WEBGIORNALE   15-28  FEBBRAIO   2016

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Perché a rischio il Trattato di Schengen  1

2.       “La storia dei Gastarbeiter una storia di sucesso e di ordinaria integrazione”  1

3.       L'Europa dei nuovi muri 1

4.       Il Rapporto. Migranti, Bruxelles accusa l’Italia: i rimpatri sono insufficienti 2

5.       “Difendere Schengen, l’Ue sia unita nella crisi dei migranti”  2

6.       Cgil, da Francoforte guai per la Camusso: “Il sindacato ci deve mezzo milione”  2

7.       A Pisa la seconda parte del corso “Il web nella didattica dell'italiano”. Dalla Germania 20 docenti di italiano  3

8.       Voto comunale a Francoforte il 6 marzo. Appello agli italiani (15 mila) perchè vadano a votare  3

9.       Incontri letterari italo-tedeschi all’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo  3

10.   Il PD di Berlino: incoerenza a 5 stelle sulle unioni civili 3

11.   Incidente ferroviario in Baviera, scontro frontale tra treni 4

12.   A Monaco di Baviera focus su sicurezza globale e lotta al terrorismo  4

13.   I temi delle recenti trasmissioni di Radio Coloniaa  4

14.   Pompei a Monaco di Baviera il 19 febbraio  5

15.   L’Italia alla Berlinale con “Fuocoammare” di Rosi 5

16.   Francoforte. Ricordando Ettore Scola. Un omaggio ad un grande maestro del cinema italiano  5

17.   All’IIC: Colonia capitale della filosofia e del Carnevale  5

18.   Eccellenze del Lazio al Biofach di Norimberga  6

19.   Premio Comites “L’italiano dell’anno”: il 2 marzo 2016 la consegna a Mauro Mondello e Sestilia Bressan  6

20.   Colonia un “Lunedì delle rose” blindato e in versione ridotta  6

21.   Disinteresse  6

22.   L’arte della guerra. Bandiera Usa sull’Europa  7

23.   Gentiloni: ”L’Italia non si accontenterà di una verità di comodo l’Egitto aiuti i nostri agenti”  7

24.   Paradossi italiani. Le accuse di troppo all’Europa  8

25.   Primarie 2016. I problemi di Hillary: bianchi arrabbiati, giovani e donne  8

26.   A colloquio con Marco del Panta, Ambasciatore d’Italia in Svizzera  9

27.   Primarie Usa. Fratello Bernie cita Dante  9

28.   CCIE. Intervista a Marco Montecchi, rappresentante delle Camere di Commercio Italiane all’Estero dell’Area Europa  10

29.   Brutte figure  10

30.   Assistenza ai “nuovi migranti”: il vice ministro agli Esteri Mario Giro risponde all’interpellanza di Alessio Tacconi (Pd) 10

31.   Ismu: aggiornamenti immigrazione in Italia e in Europa  10

32.   L’Italia per prima  11

33.   Esaminato il documento conclusivo dell’indagine conoscitiva sulla riforma dei Patronati italiani all’estero  11

34.   Il fronte unico dei modernisti 11

35.   Patria  12

36.   Lo stop di Renzi alla Chiesa e le spine con la Ue  12

37.   Il presidente della Repubblica Mattarella ha incontrato la comunità italiana al Museo Guggenheim di New York  12

38.   Sulle unioni civili i democratici alla prova di forza  13

39.   Trentini all’estero. Fino al 28 febbraio aperte le iscrizioni al programma "Interscambi giovanili" 2016  13

40.   Penisola futura  13

41.   È battaglia tra Roma e Berlino sulla partita dei titoli di Stato  13

42.   Washington: Mattarella incontra la comunità italiana  14

43.   Attenzione al virus 'Cryptolocker', blocca il computer in attesa di un riscatto  14

44.   Fererendum e voto all’estero  14

45.   L'utopia  15

46.   Laura Garavini (PD): "Italia in prima fila in Europa per la certificazione delle professionalità"  15

47.   Poteri. Il Paese delle leggi in ostaggio  15

48.   In Svizzera la campagna referendaria sull'iniziativa per l'espulsione degli stranieri che commettono reati 15

49.   Patronati all’eseero. Il dibattito al Comitato per le Questioni degli Italiani all’Estero del Senato  16

50.   Sarà crisi?  16

51.   Rifugiati. Alla Sioi la presentazione di “Ponti non muri. Garantire l'accesso alla protezione in Europa”  16

52.   Giustizia. Operativa la riforma che depenalizza i reati “minori”. Niente carcere, solo multe e ammende  17

53.   Accordo sui lavoratori frontalieri fra Italia e Svizzera, in Aula mozione del Pd  18

54.   Il riscatto  18

55.   Il vice ministro degli Esteri Mario Giro risponde all’Interpellanza sull’assistenza ai nuovi flussi emigratori 18

56.   Le parole di Sanremo. Non rimarranno nella storia del festival, ma i testi di quest’anno hanno una loro dignità letteraria  19

57.   Grazie e auguri di buon lavoro dei deputati Pd estero a Vincenzo Amendola, nuovo sottosegretario agli Esteri 19

58.   Contare su chi?  19

59.   Appello di Fucsia Nissoli (Ds-Cd) al presidente della Repubblica: impedire i tagli ai fondi per la lingua italiana all’estero  20

60.   CIR: l’Europa continua a sbagliare  20

61.   Sul sito del Miur l'avviso per la selezione di assistenti di lingua italiana all'estero per l'anno scolastico 2016/2017  20

62.   Nato schickt Marine in die Ägäis  20

 

 

1.       Papstreise: „Es gibt verschiedene Mexikos“  21

2.       Italien: Neues Gesetz zur Homo-Ehe nichts als heiße Luft?  21

3.       Münchner Sicherheitskonferenz. Auftakt zu schwierigen Diskussionen  21

4.       Der Widerspenstigen Zähmung. Wir brauchen einen Euro-Finanzminister – aber nicht irgendeinen. 22

5.       Gespaltene Erwartungen der Bürger: Einerseits mehr, andererseits weniger Europa. 22

6.       EU-Innenkommissar: Deutschlands Engagement in der Flüchtlingskrise ist gut 22

7.       Abgetaucht vor den Behörden. Flüchtlingskinder gehen ihre eigenen Wege  23

8.       „Verhandeln mit dem IS ist realistisch“  23

9.       Syrien: Kritik an russischen Angriffe auf Aleppo  23

10.   Polen ist nur ein Symptom. Deutschlands Dominanz in der EU trägt zu Renationalisierung bei. 23

11.   "Angela Merkel verschiebt in der Flüchtlingskrise einfach die Haustür"  24

12.   Europas einsamer Hegemon. Selbstverliebtheit ist nicht der Grund für Deutschlands Flüchtlingspolitik  25

13.   Chaostruppe. Neues Tauziehen um Asylpaket 25

14.   Asylpaket II: Rechtsexperten werfen Union Verstoß gegen Menschenrechte vor 25

15.   Koalitionsstreit beigelegt. Minderjährige sollen nur in Härtefällen Eltern nachholen dürfen  26

16.   Zuständig für alles. Sozialarbeiter in der Flüchtlingshilfe stoßen rasch an ihre Grenzen  26

17.   Arbeitsagentur. Arbeitsmarkt verträgt jährlich 350.000 Flüchtlinge  26

18.   NRW. 50. Kommunales Integrationszentrum des Landes im Kreis Coesfeld eröffnet 26

19.   Freier Eintritt für Flüchtlinge in Freilichtmuseum löst Shitstorm aus  27

20.   Italienisches Kulturinstitut Köln  27

 

 

 

Perché a rischio il Trattato di Schengen

 

Convince sempre meno la politica dell’Ue impotente di fronte ai migranti

che invadono l'Europa. C’è bisogno di unità di ideali e di programmi

 

Secondo le previsioni, giorno dopo giorno stanno aumentando gli arrivi, in Italia ed in Grecia, di immigrati provenienti dall’Africa o dall’Asia. Sbarchi sempre più massicci che hanno spinto alcuni Stati europei a prendere decisioni negative. La Francia ha chiuso le frontiere per “blindarsi” contro i terroristi; idem la Germania a causa dello scontro politico che coinvolge il partito della Merkel; così pure la Svezia che ha un numero di immigrati superiore agli indigeni; mentre l’Austria dice di non avere i mezzi per garantire l’accoglienza. La Svezia manderà via chi non ha diritto all'asilo, la Finlandia ha annunciato 20mila espulsioni, i Paesi dell’Est hanno già alzato muri. Non va meglio in Olanda, che vuole rispedire in Turchia il 60% dei migranti, né in Inghilterra che intende impedire altri ingressi, dopo i 50mila del gennaio scorso. Pure la Svizzera ha limitato il numero di stranieri da accogliere, ai quali una nuova legge (ora sottoposta a referendum dall’UDC), offre avvocati gratuiti e attribuisce alla Confederazione la possibilità di espropriare privati e Comuni per costruire nuovi centri d'asilo.

  L'Italia invece continua a salvarli e chiede all’Ue un parziale rimborso per le spese sostenute in materia. Tra gli sbarcati, diecimila sono minorenni che, secondo l’Europol, l’Ufficio europeo di Polizia criminale, sarebbero arrivati da soli per raggiungere i familiari o per sfuggire agli assassini dei loro Paesi, poi scomparsi nel nulla (5.000 nella nostra Penisola, 1.000 in Svezia, 4.000 negli altri Stati), forse finiti nelle mani di terroristi, che intendono indottrinarli, o della criminalità organizzata che li sfrutta come schiavi del sesso, come mendicanti o per scopi vergognosi, quali l’asporto di organi, poi venduti. Delinquenti malvagi quanto i terroristi dell’Isis.

  Stando così le cose, alcuni Stati avrebbero deciso di abolire la libera circolazione, stabilita con il Trattato di Schengen, quindi di controllare i passaporti di tutti coloro che intendono varcare una frontiera, anche se cittadini dell’Ue. Il che significa sospendere temporaneamente l’accordo entrato in vigore il 26 marzo 1995. Ad incominciare è stato il Belgio che, tra l’altro, ha chiesto di “estromettere la Grecia” dall’Unione, poi seguito da altri Stati, a ciò spinti dalle difficoltà create dalla immigrazione sempre più imponente. Che, a dispetto di tutte le misure proposte dal Presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, quali la creazione di una polizia di frontiera Ue ed una cooperazione tra queste, non eliminano il rischio di abolire il Trattato.

  Nei confronti del quale molti partiti sono contrari, tanto da formare, nel Parlamento di Bruxelles, un gruppo chiamato Enf, “Europa delle Nazioni e della Libertà”, giorni fa riunitosi a Milano. All'incontro, ovviamente, c’erano Matteo Salvini della Lega, la francese Marine Le Pen, i liberali austriaci, i Fiamminghi del Vlaams Belang e gli Olandesi. Tutti d’accordo a dire “no” ad un’Europa che, secondo loro, è responsabile di tutto, dalla crisi economica all’emergenza immigrazione, dallo strapotere delle banche all’islamizzazione del Continente ed a quei regolamenti assurdi che tolgono alle Nazioni il diritto di essere “gente normale e perbene che vuole guardare a testa alta i suoi figli”. Ne è conseguita la loro richiesta di recuperare la sovranità nazionale e di “ridare la parola ai popoli” i quali, secondo Marine Le Pen, sono stravolti “dalla stessa elefantiasi burocratica”.

  Nei confronti della quale è diventata molto critica buona parte degli Italiani che giudicano le Istituzioni europee solo come fonte di benefici, sul piano economico-finanziario, per gli Europarlamentari. Opinioni negative nate a partire dall’inizio della crisi economica, che ha fatto scendere il consenso dal 70% del 1994 all’attuale 27%. Riduzione dovuta anche al continuo imporre, al nostro Paese e non solo, una politica che ha trasformato i vantaggi in costi economici. Ed al fatto che l'Europa non ha un suo esercito, quindi non è in grado di opporsi all’invasione dei terroristi musulmani dell’Isis.

  Nel corso dei recenti colloqui della delegazione italiana con i Tedeschi e gli Austriaci, è stata sostenuta l’opportunità di non far venir meno il Trattato di Schengen, ma sottolineato la necessità di sospenderlo e di continuare i controlli “fino a quando i numeri dei migranti non si ridurranno in maniera concreta”. Una decisione che, secondo Ian Bremmer, fondatore e presidente del centro studi Eurasia Group, potrebbe distruggere l’Ue, a causa del problema dei rifugiati dei quali nel 2016 non ci sarà alcun calo, ma anche perché la sospensione comporta costi economici e politici. E perché “l’Europa ha perso i valori sui quali è stata costruita, anche se la tecnocrazia di Bruxelles farà di tutto per mantenere in vita le sue istituzioni”.

   Il mondo che ci aspetta visto da Ian Bremmer fa paura. Ma i due rischi più grandi nel 2016 riguardano soprattutto l’Europa. In cui “la crisi dei rifugiati, i terroristi dell’Isis, la vulnerabilità del Medio Oriente” non sono casuali. Ma legati a fattori strutturali ai quali occorre porre subito rimedio. Perché, come espresso dal sociologo Francesco Alberoni, o si creano gli “Stati Uniti d'Europa o niente Europa». Egidio Todeschini, de.it.press  

 

 

  

 

 

“La storia dei Gastarbeiter una storia di sucesso e di ordinaria integrazione”

 

Dibattito “Da Gastarbeiter a EU Worker” organizzato dal Goethe Institut a Roma

 

“Pericolosi, rumorosi, arroganti” Venivano percepiti così i Gastarbeiter nella Germania degli anni cinquanta. 14 milioni in tutto, arrivati dal 1955 al 1974 nella Repubblica Federale Tedesca alla luce degli accordi bilaterali stilati con numerosi  paesi di immigrazione. Tra questi c’era l’Italia, ma anche la Turchia, il Marocco, la Tunisia. Una massa enorme di giovani, spesso uomini, temuti e guardati con sospetto dalla cittadinanza. 700.000 l’ anno, in media, provenienti da culture diverse, spesso da condizioni di estrema povertà e frequentemente anche di religione musulmana.

Situazioni certamente diverse da quelle dei rifugiati attuali, ma con tante analogie.

Eppure quella storia, quella dei "Gastarbeiter" è una storia di successo. Innanzitutto circa il 90% di loro sono rientrati e hanno contribuito con i loro guadagni ad arricchire le zone di origine. Quelli che sono rimasti, invece, in linea di massima si sono integrati bene in Germania, nonostante le difficoltà.

La storia dei ‘Gastarbeiter in Germania rimane di grande attualità anche per l’Europa di oggi. L’integrazione dei ‘lavoratori ospiti’ in terra tedesca si è rivelata nel tempo un percorso di successo, nonostante gli errori e i ritardi nel mettere in campo idonee politiche di integrazione. Conoscere questa storia significa avere gli strumenti per combattere una visione apocalittica del mondo, che vede nell’immigrazione solo un problema da eliminare. Non è così, per fortuna. L’emigrazione è una grande opportunità di arricchimento reciproco. A chi intende alimentare la paura dei cittadini europei dobbiamo rispondere che un grande “film”, quello di 14 milioni di migranti in Germania, dagli anni cinquanta agli anni settanta, è andato a finire bene. E non c’è motivo per cui anche i “film” di oggi, quelli in cui i rifugiati sono protagonisti da immigrati nei paesi membri dell’UE, non vadano a finire altrettanto bene. Quello che è importante è imparare dagli errori del passato e prevedere, da subito, una serie di misure volte a promuovere una piena integrazione dei migranti, prevedendo anche risorse sufficienti a garantire questi processi, a partire dalla scuola”.

Lo afferma Laura Garavini, componente della Presidenza del PD alla Camera, nel corso della conferenza “Da Gastarbeiter a EU Worker” organizzata dal Goethe Institut di Roma. Insieme a lei al dibattito ha preso parte il Professor Oliver Janz, ordinario di storia contemporanea alla Freie Universitaet di Berlino. De.it.press

 

 

 

 

L'Europa dei nuovi muri

 

Tornano, con prepotenza, i nazionalismi: Ue in pericolo. Ma non c’è più spazio per i piccoli Stati - Thomas Jansen

 

Le recenti crisi che hanno investito il Vecchio Continente, dall'economia all'emergenza-profughi, hanno risvegliato sentimenti e forze di stampo populista e xenofobo, contrarie al processo di integrazione. Eppure appare sempre più chiaro che di fronte ai fenomeni globali è necessaria la stretta collaborazione fra i Paesi del'Unione nel segno della solidarietà

 

Saranno profondamente delusi, di fronte agli sviluppi attuali, coloro che negli ultimi decenni hanno sostenuto il processo di unificazione europea nella persuasione della sua fondamentale bontà e nella speranza di una realizzazione duratura in senso federale e democratico del nostro continente. Persone che forse hanno anche cercato, in un modo o nell’altro, di contribuire alla sua attuazione, com’è stato per tanti cittadini impegnati.

Deludente è innanzitutto il fatto che

è di nuovo in aumento in molti Paesi membri il virus del nazionalismo e della xenofobia,

nonostante le diverse azioni di riconciliazione e i generosi investimenti in opere di solidarietà, cosa che appartiene all’essenza dell’Unione europea.

Deludente è un’altra circostanza: con la ri-nazionalizzazione della politica europea, conseguenza del virus,

la solidarietà si perde per strada a favore di una fittizia sovranità nazionale e la soluzione comunitaria di problemi comuni è resa impossibile.

Tutto ciò in un momento in cui le molteplici e complesse crisi, che da alcuni anni fanno vacillare l’economia, la società e le politiche nazionali e l’Unione stessa, sommate insieme hanno raggiunto una dimensione critica che potrebbe portare non solo alla delusione, ma anche allo scoraggiamento. Da lì alla rassegnazione non mancherebbe molto.

Finché si resta nell’ambito di sviluppi critici legati all’economia e alla moneta, nella gestione delle crisi si tratta di variabili quantificabili, più o meno note, controllabili sulla base dell’esperienza e utilizzando metodi collaudati in conformità con le regole presenti nei trattati. Anche in questo caso sono evidenti le interdipendenze reciproche tra gli attori e quindi le possibili soluzioni sono negoziabili.

Adesso però, insieme all’arrivo di centinaia di migliaia di profughi provenienti da diverse aree di guerra e miseria del Medio Oriente e dell’Africa, si è aggiunta una crisi di dimensioni e tipologia completamente diverse.

Ora si tratta di persone, con le loro sofferenze e speranze, e della necessità di fornire loro protezione,

di accoglierle in modo dignitoso e di fornire loro una prospettiva che ne faciliti l’integrazione in un ambiente e una società loro estranei.

Di fronte a questa nuova sfida, troppi governi degli Stati membri dell’Unione, guidati da forze euroscettiche, nazionalistiche e xenofobe, hanno reagito con il panico; a spese dei loro vicini hanno reso impermeabili i confini; secondo il motto “Si salvi chi può!” rifiutano la solidarietà europea; e non si rendono conto che affrontare i compiti posti dalla nuova situazione richiede uno sforzo congiunto. Ciò ha portato a una profonda rottura in Europa.

Se questo stato d’animo dovesse perdurare, diventerebbe impossibile portare avanti l’integrazione e l’unità dell’Europa. Poiché senza una spinta etica mancherebbe il motore al progetto.

Dobbiamo quindi rinunciare alla speranza che quest’opera di pace possa avere successo? Ci sono molte ragioni per resistere alla rassegnazione. Rassegnarsi significherebbe cedere alle forze che nel secolo scorso hanno portato guerra e distruzione, declino morale e culturale e disumanità.

La partita della politica di unificazione europea è tutt’altro che persa, anche se i suoi sostenitori e protagonisti sono oggi sotto una notevole pressione e ostilità da parte del nemico: lo scettico e il recalcitrante.

I trattati comunitari e i molti altri accordi bilaterali e multilaterali che uniscono gli Stati europei tra loro e l’uno all’altro, hanno reso i loro rapporti così consistenti che ormai da tempo è stato superato il “punto di non ritorno”, da cui fare marcia indietro sarà difficilmente possibile.

Gli interessi che sono stati investiti, sia da parte delle strutture statali sia delle forze sociali, impediscono un ritorno ai piccoli Stati.

Chi si oppone alla solidarietà, tra cui – e questa è un’altra delusione, particolarmente amara – i Paesi dell’Europa orientale e centrale che hanno a loro volta sperimentato una grande solidarietà dopo la caduta della Cortina di ferro, dovranno mettere sulla bilancia anche i vantaggi comunitari che favoriscono e in futuro favoriranno il loro sviluppo economico e sociale.

Restano poi ancora i bisogni che hanno portato i Paesi europei a costituirsi insieme in comunità, e che non possono essere facilmente spiegati ad alcuni populisti dalla retorica superficiale e miope. In considerazione della crescente globalizzazione, anche per i più grandi Stati membri non è più possibile esistere singolarmente. Hanno bisogno della comunità e della sua solidarietà. Sir 12

 

 

 

 

 

Il Rapporto. Migranti, Bruxelles accusa l’Italia: i rimpatri sono insufficienti

 

Il rapporto della Commissione giudica troppo lenti i ricollocamenti. Critiche anche alla gestione degli hotspot e dei centri di accoglienza (due invece dei cinque previsti)  - di Mariolina Iossa

 

BRUXELLES I ricollocamenti procedono a rilento, i rimpatri di chi non ha diritto allo status di rifugiato pure, i due hotspot aperti, i centri di accoglienza per lo smistamento, funzionano bene ma ne erano previsti cinque e gli altri non sono ancora operativi. Sui migranti la Commissione europea bacchetta l’Italia, e nel rapporto sull’applicazione delle misure legate alla crisi dei rifugiati elenca tutte le inadempienze.

Rimpatri insufficienti

«L’Italia ha eseguito oltre 14 mila rimpatri forzati di persone senza diritto di asilo nel 2015 e ha partecipato a 11 voli di Frontex congiunti di richiedenti asilo respinti da altri Stati membri», è detto nel rapporto della Commissione europea. E tuttavia «ciò resta insufficiente nel contesto di oltre 160 mila arrivi nel 2015». In pratica, 14 mila rimpatri su 160 mila arrivi sono un numero troppo basso per poter portare a regime gli accordi europei. Non solo. L’Italia presenta anche «gravi carenze per quanto riguarda l’ospitalità pre-rimpatrio, con soli 420 posti disponibili rispetto ai 1.252» previsti dalla Commissione europea, mentre «il sistema di ricezione è già largamente sufficiente».

I ricollocamenti

Il rapporto della Commissione esplicita che «nonostante il fatto che il ricollocamento dall’Italia sia iniziato alcune settimane prima che in Grecia, è ancora molto al di sotto del tasso necessario a raggiungere l’obiettivo globale di ricollocare 39.600 persone che necessitano di protezione internazionale in due anni». Di fatto, ad oggi solo 279 richiedenti sono stati ricollocati, con 200 richieste in sospeso inviate ad altri Stati membri», anche se «sino ad oggi, solo 15 Stati membri hanno reso disponibili posti per il ricollocamento con la promessa di ricevere 966 persone». La situazione si fa sempre più preoccupante e siamo alle porte di una nuova stagione di arrivi a ondate. Il braccio di ferro tra Italia e Ue della scorsa estate, non ha visto vincitori per il momento. L’Ue poneva come condizione per la redistribuzione dei rifugiati in Europa che l’Italia aprisse cinque hotspot e accelerasse sui respingimenti e sui ricollocamenti, l’Italia pretendeva che l’Europa si adoperasse subito per la redistribuzione dei migranti.

Gli hotspot,

Lo sviluppo degli hotspot in Italia, dice il rapporto della Commissione, «è lento». È vero che «due sono pienamente operativi» (a Lampedusa e Pozzallo), un terzo (a Trapani) «sarà pienamente operativo quando gli ultimi lavori di ristrutturazione saranno completati». Ma poi ce ne sono almeno altri due da aprire, i lavori vanno urgentemente completati a Taranto. I piani per gli hotspot di Augusta e Porto Empedocle devono ancora essere ultimati: «Una decisione che li riguardi - è scritto ancora nel rapporto - è essenziale alla luce del probabile aumento dei flussi migratori durante il periodo estivo».

Il rischio che salti Schengen

A questo punto, con le due posizioni ancora distanti e la lentezza dell’Italia, c’è il rischio che salti Schengen. «Abbiamo già perso tempo» nel gestire la crisi dei rifugiati, e «questo è un fatto inaccettabile», soprattutto perché «quest’anno un numero significativo di migranti potrebbe tentate di nuovo di raggiungere l’Europa». Queste le parole del commissario Ue agli affari interni Dimitri Avramopoulos, che ha anche sottolineato che «quei migranti che hanno diritto alla protezione saranno protetti ma non spetta loro decidere in quale Stato membro, mentre gli altri che non ne hanno diritto saranno rimpatriati». Lo si legge nel rapporto della Commissione europea sull’applicazione delle misure legate alla crisi dei rifugiati, nella parte dedicata all’Italia. CdS 10

 

 

 

 

“Difendere Schengen, l’Ue sia unita nella crisi dei migranti

 

I ministri degli Esteri dei sei Paesi fondatori - Italia, Francia, Germania, Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo - si sono riuniti oggi a Roma. I Ministri degli Esteri dei sei Paesi fondatori dell’Unione Europea. Da sinistra Didier Reynders, Laurent Fabius, Frank-Walter Steinmeier, Paolo Gentiloni, Jean Asselborn, Bert Koenders

 

«Rilanciare un messaggio per l’Europa» per contrastare coloro che oggi si esprimono «contro l’Europa», una tendenza «che sembra molto diffusa». È questo lo spirito con cui i ministri degli Esteri dei sei Paesi fondatori - Italia, Francia, Germania, Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo - si sono riuniti oggi a Roma. 

 

Il ministro Paolo Gentiloni fa gli onori di casa ed in una pausa dei lavori spiega alla stampa che oggi si è voluta rilanciare «la prospettiva europea, fondamentale per i nostri Paesi, non solo per gli straordinari risultati in termini di pace e sviluppo negli ultimi 60 anni». Si tratta di un passaggio importante nell’ottica del sessantesimo anniversario dei Trattati Roma, che nel marzo del 1957 istituirono il primo embrione di Unione Europea, con la Cee. 

 

Il formato romano non è esclusivo o formale, precisa il ministro, ma è aperto a tutti i Paesi che convidono la necessità di rilanciare l’Ue. Perché «oggi è uno dei momenti più difficili per l’Europa, nell’incrocio tra flussi migratori, minacce terroristiche, sfida posta dal referendum nel Regno Unito, il protrarsi della crisi economica, che hanno creato dubbi e crisi che rischiano di mettere in discussione l’intero progetto europeo nato 60 anni fa». 

 

Una delle sfide principali al centro del tavolo a sei è quella migratoria. «Condividiamo la necessità di attuare le decisioni prese in sede europea, di politiche comuni, perché non è possibile immaginare che decisioni di singoli paesi mettano in discussione le conquiste degli ultimi decenni, in particolare Schengen», ha avvertito Gentiloni, ricordando che «non tutti i Paesi tra i 28 vogliono «condividere il peso di questa crisi». 

 

Sul tappeto c’è anche il possibile sostegno della Nato nella gestione dei flussi. «Sarà uno dei temi da approfondire, è una prospettiva importante» di cui hanno discusso alla Casa Bianca anche i presidenti italiano e americano Sergio Mattarella e Barack Obama, e che gli Stati Uniti affronteranno con i partner europei per stabilire le possibili modalità di intervento delle forze dell’Alleanza Atlantica, aggiunge il ministro. 

 

Sul fronte migranti, i 6 hanno posto l’accento sulla necessità di una «migliore gestione dei confini esterni dell’Ue, per renderli sempre più sicuri ma senza ostacolare la libertà di movimento delle persone e Schengen», si legge nel comunicato conclusivo, in cui si sottolinea anche che l’Europa necessita di un approccio bilanciato e comprensivo, basato su solidarietà e responsabilità». In quest’ottica, «è fondamentale rafforzare la cooperazione con i Paesi d’origine e di transito per arginare i flussi di migranti irregolari e per affrontare le cause profonde dell’immigrazione». 

 

Rilanciare il progetto europeo significa anche una «nuova strategia globale sulle politica estera e di difesa», e un «rafforzamento dell’azione contro le minacce terroristiche, nel pieno rispetto dei diritti umani e dello Stato di diritto». Su questo fronte, bisogna «salvaguardare i valori comuni e fare di più per prevenire la radicalizzazione», sottolineano i 6, con un chiaro riferimento alla violenza destabilizzatrice dell’Isis, non soltanto in Medio Oriente, ma anche dentro i nostri confini.  LS 10

 

 

 

 

Cgil, da Francoforte guai per la Camusso: “Il sindacato ci deve mezzo milione

 

La segretaria ha ricevuto la richiesta dalla Cgil Bildungswerk di Francoforte. Un ente di formazione attivo fin dal 1987. Al centro di tutto un fido che la principale organizzazione dei lavoratori ha smesso di rinnovare nel 2012, dopo 15 anni. Sorpresi i vertici di corso d'Italia, ma i legali sono tranquilli. Ecco la storia - di Anna Morgantini e Ilaria Proietti

Tempi duri per la Cgil. Anche all’estero. Susanna Camusso, la segretaria generale della confederazione, ha infatti ricevuto una citazione da mezzo milione di euro da parte della Cgil Bildungswerk di Francoforte, un ente di formazione attivo fin dal 1987. La convocazione davanti ai giudici del Landgericht, il tribunale del Land, è arrivata a Roma, alla sede di corso d’Italia, il 7 gennaio. E ha colto la segreteria della Cgil completamente di sorpresa.

A citare Frau Camusso in tribunale è stato il centro di formazione che la stessa Cgil ha contribuito a fondare in Germania nel 1987, un’associazione di diritto tedesco che doveva rappresentare – si disse all’epoca – un esperimento innovativo nel sistema della formazione professionale, con l’obiettivo di aiutare gli “italiani in mobilità nello spazio europeo”, ossia i nostri studenti ed emigranti all’estero, a trovare una collocazione più qualificata nel mondo del lavoro.

Tra la Cgil nazionale e la Cgil Bildungswerk di Francoforte era stata così sottoscritta, nel 1999, una convenzione in base alla quale, per anni, i predecessori della Camusso – Sergio Cofferati, addirittura, aveva firmato delle lettere di garanzia alla Banca Hesse Newman già nel 1995 – hanno garantito il pagamento degli stipendi dei funzionari inviati dall’Italia a tenere i corsi, degli insegnanti locali e per tutto il funzionamento della struttura di Wilhelm Leuschnerstrasse.

Poi, secondo la denuncia di 21 pagine presentata dall’avvocato Rodolfo Dolce e firmata da Franco Marincola, presidente del Centro, nel 2012 la Cgil ha smesso di rinnovare il fido bancario che aveva garantito per oltre 15 anni, mettendo la Bildungswerk in gravissime difficoltà finanziarie. Il centro di formazione ha dovuto così licenziare 34 dipendenti fissi e un gran numero di insegnanti – una cinquantina di persone in tutto – accumulando anche perdite ingenti nell’ambito della sua attività formativa. Da qui la richiesta di risarcimento per 446.805 euro a cui vanno aggiunti gli interessi, compresi quelli di mora pari al 9 per cento. In tutto, almeno una mezza milionata.

Diversa la tesi in casa Cgil. Secondo l’ufficio legale del sindacato la storia ruota attorno non a una, ma a due fidejussioni prestate annualmente dalla Cgil: una da 220mila euro a favore di Cgil Bildungswerk, l’altra da 180mila a favore di Progetto Scuola Nord. Fidi rinnovati ogni anno fino al 2012, quando la garanzia per il progetto Scuola è stata escussa dalla Commerzbank, che ha preteso di incassare la somma da Monte dei Paschi, dove era appostata la garanzia di Cgil.

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Da quel momento sono i iniziati i guai. Oltre che l’imbarazzo: l’ente di formazione ha chiesto inutilmente che i fidi fossero rinnovati per poter continuare l’attività, mentre il sindacato ha chiesto la restituzione della somma: “Dalla Germania – assicurano i legali Cgil – sono tornati indietro solo 60 mila euro in tre tranche. Poi, più nulla”. Eppure, secondo la citazione della Cgil Bildungswerk, “il signor Claudio Sorrentino e il signor Andrea Amaro (funzionari Cgil, ndr) hanno assicurato che la fidejussione bancaria sarebbe stata emessa per il 2012 e per gli anni successivi”.

Macchè: niente fidejussioni, niente finanziamenti, crisi inevitabile, licenziamenti pesanti. Fino alla richiesta di risarcimento danni che chiama direttamente in causa la Generalsekretärin. L’udienza non è ancora stata fissata ma Frau Camusso si è costituita in giudizio il 27 gennaio, e ha a disposizione cinque settimane per depositare la memoria difensiva in attesa della decisione del giudice, che ci sarà forse a fine marzo. “Il patronage dato da Cgil alla Cgil Bildungswerk era volto ad agevolare l’avvio di un’attività meritoria in favore di studenti svantaggiati e lavoratori emigranti. Ma di qui a configurare un obbligo a prestare una nuova fidejussione, specie dopo quello che è accaduto nel 2012, ce ne passa. La Cgil non è un bancomat, perché i soldi sono dei lavoratori”, sottolineano gli avvocati del sindacato. E poco importa, secondo lui, se l’aiuto è durato per anni, ben oltre la fase di inizio delle attività. “I tempi delle vacche grasse sono finiti”.

Quale che sia l’esito della vertenza, in Cgil è palpabile l’imbarazzo: come spiegare agli iscritti questa faccenda? Di chi sono le responsabilità di quei 50 licenziamenti tedeschi? Ma ancora più complicata è la situazione a Francoforte: a difendere la Generalsekretärin sarà lo studio di Wolfgang Apitzsc, storico legale del sindacato in Germania e vice presidente del patronato Inca Cgil a Frankfurt am Mein, che solo un anno fa era stato frettolosamente allontanato dall’Inca con una rescissione in tronco del contratto e ora è stato con altrettanta fretta richiamato in servizio. Rimane comunque aperta, sempre davanti al tribunale di Francoforte, una causa contro il patronato della Cgil sporta, per ingiusto licenziamento, dall’ex direttore della sede. Chissà che fatica, per i giudici tedeschi, venire a capo delle beghe del sindacato italiano. Ilfattoquotidiano 8

 

 

 

 

A Pisa la seconda parte del corso “Il web nella didattica dell'italiano”. Dalla Germania 20 docenti di italiano

 

PISA – Dall’8 al 12 febbraio si è svolta a Pisa la parte “in presenza” del corso di formazione per 20 docenti di lingua italiana operanti in Germania realizzato da Icon, il Consorzio di 19 Università italiane con sede a Pisa e specializzato nell'utilizzo dell'e-learning per la promozione di lingua e cultura italiana nel mondo.

A coordinare la partecipazione dei docenti Tony Màzzaro, vicepresidente della delegazione Ial-Cisl, ente di formazione che ha selezionato l'iniziativa di Icon intitolata “Il web nella didattica dell'italiano”, la cui prima parte si è svolta con una sezione online nello scorso mese di dicembre.

A salutare i docenti giunti in Italia Faiti Salvadori, già console generale d'Italia a Stoccarda e poi a Pietroburgo.

Le sessioni di studio si sono svolte presso l'Università di Pisa, nell'aula multimediale di Palazzo Ricci, con alternanza di lezioni frontali, discussioni aperte e laboratori collaborativi. A curare la formazione per Icon sono Elisa Bianchi e Nadia Gatto, che affrontano i temi del rapporto tra web e didattica, le dimensioni educative del web, gli strumenti del web 2.0 e i testi digitali. Previsto anche un approfondimento sulla filosofia formativa dei corsi online, sui progetti didattici e la loro analisi, sul passaggio dalle webquest allo storytelling e sulla progettazione didattica nel web.

Il benvenuto è stato offerto da Mauro Tulli, direttore del Dipartimento di Filologia, Letteratura e Linguistica dell'Università di Pisa, nella sede di Palazzo Matteucci, mentre all'inaugurazione era presente anche Marina Lenza, dirigente scolastica in servizio presso l'Ufficio II della Direzione Generale degli Italiani all'Estero e delle Politiche Migratorie del Maeci. Ad essa è seguita una visita guidata al Complesso Monumentale di Piazza dei Miracoli, a cura dell'Opera della Primaziale Pisana.

Giovedì 11 febbraio è stato tenuto un incontro con l'assessore alla Cultura e alle Attività Produttive del Comune di Pisa, Andrea Ferrante.

Mirko Tavoni, presidente del Consorzio, sottolinea la valenza della scelta di Icon adottata da un ente “che svolge una fondamentale funzione di rappresentanza della società, della lingua e della cultura dell'Italia di oggi verso la società tedesca”. dip

 

 

 

 

Voto comunale a Francoforte il 6 marzo. Appello agli italiani (15 mila) perchè vadano a votare

 

Cari connazionali, sicuramente vi sarete accorti che siamo alle soglie di una votazione, anche per il repentino apparire di manifesti elettorali, più o meno grandi. Il Consiglio Comunale di Francoforte si rinnova il 6 marzo.

Forse alcuni di voi avranno anche già ricevuto quella grande busta con la documentazione e il facsimile della scheda elettorale, così grande che viene comunemente chiamata il lenzuolo.

Permettetemi di cominciare con la frase che avrei potuto usare in chiusura di questa mia.

La partecipazione al voto non è solamente un diritto ma anche un dovere.

Noi italiani siamo più di 15.000 aventi il diritto al voto, purtroppo la maggior parte di noi non si è mai resa conto dell’importanza della partecipazione al voto e infatti la nostra partecipazione si limita a circa il 5 %.

Poiché questo particolare l’hanno notato anche I partiti tedeschi, il risultato è che per la comunità italiana non è mai stato fatto molto anzi … La prima volta che abbiamo potuto godere del diritto di voto (attivo e passivo) ogni partito ha cercato di avere almeno un(a) rappresentante italiano(a) sulle proprie liste e anche in una posizione sicura. Il risultato è stato che avevamo tre consiglieri comunali nei tre grandi partiti (CDU, SPD e Die Grünen). E un connazionale in una lista civica.

Ora la situazione è completamente cambiata perchè, a parte la connazionale eletta nei Die Grünen che dopo due periodi legislativi per motivi privati non ha più candidato, gli altri due della CDU e SPD sono stati scaricati subito alla fine del primo periodo legislativo. Da allora l’unico rimasto è il nostro connazionale nella sua lista civica.

Se fossimo consapevoli della nostra forza numerica potremmo ottenere molto di più come altre comunità che sono molto più consapevoli di noi e sanno sfruttare questa forza numerica.

Siamo qui in Germania in numero consistente da più di 60 anni e alcuni di noi hanno lottato per avere il diritto di voto, la massima espressione di democrazia, che ci è stata concessa in piccola parte, e dobbiamo purtroppo constatare che solamente un piccolissima percentuale ne fa uso.

Si sente dire che l’italiano è ormai integrato, io contesto questa constatazione di comodo. L’italiano non si è integrato si è solo reso invisibile.

Mi ripeto: la partecipazione al voto non è solamente un diritto ma anche un dovere.

Mi appello con forza a tutti voi, mostriamo alla società che ci ospita che non ci siamo imboscati ma siamo vivi, vegeti e consapevoli della nostra forza come comunità, partecipate al voto!

Problemi ne abbiamo ancora tanti, p. es. Integrazione scolastica dei nostri figli, i nostri anziani, della generazione dei Gastarbeiter e il grande problema attuale: l’enorme numero di nuovi arrivi di giovani italiani che cercano di trovare una sistemazione dignitosa. Kommunalwahl am 6. März. Anche il tuo voto è importantissimo. Franco Succi, de.it.press

 

 

 

 

 

Incontri letterari italo-tedeschi all’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo

 

Amburgo - Il primo incontro letterario italo-tedesco del trimestre 2016 ha avuto luogo il 9 febbraio alle ore 19 presso l’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo e verteva sul libro di Piersandro Pallavicini dal titolo “Romanzo per signora”.

Il caffè letterario ha luogo una volta al mese presso l’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo ed è un incontro italo-tedesco in cui si discute di letteratura, ci si scambiano impressioni, idee ed esperienze personali su uno o più libri su un argomento di volta in volta scelto - in italiano e in tedesco.

Questa volta si è parlato del “Romanzo per signora” (edizione tedesca “Ausfahrt Nizza” del Folio Verlag) di Piersandro Pallavicini, un romanzo tragicomico che narra di cinque signori anziani partiti per una vacanza a Nizza che provano a risuscitare nel presente le loro felicità del passato. Il 19.2.2016 Piersandro Pallavicini presenterà invece in Istituto il suo romanzo “Una commedia italiana”.

La manifestazione è stata organizzata in collaborazione con le case editrici Folio Verlag e Feltrinelli. Entrata libera. Si prenota telefonando allo 040 / 39 99 91 30 o scrivendo una mail a events@iic-hamburg. dip

 

 

 

 

 

Il PD di Berlino: incoerenza a 5 stelle sulle unioni civili

 

Berlino. “Apprendo da un post facebook di Luigi di Maio, vice presidente della Camera dei Deputati e dal tweet di Beppe Grillo, che il M5S non voterà il DDL Cirinnà come annunciato in modo compatto, ma lascerà libertà di coscienza, nel segreto dell’urna anche i cinque stelle stanno comodi, quando vogliono. Niente contro la “libertà di coscienza” stupisce semmai che a farvi ricorso sia il M5S quando fino al 31.01.2016 aveva dichiarato compattamente e pubblicamente che avrebbe votato il DDL Cirinnà purché non fosse stravolto il testo e soprattutto il passaggio sulla Stepchild Adoption”. Così Federico Quadrelli, Segretario PD Berlino e Brandeburgo, che critica l’“incoerenza” del Movimento, ricordando pure che “c’era stata anche una votazione online nel 2014 che aveva visto passare il sì per il DDL della Sen. Monica Cirinnà. Eppure sono stati capaci di dire che all’epoca la questione della Stepchild Adoption non c’era: falso!”.

A sostegno di questa tesi, Quadrelli cita “una fonte non ostile al M5S” e cioè “il Fatto Quotidiano”: “Se fosse per i rapporti con il Pd”, ha detto in un’intervista al Corriere della Sera il vicepresidente M5s della Camera Luigi Di Maio, “che sono pessimi, il ddl non passerebbe mai, ma noi lo voteremo perché si tratta di una legge giusta. Noi con il Pd non abbiamo fatto nessun accordo, non ci siamo seduti a nessun tavolo. Come è successo per esempio per gli ecoreati, votiamo ciò che riteniamo corretto”. Fondamentale che la legge però non venga toccata: “A noi sembra una buona legge”, ha aggiunto il grillino Alfonso Bonafede, “e così com’è stato fatto con gli ecoreati, anche sulle unioni civili noi voteremo, se la legge rimane quella che per ora è in esame, a favore. Non permetterei mai che un problema politico con il Pd mi impedisse di firmare qualcosa che è giusto firmare. Non abbiamo bisogno di contropartite”.

Quindi, ironizza Quadrelli, “se dovessi pensare a un hashtag oggi è #incoerenza5stelle. Il problema è che il M5S è il vero partito della nazione, che mette insieme tutto e il suo contrario, e che, sulla pelle di cittadine e cittadini, ora strizza l’occhio alla destra in vista delle elezioni amministrative. Spero che le elettrici e gli elettori che confidavano in questo voto compatto, LGBTQI o no, che hanno sostenuto il M5S reagiscano e facciano sentire forte la loro voce”. (aise 8

 

 

 

 

Incidente ferroviario in Baviera, scontro frontale tra treni

 

Almeno 9 morti e 150 feriti - Alcuni vagoni sono usciti in un tratto a binario unico, e in curva, a Bad Aibling. Il bilancio delle vittime non è ancora definitivo, molti feriti sono in gravi condizioni  - di Sara Gandolfi

 

Scontro alle 6.40 di mattina fra due treni in Baviera. Il bilancio ancora provvisorio è di nove morti, tra cui i due macchinisti, e 150 feriti, quaranta in modo grave e una quindicina in condizioni critiche. L’incidente è avvenuto all’altezza di Bad Aibling, sulla linea tra Rosenheim e Holzkirchen, una sessantina di chilometri a sud-est di Monaco, in un tratto a binario unico (guarda la cartina).

Alcuni vagoni dei due treni — entrambi della compagnia privata la Meridian, gestita dalle Ferrovie dell’Alta Baviera — sono usciti dai binari e, secondo alcuni testimoni, sono finiti in un depuratore.

