WEBGIORNALE   9-15  maggio   2016

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Il Parlamento Europeo discute la riforma delle norme sul diritto d’asilo, Schengen e la tratta di esseri umani 1

2.       Angela Merkel incontra Matteo Renzi «No nazionalismi, Shengen va difeso». In disaccordo sugli eurobond  1

3.       Festa dell'Europa, Boldrini: "Costruzione muri minaccia il suo futuro"  1

4.       Tenuta a Roma la prima assemblea congressuale del Forum delle Associazioni Italiane nel Mondo  2

5.       Rodolfo Ricci (FIEI/Filef) sul Congresso fondativo del FAIM, il Forum delle Associazioni Italiane nel Mondo  3

6.       Migranti, Renzi con Merkel: "Vienna fuori dalla storia". Cancelliera: "No a confini chiusi"  4

7.       Il destino dell’Europa in 30 giorni 4

8.       Mogherini: “Basta schizofrenia. Gli Stati devono seguire l’Europa”  4

9.       Cir: “Inadeguate le proposte della Commissione Europea sulla riforma del sistema Dublino”  5

10.   Unna. “Il Migration Compact può rappresentare un contributo sostanziale nel risolvere le questioni migratorie"  5

11.   Paesi ricchi, Paesi poveri. Un progetto sui migranti per le nostre società spaventate  5

12.   Europa. Brexit, se ci lasciamo  6

13.   Migranti, Berlino: «Controlli alle frontiere per altri sei mesi». Destra radicale a congresso: scontri. 6

14.   Germania: "Sta all'Italia evitare blocco Brennero". Spiegel: Ue vuole detenzione dei migranti in Libia  7

15.   Brennero. Angelino Alfano incontra l'omologo austriaco Wolfgang Sobotka  7

16.   Profughi, rappresentante Unhcr: "Preoccupati ma non facciamo ipotesi catastrofiste"  8

17.   Nasce ad Amburgo l’Associazione 'Italienischer Treffpunkt in Deutschland' 8

18.   A Francoforte simposio delle voci d’Europa  8

19.   Trasferirsi a Berlino: l’assistenza sanitaria  9

20.   È nato il Circolo PD di Karlsruhe  9

21.   Il Ministro Giannini e il Ministro Federale dell’Istruzione e della Ricerca della Germania Johanna Wanka (BMBF) a Villa Vigoni 9

22.   Tony Mazaro (Stoccarda) consegna a Mattarella documentazione della visita di Piersanti ai siciliani in Germania  10

23.   "La cospirazione delle colombe" di Vincenzo Latronico presentato all'IIC di Amburgo  10

24.   Berlino. “Solo insieme, magistratura e politica possono battere la corruzione”  10

25.   Lo spettacolo "Terra Mia" con Scigliano e Impastato nella M.C.I di Hannover 10

26.   I recenti temi di Radio Colonia  10

27.   Forum delle Associazioni degli Italiani nel Mondo. Intervento di Mario Zoratto (Ctim): Volontà e impegno di partecipazione  11

28.   Il capo della Bundesbank: “Padoan è ottimista. Dall’Italia spesso violazioni del Patto europeo”  11

29.   Deutsche Bank: banca a rischio sistema  12

30.   Germania-Romagna, ritorno di fiamma: due treni a settimana per portare i tedeschi in Riviera  12

31.   La Germania toglie il segreto di Stato sulla città-lager nel Cile di Pinochet 12

32.   No della Germania al vertice Ue, la Grecia torna con le spalle al muro  13

33.   Bulgaria: con quad e machete a caccia di migranti. Milizie irregolari pattugliano i confini 13

34.   Prosegue l’indagine conoscitiva sulla diffusione della lingua e cultura italiana nel mondo  14

35.   Accordo Ue-Turchia. Migranti, quei minori ai confini d’Europa  14

36.   Gentiloni: “Brennero, no a decisioni unilaterali dell’Austria. Serve cooperazione nella crisi dei profughi”  15

37.   Spagna. Fumata nera, Madrid torna alle urne  15

38.   Tra migranti e Grecia, Ue alle prese coi soliti nodi 16

39.   Violenta disputa tra politici e giudici 16

40.   “Immigrazione diffusa”, la risposta italiana alle banlieue  16

41.   Credibilità  17

42.   Parliamo un po’ della Giustizia italiana. La Giustizia dei paradossi. 17

43.   Gentiloni: Promozione della conoscenza e della internazionalizzazione della cultura italiana sono priorità della nostra politica estera  18

44.   Torino, l'esodo dei migranti siriani diventa un videogame: vince chi salva tutta la famiglia  18

45.   Gottardo. Galleria di base, il 1° giugno si conclude il conto alla rovescia  18

46.   Regione Sardegna, approvati dalla Consulta per l’emigrazione i Piani annuale e triennale  18

47.   Politica limitata  19

48.   Chernobyl 30 anni dopo, cerimonie in memoria delle vittime  19

49.   Il PD di Berlino scrive a Renzi: avviare un dibattito sul TTIP  19

50.   Pensione anticipata: anche le lavoratrici italiane all’estero possono usufruire della ”opzione donna”  20

51.   Trasporti, competitività, formazione: accordo tra Friuli Venezia Giulia e Baviera  20

52.   La crisi economica persiste  20

53.   Boeri: "Sistema vitalizi parlamentari è insostenibile"  21

54.   L’emigrazione italiana e la Ciociaria  21

55.   Lanciato il primo Comitato per il sì all’estero. “Anche dall'Europa un forte sì alla riforma costituzionale”  21

56.   Comunali a Roma. Bertolaso si ritira. Forza Italia sostiene Marchini 21

57.   Voto all’estero, presentata da Gianni Farina (Pd) proposta di riforma della legge n. 459. “Dodici collegi uninominali e scrutinio nei Consolati”  22

58.   Voto all’estero. La valutazione di Di Biagio (AP) circa la proposta di Farina  22

59.   Facciamo il punto  22

60.   L'amore eterno? Per la scienza esiste e va oltre la morte  23

61.   Forum delle Associazioni all’Estero. Approvati dall’Assemblea l’atto costitutivo, lo statuto e le linee programmatiche  23

62.   Sicilia Mondo celebra con l’intera struttura la XX Edizione della Giornata del Siciliano nel Mondo  23

63.   Informazioni ai titolari all’estero di una pensione Inps. La certificazione dell’esistenza in vita  23

64.   Interventi per i lucani nel mondo, sì del Consiglio regionale ai Piani annuale e triennale 2016/2018  23

 

 

1.       Gespräch mit Martin Schulz, Präsident des EU-Parlaments. Karlspreis an Franziskus, einen „großen Europäer“  24

2.       Premio Enit 2016. Welche sind die besten Beiträge über das Reiseland Italien?  24

3.       Über 350 Zeitungen und Zeitschriften erscheinen in Italien auf Deutsch  24

4.       EU-Kommission. Grenzkontrollen sollen bis November andauern  25

5.       EU-Projekttag an Schulen. Vorurteile gegenüber Europa abbauen  25

6.       Solidarität, kein Paternalismus  25

7.       Flüchtlinge: EU und Türkei einig über Umsiedelung von Syrern  26

8.       Win-win statt lose-lose. Wie eine gerechte Handelspolitik mehr Menschen zu Gewinnern macht. 26

9.       Nahles-Plan. EU-Bürger sollen fünf Jahre von Hartz IV ausgeschlossen bleiben  27

10.   Frankfurt. Montini geht. ENIT unter neuer Leitung  27

11.   Das Ende der Laissez-faire-Migration. Italiens Vorschläge zum Management der Migrationsströme sind bedenkenswert. 27

12.   Österreich schottet sich gegen Flüchtlinge ab  27

13.   Wie man im Nahen Osten alles nur schlimmer macht. Und wie es zu verhindern wäre. Eine Handreichung. 28

14.   Das Klima-Dilemma der EU  28

15.   „Pressefreiheit: Die Lage ist viel schlimmer“  29

16.   Islam und Deutschland. Bei den Muslimen geht der Staat einen Sonderweg  30

17.   Das Gespenst Hybrider Krieg  30

18.   Ungleichheit. Das deutsche Rentensystem ist nicht einwandererfreundlich  31

19.   In geregelten Bahnen. Was die Kritiker der österreichischen Flüchtlingspolitik verkennen. 31

20.   Streit um Integrationskosten. Bund und Länder beschließen Konzept zur Eingliederung von Flüchtlingen  32

21.   Zu spät, zu lang, zu kompliziert 32

22.   Bund finanziert Sprachförderung. Zuwanderer lernen Deutsch für den Beruf 33

23.   DGB. Konkret sind im Integrationsgesetz nur die Sanktionen  33

24.   Im Flüchtlings- und Satire-Stress  33

25.   Mit oder ohne Job. Armutsrisiko bei Einwanderern viel höher 34

26.   Studie. Einwanderung von Flüchtlinge schafft Beschäftigung  34

27.   DAAD ermöglicht syrischen Flüchtlingen in der Türkei und im Nahen Osten ein Studium in der Region  34

28.   Deutsche sagen zögerlich „Ja“ zum Islam   34

29.   Was ist neu? Neuregelungen zum April/Mai 2016  35

30.   Statistik. Bildung entscheidend für Integration  35

31.   Aktuelle Rechtslage erleichtert EU-Bürgern, deutsche Sozialkassen abzukassieren  35

32.   Studie. Integration von Flüchtlingen kann Milliarden einbringen  36

33.   30 Jahre Villa Vigoni 36

34.   Umfrage. Kommunen sehen vor allem Chancen in Flüchtlingszuwanderung  36

35.   „Performing Architecture“ auf der Biennale in Venedig  36

36.   Interview. Gregor Gysi: „Wir brauchen einen neuen Beruf, den Beruf des Integrationslehrers“  37

37.   Flüchtlinge auf dem Weg an die Hochschule unterstützen  37

38.   Das Projekt trägt „Today we make tomorrow through yesterday – Vom Massaker in Marzabotto bis zum Aufbau der Europäischen Union“  38

39.   Buchtipp zum Wochenende. Der Zaun: Wo Europa an seine Grenzen stößt 38

40.   Podiumsdiskussion in Bonn: Rechtsruck in Deutschland?  38

 


 

 

Il Parlamento Europeo discute la riforma delle norme sul diritto d’asilo, Schengen e la tratta di esseri umani

 

La proposta presentata dalla Commissione il 4 maggio per rivedere le norme di Dublino, che determinano quale Stato dell'Unione è responsabile del trattamento di una domanda di asilo, sarà discussa dal Parlamento e dalla Commissione mercoledì pomeriggio 11 maggio durante la sessione plenaria a Strasburgo.

In una risoluzione votata in aprile, i deputati si sono espressi a favore della sostituzione dei criteri validi per il Paese di primo arrivo con uno schema comune che assicuri agli Stati membri una giusta suddivisione dei richiedenti asilo.

In difesa di Schengen: il dibattito in plenaria

Il Parlamento, il Consiglio e la Commissione discuteranno anche come ripristinare il completo funzionamento dell'area di libero transito di Schengen. Il dibattito si rende necessario a seguito della decisione di alcuni Stati membri che costituiscono il cuore della zona Schengen di reintrodurre controlli alle frontiere o di chiudere temporaneamente i propri confini, in risposta all'arrivo nell'UE di un numero crescente di migranti e richiedenti asilo.

Un gruppo di Stati membri (Austria, Germania, Francia, Belgio, Danimarca e Svezia) ha recentemente comunicato alla Commissione la propria volontà di prolungare i controlli temporanei alle frontiere interne per ulteriori sei mesi. La Commissione ha deciso, mercoledì 4 maggio, di proporre al Consiglio di prolungare tali "controlli proporzionati" alle frontiere interne in Germania, Austria, Svezia, Danimarca e Norvegia (non uno stato membro dell'UE, ma parte dello spazio Schengen) per un periodo massimo di sei mesi (che possono essere ulteriormente rinnovati per un periodo massimo di due anni e per non più di tre volte).

Nuove norme per attirare nell'UE studenti, ricercatori e tirocinanti non comunitari

Sono pronte per il voto finale le nuove norme per attrarre nell'Unione europea studenti, ricercatori e tirocinanti da Paesi terzi e migliorare le condizioni per i ragazzi "au pair".

Le nuove norme, che dovrebbero essere approvate sempre mercoledì 11 maggio, renderanno più semplice e attrattivo per gli studenti e i ricercatori provenienti da Paesi terzi studiare o fare ricerca nelle università dell'Unione europea. Il nuovo regolamento, concordato in via informale dal Parlamento e dal Consiglio lo scorso novembre, contiene inoltre disposizioni volte a chiarire e a migliorare le condizioni per i tirocinanti, i volontari, gli alunni e i ragazzi alla pari extra-UE e a facilitare gli scambi culturali.

Traffico di esseri umani: necessarie misure specifiche per proteggere le donne

Nel progetto di risoluzione che sarà votato giovedì 12 aprile, i deputati affermano che gli Stati membri dovrebbero impegnarsi maggiormente per proteggere le vittime della tratta di esseri umani, soprattutto le donne, e adottare misure di prevenzione, di assistenza e di supporto specifiche di genere per aiutarle. Il testo sottolinea che la legislazione UE per proteggere le vittime della tratta non è applicata in maniera corretta.

La risoluzione redatta da Catherine Bearder (ALDE, UK) ricorda che le donne e i bambini sono particolarmente vulnerabili per diventare le vittime delle bande per la tratta di esseri umani. I bambini devono essere registrati al loro arrivo e inclusi nei sistemi di protezione. Secondo Europol, nel 2015 circa 10.000 minori non accompagnati sono scomparsi dal loro arrivo in Europa.

Tra il 2010 e il 2012 nell'UE si sono registrate oltre 30.000 vittime di tratta di esseri umani, di cui l'80% sono donne. I bambini costituiscono circa il 16% delle vittime registrate e le ragazze il 13%. Le donne e le ragazze insieme costituiscono fino al 95% di vittime della tratta a scopo di sfruttamento sessuale, mentre la maggior parte delle vittime registrate per sfruttamento a fini lavorativi è di sesso maschile (71%).

Il 70% delle vittime identificate e il 70% dei sospetti trafficanti nell'UE sono cittadini comunitari e le vittime più segnalate per sfruttamento sessuale sono cittadini comunitari di sesso femminile provenienti dall'Europa centrale e orientale. Secondo l'OIL, l'utile della tratta di esseri umani è stimato a circa 150 miliardi di dollari all'anno. Pe/de.it.press 8

 

 

 

 

Angela Merkel incontra Matteo Renzi «No nazionalismi, Shengen va difeso». In disaccordo sugli eurobond

 

Dopo la colazione a base di ravioli e branzino con asparagi la Cancelliera tedesca e il premier hanno discusso di confini europei, della posizione «anacronistica degli amici austriaci» e del prossimo bilaterale che «si farà a Maranello» - di Marco Galluzzo

 

Matteo Renzi: «L’Europa ha di fronte il rischio della sindrome dei Maya, espressione che Angela ha citato per la prima volta con me ad una cena l’anno scorso a Milano, per l’Expo e che io condivido pienamente. Bisogna recuperare lo spirito di Altiero Spinelli». Angela Merkel: «Sono d’accordo con Matteo, l’Europa si trova in posizione molto fragile, ma dobbiamo gestire insieme il futuro, sono contenta che l’anno prossimo l’Italia abbia presidenza G7. L’Europa deve dimostrare che è una forza valida nel mondo, abbiamo fatto molti progressi nel difendere la nostra valuta, dobbiamo difendere le nostre frontiere esterne senza cadere nel nazionalismo, senza perdere la libertà di circolazione, una sfida che riguarda tutti e il futuro della Ue».

«Bilaterale a Maranello»

Al termine della colazione di lavoro fra i due capi di governo, a Palazzo Chigi, Renzi e la Merkel condividono un punto su tutti: la Ue si trova ad un bivio, ad un punto di svolta, bisogna ridefinire il suo futuro attraverso una programmazione che finora non c’è stata. La Cancelliera ripete più volte di essere d’accordo con Roma sul metodo, sulla necessità di un approccio comune a molti dossier, a cominciare da quello dei migranti: «Abbiamo parlato intensamente della rotta libica, delle missioni europee in corso, quello delle migrazioni e delle frontiere è un problema di tutti, abbiamo posizioni diverse su come finanziare un programma omogeneo sulle migrazioni, ma siamo d’accordo su molte delle proposte dell’Italia, i confini di tutti sono confini europei». La differenza di visione sui finanziamenti ad un programma comune sui migranti viene sottolineata anche da Renzi, ma in qualche modo declassata a questione marginale: «Noi siamo favorevoli agli eurobond, loro no, ma l’importante è avere un obiettivo comune». Poi, i due leader annunciano che il vertice bilaterale tra Germania e Italia, che l’anno scorso non si è tenuto, quest’anno si terrà a Maranello, nel luogo simbolo dell’importanza di scommettere sull’automotive e sull’innovazione.

«Austriaci anacronistici»

Poi si scende nel dettaglio della polemica fra Austria e Italia sul Brennero: «Angela conosce quanto noi, persino meglio di noi, perché lì fa le vacanze, il Sud Tirolo, è una zona che si sente profondamente europea, ma quella posizione è sbagliata, contro la logica e contro la storia - dice Renzi -. Credo che sia un dovere di tutti che la scommessa sull’immigrazione funzioni, dunque siamo impegnati perché funzioni l’accordo con la Turchia, anzi che sia implementato e incoraggiato, c’è una forte convergenza con la Germania perché l’approccio sia carico di rapporti umani e nel contempo capace di offrire una proposta politica europea, seria, di lungo periodo e credibile. Sull’Austria abbiamo esternato il nostro netto dissenso e anche la nostra opposizione verso alcune posizioni fuori dalla storia, anacronistiche e sbagliate sul Brennero dei nostri amici austriaci e soprattutto conseguenti a una situazione in cui non c’è un’emergenza». Una posizione in apparenza condivisa dalla Cancelliera: «Serve lealtà, le frontiere non si chiudono»

 La Merkel loda l’Italia sulle riforme

La Merkel loda poi le riforme del presidente del Consiglio, cita esplicitamente quella costituzionale e il Jobs Act, mentre Renzi rimarca le connessioni fra le due economie, «quando noi consumiamo loro producono di più, non esiste una partita Italia contro Germania, è il contrario e oggi il nostro mercato del lavoro è anche più flessibile di quello tedesco, l’Italia è tornata». Poi si torna sul dossier migranti. La Merkel si dice d’accordo con Renzi sul fatto che occorre una strategia comune per l’Africa: «Abbiamo presentato un migration compact - sottolinea il presidente del Consiglio - se vogliamo risolvere il problema per i prossimi anni è fare un investimento di lungo periodo, sulla cooperazione e sugli aiuti allo sviluppo e su questo siamo perfettamente d’accordo, e l’Europa deve prendere la leadership di questa operazione».  CdS 5

 

 

 

 

Festa dell'Europa, Boldrini: "Costruzione muri minaccia il suo futuro"

 

La presidente della Camera interviene in Aula davanti a 800 giovani: "Progetto in crisi profonda serve nuovo slancio. Non dare per scontati benefici". Giannini: "Identità, non solo rigore, flessibilità, numeri"

 

L'Europa sta vivendo "una fase in cui viene messo in discussione il futuro dell'Europa stessa". La presidente della Camera, Laura Boldrini, è intervenuta così in Aula alla Camera in occasione di 'Montecitorio a porte aperte' dedicato oggi alla Festa dell'Europa. "Come non vedere - ha sottolineato - che il progetto europeo è a rischio? Come non considerare minacce all'essenza dell'Europa stessa la costruzione di barriere ai nostri confini interni che negano uno dei nostri pilastri: la libera circolazione di merci e uomini all'interno dell'area Schengen? Come non vedere che il progetto Ue è a rischio se all'interno di alcuni paesi vengono violati lo stato di diritto e i diritti fondamentali? Come non rendersi conto che le ricorrenti minacce di espulsione della Grecia danneggia tutti noi e come non temere l'uscita di uno Stato membro come il Regno Unito?".

 

Il lavoro. Rivolgendosi ai circa 800 giovani presenti in Aula con la ministra dell'Istruzione, Stefania Giannini, la presidente della Camera ha affrontato il problema della disoccupazione. "L'attuale assetto dell'Unione - ha detto - si sta dimostrando inadeguato rispetto alle grandi sfide globali, ma anche alle aspettative dei nostri cittadini, perchè non riesce a promuovere crescita e lavoro, rischiando di far crescere una generazione perduta di giovani europei".

 

I vantaggi. Parlando ancora ai ragazzi, Boldrini ha voluto ricordare loro i vantaggi di cui godono i cittadini europei. "Voi godete dei benefici che porta l'Europa unita, ma troppo spesso li date per scontati: nessuno - ha detto ricordando sia il Manifesto di Ventotene che la firma dei Trattati di Roma - avrebbe potuto immaginare che gli europei che si erano combattuti per secoli, avrebbero potuto convivere in pace per decenni. Avere la libera circolazione delle merci e delle persone, una moneta comune erano impensabili per la mia generazione. E questo - ha concluso - ricordiamocelo quando sentiamo qualcuno che dice che l'Europa è la causa di tutti i nostri problemi".

 

Rilanciare il progetto europeo. "A volte diamo per scontato quanto abbiamo saputo realizzare. E' stato il presidente Barack Obama a ricordarcelo in modo molto chiaro ed efficace qualche giorno fa: 'Gli Stati Uniti, ed il mondo intero', ha affermato il presidente, 'hanno bisogno di un'Europa forte, ricca, democratica ed unita. Forse avete bisogno di un estraneo, di qualcuno che non sia europeo, per ricordarvi l'importanza di quello che avete conseguitò", ha proseguito la Boldrini. "Tocca a noi rilanciare il progetto europeo con nuova determinazione. La stessa determinazione che troviamo nella frase che conclude il Manifesto di Ventotene: 'La via da percorrere non è facile né sicura, ma deve essere percorsa e lo sarà'", ha concluso la presidente della Camera.

 

Giannini: "Identità, non solo rigore". A Montecitorio è intervenuta anche la ministra dell'Istruzione Giannini. "La parola chiave dell'Europa è libertà, non dobbiamo mai dimenticarlo. E per far sì che resti questa, non possiamo accontentarci di numeri, di politiche pur necessarie di rigore, di politiche seppur indispensabile di flessibilità e neppure dobbiamo accontentarci di buona gestione dei flussi migratori, che è pure un dovere", ha detto. Serve altro, serve quel progetto educativo che nelle scuole, nelle università, nei laboratori di ricerca ogni giorni si rimette in campo con nuovi contenuti

e nuovi metodi, ma sempre con lo stesso obiettivo - ha aggiunto - .Serve tornare a quell'identità culturale che chi è fuori identifica con molta chiarezza, ma che noi qualche volta abbiamo perso di vista". LR 8

 

 

 

 

 

Tenuta a Roma la prima assemblea congressuale del Forum delle Associazioni Italiane nel Mondo

 

L'incontro aperto da Roberto Volpini del Comitato di coordinamento che parla di un “punto di arrivo ma anche di ripartenza” del percorso di rinnovamento dell'associazionismo avviato con gli Stati generali nel luglio scorso

 

ROMA – Prima assemblea congressuale venerdi mattina 29 aprile a Roma per il Forum delle Associazioni italiane nel mondo, nuova tappa del percorso aggregativo e di rinnovamento avviato con gli Stati generali delle associazioni italiane nel mondo, celebrati nello scorso mese di luglio. Una tappa che è dunque “punto di arrivo ma anche di ripartenza” del variegato mondo dei sodalizi nati dal protagonismo dell'emigrazione italiana all'estero, oggi a confronto con la ripresa dei flussi migratori dal nostro Paese e con le nuove modalità di fare rete proprie dell'era digitale.

A spiegare il cammino intrapreso è stato Roberto Volpini del Comitato di coordinamento e di presidenza dell'assemblea, che ha ricordato come esso sia scaturito dall'esigenza di rinnovamento avvertita dalle stesse associazioni d'emigrazione e messa nero su bianco in un documento elaborato sul tema nel precedente mandato dal Consiglio generale degli italiani all'estero. Un documento che ha costituito la base per l'organizzazione degli Stati generali – segnala Volpini, – da cui sono emerse le “indicazioni operative per la costituzione del Forum, avvenuta nello scorso mese di dicembre con l'adesione di 20 associazioni” che oggi hanno raggiunto il numero di 90, tra cui le principali federazioni nazionali e regionali con presenze in Europa, America del Nord e Sud America, Africa e Australia, in rappresentanza di circa 1500 realtà territoriali. E il Forum resta, per sua stessa costituzione, aperto alla partecipazione di nuove realtà, “aperto al territorio – sottolinea Volpini, indicando quali “binari di questo percorso, l'autonomia e il pluralismo delle associazioni”.

L' “aggiornamento” del mondo associativo risponde dunque alle importanti trasformazioni imposte dai nuovi flussi, che hanno spesso solo “affiancato” in questi ultimi anni una collettività già insediata e integrata nei Paesi di accoglienza e spesso artefice di forme associative distanti dagli strumenti più usati dalle giovani generazioni. Il rischio è che una mancata integrazione tra le due realtà comporti un danno su due fronti: da un lato con l'estinguersi delle associazioni più datate, in assenza di ricambio generazionale, dall'altro con la mancata capitalizzazione da parte dei nuovi arrivati dal patrimonio di conoscenze, esperienze e contatti maturati da chi si è trovato in un'analoga situazione tempo prima, superata spesso con successo.

Nel Comitato di presidenza dell'assemblea anche Franco Narducci, presidente dell'Unaie, che spiega come la strategia che anima la costituzione del Forum sia quella di “ridare forza alla realtà associativa italiana ed estera”, una forza che deriva dall'emigrazione italiana che Narducci definisce “il più grande fenomeno migratorio della storia moderna” e che può proseguire solo intercettando le attuali istanze dei connazionali; per questo l'impegno più immediato – ricordato già da Volpini – è la costituzione di diversi Forum Paese, organismi che possano dar voce alle collettività esprimendo la rappresentanza sociale di ciascun territorio.

Narducci legge anche i messaggi inviati per l'occasione dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che sottolinea l'apporto di associazioni e connazionali all'estero alla crescita dei Paesi di accoglienza ed anche il loro contributo sul fronte della difesa dell'identità italiana e della promozione del nostro modo di essere, della nostra lingua e cultura, e di Michele Schiavone, segretario generale del Cgie, che ricorda come sia all'ordine del giorno la rivitalizzazione delle associazioni di emigrazione e l'integrazione in esse delle nuove mobilità e ribadisce la disponibilità del Consiglio generale per attività congiunte, come – propone – l'organizzazione di una giornata dedicata proprio al ruolo e al rinnovamento dell'associazionismo.

La relazione introduttiva dell'assemblea, intitolata “la Repubblica di tutti gli italiani: Costituzione, Diritti, Lavoro dell'Italia migrante” è affidata a Pietro Lunetto, della Comune del Belgio, che ricorda come si sia in procinto di festeggiare i 70 anni della Costituzione italiana, “una delle più avanzate al mondo – rileva, segnalando come spesso però i suoi principi non appiano trovato applicazione e come la modifica da poco approvata in Parlamento comporterà anche “una riduzione della rappresentanza degli italiani all'estero”. Tra i principi alla base del dettato costituzionale, la centralità del lavoro, la cui mancata applicazione di fatto è testimoniata dai numeri dell'esodo che “in questi ultimi anni ha raggiunto i livelli degli anni Sessanta – afferma Lunetto, segnalando come i dati ufficiali relativi a 100 mila emigrati registrati nel 2015 siano in realtà oltrepassati dai flussi non intercettati dalle statistiche, “di circa 4 volte – sostiene. I connazionali emigrati in particolare in Germania e Regno Unito negli ultimi anni sarebbero circa 200 mila nel primo caso, a fronte di stime ufficiali di 40 mila, e 160 mila nel secondo. “Anche l'emigrazione italiana in Australia – prosegue – ha superato oggi il picco raggiunto negli anni Cinquanta”. Un incremento dovuto a squilibri tra Paesi e aree geografiche che divengono immediatamente evidenti negli spostamenti di rifugiati cui assiste oggi l'Europa e costituiscono un problema che può e deve diventare per il nostro Paese “un'opportunità”. “Nel 2014 l'Italia è diventato di nuovo un Paese di emigrazione; abbiamo il 15% della popolazione migrante, considerando gli stranieri immigrati in Italia e i connazionali che si trovano all'estero e proprio questa caratteristica deve diventare una leva di grandi opportunità – afferma Lunetto, che sollecita l'adozione di un paradigma molto diverso da quello imperante nel secolo scorso e fautore di un individualismo esacerbato dalla competizione: “il nuovo paradigma – spiega – è quello della cooperazione, in Europa, in Italia e nel mondo. Il tempo storico della competizione è finito – ammonisce, rilevando come l'Europa si trovi oggi dinnanzi ad un “bivio storico” tra il recupero dei valori fondanti della solidarietà oppure la disgregazione. Una “destrutturazione europea” che è già operante, se guardiamo alle difficoltà di Schengen e soprattutto alle concessioni accordate in vista del referendum sulla permanenza della Gran Bretagna nell'Unione: la disparità introdotta tra tutele sociali accordate ai cittadini dell'Unione e le procedure di espulsione adottate da alcuni Stati membri mettono in crisi il caposaldo della libera circolazione, “che è concessa solo alle merci e ai capitali, di fatto non ai cittadini – prosegue Lunetto, lanciando anche un allarme per un intervento a favore del Meridione d'Italia a rischio “desertificazione demografica”. Compito del Forum sarà quindi mettere in luce la contraddizioni che emergono nella politica italiana, a partire dal calo di risorse destinate alle politiche per gli italiani all'estero che rischia di configurare “la perdita di un'occasione storica per il nostro Paese”, traducendosi anche nella riduzione delle opportunità di crescita del Pil. L'obiettivo è “la riprogettazione del nostro insediamento sul territorio” e il superamento delle divisioni del passato per articolare una rappresentanza sociale estesa dell'emigrazione italiana, rappresentanza “che non si riduce a quella politica ed istituzionale – si afferma nella relazione del Comitato di presidenza, auspicando che l'interlocuzione possa essere allargata anche ad attori istituzionali europei o comunque sovranazionali. Tra le azioni da stimolare l'evoluzione di politiche in Italia e nei Paesi di accoglienza, ma anche progetti per lo sviluppo di aree svantaggiate, anche attraverso l'utilizzo di fondi comunitari, ed una “nuova etica delle relazioni internazionali” che colga “emigrazione ed immigrazione come due lati della stessa medaglia”. Prioritaria – viene ribadito – l'attenzione del Forum per le nuove emigrazioni, per i progetti di accoglienza e orientamento ad essa dedicati, mentre viene annunciata la realizzazione di un incontro in proposito da tenersi entro la fine di questo 2016. Strumento dei nuovi propositi sarà l'attivazione di una piattaforma web per la comunicazione interna e verso l'esterno, per la diffusione delle buone pratiche, per lo sviluppo di momenti di analisi su materie di interesse prioritario e di iniziative di partecipazione territoriale. “L'assemblea di oggi – conclude Lunetto – segna il passaggio alla fase esecutiva, necessaria alla realizzazione degli obiettivi che ci siamo dati”.

Di seguito è intervenuto ancora Narducci, che ha rilevato come la progressiva disattenzione di governo e istituzioni sul fronte emigrazione sia forse determinato anche dal dare per scontato che si tratta di “un patrimonio che continuerà ad autoalimentarsi” e ha ribadito la necessità della costituzione di Forum territoriali e del coinvolgimento delle Regioni, che “molto stanno facendo sul tema delle nuove emigrazioni”. Per l'Unaie è intervenuto di seguito anche Aldo Aledda, che ha segnalato la necessità di riprendere un'interlocuzione con lo Stato, ripresa che passa dalla corretta trasmissione del ruolo che hanno comunità e associazionismo. “Non è possibile pensare di intrecciare un qualsiasi rapporto che abbia valenza economica, senza passare dalle nostre collettività – afferma Aledda, riferendosi all'orientamento alla businness community, privilegiato in questi anni di crisi economica. Per quanto riguarda invece i nuovi flussi egli sollecita una “scelta di campo”: “siamo noi a dover adottare le soluzioni associative preferite dai giovani, ad accettare il loro modello organizzativo, a metterci in ascolto delle loro istanze – afferma il vice presidente Unaie, auspicando anche l'identificazione da parte del Forum di compiti mirati.

Un saluto all'assemblea viene rivolto anche dal responsabile nazionale del Dipartimento italiani nel mondo del Pd Eugenio Marino, che si rallegra delle indicazioni di “metodo” emerse nella relazione del Comitato di presidenza, al di là della considerazioni di merito. “Solo attraverso prese di posizione precise è possibile dialogare con le istituzioni e con i partiti – afferma Marino, ricordando come proprio le istituzioni siano il luogo in cui devono dialogare “politica, istituzioni e società civile”. “Il mio convincimento è quindi che si debba soprattutto raccogliere ciò che dicono le associazioni per rappresentarlo anche laddove esse non sono presenti – afferma.

“Il Forum sarà un'opportunità se sapremo superare le divisioni del passato senza disperdere le nostre differenze ideali – afferma Massimo Angrisano, che condivide l'auspicio all'allargamento della rete di interlocutori – associativi e istituzionali, – segnala come il progressivo abbattimento dell'intervento dello Stato sul fronte emigrazione sia stato sia di risorse ma anche di attenzione e sollecita un impegno per stimolare la partecipazione al referendum costituzionale dell'autunno, che avrà ripercussioni – afferma - anche sul percorso dell'associazionismo. Carlo Ciofi (Ctim) ritiene invece indispensabile “dare uno scossone al mondo dell'emigrazione”, in particolare intercettando le esigenze dei giovani emigrati. Su questo fronte ritiene sia importate anche “rispolverare le Consulte regionali dell'emigrazione” e riattivare i viaggi dei giovani interessati a conoscere la terra dei loro avi. Un segnale di attenzione viene richiesto anche per la difficile situazione attraversata dal Venezuela, con iniziative concrete a favore della collettività che egli auspica possano essere intraprese anche coinvolgendo la rete consolare. Illustra storia e attività della Casa degli italiani di Barcellona, edificio che mette a disposizione i suoi spazi anche per la scuola pubblica italiana in loco, Valeria Saltarelli, che condivide la necessità di creare un nuovo modello di associazionismo, mentre Goffredo Palmerini (Anfe) rileva come uno dei compiti prioritari sia quello di rendere ancora più forte il legame tra italiani all'estero e coloro che vivono entro i confini nazionali e di far comprendere meglio nella sua dimensione e qualità il profilo della collettività emigrata. Laura Salsi (Filef Reggio Emilia) sottolinea l'importanza del rapporto con le consulte regionali dell'emigrazione e del considerare insieme emigrazione italiana all'estero ed immigrazione in Italia, mentre Michele Consiglio (Acli) ribadisce come lo snodo delle migrazioni sia oggi fondamentale per il futuro della democrazia e dell'Europa., dimensione allargata entro cui vanno ricompresi anche i temi oggetto dell'assemblea. Consiglio si sofferma sulla “scommessa” che si gioca con la riorganizzazione della rete associativa italiana all'estero, vista anche la razionalizzazione della rete consolare e la necessità di intercettare le nuove emigrazioni e con la riforma costituzionale, una sfida che impone al mondo associativo di porsi quale interlocutore positivo delle istituzioni, anche attraverso la configurazione del Forum quale punto di riferimento per la rappresentanza sociale della società civile, come soggetto aperto capace di fare squadra ed incalzare la politica sui temi di interesse prioritario.

Roberto Vezzoso (Istituto Fernando Santi – Marchigiani nel Mondo) si sofferma sulle modalità che ogni sodalizio deve individuare per essere utile al territorio in cui si trova, ribadendo l'importanza di stringere ad ampliare la rete di contatti, mentre Mario Zoratto (associazione Bruno Zoratto -Oltreconfine) spiega finalità e attività del sodalizio dedicato alla figura di suo padre, “difensore della causa degli emigrati”, e auspica il Forum possa essere “una primavera delle associazioni italiane”, che continui l'esperienza esemplare già tracciata in passato.

Su alcuni aspetti dell'organizzazione del Forum – orizzontalità e o verticalità – si sofferma invece Salvatore Augello, segretario generale dell'Usef, che auspica un organismo che sia “strumento di rilancio delle istanze dell'emigrazione e non semplicemente commemorativo”. Ribadita l'importanza del rapporto da stabilire con le istituzioni che si occupano di temi analoghi, come le Consulte regionali – Augello si sofferma in particolare sulla mancata attivazione da parte della Regione Sicilia della sua consulta e annuncia che, per ovviare a tale situazione, l'organismo si autoconvocherà il prossimo 12 luglio, in video conferenza con i rappresentanti residenti all'estero. “Il messaggio che dobbiamo trasmettere – conclude – è che l'emigrazione non è un povero da assistere, ma una risorsa e in quanto tale va valorizzata”.

A salutare l'assemblea anche Fabio Porta, deputato eletto per il Pd nella ripartizione America meridionale e presidente del Comitato per gli italiani all'estero e le promozione del sistema Paese della Camera dei Deputati, che ha ribadito la “fase di passaggio epocale in cui si trovano le politiche rivolte agli italiani all'estero”, a 10 anni dall'ingresso in Parlamento dei rappresentati eletti nella circoscrizione Estero. “Al di là della riflessione autocritica che ciascuno di noi è chiamato a fare, con la riforma costituzionale appena varata dal Parlamento ci troviamo tutti in una nuova fase – afferma Porta, rilevando come anche la collettività all'estero – ed il suo sistema di rappresentanza, parlamentari, Comites, Cgie ma anche l'associazionismo – possa essere “parte importante di questa nuova Italia nel mondo”. L'esponente democratico si augura dunque che la riforma costituzionale proceda, anche con il concorso dei connazionali che saranno chiamati a votarla attraverso il referendum in autunno, anche se avverte il pericolo “del particolarismo e della chiusura in noi stessi”. “Dobbiamo guardare alto e mettere al centro dell'agenda politica nuovi temi, come quelli delle nuove emigrazioni e della valorizzazione dei legami con i connazionali e gli italici. Vi invito, insomma, a parlare meno di noi stessi e dei meccanismi della nostra rappresentanza, ma dei grandi temi, come l'associazionismo, vedendo come esso possa trovare spazio nella delega legislativa affidata al Governo e riguardante il terzo settore – afferma Porta, - oppure l'informazione, in relazione alla delega per la riforma dell'editoria, o la buona scuola e l'internazionalizzazione”. “La Costituzione – conclude Porta – deve mantenere inalterati i propri valori, ma anche sapersi rinnovare e in tale rinnovamento un ruolo importante spetta anche angli italiani all'estero”.

Sul fronte lingua e cultura italiana insiste anche Guglielmo Bozzolini (Fondazione Ecap), che sollecita il Forum a lavorare su una proposta condivisa o su più proposte che configurino una riforma del sistema di promozione di lingua e cultura, in linea con quanto avviene già in altri Paesi, come la Germania, “visto il fallimento – sostiene – della rappresentanza politica e istituzionale degli italiani all'estero su questo tema”.

Alberto Piccini illustra l'attività dell'associazione Zig, con base in Puglia, mentre Gianni Lattanzio (Abruzzesi nel mondo) segnala come sia importante mantenere il valore della tradizione per continuare a guardare al futuro e creare luoghi e spazi di orientamento ed accoglienza per la nuova emigrazione. Condivide l'annotazione già formulata sulla non opportunità della definizione di “fuga dei cervelli”: “ciò che ci deve preoccupare – dice - riguarda invece la circolarità della ricerca, che in Italia non si verifica perché i ricercatori che fanno esperienza all'estero non hanno modo di rientrare, né sappiamo attrarre ricercatori stranieri nelle nostre università”. Del “bisogno di cooperazione degli italiani nel mondo” parla Mina Cappussi (Aitef), mentre lamenta l'assenza di cariche politiche o istituzionali Giuseppe Abbati (Aitef), preoccupato anche per il dato di partecipazione dei connazionali alla vita politica italiana, dato che potrebbe essere sostenuto, a suo avviso, anche introducendo modalità di voto elettronico.

Infine Giuseppe Tabbi (Acli Stoccarda) si sofferma sulle iniziative messe in campo in particolare per l'orientamento ai nuovi flussi di emigrati provenienti dall'Italia, giovani che a volte si trovano alle prese con attività lavorative che si configurano come un vero e proprio sfruttamento a danno della manodopera.

Conclude la mattinata Rino Giuliani, del Comitato di coordinamento del Faim, che ribadisce come il percorso di rinnovamento intrapreso sia frutto di una riflessione critica e autocritica condotta dalle stesse associazioni, con metodo democratico e in autonomia. Ribadisce la logica di apertura con la quale è stato intrapreso il percorso del Faim, apertura al pluralismo e alla rappresentanza sociale degli italiani all'estero che è il motore del rinnovamento ma anche il lievito di crescita di questa nuova esperienza. Viviana Pansa, Inform

 

 

 

 

Rodolfo Ricci (FIEI/Filef) sul Congresso fondativo del FAIM, il Forum delle Associazioni Italiane nel Mondo

 

ROMA - Il 29 aprile si è svolta l'Assemblea Congressuale del FAIM, il Forum delle Associazioni Italiane nel Mondo, che per la prima volta nella storia dell'emigrazione italiana, raccoglie in un unico organismo le principali federazioni associative e molte singole associazioni per una complesso di oltre 1.500 presenze organizzate sui territori dei paesi meta dei maggiori flussi di emigrazione italiana. “Emigrazione Notizie” ha posto alcune domande a Rodolfo Ricci, eletto alla presidenza del Comitato Direttivo, organo di rappresentanza intermedio del Faim tra l'Assemblea e il Comitato di Coordinamento (esecutivo). Di seguito il testo dell'intervista.

Quali prospettive e quale contributo all’emigrazione italiana con la nascita del Faim?

l Faim deve essere uno strumento per le collettività emigrate vecchie e nuove. La sua nascita non riguarda solo il perimetro delle tante organizzazioni che lo hanno fondato, le quali hanno dato prova, a mio parere, di grande consapevolezza dei problemi in campo e della necessità di fare fronte comune per tentare di dare un contributo forte alla loro risoluzione.

Su questo voglio sottolineare una cosa che credo fosse sottintesa nell’ ottima relazione di Pietro Lunetto approvata dal congresso: quando i processi di riaggregazione sono così ampli e superano barriere e confini ideologici o di ispirazione ideale che hanno contraddistinto lunghi periodi storici, vuol dire che ci troviamo ad un bivio storico; la situazione sta cambiando rapidamente e i problemi si aggravano. Al deterioramento del tessuto sociale creato in un secolo di partecipazione sociale anche a causa della disattenzione progressiva delle istituzioni del nostro paese, si aggiunge la ripartenza di imponenti flussi di emigrazione che negli ultimi anni hanno raggiungo i livelli degli anni ’60 del ‘900, quando si parlava di emigrazione di massa. Questi nuovi migranti vanno spesso allo sbaraglio, senza alcun orientamento e in molti dei luoghi di arrivo, in particolare le grandi metropoli europee, si registrano situazioni di marginalità analoghe a quelle che abbiamo conosciuto molti decenni fa: la gente se ne va dal paese accettando lavori anche umili, ma che, a differenze di quanto accade spesso in Italia, gli consente almeno di sopravvivere. Si tratta spesso di diplomati e laureati non solo dei super cervelli su cui si è concentrata l’attenzione dei media.

Ciò che è realmente in gioco è, da una parte, il nostro paese con il suo declino che incede e, dall’altra, i diritti delle persone in mobilità che sono costrette a ripartire. Poi c’è il grande potenziale costituito dalle successive generazioni di migranti italiani andati all’estero, o nati all’estero, che costituiscono un grande potenziale di sviluppo, di cooperazione e di solidarietà internazionale al servizio di un nuovo modello di sviluppo o di un nuovo paradigma per il futuro.

In questo senso mi pare anche fondamentale, che l’approccio proposto dal Faim valga sia per la nostra emigrazione che per la nostra immigrazione, attuale e da venire: dice giustamente Lunetto che abbiamo il 15 % di popolazione migrante, che al momento o è ignorata, o è vista come problema; invece costituisce una risorsa straordinaria. Solo che per attualizzare questa potenzialità ci vuole l’intelligenza della politica e delle istituzioni: se questa non emerge, tutto rischia di rimanere ad un livello potenziale, senza sbocchi. Il Faim deve essere in grado di sollecitare la potenzialità per farla diventare attualità.

Quindi deve porsi come soggetto sociale non di nicchia, ma ambire a ricoprire, nel concreto, un ruolo nazionale e, in prospettiva, transnazionale. In questo si può avverare la prospettiva di un protagonismo dei migranti italiani e dei migranti in generale che può modificare il corso delle cose.

Non sono prospettive troppo ambiziose?

Forse può sembrare così, ma se siamo coerenti con quanto abbiamo detto e scritto, il fatto che “La Repubblica di tutti gli Italiani”, come è stato intitolato il congresso, contempli nel suo seno oltre 10 milioni di persone tra italiani emigrati ed immigrati sul nostro territorio, dà un’idea dello spazio che è aperto di fronte a noi. Sta a noi riempirlo almeno in parte. Poi ci sono le decine di milioni di oriundi che costituiscono un altro diverso ambito di interesse e di attività. Insomma, la soggettività migratoria attende solo di diventare protagonista, globale e locale: Il Faim può contribuire alla concretizzazione di questa soggettività, sia sul piano dei diritti, sia su quello di una soggettività operosa per nuovi equilibri positivi dentro e fuori dei nostri confini.

Ricordo che noi stessi abbiamo detto che dobbiamo traguardare il nostro lavoro su tempi medio-lunghi, il breve termine è spesso occupato dalla cronaca ed è proprio qui che si manifesta un collo di bottiglia, spesso ideologico o strumentale, rispetto alle potenzialità accennate. Dobbiamo superare questo collo di bottiglia.

E’ su questo che c’è uno scontro col mondo dei partiti e della politica ?

Io penso che i fatti e gli eventi che abbiamo di fronte mostrino a tutti che il problema supera questi corni classici della discussione che ha occupato parte del confronto degli ultimi anni. Ove c’è intelligenza e coscienza analitica e storica queste polemiche sono in buona parte superate; permangono in altri ambiti un po’ più settari o meno attenti. Tutte le persone di buona volontà sanno che i problemi sono per molti versi, di altra natura: la distinzione tra momenti di rappresentanza sociale e momenti di rappresentanza politica, pur restando pienamente valida da un punto di vista formale ed utile per l’analisi, non esaurisce l’ambito di riflessione: c’è chi vede che stiamo andando a grandi passi verso un mutamento di scenario globale e chi non lo vede o lo vede come un evento quasi normale, perché continua a leggere con occhiali un po’ vecchi. Ad una politica attenta e consapevole, non può sfuggire che la base di tutto, ivi inclusa la politica e quindi la democrazia, è la possibilità e la pratica di aggregazione sociale; allo stesso tempo sappiamo che la politica, senza questa condizione, si affievolisce e si riduce ad un piano di presunta autonomia senza base reale, una sorta di tigre di carta che rischia di cadere in mano ai poteri forti o agli uomini forti di turno. Siccome poi gli esiti positivi non si vedono, si è costretti a cambiare i front men continuamente, perché tutti fanno cilecca. Il sistema, da questo punto di vista è imballato, e ciò che è accaduto e accade oggi in Italia e in Europa ne è un esempio molto chiaro e rischioso per gli effetti che sta già producendo.

Però dobbiamo dire che questo sfasamento riguarda non solo la politica, ma anche il sociale: almeno quello legato al vecchio paradigma; bisogna forse recuperare una teoria del potere o delle classi dirigenti che può applicarsi, in modo diversificato ad entrambi gli ambiti e, se vogliamo essere esaustivi, si applica anche all’ambito economico e culturale: ad esempio, il fatto che il capitalismo nazionale continui ad essere relativamente arretrato e dipendente da fattori esterni e consenta, con la nuova emigrazione, la dispersione del capitale umano nazionale disponibile, ne è una conferma; altrettanto accade sul piano della cultura, dove si registra uno scarso protagonismo della funzione degli intellettuali, spesso esterofili, ma molto raramente autocritici rispetto alla mancata funzione, che spetterebbe loro, di condivisione, rafforzamento e sostegno ad una identità nazionale antica e attualissima che continua a produrre importanti risultati quando i nostri scienziati, ricercatori, studenti, ecc. vengono riconosciuti tra i migliori al mondo nei paesi in cui emigrano, mentre a casa loro vengono ignorati; è vero che “nemo profeta in patria”, ma ormai è chiaro che, in questo caso, vi sono tutta una serie di deficienza strutturali e di sistema che riguardano tutti noi.

Ovviamente, prima di tutti riguardano il mondo istituzionale che appare dipendente e sottoposto a forti pressioni esterne, insomma, che non fa il proprio dovere, al di là del fatto che siamo all’interno di una cornice europea - che però fa acqua da tutte le parti – di cui si dovrebbero però rispettare i famosi parametri inventati in un volgere di giornata; d’altra parte, pensare che il problema ce lo risolva un’Europa, al momento inesistente, è come mettere la testa nella sabbia. Invece ce lo dobbiamo risolvere da noi, non ci sono santi: un’Italia più forte può dare un contributo forte ad una nuova Europa. Se invece ci aspettiamo che l’Europa mercantilista e neoliberista risolva i nostri problemi, credo che siamo non solo fuori dall’Europa, ma fuori dal mondo, perché le logiche applicate sono proprio le cause principali dei problemi con cui ci stiamo confrontando.

Non ti sembrano riflessioni un po’ troppo fuori tema? Tornando al Faim, cosa può fare questa nuova creatura?

No, non sono fuori tema; dobbiamo sempre essere attenti ai contesti e ai perimetri entro cui ragioniamo e ci confrontiamo. Per esempio, coerentemente con quanto detto, dovremmo riuscire a rendere egemone, all’interno del dibattito politico nazionale, l’argomento che le nostre risorse umane non vanno regalate agli altri o, se ciò è al momento inevitabile, vista la situazione in cui versiamo, scegliamoci almeno il fruitore, che non necessariamente debbono essere i paesi già forti; potrebbero essere anche alcuni paesi in via di sviluppo, con i quali, a medio termine, possiamo costruire relazioni reciprocamente redditizie; penso che, nel pieno rispetto della libertà di emigrare e di cambiare paese, da una parte vada contenuto il flusso di nuova emigrazione rilanciando lo sviluppo interno e dall’altra vanno costruiti vincoli solidi e duraturi con coloro che sono emigrati negli ultimi anni, soprattutto fornendo servizi, tutela e accompagnamento, dal momento che non siamo in condizione di valorizzarli all’interno del paese, ma potremmo tornare ad esserlo, se ne saremo capaci, in futuro; poi, rispetto all’emigrazione consolidata da decenni, va costruita una progettualità in grado di mettere a valore la rete mondiale di cui disponiamo, sia per la cultura che per la cooperazione sociale e economica.

Ma per tutto questo servono soldi e i soldi non ci sono…

Tanti o pochi che siano i soldi vanno utilizzati con attenzione e parsimonia; ancora di più se, come si dice, sono pochi: come conviene spendere i pochi soldi a disposizione? E’ questa la domanda che dobbiamo porci. Per comprare bombardieri? Per fare le Olimpiadi? Quelli utilizzati per l’Expo, che esito hanno prodotto? Non intendo porre solo questioni di natura morale, cosa che comunque ha una suo grande rilievo, ma proviamo a vedere quanto sta costando ed è costato l’esodo verso l’estero di giovani formati con risorse del nostro sistema educativo e scolastico e delle nostre famiglie. Riprendendo i calcoli di un grande studioso dell’emigrazione, Paolo Cinanni, solo negli anni della crisi ci troviamo di fronte ad un esborso di decine e decine di miliardi; persone che vanno a produrre PIL da altre parti, mentre noi siamo “in crisi”. Se proiettiamo questa situazione a venti o trenta anni ci troveremmo di fronte a cifre da paura.

Allo stesso tempo solo per citare una altro esempio, pare che dovremo dare indietro alla UE, ancora una volta, parecchi miliardi perché non siamo stati in grado di impegnarli adeguatamente nel quinquennio che volge al termine. Il rischio è presente anche per gli stanziamenti futuri del quinquennio che finirà nel 2021. Basterebbe una frazione di queste risorse per produrre risultati concreti e decisivi nel nostro ambito di azione.

Sono risorse in mano, in buona parte, alle Regioni, molte delle quali nel frattempo hanno chiuso le consulte dell’emigrazione e ridotto drasticamente o azzerato, seguendo l’esempio malsano del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione, le poche risorse che erano destinate all’emigrazione.

Cosa ci vuole a varare un piano specifico per l’emigrazione che consenta di recuperare una parte delle risorse necessarie e ad evitare, al contempo, di figurare tra i paesi meno attenti al conseguimento degli obiettivi di spesa e di equilibrio comunitario? Se la Direzione Generale dell’Emigrazione presso il Maeci non ha gli strumenti tecnici per farlo, il Faim si mette a disposizione. Si tratta, tra l’altro, solo di recuperare una prassi già in parte adottata in passato.

A questo proposito voglio anche dire che il Maeci deve decidersi se intende rappresentare al meglio, dal punto di vista istituzionale, le esigenze di questa parte di popolazione italiana nel mondo, oppure se preferisce che questo ambito di competenze passi ad altri ambiti istituzionali. E’ importante saperlo.

Anche il Cgie, d’altro canto, deve decidersi: non può continuare a lavorare solo con il mero obiettivo di contenere i tagli che anno dopo anno vengono apportati ai capitoli di spesa per l’emigrazione; oppure con quello di riformare se stesso ricercando una sua compatibilità con le riforme istituzionali di volta in volta in atto.

Nel nuovo Cgie ho visto tante nuove energie che aspettano solo di essere attivate. Il bel messaggio del Segretario Generale Michele Schiavone e di Maria Chiara Prodi, Presidente della commissione sulla nuova emigrazione del Cgie, all’Assemblea Congressuale del Faim è, da questo punto di vista di buon auspicio anche perché ha colto perfettamente l’importanza e la necessità di un confronto e di una collaborazione continuativa con il Faim.

Ma non vi sentite un po’ soli in questa intrapresa? E il Faim è adeguato per portare avanti obiettivi così ambiziosi?

Non credo affatto che siamo soli. Penso che in molti nel mondo dell’emigrazione la pensino proprio come noi. Il messaggio di augurio inviatoci dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ringraziamo e al quale siamo davvero tutti molto grati per la sua attenzione, costituisce un elemento di grande rilievo. La sua sottolineatura sull’importanza dell’associazionismo per il presente e per il futuro non è qualcosa che lascia il tempo che trova: è un elemento di riflessione per tutti. Poi ho ascoltato il messaggio del Presidente della Repubblica, in occasione della giornata del 1° maggio, che mi sento di condividere pienamente e che comprende elementi di analisi corrispondenti alla nostra visione delle cose, in particolare rispetto alle questioni del lavoro e delle giovani generazioni. Mi pare sia un messaggio che coglie in pieno il passaggio di fase che stiamo attraversando. Se il Presidente Mattarella dice queste cose, penso che non siamo affatto isolati.

E’ che questa urgenza dei compiti che abbiamo di fronte deve diffondersi e trovare elementi di unità più ampia; per questo lavoreremo e ci impegneremo in modo molto convinto.

Per quanto riguarda l’adeguatezza o meno del Faim, è la sfida che abbiamo di fronte ed è qualcosa che verificheremo insieme. Intanto il gruppo dirigente uscito dal congresso mostra un bel connubio tra risorse storiche dell’emigrazione e esponenti della nuova emigrazione. Poi il nucleo che ha aderito mostra molte interessanti novità di nuovo associazionismo. Questa composizione ha il compito di traghettare verso le nuove generazioni di dirigenti dell’associazionismo le esperienze più significative e la memoria di decenni di battaglie e di azioni concrete che hanno mantenuto il tessuto sociale delle collettività emigrate.

Ed ha il compito di inaugurare una nuova stagione di cooperazione interna al mondo associativo che metta in rete le migliori esperienze e le buone prassi prodotte nel tempo, coniugandole con i nuovi fabbisogni che emergono. Quindi siamo fiduciosi, anche se nessuno di noi si nasconde che abbiamo di fronte una grande responsabilità e che la verifica di queste potenzialità si definirà in un contesto particolarmente complesso, caratterizzato dai difficili scenari che conosciamo.

E’ anche per questo che abbiamo detto che dobbiamo contare essenzialmente sulle nostre forze, sulle competenze interne. Ma questa condizione, in questa fase storica, riguarda un po’ tutti. E’ anche vero che queste competenze e risorse riassunte nel Faim sono a disposizione delle comunità e di chi saprà coglierle.  Rodolfo Ricci, Emigrazione Notizie

 

 

 

 

Migranti, Renzi con Merkel: "Vienna fuori dalla storia". Cancelliera: "No a confini chiusi"

 

Roma e le politiche Ue su emigrazione ed economia: la due-giorni di incontri del premier italiano. Prima la Cancelliera tedesca, a pranzo a Palazzo Chigi, poi Juncker e Schulz. "Difendiamo le frontiere esterne per evitare il ritorno dei nazionalismi" è l'auspicio della Merkel. "Noi scafisti di Stato? Frase vergognosa", sottolinea Renzi. Ma Roma e Berlino divise su Eurobond

 

"E' un dovere di tutti che la scommessa europea sull'immigrazione funzioni. Siamo impegnati perchè l'accordo con la Turchia possa essere ulteriormente incoraggiato". Così Matteo Renzi al termine dell'incontro con Angela Merkel. "Italia e Germania hanno una forte convergenza sull' approccio all'immigrazione carico di valori umani, di dignità, per offrire una proposta politica come Ue che sia seria, credibile e di lungo periodo", ha aggiunto il presidente del Consiglio. E ancora: "Non c'è un'emergenza in Italia sul fronte dell'immigrazione, nel 2015 sono arrivati 26mila migranti, solo mille in più rispetto al 2014", ribadisce Renzi, "questo non vuol dire che non si debba lavorare insieme per avere la stessa filosofia che ha ispirato l'accordo con la Turchia, e occorre una strategia per l'Africa come c'è stata per la rotta Balcanica", sottolinea ancora il presidente del Consiglio. Quanto alla questione Brennero, Renzi ribadisce che la posizione dell'Austria sul Brennero "è contro la logica, contro la storia".

E la Merkel, nella conferenza-stampa congiunta: "No alla chiusura dei confini, bisogna rispettare la dignità delle persone" sottolinea la Cancelliera, "e occorre ripartirne gli oneri". "Bisogna rispondere a livello pratico della questione e abbiamo una responsabilità globale che dobbiamo rispettare", sottolinea la leader tedesca, che aggiunge: "Sui migranti, stimo molto gli impulsi importanti dati dall'Italia con il "migration compact": siamo dello stesso parere, anche se abbiamo idee diverse sugli strumenti di finanziamento (l'uso di eurobond, ndr)".

 

"L'Europa deve dimostrare che e' una forza valida nel mondo. Sull'euro abbiamo fatto buoni progressi. Sull'emergenza migranti si pone la questione dei confini esterni. L'Europa va dal Polo Nord al Mediterraneo. Dobbiamo difendere il trattato di Schengen e le frontiere esterne altrimenti si rischia di ricadere nei nazionalismi. E' in gioco il futuro dell'Europa, che", secondo la Merkel, "si trova in fase fragile e per il futuro dobbiamo imparare a gestirne insieme le sfide".

 

Sugli eventuali finanziamenti al migration compact "se ci concentriamo sul bilancio Ue credo che riusciamo a farcela" anche se "nel lungo periodo occorre rivedere la nostra politica di sviluppo anche per coordinarci meglio", afferma la Merkel, rispondendo a chi gli chiede di eventuali soluzioni alternative agli Eurobond per finanziare il progetto italiano di aiuti ai paesi africani, "con la Turchia abbiamo trovato una soluzione e abbiamo utilizzato una flessibilità nel patto di stabilità".

 

La Merkel era arrivata intorno alle 14 a Palazzo Chigi per la colazione di lavoro con il premier Matteo Renzi. Occasione per discutere anche della questione austriaca su una possibile chiusura della frontiera del Brennero, iniziativa che Renzi già ieri aveva liquidato come "propaganda pericolosa", ricordando che un giudizio negativo era arrivato anche dal ministro degli esteri tedesco. Sullo sfondo, anche le dure parole del leader della destra austriaca, partito favorito al ballottaggio delle presidenziali: "Renzi e Merkel sono scafisti di Stato".  "Una frase vergognosa" ha replicato oggi Renzi, "anche se non voglio entrare nelle dinamiche della campagna elettorale austriaca. Dico solo che per chi ha visto i corpi dei bambini morti nelle stive, chi ha visto partorire sulle navi della Guardia Costiera, chi vive con il cellulare sempre acceso pronto a partire per eventuali emergenze, sentirsi dare dello 'scafista' è una vergogna. E dovrebbe fare riflettere le tante persone per bene che ci sono in Austria".

 

Sul tavolo anche l'ultima proposta Ue agli altri paesi Schengen: se non accettano una quota di migranti allora paghino gli stati che li accolgono. Per il pranzo con l'ospite tedesco è stato organizzato un menu tricolore: ravioli, branzino con asparagi e patate, frutti di bosco. Roma e Berlino si sono poi dati appuntamento a un prossimo bilaterale, ad agosto, a Maranello, "il luogo della velocità".

 

Subito dopo, a palazzo Chigi, sono giunti il presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker e il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz. Al primo, Renzi ha rinnovato ancora ieri il ringraziamento per aver accolto e rilanciato la proposta italiana del cosiddetto 'migration compact'. Al termine del colloquio, tappa ai Musei Capitolini per il premier italiano insieme a Schulz, Juncker  e Tusk, vertici delle tre più importanti istituzioni europee, per il dibattito sullo Stato dell'Unione europea, organizzato dal premio Carlo Magno e dall'istituto Universitario Europeo.

