WEBGIORNALE  11-17   GENNAIO   2016

 

Inhaltsverzeichnis

1.       La grande fuga dei giovani all'estero non si ferma: +34% in due anni 1

2.       Italia, Germania: lo spread demografico-migratorio a 60 anni dagli accordi del  1955  1

3.       Svezia, Danimarca e Germania sfidano l’Europa: “Regole comuni sui migranti o facciamo da soli”  2

4.       Migranti, Germania: "Controlli frontiere esterne non funzionano". Riunione d'urgenza Ue con Svezia, Danimarca e Germania  3

5.       Il commento. Proteggiamo i confini senza distruggere gli ideali 3

6.       Conti pubblici. Bruxelles rimanda l'Italia a primavera  3

7.       Diritti e doveri. Integrare senza sensi di colpa  4

8.       Missione Ue a Berlino e Ankara sull’immigrazione  4

9.       Sul corpo delle donne no pasaran  5

10.   Il dibattito. Colonia, la fragile libertà delle donne  5

11.   Nuove denuncie in Germania: donne molestate da 500 uomini in una discoteca  6

12.   L'Europa è a pezzi e l'Italia è tagliata a fettuccine  6

13.   Buon 2016  7

14.   Garavini (PD): Il 2016 si apre sotto i migliori auspici anche per gli italiani nel mondo. Bilancio di un anno di lavoro  7

15.   Impronte ai profughi anche per salvare Schengen  8

16.   Merkel “personaggio dell’anno” per Time. Ma l’intera Germania ha aperto le porte ai rifugiati 8

17.   “Brava Merkel, sui migranti ha ascoltato i critici senza tradire la sua linea”  8

18.   Germania: mai così tanti occupati dalla riunificazione  9

19.   Ai lettori 9

20.   Intervista al Console Generale di Monaco di Baviera Renato Cinfarani 9

21.   I recenti temi di Radio Colonia  10

22.   Appuntamenti culturali, sociali e politici a Monaco di Baviera e dintorni 10

23.   Artisti italiani in Germania  11

24.   Il Console generale d'Italia Renato Cianfarani con i corrispondenti consolari della Baviera  11

25.   Apprendistato in Germania. Il bando per i giovani di Lecce  11

26.   Assistenza ai detenuti italiani nella circoscrizione consolare di Francoforte  11

27.   Nordreno-Vestfalia, Forum Accademico Italiano. Un nuovo nome per più ampi orizzonti 12

28.   I rifugiati hanno rialzato il mercato dell’edilizia in Germania  12

29.   Un'osteria emiliana a Berlino tra i 10 migliori ristoranti italiani all’estero  13

30.   L’Italia alla 34a edizione della fiera IPM 2016 ad Essen (26-29 gennaio 2016) 13

31.   La Germania legalizza la polizia islamica?  13

32.   Francoforte. Festa dell’Europaliste il 23 gennaio 2016 presso il centro di incontro Pro Seniore  13

33.   Berlino.  La sociologa Edith Pichler: a 60 anni dagli accordi italo tedeschi 14

34.   Intervista a Mario Ferrera, ristoratore eccellente a Berlino  14

35.   “Italia coraggio!” I banchetti in Germania del Partito democratico  14

36.   Eitorf. Giovanni Vetere, da operaio presso Bonn ad artista  14

37.   Migranti, Juncker: "Schengen deve essere salvato, basta controlli frontiere"  15

38.   Il nostro messaggio  15

39.   Due errori strategici. Il fronte estero del premier 15

40.   Medio Oriente. La geopolitica saudita dietro il caso Al Nimr 16

41.   Merkel e Ue nel mirino, Renzi usa la strategia del “bersaglio grosso”  16

42.   Accadde domani. Usa, cercasi asso, forse sarà donna  16

43.   Repubblica dimenticata  17

44.   Clandestinità, depenalizzazione del reato: è scontro. Alfano: "Meglio non abrogare"  17

45.   Capodanno, l'allerta terrorismo a Monaco e la gestione social della crisi 18

46.   Paolo Gentiloni: “Asilo europeo per salvare Schengen”  18

47.   Fatti nostri 19

48.   M5S, sale il pressing del direttorio sul sindaco di Quarto per le dimissioni 19

49.   Riforme, a ottobre la parola ai cittadini 19

50.   Italiani all'estero: +34,3%. La metà ha meno di 40 anni 19

51.   Alleanze e diritti, è lite tra i centrist e la sinistra dem   19

52.   Il panorama economico  20

53.   Colonia, a Capodanno un migliaio di uomini aggredisce decine di donne  20

54.   45mila gli under 40 che nel 2014 hanno lasciato l’Italia e trasferito la propria residenza all’estero  20

55.   Ondata di aggressioni sessuali a Capodanno, summit emergenza a Colonia  20

56.   Colonia, identificati tre sospetti. Polemiche per i suggerimenti della sindaca  21

57.   Colonia, 31 identificati per le violenze di Capodanno: tra loro 18 profughi. 21

58.   A Colonia cortei contrapposti dopo le molestie. Merkel: “Niente asilo a chi commette reati”  21

59.   L’anno profetico  22

60.   Unioni civili, Alfano cerca uno spazio politico. Il caso M5S Quarto  22

61.   Volkswagen nei guai per lo scandalo emissioni: ora gli Usa fanno causa  22

62.   A Roma il seminario di approfondimento “L'Europa tra accoglienza e rimpatrio”  22

63.   Il Mein Kampf di Hitler torna in libreria in Germania dopo 70 anni 22

64.   Olimpiadi di Italiano: iscrizioni fino al 12 gennaio  23

 

 

1.       Eine Million Flüchtlinge kamen 2015 nach Deutschland  23

2.       Europäische Union. Niederlande übernehmen Ratspräsidentschaft 23

3.       Europäischer Rat. Migration bleibt in Europa wichtigstes Thema  23

4.       Schweden startet Ausweiskontrollen an Grenze zu Dänemark  24

5.       Wort des Jahres 2015. Flüchtlinge  24

6.       Debatte um Flüchtlings-Obergrenze ist eine „Nebelkerze“  24

7.       Diskriminierung in der Einwanderungsgesellschaft 25

8.       Das Klimaabkommen von Paris. Flop? – Nein, Plopp! 25

9.       Regionalwahlen in Frankreich. „Die Sozialisten sind der moralische Sieger“  25

10.   Recht gegen Angst 26

11.   Flüchtlingspolitik im Kabinett. Schutz für unbegleitete Minderjährige  26

12.   Flucht: Die ungelöste Krise  27

13.   Bei Integration von Flüchtlingen in Arbeit und Ausbildung entscheidet die Zusammenarbeit über den Erfolg  27

14.   Bericht im Kabinett. Bundeskinderschutzgesetz wirkt 27

15.   Berliner Erklärung der Grünen. Integrationsoffensive für ein weltoffenes Deutschland  28

16.   Hetze nach Silvesterübergriffen: „Keine Pauschalverurteilung“  28

17.   Hass im Netz. Unternehmen wollen Hetze im Internet konsequenter löschen  28

18.   EU-Binnenmarkt: Freifahrt für Sozialdumping  29

19.   Regierungserklärung der Kanzlerin. Merkel: Abschottung ist keine Option  29

20.   Bürger statt Bomben: Was der Friede im Orient braucht 30

21.   Tabakerzeugnisgesetz im Kabinett. Vor den Gefahren des Rauchens schützen  30

22.   NRW. Integration, Ausbildungsmarkt und Inklusion in den Fokus Schwerpunktthemen für das Jahr 2016  31

23.   Studie. Assimilationsdruck macht Jugendliche radikal 31

24.   DAAD schreibt neue Programme zur Integration von Flüchtlingen an deutschen Hochschulen aus  31

25.   Cattelan & Ferrari – Neue Kolumne im ZEITmagazin  32

26.   In IIC-Köln Neujahrskonzert mit dem Quartetto di Cremona  32

 

 

 

 

La grande fuga dei giovani all'estero non si ferma: +34% in due anni

 

Nel 2014 sono stati oltre 90mila gli italiani che hanno cambiato residenza, più della metà dei quali under 40. Le principali mete di destinazione sono state Regno Unito, Germania e Svizzera. Milano è la città da cui si parte di più, ma il fenomeno è maggiormente in crescita a Roma, Palermo e Napoli - di LUCA PAGNI

 

MILANO - L'anno nuovo parte con una sconsolante conferma: non si arresta il flusso degli italiani che decidono di andare all'estero in cerca di miglior fortuna. Una emorragia che riguarda, in particolare, i cittadini più giovani, nelle fasce di età compresa tra i 18 e i 39 anni, soprattutto tra coloro che abitano nelle grandi città rispetto alla provincia. L'ulteriore conferma arriva da un documento della Camera di Commercio di Milano e Brimnza, condotto su una eleborazione dei dati Istat.

 

Prendendo in esame i cambi di residenza, sono stati poco meno di 90mila i cittadini italiani che hanno deciso di trasferirsi oltre confine nel corso del 2014, in aumento del 12,7 per cento rispetto al 2012. Ma nel corso degli ultimi due anni, la crescita dei trasferimenti per gli under 40 è stata addirittura superiore, pari al 34,4 per cento del totale. In buona sostanza, hanno preso la via dell'estero 3,3 giovani ogni mille abitanti. A parte Londra e il Regno Unito, le mete di questa nuova ondata migratoria ricorda quella degli anni '50: subito dopo le isole britanniche, gli altri paesi di maggiore approdo finale sono Germania, Svizzera, Francia e Stati Uniti.

 

Gli under 40 partono in modo più consistente dalle grandi città: in termini assoluti e sempre riferito al 2014, la metropoli che ha perso più residenti è Milano (3,300), seguita da Roma (2.450), Napoli (1.885) e Torino (1.653). Ma rispetto agli ultimi due anni, si nota come il fenomeno stai rallentando a Milano dove il numro di trasferimenti è aumentato "solo" di 451 unità, rispetto a Roma dove l'incremento è stato più marcato (829) così come a Napoli (757) e Palermo (829).

 

In proporzione al numero degli abitanti complessivo, le province che hanno regitstao il maggior numero di cambi di residenza sono Bolzano, Imperia, Trieste, Pavia (con queste ultime due città che potrebero pagare il fatto di essere centri universitari). Foggia, Caserta e Taranto, le province che hanno registrato un valoro più basso sempre rispetto al numero degli abitanti complessivo.

 

Si tratta di un fenomeno su cui da tenpo discutono ricercatori, sociologi ed economisti. Ma che manca del tutto dal dibattito politico. Eppure le implicazioni sono evidenti. Per esempio, incide sulla nostra spesa pubblica: perché il sistema educativo italiano spende per formare i giovani che poi porteranno il frutto delle loro capacità e competenze altrove. Secondo le stime, dal 2008 al 2014 è emigrato all'estero un gruppo di italiani la cui istruzione nel complesso è costata allo Stato 23 miliardi di euro. "Regalati" ad altre nazioni.

 

Un fenomeno che riguarda più di un ambito all'interno della categoria dei "cervelli in fuga". Un caso per tutti quello dei medici: nel 2014 si è verificato un vero boom dei medici appena alureati: Erano 396 nel 2009 ad aver preso la via oltre confine, sono diventati 2.363.

 

Il fenomeno è confermato da più di uno studio. Secondo la Fondazione Migrantes, il numero di espatri è stato addirittura superiore. Nel 2014 sono stati 101.297, con una crescita del 7,6% rispetto al 2013. Ad andarsene sono stati in prevalenza uomini, il 56%, per lo più non sposati, il 59,1%, tra i 18 e i 34 anni, il 35,8%.

Sono partiti soprattutto dal Nord Italia e per 14.270 di loro la meta preferita è stata la Germania; a seguire il Regno Unito dove si sono trasferiti in 13.425. Risultato, come abbiamo visto ribaltato per gli under 40, probabilmente facilitato dalla maggiore conoscenza della lingua inglese. LR 5

 

 

 

 

Italia, Germania: lo spread demografico-migratorio a 60 anni dagli accordi del  1955

 

Nell’ambito della discussione sulla crisi europea (e mondiale), la questione delle migrazioni viene tenuta abilmente ai margini dell’analisi e dell’approfondimento, pur avendo uno spazio consistente nella narrazione mediatica, ma si tratta di uno spazio dislocato sul crinale dei diritti umani, che in quanto diritti universali, non hanno, apparentemente, nulla a che fare con le fatidiche evoluzioni  della crisi.

Invece le dinamiche migratorie costituiscono, insieme alle crisi climatiche, la più significativa conferma empirica che le crepe del modello di sviluppo e della sua cornice istituzionale sono ormai così larghe che le tante pezze messe a rattoppo e ad argine dello sgretolamento, non fanno altro che approfondirne le linee di frattura e gli squilibri.

Sulla questione delle migrazioni internazionali dal terzo mondo, in quanto effetto diretto delle ragioni di scambio nord-sud con tutti gli annessi e connessi di sfruttamento di popoli e delle risorse dei paesi di origine dei migranti, da quelle minerarie, al land grabbing per la produzione di alimenti, fino al commercio di armi e all’azione mirata allo scatenamento di conflitti locali, in questi ultimi decenni si è già scritto e parlato a lungo.   I report dei diversi forum sociali mondiali costituiscono da questo punto di vista un resoconto puntuale dei processi in corso e delle nuove dinamiche neocoloniali che contemplano, solo in parte e solo   come estrema ratio (peraltro sempre più frequentata), la conquista e il controllo statuale dei territori coloniali.

Così che i 232 milioni di migranti che si muovono sul pianeta, di cui oltre 150 milioni di lavoratori, non sono altro che il prodotto di quanto, da tempo, il capitale nord americano ed europeo e i rispettivi governi vanno facendo ad ottimizzazione dei conflitti (o degli accordi) inter-imperialisti e di quelli nascenti tra antiche e nuove potenze che si affacciano alla storia del XXI secolo. Quasi il 50% di essi si concentra infatti in Nord-America e Europa. Mentre la maggior percentuale di lavoratori migranti rispetto al totale dei lavoratori è nei paesi arabi. (Rapporto ILO: Global Estimates on Migrant Workers – 2015)

Invece per quanto riguarda i profughi, solo la punta dell’iceberg giunge in Europa o nel Nord America; la gran parte approda in paesi limitrofi alle zone di conflitto, di crisi climatiche e alimentari; ciò che noi vediamo non è altro che un segnale, se rapportati alla loro consistenza globale. E già come segnale produce gli sconquassi sociali e culturali che conosciamo.

Rispetti agli scenari forniti dai media, ampiamente orientati a diffondere il verbo dell’accoglienza paternalistica, nel migliore dei casi, o della segregazione razziale, nel peggiore, appare tuttavia ben occultata la nuova segmentazione che il fenomeno migratorio internazionale sta assumendo anche tra i paesi cosiddetti avanzati e all’interno di aree continentali, tanto istituzionalmente omogenee, quanto, di fatto, completamente eterogenee e ancora di più disomogenee in prospettiva: tra queste aree, quella dell’UE, costituisce un esempio paradigmatico per confermare una nuova (o antica) teoria dei flussi emigratori, di ciò che li causa, di ciò che tendenzialmente possono produrre nei paesi di origine e nei paesi di arrivo; in definitiva, della conferma della divisione tra centro e periferia che si dispiega sia nella dinamica dei movimenti di capitali, come in quella dei movimenti delle persone.

Si può anzi affermare che i flussi di emigrazione seguono i movimenti di capitale e i flussi di materie prime verso le medesime vie e direzioni e che i migranti si configurano come una particolarissima merce che è al tempo stesso, materia prima e capitale umano, cioè il massimo connubio di valorizzazione che può essere concepito.

E’ materia prima, in quanto i paesi che li ricevono, nulla hanno investito nella loro crescita e educazione e neanche, a differenza di quanto fanno per le materie prime naturali, la pagano alcunché. Ciò che si limitano a fare, nel migliore dei casi, è integrarli nel tessuto economico-sociale di arrivo come persone di seconda o terza serie, spendendo una frazione irrisoria di quanto da essi ricevono in termini di contribuzione fiscale e usufruendo della loro funzione di  calmierare rivendicazioni, salari, ecc.

Come ci insegna Paolo Cinanni nelle sue rigorose analisi contenute in “Emigrazione e Imperialismo” ed “Emigrazione e Unità Operaia”, vi sono poi una serie di vantaggi accessori quali, per esempio, il contenimento dell’inflazione nei paesi di arrivo a causa della connaturata predisposizione dei migranti a trasferire parte dei loro guadagni nei paesi di origine (dove invece, al contrario, si innesca un processo inflattivo che contribuisce alla svalutazione della moneta con conseguente peggioramento delle ragioni di scambio tra paese di origine e paese di arrivo) e via dicendo, e quindi, in ultima istanza, al consolidamento della posizione dominante dei paesi di arrivo rispetto a quelli di origine, come in un classico processo del serpente che si morde la coda.

In sintesi, il processo migratorio, in termini macroeconomici, funziona come un acceleratore di sviluppo dei centri capitalistici e un deceleratore di sviluppo (o un acceleratore di sottosviluppo) per le aree di partenza che si configurano ancor più velocemente come periferie.

Ciò che invece accade,  osservato  dal punto di vista soggettivo del migrante è, generalmente, un miglioramento relativo del proprio benessere economico e questo  ha consentito nel corso del tempo di accreditare  la narrazione per cui, l’emigrazione costituirebbe un fattore di sviluppo anche per i paesi di partenza, dimenticando però, che di tante emancipazioni individuali si tratta, mentre, dal punto di vista dei territori, è innegabile che il travaso di popolazione produca il perfetto inverso, a prescindere dalla grande mole di rimesse storicamente devolute dalle migrazioni ai rispettivi paesi di origine, superiori perfino, negli ultimi decenni, agli IDE (investimenti diretti all’estero, da parte dei paesi sviluppati verso quelli in ritardo di sviluppo), le quali pervengono però, in larga misura, alle elites che le amministrano nei paesi di partenza, consentendo con ciò il perpetuarsi di condizioni e rapporti sociali generalmente arretrati.

In un discorso tenuto il 15 maggio del 1970 a Grassano (Matera), nel paese del suo primo confino del 1935, Carlo Levi, fondatore della Filef (Federazione Italiana Lavoratori Emigranti e Famiglie), sintetizza come segue la questione, richiamandosi alla famosa espressione di Francesco Saverio Nitti pronunciata a seguito di un’indagine parlamentare dell’inizio del ‘900, e secondo il quale, alle plebi meridionali post unitarie, era presente un’unica alternativa: “O brigante o emigrante”.

In mancanza di altre opportunità, dice Levi, ai contadini meridionali si presentavano solo due possibilità: o seguire la dea Giustizia (e darsi quindi al brigantaggio), oppure la dea Fortuna (e quindi darsi all’emigrazione), cioè alla ricerca di fortuna all’estero.

La conquista del meridione italiano da parte dello Stato Piemontese costituisce, da questo punto di vista, un esempio limpido di cosa può produrre un processo di annessione e centralizzazione e, parallelamente, di patto concordato tra le elites (industriali del nord e latifondisti del sud).

E può essere trasposto, con le varianti del caso, agli attuali eventi dentro la cornice istituzionale della UE.

“O brigante o emigrante”, nella sua folgorante durezza, è anche un’espressione molto inquietante che può dar conto dei conflitti in corso in diverse parti del pianeta, oppure, tenendoci a casa nostra, di una sconfitta già avvenuta e della apparentemente impercorribile strada di un riscatto generale a seguito di una “dea Giustizia”, pur corroborata da moderne qualità riformiste, il cui odierno raggio di azione è stretto tra pareggio di bilancio e vincoli comunitari. Una sorta di Giustizia mutilata che offre ampi spazi alla Fortuna!

Quando Francesco Saverio Nitti pronuncia quest’espressione, il movimento del brigantaggio, con le sue ambiguità che tuttavia andrebbero meglio conosciute e che configurò i moti e le rivolte contadine nel meridione postunitario, è già stato sconfitto da tempo. Infatti siamo in pieno boom emigratorio verso le Americhe. Che contribuirà a edificare grandi paesi come gli Usa o l’Argentina o il Brasile o dall’altro lato del mondo, l’Australia.

Come dire che effettivamente, in assenza di concrete prospettive di emancipazione collettiva, non resta che la fuga individuale. E su di essa, certamente non può essere gettato l’ostracismo verso chi parte, piuttosto andrebbe denunciata l’incapacità di cambiare lo status-quo da parte di chi rimane.

La storia italiana, viene poi successivamente attraversata da altri flussi emigratori (ivi inclusa la parentesi imperiale fascista durante la quale le plebi dei territori meno avanzati del paese vengono orientate verso le nuove sponde, libiche e del corno d’Africa), per arrivare a quella del dopoguerra che riporta circa 10 milioni di persone a percorrere in modo strutturale le strade della dea Fortuna in particolare nel nord Europa distrutto dalla guerra e da riedificare.

L’emorragia si ferma solo nella seconda metà degli anni ’70; e anche in questo caso, è possibile richiamarsi all’espressione di Nitti, laddove si potrebbe intravvedere che, non il boom economico degli anni ’60 (caratterizzati paradossalmente dal massimo di emigrazione di massa registratasi nel ‘900), ma il ritorno ad una prospettiva di emancipazione collettiva del paese e di miglioramento delle condizioni salariali e di vita, contribuiscono a fermare il deflusso di emigrazione, pur in presenza della famosa inflazione a due cifre, causata (forse) anche dalle consistenti rimesse dei migranti che consentivano di chiudere il bilancio statale in pareggio grazie all’afflusso di parecchie migliaia di miliardi di lire.

Migliaia di miliardi che nei recessi della finanza nazionale, continuavano a non produrre particolare sviluppo nel meridione, ma che, tanto per non smentire Paolo Cinanni, riprendevano in gran parte la via di investimenti verso  il nord Italia e il nord Europa, alimentando ulteriormente il differenziale (o lo spread) nord-sud.

E veniamo all’immediato:

La nuova emigrazione italiana, ricomincia a dar segni di sé in contemporanea con l’aggravarsi della grande crisi del 2007-2008.

A meno di 10 anni dall’introduzione dell’Euro e quindi in mancanza di possibilità di pur provvisori riaggiustamenti dei tassi di cambio, da un saldo emigratorio negativo e anzi dall’afflusso consistente di una immigrazione terzomondiale ed est-europea che fa dire a numerosi studiosi che il paese si è trasformato da paese di emigrazione a paese di immigrazione, già nel 2011-12 il numero di chi se ne va dall’Italia è superiore a quello di chi arriva. I dati Istat lo confermeranno solo nel 2014, perché solo allora le cancellazioni di residenza nei Comuni risulteranno superiori alle iscrizioni.

Ma stando ai dati forniti da altri Istituti di statistica europei, a partire dallo Statistisches Bundesamt di Wiesbaden, si può verificare che gli ingressi registrati ad esempio in Germania, risultano in questi anni, sempre tra le 3 e le 4 volte superiori al dato Istat.

E’ abbastanza paradossale che pur richiamandoci continuamente all’Europa, non vi sia stata, in questo ambito, alcuna significativa attenzione istituzionale ad una comparazione dei dati italiani con quelli degli altri paesi. La cosa è spiegabile: il richiamo proditorio, quanto mendace, alla luce intravvista in fondo al tunnel dai vari leader nazionali che si sono succeduti dall’inizio di questo decennio, ne sarebbe risultata screziata, messa in forse prima del tempo.

Si è continuato a preferire, per forza di cose, l’interpretazione main stream della naturale e auspicabile mobilità internazionale delle forze di lavoro in regime di globalizzazione e di libera circolazione, che, secondo i suoi adepti, viaggerebbe sia in partenza che in arrivo, in un gradevole equilibrio di andirivieni di formiche a cui tutti i paesi parteciperebbero in modo analogo e equilibrato, come a costruire il formicaio babelico del nuovo ordine continentale (e globale).

Il Prof. Monti lo esplicitò nel discorso di investitura a capo del Governo, incitando (e ammonendo) le giovani generazioni alla disponibilità e flessibilità anche territoriale e anche internazionale.

Ambiti politici relativamente più avveduti hanno continuato a sostenere in questi anni, con un rigore logico da far cadere le braccia, che il problema non è il fatto che giovani e meno giovani italiani se ne vadano di nuovo, ma piuttosto che non arrivino da noi altri giovani, analogamente formati, da altri paesi avanzati (leggasi nord Europa, ecc.). Alla domanda su quali vantaggi avrebbero questi ultimi al venire a praticare le proprie virtù in Italia, ovviamente, non è arrivata risposta.

Fatto sta che a scanso di equivoci, la nuova emigrazione italiana, dopo una parentesi di 30-40 anni (più o meno gloriosi) ha ripreso tutto il suo vigore, surclassando, nel 2014, l’immigrazione, in un rapporto di 3 a 1 e consentendoci di rinverdire la nostra tradizionale funzione di erogatori di risorse umane (stavolta anche molto qualificate) al resto dell’Europa e del mondo.

Ecco l’evoluzione del fenomeno nel quinquennio 2010 -2014 rapportato al paese guida del continente, la Germania, senza dimenticare che flussi proporzionalmente comparabili si registrano verso la Gran Bretagna, la Svizzera, la Francia, il Belgio e l’Olanda, ecc.:

 

Nuova emigrazione italiana in Germania

Dati riferiti agli stabilimenti dall’Italia in Germania dal 2010 al 2014:

ANNO                                   Num. Emigrati italiani

2011     30.152 (Quinto gruppo nazionale dopo polacchi, rumeni, bulgari, ungheresi)

                                                                     (Dopo gli italiani vengono i greci con 23.779 e gli spagnoli con 20.672)

2012                                          42.167    (Quinto gruppo nazionale dopo polacchi, rumeni, bulgari, ungheresi)

                                                                     (Dopo gli italiani vengono i greci con 34.109 e gli spagnoli con 29.910)

2013                                          57.523    (Quinto gruppo nazionale dopo polacchi, rumeni, bulgari, ungheresi)

                                                                       (Dopo gli italiani vengono gli spagnoli con 36.511 e i greci con 33.379)

2014                                          70.338     (Quarto gruppo nazionale dopo polacchi, rumeni, bulgari)

                                                                       (Dopo gli italiani vengono gli ungheresi con 56.439, i croati con 43.843, gli spagnoli con                                                                           34.376 e i greci con 30.602)                                                                                                                       (Fonte: Statistisches Bundesamt Wiesbaden – https://www.destatis.de/)

 

Come si può vedere, dei paesi dell’Europa occidentale presi in esame, solo dall’Italia continua a manifestarsi una crescita consistente del flusso emigratorio anche nel 2014 (+22%), mentre si registra una diminuzione netta da Spagna (-26%) e Grecia (-29%),   oltre che dall’Ungheria, unico tra i paesi dell’est europeo che manifesti una riduzione dei flussi verso la Germania (da Polonia, Romania e Bulgaria, continua invece la   crescita). Ciò è preoccupante e segnala che la gravità della crisi italiana non è poi molto diversa da quella spagnola o greca.

Vale anche la pena confrontare il dato del 2014 con quelli degli anni ’60, sempre verso la Germania, (che allora erano definiti dall’accordo bilaterale sottoscritto proprio 60 anni fa, il 20 dicembre del 1955), e anche verso un altro paese, la Gran Bretagna (il primo quindi, dell’eurozona, il secondo no) avvertendo che gli anni ’60 sono per antonomasia gli anni dell’”emigrazione di massa” dall’Italia. Per quanto riguarda la Gran Bretagna, dal marzo del 2014 al marzo del 2015, secondo l’ONS inglese, vi si sono stabiliti 57.600 italiani, con un aumento del 37% rispetto all’anno precedente, quando erano stati 42.000.

 

Come si vede, il numero di stabilimenti di italiani in Germania nel 2014 supera i flussi registratisi nel quadriennio 1967-1970  e  si avvicina a quelli dal 1963 al 1966. La media registratasi nel decennio ’60/’70  è  di 84.600. Ci siamo molto vicini.

Mentre per la Gran Bretagna siamo abbondantemente sopra, oltre 8 volte la media degli anni ’60, tanto è vero che Londra, risulterebbe essere la 6° o 7°città “italiana” in Europa.

L’Istat, invece, registrando il dato delle cancellazioni dalle anagrafi comunali nel 2014, fornisce il seguente dato: il totale degli espatrii (in tutto il mondo) sarebbe di 101.297.

Di questi, si sarebbero trasferiti in Germania 14.270, mentre 13.425 si sarebbero trasferiti in Gran Bretagna.

La proporzione tra i dati tedeschi e quelli italiani è di 4,92, cioè quasi 5 volte in più. Quella tra i dati inglesi e italiani è di 4,3, cioè oltre 4 volte in più.

Già nel 2012 e nel 2013 avevamo avuto modo di evidenziare questa macroscopica differenza tra i dati italiani e quelli dei paesi di arrivo, verificandola anche per il Belgio, l’Olanda, l’Australia e la Svizzera. In tutti questi paesi, la differenza si aggirava tra le 3 e le 4 volte il dato italiano. E’ noto che ciò derivi dal fatto che gran parte dei nuovi migranti comunicano la propria variazione di residenza ai rispettivi consolati o ai rispettivi comuni italiani con anni di ritardo; per molteplici ragioni, non ultima quella derivante dalla precarietà dell’occupazione assunta all’estero o dall’incertezza di stabilirsi definitivamente in un luogo, oppure per mantenere l’assicurazione sanitaria italiana; insomma, perché la cosiddetta emigrazione 2.0 non è regolata da alcun accordo, è pienamente “libera” e precaria e ricorsiva, un po’ come quella negli Usa degli negli anni ’30, durante la grande depressione.

Resta il fatto che nel 2014, solo sommando gli italiani che si sono stabiliti in Germania e in Gran Bretagna arriviamo alla somma di 127.939 persone, una cifra superiore, da sola, a quanto registra l’Istat verso tutti i paesi del mondo messi insieme.

Ma Svizzera, Francia, Argentina, Brasile e Usa rappresentano altre storiche mete di emigrazione, verso le quali, applicando una proporzione contenuta, di 3 ad 1 rispetto ai dati Istat, potrebbero essersi trasferiti oltre 100.000 italiani. Poi vi sono la Spagna, il Belgio e l’Australia, l’Olanda, l’Austria, il Canada e il resto del mondo.

E’ dunque più che probabile che l’ammontare complessivo degli emigrati italiani nel corso del 2014 abbia raggiunto la cifra di 300.000 persone. E potrebbe essere una stima in difetto.

La nuova emigrazione degli anni ’10 del XXI secolo, connotata   con tanti nuovi termini abbastanza fighi, tipo expat, italians, e così via, assomiglia invece, quanto ad entità e cause, a quella, di massa, degli anni ’60.

Ma gli effetti sul paese potrebbero essere molto diversi e più gravi. Il volano dello squilibrio tra nucleo duro dell’Europa e paesi del sud, in prima fila l’Italia, ha già abbondantemente innescato la sua forza di trazione, in uno scenario che tuttavia si differenzia sensibilmente da quello degli anni ’60, non soltanto per l’assenza del boom (ovvero per la presenza del suo contrario, la cosiddetta stagnazione secolare), ma anche perché i nuovi flussi dall’Italia avvengono all’interno di un quadro di decrescita demografica che coinvolge l’intera Europa occidentale ad eccezione della Francia. Un quadro diametralmente opposto a quello degli anni ’60.

Dunque, per i paesi erogatori di nuova emigrazione, almeno per quelli in decrescita demografica, non si tratta di ridurre gli esuberi di popolazione rispetto al loro limitato potenziale produttivo, quanto eventualmente, di ridurre gli esuberi parallelamente alla distruzione, avvenuta o in corso, del potenziale produttivo causato dalla crisi. Vale a dire di accettare un inesorabile declino.

Se si raffronta la situazione italiana e quella tedesca, ci troviamo di nuovo di fronte, per entrambi i paesi, ad un alto tasso di decrescita demografica; lo Statistisches Bundesamt di Wiesbaden, (l’Istat tedesco) prevede diversi scenari di riferimento per la Germania, da oggi al 2060: in mancanza di aumento del tasso di natalità e con una bassa quota di immigrazione, la popolazione tedesca si ridurrebbe dagli attuali 81 milioni a circa 60 milioni. Tra le ipotesi formulate per evitarlo, oltre all’ovvia incentivazione del tasso di natalità che dovrebbe passare da 1,4 a 1,6 nati per donna ed oltre, vi è l’indispensabile aumento dell’immigrazione, in uno spettro che va da 6.3 a 10,8 milioni, cioè, mediamente 230.000 all’anno dal 2013 al 2060. Solo a quest’ultima condizione, vi è la possibilità di mantenere sostanzialmente stabile la popolazione tedesca.

(https://www.destatis.de/DE/Publikationen/Thematisch/Bevoelkerung/VorausberechnungBevoelkerung/BevoelkerungDeutschland2060_5124202159005.html)

La scelta è già stata fatta: dal 2012 la Germania viaggia a tassi di oltre 1 milione di immigrati all’anno: 1.081.000 nel 2012, 1.228.000 nel 2013, 1.465.000 nel 2014, con un saldo positivo, in quest’ultimo caso, di 550.000 persone. Soltanto nel 1992, dopo la caduta del muro, vi era stato un’afflusso superiore (1,55 milioni) ma si trattava in gran parte di cittadini ex tedeschi dall’est Europa e dalla Russia (Aussiedler e Uebersiedler).

E’ privilegiata l’immigrazione “di qualità”, con alti livelli di scolarizzazione, secondo le indicazioni della legge sull’immigrazione varata dal socialdemocratico Schroeder nel 2001. Quindi quella inter-europea innanzitutto, dal sud e dall’est: 190.000 polacchi, 190.000 rumeni, 77.000 bulgari, 70.000 italiani, 56.000 ungheresi, 43.000 croati, 34.000 spagnoli, 30.000 greci, sono affluiti nel paese centrale dell’Europa nel 2014.

Il totale degli immigrati dai paesi EU è stato di 520.000 persone. Altri 201.000 sono arrivati da altri paesi europei non EU. Soltanto 50.000 dall’Africa, 25.000 dalle Americhe e 125.000 dall’Asia e dal resto del mondo. Certamente non si disdegneranno alcune nazionalità extraeuropee provenienti da paesi con livelli  educativi medi, come la Siria, se non altro per diluire nell’umanitario la sensazione sgradevole di una nuova politica di potenza giocata sui movimenti di popolazione, ma il grosso dell’assorbimento di risorse umane sta avvenendo a discapito (o con la complicità) dei paesi contigui, per i quali si configura sempre più lo status di satelliti da tutti i punti di vista.

La Germania attua una nuova politica di immigrazione, di massa e selezionata, per mantenere integro e rafforzare il proprio potenziale produttivo, analogamente a quanto avviene sul versante dei movimenti finanziari aspirando capitali dal proprio circondario. Progetta e attua il secolo a venire. Correttamente, dal suo punto di vista, e seguendo una prassi storicamente già percorsa, con diverse varianti.

L’Italia, invece, è il suo primo paese fornitore di braccia e intelligenze in Europa occidentale e la proiezione dello Svimez, di qui al 2050, fotografa il probabile lato sud della medaglia europea, con una contrazione di popolazione, che a bocce ferme, sarà di circa 5 milioni nel meridione d’Italia.

Deduzioni e connessioni relative a EU, Euro, democrazia, lavoro, diritti, ecc. ecc., sono gradite. Rodolfo Ricci, Cambiailmondo 30.12.2015

 

 

 

 

Svezia, Danimarca e Germania sfidano l’Europa: “Regole comuni sui migranti o facciamo da soli”

 

Pochi passi avanti nell’incontro dopo la reintroduzione dei controlli alle frontiere

Di Marco Zatterin

 

Bruxelles. «Incontro costruttivo», assicurano i tre esponenti dei ministeri degli interni di Svezia, Danimarca e Germania, tre dei paesi che hanno deciso di reintrodurre i controlli alla frontiera interna dell’area Schengen per rispondere alla pressione senza precedenti dei flussi migratori. Costruttivo lo sarà anche stato. Però non ci sono le soluzioni che non potevano esserci, non oggi, e tutto resta aperto. 

 

Come ha riassunto il tedesco Ole Schröder, quando le cose non vanno, «allora gli stati membri fanno da soli», cosa che sta succedendo proprio ora. Perché assicura «il controllo delle frontiere esterne non funziona, in particolare tra Grecia e Turchia; le registrazioni non vengono effettuate; i ricollocamenti non vanno avanti». Quando manca l’Europa, è l’argomento, le capitali devono decidere in autonomia. Il che finisce per danneggiare l’Europa ancora di più. 

 

I tre ministri e il commissario agli Affari Interni, Dimitris Avramopoulos, dopo due ore di colloquio hanno dichiarato in un incontro stampa senza domande dirette («manca il tempo», è stata la scusa) che nessuno vuole minare la libertà di circolazione dei cittadini e i benefici di Schengen. Il responsabile svedese all’Immigrazione Morgan Johansson ha presentato una lunga lista di casi per delineare il «dramma» del suo paese, «che ha fatto molto e non può fare tutto». Sono arrivati 26 mila minori non accompagnati in quattro mesi, ha precisato: «Sono 1000 classi scolastiche!». Nello stesso periodo il numero dei rifugiati registrati a Stoccolma è stato di 115 mila. «Non vogliamo che si ripeta». 

 

Avramopoulos dice che Bruxelles aumenterà la pressione per accelerare l’attuazione delle decisioni prese dai governi europei: blindare le frontiere esterne, organizzare le redistribuzioni dei rifugiati e ridurre le causa dei disagi, cioè la migrazione. Nel frattempo, la danese Inger Stojber annuncia che «abbiamo ripristinato i controlli ai confini, ma non abbiamo introdotto l’obbligo di controllo dell’identità dei passeggeri per le compagnie di trasporti». Però, «se necessario metteremo in atto la misura e con breve preavviso». 

 

Bisognerebbe trovare un bel coniglio nel capello europeo, il che appare difficile. Così c’è anche il caso della possibile chiusura italiana della frontiera con la Slovenia. Dalle dichiarazioni incrociare che arrivano si capisce che ci stanno pensando, ma che non aspettano di vedere. Qui interviene il puntuale Avramopoulos. «Non abbiamo informazioni a proposito - dice - E’ un’idea ma non credo sia sul tavolo». Può tarsi che se l’aspetti. Però è ovvio che ora, deve far finta di niente. E sperare che nel frattempo succeda qualcosa. Nelle capitali prima che a Bruxelles. LS 6

 

 

 

 

 

Migranti, Germania: "Controlli frontiere esterne non funzionano". Riunione d'urgenza Ue con Svezia, Danimarca e Germania

 

BRUXELLES - "Il controllo delle frontiere esterne non funziona, in particolare tra Grecia e Turchia. Le registrazioni non vengono fatte. Eurodac non viene applicato. I ricollocamenti non vanno avanti". E' il j'accuse del segretario di Stato agli Affari Interni del governo tedesco Ole Schroeder, che richiama la necessità di applicare le misure Ue in materia di immigrazione. "Fino a quando le regole sull'asilo Ue non saranno rispettate e non verranno messe in pratica le soluzioni europee per far fronte alla pressione migratoria, gli Stati membri daranno risposte singole", ha aggiunto Schroeder. Dichiarazioni che arrivano a conclusione della riunione d'urgenza che si è tenuta questa mattina a Bruxelles fra il commissario Ue, Dimitris Avramopoulos, Svezia, Danimarca e Germania. Un incontro al quale hanno partecipato Avramopoulos, i ministri svedese e danese all'Immigrazione Morgan Johansson e Inger Stojberg, e Schroeder. Il tema immigrazione è fra le priorità in Europa.  In sei paesi le regole di Schengen sono sospese: Norvegia, Svezia, Danimarca, Francia, Germania e Austria. I controlli servono a frenare i flussi di migranti o per rafforzare la sicurezza anti-terrorismo.

 

"Salvaguardare Schengen". Il commissario Avramopulos ha invitato alla cooperazione tra i governi: con le decisioni unilaterali si sta smontando l'intera costruzione europea senza risolvere il problema dell'immigrazione. Abbiamo tutti "concordato che Schengen deve essere salvaguardata" e che "le misure messe in atto saranno mantenute per lo stretto necessario", e cioè, "fino a quando ci sarà una riduzione dei flussi", ha commentato Avramopoulos a conclusione della riunione che arriva all'indomani dell'ultima strage di migranti in mare. Questa volta sono morti in 36 a largo della Turchia. "Siamo tutti d'accordo che Schengen e la libera circolazione delle persone devono essere salvaguardate, sia per i cittadini che per le imprese", ha precisato ancora Avramopoulos. Dopo gli annunci di Svezia e Danimarca, che nei giorni scorsi hanno reintrodotto i controlli su chi entra nei paesi dalle frontiere interne, Avramopoulos ha aggiunto di non avere informazioni sulla possibile intenzione del governo italiano di voler controllare i confini con la Slovenia.

 

Svezia. La Svezia ha chiesto l'applicazione del "principio di Dublino", e "delle misure per rallentare il flusso su quella che diventata un'autostrada" per i flussi via Balcani e "rafforzare le frontiere esterne", ha commentato il ministro svedese all'Immigrazione Morgan Johansson. "Siamo il Paese che per anni ha preso il numero più alto di profughi pro capite -  ha aggiunto -. Ne sono arrivati 115mila solo negli ultimi 4 mesi, e 26mila minori non accompagnati. Occorre lavorare assieme per salvaguardare le regole. Ma ora cominciamo ad avere dei problemi nella gestione dei flussi. Serve una politica europea di condivisione delle responsabilità".

 

Danimarca. La ministra danese Stojberg ha detto chiaro e tondo che "la danimarca non vuole diventare la destinazione finale per migliaia di rifugiati".  Ha aggiunto che per chi attraversa il ponte di Oresund, che collega Danimarca a Svezia, non è ancora scattato l'obbligo di controllo dell'identità dei passeggeri per le compagnie di trasporti aggiungendo che "se necessario lo faremo con un breve preavviso".

 

Germania. La Germania è una delle nazioni più colpite dal flusso migratorio: secondo fonti appena diffuse da Berlino, lo scorso anno il Paese ha registrato circa 1,09 milioni di richiedenti asilo.Il meccanismo di redistribuzione, ha Schroeder, "non sta funzionando": secondo gli ultimi dati, solo 272 rifugiati sono stati ricollocati da Italia (190) e Grecia (82) su un totale di 160 mila previsto dal piano di Bruxelles.

 

Italia. In giornata Tove Ernst una portavoce della Commissione Ue per l'Immigrazione ha detto che dei "sei hotspot previsti in Italia sono due quelli attivi, Lampedusa e Trapani".  "Speriamo che altri due diventino operativi in tempi brevi - ha aggiunto - .Dei cinque hotspot previsti in Grecia, è operativo uno". LR 6

 

 

 

Il commento. Proteggiamo i confini senza distruggere gli ideali

 

La posta in gioco non è più soltanto la difesa del principio della libera circolazione delle persone, una delle idee-forza che ha cambiato la vita di ognuno di noi. È l’Europa in quanto tale che rischia di scomparire, distruggendo perfino le conquiste sovranazionali preesistenti alla sua affermazione. Il problema, ormai, non è tanto quello di aggiornare l’accordo di Schengen per consentirne la sopravvivenza. Tutto questo appare come un obiettivo datato, legato a polverose norme di linguaggio bruxellesi. Si tratta, invece, di salvare ideali che sono di tutti (anche di chi crede di rifiutarli, perché radicati nell’esistenza quotidiana). E di reagire alle sfide di una nuova epoca iniziata davanti a troppi occhi distratti — l’epoca delle migrazioni, del terrorismo e dell’intreccio non facilmente scomponibile tra questi due fenomeni — compiendo mosse in cui sia ugualmente forte la percezione della minaccia e la certezza di un destino comune.

Abbiamo in tasca una moneta unica e ci siamo mossi fino ad oggi in uno spazio nel quale impariamo a comprendere la nostra identità collettiva, le radici vicine di culture che la modernità ha sempre più unificato. L’euro resiste, nonostante la mancanza della politica o gli errori della politica, anche perché sono in molti — da Mario Draghi ad Angela Merkel — che ne hanno ribadito il carattere di irreversibilità. I confini rinascono, al contrario, perché la paura (che esiste, e che è un fatto storico da non ignorare) spinge a mosse unilaterali. Scatena un eccesso di reazione da parte di chi, in passato, ha chiuso gli occhi sperando che la tragedia si abbattesse sulle deboli spalle degli altri.

I controlli tra Svezia e Danimarca sul ponte di Öresund sono un punto di non ritorno. Sono il simbolo di una crisi che sta divorando il tessuto civile del continente e che può essere affrontata solo con provvedimenti di emergenza generali. I muri sono un simbolo, senza bisogno di tornare con la memoria agli anni perversi che abbiamo superato. Quello costruito nella stazione danese di Kastrup, per evitare che gli immigrati irregolari raggiungano i treni diretti in Svezia, è l’immagine terribile di un mondo che sta combattendo due guerre. Senza alleanze, confondendo spesso i nemici tra loro. Paolo Lepri CdS 5

 

 

 

 

 

Conti pubblici. Bruxelles rimanda l'Italia a primavera

 

La legge di stabilità italiana è a “rischio di non conformità con il patto di stabilità e crescita” questa la conclusione dell’analisi effettuata dalla Commissione europea.

 

Il giudizio definitivo è, però, rinviato alla prossima primavera, in attesa di un esame più approfondito. Ci sono essenzialmente tre motivi per cui l’Italia, insieme all’Austria e alla Lituania, è stata inserita nella categoria di “rischio di non conformità", dietro a otto paesi (su dodici che rispettano il criterio del 3 per cento) considerati conformi o ampiamente conformi.

 

L’Italia e la flessibilità di bilancio

In primo luogo, il disavanzo nel 2016 (2,4% del Pil con le spese per la sicurezza e per la cultura) è superiore alla previsione dell’1,8% del programma di stabilità presentato in aprile. In secondo luogo, il disavanzo strutturale, ossia il saldo nominale al netto della variazione ciclica e delle misure una-tantum, aumenta di mezzo punto percentuale rispetto allo scorso anno.

 

In base alle regole, il governo avrebbe dovuto prevedere un taglio - e non un incremento - del disavanzo strutturale dell’ordine dello 0,1% del Pil. Deviazioni dal percorso di aggiustamento dei conti sono, tuttavia, possibili solo se previste dalle linee guida sulle clausole di flessibilità pubblicate a inizio anno.

 

E qui si arriva al terzo punto. L’eleggibilità alle suddette clausole dipende dall’impatto che la maggiore spesa finanziata in disavanzo ha sul Pil potenziale e sulle finanze pubbliche. Per l’Italia, questo impatto è ancora da valutare.

 

L’Italia, ad oggi, è il paese che ha fatto maggiore ricorso alla flessibilità di bilancio. Dopo aver ottenuto margini pari allo 0,4% del Pil, il governo ha chiesto ulteriori spazi di manovra da giustificare attraverso la clausola delle riforme (0,1% del Pil, pari a circa 1.6 miliardi di euro), quella degli investimenti (0,3 per cento del Pil pari a 3.6 miliardi di euro) ed, infine, quella degli “eventi eccezionali”, ribattezzata clausola “sicurezza” (circa due miliardi e mezzo di euro di spesa aggiuntiva).