Almeno otto elicotteri e perfino qualche imbarcazione si sono messi subito al lavoro per trasportare in ospedale i feriti più gravi, mentre gli altri sono stati curati sul posto, sull’altra riva del fiume Mangfall. «Sul luogo della collisione vi sono solo rottami. Dobbiamo arrampicarci all’interno per tirare fuori le persone», ha raccontato uno degli oltre 500 soccorritori accorsi sul posto all’emittente bavarese Br, aggiungendo che almeno 10-15 metri della testa dei due treni sono stati completamente distrutti. Un appello è stato lanciato a donare più sangue possibile.

Velocità molto alta

«I treni andavano ad una velocità molto alta», ha detto il ministro dei Trasporti tedesco Alexander Dobrindt, che si è subito recato sul teatro del disastro. «Il luogo dello scontro era situato su una curva — ha spiegato — e i macchinisti dei due treni, che viaggiavano sullo stesso binario, non hanno avuto un contatto visivo fra loro». Le indagini diranno se si sia trattato di un errore umano o di un guasto tecnico. Il ministro ha aggiunto che al momento è ancora presto per poter trarre delle conclusioni sulla dinamica: «Due delle tre scatole nere presenti a bordo dei convogli sono state trovate dagli inquirenti e messe al sicuro per le indagini». Dobrindt ha ricordato che sulla tratta dove è avvenuto l’incidente è in funzione, così come in tutta la Germania, «un sistema automatico che garantisce una sicurezza veramente elevata», frutto di copiosi investimenti per rendere sicure le linee ferroviarie dopo un altra tragedia, avvenuta il 29 gennaio 2011 in Sassonia, quando si scontrarono un treno passeggeri e un convoglio merci, causando 10 morti.

«Questo è il peggior incidente avvenuto nella regione da diversi anni, abbiamo mobilitato il maggior numero possibile di medici e mezzi di soccorso» ha detto il portavoce della polizia Stefan Sonntag. La linea è normalmente frequentata da pendolari e anche da molti studenti, ma fortunatamente ieri i treni non erano particolarmente affollati perché le scuole e anche molti uffici sono chiusi per un periodo di ferie invernali. CdS 9

 

 

 

 

A Monaco di Baviera focus su sicurezza globale e lotta al terrorismo

 

Alla Conferenza partecipano il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni e il ministro  della Difesa Roberta Pinotti

 

ROMA- Dal terrorismo all'emergenza rifugiati, dal futuro della Nato alle principali crisi regionali. Questi alcuni dei temi principali sul tavolo della Conferenza sulla sicurezza che si è aperta venerdì a Monaco di Baviera.

L'agenda della due giorni, ha visto per l'Italia la partecipazione del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni e il ministro  della Difesa Roberta Pinotti. Tenute anche sessioni dedicate ad aspetti specifici del contrasto a Daesh e al possibile impatto delle iniziative internazionali intraprese in materia di tutela dei diritti fondamentali, libertà di Internet, equilibri regionali.

Il ministro Gentiloni è intervenuto alla 'Panel Discussion on Refugees', che ha affrontato temi quali l'identificazione dei principali ostacoli - e gli strumenti per la loro rimozione - a una risposta più collegiale dell'Ue alla crisi migratoria; le opzioni per trasformare la crisi in un'opportunità per la politica di accoglienza dei rifugiati; le ricette per contrastare i sentimenti populisti e ostili verso i migranti nei Paesi Ue; la possibilità per l'UE di gestire simultaneamente le crisi migratorie, finanziarie, politiche; le eventuali ripercussioni sul progetto europeo di un accantonamento degli Accordi di Schengen; le formule per un rafforzamento delle operazioni europee di protezione congiunta delle frontiere.

La conferenza di Monaco fu fondata nel 1963, nel pieno della guerra fredda, dall' editore Ewald-Heinrich von Kleist, che partecipò al fallito attento a Hitler nel luglio 1944. All'epoca si chiamava Wehrkunde e mirava a uno scambio fra esperti di sicurezza Usa e Europa occidentale e a rafforzare le relazioni transatlantiche.

Intanto questa sera a Monaco il ministro partecipa alla quarta riunione ministeriale dell'International Syria Support Group che riunisce, oltre all'Italia, Germania, Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti, Turchia, Egitto, Iran, Iraq, Giordania, Libano, Oman, Qatar, Russia Arabia Saudita, Cina, UE, Lega Araba, Onu. I precedenti incontri in questo formato si sono tenuti a Vienna il 30 ottobre e 14 novembre 2015 e la terza riunione il 18 dicembre a New York. Il Ministro Gentiloni ha preso parte a tutte le riunioni del Gruppo. L'incontro di Monaco è avvenuto in una fase delicata della crisi siriana, dopo la sospensione il 3 febbraio dei colloqui intra-siriani di Ginevra e il deteriorarsi della situazione sul terreno. dip

 

 

 

I temi delle recenti trasmissioni di Radio Coloniaa

 

11.02.2016. La mafia al cinema

Come raccontare la mafia al cinema o in tv? E perché "Il padrino" ha creato una sorta di mito intorno alla mafia? Ce lo spiega Nando dalla Chiesa da Berlino.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/nino-dallachiesa-100.html  

Costiera contaminata

Sversamento di liquami nel mare di Amalfi e dintorni. Sequestrati due impianti di depurazione. Sotto inchiesta 16 persone. Legambiente denuncia: l'Italia in ritardo sulla depurazione.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/meer-verschmutzung-100.html

Ermal Meta

In albanese il suo nome significa “vento di montagna”, Ermal Meta è uno dei nuovi talenti più in vista di Sanremo 2016.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/quelli_sul_palco/ermal-meta-100.html

 

10.02.2016

La cupola alla sbarra - Il 10 febbraio 1986 la prima udienza del dibattimento che avrebbe portato alle condanne definitive per la cupola mafiosa.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/maxiprozess-mafia-100.html

Eccellenza nel Mezzogiorno. La MerMec di Monopoli è leader mondiale nella costruzione di sistemi di controllo per monitorare le condizioni di una linea ferroviaria o metropolitana ad altissima velocità.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/suditalien-mermec-100.html

Pensionati in fuga. In Bulgaria vivono ufficialmente oltre 1200 italiani, poco più della metà sono pensionati. Il numero è in aumento costante. Due testimonianze ci raccontano i motivi

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/italmondo/migranten-bulgarien-100.html

Da Brema in Togo. L'ingegnere Domenico Della Ratta ci racconta il suo viaggio in Africa e della sua iniziativa per i bambini di Togoville.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/a_tu_per_tu/brema-togo-100.html

 

09.02.2016

Azienda recuperata

Sempre più diffuso in Italia il fenomeno dei workers buyout: si definisce così il salvataggio di un'impresa da parte dei dipendenti che ci hanno lavorato.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/workers-buyout-italien-100.html

Gli "Invincibili di Bonimba". Adalberto Scemma, il nostro esperto di calcio, ha scritto un libro sulla sua squadra dell'oratorio in cui giocava un certo Roberto Boninsegna.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/zapping/starfussballer-roberto-boninsegna-100.html

Per Elisa. 35 anni fa una canzone fuori dagli schemi convenzionali vinceva il Festival di Sanremo e apriva ad Alice le porte del successo.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/terramia/festival-di-sanremo-alice-102.html

 

08.02.2016

Attesa e rassegnazione. Immersi nel fango, con tende strappate dal vento. I profughi di Dunkerque vivono così, al limite della sopravvivenza, in un campo improvvisato.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/dunkerque-hilfe-100.html

Missione quasi impossibile . Visita ufficiale della cancelliera Merkel ad Ankara. L'obiettivo è ridurre l'afflusso dei migranti provenienti dalla rotta turca, ma sono molti ancora i nodi da sciogliere.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/merkel-ankara-100.html

 

05.02.2016. Omicidio politico? Versioni contraddittorie sulle cause di morte di Giulio Regeni al Cairo. La magistratura parla di segni di tortura, la polizia egiziana opta per l'incidente stradale.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/aegyptische-polizei-giulio-regenis-tod-100.html

Il dolore di Molenbeek. Militari alle fermate della metro. Poche persone per strada. Così si presenta oggi il quartiere di Bruxelles dove sono stati pianificati gli attentati di Parigi. Molenbeek, però, sta provando a rialzare la testa.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/il_tema/italiener-molenbeek-problemviertel-bruessel-100.html

Suburra. Roma in mano a politici corrotti, imprenditori senza scrupoli, clan criminali e boss vicini all'estrema destra. Giancarlo De Cataldo ci racconta il romanzo che ha anticipato Mafia Capitale.

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/pagine_scelte/de-cataldo-schwarzes-herz-von-rom-100.html

Appuntamenti. Eventi, incontri, spettacoli. Calendario lunedì http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/appuntamenti/kalendermontag100.html

Calendario venerdì http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/appuntamenti/kalenderfreitag100.html

 

 

 

 

Pompei a Monaco di Baviera il 19 febbraio

 

Pompei a Monaco? Si! Il 19.2.2016 si terrà a Monaco un evento nel quale il Soprintendente di Pompei (M. Osanna), il direttore dell'ICCROM (St. De Caro), il Console Generale di Monaco (R. Cianferani) e altri importanti ospiti discuteranno il ruolo di Pompei e di altri progetti di restauro nell'area del Golfo per la conservazione di beni culturali in Europa e per i possibili modi di collaborazione tra Italia e Germania nell'intento di creare sinergie. Uno degli obiettivi che ci poniamo con questo evento e' proprio parlare direttamente all'opinione pubblica e, quindi, agli organi di stampa.

La manifestazione “Pompei – difesa e conservazione del patrimonio culturale mondiale” si terrà presso il Vorhölzer Forum della TU di Monaco di Baviera, Arcisstr. 21, il 19.02.2016, alle ore 14:00

Preservare il passato è un investimento nel futuro. Questo si percepisce e misura già nell’entusiasmo che si respira in luoghi storici come Pompei ed Ercolano. Sebbene i numeri dei visitatori dei siti archeologici e delle mostre dedicate ad essi aumentino continuamente, Pompei ed Ercolano sono stati a lungo considerati patrimonio culturale complicati da tutelare. Tuttavia proprio in questi tempi difficili, lontano dai clamori e dalla consapevolezza dell’opinione pubblica tedesca, nel Golfo di Napoli sono in corso iniziative che si basano ed esaltano l’immenso potenziale del patrimonio culturale locale

per lo sviluppo delle scienze e della tecnica.

Questo cambio di rotta si deve ad una serie di progetti di restauro, nazionali ed

internazionali, che si svolgono sotto l’egida della Soprintendenza Pompei. Attraverso questi progetti non si lavora solo alla conservazione duratura e sostenibile dei beni culturali, ma si cerca anche di usare il potenziale dei siti per contribuire allo sviluppo delle scienze del restauro. Pompei ed Ercolano sono dunque luoghi di incontro e scambio transdisciplinare tra antichisti e restauratori, ma anche per studiosi di alter discipline che contribuiscono sempre di più allo sviluppo di tecniche per la conservazionesostenibile, ad esempio con i nuovi metodi di raccolta e conservazione digitale dei dati o con lo sviluppo sostenibile di tettoie protettive, di cui si ha necessità in tutto il mondo.

Il Pompeii Sustainable Preservation Project, l’Instituto di Cultura Italiano a Monaco di Baviera, l’associazione Forum Italia e l’associazione culturale Phoenix Pompeji dedicano a questo tema un pomeriggio di presentazioni volte a discutere il ruolo esemplare di Pompei per il restauro dei siti antichi e di altri progetti, in corso a Pompei ed Ercolano, che negli ultimi anni hanno rappresentato il volto positivo e fattivo della conservazione del patrimonio culturale.

L’evento persegue il fine di trasmettere ad un ampio pubblico informazioni sulle

iniziative in corso a Pompei ed Ercolano. La conservazione delle meraviglie dell’antichità è un segno tangibile contro la barbara distruzione dei siti della cultura in corso in altri luoghi del pianeta. Iic

 

 

 

 

 

L’Italia alla Berlinale con “Fuocoammare” di Rosi

 

Berlino - Un solo film italiano in concorso per l'Orso d'oro: è "Fuocoammare" di Gianfranco Rosi che rappresenterà l’Italia alla 66ma edizione del Festival di Berlino.

Ad inaugurare inaugurare giovedì 11febbraio la Berlinale il nuovo film dei fratelli Joel e Ethan Coen "Ave, Cesare!", con un cast stellare in cui figurano George Clooney, Josh Brolin, Alden Ehrenreich, Ralph Fiennes, Jonah Hill, Scarlett Johansson, Frances McDormand, Tilda Swinton e Channing Tatum.

Il film, che in Italia uscirà il 16 febbraio, è ambientato durante l'età d'oro di Hollywood negli anni '50 e racconta una sola giornata nella vita di un "fixer", cioè un addetto a risolvere problemi, che cerca di scoprire cosa è accaduto al divo Baird Whitlock scomparso nel bel mezzo delle riprese di un "peplum", che si intitola appunto "Hail Caesar".

Quanto a "Fuocoammare", dopo aver raccontato il mondo nei suoi precedenti lavori (l'india in Boatman, gli Stati Uniti in Below Sea Level, il Messico in El Sicario Room 164) e dopo aver guardato Roma dalla prospettiva inusuale del Grande Raccordo Anulare in Sacro Gra (premiato nel 2013 con il Leone d'Oro alla Mostra del Cinema di Venezia), Gianfranco Rosi si è trasferito per un anno intero a Lampedusa per raccontare dall'interno la tragedia dei migranti e per capire cosa significhi abitare in una terra di confine, in equilibrio tra l'Europa e l'Africa, tra l'innato senso di accoglienza e il rispetto di obblighi e normative europee.

Rosi racconta Lampedusa attraverso la storia di Samuele, un dodicenne che va a scuola, ama sparare con la sua fionda e andare a caccia. Preferisce giocare sulla terraferma anche se tutto, attorno a lui, parla di mare e di quelle migliaia di donne, uomini e bambini che quel mare, negli ultimi vent'anni, hanno cercato di attraversarlo - spesso invano - alla ricerca di una vita nuova, migliore. Alla ricerca della libertà.

L'invito a partecipare alla Berlinale è arrivato mentre Rosi stava ancora girando a Lampedusa, dove è stato trasferito il montaggio per garantire il continuo scambio tra realtà e narrazione documentaristica

Al gala di inaugurazione del Festival hanno preso parte parte il ministro della Cultura e dei Media Monika Grütters, il sindaco di Berlino Michael Müller, la giuria guidata da Meryl Streep di cui fa parte anche Alba Rohrwacher, il direttore del Festival Dieter Kosslick. L'evento è visibile sul sito www.berlinale.de.

 

Anche quest'anno è l’Agenzia Ice che promuove la partecipazione italiana allo European Film Market di Berlino realizzando, in collaborazione con ANICA e Luce-Cinecittà, il padiglione che fa da punto di riferimento per tutte le aziende italiane partecipanti (circa 280), le associazioni di categoria, le Film Commission di tutta Italia e i vari rappresentanti istituzionali.

Fulcro business della Berlinale lo European Film Market apre ogni mese di febbraio la stagione industry del cinema europeo ed internazionale ospitando più di 8000 produttori, buyer, distributori, venditori e finanziatori da 95 Paesi.

Un programma ricchissimo di eventi fino al 19 febbraio offrirà tantissime opportunità di confronto e di business: dal Berlinale Co-Production Market dedicato alla coproduzione internazionale e la sezione Meet the Docs pensata per sviluppare il networking tra compratori, venditori e produttori di film documentari, fino alle nuove iniziative istituite nell'edizione 2015 come i Drama Series Days dedicati al mercato in forte crescita delle serie tv, e l'EFM Startups, una nuova piattaforma per favorire l'incontro con aziende startup in grado di condividere know-how tecnico per lo sviluppo di nuove strategie di produzione e distribuzione. (aise/dip) 

 

 

 

 

Francoforte. Ricordando Ettore Scola. Un omaggio ad un grande maestro del cinema italiano

 

Ideato e promosso dal Consolato Generale d’Italia in Francoforte, in collaborazione con la  J.W. Goethe Universität  (Facoltà di Romanistica),  associazione Italiani in Deutschland e.V. ed Enit Francoforte: martedì 16 febbraio 2016, ore 18.45, presso Sala eventi Enit, Barckhausstr.10, Francoforte (U 6/7 fermata metro: Westend). Introduzione e discussione con Anna Ventinelli (lettrice). Entrata: donazione libera a copertura delle spese di organizzazione dell’evento. E-mail di conferma (solo 60 posti a sedere) a francoforte.culturale@esteri.it

Una giornata particolare,  un film diretto da Ettore Scola (1977)

Versione originale con sottotitoli in italiano. Dramma psicologico di finissima fattura e grande presa emotiva Una giornata particolare (1977) è l’indiscutibile capolavoro del cinema italiano degli anni settanta. Opera sceneggiata e diretta da Ettore Scola narra la vita di due persone: Antonietta, casalinga ingenua ed ignorante e madre di sei figli viziati, è sposata con un impiegato statale, fervente fascista; Gabriele è un ex radiocronista dell' EIAR disoccupato.

I due si conoscono nella giornata del 6 maggio 1938, data della storica visita di Adolf Hitler a ROMA. Antonietta, costretta a casa, mentre quasi l'intero caseggiato affluisce alla parata in onore del Führer. si accorge della presenza di un suo dirimpettaio a cui chiede aiuto per la cattura dell'uccello domestico scappato dalla finestra. Gabriele, che fino ad un attimo prima stava meditando il suicidio corre in aiuto della donna ed improvvisamente sollevato inizia a scherzare.

Nonostante la portiera del palazzo le sconsigli di frequentare il vicino, che lei definisce "un bisbetico, un cattivo soggetto", rimarcando il fatto che come se non bastasse l'uomo è sospettato di essere antifascista, Antonietta è rapita dal suo fascino discreto, lo invita a casa per offrirgli un caffè , gli mostra il proprio album dove conserva le fotografie del Duce e tenta di conquistarlo sul terrazzo, volendo cogliere un'occasione per fuggire dall'esistenza grama e succube, retaggio della cultura fascista che relegava le donne a un ruolo subalterno di casalinghe fedeli e prolifiche. Gabriele però le deve confessare la sua omossessualità, causa principale del suo licenziamento dalla radio di Stato.

L’uno proietta l'infelicità dell'altro, arrivando a consumare un rapporto d'amore, uniti dalla solitudine delle loro anime. Per Gabriele è anche il giorno in cui viene condotto al confino in Sardegna sempre per il suo orientamento sessuale. iic

 

 

 

 

All’IIC: Colonia capitale della filosofia e del Carnevale

 

Mercoledì 17 febbraio 2016, ore 19.00, all’Istituto Italiano di Cultura

Conferenza della Dott.ssa Maria Lucrezia Leone, Forum Accademico Italiano

In lingua italiana.

A partire dalla fine del XII secolo nascono in Europa le Università con la conseguente „professionalizzazione” del lavoro intellettuale: in molte città europee, come Parigi, Napoli o Oxford, sorgono queste nuove istituzioni, mentre la Germania resta estranea a tale fenomeno culturale fino a quando i Frati Domenicani decidono di fondare uno Studium generale di filosofia e teologia nella città di Colonia, dove già esiste un convento appartenente ai frati predicatori.

L’organizzazione di questo Studium, che costituisce il primo nucleo dell’Università di Colonia, è affidata a un maestro tedesco, che si è formato a Padova e insegna teologia a Parigi: Alberto Magno, che si farà accompagnare dal suo assistente, Tommaso d’Aquino. Insieme sperimenteranno un modo originale di fare filosofia attraverso una sintesi culturale tra il pensiero cristiano, il pensiero antico e quello scritto in lingua araba.

Da questo momento in poi, a partire da Colonia, la Germania diviene uno dei centri scientifici di spicco dell’Europa medievale, soprattutto per quel che riguarda l’insegnamento della filosofia e della teologia, ospitando e formando intellettuali di altissimo profilo. Ingresso gratuito.

 

Sabato/Domenica, 20 - 21 febbraio 2016, ore 20.00. Luogo: Filmclub 813, DIE BRÜCKE, Hahnenstraße 6, Köln. Prima che diventasse Principe il Carnevale era Re - d'Europa

Nel 2007 il Museo antropologico degli Usi e Costumi della gente trentina ha dato vita a un progetto di studio etnografico sulle origini e significati di diversi riti invernali associati a manifestazioni carnevalesche, nelle quali si articola il passaggio dall‘inverno alla primavera, celebrati in numerose comunità contadine europee. Il progetto di studio, denominato Carnevale Re d‘Europa, ha coinvolto per tre anni i musei etnografici di Croazia, Bulgaria, Francia, Macedonia, Polonia, Romania, Slovenia e Spagna. Dalla penisola iberica ai Balcani, dai Pirenei alle Alpi, dalla penisola italiana alla Germania, queste feste in maschera presentano gli stessi segnali e simboli, tracce ancora vive d’indelebili riti arcaici.

La rassegna "Carnevale Re d‘Europa" presenta una serie di documentari girati dal regista Michele Trentini (Rovereto, 1974), che da anni utilizza per le sue ricerche la videocamera con metodi che derivano direttamente dalla cosiddetta antropologia visuale. I film di Michele Trentini hanno ricevuto numerosi premi.

In due serate presso il Filmclub 813, il regista introdurrà i suoi film e ne discuterà con il pubblico, illustrando, per la prima volta a Colonia, questo affascinante, importante e sconosciuto aspetto del Carnevale.

Programma e biglietti: http://filmclub-813.de. In collaborazione con il Filmclub 813.

 

Giovedì 18 febbraio 2016, ore 19.00, in Istituto, Umberto Bonfiglioli.

Conferenza di Emanuela Fiori, Direttore del Museo Nazionale di Ravenna sulla cultura artistica della Bologna della prima metà del Novecento di cui fa parte anche il pittore Umberto Bonfiglioli, e presentazione del volume di Sonia Lolli dedicato all’artista bolognese.

 

Umberto Bonfiglioli (1892 – 1974) fu pittore, caricaturista, illustratore, attore e cantante. Nato in un ambiente borghese, si diploma nel 1915 all’Istituto di Belle Arti, dove è compagno di Giorgio Morandi e allievo di Domenico Ferri e Augusto Majani. Oltre che alla pittura, si dedica alla caricatura evidenziando un tratto essenziale a cui si aggiungono ironia e arguzia.

Dagli anni Venti ai Trenta, Bonfiglioli gode di notevole popolarità e si dedica „all’arte pura”, in particolare a bellissimi ritratti femminili. Nel 1930 partecipa con Saetti, Fioresi e Pizzirani alla XVIII Biennale di Venezia. Contemporaneamente sviluppa le altre sue passioni giovanili: il teatro, la recitazione e il canto.

Il carattere eclettico dell’artista, amante della vita mondana, lo rende popolare: è, tra l’altro, uno dei pochi ritrattisti del Re Vittorio Emanuele III, la cui effige è oggi conservata al Museo di Arte Moderna di Bologna. Amico di grandi personalità del teatro del suo tempo, quali Ruggero Ruggeri, Alfredo Testoni, Ermete Zacconi e Maria Melato, come attore fu senz’altro uno dei massimi del teatro dialettale bolognese, nell’ambito della famosa Compagnia di Gandolfi, e fu il massimo interprete del Cardinale Lambertini, che Testoni aveva scritto per lui in dialetto bolognese.

Segue il film: Il Cardinale Lambertini. Regia: Giorgio Pàstina, I 1954, 101‘, versione orig., con: Gino Cervi, Virna Lisi, Carlo Romano.

Il film traspone sullo schermo uno dei pezzi teatrali più noti al tempo, interpretato da attori come Ermete Zacconi e, tradotto in vernacolo bolognese da Testoni, da Umberto Bonfiglioli. Ingressi gratuito. Iic/dip

 

 

 

 

Eccellenze del Lazio al Biofach di Norimberga

 

Norimberga - Il meglio della produzione agroalimentare biologica del Lazio al Biofach di Norimberga, la più importante fiera mondiale del biologico (10-13 febbraio), alla quale la Regione Lazio ha partecipato in collaborazione con Arsial.

Una vetrina importante per tanti prodotti e eccellenze del Lazio. Vino, birra artigianale, olio, frutta, pasta, gelati, creme, pizza e caffè sono i prodotti di eccellenza presenti nello spazio espositivo del Lazio di circa 130 mq. 14 le aziende laziali presenti.

Il Lazio – si fa presente dall’ufficio stampa - è la regione italiana tra le maggiori produttrici di agricoltura biologica, un settore che ricopre un posto di rilievo nella nuova Programmazione dello Sviluppo Rurale del Lazio, grazie a uno stanziamento di oltre 100 milioni di euro di contributo a favore del settore fino al 2020. Valorizzare l’agricoltura biologica significa tutelare la qualità dei prodotti agricoli, garantire la sicurezza alimentare, salvaguardare le biodiversità, conservare le tecniche produttive sostenibili e la bellezza del paesaggio rurale.

Secondo i più recenti dati del Sinab, il Sistema d’Informazione Nazionale dell’Agricoltura Biologica, anche i consumi e l’attenzione dei mercati, soprattutto esteri, verso i prodotti biologici del Lazio sono in costante crescita. Per questo la presenza delle imprese laziali a Norimberga ha rappresentato – si sottolinea dalla Regione -  una grande occasione per promuovere le produzioni regionali e migliorare la penetrazione delle aziende agricole nei mercati. (Inform/dip)

 

 

 

 

Premio Comites “L’italiano dell’anno”: il 2 marzo 2016 la consegna a Mauro Mondello e Sestilia Bressan

 

Berlino- Il prossimo 2 marzo 2016 il Comites di Berlino assegnerà il premio “Litaliano dell’anno” al giornalista freelance Mauro Mondello e alla volontaria Sestilia Bressan.

Alla serata di premiazione, che si terrà nelle sale dell’Istituto Italiano di Cultura di Berlino, parteciperanno oltre al direttore dello stesso IIC, l’Ambasciatore d’Italia in Germania, che consegnerà il premio, accompagnato dalla Presidente del Comites Simonetta Donà ed un vasto pubblico di interessati.

Dalla sua prima edizione nel 2006, il Premio attribuisce un riconoscimento ad un connazionale e ad una connazionale che, a qualsiasi titolo, abbiano contribuito in modo significativo alla promozione e alla valorizzazione della cultura e dell'identità italiana nel territorio della Circoscrizione del Comites di Berlino.

Quest’anno il Comitato ha voluto premiare due facce dell’impegno sociale. Da una parte, è stato scelto un giovane giornalista che, per la sua attività nei luoghi di crisi, contribuisce a focalizzare l’attenzione dell’opinione pubblica sulla situazione dei migranti e delle popolazioni costrette in contesti di guerra e conflitto. Dall’altra parte, si è voluto premiare l’impegno costante e disinteressato di Sestilia Bressan a favore dei malati terminali e delle persone bisognose, presso gli ospedali e la Missione Italiana di Berlino.

Chi è Mauro Mondello

Mauro Mondello (Messina, 1982) è un reporter freelance, corrispondente di guerra e documentarista.

Collabora, fra gli altri, con La Repubblica, Avvenire, Radio Rai, Panorama, Rivista Studio, Vita, East, Zeit Magazine, L'Espresso. Dal 2007 ad oggi ha concentrato il suo lavoro fra Sudamerica, Mondo Arabo, Balcani e Caucaso, impegnandosi principalmente su migrazione e contesti di conflitto. “Lampedusa in Berlin” (2015) è il suo ultimo progetto documentario.

Chi è Sestilia Bressan

Sestilia Bressan (Civitanova Marche Alta, 1945), è una volontaria della Missione Cattolica Italiana a Berlino, impegnata nelle opere misericordiose. Trasferitasi nella capitale tedesca nel 1967, ha lavorato nella ditta Langenscheidt Buchbinderei per 35 anni ed è attualmente in pensione. Oltre ad offrire le proprie cure ai malati terminali, agli anziani e alle persone bisognose negli ospedali di Berlino, Sestilia Bressan aiutava connazionali in difficoltà nell'assistenza dei propri familiari ricoverati per il trapianto di organi. (aise/dip) 

 

 

 

 

Colonia un “Lunedì delle rose” blindato e in versione ridotta

 

La tradizionale sfilata carnevalesca si è svolta anche se senza cavalli e carrozze, né figure di grandi dimensioni e bandiere. In altre città si è rinunciato ai carri allegorici - ALESSANDRO ALVIANI

 

Colonia  - «Che bella giornata! Il buon Dio viene da Colonia», scherza Thomas, che a Colonia c’è nato, 75 anni fa, e ora se ne fa in giro per le strade del centro con un costume da poliziotto d’epoca, mentre un sole pallido spunta da dietro una fitta coltre di nubi. Nonostante le previsioni della vigilia, che parlavano di raffiche di vento forza 8-9 e violenti acquazzoni, la sfilata del Rosenmontag (Lunedì delle rose), l’appuntamento principale del Carnevale di Colonia, si è svolto, mentre altre città, come Düsseldorf o Magonza, hanno deciso di rinunciare ai carri per ragioni di sicurezza.  

 

È stato tuttavia un Rosenmontag in versione ridotta, quello di Colonia, che tradizionalmente attira fino a un milione di persone: niente cavalli né carrozze, niente figure di grandi dimensioni, niente bandiere – e strade meno affollate del solito. Colpa, affermano diversi habitué, del temuto maltempo più che del timore del ripetersi dei fatti di Capodanno, quando centinaia di ragazze furono vittime di furti e aggressioni sessuali sulla piazza accanto al Duomo.  

 

Come già avvenuto giovedì scorso per il «Carnevale delle donne», la presenza della polizia è stata notevolmente rafforzata. «Si guardi intorno, soltanto in questa curva ci sono dieci poliziotti: noi ci sentiamo sicure», dice Claudia, 32 anni, arrivata a Colonia da Heidelberg insieme a un gruppo di amiche. «Chiaro, bisogna stare attente, ma io non mi sento più insicura di prima di Capodanno», aggiunge Christina, 26 anni, di Colonia, mentre dai carri piovono barrette di cioccolata, merendine e intere scatole di cioccolatini, oltre a rose e tulipani. «Non abbiamo paura, non ci facciamo rovinare il Carnevale», spiega sulla piazza del Duomo Rita, che è nata il giorno del Lunedì delle rose di 53 anni fa. «Mia madre – ricorda - venne prima alla sfilata di Rosenmontag, poi andò in ospedale a partorire». 

 

Non manca comunque chi, dopo le aggressioni di Capodanno, ha comprato dello spray al pepe e ora lo porta con sé, come un gruppo di ragazze ventunenni arrivate dalla Baviera. E Andrea, giunta in mattinata da Amburgo con un treno speciale, ammette di aver preferito indossare un paio di jeans e una gonna lunga al posto del costume di Robin Hood che aveva già pronto, per andare sul sicuro.  

Secondo un portavoce della polizia, per il momento non sono state registrate denunce per reati sessuali. Il bilancio definitivo arriverà nella giornata di martedì.  LS 9

 

 

 

 

Disinteresse

 

L’Emigrazione italiana non ha mai fatto gran notizia. Finiti i trasferimenti in “terre assai lontane”, sui Connazionali all’estero è scesa una sorta d’oblio. Molte promesse elettorali non mantenute e carenti prese di posizione dei parlamentari eletti nella Circoscrizione Estero.

 

Insomma, per questa fitta umanità è stato realizzato poco. Negarlo sarebbe inopportuno. Eppure, gli italiani altrove sono più di quattro milioni. La maggioranza vive nel Vecchio Continente. Come cambierà la loro rappresentatività politica dopo il varo della nuova legge elettorale è ancora tutto da decidere. Di fatto, poi, i loro problemi, in generale, non sono stati ridimensionati.

 

Gli italiani oltre confine sono sottovalutati e, raramente, considerati per il loro effettivo ruolo. Cambiare, ora, si può. Noi siamo per il principio del diritto di voto politico correlato alla cittadinanza perché il meccanismo della Circoscrizione Elettorale Estero potrebbe non essere più applicabile col tramonto del “bicameralismo perfetto”. Quindi, siamo per valorizzare un loro moderno ruolo nella formazione della “maggioranza” e dell’”opposizione” parlamentare in Patria.

 

 Non è fantapolitica la nostra, ma la sintesi dei segnali che ci hanno fornito proprio gli italiani nel mondo. Nel dibattito del rinnovato Parlamentare potrebbero evidenziarsi nuovi ruoli. Pertanto, perfino un movimento politico dall’estero. Il diritto di voto ha da contare di più anche per questa nostra umanità con idee e progetti che potrebbero trovare riscontro nella vita della Repubblica. Senza vincoli predeterminati d’alleanza e d’apparentamento.

 

 Di conseguenza, il primo passo è dare concretezza all’inserimento dei candidati residenti all’estero nelle Circoscrizioni Elettorali Nazionali. Magari con la concretizzazione di un movimento d’opinione capace di ridare fiducia a coloro che l’hanno smarrita.

 

Il disinteresse ha da lasciare il posto a una politica che abbia la stessa valenza dentro e fuori i confini nazionali. Non ci sono, a nostro avviso, altre scelte capaci di rimuovere la stasi di un sistema sempre più prossimo al cambiamento.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

L’arte della guerra. Bandiera Usa sull’Europa

 

Partecipando (come ormai d’obbligo) all’incontro dei ministri della difesa Ue il 5 febbraio ad Amsterdam, il segretario della Nato Jens Stoltenberg ha lodato «il piano degli Stati uniti di accrescere sostanzialmente la loro presenza militare in Europa, quadruplicando i finanziamenti a tale scopo». Gli Usa possono così «mantenere più truppe nella parte orientale dell’Alleanza, preposizionarvi armamenti pesanti, effettuarvi più esercitazioni e costruirvi più infrastrutture». In tal modo, secondo Stoltenberg, «si rafforza la cooperazione Ue-Nato».

 

Ben altro lo scopo. Subito dopo la fine della guerra fredda, nel 1992, Washington sottolineava la «fondamentale importanza di preservare la Nato quale canale della influenza e partecipazione statunitensi negli affari europei, impedendo la creazione di dispositivi unicamente europei che minerebbero la struttura di comando dell'Alleanza», ossia il comando Usa.

 

Missione compiuta: 22 dei 28 paesi della Ue, con oltre il 90% della popolazione dell’Unione, fanno oggi parte della Nato sempre sotto comando Usa, riconosciuta dalla Ue quale «fondamento della difesa collettiva». Facendo leva sui governi dell’Est, legati più agli Usa che alla Ue, Washington ha riaperto il fronte orientale con una nuova guerra fredda, spezzando i crescenti legami economici Russia-Ue pericolosi per gli interessi statunitensi. In tutta l’Europa orientale sventola, sul pennone più alto, la bandiera a stelle e strisce assieme a quella della Nato.

 

In Polonia, la nuova premier Beata Szydlo ha ammainato dalla sue conferenze stampa la bandiera della Ue, spesso bruciata nelle piazze da «patrioti» che sostengono il governo nel rifiuto di ospitare i rifugiati (frutto delle guerre Usa/Nato), definiti «invasori non-bianchi». In attesa del Summit Nato, che si terrà a Varsavia in luglio, la Polonia crea una brigata congiunta di 4mila uomini con Lituania e Ucraina (di fatto già nella Nato), addestrata dagli Usa.

 

In Estonia il governo annuncia «un’area Schengen militare», che permette alle forze Usa/Nato di entrare liberamente nel paese.

 

Sul fronte meridionale, collegato a quello orientale, gli Stati uniti stanno per lanciare dall’Europa una nuova guerra in Libia per occupare, con la motivazione di liberarle dall’Isis, le zone costiere economicamente e strategicamente più importanti.

 

Una mossa per riguadagnare terreno, dopo che in Siria l’intervento russo a sostegno delle forze governative ha bloccato il piano Usa/Nato di demolire questo Stato usando, come in Libia nel 2011, gruppi islamici armati e addestrati dalla Cia, finanziati dall’Arabia Saudita, sostenuti dalla Turchia e altri.

 

L’operazione in Libia «a guida italiana» – che, avverte il Pentagono, richiede «boots on the ground», ossia forze terrestri – è stata concordata dagli Stati uniti non con l’Unione europea, inesistente su questo piano come soggetto unitario, ma singolarmente con le potenze europee dominanti, soprattutto Francia, Gran Bretagna e Germania. Potenze che, in concorrenza tra loro e con gli Usa, si uniscono quando entrano in gioco gli interessi fondamentali.

 

Emblematico quanto emerso dalle mail di Hillary Clinton, nel 2011 segretaria di Stato: Usa e Francia attaccarono la Libia anzitutto per bloccare «il piano di Gheddafi di usare le enormi riserve libiche di oro e argento per creare una moneta africana in alternativa al franco Cfa», valuta imposta dalla Francia a sue 14 ex colonie. Il piano libico (dimostravamo sul manifesto nell’aprile 2011) mirava oltre, a liberare l’Africa dal dominio del Fmi e della Banca mondiale. Perciò fu demolita la Libia, dove le stesse potenze si preparano ora a sbarcare per riportare «la pace». Manlio Dinucci, il manifesto 9

 

 

 

 

Gentiloni: ”L’Italia non si accontenterà di una verità di comodo l’Egitto aiuti i nostri agenti

 

ROMA - L'Italia pretende la verità e non accetterà versioni di comodo sulla morte di Giulio Regeni. Per Paolo Gentiloni, ministro degli Esteri, non ci sono ragioni di realpolitik che tengano; i responsabili del delitto devono essere puniti.

Ministro, si arriverà alla verità sull'omicidio?

«Noi abbiamo chiesto e ottenuto che al Cairo funzionari investigativi del Ros e della polizia possano partecipare alle indagini egiziane. Non ci accontenteremo di verità presunte, come già abbiamo detto in occasione dei due arresti inizialmente collegati alla morte di Giulio Regeni. Vogliamo che si individuino i reali responsabili, e che siano puniti m base alla legge».

Affiancare gli investigatori significa mettere sotto tutela quelli egiziani?

«Non credo che la questione vada messa in questi termini. Conosco la professionalità dei nostri investigatori, e se verrà loro consentito di lavorare, come in queste ore sembra possibile, potremo ottenere dei risultati. Ed è questo che il governo italiano pretende».

Il caso del giovane italiano non è l'unico, in Egitto le denunce di sparizioni e abusi sono frequentissime. Il presidente Al Sisi adotta una repressione estrema su ogni voce di dissenso, ma i governi occidentali sembrano restii a farlo notare. Che ne pensa?

«L'Egitto è un nostro partner strategico e ha un ruolo fondamentale per la stabilizzazione della regione. Questo non ci ha mai impedito di promuovere la nostra visione del pluralismo e dei diritti umani. Qui però ci troviamo di fronte a un problema diverso, cioè il dovere dell'Italia di difendere i suoi cittadini e pretendere che, quando essi sono vittima di crimini, i colpevoli vengano assicurati alla giustizia. Questo dovere vale tanto più nei rapporti con un Paese alleato come l'Egitto».

L'Egitto sarà un alleato prezioso anche di fronte al problema Libia. Ma a che punto è la preparazione dell'intervento?

«In Libia si sta lavorando, e credo che il lavoro andrà avanti tutta la settimana, per facilitare il tentativo del premier designato Al Serraj di presentare una lista di ministri e ottenere la fiducia di una maggioranza nella Camera dei rappresentanti. Questo tentativo incontra la difficoltà di mettere assieme gli interessi locali e delle milizie, molto frammentati, e di trovare un accordo sul ministro della Difesa. L'Italia insiste sulla necessità di scommettere sulla nascita di un nuovo governo, e lo faremo anche negli incontri con le parti libiche che stiamo organizzando con il segretario di Stato Usa John Kerry e con altri ministri degli Esteri a Monaco».

In questo modo però i tempi si allungano. Non c'è il rischio che in Libia la presenza di Daesh, il sedicente Stato Islamico, diventi sempre più pericolosa?

«Siamo consapevoli che Daesh si sta consolidando a Sirte e da quella roccaforte può tentare incursioni contro le installazioni petrolifere dell'Est. Ma oggi dev'essere chiaro a tutti che si punta sulla nascita del nuovo governo. Se quest'impresa va in porto, anche il contrasto al terrorismo potrà essere molto più efficace e non affidato solo a sporadiche azioni di forza. Non sottovalutiamo la pericolosità di Daesh, ma rinunciare alla stabilizzazione della Libia per limitarsi ad azioni militari non richieste dal nuovo governo sarebbe un grave errore. Un governo unitario libico è indispensabile anche per collaborare nella gestione dei flussi migratori e per promuovere lo sviluppo del Paese».

Se si arriverà all'intervento, quale sarà il ruolo del nostro Paese?

«L'Italia ha sempre detto e conferma che è pronta a coordinare l'azione degli altri Paesi, sulla base delle richieste che vi verranno rivolte dalla Libia».

Le Forze armate italiane stanno per inviare nuove truppe in Iraq, nei prossimi giorni diventeremo il secondo contingente dopo quello americano. Come mai questo impegno, mentre il ricordo della strage di Nassiriya è ancora così vivo?

«Il nostro impegno va in quattro direzioni fondamentali. La prima: armare e addestrare i peshmerga, ne abbiamo già addestrato 2.500. Poi c'è la formazione della polizia irachena da parte dei nostri carabinieri. Siamo la nazione leader in questo, e stiamo attenti ad addestrare un numero importante di sunniti e uno significativo di donne. Nei prossimi mesi si aggiungeranno la difesa delle maestranze alla diga di Mosul e il nostro contributo alle operazione di salvataggio dei feriti nei combattimenti».

Ma qual è il significato di una presenza cosi massiccia?

«Noi abbiamo investito molto nella sicurezza dell'Iraq, ma il nostro impegno non è solo né principalmente legato al passato. Un grande Paese come l'Italia non può che essere decisivo nella lotta contro Daesh. In questi mesi abbiamo sentito parlare di una ipotetica riluttanza dell'Italia. La verità è che l'Italia non è riluttante, ma sceglie le modalità di una presenza che nelle scorse settimane il segretario di Stato John Kerry ha definito "tremendous", grandiosa».

Giampaolo Cadalanu LR 8

 

 

 

 

Paradossi italiani. Le accuse di troppo all’Europa

 

Ha avuto una buona idea Matteo Renzi a proporre le primarie per eleggere il prossimo presidente della Commissione Ue destinato a sostituire Jean-Claude Juncker. Pur se in genere le primarie si fanno quando a votare è lo stesso corpo elettorale che poi andrà alle urne a scegliere chi dovrà guidare un governo, una regione o una città (e infatti in Italia nessuno le ha mai proposte per il presidente della Repubblica, che è eletto dal Parlamento), esse avrebbero comunque l’effetto di avvicinare i popoli europei alle istituzioni continentali. Ottima idea, ripetiamo. Ma lascia perplessi che Renzi abbia specificato nel presentarla che «non se ne può più di questa tecnocrazia». Parole alle quali si sono aggiunte invettive contro la «valenza dogmatica delle regole tecniche e dei parametri finanziari», il minaccioso «emergere di nuovi gruppi a Visegrad e dintorni» (Sandro Gozi). Il direttore dell’Unità, Erasmo D’Angelis, si è entusiasmato per il fatto che oggi a Berlino Yanis Varoufakis lancerà il movimento «Democracy in Europe» il quale darà forza ai concetti di cui sopra presentandosi «con una photo opportunity che andrà da Corbyn ad Assange, all’ex ministra francese Cécil Duflot a Brian Eno». Il merito di aver mosso le acque, ha scritto il responsabile del quotidiano Pd, va al nostro presidente del Consiglio che ha dato prova di non avere «alcuna timidezza né timori reverenziali» nei confronti dell’«impressionante deriva del governo europeo». Diversamente dai predecessori», ha proseguito l’autorevole giornalista, «Matteo Renzi non lecca più gli euroburocrati (proprio così: non lecca più gli euroburocrati!)» ma «li mette giustamente sotto stress», accendendo «i riflettori sui loro guasti», quelli «dell’austerity e della presunta sacralità del rigorismo», oltreché della «debolezza della Commissione Juncker in crisi verticale di credibilità». «L’Italia fa bene a non inchinarsi più» a questa «fiacca Europa», sono state le conclusioni del direttore del foglio fondato da Antonio Gramsci.