 

"Roma vi abbraccia e vi provoca, cari presidenti", così a loro si è rivolto Renzi aprendo la tavola rotonda, a cui presenzia anche l'ex presidente Napolitano. L'incontro a quattr'occhi con Tusk, presidente del Consiglio Ue - che nel pomeriggio ha visto il presidente Mattarella e il ministro degli Esteri Gentiloni - si tiene invece venerdì mattina, quando anche Merkel si sposterà in Vaticano, per la consegna a papa Francesco del premio Carlo Magno, prestigioso riconoscimento conferito ogni anno, dal 1950, dalla città tedesca di Aquisgrana a personalità con meriti particolari per integrazione, unità e pace in Europa. Prima di Francesco un solo Papa ha avuto questa onorificenza, Giovanni Paolo II nel 2004.

 

Un evento, quello in Vaticano, che promette di diventare una sorta di 'vertice' sul futuro dell'Unione: il pontefice leggerà un discorso davanti alla Cancelliera tedesca, i vertici Ue e il re spagnolo Felipe IV, insieme a una importante platea di ospiti italiani ed europei. E le parole del Papa saranno di fatto un appello all'Europa a ritrovare la sua vocazione "all'apertura e alla solidarietà". In tempi di muri contro i migranti e di sfaldamento delle basi anche umanitarie dell'Unione. LR 5

 

 

 

 

Il destino dell’Europa in 30 giorni

 

Il mese di giugno sarà cruciale per la storia dell’Unione. Ci sono situazioni assai delicate come per esempio il voto della Gran Bretagna per uscire dall’Ue oppure le amministrative in Italia che si annunciano difficilissime - di Aldo Cazzullo

 

Il giugno 2016 sarà ricordato come un mese cruciale per la storia d’Europa. Il 23 la Gran Bretagna vota per uscire dall’Ue, che diventerebbe la sola Unione in cui si parla la lingua di uno Stato che non ne fa parte. Ma non è questo l’unico momento decisivo.

Il 10 giugno si aprono gli Europei di calcio in Francia. La possibilità di rinviarli o spostarli di sede, dopo gli attacchi di Parigi e di Bruxelles, non è stata solo una diceria della rete. Il governo francese ha tenuto duro, anche se il premier Valls ripete a ogni occasione che i terroristi islamici torneranno a colpire. Il 13 novembre scorso si riuscì a tenerli lontani dallo stadio dove si giocava Francia-Germania, il derby d’Europa. Ospitare e proteggere 24 squadre nazionali e le loro tifoserie (è la prima volta che il torneo continentale ha la stessa dimensione dei Mondiali) richiederà uno sforzo di intelligence e sicurezza di cui la Francia in passato non è sempre stata capace. Sarà il primo banco di prova del coordinamento tra i sistemi informativi e di polizia. E sarà una sfida di libertà che non si poteva declinare, ma mette a dura prova la tenuta di un Paese già percorso da tensioni fortissime, nel pieno di una rivolta sociale contro la legge che liberalizza timidamente il mercato del lavoro più rigido dell’Ue, guidato dal presidente più impopolare della Quinta Repubblica. Il 26 giugno si torna a votare in Spagna. Madrid è di fatto senza governo da sei mesi. La classe politica ha mostrato di non possedere gli strumenti culturali per affrontare la fine del bipartitismo che aveva segnato la giovane democrazia spagnola.

Le trattative non hanno portato a nulla. Gli unici partiti a stringere un patto sono stati i due che hanno più da perdere dalle elezioni anticipate: i socialisti e i centristi di Ciudadanos. Ma non avevano abbastanza seggi in Parlamento; e Podemos ha rifiutato di far nascere un governo riformista. La lezione di Madrid è che non soltanto la destra in molte nazioni è divisa tra popolari e anti-europei; anche le sinistre sono ormai due, la populista e la tradizionale, e non riescono a collaborare: perché una è nata per uccidere l’altra. Il premier conservatore Rajoy, contestato ormai apertamente dal suo ex mentore Aznar, si è seduto sulla riva del fiume ad attendere i cadaveri dei nemici: ma la prospettiva di una campagna e di un risultato elettorale pressoché uguali a sei mesi fa deprime un’economia che alterna impennate e cadute repentine, e incoraggia solo i separatisti catalani. Il giorno dopo il voto si comincerà a parlare dello scenario che fino ad allora tutti avranno escluso: la grande coalizione, come quella che bene o male tiene in Germania.

Giugno sarà un mese elettorale anche in Italia. Le amministrative si annunciano difficilissime per il governo, già scosso dal confronto con la magistratura che ha assunto toni da 1992. Ma non è solo l’Europa latina a vacillare. A Est dell’antica cortina di ferro, l’Europa ex sovietica ha imboccato decisamente la via neonazionalista e xenofoba, dall’Ungheria alla Polonia. Proprio a Cracovia — la città di Giovanni Paolo II, il confine tra il mondo tedesco e il mondo slavo dove cent’anni fa in questi giorni infuriava terribile il massacro della Grande Guerra — a luglio sono attesi milioni di giovani cattolici per le Giornate mondiali della gioventù. Un appuntamento che si annuncia di grande intensità spirituale per la presenza di Papa Francesco; ma anche foriero di rischi per la sicurezza, che non si risolvono con i muri cari ai governi usciti dalla notte del comunismo.

Non vengono buone notizie neppure da quei piccoli Paesi che dovrebbero essere il sale dell’Europa, le identità multiformi che arricchiscono quella comune. La Grecia, com’era prevedibile, non è riuscita a rispettare le condizioni capestro che sottoscrisse per restare nell’euro. Nell’Austria delle recinzioni al Brennero, i candidati presidenti dei partiti di governo hanno preso meno di due terzi dei voti conquistati dal leader dell’estrema destra. Il Portogallo sperimenta un esecutivo anti-austerity delle sinistre. Anche i Paesi del Nord dove la crisi morde meno — come l’Olanda della libertà e della tolleranza, dove il razionalista Cartesio e l’ateo Spinoza poterono stampare i loro libri, la prima a legalizzare i matrimoni omosessuali e l’eutanasia — si segnalano per lo zelo monetarista con cui appoggiano i falchi tedeschi, salvo contrastarne l’apertura ai migranti.

Questo è il contesto in cui l’Europa si prepara a festeggiare — si fa per dire — il proprio compleanno. Il 9 maggio 1950 Robert Schumann, rilanciando il piano di Jean Monnet, creava con Adenauer e De Gasperi il primo embrione della comunità, proponendo di mettere in comune quel carbone e quell’acciaio per cui fino a cinque anni prima i popoli del continente si erano ferocemente combattuti. Uno spirito che oggi si ritrova nella visione e nell’operato di Draghi e pochi altri.

Il 9 maggio è anche il giorno successivo alla capitolazione tedesca, alla cattura di Goering e Quisling. Non è inutile, in questo frangente, ricordare che l’Europa è nata da una tragedia. Il fatto che oggi la situazione sia complessa non significa che non possa rivelarsi propizia. L’Unione fatica a gestire dossier comuni, come si vede sulla Siria e sulla Libia; ma ora deve finalmente farlo, prevenire i rischi, prepararsi a reagire se qualcosa andasse male. La seconda guerra mondiale non è ovviamente paragonabile a nessun evento del nostro tempo. Ma resta la regola per cui, quando c’è da soffrire, si dà il meglio di se stessi, si appianano i contrasti futili, si ritrova la propria anima. CdS 4

 

 

 

 

Mogherini: “Basta schizofrenia. Gli Stati devono seguire l’Europa”

 

Il capo della diplomazia Ue: fanno di testa loro e poi danno la colpa a noi. È un’illusione pensare di gestire i fenomeni migratori a livello nazionale

MARCO ZATTERIN

 

BRUXELLES - C’è anche un’Europa «schizofrenica», ammette Federica Mogherini. Soprattutto nel gestire gli Affari interni, e l’immigrazione in particolare. Troppe volte, spiega l’alto rappresentante Ue per la Politica estera, «si riconosce che il problema è più grande di quanto qualsiasi Stato da solo sia in grado di gestire, si chiede una risposta europea, ma subito dopo - anche se è stata presa una decisione - non la si mette in atto, si riprende la strada nazionale e si scarica la colpa sull’Europa». Brutta storia, «un circolo vizioso rischia di neutralizzare gli strumenti europei che abbiamo faticosamente iniziato a costruire, dalla gestione delle frontiere alla politica migratoria e di asilo comune». 

 

Come se ne esce?  

«Bisogna allineare il discorso politico che sta a monte delle decisioni comuni con quanto i governi fanno quando tornano a casa. Finché non si mantiene una condotta coerente, il sistema non può funzionare. Così aumenta la frustrazione delle opinioni pubbliche perché non si hanno le risposte e si indeboliscono gli strumenti comunitari. È questa la crisi che l’Ue sta vivendo, una crisi di coerenza e visione, di miopia, frutto di una leadership che fatica a trovare la direzione di marcia e seguirla coerentemente». 

 

Non è lo stesso per la politica estera?  

«Molto meno. Su tutti i principali temi di politica estera c’è identità fra l’agenda nazionale dei ventotto e quella europea. È il contrario della nazionalizzazione». 

 

Anche sulla Russia?  

«Qui come altrove le differenze ci sono, ma non divisioni. Al Consiglio Esteri ho proposto di rivedere la strategia “russa” oltre le sanzioni, che sono uno strumento e non una politica. L’intesa su un impegno mirato su certi dossier è totale».  

 

A luglio scadono le sanzioni economiche. Che si fa?  

«Hanno sempre deciso i leader. Il caso andrà al vertice di giugno. Sino ad oggi si è detto che la fine delle sanzioni è legata al rispettò dell’accordo di Minsk. È difficile che fra due mesi sia attuato in pieno. A un certo punto, sarà utile che Ue, Francia e Germania - che rappresentano l’Europa nel Formato Normandia - propongano una valutazione dello stato di attuazione di Minsk, delle sue prospettive di realizzazione e gestione futura». 

 

Si parla di Francia e Germania. E l’Italia, che ruolo ha?  

«Molto positivo. La sua politica estera è quella europea. Lo dimostra il Migration Compact. È un sostegno politico all’opera che abbiamo avviato con l’Africa, programmando investimenti intelligenti e di lungo periodo per gestire i fenomeni migratori con i paesi di origine e transito».  

 

In che modo?  

«Dedichiamo all’Africa ogni anno 20 miliardi. Ora lavoriamo a un strumento per lo sviluppo dell’Africa che ricalchi il piano Juncker per gli investimenti che abbiamo realizzato per l’Ue. Qualcosa che faccia leva su finanziamenti europei e che li moltiplichi con investimenti privati». 

 

Restiamo in Italia. Si sente sempre tirare in ballo l’Europa per ogni: i marò, il caso Regeni. Ha senso?  

«Sono casi diversi, ma è giusto che l’Italia invochi la dimensione europea. Cercare soluzioni europee implica anche contribuire a costruirne. È ciò che tutti dovremmo fare». 

 

Poi però i marò non tornano, l’Egitto fa quel che vuole e si gonfia il fronte euroscettico.  

«Per entrambi i casi il lavoro al fianco delle autorità italiane è stato costante, come la disponibilità a sostenerle in ogni modo ritenuto utile. Abbiamo sollevato il tema in tutti i bilaterali, con l’India e con l’Egitto. Continueremo a farlo».  

 

E la guerra del Brennero?  

«Senza una politica europea condivisa sul l’immigrazione anche un Paese come l’Austria, che è stato generoso nell’accogliere i rifugiati, finisce per evocare la reintroduzione dei controlli. È una illusione pensare di gestire il fenomeno a livello nazionale, oltretutto l’idea di innalzare barriere fisiche all’interno dell’Ue è inaccettabile, sproporzionata e contraria allo spirito dei trattati. Reintrodurre controlli alle frontiere deve essere un fatto eccezionale e temporaneo, come ha ribadito la Commissione».  

 

Si può essere ottimisti sulla Libia?  

«Siamo iniziando a lavorare con il governo di unità nazionale, abbiamo non solo annunciato 100 milioni di aiuti ma anche avviato già alcuni dei progetti sui quali attivarli. Se i libici riescono ad unire le forze attorno ad istituzioni comuni, per un impegno comune su sicurezza, controllo delle risorse, ricostruzione, e contrasto al traffico di esseri umani, il Paese ha un futuro. Una volta ripartita, la Libia non ha bisogno di un aiuto economico». 

 

La stampa tedesca parla di un piano «con misure drastiche» per fermare i profughi dal Nord Africa. È così?  

«Nessuna “misura drastica”, ma un lavoro serio per evitare che migliaia di persone muoiano. La logica del “soldi in cambio della garanzia di tenere i migranti in carcere” appartiene al passato, ed abbiamo già visto i danni che ha fatto. Quel tempo è finito. Oggi quello a cui lavoriamo è un partenariato, che richiede risorse, impegno politico e, soprattutto, un governo libico». LS 30

 

 

 

 

Cir: “Inadeguate le proposte della Commissione Europea sulla riforma del sistema Dublino”

 

ROMA -  Il Consiglio Italiano per i Rifugiati (Cir) si dice “estremamente deluso” dalle proposte presentate ieri dalla Commissione Europea per la riforma del Sistema Dublino.

“Un’opportunità persa per quella che avrebbe dovuto essere una riforma strutturale del sistema Dublino”, commenta il portavoce del Cir Christopher Hein. Secondo  il Cir “l’approccio adottato dalla Commissione è assolutamente riduttivo e il principio base per determinare lo stato responsabile ad analizzare le domande d’asilo rimane sostanzialemente invariato: si continua a penalizzare fortemente, in primo luogo, i richiedenti asilo e, in secondo luogo, i paesi di primo arrivo”. “Basare tutto sulla misura del reinsediamento che ha già dimostrato di essere del tutto inefficace, non è per noi la via giusta”, rimarca Hein. “La riforma – prosegue - prevede delle correzioni nell’attribuzione delle responsabilità solo di fronte ad arrivi “sproporzionati” di richiedenti asilo in un dato paese dell’UE. Per sproporzionati si intendono quegli arrivi che superino del 150% il numero di riferimento considerato gestibile rispetto alla grandezza e al benessere del Paese. Allo stesso tempo vengono introdotte misure che vanno a penalizzare i richiedenti asilo che si sottrarranno agli obblighi imposti dal Regolamento Dublino: ancora una volta i diritti dei richiedenti asilo in Europa vengono ridotti”. Per il Cir la proposta della Commissione “presenta comunque anche alcuni aspetti positivi: la penalizzazione finanziaria introdotta per gli Stati che si sottrarranno agli obblighi del ricollocamento, l’estensione dell’accesso alla misura del ricollocamento a tutti i richiedenti asilo indipendentemente dalle nazionalità e l’annunciato ampliamento della nozione dei familiari con i quali si potrà richiedere una riunificazione in un altro paese dell’Unione”.

“Purtroppo – dice Hein - temiamo che il Sistema così corretto sia condannato a un nuovo fallimento. Solo 3 anni fa brindavamo alla costruzione di un Sistema d’Asilo Comune che si è dimostrato del tutto inadeguato. Crediamo che anche questa volta le previsioni legislative che si vogliono introdurre si basano più su un difficile bilanciamento degli interessi dei singoli stati che sulla costruzione di un sistema lungimirante per la gestione dei flussi di migranti e rifugiati nel territorio dell’Unione. Per superare sostanzialmente i limiti del Regolamento Dublino dovremmo prevedere ben altre misure: innanzitutto poter contare su un utilizzo molto più ampio delle misure di ricollocamento, con un forte correttivo legato ai legami culturali, relazionali e familiari dei richiedenti asilo con i paesi di destinazione, e introdurre il mutuo riconoscimento delle istanze positive d’asilo. Siamo convinti che solo con uno status d’asilo europeo i movimenti secondari irregolari all’interno dell’Unione avranno fine”, conclude Hein. (Inform 5)

 

 

 

 

Unna. “Il Migration Compact può rappresentare un contributo sostanziale nel risolvere le questioni migratorie"

 

“Servono risposte europee alle diverse problematiche connesse all’immigrazione”. Lo ha dichiarato Laura Garavini, della Presidenza del PD alla Camera, partecipando al dibattito “Politiche migratorie in Italia, Ungheria e Unione Europea”, organizzato dalla città di Unna, nell’ambito della Settimana europea 2016.

 

La Garavini ha aggiunto: “Bisogna intervenire sulle cause dell'immigrazione. L’Europa deve sapere agire unita a livello internazionale, facilitando soluzioni diplomatiche ai conflitti nei Paesi di provenienza e sostenendo la cooperazione allo sviluppo in modo più massiccio di quanto fatto in passato. Servono investimenti nei luogi di origine affinchè le giovani generazioni trovino attraente restare e non siano costretti ad emigrare. E’ proprio in questa direzione che va il Migration Compact, il piano per l'immigrazione proposto dal Governo italiano che ha già trovato l’apprezzamento delle istituzioni europee e di molti stati membri. Anche il Governo tedesco ha accolto positivamente il piano sollecitato dall’Italia, sollevando solo perplessità in merito al suo finanziamento tramite eurobond. Va trovata una alternativa. Non possiamo arenarci. I cittadini europei si appassionano poco per i tecnicismi. Dai leader dell’UE si aspettano piuttosto una gestione celere, umana e comune dei flussi migratori verso il nostro continente”. De.it.press 3

 

 

 

Paesi ricchi, Paesi poveri. Un progetto sui migranti per le nostre società spaventate

 

Nei prossimi vent’anni, per mantenere costante la popolazione in età lavorativa (20-64), ogni anno dovranno entrare in Italia, a saldo, 325.000 persone. Ci vorrà tempo, pazienza, fermezza, lungimiranza - di Gian Antonio Stella

 

O sono ciarlatani gli scienziati che studiano la demografia o sono ciarlatani coloro che buttano lì formulette di soluzioni facili facili. «Se il sogno di alcuni si realizzasse, e i paesi ricchi “blindassero” le loro frontiere», scrivono nel saggio Tutto quello che non vi hanno mai detto sull’immigrazione (Laterza) Stefano Allievi e Gianpiero Dalla Zuanna citando i dati ufficiali della Population Division delle Nazioni Unite, «nel giro di vent’anni i loro abitanti in età lavorativa passerebbero da 753 a 664 milioni». Ottantanove milioni in meno. Più o meno la popolazione in età lavorativa della Germania e dell’Italia messe insieme.

Nel nostro specifico, «nei prossimi vent’anni, per mantenere costante la popolazione in età lavorativa (20-64), ogni anno dovranno entrare in Italia, a saldo, 325.000 potenziali lavoratori, un numero vicino a quelli effettivamente entrati nel ventennio precedente. Altrimenti, nel giro di appena vent’anni i potenziali lavoratori caleranno da 36 a 29 milioni». Con risultati, dalla produzione industriale all’equilibrio delle pensioni, disastrosi. Vale anche per l’Austria che vuole chiudere il Brennero: senza nuovi immigrati nel 2035 la popolazione in età 20-64 calerebbe lì del 16%: da 5,3 a 4,4 milioni. Con quel che ne consegue. Semplice, barricarsi: ma poi? Chi vuole può pure maledire i tempi, ma poi? E allora, ringhierà qualcuno, «dobbiamo prenderci tutti quelli che arrivano?» Ma niente affatto.

Sarebbe impossibile perfino se, per paradosso, lo accettassimo. Se fossero i Paesi poveri a chiudere di colpo le loro frontiere infatti «nel giro di vent’anni la loro popolazione in età 20-64 aumenterebbe di quasi 850 milioni di unità, ossia più di 42 milioni l’anno». Brividi.

Nessuno ha la formula magica per risolvere questo problema epocale. Nessuno può ricavarla dalla storia. Gli uomini si spostano, come spiega il filosofo ed evoluzionista Telmo Pievani, «da quasi due milioni di anni». Ma mai prima c’era stato uno tsunami demografico di questo genere.

Questo è il nodo: se possiamo tenere i nervi saldi e prendere atto con realismo della difficoltà di individuare qui e subito soluzioni salvifiche, un po’ come quando la scienza brancola dubbiosa davanti a nuovi virus, è però impossibile rassegnarci a certi andazzi. Di qua il tamponamento quotidiano e affannoso delle sole emergenze con la distribuzione dei profughi a questo o quell’albergatore (magari senza scrupoli) senza un progetto di lungo respiro. Di là i barriti contro gli immigrati in fuga dalla fame o dalle guerre con l’incitamento a fermare l’immensa ondata stendendo reti e filo spinato. E non uno straccio di statista che rassicuri le nostre società spaventate mostrando di essere all’altezza della biblica sfida.

Dice un rapporto Onu che «chi lascia un Paese più povero per uno più ricco vede in media un incremento pari a 15 volte nel reddito e una diminuzione pari a 16 volte nella mortalità infantile»: chiunque di noi, al loro posto, sarebbe disposto a giocarsi la pelle per «catàr fortuna», come dicevano i nostri nonni emigrati veneti. Anche se, Dio non voglia, ci sparassero addosso. Tanto più sapendo che in Europa e in Italia, grazie a una rete familiare e a un welfare che comunque garantisce quel minimo vitale altrove impensabile, c’è ancora spazio per chi è pronto a fare i «ddd jobs», i lavori «dirty, dangerous and demeaning» (sporchi, pericolosi e umilianti) rifiutati da chi si aspettava di meglio.

Non basterebbe neppure una miracolosa accelerazione nel futuro: nella California di Google e della Apple, ricordano ancora Allievi e Dalla Zuanna, «ogni due nuovi posti di lavoro high tech ne vengono generati cinque a bassa professionalità: qualcuno dovrà pure stirare le camicie dei benestanti, curare i loro giardini, prendersi cura dei loro anziani». Altro che i corsi di formazione per baristi acrobatici.

Come ne usciamo? Soluzioni rapide «chiavi in mano», a dispetto di tutti i demagoghi, non ci sono. Ci vorranno tempo, pazienza, fermezza, lungimiranza. Alcune cose tuttavia, nel caos, sono chiare. Primo punto, nessuno, se può vivere dov’è nato, affronta le spese, le fatiche, i rischi e le umiliazioni di certi viaggi: occorre dunque «aiutarli a casa loro» sul serio, non con le ipocrisie, gli oboli (il G8 dell’Aquila diede all’Africa i 13 millesimi dei fondi dati alle banche per la crisi), i doni ai dittatori o la cooperazione internazionale degli anni Ottanta che finì travolta dagli scandali (indimenticabili i silos veronesi sciolti sotto il sole sudanese) dopo che Gianni De Michelis aveva ammesso alla Camera che il 97% dei fondi al Terzo mondo finiva (spesso a trattativa privata) ad aziende italiane che volevano commesse all’estero.

Mai più. Meglio piuttosto cambiare le regole del commercio internazionale che per proteggere lo status quo dell’Occidente inchiodano i Paesi in via di sviluppo a non crescere. Citiamo Kofi Annan: «Gli agricoltori dei Paesi poveri non devono solo competere con le sovvenzioni ai prodotti alimentari d’esportazione, ma devono anche superare grandi ostacoli a livello di importazione. (…) Le tariffe doganali Ue sui prodotti della carne raggiungono punte pari all’826%. Quanto più valore i Paesi in via di sviluppo aggiungono ai loro prodotti, trasformandoli, tanto più aumentano i dazi». Qualche anno dopo, la situazione non è poi diversa.

Secondo: basta coi traffici di armamenti verso Paesi in guerra. Quanti eritrei che arrivano coi barconi scappano da casa loro dopo aver provato sui loro villaggi e le loro famiglie la «bontà» delle armi vendute al regime di Isaias Afewerki anche da aziende italiane ed europee, come dimostrò l’Espresso, nonostante l’embargo? Pretendiamo che restino a casa loro e insieme che si svenino a comprare le nostre armi?

Terzo: parallelamente a un percorso accelerato per mettere gli italiani in condizione di fare più figli sempre più indispensabili, a partire da una ripresa vera del ruolo educativo della scuola anche su questo fronte, è urgente arrivare finalmente alle nuove norme sulla cittadinanza. Forse ci vorranno decenni per realizzare il sogno di Mameli («Di fonderci insieme già l’ora suonò») allargato a tanti nuovi italiani che vogliono sentirsi italiani, ma certo non è facile pretendere che sia un bravo cittadino chi cittadino fatica a diventare. CdS 30

 

 

 

 

Europa. Brexit, se ci lasciamo

 

Come andrà a finire il voto sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione europea. L’ambasciatore Antonio Armellini delinea i due scenari opposti, ragioni e conseguenze. In questo articolo si ipotizza una vittoria del fronte a favore dell'uscita. Nel prossimo, immagineremo il trionfo di chi vuole rimanere nell'Ue.

 

Dunque è ufficiale: Londra esce dall’Unione europea, Ue. L’incertezza dopo che i primi exit polls avevano indicato un testa a testa, è finita nella giornata di ieri con la conferma di risultati più deludenti del previsto per il remain.

 

Non solo nel Nord dell’Inghilterra ma, sorprendentemente, in Scozia e in Ulster. Non si è trattato di un tracollo: la percentuale - 56% a favore e 42% contro - ricorda quella del referendum sulla Scozia del 2014, così come il numero di votanti, che è rimasto al disotto del 60%.

 

La sconfitta comunque c’è stata: le grandi città - Londra, Manchester, Birmingham - hanno votato compattamente per il remain, ma l’appoggio del Sud dell’Inghilterra per il brexit non ha subito incrinature. Jeremy Corbin ha lasciato trasparire fin troppo che il suo impegno era solo di facciata e il “soccorso rosso” del voto laburista non si è materializzato quanto sarebbe stato necessario.

 

Voto di pancia

Che il voto sarebbe dipeso non tanto da considerazioni razionali (non ce n’erano molte, a favore del brexit) quanto psicologiche e “di pancia” lo si sapeva sin dall’inizio.

 

L’ultimo psicodramma greco e il fallito tentativo di dare vita a un vero sistema di controllo comune alle frontiere, mentre l’accordo con il presidente turco Racep Tayip Erdogan traballa vistosamente e si è aperto un nuovo drammatico fronte con la Libia, hanno alimentato in un elettorato in cui sono mancati i giovani (su cui contava il remain), quel miscuglio tipicamente britannico di insularismo fatto di diffidenza per tutto ciò che sa di straniero, di nazionalismo nutrito da nostalgie imperiali per una inesistente “anglosfera” in cui trovare rifugio salvifico dall’Europa, su cui puntavano i brexiteers per contrare il coro degli argomenti che quasi tutta l’industria, la City e la grande maggioranza degli alleati avevano intonato per sostenere il governo.

 

Quest’ultimo ha sottovalutato il pericolo di far apparire il referendum non già come una scelta sull’Ue, bensì fra l’arroganza cosmopolita delle élites e la difesa della gente comune da una globalizzazione incontrollata. Ci sarà tempo e modo per analizzare meglio le motivazioni del voto, ma la componente del rifiuto della politica intesa come prevaricazione di una casta lontana dagli interessi di quanti dovrebbe rappresentare, ha giocato più del previsto nell’orientare un voto che definire semplicemente populista sarebbe riduttivo.

 

Le correnti di protesta che si sono viste all’opera in Gran Bretagna si ritrovano in forme diverse e con motivazioni a volte molto lontane anche altrove nel vecchio continente: si tratta di un ulteriore campanello d’allarme per i meccanismi legittimanti dell’azione politica così come l’abbiamo sin qui conosciuta e del quale dovremmo preoccuparci tutti.

 

Dall’Europa reazioni prudenti

In Europa le prime reazioni sono di prudenza. Angela Merkel ha dichiarato che il risultato dovrà essere uno stimolo per la piena attuazione dell’Ue e su Londra è rimasta sul generale, dicendosi sicura che si troverà un’intesa capace di promuovere i legittimi interessi di entrambi.

 

Anche Matteo Renzi si è limitato a dirsi dispiaciuto per il risultato e a sottolineare che in ogni caso la Gran Bretagna rimane un membro fondamentale della famiglia europea.

 

Un po’ più esplicito Hollande, il quale ha detto che adesso i Ventisette non dovranno perdere tempo nel rinserrare le fila della costruzione comune.

 

Tutt’altra musica fra i nuovi paesi membri dell’Europa dell’Est. L’ungherese Viktor Orbane il polacco Andrzej Duda hanno annunciato una riunione straordinaria del Gruppo di Visegrad per chiedere che il referendum britannico sia replicato in tutti gli altri Paesi dell’Ue che lo vorranno. Ad applaudire a queste dichiarazioni anche l’Austria, seguita dal silenzio un po’ sbigottito di gran parte degli altri.

 

Regno Dis-Unito

David Cameron ha annunciato che non si dimetterà prima di aver impostato il negoziato ex art. 50 con l’Ue che dovrà stabilire “le nuove basi della collaborazione fra una Gran Bretagna libera e sovrana e una Europa democratica e amica”. Una mossa tattica disperata, nel tentativo di evitare l’implosione del partito e di tenere a bada Boris Johnson.

 

È assai difficile che possa riuscirvi: i conservatori sono sempre più spaccati fra una fazione, di cui potrebbe prendere la testa lo stesso Johnson, che punta ad assorbire l’Ukip di Nigel Farage e spostare più a destra l’asse del partito, ed una che guarda a Kenneth Clarke per dare vita a un nuovo partito moderato e filo-europeo, in cui potrebbe trovare ospitalità quel che rimane delle truppe liberali. Una ipotesi travolgente per la Gran Bretagna, ma il brexit costituisce una svolta epocale e il sistema dei partiti potrebbe subirne le conseguenze.

 

Nel frattempo, Nicola Sturgeon ha già annunciato che la Scozia chiederà un nuovo referendum sull’indipendenza e l’adesione all’Ue. Il Premier irlandese ha rilanciato la proposta di un “referendum di confine” che salvaguardi i diritti della minoranza unionista dell’Ulster nella futura Irlanda unificata. Il Galles per ora tace, ma non ci sarebbe da stupirsi se - come la Bielorussia all’epoca della dissoluzione dell’Urss - finisse per ritrovarsi indipendente “suo malgrado”.

 

Un Regno Dis-Unito intorno alla sola Inghilterra assiste al tripudio dei brexiteers che, avvolti nei loro Union Jack, fingono di non ascoltare il monito che Barack Obama non ha tardato a rinnovare già ieri.

 

Nuova Norvegia o Svizzera, maxi-Singapore, battitore libero nell’Omc: il negoziato con l’Ue sarà tutt’altro che una passeggiata e i vincitori del referendum dovranno pensare a quale strategia seguire. Non sembrano averne per ora alcuna e potrebbero essere guai.

 

Come lo saranno quasi sicuramente per il resto dell’Europa, che dovrebbe poter cogliere l’occasione del brexit per rilanciare la sua coesione interna e procedere finalmente verso una unione anche politica, ma che dovrà guardarsi verosimilmente dalla spinta disgregatrice del referendum per l’insieme dell’Ue. Una grande confusione sotto il cielo, di cui non si sentiva davvero il bisogno.

Antonio Armellini, Ambasciatore d’Italia, AffInt 28

 

 

 

 

Migranti, Berlino: «Controlli alle frontiere per altri sei mesi». Destra radicale a congresso: scontri.

 

Cresce la tensione in Germania: scontri a Stoccarda dove militanti di sinistra hanno protestato contro il congresso della destra radicale AfD. E da Berlino arriva l’indiscrezione che il governo spinge per altri sei 6 mesi di controllo alle frontiere

di Raffaella Cagnazzo

 

Sono almeno 400 i militanti di sinistra arrestati nei pressi di Stoccarda: manifestavano contro il congresso nazionale del partito della destra «Alternative fuer Deustchland», xenofobo e anti-Islam, cresciuto molto negli ultimi mesi, urlando slogan come «I profughi possono restare, i nazisti se ne devono andare». La polizia ha fermato i manifestanti utilizzando spray al peperoncino e cannoni ad acqua per impedire che raggiungessero la sede della conferenza.

 

Quattro ore di scontri

Gli scontri sono scoppiati intorno alle 6 del mattino e sono proseguiti per alcune ore. Alcuni manifestanti, secondo le testimonianze degli agenti, erano incappucciati. I militanti di sinistra hanno dato fuoco a copertoni e tentato di raggiungere i membri del partito di destra bloccando una vicina autostrada, ma l’intervento della polizia ha permesso a tutti i 2000 delegati di raggiungere il centro e dare il via al congresso, iniziato comunque con un’ora di ritardo.

Il ministro tedesco: «Preoccupazione per i confini esterni dell’Ue»

Le tensioni in Germania si sono acuite dopo l’arrivo, lo scorso anno, di un numero di migranti «record» che supera il milione di persone entro i confini tedeschi. Tanto che la Germania e altri cinque Paesi dell’Unione europea - cioè Francia, Austria, Belgio, Danimarca e Svezia - intendono chiedere il prolungamento di altri sei mesi a partire dal 13 maggio dei controlli di frontiera reintrodotti nello spazio Schengen. Una mossa che, se approvata (la Commissione europea si pronuncerà il 4 maggio), «sarebbe un segnale chiaro della capacità di azione dell’Europa»: così fa sapere il ministro dell’Interno tedesco, Thomas de Maizie’re. La situazione dei migranti in Europa resta delicata e il responsabile della diplomazia tedesca spiega: «Anche se la situazione dei profughi si è al momento tranquillizzata ai confini lungo la rotta balcanica, guardiamo con preoccupazione agli sviluppi ai confini esterni dell’Ue», ha spiegato, sostenendo che gli Stati membri «devono poter adottare controlli alle frontiere interne in maniera flessibile laddove necessario». CdS 30

 

 

 

 

Germania: "Sta all'Italia evitare blocco Brennero". Spiegel: Ue vuole detenzione dei migranti in Libia

 

Il ministro dell'Interno De Maiziere: "Italia lontana dall'essere travolta dai profughi: sostegno solo se ne arrivassero 350 mila". Il sito del settimanale tedesco: Ue prepara accordo col nuovo governo libico, misure "drastiche" per fermare il flusso dal Nord Africa. Replica portavoce: "Lavoriamo a gestione dei migranti nel rispetto dei diritti umani". Il 5 e 6 maggio Merkel e vertici Ue a Roma - di PAOLO GALLORI

 

BERLINO - Dopo lo sbarramento della rotta balcanica conseguente all'accordo tra Ue e Turchia, Germania, Austria e centro dell'Europa guardano alle "vie alternative". Dal Mediterraneo orientale e le isole greche, l'attenzione è ora rivolta alle coste della Libia e al temuto "nuovo incremento nel numero dei profughi in arrivo sulla sponda italiana". "Ma l'Italia è ben lontana dall'essere sopraffatta dai migranti". Lo ha dichiarato il ministro dell'Interno della Germania, Thomas De Maiziere, parlando a Potsdam, in un incontro stampa con l'omologo austriaco Wolfgang Sobotka, reduce dal faccia a faccia con Angelino Alfano sulla questione del Brennero.

 

Rispondendo a una domanda su quale sia il punto in cui l'Italia potrebbe dirsi sopraffatta dal flusso, de Maiziere ha detto che la Grecia, con 20 milioni di abitanti, ne ha accettati 60 mila e l'Italia, 60 milioni di abitanti, potrebbe calcolare che il momento di chiedere aiuto potrebbe essere "a 350 mila. Ma siamo ben lontani da ciò".

 

Le rassicurazioni di De Maiziere contrastano con le nuove rivelazioni del tedesco Spiegel, secondo cui la Ue starebbe lavorando a un accordo con il nuovo governo libico sostenuto dall'Onu per impedire "con misure drastiche" un'ondata di profughi dal Nord Africa, ritenuta probabile con l'arrivo dell'estate, attraverso la rotta mediterranea. Nelle 17 pagine di un documento riservato, che Spiegel afferma di aver visionato e in cui si cita la responsabile della politica estera dell'Unione europea Federica Mogherini, si delinea una bozza d'intesa in base alla quale il governo libico, in collaborazione con l'Unione europea, potrebbe far funzionare "centri di detenzione temporanea per migranti e rifugiati e anche altre strutture di detenzione".

 

Alle rivelazioni di Spiegel ha replicato un portavoce Ue che, sostanzialmente, non ha smentito il riferimento ai campi di detenzione ma ha parlato di "un lavoro preparatorio in atto, per sostenere la gestione delle frontiere, lottare contro la migrazione irregolare e i trafficanti nel rispetto per i più alti standard dei diritti umani e delle leggi internazionali". "Il principale obiettivo" della Ue, in "stretto coordinamento con l'Unhcr e l'Oim", ha aggiunto il portavoce, "è dare sostegno alle autorità libiche affinché assicurino che la gestione di migranti e profughi in Libia sia in linea con questi standard".

 

All'inizio di aprile, l'allora ministra dell'Interno austriaca Johanna Mikl-Leitner aveva aperto alla possibilità di chiudere il Brennero lanciando l'allarme: il flusso di profughi in arrivo in Italia potrebbe raddoppiare rispetto allo scorso anno, passando da 150mila a 300mila. Solo pochi giorni dopo la ministra Mikl-Leitner avrebbe rassegnato le dimissioni per andare a ricoprire la carica di viceopresidente del suo Land, la Bassa Austria. Le sarebbe subentrato Sobotka.

 

Dopo l'incontro con il nuovo ministro dell'Interno di Vienna, Alfano ha dato per scongiurata la chiusura del Brennero, almeno per ora, ma ha avvertito che stava anche all'Italia fare in modo, attraverso una più stretta cooperazione tra le due polizie e controlli trasparenti, che la misura inclusa in un pacchetto di nuove norme anti-migranti approvata due giorni fa dal Parlamento di Vienna non avesse alcuna ragione di essere applicata. Sulle responsabilità italiane ha insistito lo stesso De Maiziere: la questione del Brennero è principalmente nelle mani del governo di Roma e nella sua capacità di arginare un flusso incontrollato di migranti verso gli altri paesi Ue garantendone la registrazione.

 

De Maiziere, dunque, in piena sintonia con il ministro austriaco Sobotka: "La lite che c'è stata (sulla volontà austriaca di fissare un tetto all'entrata di richiedenti asilo, negata in punta di diritto internazionale dalla Ue, mentre Berlino persegue una soluzione comunitaria all'emergenza, ndr) è alle spalle. Non ci sono più differenze di opinioni fra Germania e Austria" sulla politica dei profughi". Ed è passata solo una settimana da quando ancora lo Spiegel  attribuiva alla cancelliera Angela Merkel la risposta a chi le chiedeva cosa sarebbe accaduto di fronte al tanto temuto sbarco in massa sulle coste italiane e alla prospettiva di un'invasione della Germania conseguenza dei mancati controlli: "L'Austria chiuderà il Brennero".

 

Sobotka, che oggi sarà anche a Berlino, da Potsdam ha puntualizzato ancora una volta la posizione di Vienna: "Per noi è necessario che l'Italia adempia agli accordi internazionali per aumentare i controlli sui confini interni" dell'Unione". Mentre da Berlino, il ministro degli Esteri austriaco Sebastian Kurz ha difeso la possibilità di ristabilire i controlli alla frontiera con l'Italia e chiarito ulteriormente cosa si aspetta l'Austria dai suoi dirimpettai a Sud: "Nessuno in Austria vuole una chiusura del Brennero, ma se oggi a tutti i rifugiati e migranti viene fatto il gesto di passare, allora non abbiamo altra scelta che introdurre controlli di frontiere, così come hanno già fatto altri Paesi come la Germania". "Se l'Italia si prenderà cura di questa gente e non li spedirà automaticamente verso nord - ha continuato il capo della diplomazia austriaca -, allora comincerà anche a diminuire il numero di coloro che si metteranno in marcia verso la Mitteleuropa".

 

Il giorno dopo il confronto con la controparte austriaca, Angelino Alfano ha risposto alle critiche di chi in Italia sulla vicenda del Brennero "fa il tifo per l'Austria". Su tutti, la Lega Nord. "Tifando italia - ha detto il ministro dell'Interno a margine di un incontro alla fondazione Cariplo, a Milano - noi diciamo che non c'è motivo di costruire quel muro, perché farebbe danno ai nostri albergatori, ai nostri imprenditori al nostro import-export. Dunque, faremo di tutto, lavorando con maggiore efficacia nel controllo degli itinerari italiani verso il Brennero, per evitare che gli austriaci trovino un pretesto per montare quella barriera". Alfano ha anche ripetuto il "no" dell'Italia a controlli austriaci su suo territorio e il giudizio sulle "opere preparatorie" di Vienna per porre una barriera al valico come "una spesa inutile e uno spreco", perché il temuto enorme flusso di migranti da Sud non si verificherà. In ogni caso, ha ribadito il ministro, "l'Italia non è certo un Paese che si fa spaventare da un gabbiotto".

 

Esprimendo ieri la preoccupazione della Commissione Ue per la vicenda del Brennero nelle ore precedenti l'incontro tra Alfano e Sobotka, la portavoce Mina Andreeva aveva praticamente ufficializzato la visita del presidente dell'esecutivo dell'Unione Jean-Claude Juncker a Renzi il prossimo 5 maggio. Oggi si chiarisce il quadro in cui avverrà l'incontro. Il 5 e il 6 maggio non solo Juncker ma i vertici delle istituzioni comunitarie e la cancelliera Merkel saranno a Roma per il dibattito sullo Stato dell'Unione, in vista della Festa dell'Europa che cade il 9 maggio.

 

Secondo quanto si legge nell'agenda della Commissione, alle 18,30 del 5 maggio il presidente Juncker, il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk e il presidente dell'Europarlamento Martin Schulz prenderanno parte con Renzi e la cancelliera tedesca al dibattito nella sala degli Orazi e Curiazi ai Musei capitolini, la stessa dove il 25 marzo del 1957 venne firmato il Trattato di Roma istitutivo della Cee. Il 6 maggio saranno tutti in Vaticano per la cerimonia di consegna del premio Carlomagno, assegnato a papa Francesco per "i suoi sforzi nel promuovere i valori europei della pace, della tolleranza, della compassione e della solidarietà". Prima della cerimonia, l'incontro tra Renzi e Juncker.

 

Dopo papa Francesco, che in una conversazione con il vescovo di Bolzano-Bressanone, monsignor Ivo Muser, ha ricordato il dovere di assistere i rifugiati, interviene sul Brennero anche Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della Conferenza episcopale italiana. "Non è con i muri o la chiusura delle frontiere che si affrontano problemi di carattere umanitario, ma su altri piani e con altri modi - ha affermato il cardinale al suo arrivo a un convegno sull'etica del lavoro -. Questa situazione di migrazione universale deve essere più seriamente affrontata a livello internazionale, ossia dall'Onu, e non soltanto dell'Europa o dall'Italia che lo sta facendo come meglio può". "Non mi pare - ha concluso Bagnasco - che, sotto questo profilo, ci sia ancora un intervento deciso, chiaro e propositivo".  LR 29

 

 

 

 

 

Brennero. Angelino Alfano incontra l'omologo austriaco Wolfgang Sobotka

 

ROMA - "Abbiamo avuto l'ok dell'Austria alla proposta italiana del Migration Compact che porteremo in Consiglio Europeo". Lo ha riferito il ministro dell'Interno, Angelino Alfano, ieri al Viminale al termine dell'incontro con l'omologo austriaco, Wolfgang Sobotka.

"È stato un incontro molto schietto, molto franco, molto concreto", ha affermato Alfano. "La preoccupazione austriaca è che arrivino tanti profughi dalla Libia, la nostra posizione è che noi oggi stiamo gestendo con grande efficienza la frontiera marittima e non prevediamo che alla frontiera del Brennero ci siano rischi. Abbiamo evitato fino a ora l'esplosione di una crisi e la chiusura del passo del Brennero. È una decisione definitiva? No. Starà anche a noi evitare che l'Austria decida la chiusura. Starà a noi e alla nostra efficienza evitare che ci sia quella crisi e sarà di parte austriaca la responsabilità di essere ragionevoli. Un blocco farebbe un enorme danno al turismo italiano e austriaco, al nostro import-export e al transito delle persone per ragioni di lavoro".

"Il ministro austriaco ci ha detto che nessun muro sarà edificato. Ci sono delle attività preparatorie, ma dimostreremo che quelli dell'Austria sono soldi sprecati e l'Italia non si fa certo spaventare da un gabbiotto", ha sottolineato Alfano. "Vogliamo salvaguardare il diritto di circolazione in Europa che deve essere libera, e io dico anche sicura".

I numeri a supporto della posizione italiana: il ministro ha evidenziato che hanno passato quella frontiera 2.722 migranti "ma dall'Austria verso l'Italia e non il contrario".

"Rafforzeremo il controllo dei flussi verso il Brennero, ma abbiamo ribadito la nostra contrarietà ai controlli della polizia austriaca al Brennero, sui nostri treni e sul nostro territorio", ha continuato Alfano. "L'itinerario stradale e dei treni al Brennero vedrà rafforzata la presenza delle Forze dell'ordine, già ci sono aliquote di militari. Ci sarà più controllo negli itinerari stradali e ferroviari".

L'Austria sosterrà "insieme a noi che con la Libia si debba siglare un accordo" sull'esempio di quello siglato con la Turchia. "Immagino centri sul territorio appositamente creati", ha spiegato Alfano, "per distinguere e dividere chi ha diritto all'ospitalità, in quanto rifugiato o profugo, e chi no. L'Italia, per venire incontro al piano europeo sulla immigrazione, sta pensando alla creazione di "hotspot di secondo livello" che si andranno ad affiancare alle strutture di accoglienza e di identificazione già in funzione nel nostro Paese".

Alfano ha, quindi, ribadito la necessità che si prevedano controlli già in mare, attraverso l'uso di navi "hotspot galleggianti", per una prima scrematura dei migranti che giungono dal Mediterraneo e per una loro più efficace identificazione.

"Abbiamo firmato nel 2014 un accordo di polizia con l'Austria per rafforzare la cooperazione", ha ricordato il ministro. "In più", ha concluso, "stabiliremo un contatto quotidiano tra il prefetto Giovanni Pinto, direttore centrale dell'Immigrazione e della Polizia delle frontiere, e un uomo della polizia austriaca in modo che non nascano più equivoci sui numeri". (b.p.\aise 29) 

 

 

 

 

 

Profughi, rappresentante Unhcr: "Preoccupati ma non facciamo ipotesi catastrofiste"

 

Intervista a Stephane Jacquemet, responsabile per il Sud Europa. Attezione massima alla "sfida sul Brennero" e alla riforma della legge sull'asilo approvata di recente da Vienna: "Rischio che l'Austria diventi un modello negativo". "L'Italia ha fatto molto. I Paesi in prima linea non possono essere lasciati soli" - di VLADIMIRO POLCHI

 

ROMA - "La sfida sul Brennero è molto preoccupante. Alcuni partiti politici sono inclini a vedere l'immigrazione solo in termini di "muri" e "invasione". Questo non è né sano né realista. La gente continuerà a muoversi". A parlare è Stephane Jacquemet, nuovo rappresentante dell'Alto commissariato Onu per i rifugiati per il Sud Europa.

 

Cosa pensa della possibile "chiusura" del Brennero?

"Penso che sia importante non parlare di "chiusura", ma "di ripresa di controlli alle frontiere". Detto questo, ripristinare i controlli può essere preoccupante perché potrebbe avere un impatto sul diritto di chiedere asilo e influenzare la libertà di circolazione all'interno di Schengen, per non parlare di una serie di conseguenze economiche per le comunità su entrambi i lati del confine. Ma c'è altro".

 

A cosa si riferisce?

"L'Unhcr è molto preoccupato per l'attuale processo di modifica della legislazione austriaca sui rifugiati. Il Parlamento austriaco ha approvato una riforma della legge sull'asilo che potrebbe avere gravi conseguenze sulla protezione dei profughi. Purtroppo, vi è il rischio che l'Austria diventi un modello negativo in Europa".

 

Cosa può succedere ora?

"Al momento non è opportuno fare ipotesi catastrofiste. Finora, vi è stato solo un leggero aumento degli arrivi via mare in Italia. C'è stata una crescita significativa a marzo 2016 rispetto a marzo 2015, ma nel mese di aprile abbiamo assistito a una riduzione. La mia speranza è che ci sia una discussione seria dell'Ue sulla condivisione delle responsabilità per evitare il caos dello scorso anno. In breve, non credo vedremo campi profughi alla frontiera".

 

L'Italia rischia di restare isolata?

"Non credo. L'Italia ha molti alleati che le riconoscono i passi positivi compiuti, sotto molti aspetti, tra cui il salvataggio in mare, la cooperazione con noi per quanto riguarda i rifugiati e con l'Oim per i migranti economici, incluso un netto aumento della capacità di accoglienza".

L'Italia rischia di trasformarsi da "Paese corridoio" per molti migranti a "Paese sosta" dal quale è difficile uscire?

"Credo che l'Unione europea sia consapevole che i Paesi "in prima linea" come Italia e Grecia non possano essere lasciati soli".

 

Chi passa attraverso la frontiera del Brennero?

"Non sembra esserci un profilo particolare. È importante sottolineare che il movimento non è solo Italia-Austria, ma anche Austria-Italia".

 

E dove vanno?

"Sappiamo che molti rifugiati sono diretti in Germania e nei Paesi scandinavi".

 

Le preoccupazioni dell'Austria hanno qualche fondamento?

"L'Austria ha un numero elevato di migranti e richiedenti asilo, quindi il problema deve essere affrontato. Più in generale, tutti i Paesi europei devono dotarsi di una politica migratoria globale che gestisca i flussi in modo umano e pianificato, tenendo conto delle legittime preoccupazioni di sicurezza, ma anche nel pieno rispetto dei diritti umani dei migranti. Perché purtroppo i movimenti estremisti stanno influenzando l'agenda in materia  di immigrazione".

 

Per Renzi chiudere il Brennero è contro le regole europee.

"Schengen stabilisce che in caso di grave minaccia per l'ordine pubblico o la sicurezza interna, uno Stato membro può reintrodurre eccezionalmente controlli alle sue frontiere interne. Ma la migrazione non deve, di per sé, essere considerata una minaccia".

 

L'Italia sta facendo abbastanza per controllare i flussi?

"L'Italia ha fatto molto. È notevolmente aumentata la capacità di accoglienza e sempre più persone decidono di chiedere asilo in Italia (il numero è più che quadruplicato tra il 2012 e il 2015). L'Italia sta lavorando anche sulla sua capacità di integrare i rifugiati, ma questo è un processo a lungo termine".

LR 30

 

 

 

 

Nasce ad Amburgo l’Associazione 'Italienischer Treffpunkt in Deutschland'

 

Amburgo. "Nuova emigrazione fa rima con nuovo associazionismo". Lo ha detto "Nuova emigrazione fa rima con nuovo associazionismo". Lo ha detto Laura Garavini, dell'Ufficio di Presidenza del Gruppo Pd alla Camera dei deputati, presenziando  all'inaugurazione ad Amburgo della Associazione 'Italienischer Treffpunkt in Deutschland'.

Presente alla festa che ha suggellato il passaggio di testimone dall'Associazione Basilicata, attiva ad Amburgo da oltre trent'anni, ad ID, una nuova realtà fondata da giovani immigrati presenti nella città anseatica da pochissimi anni, la deputata ha proseguito: "Fa piacere vedere come anche da parte dei nuovi italiani all'estero ci sia voglia di associazionismo e di vivere la propria identità italiana all'interno di una comunità, ben integrata in quella tedesca. Dà soddisfazione assistere al passaggio del testimone tra chi è riuscito ad essere punto di riferimento per decenni per la collettività italiana e chi è arrivato da pochi anni, ma sente la stessa voglia di stare insieme e di condividere lingua, cultura, specialità, tradizioni, musica".

In particolare la Garavini ha ringraziato il Presidente uscente, Emanuele Padula, per lo straordinario lavoro promosso con l'associazione negli ultimi decenni in campo sportivo, sociale e ricreativo. E ha rivolto i migliori auguri di buon lavoro alla nuova Presidentessa, Rafaella Braconi e ai componenti del Direttivo, Marco Bertazzi e Marco Fisichella. "C'è una felice intuizione che mi sembra particolarmente di buon auspicio, per la neo costituita ID: una stretta sinergia con i rappresentanti istituzionali della comunità italiana di Amburgo (esponenti del Comites, dell'Interkulturelles Forum, dell'Elternrat). Significa che ID può diventare non solo punto di incontro, ma anche un vero e proprio punto di riferimento per le istanze degli italiani ad Amburgo di vecchia o nuova data" de.it.press 26

 

 

 

 

 

A Francoforte simposio delle voci d’Europa

 

Francoforte  - Francoforte sul Meno, fucina di idee, cultura e poesia. Ritorna anche quest’anno per la città di Goethe e non solo l’imperdibile appuntamento dedicato al Festival della Poesia Europea. Promoter l’Associazione “Donne e Poesia I. Morra” e il Comitato del Festival, presieduto da Titos Patrikios, in collaborazione con il team del giornale “Clic Donne 2000”, sotto la direzione artistica della giornalista e poeta Marcella Continanza, timoniera di quello che è ormai annoverato come il “maggio poetico francofortese” da ben otto edizioni.

Dal 19 al 21 maggio la metropoli tedesca si prepara ad accogliere tutti i più grandi protagonisti di quest’attesissima IX edizione. Ricordiamone i nomi: Eric Giebel, Lisa Mazzi, Ursula Teicher-Maier, Barbara Zeizinger (Germania), Klára Hurková (Repubblica Ceca), Malgorzata Ploszewska(Polonia), André Ughetto (Francia), Diego Valverde Villena (Spagna). E ancora dall’Italia ben cinque presenze a farla da padrone: Ferruccio Brugnaro, Corrado Calabrò, Pino de March, Laura Cecilia Garavaglia e Vincenzo Guarracino. Dunque un Festival particolarmente intenso per la poesia italiana.

La nostra lingua risuonerà nei caffè letterari, nelle librerie, nella sede della Goethe Università, occupando una posizione di rilievo nell’ambito di un’Europa unita culturalmente e non solo come pratica estetica.

Da sempre forte del sostegno della città di Francoforte e dei Consolati europei, il Festival è patrocinato dal Console Generale d’Italia, Maurizio Canfora, e dall’Istituto Italiano di Cultura di Colonia, diretto da Lucio Izzo, segno evidente di una non trascurabile attenzione da parte delle istituzioni che fa ben sperare sul futuro della cultura in Europa.

Sarà proprio il dott. Canfora ad aprire il Festival con il suo saluto il 19 maggio, ore 17.30, nel salone dell’Hotel Monopol, dove alloggiano i poeti ospiti. Alle ore 19.00, presso il Club Voltaire, si terrà la prima Lesung, tratta dalla raccolta “Un pugno di sole. Poesie per sopravvivere” del poeta veneto Ferruccio Brugnaro, che dialogherà con il suo editore Giuseppe Zambon. Seguirà sempre qui, alle ore 20.00, il dibattito sul tema “Intellettuali e Potere”, cui prenderanno parte i poeti del Festival. Moderatore Hartmut Barth-Engelbart. Dibattito di grande importanza, perché focalizza l’indagine su un rapporto assai controverso e che percorre tutta la storia della letteratura e della cultura dalle origini ai giorni nostri, passando per il noto affare Dreyfus, “urlo” indignato di rottura del romanziere Zola, che sancì l’atto di nascita dell’impegno intellettuale e la sua rivendicazione di realtà autonoma all’interno della società.

Il 20 maggio, ore 11.00, come da tradizione ormai consolidata, i poeti andranno in giro per la città e i suoi musei, con visita alla Schirn Kunsthalle, che fino al 12 giugno accoglie in esposizione le opere del celebre surrealista Joan Miró, uno degli artisti più rivoluzionari del secolo scorso, e in doveroso pellegrinaggio alla Casa di Goethe. Al “Caffè col Poeta” si andrà con Pino de March, ore 12.00, Café am Dom. E ancora alle ore 18.00 l’incontro con i poeti prima al Goethe-Café dell’Hotel Monopol, poi nella Sala Beethoven, ore 19.00-21.00, per una soirée con le voci d’Europa, in particolare quelle di Laura Cecilia Garavaglia, Ma?gorzata P?oszewska, Diego Valverde Villena, Ursula Teicher-Maier. La moderazione sarà affidata a Licia Linardi, direttrice del “Corriere d’Italia” di Francoforte, mentre a riproporci le poesie in tedesco sarà la voce di Barbara Zeizinger. Concluderà la seconda giornata di Festival un convivio con i poeti solo per invito, che sembra quasi ricordare e riproporre le atmosfere del più noto simposio platoniano.

Altrettanto ricca sarà la terza e ultima giornata, sabato 21 maggio, che si aprirà, alle ore 11.00, nella raffinata galleria d’arte del prof. Salvatore A. Sanna, presso la Deutsch-Italienische Vereinigung, con una conferenza dal titolo denso di significato, “Il tempo del Nord”, tenuta dal prof. Vincenzo Guarracino, critico letterario e poeta, in cui si renderà omaggio, dopo Goethe della passata edizione, a Giacomo Leopardi. A tal riguardo, appassionanti saranno le testimonianze dei poeti italiani, con un’attenzione peculiare anche all’intervento di André Ughetto, che ha tenuto sullo scrittore recanatese numerose conferenze a Tolone, Marsiglia, La Réunion, paragonandolo ad Auguste Laucassade, poeta francese dell’Ottocento, nato nell’isola di Bourbon. A condurre la dott.ssa Caroline Lüderssen.

Certo ci si sarebbe aspettati pure un omaggio a Rainer Maria Rilke per i 140 anni dalla sua nascita, uno dei poeti che ha segnato l’adolescenza stessa della Continanza, e allo svedese Lars Gustaffson, deceduto il 2 aprile di quest’anno, particolarmente caro al Festival per avervi preso parte nel 2012, ma la crisi economica da un lato e la minaccia terrorismo dall’altro hanno costretto il Festival a ripiegare su tre giorni, a dispetto dei cinque delle precedenti edizioni. Oltre a essere stato uno dei maggiori poeti europei, Gustaffson è noto in Germania per aver vinto nel 2015 il prestigioso premio letterario “Thomas Mann”, fino a oggi assegnato esclusivamente ad autori di lingua tedesca, e per aver pubblicato con l’editore Carl Hanser di Monaco.

Alle ore 15.30, presso la Libreria Internazionale “Südseite”, sarà la volta di Lisa Mazzi, che abita in Germania ed è ormai poeta tedesca a tutti gli effetti, impegnata nel campo dell’immigrazione e dell’interculturalità, la quale presenterà la sua ultima opera, “Frammenti”, leggendo in tedesco e in italiano. Poi di Barbara Zeizinger, il cui reading è previsto per le ore 16.15. E a proseguire la “lunga sera” della poesia, ore 19.00-21.00, alla Goethe Università, con letture critiche dei poeti Corrado Calabrò, André Ughetto, Klára Hurková, Eric Giebel e moderazione della prof.ssa Laurette Artois, allo scopo di creare una trama di circolarità delle diverse lingue, che riesca ad attraversare i sentieri dell’anima tra le pieghe della poesia.

In un’epoca così caotica come la nostra, dove anche l’ascolto è divenuto un optional, il Festival della Poesia Europea ci viene quasi in soccorso, dando valore alla parola e restituendo ai poeti, moderni aedi, la giusta priorità. Ciò che è importante non è solo ascoltare le parole in sé, ma anche il tono con cui sono dette, l’inflessione, il ritmo e l’emozione che le accompagnano. Ecco perché questo Festival comincia a essere “storia”, non più soltanto il sogno utopico di quel 24 maggio 2008 – anno che ne segnò l’inizio –, perché ci mette in ascolto con l’altro, creando una reale e dinamica fusione tra culture, attraverso il filtro del dialogo poetico. È incontro “in movimento”, viaggio antropologico nei meandri ricreativi ed emozionali dell’essere umano per ritrovare quella che Walter Benjamin definiva la “saggezza del lontano”.

Da sottolineare anche lo stuzzicante scambio “gastronomico” tra Germania e Italia, che si rinnova puntualmente ogni anno in occasione del Festival, grazie alle specialità dolciarie di Matera, offerte dalla ditta “Fratelli Laurieri”. E, a partire dallo scorso anno, non solo sapori lucani, che ricordano e rendono ossequio alla terra d’origine della direttrice del Festival, ma anche campani, da “La Provenzale” di Benevento, che non farà mancare i suoi croccantini per l’omaggio a Leopardi, richiamando in questo caso altri sapori italiani cari alla Continanza, che ha vissuto numerosi anni a Castellammare di Stabia, in provincia di Napoli.

Spasmodica attesa, dunque, per questo evento “simposiale” di rilevanza internazionale, che dà ulteriore lustro e prestigio artistico a un territorio, già di per sé culturalmente solido e cosmopolita, pregustando sin d’ora la grande festa per il decennale, che ci sarà l’anno venturo, con un’edizione e un programma sicuramente meno limitati. Alessandra Dagostini 

 

 

 

 

Trasferirsi a Berlino: l’assistenza sanitaria

 

Si è tenuta alla Werkstatt der Kulturen una serata informativa per gli italo-berliner

Berlino. È stato un successo la serata informativa organizzata il 27 aprile dal Com.It.Es. di Berlino in collaborazione con l’Ambasciata, l’AOK Nordost e l’associazione Salutare e.V. alla Werkstatt der Kulturen.

“Siamo molto soddisfatti per la forte presenza di giovani, di creativi e lavoratori autonomi” ha commentato Simonetta Donà, Presidente del Com.It.Es di Berlino. Durante la serata, oltre agli interventi degli esperti dell’Ambasciata sui passi formali da intraprendere all’arrivo nel nuovo paese, Serena Manno dell’AOK Nordost ha spiegato gli aspetti principali del complicato sistema delle Krankenkassen tedesco.

A lei abbiamo chiesto quali sono le difficoltà cui vanno incontro i giovani italiani, al momento di accendere un’assicurazione tedesca: “Molti giovani si trovano spesso a vivere una situazione di limbo. Da una parte non hanno più l’assistenza sanitaria in Italia, ma dall’altra fanno fatica economicamente ad accendere un’assicurazione tedesca, perché impegnati in un minijob. Il mio consiglio è di cercare un lavoro che gli permetta di guadagnare almeno 451 Euro al mese. Il contributo assicurativo sarà così ripartito tra lavoratore e datore di lavoro”.

