WEBGIORNALE 7-20  NOVEMBRE  2016

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Referendum del 4 dicembre. La riforma costituzionale che attrae gli osservatori internazionali 1

2.       Referendum all’estero. Il voto è per posta. Partono i plichi elettorali 1

3.       Terremoto, portavoce Ue: "Spese d'emergenza escluse dal patto di stabilità"  1

4.       Bruxelles, Berlino e Parigi. L’Europa non si commuove mentre l’Italia trema  2

5.       Liberazione  da Daesh  2

6.       Russia-Stati Uniti. Le radici politiche, non geopolitiche, della nuova guerra fredda  2

7.       L’Europa è chiusa, servono corridoi umanitari 3

8.       A Bruxelles. Le mani della Germania. sul bilancio comunitario  3

9.       La Germania all'attacco della Bce  3

10.   Uno scorcio nella vita scolastica (italo)-tedesca  4

11.   Rappresentanti delle Camere di Commercio e amministratori locali del Baden Wuttenberg in visita in Italia  4

12.   Laura Garavini (PD) a Villingen ed a Berlino a sostegno del SÌ al referendum   4

13.   Nuovi corsi all’IIC di Monaco di Baviera  4

14.   Giorno dell‘Unità nazionale e delle forze armate a Monaco di Baviera: festa della consapevolezza e della memoria  5

15.   L’italiano al nuovo Liceo “Schmiedestraße” di Düsseldorf 5

16.   Giornata di solidarietà a Mettmann per le vittime del terremoto del Centro Italia  5

17.   Germania, disoccupazione al minimo. Il tasso al 6%, il più basso dal 1990  5

18.   Terremoto, Germania pronta ad aiutare: "Patto di stabilità? Ora priorità è affrontare la catastrofe"  6

19.   “Facebook incita all’odio razziale”: Mark Zuckerberg indagato in Germania  6

20.   Travolti nella capitale inglese. Quei ragazzi morti in bici a Londra. Filippo e Lucia, uccisi in pochi giorni 6

21.   Angela Merkel: gli algoritmi di Google e Facebook minacciano il dibattito democratico  6

22.   Unione europea. Addio al roaming? Sì, ma con giudizio  7

23.   Brexit, Alta Corte: "Governo dovrà avere l'ok del Parlamento"  7

24.   Economia. G7 all’italiana, un’occasione da non perdere  8

25.   Gentiloni: “Sarà una vittoria definitiva ma il terrorismo non finirà”  8

26.   Referendum costituzionale. L’Italia al bivio  9

27.   Costituzione e non solo. Referendum, la doppia battaglia  9

28.   Renzi scongiuri il rischio di un Trump italiano  10

29.   L'aspettativa  10

30.   Rissa sul rinvio del referendum, poi Renzi stoppa Alfano  10

31.   Catastrofi e politica. Serve un grande patto per salvare il Paese  11

32.   Terremoto, emergenza senza fine: il governo vara nuovi interventi 11

33.   Dopo il Referendum   11

34.   “Tutti pazzi per l’italiano, la lingua delle insegne”  11

35.   Quelle analogie tra le elezioni Usa e il referendum   12

36.   Mezza Italia vulnerabile: 44% aree a elevato rischio sismico  12

37.   Il paradosso dei sismi italiani. Meno potenti, ma più distruttivi 12

38.   Italia, un paese dalle culle vuote  12

39.   Il dialogo  13

40.   Il ruolo delle Camere di Commercio all’estero  13

41.   Insegnare italiano all’estero, successo per i corsi di formazione ICoN  13

42.   Prestazioni sociali. “Patti chiari senza inganni"  13

43.   Italiani nell’essere  14

44.   "Lingua, cultura, promozione del sistema Paese: 20 milioni di risorse per gli italiani nel mondo  14

45.   Nuovi incentivi fiscali per i “cervelli” che rientrano in Italia nella legge di Stabilità 2017  14

46.   Bonus di 500 euro in cultura per i 18enni 14

47.   Incontro a Lanciano dei Giovani abruzzesi nel mondo  15

 

 

1.       Seismologe Massimiliano Pittore: Es wird in Italien weitere Beben geben  15

2.       Warum das Sterben im Mittelmeer kein Ende nimmt 15

3.       Europaweite Jugendstudie "Generation What?"  15

4.       UNHCR. Vermutlich mehr als 200 Flüchtlinge im Mittelmeer ertrunken  16

5.       EU-Kommission bei Sozialpolitik auf schwierigem Terrain  16

6.       Die Europäische Union und Kanada haben das Freihandelsabkommen CETA unterzeichnet 17

7.       Gutes Klima in Marrakesch?  17

8.       Klimaschutz ohne Plan  17

9.       Klima schützen – Armut bekämpfen. World Vision stellt bei UN-Klimakonferenz erfolgreiche Projekte zum Klimaschutz vor 18

10.   Mittelmeer im Jahr 2016. Jeden Tag sterben durchschnittlich 13 Flüchtlinge auf dem Seeweg  18

11.   Hahn nach CETA-Deal: „Wir brauchen mehr europäisches Denken“  18

12.   55 Jahre Anwerbeabkommen mit der Türkei. Mit dem Koffer in ein neues Leben  18

13.   Papst: „Angst vor Flüchtlingen ist schlechter Ratgeber"  19

14.   #GenerationE: Junge Migranten aus Südeuropa erzählen  19

15.   Es lebe die Nation! 20

16.   Unser Europa? Euer Europa  20

17.   Flüchtlingskrise: McAllister würdigt Vatikan-Impulse  21

18.   Bildung und Arbeitsmarkt. Migranten zweiter Generation überflügeln Einheimische  21

19.   Was ist neu? Neuregelungen zum November 2016  22

20.   Ministerpräsidentin Kraft beim Papst: Lob präventiver Politik  22

21.   Die Reform des BND ist bestätigt 22

22.   Keine Leitkultur. Soziologin schlägt Integrationskurse auch für Deutsche vor 22

23.   Demokratie integriert: Flüchtlinge blicken in „Seele“ hessischer Kommunalpolitik  23

24.   Mehr Energie aus der Sonne gewinnen  23

25.   Beschäftigung. Niedrigste Arbeitslosenzahl seit 25 Jahren  24

26.   Bundeskanzleramt. Staat und Kultur starten neue Initiative für Integration  24

27.   Angela Merkel trifft auf die deutschen Minderheiten Europas  24

28.   NRW. Einwanderungsmanagement wird vor Ort in den Kommunen erprobt 25

29.   Naturheilmittel helfen bei Erkältungskrankheiten  25

30.   Grünes Licht für Pkw-Maut 25

31.   Siebter Altenbericht. Erfülltes Leben bis ins hohe Alter 25

32.   Pupi siciliani touren durch Deutschland  26

33.   Filmfestival Verso Sud in Frankfurt 26

 

 

 

Referendum del 4 dicembre. La riforma costituzionale che attrae gli osservatori internazionali

 

Il faro dell’attenzione degli osservatori internazionali sull’Italia si è andato spostando dalla crisi delle banche verso il referendum sulle modifiche alla Costituzione.

 

Una correzione di rotta che li ha messi più in sincrono con il pensiero prevalente all’interno del Paese: per lungo tempo infatti i problemi del sistema bancario italiano sono stati visti da noi come un fattore rilevante di crisi sì, ma non necessariamente come un rischio sistemico (o perlomeno, salvo qualche voce competente e isolata, questa è la lettura che è stata data da buona parte dei media e dell’opinione pubblica informata).

 

Le cose non stanno cosi; il problema delle banche non ha perso di attualità e resterà con noi ancora per diverso tempo, come dimostrano i balbettii su MPS e bad banks varie. Complice anche il tonfo di Deutsche Bank, che ha dato un provvisorio respiro all’Italia, la une è ora soprattutto sul referendum.

 

Il voto del 4 dicembre e la stabilità italiana

Che si tratti di un passaggio problematico è opinione condivisa, ma l’attenzione esterna non è rivolta tanto alla sostanza delle riforme sul tappeto, quanto alla loro incidenza sulla stabilità di un Paese che continua a dare la sensazione di reagire a debolezze endemiche con mosse corsare, in cui l’effetto di annuncio prevale sulla continuità della rappresentazione negoziale. Con il risultato di una difesa zoppa dell’interesse nazionale, che determina al tempo stesso incertezze sul piano comunitario.

 

La polarizzazione della discussione, l’intreccio improprio fra riforma costituzionale e legislazione elettorale, il formarsi di alleanze eterogenee sull’uno come sull’altro versante, appaiono altrettante manifestazioni della tendenza italiana alla drammatizzazione teatrale del confronto politico, al fine a volte di mascherare i veri nodi e rendere paradossalmente più facili i compromessi.

 

Cercare di penetrare i bizantinismi di un sistema politico viziato da una insuperabile fragilità appare più che complesso, inutile. Migliorare la governabilità semplificando i meccanismi istituzionali, riducendo le strozzature senza porre in discussione la rappresentanza democratica, è parte del bagaglio acquisito quantomeno dalla membership originaria dell’Unione europea, Ue: venuta meno l’illusione della razionalizzazione bipolare, il sistema italiano resta frammentato e difficilmente modificabile.

 

Previsione apocalittiche poco ascoltate

Alleati e mercati, osservatori e governi, danno mostra di non dare troppo credito alle previsioni apocalittiche dei due schieramenti: non sono in molti a credere che dal Sì possa venire la fine della democrazia in Italia, come che il No possa aprire la porta ad una stagione di ingovernabilità con conseguente tracollo dell’economia.

 

L’Italia è un partner importante nell’Alleanza Atlantica, che può svolgere un ruolo equilibratore sempre più necessario in una fase di contrasti crescenti con la Russia di Putin. La terza economia dei Ventisette è fondamentale per mantenere credibilità all’impianto comunitario, scosso per altri versi dalla Brexit. Rimane un elemento decisivo dell’equilibrio geopolitico nel Mediterraneo e in Medio Oriente.

 

Non si tratta quindi, nella percezioni di chi ci osserva, di capire se la riforma comporti davvero la modernizzazione necessaria del nostro paese; se un parlamento eletto con un maxi-premio di maggioranza possa cancellare ritardi e inefficienze consolidate.

 

Il punto è quello di spendersi per la soluzione che meglio di tutte consenta non tanto la governabilità a lungo termine del Paese, quanto la capacità di far fronte alle scadenze immediate che si pongono, senza dare eccessivi grattacapi ad alleati e partner.

 

La pressione incerta di Obama e Merkel

La riforma può essere brutta (e brutta lo è davvero, a mio parere) e la legge elettorale un pasticcio da correggere prima che sia troppo tardi. Nell’ottica internazionale, si tratta di problemi italo-italiani che interessano solo nella misura in cui possano incidere sul sistema nel suo complesso. Fatto il conto del dare e dell’avere insomma, meglio tenersi il Renzi che c’è, spingendo perché faccia tutto ciò che gli alleati si attendono senza troppe alzate d’ingegno.

 

Legando referendum ed elezioni il Presidente del Consiglio ha commesso un errore tattico, ma la cosa non rileva granché a livello internazionale. Gli interventi del presidente statunitense Barack Obama e gli incoraggiamenti della Cancelliera Angela Merkel sono segnali importanti, ma la loro efficacia come strumento diretto di pressione è incerta e tendono a mettere in luce l’aspettativa che non vengano dati scossoni di troppo ad una barca che non ne ha bisogno.

 

Un ragionamento che risuonerà nelle orecchie degli elettori e che mi induce a ritenere che non il condizionamento di invadenti attori esterni, bensì il timore del nuovo per quanto non apocalittico, spingerà gli italiani ad assicurare un margine, piccolo, alla scommessa di Renzi. Magari turandosi, montanellianamente, il naso.

Antonio Armellini, Ambasciatore d’Italia, AffInt 29

 

 

 

 

Referendum all’estero. Il voto è per posta. Partono i plichi elettorali

 

ROMA - Manca meno di un mese al 4 dicembre, giorno in cui gli italiani in Italia voteranno al Referendum costituzionale. Gli italiani all’estero – iscritti all’Aire e temporaneamente all’estero che ne abbiano fatto richiesta – voteranno per corrispondenza qualche giorno prima.

Diverse le tempistiche dell’invio dei plichi che, in via generale dovranno essere spediti dai Consolati entro il 16 novembre. Alcune sedi hanno già programmato il calendario delle aperture straordinarie degli uffici elettorali, consultabili sui siti web di ciascun Consolato.

Il plico, come sempre, conterrà il certificato elettorale, la scheda elettorale, una busta piccola, una busta di formato più grande - preaffrancata - recante l’indirizzo del competente Ufficio consolare, un foglio informativo con le istruzioni per esercitare il diritto di voto.