Parole riconducibili allo stato d’animo con il quale presumibilmente il nostro Paese si presenterà al Consiglio europeo del 18 febbraio che, come ha giustamente sottolineato Francesco Giavazzi su queste pagine, potrebbe essere uno dei più importanti nella storia recente dell’Unione. Anche per il fatto che si terrà mentre la Grecia di Tsipras ha ricominciato a denunciare problemi, il Portogallo di Antonio Costa ha presentato un progetto di bilancio «chiaramente in violazione del patto di Stabilità e di Crescita» (parole del vicepresidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis), la Ue tratta con la Gran Bretagna per concederle qualcosa che la convinca a rimanere nell’Unione. Il problema, come ha fatto osservare lo stesso Giavazzi, è che se quel negoziato andrà a buon fine, il giorno dopo polacchi, danesi, svedesi, ungheresi e chissà quanti altri, chiederanno un medesimo trattamento. Discorso valido anche per l’Italia quando chiede flessibilità e deroghe alle regole europee sui conti pubblici. Richieste legittime, per carità, talvolta ben motivate (come per l’impegno a regolare l’immigrazione), ma che è improprio avanzare puntando l’indice contro l’Europa dei banchieri e delle tecnostrutture irresponsabili. Improprio, perché la Ue è sì vittima di terribili contraddizioni ma la Spectre di tedeschi, tecnocrati e banchieri sempre più presente nel discorso pubblico italiano, è un mostro creato dalle nostre menti, le quali collegano arbitrariamente difetti pur presenti nelle istituzioni di Bruxelles elevandoli a sistema. Quell’Europa non esiste. Non esiste un’entità continentale alla quale possiamo rivolgerci come se fosse una controparte, a cui sia legittimo chiedere flessibilità, altra flessibilità e ancora flessibilità. L’Europa matrigna è frutto di una suggestione. L’Europa non è altrove. L’Europa siamo noi. Nient’altro che noi.

L’idea di un ceto di comando al cui cospetto ci si possa presentare avendo in tasca la lista del «millederoghe» non tiene conto del fatto che — come fa presente un altro vicepresidente della Commissione europea, Jyrki Katainen — le autorizzazioni a non rispettare l’obiettivo del pareggio strutturale di bilancio ove fossero accolte per uno, due o tre Paesi, dovrebbero poi essere accordate a tutti. Ovvio che un criterio di elasticità contempli casi particolari, occasioni in cui si possa (anzi: si debba) prevedere un’eccezione.

Ma un’eccezione deve essere, appunto, un’eccezione. Anche in considerazione del fatto che per ogni deroga destinata a darci sollievo, ne dovrebbero esser concesse (ad altri) molte di più che avrebbero l’effetto di ricadere addosso a noi, come un peso sui nostri conti. Con il risultato di ritrovarci a dover constatare che la somma dei benefici di cui abbiamo goduto per via delle suddette concessioni è nettamente inferiore a quella di ciò che ci costano i vantaggi altrui. Per un Paese, poi, che ha un debito pubblico come il nostro e che è cronicamente incapace di tagliare le spese, ogni autorizzazione a spendere ulteriormente dovrebbe essere vista come un incubo. Altro che innesco di uno sviluppo, qui si rischia di ricominciare, pur animati dalle migliori intenzioni, a tirar fuori soldi che dovranno essere rimborsati dalle prossime generazioni.

Guido Ceronetti ha scritto — in Tragico tascabile (Adelphi) — che l’Europa in cui ci troviamo a vivere («umbratilmente») è un «semicontinente vagante, senza frontiere e senza difese d’insieme, aperto alle invasioni dal Mediterraneo e dalle regioni orientali, che gode delle leggi più miti e più tolleranti del mondo». Così che, in assenza di guerre (in virtù di quella che per Ceronetti è stata una pace «troppo lunga»), è pressoché impossibile ricondurre i suoi abitanti al principio di realtà.

Vediamo dappertutto demoni, tecnostrutture, Paesi oppressori e non ci accorgiamo della deriva provocata dai nostri debiti, dalle nostre mollezze, dalle nostre astuzie, dai nostri rinvii. Curioso. Siamo al paradosso che in un prossimo futuro Ceronetti verrà annoverato come uno degli ultimi europeisti rimasti in Italia. Di quelli amanti della verità, quantomeno. Paolo Mieli Cds 8

 

 

 

 

 

Primarie 2016. I problemi di Hillary: bianchi arrabbiati, giovani e donne

 

Più si vota, più queste primarie di Usa 2016 diventano un rebus. Quello che pareva scontato, come la nomination della Clinton per i democratici, s’ingarbuglia. Quello che era un gomitolo intorcinato, come la corsa fra i repubblicani affollatissima, lo resta, senza che si trovi il bandolo della matassa: una mezza dozzina di nomi restano potenzialmente buoni.

 

Intendiamoci!, Iowa e New Hampshire rappresentano, insieme, meno d’un sessantesimo della popolazione statunitense e10 Grandi Elettori su 538: due gocce nel fiume delle elezioni. E, inoltre, il New Hampshire non è uno spaccato dell’America, come non lo era lo Iowa: sono solo pezzi d’America, diversissimi tra di loro.

 

Nel New England bianco e tendenzialmente progressista, esce dalle urne l’urlo di rabbia e delusione di quella classe media che si sente, a torto o a ragione, trascurata e persino tradita, dopo otto anni alla Casa Bianca del presidente nero Barack Obama.

 

Vincono così l’alfiere dell’anti-politica - Donald Trump fra i repubblicani - e il crociato contro establishment e Wall Street - Bernie Sanders fra i democratici. Perde soprattutto Hillary Clinton: la sconfitta era nell’aria, ma per l’ex first lady questa è una batosta, che nei numeri e nella conta dei delegati non compromette la nomination, ma che alimenta i dubbi sulla sua capacità di essere una calamita di consensi.

 

L’exploit di Kasich

Si rimescolano le carte, invece, fra i rivali del magnate dell’immobiliare: John Kasich, governatore dell’Ohio, sostenuto dal New York Times, emerge bene al secondo posto col 16% dei suffragi, ma un redivivo Jeb Bush, Ted Cruz, vincitore nello Iowa, e Marco Rubio, terzo nello Iowa e che puntava a essere secondo, ma finisce solo quinto, sono tutti in un fazzoletto tra il 12 e il 10%.

 

Per Cruz, il mezzo passo falso era scontato: ultra-conservatori ed evangelici contano poco, da queste parti. E prima o poi i suffragi ora distribuiti fra Kasich, Bush e Rubio confluiranno su uno dei tre, che raccoglierà pure le briciole degli altri - tranne quelle del guru nero Ben Carson, destinate a Trump o a Cruz.

 

I risultati del New Hampshire lasciano presagire che l’incertezza su quali saranno i due candidati dei maggiori partiti si protrarrà ancora per settimane, se non per mesi, fino alle convention di luglio: di qui alla fine del mese, tocca a giorni alterni a South Carolina e Nevada - democratici e repubblicani votano separatamente -; poi, martedì 1° marzo, ci sarà il Super-Martedì, con le scelte di 14 Stati.

 

E il quadro potrebbe ulteriormente complicarsi se dovesse scendere in lizza come indipendente Michael Bloomberg, tycoon dei media: due candidati ‘polarizzati’ come Trump e Sanders gli lascerebbero uno spazio al centro enorme.

 

Nonno Bernie batte zia Hilary

Nonostante la neve abbondante, la partecipazione al voto nel New Hampshire è stata notevole: molti seggi hanno dovuto protrarre l’apertura, vista l’affluenza. Gli elettori di entrambi i partiti hanno votato senza pensare all'eleggibilità del loro campione, ma contro i rispettivi apparati; e giovani e donne hanno di nuovo preferito ‘nonno Bernie’ a ‘zia Hillary’. Nel 2008, quando mancò la nomination, Hillary aveva perso nello Iowa, ma vinto nel New Hampshire.

 

Trump riparte con il suo slogan: “Renderemo l’America di nuovo grande”. Sanders, che più di tutti raccoglie fondi fra i piccoli elettori, attacca i poteri forti e rilancia la sua ‘rivoluzione’, promettendo ai suoi fan “Vinceremo in tutta l’Unione”.

 

La sconfitta di Hillary fa piacere ai repubblicani, che tifano Sanders - sconfiggerlo l’8 novembre sarebbe una passeggiata, con un candidato moderato -, e preoccupa i democratici, che non hanno un’alternativa credibile.

 

Un sondaggio poco affidabile dice, però, che Sanders oggi batterebbe Trump con 10 punti di margine e Cruz e Rubio con quattro, mentre Hillary batterebbe Trump di cinque punti, sarebbe pari con Cruz e addirittura perderebbe con Rubio di sette punti.

 

Rupert Murdoch continua a fare incursioni nella campagna e pare preoccupato che un suo collega ‘tycoon’ conquisti la Casa Bianca: è al curaro contro Trump, è acido con Bloomberg e ripropone John Kerry, che, però, è anche lui una minestra riscaldata (nel 2004, ebbe la nomination, ma perse contro George W. Bush, che aveva già fatto il disastro dell’Iraq, ma che fu confermato presidente da un’America ancora traumatizzata dall’11 Settembre).

 

Il fratello di quel Bush, Jeb, l’ex governatore della Florida, favorito all’inizio della corsa, tiene viva la sua campagna: molti suoi finanziatori non lo avrebbero più sostenuto se fosse andato a fondo pure nel New Hampshire. Sono in forte bilico le campagne del guru nero Ben Carson e di tutte le altre comparse repubblicane, mentre il governatore del New Jersey Chris Christie, l'unica donna Carly Fiorina e l'ex senatore della Pennsylvania Rick Santorum hanno già gettato la spugna.

 

Superman e vetero femministe

Il rebus maggiore è l’attrazione che Sander esercita su giovani e donne: all’apparenza fisica, non ha nulla di Superman, ma è un Clark Kent con gli occhiali, canuto e un po’ avvizzito - ha 75 anni e si vedono tutti -; eppure, dovrà volare in soccorso dei democratici, lui che si definisce socialista e che si presenta spesso da indipendente, se la candidatura di Hillary continuasse a zoppicare.

 

L’autunno dell’ex first lady era stato d’oro, questa è una fase che le gira tutto storto: l’inchiesta sui fondi alla Fondazione Clinton, i sussulti nello scandalo delle mail, i risultati e i sondaggi così così. Persino la discesa in campo al suo fianco del marito ex presidente rischia di rivelarsi un boomerang: vecchie fiamme di ‘Bill il donnaiolo’, come Paula Jones, non perdono occasione per farsi pubblicità rinvangando il passato.

 

A tenerla su, ci provano due icone del femminimo americano: sul NYT, Madeleine Albright e Gloria Steinem criticano le donne e le ragazze che non l’appoggiano, preferendole Sanders. La Albright, che è stata la prima donna segretario di Stato, con Bill Clinton alla Casa Bianca, insiste sull'importanza d’eleggere la prima donna presidente e ammonisce ''C'è un posto speciale all'inferno per le donne che non si aiutano l'una con l'altra''. La Steinem azzarda che le ragazze sostengono Sanders perché seguono i ragazzi. Come argomento femminista suona molto maschilista.

Giampiero Gramaglia, consigliere per la comunicazione dello IAI. AffInt 10

 

 

 

 

A colloquio con Marco del Panta, Ambasciatore d’Italia in Svizzera

 

Marco Del Panta nasce a Firenze l’8 dicembre 1961. Conseguita nel 1986 la laurea in Scienze Politiche presso l’Università di Firenze, nel 1988 entra nella carriera diplomatica.

 

Dopo aver trascorso un periodo a Roma, nel marzo del 1991 viene assegnato al Consolato di Vienna. Nel 1995 intraprende una nuova esperienza diplomatica a Il Cairo. Nel 2000 rientra al Ministero degli Affari Esteri, dove ricopre incarichi presso la Segreteria Generale e successivamente presso la Direzione Generale per la Promozione e Cooperazione Culturale. Nel settembre 2004 viene assegnato a Bruxelles alla Rappresentanza permanente presso l'Unione Europea. Dal 2007 al 2012 presta servizio presso l'Istituto Universitario Europeo di Firenze quale Segretario Generale. Nel 2012 viene nominato Vice Direttore Generale per gli Italiani all’estero e le Politiche Migratorie per le questioni migratorie ed i visti. Dal 14 gennaio 2016 è il nuovo Ambasciatore d’Italia in Svizzera e nel Liechtenstein.

 

Ambasciatore, innanzitutto benvenuto in Svizzera. Dalla metà di Gennaio Ambasciatore degli italiani in Svizzera, sicuramente è in una fase di insediamento e passaggio di consegne. Quali saranno le attività prioritarie alle quali dovrà dedicarsi?

 

La Svizzera e l’Italia sono due nazioni profondamente legate, geograficamente e storicamente. Nel tempo, c’è stato un interscambio commerciale, culturale ed umano fortissimo ed è proprio questa relazione che io voglio salvaguardare ed intensificare, poiché la ritengo vitale per l’uno e per l’altro Paese. I connazionali che vivono qui, stando agli ultimi dati AIRE, sono oltre 600 000, così tanti che pongono la comunità italiana in Svizzera al terzo posto per grandezza dopo quella argentina e tedesca. Nei prossimi anni le mie priorità riguarderanno anzitutto la sostanza delle relazioni bilaterali. Intendo potenziare i servizi consolari, per far sì che gli italiani che qui vivono possano trarre reale vantaggio dalla presenza dell’Ambasciata, della cancelleria consolare e dei quattro Consolati disseminati su tutto il territorio. Non dimentico certamente l’importantissimo ruolo svolto dai Parlamentari, dai Consiglieri CGIE e dai Comites, con i quali stiamo elaborando dei progetti in comune, ascoltandone i suggerimenti e valutando assieme le alternative di risoluzione alle diverse problematiche. Ovviamente, altro importantissimo focus sarà il commercio. Sarà mio compito cercare di espandere le relazioni economiche tra i due Paesi e per farlo mi avvarrò della collaborazione con l’ICE e con la Camera di Commercio. In Italia abbiamo tante eccellenze, farle conoscere sarà mio dovere e piacere, attirando così l’interesse degli investitori svizzeri. Mi preme anche citare la collaborazione sul piano della ricerca scientifica e tecnologica che intendo mettere in atto, assieme ad una grande attenzione verso le infrastrutture, i negoziati fiscali, la protezione dell’ambiente, il settore energetico. Infine, altro importante obiettivo sarà la diffusione e la promozione della lingua e della cultura italiana, che non deve essere solo ricchezza degli italofoni. Anzi, dobbiamo lavorare per far sì che diventi una reale opportunità di studio, a partire dalle scuole e dalle università svizzere. Tutto ciò potrà essere pienamente realizzabile solo se riusciremo a creare alle spalle una forte rete comunicazionale, che si avvalga dell’attenzione di tutti i possibili interlocutori e che rispetti le peculiarità e le necessità italiane ed anche svizzere. L’Italia, purtroppo, è vittima di molti pregiudizi e stereotipi e il mio lavoro sarà anche quello di proporre l’altra faccia della medaglia, quella giovane, dinamica, talentuosa.

 

L'Italia sta attraversando un periodo economico e sociale di profonda crisi, così come il resto della vicina Europa d'altronde. Le nostre aziende, le medie e piccole in particolare, che spesso vantano delle indiscusse eccellenze, per rimanere attive si stanno aprendo al mercato internazionale. L'ambasciata ha in programma nuove strategie per facilitare e sostenere lo sviluppo commerciale delle aziende italiane verso la Svizzera?

 

L’Ambasciata indirizzerà la sua attenzione all’espansione del commercio tra i due Paesi, perché nonostante ci dividano 740 km di confine prevalentemente montani, siamo imprescindibilmente uniti e sfruttare questo legame a pieno è essenziale. La nostra strategia punterà alla promozione delle realtà italiane qui in Svizzera, partendo da quelle hi-tech, ma senza dimenticare le più tradizionali e le piccole medie imprese che hanno cementificato questo rapporto nel passato. L’ICE e la Camera di Commercio saranno due alleati validi e rilevanti e per la buona riuscita dei progetti che abbiamo in mente ci muoveremo in accordo l’uno con l’altro. Compito di rilevante spessore sarà la maggiore integrazione fra i due Paesi, attraendo capitali elvetici in Italia e viceversa.

 

In una sua precedente intervista dichiara di voler promuovere la cultura italiana in Svizzera. Quali sono gli strumenti che intende utilizzare per tener desto l'interesse verso la nostra Italia?

Personalmente ritengo che occorra puntare molto sulla comunicazione. Nella nostra Italia ci sono sicuramente cose che non vanno, ma talora i media stranieri tendono ad amplificare solo le notizie negative, togliendo spazio all’Italia normale, che lavora, produce ricchezza e cultura. 

Chiederemo a tutti i nostri uffici di dare il massimo anche in questo senso: dare un’immagine equilibrata del nostro Paese, al di là degli stereotipi. Occorre far conoscere realtà poco conosciute, talvolta anche a noi stessi italiani, nei settori più avanzati. E poi il turismo: abbiamo perduto posizioni importanti nel mondo in questi anni, che dobbiamo assolutamente recuperare. Gli svizzeri amano e già oggi visitano il nostro Paese, così come gli italiani vengono massicciamente in Svizzera, ma può essere fatto di più. Stiamo modificando i metodi di lavoro di Ambasciata e Consolati per rispondere a queste sfide.

 

Il suo curriculum l'ha portata in paesi per certi versi molto differenti dalla Svizzera. Quali sono le sue prime impressioni circa gli italiani residenti in Svizzera? Quali le principali differenze che scorge rispetto ai Paesi in cui ha esercitato il suo mandato?

 

Sono davvero contento di essere in Svizzera. Mi piace pensare che con questa terra ho delle affinità elettive, che mi rendono particolarmente felice di svolgere il mio compito qui. Insomma, conosco bene ed amo il territorio montuoso e naturale che mi circonda, parlo fluentemente le tre lingue nazionali, ammiro il sistema istituzionale di questo Paese.  Ritengo che la Svizzera sia una Willensnation, in grado di essere un esempio eccelso di integrazione di diverse comunità e tradizioni, una piccola Europa in grado di guardare al futuro senza per questo rinnegare il passato. Qui la tecnologia e la tradizione convivono armoniosamente, in un clima rispettoso ed aperto. La Svizzera ospita una numerosissima comunità italiana, che come punti di riferimento ha l’ambasciata di Berna e la cancelleria consolare, e i Consolati di Zurigo, Basilea, Ginevra e Lugano. Tutti assieme cercheremo di soddisfare le esigenze dei connazionali, con spirito di servizio e in collegamento con i rappresentanti degli organi elettivi e delle associazioni.

 

La sua prima visita ufficiale l’ha riservata alla SAIG in occasione del 1° Convegno degli italiani in Svizzera e la ringraziamo. Quale è stato il primo impatto?

 

E’ stata un’esperienza interessante, perché mi ha permesso di venire concretamente a contatto con una realtà ben consolidata e conscia del territorio e con cui mi approccerò spesso. Spero di poter collaborare con queste Associazioni in modo tale da creare, nel tempo, un lavoro armonico che vada anzitutto beneficio del cittadino. Saper ascoltare i cittadini e farsi portavoce delle loro istanze è una pratica alla base di ogni buon funzionamento della pubblica amministrazione.

Rosalinda Fiumara e Carmelo Vaccaro (SAIG)

 

 

 

 

 

Primarie Usa. Fratello Bernie cita Dante

 

Sorelle e fratelli, in solidarietà, l’apertura e la chiusura delle lettere circolari di Bernie Sanders. Dice di rappresentare le classi medie, come dichiarato durante l’ultimo dibattito con Hillary Clinton, osservando che lei rappresenta la élite del potere di Washington. Reazione pronta di lei, che, visibilmente irrigidita, dichiara con fermezza di rappresentare le donne americane. Discutibile questa affermazione visto che è già stata otto anni alla Casa Bianca. Di sicuro Hillary Clinton rappresenta bene le mogli di presidenti e di altri uomini di potere, per il resto, secondo me, lei rappresenta la parte pragmatica, di governo, del partito democratico, esercitata in anni di cariche politiche ad alto livello, ma è priva di una dimensione onirica che riesca a suscitare sogni e speranze.

Hillary Clinton ha buone possibilità di vincere la battaglia finale per la presidenza, per la qualità discutibile e il grande numero di contendenti in casa repubblicana, che dimostrano la mancanza, fino ad ora, di un leader riconosciuto dal partito intero. Per ora deve vedersela con Bernie Sanders nel corso del cammino delle primarie che terminerà in giugno.

Bernie Sanders è portatore di una dimensione culturale e di contenuti sociali e politici che ricordano i sogni e le speranze dei giovani europei di tanti decenni fa, realizzati in parte dalle socialdemocrazie di alcuni stati del nord Europa. Uno dei punti chiave del suo programma di governo è la lotta allo strapotere di Wall Street, espressa in modo miracolosamente comprensibile anche a non specialisti della finanza, in una lettera circolare di cui riporto un solo punto, quello sull’usura.

“Avidità, frode, disonestà e arroganza, le parole che descrivono meglio Wall –Street oggi…dobbiamo disfare le banche e il loro gioco d’azzardo per cambiare l’industria della finanza e concentrarci su provvedimenti a favore delle classi medie…” Seguono otto punti, fra cui riporto quello sull’usura: “…Inaccettabile che milioni di americani paghino interessi sulle carte di credito del 20-30%. La Bibbia ha un termine per questa pratica. Si chiama usura. Ed anche nella Divina Commedia Dante riservò un posto speciale nel settimo girone dell’Inferno (Seventh circle of Hell) per i peccatori che caricavano tassi da usurai. Oggi non abbiamo bisogno del fuoco dell’inferno o dei forconi, non abbiamo bisogno di fiumi di sangue bollente, abbiamo bisogno di una legge sull’usura…

Ma fosse che fratello Bernie possa realizzare il sogno sessantottino della immaginazione al potere? L’America ci ha riservato la sorpresa della presidenza Obama, primo nero alla Casa Bianca, ed ora ecco un sognatore colto, raffinato, dai capelli bianchi e non più nel mezzo del cammin della sua vita, anzi in terza età. Consapevole che la cultura spaventa le masse di ignoranti che infine troveranno rifugio tra le braccia del rassicurante populismo di qualche miliardario, repubblicano o indipendente se si presenta Bloomberg, nell’attesa dell’improbabile, quasi miracoloso evento di fratello Bernie alla Casa Bianca, mi rileggo qualche canto di Dante. Emanuela Medoro, de.it.press 11

 

 

 

 

CCIE. Intervista a Marco Montecchi, rappresentante delle Camere di Commercio Italiane all’Estero dell’Area Europa

 

A Bruxelles, il laboratorio di idee delle Camere di Commercio Italiane all’Estero per la promozione del Made in Italy - A cura di Francesca Palombo (Camera di Commercio Belgo-Italiana)

 

BRUXELLES - Le Camere di Commercio Italiane all’Estero dell’Area Europa si riuniranno a Bruxelles il 22 e 23 febbraio. Saranno sessanta i delegati delle Camere, tra Presidenti e Segretari Generali, che parteciperanno alla riunione, durante la quale verranno impegnati in una fitta agenda di lavori interni e di incontri professionali e istituzionali. Ne parliamo con Marco Montecchi, Presidente della Camera di Commercio Italiana in Bulgaria e Rappresentante delle Camere di Commercio Italiane all’Estero dell’Area Europa.

Presidente Montecchi, per quale ragione avete scelto di riunirvi proprio a Bruxelles?

Alla luce dei più recenti sviluppi della politica italiana nell’internazionalizzazione delle piccole e medie imprese, riunirci a Bruxelles rappresenta sicuramente una scelta chiave per un riposizionamento strategico della nostra Area; a questo si aggiunga l’opportunità di presentare ad un pubblico internazionale la nostra rete, fatta da 30 Camere dinamiche e proattive, le quali lavorano da anni al servizio delle PMI e si adoperano costantemente per adattarsi ai differenti scenari economici europei e internazionali.

Ho scelto Bruxelles come sede di questa riunione anche per sensibilizzare il pubblico riguardo l’attività di europrogettazione in cui le Camere di Commercio Italiane all’Estero sono particolarmente impegnate. La nostra rete gestisce, infatti, progetti europei in differenti settori di attività: dalla promozione dell’agroalimentare, alla valorizzazione del turismo e alle applicazioni delle nuove tecnologie per il business. Inoltre, operiamo una ricerca costante di partenariati strategici a supporto delle PMI italiane.

Le riunioni delle Camere di Commercio sono molto importanti per rafforzare le relazioni Istituzionali reciproche e quelle con gli enti locali. Quali sono i punti principali sui quali vi confronterete?

Indubbiamente il confronto porta notevoli vantaggi a tutta la rete delle Camere di Commercio ed è proprio grazie a periodiche riunioni che nascono progetti vincenti a sostegno della promozione del Made in Italy in tutto il mondo. In questa occasione ci confronteremo sui rapporti e le collaborazioni che intercorrono tra le Camere dell’Area Europa e i partner istituzionali in Italia e all’estero, analizzeremo lo stato dell’arte delle progettualità che attualmente coinvolgono le Camere e ci consulteremo in merito ai risultati finora raggiunti, ma soprattutto avanzeremo proposte concrete per la valorizzazione delle Camere di Commercio dell’Area, la quale costituisce una rete capillare performante in Europa, unico presidio italiano su 23 mercati europei, in grado di favorire la crescita delle imprese e sostenere l’internazionalizzazione in maniera efficiente e professionale.

Martedì 23 febbraio organizzerete una conferenza al Parlamento europeo. Una vetrina o un laboratorio di idee?

Senza dubbio un laboratorio di idee! E aggiungo: lo spirito con cui ho intrapreso il ruolo di Rappresentante d’Area è esattamente quello di costruire insieme ai colleghi un nuovo modo di dialogare con Enti e Istituzioni, di evidenziare le capacità professionalizzanti delle Camere italiane all’Estero e di avviare una diversa politica di comunicazione, affiancata da una forte azione commerciale condivisa a beneficio delle PMI italiane. La conferenza organizzata in Parlamento sarà anche un’occasione per presentare i progetti che abbiamo avviato nel 2016 a favore della promozione dei prodotti italiani, tra cui il Marchio di Qualità “Ospitalità Italiana-Ristoranti Italiani nel Mondo”, il “Temporary Export Manager”, “Signa Maris” e tanti altri progetti europei nei settori dell’imprenditorialità, del turismo, dell’agroalimentare e della formazione.

Con la nuova Legge di Stabilità approvata lo scorso dicembre il processo di internazionalizzazione delle PMI italiane è cambiato: che ruolo svolgeranno le Camere di Commercio Italiane in questo contesto? Quali nuove prospettive si sono aperte?

Per rispondere a questa domanda è necessario innanzitutto fare una premessa: le Camere di Commercio Italiane all’Estero sono 79. Si tratta di Associazioni bilaterali di diritto privato locale riconosciute dal Governo Italiano, e pertanto pubblico-private, le quali fanno parte integrante di Assocamerestero, l’Associazione che le rappresenta in Italia. Esse rendono servizio ogni anno a oltre 70.000 aziende, realizzano oltre 300.000 contatti d’affari, organizzando, sul versante fieristico, un volume di 300 missioni a fiere nazionali e 200 a fiere internazionali. Sono finanziate dal Ministero dello Sviluppo economico su specifici progetti e per un ammontare di circa il 10% dei costi rendicontabili. Costiamo dunque molto poco allo Stato Italiano. La nuova Legge di Stabilità, indubbiamente, ci induce a ripensare i rapporti con il Sistema camerale italiano e a ripensare il nostro modo di amministrare le strutture estere. Siamo consapevoli di un’ulteriore riduzione del cofinanziamento alle nostre Camere all’Estero da parte dell’Italia, ma sappiamo anche riconoscere che si tratta per noi di una grande opportunità in quanto ci consente di mettere in evidenza l’esperienza acquisita e la grande forza di agire come “portale di accesso”, facilitatore verso i mercati europei per tutte quelle imprese che hanno la voglia e la potenzialità di crescere.( Francesca Palombo  europa@ccitabel.com /Inform 12)

 

 

 

 

Brutte figure

 

Di brutte figure ne abbiamo fatte parecchie. Così, con non poche polemiche e perplessità, è iniziato anche questo 2016. Certamente uno dei più complessi del Nuovo Millennio.

 Preso atto delle polemiche già in essere, non è possibile fare delle previsioni sulla durata dell’Esecutivo Renzi. Ogni “pronostico”, a questo punto, sarebbe azzardato. Almeno per noi che non viviamo nei pressi delle stanze del potere.

 Una panoramica su ciò che ci potrà capitare è, però, possibile. Il nuovo anno è iniziato con “attriti” al livello UE. Giusti, o sbagliati, ci sono stati e ancora ci sono. Senza una legge elettorale operativa, il “punto” non è agevole farlo.

 Anche se chi rema contro, non è nelle condizioni d’avere la meglio. Sono le riforme istituzionali che ancora mancano. Del resto, sentiamo la necessità di ritrovare uomini politici capaci da fare gli interessi del Paese; più che i propri.

 Tra l’altro, non esiste neppure più un “Grande Partito” da battere. Vediamo solo formazioni politiche che hanno bisogno dell’appoggio di altre per spuntare una maggioranza relativamente stabile.

 Senza dubbio, se si costituisse un partito dei disoccupati e cassintegrati conquisterebbe la maggioranza. Messa in soffitta le vera meritocrazia, ciascuno tenta di restare sulla cresta dell’onda. Non sempre, però, con gli effetti sperati.

Non ci sentiamo, quindi, di fare delle previsioni sul futuro Parlamento e sulla Legislatura che sarà in grado di partorire. Oggi, sono gli “indipendenti” che mancano sulla scena politica italiana.

 Uomini capaci d dare il meglio per il Paese e senza riserve. Invece, siamo arrivati alle brutte figure all’interno e a livello UE. L’indifferenza ha occupato il posto dell’incoerenza. Il fatalismo ha scalzato l’obiettività.

 Anche a questa fitta umanità consigliamo di guardarsi intorno e ponderare ciò che è da quello che sembra. Ci dobbiamo rendere conto che non ha senso continuare per una strada che non ha meta. Non ci rimane che ritrovare la via maestra che potrà essere quella segnalata da politici “giusti”.

Ogni altra considerazione ci impoverisce e le rinunce non sono mai state buone consigliere. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Assistenza ai “nuovi migranti”: il vice ministro agli Esteri Mario Giro risponde all’interpellanza di Alessio Tacconi (Pd)

 

ROMA - “Il viceministro agli Affari Esteri e alla Cooperazione Internazionale Mario Giro ha risposto oggi ad una mia interpellanza con la quale chiedevo al Governo se non intendesse potenziare le strutture di assistenza sociale per offrire un primo orientamento ai “nuovi migranti” che lasciano l’Italia in cerca di migliori prospettive di lavoro”.

Lo segnala il deputato della circoscrizione Estero-rip.Europa Alessio Tacconi (Pd)  che, nell’illustrare in Assemblea la sua interpellanza, ha ricordato come negli ultimi tempi, alla luce dell’intensificarsi del fenomeno migratorio (lo stesso Ministero degli Esteri ha certificato che al 31 dicembre 2015 gli italiani residenti all’estero erano 4.800.000, ben 174.000 in più rispetto a dicembre 2014) siano fiorite parecchie iniziative che vanno nella direzione da lui auspicata con l’interpellanza presentata ormai più di due anni orsono. Ha voluto in particolare ricordare quanto nel frattempo messo a punto dall’Ambasciata e dal Consolato Generale d’Italia a Londra che, con l’iniziativa opportunamente denominata “Primo approdo”, intende venire incontro ai tanti connazionali attratti dalla capitale del Regno Unito; come pure l’iniziativa dei Comites della Germania “Primi passi in Germania” promossa in collaborazione con i Consolati. “Si tratta di iniziative quanto mai opportune – ha sostenuto l’on. Tacconi – perché è necessario offrire a chi intraprende la difficile strada dell’emigrazione un’assistenza concreta che li aiuti ad affrontare le difficili sfide che il radicale cambiamento della loro condizione impone in termini di piena integrazione nella società di accoglimento. Ma è necessario – ha continuato – che queste iniziative diventino strutturali ed organiche e che tutte le rappresentanze diplomatico-consolari diventino un punto di riferimento per chi si sposta all’estero per motivi di lavoro. I nostri nuovi migranti, che a differenza del passato spesso non si muovono da soli, ma con l’intera famiglia al seguito non possono essere lasciati a se stessi o affidati semplicemente ai social media che “aiutano ma non uniscono, informano ma non avvicinano. Se è vero infatti che la nostra emigrazione è storia di successi e di formidabili realizzazioni in tutti i campi, non possiamo dimenticare tante storie segnate dalla fatica, dalla solitudine, dalla mancanza di casa. Una condizione esistenziale ben sintetizzata nell’amara considerazione di un nostro connazionale:  ‘italiani che non hanno la possibilità di vedere le mamme invecchiare’. Da parte sua il viceministro – ha proseguito  Tacconi -  ha voluto rassicurarmi che il Governo e le strutture della Farnesina hanno ben presenti i problemi che ho posto nella mia interpellanza  e che le iniziative che io stesso ho citato incontrano il pieno appoggio dell’Amministrazione che anzi ne sta incoraggiando l’allargamento anche in collaborazione con gli altri enti istituzionali, Comites, CGIE, Associazioni e Patronati, Enti camerali, Enti gestori dei corsi di lingua e cultura, ecc. Egli ha voluto inoltre ricordare i positivi contatti che molte rappresentanze, come per esempio la nostra Ambasciata a Berlino,  stanno stabilendo con le istituzioni locali specializzate nel veicolare offerta e domanda di lavoro. La difficoltà maggiore che si frappone all’auspicato potenziamento delle strutture consolari sta, a detta del viceministro, nella carenza di sufficienti risorse: in effetti il blocco del turn over ormai in atto da parecchi anni nella pubblica amministrazione ha determinato una diminuzione del personale di ruolo da inviare all’estero a cui si è supplito e si supplisce con  personale locale a contratto per i quali sono state introdotte nuove procedure di assunzione”.

“Ho ribadito al viceministro – ha detto il deputato Pd - l’impegno mio personale a seguire con attenzione i problemi che il fenomeno migratorio pone all’attenzione delle istituzioni, con l’auspicio che, insieme, anche alla luce delle esperienze pilota fin qui varate con successo, si possano trovare le soluzione migliori; non possiamo infatti non ritenerci sulla medesima lunghezza d’onda in questo impegno e perciò faccio mie le domande che egli stesso si pone: È più di quanto facevamo? Direi di sì. È abbastanza? Direi ancora no”, ha concluso l’on. Tacconi. (Inform 9)

 

 

 

 

Ismu: aggiornamenti immigrazione in Italia e in Europa   

 

Milano - Dopo le cifre record registrate nel 2015 in cui in Europa è giunto oltre un milione di migranti attraverso il Mediterraneo (il più alto numero rilevato negli anni), anche il 2016 è iniziato con nuovi consistenti sbarchi: con una media di oltre 2mila ingressi al giorno, 65.775 persone nel solo mese di gennaio hanno attraversato il Mediterraneo approdando in Grecia (60.502 migranti), dove continua il massiccio afflusso di siriani e afgani provenienti dalle zone in guerra del Medio Oriente, e in Italia (5.273), dove giungono, attraverso la rotta libica, migranti provenienti da paesi africani quali Eritrea, Nigeria e Somalia. Sono questi gli ultimi aggiornamenti sull’immigrazione che la Fondazione Ismu ha pubblicato sul sito www.ismu.org in base ai dati forniti dalle maggiori organizzazioni internazionali che si occupano di migrazioni e dalle Istituzioni europee.

Rispetto al 2014 gli ingressi in Italia, nel 2015, sono complessivamente diminuiti del 9,7%, evidenzia l’Istituto. Tuttavia nel mese di dicembre 2015 sono stati registrati 9.395 arrivi sulle nostre coste, oltre 2.600 migranti in più rispetto a dicembre 2014. Anche a gennaio di quest’anno, rispetto allo stesso mese del 2015, si registra un aumento degli sbarchi sulle coste italiane (+50%).

Su 1 milione e 15.078 migranti arrivati in Europa nel 2015, oltre 300mila sono minori. In particolare la percentuale di minori tra gli arrivi è più significativa in Grecia (35%) rispetto all’Italia (11%) dove giungono in prevalenza uomini adulti.  Tra i minori sbarcati in Italia è rilevante il numero di quelli che giungono da soli: sono oltre 12mila i minori non accompagnati arrivati nel 2015, provenienti soprattutto da Eritrea (oltre 3mila), Egitto (1.711), Gambia e Somalia (1.300 da ciascun paese).

 Nel 2015 hanno perso la vita nel Mediterraneo 3.771 persone  (nel 2014 i morti e i dispersi sono stati 3.500). Nel mese di gennaio 2016 hanno perso la vita in mare 366 migranti. La maggioranza di questi decessi è stata registrata tra le persone che tentavano di giungere in Grecia. Mp 12

 

 

 

 

L’Italia per prima

 

Non ci azzardiamo a fare delle previsioni sulla durata di questo Esecutivo che si barcamena tra le polemiche di un Parlamento con molteplici matrici. Di certo, non sarà il Governo Renzi a togliere le “castane dal fuoco” a un’economia che sembra essere, migliiorata solo sulla carta. Con la mancanza della fiducia sul fronte occupazionale, le intese politiche possono poco.

Anzi, potrebbero peggiorare l’assetto sociale del Paese. La stessa rappresentatività non rispecchia più le reali esigenze di un elettorato che non è messo nelle condizioni d’esercitare il più democratico dei diritti. La situazione è tanto controversa da farci anche supporre il fiorire di un Partito degli italiani all’estero. Indipendente dalle formazioni nazionali e autonomo nelle linee operative.

 Il difficile, come da sempre, è trovare gli uomini validi per rendere concreta questa possibilità. L’autonomia decisionale è quella che maggiormente andrebbe ad assillare il Potete Legislativo nazionale. La maggioranza che sostiene Renzi non è così monolitica e le preoccupazioni proprio non mancano.

 Il “collante” Renzi” comincia a non “tenere” più e fare delle previsioni sul biennio 2016/2017 resta assai difficile. Soprattutto per noi che siamo sempre propensi a favorire le analisi, più che le analisi.

 Con la “politica dei piccoli passi”, c’eravamo avventurati verso il crepaccio. Ora ci siamo messi in relativa sicurezza; ma non è agevole trovare “strade” migliori. Intanto, sollecitiamo le riforme istituzionali. Necessariamente entro il corrente anno.

Nella selva dei partiti nazionali, i cui apparentamenti e cobelligeranze hanno stufato anche i più speranzosi, c’è da rivedere la “forza” numerica effettiva. A nostro avviso, manca sempre un partito che consenta d’aspirare a programmi che, pur se noti, non sono stati attuati. Una politica indipendente resta la scelta migliore; anche se non è la più agevole.

Gli “isolamenti” ideologici hanno da terminare con una differenza, da subito, palese: ”Prima l’Italia, per il bene degli italiani”. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Esaminato il documento conclusivo dell’indagine conoscitiva sulla riforma dei Patronati italiani all’estero

 

Presidente Micheloni “Le ispezioni sui patronati all’estero dovrebbero restringersi all’organizzazione della sede, mentre il controllo delle attività andrebbe assicurato attraverso sistemi telematici che coinvolgano gli enti previdenziali

 

ROMA – Il Comitato per le Questioni degli Italiani all’Estero ha esaminato il documento conclusivo dell’indagine conoscitiva sulla riforma dei Patronati italiani che operano fuori dal territorio nazionale per le comunità italiane residenti all'estero. La seduta è stata aperta dal presidente del Comitato Claudio Micheloni che, dopo aver ribadito l’importante funzione svolta dalle associazioni di patronato a favore degli italiani all’estero, ha sottolineato come le criticità emerse nel corso dell’indagine, e illustrate nel documento, riguardino prevalentemente il funzionamento dei patronati e la gestione delle strutture. Micheloni, nel sollecitare ulteriori approfondimenti sulla questione, ha poi evidenziato come le ispezioni svolte dal ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali presso le associazioni all’estero abbiano luogo, anche per motivi legati alle ristrettezze di bilancio,  con una cadenza quinquennale nel medesimo paese. Un intervallo temporale che, nel caso un’ispezione riscontri irregolarità sostanziali (forte riduzione del punteggio attività e/o mancanza di requisiti organizzativi), non consente lo svolgimento nell’anno successivo di un’adeguata verifica. Micheloni si è poi soffermato sia sulla cosiddetta “doppia statisticazione”, riferendo della prassi utilizzata dagli enti nazionali di inviare pratiche alle sedi estere per metterle a punteggio anche senza alcuna attività istruttoria svolta da queste ultime,  sia sull’uso della password che consente di accedere alle banche dati degli enti previdenziali e che secondo le indicazioni del ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali dovrebbe essere data solo agli operatori di patronato. Una indicazione che alcuni enti di patronato non seguono consentono anche ai collaboratori volontari l’uso delle password con enormi rischi, secondo Micheloni, per la privacy degli assistiti. Un argomento, quest’ultimo, su cui, riferisce il presidente del Comitato,  sono intervenute ultimamente due sentenze (Tar Trieste e Tar Lazio), promosse da Inca e Ital  contro il ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, che hanno dato una interpretazione estensiva dell’utilizzo degli accessi, annullando quanto riportato dal medesimo ministero  all’interno del “Vademecum per lo svolgimento dell’attività di vigilanza sugli istituti di patronato e di assistenza sociale” nella parte in cui ribadiva che “ai suddetti collaboratori non può essere consentito l’accesso alle banche dati degli enti previdenziali, di esclusiva competenza degli operatori di patronato”.

Micheloni ha inoltre segnalato sia un aumento non giustificato delle sedi di patronato, in particolar modo in Germania tra il 2009 e il 2011 in aeree dove il numero dei connazionali era decrescente, sia in generale una carente attività di vigilanza da parte del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, spesso accompagnata da una sostanziale autocertificazione dell’attività da parte dei patronati. Messo in evidenza da Micheloni anche il tema della responsabilità degli enti nazionali nei confronti dei dipendenti delle associazioni all’estero che compiono atti illegittimi.

Micheloni, dopo aver ricordato che l’attuale lavoro di indagine appare incompiuto essendo mancate le risposte del ministero del Lavoro ai requisiti avanzati  dal Comitato nel maggio 2015, ha illustrato alcuni suggerimenti di modifica della normativa esistente che potrebbero contribuire a migliorare le criticità emerse. “In primo luogo – ha spiegato Micheloni – le ispezioni dell’attività dei patronati all’estero dovrebbero restringersi alla verifica dell’organizzazione della sede e il controllo delle attività dovrebbe essere assicurato attraverso sistemi telematici che prevedano il coinvolgimento degli enti previdenziali e l’incrocio dei dati. In secondo luogo – ha proseguito il presidente – andrebbe previsto l’obbligo per i patronati di avere un bilancio analitico che comprenda anche l’attività svolta all’estero. Il bilancio dovrebbe essere costituito dal conto economico, ove sono indicate le voci dei costi e dei ricavi ammessi, e dallo stato patrimoniale, economico e finanziario e consolidato per le associazioni all’estero che, operando secondo il diritto locale, sono soggette a obblighi di rendicontazione propri di ogni Stato di residenza e applicando, ai fini del bilancio consolidato, gli stessi principi contabili in base ai quali devono essere redatti i bilanci dell’ente originario domestico. Se i patronati all’estero – ha continuato Micheloni - saranno obbligati a predisporre i bilanci ai sensi della legge locale con principi diversi da quelli italiani, gli stessi dovranno essere obbligati ad effettuare le necessarie riclassificazioni. Inoltre, ai componenti degli organi amministrativi direzionali e di controllo dovrebbe applicarsi il regime di responsabilità per gli amministratori delle associazioni non riconosciute previsto dal codice civile. Infine – ha concluso Micheloni - sarebbe necessario ritornare al principio dell’unità della pratica, modificando le disposizioni del Regolamento n. 193 nella parte in cui viene riconosciuta la possibilità che ogni singolo intervento attuato in diverse sedi (di una pluralità di paesi esteri) consenta di ottenere il punteggio relativo alla prestazione”.