 

Le verifiche della Commissione

Prima di dare il via libera, la Commissione vuole, però, verificare quali nuove riforme - in aggiunta a quelle per cui è già stata attivata la clausola delle riforme nel luglio scorso -, il governo intenda realizzare e il loro effetto.

 

Per quanto riguarda la riforma della Pubblica amministrazione, in particolare, bisognerà aspettare i decreti attuativi. Anche perché non sono ancora stati definiti obiettivi quantitativi per i risparmi di spesa, non essendo la riforma stata collegata alla spending review.

 

L’esecutivo europeo vuole, inoltre, appurare l’effettivo incremento degli investimenti pubblici: i numeri forniti sembrano, infatti, indicare che la percentuale di investimenti fissi lordi per il 2016 dovrebbe rimanere pressoché invariata rispetto al 2015 (2,3% del Pil).

 

Per la Commissione, poi, una manovra per due terzi finanziata in disavanzo comporta dei rischi da non sottovalutare, soprattutto per il biennio 2017-2018: maggiore è il disavanzo consentito nel 2016, maggiore dovrà essere la correzione successiva per riprendere il processo di convergenza verso l’obiettivo di medio termine.

 

Nel 2017 saranno esauriti tutti i margini di flessibilità e, pertanto, dovrà essere implementato un taglio del disavanzo strutturale pari ad almeno lo 0,5% del Pil. Inoltre, il governo dovrà provvedere a disinnescare le clausole di salvaguardia rimaste in vigore per circa una trentina di miliardi di euro: per ora sono state cancellate solo quelle relative al 2016 (16 miliardi di euro).

 

A conti fatti, si tratta di un intervento fiscale di entità notevole che, con ogni probabilità, avverrà in una fase di rallentamento dell’economia globale e, quindi, anche di quella europea.

 

L’Italia rimanda l’aggiustamento

In sostanza, rimandando l’aggiustamento all’anno prossimo, l’Italia si potrebbe trovare nella situazione di dover attuare una politica fiscale molto restrittiva che vanificherebbe l’effetto espansivo di quest’anno. Un effetto espansivo che rimane, comunque, tutto da verificare. Già più volte, in passato, l’economia italiana ha dimostrato di non rispondere allo stimolo fiscale, soprattutto in assenza di coperture chiare.

 

E l’impatto complessivo si è tradotto in successivi incrementi del debito pubblico. Ecco perché, dal punto di vista della Commissione, l’impianto della legge di stabilità italiana, che si basa principalmente sull’equazione “più spesa pubblica finanziata in disavanzo-più crescita” viene considerato a rischio.

 

Veronica De Romanis, autrice de “Il Caso Germania: così la Merkel salva l’Europa” (Marsilio editori). AffInt 26

 

 

 

 

 

Diritti e doveri. Integrare senza sensi di colpa

 

Quando da molte parti s’invoca verso gli immigrati una politica volta all’integrazione, di che cosa parliamo in realtà? Che cosa intendiamo esattamente? E per cominciare: in che cosa pensiamo che gli immigrati debbano integrarsi? Lo ha detto chiaramente l’altro ieri la cancelliera Angela Merkel: vogliamo che gli immigrati assorbano «i fondamenti culturali del nostro vivere insieme», che essi s’integrino, cioè, nel sistema di valori, di regole e di comportamenti socialmente ammessi che vigono da noi. Ma cos’altro rappresenta tutto questo, mi chiedo,

se non una cultura, nel caso specifico la nostra cultura? L’integrazione, insomma, è integrazione in una cultura, l’adozione di fatto (volontaria o involontaria non importa) dei suoi tratti caratteristici di fondo, della sua visione del mondo. O è questo, o semplicemente non è.

Ma se le cose stanno così bisogna allora rendersi conto delle conseguenze che ne derivano. In particolare del fatto che un tale progetto d’integrazione è radicalmente contraddittorio, per non dire incompatibile, con l’idea e la prassi del multiculturalismo. Quel multiculturalismo che invece in Occidente moltissimi ancora considerano la linea guida da seguire nel rapporto con l’immigrazione: anche perché espressione del «politicamente corretto».

Questo multiculturalismo all’insegna del «politicamente corretto» è alimentato da decenni dal pregiudizio che la nostra civiltà si sarebbe macchiata di misfatti di qualità e quantità superiori a tutte le altre, e quindi si sente in dovere della più esasperata attenzione verso ogni minoranza o gruppo non occidentale, percepito per definizione come potenziale vittima di soprusi. Esso non solo può essere protagonista di episodi di ridicolaggine assoluta (ma significativa), di cui di recente hanno dato notizia i giornali, come la protesta del campus dell’Università di Yale contro l’intitolazione di un edificio al presidente americano Wilson perché a suo tempo «favorevole alla supremazia bianca», ovvero come la protesta sempre di un gruppo di studenti dell’Ohio, mobilitatisi in grande stile contro l’indebita «appropriazione culturale» di cui si sarebbe macchiata la caffetteria del loro college preparando dei piatti etnici ma scostandosi dalla loro preparazione tradizionale. Esso ha avuto sicuramente una parte non piccola anche nel comportamento timido fino all’omissione della polizia di Colonia la notte dell’ultimo dell’anno, così come dell’occultamento per giorni della notizia di quei fatti da parte dei media tedeschi, o delle infelici, ridicole, dichiarazioni del sindaco della città.

Il multiculturalismo consiste nell’idea che in una società possano / debbano convivere senza problemi culture diverse. Anche molto diverse. Il guaio è che la cultura non è come un cappotto, che uno può infilarsi o sfilarsi a piacere. Quando se ne possiede una, e si ha intenzione di mantenerla, è molto difficile, pressoché impossibile, adottarne insieme un’altra. Se si crede in certi valori, è difficilissimo farne propri allo stesso tempo anche altri. Se per esempio è radicata dentro di me una certa idea dell’altro sesso e dei rapporti tra i due, una certa idea del rapporto tra la religione e lo Stato, una certa idea del mio passato storico, del suo significato e del suo rapporto con quello altrui, e se, come è ovvio, da ognuna di queste idee discendono comportamenti conseguenti, come potrò mai integrarmi davvero in un’altra cultura? Come potrò mai essere in certo senso due persone diverse contemporaneamente?

Non a caso una società realmente multiculturale - che non è quella che ci fanno vedere nei film dove tutti contenti mangiamo insieme il cous cous o indossiamo una pittoresca djellaba , ma è caratterizzata da una molteplicità paritaria di culture - questa società non esiste in alcun luogo del pianeta. In ogni società vi è una cultura dominante, cioè quella che determina il quadro delle regole generali. Regole che - va sottolineato con forza - anche nel caso delle attuali società democratiche, direi anzi soprattutto in queste, non sono mai neutre, quindi condivisibili (e perciò osservabili) da tutti senza problemi. Esse, invece, rappresentano e tutelano sempre determinati modelli di vita, determinati valori, frutto di una determinata storia, specialmente religiosa. Bisogna quindi avere il coraggio di dirlo e soprattutto di farlo capire a chi viene tra noi, non nascondendo che ciò vale soprattutto per coloro che provengono dal mondo islamico. Per gli immigrati integrarsi implica necessariamente la rinuncia a una parte più o meno importante della propria cultura. Perlomeno significa accettare che l’ambito d’influenza di essa - per esempio di alcuni modi tradizionali d’intendere la propria fede religiosa - incontri dei limiti più o meno significativi.

Abbiamo il dovere di offrire agli immigrati protezione e opportunità, eguaglianza e godimento dei diritti. Dobbiamo facilitarne l’ingresso nel mondo del lavoro (anche magari con percorsi di favore), soprattutto garantendoli dallo sfruttamento di padroni e imprenditori senza scrupoli (ciò che facciamo poco e male). In parecchi casi non dobbiamo esitare a concedere anche la nazionalità. Ma non dobbiamo esitare a chiedere, e se necessario a imporre - anche grazie a nuove disposizioni, a eventuali nuovi e più penetranti poteri ai servizi sociali o alle autorità di polizia locale e non - alcune regole. Che per esempio dopo un certo periodo di tempo per ottenere il permesso di soggiorno sia necessario dimostrare il possesso della lingua italiana. Che la predicazione nei luoghi di culto non debba avere carattere politico. Che all’interno dei nuclei familiari le mogli debbano avere accesso alla lingua italiana e godere piena libertà di movimento (ciò che oggi in un gran numero di casi non avviene). Che l’obbligo scolastico dei minori sia rigorosamente osservato per entrambi i sessi. Che le adolescenti non siano rispedite nei Paesi d’origine per contrarre matrimoni combinati (come invece è attualmente frequente).

Sono solo pochi esempi di un genere di questioni e di problemi che le classi politiche del nostro continente devono affrontare subito con la massima decisione e lungimiranza. Se finora l’Unione Europea ha fatto poco o nulla in questo ambito, il governo italiano ci pensi da solo. Abbia immaginazione e fermezza, soprattutto non abbia paura di avere coraggio: da ogni punto di vita non ha che da guadagnarci. Ernesto Galli della Loggia, CdS 10

 

 

 

 

Missione Ue a Berlino e Ankara sull’immigrazione

 

La Commissione chiede ai turchi una roadmap. E la Svezia estende i controlli alle frontier – di Marco Zatterin

 

Bruxelles. La frase più chiara e pesante arriva dal tedesco. Dice Ole Schröder, viceministro agli Interni del governo Merkel, che «quando le cose in Europa non vanno allora gli stati devono far da soli». E’ la fotografia precisa di una situazione difficile in cui il disaccordo fra le capitali su come affrontare l’onda grande dei rifugiati, e la gestione comune delle frontiere, minacciando il dono della libera circolazione: Schengen, in una parola. Ed è un’immagine sfocata in cui, alla Commissione Ue che chiede «controlli solo temporanei», gli stati che hanno chiuso i confini interni rispondono che va bene, a patto che ci siano le giuste condizioni. E le condizioni, per ora, non ci sono. Per questo il vicepresidente dell’esecutivo, Frans Timmermans, ha deciso di andare in persona a vedere come vanno le cose a Berlino e Ankara. Dai turchi vuole una roadmap precisa per l’attuazione delle intese di novembre. 

 

Incontro teso, inevitabilmente interlocutorio, in cui tutti hanno parlato l’inglese, ma non la stessa lingua. Due ore di confronto fra il responsabile Ue agli Interni, Dimitris Avramopoulos, e gli omologhi danese, svedese e tedesco. Al termine una dichiarazione e niente domande. Il greco ha riferito che «si è concordato che Schengen va salvaguardata» e che «le misure messe in atto saranno mantenute per lo stretto necessario», cioè «fino a quando ci sarà una riduzione dei flussi». Non poche settimane, dunque. Per riuscire a controllare l’onda dei rifugiati - un milione gli arrivi nel 2015 - bisogna far funzionare l’intesa con la Turchia per fermare i trafficanti, blindare le frontiere esterne, registrare a dovere quelli che arrivano, redistribuirli e rimpatriare gli illegali. Non ci siamo. Dei 160 mila da riallocare in due anni ne sono partiti poco più di duecento. 

 

Per questo la Commissione ha deciso di correre ai ripari. Frans Timmermans ha programmato una doppia missione di ricognizione e pacificazione. Nelle prossime ore sarà in Germania e Turchia. Coi tedeschi si tratta di trovare un accomodamento europeo che permetta di calmare le acque per il continuo fluire di migranti. «Sono nervosissimi dopo i fatti di Colonia», ammette una fonte a dodici stelle. Con lo staff di Erdogan bisogna invece cercare di accelerare le intese di fine novembre. L’Europa ha promesso soldi e aiuti per progetti di assistenza ai profughi in cambio di un’iniziativa più serrata da parte dei turchi contro i trafficanti di anime e per arginare i flussi di chi fugge dalla Siria. «Abbiamo bisogno di una roadmap precisa», rivela una fonte. L’obiettivo del diplomatico Timmermans è proprio questo. 

 

La questione è grave, si rischia lo contro. Il tedesco Schröder sottolinea proprio questo. In Germania arrivano 3200 persone al giorno e che il flusso non diminuisce. Nomina tutte le mancanze del sistema che, a parole, i governi dell’Ue hanno deciso di darsi. Assicura che occorre una soluzione comune su cui «Angela Merkel sta lavorando duramente» e che, in sua assenza, i singoli leader devono pur far qualcosa. «Studieremo il caso con attenzione», promette.  

 

Intanto il governo svedese ha esteso i controlli temporanei alle sue frontiere di un mese fino all’8 febbraio facendo sapere che «le condizioni nelle quali sono state prese queste decisioni ancora sono valide». L’uomo di Stoccolma, Morgan Johansson, abbonda coi casi per delineare la passione della sua nazione. Sono arrivati 26 mila minori non accompagnati in quattro mesi, «mille classi scolastiche!». Nello stesso periodo il numero dei rifugiati è stato di 115 mila. «Non vogliamo che si ripeta». Così dicono che bisogna applicare Dublino e lasciare gli oneri ai paesi di prima accoglienza, soprattutto la Grecia e l’Italia.  

 

Replica la danese Inger Stojberg e si capisce che ce l’ha coi vicini gialloblu perché facendo confluire i migranti verso lo Jutland. Spiega che sì, «abbiamo ripristinato i controlli ai confini, tuttavia non abbiamo introdotto l’obbligo di controllo dell’identità dei passeggeri per le compagnie di trasporti». E aggiunge che, «se necessario, attueremo la misura e con breve preavviso», il che vale anche per i controlli d’identità al confine con la Germania. «Anche se i tedeschi non cooperano». Senza un’intesa a ventotto si profila un triste futuro per Schengen, ore di code per passare da un paese all’altro. Costa tempo e soldi. La Svezia spende 175 mila euro al giorno per pattugliare il ponte di Malmö e pure l’Italia pensa a sigillare il confine sloveno. Interviene Avramopoulos. «Non abbiamo informazioni - dice -. E’ un’idea, ma non credo sia sul tavolo». Può tarsi che se l’aspetti, deve far finta di nulla e sperare che succeda qualcosa. Nelle capitali prima che a Bruxelles. LS 6

 

 

 

 

Sul corpo delle donne no pasaran

 

Non c'è molto da dire ma va detto. E nel più semplice dei modi: noi donne, noi donne europee, abbiamo bisogno di cominciare una discussione vera su quello che l'immigrazione sta portando nei nostri paesi; sul disagio, e sulle vere e proprie minacce alla nostra incolumità fisica che avvertiamo nelle strade, sui bus, nei quartieri delle nostre città. Una franca discussione su come evitare che la giustissima "accoglienza" di chi ha bisogno diventi la vittoria di Pirro della nostra sicurezza e indipendenza. Mi pare che qualcosa si muova in questo senso fra le donne tedesche. E se è così saremo con loro.

Sull'Europa che si è riunita per affrontare la caotica situazione della immigrazione, le ripetute sospensioni di Schengen, pesa l'emozione di quanto è accaduto nella notte di Capodanno a Colonia: l'aggressione sessuale inflitta da "un migliaio di giovani arabi e nordafricani" a tutte le donne che hanno incontrato sul loro cammino. Una violenza le cui modalità rivelano un episodio ben più grave della notte di follia, della frustrazione estrema ed ormonale di maschi frustrati.

 

Quel migliaio di giovani erano preparati, il loro assalto è stato organizzato ed eseguito come una operazione semi-militare. Assalto per altro ripetuto in altre due città. Erano tanti, usavano il numero come arma di annientamento, e l'accerchiamento come trappola: le donne prese in mezzo, inclusa una donna poliziotto, sono state toccate e passate dall'uno all'altro, senza nessuna cura di proteste e reazioni. "Urlavamo, picchiavamo con quello che potevamo, ma inutilmente" raccontano le testimonianze (incluse quelle di uomini che hanno cercato di intervenire). Una madre e la figlia quindicenne sono state bloccate e "palpate ripetutamente al seno e in mezzo alle gambe".

Un'operazione di molestie così vasta, continuata e determinata non può essere vista solo come un gesto contro le donne; si configura come un atto di scontro, umiliazione e dominio esercitato nei confronti delle donne sì, ma mirato a inviare un segnale di disprezzo e di sfida all'intero paese che quegli uomini ha accolto. Cioè noi, l'Europa tutta e non solo la Germania.

La notte che ha inaugurato il 2016 nel paese che ha generosamente aperto le porte al maggior numero, circa un milione, di profughi dal Medioriente e da altre zone di guerra, è stata macchiata da quello che possiamo definire il primo episodio di scontro di civiltà, la prima sfida consapevole dei nuovi arrivati al nostro mondo. Un annuncio gravido di molte cose a venire. Tanto più grave perché qui non si tratta di Isis, qui non siamo di fronte a nessuna motivazione religiosa: anzi i giovani immigrati arrivati a migliaia di migliaia in Europa in questi mesi e generosamente accolti in Germania sono tecnicamente in fuga dalla guerra.

Il pericolo dell'episodio di Colonia si nasconde proprio nelle pieghe della "normalità" di chi ne è stato protagonista. La verità di cui dobbiamo discutere è proprio questa: il rapporto dell'Islam con le donne è un tema devastante, intriso di violenza e di politica, e non è tale solo nelle forme più estreme, nelle terre più bruciate del Medioriente, nelle esperienze più allucinate e militanti delle guerre dell'Isis o del terrorismo. Tutto questo lo sappiamo, ci conviviamo da anni, è stato al centro di tante nostre analisi e battaglie civili a favore delle donne in tanti e altri paesi. Ma negli ultimi venti anni, proprio sotto la spinta di guerre e rotture interne al mondo islamico, il rapporto fra Islam e donne si è metamorfizzato in una agenda culturale e politica di dominio, usata come arma, o anche solo espressione di potere, in una vastissima area sociale, la cui linea di rottura passa dentro lo stesso mondo mussulmano.

Quel che voglio dire è che tutti ricordiamo gli stupri e le violenze in Iraq durante la conquista da parte dell'Isis, e i rapimenti di Boko Haram, la schiavitù sessuale imposta alle donne cristiane, yazide. Ma val la pena qui di cominciare a ricordare anche che il maggior numero di violenze viene usato nei confronti delle stesse donne musulmane. Vogliamo ricordare le condizioni in cui progressivamente stanno scivolando all'indietro tutte le società musulmane. Ricordiamo qui, ad esempio, il trattamento subito da centinaia di donne egiziane al Cairo durante la "primavera araba", come punizione per una partecipazione, o anche solo come occasione da non perdere. Ma andrebbe ora prestata più attenzione al fatto che questo modo di rapportarsi dell'Islam alle donne proprio perché deriva dalla politica non si ferma alle frontiere.

Ci sono storie che solo le organizzazioni dei diritti umani seguono: nei campi profughi europei ci sono casi di violenze, e stupri. Queste violenze sono per altro la ragione per cui i cristiani quasi mai si sono uniti alle grandi migrazioni collettive di questi ultimi mesi. Ma è anche tempo di mettere in questo elenco l'aggressività, la mancanza di rispetto, che denunciano molte donne giovani ed anziane nei quartieri delle varie città europee, incluse quelle di molte città italiane: ricordate Tor Sapienza, la disperazione e la rabbia delle donne che raccontavano (inutilmente) le offese che subivano dai gruppi di giovani immigrati illegali parcheggiati in tutte le case di accoglienza?

Tutto questo non è destinato a finire. L'attuale immigrazione non è un flusso ordinato. È il frutto di eventi traumatici, multipli e contemporanei, di guerre che hanno un'espansione globale e di lungo periodo. Non sarà aggiustabile secondo la logica di un progressivo assorbimento. La gestione di questa immigrazione è già da oggi uno dei maggiori problemi economici e sociali in Europa, il motore di uno sconvolgimento politico il cui impatto è già visibile.

La sospensione di Schengen da parte di due degli stati da sempre più disponibili, la Danimarca e la Svezia, segnala che davvero si sta raggiungendo un livello di guardia. E indica anche come su questo tema la socialdemocrazia (e la sinistra) sia da tempo in difficoltà a mantenere una posizione "aperturista" a tutti i costi. Le formule con cui abbiamo fin qui vissuto si rivelano inefficaci di fronte alle nuove dimensioni. Ma dentro il problema di tutti con l'integrazione, c'è un problema specifico per noi donne, come stiamo vedendo. E credo tocchi anche a noi trovare una voce in merito.

La prima idea su cui lavorare per il futuro non è forse difficile da individuare perché è un po' nelle cose: costruire un doppio percorso nella accoglienza. Dare priorità e immediata accettazione alle famiglie, ai bambini, alle donne, agli anziani. In qualunque condizioni e per qualunque ragioni arrivino. Costruire invece un percorso più lungo e approfondito per le migliaia di giovani uomini che per altro costituiscono la stragrande maggioranza anche degli illegali e clandestini. Davvero tutti questi giovani uomini sono in bisogno immediato e irreversibile di rifugio? Sono tutti alla ricerca di una nuova vita? Sono tutti decisi a non ritornare nei loro paesi d'origine? Domande scomode, ma realistiche.

Le regole attuali, e possono essere migliorate, forniscono già la definizione per distinguere coloro che hanno diritto all'asilo politico; ugualmente esistono chiari requisiti necessari per poter invece entrare in un paese come immigrato. Intorno a queste definizioni vanno costruite barriere successive per fare dell'ammissione in un paese un lavoro di "integrazione" che cominci ben prima della stessa entrata. E se questo processo porta a prevedere più controlli, e dunque anche a una formulazione più elastica di Schengen, va ricordato che questo è già nelle cose.

È un momento delicato, in cui l'opinione pubblica deve uscire dalle emozioni, dalle rabbie per cercare di capire davvero quale sia la strada migliore per il futuro. Le donne, anzi i diritti delle donne, devono essere una delle pietre miliari di questa chiarezza. In maniera uguale e contraria al modo come questi diritti negati vengono usati come un atto di aggressione nei nostri confronti. Non voglio pensare che mia figlia, le nostre figlie, vivranno in un mondo in cui abbiamo perso i diritti che avevamo conquistato per loro.

Integrare e integrarsi con le tante diversità è la più dinamica opzione della nostra società per crescere. L'accoglienza è un valore supremo. Ma senza definizioni, senza regole e senza domande è possibile che diventi la semplice riproduzione al nostro interno delle disperate periferie del mondo, la ricreazione di permanenti masse di profughi, senza che noi sappiamo cosa far né di loro né di noi stessi. Lucia Annunziata, blog LR/Uffpost 7

 

 

 

 

 

Il dibattito. Colonia, la fragile libertà delle donne

 

La questione è culturale: dobbiamo difendere con più fermezza gli ideali in cui crediamo e le nostre conquiste - di Dacia Maraini

 

«Mi hanno stracciato la camicetta, mi hanno messo le mani addosso, mi hanno rubato il telefonino, mi hanno sottratto il portafoglio, mi hanno cacciato un petardo sotto la maglia, mi hanno umiliata e offesa». Queste alcune delle testimonianze che vengono fuori sempre più numerose e precise. Ma dai gesti descritti possiamo riconoscere l’appartenenza a una fede religiosa? No, se riteniamo che le religioni siano una cosa seria, che predica il buon senso e l’armonia. Sì invece se una banda di dispotici aggressori, per giustificare la propria volontà di potenza, chiama in causa un Dio collerico e intollerante che impone di uccidere chiunque non si sottoponga al suo culto, propugna la schiavitù e chiede la decapitazione dei prigionieri. I terroristi vogliono spargere paura e sgomento, vogliono dominare e distruggere. Ma siccome non possono compiere i loro crimini in nome del puro egoismo, si richiamano a precetti religiosi arcaici e storicamente morti.

Come se noi prendessimo alla lettera la Bibbia, libro scritto in una epoca in cui la schiavitù era ammessa e legale, in cui la giustizia si identificava con la vendetta, in cui la pena di morte era praticata ogni giorno, in cui la tortura era considerata lecita, in cui gli adulteri e gli omosessuali venivano lapidati, in cui le donne non avevano diritti civili, in cui le classi abbienti depredavano e sfruttavano le classi povere.

 

Da noi c’è stato Gesù Cristo che ha sconvolto e rovesciato le prescrizioni della Bibbia: le parole «amore» e «perdono» hanno sostituito il «dente per dente» e l’odio di religione. Nei Paesi musulmani un Gesù è mancato, ma è invalsa la prassi di una saggia convivenza fra popoli e culture diverse. In certi momenti di crisi però si sente la mancanza di un libro sacro che reclami l’amore per il prossimo e la misericordia, come predica il Vangelo. Dove c’è misericordia non può esserci guerra, mentre i nostri terroristi si nutrono di guerra. La loro massima aspirazione è coinvolgere il mondo intero in una guerra santa in cui scannarsi ciecamente in nome di Dio.

Che c’entra tutto questo con le molestie contro le donne in una piazza tedesca in un giorno di festa? In realtà c’entra, soprattutto se si riconoscerà che i molestatori sono giovani emigrati. Ma emigrati di oggi o di ieri? È importante fare la differenza. A me sembra difficile che i migranti di oggi, che hanno rischiato la vita per mettere piede su una terra straniera tanto evocata, siano così stupidi da compromettere la loro permanenza con atti di teppismo. Credo piuttosto che siano emigrati di seconda o terza generazione (Formigli ci ha mostrato con testimonianze dal vivo, che le carte di identità da profugo si comprano al mercato nero), ragazzi che si sono sentiti discriminati e oggi sono affascinati da una violenza che li rende improvvisamente protagonisti. Fare paura, per chi si considera socialmente debole, dà una profonda soddisfazione, appaga le umiliazioni trascorse e fa sentire superiori, potenti, privilegiati da Dio.

Se ci chiediamo poi perché la polizia non sia intervenuta in tempo e perché abbia sottovalutato i gesti di questi giovani maschi infoiati, potremmo rispondere che anche in certi nostri figli di una storia patriarcale, alberga l’idea che strapazzare giovani donne che osano girare libere e sole per strada, sia in fondo una «ragazzata» da comprendere e lasciare correre. Così come considerano «ragazzate» le minacce di tanti mariti e fidanzati che intimidiscono le loro mogli col coltello e la pistola. La sottovalutazione è un atteggiamento culturale, non una debolezza psicologica. Provate a denunciare una molestia sessuale. Vi troverete davanti un agente scocciato, a volte divertito, poco disposto a prendere sul serio una «sciocchezza del genere». Oppure comincerà un interrogatorio in cui si chiederà alla ragazza com’era vestita, come si è comportata, facendole capire che in qualche modo, se l’è cercata.

Ancora per molti occidentali la donna è prima di tutto una proprietà e come tale va rispettata. Ma nel momento in cui sfugge al suo possessore e rivendica la sua libertà di movimento e di scelta, diventa pericolosa, una nemica da punire, e a volte perfino da sopprimere. Non si tratta, come ripeto, di una questione di genere, ma di cultura: e riguarda chi identifica la propria virilità con la proprietà dell’altro.

 

Ma allora, cosa fare? Prima di tutto direi, disfarsi della idea facile che esistano le categorie, sessuali o religiose, ma fare uno sforzo per riconoscere i responsabili degli atti di violenza, da qualunque parte stiano, e applicare la legge che li punisce. Ma per fare questo è necessario difendere con più fermezza le nostre conquiste di parità e libertà, sancite dalla Costituzione. È necessario distinguere fra rispetto e relativismo. Il relativismo troppo spesso significa appiattirsi acriticamente sui valori altrui. Rispetto significa invece esigere dall’altro quello che si pretende per sé. Se vuoi che io rispetti la tua religione, devi rispettare la mia. Se vuoi che io rispetti la tua vita, i tuoi valori, le tue abitudini, devi rispettare il mio mondo. Il rispetto non può che essere reciproco. E va praticato come un’etica pubblica riconosciuta da tutti.

Certamente le politiche di accoglienza vanno riviste. Non possiamo fare finta che il terrorismo internazionale non esista, o non sia pericoloso. Ma la risposta alla violenza non può consistere in altra violenza. Il terrorismo religioso, fatto di bombe umane e aggressioni improvvise, è un fenomeno complesso e nuovo che va affrontato con conoscenza e coraggio, unendosi per stabilire strategie comuni, sapendo che costerà soldi e sacrifici; ma se non vogliamo cascare nella loro provocazione, ovvero in una guerra mondiale che farebbe migliaia di morti, dobbiamo ragionare insieme, inventare nuove strategie, pensare in grande e a lunga scadenza, dando un esempio di maturità e di responsabilità. CdS 10

 

 

 

 

 

Nuove denuncie in Germania: donne molestate da 500 uomini in una discoteca

 

Il ministro della Giustizia tedesco: «A Colonia aggressioni organizzate»

 

Arrivano nuove denuncie dalla Germania, dopo i fatti di Colonia e di Amburgo, c’è anche la città di Bielefeld, in Westfalia, che si aggiunge all’elenco di quelle in cui si sono registrate violenze e molestie a Capodanno: secondo il Westfalen Blatt oltre 500 uomini, sabato notte, avrebbero forzato l’ingresso in una discoteca, l’Elephant Club, e avrebbero molestato molte donne. La polizia ha confermato. 

Il capo della sicurezza del locale ha raccontato di avere dovuto ricorrere alla forza per liberare le donne dalle “attenzioni” del branco che era molto aggressivo. 

 

Tornando sul fronte Colonia, per il ministro della Giustizia tedesco, Heiko Maas, gli attacchi subiti dalle donne sono stati «organizzati». L’esponente del governo di Angela Merkel lo dice alla Bild am Sonntag. «Quando si incontra una orda del genere per commettere dei reati, deve esserci una certa forma di organizzazione dietro. Nessuno può venirmi a raccontare che non sia stato preparato o concordato».  

 

Intanto il ministro dell’Interno, Thomas de Maizere, promette più video-sorveglianza, più presenza delle forze dell’ordine nelle strade, una giustizia veloce e leggi più dure. «Dobbiamo fare di tutto affinché cose del genere non si ripetano», dice, annunciando «conseguenze veloci». Dopo le dimissioni del capo della polizia, finito nella bufera per l’inadeguatezza dimostrata nella gestione del caos scoppiato la notte di San Silvestro, ieri, a Magonza, Angela Merkel ha annunciato che i profughi che si macchiano di reati perderanno il diritto d’asilo in Germania.  

 

La cancelliera ha annunciato che la Cdu si impegnerà perché i profughi e richiedenti asilo possano essere respinti più velocemente, se commettono reati. «Se le persone si pongono al di fuori del diritto tedesco, ciò deve avere conseguenze», ha sottolineato. La proposta prevede che i richiedenti asilo perdano il diritto a rimanere in Germania «anche se sono stati condannati per un reato con la condizionale». 

 

E ieri è stata una giornata campale per la Germania. Forti tensioni si sono registrate a Colonia dove si sono svolte due manifestazioni ufficiali annunciate e una terza improvvisata dalle femministe sulla scalinata del duomo, culminata con l’interruzione della polizia del corteo degli anti-islamici di Pegida per lancio di petardi contro le forze dell’ordine. Sul campo c’erano 1700 agenti della polizia locale e centinaia di uomini di quella federale. Sempre ieri un improvvisato flashmob di femministe aveva ravvivato la scalinata del duomo. Una manifestazione allegra e pacifica, ma con uno slogan drammatico: nessuna tolleranza per la violenza alle donne. LS 10

 

 

 

 

L'Europa è a pezzi e l'Italia è tagliata a fettuccine

 

In Germania la Cancelliera Angela Merkel ha compiuto un errore dietro l'altro. Il primo sembrò - e probabilmente lo era - un atto che restituiva all'Europa la sua dignità di presidio della civiltà occidentale: aprì la porta ai rifugiati che fuggivano dalla guerra in Siria, dalla morte, dalla fame, dalla schiavitù. Un milione di immigrati arrivò in terra tedesca trovandovi sostegno e - almeno in parte - anche lavoro. Ma quella pacifica invasione non piacque affatto agli alleati bavaresi della Cdu, il partito della Cancelliera. La destra tedesca si manifestò contro la Merkel anche in Parlamento. Gran parte del ceto medio si schierò contro di lei ad un anno e mezzo dalle prossime elezioni politiche.

 

Per evitare il peggio la Merkel bloccò - temporaneamente - ogni ulteriore ingresso di immigrati e proclamò che avrebbe espulso tutti quelli che non avessero rispettato le leggi vigenti. Ma, come se tutto ciò non bastasse, ci furono le turpi notti di Colonia e di Amburgo, l'assalto di centinaia di facinorosi alle donne che passeggiavano nel pieno centro della città, a Colonia specialmente tra il duomo e la stazione ferroviaria centrale. Palpeggiamenti lubrichi, borseggio, stupri, con la polizia incapace di fronteggiare un episodio che dir turpe è dir poco. La Merkel in questo momento si trova nel punto più basso della sua popolarità, con ripercussioni inevitabili nei confronti delle Autorità di Bruxelles. Tutto ciò non fa che stimolare l'autonomia dei singoli Paesi membri dell'Ue con le conseguenze che questa situazione comporta.

 

Nel frattempo altri Paesi, per bilanciare il flusso inevitabile di immigranti, hanno eretto muraglie di cemento e di filo spinato nonché le polizie di frontiera e addirittura l'esercito: la Polonia, l'Ungheria, la Repubblica Ceca, la Slovacchia, la Romania, la Slovenia, la Danimarca, la Svezia e perfino la Francia. Il trattato di Schengen che aveva abolito i confini interni tra le Nazioni europee, di fatto non esiste più anche se Bruxelles proclama che è tuttora pienamente valido ma soltanto temporaneamente sospeso. Parole. Allo stato dei fatti non lo è, ma se l'ipotesi della sua piena ripresa non avrà luogo entro i prossimi tre o quattro mesi, l'Europa come Unione non esisterà più proprio nel momento in cui la buona stagione farà riprendere massicciamente i viaggi per mare. L'emigrazione, come più volte ha detto papa Francesco, non si fermerà, perché nella società globale tutto si muove a cominciare da interi popoli. Dalla fame e dalla schiavitù, gli individui, le famiglie e popoli interi vanno verso il benessere. Durerà almeno cinquant'anni questo fenomeno e nessuno potrà fermarlo. Ma il primo effetto non è quello dell'accoglienza, ma del respingimento, sicché la politica si sta spostando: emerge l'indifferenza e nel contempo reggono partiti e movimenti di destra con tutto quel che ne segue.

 

Immigrazione a parte, la Spagna non è riuscita a formare un governo dopo le elezioni e voterà di nuovo nei prossimi mesi. Portogallo e Irlanda si trovano in pessime acque. La Grecia è in grave difficoltà.

 

Questo è il panorama. Dire che è pessimo è ancora dir poco. E l'Italia?

Di fronte al peggio degli altri Paesi sembra a molti che l'Italia sia il meglio. Per certi aspetti è vero, per altri no.

 

È certamente meglio per quanto riguarda la flessibilità economica perché con un'Europa che è ormai incapace di esistere politicamente e soltanto con una burocrazia abbandonata da ogni lato a se stessa, l'Italia da sola decide ciò che le sembra più opportuno: politica economica keynesiana, mance e mancette a fini elettorali, aumento di potere del premier che marcia ormai con passo veloce e sicuro verso l'istituzione costituzionale di una premiership che è da sempre il suo obiettivo.

 

L'Italia è uscita da tempo dalla recessione, ma negli ultimi mesi sembra aver imboccato la crescita economica, sia pure a lenti passi e ancora con grande fragilità. Questa crescita tuttavia è in parte figurativa. La diminuzione della disoccupazione e l'aumento dell'occupazione riguardano la prima lavoro precario, la seconda lavoro a tempo indeterminato con un costo di decontribuzione notevole e comunque determinata dall'aumento di consumi e degli investimenti. I consumi qualche ampliamento l'hanno avuto, gli investimenti ancora no.

 

Tutto ciò avviene comunque in presenza di un debito pubblico che è tra i più alti del mondo e non accenna a diminuire se non nelle previsioni che da due anni ci assicurano del loro avverarsi entro tre mesi. Prevedere è facile ma due anni sono comunque passati e quei tre mesi non li abbiamo visti. I guai per l'Italia non sono solo questi; ci sono le banche, c'è una premiership faccendiera, c'è un Parlamento svuotato d'ogni potere, c'è alle viste un referendum costituzionale che quanto di peggio si possa concepire, c'è l'evasione e la corruzione che il presidente Mattarella ha stigmatizzato nel messaggio di fine anno come un elemento peggiore e largamente diffuso. E poi c'è la Libia, dove abbiamo rivendicato il nostro ruolo di protagonista che ci è stato riconosciuto dall'Europa e dalle Nazioni Unite, ma che almeno finora non siamo stati assolutamente in grado di attuare mentre il Califfato e i suoi uomini, valutati in circa diecimila, assaltano particolarmente la Tunisia, il governo di Tobruk, quello di Tripoli, l'oleodotto di petrolio e di gas e alimentano il traffico degli scafisti. Insomma, si sono ormai militarmente insediati di fronte all'Italia mentre noi continuiamo ad offrire alla diplomazia il nostro ormai risibile protagonismo in politica estera.

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Le banche, specialmente quelle popolari e locali, non sono certo una cosetta da poco. I crediti in sofferenza hanno ormai toccato per l'intero sistema italiano oltre i 300 miliardi e poiché una cifra simile assai difficilmente può essere ceduta ad un'impresa di recuperi, deve essere ripianata con aumenti di capitali, diminuzione di personale, concentrazioni di agenzie e soprattutto acquisto di titoli pubblici. Con quale danaro? Con il Qe della Banca centrale, restringendo l'erogazione di crediti alla clientela. È vero che Draghi vincola almeno una parte della liquidità che fornisce alle banche a prestiti alla clientela, ma quest'ultima è ancora intorpidita e quando non lo è le banche violano l'impegno assunto con la Bce, specie quelle locali e popolari di piccole dimensioni.

 

Le quattro banche popolari in stato di completo dissesto sono state ispezionate dalla Banca d'Italia, con speciale attenzione alla Banca Etruria che è la principale tra loro. Le ispezioni sono iniziate nel 2013 e sono continuate fino alla fine del 2014. A quel punto la Banca d'Italia ha formulato vere e proprie "incolpazioni" ai dirigenti, la Procura di Arezzo ha aperto un'inchiesta ed ha mobilitato la Guardia di Finanza. L'insieme di questi documenti è stato reso pubblico. Il governo dal canto suo, col provvedimento sulla "Buona Banca", ha costituito quattro nuove banche riunendo il dissesto in una "bad bank" o banca cattiva che dir si voglia, addossandone il peso a coloro che sono incappati in obbligazioni e investimenti quanto mai insicuri.

 

Dai documenti resi pubblici dalla Banca d'Italia e dalla Guardia di Finanza per quanto riguarda Banca Etruria, le incolpazioni riguardano l'ex presidente Lorenzo Rosi, i due vicepresidenti Alfredo Berni e Pierluigi Boschi, più molti componenti del consiglio d'amministrazione tra i quali il più incolpato dalla Procura è Luciano Nataloni. Tra le società citate in affari scorretti o addirittura colpevoli c'è soprattutto la Castelnuovese guidata da Rosi e altre con intrecci e partecipazioni variamente incrociati tra le quali la Nikita Invest che pare detenga il 41 per cento della Party srl, la cui maggioranza appartiene a Tiziano Renzi, padre del nostro presidente del Consiglio.

 

Questo è il panorama, in attesa del giudizio della Procura aretina. Speriamo sulla Buona Banca e negli arbitrati di necessario approfondimento affidati a Raffaele Cantone. Per noi, testimoni di quanto accade, non c'è che turarsi il naso.

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Debbo ora parlare di nuovo, come già feci domenica scorsa, del referendum costituzionale, detto correntemente confermativo, che Renzi ha deciso si svolga nel prossimo autunno. L'intera materia è disegnata dalla Costituzione negli articoli 75 e 138. Poiché su questo argomento si sono aperte vivaci polemiche, approfondiamo il tema che sembra a me di massima importanza.

 

L'articolo 75 dice: "È indetto referendum popolare per decidere l'abrogazione totale o parziale d'una legge, quando lo richiedano cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. Hanno diritto di partecipare al referendum tutti i cittadini chiamati ad eleggere la Camera dei deputati. La proposta di referendum è approvata se ha partecipato alla sua votazione la maggioranza degli aventi diritto e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi" dunque per il referendum abrogativo ci vuole il quorum del 50,1 per cento degli aventi diritto.

 

I passi essenziali dell'articolo 138 sono i seguenti: "Le leggi sulla revisione della Costituzione sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni a intervallo non minore di tre mesi e sono approvati a maggioranza assoluta di ciascuna Camera nella seconda votazione. Le leggi stesse sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne faranno domanda un quinto dei membri d'una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. La legge sottoposta a referendum non è promulgata se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi. Non si fa luogo a referendum se la legge stessa è stata approvata da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti". Quest'ultima parte del 138 spiega chiaramente il motivo per il quale Renzi ha chiesto il referendum: non avrebbe mai raggiunto al Senato e forse neppure alla Camera la maggioranza dei due terzi, e quindi non c'era che fare ricorso ad un referendum confermativo che a differenza dell'abrogativo non ha alcun quorum da rispettare. Basta che partecipino qualche centinaia di migliaia su un elettorato di circa 40 milioni di cittadini, affinché sia valido. La mia ipotesi di solo tre persone votanti, da me formulata domenica scorsa, è ovviamente un'iperbole, ma se si verificasse, il referendum confermativo avrebbe il suo effetto.

 

La domanda sulla quale fervono le polemiche è dunque questa: perché la Costituzione non ha previsto un quorum? Per l'abrogazione sì, l'ha previsto, ma per una legge costituzionale che non abbia ottenuto i due terzi da entrambe le Camere no, non c'è quorum.

 

Dicono i sostenitori di questa procedura costituzionale che, non prevedendo alcun quorum, si dà voce e potere ad una minoranza e questo è un bene per la democrazia.

 

Detto così il concetto è giusto: si dà un potere ad una minoranza, quindi la democrazia è tutelata. Ma non è affatto così. Senza il quorum il potere si dà, in assenza d'una maggioranza assoluta, ad una maggioranza relativa. Cioè si dà un premio alla maggioranza delle minoranze così come avviene nella legge elettorale con il premio non a chi ha il 50 più 1 dei voti ma a chi ha il 40. Si premia una minoranza? No, si premia la maggioranza relativa e la si rende schiacciante visto che non poteva avere i due terzi del Parlamento.

 

Quindi il referendum confermativo dev'essere osteggiato da un contro referendum propositivo che chieda un quorum. Oppure la maggioranza senza quorum può dire no bocciando il confermativo.

 

Personalmente non credo che avverrà. Crescerà l'astensione, questo è probabile, ed avremo un Paese guidato da una premiership di minoranza. Coi tempi bui nei quali viviamo può essere una soluzione, ma non certo democratica e tanto meno di sinistra. Andranno a votare gli elettori abbienti e le clientele dei vari emirati. Anche su questi ci vorrebbe una vigilanza.

Se vorrà assumerla la spettanza è di Sergio Mattarella che dovrà fischiare un fallo quando lo vede. Forse sarebbe bene che usasse una moviola, cioè la libera stampa quando documenta un qualcosa che metta in gioco i principi della Costituzione democratica e repubblicana. EUGENIO SCALFARI  LR 10

 

 

 

 

Buon 2016

 

Il 2015 è finito con un calo dei consumi del 2,4% rispetto al 2014. Pensioni e stipendi, quando ancora ci sono, non hanno maturato incrementi espressivi. La “tredicesima” s’è involata tra IMU e scadenze di fine anno.

 La percentuale di disoccupazione resta a due cifre. Non sono “lievitati” i prezzi il minuto dfi parecchi generi; alimentari e no. La crisi economica, con un PIL lievemente sopra lo “O”, sembra essersi ridimensionata. Ma è ancora presto per scrivere che le maggiori difficoltà di casa nostra sono, definitivamente, rientrate.

 Del resto, le previsioni, gli oroscopi e le preveggenze le lasciamo a chi ci crede. Noi preferiamo basarci sulla realtà dei fatti e per evitare gli ottimismi dell’ultimo minuto. L’unica realtà, che non possiamo sottovalutare, è l’incertezza politica e l’incoerenza di un Parlamento sempre mano presente alle necessità del Paese.

 L’epopea di Renzi tira avanti; ma sempre con meno convinzione degli alleati di Governo. Gli italiani dovranno, come per il passato, onorare scadenze già in essere e nuovi balzelli che, con scaltra psicologia, assumeranno diverso nome.

 Il “ponte” tra passato e futuro è ancora tutto in costruzione per necessità d’aggiornarne il progetto edificativo. Non è pessimismo il nostro. Ci mancherebbe altro. E’ che viviamo un’esistenza della quale della quale siamo stati obbligati ad accantonare interessanti progetti. Sarebbe stato, certamente, più consolante se tutti i nostri Parlamentari avessero deciso di ridurre, ulteriormente, le loro propine e i sostanziosi vitalizi.

 L’anno che ci stiamo lasciando alle spalle ci ha costretto a rinunciare a molto e il 2016 sembra iniziare con poche certezze migliori di quello che è alla fine. Con l’anno nuovo, ne siamo certi, la nostra economia resterà ancora “convalescente”; anche se la sua prognosi sembrerebbe non più “riservata”.

Ci saranno, comunque, delle scadenze che dovranno essere rispettate. Il tutto con segnali riduttivi della nostra produttività. Eppure, c’è un’Italia che punta, ancora, sull’apparenza di benessere e sulle offerte vantaggiose; pur spendendo poco.

 Insomma, l’illusione di sembrare, qualche volta, ha ancora la meglio sulla drammaticità dell’essere. Così va la vita e non solo nel Bel Paese.

Terminiamo, tanto per rispettare la tradizione, augurando un Buon Anno a tutti i Lettori che hanno avito la pazienza, e la costanza, di seguirci nei dodici mesi che ci apprestiamo ad affrontare. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Garavini (PD): Il 2016 si apre sotto i migliori auspici anche per gli italiani nel mondo. Bilancio di un anno di lavoro

 

Nel 2015 il Governo e il Parlamento a maggioranza PD si sono resi artefici di riforme che il Paese aspettava da decenni e che hanno  importanti ricadute anche per gli italiani all’estero. In primo luogo la riforma della Costituzione: il disegno di legge ha superato lo scoglio decisivo al Senato e si avvia entro pochi mesi verso l’approvazione definitiva. Grazie a questa svolta l’Italia diventerà finalmente un Paese che decide, mettendo fine al rimpallo continuo fra Camera e Senato e lasciando alla “Camera alta” solo alcune importanti competenze. Due conquiste della riforma costituzionale sono il mantenimento alla Camera della Circoscrizione estero e la possibilità di votare anche per chi si trova temporaneamente all’estero, come gli studenti Erasmus. Due obbiettivi non scontati, che vanno salutati come un successo per chi come noi tiene a mantenere legami sempre più stretti fra gli italiani in movimento e la madrepatria.