I connazionali dovranno avere cura di rinviarli con il loro voto in Consolato entro le 16.00 del 1° dicembre, cioè il giovedì antecedente alla data delle elezioni in Italia, come disposto dalla legge sul voto all’estero.

Chi non ricevesse il plico al proprio indirizzo potrà recarsi in Consolato per ritirare il duplicato dopo il 20 novembre.

Come si vota.

All’interno della busta, i connazionali all’estero troveranno il certificato elettorale; la scheda elettorale; 2 buste, una piccola completamente bianca e una più grande già affrancata con l’indirizzo del competente Ufficio Consolare; un foglio informativo.

Per votare, dovrà essere utilizzata esclusivamente una penna di colore nero o blu. Tracciato un segno sul rettangolo della scheda che contiene la risposta prescelta (SI o NO), il connazionale – che nel frattempo ha anche tenuto a mente che il voto è personale, libero e segreto – inserisce la scheda elettorale nella busta piccola completamente bianca.

Chiusa questa busta piccola, l’elettore la inserisce nella busta più grande, già affrancata con l’indirizzo dell’Ufficio Consolare, insieme al tagliando del certificato elettorale.

A questo punto, non resta che chiudere anche la busta già affrancata e spedirla all’Ufficio Consolare in modo che arrivi entro e non oltre le ore 16.00 del 1° dicembre 2016 (ora locale) senza aggiungere il mittente. dip 

 

 

 

 

Terremoto, portavoce Ue: "Spese d'emergenza escluse dal patto di stabilità"

 

La Commissione europea ricorda "che le spese di emergenza a breve termine legate alle catastrofi naturali possono essere classificate come una tantum e quindi esclusi dal calcolo dello sforzo strutturale in sede di valutazione del rispetto del patto di stabilità". Lo dice la portavoce della Commissione europea Annika Breidthardt, durante il briefing con la stampa a Bruxelles.

"Lo abbiamo fatto - ha aggiunto - per costi direttamente connessi ai terremoti in Abruzzo ed Emilia e per altri disastri naturali in passato, ma in questa fase non speculiamo su questo. Qualsiasi costo che possa o no essere in linea con i criteri applicabili sarà valutato solo quando riceveremo tutti i dettagli dalle autorità italiane. Ricordo che è in corso un dialogo con le autorità italiane e posso solo ripetere che non facciamo speculazioni".

A quanto si apprende, a Bruxelles le accuse rivolte alle istituzioni europee di ostacolare la ricostruzione del patrimonio edilizio e scolastico italiano con criteri antisismici vengono considerate come populismo a buon mercato. La comunicazione del gennaio 2015 sulla flessibilità prevede, nell'allegato uno, delle modalità che potrebbero essere utilizzate dal governo italiano per effettuare investimenti per adeguare il patrimonio edilizio delle aree colpite dai terremoti, senza incappare nei vincoli del patto.

"Come il commissario Christos Stylianides ha ripetuto - ha continuato la portavoce - restiamo pronti ad aiutare la popolazione italiana. Di fatto, il centro di coordinamento delle risposte di emergenza della Commissione, che monitora i disastri naturali 24 ore su 24, è in contatto costante con le autorità nazionali italiane di Protezione civile".

La Commissione europea "ha fornito immediatamente mappe di rilevazione satellitare - ha concluso la Breidthardt - credo siano 31 quelle fornite finora su richiesta delle autorità italiane. Continueremo a fornire mappe delle aree colpite, monitoriamo la situazione con attenzione e restiamo pronti ad aiutare". Adnkronos 31

 

 

 

Bruxelles, Berlino e Parigi. L’Europa non si commuove mentre l’Italia trema

 

La mancanza di «cuore» con cui a Bruxelles (ma anche a Berlino e Parigi nessuna finestra è stata accesa domenica, in cancelleria e all’Eliseo) si è reagito alla notizia del terremoto più grave dal 1980 è il segnale di una crisi di motivazioni ideali che alimenta la malattia dell’estraneità - di Paolo Lepri

 

Se non ora, quando? Questo era il momento giusto per cambiare stile, per cogliere il senso della Storia e mostrare il significato del concetto di solidarietà. Invece tutto è rimasto come prima. L’Italia lotta contro la terra che trema, cercando di proteggere migliaia di persone che non hanno più niente, e l’Europa che dovrebbe essere la grande casa di chi è senza casa si comporta con una calma inquietante o ripete le stesse formule rituali. Non è stata costruita per questo. La mancanza di «cuore» con cui a Bruxelles (ma anche a Berlino e Parigi nessuna finestra è stata accesa domenica, in cancelleria e all’Eliseo) si è reagito alla notizia del terremoto più grave dal 1980 è il segnale di una crisi di motivazioni ideali che alimenta la malattia dell’estraneità. Sconfiggere le forze antagoniste ed euroscettiche, andando avanti così, diventerà sempre più difficile.

I fondatori parlavano di «anima», oggi siamo abituati a ragionare di decimali o a inghiottire la medicina del rigore. Ci saremmo aspettati uno scatto, un’assunzione comune di responsabilità per salvare, ricostruire, riportare alla normalità un Paese ferito. Magari anche l’idea di un vertice straordinario, il segno di una mobilitazione generosa. Non sono arrivate nemmeno le tranquillizzanti belle parole, in una giornata che ci ha fatto rivedere i confini aboliti da decenni: noi qui, gli altri lontano, dietro la barriera dell’indifferenza. Sarebbero state ben accolte, le belle parole, anche se adesso contano i fatti. Nessuno però le ha potute ascoltare.

Il silenzio ha poi lasciato il posto al linguaggio dell’ordinaria amministrazione. Non è un caso che il portavoce della cancelliera tedesca Angela Merkel abbia ripetuto per l’ennesima volta che il patto di stabilità è un impegno nei confronti dell’Europa che già prevede molte flessibilità. Nessuna tregua, insomma, che peraltro non era stata chiesta. La Commissione europea ha ricordato possibilità di non conteggiare nel calcolo del deficit e del debito le spese straordinarie per affrontare le calamità naturali e ha lasciato filtrare, proprio ieri, insoddisfazione per la manovra del governo. L’Italia non è la Repubblica dei decimali: è Amatrice, Norcia, Ussita, Castelluccio. È un Paese che tende la mano, più di tanti, e si aspetta da troppo tempo di vedere gli altri alla prova. CdS 31

 

 

 

Liberazione  da Daesh

 

Entra nella terza settimana l'offensiva dell'esercito regolare iracheno per liberare Mosul, seconda città dell'Iraq, da due anni nelle mani dell'Isis. Operazioni militari non semplici, rese difficoltose dall’estensione della città e dalla densità di popolazione, quest'ultima usata come scudi umani dai miliziani di Al Baghdadi. A questo si aggiunga anche la politica della terra bruciata attuata dai miliziani dell’Isis, attraverso l’incendio di zolfo, di pozzi petroliferi e il posizionamento di esplosivi e mine dappertutto. Alla presa di Mosul si arriva anche attraverso la costruzione di  una strategia  politica per il dopo-liberazione

 

“Un’operazione che corona due anni di sforzi, successivi alla disfatta delle forze armate irachene di fronte all’avanzata dell’Isis, nell’estate del 2014. Il lavoro svolto dalla coalizione internazionale ha ricreato le condizioni di fiducia e la capacità di combattimento delle forze armate irachene che, da 17 mesi, hanno recuperato più della metà dei territori controllati dal Daesh. Lo sforzo politico diplomatico è stato notevolissimo ma serve ora, più che mai, una grande cooperazione tra le varie minoranze. A Mosul le operazioni militari non saranno tuttavia semplici e si dovrà operare con grande prudenza sia per l’estensione della città sia per la densità di popolazione”. Così Matteo Bressan, analista del Nato Defense College Foundation, parla della offensiva dell’esercito iracheno per liberare Mosul, giunta ormai alla terza settimana. Una liberazione possibile solo se verrà assicurato, dice l’esperto, autore, tra gli altri, del libro “Eurasia e jihadismo – Guerre ibride sulla Nuova Via della Seta”, “un alto livello di cooperazione e condivisione d’intelligence tra tutti gli attori che stanno prendendo parte alle operazioni militari”.

Mosul è un nodo commerciale e petrolifero strategico, crocevia di interessi diversi e contrastanti, riflesso delle forze impegnate nella sua liberazione, dall’Esercito iracheno ai peshmerga curdi, dalle milizie sciite iraniane e libanesi ai combattenti addestrati dalla Turchia. Quale bandiera sventolerà o quali bandiere sventoleranno su Mosul?

Il primo ministro iracheno Haider al Abadi ha dichiarato, sin dall’inizio dell’offensiva, che la bandiera irachena sarà issata al centro di Mosul. Sappiamo però che la realtà e i rapporti tra le varie componenti della coalizione sono legate da un filo sottilissimo. Oggi apprezziamo il fatto che milizie peshmerga e irachene combattano contro lo stesso nemico ma la possibile disintegrazione dell’Iraq attraverso spinte separatiste è uno scenario possibile. A queste tensioni si potrebbero aggiungere le contrapposizioni tra Ankara, presente con delle proprie truppe e Teheran, attiva con le sue milizie. È evidente che si deve costruire, sin da ora, una strategia anche politica per il dopo-liberazione di Mosul. Dobbiamo già essere certi su chi entrerà e chi gestirà Mosul dopo la sconfitta dell’Isis.

La liberazione di Mosul non deve dare luogo a vendette settarie e si dovranno creare le condizioni per la stabilizzazione della città per rendere permanente il successo militare.

Venerdì scorso il vice presidente del Parlamento iracheno, Aram Shekh Muhemmed, a Montecitorio, nel corso dell’Assemblea parlamentare della Nato, ha chiesto che l’Iraq venga messo al riparo da ingerenze esterne e riceva quel sostegno umanitario, militare, politico e diplomatico necessario per trovare una soluzione alle difficoltà che ci saranno dopo la liberazione di Mosul.

Che significa per Daesh perdere Mosul?

Mosul è stata la capitale economica dell’Isis, la città dalla quale si è sviluppata la sua strategia fondata sull’amministrazione dei territori sunniti, oppressi nella narrativa dell’Isis, dagli sciiti. È stata anche la città nella quale Al Baghdadi aveva annunciato la nascita del Califfato. Oggi l’Isis ha perso una larga parte dei territori conquistati e non trae più quei vantaggi economici dalla sua economia criminale.

La battaglia di Mosul è quindi propedeutica ad un’offensiva su Raqqa. I successi militari sul terreno pongono due grandi sfide: il ritorno alla vita e alla normalità nei territori liberati e la ricostruzione civile, economica e democratica senza alcuna discriminazione di quelle realtà liberate attraverso l’iniziativa militare.

La ricostruzione è importante quanto le vittorie militari. La sconfitta sul campo non fa venire meno la forza della minaccia che resterà alta e potrebbe contagiare altri Paesi della regione.

L’offensiva contro Mosul potrebbe riaprire le piste di un negoziato di pace in Siria? Con Daesh sconfitto, Mosca e Damasco non potranno più dire che bisogna salvare il regime siriano per evitare la nascita di uno Stato jihadista in Medio Oriente…

Nonostante le profonde divergenze tra Stati Uniti e Russia sui futuri equilibri in Siria, i due Paesi condividono le stesse preoccupazioni circa la minaccia rappresentata dall’Isis e da al-Nusra. È difficile fare una previsione sia per le imminenti elezioni americane sia perché se abbiamo dei dubbi e delle preoccupazioni sui chi entrerà e amministrerà Mosul dopo la liberazione sicuramente nel caso di Raqqa ci troveremo, ad oggi, ad una vera e propria corsa tra attori che hanno obiettivi ben più distanti dei protagonisti dell’offensiva di Mosul.

In questo contesto quale potrebbe essere il futuro dei cristiani in Iraq?

Il tema dei cristiani, così come quello di tutte quelle comunità che rappresentano minoranze, può essere affrontato solamente attraverso la riscrittura delle regole politiche e di convivenza dello Stato iracheno. Regole che necessariamente dovranno porre un argine all’elevata corruzione, al confessionalismo, all’emarginazione dei sunniti e alla polverizzazione dello Stato.

Se queste sfide saranno risolte, si potrà ricostruire un Paese in cui tutti, indipendentemente dalla propria confessione religiosa, potranno ricominciare a vivere e a sentirsi cittadini e partecipi del comune destino del proprio Paese. Daniele Rocchi  Sir 3

 

 

 

 

Russia-Stati Uniti. Le radici politiche, non geopolitiche, della nuova guerra fredda

 

Negli ultimi anni le relazioni tra Russia e Stati Uniti sono peggiorate al punto che si può legittimamente parlare di una nuova guerra fredda, per quanto dai caratteri meno epocali di quella precedente.

