e su apparati Android è leggibile con il medesimo sistema con il quale è leggibile su computer. E naturalmente ha anche un suo portale sul web.

Per quanto riguarda la strategia editoriale, L'Italiano ha scelto di essere il quotidiano "locale" della grande comunità italiana di Buenos Aires ed è ormai diventato il punto focale delle attività legate all'italianità come il prestigioso Premio all'Eccellenza dell'Italianità e la Settimana della Cucina Italiana in Argentina, entrambi alla quarta edizione. Il nostro giornale è stato adottato come strumento didattico in scuole e nei corsi di lingua italiana ed è co-organizzatore di eventi culturali e scientifici.

Ce la stiamo mettendo tutta. Che il 2016 ci sia propizio!". (aise 7) 

 

 

 

 

Riforme costituzionali. Deputati Pd-Estero: Un passo in avanti verso un sistema istituzionale più semplice ed efficiente

 

ROMA  – “Con il voto favorevole della Camera alla riforma della parte seconda della Costituzione il principale traguardo del Governo Renzi e della maggioranza che lo sostiene ha compiuto un decisivo passo in avanti”. Così in una nota i deputati Pd della circoscrizione Estero Gianni Farina, Marco Fedi, Laura Garavini, Francesca La Marca, Fabio Porta e Alessio Tacconi.

I quali sottolineano che “a questo esito abbiamo concorso con piena convinzione, per il bene che la riforma fa al sistema istituzionale italiano e, soprattutto, agli italiani, in Italia e all’estero”.

I deputati Pd dell’estero spiegano: “Il sistema  istituzionale, se la riforma sarà confermata dal voto referendario dei cittadini, diventa più semplice, più veloce, più efficiente. Si supera finalmente il bicameralismo paritario, diminuisce il numero complessivo dei parlamentari e i costi della politica vengono ulteriormente ridimensionati, sia a livello centrale che regionale”.

I deputati proseguono: “Sono obiettivi di cui si parla da decenni senza che si sia riusciti finora a fare concreti passi in avanti e di richieste che vengono quotidianamente reiterate da centinaia di migliaia di persone sui social network, alle quali si è risposto finora solo con furbizie propagandistiche e con campagne populistiche. Questo Governo e questa maggioranza, invece, stanno rispondendo con i fatti, portando finalmente all’approdo una riforma sempre invocata e sempre elusa.

E’ certamente legittimo discutere ed eventualmente dissentire sul modo come si pensa di raggiungere gli obiettivi proposti. Quello che è difficile sostenere è che una riforma che viene consegnata al popolo sovrano perché ne decida le sorti con una sua libera espressione di voto possa rappresentare, come in Parlamento rumorosamente hanno ribadito i soliti ignoti, una limitazione della democrazia.

La circoscrizione Estero, a serio rischio di cancellazione, viene invece mantenuta – sottolineano i deputati Pd - e il numero degli eletti nella nuova Camera, che avrà poteri esclusivi per la formazione del Governo e per l’approvazione di una larga parte dell’attività legislativa, è anch’esso pienamente confermato. Il carattere territoriale della composizione del Senato e la particolarità delle sue nuove funzioni comporta l’eliminazione dei sei eletti all’estero. Non ce ne rallegriamo, naturalmente, anche se la diminuzione di un terzo degli eletti all’estero corrisponde esattamente alla riduzione complessiva dei parlamentari che la riforma opera. Ma anziché piangere sul latte versato, riteniamo più produttivo – affermano i deputati Pd dell’estero -  aprire una riflessione generale sulla rappresentanza degli italiani all’estero, in dialogo con i COMITES, il CGIE e il mondo associativo, per porre le basi di una sua riorganizzazione complessiva, che porti al più presto ad un suo rilancio e ad un maggiore riconoscimento, sia a livello nazionale che regionale.

Il voto degli elettori, come si è detto, deciderà delle prospettive della riforma con il referendum confermativo che si dovrebbe svolgere ad ottobre. Dal suo esito, dipenderanno le sorti della stessa legislatura, che nel caso di conferma prenderebbe respiro fino alla scadenza naturale del 2018. Un atto di fiducia del popolo italiano nelle possibilità di ripresa del Paese e un tempo prezioso di lavoro che questo Governo ha dimostrato di saper utilizzare”.

I deputati Pd dell’estero si dicono “certi che gli italiani all’estero sapranno apprezzare il volto nuovo che l’Italia si sta dando, vale a dire il profilo di un Paese più moderno, più operoso e pronto ad assumere le decisioni, più efficiente”. “Noi che viviamo la vita delle nostre comunità all’estero sappiamo quanto sia importante per i nostri connazionali potersi rifare ad un’Italia più dinamica ed apprezzata nel mondo. Il referendum sarà l’occasione per fare un serio passo in avanti in questa direzione”, concludono Farina, Fedi, Garavini, La Marca, Porta e  Tacconi. (Inform)

 

 

 

 

 

Manca una politica attiva

 

Anche dopo alcune faide interne, il PD è diventato il Partito più “importante” in Italia e lo sgretolamento del PDL in FI e NCD ha determinato, in sostanza, la fine di un Centro/Destra qualificato. Gli altri partiti, di fronte ad un accordo di governo imprevedibile, contano per quel che valgono; in pratica poco.

Se l’Esecutivo Renzi resterà coeso, pur con un programma ricco d’impegni e novità costituzionali, l’opposizione si presenterà ridimensionata e soli i “Grillini” potranno fare udire la loro voce in un Parlamento che si è adeguato alla bisogna. In prima battuta, meglio così.

Per quanto? Non crediamo possibile che il PD, mantenga, a lungo, una posizione ibrida che potrebbe non essere condivisa da tutti i suoi elettori. Ora non bastano le promesse e le buone parole del nostro Presidente del Consiglio per mettere tutto a tacere.

 I Partiti nazionali hanno anime e origini diverse. Anche se, per molti, la radice potrebbe essere comune. Ora, però, ci si dovrà muovere per risanare l’economia nazionale e rivedere una politica fiscale che ha fatto, sino ad ora, più danni della crisi stessa.

 Con la nuova Legge di Stabilità, gli italiani sapranno se la “fiducia” parlamentare non è solo un atto dovuto, ma ha anche tener conto della blindata disciplina di partito. Questo Governo rappresenta la volontà di quel cambiamento che avevamo ipotizzato all’inizio del nuovo secolo. Ora, dopo quindici anni, i nodi sono venuti, finalmente, al pettine.

 Questa volta, senza “se” e senza ”ma”, si dovrà andare avanti, Almeno per tutto il 2017. Nei prossimi mesi, si dovranno cambiare le regole del gioco e varare una nuova legge elettorale. Ma non solo; si dovrà ridimensionare il Parlamento e, forse, anche l’iter per la nomina del Presidente della Repubblica.

A ben osservare, sono provvedimenti titanici che impegneranno anche un’opposizione necessariamente rivisitata. Ovviamente, il Popolo Italiano dovrà ancora subire. Solo il seguito politico, che dovrebbe evidenziasi entro il 2018, potrà dare ragione o torto alla nostra sensazione della mancanza di una politica attiva. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Scuola. Concorso europeo: “L’altro e noi: politiche di integrazione fra antico e moderno”

 

Parte la seconda edizione del Certamen transnazionale europeo. Organizzato dal Liceo classico Dante Alighieri   di Roma in collaborazione con altri licei della capitale, di concerto con esperti del mondo accademico italiano e in gemellaggio con il WilhelmsGymnasium di Monaco di Baviera

 

ROMA – Al via la seconda edizione del Certamen transnazionale europeo “L’altro e noi: politiche di integrazione fra antico e moderno”   .    

Il Certamen 2016 è organizzato dal Liceo ginnasio statale Dante Alighieri   di Roma, in collaborazione con i Licei ginnasi statali di Roma Terenzio Mamiani, Virgilio, Francesco Vivona, di concerto con esperti del mondo accademico italiano e in gemellaggio con il WilhelmsGymnasium di Monaco di Baviera. Il concorso è riservato agli studenti che frequentano il quarto e il quinto anno dei Licei classici, scientifici e linguistici ed è aperto agli studenti dell’Unione Europea.

Scopi del concorso sono: “riflettere sul concetto di multiculturalismo, inteso come convivenza di culture diverse all’interno della stessa nazione; valorizzare il confronto con il diverso per una valutazione razionale di tutte le differenti possibilità e per giungere a un convergenza attraverso il dialogo;   rafforzare lo scambio di buone prassi tra sistemi scolastici europei attraverso la mobilità studentesca;   attualizzare gli studi classici in chiave laboratoriale;   sottolineare i collegamenti tra la didattica del latino e   del greco;   rafforzare l’integrazione culturale europea ripercorrendo in chiave sincronica e diacronica   autori e testi classici.

La prova sarà articolata in tre sezioni; la prima sezione in lingua italiana, destinata ai Licei classici,   verterà sull’analisi di testi di autori greci, latini e filosofi moderni e contemporanei opportunamente selezionati; verrà richiesto al candidato di produrre un saggio breve   di due cartelle   avvalendosi dei brani oggetto della prova. La seconda sezione, in lingua italiana, diretta ai Licei scientifici e linguistici, prevede la stesura di un saggio breve di due cartelle sulla base di testi di autori latini e filosofi moderni e contemporanei opportunamente selezionati;   La terza sezione, in lingua inglese, aperta a tutti i Licei, verterà sull’analisi di testi di autori latini e filosofi moderni e contemporanei: la prova   consisterà in un saggio breve di due cartelle in inglese. Ogni scuola potrà partecipare con un numero massimo di   due studenti.

Sabato 30 gennaio 2016 è il termine ultimo per far pervenire, a cura delle scuole (per posta elettronica), le domande di partecipazione redatte secondo il modello scaricabile dal sito www.liceodantealighieri.it e la relativa documentazione alla segreteria del concorso, presso il LC “Dante Alighieri” via   Ennio Quirino Visconti n.13 –   00193 Roma: segreteria scolastica Tel.: 06121124725 - fax 063216207– e-mail:     rmpc07000l@pec.istruzione.it .

L’edizione 2016 del concorso si terrà il 18 febbraio presso il Liceo classico “Dante   Alighieri” a Roma per i Licei classici; per i Licei scientifici presso il Liceo Terenzio Mamiani;   per i Licei linguistici presso il Liceo Virgilio; per la sezione in Inglese presso il Liceo Vivona. La prova avrà la durata massima di quattro ore. Saranno   premiati gli autori dei due migliori elaborati di ognuna delle due sezioni, ad insindacabile giudizio della commissione del concorso, presieduta dal prof. Roberto Nicolai Mastrofrancesco, dell’Università ‘La Sapienza’   di Roma. Il primo premio per entrambe le sezioni   in lingua italiana   ammonta a 300 euro; il secondo a 200 euro. Il primo premio della sezione   in lingua   inglese ammonta a 300 euro; il secondo a 200 euro.   La premiazione si svolgerà sabato 20 febbraio. Per tutte le informazioni contattare la segreteria del concorso. (Inform)

 

 

 

 

Il primo ministro slovacco Robert Fico: dopo i fatti di Colonia è urgente un vertice EU straordinario

 

BRATISLAVA - “Con una lettera inviata al Presidente del Consiglio europeo Donald Tusk e al presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, il primo ministro slovacco Robert Fico ha chiesto di agire più rapidamente nella decisioni che dovrebbero portare a stabilire una Guardia di frontiera (e costiera) comune europea. Fico, sull’onda dell’indignazione degli assalti perpetrati su centinaia di donne, un certo numero dei quali a sfondo sessuale, all’alba del nuovo anno in Germania, è convinto che sia necessario convocare al più presto un vertice straordinario dell’UE sulla questione. Anche il calendario dei prossimi vertici è stato già deciso, lui non crede che si possa rimandare la questione, magari fissando una riunione in autunno”. A darne notizia è “Buongiorno Slovacchia”, quotidiano online che Pierluigi Solieri dirige a Bratislava.

“Il premier slovacco ha detto che il suo Paese è pronto a mettere a disposizione la sua unità operativa all’estero Hrad (Castello), che sarà pronta per essere schierata ovunque sia necessaria una robusta protezione delle frontiere esterne dell’Area Schengen.

L’idea di Fico è sostenuta anche dal suo omologo ceco, il primo ministro Bohuslav Sobotka, il quale ritiene che gli ultimi eventi nelle città tedesche mostrano quanto siano importanti le soluzioni di sicurezza e integrazione per la crisi migratoria.

“La situazione è estremamente grave. Ci sono aumenti tensione tra la gente, che si aspetta che i loro governi trovino delle soluzioni”, ha sottolineato Fico. “Alla base di tutto è necessario fermare l’afflusso senza tregua di migranti. Circa 2.000 persone arrivano in media ogni giorno, e i numeri non sono superiori solo a causa delle temperature e delle condizioni atmosferiche. Le Nazioni Unite si aspettano che arrivino nel 2016 fino a tre milioni di rifugiati””. (aise 11) 

 

 

 

 

Acli Svizzera: no all'iniziativa detta di "attuazione"

 

ZURIGO - Il 28 febbraio i cittadini svizzeri voteranno sulla proposta dell'Udc svizzera di allontanare dal suolo elvetico tutti i colpevoli di reati che non abbiano il passaporto svizzero. L'iniziativa è detta di "Attuazione" perché chiede leggi più severe e in linea con la risposta dei cittadini al referendum del 2010.

L’iniziativa di «attuazione» minaccia il diritto di soggiorno di più di 2 milioni di persone che vivono e lavorano in Svizzera e che dovrebbero essere espulse automaticamente, anche solo se commettono un delitto minore – indipendentemente dal fatto che sono nate e cresciute in Svizzera.

Le Acli Svizzera, insieme a numerosi partiti, associazioni e organizzazioni facenti capo a diverse comunità presenti in Svizzera si sono riuniti per invitare le persone a votare no.

Questi partiti, associazioni o organizzazioni provengono dalle comunità albanese, alevita, araba, curda, francese, italiana, portoghese, serba-slovena-croata-bosniaca, spagnola, tamil, tedesca e turca”. Tra loro anche il Partito democratico, il Psi, la Fcli, la Uim, la rete organizzata dei Second@s e dei patronati italiani, che fanno proprio il documento con cui tutti dicono “no” all’iniziativa dell’Udc d’Oltralpe e che di seguito pubblichiamo integralmente.

Un automatismo che disconosce il diritto di soggiorno di più di 2 milioni di persone. L’iniziativa di “attuazione” minaccia il diritto di soggiorno di più di 2 milioni di persone che vivono e lavorano in Svizzera, tra loro anche i Second@s, ma che non sono in possesso di un passaporto svizzero. Esse dovrebbero essere espulse automaticamente e senza alcun riguardo per le circostanze, anche solo se commettono un delitto minore, indipendentemente dal fatto che sono nate e cresciute in Svizzera. Anche i “secondos” e le “secondas”, ovvero i giovani stranieri nati e scolarizzati in Svizzera non naturalizzati, rischierebbero di essere coinvolti. La legislazione di applicazione decisa dal parlamento, per quel che concerne l’iniziativa sull’espulsione, prevede già una clausola di applicazione rigida per casi gravi. Ed è proprio quest’ultima che l’iniziativa di “attuazione” respinge.

Corto circuito pericoloso dello stato di diritto. La norma costituzionale proposta sbeffeggia i diritti fondamentali ancorati nella nostra Costituzione, la Convenzione europea dei diritti dell’uomo e l’Accordo di libera circolazione delle persone. Sostituendosi con discrezionalità al legislatore e privando i Tribunali di qualsiasi di giudizio e di margine di apprezzamento, il testo dell’iniziativa viola doppiamente il principio della separazione dei poteri. L’accettazione dell’iniziativa costituirebbe una grave rottura di sistema e avrebbe conseguenze imprevedibili per l’ordinamento giuridico, la sicurezza giuridica e il nostro sistema politico.

Un perfido inganno. La denominazione dell’iniziativa “di attuazione” propone di favorire l’entrata in vigore di qualcosa che è stato deciso già da lungo tempo. Ora, si tratta di un inganno perché l’inziativa “di attuazione” e il catalogo legislativo dei delitti corrispondente vanno ben al di là di ciò che la popolazione aveva deciso di stretta maggioranza con l’accettazione dell’iniziativa sull’espulsione. L’iniziativa non attua i dettami proposti dall’iniziativa sull’espulsione; la rende considerevolmente più stringente.

Le relazioni con l’Ue sono messe in pericolo. Secondo il Consiglio federale, in caso di approvazione dell’iniziativa, più di 10.000 persone saranno espulse automaticamente dalla Svizzera – senza alcun riguardo delle circostanze. In questo modo, la Svizzera violerebbe ogni anno mille volte l’accordo sulla libera circolazione delle persone. L’approvazione dell’iniziativa di “attuazione” ancorerebbe quindi nella Costituzione svizzera un altro articolo in grado di distruggere le buone relazioni con l’Unione Europea.

Le migranti e i migranti hanno un’influenza considerevole. In questi ultimi anni la Svizzera ha concesso la cittadinanza svizzera a più di un milione di persone. Circa 880.000 svizzeri e svizzere di più di 15 anni d’età possiedono una seconda nazionalità. Se tutti questi nuovi cittadini elvetici, che sono arrivati in Svizzera a seguito di una migrazione, partecipano alle votazioni, esse possono creare delle maggioranze. Un “no” all’inumana iniziativa di “attuazione” è quindi possibile se tutte queste persone andranno davvero a votare!

Abbiamo bisogno del vostro sostegno. Il Partito democratico, il PSI in Svizzera, le Acli, la Fcli, la Uim, la rete organizzata dei Second@s e dei patronati italiani, numerose associazioni culturali, ricreative e di carattere sociale, diverse associazioni delle facoltà di italianistica, hanno aderito al comitato nazionale impegnato nella campagna contro questa inumana iniziativa popolare. Siamo impegnati per affermare l’uguaglianza di tutti/e i/le migranti sia nell’ambito politico sia in quello economico, sociale o culturale. Noi esigiamo che vi sia una partecipazione paritaria dei migranti nella vita del paese, lottiamo contro ogni discriminazione e collaboriamo strettamente con i partiti, le associazioni e le organizzazioni svizzere che rappresentano tutte le persone coinvolte nella migrazione.

Il comitato nazionale che si batte contro l’iniziativa popolare lanciata dal partito Udc non può contare su sostegni finanziari, ciò che rende la sfida molto difficile. A questo proposito le donazioni sono da inviare a: PS Suisse, 3001 Berna, PC 30-28039-3, IBAN CH45 0900 0000 3002 8039 3, con la menzione “PS Migranti, campagna attuazione. Simonetta De Fazi

 

 

 

 

2016, l’anno dei cambiamenti importanti

 

L’anno è, certamente, quello dei “cambiamenti” importanti. Ma non necessariamente in meglio. Lo scriviamo, da subito, a ridosso degli eventi che già si sono verificati, e ancora accadranno, sul fronte del Potere Legislativo nazionale.

 La gestione Renzi, piaccia o no, andrà ancora avanti e la politica avrà difficoltà nel ripresentarsi con la necessaria obiettività. Non ci sentiamo d’ipotizzare come sarà gestito il “nuovo” Parlamento. Però, non siamo, per natura, inclini alle “novità” unilaterali. Se, veramente, si dovessero tracciare solo due grandi schieramenti, anche il futuro Esecutivo potrebbe essere assai diverso da quello che c’eravamo, necessariamente, adeguati.

 Saranno, di conseguenza, i movimenti d’opinione ad assumere differenti parvenze anche politiche. Potrebbe prendere vita anche un movimento capace d’offrire all’Italia una prospettiva meno scontata e più attuabile. Noi siamo per il “nuovo”, ma non per quello di mera apparenza.

Sarebbe un errore disastroso per un Paese che tenta d’uscire dalla più grave crisi economico/sociale dal varo della Repubblica. Ci premono, invece, uomini disposti a condividere l’impegno per l’evoluzione del sistema politico e per intraprendere il “cambiamento”. I “polarismi” hanno, sempre, confuso e diviso la nostra realtà. Cambiare non sarà facile ma, necessariamente, possibile.

 Con Renzi ce ne siamo resi, ulteriormente, conto. Col nuovo anno, bisognerebbe essere meno dispersivi e iniziare a dare segnali di nuova maturità politica. La Penisola è pronta ad assumersi un ruolo meno marginale. Non riteniamo impossibile che nei “vivai” politici già ci siano uomini capaci d’attivare ignorate iniziative.

Anche se i recenti eventi potrebbero averne frenato gli intenti. Dopo la riforma parlamentare, vedremo come si collocheranno i partiti, vecchi e nuovi, che già hanno evidenziato i loro limiti operativi. In seguito, il nostro interesse sarà rivolto alla “chiamata” elettorale. Solo il 2018, forse, potrebbe essere quello del riscatto per le coscienze e qualificante per le mete maggioritarie d’Italia.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Il Pd in Svizzera aderisce al Comitato nazionale contro l'iniziativa di “attuazione” dell'esplusione di stranieri che commettono reati

 

L'iniziativa popolare, lanciata dall'Udc e che richiede l'espulsione automatica dalla Svizzera dei cittadini stranieri che abbiano commesso determinati crimini, sarà sottoposta a votazione il 28 febbraio prossimo

 

ZURIGO - Il Partito democratico in Svizzera aderisce insieme al Psi, le Acli, la Fcli, la Uim, la rete organizzata dei Second@s e dei patronati italiani presenti nella Confederazione, numerose associazioni culturali, ricreative e di carattere sociale al Comitato nazionale impegnato nella campagna contro l'iniziativa di “attuazione” lanciata dal partito Udc. Si tratta dell'iniziativa popolare “per l'attuazione dell’espulsione degli stranieri che commettono reati” e che richiede l'espulsione automatica dalla Svizzera dei cittadini stranieri che abbiano commesso determinati crimini su cui la popolazione sarà chiamata ad esprimersi con una votazione fissata il 28 febbraio 2016.

Il Comitato evidenzia come tale iniziativa attiverebbe un automatismo che arriverebbe a disconoscere il diritto di soggiorno di più di 2 milioni di persone che vivono e lavorano in Svizzera, tra cui anche i Second@s, ovvero i giovani stranieri nati e scolarizzati in Svizzera non naturalizzati, che non sono in possesso di un passaporto svizzero. “Esse dovrebbero essere espulse automaticamente e senza alcun riguardo per le circostanze, anche solo se commettono un delitto minore, indipendentemente dal fatto che sono nate e cresciute in Svizzera – si legge nella nota diffusa dal Pd in Svizzera in proposito, che precisa poi come la legislazione di applicazione decisa dal Parlamento, per quel che concerne l’iniziativa sull’espulsione, preveda già una clausola di applicazione rigida per casi gravi.