Un altro determinante traguardo raggiunto nel 2015 per il nostro Paese è la 'Buona scuola': una Legge che ha permesso a decine di migliaia di giovani precari di diventare insegnanti di ruolo e di lavorare in gran parte nel luogo preferito, con buona pace dei catastrofisti, che avevano previsto “deportazioni”, poi mai verificatesi. Con l'approvazione della 'Buona scuola' si è votato anche un'importante delega al Governo, con cui lo si impegna a predisporre una riforma dell’insegnamento della lingua e cultura italiana all’estero.

I risultati della buona politica del PD si vedono nei fatti - nell'occupazione e nel PIL che tornano a crescere; nella repentina diminuzione dello Spread, dopo anni di ansie, anche a livello internazionale; nella diminuzione del deficit pubblico e nel parallelo rispetto dei vincoli di bilancio a livello europeo - anche per questo l’Italia è tornata ad essere un Paese che conta, in Europa e nel mondo. Un Paese che fa silenziosamente la sua parte anche nella lotta contro il terrorismo internazionale – è di pochi giorni fa l’annuncio che invieremo 450 soldati a presidiare la diga più grande dell’Iraq- senza cedere ai proclami da “Guerra santa”.

Per quanto riguarda in particolare noi italiani all’estero le novità importanti di quest’anno sono molte. Innanzitutto, con il passaggio della Legge di stabilità in Parlamento il PD è riuscito non solo a rendere permanente l’esenzione IMU per gli italiani residenti all’estero titolari di pensioni estere, ma a estenderla anche alla TASI. In più, sempre per questa categoria di connazionali nel mondo, la TARI sarà diminuita di due terzi. Inoltre, dopo anni di tagli, e anche grazie a un mio emendamento alla Stabilità,  finalmente tornano a crescere le risorse destinate alla promozione della lingua e cultura nel mondo: quasi quattro milioni e mezzo di euro nel complesso. Una somma non grande ma preziosa, perché grazie a essa sempre maggiori studenti, stranieri e non, potranno avvicinarsi alla nostra cultura. In Stabilità sono stati stanziati poi fondi significativi per rendere più competitive a livello internazionale le nostre università: un segnale che anche a livello nazionale il Governo si muove per svecchiare un sistema universitario che ha pochi mezzi e molte potenzialità.

Il 2015 è stato anche l’anno del rinnovo dei Comites, i Comitati degli italiani all’estero, che dopo anni di scandalosa paralisi sono tornati a nuova vita, spesso arricchiti da nuova linfa come quella rappresentata dagli italiani di nuova emigrazione. Proprio per i Comites, dopo anni di disinteresse, quest’anno in Stabilità abbiamo stanziato nuovi fondi, destinati anche al Cgie, il Consiglio generale degli italiani all’estero, e alle agenzie di stampa per l’estero.

Sul fronte della nostra rete diplomatica, quest’anno c’è da segnalare non solo l’arresto di ulteriori chiusure di sedi di consolati e ambasciate, ma soprattutto la messa a disposizione di risorse, grazie ad un mio emendamento, per difendere le nostre rappresentanze da attentati terroristici, specialmente in quei Paesi che sono più esposti a questa minaccia.

Un’altra buona notizia per i giovani all’estero: alla Camera abbiamo prorogato gli effetti della Legge Controesodo fino al 2017. Non solo: gli aventi diritto potranno scegliere se usufruire delle agevolazioni fiscali introdotte dal Decreto sull’internazionalizzazione (emanato lo scorso settembre) oppure servirsi di Controesodo. Buone nuove anche per le famiglie: grazie al nostro impegno in qualità di deputati Pd eletti all'estero le detrazioni per familiari a carico sono state estese in via definitiva ai lavoratori all’interno dell’UE e per chi lavora fuori dall’UE per un periodo di tre anni. Le imprese italiane che fanno affari con l’estero potranno contare su un supporto ancora più efficace da parte delle Camere di commercio, dato che grazie ad un nostro emendamento PD alla Camera abbiamo procurato un finanziamento di 500.000 euro per questo settore strategico.

Infine: abbiamo deciso un cospicuo stanziamento di fondi per le minoranze italiane residenti in Slovenia e Croazia e per le nostre comunità istriane, fiumane e dalmate. Anche in questo caso un investimento importante per tenere vivi i legami dei nostri concittadini con la cultura e la storia di quel pezzo d’Italia fuori dai confini nazionali.

Le cose ancora da fare per gli anni a venire non sono poche né semplici. Innanzitutto è necessaria una riforma complessiva del sistema di promozione della lingua e cultura italiana all’estero. Un tema sul quale sono intervenuta negli anni scorsi ma dove ancora non è stata approntata una soluzione di largo respiro, che invece è più urgente che mai.

Un’altra questione che ha bisogno di essere riorganizzata nel suo complesso è quella delle rappresentanze di base. Anche su questo tema c'è bisogno di mettere all’ordine del giorno della maggioranza una riforma organica di Comites e Cgie, in modo da affrontare al meglio le sfide delle nuove emigrazioni.

E poi c'è bisogno di essere sempre più attenti a quelle che sono le esigenze dell'emigrazione di oggi, una realtà sempre più sfaccettata e poliedrica, espressione di un mondo globale, in costante movimento. Ecco che, con un occhio al passato e lo sguardo ottimista rivolto al futuro auguro a tutte le italiane e agli italiani nel mondo buona fine ed un migliore principio. I più sinceri auguri di un 2016 ricco di ogni bene e di tanta serenità. Laura Garavini

 

 

 

 

Impronte ai profughi anche per salvare Schengen

 

Tra i rifugiati che entrano nella Ue ci possono essere militanti del Daesh camuffati. Dobbiamo rassicurare le opinioni pubbliche che chi arriva trovi un sentiero il meglio organizzato possibile per essere accolto e integrato. La tracciabilità dei movimenti è fondamentale per evitare il caos. di Danilo Taino

 

È inutile che lo neghiamo: un incrocio tra terrorismo e rifugiati in arrivo in Europa esiste. Non nel senso che i profughi sono terroristi. Al contrario, cacciati dalle loro case e dalle loro vite dal settarismo islamista, se accolti in modo intelligente in Occidente possono essere la base sulla quale costruire un Islam moderno. Tra i rifugiati che entrano nella Ue, però, ci possono essere militanti del Daesh camuffati. Già da questo punto di vista, la decisione della Ue di raccogliere obbligatoriamente le impronte digitali dei migranti ha una sua giustificazione: non è certo una misura risolutiva ma, un mese dopo Parigi, non possiamo permetterci di dimenticare che ogni precauzione va presa.

 

C’è però anche un altro motivo per il quale identificare i profughi è importante. Come ha sottolineato due giorni fa il presidente Sergio Mattarella, uno degli obiettivi dell’Europa dev’essere la difesa dei suoi spazi di libertà e tra essi quelli di movimento, cioè di Schengen. Se non vogliamo che — ipotesi tutt’altro che improbabile — l’accordo di circolazione libera dei cittadini crolli, dobbiamo rassicurare le opinioni pubbliche che chi arriva trovi un sentiero il meglio organizzato possibile per essere accolto e integrato. E dobbiamo essere certi che ciò avvenga senza creare tensione tra Paesi. La tracciabilità dei movimenti è fondamentale per evitare il caos. Caos che porterebbe al crollo di Schengen e da esso a disastri ulteriori in Europa.

 

Siamo in un caso di conflitto tra due libertà. Quella di chi arriva e comprensibilmente non ama farsi prendere le impronte digitali e un continente che vuole rimanere senza frontiere interne. Spiegarlo ai profughi ed evitare che i controlli siano ingiustificati e repressivi è probabilmente la chiave per tenere assieme le due libertà. CdS 16.12

 

 

 

 

Merkel “personaggio dell’anno” per Time. Ma l’intera Germania ha aperto le porte ai rifugiati

 

Dietro la copertina che la rivista statunitense ha riservato alla cancelliera tedesca c’è un Paese che ha accolto centinaia di migliaia di stranieri in fuga da guerra e fame. Solidarietà e organizzazione teutonica hanno permesso per ora di assorbire la sfida. La Cdu  sostiene la Merkel nella strategia di accoglienza.  Essenziale il contributo delle Chiese cattolica e protestante - Massimo Lavena

 

La copertina del settimanale Time di New York dedicata al “personaggio dell’anno 2015” è stata assegnata ad Angela Merkel. La Cancelliera della Repubblica federale di Germania ha ricevuto il riconoscimento per “la sua leadership nell’aver promosso e mantenuto un’Europa aperta e senza confini di fronte alla crisi economica e a quella dei profughi”. La scelta del magazine di focalizzare le motivazioni sull’azione politica ed economica, e il riferimento esplicito alle frontiere aperte e alla crisi umanitaria, invitano ad analizzare quale sia l’attuale situazione in Germania per la gestione dei richiedenti asilo, anche alla luce dell’afflusso di profughi verso l’Europa che non è certamente concluso. Intanto nella giornata di ieri la Merkel ha vinto la sua battaglia interna al partito, proprio attorno al tema dei rifugiati. La cancelliera ha convinto la Cdu: sì all’accoglienza, anche se ci sarà una riduzione globale del numero dei richiedenti asilo, grazie ai controlli più efficaci alle frontiere esterne della Ue e agli hotspot in Italia e Grecia.  Il risultato politico è stato acquisito, ma il futuro richiede un grande slancio  sociale ed economico.

Situazione “bollente” ma sotto controllo. Dal gennaio 2015 sono 965mila le domande d’asilo presentate in Germania (fonte Ufficio federale per l’immigrazione e i rifugiati, Bamf): una cifra da record che ha posto numerosi problemi. Eppure, dall’inizio dell’anno i tempi di attesa per l’elaborazione delle singole richieste è scesa a 5 mesi e mezzo rispetto ai 7 del 2014.

Nel solo mese di novembre sono state prese in carico 57.800 domande, ovvero il 162% in più rispetto al novembre 2014.

Nel contempo sono state accolte 35.400 domande, il 145% in più nei confronti del mese corrispondente dell’anno prima. Le procedure di riconoscimento dell’asilo richiedono una “valutazione individuale, per ragioni di certezza d’identità e per prevenire abusi e illegalità”, spiegano al Bamf, dove si lavora a ritmo serrato. Le decisioni variano a seconda della provenienza e delle richieste avanzate anche dai Paesi d’origine. Dal mese di gennaio 4mila rifugiati hanno trovato lavoro e il processo di accoglienza porta, secondo il ministro federale della Giustizia, Heiko Maas, alla necessità “di unire tutte le persone che vengono da noi, meglio e più velocemente. Per questo dobbiamo confrontare i dati”.

Ma per Maas “l’integrazione non è solo un oggetto di politica, ma di tutta la società, le organizzazioni interessate, comprese le chiese”.

Assistenza medica ed educativa La Asylbewerberleistungsgesetz (la legge che regolamenta il diritto d’asilo in Germania in ottemperanza delle regole europee) assicura ai rifugiati il diritto alle cure mediche. Per quanto tali cure per i rifugiati siano competenza esclusiva dei Länder e delle municipalità, il governo federale contribuisce in modo che non diventi un aggravio eccessivo a livello locale. In questo modo i Länder possono emettere una tessera sanitaria ad hoc per i rifugiati. Del resto i migranti che sono affluiti in Germania sono giudicati per lo più in buona salute. “Le malattie infettive si verificano nella stessa misura della popolazione autoctona”, assicurano le autorità sanitarie nazionali. I rifugiati, ribadisce il ministero competente, “non sono causa di aumento delle malattie”. Nei progetti federali per l’integrazione e l’educazione sociale c’è d’altronde la possibilità di favorire l’inserimento dei rifugiati nella Protezione volontaria civile. Potrebbero così apprendere competenze tali da permettere il futuro reinserimento nel Paese d’origine. Nel frattempo sono stati stanziati, nel “pacchetto asilo 1”, 559 milioni di euro per l’istruzione e la formazione linguistica:

300mila rifugiati riceveranno lezioni di tedesco e con altri 479 milioni entro il 2017 saranno introdotti nel mondo della formazione professionale almeno 200mila rifugiati.

Il ruolo delle Chiese In questi dati si inserisce la collaborazione Stato-Chiese, nella quale un ruolo imprescindibile hanno le azioni assistenziali e caritatevoli sia a carico della Chiesa cattolica sia delle Chiese protestanti, anche attraverso le due associazioni Caritas e Diakonie. La Chiesa cattolica in Germania nel 2015 ha reso disponibili 98,6 milioni di euro per aiuti e assistenza ai profughi: le diocesi tedesche hanno fornito dal canto loro più di 66,5 milioni di euro di fondi speciali per l’assistenza ai rifugiati in Germania senza considerare lo straordinario aiuto giunto da congregazioni religiose e associazioni cattoliche, con 100mila volontari in azione. Le organizzazioni umanitarie ecclesiali hanno sostenuto progetti per i rifugiati all’estero per 32,1 milioni di euro. E l’impegno prosegue. Così che il riconoscimento assegnato da Time alla Merkel appare convincente, benché da condividere con un Paese che ha saputo mobilitarsi nella sua (quasi) totalità.

Sir dic

 

 

 

 

 

“Brava Merkel, sui migranti ha ascoltato i critici senza tradire la sua linea”

 

Il giorno dopo il congresso della Cdu, parla l’ex viceministro delle Finanze, Steffen Kampeter: «Schaeuble ha la stoffa del cancelliere, ma adesso la questione non si pone» - TONIA MASTROBUONI INVIATA A KARLSRUHE

 

Influente parlamentare della Cdu ed ex viceministro delle Finanze, Steffen Kampeter ritiene «saggio» che Angela Merkel sia venuta incontro ai critici senza tradire la propria linea politica: «questa è leadership». Quanto a Schaeuble, che qualcuno vedeva già al posto della cancelliera, Kampeter taglia corto: «ha la stoffa» del cancelliere, ma la questione non si pone: «è assurdo pensare che rinunci alla sua lealtà nei confronti di Merkel».  

Kampeter, come giudica il discorso di Angela Merkel?  

«Merkel è stata saggia ad accogliere le critiche senza cambiare la sostanza della sua linea politica: questa è leadership. E il richiamo ad Adenauer e Kohl è un chiaro richiamo alle radici del partito. Credo che abbia rafforzato la sua posizione». 

Ci sono cose che non le sono piaciute?  

«Avrebbe potuto suscitare ancora più entusiasmo con un passo ulteriore verso i suoi critici. Forse i vertici di un partito possono andare incontro più esplicitamente alle paure della base». 

Oggi, a proposito, è previsto l’intervento del numero della Csu Seehofer, il più arrabbiato sulle “porte aperte” verso i profughi.  

«Il presunto conflitto tra Cdu e Csu non è di contenuti: la cancelliera ha riconosciuto la necessità di ridurre i profughi. Credo che nel partito sia stato giudicato immondo il modo in cui la cancelliera è stata trattata al congresso della Csu. Non credo che il partito si abbasserà a fare altrettanto con Seehofer».  

Insomma è pace o solo tregua tra Merkel e Cdu?  

«Non c’è una crisi, c’è la legittima richiesta che le paure del partito vengano prese sul serio». 

Merkel ha parlato di “imperativo umanitario”, a proposito dei profughi.  

«E’ interessante che non ci siano tatticismi ma una politica estera legata a dei valori. Ci sono stati passaggi da dichiarazione di governo».  

Merkel ha definito la Cdu anche anche partito-pontiere.  

«Ha citato Adenauer, l’ambizione di rappresentare tutti, di essere una Volkspartei, che fa da pontiere tra confessioni, rappresentanze, strati sociali. E’ il motivo per cui sono membro della Cdu». 

Senza l’aggiunta di domenica sera, il congresso sarebbe stato pericoloso per Merkel?  

«Qualcuno voleva danneggiare Merkel o addirittura farla cadere sulla questione dei profughi. Ma il congresso non l’avrebbe mai consentito». 

E Schaeuble? Può sostituire la cancelliera?  

«E’ assurdo pensare che Schauble possa rinunciare ad essere leale con Merkel. Tutt’un’altra questione è chiedersi se ha la stoffa del cancelliere: la risposta è sì. Ma è una questione che non si pone».   LS 15

 

 

 

 

Germania: mai così tanti occupati dalla riunificazione

 

A dicembre il tasso di disoccupazione si è confermato al 6,3%, nell'intero 2015 si è registrato un record di 43,03 milioni di occupati. I flussi di migranti potranno portare un po' di alti e bassi sul mercato del lavoro, ma aiuteranno gli incassi di contributi sociali

 

MILANO - Se c'è un motivo per il quale molti giovani italiani scelgono di prendere un biglietto di sola andata per la Germania, questo è il mondo del lavoro: secondo le statistiche pubblicate oggi, il tasso di disoccupazione tedesco di dicembre si è confermato al 6,3%, ai minimi storici dalla riunificazione. Ma ancor meglio è andata se si guarda ai dati medi annui, per i quali il 2015 appena archiviato viene incoronato come il miglior anno per il mercato del lavoro da quando non esiste più la distinzione tra Est e Ovest.

 

Il 6,3% segnato dal tasso di disoccupazione di dicembre (un dato rettificato pubblicato dall'Agenzia federale per il lavoro) conferma la percentuale registrata a novembre. Il risultato è in linea con le attese degli analisti ed in miglioramento dal 6,4% di ottobre. A dicembre, i disoccupati sono risultati in calo (sempre a livello rettificato) di 14mila unità a quota 2,757 milioni di unità.

 

Con quest'ultimo risultato, il governo di Angela Merkel ha potuto festeggiare un anno da record: mai come nel 2015, dall'anno successivo alla riunificazione (1991), ci sono stati tanti occupati. Il governo ha pubblicato i dati ufficiali: una media di 43,03 milioni di occupati durante l'anno, con una punta di 43,49 milioni di occupati nel mese di novembre. In totale, si registrano 104mila disoccupati in meno rispetto al 2014. Il Bundesregieruing calcola anche che, con l'aumento dei migranti, ci sarà un certo

incremento della fluttuazione e della disoccupazione nel mercato del lavoro. Tuttavia l'aumento dell'occupazione ha creato anche un aumento dei contributi sociali: "L'occupazione e i contributi previdenziali sono cresciuti nel 2015 in modo dinamico", annotano gli statistici. LR 5

 

 

 

 

Ai lettori

 

Anche con l’anno nuovo, resteremo fedeli agli obiettivi che c’eravamo prefissati già da quando avevamo iniziato a collaborare con questa testata internazionale on-line.

 Lo scriviamo, altresì per chi ci legge saltuariamente o per la prima volta. Insomma, nonostante tanti eventi assai discutibili sul fronte socio/politico interno e internazionale, resteremo coerenti a un impegno che abbiamo assunto da oltre cinquant’anni e che è rimasto “genuino” anche sul Webgiornale.

Il nostro Direttore, affiancato da un qualificato numero di Redattori dì esperienza e buona volontà, ha voluto conservare integro, negli anni, lo spirito di questo foglio che, anche per il futuro, manterrà gli obiettivi che si sono predeterminati; pure se ne matureranno dei nuovi. Nulla, infatti, è “statico”. Neppure nella Stampa d’Emigrazione.

 Da parte nostra, con un volontariato pubblicistico che si protrae da altre mezzo secolo al servizio degli italiani altrove, continueremo a restare al nostro posto; senza, però, mutare il tratto abituale. Anche perché siamo consapevoli in ciò che scriviamo. Nella chiarezza abbiamo, sempre, puntato e così sarà anche per il futuro.

Che le nostre argomentazioni restino condivisibili lo lasciamo al parere dei Lettori che, in questi anni, ci hanno continuamente dimostrato interesse e suggerimenti costruttivi. Restiamo, infatti, dell’avviso che ogni testata acquisti valore divulgativo nella misura nella quale sia in grado di dare un seguito ai problemi di chi la segue. Principio che riteniamo d’aver, sempre, rispettato. Giorgio Brignola

De.it.press

 

 

 

 

Intervista al Console Generale di Monaco di Baviera Renato Cinfarani

 

È online l’intervista al Console Generale di Monaco di Baviera Renato Cinfarani a cura  di Pasquale Piscopo, che lo ha incontrato per “InterVenti.net”, portale del  magazine bilingue diretto a Monaco di Baviera da Gianni Minelli e che qui riprendiamo nelle parti salienti

 

D. Signor Console, innanzitutto La ringraziamo per averci concesso l’intervista il cui scopo è anche quello di presentarLa alla comunità italiana. Ci parli di Lei, della regione di provenienza, se vuole della Sua famiglia, dei Suoi studi, della Sua carriera diplomatica fino all’attuale incarico a Monaco.

R. La mia città di provenienza è Roma. Avendo intrapreso la carriera diplomatica nel lontano 1987, ho già vissuto in tanti Paesi. Sono sposato da due anni con una connazionale della minoranza italiana in Croazia. La minoranza italiana in Croazia e in Slovenia è diversa da quella presente in Germania perché autoctona, ovvero storica. Mia moglie è molto orgogliosa di essere italiana. Ho studiato Scienze Politiche all'Università La Sapienza di Roma, indirizzo internazionale. A 27 anni ho superato il concorso diplomatico ed ho iniziato la carriera diplomatico-consolare che mi ha portato in posti molto diversi: Cipro, Madagascar, Germania. Sono stato console a Norimberga dal novembre 1992 al novembre 1995. Un’esperienza interessante che mi ha permesso di conoscere una parte importante della Baviera e tanti connazionali, ai quali sono stato molto vicino. Allora la vita di comunità era più intensa e c’erano molte più associazioni di quante ce ne siano oggi. Dopo Norimberga sono stato a Roma, perché la carriera prevede il rientro dopo otto anni all’estero. Poi in Etiopia. Dopo l’Etiopia ho lavorato a Strasburgo, al Consiglio d’Europa. Sono stato poi console generale a Fiume, con competenza su Istria e Dalmazia (Croazia occidentale, ndr) dove le comunità autoctone italiane sono presenti perfino da prima della dominazione veneziana. Gli individui appartenenti a queste comunità sono orgogliosi di sentirsi italiani e spesso hanno la doppia cittadinanza. Anche in Croazia ci sono molte famiglie miste i cui componenti parlano entrambe le lingue. Dopo la Croazia sono tornato volentieri in Germania perché quella tedesca è una comunità grandissima, variegata, molto diversificata dal punto di vista sociale e lavorativo, che si è fatta strada e che ben rappresenta l’Italia. Non dimentichiamo che la nostra è una Repubblica fondata sul lavoro. Ed è un Paese ricco di eccellenze in tanti campi.

D. In Italia è stata avviata la semplificazione amministrativa e burocratica dello Stato. Questa semplificazione riguarda anche i consolati e in che modo?

R. Nei consolati si impiega molto tempo ad interpretare ed applicare norme che talvolta sembrano non conformarsi alla realtà dell’Unione Europea e dello spazio Schengen. Per quanto riguarda il mio incarico, posso dire che la semplificazione è assolutamente prioritaria perché i compiti dei consolati sono aumentati, anche per via della crescita dei connazionali presenti sul territorio, mentre il personale si è ridotto. Quindi per far fronte in maniera efficace e tempestiva alle esigenze della collettività, c’è bisogno di semplificare sempre di più le procedure. Noi stiamo cercando di farlo. Già ha iniziato il mio predecessore (Console Generale Filippo Scamacca, ndr), noi stiamo accelerando il processo in termini di organizzazione interna e di interpretazione delle disposizioni nella maniera più favorevole all’utenza, il tutto nei limiti della legge e dei regolamenti, sui quali non possiamo influire.

D. Ha idee e/o progetti particolari che vorrà realizzare durante il Suo mandato?

R. Uno dei miei compiti sarà quello di far conoscere ancora di più alla comunità tedesca le eccellenze italiane, perché è vero che siamo il Paese delle vacanze, della moda e della migliore cucina del mondo, ma non siamo solo questo. Siamo all’avanguardia nella ricerca, nella scienza, nel design, nella tecnica. Siamo tra i primi nel mondo in questi campi e vorrei adoperarmi per migliorare ulteriormente l’immagine dell’Italia, senza dimenticare i tanti lavoratori che lavorano duramente o quelli che hanno contribuito al miracolo economico tedesco.

D. Nella sola Monaco vivono circa 30.000 italiani. L’aumento annuo, negli anni 2013 e 2014 è stato del 4% e del 5% rispettivamente. Chi sono i nuovi arrivati e cosa cercano in Germania?

R. C’è una nuova migrazione, o meglio mobilità, causata in parte dalla crisi economica italiana. Molti sono laureati, ma molti sono anche italiani che vengono a cercare lavoro senza avere qualificazioni e senza conoscere la lingua. La Germania è considerata da alcuni come una sorta di paradiso dove tutto funziona, dove tutto è facile, anche trovare lavoro. Purtroppo non è così. Anche qui le cose sono cambiate. Il consolato generale cerca di aiutare i connazionali, ma ci sono poche chance di trovare lavoro se non si parla la lingua. Il nostro suggerimento è di informarsi approfonditamente prima di partire. Purtroppo non di rado abbiamo dovuto aiutare connazionali a ritornare in patria; è amaro dirlo, ma succede anche questo. Quindi non solo migrazione qualificata, purtroppo c’è anche chi arriva qui perché spinto dalla disperazione, d’altronde l’Italia è un grande Paese, articolato e con tante realtà. Un aspetto da non sottovalutare è quello della vicinanza della Baviera. Chi, agli inizi del secolo scorso, è andato a vivere ad esempio in Argentina, ha tagliato i ponti e ha dovuto imparare lo spagnolo, peraltro molto più facile del tedesco. Chi oggi viene in Baviera prevede a volte di starci poco o di poter rientrare in caso di difficoltà. Questo fa sì che non si impegni nell’imparare la lingua, e la mancata conoscenza della lingua è un aspetto che spesso si rivela problematico, ancor più quando ci sono dei figli in età scolare.

D. Il rendimento scolastico dei ragazzi italiani è piuttosto basso e meno di due su dieci riescono a frequentare un ginnasio. Cosa crede bisognerebbe fare per invertire questa tendenza?

R. Già da molto tempo è nota la difficoltà che hanno i ragazzi italiani a integrarsi nella scuola bavarese. È una scuola particolarmente selettiva e che richiede il sostegno da parte dei genitori. Questo impegno dei genitori è tanto più efficace se questi conoscono la lingua tedesca. Il sistema scolastico tedesco, e bavarese in particolare, è molto diverso da quello italiano. Il sostegno dei genitori è parte integrante del sistema e questo molte famiglie italiane non se lo aspettano. C’è una sorta di gap culturale che ci penalizza e ciò avviene nonostante spesso i nostri ragazzi siano capaci e attenti. Il consolato generale lavora insieme a varie istituzioni tedesche per aiutare i genitori a capire come funziona il sistema scolastico bavarese in modo che essi possano meglio affrontarne le difficoltà.

D. A Monaco ci sono dieci ginnasi bilingui, nessuno di loro è italo-tedesco. La Scuola elementare Leonardo da Vinci vuole crescere includendo nella sua offerta il percorso ginnasiale. Il consolato generale supporterà questa iniziativa?

R. Dopo il successo avuto con la scuola elementare, la Leonardo da Vinci sta per partire con il ginnasio. Non è una cosa facile. Dietro questo passaggio c’è un grande lavoro e noi li stiamo aiutando con gli sponsor e le istituzioni tedesche. Si è in attesa dell’autorizzazione del Kultusministerium bavarese, ma allorquando sarà pronta non dovrebbero esserci più problemi. Pensiamo che sia sostanzialmente una formalità perché tutto è stato preparato secondo i criteri richiesti. Personalmente sono ottimista.

D. Parliamo del Comites, da poco eletto. Il consolato rappresenta lo Stato, il Comites i cittadini. Come possono entrambi collaborare per migliorare la percezione e la partecipazione da parte della comunità?

R. I Comites sono istituzioni democratiche previste per legge e necessarie. Sono utili ai connazionali e sono utili ai consolati, perché insieme possiamo meglio individuare le esigenze della collettività. Ad esempio, possiamo scambiare idee e pareri su come migliorare i servizi o organizzare insieme eventi culturali, sociali o informativi. Questo è positivo per tutti. Ciò che mi duole constatare è che i membri attuali sono stati eletti con una percentuale piuttosto bassa di votanti. D’altra parte all’estero non è facile informare adeguatamente i cittadini delle possibilità che sono loro offerte per partecipare più compiutamente alla vita della collettività. Nella mia esperienza in Croazia ho potuto seguire da vicino l’avvicendarsi tra due Comites e, devo dire, c’è stato un grosso ringiovanimento, che si è ripercosso positivamente sulla partecipazione dei cittadini. Anche qui a Monaco l’attuale Comites si è completamente rinnovato e questo, auspico, potrà contribuire a rafforzare la partecipazione.

D. Signor Console, l’ultima domanda riguarda l’attuale clima di paura causata dal terrorismo. Può dirci la sua opinione?

R. Non dobbiamo avere paura. All’inizio dell’intervista ho detto di aver prestato servizio in Etiopia. Ho vissuto in questo paese dal 1999 al 2002, durante la guerra con l’Eritrea. In Etiopia c’era e c’è ancora una piccola, piccolissima comunità di italiani perché dopo la dittatura di Mengistu gli Italiani sono andati via quasi tutti o sono stati espulsi. Tuttavia sono rimaste le scuole statali italiane, così come in Eritrea, ed è rimasto un forte legame economico e di cooperazione con l’Italia. Un legame che oggi sta dando i suoi frutti. Investire in cooperazione e sostegno ai Paesi in via di sviluppo ne consente la stabilizzazione. Anche in Madagascar, dove sono stato dal 1988 al 1990 ho vissuto situazioni molto delicate, con colpi di stato e sommosse, ed ho dovuto proteggere connazionali in condizioni davvero pericolose. Quanto al terrorismo, non dobbiamo averne paura, questo farebbe il gioco di coloro che vogliono che abbiamo paura. Dobbiamo fare attenzione, questo sì, e dobbiamo essere sempre solidali con le parti colpite, così come con le minoranze discriminate. Se colpiscono una minoranza o una comunità diversa dalla nostra è come se colpissero noi stessi. Dall’11 settembre 2001 il mondo è cambiato, ma noi dobbiamo continuare a vivere secondo i criteri della nostra civiltà. La maggior parte delle vittime del terrorismo sono altri mussulmani. È vero, il pericolo attuale viene soprattutto da fanatici islamisti, ma le cause del terrorismo sono molteplici e complesse, anche di natura politica ed economica. Non si può semplificare, tanto più che si ha a che fare con una religione che ha più di un miliardo e mezzo di aderenti. Dobbiamo convivere nel rispetto dei valori reciproci. Chi viene in Europa deve rispettare i valori della nostra civiltà, delle nostre costituzioni, delle nostre leggi.  InterVenti

 

 

 

 

 

I recenti temi di Radio Colonia 

 

L'Unione vacilla sui rifugiati (07.01.2016) - La CSU, partito gemello della CDU, si è riunita a Wildbad Kreuth, come ogni anno, il 6 gennaio. Grande novità di questa edizione, la presenza di Angela Merkel.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/kontroverse-union-cdu-csu-100.html

 

"Non siamo terroristi" (07.01.2016)

Credono nell'islam e sono coetanei di quei combattenti che dall'Europa partono per unirsi all'Isis. Viaggio tra i giovani musulmani di Milano. http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/jihad-jugendliche-mailand-102.html

 

Il caffè delle Balene (07.01.2016) - Il progetto berlinese "Le balene possono volare" apre la sua tana: il Wale Cafè. Mattia Grigolo ci parla di questa e di altre novità per chi ama i libri italiani e per i creativi di vario genere.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/little_italy/kreatives-projekt-wale-cafe-106.html

 

Braccio di ferro (06.01.2016)

La Corea del Nord testa la bomba all'idrogeno. Il mondo protesta allibito. Convocato d'urgenza il Consiglio di Sicurezza dell'Onu. Da Pechino ce ne parla Guido Santevecchi, corrispondente de “Il Corriere della Sera”.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/nordkorea-wasserstoffbombe-102.html

 

Obama contro il Far West (06.01.2016) - Usa, Obama annuncia stretta sulle armi. Dario Fabbri spiega al microfono di Francesca Montinaro perché questa decisione incontrerà più resistenze che consensi.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/usa-waffen-100.html

 

Vittime del branco (05.01.2016) - A Colonia, la notte di Capodanno si sono registrate numerose aggressioni, furti ed almeno uno stupro. 90 le denunce, per ora. Facciamo il punto della situazione in studio con Giulio Galoppo

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/uebergriffe-koeln-silvester-100.html

 

Reazione a catena (05.01.2016) - La tensione altissima tra Arabia Saudita e Iran fa riesplodere il conflitto tra sunniti e sciiti in Medio Oriente.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/saudiarabien-iran-100.html

 

Sotto sorveglianza (04.01.2016) - In Polonia si dimettono i direttori dei principali canali della tv e radio pubblica per protestare contro la legge sui media voluta dal partito al governo di Jaroslaw Kaczynski.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/polens-100.html

 

Eventi, incontri, spettacoli. In onda ogni lunedì e venerdì fra le 19 e le 20

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/appuntamenti/kalenderfreitag100.html

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/appuntamenti/kalendermontag100.html

 

Riscopri l'Italia! (01.01.16)

Le interviste di Radio Colonia alla scoperta di un'Italia ricca di bellezze nascoste.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/speciale/neujahr-110.html

 

Un anno di musica (31.12.15)

Quanto si fanno desiderare gli artisti, chi ci ha colpito, chi promette bene e qualche fuorionda divertente. Un anno di interviste musicali a Radio Colonia.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/speciale/neujahr-104.html

 

L'Italia di Renzi (30.12.15). "O faccio le riforme, o fallisco" ha dichiarato Matteo Renzi nella conferenza stampa di fine anno. Ma quali chance ha? E qual è il bilancio politico del 2015? Con Antonio Polito, ripercorriamo gli ultimi dodici mesi e diamo uno sguardo alle sfide che ci attendono per il prossimo anno.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/bilanz-zweitausendfuenfzehn-100.html

 

L’ultimo tabù (29.12.15). Dopo un divieto durato 70 anni, torna nelle librerie tedesche il Mein Kampf a cui si attribuisce la genesi dell’ideologia nazista. Lo storico Rusconi: “Sarebbe antistorico attribuire tutto a un libro”.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/mein-kampf-106.html

 

Merkel promossa (29.12.15). 2015: annus horribilis per l'Europa. Claudio Magris difende la politica europea della cancelliera. Ma il futuro dell’UE, dice, è a rischio, fino a quando non si formeranno gli Stati Uniti d'Europa.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/pagine_scelte/magris-europa-100.html

 

Sempre di più (29.12.15)

Il 2015 ha segnato il record di residenti italiani in Germania, cui non è però corrisposta un'adeguata risposta da parte delle istituzioni italiane.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/italmondo/italiener-deutschland-100.html

 

Milano si ferma (28.12.15). In Lombardia sforato abbondantemente il limite di PM10 previsto dalla legge. È allarme smog e Milano blocca il traffico auto. Ma è davvero utile? La parola agli esperti.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/smog-mailand-100.html

 

Paolo Villaggio (28.12.15). Il 30 dicembre è il compleanno di Paolo Villaggio, volto satirico dell'indimenticabile ragionier Fantozzi.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/terramia/paolo-villaggio-100.html

        

Musica e poesia son due sorelle (25.12.15). Il giorno di Natale ripercorriamo con voi gli ultimi sei decenni di musica italiana. E lo facciamo con le voci delle radio italiane in Europa che fanno parte della Comunità radiotelevisiva italofona.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/speciale/musica-poesia-104.html

 

Eventi, incontri, spettacoli. In onda ogni lunedì e venerdì fra le 19 e le 20

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/appuntamenti/kalenderfreitag100.html

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/appuntamenti/kalendermontag100.html  RC/De.it.press

 

 

 

 

Appuntamenti culturali, sociali e politici a Monaco di Baviera e dintorni

 

* fino a domenica 31 gennaio 2016, c/o Stadtmuseum Kaufbeuren (Kaisergäßchen 12-14, Kaufbeuren) "Im Memoriam - Euthanasie im Nationalsozialismus". Per il programma completo: www.stadtmuseum-kaufbeuren.de/de/aktuelles. Organizza: Stadtmuseum Kaufbeuren

* giovedì 14 gennaio, ore 19:00, c/o Institut für Italienische Philologie, Raum 007 (Schellingstr. 3, München) per la rassegna "Cinema italiano - Filmreihe Italien in/und München" Film: "Stelvio. Crocevia della pace" (2015, Regia e produzione: Alessandro Melazzini. OmU) con la partecipazione del produttore e regista Alessandro Melazzini. Organizza: Institut für Italienische Philologie der Ludwig-Maximilians-Universität München

* venerdì 15 gennaio, ore 16:15-17:00, c/o StadtBücherei (Hallstr. 2, Ingolstadt)

Letture per bambini 3-7-anni con Alice e Katia

Per informazioni e/o iscrizioni: spazio@spazioitaliaingolstadt.de o passare nell'ufficio di Spazio Italia (Bürgerhaus Alte Post, Kreuzstr. 12, stanza A8, 1 piano). Organizza: Spazio Italia Ingolstad

* venerdì 15 gennaio, ore 19:30, c/o vhs Augsburg, Raum 103 (Willy-Brandt-Platz 3a, Augsburg) "La casa dei miei (bi)sogni". Lettura in italiano da Mario Parisi. Organizza: Società Dante Alighieri - Comitato di Augsburg

* venerdì 15 gennaio, ore 20:00, c/o Ristorante Antica Italia (Waldeysenstr. 48, Ingolstadt) Conversazione in lingua italiana. Organizza: Italclub Ingolstadt e.V.

* venerdì 15 e sabato 16 gennaio, ore 20:00, c/o Pepper Theater (Thomas-Dehler-Str. 12, München - U5 "Neuperlach Zentrum") Teatro: "Il nome". Opera teatrale tratta da "Le Prénom" di M. Delaporte & A. de la Patelliére (traduzione di Valentina Fazio). In lingua italiana. Ingresso: € 12,- Per informazioni: Organizza: Progetto Quindici (Facebook: TeatroProgettoQuindici)

* sabato 16 gennaio, ore 10:00-12:00, c/o Bürgerhaus Alte Post, stanza A8, 1 piano (Kreuzstr. 12, Ingolstadt) Punto informativo e consulenza per i connazionali

Organizza: Spazio Italia Ingolstad

* sabato 16 gennaio, ore 10:30-12:00, c/o Bürgerhaus Alte Post, stanza A5, 1 piano (Kreuzstr. 12, Ingolstadt) Corso base di tedesco per Italiani

Per informazioni e/o iscrizioni: spazio@spazioitaliaingolstadt.de o passare nell'ufficio di Spazio Italia (Bürgerhaus Alte Post, stanza A8, 1 piano)

Organizza: Spazio Italia Ingolstad

* sabato 16 gennaio, ore 19:00, c/o Gasteig, Raum 0.111 (Rosenheimerstr. 5, München) Presentazione del libro "Roma d'autore" (Morellini Editore, 2015)

Con l'editore Mauro Morellini ed uno degli autori, Mauro Montemarano

In lingua italiana. La serata, introdotta da scene dei film "La grande bellezza" e "Sacro Gra", darà anche spazio alle domande del pubblico.Ingresso: € 8,-

Organizza: Münchner Volkshochschule

* domenica 17 gennaio, ore 16:00, c/o chiesetta di St. Georg (Kipfenberg)

S. Messa in lingua italiana  Claudio Cumani, de.it.press

 

 

 

 

Artisti italiani in Germania

 

Quest’anno sono tanti gli eventi culturali di artisti italiani che verranno in Germania. Numerosi i nomi che hanno già confermato la loro presenza. Da Jovanotti a Zucchero, da Laura Pausini a Albano & Romina Power. Visitando il sito www.koelnticket.de/televideoitalia si trova un elenco di tutti gli artisti italiani che saranno in Tour in Germania e dove già  si può acquistare biglietto.

Il prossimo mese ci sará il comico napoletano Biagio Izzo, uno dei comici più irriverenti del panorama italiano. Arriva in Germania con tre spettacoli: sará un divertente viaggio attraverso i sette vizi capitali. Biagio Izzo, attore comico napoletano, ritorna in Germania dopo lo spettacolo effettuato nel maggio scorso a Leverkusen: uno spettacolo che ci farà ridere ma anche riflettere.  E il titolo è già tutto un programma: "Che peccato! È peccato".

Quella di Biagio Izzo è una comicità istintiva, diretta, in cui la gente si riconosce e, come dice lui "si ride adosso". Izzo nasce comico, fin da bambino infatti metteva in scena degli spettacoli nel garage dei genitori. Con pubblico pagante.

La sua carriera è contrassegnata da lunghi anni di gavetta che lo hanno portato ad essere uno dei più affermati attori comici italiani. Ha cominciato nel 1983 con un duo, Bibì e Cocò, poi da cabarettista è passato per tutte le televisioni libere regionali, fino ad approdare alle compagnie teatrali che lo hanno formato professionalmente, tanto da diventare uno dei beniamini della comicità italiana.

Ecco le date: 19.02.2016 Francoforte, Saalbau Griesheim; 20.02.2016 Leverkusen, Forum; 21.02.2016 Stoccarda, UFA Palast

I biglietti si possono acquistare anche presso il sito sopra indicato.

Le aperture delle serate saranno effettuate dal cantante Armando Quattrone che con il suo brano “Positivo” è riuscito a posizionarsi sul territorio tedesco con molta bravura (Brano estivo del NDR e brano pubblicitario dello spot televisivo di Aperol Spritz). Le informazioni e le date del Tour 2016 di Armando Quattrone le trovate sul suo sito www.armandoquattrone.com. dip

 

 

 

 

Il Console generale d'Italia Renato Cianfarani con i corrispondenti consolari della Baviera

 

Monaco di Baviera - Lo scorso 17 dicembre si è svolto il primo incontro del nuovo console generale d'Italia, Renato Cianfarani, con i corrispondenti consolari della Circoscrizione. Presenti in una delle sale del Consolato Generale anche i funzionari: il vice console Enrico A. Ricciardi, la responsabile dell'Ufficio Las, A. Rigo, il dirigente del Settore Stato Civile AIRE e Cittadinanza, A. Tondi, il responsabile dell'Ufficio Passaporti, L. Pain e la responsabile dell'ufficio Carte d'Identità, Ghezzo, insediatasi di recente.

Dopo le calorose parole di   benvenuto e di ringraziamento indirizzate ai corrispondenti consolari P. Benini, A. Tortorici, A. Salis e F. A. Grasso, il console generale ha presentato i suoi più stretti collaboratori. Poi, prima di dare la parola agli intervenuti, e dopo aver accennato alle sue precedenti   missioni, ha ricordato   le attuali difficoltà in Italia, soffermandosi   anche sulla conseguente nuova emigrazione verso la Germania ed altri Paesi. Un'emigrazione che, seppur differente da quella degli anni passati, presenta sempre grandi problematiche, legate anche al tipo della nostra odierna società. E, parlando pure di un paio di tragici episodi, ha   lodato   quei corrispondenti consolari che nella scorsa estate hanno assistito i familiari di connazionali coinvolti in gravi episodi criminali, ovvero vittime del traffico.

A questo punto è intervenuto il commissario amm. agg. Ricciardi, sottolineando   che il rapporto di fiducia tra i corrispondenti consolari e il consolato generale viene purtroppo malinteso da qualcuno che, invece di mediare tra i connazionali e l’istituzione,   usa l’incarico non in maniera saggia e proficua, ma per seminare confusione. Infatti detto incarico di responsabilità va usato “cum grano salis”, ha aggiunto, rispondendo in modo più dettagliato ad alcune domande particolari, concernenti possibili situazioni di vera e comprovata emergenza. Specie, nella nostra attuale situazione, in cui, a fronte della chiusura di molti consolati   – nel giro di questi ultimi anni   –   ci troviamo di fronte ad una comunità di connazionali quasi raddoppiata.

Poi il console generale, riprendendo il suo intervento, è passato all'argomento elezioni, cominciando da quelle   europee e continuando con quelle per il rinnovo dei Comites, che hanno registrato una partecipazione molto modesta.

Anche i responsbili Pain, Rigo e Ghezzo sono intervenuti con una serie di chiarimenti e risposte a quesiti posti dai presenti, come le modalità di rilascio della carta d'identità o del passaporto – ribadendo quanto già commentato dal console generale e dal commissario Ricciardi – la necessità di far presente ai nostri connazionali l'importanza dell'utilizzo della rete, non solo per gli appuntamenti, che possono venire effettuati anche per telefono, se possibile, ma, in ultima analisi, anche per posta. E soprattutto, e, qui, entra in campo il ruolo dei corrispondenti, dando tutte le informazioni possibili agli utenti, onde evitare lunghe telefonate da parte di alcuni, che bloccano a lungo le linee, con domande che possono essere chiarite, appunto, da questi collaboratori esterni, e togliendo così ad altri la possibilità di comunicare con gli uffici consolari.

Al termine dell'incontro, protrattosi per un paio d'ore,   i presenti, dietro invito del console generale e dalla sua gentile signora, si sono recati all'Hotel Vier Jahreszeiten Kempinski per un brindisi natalizio.

Fernando A. Grasso, Vice presidente vicario ACLI Baviera

 

 

 

 

 

Apprendistato in Germania. Il bando per i giovani di Lecce

 

C’era tempo fino al 31 dicembre per inviare la propria candidatura per "The job of my life: Mobipro-Eu 4.0" percorso di apprendistato in Germania, finanziato dal Governo tedesco e supportato da Eures Lecce.

Le selezioni sono aperte per giovani di età compresa tra i 18 e i 27 anni; le professioni disponibili sono tecnico meccatronico, tecnologia di refrigerazione; agente di vendita; fornaio.

La candidatura andava inviata entro il 31 dicembre a eures@provincia.le.it, indicando l'oggetto “mobipro-eu 4.0” e la professione prescelta (meccatronico/gente di vendita/fornaio) e allegando una copia del curriculum vitae in italiano ed in inglese salvato in PDF con il proprio cognome e nome.

I candidati idonei riceveranno una mail di convocazione per il colloquio di selezione, che si svolgerà tra il 12 e il 14 Gennaio.

Saranno convocati al colloquio non più di 110 candidati, e, qualora le candidature fossero superiori a tale numero, i candidati ammissibili al colloquio saranno prescelti in base alla cronologia d'arrivo della candidatura. dip

 

 

 

 

Assistenza ai detenuti italiani nella circoscrizione consolare di Francoforte

Equo trattamento, misure permanenti e sussidiarietà

 

Francoforte sul Meno - La circoscrizione consolare di Francoforte sul Meno abbraccia ben quattro Bundesländer e cioè l’Assia, la bavarese   Unterfranken, la Renania Palatinato e il Saarland. I penitenziari della circoscrizione sono ben 26, in cui soggiornano 124 detenuti italiani.

Stabiliamo subito   che la percentuale dei cittadini italiani in conflitto con la legge è irrisoria, dello 0,08%, se rapportata agli oltre 150.000 italiani registrati all’anagrafe consolare. Ma gli uomini non sono numeri e 124 destini umani sembrano fare impressione anche a un Consolato Generale.

