WEBGIORNALE  7-13  MARZO   2016

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Immigrazione. Bye bye Dublin?  1

2.       Migranti, lettera di Alfano e Germania a Commissione Ue: "Serve sistema registrazione"  1

3.       Italia e Germania: “Subito una riforma di Dublino. E quote oggettive per ridistribuire i rifugiati”  2

4.       Migranti: la Ue vara piano umanitario di 700 milioni per la Grecia  2

5.       Crisi umanitaria in Ue, piano di aiuti da 700 milioni di euro  2

6.       La Svizzera dice no all'espulsione degli stranieri condannati per reati non gravi 3

7.       Cosa manca all'Unione. Lettera dall'Europa  3

8.       Il ministro degli Esteri intervistato dal quotidiano tedesco Handelsblat. Gentiloni: “L’Europa è sull’orlo del precipizio”  3

9.       Merkel: “Tetto agli ingressi dei migranti? Questa non è la mia Europa”  4

10.   Francoforte. Intervista a Vincenzo Mancuso, Consigliere CGIE-Germania  4

11.   Laura Garavini (PD) in Svizzera ed in Germania: "Stiamo riportando l'Italia tra le eccellenze nel mondo"  4

12.   L’indagine del Senato sullo scandalo dei patronati all’estero: se il ministro Poletti non spiega, carte inviate in procura  4

13.   Camera. Il Comitato Italiani nel Mondo preoccupato per il tentativo di delegittimare i patronati all’estero  5

14.   Francoforte. Seminario del Comites sui servizi consolari. Quello che non va (I) 5

15.   I temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia  6

16.   A Francoforte un omaggio a due grandi maestri del cinema  7

17.   Amburgo. L’8 marzo  al “Caffè letterario” il libro vincitore nel 2015del Premio Campiello e del Premio Volponi 7

18.   A Colonia concerto con il pianista Alessandro Stella  7

19.   Medaglia tedesca a uno dei boia di Marzabotto, rabbia e sconcerto a Bologna  7

20.   Continua la tournée italiana di Marcella Continanza, che presenta “Solo le Muse cantano” (Frankfurt/M., Zambon) 8

21.   A Colonia giovedì 10 marzo l’incontro con lo scrittore torinese Alessandro Baricco  8

22.   Volkswagen, bonus fedeltà ai dipendenti nonostante lo scandalo emissioni 8

23.   Circolare dell’on. Garavini ai democratici in Europa  8

24.   Prosegue il confronto sui temi dell'estensione ai connazionali residenti all'estero delle esenzioni delle imposte sulla prima casa  9

25.   Il voto politico lontano  10

26.   Usa 2016. Hillary e Donald, fuga verso la Casa Bianca  10

27.   Elezioni Usa. La parola agli elettori 11

28.   Brexit. L’azzardo di Cameron e l’imperscrutabile riforma dell’Ue  11

29.   UNCR: caos del Sistema d’asilo in Europa  12

30.   I desiderata  12

31.   Rapporto Italia-Ue. Juncker a Roma per far pace con Renzi 12

32.   I cattolici contro Vendola, Renzi esulta per i dati sulla crescita  13

33.   Riunione a Roma del Comitato di coordinamento del Forum delle associazioni degli italiani nel mondo  13

34.   Emigrati italiani cittadini di serie B anche dopo il rimpatrio  13

35.   Approvati i primi cinque punti dell’indagine conoscitiva sulla riforma dei Patronati italiani all’estero  13

36.   Recessione frenata?  14

37.   Oscar 2016, trionfa Morricone. DiCaprio ce la fa, è il migliore attore  14

38.   Unioni civili, il premier contro Gandolfini. Dopo Vendola si apre fronte adozioni 14

39.   Ancora scontri sulle unioni civili 15

40.   Micheloni (Pd Estero) sull'esito del referendum in Svizzera sull’espulsione automatica degli stranieri in caso di reati gravi 15

41.   Libia, uccisi due italiani rapiti da Is: "Morti durante blitz per liberarli"  15

42.   Tassazione sulla “prima casa” degli italiani all’estero al centro dell’audizione informale dell’Anci 15

43.   La forza dei numeri 16

44.   I corsi di lingua e cultura italiana. PD-Estero: monitorare gli impegni del Governo  16

45.   Il ripreistino dei fondi per I corsi. Lettera di Sicilia Mondo all’On. Fucsia Fitzgerald Nissoli 16

46.   Il museo dell’emigrazione pronto a spostarsi a Genova  17

47.   L’anno bisestile  17

48.   Terrorismo, allarme dei Servizi: "Italia sempre più esposta a rischio attacchi"  17

49.   Il disordine della libertà  17

50.   L’Aquila gioisce per l’Oscar a Ennio Morricone  18

51.   Lucani nel mondo. Approvati i Programmi annuale 2016 e triennale 2016-2018  18

52.   Sicilia Mondo celebra la XXXII Edizione della Giornata della donna in emigrazione  18

53.   Un bando per operatori che erogano programmi di accelerazione di startup in Italia o all’estero  19

54.   Operativo il programma per il rientro di cervelli italiani all’estero  19

 

 

1.       Flüchtlingskrise: EU unterstützt Griechenland mit Nothilfe-Paket 19

2.       Schutz der EU-Außengrenzen kommt voran. Migration, Flucht, Integration  19

3.       Trümmerhaufen Europa  20

4.       EU-Kommission setzt Griechenland Deadline zur Registrierung der Flüchtlinge  20

5.       Migrationsforscher. EU-Krise wird auf dem Rücken der Flüchtlinge ausgetragen  20

6.       Danke, Frau Merkel, für Ihr Engagement! 20

7.       Kroatiens Premier in Berlin. Merkel: Schengen wieder einführen  21

8.       Schlappe für Rechtspopulisten. Schweizer sagen Nein zu verschärfter Ausweisung  21

9.       „Durchsetzungsinitiative“ scheitert in der Schweiz  21

10.   Zeit des Aufbegehrens. Wirtschaftlich entwickelt sich Afrika langsam – politisch dafür umso schneller. 22

11.   Brüssel will Griechenland finanziell unterstützen  22

12.   Alleingänge. Streit über Grenzschließungen und Flüchtlingskontingente  22

13.   Schwierige Zeiten für demokratischen Wandel 22

14.   Patriotismus ist nicht gleich Nationalismus. Es wird Zeit, dass die Linke das endlich begreift. 23

15.   NPD-Verbot. Gerichtspräsident: Parteiverbot „ein zweischneidiges Schwert“  24

16.   Merkel zur Flüchtlingskrise: „Ich habe keinen Plan B“  24

17.   Neuer Spendenrekord. Hälfte der Bundesbürger engagiert sich für Flüchtlinge  24

18.   Österreich: Flüchtlingsintegration macht wirtschaftlich Sinn  25

19.   Bundespräsident will Einwände prüfen. Kinderschutzbund bittet Gauck um Stopp des Asylpakets II 25

20.   Von der Pflicht zum Recht auf Integration  25

21.   Verbotsverfahren. Pro und Contra – NPD-Verbot 26

22.   Asyl: Schärfer, schneller, härter 26

23.   Nach Kölner Silvesternacht. Presserat stellt Richtlinie auf den Prüfstand  26

24.   DEICHMANN-Förderpreis für Integration geht erneut an den Start 27

25.   Migrantinnen am Arbeitsmarkt: Sichtbar werden! 27

26.   De Maizière in Nordafrika. Bessere Zusammenarbeit bei Rückführungen  27

27.   Arbeiten in der Chirurgie: Ein Traumberuf mit abschreckenden Rahmenbedingungen  28

28.   Internationaler Frauentag – Mehrheit weltweit sieht keine Gleichberechtigung  28

29.   Studie: Jeder fünfte Deutsche sucht einen neuen Job  28

30.   Italien musiziert. Kammermusikreihe. 9. März bis 3. Juni 2016! 29

31.   Ostern in Italien  30

32.   Frankfurt: Hommage an Dino Risi und Luigi Comencini 30

33.   Köln. Klavierkonzert mit Alessandro Stella  30

34.   Beratung zur Pflege verbessern  31

 

 

Immigrazione. Bye bye Dublin?

 

Da qualche tempo negli ambienti europei l’idea di una profonda revisione del regolamento Dublino III non è più un tabù. La Commissione europea dovrebbe presentare a breve una proposta.

 

Tale atto stabilisce quale Stato membro è competente a esaminare una richiesta di asilo e, nel caso in cui la procedura abbia esito positivo, a farsi carico della persona nel lungo periodo: la 'applicazione pratica’ di tali criteri ha determinato negli anni un notevole aggravio per gli Stati posti alla frontiera esterna dell’area Schengen.

 

Al tempo stesso, questi paesi non sempre riescono a controllare la propria porzione di frontiera esterna, registrare le persone entrate e trattenerle sul proprio territorio per il tempo necessario ad esaminare il loro status.

 

Inoltre, i paesi di prima linea non sono di solito la meta dei richiedenti asilo, i quali intendono raggiungere alcuni Stati dell’Europa centro-settentrionale. Ne conseguono notevoli flussi irregolari (c.d. movimenti secondari), con destinazione detti paesi.

 

Trasferimenti Dublino, dati sconfortanti

Per porre rimedio a tale situazione, il regolamento prevede i c.d. trasferimenti Dublino, una procedura coattiva secondo cui il richiedente asilo che si trova nello Stato non competente viene deportato verso quello competente.

 

Dalla prassi applicativa emergono dati sconfortanti: pochi trasferimenti a fronte dell’entità reale dei movimenti secondari, difficoltà della cooperazione interstatale in materia, divieto di trasferimento verso paesi temporaneamente non sicuri (tra cui spicca la Grecia), misure unilaterali quali reintroduzione di controlli alle frontiere interne e strette sugli ingressi, anche di genuini richiedenti asilo.

 

In questo quadro, le tensioni politiche continuano a crescere, sia tra i governi che all’interno dei paesi più esposti o più generosi.

 

La tenuta dell’area Schengen è messa a serio rischio. Molti richiedenti asilo e migranti sono esposti a violazioni dei loro diritti e allo sfruttamento dei trafficanti.

 

Nel settembre 2015 è stato adottato un regime temporaneo di ricollocazione dei richiedenti asilo per sostenere gli sforzi di Grecia e Italia.

 

I risultati ottenuti finora sono deludenti. Inoltre, tale schema è stato concepito come mera eccezione transitoria a un quadro giuridico i cui elementi portanti rimangono invariati, sui quali è quanto mai urgente pensare a soluzioni ambiziose e al tempo stesso realistiche.

 

Italia in prima linea per una nuova disciplina

In quanto paese di prima linea, è auspicabile che l’Italia promuova un approccio nuovo all’individuazione dello Stato competente.

 

La necessaria costruzione del consenso intorno a idee capaci di ovviare all’attuale situazione può e deve fondarsi su argomenti capaci di incontrare positivo apprezzamento da parte degli altri governi (sia di prima che di “seconda” linea), delle istituzioni europee, dell’opinione pubblica europea.

 

Prendendo spunto dall’esperienza realizzata in decenni di cooperazione internazionale nella determinazione della giurisdizione in materia civile, commerciale e penale (nel cui ambito, i titoli di giurisdizione sono calibrati sulla ricorrenza di un collegamento reale tra uno Stato e i soggetti o gli interessi coinvolti), le linee guida di una nuova disciplina potrebbero essere così sintetizzabili:

 

1) formulare i criteri giurisdizionali facendo leva sull’esistenza di un collegamento sostanziale tra il richiedente asilo e lo stato membro (relazioni familiari, professionali e socialiche siano obiettivamente verificabili). Un Paese collegato genuinamente con il richiedente è quello meglio situato per agevolarne un effettivo inserimento sociale e lavorativo, con costi e tempi ridotti per il sistema di assistenza sociale. Ne discenderebbe un’alta propensione alla compliance da parte dei richiedenti asilo. Detto altrimenti, uno scenario win-win;

 

2) elaborare un meccanismo di quote, da aggiornare periodicamente, che individui le effettive capacità di accoglienza degli stati e tuteli i Paesi più generosi e più esposti;

 

3) ove sussista un legame effettivo con uno stato, questo sarà competente, indipendentemente dal luogo di primo ingresso. Ove siano presenti collegamenti sostanziali con più Paesi, il richiedente potrebbe esprimere una preferenza. Se lo stato designato in uno dei due modi indicati ha già superato la propria quota, la competenza passerebbe a un altro paese collegato con il richiedente;

 

4) in assenza di legami con uno specifico stato, il richiedente asilo sarà assegnato al Paese che ha il minor tasso di soddisfacimento della propria quota. In seguito, ove la procedura di asilo si concluda positivamente, il rifugiato potrebbe accettare un lavoro in un altro stato membro.

 

Equilibrio tra esigenze e aspirazioni di richiedenti asilo

Questa impostazione contribuirebbe aridurre le tensioni tra gli Stati membri e stabilirebbe un ragionevole equilibrio tra le loro esigenze e le aspirazioni dei richiedenti asilo. Il richiedente asilo sarebbe scoraggiato dal tenere comportamenti elusivi, e in alcuni casile sue preferenze o il suo protagonismo economico riceverebbero riconoscimento sul piano giuridico.

 

Il nuovo sistema non renderebbe le cose più complicate per i sistemi nazionali: al contrario, porterebbe ordine in una situazione lose-lose ove il caos regna sovrano. Inoltre, l’approccio qui proposto consentirebbe di rassicurare l’opinione pubblica e di contrastare argomentazioni faziose.

 

Infine, potrebbe incentivare la condotta di operazioni SAR da parte di Stati o enti privati in quanto sarebbe scardinato l’assunto secondo cui lo Stato che autorizza lo sbarco deve anche necessariamente farsi carico della gestione del richiedente asilo sul lungo periodo.  Marcello Di Filippo, AffInt 1

 

 

 

 

Migranti, lettera di Alfano e Germania a Commissione Ue: "Serve sistema registrazione"

 

Il ministro dell'Interno italiano Angelino Alfano e il suo omologo tedesco Thomas de Maiziere propongono un meccanismo che includa controlli di sicurezza e da allestire con l'aiuto dell'agenzia Frontex. Inoltre più staff e finanziamenti all'Ufficio europeo di sostegno per l'asilo. Erdogan: "Costruiamo una città in Siria per i rifugiati. Ne ho già parlato con Obama"

 

 BERLINO - Il ministro dell'Interno italiano Angelino Alfano e il suo omologo tedesco Thomas de Maiziere hanno scritto una lettera alla Commissione europea in cui chiedono di creare un sistema di registrazione dei migranti a livello Ue e auspicano un'armonizzazione delle procedure per i richiedenti asilo. Lo riferisce la Sueddeutsche Zeitung.

 

Secondo i due ministri, il meccanismo di registrazione Ue - che dovrebbe includere controlli di sicurezza - andrebbe allestito con l'aiuto dell'agenzia Frontex. Inoltre l'Ufficio europeo di sostegno per l'asilo (Easo) dovrebbe ottenere più staff e finanziamenti in modo da poter diventare una "vera agenzia europea per l'asilo". 

 

Nella missiva, indirizzata al vice presidente della Commissione Frans Timmermans e al Commissario Ue per le Migrazioni Dimitris Avramopoulos, Alfano e De Maiziere invitano a compiere una "ambiziosa riforma delle regole di Dublino", che prevedono che i migranti debbano chiedere asilo nel primo Paese Ue in cui entrano, creando quello che definiscono un "sistema di asilo comune europeo riadattato".

 

I due suggeriscono di identificare i migranti che hanno bisogno di protezione internazionale nei loro Paesi di origine o nei Paesi di transito prima di portarli in Europa (che è l'approcccio attualmente usato nella cooperazione con la Turchia) e affermano che lo scopo sia quello di creare un "sistema istituzionalizzato di ricollocamento in Ue". Secondo Alfano e De Maiziere, inoltre, è necessario che i rifugiati vengano ripartiti sul territorio dell'Unione europea tramite il sistema di quote annuali e bisogna redigere una lista Ue di 'Paesi sicuri' di origine e attivare un "robusto e coordinato meccanismo di rimpatrio europeo" per rimandare indietro i cosiddetti 'migranti economici'.

"L'Europa dovrebbe considerare la prospettiva di un ulteriore sostegno finanziario alla Turchia, che si estenda anche a oltre il 2017" ha detto il commissario Ue Günther Oettinger alla rivista tedesca Der Spiegel, "potrebbe facilmente aggiungere fino a sei o sette miliardi di euro l'anno", ha aggiunto il membro anziano del partito di centro-destra di Angela Merkel, Unione cristiano-Democratica (Cdu). Dello stesso avviso il cancelliere austriaco Werner Faymann che ha proposto un nuovo fondo Ue adatto a finanziare i costi aggiuntivi. "Nella crisi dei migranti abbiamo bisogno di soluzioni europee comuni", ha detto Faymann proponendo un fondo simile a quello per il salvataggio delle banche in cui ogni stato membro dell'Unione Europea paghi il denaro necessario a coprire i costi di sostentamento dei richiedenti asilo

 

Il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, che ieri ha avuto colloqui con il presidente turco Tayyip Erdogan, lunedì presiederà un vertice d'emergenza dell'Unione europea con la Turchia volto a rafforzare la cooperazione per arginare il flusso di migranti verso l'Europa.

 

Provocatorio il presidente turco Recep Rayyip Erdogan che ha ipotizzato la costruzione di una nuova città nel nord della Siria dove alloggiare i milioni di rifugiati in fuga dalla guerra civile in corso nel Paese. Il capo di stato turco ha aggiunto che il centro potrebbe trovarsi vicino ai confini con la Turchia e ha sottolineato di aver discusso dell'idea con il presidente americano Barack Obama. Per Erdogan la città dovrebbe essere grande 4.500 Chilometri quadrati e le infrastrutture costruite con la cooperazione della comunità internazionale. "Ne abbiamo discusso con Obama e abbiamo stabilito le coordinate ma ancora non siamo arrivati alla realizzazione", ha aggiunto senza dare scadenze. LR 5

 

 

 

 

Italia e Germania: “Subito una riforma di Dublino. E quote oggettive per ridistribuire i rifugiati”

 

Lettera congiunta di Roma e Berlino alla Commissione: «La forza diplomatica dell’Ue deve avere un ruolo centrale» - di MARCO ZATTERIN

 

BRUXELLES - Riformare Dublino. Subito e con un intervento «ambizioso», scrivono Italia e Germania in una lettera congiunta appena inviata alla Commissione Ue. Secondo i due ministri degli Interni, Angelino Alfano e Thomas De Maiziere, davanti alla crisi dei rifugiati che «ha rivelato i limiti delle politiche europee in materia di migrazioni», c’è bisogno «di sviluppare un sistema di protezione in cui l’onere dell’immigrazione illegale e delle persone bisognose di protezione non sia sostenuto solo dagli stati membri di primo arrivo e pochi altri». E’ necessario condividere l’impegno, perché sia più efficace e sostenibile. 

 

E’ un’azione di pressing sulla Commissione che il 16 marzo presenterà la sua comunicazione sulla riforma del regolamento di Dublino, impianto che attribuisce gli oneri di gestione e registrazione dei migranti al paese di primo approdo. Una legge che i più ritengono abbia fatto il suo tempo, anche perché - visto che oltre un milione di rifugiati è passato dalla Grecia - ad applicarla alla lettera bisognerebbe rimandare tutti gli asilanti nel territorio della repubblica ellenica. Il che non è chiaramente possibile. 

 

A proposito di Dublino, un documento di discussione allegato alla lettera italo-tedesca vista da La Stampa ricorda l’esigenza di «una procedura equa di ripartizione degli oneri sulla base di criteri oggettivi (ad esempio la popolazione, reddito pro capite, tasso di disoccupazione, il numero dei rifugiati ricevuti negli ultimi cinque anni, ecc). La prassi deve essere accelerata e semplificata. E «l’attuale sistema di hotspot nazionali va adeguatamente integrato all’interno di un meccanismo di registrazione arrivo e registrazione più ampio dell’Ue al fine di limitare lo shopping dell’asilo». 

 

«Abbiamo bisogno di nuove e aggiornate procedure», affermano i due ministri, per i quali il caso si applica anche all’asilo, dove vedono spazi per «una procedura di richiesta più rapida» da utilizzare in ogni circostanza. Questo, si dovrebbe accompagnare «con una migliorata protezione delle forniture esterne con un meccanismo europeo di identificazione rafforzato».  

 

Di pari passo deve andare l’attività destinata a rimandare a casa chi non ha diritto di restare. C’è consenso in Europa che chi non ha diritto di restare deve essere allontanato. «Auspichiamo con urgenza che la Commissione - dicono Alfano e De Maiziere - organizzi d’intesa con l’agenzia Frontex iniziative di rimpatrio che dovrebbero essere accompagnate da programmi di reinstallazione complementari». Perché ciò accada, concludono, «tutti gli stati europei e la Commissione devono lavorare insieme in modo costruttivo». 

 

Cruciale la necessità di attribuire un ruolo centrale alla forza diplomatica dell’Ue guidata da Federica Mogherini. Servono accordi con i paesi terzi per i rimpatri e una «più forte cooperazione con i paesi africani». Per «ridurre i flussi migratori, è necessaria un Servizio Esterno Ue più rilevante». Passaggio importante, questo. Invita a fare di più con l’Europa laddove possibile. Un modo per dire che le tanto contestate iniziative nazionali, alla fine, non sono la soluzione che si va cercando. 

I ministri degli Interni europei discuteranno di migrazioni giovedì prossimo. Il documento italiano e tedesco sarà a quel punto sul tavolo. LS 3

 

 

 

 

Migranti: la Ue vara piano umanitario di 700 milioni per la Grecia

 

I fondi distribuiti in tre anni "a favore dei paesi che si trovano in emergenza per la crisi profughi". Il via domani. Parte dei finanziamenti andrà direttamente ad Atene, la fetta più grossa alle Ong presenti sul territorio - di ALBERTO D'ARGENIO

 

ROMA - E’ pronto il piano di aiuti umanitari europeo in favore della Grecia. Per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale viene approntato un intervento urgente per evitare una vera e propria tragedia umanitaria in territorio europeo. Il piano verrà approvato domani dalla Commissione e porterà la firma del presidente Jean-Claude Juncker e del responsabile agli Aiuti umanitari, il cipriota Christos Stylianidis. Prevede settecento milioni in tre anni in favore dei Paesi che si trovano in emergenza per la crisi migranti. Il testo non cita direttamente la Grecia ma è chiaro che la gran parte dei soldi saranno diretti proprio ad Atene. Tanto che la bozza di decisione di Bruxelles parla chiaramente di destinare gli aiuti a paesi che già stanno affrontando una grave crisi economica che potrebbe peggiorare vista la situazione dei migranti. Solo parte dei fondi andrà direttamente al governo Tsipras per finanziare specifici programmi di assistenza, il grosso sarà versato all’Onu e alle altre Ong presenti sul territorio greco.

 

La necessità di un piano di aiuti alla Grecia era stata evocata dai capi di Stato e di governo durante il summit europeo del 19 febbraio a Bruxelles. La Commissione ha proceduto d’urgenza e domani approverà il testo. Da gennaio 2015 sono arrivati più di 1,1 milioni di richiedenti asilo in territorio europeo. La Grecia è diventata un vero e proprio hub dei migranti che per mesi hanno attraversato l’Egeo in arrivo dalla Turchia, sono sbarcati sulle isole greche e una volta raggiunta la penisola ellenica si sono incamminati sulla rotta balcanica diretti verso Austria, Germania o Svezia. Poi le limitazioni a Schengen, i controlli, le barriere, le quote di ingresso e infine la Macedonia che ha chiuso il confine Sud. E i migranti che sono rimasti intrappolati in Grecia. Che da inizio 2016 ha già accolto 111mila persone. Con la situazione che da qui a qualche mese può solo peggiorare se la penisola ellenica verrà sigillata del tutto fuori da Schengen.

 

Per questo Bruxelles ritiene che l’Unione per la prima volta nella sua storia debba affrontare una situazione dalle conseguenze umanitarie catastrofiche all’interno del suo territorio. Tanto che l’Europa non ha uno strumento adatto a rispondere alla situazione. Per questo domani verrà istituito un nuovo Meccanismo europeo per gestire la crisi. Per partire serviranno 300 milioni nel 2016 e 200 rispettivamente nel 2017 e 2018. I soldi verranno raschiati da altre voci del bilancio comunitario e andranno alle organizzazioni specializzate che già operano in Grecia: Unhcr, Croce Rossa e altre Ong. Serviranno per aumentare la capienza delle strutture di accoglienza, aprirne di nuove, pagare i voucher degli hotel dove è ospitata parte dei migranti. E ancora, operazioni per salvare vite umane, alleviare le sofferenze e salvaguardare la dignità umana con programmi di educazione, servizi, acqua, medicinali e programmi sanitari. Con la primavera alle porte e i flussi destinati ad aumentare, Bruxelles chiederà ai governi di dare rapidamente il via libera al piano per poter intervenire il prima possibile. A quegli stessi governi, a partire da quelli dell’Est, che con il loro egoismo hanno impedito all’Unione una gestione comune della crisi facendo vacillare Schengen

e portando allo stremo la Grecia. Certo il sì dei paesi guidati da un esecutivo socialista, visto che il Pse da tempo spinge per aiutare Atene con il capogruppo a Strasburgo Gianni Pittella che ancora oggi ha chiesto un "intervento umanitario urgente" per la Grecia. LR 1

 

 

 

 

Crisi umanitaria in Ue, piano di aiuti da 700 milioni di euro

 

Stylianides: Sarà particolarmente necessario per aiutare i rifugiati. Confidiamo che i Governi nazionali e il Parlamento europeo appoggino rapidamente la proposta”

 

BRUXELLES - Oggi la Commissione europea ha proposto uno strumento di assistenza emergenziale da utilizzare nell’Unione europea “per rispondere in modo più rapido e mirato alle crisi più gravi” e,quindi, “anche per aiutare gli Stati membri a far fronte all'afflusso di un gran numero di rifugiati”. L’iniziativa, infatti, “ vede la luce nel momento in cui la crisi dei rifugiati raggiunge livelli senza precedenti, con la conseguente necessità di fornire aiuti immediati di emergenza in diversi Stati membri che ospitano molti rifugiati sul loro territorio”.

“Con questa proposta – ha spiegato Christos Stylianides, commissario per gli aiuti umanitari e la gestione delle crisi - saremo in grado di fornire molto più rapidamente di prima assistenza emergenziale per le crisi all’interno dell’Unione europea. Al momento non vi è dubbio che questo tipo di assistenza sarà particolarmente necessario per aiutare i rifugiati. Non si può perdere tempo a mobilitare tutti i mezzi possibili per evitare le sofferenze della popolazione all’interno delle nostre frontiere. La proposta odierna metterà a disposizione 700 milioni di euro per fornire aiuto laddove è più necessario. Ora confido – ha aggiunto il commissario europeo - che i governi nazionali e il Parlamento europeo appoggino rapidamente la proposta”. La Commissione proporrà “urgentemente al Parlamento europeo e al Consiglio, in qualità di autorità di bilancio, un bilancio rettificativo per il 2016 per creare la linea di bilancio per lo strumento”. Si calcola che “per il 2016 saranno necessari 300 milioni di euro, mentre altri 200 milioni di euro saranno previsti rispettivamente per il 2017 e il 2018”. I finanziamenti “non saranno pertanto sottratti ai vigenti programmi di aiuto umanitario esterno al di fuori dell’UE”. L’Unione europea conferma “l'impegno a continuare a guidare la risposta umanitaria internazionale alla crisi siriana, tra le altre emergenze globali del mondo in cui l’aiuto umanitario dell’UE salva vite umane”.

La Commissione europea ricorda che “fin dall’inizio” si è “impegnata a sostenere gli Stati membri in tutti i modi possibili”e spiega che la proposta fa seguito al Consiglio europeo del 18-19 febbraio, durante il quale i Governi hanno invitato la Commissione a sviluppare la capacità di fornire aiuti di emergenza a livello interno.

Dalla Commissione Ue si sottolinea  che “gli Stati membri che non riescono a far fronte a circostanze urgenti ed eccezionali, come l’improvviso afflusso di rifugiati o altri eventi gravi potranno trarre vantaggio da questo nuovo strumento”. “La prestazione degli aiuti di emergenza – spiegano dalla Commissione - si baserà sull’articolo 122, paragrafo 1, del trattato sul funzionamento dell’Unione europea. Ciò consentirà di fornire sostegno nel modo più rapido e più ampio possibile, in uno spirito di solidarietà tra Stati membri. L’assistenza di emergenza sarà fornita in stretto coordinamento con gli Stati membri e le organizzazioni coinvolte come le agenzie delle Nazioni Unite, le organizzazioni non governative e le organizzazioni internazionali, e includerà la fornitura di beni di prima necessità, quali cibo, alloggio e medicinali per il gran numero di bambini, donne e uomini che stanno arrivando nei paesi dell’UE”. Inform 2

 

 

 

 

La Svizzera dice no all'espulsione degli stranieri condannati per reati non gravi   

 

Zurigo – Domenica 28 febbraio i cittadini svizzeri sono stati chiamati alle urne per una serie di referendum. Tra questi la proposta di espellere automaticamente i criminali stranieri, anche per reati non gravi. Alla proposta hanno detto no il 59% degli elettori elvetici. Una consultazione che è arrivata in un periodo in cui molti Paesi europei stanno inasprendo le posizioni verso i migranti, dopo che lo scorso anno ne sono arrivati nel vecchio continente ?oltre mezzo milione.

“Quello che soltanto due mesi fa appariva impossibile è avvenuto. La mobilitazione della società civile svizzera ha permesso di ribaltare le previsioni: l'iniziativa dell'UDC, ancora una volta contro gli stranieri, é stata bocciata con il 58.9% dei voti”. E’ questo il commento di Franco Plutino, Presidente delle Acli della Svizzera, dopo il risultato di domenica 28 febbraio. I cittadini elvetici hanno detto no all’espulsione automatica degli stranieri, anche per reati non gravi. Contro questa iniziativa si erano schierati parlamentari, giuristi, intellettuali, artisti, le Chiese e numerose organizzazioni sindacali, dell'economia e associazioni umanitarie. Per le Acli stranieri nati e cresciuti in Svizzera, i “secondos, avrebbero rischiato di essere espulsi in caso di recidiva anche per reati di lieve entità. Il NO all'iniziativa conferma ai giudici il compito assegnato dalla democrazia svizzera di decidere sulle espulsioni mentre viene bocciata la proposta UDC sull'automatismo dell'espulsione da iscrivere nella Costituzione”. L’Organizzazione si augura che questo voto “segni un'inversione di tendenza in merito alle iniziative contro gli stranieri. Gli stranieri hanno svolto un ruolo importante per la costruzione della moderna Svizzera e continuano ancora oggi a dare un contributo significativo e indispensabile. Alla Confederazione – scrive ancora Plutino - va riconosciuto il merito di fare di questa multiculturalità, nell'integrazione nel sistema socio-economico, un elemento di ricchezza e di progresso. Respingendo quest'ultima iniziativa il popolo ha evitato problemi nuovi sia al sistema democratico interno che nei rapporti con l'estero, oltre che sbarrare la strada a metodi in contraddizione con la Convenzione internazionale dei diritti dell'uomo di cui la Confederazione è convinta firmataria”.

"La vittoria del NO al referendum sulla stretta alle espulsioni automatiche per gli stranieri che commettono reati, rappresenta un risultato importante che avevamo auspicato e per il quale ci eravamo appellati alla comunità italiana in Svizzera". Lo dichiarano in una nota i senatori Aldo Di Biagio (AP) e Claudio Micheloni (PD). "Con questa scelta - spiegano i senatori - i cittadini svizzeri hanno rigettato le derive populiste e demagogiche sottese al quesito referendario, optando invece per una cultura dell'accoglienza e dell'integrazione".

"Senz'altro un apporto importante alla vittoria del NO è stato dato dai nostri connazionali di doppia cittadinanza che si sono mobilitati in una preziosa opera di informazione e sensibilizzazione" concludono Di Biagio e Micheloni.

Si, proprio così la piccola Svizzera - campione di democrazia, che ospita oltre due milioni di stranieri -in questa tornata referendaria del 28 febbraio 2016 ha detto chiaramente NO all’espulsione utomatica degli stranieri che commettono determinati “gravi” reati elencati con pignoleria certosina nel testo messo in votazione su iniziativa dell’UDC, il partito della Destra conservatrice elvetica che sembra avere come unico scopo quello della difesa della Svizzera dalla contaminazione straniera. Una vittoria netta dei NO (59,9%) che è stata espressa dal 63,2% degli aventi diritto al voto. Una straordinaria affluenza al voto per le abitudini elvetiche: basti pensare che una percentuale simile (60%) non si aveva in Svizzera dal 1992, ovvero quando c’era in ballo l’adesione della Confederazione allo Spazio Economico Europeo.

“Desidero esprimere la mia soddisfazione e quella della UIM – nota il coordinator europeo Dino Nardi - per questo risultato che, da un lato, premia la battaglia per il NO che – insieme all’ITAL UIL - abbiamo portato avanti unitariamente con le altre organizzazioni, patronati e associazioni italiane presenti in Svizzera e, dall’altro, gratifica l’appello pubblico lanciato dalla UIM a favore del NO indirizzato soprattutto alle centinaia di migliaia di elettori doppi cittadini italo-svizzeri il cui voto (unitamente a quello di altri “Secondos”), in questa circostanza, potrebbe aver contribuito in modo determinante alla vittoria dei NO. Unico rammarico, in questa gioiosa giornata elettorale dove è stato anche approvato a larga maggioranza (57%) il raddoppio del tunnel autostradale del Gottardo, è dover constatare che il Ticino - con il 59,4% di SI all’iniziativa dell’UDC (sostenuta pure dalla Lega dei Ticinesi) - si è dimostrato, ancora una volta, il Cantone elvetico dove maggiore è la paura ed il sentimento antistraniero!” De.it.press 29

 

 

 

 

Cosa manca all'Unione. Lettera dall'Europa

 

A tutto ci si abitua, anche alla crisi. Da oltre un anno, gli Stati europei lo dimostrano quasi ogni giorno: dapprima sulla questione dei fondi alla Grecia, poi sull'inarrestabile afflusso dei migranti, e da ultimo sulla richiesta di statuto speciale della Gran Bretagna. Questi tre punti sono seguiti con grande attenzione dalla Svizzera, che per i suoi stretti rapporti economici con l'Ue è direttamente esposta, nel bene e nel male, a ogni decisione sulla valuta europea. Quanto poi al problema del flusso migratorio, i legami di Berna con Bruxelles sono anche più stretti di quelli di Londra, per i suoi trattati bilaterali con l'Ue. La Svizzera fa parte dello spazio Schengen. E benché non sia uno Stato membro, i suoi rapporti con l'Unione Europea sono perennemente in crisi.

 

Mentre il problema Grecia (tutt'altro che risolto) è scomparso come per miracolo dai titoli di testa, la crisi migratoria e i timori suscitati dalla Brexit sembrano destinati a occupare a lungo le prime pagine dei giornali. In fondo si tratta di un unico problema: la paura di "invasioni" fuori controllo - che si tratti di profughi o di extra-comunitari non graditi, soprattutto dall'Est europeo. La libera circolazione, nelle sue varie forme - dalla cultura dell'accoglienza promossa dalla Germania al libero scambio della forza lavoro sancito dalle norme di Bruxelles - non può più contare sul favore maggioritario dei cittadini europei; al contrario, suscita paure crescenti, fino agli eccessi xenofobi che credevamo ormai superati da settant'anni.

 

È come se nelle capitali della vecchia Europa la nomenclatura avesse perso quasi ogni contatto con la realtà; al suo posto è subentrato un timore degli elettori che rasenta il panico. Altrimenti non si comprenderebbe come mai la Commissione, col polacco Donald Tusk alla presidenza del Consiglio europeo, abbia potuto redarguire il governo austriaco per aver fissato un tetto massimo all'afflusso dei profughi, e ciò benché l'Austria sia notoriamente uno dei pochi Paesi disposti ad aprire le porte a un numero consistente di rifugiati. O perché Viktor Orbán venga tacciato di populismo per la volontà di indire un referendum sulla ripartizione dei rifugiati - anche se tutti sanno che quando contesta le direttive europee sull'immigrazione, il premier ungherese non fa altro che esprimere una percezione diffusa nei Paesi dell'Est europeo. Ed è quella stessa paura a spiegare la decisione dei capi di governo dell'Ue di indire un vertice straordinario per venire incontro alla richiesta di statuto speciale della Gran Bretagna.

 

Anziché ascoltare la gente e agire in maniera più pragmatica per realizzare il sogno di un'Europa unita, i responsabili non fanno altro che formulare pseudo-accordi, che da subito si rivelano destinati a rimanere lettera morta. Come la decisione, semplicemente ignorata, di distribuire tra i Paesi europei 160.000 rifugiati. O la promessa di tre miliardi di euro alla Turchia (una tangente?) affinché assista i rifugiati sul suo territorio, per evitare che premano in massa sull'Europa occidentale. Finora, di quei miliardi nei campi profughi non si è vista neppure l'ombra.

 

Il premier britannico viene rispedito a casa con un viatico di mini-riforme in campo sociale, i cui effetti saranno praticamente nulli. Partito con la promessa di arginare l'afflusso di immigrati in Gran Bretagna, David Cameron deve accontentarsi della vaga promessa di una clausola di salvaguardia che non ha neppure la facoltà di attivare direttamente. Evidentemente si pensa di poter condurre una campagna imperniata sulla paura, per indurre i britannici a seppellire una volta per tutte, il prossimo 23 giugno, qualunque progetto di uscita dall'Ue.

 

Sui tre grandi problemi dell'Ue - la permanenza della Grecia nell'Eurozona, l'immigrazione di massa e la libera circolazione in un'Unione sempre più estesa - c'è da fare una considerazione che li accomuna: si è preteso troppo dal progetto europeo. E si chiede troppo ai cittadini dell'Unione. In tutti e tre questi campi manca la legittimazione democratica. E anche se i relativi progetti potrebbero apportare vantaggi ad altri livelli, nell'immediato comportano maggiori costi per i cittadini, più disoccupazione e insicurezza sociale.

 

Che fare? Nel processo di unificazione europea servirebbe probabilmente una battuta d'arresto, per tornare a dare la priorità alla politica del fattibile e al conseguimento di vantaggi tangibili per la popolazione. È ora di accantonare i principi di Bruxelles, che nessuno più vuole, per passare a una politica più duttile, aperta alle eccezioni e alle soluzioni pragmatiche. Una politica in grado di dare a tutti gli interessati la sensazione che le loro preoccupazioni vengano prese sul serio. Solo così si potrà evitare che le élite europee entrino in crisi ogni qual volta si annunci - in Gran Bretagna, in Ungheria o magari in Svizzera - la decisione di indire un referendum. ARTHUR RUTISHAUSER, direttore del quotidiano svizzero "Tages-Anzeiger", Traduzione di Elisabetta Horvat, LENA/LR 29

 

 

 

 

Il ministro degli Esteri intervistato dal quotidiano tedesco Handelsblat. Gentiloni: “L’Europa è sull’orlo del precipizio”

 

ROMA - Il Ministro degli Esteri italiano parla della crisi dei rifugiati.

Il Ministero degli Esteri a Roma è un enorme palazzo bianco, con 1.300 stanze. Nello Studio del Ministro, le alti pareti bianche lasciano ampio spazio all’arte moderna. Gentiloni, esperto di comunicazione, ci pensa un po’ ma poi risponde all’intervista in modo diretto, pronto per la stampa.

Signor Ministro, l’Unione Europea ha rinviato il tema dell’emergenza migratoria al prossimo vertice. L’Austria chiude le frontiere. E’ uno sviluppo preoccupante?

L’Europa è sull’orlo del precipizio. Mi auguro che non ci siano decisioni drastiche e irreversibili. Nelle ultime settimane ci sono stati maggiori controlli alle frontiere, ma sono ancora compatibili con le regole di Schengen. Una chiusura vera e propria avrebbe conseguenze e porterebbe ad una reazione a catena in diversi Paesi dei Balcani occidentali. Comprendiamo le difficoltà di Paesi come l’Austria, ma la risposta deve essere europea, non unilaterale.

La reazione a catena già si delinea, l’Ungheria per esempio vuole far votare sulle quote e se si guarda ad Atene…

….Ho trovato singolare il fatto che alcuni giorni fa si siano riuniti a Vienna una serie di Paesi per parlare dei problemi della Grecia, in assenza della Grecia. Naturalmente Atene deve fare il possibile per la registrazione dei migranti, ma la situazione di quel Paese è la dimostrazione del fatto che le attuali regole europee dell’accordo di Dublino vanno aggiornate. Secondo queste regole la Grecia, che l’anno scorso ha accolto 850.000 migranti, avrebbe dovuto non solo registrarli – cosa fattibile – ma anche ospitare tutti coloro che avevano diritto all’asilo e ripatriare tutti gli altri. E’ irrealistico pensare che la Grecia possa farlo da sola. La geografia non può essere il fattore decisivo.

Quindi in sintesi salvare Schengen e cambiare Dublino?

Si. Perché senza la libera circolazione non c’è il mercato unico. E su questo Italia e Germania sono concordi.

Ma come dovrebbe essere aggiornato esattamente l’Accordo di Dublino? Con nuovi contingenti?

I Paesi di primo approdo potrebbero assumersi la responsabilità della registrazione. Tutto il resto – dalla sorveglianza delle frontiere esterne al contrasto dei trafficanti, dall’accoglienza dei rifugiati al rimpatrio di chi non ha diritto all’asilo alle regole stesse dell’asilo - deve essere condiviso a livello europeo.

Lei teme nuove reazioni xenofobe?

Non bisogna illudere le persone e dire loro che il problema sarà risolto, ma bisogna invece lavorare affinché sia gestibile: controllare i flussi e limitarli – e ciò è possibile – e trovare una modalità comune di gestione europea. Se le due cose funzionano, una regione ricca come l’UE con centinaia di milioni di abitanti può ospitare centinaia di migliaia di migranti e richiedenti asilo.

Lampedusa. L’Italia ha una grande esperienza con i rifugiati. Si può prevedere una fine?

La crisi dei rifugiati non è nata nell’agosto 2015 e non finirà tra due mesi. E’ un fenomeno che durerà per una intera generazione, anche se con flussi ridotti e meglio organizzati.

Come andrà avanti con l’Europa?

E’ inevitabile andare verso una maggiore integrazione trai Paesi che sono disponibili, e non saranno tutti i 28. Ci sarà un’Europa a cerchi concentrici. Alcuni Paesi puntano solo al Mercato Unico e non sono interessati all’unione bancaria o ad una politica estera comune. Ma chi vuole un’Europa integrata non può farsi fermare da quelli che non vogliono partecipare. L’Italia dice: per primo, dare slancio all’integrazione e, secondo, il motore di questo gruppo di Paesi non può essere costituito solo dall’Eurogruppo, dalle finanze. Deve essere recuperata la dimensione politica e culturale.

Il Premier Matteo Renzi ha parlato di un allargamento dell’UE, menzionando Albania, Serbia, Montenegro. E la Turchia?

Con questi Paesi ci sono già negoziati in corso, ma il processo è molto lento. In particolare nei Balcani la prospettiva di adesione all’UE tiene insieme la società. Se ci sta la Croazia perché in futuro non l’Albania. Dobbiamo dar una speranza ai Paesi. 

Come è la sua visione per l’Europa?

Dobbiamo evitare una “tempesta perfetta” tra le tre minacce del Brexit, della crisi migratoria e della stagnazione economica, e dunque di una crescita debole. L’unica soluzione sta nella gestione comune della crisi migratoria. E per questo l’Italia chiede un cambiamento della politica economica che si allontani dall’austerità. Regina Krieger, Handelsblat 29

 

 

 

 

 

Merkel: “Tetto agli ingressi dei migranti? Questa non è la mia Europa”

 

La cancelliera tedesca in un talk show: «Non abbiamo tenuto la Grecia nell’euro per poi piantarla ora in asso»

 

«Tenere insieme l’Europa e mostrare umanità, questo è importante». Lo ha detto Angela Merkel, stasera su ARD, rispondendo a una domanda sulle critiche di chi dice che la sua linea sui profughi divide il Paese. Alla domanda se «virerà» nella sua politica sui migranti, ha risposto: «No, perchè sono profondamente convinta che questa sia la strada giusta». «Possono esserci aggiustamenti», ha aggiunto, sottolineando ad esempio che paesi del Nord Africa verranno classificati come «sicuri», «ma l’approccio di base» non cambia. 

«Il dibattito sull’integrazione di profughi porterà a riflettere ancora di più su cosa sia importante per noi come società», ha aggiunto. 

 

Merkel ha ribadito di «ritenere che il tetto limite dei profughi non sia la soluzione». Serve una strada sostenibile, e praticabile.  

«Non abbiamo tenuto la Grecia nell’euro» per poi «piantarla ora in asso. Sono in stretto contatto con Tsipras, le condizioni sono molto difficili», ha spiegato, criticando la decisione austriaca di introdurre un tetto limite all’ingresso di profughi nel paese. 

 

«Se un Paese stabilisce i suoi limiti» al numero di rifugiati che possono entrare nei suoi confini, «allora un altro Paese ne soffrirà: questa non è la mia Europa». 

La cancelliera ha anche detto di «capire» chi dice che non abbia la situazione sotto controllo, ma ha aggiunto si essere «tranquillizzata» dal fatto che «siamo su una strada ragionevole». La cancelliera ha ribadito che il numero degli arrivi dei migranti è molto diminuito, «anche se bisogna ancora fare molti passi avanti». 

 

Merkel ha anche difeso ancora una volta la sua decisione di settembre: «C’è chi mi rimprovera di aver aperto le frontiere, non è così. Le frontiere erano aperte e io non le ho chiuse».  LS 28

 

 

 

 

Francoforte. Intervista a Vincenzo Mancuso, Consigliere CGIE-Germania

 

Intervista a Vincenzo Mancuso, Delegato di Sicilia Mondo di Francoforte da quasi 30 anni eletto recentemente Consigliere del CGIE-Germania, Vice Presidente del Comites di Francoforte.

 

Di anni  65, da 34 anni in Germania. Medico chirurgo, laureato a Palermo.  Dal 1982 in Germania dove ha conseguito la specializzazione in Chirurgia e Ortopedia, prevalentemente in Traumatologia e Impianti di Protesi Artificiali delle grandi articolazioni. Dirigente Sanitario di un Centro di Assistenza Medica (MVZ). Opera in ospedale. A Vincenzo abbiamo chiesto:

      Come è vista la situazione italiana a Francoforte?

      Francoforte sul Meno è una metropoli mondiale. La sua posizione geografica le impone un ruolo centrale, specialmente con i paesi del Mediterraneo, che è stato consolidato nel corso dei secoli. L'Italia è nel cuore dei tedeschi ed in particolare dei francofortesi di cui ne conosco personalmente alcuni che sono orgogliosi di possedere un bene immobile, anche se piccolo, in Italia. C'è la solita paura del Default economico anche se oggi viene rinnovata la piena fiducia alle capacità di ripresa di tutta l'economia in ogni settore, anche per l’Italia. Non dimentichiamo che l'Italia è una potenza industriale con tanta voglia di fare e dimostrare di saper fare. Tra l'altro, i tedeschi apprezzano altamente la bellezza, la cultura, la moda e la cucina italiana.

      Come vive la comunità siciliana?

      Come tutte le comunità di ogni regione d'Italia, anche quella siciliana è ben integrata e orgogliosa di poter contribuire al progresso della Repubblica Federale Tedesca.

      La nostra comunità siciliana, di cui ne faccio parte anch'io, è riuscita ad inserirsi ed innestarsi dimostrando con dignità ed orgoglio che non è da meno rispetto ai colleghi tedeschi, anzi contribuendo allo sviluppo economico e culturale dell'intera famiglia europea. Secondo me esiste da sempre un idillio inconfessato Italo-Tedesco.

      Come va l’economia in Germania?

      L’economia tedesca ha superato bene la cosiddetta crisi finanziaria e da debiti. La potenza industriale è ai primi livelli. La disoccupazione è minima se paragonata a quella italiana e anche a quella di altri paesi europei. Ma anche qui, non sempre è facile trovare lavoro se non si hanno qualifiche, specialmente esperienze pratiche.

      Anche in Germania arrivano giovani italiani in cerca di lavoro?