La norma costituzionale proposta, spiega il comunicato , contrasterebbe poi i diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione stessa, la Convenzione europea dei diritti dell’uomo e l’Accordo di libera circolazione delle persone. “Sostituendosi con discrezionalità al legislatore e privando i Tribunali di qualsiasi di giudizio e di margine di apprezzamento, il testo dell’iniziativa – prosegue la nota - viola doppiamente il principio della separazione dei poteri. L’accettazione dell’iniziativa costituirebbe una grave rottura di sistema e avrebbe conseguenze imprevedibili per l’ordinamento giuridico, la sicurezza giuridica e il nostro sistema politico”.

“La denominazione dell’iniziativa «di attuazione» propone di favorire l’entrata in vigore di qualcosa che è stato deciso già da lungo tempo – precisa il comunicato, segnalando come il catalogo legislativo dei delitti corrispondente alla proposta soggetta a votazione vada “ben al di là di ciò che la popolazione aveva deciso di stretta maggioranza con l’accettazione dell’iniziativa sull’espulsione”, “rendendola considerevolmente più stringente” e determinando un rischio anche per le relazioni con l'Unione Europea, vista la violazione dell’Accordo sulla libera circolazione delle persone.

“In questi ultimi anni la Svizzera ha concesso la cittadinanza svizzera a più di un milione di persone. Circa 880 mila svizzeri e svizzere di più di 15 anni d’età possiedono una seconda nazionalità. Se tutti questi nuovi cittadini elvetici, che sono arrivati in Svizzera a seguito di una migrazione, partecipano alle votazioni, esse possono creare delle maggioranze – sottolinea la nota, sollecitando la partecipazione al voto.

“Siamo impegnati per affermare l’uguaglianza di tutti/e i/le migranti sia nell’ambito politico sia in quello economico, sociale o culturale. Noi esigiamo che vi sia una partecipazione paritaria dei migranti nella vita del paese, lottiamo contro ogni discriminazione e collaboriamo strettamente con i partiti, le associazioni e le organizzazioni svizzere che rappresentano tutte le persone coinvolte nella migrazione – ribadisce ancora il comunicato, che invita a sostenere il Comitato nazionale che si batte contro l'iniziativa anche con sostegni finanziari – donazioni da inviare a: PS Suisse, 3001 Berna, PC 30-28039-3, IBAN CH45 0900 0000 3002 8039 3, con la menzione «PS Migranti, campagna attuazione».

Disponibili anche volantini gratuiti in lingua italiana, che possono essere richiesti per sms al numero: +41 076 571 1945. (Inform)

 

 

 

L’anno del Gottardo

 

ZURIGO - “È l’anno del Gottardo. Per la Svizzera, soprattutto. Per l’Italia, di riflesso. Per il resto dell’Europa, comunque. Non foss’altro perché, da che gli uomini hanno deciso di allargare i loro orizzonti, quella che attraversa il massiccio alpino, rappresenta la via più breve e frequentata fra il Mediterraneo e il Mare del Nord”. Inizia così l’editoriale con cui Giangi Cretti apre il primo numero de 2016 de “La rivista”, mensile che dirige a Zurigo.

“A giugno verrà inaugurata la più lunga galleria ferroviaria del mondo. Quella che lo perfora per 57 chilometri. Un incontestabile evento. Una grande opera di genio civile, che, in capo a pochi anni - quando sarà completata anche quella del Monteceneri - renderà Zurigo periferia di Milano e, non me ne vogliano i milanesi baüscia, viceversa.

Già fervono i preparativi per i festeggiamenti, previsti in concomitanza ai due portali: Nord e Sud. Decine di migliaia gli invitati, fra i quali anche alcuni, selezionati per sorte o per rango, che parteciperanno ad uno dei viaggi inaugurali programmati in quei giorni. Per tutti gli altri, l’attesa si prolungherà di qualche mese: fino a dicembre, quando la galleria sarà aperta al transito pubblico. Da qui a lì c’è ancora po’ di tempo: sull’ar- gomento torneremo in uno dei prossimi numeri della Rivista.

Molto di meno è il tempo che ci separa dal 28 febbraio, giorno in cui i cittadini elvetici saranno chiamati a prendere una decisione che determinerà il futuro del collegamento - stradale ‘stavolta – fra Nord e Sud delle Alpi. Anche in questo caso, è il Gottardo al centro dell’attenzione collettiva e della tensione fra le parti contendenti: l’una che invita a lasciare le cose come stanno, l’altra fortemente intenzionata a raddoppiare. Su un dato di fatto, tempistica a parte (entro il 2025 o prima del 205?) le parti concordano: giunto alla soglia dei 40 anni il tunnel (auto)stradale del Gottardo deve sottoporsi a lavori di risanamento.

Per tale ragione, e qui la concordia inizia a vacillare, deve rimanere chiuso per parecchio tempo (3 anni?). Che succederà in quel periodo? Nulla dicono gli uni. Si lascino le cose come stanno. Il traffico su gomma (6 milioni di auto e 900mila autocarri l’anno) venga in parte (2/3) trasferito su ferrovia, riattivando con gli opportuni aggiornamenti, il servizio navetta abbandonato nel 1980, e in parte venga dirottato su percorsi alternativi (San Bernardino, Brennero…). Insensato rispondono gli altri. Si raddoppi. Costruendo un’altra canna, da affiancare a quella attuale, nella quale far transitare gli automezzi durante la chiusura necessaria ai lavori di risanamento. Sia gli uni, sia gli altri adducono ragioni di sicurezza, di sostenibilità ambientale, di oculatezza degli investimenti.

Sommersi da argomenti, va da sé fra loro contradditori, che poggiano su dati, statistiche e numeri, spesso roboanti, la cui fondatezza, per ovvie ragioni, è difficile verificare, i cittadini sembrerebbero indotti a professare fiducia: nelle istituzioni soprattutto, in qualche leader carismatico eventualmente. Al di là delle legittime convinzioni e degli interessi in campo, parrebbe, però, che la vera posta in gioco risieda proprio in una mancanza di fiducia: in quel che accadrà dopo. Se la seconda canna sarà costruita, una volta risanata quella attuale, chi garantisce che poi il traffico fluirà effettivamente in entrambe le canne in modo unidirezionale, pertanto, in unica direzione di marcia? Nessuno dicono gli uni. La legge, rispondono gli altri.

Le leggi si cambiano ribattono gli uni. Le leggi vanno rispettate ribadiscono gli altri. Di questo passo, sondaggi a parte, difficile sapere come andrà a finire. O meglio: se si lasci o si raddoppi lo sapremo il 28 febbraio. Dopo di che, qualora prevalga il partito del raddoppio, come si transiterà nelle due canne, se ci saremo, lo scopriremo fra vent’anni (o giù di lì)”. (aise) 

 

 

 

 

In Commissione Affari Costituzionali discussione generale del ddl sulla cittadinanza già approvato dalla Camera dei Deputati

 

ROMA - Nella seduta i ieri la Commissione Affari Costituzionale del Senato ha ripreso l’esame in sede referente del disegno di legge n. 2092, “Modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, e altre disposizioni in materia di cittadinanza”, approvato dalla Camera dei deputati in un testo risultante dall’unificazione di un disegno di legge d’iniziativa popolare e di varie proposte di legge d’iniziativa parlamentare. Anche al Senato il testo della Camera si confronta con numerosi disegni di legge - il primo presentato dall’allora senatore Ignazio Marino; gli altri da Loredana De Petris, Di Biagio e Micheloni, Manconi e Tronti, Casson, Giovanardi e Compagna, Stefania Giannini, Laura Bianconi - nonché con alcune petizioni.

Per il senatore Giorgio Pagliari (Pd) il dibattito sul riconoscimento della cittadinanza italiana ai figli di immigrati, in ragione dell'assoluto rilievo della materia, deve svolgersi senza alcun condizionamento, separando nettamente il tema della cittadinanza da ogni considerazione sull'accoglienza dei richiedenti asilo. A suo avviso, il testo approvato dalla Camera è opportunamente volto ad agevolare l'inserimento dei minori immigrati, attraverso il riconoscimento della cittadinanza, all'esito di un percorso di integrazione già compiuto attraverso il compimento di un ciclo di studi o di formazione professionale.

Anche per il senatore Riccardo Mazzoni (Al-A) la soluzione proposta dal testo trasmesso dalla Camera dei deputati appare equilibrata e condivisibile. Ritiene tuttavia opportuno esaminare la possibilità di revocare la cittadinanza a chi non rispetti i valori della società occidentale e commetta crimini efferati, mentre per la senatrice Patrizia Bisinella (Misto-Fare!) c’è il rischio che il provvedimento determini alcune situazioni di criticità: in particolare, occorrerebbe valutare l'ipotesi che i genitori del minore, il quale nel frattempo abbia acquisito la cittadinanza, perdano il titolo a risiedere sul territorio italiano.

Il senatore Mario Mauro (Gal), pur concordando sulla necessità di un adeguamento della normativa in materia di cittadinanza, critica il tentativo di affermare il principio dello ius soli, attraverso una modifica della legislazione vigente. A suo avviso, infatti, in questo modo vi è il rischio di introdurre nell'ordinamento contraddizioni insuperabili. Si rischia inoltre di concedere il riconoscimento di tale diritto a individui che, invece, continuano a sentirsi parte del loro Paese d'origine, come è accaduto in Francia, Belgio e Inghilterra, dove gli immigrati di seconda e terza generazione, pur essendo apparentemente inseriti nel contesto sociale, hanno costituito comunità separate.

Il senatore Bartolomeo Amidei (Fi) ha detto di ritenere che, nel modificare le norme in materia di cittadinanza, sia indispensabile conservare l'identità culturale italiana e garantire la sicurezza dei cittadini. Del resto, anche gli italiani che in passato sono emigrati all'estero si sono integrati osservando regole e costumi delle comunità che li avevano accolti. Condivisibile l'acquisizione della cittadinanza italiana da parte dei minori stranieri che abbiano frequentato e concluso positivamente un ciclo di studi e di formazione professionale. Ciò favorirebbe, tra l'altro, il loro inserimento attivo nella vita sociale ed economica della comunità. È assolutamente da respingere, invece, l'ipotesi di un'acquisizione automatica della cittadinanza italiana da parte dei nati sul territorio italiano da genitori stranieri, almeno uno dei quali sia titolare di permesso dell'Unione europea per soggiornanti di lungo periodo.

Ultimo intervento nella seduta di ieri quello del senatore Stefano Bertacco (Fi) che ha rivolto critiche al il testo unificato approvato dalla Camera dei deputati, che modifica profondamente la normativa vigente, attraverso l'introduzione del principio dello ius soli. Ritiene, infatti, che la cittadinanza italiana dovrebbe essere riconosciuta solo in esito a un percorso di interiorizzazione sociale dei valori, della cultura e della storia del Paese. La proposta in esame, invece, rischia di favorire un ulteriore incremento dei flussi migratori verso il territorio nazionale, che attualmente solo di rado è considerato dai migranti come la destinazione finale del loro viaggio. Ciò avrebbe conseguenze preoccupanti sul piano demografico, culturale ed economico, in assenza di adeguate politiche strutturali, volte a garantire la pacifica convivenza civile e la coesione sociale, nonché a tutelare l'identità culturale italiana. Per quanto riguarda il principio dello ius culturae, invece, il senatore ha segnalato la necessità di prevedere il completamento di più cicli scolastici e non solo quello della scuola primaria, come stabilito dal testo all'esame.  Il seguito dell'esame congiunto è stato quindi rinviato ad altra seduta. (Inform 13)

 

 

 

 

Sulle unioni civili il ritorno della  questione cattolica

 

Sulle unioni civili rispunta, non tanto a sorpresa, la questione cattolica. Il fatto che una trentina di parlamentari cattolici del Pd intraprenda una legittima battaglia per modificare la legge cosiddetta Cirinna appartiene di diritto al gioco democratico. Ma il fatto che la battaglia a colpi di emendamenti verta su un argomento classico dello scontro tra laici e cattolici e che arrivi a pochi giorni dalla sollevazione delle gerarchie vaticane contro la legge sulle unioni civili fa capire che i vescovi hanno ancora un peso nella vicenda politica italiana e che agli squilli di guerra i rappresentanti cattolici sono pronti a mobilitarsi. Per questo è lecito parlare di una questione cattolica nella politica italiana. Qualcosa che non si vedeva dai tempi del cardinale Ruini che teorizzava e praticava l'interventismo della Chiesa nelle vicende politiche italiane. Questa spaccatura nel Pd non è un problema per Renzi paragonabile agli scontri sanguinosi sulle riforme e sul jobs act, ma potrebbe diventare una cosa seria se la legge sulle unioni civili (su cui il premier-segretario ha lasciato libertà di coscienza) rischiasse di naufragare. A quel punto l'immagine dell'Italia ultima in classifica sui diritti civili ci metterebbe sullo stesso piano di Paesi come la Polonia. Sul tavolo di Renzi premier c'è in evidenza in questo momento il tema dei rapporti con Bruxelles (che poi significa implicitamente con Berlino). Dopo i recenti richiami dei falchi all'Italia che non deve abusare delle richieste di flessibilità, è partita una offensiva che prende di mira il presidente della Commissione Juncker accusato di non fare abbastanza per il rilancio economico che aveva promesso al momento della sua elezione. L'iniziativa è targata Pse e quindi presuppone una convergenza di tutti i laburisti europei sui temi con cui Renzi intende dare battaglia a Bruxelles, cioè il cambiamento della politica di austerità. GIANLUCA LUZI  LR 14

 

 

 

 

Svizzera. Roma e Berna, nuova intesa sulla fiscalità

Si procede per approssimazioni successive, fra Italia e Svizzera, nel negoziato fiscale della svolta. Lo scorso febbraio i Ministri delle Finanze concordarono la road map di un percorso comune che avrebbe dovuto portare alla sistemazione globale del contenzioso. Scambio d’informazioni in materia fiscale, convenzione contro la doppia imposizione, regime fiscale dei lavoratori frontalieri, status di Campione d’Italia.

 

Soluzione euro-compatibile

La premessa alla base della road map era l’accettazione svizzera degli standard Ocse sullo scambio d’informazioni, che faceva seguito alle vertenze di alcune banche con il fisco degli Stati Uniti.

 

Sullo sfondo si profilavano certe misure discriminatorie assunte a livello cantonale riguardo ai frontalieri: l’obbligo di presentare i certificati del casellario giudiziale e dei carichi pendenti (obbligo poi limitato al primo documento); il moltiplicatore delle tasse comunali.

 

Sullo sfondo ancora si situava la trattativa fra Berna e Bruxelles per una soluzione “euro-compatibile” alla legislazione da adottare nel 2017, a seguito del referendum contro l’immigrazione di massa.

 

La soluzione “euro-compatibile”, nel linguaggio ormai in uso, significa che bisogna conciliare le limitazioni da apportare alle immigrazioni anche dagli stati membri e la libera circolazione delle persone, una delle quattro libertà dell’acquis europeo di base.

 

Ai negoziatori delle due parti si è presentato un quadro talmente articolato che soltanto un supplemento d’istruttoria sarebbe stato in grado di chiarire. Il supplemento c’è stato ed è durato sino alla fine dello scorso anno.

 

Regime fiscale dei frontalieri e doppie imposizioni

Di nuovo chiusa al Ministero Economia e Finanze come nel 2014, e come allora in attesa della pausa natalizia, la delegazione italiana ha scambiato messaggi e documenti in teleconferenza con la delegazione svizzera, a sua volta chiusa in un palazzo federale. Lo scambio di messaggi ha portato all’intesa siglata il 22 dicembre, che sarà sottoposta alla firma dei Ministri quando saranno date certe condizioni. Solo allora il testo sarà reso pubblico, ora bisogna limitarsi ai comunicati stampa diramati da Berna e Roma.

 

L’intesa di dicembre riguarda il regime fiscale dei lavoratori frontalieri ed un protocollo che modifica le relative disposizioni della Convenzione contro le doppie imposizioni. Contempla per Campione d’Italia un percorso in due fasi: la prima dovrebbe concludersi per l’estate 2016 con una soluzione pragmatica al problema delle imposizioni indirette che la Svizzera applica al Comune italiano; la seconda dovrebbe portare ad una definizione dello status dell’exclave (un punto controverso da decenni).

 

Le agreed minutes sono accompagnate da due dichiarazioni unilaterali dell’Italia di cui la Svizzera prende nota. La prima introduce una clausola di salvaguardia, che subordina la firma e la ratifica “all’assenza di ogni forma di discriminazione ed all’individuazione di una soluzione euro-compatibile” al risultato del 9 febbraio 2014.

La seconda riguarda le infrastrutture di trasporto di particolare interesse per le zone frontaliere e per il grande asse nord-sud segnato dal sistema di base di Alptransit, fra cui la galleria ferroviaria del San Gottardo in procinto di essere inaugurata a giugno per divenire operativa a dicembre.

 

Comitato congiunto su Campione d’Italia

Le delegazioni si sono date appuntamento per metà gennaio per costituire il comitato congiunto su Campione e scambiare le prime valutazioni circa i tempi della firma. La complessità dello schema si spiega con la complessità delle trattative.

 

La road map aveva ottimisticamente fissato all’estate 2015 la fine delle trattative. Queste sono slittate all’inverno senza peraltro concludersi del tutto. Fra i fattori d’incertezza spicca l’andamento della trattativa con l’Unione europea per la soluzione “euro-compatibile”. È auspicio generale che la soluzione si trovi: che la Svizzera resti collegata al quadro europeo e la rete degli accordi bilaterali si confermi e si allarghi. La determinazione mostrata nella lunga stagione 2015 accende la speranza per il 2016.

Cosimo Risi, Ambasciatore a Berna, AffInt

 

 

 

 

Quale sinistra?

 

L’evoluzione del PD si è fatta tanto evidente da non poter escludere ”mutazioni” nel partito di Renzi. I Pidiessini, a nostro avviso, non sono più il polo granitico della “sinistra” italiana. Hanno subito un cambiamento nelle finalità e nelle idee.

Il trasformismo della politica nazionale non ha, però, risparmiato gli altri partiti del firmamento elettorale italiano. Certo è che i Comunisti di un tempo si sono dispersi per realizzare la formazione di sistema senza radici col suo passato.

 Sembra, quasi, che sia venuto meno lo stimolo per dare alla sinistra una sua nuova identità. La diatriba con gli altri partiti si è ridimensionata col sorgere del Nuovo Millennio. Qualche errore di percorso, però, c’è stato.

 Certe alleanze, ora, non ci sembrano neppure ipotizzabili. Non siamo neppure in grado di presumere l’evoluzione del Partito dopo la linea Renzi. Il futuro d’Italia resta, di conseguenza, incerto per carenze d’iniziative.

 Questa Terza Repubblica, tanto giovane, avrà da tener conto di un passato che, volenti o meno, ha lasciato una traccia. La vecchia sinistra non esiste più. E’ inutile domandarci se ciò sia stato un bene oppure no.

 Intanto, restano da individuare uomini nuovi capaci di riprendere ciò che di positivo ci ha offerto il passato. Il PD vive una realtà che potrebbe rivelarsi con più aspetti operativi. Le basi storiche d’Italia ci hanno insegnato che le certezze non possono esulare dalle linee di un programma politico che ne consenta, poi, la realizzazione.

 Oggi, purtroppo, non ci sentiamo in grado d’evidenziare un profilo ottimistico di quello che è stato un grande Patito nazionale. L’interrogativo è, e rimane, sul futuro della “sinistra” italiana. Per ora, a 2016 da poco iniziato, il quesito resta senza risposta. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Giorno della Memoria (27 gennaio): presentato a Palazzo Chigi calendario degli eventi

 

Si è svolta a Palazzo Chigi la presentazione del calendario degli eventi previsti per il “Giorno della Memoria 2016” (27 gennaio) e patrocinati dal Comitato di coordinamento per le celebrazioni in ricordo della Shoah, istituito presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Gli eventi sono stati presentati dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri Claudio De Vincenti e dal segretario generale di Palazzo Chigi Paolo Aquilanti.

Alla conferenza stampa hanno partecipato il presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Renzo Gattegna e l'assessore alla memoria della Shoah Victor Magiar.

In occasione del “Giorno della memoria 2016”, sono molteplici e differenziate le manifestazioni previste: testimonianze, giornate di studio per i giovani delle varie realtà scolastiche, convegni, spettacoli teatrali e di musica classica. Tra le iniziative, è ormai diventato un appuntamento annuale l’organizzazione - presso la sala Polifunzionale della Presidenza del Consiglio dei Ministri - di una Tavola Rotonda promossa dalla Comunità ebraica e dalla Presidenza del Consiglio, su temi di particolare interesse e di attualità. Quest’anno, la riflessione (prevista per il pomeriggio di giovedì 21 gennaio) riguarderà i fenomeni del razzismo, del pregiudizio e della xenofobia, della discriminazione e della repulsione per il “diverso”. dip

 

 

 

 

Esenzione totale dalla Tasi (oltre che dall’Imu) per i pensionati all’estero, ma persistono problematicità e disparità

 

ROMA -  Per i pensionati residenti all’estero titolari di pensione estera o in convenzione internazionale (già esenti dall’IMU), la Legge di Stabilità per il 2016 ha stabilito l’esenzione totale dalla TASI (la Tasi è la tassa sui servizi indivisibili, vale a dire tutte quelle attività comunali che non possono essere offerte a domanda individuale come per esempio l’illuminazione pubblica, la manutenzione delle strade, i servizi anagrafici, la sicurezza, ecc.) che invece fino al 31 dicembre 2015 gli stessi soggetti  pagavano con uno sconto dei due terzi della somma dovuta.

L’esenzione è sancita dal comma 14 dell’articolo 1 della Legge di Stabilità che recita alla lettera b): “Il presupposto impositivo della TASI è  il possesso o la detenzione, a qualsiasi titolo, di fabbricati e di aree edificabili, ad eccezione, in ogni caso, dei terreni agricoli e dell'abitazione principale, come definiti ai sensi dell'imposta municipale propria di cui all'articolo 13, comma 2, del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, escluse quelle classificate nelle categorie catastali A/1, A/8 e A/9”.

Quindi viene abolita la TASI per l’abitazione principale che è – fare attenzione – quella definita ai sensi dell’imposta municipale dal DL n. 201 del 6 dicembre 2011. Si tratta proprio del Decreto Legge che ha stabilito, dopo le modifiche introdotte nel 2014 grazie ai parlamentari eletti all’estero, che è considerata direttamente adibita ad abitazione principale una ed una sola unità immobiliare posseduta dai cittadini italiani non residenti nel territorio dello Stato e iscritti all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (AIRE) già pensionati nei rispettivi Paesi di residenza (e cioè titolari di pensione estera o in convenzione internazionale come ha chiarito il MEF con la Risoluzione n. 6/DF del 26 giugno 2015), a titolo di proprietà od usufrutto in Italia, a condizione che non risulti locata o data in comodato d’uso.

