WEBGIORNALE  8-14   FEBBRAIO   2016

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Ue e migranti: lo stop a Schengen taglia la strada all’Europa comune  1

2.       Contenzioso Italia-Ue. Dopo i pugni sul tavolo, quo vadis Renzi 1

3.       L'UE deve superare la paura e le divisioni per preservare Schengen  2

4.       Migrantes: le chiusure ire in Europa sono segnali negativi 2

5.       Gli scenari di una crisi. Le cose che bisogna fare per salvare l’Europa  2

6.       Ilves: "Gestire la crisi migratoria con la determinazione dei nostri antenati"  3

7.       Faccia a faccia Merkel-Renzi: "Insieme per Europa più forte"  3

8.       Vertice a Berlino, Merkel: "Urgente accordo su Turchia". Renzi: "Pronti, Ue risponda su fondi"  3

9.       Italia-Germania. Renzi-Merkel, le differenze possono convergere  4

10.   Merkel-Renzi, rapporto necessario nonostante le differenze  4

11.   Tregua Roma-Berlino. Due i nodi: Turchia e conti pubblici 5

12.   Italia-Germania. Il compromesso possibile e necessario  5

13.   Unione Europea. L’Italia e la ristrutturazione dell’architettura dell’Ue  5

14.   Migranti, vertice Ue per salvare Schengen: "Estendere controlli fino a 2 anni"  6

15.   Immigrazione. Guardia costiera europea, una soluzione limitata  6

16.   Quale futuro per l’Europa e per l’Italia? Come funziona il Capitalismo. Riflessioni sulla teoria marxista del valore. (II) 7

17.   La notte di Colonia fa calare il sipario sull'ultima democristiana: Angela Merkel 8

18.   I recenti temi di Radio Colonia  8

19.   Anemia Mediterranea, una malattia sconosciuta in Germania?  9

20.   Rüsselsheim. “Le storie dei ‘Gastarbeiter’ dimostrano che un'integrazione di successo è possibile”  9

21.   A Berlino tra memorie dal lager e workshop digitali 9

22.   Francoforte. Tutti al cinema! Ciclo: in viaggio con Nanni Moretti 10

23.   Appuntamenti e manifestazioni a Monaco di Baviera e dintorni 10

24.   “Colonia capitale della filosofia: un viaggio nel medioevo": conferenza all’IIC  11

25.   Germania. A Lipsia, ma non da stranieri 11

26.   Francoforte. Luigi Brillante e Giovanna Testadoro eletti alla Consulta degli stranieri (KAV) 11

27.   “Un cervello in due”. Una crisi di coppia a prova di neuroni 11

28.   Germania, arrestati tre sospetti militanti dell’Isis  12

29.   Dopo l’aggressione di capodanno. Parte il Carnevale, le donne in piazza «Ma siamo tutti più diffidenti»  12

30.   Schmid: "Renzi-Merkel, più vicini di prima"  12

31.   Nessuna sponda sui conti pubblici. Roma rischia un buco da due miliardi 13

32.   Un confronto difficile. Italia, Germania e le banche, molti torti, poche ragioni 13

33.   La circolare della Garavini ai democratici in Europa  13

34.   Ue, fondi a Turchia fuori deficit. Renzi: "Perversione fare distinzioni su chi salvare"  14

35.   Comitato sugli italiani nel mondo e la promozione del sistema paese  14

36.   La piaga del XXI secolo, occupazione delle terre, espulsioni, migrazioni 15

37.   Mini-Schengen. La proposta dei Paesi Bassi non entusiasma ma resta sulla tavola  15

38.   Medio Oriente. Siria, il processo di Vienna non naviga in buone acque  16

39.   Migranti, vertice su Schengen. Ue: "Nessun piano per escludere la Grecia"  17

40.   Gentiloni: "Europa a due velocità? Possibile, ripartiamo dai sei Paesi fondatori”  17

41.   Anno da scoprire  17

42.   Populismi europei. Polonia sotto sorveglianza  17

43.   La protesta degli ambasciatori, a disagio per il caso Calenda. Le lettere al capo del governo  18

44.   Micheloni blocca la ratifica dell’accordo italo svizzero per evitare le doppie imposizioni fiscali 18

45.   Caro Renzi le scrivo  19

46.   Referendum del 28 febbraio sull’espulsione degli stranieri. “Un calcio in… e via dalla Svizzera!”  19

47.   Senato. Al Comitato per le questioni degli italiani all'estero l'audizione del ministro dell'Istruzione Stefania Giannini 19

48.   Le “politiche di governance” comprimono la democrazia e creano le migrazioni 20

49.   Il Ministero degli Esteri taglia altri 2,6 milioni a lingua e cultura all’estero. Interrogazione urgente  21

50.   La verifica  21

51.   Il popolo senza età del Paese vuoto  22

52.   Iscritti all’Aire e canone tv  22

53.   Stampa all’estero. Entro il 31 marzo la presentazione delle domande di contributo relative all’anno 2015  22

54.   Si è riunito il Comitato permanente sugli Italiani nel mondo e la promozione del sistema Paese  23

55.   Facciamoci sentire  23

56.   Migranti, la Ue insiste: l'Italia paghi la quota pro Turchia  23

57.   Per lo sviluppo del Mezzogiorno la Camera riconosce il ruolo essenziale degli italiani all’estero  24

58.   I nomi dei venti membri del CGIE di nomina governativa  24

59.   Il futuro politico  24

60.   Continuare l'instancabile azione di pace tra israeliani e palestinesi 25

61.   Regeni, l'Italia pretende la verità dall'Egitto  25

62.   Corruzione, l'Italia migliora ma resta penultima in Europa  25

63.   Il punto sulla riunione del Comitato per gli italiani nel mondo e la promozione del sistema Paese  25

64.   I diritti 26

65.   Istituti Italiani di Cultura: ottima gestione, certificata dalla Corte dei Conti 26

66.   La prefazione di Lucia Patrizio Gunning al volume “Le radici e le ali” di Goffredo Palmerini 26

67.   Il sottosegretario Vincenzo Amendola sulle risorse destinate agli enti gestori di lingua e cultura italiana  27

68.   Profughi: Svezia e Olanda intendono espellere migliaia di richiedenti asilo  27

69.   Premio “Lucani insigni 2016”, residenti in Italia o all’estero. Domande dovranno entro il 29 febbraio  27

70.   Ai connazionali in Svizzera, con immobile in Italia non dichiarato al fisco svizzero: approfittare subito dell’amnistia  28

71.   Tessera professionale europea, Ora lavorare in Europa è più facile  28

72.   60 anni dei Trattati di Roma: concorso per il logo  28

 

 

1.       Flüchtlingskrise: Italien stimmt EU-Hilfen für Türkei zu  28

2.       Renzi in Berlin. Gemeinsamer Kampf gegen Schlepperbanden  29

3.       Merkel fordert Ausreise von Flüchtlingen nach Kriegsende  29

4.       Schweden: Willkommenskultur auf der Kippe  29

5.       Europol: Mit neuem Abwehrzentrum gegen den Terror 30

6.       Kabinettsbeschluss. Das steht im Asylpaket II 30

7.       Die Vorschläge zur EU-Reform nehmen Gestalt an  30

8.       Grenzen verzweifelt gesucht. Europa braucht Selbstbegrenzung und Selbstbehauptung. 31

9.       Asylpaket II auf dem Weg. Schnellverfahren und verschärfte Vorschriften für Flüchtlinge  31

10.   Flüchtlingspolitik. EU-Länder wollen Grenzkontrollen verlängern  32

11.   Initiative zur Integration. Aus Flüchtlingen werden Auszubildende  32

12.   FAO: Der Kampf gegen die Armut und gegen El Niño  32

13.   Europa und der Orient: Wie friedliche Koexistenz gelingen kann  33

14.   Immigrierte Chefs. Warum machen unsere Politiker so viele Fehler?  33

15.   CDU-Vizechefin Klöckner fordert Grenzzentren für Flüchtlinge  33

16.   Zahl der Auslandschweizer nimmt kontinuierlich zu  34

17.   Die Integration der Flüchtlinge müssen wir uns leisten  34

18.   Gabriel verkündet Einigung zu strengeren Asylregeln  34

19.   Warum legt die Oma ihre Brille in den Kühlschrank. Familienalltag mit Demenz in Familien mit Einwanderungsgeschichte  35

20.   Wissenschaftler. Wie viel Migration verträgt ein Land?  35

21.   Kulturarbeit in Flüchtlingslagern?  36

22.   Bundesfreiwilligendienst für Flüchtlinge. Viele berührende Momente  36

23.   Nahles will integrationsunwilligen Flüchtlingen Leistungen kürzen  36

24.   Kaum Visa für Jobsuchende  37

25.   Einwanderung. Einwohnerzahl Deutschlands auf 81,9 Millionen gestiegen  37

26.   Bundeskanzlerin ehrt hessischen Verein für Flüchtlingsarbeit 37

27.   Forschungsinstitut. Migranten kaum krimineller als Deutsche  37

28.   Stichwort: Karneval 38

29.   Presse 1.02.16. AfD, Frauke Petry, Rassismus, Türkei, Pegida, Flüchtlinge  38

30.   Karneval: Mainz sagt Rosenmontagszug ab  38

 

 

 

Ue e migranti: lo stop a Schengen taglia la strada all’Europa comune

 

La riunione dei ministri degli Interni dei Ventotto nella città olandese si è chiusa con un nulla di fatto. L'emergenza-profughi viene aggirata dai Paesi del Nord - che chiedono la sospensione della libera circolazione interna - e scaricata su quelli mediterranei e balcanici. Il piano della Commissione Juncker resta disatteso. Mentre l'integrazione politica cede il passo ai nazionalismi - Gianni Borsa

 

Se Schengen traballa, l’Europa rischia lo scivolone all’indietro. Non solo l’Europa delle istituzioni comuni, della vituperata “burocrazia di Bruxelles”, quella contro cui Marine Le Pen, Viktor Orban, Alexis Tsipras e i nazionalisti-fotocopia di ogni Paese si scagliano ogni giorno. Bensì quella del mercato unico, dell’euro, della tutela dei diritti fondamentali, dell’Erasmus e, ovviamente, della libera circolazione di persone, beni, servizi e capitali, caposaldo di un continente liberatosi dalla Cortina di ferro e dalle ataviche paure del dopoguerra.

Amsterdam, nuovi muri. L’Accordo di Schengen, il cui nucleo originario risale al 1985, è figlio di un’altra Europa, che intravvedeva la fine della Guerra fredda al suo interno e l’arrivo della globalizzazione, per tutelarsi dalla quale occorreva serrare i ranghi e fare squadra. Oggi l’Europa, presa d’assedio dai barconi del Mediterraneo, dalle bombe di Parigi e dalle milizie dell’Isis che infestano il Medio Oriente, immagina una sola risposta: giù le sbarre, su nuovi muri. Questo ha certificato il vertice dei ministri degli Interni dei 28, svoltosi lunedì 25 gennaio ad Amsterdam. Le ragioni, concrete e reali, di preoccupazione non mancano: in un clima come questo, il caso di Alexandra Mezher, assistente sociale di 22 anni uccisa in Svezia da un adolescente profugo, apparentemente per un banale diverbio, basta per scatenare gli animi e far tornare gli slogan di sempre: stop agli immigrati, chiudiamo le frontiere.

Linea carica di rischi. Da Amsterdam è dunque emersa una linea per certi aspetti comprensibile, ma rischiosa: Schengen e la libera circolazione dei cittadini europei all’interno dell’Ue potrà essere sospesa dagli Stati aderenti al trattato, con semplice preavviso, per un periodo di due anni. Il percorso è ancora tutto da definire: occorre che la Commissione prepari una “base giuridica”, che il Consiglio europeo (a febbraio o successivamente) la approvi, per poi essere resa operativa. Una richiesta in tal senso è pervenuta alla presidenza di turno olandese del Consiglio dei ministri Ue da Austria, Germania, Svezia, Danimarca, Francia e Norvegia (che non fa parte dell’Unione ma aderisce a Schengen).

Note stonate. Del resto gli ultimi dieci giorni hanno fatto registrare una vera e propria cacofonia europea attorno all’argomento. Il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk e quello del Consiglio dei ministri Ue Mark Rutte hanno spiegato che “restano poche settimane per salvare Schengen e la libera circolazione”. Il ministro degli Interni austriaca Johanna Mickl-Leitner ha dichiarato: “Schengen è sull’orlo del tracollo”. L’omologo tedesco Thomas de Maizière, ha tuonato: “Eserciteremo pressione sulla Grecia affinché faccia i suoi compiti”, vigilando sui confini. “Vogliamo soluzioni comuni europee, ma il tempo stringe”. Il commissario Ue Dimitris Avramopoulos (greco) ha provato a rassicurare: “C’è piena intesa fra tutti sull’esigenza di salvare Schengen”, “nessuno ha proposto l’esclusione della Grecia”, ma “è ovvio che gli Stati di frontiera debbano lavorare di più e siamo qui per aiutarli”. Il premier italiano Matteo Renzi ha opportunamente osservato: “Mettere in discussione l’idea di Schengen significa uccidere l’idea di Europa. Abbiamo lottato per decenni per abbattere i muri: pensare oggi di ricostruirli significa tradire noi stessi”.Nel frattempo Lampedusa e l’Isola di Lesbo cercano di far fronte come possono agli arrivi via mare; i profughi della “giungla di Calais” prendono d’assalto il tunnel della Manica con il miraggio inglese; le guardie doganali tra Svezia e Danimarca e tra questa e la Germania controllano in controluce i passaporti europei; la stessa Danimarca approva la legge che confischerà beni e soldi ai profughi; chilometri di filo spinato vengono distesi in Macedonia, Ungheria, Slovenia, Croazia…

Una risposta efficace. Restano due certezze. Anzitutto: la sospensione “temporanea” di Schengen intralcia i movimenti interni all’Ue – con inimmaginabili danni all’economia del mercato unico e allo stesso “progetto europeo” – senza risolvere le pressioni migratorie verso l’Europa mediterranea e balcanica. In secondo luogo la ferita inferta alla libera circolazione è solo un escamotage pasticciato per non applicare il piano articolato della Commissione sul nodo migratorio che prevede: rafforzamento delle frontiere esterne (hotspot, riconoscimento migranti, istituzione delle Guardia di frontiera e costiera Ue); ricollocamento profughi fra tutti gli Stati membri; aiuti finanziari ai Paesi più esposti a Sud e a Est; rimpatrio dei migranti che non hanno diritto di accedere all’asilo; accordo con la Turchia (compresi i 3 miliardi promessi ad Ankara per “trattenere” i profughi siriani); azione concertata con la Libia e altri Paesi terzi per contrastare in maniera muscolare la tratta di esseri umani; revisione del regolamento di Dublino; cooperazione allo sviluppo per affrontare alla radice il fenomeno migratorio. Amsterdam ha provato ad abbozzare la risposta più semplicistica ma di corto respiro: l’Ue saprà approntare una soluzione vera, efficace e veramente “europea”? sir

 

 

 

 

Contenzioso Italia-Ue. Dopo i pugni sul tavolo, quo vadis Renzi

 

È normale che un leader abbia due priorità: governare il paese e vincere le prossime elezioni. La trappola sta in una celebre battuta di Juncker (proprio lui!) di alcuni anni fa: “Sappiamo perfettamente che cosa dovremmo fare, ma non sappiamo come essere rieletti dopo averlo fatto”. La verità e che con rare eccezioni i leader danno la priorità al secondo obiettivo, quello di essere rieletti. Non si può quindi rimproverare a Matteo Renzi di impostare la sua “campagna d’Europa” sul recupero del consenso interno.

 

Sposando l’europeismo spinelliano spruzzato di socialismo e l’attacco frontale all’Ue che esiste, Renzi spera evidentemente di coniugare la fedeltà alla “vera” Europa con il diffuso euroscetticismo presente anche nel nostro paese, recuperando così consensi che il fronte populista rischia di erodere. Difficile dargli torto a priori.

 

Dopo aver fatto (per finta?) pace con Angela Merkel, adesso apre il secondo fronte che forse ritiene più facile, quello con la Commissione. Può darsi che tutto ciò gli procuri i desiderati vantaggi elettorali. Proiettata nel medio periodo, la tattica comporta tuttavia un errore e un grave rischio.

 

Caratteristiche dell’europeismo italiano

L’europeismo italiano ha sempre avuto tre caratteristiche. In primo luogo, abbiamo un’immagine mitologica dell’Europa molto diversa da quella reale. Come per ogni mito, c’è il rischio che cada a pezzi a ogni difficoltà.

 

A fronte di questo c’è però stata una pratica di governo finalizzata spesso con successo a difendere quello che si è ritenuto essere, a torto o a ragione, l’interesse nazionale. Essa ha avuto tra l’altro momenti gloriosi: con de Gasperi, poi con Gaetano Martino ed Emilio Colombo, con Craxi e Andreotti e infine con Ciampi, Giorgio Napolitano e Mario Monti cui va il merito di aver provocato, nel 2012, la vera svolta della politica europea, quella che ha permesso a Mario Draghi di agire per salvare l’euro.

 

Infine soffriamo di una sistematica incapacità di adattare le strutture del Paese alle decisioni prese. In sostanza, agli italiani non è mai stata raccontata bene la vera storia dell’Italia in Europa. La narrativa del “vincolo esterno” che Monti ha tentato senza successo di correggere, ha aggravato le cose.

 

Non è detto che la retorica renziana permetta di colmare questo vuoto. Ben venga l’opera di verità, ma è un errore denigrare la politica europea di tutti i governi passati, bollandola come imbelle e rinunciataria. Così facendo si rischia di demolire in modo durevole l’immagine dell’Europa presso gli italiani che sarebbero legittimati a pensare di essere stati ingannati per sessant’anni.

 

Renzi batte i pugni sul tavolo

Dopo l’errore c’è il rischio. Renzi ha deciso di mettere nel paniere del contenzioso pubblico le cose più disparate. È una tattica come un’altra che però non sembra molto convincente perché avvalora la tesi di un’Europa a noi ostile. Basta pensare ai due capitoli più importanti: l’economia (banche e politica di bilancio) e la crisi dei migranti/rifugiati.

 

Sul primo capitolo l’Italia ha le sue ragioni, ma il negoziato è complesso; andrebbe spiegato agli italiani perché troviamo così poche sponde non solo a Berlino e a Bruxelles, ma anche altrove. Sul problema dei rifugiati le ragioni per cui l’Europa si muove lentamente e male sono molteplici; nessuno è innocente, noi compresi.

 

A un paese frustrato e convinto di “non contare nulla” può far piacere vedere che il governo “batte i pugni sul tavolo”. D’altro canto sappiamo che nel frattempo i nostri valenti diplomatici e alcuni ministri negoziano in privato per raggiungere un compromesso soddisfacente. È legittimo chiedere se non sarebbe meglio abbassare i toni in pubblico e riservare i “pugni sul tavolo” ai negoziati privati.

 

David Cameron aveva proclamato la volontà di voler “riformare” l’Ue e di cambiare radicalmente il rapporto del paese con l’Europa. Dovrà ora presentare come un successo un risultato obiettivamente abbastanza modesto. Gli va comunque riconosciuto il merito di non aver mai alzato i toni.

 

Renzi, dopo aver dichiarato di voler “cambiare verso” all’Europa, guidare i socialisti europei, spezzare l’asse franco-tedesco ed essersi candidato alla guida dell’Ue, potrebbe scoprirsi prigioniero della sua stessa retorica. Potrebbe avere difficoltà a rimettere il genio nella bottiglia e spiegare gli inevitabili compromessi a un paese che continua a sognare un’Europa mitologica, ma nel frattempo è stato educato a detestare quella reale.

 

Usare ogni disaccordo con Juncker per bollarlo come “burocrate” è un altro errore che potevamo evitare, non solo per la tradizionale ragione che l’Italia ha interesse a una Commissione forte. Juncker avrà molti difetti, ma è tutto tranne che un burocrate e, come tutti i politici, deve tener conto di una constituency più vasta e complessa di quella di Renzi. Del resto far rispettare le regole è il primo compito di un’istituzione politica.

 

Le due carte di Renzi

Renzi ha in mano due carte forti: la consapevolezza che ogni alternativa di governo in Italia sarebbe peggiore per l’Europa e l’aver impresso una salutare accelerazione al processo di cambiamento del Paese. Tuttavia, se può presentarsi dicendo “abbiamo voltato pagina”, non può ancora dire “abbiamo riformato l’Italia”. Per leggere fondate critiche alla legge di stabilità e vedere il cammino che resta da fare nelle riforme, non c’è bisogno di andare a Bruxelles; basta la stampa italiana.

 

Né vale molto raccontarci che l’Europa ha bisogno di noi più di quanto avesse bisogno della Grecia e forse persino della Gran Bretagna. È vero, ma lo è altrettanto che noi abbiamo bisogno dell’Europa forse più della stessa Germania. Se dovesse intervenire la catastrofe, la domanda non è chi soffrirà (tutti). Bisogna invece chiedere chi soffrirà per primo è chi è più capace di parare il colpo.

 

C’è da sperare che i principali protagonisti, Merkel, Juncker, ma soprattutto Renzi, siano capaci di volteggiare sul trapezio e atterrare in piedi. Ci sono però rischi che superano l’abilità tattica dei giocatori. Gli dei accecano coloro di cui vogliono la rovina; si chiama hubris e proprio i greci meno di un anno fa ne hanno apprezzato in pieno il significato.

Riccardo Perissich, già direttore generale alla Commissione europea, AffInt 4

 

 

 

 

 

L'UE deve superare la paura e le divisioni per preservare Schengen

 

Nel dibattito di martedì con la Presidenza olandese e la Commissione, molti deputati hanno sottolineato che l'UE deve superare le paure e le divisioni che la paralizzano, ma anche gestire efficacemente la migrazione e i flussi dei rifugiati. Proteggere concretamente le frontiere esterne dell'UE è essenziale per salvaguardare l'area di Schengen. Alcuni deputati hanno inoltre chiesto tolleranza zero per gli attacchi razzisti e violenti contro i migranti e rifugiati.

 

I deputati hanno evidenziato la necessità di rispettare il principio di non respingimento e discusso su come dovrebbe essere finanziata la struttura dei rifugiati in Turchia.

 

Il ministro olandese per gli affari esteri, Bert Koenders, esprimendosi in nome della Presidenza del Consiglio, ha affermato che il flusso di migranti "deve essere ridotto". A tal fine, le misure già concordate devono essere attuate, in particolare per quanto riguarda il ricollocamento e gli hotspot. Ha poi espresso particolare preoccupazione per la situazione umanitaria nei Balcani occidentali e per i rischi che corrono i minori non accompagnati che entrano in Europa. Dichiarazione di Bert Koenders

 

Il commissario per l'immigrazione, Dimitris Avramopoulos, ha riconosciuto che "pochi progressi" sono stati finora compiuti negli Stati membri "in prima linea", come pure in tutti gli altri. L'elenco delle cose da fare è lungo: la delocalizzazione, il reinsediamento, gli hotspot, i rimpatri. Per quanto riguarda Schengen, "la Commissione si sta preparando per ogni evenienza (...), ma non si tratta della fine di Schengen o di tagliare fuori uno Stato membro." Sugli attentati di Colonia, Avramopoulos ha negato che tutti i rifugiati e gli immigrati rappresentino una minaccia per il nostro ordine pubblico: "Non lo sono". Dichiarazione di Dimitris Avramopoulos

 

Il leader del gruppo PPE, Manfred Weber (DE), ha dichiarato che "non si tratta di mancanza d'idee ma di uno stallo, al Consiglio come pure in quest'Aula, (...) una divisione che dobbiamo superare per salvaguardare Schengen." Ha quindi evidenziato che l'UE deve dotarsi di efficaci controlli alle frontiere, per sostenere le sue autorità e per permettere a Frontex di accedere al sistema di informazioni di Schengen. Ha quindi concluso, ricordando che "ci aspettiamo che coloro che sono ospitati e protetti nei Paesi UE, rispettino le sue culture e leggi". Dichiarazione di Manfred Weber (PPE, DE)

 

Il leader dell'S&D, Gianni Pittella (IT), ha affermato che "c'è un virus che infetta l'Europa, il virus della paura", che sta impedendo all'UE di prendere le decisioni giuste e minaccia di distruggerla. Pittella ha ammonito che i flussi di migranti in arrivo aumenteranno durante la primavera e sottolineato la particolare situazione di rischio dei bambini migranti. Dichiarazione di Giovanni Pittella (S&D, IT)

 

"Non abbiamo mesi o anni per riscrivere il regolamento dell'UE, abbiamo solo un paio di settimane", ha sostenuto Syed Kamall (ECR, UK). "Se gli Stati membri non sono in grado di gestire le proprie frontiere (...) allora non bisogna sorprendersi che altri vogliano lasciare la partita", aggiungendo che "Schengen non ha bisogno di essere riscritto, ha bisogno di funzionare meglio". Dichiarazione di Syed Kamall (ECR, UK)

 

Il leader del gruppo ALDE, Guy Verhofstadt (BE) ha chiesto alla Presidenza UE di agire, in linea con l'articolo 78 del trattato (asilo e protezione internazionale), di assumere il controllo delle frontiere esterne dell'UE e di istituire una forza di risposta rapida. "L'Europa deve ottemperare a questo compito", e ha aggiunto che la decisione di agire potrebbe essere presa durante il prossimo Consiglio europeo. Dichiarazione di Guy Verhofstadt (ALDE, BE)

 

"La gestione della crisi dei rifugiati richiede più cooperazione, non scelte selettive di alcuni Stati membri che mettono in discussione le decisioni comuni" ha affermato Dimitrios Papadimoulis (EUL/NGL, GR). Ha ricordato che solo 400 rifugiati su 160.000 bloccati in Grecia e in Italia sono stati ricollocati fino ad ora. Rebecca Harms (Verdi/ALE) ha concordato sul fatto che sia necessaria una migliore gestione delle frontiere ma ha anche sottolineato che bisogna dare più sostegno ai rifugiati in Turchia, per assicurare qualcosa di più che la sola sopravvivenza. Dichiatrazioni di Dimitrios Papadimoulis (EUL/NGL, GR) e Rebecca Harms (Verdi/ALE, DE)

 

"La gestione UE della migrazione è un completo fallimento (...) sta mostrando l'altra medaglia della solidarietà" ha detto Laura Ferrara (EFDD, IT). "Guardiamo agli effetti senza guardare alle cause" ha aggiunto, criticando anche i leader europei che scaricano le responsabilità alla Turchia. "Sveglia! Schengen è un fallimento e l'UE è un fiasco. Chiudiamo le frontiere e proteggiamo l'Olanda", ha chiesto a Koenders Vicky Maeijer (ENF, NL). Dichiarazioni di Laura Ferrara (EFDD, IT) e Vicky Maeijer (ENF, NL) pe 2

 

 

 

 

Migrantes: le chiusure ire in Europa sono segnali negativi

 

Roma - Dopo la Danimarca che ha approvato una legge  che prevede il prelievo di soldi e beni ai migranti, la Svezia ha annunciato l’intenzione di espellere dalle 60 alle 80mila persone ritenute senza requisiti per la richiesta di asilo. Un segnale “certamente negativo, che dimostra come l’Europa si stia frammentando e stiano ritornando le decisioni nazionali, e non dell’Unione Europea, sulla tutela dei richiedenti asilo”, spiega mons Giancarlo Perego, direttore della Fondazione Migrantes in una intervista alla Radio vaticana. Un segnale “grave, seguito dai segnali arrivati nei giorni scorsi sull’intenzione di sospendere il Trattato di Schengen, che non aiuta certamente ad affrontare un dramma che cresce e che ha sempre di più degli aspetti preoccupanti, legati a Paesi e persone in fuga. L’Europa – ha aggiunto - implode, e non sotto il peso dei migranti, che sono stati un milione e quindi in un continente di 550 milioni non è certamente una realtà implosiva, ma implode perché non è in grado di affrontare e regolamentare un fenomeno e perché non è stata in grado di preparare questo fenomeno che interessa l’Europa proprio perché l’Europa stessa ha creato delle condizioni gravi in alcuni Paesi: parlo dell’Iraq, parlo della Siria, parlo dell’Eritrea, che è stata abbandonata a stessa così come la Libia. Quindi, l’Europa piange ciò di cui è causa lei stessa”. Nell’intervista rispondendo alle domande di Francesca Sabatinelli sulla richiesta di abolizione del reato di clandestinità ritenuto dal primo presidente della Cassazione, Giovanni Canzio, una risposta “inutile, inefficace e per alcuni profili dannosa” il direttore Migrantes si augura che la politica, “non abbandonandosi a paure e ideologie, prenda atto di questa realtà, da tutti detta 'intelligente', che è l’abolizione del reato di clandestinità. E quindi che faccia sostanzialmente uscire 1.500 persone che sono nelle carceri italiane per questa ragione e provveda invece a rafforzare dei sistemi di accompagnamento e di ri-accompagnamento in patria di quelle persone che eventualmente sono irregolarmente presenti nel nostro Paese”.

Parlando poi dei nuovi morti nel Mare Egeo e tra questi alcuni bambini mons. Perego sottolinea che “il dramma dei bambini che continuano a morire, deve fortemente portare a pensare a canali umanitari, almeno per le persone che sono più fragili: donne incinta, donne con minori, bambini soli e neonati, facendo in modo che effettivamente questa esperienza dei canali umanitari non venga abbandonata semplicemente alla volontarietà di alcuni mondi associativi, ma sia veramente un programma europeo. Sarebbe un grande segnale di civiltà da parte dell’Europa”. Migr.on. 29

 

 

 

 

 

Gli scenari di una crisi. Le cose che bisogna fare per salvare l’Europa

 

È venuto il momento, a Bruxelles, come a Roma, Berlino e Madrid, di smetterla di litigare su qualche cifra decimale e prendere in mano le redini del futuro - di Francesco Giavazzi

 

Il Consiglio europeo del 18 febbraio potrebbe essere uno dei piu importanti nella storia recente dell’Unione. Nubi scure si addensano sulle istituzioni europee: se il Consiglio si dimostrasse incapace di affrontarle - o peggio, facesse finta di nulla — fra qualche anno quelle istituzioni, dall’Unione monetaria alla stessa Unione Europea, potrebbero non esserci più. Io penso ci pentiremmo di averne passivamente accettato la dissoluzione. Soprattutto se ne pentirebbero i Paesi del Sud dell’Europa che, ritrovatisi soli, piu difficilmente riuscirebbero ad arginare la pressione demografica che su di essi si esercita dall’altra sponda del Mediterraneo.

È venuto il momento, a Bruxelles, come a Roma, Berlino e Madrid, di smetterla di litigare su qualche cifra decimale e prendere in mano le redini del futuro di questo Vecchio Continente. Il momento — penso ai capi di governo che parteciperanno a quel Consiglio europeo — di essere degli statisti, non politici preoccupati solo del prossimo sondaggio. Al presidente del Consiglio italiano e alla Cancelliera tedesca avevamo chiesto, prima del loro incontro a Berlino di due settimane fa, che non ci facessero rimpiangere Alcide De Gasperi e Konrad Adenauer. È stata un’occasione sprecata.

Ciascuna delle nubi che si addensano sull’Europa potrebbe essere facilmente fugata: è la loro concomitanza che può distruggere le istituzioni. L’Unione minaccia di sospendere la Grecia da Schengen se non si dimostrerà capace di controllare il flusso dei rifugiati.

Noi facciamo fatica a controllare un’isola, Lampedusa, che dista 300 chilometri dalla costa libica. Di isole la Grecia ne ha qualche migliaia, alcune a poche centinaia di metri dalla Turchia, il Paese da cui arrivano gli esuli siriani. Che cosa pensiamo accada se, chiudendo le sue frontiere, trasformiamo la Grecia in un grande campo profughi? Pensiamo davvero che quel Paese continuerebbe sulla strada che ha intrapreso, in ritardo ma con coraggio, per rimanere nell’euro?

La partita con Londra indebolirà l’Unione qualunque sarà il risultato del referendum sulla permanenza o meno nell’Ue. Se il negoziato offrirà sufficienti concessioni per convincere i britannici a rimanere nell’Unione, il giorno dopo polacchi, danesi, svedesi, ungheresi e chissà quanti altri, chiederanno un medesimo trattamento. Se invece la Gran Bretagna uscirà si spezzerà un tabù e la domanda sarà: chi dopo Londra?

La Commissione Europea ha assunto una posizione assurda nei confronti dell’Italia. Roma non chiede, come potrebbe, che il costo che paghiamo per far fronte all’afflusso di rifugiati — sbarcano a Lampedusa, non a Lisbona — sia suddiviso fra tutti i Paesi dell’Unione. Chiede solo che quelle spese siano escluse dalle cifre cui si applicano le regole europee sui conti pubblici. Cioè di non dover fare una manovra aggiuntiva solo per questo motivo (è possibile che dovremo farla comunque, ma questo è un problema diverso). Il Signor Juncker non demorde e Matteo Renzi non poteva sperare in un’occasione migliore per mostrarsi inflessibile e crescere nei sondaggi. Andrà a finir male. Violeremo le regole, la Commissione chiederà che vengano applicate le sanzioni e la questione finirà alla Corte di giustizia europea. Pazienza, non fosse per il fatto che le cattive abitudini si diffondono rapidamente. Il nuovo governo socialista portoghese ha accettato solo in parte le osservazioni della Commissione sulla legge di Stabilità e qualche ministro ha proposto, se il Paese subisse delle sanzioni, di mettere il veto all’accordo con Londra. Se scivola su questi temi, il Consiglio europeo ne esce solo parlando d’altro. Ancora una volta un’occasione sprecata.

Eppure non sarebbe difficile comportarsi da statisti. I rifugiati siriani pongono molti problemi, ma offrono anche una grande opportunità. Solo Angela Merkel sembra aver capito che potrebbero essere i figli dei rifugiati di oggi a pagare fra vent’anni le nostre pensioni. È così difficile spostare il problema dei rifugiati dai singoli Paesi all’Europa, affrontandolo con risorse ad hoc ? Ad esempio rifinanziando adeguatamente Frontex (l’agenzia che gestisce le frontiere dell’Unione) trasformandola nell’embrione di una forza di sicurezza europea: Frontex, che dovrebbe proteggere circa 80.000 chilometri di frontiera, ha per il 2016 un bilancio di 254 milioni di euro. In confronto, il bilancio della città di Milano è di circa 5 miliardi. Si potrebbe sfruttare questa occasione per costruire un embrione di quel bilancio europeo comune senza il quale è difficile che l’Unione abbia un futuro. Negli Stati Uniti d’America fu la guerra civile combattuta fra il 1861 e il 1865 a infrangere le resistenze al federalismo fiscale. I rifugiati come occasione, non solo un problema.

Le istituzioni si costruiscono con idee coraggiose, ma anche giorno per giorno. L’Unione bancaria è incompleta: non sopravviverà senza un’assicurazione comune sui depositi e un fondo europeo per gestire i fallimenti bancari. Esiste un Rapporto, scritto da cinque presidenti (Parlamento europeo, Consiglio, Commissione, Bce ed Eurogruppo), con proposte timide ma concrete. È troppo chiedere che il Consiglio del 18 febbraio ne discuta e dica che ne pensa? CdS 6

 

 

 

Ilves: "Gestire la crisi migratoria con la determinazione dei nostri antenati"

 

"Uniamo gli sforzi e l'intelligenza. Evitiamo l'indecisione, il dito puntato e la mancanza di responsabilità. Dobbiamo gestire questa crisi migratoria con la determinazione dei nostri antenati" ha affermatp Toomas Hendrik Ilves, presidente dell'Estonia davanti ai eurodeputati martedì 2 febbraio.

 

"Dobbiamo essere solidali con gli Stati membri che portano il peso della crisi. Dobbiamo accettare una forma di condivisione degli oneri" ha sottolineato il presidente Ilves.

 

"È necessario prendere il pieno controllo delle frontiere esterne dell'UE. Non possiamo essere senza confini sia all'interno che all'esterno dell'Unione" ha aggiunto.

 

Rispetto alla rapida evoluzione del mondo digitale, Ilves ha avvertito che la competitività dell'Europa sta diminuendo. "La rivoluzione digitale potrebbe essere una benedizione per il mercato unico. Oggi assistiamo alla nascita del mercato paneuropeo in settori come l'assistenza sanitaria, quello bancario e dei trasporti... solo pochi anni fa sembravano intrinsecamente locali. Tuttavia, settore per settore, la nostra legislazione rimane fratturata tra gli Stati membri, impreparati all'era digitale".

 

Il Presidente Ilves è un ex deputato al Parlamento europeo e ex vicepresidente della commissione AFET, è anche stato osservatore e  deputato europeo nel periodo 2003-2006. Nel 2006 è diventato il primo deputato europeo eletto presidente del suo paese. PE 2

 

 

 

 

 

Faccia a faccia Merkel-Renzi: "Insieme per Europa più forte"

 

"Italia e Germania sono unite nel chiedere un'Europa più forte, più Europa". Lo ha detto il presidente del Consiglio Matteo Renzi nella conferenza stampa dopo il bilaterale con la cancelliera tedesca Angela Merkel a Berlino. "Le cose che ci uniscono - ha sottolineato il premier - sono maggiori di quelle che ci dividono".

"Faremo tutto ciò che è in nostro potere perché la Gran Bretagna resti nell'Unione Europea" ha dichiarato da parte sua la cancelliera, riferendo di aver affrontato nel suo colloquio con Renzi anche il tema del referendum in Gran Bretagna e del rischio Brexit.

MIGRANTI- "Sui rifugiati siamo dalla stessa parte, ci vogliono regole chiare, rispettate e verificate giorno dopo giorno" ha detto Renzi parlando della crisi migratoria. "L'Italia è pronta a fare la propria parte, conosciamo il dramma degli esseri umani comprati e venduti dagli scafisti, in Italia noi diciamo schiavisti - ha scandito - Siamo pronti a fare ogni tipo di sforzo e anche a superare le incomprensioni registrate".

Riguardo alla questione delle spese per i migranti per i Paesi Ue, "noi siamo disposti a fare la nostra parte - ha ribadito - non abbiamo alcun problema sui 3 miliardi per la Turchia, l'Italia è da sempre disponibile. Stiamo solo aspettando che dalle istituzioni europee diano alcune risposte su dei quesiti che abbiamo formulato sul modo di intendere questo e altri contributi".

L'Italia "è uno dei Paesi che è rimasto sin dall'inizio colpito da questa crisi" ha rimarcato da parte sua la cancelliera tedesca, sottolineando che ora è all'ordine del giorno un "controllo dei confini in modo da porre fine alla migrazione illegale".

RIFORME - Durante il bilaterale, si è parlato anche "dei posti di lavoro, Renzi ha iniziato con un'agenda di riforme molto ambiziosa" che "credo stia andando nella giusta direzione" ha detto Merkel.

FLESSIBILITA' - Riguardo alla flessibilità, Renzi ha spiegato che "c'è una discussione legittima tra di noi, abbiamo sulla politica economica non sempre la stessa posizione" ma "ci diciamo le cose con il sorriso e gli ideali sono comuni".

"La cosa è che una comunicazione da parte della Commissione europea sulla flessibilità viene interpretata in maniera diversa" ha fatto eco Merkel.

Adnkronos 29

 

 

 

 

Vertice a Berlino, Merkel: "Urgente accordo su Turchia". Renzi: "Pronti, Ue risponda su fondi"

 

Nel Kanzleramt il bilaterale dopo le polemiche delle ultime settimane su Ue, migranti, banche e gas. Il premier italiano: "I punti che ci uniscono sono di più di quelli che ci dividono" - di PIERA MATTEUCCI

 

BERLINO - Più punti di contatto che di divisione tra Germania e Italia, resta il desiderio comune di un'Europa unita e forte: anche se alcune posizioni restano distanti. "C'è uno spirito europeo che ci unisce, nella consapevolezza e nella necessità della Ue", ha detto Angela Merkel al termine dell'atteso bilaterale con il premier Matteo Renzi a Berlino. Un incontro che si è svolto in un clima più teso rispetto a quando il premier varcò per la prima volta la soglia del palazzo della Cancelleria, all'inizio del suo mandato.  Stavolta pesavano tutti i temi più importanti dell'agenda europea: migranti, flessibilità, applicazione delle regole, sanzioni alla Russia.

Si sono incontrati per la prima volta dopo la tensione delle ultime settimane su alcuni nodi importanti dell'agenda europea. Al termine di una colazione di lavoro privata il presidente del Consiglio Matteo Renzi e la cancelliera Angela Merkel hanno partecipato a una conferenza stampa congiunta. Tanti i temi trattati, a partire dalla questione immigrazione, con il trattato di Schengen messo in discussione da diversi Paesi per arginare l'afflusso dei migranti. Leggi l'articolo

 

Al termine del vertice, però, Merkel ha definito i colloqui "veramente amichevoli" e ha lodato il lavoro del governo italiano e le riforme messe in campo dal premier. "Grazie Angela - ha esordito Renzi -. Sono felice del fatto che grazie agli sforzi del popolo e del governo italiani sono qui con un elenco di riforme e risultati. L'Italia non è più il problema dell'Europa. Ha voglia di fare la propria parte come è doveroso che sia e come la storia del nostro paese ci impone". Poi ha proseguito: "Siamo in un momento delicato della storia d'Europa. Ne avverto tutta la responsabilità. L'Italia è unita alla Germania da un desiderio: vogliamo un'Europa più unita e più forte, che sia capace di dare risposte" su molti problemi.

 

Urgente accordo con Turchia. In cima all'agenda, l'emergenza dei profughi: ricordando le continue stragi in mare, Merkel ha sottolineato: "Sui migranti va combattuta l'illegalità, il traffico di esseri umani e trasformare tutto questo in legalità". E ha ribadito l'urgenza di un accordo con la Turchia per mettere un freno all'emergenza: "Abbiamo parlato anche della questione dei profughi e dell'accordo con Ankara, la cui attuazione è urgente". Ma non sembra che dall'incontro sia emersa una soluzione: "Non abbiamo nessun problema, né con la Turchia, né con la Germania sul finanziamento dei 3 miliardi alla Turchia. L'Italia è da sempre disponibile. Stiamo aspettando che le istituzioni europee ci diano alcune risposte su dei quesiti che abbiamo formulato per le vie brevi, sul modo di intendere questo contributo e gli altri necessari all'immigrazione". E ha aggiunto: "Speriamo che le risposte che stiamo attendendo da Bruxelles in ordine alla computazione di questi soldi possano arrivare il prima possibile".

 

Il premier è convinto che sul tema dell'emigrazione Germania e Italia siano dalla stessa parte "Ci vogliono regole chiare che vanno rispettate e verificate giorno dopo giorno. Il nostro avversario è lo stesso, è il populismo. Conosciamo il dramma dell'immigrazione il problema degli scafisti, che per me sono schiavisti. Siamo pronti a collaborare, a superare anche dei malintesi che ci sono stati, pur non essendo d'accordo su tutto per appartenenze politiche". E ha sottolineato: "I punti che ci uniscono sono maggiori di quelli che ci dividono".

 

Italia in prima linea. "Noi facciamo parte di una coalizione, non so se di volonterosi o di obbligati, ma siamo stati in prima linea quando c'erano da raccogliere dei corpi in mare, quando c'era da salvare dei bambini in mare": Matteo Renzi così ha risposto a chi gli chiedeva se fosse dispiaciuto di rimanere fuori da una eventuale 'coalizione di volenterosi' che includa Belgio, Lussemburgo, Olanda, Austria, Francia e Germania. Un progetto affiorato a dicembre, ispirato dagli olandesi e ufficializzato dal capo della cancelleria, Peter Altmaier, che aveva anche battezzato il gruppo 'coalition of the willings'. In questi giorni a Berlino si torna prepotentemente a parlare di 'coalizione dei volenterosi', ai piani alti del governo.

 

Registrazioni al 100%. "Voglio rassicurare l'opinione pubblica tedesca che se in passato ci sono state procedure difficili, oggi grazie al lavoro della polizia italiana siamo al 100% nella registrazione delle impronte digitali e dei riconoscimenti facciali" per i migranti, quest'ultima una procedura "molto utile anche per contrastare il terrore", ha garantito il premier italiano.

 

Missioni militari in Libia. "Saremo presenti alla conferenza di Londra sulla Siria per discutere dell'aiuto da dare ai profughi siriani, in Libano e Giordania e interni. In Libia Germania e Italia possono fare di più, possiamo mandare missioni militari per addestrare forze di sicurezza", ha detto ancora Merkel

 

Flessibilità. Anche la flessibilità è stata argomento del colloquio. Renzi, ancora una volta, ha insistito sulla necessità che le regole siano uguali per tutti: "Sulla flessibilità chiediamo che le regole Ue che esistono siano applicate, non chiediamo nuove regole". Poi ha proseguito: "Nessuno mette in dubbio che il debito italiano debba scendere. Ha caratteristiche che non destano preoccupazione, ma dobbiamo farlo scendere e non lo dico per far piacere ad Angela, ma per i miei figli. La flessibilità è una condizione dell'elezione di Juncker, ma l'Italia non crede che si possa tornare a politiche allegre, ma l'austerity da sola non può bastare". "La cosa bella è questa. Che anche quando si tratta della comunicazione della flessibilità, entrambi accettiamo che ci siano interpretazioni della Commissione divergenti", ha replicato Merkel. "Non mi immischio in queste cose - ha aggiunto -. È compito della Commissione decidere l'interpretazione".

 

Jobs Act e riforme. "Abbiamo parlato di come rafforzare la nostra collaborazione e della creazione di posti di lavoro, una sfida. Il premier Renzi è partito con un'agenda di riforme molto ambiziosa e il Jobs Act si muove nella direzione giusta. Il successo di queste riforme sarà un contributo importante all'Europa e all'Italia", ha detto Merkel, ricordando gli sforzi del governo italiano per le riforme nel campo dell'occupazione.

 

Conferenza economica. "Vogliamo organizzare una conferenza economica" per rafforzare la cooperazione economica bilaterale Italia-Germania, ha annunciato la cancelliera tedesca, spiegando che si parlerà di molti temi tra cui la banda larga. L'economia tedesca e quella italiana sono "molto vicine" e se l'Italia cresce anche le aziende tedesche ne beneficiano, ha detto Renzi: "Le nostre economie sono molto vicine, pezzi di economia del nord-est sono legati a doppio filo con l'economia tedesca. È positivo che in Italia ci sia un inizio di ripresa: negli ultimi mesi del 2015 l'import dei prodotti tedeschi in Italia è aumentato del 7%..."

 

Brexit da evitare. "Io e Renzi siamo concordi sul fatto che faremo di tutto per tenere il Regno Unito nell'Ue", ha affermato Merkel in merito al referendum in Gran Bretagna e del rischio Brexit.

 

Ravioli e ciliegie al rum, il menu del pranzo. Una curiosità sul menu: durante la colazione di lavoro sono stati serviti tonno marinato, merluzzo e ravioli, gnocchi di semolino e ciliegie al rum, innaffiati da vino tedesco. LR 29

 

 

 

 

Italia-Germania. Renzi-Merkel, le differenze possono convergere

 

L'incontro tra Matteo Renzi e la cancelliera Angela Merkel non si è sottratto al consueto squilibrio di attenzione che esiste tra Italia e Germania, nella stampa e nei commenti qualificati. Molta enfasi da noi, relativo distacco in Germania.

 

In compenso, in questa occasione si è accentuata ulteriormente la personalizzazione dei due protagonisti. A prima vista c'è ben poco che assimili caratterialmente o per stile comunicativo i due politici. Eppure si continua a parlare di un feeling particolare tra loro: è autentico o simulato? Strumentale o guidato da una convinzione o intuizione politica che potrebbe dare uno sbocco diverso al sempre complicato, ambivalente e mai risolto rapporto tra tedeschi e italiani?

 

Merkel e il il contenimento della migrazione

Ci sono differenze tra il premier italiano e la cancelliera Merkel che vanno verificate con i dati di fatto. Partiamo dalla difficile congiuntura politica interna in cui entrambi si trovano. Mentre nel caso italiano essa ha le sue radici nella precarietà dell'equilibrio delle forze politiche, che Renzi sta prendendo di petto, nel caso tedesco tutto è precipitato negli ultimi tre mesi.

 

In modo inatteso e con conseguenze politiche tuttora imprevedibili. Nessuno immaginava che la decisione della cancelliera di aprire le porte a centinaia di migliaia di migranti, presentata come una iniziativa "umanitaria" definita di volta in volta coraggiosa, arrischiata o irresponsabile, innescasse una crisi europea di cui oggi si tende a dissimulare il carattere fortemente politico.

 

L'erezione dei "muri" di filo spinato anti-immigrazione, la messa in mora del trattato di Schengen non sono deplorevoli comportamenti da deprecare ( "se si distrugge Schengen, si distrugge l'Europa"). L'Unione europea non è già più quella che era sei mesi fa o che riteneva di essere. Non sa più come ri-distinguere tra confini interni e confini esterni. Per tacere delle retoriche sulla "identità europea".

 

È in questo contesto che vanno collocate le posizioni emerse nell'incontro tra Renzi e Merkel. La cancelliera ha una priorità assoluta: il contenimento tangibile della migrazione, per salvare insieme al proprio governo, la posizione di sicurezza e di influenza della Germania, inaspettatamente indebolita in Europa. Punta sul contributo considerato determinante della Turchia, opportunamente compensata da tre miliardi di euro e, in misura diversa, con un mix di minacce e di offerte, sull'apporto della Grecia, tornata di nuovo d'attualità. Per queste operazioni la cancelliera ritiene di poter contare sull'aiuto o quanto meno sul consenso della Commissione europea.

 

Le ambizioni di Renzi

Proprio su questo punto si intravvede qualche novità di atteggiamento della Merkel, legato a quelle che la Faz chiama "le ambizioni di Renzi". L'ordine di priorità del premier italiano non coincide con quello della cancelliera, anche se con la sua abilità comunicativa accentua la comunanza delle grandi visioni.

 

L'obiettivo primario di Renzi infatti è di ottenere quella "flessibilità" nell'esecuzione del Patto di stabilità che consentirebbe di consolidare il trend positivo che caratterizzerebbe lo sviluppo italiano e che la cancelliera generosamente riconosce. L’energica richiesta/rivendicazione di questa flessibilità è rivolta da Renzi alla Commissione europea, in particolare a Jean Claude Juncker con toni che riecheggiano le polemiche di settimane fa.

 

Abilmente il premier riesce ad includervi anche il contributo italiano alla Turchia - mai negato in linea di principio, ma da non computare nel calcolo del deficit nazionale - che sta a cuore a Merkel.

 

La reazione di quest'ultima è singolare: "La cosa bella - dice - è che quando si tratta della comunicazione sulla flessibilità, entrambi accettiamo che ci siano interpretazioni della Commissione divergenti. Non mi immischio in queste cose. È compito della Commissione decidere l'interpretazione". È malizioso leggere tra queste righe l'invito a Juncker di accontentare Renzi ? La cancelliera avrebbe usato queste parole se non fosse preoccupatissima dell'operazione Turchia?

 

Ciononostante, è sbagliato spingere oltre la speculazione sino a ritenere che la cancelliera approvi le critiche di Renzi a Juncker e tantomeno le obiezioni al rapporto privilegiato tra Francia e Germania, con la riapertura del classico contenzioso storico del triangolo Parigi-Berlino-Roma.

 

Non rientra nella prospettiva politica della pragmatica Merkel e della sua visione storica, compreso il rapporto preferenziale con la Francia. Ma allora quella della cancelliera è solo una benevolenza strumentale verso l'inquieto, ma in definitiva "innocuo" premier italiano?

 

Germania, egemone vulnerabile

È verosimilmente una pura coincidenza che alla vigilia dell'incontro berlinese, il ministro degli esteri italiano, Paolo Gentiloni, abbia concesso un'ampia intervista a La Stampa, dedicata ai problemi di politica estera (in particolare alla questione della Libia) che non hanno trovato particolare spazio nell'incontro Merkel/Renzi.

 

Il ministro però, davanti alle difficoltà dell'Ue ha allargato il discorso sino a parlare dell'ipotesi di ripensare il vecchio progetto di un'Europa a due velocità - per ridarle la capacità di decisione consensuale ed efficace. Non mi pare ci sia stata alcuna reazione, da nessuna parte, a questa ipotesi - tantomeno in Germania dove pure questa idea nei primi anni novanta era stata sostenuta da politici della statura di Wolfgang Schaueble.

 

In realtà, al momento la politica tedesca è concentrata sulle difficoltà quotidiane con un occhio ansioso alla prevedibile crescita del partito "Alternative fuer Deutschland", genericamente definito "populista" che coltiva la visione più radicale dell'abbandono dell'euro.

 

Non c'è più traccia di quell'ambizione egemonica che in modo molto ambivalente concentrava l'attenzione di tutti sino a non molti mesi fa. Sembra incredibile quanto rapidamente "l'egemonia tedesca", insieme alla sua frustrazione, abbia rivelato tutta la sua vulnerabilità.

Gian Enrico Rusconi, professore emerito, AffInt 1

 

 

 

 

 

Merkel-Renzi, rapporto necessario nonostante le differenze

 

Il premier è convinto che i due Paesi devono andare d’accordo

un forte impegno dei tedeschi può evitare il fallimento di Schengen - di Paolo Lepri

 

Non è un caso che Matteo Renzi abbia ricordato che quella di ieri era la sua quarta visita in Cancelleria e la terza da presidente del Consiglio. Le radici del suo rapporto con Angela Merkel risalgono infatti all’estate del 2013. E per comprendere bene l’evolversi di questa sorta di relazione pericolosa — ben diversa da quelle del romanzo epistolare di Pierre-Ambroise-François Choderlos de Laclos — bisogna tornare sempre a quel giorno in cui, senza dire niente a nessuno, l’allora sindaco di Firenze accettò l’invito a Berlino. La donna più potente del mondo voleva conoscere il giovane politico italiano. Da allora molto tempo è passato, ma Renzi continua ad avere un debito di riconoscenza per l’ex pupilla di Helmut Kohl, a cui attribuisce se non altro il merito di avere puntato su di lui.

