WEBGIORNALE  14-20  MARZO   2016

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Germania, la destra populista vola in tre Länder 1

2.       Elezioni regionali in Germania: perde la Cdu di Merkel, vola la destra populista dell’AfD  1

3.       Integrare i migranti nelle società europee: coesione sociale o stratificazione?  1

4.       Emergenza migranti, Austria: "Chiudere rotta verso Italia come Balcani"  2

5.       Migranti, vertice Ue-Turchia: Ankara chiede più aiuti 2

6.       Migranti, dubbi sull’accordo fra Turchia e Ue. L’Onu: “Viola il diritto internazionale”  2

7.       Parlamento Europeo, Plenaria in diretta: i deputati a confronto sui risultati del vertice UE-Turchia  3

8.       I deputati chiedono chiarimenti sull'accordo UE-Turchia e il rispetto del diritto internazionale  3

9.       Vertice sui migranti, la Turchia: “Servono altri 3 miliardi”. L’Austria: “Chiuderemo tutte le rotte”  3

10.   Scuole italiane a Colonia - tra speranze e delusioni 4

11.   Francoforte. Seminario del Comites sui servizi consolari.  Rimproveri al Consolato (II) 4

12.   Approvato il Pacchetto "Asylpaket II" con le nuove norme sulla gestione dei profughi 5

13.   A Berlino due immigrazioni a confronto. Consegnato il Premio Comites  6

14.   A Düsseldorf  la mostra “Alberto Burri. Il trauma della pittura”  6

15.   “Scopri l’Italia a Berlino!”  6

16.   I temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia  6

17.   A proposito dei Trattati bilaterali italo-tedeschi! I miei nipoti: Nonno, erzähl aus deinem Leben! 7

18.   L’imbarazzo per il premio al criminale di guerra. Il sindaco: “Non sapevo nulla di Marzabotto”  8

19.   Revocare l’onorificenza al boia di Marzabotto  8

20.   Partecipazione italiana alla PROWEIN di Düsseldorf (13-15 marzo 2016) 8

21.   A Francoforte il film “Cesare deve morire”  9

22.   Emergenza profughi, la Svezia minaccia di portare la Germania alla Corte Ue  9

23.   Guccini, viaggio ad Auschwitz a cinquant'anni dalla sua canzone-simbolo  9

24.   Media tedeschi: “Volkswagen ha continuato a manipolare i motori anche durante l’inchiesta”  9

25.   La presenza italiana alla Cebit di Hannover (14 –18 Marzo 2016.Padiglione 6, Stand A 48) 10

26.   Volkswagen smette di finanziare il calcio  10

27.   Basta avventure senza ritorno  10

28.   Parlamento Europeo. I deputati discutono il futuro del Regno Unito nell’UE  11

29.   Bce, Draghi usa il 'bazooka': tassi a zero e aumenta ancora acquisto titoli 11

30.   Draghi sfida i tedeschi e va oltre ogni attesa  12

31.   Medio Oriente. Libia, i dubbi italiani sull’intervento  12

32.   Brexit. Un'ascia sui diritti dei lavoratori migranti 13

33.   Il percorso  13

34.   Gentiloni: “Per stabilizzare la Libia non servono guerre lampo”. “Evitiamo uno Stato fallito alle porte di casa”  14

35.   Parlamento Europeo. Migranti: maggiore sicurezza per le donne richiedenti asilo  14

36.   “Migranti e Sicurezza”, le sfide dell'Osce  15

37.   Italia-Svizzera. “Cosa rischiano coloro che hanno ottenuto aiuti sociali senza dichiarare i beni posseduti in Italia o all’estero?  15

38.   Vuoto  15

39.   L’Europa avvisa l’Italia: “Avete squilibri eccessivi, ma per ora nessuna procedura”  16

40.   Caso Primarie. Napoli, Bassolino contrattacca. Roma, cresce l'idea Bray  16

41.   “Il fenomeno migratorio tra paure e sicurezza”  16

42.   Primarie Pd, l'anima smarrita  17

43.   Sondaggi, in aumento fiducia in Renzi, governo e Pd. Effetto Parma addio, dem davanti al M5s anche al ballottaggio  17

44.   Come stiamo?  18

45.   La bomba di Draghi e la tempesta primarie  18

46.   Primarie centrosinistra, Giachetti vince a Roma. Napoli sceglie Valente  18

47.   Pd, la minoranza attacca Renzi dopo flop affluenza  18

48.   Marco Fedi (Pd): E’ tempo di aprire una discussione vera sul futuro dei Comites e del CGIE  19

49.   Deputati Pd-Estero: importanti risultati per l’internazionalizzazione  19

50.   Saper scrivere  19

51.   60 anni dei Trattati di Roma, al via concorso per il logo  20

52.   Della Vedova: "Ma il ritorno delle frontiere non fermerà gli sbarchi"  20

53.   Rilevazione per l'anno 2016 dell'esistenza in vita dei pensionati INPS  20

54.   Ancora troppi Comuni non riconoscono esenzioni TASI per i pensionati residenti all'estero. Utile circolare ANCI"  21

55.   Sardi nel mondo, le direttive a Circoli e Federazioni per la rendicontazione 2015  21

 

 

1.       Landtagswahlen. Grüne in Baden-Württemberg, SPD siegt in Mainz, CDU in Sachsen-Anhalt. AfD stark  21

2.       Funkhaus Europa. WDR kürzt Programm in ausländischen Sprachen  21

3.       Flüchtlingskrise und Euro-Krise gemeinsam lösen  22

4.       EU-Türkei-Gipfel: Deal zwischen Merkel und Davutoglu kassiert heftige Kritik  22

5.       Kritik und Lob  23

6.       UNHCR kritisiert EU-Türkei-Vereinbarung  23

7.       EU: „Flüchtlingspolitik zeigt Konstruktionsfehler“  23

8.       Flüchtlingspolitik. Probleme und Positionen wichtiger EU-Länder 24

9.       Libyen: Pulverfass und Durchgangsland für Flüchtlinge  24

10.   Weniger Rat bitte! Eine aus 28 nationalen Staatschefs bestehende Exekutive kann keine wirksamen Entscheidungen treffen. 24

11.   Wirtschaftsweiser: Politik der EZB wird immer wirkungsloser 25

12.   Innenministerien untätig. Hunderte Rechtsextreme besitzen Waffenschein  25

13.   Landtagswahlen 2016: „Die Wahlprogramme sind so unverständlich wie eine Doktorarbeit“  25

14.   Gelichter. Flüchtlingskatastrophen  26

15.   Europäische Konservative wollen AfD aus EKR-Fraktion werfen  27

16.   Klimaabkommen von Paris. Bundeskabinett stimmt Klimaabkommen zu  27

17.   Schuss in den Ofen- Warum Kriegsschiffe die Flüchtlingskrise nicht lösen können. 27

18.   Kehrtwende nach Kritik. Sachsens Regierung reagiert auf ausländerfeindliche Übergriffe  28

19.   Vor den Landtagswahlen: Wahlkampf gegen Flüchtlinge hat weitreichende Folgen  28

20.   Fluchtursachen bekämpfen, Flüchtlingszahlen reduzieren. Flucht, Migration, Integration  28

21.   Ifo Institut warnt vor Brexit 29

22.   Fünf Jahre Fukushima: Deutsche Energiewende ist Pionierprojekt für nachhaltige Energieversorgung  29

23.   Über Erziehungsfragen Integration fördern. Erziehungsprogramm hilft bei der Integration arabischer Familien  29

24.   Migrationsexperte. Integration betrifft Flüchtlinge und Einheimische gleichermaßen  29

25.   Von AfD bis Zuckerberg: Diese Personen, Themen und Unternehmen sehen Journalisten 2016 in den Medien  30

26.   Studenten helfen Asylbewerber 30

27.   „Jeder Asylsuchende hat Anspruch auf ein individuelles, faires und unvoreingenommenes Verfahren“  31

28.   NRW. Integrationsarbeit vor Ort profitiert vom neuen EU-Fonds EHAP  31

29.   Neue Zahlen. Rechte Gewalt nimmt drastisch zu  31

30.   Internationaler Frauentag. Es bleibt noch viel zu tun  31

31.   „Nicht nur am 8. März: Endlich anpacken für Frauenrechte und Gleichstellung!"  32

32.   Studierende deutscher Hochschulen entdecken Erasmus+ für Auslandspraktika  32

33.   Leipziger Buchmesse. Flucht und Asyl im Mittelpunkt 33

34.   Rechtsfragen zu Alkohol am Steuer 33

 

 

 

Germania, la destra populista vola in tre Länder

 

Nelle regioni in cui si è votato, tengono i governi uscenti, ma è un duro colpo per Merkel e Spd – di TONIA MASTROBUONI

 

BERLINO - Sono solo le prime proiezioni, ma si profila un trionfo per la destra populista dell'Afd: in tutti e tre Land potrebbe aver superato il 10% dei voti, nell'Est, in Sassonia-Anhalt hanno battuto tutte le stime schizzando al 23%. Il miglior risultato che un partito abbia mai raggiunto alle prime elezioni - nel 2011 il partito di Frauke Petry neanche esisteva. Nel Baden-Wuerttenberg potrebbe essere diventato il terzo partito con il 14%, persino davanti alla Spd. Il tutto, con una partecipazione al voto aumentata enormemente, rispetto a cinque anni fa: tra il 5 e il 12% dei tedeschi in più si sono recati alle urne.

 

I due partiti di governo, Cdu e Spd, incassano cali ovunque, in qualche caso i socialdemocratici subiscono dei tracolli storici. Tranne in Renania-Palatinato: lì la governatrice uscente Malu Dreyer riesce addirittura a conquistare più voti rispetto a cinque anni fa e sale al 37,5%. Anche i due presidenti uscenti del Baden-Wuerttenberg e del Sassonia-Anhalt sembrano godere del "bonus" da governatore in carica: i Verdi di Winfried Kretschmann hanno conquistato il 32%, otto punti in più rispetto a cinque anni fa, la Cdu di Reiner Haseloff  incassa il 29% arretrando di tre punti: ma è prima.

 

La vittoria dell'Afd è un avvertimento ad Angela Merkel, d'altra parte due governatori su tre hanno appoggiato la sua politica dei profughi - peccato che siano rivali della Cdu. Ed è un po' questo il dato di difficile interpretazione: i conservatori perdono ovunque, per la Spd queste elezioni sono una caporetto senza precedenti, ma i candidati cristianodemocratici hanno preso tutti le distanze dalla cancelliera - la candidata della Renania-Palatinato Julia Kloeckner addirittura proponendo un piano B sui profughi. E gli elettori li hanno puniti. Un sondaggio interessante tra elettori della Cdu ha fatto emergere di recente che oltre il 50% pensa che Kloeckner e Wolf "non sono stati leali" con Merkel. Cosa abbiano deciso dunque di votare, è difficile da dire.

 

I risultati complicano ovunque il quadro delle alleanze soprattutto a causa del crollo dei due grandi partiti e del boom dei populisti di destra dell'Afd. Tutti rifiutano coalizioni con il partito di Frauke Petry, ma nessuno riuscirà a mettere insieme un governo con meno di tre partiti. Un'instabilità inedita, per la monolitica Germania, abituata a decenni di tranquille alternanze

o a grandi coalizioni, insomma a coppie di governo. Solo negli ultimi anni, a causa del logoramento dei grandi partiti, sono spuntate le prime alleanze a tre, in Turingia ad esempio e in Schleswig-Holstein. Il trend continua. LR 13

 

 

 

 

Elezioni regionali in Germania: perde la Cdu di Merkel, vola la destra populista dell’AfD

 

Bocciata la politica pro-migranti della Cancelliera, criticata anche nel suo partito

 

La Cdu di Angela Merkel e i socialdemocratici della Spd hanno perso voti nelle elezioni che si sono tenute oggi in tre regioni della Germania, mentre hanno registrato un boom i populisti di destra di Alternativa per la Germania (AfD), stando a quanto emerge dagli exit poll diffusi dalle tv pubbliche Ard e Zdf alla chiusura delle urne. Oggi si è votato in Renania-Palatinato, Baden-Württemberg e Sassonia-Anhalt. Stando agli exit poll, in Sassonia-Anhalt ha vinto la Cdu ottenendo fra il 29% e il 30,5%, mentre si l’AfD si è attestato come seconda forza politica con consensi compresi fra il 21% e il 23%; in questo Land Alternativa per la Germania avrebbe risultati oltre le aspettative, superando Die Linke, che si è fermato fra il 16,5% e il 17%, e anche l’Spd che scivola al quarto posto ottenendo il 12% circa.  

 

In Baden Württemberg, dove il governo uscente è dell’alleanza di Verdi e socialdemocratici, vincono i Verdi con il 32%, mentre l’Spd perde 10 punti fermandosi al 13% e la Cdu perde fino a 13 punti rispetto alle elezioni precedenti attestandosi intorno al 27% in questo Land tradizionalmente conservatore; sempre secondo gli exit poll, AfD ottiene in questo Land il 12,5% dei voti. In Renania-Palatinato, invece, i socialdemocratici riescono a mantenere la leadership con il 37,5% dei voti, davanti ai conservatori che si fermano al 33% e ad Alternativa per la Germania che ottiene l’11% affermandosi come terza forza politica del Land.  

 

Dopo una campagna elettorale dominata dalla crisi dei rifugiati, l’AfD è riuscito dunque a far valere il suo messaggio contro l’accoglienza dei richiedenti asilo ed entrerà in tutti e tre i Parlamenti regionali, così passerà a essere rappresentato nei Parlamenti di otto Stati federati. Le elezioni di oggi erano considerati un test per la gestione della crisi migratoria fatta dal governo guidato dalla cancelliera Angela Merkel. 

 

«Un obiettivo non raggiunto: diventare il partito più forte. Un obiettivo raggiunto: sostituire i rosso-verdi». Così su Twitter la cristiano-democratica Julia Kloechner, che ha sfidato, senza riuscire a batterla, la presidente uscente dell’Spd, Malu Dreyer, in Renania-Palatinato. La Kloechner, astro nascente della Cdu, aveva attaccato la politica sui profughi di Angela Merkel, proponendo il tetto limite in Germania e provocando attriti nel partito. LS 13

 

 

 

 

Integrare i migranti nelle società europee: coesione sociale o stratificazione?

 

Mentre la fortificazione delle frontiere esterne d’Europa traballa - come sta accadendo al confine tra Grecia e Macedonia - sotto i colpi dei migranti che cercano protezione in Europa, l’emergenza dei concitati fatti di questi giorni ha offuscato per l’ennesima volta il dibattito su come integrare i migranti una volta accolti in Europa.

 

Eppure la questione è tutt’altro che secondaria, visto che ad oggi l’approccio prevalente resta quello della ‘convergenza verso l’integrazione civica’. Una linea politica, avviata nei paesi nord-europei negli anni Novanta, progressivamente replicata da quattordici paesi europei tra cui Austria, Belgio, Danimarca, Francia, Germania, e più recentemente l’Italia.

 

In altre parole, per risiedere in Europa, gli immigrati devono dimostrare, attraverso dei test, la conoscenza di lingua, cultura, valori e regole del paese di residenza, al fine di ottenerne il permesso di soggiorno o la cittadinanza. Regola che vale per tutti i migranti di lungo periodo, inclusi i rifugiati, ma non per i cosiddetti migranti qualificati.

 

Anche l’Italia,con i suoi cinque milioni di migranti regolari residenti, non è stata esente da questa svolta culturalista. Dal 2007, anno in cui Giuliano Amato, Ministro dell’Interno durante il Governo Prodi promuove la ‘Carta dei valori della cittadinanza e dell’integrazione’, diversi atti governativi hanno promosso l’importanza della conoscenza della lingua, della storia e dei principi costituzionali italiani come prerequisito per un’inclusione degli immigrati.

 

È il caso del Pacchetto Sicurezza, approvato dal Governo Berlusconi nel luglio 2009, del ‘Piano per l’integrazione nella sicurezza. Identità e incontro’ del 2010 e del ‘Patto per l’integrazione’ entrato in vigore nel marzo 2012.

 

Tutte misure caratterizzate dal richiamo alla centralità dell’apprendimento della lingua italiana, dell’educazione civica e della conoscenza delle regole sociali, politiche ed economiche che regolano la società italiana.

 

Il sistema è, in teoria, estremamente stringente:attraverso un sistema di crediti, gli immigrati sono obbligati a firmare, entro 8 giorni dal loro ingresso regolare in Italia, un contratto di integrazione con cui si impegnano a dimostrare, entro due o tre anni, le competenze raggiunte.

 

Una preparazione insufficiente o la mancata frequentazione dei corsi implica il diniego del permesso di soggiorno e quindi l’espulsione dal territorio italiano.

 

Nella pratica, tuttavia, ad oggi, è ancora prematuro e difficile - soprattutto a causa della discrezionalità con cui tali misure vengono implementate - valutarne l’efficacia per il processo di integrazione.

 

Proprio questo scollamento tra politiche e prassi, suggerisce alcune riflessioni. La prima è che per la prima volta, l’integrazione civica è riuscita a conciliare il centro-sinistra - tradizionalmente abbastanza inclusivo nei confronti dell’immigrazione e più incline ad una equiparazione dei diritti socio-economici fra cittadini stranieri e cittadini italiani - e il centro-destra, storicamente più attento alla funzionalità mercato del lavoro e all’inserimento degli stranieri in quei settori economici che gli italiani generalmente rifiutano.

 

Entrambi hanno posto al centro del processo di integrazione degli immigrati degli elementi culturali, allineando l’azione e il dibattito politico italiano alla tendenza europea.

 

Tuttavia, è evidente che, sebbene la conoscenza della lingua, della cultura e delle regole del paese di residenza rappresenti un indiscusso strumento di integrazione economica e di mobilità sociale, queste politiche di integrazione civica, tanto in Europa quanto in Italia, denunciano chiaramente un approccio restrittivo rispetto all’immigrazione, che nei fatti si declina o con misure che contribuiscono a dissuadere e selezionare gli ingressi e a stratificare la popolazione immigrata, o con un rallentamento dei processi di integrazione. Ciò avviene nella misura in cui le politiche di integrazione civica prevedono un trattamento differenziato per gli immigrati cosiddetti desiderati, ai quali non viene richiesta nessuna prova della conoscenza della lingua e della cultura del paese in cui risiedono, e gli immigrati non desiderati o i rifugiati, ai quali invece vengono imposti gravosi corsi e test di integrazione.

 

Inoltre, faccenda non del tutto secondaria, la logica del controllo, che sembra permeare non solo la politica delle frontiere e dell’immigrazione, ma anche quella dell’integrazione, può alimentare episodi di insofferenza e violenza,sia tra gruppi immigrati, sia tra questi ultimi e la popolazione autoctona.

 

Siamo quindi così sicuri che la convergenza verso l’integrazione civica sia auspicabile per la coesione sociale delle società europee?

Angela Paparusso, AffInt 7

 

 

 

Emergenza migranti, Austria: "Chiudere rotta verso Italia come Balcani"

 

Il ministro degli Esteri Kurz e il cancelliere Faymann tornano ad attaccare la Germania e sollecitare Angela Merkel a introdurre un tetto limite sui profughi di 400 mila all'anno. La via balcanica "deve restare chiusa, tutti quelli che arrivino attraverso la tratta gestita da criminali devono essere mandati indietro"

 

BERLINO - Per il ministro degli Esteri austriaco Sebastian Kurz, il modello fornito dalla chiusura della rotta balcanica va seguito anche sulla rotta che potrebbe portare i profughi in Italia. "Il traffico di migranti non si ostacola facilmente - dice alla Bild am Sonntag -. Dovremo fare tutto quello che abbiamo fatto lungo la rotta balcanica anche lungo la rotta Italia-Mediterraneo, in modo che sia chiaro che il tempo del lasciapassare verso la Mitteleruopa è finito, qualsiasi sia la rotta".

Nel giorno del vertice Ue-Turchia di Bruxelles, nel tentativo di  trovare un accordo che possa far fronte alla crisi, migliaia di migranti e profughi restano bloccati in condizioni disumane nel campo di Idomeni, in territorio greco alla frontiera con la Macedonia. Skopje nelle ultime ore ha introdotto ulteriori restrizioni, e oltre ad aver escluso gli afghani, fra i siriani e gli iracheni lascia passare solo chi proviene da città sotto assedio e in guerra permanente. Esclusi quindi coloro che arrivano da Damasco, Baghdad o altri centri non considerati zone di guerra aperta. Leggi l'articolo

 

L'Austria parla. Lo fa anche attraverso la voce del cancelliere Werner Faymann che torna ad attaccare la Germania e sollecita Angela Merkel a introdurre un tetto limite sui profughi. "Solo se la Germania indicherà un valore di riferimento e si limiterà a prendere i profughi direttamente dalle regioni di crisi, si romperà la logica della migrazione disordinata", ha affermato all'Oesterreich. Secondo Faymann, il "tetto" tedesco dovrebbe essere di 400 mila profughi all'anno. La rotta balcanica, ha aggiunto, deve restare chiusa, e uomini, ma anche donne e bambini che arrivino attraverso la tratta gestita da criminali devono essere mandati indietro senza eccezione.

 

 

 

La rotta dei Balcani occidentali è completamente chiusa ai migranti: Slovenia, Croazia, Serbia e Macedonia hanno vietato di valicare la frontiera a chiunque non abbia regolari documenti per l'accesso all'Unione Europea, compresi i richiedenti asilo che ne avrebbero diritto. Queste misure a catena seguono l'ennesimo rinvio di un accordo tra Ue e Turchia, che dovrà essere discusso al prossimo vertice europeo del 17-18 marzo.

La tenerezza di una mamma che lava il suo bimbo appena nato con l'acqua di una bottiglietta stride con lo sfondo dell'inferno di Idomeni, al confine tra Grecia e Macedonia, dove oltre quattordicimila persone sono accampate nel fango. Intere famiglie, in fuga lungo la rotta dei Balcani, vivono nelle tendopoli dopo la chiusura delle frontiere

La tenerezza di una mamma che lava il suo bimbo appena nato con l'acqua di una bottiglietta stride con lo sfondo dell'inferno di Idomeni, al confine tra Grecia e Macedonia, dove oltre quattordicimila persone sono accampate nel fango. Intere famiglie, in fuga lungo la rotta dei Balcani, vivono nelle tendopoli dopo la chiusura delle frontiere

 

E oggi la Germania è al voto in tre Stati federati: Renania-Palatinato e Baden-Württemberg nell'ovest, e Sassonia-Anhalt nell'est, dovranno scegliere i nuovi Parlamenti regionali e dunque il nuovo governatore. Circa 13 milioni i cittadini chiamati alle urne. La crisi migratoria, con l'arrivo di 1,1 milioni di richiedenti asilo in Germania nel 2015, ha trasformato questo voto regionale in un test della gestione fatta da Angela Merkel a livello nazionale. Tanto che ieri la cancelliera tedesca, nell'ultimo comizio che ha scelto di tenere in Baden-Würtemberg, si è concentrata proprio sulla questione, difendendo la politica di apertura delle frontiere e l'inasprimento delle leggi sull'asilo. LR 13

 

 

 

 

 

Migranti, vertice Ue-Turchia: Ankara chiede più aiuti

 

La Turchia avrebbe chiesto più aiuti in cambio della sua collaborazione a bloccare il flusso di migranti verso l'Europa. Lo scrive il 'Financial Times', citando fonti diplomatiche europee, secondo cui queste richieste supplementari rischierebbero di far fallire il vertice Ue-Turchia che si è aperto a Bruxelles. In particolare, Ankara avrebbe chiesto un aumento dei fondi già concordati con l'Ue (i tre miliardi di euro decisi a novembre scorso, per la copertura tra l'altro dei costi per la sanità e l'istruzione dei rifugiati siriani), un accesso più rapido ai visti Schengen per i cittadini turchi ed un'accelerazione del suo processo di adesione all'Unione Europea.

"La Turchia è pronta a lavorare con l'Ue e anche ad essere un membro dell'Ue", ha detto il premier turco Ahmet Davutoglu, arrivando a Bruxelles per il vertice con i 28 capi di Stato e di governo dell'Ue. "Siamo tutti colleghi che lavorano insieme, gomito a gomito, per il futuro del nostro continente", ha aggiunto.

"Torno a Bruxelles per il secondo vertice Ue-Turchia in tre mesi - ha continuato Davutoglu - il che dimostra quanto la Turchia sia indispensabile per l'Ue e viceversa. Abbiamo molte sfide davanti a noi e l'unico modo per rispondere è la solidarietà, la solidarietà nel nostro continente. Dobbiamo guardare all'intero quadro del nostro continente, non solo all'immigrazione irregolare. Sono contento che oggi tra i leader europei ci sia una consapevolezza molto più intensa dell'importanza di queste sfide".

"Ieri abbiamo avuto un incontro molto fruttuoso con la cancelliera Angela Merkel e con il premier olandese Mark Rutte - ha proseguito il premier turco - siamo tutti colleghi. Sono sicuro che queste sfide verranno risolte attraverso la cooperazione. Spero che questo summit si focalizzi non solo sull'immigrazione irregolare, ma anche sul procedimento di accesso della Turchia all'Ue", cosa che costituirebbe "un punto di svolta nelle nostre relazioni". La richiesta della Turchia di entrare a far parte della Comunità Economica Europea risale all'aprile del 1987.

Werner Faymann insiste sulla necessità di chiudere la rotta dei Balcani seguita dai migranti per raggiungere il nord Europa. Il cancelliere austriaco ha lasciato chiaramente intendere il suo pensiero incontrando i giornalisti: "Sono decisamente a favore di dire a tutti chiaramente, chiuderemo tutte le rotte, anche la rotta balcanica". "Per molti è stato troppo facile semplicemente lasciar entrare gente, condurla dentro. Più chiaramente opponiamo resistenza, meglio sarà", ha aggiunto.

Per Angela Merkel la riduzione del flusso dei migranti in arrivo deve essere frutto di una "soluzione sostenibile da ricercarsi assieme alla Turchia" per garantire che il numero di arrivi sia ridotto "per tutti i paesi, compresa la Grecia". La cancelliera ha sottolineato come l'approccio Ue non possa essere quello di "chiudere l'una o l'altra cosa". Merkel, spiegano fonti diplomatiche, è tra coloro che sono contrari alla possibilità di dichiarare "chiusa" la rotta dei Balcani occidentali seguita dai migranti per arrivare nel nord Europa.

Dal presidente francese Francois Hollande sì alla cooperazione con la Turchia sui flussi migratori, ma nei confronti di Ankara l'Ue deve esercitare "una vigilanza estrema" per quanto riguarda per esempio la libertà di stampa. "Il piano è semplice da enunciare, ma difficile da mettere in pratica - ha sottolineato Hollande - si tratta della sicurezza delle frontiere esterne, della cooperazione con la Turchia e della solidarietà con la Grecia, questa è la posizione che difenderà la Francia".

Il premier britannico David Cameron ha ribadito: "Non ci sono prospettive" che la Gran Bretagna possa aderisca ad un sistema comune di asilo europeo, noi abbiamo "un opt out solido come una roccia". "Noi non siamo in Schengen - ha continuato - abbiamo il nostro confine, per cui i migranti che arrivano in Europa non sono in grado di entrare da noi". Tuttavia, ha riconosciuto Cameron "è importante che aiutiamo l'Europa ad assicurare il suo confine esterno, ed è per questo che stiamo mandando le navi britanniche" a pattugliare l'Egeo.

Per il primo ministro greco Alexis Tsipras per affrontare la crisi dei migranti nell'Ue "ci sono accordi che non sono stati implementati, e questo è un problema. Se ci sono accordi che non vengono implementati, non ci sono affatto accordi". L'afflusso di migranti "è un nostro problema comune, un problema europeo - continua Tsipras - dobbiamo trovare soluzioni comuni. Abbiamo una situazione difficile da affrontare. Mi auguro di avere risultati sostanziali da questo incontro, per implementare il piano di azione, diminuire gli afflussi in modo sostanziale e rompere le reti dei trafficanti". " adnkronos 7

 

 

 

 

Migranti, dubbi sull’accordo fra Turchia e Ue. L’Onu: “Viola il diritto internazionale”

 

Il capo dell’agenzia per i rifugiati Grandi: «La bozza non fornisce garanzie di protezione». Il blocco dell’Est: «La rotta balcanica non esiste più». Giù gli arrivi in Germania

 

Dubbi e preoccupazioni si addensano intorno all’accordo di principio raggiunto nella notte a Bruxelles tra Turchia e Unione europea sulla crisi dei migranti. Il blocco dei Paesi dell’est (più l’Austria) resta fermo nel non voler accettare le quote di ricollocamento, mentre l’Onu, per bocca dell’Alto commissario per i rifugiati Filippo Grandi, si è detto «profondamente preoccupato per tutte le disposizioni che implicheranno il rientro indiscriminato di persone da un Paese all’altro». La bozza dell’accordo, ha aggiunto il capo dell’UNHCR, «non fornisce garanzie di protezione ai rifugiati in virtù del diritto internazionale». L’Unicef a sua volta ha chiesto il rispetto unanime del principio del “non nuocere”, specie quando si ha che fare con bambini.  

COSA SIGNIFICA “UNO A UNO”  

La Turchia si sarebbe impegnata ad accettare il ritorno degli immigrati irregolari che dalle sue coste partono per le isole greche, se l’Ue si farà carico dei costi di rimpatrio. Di questo stanno parlando oggi a Smirne il premier turco Ahmet Davutoglu e l’omologo greco Alexis Tsipras. Ankara propone di riprendere tutti i migranti che hanno raggiunto il territorio comunitario, senza distinzioni tra irregolari e richiedenti asilo, ma propone poi un meccanismo “uno a uno”: per ogni profugo siriano riammesso, i Ventotto dovranno accoglierne uno in modo legale. «Gli altri 3 miliardi che abbiamo chiesto», ha spiegato Davutoglu, «non sono soldi per noi, sono necessari per gestire la crisi». Ankara chiede anche una accelerazione al suo percorso di adesione all’Unione, ma allo stesso tempo continua a sostenere che la chiusura del più importante quotidiano del Paese, l’oppositore “Zaman”, sia stata una questione giuridica e non politica, respingendo, anzi, palesemente ignorando le accuse di mancato rispetto della libertà di stampa.  

IL BLOCCO DELL’EST: «LA ROTTA BALCANICA È CHIUSA»  

Dopo il vertice di ieri, il premier ungherese Viktor Orban ha confermato la posizione di Budapest, che è poi quella del blocco dei Paesi dell’Europa orientale, a cui si è aggiunta l’Austria. Orban ha assicurato che la rotta balcanica seguita dai migranti verso l’Europa resta chiusa. Una posizione, quella dell’Ungheria, condivisa anche dal premier sloveno Miro Cerar. «Il vertice ha lanciato un chiaro messaggio a tutti i trafficanti di profughi e ai migranti illegali, e ora sanno che non c’è più la rotta balcanica”, ha detto Cerar che era tra i leader europei favorevoli ad adottare nella dichiarazione finale del summit la frase «la rotta balcanica è ora chiusa» e non quella un po’ meno drastica, poi approvata. «È vero che la frase è stata leggermente riformulata, ma il senso è lo stesso», ha osservato Cerar. «Da oggi o da domani la Slovenia riprenderà ad applicare in pieno tutte le procedure di Schengen», ha concluso.  

GIU’ GLI ARRIVI IN GERMANIA  

Intanto si apprende dal governo tedesco che a febbraio sono arrivati in Germania 61.428 richiedenti asilo, circa un terzo rispetto al mese precedente, quando furono 91.671 (segnando un -33% rispetto a gennaio). Tra questi nuovi arrivi, la nazionalità più rappresentata è quella siriana (24.612 persone), seguita dagli iracheni (12.355) e dagli afghani (12.121). LS 8

 

 

 

 

Parlamento Europeo, Plenaria in diretta: i deputati a confronto sui risultati del vertice UE-Turchia

 

Mercoledì alle ore 9 i deputati discuteranno i risultati del vertice UE-Turchia di questa settimana, che mira a raggiungere un accordo globale sulla lotta contro la crisi dei rifugiati. I deputati esprimeranno anche le loro aspettative per il vertice UE della prossima settimana. Gli sforzi per affrontare l'afflusso includono una proposta che per ogni siriano riammesso in Turchia dalle isole della Grecia, un altro rifugiato siriano sarà accettato in UE.

 

"Uno dentro, uno fuori". Ecco una delle proposte delineate al vertice UE-Turchia di questa settimana che prevede che per ogni immigrato siriano irregolare tornato in Turchia dalle isole della Grecia, un altro sarà accettato in UE. Il conflitto in Siria dura da sei anni e ha provocato il più grande disastro umanitario dai tempi della Seconda guerra mondiale: 6,5 milioni di persone sono state sfollate internamente, mentre 4,7 milioni sono state costrette a fuggire nei paesi vicini.

 

La Turchia e la crisi dei rifugiati

Attualmente la Turchia è il paese che ospita il maggior numero di rifugiati al mondo ed ha un ruolo cruciale nella risoluzione della crisi. Non solo ospita quasi tre milioni di profughi ma la maggior parte del milione di migranti che ha raggiunto l'UE via mare l'anno scorso ha attraversato il paese.

 

Tra le altre proposte discusse al vertice UE-Turchia di questa settimana ci sono la liberalizzazione dei visti per i cittadini turchi nell'UE e un'accelerazione dei colloqui per l'adesione all'UE. Le proposte presentate comprendono anche maggiori finanziamenti per aiutare la Turchia nell'affrontare l'afflusso dei rifugiati, oltre ai 3 miliardi di euro già promesso dall'UE. Una decisione finale sulle proposte sarà presa al vertice UE dei capi di governo previsto il 17-18 marzo.

 

"Questa non è una strada a senso unico, la Turchia ha bisogno dell'Unione europea e l'UE ha bisogno della Turchia. L'Europa sta affrontando una crisi dei profughi e un flusso d'immigrati senza precedenti. Ma questo è vero anche per la Turchia: la cooperazione è essenziale" ha sottolineato il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz.

 

Sulla questione della liberalizzazione dei visti per i cittadini turchi, Schulz ha dichiarato che "il Parlamento in quanto colegislatore è pronto a svolgere il suo ruolo per contribuire ad un esito positivo nei prossimi mesi". Tuttavia, ha ricordato le preoccupazioni del Parlamento rispetto alla libertà di stampa in Turchia e ha detto che il percorso di adesione del paese e la crisi dei rifugiati dovrebbero essere trattati separatamente.

 

Il ruolo del Parlamento

Mercoledì 9 marzo dalle ore 9, i deputati condivideranno le loro opinioni sulle proposte delineate al vertice di questa settimana. Al dibattito parteciperanno Jeanine Hennis-Plasschaert, in rappresentanza della presidenza olandese del Consiglio, e il vicepresidente della Commissione Valdis Dombrovskis. I deputati esprimeranno anche le loro aspettative in vista della riunione dei capi di governo il 17-18 marzo.

 

13,5 milioni di siriani necessitano di assistenza umanitaria. Per questa ragione, il conflitto e la crisi dei rifugiati sono la proiorità dell'agenda del Parlamento. Il Parlamento ha ripetutamente chiesto maggiori sforzi per prevenire ulteriori perdite di vite in mare, invitando i paesi dell'UE ad assumersi la loro parte di responsabilità e di solidarietà nei confronti di quegli Stati membri che ricevono la maggior parte dei rifugiati.

 

Gli ultimi dati forniti dall'Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati mostrano che quasi 132.000 persone hanno attraversato il Mediterraneo nei primi due mesi del 2016, di cui 123.000 sono sbarcati in Grecia. 410 vite sono state perse attraversando il Mediterraneo in gennaio e febbraio. Nel frattempo circa 13.000 rifugiati sono abbandonati al confine della Grecia con l'ex Repubblica iugoslava di Macedonia.

 

Il Parlamento ha dedicato la Giornata internazionale della donna 2016 alle donne rifugiate e ai richiedenti asilo. Rivolgendosi ai deputati questa settimana, l'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati Filippo Grandi ha dichirato che le donne rifugiate che viaggiano sole, in stato di gravidanza o con figli sono in inferiorità numerica rispetto agli uomini dall'inizio del 2016. Ha anche notato che questo è "il momento di riaffermare i valori su cui è stata costruita l'Europa".

 

Due delegazioni di deputati sono state in Turchia nel mese di febbraio per incontrare alcuni di quelli che sono riusciti a scappare dal conflitto siriano e per vedere come le autorità turche stanno gestendo l'afflusso. I deputati hanno elogiato gli sforzi turchi per fornire un rifugio, i viveri, l'assistenza sanitaria e l'istruzione nei campi profughi. Tuttavia hanno sottolineato che non più del 10% dei rifugiati siriani in Turchia vive nei campi. PE 8

 

 

 

 

I deputati chiedono chiarimenti sull'accordo UE-Turchia e il rispetto del diritto internazionale

 

Il ministro olandese Jeanine Hennis-Plasschaert e il Vicepresidente della Commissione Valdis Dombrovskis durante il dibattito in plenaria sui risultati del vertice UE-Turchia e sulla preparazione del Consiglio europeo - ©European Union 2016 - EP

I deputati mercoledì hanno chiesto chiarimenti sull'accordo raggiunto dai leader europei con la Turchia sulla gestione dei flussi di migranti e rifugiati, ribadendo che devono essere rispettate che le norme internazionali in materia di asilo.

 

In un dibattito in plenaria con il Consiglio e la Commissione, la maggior parte dei leader dei gruppi politici ha insistito che i negoziati di adesione con la Turchia e i colloqui sulla liberalizzazione dei visti per i cittadini turchi che viaggiano verso l'UE non dovrebbero essere collegati alla questione dei profughi.

 

Le minacce alla libertà di stampa in Turchia e il recente sequestro del quotidiano Zaman da parte delle autorità, così come il trattamento riservato alle minoranze curde da parte del governo turco, sono stati discussi durante il dibattito con il ministro olandese Jeanine Hennis-Plasschaert, in rappresentanza del Consiglio, e il Vicepresidente della Commissione Valdis Dombrovskis.

 

Nel corso del dibattito si è inoltre discusso dei preparativi per il prossimo vertice del Consiglio europeo, che si terrà il 17-18 marzo prossimi. I deputati hanno inoltre parlato di politica fiscale e di coordinamento delle politiche economiche del "semestre europeo", punti che figurano all'ordine del giorno del prossimo giorno del vertice.

 

Ruolo del Parlamento

Le modifiche alle regole per i visti implicano la commutazione del Paese interessato da una lista a un'altra, nell'allegato del relativo al regolamento del 2001, e tali modifiche sono soggette alla procedura di codecisione che necessita un accordo fra Parlamento e Consiglio.

 

Il miliardo di euro proveniente dal bilancio dell'UE, cosi come presentato dalla Commissione per i rifugiati in Turchia, come pure eventuali fondi ulteriori provenienti dall'UE, dovrà essere negoziato e approvato dal Parlamento nel quadro della procedura di bilancio. PE 9

 

 

 

 

 

Vertice sui migranti, la Turchia: “Servono altri 3 miliardi”. L’Austria: “Chiuderemo tutte le rotte”

 

A Bruxelles va in scena il vertice europeo sui migranti e all’ultimo minuto la Turchia ha avanzato richieste politiche e di ulteriori finanziamenti, oltre ai tre miliardi già previsti, che minacciano di far deragliare l’accordo Ue-Turchia per ridurre il flusso dei migranti verso l’Europa. Lo anticipa il Financial Times. Oltre a un aumento di fondi, Ankara chiede un accesso più veloce ai visti Schengen per i cittadini turchi e un processo accelerato per la sua richiesta di adesione all’Ue. Intanto il premier italiano ha fatto sapere che vuole un riferimento alla libertà di stampa nelle conclusioni del summit, altrimenti sarebbe pronto a non dare il suo via libera. 

 

ERDOGAN: “UE DEVE DARCI ANCORA 3 MILIARDI”  

«La Turchia ha salvato quasi 100mila rifugiati nel Mediterraneo» orientale ma «l’Ue deve ancora darci i 3 miliardi di euro promessi quattro mesi fa» ha detto il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, mentre a Bruxelles si svolge il summit straordinario Ue-Turchia sui migranti con il premier di Ankara, Ahmet Davutoglu. Erdogan ha aggiunto di augurarsi che Davutoglu torni da Bruxelles con i fondi promessi, accusando ancora una volta i Paesi occidentali di indifferenza nei confronti del «dramma di bambini e donne che muoiono in mare», dei «massacri del regime di Bashar al Assad» e dei «turcommani, degli arabi e dei nostri fratelli che si trovano sotto i bombardamenti russi» in Siria. 

 

IL PRESSING DELLA MOGHERINI  

Intanto, all’arrivo al vertice europeo straordinario sull’immigrazione Federica Mogherini ha ribadito al premier turco Ahmet Davutoglu che «è necessario che la Turchia, in quanto Paese candidato, risponda alla richiesta della Ue di rispettare gli standard più alti per quanto riguarda la democrazia, lo stato di diritto, libertà fondamentali a cominciare dalla libertà di espressione e di associazione. Questi sono valori chiave per la Ue. I Paesi candidati li devono rispettare e promuovere nei loro confini». L’alto rappresentante per la politica estera, che in mattinata ha incontrato il leader curdo Demirtas, afferma anche che «è necessario far ripartire da parte delle autorità turche il processo di pace curdo» e che questo «è una priorità della Ue». 

 

L’AUSTRIA: “CHIUDEREMO TUTTE LE ROTTE”  

Intanto il cancelliere austriaco Werner Faymann, al suo arrivo a Bruxelles ha annunciato che Vienna «chiuderà tutte le rotte, anche quella Balcanica. I trafficanti non devono avere alcuna opportunità» aggiungendo che per molti è stato finora troppo semplice «lasciar passare le persone». Vienna resta ferma contro la politica del lasciar passare: «Più chiaramente saremo contro, tanto meglio», ha ribadito il cancelliere. Gli accordi con la Turchia sono una buona cosa, ma «se reggeranno lo si vedrà in futuro».  

 

GENTILONI: “NO A DECISIONI UNILATERALI DI CHIUSURA FRONTIERE”  A margine dell’incontro con il ministro degli Esteri polacco, Witold Waszczykowski, alla Farnesina il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, ha spiegato: «Riteniamo che sulla questione migranti sia necessario decidere insieme in Europa. Decisioni unilaterali, in particolare sulla rotta Balcanica, di chiusura delle frontiere metterebbe a rischio la libera circolazione delle persone creando un effetto domino. Il senso dell’incontro di oggi a Bruxelles è di evitare questi rischi».  LS 7

 

 

 

 

Scuole italiane a Colonia - tra speranze e delusioni

 

Dal primo gennaio di quest’anno le due scuole di Colonia, la Gesamtschule italo-tedesca “Francesco Petrarca” e il Liceo italiano “Italo Svevo”, sono passate alla società BILINGO gGmbH - e da quel momento sono iniziate, in parte giustamente, speculazioni sul futuro di queste strutture. Per chiarire la situazione abbiamo intervistato il nuovo direttore dell’ente gestore, Marco Shell

Signor Schell, cos’è la BILINGO gGmbH?

Si tratta di una società tipo onlus, cioè senza scopo di lucro. È stata fondata diversi anni fa per gestire un asilo e una scuola elementare a Colonia. Il nome BILINGO indica che il nostro concetto si rifà al bilinguismo e infatti le due strutture di cui parlavo sono strutture anglo-tedesche. L’inglese viene insegnato e praticato già dall’inizio e il concetto didattico è quello dell’immersione. In pratica i bambini imparano l’inglese praticandolo tutti i giorni e, senza quasi rendersene conto, questa lingua diventa per loro una cosa “normale”. È un metodo molto efficace e che da ottimi risultati. Ora la BILINGO ha rilevato l’ente “DIE Stiftung private Schulen” che gestisce direttamente la Gesamtschule Francesco Petrarca e il Liceo Italo Svevo, così come anche il Centro scolastico Italiano. In pratica ora è la BILINGO la casa madre della “Stiftung” e prende il posto della SBH (Stiftung Bildung und Handwerk) che era prima la struttura portante. In pratica, quindi, dal punto di vista amministrativo non cambia nulla tranne il nome della casa madre.

Ma perché rilevare una struttura scolastica come questa?

Abbiamo il Kindergarten e la Grundschule, avevamo bisogno di una scuola secondaria, una weiterführende Schule, per offrire ai nostri alunni una continuità nel metodo e nell’apprendimento. Ci siamo decisi per una Gesamtschule perché questa forma scolastica offre tutte le possibilità di uscita, fino all’Abitur. Ci siamo guardati intorno e abbiamo pensato di rilevare la Gesamtschule “Francesco Petrarca” perché sia la sua posizione centrale che la sua struttura già bilingue offre dei chiari vantaggi, cioè si tratta di riformare una struttura già esistente e non di fondarne una dal nulla.

Ma la BILINGO, come diceva Lei prima, è nata come ente gestore nell’ambito linguistico anglo-tedesco. Inoltre la Gesamtschule Francesco Petrarca è stata ribattezzata “Bilingo Campus”... Significa che l’italiano sparirà dalle materie d’insegnamento e verrà sostituito dall’inglese?

No,. Il cambiamanto del nome della Gesamtschule è un segnale in direzione dell’internazionalizzazione della scuola e del suo inserimento nel complesso scolastico della BILINGO. E la BILINGO è aperta a tutte le lingue. Dal punto di vista didattico, il metodo dell’immersione non è legato a una lingua specifica, quindi va bene anche per l’italiano. E infatti non abbiamo intenzione di sopprimere l’insegnamento dell’italiano. Al contrario, direi che lo potenzieremo. Dal prossimo anno scolastico inizieranno le classi bilingui tedesco-inglesi, ma verrà offerta anche una classe tedesco-italiana. E tutte seguiranno il nostro metodo didattico. Tengo a precisare che le classi italo-tedesche che sono presenti in questo momento continueranno il loro iter senza cambiamenti sostanziali fino agli esami previsti, poi verranno sostituite via via con le nuove classi che arriveranno.

Quindi in pratica la Gesamtschule, non si dedicherà solo all’inglese, ma continuerà ad offrire anche l’italiano così come lo fa adesso...

Non solo. In programma abbiamo anche l’offerta di tre diversi tipi di “Abitur”: quella anglo-tedesca, quella tedesca classica e quella italo-tedesca. Quest’ultima non veniva offerta nemmeno dalla Francesco Petrarca! Va considerato che affinché questo esame bilingue venga riconosciuto, dovremo offrire anche i cosiddetti “Leistungskurse” in Italiano e anche alcune altre materie verranno insegnate in italiano. In pratica, il nuovo anno scolastico prevede tre quinte classi: una classe anglo-tedesca diciamo normale, aperta a tutti gli alunni che vengono da altre scuole, poi una classe anglo-tedesca di livello più alto, rivolta ai ragazzi che provengono dalla nostra BILINGO-Grundschule e che hanno un livello di inglese più elevato di quello delle normali scuole tedesche - naturalmente possono iscriversi anche bambini esterni, ma devono avere il livello di inglese corrispondente, ed infine una classe italo-tedesca, tipo quella che offriva la Francesco Petrarca. Ovviamente la classe italo-tedesca partirà se ci saranno abbastanza iscrizioni per farlo. Noi però in ogni caso la offriremo.

E se non dovessero esserci abbastanza iscrizioni?

In tal caso va considerato che anche gli alunni che iniziano in una classe anglo-tedesca hanno poi la possibilità di scegliere l’italiano come seconda lingua straniera. Quindi l’italiano verrà in ogni caso offerto, anche se non dovesse partire la quinta italo-tedesca. Un’altra lingua che verrà offerta sarà lo spagnolo.

E dal punto di vista finanziario?

Per le nuove classi che si formeranno la compartecipazione delle famiglie sarà un po’ più elevata di quella attuale. La cosa è legata al fatto che dal prossimo anno scolastico ci saranno nuove offerte nella struttura, che ne aumenteranno la qualità, ma che ovviamente vanno anche finanziate. Intanto ci sarà una cosiddetta “Betreuung”, cioè un’assistenza, che inizierà già alle 7.30 del mattino e che durerà fino all’inizio delle lezioni, alle 8.45. L’assistenza non è obbligatoria per i bambini, ma è a disposizione delle famiglie che la vogliono utilizzare. Le lezioni si terranno dalle 8.45 alle 16.00, poi segue di nuovo un periodo di assistenza fino alle 18.00 che prevede anche la proposta di AG, gruppi di lavoro, per esempio in sport, musica, arte ecc. Inoltre nelle ore “bilinguali” nelle classi saranno presenti non uno ma due insegnanti, di cui uno di lingua madre. Inoltre le classi prevedono un massimo di 24 alunni. E non va dimenticato che offriremo anche un servizio mensa a cui parteciperanno tutte le quinte classi. Chiaro che queste offerte devono essere anche rifinanziate, altrimenti non sono possibili.

Tutto ciò vale anche per le classi italo-tedesche?

Certo, anche queste hanno gli stessi diritti e doveri delle altre. In ogni caso verremo incontro alle famiglie con borse di studio e conteggi basati sulle loro disponibilità finanziarie, quindi vedremo caso per caso cos’è possibile fare. Ma comunque attenzione, perché sto parlando delle nuove classi che inizieranno con il prossimo anno scolastico. Per quelle che già esistono - per capirci quelle che erano nate con il Francesco Petrarca - per quelle non cambia nulla: quindi anche da punto di vista finanziario non cambierà nulla per le famiglie. Chiaro che se i ragazzi vogliono partecipare alle nuove offerte, AG o mensa, possono farlo ,ma dovranno pagare a parte il relativo servizio.

BILINGO ha rilevato però anche il Liceo Italo Svevo. Che ne sarà di questo?

Il Liceo faceva parte del pacchetto complessivo che abbiamo rilevato. Già l’ente gestore precedente aveva deciso di chiuderlo perché in grave crisi finanziaria. Per noi il problema è che ci crea dei costi che non sapremmo come coprire, senza tener conto che in realtà neanche rientra nel nostro concetto didattico bilinguale. Abbiamo avuto diversi contatti con potenziali enti che avrebbero potuto rilevarlo e portarlo avanti, ma purtroppo non abbiamo riscontri positivi, almeno per ora. L’unica cosa che abbiamo deciso per venire incontro alla situazione è che in ogni caso porteremo avanti le classi già esistenti fino all’esame di stato. Accetteremo anche nuove iscrizioni ma non sarà possibile aprire nuove classi. Quindi il prossimo anno scolastico ci sarà ancora la quarta liceo e poi tra due anni rimarrà solo la quinta - a meno che nel frattempo non si trovi una soluzione. Noi siamo disposti anche e mettere a disposizione di un nuovo ente gestore le aule a costo zero, almeno per un periodo di tempo. Comunque non aumenteremo le rette, ma più di così non possiamo fare.