Per Luciana Degano, Medico Psichiatra, membro dell’associazione Salutare e.V. e vicepresidente del Com.It.Es. di Berlino è importante essere consapevoli della profonda diversità tra l’assistenza sanitaria tedesca e quella italiana: “Qui i servizi sanitari sono oggetto di contrattazione tra assicurazione e cittadino. Sarà quest’ultimo a decidere quali prestazioni vuole e quanto spendere”.

Il consiglio di Simonetta Donà è allora quello di usufruire dei servizi di consulenza in italiano forniti in materia dal Consolato, dall’AOK (Mitte e Nordost) e dall’Ital-Uil, dotandosi poi dell’aiuto di un mediatore indipendente per il confronto tra le assicurazioni e la contrattazione.

Durante la serata è stata distribuita al pubblico la “Piccola guida al sistema sanitario in Germania”, realizzata in collaborazione con l’associazione Salutare e.V., “Le Balene Possono Volare”, l’Ambasciata, l’Ital-Uil/UIM di Berlino e l’AOK Nordost. La guida è ora disponibile per il download sul sito del Com.It.Es. di Berlino, alla pagina Informazioni Utili. comites

 

 

 

 

È nato il Circolo PD di Karlsruhe

 

KARLSRUHE - Sono in sette ad aver fondato lo scorso 6 aprile il Circolo del Partito Democratico di Karlsruhe. Sono persone con diverse storie alle spalle: chi ha un passato da patronato, chi ha insegnato all’università o chi è docente alla scuola tedesca, chi fa turni di lavoro da dipendente o chi è ricercatore universitario e ancora chi frequenta corsi di aggiornamento. Così come altrettanto variegata è la provenienza geografica italiana: Marche, Lazio, Campania, Sicilia, Calabria. Tutti legati dallo stessa passione politica.

Aldo, Angela, Flavio, Francesco, Giuliano, Paolo e Rita questi sono i nomi, in rigoroso ordine alfabetico, dei Soci Fondatori del PD Karlsruhe, che sin dalla prima riunione ha adottato un proprio logo identificativo, aggiungendo alla scritta tricolore PD con il ramoscello d’ulivo la sagoma del Castello, che a partire dal 1715 fu dimora dei Principi del Baden.

“Gli Italiani hanno da sempre dato un grande contributo alla nascita ed alla crescita di Karlsruhe – dichiara Angela Schirò, eletta Presidente del Circolo – anzi pare che lavoratori provenienti dal Belpaese abbiano contribuito alla costruzione del Castello. Questo testimonia che la nostra presenza qui in città è sempre esistita sin dall’inizio, e come comunità siamo radicati praticamente in tutti i settori della vita cittadina, inclusi quelli della scienza e della cultura”.

Che gli italiani presenti a Karlsruhe costituiscano una folta collettività non è un segreto, come dichiara Flavio Venturelli, eletto Segretario del Circolo: “se si considera quelli “anmeldati” cioè coloro che hanno effettuato la registrazione presso il Comune di residenza, siamo oltre 4400 (dati aggiornati al 31.12.2014). E questo non è un elemento da trascurare, infatti il nostro obiettivo principale è quello di rivolgerci a loro, senza dimenticare i tanti connazionali che abitano nei paesi e nelle piccole città limitrofi, offrendo loro la possibilità di partecipare e di fare politica in maniera attiva, attraverso eventi socio-culturali e di informazione, che sicuramente rappresentano il modo migliore di fare rete con altri Italiani che vivono nella stessa città o regione”.

Appena nato, il PD Karlsruhe ha partecipato alla riunione dei circoli PD Europa, tenutosi a Londra il 16 e 17 aprile scorsi, con Giuliano De Simone, Tesoriere del Circolo, e ha messo in calendario l’evento di presentazione pubblica, che avrà luogo il 10 Maggio alla presenza dell’europarlamentare Damiano Zoffoli.

Felicitazioni ed auguri non sono mancati dagli altri circoli tedeschi del PD, soddisfazione espressa anche da Giulia Manca, Presidente PD Germania.

(aise 28) 

 

 

 

Il Ministro Giannini e il Ministro Federale dell’Istruzione e della Ricerca della Germania Johanna Wanka (BMBF) a Villa Vigoni

 

Nel pomeriggio del 2 maggio 2016 i festeggiamenti per il trentennale di Villa Vigoni sono iniziati con una cerimonia celebrativa.

In questa occasione il Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Stefania Giannini ha incontrato il suo omologo tedesco Ministro Johanna Wanka a Villa Vigoni.

Sono intervenuti anche il presidente italiano di Villa Vigoni l'Amb. Leonardo Visconti di Modrone, il presidente tedesco Botschafter a.D. Michael H. Gerdts e il Segretario Generale Prof. Dr. Immacolata Amodeo. La manifestazione é stata impreziosita dalla musica degli allievi del Conservatorio di Como.

Nella mattina del 3 maggio le Ministre hanno firmato una proroga del Memorandum Italo-Tedesco d’Intesa nel campo della formazione professionale, sottoscritto a Napoli nel novembre 2012 dai Ministri del Lavoro e dell’Istruzione di entrambi i paesi.

Villa Vigoni è il Centro Italo-Tedesco per l’Eccellenza Europea sul Lago di Como che ha sede in due ville storiche di inizio ‘800, immerse in un affascinante parco (www.villavigoni.eu).

Questa istituzione unica, fondata sulla base di un accordo fra i governi d’Italia e Germania, festeggia nel 2016 il trentesimo anno dalla sua fondazione. Le celebrazioni prevedono la presenza di entrambe le Ministre, una cerimonia accompagnata da musica e il ricordo di una pietra miliare delle relazioni italo-tedesche: 200 anni fa veniva pubblicato “Il viaggio in Italia” di Goethe e, poiché

Villa Vigoni ha avuto come primo proprietario un amico francofortese di Goethe, Heinrich Mylius, è stata allestita per l’occasione una piccola mostra che racconta Goethe, Mylius e la loro cerchia di amici italiani (“Il bello, l’utile e l’onesto”. Goethe e Mylius in Italia, 2 maggio – 15 dicembre 2016).

La mostra documenta le tracce che l’immagine dell’Italia goethiana ha lasciato nella storia di questa famiglia: alcuni preziosi oggetti dalla collezione dei Mylius vengono esposti per la prima volta. Per l’inaugurazione uscirà anche il relativo catalogo. Inoltre, il 3 maggio, le Ministre hanno firmato una proroga del Memorandum Italo-Tedesco d’Intesa nel campo della formazione professionale, sottoscritto a Napoli nel novembre 2012 dai Ministri del Lavoro e dell’Istruzione di entrambi i paesi. De.it.press 5

 

 

 

 

Tony Mazaro (Stoccarda) consegna a Mattarella documentazione della visita di Piersanti ai siciliani in Germania

 

Roma -  Sabato mattina 5 maggio i senatori Claudio Micheloni e Aldo Di Biagio, eletti  nella circoscrizione europea, hanno accompagnato il consigliere del CGIE Tony Mazaro al Quirinale, dove  hanno incontrato l'ambasciatore Emanuela D'Alessandro, Consigliere diplomatico del Presidente della Repubblica.

Tony Mazaro, storico giornalista di Stoccarda, molto apprezzato dal mondo dell'emigrazione e da anni impegnato nel sostegno alle comunità italiane in Germania, ha consegnato all'ambasciatore D'Alessandro una preziosa registrazione di una intervista esclusiva a Piersanti Mattarella, compianto fratello del Presidente della Repubblica , da lui realizzata in occasione di una visita alle comunità siciliane in Germania del  1979.

In quell'occasione il Presidente della Regione Siciliana, fu accolto con molto entusiasmo e partecipazione dai suoi corregionali, che apprezzarono molto quell'incontro.

L'Ambasciatore D'Alessandro ha ringraziato per il dono che consegnerà al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. 

"Ringraziamo Tony Mazaro  per averci dato l'occasione di condividere un momento molto importante.  Oggi al Quirinale abbiamo portato simbolicamente con noi tutti i siciliani che vivono in Germania.  E con il ricordo della figura di Piersanti Mattarella e della sua visita abbiamo voluto lanciare un messaggio che non sia pure e semplice retorica ma cultura seria e concreta di legalità e lotta contro tutte le mafie dei nostri connazionali che giornalmente la professano con la dignità del loro lavoro." hanno commentato i senatori  Micheloni e Di Biagio.  De.it.press 5

 

 

 

 

"La cospirazione delle colombe" di Vincenzo Latronico presentato all'IIC di Amburgo    

 

Amburgo - "Die Verschwörung der Tauben" è il titolo in tedesco del libro "La cospirazione delle colombe" di Vincenzo Latronico, che l’autore ha presentato in prima persona il 18 aprile all'Istituto Italiano di Cultura di Amburgo.

Dopo l'introduzione alla serata da parte dell'addetto responsabile Cristina Di Giorgio, Latronico e la studiosa di letteratura Paola Barbon, intervenuta brillantemente in qualità di moderatrice ed interprete, sono subito entrati nel vivo della discussione, animando l'incontro letterario tenutosi presso la biblioteca dell'Istituto.

"Forse è un romanzo che vorrebbe prima di tutto ricercare l'identità europea, scritto per lo più a Berlino ma pieno di tanti luoghi e diverse ambientazioni" ha raccontato Latronico a proposito del suo secondo libro "La cospirazione delle colombe", pubblicato da Bompiani nel 2011 e tradotto in tedesco da Klaudia Ruschkowski per la Secession Verlag nel 2016.

Ha aggiunto poi l'autore che lui stesso ha tentato di sperimentare cosa significasse questa nuova identità, forse non davvero con molto successo, a detta sua, dato che a Berlino, dove ha lavorato in una comunità internazionale per una rivista d'arte contemporanea, ha trovato più America che la tanto acclamata multiculturalità europea. Eppure il suo romanzo parla del contrario, di un'amicizia tra ragazzi molto lontani e molto diversi, le cui strade tuttavia si incrociano. E poi divergono di nuovo, come ha tenuto a specificare lo scrittore, anticipando che la storia al centro del romanzo è molto più che una naïve contrapposizione di due polarità: la personalità del falco e quella della colomba, il cattivo speculatore e l'innocente giovane pieno di belle speranze, la vecchia favola, insomma, del principe e del povero.

Stimolato dall'interlocutrice Paola Barbon, l'autore ha infatti spiegato che il libro vorrebbe essere una parabola sulla morale, su come sia possibile che l'uomo, sotto certi condizionamenti sociali, possa arrivare a credere che la responsabilità individuale sia pure, come tanti altri valori, un costrutto sociale, che il rapporto diretto tra l'azione di un individuo e le cause esterne in fin dei conti non esista.

La questione morale nasce da un'esperienza personale che l'autore ha vissuto quando studiava a Milano e che ha riguardato la speculazione edilizia del quartiere Isola, a nord della città; tuttavia, il romanzo si allontana dal punto di partenza e mette in scena un esperimento sociale di carattere, come si è detto, più internazionale e universale.

Dopo il colloquio e la lettura di due estratti del libro, in italiano e in tedesco, tra il pubblico molti hanno manifestato vivo interesse e curiosità, interrogando l'autore riguardo le sfide all'attualità poste con questo romanzo. A tal proposito, la domanda finale di qualcuno fra il pubblico è stata se il romanzo finisca qui, con la rappresentazione di una prospettiva pessimista sull'umanità, più specificatamente sulle giovani generazioni di oggi che, sotto la pressione dell'ambizione, si arrendono prima o poi all'essere falco. Ma Latronico ha ricordato ancora una volta la complessità dei ruoli ed ha spiegato che la sua conclusione non può essere affatto definitiva, che lui stesso fortunatamente non sa tirare del tutto le fila: "Se i ruoli si scambiano e se la responsabilità morale e individuale è davvero basata su una struttura sociale, come credo, allora tre passi in più sarebbero sufficienti per cambiare questa struttura dalla parte giusta".

"La cospirazione delle colombe" è un romanzo che, dunque, non accusa il passato, ma mira a un'analisi critica sul futuro. (aise/dip) 

 

 

 

 

Berlino. “Solo insieme, magistratura e politica possono battere la corruzione”

 

La Deputata a Berlino con 'Mafia? Nein, Danke!' alla proiezione del film “In un altro Paese”

 

"Il problema della corruzione nel nostro Paese necessita di un clima di forte cooperazione fra politica, magistratura, organi inquirenti e forze sane della società. Il fenomeno è troppo radicato nel tessuto sociale per permettersi polemiche e sterili contrapposizioni. Bisogna evitare che validi magistrati si sentano isolati, così come bisogna evitare di rinfocolare un clima distruttivo di antipolitica a prescindere." Lo ha detto Laura Garavini, dell’Ufficio di Presidenza del PD alla Camera e componente della Commissione Antimafia, intervenendo a Berlino al cinema Babylon dopo la proiezione del documentario di Marco Turco, “In un altro Paese” sulla storia dei magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

 

“I cittadini si aspettano risposte che contrastino in modo efficace un fenomeno gravissimo, che ci vede ai primi posti nelle classifiche mondiali. Servono interventi per la prevenzione e la diffusione di una cultura della legalità. Ma bisogna intervenire anche sui termini della prescrizione. Governo e Parlamento ci stanno lavorando, con le condizioni date dalla maggioranza di cui attualmente disponiamo. Personalmente penso che in Italia, come in molti altri Paesi, la prescrizione debba congelarsi al momento del rinvio a giudizio. Sono inoltre favorevole all’idea di utilizzare degli agenti infiltrati, nonché agenti provocatori, per combattere la corruzione.”

 

L'iniziativa, organizzata da Mafia? Nein Danke, nel contesto delle proiezioni "Cinema aperitivo" del Babyolon ha riscosso molto interesse e ha dato modo di presentare un nuovo parnter di Mafia? Nein, Danke!: l' associazione Visiterre, che organizza viaggi per la legalità in beni confiscati in Campania. Per chi fosse interessato www.visiterre.it oppure contattare info@mafianeindanke.de.

De.it.press 2

 

 

 

 

 

Lo spettacolo "Terra Mia" con Scigliano e Impastato nella M.C.I di Hannover

 

Dopo anni di pausa, il poeta/scrittore Giuseppe Scigliano ed il musicista Francesco Impastato, hanno nuovamente portato sul palco un loro lavoro comune intitolato “Terra Mia”. Domenica 24 aprile, accolti da un grande pubblico nei locali della Missione cattolica italiana, Scigliano ed Impastato hanno tematizzato l’emigrazione italiana e gli asilanti.

Nella prima parte, Scigliano ha letto alcuni stralci di: “Il sapore del pane”, “La terza via di Enrico” ed alcune poesie che mettevano in risalto gli anni cinquanta, sessanta e settanta.

Una descrizione sia del paese d’origine che della mancata integrazione nel paese di accoglienza di una parte della classe operaia. Impastato ha interpretato “Terra Mia” di Pino Daniele e “Amara terra mia” di Modugno. Insieme hanno interpretato “Terra amara” il cui testo è stato scritto da Scigliano e le musiche da Impastato.

Sul Maxi-schermo, sono state proiettate le foto di alcuni italiani che arrivarono ad Hannover negli anni cinquanta. Queste foto fanno parte di un lavoro che Scigliano ha fatto con il Comites alcuni anni fa (tutte foto in bianco e nero  messe a disposizione da alcuni connazionali. Sono state digitalizzate e ristampate su pannelli che hanno fatto il giro in diversi posti tra cui il Consolato Generale).

Nella seconda parte, si è passato al tema asilanti partendo dalla guerra, dai guerrafondai  e da tutta la filiera che specula su questa tragedia.  Scigliano ha letto diversi testi ed Impastato ha interpretato: “la Guerra”, “popoli” ed “Uomini senza terra”. Tutti brani scritti da Scigliano e musicati da Impastato negli anni novanta…Questi brani sono maledettamente attuali, anzi sembrano proprio scritti ieri. Sul maxi-schermo, sono state proiettate foto attuali scattate nei luoghi di guerra e ai profughi.

A risistemare tutta la presentazione fotografica è stato Claudio Provenzano che ha proiettato gli scatti sapientemente durante la lettura ed i brani musicali.

Il Pubblico è stato attivo ed attento.

Nella prima parte, dove veniva confrontato con l’Italia e la Germania del dopoguerra, molti hanno rivissuto la loro storia, nella seconda parte, si sono sentiti coinvolti con il destino di una moltitudine di persone che hanno vissuto e continuano a  vivere la tragedia della guerra o della povertà della loro terra  costretti alla  fuga verso paesi che litigano per accoglierli.

È stato per tutti una buona esperienza ed alla fine c’è stato un momento conviviale.

Tale manifestazione è stata incastonata ed ha chiuso la rassegna “Primavera Italiana” che lo stesso Impastato ha organizzato con successo ad Hannover.

Giuseppe Scigliano, de.it.press

 

 

 

 

I recenti temi di Radio Colonia 

 

28.04.2016 Vinile, che passione!

Dal 29 al 30 aprile si tiene a Berlino la seconda fiera del vinile. A parlarci di "Underground Europe" è l'ideatore dell'evento, Dario Adamic.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/dario-adamic-vinile-100.html

 

A spese dello Stato. Da maggio il via alla campagna per incentivare l'acquisto e l'uso di auto elettriche. Lo Stato prevede un investimento da 1,2 miliardi di euro, e stanzia anche 300 milioni per nuove infrastrutture di ricarica.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/auto-elettrica-incentivi-100.html

 

Visto dal Cairo. Il caso Regeni continua a far discutere l'opinione pubblica, mentre le tensioni fra Roma e il Cairo non si placano. Ma com'è visto il caso in Egitto? Ce ne parla Sabine Rossi, corrispondente dell'ARD al Cairo.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/cairo-regeni-100.html

 

27.04.2016. Conoscere la sanità tedesca

Uno dei grossi problemi per chi si è appena trasferito, è la non conoscenza del sistema sanitario tedesco. Informazioni e consigli in un opuscolo edito dal Com.It.Es di Berlino.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/sanita-germania-100.html

 

Italia: l'allarme dei geologi. I geologi hanno deciso di unire le forze per far sentire la loro voce in un’Italia a rischio che non cura la prevenzione e ignora le competenze degli esperti. Nonostante sia un paese ad alto rischio.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/dissesto-idrogeologico-100.html

 

L'altro Concertone. Il concerto del primo maggio di Taranto, giunto alla quarta edizione, è sempre più seguito ed è l'alternativa al classico evento di Piazza San Giovanni a Roma. Ai nostri microfoni uno degli organizzatori.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/concertone-taranto-primomaggio-100.html

 

Sciopero! Mercoledì nero per la Germania. Traffico aereo dimezzato, trasporto pubblico urbano bloccato, scuole dell'infanzia chiuse per gli scioperi del pubblico impiego. Eppure, tutto deve funzionare come ogni altro giorno.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/sciopero-diritti-lavoro-100.html

 

26.04.2016. Le Catacombe di Palermo. Dove i vivi dialogano con i morti: le Catacombe dei Cappuccini di Palermo sono un cimitero sotterraneo unico al mondo, che già dal '500 accoglie quasi ottomila mummie.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/terramia/palermo-cappuccini-scheletri-100.html

 

Chernobyl, una tragedia ancora in corso. Era il 26 aprile 1986, quando a Chernobyl, durante un test di sicurezza, il reattore numero 4 della centrale nucleare esplose. Le conseguenze sono, dopo trent’anni, ancora terribili.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/chernobyl-nucleare-100.html

 

Libertà condizionata. "Reporter ohne Grenzen" parla di trend negativo per la libertà di stampa in Germania. Situazione più grave in Italia, ma è allarme rosso in Turchia.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/liberta-stampa-minacciata-100.html

 

25.04.2016. Nella sabbia del Brandenburgo. Era il 23 aprile 1945. A Treuenbrietzen, nel Brandeburgo, si consumava l’ennesima tragedia della guerra. Un web documentario ce ne parla in modo particolare ed interattivo.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/treuenbrietzen-100.html

 

La memoria che resta. Ricorre oggi il 71° anniversario della Liberazione d’Italia. Una ricorrenza che ci invita a ricordare gli eroi e le eroine della Resistenza. Francesca La Mantia lo ha fatto in un documentario toccante: “La memoria che resta”

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/widerstand-104.html

 

22.04.2016. Omertà all'emiliana. Nel comune emiliano di Brescello forti presenze del clan 'ndranghetista Grande Aracri, con ramificazioni anche ad Augsburg, in Germania. L'intervista a Giovanni Tizian. Il rappresentante della Pro loco: "A nessun negoziante o azienda è stato chiesto il pizzo".

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/ndrangheta-brescello-100.html

 

Renzo Rubino, dal classico al pop. Gli è bastato il Premio della Critica vinto a Sanremo nel 2013 per farsi conoscere dal grande pubblico. Renzo Rubino ritorna con una tournee europea che lo ha portato anche nei nostri studi di Colonia. Per un'intervista e una session acustica.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/renzo-rubino-100.html

 

Eventi, incontri, spettacoli. Calendario lunedì: http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-montag-100.html. Calendario venerdì: http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-freitag-100.html. rc

 

 

 

 

 

Forum delle Associazioni degli Italiani nel Mondo. Intervento di Mario Zoratto (Ctim): Volontà e impegno di partecipazione

 

ROMA - Il Forum che oggi formalmente inizia la sua attività può essere auspicabilmente la «primavera» delle associazioni. Pur utilizzando questa definizione attuale, quella di un movimento sociale dinamico, spontaneo, nato dalla crisi delle istituzioni, esso può, e deve, rappresentare  un nuovo soggetto culturale e sociale trans - continentale che, nel concreto è un  anello di congiunzione tra forze collettive ed individuali con gli obiettivi fissati nel testo stesso dal documento fondativo:  «sostenibilità e progettualità» . Personalmente darei molto  valore alla mappa, quella di una miriade di strutture, e associazioni diffuse in Italia e nel mondo, che costituiscono uno strumento, un mezzo di comunicazione e di approfondimento permanente.

E una occasione questa, unica, che ci viene data per operare a grande scala e nello stesso tempo a quella locale.

Modestamente la creazione di «Oltreconfine associazione culturale Bruno Zoratto» si inserisce pienamente in questa linea progettuale: vuol essere cioè un laboratorio di ricerca e di analisi fondato sull'eredità morale e sull' ingente materiale documentario e culturale lasciatoci  da Bruno Zoratto e da tutto ciò che lui ha costruito.  Partendo quindi  dalla sua esperienza si trarranno quei riferimenti necessari per proseguire nelle riflessioni concrete sulle migrazioni passate per evincere utili insegnamenti per la soluzione dei molti problemi posti dalle attuali migrazioni, che hanno dato vita alle nuove società trans - continentali segnate dalle diversità etniche. La nostra iniziativa sarà sostenuta dagli  Enti locali, dalle Universita, dalle Scuole e dalle Associazioni operanti non solo nel territorio friulano. A queste si stanno già creando  altri centri all' estero denominati «Oltreconfine» : E già attivo l’Associazione di Buenes Aires in Argentina (Pres. Franco Arena).

L’operato  di Bruno Zoratto si svolge tra il 1960 e il 2004, periodo storico per l' emigrazione italiana ; di aspetti molto complessi e significativi, che ha messo tutti, di ogni appartenenza politica, a confronto per la difesa dei «sacrosanti diritti e doveri» degli Italiani all'estero. In questo contesto sociale  la figura  di Bruno Zoratto,  familiare a molti di voi, si presenta come acerrimo difensore  delle cause degli emigranti e «protagonista di un giornalismo voce dei tanti, che in emigrazione non hanno voce», con la creazione,  del periodico «Oltreconfine». Mi piace ricordare alcune dichiarazioni giunte al momento della sua prematura scomparsa. Il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ha scritto: Zoratto «è stato un attivo e tenace protagonista nel percorso che ha consentito ai nostri connazionali l'esercizio concreto della cittadinanza attraverso il diritto di voto. Zoratto ha sempre accompagnato ad una intensa attività uno stile sobrio e riservato che rende oggi un esempio la sua lezione di vita». Il Segretario Generale del C.T.I.M., il Ministro Mirko Tremaglia, scrive di avere sempre apprezzato «l'impegno e la dedizione politica che l'amico Bruno Zoratto ha riservato alla causa dell' emigrazione italiana. Nel lontano 1968, assieme ad altri amici, fondammo il Comitato Tricolore degli Italiani nel Mondo. Con intelligenza e con tenacia egli è riuscito a guadagnare la stima e l'apprezzamento anche di chi è politicamente lontano. Tutti gli riconoscono l'onestà intellettuale e politica di saper portare avanti le problematiche nuove ed antiche che riguardano le nostre collettività».  Infine ricordo con piacere le affermazioni  dell' amico Rodolfo Ricci: «Anche se da fronti avversi, non è mai mancata la possibilità di collaborare con Zoratto sulle questioni principali che riguardavano l'emigrazione. Non giudicava mai le persone dal proprio abito o schieramento, non sopportava mediocrità o ipocrisie».

Il nostro impegno concreto oggi, oltre allo studio e la catalogazione del patrimonio lasciato da Bruno Zoratto, è di operare nel vivo, nel quotidiano, organizzando incontri, dibattiti sui temi delle migrazioni friulane, italiane e mondiali, coinvolgendo associazioni, istituzioni e collettività. Oggi viviamo in un mondo aperto in cui il diritto di emigrare non è riconosciuto da tutte le nazioni e nello stesso tempo assistiamo ad un crescente aumento dei migranti nel mondo: nel 1975 erano 70 milioni e nel 2013 240 milioni. Malgrado l’importanza del fenomeno ciò che è preoccupante e quotidianamente angoscioso,  per noi figli di una grande emigrazione, é l’atteggiamento sociale, nazionale ed europeo, di fronte ai flussi migratori, nuovi agli spostamenti, all’esodo di popolazioni dai conflitti, dalle catastrofi, dalle dittature, alla ricerca di una vita migliore, in paesi più sicuri, come quelli della «vecchia Europa».

La povertà, l’aumento delle persone emarginate, la violenza urbana sono i segni di una società che soffre.

I territori, le città, sono luoghi teatri di scontri e cambiamenti sociali profondi e gravi. Manifestazioni, contestazioni e proteste riguardanti la delocalizzazione, la disoccupazione, la scuola, la casa, l’ambiente coinvolgono tutti giovani e persone anziane, residenti e comunità immigrate. In questo clima generale,  di trasformazione e di crisi globali, anche il tema dell’ emigrazione assume un significato più ampio e più profondo e richiede un’attenzione, una analisi e un approccio di grande respiro culturale e di più rilevante spessore politico ed intellettuale. Perciò crediamo a una futura organizzazione, come il Forum, che debba rivolgersi, certo alla difesa estrema dei valori, dei diritti e degli interessi delle nostre comunità all’estero, ma anche ad una riflessione non banale sulle origini, le cause e le soluzioni possibili in tema di mobilità umana, d’ integrazione socio-culturale, di sviluppo economico, di dignità da difendere e di rispetto delle proprie radici, peraltro considerando con la massima attenzione gli importanti e dettagliati studi proposti dalle Fondazioni, dai Centri di ricerca e dalle Associazioni e che potrebbero costituire una biblioteca unica, una concentrazione necessaria alla ricerca e alle proposte.

Per queste ragioni credo fermamente nel ruolo importante della fondazione del FAIM, che può essere parallelo, di integrazione e di aiuto, alle istituzioni nel dovere morale e politico di una nuova cultura delle migrazioni e di difesa dei diritti dei migranti: l’ esperienza italiana è esemplare; va studiata, va difesa, continuata.  Mario Zoratto, dip

 

 

 

 

Il capo della Bundesbank: “Padoan è ottimista. Dall’Italia spesso violazioni del Patto europeo”

 

Il presidente Weidmann sui rischi dell’Eurozona: «Paesi con debito alto minacciano tutti». Patto di stabilità, la svolta dell’Ue: “Allo studio regole più semplici”- di Marco Zatterin

 

Un’ampia condivisione dei rischi fra gli Stati dell’Eurozona, senza un meccanismo rafforzato di controllo comune, «rappresenterebbe un percorso sbagliato» e non creerebbe i «forti incentivi a rispettare le regole» che, invece, vede il ministro dell’Economia italiano Pier Carlo Padoan. A dirlo, entrando nel dibattito in corso sulla riforma del patto di stabilità, è il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, all’ambasciata tedesca, spiegando che «su questo punto io non sarei tanto ottimista» visto il rischio di creare azzardo morale.  

 

“DA ROMA SPESSO VIOLAZIONI DEL PATTO”  

Weidmann ha poi sottolineato (qui il discorso integrale) che qualcuno in passato ha già violate le regole. «Da quando esiste l’Unione monetaria le regole del patto di stabilità e crescita sono state violate da alcuni Stati, fra i quali anche l’Italia, più spesso di quanto siano state» osservate. Il numero della Bundesbank ha ricordato che «anche la Germania, nel biennio 2003-2004, ha contribuito a indebolire la forza vincolante delle regole». 

 

E SFERZA LA COMMISSIONE  

Weidmann non si risparmia anche sulla Commissione Ue che «tende continuamente a scendere a compromessi a danno del rispetto del bilancio» mediando interessi politici. Secondo il presidente della Bundesbank i compiti della Commissione andrebbero dati a «una autorità fiscale europea» dando così «una soluzione a questo problema». Weidmann ha ricordato che «se si ha timore della rinuncia alla sovranità nazionale, il rafforzamento del quadro esistente rimane l’unica alternativa per rendere l’Unione monetaria più stabile».  

 

POCHI MARGINI PER UN’UNIONE FISCALE  

Un’Unione fiscale europea vede «ostacoli enormi» e «al momento non vedo la volontà di superare questi limiti, né in Italia, né in Germania, né in altri Paesi», ha anche chiarito Weidmann. In un’unione fiscale «uno Stato membro dovrà adempiere alle richieste di un’autorità fiscale» Ue e in proposito - ha ricordato Weidmann - il premier italiano Matteo Renzi ha detto che «la politica fiscale italiana viene fatta in Italia e l’Italia non permette che essa venga dettata dai burocrati di Bruxelles».  

  

MA ELOGIA JOBS ACT E RIFORME  

«In Europa sono importanti le riforme come il Jobs Act italiano, che abbattono le barriere alle assunzioni, al fine di creare nuovi posti di lavoro», ha commentato il presidente della Bundesbank. Weidmann ha aggiunto che «con il nuovo strumento rappresentato dal Fondo nazionale di risoluzione creato per assorbire i crediti in sofferenza (Atlante, ndr), anche l’Italia ha intrapreso la giusta strada».  LS 26

 

 

 

Deutsche Bank: banca a rischio sistema

 

ROMA - Negli incontri del presidente Obama con la cancelleria Merkel e con gli altri capi di governo europei i temi in discussione sono stati indubbiamente diversi, come il terrorismo, le sanzioni contro la Russia ed il futuro dell’Unione europea. Forse del più preoccupante, almeno nel breve periodo, pare che non si sia parlato: la crisi finanziaria e il ruolo della Deutsche Bank, il marchio tedesco che dovrebbe essere sinonimo di affidabilità.

La banca, infatti, sarebbe coinvolta in circa 6000 casi legali, tra i quali alcuni davvero dirompenti.

Sembra che, nelle stesse ore in cui Obama elogiava la Merkel, si sia scatenato un duro scontro all’interno della DB su che dire alle agenzie internazionali di controllo relativamente alle sue responsabilità nella manipolazione del tasso Libor (London Interbank Offered Rate) e dei prezzi dei metalli preziosi. Si ricordi che il Libor è il tasso di riferimento per centinaia di trilioni di transazioni finanziarie a livello mondiale, dai derivati alle più semplici operazioni bancarie.

In passato la banca è stata al centro di grandi scandali e anche ora si vorrebbe chiudere questi casi pagando semplicemente una multa in cambio del blocco delle indagini.

Il Serious Fraud Office (SFO) di Londra ha recentemente emesso mandati di cattura nei confronti di 5 cittadini europei, di cui ben 4 della DB, accusati di cospirazione e frode nella manipolazione dell’Euribor (la versione dell’euro interbank offered rate). Anche la Corte Suprema inglese ha preso posizione contro la DB e altre banche europee per aver cercato di evadere il pagamento delle tasse sui bonus erogati agli alti manager sottoforma di azioni di imprese offshore create ad hoc.

L’anno scorso la maggiore banca tedesca ha pagato ben 2,5 miliardi di dollari di multa per chiudere il caso dei tassi manipolati. Ha inoltre versato 258 milioni di multa alle autorità americane per aver violato le sanzioni Usa nei confronti di Paesi come la Siria e l’Iran.

È da notare che dall’inizio dell’anno a oggi le azioni DB hanno perso il 25%, toccando ribassi anche del 40%. Per dimostrare solidità, la banca, nel mezzo della tormenta di qualche settimana fa, annunciò l’intenzione di comprare circa 5 miliardi di euro delle sue stesse obbligazioni.

Ma il problema più esplosivo per la DB in quanto banca sistemica e quindi pericolosa per l’intera finanza globale è ancora una volta la dimensione della sua bolla di derivati finanziari otc che, in valore cosiddetto nozionale, è pari a circa 55 trilioni di euro. Si tratta di circa 20 volte il pil tedesco e di quasi 6 volte quello dell’intera eurozona. In questo settore è di fatto la banca più esposta al mondo.

I timori di potenziali perdite fanno tremare i polsi a tutti, al management, agli investitori, ai clienti e finanche ai governi e alle banche centrali. Tanto che qualcuno incomincia a paragonare la DB alla Lehman Brothers, il cui collasso nel 2008 diede il via alla più devastante crisi finanziaria globale tuttora irrisolta.

Indubbiamente la DB ha criticità molto importanti. Il suo debito in circolazione si avvicinerebbe ormai ai 150 miliardi. Si parla di almeno 32 miliardi di euro in titoli altamente tossici e ad altissima leva finanziaria. Sarebbero titoli difficilmente solvibili. Avrebbe una montagna di obbligazioni convertibili largamente già svalutate, quelle che in caso di crisi potrebbero essere trasformate in azioni e utilizzate per i necessari pagamenti richiesti dal nuovo sistema del bail-in.

Infatti il problema della leva finanziaria, come per altre banche too big to fail, per la DB è molto rilevante. Esso indica quanto capitale ha la banca per ogni euro di asset posseduto. Oggi per un euro di capitale ha circa 20 euro di asset, cioè titoli di vario tipo, escludendo di derivati otc tenuti fuori bilancio. Come è noto, maggiore è la leva e maggiore è il rischio in caso di riduzione del valore degli asset e di conseguenza il rischio di perdita del valore della banca stessa.

Se si considera la gravità della situazione della BD è davvero strano che Berlino possa continuare ad ergersi come unico garante della stabilità europea e della giustezza delle sue politiche economiche.

L’Unione europea e l’Italia, se davvero hanno a cuore il loro futuro e la crescita, non possono continuare ad ignorare una situazione così grave che potrebbe riverberare effetti devastanti sull’economia europea e sul sistema bancario e finanziario.

Mario Lettieri, ex sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista 

 

 

 

 

Germania-Romagna, ritorno di fiamma: due treni a settimana per portare i tedeschi in Riviera

 

Accordo tra le ferrovie tedesche e la Regione. Una scommessa per riconquistare i turisti perduti - FRANCO GIUBILEI

 

RIMINI - Fra i tedeschi e la riviera romagnola c’è una lunga love story, segnata da alti e bassi come tutte le storie d’amore, ma sicuramente dura a morire. L’ultimo episodio è l’intesa appena raggiunta fra Deutsche Bahn Italia e regione Emilia Romagna che ristabilirà un collegamento ferroviario diretto fra Monaco di Baviera e Rimini da quest’estate, con due treni alla settimana che faranno la spola fra la Germania e l’Adriatico, come avveniva fino a più di vent’anni fa.  

 

IL MITO DELLA ROMAGNA  

Erano tempi in cui d’estate la quantità di tedeschi in Romagna era massiccia: fra l’86 e l’87 erano il 40% del totale dei turisti, oltre tre milioni di presenze secondo il dato di Trademark Italia, una sorta di allegra colonizzazione che si rifletteva persino nelle insegne dei negozi, con la scritta Apotheke che si sovrapponeva all’italianissima farmacia. Un veterano della scena alberghiera come Tonino Batani, il proprietario del Grand Hotel e di svariati cinque stelle, scomparso di recente, amava ricordare che la fortuna turistica della Riviera era stata costruita proprio grazie a loro, lui che aveva cominciato negli anni 50 con una pensioncina per famiglie.  

 

TRA BAGNINI E PLAYBOY  

La mitologia vacanziera di Rimini e dintorni dagli anni 60 in poi si è alimentata dei bagnini che imparavano in tutta fretta il tedesco e di playboy da spiaggia che facevano stragi di nordiche, all’epoca di costumi più liberi dei nostri, ma intanto il numero di tedesche e tedeschi aumentava, sulle rotte dell’Autobrennero che li portavano in massa in Riviera. In realtà, il primo innamoramento risale addirittura al Dopoguerra: «A Riccione passava la Linea Gotica, di qua la Wehrmacht e di là gli Alleati, e qui sono morti molti soldati tedeschi – ricorda Sandro Lepri, di Trademark Italia -. Finito il conflitto, sono cominciati i viaggi dei parenti che venivano qui a visitare i luoghi delle battaglie dove avevano perso i loro cari e i cimiteri di guerra».  

 

LA CRISI DEGLI ANNI ’80  

Il vero boom di presenze però si registrò negli anni 80, poi arrivò l’estate dell’89, le spiagge furono invase dalle mucillagini e cominciò il disastro. Celebre l’episodio dell’allora direttore dell’Apt Primo Grassi, che si bevve un bicchiere d’acqua di mare davanti alle telecamere di mezza Europa, nell’estremo tentativo di convincere i villeggianti che il bagno in Adriatico era ancora cosa sicura. Non servì a molto, le presenze dalla Germania crollarono del 50%, dopodiché ci si misero anche i tour operator stranieri a dirottarle verso Grecia, Spagna e Croazia.  

 

L’ARRIVO DEI RUSSI  

Col passar degli anni, soprattutto da un decennio a questa parte, i russi hanno conquistato la Riviera e oggi i tedeschi sono fra l’8 e il 10% del totale. Coi treni Monaco-Rimini e le offerte speciali collegate (gli under 14 viaggeranno gratis, per esempio) ora si cerca di riconquistarli. Il 22 maggio, per la Pentecoste, Apt e comuni rivieraschi stanno già preparando “Meine Romagna”, una festa di benvenuto tutta per loro, perché da Riccione in su si torni a parlare la lingua di Goethe. LS 5

 

 

 

 

La Germania toglie il segreto di Stato sulla città-lager nel Cile di Pinochet

 

La decisione del governo Merkel: saranno accessibili i documenti su «Colonia dignidad», il borgo nelle Ande dove si rifugiarono non meno di 300 gerarchi nazisti. Qui gli oppositori di Pinochet venivano torturati diventando «desaparecidos» - di Alessandro Fulloni

 

È uno di quei posti dove la storia ha deciso di mescolare misteri e orrori, in questo caso inghiottendo assieme la fuga dei gerarchi nazisti dalla Germania, le efferatezze del regime di Pinochet, il dramma dei desaparecidos, il «piano Condor» e le atroci sperimentazioni condotte da Mengele. Ma anche il traffico d’armi e i misteri di certe sette segrete del Sudamerica. Parliamo di «Colonia dignidad», l’insediamento tedesco del dopoguerra in Cile, oggi più noto con il nome di Villa Baviera. Il governo Merkel, per bocca del ministero degli Esteri Frank-Walter Steinmeier, ha annunciato che renderà accessibili in anticipo i documenti sulla storia del villaggio situato a 350 chilometri a sud di Santiago del Cile, verso la Cordigliera. Dossier con su stampata la dicitura «segretissimo». I documenti sarebbero dovuti restare inaccessibili ancora per dieci anni. Ma l’opinione pubblica ha insistito per anticipare quella data, anche dopo l’uscita di un film-inchiesta che da febbraio sta choccando i tedeschi. E che presto sarà in Italia. Carte «top-secret» in cui si racconta di come i gerarchi nazisti abbiano potuto lasciare la Germania nel 1945 così come narrato nel romanzo «Dossier Odessa». E delle complicità trovate, in questa fuga, di qua e di là dell’Atlantico. Senza dimenticare le torture inflitte, in questa specie di eden ai piedi delle Ande, agli oppositori della dittatura militare in Cile. Tutto certificato nei processi seguiti al dopo-Pinochet.

Una valle «dolce come le colline di Baviera»

La «cartolina» di questo angolo nel Sud del Cile è quella di una valle alpina, verde e fertile, «dolce come le colline di Baviera», raccontavano i più nostalgici. Ancora oggi si coltiva il grano e si allevano le mucche pezzate bianche e nere; un torrente scorre nel fondovalle e le ragazze portano le cuffiette ricamate sulle trecce bionde come in Germania cent’anni fa. Qui comandava Paul Schäfer , ex caporale delle SS, fuggito dalla Germania nel 1961 perché ricercato per violenze su orfani disabili, sedicente pastore protestante e «guru» dei 300 tedeschi della «Colonia Dignidad» dove per un certo periodo si nascose anche Joseph Mengele, il medico che condusse atroci sperimentazioni su cavie umane ad Auschwitz. Crollato Pinochet e senza più protezioni, Schäfer il 20 maggio 1997 lasciò il Cile, perseguito dalle autorità con l’accusa di avere molestato 26 bambini della colonia. Nel marzo 2005 fu arrestato in Argentina e estradato in Cile dove morì in prigione nel 2010.

Ma cos’era la «colonia»? «Ufficialmente la realizzazione di una società nuova - è il racconto di Andrea Nicastro tratto dall’archivio del Corriere della Sera - dai toni messianici e con il dominio assoluto di Schäfer. I bambini vivono separati dai genitori e i mariti dalle mogli». Niente tv, niente telefono, niente elettricità, bandito persino il calendario. «Il guru decide inappellabilmente la vita dei discepoli e “uno per sera” si prende cura dei bambini, facendo loro il bagno e “dormendo” con loro. Giovani fuggiti dalla comunità hanno denunciato violenze e torture».

Un covo di nazisti

La «Colonia Dignidad» è però anche, se non soprattutto, un covo di nazisti. Che si sovrappone a una comunità germanica giunta qui agli inizi 1900. Il braccio destro del guru diventa presto Hermann Schmidt, ex pilota della Luftwaffe che attira, protegge e nasconde decine di nazisti scappati in Cile, Argentina e Paraguay subito dopo la guerra. Gli invalicabili cancelli della comunità diventano il miglior ospizio per i vecchi aguzzini. Sottoposti alla pressione dei cacciatori di nazisti, i tedeschi delle Ande trovano aiuto nel regime di Pinochet e trasformano la valle in un lager per i cileni oppositori. La «Colonia Dignidad» divenne giardino di giochi per la famiglia Pinochet. Lucia Pinochet arrivava in elicottero per passare il weekend con il figlio. Gli «squadroni della morte», invece, portano decine di prigionieri politici che all’interno della «Colonia Dignidad» - sono i racconti nei successivi processi - diventano «desaparecidos». Tra questi anche un italiano: Juan Bosco Maino Canales il cui nome compare anche nelle carte del processo agli aguzzini del «piano Condor» che si sta celebrando in queste settimane al tribunale penale di Roma.

La polizia segreta di Pinochet

E’ Amnesty International nel ‘77 a denunciare la connivenza tra la Dina (la polizia segreta di Pinochet) e la idilliaca colonia sulle Ande. Pinochet regala, oltre al divieto di estradizione, un elicottero da guerra e i diritti di sfruttamento di un giacimento di titanio. Schaeffer ringrazia concedendogli la cittadinanza onoraria. Il favore del generale cileno non basta a giustificare i mille e più miliardi che costituiscono il patrimonio dei 300 contadini tedeschi. I soldi, dicono le inchieste insabbiate nel corso degli anni, vengono da misteriosi conti europei. Forse l’organizzazione Odessa, forse l’oro delle vittime dei lager nazisti passato per la Svizzera

Il film «Colonia dignidad»

I torbidi avvenimenti degli anni Settanta hanno ispirato il film «Colonia dignidad» del regista premio Oscar Florian Gallenberger, uscito in Germania a febbraio e proiettato martedì al ministero degli Esteri di Berlino. In Italia la pellicola sarà in sala a partire dal 26 maggio. Oggi l’insediamento ha preso il nome di Villa Baviera ed è diventato un villaggio turistico. Senza legami con quel passato torbido per cui la comunità chiese scusa al Cile in una lettera aperta seguita alla condanna di Schäfer. Ma le polemiche (e i misteri) persistono: solo due anni fa l’opinione pubblica cilena si era indignata dopo aver appreso che quattro tedeschi, dirigenti della comunità, erano tranquillamente a piede libero e a spasso nel verde della Cordigliera pur condannati per sequestro, privazione illegale della libertà, complicità in violenze sessuali contro minori, associazione a delinquere e altri reati finanziari.

Ma chissà cos’altro racconteranno quei dossier tra poco desecretati dal governo tedesco. «La gestione di Colonia Dignidad non è stata un capitolo glorioso del ministero degli Esteri», ha detto il ministro Steinmeier. «Per molti anni, dagli anni Sessanta agli anni Ottanta, i diplomatici tedeschi hanno volto lo sguardo dall’altra parte e hanno fatto molto poco per proteggere i nostri cittadini in questa comune», ha ammesso durante la presentazione del film con protagonisti Emma Watson e Daniel Bruehl. «Anche dopo, quando Colonia Dignidad è stata sciolta e le persone non erano sottoposte alla quotidiana tortura, il servizio (diplomatico ndr) non ha avuto la determinazione e la trasparenza per identificare le responsabilità e imparare la lezione». CdS 27

 

 

 

 

No della Germania al vertice Ue, la Grecia torna con le spalle al muro

 

Ue, Bce e Fmi chiedono nuove misure di austerità a Tsipras: le durissime riforme su fisco e pensioni imposte nell’estate del 2015 non bastano più per avere i finanziamenti che erano stati garantiti – di ROBERTO GIOVANNINI

 

Si ricomincia, povera Grecia. Atene e i creditori non hanno raggiunto un’intesa sui nuovi tagli aggiuntivi che adesso vengono chiesti da Ue, Bce e Fmi per sbloccare la nuova tranche di aiuti nell’ambito del piano di salvataggio da 86 miliardi stabilito nel 2015. Non ci sarà il vertice dei leader dell’Unione Europea chiesto dal premier greco Alexis Tsipras per provare a sbloccare la situazione e a chiedere che i fondi promessi nel 2015 in cambio dell’accettazione e dell’attuazione delle riforme vengano pagati. Si era detto subito scettico il presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk, e stamani il punto finale lo ha messo il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble: «Sono contrario» ha detto. E non ci sarà nemmeno l’Eurogruppo straordinario sulla Grecia sollecitato, ha detto il portavoce del presidente dell’Eurogruppo e dell’Ecofin Jeroen Djisselbloom: «c’è bisogno di più tempo».  

 

I tedeschi, e per ragioni opposte anche il Fondo Monetario internazionale, prima di dare i fondi garantiti (vitali per il funzionamento dello Stato ellenico) vogliono che la Grecia si impegni ad approvare oltre alle riforme del fisco e delle pensioni già approvate dal Parlamento anche altri 3 miliardi di misure, una somma immensa e pari al 2% del Pil greco. Misure non previste dagli accordi della scorsa estate, e che dovrebbero essere adottate «automaticamente» se - come appare evidente - la Grecia mostrerà di non essere in grado di centrare gli impossibili obiettivi di bilancio, ovvero un avanzo primario del 3,5% del Pil nel 2018. 

 

Del resto, nelle intercettazioni rese note da Wikileaks era stato detto chiaro e tondo dai funzionari del Fondo Monetario Internazionale: «bisogna portare la Grecia sull’orlo del baratro allungando i negoziati fino a luglio, perché solo quando sono con le spalle al muro fanno concessioni». E così in effetti sta andando. Come tutti sapevano, l’applicazione delle misure di austerità imposte dall’Unione Europea e dal Fondo Monetario Internazionale lo scorso luglio non ha fatto ripartire l’economia greca (l’ha anzi affossata), non ha rimesso in ordine i conti pubblici greci (li ha anzi peggiorati), non ha permesso di generare il surplus di bilancio necessario per rimborsare il debito ai creditori internazionali (il bilancio è più che mai in rosso).  

 

Su questo o quell’aspetto minore il governo greco di Alexis Tsipras - che ha fatto approvare le misure imposte, a costo di ridurre al lumicino la maggioranza parlamentare conquistata nelle elezioni dello scorso settembre - potrebbe non aver applicato o varato le riforme al 150 per cento. Ma del resto, neanche i creditori hanno rispettato la promessa di cominciare a discutere di abbattere il debito pubblico ellenico che la stessa numero uno del Fondo monetario internazionale Christine Lagarde sa bene essere insostenibile e impossibile da ripagare. Quel che è certo, ha detto il ministro dell’Economia greco Euclis Tsakalotos, è che una megaclausola di salvaguardia è «anticostituzionale», oltre che irrealizzabile per le sue dimensioni.  

 

Insomma, la Grecia verrà ancora una volta messa spalle al muro: ha applicato le misure ma non avrà i soldi promessi, a meno di applicare nuove e più draconiane misure di austerità. A meno di sorprese - un cambiamento di linea dei leader europei, che non è alle viste - ricomincerà nei prossimi giorni lo stillicidio dei vertici, degli incontri e dei negoziati. Che si concluderanno dopo un po’ quando a un certo punto Ue, Bce e Fmi cercheranno di obbligare Tsipras a obbedire strangolando le banche elleniche (come avvenne l’anno scorso) o lo Stato (che sta già ricorrendo a misure di emergenza per recuperare liquidità). LS 27

 

 

 

 

Bulgaria: con quad e machete a caccia di migranti. Milizie irregolari pattugliano i confini 

 

Succede nelle aree che costeggiano la frontiera con la Turchia, dove milizie composte da giovani uomini violenti perseguitano i profughi trattandoli come animali. Su Facebook gli esiti delle spedizioni punitive. La politica tentenna, il dibattito decolla sui media. Dalla Caritas arriva una ferma condanna – di Iva Mihailova, da Sofia

 

Sono uomini giovani, massicci e corpulenti, abitano nelle zone vicine al confine bulgaro-turco. Si autodefiniscono “patrioti”, “difensori della patria”, “protettori delle donne e dei bambini bulgari”. Il loro nemico dichiarato sono i migranti. Muniti di pistole, machete, coltelli, bastoni e radio portatili, addosso giacche mimetiche e stivali anfibi, i membri delle autoproclamate “milizie” si recano alla frontiera con quad, jeep e addirittura mezzi blindati per praticare la caccia ai profughi. Si danno appuntamento su Facebook e, terminato il “raid”, il filmato dei risultati dell’impresa viene condiviso in rete, per ispirare altri seguaci “patriottici”.

 

“Faccia a terra, altrimenti uccido”. Il più celebre capo di una di queste milizie popolari si chiama Dinko Valev, è sulla trentina, si occupa di commercio di ricambi usati per autobus. “D’improvviso un uomo è uscito dai cespugli”: così inizia il suo racconto di una delle spedizioni. Si tratta di un rifugiato siriano che a Dinko sembra aggressivo e per questo gli rifila subito due-tre pugni. Poco dopo arrivano gli altri migranti del gruppo: undici uomini, tre donne e un bambino. Nel video i “miliziani” li prostrano a terra, faccia in giù, poi legano loro le mani mentre il capo minaccia: “Se non vi mettete tutti subito faccia a terra, ucciderò uno di voi”. Alcuni dei profughi sanguinano, gli altri sono terrorizzati mentre Dinko li guarda con viso compiaciuto. A suo avviso, la caccia ai migranti, dovrebbe essere regolamentata e promossa, anche con “un premio di 25 euro per ogni capo catturato”. All’inizio della settimana è stato diffuso un nuovo filmato, dove l’aggressione avviene nei confronti di un ragazzo rom di 16 anni, picchiato selvaggiamente senza motivo, nonostante pochi minuti prima sorridesse al suo aggressore.

 

Il popolo approva, le autorità sono “vacillanti”. Le milizie popolari hanno ricevuto grandissima attenzione nei media: d’improvviso Dinko Valev è diventato una mezza celebrità mentre negli studi televisivi si discuteva animatamente se fosse giusto perseguitare i migranti. Un sondaggio effettuato da Alfa Research mostra che il 54% dei bulgari “approva gli arresti illegali di profughi”, piuttosto contrari sono il 25% degli intervistati, mentre una valutazione assolutamente negativa arriva solo dal 18% dei rispondenti. All’inizio del fenomeno le milizie sono state elogiate anche dal primo ministro Boyko Borissov che ha ringraziato “chiunque aiuti le forze dell’ordine nella difesa della frontiera”. Più tardi, il premier si è scusato, perché “tutto deve rimanere nell’ambito della legge, senza l’uso della forza”. Una condanna è arrivata invece dal ministro degli interni Rumyana Batchvarova: “Non è normale andare al confine con i quad e dare la caccia alle persone, perché i migranti non sono selvaggina”. La procura ha iniziato a indagare i casi segnalati di fermi illegali e alcuni degli autori sono stati arrestati. È stato scoperto che oltre a picchiare e minacciare i migranti, gli uomini delle milizie sottraggono loro ogni bene.

 

Abbandonati nella neve. Le associazioni di diritti umani hanno segnalato più volte che al confine bulgaro si praticano i push back di migranti e a volte le stesse guardie di frontiera – questa la denuncia – derubano i profughi. È la storia della famiglia irachena Faradj: due fratelli picchiati dagli agenti bulgari e abbandonati nella neve davanti agli occhi delle loro mogli e dei bambini. In seguito gli uomini e una delle mamme muoiono all’ospedale lasciando orfani quattro figli che ora si trovano in uno dei campi di accoglienza in Bulgaria assieme all’altra donna sopravvissuta.

 

La condanna della Caritas. La Caritas in Bulgaria ha condannato fermamente gli arresti illegali di migranti: si tratta di un “comportamento antiumano”, ed è “inammissibile che qualsiasi associazione cittadina possa usurpare le funzioni dello Stato”. “Sono episodi isolati”, afferma Ivan Cheresharov, responsabile migranti in Caritas Sofia;

“noi lavoriamo alle zone di confine e gli abitanti locali non sono contrari ai profughi”.

“I ‘cacciatori’ sono dei ragazzi outsider – afferma – che credono di risolvere tutto con la forza e odiano non solo i migranti, ma chiunque sia diverso e non faccia loro comodo”. “È vero – ammette – i bulgari hanno paura, non arrivano alla fine del mese, soprattutto nei centri piccoli, dove lo Stato è praticamente assente”. Poi Cheresharov aggiunge: “Per questo i nazionalisti sfruttano la situazione e allarmano inutilmente. In realtà – conclude – pochissimi hanno visto un vero profugo nella loro vita”. Sir 22

 

 

 

 

Prosegue l’indagine conoscitiva sulla diffusione della lingua e cultura italiana nel mondo

 

7ª  Commissione e Comitato per le Questioni degli Italiani all’Estero: l’audizione dei rappresentanti dell’Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane

 

ROMA – Nell’ambito dell’indagine conoscitiva sullo stato di diffusione della lingua e della cultura italiana nel mondo, promossa al Senato dalla 7ª  Commissione e  dal Comitato per le Questioni degli Italiani all’Estero, si è svolta l’audizione di  Roberto Luongo,  direttore generale dell’Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane (ICE) e di Antonello Canale, funzionario della medesima Agenzia.

  Il dibattito è stato introdotto dal presidente del Comitato Claudio Micheloni che ha sottolineato l’esigenza di approfondire le connessioni esistenti tra la promozione della lingua e cultura italiana all’estero e la creazione di nuovi veicoli di promozione economica del Paese.

Ha poi preso la parola Roberto Luongo (ICE) che ha rilevato come già esista una intrinseca e stretta connessione tra promozione commerciale del sistema Paese italiano e la diffusione e conoscenza all’estero della nostra lingua e cultura. A tal proposito Luongo ha segnalato come negli ultimi  tre anni siano state realizzate 42 iniziative congiunte tra istituti italiani di cultura e uffici locali dell’Agenzia ICE, a cui vanno aggiunte 22 azioni attualmente in corso e altre 22 di prossima realizzazione.  Dette collaborazioni si sono svolte in differenti ambiti quali l’audiovisivo, l’editoria, la cinematografia, il settore agroalimentare, quello del design e del restauro e la lingua italiana in senso stretto. Esse sono localizzate in diversi Paesi, alcuni di nuova individuazione e altri in cui la tradizione di promozione è maggiormente radicata.

Da Luongo è stato inoltre fatto notare come gli uffici dell’ICE operino spesso presso le ambasciate, con una stretta collaborazione, quindi, con il canale diplomatico- consolare e degli istituti di cultura. Anche alla luce della propria esperienza professionale, circa 20 anni passati all’estero, secondo Luongo appare essenziale il lavoro di squadra, portato avanti dal Maeci, dall’Ice, dalla rete diplomatico consolare e dagli Istituti Italiani di Cultura, in cui riveste un ruolo centrale l’attività del personale impegnato. Un lavoro di squadra, finalizzato a promuovere il nostro paese a tutto tondo, che negli ultimi 10 anni è diventato sempre più visibile e compatto.

Per Luogo inoltre la capacità di fornire all’estero la rappresentazione complessiva e coordinata di un Paese, come l’Italia, in cui la connessione tra economia e cultura è da sempre esistente, rappresenta un rilevante valore aggiunto e di differenziazione rispetto agli altri Paesi stranieri. Il fattore culturale, infatti, è, secondo il direttore generale dell’ICE, suscettibile di apportare un sostegno decisivo anche rispetto a settori produttivi apparentemente molto lontani, ad esempio nel campo ingegneristico e della robotica dove la tradizione leonardesca costituisce un richiamo fortemente evocativo.

Quanto alle linee di azione future Luongo ha precisato come l’ICE proseguirà la sua azione di proiezione internazionale attraverso la messa a fattore comune degli aspetti produttivi , commerciali e culturali seguendo le linee di azione che saranno definite dalla Cabina di regia per l’Italia internazionale, la quale individua periodicamente anche i paesi considerati un obiettivo strategico. 

Dal canto suo il senatore Francesco Giacobbe, eletto nella ripartizione Asia, -Africa –Oceania –Antartide, ha chiesto chiarimenti su  quali iniziative producano un migliore impatto economico e produttivo, e in quale modo tali iniziative siano individuate e selezionate. Su questo punto Giacobbe ha inoltre paventato il rischio di una dispersione tra mere sponsorizzazioni che determinino un limitato ritorno d’immagine.  Il senatore ha infine chiesto se l’ICE destini appositi capitoli di spesa alle iniziative culturali. Il senatore Pietro Luzzi (Conservatori e Riformisti) ha a sua volta sottolineato l’esigenza che le iniziative promozionali del made in Italy, in tutte le sue articolazioni, non subiscano una frammentazione che ne riducano l’efficacia. Alla luce della nuova missione dell’ICE da Luzzi sono stati anche chiesti lumi  sulle modalità con cui si possa migliorare il coordinamento delle azioni, anche dal punto di vista del raccordo tra istituzioni statali e regioni ed enti locali, nel perseguimento di obiettivi comuni. 

E’ poi intervenuta la senatrice Michela Montevecchi (M5S) che ha sollecitato chiarimenti sull’eventuale coinvolgimento, nell’ambito delle iniziative delineate , di università e istituti scolastici. La Montevecchi ha inoltre domandato quali 

tipo di considerazione ricevano le imprese start-up nei programmi di promozione all’estero e di internazionalizzazione , come operi la Cabina di regia internazionale, come in concreto interagiscano le ambasciate e gli uffici ICE, come vengano individuate le linee di azione e come siano impiegate le risorse umane a disposizione.

A seguire il senatore Claudio Zin (Autonomie – Maie)  ha segnalato come in Argentina non si evidenzi questo coordinamento fra le varie strutture italiane sul territorio per la  promozione del Sistema Italia, ed ha richiamato l’esigenza di raffrontare il quadro ottimistico delineato nel corso dell’audizione con l’esperienza concreta di chi vive ed opera da italiano all’estero. Da Zin è stato inoltre chiesto se l’Argentina venga considerato un paese prioritario  nelle azioni stabilite dalla Cabina di regia internazionale.

 “Lei ha detto nella sua relazione – ha affermato il presidente del Comitato Claudio Micheloni rivolgendosi al direttore generale Luongo - che il lavoro dipende molto dalle persone che stanno in loco, anche a noi questo è apparso evidente  nelle missioni che abbiamo compiuto come Comitato nei Paesi dove operano l’ICE e gli Istituti Italiani di Cultura… L’obbiettivo del nostro lavoro è quindi quello di avere un sistema funzionare ed efficiente ovunque, limitando l’incidenza delle singole persone che svolgono tali compiti” .

In sede di replica Luogo ha precisato come i Paesi prioritari destinatari delle iniziative di promozione vengano stabiliti dalla Cabina di regia per l’Italia internazionale, che si riunisce periodicamente una o due volte all’anno, e che include un ampio spettro di istituzioni ed enti rappresentativi (Ministero sviluppo economico, Maeci, Ministero della Cultura, Mef, Unioncamere e Confindustria). Scelte, quelle dei Paesi  “target”, che risentono dei mutamenti dello scenario politico interno ai singoli Paesi stranieri e di quello internazionale più complessivo. Per quanto concerne l’Argentina, Luongo ha sottolineato come le relazioni con l’Italia abbiano avuto un diverso andamento proprio in relazione a fattori politici e che i rapporti economico-commerciali tra i due paesi attraversino comunque una fase positiva.  A conferma della rinnovata centralità di questo Paese nel campo di interesse dell’Italia da Luongo è stata ricordata l’imminente missione di numerosi imprenditori italiani in argentina che avrà luogo dal 16- 19 maggio. Il direttore generale ha poi spiegato come i settori di maggiore incidenza, alla stregua dei Paesi stranieri, vengano individuati perseguendo un equilibrio e un’alternanza, rilevando inoltre come nella fase attuativa dei programmi vi sia uno stretto controllo sull’attività e l’operato del personale adibito, rispetto al quale si verifica un periodico avvicendamento. Luongo, dopo aver segnalato il positivo esempio di collaborazione tra economia e cultura italiana rappresentato dal padiglione italiano alla fiera del libro di Francoforte in cui si registra anche il pieno coinvolgimento operativo delle associazioni di categoria, ha sottolineato come, nonostante i positivi passi avanti compiuti negli ultimi anni, sussistono ulteriori margini di miglioramento dal punto di vista del coordinamento delle iniziative. Per quanto riguarda i progressi compiuti nel campo della collaborazione da Luongo vengono ricordati quelli tra lo Stato e le regioni e gli enti locali, anche legati alla ridefinizione dei compiti e delle risorse  regionali stanziate.