Sarà anche per questo, ma sembra che il premier si sia convinto della necessità di un’intesa con la Germania e con la sua leader, al di là delle differenze di posizioni su molti temi (confermate dall’incontro di ieri), delle intemperanze calcolate di alcune prese di posizione recenti e della volontà programmatica di tenere viva la tensione dialettica. Non è una questione personale, ma politica. Molto è cambiato da quando i capi di governo italiani andavano a Berlino per ricevere un buon voto in pagella sul loro programma di riforme. Le relazioni bilaterali sono attualmente meno vincolate da questa specie di ansia da prestazione. Certo, la Germania continua a sorvegliare i conti europei ma preferisce fare da burattinaio della Commissione. A chi ha ascoltato ieri il presidente del Consiglio non è sfuggito che l’unico accenno polemico sia stato destinato proprio alla squadra di Jean-Claude Juncker, che non ha ancora dato risposte sui dettagli del controverso accordo con la Turchia ma “ha sempre tempo per parlare con la stampa”. Almeno in pubblico, poi, Renzi ha evitato di chiedere una prevedibile interpretazione tedesca del concetto di flessibilità, sottolineando che l’esistenza di un margine negoziale è scritta sui documenti e fa parte del mandato con cui è stato eletto il suo nuovo rivale lussemburghese.

Gli incontri possono anche non finire bene, ma poi si deve andare d’accordo con la Germania. Soprattutto, perché la Germania è cambiata in questo ultimo, complicato anno. La crisi dei rifugiati ha mutato totalmente lo scenario: il disordine sotto i cieli europei è evidente. La verità è che la politica delle porte aperte della cancelliera ha fatto diventare «buono», per così dire, il governo tedesco in uno scenario popolato da molti «cattivi», cioè i Paesi che vogliono chiudere le frontiere spostando ancora la pressione dei flussi nelle acque sfortunate del Mediterraneo. E solo un forte impegno dei tedeschi — che Angela Merkel peraltro ha evitato di garantire — può evitare che, come ha detto Renzi, l’Europa «perda se stessa perdendo Schengen». In secondo luogo, «questa» Germania, in cui dicono la loro anche i socialdemocratici, è indispensabile per vincere la battaglia contro le forze della destra populista (e anche a Berlino c’è molta attenzione su un rischio che non è più solo un problema degli altri) che avanzano minacciosamente sfruttando la paura di una fortezza assediata.

In questa ottica non è sorprendente vedere come Renzi abbia in qualche modo riscoperto il senso di appartenenza allo schieramento europeo progressista, facendo riferimento (per spiegare le differenze, come quelle sulla austerità) alla sensibilità di una famiglia politica diversa da quella della sua ospite. Ma le due famiglie, dai confini abbastanza aperti, hanno oggi più che mai bisogno l’una dell’altra. CdS 30

 

 

 

 

Tregua Roma-Berlino. Due i nodi: Turchia e conti pubblici

 

Amichevole ma non risolutivo, così si può definire il vertice tra Merkel e Renzi che si è svolto nella Cancelleria di Berlino. L'Italia non ha ancora dato il via libera alla propria quota di quasi trecento milioni sui tre miliardi che la Turchia pretende per contenere il flusso di migranti che passa entro i suoi confini. Prima Renzi vuole garanzie e precisazioni dell'Europa su come affrontare il problema nella sua interezza. Insomma tutto rimandato a un prossimo vertice europeo di metà febbraio. Roma in sostanza vuole garanzie non solo sulle quote di accoglienza da parte delle democrazie del nord Europa ma vuole anche una mobilitazione europea per quanto riguarda i rimpatri. Solo dopo darà il suo contributo per la Turchia. Preceduto da almeno un mese di polemiche tra Roma e Berlino, con attacchi durissimi di Renzi alla UE e alla Germania, il breve vertice di Berlino ha avuto anche altri dossier complicati da affrontare oltre a quello sui migranti: energia, flessibilità e banche. L'accordo raggiunto a Bruxelles tra il ministro Padoan e il commissario alla concorrenza sulla bad bank per risolvere il problema dei crediti inesigibili non ha affatto risolto il nodo, come dimostra i crolli in Borsa di giovedì. Oggi i titoli bancari sono andati meglio sulle voci di possibili imminenti fusioni che risolleverebbero gli istituti di credito in sofferenza. Ufficialmente per il governo Renzi le banche sono solide, più di quelle tedesche, ma le vicende delle quattro piccole banche salvate dal crack e dei rimborsi ai correntisti truffati non sono ancora del tutto risolte e gli strascichi politici sono ancora presenti. Anche per quanto riguarda la flessibilità che Renzi chiede al governo tedesco non c'è stata una decisione durante il vertice anche se la Cancelliera ha mostrato grande apprezzamento per il Jobs act di Renzi, segno della disponibilità del governo tedesco. Le unioni civili, intanto, stanno per affrontare l'ultimo chilometro. Domani il Family day, la settimana prossima le votazioni sugli emendamenti. C'è da scommettere che dopo la scorpacciata di poltrone ministeriali il piccolissimo partito di Alfano non andrà oltre una battaglia di facciata. GIANLUCA LUZI, LR 30

 

 

 

 

Italia-Germania. Il compromesso possibile e necessario

 

L’incontro di Berlino è andato come si poteva prevedere: una versione italo-tedesca del britannico «agree to disagree». Renzi ha ottenuto dalla donna più potente d’Europa quello che poteva realisticamente ottenere: un appoggio alle riforme già fatte (Jobs Act) e a quelle ancora da fare. Questo riconoscimento politico è vitale per un giovane premier che sostiene da mesi un punto centrale: l’Italia, in Europa, è ormai parte della soluzione e non del problema. E quindi ha il diritto di parlare apertamente, di non essere considerata un «osservato speciale» e di sedersi a pieno titolo nella prima fila del club.  

 

Angela Merkel ha accettato il primo tratto del teorema Renzi: l’Italia è certamente parte della soluzione alle crisi molteplici cui l’Europa si trova di fronte. È più difficile, per la Cancelliera, accettarne anche il secondo tratto: vista dalla Germania - e cioè da un Paese influenzato da una cultura «ordoliberale» che vede nella stabilità finanziaria la condizione per stare insieme in Europa - l’Italia è comunque anche una parte del problema. Lo è ancora, visto il peso del debito pubblico. Era scontato, quindi, che la Merkel non potesse concedere quasi nulla – al di là di una dichiarata neutralità tedesca – sul dossier economico centrale in discussione fra Roma e la Commissione europea: la flessibilità di cui potrà avvalersi l’Italia con la Legge di stabilità.  

 

Ottenere margini su questo punto, decisivo per Roma, era una classica mission impossible in una Berlino con la testa già rivolta alle elezioni del 2017.  

 

Incoraggiante sul piano politico, elusivo su quello economico (non vi sono accenni, nelle dichiarazioni pubbliche, a una discussione sui problemi della crescita in Europa o del rafforzamento del piano Juncker e tantomeno della delicata questione bancaria) e interlocutorio sui problemi dell’emigrazione. Su questo ultimo dossier era la Germania a chiedere qualcosa all’Italia. L’obiettivo di Angela Merkel è infatti quello di sbloccare l’erogazione dei famosi 3 miliardi di euro destinati alla Turchia per gestire l’afflusso di rifugiati, decisione che incontra da parte di Roma una serie di obiezioni (alcune legittime, altre meno). In questo caso, è stato il premier italiano a tenere in mano le sue carte, in attesa – ha dichiarato a Berlino - di chiarimenti ulteriori da parte della Commissione. E’ probabile che l’Italia sarà spinta a superare il proprio veto entro la Conferenza dei donatori («Supporting Syria and the region») che si terrà il 4 febbraio a Londra. Ma Roma tenterà anche di guadagnarsi, nel farlo, alcuni margini di bilancio: la tesi, come noto, è che i costi eccezionali della gestione dei problemi dell’immigrazione vadano scomputati dal calcolo del deficit. 

 

Dietro al problema dei fondi da erogare alla Turchia, esiste anche, in materia di politica migratoria, un disaccordo sulle priorità. Per l’Italia, la priorità è di ottenere una revisione del regolamento di Dublino, che fa pesare oneri sproporzionati sui Paesi di primo approdo. E’ una riforma che Berlino considera accettabile ma che resta per ora sulla carta. Per la Germania, la priorità è aumentare la serietà dei controlli nei Paesi più esposti (Grecia e Italia, appunto) così da rafforzare le frontiere esterne dell’Unione. Un compromesso, io credo, è possibile e necessario. In assenza di un compromesso, del resto, Italia e Germania rischiano parecchio entrambe. L’Italia teme di restare imbottigliata fra la frontiera liquida a Sud e frontiere sigillate a Nord dalla sospensione del sistema di Schengen; Angela Merkel rischia – anzi, sta già soffrendo – una perdita progressiva di consenso politico. Gli incentivi per un accordo esistono, insomma, da entrambe le parti; ed un accordo fra Berlino e Roma è senza dubbio una delle condizioni indispensabili per evitare che la crisi migratoria finisca per disgregare l’Unione europea.  

 

E’ sempre ingenuo pensare – così insegna la realtà della politica internazionale – che vertici bilaterali di questo tipo producano risultati concreti immediati. L’incontro di Berlino è nato, essenzialmente, dall’esigenza di superare un eccesso polemico nei rapporti bilaterali: l’esito, per definizione intangibile, riguarda la relazione personale fra Renzi e Merkel. Entrambi sono condizionati fortemente dai rispettivi problemi domestici; ma scaricarli all’esterno non è mai una soluzione ideale. Entrambi hanno bisogno di condizionare l’Ue per tutelare le priorità nazionali. Se la Germania ha molte più leve per riuscirvi dell’Italia, né Berlino né Roma possono in realtà trarre vantaggi reali, e a lungo termine, da soluzioni unilaterali. Per la Germania, ragionare in chiave europea segna tutta la differenza fra l’essere il Paese dominante ed esercitare un’egemonia (benevola); per l’Italia, la differenza consiste nell’essere parte stabilmente della soluzione (e di eventuali «nuclei duri» futuri, in un’Europa a integrazione differenziata) e non solo del problema.  

 

Se l’incontro di Berlino sarà servito a rassicurare Merkel e Renzi sulle intenzioni reciproche, le differenze di approccio non si dissolveranno di certo. Ma esisterà quella base di fiducia indispensabile per cooperare in un’Europa che appare ormai largamente dominata dalla logica inter-governativa. MARTA DASSÙ  LS 30

 

 

 

 

Unione Europea. L’Italia e la ristrutturazione dell’architettura dell’Ue

 

Di fronte alle sfide impegnative che l’Europa deve affrontare, mentre si avvicina nel marzo 2017 la scadenza dei sessant’anni dalla firma dei trattati di Roma, l’Italia punta a conquistare un ruolo centrale per rilanciare il progetto europeo e ribadire le ragioni di una crescente integrazione, riconoscendo che è necessario riformare profondamente l’Unione europea, Ue. L’ambizione del governo italiano è di contribuire da protagonista a un dibattito che faccia uscire l’Ue dalle secche della crisi.

 

Per le difficoltà interne al quadro europeo, e per la necessità di proporre idee intorno alle quali si coaguli il consenso di più partner, si apre una partita diplomatica non facile. La ricerca degli alleati giusti è quindi un passaggio di rilievo.

 

Perché non inseguire l’improbabile intesa con Londra

Nel funzionamento dell’Ue si sono registrati alcuni cambiamenti strutturali. I più evidenti sono l’incepparsi del motore franco-tedesco, diventato ormai a trazione esclusivamente tedesca, e il ruolo sempre più dominante nel sistema decisionale assunto dal Consiglio europeo. Il negoziato diretto tra i capi di governo esalta inevitabilmente il peso decisivo del paese più forte, ancora la Germania.

 

Giusto contestare una costruzione europea troppo sbilanciata su interessi e priorità stabilite a Berlino. Senza dimenticare però che la Germania resta un partner chiave per ogni ipotesi di riforma dell’Ue.

 

La soluzione per contrastare il primato tedesco non sta nell’inseguire un’improbabile intesa con Londra. La nota congiunta Gentiloni-Hammond del 15 dicembre scorso richiama un’altra iniziativa, la dichiarazione anglo-italiana del 4 ottobre 1991 sulla difesa europea presentata durante il negoziato per il trattato di Maastricht. Oggi come allora, un’iniziativa che rappresenta più il tentativo di sfuggire al peso dell’asse franco tedesco, che il tassello di una chiara strategia per portare avanti iniziative politiche comuni. Non si vede del resto come potrebbe essere possibile costruire una proposta che porti al superamento delle difficoltà dell’Ue con un paese che ha un piede fuori dalle principali politiche comuni, che ha giocato sistematicamente al ribasso delle risorse da assegnare al bilancio comune e ha una visione molto riduttiva dell’integrazione europea rispetto a quella coltivata sulle rive del Tevere.

 

A Roma i Ministri degli Esteri dei paesi fondatori dell'Europa

Dall’Italia viene del resto un’altra iniziativa che di fatto ridimensiona il “giro di valzer” con Londra. A inizio febbraio a Roma si incontreranno i ministri degli Esteri dei sei paesi fondatori dell'Europa unita. Un’iniziativa voluta dal governo italiano, anch’essa in realtà non nuova, perché riprende un’idea del 2003 dell’allora Presidente della Repubblica Ciampi di giungere a un accordo tra i sei paesi fondatori per dare un impulso ai lavori della Convenzione. L’iniziativa non ebbe molta fortuna.

 

Prima ancora della formula in ogni iniziativa ciò che conta sono i contenuti. Su questi ancora non si intravede una strategia chiara del governo italiano. Il ministro degli Esteri Gentiloni in una recente intervista rilasciata a La Repubblica ha dichiarato che “II governo italiano lavora per rafforzare un europeismo possibile che deve rispondere ai cittadini”. Un approccio pragmatico che potrebbe trovarsi in sintonia con gli obiettivi appena delineati dalla presidenza olandese del Consiglio entrata in funzione il 1 gennaio scorso. La presidenza olandese ha dichiarato di impegnarsi per un’Ue che si concentri sulla creazione di crescita e lavoro attraverso l’innovazione e che sappia connettersi con la società civile.

 

Europa a cerchi concentrici

Nella nota Gentiloni-Hammond l’Italia dichiara di sottoscrivere un modello di funzionamento dell’Ue imperniato sul principio di flessibilità, in modo da consentire di avere diversi livelli di integrazione. Una soluzione che possa permettere ai paesi che vogliono approfondire l’integrazione di andare avanti, e a quelli che non intendono procedere oltre di potersi chiamare fuori. Nella Relazione programmatica sulla partecipazione dell’Italia all’Ue presentata al parlamento lo scorso dicembre, il governo italiano si dichiara disponibile a valutare l’ipotesi di un percorso che potrebbe sfociare in un’Europa “a cerchi concentrici”, che avrebbe al centro un’Eurozona rafforzata e aperta a un’evoluzione verso l’Unione politica, contornata da un cerchio di paesi interessati principalmente alle politiche riguardanti il mercato unico.

 

L’ “Europa differenziata”, senza escludere l’ipotesi di cambiare i trattati, sembra essere quindi l’obiettivo cui tende il governo italiano. Uno scenario non privo di incognite, perché dalla differenziazione potrebbe venire anche una dinamica di disintegrazione.

 

Ci si deve anche chiedere se esista davvero tra i Sei una visione comune sul futuro dell’Europa. Il gruppo dei sei fondatori è molto meno compatto di quanto sembri e sarebbe un errore non tenere conto del potere residuale dell’asse franco-tedesco.

 

Se una proposta comune sulla riforma dell’Ue emergesse tra i sei andrebbe poi presentata agli altri partner. Con una Spagna senza governo entrata in una fase di instabilità, una Grecia marginale e indebolita, la Gran Bretagna ripiegata sul Brexit, un gruppo di paesi nordici e di recente ingresso nell’Ue più “sovranisti” che “integrazionisti”, tessere la tela per le riforme non sarà una facile impresa.

 

Unione dei cittadini cercasi

Se da un lato va comunque riconosciuto all’iniziativa italiana il merito di puntare a un chiarimento delle posizioni sul futuro dell’architettura istituzionale dell’Ue, dall’altro non si deve trascurare di mettere in primo piano quello che chiedono gli europei, meno interessati a soluzioni istituzionali e più propensi a ottenere dall’Ue soluzioni efficaci alle grandi questioni di questi difficili tempi. L’ultimo Eurobarometro mostra che per rafforzare il sentimento di una cittadinanza europea gli europei chiedono ad esempio prima di tutto un sistema sociale europeo armonizzato tra gli Stati membri per sanità, educazione, pensioni. Fissare una soglia di protezione sociale, magari attraverso un Fondo europeo di assicurazione contro la disoccupazione - una proposta inserita dall’Italia nel contributo presentato nel maggio 2015 per il rafforzamento dell’Uem-risponde alla richiesta sempre più pressante di un’Unione dei cittadini.

Questa proposta, che può essere introdotta senza alcuna modifica dei trattati, è stata  recentemente rilanciata dal ministro Padoan in un dibattito al Parlamento europeo.

Vincere la disaffezione verso il progetto europeo di tanta parte dell’opinione pubblica europea è la sfida più impegnativa.

Marinella Neri Gualdesi, Professore di Storia delle Relazioni internazionali all'Università di Pisa, AffInt 28

 

 

 

 

Migranti, vertice Ue per salvare Schengen: "Estendere controlli fino a 2 anni"

 

Ministro Austria: "Trattato sta per saltare". La Germania attacca: "La Grecia faccia i compiti". Alfano: "No a sgretolamenti, mantenere la stabilità dell'Europa". Renzi: "Pensare oggi di ricostruire muri significa tradire noi stessi"

 

AMSTERDAM - Il trattato di Schengen è parte dell'identità europea. Sospenderlo anche temporaneamente potrebbe essere molto rischioso. Per questo i ventotto ministri degli Interni dell'Ue si sono riuniti ad Amsterdam. Allo studio la proposta della Commissione di creare un corpo europeo di guardie di frontiera con cui gestire i flussi migratrori in arrivo dal Mediterraneo. Schengen "sta per saltare" ha detto oggi la ministra dell'Interno austriaca Johanna Mickl-Leitner ad Amsterdam. "Ciascuno è consapevole che l'esistenza dello spazio Schengen è in bilico, e che deve succedere qualcosa velocemente", ha affermato.

 

Una sensazione che si fa sempre più concreta dopo l'incontro. In serata alcuni paesi del gruppo che hanno reintrodotto controlli alle frontiere per fronteggiare il flusso di immigrati hanno chiesto alla Commissione europea di avviare la procedura per il prolungamento di questi controlli. Gli Stati "hanno chiesto alla commissione di preparare il quadro pratico e giuridico per l'attivazione dell'articolo 26 del codice Schengen", ha detto il segretario di stato olandese Klaas Dijkhoff al termine della riunione. Il regolamento prevede la concessione di proroghe condizionate di sei mesi ciascuna fino a un massimo di due anni. A maggio scade il blocco alle frontiere praticato da Austria e Germania. Sono sei i paesi dell'area Schengen che hanno attualmente in corso i controlli alle frontiere interne: Danimarca, Francia (in seguito agli attacchi terroristici), Germania, Austria, Norvegia e Svezia.

 

Resta la spaccatura all'interno della Ue sul trattato di Schengen fra paesi che chiedono i controlli alle frontiere interne della Ue e quelli che sostengono la necessità di mantenere la liberà circolazione. Per l'Italia "mettere in discussione l'idea di Schengen significa uccidere l'idea di Europa". "Abbiamo lottato per decenni per abbattere i muri: pensare oggi di ricostruirli significa tradire noi stessi" ha scritto il premier Matteo Renzi nella sua Enews. E di fatto, alla fine di questa giornata di lavoro Schengen "per ora è salva", ha detto il ministro dell'Interno Angelino Alfano al termine della riunione Ue. "Abbiamo poche settimane per evitare che si dissolva tra gli egoismi nazionali", ha spiegato. "A tutti quelli che credono che per l'Italia la soluzione sia chiudere Schengen - ha aggiunto il ministro - al di là dei principi generali, dico: ma si rendono conto o no che non possiamo mettere il filo spinato nel mar Mediterraneo e nemmeno nell'Adriatico e il danno economico sarebbe enorme?". Alfano ha parlato anche della possibilità di hotspot nel nord-est. Per la realizzazione "degli hotspot stiamo valutando anche l'area del nord-est perché dobbiamo tenerci pronti ad un'ipotesi di flusso dalla frontiera nord-est a seguito della rotta balcanica",  ha detto Alfano. Alla domanda se si stia pensando a Tarvisio o al Brennero, ha risposto: "stiamo valutando".

 

Alfano ha messo in guardia anche sull'ipotesi di escludere momentaneamente la Grecia dal trattato sulla libera circolazione delle persone: "Sarebbe l'inizio dello sgretolamento" dell'Europa unita, mentre l'Italia è "dell'idea che l'Europa debba rimanere ad assetto stabile, perché avere pezzi di Europa dentro e altri pezzi fuori" vorrebbe dire mettere a rischio l'Unione, ha detto il capo del Viminale.

 

"Noi - ha continuato Alfano - abbiamo una posizione molto chiara su Schengen: bisogna rafforzare i controlli e rendere veramente sicuri i controlli alle frontiere esterne dell'Ue. Facendo questo, salveremo il diritto alla circolazione libera e sicura all'interno" dell'Ue. In ogni caso, ha aggiunto, "vedremo le posizioni degli altri, poi tireremo le somme. Il bivio dell'Europa è se andare avanti o stare indietro. Se si rimane indietro - ha concluso - non c'è chance che il progetto di integrazione europea possa consolidarsi".

 

Netta la posizione della Germania: "Noi eserciteremo pressione sulla Grecia affinché faccia i suoi compiti", ha detto ministro dell'Interno tedesco Thomas de Maiziere al suo ingresso alla riunione Ue. "Vedremo a che risultati si arriverà nelle prossime settimane. Vogliamo mantenere Schengen - ha affermato de Maiziere -. Vogliamo soluzioni comuni europee, ma il tempo stringe".

 

Ma la Grecia ha reagito chiedendo di smettere con "questo ingiusto gioco di accuse" che le vengono rivolte e ha invocato la piena attuazione delle misure europee. "Carenze e ritardi - come ha spiegato il ministro alle Politiche migratorie Yoannis Mouzalas elencando una lunga lista di bugie e verità - in molti casi non dipendono da Atene". "La sospensione di Schengen o l'esclusione di un Paese da Schengen sono due possibilità che non esistono", ha poi tagliato corto la portavoce dell'esecutivo comunitario, Natasha Bertaud, rispondendo a chi chiedeva commenti su possibili isolamenti della Grecia dall'area di libera circolazione e il congelamento delle stesse regole. 

 

Di fatto, di fronte all'allarme terrorismo, Germania, Austria e Svezia hanno già scelto di reintrodurre temporaneamente i controlli alle frontiere interne per arginare l'arrivo di richiedenti asilo nel loro territorio e chiedono ora di prolungarli. I ministri potranno anche discutere i problemi che affliggono il sistema per la ricollocazione dei richiedenti asilo, dato che i Ventotto si erano impegnati al trasferimento di 160 mila migranti dalla Grecia e dall'Italia ad altri paesi Ue: al momento sono state ricollocate solo 331 persone.

 

Un invito a mantenere aperte le porte ai migranti è arrivato anche dal cardinale Angelo Bagnasco: "L'Europa non può procedere nella gestione della questione dei migranti rivedendo Schengen e la libera circolazione", ha detto presidente della Cei, chiedendo anche di non "rassegnarsi ad una cultura dell'indifferenza". "L'Europa e l'Onu devono farsi carico - è l'appello di Bagnasco - della responsabilità di individuare e consolidare soluzioni che vadano alla radice di situazioni, che gettano un'ombra pesante

sulla stessa civiltà. È necessario altresì sollecitare una nuova politica migratoria in Europa, affinché i Paesi dell'Unione non si chiudano, limitando la libera circolazione e riducendo l'impegno condiviso dell'accoglienza". LR 26

 

 

 

 

 

Immigrazione. Guardia costiera europea, una soluzione limitata

 

Blindare le frontiere, identificare i migranti irregolari, rimpatriare celermente i non aventi titolo a protezione sono le missioni che l'Unione europea, Ue, immagina per la propria "Border and Coast Guard".

 

L'ambizioso (e costoso) progetto cerca di supplire alle carenze di quegli Stati, Italia compresa che, spinti dalle ondate migratorie, non hanno potuto o voluto acquisire dati identificativi delle persone entrate illegalmente sul proprio territorio, lasciando che si dirigessero verso altri Paesi.

 

L'obiettivo è preservare la libera circolazione del sistema Schengen e la sicurezza interna della Ue, aiutare (o costringere) i Paesi membri a individuare preventivamente i migranti economici e le persone potenzialmente pericolose da non accogliere. Anche se questo comporterà un'erosione di sovranità nazionale.

 

Le ragioni di tale iniziativa che mira a superare i limiti dell'azione di Frontex sono intuitive se si pensa che 1.000.000 di persone sono entrate illegalmente in Europa durante il 2015; ma la scelta presenta criticità riguardo alle frontiere marittime come dimostrato dalle difficoltà dell'operazione Triton e di Eunavfor-Med, che non ha ancora raggiunto il suo scopo di neutralizzare i traffici di barconi dalla Libia.

 

Mito frontiere marittime

Il limite delle acque territoriali (12 miglia, salvo le 6 mg. greche o distanze inferiori in casi specifici come certe isole antistanti la Turchia) rappresenta la frontiera marittima esterna Ue.

 

Ne sono fuori, invece, la zona contigua e la zona economica esclusiva in cui gli Stati non esercitano sovranità, ma solo diritti funzionali e, a maggior ragione, la zona di responsabilità per la ricerca e soccorso (SAR).

 

Negli anni si è costruito il mito dell'intangibilità delle frontiere marittime Ue affidando a Frontex il compito di difenderle. Di questo ha beneficiato la Spagna (che nel 2015 ha registrato solo 3.000 arrivi) mediante respingimenti verso Marocco e Senegal e, in parte, la Grecia che ha tuttavia dovuto capitolare di fronte alle ondate di profughi siriani giunti via mare dalla Turchia.

 

L'Italia ha voluto fare spesso da sola incappando, nel 2009, nella nota condanna per i respingimenti verso la Libia attuati nel quadro del Trattato bilaterale di amicizia. Se si esclude il periodo 2008-2009 e quello ante 1997, il nostro Paese è intervenuto sempre in missione SAR, trasportando i migranti sul proprio territorio (150.000 nel 2015). Ma i meriti SAR non hanno impedito alla Ue di sanzionare l'inefficienza dei nostri "hotspot" dedicati all'identificazione delle persone salvate.

 

Interessi contrastanti sulla libertà di circolazione

La Francia ha spesso assunto posizioni dure contro l'Italia per la mancata identificazione dei migranti irregolari, attuando di fatto la sospensione di Schengen; tuttavia non si è mai impegnata nel SAR, come invece il suo status di grande Paese mediterraneo avrebbe richiesto.

 

Ora, con l'istituzione di un' agenzia europea della Guardia costiera e di frontiera dotata di forti poteri di intervento, si mira a costringere gli Stati mediterranei a rispettare le regole europee poste a base della libera circolazione delle persone.

 

La Grecia, presa dai suoi problemi economici interni, cerca di scaricarsi del problema della permeabilità delle sue frontiere marittime attraverso cui sono passati più di 800.000 persone.

 

L'Italia non ha però bisogno dell'aiuto della Guardia costiera europea, forte com'è del robusto dispositivo navale di Marina militare, Capitanerie di Porto e Guardia di Finanza capace di sorvegliare, ai fini SAR e di contrasto agli scafisti, i propri limiti delle acque territoriali e la vasta area del Mediterraneo centrale.

 

Del resto, il modello italiano di Guardia costiera è interagenzia, nel senso che è strutturato come "funzione Guardia costiera" con l'apporto di varie amministrazioni, Difesa compresa, mentre la Ue sembra ipotizzare una sua propria struttura di Guardia costiera in senso stretto.

 

Paradossi della Guardia costiera europea

L’impegno umanitario italiano in operazioni come Mare Nostrum sembra non essere considerato rilevante nell'agenda Ue. La nuova Guardia costiera unificata dovrebbe infatti occuparsi incidentalmente di SAR, che è invece una delle due facce dell'immigrazione via mare, assieme alla lotta ai traffici illeciti.

 

Velleitario appare il progetto di affidare ad un "Return Office" i rimpatri forzosi degli "indesiderati": difatti, per varie criticità legali -non ultima quella della impossibile individuazione, in assenza di documenti, del Paese di origine - questi ammontano solo a qualche migliaio.

 

In realtà, il vero paradosso sta nel non concentrarsi su misure di prevenzione, quali la creazione fuori Ue di centri di esame dei richiedenti asilo, la responsabilizzazione nel controllo delle proprie coste di Paesi come la Turchia, la criminalizzazione del traffico illegale di migranti da parte degli Stati interessati secondo i paragrafi 15-16 della Risoluzione del Consiglio di sicurezza 2240 (2015) sulla situazione del Mediterraneo.

 

Auspicabile sarebbe infine un progetto europeo di cooperazione nel SAR mediterraneo con la messa in comune degli assetti cui affiancare una modifica del sistema di Dublino, svincolando il Paese di sbarco da quello di asilo.

Fabio Caffio, Ufficiale della Marina militare in congedo, esperto di diritto internazionale marittimo, AffInt

 

 

 

 

Quale futuro per l’Europa e per l’Italia? Come funziona il Capitalismo. Riflessioni sulla teoria marxista del valore. (II)

 

Già dal confronto fra il primo libro del Capitale (che evidentemente riporta la teoria di Marx) ed il terzo libro redatto postumo da Engels sugli appunti lasciatigli dall’amico, appare evidente che Marx stava ancora sviluppando la sua teoria del valore, e che oggi probabilmente la rappresenterebbe in maniera molto diversa e più adatta a descrivere le trasformazioni nel frattempo avvenute nel sistema capitalistico.

Non intendo qui entrare nel dettaglio né riportare unicamente le note formule, che si trovano facilmente sia direttamente nel Capitale libro I. come pure nelle opere divulgative sia in quelle agiografiche che in quelle critiche. Mi preme unicamente ricordare che la teoria del valore era e resta il punto fondamentale per comprendere l’economia e con essa la dinamica del Capitale sia nelle sue forme storiche che in quelle contemporanee.

Marx distingue chiaramente le due parti che costituiscono il capitale nella sua forma di produzione di beni: capitale variabile (cioè lavoro) e capitale costante (cioè i mezzi di produzione, chiamiamoli qui per semplicità materie prime e macchinari).

Chiamato “Valore” il prezzo di vendita del prodotto è evidente che se il processo di produzione genera profitto, questo avviene sotto forma di “Plusvalore” e non può che essere estratto dal capitale variabile, cioè dal lavoro, in altre parole remunerando il lavoratore in misura inferiore a quanto la sua attività ha aggiunto al valore della merce prodotta.

Chiaramente questo concetto è un’astrazione che non tiene conto di tanti altri fattori che influiscono sul prezzo di un prodotto, ma serve unicamente ad indicare come si genera (in caso di esito positivo del processo) il plusvalore.

W= C + L

W= valore del prodotto

C= capitale fisso

S= salario

Pv = plusvalore

L= lavoro (a sua volta composto da S + Pv)

Vale dunque l’equazione: W = C+L

Il tasso di profitto (i) è dunque dato dall’equazione :

i = Pv / C+S

Ne deriva che a parità di plusvalore Pv, il tasso di profitto può aumentare soltanto se o il capitale C o i salari S diminuiscono e viceversa. Questo nella forma più astratta del modello.

È però evidente che molti altri fattori entrano in gioco, e che nell’economia di mercato delle moderne società capitaliste il costo del lavoro non è riducibile al semplice salario ma comprende oltre alla retribuzione i costi sociali, gli accantonamenti per pensioni, imposte e molte altre variabili. Ciononostante il concetto di plusvalore di Marx non perde di validità, e nemmeno la sua diretta conseguenza, cioè la tendenziale caduta del tasso di profitto.

Infatti la concorrenza fra produttori impone un continuo accrescimento della produttività, innovazioni tecnologiche e quindi un aumento del capitale fisso C (che, ricordiamolo, contiene a sua volta fossilizzato capitale variabile: anche le macchine sono a loro volta prodotti risultati da attività lavorativa, idem per le materie prime).

Il tasso di profitto può essere dunque unicamente mantenuto, a parità di plusvalore, riducendo S, cioè i salari. Marx non poteva ai suoi tempi prevedere la crisi da sovrapproduzione e si fermava dunque qui. Nelle moderne società capitaliste questa riduzione del denominatore dell’equazione del valore non avviene più come ai tempi di Marx esclusivamente aumentando le ore di lavoro o riducendo i salari, ma in misura crescente … riducendo le ore di lavoro !

Il profitto si ottiene infatti oggigiorno sempre di più con la precarizzazione dei posti di lavoro, che è una forma (perversa) di perfezionamento del ciclo produttivo in funzione del mercato.

In breve: estrae più profitto il capitalista che ha la possibilità di aumentare o diminuire la produzione immediatamente e secondo l'andamento della domanda del mercato, licenziando ed assumento a piacimento senza vincoli, e che dunque non ha “tempi morti” o “forza lavoro non pienamente occupata” e quindi può facilmente aggirare il pericolo della sovrapproduzione.

Questa la novità che Marx non ha preso in esame ai suoi tempi, ma che rientra benissimo nella sua teoria, basta adattare i termini dell’equazione alle odierne condizioni.

Più complesso invece il problema del rapporto fra salari e prezzo delle merci.

Nell’era dei monopoli e dell’intervento dello Stato (praticato in misura tanto più massiccia ma dissimulata laddove i governanti ed i loro prezzolati economisti predicano la liberalizzazione) è difficile individuare chiaramente tutti meccanismi che entrano in gioco, dalla fiscalizzazione degli oneri sociali agli sgravi fiscali di varia natura, ai cartelli, alle sovvenzioni a imprenditori singoli o interi settori, non dimenticando le manovre della finanza, il mercato del capitale nelle borse e gli interventi statali nel settore bancario per no citare che alcuni dei fattori che complicano – ma non inficiano – la teoria del plusvalore.

Unico fattore innegabile e non dissimulabile resta, più vero che mai dai tempi di Marx fino ad oggi, la disoccupazione, cioè “l’ esercito di riserva del sistema di produzione capitalistico” .

Infine vorrei notare ancora un aspetto: Marx ha teorizzato il funzionamento del sistema capitalistico nell’ottica della produzione di beni. Nelle società contemporanee il settore dei servizi ha assunto una dimensione che un secolo e mezzo or sono non era immaginabile.

La teoria del plusvalore è applicabile certamente anche a questo settore, ma non in modo dogmatico e soltanto tenendo conto, nell’equazione, di tutti i fattori in gioco e come pure della loro rispettiva valenza. Come si è visto sopra, il plusvalore può crescere addirittura riducendo il tempo di lavoro guadagnando però in flessibilità (certo, sempre a spese dei lavoratori, su questo punto non sono concesse deroghe).

Spesso purtroppo le critiche alla teoria marxista vengono mosse prendendo gli esempi dal Capitale come dogmi, senza tener conto che Marx li aveva espressamente presentati come astrazioni e modelli utili a comprendere il meccanismo del plusvalore, ma non già ad esaurire tutti gli aspetti connessi né tanto meno come profezie per l'eternità.

E dunque per fare un esempio, rientra nella sua teoria, se usata con intelligenza, non soltanto la produzione ma anche la distruzione di beni. L’impresa che demolisce un fabbricato, alla fine dell’operazione ha distrutto un bene, magari ancora perfettamente utilizzabile ma non più conveniente. L’imbecille potrebbe chiedersi: ma dov’è qui il plusvalore ? L’investitore lo sa: è il valore aggiunto dell’area sulla quale può costruire un nuovo edificio, che dalla vendita gli consentirà di estrarre un profitto dall’investimento, che dunque comprende sia la fase costruttiva del nuovo edificio che la precedente fase distruttiva della demolizione, che ne è il presupposto.

L’impossibilità di stabilire un netto e fisso rapporto fra plusvalore e tempo di lavoro e di produzione viene spesso addotto a critica della teoria marxista, ma ciò rivela unicamente una comprensione superficiale e ristretta della teoria, una comprensione rimasta ad un livello simile a quella dei cannibali che dal missionario avevano appreso unicamente le forme esteriori della preghiera e che prima di mangiarlo si fecero il segno della croce chiedendo la benedizione del cibo che stavano per prendere.

Graziano Priotto / Praga-Radolfzell, de.it.press

 

 

 

 

La notte di Colonia fa calare il sipario sull'ultima democristiana: Angela Merkel

 

Un columnist del New York Times non ha avuto dubbi: "Angela Merkel deve andarsene". Più o meno tutta la stampa anglosassone concorda: il caparbio rifiuto della Cancelliera a mettere un tetto all'accoglienza dei rifugiati in Germania segna la fine della sua vita politica. Non sarebbe la prima volta che la stampa anglosassone, visibilmente incapace di apprezzare meccanismi e codici della politica nell'Europa continentale, prende un abbaglio. Basta vedere quante volte è stata proclamata la fine dell'euro. E, almeno fino alla notte di Capodanno a Colonia e alle polemiche sulle aggressioni alle donne, nessuno in Europa e, soprattutto, in Germania, aveva preso sul serio questa previsione.

 

Ma le cose sono cambiate. Un lungo articolo, questa settimana, sullo Spiegel analizza apertamente l'ipotesi della fine politica della Merkel. In Germania, quando un ministro in carica critica apertamente il capo del governo è, di solito, il segnale della crisi: è avvenuto con il ministro dei Trasporti, Dobrindt. Un successore già pronto c'è: il ministro delle Finanze, Wolfgang Schaeuble. Di fatto, a sorreggere la Cancelliera è, più di ogni altra cosa, l'appoggio dell'alleato socialdemocratico. Ma la resa dei conti si avvicina. Possono essere le elezioni regionali dei prossimi mesi o anche solo i sondaggi a convincere la Cancelliera a dimettersi o, almeno, a rinunciare ufficialmente a candidarsi per un terzo mandato nelle elezioni di fine 2017. La prova del fuoco, in realtà,

sarà la primavera, quando il clima più mite ingrosserà nuovamente - si prevede - le fila dei profughi. A quel punto, la pressione per cambiare politica e chiudere le frontiere potrebbe diventare insostenibile. E Angela Merkel, ragiona il principale settimanale tedesco, potrebbe decidere di dimettersi, pur di non cambiare politica, giusta o sbagliata che sia.

 

Come è possibile che una politica capace di raggiungere e mantenere le vette più alte di popolarità, grazie ad una disinvolto pragmatismo che le ha suggerito più volte di rinunciare a progetti e riforme privi di consenso, scelga questa volta di puntare i piedi al di là della convenienza politica? Esiste una spiegazione razionale, che viene fornita dagli uomini della Cancelliera. Se la Germania chiudesse le frontiere si creerebbe una sorta di effetto domino, con i rifugiati imbottigliati giù, giù per la via dei Balcani, fino alla Grecia e poi al Libano, con effetti destabilizzanti su tutti gli equilibri politici della regione. Ma la risposta più vera, secondo lo Spiegel, è un'altra: valori. Il settimanale insiste sulla sua biografia di figlia di un pastore protestante assai impegnato nel sociale. C'è però un modo diverso di vedere le sue scelte: Angela Merkel è rimasta (e probabilmente rimarrà) l'ultima democristiana.

 

E' una tipologia politica che ha profondamente segnato il secolo passato e che, forse, solo noi italiani conosciamo bene come i tedeschi. Un partito conservatore, con profonde radici clientelari, solidi legami con i poteri forti, ma una vocazione verso il consenso sociale e la solidarietà. Un partito che non ha bisogno di sottoporre e discutere i suoi valori con gli elettori, perché già ci pensano le chiese a cui fa riferimento. Nella pratica e nei fatti, il divario fra le parole e i fatti è stato spesso - a volte sistematicamente, soprattutto in Italia - evidente. Ma il punto non è questo. Il punto è rivendicare in linea di principio una politica basata sui valori, piuttosto che sui sondaggi. Questo, in fondo, sta facendo la Merkel. Pare che la Cancelliera ami una citazione dell'ex presidente ceco, Vaclav Havel: "La speranza non è la convinzione che qualcosa finirà bene, ma la certezza che qualcosa ha senso, a prescindere da come andrà a finire". Può darsi che, alla fine, ci ripensi. E si comporti come un Blair qualsiasi. MAURIZIO RICCI LR 30

 

I recenti temi di Radio Colonia

 

Radio Colonia va in onda ogni giorno dal lunedì al venerdì, dalle 19 alle 20, sulle frequenze di Funkhaus Europa e in streaming in internet.

 

04.02.2016 - Affitti a dieci euro. Oltre 100 milioni di perdite l'anno per le casse del Campidoglio. È la prima stima dello scandalo di "affittopoli": case del comune date in affitto nel centro di Roma per pochi euro.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/wohnungsmarkt-rom-100.html

Il Carnevale delle donne. Dopo i fatti di Capodanno il primo giorno di Carnevale a Colonia ha visto in strada più polizia e meno maschere. Parliamo di questo e del dibattito in Italia con Maria Latella in studio.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/maria-latella-100.html

 

03.02.2016. A quale prezzo?

Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo, ha presentato le concessioni che l’UE è disposta a fare alla Gran Bretagna per evitare la Brexit.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/brexit-eu-100.html

L'organo della riconciliazione

Il linguaggio universale della musica può aiutare a rielaborare anche i capitoli più bui della storia umana. La storia dell'organo della pace di Sant'Anna di Stazzema.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/westermann-stazzema-100.html

Un partito in più  - Si chiama "Italia Civile Popolare", il nuovo movimento politico fondato da un unico deputato: Mario Caruso, eletto nella ripartizione estera Europa con Scelta Civica.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/italmondo/italia-civile-popolare-100.html

 

02.02.2016. Soli. Arrivano in Europa e scompaiono. Sono decine di migliaia i profughi minori non accompagnati di cui si è persa qualsiasi traccia.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/unbegleitete-minderjaeherige-fluechtlinge-100.html

"Sarò imparziale"

È quanto promesso dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella il giorno del giuramento. Bilancio di un anno di attività del successore di Giorgio Napolitano.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/sergio-mattarella-100.html

Robotica, eccellenza italiana

L'italiana Cecilia Laschi è alla guida di un progetto pilota della robotica mondiale.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/terramia/robotics-made-italy-100.html

 

01.02.2016. USA verso le elezioni

Dall’Iowa, Ingo Zamperoni, corrispondente dagli Stati Uniti d’America dell’ARD, parla con Luciana Caglioti dei candidati e dell’elettorato americani.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/usa-vorwahlen-100.html

Magico cricket. Il cricket italiano miete successi grazie alla bravura dei ragazzi di seconda generazione che rappresentano il 90% dei suoi giocatori.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/zapping/cricket-italien-100.html

 

29.01.2016. Il Ghetto e la sua radio

In provincia di Foggia, in piena campagna, c'è una vera e propria baraccopoli, il cosiddetto Ghetto di Rignano Garganico. Gli africani che lo abitano fanno sentire la loro voce attraverso la loro radio: Radio Ghetto.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/radio-ghetto-migrantenradio-apulien-100.html

Disgelo, almeno un po'

Bilaterale Merkel-Renzi a Berlino. Intesa sui profughi. L'Italia pronta a collaborare sulla Turchia ma continua a chiedere maggiore flessibilità sui conti.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/renzi-merkel-berlin-100.html

Bike the Nobel: Arrivata!

Paola Gianotti ce l'ha fatta: è arrivata a Oslo in bicicletta per portare le oltre 10.000 firme raccolte dall'iniziativa di Caterpillar - Rai Radio 2. Obiettivo: candidare la bicicletta al premio Nobel per la pace. Ecco com'è andata.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/speciale/bike-the-nobel-104.html

 

Appuntamenti Eventi, incontri, spettacoli. Calendario lunedì http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/appuntamenti/kalendermontag100.html. Calendario venerdì http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/appuntamenti/kalenderfreitag100.html

 

28.01.2016. La grande disuguaglianza. Sono 62 i super ricchi del mondo e possiedono l’equivalente della ricchezza detenuta da metà della popolazione mondiale. Mentre la povertà dilaga, e le tasse inique rimangono. 

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/reiche-unterschied-100.html

 Vivere a Varsavia. La Polonia vive un'epoca d'oro a livello economico. E Varsavia, la sua capitale, ne è lo specchio. Così la comunità italiana si allarga: ha ormai superato le 3000 unità.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/polen-italienern-100.html

Dipinti al pianoforte

Nei nostri studi il pianista Pietro Pittari ci presenta il suo album "Sunrise", vincitore del Deutscher Rock & Pop-Preis 2015 in tre categorie.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/quelli_sul_palco/pietro-pittari-100.html

 

27.01.2016. Il pavimento del Duomo di Siena. Un monumento straordinario in marmo dai tanti colori, la cui realizzazione è durata sei secoli.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/terramia/dom-siena-100.html

Il labirinto del silenzio. È di Giulio Ricciarelli, attore, produttore e regista italo-tedesco, il film che era in corsa agli Oscar per la Germania. Un film che racconta la difficile ricerca della verità su Auschwitz. Un film sulla responsabilità individuale, come ci ha spiegato in studio Giulio Ricciarelli.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/a_tu_per_tu/labyrinth-schweigens-100.html

 Sculture scomode. Polemiche in tutto il mondo per le statue dei Musei Capitolini coperte per non turbare il presidente iraniano Rouhani con i nudi. Uno scandalo secondo Igiaba Scego, musulmana praticante. 

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/skulpture-rohani-100.html

 Canone Rai all'estero. A partire da quest'anno il canone si paga direttamente con la bolletta elettrica. Lo devono pagare anche gli italiani all'estero che hanno un contratto di fornitura elettrica in Italia.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/italmondo/canone-rai-100.html

 

26.01.2016. Paura di Zika- È il virus che si sta diffondendo in America Latina ma sono stati registrati dei casi anche in Europa, quattro in Italia.

 http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/zika-virus-100.html

Operazione Fuorigioco. È stata condotta dalla procura di Napoli. La Guardia di Finanza da tre anni indaga su casi di evasione fiscale e fatture truccate nel calico.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/skandal-fussball-100.html

"Il passato non si scorda mai di noi". Lo scrittore Salvo Francesco Lauria nel suo libro “Segreti di Sicilia. Alla ricerca del tesoro rubato”, edito da Bonfirraro, fonde storia d'Italia e ricordi di famiglia. Lo scrittore nei nostri studi.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/zapping/lauria-francesco-100.html

 

25.01.2016. Vivere a Zaatari. 80.000 profughi vivono nel campo a nord della Giordania. Una città, dove i container sono abitazioni e negozi, e i profughi cercano di ritrovare la perduta quotidianità. Il racconto di Sabine Rossi.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/zaatari-jordanien-102.html

Schengen in crisi. Alcuni stati reintroducono i controlli alle frontiere e si parla di fine dell’Europa. L’origine del problema è l’assenza di una “difesa della frontiera comune” dice Sergio Romano.

 http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/shengen-100.html

 

22.01.2016. Unioni che dividono.Si avvicina la discussione al Senato del Ddl sulle unioni civili. Tra divisioni di partito e di piazza: domani manifestazioni anche a Berlino, Francoforte e Monaco. 

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/italien-debatte-homoehe-100.html

Italiani di fatto

Sono ormai migliaia le persone immigrate in passato in Italia che ora cercano lavoro e fortuna qui in Germania. E si appoggiano alle strutture italiane. 

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/auslaender-verlassen-italien-fuer-deutschland-100.html  

A Berlino in camice bianco. Trovare un'italiana dietro il banco di una farmacia tedesca è raro, ma non impossibile: Federica Mosca, laureata a Pisa, lavora da tre anni in una farmacia di Berlino.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/a_tu_per_tu/federica-mosca-apothekerin-berlin-100.html

 

Appuntamenti. Eventi, incontri, spettacoli sull'Italia, dall'Italia o ispirati all'Italia in Germania. Calendario lunedì-giovedì

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/kalendermontag100

Calendario venerdì-domenica

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/kalenderfreitag100

RC/De.it.press

 

 

 

 

 

Anemia Mediterranea, una malattia sconosciuta in Germania?

 

Il 19 Febbraio 2016 a Monaco di Baviera avrà luogo il primo evento della Commissione Salute del Comites presieduta dalla Dr. Valeria   Milani.

 

Monaco di Baviera: Il prossimo venerdì 19 febbraio, dalle ore 17:00 alle ore 20:00, presso  Eden Hotel Wollf (Arnulfstr. 4, München) avrà luogo un importante convegno che metterà al centro della discussione un problema sanitario del quale ancora in Germania non si parla molto ma che colpisce sempre più concittadini: la Talassemia, o Anemia mediterranea.

La Talassemia è una malattia ereditaria che se manifesta può comportare disfunzioni cardiache anche molto gravi.  Della Talassemia, come tutte di le malattie genetiche, si può anche essere portatori sani.

Una più approfondita conoscenza della malattia ed un riconoscimento del fenomeno da parte dei pazienti, dei genitori, delle famiglie ma anche da parte degli operatori, dei medici e del servizio sanitario è l’obiettivo che si pone con l’organizzazione di questa serata la Dr. Valeria Milani.

La Dr. Milani è una ematologa oncologa che opera da molti anni  in Baviera e che con il Comites all’interno del quale è stata eletta,  desidera portare avanti la propria campagna informativa per una maggiore consapevolezza del malato ed il riconoscimento da parte di tutti gli operatori sanitari.

Si invita la cittadinanza a partecipare e a dare la massima diffusione alla notizia.

Programma della serata informativa:

17.00-18.00:

Talassemia: Epidemiologia e Diagnosi

Dr. med. Dr. Univ. Genua Valeria Milani, Ematologa e oncologa (Facharztzentrum Fürstenfeldbruck)

Terapia: il futuro e innovazione

Dr Raffaella Origa, Pediatra (Centro Microcitemia, Università Cagliari)

18.00-18.15: Pausa

18.15-19.15: Le associazioni di talassemici in Germania si presentano

Domenico della Ratta, Bremen

SAM Deutschland e.V., Verein für seltene Anämien

IST e.V., Interessengemeinschaft Sichelzellkrankheit und Thalassämie e.V.

Mohamed El Missiry, Finnland

Degetha e.V., Deutsche Gesellschaft für Thalassämie

19.15-20.00: Tavola rotonda: le vostre domande agli esperti

Dr. Stephan Guggenbichler, AMSIT e.V.

Lara Galli, Patronato/Inca

Dr. Daniela di Benedetto, Presidente COMITES

Camilla Tucci, Psicologa Caritas

Norma Mattarei, Sociologa, Caritas

Moderazione: Dr. med. Valeria Milani

Ingresso libero

Si prega di prenotare entro il 16.02.2016 c/o: Facharztzentrum Fürstenfeldbruck, Tel: 08141-150430 Fax: 08141-1504329, info@facharztzentrum-ffb.com

Organizzatori: Commissione Salute del COMITES di Monaco di Baviera, Dr. med. Valeria Milani (Facharztzentrum Fürstenfeldbruck), Associazione Medico-Scientifica Italo-Tedesca – AMSIT e.V., Centro sardo “Su Gennargentu” e.V., Le Zagare – USEF

Patrocinio: Consolato Generale d’Italia, Monaco di Baviera

Sponsor: Novartis Oncology

Daniela Di Benedetto, Presidente del Comites di Monaco di Baviera (de.it.press)

 

 

 

 

Rüsselsheim. “Le storie dei ‘Gastarbeiter’ dimostrano che un'integrazione di successo è possibile”

 

“L'esperienza legata agli accordi bilaterali stilati negli anni Cinquanta tra la Germania e una serie di Paesi, tra cui l'Italia, dimostra che, nonostante i tanti problemi, un’integrazione di successo è possibile. Gli emigrati di ieri sono stati apripista per l’Europa di oggi - l'Europa della libera circolazione, dei diritti e dell'amicizia fra i popoli".

 

"Anche se si tratta di situazioni molto diverse, la crisi odierna, derivante dagli arrivi di centinaia di migliaia di rifugiati che raggiungono l’Europa scappando da guerre e povertà,  deve indurci a fare attenzione per non ripetere gli errori commessi in passato. Bisogna mettere in campo da subito un piano eccezionale per l'integrazione. Non si deve guardare ai rifugiati come se fossero una massa indistinta da gestire e organizzare. Non dimentichiamo che sono in gioco vite umane, oggi come ieri. L’esperienza recente dei cosiddetti 'Gastarbeiter' dimostra che da estranei si può diventare amici e che da stranieri si può diventare concittadini”.

 

Lo ha affermato Laura Garavini, nel corso della iniziativa promossa dalla Europa Union di Russelsheim. L’evento è stato organizzato dall'attuale Presidente della Europa Union locale, Ivo Zeba, e dallo scrittore ed ex Presidente, Delio Miorandi, autore di volumi sulla storia dei ‘Gastarbeiter’ italiani. De.it.press

 

 

 

 

A Berlino tra memorie dal lager e workshop digitali

 

Dall’11 al 21 febbraio, torna la Berlinale, con una valanga di proiezioni - 400 i film - e Meryl Streep presidente di giuria. Di Alessandro Alviani

 

Un uomo se ne sta rannicchiato su uno sgabello, il volto stretto tra le mani. Accanto a lui un bastone e un fardello e, su un tavolo, un mappamondo. «Il profugo», un quadro di impressionante attualità dipinto da Felix Nussbaum nel 1939, cinque anni prima che il pittore tedesco di origini ebraiche venisse deportato ad Auschwitz e ucciso, apre la mostra «Kunst aus dem Holocaust» (Arte dall’Olocausto), inaugurata la scorsa settimana dalla cancelliera Angela Merkel e in programma fino al 3 aprile al Deutsches Historisches Museum sulla Unter den Linden. 

 

Per la prima volta vengono presentate in Germania 100 opere dalla collezione dello Yad Vashem, l’Ente per la Memoria della Shoah. Mai finora lo Yad Vashem aveva mostrato al di fuori di Israele tanti lavori. Si tratta di disegni e quadri realizzati in segreto e con materiali di fortuna tra il 1939 e il 1944 da internati nei campi di concentramento e di lavoro o nei ghetti. Dei 50 autori esposti, 24 vennero ammazzati dai nazisti. 