Per maggiori informazioni: http://www.bilingo-campus.eu.  Maurizio Libbi

CdT marzo

 

 

 

 

 

Francoforte. Seminario del Comites sui servizi consolari.  Rimproveri al Consolato (II)

 

Rapporto numerico tra contingente collettività italiana e servizi consolari

Eventuali disservizi della rete diplomatica-consolare possono derivare sia dall’inadeguata applicazione delle norme amministrative che appesantiscono e ritardano il processo amministrativo, che dal numero insufficiente del personale a disposizione rispetto alla qualità e quantità dei servizi consolari da erogare. Questo rapporto non viene determinato dalla consistenza della collettività italiana in Germania, ma dalla tipologia e dal numero dei servizi a essa erogati.

 

Al riguardo è utile rapportare solamente il numero del personale addetto ai servizi consolari, con esclusione del personale non specificatamente addetto a tali servizi, come dirigenti diplomatici-consolari, personale dell’amministrazione contabile, informatico, dell’archivio, dell’ufficio scuola, etc., con il numero dei servizi consolari erogati nell’arco dell’anno.

 

Sulla base delle statistiche forniteci dall’Ambasciata, nel 2014, l’ultimo anno completamente rilevato, il consolato di Francoforte risulta tra quelli con maggiori livelli di criticità nel rapporto personale in servizio e collettività italiana. In base a tale statistiche nel 20141 il Consolato di Francoforte aveva un contingente di 33 unità di personale e nello stesso anno aveva rilasciato 4.780 passaporti, 261 documenti di viaggio provvisori, 4.340 carte di identità, 2.776 atti di stato civile, 4.669 iscrizioni Aire, per un totale di servizi erogati di 17.523, a fronte di un numero di 146.800 connazionali residenti nella sua circoscrizione consolare.

 

Se, sulla base di tale statistica se, si rapporta il totale dei servizi consolari erogati nel 2014 con il numero del personale adibito esclusivamente a tali servizi, e cioè 17.523 diviso 19, si ha il risultato di 922 servizi annuali per impiegato pari a 4 servizi giornalieri per impiegato considerando 230 giornate lavorative annuali.

 

Il numero degli impiegati adibiti esclusivamente a tali servizi è stato calcolato sottraendo dal numero totale di 33 addetti 14 unità adibite ad altri servizi (Console e segretaria (2 unità), il personale del reparto amministrativo contabile (5 unità), l’informatico che svolge anche servizi visti (1 unità), l’addetto all’ufficio culturale (1 unità), il personale dell’archivio (2 unità), l’addetto alla PEC (1 unità), gli addetti al servizio LAS, notarile, notifiche e leva (2 unità).

 

Se si analizza più specificatamente il rapporto tra servizi erogati e numero di personale dei singoli reparti, si rilevano ulteriori criticità all’interno dei vari reparti che, oltre alle irregolari e farraginose procedure che complicano e aggravano inutilmente il trattamento della pratica, dimostrano ulteriori problemi di organizzazione interna nella ripartizione del personale ai reparti, nell’assegnazione dei carichi di lavoro ai singoli impiegati e nel loro monitoraggio.

 

Evoluzioni delle funzioni delle rappresentanze diplomatico-consolari

Un ulteriore argomento con cui l’Amministrazione giustifica ritardi e disservizi è il fatto che negli ultimi anni ai Consolati sono state attribuite nuove funzioni come quelle elettorali. Al riguardo bisogna far rilevare che tali funzioni elettorali sono saltuarie e sono sostenute con finanziamenti integrativi tali che permettono di assumere un numero congruo di personale a termine per affrontare il lavoro aggiuntivo e che inoltre nello stesso periodo sono state sospese e abrogate le operazioni di leva e quelle notarili che hanno alleggerito o compensato il carico di lavoro aggiunto dalle nuove funzione elettorali.

 

Conclusioni

L’emigrazione italiana di massa si è esaurita a metà degli anni ’70 e quella di oggi è professionalmente e culturalmente ben diversa. Gli italiani all’estero sono cambiati e sono cambiate le loro esigenze. È quindi necessario che anche le politiche adottate nei loro confronti si adeguino, tenendo conto dell’evoluzione della nostra società, della sua crescente internazionalizzazione e modernizzazione. Oggi non si parla più di emigranti, ma di persone che decidono di trasferirsi all’estero non esclusivamente per bisogno ma anche per interessi diversi o per esigenze professionali e culturali. Le nostre collettività sono spesso ben integrate nel Paese di accoglienza, che in moltissimi casi forniscono loro ottimi servizi e risultano composte da persone che hanno accesso alle informazioni attraverso internet, ma che d’altra parte, hanno difficoltà per ragioni di lavoro o di distanza a recarsi in Consolato.

 

Siamo coscienti, che le crescenti ristrettezze di bilancio del MAE inducono l’amministrazione e le rappresentanze della comunità all’estero, come i Comites, alla ricerca di soluzioni per ottimizzare le risorse umane e finanziarie a disposizione, attraverso una riorganizzazione dei servizi consolari ispirata ai principi di economicità, efficacia ed efficienza, purché non siano a discapito dell’utenza. Il buon andamento dell'azione amministrativa impone il minor dispendio di mezzi, con il duplice obiettivo di rendere la sede più moderna, più accessibile e più vicina agli utenti, quale punto di riferimento civile e culturale per l’italianità e quale esempio di buona e dinamica amministrazione rivolta alle specifiche esigenze della comunità italiana all’estero.

 

Dai risultati statistici, le criticità rilevate nell’erogazione dei servizi consolari non sono da attribuire alle crescenti ristrettezze di bilancio del MAE e di conseguenza alla riduzione del contingente consolare, tantomeno all’aumento dei nuovi flussi emigratori. Questi fenomeni vengono largamente compensati dalle innovazioni normative e tecnologiche a favore della P.A. e dall’incremento della nuova generazione di origine italiana con doppia cittadinanza italo-tedesca che sempre più si rivolge esclusivamente alle strutture amministrative tedesche.

 

Tali criticità, che con alternanze temporali si traducono in veri e propri disservizi, sono un elemento storico dell’emigrazione italiana che coinvolge tutta la collettività di vecchia e di nuova generazione che non possono essere accantonati per dedicarsi a nuove problematiche. Esse non favoriscono il coinvolgimento della collettività italiana verso l’istituzione diplomatica-consolare, tantomeno la rende partecipe al processo amministrativo. Al contrario, i disagi che ne scaturiscono allontanano i cittadini dall’istituzione e ne mortificano il suo rapporto con l’Italia.

 

Tali criticità sono da addurre prevalentemente all’inefficiente gestione della macchina amministrativa consolare. Spetta anche ai Comites, in qualità di organi di rappresentanza degli italiani all'estero, nell’ambito della collaborazione istituzionale con i Consolati, di presentare proposte utili e risolutive nell’ambito della programmazione annuale delle attività consolari come prevista dalla normativa sulla “Performance”.

 

In questo contesto, il Comites intende promuovere una più intensa collaborazione tra Consolato e tutte le organizzazioni operanti nella circoscrizione consolare potenziando l’informazione necessaria sui servizi consolari, nonché sostenendo la fruizione dei servizi per posta ordinaria e per via telematica che consentano di facilitare il rapporto con le strutture consolari senza necessariamente ricorrere alla presenza fisica dell’utente, e non per ultimo, al fine di erogare un servizio consolare all’altezza dei tempi e delle norme legislative in vigore, con beneficio reciproco per il cittadino-utente e per la Pubblica Amministrazione.

 

A queste possono affiancarsi ulteriori innovazioni normative italiane e accordi migliorativi con lo stato ospitante. Ma innanzitutto, dovrebbero essere applicate le attuali normative in vigore che semplificano la procedura amministrativa e che facilitano l’accesso e il contatto con gli uffici consolari. Gli uffici consolari continuano a restare un insostituibile punto di riferimento per i connazionali all’estero nei loro rapporti con gli uffici pubblici in Italia e in generale per il proprio sentimento di italianità.

Calogero Ferro, presidente Comites Francoforte (de.it.press)

 

 

 

 

Approvato il Pacchetto "Asylpaket II" con le nuove norme sulla gestione dei profughi

 

Alla ricerca di un consenso politico, la Cancelliera Merkel ha messo ai voti del Parlamento una serie di nuove norme che, forse, le daranno maggiore respiro nella difficile gestione della nuova ondata di profughi sulla Repubblica Federale di Germania.

Queste le novità:

• Determinati gruppi di richiedenti asilo politico, che sono provenienti da Paesi ritenuti sicuri, saranno accolti in particolari centri in cui, con procedura immediata, saranno esaminate la domande di asilo con l’esecuzione immediata dell’eventuale espulsione. In questa fase, la residenza e il soggiorno dei profughi nella circoscrizione del centro d’accoglienza è obbligatoria.

• Determinati gruppi di profughi sono esclusi dalla possibilità di ricongiungimento familiare per un periodo di due anni. Si tratta dei richiedenti che non possono fondare la loro richiesta sul generale principio del diritto all’asilo tutelato dalla convenzione di Ginevra. In buona sostanza sono gli individui che, se rispediti a casa, devono fate i conti con la condanna a morte o con la tortura. Pericoli quindi che riguardano la loro stessa persona e non i familiari o i congiunti.

• Un’eccezione è fatta per i familiari dei profughi già arrivati in Germania, che a loro volta sono già scappati e che transitano nei campi profughi in Turchia, Giordania o Libano. Il Pacchetto prevede per questa categoria di profughi la ripartizione in quote da stabilire a livello europeo.

• I costi dei corsi d’integrazione sono a parziale carico dei richiedenti asilo con una quota di 10 Euro mensili.

• Le procedure di espulsione vengono accelerate, anche in caso di problemi di salute delle persone colpite dai provvedimenti ma fatta eccezione dei casi di massima gravità.

Le procedure di rilascio dei documenti di viaggio per l’espulsione vengono anch’esse accelerate, considerato che sono troppi i procedimenti di espulsione che restano inevasi a causa di mancanza di idonei documenti di viaggio. Questo il pacchetto.

Resta da chiedersi: sarà sufficiente a calmare gli animi attorno alla Cancelliera Merkel?

Il Capo della CSU, l’ala destra della Democrazia cristiana CDU, Horst Seehofer, la smetterà di criticare il suo stesso governo, creando il vuoto attorno alla Cancelliera? Nel frattempo il tetto massimo di duecentomila arrivi l’anno chiesto con insistenza dallo stesso Seehofer, non è stato preso in considerazione dal Pacchetto II.

Per il momento Angela Merkel è quindi riuscita, con la sua politica verso i profughi, solo a togliersi di dosso l’etichetta della grande maestra della tattica politica, con particolare riguardo alla popolarità delle sue decisioni.

L’apertura verso i profughi è stata, infatti, una decisione notevolmente impopolare. Una decisione che ha messo però l’obbligo morale della nazione Germania davanti a ogni calcolo politico.

Il mese scorso al Parlamento di Berlino, in occasione della commemorazione dell’Olocausto, una delle ultime sopravvissute ad Auschwitz ha reso atto al nuovo volto umano della Germania. Una frase commovente che riscatta un passato storico che ancora pesa sulle spalle dei tedeschi.

Ma non è sufficiente.

La vita quotidiana fianco a fianco con i profughi in Germania non è facile. Per un attimo le immagini degli alloggi dei profughi dati alle fiamme dai soliti fanatici, per altro pericolosamente anonimi e con la faccia da persone per bene di giorno, mentre di notte vanno in giro con la benzina a bruciare le abitazioni destinate ai rifugiati, ricordano dolorosamente gli incendi della “Reichskristallnacht” ordinati dai nazisti in quella terribile notte del novembre 1938.

Dicevamo che il riconoscimento del volto più umano della Germania non è sufficiente e questo la Cancelliera Merkel lo sa e sa anche che mai come ora la sua posizione è in bilico.

Possiamo quindi immaginare con quanta energia passerà la palla ai vertici dell’Unione Europea, chiedendo -con tutta l’autorità che la Germania gode a Bruxelles- l’equa ripartizione dei profughi.

Peraltro, Angela Merkel non va a Bruxelles a chiedere qualcosa solo in nome dell’umana solidarietà. I capitani dell’industria tedesca e gli esponenti dell’economia si sono stretti attorno alla loro capa del Governo, scongiurando ogni piano di chiusura delle frontiere che significherebbe il soffocamento dell’economia tedesca e, di conseguenza, di quella europea nel suo insieme.

L’industria tedesca sostiene la politica della Cancelliera e vede nel disordinato afflusso dei profughi un grosso potenziale di assorbimento nei mercati del lavoro locali a medio e lungo tempo.

Ed è questa la formula della soluzione: ci vuole tempo. Ci vuole tempo per stabilizzare i Paesi da cui la gente fugge per salvare la pelle, ci vuole tempo per sistemare chi è arrivato e ci vuole tempo per capire che l’Europa mai più potrà considerarsi un’isola felice in cui l’unica preoccupazione è quella se i propri cittadini possono permettersi, o meno, un secondo telefonino. E per quanto riguarda i cristiani, forse siamo al banco di prova. Vestire gli ignudi, dare da bere agli assetati e dare da mangiare agli affamati, comportamenti da applicare anche verso i meno simpatici e che hanno un altro credo, sono principi che forse, oggi come mai, sono destinati a uscire dalle polverose sacrestie per diventare realtà quotidiana. Aldo Magnavacca, CdI marzo

 

 

 

A Berlino due immigrazioni a confronto. Consegnato il Premio Comites

 

BERLINO - Sono tanti gli spunti di riflessione emersi durante l’evento di mercoledì 2 marzo, all’Istituto Italiano di Cultura di Berlino, organizzato dal Comites, per la consegna del Premio “Italiano dell’anno 2015”.

Il tema conduttore della serata “La vecchia e la nuova immigrazione” è stato offerto dalle stesse biografie dei concittadini premiati. Da una parte, Sestilia Bressan è stata scelta a rappresentanza di una generazione, quella dei primi lavoratori italiani arrivati in Germania esattamente sessant’anni fa, all’indomani degli accordi bilaterali tra i due paesi. Dall’altra la proiezione del documentario inedito “Lampedusa in Berlin” di Mauro Mondello, giovane giornalista freelance, esempio stesso della nuova migrazione italiana in Germania, ha messo in luce le debolezze del sistema di assistenza e integrazione europea per i rifugiati.

L’Ambasciatore d’Italia in Germania Pietro Benassi, che è stato chiamato a consegnare il Premio ai vincitori, nel suo saluto introduttivo all’evento ha voluto porre l’accento sul ruolo attivo dell’Italia nel salvataggio dei profughi in difficoltà nelle acque del Mar Mediterraneo, ricordando come il nostro paese si sia impegnato nell’offrire aiuti umanitari dal primo nascere dei grandi flussi migratori che stanno interessando l’Europa negli ultimi anni. A questo proposito, si è detto orgoglioso dell’attività della nostra marina militare: “che va a salvare i profughi in alto mare e non aspetta che arrivino alle nostre frontiere”.

Nella difficoltà d’inserimento, nella situazione di disorientamento ed incertezza che, anche se forse in maniera più lieve, ognuno di noi ha provato straniero in una nuova terra, tutti possiamo aiutare. Vorremmo allora riassumere i contributi della serata con il proverbio africano citato da Sestilia Bressan nei suoi ringraziamenti per il premio ricevuto: “Tante piccole persone, che fanno tante piccole cose, in tanti piccoli luoghi possono cambiare il volto di questo mondo”.

Cos’è il Premio Comites “Italiano dell’anno”.

Dalla sua prima edizione nel 2006, il Premio attribuisce un riconoscimento ad un connazionale e ad una connazionale che, a qualsiasi titolo, abbiano contribuito in maniera significativa alla promozione e alla valorizzazione della cultura e dell'identità italiana nel territorio della Circoscrizione del Com.It.Es. di Berlino.

Quest’anno il Comites di Berlino ha voluto premiare due espressioni dell’impegno civile: Sestilia Bressan, volontaria della Missione Cattolica Italiana di Berlino, e Mauro Mondello, giornalista free lance impegnato nelle zone di crisi e di guerra. (aise/dip 7) 

 

 

 

A Düsseldorf  la mostra “Alberto Burri. Il trauma della pittura”

 

Düsseldorf - Con i suoi inconfondibili quadri realizzati in semplici materiali quali ferro, juta o plastica, Alberto Burri (1915-1995) è stato uno degli artisti più influenti del secondo dopoguerra. Tuttavia la sua opera è ancora alquanto sconosciuta in Germania.

In cooperazione con la Solomon R. Guggenheim Foundationdi New York, la Kunstsammlung Nordrhein-Westfalen (Collezione d’arte del Nordreno-Vestfalia, NRW) di Düsseldorf  ospita la grande retrospettiva di Alberto Burri, Il trauma della pittura (5 marzo-3 luglio 2016). Settanta opere provenienti dalla mostra di New York esposte in esclusiva europea al museo K21 di Düsseldorf. Sotto il patrocinio dell’Ambasciata d'Italia a Berlino l’esposizione è promossa dall’Istituto Italiano di Cultura a Colonia e dal Ministerium für Familie, Kinder, Jugend, Kultur und Sport des Landes Nordrhein Westfalen (Ministero per la famiglia, infanzia, giovani, cultura e sport del Land Nordreno-Vestfalia).

Insieme a Lucio Fontana, Burri è l’artista italiano più importante del Novecento e ritenuto iniziatore dell’Arte Povera. “Il sua forte interesse per tutto ciò che è fatto di materia, ricopre un grande ruolo anche nell’arte più recente”, sostiene la direttrice della Kunstsammlung NRW, Marion Ackermann.

La retrospettiva di Burri si tiene nei locali espositivi al livello interrato del museo K21 ed è integrata dalle opere di artisti di quell’ ambito internazionale nel quale operava l’artista umbro, quali Jannis Kounellis, Robert Rauschenberg o Cy Twombly. Tali opere, di proprietà della Kunstsammlung NRW, documentano la forte autorevolezza dell’arte di Burri.

La sua biografia esprime il trauma italiano alla fine del fascismo e rispecchia il turbolento nonché drammatico decorso del XX secolo. Subito dopo la fine della guerra, l’artista autodidatta fece confluire la sua esperienza di ufficiale medico e quella della prigionia americana in un’arte potente, ma testimone di spaventosi ricordi.

L’opera di Burri riveste una particolare importanza per la Kunstsammlung NRW e per il Museo Guggenheim: i rispettivi direttori ne riconobbero presto il valore promuovendo l’artista. Infatti già nel 1966 Werner Schmalenbach acquisisce per la Kunstsammlung NRW Grande Sacco BS (1956), una delle opere più significative dell’artista italiano.

Burri si distanzia presto dalla gestualità pittorica dell’espressionismo astratto di stampo americano e dall’arte informale europea tramite l’impiego di materiali insoliti, “poveri” e industriali, come non era mai stato fatto prima. Con la sua estensione in rilievo del dipinto bidimensionale nello spazio, Burri crea alla fine degli anni ’40 quei “paesaggi del materiale” che condizioneranno profondamente gli artisti di diversi movimenti artistici e in particolare gli esponenti del Neo Dadaismo, dell’ Arte Processuale e dell’ Arte povera.

Alberto Burri è conosciuto soprattutto per la serie dei “Sacchi”, quadri realizzati con frammenti di sacchi di juta rattoppati e cuciti insieme, di frequente uniti a brandelli di vecchi abiti. In questa categoria rientra anche l’opera di proprietà della Kunstsammlung NRW. La mostra presenta tutti gli altri cicli di opere dell’artista che prendono nome dai più disparati materiali, colori e tecniche di lavoro: i Catrami, le Muffe, i Gobbi, i Bianchi, i Legni, i Ferri, le Combustioni Plastiche, i Cretti e i tardi lavori in Cellotex su pannelli di truciolato.

Nel corso della sua vita artistica Burri si occupa ripetutamente di questioni essenziali per la pittura, come la monocromia. L’artista esamina infatti le qualità fisiche ed ottiche di un colore con un nuovo tipo di impiego monocromatico del materiale, un’innovazione che riceve visibilità tematica per la prima volta in questa mostra. Nella stessa è messo in risalto anche il dialogo di Burri con il Minimalismo americano, evidente soprattutto nei tardi cicli dei Cretti e dei Cellotex.

Nato nel 1915 a Città di Castello in Umbria, Burri si laurea in medicina per poi arruolarsi come ufficiale medico durante la seconda guerra mondiale. Nel 1943 è fatto prigioniero a Tunisi e poi trasferito in un campo di prigionia in Texas dove inizia a dipingere. A questo periodo risale una serie di disegni che saranno esposti per la prima volta in occasione di questa retrospettiva. Ritornato in Italia nel 1946, Burri abbandona definitivamente la medicina per dedicarsi esclusivamente all’arte.

In occasione della sua prima mostra individuale tenutasi a Roma nel 1947, egli espone ancora paesaggi e nature morte per poi prendere definitivamente le distanze dall’espressione figurativa. Colori ad olio e tele sono rimossi a favore di materiali e procedimenti inusuali. Inizialmente Burri effettua degli esperimenti impiegando polvere di pietra pomice, vernici industriali o tubi di metallo, distruggendo la superficie del quadro con sovrapposizione di materiali e convessità al di sotto della tela. Come Lucio Fontana, l’artista crea delle ferite sulla pittura rivelando e decostruendo il supporto dell’immagine.

Con l’opera–memoriale il Grande Cretto (1985-1989/2015), Burri estende queste ricerche dal dipinto su tavola al paesaggio. Questo monumentale progetto di Land Art realizzato sulle rovine delle mura di Gibellina, distrutta dal terremoto del 1968, determinerà più tardi l’incontro tra Alberto Burri e Joseph Beuys. Grazie al film realizzato dall‘olandese Petra Noorkamp per la retrospettiva, questo insolito monumento sarà presente alla mostra.

Grazie a James Johnson Sweeney che durante la sua direzione del museo Guggenheim redasse nel 1955 la prima biografia su Burri, l’artista realizzò numerose mostre in America dove visse periodicamente dal 1963. Burri partecipò più volte alla Biennale di Venezia e di San Paolo e alla Documenta di Kassel (1959,1964,1982).

La mostra è stata curata da Emily Braun (Distinguished Professor, Hunter College and the Graduate Center, City University of New York e curatrice del Museo Solomon R. Guggenheim). Responsabili della presentazione di Dusseldorf sono Valery Hortolani e Nora Lukàcs, Kunstsammlung NRW. (Inform/dip)

 

 

 

 

 

“Scopri l’Italia a Berlino!”

 

Programma ricreativo bilingue rivolto a bambini di origine italiana e non, proposto dall’associazione bocconcini di cultura e V., con l’associazione Freunde der Herman-Nohl-Schule e il centro Sternschnuppe

 

Una caccia al tesoro interattiva per piccoli esploratori durante le Osterferien (vacanze scolastiche pasquali). Dal 21 marzo al 1 aprile, bambini e ragazzi dai 6 ai 12 anni potranno partecipare gratuitamente ad una caccia al tesoro di 4 giorni con l’aiuto di tablets e coordinate gps.

Sono aperte le iscrizioni per la seconda edizione di “Scopri l’Italia a Berlino! Entdecke Italien in Berlin! New Edition”, un programma ricreativo bilingue proposto dall’associazione bocconcini di cultura, in cooperazione con l’associazione Freunde der Herman-Nohl-Schule ed il centro Sternschnuppe durante le Osterferien (vacanze scolastiche pasquali).

Il programma si rivolge a bambini di origine italiana, per rafforzare la loro identità biculturale e a bambini senza origini italiane, per far conoscer loro aspetti della cultura italiana. Conoscenza ed apertura nei confronti di culture diverse dalla propria rappresentano solide fondamenta per far crescere i cittadini europei di domani. Durante quattro giorni di esplorazioni urbane, guidate da tablets, coordinate gps e due educatori qualificati, i piccoli esploratori andranno alla scoperta di alcuni luoghi e persone della cultura italiana presente e passata che hanno lasciato (o stanno lasciando) il segno in diversi quartieri della città di Berlino.

I bambini possono iscriversi al primo gruppo (dal 21 al 24 marzo) oppure al secondo (dal 29 marzo al 1 aprile). I gruppi prevedono massimo 15 partecipanti l’uno. Punto di ritrovo al mattino alle ore 9:00 ed al pomeriggio alle ore 16:00 è il Jugendclub Feuerwache (Hermannstrasse 74, 12347 Berlin-Neukölln). La partecipazione è gratuita, perché le attività sono finanziate all’interno del progetto “Wir bilden Deutsch=Land” promosso dal BSFV (federazione nazionale delle associazioni scolastiche), a sua volta inserito nel programma nazionale “Kultur Macht Stark! Bündnisse für Bildung” promosso dal Bundesministerium für Bildung und Forschung (Ministero tedesco per l’istruzione e la ricerca). Maggiori informazioni ed il modulo per iscriversi sul sito www.bocconcini.net e alla pagina Facebook Bocconcini di Cultura.

Oltre ai corsi ricreativi durante le vacanze scolastiche, l’associazione bocconcini di cultura (attiva a Berlino dal 2012 al fine di mantenere, sostenere e sviluppare la conoscenza della lingua e cultura italiana tra bambini e ragazzi) organizza anche corsi di lingua e cultura italiana per bambini dai 6 e 16 anni, corsi di sostegno per l’apprendimento scolastico, aggiorna quotidianamente il calendario degli eventi in italiano a Berlino per bambini e ragazzi, promuove eventi, visite guidate, laboratori, incontri e tavole rotonde sull’educazione bilingue o plurilingue. Buon divertimento allora a tutti i piccoli esploratori!

Ulteriori informazioni sul sito: www.bocconcini.net, Corritalia.de

 

 

 

I temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia 

 

Radio Colonia va in onda ogni giorno dal lunedì al venerdì, dalle 19 alle 20, sulle frequenze di Funkhaus Europa e in streaming in internet. Abbiamo una nuova homepage: http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/

 

10.03.2016. Per salvare le trivellazioni

Il 17 aprile si terrà il referendum che potrebbe fermare l'estrazione di petrolio nei pressi delle coste italiane. Ma c'è chi è favorevole alle trivellazioni, quindi al "no", e spiega le sue ragioni.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/no-referendum-100.html

Le bugie di Fukushima. A cinque anni dalla tragedia l’acqua radioattiva delle centrali nucleari continua a inquinare il mare giapponese ad onta delle rassicurazioni della Tepco, la società responsabile della centrale nucleare di Fukushima. E centomila persone attendono ancora di tornare nelle loro case.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/bugie-fukushima-100.html

Nino Frassica. A Sanremo ha sorpreso tutti con l’interpretazione de “A mare si gioca” una favola in musica che racconta il dramma dei migranti che perdono la vita.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/nino-frassica-100.html

 

09.03.2016. Italian Offshore

Il 17 aprile si vota sul rinnovo delle concessioni per estrarre gas e petrolio nelle acque italiane. Parliamo con un giornalista che sta realizzando un documentario sul tema.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/italian-offshore-100.html

E la pensione? Tra gli italiani di Berlino ci sono anche moltissimi giovani artisti che spesso lavorano in condizioni precarie. Uno sguardo al loro futuro di europei in pensione.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/little-italy/rentner-italien-100.html

Italiani d'Olanda. Si intitola "1001 Italiani. Storia e storie di italiani nei Paesi Bassi" il libro fresco di stampa nel quale la giornalista Daniela Tasca traccia un profilo della comunità italiana nel paese.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/italiener-niederland-100.html

Viaggio in 500. Viaggiare slow: il tragitto da Roma a Colonia a bordo di una Fiat 500 del 1966. Un percorso a ritroso nel tempo, lontano dalla fretta e dallo stress delle autostrade.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/fiat-cinquecento-100.html

Nuova scadenza per il referendum "No triv". Chi vive temporaneamente all'estero e vuole votare per corrispondenza al referendum del 17 aprile ha tempo ancora fino al 15 marzo per informare il comune italiano di residenza. La scadenza era stata fissata inizialmente al 26 febbraio.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/referendum-trivellazioni-108.html

 

08.03.2016.In alto mare

Tutto rinviato ad un nuovo vertice del 17 e 18 marzo per trovare un'intesa sui migranti. Ankara chiede altri 3 miliardi. I dubbi dei leader europei.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/eu-turkei-110.html

L'8 marzo delle rifugiate. Nel 2016 sono sbarcate sulle coste Ue 27mila profughe. Scappano dalla guerra. Ma trovano morte e abusi. La giornalista Antonietta Demurtas a Bruxelles ne ha incontrate alcune.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/frauentag-migranten-100.html

Teresa Mattei e le mimose. Una donna coraggiosa, in prima linea nella lotta partigiana contro il nazifascismo e membro della Costituente: è stata lei a proporre la mimosa come simbolo della festa delle donne.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/terramia/teresa-mattei-100.html

 

07.03.2016. Il rito delle primarie

Nella corsa dei candidati sindaco del Pd a Roma e Napoli passano i renziani. Affluenza diversa nelle due città. L'analisi di Aldo Cazzullo.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/primarie-pd-102.html

Primi passi in Germania. Pubblicata la seconda edizione della guida per chi ha deciso di trasferirsi in Germania. Ne parliamo con il presidente del Comites di Colonia, Silvio Vallecoccia.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/little-italy/guida-germania-100.html

 

04.03.2016. Grandi manovre nella carta stampata

Cambio di editore al "Corriere della Sera": la famiglia Agnelli esce da Rcs MediaGroup, mentre c'è la fusione fra editori de "La Stampa" (sempre di proprietà Agnelli) e di "la Repubblica".

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/carta-stampata-italia-100.html

Libia, una missione piena di incognite. Si fa sempre più concreta l'ipotesi di un intervento militare occidentale in Libia. La missione potrebbe essere guidata dall'Italia.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/libia-italia-militare-100.html

L'uomo che veniva da Messina. I viaggi a Napoli, Bruges, Venezia. Gli incontri con Piero della Francesca e Giacomo Bellini. Il romanzo storico di Silvana La Spina è un omaggio al pittore Antonello da Messina.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/pagine-scelte/buch-silvana-la-spina-100.html

 

Eventi, incontri, spettacoli

Calendario lunedì http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-montag-100.html

Calendario venerdì http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-freitag-100.html.  RC/De.it.press

 

  

 

 

 

A proposito dei Trattati bilaterali italo-tedeschi! I miei nipoti: Nonno, erzähl aus deinem Leben! 

 

Generalmente le Istituzioni, di qualunque provenienza esse appartengono, quando si premurano di ricordare gli anniversari lo fanno, soprattutto, per ricevere la simpatia d’immagine del loro luogo e, possibilmente, del Paese al quale si riferiscono. Non tralasciando, naturalmente, l’intento di voler cogliere il consenso politico di un certo strato sociale di ambedue le parti. Ma non di più!

È accaduto nel lontano 1963; rientravamo in Germania - dopo aver trascorso il periodo natalizio a casa - con i treni speciali appositamente organizzati in precedenza. Giunti al Brennero ci venne distribuito il “sacchetto-viveri”, si trattava, sostanzialmente, di due mele e di un panino con del salame. Molti di noi rimasero sorpresi e meravigliati, a tal punto, che qualcuno azzardò a chiedere al personale addetto alla distribuzione che, sicuramente, si trattava di uno sbaglio, di un grosso baglio! Ma costoro, rassicurandoci, risposero sorridendo che il Governo italiano in riconoscenza alle rimesse , arrivate nell’anno precedente, intendeva manifestare il suo compiacimento - sorprendendoci - attraverso quel gesto. Le rimesse, dunque! Si trattava delle rimesse. Si erano accorti che alle striminzite casse dello Stato italiano le rimesse facevano comodo, molto comodo!

Qualche anno dopo, venne in Germania il Ministro del Tesoro, di quel tempo, l’On. Emilio Colombo per firmare un accordo finanziario bilaterale con la Repubblica Federale Tedesca. Insomma, si trattava della richiesta italiana di un credito agevolato. Appena dopo la firma dell’accordo, il nostro Ministro venne invitato, dalla televisione tedesca, a rivolgere un saluto ai connazionali che si trovavano in Germania per motivi di lavoro. Egli, oltre al saluto, chiese il massimo sforzo di contribuire al saldo del debito con l’invio delle rimesse che avrebbero servito non solo al saldo del credito, appena sottoscritto, ma anche, e aggiuntivamente, a risolvere il grave problema del bilancio commerciale con l’estero. E le rimesse, le copiose ed attesissime rimesse, arrivarono! Anche se qualcuno dei nostri, infine, tornò a casa, in seno ai propri cari, non più in vita ma nella bara.

Allo scadere del 35° anniversario dei Trattati bilaterali italo-tedeschi le autorità consolari italiane del capoluogo bavarese - dietro suggerimento ministeriale - ebbe l’idea di voler diffondere la riconoscenza dello Stato italiano a quei connazionali che - ininterrottamente - lavoravano sul territorio bavarese da 35 anni e più. Un pensiero di autentica gratitudine, dunque, che l’Italia riconosceva e voleva esprimere a quei “figli” testardi, ma laboriosi, che contro ogni aspettativa erano rimasti così a lungo a lavorare sul territorio della Baviera. Di lì a poco, l’idea si concretizzò con la coniazione di una Medaglia/Ricordo con il nastro tricolore. Da un lato l’effige delle due cupole della Frauenkirche monacense (simbolo della cattolicità cittadina) e lateralmente l’aggiunta della guglia del palazzo municipale e l’incisione: 35 anni a Monaco di Baviera. Mentre dall’altro lato della medaglia: Lavoro - Solidarietà - Costanza con i simboli nazionali italiano e tedesco. Insomma, la costanza sul lavoro e la solidarietà nazionale erano state ampiamente raggiunte, attraverso le laute rimesse, e si era venuto a creare anche il confacente stimolo per ricordare, ufficialmente, quell’evento particolare. Viva l’Italia, dunque, che aveva saldato pienamente il suo debito!

La consegna della medaglia avvenne nella St. Wolfgangskirche di Monaco alla presenza delle massime autorità consolari e di un foltissimo pubblico. Tra i connazionali che venne assegnata “ l’onoreficenza” ci fu anche il mio vecchio amico Francesco, commilitone di servizio nei ranghi della Marina Militare italiana. Quando gli appuntarono sulla giacca la medaglia si emozionò così tanto che non riuscì a pronunciare nemmeno una sillaba del nostro sillabario, imparato a memoria, a suo tempo. Il giorno seguente della cerimonia l’autorevole “Süddeutsche Zeitung” così pubblicò la notizia: Nach 35 Jahre, ist das alles? Si, questo era tutto! Forse si voleva far intendere che, questa volta, mancarono le due mele e il panino farcito. Tuttavia, la costanza sul lavoro, per oltre un quarto di secolo, non mancò, anzi, fu ampiamente soddisfatta e conseguentemente anche la richiesta di partecipazione alla solidarietà nazionale corrispose alle aspettative pronosticate.

Così, nell’anno 2015 si arrivò al 60° anniversario, appunto, dei Trattati bilaterali italo-tedeschi. Il Governo italiano dava per scontato - senza appello! - che l’abitazione degl’Italiani residenti fuori il territorio nazionale (iscritti all’AIRE) doveva essere considerata, agli obblighi fiscali nazionali, come “seconda” abitazione. L’ingratitudine, la sfacciata ingratitudine nostrana, ripagava così i fautori che contribuirono, fattivamente, al benessere nazionale per più di mezzo secolo. Il mio amico Francesco, ultimamente, mi confidò di non aver saputo resistere alla vergogna del suo paese. Le leggi avevano dato ampio potere fiscale anche al suo paese natio che senza tanti complimenti ne approfittò con ritrovati e tariffe particolari. Così, infine, ha venduto tutto e non vuole mai più tornare! Altro che solidarietà ricambiata e costanza sul lavoro per una vita intera. Gli Italiani residenti fuori il territorio nazionale, (i figliastri della nazione) bisogna assolutamente dirlo, rimasero - da sempre - anonimi e ignorati, sommersi dall’indifferenza e dall’ingratitudine delle leggi e degli uomini che le rappresentavano.

Desidero, infine, ricordare che si trattò sempre di gravi manchevolezze di un Paese che si è sempre comportato da avida, spregiudicata e perversa matrigna verso quei suoi cittadini migliori - sotto ogni aspetto! - e che mai nulla ebbero in cambio se non l’esasperata e perenne delusione.

Ho voluto ricordare i miei colleghi di lavoro: Cilenti Michele, deceduto per incidente sul lavoro nella Chiemgauerstr. a Monaco di Baviera e, dopo qualche tempo, Montagna Antonio, deceduto anch’egli, per grave incidente sul lavoro durante la costruzione del Postscheckamt del capoluogo bavarese. Ambedue, in quegli anni, sposati e con figli. Giuseppe Malascalza, CdS marzo

 

 

 

L’imbarazzo per il premio al criminale di guerra. Il sindaco: “Non sapevo nulla di Marzabotto”

 

In Germania il 94enne Wilhelm Kusterer ha ricevuto una medaglia per le sue attività nel sociale. Ma era stato ritenuto tra i responsabili della strage nazista

Di ALESSANDRO ALVIANI

 

BERLINO - La città tedesca di Engelsbrand sta esaminando il caso di Wilhelm Kusterer, il 94enne al quale il consiglio comunale del piccolo centro nel Sud-Ovest della Germania ha assegnato l’anno scorso una medaglia d’onore. Secondo quanto emerso finora, si tratta verosimilmente della stessa persona che nel 2008 venne condannata all’ergastolo dalla Corte militare di appello di Roma per il massacro di Marzabotto, anche se finora la città non conferma e rinvia all’indagine appena avviata.  

 

L’IMBARAZZO IN GERMANIA  

Il Comune di Engelsbrand «chiarirà prima di tutto le accuse» secondo le quali Kusterer «avrebbe commesso crimini di guerra» e chiederà a tal riguardo informazioni alle autorità giudiziarie, si legge in un comunicato emesso oggi dalla città. In seguito verrà ascoltato lo stesso Kusterer e infine verrà presa una decisione. Fino ad allora Engelsbrand «non contribuirà a nessuna condanna a priori» e non adotterà «decisioni affrettate». 

 

IL SINDACO: «NON NE SAPPIAMO NULLA»  

Il cittadino modello Kusterer condannato come criminale di guerra in Italia? «Se è vero, noi qui non ne sapevamo nulla», spiega al telefono il sindaco Bastian Rosenau, che guida la città da otto anni. «Ne ho parlato anche col mio predecessore, rimasto in carica per oltre trent’anni e anche lui non ne sapeva niente», continua. La sentenza? «Se ce l’ha ce la mandi pure, la facciamo tradurre, non c’è problema», aggiunge Rosenau, il quale ammette che non aveva mai sentito parlare finora del massacro di Marzabotto.  

 

LA MEDAGLIA D’ONORE  

Il riconoscimento a Kusterer è stato consegnato un anno fa, la decisione del Comune porta la data del 4 marzo 2015. Kusterer, ci tiene a precisare Rosenau, non è stato premiato come “Ehrenbürger”, cioè come cittadino onorario, un titolo consegnato finora soltanto una volta, al sindaco che l’ha preceduto. Quello conferito a Kusterer è un riconoscimento per il suo impegno in diverse associazioni e «ha un carattere simbolico». Il 94enne, ricorda, «ha già ricevuto diversi riconoscimenti per le sue attività in svariate associazioni musicali, ginniche o di canto, sia locali che non. Si tratta di attività che svolge da anni».  

 

VERIFICHE IN CORSO  

Ora, aggiunge il sindaco, «bisogna anzitutto fare delle verifiche accurate, il nome sembra coincidere, ma non è un nome così inusuale». Sull’elenco telefonico della città di Engelsbrand risultano in effetti diversi “Kusterer”, ma un solo “Wilhelm Kusterer”, il cui indirizzo coincide con quello indicato nella sentenza del 2008. Secondo quanto è stato possibile ricostruire finora, anche la data di nascita e il quartiere di residenza combaciano. Quanto all’eventuale ritiro della medaglia, si tratta di una decisione che non viene presa dal sindaco, ma dal consiglio comunale, bisognerà discuterne in quella sede, continua Rosenau. «Non c’è dubbio, si tratta di una situazione problematica».  

 

SENTENZA NON APPLICATA?  

Kusterer «è una persona che non dà nell’occhio» e non si è mai lasciato andare a frasi di estrema destra, finora non c’erano stati segnali in questo senso, ricorda il sindaco, che l’ha incontrato per l’ultima volta a febbraio. La domanda, conclude Rosenau, è perché finora l’autorità giudiziaria non si sia attivata: «Quando si tratta di perseguire crimini di questo tipo sono loro responsabili, non noi. Di solito, se c’è una sentenza di un tribunale italiano, si cerca di eseguirla anche all’estero. Non ho idea del perché non sia successo in Germania». LS 7

 

 

 

 

Revocare l’onorificenza al boia di Marzabotto

 

BERLINO - “Wilhelm Kusterer, uno dei boia di Marzabotto, paese simbolo della violenza nazista in Italia, teatro del più grande eccidio della storia civile del nostro Paese, ha ricevuto una medaglia dal sindaco di Engelsbrand, nel Land del Baden-Württemberg. Apprendiamo la notizia dalle pagine del Pforzheimer Zeitung e dai protocolli del Consiglio Comunale”. A rilanciare la notizia in Italia è il Pd Germania che, attraverso il suo segretario Francescantonio Garippo, assicura il suo impego a “farsi valere presso tutte le più alte Istituzioni Tedesche affinchè vengano presi adeguati provvedimenti e venga revocata questa decisione”.

“In quel mostruoso e barbarico eccidio, nei giorni dal 29 settembre al 5 ottobre del 1944, furono massacrati 770 tra bambini, donne e uomini”, ricorda Garippo che, unitamente ai Segretari dei Circoli PD Silvestro Gurrieri, Cristina Rizzotti, Federico Quadrelli, Cecilia Mussini, Patrizio Maci, Giacomo Salmieri, Michele Santoriello, Baldo Martorana, Giorgio Pomillo, Santo Vitellaro, Pino Maggio, Michelangelo Scelfo, Angelo Turano, Andrea Burzacchini e Luigi Parisi, si rivolge con “decisione e indignazione profonda” alle istituzioni tedesche, perché “questo riconoscimento venga ritirato al più presto”.

“Riteniamo infatti doveroso – scrive Garippo – che la Germania, un grande paese che ha saputo intraprendere il cammino della democrazia e della libertà dopo una delle pagine più nere della nostra storia, colga ogni opportunità per condannare un passato tragico su cui però, evidentemente, talvolta si decide di chiudere gli occhi. La Comunità Italiana, da moltissimi anni ormai sempre più integrata in Germania e uno dei pilastri della società multiculturale del Paese, è indignata per questa onorificenza e chiede che venga resa giustizia alla memoria delle numerose vittime di Marzabotto e alle loro famiglie”.

“Questo gesto, però, riporta indietro la memoria: il Partito Democratico della Germania – assicura, concludendo – si farà valere presso tutte le più alte Istituzioni Tedesche affinchè vengano presi adeguati provvedimenti e venga revocata questa decisione”. 

 

Anche Laura Garavini e Lars Castellucci, Presidenti dell’intergruppo parlamentare italo-tedesco, chiedono il ritiro dell’onorificenza al criminale nazista

 

„Il conferimento di un’onorificenza della città di Engelsbrand ad un criminale di guerra condannato in via definitiva dalla giustizia italiana è un atto scandaloso e offensivo nei confronti delle vittime del massacro di Marzabotto. Siamo profondamente indignati e chiediamo con forza l’annullamento di questa decisione.

 

Il massacro di Marzabotto è il peggiore crimine di guerra della Seconda guerra mondiale su suolo italiano. Non è concepibile onorare con una medaglia uno dei responsabili di questo terribile crimine di guerra. Chi dichiara che la colpevolezza di Kusterer non sarebbe provata dice il falso. Al contrario, gli è stata comminata una sentenza definitiva da un tribunale italiano.

 

Questo conferimento non solo è una beffa per le vittime di Marzabotto, ma getta anche una cattiva luce sulla città di Engelsbrand, In un momento storico in cui il populismo di destra risorge in Europa, è indecoroso premiare un criminale di guerra condannato in via definitiva“.

Così Laura Garavini e Lars Castellucci, Presidenti dell’intergruppo parlamentare italo-tedesco in una lettera al Sindaco di Engelsbrand, Bastian Rosenau.

 

Una onorificenza “assurda”. La consegna della medaglia d'onore a Wilhelm Kusterer, denunciata ieri dal Pd Germania, arriva in Parlamento. Cinque deputati del Pd - De Maria, Benamati, Fabbri, Zampa e Fiano — hanno presentato una interrogazione al Ministro degli esteri Gentiloni per chiedere “se il Governo, non intenda muovere ogni passo in sede politica e diplomatica nei confronti del Governo tedesco affinché quest'ultimo si attivi direttamente per la immediata revoca dell'assurda onorificenza”.

“Il 1 marzo 2016 – spiegano i deputati Pd – dalle pagine online del quotidiano tedesco Pforzheimer Zeitung è stato reso noto il conferimento da parte del comune di Engelsbrand, nel Land Baden-Wuerttemberg, della medaglia d'onore a Wilhelm Kusterer, ex SS già condannato per l'eccidio di Marzabotto e per altri crimini di guerra; la strage di Marzabotto è una delle pagine più nere della storia dell'umanità ed emblema dell'orrore nazifascista; l'onorificenza concessa in patria a colui che si macchiò di atroci delitti durante la seconda guerra mondiale – a parere dei deputati – costituisce un oltraggio intollerabile alle 1150 persone barbaramente uccise a Marzabotto dall'ex SS, ai loro familiari e a tutte le vittime della barbarie nazifascista”.

“Casi come questo, purtroppo non infrequenti, - denunciano – offendono la memoria collettiva e minacciano gravemente il lavoro quotidiano e instancabile di associazioni e istituzioni unite da sempre nello sforzo di tramandare il ricordo dell'orrore nazifascista e far crescere nelle nuove generazioni la consapevolezza e l'impegno per un futuro di democrazia e di pace; Walter Cardi, presidente del Comitato onoranze ai caduti di Marzabotto ha scritto una formale lettera alla cancelliera tedesca Angela Merkel e all'ambasciatore tedesco a Roma, la signora Susanne Marianne Wasum-Rainer per chiedere la revoca immediata dell'onorificenza; la regione Emilia Romagna ha reso nota la propria volontà di agire nei confronti del Land Baden-Wuerttemberg e del comune di Engelsbrand per chiedere l'immediato ritiro del riconoscimento assegnato a un criminale di guerra”.

Posto che anche “il procuratore della Repubblica presso il tribunale militare di Roma, Marco De Paolis, che ha fatto condannare in contumacia 57 criminali di guerra nazisti, ha più volte sottolineato come nessuna di tali condanne sia stata mai eseguita dalla Germania e dall'Austria”, i deputati chiedono al Governo se “non intenda muovere ogni passo in sede politica e diplomatica nei confronti del Governo tedesco affinché quest'ultimo si attivi direttamente per la immediata revoca dell'assurda onorificenza”. (aise/Dip) 

 

 

 

 

Partecipazione italiana alla PROWEIN di Düsseldorf (13-15 marzo 2016)

 

Italia: Prima posizione per numero di espositori, primo fornitore di vino sul mercato tedesco

 

Düsseldorf - Con oltre 1.400 espositori l’Italia assume anche nel 2016 un ruolo da protagonista alla Fiera internazionale del vino e dei liquori di Düsseldorf, aggiudicandosi il primo posto nella classifica dei Paesi presenti all'evento.

La Germania rappresenta, con oltre 82 milioni di abitanti, il secondo mercato di esportazione dei vini italiani. Nel 2015 la quota dell'Italia, primo paese fornitore di vino sul mercato tedesco, sul totale delle importazioni tedesche di vini dall'estero ha raggiunto il 35,5%.

Nell'anno in questione la Germania ha importato vini italiani per un valore totale di 888 milioni di euro, con un lieve calo del 2,3% rispetto al volume registrato nel 2014. I punti di forza dei vini italiani sul mercato tedesco sono l’ottimo rapporto qualità/prezzo e la crescita di notorietà delle produzioni delle regioni meridionali.

L’ICE - Agenzia per la promozione all'estero e l'internazionalizzazione delle imprese italiane organizza, per la tredicesima volta, una partecipazione collettiva presso il padiglione italiano (Pad. 16 – Stand C39\D58) per supportare il sistema produttivo vitivinicolo nazionale nello sviluppo di contatti commerciali con gli operatori esteri.

Su uno spazio espositivo di 327 mq all’interno del Padiglione 16, i 32 produttori italiani partecipanti presentano i loro prodotti ad un pubblico internazionale quale è quello che visita ogni anno Prowein.

L’inaugurazione del padiglione italiano è avvenuto domenica 13 marzo. Durante la manifestazione fieristica è prevista la visita da parte del Console Generale d'Italia di Colonia, Dottor Emilio Lolli. De.it.press 14

 

 

 

 

A Francoforte il film “Cesare deve morire”

 

Francoforte. ll 20 aprile 2016 alle ore 20:15 verrà presentato a Francoforte, dopo una breve introduzione iniziale, il film, Cesare deve morire, dei registi Paolo e Vittorio Taviani (72 min. - 2012, versione originale con sottotitoli), in collaborazione con il cinema universitario Pupille, (Mertonstr. 26-28,  http://www.pupille.org/). Il biglietto d’ingresso è di 3€. Ai fini organizzativi si prega di comunicare la propria partecipazione all’indirizzo: elisabettapassinetti@gmail.com; oppure isciversi all’evento su: https://www.facebook.com/InsKinomitFreud.  

 

Cesare deve morire. Nel carcere romano di Rebibbia alcuni carcerati si preparano alla presentazione dell’opera Giulio Cesare di Shakespeare. Ha inizio così il film, Cesare deve morire, dei fratelli Taviani, vincitore tra l’altro dell’Orso d’oro a Berlino nel 2012. I due registi mettono in scena un’opera estremamente originale, che, sfidando lo stile del semidocumentario - ed un inusuale bianco e nero -, riesce nel suo intento di unire le riprese dei provini iniziali, le prove e lo spettacolo finale, relative all’opera di Shakespeare, alla vita reale degli attori nelle loro celle. In questo modo le vicende di quest’ultimi si intrecciano con quelle dei personaggi dell’opera shakespeariana, costretti entrambi a confrontarsi con temi come il potere, l’omicidio, il tradimento, la vendetta, la mancanza di libertà, la colpa, il rimorso, l’invidia e l’ambizione. L’arte offre quindi a questi carcerati non solo la possibilità di riflettere sulla propria vita, ma anche di individuare altri punti di vista, come di accorgersi che vi possa essere un’altra strada o direzione, da quella fino ad ora percorsa. De.it.press

 

 

 

 

Emergenza profughi, la Svezia minaccia di portare la Germania alla Corte Ue

 

Almeno 700 persone hanno sconfinato dopo essersi registrati. E il timore è che la cifra possa aumentare

 

Stoccolma minaccia di portare il governo della Merkel di fronte alla Corte di giustizia europea sulla crisi dei profughi se Berlino non rispetterà il regolamento di Dublino riammettendo i migranti che, pur essendosi registrati in Germania, sono passati oltreconfine e hanno fatto richiesta di asilo in Svezia. Per ora si tratta di 700 persone, ma il timore è che la cifra possa aumentare. Lo riportano i media svedesi citando le parole del ministro svedese Morgan Johansson, al termine del consiglio Giustizia Ue. 