Dal canto suo il senatore Vito Rosario Petrocelli (M5S) si è soffermato sui punti della relazione riguardanti la distribuzione delle risorse tra sede centrale e associazioni all’estero, la concessione delle password ai collaboratori volontari, la mancanza di ispezioni regolari e coordinate,  le mancate risposte da parte del ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e l’assenza di una chiara responsabilità tra sede centrale e associazione all’estero. Petrocelli ha anche proposto l’individuazione di una struttura pubblica in grado di assistere i nostri emigrati nel loro primo anno d’insediamento nel paese d’immigrazione. Ha poi preso la parola la senatrice Maria Mussini (Misto) che ha rilevato come questa materia debba essere oggetto di interessamento da parte della Presidenza del Senato. Per la Mussini sarebbe inoltre  necessario un ulteriore approfondimento sul tema attraverso adeguati strumenti, tenendo conto del fatto che l’avvio di una Commissione d’inchiesta richiederebbe tempi non brevissimi. La Mussini ha inoltre evidenziato l’inopportunità di affidare ai patronati in modo generalizzato, anche nel caso di chiusura dei consolati,  competenze e servizi per gli italiani all’estero.

Dopo l’intervento di Carlo Pegorer (Pd) che ha auspicato una nuova audizione sulla materia del sottosegretario al Lavoro Bobba e delle associazioni di patronato, il senatore Francesco Aracri (FI-PdL) ha chiesto, per rispetto alle collettività italiane all’estero, una veloce conclusione dell’indagine conoscitiva. Mario Dalla Tor (AP) nell’esprimere stupore per la mancanza di attenzione da parte del ministero del Lavoro sul rilevamento di violazioni della normativa, ha chiesto il celere avvio di un controllo dei dati e delle attività dei patronati in via telematica. Dalla Tor si è  poi detto contrario alla costituzione di una Commissione di inchiesta, in quanto il lavoro svolto dal Comitato appare sufficiente all’avvio di una profonda riforma del settore.

Il presidente Micheloni, dopo aver respinto la proposta del senatore Pegorer di richiedere ulteriori audizioni al ministero del Lavoro, ha infine fissato  alle ore 12 di mercoledì 17 febbraio il termine ultimo per la presentazione di proposte di modifica allo schema del documento conclusivo in esame. (Inform 12)

 

 

 

 

 

Il fronte unico dei modernisti

 

Può dirci qualcosa il modo in cui si è svolta in queste settimane la discussione sulle unioni civili e sul problema connesso dell’adozione del figliastro (stepchild adoption)? - di Ernesto Galli della Loggia

 

Attraverso quali vie oggi possono nascere e diffondersi in un Paese come l’Italia sentimenti di estraneità ostili nei confronti delle élite, a cominciare magari da quelle culturali e giornalistiche? Di avversione verso il loro ruolo nello spazio pubblico, e quindi, inevitabilmente, di protesta verso la politica? Quei sentimenti, cioè, che poi finiscono per confluire indifferentemente da destra o da sinistra nel grande collettore che abbiamo convenuto di chiamare «populismo»? Per cercare una risposta può forse dirci qualcosa il modo in cui si è svolta in queste settimane la discussione sulle unioni civili e sul problema connesso (almeno fino ad oggi) dell’adozione del figliastro (stepchild adoption).

Essendo incerta l’effettiva percentuale dei favorevoli e contrari tra gli elettori, qualunque dibattito in merito avrebbe dovuto equamente rappresentare, come è ovvio, entrambe le posizioni. Posizioni le quali, prima che politiche sono posizioni culturali e morali riguardanti questioni di grande complessità, ambiti fondamentali della vita personale e collettiva. Ebbene, mi chiedo e chiedo: si può onestamente dire che il dibattito in merito sulla grande stampa e in televisione — le uniche sedi che contano — sia stato all’altezza di tale complessità?

Per almeno due ragioni a me sembra di no. Innanzi tutto per una soverchiante, ossessiva presenza — parlo della televisione e della radio ma non solo — di esponenti politici. In Italia, anche se si tratta del peccato originale o delle cure palliative, la Rai si ostina a credere che i più titolati a discuterne siano un parlamentare dei 5Stelle insieme a un senatore di Fratelli d’Italia. E le radio e tv commerciali non sanno fare di meglio. Ne è risultato — nel caso della discussione sulla legge Cirinnà ma così come sempre — un succedersi, in genere semiurlato o punteggiato di interruzioni, di frasi di un minuto, di affermazioni immotivate e ripetute senza tener conto delle eventuali obiezioni. Con la maggioranza dei cosiddetti conduttori non solo incuranti di tenere la discussione su un binario di reale approfondimento di alcunché, ma usi a intervenire di continuo con sorrisetti derisori, sguardi di compatimento e opportune interiezioni (campioni assoluti del genere Gruber e Formigli) per screditare l’opinione da loro non condivisa. Che nove volte su dieci era in questo caso l’opinione degli oppositori alla legge.

Ciò che peraltro rimanda a un dato generale — che rappresenta la seconda delle due ragioni di cui sopra. Vale a dire la iper rappresentazione che su tutti i media così come nell’intrattenimento, nel cinema, in qualunque produzione culturale, ha costantemente l’opinione per così dire laico-progressista, favorevole al cambiamento, a innovare, a cancellare tutto ciò che appare tradizionale, a cominciare — c’è bisogno di dirlo? — della dimensione religiosa. A cui naturalmente corrispondono la svalutazione sussiegosa, quando non il vero e proprio dileggio nei confronti di chi invece è fuori dal mainstream dell’ideologicamente corretto, dalla parte di un pensiero tradizionale, magari convenzionale o ispirato a un antico «buon senso» (molto diffuso ad esempio in merito all’immigrazione o alla sfera della «legge e l’ordine»). Per avere un’idea di un simile atteggiamento partigiano basta ascoltare certi programmi di Radio 24, la radio del Sole 24 Ore.

Che cosa deve pensare, mi chiedo, che sentimenti (e risentimenti) può provare, quella parte del Paese — non proprio minuscola, credo — nel vedersi non solo così continuamente esclusa dalle sue più autorevoli fonti di rappresentazione pubblica, ma palesemente considerata una sorta di sottospecie culturale da tenere di continuo sotto schiaffo? Crediamo davvero che basti il programma di una rete Fininvest che strizzi l’occhio alle passioni di questa Italia «reazionaria» per bilanciare, che so, il Festival di Sanremo, l’evento televisivo in assoluto più ascoltato dell’anno, trasformato disinvoltamente in una manifestazione in sostegno delle varie cause che vanno sotto la sigla dell’«arcobaleno» (a cominciare per l’appunto da quella delle unioni civili)? Che cosa sarebbe successo se il Festival di Sanremo fosse stato dedicato, mettiamo, a esaltare la causa delle «famiglie»?

Naturalmente non sono così sprovveduto da ignorare le tante ragioni per cui tutto ciò avviene. Le buone ragioni per cui in tutto il mondo occidentale i media e la cultura sono dominati da un punto di vista diciamo così «liberal». E cioè il fatto che gli uni e l’altra hanno la loro storica ragion d’essere nella libertà e nell’anticonformismo. Ma anche sapendo tutto ciò non riesco a non stupirmi dell’unilateralità smaccata travestita da devozione ai Lumi, dell’indifferenza per l’opinione dissenziente da parte del noto «giornalista democratico», del celebre «professore liberal». Ma soprattutto sono colpito dall’amore sempre e comunque per la novità, per il cambiamento, per il punto di vista che si presenta come più «moderno», più «avanzato», più «democratico», più «laico», che in Italia domina incontrastato la discussione pubblica. Anche la più colta, anche quando questa riguarda temi come l’istruzione, la scuola, la vita sessuale, la religione, la morte, i rapporti tra le culture. Ambiti rispetto ai quali, se non mi sbaglio, non è proprio così ovvio che cosa voglia dire «progresso», «democrazia» e quant’altro.

Insomma: gli italiani orientati culturalmente e spiritualmente — molto spesso in modo assai ingenuo, se si vuole — in senso lato conservatore, a favore di assetti tradizionali, legati al passato (ma attenzione! con colori politici per nulla uniformi), sono di sicuro un buon numero. Tuttavia nel dibattito pubblico del loro Paese un punto di vista culturale che li rappresenti è di fatto inesistente. Da quando è scomparsa ogni vestigia di Sinistra marxista con la fine del vecchio Partito comunista, e da quando la Chiesa cattolica ha rivolto la sua attenzione in prevalenza verso il «sociale», il campo è dominato per intero da una prospettiva uniformemente e spensieratamente innovatrice-modernista, univocamente assertrice delle verità di oggi. Ci sarebbe la Destra, naturalmente. Ma in Italia, si sa, la Destra ha solo carattere politico. Dal punto di vista ideale, culturale, antropologico, la Destra italiana non esiste o è in tutto e per tutto simile al resto: anzi, è perlopiù una sua brutta copia. Di fronte a un establishment così ideologicamente blindato, quale altra diversità autentica, quale altra protesta sono allora possibili, alla fine, se non quelle distruttive offerte dal populismo? CdS 12

 

 

 

 

Patria

 

La Patria, dal latino “Terra dei Padri”, è considerata, dai più, Paese Natale o, miglio, la Nazionale nella quale si vive. Con una Popolazione stimata superiore a sessanta milioni d’abitanti, con una costa estesa lungo l’intero Mare Mediterraneo, la nostra Patria è stata Regno d’Italia dal 1861 ed è Repubblica parlamentare dal 1945.

 Facendo i debiti conti, il nostro Pese, come entità storico/politica, ha 155 anni; di cui settantuno come Repubblica Parlamentare. Il Paese, già prima dell’inizio del nuovo millennio, è stato teatro d’eventi storici che, poi, hanno coinvolto l’intero Vecchio Continente.

 Così, se il concetto di Patria non è, in definitiva, cambiato, variato è lo spirito degli italiani che vivono nella Penisola. Il concetto d’italianità, non ostante i secoli, è ancora in progressiva evoluzione; anche se non sempre corrisponde allo spirito di chi ha la ventura d’essere nato e di vivere nel Bel Paese.

 Molte realtà socio/politiche hanno stentato a essere radicate e i concetti di nuova socialità sono ancora motivo di discussione non sempre condivisibile. Da noi, però, è vivo l’orgoglio di Popolo nato dalla fusione di più culture ei differenti tradizioni. Come, del resto, è capitato in tutti i grandi Pesi del mondo.

 I nostri problemi nazionali non sono nuovi. Li conosciamo bene tutti; ma ci sono difficoltà logistiche ancora da superare per dare all’Italia l’effettivo ruolo che le spetta in Ue e nel Mondo. Ciò che ci conforta, e non è poco, resta la nostra inossidabile democrazia che è stata capace di sopravvivere ai tentativi di modificarne gli aspetti salienti.

 La libertà di ciascuno, che è innegabile, non può, però, condizionare il suo concetto integrale. Per la Patria, in tutti i tempi, si sono sacrificate delle vite. Degli uomini sono morti pur di non rinnegare il loro credo di libertà in una Democrazia destinata a evolversi.

 Resta evidente, oltre ogni ragionevole dubbio, che la Patria è di tutti noi. Difenderne l’immagine significa, in ultima analisi, tutelare le nostre origini e celebrare i nostri sacrifici. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Lo stop di Renzi alla Chiesa e le spine con la Ue

 

L'ingerenza senza precedenti del cardinale Bagnasco il quale ha sollecitato il voto segreto sulle unioni civili ha consentito al governo italiano per la prima volta dopo anni, forse dopo 150 anni cioè dai tempi di Cavour, di dare una risposta chiara e senza reticenze alle pretese della Chiesa italiana. I religiosi possono naturalmente esprimere qualsiasi giudizio sulle leggi dello Stato e anche fare lobbying per cercare di affermare le proprie ragioni. Ma non possono per nessuna ragione entrare nel metodo del processo di formazione delle leggi. Quello spetta solo al Parlamento. Esattamente come ha detto il premier Renzi. In poche parole la Chiesa e lo Stato hanno confini precisi e invalicabili. Meno facile sarà per Renzi rispondere alle contestazioni che gli verranno poste a Bruxelles nel momento in cui si discuterà la manovra di bilancio italiana. Lo scoop di Renzi e Padoan è quello di ottenere maggiore flessibilità sui conti e di evitare la clausola di salvaguardia che se applicata significherebbe un aumento considerevole dell'Iva. Una sventura soprattutto in tempi di consumi stagnanti e di temuta deflazione. Le notizie che arrivano dall'Istat non sono buone: la produzione industriale cresce meno del previsto e il Pil di conseguenza non raggiungerà quell'1,5 per cento che il governo aveva ottimisticamente previsto per il 2016. Renzi ha bisogno di costruire un fronte europeo anti-austerity se vuole portare a casa qualche risultato. Il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz gli ha dato una mano nell'intervista a Repubblica, ma il presidente della Commissione Juncker ha chiuso la porta a qualunque richiesta di altra flessibilità da parte del governo di Roma. A favore di Renzi gioca però il peso di essere il premier di un grande Paese fondatore dell'Europa, che ha una importanza economica e di conseguenza politica enormemente superiore per esempio alla Grecia. Insomma l'Italia è troppo grossa perché l'Europa possa correre rischi, come per quello di uno spread a livelli del 2011 o di una vittoria elettorale nel 2018 dei populisti anieuropei. L'unica strada sarà quindi quella del negoziato e delle concessioni. di GIANLUCA LUZI, LR 12

 

 

 

 

Il presidente della Repubblica Mattarella ha incontrato la comunità italiana al Museo Guggenheim di New York

 

“New York ha rappresentato a lungo un porto di approdo per i connazionali alla ricerca di migliori condizioni di vita

 

NEW YORK - Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha incontrato al Museo Guggenheim di New York la comunità italiana, alla presenza del Governatore dello Stato di New York, Andrew Cuomo.

Il capo dello Stato ha ringraziato “la collettività italiana e italo-americana per il caloroso benvenuto che ha voluto rivolgermi in occasione della mia prima visita negli Stati Uniti”. Mattarella, in numerosi passaggi del suo intervento, ha inoltre ribadito come le relazioni tra Italia e Usa siano strette, e siano il prodotto di un articolato intreccio di relazioni politiche, economiche e culturali.

Mattarella ha poi sottolineato che “la città di New York ha rappresentato a lungo un porto di approdo per i connazionali alla ricerca di migliori condizioni di vita rispetto a quelle offerte dal nostro Paese alla fine dell'800 o all'indomani delle due Guerre Mondiali. L'America -ha aggiunto - ha aperto loro le porte, dimostrando come accoglienza ed integrazione rappresentino la spina dorsale di qualunque società che voglia definirsi autenticamente democratica, libera e forte”.

Qui di seguito il testo integrale del discorso del capo dello Stato.

Vorrei in primo luogo ringraziare la collettività italiana e italo-americana per il caloroso benvenuto che ha voluto rivolgermi in occasione della mia prima visita negli Stati Uniti. Desidero, in particolare, rivolgere un saluto molto caloroso alle Associazioni che mi hanno invitato a questo incontro.

La Conferenza dei Presidenti delle maggiori organizzazioni italo-americane, la NIAF, la Fondazione dei Cittadini di Cristoforo Colombo, l'Ordine dei Figli d'Italia in America, l'Associazione Americana dei Decorati dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana, l'Associazione Nazionale delle Donne Italo-Americane e la Camera di Commercio Italo-Americana hanno dimostrato, e continuano a dimostrare, un particolare attaccamento al nostro Paese. I loro sodalizi costituiscono un'eccezionale testimonianza della profondità e dell'ampiezza delle relazioni tra Stati Uniti e Italia. Di questo, e per questo, desidero molto ringraziarle, così come ringrazio tutti voi presenti qui oggi.

È forte l'emozione che provo di fronte a voi nella splendida cornice del Guggenheim, un'istituzione che, anche grazie all'omonima collezione ospitata a Palazzo Venier a Venezia, testimonia in maniera eccellente l'inestimabile valore del patrimonio di legami che uniscono i nostri Paesi. In voi scorgo i volti di una storia fatta di coraggio, sacrificio, duro lavoro, ma anche di grandi successi che hanno plasmato nel tempo i destini della nazione americana, dell'Italia e - non è assolutamente un'iperbole - del mondo intero.

Gli Italiani costituiscono una componente fondamentale dell'emigrazione in questo Paese e forniscono da più di un secolo un contributo rilevante al progresso della società statunitense. Domani mi recherò ad Ellis Island, dove nel corso degli anni sono arrivati oltre quattro milioni di nostri concittadini, carichi di speranze e difficoltà, ma anche di fiducia nei confronti della terra che li avrebbe accolti. Tre milioni vivono oggi nei territori dello Stato di New York, New Jersey e Connecticut. Sono, orgogliosamente, americani e italiani e nel passato e nel presente di questi Paesi hanno le loro radici. Al futuro di queste due nazioni, queste donne e questi uomini guardano con forti aspettative, consapevoli della loro grandezza e ricchezza.

La città di New York ha rappresentato a lungo un porto di approdo per i connazionali alla ricerca di migliori condizioni di vita rispetto a quelle offerte dal nostro Paese alla fine dell'800 o all'indomani delle due Guerre Mondiali. Ad arrivare negli Stati Uniti erano prevalentemente cittadini provenienti dal Mezzogiorno, ma non sono mancati ingenti flussi provenienti dal Centro e dal Nord Italia. L'America ha aperto loro le porte, dimostrando come accoglienza ed integrazione rappresentino la spina dorsale di qualunque società che voglia definirsi autenticamente democratica, libera e forte. È una lezione che gli Stati Uniti impartiscono ancora oggi e di cui l'Unione Europea può far tesoro per rispondere all'odierna emergenza migratoria, con politiche coerenti e all'altezza dei valori di cui le nostre società sono - e si sentono a buon diritto - rappresentative.

Consentitemi oggi, Giorno del Ricordo, di rivolgere un pensiero particolare agli emigrati istriani, fiumani e dalmati e alle loro famiglie che hanno trovato conforto in questo Paese sfuggendo agli orrori subiti durante la Seconda Guerra Mondiale e anche al termine del conflitto. Costretti ad abbandonare le loro case e le loro terre, sono arrivati qui, con la fiducia che questa straordinaria città, questa terra straordinaria, questo grande Paese, avrebbero offerto loro una nuova opportunità di plasmare liberamente il proprio destino. E così è avvenuto.

Tanta storia comune, questa straordinaria amicizia tra Stati Uniti e Italia, sono oggi autorevolmente rappresentate dal Governatore dello Stato Andrew Cuomo, al quale rivolgo un ringraziamento amichevole e cordiale per la sua presenza, per le parole che mi ha rivolto e un saluto intenso da parte di tutti gli italiani per il suo lavoro e il suo ruolo così importante in questo Paese.

Vorrei riprendere una considerazione che ha fatto poco fa il Governatore Cuomo: nella nostra comune amicizia, tra Stati Uniti e Italia, vi è un grande impegno contro il terrorismo, contro la violenza che semina morte e distruzione in tanti parti del mondo. Nel pomeriggio mi sono recato a Ground Zero a rendere omaggio alle vittime di quell'atroce attentato, a vedere il Museo, il Memorial, a vedere la nuova Torre che ha segnato la ripresa della vita e la grande vitalità di questo Paese : la risposta della civiltà contro la morte e l'odio.

L'ingegno italiano e la forza creatrice degli Stati Uniti permeano il panorama di Manhattan e delle aree contigue di questa città, di questo Stato e ci ricordano quanto sia profondo il legame che unisce gli Stati Uniti e l'Italia. L'impronta del nostro Paese è riconoscibile anche in alcune delle più recenti opere che arricchiscono la Grande Mela, come la nuova sede del Museo "Withney" dell'architetto Renzo Piano, che ospita ed esalta alcune delle più importanti e significative opere di arte moderna americana.

Vorrei, in particolare, ricordare un'opera che non è frutto del talento italiano ma che di un italiano porta il nome: Giovanni da Verrazzano. Quel grande ponte, con le sue lunghissime e imponenti campate, uniscono Staten Island a Brooklyn; la sua costruzione ha consentito a milioni di persone di ammirarne la maestosità. Da molti anni, a seguito dell'intuizione di due persone, di cui un italo-americano, migliaia di persone da ogni parte del mondo si danno appuntamento su quel ponte per una sfida sportiva, unica al mondo, la maratona di New York. Una gara divenuta simbolo della città, della sua energia, che è quella dell'intera America, del suo intramontabile spirito competitivo, della sua capacità di sfidare le avversità, emergendo sempre più forte e sempre più sicura.

Come quel ponte che unisce, anziché isolare, che accoglie anziché respingere, voi rappresentate un "ponte" tra Stati Uniti e Italia. Siete cittadini degli Stati Uniti, leali al vostro Paese, non avete però mai smesso di guardare all'Italia, unendo con le vostre energie le due sponde dell'Atlantico. Se l'Italia è ammirata, se i suoi talenti sono apprezzati, se la nostra amicizia è così grande, questo si deve anche al vostro operato e al modo in cui avete vissuto la vostra identità, americana con origini italiane.

Determinante in questo senso - così come è in Italia - è stata, ed è, l'impronta delle donne italo-americane. Desidero pertanto cogliere questa occasione per rivolgere un saluto riconoscente e cordiale all'Associazione Nazionale delle Donne Italo-Americane, che ha da poco festeggiato i 35 anni di attività, e alle sue associate, che con il loro impegno ricordano a tutti quanto sia stato fondamentale il contributo dell'universo femminile italiano negli Stati Uniti.

Le relazioni tra Stati Uniti e Italia sono il prodotto di un articolato intreccio di relazioni politiche, economiche, culturali e personali, unico al mondo, che ieri ho avuto l'opportunità di registrare in un colloquio di grande cordialità con il Presidente Obama. Le maglie del legame che unisce le due sponde dell'Atlantico sono così fitte e così forti da renderlo indissolubile. È un legame che è stato forte in questi decenni, è forte oggi e sarà forte nel futuro. E questo, come dicevo poc'anzi, è in gran parte merito vostro, è merito anche delle Istituzioni diplomatico-consolari, culturali ed economiche del "Sistema Italia" presenti nei "Tre Stati", che si impegnano giornalmente con lo spirito e la devozione di chi sa di essere al servizio del bene comune di due Paesi e due popoli le cui fortune sono oggi legate in maniera indissolubile.

Vorrei concludere con queste parole che spero siano adatte e adeguate per esprimervi l'affetto dell'Italia nei vostri confronti e la mia personale amicizia. Lo faccio con un'espressione breve e simbolica: today I am a new yorker! 

(Inform 11)

 

 

 

 

 

Sulle unioni civili i democratici alla prova di forza

 

Sulle unioni civili il Pd tira dritto sicuro che in ogni caso la componente di Alfano non si tirerà fuori dalla maggioranza provocando una crisi di governo. Ma Renzi non può essere altrettanto sicuro che al Senato ci saranno i voti per approvare la stepchild adoption, punto critico della legge Cirinna. Il vertice a Palazzo Chigi è servito per respingere la proposta di Alfano di stralciare il punto controverso. Richiesta arrivata dal ministro dell'Interno dopo il voltafaccia di Grillo sulla libertà di coscienza. La riunione ha anche verificato i numeri: con i si di Verdini, forse di pezzi di Forza Italia e anche di alcuni senatori grillini si potrebbero compensare i no del centro di Alfano e di quei cattolici del Pd che non se la sentono di votare a favore. Al riparo dagli anatemi di Grillo e Casaleggio grazie al voto segreto, molti senatori Cinquestelle potrebbero interpretare il malcontento espresso dalla base grillina per il dietrofront di Grillo che ha riaperto i giochi lasciando ampio margine per il sabotaggio della legge sulle unioni civili. Al momento del voto sul l'articolo 5 si vedrà quanti senatori Cinquestelle se la sentiranno di sfidare (nel segreto dell'urna) il diktat di Grillo e Casaleggio che minacciano multe di 150 mila euro a chi dissente. Per ora i guru grillini hanno solo saputo innescare una polemica sul voto della comunità cinese nelle primarie di Milano, polemica facilmente rintuzzata da Renzi. Le primarie hanno confermato la scelta del centrosinistra milanese per l'Expoman Beppe Sala che ha vinto distanziando i due candidati della sinistra. Ora Pisapia e anche gli sconfitti giurano che collaboreranno lealmente al successo elettorale del vincitore che se la vedrà con il candidato del centrodestra Parisi. Brutte notizie dal fronte economico. Le Borse continuano a scivolare trascinate dell'ennesimo crollo dei titoli bancari. Lo spread è tornato a vedere quota 140. Non succedeva dall'estate scorsa. di GIANLUCA LUZI  Lr 9

 

 

 

 

Trentini all’estero. Fino al 28 febbraio aperte le iscrizioni al programma "Interscambi giovanili" 2016

 

Trento - C’è tempo fino al 28 febbraio per mandare la domanda di partecipazione al programma “Interscambi giovanili” edizione 2016 della Provincia Autonoma di Trento al Servizio Emigrazione e Solidarietà Internazionale - Ufficio Emigrazione - Via Gazzoletti, 2 - 38122 Trento. fax + 39 0461 493155.

Partecipare a questo tipo di scambi vuol dire cogliere l’opportunità di poter realizzare il confronto con culture diverse, vivere e condividere l’esperienza in un ambiente familiare, incontrare nuovi amici in uno spazio culturale di base comune.

Per i giovani di origine trentina residenti all’estero il viaggio in Trentino rappresenta la scoperta o riscoperta delle proprie radici, delle tradizioni e dei valori trasmessi dagli avi emigrati. È anche l’opportunità per conoscere il Trentino di oggi, incontrare la sua gente, confrontarsi con la comunità, verificare come siano strutturate le attuali realtà sociali ed economiche.

Per i giovani residenti in provincia di Trento che vivranno un’esperienza di soggiorno presso una famiglia trentina all’estero non si tratterà ad esempio solo di scoprire come si vive in quel determinato Paese estero. Significherà anche capire meglio, attraverso la testimonianza autentica degli emigrati trentini con cui entreranno in contatto, quale possa essere stato il percorso del fenomeno migratorio trentino ed italiano in quel Paese.

Per tutti i partecipanti particolarmente significativo potrà essere il confronto con valori, modelli di vita ed aspettative dei coetanei, che diverranno i referenti con cui potranno svilupparsi e consolidarsi rapporti di conoscenza, fiducia ed amicizia. Per saperne di più sul programma “Interscambi giovanili” v. http://www.mondotrentino.net/giovani/interscambi_giovanili/-informazioni_interscambi_giovanili/pagina19.html. dip

 

 

 

 

 

Penisola futura

 

Quando, negli anni’60, eravamo corresponsabili del mensile d’emigrazione “Il Futuribile”, non avremmo mai immaginato che, in circa 56 anni, l’Italia potesse assumere l’assetto nel quale stiamo vivendo. Vivendo male; perché non lo sentiamo nostro.

Come non lo sentono loro milioni d’italiani dentro e fuori i confini nazionali. Se far politica sul serio significa anche interessarsi ai problemi degli altri, è evidente che parecchi nostri politici sono più interessati alla tutela dei loro.

La crisi economica, nonostante le assicurazioni di Renzi, c’è ancora. Anche se non per tutti. Nell’attesa di una riforma della legge elettorale, il fardello di problemi resta “pesante”. Di fatto, è l’instabilità che ci preoccupa e non ci consente d’offrire a chi ci segue una visione meno pessimistica di questa realtà nazionale.

Le stesse alleanze di partito ci appaiono utopistiche o, comunque, sfacciatamente temporanee. Del resto, le incongruenze di questo nostro Paese non sono solo di oggi. Il potere legislativo, quindi il parlamento, è sempre più polemico che costruttivo. Quasi che l’esecutivo Renzi rappresenti l’unica possibilità per non finire nel baratro di un’irreversibile recessione.

 Neppure il 2016 è nato con le premesse di uno sbocco socio/politico.  Il valore del nostro Prodotto Interno Lordo (PIL) non ci consente migliori previsioni; almeno per tutto l’anno. C’è da cambiare il “registro” delle alleanze. Ma, quando si ritornerà a votare?

L’interrogativo resta senza una concreta risposta. Di conseguenza, non rileviamo interessanti novità all’orizzonte né ci consola, più di tanto, l’apparente grinta del nostro Primo Ministro. Secondo il nostro punto di vista, manca ancora una valida competitività e un meccanismo che ridia valore alla meritocrazia.

 Intanto, ripensiamo ai nostri anni’ 60 quando, anche se con spirito più partigiano, la partecipazione alla vita pubblica del Paese era una realtà da conseguire quasi quotidianamente. Sono passati 56 anni da allora. Precedenti Generazioni hanno lasciato il loro posto all’attuale. Il posto, ma non, purtroppo, gli ideali.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

È battaglia tra Roma e Berlino sulla partita dei titoli di Stato

 

L’ipotesi dei Paesi del Nord di porre un limite (25% del capitale) nei bilanci

delle banche. I dubbi del ministro dell’Economia Padoan e del governatore Visco

di Danilo Taino

 

Berlino. In uno dei passaggi economici e politici più confusi degli ultimi decenni in Europa, le autorità, ai diversi livelli, stanno cercando di fare un po’ d’ordine. Con poco successo, come si vede sui mercati. Nella cacofonia di analisi e obiettivi contrastanti, più che tranquillizzare spesso generano timori. È una situazione particolarmente delicata per l’Italia. Ci sono però alcuni punti fermi per cercare di capire cosa succederà nelle prossime settimane. Questo articolo è il risultato di colloqui con numerosi decisori pubblici europei.

Il dilemma di Pechino

L’origine delle forti turbolenze di mercato è nell’aggiustamento della crescita e del modello economico della Cina. Il problema è cosa farà Pechino — in particolare il presidente Xi Jinping e il premier Li Keqiang — per non creare altre onde nel resto del mondo. Al G20 dei ministri delle Finanze e dei governatori che si terrà a Shangai il 26 e 27 febbraio, americani ed europei chiederanno alle autorità cinesi di non cercare di risolvere i problemi con la svalutazione. C’è un impegno preso al G20 di non creare «una spirale di rincorsa valutaria» — dice una fonte europea. Meglio, semmai, introdurre controlli di capitale, «cosa che in qualche modo hanno già fatto». Su questo punto, tutti sembrano ansiosi di raggiungere un coordinamento globale a Shanghai, dalla Fed di Janet Yellen alla Bce di Mario Draghi. Avere garanzie formali che Pechino non userà l’arma della svalutazione per uscire dai guai introdurrebbe un primo elemento di chiarezza.

L’incertezza sulle banche europee

Quando le onde formatesi in Cina arrivano in Europa, fanno vacillare le banche. Gli investitori vendono i titoli bancari europei perché vedono incertezza. In particolare, i dubbi sulla normativa creano tensioni. Entro fine mese, la Banca per i regolamenti internazionali dovrebbe rendere pubbliche le linee guida cosiddette Basilea IV: si attende di capire se all’interno di esse ci saranno indicazioni sul trattamento dei titoli di Stato nei bilanci delle banche. In particolare se si parlerà di assegnare loro un rischio e quindi costringere gli istituti di credito a creare capitale per controbilanciarlo. La questione è essenziale per l’Italia. Da un lato i tedeschi guidati dal ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble e dal presidente della Bundesbank Jens Weidmann vogliono introdurre questa novità, dall’altra le controparti italiane Pier Carlo Padoan e Ignazio Visco la ritengono un passo verso il disastro.

Il nodo dei titoli di Stato

Soprattutto, la questione è discussa anche in un gruppo di lavoro che dovrebbe riportare all’Ecofin. E qui lo scontro è in atto. Berlino, i Paesi del Nord e il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem favoriscono l’idea di porre un limite ai titoli di Stato nel bilancio di una banca pari al 25% del capitale (più altre misure). Per il sistema bancario italiano, molto investito in titoli di Stato, sarebbe una catastrofe. Inoltre, Schäuble, Weidmann, Dijsselbloem vorrebbero introdurre questa norma prima di realizzare il terzo pilastro dell’Unione bancaria, cioè la garanzia comune dell’Eurozona sui depositi bancari. Garanzia che invece l’Italia vorrebbe in fretta. Mario Draghi è apparso preoccupato: vuole il terzo pilastro e non vuole che i sistemi bancari entrino in crisi. Nelle settimane scorse ha detto in modo molto assertivo che la riduzione del rischio, cioè la ponderazione dei titoli pubblici nei bilanci, e la condivisione del rischio, cioè la garanzia sui depositi, devono «procedere in parallelo». È una disputa complicata che influirà sul futuro dell’eurozona ed è «del tutto aperta», dicono a Bruxelles. Fino a che non troverà una soluzione sarà un elemento di grande confusione sui mercati.

Le altre crisi

Ci sono altri punti di crisi seri: l’inflazione bassa, la rincorsa ai tassi d’interesse negativi, la Grecia di nuovo in gioco, la Siria, i profughi, la Russia. Affrontare una crisi per volta, dicono però politici e banchieri: se Cina e banche europee trovassero momenti di chiarezza, parecchie tensioni si allenterebbero. CdS 12

 

 

 

 

 

Washington: Mattarella incontra la comunità italiana   

 

Washington - Nel corso della sua visita negli Stati Uniti il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha incontrato la nostra collettività all’Ambasciata italiana a Washington.

Il discorso del Capo dello Stato è stato introdotto dall’ambasciatore d’Italia negli Stati Uniti Claudio Bisogniero che ha ricordato come negli Usa risiedano attualmente oltre 250.000 connazionali di cui circa 6.500 presenti a Washington. Una comunità, quella italiana, in cui, secondo Bisogniero, convivono le realtà dell’emigrazione storica, riunita intorno alle grandi associazioni anche regionali, e quella della nuova comunità italiana composta da funzionari di organizzazioni internazionali, docenti universitari e ricercatori. Due collettività che trovano spazio negli organismi rappresentativi della nostra comunità. “Di tutti i nostri connazionali e in particolare degli italo americani – ha concluso Bisogniero - voglio sottolineare con orgoglio le loro storie di sacrificio e di successo e il loro grandissimo contributo al rafforzamento dei rapporti fra l’Italia e Stati Uniti e alla diffusione di un immagine positiva del nostro Paese in America”. 

“Vi sono italiani da più generazioni che sono cittadini americani, - ha esordito il Presidente Mattarella - connazionali che risiedono abitualmente, e poi c’è chi lavora qui per anni e poi ritorna in Italia, connazionali che lavorano in vari ambienti portando con grande prestigio una conoscenza presso gli altri del nostro paese e delle sue qualità. Tutti voi date una presentazione di grande rilievo all’Italia”. “C’è un’amicizia antica tra Usa e Italia - ha poi ricordato Mattarella - che va anche alle origini della nostra unità nazionale, si è sviluppata nel corso del tempo e da sette decenni è strettissima, piena di collaborazione, di momenti importanti” .

Questa amicizia – ha proseguito Mattarella - ci consente di esaminare e di affrontare insieme le sfide di oggi e quelle del futuro” perché “le sfide cambiano, ma l’amicizia tra Stati Uniti e Italia e la collaborazione internazionale sono decisive per affrontare le sfide, i nuovi problemi e i nuovi pericoli che si presentano”. 

A proposito dell’Italia il Presidente ha aggiunto che “è in corso un ampio e articolato processo di riforme che ha come obiettivo di rendere il nostro Paese più moderno, più efficiente e più capace di potersi esprimere nelle sedi internazionali”.

“Tutti coloro che sono impegnati in vari settori,  dall’economia alla scienza, dalla cultura all’arte, - ha aggiunto Mattarella - sanno che i confini del mondo sono sempre più labili e meno importanti e che si realizza sempre di più un provvido coinvolgimento di aree,  regioni e Paesi prima esclusi dal protagonismo in questi vari ambienti di impegno. Questo rende più impegnativo il compito dei Paesi sviluppati, ma più giusto il mondo. L’Italia, che ha sempre inteso collaborare con i Paesi in vai di sviluppo, cerca di fare la sua parte affinché questo avvenga con equilibrio, apertura e collaborazione reciproca, con beneficio di tutti e in particolare dei Paesi più poveri. Per uno sviluppo armonico del mondo l’Italia svolge la sua parte e cerca di svolgerla sempre meglio”.

“Incontrando le comunità di italiani all’estero – ha continuato il Presidente della Repubblica - ci si sente a casa, perché il clima, il modo di pensare, l’atteggiamento e l’impegno che esprimono gli italiani che lavorano in altri paesi è lo stesso che impiegherebbero in Italia. Il modo di porgersi, la capacità di creare rapporti umani e relazioni con gli altri è un clima e  un’attitudine che caratterizza gli italiani e li rende simpatici agli altri interlocutori. Vi ringrazio – ha concluso Mattarella rivolgendosi alla platea - per quello che fate e il lavoro che svolgete che serve al prestigio del nostro Paese e alla comunità internazionale”.

(Inform 10) 

 

 

 

 

Attenzione al virus 'Cryptolocker', blocca il computer in attesa di un riscatto

 

Negli ultimi giorni si è verificata "una nuova ondata di attacchi attraverso invio di mail contenenti il già noto virus Cryptolocker , che imperversa ormai da un po’ di tempo sul web". E' quanto rende noto la Polizia Postale e delle Comunicazioni.

Purtroppo, ha aggiunto in una nota, "nonostante gli sforzi investigativi abbiano già consentito di individuare diversi individui e gruppi organizzati, sia italiani che stranieri, impegnati nella organizzazione e realizzazione di simili campagne malevole", l'estesa diffusione del fenomeno e "la costante per cui l'attacco si rivela possibile sempre e comunque grazie ad un comportamento disattento dell'utente", hanno indotto le autorità ad aumentare le misure di prevenzione "attraverso ogni strumento utile a garantire la sicurezza di chi naviga in Rete".

L'ignaro utente riceve sulla propria casella di posta elettronica un messaggio che fornisce indicazioni ingannevoli su presunte spedizioni a suo favore oppure contenente un link o un allegato a nome di istituti di credito, aziende, enti, gestori e fornitori di servizi noti al pubblico. Cliccando sul link oppure aprendo l’allegato (in genere un documento in formato .pdf o .zip) viene iniettato il virus che immediatamente cripta il contenuto delle memorie dei computer, anche di quelli eventualmente collegati in rete.

A questo punto si realizza il ricatto dei criminali informatici che richiedono agli utenti, per riaprire i file e rientrare in possesso dei propri documenti, il pagamento di una somma di alcune centinaia di euro in bitcoin a fronte del quale ricevere via e-mail un programma per la decriptazione.

E' "importante non cedere al ricatto", raccomanda la Polizia, anche perché non è certo che dopo il pagamento vengano restituiti i file criptati. E' invece opportuno "tenere sempre aggiornato il software del proprio computer, munirsi di un buon antivirus, fare sempre un backup, ovvero una copia dei propri file, ma soprattutto fare attenzione alle mail che ci arrivano, specialmente se non attese, evitando di cliccare sui link o di aprire gli allegati": queste le regole da seguire per impedire l’infezione del Cryptolocker.

"Per maggiori informazioni e assicurare un contatto diretto e continuativo con il cittadino, si può fare riferimento anche al Commissariato di Pubblica Sicurezza on line , per tutti coloro che frequentano la rete, caratterizzato da innovativi sistemi di interattività con l'utente. Il portale - aggiungono alla Polizia - è stato integrato con apposita App scaricabile gratuitamente dal proprio smartphone o dall’iPad per venire incontro alle crescenti richieste di assistenza e di aiuto degli utenti della Rete, in tempo reale, e di conoscere sempre di più il mondo del web, i suoi rischi e le sue opportunità". Adnkronos 10

 

 

 

 

Fererendum e voto all’estero

 

ROMA -  Il Consiglio dei ministri di mercoledì scorso ha approvato il decreto che indice il referendum popolare sugli idrocarburi (abrogazione della previsione che le attività di coltivazione di idrocarburi relative a provvedimenti concessori già rilasciati in zone di mare entro dodici miglia marine hanno durata pari alla vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale) il prossimo 17 aprile.

Voto cui parteciperanno anche gli italiani residenti all’estero che si esprimeranno per corrispondenza.

I connazionali riceveranno il plico con il materiale a casa: dunque – ricorda l’intera rete consolare italiana – è fondamentale aggiornare i Consolati sul proprio recapito.

Il diritto d’opzione

Chi, essendo residente stabilmente all’estero, vuole votare in Italia, dovrà far pervenire al consolato competente per residenza un’apposita dichiarazione su carta libera che riporti: nome, cognome, data e luogo di nascita, luogo di residenza, indicazione del comune italiano d'iscrizione all'anagrafe degli italiani residenti all'estero, l'indicazione della consultazione per la quale l'elettore intende esercitare l'opzione.

La dichiarazione deve essere datata e firmata dall'elettore e accompagnata da fotocopia di un documento di identità del richiedente, e può essere inviata per posta, per telefax, per posta elettronica anche non certificata, oppure fatta pervenire a mano al Consolato anche tramite persona diversa dall’interessato entro i dieci giorni successive alla data di pubblicazione del decreto del president della Repubblica di convocazione dei comizi elettorali (con possibilità di revoca entro lo stesso termine). I consolati comunicheranno la data non appena sarà pubblicato il Decreto di indizione.

Elettori temporaaneamente all’estero (minimo tre mesi)

A partire dalle consultazioni referendarie del 17 aprile 2016 gli elettori italiani che per motivi di lavoro, studio o cure mediche si trovano temporaneamente all’estero per un periodo di almeno tre mesi nel quale ricade la data di svolgimento della consultazione elettorale, nonché i familiari con loro conviventi, potranno partecipare al voto per corrispondenza organizzato dagli uffici consolari italiani (legge 459 del 27 dicembre 2001, quale modificata dalla legge 6 maggio 2015, n. 52).

Tali elettori che intendano partecipare al voto dovranno far pervenire al comune d’iscrizione nelle liste elettorali entro i dieci giorni successive alla data di pubblicazione del decreto del president della Repubblica di convocazione dei comizi elettorali (con possibilità di revoca entro lo stesso termine) una opzione valida per un’unica consultazione.

Anche questa data dipenderà dalla pubblicazione del Decreto di indizione.

L’opzione può essere inviata per posta, per telefax, per posta elettronica anche non certificata, oppure fatta pervenire a mano al comune anche da persona diversa dall’interessato (nel sito www.indicepa.gov.it sono reperibili gli indirizzi di posta elettronica certificata dei comuni italiani).

La dichiarazione di opzione, redatta su carta libera e obbligatoriamente corredata di copia di documento d’identità valido dell’elettore, deve in ogni caso contenere l’indirizzo postale estero cui va inviato il plico elettorale, l’indicazione dell’ufficio consolare (Consolato o Ambasciata) competente per territorio e una dichiarazione attestante il possesso dei requisiti per l’ammissione al voto per corrispondenza (trovarsi per motivi di lavoro, studio o cure mediche in un Paese estero in cui non si è anagraficamente residenti per un periodo di almeno tre mesi nel quale ricade la data di svolgimento della consultazione elettorale; oppure, essere familiare convivente di un cittadino che si trova nelle predette condizioni [comma 1 dell’art. 4-bis della citata L. 459/2001]). La dichiarazione va resa ai sensi degli articoli 46 e 47 del decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445 (testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di documentazione amministrativa), dichiarandosi consapevoli delle conseguenze penali in caso di dichiarazioni mendaci (art. 76 del citato DPR 445/2000). (aise) 

 

 

 

 

L'utopia

 

L’Art. 4 della nostra Costituzione recita: ” La Repubblica riconosce, a tutti i cittadini, il diritto al lavoro e promuove condizioni che rendono effettivo questo diritto”. Ancora, la Carta Sociale Europea riconferma, su scala internazionale, questo diritto (art. 1, part. II).

Purtroppo, non bastano le leggi, neppure quelle più illustri, per rendere concreto quello che è un diritto e un dovere per ogni cittadino che considera il lavoro mezzo per il progresso socio/economico del Paese. La realtà, di tutti i giorni, è assai lontana da quanto evidenziato. Il continuo proliferare della disoccupazione mette a dura prova lo stesso sviluppo della Penisola.

Ora, senza essere “tecnici”, o politici di mestiere, ci sembra evidente che il lavoro è correlato a molteplici parametri che ne possono determinare un rapido incremento o l’inesorabile diminuzione.

 In Italia, la crisi non ha fatto altro che ampliare un fenomeno che ci ha sempre seguito come una maledizione. In dieci anni, le prove di liberalismo economico non hanno fatto che complicare il quadro occupazionale. La riforma del nostro sistema previdenziale, poi, gli ha attribuito l’ennesimo colpo di grazia.