 

I russi sostengono che la politica statunitense - dall’allargamento della Nato ad est al sostegno ai governi filo-occidentali delle ex repubbliche sovietiche agli interventi militari nel mondo arabo - miri ad espandere l’egemonia Usa in Europa e Medio Oriente e a tenere sotto scacco la Russia.

 

Per gli statunitensi (e gli europei), il presidente russo Vladimir Putin ha impartito alla politica estera russa una svolta aggressiva e ostile.

 

Dalla Georgia alla Siria, una serie di provocazioni russe

Nell’ordine, la Russia si è annessa la Crimea con la forza, fomenta una guerra civile in Ucraina e ha attaccato la Georgia nel 2008 (togliendole due province di cui ha riconosciuto l’indipendenza).

 

Non osserva più il Trattato sulle armi convenzionali in Europa, che impone limiti al numero e agli spostamenti delle forze convenzionali, è in apparente violazione del Trattato di bando dei missili nucleari a raggio intermedio (quello negoziato da Gorbaciov e Reagan nel 1987, un pilastro del sistema di controllo degli armamenti) e ha posto fine a una serie di accordi con gli Usa per la riduzione e messa in sicurezza di materiali nucleari a rischio nel territorio ex sovietico.

 

Il Cremlino ha mobilitato migliaia di soldati lungo i confini con i Paesi baltici, schierato missili in teoria capaci di montare testate nucleare nell’enclave di Kaliningrad (stretta tra Lituania e Polonia), e condotto una serie di azioni provocatorie nelle acque e nello spazio aereo di Paesi Nato.

 

Nell’ambito dell’intervento militare a sostegno dell’alleato Bashar al-Assad in Siria, la Russia non ha esitato a colpire deliberatamente obiettivi civili, ospedali e addirittura convogli umanitari Onu, rendendo sempre più complicato avviare un processo di pacificazione nazionale.

 

L’obiettivo di Putin sarebbe quello di forzare gli statunitensi e gli europei a riconoscere la sfera di influenza russa in Europa orientale e giocare sullo stesso piano dei primi nello scacchiere mediorientale. Apparentemente, quindi, il contrasto sarebbe di natura geopolitica.

 

Putin, tra nostalgia di grandeur e attaccamento al potere

C’è una dose di verità in quest’argomento. Putin, come buona parte dell’establishment di sicurezza e dell’opinione pubblica russi, è un nostalgico della grandezza imperiale dell’Unione Sovietica e non ci sta a vedere la Russia trattata come un Paese di seconda categoria. Ma le cose stanno altrimenti.

 

Appoggiandosi ai servizi segreti e conquistandosi il favore delle forze armate con grandi aumenti di spese militari, Putin ha creato un sistema di potere che si basa sulla celebrazione del capo, l’addomesticamento del partito di governo, la repressione di ogni opposizione di rilievo, la limitazione della stampa, il controllo di settori chiave dell’economia (a partire dall’energia), il controllo della magistratura e dell’informazione, nonché la cooptazione dei potentati locali nelle zone più vulnerabili della Russia (come la Cecenia).

 

Per quanto la ricerca di prestigio e influenza sia un obiettivo fondamentale della politica estera di Putin, ancora più importante per lui è assicurare la continuità del suo potere personale e del regime che gli ruota attorno.

 

Putin e il suo entourage sono persuasi che gli statunitensi abbiano pilotato le proteste popolari che hanno portato alla caduta di governi filo-russi in Georgia (nel 2003) e in Ucraina (nel 2004 e poi di nuovo nel 2014), nonché le proteste popolari contro lo stesso Putin nell’inverno 2011-12. Dal momento che in tutti i casi chi protestava in qualche modo si ispirava ad ideali liberal-democratici occidentali, per Putin è diventato fondamentale minare la legittimità di questo modello.

 

Gli hacker russi e le mail svelate da WikiLeaks

Si spiega così il sostegno del Cremlino ai partiti anti-Ue europei, come il Front National in Francia, e il ruolo che hacker russi avrebbero avuto nel passare a WikiLeaks una serie di email che hanno messo in imbarazzo il candidato presidenziale Usa che sostiene un atteggiamento più duro verso la Russia, Hillary Clinton.

 

Anche se a ben guardare le email non contengono nulla di davvero compromettente, la loro pubblicazione ha comunque aumentato la percezione che l’establishment americano - di cui Clinton è la rappresentante per antonomasia - sia corrotto.

 

Così, smantellamento dell’ordine di sicurezza europeo, difesa di Assad e campagna di disinformazione e propaganda anti-liberale in Russia e in Occidente rientrano in un unico disegno: creare confusione e allarme nei Paesi europei, accreditare la Russia come baluardo contro il jihadismo e mostrare all’opinione pubblica russa, delle ex repubbliche sovietiche e anche a quella occidentale che dopotutto le liberal democrazie occidentali non sono tanto meglio del regime autoritario instaurato di Putin.

 

In conclusione, oggi esistono le condizioni per un conflitto prolungato tra Usa e alleati da una parte e Russia dall’altra. O almeno questo sembra lo scenario più plausibile se il prossimo presidente Usa continuerà a investire nell’alleanza con gli europei.

 

Se invece dovesse favorire un riavvicinamento a Mosca, come Donald Trump ha promesso di fare, forse le tensioni russo-statunitensi potrebbero allentarsi. Quanto a lungo, difficile dirlo. Quello che è certo è che a farne le spese sarebbe, sul piano geopolitico, l’alleanza atlantica e, su quello dei valori, la legittimità della liberal democrazia.

Riccardo Alcaro, responsabile di ricerca presso lo IAI. AffInt 1

 

 

 

 

L’Europa è chiusa, servono corridoi umanitari   

 

Roma - “Di fronte a queste nuove morti nel Mediterraneo, che fanno salire a oltre 4 mila i morti nel 2016, un numero mai raggiunto negli ultimi anni, cresce la responsabilità dell’Europa nel non disattendere ancora l’impegno di costruire vie legali di ingresso, corridoi umanitari, tra le persone che sono in fuga. Questa indifferenza dell’Europa è ancora più grave perché in continuazione si rimanda quel piano Marshall per l’Africa che non sia semplicemente un trattenere i migranti nei Paesi di origine ma sia veramente un impegno serio nella cooperazione allo sviluppo. Quindi sono morti che richiamano non solo l’impegno per vie legali e i corridoi umanitari ma l’impegno per una cooperazione che ancora manca”. Lo afferma a Radio Vaticana il direttore generale della Fondazione Migrantes mons. Giancarlo Perego. “L’Europa è incapace di uscire dalla logica di chiusura verso la quale alcuni Stati stanno andando e non invece aprirsi a una logica di impegno per lo sviluppo nei Paesi di origine delle persone migranti - continua Perego - Quindi la mancanza del ricollocamento dei 160 mila è un segno molto chiaro di questa chiusura e i rimandi continui di un impegno per la cooperazione è una situazione che effettivamente dimostra come l’Europa è incapace di leggere anche il futuro delle migrazioni che necessariamente  interesseranno ancora una volta l’Europa”. Per Perego, “se ne può uscire se effettivamente si esce da questa logica di chiusura e si ottimizzano al meglio le risorse che l’Europa ha a disposizione nelle due direzioni. In primo luogo superando la volontarietà dell’accoglienza e quindi questo ricollocamento dei 160 mila in tutti i 28 Paesi europei. In secondo luogo facendo in modo che le risorse non siano semplicemente per l’accoglienza ma vadano per percorsi di integrazione. L’Europa ha bisogno di nuovi lavoratori, l’Europa ha bisogno anche di questa risorsa importante dei migranti. In terzo luogo, l’Europa potrebbe dare un segnale molto forte in un impegno di politica estera che vada effettivamente nella direzione della pace, soprattutto nel Medio Oriente e in alcuni Paesi africani, cosa che invece continuamente viene rimandata, e non si vorrebbe che la logica sia quella del guadagnare di più anche negli armamenti venduti a questi Paesi”.

R.I. Migr. 4

 

 

 

 

 

A Bruxelles. Le mani della Germania. sul bilancio comunitario

 

L’arrivo del cristiano-democratico Günther Oettinger al portafoglio della spesa nella Commissione europea, con il contorno di un’orchestra dall’inconfondibile timbro germanico, conferma il sospetto che lo spartito sia sempre d’ispirazione berlinese - di Paolo Valentino

 

Provocano un interessante rimescolamento degli assetti di potere all’interno della Commissione europea, le dimissioni della bulgara Kristalina Georgieva, che dopo aver perso la partita per la segreteria generale dell’Onu ha preferito Washington a Bruxelles, accettando la nomina ad amministratore delegato della Banca Mondiale. A meno di sorprese al Parlamento europeo, dove si annuncia un esame molto severo prima del voto di gradimento, dovrebbe essere il tedesco Günther Oettinger, fin qui responsabile dell’Agenda digitale, a ricevere in dote il fondamentale doppio portafoglio del Bilancio e del Personale liberato da Georgieva.

Anche al netto delle imbarazzanti gaffe di Oettinger, raccontate ieri da Ivo Caizzi sul «Corriere» e per le quali l’interessato ha chiesto scusa, è una scelta singolare quella del presidente Jean-Claude Juncker, cristiano-democratico lussemburghese, e soprattutto del suo capo di gabinetto, Martin Selmayr, anche lui cristiano-democratico ma tedesco, il cui eccessivo potere d’ingerenza sarebbe secondo molti all’origine delle dimissioni di Georgieva. Il posto di una tecnocrate senza affiliazione politica, di riconosciuta competenza e terzietà, passa ora a un politico puro. Anche lui, ça va san dire, cristiano-democratico e tedesco. Fra l’altro non è ancora chiaro se Oettinger terrà anche il vecchio portafoglio, il che lo renderebbe fortissimo.

Non è qui in discussione la capacità del commissario tedesco, che è stato per 20 anni deputato e per 5 ministro-presidente del Land del Baden-Württemberg, quanto il suo legame organico con la Cdu, cioè con il partito al governo della Germania. Anche perché Oettinger non è il solo in questa condizione, nel contesto della imminente discussione sul bilancio della Ue per il 2017.

Come ha fatto notare il quotidiano online Politico, il relatore del Parlamento europeo sulla legge finanziaria è ancora un tedesco, Jens Geier, lui però socialdemocratico della Spd, che è al governo di Berlino insieme alla Cdu nella Grosse Koalition. Non basta. Dal 1° ottobre scorso infatti, il presidente della Corte dei conti europea, l’organismo che sorveglia l’uso delle risorse comuni, è nient’altri che il tedesco Klaus-Heiner Lehne, il quale per 20 anni, fino al 2014, è stato deputato della Cdu all’Europarlamento. Mentre Ingeborg Grässle, anche lei cristiano-democratica e tedesca, guida la Commissione parlamentare per il controllo del bilancio. Ancora, uno dei membri più influenti della Commissione bilancio dell’Assemblea di Strasburgo è Reimer Böge, un altro tedesco e cristiano-democratico.

Ora, senza voler fare il processo alle intenzioni, non c’è dubbio che la Germania in questi anni abbia incarnato una cultura economica votata al consolidamento molto più che alla crescita, che ha con successo imposto all’agenda europea. Di più, Berlino si è mostrata molto più comprensiva delle ragioni della sua area di riferimento geografico, il Nord e il Centro, che non delle sensibilità e dei problemi dei Paesi mediterranei. Vale per tutti il famoso comunicato del vertice di Bratislava, quello che non nominava neppure una volta l’Africa e la necessità dei migration compact.Certo il bilancio comunitario è altra cosa da quelli nazionali, che la Germania vorrebbe tutti invariabilmente orientati al pareggio. Ma, fosse anche solo per una questione di percezione, l’approdo di Günther Oettinger al portafoglio della spesa, con il contorno di un’orchestra dall’inconfondibile timbro germanico e cristiano-democratico, sembra destinato a confermare il sospetto che lo spartito sia sempre e solo quello d’ispirazione berlinese.

Matteo Renzi ha minacciato nelle scorse settimane di esser pronto a mettere il veto sul bilancio europeo, se non ci saranno sufficienti aiuti per l’immigrazione. Vorremmo sbagliarci ed essere smentiti dai fatti, ma il contesto che si prepara non annuncia cambi radicali di paradigma. CdS 3

 

 

 

 

La Germania all'attacco della Bce

 

Nuovo attacco della Germania alla Banca centrale, guidata da Mario Draghi. Al ministro delle finanze, Schaeuble, fanno eco Lars Feld che chiede uno stop al Quantitative Easing

 

MILANO - La Bce "ha esaurito" la maggior parte dei suoi margini di intervento monetari. Lo ha affermato, secondo quanto riporta l'agenzia Dow Jones, il ministro delle finanze della Germania, Wolfgang Schaeuble, all'indomani di una giornata in cui proprio dalla prima economia dell'area euro sono giunte nuove critiche alla Bce. Sempre Schaeuble è intervenuto con toni "tranchant" anche sul caso Grecia, su cui da tempo si studia un meccanismo di alleggerimento del debito. "Non cambierebbe nulla", ha detto.