 

«La mancata» riammissione «dei richiedenti asilo che si sono registrati nel Paese sarebbe una violazione del regolamento di Dublino», ha detto Johansson, al termine del consiglio Giustizia Ue. «Se decidono di attuare questa politica «ci rivolgeremo alla Corte di giustizia» , ha proseguito sottolineando che la Svezia «ha ufficialmente contattato il governo tedesco e non è la sola: altri Stati membri sono colpiti» da questa situazione». LS 11

 

 

 

 

Guccini, viaggio ad Auschwitz a cinquant'anni dalla sua canzone-simbolo

 

BOLOGNA - Sono passati cinquant’anni da quando Francesco Guccini cantava per la prima volta lo straziante racconto di quel bambino nel vento, di una belva umana mai sazia di sangue. E l’11 marzo, cinquantenario della pubblicazione di “Auschwitz”, il Maestrone è stato per la prima volta in visita nel campo di concentramento di cui aveva narrato gli orrori. È andato assieme al vescovo di Bologna Matteo Maria Zuppi e agli alunni della classe 2°B della scuola media Salvo d’Acquisto di Gaggio Montano, sull’Appennino modenese.

 

Il viaggio è iniziato da Milano il 10 marzo, dove Guccini è salito sul Treno per la Memoria organizzato da Cgil-Cisl-Uil di Lombardia col patronato del Presidente della Repubblica, poi il giorno successivo l’arrivo ai campi di Auschwitz e Birkenau. Ad accompagnare il cantautore e gli alunni, racconti, domande, riflessioni sull’Olocausto e sulla necessità di non dimenticare, non smettere di parlarne. Guccini trovò nel 1966 un modo per spiegare come quella belva umana avesse potuto esistere, vivere, impadronirsi dell’Europa, ora deve raccontarlo

ai suoi figli, e ai figli dei propri figli, sapendo che quei cannoni e quei camini di cui cantava hanno preso oggi altre forme, ma non ci si può permettere il lusso di ignorare che siano esistiti.

 

Guccini cade durante la visita ad Auschwitz e finisce all’ospedale

 

Una frattura. La spalla e il braccio immobilizzati. Ma una caduta non ha fermato la storia, quella con la s minuscola, perché intima e personale, della prima volta ad Auschwitz di Francesco Guccini. «L’omero ha subìto un danno ma non è nulla di preoccupante. Tornato in Italia deciderà se portare un tutore o farsi operare», spiega Nene Grignaffini, la regista che sta seguendo il maestro per il documentario che racconterà la sua prima visita al campo di concentramento, a cinquanta anni dalla canzone omonima, insieme all’arcivescovo di Bologna e agli studenti della 2B della scuola media “Salvo d’Acquisto” di Gaggio Montano. 

 

«Si tratta di una frattura composta e lui sta bene. È una roccia», conclude la documentarista che è sempre stata al fianco del cantautore. Inciampare sulla Storia, quella invece con la S maiuscola, non ha dunque fermato il maestro e una mattonella sconnessa sul selciato di Auschwitz non ha impedito a Francesco Guccini di incontrare la “belva umana”. Perché mentre in Italia rimbalzava la notizia della sua caduta, lui ha continuato con calma e decisione il suo “viaggio” nel campo di concentramento del quale ha narrato l’abominevole storia attraverso la “Canzone del bambino nel vento”. 

 

La visita all’ospedale di Oswiecim è stata necessaria perché Guccini, come racconta chi gli era accanto, non ne poteva più delle telefonate che arrivavano dall’Italia quando la notizia è trapelata e comunque - pur non volendo ammetterlo fino in fondo - era sofferente. Così per non far preoccupare amici e parenti, il cantante ha fatto un salto al pronto soccorso e il risultato è una piccola “botta” alla spalla (come qualcuno l’ha definita nel passaparola tra gli autobus di studenti e accompagnatori in viaggio con i sindacati per l’iniziativa “Un treno per la memoria”) con lieve frattura e immediate dimissioni con fasciatura. Stasera Guccini rimarrà in stanza e quindi gli altri partecipanti dovranno ancora attendere e sperare di poterlo finalmente incontrare dopo un viaggio in treno di 24 ore in cui solo alcuni sono riusciti a vederlo al bar nella serata di ieri dove si è concesso un caffè e foto di rito. 

 

Da questa mattina il cantautore non viaggia più con il gruppo dei 420 ragazzi. Insieme all’entourage della casa di produzione Movie Movie che sta girando il documentario, Guccini si era recato al campo appena arrivato nella stazione di Cracovia insieme all’arcivescovo di Bologna. 

 

Il viaggio di Guccini, Zuppi e dei ragazzi della scuola di Gaggio sarà raccontato in un film-documentario ideato e diretto da Francesco Conversano e Nene Grignaffini, prodotto da Movie Movie di Bologna in collaborazione con la Regione Emilia-Romagna. Diana Letizia LS 11

 

 

 

 

Media tedeschi: “Volkswagen ha continuato a manipolare i motori anche durante l’inchiesta”

 

Le indiscrezioni della Sueddeutsche Zeitung. E intanto il gruppo si prepara a tagliare tremila posti di lavoro entro il 2017

 

Le manipolazioni ai motori Diesel di Volkswagen sarebbero più ampie di quanto finora noto, e sarebbero state addirittura rafforzate, mentre gli inquirenti Usa già svolgevano la loro inchiesta. È quello che scrive la Sueddeutsche Zeitung di domani, secondo un’anticipazione.  

 

Intanto i temuti effetti del Dieselgate sul personale, diventano sempre più concreti: Volkswagen avrebbe intenzione di tagliare circa tremila posti entro la fine del 2017, nell’amministrazione. La notizia che l’agenzia Dpa attribuisce a fonti dell’impresa, sottolineando che nessuno rimarrebbe però senza lavoro, grazie alle garanzie in vigore per i dipendenti, arriva poche ore dopo l’annuncio a sorpresa del passo indietro di Michael Horn, alla guida del gruppo americano del colosso tedesco dell’auto dal 2014. 

 

Il top manager «lascia con mutuo accordo, per proseguire altre opportunità concrete immediatamente», ha spiegato una nota di Vw, senza far alcun riferimento allo scandalo emissioni. Il suo posto, ad interim, verrà affidato a Hinrich J. Woebken, ex manager della BMW, che si insedierà ad aprile. Horn era stato uno dei protagonisti della gestione del dieselgate: è lui che ha testimoniato al Congresso porgendo le scuse per l’azienda, e assicurando inchieste interne trasparenti, per far sì che violazioni come quelle scoperte dagli inquirenti americani non si ripetano in futuro. Ma sulle dimissioni del 54enne sono possibili al momento soltanto speculazioni: addirittura il consiglio di sorveglianza è rimasto spiazzato dalla novità. 

 

Sul fronte tedesco però, a surriscaldare l’atmosfera oggi è stata l’indiscrezione trapelata sul piano che prevede, entro la fine dell’anno prossimo, la cancellazione di una posizione amministrativa ogni dieci, senza toccare dunque il comparto produttivo. Martedì scorso, al consiglio di fabbrica, in un’assemblea di 20 mila dipendenti, era stato Bernd Osterloh, capo del consiglio di fabbrica, a mettere in guardia l’azienda da ricadute occupazionali del terremoto conseguito all’emersione dei test truccati negli Usa. E Osterloh oggi ha ribadito: «Non permetteremo che vengano cancellati posti di lavoro alla cieca e senza un piano». «Ci aspettiamo partecipazione e soprattutto una comunicazione che non segua il motto `il presidio ha deciso´», ha aggiunto. Secondo le informazioni della Dpa, nessuno dovrebbe essere licenziato: i tagli sarebbero gestiti attraverso una serie di misure diversificate, ricorrendo agli orari ridotti per anzianità e lo stop al turn over, e accorpando posizioni. Lo scandalo VW ha riguardato 11 milioni di veicoli diesel su scala mondiale, e l’impresa di Wolfsburg ha annunciato nei mesi scorsi accantonamenti per 6,7 miliardi per farvi fronte. Risorse che però non basteranno: il gruppo dovrà farsi carico delle denunce dei suoi clienti. È di ieri la notizia che i possessori di auto Vw truccate in Europa riunitisi in azioni legali collettive sono saliti da gennaio a 80 mila. LS 10

 

 

 

 

La presenza italiana alla Cebit di Hannover (14 –18 Marzo 2016.Padiglione 6, Stand A 48)

 

Per cinque giorni Hannover sarà il centro della galassia ICT internazionale attraverso la rassegna annuale CeBIT, combinazione di tre eventi in uno: fiera, incontri B2B e conferenze.

CeBIT è la più importante fiera internazionale dedicata alle tecnologie, software e servizi digitali, oltre che al settore delle telecomunicazioni: offre una panoramica completa sulle applicazioni e servizi già presenti sul mercato, ma anche sulle novità e tendenze che presto caratterizzeranno il settore dell'industria ITC. Durante la prossima edizione la Svizzera sarà il paese partner della manifestazione.

Il CeBIT illustra le principali questioni salienti del business IT globale e, grazie alla struttura espositiva orientata al mercato, è perfettamente calibrato sulle esigenze dei visitatori qualificati. I partecipanti rappresentano una vasta gamma di prodotti e tecnologie che confermano la varietà del tessuto ICT (3.300 espositori provenienti da 70 paesi).

Il cuore del programma di conferenze è costituito dalle CeBIT Global Conferences, che si terranno su tre palchi e, con più di 200 autorevoli oratori, assicureranno una visione a 360° sul mondo digitale. L’offerta sarà integrata da forum tematici nelle rispettive aree espositive (il calendario degli interventi è disponibile sul sito: http://www.cebit.de/en/conferences-events/conference-event-program/).

La collettiva italiana, organizzata dall’ICE-Agenzia all’interno del CeBIT, si sviluppa su circa 150 mq all’interno del Padiglione 6 - Research & Innovation, area destinata ad ospitare gli stand collettivi di vari Paesi, le Università e le Istituzioni industriali di ricerca, start-up e spin-off, con lo scopo di presentare progetti innovativi e dibattere di scienza e mega-trends.

Le 13 aziende partecipanti dalle Regioni della Convergenza (Campania, Puglia, Calabria e Sicilia) e sono state co-finanziate dal Piano Export Sud. Oltre al catalogo cartaceo della collettiva, distribuito in fiera ai visitatori, è stato appositamente creato un mini-sito per consultare tutte le informazioni relative alle aziende partecipanti e alla collettiva italiana: www.itacebit.wordpress.com

Nel corso dei 5 giorni di fiera, le aziende avranno, fra l’altro, l’opportunità di incontrare possibili partner anche tramite specifici programmi di matchmaking messi a punto dall’organizzazione fieristica ed offerti dall’ICE-Agenzia come servizio aggiuntivo a sostegno della partecipazione italiana.

Questi gli appuntamenti principali nel corso della manifestazione:

Lunedì 14 Marzo alle 09:00: visita della delegazione italiana composta da rappresentanti di Assinform, Anitec, dell’Ambasciata d’Italia in Germania, di ICE-Agenzia (Sede a Roma e ICE Berlino) e visita dei principali padiglioni incluso lo Stand Italiano di ICE.

Lunedì 14 Marzo alle 18:30: CeBIT Welcome Night - saranno presenti durante il discorso di apertura Johann Schneider-Ammann, consigliere federale svizzero ed il dott. Sigmar Gabriel, Vice Cancelliere della Repubblica Federale Tedesca e Ministro dell’Economia ed Energia. Seguirà un networking party.

Martedì 15 Marzo alle 10:00: Walking Tour special guest Angela Merkel, Cancelliere della Repubblica Federale Tedesca. Ice/de.it.press 14

 

 

 

 

Volkswagen smette di finanziare il calcio

 

La spending review cancella subito le sponsorizzazioni allo Schalke 04 e al Monaco 1860 ma nel mirino c’è una ventina di squadre, incluso il Wolfsburg (posseduto al 100%) – di ALESSANDRO ALVIANI

 

Matthias Müller lo aveva promesso neanche due settimane dopo la sua nomina a nuovo amministratore delegato di Volkswagen, avvenuta dopo l’uscita di scesa di Martin Winterkorn a seguito del Dieselgate: passeremo al vaglio ogni voce di spesa e non lasceremo nulla di intentato, neanche nel settore delle sponsorizzazioni sportive. Un settore nel quale il peso di VW è cresciuto a dismisura negli ultimi anni, soprattutto nel calcio. Ora, a neanche sei mesi di distanza da quell’annuncio, VW si appresta a passare all’azione. Le prime due società a farne letteralmente le spese sono lo Schalke 04, di cui VW è “premium sponsor” (cioè un gradino più in basso dello sponsor principale) e la seconda squadra di Monaco, quell’1860 München che milita nella Serie B tedesca e sfoggia sulla sua divisa bianco-celeste lo slogan di VW “Think Blue”. I contratti con le due società, in scadenza in estate, non verranno rinnovati, anticipa l’Handelsblatt. No comment, per ora, da VW. 

 

Il passo era stato previsto da molti analisti, alla luce dei costi miliardari che potrebbero abbattersi sul gruppo per lo scandalo legato alle manipolazioni dei test sulle emissioni dei motori diesel. Nessun’altra società tedesca, del resto, investe tanto in contratti di sponsorizzazione quanto la casa di Wolfsburg. A beneficiarne è soprattutto la Bundesliga: il gruppo Volkswagen sponsorizza in vario modo 20 delle 36 squadre della Serie A e B tedesca. Si va dal logo di VW stampato sulle maglie del VfL Wolfsburg (la città nata intorno allo stabilimento Volkswagen) fino alla “S” di Seat sulle divise dell’Eintracht Braunschweig, passando per i titoli di “premium sponsor” in altre squadre, fino agli autobus di MAN su cui viaggiano i giocatori del Bayern Monaco o del Borussia Dortmund.  

 

Non solo, ma il gruppo VW sponsorizza l’intera coppa di Germania e detiene una quota di partecipazione in tre squadre: l’8,33% del Bayern Monaco, il 19,94 dell’FC Ingolstadt e il 100% del VfL Wolfsburg, una squadra, quest’ultima, che è riuscita, anche grazie agli investimenti milionari di VW, a laurearsi nel 2009 campione di Germania e a vincere l’anno scorso la Coppa di Germania. Senza poi contare le sponsorizzazioni all’estero, come quelle di Audi nel Barcelona e nel Real Madrid e le attività nel calcio femminile (la squadra femminile del VfL Wolfsburg ha centrato nel 2012/2013 il triplete campionato, Coppa di Germania e Champions League). 

 

Un intreccio di interessi economici e sportivi che si spiega anche con la passione per il calcio dell’ex AD Winterkorn, che continua ancora oggi a far parte del consiglio di sorveglianza del Bayern Monaco accanto, tra gli altri, al numero uno di Audi Rupert Stadler.  

 

Lo strapotere di VW nella Bundesliga ha un costo non da poco. Secondo uno studio del politecnico di Braunschweig diffuso l’anno scorso, le squadre della Bundesliga hanno incassato in totale 761 milioni di euro da vari sponsor nella stagione 2013/2014. Volkswagen e Audi, da sole, hanno speso 100 milioni. A titolo di paragone: Mercedes ne ha investiti 50.  LS 9

 

 

 

 

Basta avventure senza ritorno

 

Veritiera la dichiarazione del Papa: già in atto una terza guerra mondiale. Per la Libia no alla guerra sì alla pacificazione

 

Secondo il Papa, è già in corso la Terza Guerra Mondiale, la quale vede antagonisti il mondo cristiano e parte di quello musulmano. Un conflitto che potrebbe essere catastrofico, cui il Papa invita a non rassegnarsi, ma a far fronte con passi e azioni concreti di fratellanza, quindi di “misericordia”, che soli possono scongiurarlo prima che provochi ulteriori morti, stragi e distruzioni. Come purtroppo fanno quotidianamente i terroristi che uccidono, stuprano, demoliscono chiese e monumenti storici nei loro Paesi ed in Europa. Dove arrivano, mischiati a chi cerca di scappare alla fame, alle uccisioni e alle violenze di ogni genere, partendo dalle coste nordafricane, comprese quelle della Libia. Questo Paese, dalla fine di Muhammar Gheddafi, è in balia di milizie, tribù, bande criminali e jihadisti che si contendono il territorio.

  Conflitti continui che hanno convinto alcuni Capi di Governo europei e gli Americani a ritenere necessaria una guerra per rimettervi ordine e pace, soprattutto per cercare di debellare i massacri locali e di ridurre le infiltrazioni degli Islamici in Europa, nonché le eccessive emigrazioni. Finalità che sarebbero già state raggiunte (grazie all’accordo firmato a Bengasi il 30 agosto 2008 da Berlusconi e dal Colonnello libico, grazie al quale l’Italia e la Libia avrebbero combattuto “insieme contro i commercianti di schiavi”) se nell’agosto 2011 una coalizione formata da Francia, Belgio, Danimarca, Italia, Francia, Norvegia, Qatar, Spagna, Regno Unito, Canada ed USA non avessero dichiarato quell’insensata guerra a Gheddafi che terminò 2 mesi dopo con la sua morte.

  Per una nuova azione militare occorre, ovviamente, un accordo tra gli Stati occidentali, per ora inesistente. Ma potrebbe iniziare quanto prima, con la spedizione dei cinquemila soldati che, secondo John R. Phillips, ambasciatore statunitense a Roma, l‘Italia avrebbe dichiarato di poter “inviare in Libia”, come affermato da Roberta Pinotti, Ministro della Difesa, durante un’intervista televisiva. Valutazioni, quelle del diplomatico, considerate dal nostro Premier “un'ingerenza”, in quanto è vero che quel Paese “ci riguarda molto più da vicino e in cui il rischio di deterioramento è molto più preoccupante per noi”, ma è necessaria “molta calma… perché non è il tempo delle forzature, ma del buon senso e dell'equilibrio”.

  Quel buon senso che, secondo Renzi, obbliga ad attendere che, dopo “tutti i passaggi parlamentari e istituzionali necessari alla decisione, sia la nascita di un legittimo governo libico da affiancare in un'azione stabilizzatrice”. Salvo, poi, intervenire “dopo aver coinvolto nella decisione il Parlamento ed il Paese”, dove, secondo un recente sondaggio, l'81% degli Italiani è contrario ad un intervento militare. Da effettuare, eventualmente, solo "sulla base della richiesta di un governo legittimato" della Libia (alla cui costituzione la diplomazia italiana sta lavorando febbrilmente), onde evitare salti nel buio. E, soprattutto, in comunione con gli altri Stati occidentali che non dovrebbero farci “rifare gli errori del passato”, ma dimostrare responsabilità nei confronti dell’Italia.

  Sulla stessa linea anche la Casa Bianca, con cui c'è assoluta intesa, ribadita nei colloqui con Obama di Mattarella e Renzi, convinto che per combattere l'Isis “occorra una strategia”», che per ora non c'è, in quanto ciò comporterebbe il rischio di “attacchi dall'alto” durante il Giubileo, benché il Presidente americano sia “particolarmente preoccupato” dalla presenza del Califfato in Libia e dalla sua capacità di attrarre, come già succede in Iraq e Siria, sempre più terroristi. Per cui aspetta la cooperazione dei partner europei, Italia compresa.

  Favorevole ad un intervento militare, invece, il Presidente francese, Hollande. Ed anche l’ex Capo di Stato italiano, Napolitano, e la Pinotti la quale, contro l’opinione dei suoi colleghi di Governo, ribadisce la necessità di partecipare “ai raid contro le postazioni dell'Isis”, riferendosi all’Irak (dove sono stati uccisi 18.000 civili e rese schiave 3.500 donne con i loro figli) e alla Libia, onde “fermare l'avanzata di uno Stato Islamico distante solo 400 Km. dalle nostre coste, e per bloccare i giochi di una coalizione islamica, ben felice di finanziarsi con il traffico di uomini verso l'Italia”.

  Se da una parte non è lecito essere indifferenti di fronte a ciò che sta avvenendo, dall’altra occorre evitare di ripetere gli errori già commessi per esempio in Somalia, in Iraq e, come già sopra ricordato, in Libia. Sarebbe un grave errore intervenire militarmente nel caos libico in quanto sortirebbe l’effetto devastante di coagulare sotto il vessillo jihadista le diverse forze eversive esistenti sul campo. Insomma, sarebbe per loro l’ennesima guerra santa contro l’invasore. Il buon senso piuttosto suggerisce di coinvolgere maggiormente nella soluzione le potenze regionali, quali Egitto e Algeria, senza dimenticare che alla fine dovranno essere le varie fazioni libiche a decidere il futuro del proprio Paese.

Egidio Todeschini, de.it.press

 

  

 

 

 

Parlamento Europeo. I deputati discutono il futuro del Regno Unito nell’UE

 

I cittadini inglesi voteranno il 23 giugno l'adesione all'UE del proprio paese. Le conseguenze del referendum sono importanti per tutta l'Europa. Mercoledì 24 febbraio i deputati hanno evocato le possibili conseguenze e la maggior parte ha indicato che il paese starebbe meglio all'interno dell'UE, mentre altri hanno insistito sui benefici di un'uscita dall'UE.

 

Il dibattito durante la sessione plenaria a Bruxelles si è concentrato sul vertice UE del 18-19 febbraio improntato sulla crisi dei rifugiati e il referendum nel Regno Unito.

 

ll 19 febbraio gli Stati membri hanno concordato un accordo in risposta alle richieste inviate dal governo inglese per una riforma della sua adesione all'UE. Tale accordo dispensa il Regno Unito dall'obbligo di prodigarsi per un'unione sempre più coesa e l'accesso ai lavoratori provenienti dai paesi dell'UE di un accesso immediato agli aiuti e agli alloggi sociali, così come non richiede ai paesi fuori dall'Euro zona di sostenere le spese per la moneta unica.

 

Il premier britannico David Cameron ha annunciato che l'accordo è sufficiente per attivare una campagna per richiedere ai suoi cittadini di rimanere in Europa. L'accordo entrerà in vigore solo se i cittadini inglesi voteranno a favore della permanenza.

 

Durante il dibattito in plenaria, Jean-Claude Juncker, il presidente della Commissione europea: "Il premier britannico ha ottenuto il massimo che poteva ottenere e gli altri Stati membri hanno offerto tutto ciò che potevano offrire. Penso che l'accordo con il Regno Unito sia giusto, equilibrato e conforme ai grandi principi dell'UE e tiene conto della preoccupazioni, le richieste e i suggerimenti del Regno Unito".

 

Manfred Weber, il leader tedesco del PPE, ha detto: "Noi sosteniamo l'essenza dell'accordo. Se i cittadini sceglieranno di rimanere all'interno dell'UE, troveranno un partner leale nel PPE". Tuttavia, ha anche avvertito che questo era l'unico accordo disponibile e che non ci sarebbe stata nessuna trattativa supplementare.

 

Alcuni deputati del Regno Unito, come il segretario della giustizia Michael Gove e il ministro dei diritti umani Dominic Raab, hanno sostenuto che la Corte di giustizia europea sarebbe in grado di annullare l'accordo. Durante il dibattito in plenaria Tusk ha insistito sul fatto che l'accordo UE ha approvato la scorsa settimana è stato "legalmente vincolante e irreversibile" e che "non può essere annullato dalla Corte di giustizia europea".

 

Secondo Gabriele Zimmer, la presidente tedesca della Sinistra Unita, ha criticato l'accordo per la rimozione dell'essenza sociale dell'UE. Con l'approvazione di un modello radicale del mercato anglosassone, Margaret Thatcher è resuscitata.

Il ruolo del Regno Unito nell'UE

I deputati hanno anche sottolineato il ruolo positivo svolto dal Regno Unito in Europa.

 

Gianni Pittella, presidente italiano di S&D, ha sottolineato il contributo del Regno Unito per la difesa dei principi europei: "Il Regno Unito ha fatto tanto, è stato un vettore di pace e di democrazia. Il posto migliore per lottare per questi principi è l'Unione europea". Ha anche insistito sul fatto che l'adesione del Regno Unito nell'UE è stato più di un matrimonio di convenienza: "Il Regno Unito è parte integrante dell'Europa. Senza la Gran Bretagna, l'Europa non sarebbe la stessa cosa".

 

Rebecca Harms, la co-presidente tedesca dei Verdi ha spiegato: "Penso che sia molto chiaro che dobbiamo lavorare con il Regno Unito. L'UE sarà meglio con il Regno Unito".

Le conseguenze del Brexit

Quali sarebbero le possibili conseguenze di un'uscita del Regno Unito? Il presidente del Consiglio Donald Tusk ha detto: "L'Europa cambierà e per sempre. Sarà un cambiamento in peggio. Naturalmente questa è la mia opinione personale. Lunedì il primo ministro Cameron ha detto alla Camera dei Comuni che ora non è il momento di dividere l'Occidente. Non potrei essere più d'accordo".

 

"Sosterrò la campagna per far rimanere il Regno Unito nell'Unione europea", ha detto Ashley Fox, deputato britannico del gruppo ECR. "Il mio ragionamento è semplice. La ripresa economica del Regno Unito, anche se buona, è ancora fragile e non voglio metterla a rischio uscendo dal mercato unico. Credo anche che la mia circoscrizione sarà più sicura se continuiamo la collaborazione con i nostri partner europei".

Tre deputati sono stati incaricati di negoziare l'accordo con il Regno Unito a nome del Parlamento: Guy Verhofstadt, Elmar Brok e Roberto Gualtieri.

 

Guy Verhofstadt, presidente belga del gruppo ALDE, ha dichiarato: "Gli unici che guadagneranno qualcosa da un'Europa divisa sono Vladimir Putin, Bashar Al- Assad, l'ISIS... Invece di discutere su come affrontarli, stiamo mostrando che per il momento siamo divisi e deboli".

Elmar Brok, deputato tedesco del PPE, ha sottolineato che il Regno Unito non potrà esistere sulla scena internazionale a meno che non agisca insieme all'Europa: "Gli stati nazionali non possono ottenere le cose da soli. Dobbiamo realizzare i progetti insieme".

 

Roberto Gualtieri, deputato italiano del gruppo S&D, ha dichiarato che il Parlamento non avrebbe cercato di prevenire o ritardare l'attuazione dell'accordo Regno Unito-UE. "Politicamente parlando, questo dibattito dimostra che vi è un'ampia maggioranza. Saremo giusti, manterremo la nostra parola, ma ora i cittadini britannici devono salvaguardare la loro ricchezza e il loro futuro".

Non tutti la pensano così. Il referendum "è per il Regno Unito l'opportunità di guardarsi indietro e di misurare i vantaggi della propria adesione" ha detto Marine Le Pen, co-presidente francese del gruppo ENF. "Se vincerà l'uscita dall'UE, sceglieranno per la libertà, la sovranità e troveranno il modo per risolvere i problemi del mondo moderno".

 

Nigel Farage, co-presidente inglese del gruppo EFDD, ha dichiarato che il Regno Unito sarebbe più sicuro fuori dell'UE: "I cittadini inglesi decideranno l'opzione più sicura: è sicuro di rimanere all'interno di un'organizzazione il cui proprio capo di polizia dice che ci sono tra i tre e i cinquemila terroristi che sono ormai prossimi al nostro continente attraverso le crisi dei migranti o è più sicuro di riprendere il controllo dei nostri confini e la nostra democrazia?".

 

Diane Dodds, deputata inglese non iscritta, ha detto: "Non ci sarà alcuna garanzia per il trattato. Questo Parlamento può disfare l'accordo così come la Corte di giustizia europea. Ci troviamo di fronte ad una farsa, un tentativo di ingannare i cittadini inglesi. Il mio messaggio per la mia circoscrizione è: 'Non ci stiamo. Crediamo nel nostro Regno Unito'". PE/De.it.press

 

 

 

 

Bce, Draghi usa il 'bazooka': tassi a zero e aumenta ancora acquisto titoli

 

Mario Draghi usa il 'bazooka' e va oltre le attese. Il Consiglio Direttivo della Bce ha deciso un intervento più ampio del previsto sui tassi: è stato infatti abbassato di 5 punti quello di riferimento principale, sceso dallo 0,05% allo 0%. Stesso taglio per quello di rifinanziamento marginale che da 0,30% a 0,25%. Sempre più in negativo, infine, il tasso sui depositi, che con un taglio di 10 punti scende a-0,40%.

La Bce non si ferma qui. E contro il rischio di bassa inflazione potenzia gli interventi nel quadro del Quantitative Easing. Oltre al taglio di tutti i tassi fra 5 e 10 punti, infatti, il Consiglio direttivo dell'Eurotower ha deciso di incrementare di 20 miliardi - portandolo a quota 80 miliardi - il pacchetto di acquisti mensili avviato un anno fa. La modifica avrà effetti a partire da aprile. Ma un'altra novità di rilievo è rappresentata dall'inclusione di bond emessi da imprese non finanziarie dell'Eurozona nell'elenco degli asset acquistabili. Inoltre, la Bce si muove sul fronte liquidità annunciando una nuova serie di aste 'mirate' a lungo termine, le cosiddette TLTRO: i prestiti alle banche inizieranno a giugno 2016, avranno durata di quattro anni con lo stesso tasso di interesse applicato sui depositi (quindi al momento negativo).

 

Nella conferenza stampa che segue la riunione del Consiglio, Draghi spiega le ragioni che hanno spinto la Bce a mettere insieme una serie di misure che rappresentano uno sforzo senza precedenti contro "lo stallo della crescita e dell'inflazione". Il consiglio direttivo della Bce "dopo avere esaminato le nuove proiezioni macroeconomiche, ha deciso di varare misure per perseguire l'obiettivo della stabilità dei prezzi, definendo un pacchetto che possa sfruttare le sinergie fra i diversi strumenti". Sono state appunto le nuove stime, tutte tagliate, a suggerire un intervento così drastico. Nelle nuove stime macroeconomiche degli analisti della Bce è stato operato un "leggero ribasso" sull'andamento del Pil dell'Eurozona, previsto in crescita dell'1,4% nel 2016, per crescere dell'1,7% l'anno prossimo e dell'1,8% nel 2018. Netto, invece, il taglio sull'inflazione: 0,1% nel 2016, 1,3% 2017 e 1,6% 2018. In questo nuovo scenario "restano rischi al ribasso sulla crescita" e resta alta l'attenzione. Tanto che Draghi non esclude un ulteriore taglio dei tassi, portati oggi a zero dal Consiglio della Bce. "I tassi rimarranno a questo livello o più bassi per un lungo periodo", annuncia in conferenza stampa il presidente della Bce. Successivamente, rispondendo a una domanda, aggiunge: "Non anticipiamo che serviranno nuovi tagli ma nuovi fatti potrebbero modificare la situazione".

Dal numero uno della Bce arriva anche un richiamo ai governi. Incluso quello italiano. "L'applicazione delle raccomandazioni per i singoli paesi definite dalla Commissione Europea è rimasta piuttosto limitata nel 2015: nella maggior parte dei paesi dell'Eurozona bisogna pertanto accelerare gli sforzi per le riforme, mentre le politiche fiscali dovrebbero sostenere la ripresa pur continuando a rispettare le regole dell'Ue".

Atre due puntualizzazioni rilevanti. Primo, la maggioranza in Consiglio a favore delle misure adottate oggi dalla Bce "è stata schiacciante". Rispondendo a una domanda in conferenza stampa, Draghi parla di una discussione "positiva e costruttiva" che "ha fatto piena giustizia della volontà di agire". E il fatto che il presidente della Bundesbank Jens Weidmann non abbia votato, come previsto dalla turnazione, "non ha influito". Secondo, non c'è nessun focus sulle banche italiane nella definizione delle nuove aste di liquidità varate oggi dalla Bce perché "noi decidiamo pensando all'intera Eurozona non a singoli paesi". Il presidente della Bce aggiunge che il Consiglio direttivo "si aspetta una richiesta importante, viste le condizioni attraenti".

Come sempre, Draghi deve guardare anche avanti. E rassicurare anche per il futuro. Con le misure decise oggi dal Consiglio direttivo della Bce "abbiamo dimostrato che non ci mancano le munizioni", evidenzia, spiegando: "abbiamo molti dati a sostegno della nostra azione, dalla crescita all'allentamento condizioni finanziarie, dal credito allo spread fra paesi core e periferia, per finire con la frammentazione che era 'il' problema e oggi è scomparso". Nell'eurozona - aggiunge - è in corso una "ripresa non spettacolare ma graduale e continua". Comunque, ammette, "ci vorrà tempo per raggiungere il nostro target di inflazione". Adnkronos 10

 

 

 

 

Draghi sfida i tedeschi e va oltre ogni attesa

 

Incurante delle critiche di Berlino, il presidente della Bce annuncia un pacchetto pesino più forte di quello previsto dai mercati. Per l’Italia la notizia è l’innalzamento del tetto di acquisti mensili di titoli di Stato – di ALESSANDRO BARBERA

 

ROMA. Incurante delle critiche tedesche, Mario Draghi è andato oltre ogni attesa. Il pacchetto approvato dal consiglio dei governatori della Banca centrale europea è persino più forte di quello - già ambizioso - che attendevano i mercati. La Bce ha azzerato il tasso di rifinanziamento, tagliato di dieci punti base (da -0,30 a -0,40%) quello sui depositi e il cosiddetto tasso marginale allo 0,25 per cento. La Bce d’ora in poi acquisterà anche i bond emessi dalle aziende non finanziarie, purché sicuri. E ancora: a giugno la Bce lancerà quattro nuove operazioni di finanziamento a lungo termine alle banche - meglio note come Tltro - che dureranno per ben quattro anni.  

La novità più importante per l’Italia è però un’altra: l’innalzamento del tetto di acquisti mensili di titoli di Stato da 60 a 80 miliardi a partire da aprile e l’innalzamento dal 33 al 50 per cento del limite acquistabile per ciascuna singola emissione di bond. Il debito italiano potrà dunque finanziarsi a prezzi ancora più bassi, dando respiro all’azione del governo. Non è un caso se dopo l’annuncio lo spread fra il Btp italiano e il Bund tedesco è calato ai livelli più bassi degli ultimi mesi.  

A sorpresa Draghi ha abbassato il costo del denaro a zero percento. La Bce ha anche annunciato un ampio pacchetto di misure che dovranno rafforzare l’economia.

Il mutuo

Denaro meno caro significa buone notizie per i mutui e i prestiti delle famiglie. L’effetto sconto sarà immediato su quei mutui ancorati al tasso Bce (l’1% del totale). L’effetto arriverà nei prossimi mesi a quelli legati all’indice Euribor. Il risparmio? Circa 4 euro in meno al mese da pagare su un mutuo a 10 anni da 100mila euro, per arrivare a 6 euro per un trentennale.

I depositi Bce

Da adesso in poi, per il denaro che non immetteranno nel sistema, per esempio con i prestiti alle aziende, le banche dovranno pagare lo 0,40%.

I conti correnti

Per ora il tasso negativo sui depositi non riguarda le tasche delle famiglie. Non è da escludere che alla fine l’onda finisca anche sui correntisti, con rialzi sulle commissioni applicate sui conti o magari con l’introduzione di nuove spese.

I risparmi

Finiranno per essere meno remunerativi strumenti come conti deposito, libretti e polizze vita.. Le azioni invece, che rendono di più anche perché più rischiose, saranno più cercate dagli investitori e quindi è ipotizzabile che le Borse salgano.

Più che l’assenza al voto di Jens Weidmann dal voto (le regole Bce escludono a rotazione quattro governatori), la linea interventista di Draghi ha potuto contare su una situazione dell’economia europea preoccupante. Scarsa crescita, deflazione conclamata, esportazioni contenute dalla crisi dei Paesi emergenti. Solo il tempo dirà se le preoccupazioni di chi teme l’esplosione di bolle finanziarie erano fondate. Per il momento Draghi ha messo da parte tutti i dubbi e agito con fermezza, come ci si aspetta da un banchiere centrale: «La deflazione potrebbe essere un disastro per l’economia europea».  LS 10

 

 

 

 

Medio Oriente. Libia, i dubbi italiani sull’intervento

 

Il governo italiano ha recentemente deciso di contribuire, con cautela, all’azione di controterrorismo di Usa, Francia e Regno Unito verso l’ala libica dell’autoproclamatosi “stato islamico”, Isis. Sta invece riconsiderando l’eventualità di un intervento militare nel paese.

 

Di questo intervento si è molto parlato, anche perché l’insistente rivendicazione della sua guida da parte del governo ha fatto pensare che ci fosse un interesse politico a realizzarlo di più vasta portata.

 

Si è fatto riferimento a una missione dai 3 a 7000 uomini, per due terzi italiani, appoggiata da navi militari, con compiti di addestramento delle forze libiche e sostegno alla formazione di una forza militare nazionale destinata ad assorbire le milizie esistenti. Questo intervento avverrebbe in sinergia con le operazioni di controterrorismo a contrasto dell’Isis (forze speciali, sostegno a forze locali in funzione anti-Isis; bombardamenti).

 

Intervento in Libia, il dibattito italiano

Il dibattito in Italia sul merito di queste operazioni è stato poco consapevole. Quando si è iniziato a parlare di intervento non c’era l’Isis e si pensava soprattutto all’addestramento di una forza “a fini generali”, cioè nazionale, da mettere a disposizione dell’ex governo di Ali Zeidan, incapacitato e intimidito dalle milizie di parte, con il compito di difendere le sedi istituzionali, le grandi infrastrutture, la banca centrale e gli impianti petroliferi.

 

Il naufragio, nel marzo 2014, del governo Zeidan, la guerra civile e infine l’avvento dell’Isis hanno cambiato il paesaggio e hanno dato un nuovo significato e nuovi contenuti all’eventuale intervento dell’Occidente. Le finalità dell’intervento restano simili, ma il suo obbiettivo strategico è ora di costituire le condizioni perché la Libia si metta in grado, politicamente e quindi militarmente, di combattere l’Isis.

 

C’è una profonda logica obamiana in questa strategia: i paesi dell’Occidente sostengono con il controterrorismo le forze locali, che sono quelle che combattono e occupano il territorio: una “proxy strategy”. Non è riuscita in Siria; pena molto ad affermarsi in Iraq e, tuttavia, viene oggi tentata anche in Libia.

 

Efficacia delle operazioni di controterrorismo

I governi che hanno deciso di avviare operazioni di controterrorismo in Libia sanno che l’efficacia di una strategia di controterrorismo è condizionata dall’appoggio che essa può ricevere in loco da forze armate o di sicurezza nazionali. Se questo appoggio manca, nascono complicazioni e il successo della strategia è seriamente in forse.

 

In Libia non solo non esiste un governo con forze armate e polizia a disposizione, ma esiste invece un grave vuoto di potere e un’estesa frammentazione di milizie, l’una contro le altre armate, che non di rado sono bande criminali.

 

Si è atteso e sperato che il processo di costituzione di un governo di unità nazionale emergesse dalla lunga mediazione delle Nazioni Unite, ma - per errori e incidenti - questa ha messo capo a un processo debole e fratturato che partorirà un governo irrilevante o addirittura abortirà.

 

Questa situazione rende precaria l’azione di controterrorismo promossa dalla nascente coalizione che abbiamo visto. Ciò ha reso più urgente l’intervento militare di sostegno, perché esso dovrebbe assicurare quell’autorità nazionale cui appoggiare le operazioni di controterrorismo anti-Isis e creare le condizioni politico-militari di una lotta all’Isis condotta da forze nazionali libiche.

 

Date le condizioni, è un progetto che si muove sul filo di una corda. Le operazioni di controterrorismo che sono già iniziate vanno avanti in condizioni difficili perché in assenza di forze nazionali si devono appoggiare a questa o quella fazione, locale o regionale.

 

In un contesto in cui le fazioni sono innanzitutto in lotta fra loro (e solo secondariamente con l’Isis) l’appoggio a una determinata fazione (armi, risorse, intelligence) è visto dalle altre come una minaccia e costituisce un incentivo ad allearsi con l’Isis. Nel medio periodo un controterrorismo esercitato in condizioni come quelle libiche è destinato ad diventare controproducente e a far fallire l’intervento.

 

Il problematico sostegno al governo libico

Per questo motivo sono emerse le pressioni sull’Italia perché realizzasse l’intervento di cui peraltro il governo pareva tanto avido. L’Italia è invitata a indossare la maglietta di un intervento di sostegno “strutturale” alle operazioni di controterrorismo in corso per (a) addestrare le forze libiche; (b) proteggere infrastrutture e sedi istituzionali e (c) consentire le condizioni politiche e militari atte a far nascere forze libiche capaci di fronteggiare l’Isis (e portare a buon fine l’appoggio esterno del controterrorismo occidentale). Cioè sostenere il governo libico.

 

Questo appoggio si presenta molto problematico perché, come abbiamo detto, la base di partenza è nella migliore delle ipotesi un governo diviso e politicamente irrilevante.

 

Si può decidere di appoggiarlo lo stesso, ma a due condizioni: (1) che i sostenitori regionali dei contendenti (l’Egitto, il Qatar, la Turchia e, da ultimo, anche la Tunisia) vengano in qualche modo convinti a cessare le loro interferenze; (2) che si mettano in essere le condizioni perché abbia rapida ed efficace attuazione il programma di empowerment di un governo per ora inesistente mediante l’attuazione di una efficace e rapida riforma del settore di sicurezza.

 

Il successo della riforma, da un lato eliminerebbe alcuni ostacoli politici importanti, revocando l’ipoteca del generale Khalifa Haftar e dei suoi sostenitori sul governo, dall’altro grazie al formarsi di una forza di sicurezza nazionale coesa ed efficace darebbe l’autorità al governo.

 

Riforma del settore di sicurezza

Una riforma del settore di sicurezza non è facile. Innanzitutto, l’addestramento deve avvenire all’interno di una quadro di riforma che metta i militari addestrati sotto l’autorità di un governo centrale.

 

In secondo luogo, occorre che le risorse siano date solo a quei gruppi che accettino di subordinarsi al governo riconosciuto, che le risorse affluiscano solo attraverso il governo centrale e che siano posti in essere dei meccanismi di coordinamento militare a livello regionale e locale che servano da collettori delle milizie in attesa di un loro concreto dissolvimento e dell’integrazione degli uomini nelle nascenti strutture nazionali.

 

È necessario che il governo italiano spieghi al Parlamento e al Paese di che cosa si tratta (posto che la stampa continua a far credere che si tratti di un’operazione militare convenzionale e fa confusione fra l’Isis e la Libia).

 

Deve essere assicurata una forte e franca coordinazione politica fra i membri della coalizione occidentale, a cominciare dal contenimento dei padrini regionali. Si richiede, infine, da parte dei comandi e degli uomini una grande abilità “politica” e “diplomatica” nella gestione di un’impresa militare che è in realtà sensibilmente politica. Ha ragione il governo a dubitare e voler riflettere.

Roberto Aliboni, consigliere scientifico dello IAI. AffInt 8

 

 

 

 

Brexit. Un'ascia sui diritti dei lavoratori migranti

 

Un nuovo Dossier a cura dell'Osservatorio fa il punto sulle misure adotatte dal Consiglio europeo, riunitosi a Bruxelles il 18 e il 19 febbraio 2016.

In un’atmosfera dominata dall'esigenza di trovare un’intesa con il Regno Unito, per scongiurarne l’uscita dall‘Unione europea e di far fronte alla cosiddetta crisi migratoria e dei rifugiati, i 28 capi di stato e di governo 28 hanno convenuto un insieme di disposizioni che avranno effetto a partire dalla data in cui il governo del Regno Unito – espletato il referendum - informerà il Consiglio della sua decisione di restare o meno membro dell'Unione europea. Disposizioni che, per semplificare, possiamo riunire in due sottoinsiemi.

Da un lato, i leader europei hanno raggiunto un'intesa che rafforza lo status speciale del Regno Unito in seno all'UE, conferendogli maggiore peso rispetto alla governance economica (gestione dell'unione bancaria e ulteriore integrazione della zona euro) e maggiori margini di libertà rispetto alla sovranità (meno vincoli per il Regno Unito in rapporto a un'ulteriore integrazione politica dell'Unione europea).

Dall’altro lato - e di questo intendiamo parlare qui – sono state adottate diverse misure che non è esagerato definire epocali, tese a frenare il cosiddetto “abuso del diritto di libera circolazione delle persone”, riguardanti, più precisamente, gli assegni per i figli a carico e le “prestazioni a carattere non contributivo collegate all'esercizio di un'attività lavorativa”. 

Indicizzazione delle prestazioni per i figli a carico

Per quanto riguarda le prestazioni familiari per figli a carico, i leader europei hanno deciso che la Commissione elaborerà presto una proposta di modifica del regolamento 883/2004 sul coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale, al fine di offrire agli Stati membri la possibilità di indicizzare l’importo delle prestazioni per figli a carico residenti in uno Stato membro diverso da quello in cui il genitore lavoratore soggiorna.  

In pratica, se secondo le regole attualmente in vigore – anzi, in vigore da più di mezzo secolo – un lavoratore italiano o polacco che lavora in Germania riceve i medesimi assegni familiari dei suoi colleghi tedeschi, indipendentemente dal paese di residenza dei figli, con le nuove regole gli assegni per i figli residenti nel paese d'origine saranno indicizzati al costo della vita nel paese di residenza, quindi dell'Italia o della Polonia nel nostro esempio, anche se il lavoratore in questione ha un salario tedesco, e versa, quindi, nelle casse fiscali e previdenziali della Germania gli stessi importi dei suoi colleghi tedeschi.

Detto così, sembrerebbe che le misure invocate siano solo, come dire, degli aggiustamenti. In realtà esse mettono in discussione i pilastri della libera circolazione delle persone e del coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale. Simili restrizioni erano del resto state già introdotte  in passato da alcuni stati membri, ma la Corte di giustizia dell'Unione europea ne aveva ordinato il ritiro, ricordando appunto che i lavoratori migranti “godono degli stessi vantaggi fiscali e sociali dei lavoratori nazionali” (art. 7.2 del regolamento UE 492/2011, relativo alla libera circolazione dei lavoratori).

Limitazione nell’accesso alle prestazioni assistenziali di welfare legate al lavoro

Con il pretesto di “tener conto del fattore di attrazione di cui gode uno Stato membro”, il Consiglio europeo ha anche approvato una proposta di modifica delle norme europee relative alla libera circolazione dei lavoratori. In pratica, il Consiglio ha ideato un cosiddetto “meccanismo di allerta e salvaguardia” che dovrebbe far fronte a ipotetiche “situazioni di afflusso di lavoratori provenienti da altri Stati membri di portata eccezionale”. Uno Stato membro, che desideri avvalersi di tale meccanismo, notificherebbe alla Commissione e al Consiglio l'esistenza di una siffatta situazione eccezionale, di entità tale – si badi bene - da “ledere aspetti essenziali del suo sistema di previdenza sociale”. Tale Stato membro sarebbe così autorizzato (con buona pace del Parlamento europeo che non viene neppure consultato) a limitare l'accesso dei lavoratori stranieri “nuovi arrivati” alle “prestazioni a carattere non contributivo collegate all'esercizio di un'attività lavorativa”, per un periodo totale massimo di quattro anni dall'inizio del rapporto di lavoro. Il meccanismo della limitazione prevede che un lavoratore sia inizialmente totalmente escluso dalle prestazioni assistenziali di welfare, per poi gradualmente acquisire qualche diritto, in funzione del “crescente collegamento del lavoratore con il mercato del lavoro dello Stato membro ospitante”.

Ma vediamo di cosa si tratta, esattamente. Nel Regno Unito, per esempio, esistono due prestazioni destinate a compensare la perdita di reddito per i lavoratori disoccupati. La prima, di tipo contributivo, che è subordinata al versamento di un certo numero di contributi assicurativi in un determinato lasso di tempo, e dura al massimo sei mesi. La seconda prestazione, cui si può accedere dopo i sei mesi, è di natura assistenziale ed è subordinata alla verifica di uno stato di bisogno e, dunque, è legata al reddito. Questa seconda prestazione spetta, di norma, anche a coloro che, pur essendo disoccupati, non hanno diritto alla prima prestazione contributiva, in ragione ad esempio di una carriera lavorativa breve e frammentata. Ed è proprio questa seconda prestazione che potrà essere negata ai lavoratori cittadini di un altro Stato europeo, anche se questi – non è inutile precisarlo – contribuiscono alle casse fiscali e previdenziali come gli altri lavoratori autoctoni.

 

Se l’effetto demagogico di una misura è più importante della sua efficacia

Va subito detto che, oltre a fare a pugni con decenni di giurisprudenza della Corte di giustizia dell’Unione europea, la premessa stessa su cui si basa l’accordo – ossia l’esistenza di “flussi di lavoratori di ampiezza tale da produrre effetti negativi sia per gli Stati membri di origine che per quelli di destinazione” - è smentita da tutte le analisi e da tutti gli studi finora conosciuti, compresi quelli della Commissione europea e dell’OCSE.

L’applicazione eventuale di simili regole restrittive avrebbe insomma solo un effetto demagogico. Il reale impatto sulle finanze sarebbe infatti trascurabile. Nel Regno Unito, su 13 milioni di bambini che ricevono assegni familiari, appena 34000, ossia meno del 0,3%, sono residenti in un altro Stato membro. In Germania, per fare un altro esempio, dei 14 milioni di bambini aventi diritto alle prestazioni familiari, solo lo 0,6% vive all'estero.

Una comunicazione della Commissione europea del 25 settembre 2014 mostra, cifre alla mano, come la popolazione “straniera” versa nelle casse dei paesi ospitanti, sotto forma di imposte e contributi,  più di quanto non riceva sotto forma di prestazioni e aiuti vari. Queste conclusioni si basavano su un rapporto indipendente realizzato da ICF GHK per la stessa Commissione europea nel 2013. Lo studio, infatti, ha dimostrato come, tra i beneficiari delle prestazioni sociali, la presenza degli stranieri fosse in realtà molto bassa: meno dell’ 1% in Austria, meno del 5% in Germania e Paesi Bassi per fare alcuni esempi. E per quanto riguarda la spesa nazionale per l'assistenza sanitaria, il costo attribuibile alla popolazione straniera è solo lo 0,2% in media.

Un’altra indagine dell'University College di Londra del novembre 2014, basato su dati ufficiali del governo, ha confrontato il contributo fiscale netto a quello dei vari gruppi di immigrati. Negli anni tra il 1995 e il 2011, il contributo fiscale netto degli stranieri europei è stato superiore a quello dei cittadini britannici, per oltre il 10%. E ancora. Nel giugno 2014, IZA World of Labor ha dimostrato come le singole decisioni in materia di immigrazione non siano state prese sulla base della relativa generosità dei sistemi sociali del paese ospitante. Al contrario, anche di fronte a un rischio più elevato di povertà, gli immigrati – anche cittadini UE - mostrano meno dipendenza dal welfare rispetto agli autoctoni. In breve, ancora una volta versano nelle casse dello Stato ospitante più di quanto ricevono. E anche quando gli immigrati beneficiano del welfare più intensamente dei cittadini nazionali, questo è dovuto alle differenze sociali, piuttosto che allo status di immigrazione di per sé.