In sostanza, ai fini dell’esenzione totale dalla TASI, sull’abitazione principale,viene equiparata ad abitazione principale, e quindi esentata dal pagamento, anche l’unità immobiliare posseduta in Italia  dai nostri connazionali pensionati residenti all’estero. Nella legge di stabilità per il 2016, è bene chiarirlo, non ci sono invece novità che riguardano la TARI, e cioè la tassa sui rifiuti solidi urbani. Tale tassa rimane ridotta di due terzi per i pensionati italiani succitati, così come stabilito dall’art. 9/bis del DL n. 47 del 28 marzo 2014, convertito con modificazione dalla legge n. 80 del 23 maggio 2014. Per ricapitolare, l’attuale normativa perciò prevede che gli emigrati iscritti all’AIRE e “già pensionati nei rispettivi Paesi di residenza” sono esentati dal pagamento dell’IMU e della TASI e devono invece pagare la TARI in misura ridotta di due terzi.

Tutti gli altri italiani residenti all’estero dovranno pagare invece l’IMU, la TASI e la TARI. 

Giova tuttavia ricordare che per le unità immobiliari possedute dai cittadini italiani residenti all’estero per le quali non risultino soddisfatte le condizioni di esenzione o riduzione di IMU, TASI e TARI, il comune competente può, comunque, stabilire per l’IMU, nell’esercizio della propria autonomia regolamentare, un’aliquota agevolata, purché non inferiore allo 0,46 per cento, atteso che la legge in vigore consente al comune di modificare l'aliquota di base, in aumento o in diminuzione, entro il limite di 0,3 punti percentuali.

Per quanto concerne, invece, la TASI, i comuni competenti possono, sempre nell’esercizio della propria autonomia regolamentare, arrivare all’azzeramento del tributo in virtù delle norme in vigore e possono, altresì, differenziare l’aliquota del tributo in ragione della destinazione degli immobili.

Per quanto riguarda infine la TARI ricordiamo che, sempre in virtù delle norme in vigore,  i comuni competenti possono prevedere, con regolamento, riduzioni tariffarie ed esenzioni di abitazioni occupate da soggetti che risiedano o abbiano la dimora, per più di sei mesi all'anno, all'estero.

Ci pare evidente, sebbene consideriamo positivo il fatto che la categoria dei pensionati sia stata agevolata, che rispetto a tutti gli altri cittadini italiani residenti all’estero ci sia bisogno di un intervento legislativo urgente e chiarificatore su una normativa macchinosa, di difficile interpretazione e soprattutto discriminante tra varie categorie di emigrati: a) pensionati e non pensionati, b) pensionati di pensione estera e pensionati di pensione italiana, c) pensionati residenti nel Paese che eroga la pensione e pensionati residenti in un Paese estero diverso da quello che eroga la pensione (per non parlare inoltre della possibilità di essere sottoposti all’ennesima procedura di infrazione da parte della UE per aver delimitato l’esenzione ai soli cittadini pensionati iscritti all’AIRE e non a tutti i pensionati cittadini europei proprietari di casa in Italia).

Ingiusta è infine la decisione normativa che ha tolto ai Comuni la facoltà di introdurre attraverso l’esercizio della propria autonomia regolamentare l’equiparazione ad abitazione principale ai fini dell’IMU degli immobili posseduti dai cittadini italiani residenti all’estero, pensionati o non, come invece accadeva fino al 2014.

Governo e Parlamento dunque si devono sentire responsabili e responsabilizzati e devono valutare l’opportunità di correggere una situazione di dubbia legittimità e di certa iniquità, eliminando le confusioni interpretative e le disparità di trattamento.

Marco Fedi e Fabio Porta, Deputati Pd della circoscrizione Estero

 

 

 

 

Pubblicazioni. “Le radici e le ali” di Goffredo Palmerini, prossima l’uscita

 

L’AQUILA – E’ in corso di pubblicazione per i tipi delle Edizioni One Group, con prevedibile uscita in gennaio, il volume “Le radici e le ali” di Goffredo Palmerini, Il libro è una raccolta di storie, annotazioni e curiosità della più bella Italia nel mondo. Un caleidoscopio di personaggi, fatti ed eventi culturali che raccontano la nostra comunità all’estero, alcune interessanti singolarità dell’Abruzzo e perle di quel grande scrigno d’arte e tradizioni suggestive della intrigante provincia italiana. Il volume raccoglie 52 scritti, una curata selezione di articoli pubblicati su numerose testate all’estero (Argentina, Australia, Brasile, Canada, Cile, Danimarca, Francia, Germania, Gran Bretagna, Grecia, Messico, Perù, Repubblica Dominicana, Spagna, Stati Uniti, Svezia, Svizzera, Sud Africa, Uruguay e Venezuela), su agenzie internazionali e su diverse testate in Italia e abruzzesi, specie on line. Molti gli argomenti, che spaziano dalla cultura all’arte, dall’emigrazione a personaggi illustri, dai grandi eventi tenutisi in Abruzzo e nel resto d’Italia alle attività delle comunità abruzzesi nel mondo. Tutti con un filo rosso che li lega. Dunque, anche questo specialissimo “annuario” è uno specchio della migliore Italia, dentro e fuori i confini. Insomma, ancora un viaggio appassionante attraverso mondi ancora poco conosciuti, siano essi nella straordinaria provincia italiana, l’Abruzzo in particolare, come tra la ricchezza morale e culturale delle nostre comunità all’estero. E’ quanto Palmerini propone con questa sua ulteriore pubblicazione che, al pari delle precedenti, non manca di regalare sorprese in pagine di avvincente e intensa narrazione. Con l’autorizzazione dell’editore, si anticipano qui la bella copertina e la nota di presentazione che apre il volume, vergata da un grande autore del teatro mondiale, il drammaturgo d’origine aquilana Mario Fratti, che da oltre mezzo secolo vive a New York.  (g.p.)

 

 

Presentazione del volume “Le radici e le ali”

 

Nuovo volume dell’attivissimo giornalista Goffredo Palmerini. Titolo evocativo e affascinante: “Le radici e le ali”. E’ la sintesi di una vita. Seguo da anni con intenso interesse l’evoluzione di un abruzzese che sente nel suo sangue amore e dovere. Amore per la sua terra, le sue radici. Dovere di librarsi in alto per rammentarci la gioia di appartenere.

Goffredo è un aquilano che freme al ricordo di un terremoto che ha distrutto i gioielli della nostra città. Lavora ora per ricostruirla. Conosce bene l’Abruzzo, la nostra regione. Per più di trent’anni è stato impegnato nel Consiglio comunale della città, più volte assessore e vice sindaco dell’Aquila. Ha dedicato tutto il suo tempo al difficile compito di amministrare L’Aquila, la nostra bella città.

Leale e cordiale con tutti, ma sempre pronto ad indicare saggi metodi per migliorare la vita dei cittadini nella città che tanto ama. Dopo tanti anni al servizio della comunità aquilana, ha deciso di essere utile alla città in modo diverso: far conoscere e mettere in evidenza in tutto il mondo i valori della cultura abruzzese.

Trasmette ogni giorno con puntuale chiarezza e con la sua nitida capacità di individuare l’essenziale, le novità culturali abruzzesi. Trasmette il desiderio e il dovere di nutrire amore per il proprio Paese e la necessità dell’impegno civile. Siamo nati per migliorare la nostra società.

Goffredo indaga e sviluppa con serena capacità razionale la psicologia dell’emigrato che soffre al pensiero di essere lontano dal proprio Paese, dal suo nido, ma non dimentica il calore dell’abbraccio materno dei suoi primi anni.

Sa valorizzare pagine scritte da tanti poeti e scrittori che non erano molto conosciuti fuori dalla loro regione, prima delle sue ricerche pubblicate come articoli, anche all’estero: le sue rivalutazioni. Ha il dono che solo pochi giornalisti hanno.

E’ per me un piacere e un orgoglio, come aquilano a New York, leggere spesso intere pagine di America Oggi con i suoi articoli così ricchi di cultura, i suoi dettagliatissimi reportage su eventi e viaggi, che ti fanno sentire “presente” anche a migliaia di chilometri di distanza.

Sa scandagliare con affetto l’anima di chi si sente solo, lontano e abbandonato dalla sua terra natale. Le sue parole scavano, indagano, rivelano lo stato d’animo di chi si sentiva ignorato prima dei suoi numerosi articoli.

Sa incoraggiare e suggerire creatività e impegno. Abbiamo tutti mondi intimi da rivelare e condividere. Per sentirci parte della famiglia umana, della spesso trascurata vitalità degli abruzzesi.

Le radici e le ali. Un nuovo libro da leggere e rileggere. Rivela ed incoraggia.

Goffredo sente il dovere di amare la propria terra, il nido natìo. E’ il nostro campione. Generoso e umile. Non chiede. Dà, offre, sa offrire le sue intuizioni, il suo rispetto e amore per chi si sentiva ignorato.

Goffredo ha uno stile impeccabile, chiaro, nitido, preciso. E’ un giornalista che trova il tempo per essere attivissimo anche come delegato abruzzese dell’Associazione Nazionale Famiglie Emigrati e componente del Consiglio Regionale Abruzzesi nel Mondo.

Ha ben meritato i premi che gli sono stati tributati: XXXI Premio internazionale Emigrazione per il Giornalismo; Premio L’Aquila “Zire’ d’oro”; Premio internazionale “Guerriero di Capestrano” per la diffusione della cultura abruzzese nel mondo.

Grazie, Goffredo. Siamo orgogliosi di essere tuoi conterranei. Siamo fortunati di vivere oggi, in un mondo nel quale si può raggiungere chiunque, in qualsiasi angolo della terra.

Mario Fratti, Professore emerito della Columbia University e dell’Hunter College di New York

 

 

 

 

UN. 224 Millionen Migranten weltweit

 

Neuesten Zahlen der UN zufolge leben derzeit 224 Millionen Menschen außerhalb ihrer Heimatländer. Zur Jahrtausendwende wurden noch 173 Millionen Migranten registriert. Die USA sind dem Bericht zufolge das beliebteste Zuwanderungsland.

 

Rund 224 Millionen Menschen haben im vergangenen Jahr fern ihrer ursprünglichen Heimat gelebt. Fast ein Drittel von ihnen fand dem jüngsten UN-Migrationsbericht zufolge in Europa ein neues Zuhause. Die Zahlen umfassten trotz eines anderen rechtlichen Status auch rund 20 Millionen internationale Flüchtlinge, erklärte der stellvertretende UN-Generalsekretär Jan Eliasson am Dienstag (Ortszeit) in New York.

Motive für die Migration seien in der Erhebung nicht erfasst, teils lebten die Einwanderer auch schon mehrere Jahrzehnte in den Zielländern, sagte Eliasson. Die Zahl insgesamt sei im vergangenen Jahr weiter gestiegen. Zur Jahrtausendwende wurden den Angaben zufolge 173 Millionen Migranten registriert, 2010 waren es 222 Millionen.

Die USA sind dem Bericht zufolge das beliebteste Zuwanderungsland. Dort ließ sich etwa ein Fünftel der Migranten nieder. An zweiter Stelle steht Deutschland, gefolgt von Russland und Saudi-Arabien. Ohne die Zuwanderung wäre die Bevölkerungszahl in Europa in den vergangenen 15 Jahren gesunken, betonte Eliasson. Migration sei in einigen Regionen besonders wichtig für die Bevölkerungsentwicklung. (epd/mig 14)

 

 

 

 

Kinderschutz-Konferenz in Palermo. World Vision fordert EU dringend zu besserem Schutz flüchtender Kinder auf

 

Friedrichsdorf. Die Europäische Union setzt das Leben hunderttausender Kinder aufs Spiel, wenn sie flüchtenden Menschen keinen besseren Schutz bietet, warnt die Kinderhilfsorganisation World Vision. In Palermo, Italien, berät sie am Freitag, 15.1.2016, mit Experten europäischer und internationaler Organisationen über Vorschläge an die Regierungen zur Flüchtlingskrise und deren Wirkungen auf Kinder.

 

Rund ein Drittel der eine Million nach Europa geflohenen Menschen sind nach offiziellen Angaben minderjährig. “Etwa 500 Kinder sind schon bei ihrer Flucht über das Meer ums Leben gekommen”, sagt Deirdre de Burca, Vertreterin des EU-Büros von World Vision. “Die Versäumnisse des Jahres 2015 bleiben durch das Bild des  leblosen Körpers des kleinen Aylan an einem türkischen Strand im Gedächtnis. Das Bild hat der Welt vor Augen geführt, wie bedrohlich diese Krise für Kinder ist.”

 

“Die Staaten zählen die Grenzverletzungen, aber nicht die Kinder, die Familienangehörige verloren haben oder heimatlos geworden sind. Viele der nach Europa geflüchteten Kinder haben unvorstellbare Ängste auf Booten durch unvorhergesehene Grenzschließungen durchgemacht. Manche konnten sich davon erholen, weil sie gut aufgenommen wurden, aber anderen wird ein normales Leben mit den dazugehörigen Rechten verwehrt. Das Leben in einer Familie, der Zugang zu Bildung und auch Spielmöglichkeiten sind für Kinder in Krisen besonders wichtig. Viele geflüchtete Kinder kommen auch mit posttraumatischen Belastungsstörungen  und erhalten bisher in Europa keine angemessene Behandlung.”

 

Der Runde Tisch in Palermo wurde zusammen mit einem Arbeitskreis für Kinderrechte des Europäischen Parlaments und UNICEF organisiert, und es nehmen Vertreter relevanter EU-Institutionen wie Frontex, sowie des UNHCR, der griechischen und italienischen Ministerien und anderer Kinderhilfswerke teil. „Das Ziel dieses Zusammentreffens ist es, das Thema Kinderschutz im Kontext der Flüchtlingskrise ganz oben auf die politische Agenda der EU zu setzen“, sagt de Burca. „Herausforderungen und Risiken, die die Kinder auf der Flucht in die EU erleben, sollen identifiziert und Empfehlungen für Gesetzespakete zu Migrationsfragen erarbeitet werden. Aus Palermo soll auch ein Appell für Kinder lanciert werden, der zum Schutz der Kinderrechte in der aktuellen Krise aufruft.“

 

World Vision erhofft sich von dem „Palermo-Appell für Kinder“ dass er Eckpunkte für Rahmenrichtlinien für die EU und ihre Mitgliedstaaten bereitstellt, die ihnen helfen, den verletzlichen Kindern auf der Flucht einen vollständigen Schutz und eine gute Aufnahme in Europa zu gewährleisten.  WVD 14

 

 

 

 

Umfrage: Merkels Kurs sinkt

 

Harte Zeiten für Bundeskanzlerin Merkel: Die Union sinkt in einer Umfrage erheblich in der Wählergunst. Auch die Zuversicht der Deutschen in der Flüchtlingskrise schwindet. Etwa die Hälfte bezweifelt, dass das Land die Probleme in den Griff bekommen kann.

Wie eine nun veröffentlichte Erhebung von Infratest Dimap für die ARD ergab, müssen CDU und CSU im Vergleich zur Vorwoche zwei Punkte abgeben und kommen auf 37 Prozent. SPD und AfD verbessern sich demnach um je einen Punkt und kommen auf 25 Prozent beziehungsweise zehn Prozent. Damit liegt die AfD gleichauf mit den Grünen, die einen Punkt abgeben. Die Linkspartei kommt unverändert auf acht Prozent.

Der Umfrage zufolge bleibt die Bevölkerung in der Flüchtlingspolitik gespalten. Eine absolute Mehrheit von 51 Prozent bezweifelt, dass Deutschland die Probleme bewältigen kann. 44 Prozent stützen dagegen die Einschätzung von Kanzlerin Angela Merkel, die wiederholt betont hat: "Wir schaffen das." Die Zahl der Pessimisten ist damit etwas gestiegen: Im Oktober zählten sich laut ARD nur 48 Prozent zu den Skeptikern.

Die Bewertung der Flüchtlingspolitik spaltet die Deutschen. Wie der "DeutschlandTrend" im ARD-Morgenmagazin zeigt, hat rund die Hälfte der Deutschen (51 Prozent) Zweifel, dass Deutschland die Krise bewältigen kann. 44 Prozent stehen auch nach den Übergriffen auf Frauen in der Kölner Silvesternacht weiter hinter der Einschätzung von Bundeskanzlerin Angela Merkel, Deutschland könne die Probleme lösen.

Der Anteil der zuversichltichen Bundesbürger ist damit in den vergangenen Monaten zurückgegangen: Im Oktober 2015 waren noch 49 Prozent der Bürger überzeugt, dass Deutschland die Flüchtlingskrise lösen wird, 48 Prozent waren damals skeptisch. EA/AFP/rtr 15

 

 

 

 

Die Kölner Silvesternacht: Politischer Sprengstoff für Europa

 

Die sexuellen Übergriffe auf Frauen in der Silvesternacht vor dem Kölner Hauptbahnhof haben zu einem Erdbeben in etlichen EU-Mitgliedsstaaten geführt: Politiker hetzen gegen Flüchtlinge und wollen das Asylrecht verschärfen, wie ein Überblick des EurActiv-Netzwerkes offenbart. Die EU-Kommission zeigt für die politischen Reaktionen Verständnis.

Nach den Vorfällen von Köln hat die EU-Kommission Verständnis für die geplante Verschärfung des Ausländerrechts in Deutschland gezeigt. Es müsse klar sein, dass ungesetzliche Handlungen Konsequenzen hätten und Flüchtlingen dann auch internationaler Schutz entzogen werden könne, sagte Vize-Kommissionspräsident Frans Timmermans am Mittwoch in Brüssel. Dazu gehöre auch der Umgang mit Frauen. "Wir wollen nicht zurück ins Mittelalter."

Doch wie konkret reagieren die EU-Mitgliedsstaaten? Redakteure aus unserem EurActiv-Netzwerk berichten.

Deutschland: Kriminelle Ausländer sollen schneller abgeschoben werden

Nach den Übergriffen von Köln in der Silvesternacht will die Bundesregierung kriminelle Ausländer schneller aus Deutschland abschieben.

Innenminister Thomas de Maizière und sein Justizkollege Heiko Maas verständigten sich dazu am Dienstag auf einen Kompromiss, über den die Koalition nun beraten soll. "Kriminelle müssen konsequent zur Rechenschaft gezogen werden - gerade zum Schutz der vielen Flüchtlinge, die sich nichts haben zuschulden kommen lassen", sagte Maas in Berlin.

Konkret sollen die Hürden für eine Abschiebung von Ausländern gesenkt werden, die wegen einer Straftat gegen das Leben, die körperliche Unversehrtheit, die sexuelle Selbstbestimmung oder wegen Widerstands gegen Polizeibeamte zu einer Freiheits- oder Jugendstrafe verurteilt worden sind. Auch Eigentumsdelikte können ein Grund sein, wenn dabei Gewalt angewendet wurde oder sie in Serie ausgeübt wurden. Keine Rolle soll spielen, ob die Strafe auf Bewährung ausgesetzt wurde.

In solchen Fällen liegt dann ein "schwerwiegendes Ausweisungsinteresse" vor. Bei Ausländern, die in den genannten Bereichen zu einer Freiheitsstrafe von einem Jahr oder mehr verurteilt wurden, gilt das Ausweisungsinteresse dem Plan zufolge künftig als "besonders schwerwiegend". De Maizière sagte, wie bisher müsse stets das Bleibeinteresse des Einzelnen gegenübergestellt werden. Sei das Ausweisungsinteresse des Staates aber schwer oder besonders schwer, überwiege es in den allermeisten Fällen allen anderen Interessen.

Auch die Schwelle, ab der Migranten in Deutschland nicht mehr als Flüchtlinge anerkannt werden, soll laut Maas und de Maiziere abgesenkt werden. Bislang liege die Hürde bei drei Jahren Freiheitsstrafe ohne Bewährung, künftig soll eine Strafe von einem Jahr Gefängnis ausreichen. "Das ist eine harte, aber richtige Antwort des Staates auf diejenigen, die glauben, obwohl sie hier Schutz suchen, Straftaten begehen zu können, ohne dass das Auswirkungen auf ihre Anwesenheit in Deutschland hat", sagte de Maizière.

Der CDU-Politiker kündigte an, ein Gesetzentwurf solle so schnell wie möglich ins Kabinett kommen, nach Möglichkeit noch im Januar. Der Bundesrat müsse nicht zustimmen. Maas sagte, die Regelung sei man den Opfern der Straftaten schuldig.

Österreich: Auch Wien diskutiert Asylrechtsverschärfung

Die Skandalnacht von Köln führt nun auch in Österreich und quer durch die politischen Lager zu konkreten Überlegungen, die Aufenthaltsbedingungen für Flüchtlinge zu verschärfen und weniger attraktiv zu gestalten.

Mittlerweile liegen auch bei der österreichischen Polizei zahlreiche Meldungen vor, wonach es in der Silvesternacht in Wien und in Salzburg, wenngleich in einem wesentlich kleineren Ausmaß, zu sexuellen Belästigungen von Frauen durch männliche Zuwanderer kam. Einmal mehr ist die Rede davon, dass es im Zuge der Migrantenströme zu einem Aufeinanderprallen unterschiedler Kulturen, Traditionen, rechtlicher und moralischer Normen kommt. Analog zu den Forderungen, die in Deutschland bezüglich der Verschärfung des Asyl- und Sexualstrafrechts erhoben werden, verläuft nun auch die Diskussion in Österreich.

So kündigt Innenministerin Johanna Mikl-Leitner (ÖVP) eine harte Gangart der Polizei an: "Es gilt hier Grenzen zu setzen. Und für mich als Frau ist es selbstverständlich, dass wir von unserer Bewegungsfreiheit im öffentlichen Raum keinen Millimeter abrücken. Das wäre eine Kapitulation und das dürfen und werden wir nicht zulassen."

 

Asylwerber, die auf diese Weise straffällig werden, sollen daher die Härte des Gesetzes zu spüren bekommen und abgeschoben werden. "Wir dürfen", so die streitbare Ministerin, "aber nicht vergessen, dass wir Menschen nicht in Kriegsgebiete zurück schicken können. Deswegen ist es wichtig, dass wir hier mit aller Härte des Gesetzes vorgehen und auch die Attraktivität unseres Landes senken. Damit nur noch so viele zu uns kommen, wie wir richtig und rasch integrieren können."

Frankreich setzt Fokus auf "klassischen" Terrorismus

Frankreich erholt sich noch immer von den Pariser Attentaten vom 13. November. Die sexuellen Übergriffe durch Migranten in Deutschland wurden auf Regierungsebene nur am Rande diskutiert. Die größte Oppositionspartei, Die Republikaner (LR), drückten jedoch ihre Sorge über die Kölner Ereignisse aus. Sie forderten, die Details der Silvesternacht schleunigst aufzudecken.

"Wir Franzosen sind besorgt. Es ist eines der prominentesten Themen in sozialen Netzwerken", sagte LR-Sprecherin Valerie Debord. "Wir zeigen Solidarität für die Opfer, weil Deutschland Europa ist, und Europa unser gemeinsamer Kontinent", fügte sie hinzu.