 

Anche, Lars Feld, uno dei cinque saggi del governo tedesco e il più vicino ad Angela Merkel, in una untervista a Repubblica ha criticato la politica monetaria della Bce: "Vorremmo che la Bce prendesse maggiormente a riferimento altri indicatori oltre a quello dell'andamento dei prezzi al consumo: se guardiamo all'inflazione "core", depurata dalla componente energetica, gli effetti dei prezzi si vedono molto di più". Secondo Feld, l'inflazione senza energia sale e Draghi dovrebbe a questo punto chiudere il Quantitative easing, ovvero fermare il riacquisto dei titoli di debito dei Paesi Ue.

 

E come se non bastasse, ha preso posizione anche il presidente della Bundesbank e consigliere Bce Jens Weidmann: "E' fondamentale che le preoccupazioni per la stabilità finanziaria o per la sostenibilità delle finanze pubbliche

non portino a posporre l'uscita dalla politica monetaria ultra-espansiva" della Bce. Secondo Weidmann, l'inversione di tendenza, dopo anni di espansione monetaria senza precedenti, "deve decidersi esclusivamente sulla base degli sviluppi dell'inflazione". LR 3

 

 

 

Uno scorcio nella vita scolastica (italo)-tedesca

 

Sei davvero sicuro di diventare un insegnante di liceo in Germania?

L’università Goethe ti aiuta a capirlo. Obiettivamente parlando si tratta di un’iniziativa ancora in fase sperimentale di tutto rispetto. Infatti il percorso di studi del Lehramt prevede, nel caso dell’indirizzo liceale, un semestre di tirocinio in una scuola della regione.

In questo modo gli studenti hanno un contatto diretto con la realtà scolastica, che è ben lontana da quanto viene descritto nei manuali scientifici di pedagogia. Infatti si ha modo di osservare dal vivo come si comportino i professori nei confronti dei ragazzini e ragazzine molto vivaci.

Probabilmente voi che leggete penserete che sia alquanto banale quanto dico. Può essere. Però da esterni è tutto un´altra cosa e viverlo in prima persona è decisamente diverso.

Comunque questo tirocinio è decisamente utile, dal momento che lo studio del Lehramt dura pressoché otto semestri, senza la suddivisione in Bachelor e Master. Molti potrebbero quindi commettere l’errore di investire cinque anni in qualcosa che non soddisfi la loro inclinazione.

Premesso ciò, adesso è arrivato il mio turno. Mi hanno assegnato in un liceo italo-tedesco a Francoforte. Non mi ha stupito quel caos presente in classe il primo giorno di tirocinio, perché avevo tenuto conto che avrei incontrato dei preadolescenti. Siamo onesti, chi non era vivace a tredici anni?

A parte questo dettaglio sono rimasto profondamente colpito dal metodo d’insegnamento applicato a scuola. Si punta infatti ad introdurre la materia in modo giocoso. La mia maturità ormai risale al 2010 e a quel tempo non venivano fatti i giochetti didattici.

All’apparenza sembrerebbe che adesso gli scolari non imparino nulla e invece memorizzano meglio quanto viene fatto durante queste attività creative e con l’uso di oggetti quotidiani.

Pensando un instante all’Italia, mi sarei immaginato un professore che entrava in classe, si sedeva in cattedra, poi avrebbe iniziato a spiegare in stile “vecchia scuola” tutte le nozioni teoriche. In conclusione, gli scolari avrebbero seguito e ascoltato passivamente tutta la lezione, imparando quanto spiegato. Sia chiaro però che in Germania la teoria non manca naturalmente.

Oltre a ciò non dobbiamo dimenticare l’infinita e proverbiale pazienza degli insegnanti. A parte gli scherzi, alcuni scolari mettono davvero a dura prova la calma dei professori dal momento che tanti non si fanno problemi a rispondere a tono. Dalle mie parti invece era all’ordine del giorno vedere professori alterarsi e prendere provvedimenti severi contro gli alunni. Insomma, per beccarsi un provvedimento disciplinare qui in Germania bisogna arrivare agli estremi.

Abbandonando il discorso della disciplina, passo alle pause. Esse sono organizzate diversamente dall’Italia: ad ogni cambio dell’ora si prevede una piccola interruzione, che può essere di cinque o di venti minuti. In questo modo è possibile riprendersi e staccare la spina dallo stress che provoca l’apprendimento di nuovi concetti.

Avviandomi ora alla conclusione meritano un cenno i progetti di scambio europeo. So che non si tratta di una novità e ciò si fa da moltissimi anni. Però ne vale la pena sottolineare il fatto che importante dare la possibilità alle nuove generazioni dei vari paesi (nel caso italiani e tedeschi) di conoscersi e di far nascere magari una buona amicizia.

Se teniamo conto dei tempi che corrono, in cui i pregiudizi stanno pericolosamente emergendo, tali progetti sono essenziali per prevenire brutte pieghe in futuro. Giuliano Piovan, CdI ottobre

 

 

 

Rappresentanti delle Camere di Commercio e amministratori locali del Baden Wuttenberg in visita in Italia

 

Si è conclusa venerdì 4 novembre la visita in Italia di una delegazione composta dai presidenti delle Camere di Commercio della regione del Baden Wuttenberg, in Germania. Organizzata dall’onorevole Mario Caruso, presidente di Italia Civile Popolare eletto nella ripartizione Europa e membro alla Camera del gruppo Des-Cd, la visita ha contato numerosi incontri istituzionali sia con i rappresentanti del Parlamento italiano e della Santa Sede che della società civile.

In particolare la delegazione, guidata dal vicesindaco di Neuhausen Reinhold Auer e dal consigliere comunale Sasha Jost e accompagnata dall’onorevole Caruso, è stata ricevuta presso la Camera dei Deputati dall’onorevole Rocco Buttiglione, che ha dato loro il benvenuto a Montecitorio dialogando in tedesco.

La delegazione, inoltre, è stata accolta ai Musei Vaticani dal Segretario Generale. Ancora in Vaticano, i rappresentanti del Baden-Wuttenberg sono stati ricevuti all’Ambasciata della Repubblica Federale Tedesca presso la Santa Sede.

Infine, la delegazione ha avuto modo di confrontarsi con i rappresentanti della Camera di Commercio di Roma, grazie a un incontro promosso dal responsabile nazionale Uil per le Camere di Commercio, Guido Vacca. I rappresentanti del Baden Wuttenberg sono stati ricevuti da Antonio Carratù, dirigente della divisione Promozione e sviluppo imprese della Camera di Commercio di Roma, dal funzionario Emiliano Monfeli e dall’addetta relazioni esterne Area Terza - Credito e contributi alle imprese, Elisabetta Frillici.

“La vera integrazione tra i popoli passa da questi canali – spiega il deputato Caruso -. E’ lo scambio reciproco a tessere le basi per rapporti costruttivi e duraturi nel tempo. La Germania, dove io stesso vivo da oltre quaranta anni, è un paese vivo e prospero, che ha accolto e continua ad accogliere numerosi italiani. E’ doveroso fare in modo che i nostri connazionali si sentano sempre benvoluti e apprezzati, anche attraverso relazioni di stima reciproca tra le istituzioni”.

“Italia e Germania sono da tempo paesi fratelli e amici – conclude il deputato -, ma è giusto non dare mai per scontato questo legame e coltivarlo nel tempo, affinché non possa essere scalfito dai mutamenti economici culturali o politici che ogni epoca porta inevitabilmente con sé”. dip

 

 

 

Laura Garavini (PD) a Villingen ed a Berlino a sostegno del SÌ al referendum

 

"Con la riforma che ci apprestiamo a votare al prossimo referendum la Costituzione rimane intatta nella sua prima parte, quella che riguarda i valori fondativi dello Stato e i diritti e i doveri die cittadini. Cambia invece il modo con cui fare le leggi e la composizione del Senato. I Senatori passano da 315 a 100, e non ricevono più una indennità da parlamentari, in quanto verranno scelti fra i consiglieri regionali e fra i sindaci e percepiranno solo il compenso del primo incarico. Questo significa un bel risparmio per le casse dello Stato, che si va ad aggiungere agli altri significativi tagli ai costi della politica che verranno realizzati se vincerà il sì. Inoltre, alcuni importanti poteri delle regioni, che negli ultimi anni hanno fatto aumentare a dismisura il debito pubblico italiano, tornano allo Stato, al fine di ridimensionare gli sprechi ed evitare ingiustizie".

Lo ha detto Laura Garavini, della Presidenza del Pd alla Camera, illustrando le ragioni del SÌ al referendum, ospite di incontri promossi a Berlino ed a Villingen rispettivamente dal circolo Pd e dalla società civile locale. La deputata ha poi concluso: "Per evitare nuovi periodi di instabilità politica ed economica, recuperiamo la fiducia in noi stessi, guardiamo finalmente negli occhi il futuro, senza scordarci il nostro prezioso passato. Votiamo sì alla riforma costituzionale, per un’Italia protagonista in Europa e per uno Stato vicino alle necessità dei cittadini."

 

La Deputata PD è stata anche a Berlino in occasione della Festa della Legalità di Mafia? Nein, Danke! “Le donne possono essere decisive nello sconfiggere le mafie – ha detto -. Se riescono a spezzare quei vincoli dettati da una cultura familistica mafiosa che attribuisce loro il ruolo di tutrici delle organizzazioni criminali in quanto madri, figlie o mogli dei capi. Le donne che hanno il coraggio di denunciare, di fuggire, di prendere le distanze dai clan mostrano che è possibile scardinarne le regole”.

La fondatrice e Presidente onoraria dell’iniziativa di cittadini Mafia? Nein, Danke! era a Berlino in occasione della proiezione del film “Lea” di  Marco Tullio Giordana, dedicato alla vita di Lea Garofalo, la testimone di giustizia, uccisa per avere denunciato l'ex marito, ndranghetista.

 

La proiezione, che ha visto una folta partecipazione di pubblico, tedesco e italiano, si è svolta al Cinema Babylon. Alla 9. Festa della Legalità di 'Mafia? Nein Danke!' ha partecipato anche Enza Rando, legale di Libera, che ha sottolineato come il coraggio di Lea Garofalo stia inducendo diverse donne di ndrangheta ad intraprendere la via della collaborazione e possa segnare una svolta nella sconfitta della stessa. De.it.press

 

 

 

 

Nuovi corsi all’IIC di Monaco di Baviera

 

Monaco di Baviera - L’Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera ha organizzato nuovi corsi in collaborazione con l’associazione Forum Italia.

Il primo inizierà l’11 novembre per concludersi il 20 gennaio 2017. Tema: “L’Italia dei Misteri”.

Attraverso visioni di film e discussioni curate da Angela Rossi, verranno ripercorse alcune delle pagine più misteriose del Novecento italiano, cercando di approfondire alcuni eventi che hanno segnato la storia d’Italia. Dal caso Aldo Moro all’omicidio di Pasolini, dal delitto Calabresi alla strage di Piazza Fontana, fino al massacro del Circeo.

Il corso si sviluppa in 8 incontri, di venerdì dalle 16 alle 18.

Sempre dall’11 novembre al 20 gennaio, curato anche in questo caso da Angela Rossi, si terrà “Italia: arte, storia, territorio e vino”. Corso pensato per andare alla scoperta delle regioni italiane, la loro storia e le tradizioni: dal Veneto alla Toscana, dai trulli pugliesi alla Sicilia e la sua architettura. Percorreremo le strade dei vini più conosciuti, degustandoli ed abbinandoli al giusto piatto.

Anche in questo caso 8 incontri, di venerdì dalle 18.30 alle 20.30.

Angela Rossi, giornalista professionista e scrittrice. Ha collaborato con Liberal, L‘Indipendente e il Roma. Da oltre venti anni scrive per Il Mattino occupandosi di cronaca nera. È autrice di diverse pubblicazioni sulla criminalità e di un libro sulla lotta alla mafia. (aise 5) 

 

 

 

 

Giorno dell‘Unità nazionale e delle forze armate a Monaco di Baviera: festa della consapevolezza e della memoria

 

Monaco di Baviera - Purtroppo quest'anno si è registrata una partecipazione molto ridotta, complice da un lato il clima invernale, che con il fioccare della prima neve quasi sembra aver voluto dare un assaggio per  ricordarci  in quali terribili condizioni i giovani della grande guerra hanno vissuto i propri ultimi momenti di vita terrena, dall'altro il posticipo della celebrazione dal consueto primo Novembre, data prescelta da ormai piú di 40 anni, alla domenica successiva.