Il luogo comune, insomma, secondo cui l’immigrazione approfitta della generosità dei sistemi sociali dei paesi ricchi è ampliamente smentito dalle statistiche internazionali. Secondo il Rapporto OCSE 2013 sulle migrazioni internazionali, la differenza tra i contributi sociali e fiscali versati dagli immigrati e le prestazioni da questi percepite è sempre a vantaggio dei paesi ospitanti e a discapito dei migranti (vedi tabella).

Come abbiamo già detto, agli occhi di un osservatore distratto, tali cambiamenti potrebbero sembrare soltanto degli aggiustamenti, dettati persino dal buon senso: lotta alle frodi e agli abusi, adeguamento delle prestazioni al costo della vita, eccetera. In realtà, come ha schiettamente affermato il Vice-Presidente della Commissione europea, si vuole separare l’accesso al mercato del lavoro dall’accesso alla protezione sociale. Se un tale principio venisse applicato oggi nei confronti di “stranieri” e “migranti”, non è difficile immaginare che in seguito lo stesso si potrà estendere a tutti gli altri lavoratori.

Carlo Caldarini, Direttore dell'Osservatorio Inca Cgil per le politiche sociali in Europa

 

 

 

 

Il percorso

 

Non è da ieri che ci interessiamo di giornalismo. Anche tra le colonne del “WEBGIORNALE” sono pubblicati nostri interventi che, accanto alla cronaca dei fatti, riportano quelli che sono i nostri personali sentimenti. Con la premessa, da tempo nota, che le nostre opinioni non sono mai scontate e neppure, necessariamente, condivisibili.

 

 L’importante è che siano veicolo per un dialogo tra chi scrive e chi legge. Infatti, giudichiamo questo sistema tra i migliori per mantenere vivo e attuale il rapporto tra il giornale e i suoi lettori. Non a caso, c’è stato, più volte, chiesto chi siamo o chi rappresentiamo. Intanto, non rappresentiamo che noi stessi nello spirito della libera informazione.

 

 Per il resto, è più semplice scrivere ciò che non siamo. Ci piace l’obiettività e l’imparzialità della notizia. Osannare e incensare non è nelle nostre corde e, ne siamo sicuri, se ci provassimo, sarebbe una pessima esperienza. La notizia, di qualunque matrice, la riportiamo nella sua sintesi e il commento, se ne vale la pena, lo inseriamo a valle dell’evoluzione degli eventi che l’hanno originata.

 

 Lo facciamo, dal 1966, in parecchi giornali d’Europa e, in Germania, dal 1977. Non abbiamo mai sentito l’opportunità di modificare il nostro stile. Ci spinge l’impegno d’informarci per informare. Di capire per esprimere, poi, un nostro convincimento.

 

 Fare l’opinionista dall’Italia non è facile e provarci a titolo di volontariato lo è assai di più. In buona sintesi, siamo ripagati con la stima di chi ci segue e con l’impegno di un Direttore/Fondatore, vero fulcro di questo settimanale internazionale, che continua a darci stimolo per proseguire il nostro percorso.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Gentiloni: “Per stabilizzare la Libia non servono guerre lampo”. “Evitiamo uno Stato fallito alle porte di casa”

 

E' in contatto continuo con l'Unità di crisi sugli sviluppi della situazione a Sabrata e per il rientro dei due tecnici della Bonatti liberati venerdì. Sente su si sé tutto il peso e la responsabilità di queste ore misurando bene le parole e, più ancora, le decisioni che ci si attende da un Paese in prima fila come l'Italia nella lotta al terrorismo, nella crisi dei migranti e nella stabilizzazione della sponda Sud del Mediterraneo.Ma su un punto il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, non sembra disposto a fare marcia indietro: «non si può pensare di risolvere la crisi libica con una guerra lampo (una Blitzkrieg) e confondere le operazioni antiterrorismo con le missioni internazionali di stabilizzazione».

Occorre evitare, insiste il responsabile della Farnesina, che la Libia «sprofondi nel caos dove possono proliferare episodi tragici come quelli che hanno coinvolto i nostri ostaggi».

Ministro, allora spieghiamo perché la scelta politico diplomatica resta oggi l'unica possibile.

Deve essere chiaro che non ci sono scorciatoie illusorie, esibizioni muscolari. È vero, il tempo stringe, ma non c'è alle porte nessuna guerra lampo. Il governo è consapevole degli errori del passato e sta lavorando per creare le condizioni di stabilizzazione in Libia. E un'operazione politica prima che militare ed è questa la grande sfida della comunità internazionale che vede l'Italia in prima fila.

Ma perché sulla Libia la Ue appare così divisa e assente?

Non è una novità che la UE non disponga di un esercito comune ma sulla Libia si è mossa sempre con una dinamica unitaria, a partire dalla missione navale anti trafficanti. Ogni Paese può avere interessi specifici, ma non è vero che i 28 stiano andando m ordine sparso.

Sono passati molti mesi e un Governo di unità nazionale in Libia non vede ancora la luce. Non ritiene che l'ex inviato Onu per la Libia Bernardino Leon abbia perso tempo prezioso?

La diplomazia può superare gli ostacoli ma il tempo è necessario e l'impazienza pericolosa. La guerra in Siria dura da sei anni e per l'Iran deal ce ne sono voluti 13. Per la Libia a metà dicembre su iniziativa italiana e degli Stati Uniti la comunità internazionale nella Conferenza di Roma ha adottato un percorso che ha rappresentato un salto di qualità rispetto all'anno e mezzo precedente. Subito dopo abbiamo avuto l'accordo di Skhirat e poi la risoluzione 2259 delle Nazioni Unite. Il percorso è sempre stato definito da chi lo ha promosso assolutamente fragile ed è incompiuto perché c'è una maggioranza nel Parlamento di Tobruk per varare il governo di accordo nazionale ma a questa maggioranza finora non è stato consentito di esprimersi. Nelle prossime settimane Kobler, sostenuto anche dalla comunità internazionale, valuterà in che modo questa maggioranza possa esprimersi.

Cosa serve ancora per insediare il Governo?

Innanzi tutto che questa maggioranza possa esprimersi trovando il modo per sfuggire alle minacce degli estremisti. Ne ha parlato mercoledì scorso Martin Kobler al Consiglio di sicurezza della Nazioni Unite. Serve inoltre l'inclusione nel processo di forze locali, tribali e legati alle milizie che finora sono state ai margini o ostili perché la nascita del nuovo governo deve puntare alla più vasta aggregazione possibile in un Paese che presenta un contesto molto frammentato. Il governo inoltre dovrà insediarsi quanto prima a Tripoli. Tutto questo è affidato a un intenso lavoro diplomatico a guida Onu ma non dimentichiamo che oltre a questo, tutto ciò è affidato soprattutto ai libici.

Quali sono i rischi di questo esercizio?

Si tratta di evitare che la Libia sprofondi nel caos dove possono proliferare episodi tragici come quelli che hanno coinvolto i nostri ostaggi diventando uno "Stato fallito" come la Somalia a poche centinaia di chilometri dall'Italia. Il nostro compito è aiutare la Libia a recuperare la sovranità, quello che gradualmente, ma dopo molto tempo, si sta realizzando in Iraq. Solo un Governo sovrano può prosciugare l'acqua in cui nuota Daesh, aiutarci a debellare il traffico di migranti, valorizzare le grandi risorse del Paese. Alle richieste di questo Governo l'Italia e la comunità internazionale sono pronte a rispondere anche sul piano della sicurezza. Ma su questa disponibilità non va alimentata troppa confusione.

Da dove viene questa confusione, forse dagli organi di informazione?

No, parlo dell'idea stessa che si possano risolvere problemi così complessi con qualche rullare di tamburi. Mi preoccupa perché alimenta pericolose aspettative. Qualcuno forse pensa di stabilizzare la Libia con qualche decina di raid aerei? Ma, dov'era nel 2011? Non ha inteso quella lezione? E poi qualcuno davvero pensa che delle truppe speciali francesi o inglesi o italiane o marziane possano controllare un Paese di 1,6 milioni di chilometri quadrati che ha20omila uomini armati tra le varie milizie? So bene che la guardia contro la crescita di Daesh in Libia va tenuta alta ma se confondiamo il percorso necessario di stabilizzazione con operazioni mirate antiterrorismo prendiamo lucciole per lanterne. Sono cose diverse.

A Roma c'è stata una piena sintonia della comunità internazionale. Ma allora perché gli americani ci stanno precisando perfino quanti uomini dobbiamo schierare?

Non è così. La sintonia con gli Stati Uniti è totale: serve un Governo libico e l'Italia è pronta a coordinare la risposta alle sue richieste sul piano della sicurezza.

Sulla Siria, invece, si sta aprendo qualche interessante prospettiva di speranza?

Con tutta la sua fragilità ci troviamo di fronte a una finestra di speranza quasi miracolosa. Potrebbe chiudersi ma intanto da due settimane la cessazione delle ostilità che avevamo deciso a metà febbraio a Monaco è in atto. Se questa speranza non si spegne si potrebbe non solo alleviare la catastrofe umanitaria in atto ma, entro il 15 marzo, potrebbe ripartire il negoziato di prossimità tra le parti a Ginevra con l'inviato dell'Onu Staffan De Mistura. La telefonata di venerdì tra i leader europei Renzi, Merkel, Cameron e Hollande con il presidente russo Putin aveva proprio l'obiettivo di consolidare questa finestra di speranza coinvolgendo pienamente la Federazione russa nella cessazione delle ostilità.

Domani a Bruxelles sul tavolo dei capi di Stato e di Governo tornerà il dossier dei migranti. Cosa ci dobbiamo attendere?

L'Europa sta vivendo uno dei momenti più difficili degli ultimi 60 anni. La crisi migratoria, gli effetti della recessione economica che si fanno ancora sentire e che determinano una crisi di fiducia tra cittadini e politiche comunitarie e infine il referendum su Brexit che ci tiene con il fiato sospeso. Per questo il vertice europeo di domani prima con la Turchia e poi tra i 28 assume un'importanza particolare.

Il vertice riuscirà ad evitare il precipitare della crisi migratoria?

Come ho detto varie volte, per salvare Schengen dobbiamo gradualmente superare Dublino. L'idea si va facendo strada, c'è una prima proposta della Commissione e un documento condiviso dai ministri degli Interni di Italia e Germania. La stessa decisione di destinare risorse di assistenza e di emergenza alla Grecia riflette la consapevolezza che i Paesi di primo approdo non possono gestire da soli la situazione. Domani i leader europei saranno impegnati a rendere più gestibile la situazione delle rotte balcaniche riducendo i flussi con la collaborazione di Libano, Giordania e Turchia e scommettendo sul cessate il fuoco in Siria. La sfida è evitare che questo tentativo venga vanificato da azioni unilaterali che trasformino gli attuali controlli intensificati in vera e propria chiusura delle frontiere che, se avvenisse, metterebbe a repentaglio gli sforzi d i gestione del fenomeno e farebbe saltare il meccanismo di libera circolazione delle persone. Nella seconda parte del 2015 la rotta balcanica ha fatto registrare un incremento eccezionale mentre è rimasto stabile il numero migranti che hanno utilizzato la rotte tradizionale dalla Libia.

C'è il rischio che rotta balcanica che ha registrato un forte incremento negli ultimi mesi possa coinvolgere l'Italia da Albania?

Il rischio non va ignorato ma la cooperazione da tempo attivata con il Governo albanese può impedire un'offerta di imbarcazione da parte dei trafficanti che è la base per dirottare la rotta balcanica verso l'Adriatico.

Gerardo Pelosi, Il Sole 24 Ore, 6 marzo

 

 

 

 

Parlamento Europeo. Migranti: maggiore sicurezza per le donne richiedenti asilo

 

 Reportage fotografico di Marie Dorigny sulle donne rifugiate che si sono spostate dalla Grecia all'ex Repubblica iugoslava di Macedonia e alla Germania.

 

Nella risoluzione votata martedì, i deputati sostengono che una riforma delle politiche di migrazione e di asilo dell'UE deve comprendere misure di genere per garantire la sicurezza delle donne che chiedono asilo, molte delle quali viaggiano con bambini piccoli e altre persone a carico. La violenza di genere dovrebbe essere un motivo valido per richiedere asilo nell'UE, sottolineano gli europarlamentari.

 

"Questa risoluzione evidenzia la situazione eccezionalmente vulnerabile delle donne rifugiate nell'Unione europea. Sono fuggite dalla persecuzione nei loro Paesi d'origine, intraprendendo un viaggio pericoloso per raggiungere un luogo sicuro. Al loro arrivo nei centri di accoglienza queste donne già vulnerabili - possono essere state vittime di violenza sessuale, di traffico o di altri crimini violenti - e devono affrontare ulteriori ostacoli che aggravano la loro posizione", ha dichiarato la relatrice Mary Honeyball (S&D, UK).

 

La risoluzione è stata approvata con 388 voti favorevoli, 150 voti contrari e 159 astensioni.

 

Procedura di asilo che tenga conto del genere

 

Le politiche e le procedure di asilo, compresa la valutazione delle richieste di asilo, devono tener conto delle questioni di genere, mentre le forme di violenza basate sul genere, inclusi, ma non a titolo esclusivo, lo stupro, la violenza sessuale, le mutilazioni genitali femminili, i matrimoni forzati e la violenza domestica devono essere riconosciuti come validi motivi per richiedere asilo nell'Unione europea. I deputati sottolineano, inoltre, la necessità di centri di accoglienza sensibili alle persone LGBTI, poiché violenze contro le persone LGBTI sono frequenti proprio in tali centri.

 

La relazione chiede diverse misure per garantire che le esigenze specifiche delle donne siano rispettate in tutto il processo di asilo e nei centri di accoglienza:

* zona notte e servizi igienici separati per genere

* personale e interpreti femminili

* consulenza traumi per le donne che hanno subito violenza di genere

* cura dei bambini durante lo screening e il colloquio per la richiesta d'asilo

* informazioni per le donne sul loro diritto di presentare richiesta di asilo indipendentemente dal loro coniuge, come aspetto chiave per l'emancipazione delle donne

* formazione specifica di genere per il personale

* assistenza legale per le donne nei centri di accoglienza.

 

Porre fine alla detenzione di bambini, donne incinte e vittime di stupro

 

Il testo ricorda che la detenzione dei richiedenti asilo per sanzioni meramente amministrative viola il diritto alla libertà. I deputati chiedono di porre fine alla detenzione dei bambini, delle donne incinte richiedenti asilo e delle vittime sopravvissute agli stupri, alla violenza sessuale e alla tratta.

 

Ribadiscono anche la necessità di rendere disponibili vie d'accesso sicure e legali verso l'UE, al fine di migliorare la sicurezza delle donne rifugiate e scoraggiare il traffico di migranti. Infine, le politiche in materia di immigrazione irregolare non devono ostacolare l'accesso alle procedure di asilo dell'UE. PE 8

 

 

 

 

“Migranti e Sicurezza”, le sfide dell'Osce

 

ROMA - “Abbiamo l'imperativo morale di salvare vite umane. Costruire muri non può essere la risposta, né guardare alla crisi migratoria solo attraverso la lente della sicurezza: non possiamo creare un'equazione tra migranti e terroristi”. Così il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha aperto il 4 marzo i lavori alla Farnesina del seminario Osce sulle migrazioni dal titolo “Refocusing Migration and Security: Bridging National and Regional Responses”.

Si tratta del primo Security Day del 2016 e il decimo nel suo genere, che si propone di ribadire l'esigenza di raccordo tra le differenti strategie nazionali e tra queste e le azioni stabilite a livello regionale sui flussi migratori e di rifugiati che interessano l'Europa.

Sono poi intervenuti il segretario generale dell'Osce Lamberto Zannier, che ha invitato a ripensare “l'agenda di uno sviluppo sostenibile” nei Paesi di origine dei migranti. All'apertura dei lavori ha dato il proprio contributo anche il presidente di Fyrom Gjorge Ivanov. All'evento ha partecipato, tra gli altri, il vice ministro degli Esteri russo Alexei Meshkov.

I partecipanti ai Security Days, soprattutto alti funzionari di Paesi Osce, rappresentanti di altre organizzazioni internazionali, accademici ed esponenti della società civile, sono intervenuti a titolo personale, per agevolare e rendere più aperta la discussione. I seguiti dell'iniziativa sono curati dal segretariato Osce, che pubblica un rapporto con gli estratti di tutti gli interventi e un set di raccomandazioni per i 57 Stati membri. (Inform 7)

 

 

 

 

 

Italia-Svizzera. “Cosa rischiano coloro che hanno ottenuto aiuti sociali senza dichiarare i beni posseduti in Italia o all’estero?

 

GINEVRA - Ormai è ufficiale: lo scorso martedì 1 marzo il Consiglio degli Stati ha approvato, per 42 voti senza opposizioni, il protocollo che ha modificato la convenzione contro la doppia imposizione sottoscritto tra Italia e Svizzera a Milano a febbraio 2015. Dunque Italia e Svizzera potranno scambiarsi in modo automatico le informazioni fiscali. Questo accordo prevede la comunicazione, su domanda, di informazioni secondo gli standards attuali dell’Organisation de coopération et de développement économique (OCDE). E, una volta entrato in vigore, la Svizzera sarà cancellata dalle “liste nere” italiane e ciò permetterà di migliorare i rapporti economici tra i due paesi. Non vi saranno scambi di informazioni prima del 2018. Per maggiori informazioni: www.rts.ch/info/suisse.

Ma in cosa consiste esattamente “lo scambio di informazioni automatico”? Spieghiamo in modo semplice: lo scambio di informazioni automatico obbliga gli istituti finanziari presso i quali i non residenti hanno aperto dei conti bancari (compresi i conti aperti attraverso delle strutture interposte), di trasmettere alle loro amministrazioni fiscali non solo le informazioni relative a tutti i tipi di rendite di investimento (interessi, dividenti, rendite derivanti da contratti di assicurazioni-vita, etc) ma anche i saldi dei conti. Le amministrazioni fiscali hanno l’obbligo, poi, di trasmettere queste informazioni all’amministrazione fiscale dei paesi di residenza dei detentori dei conti bancari.

A livello europeo, la direttiva 2014/107 del 9 dicembre 2010 obbliga gli Stati membri dell’Unione europea a scambiare automaticamente, a partire dal 2017, le informazioni su interessi, dividendi e rendite analoghe, sui saldi bancari e sui prodotti di vendita di attivi finanziari.

E la Svizzera come si è posta rispetto a questi accordi? La Svizzera ha sottoscritto con l'OCDE, il 15 ottobre 2013, la convenzione multilaterale riguardante l’assistenza amministrativa reciproca in materia fiscale che prevede lo scambio automatico delle informazioni. La Svizzera ha anche concluso, il 19 marzo 2015, un accordo con l’UE, per gli stessi motivi. In applicazione di questo accordo e, a seguito del voto favorevole del Consiglio nazionale svizzero, la raccolta delle informazioni bancarie sarà effettuata a partire dal 2017, con uno scambio di informazioni automatico a partire dal 2018 tra la Svizzera ed i 28 paesi membri dell’Unione europea.

Ne consegue che, salvo a voler (o poter) spostare i propri avere in quei paesi che non si sono obbligati a scambiare le informazioni in modo automatico con altri paesi (tipo Panama), i contribuenti detentori di conti in Svizzera o in Europa, dovranno mettersi in regola prima che l’amministrazione disponga dei mezzi per scoprire i loro conti bancari. E bisogna anche tenere conto che l’amministrazione torna indietro di 10 anni (dal 2006).

Ci corre l’obbligo, a questo proposito, di dare un consiglio a quanti siano convinti che, procedendo a chiudere i conti correnti bancari in Italia durante l’anno in corso o il prossimo anno, sfuggiranno ai controlli automatici previsti a partire dal 1 gennaio 2018. La maggior parte delle persone non sa, infatti, che i primi controlli che verranno effettuati d’ufficio saranno proprio sui conti correnti che sono stati chiusi negli ultimi 2 o 3 anni. Attenzione, quindi, a non prendere decisioni affrettate senza considerarne le conseguenze.

Dunque, se l’approvazione del protocollo citato in apertura riguarda in modo specifico la comunicazione dei dati sui conti bancari aperti in Svizzera da residenti in Italia, gli altri accordi firmati tra Svizzera e Europa, riguardano i residenti stranieri in Svizzera.

Per questo la Svizzera, come ormai noto ai più, ha predisposto una amnistia fiscale nel 2010, proprio per permettere ai contribuenti di autodenunciarsi prima dell’entrata in vigore della normativa sullo scambio automatico.

Il corollario di questa premessa, ai fini dell’articolo odierno, risiede nella domanda che molti si stanno ponendo: cosa accade se alcuni hanno usufruito, negli anni passati, o ancora oggi usufruiscono, degli aiuti sociali svizzeri, omettendo di dichiarare di essere proprietari di immobili o detentori di conti bancari in Italia (o anche in altri paesi dell’UE)? E ancora: in caso di scoperta d’ufficio da parte della pubblica amministrazione, quali rischi potrebbero correre coloro che hanno chiesto ed ottenuto degli aiuti sociali (SPC, Hospice général, EMS, chomage, caisse maladie, etc) senza dichiarare, come detto, di possedere beni all’estero?

La risposta non è semplice. Anzitutto andrà valutato caso per caso per poi cercare una soluzione possibile. In alcuni casi si tratterà certamente, quanto meno, di limitare i danni.

In questa sede ci dovremo limitare ad alcune informazioni preliminari di carattere generale dal momento che intendiamo continuare a seguire la metodica ormai consolidata dalla SAIG: cercare di dare sempre informazioni sicure e soltanto dopo la consultazione con le persone responsabili dei vari uffici amministrativi e/o enti sociali. E, dunque, attraverso la rete dell’organizzazione della SAIG, stiamo già prendendo contatti con gli uffici addetti per avere degli incontri ad hoc. Questo significa che soltanto dalle prossime pubblicazioni potremo dare contezza di quanto emerso da questi incontri e suggerire il percorso migliore da seguire per ciascuna situazione.

Detto questo, possiamo cominciare, intanto a fare un po’ di chiarezza: non tutti gli aiuti ricevuti saranno oggetto di eventuali contenziosi, in caso di possesso di beni non dichiarati al momento della richiesta. Per quanto riguarda le “prestations de l’assurance-chômage”, ad esempio, possiamo già anticipare che si tratta di prestazioni (indennità di disoccupazione) che vengono erogate soltanto nel caso in cui il lavoratore abbia lavorato per almeno 12 mesi negli due anni antecedenti l’iscrizione allo “chômage”; sia residente in Svizzera e sia stato licenziato. Insomma che abbia versato, tramite il datore di lavoro, le cotizzazioni. Il diritto del lavoratore, dunque, è un diritto acquisito mediante il pagamento, nel periodo in cui lavorava, dell’assicurazione obbligatoria cui sono soggetti i dipendenti. Il fatto di possedere o meno dei beni (mobili o immobili, in Svizzera o all’estero) non incide affatto su questo diritto acquisito dal momento in cui si inizia a lavorare.

Al contrario, per quanto riguarda, ad esempio, l’SPC (Service des prestations complémentaires) il formulario pubblicato sul sito istituzionale, sembra abbastanza chiaro: la prima dichiarazione d’onore che spetta al richiedente fare, è quella che attesta che le indicazioni da inserire da parte del richiedente, sono “complete, vere e che il richiedente non dispone di altri beni, né rendite”, pena un possibile procedimento penale e la restituzione delle prestazioni complementari ricevute. L’obbligo di fornire tali indicazioni, sussiste sia al momento della richiesta, sia in un momento successivo in caso di cambiamento della situazione economica inizialmente prospettata. Ciò significa che se al momento del deposito della richiesta il richiedente non aveva beni, gli corre l’obbligo di comunicare qualsiasi cambiamento economico successivo. Ora, riteniamo che il fatto di essere beneficiari di somme di denaro all’estero e non dichiarate in Svizzera, rappresenti senza dubbio un problema rilevante, relativamente a questo tema. Non sappiamo ancora, però, come si pone chi eroga questo tipo di prestazioni complementari rispetto ad un beneficiario che, successivamente alla richiesta, sia divenuto proprietario di un bene immobile all’estero che non produce una rendita specifica.

Stesso discorso per quanto riguarda l’Hospice général che presuppone la mancanza di altri mezzi di sussistenza.

Cosa fare se si rientra in uno di questi casi? Non c’è, come detto, una risposta unica per tutti, ma si dovrà valutare caso per caso. Ci riserviamo, però, di dare risposte più certe una volta che la SAIG ed i suoi collaboratori avranno studiato tali tematiche direttamente presso i responsabili addetti ai rispettivi uffici.

Per quanto riguarda la consulenza legale presso la sede della SAIG, i prossimi incontri con l’Avv. Alessandra Testaguzza, saranno per il mese di marzo, tutti i venerdì dalle 14 alle 17 (escluso venerdì 25); per il mese di aprile: venerdì 1, mercoledì 6; venerdì 15; mercoledì 20 e mercoledì 27.

Alessandra Testaguzza e Carmelo Vaccaro, SAIG

 

 

 

Vuoto    

 

E’ primavera. Ma solo sotto il profilo meteorologico. Per il resto, che è quello che più ci preme, l’”inverno” continuerà; almeno sotto l’annoso status dei problemi socio/economici che interessano la Penisola.

 

Scrivere diversamente non avrebbe senso e i nostri Lettori non sono avvezzi alle illusioni o agli ottimismi politici che, poi, sono privi di concreti contenuti. Con le “promesse” e con i “progetti” l’Italia non può andare avanti. Lo abbiamo già scritto; ma ci sembra opportuno riproporlo.

 

Il Potere politico è “distratto” da fattori che potevano essere affrontati in un secondo tempo. Almeno, quando l’Italia avesse dato segni di concreta ripresa economica. Il PIL è frenato e l’evoluzione della Borsa, che risente di fattori negativi internazionali, anche. Con tutte le conseguenze, non solo psicologiche, che ne derivano.

 

Gli italiani sono al limite della sopportazione. Troppi i contrasti anche in seno alla Maggioranza che guida il Paese. Senza scelte politiche popolari, non se ne esce. Lo verifichiamo tutti i giorni e questo scorcio d’anno bisestile già si presente come la copia conforme di quello che ci siamo lasciati alle spalle.

 

Rintracciare delle scelte, a nostro avviso, è sempre possibile. Basta volerlo. E’ che fare “ un passo indietro” potrebbe scombussolare un patto di Centro/Sinistra tanto atipico da non consentire raffronti con i passati Esecutivi. Se oltre Renzi c’è solo il “vuoto”, allora la politica italiana ha veramente esaurito tutte le sue potenziali risorse.

 

In questo periodo di “Quaresima”, non solo spirituale, preferiamo continuare i nostri sondaggi per verificare, se possibile, quando la configurazione del “vuoto” si evolverà in quella di “voto”. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

L’Europa avvisa l’Italia: “Avete squilibri eccessivi, ma per ora nessuna procedura”

 

Il Paese è tra quelli messi in sorveglianza “speciale”. Tra i gap indicati: l’alto debito, bassa competitività, sofferenze bancarie e disoccupazione. Padoan: «Conti sotto controllo»

 

Gli squilibri macroeconomici dell’Italia restano «eccessivi» come quelli di Bulgaria, Croazia, Francia e Portogallo, ma per nessuno scatta una procedura con richiesta di correzione. Lo scrive la Commissione Ue nei “giudizi” sugli squilibri. Inoltre, si precisa che l’Italia non ha raggiunto l’obiettivo di medio termine (pareggio strutturale di bilancio, ndr) e che è soggetta alla regola del debito. L’alto debito, bassa competitività, sofferenze bancarie, disoccupazione, sono tra gli squilibri segnalati 

 

Padoan: “Italia alla svolta, torna crescita con conti sotto controllo”

L’Italia è a “un punto di svolta, in cui la crescita si rafforza e la finanza pubblica continua ad essere sotto controllo”. Lo ha detto il ministro dell’Econonomia Pier Carlo Padoan nel corso di una conferenza stampa al termine dell’Ecofin, commentando l’esito della riunione di oggi e di quella di ieri dell’Eurogruppo. “Ho ricordato ai colleghi - ha spiegato Padoan - che i dati usciti qualche giorno fa dall’Istat confermano una crescita nel 2015 dopo tre anni di profonda recessione, trainata dalla domanda interna e un po’ meno dalla domanda estera. Crescita accompagnata da una creazione significativa di nuova occupazione con contratti a tempo indeterminato, il che si traduce in un impatto positivo sulla crescita potenziale”. “Questo - ha proseguito - avviene in un contesto in cui la finanza pubblica a fine 2015 registra un rapporto deficit/Pil al 2,6%, un debito che si stabilizza nel 2015 e comincerà a scendere nel 2016, e in un contesto nel quale la pressione fiscale scende”.

 

I RISCHI DEL DEBITO ALTO  

Nella parte riassuntiva relativa all’Italia, la Commissione ricorda che «l’alto debito e la protratta debole produttività implica rischi per il futuro, con rilevanza transnazionale». Inoltre, «la lenta risoluzione delle sofferenza bancarie pesa sui bilanci delle banche e l’alta disoccupazione a lungo termine sulle prospettive di crescita. La riduzione del debito richiederebbe avanzo primario e crescita sostenuta». Bruxelles ricorda poi che «sono state prese misure per riformare il mercato del lavoro, le istituzioni, per affrontare i crediti deteriorati, la p.a., giustizia ed istruzione. Ma restano dei “gap” da colmare, specialmente su privatizzazioni, contrattazione collettiva, spending review, misure per aprire il mercato, fisco e lotta alla corruzione». La Commissione si aspetta che le debolezze identificate siano affrontate dagli Stati nell’elaborazione dei loro programmi di stabilità, presentati a Bruxelles a metà aprile. 

 

PAESI A SORVEGLIANZA SPECIALE  

Tutti i Paesi che hanno squilibri macroeconomici, siano eccessivi (come è il caso dell’Italia) o no, saranno sottoposti a un monitoraggio specifico adattato al loro grado e alla natura degli stessi squilibri. Le categorie di intensità e gravità degli squilibri sono passati da sei a quattro. La novità è che tutti su tutti i Paesi con squilibri sarà rafforzata la sorveglianza delle loro risposte alla situazione di squilibrio, sarà intensificato il dialogo Bruxelles-autorità nazionali, ci saranno missioni dell’esecutivo europeo nelle capitali e saranno pubblicati rapporti specifici. In questo quadro, anche la Germania per la prima volta si troverà sotto monitoraggio specifico: la Commissione infatti ha stabilito che la sua economia presenta squilibri macroeconomici (enorme surplus dei conti esterni).  

 

PADOAN: «ITALIA A UN PUNTO DI SVOLTA»  

L’Italia è a «un punto di svolta, in cui la crescita si rafforza e la finanza pubblica continua ad essere sotto controllo». Al termine di un incontro dell’Ecofin, il ministro dell’Econonomia Pier Carlo Padoan, sintetizza così la situazione economica del nostro Paese. E sulla flessibilità dice: «Sì, c’è un rischio» che non venga accordata, ma «stiamo dialogando molto bene a livello tecnico con la Commissione. La valutazione non è un “prendere o lasciare”, ma una valutazione di punti a fronte dell’efficacia delle riforme e delle politiche. Finché non c’è la valutazione positiva, come sono convinto ci sarà, non possiamo dire che abbiamo concluso la conversazione». E anche «il sistema bancario è solido - ribadisce Padoan - sta percorrendo un processo di aggiustamento strutturale sospinto anche dalle leggi che sono state introdotte, a cominciare da quella sulle banche popolari di un anno fa, e naturalmente ci sarà una ulteriore spinta con la legge sulle Bcc. Il governo ha messo in campo misure per facilitare lo smaltimento delle sofferenze. È un processo che sta andando avanti e che richiede tempo».  LS 8

 

 

 

 

 

Caso Primarie. Napoli, Bassolino contrattacca. Roma, cresce l'idea Bray

 

Sono molto pesanti le conseguenze politiche delle primarie del Pd di domenica scorsa. Il video napoletano che documenta un episodio di compravendita di voto fuori da un seggio ha "disgustato" Bassolino, perdente per pochi voti contro la renziana Valente. L'ex sindaco e Governatore della Campania avrebbe in animo di ricorrere contro l'esito della consultazione, alla luce dell'episodio ripreso nel video. A Roma la polemica sulla scarsissima affluenza alle urne contrappone frontalmente la maggioranza renziana alla minoranza (che a Roma non è poi tanto minoranza) che ne fa una questione nazionale e incolpa Renzi per il doppio incarico di premier e segretario del partito. Ormai i renziani accusano esplicitamente il promotore dell'attacco, l'ex capogruppo Speranza, di voler cominciare una specie di congresso sulla pelle di Roma, approfittando magari di una sconfitta del candidato sindaco Giachetti, renziano, per mano della grillina Raggi. Ecco quindi la tentazione che si fa strada prepotente nella sinistra Pd, o comunque tra coloro che tentano in tutti i modi di azzoppare il segretario-premier: impedire con qualunque mezzo il successo del candidato renziano, sia Giachetti a Roma, che Valente a Napoli o Sala a Milano. La tentazione è quella di correre con proprie liste contro il candidato della maggioranza. La voce secondo cui a Roma potrebbe scendere in campo al posto di Fassina l'ex ministro Bray, uomo vicinissimo a D'Alema, va proprio in questa direzione. Ma anche a Milano si è fatto il nome del magistrato Colombo come possibile competitor di Sala e se Bassolino dovesse contestare l'esito delle primarie e candidare un suo esponente in una lista autonoma, ecco che anche a Napoli si ripeterebbe lo schema della lotta fratricida, o del "fuoco amico" capace di far perdere le elezioni ai renziani. È chiaro che da una sconfitta sonora a Milano, Napoli o Roma, l'immagine del segretario-premier uscirebbe molto ridimensionata e - secondo questa strategia che potrebbe essere stata studiata a sinistra - sarebbe il momento propizio per tentare la riconquista della "Ditta". Senza contare che a maggio potrebbe arrivare un momento molto difficile per il governo, poiché a Bruxelles si dovrà decidere se promuovere o bocciare i conti italiani. I segnali che vengono dall'Eurogruppo non sono buoni, e una bocciatura potrebbe comportare la necessità di una manovra aggiuntiva. di GIANLUCA LUZI, LR 8

 

 

 

 

 

“Il fenomeno migratorio tra paure e sicurezza”

 

ZURIGO - Ogni epoca ha conosciuto il suo fenomeno migratorio causato spesso da catastrofi naturali, carestie, guerre o persecuzioni per motivi religiosi. In seguito alla rivoluzione industriale e alla modernizzazione delle infrastrutture di collegamento tra paesi e continenti, il fenomeno migratorio è stato alimentato dall’offerta di nuove prospettive economiche, a cui ha aspirato un’incommensurabile forza lavoro alla ricerca di diverse certezze di vita. In questo solco va ascritta anche la diaspora italiana degli ultimi due secoli. Questa in forme e con condizioni diverse ha ripreso il cammino della speranza anche al tempo della globalizzazione, ovvero dell’annunciata quarta rivoluzione industriale. Questa è una pagina del libro di una storia collettiva tutta italiana da cui non dovremo mai togliere il segnalibro della memoria.

La questione migratoria è ritornata alla ribalta delle cronache di questo inizio di secolo a causa dei numerosi micro e macro conflitti, che hanno interessato e affliggono diversi paesi in via di sviluppo. La penuria di materia prime e lo sfruttamento di ingenti aree geografiche, l’aspirazione di democratizzazione sociale e civile di intere popolazioni sottoposte al giogo di regimi dispotici assieme ai rigurgiti dei fondamentalismi religiosi, continuano ad essere al centro della fuga di milioni di persone, che si manifestano sull’uscio dei paesi occidentali chiedendo rifugio politico, protezione e una nuova opportunità di vita.

Si parla oramai di sessanta milioni di persone, un numero biblico di migranti e rifugiati, che vivono in un paese diverso da quello d’origine. Le organizzazioni internazionali, quelle non governative e umanitarie sono impegnate su diversi fronti per circoscrivere e portare a soluzione un problema di difficile soluzione sia per la mancanza di volontà politica dei paesi di partenza, sia per manifesta difficoltà di rimedio di quelli di approdo.

In Europa la mancanza di una legislazione comune dei paesi comunitari per fronteggiare l’immigrazione ha segnato il passo al ritorno su vasta scala di politiche marcatamente nazionalistiche e conservatrici favorite da un nuovo fenomeno, che riproduce paure e insicurezza: il terrorismo di matrice religiosa.

Da una parte la speranza di raggiungere l’Eldorado occidentale con le sue oramai prosciugate opportunità di lavoro ed il suo pur minimo stato sociale, dall’altra i fanatici fondamentalisti votati al terrorismo, che trovano terreno fertile nei quartieri disagiati e periferici delle grandi città, al centro le istituzioni ed i governi regionali e nazionali pavidi nell’affrontare l’emergenza dei migranti.

A nulla serve erigere muri, costruire barriere con fili spinati sgretolati dalla storia e dalla ragione dell’uomo se i governi non hanno il coraggio di prendere difficili provvedimenti risolutivi del fenomeno migratorio. La politica non è fine ai risultati elettorali e al potere, ma resta uno degli strumenti messi a disposizione dei cittadini per governare i processi che si manifestano nella società. Quando un leader politico di uno dei paesi più ricchi d’Europa, incurante degli effetti elettorali e delle forti resistenze manifestate dal suo partito e dalla coalizione di governo che lo compone, oltre a compiere un imprevisto e inatteso gesto umanitario verso un milione di persone messosi in cammino per sfuggire dalla guerra e dalla povertà, dimostra il coraggio di credere nei propri principi e li realizza in tempi difficili della storia come quelli che stiamo vivendo, allora possiamo testimoniare di essere di fronte ad uno statista, che con una decisione straordinaria ha riscattato le atrocità di cui il suo paese  si era macchiato nel secolo scorso.

Un comportamento contrario da chi, nelle grandi città europee, da Parigi, a Londra a Colonia, lucra sulla sicurezza e rievoca quella diversità antropologica, che ha compiuto i peggiori misfatti che la storia possa ricordare.

Di fronte al tetro scenario dei profughi che raggiungono le coste meridionali dell’Europa, la Commissione europea deve agire non solo per risolvere l’emergenza ma dovrà preoccuparsi di aggiornare una politica dell’accoglienza capace di regolamentare i flussi migratori a breve e medio termine. 

Michele Schiavone, Componente del Cgie, segretario del Pd Svizzera

 

 

 

 

Primarie Pd, l'anima smarrita

 

Dov’era l'anima? Questa è la vera domanda che il Partito democratico dovrebbe rivolgere a se stesso due giorni dopo le primarie di Roma, Napoli, Trieste e Benevento. Capisco che è una domanda scomoda in tempi in cui quasi nessuno crede più alla metafisica dei valori e degli ideali, come se la politica fosse tutta e soltanto prassi, slogan e immagine, concretezza e fisicità da esibire e consumare sul momento: per domani si vedrà.

 

Il risultato è che il corpo del partito ha votato, anzi ha votato lo scheletro che lo tiene in piedi, l'apparato che vive di politica professionale, il suo riverbero sociale interessato, più gli irriducibili che si lamentano insoddisfatti tra un'elezione e l'altra e poi si presentano puntuali ogni volta che in città spunta un seggio qualunque, perché considerano - per fortuna - il voto un dovere civico cui non riescono a venir meno. Ma l'anima democratica non si è presentata al gazebo, almeno per metà, e sarà sempre più difficile farla uscire di casa.

 

Questo è il dato politico delle ultime primarie, che i giornali titolano come un "flop" del Pd. Un elettore su due in fuga dai seggi a Roma, 15 mila in meno a Napoli, le due grandi città dove vincono nettamente i candidati renziani. Poi c'è la vergogna del denaro passato di mano a Napoli nei seggi di Scampia, San Giovanni a Teduccio, Piscinola in cambio del voto per la candidata della maggioranza, con Bassolino (sconfitto per una manciata di voti) che parla giustamente di "mercimonio inammissibile" e "ferita gravissima", e c'è il mistero romano di 3700 schede bianche con verbali spariti, che fa pensare ad una partecipazione gonfiata nel suo disastro. Ma non c'è nemmeno bisogno di arrivare fin qui. Basta la debolezza civica complessiva della giornata elettorale in due grandi capitali per suonare l'allarme. Ammesso che si voglia dire la verità, senza nascondere gli errori sotto il tappeto della propaganda.

 

Naturalmente è vero che se si guarda il sistema politico nel suo insieme il Pd è un'eccezione. I Cinque Stelle, in attesa che il Politbjuro controlli magari la posta dei nuovi eletti, procede ad una selezione ridicola nei numeri e nella trasparenza, in una devozione elettronica fine a se stessa. La destra gioca di rimbalzo a Milano e non riesce a mettere uno straccio di squadra in campo nella capitale, dove Salvini e Bertolaso trovano un'intesa solo sulla litania miserabile delle "ruspe contro i rom". Ma il punto è che il Pd, tagliate le radici con le sue tradizioni novecentesche, è nato nell'auto-mitologia delle primarie e la stessa leadership di Renzi ha fondato la sua promessa di cambiamento nel rapporto diretto con gli elettori, rottamando il vecchio gruppo dirigente per spostare il baricentro dal Palazzo ai cittadini. Oggi è quel baricentro socio-politico che rischia di saltare, se anche le primarie vengono viste come un rito usurato e inutile di auto-conferma di una nomenklatura minore.

Per fortuna i meccanismi elettorali sono dei semplici strumenti della politica, non dei soggetti politici essi stessi. Come tali, corrispondono funzionalmente e psicologicamente alle diverse fasi che un Paese vive e che l'opinione pubblica interpreta. Questo vale per i differenti sistemi di voto (maggioritario, proporzionale), ma vale anche per le primarie. Quello che nella fase di nobiltà della politica si chiamava il processo di selezione delle élites è avvenuto per anni dentro un procedimento interno ai singoli partiti dove le diverse componenti (maggioranza, minoranza, centro, periferia) si confrontavano e si controllavano indicando alla fine il candidato che rispondeva nello stesso tempo alla rappresentanza del potere interno e alla speranza di vincere all'esterno. Gli scandali politici, la consumazione delle storie e delle tradizioni novecentesche, l'atrofia dei gruppi dirigenti, la disaffezione dei cittadini hanno convinto il neonato Pd, per una scelta veltroniana, a sposare il meccanismo delle primarie trasferendo la scelta dei candidati di spicco ai cittadini, o almeno consegnando loro il sigillo della selezione finale su un parterre di vertice: con gli anni, le primarie sono anzi diventate l'unica religione ufficialmente accettata e universalmente praticata in un partito per il resto miscredente, senza nessuna fede riconoscibile e riconosciuta.

 

L'importazione del modello americano nel sistema italiano ci portava ovviamente in casa anche alcune contraddizioni: negli Stati Uniti i partiti sono un network d'affezione dal vincolo blando che li trasforma in comitati elettorali non certo intorno al segretario, ma intorno ai candidati delle primarie, e poi della corsa presidenziale vera e propria. Da noi i partiti esistono, anche se la loro esistenza è travagliata per la discussione infinita e mai risolta sulla loro natura "liquida" o "solida": ma intanto esistono, vivacchiano, creano e alimentano gruppi dirigenti, compongono una moderna nomenklatura, come in tutte le democrazie europee. E poi, al momento delle candidature, la mettono in stallo per far scegliere l'uomo giusto dall'esterno. C'è in questo meccanismo la convinzione - giusta - che il cittadino abbia più fiducia nella politica se può determinarla come singolo e come gruppo, portando nella vita di un partito quella "risonanza" (come la chiama Habermas) che i problemi sociali hanno nelle sfere private della vita. E c'è, con ogni evidenza, un sentimento di inferiorità della politica, che delega ogni volta le sue scelte supreme come se dovesse farsi perdonare quotidianamente un peccato originale permanente. Il risultato - come dimostra la storia recente del centrosinistra italiano, ma come rivela lo stesso fenomeno Trump in America - è che nelle fasi di forte crisi economico- sociale, con la politica ufficiale in ovvia difficoltà, qualunque candidato si presenti come anti-sistema parte con un vantaggio notevole in tasca, perché diventa l'uomo al centro dello show.

 

È quella che potremmo chiamare la "dote populista", il moderno favore che incontrano a destra e a sinistra le posizioni più radicali a cui i cittadini non chiedono soluzioni ma emozioni, performance e non programmi, sintonie istintive più che progetti, la notorietà al posto della fama, la celebrità prima ancora della stima.

Purché si spari sul quartier generale e si alzi ogni giorno il tono apocalittico della denuncia generica e della condanna indifferenziata: appunto la ruspa e la ghigliottina, che dovrebbero ormai finire sulle schede come i più autentici simboli della vera destra e della falsa sinistra, che occupa mimeticamente una porzione di elettorato a sinistra, con schemi, intenzioni e linguaggi in realtà di destra.

 

Basta questo rischio sistemico per abbandonare lo strumento delle primarie? Ovviamente no. La politica è troppo debole, paradossalmente, per riappropriarsi di scelte che non è palesemente in grado di compiere. E l'elettore si è abituato al meccanismo-primarie, e si sentirebbe giustamente defraudato se gli fossero sottratte. Ma una riflessione di metodo è indispensabile, a sinistra. Prima di tutto non basta scrivere qualche nome a caso sulla scheda perché i cittadini si mobilitino e sentano il richiamo civico del voto: com'è possibile che il più grande partito italiano, che governa il Paese, non abbia sentito il dovere di scegliere una personalità di spicco, romana ma di statura e esperienza nazionale, per proporsi al governo di una capitale che esce dallo scandalo mafioso del malaffare e dall'agonia pasticciata della giunta Marino? In secondo luogo, l'America dimostra che i candidati dello stesso partito anche più lontani tra loro se le suonano di santa ragione ma dentro un recinto che considerano comune, coperto da un tetto che riconoscono condiviso, dentro una casa che non si sognano nemmeno di abbandonare in caso di sconfitta. Là dove il partito è davvero "liquido", il legame è più solido. Qui dove i partiti esistono, anche tra un'elezione e l'altra, è il legame comune che si è liquefatto.

 

E qui viene l'ultima questione, decisiva, come ha spiegato Stefano Folli. Non si capisce più qual è la cornice comune. Renzi incredibilmente si accontenta di guidare mezzo partito, invece di rappresentarlo per intero. La minoranza invece di porre lealmente le grandi questioni al segretario sembra cercare ogni giorno la miseria di un trabocchetto. La verità è che a forza di far trascolorare il partito nella narrazione di governo, il Pd da soggetto diventa oggetto, forza di complemento. Deve pur esistere anche in Italia, come ovunque in Europa, un pensiero di sinistra moderno, europeo, occidentale, finalmente risolto, a cui il segretario Renzi ha non solo il diritto, ma il dovere di dare una sua interpretazione e quindi una sua impronta e a cui la minoranza deve concorrere. Questa e solo questa è la cornice possibile, peraltro antidoto e risposta ai soccorsi verdiniani sulle riforme in Parlamento, che devono trovare l'autonomia concettuale e politica di una risposta culturale

da parte del partito. Senza questa cornice di valori e di riferimenti culturali - che in Europa si chiama sinistra - per cosa si va a votare? Per guidare davvero il Pd, bisogna ricongiungere la sinistra e il suo popolo. E per salvare le primarie, bisogna crederci ed essere credibili. EZIO MAURO, LR 10

 

 

 

 

Sondaggi, in aumento fiducia in Renzi, governo e Pd. Effetto Parma addio, dem davanti al M5s anche al ballottaggio

 

Le rilevazioni di Ipsos per il Corriere della Sera. Tra democratici e grillini 5 punti di distacco. Pagnoncelli: "Elettorati non più fluidi, ora sistema stabile. Il partito di Renzi non attrae più voti esterni, chi lascia i Cinquestelle finisce nell'astensione". Ballottaggi e flussi di voto: ai grillini i voti di Sinistra Italiana, Lega e Fdi

 

Lo scontro eterno con i Cinquestelle, le primarie contestate, la rissa interna al partito con lo scontro finale tra D’Alema e i vertici renziani: niente di tutto questo scalfisce la fiducia nel presidente del Consiglio Matteo Renzi e nel governo. Anzi, secondo il sondaggio Ipsos per il Corriere della Sera, il giudizio positivo aumenta sia rispetto alla fine del 2015 sia rispetto all’estate scorsa, quando il gradimento per l’esecutivo aveva raggiunto i minimi. Ora registra un aumento del 2 punti, dal 38 al 40 per cento, con un leggero incremento rispetto a dicembre e con un’impennata rispetto alle rilevazioni di giugno (+8). Oltre a Renzi – apprezzato dal 38 per cento degli intervistati – i ministri che ricevono consenso sono Padoan (29), Franceschini, Delrio e Lorenzin (25), Boschi (24) e Gentiloni (23).

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Svanito l’effetto Parma (per ora), al ballottaggio avanti il Pd

Ma il caos primarie non intacca nemmeno il partito, smentendo almeno in questo caso la tesi – sostenuta dalla sinistra, ma anche da renziani della prima ora come Richetti – che c’è un governo che va a cento all’ora a scapito del Pd che resta a rincorrere, se non addirittura sulle ruote. Niente di tutto questo, secondo Ipsos: il Partito democratico è in crescita, dal 31 al 32 per cento, rispetto all’ultima rilevazione effettuata dall’istituto di Nando Pagnoncelli nel dicembre scorso. E quello che è più importante – dal punto di vista di Renzi – è che sembra svanito, almeno per ora, anche il rischio di un “effetto Parma” (o “effetto Livorno” se si preferisce): al ballottaggio, oggi, in una sfida tra Pd e Movimento Cinque Stelle, la spunterebbero i democratici. Il punto è che se il centrodestra corresse unito il M5s non arriverebbe nemmeno al ballottaggio.

Il consenso per i partiti cambia, anche se di poco, se lo scenario prevede o meno una lista unica di Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega Nord. In questo caso, cioè, ci sarebbe una maggiore polarizzazione verso le tre forze politiche più grandi: il Pd sarebbe al 32,4, il centrodestra unito seguirebbe al 29,1 e i Cinquestelle al 28. Al ballottaggio andrebbero dunque democratici e centrodestra e vincerebbero i primi: 53,5 contro 46,5.