 

Lo stesso museo ospita fino al 28 febbraio una piccola ma interessante mostra sulla vita quotidiana in Germania negli anni di transizione dopo la caduta del Muro. Se masticate un po’ di tedesco, non lasciatevi scappare i foglietti scritti a mano sui quali i visitatori nati nella defunta Germania dell’Est rivelano cosa comprarono coi loro primi 100 marchi occidentali (un assaggio: «Venti tavolette di cioccolata e 10 scatole di ananas» o «una calcolatrice tascabile da Aldi, che uso ancora oggi»). 

 

Dall’11 al 21 febbraio, poi, torna la Berlinale, con una valanga di proiezioni - 400 i film - e un motto che la dice lunga sulla manifestazione: «Il diritto alla felicità». Nutrita la lista delle star attese davanti il Berlinale-Palast a Potsdamer Platz: dalla presidente di giuria Meryl Streep a George Clooney, da Julianne Moore a Colin Firth. I biglietti si possono acquistare dall’8 febbraio in quattro punti vendita (Potsdamer Platz Arkaden, Kino International, Haus der Berliner Festspiele e Audi City Berlin). Un contingente limitato è disponibile su www.berlinale.de. Quest’anno sono previste anche iniziative per i rifugiati. In programma, tra l’altro, un food truck con lo chef sardo Roberto Petza, che presenterà insieme con un’associazione berlinese specialità dell’area mediterranea. 

 

Infine alla Haus der Kulturen der Welt si svolge fino al 7 febbraio il festival di cultura digitale e media art «transmediale». Discussioni, workshop e installazioni ruotano intorno alle paure del tardo capitalismo, nonché al tema della sorveglianza e del controllo.  LS 6

 

 

 

 

Francoforte. Tutti al cinema! Ciclo: in viaggio con Nanni Moretti

 

Ciclo didattico e di introduzione al cinema italiano ideato e promosso da Massimo Fagioli, docente,  in collaborazione con Consolato Generale d’Italia in Francoforte, associazione Italiani in Deutschland e.V. ed Enit Francoforte .

 

Mercoledì 11 febbraio 2016, ore 18.45, presso Sala Eventi Enit, Barckhausstr.10, Francoforte (U 6/7 fermata metro: Westend) - Introduzione e discussione con Massimo Fagioli

Entrata: donazione libera a copertura delle spese di organizzazione dell’ evento.

E-mail di conferma (solo 60 posti a sedere) a: francoforte.culturale@esteri.it

 

Caro Diario, un film diretto ed interpretato da Nanni Moretti (1993) – Versione originale con sottotitoli in italiano

 

Vincitore del premio per la miglior regia al Festival di Cannes 1994, “Caro Diario” è un film  composto da tre episodi.

In Vespa Il primo episodio vede il protagonista zigzagare in Vespa attraverso i quartieri di una Roma  estiva e semideserta. Inquadrature architettoniche e monumentali accompagnano le riflessioni del regista sul cinema, la sociologia e l’architettura dei quartieri periferici. L'itinerario e l’episodio si concludono  a Ostia, dove una scultura malandata ricorda il luogo in cui fu ucciso Pier Paolo Pasolini.

Isole In fuga dalla frenesia cittadina, Moretti è ospite dell’amico Gerardo sull’isola di Lipari. Non riuscendo a trovare per via dell’ affollamento turistico la giusta tranquillità, i due partono per un tour delle altre isole Eolie, visitando Salina, Stromboli, Panarea ed infine la ‘selvaggia’ Alicudi. Durante il viaggio, l’amico Gerardo, studioso di Joyce e di Enzensberger, da sempre allergico alla TV, per caso si scopre affascinato da alcuni programmi televisivi, in particolare dalle soap opera. Questa rivelazione segnerà la fine delle vacanze.

Medici L'ultimo episodio, autobiografico ed in parte filmato dalla vita reale, narra l’odissea di Nanni Moretti tra diversi medici ed istituti di cura romani. A causa di un sintomo di crescente prurito agli arti, il protagonista si rivolge a molti  dermatologi di grido, ottenendo da ognuno di loro solamente prescrizioni di nuovi farmaci e prodotti farmaceutici, e addirittura il consiglio di una vacanza al mare. Una lunga peripezia che si risolverà solo dopo un intervento chirurgico, che consentirà la diagnosi corretta della malattia. Iic/dip

 

 

 

 

Appuntamenti e manifestazioni a Monaco di Baviera e dintorni

 

* domenica 14 febbraio, ore 16:00, c/o Heilig-Geist-Kirche (Bahnhofpl. 1, Eichstätt) S. Messa in lingua italiana

* mercoledì 17 febbraio, ore 19:30, c/o Kino Breitwand Starnberg (Wittelsbacherstr. 10, Starnberg, www.breitwand.com) nell'ambito della rassegna "il Cinema Italiano introdotto e commentato da Ambra Sorrentino" Film: "Anni felici" (Regia: Daniele Luchetti, Italia 2013, 101 min.)

* venerdì 19 febbraio, ore 14:15-20:30, c/o Vorhölzerforum der TU München, Raum 5170, Institutsbau, 5. OG, Südterrasse (Arcisstr. 21, München)

Congresso: "Pompei - protezione e conservazione di un patrimonio archeologico di interesse mondiale". Programma:

o Ore 10.30-12.00: Conferenza stampa

o Ore 14.15-15.00: Inaugurazione

Modera: Dr. Johanna Leissner, portavoce Forschungsallianz Kulturerbe

Saluti introduttivi

Prof. Dr. Arnulf Melzer, Technische Universität München

Renato Cianfarani, Console Generale della Repubblica Italiana a Monaco di Baviera

Prof. Dr. Reimund Neugebauer, Presidente Fraunhofer-Gesellschaft

o Ore 15.00-16.00: "Il grande progetto Pompei"

Prof. Dr. Massimo Osanna, Soprintendente Beni Archeologici Pompei, Ercolano e Stabia

o Ore 16.00-16.30: "Pompei - Storia della conservazione dei beni archeologici e il suo significato per l'Europa"

Prof. Dr. Stefano De Caro, Direttore Generale ICRROM

o Ore 16.30-17.00: Pausa

o Ore 17.00-17.30: "Herculaneum conservation project - future perspectives"

Prof. Dr. Andrew Wallace-Hadrill, Direttore Herculaneum Conservation Project

o Ore 17.30-18.00: "Das Pompeii sustainable conservation project"

Dr. Albecht Matthaei, coordinatore PSPP

Dr. Ralf Kilian, coordinatore PSPP

Prof. Dr. Daniele Malfitana, Direttore CNR-IBAM

o Ore 18.00-19.00: Tavola rotonda

"Pompei - impulsi per la conservazione del patrimonio archeologico nei tempi di crisi"

Modera: Dr. Johanna Leissner, portavoce Forschungsallianz Kulturerbe

o Ore 19.00-20.30: Rinfresco

Iscrizione obbligatoria a: anmeldung@pompeii-pspp.org

Organizzatori: Istituto Italiano di Cultura, Pompeii Sustainable Preservation Project, Kulturinitiative Phoenix Pompeji e.V. e Forum Italia e.V.

Con il patrocinio del Console Generale della Repubblica Italiana a Monaco di Baviera, Renato Cianfarani

* venerdì 19 febbraio, ore 17:00-20:00, c/o Eden Hotel Wollf (Arnulfstr. 4, München) "Anemia mediterranea: una malattia sconosciuta in Germania?"

Serata informativa per pazienti, familiari ed interessati. Programma:

o 17.00-18.00: Talassemia: Epidemiologia e Diagnosi

Dr. med. Dr. Univ. Genua Valeria Milani, Ematologa e oncologa (Facharztzentrum Fürstenfeldbruck)

Terapia: il futuro e innovazione

Dr Raffeella Origa, Pediatra (Centro Microcitemia, Università Cagliari)

o 18.00-18.15: Pausa

o 18.15-19.15: Le associazioni di talassemici in Germania si presentano

Domenico della Ratta, Bremen

SAM Deutschland e.V., Verein für seltene Anämien

IST e.V., Interessengemeinschaft Sichelzellkrankheit und Thalassämie e.V.

Mohamed El Missiry, Finnland

Degetha e.V., Deutsche Gesellschaft für Thalassämie

o 19.15-20.00: Tavola rotonda: le vostre domande agli esperti

Dr. Stephan Guggenbichler, AMSIT e.V.

Lara Galli, Patronato/Inca

Dr. Daniela di Benedetto, Presidente COMITES

Camilla Tucci, Psicologa Caritas

Norma Mattarei, Sociologa, Caritas

Moderazione: Dr. med. Valeria Milani

Ingresso libero

Si prega di prenotare entro il 16.02.2016 c/o: Facharztzentrum Fürstenfeldbruck, Tel: 08141-150430 Fax: 08141-1504329, info@facharztzentrum-ffb.com

Organizzatori: Commissione Salute del COMITES di Monaco di Baviera, Dr. med. Valeria Milani (Facharztzentrum Fürstenfeldbruck), Associazione Medico-Scientifica Italo-Tedesca - AMSIT e.V., Centro sardo "Su Gennargentu" e.V., Le Zagare - USEF

Patrocinio: Consolato Generale d'Italia, Monaco di Baviera

Sponsor: Novartis Oncology

* venerdì 19 febbraio, ore 20:00, c/o Ristorante Antica Italia (Waldeysenstr. 48, Ingolstadt) Conversazione in lingua italiana. Organizza: Italclub Ingolstadt e.V.

* sabato 20 febbraio, ore 11:00-13:00, c/o Bürgerhaus Pfersee (Stadtberger Str. 17, Augsburg) "Facciamo due chiacchiere" Conversazione in italiano davanti ad una tazza di caffè. Tema: Le minoranze linguistiche. Conduce: Filippo Romeo

Organizza: Società Dante Alighieri - Comitato di Augsburg

* sabato 20 - domenica 21 febbraio, ore 20:00, c/o Gasteig, Black Box (Rosenheimerstr. 5, München) Teatro: "Un cervello in due". Una crisi di coppia a prova di neuroni. Con Marcello Paesano e Luca Comastri. Testo e regia: Marcello Paesano. Ingresso: € 19,- / 15,- Per informazioni: associazioneculturaleintro@gmail.com. Organizza: INTRO Associazione Culturale - Roma (Facebook: intro.associazioneculturale)

* domenica 21 febbraio, ore 16:00, c/o chiesetta di St. Georg (Kipfenberg)

S. Messa in lingua italiana

* giovedì 25 febbraio, ore 19:30, c/o Algovenhaus (Heinrich-von-Buz-Str. 2 1/2, Augsburg) Cinema italiano: "Buoni a nulla" (Regia di Gianni di Gregorio, commedia, 2014 - OmU). Introduce Giacomo Carloni

Organizza: Società Dante Alighieri - Comitato di Augsburg

* venerdì 4 marzo, ore 19:00, c/o INCA-CGIL (Häberlstr. 20, München, U3/U6 "Goetheplatz") Serata insieme in occasione della Giornata Internazionale della Donna. Brindisi e buffet per soci ed amici. Organizza: rinascita e.V.

* sabato 12 marzo, ore 17:00, c/o EineWeltHaus (Schwanthalerstr. 80, München)

"Cani, gatti, parenti e affini" Commendia de "I Teatroci", Associazione "Bolle di Sapone" di Torino, di/con Cristiano Tassinari e Gualtiero Papurello

Ingresso: € 5,- Organizza: rinascita e.V.

* mercoledì 16 marzo, ore 19:30, c/o Kino Breitwand Starnberg (Wittelsbacherstr. 10, Starnberg, www.breitwand.com) nell'ambito della rassegna "il Cinema Italiano introdotto e commentato da Ambra Sorrentino"

Film: "Latin Lover" (Regia: Cristina Comencini, Italia 2014, 104 min.)

* mercoledì 13 aprile, ore 19:30, c/o Kino Breitwand Starnberg (Wittelsbacherstr. 10, Starnberg, www.breitwand.com) nell'ambito della rassegna "il Cinema Italiano introdotto e commentato da Ambra Sorrentino"

Film: "Smetto quando voglio" (Regia: Sydney Sibilia, Italia 2014, 100 min.)

Claudio Cumani/de.it.press

 

 

 

 

“Colonia capitale della filosofia: un viaggio nel medioevo": conferenza all’IIC

 

COLONIA - "Colonia capitale della filosofia: un viaggio nel medioevo" è il titolo della conferenza che Maria Lucrezia Leone del Forum Accademico Italiano terrà mercoledì 17 febbraio, alle ore 19.00, all'Istituto Italiano di Cultura di Colonia, in Germania.

A partire dalla fine del XII secolo nascono in Europa le Università con la conseguente "professionalizzazione" del lavoro intellettuale: in molte città europee, come Parigi, Napoli o Oxford, sorgono queste nuove istituzioni, mentre la Germania resta estranea a tale fenomeno culturale fino a quando i Frati Domenicani decidono di fondare uno Studium generale di filosofia e teologia nella città di Colonia, dove già esiste un convento appartenente ai frati predicatori.

L’organizzazione di questo Studium, che costituisce il primo nucleo dell’Università di Colonia, è affidata a un maestro tedesco, che si è formato a Padova e insegna teologia a Parigi: Alberto Magno, che si farà accompagnare dal suo assistente, Tommaso d’Aquino. Insieme sperimenteranno un modo originale di fare filosofia attraverso una sintesi culturale tra il pensiero cristiano, il pensiero antico e quello scritto in lingua araba.

Da questo momento in poi, a partire da Colonia, la Germania diviene uno dei centri scientifici di spicco dell’Europa medievale, soprattutto per quel che riguarda l’insegnamento della filosofia e della teologia, ospitando e formando intellettuali di altissimo profilo. (aise/dip) 

 

 

 

 

Germania. A Lipsia, ma non da stranieri

 

«Mi sono bastati tre giorni per innamorarmi di Lipsia. Era l’inverno del 2005. Lasciai subito Milano e mi trasferii per imparare la lingua e per trovare un lavoro. Sono ingegnere e violinista. Sono passati più di dieci anni da quel viaggio. Oggi sono consulente presso un’azienda specializzata in software per emittenti radiotelevisive in tutta Europa e sono Konzertmeister (primo violino) presso la locale Akademisches Orchester».

Valerio Camarda, 40 anni, originario di Palermo, non si pente della sua scelta: «Nonostante la crescente emigrazione, Lipsia è ancora una città a misura d’uomo. C’è tanto verde, ci si muove in bicicletta e con i mezzi pubblici. L’auto non è necessaria. Per una città con quasi 600 mila abitanti non è scontato. È piena di attività culturali di qualsiasi tipo, nonché sede di un’università antica e importante. Le opportunità di lavoro non mancano. Non possono essere paragonate a quelle della Germania Ovest, né in termini di offerta, né di retribuzione, ma qui si riesce a vivere con poco. Un laureato non ha problemi a trovare lavoro, se ha pazienza e soprattutto se conosce la lingua. Il tedesco è fondamentale per qualsiasi attività. Conoscere l’inglese non ti garantisce la sopravvivenza nel lungo periodo, lo parlano solo i giovani e le fasce più alte della società. All’epoca della DDR la prima lingua straniera qui era il russo».

L’Italia, comunque, non si dimentica mai. A settembre 2014, assieme a un’altra ragazza, Chiara Scopel, Valerio ha fondato la prima Associazione italiani a Lipsia. «Non è rivolta solo ai miei connazionali, ma anche a tutti quei tedeschi che parlano italiano – spiega Valerio –. Al momento ci sono settantadue membri ufficiali, più altri che partecipano a seconda delle attività culturali che proponiamo. Siamo un mix di vecchi e nuovi immigrati – aggiunge –, si va dai medici, architetti e musicisti che vivono qui da tempo ai giovani alla ricerca di un futuro dignitoso, che spesso qui trovano. Il gruppo si è formato inizialmente grazie a Facebook. Ora, con l’autofinanziamento, abbiamo una sede e una biblioteca di libri in italiano. Organizziamo anche corsi di lingua, sia italiana che tedesca; incontri pomeridiani rivolti a famiglie con bambini e varie escursioni fuori città. Speriamo di iniziare a breve anche dei workshop specifici per bambini bilingue italo-tedeschi».

La comunità italiana è in genere ben accolta dai tedeschi. «Lipsia è una città molto aperta e ospitale, non mi sono mai sentito uno straniero qui – continua Valerio –. Qualche pregiudizio è ancora presente, ma è anche vero che i tedeschi sono sempre pronti a ricredersi davanti all’evidenza». Tornerebbe mai in Italia? «Non posso escluderlo. Sono emotivamente legato a Palermo, ma non penso potrà mai accadere prima della vecchiaia. Mi sono abituato a uno stile di vita molto diverso da quello siciliano, che è splendido, ma anche frustrante».

Andrea D’Addio, Il Messaggero di sant’Antonio per l’estero

 

 

 

 

Francoforte. Luigi Brillante e Giovanna Testadoro eletti alla Consulta degli stranieri (KAV)

 

Brillante ricorda anche l'importante votazione per il rinnovo del Consiglio comunale, previsto il 6 marzo

 

FRANCOFORTE – I connazionali Luigi Brillante, membro del Consiglio comunale della città di Francoforte sul Meno, e Giovanna Testadoro sono stati eletti nella rinnovata Consulta degli stranieri (KAV) della città tedesca.

Un evento di ringraziamento per il sostegno ottenuto si è svolta al locale centro Pro Seniore, occasione in cui i due neo-eletti hanno ribadito come con l'impegno comune si possano avere più diritti e migliorare la situazione della collettività italiana residente in loco. A tale finalità risponde anche il luogo d'incontro, finanziato – ricorda Brillante – dalla città di Francoforte per promuovere l'integrazione e iniziative di convivialità. Testadoro ha a questo proposito sollecitato in particolare le donne a organizzarsi e proporre nuove idee, mentre Brillante ha segnalato la presenza di fondi per organizzare una compagnia teatrale, sollecitando partecipazioni.

Ricordate infine le elezioni per il rinnovo del Consiglio comunale di Francoforte, previsto il 6 marzo. Brillante ha sollecitato i presenti a partecipare a questa importante scadenza, votando la lista n.9 “Europa Liste für Frankfurt – Elf”. Il voto si potrà già esprimere da domani presso il Wahlamt di Francoforte, Zeil 3, entrata laterale, 2° piano, e presso il Wahlamt di Höchst (Dalbergstraße 14), di fronte alla stazione. Necessario il documento d'identità. Inform 25

 

 

 

 

 

“Un cervello in due”. Una crisi di coppia a prova di neuroni

 

20. e 21. Febbraio 2016, alla Black Box am Gasteig, Rosenheimer Str. 5, München. Organizzatore e compagnia: INTRO Associazione Culturale-Kulturverein

A proposito di “Un cervello in due” - Che cosa passa per la testa di uomo? Il pubblico potrà letteralmente vedere e sentire come Leopoldo ragiona durante una crisi di coppia che sta vivendo con la sua fidanzata Loredana. Sul palcoscenico i due emisferi del suo cervello: Leo (Luca Comastri), creativo ed emotivo, e Poldo (Marcello Paesano, qui anche autore e regista), razionale e poco sensibile. La particolarità della messinscena sta nel video proiettato alle loro spalle con cui i due attori interagiscono a sincrono.

A proposito di Marcello Paesano e Luca Comastri

Il percorso artistico di Marcello Paesano e Luca Comastri inizia  per entrambi nel 2008 alla Scuola di Teatro Colli di Bologna. Dopo il Diploma di Attore nel 2010 le loro strade si dividono. Comastri si specializza in teatro comico, fisico ed in  Comedia dell’Arte entrando nella “Fraternal Compagnia” di cui tutt’oggi fa parte. Paesano si dà invece anche alla scrittura che coltiva con passione parallelamente alla sua carriera di attore, attiva prevalentemente in Italia. Ha scritto e prodotto anche “Io, mio fratello e sua sorella” e “Amaro Calamaro - sapore ignaro”. “Un cervello in due” è la sua terza grande fatica.

A proposito di INTRO- Fondata nel 2012 da Marcello Paesano, Valeria Panepinto e Max Zanuzzi a Roma l’Associazione Culturale INTRO produce, sostiene e persegue ‘cultura pulita’: onesta comunicazione e priva di retorica.

Info: intro associazione culturale, associazioneculturaleintro@gmail.com.

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Germania, arrestati tre sospetti militanti dell’Isis

 

Sono due uomini e una donna di origine algerine: «Stavano preparando un attentato». Ricercata una quarta persona - ALESSANDRO ALVIANI

 

BERLINO  - Blitz della polizia tedesca stamattina in tre Länder contro sospetti terroristi di origini algerine. Secondo la procura di Berlino il gruppo preparava un attentato contro la capitale tedesca. L’obiettivo, scrive la Bild, sarebbe stata la storica piazza di Alexanderplatz.  

 

Dalle sei in poi centinaia di poliziotti hanno perquisito quattro appartamenti e due esercizi commerciali a Berlino, nonché due centri di prima accoglienza per rifugiati, di cui uno in Nordreno-Vestfalia e l’altro in Bassa Sassonia.  

Al centro delle indagini, si legge in un comunicato congiunto della polizia e della procura berlinese, ci sono quattro appartenenti ad ambienti jihadisti. Il sospetto è che i quattro siano coinvolti nella pianificazione di attentati in Germania e abbiano contatti con l’Isis.  

 

Tre persone – due uomini e una donna - sono state arrestate. Tra loro c’è anche il sospettato principale, un algerino di 35 anni fermato insieme a sua moglie in un centro per rifugiati ad Attendorn, nell’Ovest del Paese. L’uomo, ricercato anche dalle autorità algerine per appartenenza all’Isis, si è addestrato militarmente in Siria. Il secondo uomo arrestato è stato bloccato in un appartamento nel quartiere berlinese di Kreuzberg. 450 gli agenti in azione soltanto nella capitale tedesca, dove è stato perquisito un chiosco nei pressi di Alexanderplatz e una panetteria nella stazione della metro di Alexanderplatz nella quale lavoravano due dei sospettati. Stando alla Bild i due avrebbero cercato un posto di lavoro nei pressi della piazza per raccogliere informazioni sul loro potenziale obiettivo. 

 

La polizia sarebbe inoltre alla ricerca di un 31enne a Berlino e di un 26enne ad Hannover. Quest’ultimo avrebbe contatti con ambienti islamici radicali in Belgio, rivelano ambienti di sicurezza citati dall’agenzia dpa. Poche settimane fa il 26enne si sarebbe recato almeno una volta nel quartiere di Molenbeek a Bruxelles, lo stesso in cui viveva Abdelhamid Abaaoud, considerato la mente dietro gli attentati di Parigi dello scorso novembre.  

 

Nel corso dell’operazione sono stati sequestrati computer, cellulari e annotazioni ora al vaglio degli inquirenti. Secondo il portavoce della polizia di Berlino durante le perquisizioni non sono stati trovati “oggetti pericolosi”, come ad esempio armi o esplosivi. Le indagini erano in corso da dicembre. Non è chiaro quanto avanzati fossero i piani per un attentato.  LS 4

 

 

 

Dopo l’aggressione di capodanno. Parte il Carnevale, le donne in piazza «Ma siamo tutti più diffidenti»

 

In strada per l’inaugurazione del giovedì grasso, nella città teatro delle aggressioni di Capodanno - di Luisa Pronzato e Elena Tebano, inviate a Colonia

 

«So come siamo noi di Colonia: non ci faremo fermare da un po’ di pioggia». La borgomastra della città Henriette Reker ha salutato così l’inaugurazione, alle 11.11 secondo la tradizione, della Weiberfastnacht, il «giovedì grasso delle donne» che apre le feste in strada del famoso Carnevale locale. Neppure una parola sugli attacchi che a Capodanno hanno sconvolto la Germania, quando, nel caos creato da un migliaio di migranti e rifugiati che si erano trovati lì per attendere la mezzanotte, la piazza tra il Duomo e la stazione è diventata teatro di furti e aggressioni, soprattutto contro le donne. Mille le vittime, oltre 750 i reati denunciati, tra cui 433 casi di molestie sessuali. E 43 persone indagate, in maggioranza giovani migranti marocchini e algerini.

 

Forze di polizia

Il timore di nuove aggressioni, scomparso dai discorsi ufficiali, diventa però manifesto nelle forze dispiegate per mantenere la sicurezza: duemila poliziotti affiancati da 350 cadetti. Sotto il duomo sono schierate 9 camionette della polizia e gruppi di agenti con i caschi pattugliano la zona. La piazza del Duomo, a fine pomeriggio, è semivuota: «Normalmente ci sarebbero molte più persone e non è solo la pioggia» dice Michael che verso le sette di sera si dirige in stazione dopo una giornata passata a festeggiare. «L’atmosfera è completamente diversa rispetto agli altri anni — gli fa eco Sabine —. Il dispiegamento di forze fa impressione e c’è molto più tensione. Anch'io mi guardo sempre intorno, la sensazione è che tutti abbiano un po’ paura di quello che può succedere».

 

Il significato della festa

L’inizio del Carnevale di strada era un appuntamento atteso in città dopo le violenze di Capodanno, che in Germania hanno aperto un dibattito sulla difficoltà di integrare i rifugiati (un milione e centomila quelli arrivati l’anno scorso) e in particolare i gruppi di uomini soli provenienti da Paesi in cui la condizione della donna è molto più arretrata che in Nord Europa (anche se dalle indagini sembra emergere che gli aggressori di Colonia erano soprattutto criminali recidivi irregolari). «Vengo dalla provincia, sono qui perché voglio riaffermare la libertà delle donne, quei diritti per cui abbiamo lottato», spiega Antje, una delle signore in maschera sulla terrazza del Duomo. La Weiberfastnacht ha un forte valore simbolico: è il giorno in cui il Carnevale entra nel vivo, ma anche quello in cui le donne si appropriano della festa per rivendicare la propria autonomia rispetto agli uomini. Storicamente in questa occasione è lecita qualsiasi confidenza: abbracciarsi con i passanti per dondolare al ritmo delle canzoni rituali («chi se ne frega, chi se ne frega» intona uno dei cori), flirtare con gli sconosciuti e baciarli sulle guance. Visto quanto è successo a Capodanno, martedì scorso la Caritas di Colonia ha organizzato un incontro per spiegare ai rifugiati che tutto ciò «non è né una promessa di matrimonio né in alcun modo garanzia di alcunché». «E comunque adesso siamo tutti più circospetti» dice Sabrina, che come ogni anno è arrivata dalla vicina Essen.

Birra e superalcolici

I gruppi di uomini «dall’aspetto nordafricano» che secondo le testimonianze a Capodanno hanno monopolizzato la piazza del Duomo non si vedono. Oggi a ballare in strada e sulle tribune affollate ci sono soprattutto tedeschi e turisti europei, tutti con l’immancabile bicchiere di Kölsch (la birra locale), che dalle 9 di mattina i chioschi distribuiscono gratuitamente a chi ha comprato il biglietto per le varie manifestazioni. Col passare delle ore si riempiono anche le birrerie che offrono rifugio dalla pioggia: entra solo chi ha prenotato da giorni. Tra i tavoli va in scena l’ordinaria trasgressione. Ma fuori è festa a metà. CdS 4

 

 

 

 

Schmid: "Renzi-Merkel, più vicini di prima"

 

Intervista all'ex direttore della “Welt”, ora editorialista: "La Germania cerca l'appoggio dell'Italia. L'asse con la Francia non ha alcun senso, l'Ue deve essere policentrica" - di ROBERTO BRUNELLI

 

Angela Merkel e Matteo Renzi (lapresse)“Angela Merkel ha lanciato segnali molto chiari nei confronti di Matteo Renzi. Cerca il suo appoggio anche perché il premier italiano è stato in grado di varare delle riforme cruciali: fino a poco tempo fa non ci aspettava che l’Italia ce l’avrebbe fatta”. Thomas Schmid, ex direttore della “Welt” ed editorialista molto vicino alla cancelliera non usa mezzi termini.

 

La cancelliera ha detto che la collaborazione tra Italia e Germania deve essere sempre più stretta. Solo diplomazia, o ha bisogno dell’appoggio italiano perché subissata dagli attacchi per come gestisce la crisi dei migranti?

“Io non credo che delle critiche di oggi rimarrà molto nei prossimi mesi. Frau Merkel sta lavorando ad una soluzione europea del problema dei profughi, cercando il coinvolgimento di tutti i partner. Certo che cerca l’appoggio di Renzi: apprezza molto le riforme italiane, a cominciare da quella sul mercato del lavoro. A Berlino gli ha riservato un grande calore”.

 

Renzi batte sempre sul chiodo del riconoscimento del ruolo centrale dell’Italia nella Ue, criticando l’asse franco-tedesco. Lei che ne dice?

“Da molto tempo penso che l’asse franco-tedesco non abbia più alcun senso. L’Ue deve essere policentrica, nel senso di una responsabilità condivisa da molti diversi paesi.  In questo l’Italia avrà un ruolo centrale. E per quel che riguarda le divergenze sui 3 miliardi per Ankara, Renzi usa quell’argomento come strumento di pressione per ottenere più flessibilità”.

 

Ma la Germania ripete sempre che solo le riforme strutturali potranno portare una vera crescita…

“Le richieste tedesche in principio sono giuste, ma solo se si contemplano anche delle eccezioni. Di fronte ad un paese che compie sforzi riconoscibili per tornare a crescere e arginare la disoccupazione credo che il governo tedesco cambierà atteggiamento. Ho avuto colloqui riservati che me lo confermano: non solo Merkel, anche il “falco” Schaeuble alla fine converrà su questa linea. Per il resto, penso che oggi le due parti si siano avvicinate molto di più quel che si crede: dietro le quinte si è parlato anche di Frontex, della Libia, della necessità di pensare a nuove reciproche forme di aiuto”.

 

Sui giornali tedeschi si continua ad evocare la “fine dell’era Merkel”. Possibile?

“E’ una grande sciocchezza, è una forma di isteria mediatica. Io invece ritengo che quel suo “ce la facciamo” come risposta all’onda dei profughi sia stata la decisione giusta. Si tratta di una questione internazionale, europea, che nessuno può affrontare da solo. Ovviamente chiudere le frontiere

non serve assolutamente a niente, anzi. E poi si era sempre detto che la signora Merkel non avesse principi: ecco, in questo caso ha dimostrato palesemente l’opposto. Vedrà, nel giro di due o tre mesi la nostra percezione di questa vicenda sarà molto diversa”. LR 29

 

 

 

 

 

Nessuna sponda sui conti pubblici. Roma rischia un buco da due miliardi

 

Il maxi-debito resta nel mirino. La mediazione affidata a Padoan – di MARCO ZATTERIN

 

BRUXELLES - Col 2016 il passaggio si è fatto più stretto. I ministri dell’Ecofin - tutti, compreso Pier Carlo Padoan - hanno chiesto al loro braccio esecutivo, cioè alla Commissione, di essere più decisa nel valutare gli Stati, l’hanno invitata a «sfruttare l’intero potenziale» delle procedure in vigore per correggere gli squilibri macroeconomici e assicurare la stabilità del quadro continentale.  

 

PIÙ PRESSING E SEVERITÀ   - I soliti falchi, soprattutto i tedeschi, lamentavano che, da quando s’è cominciato a valutare le qualità delle economie nazionali dell’Unione europea, Bruxelles non ha sanzionato chi non ha fatto i compiti. Ora si vorrebbe più pressing e severità.  

Così l’Italia - come gli altri sotto osservazione - rischia grosso per colpa delle pesanti palle che porta al piede: visto in funzione del Pil, ha il terzo peggior debito del pianeta; non lo ha tagliato da anni e i margini per farlo sono ai minimi storici e politici. 

 

NESSUNA SPONDA  - Matteo Renzi cercava una sponda dalla cancelliera Angela Merkel e non sembra averla avuta. Ora deve attrezzarsi per superare gli esami europei da solo. Il Graal che insegue da tempo si chiama flessibilità, quest’anno sono 16 miliardi necessari per quadrare i conti. La missione passa per il giudizio delle previsioni della Commissione (4 febbraio), il suo «rapporto paese» (fine febbraio) e il verdetto sui tre bonus chiesti a Bruxelles per riforme, investimenti e emergenze varie (aprile). 

 

MATCH INSIDIOSO  - Nel congelare il giudizio sulla legge di stabilità 2016 sino a primavera, la Commissione ha scontato un obiettivo di deficit di 2,2% Pil, mentre l’Italia ha messo in bilancio il 2,4, sperando di poter scomputare le spese per migranti e sicurezza. Nel complesso le tre flessibilità valgono un punto di Pil: 0,4 punti già vinti per le riforme fatte (si auspica uno 0,1 aggiuntivo); tre decimi compenserebbero gli investimenti (sulla base di un piano non ancora presentato); altri due decimi sono il cocktail emergenze, i più incerti. Siamo nell’universo «zerovirgola», ma senza il consenso di Bruxelles, il bersaglio del 2,4 diverrebbe «illegale» e ci potrebbero chiedere di scendere a 2,2. Sarebbe un primo buco di paio di miliardi. Almeno.  

 

LA SCURE DEL DEBITO   - Tutto questo non è certo, la discussione è in corso. Come non è certo che, in febbraio, il «country report» della Commissione non cominci a calcare la mano sul debito previsto per quest’anno al 132,5% del Pil (dovrebbe tendere al 60%). A novembre, Bruxelles ha notato che «in Paesi come Grecia, Italia, Portogallo, Francia e Spagna, l’aggiustamento fiscale sta rallentando nonostante l’alto debito». Poi che «la combinazione di ampio debito e tendenza al declino della crescita potenziale preoccupa», soprattutto nelle economie di «rilevanza sistemica». La nostra, ad esempio. 

 

DECIDERE INSIEME  - La decisione sulla flessibilità sarà collegiale, mediata dal poliziotto buono, il commissario Moscovici (socialista francese) e da quello cattivo (Dombrovskis, lettone e popolare). L’esecutivo dell’Unione europea potrebbe sanzionarci per le carenze macroeconomiche e il debito, o lo «zerovirgola» del deficit. Il che renderebbe complesso un 2016 già povero di ragioni di buonumore. Per non alzare le tasse e centrare gli obiettivi concordati coi partner Ue, il governo ha spostato al 2017 le clausole di salvaguardia, richieste per bilanciare una eventuale deviazione dal seminato. 

 

CONTRACCOLPI   - A bocce ferme, da gennaio l’Iva scatterebbe dal 10 al 13% e dal 22 al 24%, con effetti indesiderabili su consumi già stanchi. Disinnescare l’aumento costa però sino a 25 miliardi.  

Renzi rimanderà Padoan a mediare. Funzionerà? I fattori di rischio sono numerosi, anche perché c’è la presidenza di turno olandese che ha Eurogruppo ed Ecofin, e fa asse con tedeschi e falchi nordici. «La flessibilità è un margine, si può usare una volta sola e senza esagerare», ama ripetere Jeroen Dijsselbloem, custode delle Finanze Orange, colore che gli fa preferire le regole alle polemiche. La visita berlinese non è servita a rendere meno dura una battaglia che si attende sanguinosa. LS 29

 

 

 

 

 

Un confronto difficile. Italia, Germania e le banche, molti torti, poche ragioni

 

Berlino ha posto il veto su una garanzia europea per i depositi. Vuole che gli istituti di credito degli altri Paesi non debbano avere bisogno dei fondi dei contribuenti tedeschi - di Federico Fubini

 

Per anni dopo il crash del 2008, negli Stati Uniti i funzionari della Federal Deposit Insurance Corporation hanno affittato sotto falso nome stanze d’albergo al venerdì sera. Lo hanno fatto in tutto il Paese, ovunque ci fosse una banca sull’orlo del fallimento. All’ora di chiusura, una squadra della Fdic prendeva improvvisamente possesso dei piccoli istituti di provincia in crisi prima che fallissero. Tutti i depositi fino a 250 mila dollari sono garantiti «dalla piena fede e dal credito del governo degli Stati Uniti». Tutti i prestiti in default della banca fallita possono essere comprati da una concorrente, che la Fdic incoraggia a farsi avanti coprendo parte delle eventuali perdite.

Ecco cosa non è stato possibile nella liquidazione di Banca Etruria e delle altre. Ed ecco cosa manca all’area euro, che dal primo gennaio è una costruzione più alta e complessa di prima, ma pericolosamente priva di un muro portante. Ha nuove regole per responsabilizzare gli obbligazionisti e i depositanti delle banche e obbligarli a sopportare parte dei costi dei salvataggi. Manca però di tutto il resto. In Europa, la Fdic americana non potrebbe operare.

La Commissione Ue l’accuserebbe di concedere aiuti di Stato all’istituto che compra i crediti in default della banca fallita (su questo il governo si è scontrato, e ha perso, a Bruxelles). Ma la Fdic non potrebbe operare in Europa anche per un motivo più importante: qui non esiste un’istituzione «con la piena fede e credito» di un’entità federale superiore in grado di garantire i depositi bancari. Poiché quell’agenzia di Washington garantisce i depositi avendo dietro di sé tutti i contribuenti americani, i correntisti degli Stati in crisi non spostano i loro risparmi verso le banche degli Stati forti quando la propria economia locale si deteriora. Sanno che sono coperti da un’istituzione più ampia. La garanzia comune americana sui depositi serve esattamente per evitare questi comportamenti, che potrebbero accelerare la corsa agli sportelli e le crisi di fiducia locali.

Dal primo gennaio in Europa abbiamo regole simili a quelle americane, in parte. Come negli Stati Uniti, in caso di liquidazione forzosa di una banca gli obbligazionisti e i depositanti sanno che potranno perdere i loro fondi sopra una certa soglia. In realtà avremmo dovuto avere regole simili a quelle americane anche in un’altro senso, perché in base agli accordi questa riforma radicale ne comportava anche una seconda: una garanzia comune sui depositi, in modo da evitare il panico e la corsa agli sportelli nel caso di una crisi locale. I greci non avrebbero mai preso d’assalto le loro banche l’estate scorsa, provocando il collasso del Paese, l’imposizione di stretti limiti ai bancomat e controlli sui capitali, se avessero saputo che i loro risparmi erano garantiti da tutti gli europei. Lo hanno fatto perché temevano che il governo di Atene da solo non avrebbe potuto onorare la garanzia bancaria.

La direttiva che espone obbligazionisti e correntisti delle banche ai rischi è stata approvata sulla base di questo impegno: ci sarebbe stata anche una garanzia europea sui depositi. Il fatto che manchi ancora, ha una spiegazione precisa: la Germania ha posto il veto. Prima vuole essere certa che le banche degli altri Paesi siano così solide da non dover avere bisogno tanto presto dei fondi dei contribuenti tedeschi.

In realtà una forma indiretta di garanzia comune era già scattata negli anni scorsi. Nel 2010-2011, le banche tedesche erano arrivate a un’enorme esposizione da 315 miliardi di euro verso Spagna, Irlanda, Grecia e Portogallo. Solo i salvataggi di quei quattro governi, che hanno fatto salire di circa il 5% il debito pubblico di tutti gli Stati dell’area euro, permisero alle banche tedesche di uscire indenni. I contribuenti in Germania hanno dovuto pagare molto meno per le proprie banche, grazie al contributo di tutti gli altri europei.

Questi eventi non hanno mai fatto parte del racconto della crisi a Berlino, e comunque oggi non sono più rilevanti. Conta quanto chiede il governo tedesco per sbloccare la garanzia comune oggi: rendere le banche del Sud Europa meno rischiose, spezzando il loro legame perverso con il debito dei loro Stati. In Italia gli istituti detengono circa un quarto dei titoli del Tesoro, oltre 400 miliardi, e li usano per portarli in garanzia presso la Banca centrale europea in cambio di denaro fresco.

In Germania si teme (con ragione) che una crisi finanziaria dello Stato italiano trascinerebbe anche le banche. Dunque si esige che queste ultime si disfino di quei titoli (ma chi li compra?) o accantonino risorse, invece di prestarle ai clienti, in modo da poter far fronte a un eventuale default dello Stato. Senza questo niente garanzia comune, si dice. L’edificio europeo resta così senza muro portante, condizionato alla richiesta tedesca.

Essa non è molto praticabile. Un effetto immediato sarebbe innescare una stretta al credito non appena un Paese va in difficoltà, avvitando la crisi. Un secondo effetto sarebbe accelerare la fuga dei fondi bancari dai titoli italiani a quelli di Berlino, più sicuri, facilitando il finanziamento di Berlino e complicando quello di Roma. Questo ingranaggio è un acceleratore di crisi e a qualcuno sembrerà anche uno strumento di potere.

Come ne se esce? Dal lato tedesco, con richieste più equilibrate. Dal lato italiano, occupandosi del debito pubblico e puntando agli obiettivi giusti in Europa, invece di bruciare fiducia in polemiche sterili sulla «flessibilità» per pagare il teatro agli elettori diciottenni. Il dramma è che nessuno ha ragione. Riconoscerlo è il primo passo per costruire il nuovo muro portante che oggi serve. A tutti. CdS 6

 

 

 

 

La circolare della Garavini ai democratici in Europa

 

Dare l’opportunità di un buon lavoro ai giovani. È questa una delle sfide più importanti, oggi. Ne ho parlato a Milano, al convegno “Giovani e imprese si allenano per il futuro. Esempi di buone pratiche in Italia”. Perché il sistema duale di alternanza tra scuola e lavoro è diventato finalmente realtà anche in Italia, grazie al lavoro del Parlamento e del Governo sul Jobs Act e sulla Buona Scuola. Si tratta di quel sistema di formazione che, introducendo esperienze di lavoro in azienda già nel corso del periodo scolastico, ha riscosso grande successo in altri paesi europei come la Svizzera, l'Austria, la Germania. Non uno stage gratuito, ma un tirocinio retribuito, finalizzato ad apprendere un mestiere. E non è una di quelle riforme che rimangono per anni lettera morta perché non si approvano i decreti per applicarle. Il Governo ha già adempiuto a tutti i passaggi burocratici necessari per fare sì che il sistema duale sia operativo da subito, compreso lo stanziamento di risorse ingenti. Risorse che permetteranno nei prossimi due anni a circa 60.000  giovani in tutta Italia di fare una vera esperienza lavorativa. Per capire da vicino come funziona una fabbrica, un laboratorio artigianale o un esercizio commerciale, e per specializzarsi in un lavoro concreto. 

 

Contro il sorgere di nuove frontiere in Europa

I nostri ragazzi non sanno neanche più che cosa siano le frontiere, abituati come sono a muoversi liberamente in Europa, fra moneta unica, programmi Erasmus e voli low cost. Questa libertà di movimento, che è uno dei principi base dell’Unione Europea, attualmente viene messa in discussione da più parti: dai movimenti populistici, ma anche, purtroppo, da alcuni governi di stati membri. Ne abbiamo parlato a Parigi incontrando la Vice Presidente dell’Assemblea nazionale francese, Sandrine Mazetier, ed il Presidente del Gruppo dei socialisti, Bruno Le Roux. Noi del PD non accettiamo un dietrofront su valori che riteniamo irrinunciabili. Abbattere Schengen non servirebbe a nulla, meno che mai a contrastare il terrorismo. Non solo: mettere in discussione Schengen sarebbe anche controproducente, perché significherebbe creare la percezione di un’Europa che indietreggia davanti alle violenze ed è incapace di attrezzarsi per il futuro. Un futuro che necessita invece di una sempre maggiore capacità di integrazione rispetto alla massiccia mobilità dei cittadini. Durante la visita nella capitale francese ci siamo incontrati anche con gli iscritti e i militanti del PD di Parigi con i quali, insieme alla nostra Vice Presidente della Camera, Marina Sereni, al collega Tacconi ed al segretario del circolo, Massimiliano Picciani, ci siamo confrontati sull'importanza di un contrasto culturale al terrorismo che preveda massicce politiche per l'integrazione dei migranti.

 

Includere i nuovi europei per emarginare gli estremismi

Molenbeek è la località belga diventata, suo malgrado, simbolo dell'estremismo radicale islamico, perché da qui provenivano alcuni degli autori dell'attentato di Parigi del novembre scorso. Ma Molenbeek è anche il quartiere in cui vivono tantissimi italiani, accanto ad una numerosa comunità islamica. Insieme a Marina Sereni ci siamo recati lì per esprimere la nostra solidarietà ai nostri connazionali, ma anche per ribadire l'importanza di un impegno comune dell'Europa contro il terrorismo e per l'adozione di politiche unitarie, soprattutto in materia di immigrazione, di inclusione sociale, e per l'integrazione. Nel corso del dibattito, ospiti del PD Bruxelles e del Segretario, Francesco Cerasani, siamo intervenuti insieme ai colleghi belgi, condividendo una linea comune: il contrasto al terrorismo passa sicuramente da politiche europee per la sicurezza, ma non può prescindere da consistenti investimenti per la cultura (un articolo in merito è uscito sull'Unità). Inoltre la crescente paura verso i rifugiati, montata ad arte dai movimenti populistici, non deve indurre a mettere in discussione gli stessi valori fondativi dell'Europa, come la libera circolazione o il rispetto delle libertà. Al tempo stesso anche chi viene accolto in Europa non può venire meno al rispetto dei diritti, delle regole e dei valori altrui. Pena l'eventuale espulsione. Oggi più che mai abbiamo bisogno di rafforzare l'Europa. E non possiamo lasciare che questo prezioso progetto venga sgretolato dagli egoismi nazionalistici.  .

 

Da estranei ad amici. Da stranieri a concittadini

Un esempio di riuscita integrazione è costituito dalla comunità italiana in Germania. Ne abbiamo parlato a Rüsselsheim, con gli amici della locale Europa-Union, nel corso di un’iniziativa promossa dal Presidente, Ivo Zeba, e dallo scrittore, Delio Miorandi, in occasione del 60esimo anniversario degli accordi bilaterali. All'inizio fra italiani a tedeschi c'erano anche attriti ed incomprensioni. La strada dell’inclusione in una società diversa dalla propria non è mai facile. Ma si impara anche dagli errori del passato. A quei tempi solo con grande ritardo, la Germania ha finalmente adottato delle politiche per l'integrazione. E tutto questo si rivela particolarmente utile oggi, in una fase in cui la Germania è confrontata con l'enorme sfida dell'accoglienza di quasi un milione di rifugiati, in un solo anno. Col passare del tempo tanti di quegli italiani che inizialmente venivano guardati con indifferenza o con aperta ostilità sono diventati concittadini, rispettati a tutti gli effetti o addirittura cari amici. Vale allora la pena trarre ispirazione da questa esperienza e guardare agli stranieri di oggi - quei profughi che arrivano da situazioni di grande sofferenza - con uno sguardo di apertura e di tolleranza. E con un impegno vero sull’integrazione. È questa l’Europa che vogliamo, non quella che si trincera nella paura. 

 

Docenti a chiamata diretta: premiare esperienza all’estero

Sono soddisfatta del fatto che il Governo abbia accolto un mio Ordine del Giorno volto a privilegiare docenti che vantano esperienze all'estero come requisito per l'assunzione presso università italiane. A partire da quest'anno un numero consistente di nuovi docenti universitari verrà assunto attraverso chiamata diretta. Si tratta di una pratica utilizzata dai migliori atenei del mondo. Significa che, se un ricercatore è dotato di particolari competenze di eccellenza, un’Università può assumerlo anche senza passare per forza attraverso un concorso lungo e costoso. E’ importante, però, che i beneficiari di una misura così selettiva abbiano anche una significativa esperienza internazionale, in modo che possano contribuire a rendere più competitivo il nostro sistema universitario. Il mio Ordine del Giorno chiedeva di destinare una quota delle assunzioni esclusivamente a docenti con una significativa esperienza lavorativa in enti di ricerca o in università straniere, siano essi italiani o stranieri. Solo attraverso interventi di questo tipo, che mirano ad incentivare la mobilità internazionale, possiamo ringiovanire l’università italiana e farne una vera fucina di talenti, provenienti da tutto il mondo.

 

Canone Rai, pagare tutti per pagare meno

Il tasso di evasione del canone Rai in Italia fino ad oggi variava dal 30 al 40 %, con picchi del 60% in certe città. Vuol dire che 4 italiani su 10 non pagavano il canone. Da luglio pagheranno tutti, in modo che tutti pagheranno meno! Una mia intervista al riguardo è andata in onda su Funkhaus Europa. In dettaglio significa: tutti i cittadini, compresi quelli all'estero, intestatari di una bolletta della luce in Italia, riceveranno in automatico, sul bollettino da pagare, l'importo del canone a rate. Dato che tutti pagheranno, di conseguenza diminuirà l'importo del canone. Queste nuove regole valgono anche per gli italiani all'estero. Dovranno pagare il canone anche quei pensionati che usufruiscono dell'esenzione da Tasi e Imu. Mentre se si possiedono più appartamenti in Italia, con la bolletta della luce a proprio nome, verrà addebitato il canone solo su uno di questi. Ne ho parlato in diverse iniziative tenutesi in Svizzera. Per esempio a Pratteln e a Klingnau, ospite della Unione Italiani nel Mondo, e a Ginevra, ospite della Saig di Carmelo Vaccaro. Un grazie sincero agli organizzatori ed in particolare ad Antonio Tocco e a Mariano Franzin per la calorosa accoglienza e la grande professionalità con la quale organizzano questi momenti informativi. Perché la comunicazione sui social media è importante ma ritengo fondamentale e doveroso anche tener informati i nostri connazionali sul territorio e confrontarmi con loro. On. Laura Garavini

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Ue, fondi a Turchia fuori deficit. Renzi: "Perversione fare distinzioni su chi salvare"

 

"Aprano procedure, noi continueremo a salvare vite" la risposta del premier alla puntualizzazione dei "burocrati" di Bruxelles sul contributo da 3 miliardi da versare ad Ankara per l'emergenza migranti. La Commissione: sulla domanda di maggior flessibilità si deciderà in primavera, "caso per caso" e conti alla mano

 

MILANO - La Commissione europea chiarisce che il contributo richiesto agli Stati membri per complessivi 3 miliardi a favore della Turchia per l'emergenza rifugiati non rientra nel calcolo del deficit ai fini del Patto di stabilità e crescita, l'insieme di parametri Ue da rispettare quando si predispone il bilancio pubblico. La puntualizzazione ha come destinatario soprattutto l'Italia e la sua richiesta di flessibilità. Il premier Matteo Renzi, per tutta risposta, non fa nulla per non evidenziare, accanto alla notizia "positiva", il contrasto tra il burocratese dei ragionieri della Commissione che riescono a marcare distinguo contabili anche sul dramma umanitario in corso nel Mediterraneo.

 

"Noi italiani pensiamo che i migranti siano tutti uguali - premette Renzi parlando ad Abuja, in Nigeria, prima tappa del suo nuovo viaggio in Africa -. Non è possibile considerare le vite da salvare nel Mar Egeo diverse da quelle da salvare nel Mar Tirreno. Il fatto che le spese per salvare i bambini che navigano dalla Turchia alla Grecia siano fuori dal Patto di Stabilità è finalmente un fatto positivo. Pensare di considerare in modo diverso le spese per salvare i bambini eritrei che arrivano in Sicilia mi sembra assurdo e illogico. Solo una perversione burocratica può fare distinzioni tra le vite da salvare".

 

"A questo punto - conclude allora il presidente del Consiglio - noi daremo il nostro contributo alla Turchia per salvare esseri umani. E faremo ogni sforzo per salvare vite umane nel Mediterraneo: abbiamo salvato, e continueremo a farlo, migliaia di vite mentre l'Europa si girava dall'altra parte. Prima del patto di stabilità c'è un patto di umanità. Se poi vogliono aprire una procedura contro l'Italia, facciano pure: noi andiamo avanti. Per noi Europa significa valori e ideali, non polemiche da professionisti dello zero virgola".

 

La Commissione europea, sottolineando che la posizione di Bruxelles era nota già da dicembre quando fu raggiunto l'accordo tra i 28 Paesi membri, ha dato la sua, seppur indiretta, risposta ai dubbi italiani: "Il contributo da 281 milioni (la quota che tocca all'Italia, ndr) al fondo straordinario è già fuori dal computo" del deficit. Per quanto riguarda i conti tricolori, inoltre, Bruxelles ricorda che le decisioni sulla richiesta di flessibilità per fronteggiare le uscite legate ai migranti verranno prese a "primavera, caso per caso ed ex post, sulla base delle spese fatte". Su questo secondo versante, Roma chiede una maggiore possibilità di spesa pari allo 0,2% del Pil, circa tre miliardi di euro.

 

Sulla sottile linea dei bilanci, dunque, prosegue la vena polemica tra Bruxelles e l'Italia. Del ruolo di Roma nello scacchiere del Vecchio continente, Renzi è tornato a parlare nella sua e-news: "Le cose sono cambiate. Le riforme sono leggi e dopo tre anni di recessione è tornato il segno più nei fondamentali economici. Possiamo tornare a fare il nostro mestiere, dunque. E il nostro mestiere è guidare l'Europa, non andare in qualche palazzo di Bruxelles a prendere ordini", scrive. "L'Italia - dice ancora - per anni aveva un debito morale con le istituzioni europee, e io dico soprattutto con i propri concittadini, perché parlava di riforme che non riusciva a realizzare".

 

Già al termine dell'incontro con Angela Merkel venerdì scorso, Renzi aveva affrontato il nodo della flessibilità e dei fondi alla Turchia, auscicando auspicato una risposta in settimana sui margini di bilancio per le spese per i migranti. Ma un portavoce della Commissione ha tenuto a separare i due piani, ricordando che gli accordi su Ankara sono già stati presi e non hanno nulla a che vedere con le richieste italiane sui conti.

 

Una stilettata al premier che da Berlino aveva detto: "L'Italia è da sempre disponibile, ma stiamo aspettando che le istituzioni europee ci diano alcune risposte su dei quesiti che abbiamo formulato per le vie brevi, sul modo di intendere questo contributo e gli altri necessari all'immigrazione". Sulla flessibilità, poi, Renzi aveva insistito sulla necessità che le regole fossero uguali per tutti: "Chiediamo che le regole Ue che esistono siano applicate, non chiediamo nuove regole".