Segnalate poi dal direttore generale sia le sinergie in essere con la Conferenza dei rettori delle università italiane (CRUI, con i Politecnici e le Facoltà di ingegneria e con enti di formazione di eccellenza nel campo del restauro, sia le specifiche iniziative adottate per le imprese di nuova formazione. Un piano speciale che prevede agevolazioni per la partecipazione alle attività promozionali di queste nuove aziende  e l’organizzazione di 3 o 4 iniziative all’anno dedicate alle start-up

Infine, per quanto concerne il coordinamento tra ambasciate, ICE e altri enti coinvolti nell’internazionalizzazione economica e culturale, da Luongo è stata confermata l’esigenza di favorire il consolidarsi di una mentalità orientata alla piena collaborazione, finalizzata al conseguimento di risultati apprezzabili, rendendo in tal modo fruttuosi anche i finanziamenti provenienti dal canale delle imprese private. (Inform 27)

 

 

 

Accordo Ue-Turchia. Migranti, quei minori ai confini d’Europa

 

In Grecia, dopo l’accordo fra Unione europea e Turchia, migliaia di bambini e minori migranti soli sono a rischio di violenza e sfruttamento.

 

Le enormi difficoltà che questi minori hanno affrontato per arrivare in Europa, mettendo a rischio ancora una volta la loro vita - oltre 1.260 persone risultano morte o disperse in mare dall’inizio dell’anno, nel tentativo di raggiungere le coste del Vecchio continente - non sono finite.

 

Cercavano una speranza e un’occasione di futuro, hanno trovato muri e filo spinato. L’Unione europea ha abbandonato i minori che viaggiano soli ed è venuta meno ai propri obblighi chiudendo le frontiere e implementando l’accordo Ue-Turchia, senza assicurarsi che venissero rispettate le salvaguardie legali.

 

Bambini non accompagnati

Dall’inizio dell’anno sono più di 154.000 i profughi che sono arrivati in Grecia; due su tre sono donne e bambini. Di questi, almeno 2.000 sono minori non accompagnati - provenienti per lo più da Pakistan, Afghanistan, Siria e Iraq - che hanno raggiunto l’Europa da soli o che hanno perso la loro famiglia lungo il tragitto e ora sono bloccati in Grecia in seguito alla chiusura delle frontiere, a fronte di soli 477 posti disponibili a ospitarli in strutture adeguate in tutto il Paese.

 

Il 75% di loro non ha un posto sicuro dove stare. Non si sa dove collocare i nuovi arrivati che, spesso, vengono rinchiusi in centri di detenzione o commissariati di polizia per lunghi periodi di tempo. Molti dei minori non vengono registrati al loro arrivo in Grecia e rimangono quindi completamente invisibili alle agenzie umanitarie e governative, a volte vengono identificati come maggiorenni o come accompagnati da altre persone e non ricevono il sostegno a cui hanno diritto.

 

In Grecia si verifica il paradosso che, da un lato ci sono bambini e giovani rinchiusi in centri di detenzione - una misura che non può mai essere considerata corrispondente al migliore interesse del minore -, mentre dall’altro tanti giovani migranti soli e vulnerabili sono lasciati senza riparo e al freddo, come succede per esempio ad Atene, perché l’offerta di alloggi sicuri e servizi adeguati è nettamente inferiore alla domanda.

 

Dormono all’aperto in luoghi di accoglienza non ufficiali, sempre più precari, e sfuggono alle maglie del sistema. Sono esposti a numerosi rischi come quello di abuso, sfruttamento da parte dei trafficanti, rischiano di ammalarsi e sono molto fragili a livello psicologico.

 

Attualmente, solo al Campo di Moria a Lesbo, dove ci sono oltre 3.300 persone, 157 minori non accompagnati sono rinchiusi nell’area di prima accoglienza e 62 nella zona gestita dalla polizia, dove vivono in stanze sporche e non hanno letti a sufficienza, in una condizione estremamente pericolosa per il loro benessere fisico e mentale. Non hanno accesso ai servizi legali o ad altri tipi di assistenza di base di cui avrebbero urgente bisogno.

 

Rifugi informali e rischio abusi

Anche al confine settentrionale della Grecia, i bambini e i minori che viaggiano soli dormono in rifugi informali e continuano a essere esposti ad abusi, violenza e sfruttamento. Molti erano in viaggio per raggiungere i familiari in Europa quando, il mese scorso, si sono visti sbarrare i confini. Solo a Idomeni, divenuta tristemente nota come il luogo simbolo di questa crisi migratoria, oltre 10.000 persone aspettano disorientate, in attesa di capire cosa ne sarà del loro futuro. Tra queste, migliaia sono i bambini, la maggior parte dei quali con meno di 10 anni.

 

Save the Children ha visto minori soli e vulnerabili dormire nel fango o dentro cartoni, accanto a fuochi improvvisati accesi con materiale disparato, pur di riscaldarsi nelle fredde notti trascorse all’addiaccio, esposti al rischio di ammalarsi a causa delle critiche condizioni igienico-sanitarie e a violenze in un contesto di totale promiscuità.

 

In Grecia, Save the Children ha raggiunto oltre 352.000 profughi e migranti, di cui oltre 138.000 bambini, con programmi di nutrizione, distribuzione di beni di prima necessità, aree dedicate a mamme e neonati, gestione di rifugi per minori non accompagnati, in coordinamento con organizzazioni e autorità locali.

 

Negli spazi a misura di bambino, che Save the Children ha allestito a Idomeni, così come a Lesbo e in tante altre strutture delle isole e della terraferma, i piccoli frequentatori provano, con l’aiuto degli educatori, a recuperare un senso di normalità, tornando per un po’ davvero a sentirsi di nuovo bambini.

Giovanna di Benedetto, Ufficio stampa presso Save the Children Italia. AffInt 27

 

 

 

 

 

Gentiloni: “Brennero, no a decisioni unilaterali dell’Austria. Serve cooperazione nella crisi dei profughi”

 

Il Ministro dell’Interno austriaco Wolfgang Sobotka ha già annunciato per la fine di maggio controlli ai confini con il Brennero. Come reagirà l’Italia ?

Qui non si tratta soltanto di un problema bilaterale. L’Austria e l’Italia sono membri di una comunità e questa comunità si chiama Unione Europea. L’UE ha delle regole che vanno rispettate: la chiusura di confini all’interno dello spazio Schengen non può essere decisa da singoli Stati. Al riguardo, gli accordi UE prevedono condizioni ben precise: la premessa è che si tratti di una situazione estrema che comprometta la sicurezza del Paese, oppure di una situazione di emergenza. Le misure devono comunque essere “proporzionali”. Attualmente non esiste nessun fattore esterno che giustificherebbe la chiusura del Brennero: sebbene i flussi migratori attraverso il Mediterraneo verso l’Italia siano intensi, non sono diversi da quelli del 2014 e del 2015 - siamo ancora ben lungi da un’”invasione”. Confidiamo che Vienna non prenderà decisioni unilaterali nei prossimi mesi. E che l’Austria continuerà a collaborare strettamente con noi nella crisi dei profughi.

 Anche l’Italia potrebbe introdurre controlli ai confini?

Non voglio discutere su possibili reazioni e controreazioni, di scenari che in questo momento non sono di attualità. Capisco le preoccupazioni austriache e apprezzo lo sforzo compiuto dal vostro Paese per accogliere un numero elevato di richiedenti asilo. Ma, ripeto, serve collaborazione, non decisioni unilaterali. Dovremmo piuttosto riflettere sulla considerevole importanza simbolica, storica ed economica del confine del Brennero in Europa.

L’Austria giustifica la chiusura del confine con il fatto che l’Italia fa semplicemente passare i profughi verso nord. Quali misure sono previste dall’Italia in questo contesto?

In base alle nostre informazioni attualmente vi sono più profughi provenienti dall’Austria verso l’Italia che non viceversa. In ogni modo noi abbiamo ottemperato ai nostri obblighi nei riguardi dell’UE: quasi tutti gli hotspots sono attivi. Secondo la Commissione Europa oramai viene registrato il 100% dei  profughi che approdano in Italia. Ci aspettiamo che anche altri Paesi comunitari adempiano finalmente ai loro obblighi, ad es. per quanto riguarda la pattuita ripartizione dei profughi dall’Italia e dalla Grecia su altri Paesi UE; molti Stati Membri si rifiutano di accoglierli. Almeno nella sorveglianza delle coste comunitarie abbiamo raggiunto alcuni progressi. Ma non si può affidare ai soli Paesi di primo arrivo il rimpatrio di migliaia di persone che non hanno titolo di soggiorno e approdano in Grecia, in Italia o altrove. Ciò richiede anche un’enorme impegno finanziario e logistico, l’organizzazione di migliaia di voli.  Deve essere un impegno comune europeo.

Come possono essere arrestati i flussi di profughi ?

L’accordo con la Turchia potrebbe servire come esempio dell’impegno necessario per un accordo con i Paesi africani: i governi di Paesi terzi sicuri quali la Nigeria, il Senegal o la Costa d’Avario vanno convinti, attraverso aiuti finanziari da parte dell’UE, a riammettere i migranti respinti. Essi potrebbero contribuire a fermare i flussi migratori dai loro Paesi. Quei migranti africani che hanno invece diritto all’asilo (ad esempio provenienti da Mali, Eritrea, Somalia) dovranno essere ripartiti nell’Unione Europea.

Roma intende finanziarie il suo programma in materia di migrazioni attraverso crediti comunitari, la Germania è contraria.

Aumentano nell’UE i pareri positivi sul piano italiano, mi auguro che a breve si giungerà a un consenso.

Il Vicepremier del Governo unitario libico ha chiesto che nell’accordo venga inclusa anche la Libia. Ciò sarebbe immaginabile?

In futuro, certamente. Oggi non si discute nemmeno sul fatto che i profughi vengano rimandati in Libia dove si sta ancora combattendo e dove il governo controlla soltanto un territorio limitato. L’UE potrebbe presto aiutare - mediante assistenza umanitaria ed economica e l’addestramento delle forze di sicurezza - il Premier Fayez Serraj (riconosciuto a livello internazionale) a stabilizzare il Paese. Ci auguriamo che nei prossimi mesi la missione navale dell’UE possa essere autorizzata dal governo di Tripoli a entrare nelle acque libiche al fine di fermare le imbarcazioni dei trafficanti di profughi.

La Nato dovrebbe attivarsi contro questi trafficanti anche al largo della Libia, come nell’Egeo?

Vi sono dei piani di coordinare le Missioni UE e NATO nel Mediterraneo. Se ne è discusso positivamente lunedì ad Hannover nell’incontro tra i leader di Stati Uniti, Germania, Italia, Francia e Regno Unito.

Se Schengen non funziona, vale ancora la pena mantenere le disposizioni comunitarie sull’asilo (Trattato di Dublino)?

Le disposizioni possono essere cambiate, ma finché sono in vigore, vanno osservate. Auspichiamo che i regolamenti di Dublino vengano modificati. Schengen potrà sopravvivere solo se l’intero peso non gravi esclusivamente sulle spalle di quei paesi che sono i primi ad accogliere i profughi o che sono meta preferita dei richiedenti asilo. Il peso va suddiviso tra tutti i 28 Stati europei.

La crisi dei profughi rappresenta un rischio per il futuro dell’UE?

Oggi c’è un rischio per l’Europa non solo a causa della crisi dei profughi, ma anche a causa delle conseguenze della crisi finanziaria e del referendum sull’UE in Gran Bretagna. Bruxelles si è attivata solo molto tardi sul tema della migrazione – solo nell’estate scorsa e su pressione del governo italiano è stato varato un piano europeo. L’UE sta ora recuperando il tempo perso. La crisi migratoria è iniziata parecchio prima dell’agosto 2015 e non terminerà nell’estate del 2016. Non è possibile arrestare flussi migratori. Ma è possibile gestirli – mediante la cooperazione. Susanna Bastaroli, Die Presse del 27.4.

 

 

 

 

Spagna. Fumata nera, Madrid torna alle urne   

 

La notizia non ha certo sorpreso gli spagnoli: fin dall’inizio è stato chiaro che i quattro protagonisti (Partito popolare, Partito socialista, Podemos e Ciudadanos) del nuovo quadro politico espresso dalle elezioni del 20 dicembre 2015, non avrebbero trovato l’accordo per un nuovo governo.

 

Da qui la decisione di nuove elezioni, il prossimo 26 giugno. Come si spiega questa situazione, senza precedenti nella storia della democrazia antifranchista, fino a ieri caratterizzata da uno stabile bipartitismo?

 

Ciudadanos e Podemos alla ribalta

Dal voto dello scorso dicembre sono emersi due potenziali blocchi, entrambi privi della maggioranza di seggi necessaria per governare. Il primo è quello di destra, rappresentato dal Pp (Partito popolare) e da Ciudadanos, la nuova formazione di orientamento liberale che contesta i tanti scandali che hanno segnato il governo conservatore di Mariano Rajoy.

 

L’altro blocco è quello di sinistra, dominato dal Psoe (lo storico partito socialista) e da Podemos, il nuovo partito radicale, ma non antisistema, che in meno di due anni si è imposto nello scenario progressista tradizionalmente occupato in modo stabile dai socialisti.

 

Alle urne si è registrato uno smottamento corposo del voto che ha colpito sia i popolari sia i socialisti: milioni di elettori hanno abbandonato i due partiti maggiori (Pp e Psoe) e hanno votato le nuove formazioni (Podemos e Ciudadanos) nate dalla crisi economica e dalla questione morale.

 

Il Pp è sceso dai quasi 11 milioni di voti del 2011 (44,6%) ai poco più di 7 milioni del 2015 (28,7%), un risultato non compensato dall’indubbio successo di Ciudadanos (3,5 milioni di voti).

 

A sinistra, il partito socialista ha preso 1,5 milioni di elettori in meno rispetto al 2011, il risultato peggiore dell’epoca democratica. Podemos ha invece portato a casa più di 5 milioni di voti.

 

Destra e sinistra arenati

I tentativi di formare un governo hanno messo in evidenza le profonde divisioni interne ai due blocchi. Rajoy è contestato non solo dalla sinistra, ma anche da Ciudadanos, potenziale alleato che paventa la delusione dei propri elettori nei riguardi di una eventuale alleanza con l’attuale capo del governo, per il momento deciso in modo ostinato a non mollare la guida del partito.

 

La sinistra è lacerata dall’intransigenza di Podemos (tentato fin dall’inizio dalla ipotesi di nuove elezioni nella speranza di un “sorpasso” dei socialisti) e dalle divisioni interne dello stesso Psoe (diversi notabili storici e locali contrari ad allearsi con Podemos e semmai orientati ad un accordo Pp-Psoe-Ciudadanos).

 

Le prospettive sono ora più che mai incerte. I sondaggi elettorali, per il momento, ritengono assai probabile una sostanziale riconferma dei risultati del 20 dicembre scorso. La campagna si prospetta incandescente.

 

È in gioco il destino politico di Rajoy (che spera nel piccolo recupero che gli danno i sondaggi) e quello di Sanchez che rischia di perdere voti sia a destra (Ciudadanos) sia a sinistra (Podemos). Prospettive non facili anche per i due partiti del fronte innovatore. Ciudadanos teme il “voto utile” che potrebbe favorire il Pp, Podemos teme a sua volta che una parte dei suoi votanti si astenga in risposta alla intransigenza del partito durante le trattative.

 

Populismo antisistema, (per ora) no grazie

A ben guardare la destra è, per il momento, meno divisa della sinistra. Ciudadanos non è gradito a Rajoy, ma piace a molti militanti del Pp, coscienti dell’urgenza di un profondo rinnovamento di un partito logorato da troppi scandali. Una convergenza tra le due forze, escludendo l’attuale primo ministro, è una ipotesi probabile.

 

A sinistra, invece, la prospettiva di un ulteriore cedimento elettorale dei socialisti rende improbabile, in questa fase, un avvicinamento a Podemos. La crisi del Psoe potrebbe aggravarsi drammaticamente nei prossimi mesi. Come altri partiti socialisti il Psoe appare incapace di offrire risposte convincenti ai milioni di cittadini che hanno pagato in prima persona le misure di austerità di marca europea. Si spiega così il suo declino e la sua profonda incertezza strategica.

 

La democrazia spagnola appare oggi, senza dubbio, meno solida di qualche ano fa. Si deve riconoscere, tuttavia, che Podemos e Ciudadanos non sembrano per il momento tentati dalle campane del populismo antisistema. La crisi dei partiti tradizionali non ha prodotto in Spagna la deriva xenofoba di altri paesi occidentali. Già, ma fino a quando?

Marco Calamai, giornalista e scrittore. AffInt 1

 

 

 

 

Tra migranti e Grecia, Ue alle prese coi soliti nodi

 

BRUXELLES - Questa si poteva scriverla un anno fa. O quasi. E’ una settimana, quella che si apre, in cui si parlerà di migranti, economia da rilanciare e della ricerca di soluzioni per evitare una nuova crisi in Grecia. Come nel maggio 2015, il che ha dello sconsolante. Di MARCO ZATTERIN

 

In attesa che, domani, la Commissione vari le sue previsioni economiche di primavera - decisive per capire quale potrà essere la pagella europea che l’Italia otterrà il 18 maggio -, il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan tiene una conferenza alla Libera Università di Bruxelles su «Una strategia di politica comune europea per la crescita, l’occupazione e la stabilità». Ci si attende un discorso alto, di orientamento, su come riformare il patto di stabilità e le regole della governance nell’Eurozona. 

 

Roma è stata molto attiva in queste settimane, per necessità, ma anche per vocazione. In un’intervista alla Stampa, il presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, ha detto di avere molte idee in comune col Tesoro, a partire da un più forte legame fra riforme e consolidamento. C’è terreno fertile, basta non alimentare le paure di chi vede in tutto questo movimento, un tentativo di chiedere nuove regole per non rispettare le vecchie. Il solo modo è tenere la barra dritta e mantenere l’impegno. Essere credibili, insomma. 

 

Di qui al 9 maggio in cui si riunirà l’Eurogruppo, si parlerà molto di Grecia e della polizza assicurativa chiesta dal Fondo Monetario per avviare l’azione di riprofilatura del debito ellenico. La richiesta di Christine Lagarde è andata a sbattere contro l’impossibilità giuridica per Atene di varare leggi destinate a entrare in vigore solo in caso di deviazione dagli obiettivi. Ci sarà lavoro per i giuristi. Ma anche i politici non resteranno con le mani in mano. Nella famiglia socialista tutti pensano che Washington stia chiedendo troppo. 

 

Mercoledì la Commissione vara la proposta di riforma del Regolamento di Dublino. Una riformina, a ben vedere. La formula mantiene la cornice la responsabilità dell’accoglienza per lo stato di primo approdo e la bilancia con un meccanismo di ridistribuzione fra tutti per i casi di flussi «ampi e sproporzionati». In pratica, se il piano sarà adottato dai Ventotto, l’Italia resterà titolare dell’onere di registrazione e identificazione di chi arriva, sino al momento in cui i flussi superano il 150% della quantità ritenuta compatibile con il paese. In tal caso, scatterà la condivisione dell’onere con i partner comunitari che, comunque, potranno chiamarsi fuori staccando un ricco assegno per ogni profugo rifiutato. L’astensione può essere acquistata per 12 mesi. La cifra che gira è alta, 250 mila euro a migrante. Ma potrebbe cambiare. 

 

Se i temi solo quelli dello scorso anno, la domanda cruciale resta quella delle scorse settimane: «Chi si sta occupando, e come, dei 54 mila di Idomeni?». LS 2

 

 

 

 

Violenta disputa tra politici e giudici

 

Il Premier reagisce alle accuse di corruzione fatte dal Presidente dell’ANM. Il quale però sottovaluta le inerzie dei Magistrati 

 

  Leggo, su Azione, giornale della Migros, un articolo di Aldo Cazzullo dal titolo “Il conflitto fra Renzi e i Magistrati”, cioè tra politica e magistratura che definisce “difficile spiegare a chi guarda l’Italia da fuori”, benché duri da 25 anni e di cui, invece, parlano in abbondanza quotidiani e telegiornali italiani. A riaccendere la disputa è stato il Presidente dell'Associazione Nazionale Magistrati, Piercamillo Davigo, (in passato si era occupato di “Mani Pulite”, le note inchieste giudiziarie sulla corruzione politica ed imprenditoriale in Italia); intervistato dal Corriere della Sera il 21 aprile scorso e, il giorno dopo, all’Università di Pisa, ha detto che “tutti i giorni leggo polemiche tra magistrati e politici che non hanno smesso di rubare; hanno smesso di vergognarsi”; perché “la classe dirigente che delinque è peggio dei ladri”. Ed ha accusato tutti i partiti di complicità con i corrotti, compresi quelli dei Governi in carica.

  Frasi che hanno fatto infuriare tutti, esponenti del Governo compresi, alcuni dei quali attualmente sotto inchiesta. Ed hanno indotto Matteo Renzi a chiedere “rispetto” ed affermare che ciò dipende “dalla barbarie giustizialista” di quei Magistrati che allungano oltre modo i tempi procedurali e, a volte, agiscono e giudicano in base a pregiudizi ideologici o politici, quando non per corruzione, come successo più volte a Napoli, Bari, Roma e in Calabria. Il Premier ha detto di “ammirare i moltissimi magistrati che cercano di fare bene il loro dovere ed anche i moltissimi politici che provano a fare altrettanto". Ma auspica che “il rapporto tra politici e magistrati sia molto semplice. Perché il politico rispetta i magistrati ed aspetta le sentenze. Il magistrato applica la legge e condanna i colpevoli. Io rispetto i magistrati e aspetto le sentenze".

  In disaccordo con Davigo anche Raffaele Cantone, presidente dell'autorità nazionale Anticorruzione, secondo il quale “la fiaba della Magistratura tutta buona e della politica tutta cattiva è falsa". Al quale si è aggregato Edmondo Bruti Liberati, ex procuratore capo di Milano, invitando i giudici a non dare voti alla classe dirigente, perché “non ci sono toghe buone contro l'Italia dei cattivi”. Come dire che anche i Magistrati possono farsi corrompere o non svolgere adeguatamente il loro lavoro, se allungano troppo i tempi giudiziari, se contribuiscono alla pubblicazione delle intercettazioni e se mettono in galera o ai domiciliari presunti colpevoli, prima della sentenza. Un dramma fisico e psichico che, a volte, spinge al suicidio, anche perché spesso comporta un notevole danno economico o, peggio, rotture dei legami familiari.

  Vicende dolorose che, secondo il Presidente dell’Associazione Nazionale vittime degli errori giudiziari, l’Avv. Gabriele Magno, ogni anno colpiscono “settemila Italiani”. Molti dei quali chiedono, poi, un indennizzo allo Stato che, dal 1992, ha pagato 630 milioni di euro per indennizzare quasi 25 mila vittime di ingiusta detenzione. Somme ingenti alle quali si aggiungono 36 milioni del 2015 ed 11 in tre mesi del 2016. Un costo notevole, che spesso comporta un aumento delle tasse, che i diretti responsabili, cioè i Magistrati coinvolti, si assumono solo in parte e non sempre, in quanto temono che i tribunali possano essere paralizzati da una valanga di richieste di risarcimento.

  Il battibecco tra Renzi e Davigo è, a detta di Michele Ainis, giornalista del Corriere della Sera, “frutto degli opposti corporativismi che infiammano la cittadella politica e quella giudiziaria, ciascuna arroccata contro l’altra”. Anche se la Consulta, da tre decenni, invoca un canone di “leale collaborazione”. Che il nuovo clima di scontro non facilita affatto, anzi rischia di far peggiorare le procedure giudiziarie, allungandone i tempi, con l’inevitabile incremento delle prescrizioni che già ammontano a 130 mila all’anno. Come dire altrettanti delitti senza castigo. O la fuga verso forme d’arbitrato, oppure la rinunzia a difendersi in giudizio, tanto si sa che è tempo perso.

  Stando così le cose, i giudici e politici dovrebbero discutere, non insultarsi. E mettersi d'accordo sulle intercettazioni (tra l’altro spesso pubblicate), sulla prescrizione, sui limiti alla custodia cautelare, sulle regole dei processi. Nonché cercare una norma per rendere omogenei i tempi giudiziari nelle diverse aree del Paese, onde evitare che dipendano dal territorio in cui è avvenuto il reato, civile o penale che sia, negando così il valore universale dei diritti. Cioè esaminare i problemi esistenti nella Penisola, non litigare. Perché ciò scoraggia gli investitori stranieri, facendo, quindi, una valenza economica, oltre che giuridica.

   Indubbio che la corruzione sia un grave problema irrisolto in Italia, tanto da far dire a Davigo che, oggi, la situazione è peggio di quella di Mani Pulite, anche perché i politici “rivendicano con sfrontatezza quel che prima facevano di nascosto”. Ma altrettanto certo che non tutti i Magistrati agiscono con onestà. A danno della Giustizia, dello Stato e dei cittadini. Egidio Todeschini, de.it.press

 

 

 

“Immigrazione diffusa”, la risposta italiana alle banlieue

 

In uno studio del think-tank Volta i dati sull’integrazione “made in Italy”: “Gli stranieri non si concentrano in enclave, ma si spargono sul territorio” – di FRANCESCO GRIGNETTI

 

ROMA  - Se l’Italia s’è risparmiata il fenomeno delle banlieu intrise di odio come a Parigi, o le Molenbeek della separatezza islamista come a Bruxelles, è merito sicuramente dei numeri contenuti dell’immigrazione, ma anche di un «modello italiano» che finora non è stato analizzato e apprezzato nel modo giusto.  

 

Il Belpaese dei mille campanili negli ultimi dieci anni ha assorbito un numero notevole di nuovi arrivi, ma frazionandoli sul territorio. Ciò per un lato è successo spontaneamente, grazie al potere d’attrazione dei distretti produttivi, ma il processo è anche stato guidato dall’alto con il ministero dell’Interno che distribuisce i richiedenti asilo tra centinaia di Comuni. Morale: se l’Italia accoglie 300 mila nuovi residenti l’anno, l’impatto sull’opinione pubblica non è poi così devastante.  

 

«Tutto merito della irriducibile varietà italiana, la quale ha fatto sì che gli stranieri approdati in Italia non si addensassero pesantemente attorno a tappe e mete definite, prefissate e al tempo stesso limitate, ma si disperdessero piuttosto tra le mille mete possibili». Così la pensa il centro studi «Volta», think-tank con basi a Milano e Bruxelles, che si autodefinisce «acceleratore di idee», s’è presentato al mondo all’ultima Leopolda di Renzi e a scorrerne il board - da Giuliano Da Empoli a Marco Carrai, Federico Sarica, Beatrice Trussardi, Matteo Mungari - può essere definito di orientamento renzian-nuovista.  

 

Niente ghetti  

L’immigrazione è al centro del loro ultimo dossier. Lo ha redatto Roberto Volpi, statistico e saggista, con ampia analisi dei dati, e qualche sana polemica. «Anni e anni di report sull’immigrazione in Italia, che ne hanno colto quasi solo le cosiddette criticità, hanno finito per imprimere sul fenomeno proprio quel marchio di negatività, e quasi di impossibilità di poterne venire a capo, che porta a non valorizzare il buono che c’è e che può ancora esser fatto». Il buono è che in Italia non esistono o quasi «enclave» etniche o religiose. Non c’è differenza nelle concentrazioni di immigrati tra città grandi, medie e piccole. «Sono 45 le città italiane con più di 100 mila abitanti: rappresentano il 23,4 per cento della popolazione italiana e ospitano il 32,1 per cento degli stranieri residenti in Italia. Deve far riflettere che nelle grandi città con quasi un quarto della popolazione italiana non ci sia neppure un terzo degli immigrati residenti».  

 

Nazionalità diverse  

Altro che banlieue, dunque. Ne sono lieti gli apparati di sicurezza. E se anche a Roma, Milano e Torino ci si avvicina alla soglia di un 20% di immigrati, «il carattere diffusivo dell’immigrazione spinge anche nel senso di differenziare le nazionalità degli stranieri internamente a queste aree, evitando quell’effetto enclave, e di estraniazione dal contesto urbano, che cela i maggiori rischi di pericolosità dell’immigrazione nelle aree urbane».  

 

Che fare per il futuro, si domanda il think-tank? «Che l’Italia sia e faccia l’Italia, questo si deve fare». Perchè un’economia diffusa sul territorio funzionerà da equilibratore naturale. E se l’economia ripartisse anche nel Mezzogiorno, meglio anche per la dispersione degli immigrati. Si può poi pensare a formule aggiornate di microcredito per gli «stranieri residenti, specialmente asiatici, che mostrano una particolare vocazione a mettersi in proprio». E per un’Italia che invecchia velocemente è tempo di regolamentare, formare e professionalizzare i badanti, destinati «ad assumere un rilievo e una diffusione crescenti».  LS 2

 

 

 

 

 

Credibilità

 

Il secondo semestre 2016 sarà solo un transito per dare il via a quella svolta socio/politica della quale in Paese ha bisogno. L’affossamento economico continua e, col prossimo anno, non sarà altrimenti. In questi mesi ai vecchi problemi d’Italia se ne sono aggiunti dei nuovi. Nel semestre che ci separa da fine anno, i Partiti, quelli che intendono contare, saranno impegnati nel dimostrare quanto valgono. Nel Bel Paese, la situazione resta complessa anche perché non s’è evidenziata la volontà di modificarla. Neppure con la politica dei piccoli passi.

 Come, del resto, abbiamo sempre ipotizzato. Neppure le Forze Sociali, nelle quali avevamo posto, in un primo tempo, la nostra fiducia, si sono dimostrate impotenti nei confronti del degrado nazionale. Tante esternazioni; ma pochi fatti. Le proposte di Renzi, pur se interessanti, non possono fare “miracoli”. La crisi si presenta in tutte le sue sfaccettature. Senza soluzioni percorribili a medio termine. I “nodi” politici, a questo punto, restano relegati in secondo piano e rimane da focalizzare un sistema che può ridare fiducia agli investimenti e una ritrovata dignità al lavoro.

Le insufficienze nel Bel Paese sono, da tempo, note. Ora è maturato il tempo per chiedere al Popolo italiano quale strada può essere la migliore per continuare un cammino che, almeno per i prossimi anni, resterà ancora in salita. A questo punto, siamo scettici sulle ipotesi di mediazione tra politici ed imprenditori. Anche fuori dei confini nazionali non mancano le speculazioni ed i dictat che tanto negativamente influiscono sulla nostra economia sofferente. Ci sembra evidente che, al momento, è meglio muoverci per essere propositivi anche nel Vecchio Continente.

 L’attuale crisi a “tempo indeterminato” ci ha affossato ed ha, sin troppo, dimostrato che non sempre “cambiare” significa “migliorare”. L’impalcatura dell’Euro, per noi, è nata stretta e ce la dobbiamo tenere; con tutte le conseguenze “pre” ed “ante” crisi. Con certezza, la buona volontà non basta più per meritare fiducia e l’arte dell’arrangiarsi è stata superata dagli eventi. Ciò che rimane dell’anno avrà valenza solo se sarà il primo, di una serie di sostanziale “mutamenti”.

Non intravediamo, però, una classe politica “preparata” negli uomini e nelle idee. Per il futuro, quindi, ancora sacrifici. Il nostro Primo Ministro dialoga anche con chi preferisce non “sentire”. Sempre peggio, poi, capita nei confronti di chi non vuole ”vedere”. Renzi dovrà fare i conti con una classe politica la cui matrice trova collazione assai prima della sua venuta alla ribalta governativa.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Parliamo un po’ della Giustizia italiana. La Giustizia dei paradossi.

 

Le maldicenze dicono che gli italiani sono un popolo di corrotti e corruttori e, tuttavia, scelgono di essere giustizialisti e di stare dalla parte dei Magistrati.

L’Opinione del dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.

Sui media la Giustizia ha sempre un posto in primo piano nella loro personale scaletta, ma non sempre sono sinceri.

Parliamo del premier Matteo Renzi che, in occasione del 25 aprile 2016, celebra la "liberazione" dai pm con una lunga intervista a Repubblica. Il nocciolo del suo pensiero è tutto raccolto in poche frasi: "I politici che rubano fanno schifo. E vanno trovati, giudicati e condannati. Dire che tutti sono colpevoli significa dire che nessuno è colpevole. Esattamente l'opposto di ciò che serve all'Italia. Voglio nomi e cognomi dei colpevoli. Una politica forte non ha paura di una magistratura forte. È finito il tempo della subalternità. Il politico onesto rispetta il magistrato e aspetta la sentenza. Tutto il resto è noia, avrebbe detto Califano. Adesso la priorità è che si velocizzino i tempi della giustizia".

Poi, invece, si legge che sono stati denunciati i pm del caso Renzi: "Omesse indagini sulle spese pazze". Depositata l'accusa contro i pm che hanno archiviato il caso delle spese di Renzi: "Non hanno voluto indagare", scrive Giuseppe De Lorenzo, Martedì 05/01/2016, su “Il Giornale”.

Parliamo del Ministro della Giustizia Andrea Orlando che parla, tra le altre cose, di riforma della Prescrizione. Andrea Orlando. Primo guardasigilli non laureato che nel 2010 gli è stata ritirata patente per guida in stato di ebbrezza, scrive Federico Altea su “Elzeviro” il 27 febbraio 2014. Quaranticinquenne, non ha mai toccato la giustizia in incarichi pubblici, ma è stato nominato responsabile in materia in seno alla direzione del partito di cui fa parte, nominato da Bersani di cui è fedele compagno nella corrente nei Giovani turchi. In un'intervista al Foglio si disse favorevole al carcere duro. Non è di un politico "esperto" né di un tecnico intrallazzato che il dicastero della giustizia ha bisogno, ma di un giurista serio che conosca e riformi completamente il sistema penale e civile e restringa il più possibile la facoltà dei giudici di interpretare a loro piacimento il sistema giuridico. Una persona che abbia le competenze per riformare il sistema penitenziario. Andrea Orlando, sempre parlando di competenze in ambito di Giustizia o giuridiche in senso lato, non solo non ha la laurea in giurisprudenza, ma non ha ottenuto un diploma di laurea di alcun genere. Nella storia della Repubblica italiana è la prima volta che il Ministero della Giustizia viene affidato ad un non laureato. Tutti i trentatré predecessori di Orlando, infatti, erano laureati e ben ventisette guardasigilli erano laureati giurisprudenza. Da questo c’è da desumere che possa pendere dalle labbra degli esperti e tecnici interessati.

Parliamo delle toghe. Diceva Piero Calamandrei: “L’avvocato farà bene, se gli sta a cuore la sua causa, a non darsi l’aria di insegnare ai giudici quel diritto, di cui la buona creanza impone di considerarli maestri”. “I magistrati - diceva ancora Calamandrei - sono come i maiali. Se ne tocchi, uno gridano tutti. Non puoi metterti contro la magistratura, è sempre stato così, è una corporazione". Il giudice rappresenta il funzionario dello Stato, vincitore di concorso all’italiana, cui è attribuito impropriamente il Potere dello iuris dicere. Ossia di porre la parola fine ad una controversia, di attribuire ad uno dei contendenti il bene della vita conteso nel processo giurisdizionale, di iniziare e/o far finire i giorni della vita di un cittadino in una struttura penitenziaria. Il giudice è per sé stesso “un’Autorità”: ossia un Pubblico Ufficiale. L’avvocato, invece, non lo è. La considerazione è così banale, tanto è ovvia. L’avvocato è solo un esercente un servizio di pubblica necessità, divenuto tale in virtù di un criticato esame di abilitazione.

Il processo non può essere mai giusto, come definito in Costituzione, se nulla si può fare contro un magistrato ingiusto giudicato e giustificato dai colleghi, ovvero se in udienza penale l’avvocato si scontra contro le tesi dell’inquirente/requirente collega del giudicante.

La magistratura in Italia: ordine o potere? Secondo la classica tripartizione operata dal Montesquieu, i poteri dello Stato si suddividono in Potere legislativo spettante al Parlamento, Potere esecutivo spettante al Governo e Potere giudiziario spettante alla Magistratura. Questo al tempo della rivoluzione francese. Poi il diritto, per fortuna, si è evoluto. In Italia la Magistratura non può in nessun caso esercitare un potere dello Stato (Potere, nel vero senso della parola), infatti per poter parlare tecnicamente di Potere, e quindi di imperium, è necessario che esso derivi dal popolo o, come accadeva nei secoli passati, da Dio. Nelle moderne democrazie occidentali il concetto di potere è strettamente legato a quello di imperium proveniente dalla volontà popolare, quindi è del tutto pacifico affermare che gli unici organi – seppur con tutte le loro derivazioni – ad essere legittimati ad esercitare un Potere sono soltanto il Parlamento (potere legislativo) ed il Governo (potere esecutivo). In effetti l’art. 1 della Costituzione, nei principi fondamentali, recita: “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Per rendere chiaro il concetto è sufficiente comprendere che nel momento in cui il Parlamento ed il Governo esercitano i propri poteri, lo fanno “in nome” e “per conto” del popolo da cui ne deriva l’investitura, quindi la Magistratura non può essere in alcun modo considerata un potere – in senso stretto – dello Stato; essa è solo un Ordine legittimato ad esercitare – “in nome” del popolo e non anche per conto di questo – la funzione giurisdizionale nei soli spazi delineati dalla Costituzione e, soprattutto, nel fedele rispetto della legge approvata dai soli organi deputati ad adottarla, quindi dal Parlamento e dal Governo, seppur quest’ultimo nei soli casi tassativamente previsti dalla Carta costituzionale. A dimostrazione di quanto premesso, la nostra Costituzione – della quale i giudici si dichiarano spesso i soli difensori – parla, non a caso, di Ordine Giudiziario e non di Potere. Difatti il Titolo Quarto della Carta costituzionale riporta scritto a chiare lettere, nella Sezione Prima, “Ordinamento giurisdizionale”, e non Potere; e a fugare ogni dubbio ci pensa l’art. 104 Cost.: “La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere…”. Di questo, però, la sinistra politica non se ne capacita, continuando ad usare il termine Potere riferito alla magistratura, smentendo i loro stessi padri costituenti. Se fino alla fine degli anni Ottanta, quando vi erano veri politici a rappresentare il popolo, questo tipo di discussione non era neppure immaginabile, a partire dal 1992 – vale a dire da quando è iniziato un periodo di cronica debolezza della politica, ovvero quando la politica ha usato l’arma giudiziaria per arrivare al potere – la Magistratura ha cercato (come quasi sempre è accaduto nella Storia) di sostituirsi alla politica arrivando addirittura ad esercitare, talune volte anche esplicitamente, alcune prerogative tipiche del Parlamento e del Governo: un vero colpo di Stato. Non possiamo dimenticarci quando un gruppo di magistrati – durante il cosiddetto periodo di “mani pulite” – si presentò davanti alle telecamere per contrastare l’entrata in vigore di un legittimo – anche se discutibile – Decreto che depenalizzava il finanziamento illecito ai partiti (il cosiddetto Decreto Conso), violentando in tal modo sia il principio di autodeterminazione delle Camere che l’esercizio della sovranità popolare. E che dire della crociata classista, giacobina e corporativa racchiusa nelle parole “resistere, resistere, resistere…”! E poi i magistrati con la Costituzione tra le braccia al fine di ergersi ad unici difensori della stessa contro presunti attacchi da parte della politica. E che dire, poi, di alcune sentenze della Corte di Cassazione? Nascondendosi dietro l’importantissima funzione nomofilattica, la Suprema Corte spesso stravolge sia l’intenzione del Legislatore che il senso e la portata delle leggi stesse, se non addirittura inventarsi nuove norme, come per esempio "il concorso esterno nell'associazione mafiosa": un reato che non esiste tra le leggi. Per non parlare, poi, della mancata applicazione della legge, come quella della rimessione del processo in altri fori per legittimo sospetto di parzialità. Spesso la Magistratura si difende affermando di non svolgere nessuna attività politica, ma si smentisce perché all’interno del Consiglio Superiore della Magistratura ci sono delle vere e proprie correnti. Ma le correnti non sono tipiche dei partiti politici? E poi, per quale motivo gli organi rappresentativi dell’associazione nazionale magistrati vanno di frequente in televisione per combattere la crociata contro un qualsiasi progetto di riforma della giustizia che investa anche l’ordine giudiziario? E perché, questi stessi, i più animosi tra le toghe, inducono i politici a loro vicini ad adottare leggi giustizialiste ad uso e consumo della corporazione? Ma i magistrati non sono tenuti soltanto ad applicare le leggi dello Stato? Per quale ragione alcuni magistrati, pur mantenendosi saldamente attaccati alla poltrona di pubblico ministero o di organo giudicante, scelgono di fare politica, arrivando addirittura a candidarsi alle elezioni senza avere neppure la delicatezza di dimettersi dalle funzioni giudiziarie?

Parliamo infine delle vittime della malagiustizia. Si parla poco, ma comunque se ne parla, inascoltati, del problema degli errori giudiziari e delle ingiuste detenzioni, così come della lungaggine dei processi. Così come si discute poco, ma si discute, inascoltati, del problema dei risarcimenti del danno e degli indennizzi, pian piano negati. Delle vittime della malagiustizia si parla di un ammontare di 5 milioni dal 1945. Ogni anno in Italia 7 mila persone arrestate e poi giudicate innocenti. Almeno a guardare i numeri del ministero della Giustizia. Dal 1992 il Tesoro ha pagato 630 milioni di euro per indennizzare quasi 25 mila vittime di ingiusta detenzione, 36 milioni li ha versati nel 2015 e altri 11 nei primi tre mesi del 2016. Queste vittime della malagiustizia li vedi, come forsennati, a raccontare perpetuamente sui social network, inascoltati, le loro misere storie. Sono tanti, come detto 5 milioni negli ultimi 60 anni. Poi ci sono i parenti e gli affini da aggiungere a loro. Un numero smisurato: da plebiscito. Solo che poi si constata che in effetti nulla cambia, anzi si evolve, con ipocrisia e demagogia, al peggio, spinti dai media giustizialisti che incutono timore con delle parole d’ordine: “Insicurezza ed impunità. Tutti dentro e si butta la chiave”. Allora vien da chiedersi con un intercalare che rende l’idea: “Ma queste vittime dell’ingiustizia a chi cazzo votano, se vogliono avere ristoro? Sarebbe il colmo se votassero, da masochisti, proprio i politici giustizialisti che nelle piazze gridano: onestà, onestà, onestà…consapevoli di essere italiani, o che votassero i politici giustizialisti che, proni e timorosi, si offrono ai magistrati. Quei magistrati che ingiustamente hanno condannato o hanno arrestato le vittime innocenti, spinti dalla folla inneggiante e plaudente, disinformata dai media amici delle toghe! Sarebbe altresì il colmo se le vittime innocenti votassero quei politici che stando al potere non hanno saputo nemmeno salvare se stessi dall’ingiusta gogna.

Se così fosse, allora, cioè, si fosse dato un voto sbagliato a destra, così come a sinistra, con questo editoriale di che stiamo parlando?

Dr Antonio Giangrande de.it.press 26

 

 

 

 

 

Gentiloni: Promozione della conoscenza e della internazionalizzazione della cultura italiana sono priorità della nostra politica estera

 

“Valeria Solesin e Giulio Regeni, vittime in contesti diversi ma accomunati dal fatto di essere protagonisti, come tanti altri ragazzi italiani, dei percorsi di internazionalizzazione del nostro sistema di istruzione e universitario”

 

ROMA - Si è tenuta oggi alla Farnesina la terza Conferenza su “Le Reti e le Agenzie di internazionalizzazione in Europa”, organizzata da Uni-Italia in collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e con il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, il Ministero dell’Interno e la Conferenza dei Rettori delle Università Italiane. L’incontro odierno ha rappresentato un’occasione di confronto tra le principali agenzie europee che si occupano di internazionalizzazione del sistema universitario, e gli atenei e gli istituti Afam presenti.

All’introduzione del direttore generale per la Promozione del Sistema Paese del Maeci, ambasciatore Vincenzo De Luca, sono seguiti gli interventi del ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Paolo Gentiloni, del ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Stefania Giannini, del vice ministro dell’Interno, Filippo Bubbico, del vice presidente della CRUI, Giuseppe Novelli, e del presidente di Uni-Italia, Cesare Romiti.

E’ una “strategia chiara e complessiva” quella delineata dal ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, che questa mattina alla Farnesina ha aperto i lavori della Conferenza. “La promozione della conoscenza e della internazionalizzazione della cultura italiana - ha detto - sono in questo momento una priorità della nostra politica estera”. In un contesto difficile come quello attuale, ha sottolineato Gentiloni, dove “la globalizzazione” può rappresentare anche “dei rischi per la nostra sicurezza, per le nostre economie, l’internazionalizzazione della cultura italiana può dare straordinari frutti per la competitività”. E il pensiero del titolare della Farnesina non può che andare “a Valeria Solesin e Giulio Regeni” vittime “in contesti diversi” ma accomunati dal fatto di essere “protagonisti, come tanti altri ragazzi italiani, di questi percorsi di internazionalizzazione del nostro sistema di istruzione e universitario”.

Durante l’incontro, dedicato quest’anno al tema dei Visti di Studio in Europa, sono state esaminate le politiche adottate nei diversi Paesi europei volte a sostenere la mobilità degli studenti tra i Paesi UE e a facilitarne l’accoglienza e l’integrazione. Largo spazio è stato dato all’analisi delle problematiche maggiormente riscontrate in tema di rilascio dei visti di studio e alle proposte di miglioramento.

“C’è ancora del lavoro da fare in coordinamento con il ministero dell’Istruzione”, ha detto Gentiloni, sottolineando la necessità di incrementare le risorse a disposizione per borse di studio e gli accordi bilaterali fra atenei, nonché facilitare lo snellimento delle procedure per il rilascio dei visti di studio, che lo scorso anno, rammenta, “hanno raggiunto quota 52 mila, di cui 7 mila a favore di studenti cinesi. Una cifra impressionante - ha rimarcato Gentiloni - se si pensa che qualche anno fa erano poche centinaia. Ma molto possiamo ancora fare”. L’attrattività dell’Italia nel mondo, ha concluso, “merita di essere promossa in maniera sempre più efficace e integrata”.

Hanno partecipato al successivo dibattito, oltre alla DGIT - Direzione generale per gli italiani all’estero e le politiche migratorie, un folto numero di università e istituzioni Afam e i rappresentanti delle agenzie europee: Rait Toompere, chairman di Archimedes Foundation - Centre for Academic Mobility (Estonia), Kevin van Cauter, senior higher Education Adviser, Internationalization - British Council (Regno Unito), Benoît Tadié, addetto alla cooperazione scientifica e universitaria - Ambasciata di Francia in Italia e rappresentante Campus France in Italia, Tobias Bargmann, direttore di DAAD Information Center Rome (Germania), Daiva Šutinyt?, direttore di Education Exchanges Support Foundation (Lituania),  Pablo Martín González, direttore di SEPIE (Spagna).

A conclusione della Conferenza gli atenei e le istituzioni Afam hanno avuto l’opportunità di incontrare personalmente i rappresentanti delle agenzie europee presenti.

L’Italia punta a competere mondialmente per la caccia ai talenti. E’ una “strategia chiara e complessiva” quella delineata dal ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, che questa mattina alla Farnesina ha aperto i lavori del terzo Convegno “European Networks and Agencies for Internationalization”. “La promozione della conoscenza e della internazionalizzazione della cultura italiana - ha detto - sono in questo momento una priorità della nostra politica estera”. In un contesto difficile come quello attuale, ha sottolineato Gentiloni, dove “la globalizzazione” può rappresentare anche “dei rischi per la nostra sicurezza, per le nostre economie, l’internazionalizzazione della cultura italiana può dare straordinari frutti per la competitività”. E il pensiero del titolare della Farnesina non può che andare “a Valeria Solesin e Giulio Regeni” vittime “in contesti diversi” ma accomunati dal fatto di essere “protagonisti, come tanti altri ragazzi italiani, di questi percorsi di internazionalizzazione del nostro sistema di istruzione e universitario”.

C’è ancora del lavoro da fare in coordinamento con il ministero dell’Istruzione, ha aggiunto Gentiloni, sottolineando la necessità di incrementare le risorse a disposizione per borse di studio e gli accordi bilaterali fra atenei, nonché facilitare lo snellimento delle procedure per il rilascio dei visti di studio, che lo scorso anno, rammenta, “hanno raggiunto quota 52 mila, di cui 7 mila a favore di studenti cinesi. Una cifra impressionante - ha rimarcato Gentiloni - se si pensa che qualche anno fa erano poche centinaia. Ma molto possiamo ancora fare”. L’attrattività dell’Italia nel mondo, ha concluso, “merita di essere promossa in maniera sempre più efficace e integrata”. (Inform 28)

 

 

 

 

Torino, l'esodo dei migranti siriani diventa un videogame: vince chi salva tutta la famiglia

 

A sviluppare il gioco di ruolo, in cui a squadre si sfida un computer, è stato uno studente dell'Itis Majorana di Grugliasco: accogliere un orfano dà punti ma comporta costi, bisogna scegliere se portare in tasca una foto di famiglia o un pezzo di pane - di FEDERICA CRAVERO

 

Uno screenshot della versione beta del videogame Portare una bambola di pezza assegna a un giocatore un valore affettivo di 15 punti ma un peso di 40. Una foto di famiglia infilata in tasca non pesa nulla ma ha un costo economico di 100 punti. D’altro canto mettere in borsa acqua, pane e cibo in scatola non ha alcun valore emotivo ma è fondamentale per la resistenza dei giocatori. Inizia così, preparando il bagaglio con cui i profughi lasciano la loro terra, il videogame “Il viaggio”, implementato da Riccardo Squaiella, studente dell’Itis Majorana di Grugliasco, nella cintura di Torino. Quattro schemi da superare per quattro tappe – Siria, Turchia, Grecia, Italia – che seguono il percorso di una famiglia nelle vicissitudini delle migrazioni. Un gioco dove non vince chi arriva prima, ma vince chi arriva. E l’ambizione di ogni giocatore è che a destinazione giunga la famiglia al completo: mai come in questo caso, infatti, il “game over” che elimina personaggi - per eventi traumatici o per aver esaurito le riserve di energie – riporta la mente alle cronache quotidiane di figli o genitori morti di stenti o annegati durante le traversate nel Mediterraneo.

 

L’idea di trasformare in un gioco di ruolo online le difficoltà reali dei migranti che cercano speranza in Europa è venuta a Marcello Bozzi, docente di informatica, che ha presentato il videogame durante un convegno organizzato dal Comitato Resistenza Col del Lys, a cui hanno partecipato diverse scuole e dove è stata giocata la prima partita tra alcuni gruppetti di alunni. “Si tratta di una piattaforma che ha un intrinseco valore educativo – spiega il professore - perché la parte ludica coincide con la discussione tra i ragazzi, che si devono mettere nei panni dei migranti e devono decidere cosa mettere in borsa, mediando tra utilità, peso e valore affettivo degli oggetti, ma anche tra le esigenze degli adulti e quelle dei figli”.

Per riprodurre per quanto possibile gli imprevisti da affrontare, alle famiglie in fuga dalla guerra toccherà discutere, per esempio, se accogliere nel proprio gruppo un orfano incontrato per strada, che sembrerà un obbligo morale ma deve risultare sostenibile con le risorse a disposizione. O come comportarsi di fronte a uno scafista che pretende cifre esorbitanti per salire su un gommone. Ogni squadra gioca di fatto contro il computer, che a ogni tappa aggiunge o toglie punti a seconda delle

scelte fatte, anche in base agli imprevisti. Ma esiste anche una classifica finale in cui vengono inseriti i nomi delle squadre che hanno realizzato il punteggio migliore. “Con il software che ho elaborato si può giocare online collegandosi con un sito - spiega Riccardo, che a giugno porterà il progetto come tesina della maturità – Naturalmente però sarei contento se qualche casa di produzione lo trovasse interessante e lo comprasse”. LR 2

 

 

 

Gottardo. Galleria di base, il 1° giugno si conclude il conto alla rovescia

 

ZURIGO - “È il caso di dirlo: dopo 17 anni, ha i giorni contati. Poi, una volta officiata, il primo giugno, la liturgia del taglio del nastro, sarà consegnata al mondo. Dapprima, il 4 e 5 giugno e nei mesi a venire, a coloro che vorranno approfittare dell’occasione ed essere fra quelli che la percorreranno con viaggi speciali. In seguito, dall’11 dicembre, diverrà patrimonio comune di chi utilizzerà il treno per trasferirsi dal sud al nord delle Alpi. E viceversa. Stiamo parlando del tunnel di base del San Gottardo: con i suoi 57 km, la galleria ferroviaria più lunga al mondo”. Al San Gottardo è dedicata la copertina del nuovo numero de “La rivista”, mensile diretto a Zurigo da Giangi Cretti che, come di consueto, accoglie i lettori con il suo editoriale.

“Un’opera di altissima ingegneria, talmente appetita, da trasformarsi in oggetto del desiderio di molti. Che avrebbero voluto poterne esibire, assumendola, la paternità. Tant’è, che quatto quatto (semplicemente distratto?), qualcuno c’ha pure provato. Senza successo. Perché quella che avvicina ancor di più il nord al sud dell’Europa (e viceversa) è un’opera che la Confederazione elvetica ha voluto e realizzato sul proprio territorio a proprie spese. Un’opportunità: perché si accorciano le distanze, non solo geografiche fra l’Europa mediterranea e quella continentale; perché cambierà il modo di pendolare, con tutto quello che comporta in termini di incontro di persone, di abitudini e di culture (pur sempre affini); perché ci si aggancia al treno (non solo metaforico) dell’alta velocità favorendone lo sviluppo anche sull’asse nord-sud (e viceversa).

Al contempo, una sfida: perché dovrebbe tradursi in un tangibile incentivo al trasferimento del trasporto delle merci dalla gomma alla rotaia; perché sulla sua reale funzionalità pesano gli sbocchi in entrata e in uscita, sia a nord sia al sud della Svizzera, dove perplessità permangono attorno all’effettiva agibilità delle rampe d’accesso e dei centri di smistamento intermodale. Se, con attenzione, si guarda a settentrione di Basilea, dove l’infrastruttura logistica deve garantire il trasbordo efficiente dal camion al treno (e viceversa), con preoccupazione si registra che a meridione di Chiasso lo stesso obiettivo, puntualmente evocato a parole, non sembra trovare adeguata concretezza nei fatti.

La Svizzera, per sua natura e per i trafori che ha realizzato negli ultimi due secoli, è al centro di uno dei principali assi del trasporto merci in Europa.

Ogni anno, attraverso le Alpi svizzere, viaggiano su rotaia circa 26 milioni di tonnellate di merci, per l’80 per cento in transito internazionale. Con la galleria di base, il collegamento transal- pino assumerà la caratteristica di una ferrovia di pianura. Con conseguenti notevoli vantaggi, derivanti dal fatto che consente il transito di treni più lunghi e più pesanti, con l’impiego di meno locomotive e tempi di percorrenza ridotti. I treni merci non avranno più bisogno di una locomotiva di spinta supplementare, il che permetterà di evitare lunghe manovre di smistamento. In tal modo, il trasporto merci su rotaia diventerà più concorrenziale, acquisendo efficienza e affidabilità maggiori. La capacità di trasporto aumenterà: nella nuova galleria potranno, infatti, transitare fino a 260 treni merci al giorno, a fronte degli attuali 180. Naturale prevedere, lo confermano anche diversi studi, che questo volume sarà destinato ad aumentare in futuro. Comprensibile, pertanto, che si voglia evitare l’ingorgo e le conseguenze – soprattutto a sud - dell’effetto imbuto. Vantaggi ci saranno anche per il traffico passeggeri.

Solo nel bacino di utenza tra la Germania meridionale e l’Italia settentrionale, più di 20 milioni di persone beneficeranno di questa opera. La ferrovia di pianura permetterà collegamenti ferroviari più rapidi (meno di 20 minuti il tempo di percorrenza in galleria) e, si confida, affidabili e puntuali. Nella galleria i treni viaggiatori transiteranno, con cadenza semioraria. di regola a 200 km/h; in futuro sarà possibile raggiungere punte di 250 km/h. La riduzione dei tempi di percorrenza avverrà gradualmente a partire dal 2016. Una volta conclusi i lavori sull’intero asse del San Gottardo (incluse le tratte di accesso e la galleria di base del Ceneri pronta nel 2020), il risparmio di tempo tra Zurigo e Lugano ammonterà a circa 45 minuti. Se è vero, fin dal 1967, che la Cina è vicina, è altrettanto vero che, fra poco, Milano e Zurigo, vicini, lo saranno ancor di più”. (aise 2) 

 

 

 

 

 

Regione Sardegna, approvati dalla Consulta per l’emigrazione i Piani annuale e triennale

 

Con il Programma 2016 ripartite le risorse - due milioni di euro – per lo svolgimento di attività delle comunità di sardi in Italia e all’estero. Individuate le spese rimborsabili nel funzionamento dei Circoli e modalità di sostegno a progetti regionali sul tema dell’emigrazione e aggiornamento portali ad esso dedicati

 

CAGLIARI - La Consulta regionale per l’Emigrazione della Sardegna, riunitasi a Cagliari, ha approvato all'unanimità il Piano annuale per il 2016 e quello per il triennio 2016-18, elaborati dall’Assessorato del Lavoro, su impulso dell’assessore Virginia Mura (v. http://comunicazioneinform.it/assessore-virginia-mura-sardi-nel-mondo-ambasciatori-della-nostra-regione-della-nostra-cultura-e-delle-nostre-eccellenze/ )

Con il Programma annuale per l’emigrazione 2016 vengono ripartite le risorse - per complessivi due milioni di euro - destinate allo svolgimento delle varie attività, istituzionali e culturali, svolte dalle comunità di sardi in Italia e all’estero; vengono inoltre individuate le spese rimborsabili nel funzionamento di Circoli, Federazioni e associazioni di tutela, nonché le modalità di sostegno a progetti regionali sul tema dell’emigrazione e l’aggiornamento di siti e portali ad esso dedicati. Oltre alla ripartizione delle risorse, il documento conferma alcune novità già introdotte lo scorso anno: semplificazioni nella rendicontazione e meccanismi per misurare e premiare la qualità dei progetti presentati.

L’organismo si è anche occupato delle linee guida del Piano triennale per l’emigrazione 2016/2018, e ha impostato la riflessione sulle possibili modifiche alla legge regionale di settore nella prospettiva di rendere più agile e moderna una normativa in vigore oramai da 25 anni.

L’assessore Mura, che presiede la Consulta e che ha guidato l’incontro, ha sottolineato ancora una volta il ruolo e l’importanza che gli emigrati svolgono per la Sardegna nel mondo. “Vogliamo sempre più considerarli come dei veri e propri ambasciatori della nostra regione, della nostra cultura e delle nostre eccellenze”, ha detto Mura. “Per questo, la Giunta favorisce la modernizzazione del modello di funzionamento della rete di circoli e federazioni che, con l’aiuto degli stessi emigrati, deve sempre di più essere in grado di dar vita a iniziative di spessore, utili ed efficaci, specialmente quando sono mirate alla promozione economica della Sardegna”.

Istituita con L. R. 7/1991 con il compito di coordinare gli interventi della Regione a favore degli emigrati e delle comunità dei sardi all’estero ed in Italia, la Consulta riunisce i rappresentanti delle Federazioni e dei Circoli degli emigrati, delle associazioni di tutela degli emigrati a carattere nazionale e operanti in Sardegna, oltre che i rappresentanti delle organizzazioni sindacali, del Ministero degli Esteri ed esperti di emigrazione nominati dal Consiglio regionale. I documenti adottati dalla Consulta per l’Emigrazione saranno adesso trasmessi, per le necessarie approvazioni, alla Giunta e al Consiglio regionale. (Inform 4)

 

 

 

 

Politica limitata

 

Questo 2016, anno bisestile, continua a evolversi con segnali, interni e internazionali, ben lontani da una parvenza di “normalità”. Che non sia solo una nostra percezione lo confermano i fatti di violenza internazionale che sono stati i nefasti protagonisti dell’inizio di quest’anno.

 Non riteniamo, per obiettività, che questo sia il primo anno per una ripresa con effetti risanatori sul fronte dei bilanci familiari e occupazionali. Il Prodotto Interno Lordo resterà, ancora molto contenuto e la disoccupazione continuerà a mantenere livelli irregolari anche per un Paese, com’è il nostro, dove di lavoro per tutti, non ce n’è mai stato. Ora, non riteniamo rilevante verificare il “perché” e il "percome” di una situazione d’abbattimento che neppure la più astuta politica potrebbe risollevare.

 Troppe le concause di lontana origine e ancor più i compromessi che ne hanno consentito il perdurare. La foto panoramica del nostro Paese resta “sfuocata”. Proprio sotto quei profili che dovrebbero essere ben chiari per evitare altri errori. Perché d’alternative ce ne sono rimaste proprio poche. La nostra non è una sensazione di malessere superficiale. Essa è profonda e s’insinua anche in strati della società che ne era immune. Ciò significa che persiste ciò che non funziona nel modo corretto.