I partiti oggi: tra Pd e M5s 5 punti

Al momento comunque, con il centrodestra diviso, il Pd si conferma primo partito con il 32,2 (+1%). Segue il M5s con il 26,9 (-2,2 rispetto a dicembre). Il distacco – che a dicembre era di 2 punti – ora si è divaricato a oltre 5. Lontani i partiti di centrodestra: il terzo partito è la Lega Nord (13,2, -1,1) che però ora è tallonata da Forza Italia, resuscitata fino al 13 (+2,2). Poi i Fratelli d’Italia al 4,2. Tra le forze che riuscirebbero a superare la soglia di sbarramento ci sarebbero Area Popolare (4%) e Sinistra Italiana (3,3). Fuori tutti gli altri, compresi i centristi di governo come Scelta Civica (0,7).

 

Pagnoncelli: “Elettorati non più fluidi, ora sistema stabile”

In generale, secondo Pagnoncelli, c’è una nuova mutazione nell’elettorato italiano. Fino al 2013, spiega, “le opinioni degli elettori risultavano influenzate soprattutto dall’appartenenza politica più che dal merito delle questioni (elettori-tifosi che cambiavano opinioni a seconda che la propria parte politica fosse al governo o all’opposizione). Poi, a partire dalla nuova legislatura e fino alle Europee, è aumentata la “fluidità politica” e “un’inedita trasversalità”, soprattutto “a favore del Pd di Renzi e del Movimento 5 Stelle che sono stati capaci di conquistare il consenso di elettori provenienti da aree politiche piuttosto diverse”.  Oggi invece, dice Pagnoncelli, il quadro si è come “ricomposto” con un “parziale ritorno ad appartenenze che rendono abbastanza stabile il consenso per i singoli partiti”. Però le opinioni personali degli elettori spesso divergono dalla posizione del partito (si è visto su unioni civili, fisco, riforme), senza per questo far mancare il proprio voto negli appuntamenti importanti.

“Il Pd non attrae più voti esterni, chi lascia M5s va nel non voto”

Sul Corriere Pagnoncelli spiega che il Pd è stabile, ma “sembra aver ridotto la capacità di espansione del proprio elettorato e non sembra capitalizzare l’aumento del consenso registrato dal governo”. Quanto ai Cinquestelle, il Movimento ha avuto una flessione di due punti dopo il caso Quarto, ma da quei giorni è rimasto intorno al 27. Tuttavia la distanza dal Pd che a dicembre era di 2 punti ora si è divaricata a oltre 5. Anche Ipsos conferma un dato che ricorre in diversi sondaggi: l’aumento dell’astensione. I senza voto sono passati dal 34,3 di dicembre al 36. Questo in concomitanza con una flessione dei Cinquestelle. Secondo Pagnoncelli “i grillini delusi, infatti, difficilmente scelgono un altro partito, preferendo astenersi”.

Ballottaggio Pd-M5s, ai grillini i voti di Si, Lega e Fdi

Ipsos ha analizzato anche i flussi di voto nel caso dei tre scenari di ballottaggio possibili. Nella sfida Pd-M5s, per esempio, come detto vincerebbero i democratici: un cambio di tendenza rispetto agli ultimi mesi, anche se il margine è quello di un testa a testa (51,2 contro 48,8). Ma come si dividerebbero le preferenze degli elettori degli altri partiti? La maggioranza della base di Sinistra Italiana sceglierebbe il M5s, ma lo stesso accadrebbe nell’elettorato di Lega Nord e Fratelli d’Italia. In questo scenario oltre la metà degli elettori di Forza Italia si asterrebbe, mentre sceglierebbe il Pd la gran parte della base di Area Popolare.

Ballottaggio Pd-centrodestra, ai dem un terzo dei voti M5s

Nella seconda ipotesi c’è il ballottaggio Pd-listone di centrodestra. Anche in questo caso vincerebbe il Pd con un distacco anche maggiore: 53,5 contro il 46,5. Qui il panorama è più semplificato e dice che l’elettorato M5s si dividerebbe quasi in parti uguali tra chi sceglierebbe il Partito democratico, chi il centrodestra e chi l’astensionismo (le quote sono rispettivamente del 40 per cento, del 30 e del 30). Gli elettori di Area Popolare in maggioranza sceglierebbero ovviamente il listone di centrodestra, mentre la quasi totalità della base di Sinistra Italiana sceglierebbe il Pd (80 per centro contro un 20 di senza voto).

Ballottaggio M5s-centrodestra, un terzo dei voti Pd ai grillini

Terza opzione possibile, Cinquestelle contro centrodestra. A vincere sarebbe il M5s, con un 55,1 contro 44,9. I grillini riceverebbero i due terzi dei voti degli elettori di Sinistra Italiana e un terzo dei voti del Pd (elettorato che per metà si asterrebbe). Ovvia la scelta di chi si ritiene un elettore di Area Popolare: due su tre voterebbe il centrodestra, nessuno i Cinquestelle. F.Q. 12

 

 

 

 

Come stiamo?

 

Scrivere sullo stato di salute “economico/sociale” italiano resta un problema. Soprattutto quando si vuole dare spazio alla realtà dei fatti quotidiani. Sono mesi che provano a lusingarci con prese di posizione politiche che, per obiettività, non hanno illuso nessuno. Non ci credono neppure i partiti che consentono la vita di questo Esecutivo sempre più anomalo nei progetti e nelle strategie.

Essere obiettivi non significa essere né ottimisti, né pessimisti. Basta attenersi alla realtà dei fatti per comprendere, senza fallo, che le difficoltà del Bel Paese sono ben lontane dall’essere risolte. Nonostante certe, ottimistiche, esternazioni del nostro Primo Ministro. La realtà della Penisola è lontana da quella degli altri Stati UE e l’Italia del “malessere” continua a tenere lontana quella del “benessere”.

Nel nostro realismo, non ci sono soluzioni alternative al degrado nazionale. E’ la politica che sarebbe proprio da modificare. Però, senza elezioni politiche generali, ogni riflessione ha il sapore dell’azzardo. Se la coerenza avesse un seguito logico, avremmo altri scenari da esaltare. Invece, non ce ne sono.

Quando abbiamo salutato il 2016, come l’anno dell’impegno senza benefici, avevamo visto giusto. Con la premessa che non ci siamo sentiti menagrami né, tanto meno, presaghi. Per noi hanno fatto testo le realtà che pesano come macigni. Ci sono, ancora, troppi “interrogativi” ai quali sarebbe necessario rispondere. Esagerati dubbi che dovrebbero essere chiariti.

Allora: come stiamo? Certamente non meglio dello scorso biennio e quello da poco iniziato (2016/2017) appare già compromesso dai fallimenti irreversibili di quello che l’ha preceduto. Per cambiare “registro”, oltre alla determinazione politica, ci vorrebbero uomini nuovi che, purtroppo, non ci sono ancora. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

La bomba di Draghi e la tempesta primarie

 

Più che il bazooka questa volta Mario Draghi ha usato una bomba, e ha mandato su tutte le furie le casse di risparmio tedesche, oltre naturalmente agli arcigni custodi della Bundesbank. Il Quantitative Easing e l'azzeramento dei tassi di interesse sono misure prese per muovere l'economia, evitare la deflazione e far riprendere i consumi, oltre che dare ossigeno alle banche. Le Borse hanno subito festeggiato, con la stessa disinvoltura con cui altre volte si deprimono mandando in fumo decine di miliardi di capitalizzazione. "Tutto quello che è necessario" per ridare slancio all'economia, ha sempre detto il presidente della Bce, anche a costo di scontrarsi con la politica economica tedesca basata sulla più rigida austerità. Finora la politica del Quantitative Easing (massicci acquisti di titoli di Stato) ha evitato il peggio è ha tenuto a galla economie europee traballanti come quella italiana. Ma questa volta deve fare di più perché è difficile immaginare decisioni ancora più radicali di quelle prese oggi da Draghi. Renzi spera che la Commissione europea conceda a maggio non solo il disco verde sui conti italiani, ma anche la flessibilità su tutti gli argomenti per cui è stata richiesta. Aggiunta alla spinta della Bce dovrebbe portare a una ripresa più robusta della nostra economia, che registra aumenti troppo modesti: 0,1 per cento nel primo trimestre. Sull'altro fronte caldo, quello dei rapporti interni nel Pd, Renzi deve affrontare la tempesta seguita alle primarie. Milano, Roma e Napoli i terreni di battaglia. E il rischio molto forte è quello di ripetere la terribile esperienza della Liguria, dove per far perdere la candidata renziana la sinistra ha preferito dare la Regione in mano alla destra. A Napoli si aspettano le decisioni di Bassolino, che potrebbe candidarsi contro il Pd. A Roma sarà in campo l'ex sindaco Marino contro il Pd anche se si parla di primarie della sinistra (quelle del Pd sono state vinte da Giachetti). A Milano Gherardo Colombo non si candida ma il Pd è molto diviso e Sala rischia. GIANLUCA LUZI, Lr 10

 

 

 

 

Primarie centrosinistra, Giachetti vince a Roma. Napoli sceglie Valente

 

Roma, Napoli, Trieste, Benevento, Bolzano e Grosseto hanno scelto i candidati del centrosinistra per le elezioni amministrative 2016. A Roma, secondo i dati ancora parziali, vince Roberto Giachetti, con oltre il 60% delle preferenze, mentre il suo principale avversario Roberto Morassut si ferma al 28%. A Napoli trionfa Valeria Valente.

A Trieste è primo Roberto Cosolini con il 65%. A Bolzano si afferma Renzo Caramaschi. Lorenzo Mascagni è il candidato sindaco del centrosinistra per Grosseto. Mentre Benevento sceglie Raffaele Del Vecchio.

"Sono davvero emozionato, fatico a trovare le parole per dire grazie a tutti. A tutti coloro che insieme a me c'hanno creduto. Ora si parte", ha scritto su Twitter Giachetti vincitore delle primarie del centrosinistra a Roma. Nella capitale gli altri candidati erano Chiara Ferraro, Gianfranco Mascia, Roberto Morassut, Stefano Pedica, Domenico Rossi. Per quanto riguarda l'affluenza, il dato definitivo dei votanti ancora non c'è ma a Roma dovrebbe essere 50mila gli elettori, la metà rispetto al 2013.

"Noi Democratici siamo felici del risultato di partecipazione anche a Roma. Qui nel 2013 era andata più gente ai gazebo, ma perché c'erano le truppe cammellate dei capibastone poi arrestati", afferma, in un'intervista a 'la Repubblica', il commissario del Pd Roma Matteo Orfini .

A Napoli Valente, parlamentare del Partito democratico e referente regionale della componente "Rifare l'Italia" in Campania, ha sconfitto di misura l'ex sindaco ed ex governatore della Campania Antonio Bassolino. Più staccati gli altri due candidati, il segretario dei Giovani democratici Marco Sarracino e l'oncologo Antonio Marfella, candidato per il Psi. "Grazie agli elettori, ai militanti, ai cittadini di Napoli", ha dichiarato Valeria Valente. "Abbiamo fatto bene a fare le primarie, abbiamo vinto: Napoli ha deciso di guardare avanti. Adesso - ha aggiunto - battiamo de Magistris e Lettieri tutti insieme". Quasi 31mila i votanti che si sono recati ai 78 seggi aperti in tutti i quartieri della città dalle 8 alle 21 di ieri. Risultato lontano dai 45mila delle primarie del 2011, poi annullate per presunti brogli, ma soddisfacente per il partito provinciale, che aveva individuato nella quota di 30mila votanti l'obiettivo da raggiungere.

L'avvocato Lorenzo Mascagni, consigliere comunale del Pd, ha vinto le primarie del centrosinistra a Grosseto, ottenendo 3.576 voti, contro i 2.931 conquistati dal vicesindaco uscente Paolo Borghi (Pd). Nella città della Maremma hanno partecipato alla consultazione del centrosinistra oltre 6.500 persone. Ora Mascagni sfiderà alle elezioni comunali Giacomo Gori dei Cinquestelle e Antonfrancesco Vivarelli Colonna per il centrodestra. Adnkronos 7

 

 

 

 

 

Pd, la minoranza attacca Renzi dopo flop affluenza

 

La scarsissima affluenza che ha caratterizzato le primarie del Pd sia a Napoli che soprattutto a Roma è figlia della peggiore stagione che i democratici hanno vissuto nella Capitale. Mafia Capitale, il consociativismo degli affari sporchi con la destra di Alemanno quando era sindaco, la guerra per bande nel Pd romano, la giunta Marino costretta alla resa da tutti questi elementi e dalla incapacità di porvi rimedio. Oltre che dalla incapacità di risolvere i mille problemi quotidiani della città. Ovvio quindi che gli elettori di sinistra si siano ampiamente disamorati del partito democratico e di un rito che ormai appare più una consuetudine stanca e vuota di significato. Ma c'è un altro elemento che sicuramente ha contribuito a svuotare i gazebo e le sezioni da militanti e simpatizzanti: la qualità dei contendenti. Personaggi - anche il vincitore Giachetti - che non "bucano" lo schermo, non accendono entusiasmi, non creano aspettative. Nessun programma se non una elencazione burocratica dei soliti problemi da risolvere: il traffico, le periferie, la promessa di trasparenza. Senza una minima indicazione concreta, un'idea nuova, qualcosa per cui valesse la pena andare al gazebo tra uno scroscio di pioggia e uno di grandine. Uno degli sfidanti - giocando sul suo cognome Mascia - si presentava ai dibattiti TV con un orso di peluche, alludendo a un famoso cartone animato. Siamo al livello minimo della politica. Alla totale afasia. Quindi non c'è da stupirsi se la gente di sinistra è rimasta a casa. Dice bene il presidente del partito Orfini che però questa volta non sono state portate ai seggi dai capibastone le truppe cammellate dei Rom o degli immigrati. Ma non basta per decretare un successo. Tanto più che adesso, anche dopo la larga vittoria del renziano Giachetti, il partito rimane profondamente diviso e tale si presenterà alla campagna elettorale. Che dovrà combattere contro la candidata grillina. Scelta da una manciata di clic, come sottolinea Orfini. Ma per loro non importa. Le vele del Movimento Cinquestelle sono gonfiate dalla rabbia popolare e dalla voglia di fare macerie di tutto il passato. E a Roma il Pd rischia di essere il simbolo del passato e il più disponibile dei capri espiatori. di GIANLUCA LUZI, LR 7

 

 

 

 

Marco Fedi (Pd): E’ tempo di aprire una discussione vera sul futuro dei Comites e del CGIE

 

ROMA - Il responsabile per gli italiani nel mondo del PD, Eugenio Marino, ha avuto l’intuizione di anticipare i tempi e i contenuti di un confronto sugli organismi di rappresentanza degli italiani all’estero, che avverrà nell’immediato nell’area del PD e del centrosinistra, ma che presumibilmente avrà un’eco anche nel nuovo CGIE, recentemente ricostituito.

Indipendentemente dalla discussione che si svolgerà nell’appuntamento di Basilea, il 12 marzo, dalle proposte che in esso emergeranno e dalla capacità di trasformarle in riforme effettive, vorrei approfittare dell’occasione per esprimere sul tema alcuni orientamenti generali. Non si discute di cariche e incarichi ma della direzione futura della “rappresentanza”. Si tratta di un metodo di dialogo e di partecipazione a mio giudizio positivo, non sempre adottato di fronte a scelte di riforma, per cui ne vanno apprezzati intenti e implicazioni politiche.

Per gli italiani all’estero, ritengo si debba parlare di una “rappresentanza” atipica, marcata da differenze sostanziali, che vanno considerate. I Com.It.Es., infatti, sono eletti direttamente ma per assolvere il loro mandato non hanno veri strumenti di esercizio della rappresentanza. Non assumono decisioni politiche o di bilancio sul futuro delle comunità che rappresentano. Non determinano direttamente scelte che hanno influenza sulla vita degli elettori che li hanno votati. Da anni non ricevono risorse sufficienti per assolvere i pur limitati compiti che ad essi sono conferiti. Pur scontando la particolarità di essere organismi che operano in contesti stranieri, mancano gli elementi centrali della rappresentanza. Nella realtà dei fatti essi esercitano un ruolo importante di conoscenza delle realtà, di analisi e proposta ma non di vera e propria rappresentanza.

Il ruolo del C.G.I.E. richiama più il “negoziato”, l’azione di lobby, la sollecitazione dei massimi livelli istituzionali. Un’azione che si svolge in “sostituzione” di altri soggetti, in una forma di rappresentanza diretta dei Com.It.Es.

Con gli anni e in virtù della presenza dei parlamentari eletti nella circoscrizione Estero il tema della rappresentanza si è spostato sul piano più strettamente politico-parlamentare. Abbiamo rafforzato la soluzione della Circoscrizione estero e questo, in termini di principio e di ricadute pratiche per le nostre comunità, non è cosa da poco. Oggi dobbiamo sentire su di noi la stessa responsabilità per rafforzare gli unici strumenti di analisi e interpretazione culturale e sociale della realtà che abbiamo all’estero e che possono affiancare utilmente l’azione politico-parlamentare.

Il mio modello di definizione del loro ruolo è molto vicino agli organismi consultivi del mondo anglosassone. Si tratta di comitati con compiti consultivi che nei paesi anglosassoni sono normalmente nominati e non eletti. Le elezioni naturalmente non rappresentano un problema ma se dessero luogo a competizioni elettoralistiche potrebbero allontanare capacità professionali e capacità critiche invece indispensabili per proporre soluzioni nuove. L’elezione diretta, in ogni caso, non deve rappresentare una condizione che ne snaturi ruolo e funzioni.

Analogamente, se la base di partecipazione al voto è limitata numericamente ed avviene attraverso forme di consultazione elettronica ciò dovrebbe rafforzarne le caratteristiche di composizione qualificata per assolvere un compito di conoscenza della realtà.

In altre parole, meglio più democrazia che meno democrazia, purché il fine ultimo non sia esclusivamente l’esercizio formale o, peggio, formalistico della democrazia!

Sul piano della disponibilità complessiva delle risorse, non possiamo fare a meno di constatare che è sempre più difficile rendere sostenibile l’esistenza di una “rappresentanza” articolata su molti livelli che oggi costa, solo per le operazioni di rinnovo, più di 5 volte il totale delle dotazioni di bilancio per l’attività ordinaria di Com.It.Es e CGIE di 5 anni.

E questo avviene mentre i Com.It.Es e il CGIE non riescono ad avere le risorse per quel serio ed utile lavoro di approfondimento che è indispensabile per il Governo e il Parlamento ai fini di una puntuale comprensione della realtà e del sostegno all’integrazione delle nostre comunità nel mondo. Buon lavoro di riflessione.

Marco Fedi, Deputato eletto all’estero per il Pd nella ripartizione dell’Africa, Asia, Oceania e Antartide

 

 

 

 

Deputati Pd-Estero: importanti risultati per l’internazionalizzazione

 

ROMA - Nel dibattito sempre acceso sullo stato di salute dell’economia italiana e in quello ancor più contrastato sull’andamento dei conti pubblici, un aspetto sembra mettere d’accordo tutti: il ruolo essenziale che le esportazioni e, in particolare, il made in Italy hanno avuto in questi anni per la bilancia dei pagamenti e per gli stessi equilibri della società italiana.

In questa ottica, l’incontro con la comunità italiana di consolidata e nuova emigrazione rappresenta un passaggio non meno importante e funzionale rispetto alle possibilità di ripresa e di ricollocazione internazionale del Paese.

Da alcuni anni questa è stata la bussola del nostro impegno parlamentare, almeno per quanto riguarda le politiche di sviluppo e di internazionalizzazione. Abbiamo ottenuto che nel decreto Destinazione Italia fosse inserito il possibile coinvolgimento delle rappresentanze degli italiani all’estero nei programmi di internazionalizzazione  e che nella mozione sul rilancio del Mezzogiorno fosse esplicitamente compreso il riferimento alle possibilità che le nostre comunità offrono in alcuni campi, quali gli investimenti dall’estero, gli scambi, il turismo di ritorno, e così via.

Poiché in un campo così complesso e specializzato è necessario non limitarsi ai messaggi generici o propagandistici, ma individuare soggetti attivi, capaci di interloquire con le istituzioni italiane e di farsi carico dei programmi di promozione sulla base di una precisa conoscenza dei contesti e di una altrettanto provata professionalità, abbiamo considerato le Camere di commercio italiane all’estero, notoriamente i punti più consistenti di aggregazione di comunità di affari italiane nel mondo, come gli interlocutori più adatti per raggiungere gli obiettivi strategici delineati. Negli ultimi anni, infatti, con esse si è sviluppato un dialogo e un rapporto di scambio di idee e di proposte che si sta dimostrando fecondo e suscettibile di positivi sviluppi per il futuro.

Il nostro impegno più diretto a livello parlamentare, infine, è stato quello di mettere in campo, soprattutto in occasione delle leggi di stabilità degli ultimi anni, una costante attività emendativa volta ad assicurare le risorse necessarie per sostenere i progetti di internazionalizzazione e per costituire una base di lavoro concreta e definita.        

Guardando nel concreto agli ultimi due anni, a fronte della riduzione degli stanziamenti pubblici a tanti enti espressione dell’associazionismo sociale ed economico, il nostro lavoro, fatto assieme ad altri colleghi, ad iniziare dall’On. Mongiello, ha dato questi risultati:

- per il 2015 si è riuscito a recuperare 1 milione di euro frutto di un nostro emendamento, messo in discussione dalla Ragioneria dello Stato;

- per il 2016 lo stanziamento complessivo nel Bilancio dello stato italiano è aumentato di quasi un milione di euro rispetto al 2015 (a fronte di una riduzione temuta e sventata del 50%): 4,8 Milioni di euro nel cap. 2501 destinato al cofinanziamento di programmi, praticamente tutto da destinare alle CCIE se verrà rispettato integralmente dal MISE l’OdG  da noi proposto e accolto dal Governo di dare almeno il 95% delle risorse rispetto al 60% di due anni fa e all’85% del capitolo dello scorso anno, frutto già di un nostro intervento parlamentare; 3,5 Milioni di euro per progetti di diffusione del consumo del prodotto autentico italiano a gestione Assocamerestero, da realizzare tramite CCIE di Paesi scelti dal Governo nell’ambito del Piano Made in Italy; in totale, questi interventi assommano a 8,3 milioni di Euro contro 7,4 dello stanziamento complessivo 2015 (capitolo destinato alle CCIE + Progr. Made in Italy). L’aumento complessivo è del 12% rispetto all’anno precedente;

- per il 2017 (a legislazione invariata) abbiamo ottenuto un incremento del cap. 2501 a 7,4 milioni di euro, cui si aggiungono 2,5 milioni per progetti a titolarità Assocamerestero per la promozione del prodotto autentico italiano di Paesi scelti secondo le priorità del Governo nel Piano Straordinario Made in Italy; il totale degli interventi arriva a 9,9 milioni di euro, con un aumento (non definitivo, ma da confermare nella Legge di stabilità 2017) del 19% rispetto al 2016. Questo è avvenuto per le CCIE, mentre nel 2017, per esempio, il sistema camerale italiano vedrà ridotto del 50% gli introiti da diritto annuale rispetto al 2014 e per il 2016 questa riduzione è già pari al 40%.

Al contempo abbiamo sostenuto la riforma del sistema di cofinanziamento delle CCIE che premia l’adozione di logiche di efficienza delle stesse Camere di commercio all’estero, per riconoscere il lavoro di quanti si sforzano di fare un processo di miglioramento e di aumento dell’affidabilità, misurato da specifici parametri quantitativi.

Questo è il frutto del lavoro parlamentare da noi intrapreso sul tema dell’internazionalizzazione e, nello stesso tempo, questi sono i risultati della collaborazione con l’Assocamerestero, che ci proponiamo di continuare e rafforzare.

Gianni Farina, Marco Fedi, Laura Garavini, Francesca La Marca, Fabio Porta, Alessio Tacconi (Deputati del Pd eletti nella circoscrizione Estero)  dip 9

 

 

 

 

Saper scrivere

 

Statisticamente, gli italiani leggono meno rispetto agli altri europei e sono propensi a scrivere ancor in misura minore. E’ una questione di complessione mentale che, non sempre, consente di rendere pubblico un proprio pensiero; l’essenza di un’opinione.

Esseri grammaticali e conoscere, a fondo, il lessico italiano, non sempre è sufficiente per saper trasmettere ad altri, tramite uno scritto, le proprie sensazioni. Se esercitare la professione di Giornalista, è sancita da specifiche leggi, saper scrivere in modo “interessante” è un’opportunità per tutti. Nessuno escluso.

Di fatto, però, bisogna saperlo fare. Una simile “dote” si evidenzia proprio sentendo l’opinione di chi legge su ciò che si scrive. Chi giudica è il lettore; al quale chi scrive ha da tener conto per cercare di migliorarsi. Perché “meglio” si può sempre fare. Basta volerlo, ma anche essere predisposti.

Quindi, “libera” penna non significa “buona” penna. Ci sono delle doti che, se non sono innate, difficilmente si acquisiscono con l’esperienza degli anni. A nostro avviso, chi sa scrivere è in grado d’interessare anche i distratti. Tanto da concretare opinioni che, prima, potevano essere solo latenti.

Chi riesce ad’esprimere proprie riflessioni ed ha la volontà di renderle trasmissibili tramite scritti, ha fatto il primo passo sul fronte dell’opinionismo. Tutto il resto, che non è poco, può venire in un secondo tempo. Tuttavia, se mancano certe prerogative è inutile azzardare.

In buona sintesi, chi è in grado di scrivere “bene” può essere certo d’essere “letto” e compreso nello stesso modo. Ciò non significa, però, condividerne necessariamente i concetti. Ma questa è tutt’altra storia. Giorgio Brignola

 

 

Matrimoni internazionali: l'Italia è la meta europea più ambita con la Toscana, Costiera Amalfitana e Venezia in testa. Domani sera a Ravello la presentazione dei dati dell'Osservatorio sul Wedding Internazionale

Da sabato 12  fino al 23 marzo alcuni tra i più importanti wedding planner internazionali sono in Costiera Amalfitana e nel Cilento per l' “Italy coast to coast weddings” organizzato da Sposa Mediterranea Network

Suita Carrano : Il mondo wedding crea numerose opportunità occupazionali, può assicurare un contributo anche per i giovani meridionali che intendano formarsi in questo campo. Anche per questo abbiamo scelto di rendere pubblici alcuni dati scaturiti da una costante analisi del fenomeno

 

L'Italia è la meta europea più ambita per organizzare matrimoni internazionali con la Toscana, la Costiera Amalfitana e Venezia in testa. Questi alcuni dei dati che sono stati presentati sabato 12 marzo a Ravello all'Hotel Bonadies dall'Osservatorio sul Wedding Internazionale di Sposa Mediterranea Network in occasione dell'“Italy coast to coast weddings” che vedela presenza di alcuni tra i più importanti wedding planner internazionali e degli amministratori locali.

I wedding planners, organizzatori di matrimoni internazionali provenienti da tutto il mondo, sono i protagonisti di un educational di nove giorni, dal 12 al 21 marzo, in alcune delle località celebri della Costiera Amalfitana e del Cilento, da Ravello a Santa Maria di Castellabate, da Scala a Furore. Obiettivo: «educazione e scoperta del territorio» attraverso visite guidate, sia culturali che paesaggistiche, degustazione di prodotti tipici locali, familiarizzazione con l’ambiente. Si tratta dell’unico evento Business to Business del Sud Italia interamente dedicato al matrimonio, curato da “Sposa Mediterranea Network“, il brand di Art & Culture che si occupa di destination weddings.

 

Il matrimonio internazionale, la scelta di sposarsi all’estero, è un business di rilevanti dimensioni. In Italia il giro d’affari nel 2014 superava i 350 milioni di euro e nel 2015 i 400 milioni, un dato in costante ascesa, superiore di quasi il 50% a quello rilevato due anni prima. L’Italia, dopo i Tropici, è al secondo posto assoluto tra le mete mondiali e al primo tra quelle europee più gettonate per i destination weddings.

 

La Costiera Amalfitana è preceduta solo dalla Toscana come meta nazionale per la celebrazione di matrimoni internazionali. Ad amare il matrimonio made in Italy sono soprattutto gli inglesi, seguiti da statunitensi e canadesi, ma anche Russi e Cinesi.

Il matrimonio internazionale è tra l’altro un ottimo veicolo per fidelizzare turisti e accrescerne quindi i flussi. Il 25% di chi si sposa in Italia torna per festeggiare il primo anniversario. Il 47,6% dopo 2 o 3 anni, il 12,4% dopo oltre 5 anni. Il 90% consiglia agli amici di sposarsi in Italia.

 

"Il mondo del wedding non è un fenomeno di colore – sottolinea Suita Carrano, General Manager di Sposa Mediterranea Network e coordinatrice dell'Osservatorio - ma un vero e proprio comparto economico. Lo dimostrano  i dati. Le istituzioni devono impegnarsi per far crescere le pmi come avviene negli altri settori.

C’è bisogno anche di una maggiore consapevolezza da parte delle istituzioni.

L'Italia del wedding ha un potenziale immenso e grandi testimonial come Sofia Coppola, Tom Cruise, George Clooney e Petra Ecclestone che hanno scelto di sposarsi qui. Dobbiamo solo saperlo sfruttare e mettere a sistema.

Il mondo wedding crea numerose opportunità occupazionali, può assicurare un contributo anche per i giovani meridionali che intendano formarsi in questo campo. Anche per questo abbiamo scelto di rendere pubblici alcuni dati scaturiti da una costante analisi del fenomeno”. SN, de.it.press 13

 

 

 

 

60 anni dei Trattati di Roma, al via concorso per il logo

 

E' aperto a tutte le scuole di ogni ordine e grado di istruzione il concorso "Dal mercato comune all'Europa dei cittadini", promosso dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca e dal Dipartimento Politiche Europee della Presidenza del Consiglio dei Ministri in occasione del 60° anniversario dei Trattati di Roma (25 marzo 2017).

Per partecipare bisogna presentare una proposta di logo, accompagnata da uno slogan, che rappresenti i valori dell'Unione Europea, l'importanza e il valore storico dei Trattati di Roma e come questi debbano considerarsi una tappa fondamentale nella costituzione dell'Unione.

Il logo che vincerà sarà utilizzato nelle comunicazioni istituzionali legate alla Celebrazione.

I progetti dovranno essere inviati entro il 1 aprile 2016. I vincitori verranno premiati durante un evento istituzionale che si terrà a Roma e in cui saranno esposti i migliori elaborati.

L'iniziativa intende promuovere la partecipazione consapevole e il coinvolgimento attivo delle giovani generazioni, attraverso la scuola, in un percorso volto ad accrescere la conoscenza dell'Unione Europea, delle sue istituzioni, delle sue politiche e dei programmi sotto l'aspetto storico, culturale, economico, sociale e normativo.

Altre informazioni

I Trattati di Roma furono sottoscritti nella capitale italiana il 25 marzo del 1957. I sei Paesi firmatari (Francia, Germania, Italia, Belgio, Lussemburgo e Olanda) istituirono con il Trattato di Roma una Comunità Economica Europea (CEE); un altro trattato sottoscritto lo stesso giorno istituì la Comunità Europea dell'Energia Atomica, meglio nota come Euratom. I Trattati di Roma rappresentano un momento decisivo del processo costitutivo dell'Unione Europea.

Per saperne di più: Bando del concorso: http://www.politicheeuropee.it/file_download/2711

Approfondimento sui Trattati di Roma http://www.politicheeuropee.it/normativa/19648/i-trattati-di-roma    dip 10

 

 

 

 

 

Della Vedova: "Ma il ritorno delle frontiere non fermerà gli sbarchi"

 

ROMA - «La triste verità è che la retorica degli antieuropeisti sta vincendo. Se prevale il nazionalismo, si riaffaccia l'Europa delle patrie e delle guerre». Benedetto della Vedova, sottosegretario agli Esteri, interpreta cosi i sondaggi pubblicati ieri da Ilvo Diamanti su Repubblica, che indicano una grossa crisi di fiducia degli italiani verso Schengen.

Quadro fosco, Della Vedova.

«Un dato mi allarma: l'opinione pubblica che raccoglie la retorica nazionalista di Salvini e il vaffanculo dei cinquestelle contro Bruxelles ha davvero compreso cosa succederebbe all'Italia con la fine di Schengen?».

Che cosa accadrebbe?

«Che i migranti continuerebbero ad arrivare in Italia, ma non potrebbero andarsene. Un suicidio politico. Tafazzismo. Chi chiede la chiusura delle frontiere, lo fa contro l'Italia. E Schengen non c'entra nulla con le migrazioni dai Paesi extra Ue».

Come si salvaguardano le frontiere libere?

«Con un sistema Ue di asilo per i migranti. E poi, anziché buttare miliardi per ripristinare illusoriamente una frontiera sul Brennero, dovremmo investire risorse per il controllo dei confini esterni all'Unione». Tommaso Ciriaco LR 8

 

 

 

 

Rilevazione per l'anno 2016 dell'esistenza in vita dei pensionati INPS

 

ROMA - L'INPS ha comunicato di aver dato avvio, già dal 6 febbraio scorso, alla rilevazione per l'anno 2016 dell'esistenza in vita dei pensionati INPS, a cui vanno aggiunti anche quelli ex INPDAP.

E' in corso la spedizione ai pensionati del plico contenente la lettera esplicativa ed il modulo di attestazione di esistenza in vita.

L'Istituto ha precisato che saranno concessi quattro mesi circa per trasmetterlo a Citibank, Istituto di credito abilitato, entro il 3 giugno 2016.

Per i pensionati che non avessero ancora restituito il modulo entro detto termine sarà valutata l'opportunità di spedire una nuova lettera volta a ricordare la necessità di adempiere a tale richiesta.

E’ stato anche predisposto un diverso Modulo di attestazione per i soggetti (ricoverati, allettati, detenuti) che non possono completare il processo di verifica secondo le modalità ordinarie.

Si attira l’attenzione sulla novità introdotta quest'anno dell'attestazione "on line" dell'esistenza in vita da parte delle Rappresentanze diplomatico-consolari.

Tale funzionalità consente alle Sedi abilitate una piu' agevole trattazione di tale adempimento, attraverso l'immediata trasmissione del dato a CITIBANK. Ne trae beneficio soprattutto il pensionato, che non dovrà più provvedere all'invio del modulo e riceverà seduta stante la ricevuta dell'avvenuta acquisizione del dato.

In ogni caso ogni pensionato dovrà utilizzare il modulo inviato da Citi Bank e non potranno essere utilizzati moduli in bianco.

Nel caso in cui un pensionato non riceva il modulo o lo smarrisca, dovrà contattare il Servizio di assistenza di Citi che provvederà ad inviare un nuovo modulo personalizzato. Su richiesta del pensionato o del Patronato, tale modulo potrà essere inviato anche a mezzo di posta elettronica in formato PDF.

Il modulo di attestazione di esistenza in vita, correttamente compilato, firmato, datato e corredato della documentazione di supporto, dovrà essere spedito alla casella postale: PO Box 4873, Worthing BN99 3BG, United Kingdom.

I pensionati avranno la possibilità di verificare l'esito del processo di validazione dei moduli inviati attraverso il servizio telefonico interattivo, relativo al Servizio di Assistenza di Citi. L'INPS comunica che è attivo il Servizio Clienti a supporto dei pensionati che richiedessero assistenza riguardo alla procedura di attestazione di esistenza in vita. Inform 7

 

 

 

 

Ancora troppi Comuni non riconoscono esenzioni TASI per i pensionati residenti all'estero. Utile circolare ANCI"

 

“Sarebbe molto utile se l’ANCI diffondesse una circolare a tutti i Comuni, grandi e piccoli, in cui aggiorna sulle esenzioni previste per i pensionati italiani residenti all’estero, titolari di pensioni straniere. Infatti ci sono singole amministrazioni comunali che, contravvenendo alle leggi, continuano a chiedere il pagamento di IMU e TASI a pensionati che invece ne sono esentati". L’ha detto Laura Garavini, dell’Ufficio di Presidenza del Gruppo PD alla Camera, in occasione dell’audizione dei rappresentanti dell’ANCI da parte del 'Comitato permanente sugli italiani nel mondo e per la promozione del Sistema Paese', presieduto dal collega Fabio Porta.

 

"Non c'è iniziativa pubblica", ha proseguito la deputata, "in cui connazionali non mi segnalino lo scorretto comportamento dei rispettivi Comuni di residenza Aire. Del tutto ignari degli aggiornamenti normativi intervenuti, continuano ad inviare i bollettini postali ai connazionali e a pretendere il versamento della TASI e dell'IMU. Alla luce di quanto deliberato in sede di Legge di stabilità, invece, i pensionati percettori di una pensione estera, residenti all'estero e proprietari di un immobile in Italia non devono pagare né l'IMU né la TASI. Sarebbe molto proficuo, se l'ANCI informasse gli oltre 8.000 comuni italiani di questa novità legislativa e li invitasse al rispetto delle leggi. Solo i possessori di immobili in Provincia di Trento e Bolzano, residenti all'estero e pensionati, sono invece chiamati a pagare IMU e TASI in modo integrale perché queste due province, a statuto speciale, hanno legiferato espressamente per il pagamento." De.it.press 8

 

 

 

 

 Sardi nel mondo, le direttive a Circoli e Federazioni per la rendicontazione 2015

 

CAGLIARI – “Al fine di accelerare i tempi dell’istruttoria e consentire agli uffici di provvedere con tempestività all’erogazione dei contributi, compatibilmente con le disposizioni contabili” l’Assessorato del Lavoro della Regione autonoma Sardegna ha diramato le direttive cui si dovranno attenere Circoli e relative Federazioni dei sardi nel mondo in materia di  Rendicontazione 2015. Per la lettera con le disposizioni della Regione si veda:_ http://www.sardegnamigranti.it/documenti/25_410_20160304114334.pdf. .

“Prosegue – si legge sul portale regionale ‘Sardegna Migranti’ - il cammino di innovazione intrapreso nello scorso 2015, al fine di consentire una più precisa e veloce definizione dei procedimenti regolamentati dalla L.R. 7/91, che prevede l’erogazione di contributi alle Organizzazioni regolarmente riconosciute dall’Amministrazione regionale, le quali, come beneficiarie delle risorse assegnate devono, entro il 30 marzo, presentare la domanda di contributo per l’anno in corso, corredata dei documenti comprovanti le spese sostenute per il mantenimento delle sedi logistiche e per la realizzazione delle attività promozionali finalizzate alla presentazione delle eccellenze regionali nei luoghi di emigrazione.

Il processo di ammodernamento ha come obbiettivo, l’espletamento veloce, chiaro e trasparente dell’istruttoria delle pratiche, per consentire una rapida assegnazione delle risorse rese disponibili dal Bilancio regionale per l’anno in corso, nei tempi utili alla loro destinazione evitando in tal modo, il verificarsi di situazioni di sofferenza economica da parte delle Associazioni”. (Inform 10)

 

 

 

 

 

Landtagswahlen. Grüne in Baden-Württemberg, SPD siegt in Mainz, CDU in Sachsen-Anhalt. AfD stark

 

Die Grünen räumen im einstigen CDU-Stammland Baden-Württemberg ab - auch dank Ministerpräsident Kretschmann. Die SPD stürzt ab. In Rheinland-Pfalz gewinnen Malu Dreyer und ihre SPD das Spitzenduell gegen die die Klöckner-CDU. Die AfD ist überall stark - in Sachsen-Anhalt wird sie zweitstärkste Kraft.

 

2011 war er Deutschlands erster grüner Ministerpräsident, nun holt er mit seiner Partei erstmals den Gesamtsieg in Baden-Württemberg. Die Hochrechnung von Infratest dimap sieht die Partei von Ministerpräsident Winfried Kretschmann bei 30,5 Prozent.

Erstmals in ihrer Geschichte muss sich die CDU in Baden-Württemberg mit Platz zwei begnügen. Die Partei von Spitzenkandidat Guido Wolf kommt laut Prognose auf 26,9 Prozent. Zur Erinnerung: Das "Ländle" war einmal CDU-Hochburg, von 1953 bis 2011 stellten die Christdemokraten ununterbrochen den Ministerpräsidenten. Im Jahr 2016 ist der grüne Regierungschef Winfried Kretschmann auch dank seiner bodenständigen pragmatischen Politik plötzlich auch für CDU-Anhänger wählbar.

Die SPD mit Spitzenkandidat Nils Schmidt stürzt regelrecht ab: Von 23,1 Prozent im Jahr 2011 auf jetzt nur noch 12,8 Prozent. Die FDP kann aufatmen: Mit 8,4 Prozent schafft sie der Prognose zufolge den Einzug in den Stuttgarter Landtag.

Stark schneidet die AfD in Baden-Württemberg ab. Die Rechtspopulisten kommen aus dem Stand auf 14,6 Prozent und ziehen damit als drittstärkste Kraft in den Landtag ein, vor der SPD. Die Linkspartei scheitert erneut klar an der Fünf-Prozent-Hürde.

Damit steht Grün-Rot vor dem Aus. Grünen-Chef Kretschmann muss sich neue Bündnispartner suchen, denn er will weitermachen. Möglich wäre eine Koalition mit der CDU - fraglich ist aber, ob die Christdemokraten den Juniorpartner der Grünen machen wollen. Rechnerisch möglich wären auch ein Dreierbündnis aus Grünen, SPD und FDP.

 

SPD gewinnt Machtkampf in Mainz

In Rheinland-Pfalz gewinnen Ministerpräsidentin Malu Dreyer und ihre SPD den Machtkampf gegen CDU-Spitzenkandidatin Julia Klöckner deutlich. Laut Hochrechnung liegt die SPD bei 37,4 Prozent, die Klöckner-CDU kommt auf 32,5 Prozent. Damit ist Dreyers fulminanter Wahlkampf-Endspurt von Erfolg gekrönt, vor Wochen lag die CDU von Klöckner in den Umfragen noch deutlich vor der sozialdemokratischen Amtsinhaberin.

Die Grünen, bislang Juniorpartner der SPD, stürzen ab. Kamen sie 2011 auch dank des Fukushima-Effekts auf 15,4 Prozent, so zittern sie jetzt vor der Fünf-Prozent-Hürde. Die Hochrechnung sieht sie bei 5,2 Prozent. Die AfD erreicht 10,9 Prozent, die FDP schafft mit 6,4 Prozent wohl den Sprung in den Landtag, die Linkspartei nicht. Aufgrund der Schwäche der Grünen hat die bisherige rot-grüne Regierung keine Mehrheit mehr.

 

AfD in Sachsen-Anhalt zweitstärkste Kraft

In Sachsen-Anhalt bleibt die CDU von Regierungschef Reiner Haseloff stärkste Kraft. Die Hochrechnung sieht sie bei 29,2 Prozent, etwas weniger als 2011 (32,5 Prozent).

Die SPD muss mit herben Verlusten rechnen. Laut Prognose stürzt der bisherige Juniorpartner der CDU ab - von 21,5 vor fünf Jahren auf jetzt nur noch 11,6 Prozent. Die Linkspartei verliert ebenfalls und ist nicht länger zweitstärkste Kraft im Magdeburger Landtag. Sie kommt nur noch auf 16,9 Prozent. Die Grünen sind mit 5,4 Prozent noch nicht sicher im Landtag, ebensowenig wie die FDP mit 5,0 Prozent.

Klarer Gewinner in Sachsen-Anhalt ist die AfD. Die Rechtspopulisten holen aus dem Stand 22,8 Prozent - damit sind sie zweitstärkste Kraft vor Linkspartei und SPD. Es ist ihr bislang höchster Wahlerfolg seit Bestehen der Partei.

Für eine Fortsetzung der schwarz-roten Landesregierung reicht es nicht mehr, dazu ist die SPD zu schwach. Regierungschef Haseloff muss sich neue Partner suchen, um eine mehrheitsfähige Regierung zu bilden.

Flüchtlingspolitik statt Landespolitik

Insgesamt waren an diesem dreifachen Wahlsonntag 12,7 Millionen Menschen zur Abstimmung aufgerufen. Im Wahlkampf ging es weniger um landespolitische Themen, vielmehr dominierte die Flüchtlingspolitik der Bundesregierung. Es waren dies die ersten Wahlen seit Beginn der Flüchtlingskrise im Sommer 2015 und damit die erste Möglichkeit, über die Flüchtlingspolitik Merkels abzustimmen.

Ungewöhnliche Allianzen bildeten sich: Grünen-Regierungschef Kretschmann stellte sich hinter die Flüchtlingspolitik der Kanzlerin und CDU-Chefin, die CDU-Wahlkämpfer Wolf und Klöckner waren da weniger eindeutig. Breiten Raum nahm die Auseinandersetzung mit der AfD ein. Koalitionen mit den Rechtspopulisten schlossen alle Wahlkämpfer aus. Durch die Zersplitterung der Parteienlandschaft und die Schwäche der einstigen Volksparteien CDU und SPD dürften jedoch alle drei Bundesländer vor schwierigen Regierungsbildungen stehen. Tagesschau 13

 

 

 

Funkhaus Europa. WDR kürzt Programm in ausländischen Sprachen

 

Der Westdeutsche Rundfunk hat drastische Kürzungen bei „Funkhaus Europa“ beschlossen. Betroffen sind vor allem Programme in ausländischen Sprachen – auch das türkische „Köln Radyosu“. Das stößt auf Kritik. Unzufrieden sind Hörer aber auch mit dem Programm selbst.

 

Der Rundfunkrat des Westdeutschen Rundfunks (WDR) hat am Montag in Köln die Änderungen des Programmschemas von Funkhaus Europa (FHE) gebilligt. Das Aufsichtsgremium stimmte nach einer lebhaften Debatte mit deutlicher Mehrheit für die von Hörfunkdirektorin Valerie Weber vorgelegten Pläne: 33 Mitglieder stimmten mit Ja, acht mit Nein, zwei enthielten sich.

Weber erklärte, das FHE-Programm solle auf ein „junges, modernes Kulturradio“ ausgerichtet werden. Für Diskussionen im Rundfunkrat sorgte insbesondere die Reduzierung des türkischsprachigen Angebots von acht auf zweieinhalb Stunden. Die Muttersprache gehöre zur Identität eines Menschen, sagte Tayfun Keltek, Vertreter der kommunalen Migrantenvertretungen: „Wenn man die Menschen ernst nehmen möchte, dann muss man auch ihre Sprache ernst nehmen.“

Die türkischpsrachigen Angebote kommen jedoch nicht bei allen Hörern gut an. Die Berichterstattung sei zunehmend einseitig. „An diesem Programm ist nur noch die Sprache türkisch“, beschwert sich Yusuf Kalao?lu aus Köln. Ali Yetim bestätigt ihn. Er höre Köln Radyosu fast täglich auf dem Heimweg. PKK-nahen HDP-Politikern aus der Türkei oder Vertretern von PKK-nahen Organisationen aus Deutschland werde deutlich mehr Raum eingeräumt als etwa Regierungsvertretern oder anderen Oppositionellen.

Neues Programm

Ab dem 1. Juli soll im Programm des interkulturellen Radiosenders nach WDR-Angaben werktags von 18 bis 20 Uhr „eine neue Sendung mit dem Schwerpunkt Musik und Popkultur“ ausgestrahlt werden. Dort würden die Inhalte der vier Musik-Spezialsendungen des Wochenend-Tagesprogramms wie Globalista zu hören sein, hieß es in einer Ende Februar im Internet veröffentlichten Erklärung des WDR.

Die zurzeit zwischen 18 und 23 Uhr gesendeten einstündigen Magazine auf Türkisch, Italienisch, Russisch und Polnisch sowie das Radio Forum für Südosteuropa (Bosnisch, Serbisch, Kroatisch) werden auf eine Länge von 30 Minuten gekürzt, ab 18 Uhr zeitgleich zuerst online und ab 20 Uhr im linearen Programm verbreitet. Die bislang ein Mal wöchentlich ausgestrahlte Sendung auf Arabisch soll mit Blick auf die wachsende Zahl der Flüchtlinge täglich gesendet werden. Am Wochenende laufen nur noch jeweils einstündige Programme in Kurdisch, Griechisch und Spanisch. Geplant ist außerdem eine neue Samstagabend-Sendung ab 20 Uhr.

Heftige Kritik

An den Reformplänen hatte es seit Wochen Kritik gegeben. Eine Petition bei change.org, die dem Sender einen „beispiellosen Kahlschlag“ vorwirft und die Pläne eine „Bankrotterklärung“ nennt, haben knapp 23.000 Menschen unterzeichnet. „Eine der letzten Oasen für kreatives Radio wird abgewickelt“, heißt es dort. Die Kritiker befürchten, dass das auf globale Vielfalt ausgerichtete musikalische Konzept von FHE verwässert werde. Außerdem sei es angesichts globaler Migrationsbewegungen unverständlich, dass „Plattformen, die zur Verständigung und Annäherung durch Musik beitragen“, abgeschafft würden. Weber sagte, die Petition entbehre „jeder realen Grundlage“.

Die Kürzung der muttersprachlichen Sendungen hatten zuletzt auch die Deutsche Journalistinnen- und Journalisten Union (dju) in ver.di, Die Linke in NRW und das Netzwerk Neue deutsche Medienmacher kritisiert.

Wirtschaftliche Gründe

Die Programmreform hat auch wirtschaftliche Gründen. Der WDR muss zurzeit in allen Abteilungen Budgets kürzen. Funkhaus Europa muss nach Angaben Webers in zwei Jahren 900.000 Euro sparen, das seien 15 Prozent des Gesamt-Etats der Welle. Dennoch sei FHE die „best ausgestattete Welle im WDR“, die über mehr Geld verfügen könne als zum Beispiel die aktuelle Welle WDR2. Zugleich wies Intendant Tom Buhrow darauf hin, dass FHE das „Sorgenkind“ des WDR-Hörfunks sei. Mit täglich 170.000 Hörerinnen und Hörern liege es „fast unter der Wahrnehmungsgrenze von einem Prozent“.

Das Programm von Funkhaus Europa entsteht in Kooperation mit Radio Bremen (RB) und Rundfunk Berlin-Brandenburg (RBB). Am 10. März berät auch der RB-Rundfunkrat in öffentlicher Sitzung über „Strukturelle und programmliche Änderungen bei Funkhaus Europa“. (epd/mig 9)

 

 

 

 

Flüchtlingskrise und Euro-Krise gemeinsam lösen

 

Die Euro- und Schengen-Länder müssen festlegen, wie weit sie bei der Vergemeinschaftung der Schulden und Flüchtlinge gehen wollen.

 

Seit Beginn der Euro-Krise vor sechs Jahren wird die deutsche Regierung nicht müde zu betonen, dass die EU-Mitgliedstaaten ihre Probleme selbst lösen müssen. In den Augen vieler Deutscher war die Euro-Krise eine Schuldenkrise, die Mitgliedstaaten wie Griechenland durch eine verantwortungslose Finanzpolitik verursacht haben. Zwar gab es auch Stimmen, die sagten, die Krise könne nur durch die Vergemeinschaftung von Schulden in der Euro-Zone gelöst werden. Doch die Deutschen befürchteten, das würde den Druck auf die Krisenländer nehmen, die notwendigen Strukturreformen durchzuführen.