Auch Front-National-Chefin Marine Le Pen äußerte sich zu den Attentaten: "Ich bin entsetzt über die Übergriffe in Köln: Würde und Freiheit der Frau ist ein wertvolles Gut und wir müssen es beschützen", schrieb sie via Twitter.

In Frankreich tobt unabhängig von den sexuellen Übergriffen in Deutschland ein Streit über einen geplantes Gesetz, Terroristen die französische Staatsangehörigkeit zu entziehen – sollten diese zugleich eine andere Staatsbürgerschaft besitzen. Die Debatte übertönt die Diskussion über mögliche Konsequenzen nach Köln.

Polen: Rechtspopulistische Töne im Aufwind

In Polen, einem Land, das sich bislang im Streit über neue Mediengesetze befindet, nutzte die rechts-konservative Regierung die Kölner Übergriffe, um vor Einwanderern zu warnen. Vizeregierungschef Piotr Glinski sagte, Warschau werde Flüchtlinge genau unter die Lupe nehmen. "Junge Männer, die Helden der Ereignisse von Köln" wolle man in Polen nicht haben. Glinski behauptet außerdem, dass es ähnliche Übergriffe schon seit Jahren in Deutschland gebe.

Die konservative Presse kritisierte nicht nur Migranten, sondern auch die Entscheidung Deutschlands, die Türen für Flüchtlinge zu öffnen. Die polnische Rechte und deren Presseorgane stellten zudem immer wieder traditionelle Geschlechterrollen in den Vordergrund – und verwiesen gleichzeitig darauf, dass deutsche Männer nicht genügend Schutz für ihre Frauen böten.

Im Gegensatz dazu hat die links-liberale Zeitung Gazeta Wyborcza mehr als 40 Artikel zu den sexuellen Übergriffen verfasst. Die meisten von Ihnen beschreiben die Ereignisse, die Fortschritte der Untersuchungen und die weltweiten Reaktionen, ohne die Übergriffe zu bewerten oder sie in Beziehung zu setzen mit der europäischen Flüchtlingspolitik.

Italien ändert Gesetzesvorhaben

Seit 2009 ist "illegale Immigration" in Italien ein schwerer Straftatbestand. Die jetztige Regierung wollte das eigentlich ändern. Sie berief sich dabei auf die Meinung von Experten, wonach es sinnlos sei, illegale Einwanderung als Verbrechen einzustufen. Migranten würden die Strafgelder eh nicht bezahlen können. Außerdem sei es verfassungswidrig, den Status und nicht das Vergehen unter Strafe zu stellen.

Die Ereignisse von Köln änderte die Meinung der Regierung. Die Entscheidung werde vertagt, die öffentliche Meinung wäre noch nicht bereit dafür, sagt Innenminister Angelino Alfano. Außenminister Paolo Gentiloni sagte, die Kölner Übergriffe seien eine neue Möglichkeit, eine europäische Antwort in der Flüchtlingskrise zu finden.

Slowakei fühlt sich bestätigt

Der slowakische Premierminister Robert Fico sorgte bereits international für Schlagzeilen, als er sich gegen die Pläne für einen Verteilungsschlüssel stellte. Sein Kabinett sehe eine direkte Verbindung zwischen den derzeitigen Flüchtlingsströmen, den Pariser Anschlägen im November und den Übergriffen in Köln.

Am 5. März wird die Slowakei Parlamentswahlen abhalten. Mit 40 Prozent hat Ficos Regierungspartei bei den Meinungsumfragen gute Ergebnisse eingefahren. Seit Beginn der Flüchtlingskrise ist die Unterstützung für seine Partei gestiegen. Eines der Hauptwahlversprechen der SMER-SD: "Wir beschützen die Slowakei". Der einzig interessante Aspekt bei den Wahlen wird sein, ob die SMER-SD einen Koalitionspartner brauchen wird oder ob sie erneut allein regieren kann.

Bei einer weiteren Pressekonferenz zum Thema Migration am 8. Januar, sprach Fico wieder über eine direkte Verbindung zwischen Paris, den Übergriffen in Köln und der aktuellen Flüchtlingskrise. Er forderte einen außerordentlichen EU-Gipfel, um den Einsatz einer europäischen Grenz- und Küstenwache zu beschleunigen. Er verwies auf UN-Voraussagen, denen zufolge bis zu drei Millionen Migranten in diesem Jahr nach Europa kommen könnten. Es wäre zu spät, wenn man den Grenzschutz erst im Herbst einrichten würde. Bis dahin könnten schon weitere zwei Millionen Flüchtlinge Europa erreicht haben, so Fico.

Prag und Bratislava auf einer Wellenlänge

Die Übergriffe in Köln hatten durchaus auch einen großen Einfluss auf die Migrationsdebatte in der Tschechischen Republik. Manche Politiker verurteilten die Angriffe. Andere sahen sie als Bestätigung ihrer Theorie, dass man Muslime nicht in eine größere Gesellschaft integrieren könne. Sie lobten Ficos Schritt, keine Muslime in der Slowakei aufzunehmen. Die Anführer fremdenfeindlicher Bewegungen gingen sogar noch weiter und organisierten eine Veranstaltung gegen den Islam.

Der tschechische Premierminister Bohuslav Sobotka (Sozialdemokrat, SSD) forderte einen stärkeren Grenzschutz.

"Die Tschechische Republik ist bereit, sämtliche Schritte für den dringenden Einsatz eines europäischen Grenz- und Küstenschutzes zu unterstützen. Dazu gehört auch ein außerordentliches EU-Ratstreffen", sagte er. Diese Forderung klang sehr nach den Aussagen den slowakischen Premierministers. Die beiden Länder koordinieren ihre Positionierung in der sogenannten Visegrad-Gruppe, in der auch Polen und Ungarn vertreten sind.

"Es ist außerdem sehr wichtig, darüber nachzudenken, ob die Türkei ihre Versprechen zur Regulierung der Migration einhält", so Sobotka.

Der Erste Vize-Präsident der EU-Kommission, Frans Timmermans, sagte am 7. Januar, dass die EU alles andere als zufrieden mit der türkischen Zusammenarbeit sei, was die Eindämmung der Flüchtlingsströme nach Europa angeht. Dem hatte sich die Türkei Ende des letzten Jahres eigentlich in einem Abkommen verschrieben.

Sobotka ist davon überzeugt, dass die jüngsten Ereignisse in Deutschland zeigen, wie wichtig die Aspekte Sicherheit und Integration bei der Lösung der Flüchtlingskrise seien. Die Migranten sollten sich ihm zufolge an die Gesetze und Regeln des Landes halten, in dem sie Asyl beantragen. "Diejenigen, die unsere Hilfe nicht zu schätzen wissen, unsere Regeln brechen oder sogar Straftaten begehen, sollten wir automatisch aus der EU ausweisen", betonte er.

"Der Prozess der ankommenden Migranten muss transparent sein. Wir sollten in der Lage sein, die Sicherheit, die vollständige Integration der Flüchtlinge sowie die uneingeschränkte Achtung unserer Gesetze zu garantieren", sagte der Außenminister Lubomír Zaorálek (?SSD) nach einem Treffen mit der EU-Außenbeauftragten Federica Mogherini, die am 11. Januar in die Tschechische Republik gereist war.

Verwirrung in Rumänien

Unmittelbar nach den Übergriffen in Köln vermeldeten die rumänischen Medien unterschiedliche Interpretationen der Ereignisse. "Eine neue Dimension der Gewalt", "die Polizei hat die Herkunft der Täter vertuscht", oder "die Presse hat die Ereignisse verschleiert, zugunsten der politischen Korrektheit" sind nur einige Themen der Diskussion in Rumänien.

Obwohl sich die Verwirrung in der Öffentlichkeit mittlerweile gelegt hat, hinterlassen die Kölner Ereignisse Spuren. Die Atmosphäre in Rumänien ist vergiftet, sie ist feindlicher gegenüber Flüchtlingen, als noch im vergangenen Jahr. Mehr denn je fragen sich die Rumänen, wie die Akzeptanz und Integration von Migranten noch möglich sein kann.

Unruhestifter in Bulgarien

Auch in Bulgarien veröffentlichten etliche Medien Artikel über mögliche Verbindungen der Kölner Angreifer mit dem Islamischen Staat (IS). Darüber hinaus sorgte der Ex-Journalist Toma Tomov in einem Fernseh-Interview für Wirbel: Tomov kritisierte, dass die kulturellen Unterschiede der Migranten gegenüber Europa nicht berücksichtigt worden seien. "Wenn die politischen Verantwortlichen in Berlin eine Millionen Menschen nach Deutschland ließen, hatten sie da nicht gewusst, dass diese 20 Jahre alten Jungs einen Penis haben?"

Europa liege in unmittelbarer Nachbarschaft zu einer "beängstigenden Welt" und das Chaos dieser Welt würde über 30 Jahre anhalten, sagte Tomov. Die USA hätten nur 1.900 syrische Flüchtlinge ins Land gelassen. Wenn Deutschland eine Millionen Flüchtlinge aufnehme, dann müsse man sie so akzeptieren, wie sie sind. "Man kann diese Menschen nicht ändern. Die Idee des Multikulturalismus ist völlig naiv", so Tomov.

Background

Aus einer Gruppe von mehreren hundert Männern waren in Köln und anderen Städten massenhaft Frauen angegriffen und bestohlen worden. Bei den Tatverdächtigen handelt es sich laut Polizei überwiegend um Männer aus Nordafrika, darunter viele Asylbewerber. Die Polizei sieht sich Kritik ausgesetzt, Details zunächst verschwiegen zu haben. Auch der schwedischen Polizei wird vorgeworfen, sie habe zahlreiche sexuelle Übergriffe gegen Teenager bei einem Musikfest in Stockholm im August vertuscht.

Georgi Gotev, Dario Sarmadi, Herbert Vytiska, Aline Robert, Angela Lamboglia, Zuzana Gabrizova, Lucie Bednárová, Krzysztof Kokoszczysski  (EurActiv)

 

 

 

 

 

Das Scheitern der Vogel-Strauß-Politik. Den IS kann man nicht totverhandeln.

 

Die Liste der islamistischen Terroranschläge des Jahres 2015 ist lang und düster. Jeden Monat wurden im Namen einer verwerflichen Ideologie Menschen getötet.

Im Januar beispielsweise wurden etwa 2 000 Menschen in Baga, Nigeria massakriert; 38 von einer Autobombe in Sanaa, Jemen, getötet; 60 weitere Menschen wurden abgeschlachtet, während sie in einer Moschee in Shikarpur, Pakistan, beteten. Im Juni wurden bei Anschlägen in der Diffa-Region in Niger, in Kuwait-Stadt und im tunesischen Sousse über 300 Menschen getötet oder verkrüppelt. Und im November fielen dem Terror in Sarajewo, Beirut und Paris fast 200 Menschen zum Opfer. Außerdem gab es Anfang Dezember im kalifornischen San Bernardino eine Massenschießerei.

Dieser ausufernde Terror beschränkt sich nicht nur auf die Gräueltaten des „Islamischen Staates“ (IS), sondern er ist ein globales Problem. Daher braucht die internationale Gemeinschaft eine umfassende Strategie zur Bekämpfung des islamischen Extremismus – bei der mit Druck, Diplomatie und Entwicklung gemeinsam eine stabilere Welt geschaffen wird.

Der wichtigste Bestandteil dieser Strategie ist die Auflösung des IS, der nicht nur in Syrien und im Irak vernichtet werden muss, sondern auch in Libyen und überall sonst, wo er aktiv ist. Die Debatte darüber, wie dies erreicht werden kann, sollte nicht nur davon handeln, ob westliche Bodentruppen entsandt werden. Wir alle müssen das Nötige tun, um eine Gruppe zu besiegen, die in fünf Ländern Land erobert und einen neuen Staat ausgerufen hat, der von fanatischen Ideologen regiert wird. Da der IS nicht totverhandelt werden kann, muss er durch eine große Gruppe von Alliierten bekämpft werden – und dies mit der richtigen Strategie.

Aber um in Syrien ein gerechtes Ergebnis zu erzielen, kann der Sieg über den IS nur ein erster, wenn auch entscheidender Schritt sein. Eine Einigung ist erforderlich, die es dem Land ermöglicht, in die Zukunft zu blicken und seine Minderheiten vollständig zu respektieren – aber ohne Bashar al-Assad an der Macht. Für ein solches Ergebnis sind große Verhandlungsbemühungen erforderlich, und deshalb ist es entscheidend, unseren Alliierten auf syrischem Boden zu helfen.

Außerdem ist der IS lediglich die bösartigste Ausprägung eines Extremismus, unter dem die Welt schon seit Jahrzehnten leidet. Wir müssen eine internationale Streitmacht bilden, die solche Extremisten überall – und zu jeder Zeit – bekämpfen kann, wann immer sie versuchen, an Boden zu gewinnen.

Insbesondere für Europa bedeutet dies intensive Überlegungen. Die Bedrohung der Sicherheit durch den IS steht nicht vor unserer Tür, sondern in unserem Haus, und wir haben ein überwältigendes Interesse daran, sie kurz- und mittelfristig aus der Welt zu schaffen. Längerfristig müssen wir erkennen, dass das Problem die Ideologie des Extremismus selbst ist. Relativ wenige Dschihadisten folgen dem IS und anderen seiner Art – aber viele andere Menschen übernehmen Teile seiner Weltanschauung.

Der Islam, so wie er von der überwiegenden Mehrheit seiner Anhänger praktiziert und verstanden wird, ist eine friedliche und ehrenwerte Glaubensrichtung. Er hat entscheidend zur Existenz und zum Fortschritt der Menschheit beigetragen. Aber die Natur des Problems, vor dem wir stehen, können wir nicht weiter leugnen. In vielen muslimischen Ländern glaubt eine große Anzahl von Menschen, die Drahtzieher hinter den Anschlägen vom 11. September 2001 seien die CIA oder die Juden gewesen. Gleichzeitig rufen muslimische Kleriker mit Millionen von Twitter-Anhängern in aller Welt dazu auf, Ungläubige und Abtrünnige zu töten oder Dschihad gegen Juden zu führen.

Das Zentrum für Religion und Weltpolitik meiner Stiftung beobachtet diesen Extremismus Tag für Tag, und seine Untersuchungen sind eine faszinierende, aber auch alarmierende Lektüre. Es wird klar, dass tief gegraben werden muss, um die Wurzeln dieser Ideologie zu zerstören.

Zu diesem Zweck habe ich eine international koordinierte „globale Verpflichtung zur Ausbildung“ vorgeschlagen: Jedes Land trägt Verantwortung dafür, kulturelle und religiöse Toleranz zu fördern und in seinem Ausbildungs- und Erziehungssystem kulturelle und religiöse Vorurteile auszurotten.

Wir müssen auch diejenigen fördern, die sich der extremistischen Doktrin entgegen stellen. Viele mutige und ernsthafte Theologen – wie die an der Kairoer Al-Azhar-Moschee oder Scheich Abdullah bin Bayyah aus Mauretanien – zeigen, wie die wahre Lehre des Islam zu einer Versöhnung mit der modernen Welt führen kann.

Diese Allianz mit muslimischen Führern, die bereit sind, im Kampf gegen die Perversion ihres Glaubens voranzugehen, ist von entscheidender Bedeutung. Manchmal betrachten wir den Nahen Osten als ein Durcheinander, von dem man besser die Finger lässt. Aber als hätten wir wirklich eine weitere Erinnerung nötig gehabt, hat uns das Blutvergießen in Paris vom 13. November die Vergeblichkeit einer Vogel-Strauß-Politik gezeigt.

Stattdessen sollten wir im Nahen Osten und im Islam den Wandel sehen, in dem sie sich befinden: ersterer hin zu geregelten und religiös toleranten Gesellschaften und der Islam in Richtung seiner verdienten Rolle als Glauben des Fortschritts und der Menschlichkeit. So gesehen ist all dies kein zu vermeidendes Durcheinander, sondern ein Kampf um Leben und Tod, bei dem unsere eigenen grundlegenden Interessen auf dem Spiel stehen.

Dementsprechend müssen wir diejenigen fördern, die für den Nahen Osten und den Islam an einer toleranten Zukunft arbeiten. Die Golfstaaten, Ägypten und Jordanien sind unsere Verbündeten: Wenn sie vor Problemen der Modernisierung stehen, müssen wir ihnen zur Seite stehen und ihnen helfen.

Und schließlich sollten wir im neuen Jahr die entscheidende Wichtigkeit der Lösung des israelisch-palästinensischen Konfliktes erkennen. Dies ist nicht nur an sich von Bedeutung, sondern würde auch zu guten internationalen und religionsübergreifenden Beziehungen beitragen – und kraftvoll das Prinzip der friedlichen Koexistenz bestätigen, auf dem die internationale Ordnung ruht.

Wir müssen eine Außenpolitik schaffen, die die Lektionen des 11. Septembers für die heutige Zeit verkörpert. Eine solche Politik muss die Notwendigkeit aktiven Engagements anerkennen – das durch unsere Erfahrungen nicht gelähmt, sondern verfeinert wird.

Der Kampf gegen den Extremismus benötigt auch den Einsatz von Gewalt. Aber ebenso erfordert er Ausbildung, damit unsere Bürger und unsere Gäste aus anderen Ländern verstehen, warum unsere Werte wichtig sind und warum wir sie verteidigen werden. Und er wird Zusammenarbeit benötigen – und diese nicht zuletzt im schmutzigen Geschäft der Realdiplomatie.

Aber es ist ein Kampf, den wir gewinnen werden. Islamische Fanatiker, die unsere Zivilisation zerstören wollen, korrumpieren ihre eigene Religion. Mit keinem von beiden werden sie Erfolg haben. Die überwiegende Mehrheit der Menschen in aller Welt möchte friedlich zusammenleben. Mit ihrer Unterstützung und Entschlossenheit wird der Geist des Friedens überleben – jenseits aller Ideologien, Politik oder Religionen. Tony Blair Epg 11

 

 

 

Terror in Istanbul. Menschenverachtender Anschlag

 

Bundeskanzlerin Merkel hat den mutmaßlichen Terroranschlag in Istanbul verurteilt. "Der internationale Terrorismus zeigt sich heute wieder einmal mit seinem grausamen und menschenverachtenden Gesicht", sagte sie in Berlin. Die Bundesregierung sei in großer Sorge, dass Deutsche unter den Opfern sind.

 

"Meine Gedanken sind in diesen Stunden bei den Angehörigen der Opfer, bei den Verletzten", erklärte Bundeskanzlerin Angela Merkel am Rande eines Besuches des algerischen Ministerpräsidenten Abdelmalek Sellal. "Wir werden alles tun, um natürlich die schnellstmögliche Hilfe zusammen mit der Türkei zu organisieren", sagte sie.

Die Bundesregierung gehe davon aus, dass Deutsche unter den Opfern seien, die Betroffenen seien Mitglieder einer Reisegruppe, sagte Merkel. Man versuche, so schnell wie möglich Informationen über den Anschlag zu bekommen, so die Kanzlerin. In den nächsten Stunden werde sie mit dem türkischen

Ministerpräsidenten Ahmet Davuto?lu telefonieren und über die Lage beraten.

Entschlossen gegen Terrorismus vorgehenMerkel verurteilte den Terroranschlag als "grausam" und "menschenverachtend". "Wir müssen feststellen: Heute traf es Istanbul, es traf Paris, es traf Tunesien, es traf auch Ankara schon, das heißt, der internationale Terrorismus zeigt sich heute wieder einmal mit seinem grausamen und menschenverachtenden Gesicht.

Neben der Trauer zeige der Anschlag auch weiterhin die Notwendigkeit, entschlossen gegen Terrorismus vorzugehen. "Das wird uns leiten - auch bei allen Aufklärungsarbeiten, die wir jetzt durchführen", so Merkel.

Steinmeier: Anschlag zielte ins Herz der Metropole

Bundesaußenminister Frank-Walter Steinmeier erklärte: "Wir verurteilen diesen barbarischen, feigen Akt des Terrors auf das Schärfste. Er zielte mitten in das Herz der türkischen Metropole Istanbul, die wir alle für ihre Weltoffenheit schätzen. Wir stehen in diesen Stunden fest an der Seite der Türkei. Wir trauern um die Opfer dieses mörderischen Anschlags. Unsere Gedanken sind bei den

Angehörigen und allen, die jetzt noch in Ungewissheit sind."

Krisenstab im Auswärtigen Amt

Der Krisenstab der Bundesregierung im Auswärtigen Amt sei sofort zusammengetreten, so Steinmeier Er arbeite gemeinsam mit dem Generalkonsulat Istanbul und der Deutschen Botschaft Ankara mit Hochdruck daran, belastbare Erkenntnisse über den Anschlag und das Schicksal der Betroffenen zu erlangen.

"Wir stehen hierzu im engsten Kontakt mit den türkischen Behörden", erklärte der Außenminister. Pib 12

 

 

 

 

Unwort des Jahres 2015: „Gutmensch“

 

Das Wort „Gutmensch“ ist zwar bereits seit langem im Gebrauch und wurde auch 2011 schon einmal von der Jury als ein zweites Unwort gewählt, doch ist es im Zusammenhang mit dem Flüchtlingsthema im letzten Jahr besonders prominent geworden. Als „Gutmenschen“ wurden 2015 insbesondere auch diejenigen beschimpft, die sich ehrenamtlich in der Flüchtlingshilfe engagieren oder die sich gegen Angriffe auf Flüchtlingsheime stellen. Mit dem Vorwurf „Gutmensch“, „Gutbürger“ oder „Gutmenschentum“ werden Toleranz und Hilfsbereitschaft pauschal als naiv, dumm oder weltfremdes Helfersyndrom diffamiert. Der Ausdruck „Gutmensch“ floriert dabei nicht mehr nur im rechtspopulistischen Lager als Kampfbegriff, sondern wird auch hier und dort auch schon von Journalisten in Leitmedien verwendet. Die Verwendung dieses Ausdrucks verhindert somit einen demokratischen Austausch von Sach-argumenten. Im gleichen Zusammenhang sind auch die ebenfalls eingesandten Wörter „Gesinnungsterror“ und „Empörungs-Industrie“ zu kritisieren.

 www.unwortdesjahres.net  (dip)

 

 

 

 

 

Unwort des Jahres 2015. War „Gutmensch“ tatsächlich prägend für die Debatten?

 

An der Arbeit der Sprachkritischen Aktion „Unwort des Jahres“ habe ich ja selten etwas auszusetzen, und auch dieses Mal hätte sie es schlechter treffen können, als sie es mit der Wahl des Wortes Gutmensch getan hat. VON Anatol Stefanowitsch

Anatol Stefanowitsch ist Professor für englische Sprachwissenschaft an der Freien Universität Berlin und Autor des Sprachlog. In seiner Forschung beschäftigt er sich mit der Struktur der englischen und deutschen Sprache. In seinem Blog befasst er sich außerdem mit sprach- und kulturpolitischen Themen.