      Sì, anche oggi, Anno Domini 2016, ci sono tanti connazionali che vengono in Germania alla ricerca di un posto di lavoro. È triste che tanti laureati, come me, ma negli anni 80, non riescano a trovar lavoro in Italia. C’è sempre la possibilità di trovare un lavoro in Germania se si hanno determinate qualifiche professionali. Sicilia Mondo 29

     

 

 

 

Laura Garavini (PD) in Svizzera ed in Germania: "Stiamo riportando l'Italia tra le eccellenze nel mondo"

 

"Ad appena due anni dall'insediamento del nostro Governo sono oggettivi i risultati che stiamo conseguendo. Oltre 760.000 nuovi posti di lavoro a tempo indeterminato, un calo della disoccupazione, un aumento dei consumi, un picco dei mutui per l'acquisto di case, l'incremento della fiducia dei cittadini. Sono dati ufficiali dell'Istat, l'Istituto nazionale di Statistica, che accertano come le riforme messe in atto negli ultimi due anni dal nostro Governo stiano facendo ripartire il Paese".

 

"Inoltre stiamo realizzando riforme storiche, attese da decenni: la riforma costituzionale con la riduzione del numero dei parlamentari e l'abolizione del bicameralismo, una legge contro la corruzione, regole contro l'evasione fiscale, la legge sul conflitto di interessi, la legge sulle unioni civili e le coppie di fatto. E finalmente anche gli italiani all'estero iniziano a vantare risultati. Dopo anni di tagli e penalizzazioni riscontriamo una inversione di tendenza per le politiche per gli italiani nel mondo."

 

"Sono risultati inimmaginabili solo 24 mesi fa. Risultati capaci di rendere finalmente moderno e più europeo il nostro Paese e di rimettere in moto l'occupazione". Lo ha detto Laura Garavini intervenendo alla riunione delle rappresentanze di base riunite a Berna dall'Ambasciatore Dal Panta, alla Casa d Italia. E lo ha ribadito anche alla riunione dei Circoli del Pd Germania, riuniti a Metzingen dalla Presidenza del PD Germania, e in particolare da Franco Garippo, Giulia Manca ed Angelo Turano.  De.it.press 1

 

 

 

     

L’indagine del Senato sullo scandalo dei patronati all’estero: se il ministro Poletti non spiega, carte inviate in procura

 

E' una delle ipotesi che circolano all'interno del Comitato per le questioni degli italiani all’estero presieduto dal dem Micheloni. Il quale dopo mesi di indagini sta mettendo a punto la relazione finale. Che ilfattoquotidiano.it è in grado di anticipare. Con le tante irregolarità scoperte sul business milionario dell'assistenza dei connazionali emigrati. Mandati inesatti o incompleti, documentazione carente o addirittura assente, pratiche non finanziabili, duplicate, o rimaste senza esito. Con un conto salatissimo fatto pagare alle casse dello Stato. In barba ai controlli che il ministero del Lavoro avrebbe dovuto fare e non ha fatto - di Anna Morgantini | 3 marzo 2016

Mandati inesatti o incompleti. Documentazione «carente o addirittura assente». «Pratiche non finanziabili», o duplicate, o rimaste senza esito, ma il cui conto è stato fatto pagare regolarmente alle casse dello Stato. Per non parlare delle pratiche intestate a beneficiari che poi sono pure risultati «cittadini non italiani», o che vivevano addirittura «in un altro paese»…

Insomma: se non proprio bocciati, poco ci manca. A compilare la pagella e a dare i voti ai servizi  svolti dai patronati oltreconfine è nientemeno che il Comitato per le questioni degli italiani all’estero del Senato: dopo mesi di indagine, di audizioni, di ispezioni sul campo, i senatori guidati da Claudio Micheloni, Pd, hanno votato ieri i primi 5 articoli della relazione finale. Manca giusto l’articolo 6, ossia le conclusioni, che sono state rinviate di 15 giorni ma solo per dare un’ultima possibilità al ministero del Lavoro di battere un colpo. Finora, in quasi due anni, benchè sollecitato in tutti i modi dai senatori, non ha mai fornito né una spiegazione né una risposta alle loro richieste di chiarimenti.

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L’ultimatum stavolta è definitivo: se tra due settimane il ministro Giuliano Poletti (nella foto), o qualcuno per lui, non si presenta a palazzo Madama col capo cosparso di cenere per rimediare al solenne sgarbo istituzionale, «c’è addirittura il rischio che i senatori decidano di inviare i risultati della loro indagine alla Procura della Repubblica», spiega il senatore Aldo Di Biagio, Ap, autore di svariate e preoccupate interrogazioni. Cerca di fare il diplomatico, il senatore – «i patronati non devono vedere la nostra indagine come un atto di lesa maestà, ma uno stimolo a fare chiarezza» – ma il quadro che emerge dal lavoro del comitato è per il ministero addirittura devastante.

Premesso che «le associazioni di patronato svolgono un importante lavoro a favore delle nostre collettività all’estero», i senatori non lesinano però critiche al sistema. A partire dai costi: «Nel 2015 gli stanziamenti iscritti nello stato di previsione del ministero del Lavoro» per i servizi svolti dai patronati in Italia e all’estero «sono stati complessivamente pari a 438.971.799,00 euro». Per il 2016 lo stanziamento è di 314.72.610, cioè il 72 per cento delle somme impegnate nell’ultimo consuntivo approvato, ma «con l’assestamento saranno concesse le somme “effettivamente” affluite al bilancio dello Stato in relazione ai versamenti degli enti previdenziali nel 2015».

Insomma, anche con il vistoso taglio praticato nell’era Renzi, i patronati nel 2016 porteranno a casa oltre 300 milioni; e agli uffici esteri andrà circa il 12 per cento, ossia almeno 35 milioni. A spartirsi la torta sono, da anni, sempre i soliti: Inca-Cgil, Ital-Uil, Inas-Cisl e Acli portano a casa circa il 60 per cento, tutti gli altri (Enasco, Epasa, Cipas, Copas) si dividono le briciole. La spartizione tra i vari patronati avviene in base al numero di uffici aperti all’estero e al numero di pratiche effettuate per conto del ministero a beneficio dei nostri emigranti. Ogni pratica, un punteggio. E qui sta il trucco: perché pur di strappare più fondi ai concorrenti – come hanno raccontato in audizione alcuni testimoni come Antonio Bruzzese, ex responsabile estero dell’Inca-Cgil- dall’Argentina all’Australia, dal Canada alla Germania gli uffici si stanno moltiplicando e statisticano (così si dice, tecnicamente) al ministero migliaia di pratiche, non solo quelle effettivamente svolte sul posto ma, spesso, anche quelle inviate loro dagli uffici italiani  senza i regolari mandati con le firme dei richiedenti.

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E il ministero? Secondo molti senatori, dorme. Teoricamente dovrebbe trasmettere al Parlamento una relazione sui controlli effettuati, entro il mese di dicembre di ogni anno. Dal marzo del 2001 sono state presentate solo otto relazioni (l’ultima è del 2015 e riguarda l’anno 2011!) e tutte, tranne l’ultima che proprio tace, parlano delle sedi estere evidenziando «molte criticità», dai «mandati inesatti o assenti» alle pratiche duplicate. Quanto alle ispezioni che il ministero dovrebbe garantire all’estero (scopo per cui trattiene quasi mezzo milione l’anno sui contributi all’Inps versati dai lavoratori), il Comitato lamenta che «paesi ad alta emigrazione come l’Argentina o il Brasile sono stati oggetto di ispezione solo una volta in cinque anni».

E quando, finalmente, arrivano gli ispettori, trovano spesso centinaia di pratiche irregolari. «Alla sede INCA a Montreal, in Canada, nel 2011, dopo una ispezione vengono tolti 4.046 punti», segnala il Comitato come esempio. Praticamente è stato dimezzato il punteggio autocertificato dalla sede al ministero. L’anno dopo, come niente fosse, da Montreal hanno dichiarato di nuovo 10.278 punti. Conclusione dei senatori? «Casi come questo avrebbero bisogno di ulteriori accertamenti poiché indicano una recidiva ed un continuo abuso della statisticazione, in quanto le ispezioni sono troppo diluite nel tempo e non danno seguito a provvedimenti giudiziari».

Insomma, nessuno al ministero controlla, di fatto. O pochissimo. Nessuno indaga. Nessuno punisce. Il ministero non ha detto nulla neanche quando in Svizzera, tra 2001 e 2009, «il direttore del patronato INCA-CGIL di Zurigo, Antonio Giacchetta, falsificando i timbri del consolato italiano si è fatto versare, su un conto a lui intestato, l’intero capitale pensionistico complementare dei pensionati che avevano dato mandato al patronato per il disbrigo delle pratiche di pensione».  Una storia incredibile, che i membri del Comitato hanno ascoltato in diretta dalle vittime, a Zurigo, e che è finita malissimo: «quando nel 2013 il Tribunale federale svizzero ha definito il diritto al risarcimento per i pensionati e ribadito la responsabilità in solido del patronato INCA-CGIL di Zurigo, la sede nazionale dell’INCA-CGIL ha dichiarato fallimento e ha chiuso la sede di Zurigo». Ora una vittima di Giacchetta, Cosmo Covello, 70 anni, nativo di Acri (Cs), ha fatto causa all’Inca Cgil italiana per riavere i 302.312,39 euro ( più danni e interessi) che gli sono stati depredati, e ha citato in giudizio anche il ministero per omessa vigilanza.

Come si difenderà il dicastero di Poletti in tribunale? E perché non ha mai dato prima qualche spiegazione al Senato, tanto da rischiare addirittura il voto di una relazione di condanna? Vedremo. Martedì pomeriggio il sottosegretario ai rapporti col Parlamento, Luciano Pizzetti,Pd, è venuto a Palazzo Madama a incontrare il capogruppo dem Luigi Zanda e il presidente del Comitato, Micheloni, assicurando che medierà col ministero per far avere risposte veloci e soddisfacenti ai senatori. I quali invocano chiarezza anche per il futuro: «L’articolo 11 della legge n. 152/2001 prevede che sulla base di apposite convenzioni con il ministero degli Esteri e della cooperazione internazionale gli istituti di patronato e di assistenza sociale possono svolgere attività di supporto alle autorità diplomatiche e consolari italiane all’estero», si preoccupano infatti i membri il Comitato. E in un quadro di tagli sempre più drammatici alla nostra rete di uffici consolari, i patronati puntano a stringere con la Farnesina una convenzione per svolgere tutti quei servizi che rischiano la soppressione. Un affare da milioni di euro. Ma vigilato da chi? E svolto con quali garanzie? Anna Morgantini, Ilfatto quotidiano 3

 

 

 

 

Camera. Il Comitato Italiani nel Mondo preoccupato per il tentativo di delegittimare i patronati all’estero

 

ROMA - Presieduto da Fabio Porta (Pd), il Comitato per gli italiani nel mondo e la promozione del sistema Paese della Camera, a conclusione dell’audizione con i rappresentanti dell’ANCI dedicata alla fiscalità sulla casa degli italiani all’estero svolta oggi in Commissione Esteri, ha diramato una nota per prendere posizione contro la campagna di stampa condotta da alcuni giornali , oggi in particolare da Il Fatto Quotidiano, contro i patronati.

“Poiché nell’analogo Comitato del Senato si è nella delicata fase di votazione della relazione sull’indagine conoscitiva condotta nei confronti dell’attività dei Patronati all’estero”, si legge nella nota, il Comitato della Camera “ritiene prematuro entrare nel merito della relazione acquisita agli atti, riservandosi di farlo quando gli atti saranno definitivi e le conclusioni chiare”.

Il Comitato, prosegue la nota, “esprime una valutazione negativa sul tentativo di confondere le responsabilità di controllo e verifica delle competenti amministrazioni dello Stato e l’azione di tutela svolta dai Patronati nei confronti dei nostri connazionali, soprattutto verso coloro che si trovano nella necessità di ricevere aiuto e sostegno, per altro gratuiti. Esprime perplessità e inquietudine, sul piano della legalità e del corretto esercizio democratico, rivolgere sollecitazioni e inviti al Governo condizionati dalla minaccia di presentare gli atti alla Procura della Repubblica. Fatti ed episodi di rilevanza penale, infatti, debbono essere, sempre e comunque, trasmessi all’autorità giudiziaria, soprattutto se si tratta di un organismo istituzionale”.

Infine, il Comitato “considera particolarmente grave l’azione di progressiva e indiscriminata delegittimazione dei Patronati ed auspica una rapida conclusione dell’indagine conoscitiva, con le eventuali raccomandazioni volte a migliorare l’efficacia e l’efficienza dell’azione di tutela dei connazionali nel mondo. Obiettivi che certamente sono e saranno alla base del comune impegno parlamentare”. (aise 3) 

     

     

 

 

Francoforte. Seminario del Comites sui servizi consolari. Quello che non va (I)

 

L’11 dicembre 2015 si è tenuto a Francoforte, con la collaborazione del Console Generale Maurizio Canfora il Seminario sui servizi consolari promosso dal Comites di Francoforte. Al seminario hanno partecipato le Associazioni, le Comunità cattoliche italiane, i Patronati e i Corrispondenti consolari operanti nella circoscrizione consolare di Francoforte.

 

Il seminario, rivolto a tutte le organizzazioni, si proponeva l’obiettivo di individuare le criticità nell’erogazione dei servizi con particolare riferimento alle esigenze della nostra collettività, al fine di avviare soluzioni migliorative sia a beneficio degli utenti che dell’amministrazione, nonché di promuovere e rafforzare la cooperazione tra tutti gli operatori interessati.

 

La riunione è stata aperta dal Presidente del Comites Calogero Ferro con una relazione introduttiva sulle tematiche da affrontare che nel contesto ha salutato in nuovo Console Generale, il dott. Maurizio Canfora che dall’estate 2015 ha ereditato l’attuale gestione consolare.

Egli ha illustrato come le crescenti ristrettezze di bilancio del MAE inducono l’amministrazione e le rappresentanze della comunità all’estero alla ricerca di soluzioni per ottimizzare le risorse umane e finanziarie a disposizione attraverso una riorganizzazione dei servizi consolari ispirata ai principi di economicità, efficacia ed efficienza per il buon andamento dell'azione amministrativa, che impone il minor dispendio di mezzi, con il duplice obiettivo di rendere la sede e i servizi consolari più aderenti alle specifiche esigenze dell’utenza e di avvicinare la comunità italiana, soprattutto le giovani generazioni, all’istituzione consolare e all’italianità all’estero quale cittadinanza attiva, responsabile e solidale per costruire un ponte tra i due paesi.

All’introduzione del Presidente Comites è seguito il saluto e l’intervento del Console Generale, che a sua volta ha illustrato come i vari provvedimenti di contenimento della spesa pubblica e l’aumento dei nuovi flussi migratori dall'Italia in Germania hanno in parte compromesso la capacità della rete consolare di erogare servizi consolari compatibili con le legittime aspettative dell´utenza all'estero. Egli ha però assicurato tutto il suo impegno nel volere migliorare tale situazione durante la sua gestione, superando alcune criticità presenti nell’erogazione dei servizi, ereditati dalla precedente amministrazione.

 

Il presidente del Comites ha, a sua volta sottolineato, che malgrado la riduzione del bilancio e del contingente del personale consolare una maggiore e più adeguata applicazione delle normative in vigore sulla semplificazione amministrativa porterebbe ad un sostanziale miglioramento dell’attuale situazione, senza ricorrere a risorse economiche aggiuntive, mettendo fin da subito il Consolato in grado di assolvere con più efficienza ai propri compiti istituzionali.

 

Egli ha però dato atto che nel breve periodo della nuova gestione consolare, sono già avvenuti alcuni significativi miglioramenti: è stato finalmente istituito un conto corrente bancario su cui fare i versamenti per le spese amministrative consolari senza più doversi recarsi di persona al Consolato per pagare alla cassa e non ci sono più lamentele da parte dei connazionali sui ritardi nel rilascio dei passaporti e sull’accettazione gli utenti senza appuntamento da parte dello stesso ufficio. Anzi, a volte il passaporto viene rilasciato a vista. Come anche non si rilevano più lamentele sul servizio dell’assistenza sociale.

 

Successivamente, il presidente Comites ha illustrato le seguenti criticità attualmente in corso:

1. Irregolare applicazione della normativa sulla prenotazione on-line (POL)

La prenotazione on-line (POL), che se adeguatamente applicata con modalità facoltative potrebbe educare e formare l’utente a questo nuovo servizio, creando evidenti vantaggi poiché disciplina in maniera regolamentata l'afflusso del pubblico. La prenotazione darebbe certezza all’utente di esser ricevuto nei tempi richiesti e permetterebbe all’impiegato di esaminare preventivamente le domande in maniera tale da consentire una più rapida ed efficace evasione del servizio richiesto. L'applicazione sistematica e obbligatoria della POL ha finora comportato, nei reparti che registrano maggiore domanda, inconvenienti e reiterate proteste da parte di coloro che non riescono a prenotare l'appuntamento desiderato, sia per la rapida saturazione del numero di appuntamenti giornalieri disponibili, sia per la non dimestichezza con tali strumenti.

 

L'utilizzo della POL, come ha evidenziato ripetutamente la DGIT del MAE, non può sostituire del tutto la ricezione diretta del pubblico, ma deve configurarsi come un sistema complementare. Esso non rappresenta l’unica soluzione delle criticità nell’erogazione dei servizi consolari e pertanto appare fondamentale mantenere aperti gli uffici al pubblico e consentire, soprattutto nei casi di urgenza, un accesso indifferenziato a tutti i servizi consolari attraverso l’istituzione di uno sportello polifunzionale con personale attinto a turno dai settori più interessati. Questa prima accoglienza consentirebbe sia la verifica preliminare della documentazione presentata e, se completa, l'immediata resa del servizio dove possibile.

 

2. Irregolare applicazione della normativa sulle modalità di presentazione delle istanze e della documentazione amministrativa, nonché sui tempi di trattazione

Altro punto da rilevare è la carente applicazione delle norme sulla semplificazione amministrativa. La complessa fase normativa sulla semplificazione della procedura e della documentazione amministrativa ha abrogato tutte le disposizioni di legge, con essa incompatibile. Il sistema delle recenti norme ha profondamente innovato la materia, con l’obiettivo di agevolare la presentazione della domanda anche via fax o per posta elettronica, di ridurre al minimo il numero delle certificazioni dando il massimo impulso all’autocertificazione e di stabilire i tempi certi della trattazione delle pratiche.

Alcuni esempi:

 

a. Sulla modalità di presentazione della domanda del certificato di capacità matrimoniale per contrarre il matrimonio in Germania l’informazione è equivoca. Nella prima parte si richiede la presenza del nubendo italiano mentre nel formulario si informa che la richiesta può essere presentata per posta. Inoltre si richiedono tutta una serie di certificati di stato civile di entrambi i nubendi, malgrado la normativa preveda di poter inoltrare la domanda anche per posta e prescriva di presentare la domada con l’autocertificazione e la dichiarazione degli atti di notorietà. Si ricorda che dal 1° gennaio 2012 tali certificati hanno validità solo nei rapporti tra i privati e che le pubbliche amministrazioni non possono più chiedere ai cittadini certificati o informazioni già in possesso di altre pubbliche amministrazioni. Inoltre, la richiesta e l'accettazione di tali certificazioni costituisce una violazione dei doveri d'ufficio;

 

b. Per il rilascio della Carta d’identità a maggiorenni con figli minori, il Consolati richiede perentoriamente l’atto di assenso dell’altro genitore malgrado, la Direttiva del 5 giugno 2007 che disciplina l’emissione della carta d’identità all’estero stabilisce che “il cittadino residente all’estero dovrà compilare e firmare l’apposito modulo predisposto dagli stessi Uffici consolari, sulla falsariga di quello in uso presso i comuni italiani” e che “ai fini dell’ottenimento della carta d’identità valida per l’espatrio e, quindi, di un documento equipollente al passaporto, i richiedenti maggiorenni dovranno autocertificare, ai sensi degli artt. 46 e 47 del D.P.R. 28.12.2000 n. 445 - per sé o per i figli minori - di non trovarsi in alcuna delle condizioni ostative al rilascio del passaporto, di cui all’art. 3, lettere b),d) ed e) della legge 21 novembre 1967, n. 1185 e successive modificazioni.”

 

Al riguardo si fa presente che in Italia viene richiesta la dichiarazione di non trovarsi in alcuna delle condizioni ostative al rilascio del passaporto, di cui all'art. 3, lettere b), ai sensi dell’art. 1 del D.P.R. 6 agosto 1974, n. 649 che ha introdotto il rilascio della carta d’identità vali per l’espatrio.

 

Inoltre, la circolare del Ministero degli affari esteri n. 6 del 27 gennaio 1975 sull’uso della carta d’identità ai fini dell’espatrio, precisa che “i Comuni – a differenza di quanto avviene relativamente ai passaporti per le Questure e per gli Uffici Consolari – non sono tenuti a verificare l’inesistenza delle anzispecificate cause ostative, ma bensì unicamente a subordinare il rilascio della carta d’identità, valida anche per l’espatrio, all’avvenuta sottoscrizione della sopraspecificata dichiarazione da parte dell’interessato, che in tal modo se ne assume la responsabilità.”

 

c. Ai fini del rilascio del passaporto o della carta d’identità, il Consolato non accetta il documento rilasciato dalle autorità tedesche sulla titolarità esclusiva della potestà genitoriale “alleiniges Sorgerecht”, malgrado l’art. 21 del Regolamento (CE) n. 2201/2003 del Consiglio stabilisce che le decisioni in materia matrimoniale e di responsabilità genitoriale pronunciate in uno Stato membro, in linea di principio, sono riconosciute negli altri stati membri senza che sia necessario il ricorso ad alcun procedimento.

 

Il Consolato fa riferimento all’art. 28 del medesimo Regolamento in base al quale le decisioni rese in maniera di responsabilità genitoriale in uno stato membro, pur essendo riconosciute all’interno degli altri stati membri non sono immediatamente esecutive negli ordinamenti di questi ultimi e a tal fine occorre la declaratoria di esecutività prevista dall’art. 28.

L’art. 28 è stato introdotto per tutelare il minorenne in caso di cambiamento della sua abituale residenza da uno stato membro nell’altro e non, come in questo caso, di accesso a diritti secondari del detentore della potestà genitoriale che richiede il riconoscimento in linea di principio di tale diritto nella stato membro di residenza di entrambi gli interessati appunto per poter continuare ad esercitare la tutela nell’interesse del minore.

Questa complicazione deriva dal fatto che in questa fattispecie, cioè la richiesta di passaporto al minore, alcuni Stati membri richiedono unicamente il riconoscimento della decisione che attribuisce la tutela, mentre altri, come l’Italia, ritenendo che il rilascio di un passaporto al minore o a maggiorenni con prole minore, sia un atto esecutivo, richiedono una dichiarazione di esecutività della decisione che attribuisce la tutela prima che il passaporto possa essere rilasciato.

Il Comites ritiene che in questo caso la decisione sia riconosciuta in linea di principio senza ricorrere alla declaratoria di esecutività prevista dall’art. 28.

d. La richiesta della traduzione a spese dell’utente delle dichiarazioni di riconoscimento genitoriale ad integrazione dell’atto di nascita da trascrivere presso il Comune italiano. La normativa in questione non fa nessun riferimento al fatto che il dichiarante deve inviare la dichiarazione unitamente alla traduzione. Dato ché, la trascrizione dell’atto di nascita è un adempimento di ordine pubblico e l’Amministrazione comunale è colei che ha interesse alla traduzione, è l’Amministrazione in generale che dovrebbe provvedere direttamente alla traduzione oppure a farsi carico delle spese, così come viene rilevato nel Massimario per l’Ufficiale di stato civile del Ministero dell’Interno, edizione 2012, capitolo 3.3.1. “Traduzione”.

 

Inoltre, il Consolato non informa sulla possibilità di riconoscimento di paternità e maternità direttamente presso l’ufficio di stato civile del Consolato, come riportato nell’art. 30 del Decreto Legislativo 3 febbraio 2011, n. 71 sull’ordinamento e funzioni degli uffici consolari, limitandosi alla richiesta di presentazione del certificato di nascita con relativi riconoscimenti genitoriali debitamente tradotti a spese dei genitori.

 

e. Sui tempi di erogazione dei servizi si deve far osservare che spesso essi non vengono rispettati. In generale l’art. 2 della Legge 7 agosto 1990, n. 241 - Nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi - stabilisce che, nei casi in cui le disposizioni di legge non prevedono un termine diverso, i procedimenti amministrativi di competenza delle amministrazioni statali devono concludersi entro il termine di trenta giorni.

 

In materia di passaporti, l’art. 8 delle legge 21 novembre 1967, n. 1185 - Norme sui passaporti stabilisce il rilascio del passaporto entro 15 giorni, prorogabili di ulteriori 15 giorni in caso di necessità.

La normativa sull’emissione della carta d’identità all’estero non stabilisce i tempi del suo rilascio. Con il messaggio del 20 giugno 2007 la DGIT stabilisce la procedura necessaria per ottenere il previo nulla osta dei Comuni di iscrizione AIRE e indica i possibili tempi di rilascio. Dopo l’invio della domanda via internet, per concedere il nulla osta e per fare le eventuali verifiche anagrafiche necessarie, il Comune ha tre giorni lavorativi di tempo. In caso di mancata ricezione del nulla osta entro tale termine, le Sedi dovranno inviare un sollecito al Comune. Se trascorsi due giorni lavorativi ulteriori non vi dovesse essere stata ancora risposta dal Comune, le Sedi dovranno ripetere la richiesta indirizzandola stavolta per conoscenza anche alla Prefettura competente e al Ministero degli Esteri.

 

Di conseguenza, il messaggio stabilisce che il rilascio della carta d’identità potrà avvenire di norma solo alcuni giorni dopo la richiesta e che il periodo di attesa potrà prolungarsi in relazione al numero delle richieste, ad eventuali ritardi dei Comuni nonché a possibili discrepanze o assenze di dati anagrafici.

 

f. Difficoltà di comunicare per telefono o per e-mail con gli uffici consolari in maniera rapida ed efficiente.

 

g. Disomogenee, incomplete e contraddittorie informazioni, nel sito consolare. Le informazioni sui servizi consolari sono carenti e non sono conformi alle istruzioni ministeriali riportate nelle Circolare Mae n.10 del 7.7.1998, Messaggio Mae 80714 del 26.3.2012 e spesso non corrispondono a quelle indicate per telefono.

 

Non si desidera, in questa sede, entrare nel merito delle responsabilità disciplinari e penali che tali omissioni o abusi d’ufficio comporterebbero per i responsabili del procedimento amministrativo e in generale per i dirigenti degli uffici diplomatico-consolari. Tanto meno, sul diritto dell’utente al risarcimento per l’eventuale danno ricevuto.

 

Ci interessa far rilevare che le vigenti disposizioni in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi, a partire dalla Costituzione italiana alle più recenti disposizioni sulla semplificazione amministrativa mirano ad un miglioramento della pubblica amministrazione secondo i principi di eguaglianza, imparzialità, efficienza e trasparenza che lo stesso Ministero degli affari esteri indica nel suo sito per l’erogazione dei servizi consolari all’estero. Calogero Ferro, de.it.press (continua)

 

 

     

 

 

I temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia 

 

03.03.2016. Cosa indebolisce lo Stato Islamico. L'IS non esita a uccidere nemici occidentali. Ma la recente esecuzione di otto suoi membri olandesi getta luce su conflitti e divisioni al suo interno. Ne parliamo con Lorenzo Trombetta.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/isis-problemi-100.html

Droghe invisibili. Sono le metanfetamine, droghe sintetiche molto pericolose, ce ne sono migliaia, la più famosa è il crystal meth. Il caso Volker Beck riaccende l'attenzione su queste sostanze che aumentano le prestazioni intellettuali e sono difficili da rintracciare nei liquidi organici.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/metanfetamine-crystal-meth-100.html

Lo Stato più piccolo del mondo. A spasso dentro le mura vaticane alla scoperta dei favolosi negozi esentasse: lo spaccio dell'annona e il governatorato destinati ai diplomatici e funzionari della Santa Sede.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/vaticano-monarchia-100.html

 

02.03.2016. L'Europa vista da Clinton e Trump

Dopo il "super Tuesday" le candidature di Hillary Clinton e Donald Trump alle presidenziali americane sono sempre più vicine. Ma che posto ha l'Europa nella loro agenda politica?

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/clinton-trump-europa-102.html

Al voto per l'ambiente. È partito il conto alla rovescia per il referendum abrogativo sulle trivellazioni in mare in programma il 17 aprile prossimo. Anche gli italiani all'estero saranno chiamati a esprimere il loro parere.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/referendum-trivellazioni-106.html

San Gennaro in tribunal. Napoli in rivolta dopo la decisione del ministro Alfano di affidare alla Curia la gestione del culto di San Gennaro, che da oltre quattrocento anni è in mano a un organismo laico.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/san-gennaro-napoli-102.html

 

01.03.2016. NPD al vaglio della Corte. Ha perso già molti dei suoi elettori, è presente solo nel Landtag del Meclemburgo-Pomerania e paga l'ascesa dell'AfD. La NPD resta però un pericoloso focolaio di xenofobia.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/npd-verbot-118.html

Apple contro FBI. Il governo americano non può obbligare Apple a sbloccare un iPhone. La sentenza di un giudice di New York riaccende le polemiche sui limiti della protezione dei dati personali.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/apple-fbi-100.html

Vicina ai malati. Per 25 anni ha assistito malati terminali, anziani e altri italiani bisognosi che si trovavano in ospedale. Anche Sestilia Bressan è "italiana dell'anno" per il Comites di Berlino.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/little-italy/sestilia-bressan-100.html

Il giardino dei Finzi Contini. Il romanzo di Giorgio Bassani su una delle più importanti famiglie ebree di Ferrara nel periodo del fascismo è ritenuto un capolavoro della letteratura italiana del Novecento.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/terramia/romanzo-finzi-contini-100.html

 

29.02.2016. Maternità surrogate. Il caso Vendola accende il dibattito sulla gestazione per altri, ma in quali paesi è consentita ? E chi sono le donne che "affittano l'utero"?

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/maternita-surrogata-100.html

Uno ogni Quattro. Oggi è il 29 febbraio e chi è nato in questa data potrà festeggiare il suo compleanno solo ogni quattro anni. Perché? Storia e anomalie dell'anno bisestile.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/anni-bisestili-100.html

 

26.02.2016. Diritto di asilo più restrittivo. Registrazioni e rimpatrii più rapidi, restrizione del ricongiungimento familiare, sono i punti principali dell'Asylpaket II, approvato anche al Bundesrat.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/diritto-di-asilo-restrittivo-100.html

Il calcio popolare. In due anni sono nate in Italia ben 33 squadre di calcio alternative a quelle ufficiali, lontane dal business e vicine al cuore dei suoi tifosi. Due squadre romane si sono ispirate a una nota squadra tedesca.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/calcio-popolare-tifosi-squadre-100.html

Nuovo record per Simone Moro. Lo scalatore da record Simone Moro sulle sue spedizioni, tra attese in tenda, tortellini e docce a -52 gradi. Ma per lui la vera meta è il ritorno a casa.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/simone-moro-nanga-parbat-100.html

CO2: il petrolio del futuro? Alberto Varone, fisico e ricercatore cagliaritano a Potsdam, mira a trasformare l'anidride carbonica da minaccia per il clima a risorsa rinnovabile. L'abbiamo incontrato.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/a-tu-per-tu/alberto-varone-codue-petrolio-100.html

 

Eventi, incontri, spettacoli. Calendario lunedì http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-montag-100.html

Calendario venerdì http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-freitag-100.html

 

Homepage di Radio Colonia http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/radio-colonia-104.html

Ascolta anche in streaming e in loop

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/radio-colonia-104.html  RC/De.it.press

 

 

 

 

 

A Francoforte un omaggio a due grandi maestri del cinema

 

Quest’anno è  il centenario della nascita di due grandi maestri della commedia italiana:  Dino Risi e Luigi Comencini. Per ricordarli e celebrarli, il Consolato Generale di Francoforte ha  ideato e promosso una retrospettiva-omaggio, in programma  dal 2 al 26 marzo al Deutsches Filmmuseum (Schaumainkai, 41) della città sul Meno, in collaborazione  con  Made in Italy, l’associazione culturale che a Francoforte organizza da oltre vent’anni il festival “Verso Sud”, Luce Cinecittà e Rai Com.

Nell’occasione saranno riproposti quattro film per ciascuno dei due registi. Si è iniziato mercoledi 2 marzo con “Pane, amore e fantasia” di Comencini, mentre  giovedi 10 è in programma una serata speciale con la proiezione de “Una vita difficile” di Risi, accompagnata da un incontro con il figlio del regista Marco, che, intervistato da Franco Montini, ricorderà suo padre e più in generale la grande stagione della commedia italiana.

Gli altri film di Dino Risi proposti nella rassegna sono “Il sorpasso”, il giorno12; “Profumo di donna”, il 16  e “Primo amore” il 23. L’omaggio a Comencini, oltre al film d’apertura, comprende “Il gatto” il 13 marzo; “Pinocchio” il 19 e “L’ingorgo” il 26.  

Ulteriori informazioni sulla retrospettiva si possono trovare sul sito del Museo del Cinema di Francoforte: http://deutsches-filminstitut.de/blog/dino-risi-luigi-comencini-und-die-commedia-allitaliana/ o sul sito del Consolato Generale di Francoforte, http://www.consfrancoforte.esteri.it/Consolato_Francoforte/

Michele Santoriello, de.it.press

 

 

 

 

Amburgo. L’8 marzo  al “Caffè letterario” il libro vincitore nel 2015del Premio Campiello e del Premio Volponi

 

“L’ultimo arrivato”, all’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo si discute del romanzo di Marco Balzano. Lo scrittore affronta il tema dell’emigrazione infantile nell’Italia degli anni Cinquanta

 

Amburgo - Per gli amanti della letteratura, martedì 8 marzo alle ore 19.00 presso l'Istituto Italiano di Cultura di Amburgo, si svolgerà l'incontro mensile dedicato alla letteratura italiana contemporanea. I lettori discuteranno, sia in italiano che in tedesco, sull'ultimo romanzo di Mario Balzano dal titolo “L'ultimo arrivato“. L'incontro sarà moderato da Cristina Di Giorgio, responsabile dell’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo.

“L'ultimo arrivato” è la storia di Ninetto, detto “pelleossa”, un bambino di nove anni che come molti bambini della sua età negli anni Cinquanta, emigra dalla Sicilia e si trasferisce a Milano, in cerca di lavoro e con la speranza di un futuro migliore. Qui impara a sopravvivere e ad arrangiarsi  alla ricerca di una qualità di vita discreta. Nonostante il suo slancio verso nuove esperienze e la voglia di integrarsi all'interno della società milanese, non può dimenticare le proprie origini.

Il fenomeno dell'emigrazione dal Meridione al Nord in cerca di lavoro negli anni Cinquanta non riguardava solo uomini e donne pronti all’esperienza e alla vita, ma anche bambini a volte più piccoli di dieci anni che mai si erano allontanati da casa. In quegli anni l’emigrazione infantile coinvolge migliaia di ragazzini che dicevano addio ai genitori, ai fratelli, e si trasferivano spesso per sempre nelle lontane metropoli.

Marco Balzano è nato a Milano nel 1978, dove vive e lavora come insegnante di liceo. Per questo romanzo ha vinto il Premio Campiello 2015 e il Premio Volponi 2015.

L'incontro è organizzato dall'Istituto Italiano di Cultura in collaborazione con la casa editrice Sellerio. Ingresso libero. L’IIC invita a prenotare telefonando allo 040 / 39 99 91 30 oppure scrivendo una email a events@iic-hamburg.de. dip

 

 

 

 

A Colonia concerto con il pianista Alessandro Stella

 

Venerdì 11 marzo 2016, alle ore 19.00, all’Istituto Italiano di Cultura di Colonia

Alessandro Stella esegue opere di Frederic Chopin, Claude Debussy, Edvard Grieg e Franz Liszt

 

Alessandro Stella ha studiato al «Conservatorio di Santa Cecilia» di Roma e si è perfezionato con Franco Scala, Marco Di Bari, Bruno Canino, Maria João Pires, Maurizio Pollini, Jean-Yves Thibaudet, Alexis Weissenberg e Christian Zacharias. Dal 2008 è ospite regolare del „Progetto Martha Argerich“ di Lugano e le sue partecipazioni sono state pubblicate da WARNER Classics. Si esibisce regolarmente in tutta Europa e i suoi concerti sono stati in più occasioni trasmessi da importanti emittenti radiofoniche.

A quella solistica, affianca un‘intensa attività cameristica, collaborando abitualmente con Giorgia Tomassi e Carlo Maria Griguoli in trio pianistico (The Pianos Trio). Illustri compositori contemporanei come Carlo Boccadoro, Sergio Calligaris, Daniel Matrone e Matteo Sommacal, hanno scritto e a lui dedicato loro importanti opere, che ha eseguito e spesso registrato in prima mondiale. Alessandro Stella si segnala per il suo impegno nella „riscoperta“ della prima fase creativa di Giacinto Scelsi e, in stretta collaborazione con la «Fondazione Isabella Scelsi», propone originali programmi scelsiani di musica per pianoforte solo, vocale e da camera.  Ingresso gratuito. 

 

 

 

 

Medaglia tedesca a uno dei boia di Marzabotto, rabbia e sconcerto a Bologna

 

Wilhelm Kusterer, condannato all'ergastolo per la strage del 1944 (quasi 800 morti), premiato dal suo Comune come "cittadino onorevole". Da istituzioni e politici bolognesi l'appello alla cancelliera Merkel: "Via quel riconoscimento"

di MICOL LAVINIA LUNDARI

 

BOLOGNA - Una medaglia al boia. Un riconoscimento, dalla municipalità tedesca di Engelsbrand, a uno degli uomini che si macchiarono di una delle peggiori stragi naziste, quella di Marzabotto, sull'Appennino bolognese: almeno 770 morti in una retata sistematica, casa per casa, sulla collina di Monte Sole, fra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944, una retata che ha portato a morte orrenda anziani, donne, persino bambini anche di poche settimane di vita. La medaglia a Wilhelm Kusterer, oggi 94enne, è stata consegnata nei mesi scorsi dal sindaco di Engelsbrand, 4300 abitanti, nel land del Baden-Württemberg, non troppo distante dal confine con la Francia. Un riconoscimento per "un cittadino che ha reso grandi servigi al suo comune di origine, un cittadino attivo e onorevole di Engelsbrand", scrive un quotidiano tedesco che riporta la notizia.

La conta dei morti è un tragico esercizio di matematica. Nell'eccidio di Monte Sole, più conosciuto in Italia come strage di Marzabotto, in una serie di attacchi delle truppe naziste contro le popolazioni inermi di Marzabotto, Monzuno, Grizzana, si contarono 770 morti fra il 29 settembre e il 5 ottobre del 1944- soprattutto donne, anziani, bambini. La cifra sale a 955 contando tutti gli attacchi nazisti nella stessa zona fra l'estate e l'autunno. I tre Comuni, poi, pagarono un altro altissimo tributo di vite umane per altre cause legate alla guerra, altre 721 croci. Queste terre e queste vite - la violenza, la paura, il coraggio di resistere - hanno ispirato il film di Giorgio Diritti L'uomo che verrà. Le ultime condanne per queste morti risalgono al 2007.

 

Se in Germania viene lodato come "cittadino modello", in Italia Kusterer è stato condannato all'ergastolo nel 2008 (dopo essere stato assolto l'anno precedente in primo grado) per la strage di Marzabotto, non certo l'unica cui partecipò. Walter Cardi, presidente del Comitato per le onoranze ai caduti di Marzabotto, ha scritto una lettera alla cancelliera Angela Merkel e all'ambasciatore tedesco a Roma perché l'onorificenza sia ritirata. E si augura che quest'anno la cancelliera accetti l'invito e sia presente a Marzabotto, nell'anniversario della strage; quando il connazionale Martin Shulz, nelle vesti di presidente dell'Europarlamento, visitò la comunità di Marzabotto nel 2012, si disse "sconvolto dalla brutalità dei nazisti", e confessò commosso: "Dopo tutto ciò che è successo, è un miracolo essere accolto come un amico. Per questo regalo, perché lo considero un regalo, vi sarò grato tutta la mia vita".

 

Non è solo Cardi a insorgere contro quella medaglia al boia. "Credo che tutto il Paese, le sue istituzioni, i partiti politici debbano sostenere la richiesta dei familiari delle vittime dell' eccidio nazifascista di Marzabotto perché il Governo della Germania intervenga e chieda la revoca di quel riconoscimento", commenta il deputato dem Andrea De Maria, ex sindaco di Marzabotto. De Maria "era Sindaco di Marzabotto quando il Presidente della Germania Johannes Rau venne nel 2002 a Monte Sole a rendere omaggio ai familiari delle vittime, pronunciando parole fortissime di condanna del nazismo. Da quella Germania che ha scelto la strada della libertà e della democrazia oggi ci aspettiamo coerenza e comportamenti conseguenti". La vicepresidente Pd Sandra Zampa condivide "lo sdegno delle famiglie delle vittime" e con De Maria presenterà "un'interrogazione in commissione Esteri per chiedere che il governo italiano intervenga, in tutte le sedi opportune".

 

Si mobilita la Regione Emilia-Romagna. L'assessore alla Cultura Massimo Mezzetti, di concerto con il presidente Stefano Bonaccini, informa di essere "già al lavoro e nelle prossime ore muoveremo tutti i passi necessari nei confronti del Lander Baden-Wurttemberg e del Comune di Engelsbrand per chiedere l’immediato ritiro dell’assurdo riconoscimento assegnato a un criminale nazista". "Quella medaglia", attacca Mezzetti, "è un oltraggio non solo alle 1150 persone barbaramente uccise dall’ex SS e ai loro familiari, ma a tutti noi che da sempre siamo impegnati nel tramandare il ricordo dell’orrore nazifascista per costruire un futuro democratico e di pace".

 

Per la presidente dell'Assemblea legislativa dell'Emilia-Romagna Simonetta Saliera quella strage di 72 anni fa "è una ferita ancora aperta in tutta la comunità democratica internazionale" e occorre "fare assoluta chiarezza e, chi ne ha l'autorità, prendere i provvedimenti del caso. La barbarie perpetuata dalle truppe di occupazione tedesca durante la Seconda Guerra Mondiale è un ricordo di terrore e di morte che non può essere offeso con facili negazionismi o disinvolta superficialità". Anche il capogruppo Pd in Regione Stefano Caliandro si dice arrabbiato per quel riconoscimento. "Troppe volte, anche negli

anni passati, i responsabili di questa terribile strage che annientò le comunità che abitavano Monte Sole sono stati osannati come eroi in patria. Ancora una volta, oggi come allora, dobbiamo agire uniti perché questa vergogna cessi. Lo dobbiamo certamente alla memoria delle vittime e delle loro famiglie ma abbiamo anche una responsabilità verso le generazioni più giovani perché questi atti non possono passare sotto silenzio". LS 4

 

 

 

 

 

Continua la tournée italiana di Marcella Continanza, che presenta “Solo le Muse cantano” (Frankfurt/M., Zambon)

 

ROMA - Continua la tournée italiana di Marcella Continanza, che sta portando in giro per l’Italia la sua ultima silloge poetica, “Solo le Muse cantano” (Frankfurt am Main, Zambon Verlag, 2015), prefazione di Vincenzo Guarracino. Grande successo di critica e di pubblico per quello che è stato definito “un gran bel libro”, variegato nella sua eterogeneità, che spazia dalla contemporaneità più cruda al ripiegamento lirico più dolce, frutto di una sofferta riflessione umana e culturale, che offre al lettore la sua universale verità di vita.

Martedì 1° marzo è stato presentato alla Libreria Mondadori di Castellammare di Stabia dal giornalista Pierluigi Fiorenza, che ha dialogato con l’autrice.

Questa la sua riflessione in merito: “Nei versi di Marcella Continanza c’è la disperazione per un olocausto senza fine che riduce una parte dell’umanità in catene. Di uomini espulsi dalle loro terre che non riescono a trovare una nuova patria ma solo indifferenza e filo spinato. C’è la testimonianza di un’esistenza che naufraga sotto lo sguardo distratto del cittadino europeo che l’osserva tra una forchettata di spaghetti e una cucchiaiata di crauti, seguendo i Tg nazionali o forse nazionalisti”.

Venerdì 4 marzo si è replicato alla Libreria Mondadori di Pompei. Ha presentato la silloge la dott.ssa Oriana Testa, direttrice della Libreria, mentre la Lesung è stata affidata alla voce recitante di Rosaria Zizzo. A.D, de.it.press 

 

 

 

 

A Colonia giovedì 10 marzo l’incontro con lo scrittore torinese Alessandro Baricco

 

Colonia - Jasper Gwyn è uno scrittore. Vive a Londra e verosimilmente è un uomo che ama la vita. Tutt’a un tratto ha voglia di smettere. Forse di smettere di scrivere. E’ lui il protagonista del libro (Feltrinelli, 2011, 2013) di Alessandro Baricco che verrà presentato giovedì 10 marzo alle 21 a Colonia. La versione tedesca del romanzo “Mr. Gwyn” (Hoffmann und Campe, 2016) verrà presentata infatti in occasione della “Lit.Cologne”: Festival della letteratura in programma dall’8 al 19 marzo nella città tedesca. Si tratta di uno dei festival letterari più grandi ed amati della Germania dove scrittori famosi e celebrità presentano le proprie opere. A promuovere l’appuntamento con lo scrittore, saggista, critico musicale e sceneggiatore torinese è l’Istituto Italiano di Cultura di Colonia.

“Mr. Gwyn”

Baricco leggerà insieme all’attore tedesco Joachim Król alcuni passi del suo libro. Con “Mr. Gwyn” l’autore ha scelto di dar vita a un eroe che vuole ricominciare da capo: un giorno, infatti, il famoso scrittore inglese, decide di non scrivere più romanzi, ma di essere soltanto un “copista” e di creare ritratti - non con pennello e tavolozza - ma in forma scritta. Attingerà dunque ai suoi incontri per collezionare le persone che poi raffigurerà nei suoi ritratti. Tra questi un sarto della Regina, due sposini benestanti e una ragazzina pericolosa.  Quando Mr. Gwyn sparisce in modo misterioso, la sua assistente, Rebecca, si mette in cerca della soluzione al rebus della sua vita, solo per scoprire che Mr. Gwyn celava molti misteri. In questo libro Baricco muove due formidabili personaggi che a metà romanzo si passano il testimone, e se a Mr Gwyn tocca mischiare le carte del mistero, la ragazza ha il compito di ricomporne la sequenza per arrivare a una ardita e luminosa evidenza. (Inform)

 

 

 

Volkswagen, bonus fedeltà ai dipendenti nonostante lo scandalo emissioni

 

Assegno extra a 120.000 dipendenti per le loro “eccezionali prestazioni”

ALESSANDRO ALVIANI

 

BERLINO  - Nonostante lo scandalo emissioni, Volkswagen pagherà anche quest’anno un bonus a 120.000 dipendenti. Si tratta di una forma di riconoscimento per le loro “eccezionali prestazioni” e gli straordinari fatti, ma anche per la fedeltà che hanno dimostrato nei confronti dell’azienda in un momento difficile, spiegano il numero uno del gruppo, Matthias Müller, e il capo dei sindacati interni, Bernd Osterloh, nell’ultimo numero del giornale dei dipendenti, distribuito stamattina ai cancelli degli stabilimenti tedeschi.  

 

L’ammontare del bonus non è ancora chiaro. Per ora si sa solo che dovrebbe essere versato insieme allo stipendio di maggio.  

Finora i 120.000 dipendenti assunti secondo il contratto aziendale, valido per sei fabbriche nell’Ovest della Germania, compresa quella di Wolfsburg, ricevono una forma di partecipazione agli utili del marchio Volkswagen. Nel 2011 il bonus era arrivato a toccare il record di 7.500 euro a testa, scesi gradualmente fino ai 5.900 euro del 2014. Quest’anno i sindacati temevano un taglio, anche alla luce degli accantonamenti miliardari operati dal gruppo per far fronte al cosiddetto Dieselgate, lo scandalo che ruota intorno alla manipolazione dei dati sulle emissioni di Co2. Uno scandalo che continua a far sentire i suoi effetti: secondo i nuovi dati della Motorizzazione civile, dopo la flessione di gennaio Volkswagen è tornata sì a registrare un aumento delle nuove immatricolazioni in Germania, salite a febbraio del 4,3% su base annua. La crescita risulta tuttavia inferiore a quella del mercato nel suo complesso (+12,1%). 

 

Nel frattempo, da una ricostruzione dettagliata dello scandalo realizzata dal gruppo per il tribunale di Braunschweig, emerge che l’ex numero uno, Martin Winterkorn, era stato informato già nel 2014 delle irregolarità relative al motore diesel EA 189, quello al centro dello scandalo.  