 

Per quanto riguarda la Turchia, la cifra stanziata dalla Ue è definita "iniziale" come a lasciare intendere che potrebbero seguire altre somme, ma condizionate al "bisogno e natura del finanziamento" e "saranno riviste alla luce dello sviluppo della situazione". Il calcolo dei contributi è

fatto in base al Pil di ciascun Paese: la Germania dovrebbe versare 534 milioni, la Gran Bretagna (che non ha voluto partecipare alla redistribuzione dei rifugiati già sul suolo europeo) 409, la Francia 386. L'Italia dovrebbe versare 281 milioni di euro, la Spagna 191 e l'Olanda 117. LR 1

 

 

 

 

Comitato sugli italiani nel mondo e la promozione del sistema paese

 

Il presidente Fabio Porta fa il punto sul Cgie e sulle prossime audizioni del Comitato

 

ROMA – Il Comitato permanente della Camera sugli Italiani nel mondo e la promozione del sistema Paese ha esaminato questa mattina la relazione del ministero degli Esteri sulle valutazioni del Consiglio Generale degli Italiani all’estero (Cgie)  per l’anno 2014, con proiezione per il triennio 2015-2017. Il documento è stato illustrato dal relatore Marco Fedi. Per avere una valutazione a caldo sull’importante riunione e fare il punto sui prossimi impegni del Comitato abbiamo raccolto la testimonianza del presidente del Comitato Fabio Porta.  

“Questa relazione annuale sul Cgie – ha spiegato Porta - è un atto dovuto del Governo che trasmette il documento al Parlamento e quindi alla Commissione Esteri. In questo caso si è ritenuto di dover affidare l’esame del testo e la valutazione per la formulazione di un’eventuale risoluzione, che non è obbligatoria, al Comitato per gli Italiani nel mondo.

La cosa importante emersa dalla riunione è che il Comitato, dopo la relazione di Marco Fedi, gli interventi dei deputati e le conclusioni che ho cercato di trarre, ha espresso un parere chiaro e netto sul fatto che si proceda rapidamente al completamento, da parte della Presidenza del Consiglio con apposito decreto, delle procedure di composizione dell’Assemblea del Cgie.  Abbiamo inoltre espresso la nostra contrarietà assoluta a posizioni, nate nelle ultime settimane, che ipotizzano un ulteriore rinvio dell’insediamento del Cgie per procedere ad una riforma di questo organo di rappresentanza.

La posizione della Commissione Affari Esteri e di questo Comitato, che è poi l’organismo preposto ad affrontare queste questioni, è chiaramente a favore di un rapido insediamento del Cgie in modo che tale organismo di rappresentanza, regolarmente legittimato, possa poi partecipare, assieme al Parlamento e a tutte le varie espressioni degli italiani nel mondo, al dibattito che porterà ad una proposta di riforma dello stesso Consiglio Generale. Una riforma – ha precisato Porta - che dovrà essere realizzata tenendo conto dal processo di revisione costituzionale che si sta ultimando in questi mesi. Su questo punto abbiamo dato un segnale chiaro”.

Il presidente Porta si è poi soffermato sui prossimi appuntamenti del Comitato. “Noi vorremmo quanto prima avere in audizione il sottosegretario agli Esteri con delega per gli italiani nel mondo Mario Giro. Un incontro che probabilmente avrà luogo dopo le nomine dei nuovi sottosegretari o vice ministri nel ministero degli Esteri.  Abbiamo inoltre la necessità, portando in audizione i soggetti interessati, di riprendere la discussione su alcuni importanti temi, come ad esempio la riforma dell’editoria e dell’informazione per gli italiani all’estero e la questione dell’Imu e della Tasi per i connazionali nel mondo. Un problema, quest’ultimo, che cercheremo di approfondire insieme al presidente dell’Anci.

Vi sono poi le questioni – ha continuato Porta - della riforma della promozione della lingua e cultura italiana, con l’audizione del nuovo presidente della Dante Alighieri, e dell’attività della Rai, compreso il problema del pagamento del canone da parte degli italiani all’estero. Da segnalare inoltre il tema della vecchia e nuova emigrazione, a partire dalla questione della sicurezza sociale. Su questo chiederemo al ministero del Lavoro come intende operare. In questo ambito ricordo il problema dell’adeguamento delle vecchie convenzioni, nonché della ratifica di quelle ancora in attesa di approvazione e delle nuove che devono essere realizzate. Temi importanti – ha concluso Porta - che riguardano sia  la vecchia che la nuova emigrazione”. Goffredo Morgia - Inform 27

 

 

 

 

La piaga del XXI secolo, occupazione delle terre, espulsioni, migrazioni

 

L’Europa culla di civiltà, di libera circolazione delle merci e dei capitali, si ritrova a dover accogliere centinaia di migliaia di profughi provenienti da altri continenti. Il fenomeno comincia a turbare il quieto vivere delle popolazioni europee, convinte come sono che con la fine della seconda guerra mondiale fosse iniziato un periodo di pace durevole.

L’Europa era abituata a gestire migrazioni funzionali alle sue attività produttive, di fronte ad una terza guerra mondiale, combattuta per aree geografiche e per guerre civili, si è trovata impreparata ad affrontare migrazioni di milioni di persone espulse dai loro territori per guerre o per carestie.

Dopo una prima fase di “ostentata magnanimità” molti Governi europei hanno pensato bene di chiudere le frontiere, addossando la colpa delle invasioni alla incapacità degli Stati mediterranei di fronteggiare l’afflusso di persone che cercano di non morire. Si è aperto un dibattito su come fermare queste migrazioni bibliche. L’Europa sta cercando una linea comune per far fronte al problema, in questa prima fase la linea ritenuta più efficace è quella di dare asilo solo a coloro che sono stati identificati come profughi di guerra, mentre, si cerca di rimandare indietro coloro che sono “profughi economici”, coloro che hanno abbandonato le loro terre per non morire di fame o perché sono stati espropriati e cacciati dai luoghi di origine.

Dal punto di vista della politica economica come occidentali siamo chiamati ad affrontare un ulteriore cambio di strategia globale, dopo la cultura del latifondismo finanziario, mentre si cercano di riparare i danni, il sistema si è ulteriormente evoluto riuscendo a miscelare il latifondismo agrario con il latifondismo finanziario, il prodotto finale è rappresentato dal “Land Grabbing”.

Quando parliamo di latifondo agrario immaginiamo una proprietà terriera di grandi dimensioni appartenente ad una famiglia molto potente per quel territorio. I difetti tipici del latifondo agrario, erano il basso livello di utilizzo a scopi produttivi e i bassi rendimenti unitari, difetti attenuati dai grandi numeri dell’ampiezza aziendale, questi difetti sono stati corretti dalla capacità organizzativa del latifondismo finanziario, che oggi deve essere preso in esame molto seriamente per la complessità dei meccanismi economici e dei rapporti sociali che mette in essere con la sua strategia.

Nell’era della globalizzazione il termine latifondo si è evoluto, non deve essere più inteso solo come misura agraria o semplice tipologia aziendale, quanto come un insieme di condizioni economiche, sociali, politiche e giuridiche.

Questa nuova strategia è conseguente a tre fenomeni tipici del nostro tempo: primo, la crisi alimentare e la dichiarata necessità per i Paesi più insicuri di garantirsi un approvvigionamento alimentare costante e a basso prezzo, esternalizzando la produzione di cibo altrove; secondo, la crisi energetica e climatica, che impone la necessità di diversificare le fonti energetiche e fa aumentare la domanda di agro-combustibili; terzo, la crisi finanziaria e l’enorme quantità di capitali in cerca di beni di investimento più sicuri e redditizi, che ha portato a un forte aumento della speculazione sia sulla terra che sul cibo.

A partire dal 2008, fondi d’investimento, fondi pensione, fondi di private equity, hedge funds e compagnie di assicurazione hanno cominciato a fare acquisizione di terra in tutto il mondo.

Il risultato di questa nuova governance viene definito come land grabbing, letteralmente furto di terre, che consiste nell'accaparramento di terre in paesi del Sud del mondo, da parte di imprese e governi di Paesi a reddito medio alto.

Nella maggior parte dei contratti, la terra è fornita dal governo ospitante o da un ente parastatale, l’acquirente varia da un governo straniero, a un’organizzazione intergovernativa, a un investitore privato.

Il fenomeno, che ha tutta l'aria di un ritorno al colonialismo vecchia maniera, pone gravi problemi non solo di indipendenza politica ed equo trattamento economico, ma anche di fame e autosufficienza alimentare, perché la terra accaparrata è quella migliore e viene sottratta ai contadini del luogo. Tutto questo si traduce in espulsioni forzate, violazione dei diritti umani, aumento della insicurezza alimentare, della fame e della povertà per gli autoctoni.

E’ un fatto che le terre fertili del Sud del mondo sono diventate un bene sempre più prezioso, e sono oggetto di un frenetico “accaparramento” che vede impegnati molti paesi, i più attivi sono Arabia Saudita, Cina, Corea del Sud e India, nonché le multinazionali dell’agribusiness, interessate a creare enormi piantagioni per la produzione di cibo destinato all’esportazione o di biocarburanti, dall’altro una serie di società finanziarie, come gli hedge fund o i fondi pensione, convinte che l’investimento in terre possa garantire guadagni sicuri. Questo trend ha sollevato più di una preoccupazione riguardo alla possibilità che questi progetti mettano a repentaglio la sicurezza alimentare delle piccole comunità rurali, espropriando i contadini delle poche risorse che hanno a disposizione per il loro sostentamento.

Il complicato sistema di “land tenure”, ovvero di proprietà della terra, caratterizzante diversi paesi soprattutto dell’Africa Subsahariana, non tutela i diritti consuetudinari delle comunità rurali che, non avendo documenti formali attestanti l’effettivo possesso della terra, corrono il rischio di essere espropriate delle loro risorse in qualsiasi momento, senza neppure essere consultate.

Sono molti i paesi che dipendono dalle importazioni alimentari e che cercano di “esternalizzare” la propria produzione alimentare nazionale acquisendo il controllo di terreni agricoli in altri paesi. Questa scelta viene vista come una strategia innovativa e lungimirante per assicurare l’alimentazione delle proprie popolazioni a buon mercato e con un grado di sicurezza assai superiore. Oltre ai paesi già menzionati sono molti i paesi interessati a questa strategia alimentare come il Giappone, la Malesia in Asia; l’Egitto e la Libia in Africa; il Bahrein, la Giordania, il Kuwait, il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti nel Medio Oriente.   

Uno dei paesi più attivi in questo ambito è quello cinese, anche grazie alle grandi riserve di valuta straniera che possiede. Oltre trenta accordi di cooperazione agricola sono stati conclusi nel corso dell’ultimo quindicennio in modo da offrire alle imprese cinesi un accesso ai terreni agricoli in cambio di tecnologia, di formazione e di sviluppo delle infrastrutture. Ciò è avvenuto non solo in Asia, ma anche in Africa attraverso tutta una serie di progetti molto diversi e complessi. Recentemente il governo cinese ha annunciato di aver impegnato cinque bilioni di dollari americani da mettere a disposizione delle compagnie cinesi per investimenti nell’agricoltura africana per i prossimi cinquanta anni.

Anche la produzione di agro-combustibili ha un legame diretto con l’incremento del prezzo del cibo e con la crescente scarsità di terra per produrlo.

Alcuni dati parziali utili a comprendere la portata del fenomeno degli affitti nel continente africano: in Mozambico oltre centomila ettari coltivati a Jatropha, canna da zucchero e palma da olio; la stessa situazione la ritroviamo in Angola, Congo Brazzaville, Nigeria, Etiopia, Kenya, Guinea Konakry, Senegal, Madagascar, Egitto, Algeria, Marocco, Ghana, Camerun, Guinea Equatoriale, Togo, Benin, Repubblica Centrafricana.

Le comunità a cui è impedito l’accesso alla terra vengono sconvolte, le economie locali distrutte, il loro tessuto socio-culturale e la loro stessa identità sono messi a repentaglio, così come l’agricoltura di piccola scala e la relativa produzione per la sussistenza. Le comunità rurali sono private dei loro mezzi di sostentamento, oltre che del diritto di gestire le risorse da cui dipendono. In Senegal un investimento straniero controverso per produrre agro-carburanti per il mercato europeo, realizzato su ventimila ettari di terreni agricoli, ha scatenato violenti scontri tra contadini e polizia.

Molto complesso è il rapporto tra i governi e le popolazioni locali, le disposizioni delle legislazioni nazionali in materia di difesa dei diritti di proprietà e di accesso alla contrattazione sono deboli o raramente applicate. Per quanto riguarda la proprietà, raramente la popolazione può certificare diritti fondiari sicuri, di solito possiede solo diritti d’uso (talvolta subordinati allo specifico uso produttivo del territorio) e quindi la terra rimane, in ultima analisi, di proprietà dello Stato. C’è da considerare che, oltre a fornire i mezzi di sussistenza ad un gran numero di persone, la terra ha anche un importante valore spirituale e fornisce una base per l’identità e le reti sociali. Diritti fondiari sicuri possono contribuire a proteggere le popolazioni locali da un arbitrario spossessamento e a fornire loro un bene da utilizzare nei negoziati con il governo e gli investitori.

Spesso le forze di polizia locale si rifiutano di attuare i programmi di pulizia etnica, con relativi trasferimenti nelle periferie della grandi città delle popolazioni locali.

Occorre un cambio di strategia per mantenere e migliorare il livello di vita locale, ma anche per garantire l’effettivo godimento dei diritti fondamentali, come il diritto al cibo, per cui l’eventuale affitto a imprese estere di quel territorio, l’accordo dovrebbe prevedere garantita la sicurezza alimentare per le popolazioni interessate dal progetto.

Ad oggi in Africa, 2,4 milioni di rifugiati sono raccolti in circa 200 siti, in 22 paesi, queste persone dipendono dagli aiuti alimentari del Programma Alimentare Mondiale. Attualmente, un terzo di questi rifugiati ha visto ridurre le proprie razioni, mentre i grandi gruppi fanno affari con le produzioni agro-alimentari.

Paradossalmente il Land Grabbing produce un doppio guadagno per la finanza internazionale, il primo quello più evidente sull’agro alimentare, il secondo collegato al complesso meccanismo degli aiuti sia finanziari che come vendita di beni prodotti.

Comunque questo problema comincia ad essere attenzionato dalle strutture di governance mondiale, in questi giorni a Davos è stato siglato un importante accordo tra il WFP e un consorzio di preminenti organizzazioni del settore pubblico e privato: il Patient Procurement Platform permetterà ai piccoli agricoltori dei paesi in via di sviluppo di aumentare la resa dei raccolti e di facilitare il loro ingresso sui mercati globali.

Quello di cui parliamo non è un fenomeno nuovo. Per secoli, infatti, l’assicurarsi il controllo dei territori e delle loro risorse naturali è stato l’obiettivo che ha guidato l’espansione coloniale. Interi Stati sono stati fondati cacciando le persone che vi abitavano. Le conseguenze negative su chi vive sulle terre affittate sono spesso le stesse, a prescindere dalle motivazioni reali, e i danni risultano incalcolabili. Le comunità a cui è impedito l’accesso alla terra vengono sconvolte, le economie locali distrutte, il loro tessuto socio-culturale e la loro stessa identità sono messi a repentaglio, così come l’agricoltura di piccola scala e la relativa produzione per la sussistenza. Alle comunità rurali, private dei loro mezzi di sostentamento, non resta altro che abbandonare i luoghi dei padri e cercare fortuna altrove.

L’Europa, con il suo stile di vita, la qualità della sua organizzazione statuale, è il luogo naturale dove questi diseredati cercano di arrivare, anche perché l’Europa rimane uno dei luoghi più facilmente raggiungibili. Corrado Tocci, dip

 

 

 

 

Mini-Schengen. La proposta dei Paesi Bassi non entusiasma ma resta sulla tavola

 

Nel mese di novembre 2015 il governo dei Paesi Bassi – che il 1 gennaio ha assunto la presidenza semestrale del Consiglio dell’UE – ha lanciato l’idea della creazione di un "mini-Schengen", ossia un’area senza frontiere limitata a 5 Stati membri: Paesi Bassi, Belgio, Lussemburgo, Germania e Austria.

Secondo il documento olandese, i membri di questo nuovo Schengen ristretto sarebbero in grado di collaborare meglio tra loro, di controllare più efficacemente le frontiere esterne e di limitare quindi il numero di migranti.

Sarebbero invece esclusi i paesi dell'Europa centrale, penalizzati a causa della loro opposizione al sistema di trasferimento dei migranti, ma anche i paesi del sud Europa, Italia e Grecia soprattutto, ritenute "colpevoli" di non aver reso ermetiche le loro frontiere e di non ottemperare regolarmente agl obblighi di registrazione degli arrivi.

Anche i paesi scandinavi non figurano nell'elenco. Se il loro regime di apertura delle frontiere, istituito nel 1985, è infatti molto più vecchio rispetto al sistema Schengen, i governi svedese e danese stanno facendo piuttosto marcia indietro.

Il portavoce del ministero dell'Interno tedesco, Steffen Seibert, ha assicurato comunque che l’obiettivo della Germania, almeno per ora, è “preservare Schengen nella sua interezza”. Il portavoce ha aggiunto, tuttavia, che l’attuale spazio può funzionare solo se sarà garantita la gestione delle frontiere esterne. E in ogni modo la Germania sosterrebbe una versione leggermente più grande di questo spazio, che includerebbe anche la Francia.

La Francia, invece, non vuole neanche sentir parlare di un mini-Schengen. Almeno non ufficialmente. Il ministro degli Interni Bernard Cazeneuve, che potrebbe presto sostituire Laurent Fabius agli affari esteri, sostiene anzi che la cooperazione all'interno dell’attuale sistema Schengen dovrebbe essere rafforzata.

Il Belgio anche non fa salti di gioia davanti all’ipotesi di un mini-Schengen. Vuole però controlli alle frontiere più efficaci e spinge affinché il sistema degli "hotspots" sia messo all’opera, soprattutto in Italia e in Grecia.

Secondo una fonte del Ministero degli Affari Esteri spagnolo, l’attuale Schengen resta una priorità di Madrid, fondamentale per l'unione economica dell’Europa.

L'idea di un mini-Schengen potrebbe insomma persino essere un bluff, ossia una strategia messa a punto da alcuni stati del nord d'Europa per costringere i paesi del sud a migliorare i loro controlli alle frontiere.

I paesi del cosiddetto “Gruppo di Visegràd”, che comprende Polonia, Repubblica ceca, Slovacchia e Ungheria, sono riluttanti ad accogliere i rifugiati e insistono sul rafforzamento delle frontiere esterne dell'Unione europea.

Il governo di Varsavia, in particolare, ritiene che “il futuro dello spazio Schengen e le leggi in materia di immigrazione sono due cose non necessariamente collegate tra loro e non bisognerebbe mercolarle". Secondo Varsavia, tuttavia, se non tutti gli Stati rispettano i propri impegni e riescono a proteggere le frontiere esterne, lo spazio Schengen può essere sospeso.

Il governo ceco, anche se non sostiene l'idea di un mini-Schengen, ritiene che ci dovrebbe essere un “piano B" qualora il sistema attuale si dimostrasse insufficiente a garantire le frontiere. La sua idea? Ridisegnarne i confini in modo da escludere la Grecia. Il che corrisponderebbe, in pratica, a cacciare Atene dall’Europa.

 

L'idea di un mini-Schengen non è passata inosservata neanche in Romania, che non è ancora parte dello spazio Schengen e che cerca anzi di entrarvi da diversi anni. Anche recentemente il premier rumeno Victor Ponta aveva posto l’ingresso in Schengen come una delle condizioni per l’accoglienza dei rifugiati in Romania. Il ruolo dell’Italia in tutto questo è abbastanza sbiadito.

Sul piano meramente giuridico, se l'idea di un mini-Schengen dovesse guadagnare terreno, questo dovrà necessariamente avvenire al di fuori dei trattati europei.  E perfino sul piano economico, la chiusura delle frontiere sarebbe un disastro, che finirebbe per snaturare ed erodere il tessuto della UE.

Sembra in questo senso soprendente anche la proposta lanciata in questi giorni dal Fondo monetario internazionale. Secondo un rapporto del FMI sulla sfida economica posta dall’afflusso di rifugiati in Europa, pubblicato il 20 gennaio scorso, l'integrazione economica dei rifugiati nei loro paesi di accoglienza è importante ed urgente, e questa può avvenire innazitutto attraverso l’occupazione. Per accelerare questa integrazione, il FMI raccomanda però "deroghe temporanee e limitate al salario minimo per i rifugiati".

Carlo Caldarini, Direttore dell'Osservatorio Inca Cgil per le politiche sociali in Europa  OI

 

 

 

 

 

Medio Oriente. Siria, il processo di Vienna non naviga in buone acque

 

Secondo i patti stabiliti nell’ambito del Processo di Vienna, il 25 gennaio le parti siriane dovrebbero riunirsi a Ginevra sotto la guida di Staffan de Mistura, al fine di negoziare entro sei mesi un esecutivo nazionale che dovrebbe poi nel giro di un anno e mezzo sovrintendere alla redazione di una nuova costituzione e alle elezioni di un nuovo governo.

 

Tuttavia, de Mistura non ha voluto inviare gli inviti poiché manca fra le parti un accordo sulle delegazioni. In teoria, poiché il negoziato è sotto la mediazione dell’Onu, de Mistura potrebbe prendere lui le decisioni necessarie. In realtà, si può ben capire l’esitazione dell’inviato a compiere un gesto legittimo, ma inutile e forse anche controproducente.

 

È dunque possibile non solo che il negoziato avvenga - come ormai sembra deciso - senza che le parti s’incontrino direttamente - con de Mistura che parla separatamente con entrambe e poi riferisce - ma che ci sia un rinvio.

 

Il processo di Vienna per la risoluzione del conflitto in Siria

Perché tante difficoltà? Il processo di Vienna è basato su due pilastri: (a) la selezione delle opposizioni al regime, che per poter partecipare devono essere riconosciute come non terroristiche dal gruppo di contatto che ha lanciato il Processo (l’International Syria Support Group-Issg), in particolare da Russia, Stati Uniti, Iran, Arabia Saudita e Turchia; (b) la decisione di soprassedere all’estromissione preventiva di Assad - che è la posizione ufficiale degli Usa, dell’Europa, degli arabi e della Turchia - nella convinzione che il processo possa far maturare le condizioni perché la questione cessi di costituire la pregiudiziale che ha finora fatto fallire i precedenti tentativi.

 

Nella fase preliminare all’inizio del negoziato, che si è svolta fra novembre e dicembre, la selezione delle opposizioni volta alla costituzione della loro delegazione nel negoziato non ha prodotto il necessario consenso nell’Issg. Inoltre, la delegazione risultante ha riproposto con forza la questione di Assad che doveva invece essere accantonata.

 

Perciò, arrivati al momento di iniziare il negoziato sia pure tra molte difficoltà, l’Onu è costretto a constatare che i due pilastri non reggono e che, di conseguenza, appare difficile e rischioso lanciare il negoziato, anche perché le delegazioni si stanno mettendo su un piano pregiudiziale e minacciano di non partecipare.

 

Opposizione siriana, lo scontro sulle delegazioni

La selezione diretta a definire la delegazione delle opposizioni, escludendo quelle di stampo terrorista, è alla base delle difficoltà attuali.

 

Mentre nei due schieramenti è risultata scontata l’esclusione di Isis e Jabat al Nusra (in quanto legato ad al-Qaida), sul resto l’accordo non riesce a coagularsi per almeno due ragioni.

 

In primo luogo, perché esiste una divergenza sui curdi: la Turchia - considerandoli terroristi - ha ostacolato la loro partecipazione alla formazione della delegazione. Al contrario, i russi li vogliono assolutamente dentro e, in questo, gli americani - per i quali oggi i curdi costituiscono la punta di diamante della lotta sul terreno all’Isis - li appoggiano.

 

In secondo luogo, la delegazione dell’opposizione - che si è intanto costituita nella conferenza di Riad appositamente organizzata dall’Arabia Saudita il 10 dicembre - è risultata coesa nei suoi intenti (un risultato che forse neppure Riad si aspettava) e composta da gruppi che in effetti non sono terroristi o difficilmente potrebbero essere considerati come tali.

 

Ciò si è dovuto al fatto che Ahrar al-Sham, il forte gruppo radicale (terzo per importanza dopo Isis e Jabat al-Nusra), arrivati al dunque si è spaccato e non è entrato nella delegazione.

 

La delegazione è comunque invisa a Damasco, Mosca e Teheran, ma oggettivamente poco esposta ad obiezioni. Tuttavia, anche ammesso che lo schieramento filo-Damasco si decida ad accettarli, la delegazione stessa ha preso una forte posizione pregiudiziale sulla questione di Assad, facendo rientrare dalla finestra un problema che evidentemente non si lascia mettere sotto il tappeto.

 

Il nodo Assad

Sulla reintroduzione della pregiudiziale ad Assad in realtà non sono d’accordo neppure gli Usa. Irrimediabilmente, nel processo, malgrado gli accorgimenti diplomatici, si è assistito al netto riemergere dello scontro all’interno dello schieramento anti-Assad fra gli autentici avversari di Assad - quelli che considerano Assad il nemico numero uno e solo secondariamente l’Isis - e quelli per cui il vero nemico numero uno è invece l’Isis.

 

Mentre Riad ha costruito una delegazione puramente “sunnita”, sulla questione, i suoi alleati occidentali sono più d’accordo con la Russia, Teheran e Damasco che con le altre potenze sunnite della regione: vogliono i curdi nella delegazione e non vogliono che la delegazione ponga pregiudiziali su Assad.

 

La sorte del regime è considerata ormai dagli occidentali, specialmente dopo i fatti di Parigi del 13 novembre e la posizione assunta dal governo francese, sempre più in funzione della lotta all’Isis: si può accantonare la persona di Assad (e anche qui probabilmente c’è un accordo dall’Atlantico agli Urali), ma il regime e le sue forze armate possono essere utili contro l’Isis.

 

Dunque, il processo non è in buone acque. Lo scontro sulla composizione della delegazione delle opposizioni è solo la superficie di dissensi politici e strategici forti e incrociati. Soprattutto, fra i “sunniti” e gli occidentali.

 

I primi intendono eliminare Assad, come pilastro dell’asse sciita e rivoluzionario nella regione - il fattore che impedisce ai sunniti di competere con l’Iran e fermarne la penetrazione. I secondi ritengono invece che la priorità sia l’Isis.

 

Su questo dissenso di fondo fra sunniti e occidentali, la Russia e l’Iran costruiscono il loro vantaggio sia nel conflitto siriano (che nel medio periodo vedrà una prevalenza militare del regime grazie all’aiuto russo) sia nella regione dove la lunga alleanza fra sunniti e Occidente sta sempre più tramontando.

 

Se le difficoltà non vengono superate presto e se, nel frattempo, come pare possibile, l’equilibrio militare cambia a favore di Damasco, il processo di Vienna - terzo tentativo dopo i due precedenti a Ginevra - è destinato anch’esso a diventare una memoria.

 

La chiave sta in un cambiamento della politica dell’amministrazione di Barack Obama che ovviamente non avverrà. Bisognerà aspettare la nuova presidenza Usa, ma nel frattempo non è dato di immaginare quali altri vertici raggiungerà la tragedia umanitaria della Siria, la fuga degli abitanti dal paese e la sorte dei conflitti in corso in Siria e nella regione.

Roberto Aliboni, consigliere scientifico dello IAI. AffInt 23

 

 

 

 

 

Migranti, vertice su Schengen. Ue: "Nessun piano per escludere la Grecia"

 

"Non c'è alcun piano per escludere la Grecia da Schengen. Queste sono opzioni che non esistono, secondo le regole attuali". Lo ha precisato una portavoce della Commissione Europea, oggi a Bruxelles.

Arrivando stamani al consiglio informale dei ministri dell'Interno e della Giustizia che si riunisce ad Amsterdam, commentando l'ipotesi esplicitata dal ministro dell'Interno austriaco Johanna Mikl-Leitner in un'intervista a Die Welt, Angelino Alfano ha messo in chiaro che escludere provvisoriamente la Grecia dall'area Schengen "sarebbe l'inizio dello sgretolamento" dell'Europa unita, mentre l'Italia è "dell'idea che l'Europa debba rimanere ad assetto stabile, perché avere pezzi di Europa dentro e altri pezzi fuori" vorrebbe dire mettere a rischio l'Unione.

 

"Noi - ha continuato il ministro dell'Interno - abbiamo una posizione molto chiara su Schengen: bisogna rafforzare i controlli e rendere veramente sicuri i controlli alle frontiere esterne dell'Ue. Facendo questo, salveremo il diritto alla circolazione libera e sicura all'interno" dell'Ue. In ogni caso, ha aggiunto, "vedremo le posizioni degli altri, poi tireremo le somme. Il bivio dell'Europa è se andare avanti o stare indietro. Se si rimane indietro - ha concluso - non c'è chance che il progetto di integrazione europea possa consolidarsi".

Alfano ha parlato anche degli hotspot. Quello di Pozzallo, nel Ragusano, "è in via di apertura, le procedure sono avanzate e si sta lavorando per aprire rapidamente Taranto. Noi siamo ad uno stadio molto più avanzato rispetto a come stanno procedendo gli altri pilastri, ossia quello che riguarda i rimpatri e quello che riguarda la questione dei ricollocamenti" dei rifugiati, ha sottolineato il ministro dell'Interno. Adnkronos 25

 

 

 

Gentiloni: "Europa a due velocità? Possibile, ripartiamo dai sei Paesi fondatori”

 

ROMA - E’ giusto discutere di un'Europa a due velocità, anche se non si tratta della definizione migliore, perché opposte visioni devono e possono convivere»: così il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, preannuncia che nel prossimo incontro a Roma fra i colleghi dei sei Paesi fondatori dell'Ue si inizierà a delineare una «visione comune sul futuro dell'Unione». Sono parole che disegnano un possibile sentiero per armonizzare le differenti posizioni di più Paesi membri su temi scottanti come l'immigrazione.

Ministro, l'ultima notizia dall'Europa sono i voli speciali svedesi per rimpatriare 80.000 migranti. Che ne pensa?

«I rimpatri devono far parte di un'azione comune europea e non di annunci a effetto».

E che impressione le fa la norma danese sul prelievo ai migranti?

«È qualcosa che, sul piano culturale, l'Europa non dovrebbe mai vedere. Come far pagare l'Ici ai senza tetto. E chiunque conosca la drammaticità di queste rotte fa fatica a capire come possa essere applicata: mi sembra una norma manifesto utile più che altro ai fini del consenso interno».

Rischiamo la fine di Schengen?

«Spero di no, ma non basta la speranza, qualcosa deve cambiare. Non possiamo proseguire con le regole di Dublino che scaricano sui Paesi di primo arrivo asilo o respingimento dei migranti. Servono un diritto di asilo europeo, un'azione di rimpatrio europea, una polizia di frontiera europea. Senza questo scatto, la conclusione rischia di essere il sacrificio della libera circolazione delle persone».

La soluzione alla crisi europea potrebbe essere l'ipotesi di una Europa a due velocità?

«Qualche settimana fa ho scritto un articolo con il ministro degli Esteri inglese: la definizione di Europa a due velocità non è la migliore, ma è giusto discutere di livelli di integrazione diversa. C'è chi, come l'Italia, vuole un'unione bancaria, fiscale e politica crescente. E chi, come il Regno Unito, vuole solo un mercato comune più efficiente. Due visioni che devono e possono convivere».

In che modo?

«Cominceremo a parlarne a Roma , in un incontro tra ministri degli Esteri dei sei Paesi fondatori a sessant’anni dai trattati istitutivi».

Oggi si incontreranno Renzi e Merkel: cosa dobbiamo aspettarci? Ieri il premier alla «Faz» ha detto chiaramente che la Germania sbaglia a privilegiare il rapporto con la Francia...

«Una cosa è certa: Italia e Germania sono protagonisti della scena europea, hanno differenze sulle regole economiche ma possono lavorare a una visione comune sul futuro dell'Unione».

Intanto, in Italia la settimana è stata segnata dalla visita del presidente Rohani. Quali aspettative avete dal rapporto con l'Iran?

«Il significato politico è molto chiaro: la prima visita in Occidente l'ha fatta in Italia non per caso, ma come conseguenza di un rapporto iniziato 60 anni fa e proseguito anche in tempi recenti. Questa primazia non basta in un contesto in cui tutti saranno in competizione per questo mercato, ma l'Italia parte con un piccolo vantaggio».

Che paghiamo però arrivando a coprire statue millenarie?

«Quella è stata una sciocchezza incomprensibile».

Il rabbino Di Segni ha trovato la visita intollerabile, tanto più nel Giorno della Memoria...

«L'Italia ha celebrato la Giornata della Memoria con tutto l'impegno che merita. La visita di Rohani non c'entra. Certo, capisco la preoccupazione di Israele, la cui sicurezza per noi è cruciale. Ma non condivido il giudizio del governo israeliano sull'accordo nucleare, che penso abbia evitato, e non creato, una minaccia. E i prossimi mesi ci diranno se, come auspico, la diplomazia avrà prodotto i suoi frutti positivi nella regione».

Ad esempio nei negoziati sulla Siria? Non sembrano facili...

«L'avvio di oggi, che mi auguro ci sia, sarà davvero molto preliminare. Al massimo, quel che i diplomatici chiamano "negoziati di prossimità": tradotto, il commissario Onu De Mistura che fa la spola tra due parti che non si incontrano... La strada del negoziato è stretta, e resa più impervia dall'impennata di tensione tra Paesi chiave come Iran e Arabia Saudita, ma non ce n'è un'altra per fronteggiare la più grave crisi umanitaria degli ultimi anni».

Impervia è anche la strada per arrivare al governo di unità nazionale in Libia: è fiducioso?

«Anche li deve essere chiaro, soprattutto alle parti libiche, che non abbiamo alternative. Una nuova proposta di governo sarà presentata entro la settimana prossima. Fondamentale è che le parti libiche credano nel negoziato: senza questa base è difficile anche per la comunità internazionale contribuire a stabilizzare la Libia, perché occorre rispondere a una richiesta del governo libico».

Cosa succede se, nonostante gli sforzi, il tentativo fallisce?

«Succede che le parti libiche rinunciano - almeno per una fase che può non essere breve - a ogni speranza di sicurezza e ripresa del controllo sul territorio. Anziché una Libia stabile, avremmo una gigantesca Somalia dall'altra parte del canale di Sicilia. Naturalmente poi se un Paese si sente minacciato ha diritto a difendersi e può decidere di contrastare Daesh nelle forme che la comunità internazionale condivide».

Da giorni si parla di un intervento militare. Ieri il ministro Pinotti ha detto che non si può far passare la primavera in questo stallo, precisando però che non ci saranno accelerazioni né azioni unilaterali. Ci spiega meglio?

«Lavoriamo a far nascere un governo libico e a rispondere alle sue richieste, anche sul piano della sicurezza. Oggi non ci sono piani B basati su interventi stranieri, se non l'ovvio diritto-dovere di difendersi dal terrorismo».

Un'ultima domanda: come sta andando il dossier Russia? C'è possibilità di abolire le sanzioni?

«Se a giugno valuteremo che le stato dell'attuazione degli accordi di Minsk è sufficiente, saremo ben lieti di abolirle o almeno ridurle. Ma al momento la valutazione è prematura». Francesca Schianchi,  LS 29

 

 

 

 

 

Anno da scoprire

 

Da noi, la crisi ha avuto anche implicazioni politiche. Sino alla fine del 1900, l’Italia procedeva verso uno sviluppo abbastanza logico al ruolo assunto in seno all’Unione Europea. La produzione industriale era cresciuta, lo sviluppo di nuove forme di distribuzione (ipermercati) e le nuove tecnologie a basso costo, soprattutto importate dall’oriente, avevano favorito i consumi anche nei ceti medio/bassi. La fiducia nel futuro era palpabile. Tutto sembrava raggiungibile. Quasi raggiunto. Di fronte ad una realtà oggettivamente in netta ripresa, con un PIL in positivo, l’economia liberista sembrava vincente. Gli investimenti erano favoriti, i tassi sui mutui si erano attestati a livelli ragionevoli e l’occupazione, pur con qualche problema, teneva. Insomma, lo Stato pareva nelle condizioni di dare spazio agli investimenti.

 

 Verso il 2006, il quadro già era in variazione. Anche se i risparmiatori continuavano a investire in titoli pubblici. BOT e CCT rendevano sempre meno, ma lo Stato s’indebitava senza che il disavanzo rientrasse su valori più sostenibili per il Bel Paese. Tra il 2007 e il 2009, l’euforia speculativa spirava tragicamente, con conseguenti perdite da parte dei piccoli risparmiatori che non erano stati nelle condizioni di modificare la sistemazione dei loro risparmi. IL processo involutivo si è trascinato sino quando Renzi prendeva la guida del Paese. Tutto in modo rapidissimo. Ma la politica dei redditi è ancora all’inizio. Il 2015 è stato l’anno “nero” per molti risparmiatori.

 

Manca l’agevolazione all’esportazione di manufatti nazionali con particolari facilitazioni di scambio con quelle materie prime delle quali siamo carenti. Il varo di un calmiere sui prezzi dei prodotti di generale consumo (non solo alimentare) per frenare l’impennata dei costi il minuto in contrasto con la scarsità d’adeguati utili all’inizio della filiera. Se effetti positivi ci saranno, li vedremo in seguito. Invece, le premesse per un “nuovo corso” sono tutte da venire.

 

Intanto, l’imprenditoria pubblica e privata, senza opportuni sostegni sociali e favorevoli fondi di liquidità, non è in grado di far fronte alle necessità occupazionali e produttive a livello competitivo. Il segno in positivo del Prodotto Interno Lordo (PIL), non lusinga nessuno. La percentuale di disoccupazione resta ancora a due cifre.

 

  L’Italia non è un’isola e l’UE resta una realtà che lascia scarsi argini alle concessioni economiche su base politica. Insomma, il 2016 riserverà delle sorprese. Ci auguriamo meno amaleare che per il passato.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Populismi europei. Polonia sotto sorveglianza

 

Stato di diritto messo in discussione e violazione della libertà di stampa. Sono queste le conseguenze delle ultime riforme adottate dalla Polonia guidata dal partito populista, nazionalista ed euroscettico di Beata Szyd?o.

 

Ai vertici del partito conservatore Diritto e Giustizia (Prawo i Sprawiedliwo??- PiS), a nemmeno tre mesi dalle elezioni parlamentari, Szyd?oha avviato un brusco cambiamento di rotta che rischia di minare fortemente la reputazione del Paese, con forti ripercussioni all’interno della stessa Unione europea, Ue.

 

Leggi controverse

All’indomani della vittoria elettorale,il PiS aveva attaccato la nomina di cinque giudici della Corte Costituzionale da parte del vecchio partito di governo Piattaforma Civica (Platforma Obywatelska - PO) fatta a ridosso del voto.

 

Il governo Szyd?o ha poi deciso di nominare altri cinque giudici e ha fatto votare dal Parlamento una modifica allo statuto della Corte, cambiando in modo sensibile le procedure di voto e di funzionamento, mettendo a rischio l’intero sistema di “pesi e contrappesi” tra potere esecutivo e giurisdizionale.

 

Questo ha scatenato una reazione di sdegno da parte dei cittadini che sotto la guida del “Comitato per la difesa della democrazia” lanciato da Mateusz Kijowski hanno marciato in massa per le strade di Varsavia e di molte altre città polacche.

 

Altre proteste sono poi esplose a inizio mese dopo l’approvazione della legge sulla governance del Servizio Pubblico che minaccia di mettere i media sotto il controllo diretto della politica. I manager della radio e televisione pubblica saranno infatti nominati dal Ministero del Tesoro e potranno essere licenziati in qualunque momento.

 

Diritti europei minacciati

La Commissione europea ha reagito con forza, prima attraverso una lettera inviata dal Vice Presidente Timmermans a dicembre e poi attivando il cosiddetto “dialogo strutturato” con Varsavia per analizzare la situazione nel Paese all’interno del nuovo “Quadro sullo Stato di diritto” adottato nel 2014.

 

Questa procedura potrebbe anche sfociare nell’attivazione del “meccanismo preventivo” previsto dall’articolo 7 del Trattato dell’Unione europea (Tue) e poi di un’eventuale “meccanismo sanzionatorio” con la potenziale sospensione di determinati diritti previsti dai Trattati, compreso quello di voto nel Consiglio. Misure mai prese fino ad ora, ma nate osservando l’atteggiamento dell’ungherese Victor Orban.

 

È probabile che questo sia stato agevolato dal fatto che il PiS è membro del gruppo parlamentare dei Conservatori e Riformisti europei, una forza marginale rispetto al gruppo del Partito popolare europeo, Ppe, al quale appartiene il Fidezs di Orban.

 

La piega presa dalla Polonia negli ultimi mesi ha suscitato già importanti frizioni con diversi partner europei. Diversi sono i motivi di scontro, dal rifiuto del governo di accettare quote obbligatorie di richiedenti asilo politico nel territorio nazionale, allo scetticismo verso la politica energetica dell’Unione, in particolare in merito alla de-carbonizzazione dell’economia.

 

Varsavia-Berlino, special relation deteriorata

La cosa più eclatante è il progressivo deteriorarsi della “special relation” con la Germania che aveva contraddistinto i governi Tusk-Kopacz. Anche se non sono arrivate critiche ufficiali da parte della cancelliera Angela Merkel, i provvedimenti delle ultime settimane sono stati stigmatizzati da diversi esponenti del suo partito, tanto che il Ministro degli Esteri polacco Witold Waszczykowski ha convocato l’ambasciatore tedesco a Varsavia per chiedere spiegazioni.

 

Le tensioni sono montate a seguito della copertina del giornale polacco Wprost che raffigurava la Merkel in uniforme nazista circondata da Juncker, Schulz, il Commissario Oettinger e GuyVerhofstadt.

 

La crisi polacca rischia di rovinare la credibilità che il Paese si era faticosamente riconquistato negli ultimi anni. Il partito di Kaczy?ski sembra voler costruire una “quarta repubblica polacca”, basata su valori tradizionali e conservatori. Se però non riuscirà a conciliare la sua identità nazionalista e conservatrice con le regole europee il Paese sarà l’unico grande sconfitto.

 

La crisi istituzionale polacca mette anche a rischio la stessa architettura giuridica e identitaria europea. La reazione decisa della Commissione stabilisce un precedente importante volto sia a garantire il rispetto dei Trattati, sia a rispondere alle accuse di “doppio standard” tra ciò che viene chiesto a potenziali paesi candidati e le difficoltà nel reagire a misure prese dagli stati membri.

 

È ora lecito attendersi che le Istituzioni Ue elaborino una strategia forte e chiara contro tutti coloro (Orban in primis) che minacciano i principi fondamentali dell’Unione. Se così non fosse, i venti populisti che spirano da Lisbona a Varsavia rischiano di diventare una difficile gatta da pelare.

Daniele Fattibene è Assistente alla Ricerca del Programma “Sicurezza e Difesa” dello IAI, AffInt

 

 

 

 

La protesta degli ambasciatori, a disagio per il caso Calenda. Le lettere al capo del governo

 

Ieri l’incontro affollato con il capo di gabinetto di Gentiloni, presente anche lui per un po’. Le giovani feluche: Renzi confermi che non ci saranno altre nomine politiche dopo quella di Carlo Calenda e invitano il premier a ristabilire un clima di fiducia  - di Paolo Valentino

 

C’è aria di protesta alla Farnesina. Solleva ansie e fa emergere un disagio che probabilmente ha radici più profonde la nomina di Carlo Calenda, già viceministro dello Sviluppo economico, a Rappresentante permanente dell’Italia presso l’Unione Europea. Due lettere al presidente del Consiglio, una firmata da 230 diplomatici, l’altra dai 24 ambasciatori di grado, di cui possiamo rivelare i contenuti, confermano lo straniamento provocato dentro il ministero degli Esteri dalla mossa spiazzante del presidente del Consiglio. Rompendo una consolidata tradizione italiana, che con pochissime eccezioni ha sempre affidato alla diplomazia di carriera le nostre missioni all’estero, Renzi ha voluto a Bruxelles Carlo Calenda, ossia un inviato politico, preparazione e competenza ineccepibili, in sostituzione di Stefano Sannino, considerato poco combattivo e troppo «compatibile» con i riti e le logiche dei tavoli europei.

Diplomazia inquieta

Ma la scelta ha provocato una reazione senza precedenti fra i ranghi della nostra diplomazia, soprattutto fra i più giovani, che non hanno esitato a mettere nero su bianco la loro insoddisfazione e i loro tormenti. È stato un crescendo di iniziative, iniziato una settimana fa con la lettera firmata da 200 diplomatici, in maggioranza da pochi anni al ministero ma affiancati da alcuni veterani, inviata al segretario generale Michele Valensise e al capo di gabinetto del ministro, Elisabetta Belloni, nella quale si esprime «sorpresa e preoccupazione» per la scelta dell’ex vice-ministro dello Sviluppo economico.

L’autorevolezza degli Affari esteri in declino?

Si è trattato, così la lettera, di «un segnale che potrebbe preludere all’esclusione dei diplomatici di carriera dagli incarichi di maggiore responsabilità» e che «attesta il declino di autorevolezza dell’Amministrazione degli Affari esteri». Due le richieste: la prima, poi come vedremo ridimensionata, l’avvio di «iniziative opportune e necessarie, anche presso la presidenza della Repubblica, per un ripensamento di questa decisione e per impedire il ripetersi di analoghi provvedimenti». La seconda, un incontro urgente di chiarimento con i due destinatari.

All’incontro partecipa il ministro Gentiloni

Gli incontri sono stati due. Affollati e attesi anche da molti che non avevano firmato il documento. Il primo nei giorni scorsi con il segretario generale, il secondo ieri pomeriggio con il capo di gabinetto, al quale per la prima mezz’ora ha addirittura partecipato il ministro Paolo Gentiloni. Secondo alcuni presenti, il segretario generale ha definito «rigorosa e puntuale» l’attività svolta dalla sua amministrazione, affinché la nomina avvenisse secondo le procedure canoniche. Ma i nomi proposti per il posto di Bruxelles non hanno incontrato il gradimento del presidente del Consiglio. Valensise si è però detto convinto che la designazione di Carlo Calenda abbia carattere di eccezionalità e non è un modello per il futuro.

«Qui è pieno di gente rissosa»

Rassicurazioni che tuttavia non sembrano aver placato gli animi. Lo conferma il numero molto maggiore di interventi, anche critici, registrato nell’assemblea di venerdì. «Nessuno – ha detto uno dei partecipanti – mette in discussione i meriti di Calenda, ma è possibile che non ci fosse un solo diplomatico in tutta la Farnesina che non avesse i requisiti richiesti dal presidente del Consiglio?». E ancora: «Serviva uno rissoso? Ma qui è pieno di gente rissosa. Il punto è se basta battere i pugni». A Matteo Renzi, con un’iniziativa senza precedenti, i giovani diplomatici hanno indirizzato una lettera, dicendosi «profondamente disorientati» dalla nomina di Calenda, «soprattutto in ragione della sua particolare attenzione alla meritocrazia, che ha contraddistinto da sempre il suo impegno politico e rappresenta, insieme alla trasparenza, il cardine della Riforma della Pubblica Amministrazione che il suo governo sta portando avanti».

Non ci si improvvisa ambasciatori

«Non ci si improvvisa ambasciatori — continua la lettera —, si diventa diplomatici non solo col superamento di un concorso pubblico fra i più selettivi, ma attraverso un percorso di professionalità, responsabilità e continue valutazioni». La scelta di un politico per Bruxelles «equivale a ignorare tutto questo» e per questo «le chiediamo fin da ora una conferma della sua eccezionalità e del fatto che non si avranno in futuro altre nomine politiche». Un piccolo passo indietro, quindi, dalla iniziale richiesta di «un ripensamento» della decisione.

La lettera al capo del governo

Ma il malessere resta. Ne è conferma che anche i 24 ambasciatori di grado, tutto il top della nostra diplomazia, si siano sentiti in dovere di lanciare una loro iniziativa, con un’altra lettera al capo del governo. Nella quale, pur riconoscendo che la nomina di Calenda «rientra nelle prerogative del governo», essa viene definita una «novità senza precedenti dall’immediato Dopoguerra, quando si trattava di ricostruire l’assetto e la credibilità del nostro Paese in condizioni ben diverse da quelle odierne». Per questo, gli ambasciatori lanciano a Renzi un «fermo e pressante appello a contribuire a ristabilire il clima di motivazione, coesione e fiducia, specialmente nelle più giovani generazioni di diplomatici». CdS 30

 

 

 

 

Micheloni blocca la ratifica dell’accordo italo svizzero per evitare le doppie imposizioni fiscali

 

No a ratifica se persiste violazione accordo doppie imposizioni ai danni dei cittadini italiani residenti in Svizzera e se non si chiarisce posizione degli ex-emigrati nell'ambito della Voluntary Disclosure

 

Martedì 19 gennaio, in occasione della "Ratifica ed esecuzione del Protocollo, che modifica la Convenzione tra la Repubblica italiana e la Confederazione svizzera per evitare le doppie imposizioni e per regolare altre questioni in materia di imposte sul reddito e sul patrimonio", il senatore Claudio Micheloni, relatore del ddl 2125 alla 3° Commissione, ha deciso di non presentare la sua relazione, sospendendo di fatto la ratifica, per via delle mancate risposte (più volte sollecitate) del Governo italiano circa alcune violazioni della doppia imposizione da parte della Svizzera. Il senatore ha anche ribadito l'urgenza di chiarire la posizione degli ex-emigrati (ex-aire) circa la Voluntary Disclosure, considerandoli fuori dalla dichiarazione volontaria.

Il senatore Casini, presidente della 3° commissione, ha preso atto dei problemi sollevati dal senatore Micheloni e contatterà il Ministro Gentiloni chiedendogli   di sapere quali iniziative il Governo intenda assumere nei confronti delle autorità elvetiche per garantire ai cittadini italiani residenti in Svizzera una certezza sui loro diritti e come voglia procedere per chiarire la posizione degli ex-emigrati ed ex-frontalieri rientrati in Italia sulla questione della Voluntary Disclosure.

 

Intervento integrale del sen. Micheloni

Chiedo ancora un po' di tempo per permettere al Governo di rispondere alle mie domande, perché le risposte fornite dal sottosegretario Giro sono limitate ad un estratto di accordi del 1976, che conoscevo già vista la mia venerabile età.

Il problema che sollevo, presidente, non è legato alla ratifica di questo accordo ma alla fase di negoziazione dell'accordo stesso. Abbiamo più volte sollecitato il Governo (anzi, i Governi che si sono succeduti in questa fase di negoziati) ad affrontare i problemi fiscali sulle doppie imposizioni riguardanti più di mezzo milione di italiani che vivono in Svizzera. Ma tali sollecitazioni sono state totalmente ignorate dai nostri negoziatori. Voglio portare qui un esempio per precisare la domanda che pongo al Governo italiano. Alla fine di questo anno scadrà in Svizzera la possibilità per i cittadini italiani di dichiarare gli immobili posseduti in Italia (si tratta soprattutto di case, terreni ed altri beni ereditati) che non sono stati dichiarati fino ad ora al fisco svizzero, perché per molti anni quest'obbligo non era previsto in Svizzera. Nell'accordo di non doppia imposizione risulta che il fisco svizzero deve tassare questi beni solo per la cosiddetta fortuna, che sarebbe una tassa sul patrimonio, in quanto in Italia questa tassa non esiste. Alcuni cantoni (ad esempio il cantone di Neuchâtel, ma ce ne sono molti altri), invece, non solo applicano una tassa sul patrimonio, ma addirittura calcolano un rendimento di questi immobili, come se fosse affittato. Il calcolo è teorico e non reale, ma viene comunque inserito nel reddito dei nostri cittadini in Svizzera. Il tutto è tassato attorno ai 30/40%. Ciò rappresenta però una violazione dell'accordo di non doppia imposizione, che penalizza centinaia di migliaia di italiani. Ho chiesto più volte al Governo italiano di intervenire e chiarire questo comportamento del fisco Svizzero, ma con i risultati che sapete. Ribadisco in questa occasione che sto aspettando delle risposte.

Un'altra questione che voglio sia chiarita è la situazione dei nostri ex-iscritti Aire (vale a dire, ex-emigrati che sono rientrati in Italia). Anche qui, mi sono stancato di aspettare, avendo proposto emendamenti al decreto, riproposto emendamenti alla Legge di Stabilità per risolvere questo problema, che è un problema di definizione. Con l'entrata in vigore della norma sulla Dichiarazione Volontaria (Voluntary Disclosure) oggi i nostri ex-emigrati sono considerati degli evasori, non solo per il Diritto italiano ma anche per le banche svizzere.

Per quanto riguarda la doppia imposizione, avevamo organizzato già quattro cinque anni fa un incontro tra i due Senati, italiano e svizzero. Sugli altri punti riguardanti gli ex-emigrati e gli ex-frontalieri, abbiamo proposto emendamenti, ma ci troviamo davanti ad un muro di gomma.

Nel frattempo, è cambiata anche la norma europea riguardante il rapporto con i lavoratori transfrontalieri. Il Governo italiano ha firmato un nuovo accordo con la Svizzera qualche mese fa. Ho fatto richiesta del testo ma non riesco ancora ad averlo. Questo vuol dire che stiamo lavorando su questi temi, partecipando a dibattiti, non avendo nemmeno il testo di riferimento. Ci dobbiamo accontentare di ciò che ci riferiscono a voce. Vi rendete conto che non riusciamo nemmeno ad avere il testo di un accordo firmato dal nostro Governo? Se il lavoro di parlamentare non consente neanche di ottenere delle risposte da parte del Governo, negative o positive che siano (tutte sono legittime purché ci siano), allora direi, dopo aver rottamato il Senato, perché non rottamiamo anche la Camera? Facciamo andare avanti solo i tecnici e i ministri? Capite che non è più sostenibile questa situazione.

Caro presidente, se non ottengo risposte da parte del Governo italiano su come intende affrontare i temi posti con il Governo svizzero, non presento nessuna relazione sulla ratifica. Consideri che le scadenze stanno andando avanti. In Svizzera le penali sono tra il 100% e il 300%. Un cittadino ha ricevuto un adeguamento fiscale di 66 mila franchi svizzeri, che con un'eventuale penale potrebbe arrivare fino a 180 mila franchi... Sono anni che stiamo cercando di affrontare questi problemi.