Doch seit sich im letzten Sommer abzeichnete, dass im Jahr 2015 eine Million Menschen in Deutschland Asyl beantragen würden, hat sich der Ton geändert. Statt die Eigenverantwortung hervorzuheben, reden deutsche Politikerinnen und hohe Beamte nun plötzlich von der gemeinsamen Verantwortung für die Lösung europäischer Probleme. Die Flüchtlingskrise, über welche die europäischen Staatschefs am 18. und 19. Februar in Brüssel berieten, sei ein europäisches und nicht, wie der ungarische Ministerpräsident Viktor Orbán es ausdrückte, ein „deutsches Problem“. Anders ausgedrückt: Im Kontext der Flüchtlingskrise sagen die Deutschen nun genau das, was andere seit langem über die Euro-Krise sagen. In der Euro-Krise wollten die verschuldeten Länder im Süden Europas, dass Deutschland „Solidarität“ zeige. Nun jedoch, da hunderttausende Flüchtlinge den Weg nach Deutschland suchen, sind es die Deutschen, die die „Solidarität“ anderer Mitgliedstaaten einfordern,  dergestalt, dass sie einen „gerechten Anteil“ an Asylsuchenden aufnehmen.

Die neue Dynamik hätte eine Chance für Europa sein können. Sie hätte den Deutschen vermitteln können, wie es ist, wenn man auf die Hilfe seiner europäischen Partner angewiesen ist. Sie hätte mehr Mitgefühl für die wirtschaftliche Not von Ländern wie Griechenland wecken und einen Politikwechsel herbeiführen können, der diesen Ländern geholfen hätte, durch Wachstum aus der Krise zu kommen – und wenn auch nur zu dem Zweck, sich für die Bewältigung der Flüchtlingskrise ihre Hilfe zu sichern. Doch da andere EU-Mitgliedstaaten Merkels Pläne ablehnen, gelangen die Deutschen immer mehr zu der Überzeugung, dass sie in der Euro-Krise Ländern wie Griechenland gegenüber solidarisch waren, nun aber in der Flüchtlingskrise im Gegenzug keinerlei Solidarität erfahren – ja, in Deutschland spricht man bereits von einer „Entsolidarisierung“. Es steht zu befürchten, dass die Deutschen sich irgendwann ausgenutzt fühlen und sich gegen die EU wenden.

Die Flüchtlingskrise und die Euro-Krise sind untrennbar miteinander verbunden. Seit Beginn der Euro-Krise besteht die EU aus einem boomenden Kern – angeführt von Deutschland – und einer verarmten Peripherie. Dass so viele hunderttausende Flüchtlinge aus kriegsgeschundenen Regionen in aller Welt – vor allem Syrien –, die sich nach Europa aufmachen, nach Deutschland wollen, veranschaulicht die Realität des neuen Europas.

Dass EU-Mitgliedstaaten wie Griechenland des Zustroms der Flüchtlinge in den letzten Jahren nicht Herr wurden – und nicht verhindern konnten, dass diese nach Nordwesten in Länder wie Deutschland und Schweden weiterreisten –, liegt unter anderem auch daran, dass Griechenland von den einschneidenden und anhaltenden Sparmaßnahmen geschwächt ist, die Deutschland und andere nordeuropäische Staaten ihm im Zuge ihres harten finanzpolitischen Kurses seit 2010 auferlegt haben. In der erregten Diskussion, die im Sommer um die griechischen Schulden geführt wurde, wollten viele Deutsche gutem Geld kein schlechtes hinterherwerfen, denn für sie war Griechenland ein gescheiterter Staat.

Die Deutschen verfolgen nun den Ansatz, andere EU-Mitgliedstaaten zur Aufnahme eines gerechten Anteils der Asylsuchenden zu bewegen, ohne dass sich das auf die Euro-Krise auswirkt. In Berlin fürchtet man insbesondere, dass für die Lösung der Flüchtlingskrise die Haushaltsregeln der EU gelockert werden könnten, für die man sich so stark gemacht hat. So warnt der deutsche Finanzminister Wolfgang Schäuble, die Flüchtlingskrise dürfe in der Auseinandersetzung um die roten Zahlen in einzelnen Mitgliedstaaten nicht instrumentalisiert werden. Die Deutschen verfolgen somit die Strategie, Verknüpfungen zwischen der Euro-Krise und der Flüchtlingskrise zu verhindern.

Doch beide Krisen lassen sich nicht getrennt voneinander lösen. Europa braucht eine Solidaritätsunion, über die man in Deutschland bereits spricht. In der Praxis heißt das, dass die EU-Mitgliedstaaten, die zur Euro-Zone und zum Schengen-Raum gehören – faktisch bereits eine Art „Kern-“Europa – zu einem gemeinsamen Verständnis ihrer Rechte und Verantwortlichkeiten gelangen müssen. Sie müssen ein Verhandlungspaket schnüren, in dem sie festlegen, wie weit sie bei der Vergemeinschaftung von Schulden und der Verteilung von Flüchtlingen gehen wollen.

Falls es den Euro- und Schengen-Ländern nicht gelingt, eine solche Solidaritätsunion zu schaffen, bedeutet das aber nicht automatisch das Ende der EU, wie viele in Deutschland zu befürchten scheinen. Eine Aufhebung des Schengen-Abkommens bedeutet noch nicht einmal das Ende des Prinzips der Freizügigkeit in der EU, die auch für Nicht-Schengen-Länder wie Großbritannien gilt. Die Wiedereinführung der Grenzkontrollen um Deutschland herum würde natürlich für die deutsche Wirtschaft Kosten verursachen  (wobei auch diese Kosten gerade übertrieben werden) und wäre für Einzelpersonen mühsam. Aber ähnlich wie die nach dem 11. September 2001 eingeführten Sicherheitskontrollen, die ähnliche Folgen hatten, ist sie womöglich notwendig. Hier besteht eine Parallele zu Angela Merkels kategorischer Aussage, dass, wenn der Euro scheitert, auch die EU scheitert. Wir sollten in EU-Angelegenheiten nicht immer in Schwarz-Weiß-Kategorien denken.  Hans Kundnani  IPG 7

 

 

 

 

 

EU-Türkei-Gipfel: Deal zwischen Merkel und Davutoglu kassiert heftige Kritik

 

Der in den frühen Morgenstunden beendete EU-Gipfel bringt keinen Deal mit der Türkei zur Regelung des Flüchtlingszulaufs. Mehrere Staats- und Regierungschefs stellen sich gegen Angela Merkels Versuch, ihr eigenes Abkommen mit Ankara durchzusetzen. EurActiv Brüssel berichtet.

 

Der türkische Premierminister Ahmet Davutoglu wird nächste Woche vom 17. bis 18. März an einem weiteren EU-Gipfel teilnehmen. Berichten zufolge sei der Großteil der europäischen Spitzenpolitiker frustriert, sogar wütend über Berlins Versuch, den EU-Entscheidungsprozess mit einem umstrittenen, selbst ausgehandelten Deal zu ersetzen. Bundeskanzlerin Angela Merkel und der niederländische Premierminister Mark Rutte (derzeitige EU-Ratspräsidentschaft) hätten den Abkommensentwurf der 28 Botschafter in den Wind geschlagen und am 6. März einen neuen Vorschlag mit Davutoglu ausgearbeitet. Am meisten frustriert sei Ratspräsident Donald Tusk gewesen.

Die EU-Botschafter hatten in der Tat eine Erklärung entworfen, die auf dem Gipfel vom 7. März beschlossen werden sollte. Man hatte erwartet, dass die führenden EU-Politiker die baldige Schließung der Balkanroute verkünden würden. So habe man die Politik des Durchwinkens von Flüchtlingen beenden wollen, die in Europa für Chaos und Spannungen sorge.

Das Dreiertreffen vor dem Gipfel brachte jedoch einen ganz anderen Text hervor. Diesem zufolge würde die Türkei sämtliche Flüchtlinge wieder aufnehmen, die von ihrem Land aus illegal zu den griechischen Inseln gelangen. Die EU würde dann für jeden zurückgeholten Syrer einen in der Türkei lebenden syrischen Flüchtling legal in ihre Mitgliedsstaaten umsiedeln. Ein Beispiel: Wenn die NATO ein mit 50 Personen besetztes Flüchtlingsboot abfängt, auf dem sich zehn syrische Flüchtlinge befinden, müsste sie alle Bootsinsassen zurück in die Türkei schicken. Die EU wäre dann im Rahmen ihres „Zug um Zug“-Verfahrens verpflichtet zehn Syrer (es müssen nicht dieselben sein) aus der Türkei aufzunehmen, die dann per Flugzeug in die EU gebracht würden.

Im Gegenzug soll die EU: die Kosten für die Rückübernahmeverfahren tragen, zusätzliche drei Milliarden Euro für Migranten außerhalb der türkischen Flüchtlingslager bereitstellen, die Einführung der Visafreiheit für Türken bis Juni dieses Jahres beschleunigen, fünf neue Verhandlungsrunden zum türkischen EU-Beitritt eröffnen und syrische Flüchtlinge aus der Türkei nach der oben genannten Formel in die EU umsiedeln.

Rechtliche Fragen

„Kollektivausweisungen sind nicht zulässig“, besagt Artikel 19 der EU-Charta der Grundrechte von 2000. Die UN-Flüchtlingskonvention von 1951 verbietet es den Vertragspartnern (hierzu zählen sämtliche EU-Mitgliedsstaaten), Flüchtlinge abzuweisen oder sie an den Grenzen zurückzudrängen – es sei denn, dies geschieht aus Gründen der öffentlichen Ordnung.

Bei dem Verfahren mit der Türkei handle es sich rechtlich gesehen nicht um ein Zurückdrängen, sondern eher um eine Rettung, betont ein Diplomat. Auch wenn der Plan ursprünglich von Davutoglu stammt, so hat ihn Merkel doch vollständig angenommen. „Der türkische Vorschlag ist ein Durchbruch, wenn er realisiert wird“, betont sie. Sie begrüße nachdrücklich Davutoglus Vorschlag, denn es sei besser ihn jetzt zu unterbreiten als gar nicht. Gleichzeitig gesteht sie jedoch, dass die Last-Minute-Änderungen die Verhandlungen durchaus erschwert hätten.

Der ungarische Premierminister Victor Orbán habe ein Veto gegen den Plan eingelegt, twittert einer seiner Regierungssprecher. Letzten Endes sei ein solches jedoch gar nicht nötig gewesen, da sich viele Länder gegen den Vorschlag gestellt hätten, heißt es in Diplomatenkreisen..

Berichten zufolge habe Deutschland kein Problem damit, seinen Teil der zusätzlichen drei Milliarden Euro zu zahlen. Andere Länder hingegen sträuben sich, der Türkei weitere Gelder zuzusagen. Immerhin habe sich die Anzahl der in Griechenland ankommenden Flüchtlinge bisher noch nicht verringert, kritisieren sie.

Der Gipfel löste sich in mehr als drei Stunden langen bilateralen Gesprächen auf. Nach den Diskussionen nahmen die Politiker eine Erklärung an. In dieser einigen sich die EU-Staats- und Regierungschefs darauf, an den Grundlagen des türkischen Vorschlags zu arbeiten. Tusk wird den Prozess vor dem nächsten EU-Gipfel fortsetzen. Das Dokument verpflichte die Mitgliedsstaaten zu keinen neuen Umsiedlungszusagen, heißt es in einem der Texte der Erklärung. Sollte das vorgeschlagene Verfahren jedoch angenommen werden, würde dies bedeuten, dass die EU syrische Flüchtlinge aus der Türkei in die Mitgliedsstaaten umsiedeln muss. Die Türkei verlange nicht etwa Geld, sondern eine gerechte Verteilung der Lasten, erklärt Davutoglu der Presse gegenüber. Nicht ein Cent gehe an türkische Staatsbürger. Die drei Milliarden seien allein für Flüchtlinge gedacht.

Vor den Wahlen

Merkel steht angesichts der Landtagswahlen in Sachsen-Anhalt, Rheinland-Pfalz und Baden-Württemberg am 13. März unter hohem Druck. Erst vergangenen Sonntag konnte die AFD, die Merkels Flüchtlingspolitik scharf kritisiert, einen überraschend hohen Wähleranteil in Hessen für sich gewinnen. Die kommenden Abstimmungen gelten als erster Wahltest für die Einwanderungsmaßnahmen der Bundeskanzlerin. Denn hier wird sich zeigen, inwiefern die Menschen der CDU noch Vertrauen entgegenbringen und wie hoch die Ablehnung von Einwanderern in der deutschen Gesellschaft gewachsen ist.

Bei dem Gipfel gehe es nicht um nationalpolitische Termine, betont Merkel mit Blick auf die anstehenden Wahlen. In der Slowakei und anderenorts habe es schließlich ebenfalls Wahlen gegeben. Die Wahlen in der Slowakei stellten sich als große Enttäuschung für den Premierminister Robert Fico heraus.

„Heute ist ein guter Tag gewesen. Aber es bleibt noch Arbeit bis zum 18. März übrig“, so die Kanzlerin. Catherine Stupp, Georgi Gotev. Übersetzt von: Jule Zenker, EA 8

 

 

 

 

Kritik und Lob

 

Menschenrechtler kritisieren geplante Rückführungen in die Türkei als inhuman

Die Bundesregierung ist zufrieden mit dem Ergebnis des Brüsseler Flüchtlingsgipfels mit der Türkei. Innenminister de Maizière erahnt gar einen „Durchbruch“. Doch Organisationen sind skeptisch, auch weil viele Details noch ungeklärt sind.

 

Die Vereinbarungen des EU-Türkei-Gipfels zur Flüchtlingspolitik sind in Deutschland auf ein geteiltes Echo gestoßen. Vertreter der Bundesregierung begrüßten den Vorschlag der Türkei, alle irregulär in Griechenland ankommenden Migranten zurückzunehmen und stattdessen Europa Kontingentflüchtlinge aufnehmen zu lassen, als „wichtigen Schritt“. Verbände und Menschenrechtsorganisationen zeigten sich aber alarmiert. Amnesty International bezeichnete es als „inhuman“, Flüchtlinge zu tauschen.

In der Erklärung der EU-Staats- und Regierungschefs von Montag heißt es, es gehe darum, „alle aus der Türkei neu auf den griechischen Inseln ankommenden irregulären Migranten zurückzuführen“. Dies beträfe also auch Flüchtlinge, die vor Krieg und Verfolgung fliehen, nicht nur sogenannte Arbeitsmigranten oder Menschen, die in Europa ein besseres Leben suchen. Im Gegenzug sollen Syrer aus der Türkei legal nach Europa kommen.

Laut Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) soll damit der Anreiz für die gefährliche Überfahrt über die Ägäis nach Griechenland wegfallen. Merkel sagte am Dienstag in Berlin, man müsse Wege finden, „dass nicht 800 Leute im Jahr in der Ägäis ertrinken“. Sie bezeichnete die Vereinbarungen als „wichtigen Schritt“. Im Details gebe es aber noch einiges an Arbeit, sagte sie. Dies soll bis zum nächsten EU-Gipfeltreffen am 17. und 18. März geschehen.

Bundesjustizminister Heiko Maas (SPD) und Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) lobten das Ergebnis des Brüsseler Treffens. „Das könnte sich im Nachhinein als ein Durchbruch erweisen“, sagte de Maizière in Berlin. Über die von der Türkei geforderten Gegenleistungen werde weiter verhandelt. Die Türkei spiele eine zentrale Rolle, sagte Maas, ergänzte aber auch: „Wir werden uns von der Türkei nicht erpressen lassen, erst recht nicht, wenn es um Menschenrechte geht.“

Die Flüchtlingsbeauftragte der Bundesregierung, Aydan Özo?uz, erklärte, es müsse zügig EU-intern Einigkeit darüber hergestellt werden, dass Aufnahme und Integration Schutzsuchender „eine Verpflichtung aller Mitgliedstaaten ist und bleibt“. Insbesondere die osteuropäischen Staaten hatten bislang gesamteuropäische Kontingentlösungen blockiert. Inwieweit sie sich nun an einer Lösung im Rahmen der EU-Türkei-Agenda beteiligen und Flüchtlinge aufnehmen, ist noch unklar.

Bei einem Besuch in Berlin appellierte auch UN-Generalsekretär Ban Ki Moon am Dienstag an die Verantwortung aller EU-Staaten. Die EU bestehe aus 28 Staaten, die eigentlich alle die Fähigkeit hätten, humanitäre Hilfe zu leisten. Er sei Kanzlerin Merkel dankbar, dass sie vorangegangen sei. Jetzt zähle er auf alle europäischen Staats- und Regierungschefs. „Europa ist der Kontinent, auf dem mehr geleistet werden kann“, sagte Ban.

Die Vereinbarungen des EU-Türkei-Gipfels wollte Ban nicht bewerten. Dagegen äußerte das Flüchtlingshilfswerk der Vereinten Nationen (UNHCR) scharfe Kritik. Die pauschale Rücküberführung von Flüchtlingen aus einem Land in ein anderes Land ohne ausreichende Schutzmechanismen für die Menschen sei mit europäischem und internationalen Recht nicht vereinbar, erklärte Europa-Direktor Vincent Cochetel in Genf. Das Vorhaben der EU und der Türkei sei so nicht zu akzeptieren.

Amnesty Internationale bezeichnete die Pläne als „kurzsichtig“ und „inhuman“. Es würde bedeuten, dass für jeden Kontingentflüchtling ein anderer sein Leben auf der gefährlichen Route über die Ägäis riskieren müsste, erklärte Amnesty. Auch Pro Asyl zeigte sich alarmiert: Damit werde das Leben eines fliehenden Eritreers, Irakers oder Afghanen gegen das Leben eines Syrers ausgespielt, sagte Geschäftsführer Günter Burkhardt. Er bezweifelte, dass dies vereinbar mit der Genfer Flüchtlingskonvention und der Europäischen Menschenrechtskonvention ist. EU-Kommissionspräsident Jean-Claude Juncker hatte dagegen die Rechtmäßigkeit des Vorhabens verteidigt: „Wir haben dies sehr sorgfältig untersucht.“

Der Ratsvorsitzende der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD), Heinrich Bedford-Strohm, sagte, die „gewichtigste Frage“ sei, wie das individuelle Asylrecht sichergestellt werden könne, „wenn Menschen an der griechischen Küste abgewiesen und einfach ohne Prüfung in die Türkei zurückgebracht werden“. Die Diakonie zeigte sich nach dem Gipfel enttäuscht darüber, dass keine konkreten Hilfen für Griechenland beschlossen wurden. Es sei untragbar, dass 13.000 Flüchtlinge bei winterlichen Temperaturen zwischen Pfützen in winzigen Zelten hausen und nur notdürftig versorgt werden, sagte Präsident Ulrich Lilie. (epd/mig 9)

 

 

 

 

UNHCR kritisiert EU-Türkei-Vereinbarung

 

Noch ist es nur eine Skizze – doch schon jetzt ruft das sich abzeichnende Flüchtlingsabkommen zwischen der EU und der Türkei Kritiker auf den Plan. Das Flüchtlingshilfswerk der Vereinten Nationen (UNHCR), zum Beispiel. Vincent Cochetel leitet das Europa-Büro der Organisation; er sagt im Interview mit Radio Vatikan von Genf aus:

„Wir kennen noch keineswegs die Details und die Tragweite der Abmachung. In diesem Stadium muss man noch vorsichtig sein. Allerdings haben wir schon einen konkreten Punkt, der uns beunruhigt. Da geht es darum, dass jeder Migrant, der eine griechische Insel erreicht, wieder in die Türkei zurückgeschickt werden soll – ohne eine Einzelfalluntersuchung.“

Angeboten hat das beim Brüsseler Gipfel vom Montag der türkische Ministerpräsident Ahmet Davutoglu: Ankara würde alle Personen wieder aufnehmen, die irregulär über die Ägäis nach Griechenland übersetzen – egal ob das Kriegsflüchtlinge sind oder Wirtschaftsmigranten. Jeden Flüchtling ohne Ausnahme. Hintergrund ist, dass die EU und die Türkei zugleich legale Möglichkeiten der Einreise für jene ermöglichen wollen, die ein Anrecht auf Schutz haben.

Die Kritik aus Sicht des UNO-Flüchtlingshilfswerks fasst Cochetel so zusammen: „Das sind in erster Linie Menschen, die aus Kriegsgebieten oder aus Gegenden flüchten, in denen Menschenrechte verletzt werden: Syrien, Irak, Afghanistan. Mehr als 91 Prozent der Flüchtlinge kommen aus diesen drei Ländern. Man muss also extrem vorsichtig sein und kann nicht einfach sagen: Diese Menschen können wir in die Türkei zurückschicken, und die Türkei ist ein sicherer Drittstaat für alle. Da braucht man jedenfalls Sicherheitsgarantien und Prozeduren, um die Befürchtungen von jedem einzelnen dieser Menschen auf ihre Berechtigung hin zu überprüfen!“

„Das widerspräche dem europäischen Recht“

In welcher Form solche Sicherungen in den EU-Türkei-Deal eingebaut werden können, das müssten die nächsten Tage lehren. EU-Ratspräsident Donald Tusk muss binnen kurzer Zeit bis zum nächsten Sondergipfel die Einzelheiten aushandeln. Cochetel: „In diesem Stadium haben wir noch nicht die Gewissheit, dass es diese Sicherheitsklauseln und Prozeduren gibt. Wenn alle Migranten einfach so in die Türkei zurückgeschickt würden, dann wäre das aus unserer Sicht eine kollektive Abschiebung von Ausländern, und das widerspräche dem derzeit geltenden europäischen Recht sowie einer Reihe weiterer Normen im Bereich des Menschenrechtsschutzes.“ Das zielt vor allem auf die Genfer Flüchtlingskonvention.

Der UNHCR-Verantwortliche wundert sich nicht darüber, dass die Türkei auf dem Gipfel ein so detailliertes Angebot auf den Tisch gelegt hat. „Viele europäische Länder waren spürbar überrascht angesichts der türkischen Vorschläge, doch da muss man sich vor Augen halten, dass die Türkei das größte Asylland der Welt ist. Sie hat mehr als zwei Millionen und siebenhunderttausend Flüchtlinge auf ihrem Territorium!“

Vatikanzeitung: „EU delegiert das Problem“

Dass Ankara für sein Entgegenkommen handfeste Gegenleistungen von der EU erwartet, kommentiert Cochetel in unserem Interview nicht. „Ankara treibt den Preis nach oben“: So titelt die Vatikanzeitung „L’Osservatore Romano“ in ihrer Mittwochsausgabe. Vom Brüsseler Gipfel bleibe „der starke Eindruck von der Schwäche der EU“ zurück, heißt es in einer Analyse des Blattes. Europa sei aufgrund der divergierenden Interessen der EU-Staaten „unfähig, eine nachhaltige interne Lösung für die (Flüchtlings-)Krise zu finden“, und müsse sich deswegen an die Türkei binden. Selbst Angela Merkel handle derzeit offenbar mit Blick auf die Landtagswahlen vom nächsten Sonntag.

„Der Eindruck ist, dass es die EU als Ganzes einfach vorgezogen hat, das Problem nicht anzugehen, sondern zu delegieren.“ Der Preis dafür sei hoch, so Cochetel. „Ein weiteres Mal hat die EU darauf verzichtet, eine Protagonistenrolle einzunehmen.“  (rv 09.03.)

 

 

 

EU: „Flüchtlingspolitik zeigt Konstruktionsfehler“

 

Verschoben, aber brennend: Die Verhandlungen zwischen der Europäischen Union und der Türkei über den Umgang mit Flüchtlingen aus dem Nahen Osten und vor allem aus Syrien haben noch kein konkretes Resultat hervorgebracht. Die Brüsseler Gespräche vom Montag sollen auf nächste Woche verschoben werden. Als Beobachter vertreten ist auch die Kommission der Bischofskonferenzen der Europäischen Gemeinschaft – kurz ComECE – die zwar nicht am Verhandlungstisch mitdiskutiert, aber die Bischofskonferenzen der EU beim Unionssitz in Brüssel vertritt. Der Wiener Diakon Michael Kuhn ist stellvertretender Generalsekretär der ComECE. Er sagt im Interview mit Radio Vatikan, um was es eigentlich bei den Gesprächen mit der Türkei geht:

„Im Prinzip geht es darum, dass allen klar ist, dass die Türkei eine Schlüsselrolle bei der Lösung der Flüchtlingsfrage hat. Das liegt daran, dass die Flüchtlinge aus der Türkei über das Mittelmeer auf griechische Inseln gehen. Das Problem ist nun in den vergangenen Wochen gewesen, dass zwar sogenannte Hotspots eingerichtet wurden – also Zentren für die Aufnahme und Registrierung – doch die Flüchtlinge vermeiden diese Inseln, und deshalb spielt die Türkei nun eine wichtige Rolle.“

Das Land am Bosporus wisse selber nicht, wie es mit den Flüchtlingen umgehen soll, sagte Kuhn. Fakt sei, dass die meisten Flüchtlinge dort aber ohnehin nicht bleiben möchten. Die meisten wollen weiter nach Westeuropa. Doch in Westeuropa gebe es verschiedene Vorstellungen, wie man damit umgehen soll – auch unter den Bischöfen.

„Man muss zwei Ebenen unterscheiden: Im Prinzip sind sich die Bischöfe einig, dass die Flüchtlinge menschlich behandelt werden müssen - und zwar in welches Land auch immer sie kommen und wo auch immer sie versuchen durchzureisen. Auf der anderen Seite geht es um die Art und Weise, wie das geschehen soll, und um die Zahlen. Darüber gibt es große Unterschiede in den Positionen. Es ist kein Geheimnis, dass die Bischöfe in Westeuropa vor allem eine Dosierung bei der Aufnahme verlangen, während die Bischöfe Mittel-, Süd- und Osteuropa vorwiegend ein schnelles Durchschleusen durch ihre Länder fordern, weil niemand daran interessiert sei, in Ungarn, Polen oder Kroatien zu bleiben. Die Flüchtlinge wollen nach Westeuropa.“

Die ComECE schaut nicht einfach zu oder beschränkt sich auf Kritik. So wurde der Bischof von Eisenstadt, Ägidius J. Zsifkovics, im Auftrag der ComECE als Koordinator für Migration und Integration eingesetzt, so Diakon Kuhn. Dennoch zeige die Flüchtlingspolitik im übertragenem Sinne die Grenzen des EU-Projekts.

„Man merkt, dass die Europäische Union der vergangenen Jahren oder Jahrzehnten sehr stark von einer wirtschaftlichen Integration geprägt war und nicht so stark von einer echten politischen Integration. Das heißt, letztendlich ist die Lösung des Flüchtlingsproblems abhängig vom guten Willen und der Aufnahmebereitschaft der Mitgliedstaaten. Und da merkt man, dass es eben noch Konstruktionsfehler in dem ganzen Bauwerk ,Europäische Union´ gibt. Anhand der Flüchtlingskrise wird deutlich, wo es noch großen Verbesserungsbedarf im europäischen Integrationsprozess gibt.“  (rv 08.03.)

 

 

 

Flüchtlingspolitik. Probleme und Positionen wichtiger EU-Länder

 

EU-Länder suchen händeringend nach einer Lösung zur Bewältigung der Flüchtlingssituation, allerdings dominieren Alleingänge und nationale Interessen den Diskurs. Welches Land vertritt welche Position und warum? Ein Überblick - Von Phillipp Saure

 

Deutschland ist ein Hauptziel von Flüchtlingen und Migranten. Kritiker werfen Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) vor, sie habe eine große Anzahl von ihnen überhaupt erst zum Kommen angeregt, als sie im September 2015 Tausende in Ungarn gestrandete Menschen nach Deutschland einreisen ließ. Bisher hält die Bundesregierung Kurs und setzt auf eine „europäische Lösung“ statt nationale Alleingänge. Die entscheidende Staatsgrenze in der Flüchtlingskrise liegt für Merkel nicht zwischen Bayern und Österreich oder Griechenland und Mazedonien, sondern zwischen Griechenland und der Türkei: Die Türkei soll verhindern, dass sich Flüchtlinge überhaupt auf den Weg in die EU machen, und zusammen mit Griechenland, EU- und Nato-Hilfe die Grenze kontrollieren.

Griechenland

Griechenland ist das Land, in dem die allermeisten Flüchtlinge das erste Mal EU-Boden betreten. Bleiben will die Mehrzahl aber nicht, sondern weiter nach Mitteleuropa. Monatelang galt Griechenland deshalb als „Transitland“. Das hat sich mit der Schließung der Grenze durch Mazedonien geändert. Jetzt sitzen die Flüchtlinge in Griechenland fest. Zugleich dringt die übrige EU auf einen wirksameren Schutz der Grenze zur Türkei. Das schon durch die Finanzkrise gebeutelte Land fühlt sich alleingelassen und verlangt mehr europäische Solidarität. Regierungschef Alexis Tsipras sagte: „Die Flüchtlingskrise kann nicht ein Land allein bewältigen.“

Österreich und Balkanländer

Auch Österreich wollte eigentlich eine europäische Lösung. Das Land hat aber schon so viele Flüchtlinge aufgenommen, dass es sich überfordert sieht und deshalb vorerst auf nationale Maßnahmen und die Zusammenarbeit mit den Balkanländern setzt. Österreich steht Mazedonien in der Grenzsicherung bei, um Menschen schon an der Grenze zu Griechenland aufzuhalten. Mit einer Migrationskonferenz stieß Wien sowohl Athen als auch Berlin vor den Kopf, die beide nicht eingeladen wurden. Andererseits hat Deutschlands Nachbar gemessen an der Einwohnerzahl mit die meisten Menschen aufgenommen und verweigert sich einer weiteren Aufnahme nicht völlig: 37.500 Flüchtlinge sollen dieses Jahr kommen dürfen.

Frankreich

Frankreich ist traditionell Deutschlands engster EU-Verbündeter. Dementsprechend versicherte Präsident François Hollande am Freitag in Paris, beide hätten in der Flüchtlingspolitik die gleiche Antwort, nämlich „Europa“. Allerdings zeigten sich beim Thema Kontingente, also der Aufnahme von Flüchtlingen direkt aus der Türkei und anderen Drittländern, keine konkreten Fortschritte. Immerhin steht Frankreich zur Aufnahme von 30.000 Menschen. Dabei geht es um die bereits beschlossene innereuropäische Umverteilung von 160.000 Flüchtlingen.

Ungarn und Osteuropa

Budapest lehnt Flüchtlinge ziemlich unverblümt ab. Regierungschef Viktor Orbán beschwor vor kurzem in der „Bild“-Zeitung die „Treue zur Nation“ und erklärte: „Wer sich massenhaft nicht registrierte Zuwanderer aus Nahost ins Land holt, importiert auch Terrorismus, Kriminalität, Antisemitismus und Homophobie.“ Ähnliche Ansichten gibt es in anderen osteuropäischen Staaten. Wie Ungarn hat die Slowakei gegen die Umverteilung von Flüchtlingen vor dem Europäischen Gerichtshof geklagt. Eine Schwachstelle der Osteuropäer ist ihre Abhängigkeit von Transferzahlungen aus Brüssel. Immer wieder brachten Europapolitiker Finanzsanktionen gegen Länder ins Spiel, die sich in der Flüchtlingsfrage unsolidarisch zeigen.

EU-Kommission

Die EU-Kommission setzt schon von Amts wegen auf eine europäische Lösung, zudem wird sie vom eingefleischten Europäer Jean-Claude Juncker geführt. Beim Kampf gegen nationale Alleingänge steht Brüssel damit an der Seite Berlins. Das hielt die Behörde allerdings nicht davon ab, im Februar auch Deutschland dafür zu rügen, dass es in der Flüchtlingskrise manche Verpflichtung zwar eingegangen ist, aber noch nicht erfüllt hat. (epd/mig 8)

 

 

 

 

Libyen: Pulverfass und Durchgangsland für Flüchtlinge

 

Die Balkanroute für Flüchtlinge ist so gut wie geschlossen, damit steigt der Druck wieder auf die Länder im Mittelmeerraum. Dort ist die Situation aber nach wie vor nicht stabil, vor allem in den Ländern des ehemaligen „Arabischen Frühlings“. Besonders unsicher ist Libyen, wo es immer noch nicht gelungen ist, eine stabile Regierung zu bilden. Christiano Tinazzi berichtet für das italienische Programm von Radio Vatikan aus Libyen und sagt, auf den ersten Blick wirke dort alles normal, aber das Land sei wie ein „Pulverfass“. Ihm scheine das Land wie ein Bildschirmschoner, wie er sagt, man schaut und sieht, erkennt aber nicht, was sich dahinter verbirgt. „Einerseits ist Tripolis im Alltag angekommen, Polizei und Verkehr und all das ist gut geregelt. Nachts hingegen übernehmen Milizen die Herrschaft in der Stadt mit Checkpoints, vor allem anti-IS Milizen, die gegen den Terrorismus sind.“

Noch hat Libyen keine nationale Regierung, die sich der Probleme annehmen könne. In Ben Gadarne zum Beispiel, einer Stadt in Tunesien, hätten Islamisten aus Libyen die Kontrolle übernommen. Die USA reagierten vor drei Wochen mit Luftschlägen, unter Kontrolle ist die Situation aber nicht.

Der deutsche Bundesaußenminister Walter Steinmeier drängt darauf, dass die Einheitsregierung des Landes endlich von allen bestätigt werde, damit Stabilität in Libyen einkehre und sich die gesamte Region beruhige. „Das sieht im Augenblick aber gar nicht danach aus“, berichtet Tinazzi aus Tripolis. „Im Parlament hier will nur eine Minderheit den Dialog. Vor allem die Milizen wollen keine Regierung, von der sie sagen, dass sie ihnen von der UNO aufgedrängt worden sei. Die starken Männer hier haben zwar Kontakte zur Regierung, aber die Situation ist sehr heikel. Vor allem sagen sie, dass man auch mit ihnen reden müsse, nicht nur mit der Regierung, wenn man den Frieden wolle.“

Zur Zeit gibt es zwei libysche Parlamente, eines in Tripolis und eines in Tobruk. Im Dezember vergangenen Jahres hatte es ein Abkommen unter Vermittlung der UNO gegeben, eine Einheitsregierung sollte gebildet werden. Diese ist zwar Mitte Februar zu Stande gekommen, wird aber nicht von allen anerkannt, wie die fragile Situation in Libyen zeigt.

„Erst gestern hat das Parlament hier in Tripolis es mal wieder nicht geschafft, seine Zustimmung zur neuen Regierung zu geben. Tripolis und Tobruk sprechen nicht miteinander. Es gibt keinen Dialog, weil einige das nicht wollen.“

Libyen, Durchgangsland für viele Flüchtlinge nach Europa, wird 2011 und dem Sturz von Muammar al-Gaddafi von Milizen beherrscht. Der so genannte Islamische Staat nutzt die unübersichtliche Lage, um sich eine Basis im Land zu verschaffen. (diverse 09.03.)

 

 

 

 

 

Weniger Rat bitte! Eine aus 28 nationalen Staatschefs bestehende Exekutive kann keine wirksamen Entscheidungen treffen.

 

Nach einem halben Jahrhundert der Integration hat es die Europäische Union heute mit existenziellen Krisen zu tun, deren Kräfte zentrifugal nach außen wirken. Statt Integration herrscht Desintegration. In der Euro-Krise bestand die Möglichkeit, dass Griechenland die Euro-Zone verlässt (Grexit). Mit der Flüchtlingskrise wurde das Schengener Abkommen stellenweise ausgesetzt. Die Terroranschläge von Paris spalteten die Mitgliedstaaten in der Sicherheitspolitik. Die Wahrscheinlichkeit, dass die britischen Wählerinnen und Wähler im Referendum am 23. Juni für den Brexit stimmen, wachst unablässig.

 

Angesichts des enormen politischen Gewichts dieser neuen Aufgaben hat die Innenpolitik den europäischen Raum erreicht und spaltet die Mitgliedstaaten. Ein Husten in Warschau wächst sich zu einer Bronchitis in Brüssel aus. Musste es angesichts der großen politischen Herausforderungen soweit kommen?

Nein. In anderen föderalen Staaten wie zum Beispiel den USA haben vergleichbare Krisen den Entscheidungsprozess nicht gelähmt. Nicht die schiere Größe der Aufgaben stellt die EU infrage. Vielmehr fehlt der Europäischen Union ein Steuerungssystem, das der Bewältigung dieser Aufgaben angemessen wäre. Die politischen Aufgaben haben dieses Steuerungsdefizit der EU verstärkt. Und das Defizit hat auch einen Namen: Zwischenstaatlichkeit.

Die Steuerungsstruktur für die politischen Bereiche, die im Zentrum der derzeitigen Zentrifugalkräfte liegen (die Wirtschaftspolitik der Europäischen Währungsunion, Justiz und Inneres, Sicherheit, Außenpolitik und andere mehr) ist absichtlich zwischenstaatlich angelegt. Nationale Regierungen kontrollieren den Entscheidungsprozess mittels ihrer zwischenstaatlichen Institutionen (Europäischer Rat und Rat der Europäischen Union).

Die Entscheidungsfindung läuft stärker über die Koordinierung zwischen nationalen Regierungen als über eine supranationale Gesetzgebung. Der Europäische Rat hat sich zur wichtigsten Exekutivinstitution entwickelt, während die Kommission in der Umsetzung (nicht aber der Entscheidungsfindung) eine große Rolle spielt und das Europäische Parlament im Entscheidungsprozess eine Randposition innehat. Diese Steuerungsstruktur stützt sich formal auf Konsens. Nationale Regierungschefs sollen das Ansinnen der jeweils anderen mittels Ausgleich und Kompromissen erfüllen. Doch die politischen Herausforderungen, die mit der Euro-Krise, den syrischen Flüchtlingen und den terroristischen Attentaten einhergingen, widersetzen sich der Logik des Konsenses.

 

Der Druck aus der Innenpolitik beschwört unweigerlich einen Konflikt zwischen widerstreitenden nationalen Interessen herauf. Die Spaltung der Staaten bestimmt jetzt die Logik des Spiels. Dass ein verpflichtender Mechanismus zur Bekräftigung einmal getroffener Entscheidungen fehlt, hat die zwischenstaatlichen Institutionen wiederholt gelähmt. Die Flucht aus der Lähmung nimmt entweder die Form einer politischen Dominanz stärkerer über schwächere Mitgliedstaaten an oder die Bildung verschiedener widerstreitender „Koalitionen der Willigen“ an.

Dieses institutionelle System kann keine wirkungsvollen und legitimen Entscheidungen herbeiführen. Es leidet an einem „Exekutivdefizit“ und einem „Rechenschaftsdefizit“. Eine Exekutive nach dem Kollegialitätsprinzip (der Europäische Rat), die aus 28 nationalen Staatschefs plus den beiden Präsidenten des Europäischen Rates und der Kommission besteht, kann keine wirksamen Entscheidungen treffen. Gleichzeitig agiert der Europäische Rat in einem Rechenschaftsvakuum, denn er wird vom Europäischen Parlament, der einzigen Institution, die die europäischen Bürgerinnen und Bürger repräsentiert, nicht kontrolliert. Die Lösung für dieses doppelte Defizit lässt sich mit der EU-eigenen Logik der Parlamentarisierung nicht herbeiführen. Parlamente können Gegensätze zwischen Parteien, nicht aber zwischen Staaten regulieren. In einer Union aus demographisch asymmetrischen und national ausdifferenzierten Staaten aber treten eher Spaltungen zwischen Staaten als zwischen Parteien auf.

 

Die nationalen Regierungschefs werden sich jedem Versuch widersetzen, den Europäischen Rat in eine Art Notariat umzuwandeln, das festhält, was andere entschieden haben, geschweige denn in eine der vielen Formationen des Rats. Und die Regierungschefs werden sich auch nie den Vorsitzenden der Mehrheitsfraktion im Parlament vor die Nase setzen lassen. Wenn das aber so ist, wäre es doch sinnvoll, den Ratspräsidenten zur politischen Spitze der Exekutive zu machen, während die Kommission mit ihrem Präsidenten nur eine unterstützende administrative Rolle übernimmt.

Diese duale Exekutive sollte vom Europäischen Parlament und vom Europäischen Rat getrennt werden, damit sie von Letzterem ohne parteipolitische Hemmnisse kontrolliert und austariert werden kann. Die EU oder die Euro-Zone sollten so eine Gewaltenteilung herbeiführen, die auf einer klar definierten Führung der Exekutive und einer starken parlamentarischen Legislative gründet.

Sergio Fabbrini  IPG 7

 

 

 

 

Wirtschaftsweiser: Politik der EZB wird immer wirkungsloser

 

Führende Ökonomen attackieren die Zinspolitik der EZB. Die Entscheidungen von Mario Draghi unterstütze Zombie-Banken und konkursgefährdete Staaten. Eine Bank will sogar in den Streik treten.

Führende Ökonomen haben die jüngsten Zinsentscheidungen der Europäischen Zentralbank (EZB) scharf kritisiert. Dass die EZB unter Präsident Mario Draghi jetzt Geld zu einem Negativzins von bis zu 0,4 Prozent an die Banken verleihe, sei eine verbotene Subventionspolitik zur „Stützung von Zombie-Banken und konkursgefährdeten Staaten“, sagte der Präsident des Münchner Wirtschaftsforschungsinstituts ifo, Hans-Werner Sinn, der „Bild“-Zeitung vom Freitag.

Der Wirtschaftsweise Lars Feld sagte dem Blatt, die Politik der EZB werde immer wirkungsloser. „Wir sehen, dass Länder wie Italien trotz des Zinstiefs keine Reformen durchführen und Ausgaben eher noch erhöhen.“ Daran würden auch die neuen Maßnahmen nichts ändern. Die EZB hatte am Donnerstag völlig überraschend den Leitzins auf 0,0 Prozent gesenkt und will noch mehr Milliarden in die Märkte pumpen und Banken extrem billige Kredite zur Verfügung stellen.

Der Präsident des Mannheimer Zentrums für Europäische Wirtschaftsforschung (ZEW), Clemens Fuest, warnte, dass die Risiken wie Blasen an Immobilien- und Anleihenmärkten sowie die Schwächung der Banken größer seien als die Chancen, über die beschlossenen Maßnahmen die Konjunktur anzuschieben. „Die EZB hat ihr Pulver verschossen“, sagte Fuest der „Bild“.

Der Präsident des Bayerischen Finanzzentrums, Wolfgang Gerke, sprach von einem „Frontalangriff auf alle Sparer“. Die EZB fahre „einen hochriskanten Kurs“, sagte er der „Passauer Neuen Presse“.

Gerke warnt davor, dass sich Blasen bilden könnten, weil die Bürger sich sehr günstig Kredite besorgen könnten. „Es braucht nur ein ungünstiges Ereignis – und plötzlich reagieren die Märkte über.“ Dies könne auch in Deutschland zu „einem Crash führen, wie wir ihn zuletzt in den USA erlebt haben“. Auch dort seien die Immobilienmärkte wegen einer ganz ähnlichen Notenbankpolitik heiß gelaufen.

Ethikbank streikt

Derweil wollen der Chef der Ethikbank, Klaus Euler, und seine Mitarbeiter am 16. März gegen die „überbordende Kontrollbürokratie“ der EU und die „repressive Niedrigzinspolitik“ der Europäischen Zentralbank (EZB) protestieren, wie das Geldinstitut am Donnerstag ankündigte. Kleine Banken würden dadurch gezwungen, Filialen zu schließen und ins Spekulationsgeschäft einzusteigen.

Am Mittwoch kommender Woche werde bei der Ethikbank niemand erreichbar sein, weder persönlich noch per Telefon oder E-Mail, teilte das Geldinstitut mit. Aufgerufen zu der Protestaktion habe der Vorstand. Die Idee sei aber aus den Reihen der Mitarbeiter gekommen, erklärte Bank-Chef Euler. Sie seien „täglich mit diesem Wahnsinn konfrontiert“.

Die Kontrollmechanismen der EU ließen sich von Volksbanken und Sparkassen kaum noch schultern und schränkten den Handlungsspielraum erheblich ein. Sie seien „maßlos übertrieben“, erklärte Euler, da nicht zwischen regional agierenden Instituten und den großen Bankkonzernen unterschieden werde. Die Niedrigzinspolitik der EZB nehme den mittelständischen Banken die Haupteinnahmequelle – das Zinsergebnis. Leidtragende seien auch die Sparer, die keine Zinsen mehr bekommen, und mittelständische Unternehmen, deren Bankbeziehung von persönlichem Vertrauen geprägt sei, erklärte Euler. Einige Kunden der Ethikbank hätten angekündigt, sich dem Streik anzuschließen.

Die Ethikbank ist eine von wenigen kleinen Banken in Deutschland, die Kredite streng nach ökologischen und ethischen Kriterien vergeben. Daneben gibt es beispielsweise noch die Triodos Bank und die GLS Bank. Von: AFP | EurActiv.de 11

 

 

 

 

 

Innenministerien untätig. Hunderte Rechtsextreme besitzen Waffenschein

 

400 Rechtsextremisten mit einem Waffenschein gibt es einer aktuellen ARD-Recherche zufolge. Sie dürfen trotz Warnungen des Verfassungsschutzes ihre Schusswaffen behalten. Nur in Einzelfällen entziehen die Innenministerien die Erlaubnis.

 

Trotz Warnungen dürfen viele Neonazis ihre Schusswaffen behalten. Das zeigt eine Umfrage der ARD unter allen Innenministerien für die SWR Dokumentation „Terror von rechts – Die neue Bedrohung“. Alleine das Bayerische Landesamt für Verfassungsschutz habe bis Ende 2015 in insgesamt 97 Fällen die zuständigen Waffenbehörden über rechtsextremistische Betätigungen von Personen aufgeklärt, die über eine waffenrechtliche Erlaubnis verfügen. In den allermeisten Fällen tut sich offenbar nichts.

Dabei könnten die Landesbehörden den Waffenschein einziehen, wenn die Besitzer „unzuverlässig“ sind. Nach dem Waffengesetz gelten Personen regelmäßig als waffenrechtlich unzuverlässig, wenn sie in den letzten fünf Jahren rechtsextremistische Bestrebungen aktiv unterstützt haben.

Entzug bislang nur in Einzelfällen

Wie die Waffenbehörden auf die Hinweise vom Verfassungsschutz reagiert haben, ist im Bayerischen Staatsministerium des Inneren nicht bekannt. Der ARD-Umfrage zufolge sind bundesweit nur Einzelfälle bekannt, in denen die Waffenbehörden Neonazis aufgrund von Hinweisen aus den Landesämtern für Verfassungsschutz als „waffenrechtlich unzuverlässig“ einstuften.

Das Innenministerium Mecklenburg-Vorpommerns etwa antwortete auf die ARD-Umfrage: „Regelmäßig werden die vorliegenden Hinweise und Erkenntnisse sowohl vom Verfassungsschutz als auch von der Landespolizei an die zuständigen Behörden übermittelt. In Einzelfällen führte dies zum Entzug der waffenrechtlichen Erlaubnis. Statistische Auswertungen werden dazu jedoch nicht geführt.“ In Sachsen beispielsweise prüften die Behörden im Jahr 2015 in 25 Fällen die waffenrechtliche Zuverlässigkeit von Rechtsextremisten. Aber nur bei drei Personen wurden die waffenrechtlichen Erlaubnisse widerrufen.

400 Rechtsextreme besitzen einen Waffenschein

Eine Abfrage des Bundesamtes für Verfassungsschutz bei den Ländern im Jahr 2014 ergab, dass ca. 400 Rechtsextremisten über eine waffenrechtliche Erlaubnis verfügen. Aktuellere Angaben liegen der Bundesregierung nach Auskunft des Bundesinnenministeriums derzeit nicht vor. Auf die Umfrage der ARD reagierten die Landesinnenministerien sehr unterschiedlich: Während einzelne Bundesländer wie Bayern, Sachsen oder Niedersachsen detailliert Auskunft gaben, teilten andere mit, dass entsprechende Daten nicht veröffentlicht werden dürften (z. B. Baden-Württemberg) oder nicht zur Veröffentlichung vorgehalten werden (z. B. Brandenburg). (mig/swr 7)

 

 

 

 

Landtagswahlen 2016: „Die Wahlprogramme sind so unverständlich wie eine Doktorarbeit“

 

Verständlichkeits-Check der Universität Hohenheim: Analyse zu den Landtagswahlen in Baden-Württemberg, Sachsen-Anhalt und Rheinland-Pfalz

Komplizierte Fremdwörter, „Denglish“ und Monster-Sätze: Kurz vor den Landtagswahlen 2016 in Baden-Württemberg, Sachsen-Anhalt und Rheinland-Pfalz haben Kommunikationswissenschaftler der Universität Hohenheim die Wahlprogramme der Parteien auf ihre formale Verständlichkeit hin untersucht. Ihr Ergebnis: Die Programme sind sprachlich so kompliziert wie eine Doktorarbeit. Die Studie im Detail unter www.uni-hohenheim.de/presse

Einen Gewinner gibt es bei der formalen Verständlichkeit der Wahlprogramme nicht wirklich. „Zwar hat die Linke in Baden-Württemberg bei diesen Landtagswahlen das formal verständlichste Wahlprogramm von allen abgeliefert“, sagt Prof. Dr. Frank Brettschneider, Kommunikationsexperte der Universität Hohenheim und Leiter der Studie. „In Rheinland-Pfalz und Sachsen-Anhalt belegen ihre Wahlprogramme aber den letzten Platz.“

Mit der Verständlichkeitssoftware „TextLab“ und anhand des Hohenheimer Verständlichkeitsindex können die Wissenschaftler den Grund für die Unverständlichkeit der Parteien nennen: Komplizierte und unverständliche Fach- und Fremdwörter, Anglizismen, „Denglish“ und Satz-Monster ab 20 Wörtern (Bandwurmsätze und Schachtelsätze). Die Probleme der Wahlprogramme haben Prof. Dr. Brettschneider und Claudia Thoms, M.Sc., vom Lehrstuhl Kommunikationswissenschaft an der Universität Hohenheim in Zahlen ausgedrückt. Der Hohenheimer Verständlichkeitsindex reicht von 0 (völlig unverständlich) bis 20 (sehr verständlich). Er wird von der Software „TextLab“ berechnet.

Analysiert wurden CDU, SPD, FDP, Bündnis ’90 Die Grünen, Die Linke, die AfD und die Piratenpartei. Berücksichtig wurden die Parteien, die entweder im Deutschen Bundestag oder in mindestens drei Landtagen vertreten sind. Das langfristige Forschungsprojekt ist eine Kooperation mit der Agentur H & H CommunicationLab aus Ulm.

Fremdwörter, Anglizismen & Satz-Monster

Was meint die AfD in Baden-Württemberg, wenn sie von einer „Frühsexualisierung“ spricht? Oder die Grünen in Rheinland-Pfalz bei einem „Wolfsmanagementplan“ oder einer „SchwulLesbischBiTrans-Aufklärung“? Neben diesen Wortkomposita erhöhen auch lange Wortzusammensetzungen wie „Schwangerschaftskonfliktberatung“ (AfD, Baden-Württemberg), „Seniorensicherheitsberaterinnen“ (SPD, Rheinland-Pfalz) oder „Barrierefreie-Informationstechnik-Verordnung“ (Die Linke, Sachsen-Anhalt) nicht gerade die Lesbarkeit der Wahlprogramme.