 

Intanto, nel primo processo celebrato in Germania per lo scandalo emissioni, il tribunale di Bochum ha dato torto a un tedesco che chiedeva l’annullamento del contratto di acquisto della sua Tiguan, in quanto le emissioni inquinanti del modello risultano più elevate di quanto dichiarato dalla casa costruttrice. Secondo il giudice il problema può essere risolto con un aggiornamento del software che costerebbe 100 euro, per cui VW non deve riprendersi indietro l’auto. LS 3

 

 

 

 

Circolare dell’on. Garavini ai democratici in Europa

 

La nostra Europa è in difficoltà come forse mai prima nella sua storia. D’altro lato, proprio a seguito dei problemi che stiamo affrontando c’è bisogno più che mai di un’Europa capace di dare riposte e di trovare insieme (!) delle soluzioni. Ne ho parlato in Aula in Parlamento, in preparazione dell’ultimo Consiglio Europeo, in risposta al Presidente del Consiglio, Matteo Renzi. Nel mio intervento, rispondendo anche alle critiche dei Cinquestelle, ho sottolineato il ruolo fondamentale dell’Italia in questo processo. Di fronte alle chiusure di diverse frontiere nel Sudest e nel Nord d’Europa, di fronte ad un'Europa che vacilla, il posto dell’Italia, culla degli ideali europei, non può che essere in prima fila tra coloro che difendono i valori europei e si battono per rafforzarli proprio adesso - perché le grandi difficoltà le risolviamo solo insieme e non con azioni nazionali individuali. Ed è positivo che l’Italia proprio in questo periodo si presenti come un Paese di nuovo serio, come un Paese che viene di nuovo rispettato ed ascoltato a livello europeo. Questo ruolo ci ha consentito di fare breccia nel muro dell’austerità, spingendo l’Europa verso una politica che promuova più crescita e più lavoro. E ha fatto sì, come ho detto nel mio discorso, che l’Europa nella crisi dei rifugiati non guardi solo alla Turchia, ma anche alla situazione in Libia.

 

L'Italia è fuori dalla crisi

Ci siamo. L’Italia respira e anche per gli italiani all’estero le cose migliorano. Ne ho parlato questo mese intervenendo alla Casa d'Italia a Berna, alla riunione Intercomites, Cgie, Parlamentari e rappresentanze diplomatiche. Abbiamo superato grandi ostacoli per realizzare tantissime riforme negli ultimi due anni - e l’economia reagisce. I dati resi noti dall'Istituto centrale di Statistica, dimostrano che l'Italia sta ripartendo. Oltre 764.000 nuovi posti di lavoro a tempo indeterminato nel solo 2015, il calo della disoccupazione, un aumento dei consumi, un picco dei mutui per l'acquisto di case, l'incremento della fiducia dei cittadini. Risultati capaci di rendere finalmente più moderno e più europeo il nostro Paese e di rimettere in moto l'occupazione. E anche gli italiani all'estero iniziano a vedere dei risultati. Dopo anni di tagli e penalizzazioni riscontriamo una inversione di tendenza per le politiche per gli italiani nel mondo.  L'ho ribadito anche alla riunione dei Circoli del PD Germania, riuniti la settimana scorsa a Metzingen dalla Presidenza del PD Germania: Franco Garippo, Giulia Manca ed Angelo Turano.

 

Professioni esportabili in Europa

Sono 25 milioni le persone che ogni anno si spostano in Europa da un paese all'altro - noi italiani ne siamo un gruppo consistente. E tanti di noi conoscono questo problema: un diploma riconosciuto è spesso fondamentale per trovare lavoro nel nuovo paese, per crearsi una nuova vita lavorativa all’estero. Ne abbiamo parlato al convegno “Certificazione delle competenze in Europa”, promosso insieme ai colleghi della Commissione Politiche Europee e ai Sottosegretari Sandro Gozi, Luigi Bobba e Gabriele Toccafondi. Per garantire concrete opportunità di lavoro e rendere davvero libera la circolazione delle persone, bisogna che un diploma rilasciato in un Paese sia riconosciuto anche negli altri. Ecco perché servono regole comuni per ottenere determinate certificazioni professionali. A questo proposito l’Italia è all’avanguardia a livello europeo perché siamo tra i primi ad avere recepito la Direttiva europea (2013/55) con la quale si prevede il reciproco riconoscimento di cinque professioni in tutta Europa. Si tratta dei mestieri di infermiere, farmacista, agente immobiliare, fisioterapista e guida alpina.

 

Da Gastarbeiter ad EU workers

Pionieri della libera circolazione sono i milioni di lavoratori italiani che, a partire dagli anni '50, alla luce di accordi internazionali con diversi Paesi dell'area europea, hanno lasciato le proprie terre per cercare un futuro migliore in terra straniera. Per esempio in Germania. Sono molto grata alla Direttrice del Goethe Institut, Gabriele Kreuter Lenz, per avere promosso a Roma un bellissimo incontro sul tema Gastarbeiter, quegli 'emigrati ospiti', che partirono a seguito di accordi bilaterali. L'iniziativa è stata particolarmente riuscita anche perchè, accanto alla riflessione storica, ci siamo spinti ad analizzare le politiche per l'integrazione messe in atto nel corso degli anni, tenendo conto dei processi migratori dei nuovi EU-workers, i tanti giovani che hanno ripreso ad emigrare in massa negli ultimi anni. L'iniziativa, mandata in onda in streaming, è visibile al seguente link. Accanto a me ha preso parte al dibattito Oliver Janz, professore di storia contemporanea alla Freie Universität di Berlino. Sul tema delle nuove mobilità ho avuto modo di esprimermi anche in una recente puntata di Community, programma televisivo di Rai Italia, nella quale parlo fra l’altro della nuova generazione di emigrati italiani in Europa.

 

Il cessate il fuoco in Siria, motivo di speranza

La vittoria alla Berlinale del film del regista Rosi sui profughi a Lampedusa, non è solo motivo di grande orgoglio per il nostro cinema. E' anche un monito alla politica, soprattutto in Europa. Ci racconta infatti cosa significhi vivere a Lampedusa a contatto diretto con la tragedia degli sbarchi. Ci mostra la disperazione e le speranze dei profughi che arrivano su questa piccola isola da paesi come la Libia o la Siria, dove la guerra e la fame spingono alla fuga milioni di persone. Proprio in Siria l’accordo per il cessate il fuoco, siglato pochi giorni fa tra Stati Uniti e Russia, è un motivo di grande speranza. L'ho detto in Aula, intervenendo in sede di replica al Ministro degli Esteri Gentiloni, che ha risposto a un nostro question time, presentato dal Gruppo PD sulla situazione in Siria. E' importante che anche l’Italia sia fortemente impegnata a sostenere questo fragile processo di pace. Quello dell'Italia è un contributo cruciale,  volto a sostenere una soluzione, il più possibile pacifica, del conflitto.

 

Il ruolo dei Parlamenti nazionali per l'Europa

Come riformare l’Europa, così da metterla al riparo dai populismi e dalla crisi economica, politica e di sfiducia che sta rischiando di distruggerla? E' stato questo l’oggetto della conferenza dei Presidenti dei gruppi parlamentari progressisti appartenenti al PSE, tenutasi a Roma questo mese. Titolo dell'incontro, da me moderato: "L'Europa, di fronte alle sfide del futuro. Il ruolo dei Parlamenti nazionali". Alla conferenza, che ho avuto il piacere di curare in qualità di componente dell'Ufficio di Presidenza del Gruppo PD con delega all'Europa, hanno preso parte i responsabili di 17 paesi. Il messaggio uscito dalla due giorni di lavoro è stato compatto: l’Europa deve mettere in campo misure per la crescita e l'occupazione, togliendosi di dosso l’etichetta di vigile spietato dei bilanci dei Paesi del Sud. Al contrario bisogna tornare ad appassionare i cittadini del nostro continente, ricominciando a discutere di diritti e di valori comuni. E lo vogliamo fare insieme, in stretto coordinamento tra parlamenti nazionali, Parlamento europeo e PSE, per essere protagonisti di un decisivo cambio di passo nella politica dell’Unione Europea. On. Laura Garavini, de.it.press 4

 

 

 

 

Prosegue il confronto sui temi dell'estensione ai connazionali residenti all'estero delle esenzioni delle imposte sulla prima casa

 

Audizione di una delegazione dell'Anci al Comitato sugli italiani nel mondo e la promozione del sistema Paese. Nel corso del dibattito sono intervenuti Alessio Tacconi, Gianni Farina, Laura Garavini (Pd, ripartizione Europa), Francesca La Marca (Pd) e Fucsia Fitzgerald Nissoli (Des/Cd) per l'America settentrionale e centrale, Marco Fedi (Pd, ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide)

      

ROMA – Si è svolta ieri al Comitato sugli italiani nel mondo e la promozione del sistema Paese della Camera dei Deputati l'audizione di una delegazione dell'Associazione nazionale dei comuni italiani (Anci) sui temi dell'estensione ai connazionali residenti all'estero delle esenzioni delle imposte sulla prima casa. Un confronto che prosegue di pari passo con l'evoluzione normativa che ha riguardato in questi ultimi anni la tassazione sugli immobili, modificata ad ogni cambio di esecutivo anche per far fronte alla crescenti necessità connesse al risanamento dei conti pubblici.

A sottolineare la complessità della materia il presidente del Comitato, Fabio Porta, che ha richiamato l'impegno in corso per giungere in Parlamento “ad un intervento chiarificatore da parte del Governo” e invitato Anci e comuni italiani ad “intervenire, ove possibile, compatibilmente con i bilanci locali e la legislazione vigente, a favore dei connazionali residenti all'estero che attualmente vengono esclusi dalle agevolazioni previste per gli immobili considerati quali prima casa” - l'esenzione dell'Imu è estesa solo agli iscritti all'Aire che siano titolari di pensione estera e abbiano il loro unico immobile posseduto in Italia non concesso in comodato d'uso o in affitto. Porta evidenzia come lo stato attuale della normativa configuri “una situazione di dubbia legittimità e di una certa iniquità”, e chiede pertanto ai comuni italiani di “valutare l'opportunità di correggere” quella che definisce una “disparità di trattamento”, “introducendo agevolazioni fiscali per Imu, Tasi e Tari, per coloro che oggi ne sono totalmente esclusi, nei limiti delle loro podestà regolamentari”.

Per l'Anci è intervenuto Guido Castelli, sindaco di Ascoli Piceno e delegato Anci per la finanza locale, che ha in premessa segnalato l'importanza del tema, dal momento che “la tassazione sugli immobili è divenuto ormai l'elemento di alimentazione principale dei bilanci comunali”, in un quadro complessivo che “non vive momenti rosei”: Castelli ricorda infatti come negli ultimi 4 anni la finanza locale sia divenuta sempre più “uno strumento di risanamento della finanza pubblica e questo – aggiunge – ha sconvolto i principi contabili su cui confidiamo annualmente per la gestione delle nostre amministrazioni”. “In 4 anni il contributo dei comuni italiani al risanamento dei conti pubblici è stato di 12 miliardi di euro e il loro indebitamento complessivo, fatto 100 quello dello Stato, è sceso dal 3 al 2% circa – prosegue il rappresentante dell'Anci, che ammonisce però come tale dinamica non possa proseguire, perché “ulteriori manovre a carico dei comuni potrebbero comprometterne i servizi essenziali”.

In un quadro finanziario sempre più provato, i provvedimenti via via adottati sulla tassazione degli immobili hanno finito per incidere anche sul rapporto che le amministrazioni locali avevano ormai consolidato con i propri residenti all'estero e la cui impostazione viene ribadita dallo stesso Castelli: “i comuni – afferma - hanno sempre manifestato una particolare disponibilità e sensibilità rispetto alla conservazione e alla gestione del patrimonio immobiliare dei loro residenti all'estero”, una sensibilità testimoniata dalla tendenza all'equiparazione a prima casa della proprietà posseduta in Italia da questi ultimi – quando la tassa era ancora denominata Ici, nel 2013, la stima dei comuni che operavano tale equiparazione per gli iscritti all'Aire, ricorda il delegato Anci, era del 40%, consentendo in questo modo l'estensione di tutte le agevolazioni previste per questo tipo di immobili. “Fino a che è stata l'autonomia dei comuni a negoziare questa possibilità i risultati sono stati rilevanti – rileva Castelli, richiamando poi i cambiamenti innescati dal decreto relativo all'imposta approvato nel 2014, che ha “introdotto ex lege l'assimilazione dell'immobile posseduto dai connazionali all'estero a prima casa, circoscrivendo, forse eccessivamente – ammette, - i possibili destinatari dell'esenzione: iscritti all'Aire titolari di pensione estera e il cui immobile non risulti dato in comodato d'uso o locato”. Per il rappresentante dell'Anci tale riconoscimento ex lege costituisce un fatto rilevante, ma la difficoltà è ora connessa alla “riduzione degli spazi di premialità che si erano sedimentati nel corso dell'esercizio da parte dei comuni” e “alle difficoltà gestionali che questi ultimi incontrano anche nell'applicazione del tributo, specie in quei centri che registrano molti iscritti all'Aire”. In ultimo, “l'esenzione totale della Tasi sulla prima casa configura ora una situazione ancora più in divenire – ricorda Castelli, confermando “che resta l'interesse dei comuni e della nostra politica associativa a valorizzare i legami che ci uniscono alle nostre collettività all'estero”, oltre che alla “conservazione dei beni che, pur non essendo stabilmente abitati, arricchiscono i nostri centri”. L'impegno dell'Anci si orienta quindi ad introdurre meccanismi di premialità connessi alla gestione del bene, fermo restando il tentativo di “modulare diversamente le agevolazioni” sugli immobili posseduti dai connazionali all'estero, garantendo una assimilazione a prima casa più ampia nel caso del reperimento di una corrispettiva provvista finanziaria. Reperimento per cui Castelli auspica un'azione comune, segnalando come non si tratti di cifre impossibili da raggiungere.

Nel corso del dibattito è intervenuto Alessio Tacconi (Pd, ripartizione Europa) che ha evidenziato la necessità di semplificare la normativa in oggetto, esigenza cui in parte rispondeva la proposta di legge da lui presentata sull'estensione dell'esenzione anche ai connazionali residenti all'estero e titolari di pensione italiana. Ribadisce come a fronte delle molteplici casistiche sia necessaria una ulteriore riflessione e valutazione sulla materia e chiede alla delegazione Anci di agire presso i comuni italiani affinché sia utilizzata il più possibile a favore dei connazionali all'estero la discrezionalità loro concessa sulla decisione delle aliquote da applicare per il calcolo delle imposte sugli immobili. Gianni Farina (Pd, ripartizione Europa) parla di problemi complessi ma che riduce sostanzialmente a tre fattispecie: una morale, perché gli immobili posseduti dai connazionali all'estero sono frutto di sacrifici e rischiano, se abbandonati, di contribuire alla “desolazione” dei comuni italiani che hanno subito – e continueranno in questo modo ancora a subire - in misura maggiore l'esodo dei loro abitanti; una legata al problema politico del consenso e la terza di carattere economico e sociale. Pur ritenendo positiva l'esenzione stabilita per i pensionati italiani residenti al'estero, Farina segnala come essa finisca per concorrere ad evidenziare la contraddittorietà dell'attuale normativa, che non si cura per esempio di coloro che non hanno proprietà ma vivono in affitto, contraddizioni su cui egli ritiene si debba intervenire “con coraggio”, riportando l'imposizione ad un meccanismo di esenzione legato ad una soglia minima di valore dell'immobile, “come avveniva – ricorda – con il governo Prodi del 2006-2008”. Da rivedere anche la procedura con la quale si può accedere all'esenzione, incentivando l'utilizzo dell'autocertificazione. “Se non vi sarà un ripensamento – conclude Farina – c'è il pericolo evidente di distacco totale della comunità italiana nel mondo con il paese di origine. Parliamo di milioni di cittadini che potrebbero decidere di svendere il loro patrimonio in Italia, perché considerano tali imposte come una gabella insopportabile perché associate anche alla mancanza di un riconoscimento morale dell'emigrante”.

Non va dimenticata, infatti, la situazione dei comuni che hanno un saldo negativo tra iscritti all'Aire e residenti, una caratteristica che finisce per incidere sul paesaggio urbano, quando molte case risultano abitate solo per un periodo breve e limitato, quando non abbandonate, e che rischia di divenire paradossale se l'esenzione della tassa sugli immobili riguarda solo i residenti. In questi casi gli introiti che provengono dai residenti all'estero sostengono servizi di cui essi non usufruiscono, o usufruiscono molto limitatamente.

Laura Garavini (Pd, ripartizione Europa) chiede se l'Anci non possa inviare ai comuni una comunicazione recante lo stato attuale della legislazione, in seguito a segnalazioni di connazionali che hanno ricevuto avvisi di pagamento nonostante l'esenzione, o se vi siano altri casi, oltre alle province di Trento e Bolzano, in cui le esenzioni decise a livello nazionale siano state modificate da norme locali. Sollecita inoltre la diffusione di best practice sperimentate a proposito di progetti attuati per la salvaguardia del patrimonio urbanistico. L'avvio di un confronto su tale azione di promozione viene auspicato anche da Marco Fedi (Pd, ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide), che rileva come una diversa politica di tassazione degli immobili potrebbe essere funzionale a tale strategia. “Siamo consapevoli che tocca innanzitutto a Governo e Parlamento dare risposte normative. Noi ci stiamo lavorando – ha dichiarato Fedi, - ma vi chiediamo flessibilità, parola d’ordine di questi tempi, relativamente alle aliquote e alle agevolazioni per tutti, oltre alla esenzione per i pensionati di pensione estera e in convenzione internazionale” (per l'intervento di Fedi vedi anche: http://comunicazioneinform.it/oggi-laudizione-informale-dellassociazione-nazionale-dei-comuni-italiani-al-comitato-permanente-per-gli-italiani-nel-mondo/).

Si sofferma sull'importanza del turismo di ritorno Angela Fucsia Fitzgerald Nissoli (Des/Cd), che ritiene l'equiparazione a prima casa degli immobili posseduti dai connazionali all'estero sia anche “gesto di riconoscenza per chi ha affrontato le sfide dell'emigrazione e mantiene vivo il legame con l'italia”. Richiama infine l'opportunità di uniformare la documentazione necessaria all'effettivo esercizio delle agevolazioni e ribadisce il rischio di una svendita delle abitazioni, che significherebbe un “impoverimento per l'economia locale ma anche per i legami tra la Penisola e le collettività presenti all'estero”. Francesca La Marca (Pd, ripartizione America settentrionale e centrale) si sofferma invece sul ruolo internazionale che l'Anci può svolgere, anche in sinergia con la rete diplomatica, e sul contributo che gli eletti nella circoscrizione Estero possono apportare a tale ruolo.

Il presidente del Comitato annuncia un ulteriore confronto con la delegazione, per ampliare il discorso e consentire la replica alle numerose sollecitazioni, mentre Castelli assicura intanto l'impegno dell'Anci sul fronte dell'uniformazione della documentazione legata al pagamento del tributo e del ricorso all'autocertificazione. Viviana Pansa, Inform 4

 

 

 

 

Il voto politico lontano

 

Conosciamo i simboli dei partiti politici e i nomi dei candidati che potrebbero partecipare alle future consultazioni politiche generali. Quando ci saranno. Per ora, però, individuiamo una sorta di strategia becera, per il Paese. Ci sembra, infatti, che Renzi, non ancora soddisfatto del suo atteggiamento, abbia ben altri progetti per il Popolo italiano. Non a caso, il suo Esecutivo è, sempre meno, di “transizione”. Il voto politico può attendere.

Invece, intendiamo conoscere meglio il suo programma e la chiara presa d’atto dei partiti che, necessariamente, gli consentono, pur con non poche nostre riserve, una maggioranza stabile. Almeno alla parvenza.

 Tra le formazioni politiche in campo non sembrerebbe ci sia omogeneità di vedute. Anche se la compagine di Centro/Destra parrebbe più disposta ad attendere il “fatidico” 2018, per cambiare il “gioco” politico.

Il PD ha puntato tutto, ed anche di più sull’uomo, lasciando da parte le “beghe” di partito. Sul Centro/Destra, invece, abbiamo qualche perplessità; più di natura sostanziale che formale.

 Oggi assumersi l’onere di governare l’Italia rappresenta una complessa partita di giro nella quale i conti, purtroppo, potrebbero non tornare. Del resto il 2016 dovrebbe essere decisivo. Nel frattempo, il disegno di legge sulla normativa elettorale langue.

 Anche sulla rappresentatività politica dei Connazionali all’estero la questione è sempre aperta. La normativa, a loro dedicata, discussa e approvata senza il diretto contributo da parte di chi vive oltre confine è inadeguata. Il meccanismo di ripartizione dei diciotto Parlamentari eleggibili dall’estero, e suddivisi nella quattro Ripartizioni Geografiche di sempre, ci aveva lasciato, da subito perplessi. In definitiva, solo dieci Parlamentari della Ripartizione Estero sono eleggibili in proporzione al numero effettivo dei Connazionali residenti. I Restanti 8 sono suddivisi nelle quattro Ripartizioni in modi identici: cioè un deputato e un Senatore per partizione.

 Giusto, o sbagliato, questo è il sistema della normativa che dovrebbe essere modificato con la nuova Legge Elettorale. Alla prova dei fatti, la realtà è sempre la stessa. Una di quelle “perle nazionali” che tanto avremmo voluto “perdere”; già da tempo. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Usa 2016. Hillary e Donald, fuga verso la Casa Bianca

 

Dopo il Super Martedì, Donald Trump e Hillary Clinton appaiono (quasi) certi della nomination. Più che i suoi avversari, Donald teme il coniglio che potrebbe saltare fuori dal cilindro dei notabili del partito, che proprio non lo vogliono come candidato, perché non li rappresenta e perché - dicono - farebbe loro perdere le elezioni.

 

E Hillary deve schivare lo scheletro che potrebbe caderle addosso aprendo uno dei suoi armadi ben forniti, senza sottostimare l’effetto della ‘emailgate’, cioè la vicenda dell’uso dell’account di posta privato quand’era segretario di Stato - c’è un’inchiesta dell’Fbi.

 

Nei voti a raffica del 1° marzo, l’ex first lady e lo showman hanno vinto ciascuno in sette Stati. Lei s’è imposta in Alabama, Arkansas (lo Stato dove iniziò la saga politica familiare), Georgia, Massachusetts (il primo successo nel New England ‘liberal’, dove il suo antagonista Bernie Sanders è più forte), Tennessee, Texas, Virginia, oltre che nel territorio delle isole Samoa. Lui ha vinto Alabama, Arkansas, Georgia, Massachusetts, Tennessee, Vermont e Virginia.

 

Ai loro rivali, restano le briciole. Fra i democratici, il senatore Sanders conquista il suo Vermont e pure Oklahoma, Minnesota e Colorado: tutti Stati dove la popolazione è prevalentemente bianca. Fra i repubblicani, il senatore Ted Cruz vince nel suo Texas - il terzo Stato dell’Unione - e nell’Oklahoma lì vicino, oltre che in Alaska - segno che Sarah Palin, che appoggia Trump, conta ormai poco -, mentre il senatore Marco Rubio vince finalmente in uno Stato, il Minnesota. Gli altri due aspiranti conservatori, Ben Carson, guru nero, e John Kasich, governatore dell’Ohio, non lasciano quasi traccia (e Carson medita se lasciare).

 

I bari al tavolo del poker

Nonostante un verdetto così netto, i due maggiori partiti statunitensi giocano la partita delle primarie, come dei bari al tavolo del poker, con un asso nella manica. O, almeno, loro sperano che sia un asso, ché magari è solo una scartina - di abbagli in queste elezioni ne hanno già presi un sacco. Il poker, poi, si fa col morto, che, dopo il Super Martedì, rischia, però, di restare tale: l’affermazione della Clinton riduce gli spazi per l’ex sindaco di New York Michael Bloomberg, che deve decidere se candidarsi come indipendente.

 

I repubblicani, in realtà, l’asso ce l’hanno sul tavolo: Donald Trump, il magnate dell’immobiliare e showman che finora guadagna voti anche quando litiga col papa, insulta gli immigrati e tratta male le donne. Ma l’establishment del partito non ne vuole sapere.

 

Il problema è che l’anti-Trump giusto non c’è. Per mesi, tutti hanno dormito su due cuscini: c’era Jeb Bush, figlio e fratello rispettivamente del 41° e 43°, per la serie ‘buon sangue non mente’. Ma Jeb è stato un flop: non s’è mai svegliato dal suo letargo, neppure durante i dibattiti televisivi, quando dormiva in piedi, mentre Trump lo massacrava di botte verbali, “Sei molle”. Bush III s’è fatto da parte, dando strada al suo ‘figlioccio’ politico, il senatore Rubio, che, però, vince poco e, quanto a grinta, non ne mostra molta di più del suo mentore, anche se è più sveglio.

 

L’altra ipotetica alternativa è il senatore Cruz. Ma è come cadere dalla padella nella brace: è populista come Trump, è evangelico e, per di più, non è neppure simpatico: la moglie, quando scoprì che lo doveva seguire da Washington, dove aveva un lavoro alla Casa Bianca, ad Austin, ne fece una malattia. “Non piaci a nessuno, neppure ai tuoi colleghi”, lo zittisce Donald nei dibattiti.

 

E allora? L’asso nella manica da calare per sventare la candidatura di Trump sarebbe Mitt Romney, un ex quasi tutto, ex organizzatore dei Giochi invernali di Salt Lake City nel 2002, ex governatore del Massachusetts ed ex candidato alla Casa Bianca nel 2012 (battuto dal presidente in carica Barack Obama). L’imprenditore Romney, un mormone, non è vecchio - ha 68 anni, meno di Trump e pure di Hillary - e non è neppure usurato: un anno fa, a candidarsi ci pensava, ma poi face un patto con Bush e si tenne in disparte.

 

Adesso, per il bene del partito potrebbe ripensarci. E tanto per cominciare mette in giro una voce velenosa: “C’è una bomba nella dichiarazione dei redditi di Trump, o non paga le tasse o non è ricco come dice”. Debole, per una volta, la replica: “Ve la mostro appena posso. Non ora, però: sotto accertamento, ce l’hanno con me”. C’è sempre un fisco con cui prendersela, anche a Washington.

 

Quanto ai democratici, loro, l’asso nella manica lo tengono solo per precauzione: dovesse mai Hillary incappare in un incidente di percorso, la carta di riserva è Joe Biden, il vice di Obama, tentato di scendere in campo, ma poi rimasto in panchina, nella bella casa all’Osservatorio Navale sulla collina di Washington: un uomo rassicurante, sorridente, disteso.

 

I programmi dei ‘papabili’ e le virate delle campagne

Con la Clinton e Trump così avanti, è giunto il momento di esplorare i programmi di coloro che possono davvero diventare il prossimo presidente degli Stati Uniti. I discorsi della vittoria sono stati pronunciati a Miami, perché entrambe le campagne sono già proiettate sulla prossima tappa, il 15 marzo, con i voti in Florida e in Ohio, due stati cruciali in chiave Election Day, dove vige la regola che il primo prende tutto.

 

Hillary, che ha un po’ deviato dal suo alveo per lambire a sinistra lo spazio di Sanders il ‘socialista’, si riposiziona al centro nel segno della continuità con Barack Obama, che è ciò che la maggioranza degli elettori democratici le domanda.

 

Il suo sito, Hillary for America, contiene le risposte a molte più delle domande che vorreste farle: ci sono 112 (e oltre) ragioni per votarla, ci sono i risultati maggiori da lei conseguiti nella sua attività (“ed è solo l’inizio”), ci sono soprattutto in bella evidenza il piano economico per la classe media (alzare i redditi dei lavoratori) e il piano per la giustizia razziale, che va incontro ai desideri d’equità dei neri e dei ‘latinos’, le due ‘costituencies’ che sono suoi serbatoi di voti e di consenso.

 

Trump lascia intravvedere una svolta moderata: “Sono un unificatore, porto voti”, dice, perché ha bisogno di persuadere elettori di centro e indipendenti. Ma il suo slogan aggressivo ‘Make America Great Again’ è il suo programma: sul suo sito, le priorità sono meno strutturate e le posizioni meno dettagliate. Al primo posto ci sono le relazioni commerciali Usa-Cina; poi misure per i veterani, il taglio delle tasse, la riforma dell’immigrazione (a furia di muri), la conferma del diritto al possesso delle armi, la limitazione del diritto d’ingresso dei musulmani negli Usa.

 

Diversissime, nei toni e nelle parole, le politiche estere: muscolare e ‘putiniana’ quella di Trump, diplomatica e ‘obamiana’ quella di Hillary. Che, però, non è tipo da porgere l’altra guancia. E, in questo, assomiglia a Donald.

 

 

Il punto: vittorie e delegati, la Clinton oltre 40%, Trump a un quarto

Dopo il Super-Martedì, Hillary Clinton ha oltre il 40% dei delegati necessari ad assicurarsi matematicamente la nomination democratica; Donald Trump, invece ‘appena’ il 25% di quelli che ci vogliono per la nomination repubblicana. La differenza sta nel sistema dei super-delegati che favorisce l’ex first lady - i super-delegati sono figure di spicco del partito democratico che possono scegliere chi appoggiare in qualsiasi momento.

 

Queste, comunque, le posizioni - fonte, il sito uspresidentialelectionnews.com:

 

Democratici: delegati alla convention 4.763, delegati già assegnati 963 e super-delegati già pronunciatisi 479 – oltre il 30% -, delegati da assegnare 3.321, maggioranza necessaria 2.382.

Hillary Clinton s’è finora assicurata 577 delegati popolari e 457 super-delegati ed è quindi a 1.034, oltre i due quinti del cammino; Bernie Sanders s’è conquistato 386 delegati popolari, ma ha solo 22 super-delegati ed è a 408.

Hillary ha vinto in 10 Stati: Iowa, Nevada, South Carolina e, nel Super Martedì, in ordine alfabetico Alabama, Arkansas, Georgia, Massachusetts, Tennessee, Texas, Virginia, oltre che nel territorio delle Isole Samoa. Sanders ha vinto in 5 Stati: in New Hampshire e, nel Super Martedì, Colorado, Minnesota, Oklahoma, Vermont.

 

Repubblicani: delegati alla convention 2.464, delegati già assegnati 681 – oltre un quarto -, delegati da assegnare 1.783, maggioranza necessaria 1.237. Donald Trump ne ha 316, Ted Cruz 226, Marco Rubio 106, John Kasich 25, Ben Carson 8.

Trump ha vinto in 10 Stati: New Hampshire, South Carolina, Nevada e, nel Super Martedì, Alabama, Arkansas, Georgia, Massachusetts, Tennessee, Virginia, Vermont. Cruz ha vinto in 4 Stati: Iowa e Alaska, Oklahoma, Texas. Rubio ha vinto in Minnesota.  Giampiero Gramaglia, AffInt 3

 

 

 

 

Elezioni Usa. La parola agli elettori

                                                                                                                                

Dopo le primarie ed i caucus di ieri si delinea lo scontro finale Hillary Clinton-Donald Trump.  La distribuzione dei delegati al giorno d’oggi è come segue.

 Partito Democratico: 4763 delegati parteciperanno alla convention che designa il candidato, per la nomination ne servono 2382. Hillary finora ha conquistato 978 delegati, Bernie Sanders 347.

Partito Repubblicano: 2472 delegati, per la nomination ne servono 1237. Finora Donald Trump ha conquistato 268 delegati, Ted Cruz 142 e Marco Rubio 78. Quattro candidati ancora in corsa, sette ritirati, compreso Jeb Bush, figlio e fratello di presidenti.  

Donald Trump. Riporto qui di seguito le parole dei suoi sostenitori: “Lo sostengo perché è un uomo d’affari ed è quello che serve, un presidente businessman. Sono un imprenditore come lui, e lo sostengo perché so che mi farà guadagnare più soldi: lo amo! Ha il potere, la volontà ed il carisma che servono per cambiare questo paese e darci un futuro tranquillo.  Non lo manda a dire, è uno che dice le cose come stanno, abbiamo bisogno di Trump.  Lui sì che è diverso da tutti gli altri, alla Casa Bianca serve un cambio e non può avvenire con la Clinton. Con lui presidente nessun paese avrà più voglia di scherzare con noi. C’è un motivo semplice per cui bisogna scegliere Donald Trump, noi lo amiamo”.  D. Trump è la voce dell’America bianca e conservatrice che crede all’ idea del profitto individuale, alla sicurezza derivante dalle armi per le persone e per lo stato, ed esclude il diverso. È sostenuto anche dagli incappucciati del famigerato KKK.   

Per il partito democratico noto l’imprevisto successo di Bernie Sanders, seguito e sostenuto dai giovani, che vedono in lui un politico di larga esperienza capace di interpretare sogni e bisogni. Riporto le parole dei suoi sostenitori: “Come mamma voglio un futuro di eguaglianza e diritti civili per i miei figli. Non si può continuare così. Sogniamo un’America dove i politici non siano spinti dai soldi. Non ha banchieri alle spalle, lo finanzia la gente. Ci piace la sua agenda: riformare e stare lontano dalla guerra. Hillary è un lupo vestito da pecora. Parla alla tua anima. Sono cresciuta in una famiglia che credeva nel sogno americano, Bernie è quel sogno. Il mio sindacato sostiene Bernie, perché è l’unico che pensa al sistema sanitario come ad un diritto”. I pro B. Sanders, rappresentano il sogno dell’eguaglianza, del superamento di differenze troppo marcate, della solidarietà e dell’inclusione del diverso per mezzo del miglioramento dell’istruzione per tutti a tutti livelli.       

Hillary Clinton. Propostasi come candidata con un anno di anticipo sull’inizio delle primarie è la continuità della presidenza Obama, spicca il volo dopo queste votazioni. Se la vedrà, probabilmente, con Donald Trump che promette battaglie feroci. Per lei prevalgono le frasi di donne e uomini che credono in lei, nel suo pragmatismo e nell’esperienza politica, ma soprattutto gli elettori sottolineano che potrebbe essere la prima donna presidente degli USA.  Nel prossimo futuro dovrà prendere i voti di Bernie Sanders, impresa non facile. “È monotematico, ha detto Hillary, all’America serve attenzione anche ad altri temi, cambiamenti climatici, tassazione, servizi sanitari, istruzione e ricerca, politica estera”. Le auguro dunque di trovare qualche idea originale e qualche slogan penetrante che possa esprimere con semplicità ed efficacia i bisogni, i sentimenti e le speranze di larga parte dell’elettorato di oggi, come riuscirono a fare suo marito Bill Clinton e Barack Obama. Emanuela Medoro, de.it.press 25   

 

  

 

 

 

Brexit. L’azzardo di Cameron e l’imperscrutabile riforma dell’Ue

 

Non sarà facile per David Cameron convincere l’elettorato che, se la Brexit fosse bocciata al referendum del 23 giugno, il Regno Unito farebbe parte, grazie all’accordo raggiunto all’ultimo Consiglio europeo, di un’Unione europea, Ue, “riformata”, come ha ripetutamente sostenuto in questi giorni. Nella Decisione approvata a Bruxelles si fa infatti molta fatica a trovare traccia di effettive misure di “riforma” dell’Unione.

 

C’è chi aveva dato credito all’afflato riformatore di Cameron, sperando che il negoziato per evitare la Brexit potesse almeno dare impulso ad alcuni utili cambiamenti al modus operandi dell’Ue. Ma già le concrete richieste avanzate da Cameron il 10 novembre scorso, tutte incentrate su preoccupazioni e interessi tipicamente britannici, avevano spento ogni illusione.

 

La foglia di fico della riforma

Larga parte di quelle richieste sono state recepite nella Decisione assunta dal Consiglio Europeo il 19 febbraio. È positivo che si sia trovato un compromesso, evitando rotture traumatiche e potenzialmente destabilizzanti, ma da qui a dire che si è così aperta una qualche apprezzabile prospettiva di “riforma” dell’Ue ce ne corre.

 

Al Vertice è anzi emerso plasticamente lo iato tra le questioni, di portata tutto sommato limitata, su cui si è laboriosamente negoziato con Londra, e i paralleli tentativi di trovare una soluzione a problematiche di urgenza estrema - a partire dalla crisi migratoria- che stanno rimettendo in causa la stessa ragion d’essere dell’Ue. Di qui anche l’atmosfera un po’ surreale dell’incontro.

 

La Decisione del Consiglio Europeo include, a dire il vero, una sezione, quella sulla competitività, dedicata a un aspetto cruciale della riforma dell’Ue, ma si tratta della parte più debole del documento, essendo del tutto priva di efficacia cogente.

 

I 28 si sono infatti limitati a reiterare in una “Dichiarazione” l’impegno alla semplificazione burocratica e legislativa - peraltro parte integrante del programma della Commissione Europea - senza offrire nuove indicazioni o strumenti per il superamento degli ostacoli politici e tecnici che ne hanno finora frenato l’attuazione.

 

Integrazione differenziata

In realtà, quando Cameron parla di “Unione riformata”, sembra aver in mente soprattutto la sezione del documento sulla “sovranità” che sancisce, fra l’altro, lo status speciale del Regno Unito all’interno dell’Ue, con i suoi vari “opt-outs”, esentando Londra dall’impegno a realizzare un’”unione sempre più stretta”, e riconosce la possibilità che i paesi membri seguano differenti percorsi d’integrazione.

 

Quest’ultimo punto non è una grande innovazione: già nelle conclusioni dell’incontro del 26-27 giugno 2014 il Consiglio Europeo aveva esplicitamente ammesso la possibilità di un’integrazione differenziata, sminuendo la portata della clausola dell’”unione sempre più stretta”. Cameron può però legittimamente sostenere che questa volta il principio della differenziazione è stata formulato in modo più netto.

 

Un contributo alla chiarezza, se si vuole, ma resta da capire se e come una progressiva differenziazione – ammesso che questo sia il destino dell’Ue – sia compatibile con il mantenimento di un quadro istituzionale coerente. Anche perché il documento approvato al vertice sottolinea al contempo la necessità che, in ossequio ai trattati, si sviluppi ulteriormente il processo di integrazione dell’eurozona. Le nuove forme di governance da adottare per un’Unione a integrazione differenziata restano un nodo ancora tutto da sciogliere. Tuttavia, si può sostenere che l’accordo del 19 febbraio contribuisce a dare maggiore risalto alla questione.

 

Mossa difensiva

Quanto allo status speciale per il Regno Unito, si tratta di una mossa difensiva che ha ben poco a vedere con la “riforma” dell’Ue. L’obiettivo dichiarato di Londra è di proteggersi dalla prospettiva di un’ulteriore integrazione politica, mettendo al sicuro i suoi residui poteri sovrani. Molti dubitano però che l’esenzione dalla clausola dell’Unione più stretta serva davvero allo scopo. Sarebbe peraltro incorporata nei trattati solo in occasione della loro “prossima revisione”, cioè in un futuro imprecisato.

 

Molto più significativa e concreta è la parte della Decisione che mira a salvaguardare gli interessi e i diritti dei Paesi che non fanno parte dell’eurozona, evitando discriminazioni, ma anche escludendo ogni potere di blocco da parte dei non-euro su ulteriori progressi nell’ambito dell’Unione economica e monetaria. Su questo aspetto si è, in effetti, raggiunto un apprezzabile punto di equilibrio fra opposte esigenze.

 

L’accordo non prevede in ogni caso alcun rimpatrio di poteri da Bruxelles - men che meno il ripristino della supremazia delle leggi nazionali su quelle comunitarie - con grande scorno degli euroscettici, almeno di quelli che si erano fatti delle illusioni, e che ora accusano Cameron, non del tutto infondatamente, di aver tradito le promesse elettorali. D’altronde, non è mai stata formulata, neanche da parte dei tories, un’indicazione precisa sui poteri che Londra dovrebbe riprendersi. Siamo insomma lontani da quel “cambiamento fondamentale” nelle relazioni tra Regno Unito e Ue che Cameron aveva baldanzosamente prospettato.

 

Incognite

L’accordo è stato presentato dai 28 come legalmente vincolante e perfettamente compatibile con i trattati, ma restano alcune incognite sulla sua attuazione che verranno inevitabilmente rinfacciate a Cameron durante la campagna referendaria. Due soprattutto.

 

Per entrare in vigore, alcune disposizioni, in particolare quelle che limitano l’accesso dei lavoratori migranti Ue alle prestazioni sociali richiedono modifiche di non poco conto alla legislazione secondaria (anche se difficilmente Cameron riuscirà a dimostrare che possono produrre un effettivo alleggerimento della pressione migratoria).

 

Per la loro entrata in vigore è quindi necessario l’assenso del Parlamento europeo che non si può dare per scontato. Inoltre, è probabile che scatterebbero alcuni ricorsi alla Corte di giustizia europea che, come paventato, fra gli altri, dal ministro della Giustizia Michael Gove, uno dei membri del gabinetto Cameron favorevole alla Brexit, potrebbe trovare alcune delle nuove norme in contrasto con i trattati (in particolare con il principio di non discriminazione e con quello della libera circolazione delle persone). Già adesso, d’altronde, la disputa politica s’intreccia con quella legale.

 

Cameron inedito

L’argomento dell’Unione “riformata” grazie all’accordo appare dunque quanto meno stiracchiato. Ed è perciò prevedibile che alla fine non sarà su quello che Cameron farà leva per conquistare gli indecisi. Ben altra presa potrà avere l’evocazione del “salto nel buio” in caso di Brexit a cui infatti il premier britannico sta ricorrendo con crescente intensità.

 

Cameron si sta in realtà già impegnando in una campagna positiva volta a sottolineare i vantaggi della permanenza nell’Ue. Di più: si è lanciato in un’inedita denuncia dell’”illusione della sovranità” in caso di Brexit, il che equivale a una sorprendente riabilitazione della sovranità condivisa. Resta da vedere come verrà accolto dall’elettorato questo drastico cambiamento di retorica politica dopo anni in cui i leader conservatori, e non solo, hanno condotto una sistematica denigrazione dell’Ue.

Ettore Greco, direttore dell’Istituto Affari Internazionali (IAI), AffInt.

 

 

 

 

 

UNCR: caos del Sistema d’asilo in Europa

 

GINEVRA - L’Europa è oggi sull’orlo di una crisi umanitaria che in gran parte si è autoindotta. Questo il monito dell’UNHCR che motiva l’allarme evidenziando la “rapidità con cui le persone rifugiate e migranti si stanno ammassando in una Grecia già in difficoltà, il fatto che i governi continuano a non collaborare nonostante abbiano già raggiunto accordi su una serie di aspetti”, senza contare “le nuove restrizioni ai confini imposte paese dopo paese”.

Pratiche “incoerenti e contraddittorie”che, per l’Agenzia Onu, “stanno causando sofferenze evitabili e rischiano di violare gli standard stabiliti dalla normativa europea ed internazionale”.

Stando agli ultimi dati di ieri sera (lunedì), il numero di persone rifugiate e migranti in Grecia che hanno bisogno di accoglienza ha raggiunto quota 24.000. Circa 8.500 di queste persone si trovano a Eidomeni, vicino al confine con l’ex Repubblica Jugoslava di Macedonia. Almeno 1.500 hanno passato la notte precedente all’aperto. In queste condizioni di sovraffollamento c’è carenza di cibo, riparo, acqua e servizi igienici. Stanno aumentando tensioni e violenze e questo gioca a favore dei trafficanti di persone.

Le autorità greche hanno risposto con l’allestimento da parte dell’esercito di due campi, vicino ad Eidomeni, che hanno una capienza complessiva fino ad 12.500 persone, mentre un terzo sito nelle vicinanze è già in costruzione. Insieme ad altre organizzazioni partner, l’UNHCR continua a “sostenere e integrare gli sforzi del governo greco. Abbiamo fornito ripari d’emergenza, tende, unità abitative per rifugiati e altri beni di primo soccorso, oltre al personale dispiegato sul luogo, tra cui operatori legali, tecnici e ad altri esperti”.

Gli arrivi totali attraverso il Mediterraneo sono diminuiti durante i mesi invernali ma rimangono relativamente alti. I dati di questa mattina mostrano che 131.724 persone hanno intrapreso il viaggio tra gennaio e febbraio (di cui 122.637 sono arrivate in Grecia). Un numero che si avvicina al totale di arrivi nei primi sei mesi del 2015 (147.209). Fino ad ora quest’anno, 410 persone hanno perso la vita.

Risolvere la situazione di rifugiati e migranti in Europa, e prevenire una nuova crisi in Grecia, per l’UNHCR “richiede una serie di azioni definite”.

Tra le più urgenti, rispetto alla Grecia, vi è la necessità di una migliore programmazione di piani d’emergenza, che prevedano una maggiori capacità di fornire accoglienza e altro supporto. Le autorità stanno cercando di offrire risposte efficaci ora al fine di prevenire un’ulteriore deterioramento delle condizioni in tutto il Paese. Ma maggiori risorse e un migliore coordinamento rimangono aspetti critici per riuscire a prevenire ulteriori sofferenze e situazioni caotiche.

L’UNHCR sta continuando a supportare le operazioni di risposta: “abbiamo allestito sedi sul campo in otto luoghi – spiegano da Ginevra – e dispiegato staff aggiuntivo, tra cui squadre di emergenza mobili capaci di spostarsi velocemente laddove la situazione in continua evoluzione lo richieda. Tuttavia, con misure restrittive ai confini in aumento nei Balcani, siamo preoccupati che la situazione possa aggravarsi fino a diventare una crisi umanitaria di dimensioni simili a quella avvenuta nelle isole greche lo scorso autunno”.

L’UNHCR esorta le autorità greche “affinché con il supporto dell’Ufficio Europeo di Sostegno per l’Asilo e gli Stati membri dell’Unione Europea, rafforzino con decisione le proprie capacità di registrazione e di gestione dei richiedenti asilo sia attraverso il sistema nazionale di asilo che attraverso lo schema di ricollocamento europeo”.

La Grecia – si sottolinea – “non può gestire questa situazione da sola. Rimane, pertanto, assolutamente imprescindibile che gli impegni di ricollocamento che l’Europa ha concordato nel 2015 diventino una priorità e siano implementati tempestivamente. È una questione che dovrebbe preoccupare tutti il fatto che nonostante gli impegni presi per il ricollocamento di 66.400 rifugiati dalla Grecia, gli Stati abbiano messo a disposizione soltanto 1.539 posti e soltanto 325 procedure di ricollocamento siano state portate a termine”.

L’aumento di canali regolari che facilitino l’accesso dei rifugiati dai paesi confinanti con la Siria, aiuterà anche nella gestione complessiva di questa situazione. Più procedure di ricollocamento e ammissioni umanitarie, ricongiungimenti familiari, sponsorizzazioni private, visti per motivi umanitari e visti per motivo di studio o di lavoro per i rifugiati, aiutano a ridurre il traffico illegale di persone, gli spostamenti interni all’Unione e le pericolose traversate via mare. Queste misure, quindi, salvano vite.

Il 30 Marzo a Ginevra l’UNHCR si riunisce per un’importante conferenza su questo tema e spera si potranno concretizzare proposte in questa direzione.

L’UNHCR esorta la Grecia e gli Stati lungo la rotta dei Balcani ad “agire velocemente per evitare una catastrofe e ad affrontare questa emergenza con uno spirito di solidarietà e di condivisione di responsabilità. Accesso sicuro all’asilo, protezione, assistenza di base, trattamento delle persone con dignità e rispetto, devono rimanere gli elementi essenziali della risposta”. (aise 1) 

 

 

 

 

I desiderata

 

Milioni d’italiani stanno pagando un alto prezzo per una “crisi” della quale non si conoscono le fondate origini e i futuri sviluppi. Le recenti assicurazioni del Governo Renzi, con la responsabilità del Parlamento che lo sostiene, interessano, essenzialmente, i redditi da lavoro dipendente e da vitalizio (pensioni). Gli effetti più espressivi possono essere evidenziati ricordando la promessa di rivalutazione dei trattamenti previdenziali minori e, forse, la riduzione dell’IMU sulla prima casa, non locata in Patria dei Connazionali all’estero, dal prossimo anno. Sottraendo, di fatto, parte dei finanziamenti agli Enti Territoriali, con conseguente ridimensionamento dei servizi sanitari e sociali.

 

 Mentre gli italiani stentano a tirare avanti, pur con tutta la possibile buona volontà, ma con sempre meno tolleranza, l’attuale Esecutivo si prepara a dare una nuova austerità al tenore di vita nazionale. Così, anche chi cura l’informazione non può essere indifferente a quanto sta accadendo nel Paese. Così, intendiamo informare chi ci legge sul nostro punto di vista, in materia, nel tentativo d’offrire indicazioni utili, almeno, per provare ad andare oltre il rituale delle “promesse”.