 

Die Verachtung und spöttische Delegitimation anständigen Verhaltens, die in diesem Wort zum Ausdruck kommt, hat nicht erst, aber auch im Jahr 2015 die öffentliche Diskussion geprägt und wenn die Wahl zum Unwort dabei hilft, eine Grundsatzdebatte darüber anzustoßen, dass die auf Solidarität und Hilfsbereitschaft aufbauenden Werte der Gutmenschen besser sind als die auf den eigenen Vorteil und das eigene Fortkommen aufbauenden Werte derer, die das Wort verwenden, wäre das ein Gewinn.

Allerdings stellt sich die Frage, ob Gutmensch und die damit verbundene Ideologie tatsächlich besonders prägend für die Debatten des Jahres 2015 waren. Die waren ja (wie vom schon im Dezember gewählte Wort des Jahres eingefangen) vom Thema Flucht und Flüchtlinge geprägt. In diesen Zusammenhang stellt die Unwort-Jury ihre Wahl denn auch:

Als „Gutmenschen“ wurden 2015 insbesondere auch diejenigen beschimpft, die sich ehrenamtlich in der Flüchtlingshilfe engagieren oder die sich gegen Angriffe auf Flüchtlingsheime stellen. Mit dem Vorwurf „Gutmensch“ , „Gutbürger“ oder „Gutmenschentum“ werden Toleranz und Hilfsbereitschaft pauschal als naiv, dumm und weltfremd, als Helfersyndrom oder moralischer Imperialismus diffamiert. Der Ausdruck „Gutmensch“ floriert dabei nicht mehr nur im rechtspopulistischen Lager als Kampfbegriff, sondern wird auch von Journalisten in Leitmedien als Pauschalk ritik an einem „Konformismus des Guten“ benutzt.

Der Begriff Gutmensch wird tatsächlich sehr einmütig von Neoliberalen (die ihn ursprünglich geprägt haben) und Rechten genutzt, und da letztere die Debatten 2015 bis weit in den medialen Mainstream hinein geprägt haben, ist die Wahl nicht unzeitgemäß. Allerdings hätte es m.E. eine Reihe von Wörtern gegeben, die das Wiedererstarken rechter Gedankenmuster im öffentlichen Diskurs prägen.

Ich denke da besonders an die Euphemismen, mit denen rassistische, nationalistische, fremdenfeindliche und rechtsextreme Positionen im Laufe des Jahres immer wieder belegt wurden – vom Asylgegner über den Asylkritiker und die Asylkritik bis zur Asyldebatte. Auch das Wort rechtspopulistisch, das die Unwort-Aktion selbst in ihrer Pressemitteilung verwendet, ist ein solcher Euphemismus, wenn er nicht für tatsächliche Rechtspopulisten (wie gewisse Spitzenpolitiker der CDU, CSU oder SPD) sondern für Rechtsextreme verwendet wird.

Diese (und ähnliche) Euphemismen signalisieren eine Angst, die Positionen, die sich derzeit wieder einmal vom rechten Rand in die Mitte unserer Gesellschaft ausbreiten, klar und deutlich beim Namen zu nennen. Damit tragen sie dazu bei, diese Positionen zu legitimieren, als Spielarten gesellschaftlich akzeptierter oder zumindest akzeptabler Meinungen darzustellen. Damit sind sie Teil einer subtilen, schwer erkennbaren Verschiebung von Werten, die viel gefährlicher ist als ein eigentlich schon etwas in die Jahre gekommenes Wort wie Gutmensch. MiG 13

 

 

 

 

Übergriffe in Köln. Wir schieben Täter ab und behalten das Problem

 

Wer eine Straftat begeht, muss nach Recht und Gesetz bestraft werden. Das muss für alle Menschen herkunfts- und religionsübergreifend gelten. Entsprechend muss auch die Debatte geführt werden. Sonst hilft sie niemandem. Von Birol Kocaman.

 

Wer Diebstahl begeht, soll bestraft werden; wer Frauen sexuell belästigt, soll ebenfalls nach Recht und Gesetz bestraft werden. Bis hierhin sind die Forderungen rund um die Ereignisse am Kölner Hauptbahnhof legitim. Nachvollziehbar sind auch Forderungen nach Strafrechtsverschärfungen. Jedes Jahr werden etwa 7.000 bis 8.000 Frauen Opfer von Vergewaltigung und sexueller Nötigung. Wer so etwas tut, hat die Strafe verdient.

Nicht in Ordnung ist allerdings, dass diese Forderungen im Kontext von Asyl, Herkunft und Religion gestellt werden. Wenn eine Horde von jungen alkoholisierten Männern in Feierlaune Frauen sexuell belästigen, so ist das zunächst einmal leider nichts Neues. Von Gruppenexzessen – herkunfts- und religionsübergreifend – wird jeder in der Jugendhilfe und Sozialarbeit Beschäftigter berichten können.

Warum also wurde die Debatte nicht schon viel früher geführt – nach einem der aktenkundigen 7.000 bis 8.000 Straftaten beispielsweise, warum nicht während eines Oktoberfests oder nach berauschenden Public-Viewing-Events? Bei solchen Veranstaltungen werden viele Frauen Opfer von sexuellen Übergriffen. Warum ist das nicht gesellschaftlich geächtet? Warum stört es uns nicht, dass viele Frauen wegen den Sprücheklopfern, Grabschern und Gewalttätern solche Feier ganz meiden und lieber zu Hause bleiben? Wo bleibt der Aufschrei?

Man könnte einwenden, die Geschehnisse am Hauptbahnhof wären in der Größenordnung spektakulär gewesen. OK. Bleibt immer nocht die Frage im Raum, aus welchem Grund die Debatte ethnisiert und kulturalisiert wurde und welche Rolle die Religion gespielt haben soll? Die Kombination aus „Gewalt gegen Frauen“, „Männer“ und „Muslime“ ruft offenbar inzwischen verfestigte Automatismen hervor. Es scheint gesellschaftlicher Konsens geworden zu sein, dass der Muslim Frauen schlägt. Unsere Werteordnung, unser Welt- und Frauenbild, unsere Freizügigkeit, heißt es dann. Und wer sich nicht daran hält, der fliegt. Auch OK.

Nur, wohin mit unserer Werteordnung, unserm Welt- und Frauenbild und unserer Freizügigkeit, wenn die Täter – ganz nach Seehofers Geschmack – abgeschoben sind? Dann hätten wir immer noch mehrere tausend Sexualdelikte Jahr für Jahr. Die lassen sich nicht abschieben – die sind Made in Germany. Und deshalb wird diese Debatte, so lange sie ethnisiert wird, keiner Frau helfen. Im Gegenteil: Wir werden uns für eine lange Weile einreden, wir hätten das Problem angepackt und behoben.

In Wahrheit haben wir Vorurteile und Ressentiments gegen Asylbewerber und Muslime geschürt. Darüber freut sich nur der braune Mob und reibt sich schon die Hände – über das neue Asylrecht. MiG 11

 

 

 

 

Vergeltung. Ausländer in Köln angegriffen

 

In Köln haben Türsteher, Rocker und Hooligan Ausländer angegriffen, um die Silvesternacht zu rächen. Muslime beklagen neue Hassdimension. Und ausgerechnet Horst Seehofer ruft zur Besonnenheit und Differenzierung auf.

 

Nach den Attacken auf Ausländer in Köln verstärkt die Polizei ihre Einsatzkräfte in der Innenstadt. Man werde in der nächsten Zeit mit „sehr sehr starken Kräften, die weit über das Normalmaß hinausgehen“, präsent sein, sagte der Leiter der Direktion Gefahrenabwehr, Michael Temme, am Montag. „Dabei werden wir alle rechtlichen und personellen Möglichkeiten, die uns zur Verfügung stehen, ausnutzen.“ Hooligans, Rechtsradikale und Rocker aus der Türsteherszene hatten sich am Sonntagabend verabredet, um in der Kölner Innenstadt auf Menschenjagd zu gehen.

Bei den Zwischenfällen gehe es eindeutig um „fremdenfeindliche Straftaten“, sagte der Leiter der Direktion Kriminalität, Norbert Wagner. Insgesamt seien vier Angriffe gezählt worden. Dabei seien Migranten afrikanischer, pakistanischer und syrischer Herkunft geschlagen und getreten worden. Zwei der Opfer seien im Krankenhaus behandelt worden.

In einer nichtöffentlichen Facebook-Gruppe hatte es geheißen, nach den Übergriffen auf Frauen in der Silvesternacht in Köln wolle man ordentlich aufräumen. Ob der Aufruf im Zusammenhang mit den Angriffen steht, war zunächst nicht klar. In der Silvesternacht hatte ein Mob junger Männer am Kölner Hauptbahnhof zahlreiche Frauen sexuell belästigt und bestohlen. Inzwischen liegen über 500 Strafanzeigen vor. Unter den Verdächtigen sind auch viele Flüchtlinge.

Muslime beklagen „neue Dimension des Hasses“

Der Zentralrat der Muslime beobachtet nach den Übergriffen in der Silvesternacht eine „neue Dimension des Hasses“ auf Muslime. Der Vorsitzende des Zentralrats, Aiman Mazyek, sagte dem Kölner Stadt-Anzeiger, seit Jahresbeginn habe die Zahl der Anfeindungen und Drohungen gegen seinen Verband zugenommen. Allein am vergangenen Donnerstag, als bekanntwurde, dass es sich bei einigen mutmaßlichen Tätern um Asylbewerber aus muslimischen Ländern handelt, seien in der Geschäftsstelle des Islamverbands 50 Drohanrufe sowie Hunderte Hassmails und -briefe eingegangen – so viele wie sonst in zwei Wochen.

Übergriffe haben Meinung über Ausländer verändert

Die Übergriffe auf Frauen in Köln haben einer Umfrage zufolge bei der Mehrheit der Deutschen (60 Prozent) die Meinung über Ausländer nicht verändert. Dagegen gaben 37 Prozent der Befragten in einer am Sonntagabend in Köln veröffentlichten Forsa-Umfrage an, sie hätten nach den Übergriffen eine kritischere Meinung. Mehr als die Hälfte der Befragten (57 Prozent) befürchten den Angaben zufolge, dass durch die nach Deutschland kommenden Flüchtlinge die Kriminalität zunimmt. 40 Prozent teilen diese Sorge nicht.

Frauen fühlen sich der Umfrage zufolge auch nach den massenhaften Übergriffen mehrheitlich sicher (59 Prozent) oder sehr sicher (28 Prozent) in ihrer Stadt. Dagegen gaben elf Prozent der Befragten an, sich weniger sicher zu fühlen. Drei Prozent fühlen sich an ihrem Wohnort überhaupt nicht sicher.

Seehofer warnt vor Polarisierung der Gesellschaft

Angesichts dieser Entwicklungen warnte der bayerische Ministerpräsident Horst Seehofer (CSU) vor Schwarz-Weiß-Malerei beim Thema Flüchtlinge. Dem Thema werde man nur mit Differenziertheit gerecht, sagte Seehofer am Montag in München. Die Polarisierung der Gesellschaft vor allem nach den Vorfällen in der Silvesternacht in Köln nehme besorgniserregend zu. Er sei strikt gegen eine „Olympiade der Parolen“, wie sie etwa „Pegida“ jetzt zunehmend betreibe, betonte der CSU-Chef. Rechtsextremismus müsse massiv bekämpft werden. Allerdings hatten Politiker seiner nach Bekanntwerden der Übergriffe in Köln den Migrationshintergrund der Tatverdächtigen betont. (epd/mig 12)

 

 

 

Österreich kämpft mit abgewiesenen Flüchtlingen aus Deutschland

 

Kein Tag ohne neue Probleme mit dem anhaltenden Flüchtlingsstrom. Bayern weist täglich rund 200 Flüchtlinge ab, die Oberösterreich vor neuen Herausforderungen stellen. Österreichs Bundeskanzler Werner Faymann will nun die Grenze zu Slowenien stärker abriegeln.

Auf der Balkanroute sind unverändert Kolonnen von Flüchtlingen unterwegs. Für das Frühjahr wird sogar mit einem neuen Höhepunkt gerechnet. Gleichzeitig nimmt die Durchlässigkeit der Grenzen schrittweise ab. Das bekommt mittlerweile das Bundesland Oberösterreich zu spüren. An den bayerischen Grenzübertrittsstellen werden seit Jahresbeginn im Tagesdurchschnitt 200 Flüchtlinge zurück gewiesen. Die Abweisung trifft vor allem jene, die nicht in Deutschland um Asyl ansuchen sondern weiter nach Belgien, den Niederlanden oder Schweden wollen. Andere versuchen, mit gefälschten Dokumenten einzureisen. Ihnen wird eine Durchreise verwehrt.

Diese Aktion stellt die österreichischen Behörden vor erhebliche Probleme. Die zurückgewiesenen Flüchtlinge werden zunächst einem Aufnahmelager zugeteilt. Aber das ist nur eine Zwischenlösung. Einige von ihnen stellen mangels einer Alternative gleich einen Asylantrag für Österreich. Jene, die keinen Asylantrag stellen, halten sich illegal im Land auf und begehen damit eine Verwaltungsübertretung. Nach spätestens 72 Stunden sind sie aber wieder auf freien Fuß zu setzen. Viele dürften dann überhaupt untertauchen oder erneut versuchen, über Deutschland an das avisierte Ziel zu kommen.

Der für Flüchtlingsfragen zuständige Landesrat Rudolf Anschober verlangt nun, dass Gespräche mit Deutschland geführt werden, um diese Vorgangsweise wieder rückgängig zu machen. Angesichts des restriktiver werdenden Asyl-Kurses in Berlin, eine Leerformel. Überlegt wird indessen auch, wie man unter Umständen einen Transfer durch Deutschland in die jeweiligen Zielgebiete organisieren könnte.

Trennung von Kriegs- und Wirtschaftsflüchtlingen

Bundeskanzler Werner Faymann geht von seiner Linie schrittweise ab und will dem Problem bereits an der Grenze zu Slowenien zu Leibe rücken. Sein Vorschlag: Der Verfassungsdienst, das Innen- und Verteidigungsministerium sollen prüfen lassen, wie man unter Beachtung der Asylregeln zwischen Wirtschafts- und Kriegsflüchtlingen unterscheiden und einen Plan zur Abweisung von Personen, denen kein Asylrecht zusteht, entwickeln könne.

Eine etwas vordergründig klingende Aufgabenstellung, da korrekterweise schon bisher eine solche Prüfung erfolgt und zwar im Rahmen des Asylverfahrens, allerdings im Land und nicht bereits an der Grenze. Worauf das Innenministerium einmal mehr verlauten ließ, dass die Verminderung der Attraktivität der Flüchtlings-Zielländer die wirksamste Maßnahme sei, um den Zustrom einzubremsen.

Man muss kein Prophet sein, um jetzt schon zu konstatieren, dass der anlaufende Präsidentschaftswahlkampf im Zeichen der Flüchtlingsproblematik stehen wird. In seinem ersten TV-Interview hat nämlich der Präsidentschaftskandidat der Volkspartei, Andreas Khol, gleich erklärt, dass er sich auch als Sprachroher einer in Sorge befindlichen Bevölkerung sieht. Er wirbt daher für eine Korrektur bei der Willkommenskultur und spricht sich – ohne den Namen "Obergrenze" expressis zu erwähnen – für eine Drosselung der Aufnahmekapazität aus.

Herbert Vytiska (Wien),  EA 12

 

 

 

Schluss mit dem Saudi-Bashing! Weshalb die aktuelle Kritik an Riad völlig überzogen ist.

 

Nicht nur seit der Vollstreckung der Todesstrafe an 47 Menschen Anfang 2016 in Saudi-Arabien steht das Königreich unter Dauerbeschuss der Medien. Auch von offizieller Seite wurde das Land in letzter Zeit scharf kritisiert und verurteilt. Der Bundesnachrichtendienst (BND) schrieb zum Beispiel in einer im Dezember 2015 erstellten Analyse Saudi-Arabien eine „destabilisierende“ Rolle in der arabischen Welt zu, getrieben durch eine „impulsive Interventionspolitik“. Vize-Kanzler Sigmar Gabriel betonte Anfang Dezember, man sollte dem Königreich klarmachen, „dass die Zeit des Wegschauens vorbei ist“. Selbst das außenpolitische Leitmedium der USA, die Fachzeitschrift „Foreign Affairs“, forderte Anfang Januar, es sei höchste Zeit, in den Beziehungen zu Riad die Samthandschuhe auszuziehen.

Bei allem Verständnis für die Kritik an Saudi-Arabien, etwa an seiner Menschenrechtspolitik, ist die gegenwärtige Berichterstattung über das Land und seine Politik nicht stichhaltig. Wie so oft missdeutet sie die Position des Königreichs innen- und außenpolitisch. Ein Versuch, die aktuelle Situation aus der Sicht Riads zu bewerten, scheint daher angezeigt.

Seit dem amerikanischen Einmarsch in den Irak im Jahr 2003 sieht man aus Riad zu, wie die staatlichen und gesellschaftlichen Strukturen im Nahen Osten schrittweise zerfallen und die Gefahr für Stabilität und Sicherheit des Königreichs zunimmt. Heute fühlt sich Saudi-Arabien von Instabilität umgeben.

Staaten wie Syrien, Libyen und Jemen droht der totale Staatszerfall. Nichtstaatliche Akteure wie die Hisbollah oder die Huthi-Rebellen, die sich nicht an allgemeine völkerrechtliche Regeln halten, weiten ihre Einflusssphären aus, unterstützt durch den Iran. Länder wie Ägypten, Libanon oder Tunesien könnten ihnen folgen, sollte es nicht zu einem – an ein Wunder grenzenden – Wandlungsprozess kommen, durch den die politischen, wirtschaftlichen und sozialen Probleme, mit denen diese Länder zu kämpfen haben, gelöst werden.

Nichts raubt den Herrschern der Golfmonarchien, vor allem Saudi-Arabien, mehr den Schlaf als die Vorstellung einer Region, die im Chaos versinkt. Denn mit Chaos steigen die Unberechenbarkeit und die Gefahr, die Kontrolle auch über das eigene Land zu verlieren.

Um eine weitere Destabilisierung zu verhindern, kämpft Saudi-Arabien seit geraumer Zeit gegen den Strom. Bereits im Jahr 2003 warnte man die USA vor einem Einmarsch in den Irak, da man sich nicht sicher war, ob die USA in der Lage sein würden, für eine stabile regionale Nachkriegsordnung zu sorgen. Mehr als zehn Jahre später kann man nur zu dem Schluss kommen, dass die Saudis Recht hatten.

In Bezug auf Syrien hat das Königreich zuerst versucht, die Regierung Assad zu überzeugen, auf die friedlichen Proteste des Landes einzugehen, um eine Eskalation zu vermeiden. Allerdings wurden die Ratschläge ignoriert. Heute ist Riad überzeugt, dass es eine Lösung der Syrien-Krise nur ohne Baschar al-Assad geben kann, der für die große Mehrzahl der Toten in seinem Land verantwortlich ist. Doch die internationale Gemeinschaft verhandelt über Übergangsalternativen mit Assad, sodass der Präsident noch bis 2017 im Amt bleiben könnte. Dies wäre ein fataler Fehler aus saudischer Sicht. Mit Assad würden das Elend in Syrien und dessen Folgen, wie der Flüchtlingsstrom Richtung Europa, nur verlängert.

Saudi-Arabien sieht zwei weitere Gefahren. Zum einen erhalten in der derzeitigen Phase extremistische Terrorgruppen weiter Zulauf. Diese Gruppen verbreiten nicht nur Terror, sie fordern auch die staatlichen Strukturen in der Region heraus. Für Gruppen wie den „Islamischen Staat“ (IS) ist das Königreich Saudi-Arabien das ultimative Ziel, um die Herrschaft über die heiligen Städte Mekka und Medina zu erringen und so das islamische Kalifat endgültig ins Leben zu rufen. Im Jahr 2015 hat allein der IS vier größere Anschläge in Saudi-Arabien verübt, bei denen mehr als 50 Menschen ums Leben kamen. Anders als in den Medien oft dargestellt, ist die Unterstützung dschihadistischer Terrorgruppen keine Staatspolitik des Königreichs. Auch kämpfen weitaus mehr Europäer für den IS als Saudis. In Saudi-Arabien gilt eine Beteiligung an den Auseinandersetzungen in Syrien und Irak als Straftat. In den Führungsstrukturen des IS befinden sich keine Saudis.

Saudi-Arabien hat aus den Fehlern der Vergangenheit gelernt, der Terrorismus wird nunmehr rigoros bekämpft. Mehrere Terroranschläge, darunter auch in Europa, sind bereits durch Hinweise des saudischen Geheimdienstes vereitelt worden. Gegenteilige Darstellungen, etwa die fortgesetzte Finanzierung von Terrorgruppen durch Saudi-Arabien, entsprechen nicht der Wahrheit.

Die zweite Gefahr ist die kontinuierliche Ausweitung des iranischen Einflusses im Nahen Osten. Aus der Sicht Riads forciert Teheran den Zerfall der Region durch Unterstützung von Milizen wie der Hisbollah im Libanon und in Syrien, der Huthi-Rebellen im Jemen oder diverser schiitischer Gruppierungen im Irak. Deren einziges Ziel ist es, die Integration der sunnitischen Bevölkerung zu verhindern, um so eine stabile Regierung in Bagdad herbeizuführen. Das Atomabkommen mit dem Iran hat man in Riad zwar vorsichtig begrüßt, man ist aber überzeugt, dass der Iran den Abschluss des Abkommens nur dazu nutzen wird, um seinem Ziel eines militärischen Atomprogramms näherzukommen. Unterdessen wird Teheran das Geld, das durch die Aufhebung der Sanktionen wieder verfügbar wird, einsetzen, um die oben genannten Gruppen weiter zu unterstützen.

Saudi-Arabien ist bereit, die Beziehungen zum Iran wieder zu normalisieren. Ein solcher Schritt kann aber nur erfolgen, wenn der Iran bereit ist, seine Politik der Einmischung in die inneren Angelegenheiten der Golfmonarchien zu beenden und endlich die Interessen der arabischen Golfstaaten anzuerkennen. Bis dahin sei dem Westen geraten, seine Annäherung an Teheran, wenn überhaupt, nur langsam und mit großer Zurückhaltung zu betreiben.

Ein Wort zur Innenpolitik: Saudi-Arabien befindet sich momentan in einem komplexen Transformationsprozess, der dem Land tiefgreifende Veränderungen bescheren wird. Der gegenwärtige Übergang der Thronfolge auf die nächste Generation der al-Saud ist für das Königreich eine neue Erfahrung. Ziel ist, das Land langfristig stabil aufzustellen. Auch werden, was die Wirtschaft betrifft, Reformmaßnahmen durchgeführt, die das Königreich grundlegend verändern werden. Ein diesbezüglicher „Nationaler Transformationsplan“ soll Ende Januar 2016 veröffentlicht werden. Es gibt viele Anzeichen, dass Saudi-Arabien ein Land im Aufbruch ist und nicht nur das autokratische Monster, wie oft dargestellt. Die Stabilität Saudi-Arabiens liegt im allgemeinen Interesse, auch und insbesondere von Deutschland und Europa.