In allen drei Bundesländern verstoßen die Wahlprogramme gegen Verständlichkeits-Regeln. „Neben den Fremdwörtern, Anglizismen und Fachbegriffen sind es auch die Bandwurmsätze, die die Wahlprogramme so unverständlich machen“, sagt der Kommunikationsexperte. „Wir haben in allen Wahlprogrammen solche Satz-Ungetüme ab 30 Wörtern und mehr gefunden.“

Trotzdem seien nicht alle Passagen gleich unverständlich, so Prof. Dr. Brettschneider. „Gerade Einleitung, Schluss und die Kritik an den politischen Kontrahenten sind klar verständlich formuliert. Es sind vor allem die Fachabschnitte, die oft sehr kompliziert sind.“

Die Linke: Vorne in Baden-Württemberg, am unverständlichsten in Rheinland-Pfalz

Im Schnitt zeigt sich: Die aktuellen Wahlprogramme aus Baden-Württemberg, Sachsen-Anhalt und Rheinland-Pfalz sind im Vergleich weder besser noch schlechter verständlich als die Programme anderer Parteien in den anderen Bundesländern. „Mit einem Durchschnitt von 7,9 (Baden-Württemberg), 7,8 (Sachsen-Anhalt) und 7,6 (Rheinland-Pfalz) liegt die Verständlichkeit der Parteien in den drei Bundesländern nahe bei einander“, erklärt Prof. Dr. Brettschneider.

„Das ist aber nicht unbedingt ein Pluspunkt, da sie deutlich näher am Verständlichkeitsniveau einer Doktorarbeit (4,1) sind“, sagt auch Claudia Thoms. „Zum Vergleich: Politik-Beiträge der BILD-Zeitung haben eine durchschnittliche Verständlichkeit von 16,8.“

Das formal verständlichste Wahlprogramm liefert mit 9,7 Punkten auf dem Hohenheimer Verständlichkeitsindex die Linke in Baden-Württemberg. In Rheinland-Pfalz und in Sachsen-Anhalt landen sie jedoch auf dem letzten Platz. Ihr Programm in Rheinland-Pfalz ist sogar das insgesamt unverständlichste der drei analysierten Wahlen (5,6 Punkte). An zweiter und dritter Stelle bei der formalen Verständlichkeit liegen mit 9,2 Punkten die SPD in Rheinland-Pfalz und mit 9,1 Punkten die CDU in Baden-Württemberg.

Regierungsparteien setzen auf positive Formulierungen

Die Wahlprogramme von Regierungs- und von Oppositionsparteien unterscheiden sich hingegen kaum voneinander. Trotzdem zeichne sich eine gewisse Tendenz ab, so Prof. Dr. Brettschneider: „Die Parteien schreiben in der Opposition im Schnitt etwas verständlicher als in der Regierung. Auch nutzen sie mit Wörtern wie „müssen“, „mehr“ und „sollen“ eher fordernde Formulierungen.“ Die Regierungsparteien hingegen setzen auf positive Wörter wie „unterstützen“, „fördern“ oder „stärken“.

Bei den Begriffen, die häufig in den Wahlprogrammen genannt werden, ähneln sich die meisten Wahlprogramme, erklärt Claudia Thoms. „Begriffe wie „Menschen“ und „Land“ sind besonders häufig zu finden. Lediglich in den Wahlprogrammen der Grünen in Sachsen-Anhalt sowie der Linken und der AfD im Allgemeinen wird der Parteiname noch häufiger genannt.“

Nach 17 analysierten Landtagswahlen seit 2010 belegen CDU, SPD und Die Grüne die ersten drei Plätze in Bezug auf die durchschnittliche Verständlichkeit. Auf dem letzten Platz landen die Piratenpartei, die AfD und die FDP. „Zwischen der erstplatzierten und der letztplatzierten Partei liegen aber gerade einmal 1,8 Punkte“, betont Claudia Thoms.

Unverständlichkeit der Wahlprogramme – eine verschenkte Kommunikationschance

Mit der formalen Unverständlichkeit verschenken die Parteien eine Kommunikationschance bei den Bürgern, stellt Prof. Dr. Frank Brettschneider fest. „Obwohl nur sehr wenige Menschen die Wahlprogramme komplett und intensiv durchlesen, sollen Wahlprogramme eigentlich dazu dienen, Wähler zu gewinnen oder zu halten. Neben der formalen Verständlichkeit sollte es sich also von den Programmen der Gegner zumindest teilweise inhaltlich unterscheiden. Vor allem soll das Programm auf Themen hinweisen, die für die Partei erfolgversprechend sind.“

Aus den Programmen leiten sich außerdem andere Kommunikationsmaßnahmen ab, die für eine Wahl entscheidend sind: Wahlplakate, Flyer und Broschüren. „Selbst wenn die Wähler nicht das gesamte Programm lesen, so schauen sich einige von ihnen doch zumindest die Passagen an, die sich auf Themen beziehen, die ihnen wichtig sind“, sagt Prof. Dr. Brettschneider.

Neben der Funktion, Wähler zu halten oder neue zu gewinnen, sind die Programme auch innerhalb der Partei von Bedeutung, betont Prof. Dr. Brettschneider. „Das Programm soll der Selbstverständigung einer Partei dienen: Während der Arbeit am Programm klären die Mitglieder innerparteiliche Positionen und bündeln verschiedene Interessen. Der Parteiführung dient das Programm nach der Wahl als Grundlage für Koalitionsverhandlungen oder für die Arbeit in der Opposition. Entgegen landläufigen Behauptungen halten sich Parteien nach den Wahlen auch häufig an ihre Programm-Aussagen.“

Wahlprogramme aus Sicht von Parteimitgliedern

Wie Parteimitglieder Wahlprogramme wahrnehmen, ist bislang kaum erforscht. Bei einer Online-Umfrage der Universität Hohenheim 2010 gaben 828 Parteimitglieder an, vor allem die Kurzversion des Wahlprogramms für ein wichtiges Wahlwerbemittel zu halten, die nützlicher, besser gestaltet, überzeugender, interessanter und verständlicher ist als die Langfassung. Lediglich die Mitglieder der Grünen stufen die Langversion als sehr wichtig ein.

„Fast 50 Prozent der befragten Parteimitglieder gaben an, die Kurzversion „ihres“ Wahlprogramms vollständig gelesen zu haben“, so Prof. Dr. Brettschneider. „Von der Langversion behaupten das nur 16 Prozent. Zwölf Prozent der Mitglieder geben aber auch zu, die Langversion noch nicht einmal in Auszügen gelesen zu haben; bei der Kurzversion sind dies nur vier Prozent.“

Parteiübergreifend werden die Kurzfassungen als ein wirksames Wahlwerbemittel gesehen: Sie erfüllen aus Sicht der Parteimitglieder am stärksten die Funktion, die Wähler von der Wahl der jeweiligen Partei zu überzeugen. Diese Funktion wird den Langfassungen am wenigsten zugesprochen. „Die Langfassungen gelten unter den Mitgliedern als Instrument, um dem Wahlkampf eine Richtung zu geben und um in eventuellen Koalitionsverhandlungen eine Richtlinie zu haben“, erklärt der Kommunikationsexperte. „Diese Funktion wird den Kurzfassungen am wenigsten zugesprochen. Es gibt also eine klare „Arbeitsteilung“ zwischen den Lang- und den Kurzfassungen.“

Hintergrund: Der Hohenheimer Wahlprogramm-Check

Die Wahlprogramme sind ein Kommunikationsmittel der Parteien, um die eigenen Positionen darzulegen. Seit 2009 untersucht das Fachgebiet für Kommunikationswissenschaft (insbes. Kommunikationstheorie) an der Universität Hohenheim im „Wahlprogramm-Check“ in Kooperation mit der Ulmer Agentur für Verständlichkeitsmessung H&H CommunicationLab u.a. folgende Fragen: Kommunizieren die Parteien in ihren Wahlprogrammen so verständlich, dass die Wahlberechtigten sie verstehen können? Welche Verständlichkeits-Hürden finden sich in den Wahlprogrammen? Und welche Themen und Begriffe dominieren in den Programmen?

Möglich werden diese Analysen durch die von H&H Communication Lab GmbH und von der Universität Hohenheim entwickelte Verständlichkeitssoftware „TextLab“. Diese Software berechnet verschiedene Lesbarkeitsformeln sowie Textfaktoren, die für die Verständlichkeit relevant sind (z.B. Satzlängen, Wortlängen, Schachtelsätze und den Anteil abstrakter Wörter).

Aus diesen Werten setzt sich der „Hohenheimer Verständlichkeitsindex“ zusammen, der die Verständlichkeit der Programme und Texte auf einer Skala von 0 (unverständlich) bis 20 (sehr verständlich) abbildet. Zum Vergleich: Doktorarbeiten in Politikwissenschaft haben eine durchschnittliche Verständlichkeit von 4,3 Punkten. Politik-Beiträge in der Bild-Zeitung kommen im Schnitt auf 16,8 Punkte, Politik-Beiträge überregionaler Zeitungen wie der Frankfurter Allgemeinen Zeitung, der Welt oder der Süddeutschen Zeitung auf Werte zwischen 11 und 14. C. Schmid / Klebs UH 7

 

 

 

Gelichter. Flüchtlingskatastrophen

 

Eigentlich gibt es nur eine Katastrophe: Das ein Land wie Deutschland, das in Sachen Bürokratie und Wohlstand weltweit Maßstäbe setzt, vor dieser vergleichsweise noch überschaubaren Gruppe von Asylsuchenden kapituliert. Von Sven Bensmann

 

Deutschland steht aktuell vor einer großen Herausforderung, eine, von der behauptet wird, Deutschland habe nie vor einer größeren Herausforderung gestanden, auch wenn man das bezweifeln muss, denn selbst Flüchtlinge gab es in Deutschland zu mehreren Zeiten in größerem Maße, und immer fand man Gründe, warum das alles nicht funktionieren könne, von rechter Seite jedenfalls. Seien es nun die selbsternannt „Vertriebenen“ nach dem zweiten Weltkrieg, bei der Annexion der DDR oder während der Neunziger, als viele „Spätaussiedler“ vom damaligen Bundeskanzler Kohl Heim ins Reich geholt wurden – stets waren sie nicht integrierbar und eine Naturkatastrophe, die in das Land schwappte, ebenso flankiert von jenen inkarnierten Beweisen dafür, dass Hirnversagen nicht automatisch zum Tod führen muss.

Woran es wirklich krankt, ist aber, das zwar immer wieder eine Integration in Deutschland und seine Kultur eingefordert wird, dass es hierfür aber, bisher jedenfalls, keine vernünftige Perspektive gibt. Nicht nur, weil dem gemeinen Flüchtling ein Recht, dass einst hunderttausende Deutsche in Anspruch nehmen wollten und großzügig gewährt bekamen, heute möglichst weitgehend vorenthalten werden soll – man muss hier natürlich konstatieren, dass die, die heute gegen das Asylrecht populisieren, damals wohl auch nicht zu denen gehört hätten, die es in Anspruch hätten nehmen müssen: So ein Sigmar Gabriel ist eben längst kein Willy Brandt, der mit der SPD brach, weil die, damals wie heute, eben keine linke Politik machte, sondern vor allem rechte Politik duldete, der in den Untergrund ging, um gegen das Dritte Reich zu kämpfen, der seinen Namen ändern und aus Deutschland fliehen musste und der stets zu seinen Überzeugungen stand. Nichts von solchem Charakter kann man heute noch in der Führungsriege der SPD finden.

Sondern natürlich auch, weil jedem Fremden immer auch eine Welle der Ablehnung, gar des Hasses entgegen schlägt, weil er es wagen konnte, vor Krieg und Bomben zu fliehen und nun dieses Recht auf Asyl in Anspruch nehmen will.

Vor allem aber, weil jeder zwar Integration fordert, niemand aber sagen kann, worin denn eigentlich. Die Letzten, die ungestraft von deutscher Kultur sprechen konnten, waren die Nazis, die eine solche erfinden wollten, irgendwo zwischen Thule-Gesellschaft, Ahnenerbe und Bücherverbrennungen – ansonsten herrschte und herrscht in Deutschland der pure Tribalismus. Wo man auch hinkommt, Tradition und Kultur unterscheiden sich teils gewaltig. Soll sich der geneigte Syrer nun in Lederhosen gewandet, schuhplattlernd in die inzestuösen Almtäler einheiraten, bis sein Schwiegervater auch sein Sohn, sein Cousin und seine Mutter ist, um als deutsch zu gelten, oder muss in großen Menschengruppen marodierend in Köln Frauen sexuell belästigen, um deutsch zu sein? Letzteres scheint ja zu Sylvester irgendwie in die Hose gegangen zu sein, betrachtet man aber die Ereigniss zur Mitte des Februars, so scheint es zuvor insbesondere an den Kostümen gescheitert zu sein.

Sprache wird auch immer wieder genannt, doch ein Syrer, der in einem holsteinischen Dorf auf deutsch daherplaudert fällt gleich doppelt auf: Denn der Holsteiner neigt nicht nur dazu, plattdeutsch oder auch friesisch zu schnacken, sondern vor allem dazu, den Zugewanderten am freundlichen „Moin-Moin“ zu erkennen – denn ein Eingeborener würde niemals ununterbrochen so viel quasseln.

Oder um es noch drastischer zu sagen: der Bayer ist bereits dem Franken so fremd, dass er ihm in Bezug auf die politische Repräsentanz nicht mehr über den Weg traut, daher gibt es eine extra Franken-Quote in der CSU, die sich einer Frauenquote hingegen weiter verwehrt. Über barbarische Pfälzer, die nichtmal die Kehrwoche kennen, kann der Schwabe nur die Nase rümpfen und wie sehr sich das Temperament der Deutschen allgemein tatsächlich unterscheidet, konnte man spätestens dort verfolgen, wo sich ebenjene zugewanderte Schwaben nicht ins fremde Berlin integrieren wollten: Bevor Flüchtlingsheime brannten, bestimmte dies die Schlagzeilen über Integration: die Berliner Türken sind wohl nie so unintegriert und ungewollt gewesen, wie Stuttgarter und Tübinger, wohl, weil man sich deutlich fremder war.

Nietzsche sagte zu Lebzeiten, dass es die Deutschen kennzeichne, dass bei Ihnen die Frage „Was ist deutsch?“ niemals aussterbe. Einfach war es immer nur zu sagen, was denn nicht deutsch ist. Gerade in Identitätskrisen, und eine solche scheinen wir gerade zu erleben, ist es dem Deutschen daher offenbar notwendig, sich von allen anderen abzusondern, um zu wissen, wer er eigentlich ist. Auch die Witze, die aktuell darüber gemacht werden, man solle Bayern zu einem sicheren Herkunftsland erklären, um endlich eine Abschiebung Horst Seehofers veranlassen zu können, spricht ebendiese Instinkte des Deutschen an: Der Deutsche will gern unter seinesgleichen sein, und je vertrauter der Fremde ist, desto fremder muss der Vertraute gemacht werden: Wer in einem Dorf irgendwo in der deutschen Provinz aufgewachsen ist, weiß, dass im Falle des Falles bereits der Nachbarort so fremd ist, dass eine Durchmischung nicht mehr opportun ist.

Und wenn man sich nun anschaut, dass gerade die Sachsen seit ihrem ersten Auftreten eigentlich immer auf der „falschen“ Seite der Geschichte gestanden haben, als Feinde der Zivilisation in Form des römischen Imperiums, als Feinde der Merowinger und Karolinger als der „ersten Europäer“ und im Krieg mit Karl dem Großen, oder auch als Feinde des „Westens“ als Vertreter demokratischer Werte, ist nur klar, dass sich aus diesem gestörten Selbstbewusstsein jedenfalls derer, die sich auch heute noch nicht als Europäer begreifen können, eine besondere Ablehnung aller Nicht-Sachsen konstituieren muss, bei der es letztlich bloß Zufall ist, ob sie sich gegen Araber und oder gegen andere Deutsche richtet – denn als Deutsche scheinen sich die Sachsen inzwischen immerhin zu verstehen, unabhängig davon, ob die Deutschen das genau so sehen und ob Deutschland sich nicht nach einer Zukunft sehnt, in der alle selbsternannten „Freistaaten“ ihr eigenes Ding machen, und zwar außerhalb der Grenzen eines pro-europäischen, demokratischen Deutschlands. MgR 8

 

 

 

Europäische Konservative wollen AfD aus EKR-Fraktion werfen

 

„Radikal, rassistisch – unerträglich“: Die Fraktion der Europäischen Konservativen und Reformer (EKR) im Europäischen Parlament verlangt von der AfD, die Fraktion bis Ende März zu verlassen. Unser Medienpartner treffpunkteuropa.de berichtet.

 

Die Entscheidung der EKR-Fraktion fiel nach einer heutigen Fraktionssitzung, in der die AfD-Abgeordneten Beatrix von Storch und Marcus Pretzell vor der Fraktionsspitze ihre Äußerungen zum Schusswaffengebrauch gegen einreisende Flüchtlinge an der deutschen Grenze erklären mussten. Sollten die AfD-Abgeordneten die Fraktion bis zum 31. März nicht freiwillig verlassen, will die EKR-Fraktion am 12. April über einen Rauswurf abstimmen. Dies bestätigte ein Sprecher des Fraktionsvorstandes.

Der deutsche Europaabgeordnete Arne Gericke (Familienpartei/EKR) erklärte in einem Statement, das der Redaktion vorliegt: „Der Vorstand der EKR-Fraktion hat – auf meinen Anstoss hin – die Mitglieder der AfD eben mit großer Mehrheit aufgefordert, die Fraktion bis Ende März zu verlassen. Dieser klare Schritt war längst überfällig. Eine Partei, die einen radikalen Walzer mit der FPÖ tanzt, mit Le Pen flirtet und bei der UKIP Händchen hält, hat den politischen Ehebruch mit meiner Fraktion längst vollzogen. Diese Partei ist zunehmend radikal, rassistisch – unerträglich. Ihre Führungskräfte in Deutschland bezeichnen Israel als ’Fremdkörper’ und einzige Ursache des Nahostkonflikts. Sie planen eine abstruse Sicherheitskonferenz mit Putin und verteidigen die Besetzung der Krim. Sie verharmlosen die Nazi-Zeit als ’12 unglückliche Jahre’, rufen auf den Marktplätzen völkisch-rassistisch nach ’1000 Jahren Deutschland’ und reden wirr vom ’lebensbejahenden afrikanischen Ausbreitungstyp’. Wir haben der Partei heute den politischen Ausgang gezeigt – und der ist ganz, ganz rechts!“

Beatrix von Storch: Es ging allein darum, der AfD zu schaden

Beatrix von Storch äußerte sich auf ihrer Facebook-Seite zu dem Vorgang: „Die EKR-Fraktion hat heute nicht über den Ausschluss der AfD abgestimmt. Ein entsprechender Antrag wurde von der Tagesordnung genommen, nachdem sich dafür keine Mehrheit abzeichnete. Der Antragsteller will den Antrag erneut stellen, falls die AfD-Delegation die Fraktion nicht bis zum 31.3.2016 verlässt. Es gibt keinen Beschluss der ECR. Die Sitzung war eine Farce, ein ganz und gar unwürdiges Schauspiel. Es ging allein darum, der AfD durch eine ergebnislose Diskussion zu schaden. Dabei haben die anderen deutschen und britischen Abgeordneten sich als Handlanger von Merkel und Cameron aufgeführt.“

Die angedrohte Rauswurf der AfD aus der drittgrößten Fraktion des Europaparlaments folgt auf die Ankündigung der AfD, stärker mit der österreichischen FPÖ zu kooperieren. Die FPÖ gehört der ENF-Fraktion von Marine Le Pen im Europäischen Parlament an.

Ursprünglich war die AfD nach der Europawahl 2014 mit sieben Abgeordneten in die euroskeptische EKR-Fraktion eingetreten. Nach der Abspaltung der Allianz für Fortschritt und Aufbruch (Alfa) um Bernd Lucke verblieben nur Beatrix von Storch und Marcus Pretzell für die AfD im Europäischen Parlament.  Marcel Wollscheid | treffpunkteuropa.de EA 9

 

 

 

 

 

Klimaabkommen von Paris. Bundeskabinett stimmt Klimaabkommen zu

 

Das im Dezember 2015 auf der Weltklimakonferenz in Paris beschlossene Übereinkommen ist ein Wendepunkt für den internationalen Klimaschutz. Es ist das erste Klimaschutzabkommen, das alle Länder gemeinsam in die Pflicht nimmt. Heute hat das Bundeskabinett dem Abkommen zugestimmt.

 

Mit dem in Paris erzielten Übereinkommen bekennt sich die Weltgemeinschaft zu dem Ziel, die Erderwärmung auf deutlich unter zwei Grad zu begrenzen. Darüber hinaus geben sich die Staaten das Ziel, in der zweiten Hälfte des Jahrhunderts treibhausgasneutral zu werden. Auch soll die Widerstandsfähigkeit gegenüber den Auswirkungen des Klimawandels erhöht werden.

Das Übereinkommen gibt allen Staaten den klaren Auftrag, ambitionierten Klimaschutz konsequent umzusetzen. Um regelmäßig zu überprüfen, ob die nationalen Klimaschutzbeiträge der Staaten ausreichen, gibt es einen fünfjährlichen Überprüfungs- und Ambitionsmechanismus. 

 

G7 leisteten Vorarbeit

Bereits im Juni letzten Jahres beim G7-Treffen in Elmau stand die Klimapolitik im Fokus. Oberstes Ziel der G7 war es, beim Klimagipfel in Paris ein verbindliches globales Klimaabkommen zu beschließen. Deshalb bekannten sich die Teilnehmer des G7-Gipfels zum sogenannten Zwei-Grad-Ziel  -

das in Paris sogar auf unter zwei Grad reduziert wurde.

Ebenfalls machten die G7 eine Zusage zum Klimafonds. Ab 2020 sollen jährlich von den Industriestaaten und weiteren Freiwilligen 100 Milliarden Euro in den internationalen Klimafonds eingezahlt werden.

EU muss Anstrengungen erhöhen

Dabei gilt für die EU: Die nationalen Klimaschutzbeiträge müssen bis zum Jahre 2020 erneut mitgeteilt oder aktualisiert und ab 2025 für die Zeit nach 2030 anspruchsvoller als der bisherige Klimaschutzbeitrag fortgeschrieben werden.

Insbesondere den verwundbaren Ländern sichert das Übereinkommen Unterstützung beim Klimaschutz und der Anpassung an den Klimawandel zu – durch Finanzierung, Technologietransfer und Kapazitätsaufbau.

Nach der Unterzeichnung folgt die Ratifizierung

Das im Dezember in Paris getroffene Übereinkommen muss binnen eines Jahres bis zum 21. April 2017 von den teilnehmenden Staaten unterzeichnet werden. Die Unterzeichnung durch Deutschland und die EU soll am 22. April 2016 im Rahmen einer Zeremonie in New York stattfinden. Der Generalsekretär der

Vereinten Nationen Ban Ki-moon hat dazu eingeladen Nach seiner Unterzeichnung muss das Übereinkommen von den Vertragsparteien – darunter die EU und deren Mitgliedstaaten – ratifiziert werden. Deutschland wird sich für ein baldiges Inkrafttreten einsetzen. Pib 9

 

 

 

 

Schuss in den Ofen- Warum Kriegsschiffe die Flüchtlingskrise nicht lösen können.

 

Seit dem Schengener Abkommen zum freien Grenzverkehr in den 1990er Jahren befassen sich die EU-Regierungen mit der Sicherheit der europäischen Außengrenzen, statt eine echte gemeinsame Regelung zu Migration und Asyl zu finden. Das Problem mit der Grenzsicherheit ist: Sie hat nie richtig funktioniert. Wie Forscher (auch ich) nicht müde werden darzulegen, kann es keine Lösung sein, die Migration durch die schlichte Bewachung von Grenzlinien und abschreckende Maßnahmen einzuschränken, wenn nichts gegen die Ursachen unternommen wird – von der sich verschärfenden globalen Ungleichheit bis hin zum Arbeitskräftebedarf in den Zielländern, von grenzüberschreitenden Familiennetzwerken bis hin zu Gewalt und Unterdrückung. Die Lage verschlimmert sich nur noch – mehr Chaos, Tod und Ausbeutung.

Da die Politiker als Reaktion auf jede neue „Krise“ an Europas Grenzen von Lesbos bis Lampedusa eine immer höhere Dosis derselben schädlichen Medizin verabreichen, ist ein Teufelskreis entstanden. Lange Zeit machten sie einfach so weiter, aber seit allein im Jahr 2015 mehr als 1 Million Menschen über das Mittelmeer kamen, können sie nicht mehr so tun, als hätte die Methode Grenzsicherheit etwas bewirkt. Angesichts ihres eigenen Scheiterns haben die europäischen Staatschefs ihren Wählerinnen und Wählern keine Erklärungen oder Alternativen anzubieten, ja, schlimmer noch, jetzt wenden sie bei sich dieselbe zerstörerische Methode an und schützen in einem Wettlauf nach unten Grenzen ihrer Länder – von einer Union bleibt da so gut wie nichts mehr übrig.

Doch wir müssen uns auch darüber klar werden, dass sich das Scheitern für viele Akteure, die von der restriktiven Migrationspolitik profitieren, zum „Erfolg“ wendet: für europäische Politiker, die sich ihrem Wahlvolk gern als Hardliner präsentieren, für Grenzbehörden, für Verteidigungs- und Sicherheitsunternehmen, für Anrainerstaaten der EU, die Migranten als Goldesel, als Druckmittel und sogar als „Waffe“ gegen ein ängstliches Europa missbrauchen.

Was also ist zu tun?

1. Aus anderen gescheiterten „Kriegen“ lernen

So wie es im „Kampf gegen die Migration“ weitgehend misslungen ist, die grenzüberschreitende Bewegung von Menschen zu verhindern, so herrscht heute große Einigkeit, dass auch der „Krieg gegen die Drogen“ immens kostspielig, schädlich und letztlich nutzlos ist. Wir sollten daher auf das Konzept der „Schadensbegrenzung“ zurückgreifen, das in Bezug auf Drogen mittlerweile angewendet wird (wenn auch in bescheidenem Rahmen). So könnten wir beispielsweise besonders kontraproduktive Sicherheitsmaßnahmen zurückfahren, die heute Menschen gefährden – etwa die Masseninternierung, das Zurückdrängen von Flüchtlingen und den Bau von Zäunen –, während wir gleichzeitig humane Alternativen durch gezielte EU-Finanzierung fördern. Die wichtigste Maßnahme zur Schadensbegrenzung ist einfach und für jedes Mitgliedsland machbar: die Einführung legaler Routen, die statt der chaotischen und gefährlichen Einreise nach Europa eine sichere und organisierte Ankunft ermöglichen.

2. Die tatsächlichen Kosten für das „Modell Grenzsicherheit“ erheben

Wie viel Steuergeld in Grenzsicherheit und Migrationskontrollen fließt, ist derzeit sehr schwer zu berechnen, doch eine europaweite journalistische Studie kam auf etwa 11 Milliarden Euro allein für Abschiebungen seit den frühen 2000er Jahren. Und mit den Kosten für die Sicherheit ist es nicht getan: Europa versucht schon seit langem, mit Entwicklungshilfegeldern afrikanische Staaten dazu zu bewegen, dass sie Abschreckungsmaßnahmen gegen die Migration ergreifen. Doch hier das Kleingeld zu zählen, reicht bei weitem nicht aus: Wir müssen auch die Kosten für den sozialen und politischen Bereich, für Umwelt und Wirtschaft erheben. Durch das Schließen legaler Routen und eine Beggar-thy-Neighbour-Politik, bei der die Grenzsicherheit auf Kosten des Nachbarn geht, entsteht in ganz Europa massiver Druck auf die Grenzgebiete, in denen der Tourismus einbricht, Felder zertrampelt werden und soziale Unruhen ausbrechen – ganz zu schweigen von den Tausenden Menschen, die schon im Meer ertrunken sind. Auch politisch steigt der Preis. Der Schengen-Raum ist mittlerweile in Gefahr; Nicht-EU-Staaten, die an wichtigen Migrationsrouten liegen, haben durch die Panik in Europa mittlerweile enorm an Einfluss gewonnen; und der Rest der Welt nimmt missbilligend zur Kenntnis, dass moderne Volkswirtschaften Menschen vor ihrer Haustür krepieren lassen. Wenn wir den Aufwand für die Grenzsicherheit vollständig erfassen – einschließlich der Folgekosten und der sozialen, politischen und humanitären Auswirkungen –, könnten wir eine Veränderung in Gang setzen. Darauf sollten vernünftige Politikerinnen und Politiker drängen.

3. Eine globale Mobilitätsstrategie

Voraussetzung ist, dass man Migration nicht als Notfall und als Bedrohung betrachtet, sondern als eine dauerhafte Erscheinung des menschlichen Daseins, die – wenn wir richtig damit umgehen – erhebliche Chancen in sich birgt. Eine strategische Richtungsänderung kann in vier miteinander verbundenen Schritten erfolgen: Erstens eine Deeskalation der Debatte und eine Abschwächung der Notfallrhetorik, die nur dazu angetan ist, das Sicherheitsmodell zu stärken. Zweitens durch eine andere Form der Zusammenarbeit mit Nachbarstaaten der EU, die den destruktiven „Kampf gegen die Migration“ aufgibt und stattdessen einen Wissensaustausch in der Medizin, der Bildung und anderen Bereichen ermöglicht. Drittens, innerhalb Europas, eine echte Normalisierung im Umgang mit der Migration durch geteilte Verantwortung, und dies in einem positiveren Sinne, als es „verpflichtende Quoten“ gewährleisten könnten. Gleichzeitig müssen in Brüssel sämtliche Themen rund um die Migration aus dem Innenressort in andere Generaldirektionen verlagert werden; denkbar wäre auch die Schaffung einer neuen Direktion für Mobilität. Und viertens, über Europa hinaus, durch die Entwicklung eines globalen Ansatzes zur Migration, der die gemeinsame Verantwortung für Flüchtlinge unter dem Schirm der UNHCR stärkt und gleichzeitig andere Formen der Migration berücksichtigt. Wenn die europäischen Staatschefs ihr Haus in Ordnung bringen – was durchaus fraglich ist –, können sie in den diesjährigen UN-Beratungen als zuverlässige Partner auftreten und andere wohlhabende Staaten für eine breitere Verteilung der Verantwortung gewinnen.

4. Breite Koalitionen für den Wandel schmieden

Die Chancen, dass ausgerechnet die europäischen Staatschefs, die sich bislang nur auf das Grenzsicherheitsmodell einigen konnten, nun aus eigenem Antrieb davon abrücken, stehen schlecht. Um den Wandel zu befördern, können wir aus Koalitionen lernen, die in anderen kontroversen Bereichen geschmiedet wurden. Wie auf dem Gebiet der fossilen Brennstoffe oder in den zerstörerischen Drogenkriegen werden die vom „Kampf gegen die Migration“ generierten Risiken ungleich verteilt. Während rund um die Grenzsicherheit eine große Industrie entstanden ist, könnten sich diejenigen, die besonders von den negativen Folgen betroffen sind – Grenzgemeinden ebenso wie Helfer und Freiwillige, die vor Ort mit dem Chaos fertig werden müssen, europäische und nicht-europäische Staaten, die schon mehr als ihren gerechten Anteil an Asylsuchenden aufgenommen haben, und schließlich Ursprungsländer und ethnische und religiöse Gruppen, die mit ansehen mussten, wie ihre Mitbürger zu Tode kamen –, zu den Triebkräften einer bunten Koalition für Mobilität entwickeln. In dieser Koalition müssen Migranten und Flüchtlinge eine Schlüsselrolle spielen. Menschen, die vor Fassbomben fliehen, um ihre Familien in Sicherheit zu bringen, oder die sich vor libyschen Milizen verstecken, ehe sie sich auf den Weg nach Europa machen, haben enorme Fähigkeiten, Träume und Wissen anzubieten.

Das alles ist nicht schnell umzusetzen, und dasselbe gilt für den Umgang mit der globalen Flüchtlingskrise infolge brutaler Kriege und Unterdrückung. Doch uns sollte in der politischen Debatte willkommen sein, dass es keine Patentlösung gibt, denn eine solche Zauberformel – die Grenzsicherung – hat sich eben erst als Schuss in den Ofen entpuppt.

Der Artikel erschien im englischen Original bei Irin News. Er beruht auf einer Studie, die der Autor im Feburar 2016 verfasst hat. Ruben Andersson  IPG 3

 

 

 

 

Kehrtwende nach Kritik. Sachsens Regierung reagiert auf ausländerfeindliche Übergriffe

 

Die einen sehen den Wendepunkt in der umstrittenen sächsischen Landespolitik, die anderen eine „Beruhigungspille“. Das Kabinett von Ministerpräsident Stanislaw Tillich (CDU) will Flüchtlinge besser integrieren und die Sicherheit im Freistaat erhöhen.

 

Auf die ausländerfeindlichen Übergriffe in Sachsen hat die Landesregierung mit einem Paket zur Stärkung der Polizei und zur besseren Integration von Flüchtlingen reagiert. Die am Freitagabend vorgestellten Pläne des CDU-SPD-Kabinetts sind am Wochenende auf Vorbehalte der Opposition und in der Zivilgesellschaft gestoßen.

Die sächsische Regierung will bei Polizei und Justiz den bis 2020 geplanten Personalabbau aussetzen. Das betrifft bei der Polizei 676 und in der Justiz 370 Stellen. Die Zahl der Polizeianwärter soll noch in diesem Jahr von 100 auf 500 erhöht werden. Die mobilen Einsatz- und Fahndungsgruppen sollen stärker gegen Rechtsextremisten und politisch motivierte Straftäter vorgehen. Zudem sollen die Beamten besser im Umgang mit Extremismus und in interkultureller Kompetenz geschult werden.

CDU: „Sinnvolle Maßnahmen“

Zur Verbesserung der Integration von Flüchtlingen soll der Erwerb der deutschen Sprache stärker als bisher gefördert werden. Zur Eingliederung in den Arbeitsmarkt werde das Wirtschaftsministerium „Arbeitsmentoren für Geflüchtete“ bereitstellen. Besondere Veranstaltungen sollen auf Tätigkeiten in Landwirtschaft und „Grünen Berufen“ hinweisen. Um die Teilnahme von Flüchtlingen am Sport zu fördern, soll der Landessportbund bis 2018 zweckgebunden 200.000 Euro erhalten.

Die CDU sprach am Freitagabend von „sinnvollen Maßnahmen“. Fraktionschef Frank Kupfer erklärte: „Die Antwort auf Rechtsextremismus muss ein starker Staat sein.“ Koalitionspartner SPD sprach von einem Wendepunkt in der sächsischen Politik. Der Chef der Sozialdemokraten im Landtag, Dirk Panter, kündigte eine zügige parlamentarische Umsetzung des Regierungsplans an.

„Demokratie ist nicht selbstverständlich, sondern muss ständig aktiv gelebt und auch gegen vielfältige Bedrohungen verteidigt werden“, heißt es in dem Kabinettsbeschluss. Beleidigungen von Flüchtlingen, brennende Asylbewerberheime sowie Angriffe auf Schutzbedürftige, Helfer, Polizisten und Politiker „beschämen die Mehrheit der Sachsen“, erklärte die Regierung.

Linke: „Beruhigungspille“

Kritik kam von der Opposition. Die Linke nannte das Paket eine „Beruhigungspille“. Ihr Fraktionsvorsitzender Enrico Stange sagte, das Kabinett habe einen Plan der Luftschlösser gefasst. Schon jetzt fehle es an Fahndungsdruck bei der Polizei. Offen bleibe die Frage, wie der Anteil von Beamten mit Migrationshintergrund schnell erhöht werden könne.

Das Bürgerbündnis „Dresden für alle“ erklärte am Samstag, dass Sachsen damit noch nicht seine Defizite im Vergleich zu anderen Bundesländern aufschließe. In dem Paket sei ein Teil der Forderungen des Bürgerbündnisses abgedeckt worden. Es müsse weiterhin darauf geachtet werden, dass bei der Umsetzung die Zivilgesellschaft einbezogen werde: „Herr Tillich hat den ehrenamtlichen Akteuren Mitgestaltung versprochen, daran werden wir ihn unermüdlich erinnern“, sagte Sprecher Eric Hattke.

In den vergangenen Wochen und Monaten gab es in Sachsen wiederholt fremdenfeindliche Übergriffen auf Flüchtlinge und ihre Einrichtungen. Zuletzt war das Land in den Schlagzeilen wegen Vorfällen in Bautzen und Clausnitz. Tillich hatte zunächst gesagt, er sehe keine ausgeprägte Ausländerfeindlichkeit in seinem Bundesland. Nach heftiger Kritik ruderte er zurück und räumte Probleme ein. (epd/mig 7)

 

 

 

 

Vor den Landtagswahlen: Wahlkampf gegen Flüchtlinge hat weitreichende Folgen 

 

Rat für Migration sieht Landespolitik in der Pflicht

 

Am 13. März finden Landtagswahlen in Sachsen-Anhalt, Baden-Württemberg und Rheinland-Pfalz statt. Der Rat für Migration beobachtet mit großer Sorge, dass die Flüchtlingspolitik dabei für Wahlkampfzwecke missbraucht wird: „Rechtspopulistische Parteien wie die AfD versuchen, Wähler zu gewinnen, indem sie die Abwehr von Flüchtlingen fordern und Schutzsuchende als Bedrohung darstellen“, so Soziologe Prof. Dr. Albert Scherr. Das habe Konsequenzen, die auch über die Wahlen hinausreichen: „Es ist zu befürchten, dass die aktuelle Debatte die politische Kultur der Einwanderungsgesellschaft nachhaltig beeinflussen wird – dass sie nationalistischer, illiberaler und undemokratischer wird."

 

Der ideologische Kern des gegenwärtigen Rechtspopulismus sei ein ausgrenzender Nationalismus: „Asylsuchende, People of Color und alle, die sich für sie einsetzen, werden als ‚Feinde’ definiert und abgewertet. Das ist eine Gefahr für die Demokratie, die sich an der Qualität der Integration von allen bemisst, die in ihr leben“, so Sozialpsychologe Prof. Dr. Andreas Zick.

 

Am Sonntag haben die Wählerinnen und Wähler darüber zu entscheiden, wer ihre Interessen in den Parlamenten verantwortungsbewusst vertreten kann. Rechtspopulisten sei das jedoch kein Anliegen, so Politikwissenschaftlerin Prof. Dr. Ursula Birsl: „Sie leben von Verschwörungstheorien und Untergangsszenarien und thematisieren soziale Probleme, für die sie keine Lösungen anbieten.“ Die AfD verfolge ein autoritäres und zum Teil marktradikales Programm, das sich selbst gegen die eigenen Anhängerinnen und Anhänger wende.

 

Der Rat für Migration ruft die Landesregierungen auf, sich deutlich vom nationalistischen Diskurs der AfD abzugrenzen und diejenigen zu stärken, die sich gegen Rechts engagieren und Geflüchtete unterstützen. Der Rat erhebt hierzu fünf Forderungen. Dazu gehört: die Möglichkeiten im Bundesrat stärker zu nutzen, um gegen weitere Asylrechts-Verschärfungen zu stimmen; ein Einwanderungsgesetz auf den Weg zu bringen; Antidiskriminierungspolitik und Engagement gegen Rassismus als Bereiche der Integrationspolitik zu verstehen und entsprechend zu fördern. RfM 11

 

 

 

 

Fluchtursachen bekämpfen, Flüchtlingszahlen reduzieren. Flucht, Migration, Integration

 

Die Bundesregierung will, dass die Zahl der Flüchtlinge spürbar sinkt. Auf europäischer und internationaler Ebene arbeitet die Bundesregierung daran, die Fluchtursachen zu bekämpfen. Die Bundesregierung will auch erreichen, dass mehr Menschen freiwillig oder notfalls über eine Abschiebung in ihre Heimat zurückkehren.

 

Perspektiven vor Ort schaffen

Die humanitäre Lage der Menschen in den Flüchtlingslagern darf kein Fluchtgrund sein. Durch die Zusagen der Londoner Geberkonferenz vom 4. Februar 2016 ist das Welternährungsprogramm für Syrien und seine Nachbarländer jetzt endlich gut ausgestattet. Um die Lebensbedingungen der

2,5 Millionen Flüchtlinge in der Türkei zu verbessern, hat die EU bisher drei Milliarden Euro für konkrete Flüchtlingsprojekte in der Türkei bereitgestellt.

Beim EU-Afrika-Gipfel von Malta wurden dem Nachbarkontinent 1,8 Milliarden Euro zur Verbesserung der Lebensbedingungen zugesagt. Deutschland stockt zusätzlich seine Entwicklungshilfe deutlich auf. Durch wirtschaftliche Entwicklung sollen die Menschen in den betroffenen Ländern eine Perspektive bekommen. Ziel ist, dass Menschen nicht ihre Heimat verlassen müssen und die Zahl der Flüchtlinge nachhaltig zurückgeht.

Gezielte Informationskampagnen gegen falsche Versprechungen

Oft werden Menschen auch mit falschen Versprechungen nach Deutschland gelockt. Konsequent gehen Behörden, Bundespolizei und Zoll gegen diese Schleusungskriminalität vor. Das Auswärtige Amt hat in Herkunftsländern gezielte Informationskampagnen gestartet, um Falschmeldungen und

Gerüchten entgegenzuwirken.

Mehr sichere Herkunftsstaaten

Diejenigen, die kein Bleiberecht haben, werden Deutschland wieder verlassen müssen. Denn wir müssen unsere Kräfte auf die Menschen konzentrieren, die vor Krieg und politischer Verfolgung geflohen sind und wirklich Schutz brauchen.

Anträge von Asylbewerbern aus den Ländern des Westbalkans sowie aus Ghana und dem Senegal können bereits schneller bearbeitet werden. Denn diese Länder sind als sogenannte sichere Herkunftsstaaten eingestuft. Bei diesen Staaten geht das Bundesamt für Migration und Flüchtlinge (BAMF) in aller Regel davon aus, dass dem Antragsteller keine Verfolgung droht. Künftig sollen auch Marokko, Algerien und Tunesien zu den sicheren Herkunftsstaaten zählen.

Darauf haben sich Bund und Länder am 28. Januar 2016 geeinigt.

Zahl der Abschiebungen steigt

Bund und Länder haben sich auch darauf verständigt, abgelehnte Asylbewerber schnellerabzuschieben. Im vergangenen Jahr wurden etwa doppelt so viele Menschen aus Deutschland abgeschoben wie 2014.

Die Behörden kündigen die Rückführungen nicht mehr an, damit die Betreffenden nicht untertauchen können. Wer das Land in Kürze verlassen muss, bekommt weniger Leistungen. Künftig sollen vor allem ausländische Straftäter schneller ausgewiesen werden können.

Für abgelehnten Asylbewerber ohne Pass kann Deutschland Ersatzpapiere ausstellen. Die Bundesregierung hat mit den Staaten des westlichen Balkans vereinbart, dass sie diese Dokumente bei der Einreise anerkennen. Derzeit laufen weitere Verhandlungen mit einigen nordafrikanischen Staaten. Pib 9

 

 

 

 

Ifo Institut warnt vor Brexit

 

München - Das ifo Institut hat vor einem Brexit gewarnt. "Ein Austritt Großbritanniens hätte viele negative wirtschaftliche Folgen für das Land, aber auch für die EU und Deutschland", sagte Gabriel Felbermayr, Leiter des ifo-Zentrums für Außenwirtschaft, am Montag in München. Im schlimmsten Fall würde der Freihandel gestoppt, die Binnenmarktregeln verfallen, Zollschranken würden wieder errichtet. "Der Handel würde dann richtig teuer – insbesondere für Großbritannien. Denn für die Briten ist der EU-Markt sehr viel wichtiger als Großbritannien für die allermeisten EU-Mitgliedstaaten. Auch auf BMW mit seiner Mini-Fabrik in Oxford würden höhere Kosten zukommen."

 

Felbermayr fügte hinzu: "Deutschland würde auch einen wichtigen Partner verlieren. Großbritannien und Deutschland vertreten beide marktwirtschaftliche Prinzipien, anders es als Frankreich in vielen Fragen tut." Obendrein fiele der britische Nettobeitrag an die EU weg, Deutschland müsste möglicherweise mehr zahlen.

 

Handelshemmnise würden auch entstehen, wenn nach einem Austritt die Beziehungen zur EU so geregelt würden wie mit der Schweiz. Mit der Schweiz gibt es 120 Abkommen, die einen direkten Zugang zum EU-Binnenmarkt ermöglichen. "Es würde Jahre dauern, die Verträge für Großbritannien auszuhandeln", fügte Felbermayr hinzu.

 

Die günstigste Regelung für den Handel wäre das Modell Norwegen: Großbritannien bliebe im Europäischen Wirtschaftsraum (EWR). Wie Norwegen müsste auch Großbritannien etwas Geld in die Gemeinschaft einzahlen, hätte bei der Rechtssetzung der EU aber kein Mitspracherecht. Ifo 7

 

 

 

 

Fünf Jahre Fukushima: Deutsche Energiewende ist Pionierprojekt für nachhaltige Energieversorgung

 

Bürgermeister von Fukushima City sieht Deutschland als globales Zugpferd

 

Berlin – Die Energiewende in Deutschland sorgt international für wichtige Impulse auf dem Weg zu einer nachhaltigen Energieversorgung. Anlässlich des Jahrestages der am 11. März 2011 ausgebrochenen Reaktorkatastrophe von Fukushima sagte Kaoru Kobayashi, Bürgermeister japanischen Stadt  Fukushima City: „Ich wünsche mir, dass Deutschland die zahlreichen Herausforderungen der Energiewende meistern und als globales Zugpferd der Erneuerbaren Energien auch uns den Weg weisen wird.“

 

Die 280.000-Einwohner-Stadt liegt etwa 60 Kilometer nordöstlich der havarierten Reaktoren und nur wenige Kilometer außerhalb der radioaktiv verseuchten Sperrzone. Dekontaminationsarbeiten und Strahlungsmessungen gehören auch im Stadtgebiet zum Alltag. Der Unfall und seine Folgen seien der Anlass gewesen, die Energieversorgung von Fukushima City langfristig auf erneuerbare Basis umzubauen: „Als Stadt sind wir der Meinung, dass wir eine Gesellschaft schaffen müssen, die nicht auf die Atomkraft angewiesen ist“, betont Kobayashi.

Aus erster Hand lernen

Im Herbst 2015 waren Kobayashi und seine Mitarbeiter auf Deutschlandbesuch, um sich aus erster Hand über die Energiewende in deutschen Städten und Gemeinden zu informieren. In zahlreichen Gesprächen mit Kommunalpolitikern, Stadtplanern und Unternehmen erhielten sie Einblick in die Praxis der kommunalen Energiepolitik hierzulande. „Das in Deutschland erworbene Wissen wird uns in Fukushima City als Referenz bei unseren Bemühungen helfen, um Erneuerbare Energien und Energieeffizienz aktiv voranzutreiben“, so der Bürgermeister.

Philipp Vohrer, Geschäftsführer der Agentur für Erneuerbare Energien (AEE) pflichtet bei: „Fukushima erinnert uns daran, wofür wir die Energiewende betreiben: für eine sichere, nachhaltige und ökologische Energieversorgung. Indem wir unsere reichhaltigen Erfahrungen international teilen, leisten wir einen wertvollen Beitrag zur weltweiten Entwicklung dorthin.“

Exportschlager Energiewende

Zudem sind deutsche Energiewende-Technologien ein im Ausland gefragtes Gut. Nach Schätzungen des Deutschen Luft- und Raumfahrtzentrums (DLR) beliefen sich allein die Exporterlöse der Erneuerbaren-Energien-Branche im Jahr 2014 auf 8,6 Milliarden Euro. Die Branchenverbände der Windkraft-, Solarenergie- und Biogasindustrie beziffern ihren Exportanteil auf weit über 60 Prozent. Auch die deutschen Wärmepumpen- und Biodieselhersteller produzierten im vergangenen Jahr mehr als die Hälfte ihrer Produkte für die ausländischen Märkte. „Nach dem Klimagipfel von Paris stehen die Zeichen weltweit auf Erneuerbare Energien“, so Vohrer. „Eine erfolgreiche Energiewende in Deutschland hilft auch dem weltweiten Klimaschutz. Dieser Verantwortung sollten wir uns bewusst sein.“

Dip 9

 

 

 

 

Über Erziehungsfragen Integration fördern. Erziehungsprogramm hilft bei der Integration arabischer Familien

 

Freiburg - Das von der Arbeitsgemeinschaft für katholische Familienbildung (AKF) entwickelte Erziehungsprogramm "Kess-erziehen" findet immer neue Einsatzgebiete. Dank der Übersetzung des Elternhandbuches ins Arabische werden Familien mit arabischen Wurzeln zukünftig noch leichter angesprochen. Profitieren können davon auch viele der in Deutschland zu integrierenden Flüchtlinge. "Sicherlich stehen für geflüchtete Familien zunächst existenzielle Fragen im Mittelpunkt, dennoch lassen sich durch den Austausch über Erziehungsfragen schon frühzeitig die Werte unserer Gesellschaft transportieren und Integration erleichtern", sagt Christof Horst von der AKF in Bonn. Das arabische Elternhandbuch ist durch die Zusammenarbeit mit dem Caritas Baby Hospital in Bethlehem entstanden.

 

Im Caritas Baby Hospital werden Mütter schon seit über 30 Jahren während der stationären Aufenthalte der Kinder betreut. Mütterberaterinnen arbeiten mit den Frauen, um zukünftigen Erkrankungen der Kinder vorzubeugen und die Frauen zu stärken. Im Rahmen der Entwicklungszusammenarbeit bildete die AKF 2014 Kursleiterinnen im Caritas Baby Hospital aus. Der Elternkurs Kess-erziehen bietet praktische Anregungen für den Erziehungsalltag und fördert ein partnerschaftliches Verständnis. Das Programm stellt das Lebensgefühl der Familie in den Mittelpunkt. Kooperativ, ermutigend, sozial und situationsorientiert - diese Prinzipien bilden seit zwei Jahren auch in Bethlehem eine wichtige Grundlage zur Beratung der Mütter.