Ed è così che   siamo andati a vedere come si articola l’assistenza che il Consolato, vicino di casa della nostra Redazione, svolge per i detenuti italiani su un territorio vasto quasi come la Svizzera.

Pare che il primo ostacolo rimosso dal   nuovo Console Generale Maurizio Canfora sia stato quello del divieto di introduzione di generi alimentari all’interno dei penitenziari della Renania Palatinato.

Un divieto che ha impedito l’invio dei panettoni ai detenuti italiani di quel Land negli anni scorsi, con sporadiche eccezioni dovute al personale impegno di qualche nostro connazionale membro di Consiglio carcerario.

Il problema è stato risolto, ed è stato subito organizzato il primo intervento “natalizio”, l’invio cioè di panettoni ai 124 connazionali costretti a passare Natale dietro le sbarre.          

E la tradizione del “pranzo con i detenuti”? Francoforte non sembra puntare su questo tipo di intervento natalizio che, a quanto pare, suscita altrove grande soddisfazione.

In effetti, il pranzo natalizio, offerto esclusivamente a un solo gruppo di detenuti, non è sempre visto di buon occhio   dalle direzioni carcerarie (e da altri assistenti carcerari che ce lo confermano), le quali puntano sull’equo trattamento dei loro “ospiti”.

Insomma non è ritenuto giusto che mentre un gruppetto di italiani mangia comodamente a tavola quel ben di Dio offerto generosamente   dall’uno   o altro gastronomo, l’altro detenuto, resti rinchiuso in cella, senta il profumino dalla sala accanto e debba   accontentarsi del brodino carcerario.

Francoforte sembra quindi puntare sul principio dell’equo trattamento. Il panettone, infatti, sarà anche poco, ma è uguale per tutti i detenuti della circoscrizione che lo potranno dividere, se vogliono, col compagno di cella, assecondando   antiche regole mai scritte di “etica” carceraria.

Equo trattamento, ma non solo. Natale è importante, ma non è Natale tutto l’anno. Il Console Generale Canfora ha pianificato per il 2016 una serie di interventi a carattere duraturo. Innanzitutto si tratta di riconoscere che il Consolato Generale, che attualmente conta su un solo addetto al “fronte” dell’assistenza sociale, non può essere materialmente presente in carceri sparsi su un territorio così vasto.

Il Consolato ha quindi ben pensato di intensificare i rapporti con gli assistenti sociali delle singole carceri, per essere avvertito subito dagli addetti ai lavori sul posto se le difficoltà di qualche connazionale detenuto necessitano dell’intervento consolare.

E qui subentra, oltre all’intensificazione dei contatti con gli assistenti sociali delle carceri, anche la creazione e la legittimazione di gruppi di volontari che offrono il loro tempo libero all’assistenza ai   detenuti. Al momento sono in corso colloqui con la Direzione del carcere di Butzbach, per ottenere la nomina ministeriale a “Ehrenamtliche Vollzugshelfer”, assistenti volontari carcerari, per un gruppo di volontari italiani.

E non finisce qui. Il Consolato ha stabilito di estendere alle altre carceri della circoscrizione la positiva esperienza maturata al penitenziario di Saarbrücken, dove da anni è stata istituita una sezione italiana nella biblioteca carceraria, con centinaia di libri a disposizione di tutti i detenuti che parlano la nostra lingua. Il Consolato Generale di Francoforte sembra individuare   nell’ ”isolamento culturale” una potenziale aggravante delle condizioni di detenzione.

Ma, infine, non si può parlare di assistenza ai detenuti senza parlare di assistenza ai loro familiari. La detenzione provoca talvolta lo sconvolgimento morale e materiale di intere famiglie. Assistere i familiari di un detenuto, significa assistere lo stesso detenuto.

E pare che anche sull’assistenza ai familiari dei detenuti, il Consolato Generale di Francoforte abbia gli occhi ben aperti e mostri particolare sensibilità.

E ora chiudiamo. Il nostro giornale, si sa, non è tenero quando ci appare necessario puntare il dito sulla nostra amministrazione consolare e diplomatica. In questo caso, comunque, pare proprio che in materia di assistenza ai detenuti il Consolato Generale a Francoforte sul Meno abbia veramente le idee chiare e le migliori intenzioni. Corritalia.de

 

 

 

 

Nordreno-Vestfalia, Forum Accademico Italiano. Un nuovo nome per più ampi orizzonti

 

il “Forum di dialogo per i ricercatori italiani e scienziati italiani nel Nordreno-Vestfalia” ha cambiato nome ed ora è diventato il “Forum Accademico Italiano”. Non si tratta solo di un cambiamento di etichetta ma anche dell’ampliamento delle finalità e dell’ambito di azione.

 

Nel 2010 nasceva a Colonia il “Forum di dialogo per i ricercatori italiani e scienziati italiani nel Nordreno-Vestfalia”. Il nome stesso dell’associazione ne dichiarava esplicitamente la finalità principale: favorire l'interazione tra gli scienziati italiani presenti in Germania e in particolare nel Land NRW. Di italiani impegnati nella ricerca scientifica ce ne sono molti di più di quanto si potrebbe pensare a prima vista. Si tratta dipersone impegnate in strutture e istituzioni scientifiche tedesche (università, centri di ricerca, imprese) che lavorano dietro le quinte, in genere sconosciute al grande pubblico, ma che contribuiscono in modo determinante al buon nome della ricerca italiana. Ora l’associazione ha cambiato nome ed è diventata il Forum Accademico Italiano.

Ci siamo intrattenuti con la nuova presidente, la Professoressa Maria Cristina Polidori, responsabile del Gruppo di Ricerca Clinica sull’Anziano del Dipartimento di Medicina Interna II del Policlinico Universitario di Colonia.

 

Perché un’associazione di ricercatori?

I ricercatori italiani sono presenti in tutti i settori, dalla medicina, alla chimica,alla fisica e alla filosofia e in tanti altri ancora. Quando il Consolato Generale d’Italia a Colonia si mise in contatto con i ricercatori italiani attivi nei centri di ricerca delle Universitàdella Renania, ci rendemmo conto di essere in tanti. Alcuni di noi si conoscevano già, ma fu una vera sorpresa il verificare che potenziale si celava dietro tali nomi. Fu un passo ovvio quello di cercare una piattaforma per farli conoscere ancora meglio e implementarne le attività di cooperazione.

 

Nacque così il Forum dei ricercatori, che però inizialmente era stato pensato per i ricercatori del Nordreno-Vestfalia… ma prima di parlare del Forum e del suo sviluppo, parliamo invece dei ricercatori. Secondo te, cosa hanno di particolare da offrire gli scienziati italiani, che li rende preziosi in Germania?

Direi che i ricercatori italiani hanno in generale un alto livello di cultura di base, la cosiddetta “cultura generale”. Nel nostro Paese, infatti, c’è un’elevatissima esposizione culturale di alto livello alle più diverse forme artistiche e storiche. Noi non ce ne accorgiamo, perché siamo come nani sulle spalle di un gigante, ma una volta fuori, indipendentemente dalla materia nella quale ci siamo specializzati, questo fatto emerge con forza. La cultura generale è un modo unico di utilizzare al meglio creatività e conoscenze per adattarle ai nuovi contesti. Un altro punto di forza nella ricerca è la natura aperta e curiosa, ovviamente non di esclusiva pertinenza italiana, ma senz’altro di frequente riscontro tra i nostri connazionali. L’apertura e la curiosità agiscono da moltiplicatori di idee. Per motivi non necessariamente di cui essere orgogliosi, inoltre, l’impostazione accademica italianaè quella di solidissime basi teoriche unite ad un grande spirito di impegno non sempre gratificato adeguatamente. Questo fa sì da un lato che il ricercatore italiano in Germania non si sente sfruttato, dall’altro mette di solito il ricercatore italiano in una luce di grande intraprendenza di fronte ai colleghi tedeschi.

 

I ricercatori italiani attivi in Germania sono qui per quale motivo – è un aspetto della fuga di cervelli di cui tanto si parla in questi ultimi anni?

La motivazione più forte è secondo me quella della spinta a imparare cose nuove e a migliorare, a confrontarsi e crescere. Inoltre in Germania il mercato del lavoro è vivo, vige molta meritocrazia, un po’ il sogno di tutti gli accademici di qualità. Il concetto di fuga dei cervelli, invece, è limitante: è vero che molti giovani scienziati cercano fuori dall’Italia una possibilità per mettere alla prova le loro potenzialità, ma non bisogna dimenticare che tantissimi ricercatori – direi la maggior parte – vengono chiamati all’estero perché hanno già dimostrato di essere delle capacità nel loro settore. Forse bisognerebbe iniziare a pensare al mondo della scienza come terreno globale e non nazionale.

 

Torniamo al Forum: nell’ultima assemblea dei soci è stato decretato il cambiamento del nome originario in “Forum accademico italiano”. Come mai?

Intanto bisogna dire che questo cambiamento è stato maturato durante un percorso di lavoro molto proficuo e durante il quale ci siamo resi conto di molte realtà.

Per esempio ci ha molto colpito la situazione degli italiani in Germania e in particolare quella dei giovani, la cui scolarizzazione lascia spesso a desiderare. Così abbiamo svolto seminari formativi all'interno delle scuole di lingua italiana, abbiamo istituito un concorso a premi per i migliori elaborati in lingua italiana e teniamo regolarmente seminari di divulgazione scientifica aperti anche al pubblico tedesco nel calendario di eventi dell'Istituto di Cultura Italiano – con il quale tra l’altro abbiamo un’ottima collaborazione.

Inoltre durante il nostro lavoro – che vorrei sottolineare è stato realizzato solo grazie alla nostra opera di volontariato e attraverso una raccolta di fondi finalizzata - ci siamo resi conto che il Forum doveva confrontarsi con una situazione locale, in Germania, che non si esauriva nel facilitare la condivisione di conoscenze e di know-how tra scienziati italiani attivi nell’ambito della ricerca e dello sviluppo ed altri colleghi del mondo accademico, governativo, industriale ed il grande pubblico in Italia e nel Nordreno-Vestfalia – come si leggeva nel nostro statuto iniziale. Ma che piuttosto si trattava di aprire la nostra rete ad altre figure professionali e senza limitazione regionale.

Concretamente, se da un lato nel precedente nome si poneva una questione linguisticainteressante, quella cioè della distinzione semantica tra ricercatore e scienziato, la definizione stessa appesantiva il nostro compito e ne spaventava per così dire i potenziali bersagli di interesse – persone interessate al miglioramento formale e sostanziale dell’istruzione di matrice culturale italiana all’estero. Tra l’altro il nome attuale riflette il mandato storico originario dell’accademia platonica e quindi un metodo, più che la famosa “torre d’avorio” nella quale si ritiene molti ricercatori amino isolarsi. E la cosa ci sembra assolutamente al passo con i tempi, tanto che nell’ottobre scorso siamo stati invitati dalla Farnesina, insieme con altre associazioni simili alla nostra e provenienti da tutto il mondo, per contribuire al dibattito sul miglioramento della rete degli Addetti Scientifici delle Ambasciate. E qui si tratta dell’importanza delle associazioni dei ricercatori all’estero e dell’apporto che gli Addetti Scientifici potrebbero dare allo sviluppo del cosiddetto sistema paese, in particolare per quanto riguarda lo sviluppo di nuove tecnologie e il rapporto con i mercati internazionali.

Nel frattempo siamo in contatto tra l’altro con il DAAD e con l’associazione Vigoni e con diverse altre associazioni estere. L’idea è creare una rete nazionale e internazionale che sia anche al servizio dei giovani ricercatori o comunque di accademici che vogliano fare esperienze all’estero.

 

Quindi il Forum Accademico Italiano agirà d’ora in poi su tutto il territorio tedesco…Per quanto possibile sì. Siamo per natura aperti a nuove idee e invitiamo con calorosa simpatia chiunque sia interessato alla nostra missione a mettersi in contatto con noi. Maurizio Libbi, de.it.press dic 2015

 

 

 

 

 

I rifugiati hanno rialzato il mercato dell’edilizia in Germania

 

Berlino - “L’edilizia in Germania è in crescita economica. Questo è quanto. Spostiamoci nel sud della Germania, precisamente a Neukirch, cittadina sul confine tra Austria e Svizzera. Un’azienda a conduzione familiare che si occupa di prefabbricati si è trovata a dover ristudiare il bilancio e mettere mano alle assunzioni. Anzi di più, non regge più il carico di lavoro e allora si deve spostare ed espandere sulle coste del lago Costanza. Merito dei rifugiati. In parte”. A scriverne è Mattia Grigolo che a Berlino dirige il quotidiano online “IlMitte.com”.

“Le ordinazioni per i prefabbricati destinati ai richiedenti asilo sono aumentate inverosimilmente. Basti pensare che quelli arrivati soltanto nel 2015 sono più di un milione. Il direttore Joerg Bauer non ha altra scelta. Sia chiaro, non è una decisione presa a malincuore, sia mai, anzi. Decisamente anzi: i primi importanti passi sono l’aumento del personale da quaranta a sessanta persone, l’apertura di una fabbrica nella vicina Lindau e l’introduzione di un doppio turno nella fabbrica di Neukirch. Parola di Bauer.

Non è solo questo, però: sicuramente i rifugiati sono una pedina importante nel gioco dell’edilizia attuale, visto che fino ad ora hanno beneficiato dell’ospitalità di municipi e palestre – i quali sono alloggi temporanei. Ma c’è dell’altro a far gioco forza, l’incremento della popolazione nelle grandi città è un fattore decisivo, basta pensare a Berlino, la crescita dei nuovi cittadini (soprattutto di expat da tutto il mondo) è impressionante. E poi il rinnovato interesse all’acquisto.

Tedeschi, popolo famoso per avere l’acquistofobia immobile-riferita, ora sembrano avere una spinta in più. Si sarà fatto i suoi calcoli il tedesco medio, considerando che i costi dei prestiti sono al minimo storico e che gli stipendi sono in reale aumento.

Va bene così, in fondo. Parliamoci chiaro, ne godono tutti, in qualche modo.

Facciamo un po’ di numeri: il governo ha donato un contributo di 13 miliardi di euro destinato alla ricostruzione di strade e ponti. Questo dovrebbe aumentare del 2.5% le vendite nel settore edilizio, che rappresenta il 4% del PIL tedesco, le aziende sono più di 300.000, le persone che ci lavorano sono 2 milioni e mezzo. Numeri importanti.

Però.

La Germania deve macinare tanta strada per raggiungere il record storico che l’edilizia ha avuto dopo la riunificazione, ove nella Germania Est le condizioni erano disastrose e molto necessitava di essere ricostruito. Ancora qualche numero, dall’inizio di quest’anno (il 2015) fino a settembre, sono stati autorizzati più di 220.000 appalti per appartamenti. Rispetto al periodo gennaio – settembre del 2014 c’è stato un aumento del cinque per cento.

Insomma, siamo in crescita o quantomeno lo è la Germania, grazie ai richiedenti asilo – anche se fa un po’ strano pensare che delle persone che stanno scappando da una situazione di guerra, siano un bene, un apporto importante per un settore tanto importante – e grazie ai tedeschi che si sono svegliati un giorno e hanno pensato che probabilmente acquistare una casa e fare un mutuo è più conveniente che vivere per sempre in affitto. Grazie ad un paese che ha dovuto rialzarsi dalla posizione di preghiera in cui si è ritrovato nel corso della sua complicata storia e che ora, invece, si sta mangiando l’Europa”. (aise/dip) 

 

 

 

 

Un'osteria emiliana a Berlino tra i 10 migliori ristoranti italiani all’estero

 

Skyscanner ha selezionato in giro per il mondo i ristoranti in cui ritrovare i sapori genuini della tradizione italiana

 

A Berlino, da qualche anno ha aperto l'Osteria Emilia, un ristorante pensato, creato e gestito da due corregionali, Marco Baldin e Daniela Ferrari. Marco e Daniela fanno parte di quella che viene definita nuova emigrazione italiana.

Dalla loro cucina, ogni giorno escono esattamente gli stessi sapori e profumi, che accompagnano e  hanno accompagnato la vita nei secoli di generazioni di emiliani e romagnoli. Tagliatelle, tortellini, garganelli, lasagne, tortelloni, cappellacci di zucca, un ragù alla bolognese da manuale, gnocco fritto, tigelle, salumi, parmigiano reggiano invecchiato 24, 36 e 48 mesi   e dolci dalla zuppa inglese alla torta tipo Barozzi. Un vero, autentico e genuino angolo di Emilia Romagna in Germania al punto che Skyscanner lo ha valutato tra i 10 migliori ristoranti italiani al mondo.

Di questi tempi, in cui si parla tanto di promozione dei nostri prodotti tipici nel mondo, e tra l'altro con l'Expo sul tema dell'alimentazione appena concluso, avere dei corregionali che testimoniano la qualità e la bontà delle nostre tradizioni all'estero è certamente un elemento determinante. Emiliano romagnoli nel mondo

 

 

 

 

 

L’Italia alla 34a edizione della fiera IPM 2016 ad Essen (26-29 gennaio 2016)

 

Essen. Ci sarà anche l’Italia alla 34a edizione della fiera IPM 2016, fiera leader nel mondo per l’orticoltura e il giardinaggio in programma ad Essen dal 26 al 29 gennaio. Coordinate dall’Agenzia Ice, parteciperanno le aziende con sede operativa in una delle 4 Regioni della Convergenza – Calabria, Sicilia, Puglia e Campania.

L’Italia è un Paese esportatore netto di piante, alberi e arbusti. Tra i principali mercati di destinazione delle piante in vaso si annoverano Germania, Francia, Paesi Bassi, Gran Bretagna e Belgio, mentre tra i paesi di destinazione di alberi e arbusti vanno aggiunti Spagna, Turchia e Svizzera.

Per le Regioni del Sud Italia il florovivaismo ha assunto negli ultimi anni una crescente importanza sia da un punto di vista produttivo che commerciale. Ciò ha riguardato più in particolare alcune Regioni – Sicilia, Puglia e Campania – e alcuni segmenti del comparto – piante ornamentali. Una delle realtà più dinamiche del sud è rappresentata dal vivaismo agrumicolo siciliano, data la crescente richiesta da parte del mercato interno ma soprattutto internazionale, di agrumi ornamentali.

Sul piano economico e sociale il florovivaismo ha un ruolo strategico per le Regioni del Sud sia in termini di occupazione che di redditività che riguarda non solo gli addetti del settore ma anche coloro che sono impegnati nelle numerose attività dell’indotto.

Le Regioni del Sud non potevano quindi mancare a questo importante appuntamento che ha registrato nel 2015 oltre 1.600 espositori provenienti da circa 50 nazioni, numeri che dovrebbero essere riconfermati per la prossima edizione.

In rappresentanza delle 4 Regioni, 11 aziende orientate all’export hanno aderito, alcune per la prima volta, all’iniziativa. (aise/dip) 

 

 

 

 

La Germania legalizza la polizia islamica?

 

Nel settembre di un anno fa, le forze dell’ordine tedesche arrestarono nove individui di religione musulmana tra i 24 e i 35 anni che trascorrevano le serate invitando le signore di Wuppertal (Nordreno-Vestfalia) a velarsi e i loro mariti a non bere più una goccia di qualsivoglia alcolico. Circolavano indossando pettorine arancioni catarifrangenti con impressa la scritta a caratteri maiuscoli “sharia police”: in inglese, così da rendere universale il messaggio. Quindici mesi dopo, la corte distrettuale cittadina ha prosciolto dalle accuse tutti gli imputati. La motivazione? “Le pettorine di uso commerciale tinte di arancione acceso non potevano provocare alcun effetto intimidatorio. Anche la scritta ‘sharia police’ non è associabile ai veri indumenti delle forze di polizia”. Non conta il messaggio o il modus operandi dei pattugliatori, insomma, ma solo il fatto che indossassero un giubbetto da manovalanza notturna autostradale anziché l’austera divisa da poliziotto.

 

La procura ha subito presentato ricorso, anche perché ha ricordato che il capo della ronda, Sven Lau, è un predicatore non ascrivibile alla categoria dei presunti “moderati”, essendo stato privato del passaporto pochi mesi fa in seguito alla pubblicazione sul web di alcune sue foto che lo ritraeva- no in Siria, sorridente vicino a un tank e con in mano un kalashnikov. Non solo. Tutti gli agenti della cosiddetta “sharia police” sono salafiti. Il tribunale non ha tenuto conto di tali elementi ma ha insistito nell’esaminare il tessuto e le cuciture delle vesti indossate dai nove. Poiché la legge penale contempla il divieto di portare una uniforme solo se quest’ultima è simbolo d’una forza organizzata (l’esercito, per esempio) o se richiama tristi stagioni del passato (il nazismo), il caso in esame era da ritenersi chiuso.

E pazienza se, come ha insistito l’accusa, quel gruppo era la punta dell’iceberg, la parte emersa di un movimento ben più ampio ancora non uscito allo scoperto.

 

Lau, poi, ha un curriculum vitae che da solo sarebbe bastato a mettere in allarme le autorità: sospettato d’aver tentato di reclutare giovani musulmani da unire alle milizie jihadiste in azione tra la Siria e l’Iraq, aveva già trascorso qualche periodo nelle patrie galere. Niente da fare, dura lex sed lex, hanno detto i giudici. Eppure, quando la “polizia” salafita iniziò a circolare per le vie di Wuppertal cercando d’imporre una svolta morale nei costumi della popolazione locale, la reazione di Berlino fu assai dura. “La sharia non sarà tollerata sul suolo tedesco”, tuonò il ministro dell’Interno, Thomas de Maizière. Il capo della polizia locale, Frau Birgitta Radermacher, assicurò che “atteggiamenti intimidatori o provocatori non saranno tollerati”. La cancelliera Angela Merkel intervenne in prima persona per ricordare che “solo lo stato ha il monopolio della forza”.

 

Di esempi del genere, però ce ne erano già stati parecchi: è sufficiente menzionare i volantini affissi qua e là agli angoli delle strade in cui si proclamava che quei quartieri erano “zona controllata dalla sharia”. Gli avvisi a corredo del volantino erano quelli che hanno udito anche i cristiani della piana di Ninive prima di essere costretti all’esilio (o a convertirsi, pena la morte) dalle milizie califfali: niente alcol, droghe, gioco d’azzardo, musica, concerti, pornografia e prostituzione. La Frankfurter Allgemeine Zeitung scrisse che si trattava di una “provocazione calcolata”. Per il predicatore Sven Lau rimane in piedi solo l’accusa d’aver organizzato una manifestazione salafita in luogo pubblico senza il permesso delle autorità. In attesa dell’appello.  MicroMega dic. 2015

 

 

 

     

 

Francoforte. Festa dell’Europaliste il 23 gennaio 2016 presso il centro di incontro Pro Seniore

 

Francoforte - Una festa per ringraziare quanti, tra i connazionali, li hanno votati alla Consulta degli stranieri di Francoforte. Questo l’evento in programma il prosssimo 23 gennaio 2016 presso il centro di incontro Pro Seniore "Sole sì, soli no”al civico 3 di Aßlarerstrasse ad Heddernheim. Ad organizzarlo Luigi brillante e Giovanna Testadoro, eletti nella consulta con EuropaListe il 29 novembre scorso.

Brillante e Testadoro saranno presenti per ringraziare personalmente tutti i presenti. Sarà offerto un rinfresco e ci sarà musica dal vivo per poter trascorrere insieme una piacevole serata.

“Il centro viene finanziato dal Comune di Francoforte grazie all'impegno politico a livello comunale”, ricorda Brillante. “Inoltre siamo riusciti ad avere dalla città un contributo extra di 2.500 € per poter formare un gruppo teatrale. Stiamo ancora cercando persone che hanno voglia di partecipare e contribuire alla riuscita del progetto. Il centro Pro Seniore vuol essere in primo luogo un punto dove ci si incontra per offrire alle persone della terza età occasioni per arricchire di più la loro vita con eventi culturali e ricreativi. Ma funge anche da rete polivalente dove le persone possono chiedere informazioni e ricevere aiuto nei campi più svariati della vita”.

“Vogliamo fare di più per tutti noi, Aiutateci!”, l’invito di Brillante che ricorda già il prossimo appuntamento alle urne: il 6 marzo, infatti, a Francoforte ci saranno le elezioni comunali.

“Se noi riusciamo ad eleggere con la nostra lista almeno due persone – spiega – avremo molte più probabilità di ricevere altri sostegni dalla città. Si potrebbe per esempio ricevere finanziamenti per realizzare un altro punto di incontro in un altro quartiere della città, e tante altre cose in altri campi della vita sociale. Abbiamo combattuto tanto per ricevere il diritto al voto comunale, ora che l'abbiamo usatelo: partecipate alle elezioni! Per il momento – conclude – rinnovo gli auguri per un sereno e santo Natale con la speranza di incontrarvi personalmente il 23 gennaio prossimo”. (aise/dip) 

     

     

     

 

Berlino.  La sociologa Edith Pichler: a 60 anni dagli accordi italo tedeschi  

     

Berlino. Garavini (PD): “Ottima l'analisi della sociologa Edith Pichler: a 60 anni dagli accordi italo tedeschi alla comunità italiana servono inclusione e rappresentatività ancora più solide”. La deputata PD commenta lo studio della sociologa Pichler sull’emigrazione italiana in Germania

 

“Non c’è dubbio che l’integrazione degli emigrati italiani in Germania si sia rivelata nel tempo un successo di cui andare fieri, sia in terra tedesca che italiana. Quest’anno lo abbiamo sottolineato più volte, sia al Parlamento italiano con il Ministro all'Europa, Michael Roth, come pure con la Cancelliera Merkel e la Ministro all'Integrazione, Özoguz, al Bundeskanzleramt, festeggiando ufficialmente i sessant’anni degli accordi bilaterali italo-tedeschi.

 

Tuttavia resta ancora parecchio da fare sul fronte dell’inclusione dei nostri cittadini residenti in Germania. Lo dimostra l'utile recente studio della sociologa Edith Pichler, che partendo da una serie di statistiche comparative, dimostra come siano ancora troppo pochi gli italiani che partecipano attivamente alla vita politica tedesca, mentre invece sono ancora troppi gli alunni di origine italiana che si ritrovano penalizzati da un sistema scolastico selettivo come quello tedesco".

 

Lo ha detto Laura Garavini, Presidente dell’Intergruppo parlamentare di amicizia Italia-Germania, commentando l’analisi pubblicata dalla sociologa e componente del CGIE Germania, Edith Pichler, pubblicata sul sito “Mediendiest Integration”, disponibile al seguente link: https://mediendienst-integration.de/artikel/gastkommentar-edith-pichler-60-jahre-anwerbeabkommen-zwischen-deutschland-und-italien.html

 

"Edith Pichler", ha concluso la Garavini, "evitando facili trionfalismi, fa un bilancio obbiettivo della presenza italiana in Germania e allo stesso tempo fornisce una serie di proposte concrete per il futuro, volte a migliorare la partecipazione degli italiani nella società tedesca”. De.it.press 22 dic

 

     

     

     

Intervista a Mario Ferrera, ristoratore eccellente a Berlino

       

Nel progetto di servizio, di informazione e di conoscenza alla comunità,  riportiamo l’intervista a Mario Ferrera, rappresentante di Sicilia Mondo a Berlino da 10 anni: 55 anni, nato a Ravanusa in provincia di Agrigento, da 36 anni a Berlino. Ristoratore, manager, di ottima cultura, impegnato nel sociale, eccelle nei rapporti relazionali. A Mario abbiamo chiesto:

      Come è vista   la situazione italiana da Berlino?

      É certamente una situazione precaria ma non disperata, una Italia che manca di veri ed onesti statisti al timone che facciano una lotta spietata alla corruzione, all'illegalità e alla criminalità. Nonostante tutto,  siamo orgogliosi di essere italiani e guardiamo alla nostra Patria con affetto e riconoscenza.

      Come vive la comunità siciliana di Berlino?

      E’ stata tra le prime arrivate a Berlino. E’ di circa seimila unità. I siciliani sono bene integrati ed apprezzati per la loro laboriosità ed iniziativa imprenditoriale. Sono molto legati tra di loro.

      Come si vive a Berlino? Quale la sua economia?

      L’economia gode di ottima salute. Per il momento è un cantiere perpetuo che dà molto impiego. Tante sono le attività che cercano mano d'opera qualificata, dalla ristorazione all'edilizia.

      Sono a Berlino da prima che cadesse il muro e di cambiamenti ce ne sono stati tanti:  da una città divisa in due parti   prima, ad una metropoli accogliente e bella dove tutto funziona "spaventosamente bene”.

      Quattro milioni di abitanti vivono comodamente in una vastissima area che raggiunge in alcuni punti gli 80 km di diametro.

      Berlino è la città dei primati: con il maggior numero di  parchi e alberi, con più animali pro capite. La città con la più vasta concentrazione di nazionalità diverse.

      E’ articolata in due centri cittadini, Kurfürstendamm e Friedrichstraße dove si può comprare di tutto e in questo periodo Natalizio affollano i Weihnachtsmarkt .

      Berlino offre i musei tra i più interessanti al mondo, basti pensare al Pergamon Museum o al Deutsch Museum.

      La comunità italiana è molto unita. La domenica ha il suo punto di incontro presso la Missione Cattolica Italiana.

      C’è ospitalità per i giovani in cerca di lavoro che arrivano a Berlino?

      Arrivano molti giovani a Berlino, chi per studio chi per lavoro. La lingua è il primo grande ostacolo da superare, l'alloggio non è più così semplice da trovare e per lo più molto caro. L'accoglienza è direttamente proporzionata al grado di preparazione dei nostri giovani immigrati.

      La maggior parte trova impiego presso i Ristoranti Italiani. Siclila Mondo

 

 

 

 

“Italia coraggio!” I banchetti in Germania del Partito democratico

 

ROMA - Anche all’estero, su sollecitazione e coordinamento dell’Ufficio italiani nel mondo e del suo responsabile, Eugenio Marino, si sono tenute le giornate di “Italia, coraggio!”.

Una manifestazione che, tenendo conto della specificità delle nostre comunità nel mondo e della dispersione dei nostri concittadini nelle città estere, si è svolta sotto forme diverse: volantinaggio nei luoghi frequentati da italiani, trasmissioni nelle radio locali, cene o manifestazioni conviviali con le comunità.

Proprio per l’estero, l’Ufficio italiani nel mondo del PD ha anche predisposto lo specifico volantino Italia all’estero, coraggio!, che contiene i primi risultati ottenuti dal PD nella prima fase della manovra economica e finanziaria già passata al Senato.

Le preoccupazioni sono state tante e grandi, ma l’immagine ed il potenziale del nostro Paese in questa parte del mondo, appare comunque migliore di quanto non sia percepita in Italia;

Berlino (Germania), dove sono state realizzate campagne di volantinaggio in alcune delle piazze più impor-tanti della capitale tedesca, da AlexanderPlatz a PotsdamerPlatz, per poi concludere con un banchetto al Vol-ksbühne, in Rosa-Luxemburg-Platz.

Qui “Italia, coraggio!” è stata solo l’inizio di una campagna informativa che continuerà anche nelle prossime settimane, distribuendo materiale e cercando di raccogliere le opinioni e le impressioni degli italiani in Germa-nia;

Wolfsburg (Germania), dove domenica 6 dicembre il locale circolo ha organizzato un grande pranzo di di-scussione e volantinaggio, al quale ha partecipato il neo Segretario del PD Germania, Franco Garippo, insieme a moltissimi connazionali della città operaia tedesca e nel corso del quale anche la campagna di tesseramento ha portato nuovi e generosi frutti, con una serie di nuovi iscritti al locale circolo;  Ludwigshafen (Germania), dove il locale circolo PD è sceso in piazza insieme a delegati della SPD, presso i loro gazebo, sottolineando nella comunità italo-tedesco lo stretto rapporto e vincolo politico europeo tra i due partiti e l’impegno comune nei confronti di una Europa più unita; Monaco di Baviera (Germania), dove il locale circolo del PD ha organizzato il banchetto informativo insieme alla festa di Natale, coinvolgendo anche alcuni giovani profughi provenienti dalla Siria e partecipando a una raccolta fondi per la Onlus WeAre.   (Pd Cittadini nel mondo)

 

 

 

 

 

Eitorf. Giovanni Vetere, da operaio presso Bonn ad artista

 

Il pittore e scultore minimalista compie 75 anni articolo su Giovanni Vetere, operaio emigrato in Germania negli anni 50’ diventato poi un pittore e scultore minimalista conosciuto in tutto il mondo (espone da Tokio a New York). Il 3 dicembre ha compiuto 75 anni.

 

I lavori di Giovanni Vetere sono segnati da figure semplici e stilizzate, da visi tondi segnati leggermente con tre punti scintillanti. Gli sfondi sono guarniti di piccoli pesci, i colori sono forti, sfidano il tempo e lo spazio, danno un senso di solidità e nello stesso tempo di evanescenza. Capire perché la sua arte, nel suo stile minimalista, riesca ad affascinare i bambini è facile: vi si rispecchiano, sentono di essere nel loro elemento. Più difficile, invece, è capire perché anche gli adulti ne siano così presi. Una moda? Forse all’inizio, più di quaranta anni fa, per qualcuno fu una sorpresa: l’idea che un operaio calabrese, emigrato in Germania, con appena la terza elementare, riuscisse a creare mondi ideali con qualsiasi materiale povero. Ma una moda nasce e muore nel giro di poco tempo. Le opere di Giovanni Vetere, invece, crescono, vivono e trovano nuovi sviluppi ancor oggi – e probabilmente vivranno centinaia di anni ancora. Il segreto sta nel fatto che le creazioni di Giovanni Vetere si lasciano interpretare, danno spinta alla fantasia, non stringono in una morsa le menti, ma trascinano in orizzonti lontani.

 

Il primo impatto, quando si sta di fronte ad un quadro o a una scultura di Vetere, è quasi sempre quello del sorriso di sufficienza, d’incredulità (“ma veramente questo è un artista?” “mia figlia ha dodici anni e fa le figure meglio di lui!” – sì, quante volte ho sentito certi commenti!). E poi… improvvisamente lo sguardo critico si fa serio, qualcosa inizia a muoversi dietro la facciata ancora un po’ scostante: è l’armonia che vince. Quelle figure sono pura armonia, nelle forme, nelle espressioni dei volti, che appena un momento fa sembravano vuoti. È la forza intrinseca del minimalismo, e Giovanni Vetere da perfetto autodidatta è riuscito a scorgerne e a carpirne le frasi più recondite. Questa è arte. L’arte di comunicare con pochi segni un’intera epopea. Quella che ognuno di noi vuol scoprire e vivere.

Una delle frasi più semplici e più rivelatrici di Giovanni Vetere è "Forse queste persone hanno ancora un piccolo bimbo nei loro cuori, forse hanno capito...". Ma questa frase lui la riserva solo per gli adulti. I bimbi no, loro non hanno bisogno di riscoprire ciò che ancora sono. I bambini sono la passione di Giovanni Vetere, perché “sono loro che hanno i mezzi per cambiare il mondo, perché spontaneamente sanno provare emozioni e vogliono sperimentare.” Sono la speranza, quella con la S maiuscola.

 

Giovanni Vetere nasce a Strongoli, in Calabria, il 3 dicembre 1940. Figlio di contadini, nel 1957, come tanti giovani a quell’epoca cerca la sua fortuna nell’Italia del nord, poi in Germania. Fa l’operaio nei pressi di Bonn, poi a Etzbach, dove per poco non perde la vita in un incidente d’auto. L’evento, pur triste, cambia però la sua personalità, la sua filosofia vita. Egli intensifica i suoi contatti con la società locale, impara la lingua, inizia a leggere in tedesco. E scopre che il mondo non è fatto solo di duro lavoro. Conosce anche la sua futura moglie Brigitta, che rimarrà per sempre il suo appoggio costante. Nel 1968 si trasferiscono a Troisdorf, dove Giovanni trova lavoro in una fabbrica chimica. Scopre anche il suo interesse per la politica e viene eletto nell’Ausländerbeirat, il comitato consultivo per gli stranieri della città. Dopo tre anni nasce Carmen Clea, la figlia "colpevole" della sua successiva carriera artistica. Perché è proprio facendo il papà con Carmen che Giovanni Vetere scopre di aver del talento, o meglio, è la sua Brigitta a farglielo notare. Così nasce quell'artista che oggi è conosciuto in tutto il mondo.

Oggi Giovanni vive nella sua villa a Eitorf: una vecchia fabbrica di sigari che lui ha completamente rimodernato. Lì c’è il suo atelier, insieme alla galleria d'arte “Incontro” e al negozio di moda della figlia Carmen Clea. Dietro la villa si estende un immenso giardino, dove si trovano in mostra permanente sculture sue e di altri artisti - lo Skulpturental, meta di gite culturali provenienti da tutta l’Europa.

 

"Ora ho 75 anni," dice Giovanni Vetere con un largo sorriso, "ho fatto tanto, ma per quanto tempo posso ancora creare? Spero che la mia arte sarà lì anche dopo di me, forse un piccolo tassello nel mosaico della storia!"

E su questo non abbiamo dubbi. Maurizio Libbi, de.it.press dic 15

 

 

 

 

Migranti, Juncker: "Schengen deve essere salvato, basta controlli frontiere"

 

Per il presidente della Commissione Ue è urgente rafforzare le frontiere esterne e creare un corpo europeo di guardie per arginare l'emergenza

 

AMSTERDAM - "Dobbiamo salvare Schengen, è un dovere collettivo. Non si può andare avanti con questo processo di governi che giorno dopo giorno" ripristinano i controlli alle frontiere. Così il presidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker, che indica l'agenzia Ue delle guardie di frontiera come priorità per rafforzare le frontiere esterne davanti all'emergenza migranti. Ieri era stato il segretario di Stato agli Affari Interni del governo tedesco Ole Schroeder a lanciare un aspro j'accuse: "Il controllo delle frontiere esterne non funziona, in particolare tra Grecia e Turchia. Le registrazioni non vengono fatte. Eurodac non viene applicato. I ricollocamenti non vanno avanti".

 

Il presidente si è detto "fiducioso" che tali misure saranno realizzate entro giugno, ovvero durante il semestre di presidenza olandese del Consiglio Ue. Poi ha citato il filosofo Pascal: "Mi piacciono le cose che vanno assieme" e ha spiegato: "Reinsediamenti, ricollocamenti e protezione delle frontiere vanno assieme. Ho fiducia che nel 2016 faremo dei buoni progressi".

 

Juncker ha parlato ad Amsterdam, nella conferenza stampa congiunta con il premier Mark Rutte con cui si è inaugurata la nuova presidenza di turno. Nelle conclusioni di dicembre, ha ricordato, "il Consiglio europeo ha incaricato la presidenza olandese di realizzare tali misure, e sono fiducioso che sarà fatto". Mark Rutte ha promesso un approccio "molto pragmatico" dei dossier europei da parte dell'Aja.

 

Intanto, il primo vicepresidente della Commissione Ue, Frans Timmermans domenica e lunedì sarà ad Ankara per discutere del piano d'azione Ue-Turchia. Lo dice Timmermans spiegando che "nelle ultime due settimane gli arrivi di profughi sono rimasti relativamente alti. Dobbiamo fare di più. I primi risultati sono incoraggianti ma siamo ancora lontani". Il vicepresidente ha aggiunto che l'Unione europea è "lontana" da essere soddisfatta per quanto la Turchia sta facendo per arginare il flusso di migranti. "Credo che la nostra collaborazione con le autorità turche sia positiva. Noi continueremo a studiare la via per migliorare l'efficacia

della sua operazione (per arginare il flusso di profughi) - ha spiegato Timmermans -. Abbiamo già visto i primi risultati, che sono incoraggianti ma siamo comunque lontani dall'essere soddisfatti e continueremo i nostri sforzi per assicurare risultati concordati con la Turchia". LR 7

 

 

 

 

Il nostro messaggio

 

All’inizio di questo 2016, le nostre riflessioni dovrebbero trovare ampio riscontro. I “sordi”, che non sono mai pochi, dovrebbero degnarsi di sentire e i fatalisti di ricredersi. Gli italiani all’estero sono sempre una gran realtà socio/politica. Tanto importante da non poter essere sottovalutata.

 La loro rappresentatività in Patria dovrà essere portata alla ribalta parlamentare in modo compiuto. Quando c’è stato da criticare, pur se in senso costruttivo, non ci siamo mai tirati indietro. Non abbiamo incensato gli “interessi” di Palazzo. L’attuale Esecutivo dovrà affrontare, finalmente, la realtà di milioni di connazionali nel mondo.

 Il “rimandare” ci preoccupa e non poco. Mentre torniamo a sollecitare il varo di una nuova rappresentatività per chi vive lontano dal Bel Paese, chiediamo chiarezza. Non intendiamo polemizzare, ma domandiamo di focalizzare le “competenze”.

 Nonostante le nostre segnalazioni, manca ancora il progetto di un Ufficio per le Politiche Sociali degli italiani nel mondo (UPSIM); indipendente dal MAECI e referente la Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Struttura oggi ancora più importante per l’imminente varo della nuova legge elettorale. Insomma, senza ancora tergiversare, il Parlamento, quello ancora in carica, dovrebbe prendesi carico di una serie di disegni di legge per superrare la posizione degli italiani che vivono altrove.

 Invece, nonostante tante oggettive riflessioni, il problema resta ancora aperto. La struttura che ipotizziamo dovrebbe garantire il diritto di parere obbligatorio nei confronti del futuro Potere Esecutivo. Con l’introduzione, tra l’altro, del voto elettronico e il riesame della Circoscrizione Elettorale Estero.

 Torniamo, di conseguenza, a chiedere chiarezza per evitare, poi, le consuete interpretazioni restrittive di un diritto. Per questi motivi, restiamo, saldamente, sulle posizioni che già avevamo manifestato in passato.

Rimaniamo, però, disponibili a un confronto con chi intende contribuire a un progetto, in tal senso, migliorativo. A questo punto, il “silenzio” non avrebbe più valenza. Quello che sollecitiamo sono proposte innovative. Il messaggio, ora, è stato ritrasmesso. Ci auguriamo sia recepito. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Due errori strategici. Il fronte estero del premier

 

Gli amici italiani della Russia si dividono in due categorie, gli antiamericani (Grillo e Salvini) e i filoamericani, quelli che si barcamenano (Renzi e Berlusconi). Questi ultimi devono essersi sentiti affranti quando pochi giorni fa, a conferma di una svolta che risale a qualche anno addietro, Putin ha varato il nuovo piano strategico, ribadendo che Nato e Usa sono l’avversario principale, il potenziale nemico numero uno. E Renzi deve essere ancor più a disagio di Berlusconi visto che è lui che governa, è lui che deve fare fronte a tutte le grane.

 

Grane che dipendono da una congiuntura internazionale che per noi europei si rivela ogni giorno più cupa: il Medio Oriente è a ferro e fuoco per diverse ragioni, fra le quali una delle più importanti è lo scontro fra sunniti e sciiti precipitato nella rivalità, e nella crisi in atto, fra Arabia Saudita e Iran, ma anche nel conflitto yemenita, nella guerra civile siriana, nella cancellazione dei confini statali (Siria, Iraq) tracciati nel Novecento dalle potenze coloniali, e di cui è espressione la nascita dello Stato islamico. Si aggiungano gli effetti dirompenti che le vicende mediorientali esercitano sull’Islam europeo, i flussi migratori potenti e così difficili da controllare, il terrorismo, la competizione di potenza fra Russia e Stati Uniti che complica la partita mediorientale ed esaspera le divisioni entro l’Ue (fra i Paesi dell’Est che temono l’imperialismo russo e quelli dell’Ovest per i quali la Russia è solo un partner commerciale, un’opportunità per gli affari). Tutto ciò obbliga a rifare qualche conto anche in Italia.

 

Fino a poco tempo fa si poteva pensare che la scommessa politica di Renzi fosse legata esclusivamente alla sua capacità di fare ripartire una macchina economica imballata. Adesso non è più così. Oggi egli deve anche rassicurare gli italiani a proposito della propria capacità di guidare il Paese in acque internazionali turbolente. Non è sicuro che sia in grado di dare questa dimostrazione, di convincere l’opinione pubblica che egli possieda qualità di condottiero. Sia chiaro: gli oppositori, per quel che si vede, non sono meglio di lui. Ma non è questo il punto. Il punto è che l’onere di dimostrarsi all’altezza spetta a chi governa. Gli oppositori possono limitarsi a gridare improperi e a fare confusione.

È stata soprattutto la sfida terrorista ad evidenziare i limiti dell’azione internazionale di Renzi. È vero, c’era in ballo il Giubileo, il che rendeva e rende l’Italia particolarmente esposta al rischio di aggressioni terroristiche ma, comunque, non pare proprio che la reazione di Renzi di fronte agli attacchi di Parigi sia stata adeguata. Sarà stato probabilmente a causa di una maggioranza parlamentare nella quale è così forte il partito del «mettete dei fiori nei vostri cannoni», ma Renzi ha commesso due grandi errori in quel frangente, seminando dubbi sulla propria capacità di guidare il Paese in condizioni di emergenza. Ha preso di fatto le distanze da Hollande negandogli quel sostegno militare che il presidente francese gli aveva richiesto. Con ripercussioni negative anche su altri tavoli europei: non puoi, come ha fatto Renzi, contrapporti al «governo tedesco» dell’Europa se pochi giorni prima hai perso l’occasione di stringere i tuoi legami di solidarietà con la Francia e non sei in grado quindi di rivendicarne l’appoggio.

Se il primo errore ha avuto ripercussioni diplomatico-politiche, il secondo ha intorbidito le acque dal punto di vista dell’interpretazione del fenomeno terroristico. Perché siamo stati così in pochi a scuotere la testa quando Renzi se ne è uscito dicendo che, di fronte al terrorismo, bisogna sì investire in sicurezza ma anche in «cultura», bisogna contrastare il degrado culturale delle periferie urbane? Non che non sia una buona cosa occuparsi del degrado urbano. Ma il fatto è che non c’entra nulla, proprio nulla, con la difesa dall’aggressione terrorista. Siamo stati in pochi a scuotere la testa perché tanti condividono, o sembrano condividere, l’argomentazione pseudo-sociologica (radicalmente sbagliata) secondo cui il terrorismo islamico sarebbe figlio del «degrado» e della «povertà». Detto per inciso, è stupefacente che la pensino così anche diversi cattolici: se costoro, infatti, considerano il radicalismo islamico (che è comunque frutto di scelte religiose) un fatto «sovrastrutturale» in senso marxiano, dipendente cioè dalle condizioni «materiali», come fanno poi a non pensare la stessa cosa del proprio cattolicesimo, della propria scelta religiosa?