 Lo avevamo evidenziato già al tramonto della Seconda Repubblica. Ora Renzi ha da fare anche i conti con una frazione del suo Partito che non ne condivide le strategie e, forse, anche le alleanze. Quelle che avevamo identificato come “effimere”. Cioè con prospettive di limitata durata. Per non cedere al fatalismo della situazione, né al pessimismo del momento, non ci resta che studiare gli sviluppi prossimi dell’iter politico nazionale.

La teoria dei due “pesi” e delle due “misure” resta di difficile eradicazione. Che sia solo una nostra sensazione? Non lo riteniamo; anche se siamo ben disponibili nel riconoscere eventuali divergenze di percorso. Per ora resta, forte, la maggioranza d’italiani che non ha “niente” nei confronti di chi continuare ad avere ancora “troppo”. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Chernobyl 30 anni dopo, cerimonie in memoria delle vittime

 

Commemorazioni in Ucraina per il 30° anniversario del disastro nucleare di Chernobyl, nell'allora Unione Sovietica, le cui conseguenze pesano ancora sulle regioni colpite. Erano le prime ore del 26 aprile del 1986, quando, nel corso di un test definito 'di sicurezza', una serie di errori provocarono un'esplosione che fece fuoriuscire una nube di materiale radioattivo che ricadde su vaste aree intorno alla centrale Chernobyl, situata vicino all'insediamento di Pripjat, costringendo decine di migliaia di persone ad abbandonare le loro case.

Spinte dai venti le particelle radioattive attraversarono i confini dell'Ucraina, raggiungendo la Russia e Bielorussia, ma anche l'Europa occidentale con livelli di contaminazione via via minori, toccando anche l'Italia, la Francia, la Germania, la Svizzera, l'Austria e i Balcani, fino a porzioni della costa orientale del Nord America.

 

Oggi i familiari di quelli che morirono in conseguenza dell’incidente hanno preso parte a diverse veglie e cerimonie, tra cui quelle in una chiesa di Kiev e una messa a Slavutych, la città costruita a circa 50 chilometri da Chernobyl per ospitare gli addetti alla centrale nucleare e le loro famiglie che vivevano nei pressi della centrale. "Questa tragedia rimarrà con noi fino alla fine della nostra vita. Non sarò mai in grado di dimenticare", ha detto Vasyl Markin, un ex dipendente.

L'anniversario arriva durante le fasi finali della realizzazione dell’arco di contenimento da 1,5 miliardi di euro che chiuderà il sito del reattore 4 per impedire ulteriori perdite per i prossimi cento anni. Il progetto è stato finanziato con donazioni da parte di oltre 40 governi, ma anche con la nuova struttura, la circostante zona di esclusione di 2.600 chilometri quadrati al confine tra Ucraina e Bielorussia resterà non abitabile e chiuso ai visitatori non autorizzati.

 

I livelli di radioattività rimangono infatti ancora elevati nella zona circostante, con numerosi bambini vicino al confine con l'Ucraina che continuano a nascere con malformazioni gravi, mentre un alto tasso di persone hanno forme rare di cancro.

Il numero di persone uccise dal disastro rimane controverso. L'Onu nel 2005 ha riferito che sono state 4000 le vittime causate direttamente dalle radiazioni, tra di loro in larga parte i cosiddetti "liquidators", coloro cioè che lavorarono per primi tentando di tamponare i danni dopo l'esplosione. Fino a oggi, tuttavia, al disastro sono stati attribuiti direttamente meno di 50 decessi, quasi tutti tecnici e vigili del fuoco esposti pesantemente alle radiazioni e morti nel giro di pochi mesi dopo l'incidente, o scomparsi al più tardi nel 2004. Si stima che fino a 9.000 persone potrebbero alla fine morire per l'esposizione alle radiazioni, anche se Greenpeace sostiene che la cifra potrebbe avvicinarsi ai 93.000. adnkronos 26

 

 

 

 

Il PD di Berlino scrive a Renzi: avviare un dibattito sul TTIP

 

BERLINO - Caro Matteo, il 9 novembre 2015 una delegazione di “Stop TTIP”, un’iniziativa composta da oltre 500 organizzazioni della società civile europea, consegnò a Martin Schulz una petizione contro la negoziazione di TTIP firmata da ben tre milioni e trecentomila cittadini europei, di cui circa la metà tedeschi. Sabato scorso abbiamo assistito – e alcuni di noi hanno partecipato - a una grande dimostrazione che ha radunato quasi 100.000 persone ad Hannover, il giorno prima di una importante visita di Obama.

Vivendo nella capitale tedesca, i membri del nostro Circolo berlinese assistono ogni giorno alle discussioni sempre più serrate e critiche. TTIP si vende sempre peggio: una recentissima indagine demoscopica condotta per il secondo canale televisivo ZDF ha rivelato che solo il 13% dei tedeschi intervistati pensano che da TTIP si ricaveranno più vantaggi che svantaggi. Quasi il 60% sostiene il contrario. Quanto vale nel caso di TTIP vale anche in quello di CETA.

In considerazione delle perplessità crescenti in Europa e altrove sul contenuto dei due trattati ti chiediamo di volere aprire un ambito di discussione del tema all’interno del PD. Le perplessità emerse nel discorso generale sul contenuto dei trattati riguarda una molteplicità molto vasta di aspetti che si può sintetizzare come segue:

1. Minaccia all’occupazione e, di conseguenza, per la crescita economica

Non solo negli USA (e nel Canada) vi è un fronte unito a difesa del “buy american”, soprattutto nel campo delle commesse pubbliche, ma sono crescenti i timori di effetti negativi sia sull’occupazione sia sulla legislazione nazionale a protezione del lavoro. I dati statistici degli effetti economici di trattati quali NAFTA vengono interpretati in modo molto contrastante.

L’agricoltura è un settore in cui i timori appaiono sovente giustificati da eventi del passato (abolizione di dazi in presenza di sostegni massicci alla produzione; vedi ad esempio il Messico nell’ambito NAFTA e dei paesi africani nell’ambito di trattati bilaterali).

2. Difesa degli investitori (“investor protection”) attraverso l’istituzione di tribunali arbitrali

L’istituzione d tribunali arbitrali sostanzialmente autonomi viene vista come una minaccia che scardina il sistema dello stato diritto nelle sue realizzazioni nazionali e internazionali. I tribunali arbitrali sono caratterizzati dal vizio di un trattamento difforme tra le multinazionali e le imprese nazionali a cui non viene permesso di adire (giustizie parallele). Si tratta di una giurisdizione opaca e molto costosa, che impedisce di fatto l’accesso a imprese che non dispongono di risorse finanziarie sufficienti.

Cause intentate nel passato non contribuiscono a rasserenare gli animi (esempi fra i molti: Vattenfall vs. Germania, Philipp Morris vs. Uruguay, Lone Pine vs. Canada, Mobil vs. Canada e l’atteso Transcanada vs. USA per un valore record di 15 milioni di dollari) Quanto detto è anatema per giuristi, giudici e avvocati. Non è un caso che l’associazione principale degli avvocati tedesca si sia espressa di recente in modo ufficiale contro il sistema arbitrale sia in versione ISDS sia in quella ICS proposta dalla Commissione UE che viene vista solo come un cambio di etichette senza mutamento nella sostanza.

3. Applicazione di regole a detrimento di standard a difesa dell’ambiente e della salute

Vi è un timore diffuso che l’applicazione di regole che prevedono per le imprese, indipendentemente dalla loro origine, un trattamento “giusto ed equo” e “non discriminatorio” porti, in Europa come al di là dell’Atlantico, a un abbattimento delle difese pazientemente e faticosamente erette a difesa dell’ambiente e dei consumatori. Due termini emblematici per molti altri: prodotti OGM e denominazioni di origine. Si teme, in particolare, la sostituzione nella ammissione al mercato di prodotti alimentari, chimici e farmaceutici del “principio di precauzione” applicato generalmente in Europa con l’“approccio basato sull’evidenza” prevalente negli USA.

Sono tutti aspetti “pesanti” che trovano terreno fertile in quasi tutti i campi dell’opinione pubblica. Prestando attenzione ad alcuni approcci “negativi” notevoli che sembrano lasciare isolati i neo-liberisti, che sono stati i quasi padroni del campo dai tempi di Reagan: dalla nuova destra che invoca politiche protezioniste, ai conservatori garantisti che cercano di scongiurare un’esautorazione delle istituzioni nazionali, alla sinistra sindacale che teme per l’occupazione da un ulteriore acuirsi della concorrenza, agli ambientalisti che paventano un’inondazione di prodotti nocivi per l’uomo e l’ambiente. Pensiamo che non sia un caso che nell’attuale campagna elettorale presidenziale negli USA non solo Trump, Cruz e Sanders, ognuno per ragioni differenti, si oppongano più o meno radicalmente a TTIP, ma anche la stessa Hillary Clinton, una volta favorevole, abbia preso distanze sempre più marcate.

Ma vi sono due temi che accomunano e fortemente indispongono una maggioranza schiacciante dei cittadini, soprattutto in paesi come la Germania:

a) la segretezza con cui sono state condotte le trattative, ove solo di recente i parlamentari sono stati ammessi alla lettura dei documenti (per un massimo di due ore giornaliere!) e con il divieto assoluto di parlarne con terzi che non abbiano essi stessi diritto di accesso all’informazione,

b) un processo di approvazione dei trattati TTIP e CETA che esclude ogni discussione nei parlamenti così come la loro virtuale esclusione dal processo. Solo il Parlamento europeo sarà probabilmente chiamato, e neanche in modo formalmente vincolante, a dare un assenso a quanto il Consiglio UE avrà già approvato e questo sulla base di testi già concordati dalla Commissione con la controparte e perciò non modificabili e senza l’obbligo di dare il proprio assenso sulla base del risultato di una discussione parlamentare.

Il danno per le istituzioni europee è evidente. Ancora una volta vengono forniti ai detrattori su un piatto d’argento validissimi argomenti di accusa riguardo a una loro palese mancanza di democraticità. Occorre reagire a questo stato di cose.

Per i motivi che qui sopra abbiamo brevemente elencato ci permettiamo di auspicare che:

a) sia avvii il più rapidamente possibile un processo di dibattito nel nostro Parlamento partendo da CETA dato che il testo di questo trattato è oramai di pubblico dominio.

b) Che tale discussione porti una raccomandazione di voto ai rappresentanti italiani in seno al Consiglio UE sia per quanto riguarda CETA che per TTIP.

Speriamo sinceramente che tu possa fare propria la nostra proposta e, sempre pronti con chi ne senta l’utilità a discutere della materia, ti inviamo i nostri cari saluti.

Federico Quadrelli Segretario e Piero Rumignani Presidente del PD Berlino e Brandeburgo (dip 2)

 

 

 

 

Pensione anticipata: anche le lavoratrici italiane all’estero possono usufruire della ”opzione donna”

 

Due deputati PD della Circoscrizione Estero informano le nostre collettività che anche le donne emigrate possono usufruire dell’opzione per il pensionamento anticipato, ancorché con un assegno più basso

 

ROMA - Con questo comunicato vogliamo informare e chiarire che la norma sul pensionamento anticipato definita “Opzione donna” deve applicarsi anche alle pensioni in regime internazionale e quindi a tutte le donne italiane residenti all’estero, o successivamente rientrate in Italia, che possono far valere i requisiti richiesti e scelgono di optare per tale sistema.

Si tratta di una possibilità che potrebbe interessare migliaia di nostre connazionali le quali desiderino ottenere un pensione italiana in anticipo rispetto all’attuale età pensionabile, ancorché con una penalizzazione (che comunque potrebbe essere in alcuni casi compensata con la concessione dell’integrazione al trattamento minimo).

Come gli addetti ai lavori sanno, la legge Fornero aveva confermato fino al 31 dicembre 2015 la possibilità per le donne di andare in pensione prima (e cioè a 57 anni e tre mesi con 35 anni di contribuzione), a patto però che avessero scelto (scelgano) di acquisire una pensione calcolata con il metodo contributivo (che come si sa, con riferimento all’importo, è meno favorevole di quello retributivo). I 35 anni di contribuzione richiesti possono essere perfezionati anche con il meccanismo della totalizzazione dei contributi previsto dalle convenzioni internazionali di sicurezza sociale, siano esse bilaterali o multilaterali come i Regolamenti comunitari. Si tratta di una possibilità introdotta dalla Legge Maroni (articolo 1, comma 9 della legge 243/04) che consente di anticipare l'uscita di diversi anni rispetto alle regole ordinarie che, com'è noto, attualmente richiedono in alternativa o il perfezionamento di almeno 41 anni e 10 mesi di contributi indipendentemente dall'età anagrafica ( pensione anticipata ) o il raggiungimento di un'età anagrafica pari a 65 anni e 7 mesi per le donne dipendenti del settore privato; 66 anni e 1 mese per le autonome unitamente a 20 anni di contributi ( pensione di vecchiaia ).

Con l'opzione donna si può quindi uscire invece con un anticipo di diversi anni rispetto ai requisiti sopra indicati con la condizione del calcolo contributivo.

In base alla normativa in vigore, modificata ultimamente ed ulteriormente con la Legge di stabilità per il 2016, la data del 31 dicembre 2015 va considerata quale termine entro il quale devono essere soddisfatti i soli requisiti contributivi ed anagrafici (e cioè 35 anni di contributi e 57 anni e tre mesi di età) per il diritto alla pensione anticipata nel “regime (sperimentale) donna”, mentre invece la decorrenza della pensione (a patto che si sia cessato o si cessi di lavorare) può essere successiva a tale data (si ricorda che secondo il messaggio Inps n. 9231/2014 , è possibile esercitare l’opzione anche successivamente al mese in cui maturano i requisiti anagrafici e contributivi e cioè anche nel 2016).

Va inoltre menzionato che per questa tipologia di prestazione resta in vigore la cd. finestra mobile secondo la quale l'assegno viene erogato dopo 12 mesi dalla maturazione dei predetti requisiti per le dipendenti e 18 mesi per le autonome: ciò significa che se una nostra connazionale lavoratrice dipendente residente all’estero (ma anche emigrata e poi rientrata in Italia) ha maturato i requisiti richiesti entro la fine del mese di ottobre 2015 (per esempio) potrà ottenere la pensione (il pro-rata) entro la fine di ottobre 2016 (e potrà eventualmente continuare a lavorare fino a tale data).

Le lavoratrici quindi che maturino il diritto tramite una convenzione internazionale e decidano di optare per il “regime agevolato donna” andrebbero in pensione molto prima ma subirebbero tuttavia una decurtazione sull’assegno (magari già basso perché in convenzione ed ottenuto con pochi contributi in Italia) anche fino al 30% (sono molte le variabili che andrebbero considerate, dall’anzianità contributiva al montante contributivo, etc.).

Per la presa in considerazione della contribuzione utile per il perfezionamento dei 35 anni sono utili i contributi obbligatori, da riscatto e/o da ricongiunzione , volontari, figurativi con esclusione dei contributi accreditati per malattia e disoccupazione.

Va sottolineato che la disciplina sperimentale prevede che l'applicazione del sistema contributivo sia limitata alle sole regole di calcolo.

Pertanto a chi dovesse optare per il regime agevolato si dovranno applicare le disposizioni sul trattamento minimo e non è richiesto il requisito dell'importo minimo previsto per coloro che accedono al trattamento pensionistico in base alla disciplina del sistema contributivo (Inps, Messaggio 219 del 4 gennaio 2013).

Alla luce della complessità della materia esaminata, si consiglia comunque alle nostre connazionali interessate alla pensione anticipata di contattare un competente ente di patronato per verificare il soddisfacimento dei requisiti e la effettiva convenienza di optare per il sistema “Opzione donna” che consente di andare in pensione prima ma con un importo pensionistico più basso. 

Marco Fedi e Fabio Porta, Deputati eletti per il Pd nella circoscrizione Estero

 

 

 

 

Trasporti, competitività, formazione: accordo tra Friuli Venezia Giulia e Baviera 

 

TRIESTE - Nuove forme di collaborazione per migliorare i collegamenti e sburocratizzare la movimentazione delle merci, oltre a una cooperazione che miri a conseguire gli obiettivi di competitività economica, sviluppo sostenibile e innovazione all'interno della Regione Europea Alpina (Eusalp) e lo scambio di esperienze e di buone prassi sui versanti della formazione professionale e della viticoltura.

Questi i contenuti principali dell'intesa siglata oggi a Trieste fra la presidente della Regione Friuli Venezia Giulia Debora Serracchiani e il presidente della Baviera Horst Seehofer. All'atto della firma hanno presenziato, fra gli altri, anche il sindaco di Trieste Roberto Cosolini, il presidente del Consiglio regionale Franco Iacop, gli assessori regionali Loredana Panariti, Mariagrazia Santoro, Francesco Peroni e Cristiano Shaurli, il prefetto di Trieste Annapaola Porzio, il commissario del Porto di Trieste Zeno D'Agostino, il presidente della Camera di Commercio di Udine Giovanni Da Pozzo, il presidente di Confindustria Udine Matteo Tonon e il ministro degli Affari federali del Land bavarese Marcel Huber.

Nel dettaglio, in riferimento alla parte dell'Accordo relativa ai trasporti, nell'ambito di un quadro generale in cui la Baviera individua nei porti del Mediterraneo - quello di Trieste in particolare - la via più vantaggiosa per gli scambi commerciali con l'Asia, si è stabilito di istituire un gruppo di lavoro di esperti che si riunirà a Monaco nell'autunno di quest'anno e che sarà costituito dai rappresentanti del Porto di Trieste, del centro di Competenza logistica di Prien, delle Autorità doganali, dei rispettivi sistemi industriali territoriali, delle Camere di Commercio e delle Ferrovie. Oltre a ciò viene formalizzato l'impegno a intensificare lo scambio bilaterale nell'ambito della logistica.

Un altro capitolo dell'Intesa coinvolge il Piano d'azione della Regione Alpina (Eusalp) promosso dall'Unione Europea, il cui Programma è quello di incrementare il grado di competitività e solidarietà sociale, al fine di garantire la connettività dell'area e allo stesso tempo un modello di sviluppo sostenibile e attrattivo. A tal fine sono previste azioni congiunte per sviluppare un efficace eco-sistema della ricerca e dell'innovazione, migliorare l'adeguamento del mercato del lavoro, e con esso l'istruzione e la formazione nei settori più strategici, promuovere l'intermodalità e interoperabilità nel trasporto merci e passeggeri e infine sviluppare la rete ecologica, trasformando il territorio della regione in un modello per l'efficienza energetica e l'energia rinnovabile.

Parallelamente a questo ambito, l'Accordo focalizza l'attenzione sul versante economico, prevedendo un coordinamento delle attività rivolte ad aprire e accrescere le opportunità di mercato fra le rispettive Regioni, oltre che a recepire le specifiche esigenze delle aziende. Quindi si punta all'obiettivo della costituzione di partenariati imprenditoriali, attraverso la promozione di fiere tematiche, l'organizzazione di incontri e visite di imprenditori e l'individuazione di temi di comune collaborazione tra Clusters industriali.

Altrettanto strategica, per gli effetti sul mercato del lavoro, l'alleanza fra Baviera e Friuli Venezia Giulia sul fronte della formazione professionale, partendo dalla consolidata esperienza virtuosa tedesca in questo campo. A tal fine saranno avviati degli scambi bilaterali, attraverso il personale docente, sui metodi e sui contenuti didattici, così come su un miglior uso degli strumenti finanziari esistenti per i programmi di formazione congiunti.

Infine, per quel riguarda la parte dedicata all'agricoltura, le azioni condivise si riferiscono in primo luogo alla viticoltura, in particolare all'enoturismo. A tal fine l'impegno è quello di organizzare entro l'anno un incontro fra esperti dell'Ente regionale per lo sviluppo agricolo (Ersa) e dell'Istituto bavarese per la viticultura e l'orticoltura.

Sul percorso di attuazione dell'intesa verrà effettuato un monitoraggio continuo da parte dall'Ufficio di presidenza della Regione e della Cancelleria di Stato bavarese. Monitoraggio che troverà un suo momento di confronto e di verifica generale nell'estate del 2018. La stessa Regione, altresì, informerà con cadenza annuale l'Ambasciata d'Italia a Berlino sui risultati conseguiti in esecuzione all'Accordo che è stato sottoscritto oggi. (ppd 4)

 

 

 

La crisi economica persiste

 

E’ inutile fare finta di nulla. La crisi economica c’è ancora. Le promesse di Renzi non hanno contribuito a migliorare il processo involutivo che ci coinvolge. Come sempre, sono i redditi medio/bassi i più colpiti.

 Pur con un’inflazione ufficiale a”zero”, vivere nel Bel Paese resta un’impresa. A conti fatti, anche per l’immediato futuro, gli italiani si dovranno accontentare facendo, ancora, proprio quel fatalismo che ritenevamo radicato dalla penisola.

Mentre la Legge di Stabilità ha preso “forza”, i problemi di liquidità per il quotidiano restano evidenti. Come a scrivere che oltre il 30% delle famiglie italiane continuano a essere “povere”, avendo modificato il loro tenore di vita. La stessa dinamica dei prezzi continua a evidenziare un’Italia “differente”.

 A sud si vive con meno rispetto al nord. Mentre il mercato del lavoro resta frenato; nonostante i provvedimenti governativi, la “rinuncia” resta l’unica via per far bilanciare i conti familiari. La povertà non è un termine privo di contenuti e gli effetti sono sotto gli occhi di tutti.

 Ci sono, ancora, troppe incoerenze da eliminare e privilegi da ridimensionare. Vivere con “meno” non è impossibile, ma, certamente, è più difficile. Soprattutto quando la crisi è, soprattutto, di liquidità.

Del resto, anche un’analisi più dettagliata dell’economia spicciola nazionale evidenzia un divario tra il potere d’acquisto di parecchi generi anche di prima necessità. Vivere con poco, da noi, è una necessità della quale avremmo fatto, volentieri, a meno. A questo punto, con molta obiettività, non siamo in grado di fare delle previsioni economiche per l’anno prossimo.

Con la contrazione dei consumi, lo stesso meccanismo commerciale italiano subirà un successivo contraccolpo. Gli effetti di una politica ancora incerta avranno il loro ruolo su un’economia che evidenzia, ancora, una palese mancanza di fiducia. Pur con tutte le assicurazioni, delle quali non ci fidiamo in toto, l’inflazione potrebbe rialzare la testa con una conseguente diminuzione del potere d’acquisto interno.

Dopo le imminenti modifiche istituzionali, vedremo se la squadra di Renzi sarà in grado di “reggere” sino al fatidico 2018. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Boeri: "Sistema vitalizi parlamentari è insostenibile"    

 

Il sistema dei vitalizi parlamentari e ''insostenibile''. I correttivi apportati più di recente alla normativa, ''pur avendo arrestato quella che sembrava una inarrestabile crescita della spesa, non sono in grado di evitare, come si vedrà, forti disavanzi anche nei prossimi 10 anni''. Lo afferma il presidente dell'Inps, Tito Boeri, in audizione nella commissione Affari costituzionali della Camera. La spesa per le pensioni dei parlamentari, negli ultimi 40 anni, osserva il presidente, è stata ''sempre più alta dei contributi''.

Oggi, sottolinea, ci sono circa 2.600 vitalizi in pagamento, per cariche elettive alla Camera o al Senato, per un costo stimato in circa 190 milioni di euro. "Si tratta di una sottostima" perché sono stati esclusi eventuali anni di servizio presso il Parlamento europeo o presso Consigli Regionali.

Applicando le regole del sistema contributivo, oggi in vigore per tutti gli altri lavoratori italiani, all’intera carriera contributiva dei parlamentari, la spesa per vitalizi si ridurrebbe del 40%. In altre parole ''i vitalizi dei parlamentari sono quasi il doppio di quanto sarebbe giustificato alla luce dei contributi versati'' dice il presidente dell'Inps. Portando le prestazioni parlamentari ai valori normali la spesa scenderebbe a 118 milioni, con un risparmio, dunque, di circa 76 milioni di euro all’anno (760 milioni nei prossimi 10 anni).

Boeri spiega che il sistema di calcolo dovrebbe essere applicato non solo ai parlamentari ma anche ai consiglieri regionali. In questo, applicando il sistema contributivo su tutti i vitalizi, il risparmio complessivo, in caso di ricalcolo per l’insieme delle cariche elettive, sarebbe di circa un miliardo e 457 milioni sui primi 10 anni. Il risparmio, osserva il presidente dell'Inps, sarebbe "in grado di contribuire in modo significativo alla riduzione della spesa pubblica o al finanziamento di programmi sociali''.

Nel dettaglio, con l'applicazione del sistema contributivo il vitalizio parlamentare minimo passerebbe da 26.379 euro a 2.487 euro, mentre quello medio scenderebbe da 56.830 euro a 33.568 euro. I tagli interesserebbero il 96% dei casi. Adnkronos 5

 

 

 

 

L’emigrazione italiana e la Ciociaria

 

Nella plurisecolare vicenda della storia dell’Italia la emigrazione ne rappresenta l’evento più terribile e traumatico e allo stesso tempo più glorioso e importante: si calcola che negli anni a partire dalla seconda metà del 1800,  circa trenta  milioni di italiani hanno abbandonato le loro terre: una cifra spaventosa che nessun’altra nazione registra di siffatta colossale entità! E’ quando ha scritto Michele Santulli, docente universitario e studioso della ciociaria sul ‘Il Corriere Nazionale – www.corrierepl.it, Calcolando i successori e gli eredi di tutta questa umanità disperata ma intrepida e coraggiosa, all’estero è presente, oggi, un’Italia numerosa una volta e mezzo quella originaria! La nemesi altrettanto terribile e sconfortante vuole che questi circa ottanta-novanta milioni di originari italiani sparsi in tutto il pianeta, specie quelli  in qualche modo sentimentalmente ancora legati alle antiche radici,  in questi ultimi anni sono obbligati a costatare, con umiliazione e  mortificazione, che l’Italia di oggi risulta collocata ai primi posti nelle graduatorie internazionali per corruzione e  latrocini e privilegi ed inefficienza e  agli ultimi per investimenti nella cultura  nella ricerca nell’arte. Un fallimento e una distruzione di immagine  imperdonabili.

E la Ciociaria nel gigantesco fenomeno della migrazione occupa il primo posto. Infatti tutto cominciò da qui, dalla Valcomino, inizialmente da alcuni paesini e loro frazioni i cui nomi sono scritti, anzi dovrebbero essere scritti,  a caratteri cubitali nella storia nazionale della emigrazione: Picinisco e le sue frazioni di San Gennaro, di San Giuseppe, di Immoglie, di Serre; San Biagio Saracinisco, Vallerotonda e la sua frazione di Cardito nota in tutto il mondo,Villalatina e le sue frazioni di Vallegrande e di Agnone. Tutto è nato qui, tra queste montagne ai piedi del Monte Meta, già nelle ultime decadi del 1700. Gli avamposti, sempre più numerosi, anno dopo anno, fino a divenire un flusso continuo, furono dapprima i padri di famiglia, poi i giovani ed adolescenti, armati dei loro strumenti: il piffero, la zampogna, l’organetto, il cane ammaestrato, i più fortunati il pappagallo o la scimmia, qualcuno  anche con il povero orso marsicano e poi i mestieranti: ombrellaio, vasaio, arrotino, impagliatore, calzolaio… tutta questa umanità, disperata e affamata, abbandonò la propria patria ingrata, il Regno di Napoli, e si riversò nello Stato Pontificio, uno stato straniero ma sostanzialmente ricettivo: qui si disperse in tutto lo sconfinato latifondo romano andando a procacciarsi di che sostentarsi  perfino nelle mefitiche e mortali Paludi Pontine, altri, migliaia, si insediarono a Roma medesima, altri ancora prolungarono il loro cammino fino al di là delle Alpi e  dopo mesi di marcia, misero piede a Londra, in Scozia, poi a Parigi, a Berlino, Duesseldorf…  

Dalla  Valcomino la diaspora si estese ad altre località: gli abitanti di Terelle, per esempio, un comune a circa mille metri di altitudine ai piedi del Monte Cairo, si riversarono a Terracina in una zona al limitare delle Paludi e lì si stanziarono: i loro successori sono ancora in molti nel medesimo luogo della città. Particolari contingenze storiche del momento furono motivo dell’esodo anche da altre località dello Stato Pontificio medesimo verso la Ciociaria Pontina cioè da Boville Ernica all’epoca Bauco, da Monte S.Giovanni Campano, da Veroli, da Ceccano, da Morolo, da Patrica, da Sora medesima…E uno dei  luoghi di destinazione di queste creature in cerca del proprio pane o di migliori condizioni, fu una zona  della città di Sezze e cioè la Valle di Suso, particolarmente amena e fertile: in questa località già agli inizi del 1800 si contavano circa tremila immigrati provenienti sia dallo Stato Pontificio e sia dal Regno di Napoli: la semplice scorsa all’elenco telefonico dei paesi e cittadine sui monti Lepini, Ausoni, Aurunci, anche di Terracina, Anzio,  Nettuno, Velletri, senza calcolare Roma città, darà una idea incredibile di quanta  e quale sia stata la entità di tali presenze dei secoli precedenti! E quanto avviene a Suso di Sezze è specialmente degno di attenzione: già ai primi anni del 1820, anni terribili in tutta la zona in quanto infestata da pericolose bande di briganti, la Chiesa sentì la esigenza di offrire a questa umanità sofferente e abbandonata la possibilità almeno del conforto della pratica religiosa per cui il sensibile promotore di tale iniziativa,  più tardi  papa Gregorio XVI, ordinò la costruzione di una chiesa, la cosiddetta Chiesa Nuova, che ancora si leva nei medesimi luoghi: doveva essere uno spettacolo unico vedersi levare una chiesa in mezzo ad una distesa di centinaia  di misere capanne a forma di cono. Il valore simbolico ma soprattutto storico della Chiesa Nuova è completamente sfuggito all’attenzione degli studiosi e degli esperti della materia ma anche, e più semplicemente, delle istituzioni ciociare in generale: in effetti ci troviamo di fronte al vero e fino ad oggi unico memoriale della emigrazione italiana! 

E’ senza dubbio alcuno motivo di rammarico che lo Stato non si sia fatto fino ad oggi iniziatore  e promotore di un simulacro commemorativo della gigantesca diaspora di italiani  al di là delle Alpi  e dell’Oceano, diaspora che, tra il tanto altro, per anni ed anni è equivalsa ad una sensibile fetta di  prodotto interno lordo, grazie alle rimesse! Eppure, nulla e niente. E una parvenza, a mio parere una parvenza, di museo nazionale dell’emigrazione si è registrata  solo un pugno di anni addietro, al Vittoriano di Roma: una parvenza perché si fa iniziare il fenomeno migratorio solo dopo l’unità nazionale, perché è da quegli anni che assunse progressivamente dimensioni imponenti tali da spopolare mezza Italia, ma viene ignorata ed omessa la transumanza umana di cento anni prima, vicenda che ha impresso ai luoghi interessati marchi e tracce oggi più vivi che mai sia in Ciociaria e a Roma e sia nelle località transalpine più sopra ricordate. Vano è stato ogni nostro tentativo presso i responsabili di rivedere ed ampliare i contesti narrativi ed  esplicativi: a dirla ancora più semplicemente, il Museo Nazionale della Emigrazione di Roma ignora o non conosce la Ciociaria: in effetti è dunque un museo regionale! E la Chiesa Nuova di Suso di Sezze rappresenta oggi, dunque, il solo simbolo commemorativo reale della emigrazione ciociara prima,  nazionale  dopo.  Michele Santulli, corrierepl 26

 

 

 

 

Lanciato il primo Comitato per il sì all’estero. “Anche dall'Europa un forte sì alla riforma costituzionale”

 

“La riforma costituzionale rappresenta un risultato storico per il Paese, grazie alla riduzione dei costi della politica e al calo del numero dei senatori. Ma è molto positiva anche per gli stessi italiani nel mondo, dal momento che sancisce il mantenimento della circoscrizione estero e la conferma della totale rappresentanza degli italiani nel mondo nella Camera legiferante". Lo ha detto Laura Garavini, della Presidenza del PD alla Camera, intervenendo via skype alla riunione costitutiva del Comitato per il sì, promossa dal Segretario del Circolo PD Bruxelles, Francesco Cerasani. All’iniziativa sono intervenuti come relatori anche il costituzionalista italo-svizzero Carlo Fusaro, e l’europarlamentare PD, Nicola Danti.

 

"Molti connazionali all'estero non conoscono ancora il contenuto innovatore della riforma appena votata definitivamente alla Camera. Ecco perchè è molto positivo che anche in giro per l'Europa si formino numerosi Comitati per il sì, così da fare conoscere anche ai connazionali la portata di questa riforma, rincorsa senza successo per trent'anni e adesso perfezionata in soli due anni.

 

Anche gli italiani all’estero saranno chiamati a votare per il referendum confermativo della riforma costituzionale, che si terrà in ottobre. Sono certa che i vari circoli del PD in Europa vorranno seguire l’esempio del PD di Bruxelles promuovendo la formazione di comitati per il sì nelle rispettive città di residenza in Europa. Anche gli italiani all’estero hanno diversi motivi per esprimere un sì convinto sulla riforma ”. de.it.press

 

 

 

 

Comunali a Roma. Bertolaso si ritira. Forza Italia sostiene Marchini

 

"La nostra scelta è stata solo nell'interesse di Roma e dei romani, non di questo o quel partito. Marchini era stata la nostra prima opzione, anche della Lega che poi ci ha chiesto di rinunciare. Siamo certi che Roma, con Marchini e Bertolaso, avrà un'amministrazione capace di invertire il declino drammatico che abbiamo visto in questi anni" dice Silvio Berlusconi, intervistato dal Tg5. "Ringrazio Guido Bertolaso, una persona straordinaria - aggiunge il Cavaliere - che ha fatto un passo indietro e si è messo a disposizione dell'amministrazione romana quando si è reso conto che la sua candidatura è diventata divisiva".

Subito dopo aver deciso di sostenere Alfio Marchini nella corsa al Campidoglio, Silvio Berlusconi si è messo a lavoro per la composizione delle liste azzurre. Secondo quanto si apprende, in pole position come capolista di Fi ci sarebbe Alessandra Mussolini, anche se non si esclude di affidare il ruolo all'ormai ex candidato sindaco Guido Bertolaso.

Ad annunciare il passo indietro di Bertolaso era stata Forza Italia con una nota nel pomeriggio: "Con il dottor Guido Bertolaso abbiamo deciso di sostenere e fare nostra la candidatura dell'ingegner Alfio Marchini".

L'arrivederci di Bertolaso: "Resto in panchina ma a disposizione della città"

Marchini "è l'unica figura - lo dicono tutti i sondaggi - che al ballottaggio contro tutti gli altri schieramenti politici può vincere. Questo è l'unico obbiettivo che ci sta davvero a cuore, non affermare la superiorità di un partito sull'altro".

"Con la stessa generosità e spirito di servizio con cui Guido Bertolaso aveva messo da parte progetti molto importanti per candidarsi a sindaco - spiega Forza Italia - oggi si è reso disponibile a ritirare la sua candidatura per convergere su quella nelle migliori condizioni per vincere".

Salvini all'attacco: "Berlusconi? E' il passato"

Storace valuta passo indietro per appoggio Marchini - Francesco Storace, candidato a sindaco di Roma per La Destra, sta valutando, a quanto si apprende, un passo indietro per convergere sulla candidatura di Alfio Marchini, dopo che anche Forza Italia ha deciso la convergenza sul candidato civico. In queste ore sono in corso incontri tra Storace e gli esponenti de La Destra.

Marchini, alleanze tra liberi per liberare la città - "Oggi è ancor più comprensibile la preoccupazione della Raggi che continua ad evitare ogni confronto. Perché non viene ad esempio lunedì al Foglio? Unica a fuggire sempre ogni confronto. Paura di non avere il copione pronto? Nell'attesa che prenda coraggio la aiuto a capire il significato della parola 'liberi dai partiti'" dichiara il candidato sindaco di Roma, Alfio Marchini, che spiega: "Forti e autonomi per permettersi ciò che il suo settarismo impolitico non le consente: alleanze tra liberi per liberare Roma da tutti coloro che l'hanno ridotta così e dal suo populismo che rischierebbe di farla sprofondare ancora più giù". Adnkronos 28

 

 

 

 

Voto all’estero, presentata da Gianni Farina (Pd) proposta di riforma della legge n. 459. “Dodici collegi uninominali e scrutinio nei Consolati”

 

ROMA - “E’ arrivato il momento di mettere mano alla legge del 27 dicembre 2001, n. 459. Nel dibattito sul processo riformatore in atto che vede importanti modifiche costituzionali, le quali saranno oggetto della votazione popolare nel prossimo autunno, un’attenzione particolare va posto al voto degli italiani all’estero, che nell’ultima tornata elettorale ha segnato un significativo calo”. 

Così Gianni Farina , deputato del Pd  eletto nella circoscrizione Estero-ripartizione Europa, che il 5 aprile scorso  ha depositato alla Camera una proposta che contiene modifiche alla normativa in materia di esercizio del  diritto di voto da parte dei cittadini italiani residenti all'estero.

“Passare dalle Ripartizioni (4) ai collegi (12), l’invio dei plichi elettorali direttamente dal ministero dell’Interno e scrutinio nei Consolati di Prima categoria sono i punti chiave contenuti nella mia proposta” spiega l’on. Farina.

 “Alle prime elezioni politiche del 2006 - ricorda il parlamentare - gli elettori e le elettrici censiti dal Ministero dell’Interno furono per la Camera dei Deputati 2.707.382. Di essi votarono 1.053.864, il 38, 93 per cento. Leggermente superiore la percentuale dei votanti per il Senato: il 39,55 per cento. Una risposta politica eccezionale che confermò la validità della decisione di istituire il voto all’estero in quelle modalità. Il dato percentuale più elevato si registrò in America meridionale con il 47,01 per cento. In Europa, dove votarono 569.319 del 1.579.543 di aventi diritto, si registrò il 36,04 per cento. In America settentrionale il 34,70 per cento e in Africa-Asia-Oceania e Antartide il 39,85 per cento. Dati piuttosto uniformi che – osserva il deputato - rivelarono il senso di attaccamento degli emigrati al sistema politico e alla democrazia italiana. Il dato più eclatante in Europa fu quello svizzero, con il 48,16 per cento. Quasi un emigrato su due votò. In Argentina votò il 50,59 percento. Meno marcata fu la risposta italiana negli Stati Uniti, con il 30,71 per cento, a differenza di quella in Canada, con il 40,46 per cento. Mentre nella ripartizione Africa-Asia-Oceania e Antartide si distinse l’Australia con il 36,82 per cento.

Nel 2008 - aumentò il numero degli aventi diritto: 2.924.178. Più di 200 mila. Crebbe anche la partecipazione al voto: il 39,51 per cento la media percentuale di tutta la Circoscrizione Estero”,  rammenta ancora Farina . Percentuali non certo raggiunte nelle ultime elezioni politiche . “Il dato sul quale sollecito una riflessione è quello ultimo, del 2013”, rimarca infatti Farina facendo notare che “a fronte di un grande aumento di aventi diritto, 3.494.687 (in Sud America quasi 500 mila elettori in più, dovuti alla riacquisizione della cittadinanza), ha votato appena il 31,59 per cento, 1.103.989. Infatti il calo più consistente si registra proprio in quell’area, dove l’aumento di “nuovi italiani” non è stato accompagnato dall’aumento di votanti. Anche l’’Europa, pur registrando un aumento di votanti, segna un importante calo in percentuale: dal 36 al 30 per cento”.

Un “fenomeno di disaffezione” sul quale “ha influito sicuramente la crisi della politica e la disillusione” . Ma , soggiunge Farina, “a me non bastano queste argomentazioni politologiche”. “Io credo che sia il momento di intervenire legislativamente per adeguare la Circoscrizione Estero alle conformità territoriali dei nostri connazionali all’estero”, afferma Farina.

Che motiva e illustra la sua proposta: “Quattro ripartizioni che suddividono l’intero pianeta sono troppo grandi. Tanto grandi che non permettono ai parlamentari di svolgere adeguatamente il loro lavoro nel rapporto con i propri elettori. Dalla Grecia alla Norvegia, dal Portogallo alla Russia per la sola Europa. Oppure pensiamo ad Africa, Asia, Oceania oppure al Canada e agli Stati Uniti o a tutto il Sud America.

Occorre intervenire per ridimensionare le Ripartizioni e permettere agli eletti di esercitare il loro mandato adeguatamente. Il rapporto territorio e rappresentante è vitale anche per la partecipazione democratica degli italiani residenti all’estero. Essi non sono una massa indistinta. Presentano caratteristiche diverse. Anche gli eletti non possono più, con il giusto contenimento dei costi della politica, girare come trottole per aree continentali e intercontinentali. E’ ora di istituire collegi più piccoli attraverso una legge che preveda nella Circoscrizione Estero l’istituzione di 12 collegi uninominali.

In questo modo si permetterà anche alle aree di minore presenza italiana, di concorrere all’elezione del loro parlamentare. Nella prima elezione del 2006 e in quella successiva del 2008, in Europa dei parlamentari eletti (6 deputati e 2 senatori) 4 erano residenti in Svizzera. Nel 2013 sono prevalsi i candidati residenti in Svizzera (3) e in Germania (2). La massa critica di votanti in queste aree prevarrà sempre sulle altre. Così è successo in Sud America con l’Argentina (4) e il Brasile (2) che eleggono tutti e 6 i rappresentanti. Soprattutto in queste due ripartizioni l’attuale legge penalizza le comunità, pur numerose, che vivono in altri Paesi. Occorre rimediare per estendere l’opportunità di accesso alla rappresentanza parlamentare anche alle comunità di minore entità che potrebbero concorrere in un collegio uninominale!

5 o 6 collegi in Europa (dipenderà dagli iscritti Aire) significa ripartire equamente le rappresentanze politiche e permettere a tutte le comunità di concorrere alla conquista di un seggio. Si rafforzerà il rapporto tra eletti e territorio. Si eviterà di accrescere la sfiducia e il calo di votanti. Si ridurrà il costo delle campagne elettorali.

Il sistema più adatto per andare incontro a queste esigenze politiche e quello maggioritario. Penso al “Collegio uninominale”. Cioè la presenza di un solo candidato per partito (o per coalizione) in ogni collegio e l’elezione di un solo rappresentante. Una nuova legge elettorale che disciplina il voto all’estero incoraggia l’aggregazione dei partiti minori e semplifica il sistema politico evitando una proliferazione di liste tese a concorrere in vastissime aree come le attuali ripartizioni continentali e intercontinentali. Con la nuova legge che propongo l’elettore sceglie direttamente il suo candidato in un’area più ristretta e favorisce il contatto ravvicinato tra eletto/a ed elettore/trice.

Penso all’articolo 6, nel quale vengono definite le Ripartizioni. Nella proposta di legge si istituisce i collegi uninominali. L’articolo 8, nel quale si stabilisce la modalità della presentazione delle liste e dei candidati/e, che dovranno essere residenti nel collegio da almeno 3 anni. L’articolo 11, in particolar modo al comma 1, l’assegnazione dei seggi non sarà effettuata più in ragione proporzionale, ma secondo il sistema uninominale maggioritario. All’articolo 12, comma 7, si stabilisce che le buste elettorali con le schede votate, una volta tornate in Consolato non dovranno più essere spedite in Italia, all’Ufficio centrale per la circoscrizione Estero, ma scrutinate in loco nelle modalità stabilite dal successivo articolo 14. Si chiede inoltre l’istituzione di un 1 seggio ogni 2,5 mila elettori, rispetto all’attuale legge che stabilisce 1 seggio ogni 5 mila, causando lungaggini e stanchezze nello scrutinio delle schede.

Cambia anche l’articolo 13 che definisce la costituzione dei seggi elettorali presso i Consolati. Modifiche anche all’articolo 15, che stabilisce le modalità di assegnazione dei seggi”.

Sottolinea l’on. Farina che “con questa proposta di riforma della legge del 2001, n. 459 ‘Norme per l’esercizio del diritto di voto dei cittadini italiani residenti all’estero’ si aggiorna un meccanismo elettorale e di rappresentanza politica sulla base di 10 anni di esperienza che ci permettono di intervenire in qualità di legislatori per stabilizzare la partecipazione democratica degli italiani all’estero al riparo dai rischi di manipolazioni e inquinamenti e dai “paperoni” che nelle grandi ripartizioni possono mettere in campo ingenti risorse. Procedure trasparenti, contenimento di costi della politica ed equilibrio tra aree geografiche e tra candidati e candidate sono i principi – conclude il deputato Pd -  ai quali si ispira la mia proposta di legge”. (Inform 27)

 

 

 

 

Voto all’estero. La valutazione di Di Biagio (AP) circa la proposta di Farina

 

Roma – “Sa tanto di retorica la volontà di procedere con uno stravolgimento della legge Tremaglia in nome di una tanto ambita e ventilata trasparenza bypassando il problema e concentrandosi su proposte che sembrano essere invece funzionali a ben altri calcoli strategici di matrice elettorale”. Lo dichiara in una nota Aldo Di Biagio, senatore AP eletto in Europa. “A sostegno della proposta si addita la sussistenza di collegi troppo ampi e si esalta l’urgenza di un procedimento elettorale trasparente – spiega - addirittura rintracciando tra le cause del ridimensionamento del numero dei votanti nelle ultime consultazioni proprio questo, ignorando che alla base di tali dati esistano elementi di ben altra natura, e qualcuno lo dovrebbe sapere bene”.

“L’attuale configurazione delle circoscrizioni corrisponde ad un’esigenza di praticità operativa che finora non ha assolutamente intaccato la definizione di un rapporto fiduciario con i rappresentanti e non ha mai rappresentato un limite, così come il numero di preferenze raccolte dai singoli candidati ha confermato. Di contro invece, tutti sanno bene gli strumenti di garanzia per una maggiore trasparenza si rinvengono in ben altri approcci.

"Vorrei anche sottolineare come il sistema proporzionale attuale è quello che garantisce più di ogni altro tutte le rappresentanze, anche territoriali. D'altro canto se la preoccupazione dell'amico Farina è che vi sia uno sbilanciamento verso quei paesi come Svizzera e Germania, sia Farina che io stesso siamo la prova che smentisce il suo ragionamento essendo stati eletti pur non essendo residenti in quei due paesi."  

A fronte di questa proposta di legge allora io ne suggerisco un'altra ancora più pragmatica che il mio gruppo farà incardinare al più presto in commissione.

Una proposta di legge che prevede il superamento delle preferenze per evitare personalismi e circhi vari con un conseguente taglio della spesa di oltre la metà, un affidamento dell’individuazione dei rappresentanti ai singoli partiti, responsabilizzando questi ultimi ed evitando personalizzazioni,furbizie e accordi di spartizione, quelli si che potrebbero compromettere proprio la correttezza delle procedure di espletamento del voto. Tra l’altro in questo modo si armonizzerebbe – come potrebbe essere giusto – il sistema estero a quello nazionale”.

“Infatti la frammentazione dei collegi proposta da Farina– spiega Di Biagio – andrebbe ad esasperare proprio la suddetta personalizzazione innescando un anacronistico sistema di vassallaggio territoriale che – come tutti sanno, compreso i proponenti – andrebbe a favorire determinati partiti o movimenti territorialmente radicati, e tra l’altro rappresentati da strutture come, tra le altre, alcuni patronati, incoraggiando accordi tra questi atti a spartirsi “la piazza” compromettendo in maniera plateale le potenzialità rappresentative di tutte le altre realtà politico e partitiche, innescando un palese deficit di democrazia che in un momento delicato come questo sarebbe particolarmente deleterio soprattutto tra i nostri connazionali”.

“Dico all'amico Farina, di cui ho grande rispetto, che la sua proposta è pertanto assolutamente irricevibile sotto il profilo formale, sostanziale ed in particolare politico – conclude D Biagio – essendo espressione di un accurato calcolo strategico che mira a contenere in maniera palese e non vorrei dire pericolosa le potenzialità di rappresentazione democratica tra le nostre comunità ventilando un tale progetto come strumento di trasparenza. Appare chiaro che il collega voglia, per usare una metafora che sicuramente conosce, “nuotare a rana” per portare tutta l'acqua al suo mulino, ma questa traversata non sarà così semplice”. De.it.press 30

 

 

 

 

 

Facciamo il punto     

 

Non tutti i Com.It.Es. fuzionano come dovrebbero. Parecchie diatribe, molta facciata e poca, veramente poca, sostanza. Anche noi, e da tempo, abbiamo preso posizione in merito. Ora ci torniamo perché una successiva riflessione potrà, forse, stimolare un più articolato confronto per la tutela della rappresentatività dei nostri Connazionali all’estero; anche nei confronti dei Paesi che li ospitano. Limiteremo, in ogni modo, la nostra analisi agli aspetti “tecnici” del problema.

 Intanto, le elezioni dei Comitati non hanno evidenziato novità. Pur non ritenendoci idonei ad affrontare i seguiti “politici” della questione, la nostra fiducia, sui simboli dei partiti e sui loro programmi per la nostra Emigrazione, è tramontata già da parecchi anni. Noi c’eravamo, quando di Com.It.Es. neppure s’ipotizzava. In Europa siamo presenti dal 1960. Questa è, almeno, una garanzia per tutti. Anche per quelli che sono “pro” o sono ”contro” tali strutture.

 Ciò premesso, pur non volendo generalizzare, i Com.It.Es. hanno perduto, progressivamente, le loro finalità istitutive. Non pochi si sono trasformati in emanazioni spudoratamente partitiche e, scriviamolo francamente, in “trampolini” di lancio per affermazioni personali o di cordata. Così, pur se organismi elettivi, i Com.It.Es. non raffigurano che delle “minoranze” degli aventi diritto ad eleggerli. Anche i Candidati, in linea di massima, sono sempre gli stessi. Almeno così c’è sembrato.

 Con parecchia umiltà, ma anche con scarsa fortuna, qualche proposta operativa, per superare gli “inghippi”, l’avevamo presentata anche noi nell’inverno del 2000. In allora, avevamo considerato le strutture ancora in essere come “obsolete”. Superate, in pratica, dai tempi e dai ruoli della nostra Comunità nel mondo. Coerenti, come sempre, non intendiamo rinnegare, ora, quanto abbiamo esposto anni addietro. Pur senza manifestazioni “possibilistiche”, ma convinti delle nostre idee, abbiamo sperato in una replica da parte di chi, almeno ufficialmente, rappresenta i vertici dei Com.It.Es.

 Riscontri, anche recentemente, non ce ne sono stati. Peccato, perché il contributo d’idee avrebbe giovato a tutti; senza escludere la buona fede di nessuno. Restiamo, però, pronti a partecipare a tesi e proposte per rivedere posizioni non più adeguate alle necessità dei tempi.

 Essere ”conservatori”, almeno per il caso prospettato, potrebbe essere controproducente; anche sotto il profilo politico del problema.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

L'amore eterno? Per la scienza esiste e va oltre la morte

 

L'amore eterno esiste e non può spezzarlo neanche la morte. Lo rivela uno studio dell'Università dell'Arizona, pubblicato sulla rivista americana 'Psychological Science': il benessere di un partner continua ad essere influenzato dall'altro anche dopo la morte di uno dei due, con la stessa intensità di quando era in vita.

"Le persone a cui teniamo continuano a influenzare la qualità della nostra vita anche dopo la loro morte", spiega Kyle Bourassa, dottorando di psicologia all'Università dell'Arizona e capo del progetto. L'equipe di Bourassa si era già concentrata in passato sull'apporto psicologico delle relazioni sentimentali alla vita delle persone. In studi precedenti i dottorandi di psicologia dell'Arizona avevano dimostrato come in una coppia la salute fisica e mentale dei partner fosse strettamente interdipendente.

Il nuovo studio mostra "che la qualità della vita di un vedovo o di una vedova - spiega Bourassa - risente dell'influenza del coniuge deceduto proprio come se questi fosse ancora in vita". Gli scienziati hanno analizzato i dati provenienti dal progetto di ricerca Share, che coinvolge 80mila persone anziane di 18 diversi paesi europei più Israele.

Oltre a confermare la stretta dipendenza che c'è tra il benessere dei coniugi, la ricerca mostra che questo fenomeno continua anche dopo la morte di uno dei due partner, indipendentemente da età, stato di salute e anni di matrimonio. Ma ciò che colpisce è che il "legame" tra il partner deceduto e quello in vita non presenta differenze rispetto a quello tra coniugi ancora entrambi vivi.

Adesso la ricerca si focalizzerà sui motivi di questo stretto legame anche dopo la morte. "Quello che vogliamo sapere è se il solo pensare al coniuge è sufficiente per creare l'interdipendenza. Se è così, in che modo potremmo utilizzare queste informazioni per aiutare meglio coloro che hanno perso il coniuge?" adnkronos 27

 

 

 

 

Forum delle Associazioni all’Estero. Approvati dall’Assemblea l’atto costitutivo, lo statuto e le linee programmatiche

 

Via libera anche al Consiglio Direttivo che sarà composto da 35 associazioni presenti in Italia e all’estero

 

ROMA- Dopo il dibattito della mattinata l’assemblea congressuale del Forum delle Associazioni Italiane nel Mondo (FAIM), che si è tenuta venerdì 29 aprile a Roma,  si è dedicata all’approvazione di importanti documenti congressuali e alla nomina del Consiglio Direttivo, che viene chiamato a recepire, in questo momento costituente,  eventuali indicazioni di modica dello statuto. Cambiamenti che, una volta elaborati, dovranno essere portati all’attenzione della prossima assemblea per l’approvazione.

Per quanto riguarda i singoli documenti l’Atto Costitutivo è stato approvato dall’Assemblea a maggioranza con un solo voto contrario, Anche lo Statuto ha avuto il via libera a maggioranza con un voto contrario, ma  con un astenuto. Le Linee Programmatiche sono invece state approvate all’unanimità.   Approvato all’unanimità, con un astenuto, anche il documento con i 35 componenti del Consiglio direttivo in cui figurano associazioni presenti in Italia e all’estero. Di alcuni di questi sodalizi il documento riporta anche i nomi dei rappresentanti.

Le associazioni che compongono il Consiglio Direttivo sono : Abruzzesi Nel Mondo (Italia) , Acli (Italia – Roberto Volpini , Aitef (Italia – Giuseppe Abbati), Alef (Italia), Anfe (Italia) , Ctim (Italia - Carlo Ciofi) , Faes (Italia) , Fai (Italia – Giuseppe Tabbì), Fclis (Svizzera) , Fiei (Italia) , Istituto Fernando Santi (Italia - Rino Giuliani), La Comune Del Belgio (Belgio – Pietro Lunetto) , Lucchesi Nel Mondo (Italia – Ilaria Del Bianco), Migrantes (Italia – Franco Dotolo) , Ucemi (Italia – Luigi Papais), Unaie (Italia – Franco Narducci) , Uim (Italia) , Usef (Italia), Filef nazionale (Italia). Acli Buenos Aires (Argentina – A.Grasso), Arla (Argentina), Associazione Resistenza Chaco (Argentina), Associazione Anita Garibaldi (Brasile), Società Italiana Rocha (Uruguay), Mondo Aperto Colonia (Germania), Coordinamento Donne Italiane Di Francoforte (Germania), Associazione Circolo Sardo Ichnusa (Madrid - Spagna),  Aspeica (Francia), Istituto Fernando Santi Liegi (Belgio), Acli Svizzera (Franco Plutino) , Filef Atene (Grecia),   Circolo Shardana (New York – Stati uniti), F.Romagnoli Toronto  (Canada) , Filef Adelide (Australia) e  Passa Parola Asbl (Lussemburgo).  I rappresentanti delle associazioni hanno poi detto sì all’unanimità ai tre nomi proposti per il  Consiglio dei garanti che sarà quindi formato da Ignazio Acettura (Italia), Angelo Lauricella (Italia) e Andrea Mantione (Olanda). (Inform)

 

 

 

 

Sicilia Mondo celebra con l’intera struttura la XX Edizione della Giornata del Siciliano nel Mondo

       

      Anche per il 2016 Sicilia Mondo sensibilizza i Presidenti delle Associazioni aderenti, i corrispondenti e l’intera struttura organizzativa con la seguente nota:

      “Caro Presidente, caro corrispondente,

      anche quest’anno Sicilia Mondo ripete l’appuntamento con i corregionali che vivono nelle varie parti del mondo per celebrare la Giornata del Siciliano nel Mondo, nella 70° ricorrenza della Costituzione della Regione Siciliana, avvenuta il 15 Maggio 1946.

      E’ questa la XX edizione che Sicilia Mondo ha istituzionalizzato celebrandola ininterrottamente tutti gli anni con il largo consenso e la partecipazione dei corregionali in tutte le parti del mondo.

Il tema prescelto per il  2016 è il seguente: “Cresce la simpatia nei confronti della Sicilia negli insediamenti delle società civili in  tutte le parti del mondo dove vivono i siciliani.  Quali le ragioni di questa confortante promozione culturale?”.

      La Giornata del Siciliano nel Mondo vuole essere la memoria  di un evento storico ma anche la festa  per la gioia di incontrarsi, di stare insieme e ripercorrere ricordi, valori e momenti magici di amicizia e di tradizioni della nostra terra. Ricordare la nascita della Regione ed il clima aggregante della sicilianità. Mai dimenticata.

      La Giornata ideale è la ricorrenza storica, cioè il 15 maggio di ogni anno. La stessa può essere celebrata anche entro la fine del mese, nella giornata più opportuna,  secondo le esigenze delle Associazioni,  con invito alla intera comunità siciliana ed il coinvolgimento delle Istituzioni locali, quelle italiane, delle altre Associazioni regionali e della stampa.

      Sicilia Mondo celebrerà la ricorrenza a Catania riservandosi di comunicare al più presto la data ed il luogo, unitamente  all’ordine dei lavori.

       Si raccomanda alle Associazioni aderenti tutto l’impegno possibile per dare la massima visibilità alla Giornata, gratificando così l’aspettativa e l’orgoglio dei nostri corregionali.

      Ti prego, pertanto, di volermi informare sulla data della celebrazione e di trasmettere poi una breve relazione con foto.

      Con l’auspicio che anche quest’anno si ripeta il successo straordinario degli anni precedenti, resto in attesa di leggerTi e Ti invio le più vive cordialità da estendere a tutti i soci. Azzia, Sicilia Mondo

 

 

 

 

Informazioni ai titolari all’estero di una pensione Inps. La certificazione dell’esistenza in vita

 

ROMA - Da tempo gli emigrati italiani titolari di una pensione INPS – anche di pochi euro – devono far fronte, annualmente, alla certificazione dell’esistenza in vita. Alcuni di essi anche alla dichiarazione reddituale attraverso i modelli RED/EST. I pensionati devono anche chiedere il rilascio della Certificazione Unica (ex CUD) per ottemperare agli obblighi fiscali richiesti dal Paese di residenza.

Mentre per i RED/EST e per la Certificazione Unica i pensionati possono rivolgersi gratuitamente ai patronati, i quali sono autorizzati dall’INPS ad accedere, con apposita password, alla banca dati dell’Istituto previdenziale italiano, per la Certificazione dell’esistenza in vita questo servizio non è invece possibile poiché il patronato non è riconosciuto come “testimone accettabile” dalla Citibank, l’Istituto bancario che attualmente versa le pensioni INPS all’estero.

Pertanto i pensionati INPS all’estero per la Certificazione dell’esistenza in vita debbono rivolgersi ad una autorità ufficiale locale spesso a pagamento oppure ad un Ufficio della rete consolare italiana (gratis). Nel primo caso si verifica il paradosso che, spesso, il costo della certificazione si “mangia” buona parte della stessa pensione; nel secondo caso, da parte dei pensionati anziani si incontra la difficoltà di dover raggiungere un Ufficio consolare italiano dato che negli ultimi anni si sono rarefatti anche in aree a forte presenza di comunità italiane. Un problema questo ben noto ai Comites, al Cgie e, soprattutto, agli stessi patronati che, inutilmente, hanno cercato di essere riconosciuti come “testimoni accettabili” dalla Citibank e quindi dall’INPS per poter offrire anche questo servizio ai pensionati emigrati con le loro sedi che, notoriamente, sono più di prossimità rispetto agli Uffici consolari.

Si constata con piacere che questo problema è stato posto all’attenzione del Ministero del Lavoro e di quello degli Esteri dagli onorevoli eletti all’estero ed in particolare in questi giorni, dall’Onorevole Gianni Farina, affinché vengano individuate ed applicate delle forme di Certificazione dell’esistenza in vita meno vessatorie per i pensionati all’estero. L’augurio è che una soluzione venga presa al più presto in modo che sia applicabile ed operativa per la Certificazione del 2017. Anna Maria Ginanneschi, Presidente II Commissione del CGIE

 

 

 

 

Interventi per i lucani nel mondo, sì del Consiglio regionale ai Piani annuale e triennale 2016/2018

 

Stanziamento di 300 mila euro per il 2016. Nel piano triennale :Matera Capitale della Cultura 2019, Museo dell’Emigrazione lucana “Centro Nino Calice”, prospettive per nuove associazioni,  Comuni lucani, Sportelli Basilicata e azioni di partenariato, progetti su sistema di comunicazione e informazione, turismo di ritorno e fondi per indigenti

 

POTENZA -  Interventi in favore dei lucani nel mondo: approvata dal Consiglio regionale della Basilicata una delibera della Giunta che riguarda il Programma annuale 2016 e il Programma  triennale 2016/2018. La delibera è passata a maggioranza (13 voti favorevoli: Pd, Cd, Pp, Ri, Udc, Psi e Romaniello del Gruppo misto; 4 voti contrari: Pdl-Fi e M5s). I Piani erano stati licenziati dalla Commissione regionale Lucani nel mondo nella riunione annuale svoltasi nel mese di febbraio a Buenos Aires.