Das Königreich verfolgt viele der Ziele, die sich auch Europa für den Nahen Osten wünscht, darunter die Wiederherstellung der regionalen Stabilität sowie ein Ende des extremistischen Terrorismus. Um diese Ziele zu erreichen, ist eine Dämonisierung Saudi-Arabiens wenig hilfreich. Saudi-Arabien ist sicherlich ein oft schwieriger Partner, und manche Aspekte der saudischen Politik sollten weiter kritisch hervorgehoben werden. Der Dialog mit dem Königreich bleibt aber unverzichtbar.  Christian Koch IPG 11

 

 

 

 

Terror in Istanbul: Deutschland als Zielscheibe des IS?

 

Richtete sich der Bombenanschlag in Istanbul gezielt gegen Deutsche? Bislang liegen der Bundesregierung dafür keine Hinweise vor: Am Mittwoch will sich nun der Innenminister persönlich vor Ort ein Bild von der Lage machen.

Nach dem Selbstmordanschlag mit acht deutschen Opfern im Zentrum Istanbuls ist Bundesinnenminister Thomas de Maizière am Morgen zu einem Besuch in die türkische Metropole aufgebrochen. De Maizière werde den Tatort besuchen, zudem sei ein Treffen mit seinem türkischen Kollegen Efkan Ala geplant, sagte eine Ministeriumssprecherin in Berlin.

Nach Informationen mehrerer Nachrichtenagenturen lag der Bundesregierung bis Dienstagabend keine Hinweis darauf vor, dass sich der Anschlag gezielt gegen Deutsche gerichtet hatte.

Das mag überraschen: Die Bundesrepublik trägt immer mehr Mitverantwortung im Kampf gegen die Terrormiliz Islamischer Staat. Mithilfe deutscher Ausbilder und Waffenlieferungen ist es den kurdischen Peschmerga im Nordirak im vergangenen Jahr gelungen, einige von den Terroristen besetze Gebiete zu befreien. Seit kurzem leistet die Bundeswehr überdies praktische Hilfe für die Luftangriffe unter Führung der USA gegen den IS. Seit wenigen Tagen starten deutsche Aufklärungs-Tornados vom türkischen Luftwaffenstützpunkt Incirlik aus zu Aufklärungsflügen über dem IS-Gebiet in Syrien und dem Irak. 

Maas: Keine erhöhte Anschlagsgefahr in Deutschland

Zur Frage, ob sich die Sicherheitslage durch das Attentat verändert habe, erklärte Justizminister Heiko Maas am Mittwoch in der ARD: "Nicht wegen diesem Anschlag." Deutschland stehe bekannterweise unter der Bedrohung von Terroristen.

"Und deshalb ist eine allgemeine Gefährdung sicherlich nicht zu leugnen", sagte Maas. "Aber es gibt im Moment keine konkreten Hinweise auf Anschlagsziele." Die allgemeine Gefährdungslage werde allerdings fortbestehen.

Linke fordern Ende der deutschen Beteiligung an Anti-Terroreinsatz

Die Linken-Politikerin Dagdelen sagte im Deutschlandfunk, durch den Bundeswehreinsatz sei die Terrorgefahr hierzulande weiter gestiegen. Die Luftangriffe der internationalen Allianz schwächten die IS-Miliz nicht. Zudem würden dabei auch unschuldige Menschen getroffen.

 

Grünen-Chef Özdemir sprach sich ausdrücklich für den militärischen Kampf aus. Dies dürfe aber nicht das einzige Mittel bleiben, sagte er ebenfalls im Deutschlandfunk. Man müsse auch gegen die Ideologie und die Wurzeln der Terrormiliz vorgehen. Diese lägen auch im Wahhabismus in Saudi-Arabien.

Der 1988 geborene Attentäter hatte sich am Dienstagvormittag mitten in einer deutschen Reisegruppe in der Umgebung der Hagia Sophia und der Blauen Moschee im historischen Zentrum Istanbuls in die Luft gesprengt. Dabei wurden mindestens acht Deutsche getötet und neun weitere zum Teil schwer verletzt. Insgesamt starben neben dem Angreifer zehn Menschen, 15 weitere erlitten Verletzungen. Zwei Leichen waren bis Dienstagabend noch nicht identifiziert. Unter den Todesopfer waren drei Rheinland-Pfälzer, ein Ehepaar aus Brandenburg und ein Berliner.

Merkel sagt Terroristen entschlossenen Kampf an

Bundeskanzlerin Angela Merkel hat den Attentätern von Istanbul einen entschlossenen Kampf angesagt: Die Terroristen seien Feinde aller freien Menschen, sagte sie am Dienstagabend in Berlin. "Ja, sie sind Feinde aller Menschlichkeit."

"Genau diese Freiheit und unsere Entschlossenheit, gemeinsam mit unseren internationalen Partnern gegen diese Terroristen vorzugehen, werden sich aber durchsetzen", sagte Merkel.

Sie habe mit dem türkischen Ministerpräsidenten Ahmet Davutoglu und dem türkischen Präsidenten Recep Tayyip Erdogan telefoniert, die sie über die laufenden Ermittlungen informiert hätten. In einer Sondersitzung des Kabinetts am Abend wollten Außenminister Frank-Walter Steinmeier und sie nun die Minister der großen Koalition informieren.

Merkel betonte, dass der Anschlag in Istanbul in einer Reihe stehe mit denen Terrorakten von Paris, Kopenhagen und Tunis. Auch die türkische Bevölkerung habe unter dem Terror zu leiden. Ea, dsa, rtr, AFP, 13

 

 

 

Merkel verurteilt Terroranschlag. "Terroristen sind Feinde aller Menschlichkeit"

 

Die Bundesregierung hat den Terroranschlag in Istanbul verurteilt. "Die Terroristen sind Feinde aller freien Menschen, ja sie sind Feinde aller Menschlichkeit" sagte Bundeskanzlerin Merkel. Nach bisherigen Erkenntnissen sind acht Deutsche unter den Todesopfern.

 

"Meine Gedanken sind in diesen Stunden bei den Angehörigen der Opfer, bei den Verletzten", erklärte Bundeskanzlerin Angela Merkel. Ihnen wolle sie sagen: "Sie sind nicht allein; wir stehen an Ihrer Seite und wünschen Ihnen Trost und Kraft bei dieser schweren Prüfung."

"Wir werden alles tun, um natürlich die schnellstmögliche Hilfe zusammen mit der Türkei zu organisieren", sagte sie. Die Betroffenen seien Mitglieder einer Reisegruppe, sagte Merkel.

Ministerpräsident Ahmet Davuto?lu und Staatspräsident Recep Tayyip Erdo?an hätten ihr telefonisch "das tiefe Beileid der türkischen Regierung, aber auch des türkischen Volkes übermittelt." Die Deutschen, so Merkel, gedächten auch der türkischen Opfer bei diesem und bei früheren Attentaten.

"Wir Deutschen fühlen uns den Menschen in der Türkei in Solidarität verbunden."

Entschlossen gegen Terrorismus vorgehen

Merkel verurteilte den Terroranschlag als "grausam" und "menschenverachtend". "Wir müssen feststellen: Heute traf es Istanbul, es traf Paris, es traf Tunesien, es traf auch Ankara schon, das heißt, der internationale Terrorismus zeigt sich heute wieder einmal mit seinem grausamen und menschenverachtenden Gesicht."

Neben der Trauer zeige der Anschlag auch weiterhin die Notwendigkeit, entschlossen gegen Terrorismus vorzugehen. "Das wird uns leiten - auch bei allen Aufklärungsarbeiten, die wir jetzt durchführen", so Merkel.

Außenminister Frank-Walter Steinmeier bekräftigte: "Wir dürfen und wir werden uns von Mord und Gewalt nicht einschüchtern lassen. Im Gegenteil: Gemeinsam mit unseren Partnern auf der Welt werden wir auch weiter dem Terror auf allen Ebenen entgegentreten: Mit den Mitteln von Polizei und Rechtsstaat, und im Kampf um die Köpfe junger Menschen."

Anschlag zielte ins Herz Istanbuls

Steinmeier erklärte: "Wir verurteilen diesen barbarischen, feigen Akt des Terrors auf das Schärfste. Er zielte mitten in das Herz der türkischen Metropole Istanbul, die wir alle für ihre Weltoffenheit schätzen. Wir stehen in diesen Stunden fest an der Seite der Türkei. Wir trauern um die Opfer dieses mörderischen Anschlags."

Dem schlossen sich Bundesinnenminister Thomas de Maizière und Bundesjustizminister Heiko Maas an.

Maas: der "barbarische Anschlag trifft das Herz von Istanbul. Wir stehen fest an der Seite der Türkei und trauern mit den Familien der Opfer."

Krisenstab im Auswärtigen Amt

Jetzt gelte es, rasche Aufklärung über die Täter und die Hintergründe zu erlangen, so Steinmeier. Der Krisenstab der Bundesregierung im Auswärtigen Amt sei sofort zusammengetreten. Er arbeite gemeinsam mit dem Generalkonsulat Istanbul und der Deutschen Botschaft Ankara mit Hochdruck daran,

belastbare Erkenntnisse über den Anschlag und das Schicksal der Betroffenen zu erlangen. "Wir stehen hierzu im engsten Kontakt mit den türkischen Behörden", erklärte der Außenminister. Das Bundeskabinett wird am Dienstagabend zu einer Sondersitzung zusammenkommen. Thema werden der Stand der Ermittlungen und die Hilfe an die Betroffenen sein. Pib 12

 

 

 

 

Hessen. Gewalt  und Rassismus- Ein neues Hoyerswerda ist denkbar

 

Landesausländerbeirat warnt vor Zuspitzung der Gewalt/Verschärfung des Asylrechts ist keine Lösung

 

Der Vorsitzende des Landesausländerbeirates, Enis Gülegen, hat  vor  einer Eskalation der rassistisch motivierten Gewalt auch in Hessen gewarnt. „ Ein neues Hoyerswerda  ist jetzt auch in Hessen denkbar. Die Angriffe auf Flüchtlingsunterkünfte oder Migranten in den letzten Wochen und Tagen zeigen, wie aufgeputscht die Stimmung auch bei uns ist.“

 

Gülegen: „Die abscheulichen und durch nichts zu rechtfertigenden Übergriffe auf Frauen in mehreren deutschen Großstädten in der Silversternacht haben zusätzlich Öl ins Feuer gegossen.“ Doch darauf mit einer überhasteten Verschärfung des Asylrechts  oder mit einem „Grenzen schließen“ zu reagieren, sei der falsche Weg und kontraproduktiv. Schon jetzt gebe es ausreichend rechtliche Handhabe, die Täter zu bestrafen und zum Teil auch auszuweisen. Die Antwort könne nur eine konsequente Anwendung und Umsetzung unseres Strafrechts sein.

 

Vielmehr heize die aufgeregte öffentliche Debatte und blinder Aktionismus  die Stimmung noch mehr auf. Gülegen: „Die Verunsicherung vieler Bürger nimmt zu, Rechtsextreme und Rechtpopulisten und suchen  daraus Kapital zu schlagen. Vor allem aber steigt die Gewaltbereitschaft. Rostock, Mölln, Solingen und Hoyerswerda – so die Geschichte – wurden erst in einem solchen Klima möglich.“

 

Der Landesausländerbeirat forderte daher die Schärfe in der Diskussion zurück zu nehmen und zu einer sachlichen Debatte zurückzukehren. Ein Weiterso nütze nur Pegida , AFD & Co. Vor allem müsse aber der begonnene Weg einer aktiven Antidiskriminierungspolitik, zu mehr Teilhabe und Integration fortgesetzt werden. Ulrike Foraci, Agah 12

 

 

 

 

Jesuiten-Flüchtlingsdienst rügt deutsche Asylpolitik

 

Die politischen Forderungen in Deutschland nach verschärften Asylgesetzen reißen nicht ab – nun sollen der Datenaustausch verbessert und ein Flüchtlingsausweis eingeführt werden. Scharfe Kritik kommt aber vom Jesuiten-Flüchtlingsdienst. Stefan Keßler ist Politik- und Rechtsreferent beim Jesuiten-Flüchtlingsdienst in Berlin. Er sagt im Gespräch mit dem Domradio, in der Debatte herrsche viel „Heuchelei und Nebelkerzenwerferei“.

„Wir werden erst einmal schauen müssen, ob das Ganze überhaupt funktioniert. Ich glaube auch nicht, dass der Datenaustausch das zentrale Problem bei der Durchführung von Asylverfahren ist. Es kommt vielmehr darauf an, ob man die zuständigen Behörden - vor allem das Bundesamt für Migration und Flüchtlinge - vernünftig ausstattet, um Asylanträge halbwegs zügig zu bearbeiten.“

Hinzu komme noch, dass das deutsche Bundesamt von überflüssigen Aufgaben, die es derzeit habe, entlastet werden sollte, so Keßler weiter.

 

Es fehlen Gesetze

„Wir haben ja nach der Silvesternacht in Köln vor allen Dingen feststellen müssen, dass wir im Sexualstrafrecht Lücken haben und vieles, was an Scheußlichkeiten passiert ist, strafrechtlich gar nicht geahndet werden kann, weil es dafür keine Straftatbestände gibt. Hier wäre eigentlich anzusetzen, damit man auch den Schutz von Frauen in der Öffentlichkeit verbessern kann. Die Verschärfung des Ausweisungsrechts und auch die Hetze gegen Ausländer und Flüchtlinge helfen da in keiner Weise weiter. Im Gegenteil: Die zum Teil ja schon islamophoben Tendenzen, die wir in der Diskussion feststellen, bringen die Diskussion in eine Richtung, in die sie nicht laufen soll.“

Auf Teufel komm raus Abschiebezahl steigern

Am Mittwoch war laut geworden, dass es CDU-Generalsekretär Tauber nicht schnell genug gehen kann, Asylbewerber abzuschieben. Die Bundesländer seien ihm zufolge in der „Pflicht“, täglich 1.000 abgelehnte Asylbewerber in ihre Heimatländer zurückzuschicken. Stefan Keßler:

„Es ist wiederlich. Hier Schlagzahlen vorgeben zu wollen und auf Teufel komm raus die Abschiebezahlen steigern zu wollen, hat mit der Einzelfallprüfung und mit der Bewertung der Umstände des einzelnen Menschen nicht mehr viel zu tun. Wir haben bei uns in der Beratung immer wieder Menschen, die von Abschiebung bedroht sind, die aber auch Schreckliches befürchten müssen, wenn sie in ihr Herkunftsland zurückkehren müssen. Eine Zahl von 1.000 Menschen pro Bundesland und Tag oder Monat hat mit einer Berücksichtigung von Umständen dieser Menschen nichts mehr zu tun. Das kann keine Politik sein, die in Deutschland gefahren wird.“  (domradio 14.01.)

 

 

 

Köln-Übergriffe. Wie Karneval, nur ohne Kostüme

 

Nach den Ereignissen der Silvesternacht in Köln und anderswo muss man leider konstatieren: wir sind nicht überrascht. Die Reaktionen auf die verübten Straftaten fallen – leider – nicht aus dem Rahmen des Erwarteten. Von Murat Kayman

 

Zeitungen und „Nachrichtenmagazine“, die ihr Motto wohl bald in „Hetze, Hetze, Hetze“ umwidmen werden, machen mit sexistischen und rassistischen Titelseiten auf. Damit wird die unterschwellige Phantasterei von gefährlicher, überwältigender Omnipotenz des Fremden befördert. Was „der Muslim“ über seinen vermeintlichen „Geburtendschihad“ als Projekt der demographischen Landnahme betreibt, flankiert er nun auch mit der Übergriffigkeit auf „unsere Frauen“.

Und unsere Medien machen sich auch noch freiwillig zum Instrument dieser rassistischen Pöbelei. Mal wieder gilt: Auflage vor Anstand.

Man kann froh sein, dass auf Titelseiten keine Kreuze brannten. Wir können aber noch nicht sicher sein, ob es nicht bald Berichte über Muslime geben wird, die vermeintlich Brunnen vergiften.

„Islamexperten“ resümieren: Ja, ja, der jahrelang an die Wand gemalte Teufel ist nun leibhaftig auf die Domplatte in Köln gesprungen und hat offenbart, mit welchen Sitten er uns bereichert. Wir haben es schon immer gewusst, ihr wolltet uns nur nicht glauben, ihr Gutmenschen. Die perverse Religion oder wahlweise die patriarchalische Kultur sind der Grund für Delinquenz.

Wenigstens wissen wir nun, wie weit das Expertentum reicht: Alkoholrausch und Taschendiebstähle sind die Grundlage islamisch motivierten Handelns, Kölsch die sechste Säule des Islam. Wird so ja auch in jeder Moschee gelehrt. Genauso wie Frauenverachtung. Deshalb haben die Schweinehunde vom Domplatz auch vor dem Grapschen erst geprüft, ob es sich um eine fromme „Schwester“ oder eine „Hure“ handelt. Als ob ein besoffener Vergewaltiger religiöse Sittlichkeitsvorstellungen hätte. Oder als ob sein muslimischer Vater ihm das Vergewaltigen beigebracht hätte, fünfmal am Tag.

Politiker fordern, es müsse ohne Ansehung der Religion oder der Kultur bestraft werden. Schön wär’s. Dann würden deutsche Vergewaltiger vor Gericht endlich die gleichen, härteren Strafen erhalten wie Vergewaltiger mit ausländischen Namen. Die Realität unserer Strafjustiz sieht nämlich so und nicht andersherum aus. Ebenso verschweigt die Presse nicht, wenn Ausländer Verwerfliches tun. Unser gesellschaftliches Klima, in dem wir Muslimen alles – nur nichts Gutes – zutrauen und die hohe Zahl von „Islamisierungsgegnern“ in Landstrichen ohne Muslime, kommen nicht von ausgewogener, sachlicher Berichterstattung. Sie sind das Ergebnis einer gestörten Wahrnehmung und ihrer medialen Perpetuierung, in der jede noch so randständige Anekdote zur kollektiven Evidenz erklärt wird. Wenn es um den Islam geht, sind wir längst nur noch das Land der Dichter.

Kolumnisten und Wahlkämpfer philosophieren darüber, was „von den Flüchtlingen“ eingefordert werden muss. Nämlich, sich unseren Werten anzupassen. Es war ja auch der arabische Arzt, der nach Mitternacht Frau und Kinder zurück ins Flüchtlingsheim geschickt hat, um Passanten in Ruhe Böller vor die Füße zu werfen. Oder mal zünftig fremd zu grapschen. Ist ja auch der Lieblingstreffpunkt arabischer Ingenieure, das Bahnhofsmilieu. Sind ja auch nur Akademiker und anständige Handwerker nach Europa geflüchtet. Die Verbrecher sind in den Heimatländern geblieben, um sich dort auszutoben. Macht der Araber halt so.

Schließlich hat das ja auch nichts mit „unseren Werten“ zu tun, wenn hunderte Europäer in arabische Länder reisen, um dort morden und vergewaltigen zu können. Wahrscheinlich sind die auch nur dorthin gereist, weil es sich auf unseren heimischen Bahnhofsvorplätzen vor lauter nordafrikanischen Fachkräften nicht mehr ungestört grapschen und vergewaltigen lässt.

Ist ja auch eine abwegige Vorstellung, dass es unter 1 Million Flüchtlingen oder unter 4 Millionen Muslimen auch Schweinehunde und widerliche Mistkerle gibt. Und wenn solche auffallen, liegt das natürlich daran, dass alle anderen mit ihrer Kultur oder Religion etwas gewaltig schief machen. Taschendiebstähle kommen in unserer Kultur ja nicht vor. Hier bei uns greift man Frauen nicht in die Tasche oder an den Hintern. Höchstens dem Finanzamt oder den Domspatzen, je nach „Kultur“ oder „Religion“.

Überrascht haben auch die Muslime nicht, die am Silvesterabend ausnahmsweise nicht auf dem Bahnhofsvorplatz waren. Da hört man von „Übertreibung“, „Verschwörung“, „Gab es hier doch schon immer“, „War doch wie Karneval, nur ohne Kostüme“. Oder man hört gar nichts, außer, dass die Telefone nicht funktionieren. Was dann auch irgendwie eine Erklärung für die Stille ist.

Zum Schluss ein Versuch: Es gibt auch unter Muslimen Schweinehunde. Das macht sie nicht zu muslimischen Schweinehunden. Kleiner, aber feiner Unterschied.

Es gibt Straftäter. Die ermittelt man. Dafür braucht man nicht die Kasper von der Scharia-Polizei. Die Polizei, die man schon hat, reicht vollkommen. Sie muss nur vernünftig arbeiten (können). Am besten ohne politische Kasperei.

Es gibt Machos. Die erzieht man. Zur Mäßigung, zur Zurückhaltung, zu Achtung, zu Respekt, zu Anstand, zu richtigem Benehmen. In jeder Religion wird sich dazu was finden – gerade auch im Islam.

Und es ist ein kleineres Übel, zu Hause einen Patriarchen zu haben, als gar keinen Vater, der einem auf die Finger haut, wenn man nach fremden Brieftaschen oder Hintern greift.

Und für die Nacht des 31.12.2016 schlage ich vor, dass sich die „Islamexperten“, kritischen Kolumnisten, hysterischen Wahlkämpfer, überzeugten Muslimhasser, rassistischen Titelseitengrafiker, und alle anderen, die überzeugt sind, Grund allen Übels sei die islamische Religion oder Kultur, auf dem Bahnhofsvorplatz in Köln versammeln. Sie müssen dann aber ihre Schlägertruppen mitbringen, die als selbsternannte Beschützer der westlichen Werte und Keuschheit gegenwärtig auf Ausländerjagd gehen. Und die sich gerade durch die mediale Hetze gegen Muslime gerechtfertigt sehen.

Von der Domplatte her strömen dann die Nordafrikaner, Araber, solche, die nur so aussehen und alle anderen Menschen hinzu, die in 2016 aufgrund dieser kollektiven Diffamierung zum Ziel von Anfeindung, Diskriminierung, körperlichen Angriffen, Brandanschlägen oder schlimmeren Taten geworden sind.