Le prese di posizione di Renzi non sono state comunque all’altezza. In una situazione di emergenza serve un Churchill, non un Andreotti (pur con tutto il rispetto dovuto ad Andreotti). Vero è naturalmente che l’Italia è impegnatissima sul fronte mediorientale. I nostri soldati verranno impiegati nella difesa della diga di Mosul. E sono anche impegnati da tempo con compiti vari (addestramento truppe, logistica) a sostegno di coloro che combattono sul terreno contro lo Stato Islamico. Nessuno di questi compiti prevede, se non a fini strettamente difensivi, la partecipazione a scontri a fuoco. La causa, plausibilmente, è che, in caso contrario, la maggioranza parlamentare si squaglierebbe.

C’è poi la diplomazia. Abbiamo svolto un importante lavoro di sostegno per favorire un accordo, in funzione anti Stato Islamico, fra le diverse fazioni libiche. E abbiamo rivendicato a più riprese per noi stessi un ruolo preminente nel futuro processo di pacificazione della Libia. Ma le nostre condizioni politiche interne lo permetteranno? Sarà impossibile pacificare la Libia senza usare la forza. Che succederà a Roma quando arriveranno le notizie dei primi scontri a fuoco fra italiani e jihadisti?

In condizioni di emergenza, un vero capo politico si rivela tale perché non si mette a rimorchio della sua maggioranza, si sforza di rimodellarla, come fosse creta, di imporle una diversa visione delle cose. Renzi non ha ancora mostrato di possedere una tale qualità. Angelo Panebianco, CdS 5

 

 

 

 

Medio Oriente. La geopolitica saudita dietro il caso Al Nimr

 

L’Arabia Saudita inaugura il 2016 giustiziando 47 persone accusate di terrorismo: oltre ad affiliati ad Al-Qaeda, spicca il nome di Nimr Baqer Al Nimr, il religioso di Awamiya leader della protesta sciita che nel 2011 scosse la regione orientale saudita.

 

Al-Nimr è stato condannato con l’accusa di “sedizione” e di “disobbedienza al sovrano”. Già si segnalano contestazioni di piazza fra l’est saudita e il Bahrein.

 

Al-Nimr e gli sciiti sauditi

Al-Nimr è stato condannato per “sedizione” e “disobbedienza al sovrano”. Si susseguono i venerdì di protesta degli attivisti sciiti dell’est saudita: se la sentenza venisse eseguita, per i sauditi “il prezzo da pagare sarebbe pesante”, ha già commentato il viceministro degli esteri dell’Iran, Hossein Amir Abdollahian. Dati i forti legami transnazionali fra le comunità arabo sciite, specie nel triangolo Arabia Saudita-Bahrein-Iraq, queste parole non hanno solo una componente propagandistica.

 

La comunità sciita saudita vive una condizione dicronica marginalizzazione religiosa, socio-politica e geografica: gli sciiti sauditi (tra cui non solo duodecimani, ma anche ismailiti e zaiditi del sud) sono di fatto discriminati da esercito, polizia, incarichi pubblici e possono manifestare limitatamente la loro fede.

 

La confessione sciita è maggioritaria nella regione orientale saudita (fra il 10 e il 15% della popolazione nazionale): qui si concentrano le risorse petrolifere, ma la disoccupazione supera la già alta media nazionale.

 

Gli epicentri della sollevazione del 2011 furono Qatif e Awamiya, il villaggio natale di Al-Nimr, che fu arrestato nel 2012 insieme al nipote Ali, minorenne al momento dei fatti contestati e anch’egli fra i condannati alla pena capitale. Gli scontri, in cui morirono almeno venti cittadini sciiti, furono duramente repressi da polizia e Guardia nazionale, mentre un’analoga operazione militare spegneva la sollevazione a maggioranza sciita del vicino Bahrein.

 

Protesta politica e minaccia terroristica

Al-Nimr ha spesso accusato gli al-Saud di tirannia, così come gli al-Khalifa del Bahrein, senza però incitare apertamente alla violenza: al contrario, il religioso di Awamiyaha spronato i suoi sostenitori alla ribellione non-violenta contro gli autoritarismi.

 

Il potere di Riad - fondato sull’alleanza tra dinastia regnante e clero salafita - ha delegittimato il discorso di Al-Nimr, innanzitutto politico, accusandolo di settarismo nonché di complicità con il “nemico iraniano”.

 

Al di là degli steccati di setta, Al-Nimr ha anche auspicato la caduta del regime dell’alawita Bashar Al-Assad. Additando il complotto esterno, la narrativa di Stato propagandata da Riad nega l’arabità della comunità sciita saudita così come la legittimità delle sue rivendicazioni, assecondando quel retroterra linguistico-culturale in cui trova spazio la violenza jihadista che nel 2015 ha già colpito due celebrazioni sciite fra Qatif e Damman.

 

Tra l’altro, gli sciiti dell’Arabia saudita guardano tradizionalmente all’ayatollah iracheno Alì Al-Sistani, molto distante dalla concezione khomeinista. Gli attivisti sciiti dovrebbero essere giustiziati insieme ad affiliati ad Al-Qaeda (per un totale di 52 persone): questa contemporaneità mostra come il potere saudita voglia sovrapporre e confondere, agli occhi del suo popolo, protesta politica e minaccia terroristica.

 

Lo strumentale settarismo saudita

La logica settaria occupa oggi un ruolo fondamentale nel discorso politico dell’Arabia Saudita, anche a livello regionale. Da tempo, l’esistente dicotomia fra sunniti e sciiti viene esasperata da Riad per fini politici di egemonia mediorientale: una visione divisiva che vuole ricondurre strumentalmente tutti gli sciiti a una presunta identità etnica persiana, dunque percepita come ostile.

 

Questa strategia culturale influisce sulle scelte di politica estera e di sicurezza del regno saudita, come testimonia la formazione di una “coalizione militare islamica contro il terrorismo”, annunciata da Mohammed bin Salman, ministro della difesa e vice principe ereditario.

 

Infatti, l’ipotetica alleanza guidata da Riad esclude i paesi mediorientali a governo sciita (Iran, Iraq, Siria) e mette in imbarazzo quelli in cui gli sciiti sono attori politico-militari decisivi (Libano) o forti minoranze (Pakistan), trasformandosi, di fatto, in una potenziale alleanza anti-sciita, al pari del progetto di esercito unico arabo, ora bloccato.

 

L’unica coalizione militare araba già operativa sta bombardando le milizie sciite dello Yemen. Inoltre, qualsiasi alleanza anti-terrorismo è destinata a rimanere sulla carta - o a fungere solamente da campagna d’immagine - senza una preliminare definizione degli obiettivi considerati terroristici (che fare con i Fratelli Musulmani?).

 

La decisione di re Salman sul caso Al-Nimr indicherà la direzione futura della politica regionale saudita: inasprimento del conflitto indiretto con l’Iran o allentamento delle tensioni mediorientali. Il sovrano potrebbe anche temporeggiare: così lascerebbe strumentalmente aperti tutti gli scenari mentre, fra Damasco e Sana’a, si negozia per provare a ricomporre le crisi regionali più acute.

Eleonora Ardemagni, analista di relazioni internazionali del Medio Oriente, AffInt 2

 

 

 

 

Merkel e Ue nel mirino, Renzi usa la strategia del “bersaglio grosso”

 

Tattica già sperimentata in passato con D’Alema e Bersani – di Fabio Martini

 

ROMA  - C’è una sequenza, in parte pubblica e in parte riservata, che racconta bene un approccio sempre più frequente in Matteo Renzi, la «strategia del bersaglio grosso». Bisogna tornare alla sera del 17 dicembre: al Justus Lipsius, il palazzone bruxellese dei summit europei, il Consiglio dei capi di governo si sta stancamente avviando a conclusione, fino a quando non si diffonde una voce. Poco prima, a sorpresa, nel Salone del Consiglio, Matteo Renzi ha stuzzicato la cancelliera Merkel («Angela, non siete i donatori di sangue dell’Europa»), ma soprattutto il presidente del Consiglio italiano ha provocato un’ampia discussione sulla politica energetica verso la Russia della Germania, «accusata» di essere formalmente inflessibile sulle sanzioni, ma più duttile nella prassi operativa delle imprese tedesche. Discussione che aveva fatto registrare un dato clamoroso. I governi favorevoli alla linea italiana si erano rivelati nettamente superiori a quelli pro-Germania. A fine vertice Angela Merkel, spiazzata da quella intemerata, si era avvicinata a Matteo Renzi: «Ci vediamo presto?». E Renzi: «Con piacere». Nei giorni scorsi a Berlino si è riservatamente ipotizzato un summit a due per la sera del 27 dicembre, ma poi, pare su suggerimento di palazzo Chigi, si è preferito aggiornare a nuova data, ancora da definire.  

 

Sarebbe eccessivo immaginare che Angela Merkel stia «inseguendo» Renzi, ma il piano-sequenza racconta bene una tipica tattica renziana: scegliersi un «nemico» vistoso e al tempo stesso impopolare tra l’opinione pubblica. Un approccio che negli ultimi giorni il presidente del Consiglio ha ribadito in diversi interventi pubblici, nei quali ha ripetuto più volte che l’Italia non andrà più a Bruxelles «col cappello in mano». E a palazzo Chigi, in modo informale, aggiungono: il 2016 sarà l’anno dei duelli con l’Europa. Dunque, nei prossimi mesi nelle esternazioni polemiche di Matteo Renzi ci saranno più Merkel, più Juncker, più Unione europea. 

 

Certo, ingaggiare bracci di ferro con l’Europa è popolare in chiave domestica: può togliere fiato a leghisti e grillini. Ma c’è qualcosa in più: il tempismo di Renzi nel sapersi scegliere nemici nel momento in cui sta per iniziare il loro declino. All’ultima riunione a porte chiuse del Pse, Renzi ha detto: «Basta con l’Europa guidata da un solo partito», la Cdu della Merkel. Frase inusuale, ma con un suo perché: Renzi si è reso conto che negli ultimi mesi la Cancelliera sta perdendo alleati. Il premier spagnolo Rajoy oramai è fuori gioco, in Portogallo e in Svezia sono tornati governi di sinistra, in Germania la cancelliera non appare più invincibile. D’altra parte Renzi ha sempre saputo scegliersi il nemico «giusto». Diventato presidente della Provincia di Firenze grazie ad un patto di potere Ds-Margherita, Renzi lo «tradisce» non appena fiuta stanchezza nell’opinione pubblica di sinistra verso la vecchia nomenclatura: si candida alle primarie da sindaco con lo slogan «facce nuove a palazzo Vecchio». Di nuovo, fiuta stanchezza verso gli apparentemente invincibili D’Alema e Bersani, li sfida in nome della «rottamazione». E li batte. Poi, arrivato a palazzo Chigi, si «crea» un nemico al giorno e si inventa i «gufi». Ma la storia dimostra che sinora i nemici che gli hanno portato bene sono altri: quelli veri. LS 5

 

 

 

 

Accadde domani. Usa, cercasi asso, forse sarà donna

 

Il percorso verso le elezioni presidenziali negli Stati Uniti, l’8 novembre, attraversa tutto il 2016, dal 1° febbraio, con le assemblee di partito nello Iowa, che segnano l’inizio delle primarie, all’Election Day, passando attraverso le convention di fine luglio - repubblicana a Cleveland e democratica a Filadelfia.

 

Man mano che s’avvicina il momento della scelta del nuovo presidente, andrà sbiadendo alla Casa Bianca la figura e il potere d’influenza internazionale di quello uscente.

 

Dalle Olimpiadi ai 10 anni di Twitter

In un Mondo zeppo d’ansie e di crisi, i cittadini statunitensi devono estrarre un asso dal mazzo dei candidati: potrebbe essere una donna, Hillary Rodham Clinton, ex first lady, ex senatore, ex segretario di Stato, la più qualificata fra gli aspiranti presidenti dal punto di vista dell’esperienza internazionale.

 

Il 2016 è un anno bisestile e, quindi, oltre alle elezioni presidenziali negli Stati Uniti, porta in dote le Olimpiadi, stavolta in Brasile, ad agosto, tra timori di flop e tensioni sociali, in un Paese che sembra avere perso, nel tracollo dei Mondiali di Calcio 2014, la sua spinta e il suo ottimismo e dove la presidente Dilma Rousseff non gode più della fiducia dei cittadini.

 

E pure un anno di anniversari da 2.0: il 18 gennaio, Wikipedia compirà 15 anni; il 21 marzo, Twitter compirà 10 anni; e ad aprile - ma qui dai ‘social media’ passiamo alla grande scienza - ricorre il 100° anniversario della teoria della relatività generale di Albert Einstein.

 

Affrontare i problemi dell’integrazione Ue

All’orgia elettorale negli Stati Uniti, l’anno che inizia contrappone una sorta di tregua elettorale nell’Unione europea: nessuno dei Grandi dell’Ue andrà alle urne, o almeno nessuno dovrebbe andarci.

 

In Spagna, s’è appena votato - si rischia, però, un bis a breve -; Francia e Germania avranno nel 2017 le loro consultazioni più importanti; la Gran Bretagna prevede il referendum sull’uscita dall’Unione pure nel 2017; l’Italia ha in calendario solo nel 2018 le prossime politiche (l’autunno porterà il referendum sulle riforme istituzionali); e le istituzioni europee, rinnovate nel 2014, resteranno operative fino al 2019.

 

Ci sono, quindi, condizioni sulla carta favorevoli ad affrontare senza pressioni i problemi dell’integrazione, anche se le presidenze di turno del Consiglio dell’Ue che si alterneranno non sono ideali: l’Olanda è sperimentata, ma ha un approccio esclusivamente prammatico ai problemi europei; la Slovacchia è all’esordio e ha l’impostazione neo-nazionalista comune a molti Paesi usciti dall’esperienza comunista.

 

Brexit, Unione bancaria ed energetica, riforma della governance

Fra i temi da affrontare nell’anno, vi sono: il negoziato con Londra per evitare, nel 2017, il Brexit, cioè l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea; il completamento dell’Unione bancaria, l’avanzamento verso l’Unione energetica, la riforma della governance, soprattutto in questa fase la questione immigrazione, dove si tratta di attuare decisioni già prese e di rivedere i criteri dell’asilo.

 

L’agenda 2016 è inoltre intessuta dei tradizionali appuntamenti dei Vertici internazionali. A parte quelli europei, il cui primo sarà a febbraio, sul Brexit, tutti gli altri si svolgeranno sul Pacifico: il G7 in Giappone a maggio, il G20 in Cina a ottobre, l’Apec in Perù a novembre.

 

Per il resto, le previsioni del 2016 sono incise sulla roccia dei temi ineludibili (e probabilmente irrisolvibili): la minaccia del terrorismo alla sicurezza, che in Italia si legge soprattutto in chiave Giubileo - l’Anno della Misericordia finirà a novembre -; la lotta contro il sedicente Stato islamico tra Iraq e Siria e la transizione a Damasco dal regime di al-Assad a un nuovo assetto stabile e condiviso; la ‘normalizzazione’ della Libia; la ‘Intifada dei Coltelli’ tra Israele e i Territori; gli effetti perversi dell’infatuazione per le armi negli Stati Uniti, che - scrive il Los AngelesTimes - “confina con l’impulso suicida della società”, mentre il New York Times si chiede se l’orrore non stia diventando normalità negli Usa.

 

Senza dimenticare, più vicina a noi, l’irrisolta crisi ucraina, dove le mosse della Nato - l’invito al Montenegro a entrare nell’Alleanza - e dell’Ue - la proroga delle sanzioni alla Russia - rischiano di allontanare una soluzione invece che di avvicinarla.

 

Nessuno s’immagina che tutti questi problemi escano, nel 2016, dall’agenda internazionale: se ne risolvesse già uno, sarebbe un successo. E probabilmente torneremo ad ascoltare appelli come quello che Papa Francesco - lui, un protagonista sicuro - ha lanciato tra Natale e Santo Stefano, denunciando “il silenzio vergognoso” che accompagna le persecuzioni dei cristiani e di quanti, “martiri d’oggi, subiscono violenza in nome della fede”. Parole suscitate dalla notizia che, a Natale, nelle cattolicissime Filippine, attacchi integralisti islamici avevano fatto vittime fra i fedeli cristiani in diverse province. Giampiero Gramaglia, AffInt333

 

 

 

 

Repubblica dimenticata

 

Incastonata tra l’Albania, Macedonia e Serbia, dal 2008 si trova la Repubblica del Kosovo. Stato dell’est Europa, abitato da circa due milioni di persone, che aspira a far Parte dell’Unione Europea. Alcuni Paesi dell’UE, però, non la riconoscono ancora come Stato indipendente dopo che otto anni fa dichiarò la sua indipendenza dalla Serbia.

Il piccolo Stato (10.800 Km2) registra una situazione economica assai incerta. Circa il 20% della sua popolazione è al limite dell’indigenza e l’emigrazione in UE non è favorita proprio a causa dell’intransigenza di certi suoi Stati membri. La popolazione è costituita dall’88% d’Albanesi, 7% da Serbi e il 5% da altre etnie balcaniche.

 

 Nella capitale, Pristina, non sono mancati dissensi popolari nei confronti di un Esecutivo che, dopo d’indipendenza socio/politica, non è ancora riuscito a garantire al piccolo Stato prospettive di concreto sviluppo e indipendenza economica.

 

Sembra che le maggiori responsabilità siano da ricercare nel sistema Kosovaro che non è stato ancora  in grado d’assicurare un futuro internazionale alla piccola Nazione. Tant’è che anche l’economia del Paese è ancora molto critica.

 

Non tutto, però, si presenta in negativo. I rapporti con i Paesi vicini si sono normalizzati. Anche la strada che collega il Kosovo all’Albania è stata completata. Pure con la Serbia i rapporti si andranno a normalizzare.  All’interno, si tenta di migliorare l’impegno scolastico e le principali infrastrutture d’interesse popolare. Però, il costrutto sociale del Paese è ancora lontano dai parametri UE.

 

La stampa internazionale si occupa poco di questa Repubblica balcanica. Il Kosovo non fa notizia. Eppure, il Paese ha bisogno di un concreto intervento dell’Unione Europea per consolidare lo spirito di democrazia e d’indipendenza della quale, dopo tanta sofferenza, la gente Kosovara è fiera. L’opinione pubblica internazionale, dovrebbe essere più informata sulle vicende di uno Stato che ha scelto d’essere autonomo. Sarebbe un concreto passo avanti per allentare il suo isolamento.

 

 A tutt’oggi, è allo studio avanzato un protocollo di consolidamento con l’Unione Europea. Non a caso l’Euro è la moneta ufficiale di scambio. Però, non sussistono tuttora le condizioni per garantire prospettive concrete per un Paese che fa assegnamento nella collaborazione internazionale e con quella degli Stati stellati in particolare. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Clandestinità, depenalizzazione del reato: è scontro. Alfano: "Meglio non abrogare"

 

La Lega insorge contro la decisione dell'esecutivo. Maroni: "Sarà invasione". Salvini: "Faremo referendum". Via libera slitta almeno di 7 giorni. Renziani: "Niente toni barricaderi"

 

ROMA - Il clima si fa sempre più incandescente sulla possibile depenalizzazione del reato di immigrazione clandestina. Il decreto del governo, il cui via libera era in un primo tempo previsto per oggi, ha subito uno slittamento di una settimana, per l'opposizione di Ncd, che come anticipato da Repubblica tenta di bloccarlo.

 

E in serata il ministro dell'Interno Angelino Alfano ribadisce la posizione del suo partito: "La vicenda del reato di immigrazione clandestina non è materia di un singolo partito. Sono consapevole che si sono levate voci molto autorevoli e rispettabili che affermano ragioni tecnicamente valide a sostegno di una abrogazione, ma motivi di opportunità fin troppo evidenti mi inducono a ribadire che è meglio non attuare la delega ed evitare di trasmettere all'opinione pubblica dei messaggi che sarebbero negativi per la percezione di sicurezza in un momento particolarissimo per l'Italia e l'Europa...Già lo chiesi, e l'ottenni, nella seduta del Consiglio dei ministri del 13 novembre, che affrontò la depenalizzazione di alcuni reati e che, infatti, si orientò nel non inserire la depenalizzazione del reato di immigrazione clandestina. Niente di ideologico, dunque, ma una semplice valutazione di opportunità politica", ha concluso.

 

Mentre la Lega e Forza Italia insorgono e promettono barricate, fonti parlamentari fanno sapere che anche i renziani stanno prendendo tempo e decideranno la prossima settimana quale posizione assumere, ma senza inasprire i toni o innalzare barricate.

 

"Renzi cancella per decreto il reato di immigrazione clandestina: prepariamoci all'invasione, cosedamatti" ha scritto sul suo profilo Twitter, il presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni, a proposito del provvedimento del governo che prevede l'annullamento, dopo sette anni, del reato di clandestinità. Il decreto, sostenuto dal Guardasigilli Andrea Orlando e chiesto da più parti, è di appena 15 righe e cancellerebbe l'articolo 10bis del testo unico sull'immigrazione del 1998 (la legge Turco-Napolitano), approvato durante il governo Berlusconi. Il reato, durante questi anni, è stato più volte bocciato da parte dell'Ue, perché punisce lo status di clandestino, non un comportamento illecito.

 

A favore dell'abrogazione anche il procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti, secondo il quale il reato di immigrazione clandestina è un ostacolo alle indagini. "È molto più utile per accertare le responsabilità di soggetti colpevoli di traffico organizzato di migranti poter esaminare i clandestini solo come persone informate sui fatti", invece che come individui accusati di un reato.

 

Anche il leader della Lega Nord, Matteo Salvini, attacca il governo su Facebook: "Il governo Renzalfano si prepara a cancellare definitivamente, per decreto, il reato di immigrazione clandestina, come votato in Parlamento con la complicità di Pd e 5stelle. Ma si accorgono di cosa sta succedendo nel mondo? Questi sono matti! La Lega farà le barricate, in Parlamento e poi nelle piazze con un referendum, contro questa vergogna".

 

Di follia parla, sempre su Facebook, il  vice presidente del Senato, Roberto Calderoli: "Il mondo qui in Italia va proprio alla rovescia: mentre in tutta Europa tutti gli stati stanno irrigidendo le norme sull'immigrazione, arrivando persino a sospendere Schengen, mentre la Francia studia strumenti per revocare la cittadinanza e la Germania accelera le espulsioni dei migranti economici, qui a casa nostra si fa l'esatto opposto favorendo l'immigrazione con lo ius soli e lo ius culturae e ora persino volendo abrogare il reato di clandestinità. Siamo davvero alla pazzia".

 

Ribadisce la posizione di Alfano il capogruppo di Ap-Ncd alla Camera Maurizio Lupi: "La nostra posizione è molto chiara, tanto più in un momento come questo, dopo quanto successo in Germania e le polemiche sull'immigrazione. È un segnale sbagliato quello di depenalizzare il reato di immigrazione clandestina. Proprio perché stiamo facendo una battaglia che è quella di accogliere i profughi che scappano dalle guerre - osserva Lupi - dobbiamo dall'altra parte dare un segnale chiaro che chi non appartiene a questa categoria se entra nel nostro paese clandestinamente  commette un reato. Io credo che questo segnale lo dobbiamo dare altrimenti rischiamo di dare fiato e dare ulteriore acqua a tutti coloro che invece vogliono strumentalizzare questi temi con argomenti populisti".

 

Critiche al governo arrivano anche da Forza Italia: il presidente del gruppo Fi al Senato, Paolo Romani, parla di incoscienza: "Chi sostiene che quella norma (sul reato di clandestinità, ndr) non abbia avuto effetti dissuasivi, dovrebbe riflettere sulle inevitabili conseguenze negative che una simile depenalizzazione comporterà. E mentre la missione Eunavfor Med, anziché contrastare gli scafisti continua a traghettare clandestini in Italia con l'assenso del nostro governo, il finto buonismo della sinistra produrrà altri danni incalcolabili". Sulla stessa linea il capogruppo Fi alla Camera, Renato Brunetta: "Solo un governo miope e ottuso, come quello guidato da Matteo Renzi, può pensare di cancellare, in questo particolarissimo momento storico-politico, il reato di immigrazione clandestina. Il messaggio che arriverebbe sarebbe devastante e l'Italia, già in evidente affanno per una politica europea dell'immigrazione tutta a svantaggio dei paesi rivieraschi, rischierebbe di implodere in pochi mesi". LR 8

 

 

 

 

Capodanno, l'allerta terrorismo a Monaco e la gestione social della crisi

 

L'ufficio stampa della polizia della città tedesca ha informato senza sosta i cittadini sull'evolversi degli eventi evitando che si diffondesse il panico. E in Italia? di Marta Serafini

 

Hanno twittato, postato, mandato messaggi. E perfino trasmesso la conferenza stampa su Periscope, l’applicazione di Twitter per le dirette streaming. Per tutta la durata dell'allerta terrorismo l'ufficio stampa della polizia di Monaco non ha mai smesso di informare i cittadini su quanto stava accadendo attraverso i suoi social. Uno sforzo comunicativo che colpisce. E colpisce ancora di più perché visto da qui, da un Paese dove l’utilizzo delle piattaforme social nella pubblica amministrazione per la gestione delle emergenze è praticamente fermo a zero.

L'allarme in 140 caratteri

Il primo tweet (scritto in lingua tedesca) è arrivato alle 22:40 del 31 dicembre. «Ci sono indicazioni che si possa verificare un attacco terroristico a #München. Per favore evitate i luoghi affollati, la stazione centrale e quella di Pasing».

Un messaggio semplice, secco, che in 140 caratteri ha messo sul chi vive tutti. Tanto che è stato ritwittato 4.164 volte. Subito gli utenti hanno iniziato a scambiarsi informazioni tra di loro. Certo, c’è stato chi ha fatto anche delle ironie «Controllate anche se i miei vicini hanno delle bombe sotto il divano», ha scritto qualcuno. Ma l’ufficio stampa della Polizia ha tirato dritto per la sua strada. E nelle ore successive sono stati diffusi altri 28 messaggi, tradotti anche in diverse lingue oltre al tedesco, dall’inglese, passando per l’italiano fino al polacco. «La polizia ha fatto sgomberare la stazione centrale e la stazione Pasing. I treni non transitano più, vi preghiamo di attenersi agli ordini», si leggeva all’1:08 del mattino nella nostra lingua quando ormai l’anno nuovo era iniziato. Così mentre giornali, televisioni, agenzia media facevano fatica a seguire gli avvenimenti perché a ranghi ridotti (al Corriere.it la copertura degli avvenimenti è stata garantita fino a notte inoltrata), l’ufficio stampa della Polizia di Monaco di Baviera ha tenuto informato il mondo e ha trovato pure il tempo di fare gli auguri di buon anno ai suoi follower. Un modo per dare aggiornamenti, dunque. Ma anche per tranquillizzare e tenere tutti calmi. Alle due del mattino la conferenza stampa del capo della polizia e del ministro degli Interni della Baviera è stata trasmessa in diretta Periscope. Poi alle 4:15 il sollievo: «Le stazioni sono riaperte. Rimaniamo sul posto e vi aggiorneremo».

La gestione del panico attraverso i social

Monaco diventerà dunque un esempio di come la gestione di un’emergenza passi anche dal corretto impiego dei mezzi di comunicazione. In caso di allerta terrorismo è fondamentale che non si diffonda il panico. E che le informazioni non rimbalzino in modo incontrollato, soprattutto in rete. Per due motivi. Se persone iniziano a spostarsi o a scappare senza un criterio per gli agenti diventa davvero difficile monitorare gli spazi. Ma non solo. In caso di allerta, i terroristi potrebbero approfittare delle informazioni che circolano sui social network e cambiare i loro piani di conseguenza. Non a caso in Belgio durante il blitz anti terrorismo seguito agli attacchi di Parigi, la polizia chiese il silenzio sui social. Tuttavia la polizia di Monaco è andata ben oltre la gag degli agenti belgi che ringraziarono con dei croccantini virtuali tutti gli utenti che avevano postato gattini durante BrusselsLockDown. A Monaco, dopo una notte di lavoro senza sosta, all’ufficio stampa della Polizei Munchen hanno potuto scrivere su Facebook: «Buon giorno, Monaco! A tutti quelli che hanno passo la notte fuori, grazie per essere stati calmi e per aver avuto comprensione».

Sotto il post, centinai di messaggi di ringraziamento agli utenti con tanto di cuoricini e emoticon. Un successo dunque, tanto più che non è accaduto niente. E che da questa parte delle Alpi lascia con la triste sensazione di non essere davvero pronti. Nonostante gli sforzi di alcuni Comuni e di alcune amministrazioni che stanno iniziando a muovere i primi passi social, fino ad oggi in Italia non abbiamo ancora potuto assistere a un efficiente impiego della tecnologia al servizio del cittadino. E la faccenda non è solo sgradevole da un punto di vista di prestigio. In casi di allerta terrorismo come quello di Monaco rete e social network possono fare la differenza. E contribuire a salvare delle vite.  CdS 1

 

 

 

 

Paolo Gentiloni: “Asilo europeo per salvare Schengen”

 

ROMA - In Europa c'è la corsa a rialzare gli steccati interni. Ne è sorpreso, ministro Gentiloni?

«È un pericolo che segnalo da tempo. Sull'altare di Dublino si sta rischiando di sacrificare Schengen. La difesa rigida di regole per l'immigrazione superate dai tempi incrina una delle maggiori conquiste europee: la libertà di circolare».

E come mai non si superano i vecchi accordi di Dublino?

«Perché su questo tema l'Unione somiglia a un condominio dove ciascuno litiga coi vicini, salvo poi prendersela tutti insieme con chi sorveglia l'ingresso di casa, in questo caso la Grecia».

Un problema là però esiste...

«Certo. Ma sa quanti profughi sono arrivati nel 2015 in Grecia? Oltre 850mila. Pensare che, in quanto paese di primo arrivo, da solo potesse assicurare a tutti un asilo fa a pugni con la realtà. L'asilo dev'essere europeo rendendo permanente il meccanismo che chiamiamo "relocation". E per chi non ha titolo per essere accolto, anche i rimpatri debbono essere un compito europeo. Stiamo parlando di centinaia di migliaia di persone da rimandare in paesi "sicuri"».

Molti dicono: creiamo una polizia comune da schierare alle frontiere. E' d'accordo?

«Ne sarei felicissimo. Tutto quello che c'è già di comune, da Frontex a Triton, è nato dall'iniziativa italiana. Però colgo troppa ipocrisia in certi discorsi sulla difesa delle frontiere esterne. L'Europa ha già una flotta navale nel Mediterraneo. Domando: per difendere le frontiere esterne deve respingere i barconi dei profughi in fuga dalle guerre?».

Non si potrebbe pretendere dalla Turchia un'azione più forte di contenimento?

«Il flusso migratorio può essere contenuto ma eviterei l'illusione che la Turchia possa funzionare come un rubinetto. In ogni caso, l'Unione ha stipulato con Ankara un accordo che include la ripresa dei negoziati su un possibile futuro ingresso in Europa. E' un percorso che l'Italia sostiene da 15 anni, ma altri l'avevano bloccato. E il tempo perso non ha fatto bene alla Turchia».

Ci rimproverano di essere lenti nella registrazione dei migranti che sbarcano da noi. E' così?

«L'Italia è assolutamente in linea con il programma approvato a Bruxelles. Sulle registrazioni stiamo facendo quello che dovevamo, mentre su ricollocazione e rimpatri l'Unione è molto molto indietro».

L'Italia è rassegnata alla fine di Schengen?

«Niente affatto. Le sospensioni decise da alcuni Paesi membri debbono restare straordinarie e limitate nel tempo. Però un'assunzione comune di responsabilità deve arrivare entro la primavera, cioè prima che riprendano flussi migratori molto consistenti».

In caso contrario?

«La situazione diventerà difficile per tutti».

Vuole dire che anche l'Italia potrebbe sigillare i confini?

«No. Significa che servono impegni e risorse adeguate».

A Bruxelles qualcuno teme che l'Italia ceda alla tentazione dei pugni sul tavolo...

«Difendere gli interessi nazionali è doveroso. Tutti lo fanno e, tra l'altro, evita regali all'antieuropeismo. Ma rispetto ad altri il governo Renzi coltiva un'ambizione in più: contribuire al rilancio dell'Europa in un passaggio tra i più delicati della sua storia. Ne parleremo tra due settimane in un incontro a Roma tra i ministri degli Esteri dei sei paesi fondatori».

Che rilancio ha in mente l'Italia?

«In un'Unione di 28 membri è venuto il momento di immaginare livelli diversi di integrazione. Abbiamo bisogno che il nucleo di quanti come noi vogliono più integrazione politica ed economica, possa convivere con un cerchio più largo, composto da chi crede nel mercato unico e nella Ue attuale ma non vuole spingersi oltre».

Un anno dopo il massacro a Charlie Hebdo, Parigi è sempre nel mirino. Che cosa le fa pensare il nuovo attacco?

«Alla straordinaria marcia di un anno fa. Alla forza di Parigi e della nostra solidarietà».

In Libia continuano si susseguono sanguinosi attentati firmati Isis. Quale dev'essere la risposta?

«Procedere con i passi decisi nella conferenza di Roma e in Marocco, che prevedono la nascita al più presto di un governo di accordo nazionale. Ogni ritardo su quella strada è un regalo a Isis».

E' ipotizzabile un intervento militare?

«Nel momento in cui il nuovo governo libico lo chiedesse, l'Italia e altri paesi non farebbero mancare un sostegno alle esigenze di sicurezza. Però dev'essere chiaro che nessuno pensa a blitz e a esibizioni muscolari ma solo ad accompagnare la stabilizzazione».

Il mondo arabo è infiammato, oltre che dai fondamentalisti, pure dal braccio di ferro tra Iran e Arabia Saudita. Come si regolerà l'Italia?

«Farà di tutto per sminare le tensioni. Entro gennaio saremo il primo paese occidentale visitato dalla leadership iraniana dopo l'accordo nucleare. Non perderemo l'occasione per promuovere la distensione». Ugo Magri LS 8

 

 

 

 

 

 

Fatti nostri

 

Il tempo degli atti formali è finito. La squadra di Renzi ha da affrontare la partita più importante per l’Italia. Una partita, soprattutto, sull’attendibilità.

 A quest’esecutivo d’emergenza non sono stati chiesti “miracoli”; ma gran coerenza sì. Il 2016 inizierà con una politica economica ancora in fibrillazione e non priva d’inutili contrasti tra maggioranza e opposizione. L’attuale coalizione ha già mostrato segni d’insofferenza. Del resto, lo prevedevamo.

 Questa maggioranza di governo è nata con elementi pescati in realtà politiche assai differenti. Gli uomini che “contano” fanno tutti parte dell’infausta Seconda Repubblica. Il programma governativo, almeno come c’è stato presentato, s’è dovuto adeguare a certe esigenze che si sono evidenziate a posteriori.

 Euforia nel Governo non c’è mai stata. Insomma, l’attuale Esecutivo non gode (e come potrebbe?) della fiducia dell’elettorato. Il nostro Primo Ministro, se intende durare sino al 2018, ha da meritarsi i “galloni” sul campo.

Chi sbaglia, almeno in economia, deve pagare. Magari in tempi lunghi, ma senza riduzioni. Ora, tutte le nostre speranze sembrano concentrate nei disegni della nuova legge elettorale. Ma le questioni pressanti sono anche altre.

 Al momento, s’è preferito affrontare le questioni essenziali con dialoghi inconcludenti. Eppure, la “fiducia” resta una realtà seria che ha da essere meritata con continuità. Forse, non s’è tenuto conto delle necessarie compensazioni di un potere politico nato senza la volontà popolare.

 Secondo noi, l’attuale assetto disarmonico di questo Esecutivo, inserito in un contesto internazionale assai delicato, resta palese per tutti. A nostro avviso, Renzi non riuscirà a mantenere i tempi reali per ridare fiducia a una penisola che stenta a essere Stato europeo per problematiche interne assai difformi da quelle degli altri Paesi UE.

Senza nessun pessimismo particolare, il 2016 non sarà l’anno della “svolta”. Secondo gli accordi parlamentari, ci sarebbero ancora oltre trenta mesi per correggere la rotta della nave Italia. Su questa certezza, il Capo del Governo poggia parecchie delle sue strategie.

Ora non ci resta che attendere e verificare gli eventi dei prossimi mesi per tirare, se del caso, le relative somme. Rimangono, in ogni caso, i nostri personali dubbi sul reale superamento di questa crisi che è andata ben oltre i suoi primari confini economici.

 Sui fatti della Penisola, che sono anche nostri, ci ripromettiamo di tornare.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

M5S, sale il pressing del direttorio sul sindaco di Quarto per le dimissioni

 

A quanto apprende l'Adnkronos, sale in queste ore il pressing dei vertici M5S, del direttorio in particolare, per spingere il sindaco di Quarto, Rosa Capuozzo, a fare un passo indietro. La prima cittadina del Comune campano alle porte di Napoli, finito sotto i riflettori per una brutta vicenda di tentata estorsione e voti di personaggi in odor di camorra, sarebbe attualmente decisa ad andare avanti e non rassegnare le dimissioni poiché "parte lesa" nella vicenda sulla quale sta indagando la magistratura.

Non c'è tuttavia nessuno scontro in atto tra i vertici e il sindaco, assicurano fonti qualificate. Il Movimento è con il primo cittadino, tant'è che Capuozzo potrebbe correre nuovamente per i 5 Stelle, semmai il Comune tornasse al voto. "E' fondamentale, per noi - spiega una fonte autorevole - marcare la differenza del M5S, questo è l'unico modo che abbiamo per farlo concretamente e trasformare questa brutta vicenda in un punto di forza".

Intanto nel Movimento si respira grande tensione sulla vicenda. Ieri la comunicazione, con un sms, ha invitato i parlamentari a tenere il profilo basso e coordinare eventuali dichiarazioni alla stampa. "Siamo sotto attacco", si leggeva nel messaggio spedito ai telefonini di deputati e senatori.

C'è poi chi ricorda come il M5S sia arrivato alla fascia tricolore del Comune di Quarto. A spianare la corsa dei grillini al governo della città, una sentenza del Consiglio di Stato che aveva messo fuori competizione i principali partiti per delle irregolarità nella presentazione delle liste, 'sviste' denunciate dagli stessi 5 Stelle. E così, nel maggio dello scorso anno, i cittadini di Quarto al seggio si erano trovati a scegliere tra quattro candidati, una manciata di liste civiche e il simbolo del Movimento Cinque Stelle, unico 'big' sulla scheda elettorale.

"Abbiamo rimarcato la nostra differenza a Quarto sin dal primo giorno - ragiona un senatore 5 Stelle - non possiamo permetterci passi falsi ora che ci ritroviamo a gestire questa brutta vicenda. Abbiamo espulso De Robbio", l'ex consigliere indagato per tentata estorsione e voto di scambio, "il 14 dicembre, ben prima che finisse nel registro degli indagati. Siamo stati impeccabili, dobbiamo esserlo fino alla fine, anche se questo comporterà le dimissioni di un sindaco che è parte lesa".

Intanto a Quarto sale la tensione in Consiglio comunale, dove è dovuta intervenire la polizia a placare gli animi dopo la bocciatura di una mozione dell'opposizione. Capuozzo mostra l'intenzione di procedere spedita nel rimpasto, ma la sua poltrona di sindaco sembra vacillare sempre più, di ora in ora. Adnkronos 8

 

 

 

 

Riforme, a ottobre la parola ai cittadini

 

Le riforme sono nelle mani degli italiani dice il premier, che conferma la road map delle riforme con il referendum che, con tutta probabilità, sarà indetto in ottobre, dopo l’approvazione definitiva del ddl Boschi che entra in una fase decisiva. Renzi annuncia che sarà lui personalmente ad intervenire in aula alla Camera il 19 gennaio, quando si discuterà della mozione di sfiducia contro il governo presentata dalle opposizioni per spiegare le cose che l’esecutivo ha portato a termine. “Saranno gli italiani a decidere se le riforme vanno bene o no” scrive Renzi nella sua E-news, la prima del 2016. “La situazione internazionale è complicata – sottolinea il presidente del Consiglio – ma la situazione in Italia è più stabile e quindi possiamo guardare con fiducia in avanti. Il nostro paese è più credibile”. Ma il premier  punzecchia la stampa per l'attenzione data alle slide con i gufi, da lui stesso usate nella conferenza stampa di fine anno, piuttosto che ai risultati del governo: “sarebbe fantastico se i media si comportassero diversamente”. E critica anche chi lo invita a battere i pugni al tavolo europeo, “il problema dell'Unione non è certo quello di chiedere uno 0,1 per cento in più di flessibilità per il nostro paese”.  di UMBERTO ROSSO  LR 10

 

 

 

 

Italiani all'estero: +34,3%. La metà ha meno di 40 anni

 

Rappresentano la metà di tutti gli italiani che, nel 2014, hanno deciso per varie ragioni (studio o lavoro) di trasferirsi all'estero: 45mila under 40 che dal nostro Paese hanno portato la propria residenza oltreconfine, scegliendo soprattutto il Regno Unito, Germania, Svizzera, Francia e Stati Uniti. Una cifra in crescita del 34,3% rispetto al 2012, così come il numero totale di connazionali trasferiti (90mila persone), salita in due anni del 30,4%. In sostanza, ogni mille giovani tra i 18 e i 39 anni, 3,3 decidono di andarsene dall'Italia.

Ma non sempre si tratta di una “fuga” dovuta alla mancanza di lavoro o di possibilità in Italia, come spiega Renato Mattioni, segretario generale della Camera di Commercio di Monza e Brianza che ha elaborato e diffuso questi dati. Lo dimostra il fato che le città da cui nel 2014 si è partiti di più sono Milano (con quasi 3.300 cambi di residenza di giovani tra i 18 e i 39 anni), Roma (quasi 3mila trasferimenti) e Torino (1.650). «Rispetto al passato, si tratta di una emigrazione più limitata nel tempo e di qualità – precisa Mattioni – almeno per quanto riguarda le partenze dalle metropoli del Nord». Spesso si tratta di giovani mandati all'estero dalle famiglie (imprenditori o professionisti della media borghesia settentrionale) per studiare o comunque acquisire conoscenze, competenze e know-how da riversare poi, una volta rientrati in Italia, nelle attività professionali familiari o personali. È un fenomeno, dice ancora Mattioni, a cui stiamo assistendo ormai da qualche anno.

Diversa è la questione per quanto riguarda l'emigrazione dalle città del sud (in testa Palermo, con 1.430 trasferimenti nel 2014, e Napoli, con quasi 1.900 partenze), dove il trasferimento all'estero, spiega ancora Mattioni, è in genere un passaggio successivo, che segue un primo spostamento nelle città del Nord Italia. «Nonostante i numeri siano in aumento rispetto a due anni fa – precisa il segretario della Cdc - questo non va attribuito alla crisi, che mordeva di più due anni fa, ma piuttosto al cambiato contesto professionale, che ormai è globale, soprattutto per quanto riguarda il sistema delle imprese». Un'esperienza di qualche anno all'estero negli anni della formazione universitaria e lavorativa, insomma, è ormai naturale e più che mai incoraggiato, almeno nelle città del Nord.

Se in numeri assoluti sono le grandi città a registrare i maggiori trasferimenti, in termini di incidenza sulla popolazione, in testa si trovano soprattutto città di confine (come Bolzano e Triste) e universitarie, oltre a molti capoluoghi del Sud Italia. Giovanna Mancini S24O 5

 

 

 

 

Alleanze e diritti, è lite tra i centrist e la sinistra dem

 

Sinistra pd e Ncd ai ferri corti. Dopo la lettera di Alfano a Repubblica in cui il ministro avverte Renzi che i centristi non intendono restare ostaggio della battaglia interna al Partito democratico, ecco la dura risposta della minoranza pd. Affidata a Gianni Cuperlo, che dietro l’uscita di Alfano intravede  un preciso obiettivo, seppure non dichiarato: “Vorrebbe una spaccatura all’interno del Pd, con la sinistra che se va e la nascita di quel partito della Nazione evocato da alcuni e finora smentito dai più”. Ovvero per Cuperlo sarebbero in corso grandi manovre da parte di Alleanza popolare per condizionare e strattonare Renzi, minacciando la crisi in caso di aperture a sinistra su temi come le unioni civili e intese sulle amministrative con Sel. Da qui l’invito ad Alfano a “non occuparsi di cose che non lo riguardano e che dimostra di conoscere poco”. Parte una raffica di dure repliche da parte dei colonnelli centristi. Per Sacconi la sinistra pd “è il morto che afferra il vivo”. Lupi chiama in causa direttamente Renzi, “dica se anche nel 2016 vuol andare avanti con questa alleanza o pensa a maggioranze variabili, che noi non accettiamo”. E per Schifani la reazione di Cuperlo dimostra proprio come Alfano abbia “colto nel segno”. Ma anche la sinistra interna del Pd chiede a Renzi di intervenire e di chiarire la sua posizione. Un clima che carica l’imminente battaglia sulle unioni civili, sui cui la Serracchiani ha già aperto ai voti di Sel e 5Stelle, di pericoli per la maggioranza. Lo stesso Alfano non solo boccia la stepchild adoption presente nel testo che arriva in aula, ma anche l'ipotesi di mediazione avanzata dai cattolici del Pd di un "affido rafforzato". E avverte Renzi: "Così si rischia l'effetto slavina". UMBERTO ROSSO LR 6 

 

 

 

 

 

Il panorama economico

 

Questo 2016 potrebbe riservarci anche delle sorprese. Che queste siano positive, o meno, dipenderà dal quadro politico che si andrà a tracciare. Il 2015 sarà ricordato come l’anno dell’inversione di tendenza economica nazionale.

 L’anno nuovo potrebbe essere quello dei primi, concreti, segnali di “ripresa”. Di fatto, però, la situazione nazionale è troppo compromessa perché possa permettere analisi attendibili a breve scadenza. La ripresa, comunque, sarà lenta e diversa.

Del resto, e lo rammentiamo ancora, questo 2016 non è l’anno del nostro “riscatto” economico. Infatti, politica ed economia continuano a viaggiare su binari differenti. L’auspicabile incontro resta, per ora, impossibile. Il Prodotto Interno Lodo (PIL) non raggiungerà ancora l’1% pieno; almeno nel primo semestre dell’anno. Di ciò prendiamo, diligentemente, atto.

 Da noi, resta carente la competitività che non riesce a tener testa con la necessità di una maggiore produttività. Il Parlamento e l’Esecutivo hanno da focalizzare, a tutto campo, i “gap” che sono sempre sotto gli occhi di tutti. Questa non è solo una nostra sensazione.

 In tempi che si prospettano dovranno essere costruttivi e non solo politicamente.  Sul fronte delle questioni resta l’occupazione e il riallineamento sociale in generale. Per ritrovare la strada della ripresa, sarebbe indispensabile comprendere quali siano le reali possibilità per raggiungere degli obiettivi duraturi.

 Il passato, ovviamente, potrà esserci d’aiuto. Magari dando uno sguardo alla realtà socio/economica in essere in Eurolandia. Siamo, infatti, dell’avviso che l’Italia non si trovi in una posizione di”recessione” particolare rispetto ad altri Stati stellati.