 

Non pochi connazionali hanno contattato il Comites negli scorsi giorni chiedendo luni in proposito e ci scusiamo se non siamo riusciti a raggiungere tutti.

 

Qui riprendiamo il discorso del Presidente del Com.It.Es, Daniela Di Benedetto, che ha seguito quello del Console Generale, Renato Cianfarani. 

 

“Oggi celebriamo insieme la giornata dell’Unità nazionale e delle forze Armate.

Oggi celebriamo la consapevolezza e la memoria.

 

La consapevolezza che la grandezza di un Paese si misuri nella sua capacità di essere unito, soprattutto nelle difficoltà; unito e capace di tenere insieme, pacificamente, tutte le proprie minoranze; unito e ancora capace di accogliere; unito e pronto al servizio. Unito e pacifico.

 

Come una famiglia è grande quando nessuno dei propri figli rimane indietro, allo stesso modo un Paese è grande se trova il modo di tenere uniti tutti i propri concittadini, indipendentemente dalla condizione di ciascuno.

 

Un Paese è grande quando solidarietà e coesione sociale sono un valore profondamente radicato, talmente radicato nelle stesse Istituzioni, da non abbandonare alla forza del singolo volontariato i doveri del Paese in quanto tale.

 

Non possiamo non ricordarlo con particolare forza proprio oggi, all’indomani dall’ennesima devastante scossa di terremoto e dell’ennesimo orrore in quel braccio di Mediterraneo che lambisce le coste più meridionali del nostro Paese. Decine di migliaia di sfollati e migliaia di naufraghi, il corpicino di un neonato annegato davanti agli occhi impotenti della propria madre, sono emergenze e orrori ai quali non possiamo abituarci, diventare indifferenti.

 

Orrori che non possiamo chiamare tragedie, perché di fronte ad una tragedia ci sentiamo vittime e non possiamo che piangere ma di fronte ad un orrore l’indifferenza rischia di renderci complici.

 

Oggi desidero appellarmi alla capacità di vigilanza di ciascuno di noi, alla capacità di assunzione di responsabilità per spezzare il muro di indifferenza anche di fronte alle apparentemente involontarie operazioni di cessione della responsabilità all’interlocutore successivo.

 

Noi questo non possiamo accettarlo e non vogliamo accettarlo, sia che si parli di prevenzione antisismica, di ricostruzione, di recupero della vitalità di un territorio ma anche quando si parla di Europa della pace e dell’accoglienza:

Europa che sa accogliere ma anche Europa che, avendo imparato dagli errori e dagli orrori delle guerre vissute in casa, sappia contribuire alla pacificazione e alla sopravvivenza dignitosa nei territori dai quali milioni di esseri umani oggi fuggono.

 

In questa Italia, in questa Europa, non devono esistere minoranze, di nessuna natura, alle quali vengano negate la dignità e la parola, l’autenticità della riflessione.

 

Non sono accettabili atti di violenza di nessun genere per imporre un’idea o anche solo una parola.

 

Non è accettabile che servitori dello stato si ritrovino feriti e offesi in città che dovrebbero ritenersi pacifiche, nel cuore del nostro Paese.

 

Oggi il nostro Paese, come qualunque Paese civile e democratico, non chiede esercizio di autorità ma esempio di autorevolezza da parte delle Istituzioni.

 

La stessa autorevolezza con la quale le forze armate esercitano il proprio ruolo di custodia della pace; e con esse tutti i corpi dello Stato, anche se non direttamente riconducibili alle prime ma comunque preposti alla difesa e al sostegno al territorio e ai cittadini: ad esempio la protezione civile e i vigili del fuoco, corpi spesso volontari ed il cui impegno non viene riconosciuto tra le professioni logoranti, nonostante elevato rischio di prolungata esposizione a sostanze tossiche e circostanze di ogni natura.

 

Si tratta di eroi quotidiani di guerre combattute giorno per giorno davanti alla porta di casa come sul fronte di una guerra in un altro Continente.

 

Oggi è il giorno della memoria del sacrificio di tanti giovani, tanti madri e padri, nonne e nonni strappati dalla guerra alle proprie famiglie. Solo celebrando giornate del ricordo e della memoria come oggi potremo spiegare ai nostri figli il valore della Pace che va costruita giorno per giorno partendo dall’interno delle nostre famiglie a partire dall’esempio dei genitori e dal rispetto della vita umana in ogni propria forma”. De.it.press 6

 

 

 

 

L’italiano al nuovo Liceo “Schmiedestraße” di Düsseldorf

 

Düsseldorf - Apre una nuova scuola a Düsseldorf e avrà l’italiano tra le materie di studio principali. Lo annuncia l’Ufficio Scuola del Consolato Generale d’Italia a Colonia. La scuola aprirà nel 2017. Si tratta, spiega il Consolato, del Liceo pubblico di Düsseldorf “Schmiedestraße”.

Il liceo ha organizzato una Giornata delle Porte Aperte, il prossimo 26 novembre dalle 11:00 alle 16:00. In quell’occasione, i genitori interessati potranno chiedere tutte le informazioni sulla nuova scuola, che aprirà il 30 agosto 2017.

Si tratta di un Liceo a tempo pieno – sottolinea il Consolato – che propone l’italiano come una delle materie di studio principali.

La coordinatrice didattica della scuola è Antonietta P. Zeoli (dr.antonietta.zeoli@schule.duesseldorf.de).

L’indirizzo e i contatti della scuola sono: Städtisches Gymnasium Schmiedestraße - Schmiedestraße 25 - 40227 Düsseldorf (gy.schmiedestr@schule.duesseldorf.de, www.gymnasium-schnmiedestrasse.de). dip 

 

 

 

Giornata di solidarietà a Mettmann per le vittime del terremoto del Centro Italia

 

Il 24 agosto alle ore 4 del mattino, Roberto Profita resta sconvolto, quando alla radio riportano la tragica notizia del terremoto nel Centro Italia.

Un pensiero fisso non lo abbandona per tutto il giorno, bisogna mobilitarsi, fare qualcosa per contribuire ed aiutare. Cinque giorni dopo, Roberto decide di organizzare una giornata di beneficenza davanti alla sua gelateria a Jubiläumsplatz, Mettmann. Un evento per attirare più gente possibile per una donazione, un piccolo aiuto, per farci sentire vicini nei momenti più duri. Le idee sono chiare: il patrocinio del sindaco di Mettmann Thomas Dinkelmann, la presenza del console generale Dr. Emilio Lolli e di Don Fernando, che dal 1979 accompagna la comunità italiana di Mettmann, l’appoggio del consiglio di integrazione e il supporto del patronato 50&Più Enasco di Mettmann per organizzare in pochi giorni un evento di beneficenza.

Sabato, 10 settembre dalle ore 11:00 alle 18:00, una giornata soleggiata all’insegna della musica italiana dal vivo, offerta da Luigi Carini, dalla cucina italiana con uno stand con spaghetti, wurstel e birra, una tombola, il cui ricavato sarà offerto ad Amatrice, per contribuire alla ricostruzione. Una giornata di solidarietà, che è stata un successo, scrive la stampa tedesca. Molta la gente che si ferma ad osservare le immagini esposte di un’Amatrice prima e dopo il terremoto, immagini che sgomentano tutti: italiani, tedeschi ed altre nazionalità, che danno il loro contributo, offerte che vengono da tutti, dalla farmacia della piazza, dalle associazioni locali, tutti con il solo pensiero di aiutare chi in quel momento ha più bisogno.

Nel pomeriggio il sindaco Thomas Dinkelmann, il console Dr. Emilio Lolli, Don Fernando, e il consiglio di integrazione della città di Mettmann, hanno voluto sottolineare l’importanza dell’unione nei loro interventi: il sindaco Dinkelmann ha rimarcato l’importanza della comunità italiana, che da generazioni fa parte di Mettmann, contribuendo con la propria presenza allo sviluppo e all’immagine della città. Il console generale di Colonia Emilio Lolli ha voluto invece evidenziare la fratellanza fra popoli nel momento di bisogno, e la necessità di essere sempre uniti per raggiungere dei risultati veri. Molto toccante anche l’intervento di Don Fernando, che ha ricordato un terremoto della sua vita, quello del Friuli Venezia Giulia di fine estate del 1976, in cui persero la vita ca. 990 persone, e che visse da molto vicino.

Un elogio per la manifestazione di solidarietà è stato espresso dalla vice presidente del consiglio di integrazione Ria Garcia, che ha ricordato, quanto gli italiani siano presenti e attivi nel consiglio e in tutti i settori, che riguardano l’integrazione. A fine serata Roberto Profita, in presenza di testimoni, ha contato il ricavato, € 1.175,00 raccolti, mandati per bonifico immediato alla croce rossa italiana. Non saranno tanti, ma sono pur sempre un simbolo di solidarietà da parte di una piccola comunità, come quella di Mettmann, una comunità mista, che ha voluto contribuire nel suo piccolo. A Roberto, che oltre ai ringraziamenti delle autorità locali, del sindaco di Amatrice Sergio Pirozzi, del console generale, va un grazie di cuore da tutta la comunità italiana, che ha partecipato grazie alla sua idea ad un momento di condivisione, partecipazione e vicinanza.

Luciana Martena, CdI ottobre

 

 

 

Germania, disoccupazione al minimo. Il tasso al 6%, il più basso dal 1990

 

Il numero delle persone senza lavoro è sceso di 13 mila unità a 2,662 milioni e questo nonostante sia stato introdotto il salario minimo

di Danilo Taino, corrispondente da Berlino

 

BERLINO – La disoccupazione tedesca è scesa al livello minimo dai giorni della riunificazione del 1990. Lo ha comunicato l’Agenzia federale del lavoro: coloro che non hanno un’occupazione (calcolati a metà ottobre) sono due milioni e 662 mila. Per avere il senso dell’andamento del mercato del lavoro, si può ricordare che all’inizio del secolo, quando si parlava di «Germania malato d’Europa», i disoccupati erano più di quattro milioni. Il tasso di disoccupazione si colloca ora al 6%, in termini destagionalizzati (5,8% il dato grezzo), lo 0,1% in meno rispetto a settembre. Per quanto il calo dei senza lavoro non sia una sorpresa ma interno a una tendenza in atto da tempo, il dato è qualcosa che Angela Merkel può utilizzare nella sua conversazione politica in vista delle elezioni dell’autunno 2017. Anche per sostenere che la disoccupazione non è aumentata, come molti invece temevano, nonostante che il suo governo abbia introdotto il salario minimo.

Le differenze con il resto d’Europa

Lo stato tedesco di quasi piena occupazione contrasta con quello di altri Paesi che invece faticano a fare scendere il numero dei senza lavoro: l’Italia, per dire, è ancora sopra l’11%. I raffronti non sono facili da fare: il mercato del lavoro tedesco è diverso da quello italiano, per tipologia di contratti e flessibilità. Ciò nonostante, le differenze sono segno di divergenze all’interno dell’Eurozona, con alcune economie che crescono e altre in quasi stagnazione. Problema serio anche per la Banca centrale di Mario Draghi che deve applicare una politica monetaria unica a economie non solo diverse ma anche divergenti e per questo continua a chiedere che i singoli Paesi introducano riforme per rendere efficienti e convergenti le proprie economie. Questo non significa che in Germania tutto funzioni per il meglio. I cinque saggi che consigliano il governo in fatto hanno appena pubblicato il loro rapporto nel quale criticano la mancanza di riforme strutturali nel Paese, soprattutto liberalizzazioni nel campo dei servizi. CdS 2

 

 

 

 

 

Terremoto, Germania pronta ad aiutare: "Patto di stabilità? Ora priorità è affrontare la catastrofe"

 

Il portavoce di Angela Merkel, Steffen Seibert, rinnova la disponibilità tedesca: "Italia deve solo decidere quando e dove vuole che stiamo al suo fianco". E senza polemizzare risponde sulla volontà di spendere ogni euro utile per l'emergenza

Di TONIA MASTROBUONI

 

BERLINO - "Siamo molto colpiti" dalle notizie sul terremoto che "ha colpito la stessa area dell'Italia, per la terza volta in poco tempo". A nome di Angela Merkel, Steffen Seibert ha inaugurato stamane la consueta conferenza stampa dei portavoce esprimendo la vicinanza della Germania all'Italia dopo il sisma di domenica. "Dopo il terremoto del 24 agosto avevamo offerto aiuti per Amatrice", ha ricordato Seibert; adesso Berlino rinnova la disponibilità a offrire assistenza concreta. 