 

In primo luogo, già dal prossimo anno, proponiamo minore carico fiscale sui redditi da lavoro dipendente e da pensione (IRPEF). Con imponibile (lordo) non superiore a 15.000 Euro l’anno, nessun’imposta. Conseguentemente, si dovrebbe, poi, mettere in atto un meccanismo di rivalutazione che adegui i redditi inferiori a Euro 30.000 annui all’andamento del costo della vita. In definitiva, sollecitiamo un’equa distribuzione dei sacrifici proponendo, nonostante tutto, un’imposta sui grandi patrimoni. Giusto il concetto che “chi più ha, più paga”. Senza esenzione alcuna.

 

 Per quanto possibile, siamo disponibili a portare avanti un dialogo proficuo anche con le Forze Sociali. Perché, ora, il problema “sopravvivenza” non è più solo formale e la “teoria”, da sola, non serve. L’urgenza è una realtà e la politica delle parole non basta. Non mancheremo di dare Voce ai Connazionali all’estero che sono spesso obbligati, loro malgrado, ad addossarsi il peso di una crisi nazionale che, in concreto, non dovrebbe neppure essere la loro.  Giorgio Brignola

De.it.press

 

 

 

 

Rapporto Italia-Ue. Juncker a Roma per far pace con Renzi

 

La visita di venerdì scorso a Roma del Presidente della Commissione Jean Claude Juncker e l’incontro con il premier Matteo Renzi hanno costituito il banco di prova per una relazione, quella tra Roma e Bruxelles, che negli ultimi tempi era stata caratterizzata da vigorose prese di posizione italiane nei confronti dell’esecutivo europeo.

 

Le sferzate del presidente del Consiglio contro austerità e tecnocrazia e i più pacati appelli del Sottosegretario Gozi per una nuova Europa dei “figli fondatori” hanno costituito i due estremi di una nuova strategia europea favorita e obbligata dall’acutizzarsi di questioni, come la flessibilità sui conti pubblici e la stabilità del sistema bancario, che toccano nel vivo la politica nazionale e rendono logica la ricerca di una finestra di opportunità alla ricerca di convergenze per una soluzione a livello europeo.

 

Tentativi di convergenza sulla flessibilità

Nel vertice romano, convergenza è stata trovata sul tema della flessibilità fiscale tanto caro a Renzi, che tuttavia non sforerà i margini consentiti dal Patto di Stabilità, come già previsto dalla comunicazione della Commissione del gennaio 2015.

 

L’Italia può così continuare a godere di un margine discrezionale dello 0,75% sul suo deficit e difendere la linea anti-austerità, mentre Juncker può permettersi, tra le righe, di scrollarsi di dosso l’etichetta di ottuso burocrate, confermando il suo impegno per una strategia di crescita e allentamento del processo di consolidamento fiscale.

 

Prosegue anche l’intesa sulla prosecuzione del piano Juncker per gli investimenti strategici, dopo che lo stesso Mario Draghi, nel corso della sua recente audizione presso la Commissione affari economici del Parlamento europeo, ha dato il pieno endorsement ad un più consistente rilancio degli investimenti pubblici nei Paesi Ue.

 

L’incontro tra Renzi e Juncker è stato inoltre preceduto da ambo i lati da dimostrazioni di buona volontà, nella forma di documenti strategici e di programmazione che hanno delineato le posizioni dei rispettivi attori.

 

Facendo seguito alle proposte di riforma dell’Unione Economica e Monetaria presentate a metà dello scorso anno, il Ministero delle Finanze ha infatti presentato un documento per una “Strategia Europea Condivisa su Crescita, Occupazione e Stabilità”, che sostanzialmente raccoglie la posizione italiana sulla governance economica attorno ad una richiesta di mutualizzazione e condivisione dei rischi.

 

Da par suo, la Commissione si è mostrata piuttosto accomodante nella presentazione del suo rapporto sugli squilibri macroeconomici previsto nel quadro del Semestre Europeo, lodando gli sforzi italiani nella riforma del lavoro e del settore bancario, pur senza nascondere i forti rischi per la crescita creati da sofferenze bancarie, alto debito pubblico ed elevata tassazione sul lavoro.

 

Banche, capitolo “trascurato”

Per ammissione dello stesso Renzi, Italia e Commissione rimangono distanti su un tema centrale come quello delle crisi bancarie, ma la questione non è stata direttamente affrontata.

 

Anche il documento del Ministero dell’economia non fa menzione di una revisione delle nuove norme sul bail-in, proposta tra gli altri dal governatore di Bankitalia Ignazio Visco nel discorso di fine gennaio presso il Congresso Assiom Forex e apprezzata da un largo fronte di attori sociali, da Confindustria a Cgil.

 

L’Italia, giunta con quasi un anno di ritardo nella trasposizione della direttiva Brrd (Bank Recovery and Resolution Directive) - dopo aver peraltro ricevuto un’allerta dalla stesa Commissione nel maggio 2015 - ha testato la nuova disciplina di risoluzione senza infatti aver messo in atto gli stessi adattamenti normativi che hanno permesso ad altri Paesi (Francia, Germania, Regno Unito tra gli altri) di chiarificare e delimitare le categorie di crediti aggredibili dal bail-in.

 

Lo stop che la DG Concorrenza ha inoltre imposto all’utilizzo preventivo del Fondo Interbancario di Garanzia dei Depositi, per incompatibilità con la disciplina europea degli aiuti di Stato, sposta la strategia italiana sul raggiungimento a breve dell’Edis, il sistema europeo di garanzia dei depositi, terzo pilastro a completamento dell’architettura dell’unione bancaria.

 

La Commissione ha già presentato a dicembre una proposta legislativa sulla quale l’Italia trova la forte opposizione della Germania: Berlino vuole ridurre ulteriormente i rischi - in particolare quelli legati all’esposizione al debito sovrano, altro tasto dolente per Roma - prima di pensare alla mutualizzazione.

 

Politicizzazione della Commissione

Rimandato anche il confronto sulla maggiore politicizzazione della Commissione, sino ad ora descritta come tecnocratica e impopolare, esplicitata da Renzi nell’idea delle primarie per l’elezione del suo Presidente.

 

Per la sua intensità, il confronto tra Renzi e Juncker avrebbe addirittura potuto richiamare alla mente il precedente tra Hallstein e De Gaulle, in un decennio - gli anni Sessanta - non a caso dominato dalla logica intergovernativa. La visita romana di Juncker ha invece raffreddato i toni, consolidando i punti d’intesa già esistenti, senza toccare tasti dolenti né cambiare passo (o verso) sui dossier più scottanti. Antonio Scarazzini, AffInt 28

 

 

 

 

I cattolici contro Vendola, Renzi esulta per i dati sulla crescita

 

Il tema delle unioni civili e in particolare delle adozioni nelle coppie omosessuali è sempre di più al centro del dibattito. La nascita in California del figlio di Nichi Vendola e del suo compagno ha aggiunto al dibattito il tono della polemica che si è fatta particolarmente sgradevole negli attacchi personali e negli insulti sui social network. Ma quel che è più grave è il linguaggio particolarmente violento usato dal leader della Lega e anche da alcuni organi di informazione cattolici nei confronti del leader della sinistra. Come avevano annunciato Boschi e Cirinnà, il Pd è pronto a presentare un disegno di legge per riformare il tema delle adozioni e in questo ddl dovrebbe anche rientrare la stepchild adoption che nella legge sulle unioni civili è stata sacrificata per raggiungere l'accordo nella maggioranza. Come dimostra la immediata reazione negativa del centro cattolico, in questa legislatura e con questa maggioranza sarà impossibile arrivare a una riforma delle adozioni che possa soddisfare le esigenze delle coppie omosessuali che vogliono avere figli da madri surrogate (come nel caso di Vendola) e nello stesso tempo raggiungere l'int sa nella maggioranza. Saranno come sempre i giudici a dover supplire alla debolezza della politica. Come nell'ultimo caso registrato a Roma in cui un giudice ha permesso a una coppia di lesbiche di adottare ognuna la figlia dell'altra, che porterà il doppio cognome. In questo caso l'utero in affitto non c'entra, ma apre la strada alla possibilità delle coppie omosessuali di adottare bambini già esistenti. Notizie incoraggianti sul fronte economico, che fanno esultare Renzi sui social. L'Istat ha rivisto al rialzo le stime della crescita. È vero che si tratta di un decimale, dallo 0,7 allo 0,8, ma di questi tempi si esulta anche per questo. La disoccupazione cala leggermente e anche la pressione fiscale. Così come il rapporto deficit/Pil. Alla faccia dei gufi, come dice Renzi su Facebook dove ricorda anche i dati negativi dei governi Monti e Letta. La sinistra del Pd torna ad attaccare il premier che non vuole il congresso chiesto dall'ex capogruppo Speranza dopo il voto positivo di Verdini alla legge sulle unioni civili. Per Bersani quello di Renzi è un no arrogante. L'ex segretario chiama la sinistra dem a una convention a Perugia fra dieci giorni. GIANLUCA LUZI

LR 1

 

 

 

 

Riunione a Roma del Comitato di coordinamento del Forum delle associazioni degli italiani nel mondo

 

ROMA – Riunito a Roma il Comitato di coordinamento del Forum delle associazioni degli italiani nel mondo (Faim).

Il Comitato - venerdì scorso, presso la Sala delle  Regioni in via dei Frentani  - ha “passato in esame i diversi aspetti di carattere organizzativo relativi all’iter e allo svolgimento del  congresso del  Forum che si terrà in Roma  il 29 aprile prossimo”, si legge nel comunicato del Faim. Il Comitato ha “fatto il punto sulle riconferme, alla data  pervenute, da parte  delle associazioni che già avevano aderito alla iniziativa degli ‘Stati Generali’” e  ha “definito l’articolazione dei contenuti  della relazione  che aprirà il congresso,  il cui tema è : 70° della Repubblica: La Repubblica di tutti gli italiani -Costituzione, diritti e lavoro dell’Italia migrante”.

“Il programma  dei lavori – si legge nella nota Faim -  prevede, in specie,  un focus sull'evoluzione ei processi migratori e sulle nuove questioni che si pongono sia a livello nazionale che internazionale, sul piano dei diritti sociali e umani e sulla importante funzione che le collettività migranti possono assolvere nella costruzione di nuovi e positivi equilibri. L'assemblea congressuale si concluderà con l'elezione degli organi e con il programma di lavoro di  Faim per i prossimi anni”.

Nella nota si sottolinea che “con il congresso del Forum  si  costituisce un soggetto di forte rappresentanza sociale del mondo delle associazioni  largamente  rappresentativo , autonomo e pluralistico mirato a rafforzare il ruolo delle associazioni  nelle comunità italiana all’estero e  nella rappresentazione delle loro rivendicazioni  verso  le istituzioni ai diversi livelli”.

Il Comitato di coordinamento ha inoltre “preso in esame l’avvenuta ricomposizione del CGIE   ritenendo importante ed impegnativo il compito che al suo interno attende ai suoi componenti che, provenienti dall’estero e  di nomina governativa, sono espressione   del mondo delle associazioni, per natura e finalità, diverse dai partiti politici”.  Il Comitato, a tale proposito, ha espresso “molte perplessità per la nomina del rappresentante del Maie fra le associazioni nazionali, dal momento che lo stesso si configura ed opera , come rappresentanza partitica, con  propri eletti in Parlamento . Nel rispetto della legge istitutiva del CGIE questa organizzazione – secondo il Comitato di coordinamento Faim -  avrebbe dovuto essere inserita nella quota riservata ai partiti”.

Il Comitato di coordinamento ha espresso , infine, “il forte auspicio che, dalla composizione degli organi che ne devono garantire il funzionamento e, poi, nell’impegno per il rilancio dell’attività del CGIE su basi  nuove, la componente associativa, unitariamente e insieme a quanti   intendono i impegnarsi nel  suo rinnovamento possa contribuire in modo determinante  a  trovare le soluzioni più idonee ed efficaci”. (Inform 2)

 

 

 

 

Emigrati italiani cittadini di serie B anche dopo il rimpatrio

 

ZURIGO - "È notorio come gli emigrati italiani ed iscritti all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (AIRE) si sentano da sempre un po’ maltrattati dal loro Paese, l’Italia, come se fossero dei cittadini di serie B. Spesso, ad onor del vero, più dalla burocrazia della pubblica amministrazione che dalla politica. L’assurdo è che, a volte, questi emigrati continuano a sentirsi tali anche dopo il loro rimpatrio". A denunciare la disparità di trattamento fra cittadini italiani è Dino Nardi, coordinatore europeo UIM, che ha indirizzato una lettera aperta al presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ed ai ministri della Salute, Beatrice Lorenzin, e dell’Economia e Finanze, Carlo Padoan.

Nardi cita come esempio di tale disparità "gli emigrati italiani che, dopo lunghi anni di lavoro ed aver maturato il diritto ad una pensione elvetica, rimpatriano dalla Svizzera per trascorrere la loro Terza età in patria realizzando il sogno di una vita. Infatti", spiega, "quando questi ex emigrati in pensione, una volta in Italia (avvalendosi del diritto di opzione previsto dagli Accordi bilaterali sulla libera circolazione stipulati tra la Confederazione Elvetica e l’Unione Europea), scelgono di assicurarsi contro le malattie con il Servizio Sanitario Nazionale italiano (SSN), le ASL locali li obbligano a farlo tramite l’iscrizione volontaria al SSN che comporta il versamento di un contributo annuale - calcolato sul reddito complessivo conseguito nell’anno precedente in Italia o all’estero - come se fossero degli stranieri e non dei cittadini italiani semplicemente rimpatriati dopo anni di emigrazione".

"Un vero e proprio paradosso poiché", osserva Nardi, "si tratta di cittadini italiani beneficiari di una pensione svizzera assoggettata al fisco italiano (Legge 26 luglio 1975 n.386) e quindi cittadini della Repubblica che versano regolarmente le tasse in Italia e che, inspiegabilmente, vengono trattati diversamente rispetto a tutti gli altri cittadini italiani che non hanno vissuto l’emigrazione e che, invece, sono assicurati al SSN attraverso la fiscalità generale".

"Un paradosso", insiste il coordinatore UIM, "che né un intervento dello scrivente nei confronti del Ministero della Salute né interrogazioni parlamentari, finora e a distanza di un anno, sono riusciti a risolvere (sembra per problemi di coordinamento tra Ministero della Salute e MEF) per far diventare anche gli ex emigrati italiani in Svizzera dei cittadini di serie A!".

"Fin quando dovrà durare questa incredibile discriminazione?", si domanda Dino Nardi, concludendo: "Questo – signor presidente del Consiglio ed egregi ministri - ci domandiamo noi e si domandano, soprattutto, quei pensionati ex emigrati in Svizzera che ci contattano da ogni parte d’Italia per denunciare queste situazioni!". (aise 2) 

 

 

 

 

Approvati i primi cinque punti dell’indagine conoscitiva sulla riforma dei Patronati italiani all’estero

 

In attesa delle risposte sulla materia del ministero del Lavoro il sì definitivo sul testo è stato rinviato di 15 giorni. L’intervento del presidente Micheloni e dei senatori Di Biagio (Ap), Spilabotte (Pd), Arrigoni (LN); Turano (Pd), Dalla Tor (Ap), Petrocelli (M5S), Mussini (Misto), Pegorer (Pd) e Aracri (FI)

 

ROMA – Nella seduta di ieri il Comitato per le Questioni degli Italiani all’Estero del Senato ha proseguito l’esame del documento conclusivo sull’indagine conoscitiva relativa alla riforma dei Patronati italiani che operano fuori dal territorio nazionale per le comunità italiane residenti all’estero .

La seduta è stata aperta dal presidente del Comitato Claudio Micheloni che ha riferito le sollecitazioni rivolte dal  sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento Pizzetti al ministero del Lavoro affinché siano date delle risposte alle domande relative ai patronati inviate dal Comitato lo scorso maggio 2015. Alla luce di questa situazione dal presidente Micheloni sono state sottoposte al Comitato due ipotesi: votare il documento nell’odierna seduta, oppure sottoporre al voto il testo solo fino al punto 5, escludendo momentaneamente le conclusioni. Una scelta, quest’ultima, volta ad  attendere due settimane per la votazione conclusiva, che potrebbe consentire al Comitato di acquisire le risposte del Governo sulla materia lungamente attese. Risposte che potrebbero divenire parte integrante del documento conclusivo del Comitato.

 Concordi con il rinvio di quindici giorni della votazione finale i senatori Aldo Di Biagio (Ap), eletto nella ripartizione Europa; Maria Spilabotte (Pd); Paolo Arrigoni (LN); Renato Turano (Pd), eletto nella ripartizione America settentrionale e centrale e Mario Dalla Tor (Ap). Per questi senatori però , passate le due settimane, sarà però necessario approvare, senza ulteriori indugi, il testo conclusivo dell’indagine. Dal canto suo il sentore Vito Rosario Petrocelli (M5S), pur concordando con  il rinvio della votazione finale di un paio di settimane, ha però evidenziato la necessità di evitare che tale sospensione porti ad una modifica del contenuto delle conclusioni del testo presentato al Comitato su cui esprime pieno sostegno. Ribadito anche dalla senatrice Maria Mussini (Misto) il consenso al documento presentato dal relatore. Il senatore Carlo Pegorer (Pd) ha invece evidenziato come un’eventuale risposta da parte del ministero del Lavoro ai quesiti inviati dal Comitato contribuirebbe a rafforzare nei contenuti il documento in esame. Nell’aderire con convinzione  alla proposta di attendere due settimane per l’approvazione finale del documento, Pegorer ricorda inoltre come l’obiettivo dell’indagine sia quello di individuare delle soluzioni che permettano di qualificare meglio il lavoro svolto dai patronati e di consentire un controllo efficiente della loro attività. Dopo le valutazioni del senatore Francesco Aracri (FI) che non si è opposto alla proposta di rinvio ma ha sollecitato l’approvazione dei primi 5 punti del documento, il presidente del Micheloni ha quindi messo ai voti  lo schema di documento conclusivo, integrato dalle modifiche proposte dal Comitato fino al punto 5. Questa parte del documento è stato approvata all’unanimità.

Nei primi cinque punti del documento, pubblicato integralmente nei resoconti del Senato, si illustrano gli obiettivi dell’indagine conoscitiva , ovvero la valutazione delle attività svolte all’estero dalle associazioni dei patronati del lavoro,  la disciplina di riferimento per gli istituti di patronato, come la legge n. 152 del 2001, la struttura organizzativa dei patronati, nonché  le modalità e il regolamento del finanziamento pubblico erogato  a queste strutture.  Fra le altre questioni presenti nel documento le riforme previste dalla legge di stabilità del 2015, la statisticazione, ovvero i registri tenuti dai patronati per l’apertura o la  chiusura delle pratiche ,e il problema della doppia statificazione. Nel documento si parla anche delle relazioni annuali al Parlamento, redatte dal ministero del Lavoro , relative alla costituzione e al riconoscimento degli istituti di patronato e di assistenza sociale nonché sulle strutture, sulle attività e sull’andamento economico degli istituti stessi. L’ultima relazione risale al Gennaio 2015 per l’anno 2011.  Fra i punti affrontati anche la questione dell’accesso alle banche dati da parte dei collaboratori volontari e le iniziative di vigilanza e ispettive svolte dal ministero del Lavoro sui patronati dal 2008 al 2012. Contenuti nel documento ampi approfondimenti relativi alle audizioni portate avanti nel corso dell’indagine conoscitiva dal Comitato, con i rappresentanti dei patronati, dell’Inps, del ministero del Lavoro e sindacali,  e sulle missioni poste in essere dal Comitato in Svizzera, Argentina e Brasile. (Inform 3)

 

 

 

 

 

Recessione frenata?

 

Tra poco, inizierà la primavera 2016 e, contestualmente, andrà a concludersi l’inverno 2015/2016. Stagione complessa e non solo dal punto di vista meteorologico.

 La nostra economia, nonostante tutte le assicurazioni di un Esecutivo che non ci ha mai convinto più di tanto, ha registrato un Prodotto Interno Lordo (PIL) sempre sotto il +1%. L’ultimo trimestre dello scorso anno ha toccato lo O,1%. Percentuale più bassa registrata in area UE.

 Insomma, l’economia italiana stenta a riprendersi anche a causa di una politica ancora incerta nelle sue primarie finalità. L’Italia, in seno all’Unione Europea, non ha tuttora mostrato le sue carte migliori. Sempre che le abbia. Non a caso, gli obiettivi economici nazionali potrebbero essere a rischio. Il carico fiscale, di conseguenza, dovrà essere adeguato alle oggettive necessità economiche del Paese.

 Essere in UE implica il rispetto di regole precise; anche quando, all’interno, sembrerebbero non fare comodo. La sostenibilità della finanza pubblica è tutta da verificare. Se l’obiettivo di Renzi è di “reggere” sino al 2018, dovrà trovare alternative percorribili per ridare alla nostra economia una struttura capace di far fronte agli impegni ci siamo assunti a livello comunitario. Lo stesso Esecutivo, non potendo agire altrimenti, ha riconosciuto che il momento economico nazionale resta difficile; anche se il corrente anno è ancora giovane.

 Di cure “miracolose” proprio non siamo in grado di trattare. L’importante è essere coerenti a una realtà che era già prevedibile prima dell’ottimismo che il Capo del Governo aveva espresso alla fine dello scorso anno. Dai dati che abbiamo avuto l’opportunità d’analizzare, riteniamo che la recessione economica italiana resti un fenomeno da seguire con molta cautela per non vanificare i pochi risultati ottimali che si sono evidenziati.

 Nei prossimi mesi, vedremo come si comporterà’ l’Esecutivo; anche nei confronti di una politica europea che non più adeguata alle nostre necessità. Ancora una volta, essere geograficamente in Europa non significa, purtroppo, esserlo anche a un livello politico ed economico.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Oscar 2016, trionfa Morricone. DiCaprio ce la fa, è il migliore attore

 

 'Spotlight' è il Miglior film degli 88esimi Academy Awards. Ma in questa edizione degli Oscar vincono soprattutto Leonardo Di Caprio ed Ennio Morricone , che la spuntano rispettivamente quale Migliore attore per 'The Revenant' e Migliore compositore per 'The Hateful Eight'.

Morricone dedica il premio alla moglie Maria e osserva emozionato: "Non c’è grande musica senza un grande film". Per lui, l’87enne Ennio, e per Leo, che ebbe la prima nomination ben 23 anni fa, due fragorose standing ovation. Se 'Il caso Spotlight', il cui produttore Michael Sugar si rivolge a Bergoglio: "Papa Francesco, è venuto il momento di proteggere i nostri bambini", vince anche per la Migliore sceneggiatura originale (scritta a quattro mani da Tom Mc Carthy, che lo ha anche diretto, e da Josh Singe), 'The Revenant' centra una prestigiosa tripla: per il secondo anno consecutivo Alejandro G. Inarritu vince per la Migliore regia (dopo Cuaron nel 2014 per Gravity è il terzo messicano di fila), mentre il direttore della fotografia Emmanuel Lubezki fa addirittura tris, dopo 'Gravity' e 'Birdman' dello stesso Cuaron.

Migliore attore non protagonista Mark Rylance per 'Il ponte delle spie' di Spielberg; sul versante femminile, Brie Larson Migliore attrice protagonista per 'Room', Alicia Vikander non protagonista per 'The Danish Girl'.

Accanto alla miglior colonna sonora originale, l'Academy premia anche la migliore canzone, e la statuetta quest'anno è andata a Sam Smith insieme a Jimmy Napes per il brano 'Writing's on the Wall', tema musicale di 'Spectre', ultimo film della saga di 007.

L'Oscar come Miglior film straniero va 'Il figlio di Saul' del regista Laszlo Nemes, già vincitore al Festival di Cannes, che racconta dei cosiddetti Sonderkommando, i gruppi formati da ebrei che ad Auschwitz venivano costretti dai nazisti ad assisterli durante lo sterminio dei prigionieri. Una vera e propria incetta di Oscar cosiddetti 'tecnici' l'ha fatta il film di George Miller 'Mad Max - Fury Road', vincendo ben sei statuette. A partire da quella per i Migliori costumi, assegnata a Jenny Beaven, che aveva già vinto l'Oscar nel 1987 per 'Camera con vista' di James Ivory. E ancora, il film di Miller ha portato a casa l'Oscar per la Migliore scenografia, assegnato a Colin Gibson e Lisa Thompson, quello per il miglior trucco, andato a Lesley Vanderwalt, Elka Wardega e Damian Martin, quello per il miglior montaggio (Margaret Sixel), per il miglior montaggio sonoro (Mark Mangini e David White) e infine per il miglior mixaggio sonoro (Chris Jenkins, Gregg Rudloff e Ben Osmo).

L'Oscar per i Migliori effetti speciali se l'è aggiudicato il team del film 'Ex Machina' di Alex Garland, composto da Andrew Whitehurst, Paul Nurris, Mark Ardington e Sara Bennet. Quello per la Miglior sceneggiatura originale è andato a Charles Randolph e Adam McKay per 'La grande scommessa', mentre la statuetta per la Migliore animazione l'ha vinta 'Inside Out', diretto da Pete Docter e Jonas Rivera. L'Oscar per il Miglior cortometraggio è andato a 'Stutterer' di Benjamin Cleary e Serena Armitage, quello per il Miglior documentario ad 'Amy' di Asif Kapadia e infine è stato consegnato alla regista pachistana Sharmeen Obaid-Chinoy per 'A girl in the river: The price of forgiveness' l'Oscar per il Miglior corto documentario. Adnkronos 29

 

 

 

 

Unioni civili, il premier contro Gandolfini. Dopo Vendola si apre fronte adozioni

 

Il tema delle unioni civili resta al centro della scena politica anche dopo l'approvazione della legge al Senato. Un po' perché la legge fra qualche settimana andrà alla Camera per l'approvazione finale, molto perché è un tema talmente sentito e in grado di spaccare l'opinione pubblica e gli schieramenti politici che non può non provocare un forte e lungo dibattito. Sul piano politico il premier Renzi reagisce alla minaccia di ritorsioni elettorali da parte del promotore del Family day usando le armi della logica e dell'azione politica. Cosa c'entra - chiede infatti Renzi - la riforma istituzionale del Senato che il leader del Family day Gandolfini vuole boicottare nel referendum chiamando a raccolta i cattolici, con la legge sulle unioni civili? Niente, evidentemente. Minacciare le barricate sulla riforma del Senato in nome della contrarietà alle unioni civili e solo un atto per danneggiare il premier e il suo governo. Per questo Renzi annuncia l'intenzione di andare nelle parrocchie a spiegare le ragioni e la validità della riforma istituzionale contrastando la minaccia di Gandolfini. Ma anche dopo l'accordo che ha portato all'approvazione della legge, nella maggioranza non c'è ancora pace. L'intenzione annunciata da Cirinnà e Boschi di presentare un disegno di legge sulle adozioni, dopo che per volere di Alfano la stepchild adoption è stata eliminata dalla legge, ha messo in allarme lo stesso ministro dell'Interno e leader della componente catto-centrista della maggioranza. Ma è la nascita in America del figlio di Nichi Vendola e del suo compagno a polarizzare lo scontro politico (e le vivaci reazioni contrapposte sui social). Decisamente è un tema che divide e come dimostrano i sondaggi la maggioranza della popolazione italiana è ancora contraria alla stepchild adoption. In questa legislatura e con questo parlamento è quindi molto difficile che l'argomento sarà ripreso. Anche se la destra è al momento sbrindellata in mille fazioni contrapposte e non avrebbe la forza di condurre una opposizione parlamentare così robusta da contrastare davvero la volontà della maggioranza. Solo che è la maggioranza ad essere divisa su questo argomento, con i Cinquestelle totalmente inaffidabili e impegnati solamente a danneggiare il Pd, d'altra parte diviso al suo interno come da tradizione. La destra è impegnata nella guerra di Roma, nel senso che sulla candidatura per il Campidoglio è in corso una guerra sanguinosa. La Lega ha cancellato Bertolaso, ma un candidato che vada bene a tutti non c'è. Forse sarà Marchini o forse tornerà in pista Meloni. Regna il caos mentre a sinistra c'è la grande paura della disaffezione e dell'astensione. I Cinquestelle sono gli unici ad avere una candidata e una traccia di programma. Sullo sfondo di queste sanguinose guerre politiche l'economia manda brutti segnali: siamo tornati in deflazione. I consumi non decollano, l'economia non riparte come il governo sperava. Lo spettro della recessione incombe minaccioso. GIANLUCA LUZI, LR 29

 

 

 

 

Ancora scontri sulle unioni civili

 

Legge approvata al Senato con l’abolizione dell’articolo sulle adozioni ai gay. Occorre piuttosto facilitare le adozioni alle coppie eterosessuali 

 

  A fine gennaio avevo già trattato questo argomento, mettendo in luce i pro ed i contro della legge in questione e soprattutto l’inaccettabilità, anche dal 73% degli Italiani, della possibilità che una coppia omosessuale potesse adottare il figlio del convivente. Disapprovazione dovuta non solo alla convinzione che un bambino ha diritto ad avere un padre ed una madre, ma anche perché ciò comporterebbe la pratica dell'utero in affitto, in Italia vietata dalla legge 40 del 2004. Ne è conseguita, nei componenti stessi della maggioranza, una battaglia, durata più giorni e combattuta con insolenze, irrisioni e minacce reciproche, spesso dovute più a rivalità politiche che a profonde convinzioni.

  Gli oppositori, contrari anche al previsto obbligo di fedeltà delle coppie gay unite civilmente, hanno minacciato di non votare a favore della legge, se non si toglievano le due materie in questione, facendola così decadere. Ne è conseguita la decisione del Capo del Governo di blindare, con il voto di fiducia, il provvedimento poi approvato con 173 voti favorevoli. Passato, poi, in commissione Giustizia alla Camera, dal 3 marzo scorso è in mano ai Deputati. I quali potrebbero approvarlo al più presto, senza apportare modifiche, benché - a causa delle proteste anche di intellettuali ed artisti che vorrebbero ripristinare la prima versione della legge, soprattutto per quanto riguarda le adozioni - alcuni esponenti del Pd insistono per farle rimettere nel testo.

  In effetti si dicono convinti che la “legge concede diritti ai bambini e doveri ai genitori. Sarebbe un grave errore non riconoscere una responsabilità ad entrambe le figure genitoriali, per i minori che già vivono in queste famiglie”. Che, in effetti, non sono poche. Alle quali, ora, si aggiunge quella di Vendola, Presidente della Regione Puglia, il cui “compagno” trentottenne, l’italo canadese Eddy Testa, ha avuto, da una indonesiana, il piccolo Tobia Antonio, ritenuto da Vendola “figlio di una bellissima storia d’amore, la donna che lo ha portato in grembo e la sua famiglia sono parte della nostra vita”. La coppia, che convive dal 2004, dice di sentirsi “discriminata in uno Stato che non riconosce i nostri diritti, che quasi non ci vede, che sembra troppo condizionato da una classe dirigente ipocrita ed arretrata”. E, comunque, spera di poter comunque ottenere l’adozione dalla Magistratura. Come già accaduto più volte.

  Differenze di opinioni che spingono il Ministro delle Riforme, Maria Elena Boschi, a voler presentare, quanto prima, un testo legislativo per riformare la legge sulle adozioni, per estenderle alle coppie omosessuali e a chi vive da solo, “per dare ai bambini, orfani e non voluti, una famiglia”. Al che Lorenzo Cesa, segretario dell'Udc, e Rocco Buttiglione, vicepresidente del gruppo AP-Udc alla Camera, reagiscono definendo inaccettabile il cinismo “con cui qualcuno nel Pd vuole intervenire per ripristinare quella stepchild adoption che il Senato ed il popolo italiano hanno chiaramente rigettato”. In nome del diritto dei bambini di non essere resi di proposito orfani alla nascita per poterli adottare. In quanto, aggiungono, “l'adozione esiste per dare loro una famiglia”. Ammesso che sia “famiglia* quella formata da due soggetti dello stesso sesso.

  Non a caso Lorenzo Cesa si dice pronto ad abbandonare la maggioranza in quanto, afferma, “non si ascolta solo chi urla ma bisogna dare voce anche a chi, come i bambini, non riesce a urlare ma ha comunque il diritto di essere tutelato”. Cioè di avere un padre ed una madre, come richiesto e voluto dalla maggioranza degli Italiani e da Chi, a tal fine, ha creato l’uomo e la donna. Giusto, quindi, prevedere al più presto una riforma della legge sulle adozioni che miri a rendere il procedimento giudiziario più snello e meno burocratico a favore delle coppie eterosessuali, sposate o meno che siano.

  Ciò andrebbe a beneficio di bimbi rimasti soli o non voluti dalla mamma, come spesso succede. Creature che vivono disperatamente in orfanotrofi, pur avendo il diritto di godere dell’amore e della cura di genitori che devono dar loro una casa e quel calore familiare, nonché l’educazione e la sicurezza, che sarebbe crudele negare loro. Spetta al Parlamento dedicarsi seriamente ad una legge che tolga, in tempi brevi, i bambini dall’emarginazione e dalla solitudine, per affidarli a chi vuole prendersene cura ed amarli. I Parlamentari dovranno dimostrarsi all’altezza della situazione per dare una famiglia a chi è solo, abbandonato dal destino e trascurato da una legislazione che dovrebbe, invece, facilitare loro un percorso di amore e di tutela. Tenendo conto che bambini devono essere istruiti ed educati da padre e madre. Non acquistati da chi ha soldi sfruttando donne povere. Come ha fatto il compagno di Vendola con la madre di Tobia Antonio, versandole migliaia di dollari e promettendole di farle vedere, di tanto in tanto, il bambino.

Egidio Todeschini, de.it.press

   

 

 

 

 

Micheloni (Pd Estero) sull'esito del referendum in Svizzera sull’espulsione automatica degli stranieri in caso di reati gravi

 

“Un no che auspico sia utile all'Europa affinché rifletta su come si sta comportando nei confronti dei flussi migratori che è chiamata a gestire”

 

ROMA – Il presidente del Comitato per le questioni degli italiani all'estero del Senato, Claudio Micheloni, parlamentare eletto per il Pd nella ripartizione Europa, è intervenuto in Aula per segnalare l'esito della votazione popolare sull'iniziativa di espulsione degli stranieri che commettono reati svoltasi nella Confederazione domenica 28 febbraio.

Riferendo in proposito, Micheloni ha definito tale votazione “di estrema importanza per tutti gli stranieri che vivono in Svizzera e, dunque, anche per il mezzo milione di italiani”, spiegando come l'iniziativa, bocciata dalle urne, proponesse “di introdurre nella Costituzione svizzera un elenco di reati che avrebbe obbligato i giudici a pronunciare l'espulsione di chi li avesse commessi, reati che andavano dai più gravi ai più banali”.

“Sono stati mesi difficili per noi: abbiamo contribuito alla campagna elettorale e c'è stata una grandissima mobilitazione civile in Svizzera. Anche da qui, dall'Aula del Senato, senza poterne parlare prima perché sarebbe stata un'ingerenza, ma a titolo personale, i senatori del collegio estero, il collega Di Biagio e il sottoscritto – ha ricordato Micheloni - hanno fatto appello ai nostri doppi cittadini”.

L'esponente democratico ha poi segnalato come il popolo svizzero abbia respinto l'iniziativa “a larghissima maggioranza”, con una bocciatura arrivata dal 58,9% della popolazione. Un risultato contrario a quanto prospettato nei sondaggi e alle aspettative dei più, in ragione anche del possibile effetto dell'emergenza migratoria subita in questo momento dall'Europa. “In questa specifica tornata eravamo preoccupati perché quanto sta accadendo in Europa è benzina per le forze di destra in Svizzera. Era difficile argomentare – spiega Micheloni, - nei dibattiti che abbiamo sostenuto, che quella iniziativa era inaccettabile, quando ci veniva risposto che la Svezia annuncia 80.000 espulsioni, che in Francia si rimette in discussione la doppia cittadinanza e in Macedonia ci sono chilometri di filo spinato”.

“In questo momento la Svizzera ha problemi, perché su una popolazione di otto milioni di abitanti conta due milioni di stranieri e sono circa 300.000 i clandestini che lavorano in nero. Non è vero che tutto è perfetto in quel Paese, ma malgrado queste difficoltà – segnala l'esponente democratico, - quel popolo ha detto no. E io ho voluto ricordarlo in questa sede e ringraziare il popolo svizzero per il voto espresso, sperando che sia utile all'Europa affinché rifletta su come adesso si sta comportando nei confronti dei flussi migratori che è chiamata a gestire”.

Micheloni ha concluso il suo intervento dichiarandosi “orgoglioso di essere italiano, orgoglioso di questi Governi che salvano vite nel Mediterraneo e anche orgoglioso di essere cittadino svizzero”. (Inform 2)

 

 

 

 

 

Libia, uccisi due italiani rapiti da Is: "Morti durante blitz per liberarli"

 

Fausto Piano e Salvatore Failla sono rimasti uccisi durante un blitz delle milizie libiche legate al governo di Tripoli per liberarli dai loro rapitori dello Stato Islamico. A indicare il luogo dove si trovavano i due italiani è stato l'autista che era con loro quando vennero rapiti lo scorso luglio insieme agli altri due colleghi ancora in ostaggio dei rapitori. L'uomo era stato arrestato due giorni fa insieme al fratello, a sua volta legato all'Is. Lo riferiscono all'Adnkronos fonti dalla Libia a conoscenza di quanto accaduto a Sabrata. Nel corso degli interrogatori ai quali sono stati sottoposti, l'autista e il fratello hanno rivelato il luogo della prigionia.

Dopo la decisione di effettuare un blitz per la loro liberazione, i due italiani, spiega la fonte, sono morti nello scontro a fuoco tra le milizie di Tripoli e i jihadisti dell'Is mentre stava avvenendo il loro trasferimento in un altro luogo. Nonostante l'accelerazione delle ultime ore impressa alla vicenda, spiega ancora la fonte all'Adnkronos, è dallo scorso settembre che in ambienti libici sarebbe stato noto il fatto che Fausto Piano e Salvatore Failla dopo il rapimento erano stati divisi dagli altri due loro colleghi della Bonatti. Gino Pollicardo e Filippo Calcagno, gli altri due tecnici rapiti, si troverebbero anch'essi, riferisce la fonte, nella zona di Sabrata.

"Una militante tunisina dell'Is ha confermato la nazionalità italiana di due delle persone morte" negli "scontri" di ieri tra il consiglio militare di Sabrata e "miliziani dell'Is", a sud della città. Lo ha riferito una fonte del consiglio militare citata dal sito Libya al-Khabar. Secondo la fonte, il gruppo di militanti era formato da otto uomini, quattro donne e alcuni bambini, tutti tunisini. Lo scontro sarebbe esploso durante una perlustrazione in una zona destinata al pascolo, 30 chilometri a sud di Sabrata.

Al Palazzo di Giustizia esisteva già un fascicolo d'indagine aperto dalla procura di Roma nel luglio 2015, quando ci fu il sequestro dei 4 italiani, dove si ipotizza il sequestro di persona con finalità di terrorismo. Ad essere rapiti insieme con Failla e Piano furono altri due dipendenti della società di costruzioni Bonatti, Filippo Calcagno e Gino Pollicardo.

Failla, 47enne, originario di Carlentini, in provincia di Siracusa, è un saldatore specializzato. Padre di due figlie di 22 e 12 anni, prima di spostarsi in Libia aveva lavorato in Tunisia.

Piano, invece, è un meccanico di 60 anni di Capoterra (Cagliari). Sposato, con tre figli, Giovanni, Stefano e Maura, prima di lavorare per la Bonatti di Parma gestiva un'officina meccanica. In Libia è arrivato solo una settimana prima del rapimento.

Gli altri due ostaggi italiani sono Filippo Calcagno, 65enne di Piazza Armerina (Enna), già tecnico Eni, sposato e con due figlie, e Gino Pollicardo, originario di Monterosso, nelle Cinque Terre, in provincia di La Spezia.

Milizie e polizia di Sabrata formano forza congiunta contro Is - Le milizie attive a Sabrata e le locali forze di polizia hanno annunciato di aver formato una forza congiunta incaricata di combattere il sedicente Stato islamico nella città. L'annuncio è apparso in un comunicato in cui si spiega che è stata anche creata una "operation room comune". L'obiettivo è coordinare le operazioni militari contro l'Is, stanare i jihadisti che si nascondono nella città e colpire chi offre loro rifugio o altre forme di assistenza. La formazione della forza congiunta arriva dopo che, la scorsa settimana, l'Is ha effettuato una scorreria a Sabrata prendendone brevemente il controllo e decapitando 12 agenti della polizia locale. Adnkronos 3

 

 

 

 

Tassazione sulla “prima casa” degli italiani all’estero al centro dell’audizione informale dell’Anci

 

ROMA - “L’annosa questione della tassazione sulla “prima casa” degli italiani residenti all’estero  è stato l’argomento principale dell’audizione con rappresentanti  dell’Anci avvenuta oggi in seno al Comitato permanente sugli Italiani nel Mondo e la Promozione del Sistema Paese”.

Lo riferisce Alessio Tacconi (Pd), deputato eletto nella circoscrizione Estero-rip. Europa, che aveva sollecitato un’apposita audizione in occasione di una precedente riunione del Comitato.

“E stato – prosegue l’on. Tacconi - un proficuo scambio di opinioni ed informazioni. Non potevamo naturalmente  aspettarci, da parte dell’Anci, risposte definitive ed esaurienti ad una problematica dai risvolti assai complessi, ma penso che l’autorevolezza dei nostri interlocutori, in primis del capo della delegazione, il dott. Guido Castelli, sindaco di Ascoli Piceno, sia garanzia di future iniziative di collaborazione per mettere a fuoco l’intera problematica e cercare insieme possibili soluzioni”.

“Ho molto apprezzato, intanto – continua Tacconi - , la disponibilità dell’Anci ad affrontare nel suo complesso la questione della tassazione degli immobili posseduti in Italia da cittadini italiani residenti all’estero pur tra le tante difficoltà rappresentate dal quadro normativo di riferimento e dalla situazione finanziaria in cui versano molti comuni. Restano tuttavia alcuni margini di manovra a cui i Comuni possono ricorrere, nell’ambito della loro autonomia impositiva, per stabilire, in via regolamentare, tariffe agevolate per particolari categorie di contribuenti, quali, appunto, gli Italiani all’estero: potrebbe essere questa , ho suggerito, la strada per venire loro incontro nelle more di uno sgravio fissato a norma di legge”.

“Con vari accenti e diverse sfumature tutti i deputati presenti – riferisce ancora Tacconi - hanno ribadito l’urgenza di dare una risposta alle richieste dei nostri emigranti che sulla questione della tassazione della loro casa in Italia si sentono discriminati e ingiustamente penalizzati: la casa costruita in Italia con l’intenzione di passarvi le ferie estive e, forse, la vecchiaia, è il vincolo che li tiene fermamente legati alla comunità e al territorio che li ha visti nascere, un vincolo che è interesse degli stessi comuni mantenere ed anzi coltivare anche per i benefici di ordine economico che da esso possono derivare. Personalmente – spiega - ho voluto ricordare come, paradossalmente, in molti paesi, rimasti quasi completamente svuotati dalle varie ondate migratorie, i maggiori contribuenti alle casse del comune siano proprio gli italiani residenti all’estero, senza peraltro che essi godano di alcun servizio”.

“I numerosi quesiti, le proposte e le osservazioni emerse nel corso degli interventi saranno oggetto di un appunto/promemoria che il presidente del Comitato, on. Fabio Porta, invierà ai nostri interlocutori per discuterne in dettaglio in una prossima audizione”, informa  Tacconi .Che conclude : “L’audizione odierna con i rappresentanti dell’Anci  mi conferma nell’impegno, mio personale, ma penso di interpretare anche i sentimenti dei miei colleghi, a tenere vivo l’interesse delle istituzioni su queste istanze fino al raggiungimento di risultati soddisfacenti”. (Inform 3)

 

 

 

 

 

La forza dei numeri

 

Se è la somma che fa il totale, in Europa sono presenti 5.590.037 Connazionali che vivono, stabilmente, fuori dal Bel Paese. Un numero, più che espressivo, già destinato ad aumentare per le difficoltà occupazionali che continuano a essere presenti nella Penisola.

Si allontana, dalla terra natia, personale qualificato con prospettive occupazionali migliori fuori dagli italici confini. L’età media non supera i quarantacinque anni. Anche se ili gruppo più consistente si attesta tra i 25/35 anni.

 Mentre la crisi socio/economica sembra stagnare, perdiamo opportunità d’occupazione qualificata e i giovani alla ricerca di un primo lavoro sono in aumento. Tra nord e sud del Paese le differenze sono marginali e stanno a evidenziare che l’Italia non ha ancora trovato un parametro economico su cui costruire dei progetti a medio termine.

I motivi di questa “fuga” di cervelli sono complessi e si rifanno agli ultimi dieci anni di una politica che non ha consentito di recuperare un “gap tecnologico” che altri Stati UE sono stati in grado di sanare proprio prendendo in carico le maestranze qualificate maturate nella nostra Penisola. Le prospettive per il futuro non ci sembrano migliori.

 Si continuerà a cercare altrove ciò che la Patria non è più in grado di garantire. Esisterebbero, infatti, da rivedere fondamentali aspetti di un’economia che si poteva riscattare. Sono mancati i mezzi; ma anche una solida volontà di ripresa.

 Riconoscerlo, ora, non basta più. Per ridare valenza ai “numeri”, c’è da rivisitare tutto il mercato del lavoro e ridare dignità a chi, tutto considerato, la merita a pieno titolo. Dato che la disoccupazione nazionale si presenta ancora con una percentuale a due cifre, ci sembra evidente che la “ripresa”, tanto evidenziata da questo Esecutivo delle “speranze”, non c’è ancora.

 Solo tramite un progetto occupazionale diverso e meno dispersivo, si potrebbe, almeno, recuperare parte del terreno perduto. In questo travagliato 2016, non riusciamo a focalizzare un movimento dei Lavoratori con strategie meno obsolete. La disoccupazione non demorde, ma i mezzi per rintuzzarla sono rimasti quelli di un tempo. Gli effetti non si possono sminuire. Da “forza” lavoro, la Penisola è sempre più “forza” della disperazione. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

I corsi di lingua e cultura italiana. PD-Estero: monitorare gli impegni del Governo

 

ROMA  - “I corsi di lingua e cultura italiana sono iniziati da mesi grazie al consueto, lodevole impegno degli enti gestori, ma pesa su di essi l’alea della inaspettata riduzione di 2,6 milioni di euro, dovuta alla “rimodulazione” della spesa imposta dal Ministero delle finanze a quello degli Esteri e scaricata ancora una volta proprio sulla promozione dell’italiano all’estero”. È quanto si legge in una nota congiunta dei sei deputati PD eletti all’estero - Farina, Fedi, Garavini, La Marca, Porta e Tacconi.

“Considerando la serie storica della riduzione degli investimenti in questo settore, - aggiungono – non sappiamo cosa altro debba succedere per non considerare urgente e addirittura conveniente la riorganizzazione generale del settore secondo linee di riforma, da noi proposte da tempo, finalizzate alla creazione di un’agenzia, come si è fatto per la cooperazione allo sviluppo, capace di dare stabilità e autonomia al settore”.

“Nell’immediato, - secondo i sei deputati – il rischio da scongiurare è che per la diminuzione dei fondi si perdano corsi che erano serviti negli anni passati a drenare il terreno devastato dai tagli e a trovare un nuovo punto di equilibrio. Salvaguardando anche quei corsi messi in forse dalla riduzione del contingente inviato dall’Italia e che gli enti gestori si sono accollati con responsabilità e non senza sacrificio. Appena si è saputa la notizia dell’inopinata riduzione di risorse, ci siamo mossi immediatamente in due modi: con contatti diretti con i responsabili politici e amministrativi del MAECI e presentando nella Commissione esteri un’interrogazione urgente”.

“A questa interrogazione – ricordano – il Governo, per bocca del Sottosegretario Amendola, ha risposto nel giro di una settimana (precisamente il 4 febbraio), affermando testualmente: “Il Governo, a partire dalla Farnesina, è fortemente impegnato per cercare di individuare possibili strumenti atti a ripristinare il prima possibile la dotazione del capitolo 3153 al livello dell’anno precedente; un esercizio che non risulterà semplice (…), ma che cercheremo di finalizzare, possibilmente in sede di assestamento, in accordo con il Ministero delle finanze”.