Insomma, la disoccupazione non è stata mai un fenomeno casuale e una politica non lungimirante ne ha favorito l’incremento. Gli stessi ammortizzatori sociali non sono più in grado di mantenere, pur se a tempo, un equilibrio accettabile sulla domanda e sull’offerta sul fronte occupazionale. Perché il lavoro non lo s’inventa, né si può disciplinare solo tramite leggi; sempre che non siano quelle del mercato. Il fronte occupazionale è il termometro dell’economia. Quando quest’ultima cala, la disoccupazione aumenta e si arresta anche la possibilità di avviare nuovi posti di lavoro.

Essere in UE non è, sotto questo profilo, una garanzia. Anzi, quando il mercato internazionale è in fibrillazione, sono gli Stati meno competitivi, com’è appunto il nostro, a pagare il prezzo più alto. Senza eccesso di pessimismo, il 2016 è iniziato con una percentuale di senza lavoro sempre a due cifre. Se non si riuscirà a uscire dal ginepraio con una politica sociale più idonea a fronteggiare i tempi, i disoccupati resteranno una realtà nazionale.

Indipendentemente dall’Esecutivo che guida il Paese, ci sono sempre troppi timori per investire risorse in Italia e i risultati sono evidenti. Di conseguenza, riteniamo che il profilo del lavoro o, meglio, del lavoro per tutti, sia ancora molto lontano da una sua concreta soluzione.

Quasi un’utopia; che non ci consente di proporre il necessario ottimismo per venirne fuori. E’ inutile, di conseguenza, fidarsi delle promesse: politica e lavoro non vanno mai a braccetto. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Laura Garavini (PD): "Italia in prima fila in Europa per la certificazione delle professionalità"

 

Cinque mestieri da subito esercitabili in tutta Europa, indipendentemente da dove lo si è  imparato. Convegno del Gruppo del Pd alla Camera sulla Certificazione delle competenze

 

"Infermieri, farmacisti, agenti immobiliari, fisioterapisti e guide alpine. Da subito potranno esercitare liberamente la loro professione non solo in Italia, ma anche in ciascuno degli altri 27 Paesi membri dell’UE, anche nel caso in cui abbiano acquisito il titolo professionale in un altro paese europeo. Infatti, il recepimento della Direttiva europea (2013/55/UE) ci pone all'avanguardia in Europa nel reciproco riconoscimento dei titoli di qualifica professionale. Ora bisogna uniformare gli standard regionali che regolano le diverse certificazioni professionali, in vista di una piena spendibilità del know-how italiano in tutto il contesto europeo. Ne parliamo oggi al Convegno promosso dall’Ufficio di presidenza del Gruppo del Pd alla Camera, insieme ai bravi colleghi della Commissione Politiche Europee e ai Sottosegretari Sandro Gozi, Luigi Bobba e Gabriele Toccafondi”. Così Laura Garavini, componente della Presidenza del PD alla Camera, aprendo il convegno del Gruppo del PD “Certificazione delle competenze in Europa. Il riconoscimento delle competenze acquisite dai cittadini europei: un passo avanti contro le barriere a sostegno di una crescita di qualità e sviluppo”.

 

“Il dibattito economico sull’Europa”, ha aggiunto la Deputata PD, “è dominato dalla questione dei conti in regola, ma altrettanto importanti sono le norme che rimuovono gli ostacoli alla concorrenza nei paesi membri, al di là della nazionalità di ognuno. Il Governo italiano ed il Parlamento dimostrano di avere a cuore questa fondamentale questione, proprio in un momento in cui la mobilità internazionale degli europei, soprattutto giovani, va aumentando sempre di più”.

De.it.press 11

 

 

 

 

Poteri. Il Paese delle leggi in ostaggio

 

Nei rapporti tra magistratura e politica, come in altri ambiti, vince la corporazione

di Sergio Rizzo

 

La prova di quanto sia difficile in Italia fare certe riforme è nei cassetti della commissione Giustizia della Camera. Lì, in attesa della seconda lettura parlamentare, è sepolta una legge approvata dal Senato quasi due anni fa: martedì 11 marzo 2014. Si tratta di un provvedimento in grado di toccare nervi sensibili, perché regolamenterebbe in modo ben più rigoroso di oggi il rapporto fra magistrati e politica. Stabilisce, per esempio, che il magistrato non si possa candidare dove ha esercitato nei cinque anni precedenti. E in ogni caso può farlo solo se è in aspettativa da almeno sei mesi.

Ancora: i giudici non eletti non accedono per cinque anni a uffici della stessa circoscrizione elettorale. Mentre gli eletti non possono tornare a svolgere le funzioni ricoperte prima di candidarsi. Hanno solo facoltà di scelta fra Avvocatura statale, ministero della Giustizia o Corte d’appello, ma con l’inibizione territoriale quinquennale. Il minimo sindacale, insomma, in un Paese ammorbato dalle polemiche sull’uso politico dei tribunali. E che su questo esista una condivisione generale, lo stanno a dimostrare le 25 firme di senatori di centrodestra e centrosinistra al testo unificato della legge uscita dal Senato. Il che avrebbe lasciato supporre un percorso spedito anche alla Camera. Invece no.

Il testo è arrivato a Montecitorio il 13 marzo 2014; l’esame è cominciato il 24 giugno successivo e da allora la commissione Giustizia si è riunita con quel provvedimento all’ordine del giorno soltanto quattro volte. L’ultima, il 16 dicembre 2015, nove mesi addirittura dopo la precedente riunione del 12 marzo. Da allora sono trascorsi altri due mesi e tutto tace. Tutto ciò dovrebbe far riflettere innanzitutto chi si ostina a difendere senza se e senza ma il bicameralismo perfetto come fosse l’estrema garanzia del sistema democratico e non invece, quale purtroppo spesso si è dimostrato, un comodo meccanismo per inceppare le riforme. Ma questa storia mette in luce un aspetto forse ancora più rilevante delle nostre «non regole» istituzionali. Presidente della commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti, onorevole del Partito democratico, è infatti un magistrato. Vale a dire esponente di quella particolare sottocategoria, i giudici scesi in politica, colpita proprio dalla legge di cui stiamo parlando.

Un dettaglio come tanti analoghi, nel nostro Parlamento, sempre liquidati con troppa sufficienza. Tanto è vero che nella medesima commissione Giustizia presieduta da un magistrato, siedono ben 26 avvocati (su 44 membri!) che potrebbero lì, in teoria, scrivere leggi a vantaggio dei propri assistiti. Come del resto già avvenuto in passato. Dettagli ritenuti insignificanti, che invece segnalano con fragore l’assenza di uno dei principi fondamentali della politica: l’opportunità di certe scelte. Nessuno può vietare a un giudice di candidarsi alle elezioni, ovvio. Sarebbe contro la Costituzione.

Ma è opportuno che a un magistrato politico sia affidata la guida della commissione Giustizia? E che la maggioranza dei suoi membri sia composta da avvocati in attività? I cittadini non possono sapere se in casi come questo, frequentissimi, esistano reali conflitti d’interessi. Ma devono pretendere che ogni loro rappresentante sia al riparo dal pur minimo sospetto. Ecco perché la forma, certe volte, è anche sostanza. CdS 11

 

 

 

 

In Svizzera la campagna referendaria sull'iniziativa per l'espulsione degli stranieri che commettono reati

 

Il Pd Svizzera invita a votare e sostenere le ragioni del “No

 

ZURIGO – La segreteria nazionale del Pd Svizzera segnala in una nota l'entrata nel vivo della campagna referendaria sulla legge di attuazione per l'espulsione dei cittadini stranieri che commettono reati, consultazione popolare prevista il 28 febbraio prossimo e proposta dal partito dell'Udc.

A favore dell'iniziativa – si legge nella nota del Pd Svizzera - “una minoranza conservatrice interessata a custodire e preservare un’anacronistica identità nazionale protetta da steccati e mura di cinta declinati nei codici legislativi”, minoranza “che ha saputo costruire negli anni le sue fortune politiche sulle paure e sull’investimento di ingenti capitali di potentati economici, capaci di sfruttare a proprio favore lo strumento della democrazia diretta”. Si ritiene dunque che il partito promotore della consultazione si “accanisca contro la presenza degli stranieri”, riproponendo “sistematicamente argomenti referendari e iniziative popolari, che fanno presa sulla propria base elettorale attratta da proclami demagogici e populisti”, e sollecitando “un reale isolamento politico-economico svizzero”.

“Dall’altra parte – prosegue la nota - un variegato schieramento di forze politiche, di intellettuali e rappresentanti del mondo accademico, di organizzazioni non governative e alcune associazioni di stranieri: disarticolate e attive in ordine sparso. Ognuna agisce autonomamente per preservare la propria visibilità. La comunità italiana, invece, fa quadrato per informare in maniera esaustiva sul contenuto fuorviante del quesito referendario: assieme al Partito democratico in Svizzera sono scese in campo associazioni nazionali italiane, patronati e personaggi italo-svizzeri conosciuti negli ambiti sportivi, artistici, culturali e religiosi. Alla comunità italiana – si precisa - questa ennesima iniziativa popolare riporta alla mente un dèjà vu, quel periodo storico in cui le fobie della polizia erano onnipresenti nei pensieri e nei comportamenti degli stranieri”.

Il Pd Svizzera invita dunque a “votare e far votare no all'iniziativa di espulsione”, soffermandosi in particolare, nel caso di vittoria del sì, sul rischio che correrebbero i giovani cittadini stranieri, avviati ad un percorso di integrazione in loco e spesso privi di legami con il Paese di origine. (Inform 8)

 

 

 

 

Patronati all’eseero. Il dibattito al Comitato per le Questioni degli Italiani all’Estero del Senato

 

ROMA - Presieduto da Claudio Micheloni, il Comitato per le Questioni degli Italiani all’Estero del Senato ha iniziato ieri l’esame del documento conclusivo dell’indagine conoscitiva sulla riforma dei Patronati italiani che operano fuori dal territorio nazionale per le comunità italiane residenti all'estero.

Dato il benvenuto a due nuovi componenti del Comitato – il senatore Aracri (Fi) in sostituzione della senatrice Fabbri, e il senatore Petrocelli (M5S) – Micheloni ha illustrato lo schema della relazione sui cui i senatori potranno presentare proposte di modifica entro le ore 12 di mercoledì 17 febbraio.

Ribadendo “l'importante funzione svolta dalle associazioni di patronato a favore degli italiani all'estero”, Micheloni ha sostenuto che “le criticità emerse nel corso dell'indagine, e illustrate nel documento, riguardano prevalentemente il funzionamento dei patronati e la gestione delle strutture”.

Alcuni punti “richiederebbero maggiori approfondimenti da parte del Parlamento o dell'autorità giudiziaria”, ha aggiunto; visto che “le ispezioni svolte dal Ministero del lavoro presso le associazioni all'estero hanno luogo - anche per motivi legati alle ristrettezze di bilancio - con una cadenza quinquennale nel medesimo paese, si è verificato, quindi, che una ispezione che riscontra irregolarità sostanziali (forte riduzione del punteggio attività e/o mancanza di requisiti organizzativi) non viene seguita da altra ispezione che possa svolgere una adeguata verifica nell'anno successivo”. Esempi sono “per l'anno 2011 il caso della sede ACAI di New York e il caso INCA di Montreal”.

Altro nodo cruciale la cosiddetta “doppia statisticazione”: Micheloni ha riferito sulla “prassi utilizzata dagli enti nazionali di inviare pratiche alle sedi estere per metterle a punteggio, anche senza alcuna attività istruttoria svolta da queste ultime”. Prassi che “ha creato diverse incomprensioni arrivando a determinare la rottura del rapporto di lavoro tra Inca nazionale e presidenza INCA Germania, rottura attualmente all'esame della giustizia tedesca”. Altro “punto sensibile” sarebbe “l'uso della password che consente di accedere alle banche dati degli enti previdenziali e che secondo le indicazioni del Ministero del lavoro e delle politiche sociali deve essere data solo agli operatori di patronato. Alcuni enti di patronato, però, consentono anche ai collaboratori volontari l'uso delle password con enormi rischi per la privacy degli assistiti e il possibile mercimonio dei dati”. A tal proposito, il senatore ha ricordato che “sull'argomento sono intervenute ultimamente due sentenze (Tar Trieste e Tar Lazio), promosse da INCA e ITAL contro il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, che hanno dato una interpretazione estensiva dell’utilizzo degli accessi, annullando quanto riportato dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali all’interno del "Vademecum per lo svolgimento dell'attività di vigilanza sugli istituti di patronato e di assistenza sociale" nella parte in cui ribadiva che "ai suddetti collaboratori non può essere consentito l’accesso alle banche dati degli enti previdenziali, di esclusiva competenza degli operatori di patronato". Si è rilevato, inoltre, un aumento non giustificato delle sedi di patronato, in particolar modo in Germania tra il 2009 e il 2011 in aeree dove il numero dei connazionali era decrescente”.

Per Micheloni la vigilanza del Ministero del lavoro è “carente”, mentre ampio è il ricorso alla “autocertificazione dell'attività da parte dei patronati”.

Infine, Micheloni ha ricordato “la truffa ai pensionati di Zurigo che ha messo in evidenza il tema della responsabilità degli enti nazionali nei confronti dei dipendenti delle associazioni all'estero che compiono atti illegittimi con danni patrimoniali a carico dei loro assistiti”.

Per il Presidente del Cqie, “la proposta all'esame del Comitato, purtroppo, è un lavoro incompiuto a cui manca un fondamentale confronto” quello con il Ministero del lavoro che, tra l’altro, “non ha mai risposto ai quesiti inviati lo scorso maggio 2015”.

Detto questo, Micheloni ha illustrato alcune proposte di modifica della normativa vigente per superare le criticità emerse dall’indagine.

In primo luogo “le ispezioni dell'attività dei patronati all'estero dovrebbero restringersi alla verifica dell'organizzazione della sede e il controllo delle attività dovrebbe essere assicurato attraverso sistemi telematici che prevedano il coinvolgimento degli enti previdenziali e l'incrocio dei dati”.

In secondo luogo, “dovrebbe essere previsto l'obbligo per i patronati di avere un bilancio analitico che comprenda anche l'attività svolta all'estero. Il bilancio dovrebbe essere costituito dal conto economico, ove sono indicate le voci dei costi e dei ricavi ammessi, e dallo stato patrimoniale, economico e finanziario e consolidato per le associazioni all'estero che, operando secondo il diritto locale, sono soggette a obblighi di rendicontazione propri di ogni Stato di residenza e applicando, ai fini del bilancio consolidato, gli stessi princìpi contabili in base ai quali devono essere redatti i bilanci dell'ente originario domestico. Se i patronati all'estero saranno obbligati a predisporre i bilanci ai sensi della legge locale con princìpi diversi da quelli italiani, - ha aggiunto – gli stessi dovranno essere obbligati ad effettuare le necessarie riclassificazioni”. Inoltre, “ai componenti degli organi amministrativi direzionali e di controllo dovrebbe applicarsi il regime di responsabilità per gli amministratori delle associazioni non riconosciute previsto dal codice civile”.

Infine, per Micheloni “sarebbe necessario ritornare al principio dell'unità della pratica, modificando le disposizioni del Regolamento n. 193 nella parte in cui viene riconosciuta la possibilità che ogni singolo intervento attuato in diverse sedi (di una pluralità di paesi esteri) consenta di ottenere il punteggio relativo alla prestazione”.

Concludendo, il senatore ha evidenziato la necessità di “un generale ripensamento della materia sopratutto per certe realtà come in Argentina, dove su 900.000 cittadini italiani meno di 90.000 è oriundo del nostro paese e circa il 10% ha avuto un periodo lavorativo in Italia”.

Nel dibattito che ne è seguito, Petrocelli (M5S) – che ha condiviso l'impianto generale della relazione – ha proposto di “individuare una struttura pubblica in grado di assistere i nostri emigrati nel loro primo anno d'insediamento nel paese d'immigrazione”.

Per Mussini (Misto) “la mancanza di collaborazione del Governo si inquadra in una generale assenza di adempimento dei suoi obblighi nelle relazioni al Parlamento. Credo che questo tema più generale potrebbe essere oggetto di interessamento da parte della Presidenza del Senato”. Per la senatrice sarebbe “necessario continuare ad approfondire il in esame, domandandosi quale sia il migliore strumento, anche in considerazione del fatto che l'avvio di una Commissione d'inchiesta richiederebbe tempi non brevissimi”. Quanto all'attuazione dell'articolo 11 della legge n. 152 del 2001, la senatrice ha evidenziato “una mancanza di coerenza tra la chiusura dei consolati e l'apertura delle sedi di patronato, ritenendo non opportuno affidare a questi ultimi in modo generalizzato competenze e servizi per gli italiani all'estero”.

Secondo Pegorer (Pd) sarebbe “necessario valutare attentamente la documentazione in esame” e “sentire il sottosegretario Bobba che nell'audizione del 13 maggio si era dichiarato disponibile sia a rispondere per iscritto ai quesiti rivolti, sia a ritornare in audizione, e di ascoltare nuovamente le associazioni di patronato”.

Di diverso avviso il senatore Aracri (Fi) secondo cui “per rispetto alle collettività italiane all'estero, l'indagine deve e può essere conclusa velocemente”.

“Stupito” per “la mancanza di attenzione del Ministero del lavoro” Dalla Tor (Ap) ha manifestato la sua perplessità sul perché “non si avvii celermente un controllo dei dati e delle attività dei patronati in via telematica”. Quanto all'istituzione di una eventuale Commissione d'inchiesta, “credo che quanto fatto fino ad oggi dal Comitato sia di per sé sufficiente per avviare una profonda riforma del settore”.

A fine seduta, Micheloni ha replicato a Pegorer dicendosi “non personalmente disposto a richiedere ulteriori audizioni al Ministero, ora che si è alla conclusione della indagine, considerato peraltro che da maggio scorso il Comitato attende risposte che non sono mai arrivate”. Il presidente ha quindi fissato alle 12 di mercoledì 17 febbraio il termine per la presentazione di proposte di modifica allo schema di documento conclusivo. (aise 12

 

 

 

Sarà crisi?   

 

La “Crisi” politica potrebbe essere nell’aria. Le motivazioni, per ora, non sono molto articolate. L’Esecutivo Renzi convince sempre meno. Mentre si tenta di dibattere sull’Italia che sarà, la cobelligeranza governativa resta critica. Nonostante il “rimpasto” governativo alla “vecchia maniera”. Del resto, non ci sono segnali in positivo neppure da chi non ha aderito a quest’Esecutivo. Senza pretendere d’offrire pessimistiche previsioni, preferiamo essere realisti e guardare oltre.

 A decidere sarà il PD. Non tanto sui programmi, che sarebbero quelli che premono, ma sul destino parlamentare di chi dovrebbe occupare il posto del Leader. Anche se in modo poco consono a un Governo d’emergenza, i contrasti si sono fatti evidenti. Il confronto elettorale, quando ci sarà, potrebbe modificare gli equilibri politici.

 Al punto in cui siamo, fatto i debiti conti, non intravediamo patti “sicuri”. Senza eccedere nel pessimismo, possiamo confermare che le questioni irrisolte nella Penisola ci sono ancora. Anzi, potrebbero aumentare. Nessuno, al momento, se la sente di “correre” da solo. Il traguardo elettorale, politicamente, è lontano e gli sgambetti restano sempre possibili; anzi, probabili.

 Di fatto, abbiamo perso attendibilità all’interno e all’estero. Il PD ha evidenziato nuove ”correnti” e il NCD rimane fedele, almeno ufficialmente, ad Alfano. Gli altri partiti di Maggioranza si sono adeguati.

 Gli impegni, che Renzi ha fatto suoi, potrebbero saltare per mancanza d’accordi a medio termine. Se questa Legislatura già “zoppica”, non ci resta che prenderne atto. Del resto, mancando ancora concreti solleciti per i cambiamenti, che riteniamo necessari; però, le scelte restano poche. Oltre alle “stonature”, non intravediamo nulla di veramente confortante sul fronte politico nazionale. Oltre dei “pro” e dei “contro” restano, irrisolti, vitali problemi nazionali dei quali avevamo, da tempo, accentrato la nostra attenzione.

 Secondo noi, sarebbe essenziale, con l’umiltà d’altri tempi, ritornare a riprendere contatti con la base politica e dare maggiore valore anche agli elettori dall’estero. Non avendo “seminato”prima, è inutile pretendere di “raccogliere” dopo. Non basta più il “coraggio” di un compromesso dell’ultima ora. Dopo il varo della Terza Repubblica, non pensavamo di riprecipitare nel baratro delle promesse disattese.

 Meglio, quindi, guardare al futuro senza temere di ritrovarci in situazioni già vissute. Anche la strategia dei piccoli passi non è servita. La “perfezione” non è di questo mondo; tanto meno lo è dove i poteri si fronteggiano. Con questa riflessione, spicciola ma sentita, l’incertezza ha occupato il posto della buona volontà per evitarla.

Tra “probabilità” e “possibilità”, il passo non è breve. A Renzi non resterebbe che prenderne atto e riconoscere il dissesto della sua incerta alleanza.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Rifugiati. Alla Sioi la presentazione di “Ponti non muri. Garantire l'accesso alla protezione in Europa

 

La pubblicazione, realizzata dal Cir con il sostegno finanziario di Unipol, propone alternative concrete per favorire l'accesso legale in Europa dei rifugiati. Il sottosegretario Sandro Gozi: “Crediamo in un'Europa diversa e lavoriamo, senza improvvisazione, contro uno status quo preoccupante su materie come immigrazione, economia e politiche sociali

 

ROMA – È stata presentata ieri alla Società Italiana per l'Organizzazione Internazionale di Roma la pubblicazione “Ponti non muri. Garantire l'accesso alla protezione in Europa”, realizzata dal Consiglio Italiano per i Rifugiati per ribadire la necessità di vie di fuga sicure in Europa per il flusso di rifugiati in continuo aumento dell'area mediterranea e medio orientale. Nel volume, sostenuto finanziariamente del Gruppo Unipol, proposte concrete per l'ingresso dei rifugiati alternativo alla fuga per mare, attraversamento gestito dai trafficanti di esseri umani e che ha causato l'anno scorso la morte di 3.771 persone e circa 250 morti o dispersi dall'inizio del 2016.

Ad introdurre e moderare l'incontro la giornalista Bianca Berlinguer, direttrice del Tg3, che ha ribadito come il tema del libro sia questione di “grandissima attualità”, richiamando il susseguirsi dei naufragi e delle morti in mare cui l'opinione pubblica europea pare essersi assuefatta, dopo lo shock provocato dalle immagini di Aylan, il bambino siriano deceduto e fotografato sulle spiagge turche. “Il tema è garantire un accesso legale sul territorio europeo a coloro che meritano lo status di rifugiati – rileva Berlinguer; - l'interrogativo è se l'Europa voglia davvero affrontare tale questione, usando strumenti che già esistono o elaborandone di nuovi”. Un interrogativo giustificato dal dibattito oggi in corso sull'opportunità di ridurre la libera circolazione delle persone garantita dal Trattato di Schengen e dal fatto che “ogni Stato membro sembra regolarsi come crede – aggiunge la moderatrice, rilevando attriti e contraddizioni progressivamente emergenti anche nei Paesi più aperti ai flussi in arrivo, come la Germania o la Svezia, criticità che sarebbero attenuate “se sapessimo programmare gli arrivi, eventualità – chiosa - che faciliterebbe noi e loro”. “Il problema è dunque come garantire l'accesso in Europa senza che si rischi la vita, la domanda è se l'Europa abbia realmente la volontà di garantire un tale accesso – riassume Berlinguer.

Il presidente del Cir, Roberto Zaccaria, dopo aver presentato due cortometraggi vincitori di iniziative del Consiglio orientate alla sensibilizzazione in materia di diritto di asilo, ha ribadito come sia importante pensare all'ingresso dei rifugiati ma anche a ciò che avviene immediatamente dopo tale ingresso, ossia agli strumenti che vengono messi in campo per garantire una possibile integrazione ed un futuro concreto a chi giunge sul nostro territorio. Rileva inoltre come procedure per l'arrivo in condizioni di sicurezza in Europa esistano al momento solo per numeri veramente ridotti di richiedenti asilo e necessitino di una sinergia importante tra enti e istituzioni.

Di seguito il presidente della Sioi, Franco Frattini, ricorda una sua proposta di direttiva europea, formulata nel corso del suo mandato quale commissario europeo – periodo 2004-2008, - proprio in materia di asilo e reinsediamento, proposta che averebbe uniformato e promosso modalità di ingresso e reinsediamento più eque dei richiedenti ma che fu rifiutata dal Consiglio a causa dell'assenza di un consenso unanime, allora necessario, e giudicata “con una certa riluttanza – ricorda Frattini – dallo stesso Parlamento europeo, in particolare da quell'area dei popolari che oggi invece richiamano tali iniziative”. “Sono trascorsi 9 anni ma le problematiche sono le stesse; in più, non essendoci una porta, ossia una modalità di ingresso privilegiata, che tale proposta avrebbe garantito, l'arrivo cui oggi assistiamo avviene in massa, includendo anche chi non avrebbe diritto allo status di richiedente asilo – afferma il presidente della Sioi. Rileva inoltre come la sua proposta prevedesse anche un adeguamento dei controlli alle frontiere esterne che avrebbe permesso oggi di non scalfire Schengen, avviando un percorso che a suo avviso avrebbe evitato il determinarsi della situazione di emergenza oggi percepita. Per Frattini le priorità restano dunque quelle di “dare una base europea al reinsediamento dei rifugiati” e “facilitare le procedure di concessione dei visti umanitari, affidando, per esempio, a strutture consolari di Paesi europei in area mediterranea, insieme all'Unhcr, il compito di concedere tali visti per favorire il transito in Paesi terzi, diversi da quelli di primo approdo”, che spesso – va ricordato – non sono quelli di reale o volontaria destinazione da parte dei rifugiati. Per Frattini un percorso di questo genere, stante l'impasse derivato dai contrasti in seno all'Unione per la gestione dei flussi, potrebbe essere praticato anche da un gruppo ristretto di Paesi, che “darebbero in questo modo un segnale importante” su ciò che significa l'attuazione di buone pratiche sul diritto d'asilo e, soprattutto, sui valori che hanno cementificato l'integrazione, come la solidarietà e il rispetto dei diritti umani. Un segnale che potrebbe avere riflessi anche sulle proposte della Commissione Europea in proposito – Frattini ricorda come un'eventuale direttiva sul reinsediamento oggi non richiederebbe più l'unanimità per essere adottata.

Parla di un “fenomeno strutturale e non congiunturale” Gianni Pittella, presidente del Gruppo S&D al Parlamento Europeo, richiamando i numeri dei rifugiati siriani presenti in Paesi come il Libano (1 milione di rifugiati su 4 milioni di abitanti), in Turchia (3 milioni) o in Giordania. Premettendo dunque il fatto che si tratta di flussi che “continueranno anche in futuro”, Pittella lamenta “la campagna mediatica relativa ad un'invasione che l'Europa e il nostro Paese starebbero subendo”, quando si tratta invece di “1 o 2 milioni di profughi su 500 milioni di cittadini dell'Unione”. “Mi chiedo di quale invasione si stia parlando – ribadisce, riducendo tale retorica a “imbrogli veicolati dalle forze retrive presenti nei nostri Paesi e dalla destra xenofoba”. “Altra equazione da sfatare – prosegue l'esponente democratico – è quella tra rifugiato e terrorista o potenziale terrorista, che è priva di evidenze, perchè chi fugge proviene da teatri di guerra alimentati dall'Isis, affrontando traversate di mesi e mesi, spesso con famiglia al seguito”. “Il terzo falso propagandato è che il terrorismo si risolva bloccando Schengen, quando ciò che è importante è invece il controllo delle frontiere esterne dell'Unione – aggiunge Pittella, ricordando come la libera circolazione sia uno dei “pilastri dell'Unione” e il costo, anche in termini economici, che la sospensione dell'area comporta “per i trasporti, ma anche per i molti lavoratori frontalieri”. “È in atto una grande mistificazione che rischia di distruggere l'Unione e i suoi valori. Non stiamo insieme per convergenza di interessi ma prima di tutto per vincoli di solidarietà – afferma Pittella, che ritiene necessario rispondere alla paura con “una controffensiva razionale”. Parte della risposta sono a suo avviso le proposte dell'agenda Juncker sull'immigrazione (rafforzamento della sorveglianza delle frontiere esterne; hot spot per l'identificazione dei migranti; ricollocazione degli aventi diritto nei 28 Paesi dell'Unione), un meccanismo che Pittella segnala essersi inceppato in particolare sul ricollocamento ma che va “sbloccato, frenando gli egoismi nazionali” e aiutando i Paesi in difficoltà, come la Grecia per quanto riguarda la creazione degli hot spots. Da una parte emerge dunque la necessità di formulare proposte per giungere al superamento del regolamento di Dublino (in particolare il vincolo della presa in carico della domanda di asilo da parte del Paese di ingresso sul territorio dell'Unione) ma anche quella dello “sblocco dei canali di ingresso dell'emigrazione cosiddetta economica”. Infine, “occorre riflettere – conclude Pittella – su ciò che facciamo per stabilizzare il Medio Oriente e contrastare così le ragioni più profonde dei flussi migratori”.

Sulla questione dei migranti economici si sofferma il prefetto Mario Morcone, capodipartimento per le Libertà Civile e l'Immigrazione del Ministero dell'Interno, rilevando come sia difficile in una questione così complessa procedere con classificazioni che a volte possono rivelarsi fuorvianti o discriminatorie. Sul fronte dell'emergenza, ribadisce come l'Italia “abbia fatto la sua parte”, prima con l'operazione Mare nostrum ed ora con Triton, su cui solleva però perplessità per un reiterato poco convinto coinvolgimento dell'Unione. Stesso “impegno onesto” è stato messo in campo dal nostro Paese per l'accoglienza – rileva il prefetto, ricordando come, a parte i casi di Germania e Svezia, vi sia stato un complessivo rifuggire dalle responsabilità o “nascondersi dietro un cespuglio”. Definisce infatti “intollerabile” l'idea di una proroga del blocco di Schengen avanzata dai 6 Paesi che hanno reintrodotto i controlli, così come l'isolamento a danno della Grecia o le modalità che talvolta accompagnano la questione dei ricollocamenti, su cui a suo avviso occorre fare chiarezza. Per il prefetto è dunque importante, anche in vista di una revisione di Dublino, “mantenere un atteggiamento di attenzione ai diritti e alle sofferenze delle persone, indipendentemente dalle categorie attraverso cui le si vorrebbe classificare”, attenzione che egli ritiene l'Italia abbia nel suo complesso mantenuto, con il coinvolgimento dei territori e degli enti locali nel sistema di accoglienza. “Le categorie – avverte Morcone – sono spesso il frutto di egoismi nazionali e più che a benefico del ripensamento del regolamento di Dublino sono orientate maldestramente al recupero di consenso interno. Noi – conclude – continueremo a fare la nostra parte, nel rispetto delle persone e dei loro diritti”.

Ha spiegato la scelta di sostenere il progetto del Cir Maria Luisa Parmigiani di Unipol, segnalando come la sicurezza sia questione mutualistica: “quella di ciascuno di noi è legata a quella degli altri e al benessere che ci si attende dal futuro, benessere che si costruisce con una struttura complessiva di tutela delle persone”. L'auspicio è che il volume possa divenire “un'operazione di advocacy importante” determinando quindi un ripensamento delle politiche pubbliche sul tema del diritto di asilo.

Christopher Hein, portavoce e consigliere strategico del Cir, ha ribadito come le politiche di accoglienza mettano in moto investimenti di risorse (in Germania si parla di circa 25 miliardi di euro destinati l'anno scorso ad accoglienza ed integrazione e di 1 miliardo di euro dedicati unicamente ai corsi di lingua tedesca) ma anche mobilitazioni virtuose e spontanee della società civile, dinamiche che spesso, pur essendo reali come singoli episodi di violenza, non trovano lo stesso spazio sui media. “Le proposte formulate in questo volume – spiega Hein - vogliono promuovere opzioni di approdo diverse dai trafficanti e del rischio della propria vita e originano da due presupposti spesso trascurati: non tutti coloro che fuggono dai Paesi in guerra vogliono venire in Europa, più spesso preferiscono restare in aree limitrofe, per affinità culturale e per mantenere contatti con i familiari. Per questo è stato un grande errore da parte della comunità internazionale non investire subito nei Paesi di prima accoglienza. Coloro che desiderano venire in Europa – è il secondo presupposto, - non vogliono essere costretti a traversate cui oggi si sottopone il 95% di chi fugge”. Tra le proposte avanzate si suggerisce dunque la concessione di visti per facilitare l'ingresso legale in Europa, procedura che consentirebbe anche l'identificazione senza passare per gli hot spot, l'arrivo programmato e la predisposizione di strutture più idonee all'accoglienza. L'obiettivo è dunque promuovere una svolta nella politiche di immigrazione e di accoglienza, attraverso una vera e propria “rivoluzione copernicana” frutto della consapevolezza che l'immigrazione è una “leva importante di sviluppo per le nostre società”.

In vista del prossimo Consiglio europeo, in programma la prossima settimana e incentrato proprio sui temi migratori, Frattini solleva preoccupazioni nel caso si proceda ad un ulteriore rinvio delle questioni o in caso si profili l'eventualità di coinvolgere la Nato nella gestione dei flussi migratori nel Mediterraneo – una eventualità che pare sia emersa da parte americana, tedesca e turca e che secondo il presidente Sioi certificherebbe la fine di una qualsiasi politica estera europea e di qualsiasi possibilità di usare il soft power dell'Unione per la gestione delle questioni umanitarie. Un rinvio che lo stesso governo italiano ritiene si rivelerebbe disastroso: “siamo impegnati contro lo status quo europeo non solo in materia di immigrazione, ma anche sui temi di politica economica e sociale – afferma il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Sandro Gozi, che ribadisce come, oltre ad esprimere il disagio per “quest'Europa che non sta dando le risposte necessarie”, si debba anche “lavorare per cambiare le cose” e questo sia l'obiettivo verso cui il Governo italiano si sta muovendo, “senza improvvisazioni”. “Sta emergendo un'Europa molto diversa da quella delineata dai Trattati e questo ci preoccupa proprio perché noi crediamo in quell'Unione – prosegue Gozi, che tiene a ribadire come tutti i nodi venuti al pettine in questi mesi fossero già presenti nell'agenda preparata per il semestre di presidenza italiana del Consiglio dell'Unione, a cominciare dalla revisione del regolamento di Dublino. “Parliamo oggi della revisione di alcuni suoi punti e oggi l'Europa fa qualcosa nel Mediterraneo, ma abbiamo perso molto tempo – afferma il sottosegretario, che ribadisce come occorra agire “entro giugno” per dare attuazione alle priorità formulate nell'agenda sull'immigrazione di Juncker. I fronti su cui agire sono due: l'emergenza, cui rispondere subito e con le norme già esistenti; e la costruzione di una politica strutturale sull'immigrazione e sul diritto di asilo europeo. Sono aspetti per Gozi collegati e su cui c'è la speranza di poter mettere a frutto la convergenza di Paesi – come il Portogallo – prima attestati su posizioni diverse. “Devastante viene anche definita l'ipotesi di un ripensamento di Schengen: “si tratterebbe della rinuncia al più importante successo conseguito dall'Europa dopo due guerre civili che in meno di trent'anni hanno insanguinato il nostro continente – conclude il sottosegretario. Viviana Pansa, Inform 10

 

 

 

 

 

 

Giustizia. Operativa la riforma che depenalizza i reati “minori”. Niente carcere, solo multe e ammende

 

Con il definitivo varo dei decreti che tramutano in illeciti amministrativi o violazioni di lievi entità alcune decide di ex-reati penali cambia il panorama giuridico del nostro Paese. L’indubbio alleggerimento di lavoro per i tribunali dovrà confrontarsi con una opinione pubblica che è molto allarmata proprio per il crescere di micro-violenze, furti, rapine, aggressioni a danno di singoli e famiglie 

 

Dopo oltre un anno dall’avvio del dibattito politico e parlamentare, da venerdì scorso è divenuta operativa la riforma dei reati “minori” o “bagatellari”, cioè considerati di lieve entità dal punto di vista penale: appunto delle “bagatelle”. La soddisfazione delle forze politiche, non di tutte a dire il vero, per questa novità, è dovuta sostanzialmente a una conseguenza: che

d’ora in poi i tribunali italiani saranno nei fatti meno ingolfati da piccole o piccolissime cause e si potranno così dedicare (finalmente) a smaltire il forte carico processuale accumulato negli anni e nei decenni.

Alcuni dei reati depenalizzati. Vediamo anzitutto di cosa si tratta: senza poterli citare tutti, perché sono alcune decine, vengono depenalizzati gli atti osceni in luogo pubblico, gli spettacoli osceni, la sottrazione patrimoniale semplice, l’appropriazione di cose smarrite o di cose avute per errore, l’abuso della credulità popolare (vendite forzate, imbonimento di persone sprovvedute), i mancati versamenti delle ritenute previdenziali, la falsificazione di scritture private con apposizione di firme false e di volontà insussistenti, l’uso di atti falsi o falsificati, l’emissione di assegni non autorizzati. E poi, il drammatico caso delle gestanti che decidono di interrompere la propria gravidanza, procurandosi un aborto volontario, però non sottoponendosi ai dettami della 194 (in pratica aborto clandestino): finora era considerato reato penale e da qui in poi diverrà comportamento illecito punito sul piano amministrativo e sanzionatorio. Ancora, escono dal “penale” tutta una serie di reati legati al contrabbando, l’impedito controllo da parte degli amministratori ai revisori contabili, la guida senza patente, il riciclaggio di denaro di provenienza illecita per omessa registrazione, la coltivazione di stupefacenti, la mancata trasmissione dei protesti in caso di fallimento. Ancora in ambito di diritto del lavoro e dell’economia, sono depenalizzate – solo per citarne alcune – le violazioni legate a discriminazioni all’accesso al lavoro, quelle di genere, retributive, per la carriera, per il pensionamento, in sede di tirocinio o formazione. Altri casi riguardano i contratti di appalto mascherati, la fornitura di documenti errati da parte di agenti di commercio, le azioni per ottenere tutela per malattia o maternità non spettanti, l’esercizio di agenzie di intermediazione non autorizzate. E così via.

Meglio “colpire il portafoglio” che attendere processi infiniti. La logica che ha mosso il governo a proporre questa riforma e poi a “portarla a casa” è stata che, traghettando molti di questi piccoli ex-reati a livello di illeciti o violazioni, non solo si alleggerisce il carico della giustizia, ma

si ottengono risultati più immediati: il “reo” viene colpito subito con una multa o ammenda, anche di entità piuttosto rilevante, senza dover attendere il terzo grado di giudizio come era prima.

Meglio “colpire il portafoglio” – si dice – “che gestire cause che possono durare anche dieci e più anni”. Ma sarà proprio così? La domanda si pone perché è vero che l’insieme di questi provvedimenti riguarda prevalentemente gli ex-reati puniti con pene inferiori ai 5 anni, per i quali di norma scattavano – pur in presenza di una condanna in giudicato – abbuoni, condoni, accorciamenti di pena e così, di fatto il mancato incarceramento per oltre il 90 per cento dei colpevoli. Però l’opinione pubblica oggi è quanto mai turbata dall’incremento che si registra proprio a livello di piccoli reati: in particolare i furti, le appropriazioni indebite, i borseggi, le micro-estorsioni, le minacce, le violenze private.

Una riforma da verificare nel medio termine. Il legislatore ha voluto in ogni caso procedere su questa linea, nella convinzione che, una volta a regime, la nuova disciplina entrerà nel sentire comune e si diffonderà il convincimento sul reale grado di pericolosità sociale dei reati depenalizzati, vista la portata effettivamente tenue che li contraddistingue. Tuttavia, come ricordava il presidente emerito della Corte Costituzionale, Cesare Mirabelli,

sarà bene che questa riforma sia posta sotto osservazione per un periodo congruo per verificare se l’intento che si prefigge sia raggiungibile, da un lato, e dall’altro se l’opinione pubblica si sentirà davvero più tutelata o viceversa abbandonata a una microcriminalità che potrebbe ringalluzzirsi, in quanto potrebbe vivere una sorta di senso di impunità per l’inesistenza del reato tramutato in “illecito”.

Lo stesso Mirabelli invocava da parte dello Stato di adottare, magari dopo un congruo periodo di verifica, una maggiore severità in caso di recidiva da parte dei soggetti: citava il detto popolare “La prima si perdona, la seconda si condona, la terza si bastona”. Qui sta il punto: in Italia si potrebbe arrivare a una severità tale da “bastonare”, cioè dissuadere i recidivi, visto che non avranno più lo spauracchio di finire dietro le sbarre? Sir 9

 

 

 

 

 

Accordo sui lavoratori frontalieri fra Italia e Svizzera, in Aula mozione del Pd

 

ROMA - “Il negoziato tra il nostro Paese e la Confederazione elvetica previsto nella Road Map di cui all’Accordo del 23 febbraio 2015 sta entrando ormai nel vivo e richiede pertanto un’attenzione particolare del Parlamento per monitorare da vicino i termini dei vari accordi che disciplineranno i rapporti fiscali fra i due Paesi apportando modifiche importanti a quelli finora vigenti. Proprio per questo non ho esitato ad apporre la mia firma ad una mozione dell’on. Enrico Borghi (Pd) della quale si è iniziata oggi la discussione in Assemblea”.

Comincia così l’intervento dell’on. Alessio Tacconi (Pd), deputato eletto nella circoscrizione Estero-rip.Europa. “Un monitoraggio è quanto mai opportuno – precisa Tacconi – per sgomberare il campo da possibili malintesi ed incomprensioni e giungere ad accordi chiari, su basi certe e convenienti, economicamente e politicamente, ad entrambi i Paesi”.

“Nella Road Map dell’anno scorso si prevedeva, tra l’altro – ricorda Tacconi - , un nuovo accordo sul lavoro transfrontaliero in sostituzione di quello in vigore dal 1974. Dopo mesi di discussioni fra le parti l’accordo è stato finalmente siglato il 22 dicembre 2015”.

“In vista della ripresa dei lavori congiunti per il perfezionamento dell’Accordo, la mozione che abbiamo presentato  intende – motiva l’on. Tacconi - richiamare all’attenzione del Governo e del Legislatore la necessità di subordinarne la firma e la ratifica alla formulazione di precise assicurazioni da parte delle autorità federali e cantonali svizzere di non voler procedere con iniziative discriminatorie nei confronti dei lavoratori italiani in contrasto con il principio di libera circolazione delle persone sancito dal relativo Accordo fra la Confederazione Svizzera e l’Unione Europea e i suoi Stati membri”.   “Sono motivo di preoccupazione, infatti – evidenzia il deputato Pd - , alcune iniziative unilaterali assunte soprattutto in alcuni cantoni che, in contrasto con gli accordi internazionali sottoscritti a livello confederale, non solo mettono in discussione il principio della libera circolazione, ma assumono una valenza ingiustificatamente discriminatoria e xenofoba”.

“Bene perciò hanno fatto – prosegue Tacconi - i rappresentanti del Governo ad inserire nell’Accordo una clausola di salvaguardia che contempla che “la firma e il processo di ratifica dell’Accordo sui lavoratori frontalieri sono subordinati all’assenza di ogni forma di discriminazione e alla individuazione di una soluzione “euro-compatibile” nell’adeguare la legislazione svizzera al risultato del voto popolare sull’iniziativa del 9 febbraio 2014”. A queste condizioni l’Accordo raggiunto nel dicembre scorso mi sembra assolutamente condivisibile ed economicamente vantaggioso per entrambi i Paesi. Esso si basa infatti – spiega - sui seguenti punti cardine: - è fondato sul principio di reciprocità;- fornisce una definizione di aree di frontiera che, per quanto riguarda la Svizzera, individua i Cantoni dei Grigioni, del Ticino e del Vallese e, nel caso dell’Italia, le Regioni Lombardia, Piemonte, Valle d’Aosta e Provincia Autonoma di Bolzano;- fornisce una definizione di lavoratori frontalieri al fine dell’applicazione dell’accordo in questione e comprende i lavoratori frontalieri che vivono nei comuni i cui territori ricadono, per intero o parzialmente, in una fascia di 20 chilometri dal confine e che, in via di principio, ritornano quotidianamente nel proprio Stato di residenza;- per quanto riguarda l’imposizione, lo Stato in cui viene svolta l’attività lavorativa imporrà sul reddito da lavoro dipendente fino al 70% dell’imposta risultante dall’applicazione delle imposte ordinarie sui redditi delle persone fisiche. Lo Stato di residenza applicherà le proprie imposte sui redditi delle persone fisiche ed eliminerà la doppia imposizione;- sarà effettuato uno scambio di informazioni in formato elettronico relativo ai redditi da lavoro dipendente dei lavoratori frontalieri;-l’accordo sarà sottoposto a riesame ogni cinque anni”.