 

All'epoca Berlino aveva proposto l'aiuto del THW, la protezione civile dei volontari tedeschi che aveva già contribuito nel 2009 a ricostruire Onna, in Abruzzo. Ora, ha aggiunto il portavoce della cancelliera, Berlino è pronta ad aiutare nuovamente Roma, e il governo italiano "deve solo decidere quando e dove vuole che stiamo al suo fianco".

 

Rispondendo a Matteo Renzi, che ieri ha annunciato di voler spendere ogni euro utile per il terremoto senza badare al Patto di stabilità,

Seibert si è limitato a dire che "adesso la priorità è affrontare la catastrofe" e ha ribadito che "il Patto di stabilità ha molta flessibilità che può e deve essere spesa in modo saggio", ma senza toni polemici.  LR 31

 

 

 

 

“Facebook incita all’odio razziale”: Mark Zuckerberg indagato in Germania

 

Secondo il settimanale Der Spiegel, la Procura di Monaco accusa i vertici del social network di non aver rimosso «istigazioni all’omicidio, minacce di violenza, negazioni dell’olocausto e altri crimini» nonostante fossero stati segnalati – Di Bruno Ruffilli

 

In Italia un tribunale ha stabilito che dovevano essere rimossi da Facebook link e informazioni relativi a Tiziana - la 31enne di Mugnano (Napoli) suicidatasi il 13 settembre scorso dopo la diffusione a sua insaputa di video hard che la ritraevano, in Germania la magistratura tedesca sta indagando i vertici di Facebook per la mancata rimozione di contenuti criminali come minacce e negazioni del genocidio ebraico. Sotto accusa sono il fondatore e capo Mark Zuckerberg, secondo quanto rivela il sito del settimanale Der Spiegel, precisando che l’indagine viene condotta dalla Procura di Monaco tra gli altri contro la direttrice operativa della rete sociale americana, Sheryl Sandberg, e il «capo-lobbysta» per l’Europa, Richard Allan.  

 

L’indagine è stata innescata dalla denuncia di un avvocato di Würzburg, Chan-jo Jun, che accusa Facebook di aver omesso di rimuovere «istigazioni all’omicidio, minacce di violenza, negazioni dell’olocausto e altri crimini» nonostante fossero stati debitamente segnalati. Facebook è obbligata dalla legge tedesca a rimuovere immediatamente dalle sue pagine contenuti illegali o che incitano all’odio. E la denuncia riporta una serie di circostanze in cui questo non è avvenuto nemmeno dopo ripetuti inviti. «Per la maggior parte delle volte - scrive Der Spiegel - Facebook non reagisce o dichiara con una risposta standard che il casi citati non sono tali da destare preoccupazione». 

 

Da qualche tempo Facebook è sotto accusa in Germania per contenuti che incitano all’odio, e in particolare per quelli a tematiche neonazista, su cui la sensibilità dell’opinione pubblica è sempre molto elevata. In una sua recente visita, lo stesso Zuckerberg ha affrontato l’argomento. «Questa è un’area che riconosciamo come particolarmente sensibile, specialmente per la crisi dei migranti - aveva detto l’ad di Facebook -. Entrare meglio in contatto con i tedeschi, con la cultura del luogo e con il Governo ci ha indicato e aiutato a seguire una migliore direzione». A Berlino un team di 200 lavora proprio per filtrare i messaggi che incitano all’odio razziale, ma questo evidentemente non basta. All’inizio dell’anno, infatti, una denuncia analoga alla Procura di Amburgo era rimasta senza conseguenze per carente competenza territoriale e indagini contro manager tedeschi erano state archiviate, ricorda il sito.  LS 4

 

 

 

 

Travolti nella capitale inglese. Quei ragazzi morti in bici a Londra. Filippo e Lucia, uccisi in pochi giorni

 

Lucia Ciccioli appena promossa andava al lavoro: «Amava le due ruote»

Filippo Corsini era erede di una nobile famiglia toscana. Otto i ciclisti morti in 10 mesi - di Paola De Carolis

 

Cento ciclisti sdraiati sull’asfalto, accanto alle biciclette. «Stop», si legge sui loro cartelli. «Smettete di ucciderci». La protesta era stata organizzata per Lucia Ciccioli, 32 anni, italiana che nella capitale britannica aveva trovato lavoro, casa e un’infinità di amici. Nel giro di una settimana, invece, sulle strade della città si è spento un secondo ragazzo italiano, Filippo Corsini, 21 anni, erede di una nobile famiglia toscana. Otto vittime in dieci mesi, due italiane. Troppe per «Stop Killing Cyclists», l’organizzazione che ha chiesto al sindaco Sadiq Khan di bandire immediatamente i camion dal centro di Londra, troppe per Khan, che vuole subito un sistema a punti che escluda i mezzi più pericolosi, troppe per Londra. Troppe per le famiglie devastate.

Lucia e Filippo erano ciclisti esperti e attenti. Lucia, raccontano i colleghi del ristorante Carluccio di South Kensington dove aveva lavorato fino a qualche giorno fa, andava sempre a lavorare in bicicletta. «Le piaceva molto mettersi in sella dopo una giornata di lavoro, lo trovava riposante». Un cliente che la ricorda sorridente e simpatica sottolinea che Lucia era conscia dei pericoli delle strade, ma «sapeva cosa faceva».Proprio come Filippo, che stando a testimoni oculari si era collocato all’esterno del camion che lo travolto. Prima di girare aveva indicato le sue intenzioni mettendo fuori il braccio destro, proprio come vogliono le regole. L’autista non lo ha visto. Il camion era tedesco, aveva il volante a sinistra.

Erano ragazzi con sogni e aspirazioni. Lucia aveva trovato un nuovo lavoro, più lontano da casa, presso un ristorante vietnamita, un impiego che rappresentava una promozione da cameriera a semi manager. Aveva deciso che sarebbe andata in treno. Quel giorno, invece, ha preso nuovamente la bici ed è finita sotto un camion. Filippo aveva appena cominciato un corso di laurea in affari internazionali presso la Regent’s University. Era uno studente apprezzato e diligente. «La nostra è un’università piccola, siamo come una famiglia», ha detto il rettore Aldwyn Cooper. «Siamo tutti sconvolti, Filippo ci mancherà molto».

Come Filippo, Lucia lascia il vuoto nelle vite degli amici. «Era una persona straordinaria», dice Stefano Mastromo. «Era come un raggio di sole», racconta Chiara Bellingeri. Dove Lucia e Filippo hanno perso la vita la gente porta mazzi di fiori. Sui social media si moltiplicano i messaggi di cordoglio. L’università di Filippo ha voluto una messa al Brompton Oratory. Nell’atrio dell’ateneo c’è un libro per le condoglianze. «Lo daremo ai genitori», spiega il sito.

La sicurezza dei ciclisti è un tema di cui Londra si occupa attivamente, con uno stanziamento di 300 milioni di sterline per l’ampliamento della rete di piste «segregate», ovvero separate dai mezzi a motore da un mini marciapiedi. È un progetto che ha trasformato l’Embankment, la strada lungo il Tamigi dove oggi il traffico è per il 52% composto da ciclisti, e zone come Walthamstow, già soprannominata mini-Olanda. I ciclisti aumentano, ma il costo umano rimane pressoché invariato. Dieci decessi nel 2015. Un bilancio tragico. CdS 3

 

 

 

 

Angela Merkel: gli algoritmi di Google e Facebook minacciano il dibattito democratico

 

Per la cancelliera tedesca le grandi piattaforme dovrebbero rendere più trasparenti i meccanismi che plasmano i contenuti online: il rischio è di appiattire le opinioni e svuotare di senso il confronto tra le idee – Andrea Nepori

 

BERLINO  - Le grandi piattaforme online e i loro algoritmi sono diventati un passaggio obbligato per la portare contenuti informativi da parte di tutti i media. La segretezza dei processi con cui Google, Facebook e gli altri giganti del Web creano le nostre diete digitali, sempre più personalizzate, nasconde però un grande rischio. Il fruitore è ignaro del filtro che sta a monte, e non si rende conto di ricevere solo contenuti affini al proprio sentire, così come lo ha determinato una laboriosa opera di profilazione. Il risultato è un appiattimento delle opinioni. E una ripulitura automatica delle posizioni diverse dalla nostra. Un meccanismo che nasconde un’insidia molto grande per le democrazie occidentali.  

 

Non è l’appello lanciato dalla Electronic Frontier Foundation, dalla American Civil Liberties Union o dalla tedesca Netzpolitik, bensì il nocciolo di un intervento con cui Angela Merkel, parlando a Monaco davanti al pubblico della conferenza Medientage, ha mostrato di condividere le critiche avanzate da enti no-profit e associazioni spesso molto lontani dalle sue posizioni politiche. “Sono dell’opinione che gli algoritmi debbano diventare più trasparenti, cosicché una persona possa informarsi meglio su domande come ‘cosa influenza il mio comportamento e quello degli altri su internet?’”, ha detto la cancelliera. “Gli algoritmi, quando non sono trasparenti, possono portare ad una distorsione della percezione, possono ridurre l’ampiezza della nostra informazione”.  

 

Il fenomeno contro cui Merkel mette in guardia ha un nome ben preciso: è la filter bubble, la bolla di filtraggio descritta per la prima volta nel 2011 dall’autore Eli Pariser nel libro omonimo e in un famoso TED Talk. Su Facebook abbiamo spesso centinaia di amici, ma vediamo sempre gli aggiornamenti di una cerchia ristretta che Facebook ha scelto per noi. Su Google riceviamo risultati di ricerca diversi per ciascuno, elaborati a seconda della nostra posizione geografica, delle nostre ricerche precedenti, e in base ad altre decine di fattori imperscrutabili.  

 

Il nodo centrale da cui spesso muovono i critici della bolla di filtraggio è quello della privacy, messa a rischio dall’eccessiva precisione dei sistemi di profilazione. Merkel, pur non ignorando questo aspetto, mette in guardia piuttosto contro i rischi che l’appiattimento ideologico comporta per la democrazia, fatta di confronto e di attrito fra idee diverse e opposte weltanschauung. Crogiolarsi tra le opinioni accondiscendenti degli amici, leggere interventi sempre in sintonia con il nostro pensiero, o ricevere informazioni da ricerche confezionate su misura per non urtare la nostra sensibilità ci rammollisce e ci scherma dalla realtà del sano conflitto democratico. 

 

Gli esempi più gravi li abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni. Le false notizie che rimbalzano su Facebook da una bacheca all’altra, le bufale sulla magnitudo dei terremoti truccata dal Governo per non pagare i danni, le campagne contro i vaccini e altre pericolose invettive antiscientifiche, tutte propalate da un clic su “condividi”, tanto rapido quanto irresponsabile, o da un like che sembra erroneamente innocuo e privo di reali conseguenze. Ma il rischio è più sottile e non si limita alla diffusione di informazioni errate o volutamente ingannevoli. Basta, ad esempio, che Google News o l’algoritmo di Facebook, sulla base della nostra posizione politica, selezionino gli articoli da mostrarci su un dato avvenimento perché se ne abbia una percezione univoca e priva di contraddittorio. 

 

Dopo l’intervento della cancelliera a Monaco il portavoce per i temi del digitale della CDU, Thomas Jarzombek, ha precisato allo Spiegel Online che non è necessario che le aziende rivelino i propri segreti industriali. Quello di Merkel è un invito agli operatori di settore a fornire “più informazioni sul funzionamento generale dei propri algoritmi”. Un po’ come ha fatto Facebook, di recente, aprendo agli utenti la possibilità di conoscere le informazioni raccolte durante la profilazione che il social network opera a fini pubblicitari. Una piccola concessione ai critici, ma anche un’utile trovata per raffinare ancora meglio la schedatura di tutti, grazie a un sistema di revisione manuale delle informazioni pubblicitarie con l’aiuto dell o stsso utente . Senza che sia rivelato nulla, peraltro, sui reali meccanismi con cui Facebook mescola e intreccia i dati per decidere cosa mostrare nelle nostre bacheche. LS 1

 

 

 

 

 

Unione europea. Addio al roaming? Sì, ma con giudizio

 

La cancellazione delle tariffe sul roaming telefonico a partire da giugno 2017 è stato a lungo sventolata come il vessillo di un’Unione europea, Ue, vicina a interessi (e portafogli) dei cittadini, da contrapporre allo stigma di regina cattiva dell’austerità.

 

Eppure, già provata da un combinato disposto potenzialmente letale di Brexit, crisi bancarie ed emergenze migratorie, lo scorso settembre la Commissione europea ha seriamente rischiato di veder sfumare uno dei vanti della presidenza Juncker.

 

Nodo del contendere il contenuto dell’atto d’implementazione che la Commissione europea dovrà presentare entro il 15 dicembre prossimo per completare il regolamento, già approvato dal Parlamento europeo nell’ottobre 2015, che sancisce la rimozione delle tariffe sul roaming da giugno 2017.