“A distanza di qualche giorno, - si legge ancora nella nota – ha fatto eco l’analoga risposta che lo stesso Sottosegretario ha dato ad un’altra interrogazione dei colleghi di maggioranza del Senato. Accertata la volontà del Governo di reintegrare i fondi al livello del 2016, probabilmente in occasione dell’assestamento di bilancio, i problemi che obiettivamente si pongono sono quello di verificare che l’impegno di ordine finanziario possa essere realmente mantenuto (cosa per altro non facile per le note ristrettezze di bilancio) e che la gestione amministrativa per il corrente anno scolastico tenga conto dell’impegno dell’esecutivo e non si limiti alla pura gestione dell’esistente, che porterebbe fatalmente a riduzioni operative difficili da recuperare”.

Invece, “da quando il Governo ha dichiarato le sue intenzioni, si susseguono iniziative parlamentari di vari gruppi, in genere latitanti nella fase di discussione e di integrazione emendativa della Stabilità 2016, che finalmente hanno scoperto la situazione reale della promozione della lingua e della cultura italiana all’estero e si giocano ripetitivamente la carta dell’interpellanza al Governo. Ognuno, beninteso, ha il diritto di organizzare la sua propaganda come meglio crede. Saranno poi gli elettori a stabilire se abboccare o meno. Il punto che desta perplessità è che in questo modo, anziché verificare se il Governo riuscirà ad onorare gli impegni già assunti e monitorare la condizione reale dei corsi, si riporta continuamente la situazione al punto di partenza”.

“Se vogliamo salvare i corsi, invece, - argomentano i deputati Pd – è necessario camminare velocemente in avanti ed avere prima possibile la certezza di quello che potrà accadere. Solo così i corsi che già stanno in fase avanzata si potranno salvare, evitando lacerazioni difficilmente recuperabili. In più, poiché per gli anni a venire le somme previste nel bilancio triennale sono state considerate senza gli emendamenti parlamentari che finora le hanno cospicuamente integrate, si tratterà di vedere per tempo come modificare questo dato di partenza”.

“L’invito che facciamo a tutti – concludono – è quello di abbandonare prima possibile il campo della inutile propaganda e di unire le forze per ritornare subito agli standard raggiunti dello scorso anno e per costruire oggi migliori prospettive per il domani, prima che gli automatismi di bilancio determinino dei danni. Per quanto ci riguarda, confidiamo che la maggior parte dei concittadini all’estero continuino ad apprezzare di più i fatti rispetto alle parole, anche se pronunciate con enfasi e accompagnate dal consueto tam tam mediatico”. (aise 29) 

 

 

 

 

 

Il ripreistino dei fondi per I corsi. Lettera di Sicilia Mondo all’On. Fucsia Fitzgerald Nissoli

 

Cara Angela,

ho visto il Tuo intervento al Question time  i mercoledì 24  corr., a Montecitorio,  con il quale hai chiesto al Ministro degli Esteri Gentiloni  l’impegno per il ripristino dei fondi destinati  per la promozione della lingua italiana  all’estero, ricordando  la forte preoccupazione delle nostre comunità  circa il taglio  dei fondi al capitolo 3153 del bilancio del MAECI, con la conseguenza di paralizzare le attività  in programma per la promozione  della lingua italiana nel mondo.

      Mi complimento con Te. La fondatezza delle Tue motivazioni ha raggiunto positivamente  la sensibilità del Ministro.

      E’ stato un successo ma soprattutto un servizio ed un bene per le nostre comunità  all’estero avere raggiunto l’obiettivo di ottenere dal Ministro l’impegno a  “ripristinare il prima possibile  gli stanziamenti, almeno ai livelli dell’anno precedente”.

      Chi ha visto come me la trasmissione al Question time,  ha colto a piene mani   l’inconfondibile calore e gestualità  della Tua origine siciliana.   Complimenti.  Ci voleva.

      Ritengo superfluo confermarTi che sottoscrivo in pieno  le parole del Tuo intervento: “Per gli italiani all’estero  è fondamentale la conoscenza della lingua italiana  per tenere vivo il legame con le nostre radici, oltre che motivo di orgoglio  e di appartenenza  assolutamente necessari per il funzionamento del Sistema Paese dove le nostre comunità hanno un ruolo centrale”.

      Egualmente condivido la necessità e l’urgenza di aggiornare la legge 153  approvata nel lontano 1971.

      Aggiungo, infine, che desidero ringraziarTi, anche come Sicilia Mondo, per il Tuo intervento a Montecitorio e per l’impegno costante  di servizio e di amore per le nostre  comunità italiane all’estero unitamente alle attenzioni con le quali  metti in evidenza  e proponi soluzioni  in favore della Tua oceanica Circoscrizione elettorale del Centro e Nord America.

      Ancora complimenti ed auguri per ulteriori successi. Mimmo Azzia                            

 

 

 

Il museo dell’emigrazione pronto a spostarsi a Genova

 

BELLUNO  - "Il ministro per i Beni culturali e il turismo Dario Franceschini ha manifestato l’intento di rilanciare il Museo nazionale dell’emigrazione italiana, spostando presso il Museo del Mare a Genova i materiali attualmente esposti a Roma presso il Vittoriano e facendo della città ligure il luogo simbolo della diaspora italiana nel mondo". Lo scrivono in una nota congiunta i deputati del Pd eletti nella circoscrizione Estero Farina, Fedi, Garavini, La Marca, Porta e Tacconi e lo rilancia oggi l’Associazione Bellunesi nel Mondo, che attraverso il suo presidente Oscar De Bona si dice disponibile "a collaborare e a offrire il nostro knowhow" e quello del MIM di Belluno "per la realizzazione del nuovo Museo dell’emigrazione italiana".

"L’idea progettuale dalla quale il museo è nato", riporta ancora la nota dei deputati eletti all’estero, "è stata di quella di superare il ritardo che l’Italia aveva accumulato in questo campo, pur essendo uno dei maggiori Paesi di emigrazione, e di collegare l’istituzione museale alla transizione che l’Italia sta vivendo da storica e ancora attiva realtà di emigrazione a realtà anche di immigrazione, anzi a fondamentale snodo dell’immigrazione in Europa. A livello parlamentare abbiamo fatto vivere l’ispirazione e il diverso respiro del progetto iniziale presentando un disegno di legge per la trasformazione dell’attuale museo in Museo nazionale delle migrazioni, al quale abbiamo affiancato un secondo disegno di legge sull’insegnamento multidisciplinare delle migrazioni nelle scuole, con riferimento all’autonomia di programmazione formativa degli istituti. In vista dell’apertura della fase di definizione scientifica del progetto, sono stati sottolineati tre aspetti essenziali: quello di avere una proposta museale che incorpori gli aspetti dell’emigrazione, vecchia e nuova, degli italiani e, nello stesso tempo, la formazione nel nostro Paese di consistenti comunità di migranti; quello di non limitarsi ad un taglio tradizionalmente espositivo ma di concepire un sistema a rete che si avvalga delle risorse della multimedialità e valorizzi il grande patrimonio di conoscenze e rappresentazioni presente tanto nei musei e nei centri di ricerca specializzati italiani che nelle più importanti istituzioni museali internazionali; quello di dare il giusto risalto al grande esodo meridionale, alla più recente emigrazione in Europa e alle forme di mobilità che si stanno sviluppando negli ultimi anni".

"Gli aspetti evidenziati, che dovrebbero dare forma al nuovo museo dell'emigrazione, richiamano a quanto già viene portato avanti dal MiM Belluno fin dalla sua nascita", spiega a questo punto l’Associazione Bellunesi nel Mondo: "l'attenzione alle migrazioni nel loro complesso, intese sia come emigrazione, storica e attuale, dall'Italia verso l'estero, sia come immigrazione dall'estero verso l'Italia; il coinvolgimento delle scuole, per colmare la lacuna a livello didattico relativamente all'insegnamento della storia dell'emigrazione; e l'impostazione multimediale del museo, elemento caratteristico e punto di forza del MiM".

Per questi motivi il presidente ABM, Oscar De Bona, lancia la proposta al ministro Franceschini: "Siamo disponibili a collaborare e a offrire il nostro knowhow per la realizzazione del nuovo Museo dell’emigrazione italiana".

(aise 3) 

        

 

 

 

L’anno bisestile

 

Parliamo del numero dei giorni dell’anno. Essi sono 365. Ma, 366 ogni 4 anni. Sono i cosiddetti anni bisestili. Proprio come questo 2016. Noi sappiamo che l'anno solare è il tempo che impiega la terra per compiere la sua orbita intorno al sole. Cioè, il tempo per ritornare alla stesso punto di partenza. E poiché essa gira anche su se stessa, il periodo di tempo dell'anno solare è formato dall'alternanza di giorno e notte. Perciò un anno intero, lo possiamo misurare, o "contare", con il numero dei giorni (cioè: quante volte la terra gira su se stessa). Tutto è relativo! Allora possiamo dire che la terra, per percorrere la sua orbita intorno al sole, impiega 365 giorni (cioè 365 giri su se stessa). 

Però - ecco l'inghippo - succede che dopo 365 giri che essa fa a guisa di trottola mentre gira intorno al sole, alla fine non arriva esattamente al "punto di partenza". Ma rimane ancora un pezzettino (l'ultimo tratto di orbita per raggiungere il punto di partenza), equivalente a un po’ meno di sei ore: cioè circa un quarto di giorno. Quindi l'anno solare è "lungo", o meglio "dura" 365 giorni e "quasi" 6 ore. 

Fino al tempo di Cesare, di questo spezzone di "quasi" 6 ore nessuno ci faceva caso. E così, a distanza di anni si notava che le stagioni si spostavano, arrivavano sempre prima. I diversi popoli antichi avevano trovato il loro modo per correggere questa discrepanza. I Romani in particolare correggevano questa sfasatura mediante alcuni decreti (estemporanei) emanati dai sacerdoti preposti a questo compito: essi ogni tanto inserivano nell’anno dei mesi intercalari, ridando ordine al susseguirsi delle stagioni. Così probabilmente gli altri popoli. 

La riforma di Giulio Cesare – che, data l’estensione dell’Imperium Romanorum, coinvolse una vasta area del mondo conosciuto – stabilì, allora, che ogni quattro anni nel mese di febbraio, dopo il 24° giorno (che si chiamava “sextus ante Kalendas martias”, cioè: “sesto giorno prima del 1° marzo”, sestultimo di febbraio) si inserisse un giorno in più (il bis-sextus: cioè il "sestultimo" per la seconda volta). Questo perché dopo quattro orbite intere che la terra compie intorno al sole, la somma dei (quattro) pezzettini – un po’ meno di sei ore – corrisponde quasi alla durata di una giornata. E poiché il 24 febbraio, secondo il modo di chiamare i giorni che avevano i Romani, era detto “sesto giorno [diem sextum] prima delle Calende di marzo”, il secondo “diem sextum” fu detto “bis-sextum”. Da ciò l’aggettivo bisestile che andò a denominare l’anno che conteneva questo giorno aggiunto. Oggi che chiamiamo i giorni diversamente, negli anni bisestili invece di ripetere il 24 febbraio, aggiungiamo la giornata del 29.

Però con il provvedimento di Cesare il punto di partenza dell'orbita solare della terra veniva superato (anche se solo di un poco, in quanto il pezzettino che mancava era - come ho detto - meno di sei ore). Perciò restava comunque un inconveniente, per quanto piccolo: alla distanza sarebbe stato - ancora - necessario sottrarre (questa volta) qualche giorno, per mettere l‘anno alla pari e far coincidere così (di nuovo) le stagioni. A correggere questa (piccola) sfasatura intervenne la riforma del Papa Gregorio XIII (nel XVI sec.). Si decise infatti che in occasione di determinati anni bisestili (quelli centenari) non si aggiungesse la giornata in più. 

E allora per recuperare tutta la eccedenza accumulatasi negli anni già trascorsi dal tempo di Cesare a quello di Gregorio, fu necessario eliminare dal calendario 11 giorni. Così in quell’anno 1582, anno della riforma "gregoriana" del calendario, dopo il 4 ottobre si passò direttamente al 15 ottobre. In seguito solo gradualmente la riforma fu accettata in tutta Europa. Luigi Casale, de.it.press

 

 

 

 

Terrorismo, allarme dei Servizi: "Italia sempre più esposta a rischio attacchi"

 

"L'Italia appare sempre più 'esposta'" al rischio di attacchi terroristici. A lanciare l'allarme è la 'Relazione annuale sulla politica dell'informazione per la sicurezza', consegnata oggi alle Camere. Nella valutazione del comparto sicurezza si legge come il nostro paese sia "target potenzialmente privilegiato sotto un profilo politico e simbolico/religioso, anche in relazione alla congiuntura del Giubileo straordinario; terreno di coltura di nuove generazioni di aspiranti mujahidin, che vivono nel mito del ritorno al califfato e che, aderendo alla campagna offensiva promossa da Daesh, potrebbero decidere di agire entro i nostri confini".

Secondo l'intelligence è da ritenersi "elevato il rischio di nuove azioni in territorio europeo, ad opera sia di emissari, inviati ad hoc, inclusi foreign fighter, sia di militanti eventualmente già presenti (e integrati/mimetizzati) in Europa, che abbiano ricevuto ispirazione e input da attori basati all’esterno dei Paesi di riferimento". C'è quindi la "possibilità che in Europa trovino spazio nuovi attacchi eclatanti sullo stile di quelli di Parigi, ma anche forme di coordinamento orizzontale tra micro-cellule, o azioni individuali sommariamente pianificate e per ciò stesso del tutto imprevedibili".

Nella relazione dell'Intelligence, di oltre 130 pagine, si legge, inoltre, come vadano "valutati con estrema attenzione i crescenti segnali di consenso verso l’ideologia jihadista emersi nei circuiti radicali on-line, frequentati da soggetti residenti in Italia o italofoni". "Si tratta di individui anche molto giovani - continua il testo - , generalmente privi di uno specifico background, permeabili ad opinioni 'di cordata' o all’influenza di figure carismatiche e resi più recettivi al 'credo' jihadista da crisi identitarie, condizioni di emarginazione e visioni paranoiche delle regole sociali, talora frutto della frequentazione di ambienti della microdelinquenza, dello spaccio e delle carceri". "La minaccia, che può concretizzarsi per mano di un novero diversificato di attori, rende il 'rischio zero' oggettivamente impossibile", sottolineano i servizi di informazione e sicurezza.

Rischio proselitismo in carcere - Detenuti comuni che potrebbero essere tentati dalla jihad e divenire potenziali terroristi. E' questo uno dei temi caldi della 'Relazione annuale sulla politica dell'informazione per la sicurezza', che pone l'attenzione sul rischio proselitismo nelle carceri. "I detenuti per reati comuni - scrivono dal comparto intelligence - . sembrerebbero i più vulnerabili a percorsi di radicalizzazione ideologico-religiosa e, qualora indottrinati, potrebbero, all’atto della scarcerazione, decidere di raggiungere i territori del Califfato o comunque nutrire sentimenti di rivalsa nei confronti del nostro Paese".

Donne in prima linea per la jihad - Aumenta l'afflusso nei teatri di jihad di interi nuclei familiari e di giovani donne a cui sono assegnati spesso, ma non solo, compiti domestico-amministrativi. "La presenza di donne nel terrorismo di matrice jihadista - chiarisce la Relazione - ha conosciuto una rapida espansione in concomitanza con l’affermarsi di Daesh, come dimostrato dal crescente numero di aspiranti mujahidat europee, per lo più giovani e di varia estrazione sociale, che tentano di raggiungere il teatro siro-iracheno". Il compito principale delle donne "è quello di essere mogli e madri dei mujahidin: per questo, "lo scopo del viaggio è solitamente il ricongiungimento con il proprio coniuge già sul fronte o l’unione con un militante conosciuto anche via internet nel jihad al nikah (“matrimonio per il jihad”), in adesione ai proclami di Daesh nei quali si esortano le musulmane a contribuire al popolamento del Califfato e ad “allevare” le nuove generazioni, nonché a sostenere il morale dei combattenti". Non mancano casi di estremiste impegnate in attività di proselitismo e reclutamento (soprattutto on-line, ove esisterebbero dei circuiti ad “esclusivo” ambito femminile), di supporto logistico (ad esempio, trasportando denaro) e di natura operativa. Emblematica, tra l’altro, secondo la relazione dei Servizi, la creazione in Siria e Iraq di due brigate di Daesh composte da sole donne (tra le quali la “celebre” al Khansaa, attiva a Raqqa), entrambe con compiti prevalentemente di “polizia”, specie per la rigida verifica che la condotta della popolazione femminile sia in linea con i dettami sharaitici. Adnkronos 2

 

 

 

 

Il disordine della libertà

 

In questi tempi d’incertezza socio/politica, si confonde, spesso non a caso, “Libertà”, con “Disordine”. I due termini, neppure in apparenza, hanno aspetti comuni tali da farli confondere. Sempre che non si voglia, scientemente, farlo.

La “Libertà”, individuale e collettiva è regolata da norme di vita che nascono da una logica comune. Il “disordine” è tutto l’opposto e, se s’insinua con la “libertà”, allora ne deriva il caos; con tutte le sfumature più negative che possono far parte della natura umana. Meglio, di conseguenza, mantenere una netta distinzione tra i due termini che, comunque, non hanno nulla di comune. Le differenze, invece, sono molteplici e d’agevole individuazione.

In Italia, il confine tra “libertà” e “disordine” s’è fatto aleatorio. Ancor più per le interferenze di una politica che non promette nulla di buono proprio parchè fondata su alleanze innaturali e, comunque, di poca attendibilità.

Quando le rivendicazioni non hanno più limiti definiti e la “Libertà” sconfina nel disordine, allora ci sono parametri da rivedere e situazioni da modificare. Ben sappiamo che non sarà facile, né agevole, essere coesi per comuni obiettivi. Ma di necessità sarebbe opportuno fare virtù.

Come a scrivere, ove non fosse ancora ben chiaro, che “libertà” e “disordine” non possono convivere. L’alternativa è il caos.  Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

L’Aquila gioisce per l’Oscar a Ennio Morricone

 

L’AQUILA – Con grande gioia esprimo, da aquilano, plauso ed emozione per l’Oscar conferito ad Ennio Morricone dall’Academy of Motion Picture Arts and Sciences, ieri notte a Los Angeles, per le musiche del film The Hatefun Height di Quentin Tarantino. Un riconoscimento atteso, seguìto all’Oscar alla Carriera tributatogli nel 2007.

 

Ho atteso più di un’intera giornata, pensando che lo facesse qualche rappresentante istituzionale della Città. All’Aquila si dichiara ogni giorno, su tutto, talvolta anche sul nulla. Ma quando si deve davvero, come in questa occasione, non accade. Allora, da amministratore civico di lungo corso a riposo, intanto lo faccio io. Magari una dichiarazione ufficiale della Municipalità seguirà, assai opportunamente. Ma non poteva passare senza commento, senza le nostre felicitazioni un fatto così prestigioso che riguarda un Cittadino Onorario dell’Aquila, un grande amico della città capoluogo d’Abruzzo. Già, perché Ennio Morricone è un “Aquilano onorario”, insieme ad Arthur Rubinstein e Goffredo Petrassi per la Musica, come Vittorio Storaro lo è per il Cinema e Antonio Calenda per il Teatro, tre settori dove la vocazione culturale dell’Aquila si è espressa a livelli di riguardo nel panorama nazionale e oltre.

 

Diverse volte il M° Morricone è stato all’Aquila, per dirigere applauditissimi concerti, nel giorno memorabile del conferimento della Cittadinanza onoraria, come nell’immediatezza del tragico terremoto del 2009 la sua visita alla città ferita, con profonda sensibilità verso gli aquilani. Mi piace particolarmente ricordare anche l’indimenticabile giornata con il Maestro in occasione della presentazione a L’Aquila della preziosa biografia, Morricone. Cinema e oltre, curata da Gabriele Lucci ed edita da Electa/Accademia dell’Immagine: uno dei gioielli di quelle collane di monografie e dizionari del cinema realizzati dalla Sezione Editoria dell’Accademia dell’Immagine dell’Aquila, sotto la direzione di Gabriele Lucci. Uno splendido volume, così ricco di testimonianze sull’opera del Maestro, con una serie di frammenti di partiture autografe e con grande ricchezza di richiami alla sua creazione musicale, oltre il cinema. Quasi tre anni di lavoro Lucci impiegò per quell’opera, con numerose giornate passate nello studio del grande musicista, vincendo la sua naturale riservatezza.

 

In quel 26 novembre 2007, al Cinema Massimo pieno come un uovo, rispondendo alle domande di Gabriele Lucci, il M° Morricone raccontò molti aneddoti della sua vita professionale e tante testimonianze, infine confessando le sue predilezioni per Bach, Frescobaldi, Monteverdi e Palestrina, ma anche per Strawinski, Nono e Petrassi. Intanto sul grande schermo scorrevano i fotogrammi dei più noti film ai quali Morricone ha dato le sue indimenticabili musiche: Per un pugno di dollari, Il buono il brutto e il cattivo, C’era una volta il West, Indagine su un cittadino al di sopra d’ogni sospetto, Mission, C’era una volta in America, Nuovo cinema Paradiso, Sacco e Vanzetti, La sconosciuta.

 

L’Oscar conferitogli per il film di Quentin Tarantino s’aggiunge alla copiosa messe di riconoscimenti tributati al Maestro Morricone nel corso della sua lunga carriera. Musicista tra i più versatili, sensibili e raffinati, sin dai primi lavori diede prova di raggiungere vette qualitative impensabili, anche se solo nel 1961, con il film Il federale di Luciano Salce, Ennio Morricone avvia la sua splendida avventura con una sequela di straordinarie composizioni che ha impresso il suo estro sul cinema mondiale, regalando all’umanità le più belle pagine di musica sposata alla settima arte.  Goffredo Palmerini, de.it.press 1

 

 

 

 

Lucani nel mondo. Approvati i Programmi annuale 2016 e triennale 2016-2018

 

BUENOS AIRES - Si sono tenuti a Buenos Aires i lavori della Commissione regionale Lucani nel mondo. Al termine dei lavori l’Assemblea ha approvato all’unanimità, ii programmi annuale 2016 e triennale 20016-2018. Ammontano a 300mila euro i fondi destinati alle attività a favore dei Lucani nel Mondo per il 2016. Tra le iniziative in programma oltre al contributo ordinario per ogni Associazione e Federazione dei Lucani all’estero e in Italia, regolarmente iscritte all’Albo regionale (80mila euro), a quello per le iniziative che le stesse porranno in essere nel corso del 2016 (80mila euro), l’erogazione dei contributi, anticipati dai Comuni, per le spese sostenute per il rientro delle salme degli emigrati e loro familiari deceduti all’estero (10mila euro).

Nel Piano delle attività a favore dei Lucani nel mondo prevista, inoltre, la partecipazione della Regione Basilicata alla quarta edizione della “Settimana della Cucina Italiana di Buenos Aires” (proposto dalla Federazione delle Associazioni della Basilicata in Argentina - 24mila euro); le celebrazioni del 70° anniversario dell’Accordo bilaterale stipulato tra l’Italia e il Belgio (su iniziativa della Federazione dei Lucani in Belgio – 20mila euro); azioni di marketing territoriale e di promozione culturale, economica e turistica del territorio regionale e dei prodotti eno-gastronomici in Germania con il progetto “Basilicata da amare” (promosso dall’Associazione lucana di Stoccarda e dalla Federazione – 25mila euro); la partecipazione della Regione Basilicata al “Collegno Folk Festival – Festa dei Popoli” (proposta dalle Associazioni dei lucani del Piemonte ‘Magna Grecia Lucana e Pino Mango’ – 25mila euro).

Previsto anche un progetto di formazione linguistica e culturale denominato “Ritorno verso la Basilicata” (promosso dall’Associazione di promozione sociale “Mater Lingua” in sinergia con le Federazioni dei Lucani in Argentina, Uruguay, Paraguay, Canada e Perù – 21mila euro). Tutti i programmi dovranno essere realizzati coinvolgendo giovani al di sotto dei 40 anni e promuovendo Matera-Basilicata 2019.

Le linee e gli obiettivi da conseguire per il triennio 2016-2018 riguardano, invece, Matera Capitale della Cultura 2019, il Museo dell’Emigrazione lucana “Centro Nino Calice”, le prospettive per le nuove associazioni, i Comuni lucani, gli Sportelli Basilicata e le azioni di partenariato, i progetti sul sistema di comunicazione e informazione, il turismo di ritorno e i fondi per gli indigenti.

La Commissione dei Lucani nel Mondo promuoverà, per il triennio 2016-2018, azioni di partenariato tramite l’interazione con i Dipartimenti regionali, la Fondazione Matera Basilicata 2019, l’Apt Basilicata, la Lucana Film Commission e le proprie Federazioni e Associazioni nel Mondo affinché la città di Matera sia protagonista della vita culturale non solo per la Basilicata ma una vera e propria “piattaforma culturale per il Mezzogiorno d’Europa”.

Con la modifica alla legge 16/2002 è stato dimezzato il numero di iscritti necessari per la creazione di nuove Associazioni qualora il 50% non superi i quarant’anni d’età, con l’auspicio che i più giovani riescano a trasformarsi in promotori culturali e turistici della Basilicata utilizzando al meglio risorse e nuove opportunità. A supporto della nuova generazione di emigrati, attraverso la rete delle Associazioni, si intende promuovere la realizzazione di un servizio di assistenza e sostegno rivolto sia agli studenti dell’Unibas che vogliano trascorrere un periodo di studio all’estero, sia ai giovani che decidono di cercare lavoro all’estero. Continueranno ad essere finanziate le iniziative relative alla promozione del turismo sociale, congressuale e della terza età, il cui obiettivo principale è di mantenere vivo il legame socio-culturale con la terra d’origine.

Per dare sempre maggiore forza al ruolo ricoperto dalle comunità lucane nel mondo, rafforzarne e valorizzarne il ruolo come “associazionismo operativo” nei prossimi anni sarà data rilevanza allo sviluppo delle interrelazioni sociali, culturali ed economiche tra la Basilicata e le comunità lucane all’estero, allo sviluppo delle professionalità giovanili nel mondo, alla promozione e organizzazione di scambi interculturali.

Prevista la possibilità di organizzare nel prossimo triennio un meeting, in una località da individuare, tra i componenti il Forum dei giovani Lucani nel mondo per dar loro l’opportunità di contribuire con idee, iniziative e proposte alle rinnovate esigenze dell’emigrazione lucana.

Si continueranno a sostenere le iniziative in ordine alla diffusione della lingua italiana, con l’obiettivo di favorirne il mantenimento e il rafforzamento presso le comunità di lucani residenti all’estero, nonché la diffusione nei loro Paesi di residenza. Gli interventi potranno essere realizzati in partnership con Università e altre istituzioni che si occupano della diffusione dell’italiano, privilegiando l’utilizzo delle nuove tecnologie (corsi on-line e software dedicati) anche per un opportuno contenimento dei costi.

Per quanto concerne i Comuni lucani, si continuerà ad interagire con la rete dei Sindaci lucani che insieme alle realtà dell’associazionismo continua a rinsaldare il legame con le loro comunità all’estero. Proseguirà il sostegno sia alle iniziative di eccellenza che le nostre Associazioni proporranno e realizzeranno in Italia e sia quelle più impegnative, che coinvolgono le Federazioni in Europa e all’estero. In particolare quelle che pongono come leitmotiv di tutta l’attività la promozione di Matera “Capitale della Cultura Europea 2019”.

Grande importanza è attribuita alla rete degli “Sportelli Basilicata”, attivata come strumento di servizio a garanzia delle azioni interistituzionali nei settori dell’assistenza sanitaria, della solidarietà, della internazionalizzazione delle imprese, della promozione culturale enogastronomica e turistica. Le strutture operano nelle sedi di Buenos Aires, Montevideo, Santiago del Cile, Zurigo, Lima, Assuncion, San Paolo del Brasile e Toronto. Per rendere sempre più efficace la loro azione, si continuerà il programma formativo per gli operatori.

Particolare rilevanza viene attribuita al Museo dell’emigrazione lucana “Centro Nino Calice” che all’interno delle sale del Castello federiciano di Lagopesole conserva documenti e materiali relativi alla grande emigrazione lucana in Europa e nelle Americhe. Saranno attivati entro il mese di marzo il protocollo d’intesa con il Museo dell’immigrazione di Buenos Aires e il Museo dell’emigrazione di Montevideo (Uruguay).

Previsto anche per l’anno in corso il finanziamento del Fondo indigenti riveniente dalle royalties e destinato al Sudamerica (150mila euro), oltre quello relativo agli interventi di solidarietà in America Latina (80mila euro). Programmato l’acquisto di una strumentazione medico-sanitaria che sarà ceduta, in comodato d’uso gratuito, ad una struttura ospedaliera di Panama

L’Assemblea ha inoltre ha approvato all’unanimità tre ordini del giorno collegati ai programmi annuale 2016 e triennale 20016-2018.

Con il primo documento si impegnano i rappresentanti istituzionali “a mettere in atto azioni che portino la Giunta regionale di Basilicata a rendere prioritari i pagamenti di quanto dovuto alle Federazioni e Associazioni dei Lucani nel mondo”.

Il coinvolgimento delle nuove generazioni è l’impegno del secondo ordine del giorno. L’Assemblea dei Lucani nel mondo – si legge nel documento – valuta positivamente l’esigenza di rinnovare la condivisione delle azioni da mettere in campo con i programmi annuale e triennale con le giovani generazioni discendenti dei lucani”. Per questo motivo l’Assemblea dei Lucani nel mondo “auspica che i giovani, il cui ruolo è riconosciuto nel Forum, siano i principali protagonisti nei progetti delle singole Associazioni e Federazioni”.

Solidarietà tra le comunità lucane è il tema del terzo ordine del giorno approvato. “Sentiti gli interventi dei rappresentanti delle Associazioni in Sud America e in particolare del Venezuela dove si registrano difficoltà nel trasferimenti di fondi e nelle azioni di prevenzione sanitaria oltre che nella piena funzionalità del consultorio medico - si legge nel documento –, si chiede un deciso intervento del Governo regionale e del Consiglio regionale nei confronti del Ministero degli Affari Esteri affinché garantisca il rispetto e la difesa dei diritti ad una vita civile e dignitosa dei lucani e della comunità italiana che quotidianamente convive con forme di disagio”. (rn/Infom 1)

 

 

 

 

Sicilia Mondo celebra la XXXII Edizione della Giornata della donna in emigrazione

 

      Anche quest’anno Sicilia Mondo organizza la  Giornata dell’8 marzo - Festa della donna siciliana in emigrazione, giunta alla sua XXXII Edizione, sul tema: “La centralità della donna nella famiglia, nella società, alla guida dei Paesi più avanzati del mondo”. Un tema di permanente attualità.

       

      Con una lettera circolare ai Presidenti delle Associazioni aderenti ed ai corrispondenti, Sicilia Mondo ha sensibilizzato la organizzazione di un “Incontro” di donne, esteso anche agli altri sodalizi e alle Istituzioni italiane e locali, per dare visibilità e continuità ad una iniziativa divenuta momento di orgoglio, di partecipazione e di coinvolgimento, ormai istituzionalizzata in tutti i continenti. Il successo degli anni precedenti è stato esaltante.

       

      L’iniziativa rientra nel progetto di informazione, di conoscenza e di ascolto alla comunità per rinsaldare,  tra i Presidenti, delegati,  corrispondenti e soci, quel rapporto di relazioni, legami ma anche di  amicizia, in modo da rendere fluida ed operativa la circolazione delle idee e della conoscenza all’interno della struttura di Sicilia Mondo.

       

      Anche a Catania la Giornata della donna in emigrazione sarà celebrata presso la sede di Via Renato Imbriani n° 253, martedì 8 marzo alle ore 16.30. SM

 

 

 

 

Un bando per operatori che erogano programmi di accelerazione di startup in Italia o all’estero

 

L’iniziativa, che si colloca nel  progetto pilota “InnovAzione - Assistenza allo Sviluppo Internazionale di start-up innovative”, prevede 20 posti nel mondo dove sviluppare businnes

 

ROMA - Al via le candidature per tutti gli acceleratori che vogliono proporre startup da inserire in un percorso di apertura ai mercati esteri.  Il bando si colloca all’interno del progetto pilota “InnovAzione - Assistenza allo Sviluppo Internazionale di start-up innovative” realizzato da Assocamerestero in collaborazione con le 79 Camere di Commercio Italiane all’Estero (CCIE), con ICE - Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane e con il supporto finanziario del Ministero dello Sviluppo Economico - MiSE.

Fra tutte le candidature pervenute saranno selezionate 20 startup che avranno a disposizione: mentoring finalizzato all’individuazione del mercato estero, tra i 54 in cui hanno sede le CCIE, più adatto al prodotto/servizio offerto;agende di incontri con controparti estere interessate allo sviluppo del business proposto;  possibilità di coworking - fino a 3 mesi - presso la CCIE del paese prescelto e/o altra sede da questa individuata; collegamento e networking con ICE Agenzia e con le altre presenze imprenditoriali italiane localizzate nel mercato target; collegamento con qualificati intermediari della finanza operanti sulle principali piazze internazionali.

Possono concorrere al bando gli operatori pubblici e/o privati che erogano da almeno 12 mesi  programmi di accelerazione di startup in Italia o all’estero, ovvero che operano da almeno 12 mesi attraverso call periodiche per il supporto di startup in gruppi o classi nel loro primissimo periodo di vita con finanza, mentorship,  formazione e altri servizi necessari alla loro crescita e che in questo periodo di 12  mesi abbiano collaborato all’attivazione di almeno 3 startup.

Ciascun acceleratore, ovvero ciascuna sede erogatrice di programma di accelerazione autonomo, anche se ricadente sotto una stessa entità giuridica, può presentare domanda di partecipazione per candidare le startup, avvalendosi esclusivamente della modulistica predisposta.

In base alla proroga intervenuta, le domande dovranno pervenire, pena l’esclusione,  entro e non oltre le ore 12:00 del giorno 31 marzo 2016 e dovranno essere inviate tramite raccomandata del servizio delle Poste Italiane S.p.A., ovvero mediante agenzia di recapito autorizzata, indirizzata a: Assocamerestero - Associazione delle Camere di Commercio Italiane all’Estero Via Sardegna, 17 – 00187 Roma, indicando sulla busta la dicitura “Progetto InnovAzione”

È possibile la consegna a mano del plico direttamente o a mezzo di terze persone, dal lunedì al venerdì dalle ore 9:00 alle ore 18:00, entro lo stesso termine perentorio (ore 12:00 del 31 marzo), presso la sede di Assocamerestero.

Eventuali quesiti relativi al bando e alle modalità di presentazione della domanda di partecipazione, potranno essere inviati all’indirizzo startup@assocamerestero.it. (Inform 4)

 

 

 

 

 

Operativo il programma per il rientro di cervelli italiani all’estero

 

ROMA – Programma “Rita Levi Montalcini” 2015: pubblicato  nella Gazzetta Ufficiale del 2 marzo 2016 n. 51, il bando del Miur per il reclutamento di giovani ricercatori a tempo determinato nelle Università italiane.

 Il programma si rivolge a studiosi di ogni nazionalità in possesso del titolo di dottore di ricerca  o titolo equivalente, che stiano svolgendo all'estero da almeno un triennio, attività didattica o  di ricerca post dottorale.

Possono presentare domanda di partecipazione coloro che sono in possesso di entrambi i seguenti requisiti: abbiano conseguito il titolo di dottore di ricerca, o equivalente, successivamente al 31 ottobre 2009 ed entro il 31 ottobre 2012. La data di conseguimento del titolo di dottorato corrisponde con il giorno del superamento dell'esame finale .Il limite temporale del 31 ottobre 2009  può essere anticipato di un periodo pari alla durata degli eventuali periodi di sospensione del corso di dottorato per maternità e paternità, per grave e documentata malattia e per servizio nazionale, fatto comunque salvo che in tal caso il conseguimento del titolo di dottore di ricerca o equivalente non può essere anteriore al 30 aprile 2008; risultino, al momento di presentazione della domanda,  stabilmente impegnati all'estero da almeno un triennio in attività didattica o di ricerca presso qualificate istituzioni universitarie o di ricerca. I servizi prestati all'estero in ragione di borse di studio o di finanziamenti ottenuti in Italia non sono computabili ai fini della maturazione del triennio di attività di ricerca o di didattica svolto all'estero. Nel corso del triennio precedente alla presentazione della domanda, gli studiosi non devono aver ricoperto alcuna posizione (ricercatori a tempo determinato,  assegnisti, contrattisti,  dottorandi anche iscritti a corsi di dottorato in co-tutela con università e centri di ricerca stranieri, titolari di borse di studio) presso enti/istituzioni universitarie e non, nel territorio dello Stato Italiano. dip

 

 

 

 

 

Flüchtlingskrise: EU unterstützt Griechenland mit Nothilfe-Paket

 

Angesichts des wachsenden Flüchtlingsandrangs in Griechenland schnürt die EU ein millionenschweres Nothilfe-Paket. Bundeskanzlerin Merkel übte unterdessen erneut Kritik an Österreich.

In diesem Jahr sollen 300 Millionen Euro und bis Ende 2018 insgesamt 700 Millionen Euro für humanitäre Hilfe bereitgestellt werden, wie aus EU-Kreisen verlautete. Das Geld werde nicht nur Griechenland, sondern auch anderen EU-Staaten zugutekommen, hieß es weiter. Der für humanitäre Hilfe zuständige EU-Kommissar Christos Stylianides werde den Plan am heutigen Mittwoch vorstellen.

Ein Sprecher der EU-Kommission sagte, die Nothilfe sei nötig, um eine humanitäre Krise zu verhindern, wenn eine noch nie dagewesene Zahl von Flüchtlingen in die EU gelange. Er nannte keine Details zu dem Plan.

Für das Nothilfe-Paket würden Umschichtungen in dem bestehenden Haushalt vorgenommen, verlautete aus EU-Kreisen. Mittel, die für humanitäre Hilfe außerhalb der EU vorgesehen wären, würden nicht angezapft.

Nach Angaben der Vereinten Nationen warten derzeit 24.000 Flüchtlinge in Griechenland auf die Weiterreise. Am Montag hatten Hunderte an der Grenze zu Mazedonien festsitzende Migranten versucht, gewaltsam die Sperranlagen zum Nachbarland zu durchbrechen. Mehrere Staaten entlang der sogenannten Balkanroute, darunter Mazedonien und Österreich, lassen nur noch eine begrenzte Zahl von Flüchtlingen pro Tag nach Norden weiterziehen. AFP/rtr/nsa, Nicole Sagener EA 2

 

 

 

 

Schutz der EU-Außengrenzen kommt voran. Migration, Flucht, Integration

 

In den letzten Monaten wurden viele Weichen gestellt. Erste Erfolge stellen sich ein. Um die EU-Außengrenze besser zu schützen und illegale Migration nach Europa nachhaltig zu bekämpfen, ist die Zusammenarbeit mit der Türkei als Hauptdurchgangsland für die gegenwärtigen Flüchtlingsströme deutlich intensiviert worden.

 

Am 7. März kommen die Staats- und Regierungschefs der EU in Brüssel zu ihrem zweiten  Gipfel mit der Türkei zusammen. Ziel ist es, eine Bilanz der Umsetzung des EU-Türkei-Aktionsplans vom November letzten Jahres zu ziehen und auf diesem Weg voranzuschreiten.

Wir haben schon viel erreicht

Um die Lebensbedingungen der 2,5 Millionen Flüchtlinge in der Türkei zu verbessern, hat die EU drei Milliarden Euro für konkrete Flüchtlingsprojekte in der Türkei bereitgestellt. Inzwischen hat die Türkei Arbeitserlaubnisse für syrische Flüchtlinge erteilt. Außerdem  wurde  eine Visapflicht für  einreisende Syrer aus Drittstaaten eingeführt.

In dem Aktionsplan hat sich die Türkei verpflichtet, effektiver gegen die

Schleuserkriminalität an ihren Küsten vorzugehen. Zur Bekämpfung der Schleuserkriminalität in der Ägäis ist seit Kurzem die NATO an der Aufklärung beteiligt.

An den EU-Außengrenzen in Italien und Griechenland wurden Registrierungszentren, sogenannte Hotspots, eingerichtet. Die EU-Grenzschutzagentur FRONTEX koordiniert die Zusammenarbeit der

EU-Mitgliedstaaten beim Schutz der EU-Außengrenzen. Deutschland setzt sich wie alle 28 Mitgliedstaaten dafür ein, dass sie schnell zu einem gemeinsamen europäischen Grenz- und Küstenschutz ausgebaut wird.

Gesamteuropäische Lösung nötig

Von allen EU-Staaten nimmt Deutschland heute mit großem Abstand die meisten Asylbewerber auf. Doch auch das wirtschaftlich starke Deutschland kann die Flüchtlingskrise nicht alleine schultern. Deshalb ist es wichtig, dass die Fluchtbewegung geordnet verläuft und die gemeinsam beschlossene Umverteilung von Flüchtlingen in der EU umgesetzt wird. Außerdem dürfen die

europäischen Errungenschaften wie die Freizügigkeit nicht in Frage gestellt werden.

Bundeskanzlerin Angela Merkel setzt deshalb  auf die schnelle Umsetzung der beschlossenen EU Asyl- und Migrationspolitik: "Unser gemeinsames Ziel ist es, die Zahl der Flüchtlinge spürbar und nachhaltig zu reduzieren, um so auch weiterhin den Menschen helfen zu können, die unseres

Schutzes wirklich bedürfen."

In ihrer Regierungserklärung vom 17. Februar 2016 erläuterte die Bundeskanzlerin die Ziele der Bundesregierung: "Erstens: Wir bekämpfen die Fluchtursachen. Zweitens: Wir stellen den Schutz der EU-Außengrenze zwischen Griechenland und der Türkei, also an der für die Flüchtlingsbewegung zumindest im Augenblick entscheidenden Schengen-Außengrenze, wieder her und teilen die Lasten. Drittens: Wir ordnen und steuern den Flüchtlingszuzug." Pib 4

 

 

 

 

Trümmerhaufen Europa

 

Um das europäische Haus wieder aufzubauen, müssen wir uns einig sein, wie es aussehen soll.

 

Die Desintegrationstheorie lehrt uns, dass Desintegration immer in ihrem eigenen Tempo kommt. Anders formuliert heißt das: wenn sie kommt, kommt sie immer sehr schnell, jedenfalls schneller als man denkt. Ein Haus zu bauen, dauert lange, einstürzen kann es binnen Minuten, das ist die bildliche Metapher.

Das europäische Haus – in den Worten Michael Gorbatschows – ein über 60 Jahre aufgebautes Haus der sogenannten Vereinigten Staaten von Europa, die sich indes nie wirklich politisch vereinigt haben, stürzt gerade ein und zwar in einer Geschwindigkeit, die jeden Beobachter geradezu fassungslos macht. Eigentlich nicht verwunderlich, denn stets hat man vergessen, ein solides politisches und demokratisches Dach auf das europäische Haus zu setzen. So konnte es jahrelang hineinregnen und alles ist dabei morsch geworden. „In einen Binnenmarkt kann man sich nicht verlieben“, sagte damals schon Jacques Delors.

Jahrzehnte von europäischer Aufbauarbeit, von Vertragswerken bis hin zu einem Verfassungsversuch, von europäischem Institutionenbau werden derzeit aufgeribbelt wie ein Strickpullover. Jahrzehnte von Städtepartnerschaften, kultureller Verständigungsarbeit und der Arbeit an einer europäischen Identität enden in einem Zerrspiegel von nationalistischen Erzählungen. Jahrzehnte von politischen Ambitionen („ever closer union“), strategischen Plänen (Europäischer Auswärtiger Dienst), von währungspolitischen Realitäten (Euro) oder offenen Grenzen (Schengen) führen derzeit in ein wildes, angstmachendes realpolitisches Chaos: Langsam merken viele, dass dabei etwas Wertvolles verloren geht.

„Wie schlimm steht es um die EU?“, lautet die hier gestellte Frage, die in der gewünschten Kürze wahrscheinlich – unterkomplex und nicht ausdifferenziert in die diversen Wiesos und Warums – nur so zu beantworten ist: sehr schlecht. Nein, eigentlich schlimmer noch: Was jetzt passiert, ist nicht die Erkenntnis – und der öffentliche Schrecken darüber –, dass es um die EU schlecht bestellt ist. Sondern es ist die Erkenntnis, dass wir Europa längst verloren haben, und wir es nur erst jetzt merken. Es ist wie bei privaten Beziehungen: Man merkt es immer erst, wenn es zu spät ist. Wenn man von Scheidung spricht, ist die Liebe längst verloren gegangen. Meistens unwiderruflich. Dann kommen die Schuldzuweisungen, die Vorwürfe. Schuld ist immer der andere.

So ist es auch jetzt in Europa. Waren es die Deutschen und ihr europäisches Hegemoniestreben in den letzten Jahren? Das ist die Sicht vieler in Europa, indes nicht die der Deutschen. Waren es die Franzosen, der Schmollmund des französischen „Nein“ beim – längst vergessenen – Verfassungsreferendum von 2005? War es gar schon die uneinige Reaktion Europas damals auf den US-geführten Krieg gegen den Irak, der die Osteuropäer („United we stand“) gegen große Teile Westeuropas, vor allem Deutschland und Frankreich gestellt und einen tiefen Riss verursacht hat? Oder fing alles erst mit den vermeintlich „faulen Griechen“ an? Den Schlendrian-PIIGS in Südeuropa während der Euro-Krise? Völker haben Gedächtnisse, wie Menschen auch; Kränkungen können auch kollektiv sein. Auf Kränkungen reagiert man – meistens unbewusst – aggressiv. Sie brennen sich ein. Da sind wir heute in Europa: ein großes tiefenpsychologisches Zerwürfnis.

Die Flüchtlingskrise war hier wohl nur der letzte Tropfen auf ein bereits übervolles Fass. Und die letzte politische Reaktion – die Abberufung des griechischen Botschafters aus Österreich, ein diplomatischer Vorfall, der eigentlich nur unter „verfeindeten Staaten“ angewandt wird – die letzte manifeste Reaktion einer Tragödie, zu derer aller Zeitzeugen wir jetzt werden. Aus einstürzenden Häusern versucht man heraus zu laufen, um das eigene Leben zu retten. Genau das passiert gerade in Europa. Alle laufen aus dem europäischen Haus heraus. Als könne man sich in die sichere nationale Hütte retten.

Was will man dort tun, ist wohl die eigentliche Frage. Aus dem Fensterchen der nationalen Hütte auf einen europäischen Trümmerhaufen schauen? Teetrinkend, sinnierend womöglich? Das steht Europa wohl bevor. Und damit die Frage, wie man mit diesem europäischen Trümmerhaufen in naher Zukunft umgehen soll: nationale Rollladen herunter lassen und wegschauen? Oder doch den Trümmerhaufen wegräumen, um dann wieder ein neues Haus zu bauen?

Da aber ist Europa noch nicht, und das ist die zweite Tragödie. Denn welches  europäische Haus wollen wir bauen beziehungsweise überhaupt: Wollen wir noch einmal eines bauen? Ein anderes? Ein solideres, politischeres, demokratischeres? Und wer baut mit? Wo die europäischen Konturen und der neue europäische Bauplan nicht sichtbar sind, regiert die Zerstörung der europäischen Idee das öffentliche Bewusstsein. Wir tun dies in Missachtung der Tatsache, dass wir alle Europa sind – und wir alle von diesem Kontinent nicht weglaufen können. Ulrike Guérot  IPG 1

 

 

 

 

EU-Kommission setzt Griechenland Deadline zur Registrierung der Flüchtlinge

 

Die EU-Kommission setzt Griechenland eine Frist bis Mai, um die ankommenden Flüchtlinge zu registrieren. Andernfalls könnten die Grenzkontrollen in Europa verlängert werden.

 

„Griechenland erhält bis Mai Zeit, die Außengrenzen zu schützen“, sagte EU-Innenkommissar Dimitris Avramopoulos der „Welt“. Am 12. Mai werde die Kommission die griechischen Anstrengungen bilanzieren, kündigte Avramopoulos an. „Sollten wir bis dahin keinen Erfolg erkennen, werden wir ohne zu zögern die Voraussetzungen schaffen, dass die Grenzkontrollen in Europa verlängert werden können.“

In Griechenland sitzen derzeit rund 30.000 Flüchtlinge fest, seitdem unter anderem Mazedonien seine Grenze praktisch geschlossen hat. Aber auch andere Balkanstaaten wollen täglich nur wenige Hundert Menschen durchlassen. Österreich hat ebenfalls strikte Obergrenzen für Ein- und Durchreise festgelegt. Der griechische Ministerpräsident Alexis Tsipras forderte am Donnerstag die sofortige Weiterleitung der in Griechenland gestrandeten Flüchtlinge in andere EU-Länder. Griechenland trage bereits jetzt weit mehr an der Last der Flüchtlingskrise als andere, sagte er beim Besuch von EU-Ratspräsident Donald Tusk in Athen.