 Insomma, per evitare guai maggiori, sempre che Renzi tiri avanti sino al 2018, non possiamo accontentarci dei soli politici. Sono gli statisti che mancano. Il Paese non ne ha “partorito” più e le conseguenze sono imprescindibili nel nostro panorama economico.  Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Colonia, a Capodanno un migliaio di uomini aggredisce decine di donne

 

Durante la notte in stazione ci sono state aggressioni, violenze e almeno uno stupro: 60 le denunce. La polizia non è riuscita a bloccare gli assalti. Merkel: «Indignata»

 

Un caso senza precedenti, almeno in Germania. Nella notte di San Silvestro decine di donne sono state molestate a Colonia da gruppi di uomini ubriachi nella zona della stazione centrale e del duomo. Lo ha riferito la polizia di Colonia che sta indagando su «delitti pesanti di tipo sessuale» e, in un caso di vera e propria violenza. «Reati di una dimensione completamente nuova», ha detto il presidente della polizia di Colonia Wolfgang Albers, il quale ha descritto l’incredibile vicenda di cui sono state vittime donne che erano in città per festeggiare il Capodanno.

La cancelliera Angela Merkel ha chiamato il sindaco di Colonia per esprimerle la propria indignazione su quanto accaduto e che il governo farà di tutto affinché «i colpevoli siano puniti al più presto, di qualsiasi origine siano».

 

La dinamica dell’aggressione

Un migliaio di uomini, tra i 15 e i 35 anni, «dall’aspetto originari di regioni arabe o nordafricane» secondo i filmati e alcune testimonianze oculari, si è radunato nella piazza della stazione centrale per poi frantumarsi in più gruppi che hanno circondato, molestato e derubato diverse donne. Un’ottantina di persone si è rivolta alla polizia mentre sono state sporte 60 denunce per molestie sessuali. Quel che è certo in attesa delle indagini è che la notte di San Silvestro la situazione è sfuggita a ogni controllo. La massa di uomini ha esploso una quantità enorme di petardi e fuochi d’artificio e ha agito senza alcuna preoccupazione dell’intervento della polizia, che è stato via via sempre più massiccio nel corso della serata. La polizia stessa si dice scioccata da quanto accaduto. Il nuovo sindaco di Colonia, Henriette Reker, da poco ritornata al lavoro dopo l’attentato di cui era rimasta vittima durante la campagna elettorale, ha riunito un’unità di crisi che dovrà studiare le misure da prendere per evitare che fatti simili si ripetano. Nel frattempo la polizia indaga e cerca di risalire ai responsabili visionando decine di video della notte di San Silvestro.

 

Testimonianze

Intanto alcune vittime hanno raccontato agli organi d’informazione tedeschi quello a cui hanno assistito. «Sono stata toccata ovunque, è stato un incubo. Anche se abbiamo gridato e li abbiamo colpiti, loro non si sono fermati. Ero disperata e penso di essere stata palpeggiata circa cento volte in duecento metri. Per fortuna indossavo dei pantaloni e una giacca. Una gonna probabilmente mi sarebbe stata strappata via», ha detto una donna di Colonia al quotidiano Express. La 27enne Anna ha descritto allo Spiegel online il suo arrivo con il fidanzato alla stazione centrale di Colonia con queste parole: «L’intera piazza era gremita di soli uomini. C’erano poche donne isolate, impaurite, che venivano fissate. Non posso descrivere come mi sono sentita a disagio». Altre donne hanno raccontato di essere state circondate, palpate, molestate e derubate. La massa di un migliaio di uomini si è poi frantumata in gruppi più piccoli, di 50 persone circa ciascuno, che hanno proseguito la caccia alle donne.

Le polemiche

Un fatto del genere non poteva non innescare anche polemiche politiche in Germania. Il ministro della Giustizia, Heiko Maas, ha invitato a non «strumentalizzare» la vicenda accostandola con il recente massiccio arrivo di rifugiati in Germania. Maas però ha dichiarato che vuole capire se ci si trovi di fronte a «una nuova forma di criminalità organizzata». Infatti episodi simili, anche se di portata minore, si sono verificati anche ad Amburgo nel quartiere a luci rosse di St.Pauli e a Stoccarda. Il presidente del Land Nord Reno-Vestfalia, Hannelore Kraft, ha dichiarato che tutti i potenziali sospetti saranno interrogati e perseguiti, a prescindere dalla nazionalità. Frauke Petry, leader del partito di estrema destra Alternativa per la Germania (Afd), in un tweet ironico chiede alla stessa cancelliera se per lei, dopo quanto avvenuto a Colonia «la Germania è abbastanza colorita e cosmopolita». CdS 5

 

 

 

 

45mila gli under 40 che nel 2014 hanno lasciato l’Italia e trasferito la propria residenza all’estero

 

MONZA - Sono 45mila gli under 40 che nel 2014 hanno lasciato l’Italia e trasferito la propria residenza all’estero, chi per cercare fortuna, chi per inseguire un lavoro, una passione o una nuova carriera. Emerge da elaborazioni dell’Ufficio Studi della Camera di commercio di Monza e Brianza su dati Istat.

Immigrati, expat, foreign professionists con meno di 40 anni rappresentano la metà circa del totale dei trasferimenti di residenza che gli italiani hanno registrato nel corso del 2014 (circa 90mila trasferimenti, in aumento rispetto al 2012 del 30,7%). Per i giovani, si tratta in pratica di 3,3 trasferiti all’estero ogni mille under 40, in aumento del 34,3%. Milano è prima con quasi 3.300 cambi di residenza verso l’estero effettuati da italiani nella fascia d’età compresa tra 18 e 39 anni, seguita, per numeri assoluti, da Roma (2.949), Napoli (1.885) e Torino (1.653). Se prendiamo in considerazione però i trasferimenti degli italiani all’estero in rapporto al totale dei residenti italiani under 40, si parte di più da Bolzano, Imperia, Trieste, Pavia e Como. Città, a parte l’universitaria Pavia, di confine, dove l’emigrazione di “corto raggio” è più immediata. Foggia, Taranto e Caserta le province dove il rapporto è più basso: meno di 2 ogni mille under 40 hanno trasferito la propria residenza all’estero.

Regno Unito, Germania, Svizzera, Francia, Stati Uniti e Spagna sono i principali Paesi di destinazione per gli italiani under 40 che hanno trasferito nel 2014 la propria residenza all’estero.

La crescita in due anni dei trasferimenti all’estero per gli italiani under 40 è del 34,3%. In numeri assoluti si tratta di oltre 11mila trasferimenti in più. Si registrano elevate differenze a Roma (863 trasferimenti in più rispetto al 2012), Palermo (829), Napoli (757) e Milano (451). Diminuiscono invece i trasferimenti in due anni a Belluno, Rimini, Vibo Valentia, Vercelli, Potenza, Novara e Verbano–CusioOssola. (Inform)

 

 

 

 

Ondata di aggressioni sessuali a Capodanno, summit emergenza a Colonia

 

Il sindaco di Colonia e i vertici della polizia hanno convocato oggi un vertice di emergenza sull'ondata di aggressioni sessuali avvenute nella notte di San Silvestro nella zona della stazione e della cattedrale della città tedesca. In totale vi sono state 60 denunce per pesanti molestie sessuali e una per uno stupro.

Secondo la testimonianza delle vittime, ha riferito ieri il capo della polizia Wolfgang Albers, vi era un migliaio di giovani uomini il cui aspetto faceva pensare a un'origine araba o nordafricana che si era riunito vicino alla stazione. A gruppetti di circa cinque persone, gli uomini circondavano le donne di passaggio che venivano sottoposte a pesanti molestie sessuali e derubate dei loro averi. Cinque persone sono state arrestate sul posto alle prime ore di Capodanno e la polizia si aspetta che il numero di denunce aumenti nei prossimi giorni.

La vicenda è molto delicata per il sindaco Henriette Reker, accoltellata in ottobre alla vigilia delle elezioni per il suo atteggiamento favorevole all'accoglienza dei rifugiati siriani. Un suo portavoce ha assicurato che il sindaco non intende tollerare che nella sua città vi siano aree dove la legge non è rispettata. Allo stesso tempo vi è il timore che la vicenda venga strumentalizzata da gruppi razzisti o anti migranti. La Reker vuole anche predisporre un piano di sicurezza per il Carnevale, che ogni anno richiama oltre un milione di visitatori nella città renana. Adnkronos 5

 

 

 

 

 

Colonia, identificati tre sospetti. Polemiche per i suggerimenti della sindaca

 

La polizia non ha ancora eseguito gli arresti. Il ministro della Giustizia: "Attacco coordinato". La Reker consiglia alle donne di tenere gli sconosciuti "a un braccio di distanza". Rabbia sul Web: "Scarica la colpa su di noi"

 

COLONIA - La polizia tedesca ha identificato tre sospetti responsabili di aggressioni e molestie nei confronti di donne, avvenute durante i festeggiamenti di Capodanno a Colonia. Lo ha fatto sapere il ministro dell'Interno del Land di Renania Settentrionale-Vestfalia, Ralf Jaeger, precisando che sinora non è stato effettuato alcun arresto e annunciando "un rapporto molto dettagliato" in settimana. Circa 90 donne sono state derubate, minacciate o molestate sessualmente nell'area circostante il Duomo, da uomini giovani e in gran parte ubriachi. Il capo della polizia della città tedesca li ha descritti come di origine "araba o nordafricana".

 

Ieri oltre un centinaio di persone ha protestato fuori dal Duomo di Colonia contro le violenze subite dalle donne, mentre la cancelliera Angela Merkel ieri ha espresso "ripugnanza" per l'attacco e chiesto che i responsabili siano portati di fronte alla legge. Il ministro della Giustizia tedesco, Heiko Maas, ha dichiarato che le decine di aggressioni sessuali avvenute nella notte di Capodanno a Colonia sembrano essere state il risultato di un attacco coordinato.

 

Intanto sui social è scoppiata una forte polemica per le parole della sindaca di Colonia, Henriette Reker, che ha suggerito un 'codice' di comportamento rivolto alle donne al fine di prevenire aggressioni come quelle avvenute nella notte di Capodanno. In particolare, la Reker ha raccomandato alle donne di "tenere dagli estranei una distanza equivalente alla lunghezza di un braccio" nei luoghi pubblici, di non isolarsi dal proprio gruppo, di chiedere aiuto a un passante o di chiamare la polizia. I consigli saranno pubblicati online anche in previsione delle manifestazioni di piazza previste per il carnevale a febbraio.

 

Questi suggerimenti sono apparsi a molte persone un modo per addossare in qualche modo alle donne che la responsabilità delle aggressioni a chi invece chiede alla Reker di rafforzare la sicurezza nella città e portare di fronte alla giustizia i responsabili dell'ondata di aggressioni sessuali.

 

E su Twitter sta impazzando l'hashtag #EineArmlaenge, vale a dire tenere a distanza di braccio, per criticare, e prendere in giro, le parole della 58enne eletta sindaca lo scorso ottobre dopo essere stata pugnalata durante la campagna elettorale durante da un militante xenofobo che le imputava la sua posizione pro rifugiati. LR 6

 

 

 

 

Colonia, 31 identificati per le violenze di Capodanno: tra loro 18 profughi.

Sospeso il capo della polizia locale

 

Tutti sono stati interrogati: nove sono di origine algerina, otto marocchini, 5 iraniani e 4 siriani. Tra loro 2 tedeschi e un cittadino degli Usa. Giovedì notte fermati 2 nordafricani: avevano un foglietto con traduzione dall’arabo in tedesco di termini sessuali

 

Ad una settimana esatta dalle violenze contro centinaia di donne a Colonia la notte di Capodanno la polizia tedesca ha fermato 31 sospetti. Tra questi anche 18 profughi richiedenti asilo in Germania, a riferirlo è il portavoce del ministero dell’Interno tedesco, Tobias Plate. Poche ore dopo, arriva la notizia della sospensione del capo della polizia locale di Colonia. Wolfgang Albers, 60 anni, è stato informato dal ministro dell’Interno del Land, Ralf Jaeger, che per lui ci sarà un «pensionamento anticipato». Alders ha finora sempre negato ogni responsabilità e aveva sottolineato di non avere alcuna intenzione di dimettersi. Intanto tutti i 31 fermati sono stati interrogati: nove sono di origine algerina, otto provenivano dal Marocco, cinque dall’Iran e quattro dalla Siria. Tra loro anche due cittadini tedeschi, un iracheno, un serbo e un cittadino degli Stati Uniti. Giovedì notte invece la polizia aveva già fermato due giovani di origine nordafricana: sui telefonini avevano video e foto della notte di capodanno, che mostrerebbero anche episodi di molestie a sfondo sessuale. I due avevano anche un foglietto con la traduzione dall’arabo di termini sessuali.

I reati contestati

Plate ha aggiunto che la maggior parte dei 32 atti criminali documentati dalla polizia federale riguarda il furto e lesioni personali. E, finora, nessuno dei 18 profughi identificati è collegato a casi di molestie sessuali. Ci sono anche tre denunce per delitti sessuali rispetto alle quali non vi sono per ora dei sospettati, ribadisce il ministero dell’Interno. I dati riferiti dal portavoce di governo riguardano soltanto i casi di competenza della polizia federale - la sicurezza è affidata alle regioni in Germania - e dunque relativi agli eventi accaduti nell’area della stazione centrale di Colonia e in un raggio di 30 metri.

Lo scontro politico sui rifugiati

La presenza di richiedenti asilo tra gli arrestati è un elemento destinato a mettere in difficoltà la cancelliera Angela Merkel e la sua politica sul fronte dell’accoglienza ai profughi. La destra dell’Afd ed anche gli stessi Cristiano Sociali della Csu, il partito bavarese vicino alla Cdu di Merkel, sono sempre stati molto critici con le posizioni della cancelliera. Che da parte sua auspica «che la piena verità sia messa sul tavolo» senza «sconti ed edulcorazioni». Diversamente si avrebbe un «danno» allo stato di diritto e alla grande maggioranza dei profughi, sottolinea la Merkel, che non ha alcuna colpa e cerca protezione. Già, da qualche giorno, proprio la cancelliera tedesca stava valutando un inasprimento dei criteri che regolano le espulsioni: «È necessario dare un segnale chiaro a coloro che non sono disposti ad accettare le regole del nostro stato di diritto - ha spiegato Merkel - Quanto accaduto a Colonia è insopportabile».

 

Svezia, altre denunce e altri sospetti

Non solo Colonia. Dopo le denunce arrivate anche a Amburgo, Helsinki, Zurigo e Salisburgo, anche in Svezia almeno 15 donne hanno denunciato di essere state molestate da un gruppo di uomini la notte di Capodanno a Kalmar, in Svezia. Il portavoce della polizia svedese, Johan Bruun, ha aggiunto che due richiedenti asilo sono stati informati da interpreti di essere sospettati e che si stanno cercando altri sospetti. Le donne sono state circondate e palpeggiate in una piazza affollata, ha precisato, nessuna delle ragazze è rimasta ferita ma molte erano terrorizzate. A Kalmar, invece, la polizia ha arrestato un ragazzino di 15 anni e un giovane di 20 anni. La polizia non ha reso noto l’identità dei due fermati. Le autorità hanno escluso ogni connessione con le vicende di Colonia. CdS 8

 

 

 

 

A Colonia cortei contrapposti dopo le molestie. Merkel: “Niente asilo a chi commette reati”

 

Massima tensione nella città blindata. Gli Hooligans sfilano in testa alla manifestazione anti-islamica di Pegida: la polizia li disperde con gli idranti

Di Tonia Mastrobuoni

 

Berlino. Alla fine la polizia ha sciolto la manifestazione degli anti islamici di Pegida che volevano protestare partendo dalla stazione centrale di Colonia, teatro delle aggressioni di Capodanno, dopo duri scontri tra gli agenti e le frange più estreme della manifestazione. Secondo alcuni testimoni, alcuni partecipanti del movimento di destra avrebbero cominciato a tirare bottiglie e petardi contro gli agenti, prima della partenza del corteo. Dopo alcuni momenti di tensione, la polizia ha usato manganelli e idranti per disperdere i manifestanti. Secondo una fonte della polizia metà dei circa 1.700 manifestanti sarebbero hooligans violenti. «C’è un clima aggressivo e violento» secondo un portavoce della polizia.  

 

Un clima reso più incandescente dalla presenza, poco lontano, di circa 1.300 contro-manifestanti che gridavano slogan come «fuori i nazi» o «basta con la propaganda nazi» e che gli agenti hanno cercato di tenere separati dal corteo di Pegida. Ma alla stazione si erano anche radunate spontaneamente alcune centinaia di donne per protestare contro la violenza di Capodanno. Un’iniziativa partita sui social media. 

 

LA STRETTA SU CHI COMMETTE REATI - Le aggressioni di massa di Capodanno sono ancora avvolte da una nebulosa, ma si sa che - almeno nei furti - erano coinvolti alcuni profughi e richiedenti asilo. Perciò Angela Merkel ha appoggiato una stretta sui migranti, chiesta a gran voce da alcuni pezzi grossi del suo partito, facendo leva sulle espulsioni.  

 

Al termine di una riunione ai vertici che si è tenuta a Magonza, la cancelliera ha annunciato che la Cdu si impegnerà perché i profughi e richiedenti asilo possano essere respinti più velocemente, se commettono reati. «Se le persone si pongono al di fuori del diritto tedesco, ciò deve avere conseguenze», ha sottolineato. La proposta prevede che i richiedenti asilo perdano il diritto a rimanere in Germania «anche se sono stati condannati per un reato con la condizionale». Nella bozza si parlava ancora di espulsioni più facili solo per sentenze senza condizionale. La «Dichiarazione di Magonza» prevede anche che la soglia oltre la quale si perda il diritto di asilo - una condanna a tre anni - venga «abbassata».  

 

“AGGRESSIONI RIPUGNANTI” - Merkel è intervenuta più volte sui fatti di Colonia (che, molti lo dimenticano in questi giorni, è anche uno degli avamposti della tradizione tedesca più multietnica, aperta, inclusiva) definendo le aggressioni nei confronti di centinaia di donne «ripugnanti» e promettendo di sanzionare «chi si pone al di fuori dello Stato di diritto».  LS 9

 

 

 

 

L’anno profetico

 

Si scrive, ancora, sulle prospettive di vita dell’Esecutivo Renzi. Il nostro Primo Ministro ha affermato, infatti, che il suo Governo durerà sino al 2018.

Entro la primavera di quell’anno, sempre che il Potere Legislativo si attivi, ci dovrebbe essere una nuova legge elettorale e, di conseguenza, il voto per il rinnovo del Parlamento. Sarà la volta buona? L’interrogativo si pone proprio per necessità operativa correlata a un 2016 con tanti problemi.

L’anno nuovo non dovrebbe essere quello dei rinnovamenti; ma dei segnali di ripresa per un’economia la cui malattia da “perniciosa” potrebbe evolvere in “cronica”. Se lo scriviamo, è perché non ci sentiamo per nulla tranquilli circa gli obiettivi di questa Maggioranza di Centro/Sinistra nella quale stentiamo a rilevare il DNA del “Centro”.

 Nonostante tante incognite, la Penisola è matura per i cambiamenti. Almeno, questo è uno dei pochi punti fermi di una politica ancora lontana dalle esigenze di un Popolo che è sempre meno disponibile a giustificare gli “errori” socio/economici di quest’ultimo decennio.

Anche perché le “malattie” di casa nostra non sono state repentine. C’era tutto il tempo per affrontare l‘ambascia. Di fatto, però, s’è preferito lasciare le decisioni ad altri. Solo in apparenza qualificati a decidere del futuro nazionale.

 Ora, fortunatamente, è chiaro a tutti. L’Italia potrà riprendersi solo se si andranno a concretare certi progetti che hanno dato a Renzi l’opportunità di mantenere unita una Maggioranza anomala nei membri e nei contenuti politici.

Girare pagine si può. Ma solo se si vuole. Il 2018, secondo le ultime “grida” ufficiali, sarà l’anno della svolta. Che sia vero non lo sappiamo e le supposizioni le lasciamo ad altri. Certamente più qualificati a esprimere pareri idonei.

 Da parte nostra, ci riserveremo d’analizzare il “sistema” mese per mese, facendo il “conto alla rovescia” per raggiungere la fatidica primavera dell’anno profetico di questa Terza Repubblica che, comunque, avrà il tempo per maturare di più e illudere di meno. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Unioni civili, Alfano cerca uno spazio politico. Il caso M5S Quarto

 

Schiacciato a destra dal l'estremismo della Lega che cattura consensi, e a sinistra dall'espansionismo di Renzi che miete successi tra gli elettori moderati, il leader centrista Alfano cerca di mantenere l'unica arma in suo possesso: un rapporto privilegiato con la Chiesa cattolica. Per questo il ministro dell'Interno alza i toni fino a invocare il carcere per il cosiddetto utero in affitto. Già protagonista di tutte le battaglie contro una legislazione umana e in linea con il resto del mondo civile in materia di unioni civili, coppie gay, adozioni e sessualità, Alfano nonostante il suo ruolo al Viminale rischia alle prossima elezioni di scomparire dalle mappe della politica. Per evitarlo gli è indispensabile mantenere il suo ruolo di alfiere e portabandiera del clero italiano. Anche Renzi è cattolico, come lo è Prodi. Ma per evitare il rischio di finire come il Professore che proprio sui temi dei diritti civili fu impallinato dai vescovi di Ruini, ha a disposizione molte armi. Prima di tutto un consenso è una maggioranza che Prodi non aveva. Poi il premier potrà contare sulla sponda del Movimento 5 Stelle che su questi temi non è certo schierato con i vescovi. È' vero pero che tra Pd e Cinquestelle e in atto una guerra senza esclusione di colpi che prende lo spunto dalla vicenda di Quarto, in Campania, dove la camorra aveva intenzione di infiltrare il movimento di Grillo e di condizionare il voto per conquistare il Comune. Una vicenda su cui il Pd si sta prendendo la sue rivincita dopo essere stato messo sul banco degli imputati per lo scandalo della Banca Etruria. GIANLUCA LUZI, LR 7

 

 

 

 

 

Volkswagen nei guai per lo scandalo emissioni: ora gli Usa fanno causa

 

L’accusa: «Violato il “Clean Air Act”». Le sanzioni potrebbero costare 19 miliardi di dollari

 

Gli Stati Uniti fanno causa a Volkswagen per lo scandalo delle emissioni truccate. E la casa automobilistica rischia una sanzione fino a 19 miliardi di dollari. Il Dipartimento di Giustizia e l’Environmental Protection Agency (Epa) accusano la casa automobilistica di aver installato dispositivi illegali in quasi 600.000 motori diesel per far sì che le loro emissioni fossero in linea con gli standard. In base al Clean Air Act, la normativa ambientale statunitense, a Volkswagen potrebbe essere comminata una sanzione fino a 32.500 dollari per ognuno dei 499.000 veicoli diesel con motore 2 litri sui quali è stato installato il software truccato e fino a 37.000 dollari per gli 85.000 veicoli con motore a tre litri e software illegale. 

 

«Perseguiremo tutte le strade contro Volkswagen per affrontare le violazioni» afferma il Dipartimento di Giustizia. «L’azione è un importante passo per tutelare la salute pubblica cercando di rendere Volkswagen responsabile per l’inquinamento» mette in evidenza l’Epa, precisando che il confronto sui richiami con la casa automobilistica «non si è tradotto in una strada perseguibile, ma continuerà in parallelo con l’azione legale». La causa è il «primo passo per portare Volkswagen davanti alla giustizia per non aver reso noti i dispositivi difettosi mentre cercava di ottenere la certificazione dell’Epa. Questo si è tradotto in quasi 600.000 motori diesel che hanno inquinato più del dovuto, a danno della salute e ingannando i consumatori» mette in evidenza il procuratore del distretto est del Michigan, Barbara McQuade. 

 

Volkswagen ha ammesso in settembre di aver installato dispositivi truccati per i test delle emissioni su 11 milioni di auto diesel a livello globale, in uno dei maggiori scandali della storia dell’industria dell’auto. La decisione di falsificare le emissioni risale a dieci anni fa, quando Volkswagen ha deciso di puntare sul diesel negli Stati Uniti. La tecnologia a disposizione non era però sufficiente per tenere il passo degli standard Usa sulle emissioni. Nel 2006 e nel 2007 Volkswagen ha cercato un’alleanza con Bmw e Daimler per lo sviluppo di tecnologie per ridurre le emissioni diesel, ma la partnership è stata abbandonata e Volkswagen ha deciso di andare avanti da sola. Una delle figure chiave dello scandalo è Wolfgang Hatz, promosso nel 2007 alla guida dello sviluppo motori e trasmissioni di Volkswagen. Hatz pochi mesi dopo aver preso il comando è stato ripreso mentre criticava aspramente le norme della California, che aveva deciso di imporre nuovi limiti alle emissioni dei gas delle auto. «Non sono realistici» aveva detto Hatz. Hatz è uno dei dipendenti che è stato sospeso da Volkswagen con lo scandalo  LS 4

 

 

 

A Roma il seminario di approfondimento “L'Europa tra accoglienza e rimpatrio”

 

Il 15 gennaio al Cser un'iniziativa organizzata in collaborazione con la rappresentanza in Italia della Commissione europea

 

ROMA - In occasione della Giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2016 la Fondazione Centro Studi Emigrazione e la rappresentanza in Italia della Commissione europea organizzano il 15 gennaio a partire dalle ore 9 presso il Centro Studi Emigrazione di Roma (via Dandolo 58) un seminario di approfondimento intitolato “L'Europa tra accoglienza e rimpatrio”.

Nella mattinata una prima sessione dei lavori sarà dedicata all'assetto giuridico, politico e istituzionale raggiunto dalla/nella Unione Europea con interventi di Thierry Vissol della Commissione Europea (su Politiche relative ai controlli alle frontiere, all’asilo e all’immigrazione nel trattato di Lisbona), Alberto Volpato e Marc Arno Hartwig della Commissione Europea (su Agenda europea sulla migrazione e concetto di hotspot e ricollocamento) e Giuseppe Iuliano, relatore genrale del Comitato Economico e Sociale Europeo. Modera René Manenti della Fondazione Centro Studi Emigrazione.

Dalle 11.40 si parlerà di una nuova fase delle migrazioni con Antonio Golini dell'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” (Le dimensioni demografica, sociale ed economica alla base dei flussi… cosa c’è di nuovo nella cosiddetta “crisi migratoria” che l’Europa sta affrontando?), Roberto Cortinovis di ISMU (L’asilo nel 2015: le politiche dell’Unione europea e la posizione dell’Italia), Gabriel Stanescu di EASO (Il Piano Operativo di Supporto per Italia da parte dell’EASO), Miguel Nicolau, Frontex Coordinating Officer, Sea Border Sector (Gli strumenti e le politiche dell’UE in materia di sicurezza), Francesco Cherubini della Luiss Università Guido Carli (Le migrazioni fra diritti umani ed esigenze degli Stati di destinazione/accoglienza).

Dalle 13.30 per esperienze, testimonianze e azioni a confronto, sono previsti gli interventi di Emanuele Selleri - Casa Scalabrini, Bruno Ciceri – Missionario Scalabriniano e Luca Sisto – Confitarma, rappresentanti dei Salesiani – www.stoptratta.org/campaign, Camillo Ripamonti - Centro Astalli, Antonio Grasso e Arcangelo Maira – Missione Cattolica di Berna.

Alle 14.30 prevista la tavola rotonda intitolata “Dai fatti alle notizie… flussi umani e flussi mediatici…” con Gabriele Beltrami dell'Ufficio Comunicazione Scalabriniani (UcoS), Thierry Vissol, Francesca Caferri di la Repubblica, Valerio Cataldi del TG2 e Tiziana Grassi dell'Istituto Nazionale per la promozione della salute delle popolazioni Migranti e per il contrasto delle malattie della Povertà.

L'iniziativa è promossa in collaborazione con lo Scalabrini International Migration Network (Simn), organizzazione fondata nel 2005 dalla Congregazione dei Missionari di San Carlo a sostegno della dignità e dei diritti di migranti e persone in mobilità. (Inform 5)

 

 

 

Il Mein Kampf di Hitler torna in libreria in Germania dopo 70 anni

 

Scaduti i diritti d'autore. L'Istituto di Storia di Monaco porta in libreria un'edizione commentata e critica

 

BERLINO - In Germania cade un tabù che durava dal 1945: da oggi torna in libreria il manifesto nazista firmato da Adolf Hitler, il Mein Kampf. La decisione - già annunciata lo scorso anno - è stata presa dall'Institut für Zeitgeschichte (Istituto di Storia) di Monaco. Il libro è stato pubblicato con un commento critico.

 

Il 31 dicembre, trascorsi settant'anni dalla morte del Führer e novant'anni dalla prima edizione, sono scaduti i diritti d'autore del libro. Nel '45 dopo la capitolazione tedesca gli Alleati avevano assegnato per competenza al Land della Baviera, che ne vietò la riedizione, la custodia dei diritti del "Mein Kampf". E questo per due ragioni: Monaco era stata la città culla del movimento nazista e in essa Hitler aveva scelto di avere la sua residenza e continuò a mantenerla anche dopo essere stato nominato a Berlino Cancelliere del Reich. E poi perché a Monaco nel 1925 per i tipi dell'editore Franz Eher legato al movimento nazista, era apparso con il titolo Una resa dei conti il primo volume dell'opera.

 

Hitler l'aveva scritto durante la sua detenzione nel carcere di Landsberg mentre scontava la condanna (per la verità molto mite) dopo il fallito putsch del Novembre del 1923. A questo primo volume di carattere prevalentemente autobiografico contenente le descrizioni degli anni dell'infanzia e della gioventù nella nativa Braunau, di quelli bohèmien vissuti in miseria a Vienna e delle traumatiche esperienze nella Prima guerra mondiale, fece seguito, tra la fine del 1926 e l'inizio del 1927, sempre per lo stesso editore, il secondo intitolato Il Movimento nazionalsocialista: quello più propriamente programmatico.

 

Il Mein Kampf fu subito un best seller. E questo nonostante le feroci stroncature dei critici: un libro "noioso, confuso, scritto male e fumoso" lo definì Andreas Andernach nel saggio del 1932 intitolato Hitler ohne Maske . E un altro recensore parlò di "un guazzabuglio di frasi costruite male oppure sbagliate dal punto di vista grammaticale che non ha alcun valore intellettuale ". Della prima edizione vennero tirate e vendute 10mila copie che diventarono più di 200mila alla fine del gennaio del 1933 quando i nazisti andarono al potere.

 

Tra il 1933 e il 1945 del Mein Kampf fu pubblicata una serie infinita di edizioni. Di quella in versione popolare veniva regalata una copia agli sposi all'atto delle nozze. Quella di lusso in pelle bianca e incisioni d'oro era destinata ai Gauleiter e agli altri gerarchi del regime. Alla fine della guerra, del libro risultarono venduti oltre 12 milioni di esemplari che avevano fruttato a Hitler 15 milioni di Reichsmark. Otto dei quali vennero scoperti in una banca e poi confiscati dagli Alleati.

 

Ovviamente nonostante il divieto di pubblicazione in vigore in Germania, il Mein Kampf ha continuato negli anni successivi alla Seconda guerra mondiale a essere reperibile e letto. Nell'area di lingua tedesca era possibile

acquistare nelle librerie d'antiquariato una delle copie di cui dopo la fine della guerra ci si era volentieri sbarazzati. Nel mondo circolavano edizioni in molte lingue. Perfino in Israele circola sia pure in forma molto limitata e a fini di studio una versione ebraica del Mein Kampf. LR 8

 

 

 

 

Olimpiadi di Italiano: iscrizioni fino al 12 gennaio

 

ROMA - C’è tempo sino a martedì prossimo, 12 gennaio, per iscriversi alla sesta edizione delle Olimpiadi di Italiano, l’ormai tradizionale competizione organizzata dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca in collaborazione con l’Accademia della Crusca.

Ad oggi vi si sono già iscritte più di 750 scuole ed oltre 25.900 studenti. L’iscrizione è gratuita ed è aperta a tutte le scuole secondarie di secondo grado (statali o paritarie) e a tutte le scuole di italiano all’estero.

Le Olimpiadi di italiano sono nate con l’obiettivo di rafforzare nelle scuole lo studio della lingua italiana e sollecitare gli studenti a migliorare la padronanza della propria lingua.

Da qualche anno, la competizione – cui nella passata edizione hanno partecipato quasi 25mila studenti, cioè circa 10mila in più rispetto all’anno precedente – è aperta anche alle scuole italiane all’estero, anche se con modalità diverse rispetto alle scuole in Italia.

Le Olimpiadi - promosse con la collaborazione del Comune di Firenze, il Ministero degli Affari Esteri, gli Uffici Scolastici Regionali, l’Associazione per la Storia della Lingua Italiana (Asli), l’Associazione degli Italianisti (Adi), Rai Radio3, Rai Cultura e Premio Campiello Giovani - sono gare individuali rivolte alle studentesse e agli studenti degli istituti secondari di secondo grado italiani, statali e paritari, delle scuole italiane all’estero di pari grado, delle sezioni italiane funzionanti in scuole straniere e internazionali all'estero, e delle scuole straniere in Italia. Tali gare sono distinte nelle quattro categorie Junior, Senior, Junior Estero, Senior Estero.

Per le scuole italiane all’estero, le sezioni italiane presso scuole straniere e internazionali all'estero e per le scuole straniere in Italia, la selezione dei finalisti avverrà in un’unica fase il 19 febbraio.

La gara si svolge nelle singole istituzioni scolastiche di appartenenza. In questa fase le prove sono gestite sulla piattaforma online dalla struttura di gestione informatica delle Olimpiadi secondo gli stessi criteri selettivi e con le stesse avvertenze previsti per le prove delle scuole in Italia.

L’ammissione alla fase finale è disciplinata dall’art. 12.3 del bando che dispone che la selezione dei finalisti, in un’unica fase, individuerà quattro studentesse e/o studenti e precisamente: i primi due classificati della graduatoria internazionale della categoria Junior Estero; i primi due classificati della graduatoria internazionale della categoria Senior Estero. I quattro vincitori così selezionati accedono alla finale nazionale in programma venerdì 18 marzo a Palazzo Vecchio, a Firenze. (aise) 

 

 

 

 

Eine Million Flüchtlinge kamen 2015 nach Deutschland

 

Mehr als eine Million Flüchtlinge sind im vergangen Jahr nach Deutschland gekommen. Das könnte Horst Seehofer in seiner Forderung nach einer Obergrenze bestärken. An diesem Mittwoch trifft der CSU-Chef mit Bundeskanzlerin Angela Merkel in Kreuth aufeinander, wo beide auch ihre gegensätzlichen Positionen in der Flüchtlingspolitik diskutieren dürften.

Im vorigen Jahr sind mehr als eine Million Flüchtlinge nach Deutschland gekommen.

Wie die Nachrichtenagentur Reuters aus Koalitionskreisen erfuhr, wurden bundesweit insgesamt 1,09 Millionen Migranten im Datensystem Easy registriert. Allein im Dezember kamen demnach 127.320 Menschen neu an. Bundesinnenminister Thomas de Maizière hatte bereits Ende 2015 zugegeben, dass seine Prognose von 800.000 Neuankömmlingen für das Gesamtjahr sei Anfang November überholt ist.

Merkel und Seehofer in Wildbad Kreuth

Wie aus Zahlen des bayerischen Innenministeriums hervorgeht, stieg allein die Zahl der in Bayern ankommenden Flüchtlingeim Jahresvergleich um mehr als das Zehnfache. Zwischen dem 26. Dezember und dem 4. Januar kamen dort laut Bundes- und bayerischer Landespolizei insgesamt 33.300Flüchtlinge an.

Mitten im neu aufgeflammten Streit in der Union über eine Obergrenze für Flüchtlinge ist Bundeskanzlerin und CDU-Chefin Angela Merkel heute bei der Klausurtagung der Schwesterpartei CSU im oberbayerischen Wildbad Kreuth zu Gast. Bei dem traditionellen Jahresauftakttreffen kommt der Parteivorsitzende Horst Seehofer zunächst mit den CSU-Bundestagsabgeordneten zusammen, ehe am späten Nachmittag erstmals die Bundeskanzlerin zum politischen Gespräch geladen ist. Seehofer fordert eine fixe Obergrenze beim Zuzug von Flüchtlingen und Asylbewerbern auf järhlich höchstens 200.000. Merkel stemmt sich jedoch weiterhin gegen eine Obergrenze.

Die CDU-Chefin hatte Mitte Dezember auf einem Parteitag Unterstützung für ihre Haltung bekommen. Die Delegierten sprachen sich aber für eine deutliche Verringerung der Flüchtlingszahlen aus. Die CSU hat zu der dreitägigen Klausurtagung nahe dem Tegernsee auch den Chef des Bundesamtes für Migration und Flüchtlinge (Bamf), Frank-Jürgen Weise, eingeladen. Er wird am Freitag erwartet. EA/nsa mit rtr, 6

 

 

 

 

Europäische Union. Niederlande übernehmen Ratspräsidentschaft

 

Vom 1. Januar bis zum 30. Juni 2016 übernehmen die Niederlande die EU-Ratspräsidentschaft. Im Mittelpunkt der Präsidentschaft stehen Themen wie die europäische Asyl- und Migrationspolitik, mehr Investitionen sowie die Schaffung von Arbeitsplätzen.

 

Am 1. Januar 2016 übernehmen turnusgemäß die Niederlande die EU-Ratspräsidentschaft. Damit beginnt eine neue Trio-Ratspräsidentschaft der Niederlande, Slowakei und von Malta.

Durch den halbjährigen Wechsel der EU-Ratspräsidentschaft ist es schwierig, langfristige politische Projekte anzustoßen und durchzuführen. Aus diesem Grund arbeiten seit 2007 Ratspräsidentschaften in Trios zusammen, dem sogenannten "Präsidentschafts-Trio".

Schwerpunkte der kommenden sechs Monate

Die Niederlande wollen, dass die  Europäische Union sich auf das Wesentliche konzentriert. So soll etwa mit Innovationen Wachstum und Beschäftigung gefördert werden. Wichtig ist den Niederlanden außerdem, dass Bürgerinnen und Bürger sowie Zivilgesellschaft sich stärker in die EU einbringen.

Damit orientiert sich die niederländische Ratspräsidentschaft an der Prioritäten der Europäischen Kommission und den Beschlüssen der EU-Staats- und Regierungschefs. Der Europäische Rat hatte am 26./27. Juni 2014 erstmals eine strategische Agenda beschlossen.

Bürokratieabbau

Die niederländische EU-Ratspräsidentschaft will sich für bessere, einfachere und leichter

umzusetzende Rechtsvorschriften stark machen. Dazu gehört auch der Abbau von Bürokratie und Bürokratiekosten. Der niederländische Außenminister Bert Koenders: "Dies ist wichtig für Bürger, kleine und mittlere Unternehmen, Städte und andere Gebietskörperschaften."

Die wichtigsten Aufgaben des EU-Ratsvorsitzes sind die Organisation und Vorsitz bei allen Treffen des Rates der Europäischen Union. Außerdem vertritt das Land den Rat gegenüber anderen EU-Organen und Einrichtungen, der Europäischen Kommission und dem Europäischen Parlament. Bei Meinungsverschiedenheiten zwischen den   Mitgliedstaaten oder zwischen dem Rat und anderen Unionsinstitutionen kommt der Präsidentschaft eine Vermittlerrolle zu. dip

 

 

 

 

Europäischer Rat. Migration bleibt in Europa wichtigstes Thema

 

Am 17. und 18. Dezember kommen die Staats- und Regierungschefs der EU in Brüssel zum Gipfeltreffen zusammen. Auf der Agenda stehen die Bewältigung der Migrations- und Flüchtlingskrise, die Intensivierung der Maßnahmen gegen den Terrorismus und die weitere Zusammenarbeit der EU mit Großbritannien.

 

Der erste Arbeitstag des Europäischen Rats steht im Zeichen der Migrationspolitik. Die

Mitgliedsländer wollen sich über die Ergebnisse seit dem letzten Gipfel austauschen. Eine Grundlage dafür bilden die Vorschläge der EU-Kommission für einen verbesserten Grenz- und Küstenschutz der EU-Außengrenzen vom Dienstag (15.12.).

Thema ist auch die Integration von Flüchtlingen und die Einrichtung von Hotspots in Italien und Griechenland. Die EU-Kommission wird zudem über die Umsetzung des EU-Türkei-Aktionsplans berichten.

Solidarität im Kampf gegen Terrorismus

Bei der Terrorismusbekämpfung wird der Europäische Rat ein deutliches Zeichen der Solidarität aller Mitgliedstaaten untereinander setzen. Die Staats- und Regierungschefs werden über Maßnahmen beraten, die auf dem Gipfel im Februar beschlossen wurden. Ziele sind ein umfassender Informationsaustausch, die Prävention von Radikalisierung und Extremismus sowie die bessere Zusammenarbeit mit Drittländern.

In den Arbeitssitzungen geht es dann auch um die Weiterentwicklung der Wirtschafts- und

Währungsunion und des Binnenmarkts - als Grundlage des Wachstums in Europa. Die Gipfelteilnehmer wollen außerdem ein Bekenntnis zu den Beschlüssen der Klimakonferenz COP21 in Paris abgeben.

Im außenpolitischen Bereich wird es neben der Lage in Syrien und der Ukraine, um die Beziehungen zu Russland gehen.

Großbritannien soll wichtiger Partner bleibenRatspräsident Donald Tusk hatte in einem Schreiben an die EU-Staats- und Regierungschefs den Stand der Verhandlungen mit Großbritannien erläutert. Die Mitgliedstaaten hätten den starken Willen, Lösungen für die britischen Wünsche zur Erneuerung der EU zu finden. "Das Vereinigte Königreich hat

eine konstruktive und wichtige Rolle bei der Entwicklung der Europäischen Union gespielt, und ich bin sicher, dass es das auch in Zukunft tun wird", so Tusk. Erstmals werden die Staats- und

Regierungschefs gemeinsam über die Wünsche Großbritanniens beraten.

Ablauf des Europäischen Rats: Am Vormittag hat Österreichs Bundeskanzler Werner Faymann zu einem Treffen in der Botschaft Wiens eingeladen. Auch Bundeskanzlerin Merkel nimmt daran teil. Thema des Gesprächs ist eine Bestandsaufnahme nach dem EU-Türkei-Gipfel im November.

Der Europäische Rat beginnt dann mit einem Gespräch und einem Familienfoto mit dem Präsidenten des Europaparlaments, Martin Schulz. Die erste Arbeitssitzung findet ab 16:45 Uhr statt, danach folgt das gemeinsame Abendessen. Der Freitag beginnt mit der zweiten Arbeitssitzung um 10:00 Uhr. Anschließend gibt Bundeskanzlerin Merkel eine Pressekonferenz. Pib 16

 

 

 

 

Schweden startet Ausweiskontrollen an Grenze zu Dänemark

 

An der dänischen Grenze zu Schweden haben die Passkontrollen begonnen. Foto: dpa

Angesichts des anhaltenden Flüchtlingsandrangs hat Schweden bei der Überfahrt von Dänemark vorerst wieder systematische Passkontrollen eingeführt. Die dänische Bahn rechnet mit langen Wartezeiten und hohen Kosten.

Die Kontrolle der Personalpapiere gilt seit Montag um Mitternacht für Reisende in Zügen, Bussen und Fähren, die von Dänemark aus über die Öresund-Brücke nach Schweden wollen. Damit sind vor allem auch Pendler betroffen.

Die Öresund-Brücke war in der jüngsten Vergangenheit auch ein Anlaufpunkt für zahlreiche Flüchtlinge. Schweden hatte Mitte November bereits wieder sporadische Grenzkontrollen eingeführt, woraufhin die Zahl der ankommenden Flüchtlinge drastisch sank.

Im Dezember verabschiedete das schwedische Parlament dann ein Gesetz, das die Verkehrsbetriebe zur Ausweiskontrolle an der Öresund-Brücke verpflichtet. Diese reagierten wegen der damit verbundenen Mehrkosten mit harscher Kritik. Von Kopenhagen aus pendeln täglich rund 8.600 Menschen ins südschwedische Malmö.

Im vergangenen Jahr erreichten über eine Million Flüchtlinge Europa, die meisten von ihnen flohen aus den Konfliktgebieten in Syrien, Afghanistan und dem Irak. Schweden mit seinen knapp zehn Millionen Einwohnern verfolgt traditionell eine großzügig Asylpolitik. 2015 nahm das Land rund 160.000 Schutzsuchende auf.

Dänemarks Ministerpräsident Lars Løkke Rasmussen hatte vor den Folgen für die dänisch-deutsche Grenze gewarnt: Zur Not müssten künftig auch hier Pässe kontrolliert werden.

EA/AFP, 4

 

 

 

 

Wort des Jahres 2015. Flüchtlinge

 

„Flüchtlinge“ ist das Wort des Jahres 2015. Der Ausspruch von Bundeskanzlerin Merkel „Wir schaffen das!“ landet auf Platz zehn, „Je suis Charlie“ auf Platz zwei. Die Gesellschaft für deutsche Sprache wählte den Wort des Jahres aus 2.500 Vorschlägen aus.

 

Das Wort des Jahres 2015 lautet „Flüchtlinge“. Die Gesellschaft für deutsche Sprache wählte es aus 2.500 vorgeschlagenen Begriffen aus, weil es für das beherrschende Thema des Jahres steht, wie ihr Vorsitzender Peter Schlobinski am Freitag in Wiesbaden bekanntgab. Auf den zweiten Platz setzte die neunköpfige Jury den Ausspruch „Je suis Charlie“, der nach dem Terroranschlag auf das Pariser Satireblatt „Charlie Hebdo“ geprägt wurde. An dritter Stelle landete „Grexit“ für den zeitweise drohenden Ausschluss Griechenlands aus dem Euro.

Die Gesellschaft für deutsche Sprache kürt seit 1977 regelmäßig Wörter und Wendungen, die das politische, wirtschaftliche und gesellschaftliche Leben eines Jahres sprachlich in besonderer Weise bestimmt haben. 2014 hatte die Jury „Lichtgrenze“ in Anspielung auf die Lichtinstallation bei den Berliner Feiern zu 25 Jahren Mauerfall zum Wort des Jahres gewählt.

Das jetzt zum Wort des Jahres gekürte Substantiv „Flüchtlinge“ stehe nicht nur für das beherrschende Thema dieses Jahres, es sei auch sprachlich interessant, sagte der an der Universität Hannover lehrende Linguistik-Professor Schlobinski. Mit der Endung „ling“ stehe es zum einen für eine gewisse Passivität wie bei Findling oder Schützling, habe zum anderen aber manchmal auch einen negativen Beigeschmack wie etwa bei Emporkömmling.

Der seit Mai im Amt befindliche Vorsitzende der Gesellschaft für deutsche Sprache wies darauf hin, dass deshalb neuerdings öfters „Geflüchtete“ als Alternative gebraucht werde. Ob sich dieses Wort durchsetzen werde, sei aber offen. Er selbst glaube nicht daran, da Flüchtlinge stark im deutschen Wortschatz verankert sei, sagte Schlobinski.