 

La clausola di “fair use” e i rischi di distorsione del mercato

Per godere di piena applicazione, i regolamenti dell’Ue richiedono sovente il completamento delle loro specifiche tecniche per il tramite di atti di implementazione elaborati dalla Commissione europea con la collaborazione di gruppi di esperti nazionali e delle agenzie deputate alla materia, in questo caso l’Associazione dei Regolatori europei per le telecomunicazioni (Berec).

 

Il regolamento 531 del 2012, che appunto disciplina la rimozione delle tariffe sul roaming, necessita di dettagliare la cosiddetta “fair use clause”, clausola che consente l’abbandono del roaming senza causare la distorsione del mercato interno.

 

Dal 15 giugno 2017 le compagnie telefoniche dovranno infatti includere nei loro contratti i servizi di roaming alle stesse tariffe offerte per il traffico nazionale per chiamate, messaggi e connessione dati.

 

A beneficiare delle nuove misure saranno i cittadini del Paese in cui è attivo l’operatore e coloro che con esso hanno legami stabili: studenti trasferiti all’estero per periodi di scambio, lavoratori “pendolari” (la Commissione cita ad esempio il caso di residenti francesi o tedeschi che si recano a lavorare in Lussemburgo) o cittadini che si trasferiscano per periodi prolungati in Paesi diversi di quelli di residenza.

 

L’inclusione di questa fattispecie mira a combattere il ricorso ad un cosiddetto “roaming permanente”, ossia lo scatenarsi di una battaglia tariffaria con il conseguente ricorso ad operatori di altri Paesi che offrano tariffe inferiori a quelle del Paese di residenza.

 

Nell’ultima versione dell’atto d’implementazione, che la Commissione ha presentato sul finire di settembre, il gruppo di lavoro ha dunque inserito tre criteri per verificare l’effettiva esistenza di pratiche abusive: la netta prevalenza di traffico in roaming rispetto a quello nazionale, la lunga inattività di una SIM che sia utilizzata esclusivamente in roaming e la sottoscrizione di abbonamenti multipli, utilizzati solo in roaming, da parte dello stesso utente.

 

La diatriba sui tetti al roaming

Questa formulazione, che dovrà essere discussa entro il prossimo 15 dicembre con il Berec, arriva in realtà al termine di una fase piuttosto turbolenta che ha rischiato di compromettere l’esito dell’intero regolamento.

 

La sua prima versione, presentata agli inizi di settembre, includeva una combinazione di tetti di utilizzo del roaming e di tariffe applicate una volta superati: 30 giorni di utilizzo roaming consecutivo, 90 complessivi in un anno, e conseguenti tariffe di 4 centesimi al minuto per chiamata, 1 centesimo per SMS e 0,85 centesimi per Megabyte utilizzato.

 

“Chi di noi viaggia in Europa lo fa in media per 12 giorni all’anno. Con un tetto di 90 giorni risulta ampiamente coperto” le giustificazioni addotte dal vice-presidente per il Mercato unico digitale, Andrus Ansip, e del commissario per l’economia digitale, Günther Oëttinger. Parole che hanno avuto scarsissimo appeal di fronte alla semi-insurrezione di popolo che, a soli quattro giorni dalla presentazione della proposta, ha convinto Jean Claude Juncker ad ordinare il ritiro della bozza.

 

Piena soddisfazione dell’Associazione europea dei consumatori, e del Parlamento europeo che, dichiara il capogruppo del partito popolare europeo, Manfred Weber, a Politico Europe, è stato decisivo nel fare pressione su Juncker per evitare che i piani per il roaming deragliassero a un passo dall’arrivo.

 

Insoddisfazione da parte degli operatori di telecomunicazioni europei che, per tramite della loro federazione europea Etno, lamentavano già come la soglia di 90 giorni all’anno fosse troppo alta per definire un uso equo del nuovo principio “roam-like-at-home”.

 

La strategia per un’Europa “connessa” non si frena

Le negoziazioni con Berec e gli esperti nazionali proseguiranno sino a dicembre: eliminati i tetti temporali, rimangono invece in piedi nella stessa misura le tariffe supplementari da applicare qualora gli operatori rilevino la presenza dei criteri di abuso delle nuove condizioni prima menzionati.

 

Le ultime turbolenze non sembrano dunque poter frenare il completamento del primo, e politicamente più importante, pilastro della strategia per un’Europa “connessa” che la Commissione aveva già lanciato nel 2013, per avviare un processo di integrazione dei mercati delle telecomunicazioni, per tradizione arroccati sui loro campioni nazionali e profondamente divergenti in termini di costi.

 

Un esempio? Secondo uno studio della Commissione del 2015, il pacchetto telefonico più economico può variare dai 12 euro in Estonia agli 81 della Grecia.

Antonio Scarazzini, AffInt 29 

 

 

 

 

Brexit, Alta Corte: "Governo dovrà avere l'ok del Parlamento"

 

Il Parlamento dovrà approvare se il Regno Unito può iniziare il processo di uscita dall'Unione europea. E' quanto ha stabilito l'Alta Corte britannica con una sentenza che significa che il governo non potrà attivare l'articolo 50 del Trattato di Lisbona, che sancisce l'avvio dei negoziati per l'uscita, senza avere l'ok del Parlamento.

Il governo britannico ricorrerà in appello contro la sentenza: "Il governo è deluso dal giudizio della Corte - si legge in una dichiarazione dell'esecutivo di Theresa May - il Paese ha votato per uscire dall'Unione Europea in un referendum approvato da un atto del Parlamento. E il governo è determinato a rispettare il risultato del referendum". La Corte Suprema dovrebbe esaminare l'appello ai primi di dicembre.

Nella sentenza dell'Alta Corte, letta dal presidente dell'Alta Corte, Lord Thomas of Cwmgiedd, si afferma che "la norma fondamentale della Costituzione del Regno Unito è che il Parlamento è sovrano".

 

"La Corte non accetta l'argomento presentato dal governo - si legge nella sentenza - e non c'è nulla nell'European Communities del 1972 che lo sostenga".

"Il governo non ha il potere, in base alla prerogativa della Corona, di annunciare l'avvio dell'articolo 50 per il ritiro del Regno Unito dalla Ue", ha concluso il lord chief justice. Il giudizio è quindi una dura sconfitta per la premier May e, se non verrà ribaltata in appello, minaccia di far saltare i piani del governo di avviare i negoziati, come annunciato, il prossimo marzo, dando al Parlamento il pieno controllo del processo.

Intanto, nuova gaffe per il ministro degli Esteri della Gran Bretagna Boris Johnson che ieri sera, nel corso dello Spectator Parliamentarian of the Year, ha affermato che la Brexit sarà un "successo titanico".

Già famoso per i suoi eccessi, le sue dichiarazioni pesanti e i suoi capelli biondo platino arruffati, l'ex sindaco di Londra, accettando il premio 'Comeback of the Year e parlando della sua speranza di durare più a lungo di Michael Heseltine, ha parlato di come vede l'uscita della Gran Bretagna dall'Unione europea. "Brexit significa Brexit, e il governo ne farà un successo titanico", ha detto Johnson.

Una dichiarazione che ha sollevato l'ilarità del pubblico presente che, pensando allo sfortunato viaggio inaugurale del Titanic nel 1912, ha urlato: "E' affondato!".

Anche il primo ministro Theresa May, riferiscono i giornali inglesi, si sarebbe messa "letteralmente la testa tra le mani" ascoltando la frase. Dopo che gli è stato fatto notare di aver usato un termine poco opportuno, Johnson ha cercato immediatamente di correggersi, ricordando che "la mostra sul Titanic in Irlanda del Nord è stata l'attrazione turistica più popolare della provincia. Noi ci accingiamo a fare della Brexit un 'colossale' successo". Adnkronos 3

 

 

 

 

 

Economia. G7 all’italiana, un’occasione da non perdere

 

Maggio 2017. Questo l’appuntamento per il quarantatreesimo summit del gruppo dei Sette, meglio noto come G7. I capi di Stato e di Governo che si riuniranno nel vertice si troveranno davanti una situazione tutt’altro che semplice da diversi punti di vista.

 

Ai problemi economici strutturali e di lungo periodo, quali una crescita sempre più anemica della produttività e la carenza ormai endemica di domanda aggregata, si vanno ad aggiungere problemi nuovi, come l’incertezza politica e finanziaria dovuta alle delicate elezioni in Francia e Germania, all’avvio del processo di uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea, Ue, e alle crisi geopolitiche, prima fra tutte quella siriana.

 

Il compito di scegliere i temi al centro del prossimo summit che si prospetta innanzi alla presidenza italiana diviene così tanto fondamentale quanto arduo. La speranza è che ci si concentri sulle questioni comuni che sono alla base di questi molteplici problemi, senza focalizzarsi su ognuno di essi in modo singolo, ricercando soluzioni concrete ed effettive di lungo periodo, non solo palliativi di breve periodo, per quanto urgenti e necessari.

 

L’economia globale cresce meno del suo potenziale

Il quadro macroeconomico globale che emerge dai recenti annual meeting tenuti a Washington dal Fondo monetario internazionale, Fmi, è, a dir poco, scoraggiante. Alla perdurante recessione seguita alla crisi del 2008, non ha fatto seguito il “rimbalzo” sperato ed è ormai chiaro che l’economia globale stia crescendo al di sotto del suo potenziale da troppo tempo. Inoltre, le stime negli ultimi semestri sono state costantemente e ripetutamente riviste al ribasso.

 

Le risposte politiche messe in campo sino ad ora non hanno sortito gli effetti sperati ed è per questo che, ormai da mesi, gli esperti del Fmi sollecitano l’adozione di un mix di politiche economiche potente che faccia leva non solo sulla politica monetaria, ma usi anche gli strumenti fiscali e completi le riforme strutturali.

 

Il messaggio che viene lanciato da Washington è che non si può più aspettare: bisogna agire in fretta e in modo deciso, utilizzando tutti gli strumenti a disposizione. Questo perché la stagnazione economica, che coinvolge la maggior parte delle economie mature ormai da lunghi anni, ha creato le condizioni perfette per la crescita del malcontento e della sfiducia, concretizzatisi poi nell’ascesa di movimenti populisti e xenofobi in Europa e nella storica decisione presa dai cittadini britannici di abbandonare l’Ue.

 

Anche negli Stati Uniti la recente campagna elettorale ha evidenziato come il malcontento popolare, critico delle élite e del sistema politico attuale, sia cresciuto in modo preoccupante.

 

Occorre dunque che i governi facciano ricorso sì a tutte le armi a loro disposizione per risollevare al più presto la situazione economica globale, allo stesso tempo però le dinamiche descritte esprimono con forza la necessità sempre più urgente di una riflessione che vada al di là dei rimedi di breve e medio periodo, concentrandosi sulle cause ultime che hanno reso questo periodo così difficile e delicato a livello economico, politico e sociale.

 

Crescente sperequazione nella distribuzione delle risorse e pessimismo diffuso

Come aveva già fatto notare Carlo Cottarelli nel suo intervento ad un convegno IAI, il problema fondamentale da risolvere riguarda la sperequazione nella distribuzione dei redditi e della ricchezza. Tale fenomeno si è venuto ingigantendo dagli anni ‘80 ad oggi, creando delle vere e proprie fratture sociali all’interno delle quali sono proliferate la sfiducia nelle élite, nelle istituzioni e nella classe politica.

 

Una distribuzione sempre più iniqua del reddito non è solo un problema etico e di uguaglianza, ma è un problema economico reale che è alla base di molte delle problematiche attuali. La dinamica che ha lentamente concentrato il reddito nella parte più ricca della popolazione ha colpito maggiormente la classe media, spina dorsale delle economie di mercato più mature, facendone crollare i consumi e con essi la domanda aggregata, con i conseguenti problemi di disoccupazione ormai tipici di molte economie europee.

 

Questa crescente disuguaglianza, insieme con la crisi e la lunga recessione, ha comportato la perdita di fiducia nella maggior parte della popolazione, che guarda ora al futuro con timore e non più con speranza. Questo spiega perché, anche in un periodo di tassi di interesse a zero e di prezzi in stallo da tempo, i consumi e gli investimenti non diano alcun segnale di ripresa.

 

Creare attraverso la politica monetaria le condizioni per un rilancio dei consumi e degli investimenti privati senza ridare risorse e fiducia alle famiglie e alle piccole e medie imprese è una strategia sterile, come d’altronde hanno pienamente dimostrato gli ultimi anni.