Am Montag wollen die EU-Staats- und Regierungschefs bei einem Gipfeltreffen mit der Türkei erreichen, dass die Regierung in Ankara den Flüchtlingsstrom Richtung Griechenland weitgehend stoppt.

Schäuble fordert Reformen trotz Flüchtlingskrise

Griechenland darf nach Ansicht von Bundesfinanzminister Wolfgang Schäuble trotz der Flüchtlingskrise Reformen nicht verschleppen.

Die Überprüfung der Fortschritte habe nicht abgeschlossen werden können, weil sich die Regierung in Athen nicht an Vereinbarungen gehalten habe, sagte Schäuble am Donnerstag bei einem Besuch in London. Zwar sei die Flüchtlingskrise eine große Herausforderung. Sie sollte aber nicht als Vorwand dienen, um Vereinbarungen zu brechen.

Griechenland wird vor allem von den Euro-Staaten mit Milliardenkrediten vor der Pleite bewahrt. Die Regierung erhofft sich, dass die nächste Überprüfung der Reformfortschritte schnell abgeschlossen wird, um dann über eine Schuldenerleichterung verhandeln zu können. Vertreter der internationalen Gläubiger werden in diesem Monat in Athen erwartet.

Griechenland ist für Migranten aus dem Nahen Osten eigentlich ein wichtiges Transitland auf dem Weg nach Nordeuropa. Weil einige Balkanstaaten an ihren Grenzen die Einreise beschränken, sitzen Zehntausende im Norden des Landes fest. Hilfsorganisationen befürchten deswegen eine humanitäre Katastrophe. : nsa mit rtr |EA 4

 

 

 

Migrationsforscher. EU-Krise wird auf dem Rücken der Flüchtlinge ausgetragen

 

Nach Überzeugung des Migrationsforschers Andreas Pott demonstrieren kleinere EU-Länder in der Flüchtlingspolitik ihre Handlungsfähigkeit. Das gehe nicht nur zu Lasten der Flüchtenden. Europa erlebe derzeit eine Phase der Renationalisierung. Von Martina Schwager

 

Die Krise der Europäischen Union verschärft nach Ansicht des Migrationsforschers Andreas Pott derzeit auf dramatische Weise die Flüchtlingskrise. Offenbar versuchten die kleineren Länder den bisher tonangebenden Staaten wie Deutschland und Frankreich zu zeigen, dass auch sie in der Lage seien, eigene Machtinteressen durchzusetzen, sagte Pott am Montag dem Evangelischen Pressedienst (epd). „Sie wollen ihre Handlungsfähigkeit demonstrieren und tun das auf dem Rücken Griechenlands und auf dem Rücken der vor Krieg und Unterdrückung flüchtenden Menschen.“

Es sei aber eine Illusion zu glauben, dass die Menschen sich durch Zäune aufhalten ließen, betonte der Direktor des Instituts für Migrationsforschung und Interkulturelle Studien der Universität Osnabrück. Er halte es durchaus für möglich, dass irgendwann verzweifelte Flüchtlinge versuchten, die Grenzen zu überrennen. „Dann kann auch mal ein Schuss losgehen.“ Er halte die Stimmung für „riskant und dramatisch“. Im Zusammenspiel mit dem zunehmenden Rassismus in Europa könnte die Lage tatsächlich eskalieren.

Europa erlebe derzeit eine Phase der Renationalisierung, die den Fortbestand der gesamten Union bedrohe, erklärte Pott. Das sei schon in der Finanzkrise deutlich geworden, als nationalstaatliche Interessen stärker gewesen seien als europäische Solidarität. „Heute zeigt sich, wie schwer es ist, gleichzeitig die Erweiterung und die Vertiefung der Gemeinschaft zu gestalten.“ Europa gelinge es immer seltener, einen Interessenausgleich zu schaffen zwischen starken und schwächeren Ländern.

Der Professor für Sozialgeographie sagte: „Diejenigen europäischen EU-Länder, die noch an die europäische Solidarität, an gemeinsame Ziele und Politik glauben, müssen sehr bald und unmissverständlich deutlich machen, dass nationalstaatliche Alleingänge und Abschottungen nicht hingenommen werden.“ Dazu seien mehrere Sondergipfel notwendig.

Schon bald würden für die in Griechenland gestrandeten Flüchtlinge Versorgungs- und Hilfsmaßnahmen notwendig. „Denn es kann nicht sein, dass Griechenland unter der Last kollabiert.“ Griechenland brauche massive finanzielle und personelle Unterstützung, betonte Pott.

Einer der größten Fehler der jüngsten Vergangenheit sei es gewesen, dass das Dublin-System nicht schon längst durch ein europäisches Asylsystem ersetzt wurde, das die Lasten gleichmäßig verteile. Spätestens nach dem Flüchtlingsdrama auf der italienischen Insel Lampedusa hätte die EU entschlossen reagieren müssen, erklärte der Experte. Auch die Vereinbarung mit der Türkei zur Rücknahme von Flüchtlingen sei keine langfristige Lösung. Zudem sei er sehr skeptisch, dass die Türkei die Flüchtlinge tatsächlich angemessen versorgen und schützen könne.

Pott beklagte eine insgesamt konzeptionslose Flüchtlings- und Migrationspolitik, die immer nur reagiere: „Der alternde Kontinent braucht einen produktiven Umgang mit Migration insgesamt.“ Außerdem müsse sich Europa auch in Zukunft an humanitären Standards messen lassen. Aufgrund der Ungleichgewichte in der Welt und verstärkt durch den Klimawandel werde es in den kommenden Jahrzehnten immer wieder Fluchtbewegungen geben: „Europa muss flüchtenden Menschen in größerem Umfang Schutz bieten können.“ (epd/mig 1)

 

 

 

 

Danke, Frau Merkel, für Ihr Engagement!

 

Torsten Sternberg, Pforzheim, Deutschland. Unterschreiben Sie diese Petition?

 

Sehr geehrte Frau Bundeskanzlerin,

noch nie habe ich einen Brief an die Regierung unseres Landes geschrieben, aber jetzt, da ich seit Wochen täglich schlimmste Anschuldigungen, ja persönliche Anfeindungen bislang ungeahnten Ausmaßes vor allem in den sogenannten social media gegen Sie lesen muss, ist es mir ein Bedürfnis, Ihnen zu schreiben, dass es auch Menschen in unserem Land gibt, die voller Hochachtung und mit einer großen Zustimmung zu Ihrem Weg in der Flüchtlingspolitik stehen.

Ich empfinde es als völlig nachvollziehbar, dass Sie auf ganz verschiedene Weise unterwegs sind, um die vielen Baustellen zu bearbeiten. Gerade bei dem Komplex "Menschen auf der Flucht" gibt es auch nach meiner Ansicht keine einfachen Antworten, keinen Schalter, den man einfach nur umlegen müsste. Auch wenn der Ruf nach einer Obergrenze, nach Grenzkontrollen, nach Grenzzäunen und ähnliches immer lauter zu werden scheint, so habe ich den Eindruck, dass Sie viel stärker als andere ahnen, dass gerade solche Maßnahmen katastrophale Auswirkungen haben würden und zwar sowohl für die Menschen auf der Flucht, als auch für Europa und auch für uns selbst und unser eigenes Land.

Von daher wünsche ich Ihnen Ausdauer, Beharrungsvermögen, eine Klarheit Ihrer Gedanken und gutes Geschick bei den vielen Gesprächen, die Sie und viele andere in unserer Regierung nun zu führen haben.

Zudem hoffe ich, dass wir in unserem Land wieder zu einer Diskussionskultur kommen, die die Persönlichkeit der Beteiligten achtet und zwischen (einer umstrittenen) Sache und der Person gut zu unterscheiden weiß.

Dr. Steffen Bauer,  Dr. Torsten Sternberg

https://www.change.org/p/danke-frau-merkel-f%C3%BCr-ihr-engagement?recruiter=64890141&utm_source=share_petition&utm_medium=copylink de.it.press

 

 

 

Kroatiens Premier in Berlin. Merkel: Schengen wieder einführen

 

Die "Politik des Durchwinkens" beenden und Schengen wieder einführen: Darüber sprachen Kanzlerin Merkel und Kroatiens Ministerpräsident Oreškovi? in Berlin. Neben den Herausforderungen der Flüchtlingskrise war der Ausbau der wirtschaftlichen Zusammenarbeit beider Länder Thema beim Antrittsbesuch des kroatischen Premiers.

 

Es gebe kein Recht von Asylbewerbern, sich das Land auszusuchen, in dem sie in Europa Asyl beantragen, betonte Bundeskanzlerin Angela Merkel nach ihrem Treffen mit dem neuen Ministerpräsidenten der Republik Kroatien, Tihomir Oreškovi?.  In der gemeinsamen Pressekonferenz forderten beide einen besseren Schutz der EU-Außengrenze in Griechenland und die Wiederherstellung des Schengen-Raumes. Es helfe nicht, einseitige oder einzelne Beschlüsse zu fassen, betonte Merkel. Deshalb sei der EU -Rat am kommenden Montag auch aus

ihrer Sicht so wichtig, so die Kanzlerin.

Forderungen nach einer schnellen Übernahme von Flüchtlingen aus Griechenland lehnte Merkel ab. Die Situation heute sei nicht mit der Situation im vergangenen Sommer in Ungarn vergleichbar. Griechenland habe mit einer Vielzahl von Vorbereitungen begonnen. So seien die Hotspots zum Teil errichtet und es gebe Übernachtungs- und Aufenthaltsmöglichkeiten.

Politische Entwicklung in Kroatien

Die Bundeskanzlerin lobte die gute Zusammenarbeit und Freundschaft zwischen beiden Staaten und gab ihrer Hoffnung Ausdruck, diese noch auszubauen. Deutschland habe die kroatische Unabhängigkeit sowie den Beitritt des Landes zur NATO und zur Europäischen Union unterstützt. Merkel wies darauf

hin, dass in Deutschland 260.000 Kroaten leben, zwei Millionen Deutsche verbringen jedes Jahr ihren Urlaub in Kroatien. Dies unterstreiche die ausgezeichneten Beziehungen zwischen beiden Völkern und Ländern, so die Kanzlerin.

Ausbau der wirtschaftlichen Zusammenarbeit

Die wirtschaftliche Entwicklung müsse nach der Ansicht der Bundeskanzlerin und des kroatischen Ministerpräsidenten noch weiter intensiviert werden. Deshalb werde die neu eingerichtete deutsch-kroatische Task Force am 15. März ihre erste Sitzung haben. Merkel lobte die Agenda der kroatischen Regierung die das Land vorangebracht habe. Sie sprach sich auch anerkennend über die Anstrengungen Kroatiens aus, seinen Schuldenstand zu senken und die innenpolitischen Reformen voranzubringen. Allerdings seien noch bei der Verbesserungen beim Investitionsklimas vonnöten.

Oreškovi? sagte, dass seine Regierung an diesem Problem arbeite und dass man außerdem bemüht sei die Maastricht-Kriterien zu erfüllen. Pib 1

 

 

 

 

Schlappe für Rechtspopulisten. Schweizer sagen Nein zu verschärfter Ausweisung

 

Die Eidgenossen stoppen den Siegeszug der Volkspartei. Sie sperren sich gegen eine automatische Abschiebung von Menschen ohne Schweizer Staatsangehörigkeit nach Bagatelldelikten.

 

Schwere Schlappe für die rechtspopulistische Schweizerische Volkspartei: Die Bürger haben nach Hochrechnungen die Einführung eines der europaweit schärfsten Gesetze gegen straffällig gewordene Ausländer abgelehnt. Laut Schweizer Medien sagten am Sonntag etwa 57 Prozent der Stimmbürger Nein zu der sogenannten Durchsetzungsinitiative der SVP.

Mit der Ablehnung der „Durchsetzungsinitiative“ stoppten die Schweizer den Siegeszug der SVP, die in den vergangenen Jahren mit Volksabstimmungen harte Regeln gegen Ausländer durchgesetzt hatte. Die Gegner der Initiative zeigten sich erleichtert. Die Zivilgesellschaft habe „klar gemacht, dass sie Rechtsstaat, Minderheitenschutz und Menschlichkeit über Fremdenfeindlichkeit und den totalitären Machtanspruch einer einzelnen Partei stellt“, erklärte Christian Levrat, Präsident der Sozialdemokratischen Partei. Der designierte SVP-Chef Albert Rösti erklärte, es gelte, diesen Entscheid zu akzeptieren.

Die Volkspartei wollte mit der Initiative erreichen, dass Ausländer auch nach Bagatelldelikten automatisch in ihre Heimatländer ausgewiesen werden können. Die Praxis sollte zwingend für schwere Delikte wie Mord oder Einbruch gelten. Doch auch schon die Beteiligung an einer Schlägerei sollte eine automatische Ausweisung nach sich ziehen, sofern der Delinquent in den zehn Jahren zuvor zu einer Geld- oder Haftstrafe verurteilt worden war. Regierung, Parlament und die Parteien links der SVP hatten den Vorstoß als unverhältnismäßig abgelehnt.

Die Regierung hatte gewarnt, dass bei einer Annahme der Initiative die zwei Millionen Ausländer unter den mehr als acht Millionen Einwohnern der Schweiz zu Menschen zweiter Klasse gemacht würden. Auch Einwanderer der zweiten und dritten Generation wären von solchen Gesetzen betroffen gewesen. Zudem befürchtete das Kabinett eine Verschlechterung der Beziehungen zur EU. (epd/mig 29)

 

 

 

 

„Durchsetzungsinitiative“ scheitert in der Schweiz

 

Bei einer klar überdurchschnittlichen Stimmbeteiligung Prozent haben fast 60 Prozent der Schweizerinnen und Schweizer heute (Sonntag, den 28. Februar) gegen die sogenannte „Durchsetzungsinitiative“ der Schweizerischen Volkspartei (SVP) gestimmt. Damit werden ausländische Personen, die bestimmte schwere oder leichte Straftaten begangen haben, nicht automatisch aus der Schweiz ausgewiesen werden, wie es die Initiative verlangt hatte.

„Die hohe Stimmbeteiligung offenbart, dass diese Initiative die Schweizerinnen und Schweizer stark engagiert hat. Denn sie hat an den Grundsätzen des politischen Systems der Schweiz mit seinen starken direktdemokratischen Elementen gerüttelt. Ein Ja hätte das Gleichgewicht von Demokratie und Rechtstaatlichkeit erheblich ins Wanken gebracht“, so Bruno Kaufmann, Vorstandsmitglied der Nichtregierungsorganisation Democracy International und Schweizer Bürger.

Die Durchsetzungsinitiative verlangte, die detaillierten Bestimmungen zur Abschiebung von Ausländern unmittelbar in der Verfassung zu verankern und Richtern die Möglichkeit der Einzelfallprüfung auf Verhältnismäßigkeit zu nehmen. Damit wären konkret der Schutz von Minderheiten (hier die in der Schweiz lebenden zwei Millionen Ausländerinnen und Ausländer) sowie die Macht der Richter und des Parlaments eingeschränkt worden. Der Schutz der Menschenrechte und das Prinzip der Gewaltenteilung, beides Voraussetzungen für einen Rechtsstaat, wären damit verletzt worden.  

„Volksabstimmungen dürfen nicht dazu verleiten, dass die direkte Demokratie sich mit ihnen selbst verabsolutiert, sondern Elemente der direkten und der indirekten Demokratie müssen sich im Rahmen eines repräsentativen Systems gegenseitig kontrollieren. Im Fall der Durchsetzungsinitiative hat dies die Abstimmungsdebatte und nun das Ergebnis deutlich gemacht. Eine klare Mehrheit hat sich von den derzeit populären Forderungen gegen Ausländer nicht blenden lassen und für eine starke und robuste Demokratie votiert“, so Kaufmann.

Hintergrund

Die Schweizer Volkspartei (SVP) hatte die Volksabstimmung „Zur Durchsetzung der Aussschaffung krimineller Ausländer“ (Durchsetzungsinitiative) 2012 lanciert, nachdem das Schweizer Stimmvolk bereits am 28. November 2010 mit 52,9% einer Initiative zur „Ausschaffung krimineller Ausländer“ (Ausschaffungsinitiative) zugestimmt hatte. Diese Initiative verpflichtete das Schweizer Parlament, die neuen Verfassungsbestimmungen innerhalb von fünf Jahren umzusetzen, also die bestehenden Gesetze anzupassen. Darauf wollte die am rechten Rande politisierende SVP jedoch nicht warten und startete die „Durchsetzungsinitiative“, noch während das Parlament über die Umsetzung der „Ausschaffungsinitiative“ beriet. Zwischenzeitlich hatte das Schweizer Parlament (im März 2015) die Ausschaffungsinitiative umgesetzt. Nach dem Nein zur Durchsetzungsinitiative wird also nun die Ausschaffungsinitiative regeln, wann verurteilte Ausländerinnen und Ausländern abgeschoben werden sollen.

Weitere Volksabstimmungen

 

Für das Schweizer Stimmvolk standen bis zum 28. Februar drei weitere Vorlagen an: Die von den Christdemokraten lancierte Volksinitiative „Für Ehe und Familie – gegen Heiratsstrafe“ fordert, dass die Ehe nicht gegenüber anderen Lebensformen benachteiligt wird und schreibt fest, dass der Ehe-Begriff in der Verfassung auf heterosexuelle Partnerschaften eingegrenzt werden soll. Die linke Initiative „Keine Spekulation mit Nahrungsmitteln!“ verlangte ein Verbot von spekulativen Finanzgeschäften in der Schweiz, die sich auf Agrarrohstoffe und Nahrungsmittel beziehen. Zuletzt stand mit der vom Parlament beschlossenen „Sanierung Gotthard-Straßentunnel“ eine Frage zur Disposition, welche die Schweiz seit Jahrzehnten umtreibt: ob nämlich mit dem Bau einer zweiten Straßen-Röhre durch den Gotthard der seit 1994 in der Bundesverfassung verankerte Alpenschutz noch Gültigkeit besitzen soll. 

 

Nach Hochrechnungen zum Zeitpunkt der Aussendung dieser Mitteilung stimmten die Schweizerinnen und Schweizer für den Bau der zweiten Gotthardröhre, während sie gegen die Initiative des Spekulationsstopps votierten. Die Volksabstimmung zur Heiratsstrafe ist noch offen. Die Website Neue Zürcher Zeitung  www.nzz.ch informiert live über die Ergebnisse.

Themendossier

Was bedeutet der Begriff „Rechtsstaat“, und in welchem Verhältnis stehen Demokratie und Rechtsstaat zueinander? Wann lässt sich sagen, dass ein konkreter Rechtsstaat in Gefahr sei? Democracy International hat diese Fragen mit dem Hintergrunddossier "Der Rechtsstaat - Wann ist er in Gefahr?" beleuchtet. Zudem beinhaltet es Fragen zur empirischen Untersuchung eines konkreten Rechtsstaats. Es ist online hier abrufbar.

Cora Pfafferott, Democracy International

 

 

 

 

Zeit des Aufbegehrens. Wirtschaftlich entwickelt sich Afrika langsam – politisch dafür umso schneller.

 

Die Einschätzungen zur wirtschaftlichen Entwicklung auf dem afrikanischen Kontinent oszillieren zwischen Pessimismus und Optimismus. Optimistische Stimmen sprechen vom enormen Reichtum natürlicher Ressourcen – mineralische und fossile Rohstoffe, riesige, vermeintlich ungenutzte und verfügbare landwirtschaftliche Flächen –, und vom sich rasant ausweitenden Engagement Chinas in Afrika. Eine pessimistische Position, wie sie Rick Rowden vertritt, weist demgegenüber mit Recht darauf hin, dass es sich hier nicht um eine eigenständige und nachhaltige wirtschaftliche Entwicklung der afrikanischen Staaten handelt. Vielmehr geht es um die fortgesetzte Ausbeutung ihrer Ressourcen und Zementierung von Machtasymmetrien und postkolonialen Abhängigkeitsverhältnissen. Der Blick auf die Strukturen der Internationalen Politischen Ökonomie und ihre Folgen für die afrikanischen Volkswirtschaften berechtigt zu einiger Skepsis.

Politisch sind viele afrikanische Gesellschaften hingegen in beeindruckender Weise in Bewegung, auch wenn in den europäischen Medien nach wie vor Bilder von Afrika vorherrschen als von Hunger und Krieg gezeichnetem Kontinent, den seine Bewohner anscheinend in Scharen verlassen. Tatsächlich sind die Lebensbedingungen vieler Afrikaner nur als schecht zu bezeichnen: Ernährungsunsicherheit, unverhältnismäßig hohe Lebenshaltungskosten, mangelnde Gewährleistung politischer, sozialer, wirtschaftlicher und kultureller Rechte, unzureichender Zugang zu sozialer Infrastruktur. Doch die Menschen reagieren keineswegs immer mit Fatalismus oder Flucht: Sie fordern ihre Rechte aktiv ein, und dies auf dem gesamten Kontinent.

Weltweit bekannt wurde beispielsweise die südafrikanische Bewegung Abahlali baseMjondolo (AbM) mit ihrer Kritik an der Wohnungsbau- und Stadtentwicklungspolitik des African National Congress (ANC). AbM gründete sich 2005 im Zuge von Protesten in Durban gegen den Verkauf städtischer Flächen, die der Gemeinderat den Bewohnern von Wellblechhütten (shacks) für den Bau neuer Häuser versprochen hatte. Proteste gegen unverhältnismäßig hohe Nahrungsmittel- und Benzinpreise sind seit Jahren in vielen Ländern Afrikas an der Tagesordnung. Die Bewegung „Occupy Nigeria“ gründete sich im bevölkerungsreichsten Land Afrikas Anfang 2012 aufgrund des Wegfalls der Benzinpreis-Subventionen. Unter dem Motto „Walk to Work“ verknüpften sich 2011 in Uganda wirtschafts- und demokratiepolitische Forderungen: Massenhaft gingen die Menschen zu Fuß zur Arbeit, um auf die für viele unerschwinglichen Transportkosten hinzuweisen. Zugleich artikulierte sich in „Walk to Work“ Protest gegen die Regierung von Yoweri Museveni und deren repressives Vorgehen gegenüber politischer Opposition.

Für demokratische Rechte kämpfen so unterschiedliche Gruppen wie Gewerkschaften, Hip-Hop-Bewegungen und Frauengruppen in zahlreichen Staaten, in denen langjährige Präsidenten versuchen, sich durch Verfassungsänderungen eine weitere Amtszeit zu ermöglichen. Eines von vielen Beispielen hierfür ist Y’en a marre, eine Bewegung, die im Vorfeld der senegalesischen Präsidentschaftswahlen Anfang 2012 gegen die Kandidatur von Aboulaye Wade mobilisierte, jedoch ohne dabei den Gegenkandidaten Macky Sall zu unterstützen. Verankert im Milieu der verarmten städtischen Jugend und der Hip-Hop-Bewegung, protestierte Y’en a marre nicht nur gegen eine dritte Amtszeit des Präsidenten, sondern zugleich gegen die Lebensbedingungen der armen Bevölkerungsgruppen in den Städten. Trotz des eigentlich negativen Bildes, das von armen städtischen Jugendlichen im Allgemeinen und der Hip-Hop-Bewegung im Besonderen in der älteren Generationen in Senegal vorherrscht, erreichte die Bewegung dort wie im Ausland beträchtliche Anerkennung.

Auch die jüngsten, gewaltsam niedergeschlagenen Proteste in Burundi im April 2015 entzündeten sich am Streben des Präsidenten Pierre Nkurunziza nach einer dritten Amtszeit. Erst ein halbes Jahr zuvor, Ende Oktober 2014, musste in Burkina Faso Blaise Compaoré nach 27 Jahren an der Macht vom Präsidentschaftsamt zurücktreten. Auch er stürzte nach Monate andauernden Massenprotesten über den Versuch, den Verfassungsparagraphen zu ändern, demzufolge er im nächsten Jahr die Macht an einen gewählten Nachfolger hätte abgeben müssen. Die Wahlen fanden im November 2015 statt. Zwar hatte eine Compaoré gegenüber loyale Einheit des Militärs im September noch versucht, sie mit einem Putsch zu verhindern. Doch die Menschen in Burkina Faso, einem der ärmsten und am wenigsten „entwickelten“ Länder der Welt, gingen zu Hunderttausenden auf die Straße und zwangen die Putschisten nach einer Woche zur Aufgabe.

Viele Afrikaner haben längst erkannt, worauf Rick Rowden hinweist: dass Rohstoffabbau und die Ausweitung der Agrarindustrie keine nachhaltige Entwicklung schaffen. Die Mehrheit der armen Bevölkerungsgruppen profitiert keineswegs von Liberalisierung und Freihandel oder von der Ausweitung des industriellen Bergbaus und der Investitionen in die kommerzielle Landwirtschaft. Im Gegenteil: Diese Gruppen tragen die Kosten in Form zunehmender Verarmung durch steigende Kosten für Nahrungsmittel, Benzin, Bildung und Gesundheit sowie die Einschränkung oder Zerstörung ihrer wirtschaftlichen Lebensgrundlagen. Und dies findet nicht erst in jüngster Zeit statt: Schon in den späten 1980er und den 1990er Jahren fanden afrikaweit Massenproteste gegen die von den Internationalen Finanzinstitutionen erzwungenen und vielen Regierungen allzu bereitwillig umgesetzten Maßnahmen der wirtschaftspolitischen Liberalisierung und sogenannten Strukturanpassung sowie ihrer teilweise verheerenden sozialen Folgen statt.

Es lässt sich darüber streiten, inwiefern die zahlreichen, über den Kontinent verteilten Proteste und Bewegungen Ausdruck eines „afrikanischen Erwachens“ oder „afrikanischen Aufstands“ sind. In jedem Fall zeigen sie deutlich, dass die Menschen die ihnen vorenthaltene wirtschaftliche und politische Entwicklung nicht tatenlos hinnehmen. In der Regel richten sich die Proteste gegen die nationalen Regierungen. Denn sie sind in der Pflicht, Zwängen von Liberalisierung und Freihandel etwas entgegenzusetzen und dafür zu sorgen, dass von Ressourcenreichtum und möglichen Investitionen die Bevölkerungen profitieren – und zwar vor allem jene marginalisierten Gruppen, denen dieses Recht viel zu lange zugunsten von multinationalen Unternehmen und nationalen Eliten verweigert wurde. Bettina Engels  IPG 1

 

 

 

 

Brüssel will Griechenland finanziell unterstützen

 

Die EU-Kommission schnürt einem Medienbericht zufolge für die Bewältigung der Flüchtlingskrise ein Nothilfe-Paket von 700 Millionen Euro. Das Geld solle in den kommenden drei Jahren vor allem in das überlastete Griechenland fließen, berichtete das „Wall Street Journal“ heute.

Zur Finanzierung könnte ein Topf angezapft werden, der eigentlich für Nothilfe in Afrika und anderen Regionen außerhalb der EU reserviert ist.

Der EU-Kommissar für humanitäre Hilfe, Christos Stylianides, werde das Paket am Mittwoch präsentieren, sagte seine Sprecherin. Es gehe um „Nothilfe innerhalb der EU“.

Der EU-Gipfel am 19. Februar hatte der Kommission – nicht zuletzt auf Drängen von Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) – den Auftrag erteilt, angesichts der Schwierigkeiten in Griechenland die Möglichkeit für EU-interne Nothilfe zu schaffen.

Die Lage in Griechenland hat sich seitdem noch zugespitzt: Alleine vor der mazedonischen Grenze steckten bis zum Montag mehr als 7000 Flüchtlinge fest,

im ganzen Land waren es 22.000. Die Regierung in Athen warnte, bis zum März könne die Zahl auf 70.000 ansteigen, wenn die Balkanroute blockiert bleibe.

Einer Kommissionssprecherin zufolge will Brüssel Griechenland unter anderem bei der Bereitstellung von Flüchtlingsunterkünften, Sachleistungen und finanzieller Hilfe für die Neuankömmlinge unter die Arme greifen.

Das Geld könnte vom Europäischen Amt für humanitäre Hilfe (Echo) kommen, das normalerweise nur Unterstützung außerhalb der EU leistet. Mit dem Rückgriff auf Echo würde für das Ausland bestimmtes Geld also für den internen Gebrauch umgeschichtet. EurActiv mit AFP  1

 

 

 

 

Alleingänge. Streit über Grenzschließungen und Flüchtlingskontingente

 

Österreich will seine Grenzen mehr kontrollieren und Flüchtlinge nur noch nach Kontingenten ins Land lassen. Auch mancher deutsche Politiker sieht darin eine Lösung für die hohen Asylbewerberzahlen. Andere sind entschieden dagegen.

 

Österreichs Ankündigung, Flüchtlinge nur noch nach Tageskontingenten ins Land zu lassen, hat in Deutschland die Debatte um den Umgang mit Geflohenen weiter angeheizt. Bayerns Ministerpräsident Horst Seehofer (CSU) begrüßte die Initiative und erklärte, Obergrenzen bremsten den Zustrom. Die rheinland-pfälzische Ministerpräsidentin Malu Dreyer (SPD) hingegen sagte, das Hochziehen nationaler Grenzen führe nur zum Rückstau in anderen Staaten. „Wir lösen die Flüchtlingsfrage damit nicht, und wir können sie auch nicht delegiert lassen“, sagte sie im Interview der Woche im SWR.

Die EU-Sozialkommissarin Marianne Thyssen sprach sich ebenfalls gegen Grenzschließungen aus. „Der Vorwurf, Angela Merkel habe alle Tore geöffnet und Flüchtlinge wie ein Magnet angezogen, ist nicht gerechtfertigt“, sagte sie den Zeitungen der Essener Funke Mediengruppe. Europa, und besonders Deutschland mit seiner funktionierenden sozialen Marktwirtschaft, habe die rechtliche und moralische Verpflichtung, sich dem Flüchtlingszuzug anzunehmen.

Seehofer hingegen sagte dem Spiegel: „Ich prophezeie Ihnen: Wenn Deutschland deutlich macht, dass es Grenzen für die Aufnahme gibt, dann wird auch die Zuwanderung abebben.“ Wenn eine europäische Lösung nicht vorankomme, müsse mehr auf nationale Maßnahmen gesetzt werden. „Konkret heißt das: Kontrolle unserer nationalen Grenzen und Rückweisung von Flüchtlingen.“

Unionsfraktionschef Volker Kauder (CDU) lehnt dagegen solche Maßnahmen ab. „Deutschland darf als die Führungsnation in Europa keine einsamen Entscheidungen treffen“, sagte er Focus. „Wenn jeder nur sein nationales Ding macht, verändert das Europa in rasender Geschwindigkeit zum Schlechten.“

Auf Einladung Österreichs hatten sich am Mittwoch in Wien zehn Länder auf einer Westbalkan-Konferenz auf nationale Maßnahmen für eine stärkere Grenzsicherung verständigt. Zugleich hat Österreich eine nationale Obergrenze für Flüchtlinge geschaffen, lässt aber trotzdem weiterhin Flüchtlinge nach Deutschland durchreisen.

Laut Medienberichten bereiten sich die bayerischen Polizeipräsidien entlang der bayerisch-österreichischen Grenze auf mögliche Grenzschließungen vor. Die drei Präsidien Niederbayern, Oberbayern Süd und Schwaben Süd/West hätten den Auftrag, alle Vorbereitungen dafür zu treffen, innerhalb weniger Stunden alle Grenzübergänge wieder kontrollieren zu können.

Der Leiter des Bundesamts für Migration und Flüchtlinge, Frank-Jürgen Weise, hält eine Grenzschließung jedoch nicht für möglich. „Eine geschlossene Grenze müsste immer überwacht werden. Dafür fehlt uns schon das Personal“, sagte er der Funke Mediengruppe.

Nach Informationen des Spiegel sind auf der Balkanroute vor allem Frauen und unbegleitete Jugendliche in Richtung Europa unterwegs. Sie machten bis zu 80 Prozent aller Flüchtlinge auf der Route aus, berichtete das Magazin unter Berufung auf das Protokoll einer Telefonkonferenz des Bundesinnenministeriums. „Es wird angenommen, dass dies bereits eine Reaktion auf die in Deutschland vorgesehenen gesetzlichen Änderungen mit Bezug auf Familiennachzug ist“, heißt es demnach in dem Protokoll. Der Bundestag hat am Donnerstag eine Verschärfung des Asylrechts beschlossen, die auch eine Aussetzung des Familiennachzugs vorsieht. (epd/mig 29)

 

 

 

 

Schwierige Zeiten für demokratischen Wandel

 

Nicht nur aufgrund der Flüchtlingszahlen nimmt die deutsche Öffentlichkeit internationale Krisen derzeit recht unmittelbar wahr.

Konfliktlösungen allerdings sind kaum in Sicht, im Gegenteil: Politische und soziale Spannungen nehmen weltweit zu. Und sie kommen Westeuropa so nah wie lange nicht.

 

Gütersloh, 29. Februar 2016. Demokratie und soziale Marktwirtschaft entwickeln sich weltweit zurück. Zugleich steigt der Einfluss von Religion auf politische Institutionen und Rechtsordnungen. Zu diesem Ergebnis kommt der aktuelle Transformationsindex der Bertelsmann Stiftung (BTI), der seit 2006 alle zwei Jahre 129 Entwicklungs- und Transformationsländer analysiert. Demnach schränken viele Regierungen Freiheit und Bürgerrechte immer stärker ein, um ihre eigene Macht zu sichern. Selbst in relativ stabilen Demokratien sind Regierungen oft nicht in der Lage, politische und soziale Konflikte zu entschärfen.

 

Die 250 Wissenschaftler, die für den BTI die Entwicklungs- und Transformationsländer anhand von 17 Kriterien beobachten, attestieren lediglich noch sechs Staaten eine sehr gute Regierungsqualität – so wenigen wie nie. Demgegenüber stehen 46 Länder, deren Regierungen laut BTI in ihren Transformationsbemühungen schwach oder gescheitert sind.

 

Religion gewinnt an Einfluss auf Politik

Die Intensität von sozialen, ethnischen und religiösen Konflikten hat in den letzten zehn Jahren zugenommen, im globalen Durchschnitt um über einen halben Punkt auf der BTI-Zehnerskala. Gesellschaftliche Auseinandersetzungen werden zunehmend entlang religiöser Konfliktlinien ausgetragen. Extremistische Organisationen, die - von Boko Haram und Al-Qaida über den Islamischen Staat bis zu den Taliban – zumeist einer militant-dschihadistischen Ideologie anhängen, befördern diese Konflikte.

 

Eine stärkere religiöse Aufladung von Politik ist weder ausschließlich begrenzt auf den arabischen Raum, noch auf muslimische Mehrheitsgesellschaften, auch wenn sie dort am stärksten ausgeprägt ist. Insgesamt zählt der BTI 42 Staaten weltweit, in denen religiöse Dogmen politische Systeme spürbar beeinflussen. In 21 Staaten – etwa Irak, Libyen, Türkei und Äthiopien – sind Rechtsordnung und politische Institutionen einem stärkeren Einfluss von Religion ausgesetzt als 2014. In den vergangenen zehn Jahren nahm der Einfluss religiöser Dogmen in 53 Ländern zu und nur in zwölf Ländern ab, einer der stärksten Negativtrends unter allen BTI-Kriterien.

 

“Ring of Fire” um Europa

Auch wenn unter den 129 Entwicklungs- und Transformationsländern die Zahl der demokratisch regierten Länder von 72 auf 74 gestiegen und die Zahl der Autokratien von 57 auf 55 gesunken ist, ist der Trend innerhalb der beiden Regimetypen negativ. Der Anteil der Autokratien, die der BTI als „hart“ bezeichnet, stieg seit der letzten BTI-Ausgabe vor zwei Jahren von 58 auf 73 Prozent. Nur noch 15 Autokratien schützen Bürgerrechte zumindest in Ansätzen und gewähren in beschränktem Umfang politische Rechte. In den anderen 40 Autokratien sind willkürliche Inhaftierungen von Menschenrechtlern und Journalisten ebenso an der Tagesordnung wie Druck auf zivilgesellschaftliche Organisationen. In autoritären Regimen wie Ägypten, China oder Russland werden regierungskritische Kräfte immer unnachgiebiger verfolgt und unterdrückt.

 

Jede zweite Demokratie stuft der BTI als „defekt“ ein, jede fünfte mittlerweile sogar als „stark defekt“. Besonders ausgeprägt sind Einschnitte in Organisations- und Versammlungsfreiheit. In fast allen Ländern Ostmittel- und Südosteuropas wurde die Presse- und Meinungsfreiheit stärker eingeschränkt als noch vor zehn Jahren.

 

Deutliche politische und wirtschaftliche Rückschritte haben die Staaten in Nordafrika, dem Nahen Osten und Osteuropa gemacht – in unterschiedlichem, aber alarmierendem Ausmaß. Aart De Geus, Vorstandsvorsitzender der Bertelsmann Stiftung: „Unsere Nachbarschaft ist konfliktreicher, instabiler und autoritärer geworden: rund um Westeuropa hat sich ein Ring of Fire gebildet. Was vor allem beunruhigt, ist die wachsende Unfähigkeit zur gesellschaftlichen und politischen Debatte.“ Diese Entwicklung begünstige Populismus und Radikalisierung. „Die westliche Welt kann sich gar nicht genug anstrengen, neue Wege des Dialogs in und zwischen den Ländern finden zu helfen“, sagte De Geus.

 

Die Transformationskrisen und Konflikte hängen dem BTI zufolge untrennbar mit sozialen Missständen zusammen. Insbesondere Armut, Ungleichheit und wirtschaftliche Perspektivlosigkeit stellen sozialen Sprengstoff dar, der sich in Protesten gegen schlechte Regierungsführung entlädt. Angesichts dieses sozialen Handlungsdrucks mache sich umso empfindlicher bemerkbar, dass die vormals günstigeren weltwirtschaftlichen Rahmenbedingungen nicht konsequenter für Investitionen in Bildung, Gesundheit und sozialen Ausgleich genutzt worden sind. In den letzten Jahren ist der verfügbare Spielraum geschrumpft, und die Leistungsstärke wesentlicher Volkswirtschaften wie Brasilien, Indien, Mexiko, Russland und Südafrika ist ebenso kontinuierlich wie deutlich zurückgegangen.

 

Zusatzinformationen

Seit 2006 analysiert und bewertet der Transformationsindex der Bertelsmann Stiftung (BTI) regelmäßig die Qualität von Demokratie, Marktwirtschaft und guter Regierungsführung in 129 Entwicklungs- und Transformationsländern. Grundlage für die Bewertung sind detaillierte Länderberichte von 250 Experten international führender Universitäten und Think Tanks. Der BTI ist der einzige international vergleichende Index, der die Qualität von Regierungshandeln mit selbst erhobenen Daten misst und eine umfassende Analyse von politischen Gestaltungsleistungen in Transformationsprozessen bietet. 

Bertelsmann Stiftung 29

 

 

 

 

Patriotismus ist nicht gleich Nationalismus. Es wird Zeit, dass die Linke das endlich begreift.

 

Wer hoffte, die Labour Party würde in nächster Zeit einen Draht zum britischen Volk finden, wurde enttäuscht, als Jeremy Corbyn an dem Septembertag, an dem er zum Parteichef gewählt wurde, die Labour-Hymne „The Red Flag“ anstimmte. Nachdem er sich mit dem Lied, das der breiteren Bevölkerung nichts bedeutet, ja für viele mit dem Schrecken des Totalitarismus verknüpft ist, von der Menge abgesetzt hatte, blieb er konsequent und verweigerte sich in der Kathedrale St. Paul’s im Gottesdienst zum Gedenken an die Luftschlacht um England der britischen Nationalhymne. Damit gab er der weit verbreiteten Vorstellung, Labour sei gewissermaßen antibritisch, weitere Nahrung. Ironischerweise ist ja sozialistische Politik eigentlich per se patriotisch, doch Labour hadert seit jeher mit diesem Konzept.

Corbyn ist ein anständiger Mensch und steht in der eigenwilligen britischen Labour-Tradition eines Michael Foot, eines Tony Benn und vielleicht auch eines Ed Milliband. Doch alle vier sind weltstädtische Intellektuelle, die nie verstehen konnten und wohl auch nie verstehen werden, warum so viele einfache Leute solch leidenschaftliche Gefühle mit ihrem Land verbinden. Da sie sich international orientieren, ist für sie Patriotismus etwas Unappetitliches, und das unterscheidet sie von ihren Wählerinnen und Wählern. Wie Nicola Sturgeon von der Schottischen Nationalpartei SNP und Nigel Farage von Ukip nimmt Corbyn kein Blatt vor den Mund, und das ist eine positive Eigenschaft. Er nimmt die Menschen für sich ein. Doch die breite Wählerschaft will mehr, ihr sind Lieder, Gesten und Symbole wichtig. Die Bildsprache von Labour geht an diesen Bedürfnissen völlig vorbei.

Eine entschiedene Haltung gegenüber multinationalen Konzernen und Banken, die Verstaatlichung und der Schutz von Schlüsselindustrien, eine progressive Besteuerung der Superreichen, Steuererleichterungen für die Bedürftigen, der Schutz des Sozialstaats, die Zusammenarbeit mit weltoffenen Gewerkschaften, die sich für die Rechte körperlich schwer arbeitender Menschen einsetzen, die Überwindung der Immobilienkrise, die Millionen ins Unglück gestürzt hat, die Unterstützung all jener schutzloser Menschen, die im Namen der „Austerität“ schikaniert werden, der Kampf gegen die „soziale Bereinigung“ und Gentrifizierung Londons – all das ist Patriotismus, wenn man unter einem Land seine Bürgerinnen und Bürger und seine Kultur versteht. Und das müsste doch schon fast ausreichen, jede einzelne Wahl zu gewinnen. Doch so hat das nie funktioniert.

Zum Teil liegt das an den Konservativen und der Unterstützung, die sie in den Medien erhalten. Doch die Schuld ist auch bei Labour zu suchen, besonders dem Element in der Partei, das mit Großbritannien im Allgemeinen und England im Besonderen nichts anzufangen weiß. George Orwell schrieb vor 75 Jahren in seinem klassischen Essay „Der Löwe und das Einhorn“: „England ist vielleicht das einzige große Land, dessen Intellektuelle sich ihrer Nationalität schämen. In linken Kreisen findet man es immer ein wenig peinlich, Engländer zu sein.“ Daran hat sich bis heute kaum etwas geändert.

Orwell fuhrt damals fort: „Von ihrer Ausrichtung her ist die englische Intelligentsia jedenfalls europäisiert. Sie bezieht ihre Küche aus Paris und ihre Ansichten aus Moskau. Im allgemeinen Patriotismus des Landes bildet sie eine Art Insel der Andersdenkenden.“

Vor einigen Jahren schilderte Martin Amis in seinem hervorragenden Buch „Koba der Schreckliche" die Weigerung dieser Gruppe, sich mit der sowjetischen Schreckensherrschaft auseinanderzusetzen. Der großstädtische intellektuelle Snobismus ist Teil eines älteren antienglischen Rassismus und reicht Jahrhunderte zurück bis zu den multinationalen Monarchen, die die einheimischen Bauern verachteten.

Patriotismus ist nicht dasselbe wie Nationalismus und sollte auch nicht über Krieg oder den Hass auf andere definiert werden. Patriotismus hat mit Identität und Kultur zu tun, gemeinsamen Bräuchen und Werten. Darüber hat sich die britische Gesellschaft entwickelt, im besten Sinne einer Großfamilie, die sie verbinden und Einheit stiften kann. Für die meisten Menschen hängt der Patriotismus gar nicht so sehr mit dem Staat zusammen, sondern er stellt eine historische Verbindung her. Patriotismus kann selektiv sein und Mythen erschaffen, ist aber allen Überzeugungen gemein. Man muss nicht einmal das Wort „Patriotismus“ bemühen. Es ist alles eine Frage der Interpretation und der Gewichtung. Man kann Patriotismus auch als eine Form des Lokalismus betrachten.

Niemand möchte, dass seine Kultur ignoriert, beleidigt, abgetan wird. Vielleicht ist der Patriotismus in der breiten Bevölkerung stärker, weil dort die Kultur lebt und atmet, vielleicht kommt er im Alltäglichen eher vor als im Kunstmuseum. Hier ist die Bildung breiter und unmittelbarer, befreit von den Einschränkungen des universitären Auditoriums. Großbritannien ist ein besonderes Land. Warum sollten das die Briten nicht sagen und stolz darauf sein?

Die nationalistisch ausgerichtete SNP vertritt linke Werte und führt vor, was sich erreichen lässt, wenn man diese mit Vaterlandsliebe verbindet. Sie ist erfolgreich, dynamisch und hip, und sie rückt das Volk und die Kultur auf eine Weise in den Mittelpunkt, die in England nicht zulässig wäre. Doch auch hier lauern Gefahren, denn die SNP setzt sich nicht mit den Realitäten der EU auseinander, die faktisch das Konzept echter Unabhängigkeit ablehnt.

Was die SNP erreicht hat, ist enorm, doch der Aufstieg der rechtspopulistischen Ukip ist nicht weniger eindrucksvoll. Fast vier Millionen Britinnen und Briten gaben ihr bei der Parlamentswahl ihre Stimme. Diesen Erfolg hat Ukip, weil sie britisch und stolz ist, wenn auch ohne die linken innenpolitischen Inhalte der SNP. Dennoch hat sie in großer Zahl ehemalige Labour-Wähler aus der Arbeiterschicht an sich gebunden. Diese haben sich von Labour abgewandt, weil sie die Partei als abgehoben und elitär empfinden. Ukip begreift, dass Großbritannien erhalten bleiben und zuallererst die Kontrolle über seine Gesetzgebung wiedererlangen muss.

Seit Generationen behaupten die Tories, für Patrioten seien sie die richtige Wahl. Die Partei ist ganz groß, wenn es um theatralische Gesten geht. Dabei machte sie es erst möglich, dass die Reichen in Großbritannien und in der Welt auf Kosten des Volkes immer reicher wurden. Alles steht zum Verkauf. Die Konservativen wirtschaften das Land, das sie angeblich so lieben, herunter, präsentieren den Bürgerinnen und Bürgern die Rechnung für das Missmanagement der Banken und lassen es zu, dass Multimillionäre, die keine Ahnung haben, wie es ist, ohne einen Penny dazustehen und sich für wenig Geld abzurackern, in den vorderen Reihen des Parlaments Platz nehmen. Eine zügellose freie Marktwirtschaft kann nicht patriotisch sein, doch die Tories schwenken den Union Jack, den Labour ihnen sauber zusammengefaltet auf einem Tablett überreicht hat.

Tony Blair erkannte das alles, doch nicht einmal er konnte es nachhaltig ändern. Nachdem Neil Kinnock die Richtung vorgegeben, die sozialdemokratische rote Rose eingeführt und den Einfluss der trotzkistischen Militant Tendency beendet hatte, ging Blair diesen Weg weiter und betonte die liberale Tradition des Landes ebenso wie seine starke Arbeitsethik. Das Ergebnis war eine „neue“ Labour Party, die die breite Bevölkerung erreichte und zum ersten Mal in Wahlen erdrutschartige Siege davon trug. Erreicht wurde das unter anderem, weil sich Labour zur Mitte hin bewegte, was notwendig war in einem Land, das die Extreme ablehnt. Dennoch wurden sozialistische Prinzipien umgesetzt, und alles in allem war es eine gute Zeit. Blair war Lokführer des Schnellzugs „Cool Britannia“, vielleicht eine künstliche Reproduktion der Sixties, jedoch eine, die hip war, eingewickelt in den Union Jack. Die Bevölkerung setzt ihre Nationalflagge nicht mit Sklaverei oder Empire gleich, sondern mit der Popkultur und mit dem Durchhalten im Zweiten Weltkrieg. In den Blair-Jahren lieferten Oasis, Blur und die Happy Mondays den Soundtrack für einen Remix aus freier Marktwirtschaft und sinnvollen Investitionen in den Sozialstaat. Dann ging es freilich bergab, und wenn Blair sich durchgesetzt hätte, wäre Großbritannien schon vor Jahren in der Euro-Zone untergegangen, denn wie Neil Kinnock verguckte er sich in die EU und hatte ein gutes Näschen für Karrierechancen. Eine Zeitlang aber verschwand der Mangel an Patriotismus, der Labour so lange angehaftet hatte, und die Partei war für viele wählbar.