Lei ha avuto la gentilezza di farmi relatore di questa ratifica. Sull'oggetto in sé non ho obiezioni da presentare, ma prima di mettere ai voti la ratifica chiedo che siano date delle riposte, e non mi posso accontentare di quelle fornite dal sottosegretario Giro, il quale si è permesso, come ho già accennato, di inviarmi tramite e-mail l'estratto di un accordo del 1976.

Presidente, l'altra volta non ho svolto la relazione e non lo farò neanche adesso, perché sono in attesa di queste risposte. Grazie.

Casini - Possiamo tranquillamente aprire un dibattito su questo punto. Noi abbiamo capito perfettamente che il problema che solleva il collega non è tanto riferito a questo atto parlamentare, ma all'interpretazione legislativa adottata nell'ambito di qualche cantone svizzero; siamo in presenza di una situazione che diventa assai perniciosa per i nostri connazionali, perché a fronte di interpretazioni corrette che alcuni cantoni danno, altre sono molto discutibili, e comunque non abbiamo la certezza del diritto nell'interlocuzione con l'autorità svizzera. Manderò una lettera a Gentiloni che sostanzialmente dice questo: "Nel corso dell'ultima riunione della Commissione Affari Esteri è stato sollevato da parte del relatore del Ddl 2125 il tema già più volte sollevato e che non ha avuto risposte convincenti nell'interlocuzione con il sottosegretario Giro; chiediamo quali iniziative il Governo intenda assumere nei confronti delle autorità elvetiche per garantire ai cittadini italiani residenti in Svizzera la certezza dei loro diritti. De.it.press 25

 

 

 

 

 

 

Caro Renzi le scrivo

 

Dottor Renzi, non sarò il primo, ma neppure l’ultimo, che indirizza alla Sua Persona, quale Capo dell’Esecutivo Nazionale, una meditazione che non vuole essere esclusiva.

 

 Sono uno, dei tanti, italiani che si dolgono per una situazione nazionale che non ha voluto; né è stato nelle condizioni di prevedere. La politica, malauguratamente, non è sempre la cura migliore per sanare i “mali” di un Paese. Soprattutto quando si tratta della nostra Italia. Tra confusione, ripicche e polemiche a tutti i livelli, mi chiedo, e Le chiedo, dove andrà a parare la sorte della Penisola.

 

 Entro quest’anno, almeno così mi sembra d’aver capito, dovrebbe vedere la “luce” la nuova Legge Elettorale. D’elezioni, però, nessuno ci conta a tempi brevi. In economia, l’anno è iniziato con un PIL in positivo. Non siamo arrivati all’1% pieno. Ma è sempre meglio che la “monotonia” di un segno negativo che ci ha accompagnato per anni.

 

 Ci sono, tuttavia, segni di fibrillazione nella Maggioranza e l’Opposizione appare più coesa e pronta a far sentire il suo disappunto. Tra l’altro, Signor Presidente del Consiglio, ci sono milioni di Connazionali all’estero che attendono d’essere informati sui termini della loro futura Rappresentatività politica nazionale.

 

 Da oltre mezzo secolo curo l’informazione diretta agli italiani d’oltre confine con la formula all’”inglese”. Senza, in definitiva, assumere posizioni “pro “ o “contro” nessuno. Mi limito alla cronaca; con la fiducia di trovare parole imparziali per manifestate un pensiero che non ho mai inteso come un giudizio.

Il Bel Paese, Dott. Renzi, ha bisogno di certezze. Magari poche, ma indifferibili. Sarà questo l’anno buono?  Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Referendum del 28 febbraio sull’espulsione degli stranieri. “Un calcio in… e via dalla Svizzera!”

 

Mi scuso subito per questa espressione che, nonostante lo sdoganamento grillino nel linguaggio quotidiano, resta comunque volgare ma che, tuttavia, rende molto bene l’idea di quello che potrà accadere - se vinceranno i si nel referendum del prossimo 28 febbraio - agli stranieri che risiedono in Svizzera (il 25% della popolazione), compreso gli oltre 300'000 italiani sia pure di seconda, terza o quarta generazione.

A quanti avessero dimenticato la motivazione di questo ennesimo referendum contro gli stranieri, promosso dalla solita UDC svizzera, va ricordato che nel novembre 2010 la maggioranza del popolo elvetico accolse una prima iniziativa referendaria – sempre dell’UDC (c’è da domandarsi quale sarebbe lo scopo esistenziale di questa forza politica se in Svizzera non vi fossero gli stranieri) – intesa ad espellere dalla Confederazione gli stranieri condannati per tutta una serie di gravi reati: dal furto con scasso, allo stupro, al traffico di droga, all’assassinio, ecc.. Come avviene in questi casi, il parlamento svizzero ha poi elaborato la relativa legge di applicazione che, peraltro, permette al giudice di rinunciare eventualmente all’espulsione qualora per lo straniero incriminato ne derivassero gravi conseguenze. Una clausola questa non accettata dall’UDC e da qui il lancio di una ulteriore iniziativa referendaria denominata, appunto, “per l’attuazione dell’espulsione dei criminali stranieri” sulla quale è chiamato ad esprimersi nuovamente l’elettorato svizzero il prossimo 28 febbraio. Un referendum che, se accolto, prevede - senza appello – l’espulsione con un divieto di entrata in Svizzera, che può arrivare fino a venti anni in caso di recidiva, per lo straniero che si sia reso colpevole di uno (o doppio) reato tra quelli menzionati in una lunghissima lista che va dai reati più gravi come, per esempio, l’omicidio o stupro a quelli come il furto, violenza o minaccia contro le autorità o funzionari, lesioni personali gravi, rissa, pornografia e truffa o abuso in materia di aiuto sociale e di assicurazioni sociali! Reati minori, questi ultimi, che è facile comprendere come potrebbero portare all’espulsione dalla Svizzera di moltissimi stranieri, più di quanti permette la legge già approvata dal parlamento. Infatti, come informa lo stesso Ufficio Federale di Statistica, se nel 2014 si fossero applicate queste regole previste dal referendum del 28 febbraio vi sarebbero state 439 espulsioni mentre con la legge approvata dal parlamento sarebbero state 251.

Morale, con queste nuove regole che vorrebbe l’UDC, tutti gli stranieri sarebbero a maggior rischio di espulsione dalla Svizzera e quindi ritengo che sia opportuno - sia a livello personale che come UIM - lanciare un forte appello (lanciato, tra molti altri, anche da Amnesty International e dalla stessa Conferenza dei Procuratori Pubblici svizzeri la qualcosa è tutto dire!) affinché si voti NO al referendum soprattutto da parte dei doppi cittadini. In particolare da quelli con familiari di cittadinanza straniera, ovvero situazioni che spesso si ritrovano pure nella comunità italiana in Svizzera.  Dino Nardi, Coordinatore UIM Europa

 

 

 

 

 

Senato. Al Comitato per le questioni degli italiani all'estero l'audizione del ministro dell'Istruzione Stefania Giannini

 

Prosegue l'indagine conoscitiva sullo stato della diffusione di lingua e cultura italiana nel mondo, settore che verrà rivisto anche grazie alla delega attribuita al Governo per il riordino della normativa sulle scuole italiane all'estero.

 

ROMA – È ripresa ieri al Comitato per le questioni degli italiani all'estero del Senato l'indagine conoscitiva sullo stato della diffusione di lingua e cultura italiana nel mondo, approfondimento svolto congiuntamente con la Commissione Istruzione pubblica e Beni culturali di Palazzo Madama e recante all'ordine del giorno l'audizione del ministro dell'Istruzione, Università e Ricerca, Stefania Giannini.

Ad introdurre l'audizione il presidente Claudio Micheloni (Pd, ripartizione Europa), che ha ricordato come il ministro facesse parte, prima della sua nomina al Dicastero, dello stesso Comitato, ambito che le aveva dunque già consentito in sede parlamentare di trattare i temi oggetto dell'intervento, con competenza diretta anche alla luce del suo passato incarico di rettore dell'Università per stranieri di Perugia. Micheloni ha chiarito nel corso della seduta come sia arrivato il momento di “tirare le fila” dell'indagine, ora che volge al termine – con la conclusione annunciata da Micheloni con tutta probabilità per la prossima settimana - l'approfondimento svolto sui patronati italiani all'estero.

Giannini ha ribadito come il suo intervento interessi “temi importanti, di grande attualità e rilevanza strategica per il Paese”, quali “la riflessione sul ruolo della politica linguistica e la sua valenza come segmento della politica estera italiana e la necessaria revisione, da attuarsi di concerto con il Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, della normativa che riguarda nello specifico anche le scuole italiane all'estero”.

Ha evidenziato di seguito come la nostra identità nazionale sia indissolubilmente legata al nostro profilo linguistico e culturale, nesso già emerso nel corso della storia e che acquisisce ora nuove valenze “in questa fase particolarmente complessa di politica estera”: “l'italiano si è trasformato da lingua etnica, parlata dalla comunità degli emigranti nei diversi luoghi di insediamento, a lingua che incontra una domanda specifica legata ad altri motivi, come lo studio e l'approfondimento di settori della cultura, come la musica – si pensi all'opera lirica, - l'arte o il restauro – afferma Giannini, rilevando l'emergere di una “dimensione più innovativa” della domanda di italiano, data da “interessi di natura più economica e legati a possibilità di impiego e interazione con aziende italiane che hanno sedi in tutto il mondo”. Una domanda, di stampo prettamente economico, che non rappresenta “la parte maggioritaria, ma che è certamente significativa” per Giannini, e che associa “il dovere storico e culturale di investire sulla lingua per tutelare l'identità del Paese e la sua forza” alla valenza economica della promozione linguistica.

Per il Ministro ciò che occorre è “una strategia complessiva, interventi normativi e di sostegno finanziario” per dare seguito a questa consapevolezza, già matura, a suo dire, nella visione del Governo e testimoniata da alcune misure inserite nell'ultima legge di stabilità, definite “un piccolo ma significativo segnale” - richiamati a questo proposito alcuni interventi di promozione dell'attrattività delle università italiane, come l'esenzione fiscale delle borse di studio del programma Erasmus + (17 mila gli studenti che attraverso tale programma hanno frequentato gli atenei italiani, un numero importante che il Ministro si augura comunque di migliorare).

Sul piano generale Giannini ribadisce come l'apprendimento dell'italiano “sia strumento e veicolo fondamentale, intanto, per l'integrazione tout court degli stranieri che risiedono nel nostro Paese”, ricordando i circa 800 mila studenti non italofoni inseriti nel sistema scolastico nazionale e la presenza di immigrati in Italia, che oggi raggiunge l'8% della popolazione residente. Ma se la scuola svolge un ruolo fondamentale nell'educazione dei nuovi cittadini italiani, è altrettanto essenziale all'integrazione “l'accompagnamento dell'ambiente familiare”, pilastri su cui interviene la legge sulla Buona Scuola, con l'introduzione – ricorda il Ministro – della classe di concorso per l'insegnamento dell'italiano come lingua seconda (A23) e l'attenzione dedicata all'educazione permanente degli adulti.

A proposito del processo di internazionalizzazione che riguarda anche lingua e cultura, Giannini ricorda come l'italiano sia oggi la quinta lingua più studiata al mondo, con 1 milione e mezzo di studenti – almeno secondo i dati ufficialmente reperibili in sede istituzionale. I dirigenti scolastici italiani presenti all'estero sono 42, 624 le unità di personale coinvolto, una rete che il Ministro definisce “capillare” e “importante”, “che possiamo intensificare ma – avverte - avendo ben chiari obiettivi e strumenti a disposizione”.

Nello specifico, Giannini ricorda come la legge n. 107 (sulla cosiddetta Buona scuola) preveda una delega al Governo concernente la rivisitazione, il riordino e l'adeguamento della normativa sulle scuole italiane all'estero, chiarendo i principi che dovranno incidere su tale percorso – 18 mesi è il tempo fissato per il completamento della delega. Il Miur ritiene infatti prioritaria la “necessità di ridefinire la modalità di selezione del personale inviato all'estero”, “la ridefinizione del trattamento economico di personale docente e amministrativo” , il “riordino della disciplina delle sezioni di italiano presenti nelle scuole locali o internazionali dei diversi Paesi esteri”, insieme ad un riordino della disciplina dell'insegnamento delle materie obbligatorie e aprendo alla possibilità di investimenti privati in campo educativo.

Il Ministro ricorda come l'impegno si stia svolgendo di concerto con il Maeci e come tale delega offrirà l'occasione di “superare le necessità contingenti che sono al momento legate ad una normativa non più adeguata e di interpretare l'italiano come una vera e propria world language, disancorandola dall'immagine di lingua unicamente legata alla comunità di emigrazione”.

Ricorda inoltre come l'aggiornamento degli ordinamenti didattici sia indispensabile per adattarsi alle peculiarità dei singoli Paesi; come la razionalizzazione delle norme sul personale sia una necessità emersa anche per le criticità riscontrate a causa della difformità degli ordinamenti legislativi; come la revisione delle modalità di reclutamento e formazione del personale docente richieda la messa a sistema di azioni di un comparto in cui operano realtà importanti – Università per stranieri, altre sedi universitarie e Società Dante Alighieri, – coordinamento la cui assenza finisce per determinare risultati non omogenei.

L'obiettivo è il “rafforzamento della missione di promozione della nostra cultura attraverso la lingua italiana”, finalità che il Ministro riconosce essere “ambiziosa”, se pensiamo a modelli di promozione importanti come quello inglese, francese o tedesco, e che richiede un coinvolgimento di tutti gli attori in campo, coordinati da un'unica “cabina di regia” che sappia mettere a sistema le singole potenzialità e gli interventi. Il punto di partenza è uno sguardo attento a questo settore, per mettere a frutto le buone pratiche già esistenti, esigenza che pone anche la necessità di istituire un'attività di “monitoraggio e valutazione del lavoro svolto, cosa che non è mai stata svolta in passato – precisa il Ministro.

Giannini richiama infine alcune singole iniziative messe in atto dal Governo, che dimostrano un'accresciuta sensibilità sul tema e la consapevolezza, allargata anche alla società civile, “di come la debolezza della nostra lingua finisca per determinare un indebolimento controproducente della nostra identità e presenza all'estero”. Tra esse, l'estensione dei tirocini Maeci-Crui agli studenti universitari che si occupano anche di materie umanistiche e dell'insegnamento dell'italiano, l'istituzione presso il Maeci di un gruppo di lavoro che si occupa della promozione della cultura italiana, alcune iniziative legate agli Stati generali della Lingua italiana attualmente in corso come la realizzazione del portale della lingua italiana, l'utilizzo di giovani laureati per la didattica dell'italiano in università e Istituti Italiani di Cultura, l'iniziativa dell'Università per stranieri di Siena sui “volontari linguistici”, il coinvolgimento di atenei e scuole italiane all'estero nel servizio civile nazionale per la promozione della cultura, oltre che accordi bilaterali con Paesi come Cina, Russia o alcune università del Nord America.

Al di là di questi specifici interventi, Giannini sottolinea come sia data ora, attraverso la delega sopra richiamata, la possibilità di mettere a punto “strumenti legislativi importanti” per la costruzione di una politica di promozione linguistica e culturale che sia all'altezza di quella di importanti Paesi europei, “senza annullare le specificità di ciascuna realtà” e le esperienze maturate sul campo.

Di seguito è intervenuto Francesco Giacobbe (Pd, ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide), esprimendo apprezzamento per l'intervento del Ministro e in particolare per le iniziative che “a costo zero” posso contribuire a risolvere alcune delle criticità della promozione della lingua italiana all'estero. Ribadisce come sia importante concentrarsi sull'insegnamento dell'italiano nelle istituzioni straniere - pur essendo questi numeri “difficilmente controllabili”, - così come avviene in Australia, e sollecita l'incoraggiamento degli scambi studenteschi, con Erasmus + ma anche di quelli che coinvolgono le scuole medie inferiori e superiori. Infine, ritiene sia più efficace al momento concentrarsi sull'aggiornamento degli insegnanti di italiano nei Paesi stranieri piuttosto che incrementare la presenza di lettori italiani all'estero.

Maria Mussini (Misto) afferma di ritenere necessario coinvolgere nell'internazionalizzazione anche il segmento di istruzione che precede l'università, mentre domanda se il sistema di promozione della lingua italiana all'estero non possa avere ricadute positive anche sul nuovo metodo di insegnamento della lingue straniere associato a determinate materie (Clil) introdotto in Italia. Ribadisce la necessità di individuare nuovi criteri per il trattamento economico e l'invio di personale all'estero, con concorsi banditi magari a livello regionale e con un più rapido turn over, così da ottenere maggiori ricadute sulle scuole di provenienza dei docenti. Ritiene inoltre che il massiccio ricorso a giovani volontari e neo laureati, richiamato dal Ministro, non risolva il problema della valorizzazione della lingua italiana. Esprime infine perplessità sull'ipotesi della creazione di un'agenzia preposta al settore, ritenendo più utile il coordinamento degli interventi relativi a competenze già esistenti e si chiede se l'esperienza della società Dante Alighieri possa essere paragonata a quella di organismi con analoga missione presenti in altri Paesi.

Sulla proposta di un'agenzia o di una cabina di regia si interroga anche Michela Montevecchi (M5S), che domanda al Ministro come essa dovrebbe essere strutturata e quali soggetti dovrebbe coinvolgere. Richiede inoltre un approfondimento sulle strategie di politiche linguistiche che il Governo intende adottare, sulla razionalizzazione della posizione del personale, sulla nuova classe di concorso introdotta per l'insegnamento di italiano come lingua seconda, sui soggetti che dovrebbero attuare il monitoraggio sopra citato e su iniziative di valutazione anche della formazione online di docenti.

Il presidente Micheloni, ringraziando Stefania Giannini per la disponibilità dimostrata, ritiene sia necessario fissare un secondo incontro, anche di carattere tecnico, per l'elaborazione di una proposta organica sulla materia. Si dice inoltre favorevole alla creazione di un'entità che gestisca la promozione culturale all'estero, attività che ritiene debba cominciare con l'analisi di ciò che attualmente esiste per la costruzione di una “visione globale”. “Dal momento che più volte – aggiunge – abbiamo sottolineato come la diffusione di lingua e cultura italiana finisca per avere ricadute dirette e importanti sulla sfera economica, occorre a mio avviso coinvolgere nel sostegno di tale promozione coloro che ne traggono benefici”. “Non siamo nel deserto, per cui occorre partire da ciò che di buono facciamo – conclude Micheloni, - per articolare una risposta” di aggiornamento del settore più convincente e al passo con i tempi.

Giannini assicura la sua disponibilità a tornare ad affrontare gli argomenti discussi in una nuova seduta, ragguagliando sui progressi concernenti la delega di riordino della materia. Ribadisce come sia importante il coordinamento e l'azione sinergica dei diversi Ministeri per stabilire, ad esempio, un maggior raccordo e integrazione tra le politiche linguistiche adottate nelle scuole italiane e in quelle presenti all'estero. Dichiara inoltre la sua disponibilità a discutere della creazione di un'agenzia, posto che Paesi che hanno adottato soluzioni analoghe si muovono con una efficacia non comparabile al risultato spesso ottenuto con “politiche frammentate”. “Se ci sono proposte di modelli innovativi, ben vengano – conclude Giannini, dichiarando la sua apertura anche a proposte riguardanti l'attività di monitoraggio che sarà indispensabile svolgere. Inform 27

 

 

 

 

 

Le “politiche di governance” comprimono la democrazia e creano le migrazioni

 

Le “Politiche di Governance” possono essere definite come un sistema di relazioni internazionali in cui le politiche statali sono orientate a rimuovere i vincoli che “Entità” nazionali, etniche, culturali, linguistiche, religiose o sociali, possono porre alla libera circolazione dei beni e dei capitali su scala mondiale.

Il capitale, globalizzandosi, si emancipa dalla dipendenza politica dello stato-nazione. Agisce in prima persona. E si serve dei mercati che crescono sulle reti. Attraverso tali reti il grande capitale costruisce e gestisce la sua struttura di controllo dell’economia mondiale. Lo strumento che permette di garantire la leadership nella globalizzazione è la struttura produttiva stessa.

Paradossalmente nell’era globalizzata è cambiata la funzione della forza militare che non ha più la funzione di penetrazione ed occupazione di un territorio ma quella di aprire dei mercati. Il problema di fondo non è più rappresentato dalla resistenza militare o dalle rivolte sociali, ma dalla resistenza culturale e politica di quel territorio ad aprirsi alle leggi del mercato.

I nuovi strumenti di penetrazione sono rappresentati:

* Dallo sviluppo dei monopoli come conseguenza del processo di concentrazione e centralizzazione dei capitali;

* Dalla fusione del capitale finanziario e bancario con quello industriale e conseguente scomparsa della separazione tra proprietà e controllo;

* Dalla prevalenza dell’esportazione di capitale sull’esportazione di merci;

* Dalla formazione di aggregazioni monopolistiche internazionali che operano per zone di influenza.

Questa strategia globale si articola in forme diverse a seconda dei diversi gradi di sottosviluppo in cui si trovano i Paesi oggetto di investimento. A seconda dell’estensione delle infrastrutture, del tipo di cultura, della qualità delle capacità lavorative e della dotazione di risorse naturali che il capitale globale trova nei vari paesi, varia il tipo di mission aziendale.

Nel panorama mondiale sono evidenti i diversi approcci produttivi applicati, ci sono:

* Paesi in cui prevale lo sfruttamento massiccio delle risorse naturali attraverso l’introduzione della monocoltura e la distruzione dei metodi e delle unità produttive tradizionali;

* Paesi in cui si insediano fabbriche manifatturiere che producono a basso costo beni di consumo o beni intermedi a tecnologia semplice;

* Paesi in cui vengono localizzate produzioni tecnologicamente avanzate ma standardizzate e a basso contenuto di innovazione (macchine utensili, automobili, parti di computer etc.).

Molti paesi del Sud devono fronteggiare cronici deficit dei loro conti esteri e quindi delle sistematiche spinte al deprezzamento delle loro valute rispetto alle monete forti. La conseguenza è che le ragioni di scambio peggiorano per tutti i prodotti esportati dal Sud del mondo, anche quelli del settore industriale.

Altro grave problema è rappresentato dall’accaparramento delle terre nel mondo da parte di aziende di stato, multinazionali, hedge funds. La geopolitica non può prescindere da queste considerazioni e da analisi sulla problematica della “food security”. I “compratori” elargiscono denari e promesse di ammodernamento; dicono che porteranno lavoro, irrigazione, tecnologia. Ma nessuno è in grado di controllare se lo fanno davvero e, peggio ancora, non ci sono strumenti coercitivi né sanzioni in caso di inadempienza.

Il mondo non ha ancora preso una posizione univoca sull’accaparramento delle terre “land grabbing”, una nuova forma di imperialismo agricolo e di nuovo colonialismo, realizzato non più con gli eserciti o i golpe pilotati ma attraverso il controllo della produzione alimentare.

Da non sottovalutare, nel medio tempo, il pericolo di perdita di biodiversità e il rischio che le popolazioni autoctone vengano condannate alla fame per affitti da pochi dollari l’ettaro. Occorre far rispettare le policy fissate durante il “Forum di Selinguè”, in Mali nel 2007, riguardo alla sovranità alimentare, il documento sancisce il principio per cui “il diritto derivante da un contratto di land grabbing non può essere fatto valere davanti a un tribunale, e riafferma la priorità dell’accesso alla terra per famiglie dei piccoli contadini rispetto ai colossi dell’agrobusiness”.

Gli aiuti economici che pervengono ai vari Paesi in via di sviluppo dovrebbero favorire il consolidarsi di una piccola borghesia necessaria al decollo di un sistema democratico popolare. Purtroppo dall’osservazione delle condizioni dei vari Paesi in via di sviluppo emergono chiaramente le difficoltà che la democrazia popolare incontra. La maggior parte di questi Paesi è governata da gruppi collegati agli investitori internazionali. Se si analizzano i comportamenti di queste classi dirigenti, è evidente che costoro hanno comportamenti che non hanno niente più a che fare con il popolo che rappresentano, sono espressione della nuova società che avanza, che ha diviso in modo netto la popolazione in due classi distinte e separate, quasi inconciliabili tra loro: una classe elitaria abituata ad operare a livello mondiale, detentrice dei simboli e delle conoscenze necessarie a far funzionare la società dell’informazione ed il mercato globale, e un sempre crescente numero di lavoratori in eccesso con poche speranze di trovare una occupazione stabile nella nuova economia globale ad alta tecnologia.

Il rischio è rappresentato da una nuova forma di democrazia coloniale che funziona, a differenza delle democrazie coloniali del passato, grazie alle “politiche di default”, attraverso la introduzione di una rete di automatismi giuridici, logistici, mediali che saltano completamente le regole giuridiche e politiche dell’amministrazione pubblica del territorio. Ci si legittima per procedure giuridiche, si costruisce tutta una legittimità completamente interna a queste procedure, e poi si rovescia il tutto nei confronti delle popolazioni prescelte.

Le politiche di governance attuate fino ad oggi se hanno permesso la libera circolazione delle merci e dei capitali, hanno anche fatto emergere una serie di discrasie che rischiano di mettere in crisi le società occidentali, come la competitività delle merci prodotte nei Paesi in via di sviluppo riduce la domanda di lavoro nei paesi sviluppati, dall’altra l’emigrazione dal Sud al Nord del mondo fa aumentare l’offerta di lavoro. Entrambi i processi contribuiscono a far cresce l’esercito di riserva, e quindi ad abbassare il salario, anche nei paesi occidentali.

Paradossalmente nella globalizzazione si concretizza un fenomeno sociale nuovo rispetto alle vecchie forme di neocolonialismo, lo sfruttamento dei Paesi in via di sviluppo è funzionale all’arretramento dello stato sociale nei paesi occidentali.

Nel nome della democrazia l’Occidente ha scatenato guerre militari in Afghanistan, Iraq, Yemen, Libia e Siria distruggendoli come stati nazionali. Nel nome della democrazia l’Occidente ha scatenato guerre intestine in Tunisia, Bahrain, Territori palestinesi e Egitto, destabilizzando i Governi nazionali e mettendo a repentaglio l’ordine pubblico con un pesante bilancio di vittime e danni, a beneficio degli estremisti islamici. A nessuno piacevano Saddam, Gheddafi, Ben Ali e Mubarak, ma non si può non prendere atto che le guerre scatenate nel nome della democrazia e dei diritti dell’uomo hanno distrutto degli Stati che comunque garantivano un livello accettabile di sussistenza, riducendo in povertà le popolazioni e consegnandole alla follia sanguinaria dei terroristi islamici.

In questa fase come occidente ci troviamo ad affrontare le migrazioni di qualche milione di cittadini afro-asiatici che sfuggono alle guerre e alcuni dalla fame, ma nel prossimo futuro, se non cambiano le attuali politiche di governance speculativa a vantaggio di nuove politiche di governance economiche, come Europa, ci troveremo ad affrontare migrazioni di decine di milioni di persone.

Le nuove politiche di governance economiche debbono favorire la nascita di micro imprese locali e della relativa classe media, che cerca con politiche attente di trovare le risposte socio economiche necessarie ai propri cittadini in loco, senza obbligarli a marce forzate che durano anche degli anni con i relativi rischi sulla sicurezza individuale.

Purtroppo anche le politiche di governance cominciano ad incontrare delle difficoltà considerato che il tipo di regolazione internazionale proposto non ha più nessun legame con il diritto naturale. Il punto è che le stesse agenzie di governance, nazionali o sovranazionali che siano, non rendono conto a soggetti politici come possono essere i cittadini del mondo o anche solo quelli di alcuni grandi paesi. Esse rendono conto a delle leggi dell’accumulazione che sembrano indipendenti dalla volontà umana.

Tali leggi assumono la forma di processi attenti a verificare e controllare i risultati ottenuti in seguito a scelte e strategie specifiche attuate, che nel loro complesso operano come automatismi funzionali alla stabilizzazione dell’equilibrio dell’economia globale. Si tratta di veri e propri meccanismi, che possono essere raggruppati in quattro aree disciplinari, quella commerciale, quella monetaria, quella terroristica e quella ideologica,

E’ evidente che il sistema ha bisogno di una struttura globale riconosciuta che gli conferisca autorità e potere. La difficoltà sta nel fatto che il carattere globale della finanza e dell’economia, avendo superato i limiti nazionali, ha bisogno di disciplinare gli stati nazionali stessi e di regolare le loro politiche. In altri termini la difficoltà sta nel fatto che un sistema globale avrebbe bisogno di una “Entità” pensante e dirigente, riconosciuta, mentre oggi è una struttura intrinsecamente acefala. Corrado Tocci, de.it.press 25

 

 

 

 

 

Il Ministero degli Esteri taglia altri 2,6 milioni a lingua e cultura all’estero. Interrogazione urgente

 

"Con estrema sorpresa abbiamo constatato che il Ministero degli Esteri ha dirottato un ulteriore taglio di circa 2,6 milioni sulle dotazioni finanziarie delle spese dei Ministeri (missione 1.6 Italiani nel mondo e politiche migratorie, ndr) al capitolo 3153 riguardante i  contributi per la diffusione della lingua e cultura all'estero e che comporta una riduzione complessiva di circa il 50% rispetto alle risorse del 2015". E' quanto scrivono in una nota i senatori di maggioranza Claudio Micheloni (PD), Aldo Di Biagio (AP), Renato Turano (PD), Francesco Giacobbe (PD) e Fausto Longo (PSI).

La Legge di Stabilità, già in prima lettura al Senato, presentava un taglio di € -3.293.248, poi azzerato ed incrementato con l'approvazione di un emendamento di € 3.400.00 e "proprio per questo, l'ulteriore riduzione di 2,6 milioni appare di una gravità assoluta". "Per avere chiarezza e spiegazioni - sottolineano i senatori - abbiamo presentato un'interrogazione urgente al Ministro Gentiloni dal quale ci aspettiamo una precisa relazione tecnica e politica su quanto accaduto".

 

Sul tema presentata questa interrogazione urgente a risposta orale.

Al Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale per sapere, premesso che:

La cultura Italiana nel mondo ad oggi é fattore di interesse strategico che aiuta l'export dei nostri prodotti in tutto il Mondo;

Lo studio della lingua e cultura italiana rimane uno dei legami delle nostre comunità all'estero con la madre patria;

il capitolo 3153, contributi per la diffusione della lingua e cultura all'estero, nel corso dell'ultima legge di stabilità, in prima lettura in Senato presentava un taglio di € -3.293.248; taglio azzerato ed incrementato con l'approvazione di un emendamento di € 3.400.00;

ulteriore taglio di circa 2,6 milioni riferito alle riduzioni delle dotazioni finanziarie delle spese dei Ministeri missione 1.6 Italiani nel mondo e politiche migratorie scopriamo oggi ricadere in un ulteriore taglio al capitolo 3153 e che se sommato al suddetto taglio, poi azzerato, rappresentano la riduzione di circa del 50% delle risorse del 2015 esattamente in linea con le politiche di tagli subiti (circa il 70%) negli ultimi anni;

la rimodulazione dei suddetti stanziamenti si collocano in un percorso di ridimensionamento esponenziale dal 2008 che è stato possibile contenere soltanto con interventi emendativi ad hoc tesi a salvaguardare quanto possibile, consapevoli della gravità in termini culturali, sociali e di potenzialità del nostro Paese che tali misure potevano comportare;

appare opportuno segnalare che siffatto ridimensionamento, si colloca in un momento particolarmente delicato per il sistema formativo italiano oltre confine, in ragione della carenza di offerta formativa determinata dalla soppressione di diverse cattedre oltre confine da parte del ministero, ma che è stata efficacemente compensata dall’intervento degli enti gestori che hanno provveduto a rilevare i corsi lasciati scoperti: così come evidenziato anche da coordinamento degli enti gestori in Svizzera, a titolo di esempio, nel 2015 questi hanno rilevato circa 250 corsi rimasti scoperti a seguito della soppressione di 29 cattedre ministeriali pur di garantire una continuità formativa di cui vi è una domanda crescente;

la suddetta dinamica di “compensazione formativa” tratteggia uno scenario di profonda precarietà operativa che andrebbe a determinarsi, con maggiore forza, qualora si dovesse assistere ad una decurtazione così cospicua delle risorse del competente capitolo di bilancio;

non si può trascurare il fatto che il citato ridimensionamento potrebbe condurre alla soppressone di centinaia di corsi con tutti i riverberi che tale dinamiche andrebbe ad innescare sia sul fronte occupazionale, considerando il numero di licenziamenti tra addetti ai lavori e docenti, sia sul fronte culturale e formativo con il venir meno della possibilità in capo agli studenti di poter proseguire i propri corsi in lingua italiana;

a tal riguardo si registra in questi giorni una forte mobilitazione del Coordinamento degli enti gestori in Svizzera, operanti dunque nel comparto direttamente colpito dagli aggiustamenti operati dal Mef, che invita in primis il Governo a rivedere le scelte operate sul versante delle potenzialità di cui al capitolo 3153 in ragione del forte nocumento che tali scelte comporteranno sul fronte dell’offerta culturale italiana;

a fronte di tali considerazioni è necessario comprendere se tali rimodulazioni in riferimento al capitolo 3153 siano conseguenza di una decisione di indirizzo politico del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale o se si sia trattato di una valutazione di carattere tecnico operata dall'amministrazione dello stesso Ministero,

in ogni caso tale indirizzo politico non è stato comunicato e discusso nelle sedi competenti;

si chiede di sapere:

quale siano le motivazioni poste alla base della scelta di ridurre il capitolo 3153 della tabella 6 del MAECI,

quali iniziative il Ministro interrogato intende intraprendere al fine di superare le criticità determinatesi con l’obiettivo di garantire la continuità formativa del nostro Paese e della diffusione della lingua e cultura italiana all’estero già fortemente vessata dai ridimensionamenti di bilancio operati nel corso delle ultime leggi di stabilità.

Claudio Micheloni, Aldo Di Biagio, Francesco Giacobbe, Renato Guerino Turano

Fausto Guilherme Longo (de.it.press 2)

 

 

 

 

 

La verifica

 

Il “meglio” per l’Italia è ancora tutto da venire. Lo scriviamo con tranquilla obiettività. L’Esecutivo Renzi non ha ancora raggiunto traguardi tranquillizzanti. Le carenze della politica nazionale non sono rientrate. Almeno nella forma più auspicabile.

 Ancora una volta, i problemi non mancheranno. Per sopperire a ciò che manca, si continua a riconoscere che non ci sono i “mezzi” per accelerare la nostra crescita socio/economica. Renzi, nonostante tutto, insiste per la sua strada che, per obiettività, non sentiamo anche nostra.

 Gli italiani dovranno continuare a sottostare a un’austerità che non poteva essere “sanata” dal più giovane Capo del Governo della Repubblica. Quest’anno sarà importante per verificare i segnali di una ripresa che, però, vediamo dubbia.

 Anche perché, come per il passato, non è stato possibile disgiungere gli aspetti economici della Penisola da quelli politici. Anche il 2016 non ha un Esecutivo nato dalle consultazioni popolari.

Il 2018 resta, purtroppo, il vero traguardo per un Governo elettivo. L’anno, ancora giovane, si presenterà assai articolato e complesso. Insomma, la strategia di Renzi sembra ancora l’unica possibile per un Potere Legislativo che non ha una sua fisionomia definita.

 Tra promesse e realtà, i confini si sono maggiormente ampliati. Investire in Italia sembra non concordare e i risultati li potremo analizzare verso la fine della prossima primavera. Certo è che non sarà agevole lasciare un’Italia “diversa” alle nuove generazioni.

Lo stesso risparmio è compromesso e a pagare il passivo saranno sempre gli stessi. Da noi, c’è ancora chi lotta, ma anche chi si rassegna. Però, è la somma che fa il totale. Con la logica che anche certi “errori” di percorso potrebbero essere evitati. Un passo falso e ci troveremo a rimpiangere il passato. Senza l’auspicata verifica politica, le conseguenze potrebbero essere inaccertabili.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Il popolo senza età del Paese vuoto

 

È il tempo della demografia. Argomento importante e discusso almeno quanto la democrazia. È sufficiente, a questo proposito, osservare le manifestazioni e gli avvenimenti che hanno mobilitato il Paese, in questa fase.

In nome della famiglia e delle unioni civili. Delle adozioni e della maternità surrogata. Questioni di grande rilievo etico e politico. Ma, indubbiamente, anche "demografico".

 

Come, a maggior ragione, le migrazioni che, da mesi, proseguono, dall'Africa e dal Medio Oriente. E premono alle nostre frontiere. È il tempo della demografia. Un tempo inquieto, pervaso di paure e tensioni. E grandi discussioni. In ambito politico, mediatico. E sociale. Perché la demografia è importante quanto la democrazia. I due piani: si incrociano e si condizionano reciprocamente. Basti pensare a come democrazie considerate all'avanguardia dei diritti reagiscano alle sfide demografiche. Ai movimenti migratori che "risalgono" da Sud verso il Nord. La Svezia: ha deciso di espellere 80mila immigrati. Di rimpatriarli, con voli speciali. Mentre la Finlandia intende seguirne l'esempio. Promette di rimandarne a casa almeno 20mila. In Danimarca, invece, il governo liberale, con il sostegno dell'opposizione socialdemocratica, ha deciso effettuare prelievi forzosi sui beni personali dei richiedenti asilo, per sostenere le spese di accoglienza. In Italia non sono state ancora prese decisioni di questo genere. Ma le tensioni e le discussioni politiche sono accese. Da anni. D'altronde, Lampedusa è stata, fino a poco tempo fa, la prima "porta verso l'Europa" dell'immigrazione in fuga dalla Libia. Prima che i flussi si spostassero verso la Grecia e la Turchia. Spinti dai conflitti con l'Is nell'area fra Siria e Iraq. Ma la "questione migratoria" ha continuato a essere agitata dagli "imprenditori della paura". Che alimentano la minaccia dell'invasione. Gli stranieri alle porte, che minacciano il nostro benessere. Il nostro futuro. Un argomento inquietante - e dunque attraente - in questi tempi inquieti.

 

Noi, d'altronde, siamo un Paese in "transizione", sotto il profilo democratico (anche se la transizione, suggerisce Stefano Ceccanti, in un saggio in uscita per Giappichelli, sarebbe "quasi finita"). Ma in via di "estinzione" sotto il profilo demografico (come suggerisce il dossier del Foglio di lunedì scorso). I dati, al proposito, sono noti da tempo. Ma, di recente, appaiono perfino drammatizzati. Per la prima volta, dopo il biennio 1917-18, cioè dall'epoca della Grande Guerra, la popolazione residente in Italia, nel 2015, è diminuita. Di circa 150 mila unità, segnala il demografo Gian Carlo Blangiardo (sul portale neodemos.info). Perché sono aumentati i decessi, mentre le nascite hanno continuato a calare. E il contributo demografico degli immigrati si è molto ridimensionato, rispetto ad alcuni anni prima. La paura dell'invasione, dunque, contrasta con la realtà dei fatti. Ma anche con la posizione (e la percezione) dell'Italia, presso gli stranieri. Il nostro Paese, infatti, agli immigrati che arrivano appare prevalentemente un "luogo di passaggio". Una stazione provvisoria. Verso altre destinazioni, più ambite. D'altronde, i flussi migratori sono strettamente legati agli indici di crescita economica e dell'occupazione. Ma anche all'estensione del welfare. Condizioni favorevoli all'accoglienza, che, tuttavia, si stanno deteriorando ovunque, in Europa. E da noi in modo particolare.

 

La nostra "demografia", dunque, soffre. Come la nostra economia e la nostra occupazione, che difficilmente avrebbero potuto svilupparsi, negli ultimi vent'anni, senza il "soccorso" degli immigrati. Noi, tuttavia, non ce ne accorgiamo. E soffriamo l'arrivo degli "altri". Il nostro declino demografico riflette, inoltre, l'invecchiamento. La popolazione anziana (da convenzione: oltre 65 anni), in Italia, costituisce, infatti, il 21,4% della popolazione. Il dato più alto in Europa, dove la media è del 18,5%. Accanto a noi, solo la Germania. Per avere un'idea della crescita, si pensi che, nel 1983, la quota di popolazione anziana, da noi, era intorno al 13%. Sul piano globale, l'Italia è già oggi il terzo paese per livello di invecchiamento, anche perché appena il 14% dei residenti è al di sotto dei 15 anni. D'altronde, noi invecchiamo in misura maggiore che altrove non solo per la caduta dei tassi di natalità e per l'aumento della mortalità, ma perché l'emigrazione colpisce anche noi. Sono partiti dall'Italia quasi 95mila italiani nel 2013 (secondo il Rapporto della Fondazione Migrantes), poco meno di 80mila nell'anno precedente. Molti più degli stranieri arrivati in questi anni. Si tratta, soprattutto, di giovani (fra 18 e 34 anni). In possesso di titolo di studio elevato. I nostri giovani, i nostri figli. Soprattutto se dispongono di un grado di istruzione elevato. E ambiscono a occupazioni adeguate. Se ne vanno. Praticamente tutti. Perché l'Italia non riesce a trattenerli. A offrire loro opportunità qualificanti. Così invecchiamo sempre di più. E ci sentiamo sempre più soli. Anche se ci illudiamo di restare giovani sempre più a lungo. Per sempre giovani. Basti pensare che (secondo un sondaggio dell'Osservatorio Europeo sulla Sicurezza, curato da Demos-Oss. Pavia e Fondazione Unipolis, di prossima pubblicazione) il 19% degli italiani pensa che la giovinezza possa durare anche oltre i 60 anni. Il 45% che finisca tra 50 e 60 anni.

 

Io, che, a 63 anni compiuti, mi considero (almeno) anziano, senza rimpianti e, anzi, con una certa soddisfazione, per aver conquistato il "privilegio" di una maturità avanzata, mi devo rassegnare. Alla condanna di non invecchiare. O meglio (peggio...), di non diventare adulto. Una minaccia che, come hanno rammentato di recente Ezio Mauro (su Repubblica) e Gustavo Zagrebelsky (in un saggio pubblicato da Einaudi), incombe su di noi. In particolare, sugli italiani. Abitanti di un Paese che non c'è. In un tempo che non c'è. Per questo dovremmo fare appello alla demografia. Leggerne le indicazioni e gli ammonimenti. Ma per non estinguerci, per non finire ai margini, dovremmo

davvero chiudere le frontiere. Verso Nord. Per impedire agli immigrati - come ai nostri giovani - di andarsene altrove. E di lasciarci "a casa nostra". Sempre più vecchi. Sempre più soli. Sempre più incazzati. Con gli altri. Ma, in realtà: con noi stessi. ILVO DIAMANTI, LR 1

 

 

 

 

 

Iscritti all’Aire e canone tv

 

ROMA - È ormai noto a tutti che la Legge di stabilità 2016 ha stabilito che da quest'anno il canone tv, diminuito alla cifra di 100 euro, verrà pagato attraverso l'addebito diretto nella bolletta elettrica.

Questa scelta, legata soprattutto all'esigenza, assolutamente condivisibile, di risolvere l'alto tasso di evasione legata al pagamento di questa tassa, porta inevitabilmente con sé alcuni dubbi e problematiche ancora da chiarire completamente.

Va detto, per la precisione, che per la legislazione italiana il canone non è un abbonamento alla televisione italiana in chiaro, né è legato alla visione dei soli canali Rai, ma rappresenta una tassa sul possesso di uno o più apparecchi di ricezione radiotelevisiva, che va a coprire sia i costi di realizzazione e mantenimento delle infrastrutture sia, parzialmente, i costi di realizzazione dei programmi delle reti televisive pubbliche. Il canone è da intendersi quindi come il cosiddetto "bollo auto", legato al possesso di una vettura e da pagare indipendentemente dall'effettivo uso che se ne fa.

Per quanto reso noto fino ad oggi, il pagamento del canone è dovuto nel caso si abbia la residenza anagrafica in una abitazione dotata di utenza elettrica: la semplice titolarità di un’utenza elettrica "fa presumere" che nell’abitazione sia presente un apparecchio radiotelevisivo, soggetto al pagamento del canone stesso. Per chiarire il dubbio di molti va precisato  che il canone tv non è legato alla caratteristica di prima o seconda casa (come, per semplificazione, viene riportato dagli organi di stampa ), ma al possesso di un apparecchio radiotelevisivo: la norma specifica che, per tale possesso, il canone si paga una sola volta anche in presenza di più abitazioni o di più apparecchi.

Per quest’anno il primo addebito è stato differito al prossimo mese di luglio per permettere agli enti competenti (Agenzia delle Entrate, RAI, Fornitori di energia elettrica ecc.) di incrociare i propri dati e dare risposte certe alle varie casistiche come, per esempio, il caso in cui proprietario dell'abitazione e il titolare dell'utenza elettrica siano soggetti diversi.

Un caso particolare è sicuramente quello degli italiani all'estero iscritti all'AIRE proprietari di un’abitazione e titolari di una utenza elettrica, inevitabilmente interessati da questa modifica legislativa. C'è un notevole e comprensibile fermento riguardo a questo argomento tra i connazionali, dovuto al fatto che ci si trovi costretti a pagare un’ulteriore tassa annuale a fronte di una permanenza nella propria abitazione in Italia di qualche settimana all'anno quando, molto spesso, una tassa molto simile si paga già nei propri paesi di residenza.

Sulle nuove modalità di pagamento, sui casi di esenzione, sulle modalità stesse di autocertificazione, sulla modulistica da utilizzare, ecc. si attendono, prima della scadenza del mese di luglio - come assicurato dal Ministero dell’Economia e delle Finanze -  opportuni chiarimenti che facciano luce su ogni dubbio interpretativo.

Chiamato giustamente in causa, insieme ai deputati del Pd eletti all’estero, focalizzerò sull’argomento la massima attenzione; già in sede di Legge di Stabilità 2016, ho presentato un ordine del giorno, accogliendo il quale il governo si è impegnato a considerare proprio il caso particolare del pagamento dovuto dagli italiani iscritti all'AIRE, ipotizzando per loro l'esenzione o almeno una riduzione (v. http://comunicazioneinform.it/alessio-tacconi-pd-accolto-dal-governo-il-mio-ordine-del-giorno-sullesenzione-o-riduzione-del-canone-rai-per-gli-iscritti-allaire/ ndr) . Non intendiamo certo far cadere nell’oblio tale ordine del giorno e pertanto sarà mia cura, insieme ai colleghi, tenere alta l’attenzione degli organi competenti sulla peculiarità del caso dei  proprietari italiani iscritti all'AIRE per rendere operativo l’impegno assunto.

Alessio Tacconi, Deputato Pd-Estero 

 

 

 

 

Stampa all’estero. Entro il 31 marzo la presentazione delle domande di contributo relative all’anno 2015

 

Con la fine del mese di gennaio saranno concluse le procedure di pagamento dei contributi relativi all’anno 2013 per tutte le testate ammesse. L’applicazione per la prima volta del nuovo regolamento  ha comportato imprevedibili ma inevitabili tempi di assestamento che hanno significato  per alcuni lo slittamento del pagamento al 2016. La Fusie è ora impegnata per ottenere che, con la prossima sessione  di contributi (anno 2014),  tali procedure siano più veloci e consentano di riguadagnare il tempo perduto.

Ora, abbiamo di fronte a noi la  scadenza del 31 marzo per la presentazione delle domande relative all’anno 2015. Vi invitiamo a seguire scrupolosamente le indicazioni  della Presidenza del Consiglio nella predisposizione delle domande, utilizzando rigorosamente la modulistica predisposta dal Dipartimento Editoria, disponibile sul sito della PCM all’indirizzo : http://presidenza.governo.it/DIE/attivita/politiche_sostegno_editoria/stampa_periodica_estero.html

A proposito delle domande di contributo, come  già sapete le norme vigenti prevedono una premialità  per coloro che le corredano con  certificazione da parte di società di revisione. Come è già stato fatto per le annualità 2013 e 2014, anche per l’annualità 2015 la Fusie ha concordato con lo Studio  Vittucci & C. s.a.s. di Roma una convenzione che permette ai nostri associati di ottenere tariffe agevolate. Potrete ottenere tutte le informazioni necessarie telefonando al n. 06 48904855 e chiedendo del Dr Roberto Dominicis, responsabile del settore ( email:  fv@vittucci.com). 

Rivolgendomi, ora, solo a coloro che non hanno già provveduto, ricordo il pagamento della quota sociale 2015 , che è un adempimento essenziale per il mantenimento della nostra Federazione  che, come sapete, non gode di nessun altro tipo di aiuto finanziario se non quello dei suoi associati.

Per quanto attiene la convocazione del nostro Congresso Mondiale, vi informo che prosegue il lavoro  di organizzazione  e non vi nascondo che la difficoltà maggiore , per la verità l’unica, è quella del reperimento dei fondi.

Si tratta, d’altra parte, di un congresso che diventa sempre più essenziale, al di là degli adempimenti statutari,  per l’avvicinarsi del dibattito sulla riforma dell’editoria, di cui è già stato investito il Parlamento. In questa prospettiva, siamo in attesa della convocazione per essere ascoltati dagli organismi competenti di Camera e Senato. Giangi Cretti, Fusie 28

 

 

 

 

Si è riunito il Comitato permanente sugli Italiani nel mondo e la promozione del sistema Paese

 

La relazione di Marco Fedi (Pd) recante le valutazioni del CGIE per l'anno 2014, con proiezione per il triennio 2015-2017. L’auspicio che il nuovo Consiglio Generale degli Italiani all’estero possa insediarsi nel più breve tempo possibile

 

ROMA - Nella seduta odierna del “Comitato permanente sugli Italiani nel mondo e la promozione del sistema paese” della III Commissione Affari Esteri della Camera dei Deputati, Marco Fedi ha svolto la relazione recante le valutazioni del Consiglio Generale degli Italiani all'estero (CGIE) per l'anno 2014, con proiezione per il triennio 2015-2017.

Di seguito il testo integrale della relazione del deputato eletto all’estero per il Pd nella ripartizione dell’Africa, Asia, Oceania e Antartide.

“Colleghi deputati, consentitemi di esprimere, a nome del Comitato e della Commissione Esteri, l’auspicio che il nuovo Consiglio Generale degli Italiani all’estero possa insediarsi, nel più breve tempo possibile, attraverso il decreto di nomina che è ancora in attesa di approvazione da parte della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Il rinnovo degli organismi di rappresentanza delle comunità italiane nel mondo è stato un importante passaggio per il quale il Governo si è impegnato e ora è necessario dare seguito a questo impegno politico mettendo tutto il sistema della rappresentanza di base, Com.It.Es. e C.G.I.E., in grado di operare e di svolgere il mandato previsto dalla legge.

Ricordo a noi stessi e al Governo che la legge deve essere applicata, che l’esigenza di una riforma, sentita da tutti, deve realizzarsi attraverso il confronto e la discussione, senza date di scadenza, evitando brusche accelerazioni e diktat monocamerali, ma piuttosto attraverso una serena riflessione che auspichiamo vogliano svolgere le forze politiche di maggioranza e opposizione. L’approvazione definitiva della riforma Costituzionale, con la definizione del nuovo assetto per la Circoscrizione estero, consentirà anche una discussione, libera da incertezze, sulla riforma dell’intero sistema della rappresentanza che deve garantire a nostro avviso un autentico compito consultivo, in grado di proporre dati, analisi e riflessioni, all’intero sistema politico italiano, sulle linee strategiche per una maggiore presenza italiana nel mondo.

Sulla relazione trasmessa al Parlamento, mi preme ricordare, in via preliminare, che la legge n. 368 del 1989, istitutiva del Consiglio generale degli italiani all'estero, annovera, all’art. 2, comma 1, lett. d), tra i compiti di questo organismo la redazione di una relazione annuale con proiezione triennale da presentare, tramite il Governo, al Parlamento, nella quale si valutino gli eventi dell'anno precedente e si traccino prospettive ed indirizzi per il triennio successivo.

Mi corre quindi l’obbligo di segnalare che, per quanto la Relazione faccia riferimento nella titolazione, così come previsto dalla normativa vigente, agli indirizzi per il triennio 2015-2017, questi non sembrano trovare precipuo spazio nel testo del documento, se non nella individuazione di una serie di proposte di riforma già all’attenzione del Consiglio e del Governo.

Il documento si compone pertanto di una premessa del Segretario generale, della relazione sui lavori dell’Assemblea plenaria, svoltasi a Roma dal 28 al 30 maggio, delle relazioni sui lavori del Comitato di Presidenza del 18-19 marzo, del 22-23 settembre e del 2-3 dicembre 2014, ed i documenti finali delle tre Commissioni continentali, mentre non risultano allegati i contributi delle otto Commissioni tematiche, che pure in passato avevano fornito spunti originali.

La premessa evidenzia i principali nodi affrontati dal CGIE nel corso del 2014, a partire dalla conversione in legge del decreto-legge n. 66 del 2014 che, nel quadro delle riforme adottate per il contenimento della spesa pubblica, la cosiddetta spending review, ha visto essenzialmente una rimodulazione di questo organismo nel numero dei suoi componenti, passati da 94 ad un totale di 63, nella composizione del Comitato di presidenza, passato da 16 a 9 membri, e nella convocazione, in via ordinaria, di una sola assemblea plenaria annuale. Nonostante questa modifica sostanziale alla composizione del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero, questo rimane organismo di riferimento e di rappresentanza delle nostre comunità.

La relazione evidenzia positivamente come la decisione, da parte del Governo, di procedere con il rinnovo degli organismi di base, costituisca un riconoscimento del ruolo e delle funzioni che essi svolgono soprattutto sotto il profilo della rappresentanza globale degli italiani all’estero.

Nel 2014 è stato quindi raggiunto il lungamente atteso avvio delle operazioni per il rinnovo della rappresentanza di base delle comunità italiane nel mondo che ha posto fine alla sospensione protratta per lunghi anni: restano però intatte le preoccupazioni sull’elevato tasso di astensionismo verificatosi nelle consultazioni dell’aprile 2015.