“L’intero pacchetto fiscale, soprattutto allorché si andrà a modificare la convenzione sulle doppie imposizioni del 1976, richiederà un monitoraggio puntuale su tutte le questioni che riguarderanno sia gli Italiani residenti in Svizzera (come per esempio la tassazione sul patrimonio immobiliare), sia quelli che vi lavorano attraversando ogni giorno il confine, sia, infine, i pensionati che sono rientrati in Italia”, conclude l’on. Tacconi. (Inform 8)

 

 

 

 

 

Il riscatto    

 

I mesi che ci siamo lasciati alle spalle, come quelli che verranno, hanno influito, e influiranno, sul nostro futuro. Ogni provvedimento, ogni tacito assenso parlamentare, ha segnato la fine di un sistema. Il Potere Legislativo non rappresenta più le esigenze di un Paese che dovrà dare conto del suo stato socio/economico all’Europa.

 Gli schieramenti politici, decapitati dagli inquisiti e dagli scandali di Palazzo, ci hanno fatto perdere parecchia della nostra credibità. Per valevole che sia, il Capo dell’Esecutivo non è un Santo. Non è capace di fare miracoli. Ma d’infliggere penitenze sì. I Partiti, ora, viaggiano a ruota libera e, senza coordinamento, ogni iniziativa è destinata a fallire. Sconfitta, per disonestà congenita del sistema, la nostra posizione, anche in seno UE, sarà difficile da riconquistare.

Pure i Connazionali all’estero sono critici nei confronti delle posizioni della madre Patria. L’agonia d’uomini e d’idee non ci consente di modificare l’opinione su come stiamo vivendo. Ci sono troppi coni d’ombra per sperare di rivedere la luce. Prima di tutto, ma non siamo i soli a segnalarlo, mancano sempre le posizioni specifiche di chi vorrebbe varare una Repubblica nuova. A ben osservare, è difficile distinguere il “nuovo” dal “rinnovato”. La Penisola continua ad essere in fibrillazione. I sacrifici, a questo punto, non sono la “cura”, rappresentano la “malattia”.

 Meglio intenderlo da subito, perché per i mesi a venire le nostre patologie potrebbero ancora aggravarsi. Sembra che tutti siano intenzionati a favorire una svolta al Paese. Ma su come, è ancora scena muta. Si preferisce parlare sempre meno e disinteressarsi di più. Col tramonto dei Partiti, anche quelli di recente formazione, i nostri destini sono alla deriva. Mentre ci preoccupa la crisi economica, non possiamo sottacere l’aspetto politico del nostro malessere.

 Pensare al “nuovo”, senza tener conto dell’”attuale” è la teoria del serpente che si mangia la coda. Sappiamo che sarà dura, ma riteniamo che l’Italia, in pratica il suo meraviglioso Popolo, troverà la strada della risalita. Perché per tornare a contare è indispensabile uscire dal ginepraio dell’ipocrisia che ancora condiziona tanti uomini che potrebbero meglio mettersi al servizio del Paese.

 Non basta riconoscere ciò che si poteva fare e non è stato fatto. C’è ancora tempo per riprogrammare la rotta della nave Italia. Così, pur auspicando di affrontare il nuovo, non ci sentiamo di sottovalutare il nostro passato. Dignità e Riscatto hanno, per nostro sostegno, una comune matrice: la Democrazia.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Il vice ministro degli Esteri Mario Giro risponde all’Interpellanza sull’assistenza ai nuovi flussi emigratori

 

“Nonostante le difficoltà legate al blocco del turnover  ed alle misure di revisione della spesa pubblica il Maeci ha avviato nuove procedure di assunzione di personale a contratto per rafforzare le sedi nei Paesi dove si registra un incremento del fenomeno migratorio, al fine di garantire il più alto livello possibile di assistenza ai nostri connazionali all’estero”

 

ROMA – Nel corso della seduta di ieri dell’Aula di Montecitorio il vice ministro degli Esteri Mario Giro ha risposto ad un’interpellanza, sottoscritta dal deputato Alessio Tacconi nel luglio 2013, in cui si chiedevano lumi circa  iniziative “volte a potenziare le strutture consolari deputate a fornire assistenza agli italiani all'estero, anche in considerazione dei nuovi flussi migratori connessi alla crisi occupazionale”. Illustrando l’interpellanza il deputato Tacconi (Pd) ha in primo luogo evidenziato come dal 2013 non sia cambiata la massiccia e costante emigrazione di cittadini italiani verso l’estero. Una diaspora che, secondo l’ultimo rapporto sugli italiani nel mondo della Fondazione Migrantes,  nel 2014 ha portato nel mondo circa 100.000 connazionali. Una stima , quest’ultima che, secondo Tacconi, potrebbe arrivare a 160.000 unità se si tiene conto anche dei connazionali non iscritti all’Aire.  “Ancora più recentemente il decreto del ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale del 31 dicembre 2015 – ha aggiunto Tacconi - certificava che gli italiani residenti all’estero sono 4 milioni e 800 mila, ben 174 mila in più rispetto alla fine del 2014. Quindi, nel giro di un paio d’anni, si è verificato uno spostamento di una cifra di persone dall’Italia all’estero che è pari a circa 250, 300 mila persone”. Un’emigrazione che, per il deputato del Pd eletto nella ripartizione Europa, appare molto variegata, partono uomini , donne, bambini e intere famiglie, e composta anche da numerosi giovani che studiano e si formano all’estero (generazione Erasmus). Tacconi ha poi ricordato come ancora oggi i nostri connazionali che scelgono la via dell’estero incontrino nella loro esperienza migratoria grandi difficoltà, mancando soprattutto della conoscenza del territorio e dei meccanismi del Paese di accoglienza. Problemi che i connazionali cercano di superare rivolgendosi ai Comites, ai consolati italiani e ad amici. 

“Per questo – ha spiegato Tacconi -chiedo al ministero degli Esteri se non intenda rafforzare le proprie strutture per dare un supporto ai nuovi migranti, un primo orientamento con la costituzione di appositi sportelli all’interno dei consolati, informazioni, e le informazioni che più sono necessarie naturalmente sono quelle che stanno alla base di un primo approccio al nuovo territorio e al nuovo Paese, come trovare una casa, dove sistemarsi, come trovare un nuovo lavoro, come trovare un corso di lingua che riesca a facilitare, poi, anche le comunicazioni… Sappiamo – ha aggiunto Tacconi - che alcune iniziative lodevoli sono già state messe in atto dalla rete diplomatica e consolare… però mi si consenta di dire che si sente la necessità di far diventare questi sforzi organici, pianificati e supervisionati, in modo da poter diventare un supporto per chi sa dove sta andando, ma anche una forma di paracadute per chi parte e basta. Ci sono molte persone che, purtroppo, in Italia non riescono a trovare la propria strada, partono e basta, e poi, quando arrivano, non sanno quasi dove sono arrivate e come fare, come gestire i loro primi giorni o le prime settimane e mesi di permanenza all’estero”.

In sede di replica il vice ministro degli Esteri Mario Giro, dopo aver ricordato che la Farnesina è costantemente impegnata sul fronte degli italiani all’estero, ha sottolineato come la crescita dei nostri connazionali nel mondo continui ed abbia raggiunto  quota 4,8 milioni.  “È un grande mondo, - ha spiegato Giro - diviso in varie particolarità, ovviamente, a cui si aggiungono questi nuovi usciti dall’Italia; io ho avuto modo di incontrarli spesso, sia in Europa che in America latina, e in certi luoghi si vede la differenza tra le due comunità, mentre in altri si assiste ad una coesione tra le due collettività : quindi è un mondo variegato”. Giro ha poi posto in evidenza come i giovani che oggi lasciano l’Italia non sempre siano direttamente spinti dalla necessità ma spesso si muovano verso l’estero in cerca di nuove opportunità. Un’emigrazione non forzata che, anche grazie  alle nuove tecnologie di comunicazione che permettono di mantenere uno stretto legame con la terra d’origine, può essere rappresentata come una “circolazione dei cervelli”.   

“Già da alcuni anni, gli uffici della rete diplomatica e consolare italiana all’estero, e in particolare nei Paesi di maggiore afflusso di nuovi lavoratori italiani e di giovani in cerca di nuove opportunità, - ha poi ricordato Giro - hanno avviato una serie di iniziative: una delle più note è ‘Primo approdo’, ma ce ne sono altre. Londra è diventato il secondo nostro consolato per numero di iscritti, dopo Buenos Aires, e quindi noi vediamo che non è solo una immigrazione che si svolge secondo le vecchie direttrici, ma ce ne sono anche nuove. Ci sono tantissimi italiani a Londra, come sappiamo che ce ne sono a Barcellona e ce ne sono moltissimi in Germania. L’obiettivo, in generale, di questi programmi che si sono dati i vari consolati è quello di offrire agli interessati, anche prima della partenza dall’Italia ma comunque appena arrivano, attraverso i siti degli uffici consolari, informazioni sul Paese che stanno raggiungendo, nonché cercare di fornire loro una stima realistica delle prospettive lavorative, perché spesso le partenze avvengono senza una valutazione di ciò che si va ad incontrare, penso in particolare all’Europa.  Tra queste iniziative, che si sono rivelate di grande utilità per la nostra collettività, - ha precisato Giro che ha anche ricordato la positiva esperienza avviata in questo settore con il Comites di Berlino - si segnala la creazione, da parte dell’ambasciata d’Italia a Berlino e di alcuni consolati, come appunto Londra, Parigi, Buenos Aires, Perth in Australia, di  nuovi portali dedicati proprio a questi nostri connazionali, in particolare giovani, che vengono continuamente aggiornati con le informazioni dei Paesi”.

Giro ha poi segnalato sia l’apertura a Melbourne di uno sportello consolare volto a fornire assistenza a questi nuovi emigranti, un’iniziativa realizzata in collaborazione con le associazioni di connazionali, sia l’attivazione presso altri  consolati di seminari informativi periodici su problematiche importanti, come ad esempio quella dei visti di lavoro.

“In tale contesto – ha proseguito il vice ministro - è risultata fondamentale la collaborazione con gli altri enti istituzionali rappresentativi, i parlamentari italiani all’estero, i Comites, il Cgie che abbiamo appena rinominato dopo le elezioni, gli enti gestori che forniscono corsi di italiano, la rete camerale, i patronati e associazioni varie, per lo svolgimento di iniziative a favore dei giovani, sotto, ovviamente, la supervisione dei consolati. Spesso, queste associazioni o queste nostre entità si attivano autonomamente, poi, propongono al consolato alcune iniziative, che vengono, in genere, accolte”.

“Il Maeci ha inoltre deciso, nel 2015, - ha ricordato Giro - di finanziare una serie di progetti sviluppati dagli stessi Comites, sia in Europa che oltreoceano, volti ad agevolare l’inserimento dei nuovi migranti nel tessuto economico-sociale dei Paesi diversi, valorizzando in tal modo il ruolo delle nostre collettività storiche. Positivi sviluppi si registrano anche sul piano dei contatti con le principali istituzioni locali, specializzate nel veicolare offerta e domanda di lavoro. Da segnalare, in particolare, la collaborazione positiva avviata tra l’ambasciata di Berlino e l’agenzia federale del lavoro tedesca, che rende noto con periodicità, a scadenza regolare, le principali fiere del lavoro, come le chiamano in Germania, in modo da poter fornire ogni utile informazione ai nostri connazionali. Ulteriore iniziativa di rilievo promossa dalla nostra ambasciata a Berlino è l’istituzione di un tavolo sull’occupazione giovanile dedicato allo specifico contesto berlinese, foro di discussione che vede la partecipazione di qualificati esponenti della società civile che sono in contatto con la nostra collettività”. Un’esperienza polita, quella di Berlino, che secondo Giro consentono anche di testare gli strumenti che serviranno per affrontare questa nuova sfida migratoria.

“Nonostante le difficoltà legate al blocco del turnover – ha concluso Giro - ed alle misure di revisione della spesa pubblica, che hanno determinato una riduzione del personale di ruolo destinato all’estero, il Maeci ha avviato recentemente nuove procedure di assunzione di personale a contratto per rafforzare quelle sedi che sono ritenute prioritarie proprio per questo fenomeno. Tra queste figurano soprattutto, quelle presenti in Paesi nei quali si registra un incremento del fenomeno migratorio, al fine di garantire il più alto livello possibile di assistenza ai nostri connazionali”.

In sede di replica il deputato Tacconi si è detto soddisfatto della risposta del sottosegretario e del rafforzamento in atto delle sedi all’estero dove si registra un maggiore afflusso di connazionali. Un fenomeno che, secondo Tacconi, nei prossimi anni non diminuirà e quindi andrà gestito nel migliore dei modi.

(Inform 10)

 

 

 

 

Le parole di Sanremo. Non rimarranno nella storia del festival, ma i testi di quest’anno hanno una loro dignità letteraria

 

A Sanremo 2016 siamo lontani dalle rime baciate, dalle esibizioni di trasgressività fine a se stessa, e talvolta, e per fortuna, dal pezzo confezionato su misura per tre minuti sul palco. I testi non rimarranno probabilmente negli annali della canzone italiana, ma almeno ci dicono qualcosa della vita e delle sue trasformazioni epocali

 

Basta azzeccare un’alchimia che nei tre minuti della canzone decide il destino di un bel po’ di gente. Se va va. A cominciare dalla musica che però da sola può e non può. La canzone è fatta anche di parole, a meno che non sia solo suonata. Ma a Sanremo non puoi mica recitare il testo, lo devi cantare. Da sempre gli addetti ai lavori, e con qualche ragione, sostengono che la canzone è una cosa, la poesia un’altra, anche se con alcune eccezioni. Spesso dall’Ariston ci sono arrivate canzoni prefabbricate, fatte apposta per quei pochi giorni che però cambiano la vita di molti.

Ma la domanda è: da quel palco può arrivare qualcosa di buono, buono davvero, che vada oltre il corteggiamento delle giurie, dell’ammiccamento, della furbetta allusione alle cronache dei propri tempi?

Esiste la grande bellezza di un testo, anche nelle notti di febbraio, quelle consacrate al festival, sulla Riviera?

Magari non la bellezza esemplare, quella che ti fa gridare al capolavoro, ma qualcosa che va oltre la stretta osservanza sanremese sì. “La borsa di una donna”, ad esempio, cantata da Noemi, ma scritta, a più mani, da Marco Masini, che di battaglie canore se ne intende, Marco Adami e Antonio Iammarino, uno che ha scritto testi di canzoni per la Mannoia, per lo stesso Masini, per Raf, insomma per gente che alle parole giuste ci tiene. Parole che entrano nelle cose, senza corteggiarle, che affrontano i sentimenti, senza farli scadere nell’ovvio, e parlano delle speranze che sono stupende, e che servono, ci mancherebbe, ma che ci impediscono nello stesso tempo di guardare al nostro presente, con quel “ricordare e progettare/ scordandoti di vivere adesso”.

Anche il solito non-sense di Elio e le storie tese, “Vincere l’odio”, e qui siamo –paradossalmente- sul politicamente corretto, si fa largo piacevolmente, senza corteggiare la volgarità, la concessione alle piccole e ipocrite “trasgressioni” spesso fatte apposta per strappare l’applauso, con incursioni perfino negli Atti degli Apostoli, nella questione meridionale, nell’ incombente dimensione della diversità sessuale.

Non male pure le parole di “Un giorno mi dirai” degli Stadio, ma qui ci si sarebbe atteso qualcosa di più, anche se il rapporto padre-figlia è trattato con delicatezza. Il rischio che poteva correre “Wake up” cantata da Rocco Hunt, al secolo Rocco Pigliarulo, era quello di far diventare banalità sanremese perfino la denuncia politica: rischio aggirato grazie all’autoironia (“un lavoro manca sempre, per fortuna abbiamo il groove”) e un mai melodrammatico occhio puntato su problemi reali, non solo del proletariato urbano (“Noi con la partita Iva, moriremo qua aspettando”).

Il tema della fuga dalla pazza folla è affrontato dalla canzone di Arisa, “Guardando il cielo”, il cui testo è opera di Giuseppe Anastasi, allievo della scuola di Mogol e autore di brani di successo. La scelta della vita in paese non è solo romantica comunione con la natura, ma scelta di campo a favore della cultura antica, tanto derisa, oggi, dal sistema mediatico (“eppure sai che ogni notte prima di dormire io/ che ho preso tutto da mia nonna faccio una preghiera a Dio”).

Un certo impegno non esibito è presente nella canzone di Francesca Michielin “Nessun grado di separazione”, che suggerisce il tema dell’unione d’amore come partecipazione al movimento complessivo della creazione: “siamo una sola direzione in questo universo/ che si muove. Nessun grado di separazione/, nessuna divisione”. Anche qui c’è dietro gente esperta, in questo caso Federica Abbate, giovane ma affermata autrice di grandi successi, Cheope, vale a dire Alfredo Rapetti Mogol e Fabio Gargiulo.

Anche Clemente Maccaro, alias Clementino, riesce a dare un senso non solo sanremiano al suo rap, che è legato alla realtà non solo di oggi, ma di sempre: l’emigrazione, ed insieme una testimonianza di fraternità “terminale”, non romanticheggiante o salottiera (“Perché se cadrai io ti rialzerò/ o mi sdraierò qui vicino a te”) e di spirito costruttivo al di là degli atteggiamenti trasgressivi: “Perciò mi tengo stretto tutto quello che ho/ pregando che dall’alto qualcuno ci salvi, perciò/ chi porta i figli a scuola tutti i giorni spera in un futuro migliore”. Forse, nel rapporto complessivo testo-musica, la migliore del lotto.

A Sanremo 2016 siamo lontani dalle rime baciate, dalle esibizioni di trasgressività fine a se stessa, e talvolta, e per fortuna, dal pezzo confezionato su misura per tre minuti sul palco.I testi di cui abbiamo parlato non rimarranno probabilmente negli annali della canzone italiana, ma almeno ci dicono qualcosa della vita e delle sue trasformazioni epocali. Marco Testi  Sir 11

 

 

 

 

Grazie e auguri di buon lavoro dei deputati Pd estero a Vincenzo Amendola, nuovo sottosegretario agli Esteri

 

ROMA - Vincenzo Amendola, capogruppo del Pd in Commissione Esteri nei primi anni di questa legislatura, è stato di recente nominato sottosegretario agli Affari Esteri. Un incarico non solo meritato, per la grande esperienza maturata in campo internazionale nonostante la sua ancora giovane età, ma per noi addirittura naturale, per la prova di competenza, esperienza ed equilibrio da lui data nel lavoro parlamentare. E’ quanto scrivono in una nota i deputati del Pd eletti nella circoscrizione Estero: Gianni Farina, Marco Fedi, Laura Garavini, Francesca La Marca, Fabio Porta, Alessio Tacconi.

Nel momento in cui, con la consueta signorilità, rivolge a tutti noi colleghi di commissione il suo saluto e il suo ringraziamento per il lavoro svolto - proseguono i deputati Pd - glieli ricambiamo con sincerità e convinzione e gli facciamo di cuore gli auguri per il suo nuovo e importante incarico.

Come eletti nella circoscrizione Estero, gli siamo particolarmente grati per l’attenzione che ha costantemente rivolto alle nostre tematiche. Si deve anche a lui se il parere espresso dalla Commissione sulla legge di stabilità per il 2016 si è potuto scrivere con larghi riferimenti agli italiani all’estero e se di conseguenza si sono potute spostare risorse significative su diversi capitoli di nostro interesse. Non è un caso, inoltre, che il suo primo atto di governo sia stata la risposta non formale data alla nostra interrogazione urgente sulla reintegrazione dei fondi per i corsi di lingua e cultura, con la quale ha dichiarato l’impegno del Maeci a ripristinare il livello dell’anno precedente in sede di assestamento di bilancio.

Grazie e in bocca al lupo, dunque, ad Enzo Amendola. Siamo certi - concludono Farina, Fedi, Garavini, La Marca, Porta e Tacconi - che le sue capacità saranno di giovamento per la politica estera del Paese in un momento tanto delicato e che, nei limiti del possibile, continuerà a nutrire per gli italiani all’estero l’attenzione e l’amicizia che ha dimostrato finora. (Inform 8)

 

 

 

 

Contare su chi?

 

I problemi correlati alla nostra Comunità all’estero, secondo noi, non potranno essere risolti in Patria. Nonostante una parvenza d’inutile rappresentatività. L’annosa questione, tutt’altro che nuova, dovrebbe essere affrontata con una politica più consona al nostro ruolo di Paese Stellato.

 Mentre le situazioni è definita “statica”, il piatto degli italiani all’estero “piange”. Nell’attesa di tempi migliori, per i quali continueremo a far sentire la nostra voce, tenteremo di rendere operativi i progetti che sono rimasti, spudoratamente, sulla carta.

 Da questo foglio desideriamo lanciare una campagna di solidarietà per i Connazionali altrove. Per una volta, almeno per questa volta, ambiamo credere nel superamento dei “campanilismi” e per rendere operativa una meta comune. Se si facesse strada, come auspichiamo, una forte volontà di cambiamento, magari col supporto di validi referenti  anche fuori dalla Penisola,

a Roma non si potrebbe più fingere di non capire.

 In questa nostra ipotesi, la forza dei numeri andrebbe a determinare un apprezzabile ruolo anche nei confronti degli indecisi. Per ottenere dei risultati, finanche graduali, è necessario cambiare la visione che è maturata nei confronti degli italiani all’estero. Premettendo che, in ogni caso, non sarà un’operazione facile. Chi crede, però, non vacilla.

 L’importante è, da subito, rimuove lo stato d’apatia che rileviamo ancora sul fronte dei Connazionali all’estero. Nella Penisola, la politica è in fase evolutiva e le concretezze potrebbero essere meno limitate. Chi vive lontano dal Bel Paese non ha privilegi da tutelare. Alleanze da realizzare. Compromessi da concretare.

 Sono, invece, mossi dalla cognizione di poter contare, almeno, sulle loro forze. Basta che non siano disperse per scarsità, come ancora accade, di reciproci contatti operavi. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Appello di Fucsia Nissoli (Ds-Cd) al presidente della Repubblica: impedire i tagli ai fondi per la lingua italiana all’estero

 

ROMA - Ha destato clamore, questi giorni, la notizia di un taglio alla promozione linguistica italiana all'estero, al capitolo 3153 del MAECI,  pari a 2 milioni e 625 mila euro per il 2016, dopo che, durante l'esame della legge di stabilità, il lavoro svolto in Senato aveva permesso di azzerare i tagli operati di 3.293.248, anzi incrementando i fondi a disposizione con l'approvazione di un emendamento che aggiungeva 3.400.00 euro alle disponibilità del capitolo di bilancio.

Un fatto positivo che rischia di essere vanificato da questa rimodulazione della spesa alquanto sconsiderata, visto che la promozione culturale è fondamentale per presentare il nostro Paese all'estero ed incrementare gli scambi commerciali in un momento in cui la ripresa economica è ancora molto debole. Pare ci sia un ripensamento del Governo. E' quello che mi auspico perché altrimenti significherebbe darsi la zappa sui piedi sulla strada del risanamento economico del nostro Paese. Penso che la diplomazia culturale sia premessa necessaria per la diplomazia economica  e fondamentale per attivare una adeguata penetrazione commerciale e non solo. L'apprendimento linguistico costituisce la base per la conoscenza vera del nostro patrimonio culturale e, da un lato, mantiene saldo il legame tra gli italiani all'estero e la cultura di origine e, dall'altro, avvicina lo straniero al fascino della storia, dell'arte e del modo di vita italiano che sono apprezzati ovunque e che risulta essere, anche, uno strumento prezioso di promozione turistica.

Del resto, il Presidente Mattarella, nel suo discorso al LXXXII Congresso Internazionale della Società Dante Alighieri ha sottolineato che "nel mondo c'è una forte richiesta di Italia" e lo stile di vita italiano veicolato attraverso la lingua è uno dei desideri più ambiti a livello mondiale. "La lingua italiana - diceva il Presidente Mattarella - può giocare un ruolo di grande importanza nella creazione di quel clima di simpatia verso l'Italia". Essa, continua il Presidente, "potrebbe divenire, più di quanto non lo sia già, la lingua del bello, del gusto, dell'arte, della musica. Una lingua particolare e universale, apprezzata per nutrire lo spirito,...". Certamente, con i tagli effettuati non si opera per aiutare l'italiano ad essere quello che il nostro Presidente indicava con lungimiranza. Anzi, tale ridimensionamento porterebbe alla soppressione di molti corsi già in essere e che erano stati programmati in base alle risultanze della legge di stabilità, quindi con forti danni all'offerta culturale del nostro Paese nel mondo. Il Presidente Mattarella, sempre allo stesso Congresso della Dante Alighieri aveva evidenziato, paragonando l'impegno finanziario italiano a quello degli altri Paesi europei, che ciò "fa capire quanto sarebbe necessario un impegno finanziario maggiore da parte dello Stato".

Allora, caro Presidente, mi rivolgo a Lei, mentre è in visita alla nostra bella Comunità di italiani d'America: impedisca che la promozione linguistica italiana nel mondo subisca ancora tagli che sarebbero disastrosi. Essi non sono in linea con il ruolo dell'Italia quale potenza culturale e non sono strategici per rilanciare il nostro Paese sul piano economico. Signor Presidente, gli italiani d'America vogliono poter apprezzare le bellezze dell'Italia e mantenere i rapporti con la Madrepatria anche parlando la bella lingua italiana. Lei che ci rappresenta tutti faccia capire al Governo che i tagli alla lingua italiana non sono lungimiranti ed, anzi, rischiano di intaccare quel legame profondo che le Comunità all'estero conservano con la terra d'origine. Noi tutti gliene saremo debitori. Grazie!

Fucsia Fitzgerald Nissoli, Deputata al Parlamento Italiano, gruppo Democrazia Solidale - Centro Democratico, eletta nella circoscrizione Estero, ripartizione Nord e Centro America

 

 

 

CIR: l’Europa continua a sbagliare

 

ROMA - Il Consiglio Italiano per i Rifugiati “è molto deluso” dal documento presentato dalla Commissione Europea, cioè dall’aggiornamento sull’agenda europea delle migrazioni reso noto ieri da Bruxelles.

“Di fronte alla più grande crisi di rifugiati in Europa da 65 anni – critica duramente il Cir – la Commissione insiste su risposte che già si sono rivelate ampiamente inefficaci, e non spende una parola né sul dramma che decine di migliaia di richiedenti asilo continuano a vivere, in particolare in Grecia e nei Balcani occidentali, né sul perpetuarsi delle tragedie nel Mediterraneo, che solo nel mese di gennaio 2016 sono costate almeno 368 vite umane, tra cui un crescente numero di bambini. Nessuna delle misure proposte dalla Commissione appare utile a prevenire il ripetersi di queste tragedie e a fornire una soluzione per le persone intrappolate tra una frontiera e l’altra all’interno del continente”.

“Quando ormai tutto il mondo ha riconosciuto che il Sistema Dublino non funziona e non potrà funzionare, - continua il Cir – la Commissione propone addirittura il ripristino del trasferimento di richiedenti asilo in Grecia – paese dal quale è previsto, allo stesso tempo, il ricollocamento verso altri Stati membri!- e, in generale, insiste sulla dottrina di “far funzionare il sistema”, in ovvia contraddizione con il fine di arrivare a una più equa distribuzione dei richiedenti asilo tra gli Stati”.

Quanto ai dati sull’Italia - “Progress Report Italy” – per il Cir “la Commissione insiste sull’uso della forza fisica per costringere le persone a farsi identificare, misura di dubbia costituzionalità; propone un più lungo periodo di detenzione amministrativa - che invece il Parlamento italiano non molto tempo fa aveva deciso di ridurre - consapevole del fatto comprovato che l’allungarsi della detenzione non incide sul numero di rimpatri effettuati. Allo stesso tempo, la Commissione non menziona il fatto che il finanziamento per un ritorno volontario assistito è ormai bloccato da molti mesi. La Commissione, senza far menzione né della prassi illegale della non ammissione di centinaia di persone alla procedura d’asilo, e anzi dell’emissione di un decreto di respingimento nei loro confronti, né dei rapporti sulla mancanza di informazione fornita alle persone sbarcate e all’interno degli Hot Spot, marca come “progresso” il fatto che sono stati elaborati e distribuiti fogli informativi”.

“La Commissione lamenta che l’Italia non rimpatria un numero sufficiente di cittadini stranieri, per esempio in Egitto (!) e Nigeria. La Commissione lamenta inoltre che il ricollocamento procede troppo lentamente, senza però cercare di identificare i veri nodi della misura come la limitazione a poche nazionalità di richiedenti asilo e il fatto che i legami della persona con un determinato paese non vengono sistematicamente presi in considerazione. Infine, nel rapporto della Commissione, - conclude il Cir – nessuna menzione viene fatta al ruolo dell’UNHCR né degli enti di tutela dei rifugiati”. (aise) 

 

 

 

 

Sul sito del Miur l'avviso per la selezione di assistenti di lingua italiana all'estero per l'anno scolastico 2016/2017

 

Le domande vanno inviate entro il 29 febbraio prossimo. Destinazioni in Austria, Belgio, Francia, Germania, Irlanda, Regno Unito e Spagna

 

ROMA – Pubblicato dal Ministero dell'Istruzione, l'Università e la Ricerca l'avviso per la selezione di assistenti di lingua italiana all'estero che affiancheranno i docenti della materia in servizio presso le istituzioni scolastiche di Austria, Belgio, Francia, Germania, Irlanda, Regno Unito e Spagna – Paesi con cui sono stati stipulati Accordi culturali e relativi protocolli esecutivi – per l'anno scolastico 2016/2017.

L'attività svolta coprirà un periodo di circa 8 mesi presso uno o più istituti di vario ordine e grado, per un impegno di regola di 12 ore settimanali e fronte del quale viene corrisposto un compenso variabile a seconda del Paese di destinazione.

Tra i requisiti necessari alla partecipazione la cittadinanza italiana, l'età non superiore ai 30 anni, il non aver già svolto il ruolo di assistente di lingua italiana all'estero su incarico del Miur, non essere legato da vincoli di impiego con amministrazioni pubbliche e l'aver conseguito entro il 1° gennaio 2015 un diploma di laurea specialistica/magistrale nelle materie umanistiche con almeno due esami di lingua o letteratura o linguistica italiana e almeno due in lingua o letteratura o linguistica del Paese per il quale si presenta la domanda.

Tutti i requisiti devono essere posseduti alla data di scadenza dell'avviso, fissata il 29 febbraio 2016.

La domanda di partecipazione alla selezione deve essere presentata entro tale termine esclusivamente tramite l'applicazione disponibile online all'indirizzo http://www.trampi.istruzione.it/asl e per uno solo dei Paesi sopra menzionati. Il numero dei posti dipende dalle disponibilità dei Paesi partner ed è suscettibile di variazioni in qualsiasi momento della procedura.

Per consultare l'avviso, le modalità di presentazione della domanda, i requisiti di accesso, i dettagli delle destinazioni: http://hubmiur.pubblica.istruzione.it/web/istruzione/dg-ordinamenti/assistenti_lingua/assistenti_italiani.  (Inform 8)

 

 

 

 

Nato schickt Marine in die Ägäis

 

Nato-Schiffe gegen Schlepperbanden: In Rekordzeit hat die Militärallianz auf Bitten Berlins am Donnerstag einen Marineeinsatz zur Eindämmung des Flüchtlingszustroms in der Ägäis beschlossen.

Kritiker beklagen eine "Militärisierung der Flüchtlingsabwehr". Ob der Einsatz unter deutscher Führung wirklich etwas verändert, hängt von der Bereitschaft der Türkei ab, selbst gegen Schleuser vorzugehen.

Die Nato-Verteidigungsminister gaben weniger als 72 Stunden nach Bekanntwerden des Vorhabens grünes Licht. Die Schiffe der Stehenden Nato-Marinegruppe 2 würden von ihrem bisherigen Standort in der Nähe von Zypern "sofort" in Bewegung gesetzt und beginnen, Informationen über Schleppernetzwerke zu sammeln, sagte Nato-Generalsekretär Jens Stoltenberg in Brüssel.

Es gehe darum, den Kampf gegen "etablierte kriminelle Netzwerke von Schleusern zu unterstützen, die Millionen aus diesen Menschen herauspressen" und "billigend in Kauf nehmen, dass Tausende ertrinken", sagte Bundesverteidigungsministerin Ursula von der Leyen (CDU). "Wir können das nicht länger tolerieren."

Die Nato-Schiffe sollen Muster im Vorgehen der Schlepper offenlegen und das Lagebild an die türkische und griechische Küstenwache sowie an die EU-Grenzschutzorganisation Frontex weitergeben. Von der Leyen hält ein Bundestagsmandat dafür nicht für nötig.

Ein direktes Eingreifen der Nato-Schiffe ist nicht vorgesehen. "Es geht nicht darum, Flüchtlingsboote zu stoppen und zurückzudrängen", sagte Stoltenberg. Nur in Notfällen sollten die Nato-Schiffe Flüchtlinge retten, dann aber sofort in die Türkei zurückbringen, das sei mit Ankara "fest verabredet", sagte von der Leyen. Dies gelte auch, wenn die Menschen in griechischen Gewässern gerettet würden.

Dafür will Griechenland die Türkei wohl zu einem sicheren Drittstaat erklären, dann könnten auch auf den griechischen Ägäis-Inseln gelandete Flüchtlinge direkt wieder in das Nachbarland zurückgeschickt werden. Eine solche Einstufung werde geprüft, verlautete am Donnerstag aus Regierungskreisen in Athen.

Der türkische Präsident Recep Tayyip Erdogan gab sich indes unbeeindruckt vom Druck Deutschlands und anderer Nato- und EU-Partner - auch mit Blick auf Forderungen, zehntausende weitere Flüchtlinge aus Syrien aufzunehmen. "Wir haben nicht das Wort 'Idiot' auf der Stirn geschrieben", sagte er bei einem Auftritt in Ankara. "Wir werden machen, was wir tun müssen. Denkt nicht, die Flugzeuge und Busse sind umsonst da."

Erdogan bestätigte zudem Medienberichte, wonach er schon im November der EU drohte, den 2,5 Millionen Flüchtlingen in seinem Land die Grenzen Richtung EU vollständig zu öffnen.

Bei der Opposition in Berlin stießen die Pläne zum Nato-Einsatz in der Ägäis auf scharfe Kritik. "Was wir brauchen, sind legale und sichere Einreisewege für Flüchtlinge - damit wäre auch den Schleusern ihre Geschäftsgrundlage entzogen", erklärte der Linken-Verteidigungsexperte Alexander Neu. "Diese NATO-Mission wird definitiv nicht dem Wohle der Flüchtenden dienen."

Der Grünen-Politiker Jürgen Trittin nannte die Pläne der Nato "schädliche Symbolpolitik". Der Einsatz sei ein "Beitrag zur Militarisierung der Flüchtlingspolitik" und diene nicht der "Schlepperabwehr", sondern der "Flüchtlingsabwehr".

Background. Deutschland und die Türkei hatten am Montag beim Besuch von Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) in Ankara angekündigt, sie wollten die Nato in den Kampf gegen Schlepper in der Ägäis beteiligen. Das Bündnis war von der Initiative überrascht worden, Nato-Generalsekretär Jens Stoltenberg hatte am Dienstag zunächst "mehr Details" gefordert. Am Mittwoch sagte Stoltenberg, es werde "sehr sorgfältig" geprüft, was die Nato tun könne. Das Bündnis ziehe die Anfrage "in sehr engem Dialog" mit den Alliierten in Betracht, die am stärksten von der Flüchtlingskrise betroffen seien. Er hoffe, am Donnerstag, dem zweiten Tag des Ministertreffens, mehr sagen zu können.  EurActiv mit AFP 12

 

 

 

 

Papstreise: „Es gibt verschiedene Mexikos“

 

Mexiko, das ist ein Land mit gewaltigen Chancen und gewaltigen Problemen.  Wir baten den Leiter der mexikanischen Niederlassung der Konrad Adenauer-Stiftung (KAS), Stefan Jost, um eine Einschätzung. Wirtschaftlich steht Mexiko insgesamt gut da, sagte Jost unserer Kollegin Gudrun Sailer. Gesellschaftlich sei das Land außerordentlich heterogen.

„Ich glaube es gibt verschiedene Mexikos. Sie haben eine dominierende reiche kleine Oberschicht, einen kleinen Mittelstand und sehr viele untere Bevölkerungsschichten, was Einkommen und soziale Aufstiegschancen angeht. Mexiko ist nach Auskunft der OECD das Land in Lateinamerika, das es in den letzten 15 Jahren nicht geschafft hat, seine Armutsquote zu reduzieren. Wir sind hier nach wie vor bei einer Armutsquote von knapp über 50 Prozent. Und das in einem Land, das an sich ein reiches Land ist. Das ist mit Sicherheit ein Problem für die künftige Entwicklung des Landes.“

RV: Thema Kirche und Staat in Mexiko: Da weht die Mexiko-Flagge auf der Kathedrale und ist drapiert unter der Muttergottes von Guadalupe, schwer vorstellbar für unsereins. Andererseits heißt es, es gebe eine strenge Trennung von Kirche und Staat in Mexiko. Was stimmt denn nun?

„Es stimmt beides. Es gibt eine strenge Trennung von Kirche und Staat, das betrifft die Finanzierung, die Tatsache, dass es keine Kirchensteuer gibt, es betrifft die große Vorsicht von Politikern, auch nur an Debatten mit Kirchenführern teilzunehmen, weil man immer das Bedenken hat, dass man als Politiker eine verfassungsrechtliche Grenze überschreitet. Diese Trennung ist auch mental so verinnerlicht, dass es manchmal zu Auswüchsen führt, die einem als Europäer stark auffallen.“

RV: Zum Beispiel?

„Wir hatten vor einigen Monaten eine Veranstaltung als Adenauer-Stiftung im mexikanischen Senat mit einem mexikanischen Bischof und wollten mit Politikern diskutieren über die Papst-Enzyklika Laudato si. Das war mit rund 100 Teilnehmern sehr gut besucht. Es war das erste Mal, dass ein mexikanischer Bischof im mexikanischen Senat mit mexikanischen Politikern diskutierte. Und jeder der politischen Redner brachte vorher zum Ausdruck, dass sein Auftritt hier keinen Rechtsbruch darstellen würde. Da sieht man, wie stark das verinnerlicht ist.“

RV: Präsident Pena Nieto von der einst antiklerikalen Partei PRI hat den Papst mehrmals und mit großem Nachdruck nach Mexiko eingeladen. Warum eigentlich?

„Es wird Ihnen jeder Mexikaner sagen, dass die PRI unabhängig von ihrer Vergangenheit im Endergebnis häufig eine sehr pragmatische Partei ist. Sie weiß, dass die große Mehrheit der Mexikaner Katholiken sind. Wenn ich das vergleiche mit dem sonntäglichen Messbesuch, hier haben Sie auch in Großstädten in einer Kirche sechs bis sieben Sonntagsmessen, und die sind voll. Die PRI ist pragmatisch genug zu sagen, wieso sollen wir hier eine Front aufmachen, wenn diese Dinge so sind, wie sie sind.  Franziskus ist ein lateinamerikanischer Papst mit gewissen Botschaften, man weiß natürlich nicht genau, welche er hier in Mexiko verkünden wird, ob die alle unbedingt zur Freude der Regierung sind, aber ich kann mir vorstellen, dass ein Staatspräsident sagt, ein Papstbesuch kann mir medial nur guttun.“

RV: Franziskus besucht unter anderem den südlichen Bundesstaat Chiapas mit seinem hohen Anteil an Indigenen. Wie steht es mit der Indigenenpolitik in Mexiko?

„Wir hatten über verschiedene Gesellschaften gesprochen. Der indigene Bereich sind etwa zehn bis 13 Prozent der mexikanischen Gesellschaft. Ich denke, dass das in weiten Teilen eine Gesellschaft für sich ist.

Eine Gesellschaft, die in sich sehr heterogen ist, es gibt sehr viele verschiedene Völker von der Nordgrenze bis nach Chiapas, zu Mayas und Olmeken, die sehr unterschiedliche Kulturen und Sprachen haben. Es ist nicht übertrieben zu sagen, dass der ganz große Teil der indigenen Bevölkerung nach wie vor von vielen Chancen der Teilhabe ausgeschlossen ist, sei es politisch wie sozioökonomisch. Insofern kann ein Papstbesuch da für Aufmerksamkeit sorgen auch innerhalb der mexikanischen Gesellschaft, die das Thema weitestgehend nicht auf dem Radar hat. Ob das dann strukturelle Auswirkungen hat, das muss man sehen.“

RV: Vor einem Jahr hat Papst Franziskus privat geäußert, er fürchte eine „Mexikanisierung“ Argentiniens, damit meinte er die Ausbreitung von Drogen und der damit verbundenen Kriminalität. Da war Mexiko beleidigt, der Vatikan hat sich entschuldigt. Das ändert freilich nichts an den Tatsachen in Mexiko: ein nicht erklärter Bürgerkrieg in Sachen Drogen. Sie sind seit drei Jahren hier, beobachten Sie, dass sich die Dinge diesbezüglich zum Besseren ändern?

„Aus meiner Sicht nicht. Die Gewalt, die sich in diesem Milieu abspielt, in den Streitigkeiten untereinander zwischen Kartellen und Gruppen und mit den staatlichen Behörden, daran hat sich nichts geändert. Die Mexikaner haben sich in der Tat beschwert über diesen Ausdruck der Mexikanisierung. Interessant ist, früher sprach man in diesem Zusammenhang von „Kolumbianisierung“ bestimmter Länder, nun war von Mexikanisierung die Rede, und das hat damit zu tun, dass die mexikanischen Drogenkartelle weit über das Land hinaus vertreten sind, darauf war vielleicht die private Äußerung von Franziskus zurückzuführen. Ich glaube, an der Tatsache ändert das nichts. Und es ändert auch nichts an den Strukturen, wenn man den Chef des Sinaloa-Kartells verhaftet. Die Drogenkartelle sind so aufgestellt, dass die Strukturen auch dann funktionieren, wenn einer im Gefängnis landet.“

RV: Wir haben in Franziskus einen politischen Papst. Welchen Einfluss kann er, realistisch betrachtet, auf die Politik und Gesellschaft Mexikos haben ?

Man muss unterscheiden zwischen der medialen Begeisterung von Hunderttausenden, die ihm zujubeln, unter denen auch Politiker sind, und den tatsächlichen Auswirkungen. Mexikos Probleme sind keine, die kurzfristig bewältigt werden können. Wenn Papst Franziskus hier zum Beispiel das Problem der Armut anprangert, kann man nicht erwarten, dass das in drei Jahren gelöst ist. Man muss sehen, wie die Politik reagiert, ob sich das in öffentlichen Politikentwürfen äußert. Da wäre ich vorsichtiger in meiner Erwartung.“

(rv 11.02.)

 

 

 

 

Italien: Neues Gesetz zur Homo-Ehe nichts als heiße Luft?

 

Der Menschenrechtskommissar des Europarates wirft Italien vor, gleichgeschlechtliche Paare noch immer zu benachteiligen und hegt ernste Zweifel an Roms neuem Gesetzentwurf zur Eheschließung homosexueller Paare.

 

Das geplante Cirinnà-Gesetz zur gleichgeschlechtlichen Ehe schlägt in Italien noch immer hohe Wellen. "Das Gesetz wird keine neuen Rechte schaffen, sondern einfach nur die Diskriminierung aufgrund der sexuellen Orientierung bekämpfen", sagte Nils Muižnieks, Menschenrechtskommissar des Europarates, dem italienischen Pressekanal ANSA.

Im Juli letzten Jahres hatte der Europäische Gerichtshof für Menschenrechte Italien mit der Begründung verurteilt, es missachte die Rechte homosexueller Paare. Die gleichgeschlechtliche Ehe sei die beste Möglichkeit, homosexuelle Beziehungen offiziell anzuerkennen, erklärten damals die Straßburger Richter.