In einem liberalen und toleranten Land wie Großbritannien verschmäht die Wählerschaft Labour von vornherein, weil sie bei ihr zu viel Intoleranz und Arroganz wahrnimmt. „Vielfalt“ ist der neue Fetisch der Medien und der politischen Klasse, dabei hat es Vielfalt immer gegeben, und sie ist sogar eine von Großbritanniens Stärken. Sie äußert sich in den vier Nationen des Vereinigten Königreichs, in unseren Metropolen und Kleinstädten, in den Stammeswurzeln und deren Geschichten, in den Festen und Traditionen, den Dialekten, der Musik, der Küche, den Rivalitäten und den vielen kulturellen Schrullen. Diese Vielfalt wurde nie getrennt und zerpflückt, denn die Zusammengehörigkeit galt als wichtig.

Als Orwell „Der Löwe und das Einhorn“ schrieb, führte Großbritannien einen Krieg gegen den Faschismus und setzte sich zeitweise allein gegen das Dritte Reich zur Wehr; darauf kann man sehr stolz sein. Die Punkband Cockney Rejects textete in einem ihrer bekanntesten Songs „The Power and the Glory“: „And the fat men sat in office blocks / Said ‚look, we won the war’ / And the tears we shed over our dead / Made us hate them all the more.“

Ein patriotischer Sozialismus vermittelt den Britinnen und Briten Stolz auf ihre Vorfahren und Geschichte und Wut auf das Establishment. Cock Sparrer, eine der wichtigsten britischen Punkbands, singen im Refrain ihres Songs „England Belongs to Me“: „No one can take away our memory / England belongs to me.“

Wenn Labour wieder Erfolg haben will, muss die Partei den Patriotismus der Menschen begreifen, die sie ansprechen und vertreten will, ja, die Politikerinnen und Politiker an der Parteispitze sollten diesen Patriotismus teilen.

Die englische Originalfassung dieses Artikels erschien im Januar 2016 in der britischen Zeitschrift New Statesman. John King  IPG 1

 

 

 

 

NPD-Verbot. Gerichtspräsident: Parteiverbot „ein zweischneidiges Schwert“

 

Zum zweiten Mal steht die NPD auf dem Prüfstand des obersten deutschen Gerichts. Gerichtspräsident Voßkuhle nennt ein Parteiverbot ein „zweischneidiges Schwert“. Befangenheitsanträge der NPD gegen zwei Richter wurden in Karlsruhe abgelehnt.

 

Das Bundesverfassungsgericht verhandelt seit Dientag auf Antrag des Bundesrats über ein Verbot der NPD. Die rechtsextreme Partei steht damit zum zweiten Mal auf dem Prüfstand des höchsten deutschen Gerichts. Zum Auftakt der mündlichen Verhandlung, die zunächst auf drei Tage angesetzt ist, lehnte das Karlsruher Gericht Befangenheitsanträge der NPD gegen zwei Richter ab. Mit einer Entscheidung in dem Verbotsverfahren wird erst in einigen Monaten gerechnet.

„Die NPD ist eine rassistische, revisionistische und demokratiefeindliche Partei“, sagte Bundesratspräsident Stanislaw Tillich (CDU). Die NPD sei gefährlich und arbeite aktiv-kämpferisch darauf hin, die freiheitliche demokratische Grundordnung der Bundesrepublik Deutschland zu beseitigen. Die vergangenen zwei Jahre hätten gezeigt, dass die Partei zum Hass aufstacheln könne. Brandanschläge auf Asylbewerberunterkünfte seien Folge ihres rassistischen Gedankenguts, sagte Sachsens Ministerpräsident.

Die NPD sei die „institutionelle und von der staatlichen Parteienfinanzierung unterstützte Basis eines rechtsextremistischen Netzwerks“, sagte Tillich. Zudem untergrabe sie europäische Grundwerte und ziele außenpolitisch auf die „Zerstörung der europäischen Friedensordnung“.

Gerichtspräsident: Parteiverbot ein zweischneidiges Schwert

NPD-Anwalt Peter Richter erklärte in seiner einführenden Stellungnahme, durch das Verfahren solle „faktisch die Todesstrafe gegen eine politische Partei verhängt werden“. Damit werde in die Meinungsbildungsoption des Volkes massiv eingegriffen. Bei dem Verbotsverfahren gehe es den Antragstellern nur um Politik und Machterhalt. Die NPD habe sich bisher nicht zum Verbotsverfahren geäußert, weil „wir glauben, dass eine vertrauliche Kommunikation nicht gewährleistet ist“. Die NPD gehe davon aus, dass sie abgehört werde.

Zum Auftakt hatte Gerichtspräsident Andreas Voßkuhle auf die Risiken des Verfahrens hingewiesen. Ein Parteiverbot sei „ein scharfes, zweischneidiges Schwert“, das mit Bedacht einzusetzen sei. „Es schränkt die Freiheit ein, um Freiheit zu bewahren“, sagte Voßkuhle. Jedes Verbotsverfahren sei eine „ernsthafte Bewährungsprobe für den freiheitlich-demokratischen Verfassungsstaat“.

Befangenheitsanträge der NPD abgelehnt

Befangenheitsanträge der NPD gegen die Richter Peter Müller und Peter Huber lehnte das Gericht ab. Politische Äußerungen seien Bundesverfassungsrichtern nicht grundsätzlich verwehrt, sagte Gerichtspräsident Voßkuhle. Müller (CDU) war von 1999 bis 2011 Ministerpräsident des Saarlands, Huber (CDU) war von 2009 bis 2010 Innenminister in Thüringen.

Zudem hatte die NPD argumentiert, alle Richter müssten vom Verfahren ausgeschlossen werden, weil sie nicht vom Plenum des Bundestags gewählt worden seien, sondern nur durch den Richterwahlausschuss. Diese Rüge sei ebenfalls unbegründet, sagte Voßkuhle.

Bundesweit elf V-Leute abgeschaltet

Zu möglichen Verfahrenshindernissen sagte der Bevollmächtigte des Bundesrats, Christian Waldhoff, bundesweit seien elf V-Leute auf der NPD-Führungsebene abgeschaltet worden. Dies werde durch mehrere Personen kontrolliert. Weitere Kontaktaufnahmen dürfe es nicht geben. Eine Ausspähung der Prozessstrategie und Kommunikation mit dem Verfahrenbevollmächtigten der NPD habe es nicht gegeben.

Der Präsident des Bundesamts für Verfassungsschutz, Hans-Georg Maaßen, sagte, eine Telekommunikationsüberwachung der NPD habe es nicht gegeben. Dies gebe es nur bei Terrorismus. Auch einen möglichen „Beifang“ bei Informationen durch ausländische Nachrichtendienste könne er ausschließen.

Zwei Parteiverbote in der Geschichte

Die mündliche Verhandlung in Karlsruhe ist zunächst bis Donnerstag angesetzt. Die Bundesländer hatten den Verbotsantrag über den Bundesrat im Dezember 2013 eingereicht. 2003 war das erste NPD-Verbotsverfahren in Karlsruhe wegen V-Leuten des Verfassungsschutzes in der Partei gescheitert.

Grundlage für ein Parteiverbot ist Artikel 21 (2) des Grundgesetzes. Demnach kann eine Partei verboten werden, wenn sie darauf abzielt, „die freiheitliche demokratische Grundordnung zu beeinträchtigen oder zu beseitigen oder den Bestand der Bundesrepublik Deutschland zu gefährden“. Verfassungsrichter Voßkuhle nannte es eine „besondere Herausforderung“ für das Bundesverfassungsgericht, diese Frage zu klären.

In der Geschichte der Bundesrepublik gab es bisher nur zweimal ein Parteiverbot: 1952 gegen die nationalsozialistisch orientierte Sozialistische Reichspartei (SRP) und 1956 gegen die als stalinistisch eingeordnete Kommunistische Partei Deutschlands (KPD). (epd/mig 2)

 

 

 

Merkel zur Flüchtlingskrise: „Ich habe keinen Plan B“

 

Die Bundeskanzlerin hofft auf einen Fortschritt zur Bewältigung der Flüchtlingskrise beim baldigen EU-Sondergipfel mit der Türkei. Eine nationale Obergrenze lehnt sie als unrealistisch ab.

Es gebe keine sinnvolle Alternative zu einem gemeinsamen europäischen Ansatz, die EU-Grenzen zu sichern und durch die Bekämpfung der Fluchtursachen die Flüchtlingszahlen zu verringern, sagte Merkel am Sonntagabend in der ARD. Am 7. März müsse sowohl mit der Türkei geklärt werden, wie die illegale Migration eingedämmt werde, als auch wie man ein gemeinsames Vorgehen zusammen mit Griechenland erreichen könne. Einen Kurswechsel schloss sie aber in jedem Fall aus.

In dem Euro- und Schengenstaat Griechenland stranden derzeit zehntausende Flüchtlinge, weil sich die Länder der Balkanroute verabredet haben, nur noch einen Teil der Migranten nach Norden weiterziehen zu lassen. „Griechenland bekommt Hilfe“, sagte die Kanzlerin. Sie sei in engem Kontakt mit dem griechischen Ministerpräsidenten Alexis Tsipras, dem sie auch Hilfe aus Deutschland angeboten habe. Die griechische Regierung glaube aber, zunächst mit der Unterstützung des UN-Flüchtlingshilfswerks UNHCR noch einigermaßen zurechtzukommen.

Einseitiges Schließen der Grenzen: „Das ist nicht mein Europa“

Merkel kritisierte die Entscheidung Österreichs und einiger Balkan-Staaten, die Grenzen einseitig teilweise zu schließen, ohne sich mit Griechenland abgestimmt zu haben. „Das ist genau das, wovor ich Angst habe. Wenn der eine seine Grenze definiert, muss der andere leiden. Das ist nicht mein Europa.“

Trotz entsprechender Forderungen aus ihrer eigenen Partei und der CSU lehnte die CDU-Vorsitzende einen Kurswechsel und einseitige nationale Grenzmaßnahmen in der Flüchtlingspolitik kategorisch ab. Sie habe keinen „Plan B“. Auf die Frage, was eine Kursänderung etwa nach dem 7. März bewirken könne, sagte Merkel: „Ich sehe nichts, was das hervorrufen könnte.“ Alle – inklusive CSU-Chef Horst Seehofer – seien sich doch einig, dass der europäische Weg in der Flüchtlingskrise der vernünftigste sei. Nur fehle vielen der Glaube, dass dieser erfolgreich sein könne.

Es sei aber als Kanzlerin ihre „verdammte Pflicht und Schuldigkeit“, alles für eine gemeinsame europäische Lösung zu tun. „Ich bin sehr optimistisch, dass uns der europäische Weg gelingt“, sagte Merkel. Wenn es am 7. März nicht die gewünschten Ergebnisse gebe, müsse man auf den EU-Gipfel Mitte März setzen.

Eine nationale Obergrenze lehnte Merkel als unrealistisch ab. Die nötige Aufnahme von Flüchtlingen hänge auch von der Entwicklung etwa in Syrien ab. Sie wolle keine Lösung, die nur vier Wochen halte, sondern eine, „für die wir uns in zwei Jahren nicht schämen müssen“. Als Kanzlerin müsse sie zudem auf den Zusammenhalt Europas und das Bild der EU in der Welt achten und könne nicht einfach eine nationale Politik definieren. Deutschland habe als größter EU-Staat eine besondere Verantwortung für Europa. Sie werde diesen Weg weiter gehen, „weil ich zutiefst überzeugt bin, dass der Weg, den ich eingeschlagen habe, der richtige ist“.

Merkel widersprach zudem dem Eindruck, Deutschland sei in der EU isoliert. Es gebe zwar Differenzen bei der Verteilung der Flüchtlinge. Beim nötigen Schutz der Außengrenzen sei man sich aber einig. Sobald dieser gewährleistet werde, sei sie sicher, dass etliche EU-Staaten freiwillig Kontingentflüchtlinge aus der Türkei aufnehmen würden, um das Land zu entlasten. Mittlerweile seien sich alle in der EU im Klaren, was mit dem drohenden Verlust des passfreien Schengen-Raums auf dem Spiel stehe.  nsa mit rtr / EA 29

 

 

 

 

Neuer Spendenrekord. Hälfte der Bundesbürger engagiert sich für Flüchtlinge

 

Trotz großer Skepsis, ob Deutschland die Flüchtlingskrise bewältigen wird, hat 2015 die Hälfte der Bundesbürger für Flüchtlinge Geld, Sachen oder Zeit gespendet. Das breite Engagement hat auch zu einem neuen Spendenrekord geführt.

 

Die Deutschen haben im vergangenen Jahr einen neuen Spendenrekord aufgestellt. Sie spendeten insgesamt rund 5,5 Milliarden Euro für soziale, humanitäre, kirchliche oder kulturelle Zwecke, wie der Deutsche Spendenrat am Dienstag in Berlin mitteilte. Das sei der höchste Wert seit 2005 und ein deutliches Plus von 11,7 Prozent gegenüber dem Vorjahr. Auch hätten sich mit 47 Prozent fast die Hälfte der Bundesbürger für Flüchtlinge in Deutschland engagiert, sagte die Geschäftsführerin des Deutschen Spendenrats, Daniela Felser.

Laut einer aktuellen Erhebung im Rahmen der jährlichen Studie „Bilanz des Helfens“ der Gesellschaft für Konsumforschung (GfK) im Auftrag des Deutschen Spendenrates haben sich im vergangenen Jahr zwar insgesamt 31,8 Millionen Bundesbürger durch Geld-, Sach- oder Zeitspenden für Flüchtlinge eingesetzt. Gleichzeitig gaben etwas über die Hälfte der Deutschen aber an, sie befürchteten wegen der Flüchtlingskrise Nachteile für die eigenen Armen und ihnen seien Kultur und Religion der meisten Flüchtlinge fremd. Ein Fünftel erklärte zudem, sie wollten nichts mit Flüchtlingen zu tun haben.

Hinter dieser Entwicklung sieht Gertrud Bohrer von der GfK einen weiteren Beleg für die zunehmende Polarisierung im Land. „Ein Teil der Bevölkerung sieht die Situation sehr kritisch und ein Teil ist sehr engagiert“, sagte Bohrer.

Von den Engagierten leisteten mehr als 23 Millionen (34,2 Prozent) nur Sachspenden. 8,6 Millionen Menschen (rund 13 Prozent) setzten sich mit Geld- oder Zeitspenden oder mit beidem für Flüchtlinge ein.

Im einzelnen betrachtet spendeten 4,4 Millionen der Bundesbürger nur Geld, 3,1 Millionen nur ihre Freizeit. Weitere 1,1 Millionen Menschen stellten Geld und Zeit zur Verfügung. Am spendenfreudigsten waren dabei die Menschen der Altersgruppe 60 plus – „die Kernzielgruppe des Spendenmarktes“, wie Bohrer hervorhob.

Laut der „Bilanz des Helfens“ nahm vergangenes Jahr insgesamt die Zahl der Spender in Deutschland nur leicht um 300.000 auf rund 22,7 Millionen Menschen zu. Dafür stieg die Spendenhäufigkeit deutlich von 6,2 auf 6,6 Spenden pro Person. Durchschnittlich wurden 37 Euro im Jahr gespendet, ein Euro mehr als im Vorjahr und der höchste Wert seit elf Jahren.

Die meisten Zuwächse hatte mit einem Plus von 476 Millionen Euro die humanitäre Hilfe. Auf diese entfielen insgesamt 79,3 Prozent oder 4,39 Milliarden Euro aller Spenden. Daneben verbuchten aber auch der Tierschutz und der Sport Zuwächse von zehn und 21 Millionen Euro. Hingegen verzeichneten die Bereiche Umwelt- und Naturschutz (minus 19 Millionen Euro) oder Kultur- und Denkmalpflege (minus elf Millionen Euro) Spendenrückgänge.

Bei der Not- und Katastrophenhilfe (insgesamt 915 Millionen Euro) wurden 41,4 Prozent der Geldgeber durch einen persönlich adressierten Brief zum Spenden bewegt. 14,7 Prozent der Spender wurden wiederum durch die Medien animiert. Die spendenintensivsten Monate waren 2015 neben dem traditionellen Dezember der Mai mit dem Erdbeben in Nepal und der September mit Beginn des Flüchtlingszuzugs nach Deutschland.

Die Angaben des Spendenrates beruhen auf monatlichen Befragungen der GfK von rund 10.000 Deutschen ab zehn Jahren. Nicht enthalten sind Erbschaften, Unternehmensspenden, die Förderung politischer Parteien und Großspenden.

Die große Mehrheit der Deutschen (83 Prozent) schämt sich einer Umfrage zufolge für die gewalttätigen Proteste gegen Flüchtlinge. 76 Prozent sind der Auffassung, dass Politiker die Übergriffe stärker verurteilen sollten, wie aus dem ARD-Deutschlandtrend hervorgeht, der am Montagabend veröffentlicht wurde. Demnach ist nur eine Minderheit (34 Prozent) der Meinung, dass die Behörden genug tun, um Ausländer und Flüchtlinge vor fremdenfeindlichen Übergriffen zu schützen. 58 Prozent sind gegenteiliger Ansicht. Befragt wurden 1.005 Männer und Frauen.

Einen europäischen Ansatz zur Lösung der Flüchtlingskrise halten der Umfrage zufolge 77 Prozent der Deutschen für sinnvoll, 20 Prozent sprechen sich für nationale Lösungen aus. Die Mehrheit ist allerdings skeptisch, ob sich dies umsetzen lässt: Nur 32 Prozent der Befragten halten eine Lösung der Flüchtlingskrise auf europäischer Ebene in naher Zukunft für realisierbar, 64 Prozent halten sie nicht für realisierbar.

Die Mehrheit (63 Prozent) der Deutschen befürwortet laut der Befragung die Einführung einer nationalen Obergrenze zur Aufnahme von Flüchtlingen. Den Einsatz der Nato in der Ägäis, der verhindern soll, dass Flüchtlinge über das Meer von der Türkei nach Griechenland kommen, finden 51 Prozent der Befragten richtig. 49 Prozent sprechen sich für eine Wiedereinführung der Grenzkontrollen zwischen den EU-Ländern aus, 49 Prozent dagegen.  (epd/mig 2)

 

 

 

 

Österreich: Flüchtlingsintegration macht wirtschaftlich Sinn

 

Die Integration von Flüchtlingen und Zuwanderern macht wirtschaftlich Sinn. Das betonten der Präsident von Caritas Österreich, Michael Landau, und der Direktor des Österreichischen Instituts für Wirtschaftsforschung (WIFO), Karl Aiginger, bei einem Pressegespräch am Dienstag in Wien. Flüchtlinge und Zuwanderer seien in erster Linie keine Problem für Österreich, sondern eine Chance und Bereicherung für die gesamte Gesellschaft, so Caritas-Präsident. Er rief die Politik auf, sich an der Wirtschaft ein Beispiel zu nehmen. Es gebe eine Reihe von Projekten, die zeigten, wie das Zusammenspiel von Integration und Wirtschaft gelingen können. Viele Flüchtlinge seien eine Bereicherung für den Arbeitsmarkt. Sie seien in der Regel motiviert zu arbeiten und würden auch entsprechende Fähigkeiten mitbringen.

Dazu sei freilich ein möglichst rascher rechtlicher Zugang von Flüchtlingen zum Arbeitsmarkt ebenso notwendig wie zusätzliche Investitionen in Starthilfe-Maßnahmen, forderte Landau. Konkret nannte der Caritas-Präsident unter anderem Deutschkurse, Kompetenzchecks, Qualifikationsanerkennungen sowie Grund- und Fortbildungen. Das sei „menschlich und wirtschaftlich richtig“ und würde sich langfristig für Österreich rechnen. Flüchtlinge und Arbeitslose dürften aber nicht gegeneinander ausgespielt werden, warnte Landau.

Sinnvolle Ansätze

WIFO-Direktor Aiginger zeigte Ansätze auf, die in diesem Zusammenhang sinnvoll seien. Viele schon früher nach Österreich gekommene Flüchtlinge und Migranten hätten keinen ihrer Qualifikation entsprechenden Job gefunden. Bestehende Qualifikationen würden in Österreich nicht anerkannt. So müssten Hochschulabsolventen als Taxifahrer arbeiten, illustrierte der WIFO-Chef. Könnte sie entsprechend ihren Qualifikationen arbeiten, würden wieder weniger qualifizierte Jobs für nachrückende Personen frei.

Die Flüchtlinge und Migranten seien für Europa die Chance, beispielsweise das Pflegeproblem oder die Überalterung des Kontinents in den Griff zu bekommen, so Aiginger. Auch viele Jobs und Aufgaben im Kleingewerbe, für die es keine Österreicher mehr gebe, könnten von Migranten übernommen werden. Eindringlich warnte er vor dem Errichten von neuen Zäunen in Europa. Das hätte auf die Wirtschaft verheerende Auswirkungen. Österreich habe immer dann wirtschaftlich profitiert, wenn in Europa Grenzen geöffnet wurden, betonte der Wirtschaftsexperte.

Hintergrund. Das Pressegespräch fand im Caritas-Hotel „magdas“ statt, das vor rund einem Jahr eröffnet wurde. In dem Hotel arbeiten 20 anerkannte Flüchtlinge gemeinsam mit zehn Hotel-Experten zusammen. Caritas-Präsident Landau sprach von einem Vorzeigeprojekt, wie Integration gelingen könne.

Auch die Österreichische Bischofskonferenz wird sich mit dem Thema unter anderem bei ihrer nächsten Vollversammlung nächster Woche beschäftigen.

(kap 02.03.)

 

 

 

Bundespräsident will Einwände prüfen. Kinderschutzbund bittet Gauck um Stopp des Asylpakets II

 

Der Kinderschutzbund kämpft gegen die geplanten Einschränkungen beim Familiennachzug auch für minderjährige Flüchtlinge. In einem Brief an Bundespräsident Gauck warnt die Organisation vor einem Verstoß gegen das Grundgesetz.

 

Der Kinderschutzbund hat Bundespräsident Joachim Gauck aufgefordert, das Asylpaket II wegen der Einschränkung des Familiennachzugs zu blockieren. „Wir bitten Sie herzlich, dieses Gesetz nicht zu unterzeichnen“, heißt es in einem am Dienstag veröffentlichten Brief des Kinderschutzbund-Präsidenten Heinz Hilgers an Gauck. Der Bundespräsident kündigte an, die Einwände des Kinderschutzbundes zu prüfen.

Die vorgesehene Einschränkung des Familiennachzugs verstoße nicht nur gegen internationale Abkommen, sondern auch gegen das Grundgesetz, das Ehe und Familie unter einen besonderen Schutz stelle, heißt es in dem Schreiben Hilgers‘. Im Asylpaket II wird das Recht auf Familiennachzug für alle Flüchtlinge mit eingeschränktem Schutz für zwei Jahre ausgesetzt. Das soll auch für hier lebende Minderjährige gelten, deren Eltern dann nicht zu ihnen kommen können.

Das Gesetz war in der vergangenen Woche von Bundestag und Bundesrat verabschiedet worden. Es kann erst in Kraft treten, wenn der Bundespräsident es unterzeichnet. Er darf die Unterschrift nur aufgrund verfassungsrechtlicher Bedenken verweigern.

Hilgers schrieb, für Kinder sei der Familienzusammenhalt während des Krieges, auf der Flucht und beim Ankommen das Wichtigste. Eine gewaltsame Trennung über einen langen Zeitraum führe zu „gravierenden Bindungs- und Beziehungsstörungen“. Die dadurch verursachten Verhaltensauffälligkeiten und Entwicklungsverzögerungen seien in vielen Fällen irreparabel.

„Die oft vorhandene Traumatisierung der Kinder wird dabei weder aufgehoben noch verarbeitet, sondern durch Ungewissheit, Unsicherheit und geringe Zuversicht fortgesetzt“, heißt es in dem auf Montag datierten Brief, über den zunächst die „Berliner Zeitung“ berichtete.

Auch könne die Aussetzung des Familiennachzugs den Integrationswillen massiv beeinflussen, schrieb der Präsident des Kinderschutzbundes. Außerdem werde die Beschränkung mit Blick auf die angestrebte Reduzierung der Flüchtlingszahlen nichts nützen. Vielmehr sähen sich Frauen und Kinder besonders aus Syrien „jetzt erst recht gezwungen, sich auf den oft lebensgefährlichen Weg nach Europa zu begeben“.

Prinzipiell dürfe „ein geflüchtetes Kind nicht schlechter gestellt sein als ein Kind, das in Deutschland aufgewachsen ist“, erklärte Hilgers. Ohnehin seien Menschenrechte „nicht nur eine Schönwetterangelegenheit. Gerade in der Krise müssen sie erst ihre Wirkung entfalten.“

Da die Bundesregierung selbst eine Zahl von nur etwa 400 betroffenen Kindern genannt habe, sei es „umso erschreckender, dass wegen einer so geringen Zahl eine klare Verletzung der Menschen- und Kinderrechte sowie ein Bruch des Verfassungsauftrags in Kauf genommen“ werde, schrieb der Präsident des Kinderschutzbundes.

Gaucks Sprecherin erklärte, der Bundespräsident werde die Verfassungsmäßigkeit des Asylpakets II sorgfältig prüfen, wie die Frankfurter Rundschau vorab berichtete. Da die Prüfung andauere, könne man keine Angaben zum weiteren Zeitplan machen. (epd/mig 3)

 

 

 

 

 

Von der Pflicht zum Recht auf Integration

 

Zentrum für Türkeistudien und Integrationsforschung, Universität Duisburg Essen, Sachverständigenrat Migration + Rat für Migration

Nach den skandalösen Vorfällen mit Raub, Diebstahl und sexuellen Übergriffen in der Silvesternacht in Köln wird immer häufiger von einer so genannten Integrationspflicht für Neuzuwanderer gesprochen. Wut und Empörung über diese Taten sind derzeit dominante und nachvollziehbare Emotionen; und diese kompromisslose Distanzierung und Ablehnung von solchen Taten ist nicht nur bei den Etablierten und Alteingesessenen, sondern auch durchwegs bei Menschen mit Zuwanderungsgeschichte vorherrschend. Doch was bleibt von dieser Forderung übrig, wenn sich das Gemüt etwas beruhigt hat und wir das Thema entemotionalisiert angehen? Ist es mehr als symbolische Politik, die in Wahrheit nur die Dominanzverhältnisse zurechtrücken will? Gesetzt den Fall, sie ist sinnvoll: Wie weit lässt sich Integration – und Werteübernahme – rechtlich verordnen, ist umsetzbar ins Handeln und erweist sich als wirkungsvoll?

Zunächst ist hier begrifflich etwas gerade zu rücken: Was für ein Verständnis von Integration liegt vor, wenn die Adressaten nur die Zuwanderer sind und diese als eine „Pflicht“ ihnen aufgebürdet werden soll? Wird hier nicht ein einseitiges Assimilationsbegehren als „Integration“ verkauft?

Wenn wir Integration nicht altmodisch als eine einseitige Bringschuld von Zuwanderern verstehen, wie die Rede von einer Integrationspflicht diese zunächst suggeriert, sondern als Teilhabe an gesellschaftlichen Ressourcen in zentralen Feldern, wie etwa dem Arbeits- und Wohnungsmarkt, dem Bildungsmarkt, der politischen Partizipation, aber auch Freundschafts- und Nachbarschaftskontakten im Alltag verstehen, dann wird die Absurdität der Argumentation ziemlich klar: Warum sollten Zuwanderer, von denen wir annehmen sollten, dass auch sie rationale Eigeninteressen verfolgen, kein Interesse an ihrer besseren gesellschaftlichen Einbindung haben? Warum muss ihnen das als Pflicht erst von außen auferlegt werden?

Unabhängig von der Frage, ob die im Raum stehende Wertedifferenz zwischen Einheimischen und Neuzuwanderern eine angemessene Situationsbeschreibung ist, so ist doch zu bedenken: „Unsere“ Werte lassen sich nicht einfach wie ein Implantat übernehmen und in den Körper bzw. in den Geist der Zuwanderer einpflanzen. Werte sind kein kognitives Inventar, kognitives Weltwissen, die revidiert, erlernt und unmittelbar ins Handeln übersetzt werden können. Werte können nur in einem gemeinsamen Erfahrungs- und Begegnungskontext individuell angeeignet werden; und sie sind zumeist dann aktuell und relevant, wenn es Konflikte gibt und nicht, wenn das Handeln konfliktfrei und reibungslos abläuft. So gesehen können diskursive Konflikte schon gute Anlässe sein, Werte zu thematisieren und die in Interaktionen und Handlungen erfolgende unbewusste Wertevermittlung auf die Ebene des Bewusstseins zu heben.

Wertevermittlung, Werteaneignung kann primär über die Verinnerlichung – und nicht über externe Verhaltensvorschriften, von außen auferlegten Verpflichtungen – geleistet werden. Denn, darin ist sich etwa die psychologische Moralforschung einig: „Reife“, nachhaltige Wertvorstellungen sind jene, die von den Individuen bewusst, vor einer Wahlalternative stehend, übernommen, angeeignet und anerkannt werden. Sie entstehen, wenn die zu verhandelnden Werte auch als Produkt einer „vollzogenen Wertung“ verinnerlicht werden. Das setzt die affektive Beteiligung des Einzelnen voraus. Dies kann jedoch nicht auf Druck, etwa rechtliche, hin erfolgen. Kennzeichen einer „reifen“ Wertebindung sind Autonomie im Handeln und Entscheiden. Und um Wertedifferenzen zu erfahren, um sie auszuhandeln, braucht es Begegnungen.

Wenn wir etwa den Blick auf die Türkeistämmigen richten, wird deutlich, dass interkulturelle Begegnungen über die Zeit deutlich zugenommen haben. Zugleich zeigen unsere Daten, dass etwa 48 Prozent der eher isoliert lebenden Türkeistämmigen den Wunsch nach Kontakten zu Deutschen äußern, also unfreiwillig isoliert sind. Der Anteil der freiwillig Isolierten, die keine Kontakte und auch keine Kontaktwünsche zu Einheimischen haben, beträgt lediglich etwa 6 Prozent.

Nun, wenn Zuwanderer Freundschaften oder Nachbarschaften suchen, diesem Ansinnen jedoch nicht positiv entgegnet wird, haben wir es hier mit „Integrationsverweigerung“ und „Ablehnung der deutschen Gesellschaft“ zu tun?

Was statt einer Integrationspflicht gesellschaftlich deutlich stärker vonnöten ist, ist zunächst der Abbau von Teilhabehemmnissen im Bereich des Arbeitsmarktes und der Bildung und eine wechselseitig stärkere Öffnung der Gruppen im sozialen Alltag, deren Kennzeichen jedoch es ist, nicht rechtlich durchsetzbar zu sein, sondern vielmehr einen ethisch appellativen Charakter hat. Prof. Dr. Haci-Halil Uslucan, Forum Migration März

 

 

 

 

Verbotsverfahren. Pro und Contra – NPD-Verbot

 

Heute beginnt vor dem Bundesverfassungsgericht die mündliche Verhandlung im NPD-Verbotsverfahren. Wäre ein Verbot sinnvoll im Kampf gegen Rechtsextremismus? Oder sogar kontraproduktiv? Argumente der Befürworter und Kritiker im Überblick. Von Matthias Klein

 

PRO

Mit einem Verbot würden die Strukturen der NPD zerschlagen, stellen Befürworter des NPD-Verbotsantrags heraus. Die Mittel aus der staatlichen Parteienfinanzierung fielen weg – damit würden der NPD die ökonomischen Grundlagen entzogen. Das würde die rechtsextreme Szene insgesamt schwächen, sagen Verfechter eines Verbots. Wollten die Mitglieder eine neue Partei mit vergleichbaren Strukturen aufbauen, bräuchten sie dafür mehrere Jahre. Die Bundesländer hatten den Verbotsantrag über den Bundesrat im Dezember 2013 eingereicht. „Die NPD ist eine antisemitische, rassistische und menschenverachtende Partei“, sagte der damalige Vorsitzende der Innenministerkonferenz, Niedersachsens Ressortchef Boris Pistorius (SPD), zur Begründung. Ihr Verbot sei ein notwendiger Schritt, der den organisierten Rechtsextremismus treffen solle.

Ein Argument für das Verbotsverfahren ist in den Augen der Befürworter auch die Erfolgsaussicht: Sie gehen davon aus, dass die Voraussetzungen für ein Verbot durch das Bundesverfassungsgericht bei der NPD gegeben sind. Die Bundesländer zeigten sich 2013 optimistisch, dass das Bundesverfassungsgericht ihrem Antrag folgen wird. Die Verfassungsrechtler Christian Waldhoff und Christoph Möllers von der Humboldt-Universität Berlin haben den Antrag als Prozessbevollmächtigte maßgeblich formuliert. Sie erklärten nach der Einreichung, sie würden keine Gründe sehen, weshalb das Verfahren scheitern könnte. Nach Ansicht der beiden Jura-Professoren besteht auch keine Gefahr, dass der Europäische Menschenrechtsgerichtshof ein Verbot kippen könnte.

Darüber hinaus sei ein Verbot der NPD ein starkes Signal gegen Fremdenfeindlichkeit, weil Vertreter der NPD geistige Brandstifter für ausländerfeindliche Straftaten seien, argumentieren Unterstützer eines Verbots. Die demokratische Gesellschaft könnte mit einem Verbot ihre Wehrhaftigkeit zeigen. Wenn die Partei nicht verboten sei, sei für Bürger möglicherweise gar nicht erkennbar, wie radikal die Inhalte der NPD seien.

Auch viele Verbotsbefürworter betonen allerdings, dass ein Verbot der NPD alleine im Kampf gegen Rechtsextremismus nicht ausreiche.

 

CONTRA

Mit einem Verbot der NPD würde das rechtsextreme Gedankengut nicht verschwinden, führen Kritiker an. Auf die Gesinnung der Parteimitglieder und -unterstützer würde sich ein Verbot schließlich nicht auswirken. „Es wird keinen einzigen Nazi weniger geben, wenn die NPD verboten ist“, sagt beispielsweise die Amadeu Antonio Stiftung. Skeptiker befürchten, NPD-Mitglieder würden nach einem Verbot andere Organisationsformen finden, Nachfolgegruppen gründen und sich möglicherweise sogar weiter radikalisieren. Deshalb könnte ein Verbot eine Scheinlösung sein, die nichts an dem eigentlichen Problem der rechtsextremen Einstellung von manchen Bürgern verändere.

Außerdem sind die Hürden für ein Verbot durch das Bundesverfassungsgericht hoch. Kritiker warnen vor einem erneuten Scheitern des Verbotsantrags. Dies wäre dann ein Triumph für die NPD und könnte gleichzeitig eine Art Freifahrtschein für weitere Aktivitäten sein. Dieses Risiko sei zu groß, argumentieren Skeptiker. Zumal noch hinzukomme, dass ein Verbot vor dem Europäischen Gerichtshof für Menschenrechte keinen Bestand haben könnte.

Manche Kritiker warnen zudem, ein Verbot könne etwas gerade für junge Menschen überhaupt erst interessant machen. Außerdem führen Kritiker demokratietheoretische Argumente an. Die Volkssouveränität sei das konstitutive Element der Demokratie. Der Staat könne den Bürgern nicht vorschreiben, wie sie sich politisch organisieren. Eine Demokratie muss auch Extremisten aushalten und sich mit ihnen politisch auseinandersetzen, lautet das Argument. Darüber hinaus kritisieren manche Wissenschaftler, ein Verbot sei unverhältnismäßig, weil die NPD als kleine Partei bei den Bundestagswahlen regelmäßig an der Fünf-Prozent-Hürde scheitert.

Kritiker eines Verbots fordern zudem, der Staat solle lieber mehr tun, um die Zivilgesellschaft im Kampf gegen Rechtsextremismus zu unterstützen. Das sei wirksamer als ein Parteiverbot. (epd/mig 1)

 

 

 

 

Asyl: Schärfer, schneller, härter

 

Das „Asylpaket II“ war noch nicht das Ende: Die Versuche, die Rechte von Flüchtlingen einzuschränken, gehen weiter.

Die übergroße Mehrheit aller Flüchtlinge in Deutschland stammt zurzeit aus Krisengebieten. Trotzdem einigte sich die Koalition darauf, mit dem „Asylpaket II“ die Rechte von Asylbewerber_innen stark einzuschränken: Alle Flüchtlinge aus so genannten „sicheren Herkunftsländern“ sowie Flüchtlinge, die einen Folgeantrag gestellt haben, weil sich ihre Situation verändert hat und auch alle Schutzsuchenden, denen unterstellt wird, sie hätten ihre Papiere vernichtet, sollen künftig in zentralen Aufnahmeeinrichtungen bleiben. Ihre Asylverfahren sollen dort in nur einer Woche abgearbeitet werden, für sie gilt verschärfte Residenzpflicht und partielles Arbeitsverbot. Dabei sei es „typisch für Menschen auf der Flucht“, keine Papiere zu haben, so Pro Asyl. Zudem wurde der Familiennachzug eingeschränkt und die Abschiebung Kranker ermöglicht. Nun fordern die Kommunen, den Anspruch von Asylbewerbern auf Geldleistungen daran zu knüpfen, dass sich der Schutzsuchende dauerhaft in der ihm zugewiesenen Einrichtung aufhält. Und die Union und Arbeitgeber wollen Flüchtlinge partiell vom Mindestlohn ausnehmen.

Der DGB Vorsitzende Reiner Hoffmann lehnt dies ab. Menschen, die aus großer Not nach Europa und Deutschland dürften „nicht ausgespielt werden gegen die Menschen, die hier schon im Niedriglohnsektor verhaftet sind, die langzeitarbeitslos sind oder Jugendliche ohne Berufsausbildung“, sagte Hoffmann. Hamburgs DGB Vorsitzende Katja Karger hatte das „Asylpaket“ zuvor kritisiert: Flüchtlinge jahrelang von ihren Familien getrennt zu lassen, „finde ich einfach unmenschlich”, sagte Karger. Es sei lange bekannt, dass die Integration von Ausländern deutlich besser funktioniere, wenn ihre Angehörigen ebenfalls im Land seien. Damit Deutschland auch weiterhin seine humanitären Verpflichtungen erfüllt, hat der DGB mit neun anderen wichtigen Institutionen und Verbänden aus Wirtschaft und Zivilgesellschaft – darunter alle großen Religionsgemeinschaften – die „Allianz für Weltoffenheit“ gestartet. „Gerade in Krisenzeiten dürfen wir die rechtsstaatlichen, sozialen und humanitären Errungenschaften unserer Gesellschaft nicht aufgeben“, heißt es im Aufruf der Initiative. Forum Migration März

 

 

 

 

Nach Kölner Silvesternacht. Presserat stellt Richtlinie auf den Prüfstand

 

Der Pressekodex soll verhindern, dass Minderheiten in Medienberichten abgestempelt werden. Die Silvesternacht in Köln hat die Debatte entfacht: Dürfen Journalisten einen Teil der Wahrheit verschweigen? Der Presserat prüft nun seine Richtlinie. Von Michaela Hütig

 

Zuerst sprachen in Köln Polizei und Medien von „weitgehend friedlichen Feiern“. Später war die Rede von Straftätern, die „dem Aussehen nach aus dem arabischen oder nordafrikanischen Raum“ stammten, schließlich von vielen Algeriern, Marokkanern, Iranern und Syrern. Die Berichterstattung nach der Silvesternacht hat eine ethische Diskussion ausgelöst, wann Medien die Nationalität mutmaßlicher Täter nennen sollen und wann nicht. Viele Journalisten sind verunsichert.

Der Deutsche Presserat berät am 9. März darüber, ob er seine Richtlinie gegen Diskriminierung überarbeiten muss. Ziffer 12.1 war in den Pressekodex aufgenommen worden, um Minderheiten zu schützen: „In der Berichterstattung über Straftaten wird die Zugehörigkeit der Verdächtigen oder Täter zu religiösen, ethnischen oder anderen Minderheiten nur dann erwähnt, wenn für das Verständnis des berichteten Vorgangs ein begründbarer Sachbezug besteht“, heißt es. Besonders sei zu beachten, dass Vorurteile gegenüber Minderheiten geschürt werden könnten.

Nach Köln wurde der Vorwurf laut, dieser Leitsatz sei ein Maulkorb und halte Medien davon ab, über Kriminalität von Ausländern wahrheitsgetreu zu berichten. Fremdenfeindliche Gruppen wie „Pegida“ sahen sich in ihrem Vorwurf der „Lügenpresse“ bestätigt. Doch auch andere Leser beklagten sich: Journalisten hätten Nationalitäten von Verdächtigen verschwiegen, als diese über die sozialen Netzwerke längst bekannt gewesen seien. Mehr als 20 Beschwerden gingen beim Presserat ein. Geschäftsführer Lutz Tillmanns weist den Vorwurf zurück, das Selbstkontrollgremium von Journalisten und Verlegern unterdrücke die Wahrheit.

Der Deutsche Presserat wurde 1956 von den deutschen Verlegern und Journalisten zur Freiwilligen Selbstkontrolle gegründet. Er tritt für die Belange der Pressefreiheit ein. Zudem prüft er die von Privatpersonen oder Organisationen eingegangenen Beschwerden gegen die Berichterstattung von Zeitungen, Zeitschriften und Online-Medien in konkreten Einzelfällen. Maßstab hierfür ist der Presscodex aus dem Jahr 1973. Darin wurden die berufsethischen Grundsätze festgeschrieben. Bei besonders schweren Fehlern spricht der Presserat eine Rüge aus, was im vergangenen Jahr 35 Mal der Fall war.

„Die Diskriminierungsrichtlinie enthält keine Sprachverbote“, betont Tillmanns. Vielmehr gehe es um eine berufsethische Verpflichtung, vor der Berichterstattung in jedem Einzelfall sorgfältig abzuwägen: Ist es für das Verständnis relevant, die Zugehörigkeit zu einer Minderheit zu nennen? Bei Verkehrsunfällen etwa sei dies in aller Regel verzichtbar. Anders sehe es aus, wenn ein Ereignis eine politische Dimension gewinne. So hätten die Kölner Vorfälle eine gesellschaftliche Debatte über Integration angestoßen. „Das Thema Flüchtlinge ist einfach da, und natürlich gibt es auch Kriminalität“, sagt Tillmanns. „Es ist ein Bedürfnis der Gesellschaft zu erfahren, was hier abgeht, um welche Problemlagen es sich handelt und ob es vielleicht Auffälligkeiten bei einzelnen Tätergruppen gibt.“

Kritiker wie Rolf Seelheim, der Chefredakteur der „Nordwest-Zeitung“ aus Oldenburg, fordern, Ziffer 12.1 zu überarbeiten: „Der Text ist so unscharf formuliert, dass er eher zu Missverständnissen führt als dass er den Redaktionen bei der Entscheidung hilft.“ Keiner könne sagen, was ein „begründbarer Sachbezug“ sei. Die „Schere im Kopf“ führe dazu, dass womöglich genau das Gegenteil erreicht werde, „nämlich Spekulationen Vorschub zu leisten und vielleicht sogar zur Diskriminierung der falschen Gruppen beizutragen.“ Auch dem Publikum sei das nicht mehr zu vermitteln, erklärt Seelheim. „Das Schlimmste ist doch, wenn Leser, die für ihre Zeitungen und Illustrierten Geld bezahlen, sich im kostenlosen Internet besser informiert fühlen, weil die Presse Ross und Reiter nicht nennt.“ Journalisten sollten den Lesern mehr Mündigkeit zutrauen: „Man sollte sie nicht für so dumm halten, dass sie von der Herkunft einzelner Täter auf die Gesinnung einer ganzen Nation schließen.“ Hilfreich wäre etwa ein Hinweis des Presserats, dass auch die Nicht-Erwähnung von Nationalitäten Vorurteile schüren könne.

Chefredakteur Thomas Hauser von der „Badischen Zeitung“ in Freiburg beobachtet bei Kollegen Verzagtheit: „Da wird selbst in Fällen, in denen die Nennung der Nationalität auf der Hand liegt, darauf verzichtet – aus Angst, es könnte vielleicht jemand daran Anstoß nehmen.“ Statt die Presserats-Richtlinie radikal zu ändern, wünscht er einen selbstbewussteren Umgang der Medien damit. „Wir müssen unsere Arbeit gut und unsere Entscheidungen transparent machen und den Lesern von Fall zu Fall erklären, warum wir anderer Meinung sind als sie.“

So wird das Plenum des Presserats am Mittwoch wohl an der umstrittenen Ziffer 12.1 feilen. Dass der Diskriminierungsschutz grundsätzlich fällt, gilt als wenig wahrscheinlich. Denkbar sei ein ergänzender Leitkatalog mit Positiv- und Negativbespielen zur Präzisierung. „Ethische Grundsätze müssen immer wieder neu diskutiert werden“, sagt Tillmanns. „Ein Pressekodex ist nie fertig, er ist im Licht der Zeit und der gesellschaftlichen Debatten zu sehen.“ (epd/mig 4)

 

Teilnehmer*innen der Flüchtlingskonferenz auf Kampnagel fordern bessere Vernetzung untereinander, Abschiebestopp und Bewegungsfreiheit in Europa  

Gut 2000 Teilnehmer*innen zählte die selbst organisierte Internationale Konferenz für Geflüchtete und Migranten, die vom 26. bis zum 28. Februar auf Kampnagel stattgefunden hat. Angereist waren sie u.a. aus Frankreich, Dänemark, Belgien, Spanien, Polen und Tunesien. Auch aus vielen deutschen Städten von Rostock bis Passau kamen Geflüchtete und Unterstützer nach Hamburg. Etwa 800 Übernachtungsplätze, davon 100 im temporären „Blue Flamingo Resorthotel“ auf Kampnagel wurden benötigt, um die Gäste von außerhalb unterzubringen.

In einer abschließenden Diskussionsrunde wurden viele Ergebnisse aus den über 30 Workshops und Podiumsdiskussionen zusammen getragen, die immer wieder deutlich machten, dass Vernetzung untereinander entscheidend sei, um politische Ziele, auch auf europäischer Ebene zu erreichen. Beispielsweise eine Abschaffung des Dublin Abkommens, um Geflüchteten Bewegungsfreiheit in Europa zu ermöglichen. Mitglieder des internationalen Netzwerks CISPM für Flüchtlinge ohne Aufenthaltsstatus sprachen sich explizit gegen die europäische Flüchtlingspolitik, insbesondere dagegen aus, das Schengen Abkommen in Frage zu stellen. Insbesondere Teilnehmer*innen aus Afghanistan und Roma aus dem Balkan sprachen sich vehement gegen Abschiebungen aus. Auch die Rolle der Medien wurde vielfach diskutiert, die ein bestimmtes Bild der Flüchtlinge produzieren würden. „Wir sind keine Kriminellen, keine Vergewaltiger und keine Terroristen“, sagte Larry Moore Macaulay vom Hamburger  Refugee Radio Network und rief dazu auf, über eigene Kanäle andere Narrative zu verbreiten als die der Mainstream Medien. Konferenzen würden keine Lösungen herbeiführen sagte Sakher Almohamad vom Kölner Netzwerk Syrians Against Sexism, aber sie böten die Chance zur Vernetzung wie dieses Treffen in Hamburg hervorragend gezeigt habe. Daraus müssten nun Taten folgen. Gehandelt haben viele der Teilnehmerinnen schon während der Konferenz, indem sie sich aus dem „geschützten Raum“ nur für Frauen raus auf die große Bühne bewegten und spontan eine Podiumsdiskussion übernahmen, um über die Belange von Frauen zu diskutieren. Zum Ausklang der Konferenz wurde ein nächstes großes Treffen im Herbst in Berlin angekündigt.  De.it.press

 

 

 

DEICHMANN-Förderpreis für Integration geht erneut an den Start

 

2015 sind so viele Flüchtlinge nach Deutschland gekommen wie noch nie. Wie kann Integration gelingen, ist die alles beherrschende Frage. Der in diesem Jahr zum 12. Mal verliehene DEICHMANN-Förderpreis für Integration bekommt vor diesem Hintergrund eine ungeahnte Aktualität. Auch 2016 werden Unternehmen, Schulen und Initiativen, die in beispielhaften Projekten bei der Integration in Ausbildung, Sprache und Beruf helfen, mit dem DEICHMANN-Förderpreis für Integration ausgezeichnet. Bewerbungen sind ab sofort unter www.deichmann-foerderpreis.de möglich.