La relazione dà altresì conto, in premessa, dei buoni risultati degli “Stati generali della lingua italiana nel mondo”, svoltisi a Firenze nell’ottobre 2014 che ha visto la partecipazione di componenti del CGIE ed un ruolo guida nel tavolo tematico dedicato a “Ruolo degli italofoni e delle comunità italiane all’estero”: il CGIE è un convinto sostenitore dell’importanza strategica di valorizzare il nostro patrimonio linguistico e culturale, che costituisce un elemento fondamentale per la promozione e lo sviluppo del Sistema-Paese e che ha trovato in questa legge di stabilità, anche a seguito degli interventi emendativi approvati su iniziativa parlamentare, alcuni primi significativi sostegni finanziari.

I punti salienti ai quali ancorare un nuovo sistema di promozione della lingua e della cultura italiane nel mondo possono individuarsi nel superamento di una visione settoriale ed assistenzialistica e nella loro valorizzazione come asset strategico capace di sostenere il riposizionamento dell’Italia nel contesto globale; la definizione di una prospettiva di forte rilancio dell’attrattività della cultura italiana in campo mondiale, non solo con riferimento ai  grandi ed indiscussi primati del passato ma ancor con riferimento alle grandi realizzazioni della modernità, dall’arte alla cultura materiale, dalla scienza agli life style creati dal gusto italiano.

In questa prospettiva si evidenza l’esigenza di puntare su unico centro direzionale e di coordinamento capace di programmare e razionalizzare l’intervento pubblico e dialogare sistematicamente con i soggetti privati che agiscono nel campo, superando la frammentazione e la sovrapposizione degli interventi, l’incomunicabilità tra le diverse strutture e la mancanza di coordinamento e di sinergie.

Ritengo sia importante raccogliere il contributo del CGIE in questo settore, soprattutto in vista di una riforma complessiva del sistema normativo di promozione della lingua e della cultura italiane all’estero che costituisce uno degli obiettivi legislativi di questa legislatura, molte volte annunciato ma finora rinviato.

Al di là delle relazioni sui lavori dell’Assemblea plenaria e del Comitato di Presidenza, che hanno dedicato uno spazio doveroso al progetto di riforma costituzionale con le connesse ricadute sul piano della rappresentanza degli italiani all’estero, i documenti finali delle Commissioni continentali affrontano temi centrali quali ad esempio la difficile riorganizzazione delle rete diplomatico-consolare, pesantemente sottodimensionata nella capacità di erogare servizi, soprattutto in aree economicamente emergenti, come l’America latina, ed in tutti i Paesi e le aree del mondo, dall’Europa all’Oceania all’America del Nord, dove si registrano nuove forme di mobilità rappresentate dalla nuova emigrazione italiana.

In particolare, la Commissione continentale per i Paesi anglofoni extra-europei richiama i macroscopici errori legati alla chiusura di alcuni importanti consolati, come Edmonton, Durban e Newark, in realtà in cui il volume degli investimenti ed il tessuto di realtà produttive italiane ivi insediate richiedono particolare attenzione da parte delle autorità consolari italiane.

In questo senso il lavoro del Consiglio Generale degli Italiani all’estero ha consentito un utile confronto anche in sede parlamentare sulle proposte di rafforzamento della rete dei servizi nel mondo e sulla necessità di garantire parità di trattamento ai connazionali nel mondo.

Per queste ragioni - conclude Marco Fedi - il Comitato della Commissione Affari Esteri della Camera dei Deputati accoglie positivamente la relazione del Consiglio Generale degli Italiani all’estero augurando buon lavoro ai nuovi consiglieri. (Inform 27)

 

 

 

 

 

Facciamoci sentire

 

Da oltre mezzo secolo, proviamo ad approfondire le vicende dei Connazionali oltre frontiera. Lo facciamo con tutta la buona volontà evitando, per quanto è possibile, manifestazioni di natura “partitica”. Eppure, d’Emigrazione italiana si tratta ancora poco e male. Non ci resta che prenderne atto.

La materia dovrebbe, invece, essere meglio focalizzata per il complesso di finalità che implica. Ciascuno ha le sue idee e noi, come sempre, le rispettiamo. E’ ancora prematuro trarre, così, delle conclusioni attendibili sul ruolo effettivo degli italiani altrove. Noi studiamo questo fenomeno sociale limitando le nostre riflessioni al Vecchio Continente.

 Per praticità, abbiamo “inquadrato” le generazioni dei nostri migranti. Partendo dal secolo scorso. La prima Generazione si trova tra il 1900 e il 1930. La seconda dal 1931 al 1960. La terza dal 1961 al 2000. La quarta, per ora anche ultima, dal 2001 ai tempi nostri. Per la prima e seconda Generazione, i tempi d’inserimento nella realtà dei Paesi ospiti sono stati difficili. Le strutture europee non erano ancora preparate per una fusione armonica di civiltà e diversità culturale.

 Dal 2000, secondo noi, non è più corretto scrivere di ”emigrazione”. Semmai, di presenza italiana in altri Stati UE. Anche perché, nel frattempo, tramite l’evolversi dell’associazionismo la realtà migratoria sembrava migliorare. Purtroppo, non è stato, e non è così.

 Chi vive all’estero, anche nell’Europa Stellata, continua ad avere situazioni differenti degli italiani che vivono nel Bel Paese. Per molti episodi, sono mancate anche le proposte costruttive. Dalla nostra posizione d’osservatori, ci siamo resi conto che molti progetti, nati oltre frontiera, non hanno destato l’interesse di nessuno in Patria.

Pur limitando le nostre riflessioni ai fatti salienti, non siamo stati in grado di valutare tangibili novità. Per il futuro, non ci sentiamo d’anticipare commenti. Anche se l’Italia andrà a integrarsi maggiormente a livello comunitario.

Dopo le incomprensioni e le integrazioni tardive, gli italiani all’estero restano, per molti, più una realtà virtuale, che sostanziale. I milioni di Connazionali altrove rimangono una tangibilità tutt’altro che scontata.

Facciamo in modo che il loro ruolo sia valorizzato. Facciamoci sentire. Nei modi più opportuni e nelle sedi dei partiti. I benefici, nell’interesse di tutti, non mancheranno. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Migranti, la Ue insiste: l'Italia paghi la quota pro Turchia

 

Come era apparso chiaro al vertice di Berlino, la guerra verbale tra Renzi e l'Europa non accenna a spegnersi. Anzi. Il nuovo scambio di precisazioni puntigliose da parte di Bruxelles e di sfide rumorose da parte del premier italiano conferma che il presidente del consiglio è deciso a continuare sulla strada di una rivendicazione orgogliosa e un po' velleitaria di un primato italiano nella politica europea. L'Italia vuole assicurazioni da Bruxelles prima di dare la propria quota (circa 260 milioni) sul totale di tre miliardi che l'Europa deve dare alla Turchia se vuole che Erdogan si tenga un po' di migranti che altrimenti prendono la via dell'Europa del Nord. Renzi resiste e non apre il portafogli, ma la Ue gli ricorda che già da dicembre è stato deciso che i soldi per la Turchia sono fuori dal patto di stabilità. Insomma un modo elegante per dire: il governo non ha scuse, deve dare quei soldi. Per quanto riguarda la maggiore flessibilità chiesta dall'Italia per le spese sostenute nel salvataggio dei migranti, si vedrà in primavera - aggiunge Bruxelles che interpreta alla lettera la linea Merkel - sulla base delle spese effettivamente sostenute. Insomma nessuna possibilità di far passare per investimenti pro-migranti spese di altra natura. Una precisazione molto severa a cui Renzi continua a rispondere con l'affermazione che il governo italiano ora che ha fatto le riforme non prende ordini da Bruxelles e anzi guida la politica europea. I toni sono destinati a rimanere alti fino all'esame finale della legge di bilancio e alla decisione sui soldi per i migranti. Poi si vedrà. Prima di partire per il viaggio in Africa, Renzi ha risposto ai manifestanti del Family day che lo hanno avvertito minacciosamente che si ricorderanno al momento del voto. Renzi replica di non aver intenzione di cambiare la legge. Ci sono solo pochi giorni per tentare un impossibile compromesso sulle unioni civili e la stepchild adoption. Poi ognuno voterà secondo coscienza. Ma è difficile che Alfano faccia scherzi e vada al di là di un sostegno verbale al Family day. Soprattutto dopo la scorpacciata di poltrone ministeriali della scorsa settimana. GIANLUCA LUZI LR 1

 

 

 

 

 

Per lo sviluppo del Mezzogiorno la Camera riconosce il ruolo essenziale degli italiani all’estero

 

ROMA - Nella seduta che la Camera ha dedicato all’esame delle mozioni sulla ripresa e lo sviluppo del Mezzogiorno è stata approvata la mozione a prima firma Covello, alla quale abbiamo dato la nostra adesione dopo avere contribuito ad integrarla con importanti riferimenti agli italiani all’estero.

Dall’inizio del ventesimo secolo, nelle diverse fasi della nostra emigrazione verso l’estero, più della metà degli emigrati italiani è partita dalle regioni meridionali, senza contare la mobilità interna che ha portato altri milioni di meridionali nelle aree del centro-nord. Una realtà non solo del passato, ma del presente, come testimoniano i flussi di “nuova emigrazione”, e probabilmente del futuro, come affermano gli analisti che prevedono entro la metà di questo secolo l’allontanamento di altri 4/5 milioni di persone.

Non è possibile pensare, dunque, alla ripresa di questa importante parte del Paese, che la crisi degli ultimi anni ha messo in ginocchio, indipendentemente dai processi migratori che ne hanno attraversato la storia e senza considerare le potenzialità di relazioni che nel mondo esistono per la presenza e e la consistenza sociale, economica e culturale di decine di milioni di meridionali di nascita e d’origine.

Abbiamo richiesto alla presentatrice Covello e al Gruppo del Pd di tener conto di questa più innovativa e realistica visione; la nostra sollecitazione è stata pienamente accolta e ha portato ad integrare nel testo numerosi e impegnativi passaggi riguardanti gli italiani all’estero.

Il testo approvato, che è orami un documento di indirizzo per il Governo, recita dunque che “il Mezzogiorno, sul piano dell’internazionalizzazione, dei flussi turistici e della ricerca di investimenti, può usufruire delle notevoli potenzialità legate alla presenza in diversi continenti e in un gran numero di Paesi di milioni di persone di origine e dei loro discendenti, diventati ormai classi dirigenti nei rispettivi contesti di insediamento”.

Alla luce di questa premessa, nel dispositivo si impegna il Governo “nell’ottimizzazione del Masterplan e nella predisposizione dei programmi di internazionalizzazione, a verificare nell’ambito degli specifici progetti le possibilità di coinvolgimento e partenariato con i soggetti e le organizzazioni di origine italiana già attivi nel campo dell’intermediazione commerciale e finanziaria”. In più, nel punto in cui si decide di promuovere una struttura di scouters di elevatissimo profilo, coinvolgendo Invitalia, con lo scopo di individuare investimenti produttivi da allocare presso le aree industriali del Sud, si raccomanda di dedicare particolare attenzione “agli operatori italiani e di origine italiana che hanno raggiunto posizioni di rilievo nel tessuto produttivo e finanziario delle realtà di residenza”.

Nella parte dell’articolata mozione nella quale si parla degli impegni sul piano culturale e turistico, infine, abbiamo proposto e ottenuto che il Governo predisponga, “in collaborazione con le Regioni meridionali, progetti di promozione e ‘pacchetti’ di incentivi finalizzati al turismo di ritorno, con particolare riferimento alle aree interne del Mezzogiorno”.

Il Mezzogiorno, come è riconosciuto dai commentatori più autorevoli e accreditati, è il banco di prova della ripresa generale del Paese e di una sua nuova stagione di modernizzazione. Da questa prospettiva la Camera, a larga maggioranza, ha deciso che non solo non possono essere esclusi gli italiani all’estero, ma che addirittura il loro contributo possa essere un elemento importante per il futuro dell’Italia. Noi che conosciamo direttamente il peso che i meridionali hanno nella realtà dell’emigrazione italiana nel mondo, consideriamo questo passaggio come un atto di doveroso riconoscimento e, allo stesso tempo, di realismo e lungimiranza del Parlamento italiano.

Francesca La Marca, Gianni Farina, Marco Fedi, Laura  Garavini, Fabio Porta, Alessio Tacconi (Deputati del Pd Estero, dip  27)

 

 

 

 

 

I nomi dei venti membri del CGIE di nomina governativa

 

ROMA - Con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri sono stati resi noti i  nomi dei venti membri del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero di nomina governativa.

Qui di seguito l’elenco dei consiglieri.

a) per le associazioni nazionali dell’emigrazione

dott. Gaetano Calà (ANFE), cav. Carlo Ciofi (CTIM) dott. Rodolfo Ricci (FILEF), dott. Gian Luigi Ferretti (MAIE), dott. Franco Dotolo (MIGRANTES), dott. Luigi Papais (UCEMI), dott. Franco Narducci (UNAIE).

b) per i partiti che hanno rappresentanza parlamentare

dott. Norberto Lombardi (PD), sen. Vittorio Pessina (FI), dott. Matteo Preabianca (M5S).

c) per le Confederazioni sindacali e i patronati

dott. Andrea Malpassi (CGIE), dott. Gianluca Lodetti (CISL), prof.ssa Daniela Magotti (CONFSAL), dott.ssa Anna Maria Ginanneschi (UIL-ITALUIL), sig. Fabrizio Bentivoglio (ACLI), dott. Antonio Inchingoli (MCL).

d) per la Federazione della stampa italiana

dott. Francesco Lorusso

e) per la Federazione unitaria della stampa italiana all’estero (FUSIE)

dott. Giangi Cretti

f) per l’organizzazione più rappresentativa dei lavoratori frontalieri

sig. Mirko Dolzanelli (CGIL/CISL/UIL)

Il decreto, che porta la data del 7 gennaio 2016 e la firma del Sottosegretario Claudio De Vincenti, risulta visto e annotato al n. 83/2016 in data 14 gennaio presso il Segretariato generale della Presidenza del Consiglio. L’iter si completa con la pubblicazione nella Gazzetta ufficiale della Repubblica italiana.

“Con l'emanazione del decreto di nomina dei nuovi consiglieri del CGIE voglio innanzitutto rivolgere loro le mie congratulazioni ed un in bocca al lupo per il lavoro che li aspetta”. Lo dichiara in una nota il sen. Aldo Di Biagio (Ap), eletto nella circoscrizione Estero-rip. Europa .

“Ritengo, infatti, - prosegue -  che sia arrivato il momento di interrogarci e riflettere tutti insieme sul nuovo ruolo che dovranno rivestire gli organismi di rappresentanza degli italiani all'estero. Infatti,  - continua Di Biagio -  al di là delle diverse posizioni, tutti ci troviamo d'accordo sulla necessità di una riforma ed di un rinnovamento imposto da un modo dell'emigrazione in continua evoluzione. Credo che alla prima plenaria di primavera uno dei primi temi all'ordine del giorno debba essere questo”, conclude il senatore eletto all'estero. (Inform)

 

 

 

 

 

Il futuro politico

 

Prima d’esporre la nostra opinione in questo primo scorcio di 2016, rammentiamo che l’attuale Esecutivo resta una formula d’emergenza e, come tale, la intendiamo valutare. Ma, di là da ogni assennata riflessione politica, ci preme esporre alcune considerazioni d’ordine socio/economico che riteniamo assai interessanti; anche perché è stata una democratica manifestazione politico/parlamentare a dare la fiducia alla Squadra di Renzi”. Meglio così che il caos istituzionale.

 Il buon senso di un Parlamento, da troppo tempo non rinnovato, ha vinto nei confronti di chi avrebbe voluto smantellare, da subito, un apparato che è nato con la nostra Repubblica. Tenuto conto che questa realtà è anche correlata al tentativo di una ripresa economica, ogni altra considerazione passa, necessariamente, in seconda linea.

 E’ maturato il tempo dei fatti. Senza ombra di smentita, la politica dovrebbe trovare nuovi motivi di dialogo e di contatto. Perché un Parlamento “diviso” non può garantire un Governo”forte. Chi è stato tagliato fuori, lo ha voluto. I “ricatti” di Poltrona sono finiti con la Seconda Repubblica. Va bene così. Nei prossimi mesi, tutti importanti, il Governo prenderà decisioni fondamentali per il futuro della Penisola.

Dopo tanto “scuro”, ora, s’intravede la “luce”. Il tempo per superare la delicata realtà nazionale c’è. Restano, però, da rafforzare le condizioni per un franco dialogo anche sul fronte della produttività e delle riforme. Per generare lavoro, servono gli investimenti e questi dipendono dalle garanzie che il Presidente del Consiglio potrà offrire per sanare, prima di tutto, la cosa pubblica. Saranno gli sprechi a essere eliminati, insieme alle agevolazioni e ai privilegi di casta. Del resto, proprio perché ci sono troppi “Profeti” in Patria, è assai meglio evitare esternazioni che non troverebbero riscontri.

   Anche l’avvento della Terza Repubblica, l’onestà, personale e di partito, resta la migliore occasione per ridare fiducia all’Italia. Matteo Renzi potrebbe rappresentare il precursore di tempi nuovi; ma anche di politici meno condizionati da alleanze che si sono fatte flebili e, comunque, non più in sintonia con la realtà nazionale. Pur senza particolare ottimismo, percepiamo l’evolversi del ruolo d’Italia anche in ambito UE. Riconosciamo che molto resta ancora da fare, ma siamo convinti che già siano presenti sentori di crescita.

 Il buon senso, che è senno di un Popolo, ha da distinguersi sull’incoerenza delle posizioni solo in apparenza “alternative”. La Penisola ha bisogno di certezze. Lo scriviamo convinti che l’onestà politica avrà la meglio nei confronti dei disonesti che l’hanno utilizzata come veicolo per portare a buon fine tante nefandezze. La morale, se non la coscienza individuale, avrà la meglio. Dopo lo sconcerto, l’Italia ritroverà la sua dignità di Paese e di Popolo. Perché la dignità, come la intendiamo noi, non ha un colore politico predeterminato.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Continuare l'instancabile azione di pace tra israeliani e palestinesi

  

Sono appena tornato da Gerusalemme, in qualità di membro della delegazione ristrettissima dell’Unione Interparlamentare guidata da Denise Pascal Allende (figlia del leader cileno Salvador Allende assassinato nel 1973). Con me anche la francese Chantal Guittet, l’israeliano Nachman Shai, la parlamentare dell’Esotho N. Motsamai e il palestinese A. Al-Ahmad.

 

Il compito che ci era stato affidato era difficile e delicato. Pensate, sono passati quasi 23 anni dalla storica stretta di mano tra Arafat e Rabin di fronte al presidente americano Bill Clinton a Washington il 13 settembre 1993. Eppure il processo di pace è ancora in stallo. Il primo giorno a Gerusalemme abbiamo incontrato i più alti rappresentanti del Parlamento israeliano, tra i quali lo Speaker della Knesset, Yuli-Yoel Edelstein, per approfondire il punto di vista israeliano.

 

Il giorno dopo a Ramallah, provvisoria capitale, abbiamo sentito l’opinione dei dirigenti (Walid Assaf, Responsabile dei negoziati Israelo-Palestinesi, e Saeb Erekat, del Comitato esecutivo Olp) del nuovo Stato palestinese, riconosciuto dalla maggioranza delle nazioni, nonché osservatore permanente delle Nazioni Unite. Come possono incontrarsi le due ragioni, quando l’una è vincente e si specchia nello splendore dei suoi palazzi, nella modernità della nuova Gerusalemme e l’altra immiserita al di là dei muri eretti a proteggere i vincitori?

 

E’ stato un viaggio che mi lascia tanti ricordi per le giornate memorabili di impegno per la pace e per il reciproco riconoscimento di due Stati e due Popoli, senza dimenticare la celebrazione del “Giorno della Memoria dell’Olocausto”, invitato personalmente dall’Ambasciatore italiano a Tel Aviv Francesco Maria Talò. Sono tornato a Roma con il rammarico di non aver potuto fare di più. Altri, ben più importanti di me, dovranno continuare questa instancabile azione di pace. On. Gianni Farina

 

 

 

 

Regeni, l'Italia pretende la verità dall'Egitto

 

L'uomo forte che governa l'Egitto con mano molto pesante è alleato dell'Occidente e quindi anche dell'Italia. Se - come tutto lascia pensare - saranno individuate le responsabilità di corpi paramilitari o direttamente della polizia egiziana nella tragica morte dello studente italiano, la cui salma arriverà domani in Italia per l'autopsia, le relazioni tra Italia ed Egitto saranno a un bivio. Ma ne Roma ne il Cairo possono permettersi uno strappo di fronte alle minacce del terrorismo islamico e al pericolo che l'Isis aumenti la propria presenza nella confinante Libia. L'Italia però  non può rinunciare per nessun motivo a chiedere la verità sulla morte del giovane. L'auspicio del ministro degli Esteri e del ministro dell'Interno affinché le autorità egiziane tirino fuori la verità senza reticenze e senza i depistaggi della prima ora dopo il ritrovamento del corpo senza vita è un avvertimento per il governo del Cairo. Il fatto che investigatori italiani siano stati inviati in Egitto è un segnale che l'Italia cerca davvero la verità. Il problema è fare in modo che gli egiziani collaborino e non coprano le responsabilità dei mandanti dell'omicidio. La tragica morte di Giulio Regeni ha oscurato per un giorno la guerriglia che si sta combattendo in Senato sulle unioni civili. Ancora una volta il centro di Alfano ha minacciato una eventuale uscita dal governo se il Pd dovesse votare con il M5S sulla stepchild adoption e la ricerca di un compromesso in grado di tenere insieme la maggioranza è sempre più difficile. A meno di stralciare gli articoli che riguardano l'adozione da parte delle coppie omosessuali. Ma sarebbe un cedimento troppo grosso per essere preso in considerazione da Renzi. Scoppia intanto il caso del sondaggio nascosto a Milano, dove a sinistra lo scontro fra i candidati alle primarie di domani e dopodomani è sempre più acceso. Secondo le rilevazioni il candidato della sinistra non Pd, Majorino, avrebbe relegato in terza posizione la candidata del sindaco uscente, Balzani. Mentre Sala è sempre saldamente in testa. La mancata divulgazione del sondaggio da parte della Rai che lo aveva commissionato sarebbe per Majorino il tentativo di danneggiare il candidato della sinistra più radicale. Caos in Campania dove il M5S non riesce a trovare candidati alle primarie. Forse un effetto Quarto. Gianluca Luzi LR 6

 

 

 

 

Corruzione, l'Italia migliora ma resta penultima in Europa

 

L'Italia migliora la sua posizione nell’indice di percezione della corruzione, posizionandosi al 61mo posto nella classifica globale, ma - nonostante l'incremento di 8 posizioni- rimane in fondo alla classifica europea, penultima davanti alla sola Bulgaria. E' quanto emerge dal ranking di Transparency International, che segnala un minimo miglioramento nel giudizio sul nostro Paese, che infatti guadagna un solo punto (da 43 a 44) ma rimane dietro altri Paesi generalmente considerati molto corrotti come Romania e Grecia, entrambi in 58° posizione con 46 punti.

La classifica - che verrà presentata oggi a Roma da Virginio Carnevali, presidente di Transparency International Italia, Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, e Ivan Lo Bello, Presidente di Unioncamere - evidenzia anche il crollo del Brasile, duramente colpito dal caso Petrobras, che ha perso 5 punti ed è passato dal 69° posto al 76°, mentre al vertice e in coda alla classifica la situazione rimane pressoché invariata: Somalia e Corea del Nord si confermano anche quest’anno come i due Paesi più opachi. Nessuna novità neppure al vertice dove la Danimarca si conferma campione di trasparenza.

“Constatiamo con piacere che finalmente si è avuta un’inversione di tendenza, seppur minima, rispetto al passato, che ci fa sperare in un ulteriore miglioramento per i prossimi anni” commenta Carnevali che però ricorda come "la strada è ancora molto lunga e in salita, ma con la perseveranza i risultati si possono raggiungere".

Carnevali ricorda come "in questi giorni la Camera ha approvato le norme sul whistleblowing, le pubbliche amministrazioni stanno diventando via via più aperte e trasparenti, una proposta di regolamentazione delle attività di lobbying è arrivata a Montecitorio. Azioni queste che denotano come una società civile più unita su obiettivi condivisi e aventi come focus il bene della res publica porti necessariamente un contributo fondamentale al raggiungimento di traguardi importanti”.

Il miglioramento dell'Italia ""e' una buona notizia" osserva Lo Bello. Ma "per compiere un salto di qualità importante occorre però un ruolo più forte della società civile: la battaglia per legalità e trasparenza è resa meno difficile dalla rivoluzione digitale in atto ed anche su questo fronte - conclude - occorre insistere con decisione per fare della macchina pubblica un attore trasparente, imparziale e rispettoso delle regole del mercato".  Adnkronos 27

 

 

 

 

 

Il punto sulla riunione del Comitato per gli italiani nel mondo e la promozione del sistema Paese

 

I temi che saranno oggetto di discussione e impegno nelle prossime settimane: esenzione da Imu-Tasi e canone Rai per i residenti all'estero, editoria e promozione di lingua e cultura italiana. Tra le audizioni in programma quella con il rappresentante del Governo con delega per gli italiani all'estero

 

ROMA – Nel corso della riunione di ieri del Comitato per gli italiani nel mondo e la promozione del sistema Paese della Camera dei Deputati, seduta nella quale sono state presentate le valutazioni del Consiglio generale degli italiani all'estero (Cgie) per l'anno 2014, con proiezione per il triennio 2015-2017 (vedi http://comunicazioneinform.it/la-relazione-di-marco-fedi-pd-recante-le-valutazioni-del-cgie-per-lanno-2014-con-proiezione-per-il-triennio-2015-2017/), si è proceduto anche a fare il punto sui lavori del Comitato.

Sulla questione è intervenuto Alessio Tacconi (Pd, ripartizione Europa) che ha sottolineato l'esigenza di procedere all'audizione del presidente dell'Anci, Piero Fassino, al fine di valutare le iniziative da intraprendere, anche a carattere non definitivo, in merito all'estensione dell'esenzione dall'Imu-Tasi, introdotta dall'ultima legge di stabilità, anche a coloro che, risiedendo all'estero e regolarmente iscritti all'Aire, non beneficiano di tale agevolazione, pur possedendo in Italia un immobile anche se utilizzato per brevi periodi.

“Sebbene l’Anci sia una semplice Associazione fra Comuni, a nessuno sfugge l’importanza di avere un interlocutore autorevole per affrontare, a beneficio dei nostri connazionali, l’annosa questione della tassazione sulla prima casa degli italiani residenti all’estero – ha affermato Tacconi, - a cui si è aggiunta, da quest’anno, quella relativa al pagamento del canone Tv. Sono argomenti su cui io personalmente, insieme ai miei colleghi del Pd eletti all’estero, intendiamo tener fermo il nostro impegno fino al raggiungimento di risultati soddisfacenti”.

“Mi preme ricordare a proposito – ha aggiunto il deputato - che già in sede di discussione della Legge di Stabilità per il 2016 ho presentato emendamenti, sottoscritti da tutti i colleghi del Pd eletti all’estero, intesi a considerare direttamente adibita ad abitazione principale quella degli italiani residenti all’estero, prescindendo dai requisiti della residenza e dell’abituale dimora. Ritengo infatti doveroso dar seguito alle obiezioni dei nostri connazionali che, sulla questione della tassazione della loro casa in Italia, si sentono discriminati e ingiustamente penalizzati. L’estensione ai pensionati Aire dell’esenzione dal pagamento della Tasi alla stregua dei residenti sul territorio nazionale è senz’altro un buon risultato, ma di sicuro non possiamo ritenerci ancora soddisfatti”.

Tacconi segnala come tali proposte non siano state accolte “per motivi di ordine finanziario legati anche alle attuali crisi migratorie e alla necessità di dirottare consistenti risorse alla soluzione di problemi relativi alla sicurezza nazionale; ma non ci diamo per vinti - avverte. “Sto infatti già predisponendo – annuncia - una proposta di legge per l’estensione delle agevolazioni fiscali sulla prima casa degli italiani residenti all’estero, mentre, sempre in sede di Stabilità, ho presentato, congiuntamente a i miei colleghi, un ordine del giorno che impegna il Governo a considerare l’esenzione o almeno una riduzione, per i cittadini residenti all’estero, del canone Tv”. “Ritengo che, soprattutto sulla fiscalità immobiliare, l’Anci possa essere un interlocutore importante e che un’audizione col Comitato possa costituire un’occasione di dialogo, di scambio di vedute e di proposte che potrebbero trasformarsi in direttive, ai comuni stessi, per una regolamentazione di favore che si potrebbe tradurre, per esempio, in aliquote e tariffe agevolate per le abitazioni possedute dai cittadini residenti all’estero. Qualunque sia il risultato concreto dell’iniziativa - conclude Tacconi - sono sicuro che l’audizione del presidente Fassino sia un’importante occasione per tener desto l’interesse delle istituzioni su queste istanze”.

Condivide la proposta Marco Fedi (Pd, ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide), che a proposito del canone Rai per i residenti all'estero auspica l'interlocuzione con i soggetti competenti per sondare la possibilità di una sua riduzione o abolizione. Richiama inoltre l'attenzione del Comitato sul tema dell'editoria italiana all'estero, con particolare riguardo agli stanziamenti destinati agli Istituti Italiani di Cultura all'estero, anche in prospettiva di una loro razionalizzazione e gestione più trasparente ed efficiente.

Concorda sull'importanza del tema dell'esenzione dall'Imu Tasi il presidente del Comitato, Fabio Porta (Pd, ripartizione America meridionale), mentre suggerisce la necessità preliminare di individuare gli interlocutori competenti per la questione canone Rai e, sul tema editoria, segnala i contatti già in essere con alcuni organi rappresentativi quali la Fusie, con cui ritiene anche la Commissione Cultura potrebbe instaurare un dialogo.

Richiamate infine le audizioni già in programma con il rappresentante del Governo con delega per gli italiani all'estero, il presidente della Società Dante Alighieri Andrea Riccardi e ulteriori soggetti istituzionali di rilievo per le istanze della nuova e vecchia emigrazione, delle tutele sociali, nonché delle eccellenze italiane della cultura e della scienza nel mondo.

Da parte di Tacconi anche la proposta di valutare l'ipotesi di svolgere missioni nel caso se ne ravvisi l'esigenza. (Inform 28)

 

 

 

 

I diritti

 

Scrivere dei Connazionali all’estero non fa più notizia. Già da qualche tempo, i milioni d’italiani nel mondo hanno sempre meno contatti socio/politici col Bel Paese. Quasi che le nuove generazioni d’italiani si siano dimenticate di quelle nate e vissute oltre frontiera.

Neppure il diritto di voto, tanto per scriverla tutta, ha cambiato la nostra oggettiva sensazione. Se, poi, si tiene conto che la maggioranza dei Connazionali all’estero vive nel Vecchio Continente, allora la nostra sensazione si fa amarezza. Cioè, pur se tanto geograficamente ”vicini”, politicamente ancora più “lontani”.

 Nonostante la storia, il nostro idioma è il meno diffuso. Anche a livello ufficiale UE. Insomma, per i Connazionali che vivono oltre confine, sono più i doveri che la Patria pretende rispetto ai diritti; pur se previsti.

 La stessa rappresentatività politica è condizionata da un meccanismo che non facilita il ruolo degli eletti nella Circoscrizione Estero. Ogni iniziativa, pur se valida, resta ovattata tra le tante che non trovano collocazione tra quelle da dibattere in Parlamento.

Eppure, non abbiamo mai scritto o sostenuto “privilegi”. Ci siamo sempre impegnati nel fare presente, a chi spetta, lo status effettivo degli italiani all’estero. E’ restato, comunque, lo scarso apprezzamento per chi ha dovuto cercare altrove pane e lavoro che ci amareggia.

 Non scordiamo che ci siano stati Connazionali affermati oltre frontiera. Ma la maggioranza vive con i problemi che ben conosciamo e parecchi hanno le loro origini in Patria. Quindi, prima d’evidenziare i doveri, gli obblighi, sarebbe opportuno promuovere anche quei diritti che nulla priverebbero a chi ha avuto la possibilità di vivere e lavorare nel suo Paese. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Istituti Italiani di Cultura: ottima gestione, certificata dalla Corte dei Conti

 

ROMA - Il sottosegretario agli Affari Esteri e alla Cooperazione Internazionale con delega alla Cultura, Mario Giro, esprime la sua viva soddisfazione per i risultati dell’indagine della Corte dei Conti sull’ attività degli Istituti Italiani di Cultura all’estero, resa nota il 10 dicembre 2015.

Tale indagine, che ha comportato un controllo a campione sui bilanci dei singoli Istituti, formula apprezzamento per le recenti iniziative di riorganizzazione degli IIC (89 nel 2014), mettendo in rilievo non solo la scarsità delle risorse attribuite alla rete (poco più di 12 milioni di euro nel 2014) ma anche gli aspetti di innovazione organizzativa.

Per tali aspetti innovativi, che vanno dalla dematerializzazione dei documenti contabili all’istituzione del Gruppo di lavoro consultivo per la promozione della cultura italiana, va dato credito – continua Giro – all’azione infaticabile e meritoria dell’ambasciatore Andrea Meloni, direttore generale della Direzione generale per la promozione del Sistema Paese, che tra pochi giorni sarà collocato a riposo.  Esprimo all’Ambasciatore Meloni, a nome mio e a quello del Ministero degli Esteri,  i sensi della più alta stima e il mio sincero ringraziamento per questi risultati che così brillantemente chiudono una bellissima carriera al servizio del nostro Paese. Inform 28

 

 

 

 

La prefazione di Lucia Patrizio Gunning al volume “Le radici e le ali” di Goffredo Palmerini

 

L’AQUILA – “Le radici e le ali” di Goffredo Palmerini è in corso di pubblicazione per i tipi delle Edizioni One Group. L’uscita del volume è imminente, mentre la prima presentazione è prevista a L’Aquila per la fine di febbraio, poi in giro per l’Italia e all’estero. Il libro è una raccolta di storie, annotazioni e curiosità sulla più bella Italia nel mondo. Un caleidoscopio di personaggi, fatti ed eventi culturali che raccontano la nostra comunità all’estero, alcune interessanti singolarità dell’Abruzzo e perle di quel grande scrigno d’arte e tradizioni suggestive della intrigante provincia italiana. Molti gli argomenti, che spaziano dalla cultura all’arte, dall’emigrazione a personaggi illustri, dai grandi eventi tenutisi in Abruzzo e nel resto d’Italia alle attività delle comunità abruzzesi nel mondo. Un viaggio appassionante attraverso mondi ancora poco conosciuti, siano essi nella straordinaria provincia italiana, l’Abruzzo in particolare, come tra la ricchezza morale e culturale delle nostre comunità all’estero. E’ quanto Palmerini ci propone con questo nuovo libro che, al pari dei precedenti, non manca di regalare sorprese in pagine di avvincente e intensa narrazione. Con l’autorizzazione dell’editore si propone la Prefazione al volume scritta da Lucia Patrizio Gunning, docente a Londra presso l’UCL - University College London. 

 

Le radici e le ali. Il titolo stesso di questo sesto libro di Goffredo Palmerini riassume in sé il senso e il filo del suo discorso: l'attaccamento alla terra ed il volo virtuale o reale che da essa si spicca. Le ali sono una figura simbolica, bella, evocativa, positiva, ciò che ognuno di noi si è scoperto di avere quando per un motivo o per l’altro si è trovato a vivere lontano dalle proprie radici. 

 

Poco sappiamo sull'emigrazione, pochissimo su come è la vita di coloro che si allontanano. Poche e tardive sono le politiche sull'emigrazione. I nostri politici arrancano, non vedono, non se ne preoccupano, in fondo. Non intuiscono i benefici che potrebbero portare politiche mirate. Nel capitolo “Una giornata particolare a Cellino Attanasio”, Goffredo ci dice: 

 

“Chi scrive … fa il punto dell’associazionismo abruzzese, esaltando il ruolo di promozione del turismo e delle eccellenze regionali che la rete degli Abruzzesi nel mondo potrebbe esercitare. Importanti ricadute economiche ne potrebbero derivare … se la Regione Abruzzo, in particolare, e in genere gran parte della classe politica dirigente d’Italia si rendesse finalmente conto del grande patrimonio di risorse intellettuali ed umane oggi espresse dal mondo dell’emigrazione, che potrebbero essere impegnate in un capillare progetto di promozione all’estero dell’ambiente italiano, del patrimonio artistico, della gastronomia, delle tradizioni culturali e delle straordinarie singolarità del nostro Belpaese. Ma per questo è necessario che il mondo istituzionale conosca davvero l’emigrazione italiana e la sua storia, che la riconosca nel suo valore, che dell’altra Italia scopra l’opportunità di valorizzarne le capacità di rappresentanza.” 

 

I libri di Goffredo ci aiutano a conoscere queste realtà, a costruire e mantenere un filo tra coloro che sono partiti e coloro che restano. Goffredo apre simbolicamente una porta che invita gli uni a capire e gli altri a conoscere. Nel libro si trovano storie diverse e varie, si ripercorre l’anno passato sotto il profilo culturale, si raccontano eventi, fatti, persone, con una precisione ed una delicatezza quasi poetica che attraggono il lettore e lo accompagnano con dolcezza attraverso le pagine. Da Goffredo scopro finalmente le origini della tradizione di Sant’Agnese, radicata e celebrata a L’Aquila, la nostra città, da lui imparo la storia di Maria Agamben Federici, straordinario esempio di lungimiranza e modernità, illuminante nelle sue intuizioni e nelle sue azioni. Su di lei, in uno dei capitoli del libro, leggo: 

 

“La sua spiccata sensibilità sociale, le immagini dei treni e delle navi pieni d’emigranti, le famiglie che restavano nei paesi affidate alle sole donne, la drammatica congerie di problemi che tali situazioni determinavano, mossero Maria Federici in un’attenzione particolare e in un impegno che resta esemplare nell’affrontare le questioni sociali legate all’emigrazione italiana, per la tenacia e la complessità della sua visione del fenomeno migratorio. Dunque, non solo un’attenzione politica, ma anche una risposta strategica e strutturale ai bisogni d’assistenza che man mano emergevano come conseguenza dell’emigrazione.”

 

Fu lei la prima ad occuparsi del destino di coloro che emigravano, di ciò che sarebbe stato di coloro che rimanevano, di guardare al presente e al futuro e a costruire una rete di sussidio, in Italia e all’estero, che capisse e si facesse carico di coloro che, per un motivo o l’altro, si trovavano a dover lasciare casa ed affetti. Fondò l’ANFE, un’associazione che, per la dedizione ed abnegazione ad essa prestate da mio padre, ha accompagnato la mia vita fin da bambina. Questo nome che risuonava sempre in casa, pian piano ha iniziato a prendere forma fino a ritrovarmi ormai adulta, a voler conoscere le realtà delle quali si occupava.

 

Ed è per questa vicinanza che questo libro, che scopro così affine, mi tocca come moglie e figlia. Io stessa sono un esempio di quella emigrazione promossa dalla Comunità Europea (feci parte del primo gruppo di studenti Erasmus a University College London; quando arrivammo, l'università dovette molto in fretta capire come gestire questo nuovo fenomeno del quale non aveva ancora avuto partecipanti concreti) che è il risultato degli scambi di studio che hanno aperto alla mia generazione un mondo nuovo, esperienze per un lato molto diverse da quelle dell'emigrazione delle generazioni precedenti, eppure tanto simili per sentimenti, per un mondo di sentire, di rapportarsi, di sentirsi italiano fuori e straniero in patria.

 

L’emigrazione che ho conosciuto io è diversa da quella degli emigranti che partivano al tempo di Maria Federici, essendo il risultato di politiche comunitarie che invogliavano e promuovevano gli scambi e la intercomunicazione tra gli stati membri. Essa inizia quindi come un momento temporaneo della propria vita, come un'esperienza limitata e che ha un periodo definito. Come me, tanti e tanti altri giovani e meno, si sono allontanati dall'Italia per motivi di studio o di lavoro, iniziando un percorso di vita in un paese della Comunità Europea. Un’esperienza che gli ha permesso da un lato di crescere e perfezionarsi professionalmente, dall'altro di mantenere aperti e continui i contatti con la madrepatria. 

 

Questa emigrazione risponde ad un sogno comunitario che per un verso ha avuto risvolti di crescita individuale e professionale eccezionali, dall'altro fatica sempre di più a trovare un modus operandi. A cavallo tra due culture, due nazioni, due modi di vedere, concepire e rapportarsi con la realtà intorno a sé. La mia famiglia è il risultato di questo mix tra due mondi, li guarda entrambe con l’occhio dell’osservatore, ne coglie i pregi e i difetti. Si cerca di portare i pregi dell’uno all'altra, di difendere ed esaltare i lati positivi di quello che si ha.

 

Lontano da casa dunque, si impara anche a guardare, capire ed apprezzare le realtà delle emigrazioni che ci hanno preceduto, che, nei diversi momenti storici, si sono succedute con caratteristiche sempre diverse, eppure con un tratto sempre comune, quello di aver lasciato alle spalle una realtà cara, conosciuta, familiare, per ritrovarsi in un mondo dove capire come reinventarsi. 

 

E questo mi porta a richiamare un argomento oggi doloroso e scottante al tempo stesso, quello della forte, costante, incontrollata fuga verso la speranza di un futuro migliore in Europa. Ma questa Europa, essa stessa ideatrice e promotrice di apertura e movimento verso i propri cittadini, fatica oggi a trovare un senso ed un modo verso questi esseri umani che silenziosamente gridano le loro richieste di aiuto, che cercano dignità, serenità e la conquista di una vita normale. Perché lo spostamento, bisogna dirlo, è sempre dolore supportato da un senso di nostalgia e rimpianto che non si colma neanche quando sopraggiunge la normalità.

 

In questo libro il tema dei profughi trova la sua voce nel capitolo “La Puglia, tra emigrazione e internazionalizzazione”, dove Goffredo cita il viaggio a Lampedusa di Papa Francesco che “scagliandosi contro la globalizzazione dell’indifferenza e rendendo quel lembo di terra affacciata sul Mediterraneo non più l’ultima frontiera d’Italia, ma la prima tappa del suo primo viaggio, invita ad una compartecipazione inclusiva verso l’Altro, l’unica via possibile per abitare il cambiamento verso una società mondiale, più aperta e solidale. L’unica via per saper autenticamente essere al mondo.”

 

Noi abbiamo avuto la libertà di spostarci, una scelta fatta in un momento in cui si aveva il privilegio (anche economico) di potersi spostare per scelta culturale. Oggi si sta tornando alla necessità di doversi spostare. È forse questa doppia ricerca dei giovani europei, dei tantissimi giovani italiani che si spostano in cerca di lavoro e con la curiosità di imparare e rapportarsi con nuove realtà, e dei migranti in cerca di dignità, a mettere in crisi i nostri politici, che anche su questo tema faticano a trovare il nesso e le similarità in queste due realtà, dimenticando che in un passato poi non così tanto lontano, eravamo noi, Italiani ed Europei, ad essere visti al di fuori dell’Italia come dei disperati alla ricerca di dignità.

 

Nel volume Le radici e le ali troviamo esempi sempre confortanti e convincenti del fatto che quella dignità, quella normalità, quella ricerca di se stessi, alla fine dà i suoi frutti. Che una volta spiccato il volo, le ali si aprono e prendono simbolicamente in mano la nostra vita, mentre le radici ci riportano al senso di appartenenza in questo straordinario viaggio di emigrazione. 

 

Nel mio piccolo le nostre ali risiedono nel riportare le esperienze, l’imparato, il conosciuto, là dove sono le radici. Il nostro progetto per L’Aquila citato da Goffredo in apertura del volume, ha rappresentato proprio questo. Portare la nostra professionalità al servizio della città. 

 

È forse questo il senso che, in un mondo sempre più virtuale e globale, dove anche l’emigrazione sta diventando un fenomeno globale, può trovare questa nuova emigrazione: facilitare il rientro, riportare a casa le esperienze e conoscenze, usare il viaggio come una palestra per imparare esercizi da riportare e attuare a casa. Che succederebbe se si vedessero questi fenomeni migratori nell'ottica di una esperienza di vita che ci permetta di crescere per poi ritornare indietro e ri-stabilirsi in patria?

 

Leggo con un senso di rassicurazione sui giornali di quegli esempi di persone che, travolte dal sentimento di dovere e nostalgia, da un senso che più si deve poter fare per il proprio paese, e che la crescita avvenuta fuori può e deve essere incanalata a trasformare la propria vita in patria, tornano a stabilirsi nel proprio Paese e lì hanno successo. Questo concetto, che incomincia a fare breccia nella mente di coloro che hanno affinità con il mondo dell’emigrazione, si ritrova anche nelle parole di un intervento di Al Bano Carrisi in Puglia, che Goffredo qui riporta:

 

“È amaro spesso ascoltare che il nostro Paese è povero e quindi si è costretti ad andare via. Sì, purtroppo anche questo è vero, si è costretti a partire. Ma nel mio piccolo dico che se è necessario andare via per inseguire la propria vocazione che qui magari non viene valorizzata, è altrettanto fondamentale che le competenze acquisite altrove siano poi riportate nella propria terra di origine, per aiutarla a crescere con il contributo delle idee di tutti.”

 

Ed è in questo senso che l’emigrazione, da viaggio di dolore e speranza, di aspettative e esperienze, di crescita individuale, personale, sociale e culturale, può diventare uno strumento positivamente potentissimo e le ali per riportarci alle radici. De.it.press

 

 

 

 

Il sottosegretario Vincenzo Amendola sulle risorse destinate agli enti gestori di lingua e cultura italiana

 

La risposta ad un'interrogazione dei deputati Pd eletti nella circoscrizione Estero che chiedevano il ripristino dei fondi almeno al livello del 2015. Assicurato l'impegno del Governo

 

ROMA – Il sottosegretario agli Esteri, Vincenzo Amendola, ha risposto in Commissione Affari Esteri alla Camera dei Deputati all'interrogazione sulle risorse finanziarie destinate agli enti gestori di lingua e cultura italiana all'estero presentata nei giorni scorsi dei deputati del Pd eletti nella circoscrizione Estero Alessio Tacconi, Gianni Farina, Laura Garavini (ripartizione Europa), Francesca La Marca (America settentrionale e centrale), Marco Fedi (Africa, Asia, Oceania e Antartide) e Fabio Porta (America meridionale).

Nell'interrogazione si chiedeva il ripristino della dotazione del capitolo relativo al contributo agli enti gestori di corsi di lingua e cultura italiana all'estero (n. 3153) almeno al livello del 2015, in modo da “corrispondere alla forte domanda che viene da un'utenza di stranieri e discendenti di italiani, anche alla luce dell'esigenza, più volte richiamata dai responsabili politici e istituzionali, di dare maggiore coerenza e valore strategico alla azione di promozione linguistica e culturale”.

Nelle premesse veniva infatti evidenziato come lo stanziamento previsto nella legge di Stabilità 2016 per tale capitolo di spesa fosse stato quantificato in 9.400.000 euro e incrementato con un emendamento in Senato fino ad arrivare alla somma di 11.918.796 euro, così da portare la dotazione effettiva ai livelli del bilancio assestato 2015, ritenuta “necessaria per assicurare il regolare funzionamento dei corsi organizzati dagli enti gestori, molti dei quali – si precisava - sono stati da questi rilevati a seguito della notevole riduzione del personale di ruolo inviato all'estero”. Tale importo risultava però decurtato di 2.625.548 euro per far fronte ai contributi richiesti a ciascun Ministero nella manovra di finanza pubblica (la quota richiesta complessivamente al Maeci era di euro 8.226.000), determinando uno stanziamento inferiore di oltre 2.500.000 a quello del 2015, e rendendo così “problematica la stessa sopravvivenza dei corsi che ora viaggiano a pieno ritmo”. Venivano altresì evidenziate dagli interroganti “prospettive altrettanto allarmanti” per i corsi di lingua e cultura “in quanto i livelli di spesa previsti saranno quelli proposti quest'anno a seguito della rimodulazione di spesa richiesta”.

Nella sua risposta Amendola ha ribadito “la centralità che per il Governo, a partire dalla Farnesina, rivestono le nostre collettività all'estero nonché la promozione del Sistema Italia all'estero, anche attraverso il peso della dimensione culturale nella proiezione dell'immagine italiana nel mondo”, ricordando come a fronte di una riduzione di risorse umane e finanziarie si registri però “nel campo della promozione culturale, ad un'accresciuta domanda di servizi, da parte di un'utenza in crescita e portatrice di esigenze maggiori e in evoluzione”. “Il patrimonio linguistico e culturale italiano – prosegue - è una risorsa incomparabile a disposizione della nostra azione di promozione internazionale”.

Nel merito dell'interrogazione, il sottosegretario ha richiamato l'obiettivo del 3% di risparmio sulle dotazioni di bilancio assegnate a ciascun Ministero richiesto dalla spending review e la conseguente riduzione di risorse destinate alla Farnesina inserita nella legge di Stabilità di 37 milioni di euro. “In tale ambito – evidenzia Amendola - si è riusciti a contenere il taglio relativo alle politiche per gli italiani all'estero nell'importo di circa 2,5 milioni di euro. Anche grazie alla costante attenzione del Parlamento per il tema dell'insegnamento della lingua italiana all'estero, si è riusciti in sede di esame parlamentare della stabilità a neutralizzare tale taglio e ad assestarsi su una cifra, comunque consistente, di circa 9,4 milioni di euro, con un aumento comunque di 800.000 euro rispetto all'importo stanziato per il 2016 dalla precedente legge di stabilità. Senza dubbio - ammette Amendola, – ci troviamo di fronte ad una disponibilità inferiore di circa 2 milioni rispetto a quella del 2015, che aveva beneficiato, sempre in sede di esame parlamentare della legge di Stabilità, di un consistente incremento nel capitolo in questione”.

A fronte di tale situazione il sottosegretario assicura come “il Governo, a partire dalla Farnesina, sia fortemente impegnato per cercare di individuare possibili strumenti atti a ripristinare il prima possibile la dotazione del capitolo 3153 al livello dell'anno precedente”, impegno che – avverte - “non risulterà semplice, alla luce delle note ristrettezze di bilancio e dei vincoli della spending reviewche hanno inciso su capitoli già depauperati, ma che cercheremo di finalizzare, possibilmente in sede di assestamento, in accordo con il Mef”.

In sede di replica Tacconi si dichiara soddisfatto della riposta del sottosegretario, ritenendo “confortante” il ribadito impegno del Governo sulla questione. Egli ne auspica la concretizzazione nella prossima Nota di variazione di bilancio, sottolineando come il ripristino dei fondi in discussione debba comprendere, oltre che l'anno corrente, anche i due successivi. Auspica, altresì, che nella suddivisione dei contributi disponibili si tenga conto di quanto potrà essere recuperato sul capitolo di spesa richiamato, in modo da consentire agli enti gestori una programmazione finanziaria coerente con le risorse davvero stanziate. (Inform 5)

 

 

 

 

Profughi: Svezia e Olanda intendono espellere migliaia di richiedenti asilo

 

La Svezia ha intenzione di espellere, probabilmente con voli charter, dai 60 mila agli 80mila richiedenti asilo arrivati nel Paese nel 2015 ma che che hanno visto respinta la propria domanda: lo ha annunciato oggi il ministro degli Interni svedese Anders Ygeman, citato dalla Bbc. La Svezia, che conta meno di 10 milioni di abitanti, ha accolto nel 2015 163mila richiedenti asilo, il numero più alto pro capite in Europa: dei circa 58.800 casi trattati l’anno scorso, il 55% delle richieste sono state accettate. L’arrivo in questi ultimi anni di centinaia di migliaia di profughi dalla Siria, dall’Iraq, dall’Eritrea ha creato una situazione di sovraffollamento delle strutture. Anche l’Olanda, tramite il leader laburista Diederik Samsom, ha avanzato una proposta per rimpatriare in Turchia con i treni i migranti e rifugiati arrivati via mare in territorio greco. Secondo la proposta dell’Olanda, che detiene la presidenza di turno europea, l’Ue offrirà ad Ankara di accogliere al massimo 250mila richiedenti asilo che si trovano già in Turchia ogni anno. Il piano dovrebbe diventare operativo in primavera e sarebbe vincolato alla definizione di Turchia come “Paese sicuro” da parte dell’Onu. Sir 28

 

 

 

 

Premio “Lucani insigni 2016”, residenti in Italia o all’estero. Domande dovranno entro il 29 febbraio

 

POTENZA - Pubblicato sul sito  internet del Consiglio regionale della Basilicata, nella sezione “Bandi e concorsi”, l'avviso pubblico per l’attribuzione del premio “Lucani Insigni” per l’anno 2016 a personalità lucane e straniere, residenti in Italia o all’estero che si sono distinte per meriti raggiunti in campo sociale, scientifico, artistico e letterario e a personalità impegnate nella diffusione e nella conoscenza dell’identità lucana (Bando : http://www.consiglio.basilicata.it/consiglionew/files/docs/01/35/58/12/DOCUMENT_FILE_1355812.pdf ).

Alle otto personalità che saranno premiate sarà consegnata un’opera di pregio di un autore lucano.

I candidati che hanno raggiunto meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario potranno essere proposti da enti e organismi pubblici, associazioni culturali italiane ed estere, associazioni e federazioni dei lucani nel mondo e dai consiglieri regionali, coloro i quali si sono adoperati per la diffusione e la conoscenza dell’identità lucana potranno essere indicati oltre che da questi soggetti anche da case editrici, critici d’arte e autori.

Le domande, corredate di un curriculum vitae in formato europeo e di un curriculum professionale dettagliato, dovranno essere presentate entro e non oltre il 29 febbraio 2016 all’ufficio Politiche per la Rappresentanza e Partecipazione del Consiglio regionale o inviate per posta (ufficio Politiche della Rappresentanza e Partecipazione – Commissione regionale dei Lucani nel Mondo – Via V. Verrastro n. 6, 85100 Potenza). Inform

 

 

 

 

Ai connazionali in Svizzera, con immobile in Italia non dichiarato al fisco svizzero: approfittare subito dell’amnistia

 

“Molti italiani non sanno che la legge svizzera prevede da sempre che si debbano dichiarare al fisco svizzero anche i beni o i patrimoni che si possiedono in altri paesi, ad esempio in Italia. Se non si dichiarano si subiranno delle multe molto salate, fino a tre volte l'importo delle tasse non pagate. In più c'è il rischio di venire denunciati penalmente.