Zusammen können sie sich dann wechselseitig die Meinung sagen und gute Vorsätze für das neue Jahr fassen. Keine Sorge, genug Polizei ist dann bestimmt vor Ort. MiG 13

 

 

 

 

Minister Schmeltzer: Mehr Vielfalt in den NRW-Ministerien

 

Anteil der Migrantinnen und Migranten steigt auf 13,4 Prozent

Der Anteil der Beschäftigten mit Migrationshintergrund in den nordrhein-westfälischen Landesministerien ist auf 13,4 Prozent gestiegen, im Jahr 2011 waren es noch 12,1 Prozent. Dies hat die zweite Befragung im Rahmen der Landesinitiative „Mehr Migrantinnen und Migranten in den Öffentlichen Dienst – Interkulturelle Öffnung der Landesverwaltung“ ergeben.

 

„Wir freuen uns sehr darüber, dass Vielfalt in unseren Ministerien immer selbstverständlicher wird“, sagte Integrationsminister Rainer Schmeltzer zur Vorstellung der neuen Zahlen. „Denn eine öffentliche Verwaltung, in der Menschen unterschiedlichster Herkunft arbeiten, kann sehr viel professioneller und effektiver mit den Anliegen der Bürgerinnen und Bürger umgehen. Gleichzeitig verstärkt dies bei der Bevölkerung mit Migrationshintergrund auch das Vertrauen zu staatlichen Institutionen.“

 

Mit einem Migrantenanteil von 13,4 Prozent liegen die NRW-Ministerien deutlich über den 8,2 Prozent der gesamten öffentlichen Verwaltung (Kommunen, Land, Bund) in Nordrhein-Westfalen. Minister Schmeltzer sieht jedoch noch keinen Anlass, sich damit zufrieden zu geben: „Fast jede und jeder Vierte in Nordrhein-Westfalen hat einen Migrationshintergrund. Dies soll sich Schritt für Schritt auch in der öffentlichen Verwaltung widerspiegeln.“

 

Dabei setze das Land auf die Landesinitiative, die mit verschiedenen Maßnahmen und Instrumenten dazu beitrage, den Anteil von Menschen mit Zuwanderungsgeschichte in der Landesverwaltung zu erhöhen. Dazu gehören zum Beispiel ein Zusatz bei allen externen Stellenausschreibungen, mit dem Menschen mit Migrationshintergrund ausdrücklich zur Bewerbung aufgefordert werden, anonymisierte Bewerbungsverfahren, die in verschiedenen Ausbildungsbereichen der Ressorts und einzelnen Geschäftsbereichen eingesetzt werden oder die Werbung bei Migrantinnen und Migranten für eine Ausbildung und Beschäftigung im Öffentlichen Dienst.

 

Auch die zweite Beschäftigtenbefragung nach 2011 stieß in den obersten Landesbehörden auf große Akzeptanz: 67 Prozent der Beschäftigten haben daran teilgenommen. Die anonyme und freiwillige Befragung wurde von IT.NRW (Landesbetrieb Information und Technik NRW) im Auftrag des Integrationsministeriums durchgeführt.

 

Grundlage war die Definition des Migrationshintergrundes aus dem Teilhabe- und Integrationsgesetz NRW. Danach sind Menschen mit Migrationshintergrund Personen, die nicht die deutsche Staatsangehörigkeit besitzen oder die seit dem 1.1.1950 nach Deutschland zugewandert sind oder bei denen mindestens ein Elternteil seit 1950 zugewandert ist. Dies umfasst Beschäftigte mit Zuwanderungsgeschichte aus Ländern der Europäischen Union ebenso wie Drittstaatsangehörige, Spätaussiedlerinnen und Spätaussiedler. Nrw 12

 

 

 

 

 

Kabinett / Flüchtlingslage. Kitas sind wichtiger Schlüssel zur Integration

 

Frühkindliche Bildung ist elementar für einen späteren Bildungserfolg in der Schule. Das gilt für Flüchtlingskinder in besonderem Maße. Bundesfamilienministerin Schwesig hat im Kabinett über

frühkindliche Bildung und Sprachförderung von Flüchtlingskindern berichtet.

 

Unter den vielen Flüchtlingen, die derzeit nach Deutschland kommen, sind auch viele Kinder. Es besteht Einigkeit, dass frühkindliche Bildung und Sprachförderung im Kindesalter elementar für einen späteren Bildungserfolg in der Schule sind. Die Potenziale der Kinder und Jugendlichen, die neu in unser Land kommen, sollten daher erkannt und gezielt gefördert werden, um eine erfolgreiche Integration in das Bildungssystem und den Arbeitsmarkt zu ermöglichen.

Dabei bringen die Kinder sehr unterschiedliche Voraussetzungen mit. Einige sind durch Kriegs- und Gewalterfahrungen sowie durch die belastenden Umstände der Flucht traumatisiert. Es gibt Kinder im Vorschulalter, die bedingt durch Krieg und Flucht noch keine Bildungseinrichtungen besuchen konnten. Die sprachliche Verständigung mit Kindern und Familien stellt zudem eine Herausforderung

dar.

Flüchtlingskinder profitieren sehr vom Besuch einer Kita

Den Kitas kommt bei der Integration der Flüchtlingskinder eine besondere Bedeutung zu. Das BMFSFJ schätzt die Zahl der unter siebenjährigen Flüchtlinge, die 2015 nach Deutschland kamen, auf etwa 130.000. Für sie ist der Besuch einer Kita der erste wichtigste Schritt zur Integration. Unter

Gleichaltrigen lernen sie sehr schnell die deutsche Sprache, knüpfen Kontakte und finden Zugang zu ihrer neuen Umgebung. Ihre Bildungschancen werden verbessert.

Aber eine Kita oder auch Tageseltern vermitteln auch Werte. Sie ermöglichen es den Müttern und Vätern der Flüchtlingskinder, Sprachkurse zu besuchen, eine Erwerbstätigkeit oder eine Ausbildung aufzunehmen. Der Sozialraum Kita ermöglicht Begegnungen von einheimischen und geflüchteten Familien

und somit den Zugang in unsere Gesellschaft.

Angebote der Bundesländer

Die Bundesländer – in deren Zuständigkeit die Bildungspolitik fällt – haben verschiedene Maßnahmen in die Wege geleitet, um die Kinder von Flüchtlingsfamilien frühzeitig zu erreichen und zu fördern.

So werden zweisprachige Personen als Sprachmittlerinnen und Sprachmittler eingesetzt. Darüber hinaus gibt es Fortbildungen für Erzieherinnen und Erzieher zum Umgang mit Flüchtlingsfamilien.

Darüber hinaus werden auch die Kapazitäten in den Kitas und die Mittel für Sprachförderung aufgestockt. Außerdem gibt es sogenannte "Brückenangebote", also Angebote, die Kinder vor dem Schuleintritt und ihren Familien den Zugang zur institutionellen Kindertagesbetreuung erleichtern (Eltern-Kind-Gruppen, mobile Angebote und Angebote in Kooperation mit Familienzentren, halboffene

Gruppen, Spielgruppen und ähnliche Angebote).

Finanzielle Unterstützung des Bundes

Der Bund unterstützt die Kommunen bei ihrer wichtigen Arbeit. Bis Ende 2015 hat der Bund 6,25 Milliarden Euro für den Ausbau von Betreuungsplätzen für unter Dreijährige zur Verfügung gestellt.

Darüber hinaus leistet er Investitionshilfen und beteiligt sich an Zuschüssen zu den Betriebskosten.

Zudem beteiligt sich der Bund auch dauerhaft und dynamisch an den gesamtstaatlichen Kosten, die in Abhängigkeit von der Zahl der Aufnahme der Asylbewerber und Flüchtlinge entstehen. Durch eine Änderung der Umsatzsteuerverteilung nach dem Finanzausgleichsgesetz entlastet der Bund die Länder von Kosten für Asylbewerber, unbegleitete Minderjährige und bei der Kinderbetreuung.

Programme des Bundes

Der Bund hat außerdem verschiedene Programme und Initiativen ins Leben gerufen, um Länder und Kommunen bei der frühkindlichen Bildung und Sprachförderung von Flüchtlingskindern zu unterstützen.

Einige Beispiele: Das Programm "Sprach-Kitas" fördert Kitas mit überdurchschnittlich hohem sprachlichem Förderbedarf. Rund 4.000 zusätzliche halbe Fachkraftstellen zur sprachlichen Bildung werden so finanziert.

 

 In Zusammenarbeit mit der Deutschen Kinder- und Jugendstiftung unterstützt der Bund Städte und Landkreise mit Beratungs- und Qualifizierungsangeboten. Das Programm "Willkommen bei Freunden" zielt auf die verbesserte Kommunikation der lokalen Stellen. "Qualität vor Ort" dient der Entwicklung einer guten Kinderbetreuungslandschaft vor Ort. Und die "Weiterbildungsinitiative

Frühpädagogische Fachkräfte" bietet Fortbildungen in Fragen interkultureller Kompetenz oder sprachlicher Bildung.

 

 Unicef und BMFSFJ wollen zudem in mindestens 100 Flüchtlingseinrichtungen unter anderem kindgerechte Räumlichkeiten einrichten und Spiel- und Lernangebote unterbreiten. Im Rahmen von "Lesestart für Flüchtlingskinder" erhalten alle Erstaufnahmeeinrichtungen ein speziell konzipiertes Lesestart-Set für Kinder im Vorschulalter. Pib 13

 

 

 

 

 

Juden uneins. Kommentierte Edition von Hitlers „Mein Kampf“ erschienen

 

Das Münchner Institut für Zeitgeschichte bezeichnet die kommentierte Neuausgabe von Hitlers „Mein Kampf“ als „politisch-moralisch notwendig“. Bei der Vorstellung der Edition reagierten die Historiker gelassen auf Medienrummel und kritische Stimmen. Von Rieke C. Harmsen

 

Seit Freitag ist die wissenschaftlich kommentierte Gesamtausgabe von Adolf Hitlers Propagandaschrift „Mein Kampf“ lieferbar. Und schon ist das Buch vergriffen. Denn gedruckt wurde der 2.000-Seiten dicke Doppelband in einer Auflage von 4.000. Nun liegen schon mehr als 15.000 Bestellungen vor. Andreas Wirsching, Direktor des Instituts für Zeitgeschichte (IfZ), wirkte am Freitag bei der Präsentation etwas überrascht ob des großen Interesses. „Wir drucken nach, doch es kann zwei Wochen dauern, bis die Bücher beim Kunden sind“, sagte er vor mehr 100 Journalisten aus aller Welt.

Wirsching bezeichnete die Edition als „politisch-moralisch notwendig“. Es sei „schlicht unverantwortlich, dieses Konvolut der Unmenschlichkeit gemeinfrei und kommentarlos vagabundieren zu lassen, ohne ihm eine kritische Referenzausgabe entgegenzustellen“. Die kritische Edition beruhe auf dem aktuellsten Stand der wissenschaftlichen Forschung. Sie enttarne die von Hitler gestreuten Falschinformationen und Lügen. Damit werde der Symbolwirkung des Buches die Grundlage entzogen.

Adolf Hitler hatte das Buch 1924 in der Festung Landsberg geschrieben, wo er nach einem Umsturzversuch inhaftiert war. „Mein Kampf“ wurde bis 1945 mehr als zwölf Millionen Mal gedruckt. Nach Ende des Zweiten Weltkriegs übertrug die US-Regierung die Urheberrechte an den Freistaat Bayern, der den Nachdruck untersagte. Ende 2015 – also 70 Jahre nach Hitlers Todesjahr – sind die Urheberrechte erloschen.

Buch habe wissenschaftlichen Charakter

Der britische Historiker Ian Kershaw betonte, es sei „höchste Zeit, dass eine wissenschaftliche Edition erscheint“. Eine Zensur in freier Gesellschaft würde nur dazu beitragen, einen Mythos zu schaffen und die Faszination des Unzugänglichen noch zu steigern. Ohnehin sei eine Verbannung sinnlos, zumal der Text im Internet stehe und das Buch antiquarisch erworben werden könne.

Projektleiter Christian Hartmann sprach von einer „Edition mit Standpunkt“. Das ändere jedoch nicht das Geringste am wissenschaftlichen Charakter des Werkes, das in drei Jahren harter Arbeit entstanden sei. Jedes Kapitel verfüge über eine Einleitung. Zudem werde der gesamte Text „Satz für Satz erklärt“, sagte Hartmann. Damit könne die Edition auch gut im Unterricht verwendet werden. Damit widersprach Hartmann der Einschätzung, dass das Werk nicht geeignet sei für Schüler. Das hatte etwa der Präsident der Bundeszentrale für politische Bildung, Thomas Krüger, erklärt.

Juden unterschiedlicher Meinung

Unterschiedliche Einschätzungen zu der Veröffentlichung haben die deutsche und die internationale Vertretung der Juden. Der Präsident des Jüdischen Weltkongresses, Ronald S. Lauder, sprach in New York mit Blick auf die kommentierte Ausgabe von „Unsinn“ und fordert, die NS-Propagandaschrift in den „Giftschrank der Geschichte“ zu verbannen. Der Präsident des Zentralrats der Juden in Deutschland, Josef Schuster, hingegen hat „nichts einzuwenden“. Er hoffe, dass die wissenschaftliche Einordnung und Erläuterung des Textes dazu beitrage, „die menschenverachtende Ideologie Hitlers insgesamt zu entlarven und Antisemitismus entgegenzuwirken“.

Bundesbildungsministerin Johanna Wanka (CDU) bezeichnete das Werk als „ganz wichtigen Beitrag für die politische Bildung“. Es sei wichtig, dass Lehrer und Schüler nun auf „dieses zentrale Buch zurückgreifen können, um das es auch viele Mythen gibt“. Die Gefahr, dass junge Leute nun vom Gedankengut Hitlers beeinflusst werden könnten, sieht Wanka nicht. Die Jugendlichen könnten nun selbstständig denken und eben nicht auf populistische Verführer hereinfallen, sagte sie in der Sendung „RTL Aktuell“. (epd/mig 11)

 

 

Eine App, die das "Ankommen" erleichtert. BAMF, BA, Goethe-Institut und BR stellen Flüchtlings-App vor

 

Bundesamt für Migration und Flüchtlinge, Goethe-Institut, Bundesagentur für Arbeit und Bayerischer Rundfunk stellen themenübergreifende App für Flüchtlinge vor

 

Welche Schritte durch das Asylverfahren muss ich beachten? Wann muss mein Kind in die Schule? Wie erhalte ich eine Arbeitserlaubnis? Was tun, wenn ich krank werde? Die Antworten auf diese und weitere, übergeordnete Fragen erhalten Flüchtlinge jetzt in der kostenlosen App "Ankommen".

 

"Ankommen" ist ein Wegbegleiter zur schnellen und umfassenden Orientierung während der ersten Wochen und auf die unmittelbaren Lebensbedürfnisse neu in Deutschland ankommender Menschen zugeschnitten. Ziel ist es, die wichtigsten Informationen zur raschen Integration der Flüchtlinge zur Verfügung zu stellen: Hinweise zu Werten und Leben in Deutschland finden sich dort ebenso wie Informationen zum Asylverfahren sowie zum Weg in Ausbildung und Arbeit. In die App ist zudem ein kostenloser, multimedialer Sprachkurs integriert, der eine alltagsnahe Unterstützung für die ersten Schritte auf Deutsch bietet.

Entwickelt wurde die bundesweit bisher einmalige Service- und Lern-App gemeinsam von Bundesamt für Migration und Flüchtlinge (BAMF), Bundesagentur für Arbeit (BA) und Goethe-Institut, in Zusammenarbeit mit dem Bayerischen Rundfunk (BR).

 

Heinrich Alt, Ex-Vorstand der BA und Projektkoordinator der App, zu "Ankommen": "Zeit ist ein wichtiger Faktor bei beruflicher wie bei gesellschaftlicher Integration. Noch existieren Wartezeiten, die aber auch genutzt und minimiert werden können. Unser bewusst niedrigschwelliges Angebot leistet einen wichtigen Beitrag, sich schnell mit allen für den Neustart in Deutschland nötigen Informationen vertraut zu machen."

 

Dr. Michael Griesbeck, Vizepräsident des BAMF, zu "Ankommen": "Mit der App können sich Asylsuchende gleich nach ihrer Ankunft in Deutschland über ihre Rechte und Pflichten im Asylverfahren informieren. Die App vermittelt auch erste Informationen über Grundwerte in Deutschland."

 

Johannes Ebert, Generalsekretär des Goethe-Instituts: "Sprache ist der Schlüssel zur gesellschaftlichen Teilhabe. Wir leisten mit dieser App und dem Sprachkurs des Goethe-Instituts einen wesentlichen Beitrag für die kritischen ersten Wochen nach Ankunft in Deutschland. In diesen ersten Wochen werden Weichen gestellt, die das Leben der Flüchtlinge dauerhaft bestimmen."

 

Ulrich Wilhelm, Intendant des Bayrischen Rundfunks: "Als praktischer Wegbegleiter in der Hosentasche soll die App den Flüchtlingen beim `Ankommen` helfen, mit Sprach-, Kultur und Wertevermittlung sowie praktischen Tipps für den Alltag. Dieses deutschlandweit bislang einmalige Projekt wurde innerhalb weniger Wochen realisiert und ist darauf angewiesen, dass die Vertreter aller staatlichen und kommunalen Behörden und der Hilfsorganisationen es vor Ort einsetzen. Das Angebot soll kontinuierlich weiterentwickelt werden und ist offen für zusätzliche Partnerschaften und Inhalte."

 

Das BAMF übernimmt die Gesamtverantwortung für die App und hat gemeinsam mit der BA sowie dem Goethe-Institut die Inhalte bereitgestellt. Der BR hat die technische Entwicklung der App realisiert und berät die Partner in redaktionell-didaktischer Hinsicht.

 

"Ankommen" steht in den Sprachen Arabisch, Englisch, Farsi, Französisch und Deutsch zur Verfügung und ist nach dem Download auch ohne Internetzugang nutzbar. Die App ist zunächst verfügbar für Smartphones mit dem Betriebssystem Android und - nach Freigabe im App Store - auch auf iOS. Download über die jeweiligen App-Stores. Weitere Information: https://www.ankommenapp.de.

Bamf

 

 

 

 

Diskussion um Bluthochdruck-Therapie entfacht. Welcher Zielwert ist gesünder?

Gütersloh/Oxford - Schon wieder Neues vom Bluthochdruck: Mehr als 600.000 Patientendaten flossen in eine Studienanalyse, deren Ergebnisse kurz vor Weihnachten veröffentlicht wurden. Immer wahrscheinlicher wird nun, dass künftig deutlich mehr Patienten gegen Bluthochdruck behandelt werden.

27 Prozent weniger Schlaganfälle, 13 Prozent weniger Sterbefälle - das ist das Ergebnis, wenn Bluthochdruck-Patienten ihren Blutdruck dauerhaft um 10 mmHg senken. Zu diesem Schluss kommt Professor Kazem Rahimi vom George Institute of Global Health in Oxford (England), der mit seinem Team 123 Studien auswertete. Überraschend an seiner Analyse ist vor allem dies: der Effekt scheint relativ unabhängig vom Ausgangswert zu sein.

Bislang gehen Ärzte davon aus, dass eine zu starke Blutdrucksenkung ihren Patienten eher schadet als nützt. Dieser Effekt lässt sich auch grafisch darstellen, Fachleute sprechen von einer so genannten "J"-Kurve. Das bedeutet, bei zu stark gesenktem Blutdruck steigt das kardiovaskuläre Risiko wieder leicht an. Deshalb liegt der Zielwert für den systolischen (oberen) Wert in der Behandlung von Bluthochdruck-Patienten bei maximal 140 mmHg.

Doch bereits im vergangenen September sorgte die US-amerikanische SPRINT-Studie für Aufsehen in der Fachwelt. Sie verglich zwei Patientengruppen miteinander und kam zu dem Ergebnis, dass eine Senkung des oberen Werts auf unter 120 mmHg dazu führt, dass etwa ein Viertel weniger Bluthochdruck-Patienten an Schlaganfall oder Herzinfarkt versterben. Seither wird darüber diskutiert, die Behandlungsleitlinien anzupassen.

Die Ergebnisse der neuen Meta-Analyse aus England stützen die Aussagen der SPRINT-Studie. "Die potenziellen Konsequenzen sind erheblich", sagt Philipp Grätzel von Grätz. Für die Stiftung Deutsche Schlaganfall-Hilfe beobachtet der Berliner Arzt und Wissenschaftsjournalist seit Jahren die weltweite Schlaganfall-Forschung. Sollten sich die Ergebnisse weiter bestätigen, "dann gibt es gute Argumente, bei allen kardiovaskulären Risikopatienten unabhängig vom Blutdruck blutdrucksenkende Medikamente zu verordnen". GA 11

 

 

 

 

Nach Köln. Kritik an Titelseiten von „Focus“ und „Süddeutscher Zeitung“

 

Mit der Berichterstattung über die Übergriffe in Köln haben sich das Nachrichtenmagazin „Focus“ und die „Süddeutsche Zeitung“ Beschwerden beim Pressereit eingehandelt. Während SZ sich für die Titelseite entschuldigte, blieb Focus stur.

 

Beim Deutschen Presserat sind bis Montag zehn Beschwerden über das Titelbild des Focus zu den Kölner Übergriffen eingegangen. Das Foto einer nackten Frau mit schwarzen Handabdrücken auf dem Körper werde als sexistisch und diskriminierend kritisiert, sagte der Geschäftsführer des Presserats, Lutz Tillmanns, dem Evangelischen Pressedienst. Die Darstellung stieß bereits am Wochenende in den sozialen Medien auf scharfe Kritik. Focus-Chefredakteur Ulrich Reitz verteidigte das Cover mit dem Titel „Frauen klagen an“.

Die Grünen-Bundesvorsitzende Simone Peters erklärte, die Darstellung erfülle in ihren Augen die Merkmale von Sexismus und Rassismus und verstoße damit gegen den Pressekodex. „Kann man nicht über sexualisierte Gewalt an Frauen berichten, ohne dabei auf frauenverachtende Weise altbekannte Vorurteile zu bedienen und durch eine rassistische Darstellung Rechtspopulismus und rechte Hetze zu verstärken?“, sagte Peters, die nach eigenen Angaben am Samstag Beschwerde beim Presserat einreichte.

Reitz erklärte bereits am Freitag auf Twitter, die Focus-Redaktion habe sich dazu entschieden, symbolisch darzustellen, was in Köln geschah. „Deshalb zeigen wir, stellvertretend für die vielen weiblichen Opfer, eine zum Sex-Objekt degradierte und entwürdigte Frau – die aber dennoch entschlossen ist, sich zu wehren“, schrieb der Chefredakteur. Am Samstag sagte er dem Tagesspiegel, wer behaupte, das Cover sei sexistisch und rassistisch, habe „Angst vor der Wahrheit“.