Lo stanziamento per il 2016 è di 300 mila euro. Tra le iniziative in programma oltre al contributo ordinario per ogni Associazione e Federazione dei Lucani all’estero e in Italia, regolarmente iscritte all’Albo regionale (80mila euro), a quello per le iniziative che le stesse porranno in essere nel corso del 2016 (80mila euro), l’erogazione dei contributi, anticipati dai Comuni, per le spese sostenute per il rientro delle salme degli emigrati e loro familiari deceduti all’estero (10mila euro). Nel Piano delle attività a favore dei Lucani nel mondo prevista, inoltre, la partecipazione della Regione Basilicata alla quarta edizione della “Settimana della Cucina Italiana di Buenos Aires” (proposto dalla Federazione delle Associazioni della Basilicata in Argentina - 24mila euro); le celebrazioni del 70° anniversario dell’Accordo bilaterale stipulato tra l’Italia e il Belgio (su iniziativa della Federazione dei Lucani in Belgio – 20mila euro); azioni di marketing territoriale e di promozione culturale, economica e turistica del territorio regionale e dei prodotti eno-gastronomici in Germania con il progetto “Basilicata da amare” (promosso dall’Associazione lucana di Stoccarda e dalla Federazione – 25mila euro); la partecipazione della Regione Basilicata al “Collegno Folk Festival – Festa dei Popoli” (proposta dalle Associazioni dei lucani del Piemonte ‘Magna Grecia Lucana e Pino Mango’ – 25mila euro). Previsti anche un progetto di formazione linguistica e culturale denominato “Ritorno verso la Basilicata” (promosso dall’Associazione di promozione sociale “Mater Lingua” in sinergia con le Federazioni dei Lucani in Argentina, Uruguay, Paraguay, Canada e Perù – 21mila euro) e azioni e attività di supporto al Museo dell’emigrazione lucana “Centro Nino Calice” (15 mila euro).

Le linee e gli obiettivi da conseguire per il triennio 2016-2018 riguardano, invece, Matera Capitale della Cultura 2019, il Museo dell’Emigrazione lucana “Centro Nino Calice”, le prospettive per le nuove associazioni, i Comuni lucani, gli Sportelli Basilicata e le azioni di partenariato, i progetti sul sistema di comunicazione e informazione, il turismo di ritorno e i fondi per gli indigenti. (Inform 5)

 

 

 

 

Gespräch mit Martin Schulz, Präsident des EU-Parlaments. Karlspreis an Franziskus, einen „großen Europäer“

 

Der Präsident des EU-Parlaments Martin Schulz nennt Papst Franziskus einen „großen Europäer“. Mit Blick auf die Verleihung des Internationalen Karlspreises an den Papst am Freitag sagte der deutsche Europapolitiker im Gespräch mit Radio Vatikan, Franziskus verkörpere die „Solidarität der Tat“, die schon die Gründungsväter der Europäischen Union angemahnt hätten. Das Gespräch mit Martin Schulz führte Gudrun Sailer.

 

RV: Der Karlspreis für Verdienste um die Sache Europas geht an Papst Franziskus, einen Argentinier, der offen sagt, er halte Europa für blutleer und unkreativ. Ist das der Grund, warum der Papst den Preis verdient? Weil er mit seiner Kritik an Europa nicht zurückhält?

„Dann würden, wenn das so wäre, viele andere den Preis ja auch verdienen. Die Zahl der Kritiker Europas ist ja groß. Der Papst unterscheidet sich aber von den meisten dadurch, dass er nicht nur kritisiert, sondern uns erinnert, dass wir es besser machen würden, wenn wir uns auf unsere traditionellen Kooperationsformen und Werte besinnen würden. Deshalb ist es der Papst, der als Kind italienischer Einwanderer in Argentinien und langjähriger Erzbischof von Buenos Aires eine andere Welt kennengelernt hat als die privilegierte, in der wir Europäer leben, der uns die Augen dafür öffnet, wie dankbar wir sein müssen für diese großartige Welt, in der wir in Europa leben dürfen: das macht ihn zu einem großen Europäer.“

RV: Es heißt, 2016 werde ein Schicksalsjahr für Europa. Die Briten entscheiden, ob sie aus der EU austreten, die Krise in Griechenland ist noch lange nicht vorbei, und die Flüchtlingsfrage bringt die EU scheinbar an den Rand des Abgrunds. Was erhoffen Sie sich in dieser Lage von Papst Franziskus?

„Ich glaube, dass der Satz von Jean Monnet, einem Gründervater der Europäischen Union, dass Europa aufgebaut werden sollte auf dem Grundsatz der Solidarität der Tat, exakt das ist, was der Papst auf Lesbos gemacht hat. Wenn es Staatsführer gibt in Europa, die sagen, wir führen ein katholisches Land und deshalb können wir keine Muslime aufnehmen bei uns, und der Papst fährt nach Lesbos und nimmt drei Familien muslimischen Glaubens mit in den Vatikan, um ihnen dort Zuflucht zu gewähren – dann ist das eine Lektion außergewöhnlicher Art für diejenigen, die so denken wie dieser von mir zitierte Regierungschef. Und das ist die Solidarität der Tat. Genau das ist die Botschaft der Gründerväter der Europäischen Union gewesen.“

RV: Meinen Sie, dass diese Lektion der Solidarität in Form der Papstreise nach Lesbos wirklich in den Ländern ankommt, für die sie gedacht war?

„Da bin ich ganz sicher. Die hohe moralische Autorität, die das Oberhaupt der katholischen Kirche gerade in katholischen Ländern genießt, bringt dort sicher eine Menge Menschen zum Nachdenken.“

RV: Als 2004 Papst Johannes Paul II. den Außerordentlichen Karlspreis entgegennahm, da kam zu dieser Feier ein Staatssekretär. Diesmal ist es anders, da schart sich die ganze europäische Spitze plus Bundeskanzlerin Merkel um den Papst, und das nicht nur deshalb, weil Sie alle schon den Karlspreis verliehen bekommen haben. Warum kommen all diese EU-Granden in den Vatikan?

„Die Europäische Union sieht sich einer ganz dramatischen Herausforderung gegenüber. Zu dem Zeitpunkt, als Johannes Paul II. den Außerordentlichen Karlspreis bekam, war die Lage eine andere und die jetzige Situation ist nicht vergleichbar mit der damaligen. Im Übrigen hat das Karlspreisdirektorium die Präsidenten der EU-Institutionen gebeten, also Junker, Tusk und mich selbst, die wir ja auch selbst Karlspreisträger sind, zu dritt, als gemeinsame, kollektive Repräsentanten der Europäischen Union dem Papst unsere Reverenz zu erweisen. Dieser Einladung sind wir mit großer Freude und Selbstverständlichkeit nachgekommen. Und ich finde, wenn eine deutsche Bundeskanzlerin sagt, das ist mir eine Reise nach Rom wert, um meinen Respekt vor dem Papst auszudrücken, habe ich das nicht nur nicht zu kommentieren, sondern im Gegenteil mit großer Freude zur Kenntnis zu nehmen.“  (rv 04.05.)

 

 

 

 

Premio Enit 2016. Welche sind die besten Beiträge über das Reiseland Italien?

 

Auch dieses Jahr setzen wir die Tradition fort und schreiben unseren Wettbewerb „Premio ENIT“ aus, mit dem wir die besten Beiträge über das Reiseland Italien in fünf verschiedenen Kategorien auszeichnen: Buch: Reiseführer und Bildbände; Zeitschrift: Italien – Reisespecials; Multimedia: Apps, Podcasts, Online-Reiseführer, audiovisuelle Guides; Film: TV-Reisesendungen; Travel Blogs: Italien-Reiseberichte.

An unserem Wettbewerb können alle Autoren teilnehmen, deren Beiträge über Italien in deutscher Sprache in den oben genannten Kategorien zwischen Juni 2015 und Juni 2016 veröffentlicht bzw. ausgestrahlt wurden. 

Zu den wichtigsten Bewertungskriterien gehören Informationsgehalt und Stil, Qualität der Bilder und des Layout, Innovation und Nutzerfreundlichkeit. Bedingung für die Teilnahme ist, dass die Beiträge im oben genannten Zeitraum erschienen sind und bis spätestens 8. Juli 2016 im ENIT–Büro Frankfurt vorliegen. Bitte senden Sie Ihre Wettbewerbsbeiträge mit dem Betreff “Premio ENIT 2016“  an folgende Post-/Mail-Adresse:

Italienische Zentrale für Tourismus ENIT, Kommunikation & Marketing, Barckhausstraße 10, 60325 Frankfurt am Main. Email: presse.frankfurt@enit.it

Die Jury setzt sich u.a. aus Vertretern von ENIT, dem italienischen Generalkonsulat und der Reisebranche zusammen. Die besten deutschsprachigen Medien-Beiträge über das Reiseland Italien werden anlässlich der Internationalen Frankfurter Buchmesse 2016 im Rahmen einer feierlichen Preisverleihung ausgezeichnet. Mit dem Premio ENIT möchten wir Reiseredakteure und -autoren sowie Travel Blogger für ihre ansprechenden und lebendigen Italienberichte ehren. Enit/dip 2

 

 

 

 

 

Über 350 Zeitungen und Zeitschriften erscheinen in Italien auf Deutsch

 

So viele deutschsprachige Auslandspublikationen gibt es sonst nirgendwo!

 

Außerhalb Deutschlands, Österreichs, Luxemburgs, Liechtensteins und der Schweiz existieren mehr als 2.000 Zeitungen und Zeitschriften in deutscher Sprache. Sie richten sich hauptsächlich an Touristen, internationale Geschäftsleute, Sprachschüler und natürlich Angehörige deutschsprachiger Minderheiten rund um den Globus.

 

Nach Untersuchungen der Internationalen Medienhilfe (IMH), dem Netzwerk der deutschsprachigen Auslandsmedien, werden allein in Italien über 350 solcher Publikationen herausgegeben - die meisten selbstverständlich in Südtirol. Damit hat Italien von allen Ländern weltweit den größten Anteil dieser Zeitungen und Zeitschriften. Zu den unterschiedlichen italienischen Veröffentlichungen in der Sprache Goethes gehören einerseits viele kleine wie die Germanistik-Fachzeitschrift "Cultura Tedesca" aus Neapel, der evangelische Gemeindebrief Venedigs, der monatliche "Sendbote des heiligen Antonius" in Padua oder das Sprachlernmagazin "Zusammen" aus Recanati. Andererseits zählen dazu auch große tägliche Gazetten wie die "Dolomiten" und "Die Neue Südtiroler Tageszeitung" in Bozen.

 

Björn Akstinat, Leiter der IMH: "In Südtirol gibt es fast zu allen denkbaren Themenbereichen eine Publikation auf Deutsch. Das Angebot reicht vom Verbandsorgan der Freiwilligen Feuerwehren bis hin zum Info-Blatt des Imkerbundes."

 

Erstaunlich ist, dass im katholisch dominierten Italien nahezu jede größere Stadt über eine deutschsprachige evangelische Gemeinde mit eigenem Mitteilungsblatt verfügt.

 

Das Zentrum der katholischen Kirche, der Vatikan, besitzt natürlich separate deutschsprachige Medien, die nicht in der Gesamtzahl von rund 350 Publikationen enthalten sind. Zum Beispiel wird dort seit 1971 eine deutsche Ausgabe der Wochenzeitung "L'Osservatore Romano" erstellt.

 

Wer mit den Redaktionen Kontakt aufnehmen möchte, kann einzelne Adressen kostenfrei bei der IMH unter info@medienhilfe.org erfragen. Eine Gesamtübersicht bietet das "Handbuch der deutschsprachigen Presse im Ausland".

 

MEDIUM-MAGAZIN: "Die IMH wurde von engagierten Medienleuten ins Leben gerufen. Es ist das einzige weltweite Mediennetzwerk, dessen Sitz sich in Deutschland befindet." Zu den Mitgliedern rund um den Globus gehören beispielsweise Radio Vatikan, Radio Südtirol 1, die "Prager Zeitung", die "KL-Post" aus Kuala Lumpur oder das US-Touristenmagazin "Florida Sun". (IMH 6)

 

 

 

 

 

 

EU-Kommission. Grenzkontrollen sollen bis November andauern

 

Deutsche Urlauber müssen sich im Sommer auf längere Staus bei der Rückreise aus Italien und Österreich einstellen. Auf Wunsch mehrerer Mitgliedsstaaten – auch Deutschland dafür – sollen Grenzkontrollen weiter durchgeführt werden.

Die EU-Kommission will laut einem Zeitungsbericht die Grenzkontrollen im Schengenraum um weitere sechs Monate bis Mitte November verlängern. Das gehe aus einer Empfehlung der Kommission hervor, die am Mittwoch beschlossen werden solle, berichtete die Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung (FAS). Für die Verlängerung setzen sich mehrere EU-Staaten ein, darunter auch Deutschland, wie Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) bestätigte. Auch wenn sich die Flüchtlingssituation an den Binnengrenzen entlang der Westbalkanroute derzeit entspannt habe, blicke man mit Sorge auf die Entwicklungen an den Außengrenzen der EU, sagte der Minister am Samstag.

Der Vorschlag der EU-Kommission bezieht sich laut FAS allein auf bestehende Kontrollen im Zusammenhang mit Flüchtlingsströmen aus Griechenland in Deutschland, Österreich, Dänemark, Schweden und Norwegen. Für Kontrollen am Brenner, wie sie Österreich im Zusammenhang mit möglichen neuen Strömen über die Mittelmeerroute vorbereitet, müsste die Regierung in Wien eine andere Rechtsgrundlage bemühen, hieß es.

Die Kommission hebe in einem der Zeitung vorliegenden Entwurf für die Empfehlung hervor, dass es sich um „verhältnismäßige“ und „zeitliche beschränkte“ Kontrollen handelt. Die Mitgliedstaaten sollen die Kontrollen an die Bedrohungslage anpassen und „sie auslaufen lassen, wo immer es angemessen ist“, berichtet die Zeitung. Nach dem Willen der Kommission solle Griechenland das halbe Jahr nutzen, um Schwächen beim Schutz der Außengrenze zu beseitigen.

Für die Verlängerung der Grenzkontrollen setzten sich neben Deutschland und Frankreich auch Österreich, Belgien, Dänemark und Schweden ein, wie Die Welt unter Berufung auf hohe EU-Diplomaten berichtete. In einem Schreiben, das am Montag zugestellt werden sollte, forderten die Länder Brüssel auf, einen dafür notwendigen Krisenmechanismus gemäß dem Schengener Grenzkodex zu aktivieren.

Auch die Welt schrieb, die EU-Kommission werde Mitte der kommenden Woche in einem sogenannten Evaluierungsbericht grünes Licht für eine Verlängerung der Grenzkontrollen geben. Als Grund für diesen Schritt nenne die Behörde, beim Schutz der EU-Außengrenzen seien trotz einiger Fortschritte immer noch schwerwiegende Mängel festzustellen.

De Maizière hatte noch Anfang April eine Aufhebung der Kontrollen ins Spiel gebracht. Falls die Flüchtlingszahlen „so niedrig bleiben, würden wir über den 12. Mai hinaus keine Verlängerung der Grenzkontrollen durchführen“, sagte er im Österreichischen Rundfunk (ORF). Zu diesem Termin läuft die geltende EU-Genehmigung aus.

Die Grenzkontrollen waren Mitte September aufgrund der vielen Flüchtlinge, die über Österreich einreisten, eingeführt worden. Dadurch soll besser kontrolliert werden, wer ins Land kommt. Lediglich ein Bruchteil der Migranten wird an der Grenze zurückgewiesen. Nachdem im vergangenen Jahr pro Tag mehrere Tausend Personen nach Deutschland kamen, ist die Zahl nach den Grenzschließungen entlang der Balkanroute deutlich zurückgegangen.

Der bayerische Innenminister Joachim Herrmann (CSU) zeigte sich zuversichtlich, dass die Grenzkontrollen verlängert werden: „Wir brauchen in Deutschland auch über den 12. Mai 2016 hinaus Grenzkontrollen“, sagte Herrmann der Welt: „Islamistische Terroristen machen auch vor deutschen Grenzen nicht halt.“ Auch der innenpolitische Sprecher der Unionsfraktion, Stephan Mayer, begrüßte den Vorschlag.

Kritik kam dagegen aus der SPD. Innenexperte Uli Grötsch sagte der „Welt“: „Ich halte das Aufrechterhalten der Grenzkontrollen für Unsinn.“ (epd/mig 2)

 

 

 

 

EU-Projekttag an Schulen. Vorurteile gegenüber Europa abbauen

 

Menschen aus anderen Ländern kennenlernen, Zweifel an Europa zerstreuen, Vorurteile gegenüber der EU abbauen -  das wünschte sich die Bundeskanzlerin von den Schülerinnen und Schüler des Französischen Gymnasiums in Berlin. Zum 10. EU-Projekttag war Merkel Podiumsgast dieser traditionsreichen Schule.

 

Für Rebecca, Johanna, Ferdinand, Dorothea, Nikolai, Isabella, Matoi und die anderen Schülerinnen und Schüler des Französischen Gymnasiums/ Lycée Français waren es aufregende Stunden. Ist es doch nicht alltäglich, selbst mit der Bundeskanzlerin persönlich über Europa zu diskutieren. Wie in jedem Jahr nahm Angela Merkel am EU-Projekttag der Schulen teil.

Das Französische Gymnasium in Berlin sei ein Beispiel jahrhundertelanger deutsch-französischer Gemeinsamkeit, die heute im 21. Jahrhundert glücklicherweise friedlich und freundschaftlich gelebt werden könne, betonte die Kanzlerin. "Es ist sehr beeindruckend, was die Schülerinnen und Schüler

hier lernen, wie selbstverständlich sie in eine Welt eintauchen, in der französischer und deutscher Lehrstoff gemeinsam gelernt wird, wie sie aus der Schule gehen und zwei Sprachen können", so die Bundeskanzlerin.

Der Schulbesuch von Angela Merkel begann um 10.30 Uhr mit dem Lied "Oh, Champs Élysées". Danach präsentierten Carolina und ihre Mitschülerinnen ihre prämierten Fotoprojekte zum Thema "Europäische Union" und "Schüleraustausch in Straßburg". Die Theater-AG zeigte dem hohen Gast in drei kleinen

Stücken die Geschichte der Schule, die bereits 1689 begann. Danach trafen sich die Politikkurse in der Aula der Schule zum Podiumsgespräch mit der Bundeskanzlerin. 

Europa gemeinsam stärken

Kanzlerin Merkel freute sich über die guten Leistungen der Schülerinnen und Schüler. Merkel: "Aber ich habe die Schülerinnen und Schüler auch gebeten, alle diejenigen, die Zweifel an Europa haben, zu ermuntern, Europäer aus anderen Ländern kennenzulernen, mit anderen zu sprechen und in Kontakt

zu treten und nicht Vorurteile aufzubauen, wie das zurzeit leider auch häufig der Fall ist." Angesprochen auf populistische Strömungen in Europa, erklärte die Bundeskanzlerin: "Mich trägt zum Beispiel die Überzeugung, dass wir Europa stärken müssen, dass wir, wenn wir unsere Ziele im 21. Jahrhundert durchsetzen wollen, dies nicht allein können und dass sich deshalb der Einsatz für Europa lohnt."

Ist der Bologna-Prozess erfolgreich? 

Gemeinsam hatten die Schülersprecher und Podiumsteilnehmer die Themen für das Gespräch mit der Bundeskanzlerin ausgewählt. Es ging um die deutsch-französischen Beziehungen, die Bildungsmöglichkeiten in Europa und um die Zukunft der Europäischen Union. Für Johanna als künftige Wirtschaftsstudentin war es wichtig, die Meinung der Kanzlerin zum Bologna-Prozess zu hören.

Ferdinand interessierten mögliche Pläne für eine gemeinsame Schulpolitik Europas. Auch das Europa der verschiedenen Geschwindigkeiten stand auf der Tagesordnung.

Fast eine Stunde lang nahm sich die Bundeskanzlerin Zeit dafür, die vielen Fragen der Schülerinnen und Schüler zu beantworten und ihre Sicht auf Europa zu erklären. "Wir müssen den Schatz der deutsch-französischen Beziehungen pflegen, jede Generation muss das neu erarbeiten… Die Menschen müssen verstehen, dass es mit Europa besser ist, als ohne Europa… Europa wir von den 28 Mitgliedstaten gemacht, nicht von Brüssel… Ich habe mich dafür eingesetzt, dass ERASMUS auch in der Berufsausbildung zur Anwendung kommt… Der Bologna-Prozess ist ein Erfolg, nur die Juristen sind darüber traurig…", das waren einige ihrer Antworten.

Die Bundeskanzlerin machte gegenüber den Schülern deutlich, dass die europäischen Grundprinzipien für sie nicht zur Diskussion stünden. Es könne sein, dass in manchen Fällen nur einige EU-Mitgliedstaaten mitmachen würden. Besser sei es natürlich, wenn alle dabei seien. Die Haltung der EU nach den Terroranschlägen in Frankreich und Brüssel sei ein gutes Bespiel dafür, dass alle

bereit sind, Beistand zu leisten, wenn ein Land in Not sei, so Merkel.

Das Französische Gymnasium Berlin/Lycée Français ist die älteste öffentliche Schule Berlins. Seine Geschichte geht bis 1689 zurück. Französisch war immer Unterrichtssprache, selbst während der Zeit des Nationalsozialismus.

Das Schulgebäude befindet sich heute in Berlin-Tiergarten. 875 Schülerinnen und Schüler lernen hier. Der Unterricht richtet sich nach französischen Lehrplänen. Die Schüler können sowohl das Baccalauréat als auch das deutsche Abitur in französischer Sprache ablegen.

Die Schule verfügt über eine reichhaltige Bibliothek. Berühmte Schüler des Gymnasiums waren Victor Klemperer und Kurt Tucholsky. Auch Gesine Schwan machte hier ihr Abitur. Partnerschule in Frankreich ist beispielweise das Collège Jean Sturm in Straßburg. Pib 3

 

 

 

 

 

Solidarität, kein Paternalismus     

 

Kommentar von Sunny Omwenyeke, The Voice Refugee Forum

 

Kein Zweifel: Die im Vergleich zu anderen europäischen Ländern hohe Zahl an Asylbewerber_innen in Deutschland in den letzten zwei Jahren und die vorgeblich freundliche, großzügige Öffnung der Grenzen durch Kanzlerin Angela Merkel haben das Bild dieses Landes verändert.

Vielen Flüchtlingen, die vor Krieg und Unsicherheit fliehen, gilt es nun als einladende Oase. Die Bilder der deutschen Bürger_innen, die an den Bahnhöfen standen, um die neuen Flüchtlinge mit Wasserflaschen und Snacks zu begrüßen, haben dieses Bild des „Willkommenseins“ verstärkt.

Gleichzeitig sind im Inland unzählige lokale „Refugees Welcome“-Initiativen entstanden. In nahezu allen Städten und Gemeinden unterstützen sie heute die neuen Flüchtlinge. Wirtschaftsführer drängten die Regierung, die Grenzen weiter für Flüchtlinge offenzuhalten. Selbst konservative Politiker, die traditionell gegen Flüchtlinge sind, konnten sich der „Refugees Welcome“- Faszination nicht entziehen. Auch sie begannen Willkommenslieder zu singen – es war einfach zu verlockend. In Fußballstadien haben „Refugees Welcome“-Banner plötzlich die oft rassistischen, machohaften und homophoben Gesänge ersetzt. Es schien, als habe der plötzliche Drang, Flüchtlinge willkommen zu heißen, das ganze Land verändert.

Doch gleichzeitig blieb ein harter Kern der Bevölkerung bei seinen alten Überzeugungen: Die einen griffen im ganzen Land Flüchtlingsheime an und legten Brände, die anderen applaudierten diesem Tun. Dies ist das Rätsel, das das neue Deutschland mit seiner neuen „Willkommenskultur“ aufgibt. Was für eine Veränderung!

Um es klar zu sagen: Natürlich ziehe ich diese ambivalente Willkommenskultur der vorherrschenden „Ausländer raus“-Stimmung der frühen 1990er- Jahre vor. Doch erinnern wir uns trotzdem an einige Dinge. Die Behörden haben die Bevölkerung konsequent als Asylbetrüger und Wirtschaftsflüchtlinge dargestellt. Über 20 Jahre wurden sie in diesem Land als Unerwünschte behandelt und dämonisiert. Sie wurden unmenschlichen Lebensbedingungen unterworfen um sie wieder aus dem Land zu drängen, diskriminierende Sondergesetze wie das Asylbewerberleistungsgesetz oder die Residenzpflicht wurden für sie geschaffen. Flüchtlinge wurden bewusst isoliert. Und sie wurden kriminalisiert, wenn sie es wagten, von ihrem Recht auf Bewegungsfreiheit Gebrauch zu machen. So haben die Behörden Ängste genährt und angefacht. Und deshalb sah auch die Bevölkerung Flüchtlinge vor allem als die, die nicht erwünscht sind und nicht hier sein sollten.

Dann kam die Willkommenskultur. Doch der Mangel an Reflexion in dieser aufkeimenden Kultur ist, gelinde gesagt, äußerst rätselhaft. Denn unter dieser neuen Kultur haben bestimmte Überzeugungen und Einstellungen sich erhalten. Sie sind wie alte Gewohnheiten: Sie sind nur schwer abzulegen. So erwarten viele heute, dass die Flüchtlinge, die in einem Zelt oder einer Sporthalle leben, dankbar dafür sind, dass ihnen keine Bomben mehr auf den Kopf fallen. Sie schelten die Flüchtlinge, wenn sie sich über die Aufnahmebedingungen beklagen. Doch dabei nehmen sie sich kaum eine Minute, um darüber nachzudenken, woher die fallenden Bomben stammen. Als Flüchtlinge sind wir immer unter dem Motto: „Wir sind hier, weil ihr unsere Länder zerstört“ auf die Straße gegangen. Und es kann heute kein Zweifel daran bestehen, wie richtig dieser Slogan ist.

Doch statt sich über solche Zusammenhänge Gedanken zu machen, gibt es Selbstzufriedenheit und Eigenlob in vielen der Begrüßungsinitiativen. Sie fühlen sich wohl dabei, Second-Hand-Kleidung und Schuhe für die „armen Flüchtlinge” zu sammeln, auch wenn das meiste davon in Recyclingzentren endet. Die meisten kritischen linken Stimmen, die traditionell Flüchtlinge unterstützen, sind still geworden. Sie haben sich von der Willkommenskultur einsaugen lassen und waren zu einem Teil davon geworden. Daran änderten sie auch dann nichts, als die Regierung neue Gesetze beschloss, um Flüchtlinge ohne Ankündigung oder auch bei laufender medizinischer Behandlung oder schwerer psychischer Erkrankung abschieben zu können.

Die Oberflächlichkeit der Willkommenskultur hat sich etwa an den Ereignissen in der Neujahrsnacht in Köln gezeigt: Innerhalb von wenigen Stunden, verwandelten sich zuvor „willkommen geheißene“ Flüchtlinge in Parias. Eine ganze Gruppe von Menschen wurde erneut zu Unerwünschten. Bevor wir uns auf die Schultern klopfen, sollten wir uns daran erinnern, dass es um Gerechtigkeit geht, und nicht um Philanthropie. Die politische Flüchtlingsbewegung fordert Solidarität und Empathie, nicht Bevormundung und auch keine Politik, die nur das ungerechte System in der Welt reproduziert.

Der Autor kam 1998 aus Nigeria nach Deutschland. Er initiierte eine Kampagne gegen die Residenzpflicht und ging 2004 ins Gefängnis, weil er sich weigerte, wegen Verstoßes gegen diese Bestimmung eine Geldstrafe zu zahlen. 2004 klagte er in Karlsruhe, 2007 beim Europäischen Gerichtshof für Menschenrechte gegen die Residenzpflicht. Er ist Aktivist des The Voice Refugee Forum und der Karawane für die Rechte der Flüchtlinge und Migrant_innen, den ältesten bundesweiten Flüchtlings-Selbstorganisationen. 2010 promovierte er in Großbritannien über die Wirksamkeit politischer Kampagnen. Heute lebt er in Bremen und arbeitet als Flüchtlingsnetworker. Forum Migration Mai 2016

 

 

 

 

Flüchtlinge: EU und Türkei einig über Umsiedelung von Syrern

 

Wochen nach dem EU-Türkei-Deal haben sich beide Seiten auf ein Auswahlverfahren zur Umsiedelung syrischer Flüchtlinge geeinigt. Betroffene dürfen demnach ihr Zielland nicht selbst wählen.

Die EU und die Türkei haben sich einem Zeitungsbericht zufolge auf ein Verfahren zur Auswahl der syrischen Flüchtlinge geeinigt, die in EU-Länder umgesiedelt werden sollen. Vorerst sollten nur Syrer aufgenommen werden, die vor dem 29. November 2015 in der Türkei Schutz gesucht hätten,

berichtete die „Bild“-Zeitung unter Berufung auf ein ihr vorliegendes vertrauliches Papier.

Demnach sollen Mädchen und Frauen in Gefahr, Überlebende von Gewalt und Folter sowie kranke und behinderte Flüchtlinge bei der Umsiedelung bevorzugt werden. Ausgeschlossen würden dagegen Menschen, die bereits früher in die EU eingereist seien oder dies versucht hätten. Flüchtlinge, die für die Umsiedelung ausgesucht würden, müssten sich damit einverstanden erklären, ihr

EU-Zielland nicht selbst aussuchen zu können.

Auch das Verfahren für die Umsiedelung sei detailliert geregelt, berichtet das Blatt weiter. Demnach werden die ausgewählten Flüchtlinge zunächst vom UN-Flüchtlingshilfswerk (UNHCR) informiert und zu einem Interview eingeladen. Dort müssten sie ihre Papiere vorlegen und genaue Angaben zur Person machen. Die Aufnahme-Länder könnten von den Betroffenen Fingerabdrücke nehmen und die Daten überprüfen.

Komme es zur Umsiedelung, müsse der Aufnahme-Staat einen Medizin-Check veranlassen und den Transport organisieren. Nach der Ankunft in einem EU-Mitgliedstaat müssten die Flüchtlinge eine Aufenthaltserlaubnis für mindestens ein Jahr erhalten. Auf Wunsch könne sie danach verlängert werden. Von: AFP/nsa |EA 4

 

 

 

 

Win-win statt lose-lose. Wie eine gerechte Handelspolitik mehr Menschen zu Gewinnern macht.

 

Sie kochen – vor Wut. 16 000 Menschen demonstrierten im April 2016 in Duisburg für den Erhalt der Stahlindustrie. Die Stahlkocher fürchten um ihre Jobs, weil China Stahl zu Dumpingpreisen produziert und die europäischen Märkte überschwemmt. Der subventionierte chinesische Stahl führt zu einem Überangebot und verdrängt unsere Produkte. Die Stahlarbeiter gehen auf die Straße, und sogar die Bosse sind an ihrer Seite. Sie demonstrieren gemeinsam gegen unfaire Wettbewerbsbedingungen. Duisburg zeigt: Eine globale Wirtschaft ist nicht nur Sonnenschein. Sie produziert auch Verlierer, auch in Deutschland.

 

Sie buhen. 35 000 Menschen gingen zwei Wochen später in Hannover gegen TTIP (Transatlantische Handels- und Investitionspartnerschaft) auf die Straße. Merkel und Obama eröffneten dort die wichtigste Industriemesse und sprachen sich für eine gemeinsame Freihandelszone aus. Sozialdemokratinnen und Sozialdemokraten waren bei beidem – bei der Industriemesse und bei der Demo. Denn sie wollen eine gerechte, globale Wirtschaft. Dazu braucht man ein Höchstmaß an Transparenz, Standards, Werten und einen gemeinsamen Austausch.

Transparenz, Standards, Werte – die Erkenntnisse durch die TTIP-Leaks über die Verhandlungsposition der US-Amerikaner dienen nicht dazu, die Skepsis der Menschen gegenüber TTIP zu verringern. Ganz im Gegenteil. Wenn die US-Seite stur bleibt und die Kernanforderungen an ein gutes Handelsabkommen nicht akzeptiert, dann wird es TTIP nicht geben. Die SPD stellt sich gegen Abstriche beim Verbraucher-, Lebensmittel-, Umwelt- oder Arbeitsrecht – und erst recht bei unseren demokratischen Abläufen. Schiedsgerichte nach dem alten Muster sind ein No-Go für TTIP und alle künftigen Abkommen. Unser Beschluss vom letzten Bundesparteitag hat das klargestellt.

Klar, alle reden derzeit über TTIP. Wie kann aber zukünftig ein Handelsabkommen aussehen, das nicht nur unsere Linien einhält, sondern Instrument der sozialen Gerechtigkeit wird? Die europäische Sozialdemokratie muss neue Ideen entwickeln und gemeinsam durchsetzen. Kurzfristig zeigt das Sigmar Gabriels wichtige europäische Initiative für einen neuen Handelsgerichtshof. Was wir langfristig – und losgelöst von den Verhandlungen mit den USA – brauchen, ist eine Debatte über eine wertegeleitete Handelspolitik und die Entwicklung neuer Mechanismen.

 

Handel nur mit klaren Leitlinien

Die derzeitige Handelspolitik polarisiert unsere Gesellschaft. Konservative propagieren ungezügelte Märkte. Für die Linken ist klar: Die Konzerne sind an allem Schuld. Doch damit machen sie es sich zu einfach. Arbeit, Wirtschaft und Umwelt wird nicht zusammen gedacht. Die Rechtspopulisten schreien dagegen nach neuen Mauern und Abschottung. Das ist die falsche Antwort. Sie würden das Ende der offenen, modernen Gesellschaft und des Wohlstands bedeuten, den wir in Europa genießen.

Wir als SPD haben rote Linien formuliert, doch wir müssen stärker in die Offensive gehen. Denn Handelspolitik produziert Gewinner. Sehr viele Menschen in Deutschland und Europa erleben wachsenden Wohlstand für sich und ihre Familien. Sie haben beruflichen Erfolg, treffen internationale Kollegen und erleben fremde Länder. Wir wissen: Handel kann Wachstum und Arbeit schaffen, sogar durchschnittlich höhere Löhne und mehr Sicherheit.

 

Aber: Handelspolitik produziert auch Verlierer. Vielen Menschen macht eine globalisierte Welt Angst. Sie fürchten, ihre Arbeit zu verlieren, dem Druck nicht standzuhalten, in einer „smart factory“ überflüssig zu werden. Sie wären die klaren Verlierer, wenn Umwelt- und Sozialstandards vor die Hunde gehen würden. Handelspolitik bedeutet nicht automatisch mehr Wohlstand für alle. Ein Wachstum von zwei Prozent bedeutet selten eine Lohnsteigerung von zwei Prozent oder gute Umweltbedingungen. Ob alle vom Handel profitieren, hängt von mehr ab. Genau dafür müssen wir aber kämpfen.

Unser Anspruch ist es, mit Handelspolitik die soziale Spaltung zu verringern. Wir wollen mehr Menschen zu Gewinnern machen. Sie gehen nicht ohne Grund auf die Straße. Ihr Protest ist auch Ausdruck für die immer größere soziale Ungleichheit, eine sich vertiefende Spaltung in Arm und Reich und die Sorge vor der Zukunft. Wir müssen einen zukunftsgewandten Entwurf für eine Handelspolitik entwickeln, die der Globalisierung Regeln gibt und zu einem Mehr an Gerechtigkeit führt. Politik für gerechten Handel ist wahrlich ein dickes zu bohrendes Brett, aber notwendiger denn je.

 

Race to the top

Oft wird bei Handelsabkommen eine Harmonisierungsspirale von Standards nach unten heraufbeschworen. Die sogenannten Handelshemmnisse – ein irreführendes Wort – sind oft keine Zölle mehr, sondern Regeln und unterschiedliche Standards. Es sind Regeln, die für Sicherheit sorgen. Es sind wertvolle Errungenschaften, die die Menschen und die Natur schützen. Wenn wir die soziale Ungleichheit angehen wollen, stellt sich die Frage: Können wir nicht einen anderen Ansatz verfolgen – eine Harmonisierungsspirale nach oben? „Race to the top“ statt „Race to the bottom“. Wir brauchen Mechanismen, die zu höheren Standards führen.

Wir hätten eine Reihe von guten Ideen für progressive Abkommen. Zum Beispiel könnten wir gemeinsam alle fünf Jahre bessere Abgaswerte für Autos festlegen. Wir könnten zusammen einen strengeren Gesundheitsschutz verabreden. Denkbar wäre auch, Hand in Hand sich für eine jährliche Evaluation des Abkommens durch Gewerkschaften einzusetzen. Das ist die politische Gestaltung der globalen Wirtschaft. Sicherlich ist dies momentan noch eher Wunsch als Wirklichkeit. Bereits jetzt sind europäische Abstimmungsprozesse nervenraubend und langwierig. Dennoch: Die Zeit für solche Ansätze ist reif.

 

Egoismen versus Entwicklung

Dabei sollten wir nicht nur unsere eigene Perspektive einnehmen. Wir müssen uns fragen: Schaden wir anderen durch unseren Handel? Unsere massive Unterstützung der europäischen Landwirtschaft ist schön für Großbauern in Europa, behindert aber die Entwicklung vieler afrikanischer Staaten. Diese haben nur eine Chance auf wirtschaftlichen Aufschwung, wenn sie ihre Mauern hochziehen. Welche nationalen oder europäischen Egoismen kann sich eine sozialdemokratische Handelspolitik erlauben?

Dass auch wir die Leidtragenden sein können, zeigt das Beispiel China und Stahlindustrie. China will sich weiterentwickeln. Sie subventionieren ihren Stahl jedoch so immens, dass Dumpingpreise unter den Herstellungskosten liegen. Ein nationaler Egoismus, der sich gegen andere Länder richtet – in dem Fall auch gegen uns. In der Handelspolitik muss daher stärker zwischen Entwicklung und Egoismus abgewogen werden.

 

Rechte und eben auch Pflichten

Sozialdemokratische Handelspolitik heißt auch, dass wir Pflichten einführen müssen für Unternehmen. Transnationale Unternehmen wollen ihre Investitionen durch Schiedsgerichte absichern. Private Schiedsgerichte lehnen wir ab. Dank Sigmars Gabriels Initiative haben wir eine Alternative mit einem öffentlichen, mit unabhängigen Richtern besetzten Handelsgerichtshof. Was ist jedoch mit Strafen gegenüber Unternehmen? Menschenrechte, Nachhaltigkeit, starke Betriebsräte – alles schöne Schlagworte. Sie engagieren uns nicht nur bei Handelsabkommen, sondern beispielsweise auch beim Nationalen Aktionsplan „Wirtschaft und Menschenrechte“. Doch wir können Forderungen nicht umfassend durchsetzen. Wir brauchen daher rechtlich bindende Mechanismen. Hier müssen wir an neuen Ansätzen arbeiten.

 

Kohärenz – Handel kann das Instrument sein

Die Handelspolitik wird noch immer aus der wirtschaftlichen Perspektive betrachtet. Dabei ist sozialdemokratische Handelspolitik eine Frage der internationalen Kohärenz. Welche Ziele verfolgen wir in der Entwicklungspolitik? Welche Ziele verfolgen wir bei der Stärkung der internationalen Gewerkschaftsbewegung? Welche Ziele sehen wir in der Verbindung von Handel und Außen- und Sicherheitspolitik? Wir beschließen sehr gute Abkommen wie das Klimaabkommen von Paris. Wir unterstützen die Ziele für nachhaltige Entwicklung der Vereinten Nationen. Wir treten für weltweite Lieferketten ein, in denen Menschenrechte eine stärkere Rolle spielen sollen. Das alles muss stärker Teil einer internationalen Gerechtigkeitsstrategie in der Handelspolitik werden. Dann und nur dann ist Wandel durch Handel möglich.

Thorsten Schäfer-Gümbel  IPG 3

 

 

 

 

Nahles-Plan. EU-Bürger sollen fünf Jahre von Hartz IV ausgeschlossen bleiben

 

Im Streit über Sozialleistungen für EU-Bürger in Deutschland hat Arbeitsministerin Nahles ihren Vorschlag auf den Tisch gelegt. Sie will Migranten frühestens nach fünf Jahren einen Anspruch auf Hartz IV zugestehen.

 

EU-Bürger sollen in Deutschland weitgehend von Sozialleistungen ausgeschlossen werden, wenn sie hier nicht für längere Zeit gearbeitet haben. Bundesarbeitsministerin Andrea Nahles (SPD) bestätigte am Donnerstag in Berlin Berichte der Funke-Mediengruppe, wonach Menschen aus anderen EU-Staaten erst nach fünf Jahren Aufenthalt Anspruch auf Hartz IV bekommen. Vorher soll es keine staatliche Unterstützung geben. Wer hier keine Arbeit aufnehmen wolle, habe kein Recht, deutsche Sozialhilfe anzufordern, sagte Nahles. Sie sprach von einer „angemessenen Regelung“.

Der entsprechende Gesetzentwurf ging nach ihren Angaben am Donnerstag zur Abstimmung ans Kanzleramt. Er sieht statt Sozialleistungen für EU-Bürger ohne Einkommen einmalige Überbrückungsleistungen vor. Nahles sprach von einer „Nothilfe“. Sie soll für maximal vier Wochen den unmittelbaren Bedarf für Essen, Unterkunft, Körper- und Gesundheitspflege decken. Außerdem sollen die Betroffenen ein Darlehen für die Rückreisekosten in ihr Heimatland erhalten können. Dort könnten sie Sozialleistungen beantragen, sagte Nahles. Es gebe aber kein Recht, sich den Ort mit den jeweils geltenden Leistungen auszusuchen.

Zahlen liegen nicht vor

Mit der Neuregelung reagiert Nahles auf Urteile des Bundessozialgerichts, das EU-Bürgern nach spätestens sechs Monaten Aufenthalt in Deutschland einen Anspruch auf Sozialleistungen zugesprochen hatte. Die obersten deutschen Sozialrichter entschieden, dass EU-Bürger von Hartz-IV-Leistungen ausgeschlossen werden dürfen, wenn sie allein zur Arbeitssuche nach Deutschland kommen. Stattdessen müsse es aber bei einem „verfestigten Aufenthalt“ Sozialhilfe geben.

Für diese Leistungen sind die Kommunen zuständig, die steigende Kosten fürchteten und von Nahles eine entsprechende Regelung verlangten. Nahles sagte, es sei zu befürchten gewesen, dass es bei den Sozialleistungen einen „Verschiebebahnhof“ von Leistungen des Bundes zu den Kommunen gebe. Das müsse verhindert werden. Das Gesetz versteht sie nach eigenen Angaben als präventive Regelung. Auch nach den Urteilen des Bundessozialgerichts habe es keinen Massenansturm von EU-Bürgern gegeben. Konkrete Zahlen über hilfebedürftige EU-Ausländer konnte Nahles nicht präsentieren.

Opposition: Verfassungsrechtlich problematisch

Scharf kritisiert wurden ihre Pläne von der Opposition. Die Ministerin entledige sich sozialdemokratischer Prinzipien, erklärte der stellvertretende Vorsitzende der Linksfraktion im Bundestag, Jan Korte. „Wer Europa positiv denkt, muss europäische Lösungen entwickeln, statt sich national abzuschotten“, sagte er.

Der sozialpolitische Sprecher der Grünen-Fraktion, Wolfgang Strengmann-Kuhn, hält das Gesetz nach eigenen Worten für verfassungsrechtlich problematisch, weil es gegen das Grundrecht auf Existenzsicherung verstoße. Er warnte zudem vor den Folgen: „Wenn Menschen hier ohne soziale Grundsicherung leben müssen, führt das zu sozialen Problemen vor Ort, die letztlich die Kommunen ausbaden müssen“, sagte er dem Evangelischen Pressedienst. Er forderte einen Anspruch auf Grundsicherung für Arbeitsuchende nach einem Aufenthalt von drei Monaten.

Begrüßt wurden die Pläne vom Deutschen Städtetag. Das neue Gesetz werde Rechtssicherheit schaffen und Fehlanreize vermeiden, erklärte der Spitzenverband. (epd/mig 29)

 

 

 

 

Frankfurt. Montini geht. ENIT unter neuer Leitung

 

Nach 38 Dienstjahren bei der Italienischen Zentrale für Tourismus verlässt der Direktor für die deutschsprachigen Länder, Benelux und Mitteleuropa, Marco Montini, die traditionsreiche Institution, um sich neuen Aufgaben zu widmen. Montini wird die Leitung des Gemeindeverbundes Unione Montana dei Comuni della Valtiberina Toscana (www.valtiberina.toscana.it) übernehmen, der seinen Sitz in Sansepolcro/Arezzo hat. 

„Ich bin glücklich, ein Gebiet zu fördern, das so reich an Ressourcen ist und freue mich, an der Entwicklung dieser Gegend als touristische Destination mitzuarbeiten“, so Montini. „Nach fast 10 Jahren als Direktor bei ENIT Frankfurt hoffe ich, dass die aufgebauten Beziehungen bestehen bleiben und für Initiativen hilfreich sein werden, die auf die Promotion eines bei ausländischen Touristen noch  weniger bekannten Gebietes zielen, das neue Urlaubsarten in Verbindung mit Natur, Borghi, Kulturerbe und gutem Essen anbietet“, so Montini weiter. „Ich hoffe, viele der Menschen wieder zu sehen, die mich in all den Jahren begleitet und mit denen mein ENIT-Team und ich zahlreiche spannende Projekte umgesetzt haben. A presto rivederci!“ 

ENIT unter neuer Leitung

Der Prozess der von der italienischen Regierung und der Tourismusindustrie gewollten Umstrukturierung der ENIT bringt weitreichende Änderungen mit sich, die sich positiv auf die Dynamik der Italienischen Zentrale für Tourismus auswirken. Als neuer Executive Director der ENIT-Zentrale in Rom wurde Gianni Bastianelli berufen. Zuvor war er Direktor der Tourismusagentur der Region Latium und besitzt eine lange Erfahrung im Tourismus. An der Spitze von ENIT steht ein verschlankter Vorstand mit der Präsidentin Evelina Christillin, die zugleich Präsidentin der Stiftung des Ägyptischen Museums Turin ist; Fabio Maria Lazzerini, Manager bei der Airline Emirates, und Antonio Preiti, der u.a. Generaldirektor des Tourismusbüros Florenz und Berater des Wirtschaftsministeriums war. 

Im Zuge der Umstrukturierung wurde aus dem staatlichen Fremdenverkehrsamt ENIT eine Agentur, eine gewerbliche Körperschaft des öffentlichen Rechts, die flexibler auf die Ansprüche im Markt agieren kann. Zu den vorgesehenen Verbesserungen in der Infrastruktur und Hotellerie, der Nutzung der Ressourcen wie dem imposanten Kulturerbe und der Promotion von Produkten wie Golfsport und Kongressreisen, sollen Schwerpunkte im Bereich Digitalisierung und Social Media gesetzt werden. 

Der vom Kultur- und Tourismusministerium (MIBACT), italienischen Touristikern und Touristikverbänden wie Federalberghi entworfene Plan zur Reform des Tourismussektors, der offiziell im Juli 2016 präsentiert wird, ist online einsehbar unter: www.beniculturali.it

Zur Unterstützung des neuen Reformkurses wirbt MIBACT derzeit bei Italienliebhabern mit dem von RAI produzierten Video AMO L’ITALIA: www.youtube.com/watch?v=tyGiT5Cucgo Enit/dip

 

 

 

 

Das Ende der Laissez-faire-Migration. Italiens Vorschläge zum Management der Migrationsströme sind bedenkenswert.

 

Matteo Renzis „Migration Compact“ sollte von Deutschland ernst genommen werden.

 

Italien hat einen Vorschlag zum Management der Migrationsströme aus Subsahara-Afrika vorgelegt. Dummerweise kam darin auch die Idee von gemeinsamen „Eurobonds“ vor. Entsprechend kam aus Berlin postwendend ein „njet“ zurück. Aber diesmal ist die Reaktion falsch. Gerhard Schröder hat Recht, wenn er meint, die Vorschläge gingen in die richtige Richtung. Sie stellen einen ernsthaften Versuch dar, die europäische Immigrationspolitik gegenüber Afrika auf halbwegs rationale Grundlagen zu stellen und den humanitären Tragödien im Mittelmeer ein Ende zu bereiten.

Die Vorschläge der Regierung von Matteo Renzi für eine gemeinsame Initiative der EU angesichts der Migrationswelle aus Afrika sehen unter anderem folgende Aspekte vor:

1.  Finanzielle Anreize für Herkunfts- und Transitländer, die Aus- und Durchreise zu verhindern, europäische Unterstützung bei Grenzsicherung und Grenzkontrolle;

2.  Erweiterte Entwicklungszusammenarbeit für kooperationswillige Länder Subsahara-Afrikas und Nordafrikas, die durch gemeinsame „Afrika-Bonds“ der EU mitfinanziert werden soll;

3.  Kompensationszahlungen für Drittländer in Afrika, die eigene Asylsysteme einrichten;

4.  Kontrollierte Zugänge für Bürger dieser Staaten zum europäischen Arbeitsmarkt in Ländern, deren Sprache die Bewerber beherrschen (was Italien stark entlasten würde).

5.  Intensivierte Verwaltungskooperation mit afrikanischen Ländern, vor allem auch im Bereich der Identifizierung und Rückführung von abgelehnten Asylbewerbern und die Schaffung von Hotspots auf afrikanischem Boden.

In den italienischen Vorschlägen steckt ein kurzfristig pragmatischer Kern. Er erkennt, ähnlich wie im Türkei-Deal der EU, an, dass es migrationsregulierende Leistungen der Partnerländer nur gegen Gegenleistungen der EU geben wird. Und dafür wird Geld fließen müssen – nach Dakar und Ouagadougou genauso wie nach Ankara.  

Die Gründe für Italiens Vorstoß – der einen markanten Bruch mit der bisherigen italienischen Politik des migrationspolitischen Laissez-faire darstellt – liegen in der nackten Not der Regierenden:

In den ersten drei Monaten des Jahres ist eine Rekordzahl von Migrantinnen und Migranten über die Mittelmeerroute nach Italien gelangt. Die Zahlen liegen 55 Prozent über den Vorjahreswerten und deutlich über den Zahlen des bisherigen Rekordjahrs 2014. Die weit überwiegende Zahl der über das Mittelmeer kommenden illegalen Einwanderer stammt aus Subsahara-Afrika. Aktuelle Schätzungen gehen davon aus, dass bis zu einer Million Schwarzafrikaner in Libyen auf eine Gelegenheit zur Einschiffung warten könnten. Aber Italien fürchtet, dass nach der Schließung der Balkan-Route nun auch ein wachsender Anteil des Migrationsdrucks aus dem Nahen Osten und Westasien über Griechenland und die Adria nach Italien gehen wird. Die italienische Presse berichtete schon vor mehreren Wochen, dass die Schleuserbanden in der Türkei nun zunehmend auch das „Apulien-Paket“ anbieten würden.

Italien hatte hohe Ankunftszahlen von illegalen Einwanderern lange Zeit nicht als ein großes Problem gesehen, weil faktisch die Mehrheit der Migrantinnen und Migranten in andere Länder weiterzog: Im Jahr 2014 stellten von 170 000 in Italien Eingetroffenen nur 64 000 einen Asylantrag. Diese Politik ist in den letzten Monaten deutlich unter Druck geraten. Die Einführung von Grenzkontrollen und einer Obergrenze für Asylbewerber/Flüchtlinge durch Österreich und die relativ hartleibige Haltung Frankreichs in der Frage der Verteilung der Balkan-Routen-Migranten hat in Italien die Erkenntnis wachsen lassen, dass die bisherige Politik unter den veränderten Vorzeichen nicht mehr lange durchzuhalten sein dürfte. Mit dem „migration compact“ hat die Regierung nun auf diese Entwicklung reagiert.

Deutschland – das sonst so gerne die europäische Dimension der Migrationskrise beschwört – täte gut daran, sich Renzis Vorschläge ernsthaft anzusehen. Wirksamer und billiger als das heutige System dürften sie allemal sein – auch wenn man sie mit Eurobonds finanziert. Ernst Hillebrand  IPG 25

 

 

 

 

Österreich schottet sich gegen Flüchtlinge ab

 

Nach der Wahlschlappe vom Sonntag hat die Regierung in Wien beim Thema Flüchtingspolitik eine schnelle Wende vollzogen – und eines der härtesten Asylgesetze in der EU beschlossen.

Der Protest gegen das Hinausschleppen wichtiger politischer Entscheidungen war ein wesentlicher Grund dafür, dass die Vertreter der Regierungsparteien aus dem Rennen um die Bundespräsidentschaft geworfen wurden, sagen unisono die Analysten. Geschockt vom Wahlergebnis versuchen nun die Regierungsparteien ihre Handlungskompetenz unter Beweis zu stellen. Bereits gestern wurde daher nun nach wochenlangen Diskussion die Verschärfung der Asylgesetze beschlossen. Allerdings nicht ganz einmütig. Am linken Rand der SPÖ regte sich Widerstand. Trotzdem fand sich im Parlament die nötige Mehrheit.

Größerer Widerstand im sozialdemokratischen Lager wurde nun durch einige Entschärfungen verhindert. So gibt es für die Not-Verordnung „zur Aufrechterhaltung der öffentlichen Ordnung und des Schutzes der inneren Sicherheit“ eine zeitliche Befristung von maximal zwei Jahren und unbegleitete Minderjährige werden künftig bevorzugt behandelt. Die Regierung will, dass dadurch die Sicherheitsbehörden auf nationaler Ebene schneller und effektiver agieren können.

Die verschärften Bestimmungen

Das sind die entscheidenden Veränderungen, die nun in Österreich in Kraft treten und damit den Flüchtlingszuzug einbremsen sollen:

· Wer aus einem sicheren Drittstaat, also etwa aus Slowenien oder Italien, kommt und nicht schon enge Familienangehörige in Österreich hat, kann bereits direkt an der Grenze zurückgewiesen werden.

· Die Frist, innerhalb derer unrechtmäßig eingereiste Personen zurückgeschoben werden können, wird von sieben auf 14 Tage verlängert. Damit soll verhindert werden, dass Flüchtlinge zuerst nur untertauchen, um so einer Zurückschiebung – wegen Fristüberschreitung – zu entgehen.

· Asyl wird zunächst generell auf drei Jahre befristet gewährt, danach automatisch geprüft, ob die Verfolgungsgründe noch bestehen oder mittlerweile – etwa durch die Beilegung eines Konflikts im Herkunftsland -, weggefallen sind

· Asylberechtigte, die später als drei Monate nach Statuszuerkennung einen Familiennachzug beantragen, müssen über ausreichende Existenzmittel, einen ortsüblichen Wohnraum und eine Krankenversicherung verfügen.

· Für so genannte subsidiär Schutzberechtigte gilt zudem eine dreijährige Wartefrist.

· Die härtesten Kontroversen gab es im Parlament über die Notfallklausel. Sie kann im Extremfall dazu führen, dass Schutzsuchende an der Grenze umgehend ohne Anhörung ihrer Fluchtgründe abgewiesen werden. Einen Asylantrag können sie dann nicht mehr wie bislang bei der Einreise stellen. Ausgenommen sind Fälle, in denen dem Flüchtling eine Verfolgung in jenem Nachbarstaat Österreichs droht, von dem aus er einreisen möchte. Mit dem Notfall, der zunächst auf sechs Monate begrenzt ist, aber drei Mal um je sechs Monate verlängert werden kann -, kann die Regierung dann ausrufen, wenn sie durch den Zuzug von Flüchtlingen die öffentliche Ordnung und die innere Sicherheit gefährdet sieht. Dies kann etwa dann der Fall sein, wenn die staatlichen Systeme mit der Migration überfordert sind.

Inzwischen gibt es konkrete Zahlen, was die Flüchtlingsbewegung kostet. Die österreichische Regierung rechnet demnach für dieses Jahr nicht mehr mit einer, sondern zwei Milliarden Euro Flüchtlingskosten. Dieser im Stabilitätsprogramm enthaltene Betrag wurde zu Wochenbeginn der EU in Brüssel zur Kenntnis vorgelegt. Davon gehen 1,6 Milliarden in Sozialleistungen.

Bremse gegen den Aufstieg der rechtspopulistischen FPÖ?

Die Grünen-Vorsitzende Eva Glawischnig sprach von einer „de-facto-Aushebelung des Asylrechts“, die vor dem Verfassungsgericht keinen Bestand haben werde. Sie warf der großen Koalition in Wien vor, das Problem darauf zu reduzieren, „dass man Grenzen dichtmachen muss“. Der Vorsitzende der liberalen Neos, Matthias Strolz, kritisierte: „Das sind extrem scharfe Instrumente, die hier geschnitzt werden und möglicherweise in die falschen Hände kommen können.“ Die Opposition warf der Koalition vor, die Rechte von Flüchtlingen zu beschneiden, um den Aufstieg der rechtspopulistischen FPÖ zu bremsen.

Die intensive öffentliche Beschäftigung mit der Flüchtlingsthematik hat der FPÖ in den letzten Monaten Auftrieb gegeben. In der ersten Runde der Präsidentenwahl am Sonntag lag der FPÖ-Kandidat Norbert Hofer zum Erschrecken der Regierungsparteien klar in Führung. Herbert Vytiska mit AFP | EA 28

 

 

 

 

Wie man im Nahen Osten alles nur schlimmer macht. Und wie es zu verhindern wäre. Eine Handreichung.

 

Im Nahen Osten und in Nordafrika jagt eine Krise die nächste. Auch Europa bekommt immer härter die Auswirkungen davon zu spüren: Attentate im Herzen europäischer Städte, die Terror verbreiten und Angst vor weiteren Anschlägen schüren, aber auch der Zustrom von Flüchtlingen und Migranten, die sich Sicherheit und ein besseres Leben erhoffen. Beide Phänomene setzen die Politiker enorm unter Druck: Sie müssen den Terror besiegen und die Einreise mittelloser Menschen verhindern, die vor Krieg, Armut und dem Mangel an Lebensperspektiven fliehen. Gefährlich ist, dass zwar beide Phänomene ihre Wurzeln in Konflikten im Nahen Osten und in Nordafrika (MENA-Region) haben, dass sie jedoch höchst unterschiedlich sind: Das eine ist eine Sicherheitsbedrohung, das andere eine humanitäre Katastrophe. Daher müssen unterschiedliche Lösungen gefunden werden.

Die europäischen Staaten konzentrieren sich bei ihrer Gegenstrategie auf verbesserte Polizeiarbeit sowie Maßnahmen der Terrorabwehr und der De-Radikalisierung im Inland. Ferner haben die Staaten die Aufgabe, Flüchtlinge und Migranten von der Einreise nach Europa abzuhalten, in die Türkei ausgelagert. In der MENA-Region beschränken sie sich weitgehend darauf, den „Islamischen Staat“ (IS) in seinen Hochburgen im Irak und in Syrien anzugreifen. Doch das Problem wird größer: mehr Terroranschläge, wachsende Flüchtlings- und Migrantenzahlen, mehr und metastasierende Kriege und IS-Ableger.

Wie soll Europa diese Aufgaben meistern? Am wichtigsten ist, die Fehler der Vergangenheit nicht zu wiederholen:

Nicht Symptome, sondern Ursachen bekämpfen. Wir müssen zwar die unmittelbar anstehenden Probleme direkt anpacken, aber gleichzeitig massiv in die Bemühungen investieren, die Konflikte in der MENA-Region zu beenden (deren Symptome Gruppen wie der IS und al-Qaida sind). Langfristig müssen wir die grundlegenden Probleme der Region angehen, vor allem in der Regierungsführung und der Legitimität von Staaten.

Nicht durch übertriebene Sicherheitsmaßnahmen die Lage verschlimmern.Terroranschläge in europäischen Städten stellen für unsere Gesellschaften keine existenzielle Bedrohung dar. Panikartige Reaktionen könnten allerdings genau das bewirken, wenn Rechte und Institutionen, die unsere Ordnung seit dem Zweiten Weltkrieg verkörpern, um der Stabilität willen ausgehöhlt werden. Der Kampf gegen den IS und al-Qaida in der MENA-Region mag diese Gruppen nach und nach entmachten. Doch jeder Versuch, sie zu besiegen, ohne gleichzeitig im Rahmen einer politischen Strategie darauf hinzuwirken, dass sie vor Ort durch eine vom Volk anerkannte Führung ersetzt werden, sorgt nur dafür, dass sie sich neu formieren, und zementiert damit das Problem oder verschlimmert es sogar.

Der Irak-Krieg 2003 ist ein schlagendes Beispiel dafür, dass Europa die Fehler der Amerikaner bis heute zu spüren bekommt, weil diese es nicht schafften, den Irak rasch zu stabilisieren.

Keine Position in den Konflikten der MENA-Region beziehen. Die Situation ist dermaßen polarisiert, dass eine Parteinahme die Konflikte nur anheizen würde: Die eine Kriegspartei besiegt mit westlicher Hilfe ihre Gegner, die wiederum Unterstützung von außen suchen, um zurückzuschlagen. Eine solche Eskalation könnte eine Konfrontation der Supermächte nach sich ziehen; in Syrien war es fast schon einmal so weit.

Nicht vorbehaltlos Gruppen unterstützen, die stellvertretend gegen den IS und al-Qaida kämpfen. Diese Gruppen verfolgen ihre eigenen Ziele, die regionale Konflikte verschärfen können (wovon der IS und al-Qaida profitieren) oder dem Bestreben des Westens, die nach dem Ersten Weltkrieg gezogenen Grenzen zu bewahren, zuwiderlaufen. So drängen kurdische Gruppen im Irak in arabische Gebiete, um ihr Territorium zu erweitern und an Rohstoffe zu gelangen. Obwohl sie gegen den Islamischen Staat kämpfen, treiben sie ihm die örtliche Bevölkerung in die Arme. In der Türkei und in Nordsyrien sind die kurdische Arbeiterpartei PKK und ihre syrischen Ableger darauf aus, das Chaos zu vergrößern, um historische Grenzen zu beseitigen, die die kurdische Nation zerteilen. Zwar haben die Kurden möglicherweise einen Anspruch auf einen eigenen Staat. Doch die Staaten, die bislang von diesen weithin akzeptierten Grenzen profitiert haben, betrachten die Auseinandersetzungen als existenziell, sodass sie nicht so leicht beigelegt werden können.