Die Jury habe auch über Vorschläge wie „Flüchtlingsflut“ oder „Asylantenflut“ diskutiert, diese aber bewusst nicht gewählt, weil darin Menschen zu einer undefinierbaren Masse herabgewürdigt werden. Den Satz „Wir schaffen das!“ setzten die Juroren auf Platz 10 der diesjährigen Liste. Dass der Ausspruch von Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) nicht weiter vorne landete, liege zum einen daran, dass er einer bestimmten Person und politischen Ausrichtung zugeordnet sei. Zum andern sei umstritten, ob ein ganzer Satz Wort des Jahres sein sollte. „Willkommenskultur“ wiederum sei ausgeschieden, weil der Begriff bereits im vorigen Jahr auf Platz 6 der Wörter des Jahres gesetzt worden war. Insgesamt wirke Flüchtlinge am umfassendsten und neutralsten.

Mit „Je suis Charlie“ (Ich bin Charlie) auf Platz 2 hätten nach den Morden islamistischer Terroristen in der Satirezeitung weltweit Millionen Menschen Solidarität mit den Opfern bekundet sowie für Pressefreiheit und gegen religiösen Fanatismus demonstriert, so Schlobinski weiter. Er hob hervor, es sei selten, dass sich ein französischer Satz in der deutschen Sprache so durchsetze. Bei „Grexit“ auf dem dritten Platz seien auch die vielen entstandenen Abwandlungen wie „Brexit“ für den drohenden britischen Austritt aus der EU oder etwa „Schwexit“ für den Wechsel des Fußballers Bastian Schweinsteiger zu Manchester United beachtet worden.

Die weiteren Platzierungen auf der Liste der Wörter sind: 4. Selektorenliste, 5. Mogel-Motor, 6. durchwinken, 7. Selfie-Stab, 8. Schummel-WM, 9. Flexitarier und 10. „Wir schaffen das!“. Es war die 40. Wahl der Wörter des Jahres. Die Entscheidung für „Flüchtlinge“ fiel laut Schlobinski mit acht zu eins Stimmen. (epd/mig)

 

 

 

 

 

Debatte um Flüchtlings-Obergrenze ist eine „Nebelkerze“

 

Lageso – das Landesamt für Gesundheit und Soziales in Berlin – ist nach den Feiertagen wieder auf Normalbetrieb und versorgt Flüchtlinge mit Essen und Hilfen. Wie Berliner Medien berichten, haben sich ab sechs Uhr morgens bei Minus zehn Grad die ersten Schlangen von hunderten von Flüchtlingen gebildet. Die Lageso war wegen chaotischer Zustände lange in der Kritik, der Leiter der Lageso war zurück getreten. Der Berliner Senat verspricht nun Verbesserungen bei der Flüchtlingsaufnahme. Da passt es nur zu gut in die Debatte, dass in der Politik wieder von Obergrenzen gesprochen wird, Bayerns Ministerpräsident Horst Seehofer hatte sie am Wochenende erneut ins Spiel gebracht. Nur durch eine solche Begrenzung sei Integration und Versorgung machbar.

Die Debatte um Flüchtlingsobergrenzen ist eine „Nebelkerze“, die von den tatsächlichen Problemen ablenkt. So kommentiert der Jesuiten Flüchtlingsdienst im Gespräch mit Radio Vatikan die über das Wochenende neu aufgekommene Debatte über eine maximale Anzahl von Menschen, die pro Jahr in Deutschland aufgenommen werden könnten.

„Die Obergrenzen würden im Prinzip nur eine künstliche Grenze darstellen“, sagt Stefan Keßler vom Jesuiten Flüchtlingsdienst in Berlin. „Dann taucht aber sofort die Schwierigkeit auf, wenn der erste oberhalb einer solchen Obergrenze ankommt, was man dann mit dem macht. Man kann die Leute schlecht einfach mal eben so zurück schicken. Eine Obergrenze würde zu neuen praktischen Problemen führen, ohne dass die tatsächlichen Probleme dadurch gelöst würden.“

Und doch scheint die Debatte attraktiv zu sein, anders lässt sich nicht erklären, dass immer wieder aus verschiedenen gesellschaftlichen und vor allem politischen Lagern Zahlen und Grenzen ins Spiel gebracht werden. „Es ist eine geworfene Nebelkerze“, die von Fehlern und Mängeln ablenken solle, kommentiert Keßler, er identifiziert drei Bereiche. „Die Obergrenzendebatte lenkt davon ab, dass die staatlichen Einrichtungen auch in Deutschland tatsächlich nicht darauf vorbereitet waren, dass mehr Flüchtlinge kommen würden, obwohl das eigentlich abzusehen war. Sie lenkt außerdem davon ab, dass die Fluchtursachen weiterhin bestehen und dass der Druck auf die Flüchtlinge, ihre Herkunftsländer zu verlassen wie in Syrien, Irak und Iran, aber auch Afghanistan, Eritrea und so weiter weiterhin steigt. Und sie lenkt davon ab, dass man eigentlich eher dafür sorgen muss, dass die Leute vernünftig aufgenommen werden müssen und ein vernünftiges Asylverfahren erhalten.“

Dass die Frage nach Grenzen, zahlenmäßigen Obergrenzen oder physischen Grenzen, politisch für die Regierungen in Europa attraktiver wird, kann man tagtäglich in den Nachrichten verfolgen. Einige Länder wollen gar keine Flüchtlinge aufnehmen oder wehren sich gegen ein vereinbartes Verteilverfahren, andere nehmen nur sehr wenige auf. „Unser Vorschlag dazu ist, dass man innerhalb der Europäischen Union ein System der gemeinsamen Verantwortung entwickelt“, setzt Stefan Keßler dagegen. „Nicht dass die Menschen wie Apfelsinenkisten zwischen den Ländern hin und her verschoben werden, sondern dass man finanzielle und personelle Aufwendungen miteinander teilt.“  (rv 04.01.)

 

 

 

 

Diskriminierung in der Einwanderungsgesellschaft

 

Kommentar von Prof. Dr. Albert Scherr Sozialarbeitswissenschaftler und Soziologe, Pädagogische Hochschule Freiburg, zum Allgemeinen Gleichbehandlungsgesetz

2016 ist das Allgemeine Gleichbehandlungsgesetz (AGG) bereits seit 10 Jahren in Kraft. Damit stellt sich die Frage, was dieses Gesetz dazu beigetragen hat, „Benachteiligungen aus Gründen der Rasse oder wegen der ethnischen Herkunft, des Geschlechts, der Religion oder Weltanschauung, einer Behinderung, des Alters oder der sexuellen Identität zu verhindern oder zu beseitigen“ wie im § 1 als Zielbestimmung formuliert wird. Die Einschätzung von Expert_innen aus Wissenschaft und Praxis dazu ist skeptisch: Zwar wurden mit dem Gesetz Möglichkeiten geschaffen, gegen erfahrene Diskriminierung bei Bewerbungen und am Arbeitsplatz vor Gericht zu klagen, und mit der Antidiskriminierungsstelle des Bundes wurde eine Institution geschaffen, die durch Öffentlichkeitsarbeit, Forschung und Beratung eine Anwaltsfunktion in der politischen und gesellschaftlichen Auseinandersetzung mit Diskriminierung einnehmen kann. Die Reichweite und die Durchsetzungsfähigkeit des AGG ist jedoch begrenzt. Dafür gibt es eine Reihe identifizierbarer Gründe:

Erstens: Die Klagemöglichkeiten des AGG sind immer noch zu wenig bekannt und die Erfolgsaussichten von Klagen sind gering, denn es ist schwierig, diskriminierende Äußerungen und Praktiken vor Gericht nachzuweisen und von den wenigen spezialisierten Fachanwält_innen wird auch auf fehlende Sensibilität mancher Richter_innen hingewiesen. Zudem sieht das AGG Ausnahmeregelungen vor, die nicht zuletzt im Bereich der sozialen Berufe aufgrund der erheblichen Bedeutung der Kirchen als Arbeitgeber folgenreich sind. Auch ist der gesamte öffentliche Dienst vom AGG nicht erfasst und für die schulische und hochschulische Bildung mangelt es an einer Umsetzung in der Gesetzgebung der Bundesländer.

Zweitens: Bislang wird das Diskriminierungsverbot des AGG nicht zureichend durch positive Maßnahmen ergänzt, die Betriebe verpflichten, wirksam zur Gewährleistung gleicher Chancen für alle von Diskriminierung betroffenen Gruppen beizutragen. Zudem ist auch die Liste der rechtlich anerkennungsfähigen Diskriminierungsgründe eingeschränkt: Benachteiligungen aufgrund des sozioökonomischen Status sind im AGG ebenso wenig als Tatbestand vorgesehen wie Benachteiligungen, die aus der Staatsangehörigkeit resultieren.

Drittens: Eine der zentralen Einsichten der sozialwissenschaftlichen Diskriminierungsforschung ist, dass rechtliche Vorschriften nicht genügen, um wirksam gegen Diskriminierung vorzugehen. Der amerikanische Soziologe Robert K. Merton stellte dazu schon 1948 in seiner Studie ‚Discrimination and the American Creed‘ fest: „Das Recht ist ein kleiner, gleichwohl wichtiger Teil des Ganzen. Wenn keine starke ökonomische und soziale Basis für seine Unterstützung existiert, wird das Recht in der Praxis zunichte gemacht werden.“ Die Bedeutung dieser Aussage zeigt sich in unseren empirischen Studien in zugespitzter Weise am Fall kopftuchtragender Muslima: Dass diese bei der Lehrstellenvergabe und auf dem Arbeitsmarkt massiver Diskriminierung unterliegen, ist wissenschaftlich nachgewiesen und unstrittig. Unstrittig ist auch, dass dies rechtswidrig ist. Arbeitgeber sehen sich jedoch aufgrund der gesellschaftlich weit verbreiteten Vorurteile gegen kopftuchtragende Muslima in ihrer diskriminierenden Praxis bestätigt und verweisen auf entsprechende Regelungen im öffentlichen Dienst. Prominente Politiker_innen sind bislang nicht bereit, öffentlichkeitswirksame Kampagnen gegen die Diskriminierung kopftuchtragender Muslima zu initiieren, sei es aufgrund eigener Vorbehalte oder aus der Furcht vor dem Verlust von Wähler_innen. Dies führt dazu, dass das Diskriminierungsverbot des AGG in diesem Fall wirkungslos bleibt. Generell gilt: Formen von Diskriminierung, die gesellschaftlich als akzeptabel und ggf. auch als anstrebenswert gelten, können rechtlich nicht wirksam verhindert werden.

Deshalb ist eine Weiterentwicklung der rechtlichen Bestimmungen des AGG zwar durchaus wichtig – nicht zuletzt im Sinne einer Ausweitung der anerkannten Diskriminierungskategorien um den sozialen Status, die Stärkung von Sanktionsmöglichkeiten und des Einbezugs staatlicher Institutionen. Gleichermaßen wichtig sind aber Anstrengungen, die darauf ausgerichtet sind, die gesellschaftliche Sensibilität für Diskriminierung zu steigern sowie Akteure in allen gesellschaftlichen Bereichen zu motivieren und zu befähigen, sich aktiv mit Diskriminierung auseinanderzusetzen. Dazu muss in Ausbildungs- und Studiengängen – z.B. den Ausbildungsordnungen des Handwerks und der Industrie, den Studiengängen für Jurist_innen, Betriebswirt_innen und Lehrer_innen, der Aus- und Fortbildung von Polizist_innen – eine Qualifizierung verankert werden, die klarmacht, dass das Diskriminierungsverbot von zentraler Bedeutung für eine Gesellschaft ist, welche die Menschenrechte als ihre Wertegrundlage beansprucht. Prof. Dr. Albert Scherr

Forum Migration Januar 2016

 

 

 

Das Klimaabkommen von Paris. Flop? – Nein, Plopp!

 

Vier Gründe, warum wir das Klimaabkommen von Paris feiern sollten.

Hart wurde in Paris um ein neues Klimaabkommen gerungen. Kaum waren die Tränen der Freude und Erschöpfung getrocknet, gingen die Diskussionen los – über schwammige Formulierungen und mögliche Schlupflöcher. Fest aber steht, die Klimakonferenz war ein Erfolg. Wer aus Erschöpfung noch keine Zeit hatte darauf anzustoßen, hier sind vier Gründe dies nachzuholen:

 

Ein Aufruf zur schnellstmöglichen Dekarbonisierung

Eine der größten Errungenschaften von Paris ist ohne Zweifel die Festlegung auf ein operationalisierbares Langfristziel. Viel diskutiert wurde über die Frage, ob man die Erhöhung der globalen Durchschnittstemperatur auf maximal 2 Grad festhalten solle, oder ob es doch 1,5 Grad sein müssten, so wie es vor allem von den ärmsten und verletzlichsten Staaten gefordert wurde. Am Ende hat sich die Staatengemeinschaft verbindlich und vertraglich verankert auf deutlich unter 2 Grad einigen können, verbunden mit dem Hinweis, dass Anstrengungen notwendig sind, das Ziel von 1,5 Grad zu erreichen, um die Welt vor den Folgen des Klimawandels zu schützen. Nüchtern betrachtet bedeutet das Temperaturziel erst einmal nicht viel. Kombiniert man es aber mit dem Minderungsziel in Artikel 4, das zu schnellstmöglicher Treibhausgasneutralität aufruft, in dem der Höchststand an Treibhausgasemissionen möglichst schnell erreicht und danach reduziert werden muss und der Forderung nach einer Orientierung der Finanzströme hin zu kohlenstoffarmen Entwicklungswegen, verwandelt sich die anfänglich recht unspektakuläre Formulierung de facto in einen Aufruf zur schnellstmöglichen globalen Dekarbonisierung. Daraus kann eine der größten Errungenschaften von Paris abgeleitet werden: die Ära fossiler Brennstoffe neigt sich dem Ende zu. Will man die selbst gesetzten Ziele des Vertragstextes erreichen, muss zwingender Weise Schritt für Schritt ein Ausstieg aus ihnen erfolgen.  

 

Überprüfung der Anstrengungen

Ein weiterer Erfolg war die Verankerung eines öffentlichen Überprüfungsmechanismus der nationalen Klimaschutzbeiträge. Im Rhythmus von 5 Jahren sollen die Staaten nun ihre NDCs (Nationally Determined Contributions) kontrollieren und mit „progression“, wie es in Artikel 3 heißt, nach oben hin nachbessern. Zwar handelt es sich weiterhin um Selbstverpflichtungen zur Reduzierung von Treibhausgasemissionen, allerdings entsteht durch den gemeinsam etablierten Kontrollrahmen nun ein System, in dem sich Regierungen für ihre Anstrengungen werden rechtfertigen müssen. Dadurch kann im Sinne eines „naming and shaming“ politischer Handlungsdruck erzeugt werden, den zivilgesellschaftliche Akteure zur Ambitionssteigerung nationaler Klimaschutzziele nutzen können. Fairer Weise muss man zugeben, dass ein Wermutstropfen bleibt: erst 2020 müssen die überarbeiteten NDCs eines jeden Landes für den Zeitraum bis 2025 vorliegen. Das lässt im besten Fall Zeit für freiwillige ambitionierte Anpassungen und Korrekturen nationaler Klimaschutzziele, im schlechtesten Fall passiert bis dahin nichts oder nicht genug. Hier sind dringend Nachbesserungen notwendig, da mit den aktuellen NDCs das 2 Grad Ziel nicht zu erreichen ist. Dies gilt auch für den beschlossenen gemeinsamen Transparenzrahmen, der im Moment noch wenig konkret ausgestaltet ist.

 

Solidarität mit den Schwächsten

Nach Jahren harter Verhandlungen wurden nun endlich auch klimabedingte Schäden und Verluste in Artikel 8 in das Abkommen aufgenommen. Damit konnte einer zentralen Forderung vieler NGOs, die sich besonders für die Rechte der ärmsten und verletzlichsten Staaten einsetzen, Rechnung getragen werden. Verankert wurden beispielsweise Maßnahmen zur Linderung humanitärer Katastrophen, die in Zusammenhang mit dem Klimawandel stehen, wie beispielsweise Frühwarnsysteme oder Risiko-Management. Auch wenn Haftungs- und Kompensationsansprüche eindeutig ausgeschlossen wurden, ist diese Solidaritätsbekundung mit den ärmsten und verletzlichsten Staaten doch enorm wichtig. Durch die Aufnahme dieses Punktes in ein internationales Abkommen wird der politische Handlungsdruck auch in diesem Bereich in den kommenden Jahren steigen.

 

Der Multilateralismus lebt

Der wichtigste Grund aber, warum das Paris Agreement ein Erfolg ist, liegt in der Natur seiner Entstehung. Zum allerersten Mal geht ein so wichtiges Signal wie das beginnende Ende der Ära fossiler Brennstoffe von allen Vertragsstaaten der UN-Klimarahmenkonvention gemeinsam aus. Alle beteiligten Staaten haben einem Text zur Verbesserung des internationalen Klimaschutzes zugestimmt, den sie in einem multilateralen Verhandlungsprozess erarbeitet haben – allein das ist aus politischer Sicht im Zeitalter von TTIP und CETA ein Erfolg und beweist, dass der Multilateralismus lebt und handlungsfähig ist. Das Paris Agreement wird in den kommenden Jahren als valide Basis dafür dienen können, dass beispielsweise das Verfehlen nationaler Klimaschutzziele öffentlich zum politischen Misserfolg wird. Regierungen werden sich am Erfolg ihrer Beiträge zur Erreichung des 2-Grad Ziels messen lassen müssen. Sie können nun auf der Basis eines multilateral erarbeiteten rechtlich bindenden Vertrags durch Druck „von unten“ in die Pflicht genommen werden, von Gewerkschaften, Parteien, NGOs und der Wissenschaft.

Bei allen positiven Errungenschaften gibt das Klimaabkommen von Paris aber keine automatische Entwarnung. In einigen Bereichen, allen voran beim Thema Klimafinanzierungen, werden konkrete Nachbesserungen dringend notwendig werden. Vor dem Hintergrund der transformativen Veränderungen, die uns für einen effektiven globalen Klimaschutz bevorstehen, werden massivste Anstrengungen von allen Seiten notwendig werden. Das dies aber kein Vorhaben der Unmöglichkeit ist, zeigen auch die zahlreichen freiwilligen Verpflichtungen und Investitionszusagen, wie beispielsweise die Unterstützung der AREI-Initiative (Africa Renewable Energy Initiative) mit jährlich 10 Milliarden US-Dollar zur Förderung des Ausbaus Erneuerbarer Energien in Afrika oder die Klimaversicherungsinitiative der G7. Paris ist ein Gesamtpaket, das einen internationalen Handlungsrahmen vorgibt, der bei entsprechender ambitionierter Ausgestaltung sehr wohl in der Lage sein kann, die Folgen des Klimawandels effektiv zu begrenzen.  Manuela Mattheß IPG 30

 

 

 

 

 

Regionalwahlen in Frankreich. „Die Sozialisten sind der moralische Sieger“

 

Stefan Dehnert in Paris über die Niederlage des Front National bei den Regionalwahlen in Frankreich.

 

Das Ergebnis der Regionalwahlen wird häufig als krasse Niederlage des Front National (FN) gedeutet. Ist das eine zutreffende Analyse?

Diese Bewertung ist sicherlich zu euphorisch. Richtig ist dennoch, dass die Strategie des FN, sich nach den Erfolgen bei den Kommunal- und Departementswahlen nun auch auf regionaler Ebene zu etablieren und dort „Regierungsfähigkeit“ unter Beweis zu stellen, damit erst einmal durchkreuzt ist.

Festzuhalten bleibt auch, dass das gute Abschneiden des Front National gerade im ersten Wahlgang zum großen Teil auf die hohe Wahlenthaltung und auf eine mittlerweile stärkere lokale Verankerung der Kandidaten als noch vor wenigen Jahren zurückzuführen ist. Während die Wahlenthaltung im ersten Wahlgang noch bei über 50 Prozent lag, sank sie im zweiten jedoch auf 41-42 Prozent. Der hohe Mobilisierungsgrad der FN-Wähler konnte so gekontert werden.

Wenn man die besten nationalen Wahlergebnisse des FN aus der Vergangenheit mit dem Ergebnis vom 13. Dezember 2015 vergleicht, so ist der Zuwachs weniger spektakulär, als er im Vergleich zu der letzten Regionalwahl im Jahr 2010 erscheint. 2002 hatte Jean-Marie Le Pen im zweiten Wahlgang der Präsidentschaftswahlen 6,4 Millionen Stimmen errungen. Seine Tochter Marine Le Pen im ersten Wahlgang der Präsidentschaftswahlen 2012 ebenfalls 6,4 Millionen Stimmen. Bei den Regionalwahlen 2015 wurden 6,8 Millionen Stimmen für den FN gezählt.

Im Unterschied zu früheren Wahlen zeigt sich im Trend aber eine stärkere lokale und regionale Verankerung des FN. Die zum Teil verdreifachten Wahlergebnisse in manchen Regionen sind alleine durch die hohe Anzahl der Nichtwähler im ersten Wahlgang nicht zu erklären. Die seit April 2014 regierenden Bürgermeister des FN (in acht Städten) und die mehr als 1.000 Gemeinderäte haben ganz offensichtlich das Terrain bereitet für die Etablierung des FN auch in den Regionen.

Die Tatsache, dass der FN nun in keine Regierungsverantwortung gekommen ist, führt auch dazu, dass die Partei weiter populistisch Stimmung machen kann, ohne tatsächliche  Politik umsetzen zu müssen. Ist das ein Vor- oder Nachteil?

Das stimmt nur zum Teil, ist der FN doch auf kommunaler und Departementsebene bereits etabliert. Die Kompetenzen auf regionaler Ebene sind ja nicht mit denen der deutschen Bundesländer vergleichbar, insofern hätte der Sieg des FN stärker symbolischen als realpolitischen Charakter gehabt. Und daraus wäre ein Argument im Sinne der „Normalisierungsstrategie“ Marine Le Pens geworden, weil sich aufgrund der primär administrativen Aufgaben auf regionaler Ebene bis zu den Präsidentschaftswahlen 2017 kaum Raum für politisches Versagen eröffnet hätte.

Die populistische Stimmungsmache wäre also sicher nicht durch die Machtübernahme in einer Region zum Erliegen gekommen. Darüber hinaus zeichnet sich der Populismus des FN ja vor allem durch seine Gegnerschaft zur Globalisierung, zur Europäischen Union und der Zuwanderung aus. So hat Marine Le Pen am Wahlabend auch zuspitzend formuliert, dass das französische Parteiensystem weiterhin ein Zweiparteiensystem sei, nämlich zwischen den „Mondialisten“, also Sarkozys Republikanern, den Sozialisten und anderen Linksparteien einerseits sowie den „Patrioten“, also dem FN andererseits. Dies alles sind Themen, die keinerlei konkrete Umsetzung durch die Regionalregierungen finden.

Die Parti Socialiste (PS) hat sich zum Wahlhelfer der Republikaner gemacht. Droht sich dieses Szenario bei den Präsidentschaftswahlen zu wiederholen?

Die Sozialisten sind der moralische Sieger dieser Wahlen, indem sie zum Rückzug ihrer Kandidaten und ihrer Listen in drei Regionen aufgerufen hatten, in denen der FN die besten Aussichten auf einen Sieg hatte. In allen dreien konnte so der Kandidat der Konservativen den Sieg einfahren. Darüber hinaus schnitt die PS besser ab als prognostiziert. Von neun Regionen (auf Korsika herrschen eigene Gesetzmäßigkeiten) konnten sie fünf gewinnen und in zwei weiteren scheiterten sie nur denkbar knapp. Angesichts einer generellen Stimmung und der massiven Wahlschlappen in den vorausgehenden Wahlen (Europa-, Kommunal-, Departement- und Senatswahlen) ist das eher eine Stabilisierung als eine weitere Niederlage.

Für die Präsidentschaftswahlen wird es entscheidend darauf ankommen, mit welchem Spitzenkandidaten die Konservativen ins Rennen gehen werden. Bei einer Urwahl im kommenden Frühjahr soll dies entschieden werden. Sollte Nicolas Sarkozy diesen Entscheid gewinnen, steigen die Chancen für den sozialistischen Kandidaten, in den zweiten Wahlgang der Präsidentschaftswahlen im Frühjahr 2017 zu kommen – gegen Marine Le Pen. Sarkozy polarisiert die Wähler stark und hat zudem bereits eine mäßig erfolgreiche Präsidentschaft hinter sich. Wähler der Mitte würden deshalb im ersten Wahlgang eher für den sozialistischen Kandidaten stimmen oder sich enthalten. Der größte parteiinterne Konkurrent Sarkozys, der Bürgermeister von Bordeaux Alain Juppé hingegen, würde auch die Wähler aus der Mitte ansprechen. Stefan Dehnert  IPG

 

 

 

 

Recht gegen Angst

 

Nach der Kölner Silvesternacht müssen wir uns beruhigen und unseres besten Trumpfs besinnen. Der Rechtsstaat unterscheidet uns fundamental von Saaten wie Irak, Syrien oder Eritrea. Er garantiert keine absolute Sicherheit, aber keine Staatsform kann das.

 

Gleicher Rechtstaat für alle

Vieles ging nach den Übergriffen am Kölner Hauptbahnhof durcheinander. Vor allem durch die Frage nach der Identität der Täter.

Zeugen berichten, sie seien nicht europäisch stämmig gewesen. Dabei fühlen sie sich genötigt, sich zu erklären. Ein Zeuge drückt es so aus: „Kommt vielleicht blöd, aber es entspricht einfach der Wahrheit.“ Wie kann es so schwierig und erklärungsbedürftig sein, das Aussehen eines Verdächtigen zu beschreiben? Das Problem liegt in der Idee einer „sozialen“ Schuld. Dabei wird die Schuld nicht nur bei den Tätern, sondern beim gesamten Umfeld gesehen. Doch wenn Täter einen Migrationshintergrund haben oder Flüchtlinge sind, bedeutet das nicht, dass alle Menschen mit Migrationshintergrund oder alle Flüchtlinge Täter sind. Nur die Täter haben die Straftat begangen.

Es ist dabei irrelevant, welche Hintergründe ein Täter hat. Genauso wie es irrelevant ist welchen Hintergrund ein Opfer hat. Wir haben einen Rechtstaat in Deutschland, der für alle gleich ist.

 

Grenzen des Rechtstaats

Weitere Unruhe ging von der Pressekonferenz zu den Vorfällen aus. Kölns Oberbürgermeisterin Henriette Reker beantwortete die Frage einer Journalistin, wie der Schutz vor solchen Übergriffen möglich sei. Die Antwort Rekers, mehr als eine Armlänge Abstand zu halten, führte zu scharfer Kritik in den Social Media. Ihr wird vorgeworfen, den Opfern eine Mitschuld zuzuschieben. Dabei wird die Intention der Antwort übersehen: Ein Opfer einer Gewalttat sucht in einer Lage, die sie überfordert, nach einer Möglichkeit etwas zu tun. Eine Möglichkeit im ausgeliefert-Sein nicht auch noch handlungsunfähig zu bleiben. Wenigstens etwas zu machen. Ob es objektiv hilft ist ungewiss, aber subjektiv wirkt es direkt.

 

Ein weiter Kritikpunkt ist, das sei keine rechtsstaatliche Lösung. Doch der Rechtsstaat verhindert keine Verbrechen. Er ahndet sie im Nachhinein. Die Verhinderung von Straftaten ist Aufgabe der Sicherheitskräfte, Polizei und Nachrichtendienste. Sie helfen sowohl dem Rechtstaat bei der Aufklärung von Verbrechen, haben darüber hinaus die Aufgabe Prävention zu leisten. Aber auch sie können nicht alle Straftaten verhindern. Ein Restrisiko bleibt immer.

 

Mit solchen latenten Risiken gehen wir ständig um. Beim Autofahren, beim Sport, aber auch wenn wir in größeren Menschenansammlungen sind. All diese Aktivitäten enthalten Risiken, durch eigenes Verhalten, fremdes Einwirken, aber auch unkontrollierbare Umstände. Das Eingehen dieser Risiken bedeutet keine Zustimmung oder Mitschuld an möglichen Übergriffen. Dennoch sollten uns diese Risiken bewusst sein. Wir sollten wissen, wie wir uns in gefährlichen Situationen selbst helfen können. Wie man sich vor Angriffen schützen kann. Ein unvorbereitetes Opfer trifft keine Schuld. Vorbereitet sein, wollen wir trotzdem. Zu allererst sind wir für uns und unsere Sicherheit verantwortlich. Das ist schon alleine unserem Eigeninteresse geschuldet. Kein Staat der Welt kann uns diese Verantwortung nehmen. Ein demokratischer Rechtsstaat will das auch gar nicht.

 

Lichtblick aus der Nacht

Mittlerweile gingen über 200 Anzeigen bei der Polizei ein, davon fast dreiviertel wegen sexueller Übergriffe. Eine erschreckend hohe Zahl. Doch es zeugt von einem Vertrauen in den Rechtsstaat. Gerade Sexualdelikte haben eine notorisch hohe Dunkelziffer. Wir müssen den Opfern dankbar sein, sich diesen Erlebnissen zu stellen und mit den Strafverfolgungsbehörden zu kooperieren. Ohne sie wäre eine Verfolgung dieser Straftaten unmöglich. Der Rechtsstaat ist ohne die Kooperation der Gesellschaft nicht haltbar.

 

Um den Rechtstaat sollen wir uns alle sorgen. Denn der Rechtstaat ist eine unserer besten Errungenschaften. Er ist Grundvoraussetzung für Demokratie, da diese ohne einen Rechtstaat nicht funktionieren kann. Demokratie beruht grundsätzlich auf Vertrauen. Vertrauen in ordentliche und faire Wahlen, in die Arbeit von Politikern, in die Gewaltenteilung und auf die Stabilität des Staates. Am Beispiel des Iraks kann wird der Zusammenhang sichtbar. Die Versuche eine stabile Demokratie im Irak zu etablieren sind gescheitert. Korruption und Willkür, die Abwesenheit des Rechtsstaats, lies kein Vertrauen in den Staat entstehen. Es führte zu inneren Kämpfen und letztlich zum Aufstieg des IS.

 

Die Übergriffe in Köln sollten keine Frage der Flüchtlingspolitik sein. Sie sind Straftaten die aufgeklärt und geahndet werden müssen. Mit den bestehenden Gesetzen und Regelungen. Lassen wir den Rechtsstaat seine Aufgabe erfüllen und zeigen wir seine Vorteile. Vielleicht übernimmt das ein oder andere Land den Rechtsstaat als Teil des attraktiven europäischen Lebensstiles und schafft den Sprung zu einer gerechteren Zukunft.  Philipp Müller, kath. De 8

 

 

 

 

Flüchtlingspolitik im Kabinett. Schutz für unbegleitete Minderjährige

 

Unter den Flüchtlingen sind zahlreiche Minderjährige, die ohne ihre Familien nach Deutschland

gekommen sind. Wie der Staat Sorge dafür trägt, dass sie dem Kindeswohl entsprechend untergebracht und betreut werden, berichtete Bundesfamilienministerin Schwesig.

 

Kinder und Jugendliche, die ohne ihre Familien aus ihren Herkunftsländern nach Deutschland kommen, sind in besonderer Weise auf die Fürsorge des Staates angewiesen. Um den Schutz der Minderjährigen zu gewährleisten, tritt der Staat an die Stelle der Erziehungsberechtigten.

Neues Gesetz seit 1. November in Kraft

Um eine gute Betreuung und Versorgung zu gewährleisten, hat die Bundesregierung ein Gesetz

beschlossen, das Anfang November in Kraft trat. Ziel ist es, den besonderen Bedürfnisse

unbegleiteter Minderjähriger durch eine landes- und bundesweite Aufnahmepflicht gerecht zu werden. Mit dem Gesetz besteht nun die Möglichkeit, die Kinder und Jugendlichen bundesweit zu verteilen.

Einzelne Kommunen werden so entlastet.

Bis Anfang November war das Jugendamt zu deren Aufnahme und Unterbringung verpflichtet, in dessen Bereich die Einreise eines unbegleiteten ausländischen Kindes oder Jugendlichen festgestellt wurde.

Betroffen waren vor allem die Jugendämter, die an bestimmten Einreiseknotenpunkten lagen. Einige Kommunen waren aufgrund der zunehmenden Zahl an Minderjährigen, die unbegleitet nach Deutschland kamen, stark belastet. Mancherorts waren die Kapazitätsgrenzen bereits so weit überschritten, dass eine dem Kindeswohl entsprechende Unterbringung, Versorgung und Betreuung der Kinder und Jugendlichen erheblich erschwert oder nicht mehr möglich war.

Seit Anfang November sind gut 15.000 unbegleitete Kinder und Jugendliche nach Deutschland

eingereist. Sie befinden sich noch in Obhut der Jugendämter. Rund ein Fünftel von ihnen wurde

- gemäß des neuen Gesetzes – auf ein anderes Bundesland verteilt. Mit den "Altfällen", also den

unbegleiteten ausländischen Minderjährigen, die bereits vor dem 1. November eingereist sind,

befinden sich damit insgesamt rund 57.000 unbegleitete Minderjährige in der Obhut der Kinder- und Jugendhilfe.

Wie hilft der Bund?

Der Bund unterstützt die Kommunen bei ihrer wichtigen Arbeit: mit 350 Millionen Euro jährlich beteiligt er sich an den Kosten.

Zusätzlich unterstützt das Programm "Willkommen bei Freunden – Bündnisse für junge Flüchtlinge" Kommunen durch sechs regionale Servicebüros. Diese bieten beispielsweise Beratung und Qualifizierung für Mitarbeiter der Kommunen. Außerdem helfen sie, lokale Bündnisse aus Behörden, Vereinen sowie Bildungs- und Flüchtlingseinrichtungen zu bilden. Das Programm läuft vier Jahre und ist mit zwölf Millionen Euro ausgestattet.

Zudem plant das Bundesfamilienministerium im nächsten Jahr ein bundesweites

Gastfamilienprojekt.  Für einen Teil der Kinder und Jugendlichen sind Gastfamilien genau der

richtige Ort: Sie geben ein Zuhause, Geborgenheit und helfen, in Deutschland Fuß zu fassen. Das geplante Projekt sieht Konzepte vor, wie Gastfamilien und ehrenamtliche Vormünder gewonnen und qualifiziert werden können. Damit diese gut begleitet werden können, müssen auch die Fachkräfte der Kinder- und Jugendhilfe fortgebildet und auf ihre neue Aufgabe vorbereitet werden. Auch das soll das Projekt leisten.

Laut UN-Kinderrechtskonvention haben die minderjährigen Flüchtlinge ein Recht darauf, dem

Kindeswohl entsprechend untergebracht, versorgt und betreut zu werden. Anders als erwachsene Flüchtlinge werden sie in Pflegefamilien oder Einrichtungen der Kinder- und Jugendhilfe untergebracht.

Die unbegleiteten minderjährigen Flüchtlinge in Deutschland waren 2014 überwiegend Jugendliche, die bald die Volljährigkeit erreichten: 70 Prozent waren 16 oder 17 Jahre alt. Allerdings ist die Tendenz festzustellen, dass die unbegleiteten Minderjährigen jünger werden. Fast 90 Prozent waren männlich. Die Hauptherkunftsländer sind Afghanistan, Syrien, Eritrea und Somalia. Pib 16

 

 

 

 

Flucht: Die ungelöste Krise

 

Zu Beginn des Winters verschärft sich der Notstand für Flüchtlinge in Europa. Die EU zahlt der Türkei Milliarden, damit sie Syrer_innen aufhält, das Land will nun Flüchtlinge nach Syrien abschieben. In der Ägäis ertrinken weiter Menschen; Mazedonien, Serbien, Kroatien und Slowenien lassen nur noch Flüchtlinge aus Syrien, Irak und Afghanistan durch. In Griechenland und den Balkanstaaten sitzen Zehntausende an Grenzübergängen fest. Slowenien und andere Staaten wollen gegen eine EU-Verteilungsquote klagen.

In Deutschland wurden zwischen Januar und Ende November 965.000 Flüchtlinge registriert, rund die Hälfte stammt aus Syrien. Im gleichen Zeitraum wurden 425.000 Asylanträge gestellt. In den letzten Wochen sank die Zahl der Einreisen nach Angaben des Bundesinnenministeriums allerdings „deutlich“ – offenbar eine Folge der Abschottung der Balkanstaaten für Transitmigranten. Teile der Union fordern gleichwohl eine jährliche Obergrenze für die Gewährung von Flüchtlingsschutz in Deutschland. Die SPD lehnt das ab, will aber Flüchtlingskontingente: Zusammen mit dem UNFlüchtlingshilfswerk UNHCR sollen dabei Programme aufgelegt werden, um Schutzsuchende aus der Türkei, dem Libanon und Jordanien nach Deutschland und Europa zu holen. Diesem als Resettlement bekannten Verfahren hat sich Deutschland in der Vergangenheit weit gehend versperrt. Die Kontingentlösung solle individuelle Schutzrechte von Bürgerkriegsflüchtlingen und Asylbewerbern „keinesfalls einschränken“, so die SPD. Um die Verfahren zu vereinfachen will das Bundesinnenministerium nun in Deutschland registrierten Flüchtlingen einen einheitlichen Ausweis mit Personendaten, Fingerabdruck und Gesundheitsangaben ausstellen. Trotz der einsetzenden Kälte bringen Kommunen in ganz Deutschland Flüchtlinge weiter in Zelten unter, auch weil Alternativen fehlen. Politiker der Linken fordern deshalb die Beschlagnahmung leer stehender Immobilien, andere Parteien sehen dies kritisch. Besonders dramatisch ist die Situation in Berlin am für Flüchtlinge zuständigen Landesamt für Gesundheit und Soziales. Rechtsanwälte haben deshalb Strafanzeigen gegen den Sozialsenator Mario Czaja und den Leiter der Behörde eingereicht.

Weiterführende Informationen: www.dgb.de/extra/fluechtlinge; www.alarmphone.org/de/  

www.proasyl.de HYPERLINK "http://www.proasyl.de/" \t "_top"

www.sea-watch.org; www.moving-europe.org.  Forum Migration Januar 2016

 

 

 

 

Bei Integration von Flüchtlingen in Arbeit und Ausbildung entscheidet die Zusammenarbeit über den Erfolg

 

Konferenz mit Spitzenvertretern aus Wirtschaft, Gewerkschaft und Arbeitsmarktakteuren

Das Ministerium für Wirtschaft, Energie, Industrie, Mittelstand und Handwerk und das Ministerium für Arbeit, Integration und Soziales teilen mit:

Gemeinsam mit NRW-Spitzenvertretern aus Wirtschaft, Gewerkschaft und der Regionaldirektion der Bundesagentur für Arbeit haben Arbeits- und Integrationsminister Rainer Schmeltzer und Wirtschaftsminister Garrelt Duin die Weichen für eine bessere Integration von Flüchtlingen in Arbeit und Ausbildung gestellt.

 

„Die Landesregierung und ihre Partner setzen bereits viele Maßnahmen um. NRW ist in vielen Bereichen weiter als andere Länder. Entscheidend für den Erfolg ist das Zusammenwirken aller Akteure, das erreichen wir mit einer besseren Vernetzung“, erklärte Minister Schmeltzer. Helfen soll dabei unter anderem die flächendeckende Einrichtung von 30 Integration-Points in NRW als Anlaufstelle für Flüchtlinge mit guter Jobperspektive.

 

Minister Duin: „Eines ist klar: Die Integration der Flüchtlinge beginnt erst gerade und wird viele Jahre dauern. Doch die Praktiker sagen, die Menschen, die kommen, sind jung, meist hoch motiviert und wollen qualifiziert werden. Die Landesregierung sieht gute Chancen, mit ihrer Hilfe dem demografischen Wandel und den damit verbundenen Fach-kräfteengpässen zu begegnen.“

 

Die Teilnehmer der Konferenz verständigten sich u. a. darauf, den Ausbau von Verbundausbildung und ausbildungsbegleitender Sprachförderung in Berufskollegs voran-zutreiben. Es wurde Transparenz vereinbart, um Parallelstrukturen zu vermeiden und alle Ressourcen im Land bestmöglich zu nutzen.

 

Arbeitsminister Schmeltzer: „Wir sehen im Zuzug von Flüchtlingen viele Chancen. Unser Ziel ist es, die Menschen, die zu uns kommen, früh zu qualifizieren und ihnen eine Ausbildungs- beziehungsweise Jobperspektive aufzuzeigen. Darin sehe ich nicht zuletzt für ländlichere Regionen, in denen der Fachkräftebedarf schon heute sichtbar wird, ein großes Potenzial.“

 

Ziel der Landesregierung ist es, die zahlreichen Initiativen aus Wirtschaft und Gewerkschaft aufzugreifen und konstruktiv zu begleiten. Minister Duin: „Probleme löst man nur gemeinsam mit allen Beteiligten. Die Integration von Flüchtlingen ist ein längerer Prozess. Mit dieser Konferenz haben wir gemeinsam mit den Unternehmen einen ersten wichtigen Schritt gemacht. Weitere werden im Rahmen dieser Kooperation folgen.“ Nrw dic

 

 

 

 

 

Bericht im Kabinett. Bundeskinderschutzgesetz wirkt

 

Kinder und Jugendliche werden in Deutschland immer besser geschützt. Das zeigt eine Evaluation des Bundeskinderschutzgesetzes, die Bundesfamilienministerin Schwesig im Kabinett vorgestellt hat. Der Bericht zeigt auch Möglichkeiten, wie der Kindeschutz weiter verbessert werden kann.

 

Der wirksame Schutz von Kindern und Jugendlichen vor Gewalt und Vernachlässigung hat für die Bundesregierung höchste Priorität. Die Regierung betrachtet den Schutz von Kindern und Jugendlichen vor Gefahren für ihr körperliches, geistiges und seelisches Wohl als eine zentrale Aufgabe des Staates. Aus diesem Grund trat vor vier Jahren das Bundeskinderschutzgesetz in Kraft. Fachleute haben nun das Gesetz auf seine Wirksamkeit hin überprüft. Und die Ergebnisse dieser Auswertung sind vielversprechend.

Positive Auswirkungen

In zahlreichen Bereichen des Kinderschutzes hat es in den vergangenen Jahren Verbesserungen

gegeben. So erhalten Eltern und werdende Eltern mehr Informationen über Hilfs- und

Beratungsangebote. Denn ein Ziel des Gesetzes ist die Stärkung der Kompetenzen der Eltern von Anfang an – und das heißt bereits in der Schwangerschaft und rund um die Geburt.

Mitarbeiter in der Kinder- und Jugendhilfe sind verpflichtet, ein erweitertes Führungszeugnis

vorzulegen. Dort sind Vorstrafen vermerkt. Seit Inkrafttreten des Gesetzes wurden so jährlich rund 100 Personen aufgrund einschlägiger Einträge von Tätigkeiten in der Kinder- und Jugendhilfe ausgeschlossen.

Jugendämter erhalten mehr Informationen

Jugendämter informieren sich gegenseitig verstärkt über Hinweise zu Kindeswohlgefährdungen. Wenn eine betreute Familie umzieht, erhält das neue Jugendamt die notwendigen Informationen vom bisher zuständigen Jugendamt, um das Kind wirkungsvoll zu schützen. So wird das so genannte "Jugendamts-Hopping" erschwert.

Für Ärzte ist die Möglichkeit zur Übermittlung von Daten an das Jugendamt in Fällen der

Kindeswohlgefährdung von hoher Bedeutung. Die Möglichkeit wird genutzt und überwiegend positiv bewertet. Das Gesundheitswesen spielt eine große Rolle bei der Aufdeckung von Gefährdungslagen vor allem bei kleinen Kindern.

Das Bundeskinderschutzgesetz steht für umfassende Verbesserungen im Kinderschutz in Deutschland. Es bringt Prävention und Intervention im Kinderschutz gleichermaßen voran und stärkt alle Akteure, die sich für das Wohlergehen von Kindern engagieren – von den Eltern über den Kinderarzt oder die Hebamme bis hin zum Jugendamt oder dem Familiengericht.

 

Zudem geht es darum, dass sich die Akteure verschiedener Disziplinen – zum Beispiel von Kinder- und Jugendhilfe und dem Gesundheitswesen – zum Wohl der Kinder besser austauschen.

Möglichkeiten der Verbesserung

An einigen Punkten sieht der Bericht allerdings bundesgesetzlichen Handlungs- und Prüfbedarf. So raten die Experten zu prüfen, ob Kinder und Jugendliche künftig einem bedingungslosen

Beratungsanspruch erhalten sollten. Bisher haben sie den nur in Notfall- und Konfliktfällen.

Auch bei Pflegefamilien sieht der Bericht noch Verbesserungsmöglichkeiten. Für Kinder sind die Stabilität ihrer Familiensituation und die Kontinuität der personalen Beziehungen von

entscheidender Bedeutung. Das gilt für Pflegekinder in besonderem Maße. Daher soll geprüft werden, ob und wie die Beziehung von Pflegekindern und ihren Pflegefamilien gestärkt werden kann.

Außerdem  raten die Experten zu überprüfen, ob nicht auch die freien Träger verpflichtet werden sollten, ihre bestehenden Standards weiter zu entwickeln und zu verbessern.

Das Bundeskinderschutzgesetz entstand nach intensivem Dialog mit Fachleuten aus Ländern, Kommunen, den Verbänden und der Wissenschaft zustande. Es greift ebenfalls die Erkenntnisse aus der Arbeit an den Runden Tischen "Heimerziehung in den 50er und 60er Jahren" und "Sexueller Kindesmissbrauch" und aus dem Aktionsprogramm "Frühe Hilfen" des Familienministeriums auf. Pib 16.12

 

 

 

 

Berliner Erklärung der Grünen. Integrationsoffensive für ein weltoffenes Deutschland

 

In der Flüchtlingspolitik ist angesichts der unverminderten

Fluchtursachen nicht mit einem Rückgang der Zahl der Schutzsuchenden zu

rechnen. Darauf muss die Politik endlich reagieren - nicht durch

Abschottung und Abwehr, sondern durch die Schaffung sicherer

Einreisewege nach Europa und den Aufbau der notwendigen Infrastruktur

für die Aufnahme und Integration der geflüchteten Menschen.  Wir Grüne

werden das Asylrecht weiter gegen die zynischen Versuche von Seehofer

und Co. verteidigen, es durch Obergrenzen einzuschränken.

 

Deutschland muss sich auf seine Kräfte besinnen. Wir müssen 2016 einen

Schritt weitergehen und umschalten - von der kurzfristigen Nothilfe hin

zum Aufbau einer dauerhaften Willkommens-Infrastruktur. Dazu braucht es

ein zwischen Bund, Ländern und Kommunen abgestimmtes Programm und einen

bundesweiten Investitionspakt. Die Schwerpunkte wollen wir auf die

zentralen Bereiche Bildung und Spracherwerb, Arbeitswelt, Gesundheit und

Wohnen fokussieren. Zur Koordinierung dieser Aufgaben fordern wir ein

Integrationsministerium als Querschnittsressort auf Bundesebene, das in

den Bereichen Einwanderung, Flüchtlingspolitik, Integration und

Staatsangehörigkeitsrecht federführend sein soll.