 

Nel dichiarare il valore degli immobili o dei capitali posseduti, per esempio in Italia, la Svizzera non farà pagare le tasse su quei beni, perchè è vietata la doppia tassazione. I beni posseduti in Italia serviranno a calcolare quale percentuale di tasse viene applicata sui beni in Svizzera. Cioè si subirà probabilmente una tassazione maggiore, ma soltanto sui beni posseduti in Svizzera.

 

Gli italiani residenti in Svizzera che non hanno ancora dichiarato alle autorità elvetiche i loro beni in Italia hanno la possibilità di sanare la loro situazione, perchè la Svizzera, dal 2010 ha introdotto una mini amnistia per queste persone, dando loro la possibilità di regolarizzarsi a condizioni non particolarmente penalizzanti.

 

Consiglio a chi non ha mai dichiarato di possedere uno o più immobili in Italia di approfittare dell’amnistia e di denunciare spontaneamente. In tal modo, i contribuenti in questione potranno mettersi in regola con il fisco svizzero evitando multe molto salate e una denuncia penale.

 

E' opportuno procedere con la denuncia spontanea il prima possibile perché, dal primo gennaio del 2018, entrerà in vigore la Legge sullo scambio automatico di informazioni fra Svizzera e Italia e quindi scatteranno le verifiche incrociate sui beni posseduti all’estero.

 

Al più tardi tra due anni il fisco svizzero potrà facilmente venire a conoscenza dei capitali e del patrimonio posseduti in Italia e dell'eventuale mancata dichiarazione. A quel punto la Svizzera applicherà multe salatissime, fino a tre volte il valore delle tasse non pagate."

Lo ha dichiarato Laura Garavini, componente dell’Ufficio di Presidenza del Gruppo PD alla Camera, nel corso degli incontri che ha tenuto a Ginevra, Pratteln e Klingnau con le comunità italiane.

 

"Reputo molto lodevole il lavoro di chi, da mesi, sta organizzando iniziative informative volte a suggerire ai connazionali l' opportunità di regolarizzare la propria posizione fiscale là dove non lo abbiano ancora fatto. In particolare ringrazio Mariano Franzin, Presidente del Patronato Ital Uil in Svizzera, che insieme ai suoi collaboratori sta realizzando una preziosa campagna informativa tra i connazionali, anche attraverso il coinvolgimento del mondo associativo. In particolare un sincero ringraziamento ad Antonio Tocco e a Pietro Borrini, rispettivamente Presidente e Segretario della Associazione Famiglie Europee di Klingenau, per l'ottimo lavoro e la calorosa accoglienza" dip 5

 

 

 

 

Tessera professionale europea, Ora lavorare in Europa è più facile

 

Infermieri, farmacisti, fisioterapisti, agenti immobiliari e guide alpine. Da oggi, esercitare liberamente una di queste professioni in un altro paese dell'Unione Europea sarà più facile grazie alla Tessera professionale europea.

Hanno sperimentato la novità di questo strumento oltre 500 professionisti che già nelle prime ore della giornata di lancio hanno utilizzato la piattaforma online presente su Your Europe sia per avere informazioni che per inoltrare le richieste di riconoscimento professionale, molte della quali provenienti proprio dall'Italia.

La tessera non è una "carta fisica" ma una procedura elettronica che semplifica il riconoscimento da parte delle Autorità nazionali della qualifica ottenuta dal professionista nel proprio Paese, riducendo sia i tempi che gli oneri burocratici. Ha la forma di un certificato elettronico che attesta come il professionista abbia superato ogni procedura per ottenere il riconoscimento della qualifica professionale nel Paese ospitante.

La procedura di riconoscimento avviene attraverso l'IMI, il sistema di informazione del mercato interno che facilita la comunicazione tra le autorità nazionali di regolamentazione delle professioni.

La tessera riguarda sia i professionisti europei che intendono esercitare in Italia sia i professionisti italiani che intendono esercitare in un altro Paese europeo e faciliterà il trasferimento, anche solo temporaneamente, dell'attività in un altro Paese dell'Unione.

Al momento la tessera riguarda solo cinque professioni (infermiere, farmacista, fisioterapista, guida alpina e agente immobiliare) ma in futuro potrà essere estesa dalla Commissione europea anche ad altre professioni. Può essere richiesta sia per mobilità temporanea (se si intende prestare la professione in un altro Paese UE in modo temporaneo e occasionale) che in caso di stabilimento (se invece si ha l'intenzione di stabilirsi in un altro Paese UE in modo permanente).

La tessera ha valore a tempo indeterminato in caso di trasferimento a lungo termine (stabilimento), per 18 mesi nel caso di mobilità temporanea (12 per le professioni che hanno un impatto sulla salute o sicurezza pubblica).

Per richiedere la tessera professionale europea, il professionista deve collegarsi a ECAS, il servizio di autenticazione della Commissione europea e seguire la procedura indicata. Sul sito di Your Europe, oltre ad altre informazioni sulla tessera, è anche possibile verificare i documenti necessari per poter svolgere la professione in un altro Paese UE, le tariffe applicate e tempi e modalità della procedura una volta che viene presentata la domanda. Pol.e. 6

 

 

 

 

60 anni dei Trattati di Roma: concorso per il logo

 

E' aperto a tutte le scuole secondarie di secondo grado il concorso "Dal mercato comune all'Europa dei cittadini", promosso dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca e dal Dipartimento Politiche Europee della Presidenza del Consiglio dei Ministri in occasione del 60° anniversario dei Trattati di Roma (25 marzo 2017).

Per partecipare bisogna presentare una proposta di logo, accompagnata da uno slogan, che rappresenti i valori dell'Unione Europea, l'importanza e il valore storico dei Trattati di Roma e come questi debbano considerarsi una tappa fondamentale nella costituzione dell'Unione.

Il logo che vincerà sarà utilizzato nelle comunicazioni istituzionali legate alla Celebrazione.

I progetti dovranno essere inviati entro il 1 aprile 2016. I vincitori verranno premiati durante un evento istituzionale che si terrà a Roma e in cui saranno esposti i migliori elaborati.

L'iniziativa intende promuovere la partecipazione consapevole e il coinvolgimento attivo delle giovani generazioni, attraverso la scuola, in un percorso volto ad accrescere la conoscenza dell'Unione Europea, delle sue istituzioni, delle sue politiche e dei programmi sotto l'aspetto storico, culturale, economico, sociale e normativo.

Altre informazioni

I Trattati di Roma furono sottoscritti nella capitale italiana il 25 marzo del 1957. I sei Paesi firmatari (Francia, Germania, Italia, Belgio, Lussemburgo e Olanda) istituirono con il Trattato di Roma una Comunità Economica Europea (CEE); un altro trattato sottoscritto lo stesso giorno istituì la Comunità Europea dell'Energia Atomica, meglio nota come Euratom. I Trattati di Roma rappresentano un momento decisivo del processo costitutivo dell'Unione Europea.

Per il bando: http://www.politicheeuropee.it/file_download/2711  (dip)

 

 

 

 

 

 

Flüchtlingskrise: Italien stimmt EU-Hilfen für Türkei zu

 

Lange hatte sich Italien als einziges EU-Staat dagegen gesträubt, nun aber hat die EU sich auf das Milliarden-Hilfspaket für syrische Flüchtlinge in der Türkei geeinigt. Die Bundesregierung warnte zudem vor einer neuer Massenflucht aus Nahost.

 

Nach zähem Ringen mit der italienischen Regierung haben die EU-Staaten in der Flüchtlingskrise Milliardenhilfen für die Türkei auf den Weg gebracht.

Die Botschafter der Mitgliedsländer einigten sich am Mittwoch in Brüssel nach Angaben der EU-Kommission darauf, insgesamt zwei Milliarden Euro bereitzustellen. Eine weitere Milliarde Euro soll aus dem EU-Haushalt kommen. Mit dem Geld solle die Versorgung syrischer Flüchtlinge in der Türkei verbessert und ihr Zugang zu medizinischer Versorgung sowie Bildungseinrichtungen erleichtert werden, sagte der EU-Kommissionsvizepräsident Frans Timmermans. Ziel der EU ist es, die Anzahl derjenigen Menschen zu verringern, die in Europa Schutz suchen.

Die Regierung in Rom hatte das Türkei-Paket lange Zeit blockiert und wollte von der EU-Kommission wissen, ob ihr Beitrag von 225 Millionen Euro das italienische Staatsdefizit erhöht. Die Brüsseler Behörde machte am Montag deutlich, die Ausgaben bei ihren Berechnungen nicht zu berücksichtigen. Die Hilfen waren bereits Ende November beim EU-Türkei-Gipfel in Brüssel beschlossen worden. Vor allem die Bundesregierung hatte auf eine schnelle Freigabe der Mittel gedrängt, weil die meisten der aus der Türkei nach Europa reisenden Migranten Richtung Deutschland weiterreisen.

Die Bundesregierung forderte unterdessen erheblich mehr internationale Hilfe für Millionen syrischer und irakischer Flüchtlinge im Nahen Osten.

Einen Tag vor der Londoner Geber-Konferenz warnten Regierungsvertreter am Mittwoch in Berlin davor, dass sich ansonsten eine sehr große Zahl von Flüchtlingen auf den Weg in die EU machen könnte. Derzeit gebe es in der Region rund zehn Millionen Menschen, die durch die Kriege in Syrien und Irak aus ihren Heimatregionen geflohen seien, hieß es am Mittwoch in Regierungskreisen. Zehn Prozent davon seien im vergangenen Jahr in die EU gekommen.

Ohne eine ausreichende Versorgung und eine Bleibeperspektive könne diese Zahl erheblich steigen. Deshalb müsse die Weltgemeinschaft auf der Konferenz in London substanzielle Zusagen machen. Dabei gehe es nicht nur um die ausreichende Versorgung mit Lebensmitteln, sondern auch um die Schulversorgung für Kinder sowie Arbeitsmöglichkeiten. Gastgeber der Konferenz sind Großbritannien, Norwegen, Kuwait und Deutschland. Auch Bundeskanzlerin Angela Merkel nimmt an dem Treffen teil. EU/nsa mit rtr  4

 

 

 

 

Renzi in Berlin. Gemeinsamer Kampf gegen Schlepperbanden

 

Zum Kampf gegen Schleuserbanden hat die Kanzlerin deutsch-italienische Trainingsmissionen für libysche Sicherheitskräfte in Tunesien vorgeschlagen. Deutschland und Italien hätten "maximales Interesse" daran, dass Libyen Schritt für Schritt wieder ein stabiles staatliches Gebilde werde, sagte Merkel.

 

"Wir müssen Illegalität bekämpfen und in Legalität überführen", bekräftigte Bundeskanzlerin Angela Merkel nach einem Gespräch mit dem italienischen Ministerpräsidenten Matteo Renzi. Um die Flüchtlingszahlen nachhaltig zu reduzieren, nannte Merkel als weitere zentrale Punkte die Bekämpfung der Fluchtursachen, den wirksamen Schutz der EU-Seegrenzen sowie die Umsetzung des EU-Türkeiplans.

Schengen darf nicht scheitern

Merkel und Renzi warnten vor einem Scheitern der Schengen-Vereinbarungen. "Wenn Europa Schengen aufgibt, dann bedeutet das, dass es sich selbst aufgibt", führte Renzi aus. Italien tue alles, um die Sicherheit im Zusammenhang mit Flüchtlingen zu gewährleisten. Alle Flüchtlinge würden mittlerweile registriert - es würden Fingerabdrücke abgenommen und Fotos gemacht.

Bezüglich der italienischen Beteiligung an den der Türkei von der EU zugesagten drei Milliarden Euro versicherte Renzi, sein Land werde seinen Anteil an der Finanzierung tragen. Rom warte in diesem Zusammenhang aber noch auf Antworten der EU-Kommission. Der italienische Regierungschef erinnerte daran, dass es jahrelang so ausgesehen habe, als sei das Flüchtlingsproblem allein ein

italienisches Problem. "Heute wissen wir, dass es ein europäisches Problem ist."

Erfolgreicher Reformkurs in Italien

Die Kanzlerin und Renzi hoben die guten Beziehungen beider Länder hervor. Merkel bescheinigte ihrem italienischen Amtskollegen einen erfolgreichen Reformkurs vor allem in der Arbeitsmarktpolitik und bei allgemeinen Strukturreformen in Italien. Italien durchlaufe eine Reformphase und werde diesen Weg weiter fortsetzen, erklärte Renzi. Er betonte: "Wir sind davon überzeugt, dass dieser Weg richtig ist."

Des Weiteren sei man übereingekommen die bilaterale Kooperation wieder zu "verstärken und neu zu beleben", unterstrich die Kanzlerin. Aus diesem Grunde würden beide Länder in diesem Jahr in Deutschland und im nächsten Jahr in Italien eine Konferenz zu Industrie 4.0 abhalten und die industrielle Digitalisierung in beiden Ländern forcieren. Beide Regierungschefs verwiesen auf das kommende Jahr 2017, in dem Italien den G7- und Deutschland den G20-Vorsitz innehaben wird. Eine gute Gelegenheit, die Themen für diese Ereignisse miteinander abzustimmen, betonte die Kanzlerin.

Europa gemeinsam stärken

Renzi sagte weiter, Italien sei nicht mehr das Problem Europas, sondern habe seine Hausaufgaben gemacht. Er wandte sich gegen populistische Bewegungen in Europa und forderte dazu auf, diesen entgegenzutreten. Dazu sei Wirtschaftswachstum nötig. Europa müsse wieder stolz auf sich selbst

sein und auf seine Vergangenheit.

Die Bundeskanzlerin erklärte in Bezug auf einen möglichen Austritt Großbritanniens aus der Europäischen Union, dass sowohl Deutschland wie auch Italien das "in ihrer Macht Stehende tun wollten, um Großbritannien als Mitglied der Europäischen Union zu erhalten". Pib 29

 

 

 

 

Merkel fordert Ausreise von Flüchtlingen nach Kriegsende

 

Die Bundeskanzlerin schlägt schärfere Töne in der Flüchtlingskrise an: Asylsuchende aus Bürgerkriegsländern wie Irak und Syrien sollen laut Angela Merkel nur vorübergehend Schutz erhalten. Gleichzeitig warnte sie die EU-Staaten davor, Schengen aufs Spiel zu setzen.

Kanzlerin Merkel erwartet von Flüchtlingen aus Syrien und dem Irak eine Rückkehr in ihre Heimat nach dem Ende der Kämpfe.

Deutschland gewähre den meisten Flüchtlingen nur vorübergehenden Schutz, betonte die CDU-Chefin am Samstag in Neubrandenburg. Grünen-Chefin Simone Peter kritisierte, mit diesem Kurswechsel ziehe Merkel integrationswilligen Migranten den Teppich unter den Füßen weg. Auch bei Abschiebungen will Merkel konsequenter vorgehen als bisher. Ihr Kanzleramtschef Peter Altmaier will straffällige Ausländer auch in Drittländer abschieben, wenn sie nicht zurück in ihr Herkunftsland können.

Kaum ein Flüchtling erhalte Asyl, sagte Merkel und verwies darauf, dass nach dem Jugoslawienkrieg 70 Prozent der 500.000 Flüchtlinge in ihre Länder zurückgekehrt seien. Die meisten Migranten bekämen einen auf drei Jahre befristeten Schutz nach der Genfer Flüchtlingskonvention oder einen subsidiären Schutz, der noch kürzer sei. "Wir erwarten, dass wenn wieder Frieden in Syrien ist, wenn der IS im Irak besiegt ist, dass Ihr auch wieder mit dem Wissen, das Ihr Euch erworben habt, in Eure Heimat zurückgeht", sagte die Kanzlerin. Dies müsse bei allen Anstrengungen zu Integration und Hilfe stärker betont werden.

"Die neuen Töne von Merkel markieren ein trauriges Abrücken von der Willkommenskultur", kritisierte Peter im "Kölner Stadt-Anzeiger": "Wozu Deutsch lernen, wozu Integrationskurse besuchen, wenn Merkel den Betroffenen keine Perspektive in Deutschland zugesteht?" Dagegen sagte SPD-Fraktionschef Thomas Oppermann, es gebe keinen Kurswechsel. Merkel und Altmaier täten, was längst zwischen Bund und Länder vereinbart sei.

Merkel forderte außerdem, Abschiebungen zu forcieren und die Liste sicherer Herkunftsländer zu erweitern. So sei Marokko bereit, Landsleute zurückzunehmen. Nur wenn Deutschland hier konsequent sei, könne es den wirklich Schutzbedürftigen auch Schutz gewähren: "Ablehnung ist Ablehnung, Zusage ist Zusage."

Merkel: Kein gutes Bild unseres Kontinents

Fortschritte verlangte Merkel auch in der EU. Sie sei etwas enttäuscht über die jetzige Zusammenarbeit, zu der es aber keine Alternative gebe. Ein Scheitern des passfreien Schengen-Raums hätte negative Folgen für alle EU-Staaten. Sie verstehe, dass osteuropäische Länder keine so große Last tragen könnten wie Deutschland. Wer aber keine Muslime aufnehme, verstoße gegen das gemeinsame Werteverständnis. Ihr leuchte nicht ein, dass eine EU mit 500 Millionen Menschen nicht eine Million Syrer aufnehmen könne: "Das wird kein gutes Bild unseres Kontinents abgeben."

Merkel forderte außerdem, Probleme in Deutschland offen anzusprechen. Bisher dürfen straffällige Migranten nicht abgeschoben werden, wenn ihnen in ihrer Heimat schwerwiegender Schaden droht, etwa weil dort, wie in Syrien, Krieg herrscht. Altmaier sagte der "Bild am Sonntag": "Wir verhandeln mit der Türkei und anderen Ländern über die Rückübernahme auch solcher Flüchtlinge, die aus Drittstaaten kommen." Das könne bedeuten, dass solche Flüchtlinge nicht in ihre Heimat abgeschoben würden, sondern in das Land, über das sie in die EU eingereist seien.

Altmaier zufolge hat sich die Zahl der Abschiebungen und freiwilligen Rückkehrer seit Anfang 2015 auf 50.000 verdoppelt. Viele kehren wieder um, bevor sie einen Asylantrag stellen, wenn ihnen klargemacht werde, dass keine Aussicht auf Erfolg bestehe. Wie in den Balkanstaaten werde man unmissverständliche Signale senden, "dass es sich nicht lohnt, nach Deutschland zu kommen, wenn man Algerier, Tunesier oder Marokkaner ist".

Vor der türkischen Küste ertranken am Samstag fast 40 Menschen bei dem Versuch, in die EU zu gelangen. Unter den Opfern seien mindestens fünf Kinder, meldete die türkische Nachrichtenagentur Dogan. Die Flüchtlinge stammten dem Bericht zufolge aus Syrien, Afghanistan und aus Myanmar. EU/AFP/rtr/nsa, 1

 

 

 

 

Schweden: Willkommenskultur auf der Kippe

 

Schweden ist traditionell ein Land mit einer starken Willkommenskultur. Doch mit der Ankunft von über 160.000 Flüchtlingen allein in der zweiten Jahreshälfte 2015 sieht sich die Politik des Landes offenbar zunehmend überfordert. Schwedens Innenminister Anders Ygeman kündigte jüngst in einem Zeitungsinterview an, dass bis zu 80.000 Asylbewerber, also praktisch die Hälfte der angekommenen Flüchtlinge, abgeschoben werden sollen. Ein falsches Signal, das nur die Ängste von Teilen der Bevölkerung schürt, meint der Migrationsbeauftragte von der Caritas Schweden, George Joseph im Gespräch mit Radio Vatikan.

Ähnlich wie in Deutschland war auch in Schweden anfangs die Solidarität groß, als ab vergangenen September zehntausende Flüchtlinge ankamen. Doch das kleine Land mit den 10 Millionen Einwohnern sieht sich mit der großen Zahl an Neuankömmlingen offenbar überlastet und setzt nun auf schärfere Asylgesetze und strengere Grenzkontrollen. Zu dem Stimmungswechsel haben auch die Belästigungen von zahlreichen Frauen durch Flüchtlinge in Köln und auch in Schweden geführt, weiß George Joseph.

„Schweden war eines der aufnahmefreundlichsten Länder in Europa, gemessen an der Bevölkerung von 10 Millionen Einwohnern, jeder Asylbewerber hat eine Unterkunft bekommen, meistens Appartements, es gab eine sehr positive Willkommenskultur. Doch mit der Ankunft von über 163.000 Flüchtlingen vorwiegend in der letzten Hälfte von 2015, hat die politische Elite panisch reagiert und den Kurs in der Flüchtlingspolitik geändert. Mit den Zwischenfällen in Köln und auch in Schweden wachsen zudem die Ängste der Menschen gegenüber Flüchtlingen. Die öffentliche Meinung ist von Vorstellungen bestimmt, dass die meisten Neuankömmlinge keine richtigen Flüchtlinge sind, sondern Kriminelle, Vergewaltiger und Terroristen. So will die schwedische Regierung das Asylrecht verschärfen. Das ist ein neues Signal an die Flüchtlinge, es soll heißen: Kommt nicht nach Schweden, wird sind strenger geworden.“

Nach dem Aufruf von Papst Franziskus, in jeder Kirchengemeinde mindestens eine Flüchtlingsfamilie aufzunehmen, hat die schwedische Bischofskonferenz für jede katholischen Gemeinde Schwedens einen Flüchtlings-Koordinator eingesetzt, der die Freiwilligen bei der Arbeit mit Flüchtlingen und Asylbewerbern anleitet. Die Caritas ist für die Schulungen und Unterstützung ihrer Arbeit mit verantwortlich. George Joseph beobachtet in allen Kirchen, nicht nur der katholischen, und der Zivilgesellschaft Schwedens viel Unterstützung und Einfühlungsvermögen für die Flüchtlinge. Insbesondere bei den jungen Leuten. Aber die Zahl der Skeptiker nimmt zu, wegen der negativen Schlagzeilen und der strengeren Asylpolitik. Die jüngsten Äußerungen von Innenminister Anders Ygeman machen ihm Sorgen.

„Die Kirche und die Caritas ist besorgt angesichts der Äußerungen des Ministers. Die Verfahren bis zu einer Abschiebung dauern lange und gehen durch mehrere Instanzen. Und viele Menschen können nicht zurück in ihre Heimat, da wird es viele Rechtsstreits geben und das wird für die Zivilgesellschaft, aber auch vor allem für die Kirche, die die Menschen ja auch rechtlich unterstützt, eine Mammutaufgabe.“

Die meisten Menschen, die bei der katholischen Kirche Schwedens Hilfe suchen, sind sogenannte Dublin-Fälle, die über Italien gekommen sind. Viele dieser Menschen sind dem Menschenhandel zum Opfer gefallen. Die Caritas unterstützt sie und hilft ihnen bei der Unterkunftssuche, einige Gemeinden bieten auch Sprachunterricht an, helfen bei der Suche nach Familienangehörigen und der kulturellen Integration. Hinzu kommt, dass die katholische Kirche in Schweden selbst bunt ist: Sie besteht aus 122 verschiedenen Nationalitäten, darunter gibt es auch viele syrische und chaldäische Katholiken. Joseph spricht von einem „kulturellen Kapital“ in der katholischen Kirche Schwedens, Fremde zu verstehen und aufzunehmen. Dabei arbeitet die Minderheitenkirche des skandinavischen Landes (rund 100.000 Katholiken) auch eng mit anderen schwedischen Kirchen wie der protestantischen Kirche, der orthodoxen; Pfingstkirchen und dem Schwedischen Rat der Christen, der Dachorganisation aller christlichen Kirchen des Landes zusammen. Gemeinsam haben sie eine Arbeitsgruppe für das Thema Migration gegründet, in der alle Kirchen vertreten sind. So veröffentlichten die Kirchen vor Weihnachten auch einen gemeinsamen Appell an die schwedische Gesellschaft und Politik, in dem sie zum Respekt vor den Grundrechten der Flüchtlinge und zum Erhalt der schwedischen Willkommenskultur aufrufen.

„Wir ermutigen unsere Gemeinden, mit den lokalen Kirchen zusammenzuarbeiten und die Ressourcen zu bündeln. An vielen Orten haben wir eine sehr gute Zusammenarbeit zwischen der katholischen Kirche, der lutherischen Kirche und den anderen Pfingstkirchen. Zum Beispiel werden unsere Priester zu Trainingsprogrammen eingeladen oder sie bringen uns Helfer. Die ökumenische Arbeit in diesem Bereich ist sehr eng. Wir sind auch hocherfreut , dass Papst Franziskus im Oktober Schweden besucht. Er ist sehr beliebt, nicht nur bei den rund 100.000 Katholiken des Landes, sondern auch Nicht-Christen möchten den Papst einmal sehen. Wir rechnen damit, dass er sich auch stark aussprechen wird für die Rechte von Migranten.“

Immer wieder gibt es aber auch Konflikte zwischen den Flüchtlingen untereinander. In den Flüchtlingsheimen treten ethnische und religiöse Spannungen auf. Viele sind traumatisiert, bringen Gewalterfahrung mit und sind mit dem Zusammenleben überfordert. Besonders hier muss die Kirche, aber auch die Zivilgesellschaft nun Verantwortung zeigen.

„Wir rufen alle Bürger und die Kirche dazu auf, in die Unterkünfte zu gehen und mitzuhelfen, die Spannungen zwischen Einzelnen beizulegen und für mehr gegenseitiges Verständnis zu sorgen. Es treten ethnische und religiöse Spannungen auf, etwa zwischen Muslimen und Christen aus Syrien und wir versuchen das zu vermeiden und mit den Menschen zu sprechen, ihre Ängste auch ernst zu nehmen ihnen das Gefühl zu geben, dass sie gehört werden, jemanden zum Reden haben. Wir helfen mit interreligiösem Dialog, am Ende des Tages sind es doch alles Menschen und wir müssen einen Weg des Zusammenlebens finden. Auf lange Sicht wird das der schwedischen Gesellschaft zu Gute kommen. Wenn wir das schaffen, schaffen es die Flüchtlinge, wenn wir versagen, dann schaffen es auch die Flüchtlinge nicht.“ (rv 30.01.)

 

 

 

 

Europol: Mit neuem Abwehrzentrum gegen den Terror

 

Die Anschläge von Paris im November 2015 haben deutlich gezeigt, dass der Terrorismus des „Islamischen Staats“ eine internationale Dimension hat, von der auch Europa betroffen ist. Darauf haben die EU-Institutionen reagiert und ein Europäisches Terror-Abwehrzentrum geschaffen, welches im Januar seine Arbeit aufnahm.

„Europa sieht sich momentan mit der größten terroristischen Bedrohung seit zehn Jahren konfrontiert.“ Mit diesen Worten beginnt die Vorstellung des Europäischen Terror-Abwehrzentrums (European Counter Terrorism Center, ECTC) auf der Internetseite der europäischen Polizeibehörde Europol. Um der weiterhin bestehenden Gefahr terroristischer Anschläge mit entsprechenden Maßnahmen entgegentreten zu können, soll das Zentrum nun dazu beitragen, eine gesamteuropäische Strategie im Kampf gegen den Terrorismus effizient umzusetzen.

Neue Strategie als Antwort auf eine neue Bedrohung

Eine gesamteuropäische terroristische Bedrohung ist für Europa neu: Zwar hatten oder haben einzelne Mitgliedsstaaten immer wieder mit nationalem Terrorismus zu kämpfen, wie etwa Deutschland mit der RAF oder Spanien mit der ETA, aber eine vergleichbare Transnationalisierung von Terrorismus hat es bisher niemals gegeben. Der Terrorismus der „Islamischen Staates“ habe eine globale Dimension bekommen, weshalb jederzeit in Europa und insbesondere in Frankreich mit Anschlägen zu rechnen sein müsse, heißt es in einem Bericht von Experten der Mitgliedsstaaten und Europol, welcher im Januar veröffentlicht wurde. Entsprechend ist auch die Antwort auf die terroristische Bedrohung eine gesamteuropäische. Erstaunlich ist, wie schnell das Terror-Abwehrzentrum seitens der EU aufgebaut wurde: Vom Präsidenten des Rats für Justiz und Inneres im November als Reaktion auf die Anschläge in Paris vorgeschlagen, wurde das Zentrum innerhalb kürzester Zeit eingerichtet.

Die Arbeit des neuen Terror-Abwehrzentrums soll dabei hauptsächlich aus fünf Elementen bestehen: Neben einer Informationseinheit für Maßnahmen gegen den Terrorismus zählt dazu die Bekämpfung terroristischer und extremistischer Inhalte im Internet sowie die Bereitstellung von operationeller Unterstützung, Koordination und Expertise. Darüber hinaus sollen die Experten einer strategischen Unterstützungseinheit konkrete Szenarien und Einschätzungen der Lage erarbeiten. Während diese Maßnahmen vor allem eine strategische Rüstung Europas gegen eine mögliche terroristische Bedrohung darstellen, soll das ECTC auch direkt und unverzüglich Unterstützung im konkreten Falle eines terroristischen Anschlags bieten. Diese direkte Unterstützung erfolgt durch den Einsatz sogenannter Emergency Response Teams (EMRT) vor Ort, dazu unterstützt das Zentrum bei den Ermittlungen und der Koordination.

Konkret besteht das Terror-Abwehrzentrum aus einer Zusammenführung von notwendiger Expertise und bereits bestehender Netzwerke auf EU-Ebene zur Bekämpfung des Terrorismus. So sollen Analysten und Experten für Sicherheitspolitik mit relevanten Sprachkenntnissen sowohl auf die von Europol erhobenen Daten als auch auf andere etablierte Netzwerke auf EU-Ebene zurückgreifen können, um ein verlässliches Rahmenkonzept für europäische Sicherheit auszuarbeiten. Damit soll sichergestellt werden, dass das Zentrum jederzeit Kapazitäten hat, um terroristischen Bedrohungen angemessen zu begegnen. Zentral für die Funktionsweise des Terror-Abwehrzentrums ist die Idee der Kooperation mit den Mitgliedsstaaten: Durch permanenten Austausch von Informationen zwischen Mitgliedsstaaten der EU, dem Terror-Abwehrzentrum und dem Schengen-Informationssystem soll somit mehr Effizienz sichergestellt werden; zudem ist für die Zukunft ein direkter Zugriff auf Passagierdaten geplant, sofern dieser notwendig ist.

Symbolischer Akt statt Lösung struktureller Probleme

Aktuell wird das neue Terror-Abwehrzentrum hauptsächlich kritisch betrachtet. Dies ist nicht zuletzt auf die vielen offenen Fragen zurückzuführen, die mit der Einrichtung des Zentrums verbunden sind: So hat Europol bisher weder eine konkrete Zahl bezüglich der Personalkapazitäten genannt, noch ist sicher, welche Kompetenzen die Angestellten im Rahmen ihrer Arbeit erhalten werden.

Das eigentliche Problem, welches mit der Einrichtung des neuen Terror-Abwehrzentrums aufkommt, liegt allerdings tiefer und ist nicht neu: Es sind die fehlenden Kompetenzen der Europäischen Union in der Gemeinsamen Außen- und Sicherheitspolitik. So mag das neue Zentrum zwar dazu beitragen, dass die Zusammenarbeit im Inneren effektiver ist und vorhandenes Wissen intelligenter genutzt werden kann. Ein wesentlicher Faktor, um Terrorismus auf europäischer Ebene begegnen zu können, fehlt jedoch. Zu kompliziert sind die Verfahren für eine gemeinsame Verteidigungspolitik, zu bürokratisch und unbedeutend die Europäische Verteidigungsagentur, zu gering der Wille der Mitgliedsstaaten, Souveränität in diesem sensiblen Bereich an die EU zu übertragen. Effiziente Terrorismusbekämpfung benötigt nicht nur eine gemeinsame Linie in der Innenpolitik, sondern insbesondere gemeinsame Positionen und gemeinsames Handeln nach außen; an letzterem scheitert die EU trotz der vielversprechenden Möglichkeiten des Lissabon-Vertrags immer wieder. So lange die EU es nicht schafft, eine gemeinsame außenpolitische Linie zu verfolgen, bleibt die Einrichtung des Terror-Abwehrzentrums ein teilweise effizienter, aber hauptsächlich symbolischer Akt, der Aktivismus suggeriert, welcher in anderen Bereichen mindestens genauso dringend gebraucht wird.

Gesine Weber studiert im deutsch-französischen Studiengang Angewandte Politikwissenschaft an der Universität Freiburg und Sciences Po Aix-en-Provence. Ihr Fokus liegt auf EU-Außenpolitik und insbesondere den Beziehungen zu China. treffpunkteuropa.de, Gesine Weber,  mig 5

 

 

 

 

Kabinettsbeschluss. Das steht im Asylpaket II

 

Das Bundeskabinett hat am Mittwoch in Berlin das zweite Asylpaket beschlossen. Wie das erste im Herbst vergangenen Jahres enthält es vor allem Verschärfungen für abgelehnte Asylbewerber und Flüchtlinge ohne Bleibeperspektive. Die vorgesehenen Änderungen im Überblick:

 

Besondere Aufnahmeeinrichtungen: Für Asylbewerber aus sicheren Herkunftsstaaten sollen dort schnelle Verfahren angewendet werden mit dem Ziel, abgelehnte Antragsteller zügig wieder zurückzuschicken. Bis zu fünf dieser Zentren soll es laut Koalitionskompromiss vom November geben, zunächst wurden aber nur zwei Standorte in Bayern – Bamberg und Manching – festgelegt. Für die Asylsuchenden soll dort eine verschärfte Residenzpflicht gelten. Die Aufnahmeeinrichtungen sind ein Kompromiss mit der CSU, die grenznahe Transitzonen für alle Flüchtlinge wollte.

Sichere Herkunftsländer: In einem eigenen Gesetzentwurf werden die Maghreb-Staaten Algerien, Marokko und Tunesien in die Liste der sicheren Herkunftsländer aufgenommen. Erhält der Gesetzentwurf die Zustimmung des Bundestags und den Bundesrats, würden auch Flüchtlinge aus diesen Ländern in die besonderen Aufnahmeeinrichtungen gebracht.

Familiennachzug: Für Flüchtlinge mit sogenanntem subsidiären Schutz wird das Recht, ihre engsten Angehörigen nach Deutschland zu holen, für zwei Jahre ausgesetzt. Diese Forderung vor allem der CSU war am heftigsten umstritten. Der Kompromiss mit der SPD sieht vor, Angehörige nun bei möglichen Kontingenten vorrangig zu behandeln, um ihnen dennoch einen Weg nach Deutschland zu ermöglichen. Kontingente als sicheren und gesteuerten Weg nach Deutschland strebt die Bundesregierung auf europäischer Ebene an. Vereinbart ist bislang nur, 160.000 Flüchtlinge zu verteilen, was in der Praxis allerdings stockt. 20.000 davon sollen aus den Nachbarstaaten Syrien geholt werden. Dabei könnten bereits Angehörige von in Deutschland lebenden Flüchtlingen berücksichtigt werden.

Schärfere Regeln bei der Abschiebung Kranker: Künftig sollen nur noch schwere Krankheiten, wenn etwa Lebensgefahr droht, eine Abschiebung verhindern. Verschärft werden sollen auch die Regeln für das Einreichen von Attesten. Kommen sie nicht fristgerecht an, sollen sie nicht mehr berücksichtigt werden. Im Gespräch war zuletzt auch, nur Atteste bestimmter Ärzte zu akzeptieren.

Eigenbeteiligung an Integrationskursen: Bundesfinanzminister Wolfgang Schäuble (CDU) hat sich mit der Forderung durchgesetzt, von Flüchtlingen eine Eigenbeteiligung für Integrationskurse zu verlangen. Dafür sollen von den Asylbewerberleistungen, die unterhalb des Hartz-IV-Niveaus liegen, zehn Euro pro Monat abgezogen werden.

Sicherer Aufenthaltsstatus in der Ausbildung: Flüchtlinge, die eine Ausbildung in Deutschland angefangen haben, sollen eine Garantie dafür erhalten, diese auch beenden und danach zwei Jahre arbeiten zu können. Dies soll laut Vizekanzler Sigmar Gabriel (SPD) unabhängig vom Aufenthaltsstatus gelten und sowohl den Azubis als auch den ausbildenden Unternehmen Planungssicherheit geben. Bislang war die Regel, dass Flüchtlinge für die Dauer der Ausbildung von der zuständigen Behörde eine Verlängerung ihres Aufenthaltstitels bekommen sollten. Einen Rechtsanspruch darauf hatten sie aber nicht. (epd/mig 4)

 

 

 

 

Die Vorschläge zur EU-Reform nehmen Gestalt an

 

Sie haben lange und hart verhandelt - EU-Ratspräsident Donald Tusk und der britische Premierminister David Cameron. Heute konnte Tusk seinen Vorschlag zur EU-Reform, über den beim EU-Gipfel am 18. und 19. Februar beraten werden soll, endlich der Öffentlichkeit vorstellen.

Noch am Montag sah die EU-Kommission "Fortschritte", betonte aber, die Gespräche seien noch nicht am Ziel. "Natürlich ist nichts vereinbart, bis alles vereinbart ist", sagte ein Kommissionssprecher laut AFP. Ziel der Kommission sei "ein fairer Deal - fair für Großbritannien und fair für die anderen 27 Mitgliedstaaten der Europäischen Union". Denn einer Vereinbarung müssten alle 28 Mitglieder der EU zustimmen.

 

Cameron, der die Briten wahrscheinlich noch in diesem Jahr über den Verbleib in der EU abstimmen lassen will, möchte vorher noch eine Reform der EU durchsetzen. Cameron will in vier großen Politikbereichen Reformen erreichen, darunter die Sicherung von EU-Ländern wie Großbritannien, die nicht Teil der Euro-Zone sind, die Steigerung der europäischen Wettbewerbsfähigkeit und die Möglichkeit des EU-Ausstieges.

Vor allem Camerons Forderung nach Großbritannien kommenden EU-Ausländern staatliche Unterstützung zu verwehren, um so die Zuwanderung zu begrenzen, erschwert die Verhandlungen. Dennoch soll Cameron "substantielle" Signale von der Europäischen Kommission auf seinen Vorschlag für eine so genannte "Wohlfahrtsbremse" erhalten haben. Die würde erlauben, dass London EU-Migranten von Leistungen wie Einkommensaufstockungen für Niedriglohnempfänger ausschließen kann, wenn der Nachweis erfolgt, dass dadurch das Sozialsystem in Gefahr ist.

Die Reaktionen auf Camerons Forderungen innerhalb der EU sind unterschiedlich. Die so genannten Visegrad Four - Polen, Tschechien, Ungarn und der Slowakei – haben bereits angezeigt, dass sie einen Plan, der sich gegen Hunderttausende ihrer Bürger richtet, die in Großbritannien arbeiten, nicht akzeptieren werden.Wie die "Financial Times" berichtet, lehnte Frankreich in einem vertraulichen Papier neue Rechte für Nicht-Euro-Länder - "ein Veto durch die Hintertür für den Finanzplatz London" - strikt ab.

Laut AFP sagt eine Quelle in Downing Street, dass "Fortschritte erzielt wurden" und fügte hinzu: "Er wird eine Zeit intensiver Verhandlungen mit den anderen Mitgliedstaaten erfolgen, um deren Unterstützung für die ehrgeizigen Vorschläge zu sichern.“

Tusks Vorschlag soll einen Entwurf eines "rote Karte" Systems enthalten, das 55 Prozent der europäischen Parlamente erlauben könnte, EU-Gesetze zu ändern oder zu stoppen, so die Quelle.  Damit hätte Tusk eine der Forderungen Camerons aufgegriffen. Das zur Zeit bestehende "gelbe Karte"-System der EU – der Begriff wurde tatsächlich aus dem Fußballe übernommen - erlaubt den europäischen Parlamente bisher nur, eine Erläuterung von Gesetzen aus Brüssel zu verlangen.

Tusk will heute um 11 Uhr die Vorschläge der EU Kommission vorstellen. 

EU mit AFP  2

 

 

 

 

Grenzen verzweifelt gesucht. Europa braucht Selbstbegrenzung und Selbstbehauptung.

 

Die westliche Politik, sich offensiv in die Angelegenheiten des Orients einzumischen und umgekehrt in Europa auf schützende Grenzen zu verzichten, hat zu einer doppelten Überdehnung nach außen und innen geführt. Von den Interventionen in Afghanistan, Irak und Libyen bis zu Lockangeboten an die Ukraine hatte der Westen zu Destabilisierungen beigetragen, sich heillos in unlösbare Konflikte verstrickt, die vormalige Sicherheitspartnerschaft mit Russland ruiniert und den Kampf der Islamisten gegen den Westen angefeuert. Mit den Flüchtlingsströmen, aber auch mit dem Terrorismus fallen die Interventionen direkt auf uns zurück.

Mit der gescheiterten Unipolarität des Westens werden auch Denkfiguren von der Universalität der Demokratie, vom interkulturellen Regenbogen und von der allseitigen Integrierbarkeit als Illusionen erkennbar. Gerade angesichts der wirtschaftlichen und technischen Globalisierungsprozesse würden politische Grenzen umso mehr gebraucht. Die permanente Entgrenzung verliert an Akzeptanz. Ein europäisches Land nach dem anderen setzt auf neue Grenzkontrollen, mit denen zumindest eine Differenzierung zwischen Schutzsuchenden und potenziellen Gefährdern erreicht wird.

Die Befürworter eines „offenen Europas“ flüchten sich vor der Kritik an der Entgrenzung in die Moralisierung. In analytischer Monotonie werden alle Kritiker als „populistisch“ entlarvt, ob die angeblich „geschürten“ Ängste berechtigt sind oder nicht. Zu allen Problemen ist Deutschland auch noch ideologisch gespalten, die politischen Lager von Links und Rechts erleben eine Wiederauferstehung. Aber es handelt sich bei ihren Begriffen um Wiedergänger, die in den Köpfen herumgeistern, ohne dass sie noch zu begreifen helfen. 

 

Flexible Grenzen für die Europäische Union

Aus den erkannten Grenzen der Grenzenlosigkeit ergäbe sich im Umkehrschluss die Therapie: Der Westen und zumal das offene Europa müssen zunächst den seinerseits universalistischen Islamismus eindämmen, dann ihr eigenes Streben nach politischer Universalität gegen eine Koexistenz der Kulturen eintauschen und sich schließlich selbst funktionsfähige Grenzen geben, an denen entschieden wird, wer und wie viele hineinkommen.  

Schwellen wären gewiss besser als Zäune und Mauern, die wie in der spanischen Enklave Ceuta nur eine Ultima Ratio sein sollten. Die erste Schwelle läge in der Abschaffung von Migrationsanreizen, die zweite in einer Differenzierung der Flüchtlinge in Aufnahmezentren, die dritte in einer konsequenteren Rückführung, die vierte in einer besseren Sicherung der EU-Außengrenzen und die fünfte in Flüchtlingshilfe für „Pufferstaaten“ wie Türkei, Libanon und Jordanien. Die letzte Schwelle wäre die militärische Sicherung. In Australien wurde die Grenzsicherung der Marine übertragen, woraufhin die Zahl der Schleuserboote von 2013 bis 2014 von 2 000 auf 1 zurückging.

Schengen erlaubt die zeitweilige Wiedereinführung von nationalen Grenzen. Wann, wenn nicht jetzt? Doch auch das wird nicht reichen. Angesichts des Andrangs von Flüchtlingen und der Bedrohung durch Dschihadisten kann keine politische Ebene die Grenzsicherung mehr alleine leisten. Nationalstaaten und EU müssten sich ergänzen. Die meisten europäischen Nationalstaaten sind für die globalen Migrationsprozesse zu klein, aber ohne starke Nationalstaaten kann es auch keine erfolgreiche inter- oder supranationale Kooperation geben.  

In Zukunft soll Frontex in die Rolle einer operativ arbeitenden Grenzschutzbehörde hineinwachsen. Neben einer Aufstockung des eigenen Personalbestands auf 1 000 sollen zusätzlich mindestens 1 500 Grenzbeamte aus den Mitgliedstaaten als schnelle Eingreiftruppe auch gegen den Widerstand des Nationalstaats eingesetzt werden können. Wenn ein Mitgliedstaat überfordert ist, soll Frontex federführend für den Grenzschutz zuständig sein. Damit würde die Souveränität von Staaten in einem wesentlichen Punkt eingeschränkt. Anderenfalls drohen die Konflikte des zerfallenden Nahen Ostens nach Europa zu kommen. 

Grenzen sind nicht nur im physischen, sondern auch im organisatorischen und sogar im ideellen Sinne gefordert. Die Grenzen zwischen Funktionssystemen sind zur Verhinderung einer wirtschaftlichen Kolonialisierung der Lebenswelt oft noch wichtiger als zwischen den Staaten. Der Binnenmarkt kann für alle, Währungsunion und politische Union nur für wenige gelten, eine Sozialunion darf es nicht geben, solange die wirtschaftlichen Voraussetzungen zu unterschiedlich sind.

Wichtigste gesamteuropäische Aufgabe wäre eine gemeinsame Grenz- und Asylpolitik. Im Mehrebenensystem der EU wird die gegenseitige Ergänzung nur gelingen, sofern sie einer konsensfähigen Strategie folgt. Aus der Strategie „Selbstbehauptung durch Selbstbegrenzung“ könnten die jeweiligen Aufgaben einsichtiger werden. Da sich die ideellen Gemeinsamkeiten der Europäischen Union als wenig belastbar erwiesen haben, ist es umso dringender, nüchterne Gegenseitigkeiten einzufordern, etwa finanzielle Hilfe an Griechenland an dessen Beiträge zur Grenzsicherung zu koppeln.

 

Das Prinzip Gegenseitigkeit

Der Weg zu einer in den Grenzen des Möglichen denkenden Realpolitik wird von der etwas schwärmerischen Suche nach Gemeinsamkeiten zum nüchternen Aufbau von Gegenseitigkeiten führen. In einem Einwanderungsgesetz müssten die wichtigsten Gegenseitigkeiten, die Chancen und Bedingungen, Rechte und Pflichten transparent geregelt werden. Mit den klar definierten Bedingungen für die Einwanderung würde der Ehrgeiz junger Menschen auf die Erfüllung dieser Voraussetzungen gelenkt.

Die goldenen Regeln des Prinzips Gegenseitigkeit werden von Menschen aller Kulturen verstanden, sofern ihre Verletzungen sanktioniert werden. Nach den Anschlägen von Paris will die französische Regierung die Ausweisung von Gewalthetzern und sogar Verfassungsänderungen für eine Aberkennung der Staatsbürgerschaft auf den Weg bringen. Solche Pläne wären vor dem terroristischen Massenmord in Paris als „rechts“ aus der Debatte verbannt worden.

Die Kritik an der wirtschaftlichen Globalisierung gilt als „links“, die an der mangelnden Behauptung des Staatsgebiets als „rechts“. Auch die Verteidigung unserer Leitkultur firmiert als „rechts“, obwohl es sich um eine liberale Kultur der Freiheit und um eine soziale Kultur der Gleichberechtigung handelt. Den notwendigen Gegenseitigkeiten stehen diese alten Einseitigkeiten der politischen Ideologien im Wege. Linke wie Rechte, Neokonservative, Neoliberale und idealistische Universalisten sind je auf ihre Weise an den Überdehnungs-, Entgrenzungs- und Verstrickungsproblemen beteiligt. Solange sie ihrer jeweiligen materiellen oder ideellen Globalisierungs- bzw. Universalisierungsideologie verhaftet sind, bleiben sie alle Teil des Problems.

In ihren globalen ökonomischen und kulturellen Kontexten zeigt sich die Begrenztheit der alten Ideologien. Da sie in der heutigen Globalität und Komplexität allenfalls ausschnitthaft Recht haben, müssen sie sich gegenseitig ergänzen. Wer die soziale Ordnung des Westens bewahren will, ist sowohl „links“ als auch „rechts“, wer die freiheitliche Ordnung bewahren will, ist sowohl „liberal“ als auch „konservativ“. Ohne eine neue Offenheit für die Dialektik der Realität lassen sich weder die sozialen noch die liberalen Errungenschaften unserer Kultur verteidigen.  Heinz Theisen IPG 20

 

 

 

 

 

Asylpaket II auf dem Weg. Schnellverfahren und verschärfte Vorschriften für Flüchtlinge

 

Als sich die Koalition im November 2015 erstmals auf das zweite Asylpaket verständigte, war noch vom Willkommen für Flüchtlinge mit einer Bleibeperspektive die Rede. Nun geht es vor allem um Abschreckung derer, die in Deutschland keine Chance haben.

 

Das Kabinett hat weitere Verschärfungen im Asylrecht beschlossen. Es billigte am Mittwoch in Berlin das zweite Asylpaket, auf das sich die Koalitionsspitzen nach wochenlangem Streit verständigt hatten. Der Entwurf sieht Asyl-Schnellverfahren in besonderen Aufnahmeeinrichtungen vor, die Aussetzung des Nachzugs enger Familienangehöriger zu Bürgerkriegsflüchtlingen und eine Kürzung der Asylbewerberleistungen. Das Gesetz soll Ende Februar vom Bundestag verabschiedet werden.

Mit einem zweiten Gesetz soll die Liste der sicheren Herkunftsländer um die Maghreb-Staaten Marokko, Algerien und Tunesien erweitert werden. Diesem Entwurf muss der Bundesrat zustimmen, in dem Union und SPD allein nicht die Mehrheit haben. Kritik kam von der Opposition und den Kirchen. Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) bezeichnete die Gesetze als wichtige Bausteine zur Reduzierung der Flüchtlingszahlen.

Die Schnellverfahren in den besonderen Aufnahmezentren für Flüchtlinge aus sicheren Herkunftsländern sollen nach längstens drei Wochen abgeschlossen sein. Die Menschen müssen so lange dort bleiben. Nach der Ablehnung ihres Antrags sollen sie direkt aus der Einrichtung zurückgeschickt werden.

Familiennachzug ausgesetzt

Beim lange strittigen Familiennachzug bleibt es dabei, dass Flüchtlinge mit eingeschränktem, sogenanntem subsidiären Schutz zwei Jahre lang vom Recht ausgeschlossen werden, ihre engsten Angehörigen nachzuholen. Das gilt auch für Syrer. Deren Kinder oder Ehepartner sollen aber bei der Auswahl der Menschen für mögliche Kontingente vorrangig berücksichtigt werden. In der Europäischen Union ist bislang vereinbart, 160.000 Flüchtlinge umzuverteilen, was in der Praxis allerdings nicht funktioniert. 20.000 sollen aus Nachbarstaaten Syriens geholt werden, wohin Millionen Syrer geflohen sind.

Die SPD, die die Aussetzung des Familiennachzugs auf ein Jahr verkürzen wollte, akzeptierte die Zwei-Jahres-Lösung, weil im Gegenzug junge Flüchtlinge künftig einen Rechtsanspruch erhalten, während ihrer Ausbildung in Deutschland bleiben zu können. Darüber hinaus dürfen sie zwei weitere Jahre hier arbeiten. Bisher wurden die Aufenthaltsgenehmigungen der Auszubildenden zwar in der Regel verlängert, sie hatten darauf aber keinen Anspruch.

Weniger Taschengeld

Hauptberufliche Helfer in Einrichtungen für Jugendliche und Kinder müssen ein erweitertes Führungszeugnis vorlegen. Damit soll, wie in anderen Jugendeinrichtungen auch, laut Familienministerium der Gefahr sexueller Gewalt vorgebeugt werden. Für die Abschiebung erkrankter Flüchtlinge sollen schärfere Regeln gelten. Künftig können nur schwere Krankheiten oder Lebensgefahr geltend gemacht werden. Bisher zählen auch Traumatisierungen als Abschiebungshindernis.

Wie aus dem Gesetzentwurf hervorgeht, wird mit dem Asylpaket II das sogenannte Taschengeld für Asylbewerber von rund 140 Euro um pauschal zehn Euro im Monat gekürzt. Das gilt für jeden Flüchtling, auch wenn er nicht an einem Integrationskurs teilnimmt oder teilnehmen kann.

Grüne: das Schlimmste ist Aussetzung des Familiennachzugs

Die Grünen erklärten, sie würden dem Gesetzespaket im Bundestag nicht zustimmen. Der Fraktionsvorsitzende Anton Hofreiter sagte im Sender n-tv, das Schlimmste sei die Aussetzung des Familiennachzugs: „Bereits jetzt machen sich Unmengen von Frauen und Kinder auf den lebensgefährlichen Weg über das Mittelmeer“. Die Linksfraktion erklärte, die Abschreckungspolitik der Regierung ziele auf die Schwächsten, auf Kranke, Minderjährige, Traumatisierte und andere schutzbedürftige Menschen.

Die kirchlichen Wohlfahrtsverbände, die sich in der Flüchtlingsarbeit engagieren, kritisierten die Verschärfungen im Asylrecht und die Aussetzung des Familiennachzugs. Der Caritasverband erklärte, Integration gelinge besser, wenn eine Familie eine gemeinsame Perspektive in Deutschland habe. Diakonie-Präsident Ulrich Lilie sagte, das Asylpaket II sehe nur Verschärfungen und Integrationshemmnisse vor. Die Folgen solcher Schnellentscheidungen würden sich später als gravierende Probleme bei der Integration auswirken. Pro Asyl, Amnesty International und der Deutsche Anwaltverein sehen durch die beschleunigen Verfahren die Menschenrechte von Flüchtlingen in Gefahr. (epd/mig 4)

 

 

 

 

Flüchtlingspolitik. EU-Länder wollen Grenzkontrollen verlängern

 

Obergrenzen sind weiterhin Thema in Deutschland. Die SPD warnt vor Ende der Reisefreiheit. Derweil weist Deutschland bereits täglich bis zu 200 Flüchtlinge an der Grenze ab. Derweil plant die EU erstmals Frontex-Einsatz innerhalb des EU-Raums.