Keine Waffen an Verbündete verkaufen, die in der MENA-Region über die reine legitime Selbstverteidigung hinaus in bewaffnete Konflikte verwickelt sind. Der Waffenverkauf mag der europäischen Wirtschaft nutzen, doch Spannungen in der MENA-Region werden nicht abgebaut, Flüchtlingsbewegungen nicht verhindert, wenn man den Kritikern Munition für ihre Behauptung liefert, der Westen stütze in der Region Staaten, die ihr Volk unterdrücken – eine der Hauptursachen für den Zulauf zum Dschihadismus.

Nicht den USA in allem folgen, was sie in der MENA-Region tun. Die USA verfolgen ihre eigenen Ziele. Manchmal decken sie sich mit denen der europäischen Länder, manchmal auch nicht. Der Irak-Krieg 2003 ist ein schlagendes Beispiel dafür, dass Europa die Fehler der Amerikaner bis heute zu spüren bekommt, weil diese es nicht schafften, den Irak rasch zu stabilisieren und aufkeimende Aufstände zu unterdrücken. Ist es im Kampf gegen die dschihadistische Bedrohung tatsächlich sinnvoll, dass Washington Gruppen in Nordsyrien unterstützt, die nicht nur den IS, sondern auch einander bekämpfen? Und wie steht es mit der Unterstützung von PKK-Ablegern, die in Nordsyrien gegen den Willen der Türkei, eines strategischen Partners der NATO und der USA, den IS bekämpfen?

Kurz gesagt: Machen wir es nicht noch schlimmer.

Folgende Schritte könnten zu einer neuen politischen Agenda für die MENA-Region führen:

Das Problem genau definieren, ehe man eine Lösung entwickelt. Wichtig ist, die beiden Problembereiche zu trennen: Die von der Flüchtlingskrise aufgeworfenen Probleme stellen nicht per se eine Sicherheitsbedrohung dar und sollten als humanitäre Krise behandelt werden. Maßnahmen wären hier eine bessere Integration in Europa, eine gemeinsame europäische Grenzpolitik, einschließlich eines auf dem Völkerrecht beruhenden Umgangs mit Flüchtlingen und Migranten, sowie eine bessere Unterstützung syrischer Flüchtlinge in den Nachbarländern.

Das Haus Europa in Ordnung bringen und zusammenarbeiten. Es gilt, in Europa in der Haltung zur MENA-Region Gemeinsamkeiten zu finden. Das Atom-Abkommen mit dem Iran ist ein hervorragendes Beispiel, was erreicht werden kann, wenn alle einer Meinung sind und an einem Strang ziehen. Um eine gemeinsame europäischen Haltung zum Bürgerkrieg in Syrien zu finden, muss zunächst gemeinsam geklärt werden, was diesen Konflikt ausmacht, was ihn befeuert und wie es zur heutigen Situation kam. Das allein ist eine große Aufgabe, die aber zu bewältigen wäre. Die Länder Europas sind sich durchaus bewusst, dass geostrategische Spannungen zwischen dem Iran und Saudi-Arabien, geschürt von einer sektiererischen Politik, die Konflikte in der MENA-Region anheizen. Ist ein unter einander abgestimmtes und mit den USA und Russland koordiniertes Vorgehen möglich, um diese Spannungen auf diplomatischem Wege abzubauen?

Aufkeimende Konflikte rechtzeitig erkennen und mittels stiller Diplomatie entschärfen. Vielerorts ließen sich Konflikte wohl vermeiden, wenn die Länder Europas gemeinsam mit anderen Nationen vor Ort auf gefährliche Entwicklungen reagierten, indem sie Kraft und Geld in eine frühzeitige diplomatische Intervention investieren.

Es gilt, in Europa in der Haltung zur MENA-Region Gemeinsamkeiten zu finden.

Internationale Diplomatie betreiben und unterstützen. Man kann das Problem an der Wurzel packen, wenn man die Vereinten Nationen darin unterstützt, tödliche Konflikte durch Schlichtung zu beenden und zerstörte Gesellschaften und Institutionen wiederaufzubauen. Die UN haben viel zu wenig Personal und eine zu schlechte Ausstattung, um die politischen Aufgaben und Sicherheitsprobleme zu bewältigen, die sich in Syrien, im Jemen, in Libyen, im Irak und anderswo stellen. Die UN sind für die Lösung von Konflikten vielleicht nicht der effizienteste internationale Akteur, doch wir sind auf Gedeih und Verderb auf sie angewiesen, weil sie die einzige echte transnationale Institution auf der Welt sind. Die Vereinten Nationen brauchen mehr Ressourcen und Fachleute, um diese schwierigen Aufgaben zu bewältigen.

Strategien der Friedenskonsolidierung entwickeln. Kriege folgen oft auf einen Zusammenbruch eines Staates und auf ein Scheitern eines Regierungsmodells. Wird ein bewaffneter Konflikt beendet, sollte Europa dazu beitragen, dass aus einem fragilen Waffenstillstand eine neue inklusivere und weniger zentralisierte Regierungsform entwickelt werden kann.

Können sich die EU-Staaten nicht auf eine gemeinsame Politik einigen, sollten sie zumindest mehr Geld investieren. Es kann deutlich mehr getan werden, um das Leben der Flüchtlinge in den Nachbarstaaten Syriens erträglicher zu machen. Das betrifft die syrischen Flüchtlinge in der Türkei, im Libanon, in Jordanien und in der Kurdenregion des Irak und die libyschen Flüchtlinge in Tunesien. Oberste Priorität sollte die Bildung haben. Auch müssen die Gastländer dabei unterstützt werden, Beschäftigungsmöglichkeiten zu schaffen (ohne die eigenen Arbeitslosen zu diskriminieren). Eine gewisse Zahl von Flüchtlingen mag sich in die Gastgesellschaften integrieren, doch viele andere werden hoffentlich nach Hause zurückkehren, wenn wieder Frieden herrscht und ein Mindestmaß an Stabilität erreicht ist; sie sind für den Wiederaufbau unentbehrlich.

Es mag schwer vorstellbar sein, wie sich ein Europa im Krisenmodus angesichts der sich ständig verändernden Lage in der MENA-Region vorausschauend positionieren soll. Doch Bombenanschläge in europäischen Großstädten und die Ankunft verzweifelter Migranten und Flüchtlinge an den Küsten Europas sind Symptome eines Mangels an proaktiver Diplomatie durch europäische und andere Länder in den Konflikten der Region in den letzten zehn Jahren. Wer die Politik des „benign neglect“, der wohlwollenden Vernachlässigung, fortsetzt, trägt nicht dazu bei, die Probleme an der Wurzel zu packen, sondern vermehrt und vergrößert nur immer wieder dieselben Symptome.

Dieser Beitrag ist eine Übersetzung von: “Towards a new European policy approach in the Middle East“. Joost Hiltermann  IPG 2

 

 

 

Das Klima-Dilemma der EU

 

Die EU hat sich verpflichtet, bis zum Jahr 2030 die Emissionen um 40 Prozent zu reduzieren - nur wer, wie viel - ist immer noch nicht klar.

Bevor sich die EU nicht darauf einigen kann, wie sie ihre Verantwortung für den Klimaschutz aufteilt, wird es nicht zur Ratifizierung des Pariser Abkommens kommen. Eine ehrgeizige Koalition könnte diesen Prozess beschleunigen. EurActiv Frankreich berichtet.

Als sich 165 Staats- und Umweltminister am 22. April in New York für die offizielle Unterzeichnung des Pariser Abkommens trafen, warf die Uneinigkeit der Europäischen Union ihre innere Spaltung zu überwinden, ein schales Licht auf das von ihr selbstgewählte Image  als Anführer für den Klimaschutz.

Denn obwohl der Vizepräsident der EU-Kommission für Energie Maroš Šef?ovi? symbolisch seine Unterschrift im Auftrag der Europäischen Union unter die Vereinbarung setzte, ist er nicht in der Lage,  das COP-21 Abkommen offiziell zu ratifizieren.

Die EU hatte sich verpflichtet, bis zum Jahr 2030 die Emissionen um 40 Prozent zu reduzieren – wie sie aber dieses Ziel erreichen will, liess sie bisher offen.  Der Grund: Die 28 Länder konnten sich bis heute nicht darauf einigen, wie diese Verpflichtung unter ihnen aufgeteilt werden soll.

 

Ein Gefangenendilemma im Osten 

„Wir haben uns davon überzeugt, dass wir in Europa Marktführer im Klimaschutz sind … aber wir könnten bald von anderen überholt werden. Wir müssen wirklich vorsichtig sein und keine Zeit verlieren“, so Teresa Ribera, Direktorin des Instituts für Nachhaltige Entwicklung und Internationale Beziehungen (IDDRI) während einer Konferenz über die Klimaverhandlungen am 18. April.

Die Französin Laurence Tubiana, eine der führenden Klima-Verhandler und Mit-Architektin des Pariser Abkommens, sieht in der zweideutigen Position der EU eine echte Herausforderung – und nicht nur für Europa. „Diese Situation ist ein Gefangenendilemma“, so die Spezialistin. Dabei würden alle EU-Länder von einer engeren Zusammenarbeit profitieren, aber nur, wenn sie alle bereit sind, zusammen zu arbeiten.

Einige Länder denken, vor allem in Osteuropa, sie gewinnen mehr, wenn sie abwarten und stattdessen ihre Partner ermutigen, die notwendigen  Emissionsminderung durchzuführen, während sie selbst keine ernsthaften Angebote dafür anbieten.

„Aber um das Abkommen ratifizieren zu können, brauchen wir eine globale Strategie. Auch, wenn 2030 noch weit entfernt scheint, wir müssen jetzt beginnen zu handeln“, so Tubiana.

Jetzt hat die Europäische Kommission beschlossen, dem Europäischen Rat noch vor dem Sommer zwei Vorschläge zu präsentieren: einen zur Ratifizierung des Pariser Abkommens; einen anderen über die Verteilung der Anstrengungen zum Klimaschutz bis 2030 „Die beiden Vorschläge müssen“, laut Kommission, „gemeinsam angenommen werden“.

Organisationen und Verbände fürchten, das könnte die geplante Klimapolitik der EU weiter verzögern. Eine Gruppe französischer NGOs, darunter der WWF, haben Frankreich aufgefordert, eine führende Rolle in der europäischen Klimapolitik zu spielen.

„Wir müssen das Versprechen von François Hollande mit Leben erfüllen. Er hat sich verpflichtet, die Kräfte mit allen Ländern zu bündeln, die sich bereit erklärt haben, die Verpflichtungen des Klima-Abkommens einzuhalten und darüber hinaus zu gehen. Sonst wird sich bis 2025 nichts ändern. Frankreich, Deutschland und Großbritannien, die für etwa die Hälfte der europäischen Emissionen verantwortlich sind, könnten sich mit den skandinavischen Ländern zusammentun und die Zielvorgaben für ihren Anteil an der Reduzierung sogar erhöhen“, so Pascal Canfin, Leiter des WWF Frankreich und ehemaliger französischer Staatsminister für Entwicklung.

Nach Angaben von Friends of the Earth, würden die aktuellen Emissionsreduktionsziele der EU zu einem Temperaturanstieg auf der Erde von 2 bis 2,4 Grad Celsius bis zum Ende des Jahrhunderts führen, obwohl das Pariser Abkommen einen Temperaturanstieg von nur 1,5 Grad Celsius vorsieht.

Ecofys, ein Breatungsunternehmen für nachhaltige Energie, weist auf die geringe Beachtung der Energieeffizienz bei den Bemühungen zur Reduzierung Emissionen hin. Wenn die EU ihr Ziel in Übereinstimmung mit dem im Pariser Abkommen vorgesehenen Temperaturanstieg von 1,5 Grad Celsius erreichen und die CO2-Emissionen bis 2030 um die Hälfte senken will,  dann ist die Verbesserung der Energieeffizienz von wesentlicher Bedeutung.

Ein kontroverser Carbon-Preiskorridor 

Doch mangelnder Ehrgeiz ist nicht das einzige Problem. Auch die Methoden, mit denen Maßnahmen umgesetzt werden sollen, sind umstritten. Unter Führung Frankreichs wurde am Donnerstag (21. April) die Carbon Pricing Leadership Coalition (CPLP)  gegründet, eine Organisation zur Festlegung von Mindest- und Höchstpreisen für den Austausch von Kohlenstoff-Quoten. Doch bereits während einer Anhörung im Europäischen Parlament am Montag (18. April) hatte sich Klimakommissar Miguel Arias Cañete gegen den französischen Vorschlag einer Kohlenstoff-Marktreform ausgesprochen.

Dennoch behart Paris auf der Idee von einer Kohlenstoff-Preisgestaltung: Ségolène Royal, die französische Umwelt-Ministerin, hat Pascal Canfin, Präsident des französischen Energieunternehmens Engie und dessen CEO, Gérard Mestrallet, damit beauftragt, die Möglichkeiten für entsprechende Maßnahmen  zu prüfen.

Ein Ziel des von Frankreich geplanten Kohlenstoff-Preiskorridors ist, die Kohlenstoffmärkte transparenter und nachvollziehbarer zu machen. Bisherige Projektionen, die auf Prognosen der Industrieemissionen und dem Preis von Kohlenstoff basieren, sind bislang nie genau gewesen. Der Preis für CO2-Quoten auf dem Emissionshandelssystem der EU (ETS) zum Beispiel ist von 30 Euro auf 5 Euro pro Tonne gefallen – eine Entwicklung, die niemand vorgesehen hatte.

Diese Situation hat dazu geführt, dass die industrielle CO2-Emittenten inzwischen aufgrund der niedrigen Kosten der Kohlendioxidemissionen den ökonomischen Nutzen aller kohlenstoffarmen Investitionen in Frage stellen.

Hintergrund

Im Übereinkommen von Paris wurde ein globaler Aktionsplan vereinbart, der vorsieht, den Anstieg der Erdtemperatur deutlich unter 2 °C zu halten und Anstrengungen zu unternehmen, um den Temperaturanstieg weiter auf 1,5 °C über dem vorindustriellen Niveau zu begrenzen. Das Übereinkommen zielt außerdem darauf ab, Länder so zu stärken, dass sie die Auswirkungen des Klimawandels besser bewältigen können.

Das Übereinkommen tritt in Kraft, sobald es von mindestens 55 Vertragsparteien ratifiziert wurde, auf die mindestens 55 % der weltweiten Treibhausgasemissionen entfallen. Für die Europäische Union setzt dies nicht nur ein Legislativverfahren auf EU-Ebene und dabei unter anderem die Zustimmung des Europäischen Parlaments, sondern auch die Ratifizierung in jedem der 28 Mitgliedstaaten voraus.

Im März 2016 legte die Kommission eine Bewertung der Folgen des Übereinkommens von Paris für die Europäische Union vor. In den Schlussfolgerungen vom 18. März 2016 rief der Europäische Rat die Mitgliedstaaten dazu auf, das Übereinkommen von Paris zu unterzeichnen und so bald wie möglich zu ratifizieren. Der Rat ersuchte die Kommission, zügig alle noch ausstehenden wichtigen Legislativvorschläge zur Umsetzung des energie- und klimapolitischen Rahmens bis 2030 zu unterbreiten, mit dem die EU ihre Zusage unterstreicht, die EU-internen Treibhausgasemissionen zu reduzieren, den Anteil an erneuerbaren Energien zu erhöhen und die Energieeffizienz zu verbessern, wie es der Europäische Rat im Oktober 2014 beschlossen hat.

Vor diesem Hintergrund wird die Kommission unter Berücksichtigung der Schlussfolgerungen des Europäischen Rats vom Oktober 2014 in den kommenden zwölf Monaten Vorschläge vorlegen für einen Beschluss über die Lastenteilung in den nicht unter das EU-Emissionshandelssystem fallenden Sektoren und über Landnutzung, Landnutzungsänderungen und Forstwirtschaft (LULUCF), für Rechtsvorschriften zur Einrichtung eines zuverlässigen, transparenten klima- und energiepolitischen Verwaltungsrahmens für die Zeit nach 2020 und für die politischen Maßnahmen für die Anpassung des Rechtsrahmens der EU, die erforderlich sind, um der Energieeffizienz Priorität einzuräumen und die Rolle der EU als weltweiter Vorreiter auf dem Gebiet der erneuerbaren Energien zu fördern. Aline Robert, EurActiv.fr 25

 

 

 

 

„Pressefreiheit: Die Lage ist viel schlimmer“

 

Christian Mihr von Reporter ohne Grenzen über Repressionen gegen Journalisten.

 

Die neue Rangliste der Pressefreiheit 2016 zeichnet ein düsteres Bild. In allen Weltregionen sind im Jahr 2015 die Freiräume zurückgegangen. Ist das nur eine Verstetigung eines bereits bestehenden Trends?

Unsere jährliche Rangliste der Pressefreiheit vergleicht in erster Linie den Zustand der Pressefreiheit in den verschiedenen Staaten miteinander. Insofern zeigt er vor allem, ob sich die Lage in den einzelnen Ländern im Verhältnis zu Ländern mit einer ähnlichen Ausgangslage verbessert oder verschlechtert hat. Da spielen ja sehr viele Entwicklungen in den derzeit 180 bewerteten Staaten hinein: zum Beispiel Änderungen in der Gesetzgebung, in der Rechtspraxis, in den Rahmenbedingungen für Medienunternehmen und natürlich Fragen der Sicherheit für Journalisten.

Seit 2013 errechnen wir aus den Daten der Rangliste allerdings auch einen Indikator für den weltweiten Stand der Pressefreiheit. Und der zeigt tatsächlich eine eindeutige Verschlechterung – allein seit dem vergangenen Jahr um 3,7 Prozent und seit 2013 um insgesamt 13,6 Prozent. Am deutlichsten ist der Rückgang beim Teilindikator für die Produktionsmittel von Medien. Einige Regierungen schrecken nicht vor Blockaden des Internets oder der Zerstörung von Redaktionsräumen, Sendetechnik oder Druckpressen zurück, um unliebsame Berichterstattung zu unterbinden. Auch die gesetzlichen Rahmenbedingungen haben sich weltweit gesehen verschlechtert. Dies spiegeln die vielen Gesetze wider, die Präsidentenbeleidigung, Blasphemie oder Unterstützung des Terrorismus unter Strafe stellen und damit in einigen Ländern zu zunehmender Selbstzensur beitragen.

Ein Grund für die Verschlechterung sind die zunehmend autokratischen Tendenzen in einigen Ländern und die vielen Bürgerkriege. Besteht da immer ein direkter Zusammenhang: Also alle autoritären Regime handeln repressiv und in allen Bürgerkriegen werden Reporterinnen und Reporter ermordet?

Einerseits kann man das wohl tatsächlich so sagen. Unser altes Motto lautet ja „Keine Freiheit ohne Pressefreiheit“, und das lässt sich immer wieder sehr anschaulich beobachten. Wo Regierungen einen autoritären Weg einschlagen wie derzeit etwa in Ägypten, Russland oder der Türkei, da werden unabhängige Journalisten als Störenfriede oder Verräter behandelt. Präsidenten wie Abdelfattah al-Sisi, Wladimir Putin oder Recep Tayyip Erdogan reagieren sehr empfindlich darauf, wenn kritische Kommentatorinnen oder hartnäckige Rechercheure an ihrer Fassade als stets erfolgreiche, allseits beliebte Staatsmänner kratzen. Im Fall der Türkei erfahren die ständig neuen Auswüchse dieser repressiven Grundhaltung derzeit ja viel Aufmerksamkeit, aber in Ägypten zum Beispiel ist die Lage noch viel schlimmer. Und in Kriegen stellt sich die Frage der Repressionen natürlich noch viel schärfer – zumal dann, wenn sich die Kriegsparteien wie in Libyen oder Syrien nicht um das Völkerrecht scheren und Journalisten im Zweifelsfall als lästig oder als Faustpfand für internationale Aufmerksamkeit betrachten.

Andererseits darf man nicht automatisch den Umkehrschluss ziehen, dass demokratische Regierungen vor repressiven Tendenzen gefeit seien. In Japan zum Beispiel ist die Regierung erschreckend effektiv darin, Journalistinnen und Journalisten an der kurzen Leine zu halten und auf vielerlei Weise zu disziplinieren. In jüngster Zeit hat dort unter anderem ein sehr weitreichendes Geheimschutzgesetz, das nicht zuletzt die Atomindustrie vor kritischen Nachfragen schützen soll, der Tendenz zur Selbstzensur neuen Vorschub geleistet. Und die USA gehen unter Präsident Barack Obama mit ungekannter Härte juristisch gegen investigativ arbeitende Journalisten und deren Informanten vor.

Deutschland hat sich von Rang 12 auf Rang 16 verschlechtert. Wie ist das zu erklären?

Deutschlands aktuelle Verschlechterung ist ganz klar auf die erschreckend gestiegene Zahl von gewaltsamen Übergriffen auf Journalisten, aber auch von Anfeindungen und Drohungen zurückzuführen – vor allem bei den Pegida-Demonstrationen und ihren Ablegern, aber auch bei rechtsextremistischen Aufmärschen und gelegentlich bei Gegenkundgebungen. Dass in manchen Städten regelmäßig Hunderte, manchmal Tausende Menschen „Lügenpresse“ skandieren, fassen manche Menschen offenkundig als unmittelbare Aufforderung zum Handeln auf.

Sorge bereiten uns aber auch Entwicklungen wie die Wiedereinführung der Vorratsdatenspeicherung und die immer neuen Erkenntnisse über geheimdienstliche Überwachung, die die Vertraulichkeit journalistischer Recherchen ganz grundsätzlich in Frage stellen. Deshalb haben wir im vergangenen Jahr gegen den Bundesnachrichtendienst geklagt und sind nun sehr gespannt auf die Reaktion der Justiz.

Eine Gefahr für die Pressefreiheit ist auch der im Gesetz neu eingeführte Straftatbestand der Datenhehlerei, also die Beschaffung, Überlassung oder Verbreitung nicht allgemein zugänglicher Daten. Durch diesen neuen Paragrafen ist unklar, ob sich schon strafbar macht, wer Daten, die er von einem Whistleblower erhalten hat, vertraulich an Experten zur Prüfung weitergibt.

Die Türkei steht dieses Jahr auf Rang 151 von 180 Staaten. Damit ist das Land in punkto Pressefreiheit weit entfernt von den Staaten der Europäischen Union. Was sind hierfür die Gründe und war es in der Vergangenheit schon einmal wesentlich besser?

In der Türkei wurden im vergangenen Jahr wiederholt Nachrichtensperren verhängt, Anhänger der Regierungspartei AKP haben Redaktionen überfallen, die Justiz hat unabhängige Medien unter staatliche Zwangsverwaltung gestellt. Eine ganze Reihe ausländischer Reporter wurde kurzzeitig festgenommen, eine niederländische Journalistin nach jahrelangem Aufenthalt in der Türkei abgeschoben. Ein irakischer Mitarbeiter des Magazins Vice verbrachte gut vier Monate im Gefängnis. Besonders gravierend ist auch der Fall des Chefredakteurs der unabhängigen Zeitung Cumhuriyet, Can Dündar, der zusammen mit seinem Hauptstadtbüroleiter Erdem Gül drei Monate in Untersuchungshaft saß, bis das Verfassungsgericht einschritt. Und seit dem Wiederaufflammen des Kurdenkonflikts sind bestimmte Themen plötzlich wieder mit Tabus belegt. Nicht vergessen sollte man auch die Mordanschläge auf mehrere syrische Medienaktivisten, die in der Türkei eigentlich auf Sicherheit vor ihren islamistischen Verfolgern gehofft hatten.

Welche Entwicklung schätzen Sie als bedrohlicher ein: die Zunahme religiös eingefärbter, medienfeindlicher Ideologien oder die Oligarchisierung der Medien?

So unterschiedliche Faktoren lassen sich schlecht gegeneinander aufrechnen, aber beide spielen eine Rolle. Medienfeindliche Ideologien spielen ja nicht nur im Einflussbereich des „Islamischen Staates“ in Syrien und dem Irak eine Rolle, sondern zum Beispiel auch in Bangladesch. Dort haben mutmaßliche Islamisten seit Anfang 2015 fünf liberale Blogger ermordet – und der Regierung fiel nichts Besseres ein, als ihnen zur Selbstzensur zu raten. Um solcher Gewalt etwas entgegenzusetzen, betreiben wir derzeit weltweit Lobbyarbeit für einen neuen UN-Sonderbeauftragten: Er oder sie soll direkt beim UN-Generalsekretär angesiedelt sein, Angriffe auf Journalistinnen und Journalisten dokumentieren und – das ist das Wichtigste – unabhängig ermitteln können.

Was Sie als „Oligarchisierung“ bezeichnen, spielt natürlich auf einer ganz anderen Ebene, untergräbt auf seine Weise aber ebenfalls die Grundlagen einer unabhängigen Medienlandschaft: dass nämlich immer mehr wichtige Medien von Großunternehmern kontrolliert werden, die ihr Geld vor allem in anderen Branchen verdienen, weshalb eine allzu kritische Berichterstattung schnell in Konflikt mit ihren sonstigen Geschäftsinteressen geraten kann. Diese Tendenz beobachten wir zum Beispiel in so unterschiedlichen Ländern wie Frankreich und der Ukraine – oder auch in Kolumbien, wo glaubwürdige, unabhängige Medien momentan für den politischen Friedensprozess dringend benötigt würden.

Gibt es auch etwas Positives zu berichten?

Der größte Lichtblick in der diesjährigen Rangliste der Pressefreiheit ist Tunesien, das sich um 30 Plätze verbessert hat. Dort tragen die seit dem Umsturz von 2011 mühsam, aber beharrlich vorangetriebenen Medienreformen allmählich Früchte. 2015 gab es zum Beispiel keine willkürlichen Festnahmen und keine Prozesse gegen Journalisten. Allerdings werden allzu kritische Reporter immer noch von den Behörden drangsaliert und müssen mit Verleumdungsklagen rechnen.

Deutlich entspannt hat sich auch die Lage in der Ukraine, wo 2014 die Gewalt gegen Journalistinnen und Journalisten – einschließlich vieler Entführungen und mehrerer Todesfälle – in die Höhe schoss und mittlerweile wieder stark zurückgegangen ist. Zumindest gilt das in den Gebieten, die von der Regierung in Kiew kontrolliert werden. Die übermächtige Rolle der Oligarchen für die Medienlandschaft und der Informationskrieg mit Russland stellen aber weiterhin erhebliche Probleme für eine unabhängige Berichterstattung dar. Diese beiden Beispiele zeigen auch, dass Verbesserungen in der Rangliste der Pressefreiheit sehr relativ sein können. Die Ukraine zum Beispiel hat mit Rang 107 von 180 Ländern zwar 22 Plätze besser abgeschnitten als noch vor einem Jahr, aber das ist natürlich immer noch weit entfernt von einer zufriedenstellenden Situation.

Näheres zur Rangliste hier. Fragen stellte Anja Papenfuß.

Christian Mihr  IPG 25

 

 

 

Islam und Deutschland. Bei den Muslimen geht der Staat einen Sonderweg

 

Der Islam gehört zu Deutschland – oder auch nicht? Während auf der politischen Bühne immer noch über einen Satz gestritten wird, kommt der Islam im Alltag längst in Deutschland an. Von Corinna Buschow

 

Gehört der Islam zu Deutschland? Auch knapp sechs Jahre nach der aufsehenerregende Rede des damaligen Bundespräsidenten Christian Wulff wird in Deutschland über diesen Satz gestritten. Es sei die „religionspolitische Gretchenfrage“, sagte kürzlich die Vorsitzende des Sachverständigenrats deutscher Stiftungen für Integration und Migration, Christine Langenfeld. Nein antworten darauf die einen, die Geschichte und Tradition Europas auf vor allem jüdischen und christlichen Einflüssen begründet sehen. Besonders kämpferisch mit dieser Haltung gab sich am Wochenende die AfD auf ihrem Parteitag, als sie im Parteiprogramm für sich beschloss: „Der Islam gehört nicht zu Deutschland.“

Mit Ja antworten hingegen andere auf die Frage, die argumentieren, mit den in Deutschland lebenden Muslimen gehöre auch deren Religion zwangsläufig dazu. Diesem Pragmatismus folgte 2006 der damalige Bundesinnenminister Wolfgang Schäuble (CDU), als er die Deutsche Islamkonferenz ins Leben rief. Erstmals verhandelten Repräsentanten des Staates mit Vertretern der Muslime in Deutschland über die Frage, wie sie gleiche Rechte wie etwa die Kirchen erlangen können. Es geht dort zum Beispiel um Religionsunterricht, Seelsorge in Institutionen oder einen eigenen Wohlfahrtsverband.

Die Islamkonferenz wird in diesem Jahr zehn Jahre alt. Einiges ist erreicht worden, das belegt, wie der Islam inzwischen konkret im Alltag dazugehört. Über neue Modelle wurde in einigen Bundesländern islamischer Religionsunterricht etabliert. An fünf Universitäten gibt es Lehrstühle für islamische Theologie, an denen Pädagogen und Imame ausgebildet werden sollen. Erste Gremien öffentlich-rechtlicher Rundfunkanstalten haben inzwischen auch Plätze an muslimische Verbände gegeben, darunter Radio Bremen, der SWR und das ZDF. Aktuelles Thema der Islamkonferenz ist, wie muslimische Seelsorge analog zu anderen Religionen in Krankenhäusern, der Bundeswehr und in Gefängnissen gewährleistet werden kann.

Mit all diesen Regelungen geht der Staat bei den Muslimen einen Sonderweg. Evangelische und katholische Kirche sowie der Zentralrat der Juden profitieren von den Rechten automatisch, weil sie als Körperschaften des öffentlichen Rechts anerkannt sind. Bei den Islamverbänden gestaltet sich dieser grundlegende Rechtsakt von Beginn an als problematisch: Die Gemeinden führen keine genauen Mitgliederlisten und die Verbände repräsentieren jeweils nur einen Teil der Muslime in Deutschland.

Die Voraussetzungen einer Anerkennung als Körperschaft werden daher von der Politik als nicht erfüllt angesehen. Dennoch gibt es erste Modelle für eine weitestgehende Gleichstellung mit den Kirchen: Hamburg und Bremen haben mit Vertretern der Muslime Staatsverträge über Regelungen für Feiertage, Religionsunterricht, Bestattungen und den Bau von Gebetshäusern abgeschlossen.

Als Teil der religiösen Landschaft haben auch die Kirchen den Islam als Teil des Landes akzeptiert. So treffen sich seit vielen Jahren beispielweise regelmäßig Spitzenvertreter der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD) und des Koordinationsrats der Muslime zum interreligiösen Dialog. In Berlin plant eine evangelische Gemeinde gemeinsam mit Vertretern aus Judentum und Islam ein gemeinsames Gebetshaus unter dem Namen „House of one„. Durch diesen Kontakt sieht der Ratsvorsitzende der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD), Heinrich Bedford-Strohm, ein Mittel gegen die Wirksamkeit der Thesen der AfD, die den Islam möglichst weit aus der Gesellschaft ausschließen will. Diese Sprüche hätten keinen Bestand mehr, „wenn sich die Menschen persönlich begegnen“, sagte der bayerische Landesbischof am Montag dem NDR.

(epd/mig 3)

 

 

 

 

Das Gespenst Hybrider Krieg  

 

Russland hat keine Doktrin für eine hybride Kriegsführung.

 

Nach der russischen Invasion auf der Krim und der Unterstützung Moskaus für die Aufstandsbewegung in der Ost-Ukraine ist der Begriff „hybride Kriegsführung“ in aller Munde. Sie gilt als neue russische Bedrohung für die europäische Sicherheit. Das Konzept selbst – eine Mischung aus herkömmlichen und unkonventionellen Taktiken zur Erreichung politisch-militärischer Ziele – ist nicht neu. Aber der Begriff war nie zuvor so häufig zu lesen und zu hören, wie in der westlichen Analyse des russischen Vorgehens der letzten beiden Jahre. Im gleichen Zeitraum haben sich auch russische Militärstrategen ausführlich über diese Art der Kriegsführung ausgelassen. Die den beiden Standpunkten zugrundeliegenden Annahmen sind allerdings gleichermaßen verfehlt.

Die russischen Strategen verweisen mit dem Begriff „hybrider Krieg“ auf vermeintliche US-Bemühungen, ihnen nicht wohlgesonnene Regierungen zu schwächen und letztendlich zu stürzen. Russischen Publikationen zufolge waren es die USA, die Ende 2013 erfolgreich einen Hybrid-Krieg in der Ukraine anzettelten, um dort die Regierung durch ein Marionettenregime zu ersetzen. Einer der Autoren definiert das Konzept folgendermaßen:

„Das wichtigste Mittel der hybriden Kriegsführung ist die berühmte ›fünfte Säule‹ – einflussreiche, von einem Gegner gesteuerte Stellvertreter […] Dazu gehört auch die Legitimierung politischer Kräfte, die sich gegen die eigene Staatsführung wenden […] Die rechtmäßigen Aktionen der staatlichen Behörden zur Wiederherstellung der Ordnung werden als Menschenrechtsverletzungen und Unterdrückung der Zivilbevölkerung verdammt. Das heißt, dass in diesem Kampf um die Macht diejenigen legitimiert werden, die unter dem Einfluss der Aggressoren stehen, während die bestehende Herrschaft zum Unrechtssystem erklärt und verteufelt wird.“

Die russischen Strategen kommen zu dem Schluss, dass der Einsatz der hybriden Kriegsführung durch die USA in der Ukraine eine Probe für eine analoge Operation in Russland sei und warnen vor der „zunehmenden Wahrscheinlichkeit von hybriden Operationen auf russischem Boden“.

Die westliche Politik bezeichnet diese Behauptung entweder als absurdes Geschwätz oder als hinterhältige (und heuchlerische) Manipulation. Bei genauerem Hinsehen ist aber auch die westliche Analyse der russischen hybriden Kriegsführung nicht weniger aus der Luft gegriffen. Im März 2015 äußerte NATO-Generalsekretär Jens Stoltenberg:

„Unser umfassender Ansatz enthält auch hybride Elemente. Wir setzen eine Mischung aus militärischen und nichtmilitärischen Mitteln ein, um Länder zu stabilisieren. Andere tun das, um sie zu destabilisieren. […] Deshalb muss die NATO bereit sein, auf diese neue Realität reagieren zu können. Und das bedeutet, dass wir auf eine hybride Kriegsführung vorbereitet sein müssen; wir müssen sie vereiteln und uns gegen sie verteidigen können.“

Die westliche Analyse vermittelt den Eindruck, als führe Russland bereits einen Hybrid-Krieg gegen den Westen. Auch hat das Herausstellen des angeblichen Erfolgs der russischen hybriden Kriegsführung in der Ukraine zu der Annahme geführt, sie sei in Russland zur Doktrin geworden und könne auch gegen NATO-Staaten angewendet werden. Diese Sichtweise verkennt jedoch Schlüsselaspekte der Ukraine-Operation.

Die russischen Aktionen in der Ukraine weisen durchaus wichtige neue Entwicklungen auf. Sie beruhen auf Subversion, Cyberangriffen, Stellvertretern sowie konventionellen militärischen Interventionen und Übungen zur Abschreckung. Schon im Georgienkrieg von 2008 erprobte Moskau einen integrierten Ansatz – mit durchwachsenem Erfolg. Der relative Erfolg in der Ukraine ist auf eine militärische Modernisierung zurückzuführen, die Russland erst nach Georgien auf den Weg brachte.

Aber das bedeutet keineswegs, dass Moskau die hybride Kriegsführung zur Doktrin erklärt hat, die wirksam gegen die NATO eingesetzt werden könnte. Einige Experten meinten, aus einem von Generalstabchef Valerij Gerassimow Anfang 2013 verfassten Artikel eine solche Doktrin herauslesen zu können. Einer der Beobachter leitete daraus sogar eine „Gerassimow-Doktrin“ ab, die angeblich die Grundlage der russischen hybriden Kriegsführung ist. Allerdings beschreibt Gerassimow in seinem Artikel tatsächlich das, was er für die neue US-Kriegsführung hält, und keine neue russische Doktrin.

Nichts weist auf eine Doktrin hin. Zum einen verfolgte Russland in der Ost-Ukraine ein spezifisches und eingegrenztes Ziel: zu verhindern, dass die nach den Ereignissen vom Maidan an die Macht gelangte Regierung ihren Einflussbereich in Teilen der Regionen Donezk und Luhansk etabliert beziehungsweise wiederherstellt. Zum anderen erleichterten die Rahmenbedingungen in der Ostukraine es Moskau, seine Ziele zu verfolgen. Der Donbass teilt mit Russland nicht nur eine gemeinsame Sprache, sondern auch historische und kulturelle Traditionen. Die neue ukrainische Regierung stieß hier von Anfang an auf weitverbreitete Abneigung. Kurz gesagt ist die Ostukraine möglicherweise der einzige Ort außerhalb der russischen Grenzen, an dem Moskau eine Aufstandsbewegung aufrechterhalten kann.

Aber trotz der für Russland günstigen Rahmenbedingungen hätte es ausschließlich mit Hybridtaktiken keinen Erfolg erzielen können. Im August 2014 standen die von Russland unterstützten Separatisten am Rand einer Niederlage. Sie waren dem ukrainischen Militär weit unterlegen. Als sich die Streitkräfte Kiews vom anfänglichen Schock über die Aggression und Invasion erholt hatten, umzingelten sie nach und nach die Hochburgen der Rebellen und konnten strategisch wichtige Städte und Dörfer zurückgewinnen. Trotz der massiven Truppenkontingente gleich hinter der Grenze, der Cyberoperationen, der Unterstützung durch Spezialeinheiten, der ständigen Nachschublieferungen, der konstanten Propaganda, der Überlegenheit im Luftraum und ähnlicher Dinge hätten die Rebellen, und damit auch Russland, den Krieg verloren. In dem Moment griff allerdings das reguläre russische Militär auf ganz altmodische Weise mit nicht-hybrider Kriegsführung ein und zwang die ukrainischen Truppen mit Artillerie-Sperrfeuer zum Rückzug.

Deshalb ist die Operation der Russen in der Ukraine nicht als Schablone für mögliche Konflikte mit der NATO zu sehen. Auch in den wenigen Zusammenhängen, in denen die hybriden Operationen theoretisch wiederholbar wären (angesichts des großen Anteils an russischsprachigen Nicht-Staatsbürgern in ihren Bevölkerungen werden hier Estland und Lettland häufig genannt), wäre es nur eine Frage der Zeit, bevor die russische uniformierte Armee in den Konflikt hineingezogen würde.

Westliche Experten denken häufig, dass Russland versuchen würde, mit hybriden Taktiken innerhalb der NATO Unfrieden zu stiften: Keile zwischen die Verbündeten zu treiben über die Frage, was eigentlich passiert und wie darauf zu reagieren ist, und damit die Allianz politisch zu spalten, ohne auch nur einen Schuss abzufeuern. In diesem Szenario spiegeln sich zwar die wohlbegründeten Zweifel am Zusammenhalt der Allianz wider, aber nicht die Realität der russischen Strategie. Zudem lässt alles, was wir über das russische militärische Denken wissen, darauf schließen, dass ein Hybrid-Krieg mit der NATO aus der Warte Moskaus strategisch keinen Sinn ergeben würde. Denn die größte Bedrohung für das russische Militär ist die mögliche Stationierung von US-Streitkräften und hochwertigen Waffensystemen im Baltikum. Eine hybride Operation von den Russen würde den USA mehr als genug Zeit dafür einräumen. Bis die „kleinen grünen Männchen“ die russischsprachige estnische Grenzstadt Narva eingenommen hätten, könnte die 101. Airborn Division schon längst in Tallinn landen und eine US-Flugzeugträgergruppe sich auf den Weg zum Finnischen Meerbusen machen.

In einem kürzlich erschienen Bericht des NATO Defense College heißt es: „Die verschiedenen diplomatischen, wirtschaftlichen, militärischen und subversiven Maßnahmen, die Russland seit einiger Zeit im Baltikum und zunehmend auch auf dem Balkan sowie am Schwarzen Meer und im Mittelmeerraum einsetzt, könnten als Elemente eines bereits begonnen und auf lange Zeit angelegten Feldzugs interpretiert werden.“ Damit setzt der Autor Dave Johnson gängige Taktiken zur Gewinnung von Einfluss mit Subversion gleich, die eine Bedrohung für die nationale Sicherheit darstellt. Es besteht allerdings ein gewaltiger Unterschied zwischen Bemühungen, eine Bevölkerung gegen seine Regierung aufzubringen, und dem Einsatz normaler Mittel der Staatskunst zur Gewinnung von Einfluss. Ersteres wäre natürlich ein echtes Problem für die NATO, aber zum Glück passiert in keinem Mitgliedstaat heute auch nur annähernd so etwas wie in der Ostukraine. Bei allen anderen unliebsamen Aktivitäten Russlands innerhalb von NATO- und EU-Mitgliedstaaten, wie etwa der Finanzierung politischer Parteien oder der Herausgabe von Medien in der jeweiligen Landessprache, kann keine Rede sein von „hybrid“, ganz zu schweigen von „Krieg“. Schließlich haben westliche Länder viele dieser Dinge auch jahrelang in Russland betrieben. Und niemand erachtete derartige Aktivitäten als „Elemente eines bereits begonnen und auf lange Zeit angelegten Feldzugs“.

Der Autor bedankt sich bei John Drennan für die Unterstützung bei den Recherchen. Samuel Charap  IPG 25

 

 

 

 

Ungleichheit. Das deutsche Rentensystem ist nicht einwandererfreundlich

 

Männliche Einwanderer verfügen in den meisten westeuropäischen Ländern über deutlich geringere Renteneinkommen als Einheimische. Dabei spielt das Rentensystem eine entscheidende Rolle. Von Jan Paul Heisig - Von Jan Paul Heisig

 

Wer im Ausland geboren ist, hat seltener einen Job als Einheimische. Und wenn er erwerbstätig ist, verdient er weniger – selbst bei vergleichbarer Ausbildung und Berufserfahrung. Diese Benachteiligung von Einwanderern auf dem Arbeitsmarkt ist in vielen Studien dokumentiert. Da die ersten großen Einwanderungswellen der Nachkriegszeit nach Deutschland und in andere europäische Länder inzwischen 40 bis 50 Jahre zurückliegen, stellt sich zunehmend eine weitere Frage: Wie ist es um die finanzielle Lage von Einwanderern nach dem Ende des Erwerbslebens bestellt?

Bisher gibt es hierzu nur wenige Studien. Diese zeigen ausnahmslos, dass Einwanderer auch im Rentenalter finanziell schlechtergestellt sind als Einheimische. Das Ausmaß der Unterschiede fällt aber je nach Land und Studie sehr unterschiedlich aus. Für Deutschland haben Tatjana Mika und Ingrid Tucci ermittelt, dass die Altersrenten von Staatsangehörigen der Türkei und der Nachfolgestaaten Jugoslawiens im Jahr 2003 durchschnittlich knapp 20 Prozent niedriger waren als die deutscher Staatsangehöriger. Für Kanada – ein Land, dessen Einwanderungspolitik oft als Positivbeispiel herangezogen wird – ergaben Analysen von Patrik Marier und Suzanne Skinner für 2004 bei den Männern in der Altersgruppe 65+ einen Einkommensunterschied von beinahe 50 Prozent.

„Ein erstes klares Ergebnis unserer Studie ist, dass Einwanderer in fast allen der sechzehn untersuchten Länder über deutlich geringere Renteneinkommen verfügen.“

Aufgrund unterschiedlicher Einkommensbegriffe, Altersbegrenzungen und Definitionen der Gruppe der Einwanderer sind diese Ergebnisse kaum miteinander vergleichbar. Damit ist auch schwer zu bestimmen, inwieweit institutionelle Rahmenbedingungen die Einkommensnachteile älterer Migranten beeinflussen. Welche Rolle spielt der Zugang zu Sozialleistungen? Hat die Art des Rentensystems einen Einfluss auf die Renteneinkommen von Einwanderern? Oder ist die Einwanderungspolitik entscheidend?

Um diese Fragen zu untersuchen, habe ich zusammen mit Bram Lancee (Universität Utrecht) und Jonas Radl (Universität Carlos III Madrid) Daten der European Union Statistics on Income and Living Conditions (EU-SILC) für die Jahre 2004 bis 2012 ausgewertet. Unsere Studie legt erstmals international vergleichbare Daten zur finanziellen Lage älterer Einwanderer vor. Dabei konzentrieren wir uns auf Männer, die 65 Jahre oder älter sind und in Ländern geboren wurden, die nicht der EU angehören. Eine weitere Differenzierung nach Herkunftsländern ist aus Gründen des Datenschutzes nicht möglich. Leider können wir im Falle der deutschen Daten aufgrund strenger Datenschutzrichtlinien nicht einmal zwischen Einwanderern aus EU- und Nicht-EU-Ländern unterscheiden. Deutschland gehört deshalb nicht zu den insgesamt 16 westeuropäischen Ländern, die wir betrachten. Im Folgenden wage ich dennoch einige Vermutungen über die Auswirkungen des deutschen Rentensystems.

Im Mittelpunkt unserer Analysen steht die „Renteneinkommenslücke“ zwischen Einwanderern und Einheimischen, also der relative Unterschied im Alterseinkommen, das Rentenzahlungen aus staatlicher und betrieblicher Altersvorsorge beinhaltet (die Ergebnisse fallen ähnlich aus, wenn wir zusätzlich Leistungen aus der privaten Altersvorsorge, Kapitaleinkommen und bedarfsgeprüfte Leistungen berücksichtigen).

Ein erstes klares Ergebnis unserer Studie ist, dass Einwanderer in fast allen der sechzehn untersuchten Länder über deutlich geringere Renteneinkommen verfügen. Das Renteneinkommen der Einwanderer ist im Mittel um 20 Prozent niedriger als das der Einheimischen. Wenn sie um Unterschiede im Bildungsniveau und im sozioökonomischen Status der letzten beruflichen Tätigkeit bereinigt wird, fällt die Renteneinkommenslücke tendenziell noch größer aus: Im Durchschnitt liegt sie dann bei circa 26 Prozent. Dies liegt daran, dass ältere Einwanderer in vielen Ländern tendenziell besser ausgebildet sind als die einheimischen Männer.

„Das deutsche Rentensystem erscheint vor diesem Hintergrund als vergleichsweise wenig einwandererfreundlich.“

Besonders ausgeprägt ist dieses Muster in den südeuropäischen Ländern, wo das Ausbildungsniveau der Einheimischen in der betrachteten Altersgruppe wegen der spät erfolgten Bildungsexpansion oft noch sehr niedrig ist. So haben in Portugal über 80 Prozent der einheimischen Männer über 65 keinen höheren Sekundarabschluss (was in Deutschland dem Abitur oder einer abgeschlossenen Berufsausbildung entspricht). Ein weiterer möglicher Grund ist, dass Einwanderer mit geringen Qualifikationen im Alter eher in ihr Herkunftsland zurückkehren.

Die Abbildung zeigt, wie sich die Renteneinkommenslücke zwischen den 16 Ländern unterscheidet. Sogenannte 90-Prozent-Konfidenzintervalle verdeutlichen die statistische Unsicherheit. Zwar ist diese wegen der begrenzten Fallzahlen teilweise recht hoch. Dennoch gibt es offenbar klare Länderunterschiede in der Größe der Einkommensnachteile. Am größten ist die Einkommenslücke in Finnland, Belgien, Luxemburg und Spanien. Hier liegt sie vor und nach der Bereinigung um Unterschiede in Bildungsniveau und sozioökonomischem Status bei über 30 Prozent. Am kleinsten ist sie in Portugal, Irland, Dänemark und Frankreich, wo sie unseren Berechnungen zufolge (teils deutlich) unter 16 Prozent liegt.

In einem zweiten Schritt untersuchen wir, inwieweit diese Unterschiede mit sozialpolitischen und anderen institutionellen Faktoren zusammenhängen. Als wichtigster Faktor stellt sich dabei das Rentensystem heraus. In Ländern mit Rentensystemen, die stärker umverteilen – also höhere Ersatzraten für Personen mit niedrigem Lebenseinkommen vorsehen – ist die Renteneinkommenslücke tendenziell kleiner. Die niedrigeren Einkommen von Einwanderern während des Erwerbslebens wirken sich in progressiven (umverteilenden) Rentensystemen weniger nachteilig auf das Renteneinkommen aus.

Ein weiterer Faktor sind Regelungen, die kurze und diskontinuierliche Erwerbsbiografien „bestrafen“. Beispiele für solche Regelungen sind lange Mindestbeitragszeiten oder Klauseln, die die Rentenhöhe teilweise an die Länge der Beitragszeiten (und nicht ausschließlich an die Höhe der gezahlten Beiträge) knüpfen. Da Einwanderer den Arbeitsmarkt des Ziellands oft erst im Erwachsenenalter betreten, das Zielland teils zwischenzeitlich wieder verlassen und zudem einem höheren Arbeitslosigkeitsrisiko ausgesetzt sind, wirken sich derartige Regelungen tendenziell zu ihrem Nachteil aus.

„Wir finden empirische Belege dafür, dass die Einkommensnachteile von Einwanderern in den Ländern kleiner sind, die das langfristige Aufenthaltsrecht stärker von der Erfüllung sprachlicher und ökonomischer Kriterien abhängig machen.“

Das deutsche Rentensystem erscheint vor diesem Hintergrund als vergleichsweise wenig einwandererfreundlich. Die starke Orientierung am sogenannten Äquivalenzprinzip – jeder eingezahlte Euro soll prinzipiell einen gleich hohen zusätzlichen Rentenanspruch begründen – bedeutet, dass innerhalb der gesetzlichen Rentenversicherung nur sehr begrenzt umverteilt wird. Auch bei der (impliziten) Bestrafung kurzer und unterbrochener Erwerbsverläufe gibt es Regelungen, die sich für Einwanderer nachteilig auswirken dürften. Zwar sind die Mindestbeitragszeiten für den Erwerb von Ansprüchen aus der gesetzlichen Rentenversicherung vergleichsweise gering (fünf Jahre für die Regelaltersrente). Es gab und gibt aber besondere Rentenarten, die Personen mit langen Erwerbsbiografien begünstigen, zum Beispiel die Renten für langjährig und besonders langjährig Versicherte. Viele Einwanderer dürften von diesen Regelungen faktisch ausgeschlossen sein.

Zumindest für einen weiteren Faktor lässt sich ein Zusammenhang zur Renteneinkommenslücke nachweisen: Wir finden empirische Belege dafür, dass die Einkommensnachteile von Einwanderern in den Ländern kleiner sind, die das langfristige Aufenthaltsrecht stärker von der Erfüllung sprachlicher und ökonomischer Kriterien abhängig machen. Dies ist insofern wenig überraschend, als das Ziel solcher strikten Einwanderungspolitik ja explizit darin besteht, Einwanderer mit besseren Arbeitsmarktchancen anzuziehen und auszuwählen. Der Befund zeigt, dass die Einwanderungspolitik langfristige Effekte hat, die bei internationalen Vergleichen unbedingt berücksichtigt werden sollten. Es sollte aber nicht vorschnell gefolgert werden, dass eine strikte Einwanderungspolitik der Schlüssel zur Verringerung ethnischer Ungleichheiten im Erwerbs- und Rentenalter ist: Zwar erzielen Einwanderer in Ländern mit liberaler Einwanderungspolitik im Vergleich zu Einheimischen häufiger geringe Arbeits- und Renteneinkommen. In ihren Herkunftsländern wären sie aber wahrscheinlich oft noch schlechtergestellt gewesen.

Umgekehrt bewirkt eine strikte Einwanderungspolitik, dass vor allem Personen mit guten Arbeitsmarktchancen Zugang zum Zielland erhalten; die Einkommenslücke wird so begrenzt. Offensichtlich werden die Schwierigkeiten von Personen mit schlechteren Arbeitsmarktchancen dadurch jedoch nicht gelöst: Ihre Benachteiligung wird nur an anderer Stelle sichtbar – in den jeweiligen Herkunftsländern oder in anderen Zielländern mit liberalerer Einwanderungspolitik.

Weniger klar sind unsere Befunde zu anderen möglichen Einflussfaktoren. Die sozialwissenschaftliche Literatur argumentiert zum Beispiel, dass eine strikte Arbeitsmarktregulierung und insbesondere ein starker Kündigungsschutz die Erwerbschancen von Einwanderern mindern. Arbeitgeber seien unter solchen Bedingungen weniger bereit, Risiken bei der Personalrekrutierung einzugehen; die Einstellung von Einwanderern werde oft als riskant wahrgenommen. Wir finden jedoch keine Hinweise darauf, dass Unterschiede in der Stärke des Kündigungsschutzes in den 1980er Jahren einen Einfluss auf die Größe der Renteneinkommenslücke in den 2000er Jahren hatten. Ebensowenig finden wir Belege für die Vermutung, dass großzügige soziale Transfers an Haushalte im Kernerwerbsalter die Anreize zur Integration in den Arbeitsmarkt des Ziellands verringern und so dazu führen, dass Einwanderer bei den Erwerbs- und langfristig auch bei den Renteneinkommen abgehängt werden.

„Die Größe der Renteneinkommenslücke hängt mit der Umverteilung und der „Bestrafung“ von kurzen und atypischen Erwerbskarrieren im Rentensystem zusammen.“

Immerhin ergeben unsere Analysen gewisse – in der Summe aber nicht zwingende – Hinweise, dass Regelungen, die den Zugang von Einwanderern zu Sozialleistungen beschränken, mit einer größeren Einkommenslücke einhergehen. Insbesondere für den Zugang zum Rentensystem ist ein derartiger Zusammenhang ohne Frage höchst plausibel. Vieles spricht dafür, dass wir nur deshalb keine klareren Ergebnisse erzielen, weil die verfügbaren Datenquellen keine hinreichende Differenzierung nach verschiedenen Leistungstypen und der Stärke der Zugangsbarrieren erlauben.

Unsere Studie ist ein erster Schritt, um die materielle Lage älterer Einwanderer besser zu verstehen. Als Hauptergebnisse können wir zwei Punkte festhalten: Einwanderer sind im Rentenalter in fast allen westeuropäischen Ländern finanziell schlechtergestellt als Einheimische. Die Größe der Renteneinkommenslücke hängt mit der Umverteilung und der „Bestrafung“ von kurzen und atypischen Erwerbskarrieren im Rentensystem zusammen.

Offensichtlich bedarf es weiterer Forschungsanstrengungen. Ein wichtiger Faktor, über den wir vergleichsweise wenig wissen, ist die Rückkehrmigration älterer Einwanderer. Bisherige Studien deuten darauf hin, dass in Westeuropa die Rückkehrneigung unter Einwanderern mit niedriger Bildung und niedrigem Einkommen am höchsten ist. Die Einkommenslücke würde daher wahrscheinlich noch größer ausfallen, wenn wir auch die Renteneinkommen von Einwanderern berücksichtigen könnten, die nach dem Ende des Erwerbslebens in ihr Herkunftsland zurückkehren. Auch ist wenig darüber bekannt, ob sich Spar- und Vorsorgeentscheidungen von Einwanderern und Einheimischen systematisch unterscheiden und in welchem Umfang ältere Einwanderer auf Vermögen zurückgreifen können. Schließlich fehlen uns systematische Informationen zu relevanten sozial- und einwanderungspolitischen Faktoren. Neben den angesprochenen Barrieren beim Zugang zu Sozialleistungen gilt dies insbesondere auch für etwaige bi- oder multilaterale Abkommen zur gegenseitigen Anerkennung und Portabilität von Rentenansprüchen. In vielen europäischen Ländern sind ältere Einwanderer eine wachsende Bevölkerungsgruppe. Die Notwendigkeit, diese Forschungslücken zu füllen, ist daher offensichtlich.

Literatur. Heisig, Jan P. / Lancee, Bram / Radl, Jonas: „Ethnic Inequality in Retirement Income. A Comparative Analysis of Immigrant-Native Gaps in Western Europe“. In Begutachtung, Manuskript kann beim Erstautor angefragt werden. Marier, Patrik / Skinner, Suzanne: „The Impact of Gender and Immigration on Pension Outcomes in Canada“. In: Canadian Public Policy, 2008, Vol. 34, No. 4, pp. 59-78. Mika, Tatjana / Tucci, Ingrid: „Alterseinkommen bei Zuwanderern. Gesetzliche Rente und Haushaltseinkommen bei Aussiedlern und Zuwanderern aus der Türkei und dem ehemaligen Jugoslawien im Vergleich zur deutschen Bevölkerung“. DIW Research Notes 18. Berlin: Deutsches Institut für Wirtschaftsforschung 2006. MiG 26

 

 

 

In geregelten Bahnen. Was die Kritiker der österreichischen Flüchtlingspolitik verkennen.

 

Das gute Abschneiden des rechtspopulistischen FPÖ-Kandidaten Norbert Hofer bei der ersten Runde der österreichischen Präsidentschaftswahlwahl hat viele Kommentatoren dazu bewogen, einen weiteren Rechtsruck in Österreichs Flüchtlingspolitik zu prognostizieren. Dabei wird jedoch gerne übersehen, dass Österreich im Umgang mit Flüchtlingen so viel geleistet hat wie kaum ein anderes Land. Die österreichische Bundesregierung wird nach wie vor einer der größten Fürsprecher einer solidarischen, europäischen Vorgehensweise bleiben.

Eines vorweg: an den Zielen der österreichischen Bundesregierung hat sich seit September 2015 nichts geändert. Wir treten weiterhin für eine solidarische, europäische Lösung der Flüchtlingssituation ein. Menschen, die vor Krieg und Verfolgung flüchten, steht ein Recht auf internationalen Schutz zu. Dazu haben sich die Europäische Union und ihre Mitgliedstaaten bekannt, und das gilt es uneingeschränkt zu achten. Davon hängt auch die Glaubwürdigkeit der EU als Wertegemeinschaft ab.

Doch eins nach dem anderen: In der zweiten Jahreshälfte 2015 passte zwischen Österreich und Deutschland zunächst kein Blatt. Gemeinsam entschloss man sich in der Nacht zum 5. September 2015, die Grenzen zu öffnen und tausenden unter menschenunwürdigen Bedingungen in Ungarn gestrandeten Flüchtlingen Zuflucht zu gewähren. Bereits damals betonten beide Seiten jedoch, dass es sich hierbei nur um eine kurzfristige Maßnahme handeln könne. Es war die gemeinsame Auffassung, dass man an den Binnengrenzen so schnell wie möglich wieder in den Normalbetrieb zurückkehren müsse und dass es dafür einer reformierten, gemeinsamen europäischen Asyl- und Grenzschutzpolitik bedarf.

Erste Risse in der gemeinsamen Vorgangsweise entstanden, als Deutschland bereits Mitte September 2015 die Grenzkontrollen zu Österreich einseitig wieder einführte. Dadurch entstand auf österreichischer Seite bereits eine Situation, die – wie bekannt sein musste –  nur vorübergehend aufrechterhalten werden konnte. Schließlich überschritten die Ankunftszahlen an der deutsch-österreichischen Grenze deutlich die Zahl an Personen, denen von den deutschen Behörden der Grenzübertritt erlaubt wurde. Dass sich die Situation an der deutsch-österreichischen Grenze im Herbst 2015 nicht zu dem entwickelte, was nun leider an der griechisch-mazedonischen Grenze zu beobachten ist, war der Erfolg einer sehr guten und flexiblen Kooperation zwischen den deutschen und österreichischen Behörden sowie der enormen Hilfsbereitschaft der Bevölkerungen. Nachdem es trotz intensiver Bemühungen aber bis Jahresbeginn 2016 nicht gelungen war, einen tragfähigen gemeinsamen Konsens in Europa zu erarbeiten und auch umzusetzen, führte Österreich im Februar 2016 – also fünf Monate nach Deutschland – vergleichbare Grenzkontrollen an seiner Südgrenze ein. 

Österreich geriet im Anschluss massiv in die Kritik wegen vermeintlich mangelnder Solidarität und Hilfsbereitschaft gegenüber den europäischen Partnern und den Flüchtlingen. Diese Kritik verkennt jedoch nicht nur, welche enormen Anstrengungen Österreich seit September 2015 zur Bewältigung der Flüchtlingssituation unternommen hat, sondern auch, dass diese Politik im Vergleich zu jener anderer Länder – vor allem Osteuropas – weder ein Novum ist noch eine besondere Härte aufweist. Sie ist schlicht dem Umstand geschuldet, dass eine menschenwürdige Behandlung der ankommenden Flüchtlinge nicht mehr gewährleistet werden konnte. Österreich befindet sich schließlich in der besonderen Situation, dass es sowohl Transit- als auch erstes Zielland für Flüchtlinge ist.

Österreich ist jenes Land, das im vergangenen Jahr nach Schweden im Vergleich zur Bevölkerung die meisten Schutzsuchenden aufgenommen und knapp eine Million Flüchtlinge auf ihrer Durchreise versorgt hat. Das war möglich, weil in unseren Städten und Gemeinden sowie in unserer Bevölkerung eine große Solidarität und Hilfsbereitschaft besteht. Gleichzeitig kann dies kein Dauerzustand sein. Denn die gesellschaftlichen Herausforderungen enden nicht mit dem Abschluss der Asylverfahren. Menschen, die bei uns Schutz erhalten, müssen wir auch die Möglichkeit geben, sich zu integrieren, eine Arbeit zu finden, sich eine Zukunft aufzubauen. Gelingt dies nicht, gibt dies nationalistischen Ressentiments Auftrieb. Langfristig kann dies den sozialen Frieden bedrohen. Wie auch aktuelle Wahlergebnisse zeigen, ist die Verunsicherung in der Bevölkerung groß und das Vertrauen in die Handlungsfähigkeit der Regierungen gering. Es ist nun einmal allzu leicht, aus Verunsicherung politischen Profit zu schlagen. Nicht zuletzt deshalb hat die Sozialdemokratie bei der ersten Runde der Präsidentschaftswahlen eine historische Niederlage erlitten. Nach solchen Ergebnissen kann man nicht einfach so zum Alltag übergehen. Gleichzeitig ist es notwendig, klare Position zu beziehen und an einer guten, sachlichen Lösung der Flüchtlingssituation zu arbeiten.