Essen, 29. Februar 2016. 2015 haben die Flüchtlingszahlen in Deutschland einen neuen Rekord erreicht. Hilfe zur Integration der Neuankömmlinge kann nicht allein durch öffentliche Institutionen bewältigt werden. „Für eine gelungene Integration bedarf es der Unterstützung durch Schulen, Initiativen und Privatpersonen, aber auch durch Unternehmen“, sagt Heinrich Deichmann. Der Initiator des DEICHMANN-Förderpreises sieht in den Einwanderern zudem eine Chance für die Zukunft: „Von erfolgreicher Integration kann ein Land wie Deutschland profitieren. Das ist aber mit viel Arbeit verbunden.“

Es gibt Unternehmen, die nicht nur auf Noten schauen, Schulen, die speziellen Sprachunterricht anbieten und Initiativen, die Freizeit- sowie Bildungsangebote für Benachteiligte anbieten. Projekte, die hier großes Engagement zeigen, werden mit dem DEICHMANN-Förderpreis ausgezeichnet. Alle Initiativen von Unternehmen, Schulen und Vereinen können sich ab sofort unter www.deichmann-foerderpreis.de für den mit 100.000 Euro dotierten Preis bewerben.

 

Nachahmenswerte Projekte gesucht

Der Förderpreis für Integration gliedert sich in drei Kategorien: In der Kategorie 1 werden kleine und mittlere Unternehmen ausgezeichnet. In der zweiten Kategorie können sich Vereine, öffentliche Initiativen, kirchliche Organisationen sowie private Engagements bewerben. Hier geht es beispielsweise um regelmäßigen Sprachunterricht oder die Vermittlung von Kontakten und Weiterbildungsmaßnahmen. In der dritten Kategorie werden schulische Präventivmaßnahmen gesucht.

Bewerbungsfrist läuft bis 30. Juni 2016

Alle Initiativen, die sich für benachteiligte Kinder oder Jugendliche engagieren, können sich über www.deichmann-foerderpreis.de bis zum 30. Juni 2016 bewerben. Die Bewerbungsunterlagen sind unter www.deichmann-foerderpreis.de oder beim Wettbewerbsbüro unter der Telefonnummer 0180 / 5010759 (14 ct/Min.) anzufordern. Der DEICHMANN-Förderpreis ist insgesamt mit 100.000 Euro dotiert. Pia Soyah, de.it.press 29

 

 

 

 

Migrantinnen am Arbeitsmarkt: Sichtbar werden!

 

Frauen mit Migrationshintergrund arbeiten deutlich seltener als andere: Ihre Erwerbstätigenquote liegt bei etwa 53 % – bei den Frauen insgesamt sind es 68 %. Hier verschränken sich Vorurteile und benachteiligende Strukturen – Wissenschaftler_innen sprechen von „intersektionaler“, doppelter Diskriminierung.

Dabei sind Frauen mit Migrationshintergrund keineswegs eine homogene, greifbare Gruppe. Ihr Familienstand, ihre Qualifikation, Alter und Sprachkenntnisse sind sehr unterschiedlich. Und doch betrachten Unternehmen sie insgesamt noch nicht als potenzielle Fachkräfte.

Eine Studie der Hamburger Koordinierungsstelle Weiterbildung und Beschäftigung hat untersucht, wie diese Unterrepräsentation am Arbeitsmarkt abgebaut werden könnte. Das Ergebnis: Unterstützung und Begleitung bei Antragstellungen und Behördengängen müssen angeboten werden, Institutionen wie Arbeitsagentur und Jobcenter müssten enger zusammenarbeiten. Frauen müssten mit Potenzialanalysen und Coachings sowie Fortbildungen, Bewerbungs- und Kommunikationstrainings unterstützt werden. Doch es gibt auch eine betriebliche Seite. Und diese bietet ein großes Anknüpfungspotenzial für die Arbeit von Betriebs- und Personalräten. Die hat nun ein Workshop des DGB Projekts Anerkannt beleuchtet. So kann der Betriebsrat Barrieren auf der organisationalen Ebene bearbeiten. Er kann ein Mentorenprogramm aufbauen, sich für veränderte Rekrutierungsstrategien und Einstellungspraktiken ebenso einsetzen wie für den Abbau von Diskriminierungen durch interkulturelle Öffnung, eine flexiblere Arbeitszeitgestaltung und die Bereitschaft, sprachliche Schwierigkeiten zunächst hinzunehmen und nach und nach abzubauen. Letztlich geht es wie so oft um den Aufbau einer betrieblichen Willkommenskultur.

Lesen Sie hier den vollständigen Text zum Workshop des Projekts Anerkannt

Studie „Barrieren abbauen am Hamburger Arbeitsmarkt“: www.kwb.de/kwb/pages/index/p/174/484. Forum Migration März

 

 

 

 

De Maizière in Nordafrika. Bessere Zusammenarbeit bei Rückführungen

 

Auf seiner Reise durch Teile der Maghreb-Staaten spricht Bundesinnenminister de Maizière mit Staatsvertretern über die Rückführung abgelehnter Asylbewerber. Ziel ist es, Marokko, Algerien und Tunesien hier zu mehr Zusammenarbeit zu bewegen.

 

In Rabat traf Bundesinnenminister Thomas de Maizière den marokkanischen Regierungschef Abdelilah Benikrane und Innenminister Mohamed Hassad. Die nächsten Stationen sind Algerien und Tunesien. Ziel der Reise ist es, die Maghreb-Staaten zu einer leichteren Rücknahme abgelehnter Asylbewerber zu

bewegen. Weitere Themen sind die Bekämpfung von Terrorismus und organisierter Kriminalität.

Zusammenarbeit dringend nötig

Bereits am 19. Januar hatte de Maizière in einem Interview mit der Rheinischen Post die mangelnde Rücknahmebereitschaft in den Maghreb-Staaten kritisiert: "Die Länder müssen verstehen: Die Zusammenarbeit in Migrations- und Rückführungsfragen ist aus unserer Sicht ein zentraler Faktor des bilateralen Verhältnisses. Unsere Bereitschaft zur Zusammenarbeit in anderen Feldern hängt davon ab."

Algerien, Marokko und Tunesien sind als sichere Herkunftsländer eingestuft. Als sicher gelten Länder, von denen der Gesetzgeber annimmt, eine politische Verfolgung finde dort nicht statt. Asylanträge von Menschen aus diesen Herkunftsstaaten werden in der Regel abgelehnt, sofern nicht besondere Umstände dagegen sprechen.

Mehr Rückführungen als im Vorjahr

Die Zahl der Rückführungen hat sich im Vergleich zu 2014 deutlich erhöht. Waren es 2014 noch 13.851, ist die Zahl in 2015 auf 22.369 gestiegen.

Zusätzlich hat sich die Zahl freiwilliger Rückkehrer verdreifacht. In 2014 waren 13.636 Menschen mit Hilfe von Rückkehrprogrammen aus Deutschland ausgereist. 2015 waren es 37.220 freiwillige Rückkehrer.  

Diesen Trend möchte die Bundesregierung weiter ausbauen und die Kooperationsbereitschaft der Maghreb-Staaten bei der Rücknahme verstärken.

Rücknahme ist völkerrechtliche Pflicht

Mit Algerien und Marokko hat die Bundesregierung bereits Rückübernahmeabkommen abgeschlossen. Mit Tunesien gibt es keinen solchen Vertrag. Er kann bilateral auch nicht abgeschlossen werden, da die EU hier ein vorrangiges Verhandlungsmandat hat.

Grundsätzlich ist jeder Staat verpflichtet, seine eigenen Staatsangehörigen, auch gegen deren Willen, zurückzunehmen, wenn sie in Deutschland nicht als Flüchtlinge anerkannt worden sind. Das ist eine völkerrechtliche Pflicht, die in Rückübernahmekommen schriftlich konkretisiert wird.  In den Rückübernahmeabkommen werden Verfahrensfragen geklärt, wie Fristen, Kosten und Orte einer Überstellung.

Der Sprecher des Bundesinnenministeriums Tobias Plate hatte in der Regierungspressekonferenz am 24. Februar erläutert, dass ein Haupthindernis für Rückführungen fehlende Reisedokumente seien: "Personen, die abgeschoben werden sollen, verfügen häufig über keine Identitätspapiere. Damit sie

zurückgenommen werden können, bedarf es aber in vielen dieser Länder, mit denen es bisher noch nicht so effizient verläuft, entweder Reisepässe oder Passersatzpapiere."

In einer gemeinsamen Initiative von Bundesaußen- und Bundesinnenminister sei es bereits gelungen, die sechs Westbalkanstaaten davon zu überzeugen, sogenannte Laissez-passer-Dokumente als Ersatzpapiere zu akzeptieren, so Plate.

Mit EU-Laissez-Passer wird ein durch die EU ausgestelltes Standard-Reisedokument für die Rückkehr von Ausländern ohne Reisedokumente in ihre Heimatländer bezeichnet. Man spricht auch von einem internationalen Passersatz. Pib 29

 

 

 

 

Arbeiten in der Chirurgie: Ein Traumberuf mit abschreckenden Rahmenbedingungen

 

Nürnberg - Glücklicherweise gibt es sie noch: junge Ärzte und angehende Mediziner, die Interesse an einer Weiterbildung zum Chirurgen haben. Bei der Sitzung „Students for Students“ im Rahmen des Bundeskongress Chirurgie, der vom 26. bis 28. Februar 2016 in Nürnberg stattgefunden hat, beschrieb Naomi Lämmlin, Präsidentin der Bundesvertretung der Medizinstudierenden in Deutschland e. V. (bvmd), die Faszination des Faches Chirurgie: „Der OP ist eine eigene Welt, in der nur der Patient zählt und in der alles andere zurückstehen muss. Ein Chirurg muss schnelle Entscheidungen treffen und sieht sofort das Ergebnis seines Handelns – das gefällt mir.“ Als gestandener Chirurg warb Dr. Matthias Krüger, Beauftragter für Nachwuchsförderung des Berufsverbands Deutscher Chirurgen (BDC), mit weiteren Vorzügen für sein Fach: „Chirurgie ist multiprofessionell und interdisziplinär. Wer sich für das Herz-Kreislauf-System interessiert, wählt die Kardiochirurgie. Wer gern mit Kindern arbeitet, geht in die Kinderchirurgie. Wen die inneren Organe faszinieren, der wird Viszeralchirurg.“ Außerdem seien die Karrierechancen von Chirurgen an deutschen Kliniken ausgesprochen gut.

Eine erfolgreiche chirurgische Karriere kann aber auch in die Niederlassung führen, wie Dr. Manfred Weisweiler betonte. Der niedergelassene Chirurg aus Geilenkirchen sagte: „Ich habe noch keinen Tag meiner Niederlassung bereut, denn ich gestalte meine Arbeit selbst, ohne dass mir ein Verwaltungsdirektor reinredet.“ Doch es gibt auch skeptische Stimmen, wie etwa die von Lauritz Blome, Bundeskoordinator der AG Gesundheitspolitik im bvmd, der für sich persönlich den Weg in die Chirurgie mittlerweile ausschließt. „In der Chirurgie herrscht ein immenser Druck, und in keinem anderen Fach sind die Arbeitszeiten so schwer mit einem Familienleben vereinbar“, fasste er seine Kritik an den Arbeitsbedingungen zusammen.

Da das Studium die erste große Hürde auf dem Weg zur Chirurgie darstellt, unterstützen die Berufsverbände bereits dort: Beim Nachwuchs-Kongress „Staatsexamen & Karriere“, der parallel am 26. bis 27. Februar gemeinsam vom BDC und dem Berufsverband Deutscher Internisten e.V. (BDI) veranstaltet wurde, stand die Vorbereitung der Medizinstudenten auf den praktisch-mündliche Prüfungsteil der Pflichtfächer Chirurgie und Innere Medizin im Zentrum. „Reaktionszeiten verbessern und das Verhalten bei einer Bruchlandung trainieren – wie im Flugsimulator können wir Studenten auf den Ernstfall vorbereiten“, eröffnete PD Dr. Carsten J. Krones als einer der wissenschaftlichen Leiter den Kongress.

Mit den Rahmenbedingungen der chirurgischen Tätigkeit sind auch die fertig ausgebildeten Chirurgen zunehmend unzufrieden, wie die politischen Sitzungen des Kongresses verdeutlichten. „Mit einer Fülle von Gesetzen, die nicht zu Ende gedacht sind und in immer schnelleren Takt verabschiedet werden, greift die Politik immer stärker in unsere ärztliche Selbstverwaltung ein. Außerdem werden so keine der kommenden Herausforderungen im Gesundheitswesen – Stichwort demographischer Wandel – gelöst“, kritisierte der Vorsitzende des Berufsverbands Niedergelassener Chirurgen (BNC), Dr. Christoph Schüürmann. Zudem sind etliche Gesetzesinhalte widersprüchlich: So passt die neu eingeführte Regelung, nach der Arztpraxen in rechnerisch „überversorgten“ Gebieten aufgekauft werden und damit vom Markt verschwinden sollen, nicht zu den parallel installierten Terminservicestellen, die Patienten bei dringlichen Überweisungen einen Facharzttermin binnen vier Wochen vermitteln müssen. BDC-Vizepräsident Dr. Jörg-Andreas Rüggeberg fasste die Kritik der Chirurgen an der Bundespolitik so zusammen: „Die Politik scheint zu glauben, dass durch dirigistische Planung machbar ist, was personell aufgrund des demographischen Wandels und des zunehmenden Ärztemangels schlicht nicht mehr zu leisten ist.“

Über die Frage, wie viele Chirurgen das Land für die gute flächendeckende Versorgung der Bevölkerung braucht, wurden sich die Referenten aus den Berufsverbänden, der Selbstverwaltung, vom GKV-Spitzenverband und aus der Politik nicht einig. Der zweite Vorsitzende der Vertreterversammlung der Kassenärztlichen Bundesvereinigung (KBV), Dr. Dieter Haack, gab zu bedenken, dass die bisherige Bedarfsplanung von Vollzeitstellen in Einzelpraxen ausgeht. „Im Übrigen basiert die derzeitige Bedarfsplanung noch immer auf den Ist-Zahlen Anfang der 1990er Jahre. Seither haben sich die Versorgungsbedarfe der Bevölkerung ebenso verändert wie die Möglichkeiten der modernen Medizin. Zudem arbeiten mittlerweile etwa 12.000 angestellte Ärzte im niedergelassenen Bereich, viele davon in Teilzeit.“

Hans-Werner Pfeifer, Referent für Grundsatzfragen beim GKV-Spitzenverband bestand dennoch darauf, dass es Überkapazitäten in etlichen Bereichen der vertragsärztlichen Versorgung gebe: „Diese Überkapazitäten binden ärztliche Zeit und kosten Geld, beides fehlt dann an anderer Stelle.“ Die bayerische Gesundheitsministerin Melanie Huml, die als Vertreterin der Politik auf dem Podium saß, gab hingegen zu bedenken: „Es ist richtig, dass die Zahl der Ärzte in den vergangenen Jahren kontinuierlich gestiegen ist. Doch gleichzeitig ist die Zeit, die ein Arzt direkt im Kontakt mit dem Patienten verbringen kann, immer weniger geworden. Das ist ein Problem.“

Woran der Zeitmangel bei Ärzten liegt, ist hinreichend bekannt: Verschärfte Hygiene- und Qualitätsrichtlinien und überbordende Dokumentationspflichten machen insbesondere ambulant operierenden Ärzten im Alltag das Leben schwer. Doch Hygiene und Dokumentation kosten nicht nur viel Zeit, sondern auch Geld, ohne dass dieser Umstand sich in der Vergütung ambulanter Operationen niederschlägt. Für dieses Problem und viele weitere Baustellen will der Bundesverband Ambulantes Operieren (BAO) gemeinsam mit dem BNC, dem BDC und dem Anästhesienetz Deutschland (AND) die Bevölkerung und nicht zuletzt die Politik in einer neuen politischen Kampagne sensibilisieren. BAO-Präsident Dr. Axel Neumann erklärte dazu: „In der Vergangenheit demonstrierten Ärzte zu Tausenden vor dem Brandenburger Tor, wenn sie gegen die Berliner Politik protestieren wollten. Heute gehen wir einen neuen Weg über eine Social-Media-Kampagne.“ Die Kampagne trägt den Titel „Autsch! Wenn Politik weh tut“. Unter www.ihre-ambulante-op-praxis.de können interessierte Ärzte und Patienten sich über die Positionen der beteiligten Verbände informieren und Materialien wie Wartezimmerplakate oder Shortfacts zur Weiterverbreitung über das Wartezimmer-TV, Twitter und Facebook herunterladen. GA 29

 

 

 

 

Internationaler Frauentag – Mehrheit weltweit sieht keine Gleichberechtigung  

 

Hamburg. Am 08. März wird mit dem internationalen Frauentag rund um den Globus an die Bedeutung von Gleichberechtigung und Emanzipation erinnert. Doch sind Männer und Frauen in Deutschland bereits gleichberechtigt? Die Mehrheit der Deutschen meint Nein. Zwar wünscht sich ein Großteil (85%) die uneingeschränkt gleichen Rechte für Männer und Frauen, jedoch sind 61 Prozent der Ansicht, dass es hierzulande eine Benachteiligung von Frauen auf sozialer, politischer und wirtschaftlicher Ebene gibt. Diese Ergebnisse stammen aus einer repräsentativen Umfrage des internationalen Marktforschungsinstituts Ipsos, die in insgesamt 23 Ländern durchgeführt wurde.

Männer und Frauen schätzen Situation fast gleich ein

Dass Männer den aktuellen Stand der Gleichberechtigung in Deutschland nahezu genauso einschätzen, wie Frauen, mag manche überraschen. Ebenso wie 62 Prozent der Frauen glauben auch 60 Prozent der Männer, dass in Deutschland eine Ungleichbehandlung zwischen Männern und Frauen besteht. Entsprechend wird die vorbehaltlose Gleichberechtigung der Geschlechter in Deutschland sowohl vom Gros der Männer (84%) als auch der Frauen (86%) gewünscht.

Gefühlte Gleichberechtigung bei russischen und chinesischen Frauen am größten

Sowohl russische als auch chinesische Frauen fühlen sich im internationalen Vergleich am stärksten gleichberechtigt. Jeweils 85 Prozent der Frauen beider Länder sind der Meinung, dass sie in ihrem Land die gleichen Chancen haben ihre Träume und Wünsche zu erfüllen wie die Männer. Damit liegen sie weit über dem internationalen Durchschnitt von 60 Prozent. Auch die deutschen Frauen fühlen sich mit 71 Prozent Zustimmung überdurchschnittlich gleichberechtigt. In Spanien hingegen glauben lediglich 28 Prozent der Frauen an Chancengleichheit mit ihren männlichen Landsleuten.

Weltweiter Wunsch nach Chancengleichheit

Rund um den Globus ist der Wunsch nach Gleichberechtigung stark ausgeprägt. Eine überwältigende Mehrheit von 88 Prozent der Bevölkerungen aus 23 Ländern ist der Meinung, dass Männer und Frauen in allen Bereichen die gleichen Chancen erhalten sollten. Jedoch glauben im internationalen Durchschnitt auch drei Viertel (73%), dass momentan Männer und Frauen ungleich behandelt werden. Insbesondere die Schweden (88%) nehmen diese soziale, politische und wirtschaftliche Benachteiligung von Frauen wahr. In Russland hingegen spiegelt sich in dieser Frage die gefühlte Gleichberechtigung der Frauen wieder. Hier glauben lediglich 47 Prozent der Bevölkerung, dass Ungleichheiten in ihrem Land vorherrschen.

Steckbrief. Diese Ergebnisse stammen aus einer Ipsos Global@dvisor Studie, die zwischen dem 22. Januar 2016 und 05. Februar 2016 durchgeführt wurde. Für die Studie wurde eine internationale Stichprobe von 17.040 Erwachsenen zwischen 18 und 64 Jahren in den USA und Kanada und zwischen 16 und 64 Jahren in allen anderen Ländern befragt. Insgesamt wurde die Studie in 23 Ländern durchgeführt: Argentinien, Australien, Belgien, Brasilien, China, Deutschland, Frankreich, Großbritannien, Indien, Italien, Japan, Kanada, Mexiko, Peru, Polen, Russland, Schweden, Südafrika, Südkorea, Spanien, Türkei, Ungarn, USA. Pro Land wurden ca. 1000 Personen über das Ipsos Online Panel befragt, mit der Ausnahme von Argentinien, Belgien, Indien, Mexiko, Peru, Polen, Russland, Schweden, Südafrika, Südkorea, Türkei und Ungarn, wo jeweils ca. 500 Personen befragt wurden. Die Daten wurden anhand der jeweils aktuellsten Zensusdaten nach demographischen Merkmalen gewichtet, um eine Annäherung an die Grundgesamtheit zu gewährleisten.

Über Ipsos. Ipsos ist ein unabhängiges und innovatives Markt- und Meinungsforschungsinstitut. In einer sich immer schneller verändernden Welt ist es unsere Aufgabe, unsere Kunden mit präzisen und umsetzbaren Analysen bei ihrer Veränderung zu unterstützen, dabei orientieren wir uns an den „4S“: Security, Simplicity, Speed und Substance. Um unseren Kunden bestmöglichen Service zu bieten, haben wir uns in fünf Forschungsbereichen spezialisiert. So bestimmen unsere engagierten Forscher Marktpotenziale, zeigen Markttrends, testen Produkte, Werbung und Dienstleistungen, erforschen die Wirkung von Medien und geben der öffentlichen Meinung eine Stimme. Und das in 87 Ländern auf allen Kontinenten. In Deutschland beschäftigen wir über 500 Mitarbeiter in Hamburg, Mölln, München, Frankfurt und Berlin.   Ipsos 3

 

 

 

 

Studie: Jeder fünfte Deutsche sucht einen neuen Job

 

Tageszeitung ist die meistgenutzte Quelle auf der Suche nach

Stellenangeboten. Neue Apps, die ähnlich wie Singlebörsen funktionieren, sind bei der Bewerbungssuche im Kommen. Bewerber wollen Absagegründe wissen

 

Eschborn - Jeder fünfte Deutsche sucht derzeit nach

einem neuen Job. Das ist ein Anstieg um 33 Prozent im Vergleich zum

Vorjahr. Davon befindet sich fast die Hälfte aktuell in einem

Arbeitsverhältnis. Dies sind Ergebnisse der Studie "Jobsuche 2016"

des Personaldienstleisters ManpowerGroup Deutschland. Mehr als 1.000

Bundesbürger ab 18 Jahren wurden dafür befragt.

 

Der Stellenteil der Tageszeitungen ist für die Mehrheit der

Jobsuchenden der wichtigste Anlaufpunkt. 54 Prozent prüfen die

Anzeigen der Printmedien nach geeigneten Angeboten, ein Anstieg um

acht Prozentpunkte. Auch andere Quellen werden häufiger genutzt als

im Vorjahr, darunter die Online-Jobbörse der Agentur für Arbeit (43

Prozent, +9 Prozentpunkte), persönliche Kontakte (40 Prozent, +5

Prozentpunkte) und Jobportale im Internet (40 Prozent, +5

Prozentpunkte). "Bewerber nutzen heute vielfältige Kanäle zur

Information über Jobangebote. Für Unternehmen bedeutet das: Sie

müssen auf unterschiedlichen Plattformen präsent sein im Sinne einer

Multi-Channel-Rekrutierung", sagt Herwarth Brune, Vorsitzender der

Geschäftsführung der ManpowerGroup Deutschland.

 

Apps für die Bewerbung, die ähnlich einer Singlebörse funktionieren,

sind ebenfalls im Kommen. Acht Prozent der Jobsuchenden nutzen

beispielsweise Tools wie Talents Connect und Truffls. Wer sich nach

einem neuen Arbeitgeber umschaut, legt dort ein Profil an,

beantwortet Fragen zu eigenen Arbeitsgewohnheiten und gibt Wünsche

über den Arbeitgeber an. Ein Algorithmus vergleicht das Profil mit

den Anforderungen von Unternehmen.

 

Am liebsten bewerben sich die Deutschen per Post

Beim Erstellen der Bewerbung sind die Deutschen weniger

fortschrittlich: Die Hälfte der Bewerber druckt die Unterlagen am

liebsten aus sendet sie in einer ordentlichen Mappe per Post an den

Arbeitgeber ihrer Wahl. Jeder Fünfte gibt sie gerne persönlich im

Unternehmen ab (22 Prozent). Die Bewerbung per E-Mail landet nur auf

Platz drei der beliebtesten Bewerbungsarten, für ein Drittel der

Bundesbürger ist es der Kanal der Wahl (32 Prozent). Die Bewerbung

über ein Online-Portal favorisiert erst jeder Fünfte (18 Prozent).

Dort werden Bewerbungsunterlagen hochgeladen oder die Lebenslaufdaten

direkt in ein Onlineformular eingegeben. "Bei Onlinebewerbungen kommt

es auf bedienerfreundliche Portale an, viele Bewerbungsseiten sind zu

kompliziert", sagt Herwarth Brune. Formulare mit über zehn

Eingabeschritten, fehlende "Zurück"-Funktionen, strenge

Dateibegrenzungen und unterschiedliche Standards stoßen auf wenig

Gegenliebe bei den Bewerbern, wie die Studie zeigt.

 

Bewerber wünschen sich eine schnelle Rückmeldung und alternative

Stellen

Für die Studie wurden die Bewerber auch gefragt, was Ihnen im

Bewerbungsprozess am wichtigsten ist. Das Ergebnis: eine schnelle

Rückmeldung des Unternehmens. 96 Prozent wollen früh wissen, wie es

weitergeht. Darüber hinaus wünschen die Kandidaten einen festen

Ansprechpartner (89 Prozent), eine Begründung für den Fall einer

Absage (84 Prozent) und einen Hinweis auf die Dauer des gesamten

Bewerbungsprozesses (83 Prozent). 85 Prozent der Bewerber finden es

zudem wichtig, für eine alternative Stelle des Unternehmens

berücksichtigt zu werden, wenn es mit der Position nicht klappt. "Es

ist verständlich, dass Bewerber die Gründe für eine Absage erfahren

wollen. Aus rechtlichen Gründen können Unternehmen das leider häufig

nicht machen. Jobvermittler können den Bewerbern eher Feedback geben

zu ihren Bewerbungsunterlagen und dem Eindruck nach einem

Einstellungsgespräch - quasi wie ein Karriereberater", sagt Herwarth

Brune.

 

Jeder dritte Berufstätige kann sich eine Selbständigkeit vorstellen

Als Alternative zur neuen Festanstellung besteht die Möglichkeit,

selbst Unternehmer zu werden. Einen Wechsel in die Selbstständigkeit

können sich die meisten Berufstätigen allerdings eher nicht

vorstellen. Zwei Drittel der Arbeitnehmer wollen lieber weiter als

Angestellter in einem Unternehmen arbeiten. Jeder dritte Berufstätige

kann sich zumindest vorstellen, freiberuflich, als sogenannter

Freelancer, zu arbeiten (35 Prozent). "Der Arbeitsmarkt ist heute

deutlich flexibler. In vielen Branchen suchen Arbeitgeber nach

qualifizierten Freelancern, was vor einigen Jahren noch gar nicht

möglich war", so Herwarth Brune. Wer einen Job sucht, kann dafür

Online-Jobsuche der ManpowerGroup nutzen. Auf der Internetseite

www.manpower.de/jobsuche gibt es die Möglichkeit, ein geeignetes

Unternehmen in der gewünschten Branche zu finden und sich direkt zu

bewerben.

Über die Studie "Jobsuche 2016". Die Studie "Jobsuche 2016" basiert auf einer Online-Befragung unter  1.015 Deutschen ab 18 Jahren. Sie wurde im Februar 2016 im Auftrag der ManpowerGroup Deutschland durchgeführt. Die Ergebnisse sind gewichtet und repräsentativ für die deutsche Bevölkerung ab 18

Jahren. Die Ergebnisse sind hier zum Download verfügbar: https://www.

manpower.de/neuigkeiten/studien-und-research/studie-jobsuche/

Die Pressemitteilung finden Sie hier: https://www.manpowergroup.de/ne

uigkeiten/presse/pressemitteilungen/Studie-Jobsuche-Jeder-f%C3%BCnfte

-Deutsche-sucht-neuen-Job/ MG/de.it.press 3

 

 

 

 

 

Italien musiziert. Kammermusikreihe. 9. März bis 3. Juni 2016!

 

Stuttgart. Bei der Vermittlung der italienischen Sprache und Kultur im Ausland besitzt die Musik für ein Land wie Italien, dasals Wiege der Musik gilt, einen bedeutenden Stellenwert. Musiker aus der ganzen Welt haben zu jeder Zeit mit vollenHänden aus dem unermesslichen musikalischen Erbe Italiens geschöpft und überall in der Welt werden italienischeMusiker gerne aufgenommen. Die Sprache der Musik ist unmittelbar und kennt keine Schranken für das Verständnis.

Die Kammermusikreihe „Italien Musiziert!“, ein gemeinsames Projekt des Italienischen Kulturinstituts und des VereinsARCES e.V. Stuttgart in Zusammenarbeit mit dem Landesmuseum Württemberg, will dem Stuttgarter und Baden-Württemberger Publikum anerkannte Talente der klassischen und zeitgenössischen italienischen Kammermusikpräsentieren. Das Ziel ist, den deutsch-italienischen kulturellen Dialog im Namen des universellen Wertes der Musik zu vertiefen. Wir freuen uns auf Sie!

Mittwoch, 09. März 2016 - 19:00 Uhr - Haus der Musik im Fruchtkasten, Schillerplatz 1, Stuttgart HOMMAGE AN FRANCESCO PAOLO TOSTI

Francesco Paolo Tosti war zu seiner Zeit einer der populärsten italienischen Komponisten. Die neapoletanische Volksmusik verdankt ihm viele klassische Lieder. Anlässlich seines 100. Todestages stellt das Duo Alterno (Tiziana

Sandaletti, Sopran; Riccardo Piacentini, Klavier) ein Progamm vor, in dessen Mittelpunkt seine bekanntesten Werke stehen.!

Musik von F.P.Tosti, R.Piacentini (UA)!

Freitag, 18. März 2016 - 19:00 Uhr - Haus der Musik im Fruchtkasten, Schillerplatz 1, Stuttgart DIE WUNDERBARE FILM-MUSIK VON ENNIO MORRICONE. Ennio Morricone ist weltweit einer der beliebtesten Komponisten für Filmmusik. Und alle erinnern sich an dieGitarrenklänge, die Morricone in den meisten seiner Musikstücke verwendete. Bruno Battisti D'Amario (Gitarre) und

Gianni Trovalusci (Flöte) werden Ihnen eine Reihe dieser besonderen Arrangements kunstvoll zu Gehör bringen! Musik von E.Morricone, B.B.D´Amario (UA)!

Donnerstag, 24. März 2016 - 19:00 Uhr - Haus der Musik im Fruchtkasten, Schillerplatz 1, Stuttgart CLASSIC IN JAZZ. Lieder, Jazz und klassische Musik… ein echter Dialog zwischen unterschiedlichen Ausdrucksmöglichkeiten und Stilen dargeboten entweder gesondert ober aber in einer echten Vermischung, teils mit Neulesungen, neuen Arrangements und Improvisationen über klassische Stücke in den verschiedensten Arten des Jazz. Die Auswahl des Programms erlaubt dem Duo Fysarmonìa die feine Grenzlinie zwischen dem Jazz und einigen Stilen der klassischen und der leichten Musik des 20. Jahrhunderts auszutesten: eine Zeit, in der die beiden Stilrichtungen entstanden undsich parallel entwickelten – sich immer neugierig beäugend und studierend. !

Musik von B. Martino, R. Korsakov, R. Ruggeri, R. Galliano, L. Bacalov, N. Rota !

Freitag, 08. April 2016 - 19:00 Uhr - Haus der Musik im Fruchtkasten, Schillerplatz 1, Stuttgart DUO TANGO. Die italienischen Auswanderer haben sich in verschiedenen Teilen der Welt niedergelassen. Dabei war Argentinien

eines ihrer Sehnsuchtsländer. Das Gitarrenduo Tango (Omar Cyrulnik, Giorgio Albiani) nimmt uns mit auf eine Reise auf den Spuren argentinischer Komponisten italienischer Herkunft. Musik von A.Piazzolla, C.Di Sarli, R.Pignoni, A.Troilo/H.Manzi, E.Timpanaro, M.Pavia, S.Piana/C.Castillo, C.Moscardini!

 

Freitag, 15. April 2016 - 19:00 Uhr - Haus der Musik im Fruchtkasten, Schillerplatz 1, Stuttgart SCHUMANN VOM FEINSTEN. Die Sonate op.11 von Robert Schumann ist zweifellos eine der interessantesten und komplexesten Werke des deutschen Komponisten. Der Pianist Francesco Prode vervollständigt seine Schumann-Darbietungen mit der „Musica Ricercata“ von György Ligeti.

Musik von R.Schumann, G.Ligeti.

 

Donnerstag, 28. April 2016 - 19:00 Uhr - Haus der Musik im Fruchtkasten, Schillerplatz 1, Stuttgart WERKE VON MONTEVERDI BIS VERDI ZWISCHEN GESTERN UND HEUTE. Das renommierte Quartetto Prometeo präsentiert die schönsten Werke von Giuseppe Verdi, darunter eines der ganz

wenigen Werke für Kammermusik. Das Programm wird vervollständigt mit der Aufführung von "Reinvenzione da Monteverdi” und mit neuen Werken von Günay Mirzayeva und Francesco Maggio. Musik von G.Verdi, G.Mirzayeva (UA), S.Scodanibbio/C.Monteverdi, G. Battistelli, F.Filidei/T.Merula, F.Maggio (UA)

 

Freitag, 13. Mai 2016 - 19:00 Uhr - Haus der Musik im Fruchtkasten, Schillerplatz 1, Stuttgart DER ZAUBER RICHARD WAGNERS IN DER ZEITGENÖSSISCHEN MUSIK. In der Literatur wird Wagners Erbe oft nur als der unmittelbare Einfluss auf die mitteleuropäische Musik der

folgenden Generationen abgehandelt und es wird wenig über die heutige Rezeption reflektiert. Nach der Präsentation des Buches des Musikwissenschaftlers Renzo Cresti "Richard Wagner. Das rein Menschliche", wird uns die Saxophonistin Nikola Lutz einige Werke italienischer zeitgenössischer Komponisten vorstellen, die sich mit dem Werk

Richard Wagners auseinandergesetzt haben. Musik von A.Cavallari, B.Putignano (UA), R.Silvestrini.

 

Freitag, 27. Mai 2016 - 19:00 Uhr - Haus der Musik im Fruchtkasten, Schillerplatz 1, Stuttgart ZWEI GROßE DEUTSCHE KOMPONISTEN AUS ITALIENISCHER SICHT. Beethoven und Mendelssohn sind zwei deutsche Komponisten, die längst zum universalen Kulturerbe zählen. Zwei

herausragende italienische Interpreten wie Vittorio Ceccanti (Violoncello) und Bruno Canino (Klavier) spielen Werke dieser bedeutenden deutschen Komponisten. Ein Fest für die Sinne und ein Symbol der deutsch-italienischen

Freundschaft. Musik von L.W.Beethoven, F.Mendelssohn-Bartholdy !

 

Freitag, 22. April 2016 - 11:00 Uhr - Wolfbuschschule, Köstlinstr. 76/77, Stuttgart SOGNO A PIEDI SCALZI. „Sogno a piedi scalzi“ ist ein originelles Kunstprojekt von Katy Nataloni, das drei Kunstgattungen miteinander

verbindet und in einem Buch mit Begleit-DVD zusammenfasst. Jeder weiß bekanntlich, dass Kinder spielend besser lernen, wenn sie die vorgeschlagenen Aktivitäten lieben und sich dabei amüsieren. Durch dieses Buch gelingt es der

Autorin, die Kinder in eine verzauberte Welt aus Musik und Kunst mitzunehmen.

 

Freitag, 03. Juni 2016 - 19:00 Uhr - Bürgerhaus Möhringen DIE ITALIENISCHE BANDA, EINE ERFOLGREICHE TRADITION. Die Banda "Mauro Cecchini" gibt uns in Stuttgart eine Kostprobe aus ihrem reichen Repertoire: Arrangements

berühmter Opern von Mascagni bis Verdi bis hin zu den schönsten neapolitanischen Lieder und der Filmmusik. Musik von Verdi, De Haan, Mascagni, Damiani, Morricone. Projektleitung: Adriana Cuffaro, Direktorin des Italienischen Kulturinstituts Stuttgart und Francesco Maggio,

Komponist und künstlerischer Leiter des Vereins „Arces e.V. Stuttgart“.

ITALIEN MUSIZIERT ist eine Konzertreihe des Italienischen Kulturinstituts Stuttgart und des Vereins ARCES e. V. in Zusammenarbeit mit dem Landesmuseum Württemberg.  de.it.press

 

 

 

 

Ostern in Italien

 

Italien während der Osterzeit zu erleben, ist eine ganz besondere Erfahrung: Vom hohen Norden bis in den tiefen Süden finden in allen Dörfern und Städten große Volksfeste, Prozessionen, religiöse Feiern, Heilige Darstellungen und folkloristische Ereignisse statt, die alle der Erinnerung der Passion Christi gewidmet sind. In Rom zieht die alljährliche Karfreitags-Prozession zum Kolosseum Gläubige aus aller Welt an. Am Ostersonntag spendet der Papst auf dem Petersplatz seinen Segen „urbi et orbi“. Ein spezielles Ritual ist auch die Tradition der „Sepolcri“ in der Karwoche, bei der man mit feierlichen Ritualen die Gräber der Toten besucht.

In Grassina nahe Florenz finden sich über 500 Menschen zusammen, die, in historische Gewänder gehüllt, den Karfreitag damit verbringen, durch die Straßen bis zum Kalvarienberg zu ziehen, um ihre Dankbarkeit zu zeigen, dass Grassina während der Pestepidemie von der Seuche verschont blieb. 

In Südtirol wird am Palmsonntag, dem Sonntag vor Ostern, der Einzug Jesu in Jerusalem gefeiert. Der Einzug in die Kirche ist geprägt von den bunten "Palmbesen" oder "Palmbuschen" der Kinder. Das sind Sträuße aus Olivenzweigen, Weidenzweigen, Buchsbaum, Erika und anderen Frühlingsblumen, die an lange Stangen gebunden sind. Bunte Bänder zieren den "Buschen". Diese Palmbesen symbolisieren die Palmzweige, mit welchen die Bewohner Jerusalems Jesus gehuldigt haben sollen.

Auch in Taranto (Apulien) finden in der Osterwoche alljährlich Prozessionen statt. Am Palmsonntag werden die Figuren der Madonna und der Heiligen feierlich versteigert und die Erlöse dem Fest gewidmet, das darauf folgt. Insgesamt drei große Prozessionen finden in der Karwoche statt, die über mehrere Stunden dauern und deren Teilnehmer spitze Kapuzen mit Sehschlitzen tragen. 

Auch auf Sizilien finden wieder zahlreiche Prozessionen zur Karwoche statt, bei denen sich Trauer und Freude abwechseln. Die aufwendigste ist am Karfreitag in Trapani, bei der sich Gläubige über 20 Stunden lang zusammenfinden und bei der  „Processione dei Misteri“ mit Skulpturen, die den Leidensweg Jesu dokumentieren, durch die Stadt schreiten. 

In ganz Italien bekannt ist die Karfreitagsprozession auf der Insel Procida im Golf von Neapel. Am Abend des Gründonnerstag findet die Processione degli Apostoli statt, bei der die Mönche des Bruderordens der Turchini in Kapuzenroben gekleidet zu den acht Pfarrkirchen ziehen, um die Toten zu ehren.  Am frühen Morgen des Karfreitag dann, zieht die große „Prozession der Mysterien“ (La Processione dei Misteri) durch die Straßen von Procida, bei der junge Insulaner große Bilder aus dem Leben und Sterben Christi tragen. 

Mehr Informationen: www.italia.it/de/reisetipps/glaube-und-spiritualitaet/ostern-in-italien.html  enit

 

 

 

 

Frankfurt: Hommage an Dino Risi und Luigi Comencini

 

Filmvorführungen am 10.03.2016:  zu Gast Marco Risi (Sohn von Dino Risi)

Deutsches Filmmuseum Frankfurt am Main (Ticketreservierung: 069 961220220

http://deutsches-filminstitut.de/blog/dino-risi-luigi-comencini-und-die-commedia-allitaliana/#1. Fort Apache Italien 2009. R: Marco Risi, D: Libero De Rienzo, Valentina Lodovini, Michele Riondino. 108 Min. 35mm. OmU

Als „Fortapàsc“ bezeichnete man im neapolitanischen Dialekt der 1980er Jahre Torre Annunziata, eine heruntergekommene Vorstadt von Neapel und eine Hochburg der Camorra. Ausgerechnet dorthin verschlägt es den jungen Journalisten Giancarlo Siani, der auf der Suche nach einer guten Story ist. Während zwischen zwei verfeindeten Clans ein erbitterter Bandenkrieg ausbricht, kommt er Korruptionsskandalen und geheimen Verbindungen zwischen Camorra, Justiz und Politik auf die Spur. Marco Risi erinnert an den Journalisten Giancarlo Siani, der sein aufklärerisches Engagement mit dem Leben bezahlte. Am 23. September 1985 wurde er von Auftragskillern ermordet.

Donnerstag, 10.03.2016 - 18:00 Uhr - Zu Gast: Marco Risi (Sohn von Dino Risi)

 

UNA VITA DIFFICILE  Ein schweres Leben Italien 1961. R: Dino Risi

D: Alberto Sordi, Lea Massari, Franco Fabrizi, Lina Volonghi. 118 Min. 35mm. Omdt/frzU. Nach dem Zweiten Weltkrieg beginnt in Italien eine Zeit des wirtschaftlichen Aufschwungs: Das bisher so unbeschwerte Leben des ehemaligen Partisanen Silvio ändert sich nachhaltig, als er bemerkt, dass die einstigen Ideale über Bord geworfen werden. Zunächst hält er verbissen an seiner Gesinnung fest, doch auch er ist bald gezwungen, für Frau und Kind Kompromisse einzugehen. Dino Risis Tragikomödie führt durch die italienische Nachkriegsgeschichte, für die Widerstandsgruppen eine Zeit des Wandels vom hoffnungsvollen Kampf zum moralischen Desaster des Wirtschaftswunders.

Donnerstag, 10.03.2016 - 20:15 Uhr - Zu Gast: Marco Risi (Sohn von Dino Risi)

 

 

 

 

Köln. Klavierkonzert mit Alessandro Stella

 

Am Freitag, 11. März 2016, 19.00 Uhr, im Institut Alessandro Stella spielt Werke von Frederic Chopin, Claude Debussy, Edvard Grieg und Franz Liszt  

Alessandro Stella studierte am Konservatorium Santa Cecilia in Rom und setzte dann seine Studien bei Franco Scala, Marco Di Bari, Bruno Canino, Maria João Pires, Maurizio Pollini, Jean-Yves Thibaudet, Alexis Weissenberg und Christian Zacharias fort. Seit 2008 gastiert er regelmäßig beim „Martha-Argerich-Projekt“ in Lugano und seine Auftritte wurden von WARNER Classics veröffentlicht. Er tritt regelmäßig in ganz Europa auf und seine Konzerte wurden oft von den großen Radiosendern übertragen.

Nicht nur als Solist, sondern auch als Trio zusammen mit den Pianisten Giorgia Tomassi und Carlo Maria Griguoli (The Pianos Trio) spielt er ein breites kammermusikalisches Repertoire. Bedeutende zeitgenössische Komponisten wie Carlo Boccadoro, Sergio Calligaris, Daniel Matrone und Matteo Sommacal haben eindrucksvolle, ihm gewidmete Werke geschrieben, die er oft zum ersten Mal weltweit gespielt und aufgenommen hat. Alessandro Stella widmet sich auch der „Wiederentdeckung” der kreativen Anfangsphase von Giacinto Scelsi und spielte, in enger Zusammenarbeit mit der „Fondazione Isabella Scelsi”, vor einem begeisterten italienischen und europäischen Publikum Originalstücke von Scelsi für Klaviersolo, Gesang und Kammermusik. Eintritt frei. IIC

 

 

 

 

Beratung zur Pflege verbessern

 

Berlin - Das Zentrum für Qualität in der Pflege (ZQP) hat heute einen Qualitätsrahmen für Beratung in der Pflege vorgestellt, der Politik und Praxis eine lange vermisste Grundlage für die Weiterentwicklung von Beratungsangeboten bietet.

Pflegerische Versorgung findet in Deutschland überwiegend in Familien statt. Um pflegende Angehörige zu unterstützen und zur Stabilisierung der häuslichen Pflege beizutragen, kommt Beratung in der Pflege eine zentrale Rolle zu. Doch trotz ihrer erheblichen Bedeutung ist das Beratungsangebot kaum überschaubar und die Qualität der Beratungsangebote in Deutschland höchst unterschiedlich.

Ein zentraler Grund dafür ist, dass es bisher an einer allgemeingültigen konzeptionellen Grundlage für Inhalte, Qualitätsanforderungen sowie Dokumentation und Auswertung von Beratungsangeboten in der Pflege fehlte. Vor diesem Hintergrund hat das ZQP heute nach zweijähriger Erarbeitung einen Qualitätsrahmen für Beratung in der Pflege vorgelegt.

Dieser bietet Politik und Praxis einen validen Ausgangspunkt für die Weiterentwicklung und die Bewertung der Qualität von Beratung in der Pflege. Anhand von Qualitätsbereichen legt der Qualitätsrahmen konkrete Qualitätsanforderungen an die Beratungsangebote fest. Zudem könnten die Ergebnisse beispielsweise für die Erarbeitung der im Pflegestärkungsgesetz II vorgesehenen bundesweit einheitlichen Pflege-Beratungsrichtlinie genutzt werden.

Der Qualitätsrahmen wurde im Auftrag des ZQP unter Federführung von Prof. Dr. Andreas Büscher, Hochschule Osnabrück, erstellt. An der Entwicklung des Qualitätsrahmens waren Vertreter des Bundesministeriums für Gesundheit, des Bundesministeriums für Familie, Senioren, Frauen und Jugend, des AOK-Bundesverbands, des Verbands der Ersatzkassen e. V., des MDK Bayern, der Bundesarbeitsgemeinschaft der Freien Wohlfahrtspflege, des Bundesverbands privater Anbieter sozialer Dienste e. V., des Deutschen Berufsverbands für Pflegeberufe Bundesverbands e. V. und des Verbraucherzentrale Bundesverbands e. V. zentral beteiligt.

„Gute Beratung ist der Schlüssel zu einer guten Pflege. Ist das Beratungsangebot gut, haben pfle-gedürftige Menschen bessere Chancen, möglichst lange gut versorgt im eigenen Zuhause zu leben. Voraussetzung ist, dass feststeht, was gute Beratung in der Pflege leisten muss. Darauf gibt der heute vorgelegte Qualitätsrahmen Antworten. So kann er zur Verbesserung des Beratungsan-gebots beitragen“, erklärt Dr. Ralf Suhr, Vorstandvorsitzender des ZQP.

Der Qualitätsrahmen umfasst sechs Abschnitte. Neben der Festlegung von Zielen, werden Begriffe, die im Beratungskontext verwendet werden, definiert, so zum Beispiel Information, Aufklärung, Beratung und Schulung. Qualitätskriterien werden unter anderem für Rahmenbedingungen, Kompetenzen der Berater und den Beratungsprozess beschrieben. Der Beratungsprozess wird als das zentrale Element von Beratung herausgestellt. Das Ergebnis sollte offen und für den Ratsuchenden transparent sein. Die Prozessschritte und Ergebnisse sind zu dokumentieren. Verlauf und Abschluss des Beratungsprozesses sowie Beratungsbeziehung sollten systematisch ausgewertet werden.

Das ZQP plant den Qualitätsrahmen als eine übersichtliche Verbraucherversion bis Mitte des Jahres herauszugeben.

Zum Hintergrund

Seit Einführung der Pflegeversicherung wird der Beratung pflegebedürftiger Menschen und ihrer Angehörigen eine wichtige Rolle bei der Stabilisierung häuslicher Pflegearrangements zugeschrieben. Die gesetzlichen Ansprüche zur Beratung werden seit Jahren vielfältiger. Mit dem 2008 verabschiedeten Pflegeweiterentwicklungsgesetz wurde ein Rechtsanspruch auf Pflegeberatung festgeschrieben und wichtige Impulse für den bundesweiten Ausbau einer Beratungsinfrastruktur gesetzt. Im zweiten Pflegestärkungsgesetz wurde festgelegt, dass der GKV-Spitzenverband bis zum 31. Juli 2018 eine bundeseinheitliche, fachlich fundierte und unmittelbar verbindliche Richtlinie für die Pflegeberatung nach § 7a des Sozialgesetzbuchs (SGB) XI erarbeiten muss. GA 29