Kritik auch an SZ

Auch die „Süddeutsche Zeitung“ wurde für eine Illustration zu den sexuellen Übergriffen auf Frauen in Köln in der Silvesternacht kritisiert. Darauf war in der Wochenendausgabe eine schwarze Hand zu sehen, die einer weißen Frau in den Schritt greift. Chefredakteur Wolfgang Krach schrieb am Sonntag auf Facebook, die Illustration habe bei vielen Lesern Unverständnis und Wut hervorgerufen und sei als sexistisch und rassistisch kritisiert worden. Er distanzierte sich von der Darstellung und schrieb, diese bediene „stereotype Bilder vom ’schwarzen Mann‘, der einen ‚weißen Frauenkörper‘ bedrängt.“ Die Redaktion bedauere, „wenn wir durch die Illustration die Gefühle von Leserinnen und Lesern verletzt haben, und entschuldigen uns dafür“, erklärte Krach.

Gegen die Darstellung auf der Titelseite der Süddeutschen Zeitung ging beim Presserat bis Montag eine Beschwerde ein, wie Tillmanns sagte. Über die Frage, ob sich der Beschwerdeausschuss des Gremiums mit den beiden Fällen befassen werde, solle in Kürze entschieden werden. (epd/mig 12)

 

 

 

Umfrage: Was deutsche Verbraucher von digitaler Vernetzung halten (MIT GRAFIK)

 

Wiesbaden – Die digitale Vernetzung hat das tägliche Leben verbessert – so die Mehrheitsmeinung der deutschen Verbraucher. Den größten Nutzen sehen die Bundesbürger aktuell beim Online-Shopping (79 Prozent), Internetbanking (79 Prozent) sowie den Telekommunikationsdiensten (74 Prozent). In der Digitalisierung des Auto- und Straßenverkehrs erwarten viele Deutsche den nächsten Fortschritt (42 Prozent). Für  Wirtschaftsunternehmen sind die in der Datenwolke (Cloud) gespeicherten Kundendaten der Schlüssel, ihre Angebote möglichst passgenau zu gestalten. Die Akzeptanz einer solchen Datenverarbeitung durch die Kunden ist Dreh- und Angelpunkt für den Erfolg. Das zeigt die CSC-Umfrage (NYSE:CSC) „Digitalisierung & Verbraucher“. Dafür wurden im Auftrag von CSC 1.500 Verbraucher in Deutschland (1.000), Österreich (250) und der Schweiz (250) durch den Paneldienstleister Toluna befragt.

Je nachdem in welcher Branche persönliche Daten ausgewertet werden, sind die Verbraucher ganz unterschiedlich sensibel. So stimmen beispielsweise beim Online-Shopping 61 Prozent der Auswertung persönlicher Daten zu, um anschließend beim Angebot zu profitieren. Das sind mehr als doppelt so viele wie die Anzahl der ablehnenden Stimmen (29 Prozent). Deutlich anders gewichten die Verbraucher dagegen eine Datenauswertung im Gesundheitswesen. Hier stehen Pro und Contra eng zusammen (48 Prozent vs. 40 Prozent.) Das gilt auch für die Versicherungsbranche - 49 Prozent stimmen der Verarbeitung zu - 40 Prozent lehnen ab.

Selbst wenn im Vergleich zu anderen Branchen beim Online-Shopping das Vertrauen in die Datensicherheit der Unternehmen bereits sehr groß ist, bleibt Cybersecurity ein fortlaufend zu entwickelnder Prozess. So befürwortet beispielsweise jeder zweite Kunde für die Zukunft einen Service, der auf dem Smartphone anzeigt, wenn es Schwachstellen mit der Sicherheit persönlicher Daten gibt und diese Lücke automatisch schließt.

„Datensicherheit ist oberstes Gebot, um mit der Digitalisierungs-Strategie in der Cloud erfolgreich zu sein“, sagt Claus Schünemann, Vorsitzender der Geschäftsführung von CSC in Deutschland. „Der sicherste Weg in die Cloud führt über einen schrittweisen Prozess. Zunächst sollte über die sensiblen Anwendungsdaten entschieden werden. Dabei gilt es, die Sicherheitsmaßnahmen und -prozesse (Security-Governance) vorab festzulegen und dann automatisiert und agil auszuführen – ganz gleich welche und wie viele Clouds oder auch eigene virtualisierte Systeme aktuell einzubinden sind. Das Tempo, mit dem die Reise in die Cloud angetreten wird, darf an diesem methodischen Ablauf nichts ändern.“ Dip 12

 

 

 

 

 

 

Frauenrechte in Konflikten – wichtiger denn je!

 

Anlässlich 15 Jahren UN-Resolution 1325 erklären die Sprecherin der Projektgruppe „Frieden und Sicherheit“ der ASF (Arbeitsgemeinschaft Sozialdemokratischer Frauen), Cornelia Östreich, und die Bundesvorsitzende der ASF, Elke Ferner:

 

„Ende 2000 wurde im UN-Sicherheitsrat einstimmig eine Resolution verabschiedet, infolge der Frauen gleichberechtigt an der Beilegung und Prävention bewaffneter Konflikte beteiligt werden sollten. Auch sollten ihre Rechte in solchen Konflikten besser geschützt werden – Stichwort ‚Vergewaltigung als Kriegswaffe‘, aber auch Verschleppung, Vertreibung, besondere Repressalien und Härten gegen Familien.

 

Seit vor 15 Jahren solche Rechte und Ansprüche erstmals international auch gegenüber Konfliktparteien verankert worden sind, ist einiges geschehen. Viele Länder, darunter die Bundesrepublik Deutschland, haben einen ‚Nationalen Aktionsplan‘ aufgelegt, um die Ziele der Resolution umzusetzen. Dabei kann sich die Bilanz hierzulande sehen lassen: Laut Berichten des Bundesaußenministeriums arbeiten in vielen internationalen Schlüsselbereichen bereits mehrheitlich Frauen, und es wird überall auf Gender-Aspekte geachtet. Auf höheren Positionen und speziell beim Militär sieht es freilich anders aus: Bei Quoten von 10 bis 15% kann nicht von der ‚gleichberechtigten Beteiligung‘ gesprochen werden, welche die UN-Resolution einfordert.

 

Dabei zeigt die Weltlage genau wie jüngste Vorfälle: Die Eindämmung von Gewalt und Krieg und der Respekt vor Frauen, sowie ihre Mitsprache in allen Lebensbereichen, ist wichtiger denn je! Auf Initiative der ASF wurde auf dem SPD-Bundesparteitag im Dezember beschlossen, die Situation von Frauen in Flüchtlingsunterkünften besonders zu berücksichtigen und sie an allen Fördermöglichkeiten – insbesondere Sprachkursen – teilhaben zu lassen. Im Umgang mit Staaten und Organisationen, die Frauenrechte missachten, ist es nötig, die UN-Resolution mit greifbaren Sanktionen zu bewehren. Und wo die Bundesrepublik Entwicklungs- und Friedensarbeit leistet, muss konsequent auf die Beteiligung von Frauen im Sinne der Resolution geachtet werden – sonst ist auch der beste ‚Nationale Aktionsplan‘ nichts wert!

 

Der Beschluss von 2000 enthielt auch die Aufforderung, die Frauen zum ‚Wiederaufbau‘ mit heranzuziehen. Wo die Wiederherstellung von Alltagsstrukturen nach bewaffneten Konflikten gemeint ist, hätte es dieser Aufforderung nicht bedurft. Es geht aber um viel mehr: politische Mitsprache und Schutz von Frauenrechten von Anfang an – sonst droht, wie derzeit vielerorts zu sehen, die nächste Gewalteskalation.“ Spd 14

 

 

 

 

DIW-Managerinnen-Barometer 2016: Frauenanteile in Spitzengremien großer Unternehmen steigen kaum

 

Studie des Deutschen Instituts für Wirtschaftsforschung unter Mitwirkung von Dr. Anja Kirsch von der Freien Universität Berlin

 

Eine ausgewogene Repräsentation von Frauen und Männern in den Spitzengremien der deutschen Wirtschaft bleibt einer Studie des Deutschen Instituts für Wirtschaftsforschung (DIW Berlin) zufolge in weiter Ferne: In den Vorständen der 200 umsatzstärksten Unternehmen lag der Frauenanteil Ende des Jahres 2015 bei gut sechs Prozent - ein Anstieg von weniger als einem Prozentpunkt gegenüber dem Vorjahr. Die Aufsichtsräte waren zwar zu immerhin fast 20 Prozent mit Frauen besetzt, allerdings hat sich die Dynamik gegenüber den Vorjahren sogar abgeschwächt, wie aus dem neuesten Managerinnen-Barometer weiter hervorgeht, das im aktuellen DIW Wochenbericht erschienen ist. "Die Entwicklung gleicht einem Ritt auf der Schnecke", sagt Privatdozentin Dr. Elke Holst, Forschungsdirektorin für Gender Studies im DIW Berlin. "Wenn das Tempo, mit dem die Frauenanteile steigen, weiterhin derart gering bleibt, wird es noch sehr lange dauern, bis eine gleichberechtigte Teilhabe von Frauen und Männern erreicht ist." An der Studie beteiligt war Dr. Anja Kirsch, wissenschaftliche Mitarbeiterin der Professur für Personalpolitik der Freien Universität Berlin. Ausgewertet wurden die Daten von mehr als 500 Unternehmen.

Ginge es so weiter wie in den vergangenen zehn Jahren, würde es in den Top-200-Unternehmen den DIW-Berechnungen zufolge noch 86 Jahre dauern, bis genauso viele Frauen wie Männer im Vorstand sitzen, führt Elke Holst weiter aus. In den Aufsichtsräten wäre das immerhin in 25 Jahren geschafft. "Die Frauenanteile verharren also vor allem in den Vorständen noch immer auf einem extrem niedrigen Niveau", sagt Anja Kirsch, wissenschaftliche Mitarbeiterin der Professur für Personalpolitik der Freien Universität Berlin.

Allerdings können den Autorinnen zufolge nicht alle Unternehmen über einen Kamm geschoren werden, denn einige sind deutlich ambitionierter als andere. In allen untersuchten Unternehmensgruppen (neben den umsatzstärksten 200 Unternehmen außerhalb des Finanzsektors untersucht das DIW Berlin auch die DAX-30-, MDAX-, SDAX- und TecDAX-Unternehmen sowie solche mit Bundesbeteiligung) hat ein nicht unerheblicher Teil bereits 30 Prozent Frauen oder mehr im Aufsichtsrat. Am besten sieht es diesbezüglich in den Gruppen der DAX-30-Unternehmen sowie der Unternehmen mit Bundesbeteiligung aus, in denen jeweils fast die Hälfte der Unternehmen diese Schwelle bereits heute erreicht. Von jenen gut 100 Unternehmen, die tatsächlich ab diesem Jahr die Frauenquote in Höhe von 30 Prozent bei Neubesetzungen ihres Aufsichtsrats berücksichtigen müssen, erfüllen jedoch erst knapp 28 Prozent die Vorgaben. Andere haben noch einen langen Weg vor sich.

Im Finanzsektor, in dem das DIW Berlin die 100 größten Banken und 59 größten Versicherungen untersucht hat, war der Anstieg der Frauenanteile im vergangenen Jahr gering: In den Vorständen stieg er um jeweils weniger als einen Prozentpunkt auf knapp acht Prozent bei den Banken und gut neun Prozent bei den Versicherungen. In den Aufsichtsräten war die Dynamik etwas stärker, allerdings waren Frauen auch dort mit gut 21 beziehungsweise 19 Prozent weiterhin stark unterrepräsentiert - und das, obwohl sie im Finanzsektor insgesamt die Mehrheit der Beschäftigten stellen. Besonders gering war der Frauenanteil in den Kontrollgremien der Genossenschaftsbanken, obwohl diese ein partizipatives Geschäftsmodell verfolgen. "Die geringen Aufstiegschancen wirken sich auch auf den Verdienstunterschied zwischen Frauen und Männern aus", erklärt Kirsch: "Der sogenannte Gender Pay Gap ist im Finanzsektor im Vergleich zu allen anderen Branchen am größten."

Der Handlungsbedarf bleibt aus Sicht von Holst und Kirsch unverändert hoch - denn die Quotenregelung allein könne es nicht richten. Zwar verpflichtet das Gesetz insgesamt ungefähr 3.500 Unternehmen, sich Zielgrößen für einen höheren Frauenanteil in Aufsichtsräten, Vorständen und den obersten Managementebenen zu setzen. "Ohne wirkliche Sanktionen bei Nichterfüllung der Zielgrößen könnte sich das Gesetz jedoch als ein zahnloser Tiger herausstellen", so Holst. Deshalb sollte die Politik durch flankierende Maßnahmen, etwa in der Steuer- und Familienpolitik, versuchen, die Karrierechancen von Frauen zu verbessern. Ein Ansatzpunkt könne das Ehegattensplitting sein. Es biete Frauen falsche Anreize für die Erwerbsbeteiligung und zementiere somit die tradierte Aufgabenteilung zwischen Mann und Frau, so die Autorinnen.

DIW Managerinnen-Barometer

Das DIW Managerinnen-Barometer beobachtet die Trends bei der Besetzung von Spitzenpositionen in großen deutschen Unternehmen durch Männer und Frauen. Seit 2006 wird dazu einmal jährlich die Zahl der Frauen in den Vorständen und Aufsichtsräten der 200 größten deutschen Unternehmen ausgewertet. Später kamen die DAX-30-, M-DAX-, S-DAX- und TecDAX-Unternehmen sowie die Beteiligungsunternehmen des Bundes hinzu. Zusätzlich wird die Entwicklung im Finanzsektor erfasst, also bei den größten 100 Banken und Sparkassen sowie rund 60 Versicherungen. Zusätzlich hat das DIW Berlin für das vergangene Jahr erstmals separat die Gruppe jener gut 100 Unternehmen ausgewertet, die ab 2016 unter die verbindliche Geschlechterquote fallen und somit bei Neubesetzungen ihres Aufsichtsrats Frauen zu 30 Prozent berücksichtigen müssen. Diw 14

 

 

 

 

 

Forsa-Umfrage 2016: Jeder Dritte liebäugelt mit Jobwechsel

 

* Repräsentative forsa-Studie: Insgesamt hohe Jobzufriedenheit der Fach- und Führungskräfte in Deutschland

* Gleichzeitig kann sich ein Drittel der Befragten Jobwechsel vorstellen

* Positive Arbeitsatmosphäre und Vorgesetztenverhalten wichtiger als das Gehalt

* Jeder dritte Befragte ist nicht bereit, für Karriere umzuziehen

 

Hamburg – Im Auftrag von XING hat das Meinungsforschungsinstitut forsa 1.010 erwerbstätige Fach- und Führungskräfte in Deutschland zu ihrer beruflichen Situation befragt. Insgesamt hohe Jobzufriedenheit der Fach- und Führungskräfte in Deutschland, gleichzeitig kann sich ein Drittel Jobwechsel vorstellen

 

Die Ergebnisse der repräsentativen Studie aus dem Jahr 2016 dürfte deutsche Arbeitgeber gleichzeitig beruhigen und aufschrecken: Denn obwohl 83 Prozent der Erwerbstätigen mit ihrer derzeitigen beruflichen Tätigkeit zufrieden sind, könnte sich jeder Dritte (35 Prozent) in diesem Jahr vorstellen, den Job zu wechseln. Darunter sind sechs Prozent, die einen Wechsel sogar konkret geplant haben. Besonders wechselwillig zeigen sich die Norddeutschen: Hier liebäugelt fast jeder Zweite (45 Prozent) mit einem neuen Arbeitgeber. Treuer hingegen sind die Erwerbstätigen aus den neuen Bundesländern – nur jeder Vierte (25 Prozent) könnte sich einen Wechsel vorstellen.

Positive Arbeitsatmosphäre und Vorgesetztenverhalten wichtiger als das Gehalt

Erwerbstätige in Deutschland sind sich weitgehend einig, dass eine positive Arbeitsatmosphäre sowie das Vorgesetztenverhalten bei einem Jobwechsel am wichtigsten sind (die Zustimmungsquote liegt bei 98 bzw. 96 Prozent). Mit etwas Abstand folgt der Faktor Gehalt (88 Prozent). Mehr als vier von fünf Erwerbstätigen (81 Prozent) legen besonders viel Wert auf die Vereinbarkeit von Job und Familie, während 70 Prozent sagen, dass ihnen eine sinnvolle, zum Gemeinwohl beitragende Tätigkeit wichtig bzw. sehr wichtig ist. Gute Aufstiegschancen sind für 60 Prozent der Befragten ausschlaggebend bei der Wahl eines Arbeitgebers.

Bei der Wahl der wichtigsten Jobkriterien zeigen sich nur geringfügige Abweichungen in den verschiedenen Regionen Deutschlands. Deutlichere Meinungs-Unterschiede finden sich allerdings zwischen Mann und Frau: Während unter den Männern 79 Prozent viel Wert auf die Vereinbarkeit von Job und Familie legen, sind es unter den Frauen sogar 86 Prozent; dass der Arbeitgeber Home Office und flexible Arbeitszeiten ermöglicht, ist den Frauen fast so wichtig wie die Höhe des Gehalts (87 Prozent). Ebenso prägnant ist der Wunsch vieler Frauen, eine sinnvolle Tätigkeit mit Beitrag zum Gemeinwohl zu haben: Mehr als drei Viertel (77 Prozent) finden dies relevant bei der Jobsuche, bei den Männer trifft dies nur auf zwei Drittel (66 Prozent) zu.

Die Vereinbarkeit von Job und Familie spielt gerade für junge Erwerbstätige eine zentrale Rolle in der Jobauswahl: Rund neun von zehn (89 Prozent) Befragten bis 39 Jahre ist dies wichtig bzw. sehr wichtig, in der Altersgruppe 40-49 Jahre sind es 84 Prozent und bei Erwerbstätigen ab 50 Jahren nur noch sieben von zehn (70 Prozent).

Für 85 Prozent aller Befragten sind flexible Arbeitszeiten ein besonders wichtiges Kriterium für eine gute Work-Life-Balance. Auch eine hohe Akzeptanz von Elternzeit für Männer im Unternehmen steht für die Mehrheit (55 Prozent) oben auf der Prioritätenliste. Allerdings zeigt sich hier eine deutliche Diskrepanz zwischen den Geschlechtern. Während fast zwei Drittel (62 Prozent) der Frauen diesem Kriterium eine hohe Bedeutung beimessen, tun dies nur 51 Prozent der Männer selbst. Ein ähnlicher Unterschied zwischen den Geschlechtern zeigt sich auch beim Thema Teilzeitarbeit. So legen im Job mehr als sieben von zehn weiblichen Fach- und Führungskräften (72 Prozent) viel Wert auf die Möglichkeit zur Teilzeitarbeit, bei ihren männlichen Kollegen sind es hingegen nur vier von zehn (41 Prozent).

 

Jeder dritte Befragte ist nicht bereit, für Karriere umzuziehen

Dass berufliches Vorankommen keineswegs über allem steht, beweisen die Ergebnisse der forsa-Studie: Zugunsten der eigenen Karriere auf das gewohnte soziale Umfeld zu verzichten, kommt für die Mehrheit der Erwerbstätigen (57 Prozent) nicht in Frage. Immerhin jeder Zweite (50 Prozent) lehnt es ab, für die Karriere eine Fernbeziehung in Kauf zu nehmen. Das Blatt wendet sich leicht, sobald es um die eigene Person geht: So würden allein der Karriere wegen vier von zehn (41 Prozent) nicht die private Zeit opfern wollen. Ein Drittel (33 Prozent) würde einen Umzug nicht in Betracht ziehen, 28 Prozent nicht auf Hobbies verzichten wollen. Jeder Vierte (25 Prozent) schließt kategorisch eine Zeit im Ausland aus.

Besonders heimatverbunden sind Erwerbstätige aus den neuen Bundesländern: Während sich nur etwas weniger als jeder dritte Befragte aus den alten Bundesländern (32 Prozent) gegen einen Umzug innerhalb von Deutschland sträubt, können sich 42 Prozent der befragten Fach- und Führungskräfte nicht vorstellen, Ostdeutschland wegen eines Jobs zu verlassen. Die repräsentative Studie stammt aus dem Januar dieses Jahres. Durchgeführt wurde sie im Auftrag von XING vom Marktforschungsinstitut forsa. Befragt wurden 1.010 erwerbstätige Fach- und Führungskräfte. Zum Jahresauftakt hat XING eine neue TV-Kampagne gestartet, die zeigt, wie das berufliche Online-Netzwerk Menschen dabei unterstützt, Leben und Arbeit miteinander in Einklang zu bringen. Die Kampagne umfasst vier Spots und läuft bis zum 3. Februar 2016 auf allen großen Privatsendern sowie ausgewählten Spartenkanälen. Dip 14

 

 

 

 

Sprachen und Biographien der Flucht: Vom multilingualen Nahen Osten zum deutschsprachigen Bildungssystem

 

Öffentlicher Vortrag der Soziolinguistin Prof. Dr. Katharina Brizic am 21. Januar 2016 an der Freien Universität

 

"Sprachen und Biographien der Flucht - Vom multilingualen Nahen Osten zum deutschsprachigen Bildungssystem" ist der Titel eines Gastvortrags der Soziolinguistin Prof. Dr. Katharina Brizic von der Universität Freiburg am 21. Februar 2016 an der Freien Universität. Der Vortrag zeigt Zusammenhänge zwischen Sprachkenntnissen und schulischem Bildungserfolg auf. Dabei stehen Geflüchtete mit mehreren Sprachen in den deutschsprachigen Bildungssystemen im Fokus. Der Vortrag ist öffentlich, der Eintritt frei.

Katharina Brizic ist seit 2015 Inhaberin der Professur für Mehrsprachigkeitsforschung an der Albert-Ludwigs-Universität Freiburg. Ihre Forschungsschwerpunkte sind soziale Ungleichheit, Migration und Flucht, Bildungserfolg, Mehrsprachigkeit und Sozialer Zusammenhalt. Sie war an der Universität Graz und der Universität Wien sowie der Universität Duisburg-Essen, der Universität Klagenfurt und der Universität Dortmund tätig. Darüber hinaus führte sie im Rahmen eines Forschungsstipendiums an der US-amerikanischen University of California eine Studie zum Zusammenhang von Mehrsprachigkeit und schulischem Erfolg durch. Ihre wissenschaftlichen Arbeiten widmen sich schulischen Spracherwerbsprozessen vor dem Hintergrund migrationsbiografischer Erfahrungen und deren Auswirkungen auf die Wahrnehmung und Bewertung von Bildungserfolg in Institutionen. Katharina Brizic ist selbst vielsprachig und Mitglied zahlreicher Organisationen, die sich der Untersuchung und Förderung von Mehrsprachigkeit widmen.

Der Vortrag ist Teil einer gemeinsamen Initiative der Arbeitsbereiche Deutsch als Zweitsprache/Sprachbildung und Deutsch als Fremdsprache der Freien Universität Berlin, mit der vor dem Hintergrund der aktuell drängenden Fragen zur Unterstützung von Geflüchteten im Erwerb der deutschen Sprache wissenschaftliche Ansätze einem breiteren Publikum vorgestellt werden. FUB 14