Darüber hinaus geht es auch um das Recht, Stiefkinder zu adoptieren – im Cirinnà-Gesetz noch immer eine Grauzone. Während sich italienische Politiker fortwährend über das Thema streiten, hat Muižnieks die Haltung Straßburgs klar harausgestellt: "Wenn heterosexuelle unverheiratete Paare die jeweiligen Stiefkinder adoptieren können, muss das gleiche Recht auch für gleichgeschlechtliche unverheiratete Paare gelten."

Seit 33 Jahren ist es in Italien legal, Stiefkinder zu adoptieren – jedoch nur unter der Voraussetzung, dass der biologische Elternteil damit einverstanden ist und die Adoption im Interesse des Kindes liegt. Ist das Kind zwischen 12 und 14 Jahre alt, wird seine Meinung berücksichtigt. Wenn es sogar älter als 14 ist, muss es selbst offiziell zustimmen. Allerdings gilt das Gesetz nur für heterosexuelle Paare. 2007 weiteten Gerichtshöfe in Mailand und Florenz das Recht auf nichteheliche Lebensgemeinschaften aus. Richter in Rom urteilten schließlich 2014 und 2015, dass die sexuelle Orientierung bei der Adoption eines Stiefkindes kein Hindernis sein sollte.

Schon im Februar 2013 hatte Straßburg entschieden, dass es sich um eine direkte Verletzung der Europäischen Menschenrechtskonvention (EMRK) handle, wenn man homosexuellen Paare diese Rechte verwehre. Der Gerichtshof verfügt jedoch über keinerlei legale Mittel, das Urteil in europäischen Staaten geltend zu machen. Somit bleibt Italien wohl der einzige westeuropäische Staat, der gleichgeschlechtliche Paare nicht offiziell anerkennt.

Marta Bonucci, übersetzt von Jule Zenker, EAI 10

 

 

 

 

Münchner Sicherheitskonferenz. Auftakt zu schwierigen Diskussionen

 

Viele Krisen und Konflikte erschüttern derzeit die Welt. "In einer solchen Situation muss die Welt ihre Kräfte bündeln", betonte Bundesverteidigungsministerin von der Leyen in ihrer Eröffnungsrede.

Und fordert für Syrien humanitären Zugang zu den eingeschlossenen Menschen – "und zwar sofort."

 

Ukraine, die Zukunft der Nato, Cyber und Hybride Kriegführung, Terror und Flüchtlinge - das seien die Themen dieses Jahres, so die Ministerin. Den Terror und die Flüchtlingssituation betonte sie in ihren einführenden Worten besonders: "Was Europa und die Welt derzeit am meisten aus den Angeln zu heben droht, sind die Bedrohung durch den IS-Terror - aber auch die epochalen Veränderungen durch die dramatischen Flüchtlingsbewegungen. In einer solchen Situation muss die Welt ihre Kräfte bündeln. Stattdessen saugt die Rivalität der Groß- und Regionalmächte zu viel Kraft."

Bundesverteidigungsministerin Ursula von der Leyen hat die Konferenz eröffnet. Von Seite der Bundesregierung nehmen zudem Außenminister Frank-Walter Steinmeier und Kanzleramtschef Peter Altmaier teil.

 

Rund 30 Staats- und Regierungschefs sowie mehr als 70 Außen- und Verteidigungsminister nehmen an der Konferenz teil.

Syrien im Fokus der Bemühungen

"Schwer erträglich" sei die Lage in Syrien, wo die Menschen in Aleppo mit einem Bombenteppich überzogen würden, während zur gleichen Zeit in den Wiener Gesprächen Vertrauen hergestellt werden sollte.

 

"Wir alle haben die Ankündigungen von gestern Nacht gehört", unterstrich von der Leyen. Sie bezog sich damit auf die Gespräche der Syrien-Kontaktgruppe am Tag zuvor. Jetzt müsse der Beweis angetreten werden. "Und das ist der humanitäre Zugang zu den eingeschlossenen Menschen – und zwar sofort." Die angekündigte Waffenruhe müsse sich in den Straßen von Aleppo erfüllen. Wer wirklich Frieden wolle, hat keinen Grund wochenlang zu warten." Hier sollte ein Hauptaugenmerk auf die Perspektive für die Menschen gelegt werden, sie müssen eine Alternative sehen zur Ideologie des Hasses und der gegenseitigen Ausgrenzung.

Europa in besonderer Verantwortung

"Der Migrationsdruck lastet vor allem auf Europa. Und er wird nicht von allein sinken." Er werde auch nicht durch eine einzelne Maßnahme sinken. Es brauche in dieser Frage eine systemische Antwort – "und die muss europäisch sein", so die Ministerin. Sie fordert: "Der Zustrom muss sich verringern. Alle Ressourcen sind begrenzt und jede Kraft ist endlich. Wir müssen sie auf die tatsächlichen Schutzbedürftigen konzentrieren."

 

Dies sei der Grund für die Präzisierung des Asylrechtes in Deutschland. Ein Prozess, der nach den Worten der Ministerin noch anhält.

Die Entscheidung der Nato, griechische und türkische Küstenschutzverbände und Frontex zu unterstützen, sei ein weiterer Baustein, die organisierte Schlepperkriminalität zu bekämpfen. "Wir dürfen nicht länger tolerieren, dass hochkriminelle Schleuserstrukturen darüber entscheiden, wie viele Flüchtlinge zu uns kommen. Deshalb ist es gut, dass wir gestern in der Nato beschlossen

haben, den ständigen Marineverband in der Ägäis einzusetzen."

Wiederaufbau erfordert Kraft

Und da schließt sich nach Meinung der Ministerin auch der Kreis zu Syrien: "Eines Tages wird es dort Waffenstillstände und wieder Frieden geben. Und dann werden die Flüchtlinge in ihre Heimat zurückkehren. Weil sie dort gebraucht werden – für den langwierigen Wiederaufbau. Die Vereinten Nationen rechnen mit mindestens zehn Jahren. Es wäre deshalb gut, den Rückkehrern und ihrer

geschundenen Heimat eine Starthilfe in die Zukunft mitzugeben – in Form einer Hilfe zur Selbsthilfe.“

"Viele können dazu beitragen - auch die Bundeswehr. Wir könnten die ersten Schritte dazu tun mit einem zivilen Ausbildungsprogramm der Bundeswehr. Die Bundeswehr ist einer der größten und vielseitigsten Arbeitgeber Deutschlands. Wir bilden über 100 Berufe aus: vom Elektriker bis zum Feuerwehrmann, vom Maurer bis zum Wassertechniker, vom Minenräumer bis zum Sanitäter, vom

Logistiker bis zum Verwaltungsexperten", so die Ministerin abschließend.

Ihr Französischer Kollege Jean-Yves le Drian bedankte sich im Anschluss für die Unterstützung durch Deutschland und die gesamte EU nach den Anschlägen von Paris. "Dies hat sehr viel zu den augenblicklichen Erfolgen gegen den IS beigetragen - aber wir dürfen nicht nachlassen."

In vielen hochklassigen Vorträgen und Diskussionsrunden werden die Krisen in den kommenden Tagen weiter analysiert, in der Hoffnung auf Lösungen oder zumindest auf deren Ansätze. Neben dem Hauptprogramm werden hochrangiger Politiker und Experten viele Gespräche führen.

Die Münchner Sicherheitskonferenz gilt international als eines der wichtigsten außen- und sicherheitspolitischen Treffen. Sie findet bereits zum 52. Mal statt. Hier diskutieren Staats- und Regierungschefs, Sicherheitspolitiker sowie Vertreterinnen und Vertreter aus Armee, Industrie und Wissenschaft über aktuelle Krisenherde. Ohne diplomatische Zwänge wird Klartext gesprochen.

Der deutsche Verleger Ewald von Kleist rief das Treffen im Jahr 1962 als "Wehrkundetagung" ins Leben. Seit 2008 leitet Botschafter Wolfgang Ischinger die Konferenz. Bip 12

 

 

 

 

Der Widerspenstigen Zähmung. Wir brauchen einen Euro-Finanzminister – aber nicht irgendeinen.

 

Vor einigen Tagen haben der Präsident der Deutschen Bundesbank Jens Weidmann und sein französischer Amtskollege François Villeroy de Galhau die Berufung eines Euro-Finanzministers und die Schaffung einer „Finanzierungs- und Investitionsunion“ gefordert. Der Vorschlag hat für einiges Stirnrunzeln gesorgt, denn die Bundesbank ist ansonsten dafür bekannt, stets eindringlich vor den „Gefahren der Vergemeinschaftung von Finanzrisiken“ zu warnen. Und das nicht erst seit der Eurokrise, sondern seit mindestens drei Jahrzehnten.

Mit seinem Richtungswechsel liegt der Bundesbankchef, der früher auch europapolitischer Berater der Bundeskanzlerin war, freilich voll im Trend. Vor nicht einmal einem halben Jahr haben Sigmar Gabriel und sein französischer Amtskollege Emmanuel Macron ganz ähnliche Vorschläge erarbeitet – von Wolfgang Schäuble ganz zu schweigen. Bekanntlich spricht dieser seit geraumer Zeit von einem Euro-Finanzminister mit eigenem Budget und sogar einer EU-Steuer.

Sind sich also alle einig? Ganz so einfach ist es nicht. Das Hauptproblem dieses Lösungsvorschlags ist, dass die Debatte zur Reform des Euro weiterhin als rein technische Debatte (dazu eine aktuelle FES-Studie) unter Experten geführt wird. Die Bürgerinnen und Bürger bleiben außen vor. Dabei geht es meist um die „Konstruktionsfehler“ und die „Funktionsfähigkeit der Währungsunion“ und gerne auch um „automatische Stabilisatoren“.

Wenn aber die vergangenen Jahre des Euro-Krisenmanagements einen Schluss zulassen, dann den, dass technokratische Lösungen demokratischer Verantwortlichkeit entgegenstehen. Am Ende der Technokratie stehen Lösungen, die niemand wirklich versteht – außer handverlesene Expertinnen und Experten in den europäischen Finanzministerien. Die Folge: Im Ernstfall tragen die Verantwortung alle – also niemand.

Griechenland oder Großbritannien fallen aus der Eurozone? Ein #Graccident oder ein #Brexident. Eine Arbeitslosenquoten von über 20 Prozent in Südeuropa und der Bruch von Fiskalregeln? Unfälle. Alle sind zwar irgendwie beteiligt, aber niemand trägt wirklich die Verantwortung.

Richtig ist, dass wir einen europäischen Finanzminister brauchen, der Ordnung schafft. Und wir brauchen einen europäischen Finanzminister, der hin und wieder (oder automatisch) den Geldsäckel aufmacht. Wir brauchen auch nationale Strukturreformen, aber vor allem brauchen wir einen Euro-Finanzminister, den die Bürgerinnen und Bürger Europas abwählen können.

Das wäre eine wirkliche Weiterentwicklung und ein mutiger Schritt. Denn können wir überhaupt jemanden abwählen in der Europapolitik? Den Präsidenten des Europäischen Rates? Den Präsidenten der Euro-Gruppe? Den Präsidenten der Europäischen Zentralbank? Dreimal Nein.

Trauen wir es uns also doch zu. Wählen wir einen Euro-Finanzminister, der den Geldhahn auf- und zudrehen kann – automatisch, quasi-automatisch oder freihändig. Das wäre gut für die Eurozone. Die nämlich kann als Gemeingut nur funktionieren, wenn nationale Nullsummenspiele überwunden werden. Unter den 19 Mitgliedstaaten der Eurozone muss es mindestens eine Institution geben, die an alle denkt. Faktisch leben wir längst in einer Transferunion. Es wird deshalb höchste Zeit für einen demokratisch legitimierten Euro-Finanzminister, der die Verantwortung trägt. Alexander Schellinger IPG 8

 

 

 

 

Gespaltene Erwartungen der Bürger: Einerseits mehr, andererseits weniger Europa.

 

Meinungsumfrage der Friedrich-Ebert-Stiftung in acht europäischen Ländern

„Die aktuelle pauschale Debatte über mehr oder weniger Europa geht an den Erwartungen der Bürgerinnen und Bürger des Kontinents vorbei“, so Kurt Beck, Vorsitzender der Friedrich-Ebert-Stiftung (FES) mit Blick auf die Ergebnisse einer aktuellen repräsentativen Meinungsumfrage.

Für die großangelegte repräsentative Studie befragte das Meinungsforschungsinstitut policy matters im September/Oktober 2015  7.000 Personen in acht Ländern*. Die Ergebnisse zeigen, dass die Finanz- und Eurokrise sowie die Flüchtlingskrise deutliche Spuren hinterlassen haben.

Nicht nur die wirtschaftliche Entwicklung in den Mitgliedsstaaten, auch die Wahrnehmung der EU und die Erwartungen der Bürgerinnen und Bürger gehen auseinander. Einerseits blicken sie kritisch auf die EU und sehen den Nationalstaat in der Pflicht:

So verbinden die Befragten in fünf von acht europäischen Ländern mit der Europäischen. Union derzeit eher Nachteile als Vorteile (Seite 9: Abb. 5).

Für nationalstaatliche Lösungen sprechen sich die Bürgerinnen und Bürger bei der Haushaltspolitik und bei sozialpolitischen Themen aus (Seite 15: Abb. 13).

Andererseits wünschen sich die Bürgerinnen und Bürger EU-Lösungen für andere

Politikbereiche:

Für eine stärkere Verlagerung von Kompetenzen auf die europäische Ebene plädieren sie in den Bereichen Außen- und Sicherheitspolitik, Besteuerung globaler Unternehmen, Datenschutz, Energieversorgung und Zuwanderung (Seite 16: Abb. 15).

Die meisten Menschen verbinden die EU weiterhin grundsätzlich mit positiven

Errungenschaften wie Frieden und Demokratie (Seite 10).

Ein für Deutschland erfreuliches Ergebnis der Studie ist dabei die Tatsache, dass eine Mehrheit der europäischen Bürgerinnen und Bürger großes Vertrauen in Deutschland hat (Seite 19: Abb. 19).

Kurt Beck fasst die Ergebnisse so zusammen: „Für zentrale Probleme erhofft sich die europäische Öffentlichkeit klare europäische Antworten und auch ein Mehr an Europa. Zugleich aber setzen die Bürgerinnen und Bürger an anderer Stelle durchaus auf nationalstaatliche Lösungen.“ Der Vorsitzende der Friedrich-Ebert-Stiftung gibt zu bedenken: „In Zeiten der Krise sollte die Politik diese Erwartungen ernst nehmen.“

*Die acht Länder der Studie: Deutschland, Frankreich, Italien, Niederlande, Spanien, Schweden, Tschechische Republik und Slowakische Republik.

Den Bericht zur Studie „EU vor Bewährungsprobe – Was erwarten, worum sorgen sich die Bürger?“ finden Sie hier: http://www.fes.de/lnk/1yy.  Fes

 

 

 

 

EU-Innenkommissar: Deutschlands Engagement in der Flüchtlingskrise ist gut

 

Der für Flüchtlinge zuständige EU-Kommissar Dimitris Avramopoulos hält es für richtig, dass Deutschland im vergangenen Sommer seine Grenzen geöffnet hat.

"Die Entscheidung von Bundeskanzlerin Angela Merkel entspricht unseren europäischen Grundwerten von Menschlichkeit und Menschenwürde", sagte Avramopoulos dem "Handelsblatt" (Mittwochsausgabe). Deutschland habe in der Flüchtlingskrise "mehr als andere Verantwortung übernommen und besonders große Lasten geschultert", sagte der EU-Innenkommissar.

Die EU brauche aber auch substanzielle Fortschritte, sagte Avramopoulos mit Blick auf die von den Mitgliedsländern zugesagte Umverteilung von 160.000 Flüchtlingen aus Griechenland und Italien auf die anderen EU-Staaten. "Es ist klar, dass wir nicht da sind, wo wir sein sollten." An säumige Mitgliedstaaten werde Brüssel deshalb Mahnschreiben mit der Aufforderung versenden, die Umverteilung von Asylsuchenden aus Griechenland und Italien zu beschleunigen.

"Bisher wurden erst 208 Personen aus Griechenland und 257 aus Italien in andere Mitgliedstaaten verteilt. Das ist viel zu wenig", sagte Avramopoulos dem Blatt. Zugleich begrüßte es der EU-Kommissar, dass sich die EU-Mitgliedstaaten in der vergangenen Woche auf Milliardenhilfen für Flüchtlinge in der Türkei einigten. "Unsere humanitäre Verpflichtung endet nicht, wenn die Türkei den Flüchtlingsstrom nach Europa eindämmt", sagte der EU-Kommissar. AFP, 10

 

 

 

 

 

 

Abgetaucht vor den Behörden. Flüchtlingskinder gehen ihre eigenen Wege

 

Rund 5.000 minderjährige Flüchtlinge galten zum Jahreswechsel in Deutschland als vermisst. Kinderschützer glauben an organisierte Kriminalität, Fachverbände bezweifeln das. Sie haben einen Plan, wie sich die Zahl der Vermissten stark senken ließe. Von Sebastian Stoll

 

Sicher ist eigentlich nur, dass sie weg sind: Am 1. Januar galten laut Bundeskriminalamt (BKA) exakt 4.749 Flüchtlingskinder und Jugendliche in Deutschland als vermisst. Sie haben sich in den vergangenen Wochen oder Monaten registrieren lassen, wurden von den Behörden in Heimen untergebracht – und verschwanden dann. Was mit ihnen geschehen ist, weiß offenbar keiner so genau.

Sind sie ausgerissen? Hat man falsch gezählt? Hat die Bürokratie versagt? Oder aber sind die Jugendlichen Menschenhändlern in die Hände gefallen und Opfer von Verbrechen geworden, wie es etwa Kinderschutzbund-Präsident Heinz Hilgers befürchtet? Fast 5.000 verschwundene Kinder, die Zahl ist so hoch, dass man sie kaum glauben mag. Aber ist sie tatsächlich gleichbedeutend mit 5.000 Verbrechen?

Höchstwahrscheinlich nein, findet Tobias Klaus vom Bundesfachverband unbegleitete minderjährige Flüchtlinge in Berlin. Er schildert einen fiktiven Fall, der verdeutlichen soll, wie ein Kind für die Behörden verschwindet: „Ein Jugendlicher wird in eine Unterkunft in Thüringen gebracht, will aber weiter nach Dortmund, wo er einen Onkel hat. Also macht er sich heimlich auf den Weg – und das örtliche Jugendamt meldet ihn als vermisst. In Dortmund angekommen, sagt der Junge aber niemandem, dass er schon in Thüringen war, denn er hat Angst, dorthin zurück zu müssen.“

Natürlich gibt es nach Angaben des Sprechers Einzelfälle, in denen Kinder und Jugendliche wirklich in die Hände von Kriminellen gerieten, aber das seien absolute Ausnahmefälle. Einen anderen Weg zu seinem Onkel als den illegalen habe der Jugendliche im skizzierten Fall eben nicht gehabt: „Deswegen muss man solche Zahlen relativieren.“

Die Zustände könnten sich jedoch durchaus verschlimmern, befürchtet Björn Hagen, Geschäftsführer des Evangelischen Erziehungsverbandes in Hannover, in dessen Einrichtungen auch Flüchtlingskinder betreut werden. Er denkt dabei an Schlepper, die eine große Gefahr für diese Kinder und Jugendlichen darstellen „und die in der Lage sind, das gegenwärtige System auszunutzen.“

„Kinder und Jugendliche auf der Flucht haben bereits Vertreibung, Gewalt, oft Tod erlebt. Sie sind anfällig für alle möglichen Versprechungen und so leichte Beute für Täter und Täterinnen, die dieser Kinder ausbeuten wollen“, sagt Julia von Weiler von der Kinderschutzorganisation „Innocence in Danger“ in Berlin. Dabei gebe es durchaus Wege, die jungen Menschen in ihren Unterkünften zu halten, findet Björn Hagen: „Wir müssen dafür sorgen, dass sich die Kinder und Jugendlichen gar nicht erst auf den Weg machen. Das schaffen wir, indem wir ihnen Geborgenheit geben und eine Zukunftsperspektive.“

Für Tobias Klaus gehört aber ebenso dazu, dass man jungen Flüchtlingen, die woanders leben wollen, diesen Weg auch ermöglicht. Ein Schritt in die falsche Richtung ist seiner Ansicht nach die jüngst beschlossene Verschärfung des Asylrechts, nach der Flüchtlinge während ihres Asylverfahrens den zuständigen Bezirk nicht verlassen dürfen. „Da sind eindeutig die Interessen der Jugendlichen, die an einem bestimmten Ort leben wollen, nicht berücksichtigt worden.“

Er fordert deshalb, die Zusammenführung mit Angehörigen zu erleichtern. „Wichtig ist dabei auch die Intensität der Beziehungen. Wenn ich als Jugendlicher weiß, dass ein alter Freund der Familie in Bremen lebt, dann will ich auch dorthin.“ Diese Empathie für das Denken und Verhalten der Jugendlichen fehle jedoch in der Gesetzgebung vollständig.

Werde dem nicht Rechnung getragen, dann könnte sich die Zahl der verschwundenen jungen Flüchtlinge in der Zukunft noch erhöhen, befürchtet Klaus. Dafür spreche die Beobachtung der Hilfsorganisation Unicef, wonach zum ersten Mal mehr Frauen und Kinder auf Booten aus der Türkei nach Griechenland aufbrechen als Männer. Allein Kinder kämen hier schon auf einen Anteil von 36 Prozent. (epd/mig 9)

 

 

 

 

„Verhandeln mit dem IS ist realistisch“

 

Christoph Günther über Sinn und Erfolgsaussichten von Verhandlungen mit dem „Islamischen Staat“.

 

Der Vorsitzende der Münchner Sicherheitskonferenz Wolfgang Ischinger fordert, der Westen müsse nun auch mit dem „Islamischen Staat“ verhandeln. Ist das eine realistische Forderung?

Dies scheint mir eine durchaus realistische Forderung, die in verschiedenen Expertenkreisen bereits seit einiger Zeit gestellt wird. Dabei ist jedoch zu beachten, dass der „Islamische Staat“ kein monolithisches Gebilde, sondern ein – teils fragiler – Zusammenschluss verschiedener Gruppen und Einzelpersonen mit äußerst unterschiedlichen Hintergründen und Interessen ist. Das heißt erstens, dass das gemeinsame Interesse der Einzelteile dieser sozio-politischen Bewegung, nämlich die Veränderung des politischen Status quo in Syrien und im Irak mit dem Ziel der Ablösung der herrschenden Regierungen, in solchen Verhandlungen aufgegriffen werden könnte. Daraus folgt zum Zweiten, dass bestimmte Gruppen in solche Verhandlungen sinnvoll eingebunden werden können und sollten. Dazu zählen die ehemaligen Angehörigen der Baath-Partei und des irakischen Militärs sowie verschiedener sunnitischer Stämme in beiden Ländern, die von strategischer Wichtigkeit für den „Islamischen Staat“ als Pariastaat und seine Autorität sind und wahrscheinlich wenig Interesse an der Errichtung eines religiösen Regimes haben.

Verhandlungen beruhen ja stets auf ein Geben und Nehmen. An welchem Punkt könnte man dem IS entgegenkommen?

Insofern sich die Verhandlungen lediglich auf einen bestimmten Teil der Bewegung konzentrieren, wäre die Akzeptanz valider politischer, sozialer und ökonomischer Interessen der Verhandlungspartner sowie eine Perspektive für deren tragfähige (Re-)Integration in den politischen Partizipationsprozess ein guter Anfang. Insbesondere Letzteres steht in engem Zusammenhang mit Bemühungen um eine Wiederversöhnung aller Bevölkerungsteile in zwei Ländern, die schwer unter konfessionalisierter Politik und entsprechenden Konflikten zu leiden haben. Es erfordert außerdem besondere Anstrengungen der internationalen Staatengemeinschaft, die politischen Akteure zu Kompromissen anzuregen, die auf ein friedvolles Miteinander und pluralistische Gesellschaften ausgerichtet sind.

Inwiefern könnte auf Seiten des IS ein verlässlicher Verhandlungspartner identifiziert werden?

Auf irakischer Seite wären die ehemaligen Angehörigen der Baath-Partei und des Militärs sowie in Syrien und im Irak Teile der sunnitischen Stammesverbände angemessene Verhandlungspartner. In Bezug auf die Verlässlichkeit sind selbstverständlich beide Seiten gefragt. Hierzu ließe sich auf die Offensive des US-Militärs gegen die irakische al-Qaida 2005/2006 verweisen, die mit dem Versprechen an die oben genannten Bezugsgruppen verbunden war, in den irakischen Staatsapparat integriert zu werden. Diese Versprechen wurden zu großen Teilen nicht eingelöst, nachdem al-Qaida erfolgreich zurückgedrängt wurde, was zu einem Wechsel ganzer Gruppen auf die Seite al-Qaidas führte. Die internationale Staatengemeinschaft ist also dringend gehalten, Vertrauen herzustellen und sich darüber klar zu werden, ob sie tatsächlich in der Lage ist, Zusagen zu halten.

Könnte ein solcher Schritt in der Region auf Unterstützung stoßen?

Die komplexen Interessen der verschiedenen Staaten in der Region –  insbesondere der Nachbarstaaten Iraks und Syriens – stünden Verhandlungen, die auf eine Neuordnung der politischen Landschaft in beiden Staaten abzielen, zum Teil diametral entgegen. Insofern lässt sich diese Frage kaum pauschal beantworten. Der kleinste gemeinsame Nenner, auf den sich wohl alle regionalen Akteure einigen können, ist die Beendigung der bewaffneten Konflikte im Irak und in Syrien. Die Notwendigkeit, dazu mit allen Beteiligten in (direkte und indirekte) Verhandlungen einzutreten, scheint erkannt zu sein. Die Frage bleibt jedoch, in welchen Punkten Kompromisse gemacht werden können, die eine langfristig tragfähige Lösung herbeiführen.

 Die Fragen stellte Michael Bröning. Christoph Günther  IPG 8

 

 

 

 

Syrien: Kritik an russischen Angriffe auf Aleppo

 

Internationale Hilfsorganisationen befürchten, dass um die nordsyrische Stadt Aleppo eine neue humanitäre Katastrophe bevorsteht. Die zerstörenden russischen Luftangriffe sowie die Angriffe der Armee von Baschar al-Assad gegen die Oppositionsgruppen in Aleppo in den vergangenen Stunden lösten scharfe internationale Reaktionen aus. Mehr als 70.000 Syrer seien am Wochenende Hals über Kopf aus dem verwüsteten Ostteil der Metropole geflohen, berichten Beobachter von Menschrechtsorganisationen. Aleppo war seit drei Jahren in den Händen der Rebellengruppen gewesen. Am Grenzübergang Bab al-Salameh zur Türkei harren Zehntausende verzweifelter Menschen aus, die sich vor den heranrückenden Regimetruppen und dem permanenten Bombenhagel in Sicherheit bringen wollen.

Der Bischof von Aleppo, Antoine Audo, ist auch Präsident von Caritas-Syrien und hat alle Hände voll zu tun, um den Hilfsbedürftigen in seiner Stadt beizustehen. Im Gespräch mit Radio Vatikan erinnert er auch daran, dass es derzeit Winter ist und deshalb viele Menschen in Aleppo frieren. Dies erschwere die Flucht vieler unschuldiger Syrer. Der Bischof verteidigt jedoch die russischen Angriffe:

„Aus syrischer Sicht – und ich denke das gilt allgemein so – ist es einfach wichtig, dass diese Extremistengruppierungen endlich aufhören, hier zu sein. Ich denke, dass die Angriffe kritisiert werden, weil die syrische Armee Fortschritte macht und das freut wohl nicht alle Regionalmächte, die bekanntlich gegen das Regime sind. Es wird alles gemacht, damit es zu keiner friedlichen Lösung mit den syrischen Politikern kommt.“

Dass es im Westen – genauer gesagt in London – viele Länder gibt, die Milliarden US-Dollar für die Hilfesuchenden Syrer zur Verfügung stellen, wird vom Caritas-Präsidenten besonders gewürdigt. Die Geberländer haben vor wenigen Tagen zehn Milliarden US-Dollar an jene Länder versprochen, die syrische Flüchtlinge aufnehmen.

„Das tun sie, weil sie die schwierige humanitäre Situation sehen und dagegen muss etwas getan werden. Ich finde es also sehr positiv, was da gemacht wurde. Was zählt, sind Lösungen, damit endlich dieser Waffenhandel und diese Bombardements aufhören. Dazu bedarf es einer Lösung der Vereinten Nationen, damit es zu einem Dialog zwischen allen Seiten kommt. Auch muss das von innen her – also von Syrien selber – kommen und es dürfen nicht die Sonderinteressen von den einen oder anderen Regional- oder Großmächten bevorzugt werden.“   (rv/afp/ap 08.02.)

 

 

 

 

Polen ist nur ein Symptom. Deutschlands Dominanz in der EU trägt zu Renationalisierung bei.

 

In der aktuell zunehmend schwierigen Lage der Europäischen Union trägt die politische Entwicklung in Polen nach den Wahlen, sprich: die entschieden national-autoritäre Politik der Regierung in den Händen von „Recht und Gerechtigkeit“ („Prawo i Prawiedliwosc“– PiS), zur Sorge bei, die EU könnte sich in verstärkter Renationalisierung desintegrieren. Diese Sorge ist berechtigt. Die Ursachen dafür liegen allerdings nicht nur in Polen oder Ungarn, sondern vor allem in der seit Jahren wachsenden deutschen Dominanz, die kurzfristig national und unsolidarisch orientiert war.

Dies ist umso bedauerlicher, als die neue polnische Regierung für ihre davon unabhängigen, schon deutlich älteren Ressentiments gegenüber Deutschland (und Russland) auf empirische Anhaltspunkte deutscher Dominanz verweisen kann, die alle europäischen Nachbarn stärker zur Kenntnis genommen haben als die deutsche Öffentlichkeit. Die Wahlen hat PiS (bei einer Wahlbeteiligung von rund 50 Prozent) aber nicht mit diesen Ressentiments gewonnen, sondern mit dem Versprechen, soziale Probleme der vorangegangenen, weitgehend neoliberalen Wirtschaftspolitik zu beheben.

Der Entscheider hinter allen Handlungen der PiS, Jaros?aw Kaczy?ski, verfolgt seine Politik freilich nicht aufgrund von jüngeren Erfahrungen. Seit der Wende wirft er der ersten polnischen Regierung unter den vormaligen Dissidenten Tadeusz Mazowiecki, Bronis?aw Geremek und anderen vor, mit ihrer Politik des „dicken Strichs“, mit der sie die Vergangenheit hinter sich lassen wollten, versäumt zu haben, Polen vom Kommunismus grundlegend zu „säubern“. Dahinter steht die schwierige Frage, wie man mit Regimewechseln umgehen soll: totaler personeller und institutioneller Neuanfang, der einen großen Teil der Gesellschaft außen vor lassen würde, oder Integration auch der alten Eliten, um zu einer Verständigung innerhalb des Landes zu kommen. Kaczy?ski wollte nach dem Ende des Kommunismus die auf Kompromiss angelegten Vereinbarungen des „Runden Tisches“, an dem er mitgewirkt hatte, brechen und seine Vision Polens verwirklichen, die an das nationalistische und katholisch-klerikale System General Pi?sudskis anknüpft.

Die Dissidenten der ersten Stunde hingegen kamen aus dem politisch liberalen und linken Feld, waren ehemalige Sozialisten oder Kommunisten, die nach dem polnischen Oktober in den 1950ern mit viel Mut und erheblichen Kosten (Adam Michnik saß mehrere Jahre im Gefängnis) gegen das kommunistische Nachkriegsregime aufgestanden waren. Sie hingen einer sozialliberalen Demokratie westlichen Typs mit marktwirtschaftlicher Ausrichtung an, die Teil der Europäischen Union werden sollte. Kaczy?ski zielte dagegen immer auf ein autoritäres System mit klarer Machtkonzentration und betont nationaler Unabhängigkeit.

In diesem Zusammenhang ist zu beachten, dass die EU seit der Bankenkrise zunehmend vom Europäischen Rat, also den nationalen Exekutiven regiert worden ist, trotz der Aufwertung des Europäischen Parlaments durch den Vertrag von Lissabon. Dadurch ist ein erhebliches Defizit an Demokratie entstanden, verbunden mit einer Renationalisierung, weil die nationalen Regierungen vor allem auf ihre Wahlklientel schauen. Das hat auch das Gewicht Deutschlands in der EU deutlich gestärkt, gegen das sich PiS wendet.

Die Erfahrung, dass in den hochverschuldeten Ländern mit der Troika überdies eine demokratisch nicht legitimierte bürokratische Institution die Macht übernommen hat und die intransparent arbeitende Euro-Gruppe der Finanzminister faktisch die Geschicke der EU bestimmt, legt – nicht nur für Polen – die Sorge nahe, dass die Entwicklung der EU einer Linie der Entdemokratisierung folgt. Damit wird die politische Selbstbestimmung der Staaten auf EU-Ebene derart in Frage gestellt, dass dies ein zusätzliches Argument für eine Renationalisierung liefert, für die Rechten wie zuweilen auch die Linken.

Freilich hat die rabiate Unterwerfung des Verfassungsgerichts, der Staatsanwaltschaften und der öffentlichen Medien durch PiS, die liberalen Demokratieprinzipien widerspricht, sehr schnell die Opposition der polnischen Gesellschaft auf den Plan gerufen. Es steht zu erwarten, dass diese Proteste sich fortsetzen und verstärken. Kaczy?ski hat angekündigt, die Anhänger von PiS zu Gegenprotesten zu mobilisieren. Dies könnte zu einer öffentlichen Auseinandersetzung über die Legitimität des neuen politischen Systems führen, das Kaczy?ski zweifellos anstrebt. Sollten sich seine Anhänger als öffentlich unterlegen zeigen, könnte es zu inneren Spaltungen in der PiS kommen, die ohnehin angesichts des autoritären Stiles zu erwarten sind und die auch die erste PiS-Regierung von innen ausgehöhlt haben.  Gesine Schwan  IPG 8

 

 

 

 

"Angela Merkel verschiebt in der Flüchtlingskrise einfach die Haustür"

 

Die deutsche Politik zeigt in der Flüchtlingskrise ihre Unfähigkeit zu einer geraden Linie. Statt wirklich Verantwortung zu übernehmen, schaffen Angela Merkel und Co. inzwischen in  "europäischer Solidarität" Pufferstaaten, kritisiert Petra Erler. Und im Zweifel ist eben die EU schuld.

Kürzlich hat eine englische Wissenschaftlerin erneut einen Beweis für die Unzuverlässigkeit des menschlichen Gedächtnisses erbracht. Sie konnte nachweisen, dass eine überwiegende Mehrheit von Testpersonen sich angeblich von ihnen begangener Straftaten erinnerte  (in allen Einzelheiten), obwohl diese allesamt erfunden waren. Einige Testpersonen weigerten sich sogar, nach entsprechender Aufklärung über das Versuchsziel, ihnen inzwischen liebgewordene Quasi-Erinnerungen wieder loszulassen. Im Umkehrschluss könnte man behaupten, dass  - das richtige setting vorausgesetzt  - sich wahrscheinlich auch eine Mehrheit von Testpersonen an vermeintliche Wohltaten erinnern würde  (und sich um so heftiger weigern würde, diese Erinnerungen als Gedächtnistrick wieder aufzugeben).

Der bisherige Umgang der EU mit der Migrationskrise, einschließlich der deutschen Rolle, legt die Vermutung nahe, dass auch führende Politikerinnen und Politiker nicht davor gefeit sind, den Täuschungen und Tricks des eigenen Denkapparats zu erliegen.

Angela Merkel hätte Orban härter anfassen können

In der heißen Phase der Kandidatenauswahl für den diesjährigen Friedensnobelpreis entdeckte die deutsche Bundeskanzlerin mit viel Herz, wie ihr die internationale Presse bescheinigte, die Notwendigkeit der Verteidigung europäischer Werte angesichts des rüden Umgangs der Ungarn mit Flüchtlingen. Nun hätte die Kanzlerin zur Verteidigung der gemeinsamen europäischen Werte ihren Parteifreund Orban an den Ohren nach Brüssel ziehen können, um gemeinsam im Kreis der sogenannten Solidargemeinschaft EU das Richtige zu tun, aber das ist, wie es im Englischen so schön heißt, water under the bridge. Schnee von gestern also.

Mehr noch und uns allen zur Mahnung hat die Bundeskanzlerin in seltener Klarheit betont, dass ein Deutschland, welches in der Flüchtlingsfrage ein unfreundliches Gesicht habe, nicht mehr ihr Land wäre. Punkt.

Seitdem darf man sich fragen, ob Deutschland noch das Land der Kanzlerin ist. Haben wir in der Flüchtlingsfrage ein Deutschland mit freundlichem Gesicht oder befindet sich Angela Merkel vielleicht zum ersten Mal in ihrem Leben in der inneren Emigration? Oder glaubt sie schlicht  , ein freundliches Gesicht sei alles, was man zur Bewältigung der Flüchtlingsfrage durch Deutschland und die EU brauche? Kein Plan A à la  "wir schaffen das“, oder A2 à la  "so nicht“, sondern schlicht ein Plan F  – ein freundliches Gesicht ohne Politik, getreu dem konservativen Motto  "Weniger Staat!“

Im Zweifel ist die EU Schuld

Die vielen hilfsbereiten Menschen und ehrenamtlichen Helfer werden es schon richten. Und im Zweifel ist eben die EU dran schuld, an der man manchmal schier verzweifeln könnte, wie die Kanzlerin vor dem Deutschen Bundestag seufzte. Um dann selbstverständlich heldenhaft nicht zu verzweifeln, sondern mit dem Finger auf andere zu zeigen.

Nehmen wir etwa den deutschen Beitrag zum EU Trust Fund, der in Syrien, aber auch in dessen Nachbarländern helfen soll, den Zulauf der vielen Flüchtlinge zu bewältigen. Dieser Fonds wurde im Dezember 2014 durch die Europäische Kommission und Italien mit 40 Millionen Euro ins Leben gerufen. Deutschland sagte damals zu, 5 Millionen Euro dazugeben zu wollen. Im September 2015 hat auch die deutsche Bundeskanzlerin in Brüssel zugestimmt, dass dieser Fonds ein Volumen von einer Milliarde Euro haben sollte.

Ausweislich der Berichterstattung der Europäischen Kommission vom 29. Januar 2016 fehlt bisher fast die Hälfte der Mittel, die aufgebracht werden sollten, und die deutsche Zusage hatte sich gegenüber Dezember 2014 ebenfalls nicht erhöht. Und das, obwohl die Kanzlerin nicht müde wird zu betonen, dass die EU eben mehr für die Nachbarländer tun müsse, die mit dem Gros der Flüchtlinge aus Syrien konfrontiert sind. Aber auch das lässt sich mit dem trickreichen Gedächtnis erklären, denn schon im vergangenen Oktober stellten die europäischen Staats- und Regierungschefs fest, dass ihre Beschlüsse zur Bewältigung der Migrationskrise  (darunter eine Milliarde für Syrien, 1,8 Milliarden für Afrika) "zügig umgesetzt würden.“

Gebrochene Zusagen

Alles in Butter also, wären da nicht die peniblen monatlichen Statistiken der Kommission, die den Grad des Scheiterns überdeutlich zeigen. Aber auch das kann man schönreden, wenn auch nicht lange. Auf dem informellen Treffen der Innen- und Justizminister im Januar schlug die Stunde der Wahrheit. Gebrochene Zusagen, die Union im schlimmeren Zustand als im September.

Aber schließlich kann man immer, ganz wie die Kanzlerin, darauf aufmerksam machen, dass man in der Politik  "einen langen Atem“ braucht. In der Tat, siehe Eurokrise, sind europäische Krisen nichts, was man kurzfristig löst, und schon gar nicht mit deutschem Geld.

Dennoch, wir Deutschen haben uns auf der dritten Geberkonferenz zu Syrien in London sehr viel großzügiger gezeigt als alle anderen und allein für 2016 1,3 Milliarden Dollar zugesagt. Für die EU wurden von Präsident Tusk 1,2 Milliarden Dollar gegeben. Ob die insgesamt so zustande gekommenen Mittel  – mehr als je zuvor  - diesmal für die vielen Millionen ihrer Wohnstatt beraubten Syrer reichen werden, weiß dennoch niemand. Wie viel Geld es noch brauchen wird, bis sich die internationale Staatengemeinschaft zu einer politischen Bewältigung des Konflikts aufrafft, auch nicht.

Verbarrikadieren der Grenzen: Orban darf nicht, Griechenland soll

Als Merkels Parteifreund Orban die Grenzen verbarrikadierte, war die Frau Bundeskanzlerin menschlich und wertemäßig betrachtet, entsetzt. Heute ist sie entsetzt, dass die Griechen nicht in der Lage sind, ihre Grenzen zu verbarrikadieren. Dabei haben wir Griechenland seit 2010 doch so geholfen, oder etwa nicht? Und nun haben die Griechen gar keine ordentlichen Kontrollen, kein Bewusstsein, dass auch Terroristen kommen könnten.

Die Europäische Kommission und die EU Innenminister sind entsetzt, wo doch in der Rest-EU selbstverständlich alles ganz anders ist: Da reisen keine Terroristen von hi nach da, da gehen kein Kinder verloren, da funktioniert die Erfassung von Flüchtlingen wie am Schnürchen. Kein Wort fiel bei den Innenministern zu den Ertrunkenen im Mittelmeer, die die Leichenhallen auf Kos und Samos füllen. Allein im Januar 2016 sollen mehr als 200 Menschen im Mittelmeer ertrunken sein. Unser Entsetzen darüber ist flüchtig.

Und die Financial Times orakelte jüngst, dass man den Griechen ja einen Deal anbieten könne: Flüchtlingsaufbewahrung gegen Schuldenerlass.

Die ärmere Türkei trägt eine größere Last

Auch die Türken sind inzwischen groß im Spiel. Wir erwarten, dass sie gefälligst mehr für die Integration der Syrien-Flüchtlinge tun. Denn, so die Logik, wenn die Türken die Flüchtlinge bei sich behielten und die Griechen ihre Arbeit ordentlich machten, dann kämen ja nicht so viele neue Flüchtlinge an deutschen Grenzen an. Allenfalls säßen sie auf griechischen Inseln fest und egal wie viele kommen, über die Quote  (die schon jetzt nicht funktioniert) käme nur ein Bruchteil nach Deutschland. So kann man getrost ein freundliches Gesicht aufsetzen und sich auf schönste darüber streiten, ob oder ob man es nicht schafft, syrische Flüchtlinge in Deutschland aufzunehmen. Die eigentliche Denkaufgabe, das  "Wie“ zu klären, bleibt einem dadurch erspart. Ist ja auch nicht wichtig, wenn man der Meinung ist, dass diese Leute sowieso wieder gehen müssen.

Und damit der Rückweg nicht ganz so weit ist, egal ob das Land in Schutt und Asche liegt, wäre es doch ohnehin besser, wenn die Leute in der Nachbarschaft blieben, sozusagen unter sich. Moslem zu Moslem. Ist doch freundliche Politik, oder?

Die Türkei ist zwar wesentlich ärmer als Deutschland, hat es aber geschafft, inzwischen 2,4 Millionen syrische Bürgerkriegsflüchtlinge aufzunehmen. Nur mit den Arbeitsgenehmigungen dort hapert es. Aber da kümmert sich die EU inzwischen drum. Schließlich muss sichergestellt werden, dass europäisches Geld sinnvoll ausgegeben wird und nicht im türkischen Sumpf versackt. (Das schafft zwar die EU auch nicht auf eigenem Territorium, siehe Rechungshofbericht, aber das ist ein anderes Thema.)

Nun will die EU drei Milliarden Euro in die Hand nehmen, damit die Türken die Integration von syrischen Bürgerkriegsflüchtlingen ernst nehmen und außerdem ihre Küsten besser schützen Nach dem Motto: wer nicht ablegen kann, kann auch nicht unterwegs ertrinken oder auf griechischen Inseln landen. 3 Mrd. Euro EU-Hilfen für die Türkei sind, so gesehen, fast geschenkt  – nicht mal 1.300 Euro pro Nase. Da kostet Flüchtlingspolitik in Deutschland viel, viel mehr. Bis 2017 hieß es jüngst, müssten wir 50 Milliarden Euro stemmen.