 

Mit dem Elternkurs Kess-erziehen lernen die Mütter im Caritas Baby Hospital eine Grundhaltung, die geprägt ist von Aufmerksamkeit und gegenseitiger Achtung. Die Rückmeldungen der Frauen auf die Kurse sind durchweg positiv. Sie berichten davon, wie das veränderte Verhalten den Familienalltag entlaste. "Auch Rückmeldungen aus palästinensischen Schulen bestätigen den Erfolg des Programmes", sagt Lina Rahel, Sozialarbeiterin im Caritas Baby Hospital. Aufgrund der großen Nachfrage übersetzte das Caritas Baby Hospital das zum Kurs gehörige Elternhandbuch ins Arabische.

 

Die Initiatoren des Erziehungsprogramms freuen sich über die Unterstützung aus Bethlehem, denn auch in Deutschland gewinnt die Arbeit mit arabisch-sprechenden Familien eine immer größere Bedeutung. Schon im vergangenen Jahr haben Kursleiterinnen aus dem Caritas Baby Hospital Workshops in Berlin auf Arabisch angeboten. Das nun übersetzte Elternhandbuch in arabischer Sprache ist zum Preis von 10 Euro beim Büro des AKF in Bonn zu beziehen. www.akf-bonn.de, dip 7

 

 

 

 

Migrationsexperte. Integration betrifft Flüchtlinge und Einheimische gleichermaßen

 

Das Thema Integration darf nach Überzeugung des Migrationsexperten Pott nicht nur auf Flüchtende verengt werden. Integration sei eine gesamtgesellschaftliche Aufgabe mit weitreichenden Folgen. Darauf müssten sich alle einstellen. VON Martina Schwager

 

Der Osnabrücker Migrationsexperte Andreas Pott hat davor gewarnt, beim Thema Integration den Blick zu verengen und sich nur auf die Flüchtlinge zu konzentrieren. „Die Integrationsprozesse schließen alle Menschen der deutschen Gesellschaft mit ein“, sagte Pott dem Evangelischen Pressedienst (epd). „Wir sollten nicht immer nur auf die jeweils Neuankommenden starren. Denn eine Migrationsgesellschaft verändert sich für alle, die in ihr leben.“

Auch die Einheimischen und die schon länger in Deutschland lebenden Migranten müssten sich unter den neuen Bedingungen am Arbeitsmarkt, in der Schule oder in der Familie neu orientieren. Die Gesellschaft werde in sprachlicher, kultureller und sozialer Hinsicht vielfältiger und komplexer, erläuterte der Direktor des Instituts für Migrationsforschung und interkulturelle Studien. Proteste von Pegida und anderen resultierten deshalb auch daher, dass manch einer diese Gesellschaft nicht mehr verstehe. „Viele fühlen sich nicht mehr integriert und nicht mehr mitgenommen in diese neue Migrationsgesellschaft.“

In vielen Regionen ändere sich nach den Worten Potts die Zusammensetzung der Bevölkerung deutlich. „In einigen Stadtvierteln besteht schon heute die Mehrheit aus Minderheiten.“ Der Anteil der Bevölkerung ohne familiäre Einwanderungsgeschichte liege dort unter 50 Prozent. Neben den Einheimischen entstehe aber keine neue Mehrheit, sondern es entstünden viele ethnische Minderheiten, erklärte der Professor für Sozialgeographie. In vielen Geburtskliniken, Kindergärten oder Grundschulen sei das jetzt schon deutlich sichtbar.

In naher Zukunft werde das in Deutschland für ganze Städte gelten, sowohl für Großstädte wie Stuttgart und Frankfurt als auch für kleinere Städte wie Sindelfingen. In Europa seien die niederländischen Städte Rotterdam und Amsterdam oder Genf in der Schweiz die ersten sogenannten „mehrheitlich Minderheitenstädte“. Auch diese Zusammenhänge müssten berücksichtigt werden beim Thema Integration, forderte Pott.

Der Migrationsexperte wies zudem darauf hin, dass Integrationsprozesse über mehrere Generationen verliefen und viel Geld kosteten. „Das ist kein einmaliger Kraftakt, sondern eine Daueraufgabe, die mit jeder Zuwanderung wieder aufs Neue beginnt.“ Frühe Investitionen zahlten sich jedoch später mehrfach aus.

Pott monierte, dass das Bildungssystem nicht gut auf die Integration von Flüchtlingen eingestellt sei. Es erlaube zu wenige Quereinstiege. Die Übergänge von der Schule in den Beruf müssten besser begleitet werden. Schulen und andere Bildungseinrichtungen bräuchten mehr entsprechend qualifiziertes Personal, das die Ressourcen der Zuwanderer erkennen und fördern könnte. „Deutschland ermöglicht zu wenig Aufsteigergeschichten. Wir sehen die Bringschuld zu sehr auf Seiten der Migranten. Damit verschenken wir ganz viel Potenzial.“

(epd/mig 8)

 

 

 

 

Von AfD bis Zuckerberg: Diese Personen, Themen und Unternehmen sehen Journalisten 2016 in den Medien

 

Flüchtlingskrise und Kampf gegen Terror als Schwerpunkte in Berichterstattung / Merkel und Putin werden nach Prognosen der Journalisten die mediale Agenda anführen / Ergebnisse des Recherchescout MEDIA DELPHI 2016

München (7. März 2016). Das Nachrichtengeschehen in Deutschland wird nach Ansicht der Medienmacher in diesem Jahr vor allem von der Flüchtlingskrise, dem Kampf gegen den Terror sowie der Pegida und AfD dominiert. Die medial wichtigsten Personen sind in diesem Jahr Bundeskanzlerin Angela Merkel, Facebook-Chef Marc Zuckerberg, Schauspieler Til Schweiger, Moderator Jan Böhmermann und Trainer Jogi Löw. Das ist das Ergebnis des MEDIA DELPHI 2016, einer von der Medienkontaktplattform Recherchescout durchgeführten Befragung von mehr als 300 Journalisten.

Neben den Top-3-Themen Flüchtlingskrise (84 Prozent), Terrorkampf (63 Prozent) und AfD & Co (60 Prozent) erwarten Medienmacher eine verstärkte Berichterstattung über den Wahlkampf in den USA (51 Prozent), die Entwicklung der EU (41 Prozent) und über die in einigen Bundesländern anstehenden Landtagswahlen (33 Prozent). Weniger medialen Niederschlag in Zeitung, Rundfunk und Internet finden sollen indes Themen wie China, Gesundheit oder Energie.

Wie das MEDIA DELPHI außerdem ergeben hat, wollen sich Journalisten in diesem Jahr verstärkt Gesellschafts- und Wertethemen zuwenden. Aus aktuellem Anlass werden ebenfalls die Fußball- EM sowie der ZIKA-Virus eine Rolle spielen.

Prognose: Trump wird für Schlagzeilen sorgen

Das politische Nachrichtengeschehen wird laut MEDIA DELHI  2016 von Bundeskanzlerin Angela Merkel bestimmt. Sie steht mit 85 Prozent an der Spitze (2015: 83 Prozent) und verweist Russlands Präsidenten Wladimir Putin auf Rang 2 mit 67 Prozent (2015: 84 Prozent). Platz 3 in der Rubrik Politik nimmt US-Präsidentschaftskandidat Donald Trump mit 45 Prozent ein. Wodurch er für Schlagzeilen sorgen wird, geht aus dem MEDIA DELPHI nicht hervor.

Mit dem Abgasskandal wird Volkswagen nach Auffassung der Journalisten in diesem Jahr medial an die Spitze fahren. Knapp 70 Prozent der Journalisten vertreten die Auffassung, dass das Unternehmen aus Wolfsburg 2016 die meiste Berichterstattung erfährt (2015: 14 Prozent). Auf viele Schlagzeilen gefasst machen kann sich laut MEDIA DELPHI auch die Deutsche Bank, die mit rund 57 Prozent auf Platz 2 der Agenda gewählt wurde. Google, 2015 mit 66 Prozent auf Platz 1 gerankt, wird 2016 von 54 Prozent auf Platz 3 gesehen, knapp vor Facebook mit 53 Prozent. „Das MEDIA-DELPHI zeigt, dass Nachrichten auch im Jahr 2016 aus Faktoren wie Relevanz, Konflikt, Skandal oder Kuriosität gemacht werden“, sagt Kai Oppel, Mitgründer der Plattform Recherchescout, auf der Journalisten im Zuge ihrer Recherche neue Ansprechpartner und Informationen finden können.

Chefs von Autobauern und IT-Firmen an medialer Spitze

Im Bereich Personen der Wirtschaft verteidigt Marc Zuckerberg seinen ersten Platz mit 71 Prozent. Platz 2 in der zu erwartenden Berichterstattung nimmt der neue VW-Chef Matthias Müller ein und folgt damit direkt auf seinen Vorgänger Martin Winterkorn, der im Vorjahr Platz 2 innehatte (44 Prozent). Platz 3, wie schon 2015, geht an Apple-Chef Tim Cook (34 Prozent), knapp gefolgt von  Amazon-Chef Bezos (33 Prozent), der sich von Rang 5 in 2015 auf Rang 4 verbesserte. Mercedes-Boss Dieter Zetsche, im Vorjahr auf Rang vier, liegt in diesem Jahr auf Platz 5 mit 29 Prozent.

Im Bereich Kultur werden laut DELPHI Zuschauer, Leser und Hörer in diesem Jahr besonders mit Schauspieler und Regisseur Til Schweiger konfrontiert. Über ihn, so meinen 69 Prozent der Journalisten, wird 2016 viel berichtet werden. Helene Fischer, im Vorjahr auf Platz 1, kann in diesem Jahr auf Platz 2 etwas durchatmen (54 Prozent). Ebenfalls viel Aufmerksamkeit widmen werden die Medien dem Schauspieler und frischgebackenem Oscargewinner Leonardo di Caprio, der ebenfalls mit 54 Prozent auf Platz 3 landet. Sängerin Adele kann sich gleichfalls auf Berichterstattung gefasst machen (50 Prozent).

Fußballer kicken sich in die Medien

Die bevorstehende Fußball-Europameisterschaft wird nach Ansicht der Journalisten einen Mann an die Spitze der medialen Aufmerksamkeitsskala bringen, der im vergangenen Jahr nicht in den Top 10 landete: Bundestrainer Joachim Löw (62 Prozent) lässt Vorjahres-Spitzenreiter Jürgen Klopp (41 Prozent) deutlich hinter sich. Sehr dicht auf den Coach des FC Liverpool folgt mit Thomas Müller (40 Prozent) ein Spieler des FC Bayern München, dessen Trainer Pep Guardiola (27 Prozent) – vermutlich infolge seines angekündigten Abschieds – nur knapp vor seinem Nachfolger Carlo Ancelotti (24 Prozent) liegt.

Mit seiner polarisierenden Mischung aus Satire, Journalismus, Kunst und Politik hat es Jan Böhmermann im Media-Delphi 2016 mit weitem Abstand auf Platz 1 im Bereich Medienmenschen geschafft. Wo Moderator Günter Jauch im Jahr 2015 noch mit 56 Prozent die Vorhersage anführte, thront in diesem Jahr mit 64 Prozent Jan Böhmermann. Kai Diekmann, in diesem Jahr nicht mehr Bild-Chefredakteur, verteidigt mit 45 Prozent seinen zweiten Platz. Oliver Welke kommt mit 34 Prozent auf Platz 3 im Ranking der zu erwartenden Berichterstattung. Medial dicht auf den Fersen sind ihm Frank Plasberg mit 33 Prozent und Springer Vorstand Mathias Döpfner (31 Prozent). Kai Oppel, Recherchescout 7

 

 

 

 

 

Studenten helfen Asylbewerber

 

„Ich möchte gut Deutsch lernen, um in die Schule zu gehen“

Deutschkurse für Flüchtlinge gibt es viele. Aber selten bieten Ehrenamtliche diesen Unterricht täglich an. Doch mehr als 40 Studierende der Universität Würzburg stehen abwechselnd montags bis freitags ab 8 Uhr im Keller der Hochschule und lehren.Von Daniel Staffen-Quandt

 

Die jungen Männer wuseln wild durcheinander, suchen sich alle schnell einen Sitzplatz im großen Stuhlkreis. Nur einer bleibt stehen. Für ihn ist kein Stuhl mehr frei, alle lachen – er am meisten. Dann schaut er auf das kleine Kärtchen in seiner rechten Hand und sagt: „Die Kiwi.“ Jetzt steht nur eine Handvoll junger Männer auf, wieder Gewusel, wieder die Jagd nach einem Sitzplatz. Die Gruppe spielt „Obstgarten“, eigentlich ein Spiel für Kindergeburtstage. Doch für die jungen Menschen aus Afghanistan, aus Syrien oder Libyen ist es der Auftakt zum täglichen Deutschkurs im Keller der Uni Würzburg. Gehalten wird er von über 40 Studierenden.

Lucy Nau ist eine der Studentinnen, die an diesem Morgen unterrichten. Weil derzeit vorlesungsfreie Zeit ist, sind weniger Studierende als Lehrer verfügbar – es stehen Prüfungen an, Elternbesuche, Urlaub. Daher hat Lucy Nau an diesem Tag zwei Gruppen mit jeweils fünf jungen Männern gleichzeitig zu unterrichten. Die Anfänger sollen sich mit den Uhrzeiten beschäftigen, die Fortgeschrittenen bekommen im Schnelldurchlauf noch einmal erklärt, wann man im Deutschen das Präsens verwendet. Nasim, 21 Jahre alt, besucht den Deutschkurs seit zwei Monaten. Zuvor konnte er kein Wort Deutsch, inzwischen kann er sich zumindest verständigen.

„Ich möchte gut Deutsch lernen, um in die Schule zu gehen“, sagt er. Seit Monaten lebt er in einer Notunterkunft für Flüchtlinge in Würzburg, dort herrscht keine Privatsphäre, er hat nichts zu tun, arbeiten darf er als Asylbewerber nicht, die Tage sind quälend lang. „Für viele ist unser Kurs eine willkommene Abwechslung, einmal am Tag aus der Unterkunft herauszukommen“, sagt Lucy Nau. Aber keiner komme, um sich dort die Zeit zu vertreiben: „Alle sind sehr fleißig, lernen und üben auch nach dem zweistündigen Unterricht weiter.“ Einige ihrer Schützlinge konnten die Studierende in Deutsch bereits fit genug für Regelschulen machen.

Entstanden ist die Idee für den Kurs aus einer Vorlesung von Stephan Ellinger heraus. Der Inhaber des Würzburger Lehrstuhls für Pädagogik bei Lernbeeinträchtigungen hatte im Sommer 2015 seine Studierenden gefragt, ob sie sich so einen ehrenamtlichen Einsatz vorstellen könnten. „Am Anfang waren es elf Lehramtsstudierende für Sonderpädagogik“, erinnert sich Ellinger. Zunächst lief alles als offizielle Lehrveranstaltung unter dem Titel „Unterricht für minderjährige Flüchtlinge“ – damals waren die Schüler tatsächlich allesamt Kinder und Jugendliche. Inzwischen wird der Kurs von Kindern, Männern und Frauen jeden Alters besucht.

Sprachkurse für Asylbewerber gibt es viele – beinahe überall, wo Geflüchtete untergebracht wurden. Meistens sind es Ehrenamtliche, die diese Aufgabe übernehmen. Und trotzdem ist der Würzburger Kurs der Studierenden etwas Besonderes, findet Ellinger: „Dieser Kurs findet ja nicht nur ein oder zwei Mal pro Woche statt, sondern täglich von 8 bis 10 Uhr.“ Studierende heute hätten einen eng getakteten Stundenplan, die Freizeit während der Vorlesungszeit sei knapp, aber auch jetzt in den Semesterferien wegen der Prüfungen: „Trotzdem findet der Kurs ununterbrochen statt. Das verdient wirklich große Anerkennung.“

Die Kursteilnehmer, an diesem Montag eine Frau und sonst nur Männer, üben in Kleingruppen unregelmäßige Verben, üben Uhrzeiten, Wochentage, Smalltalk, manche aber lernen mit Kindergartenmaterial zum ersten Mal in ihrem Leben ein Alphabet. Eine der Studentinnen müht sich mit Händen und Füßen ab, ihren Schülern den Unterschied zwischen den beiden Verben „stehen“ und „aufstehen“ zu vermitteln. Aber erst der Blick in ein kleines Taschenwörterbuch „Arabisch-Persisch“ beseitigt die ratlosen Blicke in der Runde. „Sie ist wirklich eine gute Lehrerin“, sagt der junge Abdolbaset aus Afghanistan: „Aber Deutsch ist so schwer.“ (epd/mig 8)

 

 

 

 

 

„Jeder Asylsuchende hat Anspruch auf ein individuelles, faires und unvoreingenommenes Verfahren“

 

Spitzentreffen zwischen den Kirchen und dem Bundesamt für Migration und Flüchtlinge (BAMF)

 

Heute haben sich Vertreter der katholischen und evangelischen Kirche zu einem Spitzengespräch mit dem Leiter des Bundesamtes für Migration und Flüchtlinge (BAMF), Frank-J. Weise, in Nürnberg getroffen. An dem Gespräch nahmen der Ratsvorsitzende der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD), Landesbischof Prof. Dr. Heinrich Bedford-Strohm, und der Sonderbeauftragte für Flüchtlingsfragen der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Dr. Stefan Heße (Hamburg), teil.

 

Das Bundesamt informierte die beiden Kirchenvertreter darüber, welche Maßnahmen derzeit zur Beschleunigung von Asylverfahren entwickelt und umgesetzt werden. Die Teilnehmer waren sich einig, dass jeder Asylantrag – auch im Interesse der betroffenen Menschen – möglichst zügig bearbeitet werden muss. Die Vertreter der beiden großen Kirchen betonten, dass die Beschleunigung von Asylverfahren nicht mit rechtsstaatlichen Einbußen einhergehen dürfe. „Jeder Asylsuchende hat Anspruch auf ein individuelles, faires und unvoreingenommenes Verfahren“, hob Erzbischof Heße hervor. Auch müsse sichergestellt werden, dass die nunmehr für bestimmte Personengruppen vorgesehenen beschleunigten Verfahren nicht auf besonders schutzbedürftige Asylsuchende angewandt werden. Für den Ratsvorsitzenden der EKD muss bei allen nachvollziehbaren Anstrengungen um praktikable Regelungen ein Kriterium weiter im Mittelpunkt stehen: „Die Bedürfnisse besonders schutzbedürftiger Flüchtlinge – wie etwa allein reisende Frauen, unbegleitete Minderjährige oder traumatisierte Personen – müssen in jedem Fall beachtet werden“, so Landesbischof Bedford-Strohm.

 

„Die Kirchen setzen sich außerdem gerade bei den beschleunigten Verfahren für eine Rechtsberatung ein“, ergänzte Erzbischof Heße. Das erhöhe die Chancen, dass Schutzbedürftige als solche erkannt werden, enorm. Letztlich sei das auch ein Beitrag zur Effektivität der Verfahren. Der Leiter des Bundesamtes erklärte, dass die faire individuelle Prüfung in der Praxis des Bundesamtes sichergestellt werde. Auch besonders Schutzbedürftige hätten einen Anspruch auf ein schnelles Verfahren.

 

Im Fokus des Gesprächs standen auch konkrete Auswirkungen der jüngsten Asylrechtsänderungen. „Die Einschränkung des Familiennachzugs für syrische Flüchtlinge war ein Schritt in die falsche Richtung. Ich bekomme selbst immer wieder Briefe mit Hilferufen zugeschickt. Viele Syrer hier in Deutschland machen sich große Sorgen um ihre Angehörigen zuhause, die jeden Tag Angst um Leib und Leben haben müssen.“ Große Bedeutung komme nun der beschlossenen Prüfung von Härtefällen zu, sagte der EKD-Ratsvorsitzende Bedford-Strohm. „Familiennachzug nicht zuzulassen, steht im krassen Widerspruch zu unserem gemeinsamen Bemühen um Integration.“ Zugleich wiederholten die beiden Kirchenvertreter ihre Kritik an der im Asylpaket II enthaltenen Einschränkung von Abschiebungshindernissen im Krankheitsfall. Erzbischof Heße stellte fest: „Bei der Umsetzung der neuen Regelung muss gewährleistet sein, dass den betroffenen Personen der Zugang zu einer adäquaten medizinischen Versorgung in ihrem Heimatland tatsächlich offensteht.“ Der Leiter des Bundesamtes betonte, dass das Bundesamt niemand sehenden Auges einer lebensbedrohlichen Gesundheitsverschlechterung aussetzen werde.

 

Die im Februar 2015 getroffene Vereinbarung zum Kirchenasyl wurde sowohl seitens des Bundesamts als auch der Kirchen positiv bewertet. Das Verfahren soll fortgesetzt werden. Demnach ist es Kirchengemeinden und Ordensgemeinschaften auch weiterhin möglich, im Rahmen des vereinbarten Verfahrens möglichst im Vorfeld von Kirchenasyl Einzelfälle, in denen besondere humanitäre Härten gesehen werden, zur erneuten Überprüfung vorzutragen. „Die zwischen dem Bundesamt und den Kirchen vereinbarten Kommunikationsstrukturen haben sich bewährt“, unterstrichen der Ratsvorsitzende und Erzbischof Heße. Dbk 11

 

 

 

 

NRW. Integrationsarbeit vor Ort profitiert vom neuen EU-Fonds EHAP

 

22 Projekte in NRW im Bereich Zuwanderung und Soziales

 

Nordrhein-Westfalen verfügt über ein ausgeprägtes Netz innovativer und leistungsfähiger Initiativen in den Themenfeldern Integration und Soziales. Über den neuen „Europäischen Hilfsfonds für die am stärksten benachteiligten Personen“, kurz EHAP, werden in diesen Bereichen in den nächsten drei Jahren in NRW 22 von bundesweit 88 Projekten gefördert. „Auch wenn die aktuelle Debatte sich verständlicherweise stark um Geflüchtete aus Kriegs- und Krisengebieten dreht, dürfen und werden wir andere Aufgaben nicht vernachlässigen. Der neue EU-Fonds ist eine willkommene Ergänzung für unsere Integrationsarbeit, beispielsweise, wenn es um Bürgerinnen und Bürger aus Südosteuropa geht“, sagte Integrationsminister Rainer Schmeltzer in Düsseldorf.

 

Ziel der neuen Förderung ist, die jeweiligen Kommunen besser zu unter-stützen bei der Integration von benachteiligten, neuzugewanderten Unionsbürgerinnen und -bürgern, deren Kindern sowie wohnungslosen und von Wohnungslosigkeit bedrohten Personen. Über den EHAP erhalten Kommunen wie etwa Duisburg und Dortmund Unterstützung dabei, zugewanderten Bürgerinnen und Bürgern aus anderen EU-Staaten bei der Orientierung zu helfen und Notlagen vorzubeugen. Die Mitarbeiterinnen und Mitarbeiter der geförderten Einrichtungen sollen die Menschen niedrigschwellig, beispielsweise auf öffentlichen Plätzen, oder in prekären Wohnverhältnissen aufsuchen und an bestehende hilfegebende Beratungsstellen vermitteln bzw. dorthin begleiten. Neuzugewanderte Kinder und deren Eltern sollen den Weg in Angebote zur Betreuung und Bildung, wie zum Beispiel Kindertagesstätten, finden. Eine wichtige Aufgabe in den Projekten ist die Vernetzungsarbeit vor Ort und die enge Kooperation mit bereits bestehenden Diensten - wie zum Beispiel Migrationsberatungsdiensten, Stadtteilprojekten insbesondere im Rahmen des Städtebauförderungsprogramms „Soziale Stadt“ sowie des Aufrufs „Starke Quartiere – starke Menschen“.

 

Hintergrund: Der EHAP ist ein neuer europäischer Hilfsfonds. Der EHAP in Deutschland hat ein Fördervolumen (EHAP-Mittel, Bundesmittel und Eigenanteil der Träger) von insgesamt 93 Millionen Euro. Die Förderquote von 85 Prozent seitens der EU stockt der Bund um weitere zehn Prozent auf, so dass der Eigenmittelanteil der jeweiligen Projektträger bei fünf Prozent liegt. In einer ersten Förderrunde fließen bis Ende 2018 rund 60 Millionen Euro. Die Projekte haben eine Laufzeit von maximal drei Jahren. Dip

 

 

 

 

 

Neue Zahlen. Rechte Gewalt nimmt drastisch zu

 

Seit Jahresbeginn gab es 26 Brandstiftungen in Asylheimen, im Schnitt häufiger als jeden dritten Tag. Der Hass Rechtsextremer auf andere zeigt sich einer neuen Statistik zufolge immer häufiger in Gewalt.

 

Der Hass Rechtsextremer mündet immer häufiger in Gewalt. Im Januar registrierten die Behörden einen drastischen Anstieg rechtsextrem motivierter Gewalttaten auf 158, wie aus einer am Mittwoch vom Bundesinnenministerium übermittelten Antwort an die Fraktionen von Union und SPD hervorgeht. Das ist mehr als eine Verdreifachung gegenüber dem Januar 2015. Auch die Gewalt gegen Flüchtlingsunterkünfte hält unvermindert an.

Laut der Statistik, die dem Evangelischen Pressedienst vorliegt, wurden im Januar 85 Menschen bei rechtsextremen Gewalttaten verletzt. Im Dezember lag die Zahl rechter Gewalttaten bei 75, im Januar 2015 bei 44. Als Gewalttaten zählen unter anderem Tötungsdelikte, Körperverletzungen sowie Brand- und Sprengstoffdelikte.

Anschläge auf Flüchtlingsheime

Aus weiteren Zahlen des Bundesinnenministeriums geht hervor, dass die Zahl der Anschläge auf Flüchtlingsunterkünfte weiter auf hohem Niveau bleibt. Bis Montag dieser Woche wurden 217 Straftaten registriert, davon 48 Gewaltdelikte und 78 Sachbeschädigungen. Insgesamt gab es 26 Brandstiftungen, zwei Vergehen gegen das Sprengstoffgesetz und in einem Fall eine Sprengstoffexplosion. Zuletzt hatte der Brand in einer geplanten Unterkunft im sächsischen Bautzen für Schlagzeilen gesorgt, bei dem Anwohner die Löscharbeiten störten und unverhohlen ihre Schadenfreude ausdrückten. Auch dort gehen die Behörden von Brandstiftung aus.

Überwiegend werden für die Anschläge aus diesem Jahr rechtsextreme Täter verantwortlich gemacht. In 15 Fällen könne eine politische Motivation nicht ausgeschlossen werden. 2015 registrierten die Behörden einen drastischen Anstieg der Angriffe auf Asylheime. 1.029 Fälle wurden gemeldet. Zum Vergleich: 2014 waren es 199, 2013 noch 69.

Deutlicher Anstieg

Nach der Statistik des Innenministeriums wurden im Januar insgesamt 1.892 politisch motivierte Straftaten gezählt, 1.278 davon rechtsextrem motiviert. Das ist ein leichter Anstieg gegenüber dem Vormonat, ein deutlicher aber gegenüber dem Vorjahresmonat. Im Januar 2015 wurden 1.564 politisch motivierte Straftaten gezählt, davon 849 rechtsextrem motiviert.

Die Zahl linksextrem motivierter Gewalttaten lag im Januar bei 316, davon waren 61 Gewalttaten. Gegenüber Januar 2015 ist das ein Rückgang. Damals registrierten die Behörden 466 Straftaten, davon 166 Gewalttaten. (epd/mig 10)

 

 

 

 

Internationaler Frauentag. Es bleibt noch viel zu tun

 

Die völlige Gleichstellung von Frauen in wirtschaftlicher, kultureller und sozialer Sicht: Das ist das Thema des Internationalen Frauentages. Und da ist auch in Deutschland noch einiges zu tun. Die Bundesregierung will die Gleichstellung vorantreiben.

 

Gleichstellung im Erwerbsleben, bessere Vereinbarkeit von Familie und Beruf, aber auch der Kampf gegen Diskriminierung und Gewalt gegen Frauen: Das sind einige der Punkte, die sich die Bundesregierung auf die Fahnen geschrieben hat.

Hilfetelefon "Gewalt gegen Frauen"

Pünktlich zum Internationalen Frauentag feiert das Hilfetelefon "Gewalt gegen Frauen" dreijährigen Geburtstag. Seit März 2013 informiert und berät das Hilfetelefon in 15 Sprachen. "Das ist einmalig und bietet auch vielen gewaltbetroffenen Frauen, die kein oder nur wenig Deutsch sprechen, einen

zentralen Zugang zu Beratung und Hilfe", sagte Elke Ferner, Staatssekretärin bei der Bundesministerin für Familie, Senioren, Frauen und Jugend.

Immer mehr Frauen nutzen dieses Angebot und brechen ihr Schweigen über Gewalt, die sie erfahren haben. Das zeigt der dritte Jahresbericht des Hilfetelefons "Gewalt gegen Frauen". Rund 55.000 Mal wurde das Hilfetelefon im Jahr 2015 kontaktiert – das sind rund elf Prozent mehr Kontakte als im Jahr zuvor.

Das Hilfetelefon ist rund um die Uhr kostenlos unter der Telefonnummer 08000 116 016 und online unter www.hilfetelefon.de über den Termin- und Sofort-Chat sowie per E-Mail erreichbar. Mehr als 60 qualifizierte Beraterinnen informieren und beraten gewaltbetroffene Frauen, Personen aus ihrem sozialen Umfeld und Fachkräfte – kostenlos, anonym, in 15 Sprachen sowie in Deutscher Gebärdensprache und in Leichter Sprache.

Frauenquote mit Signalwirkung

Seit Anfang dieses Jahres gilt eine gesetzliche Frauenquote. Börsennotierte und voll mitbestimmungspflichtige Unternehmen sind verpflichtet, für Aufsichtsratspositionen, die neu zu besetzen sind, eine Quote von mindestens 30 Prozent einzuhalten. So soll Frauen mehr Teilhabe an Führungspositionen in Wirtschaft und Verwaltung gesichert werden.

Zwar sind von dieser Regelung lediglich 101 Unternehmen in Deutschland betroffen, aber der eigentliche Nutzen liegt in der Signalwirkung, der von ihr ausgeht. "So selbstverständlich, wie Frauen heute wählen und gewählt werden können, so selbstverständlich werden zukünftig Frauen in Führungsetagen von Unternehmen und dem Öffentlichen Dienst mitbestimmen", hatte

Bundesfrauenministerin Manuela Schwesig im Bundestag zur Einführung der Frauenquote gesagt.

"Eine Frau kann alles werden, auch Wissenschaftlerin oder Kanzlerin. Aber auch heute ist die Gleichberechtigung von Frauen und Männern in allen Lebensbereichen immer noch nicht so selbstverständlich, dass Quoten und Gleichstellungsbeauftragte schon historische Erinnerungen sind", hatte Bundeskanzlerin Merkel 2011 anlässlich des 100. Jahrestages des Internationalen

Frauentages erklärt.

Der Ursprung des Weltfrauentages liegt im Jahr 1911. Damals hatte die Frauenrechtlerin Clara Zetkin den Anstoß zu einer der größten Kundgebungen von Frauen der damaligen Zeit gegeben. Eine Million Frauen gingen auf die Straße, um für ihre Rechte zu demonstrieren.

Entgeltgleichheitsgesetz in Planung

Ein weiteres Vorhaben der Bundesregierung ist mehr Lohngerechtigkeit. Nach wie vor verdienen Männer in Deutschland 22 Prozent mehr als Frauen. Zwei Drittel der Lohnunterschiede können so erklärt werden: Frauen wählen häufiger schlechter bezahlte Berufe, setzen mehr und länger für Kinder oder Familie aus und arbeiten häufiger Teilzeit.

Trotzdem bleibt eine nicht erklärbare Lohnlücke von sieben Prozent, wie das Statistische Bundesamt seit Jahren regelmäßig meldet. Das finden nicht nur Frauen ungerecht: Laut einer vom Bundesministerium für Familie, Senioren, Frauen und Jugend (BMFSFJ) in Auftrag gegebene Studie des Delta-Instituts für Sozial- und Ökologieforschung sprechen sich 80 Prozent der Frauen und Männer

zwischen 30 und 50 Jahren für eine konsequente Gleichstellung der Geschlechter im Beruf und im Privatleben aus.

Die Regierung plant daher ein Entgeltgleichheitsgesetz. "Die Studie zeigt, dass das Gesetz zur Lohngerechtigkeit richtig und notwendig ist", sagte Ralf Kleindiek, Staatssekretär im BMFSFJ. Mit dem Gesetz wolle das Ministerium Gehaltsstrukturen thematisieren und die Lohn-Ungleichheit sichtbar machen, die zwischen Frauen und Männern herrsche. Pib 8

 

 

 

 

„Nicht nur am 8. März: Endlich anpacken für Frauenrechte und Gleichstellung!"

 

Europapolitischer Einwurf von EBD-Präsident Dr. Rainer Wend 

 

Mit seiner Kritik an der "Gleichstellungspolitik der Trippelschritte" geht EBD-Präsident Dr. Rainer Wend in seinem Europapolitischen Einwurf zum Internationalen Frauentag die Verantwortlichen in Berlin und Brüssel gleichermaßen an. Obwohl die Europäische Union in Sachen Gleichstellung der Bundesregierung um einiges voraus ist und das Team Juncker das Thema zur Priorität erhoben hat, bleibt auch auf europäischer Ebene noch viel zu tun. "Alle Ebenen sind am Zuge, an der bestehenden Ungleichheit etwas zu ändern", fordert Wend in seiner Stellungnahme zur Gleichstellungspolitik, die auch Teil der Politischen Forderungen der EBD ist. Sein Rezept ist ganz pragmatisch: Einfach anfangen! "Warum packt nicht jeder und jede einfach dort an, wo es sich gerade anbietet?", fragt Wend. "Wir können unsere Gesellschaft nur voranbringen, wenn wir Chancengleichheit – nicht nur für Frauen! – herstellen und allen ermöglichen, mit ihren Interessen gehört zu werden! Wo ,Macho-Gesellschaften' hinführen können, sehen wir ja gerade mit Schrecken. Pluralismus, demokratisches Selbstverständnis und, ja, Minderheiten-Rechte (auch wenn die „Minderheit“ längst keine mehr ist) hängen in unserer freien Gesellschaft unmittelbar zusammen. Weder Deutschland, noch Europa können es sich leisten, hier auf die Bremse zu treten."

Der Europapolitische Einwurf des EBD-Präsidenten im Wortlaut: 

„Lieber gleichberechtigt als später!“ – Dieser Spruch, der sich übrigens im Twitterprofil unserer Mitgliedsorganisation Deutscher Juristinnenbund findet, gefällt mir gut. Nicht nur, weil er Wortwitz hat, sondern vor allem, weil er benennt, warum uns diese ganze zähe Gleichstellungsdebatte und die politischen Prozesse, die damit verbunden sind, so mühsam erscheinen: Er benennt eine Menge Ungeduld und das Gefühl: „Jetzt (ver)kämpfen wir uns schon so lange, und noch immer ist nicht viel geschafft.“

Mit wachsender Ungeduld und Gereiztheit verfolgen Frauen – und ja, auch Männer! – die Gleichstellungspolitik der Trippelschritte. Sie sehen zu, wie sich politische Ebenen ineinander verkeilen auf diversen Nebenkriegsschauplätzen – und wie die Akteure darüber das eigentliche Ziel aus den Augen verlieren.

Erst kürzlich bei der EBD-Analyse zur Gleichstellungspolitik konnten wir es wieder live erleben mit Vertreterinnen von EU-Kommission und Bundesregierung. Die Kritik flog hin und her, wahlweise gekleidet in Hüllen wie „Blockade“ oder „Verwässerung“. Natürlich hatten beide Seiten in manchen Punkten recht – aber bringt uns dieses „Blame Game“ zwischen nationaler und europäischer Ebene weiter? Entscheidend ist doch, Fortschritte zu machen oder wenigstens gemeinsam in dieselbe Richtung zu marschieren.

Fakt ist: Die EU – sowohl die Kommission, als auch das Parlament – ist in Sachen Gleichstellung weiter als die Bundesregierung. Das haben die Mitgliedsorganisationen der EBD schon letzten Sommer in ihren Politischen Forderungen festgestellt: „In vielen Fällen war und ist das europäische Recht dem nationalen voraus. Der Europäische Gerichtshof ermöglichte Frauen durch seine Rechtsprechung, sich Zugang zu bisher männerdominierten Berufen zu verschaffen, für gleiches Arbeitsentgelt zu streiten und gleiche Arbeitsbedingungen sowie Rechte zu erzwingen, die man ihnen national noch verweigerte. Die EU sollte diese Rolle freiwillig nicht aufgeben.“

Aber was hilft die Vorreiterrolle, wenn die Nationalstaaten nicht folgen? Die Antidiskriminierungsrichtlinie und die Frauenquote auf EU-Ebene werden von Berlin blockiert. Auch das Lohngefälle von 22 Prozent in Deutschland ist im Vergleich skandalös hoch. Andere Länder sind hier viel weiter.

Die Gleichstellungsstrategie der EU geht in die richtige Richtung. Sie will

* weibliche Erwerbstätigkeit und die wirtschaftliche Unabhängigkeit von Frauen und Männern fördern

* das geschlechtsspezifische Lohngefälle verringern

* (Alters-)Armut von Frauen bekämpfen

* Gleichstellung in Entscheidungsprozessen verwirklichen

* geschlechtsspezifische Gewalt bekämpfen und Opferschutz verstärken

* und die Stärkung der Frauenrechte auf der ganzen Welt erreichen.

Eine imposante Liste! Das ist tatsächlich nicht von heute auf morgen zu erreichen. Aber anders als in Berlin ist das Thema Gleichstellung eine der Prioritäten der Juncker-Administration. Ich frage mich allerdings: Warum ist das nicht stärker spürbar? Warum müssen 21 EU-Staaten (!) einen Brief an die zuständige Kommissarin Jourova schreiben und fordern, „die Gleichstellung der Frauen wieder eigenständig und sichtbarer zu kommunizieren“? Wenn Gleichstellung wirklich so weit oben auf der Prioritätenliste der Europäischen Kommission steht, warum wird dann überraschend doch kein Motto für das Europäische Jahr ausgerufen? Eigentlich hätte 2016 für den Einsatz gegen Gewalt an Frauen und Mädchen mobilisieren sollen, doch nun wird das Thema leider seitens der EU keine größere Bühne bekommen.

Nein, ich will nicht mit einsteigen in das „Blame Game“. Zumal mein „Blame“ Brüssel und Berlin gleichermaßen träfe. Weder Deutschland noch die EU haben es bisher geschafft, der „Istanbul Konvention“ des Europarates beizutreten, die Gewalt gegen Frauen und häusliche Gewalt bekämpft.

All das zeigt: Alle Ebenen sind am Zuge, das Mögliche zu tun, damit es endlich voran geht. Als Präsident – Entschuldigung, dass sich zum Frauentag ein Mann zu Wort meldet, aber auch das ist Gleichstellung! – des größten deutschen Netzwerks für Europa kann ich deshalb nur eines tun: Alle diejenigen, die, egal ob in Berlin oder Brüssel, an der nach wie vor bestehenden Ungleichheit etwas ändern können, zum Handeln auffordern! Wer etwas verändern kann, soll sich nicht hinter Formalien verschanzen und auch nicht warten, dass die andere Seite zuerst etwas anschiebt. Diesen Ansatz verfolgen übrigens die von der EBD mit dem Preis Frauen Europas ausgezeichneten Frauen in ihren Projekten seit Jahren.

Warum packt nicht jeder und jede einfach dort an, wo es sich gerade anbietet? Wir können unsere Gesellschaft nur voranbringen, wenn wir Chancengleichheit – nicht nur für Frauen! – herstellen und allen ermöglichen, mit ihren Interessen gehört zu werden! Wo „Macho-Gesellschaften“ hinführen können, sehen wir ja gerade mit Schrecken. Pluralismus, demokratisches Selbstverständnis und, ja, Minderheiten-Rechte (auch wenn die „Minderheit“ längst keine mehr ist) hängen in unserer freien Gesellschaft unmittelbar zusammen. Weder Deutschland, noch Europa können es sich leisten, hier auf die Bremse zu treten.

Eigentlich ist es doch ganz einfach, diesem „lieber gleichberechtigt als später“ näherzukommen! Ich packe es in einen bekannten Ratschlag Erich Kästners – sorry, noch ein Mann!: „Es gibt nichts Gutes. Außer man tut es.“ – Auch an den Tagen nach dem 8. März. Ebd 7

 

 

 

Studierende deutscher Hochschulen entdecken Erasmus+ für Auslandspraktika

 

Die Nationale Agentur für EU-Hochschulzusammenarbeit im DAAD zieht für das vergangene Erasmus+-Jahr eine positive Bilanz: im Hochschuljahr 2014/2015 wurden mehr als 42.000 Studierende und Hochschulangehörige aus Deutschland über Erasmus+ gefördert. Dabei handelt es sich insgesamt um eine Steigerung von fast 5 Prozent im Vergleich zum Vorjahreszeitraum.

Neben den Auslandsstudienaufenthalten fördert Erasmus+ auch Auslandspraktika. Fast 7.500 deutsche Studierende machten von dieser Möglichkeit Gebrauch – rund 18% mehr als im Vergleichsjahr 2013/2014. Die Praktikantinnen und Praktikanten im Erasmus+ Programm nutzten den Qualitätsrahmen des größten Förderprogramms seiner Art, um zwei bis zwölf Monate in einem Unternehmen, einer Institution oder einer Nichtregierungsorganisation zu arbeiten.

„Das große Interesse junger Menschen, für ein Praktikum ins Ausland zu gehen, weckt Hoffnung für Europa: Es zeigt, dass sie weltoffen und interessiert sind, und sich gut vorstellen können, in einem anderen europäischen Land zu arbeiten“, sagte Bundesbildungsministerin Johanna Wanka. „Die junge Generation sendet damit ein wichtiges Signal für den Zusammenhalt Europas“.

Ebenso profitieren immer mehr Hochschulmitarbeiter von den Erasmus+ Fördermöglichkeiten beispielsweise durch Weiterbildungsmaßnahmen im Ausland.

„Vor dem Hintergrund der aktuellen europäischen Herausforderungen sind Programme wie Erasmus+ dringender denn je. Wir brauchen Menschen, die in Europa und über die Grenzen Europas hinaus Verantwortung übernehmen können. Dazu müssen sie andere Länder, ihre Kulturen und Sprachen verstehen und gemeinsame Perspektiven jenseits nationaler Interessen entwickeln können“, so DAAD-Präsidentin Prof. Margret Wintermantel.

Immer mehr Studierende aus Deutschland absolvieren eine Phase ihrer akademischen Qualifizierung im Ausland. Mit Erasmus+ sind knapp 38.000 Studierende zwischen drei Monaten und einem Jahr in Europa unterwegs.

Wie in den vergangenen Jahren gehen Erasmus-Studierende deutscher Hochschulen besonders gern nach Spanien, Frankreich und Großbritannien. Bei Praktikanten ist Großbritannien das beliebteste Gastland, gefolgt von Spanien und Frankreich. Hochschuldozenten lehren am häufigsten in Frankreich, Spanien und Polen. Bei Fortbildungen für Mitarbeiter von Hochschulen stehen Großbritannien, Spanien und Finnland an der Spitze.

Hintergrund

Der Deutsche Akademische Austauschdienst (DAAD) ist seit 1987 Nationale Agentur für EU-Hochschulzusammenarbeit in Deutschland. Seit 2014 sind die Bildungsprogramme der Europäischen Union unter dem Namen Erasmus+ zusammengefasst. Im Bereich der Hochschulen fördert Erasmus+ die Auslandsmobilität von Studierenden und Praktikanten ebenso wie Auslandsaufenthalte von Hochschuldozenten und Hochschulmitarbeitern.  Daad 8

 

 

 

 

Leipziger Buchmesse. Flucht und Asyl im Mittelpunkt

 

Auch die Leipziger Buchmesse kommt an den Themen Flucht und Zuwanderung nicht vorbei. In Diskussionen und Lesungen erwartet die Besucher ein literarischer Blick auf aktuelle politische Fragen.

 

Die aktuellen politischen Themen Flucht, Asyl und Zuwanderung werden auch das Programm der diesjährigen Leipziger Buchmesse vom 17. bis 20. März bestimmen. Mit ihrem Europa-Schwerpunkt wolle die Messe „Haltung zeigen“, die Debatte aber auch ein Stück weit versachlichen und Fakten vermitteln, sagte Buchmessen-Direktor Oliver Zille. Er habe den Eindruck, dass das Thema zu häufig nur am Rand der Gesellschaft diskutiert werde, am linken ebenso wie am rechten.

Kuratiert wird der Schwerpunkt mit dem Titel „Europa21. Denk-Raum für die Gesellschaft von morgen“ von der mit dem Alfred-Kerr-Preis 2014 ausgezeichneten Literaturkritikerin Insa Wilke. Der Blick auf Europa solle zeigen, dass Fragen nicht national beantwortet werden könnten, sagte sie. Jeder habe die „Möglichkeit und auch den Zwang“, sich zu dem Thema zu verhalten und sich an der Diskussion zu beteiligen, „in welcher Gesellschaft und in welchem Europa wir leben wollen“.

Viele Autoren aus anderen Staaten Europas, aber auch aus dem arabischen Raum haben sich zu Lesungen und Diskussionen angekündigt. Im „Café Europa“ sind sechs Debatten mit internationalen Intellektuellen geplant, die etwa darüber sprechen wollen, wie die Zukunft Europas gestaltet werden kann. Zu einem Austausch über die Hintergründe des Syrien-Krieges wird der syrische Philosoph Sadik al-Azm erwartet.

Laut Zille haben etliche Verlage schon vor Monaten gegenüber der Leipziger Buchmesse signalisiert, dass Flucht und Asyl in ihren neuesten Werken eine große Rolle spielen. Dem Direktor zufolge will die Messe mit ihrem eigenen Programm den Veranstaltungen der Verlage ein Dach bieten und daher auf einen eigenen Länderschwerpunkt verzichten. Es werde zudem darüber nachgedacht, den Themen Flucht, Zuwanderung und Integration auch in den kommenden Jahren einen eigenen Platz auf der Leipziger Buchmesse zu geben, sagte der Direktor.

Zum Frühjahrstreff der deutschen Literaturbranche werden rund 2.000 Aussteller in Leipzig erwartet, etwas weniger als 2015. Insgesamt zeige sich die Messe stabil, sagte Zille. Der Buchmarkt sei wegen der digitalen Revolution jedoch enorm in Bewegung. Die Messe bietet Zille zufolge erstmals Start-Ups einen eigenen Bereich. In dem sogenannten „Neuland 2.0“-Dorf sollen sie ihre Ideen für die Buch- und Medienbranche präsentierten.

An den Messetagen werden außerdem etliche Auszeichnungen verliehen, darunter auch der insgesamt mit 60.000 Euro dotierte Preis der Leipziger Buchmesse. Seit zwei Jahren findet zur Buchmesse auch eine „Manga Comic Convention“ in einer eigenen Halle statt, außerdem präsentiert sich wie üblich die Leipziger Antiquariatsmesse. 2015 wurden auf dem Messegelände insgesamt 186.000 Besucher begrüßt.

Parallel zur Leipziger Buchmesse findet das Literaturfest „Leipzig liest!“ statt, das in diesem Jahr sein 25. Jubiläum feiert. Am Donnerstag wurde das rund 3.200 Veranstaltungen umfassende Programm für das Lesefest veröffentlicht. Auch „Leipzig liest!“ widmet sich in vielen Veranstaltungen den Themen Asyl und Integration. Unter anderem melden sich Sachbuchautoren zu Wort, die sich mit den bisherigen Erfahrungen der Integration in Deutschland befasst haben. (epd/mig 11)

 

 

 

 

Rechtsfragen zu Alkohol am Steuer

 

Bier, Wein, Schnaps und Straßenverkehr passen nicht zusammen. Die ADAC Juristen beantworten Fragen zu den rechtlichen Folgen des Fahrens unter Alkoholeinfluss.

 

Ab 0,5 Promille werden 500 Euro Bußgeld fällig, ein Monat Fahrverbot verhängt und zwei Punkte in Flensburg eingetragen. Detaillierte Informationen zu Promillegrenzen finden Sie auf www.adac.de/alkohol. 

 

In der für Mitglieder kostenlosen Rechtsberatung des ADAC stellen Autofahrer häufig diese Fragen:

 

"Ich habe mit 1,3 Promille mit meinem Auto einen Unfall gebaut, wer zahlt den Schaden?"

Ihre Kfz-Haftpflicht kommt für den Schaden des Unfallgegners in voller Höhe auf. Aber die Versicherung nimmt Sie dafür in Regress. Das heißt: Sie holt sich bis zu 5000 Euro von Ihnen zurück. Und auf dem Schaden für Ihr eigenes Auto bleiben Sie in jedem Fall sitzen – da hilft auch eine Vollkasko-Versicherung nichts.

 

"Ich bin als Fahranfänger noch in der Probezeit und mit 0,2 Promille erwischt worden. Was passiert jetzt?"

Zunächst einmal verlängert sich die Probezeit für Ihre Fahrerlaubnis von zwei auf vier Jahre. Und Sie müssen ein spezielles Aufbauseminar bei einem Verkehrspsychologen besuchen. Dazu kommen 250 Euro Geldbuße und ein Punkt im Fahreignungsregister in Flensburg.

 

"Ich bin zum zweiten Mal mit 0,5 Promille von der Polizei angehalten worden. Was droht mir?"

Wenn Ihr erster Verstoß zum Zeitpunkt der zweiten Alkoholfahrt noch nicht in Flensburg getilgt war, müssen Sie sich auf eine Geldbuße in Höhe von 1000 Euro und ein dreimonatiges Fahrverbot einstellen. Außerdem wird Ihr Konto mit weiteren zwei Punkten belastet. Schlimmer noch: Sie müssen auch zur medizinisch-psychologischen Untersuchung (MPU).

 

"Wann und wie bereite ich mich am besten auf eine MPU vor?" 

Warten Sie nicht bis zum Ende der Sperrfrist mit der Vorbereitung auf die MPU, sondern fangen Sie schnell damit an. Fallen Sie nicht auf windige Geschäftemacher rein, sondern wenden Sie sich an einen Verkehrspsychologen. Wer gut vorbereitet ist, hat gute Chancen, die MPU im ersten Anlauf zu schaffen.

 

"Muss ich bis zur MPU komplett auf Alkohol verzichten?"

Nicht jeder, der zur MPU muss, braucht den Nachweis, dass er abstinent, also völlig ohne Alkohol, lebt. Klären Sie gemeinsam mit einem Verkehrspsychologen, ob Sie einen solchen Nachweis erbringen müssen, um die MPU zu bestehen.

 

"Gestern Abend bin ich auf dem Fahrrad mit 1,6 Promille gestoppt worden. Muss ich auch als Radfahrer zur MPU?"

Egal, ob Sie schwankend gefahren sind oder nicht: Jeder Fahrzeugführer, der mit 1,6 Promille erwischt wird, begeht eine Straftat. Neben einer Geldstrafe von 20 bis 30 Tagessätzen und zwei Punkten müssen Sie zur MPU. Wer durchfällt, verliert den Führerschein. Adac 10