 

Wegen der andauernden Flüchtlingssituation streben einige EU-Länder offenbar eine Verlängerung der Grenzkontrollen innerhalb des Schengen-Raums bis Ende 2017 an. Wie die Welt am Sonntag unter Berufung auf hochrangige EU-Diplomaten berichtete, gehören Deutschland, Österreich, Belgien, Schweden und Dänemark zu den Befürwortern längerer Kontrollen. Demnach wollen die EU-Innenminister bei einem informellen Treffen an diesem Montag in Amsterdam über eine entsprechende Änderung entscheiden.

In diesem Fall könnte auch Deutschland die Grenzen um weitere maximal eineinhalb Jahre sichern. Nach den jetzigen Regelungen des Schengener Grenzkodex müsste die Bundesrepublik ihre Grenzkontrollen im Mai dieses Jahres beenden.

Obergrenze in Deutschland umstritten

Auch die Diskussion um eine Obergrenze für Flüchtlinge in Deutschland ging am Wochenende weiter. Die nordrhein-westfälische Ministerpräsidentin Hannelore Kraft (SPD) lehnte eine solche Obergrenze ab, sprach sich aber zugleich dafür aus, den Zuzug nach Deutschland zu verringern. Im Deutschlandfunk sagte sie, Obergrenzen seien nicht durchzusetzen, „jedenfalls nicht nach gültigem Recht, was ich für sehr gut erachte“. Sie unterstützte damit Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU), die Obergrenzen ebenfalls ablehnt und dafür in den eigenen Reihen teils heftig kritisiert wird.

Bundesaußenminister Frank-Walter Steinmeier und Vizekanzler Sigmar Gabriel (beide SPD) warnten vor dem Schließen der Grenzen innerhalb Europas. Steinmeier forderte stattdessen erneut die wirksame Stärkung der EU-Außengrenzen und eine „faire Verteilung“ der Flüchtlinge. Es sei keine Zeit mehr zu verlieren, sagte er den Zeitungen der Funke-Mediengruppe. Sonst liefen die Europäer Gefahr, die Reisefreiheit im Schengenraum zu verspielen und die Grundfesten der europäischen Einigung in Frage zu stellen.

Gabriel sagte im SWR: „Ich hoffe, dass alle in Europa wissen, dass das Schließen der Grenzen in Europa der nächste Schritt ist, wenn die Außengrenzen auf Dauer nicht gesichert bleiben“, sagte Gabriel. Das aber wäre „eine wirtschaftliche Katastrophe für den ganzen Kontinent.“

EU plant Frontex-Einsatz in Mazedonien

Unterdessen plant die EU-Kommission nach Informationen der Bild am Sonntag schnellstmöglich den rechtlichen Rahmen für einen Frontex-Einsatz in Mazedonien zu schaffen. Bislang darf die Grenzschutzeinheit nur innerhalb der EU eingesetzt werden. Das soll geändert werden. Die Kommission unterstützt damit eine Initiative von Sloweniens Ministerpräsident Miro Cerar.

Cerar hatte in einem Brief an Kommission und Mitgliedsstaaten vorgeschlagen, Mazedonien stärker dabei zu unterstützen, seine Grenze zu Griechenland zu sichern. Demnach sollen die EU-Staaten Mazedonien mit Geld, Technik und Personal helfen, seine Grenze zu Griechenland besser zu schützen. Am Montag soll es am Rande des Treffens der EU-Innenminister gesonderte Gespräche zu dem slowenischen Vorschlag geben. Der Plan liegt der Zeitung zufolge auch der Bundesregierung vor und wird derzeit geprüft.

Österreich: Obergrenze werde im Sommer erreicht. Dann…

Österreichs Innenministerin Johanna Mikl-Leitner erwartet, dass die vereinbarte Obergrenze für Flüchtlinge in ihrem Land bereits in wenigen Monaten erreicht sein wird. „Bei 37.500 Anträgen wird in diesem Jahr gestoppt. Das wird voraussichtlich noch vor dem Sommer der Fall sein“, sagte sie der „Welt am Sonntag“. Sollte diese Zahl überschritten werden, will Österreich hart bleiben. In diesem Fall sollen die Flüchtlinge entweder zurückgewiesen oder oder ihre Anträge nicht mehr bearbeitet werden.

Deutschland weist nach Angaben von Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) inzwischen täglich 100 bis 200 Flüchtlinge an der Grenze ab. Im Januar waren es nach aktuellen Angaben seines Ministeriums vom Sonntag 2.400. Im Oktober 2015 waren 400 Personen abgewiesen worden. Seit 1. Januar kamen dem Ministerium zufolge täglich rund 2000 Flüchtlinge täglich über die Grenze nach Deutschland. (epd/mig 25)

 

 

 

 

 

Initiative zur Integration. Aus Flüchtlingen werden Auszubildende

 

10.000 junge Flüchtlinge sollen bis zum Frühjahr 2018 eine betriebliche Ausbildung im Handwerk aufnehmen. Dazu haben das Bundesbildungsministerium, die Bundesagentur für Arbeit und der

Zentralverband des Deutschen Handwerks eine Initiative gestartet.

 

Rund die Hälfte der Flüchtlinge ist unter 25 Jahre alt. Trotz ihrer hohen Motivation sei der Weg in Ausbildung mit großen Anstrengungen verbunden, erklärt Bundesbildungsministerin Johanna Wanka auf einer Pressekonferenz in Berlin. Das Programm "Wege in Ausbildung für Flüchtlinge" soll daher

stufenweise und praxisnah zur Ausbildung im Handwerk führen.

Wanka: Starke Partner

Das Bundesbildungsministerium (BMBF) und die Bundesagentur für Arbeit (BA) haben gemeinsam mit dem Zentralverband des Deutschen Handwerks (ZDH) die Qualifizierungsinitiative für Flüchtlinge gestartet.

Der Zusammenschluss aus Bund und Handwerk sei sinnvoll für eine nachhaltige Integration, sagte Wanka. "Jeder macht das, was er gut kann." Das Handwerk stellt die notwendigen Ausbildungsplätze.

Bund und Arbeitsagentur fördern den Spracherwerb und führen die Flüchtlinge an das duale Ausbildungssystem heran.

Schritt für Schritt in Ausbildung

Teilnehmen dürfen geflüchtete Jugendliche unter 25 Jahren mit einer hohen Bleibeperspektive und guten Deutschkenntnissen. Den Integrationskurs des Bundesamtes für Migration und Flüchtlinge (BAMF) haben sie zuvor erfolgreich durchlaufen.

Die Arbeitsagentur orientiert die Flüchtlinge zunächst für alle Ausbildungsberufe und stellt fest, wer für das Handwerk geeignet ist. In der vertieften Orientierung steigen sie danach in die Praxis ein.

Rund 550 Bildungsstätten aus dem Handwerk sind dabei eingebunden. "Das Programm ist einfach und orientiert sich an den bewährten Strukturen des deutschen Bildungssystems", so Wanka.

Ausbildung nicht nur beginnen, sondern abschließen

Das Programm ist darauf angelegt, dass die Flüchtlinge nicht nur die Ausbildung beginnen, sondern auch abschließen. Eine enge Betreuung während der gesamten Zeit soll das sichern.

Frank-Jürgen Weise, Chef der Bundesagentur für Arbeit und Leiter des BAMF, möchte dabei seine Doppelfunktion nutzen. Der unklare Status, wie lange jemand in Deutschland bleiben dürfe, verunsichere die Unternehmen. Er werde aktiv einen Beitrag leisten, um zügig Klarheit zu verschaffen. Angedacht sei, dass der Status für die Jugendlichen für die Dauer der Ausbildung durchgängig gesichert sei.

10.000 Chancen

"Wir brauchen keine Schubkarrenschieber, wir brauchen Fachkräfte", erklärte Handwerkspräsident Hans Peter Wollseifer. Im Handwerk blieben im vergangenen Jahr rund 17.000 Ausbildungsstellen unbesetzt. "Es sind 10.000 Chancen für junge Menschen, die alles zurückgelassen haben. Es sind 10.000 Chancen für die Handwerksbetriebe. Es ist eine Chance für die Gesellschaft."

Pib 5

 

 

 

 

FAO: Der Kampf gegen die Armut und gegen El Niño

 

Das Wetter vorhersagen, um das Schlimmste zu vermeiden: Das ist eines der Ziele der Welternährungsorganisation FAO, die mit vereinten Kräften den verheerenden Auswirkungen von „El Niño“ am Horn von Afrika entgegenwirken will. Ohne präventive Maßnahmen seien in diesem Jahr Millionen Menschen wegen El Nino von Hunger, Wasserknappheit und Seuchen bedroht; allein in Äthiopien könnten 2016 wegen der starken Dürre zehn Millionen Menschen auf humanitäre Hilfe angewiesen sein. Die Landwirtschaft und die Fischerei, Grundeinkommen für viele Menschen in Entwicklungsländern, sind gefährdet. Neil Marsland, Sicherheitsexperte der FAO, warnt:

„Die klimatischen Entwicklungen derzeit stellen die Landwirtschaft auf eine harte Probe. Was wir jetzt machen müssen, ist, das System gegen diese extremen Wetterveränderungen resistent zu machen. Die FAO versucht hier an vier Fronten zu arbeiten: Vor allem arbeiten wir mit den Regierungen zusammen auf politischer Ebene, dann versuchen wir das  Alarmsystem zu verbessern und auch das Infosystem, wenn sich ein Naturphänomen nähert – um die Information rechtzeitig zu verbreiten. Wir bereiten die Menschen darauf vor, und letztlich versuchen wir den Umgang mit den Katastrophen zu verbessern und somit das Leid der Menschen zu verringern.“

Das „Kind“: El Niño, die Wetteranomalie, hat ihren Namen von peruanischen Fischern, die das Phänomen zuerst an Weihnachten beobachteten. In unregelmäßigen Abständen tritt es auf und sorgt für Wetter-Katastrophen: Kalte und warme Meeresströmungen im Pazifik an der Küste Südamerikas versiegen oder kehren sich um, und das betrifft dann die ganze Welt und führt zu weltweiten Naturkatastrophen. Der jetzige El Niño könnte der stärkste überhaupt seit Entdeckung des Phänomens sein - viele Grüße vom Klimawandel. Was ist nun zu tun, was können wir Menschen machen?

„Einiges. Vor allem ist es so: Das wird nicht enden. Wir sprechen eben über die Auswirkungen des Klimawandels und der erwarteten Zunahme der Häufigkeit und der Schwere dieser Ereignisse in diesem Jahrhundert. Also müssen wir wirklich einen Weg finden, um die Fähigkeiten der Menschen zu steigern, mit diesen Ereignissen fertig zu werden –  mit einer Anpassung der landwirtschaftlichen Systeme und neuen Verfahren der Tierhaltung. Das ist die erste Sache. Zweitens stehen wir vor einer Situation, in der die Auswirkungen dieser Phänomene auf die Landwirtschaft extrem hoch sind. Also möchten wir mehr Aufmerksamkeit generieren. Wenn wir von „El Niño“ sprechen, müssen wir besser an die Ausrüstung der Landwirtschaft denken, um den Konsequenzen zu trotzen. Und  was auch noch zu erwähnen ist – nach jedem El Niño kommt dann La Niña, darauf müssen wir sehr achtsam sein.“

La Niña ist sozusagen die kleine Schwester von El Niño - und genau das entgegengesetzte Phänomen. Es tritt deshalb meist im Anschluss an ein El Niño- Ereignis auf. Dabei kühlt sich das Oberflächenwasser im äquatorialen Bereich des Ostpazifiks überdurchschnittlich ab. Beim Wetterphänomen El Niño sammeln sich hingegen warme Wassermassen im zentralen und östlichen Pazifik, die Folge sind weltweite Wetterextreme. Die Vereinten Nationen hatten bereits im November gewarnt, der diesjährige El Niño sei schon jetzt der schlimmste seit mehr als 15 Jahren.  (rv 27.01.)

 

 

 

 

 

Europa und der Orient: Wie friedliche Koexistenz gelingen kann

 

Die Reise des iranischen Präsidenten Hassan Rohani durch Europa zeigte die irrationalen Reaktionen und die Ängste der Europäer gegenüber der muslimischen Welt: Die einen wollen kein Risiko eingehen und und verhängen prophylaktisch Statuen, die nackte Gestalten zeigen, der muslimische Gast könnte sich immerhin daran stören. Die anderen wollen die Burka aus dem öffentlichen Raum verbannen, weil sonst die westliche Wertegemeinschaft zu kollabieren drohe. Beides ist keine Lösung.

 

In einer globalisierten Welt treffen Europa und der islamische Orient notwendigerweise aufeinander. Das Ringen um die „Wahrheit“ und den „richtigen“ Lebensstil hat sich derzeit allerdings tot gelaufen. Die Welt braucht eine Verschnaufpause. Wie einst im Kalten Krieg ist die Zeit gekommen, eine friedliche Koexistenz anzustreben. Dafür muss der Westen in Vorleistung treten.

 

Abschied von der alten Weltordnung

 

Für die europäischen Staaten bedeutet friedliche Koexistenz, dass sie sich von ihrem imperialen Erbe verabschieden. Staaten wie der Irak und Syrien sind bis heute geprägt durch die Grenzen der Siegermächte des Ersten Weltkrieges. Zerlegt man den Irak in einen schiitischen, kurdischen und sunnitischen Teil, ändert sich die Landkarte auch für Syrien, dessen Osten eher dem westlichen Irak zusammen wächst. Das geschieht derzeit schon durch den islamischen Staat. Akzeptiert der Westen, dass sich die Staatenwelt im Orient neu zusammensetzt, gibt er Raum für neue politische Lösungen.

 

Freiheit für Burkas und Superminis

 

Die europäische Gesellschaft muss akzeptieren, dass Muslime auch zum Westen gehören. Die Muslime können zurecht einen Teil des öffentlichen Raums für sich in Anspruch nehmen. Eine Frau mit Kopftuch oder selbst in einer Burka ist dem Westen zwar fremd, aber dennoch ebenso zu respektieren wie das Mädel im Supermini. Auch Moscheen sollen erkennbar sein. Es gibt aber Grenzen. Wo Moscheen zu Symbolen werden, um den Herrschaftsanspruch der Umma über eine Stadt auszurufen, darf sich Widerstand formieren. Wenn Burka-Trägerinnen sich weigern, mit Frauen im Minirock zu reden und sie beschimpfen, muss ihnen die Gesellschaft entgegentreten. Denn es geht nicht um Kleidung oder Baustile, sondern um Freiheit. Der fundamentale Wert Europas ist nicht der Minirock, sondern die Freiheit, ihn ebenso zu tragen, wie die Burka. Wer sich dem widersetzt, hat in Europa keinen Platz.

 

Kirche an die Front

 

Europas Werte basieren wesentlich auf dem Christentum. Selbst die vielgerühmte Aufklärung ist ohne die Kirche nicht denkbar, da sie säkularisierte christliche Werte vertritt, die sie den Kirchen mühevoll abgerungen hat. Doch kann man nichts langfristig von seinem Urquell abziehen, wie es im Faust heißt, wenn es keinen Schaden nehmen soll. Die Kirche müssen daher den christlichen Ursprung des westlichen Werte- und Lebensstils immer wieder einschärfen und auf ihn aufmerksam machen. Sie haben dabei keine so schlechten Voraussetzungen, wie von ihnen selbst häufig beklagt wird. Kirche als Trägerin von Kultur, von Werten, aber auch als Seelsorgerin wird von den Menschen weiterhin nachgefragt. Sogar das laizistische Frankreich versammelte sich in seiner Trauer nach den Attentaten von Paris in Notre Dame. Die Kirchen tragen das Erbe des Westens mit. Sie haben daher eine Mitverantwortung für Europa.

 

Respekt, keine Unterwerfung

 

Der Besuch Rohanis zeigt, wie eine Koexistenz möglich ist und, wie man es nicht machen sollte. Man verhüllt keine Statuen, nur weil der Besucher Muslim ist. Damit erniedrigt man sich selbst und schadet dem Ansehen Europas. Auf der anderen Seite hat man dem islamischen Geistlichen auch keinen Wein angeboten. Soviel Respekt vor den Bedürfnissen des Gastes ist angemessen. Gleichzeitig konzentriert sich Europa auf den wirtschaftlichen Dialog, einer Sphäre, in der Sanktionen zu beiderseitigem Schaden sind. Über wirtschaftliche Gemeinsamkeiten haben in der Geschichte schon häufig Kulturen zusammen gefunden. Wenn der Westen konsequent eine Koexistenz-Strategie fährt, kann er den radikalen Islam aus dem Orient abblocken und bietet dem gemäßigten Islam im Westen eine Alternative. Maximilian Röll, Kath de 29

 

 

 

 

 

Immigrierte Chefs. Warum machen unsere Politiker so viele Fehler?

 

Europa ist nun endgültig in einer großen politischen Krise. Wahrscheinlich ist genau dieser Umstand Frau Merkels einzige Chance, ihre Flüchtlingspolitik politisch zu überleben. Von Tobias Busch. VON Tobias Busch

 

Sie profitiert von einem Zerfall, den sie wesentlich mit verursacht hat, weil alle Angst haben, dass es ohne sie noch schlimmer kommen könnte. Ihre Einladung an die Ukraine, sich Europa anzuschließen, der deutsche Alleingang in Sachen Atomkraft, die ungeschickte Kommunikation in Sachen Griechenland, die Selfies mit den Flüchtlingen, die Reihe ihrer europaschädlichen Aktionen ist lang.

Wieso machen unsere Politiker mit all ihrer Intelligenz und ihren Stäben so viele Fehler? Warum wirkt die Politik so überfordert in der gegenwärtigen Weltlage? Bei der Flüchtlingsthematik, in der Ukraine, in Syrien, bei der Bekämpfung des Terrors?

Fairerweise muss man sagen, dass die Deutschen im Vergleich zu vielen anderen Ländern den großen Vorteil haben, dass sie im Großen und Ganzen ihren gewählten Repräsentanten vertrauen und wohl auch vertrauen können. Das ist nicht selbstverständlich. Viele Italiener sagen, sie könnten sich bei der Wahl nur zwischen linken und rechten Ganoven entscheiden, in China glaubt das Volk a priori gar nichts, was die Regierung verlautbart. Bei uns gibt es reichlich Populisten jeder Spielart, aber dass die Verantwortlichen gezielt die Unwahrheit sagen oder verdeckte unlautere Ziele verfolgen ist eher selten. Also haben wir eigentlich – relativ – gutes Personal. Warum wirkt dann das Ergebnis so dürftig?

Sind unsere Repräsentanten ganz anders als ihr Volk?

„Kann man glauben, dass unser Innenminister die Menschen tatsächlich in gute und nicht gute unterteilt, dass er womöglich glaubt, man müssen nur die „schlechten“ aussondern, um der Integration zum Erfolg zu verhelfen?“

Vielleicht bringt unser politisches System mit seinen sehr speziellen Anforderungen an seine Führungsfiguren, ihr Verhalten und ihre Disziplin einen Menschentypus nach oben, dem einige menschliche Regungen so fremd sind, dass unseren Führern das Verständnis für das eigentlich Offensichtliche fehlt?

Wenn sich Herr De Maizière nach den Vorfällen in Köln mit der Erkenntnis zitieren lässt, es seien eben nicht alle Flüchtlinge gut, muss man doch verzweifeln! Kann man glauben, dass unser Innenminister die Menschen tatsächlich in gute und nicht gute unterteilt, dass er womöglich glaubt, man müssen nur die „schlechten“ aussondern, um der Integration zum Erfolg zu verhelfen? Man möchte dann als nächstes fragen, ob er sich selbst wohl zu den Guten zählt und wenn ja, ob diese Selbsteinschätzung uneingeschränkt gilt.

Kann es sein, dass ein Teil unserer Spitzenpolitiker tatsächlich so viel Willenskraft und Disziplin hat, dass er sich vor Anfechtungen aller Art weitgehend geschützt fühlt? Dass er vielleicht gar nicht weiß, dass viele Menschen – jeglicher Herkunft und Nationalität – schon in günstigen Umständen einen täglichen Kampf mit sich selbst führen, um ihre Wünsche, Begierden, Bequemlichkeiten, Ego-Bedürfnisse und was immer sonst sie in Versuchung führt, im Zaum zu halten und sich einigermaßen „gut“ zu verhalten?

„Wir kennen auch die Nachwirkungen der Nazi Propaganda; wir wissen, dass sich in der betroffenen Generation frühe Prägungen oft ein Leben lang in irgendeiner Form erhalten – gegen alle Aufarbeitung und besseres Wissen.“

Das würde einiges erklären. Nur solche ideal funktionierenden Menschen wären wahrscheinlich in der Lage, monatelang in einem Flüchtlingsheim ohne Aufgabe und Anerkennung friedlich nichts zu tun, dabei motiviert und seelisch gesund zu werden oder zu bleiben; bis sie an der Reihe sind und sich dann im günstigsten Fall auf einen Job freuen dürfen, der ihnen wenig Freude machen wird und allenfalls knapp ihr wirtschaftliches Überleben sichert.

Naivität oder Ignoranz?

Dass diese Überlegung wahr sein könnte, legt dann die fürchterliche Vermutung nahe, dass Frau Merkel tatsächlich und ehrlich überrascht ist, wenn die völlig unvorbereitete Aufnahme Hunderttausender fremder Menschen aller möglichen Kulturen massive Schwierigkeiten mit sich bringt. Vor allem bauen wir die ohnehin in Deutschland wachsende Unterschicht aus, wenn wir nicht gewaltigste Anstrengungen unternehmen, den Menschen mit Startnachteilen wenigstens auf niedrigem Niveau Chancen und Perspektiven zu eröffnen. Wir bräuchten einen Ideenwettbewerb, wie man die Unterschicht verkleinert statt sie massiv zu vergrößern!

Auch die Diskussion um eine Anerkennung der hiesigen Kultur oder Werte ist oft von wenig Realitätssinn geprägt. Um mal den Islam außen vor zu lassen: wer in Kasachstan 20 Jahre lange in dem Bewusstsein aufwächst, dass Homosexualität eine Krankheit ist, wird meist einen Rest von Vorurteil sein Leben lang nicht verlieren – selbst wenn er selbst betroffen ist! Wir kennen auch die Nachwirkungen der Nazi Propaganda; wir wissen, dass sich in der betroffenen Generation frühe Prägungen oft ein Leben lang in irgendeiner Form erhalten – gegen alle Aufarbeitung und besseres Wissen. Maximal können wir erreichen, dass aus anderen Kulturräumen zu uns kommende Menschen die hiesigen Üblichkeiten erlernen und respektieren und dass sie die Gesetze einhalten. Alles, was darüber deutlich hinausgeht, ist Ausnahme oder Illusion! Eine echte Chance besteht bei den nachfolgenden Generationen – aber das kostet sehr viel Einsatz!

„Der Fall der Mauer gibt einen Maßstab dafür, wie schwierig schon die Integration von Deutschen mit abweichender Ausbildung und Erziehung in ein anspruchsvolles Wirtschaftsgebilde ist und wieviel Geld das kostet.“

Man tut sich schwer, die Bundeskanzlerin oder ihre Minister als naiv oder weltfremd zu bezeichnen. Das aber ist der Eindruck, der sich auch vielen Wohlmeinenden seit Wochen und Monaten aufdrängt: Dass wir ein offensichtliches Dilemma nicht zur Kenntnis nehmen. Die Integrationskraft unserer Gesellschaft hängt natürlich wesentlich vom Willen der Bürger ab. Aber zu glauben, dass die Initiative vieler einzelner privater Menschen die Wucht derartig fundamentaler politischer Entscheidungen auf Dauer abfangen könnte, ist absurd.

„Der Markt“ wird dieses Thema ohnehin nicht lösen. Der Fall der Mauer gibt einen Maßstab dafür, wie schwierig schon die Integration von Deutschen mit abweichender Ausbildung und Erziehung in ein anspruchsvolles Wirtschaftsgebilde ist und wieviel Geld das kostet. Man muss die Realitäten zur Kenntnis nehmen, um zu wissen, was man sich zutrauen kann und in schwierigen Situationen die relativ besten Entscheidungen zu treffen. Wenn wir so weitermachen, wie in den letzten Jahren, löst sich der europäische Verbund wieder auf und es gibt einen großen Rückschlag für Sicherheit, Wirtschaft und Wohlstand in Deutschland. Ich bin nicht sicher, wie reif und vernünftig wir mit einer solchen Situation umgehen würden. MiG 25

 

 

 

 

CDU-Vizechefin Klöckner fordert Grenzzentren für Flüchtlinge

 

CDU-Vizechefin Julia Klöckner fordert Grenzzentren und tagesaktuelle Kontingente für Flüchtlinge. Der Vorschlag heizt den Streit über die Flüchtlingspolitik in der großen Koalition an. Deutschland will sich heute beim Treffen der EU-Innenminister in Amsterdam für eine deutliche Verlängerung der Grenzkontrollen einsetzen.

"Eigentlich ist das ein Anti-Merkel-Plan", sagte der SPD-Vizevorsitzende Ralf Stegner am Montag im "Deutschlandfunk". "Das ist das Gegenteil dessen, was in der Regierung vereinbart worden ist." Es handle sich um eine Abwandlung des von der CSU ausgelösten Vorschlags einer nationalen Obergrenze, die es laut CDU-Vizechef Armin Laschet niemals geben werde. Stegner warf Klöckner, der CDU-Spitzenkandidatin in Rheinland-Pfalz, deshalb "Wahlkampf ohne Verantwortung" vor.

Klöckner selbst widersprach der Darstellung, ihr Vorschlag laufe der Politik von Kanzlerin Angela Merkel und der Regierung entgegen. "Das ist kein Widerspruch zur bisherigen Politik, sondern auch hier eine Ergänzung", sagte sie der "Passauer Neuen Presse". Ihr Plan habe das Ziel, den Kommunen eine Atempause beim Zuzug von Flüchtlingen zu verschaffen. Es dauere ihr zu lange, bis auf europäischer Ebene Entscheidungen zur Reduzierung des Ansturms an Asylbewerbern fielen und wirkten. Deshalb sollte Deutschland jetzt handeln. Sie unterstütze die Politik Merkels.

Auch Unions-Fraktionschef Volker Kauder sieht die Initiative von Klöckner nicht als Absetzbewegung von Merkel. Es sei richtig, auch nationale Lösungen voranzubringen, sagte er am Sonntagabend im ZDF.

Auch CDU-Generalsekretär Peter Tauber begrüßte einen Plan von Vizechefin Julia Klöckner, der Registrierzentren an der Grenze und tagesaktuelle Kontingente für Flüchtlinge vorsieht. Die Union forderte die SPD zudem auf, grünes Licht für das Asylpaket II zu geben und einem Kompromissvorschlag de Maizieres zuzustimmen.

Wie de Maizière der "Bild am Sonntag" sagte, weist Deutschland täglich 100 bis 200 Flüchtlinge an der Grenze ab. Zurückgewiesen würden Menschen, die in Deutschland keinen Schutz suchten. Seit Oktober wurden "Bild" zufolge 5500 illegale Migranten zurückgeschickt.

Die EU streitet über Schengen

In der Europäischen Union wächst der Druck, die Zahl der Flüchtlinge rasch zu begrenzen. Gemeinsam mit weiteren Staaten will sich Deutschland am heutigen Montag beim Treffen der EU-Innenminister in Amsterdam für eine deutliche Verlängerung der Grenzkontrollen einsetzen. Österreich drohte Griechenland mit einem Ausschluss aus dem Schengen-Abkommen über das passfreie Reisen in Europa, wenn es die EU-Außengrenzen nicht besser sichere.

Der slowenische Regierungschef Miro Cerar sprach sich dafür aus, Mazedonien beim Grenzschutz breit zu unterstützen. Nach Angaben einer Sprecherin von Innenminister Thomas de Maiziere ist eine "nachhaltige und deutliche Entspannung" des Zustroms nach Deutschland "derzeit nicht absehbar".

Bei einer Gefährdung des Schengen-Raums können die Grenzkontrollen der EU-Staaten bis Ende 2017 verlängert werden, wofür aber ein Vorschlag der EU-Kommission nötig ist. Einen entsprechenden Plan verfolgten Deutschland, Österreich, Belgien, Schweden und Dänemark, berichtete die "Welt am Sonntag" unter Berufung auf EU-Diplomaten. De Maiziere hatte sich bereits für eine Verlängerung auf unbestimmte Zeit ausgesprochen. Die Kontrollen seien ein "probates und notwendiges Instrument", um eine geordnete Einreise zu ermöglichen, sagte seine Sprecherin. EU|nsa mit rtr, 25

 

 

 

 

Zahl der Auslandschweizer nimmt kontinuierlich zu

 

Schweizerinnen und Schweizer zieht es weiterhin ins Ausland: Im vergangenen Jahr wuchs die Auslandschweizergemeinschaft erneut um 2 Prozent. 2015 lebten insgesamt 761‘930 Schweizerinnen und Schweizer im Ausland.

Dies zeigt die neuste Auslandschweizerstatistik des Eidgenössischen Departements für auswärtige Angelegenheiten (EDA). In absoluten Zahlen betrug der Zuwachs 15‘045 Personen, wie das EDA am Montag mitteilte. Damit wachse die Auslandschweizergemeinschaft doppelt so schnell, wie die Inlandbevölkerung. Dies entspricht einer Tendenz, die das EDA bereits seit mehreren Jahren beobachtet.

Das grösste Wachstum im vergangenen Jahr verzeichnete erneut Asien mit 3.5 Prozent. Dennoch blieb in absoluten Zahlen Europa nach wie vor alleiniger Wachstumsspitzenreiter: Frankreich (+ 4‘173) und Deutschland (+ 2‘103), die auch insgesamt die grössten Auslandschweizergemeinden aufweisen, liegen voraus.

Starke Zunahmen konnten auch für die USA (+ 1‘522), Grossbritannien (+ 1‘216), Israel (+ 744), Österreich (+ 486) und Thailand (+ 420) festgestellt werden.

Die meisten zieht es in die EU

Knapp zwei Drittel der Auswanderer leben laut EDA in Europa. Insgesamt leben Schweizerinnen und Schweizer auf über 200 Länder verteilt. Sechs von zehn Auslandschweizerinnen und Auslandschweizern leben in der Europäischen Union, davon rund drei Viertel in unseren direkten Nachbarländern. Mit Abstand die grösste Gemeinschaft lebt in Frankreich (198‘647) gefolgt von Deutschland (86‘774).

Auf den weiteren Rängen sind die USA (80‘218), Italien (51‘556), Kanada (39‘869) und Grossbritannien (33‘745) zu finden. Mit nur je einem Schweizer Staatsangehörigen rangieren Palau, Kiribati, Turkmenistan sowie São Tomé und Principe am Schluss der Rangliste.

Knapp Dreiviertel aller Auslandschweizerinnen und Auslandschweizer besitzt neben der schweizerischen Staatsangehörigkeit eine oder mehrere weitere Nationalitäten.

Das Wachstum der Auslandschweizergemeinschaft ist denn auch vorwiegend auf die Neuanmeldung – sei es durch Zuzug, Geburt oder Einbürgerung – von Doppelbürgerinnen und Doppelbürgern zurückzuführen. Weltweit betrug diese Zahl im Jahr 2015 fast das Siebenfache gegenüber Anmeldungen von Personen mit nur der schweizerischen Staatsangehörigkeit.  sda-ats 25

 

 

 

 

Die Integration der Flüchtlinge müssen wir uns leisten

 

Referatsleiterin Steuer- und Finanzpolitik des Institut für Makroökonomie und Konjunkturforschung in der Hans-Böckler- Stiftung, zu den Kosten der Integration

Im vergangenen Jahr wurden in Deutschland 1,1 Mio. neu angekommene Flüchtlinge registriert. Das entspricht mehr als einem Prozent der hiesigen Bevölkerung und stellt den Staat vor große organisatorische wie finanzielle Herausforderungen. Selbst wenn man annimmt, dass Zuwanderer aus so genannten „sicheren Herkunftsländern“ im Laufe des Jahres verstärkt abgeschoben werden und der Flüchtlingsstrom in den kommenden Monaten aufgrund von Grenzsicherungsmaßnahmen deutlich abebben wird, kommt man allein für dieses Jahr zu Mehrausgaben gegenüber 2015 im deutlich zweistelligen Milliardenbereich. Das sind schwindelerregende Zahlen.

Dank hoher Steuereinnahmen und niedriger Zinsen stehen die öffentlichen Haushalte in Deutschland derzeit sehr gut da. Für dieses Jahr ist trotz der erheblichen Ausgaben für die Versorgung der Flüchtlinge noch mit einem deutlich positiven gesamtstaatlichen Überschuss zu rechnen. Auch für den Bund ist ein ausgeglichener Haushalt wahrscheinlich. Vorerst sind wir also noch weit von den Grenzen der Schuldenbremse und der europäischen Fiskalregeln entfernt. Allein der Bund dürfte 2016 nach der Schuldenbremse nämlich knapp 10 Milliarden Euro an zusätzlichen Schulden aufnehmen und der Staat insgesamt könnte rund 30 Mrd. Euro mehr ausgeben, ohne gegen den Stabilitäts- und Wachstumspakt oder den Fiskalpakt zu verstoßen. Die Spielräume sind aktuell also beträchtlich.

Diese Spielräume sollte die Politik auch nutzen. Denn die Bedarfe der öffentlichen Hand gehen deutlich über das hinaus, was an zusätzlichen Ausgaben derzeit geplant ist. Die Infrastruktur in Deutschland wurde über Jahre sträflich vernachlässigt, so dass über einen längeren Zeitraum über 10 Mrd. Euro an zusätzlichen Investitionen getätigt werden müssten, um die Lücke, insbesondere auf der kommunalen Ebene, zu schließen. Durch den Zuwachs an Einwohnern wird die Modernisierung unserer Infrastruktur noch dringender.

Gleichzeitig muss deutlich stärker und frühzeitiger massiv in Spracherwerb sowie Aus- und Weiterbildung der Flüchtlinge investiert werden. Eine aktuelle Befragung von anerkannten Asylberechtigten durch das BAMF deutet darauf hin, dass ein großer Anteil der Flüchtlinge dauerhaft in Deutschland leben wird. Gleichzeitig ist die Arbeitsmarktintegration der für die Studie befragten Personen trotz hoher Motivation noch relativ gering, insbesondere unter Frauen. Hier sind also noch erhebliche Anstrengungen notwendig, damit die Flüchtlinge in diesem Land auf eigenen Beinen stehen können. Spart man an dieser Stelle, dann könnte die Rechnung für Deutschland langfristig sehr viel höher ausfallen. Wir müssen also alles daransetzen, den Flüchtlingen schnellstens unsere Sprache zu vermitteln und sie ausreichend für den Arbeitsmarkt zu qualifizieren.

Der deutsche Staat muss also über Jahre erhebliche zusätzliche Ausgaben tätigen, die – wenngleich eine genauere Quantifizierung derzeit schwierig ist – zeitweise durchaus in der Größenordnung von rund 1% des BIP liegen könnten. Damit muss man sich trotz der aktuell günstigen Haushaltslage Gedanken über ein längerfristiges Finanzierungskonzept machen. Das ist schon deshalb erforderlich, weil es aus konjunktureller Sicht problematisch wäre, abzuwarten, bis wir in einem Abschwung an die Grenzen der Fiskalregeln stoßen. Dann müsste man nämlich gerade in einer Schwächephase sparen, was einerseits die Konjunktur belasten und andererseits die oben genannten wichtigen Zukunftsinvestitionen gefährden würde.

Sinnvoll wären insbesondere zwei Maßnahmen. Erstens müssen die Fiskalregeln – die Schuldenbremse wie auch die Europäischen Fiskalregeln – um eine so genannte „Golden Rule“ ergänzt werden, die zulässt, dass (Netto-)Investitionen in einem bestimmten Umfang von den Verschuldungsgrenzen ausgenommen werden. Eine solche Regel, die 2007 schon der Sachverständigenrat für die deutsche Schuldenbremse gefordert hat, ist notwendig, um zu verhindern, dass unsere längerfristigen Wachstumsperspektiven und in der Folge auch die Perspektiven für die öffentlichen Haushalte durch unzureichende Investitionen beeinträchtigt werden.

Zweitens sollte die Besteuerung hoher Vermögen wieder stärker in den Fokus genommen werden. Ein geeigneter Ansatzpunkt hierfür wäre eigentlich die Erbschaft- und Schenkungsteuer. Sie belastet leistungslose Vermögenszuwächse und erfordert nur einmal eine Bewertung des betreffenden Vermögens. Um zu verhindern, dass die Unternehmensfortführung gefährdet ist, hätte man Steuerforderungen stunden oder alternativ eine stille Beteiligung des Staates anbieten können. Leider ist die Politik hierzulande einen anderen Weg gegangen und hat insbesondere große Erbschaften und Schenkungen weit gehend von der Steuer verschont. Durch Vorzieheffekte im Zusammenhang mit dem Urteil des Bundesverfassungsgerichts ist selbst bei einer (unwahrscheinlichen) deutlichen Einschränkung der Verschonungsregeln kurzfristig kaum mit einer Aufkommenssteigerung zu rechnen. Damit dürfte eine neue Debatte über die Wiedererhebung einer Vermögensteuer notwendig werden. Die Vermögensteuer steht den Ländern zu, die einerseits für die Bildung zuständig sind und über den kommunalen Finanzausgleich auch ihre Kommunen am Aufkommen beteiligen können.

Das Wichtigste ist jetzt, notwendige Zukunftsinvestitionen beherzt umzusetzen. Wer jetzt mit dem Argument der Entlastung zukünftiger Generationen auf Kosten der Infrastruktur und der Integration die „schwarze Null“ priorisiert, erweist genau diesen zukünftigen Generationen einen Bärendienst.

Dr. Katja Rietzler, Forum Migration Februar

 

 

 

 

Gabriel verkündet Einigung zu strengeren Asylregeln

 

SPD und Union haben sich auf eine neue Asylpolitik geeinigt. Das Asylpaket II sieht teilweise wesentlich strengere Regeln im Umgang mit Flüchtlingen vor. Änderungen gibt es bei der Residenzpflicht und beim Familiennachzug. Auch Grünenpolitiker Kretschmann sprach sich für Marokko, Tunesien und Algerien als sichere Herkunftsstaaten aus.

Im monatelangen Streit über strengere Asylregeln haben sich die Spitzen der großen Koalition auf einen Kompromiss verständigt.

"Das Asylpaket II steht jetzt", sagte SPD-Chef Sigmar Gabriel am Donnerstagabend in Berlin nach dem Treffen mit Kanzlerin Angela Merkel und dem CSU-Vorsitzenden Horst Seehofer. CDU-Chefin Merkel zeigte sich zufrieden mit den Beschlüssen und sprach von einem "guten Tag". Vereinbart wurde unter anderem, den Familiennachzug für Flüchtlinge, die nicht unmittelbar persönlich verfolgt sind, nun doch für zwei Jahre auszusetzen. Als Kompromiss soll bei den Kontingenten, die demnächst von der Türkei, Jordanien und dem Libanon übernommen werden sollen, der Familienzusammenführung von Flüchtlingen in Deutschland Vorrang eingeräumt werden.

Die geplante Einschränkung des Familiennachzugs von Flüchtlingen mit dem geringsten (subsidiären) Schutzstatus war der Hauptknackpunkt in den Verhandlungen. Nach Ablauf der Zwei-Jahres-Frist soll automatisch die bisherige Regelung wieder in Kraft treten, ohne dass Gesetzesänderungen notwendig sind.

Ferner wurde beschlossen, dass sich Asylbewerber mit zehn Euro pro Monat an den Kosten für Integrations- und Sprachkurse beteiligen sollen. Die Asylbewerberleistungen werden für alle entsprechend verringert. Laut Gabriel soll in einem weiteren Gesetzgebungsverfahren geregelt werden, dass ein Flüchtling nach einer Ausbildung in Deutschland hier unabhängig von seinem Status zwei Jahre arbeiten darf.

Zudem sollen Marokko, Tunesien und Algerien in einem gesonderten Gesetz zu sicheren Herkunftsstaaten erklärt werden. Allerdings muss der Bundesrat dem zustimmen. Merkel sagte nach einem Treffen mit den Ministerpräsidenten im Anschluss an die Dreierrunde, sie sehe für das Gesetz gute Chancen. Die Erfahrungen mit Migranten aus den Westbalkan-Ländern hätten gezeigt, dass die Asylanträge von Personen aus solchen Staaten durch eine entsprechende Einstufung schneller bearbeitet werden können. Die Bundesländer hätten eine genaue Prüfung vorgelegt. Dies bestätigte Bremens Bürgermeister Carsten Sieling (SPD).

Zuvor hatte sich Baden-Württembergs Ministerpräsident Winfried Kretschmann (Grüne) offen für eine solche Regelung gezeigt. Union und SPD haben im Bundesrat keine eigene Mehrheit und sind auf Stimmen der Grünen angewiesen. Merkel bestätigte zugleich Angaben Marokkos, wonach es Gespräche mit dem Land über die Rücknahme eigener Staatsbürger gegeben habe. Um Abschiebungen zu beschleunigen, solle nun Land für Land auch mit anderen Regierungen gesprochen werden.

Kern: Spezielle Aufnahmezentren

Eigentlicher Kern des Pakets ist der Aufbau spezieller Aufnahmezentren, in denen bestimmte Gruppen von Asylbewerbern ein Schnellverfahren durchlaufen sollen - etwa Personen aus sicheren Herkunftsstaaten. Die Einrichtungen stehen bereits seit der ersten Spitzenrunde Anfang November fest, während zu anderen Punkten anschließend neuer Streit entbrannte. Die SPD etwa hatte sich dafür starkgemacht, Syrer komplett von der Aussetzung des Familiennachzugs auszunehmen, was sie nun allerdings nicht durchsetzen konnte.

Laut Gabriel geht die Regierung aufgrund früherer Zahlen davon aus, dass die subsidiär Schutzbedürftigen 18 bis 20 Prozent aller Flüchtlinge ausmachen. Diesen Schutzstatus erhalten Personen aus Drittstaaten, die weder als Flüchtling noch als Asylbewerber anerkannt wurden, denen im Herkunftsland aber eine schwere Gefahr droht.

Koalition in schwieriger Phase

Die Parteivorsitzenden wollten mit ihrer Einigung auch die Handlungsfähigkeit der Koalition unter Beweis stellen. Denn nach gegenseitigen Vorwürfen, Drohungen und Ultimaten befindet sich das Bündnis in einer schwierigen Phase. Die CSU wie auch Politiker der CDU verlangen von Merkel einen Kurswechsel in der Flüchtlingspolitik hin zu mehr nationalen Maßnahmen wie Obergrenzen und Grenzschließungen. Die SPD wiederum hat der CSU vorgeworfen, auf einen Koalitionsbruch zuzusteuern. Gabriel betonte nach dem Treffen: "Die Stimmung ist gut." Auch Merkel unterstrich: "Ich finde, dass wir sehr viel auf den Weg bringen, und ich fühle mich durch den heutigen Tag noch mal bestärkt darin."

Entsprechend einer Forderung der SPD wollen Bund und Länder laut Merkel nun das Thema Integration zum "vorherrschenden Projekt" machen. Auch dies solle als gemeinsame Kraftanstrengung verstanden werden. Eine Bund-Länder-Arbeitsgruppe solle bis Ende Februar Eckpunkte und bis März ein Konzept erarbeiten. Für die SPD hatte die rheinland-pfälzische Regierungschefin Malu Dreyer ein Konzept mit Milliardenforderungen für Kindertagesstätten, für zusätzliche Lehrer und Studienplätze, für mehr Integrationskurse wie auch den Ausbau der Infrastruktur von Polizei und Justiz vorgelegt. Sachsen-Anhalts Ministerpräsident Reiner Haseloff (CDU) forderte, über die Finanzen müsse noch intensiv verhandelt werden. Die errechneten Pauschalen des Bundes an die Länder und Kommunen reichten nicht aus.

Unterdessen zeigte sich auch Baden-Württembergs Ministerpräsident Winfried Kretschmann offen für das Vorhaben von Union und SPD, zur Begrenzung der Flüchtlingszuwanderung auch Marokko, Tunesien und Algerien zu sicheren Herkunftsstaaten zu erklären.

Vor einem Treffen aller Ministerpräsidenten in Berlin sagte der Grünen-Politiker am Donnerstag, die Bundesregierung müsse zunächst eine Vorlage machen, in der sie das Vorhaben begründe. "Ich bin offen - aber es muss geprüft werden nach Vorlage", sagte Kretschmann. "Ich werde nicht freihändig Ja oder Nein sagen." Kretschmann kommt eine wichtige Rolle zu, da die schwarz-rote Bundesregierung für die Ausweitung der sicheren Herkunftsstaaten im Bundesrat auf die Zustimmung von Ländern mit grüner Regierungsbeteiligung angewiesen ist.  EU/nsa mit rtr, 29

 

 

 

Warum legt die Oma ihre Brille in den Kühlschrank. Familienalltag mit Demenz in Familien mit Einwanderungsgeschichte

 

Die Beauftragte der Bundesregierung für Migration, Flüchtlinge und Integration, Staatsministerin Aydan Özoguz, hat sich heute bei einem Besuch über die Arbeit des Berliner Projekts IdeM - Informations- und Beratungsstelle für demenziell erkrankte Migrantinnen und Migranten informiert.

Dabei stellte sie auch den von ihr geförderten Ratgeber „Warum legt die Oma ihre Brille in den Kühlschrank – Familienalltag mit Demenz in Familien mit Einwanderungsgeschichte“, der in russischer und türkischer Sprache erschienen ist, vor. Hierzu erklärt die Beauftragte:

 

„Schon heute leben mehr als 1,5 Millionen Seniorinnen und Senioren mit Einwanderungsgeschichte in unserem Land. Diese Zahl wird rasant steigen auf geschätzt 3,5 Millionen im Jahr 2032. 39.000 Menschen mit türkischer Einwanderungsgeschichte sind heute älter als 75 Jahre und 146.000 zwischen

65 und 75 Jahre. Bei der russischsprachigen Bevölkerung in Deutschland sind sogar 139.000 Personen 75 Jahre und älter. Die Zahlen machen deutlich, wie dringend sich unser Gesundheitssystem auch auf diese Bevölkerungsgruppe einstellen muss. Denn oft findet sich in dieser Gruppe eine geringere

Kenntnis über unser durchaus kompliziertes Gesundheitswesen, Sprachmittlungsprobleme sowie der Verlust von später erlernten Deutschkenntnissen bei Demenz.

 

Vorbildlich sind deshalb Projekte wie IdeM. Die Beratungsstelle sorgt sowohl für einen besseren Zugang von an Demenz erkrankten Migrantinnen und Migranten in unser Versorgungssystem als auch für eine Entlastung bei Pflegepersonen und pflegenden Angehörigen mit Einwanderungsgeschichten. Viele Familien sorgen mit viel Geduld und Verständnis für ihre von Demenz betroffenen Angehörigen, doch häufig geraten sie dabei an ihre Belastungsgrenze, und nicht immer wissen sie über die vielen Hilfsmöglichkeiten Bescheid.

 

Darum habe ich den Ratgeber zum Thema Demenz für türkischsprachige und russischsprachige Familien in Deutschland gefördert. Familien mit Kindern stehen vor der besonderen Herausforderung, den Kindern die mit der fortschreitenden Demenz einhergehenden Veränderungen des Angehörigen erklären zu müssen. Hierfür bietet der Ratgeber Hilfe: Er erläutert kindgerecht die Krankheit und hilft Kindern beim Umgang mit den Veränderungen der Großeltern. Der Ratgeber richtet sich aber auch an Erwachsene, sie erhalten Tipps für die Gestaltung des Familienlebens und Informationen über Hilfsangebote und Beratungsstellen.

 

Das Thema Demenz ist oft mit Scham besetzt und wird deshalb häufig nicht offen angesprochen. Ein Ratgeber im Bilderbuchformat kann Familien den Weg zum Gespräch erleichtern. Auch wenn die Kenntnisse der Familienherkunftssprachen bei den jüngeren Generationen immer geringer werden, sind diese Sprachen doch oft noch gemeinsame Familiensprache, die gerade für das vertraute Gespräch zu

besonders intimen Themen verwandt wird. Aus diesem Grund wird der Demenzratgeber in russischer bzw. türkischer Sprache herausgegeben.“

Der Ratgeber wird vom Verein Mehr Zeit für Kinder e.V. in einer Auflage von je 5.000 Stück herausgegeben und ist hier auf Russisch und hier auf Türkisch bestellbar.“  Pib 26

 

 

 

 

 

Wissenschaftler. Wie viel Migration verträgt ein Land?

 

Viele Faktoren spielen eine Rolle für die Beantwortung der Frage, wie lange Zuwanderung für eine Gesellschaft verträglich bleibt. Einen Punkt halten Wissenschaftler dabei für entscheidend: die wirtschaftliche Lage im Aufnahmeland. Von Nina Sündermann

 

In der aktuellen politischen Debatte um mögliche Obergrenzen für Flüchtlinge werden unterschiedliche Zahlen genannt. Im Raum steht damit auch die Frage, wie viel Migration ein Land verträgt. Gibt es darauf eine wissenschaftliche Antwort? „Die Hoffnung, dass die Wissenschaft Ergebnisse hat, die Orientierung bieten, muss ich enttäuschen“, sagt Professor Jochen Oltmer vom Institut für Migrationsforschung und Interkulturelle Studien an der Universität Osnabrück. Die Grenze werde immer neu ausgehandelt.

Der Politikwissenschaftler Holger Kolb vom Sachverständigenrat deutscher Stiftungen für Integration und Migration weist darauf hin, dass es sowohl dicht als auch lose besiedelte Staaten gebe, die gut mit Zuwanderung zurechtkämen. Auch er sagt, es sei eine Illusion zu glauben, man könne genau bestimmen, wieviel Zuwanderung verträglich beziehungsweise ab wann Migration unverträglich sei. Doch gebe es Kriterien, die die Aufnahmefähigkeit infrage stellten: geografische Gegebenheiten, etwa wenn auf sehr engem Raum extrem viele Menschen leben, Ressourcenmangel oder Umweltverschmutzung.

Jeder Staat stellt laut Kolb ein Bündel an Leistungen bereit, das auf eine bestimmte Personenzahl ausgerichtet ist. Ein klassisches öffentliches Gut sei beispielsweise die äußere Sicherheit, die von den Streitkräften gewährleistet werde. Hier entstehe durch eine wachsende Zahl von Nutzern keine Rivalität. In anderen Feldern könne es aber zu Kapazitätsengpässen kommen, etwa bei der öffentlichen Verkehrsinfrastruktur, die auf eine bestimmte Anzahl von Nutzern ausgelegt ist. Der Ausbau dieser Kapazitäten könne wiederum mit hohen Kosten verbunden sein.

Dabei spiele auch eine Rolle, ob sich die Zuwanderung auf einen längeren Zeitraum erstrecke oder abrupt in sehr hoher Zahl erfolge. Eine gleichmäßige Zuwanderung sei naturgemäß besser planbar, während starke Sprünge eine größere Herausforderung darstellten, weil darauf sehr schnell mit vielen Änderungen reagiert werden müsse, erläutert Kolb.

Ob sich der kulturelle Hintergrund von Migranten und Einwanderungsgesellschaft stark unterscheide, könne zwar eine Rolle spielen, habe manchmal aber keine große Bedeutung, sagt Oltmer. Er verweist auf die starke Zuwanderung vietnamesischer Boat People Ende der 70er und Anfang der 80er Jahre. Ihnen gegenüber sei die Hilfsbereitschaft in Deutschland enorm hoch gewesen, auch für ihre Integration sei viel getan worden.

Maßgeblich sei, wie die politischen Institutionen des Aufnahmelands die Migration managen, erklärt Benjamin Schraven vom Deutschen Institut für Entwicklungspolitik. Es werde dann gefährlich, wenn die Menschen das Gefühl haben, sie stünden in Konkurrenz beispielsweise um Arbeitsplätze. Viel hänge von den institutionellen Möglichkeiten eines Staats ab, durch rechtliche und politische Maßnahmen Konkurrenzsituationen nicht entstehen zu lassen.

Entscheidend für die Aufnahmefähigkeit eines Landes, da sind sich die Wissenschaftler einig, ist dessen wirtschaftliche Lage. Arbeitsmärkte, die generell empfänglicher für Neuankömmlinge sind und niedrige Eintrittsbarrieren haben, könnten besser mit der Situation umgehen, sagt Kolb. Deutschland sei hier nach den Reformen der Agenda 2010 besser positioniert als etwa Schweden, wo die Arbeitsmarktsituation für Nichtschweden relativ katastrophal sei.

Laut Oltmer geht es um gesellschaftliche Verteilungskonflikte: Bei schlechter wirtschaftlicher Lage würden Neuzuwanderer als Konkurrenten um knappe Güter wie Arbeit, soziale Leistungen oder Wohnungen wahrgenommen. Hier könne die Politik eine Moderatorenfunktion einnehmen und von Beginn an ausgleichend wirken, um keine Verteilungskämpfe aufkommen zu lassen. Zugleich relativiert Oltmer die aktuelle Diskussion: Historisch verlören Debatten über Zuwanderung nach einer gewissen Zeit an Bedeutung – weil es neue Zuwanderung gebe. (epd/mig 29)

 

 

 

Kulturarbeit in Flüchtlingslagern?

 

Studie zu Potenzialen von Auswärtiger Kultur- und Bildungspolitik in den Flüchtlingsgemeinschaften des Libanon

 

Stuttgart – Der Alltag von Flüchtlingen ist durch Gewalterfahrung, Perspektivlosigkeit sowie mangelnde (politische) Mit- und Selbstbestimmung geprägt. Kann Kulturarbeit helfen, ihre Situation zu verbessern? Diese Frage stellt Leila Mousa in der Studie „Auswärtige Kultur- und Bildungspolitik für Flüchtlingslager?“, die das ifa (Institut für Auslandsbeziehungen) in Kooperation mit dem BICC (Bonn International Center for Conversion) herausgibt.

 

Die Studie macht deutlich, dass Kulturarbeit den Flüchtlingen im Libanon vor allem Freiräume für die kritische, kreative und politische Auseinandersetzung mit ihrer Situation eröffnen kann. „Diese Räume bieten auch die Möglichkeit der Begegnung mit den Aufnahmegesellschaften, w