Wir werden die Bundesregierung an ihrer Zusage messen, die Asylverfahren

beim Bundesamt für Migration und Flüchtlinge in drei Monaten

abzuwickeln, damit Asylsuchende schneller raus kommen aus der

Erstaufnahme und früher Zugang erhalten zu Integrationskursen,

Fortbildung und Arbeitsmarkt oder damit zumindest Klarheit herrscht, ob

sie bleiben können oder nicht.

 

Es ist höchste Zeit, durch humanitäre Visa und großzügige Kontingente

für Flüchtlinge aus Kriegsgebieten sichere und legale Zugangswege nach

Europa zu schaffen, damit die Flüchtlinge nicht mehr auf gefährliche

Routen übers Mittelmeer und den Balkan angewiesen sind. Deutschland muss

sich nachdrücklich für eine solidarische Lösung zur Aufnahme und

Verteilung der Flüchtlinge in der EU einsetzen, die das gescheiterte

Dublin-System ablöst. Wir wenden uns gegen die Einführung von nationalen

Grenzkontrollen innerhalb der EU. Grenzschutz an den europäischen

Außengrenzen ist eine gemeinsame Aufgabe. Die Kontrolle der gemeinsamen

Außengrenzen muss auf geltendem Recht und Menschenrechten beruhen. Sie

darf nicht der Abschottung oder Abschreckung dienen.

 

Wer will, dass weniger Menschen zur Flucht gezwungen werden, muss sich

wirksam mit den vielfältigen Ursachen der Flucht beschäftigen. Die

Beseitigung von Fluchtursachen muss zur Maxime der deutschen und

europäischen Außen-, Entwicklungs-, Wirtschafts- und

Rüstungsexportpolitik werden. Das ist anstrengend und liefert oft keine

kurzfristigen Ergebnisse. Aber wohlfeile Sonntagsreden werden an den

Fluchtbewegungen nichts ändern. Buendnis 90/Die Gruenen 5

 

 

 

 

Hetze nach Silvesterübergriffen: „Keine Pauschalverurteilung“

 

Die Empörung in Deutschland ist groß: Nach den Übergriffen an Frauen in der Silvesternacht fordert Bundeskanzlerin Angela Merkel eine „harte Antwort“ des Rechtsstaats. Justizminister Heiko Maas sagte, dass es „offenbar eine völlig neue Dimension organisierter Kriminalität“ sei. Kölns Oberbürgermeisterin Henriette Reker und Polizeipräsident Wolfgang Albers bezeichneten Vermutungen, wonach es sich bei den Tätern um Flüchtlinge handle, als „absolut unzulässig“. In den sozialen Netzwerken wie Facebook verbreiteten sich derweil massenhaft Hetz- und Hassparolen. Der Polizei lägen keinerlei Hinweise in diese Richtung vor.

Der Kölner Domdechant Robert Kleine sagte dem Domradio, dass man verhindern soll, Flüchtlinge oder bestimmte Ausländergruppen anzuklagen. „Man muss ganz klar trennen: Es darf keine Pauschalverurteilung geben! Es sind immer Einzelne – auch wenn es eine große Anzahl war – und man kann nicht eine Gruppe oder Nationalität dafür verantwortlich machen. Das darf nicht dazu führen, dass Scharfmacher oder Populisten dies für Anti-Flüchtlingshetze ausnützen.“

Im Hinblick auf den bevorstehenden Karneval will die Stadt Köln die Polizeipräsenz deutlich erhöhen. Uniformierte und zivile Kräfte sollen eingesetzt und mobile Videoanlagen eingerichtet werden. „Wir sind immer stolz darauf, eine tolerante und lebensfrohe Stadt zu sein“, so der Kölner Domdechant weiter. „Die Frauen, die da waren, wollten Silvester feiern. Dass dies ausgenutzt wird, das ist unmöglich. Da muss man zusammen mit Politik und Polizei dafür sorgen, dass sich vor allem an den Karnevalstagen sowas nicht wiederholt.“

Auch der Kölner Dompropst Gerd Bachner zeigt sich entsetzt über die sexuellen Übergriffe in der Silvesternacht. Die Vorfälle seien nicht hinnehmbar, betont Bachner. Er spricht sich für eine besonnene Aufklärung aus. Die Vorfälle beträfen „natürlich auch den Dom“, sagte er am Dienstag der Katholischen Nachrichten-Agentur in Köln. Rund um das Gotteshaus liege zwar städtisches Gelände, aber zum Dom gehöre auch seine Umgebung.

„Die Nachricht über die Gewalt in der Neujahrsnacht vor dem Kölner Hauptbahnhof in unmittelbarer Nachbarschaft des Doms hat mich schockiert“, erklärte Bachner. Er sei betroffen, dass Menschen, „die hier in unserer Stadt friedlich den Beginn des neuen Jahrs feiern wollten, auf diese Weise angegriffen wurden“. Die Vorfälle seien nicht hinnehmbar, betonte Bachner: „Dabei ist es jetzt vor allem wichtig, besonnen zu handeln, die Vorfälle sorgfältig aufzuklären und keine voreiligen Schlüsse zu ziehen.“

Mehrere Gruppen junger Männer hatten in kleineren Gruppen in der Silvesternacht offenbar vor allem Frauen umringt, bedrängt und zum Teil massiv sexuell belästigt und bestohlen. Die Zahl der Anzeigen stieg am Dienstag auf 90. Laut Angaben der Stadt Köln hätten sich zur Zeit der Taten etwa 1.000 Menschen auf dem Platz vor dem Hauptbahnhof befunden, von 1.000 Tätern zu sprechen sei hingegen falsch. domradio/nzz 06.01.

 

 

 

 

Hass im Netz. Unternehmen wollen Hetze im Internet konsequenter löschen

 

Hassparolen sollen künftig nach spätestens einem Tag aus dem Internet verschwinden. Das ist ein Ergebnis der von Justizminister Maas ins Leben gerufenen Task Force. Die Grünen warfen dem Minister vor, sich von Facebook & Co. vorführen zu lassen.

 

Hasskommentare sollen im Internet künftig nur noch eine maximale Verweildauer von 24 Stunden haben. Darauf verständigten sich die Vertreter von Bundesjustizministerium, Internetunternehmen und zivilgesellschaftlichen Organisationen in der von Bundesjustizminister Heiko Maas (SPD) ins Leben gerufenen Task Force. Maas sagte am Dienstag in Berlin, es gehe um Äußerungen, die mit Aufrufen zu Gewalt oder volksverhetzenden Inhalten die Grenze zur Meinungsfreiheit überschreiten.

Dem Justizminister zufolge hat deren Zahl im Netz deutlich zugenommen. Maas versucht bereits seit längerem Unternehmen wie Facebook, die nicht an deutsches Recht gebunden sind, zu einem konsequenteren Vorgehen gegen Hasskommentare zu bewegen. Vor allem gegen Flüchtlinge wird im Internet gehetzt.

Den Verabredungen der Task Force zufolge verpflichten sich nun die Internetunternehmen, konkrete Meldungen von Nutzern über hasserfüllte Postings auf Grundlage des deutschen Rechts zu prüfen und gegebenenfalls innerhalb von 24 Stunden zu entfernen. Die Unternehmen verpflichten sich zudem, anwenderfreundliche Beschwerdesysteme zur Verfügung zu stellen und deutschsprachige Experten zur Überprüfung der Inhalte einzusetzen. Neben Facebook sind auch Google samt dem Tochterunternehmen YouTube sowie Twitter in der Task Force vertreten.

Richard Allen von Facebook Europe und Arnd Haller, Justiziar bei Google Deutschland, versprachen am Dienstag, genügend Personal vorzuhalten, um Inhalte zu prüfen. Wie viel genau sie investieren wollen, blieb allerdings offen.

Die Grünen erklärten daraufhin, Maas lasse sich von Facebook vorführen. Die Bundesregierung müsse dafür sorgen, dass diejenigen, die Hass und Hetze verbreiten, konsequent zur Rechenschaft gezogen würden, erklärten die Fraktionsvorsitzende Katrin Göring-Eckardt und ihr Stellvertreter Konstantin von Notz.

Maas kündigte darüber hinaus am Dienstag an, sich für eine intensivere Zusammenarbeit der Behörden bei Hass-Kommentaren einzusetzen. Auch die Justiz dürfe kein Auge zudrücken, sagte Maas. Es sei zu begrüßen, dass entsprechende Fälle zunehmend verfolgt würden.

Vertreter der zivilgesellschaftlichen Organisationen, die ebenfalls in der im September gestarteten Task Force vertreten sind, lenkten den Blick auf Inhalte, die zwar hasserfüllt, aber strafrechtlich nicht relevant sind. Der Vorsitzende des Vereins „Gesicht zeigen“, Uwe-Karsten Heye, sagte, man stehe erst „am Anfang eines notwendigen Diskurses“. Er forderte die Politik dazu auf, mehr über die Zusammenhänge von Rechtsextremismus und sinkenden Hemmschwellen in Internet-Kommentaren zu erforschen und dagegen vorzugehen.

Anetta Kahane, Vorsitzende der Amadeu Antonio Stiftung, sagte, es werde auch eine finanzielle und praktische Unterstützung einer „digitalen Zivilgesellschaft“ benötigt, die hasserfüllten Postings Gegenargumente vorhalte, sogenannte Counter Speech. Nur durch Löschen sei das Problem nicht gelöst, sagte sie.

Auch Justizminister Maas sieht nicht nur Facebook & Co in der Pflicht, sondern machte deutlich, dass er sich mehr Engagement jedes Einzelnen bei Hass im Netz wünsche. „Das, wogegen wir vorgehen, schreiben nicht die Unternehmen ins Netz, sondern unsere Nachbarn“, mahnte er. (epd/mig 16.12.)

 

 

 

EU-Binnenmarkt: Freifahrt für Sozialdumping

 

Kommissionspräsident Jean-Claude Juncker hat Vorschläge für einen reformierten EU-Binnenmarkt präsentiert: Der soll „tiefer“ und „fairer“ werden. In der öffentlichen Diskussion scheint es, als gehe es dabei vor allem um Verbraucherschutz – etwa darum, Videostream- Abos leichter im Urlaub zu nutzen. Einen „extremen Etikettenschwindel“ nennt das die IG BAU: Die Deregulierung, die Juncker anstrebt, sei ein Freifahrtschein für Scheinselbstständigkeit und Mindestlohnbetrug.

Die Kommission werde „die grenzüberschreitende Mobilität“ für Unternehmen und Arbeitnehmende erleichtern, hatte Juncker im November angekündigt. Der „Deep Single Market“, wie die Kommission ihr geplantes Maßnahmenpaket nennt, werde die Anerkennung beruflicher Qualifikationen verbessern. Kleine Unternehmen könnten ihre Dienstleistungen leichter EU-weit erbringen und zu „europäischen Akteuren größeren Formats“ werden.

Die IG Bau fürchtet jedoch unter anderem, dass Unternehmen sich künftig in jedem Mitgliedstaat bestätigen lassen können, dass sie die Gesetze des Ziellandes einhalten. So könnte etwa eine bulgarische Behörde bestätigen, dass das Unternehmen seinen in Deutschland arbeitenden Beschäftigten den Mindestlohn zahlt. „Durch die Hintertür soll das bereits 2006 am Widerstand der Gewerkschaften weit gehend gescheiterte Herkunftslandprinzip offenbar doch noch eingeführt werden“, sagt der IG BAU Bundesvorsitzende Robert Feiger. Dies sei ein „neoliberaler Angriff auf Arbeitnehmerrechte“.

Weiterhin will Juncker Unternehmern ermöglichen, so genannte „Ein-Personen-Gesellschaften“ (kurz: SUP, von Societas Unius Personae) zu gründen. Dabei handelt es sich um Kapitalgesellschaften, ähnlich den deutschen GmbHs, mit nur einem Gesellschafter und extrem geringem Stammkapital. Nach Meinung der IG Bau und vieler anderer Organisationen erleichtern die SUPs Lohn- und Sozialleistungsbetrug durch Briefkastenfirmen und Scheinselbstständigkeit. Schließlich will Juncker einen so genannten Dienstleistungs-Pass („Services Passport“) als Qualifikationsnachweis schaffen um reglementierte Berufe zu „modernisieren“. So könnte künftig beispielsweise ein slowakischer Maurer in Deutschland seine Arbeit anbieten, ohne einen Meisterbrief zu benötigen.

Forum Migration Januar 2016

 

 

 

Regierungserklärung der Kanzlerin. Merkel: Abschottung ist keine Option

 

Kein europäisches Land könne die aktuellen Herausforderungen allein bewältigen. Dies betonte

Kanzlerin Merkel in ihrer Regierungserklärung im Vorfeld des Europäischen Rates. Gerade Deutschland habe eine besondere Verantwortung, sich für den europäischen Zusammenhalt einzusetzen.

 

"Abschottung ist im 21. Jahrhundert keine vernünftige Option", sagte Bundeskanzlerin Angela Merkel in ihrer Regierungserklärung vor dem Deutschen Bundestag. Keinem Land werde es allein gelingen, sich etwa im internationalen wirtschaftlichen Wettbewerb, in der Flüchtlingskrise oder bei der Terrorismusbekämpfung allein zu behaupten. "Deshalb dürfen wir gerade in schwierigen Zeiten nicht der Versuchung erliegen, in nationalstaatliches Handeln zurückzufallen."

Offene Binnengrenzen und die gemeinsame europäische Währung zählten zu den wichtigsten europäischen Errungenschaften, von denen Deutschland besonders profitiere. Diese gelte es zu wahren und zu schützen, so die Kanzlerin

Solidarität mit Frankreich – Kampf gegen den IS

Merkel erinnerte an die schrecklichen Terroranschläge von Paris. Es sei "selbstverständlich, dass wir nach den schrecklichen Anschlägen von Paris fest an der Seite unserer französischen Nachbarn stehen."

Der IS sei eine globale Bedrohung für Frieden und Sicherheit. Man müsse sich der gemeinsamen Bedrohung auch gemeinsam entschlossen entgegen stellen. Bei dem militärischen Engagement Deutschlands in Syrien und dem Einsatz für eine politische Lösung gelte aber immer: "Assad kann niemals Teil einer langfristigen Lösung sein", so die Kanzlerin.

Nicht erst seit dem Entschluss für ein militärisches Engagement gegen den IS stehe Deutschland im Fadenkreuz des internationalen Terrorismus. Doch "unsere Art zu leben, unsere Freiheit, unser Rechtstaat – sie sind so viel stärker als jeder Terror", betonte Merkel.

Der Europäische Rat am 17. und 18. Dezember werde sich mit gemeinsamen Maßnahmen zur

Terrorismusbekämpfung befassen. Wichtig sei die europäische Zusammenarbeit: Der

Informationsaustausch zwischen den Mitgliedstaaten soll verbessert und die Finanzierung

terroristischer Organisationen erschwert werden, erläuterte Merkel. Die Einigung auf die

Speicherung von Fluggastdaten trage zu mehr Sicherheit bei.

Ukraine-Konflikt: Sanktionen verlängern

Mit Blick auf den Ukraine-Konflikt sagte die Bundeskanzlerin, das Minsker Maßnahmenpaket vom Februar habe immerhin zu einer Beruhigung der Lage, wenn auch nicht zum völligen Erliegen der Kampfhandlungen beigetragen.

Sie betonte: "Eine mögliche Aufhebung der Sanktionen gegen Russland ist mit der vollständigen Umsetzung des Minsker Pakets verknüpft – das haben wir noch nicht erreicht." Deshalb werde sie sich gemeinsam mit Außenminister Steinmeier dafür einsetzen, dass die bestehenden Sanktionen verlängert und die Minsker Vereinbarungen auch in vollem Umfang eingehalten werden.

Großbritannien: aktiver Partner in einer starken EU

Die Kanzlerin ging in ihrer Rede auch auf die Reformwünsche Großbritanniens ein. Die

Bundesregierung beteilige sich konstruktiv an den Verhandlungen, sagte sie. Jedoch "wollen und werden wir die grundlegenden Errungenschaften der europäischen Integration nicht in Frage stellen."

 

Die Freizügigkeit  und die Nichtdiskriminierung anderer EU-Bürger würden nicht zur Disposition stehen.  Deutschland wünsche sich, dass Großbritannien ein aktiver Partner in einer starken EU bleibe. Ohne Großbritannien würde die EU deutlich an Gewicht verlieren.

Merkel weiter: "Europa muss auf einem soliden wirtschaftlichen Fundament stehen, um auch alle anderen Herausforderungen überhaupt bewältigen zu können." Daher sei es elementar, dass der EU-Binnenmarkt gestärkt werde. Der digitale Binnenmarkt, aber auch die Energieunion müssten vorangetrieben werden.

Schutz der EU-Außengrenzen elementar

Zur Flüchtlingskrise sagte die Kanzlerin, dass die bereits beschlossenen Maßnahmen konsequent umgesetzt werden müssten. Vor allem die EU-Außengrenzen müssten geschützt werden. Die Europäische Kommission habe wichtige Vorschläge für einen europäischen Grenz- und Küstenschutz gemacht.

Die Vorschläge würden nicht nur in die richtige Richtung gehen, sondern seien "in ihrer Reichweite noch vor einem Jahr kaum vorstellbar gewesen". Sie werde sich dafür einsetzen, dass diese "möglichst rasch beraten und verabschiedet" werden könnten. Weiter forderte die Kanzlerin einen dauerhaften Verteilungsmechanismus für Flüchtlinge in Europa.

In der Flüchtlingskrise bleibe die Türkei ein Schlüsselpartner, so Merkel. Hier sei es wichtig, die vereinbarte Bereitstellung von drei Milliarden Euro durch die EU voranzubringen. Denn je besser die Lebensbedingungen für Flüchtlinge in der Türkei seien, desto weniger Flüchtlinge würden sich auf den Weg nach Europa machen.

Angesichts der bevorstehenden Syrien-Konferenz in London erklärte die Kanzlerin: "Der britische Premierminister, meine norwegische Kollegin, der Emir von Kuwait und ich werden am 4. Februar eine Konferenz durchführen, bei der wir versuchen werden, möglichst viel Geld zusammen zu bekommen, das für UNHCR und Welternährungsprogramm für 2016 notwendig ist, damit nicht von Monat zu Monat wieder das Fragezeichen besteht: Haben wir genug Geld oder haben wir nicht genug Geld?" Dieser Zustand sei nicht zumutbar, so Merkel. Pib 16

 

 

 

 

 

Bürger statt Bomben: Was der Friede im Orient braucht

 

„Nichts ist verloren durch den Frieden, alles kann verloren werden durch den Krieg.“ rief Papst Pius XII. am 24. August 1939 den Staatenlenkern zu, als über Europa die Furcht vor einen nahenden Krieg umherging. Die Worte des Papstes halfen nichts. Wenige Tage später, am 1. September 1939, entfesselte Hitler in Europa den Zweiten Weltkrieg. Der Westen beginnt dieser Tage erneut, gegen den Terror in den Kampf zu ziehen, dieses Mal gegen den IS. Sind die Worte des Papstes auch heute, in unseren gegenwärtigen Konflikten, noch aktuell?

 

Clausewitz: Krieg ist Zwang

Der preußische General Carl von Clausewitz schrieb in seinem Buch „Vom Kriege“, dass jeder Krieg ein Akt der Gewalt sei zu dem Zweck „den Gegner zur Erfüllung unseres Willens zu zwingen“. Krieg ist also Zwang, der nicht nur den unmittelbar Beteiligten, also den Soldaten, auferlegt wird, sondern auch den Menschen, die im Gebiet der Kampfhandlungen leben. Das Ziel kann dabei durchaus verständlich sein, etwa die Niederschlagung des IS. Doch Frieden kann nicht kurzfristig erbombt, sondern er muss auch langfristig aufrechterhalten werden.

 

Seit 100 Jahren versucht der Westen, die Völker des Orients zum Frieden zu zwingen. Die alten Mächte errichteten Kolonien, genannt Mandatsgebiete, steckten Grenzen neu, förderten Diktatoren, marschierten mit ihren Truppen ein und wieder ab. Denn wer zum Frieden zwingen will, der muss die Gezwungenen auch ständig kontrollieren. Das kann er entweder durch eigene Truppen erledigen oder er kann diese Aufgabe delegieren. Doch diese Konzepte sind gescheitert.

 

Frieden durch Krieg: Ein gescheitertes Konzept

Das führt die aktuelle Sicherheitslage vor Augen. Kenneth Roth, Executive Director von Human Rights Watch, zeigte das im März in Frankfurt. Laut Roth hängt der Aufstieg des IS mit der Politik der irakischen Regierung zusammen. Unter Ministerpräsident al-Maliki seien die Sunniten in den vergangenen Jahren massiv diskriminiert worden. Die Ungerechtigkeiten und Übergriffe des Sicherheitsapparats hätten immer mehr zugenommen. Viele Sunniten, gerade ihre Eliten, hielten es daher für besser, unter der Herrschaft des IS zu leben.

 

Doch auch der ständige Einsatz von westlichen Truppen ist keine Lösung, wie das Beispiel Afghanistan zeigt. Zwar herrschte eine gewisse Ruhe, solange die NATO-Soldaten in großer Zahl vor Ort waren. Doch die Regierungen können ihren Wählern eine ewige Präsenz der Truppen in fernen Weltgegenden nicht mehr erklären. Das koloniale Zeitalter, indem Großbritanniens Arbeiter bereitwillig höhere Steuern für die Navy zahlten um das Empire zu verteidigen, sind vorbei.

 

Alternativen für den Nahen Osten

Für Roth bieten daher Krieg und Zwang keine Lösung. Er schlägt ein Gegenmodell vor: Entwicklung und Freiheit. Denn wenn sich Regionen entwickeln könnten und den Menschen eine Perspektive böten, neigten die Menschen der zivilen Perspektive zu. Nur wer keine Alternative mehr sehe, wähle Krieg und Terror. Denn mit Ausnahme weniger Fanatiker sei das für die Menschen immer die schlechtere Wahl.

 

Roth führt in diesem Kontext einen fast vergessenen Schlüsselbegriff ein: Die Menschenrechte. Entwicklungen im wirtschaftlichen und rechtlichen Sinne sind in der Geschichte meistens mit ihnen verbunden gewesen. Sie sind also keine “lockeren Werte”, so Roth, sondern die Basis zur Lösung von Konflikten.

 

Keine Freiheit im Orient. Auch dank des Westens

Gerade an Menschenrechten, besonders an Freiheit, fehlt es aber im Nahen Osten. Abgesehen von Israel ist kein Staat dieser Region eine freiheitliche Demokratie, in der Menschen frei nach ihrem Glück streben können. Selbst die Türkei, der liberalste Staat der Region, der offiziell säkular ist, tendiert unter der AKP-Regierung eher zu Repression als zu einer freiheitlichen Gesellschaft. In den anderen Ländern herrschen entweder mehr oder weniger chaotische Zustände, wie im Libanon und im Irak oder säkulare Diktaturen wie in Ägypten bzw. absolute muslimische Monarchien wie Saudi-Arabien und Kuweit.

 

Der Westen hat das akzeptiert. Es ist selten, dass sich europäische Regierungen oder die USA aktiv für die Förderung von Menschenrechten einsetzen. Dabei ist die Region gerade derzeit enorm von Europa abhängig. Nikolaus Busse schrieb am 25.12. in der FAZ, der niedrige Ölpreis setze den Golfstaaten immer mehr zu. Sie müssten Kürzer treten. Für die Verwirklichung ihrer politischen Ziele und der Diversifizierung ihrer Wirtschaft werden sie in naher Zukunft auf die Hilfe Europas angewiesen sein. Das ist eine Chance mit weniger Aufwand als bisher für die Menschenrechte einzutreten. Das ist wichtig, denn bislang sind sie Europa kaum etwas wert. Dabei hat der Westen nicht nur die Idee, sondern auch gleich das dazu gehörende Gesellschaftsmodell hervorgebracht.

 

Politischer Einfluss durch Förderung der Zivilgesellschaft

Die Zivilgesellschaft, das freie Bürgertum, das nach wirtschaftlichem Erfolg, Unabhängigkeit und politischer Partizipation strebt, taucht als Phänomen immer wieder in der Geschichte auf. In der modernen europäischen und amerikanischen Entfaltung hat es bislang seine wirkmächtigste und längste Blütezeit gefunden. Die dadurch geprägten Gesellschaften sind attraktiv, die aktuellen Flüchtlingsströme zeigen das. Natürlich ist ein Modell nicht beliebig übertragbar, die westliche Zivilgesellschaft kann nicht einfach in Kabul oder Teheran eingepflanzt werden.

 

Aber der Westen kann jene Tendenzen fördern, die für Europas Entwicklung wichtig waren: Meinungsfreiheit, Erwerbsfreiheit, Eigentumsrechte, Selbstorganisation. Was die Menschen im Nahen Osten damit machen, ist ihnen selbst überlassen. Der Westen muss auch Entwicklungen akzeptieren, die anders sind als in seiner eigenen Tradition. Auch in Europa ging nicht alles glatt. Jahrhunderte der Kämpfe, Konflikte und Revolutionen haben die Entwicklung begleitet. Mit dieser Erfahrung kann der Westen den Gesellschaften helfen sich zu entwickeln, wenn diese das wollen. Nicht nur aus Nächstenliebe, sondern auch aus Eigeninteresse.

 

Das Werk der Menschenrechte ist der Friede

Wenn Freiheit die Lösung für Konflikte ist, dann ist Krieg der falsche Weg, da er immer Zwang bedeutet. Wenigstens mittelfristig. Militärische Operationen können mitunter notwendig sein, denn der IS lässt sich nicht kurzfristig über die Entwicklung einer Zivilgesellschaft stoppen. Doch bei den notwendigen Kampfhandlungen ist Achtsamkeit geboten. Der spanische Jesuit Luis de Molina betont in seinem Thomaskommentar, für eine gerechte Kriegsführung müssten Mittel und Ziel übereinstimmen. Wenn der Westen mit seinen Maßnahmen nicht noch mehr Schaden anrichten will, darf er keinen langen Krieg führen, bei dem er seine Ressourcen in Bomben verbraucht.

 

In einer globalisierten Welt muss der Westen die Welt mitgestalten. Aber er kann nicht nur die kurzfristige Lösungen wählen. Mittel- und langfristige Konzepte müssen her, um den Frieden zu sichern. Der Wahlspruch von Pius XII. lautete: Opus iustitiae pax – Das Werk der Gerechtigkeit ist der Friede. Für die Regierungen heute gilt: Das Werk der Menschenrechte ist der Friede.  Maximilian Röll

 

 

 

 

Tabakerzeugnisgesetz im Kabinett. Vor den Gefahren des Rauchens schützen

 

Den Konsum von Tabak und elektronischen Zigaretten einzudämmen und vor allem Jugendliche vom Einstieg abzuhalten, ist das Ziel eines neuen Tabakerzeugnisgesetzes. So soll Tabakwerbung in Presse, Internet, Funk und Fernsehen verboten werden. Das Bundeskabinett hat den Entwurf beschlossen.

 

Rauchen schadet der Gesundheit. Rund 110.000 Todesfälle pro Jahr in Deutschland sind unmittelbar auf das Rauchen zurückzuführen. Das geht aus dem aktuellen Drogen- und Suchtbericht der Drogenbeauftragten der Bundesregierung, Marlene Mortler, hervor. Das Deutsche Krebsforschungszentrum schätzt die direkten und indirekten Kosten des Rauchens auf rund 79 Milliarden Euro pro Jahr. Die Sozialkassen werden davon mit rund 25,4 Milliarden Euro belastet.

Mit dem Gesetzentwurf setzt die Bundesregierung die EU-Tabakproduktrichtlinie um. Die EU-Richtlinie ist bis 20. Mai 2016 in innerstaatliches Recht umzusetzen. Dabei sind bestimmte Übergangsfristen einzuhalten.

Was wird geregelt?

Künftig sind Zigaretten und Tabak zum Selbstdrehen verboten, wenn sie ein charakteristisches Aroma haben, Aromastoffe oder technische Merkmale aufweisen, die den Geruch, Geschmack oder die Rauchintensität verändern. Ebenso, wenn der Filter, das Papier oder Kapseln Tabak oder Nikotin enthalten.

EU-weit einheitliche Vorschriften sorgen dafür, dass alle Tabakprodukte überwacht und Verbraucher vor Täuschung geschützt werden. Außerdem können Ursprung und Echtheit der Tabakprodukte durch individuelle und fälschungssichere Merkmale zurückverfolgt werden.

Für neuartige Tabakprodukte ist künftig ein Zulassungsverfahren erforderlich. Erstmals wird auch das Inverkehrbringen nikotinhaltiger elektronischer Zigaretten und Nachfüllbehälter geregelt und es werden Anforderungen an ihre Sicherheit gestellt. Für sie gelten dann weitgehend die gleichen Werbebeschränkungen, wie sie für andere Tabakerzeugnisse bereits bestehen. Alle Tabakerzeugnisse müssen zudem gesundheitsbezogene Warnhinweise tragen, die aus einer Kombination von Bild und Text bestehen.

Werbebeschränkungen bei Tabakerzeugnissen

Verboten ist Tabakwerbung in der Presse und in anderen gedruckten Veröffentlichungen sowie im Internet, im Hörfunk und Fernsehen. Tabakunternehmen dürfen außerdem keine Hörfunkprogramme, Veranstaltungen oder Aktivitäten sponsern, die grenzüberschreitende Wirkung haben. Das Verbot betrifft auch audiovisuelle Mediendienste und Sendungen, die vom klassischen Fernsehen ausgestrahlt werden. Ebenso Mediendienste auf Abruf, wie zum Beispiel video-on-demand.

Als Sponsoring gilt ein Beitrag von Unternehmen zur Finanzierung von audiovisuellen Mediendiensten oder Sendungen mit dem Ziel, zum Beispiel ihren Namen oder ihre Marke zu fördern. Außerdem ist eine Produktplatzierung, das product placement, von Tabakerzeugnissen oder Tabakunternehmen in audiovisuellen Sendungen, einschließlich Fernsehen, verboten.

Elektronische Zigaretten

Bei elektronischen Zigaretten, Shishas, Zigarren und Pfeifen wird eine nikotinhaltige oder

nikotinfreie Flüssigkeit verdampft und vom Konsumenten inhaliert. Bislang gibt es dafür in

Deutschland keine spezifischen Regelungen. Pib 16

 

 

 

 

NRW. Integration, Ausbildungsmarkt und Inklusion in den Fokus Schwerpunktthemen für das Jahr 2016

 

Nach einhundert Tagen im Amt als Minister für Arbeit, Integration und Soziales des Landes Nordrhein-Westfalen hat Rainer Schmeltzer in Düsseldorf seine Schwerpunkte für das Jahr 2016 vorgestellt.

 

Angesichts der Aufnahme von rund 300.000 Geflüchteten im Jahr 2015 in NRW, „ist die Integrationsaufgabe ohne Zweifel eine große Herausforderung. Wir können sie aber bewältigen, wenn wir systematisch und unaufgeregt handeln. Und genau das werden wir tun“, sagte Minister Schmeltzer. NRW habe längst begonnen, die Strukturen im Land deutlich auszubauen, mit dem Ziel, das herausragende ehrenamtliche Engagement weiter zu stärken, Sprachangebote zu koordinieren und auszuweiten und Geflüchteten Perspektiven in Ausbildung und Arbeit zu eröffnen.

 

Dies werde 2016 konsequent fortgesetzt, erklärte Minister Schmeltzer. Aus dem rund 13,4 Millionen Euro schweren Programm „KommAn-NRW“ werden rund 7,7 Millionen allein für die direkte Unterstützung des Ehrenamtes in die Kommunen fließen. Druckfrisch gibt es aus dem Integrationsministerium die Broschüre „Ankommen in Nordrhein-Westfalen“, die Geflüchteten Orientierungshilfe sein soll. Diese nützlichen Hinweise wird es im handlichen A5-Format in zahlreichen Sprachen vor Ort geben und ab sofort zum Herunterladen im Internet.

 

In Kürze wird es eine zweite Broschüre zum Thema Werte in unserer Gesellschaft geben. „Unsere freiheitlich-demokratische Grundordnung muss von allen in Deutschland lebenden Menschen eingehalten werden. Dies zu vermitteln gehört zu unseren Aufgaben. Es funktioniert aber nicht durch eine Unterschrift auf einer Verpflichtungserklärung, die Überreichung des Grundgesetzes im Taschenformat oder andere bloße Symbolik“, betonte Minister Schmeltzer.

 

Beim Thema Integration in Arbeit und Ausbildung funktioniere die Kooperation mit der Bundesagentur für Arbeit gut. Es werden in diesem Jahr flächendeckend in NRW Integration Points eingerichtet. Hier haben die Geflüchteten mit guter Perspektive eine zentrale Anlaufstelle, wo sie alles Notwendige „unter einem Dach“ erledigen können. Der bundesweit erste Point ist im September 2015 in Düsseldorf an den Start gegangen. Das gibt es so nur in NRW.

 

Das Arbeits- und Integrationsministerium bietet zudem seit Herbst 2015 im Rahmen des Programms „Early Intervention NRW+“ Basissprachkurse für Geflüchtete mit guter Jobperspektive an. Dies ist ein Programm, ebenfalls in Zusammenarbeit mit der Bundesagentur für Arbeit (BA), das es so flächendeckend bundesweit nur in NRW gibt. Bei diesem aufsuchenden Ansatz geht ein Talentscout der BA in Erstaufnahmeeinrichtungen, schaut nach Menschen mit guter individueller Bleibe- und einer Jobperspektive, berät und begleitet sie beispielsweise bei der Anerkennung von im Ausland erworbenen Berufsabschlüssen. „Dieses Angebot wird es so lange wie notwendig geben“, bekräftigte Minister Schmeltzer.

 

Darüber hinaus ist von Minister Schmeltzer, gemeinsam mit Wirtschaftsminister Garrelt Duin, auf der Konferenz am 14. Dezember 2015 mit Wirtschaft, Gewerkschaft und Bundesagentur eine enge und kontinuierliche Vernetzung vereinbart worden, um Angebote von Wirtschaft und Politik effektiv zusammenzubringen. Das nächste Treffen auf Arbeitsebene findet in der kommenden Woche statt.

 

Schwerpunkt Ausbildung

Als präventive Maßnahme werden die Anstrengungen beim Thema Ausbildung verstärkt. „Jeder Jugendliche, der eine Ausbildung anfängt und beendet, ist ein Gewinn für die Gesellschaft. Jeder, den wir zu spät erreichen, wird zur Hypothek“, sagte Schmeltzer. Der Minister wird in diesem Frühjahr wie angekündigt in unterschiedliche Regionen fahren, um der Umsetzung regionaler Handlungspläne bei der Vermittlung zwischen Jugendlichem und Betrieb Nachdruck zu verleihen. „Beinahe 6.700 Jugendliche ohne Ausbildungsperspektive sind kein befriedigendes Ergebnis“, so Schmelzer, der bereits für Anfang März zum nächsten Spitzengespräch mit den Partnern im Ausbildungskonsens geladen hat.

 

Schwerpunkt Inklusion

Um die Inklusion in NRW weiter voranzubringen, wird der Sozialminister die Einrichtung von Kompetenzzentren für selbstbestimmtes Leben forcieren: „Die Zentren werden als Anlaufstelle und zur Unterstützung behinderter Menschen in unserem Land einen wichtigen Beitrag zur Inklusion leisten. In keinem anderen Bundesland gibt es etwas Vergleichbares.“ Die Vorreiterrolle Nordrhein-Westfalens, die auch beim vom Kabinett verabschiedeten Inklusionsstärkungsgesetz deutlich werde, will Minister Schmelzer kontinuierlich ausbauen: „Ich rechne mit einer Verabschiedung des Gesetzes noch im ersten Halbjahr 2016.“ Dies werde ein weiterer wichtiger Schritt in Richtung inklusive Gesellschaft, weil das Gesetz Ansprüche festschreibe. „NRW ist hier auf einem guten Weg und deutlich weiter als andere“, sagte Minister Schmeltzer. nrw

 

 

 

 

Studie. Assimilationsdruck macht Jugendliche radikal

 

Wie kann es sein, dass junge Menschen sich dem Terrorismus hingeben, Attentate planen im Namen des Islam und sie ausführen? Einer jetzt veröffentlichte Studie nach sind Assimilationsdruck, Islamophobie oder fehlende Anerkennung wesentliche Faktoren.

 

Eine kleine Zahl von Immigranten wendet sich gegen die westliche Gesellschaft, in der sie leben. Wie kann es sein, dass es junge Menschen gibt, die etwa im demokratischen Frankreich oder Belgien aufgewachsen, oft sogar geboren sind, sich dann aber als Kämpfer an dem so genannten „Heiligen Krieg“ beteiligen, Attentate planen und ausführen? Welche Faktoren führen dazu, dass diese Menschen zu Terroristen werden? Eine Befragungsstudie unter Beteiligung der Jacobs University aus Bremen hat jüngst die psychologischen Prozesse untersucht, die einer Radikalisierung vorausgehen.

Einer der Schlüsselfaktoren für das Abgleiten von muslimischen Immigranten in die Radikalität sei die Frage der kulturellen Zugehörigkeit, so die Autoren der Studie. Besonders gefährdet seien diejenigen, die kulturell heimatlos seien, die sich weder mit der vorherrschenden Kultur ihrer Herkunftsländer noch mit der ihrer Ankunftsländer identifizieren. Dieser Prozess der Marginalisierung verschärfe sich, je mehr diese Personen ausgegrenzt werden, sich diskriminiert fühlen und den Verlust von persönlicher Bedeutung erfahren. Radikale Gruppen seien für diesen Personenkreis attraktiv, weil sie nach dem Freund-Feind-Schema ein klares Zugehörigkeitsgefühl vermitteln.

Wer auf Integration setzt, will teilhaben

Die Studie mit dem Titel „The Struggle to Belong: Immigrant Marginalization and Risk for Homegrown Radicalization“ (Der Kampf um Zugehörigkeit: Die Marginalisierung von Immigranten und das Risiko einer hausgemachten Radikalisierung) basiert auf der Befragung von 464 Muslimen, davon 204 in Deutschland, die zwischen Dezember 2013 bis Juni 2014 durchgeführt wurde. Die Befragung wandte sich gezielt an junge, gut gebildete Muslime. Etwa die Hälfte der Befragten waren Studierende.

Unterschieden wird in der Studie zwischen vier Strategien der „Akkulturation“, der Begegnung mit der neuen Kultur, die Immigranten anwenden. Zum einen ist da die Assimilation, die vollständige Anpassung unter Aufgabe der Heimatkultur. Ihr gegenüber steht die Marginalisierung, die fehlende Teilhabe an der Aufnahmekultur ohne an der Heimatkultur festzuhalten. Die Separation hingegen vermeidet jeden Kontakt mit der Aufnahmekultur und verlässt sich auf die Heimatkultur. Wer auf die Integration setzt, will teilhaben an der neuen Kultur ohne die alte aufzugeben.

Assimilationsdruck

89 Prozent der Befragten gaben an, sie fühlten sich als Teil von Deutschland. Gleichzeitig herrschte der Eindruck vor, dass die Deutschen von ihnen eine Assimilierung erwarten, die die Immigranten aber mehrheitlich ablehnen. 77 Prozent stimmten der Aussage zu, in Deutschland gebe es ein nicht unerhebliches Ausmaß an Islamophobie. Wobei weniger als zehn Prozent selbst Opfer von Diskriminierung aufgrund ihrer Religion oder Kultur geworden sind. Auffällig ist: Je stärker die Teilnehmer sich diskriminiert fühlten, desto weniger waren sie bereit, die Werte ihrer Herkunftsländer zugunsten der in ihrer neuen Heimat vorherrschenden zurückzustellen.

„Unsere Studie belegt: Je mehr die Immigranten sich respektiert fühlen, desto weniger anfällig sind sie für eine Radikalisierung“, sagt Dr. Marieke van Egmond, Co-Autorin der Studie und Psychologin. Klaus Boehnke, Professor für Social Science Methodology, ergänzt: „Wir sollten uns in Deutschland darauf konzentrieren, Integration nicht nur in einem formalen Sinne zu verbessern, also etwa den Sprachunterricht oder die kulturelle Bildung, sondern wir sollten Respekt für andere Lebensweisen zum Ausdruck zu bringen. Insbesondere mangelnde Anerkennung für die Lebensleistung von jungen Immigranten ist kontraproduktiv. Es wurden ganz überwiegend Muslime mit einem erfolgreichen Bildungswerdegang befragt. Denen mangelt es nicht an formaler Integration, sondern an Anerkennung. Dies wirft sie zurück auf Lebenssichten, die in der Herkunftskultur ihrer Eltern eigentlich gar nicht mehr favorisiert werden, etwa der Überzeugung, man müsse sich am Dschihad beteiligen.“ (eb 18)

 

 

 

 

 

DAAD schreibt neue Programme zur Integration von Flüchtlingen an deutschen Hochschulen aus

 

Bonn. Um studierfähigen Flüchtlingen den Zugang zur Hochschule zu erleichtern, hat der Deutsche Akademische Austauschdienst (DAAD) aus Mitteln des Bundesministeriums für Bildung und Forschung (BMBF) ein langfristig angelegtes Maßnahmenpaket aufgelegt. In den nächsten vier Jahren stehen rund 100 Millionen Euro zur Unterstützung und Beratung beim Hochschulzugang, der Verbesserung der Studierfähigkeit und der Integration an Hochschulen zur Verfügung. Davon sind 27 Millionen Euro für 2016 vorgesehen.

Mit dem Programm „Welcome – Studierende engagieren sich für Flüchtlinge“ fördert der DAAD den Einsatz studentischer Hilfskräfte im Bachelor- oder Masterstudium, die sich entweder in selbstorganisierten Initiativen von Studierendengruppen oder im Rahmen der von der Hochschule organisierten Betreuung und Integration von studierfähigen Flüchtlingen engagieren. Dazu gehören u.a. Tutorien, die Erstellung von Informationsmaterialien und Übersetzungen, Beratungsangebote und Sprachkurse.

„Schon jetzt unternehmen unsere Hochschulen große Anstrengungen, um Flüchtlingen eine Bildungsperspektive zu bieten. Wir wollen die Kreativität und den zusätzlichen Aufwand honorieren und gute Projekte identifizieren, damit sie an andere Hochschulen übertragen werden können“, sagt DAAD-Präsidentin Prof. Margret Wintermantel.

Das zweite Programm „Integra“ dient der Vorbereitung von studierfähigen Flüchtlingen auf das Studium in Deutschland in Studienkollegs oder vergleichbaren Einrichtungen. Sie bieten ausländischen Studienbewerbern gezielte sprachliche und fachspezifische Vorbereitungskurse für ihr Studium. Dafür wird die BMBF in den kommenden vier Jahren u.a. rund 2.400 Plätze an Studienkollegs fördern. Auch die Hochschulen können im Rahmen des Programms studienvorbereitende Maßnahmen und Sprachkurse zu akademischen Zwecken durchführen.

Die DAAD hat darüber hinaus eine neue Webseite „Informationen für Flüchtlinge – Studieren und Leben in Deutschland“ unter www.study-in.de/information-for-refugees/ für Flüchtlinge eingerichtet. Sie informiert auf Englisch und Deutsch über ein Studium in Deutschland und enthält Antworten auf Fragen der Hochschulzugangsberechtigung, über Finanzierungsmöglichkeiten bis hin zu Sprachkursen.

Weitere Information zu den Programmen „Welcome – Studierende engagieren sich für Flüchtlinge“: https://www.daad.de/welcome

Integra – Programm zur Integration von Flüchtlingen ins Fachstudium:

https://www.daad.de/integra. Daad

 

 

 

 

Cattelan & Ferrari – Neue Kolumne im ZEITmagazin

 

Hamburg. Am 30. Dezember (Ausgabe 1/2016) startet das ZEITmagazin eine neue Kolumne. Die italienischen Künstler Maurizio Cattelan und Pierpaolo Ferrari werden ab sofort jede Woche ein Bild exklusiv fu?r das ZEITmagazin produzieren.

 

Maurizio Cattelan ist einer der einflussreichsten italienischen Ku?nstler. Seit 2009 arbeitet er mit dem Fotografen Pierpaolo Ferrari zusammen. Gemeinsam gründeten sie das Magazin „Toiletpaper“, das zweimal jährlich erscheint. In ihren Fotografien, die u.a. auf den Titelseiten von „Dazed“, „Wallpaper“ und dem „New York Times – T magazine“ erschienen sind, verbinden Cattelan und Ferrari die Bildsprache der Werbung mit dem Geist surrealistischer Kunst. Die auf diese Weise entstehenden Bilder sind so überraschend wie einzigartig und haben einen hohen Wiederkennungswert.

 

Die jährlich wechselnde Kolumne im ZEITmagazin wurde in den vergangenen Jahren von renommierten Künstlerinnen und Künstlern bespielt, darunter die Fotografen Paolo Pellegrin, Brigitte Lacombe, Juergen Teller und Daniel Josefsohn sowie zuletzt der französische Illustrator und Autor Jean-Philippe Delhomme, der unter dem Titel „Pariser Tagebuch“ persönliche Alltagsgeschichten aus seiner Stadt erzählte. Dip 29

 

 

 

 

 

In IIC-Köln Neujahrskonzert mit dem Quartetto di Cremona

 

Köln. Freitag, 15. Januar 2016, 19.00 Uhr, im Institut Neujahrskonzert mit dem Quartetto di Cremona: Cristiano Gualco, Violine, Paolo Andreoli, Violine, Simone Gramaglia, Viola, Giovanni Scaglione, Violoncello. Programm:

Wolfgang Amadeus Mozart (1756 – 1791), KV 155 Quartett D-dur für 2 Violinen, Viola und Violoncello 

Anton Webern (1883 – 1945) Langsamer Satz 

Wolfgang Amadeus Mozart, KV 156 Quartett G-dur für 2 Violinen, Viola und Violoncello 

Ludwig van Beethoven (1770 – 1827), Streichquartett Nr. 15 in a-Moll op. 132

Das Quartetto di Cremona formierte sich im Jahr 2000 an der Accademia Stauffer in Cremona und wurde in kurzer Zeit auf internationaler Ebene zu einem der interessantesten Kammermusikensembles. Seit 2011 ist es „artist in residence” bei der Società del Quartetto in Mailand mit einem Projekt, das 2014 in der Beendigung der gesamten Aufführung der Quartette von Beethoven gipfelte.

Die internationale Fachpresse sieht in ihm den Nachfolger des Quartetto Italiano und unterstreicht die künstlerischen Qualitäten sowie die Ausdrucksfähigkeiten und Radiosender in der ganzen Welt übertragen regelmäßig ihre Konzerte. Ihre umfangreiche, bei Decca und Audite erschienene Diskographie gehört international zu den interessantesten. 

Weitere Informationen: www.quartettodicremona.it

Eintritt: 10,- Euro  IIC-Köln