Eine solche Lösung muss zwei Dinge vereinen: eine den Menschenrechten entsprechende Behandlung  an der Grenze wie auch eine gelungene Integration auf lange Sicht. Das wird nach wie vor nur in einer gemeinsamen europäischen Anstrengung gelingen. Ein Land wie Österreich kann dies niemals alleine bewältigen. Ziel und Wunsch der österreichischen Bundesregierung ist es daher auch weiterhin, diese gemeinsame europäische Lösung zu erreichen.

Dazu gehört einerseits eine gemeinsame Anstrengung zum Schutz der europäischen Außengrenzen und für einen geregelten Ablauf bei der Einreise von Schutzsuchenden in die EU. Wir brauchen darüber hinaus ein reformiertes EU-Asylsystem mit fairen und verpflichtenden Verteilungsquoten auf alle Mitgliedstaaten. In diesem Rahmen ist Österreich auch weiterhin bereit, einen erheblichen Beitrag zu leisten und in den nächsten vier Jahren zu den bislang 90 000 Flüchtlingen, die allein 2015 Asyl in Österreich beantragt haben, bis zu 130 000 weitere Flüchtlinge aufzunehmen. Das entspricht noch einmal einer Größenordnung von 1,5 Prozent unserer Bevölkerung. Würden alle Mitgliedstaaten diesem Beispiel folgen, könnten wir die aktuelle Diskussion zur Flüchtlingssituation rasch beenden.

Andererseits wollen wir das Sterben auf gefährlichen Fluchtrouten verhindern und Flüchtlingen stattdessen sichere und legale Einreisemöglichkeiten bieten. Daher unterstützen wir auch trotz vieler Bedenken das Abkommen mit der Türkei und engagieren uns im Ansiedelungsprogramm der EU. Von den aktuell 3 407 über dieses Programm verteilten Flüchtlingen hat Österreich 1 348 und somit ein Drittel übernommen. Auch die auf europäischer Ebene gemeinsam beschlossenen Maßnahmen an den Außengrenzen sowie die Hilfen für die vielen Millionen Flüchtlinge in den Nachbarländern Syriens unterstützen wir durch umfangreiche Geld-, Güter- und Personalbeiträge.

Von Bruno Kreisky ist anlässlich seiner Flucht vor dem Nationalsozialismus zunächst nach Dänemark folgendes Zitat überliefert: „Wenn Sie mich jetzt zurückschicken, liefern Sie mich den Leuten aus, denen ich gerade entkommen bin.“ Hätte Dänemark damals eine andere Entscheidung getroffen, hätte Österreichs Geschichte vermutlich einen anderen Lauf genommen. Es muss uns bewusst sein, dass wir mit unserer Politik über die Zukunft von Menschen entscheiden. Die jetzigen Maßnahmen an unseren Grenzen sind darum kein Ausdruck für ein wiederkehrendes Nationalstaatsdenken oder gar eine Abkehr von europäischen Werten. Sie sind dazu da, so rasch wie möglich von einer gemeinsamen europäischen und solidarischen Vorgangsweise abgelöst zu werden. Daran arbeiten wir. Christine Muttonen  IPG 2

 

 

 

 

Streit um Integrationskosten. Bund und Länder beschließen Konzept zur Eingliederung von Flüchtlingen

 

Bund und Länder demonstrieren Gemeinsamkeit bei der Aufgabe der Integration von Flüchtlingen. Bei einem Sondertreffen verabschiedeten sie ein gemeinsames Konzept. Ein Punkt bleibt aber umstritten: die Finanzierung.

Im Streit um die Kosten der Integration von Flüchtlingen haben Bund und Länder am Freitag noch keine Einigung erzielt. Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) teilte nach einem Sondertreffen im Kanzleramt mit, dass der Bund die Forderung der Länder prüfen wolle. Am 12. Mai soll es erneute Verhandlungen zwischen dem Kanzleramt und den Chefs der Staatskanzleien der Länder geben. Am 31. Mai soll auf einer erneuten Sonder-Ministerpräsidentenkonferenz ein Beschluss fallen.

Die Länder fordern, dass sich der Bund zur Hälfte an den Kosten beteiligt. Der Vorsitzende der Ministerpräsidentenkonferenz, Bremens Bürgermeister Carsten Sieling (SPD), sagte, die Runde sei mit einer Reihe von Arbeitsaufträgen auseinandergegangen. Im Grundsatz habe man sich verständigt, dass Bereiche wie Schule und Rückführung abgelehnter Flüchtlinge Länderpart bleiben, der Bund sich aber stärker bei der Unterbringung beteiligt. Dabei sei man hinter den Ländererwartungen zurückgeblieben.

Nach Rechnung der Länder beteiligt sich der Bund auch mit der seit diesem Jahr geltenden Pauschale nur zu etwa 20 Prozent an den Flüchtlingskosten. Merkel verwies aber auch darauf, dass der Bund selbst Lasten zu tragen habe. Dazu zählen beispielsweise die Sozialleistungen.

Trotz des Streits bei Finanzfragen äußerten sich Merkel und die Ländervertreter einig darin, einen Schritt beim Thema Integration voran gekommen zu sein. Die Runde mit Merkel und den Regierungschefs der Länder beschloss ein gemeinsames Konzept „für die erfolgreiche Integration“. Sieling und die saarländische Ministerpräsidentin Annegret Kramp-Karrenbauer (CDU) begrüßten den Plan des Bundes, ein Integrationsgesetz zu verabschieden. Die Koalition will darin mehr Möglichkeiten für Integration in den Arbeitsmarkt schaffen, gleichzeitig aber auch Integrationspflichten festschreiben.

Über Teile des geplanten Integrationsgesetzes verständigten sich Bund und Länder auch am Freitag, zum Beispiel über die Wohnsitzzuweisung auch für anerkannte Flüchtlinge. Um Ghettobildungen in Großstädten zu verhindern, soll sie eingeführt werden. Nach dem Plan von Bund und Ländern sollen nach der Verteilung der Flüchtlinge über den etablierten Königsteiner Schlüssel die Länder selbst die Flüchtlinge in die Kommunen zuweisen.

Das gemeinsame Konzept zur Integration fordert außerdem einen Ausbau der Sprach- und Integrationskurse. Zudem sollen ein „Ankunftspaket“ und digitale Angebote dafür sorgen, dass Flüchtlinge frühzeitig über Rechte, Pflichten und Gepflogenheiten in Deutschland aufgeklärt werden. Das Integrationskonzept, das auch die Punkte Arbeitsmarkt, Bildung und Wohnungsbau enthält, sei ein gutes Signal für die Integration von Flüchtlingen und die Handlungsfähigkeit von Bund, Ländern und Kommunen, sagte Kramp-Karrenbauer. (epd/mig 25)

 

 

 

 

Zu spät, zu lang, zu kompliziert

 

In der „Weinheimer Initiative“ kümmern sich kleine Kommunen schon seit 2007 um die Qualifizierung junger Flüchtlinge. Das Projekt wird für seine fortschrittlichen Ansätze vielfach als Vorbild gelobt.

Im März trafen sich in Stuttgart mehr als 100 Expert_innen aus den Kommunen. Die Initiative verabschiedete eine Erklärung mit dem Titel „Sich nicht von den Schwierigkeiten überwältigen lassen!“ Ihr Vorsitzender Heiner Bernhard kritisiert die komplizierten Anerkennungsverfahren.

Die Kommunen der Initiative bezeichnen sich selbst als „bildungsaktiv“: ihnen komme es auf „gelingende Bildungsbiografien für alle“ an. Die Lage aber habe sich im letzten Jahr durch den erhöhten Zuzug Geflüchteter – unter ihnen viele junge Unbegleitete – „dramatisch verändert“. Die Initiative betrifft die Frage der Anerkennung ausländischer Qualifikationen vor allem beim „Übergangsmanagement“ von Schule in den Beruf.

Anerkennung ist für die Kommunen ein „großes Thema“, sagt Heiner Bernhard, der Oberbürgermeister der Stadt Weinheim Forum Migration. Eine Schwierigkeit sei, dass die Verantwortung für die Ankommenden erst spät auf die kommunale Ebene übertragen werde: „Es gibt da einen gewissen Zeitversatz bei der Frage: Wer kümmert sich darum“, sagt Bernhard.

Zuerst würden die Menschen in den Unterbringungseinrichtungen des Landes untergebracht, viele würden anschließend lange in den Einrichtungen der Landkreise verweilen. „Gerade kreisangehörige Gemeinden bekommen die Leute erst sehr spät in eigene Zuständigkeit.“ Dies erschwere die frühzeitige Unterstützung bei der Arbeitsmarktintegration.

Die Anerkennung von Qualifikationen, die Migrant_ innen mitbringen, nennt Bernhard „ganz generell ein Riesenproblem, weil da die Mühlen sehr langsam mahlen.“ Ihm sei etwa der Fall eines befreundeten Bürgermeisters einer kleinen Gemeinde bekannt, der mit einer Russin verheiratet ist. Diese Frau sei gelernte Lehrerin, ihr in Deutschland geborener Sohn komme nun in die Schule. „Aber sie selbst wartet immer noch auf die Anerkennung zumindest von Teilen ihrer Ausbildung um eine qualifizierte Tätigkeit aufnehmen zu können – seit zehn Jahren“, sagt Bernhard.

Er habe den Eindruck, dass „das Berufsbildregelwerk schon schwierig ist“. Die Anerkennungsverfahren setzen „sehr spät ein, dauerten zu lang und seien zu kompliziert.“

Bei Flüchtlingen sei es besonders problematisch. Was die Voraussetzungen für den Arbeitsmarkt angehe habe sich „eine gewisse Ernüchterung“ breitgemacht, so die Weinheimer Initiative in einer Erklärung. Es zeige sich eine „Dreiteilung“: Es gebe „gut Vorgebildete“, die eher ein Studium als in eine Ausbildung anstreben. Die „mittlere Gruppe“ habe „gute Chancen auf berufliche Perspektiven, wenn ihre besondere Ausgangslage und die besondere Verletzlichkeit ihrer Motivationen Beachtung finden“.

Und schließlich gebe es jene „ohne formale Bildung“, die „physisch, psychisch oder moralisch besonders angegriffen sind.“ Ausbilder_innen seien gefordert, sich auf die zunehmende Heterogenität der Auszubildenden einzustellen. „Willkommenskultur“ in den Betrieben dürfe „nicht Bestenauslese bedeuten“, sondern „die Verwirklichung gleichwertiger Chancen für alle jungen Leute, die zu uns kommen.“

Arbeitsgemeinschaft Weinheimer Initiative: www.kommunale-koordinierung.de

Forum Migration Mai 2016

 

 

 

 

Bund finanziert Sprachförderung. Zuwanderer lernen Deutsch für den Beruf

 

Der Bund finanziert ab Juli 2016 berufsbezogene Deutschkurse für Zuwanderer und Flüchtlinge. Diese Kurse schließen an die Integrationskurse an. Das Kabinett hat die Verordnung zur Kenntnis genommen.

 

Sprache ist das A und O für die Integration in den Arbeitsmarkt sowie in die Gesellschaft. Der Bund erweitert daher ab 1. Juli 2016 die Sprachförderung für die Flüchtlinge, die eine gute Bleibeperspektive haben. Aber auch EU-Bürger sowie deutsche Staatsangehörige mit Migrationshintergrund können an berufsbezogenen Sprachkursen teilnehmen.

Das Erlernen der deutschen Sprache wird so besser mit der Arbeitsmarkt- oder Ausbildungsförderung abgestimmt.

Mit der Übernahme der berufsbezogenen Sprachförderung löst der Bund schrittweise das bisher vom Europäischen Sozialfonds (ESF) unterstützte Programm ab.

Zuerst Integrationskurs

Die berufsbezogene Deutschsprachförderung baut unmittelbar auf den Integrationskursen auf. In den Integrationskursen lernen Zuwanderer die deutsche Alltagssprache. Sie bekommen Orientierung über die deutsche Rechtsordnung, Kultur und Gesellschaft.

In daran anschließenden berufsbezogenen Sprachkursen werden arbeitsuchende Migranten und Flüchtlinge kontinuierlich auf den Arbeitsmarkt vorbereitet.

Sprachkurse und berufliche Qualifizierung verbinden

Die berufsbezogenen Sprachkurse beginnen in der Regel oberhalb des B 1-Niveaus (nach dem Europäischen Referenzrahmen für Sprachen).

Sie werden künftig in drei Modulen angeboten: von Niveau B1 nach B2, von Niveau B2 nach C1 und von Niveau C1 nach C2. So können die Teilnehmer individuell gefördert werden.

 

Bereits während der Sprachkurse können sich die Teilnehmenden in einer Beschäftigung oder beim Praktikum qualifizieren oder eine Ausbildung machen.

Für bestimmte Berufe wie Erzieherinnen, Ärzte oder Pflegekräfte werden spezielle Sprachmodule angeboten. Es wird auch Module geben für Teilnehmer, die das Niveau B1 in den Integrationskursen noch nicht erreicht haben.

Der Bedarf an berufsbezogenen Sprachkursen liegt für 2016 bei geschätzt rund 100.000 Teilnehmenden. Der Bund stellt daher in diesem Jahr zusätzlich zum ESF- Programm (121,5 Millionen Euro) weitere 179 Millionen Euro zur Verfügung.

 

Mit Sprache Arbeitsmarktchancen verbessern

Wer an den Sprachkursen teilnimmt, entscheiden die Arbeitsagenturen und Jobcenter. Arbeitsuchende Migranten und Flüchtlinge mit Aufenthaltsgestattung können in einer Eingliederungsvereinbarung vom Jobcenter zur Teilnahme verpflichtet werden. Sie haben dann Vorrang bei der Kursbelegung.

Für bestimmte Berufe wie Erzieherinnen, Ärzte oder Pflegekräfte werden spezielle Sprachmodule angeboten. Die Kurse sind ebenso möglich für Ausbildungssuchende, Auszubildende oder Migranten, die ein berufliches Anerkennungsverfahren gestartet haben. Wer bereits erwerbstätig ist, muss einen Kostenbeitrag zu den Sprachkursen leisten. Keinen Kostenbeitrag müssen leisten: Beschäftigte mit Arbeitslosengeld II, Sozialhilfe, Asylbewerberleistungen oder Anspruch auf Arbeitslosengeld sowie Auszubildende. Kinderbetreuungskosten können in Ausnahmefällen übernommen werden.

 

Unterrichtsqualität muss stimmen

Die Kurse sollen pro Modul mit mindestens 15 Teilnehmern durchgeführt werden. In ländlichen Regionen sind auch kleinere Gruppen möglich. Der Unterricht kann in Vollzeit-, Teilzeit- und bei Bedarf online erfolgen.

Die Lehrkräfte müssen ein abgeschlossenes Hochschulstudium, Deutschkenntnisse auf Niveau C 1 und eine Zusatzqualifikation für Deutsch als Fremd- oder Zweitsprache nachweisen. Lehrkräfte ohne Zusatzqualifikation können vorübergehend für maximal zwei Jahre zugelassen werden.

Das Bundesamt für Migration und Flüchtlinge setzt als das Kompetenzzentrum auch die allgemeine und die berufsbezogene Deutschsprachförderung um. Die Zulassungskriterien des BAMF garantieren eine hohe, bundesweit einheitliche Qualität der Kursträger. Pib 4

 

 

 

 

DGB. Konkret sind im Integrationsgesetz nur die Sanktionen

 

Der Deutsche Gewerkschaftsbund kritisiert das geplante Integrationsgesetz als populistisch. Die Eckpunkte enthielten zwar positive Ansätze, die seien allerdings schwammig. Sanktionen hingegen seien sehr konkret formuliert.

Der Deutsche Gewerkschaftsbund (DGB) hat das von der Bundesregierung geplante Gesetz zur Integration von Flüchtlingen als teilweise populistisch kritisiert. DGB-Vorstandsmitglied Annelie Buntenbach sagte der Neuen Osnabrücker Zeitung, das Eckpunktepapier enthalte zwar durchaus positive Ansätze. Diese seien aber nicht konkret genug. Sehr konkret seien dagegen die geplanten Maßnahmen mit Sanktionen. Die Gewerkschafterin nannte dies „eine Verbeugung vor den Stammtischen“. Das Gesetz soll im Mai bei einer Klausurtagung der Koalition beschlossen werden.

Buntenbach kritisierte, dass Flüchtlinge zum Teil immer noch Monate auf Sprachkurse warten müssten, weil es nicht genügend Angebote gebe. Dennoch solle die Pflicht zur Teilnahme an Integrationskursen ausgeweitet werden. Wer nicht mitziehe, müsse mit Sanktionen rechnen. Wer dagegen engagiert mitmache, könne nicht damit rechnen, dass er oder sie bleiben könne. „Mit solchen Botschaften kann Integration nicht gelingen.“

Das Eckpunktepapier von CDU, CSU und SPD enthält unter anderem die Zusage für 100.000 zusätzliche Jobs aus Bundesmitteln. Zudem sieht der Vorschlag Erleichterungen bei der Ausbildungsförderung, eine Bleibegarantie für Auszubildende plus ein Aufenthaltsrecht für zwei Jahre bei einer Weiterbeschäftigung vor. Außerdem ist eine dreijährige Aussetzung der Vorrangprüfung in Regionen mit unterdurchschnittlicher Arbeitslosigkeit geplant. Nach dieser Regel muss derzeit vor der Einstellung eines Flüchtlings zunächst geprüft werden, ob auch ein Bewerber aus Deutschland oder der EU infrage komme.

Auf der anderen Seite sollen Integrationspflichten festgeschrieben werden, die im Detail noch verhandelt werden müssen. Bei Verweigerung droht eine Kürzung der Sozialleistungen. Auch eine Wohnsitzzuweisung zur Vermeidung von Ghettobildung in Städten soll eingeführt werden. Wer sich nicht daran hält, dem sollen die Leistungen gestrichen werden. (epd/mig 25)

 

 

 

 

Im Flüchtlings- und Satire-Stress 

 

Böhmermanns Lyrik-Bemühungen haben eine Krise im deutsch-türkischen Verhältnis hervorgerufen, ein Regierungssprecher spricht gar von einem "Verbrechen gegen die Menschlichkeit".

 

Wie bewertet man die deutsch-türkischen Beziehungen in diesen Tagen aus türkischer Perspektive? Muss ein „Böhmermann-Bonus“ entrichtet werden?

Nicht anders als in Deutschland werden die als Satire daherkommenden Obszönitäten des Jungstars Böhmermann in der Türkei sehr unterschiedlich bewertet, je nach politischer Nähe zur Zielscheibe des „Schmähgedichts“: Präsident Recep Tayyip Erdogan. Auch kritische Beobachter des unangefochtenen Dominators türkischer Politik dürften allerdings mehr der Auffassung zuneigen, dass es sich bei dem Werk des ZDF-Protagonisten eher um Eseleien „unterhalb der Gürtellinie“ handelt als um politische Satire, die diesen Ehrennamen verdient. Ein Erdogan-kritischer Journalist bringt es auf den Punkt: Man müsse die „intellectual capacity“ eines jeden anzweifeln, der Böhmermanns Gedicht „lustig“ finde.

Für jenen „Interpretationsstrang“, der für das Schmähgedicht schlicht das Austesten der Grenzen von Satire reklamiert, hat man in einem Land, in dem knapp 2.000 Bürger – vom Schuljungen bis zur Greisin – bereits wegen ganz anders gearteter Äußerungen vom Staatspräsidenten mit Beleidigungsklagen und der Androhung mehrjähriger Strafen überzogen werden, nur bedingt Verständnis. Natürlich teilen die Erdogan-Kritiker im Lande die Auffassung, dass das Klagebegehren Erdogans gemäß dem deutschen „Majestätsbeleidigungs“-Paragraphen überzogen sei. Doch wer habe von dem ehrpusseligen Präsidenten anderes erwarten können?

Ganz anders sehen es die derweil übermächtig gewordenen Regierungsmedien. Sie wollen aufgrund der Lyrik-Bemühungen Böhmermanns zumindest eine gravierende Krise der bilateralen Beziehungen herbeireden, wenn nicht gar ein „Verbrechen gegen die Menschlichkeit“ stipulieren – so Regierungssprecher und Vizepremier Kurtulmu?. Wer sich aus erster Hand über die von außen nur schwer nachvollziehbare Melange aus chronisch gekränktem Nationalstolz, Rechtfertigungsbedürfnis und purer Aggressivität informieren möchte, der möge das Video eines prototypischen türkischen Regierungsjournalisten anklicken, der in Drachentöter-Manier die „Wahrheit“ über den Stand der Pressefreiheit in Deutschland ans Tageslicht befördert hat.

Dass die Kanzlerin das Klagebegehren der türkischen Seite hat passieren lassen, wird entsprechend – je nach politischer Perspektive – als erster Etappensieg des auf Genugtuungskurs befindlichen Präsidenten   oder aber als Ausdruck schlichten Vertrauens in die Kraft und Unabhängigkeit des deutschen Rechtsstaats gewertet. Umso mehr man um die Existenz des eigenen, türkischen Rechtsstaates besorgt ist, desto größer das Zutrauen in den Rechtsstaat in Deutschland und das Kopfschütteln über diejenigen, die meinen, die Kanzlerin hätte die Anwendung des §103 im deutschen Strafgesetzbuch blockieren müssen – was zweifellos nur Wasser auf die Mühlen all jener gewesen wäre, deren Dauervergnügen die „Entlarvung“ westlicher „Doppel-Standards“ ist.

Ist die türkische Seite vom Erfolg der Vereinbarungen zur Unterbindung illegaler Migration nach Europa überzeugt?

Auch hier gibt es sehr divergierende Stimmen. Die Regierungsmedien sehen auf Seiten der Türkei humanitäre Motive für den Abschluss der Vereinbarung, zudem die feste Entschlossenheit zur Kooperation mit der EU und zur Erfüllung getroffener Vereinbarungen – speziell in der Visafrage. Ganz anders die wenigen noch verbliebenen oppositionellen Medien: Hier macht man die EU als eindeutigen Gewinner am Verhandlungstisch aus. Während die Regierung über keine Strategie zur Bewältigung der Herausforderung durch ca. drei Mio. Flüchtlinge im Lande verfüge, profitiere die EU, die – dank der Hilfe der Türkei – nun gemeinsame Entschlossenheit vorgaukeln könne. Aus Sicht des Oppositionsführers Kemal K?l?çdaro?lu heißt das Fazit kurz: Die Türkei bildet faktisch eine Pufferzone zwischen der EU und Syrien. Mit Hinweis auf die Lage in den Kurdengebieten wird auch die Einstufung der Türkei als sicherer Drittstaat in Zweifel gezogen.

Entscheidend aber ist für alle Kritiker der gegenwärtigen türkischen Regierung die Tatsache, dass die EU – und voran die Bundeskanzlerin, die sich immer so distanziert zur Türkei verhalten hat – nun, aufgrund der Flüchtlingskrise, alle Kritik an der zunehmend autoritären, bürgerliche Freiheiten beschränkenden Entwicklung der Türkei hintanstellt. Unliebsame Journalisten und Akademiker aus verschiedenen, z. T. konträren politischen Lagern werden hier mit Definitionstricks zu „Terroristen“ erklärt und gerichtlich verfolgt. Das wird dann als „Kampf gegen den Terrorismus“, sei es gegen die PKK oder die Gülenisten, etikettiert und schon gibt es in türkischen Gefängnissen keine journalistischen Gewissenshäftlinge mehr, sondern nur noch „Terroristen“. Die EU aber hält sich in ihrer Kritik an den innertürkischen Entwicklungen vornehm zurück.

Hat die Samstag-Visite der Bundeskanzlerin in einem südosttürkischen Flüchtlingslager neue Perspektiven für die Lösung der Flüchtlingsfrage und das Verhältnis Türkei-EU aufgezeigt?

Dies war in Anbetracht der komplexen Gemengelage der Interessen kaum zu erwarten. Die Türkei wollte von der EU – und insbesondere von Kanzlerin Merkel – ein Attest für die hohe Qualität und Intensität ihrer Anstrengungen im Umgang mit den syrischen „Gästen“, insbesondere den knapp 15 Prozent der Flüchtlinge, die in durchweg gut ausgestatteten Lagern leben, erhalten. Dieses Attest ist von EU-Ratspräsident Tusk mit markanten Worten ausgestellt worden – zum Ergötzen der AKP-nahen türkischen Presse. Das sagt allerdings wenig über Lebensbedingungen und Perspektiven der übergroßen, auf ca. 2,5 Mio. Menschen zu beziffernden Mehrheit syrischer Flüchtlinge und der Migranten aus zahlreichen anderen Staaten aus, die die Türkei als Sprungbrett in den Schengen-Raum nutzen wollten. Zugang zum Arbeitsmarkt (ohne Ausbeutung und Kinderarbeit) sowie die Integration in das Bildungssystem bleiben weiterhin ungelöste Probleme, auch wenn man der Türkei hier Ansätze zu einem Paradigmenwechsel zubilligen muss. Es wächst die Erkenntnis, dass es sich bei den sogenannten „Gästen“ mehrheitlich um Zuwanderer handelt, die der Türkei aufwändige Integrationsschritte abverlangen, die man früher hierzulande allenfalls als Domäne der „Gastarbeiter“-Aufnahmeländer Zentraleuropas betrachtet hat.

Die Bundeskanzlerin hingegen wollte der europäischen und speziell der deutschen Öffentlichkeit ein weiteres Mal zeigen, dass ihr „europäischer Ansatz“ einer vertraglich abgesicherten Rückführung illegaler Migranten in die Türkei erfolgversprechend ist. Natürlich war nicht zu erwarten, dass Frau Merkel den guten Geist von Gaziantep durch peinliche Fragen nach dem Stand der Medienfreiheit in der Türkei oder nach dem Verständnis von Satire bei Präsident Erdo?an belastet. Premier Davuto?lu hat zudem deutlich gemacht, wo die „rote Linie“ für die Türkei liegt, nämlich bei der Visafrage. Hier hat man beim türkischen Wähler Erwartungen (auf Visafreiheit) geweckt, die man sich nicht von den notorischen Türkei-Bremsern und den Flüchtlingsumverteilungsverweigerern der EU kaputt machen lassen möchte.

Zuletzt die Kooperation EU-Türkei: Auch wenn so manche Argumentation gerade jetzt „Strafmaßnahmen“ gegen die Erdo?an-Türkei in Form der endgültigen Abkehr von einer EU-Beitrittsperspektive für die Türkei propagiert, ist dies nun der allerschlechteste Moment, um den wichtigen Partner in der Flüchtlingskrise vor den Kopf zu stoßen. Das Tor zum Beitritt muss gerade aus EU-Perspektive offen bleiben. Auch wenn die Kraftmeierei des Präsidenten Erdo?an, der nicht müde wird zu behaupten, die EU benötige die Türkei mehr als diese die EU, nur nerven kann: Wer die „Beitrittskarte“ zum europäischen Klub durch seine Reformanstrengungen in Sachen Demokratie und Rechtsstaat ohne jegliche Sonderkonditionen erwirbt, ist und bleibt willkommen. Wer die Bedingungen nicht erfüllt, ist und bleibt vor der Tür. : Friedrich Naumann, Stiftung für die Freiheit, EA 26

 

 

 

Mit oder ohne Job. Armutsrisiko bei Einwanderern viel höher

 

Einwanderer sind einer Studie zufolge besonders stark von Armut betroffen. Erwerbsarbeit könne das Armutsrisiko senken, es reiche aber nicht, irgendeinen Job zu finden. Ungleiche rechtliche Rahmenbedingungen erschwerten die Arbeitsmarktintegration zusätzlich.

 

Erwerbsarbeit ist für Männer und Frauen, die zugewandert sind, eine wichtige Voraussetzung für wirtschaftliche und soziale Integration. Das zeigt der Vergleich der Armutsquoten unter Eingewanderten mit und ohne Job. Allerdings ist es bislang insbesondere Migrantenhaushalten aus Nordafrika und dem Orient oft nicht gelungen, mit ihrer Erwerbsarbeit ein Einkommen oberhalb der Armutsschwelle zu erzielen.

Neben der Qualität der Beschäftigung insgesamt ist die Arbeitsmarktintegration der Frauen ein entscheidender Faktor, um die Situation zu verbessern. Zu diesem Ergebnis kommt eine aktuelle Analyse des Wirtschafts- und Sozialwissenschaftlichen Instituts (WSI) der Hans-Böckler-Stiftung.

Nach den neuesten verfügbaren Zahlen aus dem Mikrozensus, die das WSI ausgewertet hat, lebten 2014 von den Menschen, die aus den Ländern des Orients eingewandert (Irak, Iran, Syrien, Afghanistan, Pakistan) waren, 54,8 Prozent in Armut. Unter den nordafrikanischen Einwanderern (Ägypten, Libyen, Tunesien, Algerien, Marokko) waren es 41,1 Prozent und damit ebenfalls weitaus mehr als in anderen Einwanderergruppen und im Durchschnitt der Gesamtbevölkerung (15,4 Prozent).

Erwerbstätigkeit mindert Armutsrisiko

Als arm gelten nach gängiger wissenschaftlicher Definition Haushalte, deren Einkommen weniger als 60 Prozent des bedarfsgewichteten mittleren Einkommens beträgt. Bei einem Alleinstehenden lag die so definierte Armutsgrenze im Jahre 2014 bei 917 Euro. „Ein Einkommen oberhalb der Armutsgrenze stellt eine wichtige Voraussetzung für die Teilnahme am gesellschaftlichen Leben dar“, sagt WSI-Sozialexperte Dr. Eric Seils.

Ein Vergleich zwischen Personen mit und ohne Erwerbsarbeit zeigt, dass Erwerbstätigkeit das Armutsrisiko erheblich mindert. So sinkt die Armutsquote erwerbstätiger Einwanderer aus dem Orient und aus Nordafrika auf 32,8 bzw. 22,9 Prozent. Allerdings machen diese Zahlen nach Seils´ Analyse auch deutlich, dass Erwerbstätigkeit bei einigen Einwanderergruppen bislang oftmals nicht ausreichte, um die Armut zu überwinden.

Es reicht nicht, irgendeinen Job zu finden

Dabei gibt es erhebliche Unterschiede je nach Herkunftsregion. So sind von den erwerbstätigen Personen, die aus dem ehemaligen Jugoslawien einwanderten, 15,5 Prozent von Armut betroffen. Bei Zuwanderern aus Russland beträgt die Quote der „Working Poor“ 12,3 Prozent. Die Armutsbelastung erwerbstätiger Rumänen liegt mit 10 Prozent relativ nahe am Durchschnitt der Gesamtbevölkerung (7,6 Prozent).

„Es reicht also ganz offensichtlich nicht, irgendeinen Job zu finden, um aus der Armut herauszukommen“, sagt Seils „Entscheidend“, so der Forscher, sei neben dem „Umfang und der Qualität der Erwerbsarbeit“ aber auch der „Anteil der Erwerbstätigen an den Haushaltsmitgliedern“.

Unterschiedliche rechtliche Möglichkeiten

Generell gilt nach der WSI-Analyse: Je höher die Erwerbstätigenquote in einer Bevölkerungsgruppe ist, desto niedriger ist die Armutsquote. So standen im Jahre 2014 über 79 Prozent der Migranten aus Rumänien in Beschäftigung, während es bei den Zugewanderten aus Nordafrika nur 55,3 Prozent waren. Das Schlusslicht bildeten hier die Migranten aus den Ländern des Orients, von denen nur etwas weniger als die Hälfte (48,6 Prozent) einer Beschäftigung nachging.

Als mögliche Gründe für die unterschiedlichen Quoten nennt der Forscher unterschiedliche qualifikatorische Voraussetzungen, aber auch unterschiedliche rechtliche Möglichkeiten von Migranten aus EU- und Nicht-EU-Staaten, Arbeit aufzunehmen. „Herkunftsregionen sind letztlich nur Namen, hinter denen sich rechtliche und individuelle Probleme wie Sprachschwierigkeiten verbergen“, so Seils.

Frauen sind entscheidender Faktor

Eine differenziertere Analyse zeigt, dass die Unterschiede bei der Erwerbsbeteiligung vor allem auf die Frauen zurückzuführen sind. Während die Erwerbstätigenquote der eingewanderten Rumäninnen 73,6 Prozent erreicht, liegt der entsprechende Wert bei den Frauen aus dem Orient und Nordafrika bei 30,9 bzw. 34,4 Prozent. Unter den erwerbstätigen Frauen aus diesen Regionen sei zudem der Anteil der geringfügigen Beschäftigung weitaus höher als unter den weiblichen Erwerbstätigen insgesamt.

Der Forscher hält es daher für absolut notwendig, bei Maßnahmen, die die Arbeitsmarktintegration von Zugewanderten fördern sollen, auch die Qualifizierung von Frauen im Fokus zu haben: „Es kommt darauf an, die Frauen in den Stand zu setzen, eine Erwerbstätigkeit aufzunehmen und damit substanziell zum Haushaltseinkommen beizutragen“, sagt Seils. Andernfalls sei eine Fortschreibung der Muster bei Erwerbstätigkeit und Armut zu befürchten.

(wsi/bk 2)

 

 

 

Studie. Einwanderung von Flüchtlinge schafft Beschäftigung

 

Durch die Einwanderung von Flüchtlingen nach Deutschland entsteht ein Bedarf an Gütern und Dienstleistungen. Allein das habe bisher Zehntausende neue Arbeitsplätze geschaffen. Das geht aus einer aktuellen Studie des Instituts für Arbeitsmarkt- und Berufsforschung hervor.

Die Einwanderung von Flüchtlingen nach Deutschland hat einer Untersuchung zufolge bereits Zehntausende neuer Arbeitsplätze geschaffen. Vor allem würden mehr Sprachlehrer, Sozialarbeiter und Wachleute beschäftigt, teilte das Institut für Arbeitsmarkt- und Berufsforschung (IAB) am Montag in Nürnberg mit.

Die Flüchtlinge benötigten viele Waren und Dienstleistungen: „Dafür werden wiederum Arbeitskräfte benötigt.“ Von August 2015 bis Februar 2016 kamen monatlich über 100.000 Personen neu nach Deutschland.

Eine deutlich und überdurchschnittlich anziehende Beschäftigung zeigt sich den Angaben nach auch im Innenausbau, Hochbau, in der Gebäude- und Versorgungstechnik sowie in der öffentlichen Verwaltung. „In der Summe liegen die zusätzlichen Beschäftigungszuwächse im mittleren fünfstelligen Bereich“, teilte die zur Bundesagentur für Arbeit gehörenden Forschungsstelle mit.

Die Forscher geben allerdings zu bedenken, dass die jetzt erfassten Zuwächse nicht zwingend als Beschäftigungsgewinne angesehen werden können. Arbeitskräfte könnten auch nur aus anderen Bereichen vorübergehend abgezogen worden sein, hieß es. (epd/mig 26)

 

 

 

 

DAAD ermöglicht syrischen Flüchtlingen in der Türkei und im Nahen Osten ein Studium in der Region

 

Bonn. Der Deutsche Akademische Austauschdienst (DAAD) eröffnet syrischen Flüchtlingen in der Türkei, dem Libanon, Jordanien, dem Irak und Ägypten den Zugang zur Bildung. Neben Sprachkursen und Kurzzeitstudienplätzen werden in der Region mehr als 300 Vollstipendien vergeben. Bis 2019 stehen hierfür zunächst 12 Millionen Euro zur Verfügung. Finanziert wird das Programm aus Mitteln des EU-Treuhandfonds für Syrien „Madad Fund“.

Während vor Kriegsausbruch zwanzig Prozent der 18 bis 24-jährigen Syrerinnen und Syrer ein Hochschulstudium absolvierten, liegt der Anteil bei syrischen Flüchtlingen aktuell unter fünf Prozent. HOPES („Higher and Further Education Opportunities and Perspectives for Syrians“) richtet sich an die Gruppe der studierfähigen Syrerinnen und Syrer in den Hauptaufnahmeländern der Region und soll ihnen den Hochschulzugang erleichtern.

„Mit passgenauen Bildungsangeboten in den Aufnahmeländern geben wir diesen jungen Menschen und ihren Familien eine nachhaltige Perspektive vor Ort. Diese Fachkräfte werden für den Wiederaufbau Syriens dringend gebraucht“, sagt DAAD-Präsidentin Prof. Margret Wintermantel.

Das Programm bietet syrischen Flüchtlingen zunächst eine Beratung zu Bildungsangeboten in der Türkei, dem Libanon, Jordanien, dem Irak und Ägypten. Neben einem Vollstipendium werden Vorbereitungs- und Sprachkurse angeboten. Sämtliche Maßnahmen setzt der DAAD mit seinen europäischen Partnerorganisationen British Council, Campus France und EP-Nuffic um.

Bei der Auswahl werden das akademische Potenzial der Bewerber und soziale Aspekte eine Rolle spielen. So sollen auch Bewerberinnen und Bewerber aus benachteiligten Familien eine Chance erhalten. Hierzu ist eine enge Zusammenarbeit mit dem Flüchtlingshilfswerk der Vereinten Nationen (UNHCR) vorgesehen.

Hintergrund. Seit 2014 bietet der DAAD Programme für Flüchtlinge in der Region und in Deutschland an. Neu ist der Umfang der europäischen Kooperation bei der Durchführung von HOPES. Eine Aufstockung der Mittel durch Zuwendungen Dritter ist möglich. Weitere Informationen zum Madad Fund: http://ec.europa.eu/enlargement/neighbourhood/countries/syria/madad/index_en.htm. Daad

 

 

 

 

Deutsche sagen zögerlich „Ja“ zum Islam

 

Die Deutschen sagen vorsichtig „Ja“ zum Islam. Nach dem neuen Gutachten des Sachverständigenrats deutscher Stiftungen stößt der Islam im Alltag auf Akzeptanz und kommt auch institutionell immer stärker in Deutschland an. Von Corinna Buschow - Von Corinna Buschow

 

Integrationshindernis, Terrorursache, Demokratiefeind? Das aktuelle Gutachten des Sachverständigenrats deutscher Stiftungen für Migration und Integration versucht mit einer Reihe von Irrtümern über den Islam in Deutschland aufzuräumen. Zugleich zeigt eine aktuelle Umfrage der Experten, wie ambivalent das Verhältnis der Deutschen zum Islam ist. Eine knappe Mehrheit (53 Prozent) stimmt demnach der Aussage „Der Islam ist ein Teil Deutschlands“ gar nicht oder eher nicht zu.

Im Alltag stößt die religiöse Praxis aber auf Akzeptanz: 65 Prozent der Befragten befürworten islamischen Religionsunterricht an Schulen. 73 Prozent geben an, kein Problem mit einer Moschee in der Nachbarschaft zu haben. Der von sieben Stiftungen getragene Sachverständigenrat interpretiert das als zögerliches „Ja“ zum Islam.

Es sei ein Irrtum, dass das Religiöse in der liberalen Gesellschaft an Bedeutung verliere, sagte die Vorsitzende des Sachverständigenrats, Christine Langenfeld, bei der Vorstellung des Jahresgutachtens am Dienstag in Berlin. Sie spricht von einem „Doppeltrend“: Auf der einen Seite steht die Säkularisierung, auf der anderen eine zunehmend multireligiöse Gesellschaft. An Bedeutung gewinnt dabei nicht zuletzt durch die Zuwanderung der Islam, auf den die Experten ihr Jahresgutachten fokussieren.

In ihren Kernbotschaften widersprechen die Autoren gängigen Vorurteilen. Ein Zusammenhang etwa von Religion und Integration werde überschätzt. Es gebe keine Belege dafür, dass Religion die Teilhabe an Bildung und Arbeitsmarkt erschwert. Auch der Vorwurf, der Islam sei Schuld am Terrorismus, lehnen die Sachverständigen als „monokausal“ ab. Gewalttaten aber nur auf Diskriminierung oder soziale Ausgrenzung zurückzuführen, wäre in ihren Augen auch verkürzt. Terrorismusstudien zeigten, dass Fanatiker oftmals der gebildeten Mittelschicht entstammten. Statt einfachen Zusammenhängen zu folgen, fordert das Gutachten eine nähere Erforschung „frei von Tabus“.

Bei der rechtlichen Gleichstellung des Islam analog zu den Kirchen, die als Körperschaften öffentlichen Rechts Steuern einziehen können und ein eigenes Arbeitsrecht haben, sehen die Experten vorrangig die Muslime selbst in der Pflicht. Der „deutsche Weg der Religionsfreundlichkeit“ stehe auch anderen Glaubensgemeinschaften offen. Der Staat habe bereits Hürden abgebaut, argumentieren sie mit Verweis auf die besonderen Modelle für den islamischen Religionsunterricht an Schulen und islamische Theologie an Universitäten sowie erste Staatsverträge in einzelnen Ländern.

Jetzt seien die Muslime in der „Bringschuld“, sich anders zu organisieren. Anders als die christlichen Kirchen registrieren die muslimischen Verbände ihre Mitglieder nicht genau. Damit bleibt unklar, für wie viele Gläubige ein Verband überhaupt spricht.

Bei den besonderen Rechten für Religionsgemeinschaften sieht das Jahresgutachten aber auch Reformbedarf bei den etablierten Glaubensgemeinschaften, insbesondere beim kirchlichen Arbeitsrecht. Es erlaubt besondere Loyalitätspflichten auch im Privatleben von Mitarbeitern. Angesichts der Pluralisierung der Gesellschaft stoße das auf immer weniger Akzeptanz, sagte Langenfeld. Die Sachverständigen appellieren auch mit Blick auf gegebenenfalls eigene Regeln bei Muslimen an die Religionsgemeinschaften, ihre Möglichkeiten „vorsichtig und maßvoll“ zu nutzen.

In der Bundesregierung stieß das Jahresgutachten der Sachverständigen auf Zustimmung. Das in Deutschland gültige Prinzip einer Religionsfreundlichkeit bei gleichzeitiger staatlicher Neutralität sei ein hohes Gut und habe sich integrationspolitisch bewährt, erklärte Bundesjustizminister Heiko Maas (SPD). Die Integrationsbeauftragte der Bundesregierung, Aydan Özo?uz (SPD), sagte, erfreulich sei der Befund, dass religiöse Vielfalt bereits heute „unaufgeregt und selbstverständlich“ in Deutschland gelebt werde. Die Politik stehe aber auch in besonderer Verantwortung, gegen vorhandene Ressentiments und Ausgrenzung vorzugehen. (epd/mig 27)

 

 

 

 

Was ist neu? Neuregelungen zum April/Mai 2016

 

Zigarettenpackungen müssen künftig auch bebilderte Warnhinweise tragen. Gerüstbauer erhalten einen höheren Mindestlohn. Für gefährliche Krankheitserreger gibt es neue Meldefristen.

 

Verbraucherschutz. Deutliche Warnhinweise

Künftig müssen Zigarettenpackungen auch bebilderte Warnhinweise tragen. Tabakwaren zum Selbstdrehen sind verboten, wenn sie Zusatzstoffe enthalten. Neuartige Tabakerzeugnisse können ohne Zulassung nicht mehr auf den Markt gebracht werden. Das Tabakerzeugnis-Gesetz setzt die EU-Tabakproduktrichtlinie um und tritt am 20. Mai in Kraft.

 

Arbeit / Soziales. Höherer Mindestlohn für Gerüstbauer

Für die Beschäftigten im Gerüstbauerhandwerk gibt es ab 1. Mai 2016 einen höheren Mindestlohn von 10,70 Euro. Er gilt ebenfalls für Beschäftigte, die aus dem Ausland entsendet werden. Ab Mai 2017 steigt der Mindestlohn im Gerüstbau nochmals an und beträgt dann 11,00 Euro. Er liegt damit über

dem allgemeinen gesetzlichen Mindeststundenlohn von 8,50 Euro brutto.

 

Höhere Produktsicherheit. Mehr Sicherheit bringen neue Verordnungen für elektrische Betriebsmittel,  Explosionsschutz, Druckbehälter und Aufzüge. So sind beispielsweise bessere Kennzeichnungs- und Informationspflichten

vorgesehen. Die neuen Verordnungen zum Produktsicherheitsgesetz sind am 20. April 2016 in Kraft getreten.

 

Verordnung über einfache Druckbehälter. Explosionsschutzverordnung

Entwurf zur Aufzugsverordnung

Gesundheit. Mehr Mobilität für Gesundheitspersonal

Ein Europäischer Berufsausweis erleichtert seit dem 19. April 2016 Apothekern, Krankenpflegern sowie Physiotherapeuten die Anerkennung im EU-Ausland. Außerdem richten alle EU-Länder ein Vorwarnsystem ein. Es erfasst diejenigen, denen die Erlaubnis entzogen wurde, einen

Gesundheitsberuf auszuüben. Auch wer einen gefälschten Berufsqualifikationsnachweis verwendet hat, wird in das System eingetragen.

 

Gefährliche Erreger wirksam bekämpfen

Wenn antibiotika-resistente Erreger nachgewiesen werden, muss dies ab dem 1. Mai 2016 umgehend gemeldet werden. Bisher wurden die Erreger erst beim Krankheitsausbruch angezeigt. Mit der neuen Regelung gewinnen die Gesundheitsämter Zeit, um zielgerichtet vorgehen zu können. Außerdem gibt es

eine neue Meldepflicht für sogenannte Arbo-Viren. Das sind Krankheitserreger, die vor allem durch Mücken und Zecken übertragen werden wie das Zika-Virus.

Weitere Informationen: Neue Meldepflichtverordnung stärkt Infektionsschutz

Wirtschaft. Reform des Vergaberechts

Vergabeverfahren vereinfachen, bürokratischen Aufwand verringern und kommunale Handlungsspielräume sichern - das sind die Ziele der umfassenden Reform, die am 18. April 2016 in Kraft getreten ist. Denn: Klare Regeln sind der beste Garant für transparente und rechtssichere Verfahren. Gleichzeitig

soll die öffentliche Auftrags-vergabe sozialer, ökologischer und innovativer werden. Pib 29

 

 

 

 

Statistik. Bildung entscheidend für Integration

 

Migranten sind jünger, häufiger in Ausbildung und weniger im Rentenalter. Sie sind aber auch geringer gebildet, seltener erwerbstätig, verdienen weniger und eher von Armut bedroht. Dabei gibt es große Unterschiede zwischen den Migrantengruppen. Deutlich ist der Einfluss der Bildung. Dieses Bild zeichnet der Datenreport 2016.

In Deutschland hat inzwischen jeder Fünfte ausländische Wurzeln. Bei Kindern unter sechs Jahren habe sogar schon jedes dritte einen Migrationshintergrund, sagte der Präsident der Bundeszentrale für politische Bildung, Thomas Krüger, am Dienstag in Berlin bei der Vorstellung des neuen Datenreports 2016 für die Bundesrepublik. Die alle zwei Jahre erscheinende Datensammlung versteht sich als „Sozialbericht“ und ist ein Gemeinschaftswerk des Statistischen Bundesamtes, des Wissenschaftszentrums Berlin für Sozialforschung (WZB) und des Sozio-ökonomischen Panels (SOEP) am Deutschen Institut für Wirtschaftsforschung (DIW Berlin) sowie der Bundeszentrale.

In der diesjährigen 480 Seiten umfassenden Ausgabe liegt der Schwerpunkt auf dem Thema Migration und Integration. Danach hatten im Jahr 2014 rund 16,4 Millionen Einwohner bei einer Gesamtbevölkerung von 80,9 Millionen zumindest einen Elternteil mit ausländischen Wurzeln, also knapp 20 Prozent. Größte Gruppe unter ihnen mit 5,9 Millionen (36 Prozent) waren weiterhin Menschen mit Wurzeln in den sogenannten Gastarbeiter-Anwerbeländern der 50er und 60er Jahre: Italien, Spanien, Griechenland und das frühere Jugoslawien. Danach folgt mit 4,2 Millionen (26 Prozent) die Gruppe der Spätaussiedler, die vor allem zwischen 1990 und 2000 zuwanderten.

Migranten sind dabei mit rund 35 Lebensjahren im Durchschnitt elf Jahre jünger als Menschen ohne Migrationshintergrund (46,8). Zudem gebe es mehr Ledige unter den Einwanderern, mehr Menschen in Ausbildung und weniger im Rentenalter, sagte WZB-Präsidentin Jutta Allmendiger. Für den Bericht stützen sich die Statistiker und Sozialforscher auf Zahlen aus dem Jahr 2014 sowie auf Langzeitstudien insbesondere des Sozio-ökonomischen Panels.

Dem Datenreport zufolge gilt auch für Migranten: je besser qualifiziert, umso seltener erwerbslos. 65 Prozent der 15- bis 64-Jährigen mit Migrationshintergrund waren 2014 erwerbstätig, elf Prozentpunkte weniger als in der Bevölkerung ohne Migrationshintergrund (76 Prozent). Der Anteil der Erwerbslosen war bei der Bevölkerung mit Migrationshintergrund (sieben Prozent) deutlich höher als bei der Bevölkerung ohne Migrationshintergrund (vier Prozent).

Deutlich verschlechtert hat sich seit 2011 das Verhältnis von Beschäftigten zu Arbeitslosen unter den wichtigsten Flüchtlingsgruppen wie etwa Iraker und Syrier, sagte Mareike Bünning vom WZB. Dies stehe im deutlichen Gegensatz zum positiven Trend insgesamt aufgrund der günstigen Konjunktur.

Benachteiligungen aufgrund ihrer Herkunft haben den Angaben nach acht Prozent der Personen mit Migrationshintergrund erfahren. Bei Menschen mit türkischem Hintergrund liegt der Anteil bei 18 Prozent. Vier von fünf Migranten (80 Prozent) gaben an, für immer in Deutschland bleiben zu wollen. Bei Menschen mit türkischem Hintergrund lag die „Bleibeabsicht“ lediglich bei 66 Prozent.

Vergleichsweise hoch ist die Armutsquote unter älteren Migranten mit mindestens 50 Jahren. Von diesen aus Gastarbeiter-Anwerbeländern stammenden Menschen hatten fast zwei Drittel keinen berufsqualifizierenden Abschluss, nur die Hälfte gehe noch einer Beschäftigung nach, hieß es. Über ein Viertel bezieht bereits eine Rente, meist aufgrund von Erwerbsunfähigkeit.

Etwas besser stellt sich die Lebenssituation der älteren (Spät-) Aussiedler dar: Drei Viertel der 50- bis 64-Jährigen gehen noch einer Erwerbstätigkeit nach. Dennoch ist auch bei ihnen die Armutsquote mit 18 Prozent vergleichsweise hoch. Trotz verbreiteter Armut sind Migranten etwas zufriedener und schauen optimistischer in die Zukunft als sogenannte Biodeutsche. (epd/mig 4)

 

 

 

 

 

Aktuelle Rechtslage erleichtert EU-Bürgern, deutsche Sozialkassen abzukassieren

 

EU-Bürger können schon mit Minimalverdienst umfangreiche deutsche Sozialleistungen kassieren. Nach Recherchen des ARD-Politikmagazins report MÜNCHEN und dem Landshuter Wochenblatt haben zwei Firmen im niederbayerischen Landshut rumänische Staatsangehörige für unter 200 Euro pro Monat angestellt und so dazu beigetragen, das System auszunützen. Informanten, die die Aktenlage gut kennen, bestätigen, die rumänischen Bürger hätten "ein Minimum verdient, um Sozialleistungen zu kassieren".

 

Thomas Haslinger, für die Junge Liste im Landshuter Stadtrat ergänzt: "Auch uns liegen Informationen vor, dass mit Hilfe von zwei Landshuter Firmen, das System letztendlich ausgereizt wurde, was die Auszahlung von Arbeitslosengeld II anbelangt." Nach einem halben Jahr, so der Informant, habe die Firma die rumänischen Angestellten noch in der Probezeit gekündigt. Dann hätten die Rumänen "noch ein halbes Jahr weiter kassiert. Alles legal". Die Rumänen hatten nur wenige Stunden pro Woche gearbeitet.

 

Ansprüche auf Sozialleistungen auch bei Verdienst unter 200 Euro legal

Zwar war in einem Protokoll des Quartierbeirats der Stadt Landshut von einem organisierten System sozialen Missbrauchs rumänischer Bewohner der so genannten Drachenburg vom 16. März die Rede, doch sollte die Staatsanwaltschaft keine Beweise finden, die einen Betrug erkennbar machen, wäre das Beziehen von vollen Sozialleistungen auch bei Kündigung nach minimaler Beschäftigung legal.

 

Wer Arbeitnehmer ist, hat, wenn er arbeitslos wird, Ansprüche auf Sozialleistungen. Nach Auskunft des Bundesministeriums für Arbeit und Soziales (BMAS) gegenüber report MÜNCHEN kann die Arbeitsagentur bei der Beurteilung der Arbeitnehmerschaft zu dem Ergebnis kommen, dass auch eine Stundenzahl von weniger als acht pro Woche auf das Vorliegen der Arbeitnehmereigenschaft hindeutet.

 

In den auf der EUGH Rechtsprechung basierenden Weisungen an die Bundesagentur für Arbeit heißt es, dass bei einer Tätigkeit von regelmäßig weniger als acht Stunden pro Woche eine Gesamtschau des Arbeitsverhältnisses entscheidend sei. Bei einer unfreiwilligen Arbeitslosigkeit nach einer Anstellung von weniger als einem Jahr hat der gekündigte Arbeitnehmer für sechs Monate Anspruch auf Leistungen nach dem SGB II. Hat er länger als ein Jahr gearbeitet, hat er unbefristeten Anspruch auf Leistungen nach dem SGB II.

 

Geplantes Gesetz ändert nichts

Diese Praktiken werden sich auch durch das von Bundessozialministerin Andrea Nahles geplante Gesetz nicht ändern lassen, wonach EU-Ausländer erst nach fünf Jahren Anspruch auf Sozialleistungen haben sollen. Denn das Gesetz gilt nur für Menschen, die keinen Arbeitsvertrag haben. Auf Anfrage von report MÜNCHEN erklärt ein Sprecher des BMAS: "Hier ändert sich auch durch das angesprochene Gesetzesvorhaben nichts." ARD-Politikmagazin report München 3

 

 

 

Studie. Integration von Flüchtlingen kann Milliarden einbringen

 

Ein Scheitern der Arbeitsmarktintegration von Flüchtlingen kann die öffentliche Haushalte langfristig in dreistelliger Millardenhöhe belasten. Davor warnt eine aktuelle Studie. Gelinge die Integration, dann flössen allerdings zusätzliche Staatseinnahmen.

Bei einem Scheitern der Arbeitsmarktintegration von Flüchtlingen drohen den öffentlichen Haushalten möglicherweise langfristige Kosten von bis zu knapp 400 Milliarden Euro. Das geht aus einer Studie des Mannheimer Zentrums für Europäische Wirtschaftsforschung (ZEW) im Auftrag der Heinrich-Böll-Stiftung hervor, wie „Zeit online“ am Mittwoch in Hamburg berichtete. Gelinge die Integration, dann flössen allerdings zusätzliche Staatseinnahmen in Höhe von 20 Milliarden Euro, so die Forscher.

Der ZEW-Forscher Holger Bonin prüfte erstmals systematisch, wie sich das Qualifikationsniveau der Neuankömmlinge auf die Staatsfinanzen auswirkt. Die Ergebnisse zeigen, dass die ökonomischen Folgewirkungen der Flüchtlingskrise maßgeblich vom Grad der wirtschaftlichen Integration der Geflüchteten abhängen. Wenn sie gut funktioniert, könne dies „die deutschen Staatsfinanzen auf lange Sicht entlasten“. Andernfalls könnten auf die Bürger „auf lange Sicht spürbare finanzielle Zusatzbelastungen zukommen“.

Diese Belastungen summieren sich über mehrere Jahrzehnte auf 398 Milliarden Euro, wenn die Flüchtlinge erst in 20 Jahren voll in den Arbeitsmarkt integriert sind und nur die Leistungskraft von Einheimischen mit einer geringen Qualifikation erreichen. Dann reichen die von den Zuwanderern entrichteten Steuern und Abgaben nicht aus, um die zusätzlichen Ausgaben für Transferleistungen wie Kindergeld oder die Bereitstellung der staatlichen Infrastruktur zu finanzieren.

Schnelle Integration entscheidend

Entscheidend ist demnach, dass die Flüchtlinge schnell Arbeit finden und eben auch Steuern und Sozialversicherungsbeiträge bezahlen. Den Modellrechnungen zufolge reduzieren sich die Kosten bereits deutlich auf 218 Milliarden Euro, wenn zum Beispiel 60 Prozent der Flüchtlinge das Niveau von Einheimischen mit abgeschlossener Berufsausbildung erreichen. Wenn die Integration statt in 20 bereits in 10 Jahren gelingt, fällt der Betrag noch einmal auf dann 113 Milliarden Euro.

Unterstellt hat das ZEW dabei, dass einmalig eine Million Flüchtlinge aufgenommen werden, die zu 59 Prozent jünger sind als 25 Jahre – das entspricht etwa dem Profil derjenigen, die 2015 einen Asylantrag gestellt haben. Als Kosten der Integration werden im ersten Jahr 20.000 Euro für jeden Flüchtling angenommen, der Betrag geht dann während der Integrationsdauer schrittweise zurück. Wenn mehr Menschen nach Deutschland kämen, würden sich die Gesamtsummen entsprechend vergrößern, hieß es. (epd/mig 29)

 

 

 

30 Jahre Villa Vigoni

 

Schon die alten Römer wußten, wie es sich kultiviert leben läßt am Comer See. Der römische Senator Plinius d.J. etwa pries das erholsame Landhausleben. Er wußte, worüber er schrieb, denn seine Familie besaß mehrere Villen am Comer See.

Im 18. Jahrhundert war die Gegend ein ‚place to be‘ für den europäischen Bildungsreisenden. Goethe selbst hat den See zwar nicht besucht, aber sein Frankfurter Freund Heinrich Mylius erwarb 1829 einen Landsitz in

Loveno, heute eine der schönsten historischen Villen am Comer See und Residenz der „Villa Vigoni“ – das Deutsch-Italienische Zentrum für Europäische Exzellenz. Ein beliebter Tagungsort für Wissenschaftler, Politiker und Kulturschaffende aus aller Welt.

Vor ziemlich genau 30 Jahren, am 21. April 1986, unterzeichneten die damaligen Außenminister Deutschlands und Italiens, Hans Dietrich Genscher und Giulio Andreotti, eine Vereinbarung zur gemeinsamen Nutzung der Villa, zur Förderung des deutsch-italienischen Dialogs auf den Gebieten der Wissenschaft, der Politik, der Bildung und Kultur.

Aus Anlaß des 30. Jubiläums treffen sich am 2. und 3. Mai in der Villa Vigoni zwei amtierende Minister. In dreißig Jahren hat sich einiges geändert. Diesmal sind es Frauen, nämlich Johanna Wanka, die deutsche Bildungsministerin, und Stefania Giannini, ihre italienische Amtskollegin. Sie wollen über die

Weiterentwicklung der Beziehungen im Rahmen einer europäischen Perspektive beraten. dip

 

 

 

 

Umfrage. Kommunen sehen vor allem Chancen in Flüchtlingszuwanderung

 

Kommunen stehen der Flüchtlingseinwanderung überwiegend positiv gegenüber. Sie erhoffen sich den Abbau von Wohnungsleerständen sowie eine Verbesserung der lokalen Ökonomie. Das und mehr geht aus einer aktuellen Umfrage hervor.

 

Landkreise und Kommunen stehen einer Umfrage zufolge der Flüchtlingszuwanderung überwiegend positiv gegenüber. Lediglich neun Prozent der Befragten befürchteten mehr Risiken als Chancen, sagte der Chef des Bundesverbandes für Wohnen und Stadtentwicklung (vhw), Jürgen Aring, am Donnerstag in Berlin bei der Präsentation der Umfrage „Flüchtlingskrise vor Ort 2016“.

Der Verband hatte im März dieses Jahres Verantwortliche in 583 Kommunen und 71 Landkreisen befragt. Diese haben bislang zusammen etwa 425.000 Geflüchtete aufgenommen. Den Angaben zufolge handelt es sich um die größte kommunale Umfrage in Deutschland seit Beginn der starken Zuwanderung im Sommer 2015.

Als größte Chance in der Flüchtlingszuwanderung wird von 62 Prozent der befragten Landräte, Bürgermeister und Oberbürgermeister der Weg zu einer „vielfältigen, weltoffenen“ Kommune gesehen. Mit Abstand folgt der Abbau von Wohnungsleerständen (30 Prozent) sowie die Verbesserung der lokalen Ökonomie (26 Prozent).

Zugleich spricht sich laut dem Bundesverband die überwiegende Mehrheit für eine Wohnsitzzuweisung aus, wie sie von der Bundesregierung geplant ist. Vor allem strukturschwächere sowie ländliche Räume erhoffen sich dadurch eine Stärkung ihrer Region. Überdurchschnittlich hoch sei die Zustimmung zur Wohnsitzauflage bei norddeutschen Kommunen, schwächer dagegen im Osten des Landes, sagte Aring.

Allerdings wünschen sich die befragten Kommunalpolitiker deutlich mehr Unterstützung bei der Flüchtlingsintegration. Mehr finanzielle Zuwendungen von Bund, Land oder durch den interkommunalen Finanzausgleich erwarten demnach 53 Prozent. Unter den Großstädten teilten 70 Prozent diese Ansicht.

Als grundsätzliches Manko für die Bewältigung des Integrationsprozesses sehen die meisten Befragten das Fehlen wichtiger Informationen über die Flüchtlinge, insbesondere in den Bereichen Sprache, Bildung und berufliche Qualifikation. Gefordert werden zudem mehr Informationen durch übergeordnete Behörden, Leitfäden oder durch Befragungen der Geflüchteten. (epd/mig 29)