Jordaniena sehr komplizierte Lage

Oder sollten wir doch noch mal ein Wörtchen mit den Jordaniern reden? Jordanien ist tatsächlich in einer sehr komplizierten Lage: 6,5 Millionen Jordanier  (also etwas mehr als die Einwohnerzahl Hessens) haben sage und schreibe 630.000 registrierte syrische Bürgerkriegsflüchtlinge aufgenommen. Darüber hinaus halten sich weitere 800.000 Syrer im Land auf. Die Unterstützung aus der EU betrug nicht mal 1.000 Euro pro zu versorgendem Flüchtling  (580 Millionen Euro, Stand Dezember 2015). Laut jordanischen Angaben wurde das Land von der internationalen Gemeinschaft weitgehend mit der Aufgabe allein gelassen. Nur 37 Prozent der nötigen Finanzmittel für das Jahr 2015 wurden international aufgebracht.

Nach dem Willen der EU Entwicklungsminister soll sich das nun ändern. Die ließen nach ihrer jüngsten informellen Tagung verlauten, dass es nicht reiche, Flüchtlingen  (in Jordanien und im Libanon) Sicherheit zu bieten, Essen und Trinken und ein Dach über den Kopf zu geben. Sie würden auch  "Arbeit brauchen, Bildung für ihre Kinder und einen Platz in der Gesellschaft“. Und zwar fix. Was das fix betrifft, sind wir gerade in Deutschland auf dem Weg der Ernüchterung.

Nur schade, dass niemand auf die Idee kommt, mal im vier Millionen Staat Libanon, der 1,1 Millionen syrische Flüchtlinge aufgenommen hat, oder bei den Jordanier nachzufragen, wie sie den Zusammenbruch verhindert haben, bei diesen enormen Flüchtlingszahlen, wo doch die EU mit immerhin 500 Millionen Einwohnern schon bei einer Million Flüchtlingen  (in 2015) im absoluten Krisenmodus tickt.

"Wir erleben so direkt wie nie, dass in unserer globalisierten Welt Kriege, Konflikte und Perspektivlosigkeit, die es vermeintlich nur sehr weit von uns entfernt gibt, immer häufiger bis vor unsere Haustüren gelangen“, so die deutsche Kanzlerin vor dem Bundestag im Oktober 2015. Ach ja, Neuland Außenpolitik!

Da war der alte Goethe schon mal weiter, der sich über die Spießbürger mokierte, die gemütlich und unbeeindruckt ihr Bier trinken, während  "hinten weit in der Türkei die Völker aufeinander schlagen“.

Pufferstaaten als vermeintliche Lösung

Also macht sich deutsche Politik inzwischen daran, in europäischer Solidarität die Haustür zu verschieben und Pufferstaaten zu schaffen. Wie etwa Mazedonien, in der Hoffnung, dass der ewige Namensstreit mit den Griechen schon dafür sorgt, dass dieses Land keine echte EU Perspektive hat.

Heute reiche es nicht mehr aus, aus einem Kriegsgebiet zu kommen, so ein junger Kriegsflüchtling aus Afghanistan. Heute müsse man auch noch beweisen, dass es nicht sicher wäre, dort zu bleiben.  Petra Erler, EurAktiv 9

 

 

 

 

 

Europas einsamer Hegemon. Selbstverliebtheit ist nicht der Grund für Deutschlands Flüchtlingspolitik

 

Für den Oxford-Wirtschaftswissenschaftler Paul Collier liegen die Dinge klar. Angela Merkel ist verantwortlich für die Flüchtlingskrise. „Wer sonst?“. Er weiß auch ganz genau, warum Deutschland so gehandelt hat: „Deutschland gefällt sich offensichtlich in der Retterrolle“. Es wäre leicht, dies als die Thesen eines argumentativ aus der Bahn geratenen Professors abzutun. Doch Collier ist Teil einer wachsenden Zahl an Beobachtern, welche die deutsche Flüchtlingspolitik als Moralspektakel deuten. In einem seiner letzten Interviews sagte Lord Weidenfeld,  die Deutschen begeisterten sich für die Aufnahme von Flüchtlingen, „als könnte man damit die Schuld der Großeltern wieder tilgen. Hitler ausmerzen, indem die Deutschen endlich die Guten sind“. Der ungarische Premier Orbán warf der deutschen Regierung „moralischen Imperialismus“ vor.

Diese Lesart geht am Kern der deutschen Flüchtlingspolitik vorbei. Im Zentrum der Politik der Merkel-Regierung steht die Sorge um Europa. Lange hatte Deutschland die Sorgen Italiens und Griechenlands als Schengen-Außenstaaten ignoriert und sogar gegen eine gemeinsame EU-Asylpolitik interveniert. Doch früher als viele andere EU-Regierungschefs erkannte Merkel im letzten Jahr, dass die Flüchtlingsfrage Europa vor größere Herausforderungen stellt als die Eurokrise. Sie sah, wie unvorbereitet Europa war für den Zustrom von Flüchtlingen. Europa hatte zu wenig getan, um die Lebensbedingungen der syrischen Flüchtlinge in der Türkei, Libanon und Jordanien zu verbessern. Die Außengrenzen des Schengen-Raums waren weitgehend ungesichert, insbesondere in Griechenland. Das Dublin-System zur Aufnahme von Flüchtlingen stand vor dem Kollaps. Es fehlte europaweite Solidarität für die Verteilung von Flüchtlingen. Populistische Politiker wie Viktor Orbán verbreiteten anti-muslimische Parolen. Als sich die Lage im Spätsommer 2015 zuspitzte, hatte die deutsche Regierung die Gefahren für Europa im Blick: eine humanitäre Katastrophe mitten in Europa, wachsende Spannungen auf dem Balkan sowie ein drohendes Ende der Reisefreiheit innerhalb des Schengen-Raums. Merkel kam mit ihrem SPD-Regierungspartner zur Überzeugung, dass nur Deutschland willens und in der Lage war,  Nothilfe zu leisten, indem es in großer Zahl Flüchtlinge aufnahm. Drei Faktoren ermöglichten die Entscheidung der Regierung Anfang September 2015, die von Ungarn nicht gewollten Flüchtlinge aufzunehmen. Erstens eine robuste wirtschaftliche Lage, welche Nährboden für das Narrativ bereitstellte, dass Flüchtlinge vom Arbeitsmarkt absorbiert werden könnten. Zweitens ein flüchtlingsfreundliches Medienumfeld (inklusive der Springer-Medien wie BILD). Drittens das Fehlen einer effektiv organisierten rechtspopulistischen Partei.

Wiedergutmachung und das Streben nach moralischer Überlegenheit waren keine Faktoren für Merkels Politik. Deutschland öffnete die Türen für die in Ungarn ungewollten Flüchtlinge, weil es seine Rolle als einzig handlungsfähiger liberaler Hegemon in Europa akzeptierte. Nur Deutschland war willens und in der Lage, als temporärer „Schutzgeber der letzten Instanz“ für die Flüchtlinge zu agieren. Dies war eine unilaterale Maßnahme, um ein humanitäres Desaster abzuwenden und Europa Zeit zu kaufen, um sich zu einer multilateralen Antwort auf die Flüchtlingskrise zusammenzuraufen.

Es war klar, dass damit innenpolitische Kosten für die Regierung verbunden sein würden. Nur wenige hatten Illusionen, dass die deutsche Bevölkerung in der Breite in Reaktion auf den massenhaften Zuzug von Muslimen viel tugendhafter reagieren würde als die in europäischen Nachbarländern. Aber Merkel und Gabriel waren bereit, ihr politisches Kapital einzusetzen, damit Deutschland seiner Rolle als liberaler Hegemon gerecht werden konnte.

Die Regierung Merkel verfolgte einen unsentimentalen realpolitischen Ansatz, um die Flüchtlingskrise unter Kontrolle zu bekommen. Dazu gehören Grenzsicherung und Massenlager („Hot Spots“) und Verabredungen mit der türkischen Regierung sowie fragwürdigen Regimen von Algerien bis Eritrea (wo Entwicklungshilfeminister Müller im Dezember mit der Regierung über die Wiederaufnahme der entwicklungspolitischen Förderung verhandelte). Gleichzeitig versucht die deutsche Regierung, den Druck auf unwillige EU-Staaten zu erhöhen, einen Beitrag zur gerechteren Verteilung von Flüchtlingen in Europa zu leisten. Zuletzt drohte etwa Norbert Röttgen damit, nur diejenigen Staaten in einem neuen „Mini-Schengen“ zu berücksichtigen, die sich solidarisch in der Flüchtlingsfrage zeigen. Doch die Früchte der Bemühungen der Regierung sind bislang höchst bescheiden. Viele EU-Staaten können sich der Schadenfreude ob der wachsenden Probleme Deutschland mit der Flüchtlingsfrage nicht erwehren – eine Retourkutsche für den Mangel an Solidarität Deutschlands in anderen Fragen. Sie sehen die Flüchtlingsfrage als vornehmlich deutsches, nicht als europäisches Problem.

Derweil steigen die politischen Kosten für die Regierung daheim. 80 Prozent der Deutschen glauben, die Regierung habe die Lage nicht im Griff. Die AfD erreicht in Umfragen bundesweit mit 12% den dritten Platz und wird aller Voraussicht nach am 13. März in drei Landtage einziehen.

Wie jeder liberale Hegemon fragt sich die deutsche Regierung, ob die Kosten weiterhin im Verhältnis zum Nutzen stehen. Vielleicht wäre es besser, die bayerische Grenze zu schließen und Flüchtlinge an der Grenze zurückzuweisen, wie es Deutschland im Rahmen der weiterhin gültigen Dublin-Regularien zustünde. Dafür gibt es historische Parallelen. Die USA garantierten nach dem Zweiten Weltkrieg jahrelang die Währungsstabilität durch eine feste Dollar-Goldbindung. Als die Kosten für die US-Regierung durch Spekulation in die Höhe schossen, entschloss sich Präsident Nixon im Sommer 1971 plötzlich zur Aufhebung des Systems fester Wechselkurse. Für den Rest der Welt war dies der „Nixon-Schock“. Es ist höchste Zeit für den Rest Europas, sich für einen „Merkel-Schock“ zu rüsten. Das Schließen der deutschen Grenzen und das Ende Schengens wäre für alle mit extrem hohen Kosten verbunden, nicht zuletzt für Deutschland. Es wäre gleichzeitig ein rüdes Erwachen gerade für diejenigen, welche die Flüchtlingskrise für ein deutsches, kein europäisches Problem halten und darauf vertrauen, dass die deutsche Regierung aus moralischer Selbstverliebtheit um jeden Preis bei der Politik der offenen Grenzen gegenüber Flüchtlingen bleibt.  Thorsten Benner IPG 8

 

 

 

 

Chaostruppe. Neues Tauziehen um Asylpaket

 

Der Streit um das Asylpaket geht weiter. Ein Passus über den Familiennachzug zu minderjährigen Flüchtlingen sorgt zwischen SPD und Union für Irritationen. Die Opposition bezeichnet die große Koaltion als „Chaostruppe“.

 

Der Streit über das zweite Asylpaket geht in eine neue Runde. Beim Thema Familiennachzug für unbegleitete minderjährige Flüchtlinge kam es am Wochenende zu Irritationen zwischen den Berliner Koalitionsparteien. SPD-Parteichef Sigmar Gabriel distanzierte sich laut ARD von der entsprechenden Klausel des im Kabinett beschlossenen Gesetzestextes. Dort taucht dem Sender zufolge der in einem früheren Entwurf enthaltene Passus nicht mehr auf, wonach minderjährige Flüchtlinge von dem vorgesehenen Aussetzen des Familiennachzugs ausgenommen bleiben sollen.

Gabriel erklärte, dies sei so mit ihm nicht verabredet gewesen. Er habe erst jetzt von der gravierenden Veränderung im Gesetzestext erfahren. Gabriel hatte dem Asylpaket II am Mittwoch im Kabinett zugestimmt. Die Union reagierte mit Unverständnis, aus der Opposition kam scharfe Kritik an dem anhaltenden Tauziehen und an den geplanten Verschärfungen des Asylrechts.

Chaostruppe

CSU-Generalsekretär Andreas Scheuer sagte dem Boulevardblatt Bild am Sonntag, die Aussetzung des Familiennachzugs sei „ohne Wenn und Aber“ in der Koalition beschlossen worden. „Wir sind über die Arbeitsweise und das Verhalten der SPD sehr verwundert“, bekräftigte der stellvertretende Vorsitzende der CDU/CSU-Fraktion im Bundestag, Thomas Strobl.

Die Grünen-Fraktionsvorsitzende Katrin Göring-Eckardt erklärte: „Es ist unfassbar: Bei einem so schlechten Vorhaben, mit so heftigen Auswirkungen auf minderjähriger Flüchtlinge, weiß die eine Regierungsseite nicht, was die andere macht.“ Der Linke-Fraktionsvorsitzende Dietmar Barsch nannte die Regierung in der Welt eine „Chaostruppe“. Laut einer Vorab-Meldung der Funke Mediengruppe sollen Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) und Justizminister Heiko Maas (SPD) eine Klärung herbeiführen und einen Kompromiss finden. (epd/mig 8)

 

 

 

 

 

Asylpaket II: Rechtsexperten werfen Union Verstoß gegen Menschenrechte vor

 

In der Großen Koaltition eskaliert der Streit um das neue Asylpaket II für Flüchtlinge. Während die SPD Änderungen fordert, beharrt die Union weiter darauf, den Familiennachzug zu Minderjährigen zu begrenzen. Rechtsexperten sehen darin jedoch eine Verletzung der Europäischen Menschenrechtskonvention.

Kaum ein Land auf der Welt hat das Recht auf Asyl in seiner Verfassung festgeschrieben. Deutschland schon. Allerdings wurde und wird dieses Recht immer weiter begrenzt. Union und SPD wollen straffällige Ausländer strikter ausweisen und abschieben – und per neuem Gesetz gar nicht erst zulassen, dass bestimmte Schutzsuchende Asyl in Deutschland bekommen.

Doch das vergangene Woche vom Kabinett verabschiedete neue "Asylpaket II“, dass dies gesetzlich regeln sollte, muss nun womöglich erneut verändert werden.

Es habe bei der Zustimmung zum Asylpaket II eine Panne gegeben, räumte das Familienministerium heute ein, nachdem die SPD kritisiert hatte, dass davon auch unbegleitete minderjährige Flüchtlinge ebenfalls betroffen sind und ihre Eltern nicht nachholen dürfen. SPD-Chef Sigmar Gabriel hatte am Wochenende, also nach der Einigung erklärt, dies sei mit ihm nicht abgestimmt gewesen. Nun sollen Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) und Bundesjustizminister Heiko Maas (SPD) einen Kompromiss finden – doch dies dürfte ein schwieriges Unterfangen werden.

Die Befürworter des neuen Beschlusses zum Familiennachzug nennen ihn verantwortungsvoll: "Wer den uneingeschränkten Familiennachzug zu Minderjährigen will, der schafft einen Anreiz dafür, Kinder alleine auf eine lebensgefährliche Reise zu schicken - das ist nicht human, sondern unverantwortlich", sagte Innenstaatssekretär Günter Krings (CDU) der "Rheinischen Post".

Doch Rechtsexperten betrachten die Beschlüsse als teilweise juristisch fragwürdig. Das geplante Gesetz hebele für viele Flüchtlinge ein angemessenes und faires Asylverfahren aus, schränke den Familiennachzug ein und erkenne medizinische Abschiebehindernisse nicht an, monieren sie.

Rechtlich mit heißer Nadel gestrickt

Besonders die geplante Begrenzung des Familiennachzugs zu Minderjährigen halten viele kritiker für nicht tragbar. "Die Frage nach dem Familiennachzug ist juristisch ist rechtlich mit heißer Nadel gestrickt“, kritisiert Astrid Wallrabenstein vom Institut für öffentliches Recht an der Frankfurter Goethe-Universität. Die neue Regel kollidiere mit Artikel 6 des deutschen Grundgesetzes und Artikel 8 der Europäischen Menschenrechtskonvention, laut dem jede Person das Recht auf Achtung ihres Privat- und Familienlebens hat, sagte Wallrabenstein bei einer Diskussion in Berlin.

Gelten soll die neue Regel für Menschen mit "subsidiärem Schutz" – eine kleine Gruppe, die sich nicht auf das Grundrecht auf Asyl berufen kann und keinen Schutzstatus nach der Genfer Flüchtlingskonvention hat, aber wegen Gefahr für Leib und Leben vorläufig in Deutschland bleiben darf. Sie sollen für zwei Jahre keine Familienangehörigen nachholen dürfen. Doch Wallrabenstein ist sicher: Die Nichtrechtmäßigkeit dieser Neuerung wird Deutschland und die EU einholen. „Einzelne Gerichtsverfahren werden folgen.“

Bernward Ostrop, Rechtsanwalt für Ausländer- und Asylrecht in Berlin, bezweifelt insgesamt den Sinn der geplanten Neuerung: "Die Frage ist, ob die Familiennachführung überhaupt wirklich ein Problem ist." Von 2014 bis zum herbst 2015 hätten 206.000 Menschen einen berechtigten Antrag auf Familiennachzug gestellt – darunter vorrangig Syrer. Lediglich 18.000 syrische Familienangehörige, also eine geringe Zahl, reisten letztendlich auch ein, gab Ostrop in Berlin zu bedenken.

Fatale Folgen für in der Türkei ausharrende Familien

Ostrop verwies auch darauf, wie dramatisch die lange Bearbeitung von Anträgen auf Familennachzug für die Betroffen aus Syrien sei: Ohne Schlepper hätten die meisten Flüchtlinge kaum eine Chance, in Europa Schutz zu finden. Weil dieser Fluchtweg kostspielig und gefährlich ist, würde meist nur eine Person – oft ein Mann, der nicht selten minderjährig sei – auf den Weg geschickt. Die Familien fliehen derweil in die Türkei und müssen dort ausharren, bis der Mann in Deutschland einen Asylantrag gestellt hat. "Doch oft müssen die Familien dort so lange warten, dass sie sich das Bleiben in der Türkei nicht mehr leisten können und zurück nach Syrien müssen", kritisierte Ostrop. Die Beschleunigung der Asylverfahren sei darum letztlich Grundlage für den Familiennachzug, mahnte er.

Dennoch beginnen momentan viele Verfahren erst nach Monaten, danach dauern sie im Durchschnitt fünf bis sechs Monate. Der Leiter des Bundesamtes für Migration und Flüchtlinge, Frank-Jürgen Weise, versprach zwar am Freitag, dies schnell ändern zu wollen, denn "das langes Warten auf Asyl sei nicht akzeptabel und "für jede Integrationsperspektive schlecht“ - eine Änderung dürfte dennoch nicht von heute auf morgen passieren.

Denn während im Jahr 2015 rund 280.000 Asylanträge beschieden wurden, bleiben gleichzeitig etwa 300.000 gestellte Antäge liegen. Hinzu kommen laut Weise zwischen 300.000 und 400.000 vermutete Angekommene, die noch keinen Antrag gestellt haben.  Nicole Sagener, EA 9

 

 

 

 

Koalitionsstreit beigelegt. Minderjährige sollen nur in Härtefällen Eltern nachholen dürfen

 

Nun scheint der Weg für das Asylpaket II endgültig frei: Nachdem der Kabinettsbeschluss von der SPD noch einmal infrage gestellt worden war, fanden die Minister de Maizière und Maas eine Kompromissformel im Konflikt um den Familiennachzug.

 

Die Koalition hat sich im Streit um die Aussetzung des Familiennachzugs bei minderjährigen Flüchtlingen geeinigt. Wie Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) und Bundesjustizminister Heiko Maas (SPD) am Donnerstag in Berlin mitteilten, soll es bei der bereits vom Kabinett verabschiedeten Regelung bleiben, wonach auch Kinder und Jugendliche mit subsidiärem Schutz grundsätzlich für zwei Jahre ihre Eltern nicht nachholen dürfen. In Härtefällen soll es aber Ausnahmen geben. „Wir haben eine vernünftige Lösung gefunden – ohne die Beschlüsse der Koalition zu ändern“, sagte Maas.

Die SPD wollte zunächst eine komplette Ausnahme für Minderjährige bei der Beschränkung des Nachzugs erreichen. Der Kompromiss sieht humanitäre Entscheidungen durch die Prüfung von Einzelfällen vor. Entscheiden soll darüber das Auswärtige Amt im Einvernehmen mit dem Bundesinnenministerium.

Asylpaket im Schnellverfahren

De Maizière erklärte: „Einer zügigen Beratung im Parlament steht jetzt endlich nichts mehr im Wege.“ Dem Zeitplan der Koalition zufolge soll das Asylpaket, das auch besondere Aufnahmeeinrichtungen und Schnellverfahren für Flüchtlinge mit geringer Bleibeperspektive und niedrigere Hürden bei der Abschiebung Kranker vorsieht, noch bis Ende Februar vom Bundestag verabschiedet werden und den Bundesrat passieren.

Auch das Familienministerium äußerte sich mit der Einigung zufrieden. Damit könne in jedem Einzelfall eine gute Lösung gefunden werden, sagte Staatsekretär Ralf Kleindiek. Das Ministerium hatte zuvor eingeräumt, bei der Befassung mit dem Gesetz die Auswirkungen falsch eingeschätzt zu haben. Das Bundeskabinett hatte das Asylpaket bereits am 3. Februar beschlossen.

Wohlfahrtsverband: brutales und inhumanes Mittel der Abschreckung

Opposition, Verbände und Kirchen sehen die neuerliche Einigung kritisch. „Die Bundesregierung hat damit ein denkbar brutales und inhumanes Mittel der Abschreckung gewählt“, sagte der Hauptgeschäftsführer des Paritätischen Wohlfahrtverbandes, Ulrich Schneider. Die Koalition betreibe „Raubbau am Grundrecht auf Asyl“, sagte die Vorsitzende der Grünen-Fraktion im Bundestag, Katrin Göring-Eckardt. Der Linken-Abgeordnete Jan Korte erklärte, die Bundesregierung sei „menschlich und politisch am Ende“.

Wie viele Minderjährige von der Regelung betroffen sein werden, kann die Bundesregierung nicht prognostizieren. Nach den Erfahrungen der Vergangenheit wird von einigen hundert Fällen ausgegangen, weil die Aussetzung nur Asylsuchende mit dem untergeordneten subsidiären Schutz und nicht anerkannte Flüchtlinge betrifft. Für die subsidiär Geschützten wurde das Recht auf Familiennachzug erst im vergangenen Jahr eingerichtet. Mit Inkrafttreten des Asylpaktes soll dieses Recht nun für zwei Jahre ausgesetzt werden und danach automatisch wieder inkraft treten. (epd/mig 12)

 

 

 

 

 

Zuständig für alles. Sozialarbeiter in der Flüchtlingshilfe stoßen rasch an ihre Grenzen

 

Sozialarbeiter sollen Asylbewerbern helfen, ihr Leben möglichst schnell selbst zu gestalten. Doch die Bedingungen dazu sind meist schwierig, ohne Ehrenamtler die Grenzen schnell erreicht. Von Anke Schwarzer

 

Zugang zu Deutschkursen, Arbeitsvermittlung oder Anmeldung zum Schulbesuch: All das ist Teil der sozialen Arbeit mit geflüchteten Menschen. Dazu kommen Hilfen in speziellen Notlagen, etwa bei Traumatisierungen. Für all diese Aufgaben sind in einer Flüchtlingsunterkunft in Hamburg-Rahlstedt zwei Fachkräfte zuständig. Sie betreuen 114 Menschen.

Die Türe zu Maren Oehmichens Büro steht meist offen. Es klopft. Abdulla (Name geändert), ein Schuljunge in blauer Steppjacke, bittet für seine Familie um Bettwäsche und drei Paar Schuhe. „Und welche Größe?“, fragt Oehmichen und notiert sich die Bestellung für die zentrale Kleiderkammer. Abdulla überlegt. Aber die Schuhgröße seiner Schwester weiß der Junge nicht mehr. Er will nachfragen und geht zurück zu den sonnengelben Containerhäusern am östlichen Rand von Hamburg.

Die Flüchtlingsunterkunft des städtischen Unternehmens „Fördern & Wohnen“ beherbergt Familien, die aus dem Irak, aus Syrien, Afghanistan und anderen Ländern geflohen sind. Fern von ihrem gewohnten Umfeld, ihren persönlichen Kontakten und sozialen Netzwerken versuchen sie hier, neue Kraft und Wege zu finden, ihr Leben selbst zu gestalten. Zurzeit wohnen 114 Menschen hier, 78 davon sind Kinder und Jugendliche.

Maren Oehmichen leitet die Einrichtung. Die ausgebildete Sozialpädagogin wird unterstützt von einer weiteren Kraft, die aus dem Pflegebereich kommt. Und es gibt noch einen Hausmeister.

An anderen Orten, insbesondere in den Erstaufnahmeunterkünften, sieht die Betreuungssituation meist noch deutlich schlechter aus. Dort liegen die Betreuungsschlüssel nach den Vorgaben der einzelnen Bundesländer zwischen 1:100 in Sachsen-Anhalt und Baden-Württemberg und 1:120 zum Beispiel in Brandenburg und Bremen. In Hamburg kommen 150 Personen auf eine Fachkraft. In Bayern kam in über 250 Gemeinschaftsunterkünften lange Zeit eine Fachkraft auf 150 Asylsuchende. Der Personalschlüssel wurde mittlerweile auf 1:100 gesenkt.

Unter solchen Bedingungen könne nicht einmal eine sogenannte Verweisberatung an andere Hilfsstellen stattfinden, kritisiert Nivedita Prasad, Professorin an der Alice-Salomon-Hochschule für Soziale Arbeit in Berlin. Sie hält einen Betreuungsschlüssel von höchstens 1:40 oder 1:10 für notwendig, je nachdem, ob es sich um alleinstehende Erwachsene, besonders schutzbedürftige Personen oder Menschen mit Kindern handelt.

„Wir sind für alles zuständig“, berichtet Maren Oehmichen. Und holt tief Luft um aufzuzählen, was ihre Aufgabenpalette alles enthält: erste medizinische Versorgung, Beratung in Verhütungsfragen, Organisation von Kita- und Schulbesuch der Kinder, Anmeldung zu Deutschkursen, Verteilung von Möbelspenden, Aufklärung über Abfallentsorgung, Begleitung bei Behördengängen, Freizeitangebote und Vermittlung an Beratungsstellen.

Wieder klopft es. Eine Frau aus der Nachbarschaft bringt zwei Sessel. Kurz danach tritt Maike Schwitale ein. Die Singstunde sei noch nicht gut besucht, ob nicht noch jemand an die Türen klopfen und Werbung für das Angebot machen könnte? Die Juristin arbeitet ehrenamtlich einmal in der Woche in der Unterkunft.

Die soziale Betreuung gelinge gut, sagt Oehmichen. Allerdings, räumt sie ein, handele es sich um eine „Vorzeigeeinrichtung“. Anders als die meisten Sammelunterkünfte mit meist alleinstehenden Männern sei ihre Einrichtung relativ klein und die Familien bewohnten abgeschlossene Räume. Küchen und Bäder müssten nicht mit Fremden geteilt werden.

Vor allen Dingen aber reiße der Strom an freiwilligen Helfern nicht ab. Sie werde von über 40 Ehrenamtlichen unterstützt. „Das ist ein Traum. Es ist eine große Bereicherung für die Bewohner und eine große Unterstützung für mich“, sagt die Leiterin. Zum Beispiel sei die individuelle Begleitung zu Behörden ohne die Freiwilligen nicht zu leisten. (epd/mig 9)

 

 

 

 

Arbeitsagentur. Arbeitsmarkt verträgt jährlich 350.000 Flüchtlinge

 

Den Fachkräftemangel wird die aktuelle Flüchtlingseinwanderung nicht lösen, den Arbeitsmarkt belasten wird sie aber auch nicht. Laut Bundesagentur für Arbeit kann der deutsch Arbeitsmarkt jährlich 350.000 Flüchtlinge aufnehmen.

 

Der deutsche Arbeitsmarkt kann nach Einschätzung der Bundesagentur für Arbeit (BA) jährlich 350.000 Flüchtlinge aufnehmen. Diese Zahl sei derzeit kein Problem, da jedes Jahr rund 700.000 Arbeitsplätze neu entstünden, sagte BA-Vorstand Detlef Scheele der Welt. Eine Konkurrenz zu arbeitslosen Deutschen sieht Scheele im Regelfall nicht: „Dafür ist die Gruppe der Migranten zu klein.“

Im vergangenen Jahr kamen rund 1,1 Millionen Flüchtlinge vor allem aus Syrien und anderen Kriegs- und Krisengebieten des Nahen und Mittleren Ostens nach Deutschland. 350.000 entspricht laut Scheele der Zahl der anerkannten Asylbewerber, die in diesem Jahr Ausbildung und Arbeit in Deutschland suchen werden. Eine Entspannung bei der Zuwanderung erwartet Scheele vorerst nicht.

Zugleich dämpfte Scheele die Erwartungen der Wirtschaft, dass die Zuwanderung das Problem des Fachkräftemangels kurzfristig lösen könne. Der Weg an den Arbeitsmarkt sei lang. „Wir gehen davon aus, dass zehn Prozent der Flüchtlinge nach einem Jahr eine Arbeit finden können, 50 Prozent nach fünf Jahren und 75 nach zwölf bis 13 Jahren.“ Vor allem Flüchtlinge über 40 hätten schlechtere Chancen, Arbeit zu finden. Anders sehe es für junge Menschen aus: „Wenn wir Kinder und Jugendliche schnell in die deutschen Regelschulsysteme bringen, werden sie später einen spürbaren Beitrag gegen den Fachkräftemangel leisten können.“

Über die Qualifikation von Flüchtlingen weiß die Bundesagentur für Arbeit bislang kaum etwas. „Wir stehen noch ganz am Anfang der Kompetenzerfassung und arbeiten gemeinsam mit dem Bundesamt für Migration und Flüchtlinge intensiv am Aufbau eines Berufsentwicklungssystems“, sagte Scheele. „Wir müssen in der Lage sein, die Qualifikationen von Flüchtlingen schnell mit unseren Anforderungen am deutschen Arbeitsmarkt abzugleichen.“  MiG 9

 

 

 

 

NRW. 50. Kommunales Integrationszentrum des Landes im Kreis Coesfeld eröffnet

 

Schulministerin Sylvia Löhrmann und Integrationsminister Rainer Schmeltzer haben im Kreis Coesfeld das 50. Kommunale Integrationszentrum in NRW eröffnet. „Mit den 50 Kreisen und kreisfreien Städten haben wir jetzt eine nahezu flächendeckende Struktur aufgebaut, mit der wir die Angebote zur Integration der zugewanderten Menschen in den Kommunen koordinieren. Viele Bundesländer beneiden uns um diese starken Partner in der kommunalen Integrationsarbeit, da sie eine Bündelung aller Integrationsangebote vor Ort ermöglichen und die ehrenamtliche Flüchtlingshilfe unterstützen“, sagte Schmeltzer in Lüdinghausen.

 

Ministerin Löhrmann sagte: „Integration ist eine gemeinschaftliche Aufgabe, mit Bildung als wichtigem Schlüsselelement für eine erfolgreiche gesellschaftliche Teilhabe. So ist das Erfolgsrezept der Kommunalen Integrationszentren denkbar simpel: Integration muss vor Ort als Bildungs- und Querschnittsaufgabe gestaltet werden. Es sind die vielen engagierten Menschen in den Kommunen, die diesen Leitsatz durch ihre Arbeit mit Leben füllen und damit Perspektiven für viele Zuwanderinnen und Zuwanderer schaffen. Ihnen allen gebührt an dieser Stelle mein großer Dank.“

 

Ministerin Löhrmann und Minister Schmeltzer freuten sich, dass sich der Kreis Coesfeld, der als ländlicher Kreis im Münsterland einen vergleichsweise niedrigen Migrantenanteil hat, nun auch zur Einrichtung eines Kommunalen Integrationszentrums entschlossen hat: „Ausschlaggebend waren sicher die guten Erfahrungen in Nachbarkreisen und nicht zuletzt die Flüchtlingszuwanderung, die dem Thema Integration noch einmal einen zusätzlichen Schub gegeben hat.“

 

Die Kommunalen Integrationszentren (KI) sind das Herzstück des 2012 verabschiedeten Teilhabe- und Integrationsgesetzes NRW. Die ersten KI haben 2013 ihre Arbeit aufgenommen. Zu den Aufgaben zählen beispielsweise die Koordinierung von Querschnittsaufgaben und Sprachangeboten, die interkulturelle Schul- und Unterrichtsentwicklung, Orientierungshilfen für junge Migrantinnen und Migranten im Schul- und Ausbildungssystem, die Unterstützung von sogenannten Brückenkitas in Flüchtlingsheimen, die die Integration von Flüchtlingskindern in die Regelkitas vorbereiten sollen, und die Begleitung und Qualifizierung von ehrenamtlichen Helferinnen und Helfern.

 

Das Land fördert die Arbeit der Kommunalen Integrationszentren mit jährlich rund zehn Millionen Euro. Das Integrationsministerium finanziert in jedem KI mit 170.000 Euro 3,5 Personalstellen. Aus dem Etat des Schulministeriums werden jeweils zusätzlich zwei Lehrerstellen, wobei eine Lehrerstelle rund 50.000 Euro entspricht, zur Verfügung gestellt. Außerdem fördert das Land eine landesweite Koordinierungsstelle zur Unterstützung der KI.

 

Beide Minister betonten, dass die Bedeutung der Kommunalen Integrationszentren angesichts der aktuellen Flüchtlingszuwanderung noch einmal gewachsen ist. Deshalb erhalten die KI aus dem aktuellen Landesprogramm „KOMM-AN NRW“, das für die Jahre 2016 und 2017 mit jeweils rund 13 Millionen Euro ausgestattet ist, Geld für zusätzliche Personalstellen. Mit den Maßnahmen aus dem Programm KOMM-AN werden auch die Wertevermittlung und die ehrenamtliche Flüchtlingshilfe unterstützt. So können beispielsweise Treffpunkte für Flüchtlinge eingerichtet oder auch mehrsprachige Informationsbroschüren für Flüchtlinge erstellt werden.

Weitere Infos zu den Kommunalen Integrationszentren finden Sie im Internet unter: www.mais.nrw und www.kommunale-integrationszentren-nrw.de. Dip 12

 

 

 

 

Freier Eintritt für Flüchtlinge in Freilichtmuseum löst Shitstorm aus

 

Plötzlich hat das Freilichtmuseum Hessenpark im Taunus mit einem Shitstorm zu kämpfen. Wie aus dem Nichts kamen Hassmails, schlechte Bewertungen und jede Menge Facebook-Kommentare in Massen. Der Grund: Freier Eintritt für Flüchtlinge.

 

Das Freilichtmuseum Hessenpark in Neu-Anspach im Taunus muss sich seit Sonntagabend einer Flut von Hasskommentaren und schlechten Bewertungen im Internet erwehren. Grund sei, dass Flüchtlingsgruppen und ihre Betreuer freien Eintritt hätten, teilte das Museum am Dienstag mit. „Wir stehen zum Beschluss unseres Aufsichtsrats vom vergangenen September und sind der festen Überzeugung, dass durch diese Regelung niemand Schaden nimmt oder benachteiligt wird.“

Monatelang habe es nur vereinzelt Kritik an der Regelung gegeben, seit Sonntagabend kursierten jedoch Fotos der Preisliste auf verschiedenen Facebook-Seiten im Internet, teilte das Museum weiter mit. Die Folge seien offene Protest- und Boykott-Aufrufe. Zahlreiche Beschwerden, beleidigende Äußerungen und massive Angriffe erreichten das Museum seitdem über Facebook, Telefon und E-Mail. Der Ton dieser Nachrichten sei zum Teil erschreckend. Es werde gehetzt, gedroht, abgewertet und dem Museum die Diskriminierung deutscher Staatsbürger vorgeworfen. Info: Das Freilichtmuseum Hessenpark hat noch bis Ende Februar an Wochenenden und Feiertagen von 10 bis 17 Uhr geöffnet. Der Einlass erfolgt bis 16 Uhr. Erwachsene bezahlen acht Euro Eintritt, Kinder ab 6 Jahre, Schüler und Studenten 2,50 Euro. Für Menschen mit Behinderung kostet der Eintritt vier Euro und für Hartz-IV-Bezieher 2,50 Euro.

Gegenwehr formiert sich

Die meisten Kommentatoren auf Facebook ereifern sich darüber, dass Flüchtlinge als einzige Gruppe gratis in das Freilichtmuseum dürfen, während Sozialhilfebezieher 2,50 Euro oder Menschen mit Behinderung vier Euro bezahlen müssen. „Es gibt Rentner, die müssen Flaschen sammeln, damit sie über die Runden kommen. Die Wirtschaftsflüchtlinge, die ein Taschengeld bekommen, dürfen kostenlos rein? Schämen solltet ihr euch“, schreibt zum Beispiel ein Nutzer des sozialen Netzwerks. „Wir haben schon 15.000 Leute zusammen, die diesen Moslem-Islam-Park boykottieren werden“, kommentiert eine weitere Nutzerin.

Doch im Internet formiere sich jetzt Gegenwehr, berichtete das Museum. Die Stellungnahme auf der Hessenpark-Facebook-Seite habe inzwischen mehr als 3.500 Likes, in zahlreichen Kommentaren unterstützten Menschen die Haltung des Parks. „Unfassbar dieser Shitstorm“, schreibt beispielhaft eine Facebook-Nutzerin. „Da rottet sich ein Haufen missgünstiger aufrechtdeutscher Bürger zusammen, die denen, die gar nichts haben, nicht mal freien Eintritt in ein Heimatkundemuseum gönnen. Ich schäme mich für all die Hasskommentatoren.“

Im Hessenpark kann man sich über historische Gebäude, alte Haustierrassen, traditionelle Handwerks- und Hauswirtschaftstechniken sowie Festtagsbräuche informieren. Vor allem deshalb hatte sich der Aufsichtsrat dafür entschieden, Flüchtlingsgruppen freien Eintritt zu gewähren. „Wir wollen, dass die Menschen in die Geschichte und Kultur der Region eintauchen und dadurch eine Verbindung zu ihrer neuen Umgebung aufbauen können“, betonte Museumsleiter Jens Scheller. Als Landeseinrichtung wolle der Hessenpark einen Beitrag zur Integration leisten und ein Zeichen setzen, dass Flüchtlinge in Hessen willkommen seien. (epd/mig 10)

 

 

 

 

Italienisches Kulturinstitut Köln

 

Mittwoch, 17. Februar 2016, 19.00 Uhr, im Institut (Universitätsstr. 81). Köln, Hauptstadt der Philosophie - eine Reise ins Mittelalter. Vortrag von Dott.ssa Maria Lucrezia Leone, Forum Accademico Italiano. In italienischer Sprache.

Die Gründung von Universitäten in Europa seit Ende des XII. Jahrhunderts geht mit einer „Professionalisierung” der intellektuellen Arbeit einher: in vielen europäischen Städten wie Paris, Neapel oder Oxford entstehen solche Lehrinstitutionen, während Deutschland sich diesem kulturellen Phänomen noch entzieht, bis der Orden der Dominikaner ein Studium Generale in den Bereichen Philosophie und Theologie in Köln initiiert, wo es bereits ein Konvent der Predigermönche gab.

Die Organisation dieses Studiums, welche praktisch die Anfänge der Kölner Universität bedeutete, wird einem deutschen Lehrer anvertraut, der in Padua ausgebildet wurde und in Paris Theologie unterrichtete: Albertus Magnus, der von seinem Assistenten Thomas von Aquin begleitet wird. Gemeinsam beginnen sie mit einer „experimentellen” und originellen Art des Philosophieunterrichts auf der Basis einer kulturellen Synthese von christlichem, antikem und in Arabisch verfasstem Gedankengut.

Von diesem Moment an und dank der Ereignisse in Köln wird Deutschland zu einem herausragenden wissenschaftlichem Zentrum des mittelalterlichen Europa, vor allem in Bezug auf die Philosophie und Theologie, wo viele bedeutende Intellektuelle zu Gast sind und ausgebildet werden.  Eintritt frei.

 

Donnerstag, 18. Februar 2016, 19.00 Uhr, im Institut. Umberto Bonfiglioli

Vortrag von Emanuela Fiori, Direktorin des Museo Nazionale in Ravenna, über die Kunstszene in Bologna in der ersten Hälfte 20. Jahrhunderts, zu der auch der Maler Umberto Bonfiglioli gehört, und Präsentation des Buches „Umberto Bonfiglioli: artista bolognese“ von Sonia Lolli.

Umberto Bonfiglioli (1892 – 1974) war Maler, Karikaturist, Illustrator, Schauspieler und Sänger. Er stammte aus einer bürgerlichen Familie, diplomierte 1915 am Institut der Schönen Künste, wo er Studienkamerad von Giorgio Morandi und Schüler von Domenico Ferri und Augusto Majani war. Neben der Malerei widmete er sich der Karikatur und fand einen eigenen Stil, zu dem sich Ironie und Scharfsinn gesellten.

Von den 20er bis 30er Jahren war Bonfiglioli sehr populär und widmete sich der „reinen Kunst”, vor allem wunderschönen Frauenportraits. 1930 nahm er mit Saetti, Fioresi und Pizzirani an der XVIII. Biennale in Venedig teil. Gleichzeitig widmete er sich seinen anderen Leidenschaften, die ihn von Jugend an begleiteten: das Theater, die Rezitation und der Gesang. 

Als Mitglied der berühmten Compagnia di Gandolfi war er sicher einer der besten Schauspieler des Dialekttheaters in Bologna und der bedeutendste Interpret des Cardinale Lambertini, den Testoni für ihn im Bologneser Dialekt geschrieben hat.

Anschließend zeigen wir den Film: Il Cardinale Lambertini / Kardinal Lambertini.

Regie: Giorgio Pàstina, I 1954, 101‘, OF. Darsteller: Gino Cervi, Virna Lisi, Carlo Romano. Der Film überträgt eines der zur damaligen Zeit bekanntesten Theaterstücke auf die Leinwand, das von Schauspielern wie Ermete Zacconi interpretiert wurde, sowie von Umberto Bonfiglioli in der von Testoni in Bologneser Mundart geschriebenen Fassung. Eintritt frei.

 

Samstag/Sonntag, 20. - 21. Februar 2016, 20.00 Uhr

Ort: Filmclub 813, DIE BRÜCKE, Hahnenstraße 6, Köln

Bevor er Prinz wurde, war der Karneval König - von Europa

Im Jahre 2007 hat das Museo antropologico degli Usi e Costumi della gente trentina ein ethnographisches Studienprojekt über die Ursprünge und Bedeutungen der verschiedenen Winterbräuche ins Leben gerufen, die mit karnevalistischen Veranstaltungen in Zusammenhang stehen und in denen sich der Übergang vom Winter in den Frühling ausdrückt, der in zahlreichen bäuerlichen Gemeinschaften Europas gefeiert wird. An dem Studienprojekt, genannt „Carnevale Re d‘Europa“, nahmen drei Jahre lang die ethnografischen Museen in Kroatien, Bulgarien, Frankreich, Mazedonien, Polen, Rumänien, Slowenien und Spanien teil.

Von der spanischen Halbinsel bis zum Balkan, von den Pyrenäen bis zu den Alpen, von der italienischen Halbinsel bis nach Deutschland haben diese Maskenfeste die gleichen Zeichen und Symbole, die noch lebendige Spuren unauslöschlicher archaischer Riten sind.

Die Sammlung „Carnevale Re d‘Europa“ zeigt eine Reihe von Dokumentarfilmen des Regisseurs Michele Trentini (Rovereto, 1974), der für seine Beobachtungen seit Jahren die Videokamera in einer Weise benutzt, die unmittelbar auf der sogenannten visuellen Anthropologie beruht. Die Filme von Michele Trentini haben zahlreiche Preise gewonnen.

An zwei Abenden führt der Regisseur im Filmclub 813 in seine Filme ein, diskutiert mit dem Publikum und erläutert zum ersten Mal in Köln diesen faszinierenden, bedeutenden und unbekannten Aspekt des Karnevals.

 Programm und Karten unter http://filmclub-813.de  

In Zusammenarbeit mit dem Filmclub 813. IIC