 

La presidenza italiana tra breve e lungo periodo

Considerando la difficoltà della situazione attuale a livello economico, politico e sociale, la presidenza italiana dovrebbe mirare sia a favorire soluzioni efficaci e concrete di breve periodo, quantomai urgenti, sia, nel contempo, a mettere l’accento sui problemi strutturali di lungo periodo.

 

In entrambi i casi sarà fondamentale che il governo italiano insista nel promuovere un approccio condiviso a livello internazionale. Il coordinamento delle politiche economiche, soprattutto in seno a un forum più ristretto e omogeneo quale quello del G7, è assolutamente irrinunciabile: pensare di risolvere problemi globali con approcci nazionali sarebbe quantomeno miope e non c’è davvero più tempo da perdere.

Simone Romano, ricercatore dello IAI. AffInt 2

 

 

 

 

Gentiloni: “Sarà una vittoria definitiva ma il terrorismo non finirà”

 

ROMA - Guarda già oltre la battaglia finale per Mosul il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni.  «La sconfitta definitiva di  Daesh, il sedicente Califfato, è alla nostra portata», dice.  Ma non dobbiamo commettere gli errori del passato, impedire che si compiano vendette, andare oltre la semplice dimensione militare della lotta al terrorismo».

Ministro, quanto ci vorrà per riprendere Mosul?

«La parabola di Daesh, cominciata nell’estate 2014, può chiudersi nei prossimi mesi. A certe condizioni».

Anche in Siria? E a quali condizioni?

«È possibile che tra qualche settimana o mese all’ordine del giorno vi sia anche la liberazione di Raqqa. Con due avvertenze. La prima è che la sconfitta di Daesh dipende dal modo in cui la campagna sarà condotta nelle prossime settimane. La seconda,  che la fine di Daesh sarà una sconfitta storica per i terrorismo, ma non sarà la fine del terrorismo fondamentalista di matrice islamica».

Tra curdi, sunniti e sciiti esploderanno nuovi conflitti?

 «La premessa è che la fine di Daesh è possibile se non si faranno gli errori ripetutamente commessi negli ultimi due anni. Ne ho parlato venerdì con l'inviato del presidente Obama in Iraq, Brett McGurk: questa non è una guerra lampo finalizzata ad alzare una bandiera nella piazza di Mosul e magari domani di Raqqa. È piuttosto una campagna di liberazione e stabilizzazione che durerà molti mesi, che richiede grande equilibrio politico e diplomatico, che incontrerà diversi ostacoli. Non solo da parte dei circa 4 mila terroristi oggi a Mosul, ma anche ostacoli politici».

Quali errori vanno evitati?

«A Falluja e Ramadi abbiamo subito decisioni ispirate da logiche settarie che escludevano la componente sunnita dal governo delle città liberate, o addirittura che lasciavano il campo a vendette e violenze diffuse. Risultato: Ramadi è stata ripresa da Daesh e soltanto parecchi mesi dopo si è potuto liberarla. Il governo iracheno ha ora chiarito che le forze regolari avranno il ruolo guida e non basta vincere militarmente: occorre una governance inclusiva. Non vanno autorizzate vendette ma va rassicurata la popolazione sunnita. Grazie a questa politica, sono rientrati un milione di sunniti scappati da Tikrit, Ramadi e Falluja».

I sunniti non vanno esclusi dal governo?

«Non solo, I sunniti devono essere protagonisti nella regione di Ninive e nell'Anbar. Il premier iracheno al-Abadi ha rivolto messaggi alla comunità sunnita per contenere le conseguenze umanitarie della battaglia di Mosul, dove gli sfollati sono già 19 mila. Dopo la fuga dalla guerra e dalle atroci violenze di Daesh, bisogna evitare la fuga da Mosul per la preoccupazione di violenze settarie anti-sunnite».

L'Iraq sarà spartito?

«Una volta ripreso il controllo di gran parte del territorio, le autorità irachene dovranno considerare che tradizioni, culture e religioni, in un Paese attraversato da oltre un quarto di secolo di guerre, meritano il riconoscimento di forme d'autonomia. Naturalmente senza mettere in discussione la realtà unitaria dell'Iraq».

Chi dovrebbe evitare tensioni?

«Mi riferisco al ruolo di Paesi importanti come la Turchia, alle forze curde e alle milizie sciite. Le condizioni per arrivare a una vittoria militarmente alla nostra portata sono legate all'impostazione politico-diplomatica non da guerra lampo, ma da campagna di medio periodo che associ la liberazione alla stabilizzazione. L'Italia qui ha un ruolo. Con 1300 militari siamo secondi solo agli Usa. Non combattiamo sul terreno, ma abbiamo addestrato 14.600 militari iracheni e curdi. E guidiamo la stabilizzazione della sicurezza con i carabinieri nelle zone liberate dell'Anbar».

C'è il rischio di una nuova guerra fredda con la Russia spostata anche in Medio Oriente?

«Tutti abbiamo presenti i rischi generati dalle tensioni con la Russia, ma nessuno dovrebbe associare queste tensioni a un'epoca del tutto diversa come la guerra fredda. L'Italia si adopera per una posizione chiara nei confronti della Russia, tuttavia senza mai rinunciare al dialogo».

La Turchia tenterà di creare uno Stato cuscinetto in Iraq?

«La Turchia ha un ruolo cruciale, ma la sua presenza deve essere coordinata con le strategie della coalizione a guida americana. Ci sono alcune realtà, penso alla cittadina di Tal Afar, attorno alle quali la coalizione è impegnata a evitare tensioni tra milizie popolari sciite e Turchia. Ancora più delicato sarà l'equilibrio della coalizione in vista della liberazione di Raqqa».

I jihadisti potrebbero fuggire verso l'Europa?

«Il buonsenso ci dice che chiudere con la macabra vicenda di Daesh sarà una grande svolta. Le radici del fondamentalismo terrorista non verranno per questo cancellate, la minaccia potrà riproporsi in altre forme. Ma guai a sottovalutare la forza di attrazione simbolica, economica e militare di un gruppo terrorista che si racconta come uno Stato. La sua fine ridurrà la minaccia terroristica ovunque nel mondo, sia pure senza eliminarla».

Cambierà qualcosa a partire dal 9 novembre con il voto negli Usa?

«Obama è stato il presidente che ha sconfitto Al Qaeda e il suo capo Bin Laden, e negli ultimi mesi ha posto le basi per sconfiggere anche Daesh: ci vorrà ancora molto tempo, non è questione di ore o di giorni ma di mesi, tuttavia sono certo che l'amministrazione americana proseguirà questa campagna di liberazione e stabilizzazione».

Meglio Trump o la Clinton?

«Tutti sanno a chi vanno le preferenze mie e del Pd. Ma la prosecuzione della campagna per liberare il mondo dalla minaccia di Daesh è fuori discussione, quale che sia l'esito del voto». Marco Ventura, IM 3

 

 

 

 

Referendum costituzionale. L’Italia al bivio

 

ZURIGO - “Votare sì o votare no? Questo è il dilemma: se sia lungimirante e responsabile approvare, o davvero miope e penalizzante dissentire. Nulla di drammaticamente amletico: solo il bisogno di interrogarsi e non prendere posizione (votare?) per partito preso. Solo i tifosi lo fanno – categoria umana per sua natura votata ad ignorare le ragioni della ragione – anche se talvolta volteggia fastidiosa l’impressione che lassù (dove si puote ciò che si vuole e non è il caso di più dimandar) qualcuno ci vorrebbe così: schierati, a prescindere. Senza chiederci, nel caso specifico, se davvero dalla parte del sì stiano gli illuminati e da quella del no gli oscurantisti”. È dedicato al referendum costituzionale del 4 dicembre l’editoriale con cui Giangi Cretti apre il numero di novembre de “La rivista”, mensile che dirige a Zurigo.

“Se i primi – e poco importa se fra costoro indispensabile sostegno agli ormai ex rottamatori ci siano i Verdini i Cicchito e gli Schifani - siano dinamici e pimpanti con lo sguardo dritto e aperto sul futuro, mentre i secondi – incestuoso miscuglio fra ex autorevoli rottamati ed inesperti azzeccagarbugli –siano polverosi, ingessati, delusi, frustrati e interessati conservatori. Mettiamoci nei panni del cittadino comune, quali siamo e vorremmo continuare ad essere.

Come ci sentiamo avvicinandoci ad una scadenza che, secondo gli uni dovrebbe cambiare verso all’Italia, proiettandola in un luminoso avvenire, secondo gli altri l’avvierebbe lungo un percorso di lesa democrazia? Né apocalittici, né integrati. A vario titolo confusi. A maggior ragione dubbiosi di fronte al fatto che autorevoli, e fino ad ieri stimati, costituzionalisti (fra i quali anche ex presidenti della Corte Costituzionale) l’un contro l’altro di dotti argomenti armati, giungano a conclusioni diametralmente opposte: senza dubbio si voti sì, con convinzione si voti no.

Non avendo il bagaglio né l’attrezzatura adeguata per cogliere il vero senso del dettato di quella che per gli uni – con dovuta concessione all’enfasi preelettorale – è la madre e per gli altri la morte di tutte le riforme, cerchiamo di orientarci nell’intricato incrociarsi di dichiarazioni quotidiane che, veicolate dai media, più o meno sociali, hanno ormai assunto la ritualità ossessiva di un mantra.

I fautori dell’uno o dell’altro fronte, molto probabilmente costretti dai tempi fulminanti della comunicazione, semplificano sciorinando a turno slogan che a loro volta smentiscono altri slogan.

Al cittadino votante viene detto: con il sì si riducono i costi della politica. È vero? Forse no. Se si volessero davvero ridurre i costi della politica perché non dimezzare il numero dei parlamentari in entrambe le Camere: la matematica, anche in questo caso, non è fallace, quasi 500 in meno, a fronte dei poco più di 300 che ne eliminerebbe la riforma.

Con la Riforma si cancella il bicameralismo paritario. È vero? Sì, ma a qual pro mantenere un Senato composto da persone elette per fare altro (consiglieri regionali o sindaci) e non invece cancellarlo del tutto? Oppure: anche se vi sono delle esperienze virtuose di bicameralismo paritario (la Svizzera ne è un fulgido esempio) non si potrebbe risolvere ridefinendo le competenze delle due Camere e comunque lasciando un Senato elettivo, consentendo ai cittadini il diritto di eleggere scegliendo i propri rappresentanti?

Con la Riforma si dimezzano i tempi dell’approvazione delle leggi. È vero? Forse sì, ma ridefinite le funzioni delle due Camere non si potrebbero anche fissare tempi necessari all’approvazione di una legge, per altro espressione del diritto talmente numerosa da non essere o non poter essere sempre puntualmente applicata?

Non è vero che con la riforma e la parallela applicazione della nuova legge elettorale (l’Italicum) si apra una deriva verso uno stato autoritario. È così? Forse, ma se negli ultimi tempi c’è stato un ripensamento, non necessariamente finalizzato a scopi elettorali, anche da parte del capo del governo che, dopo aver detto a chiare lettere che l’Italicum non sarebbe mai stato cambiato, ora si dichiara disponibile a valutare, dopo il voto del 4 dicembre, possibili modifiche, qualche rischio in quella direzione potrebbe esserci.

Sin qui la quotidianità dell’informazione concessa all’opinione pubblica. A questo si aggiunge, ultimamente evocato soprattutto dai contrari al referendum, il fatto che votando no si manderebbe a casa l’attuale governo.

Il che presuppone di converso che votare sì lo manterrebbe in carica. Se questa, a prescindere dall’esito, si rivelasse la ragione determinante nella scelta del voto sul refe- rendum, avremmo la conferma che l’Italia è finita nelle mani dei tifosi. Uno scenario inquietante, alla cui definizione, in quanto cittadini rifiutiamo di concorrere. Per questa ragione, e per pochi giorni ancora, continueremo ad interrogarci, convinti che alla fine noi sapremo se votare sì o votare no”. (aise) 

 

 

 

 

Costituzione e non solo. Referendum, la doppia battaglia

 

Il 4 dicembre avrò luogo lo scontro duro tra riformisti e massimalisti, tutto interno al PdMa si fronteggeranno anche due schieramenti larghi e frastagliati, come quello di chi è contrario alla riforma e unisce esponenti della sinistra radicale ed ex democristiani - di Ernesto Galli della Loggia

 

Il 4 dicembre, data del referendum sulla revisione della Costituzione, si combatteranno due battaglie. Innanzi tutto la battaglia forse ultima e decisiva di una delle tante, interminabili guerre civili italiane: la guerra civile iniziata tanto tempo fa all’interno della Sinistra italiana tra riformisti e massimalisti. Guerra riaccesasi poi negli anni Sessanta del Novecento, con l’ingresso dei socialisti nel centrosinistra, da lì proseguita in tutti i decenni seguenti tra Psi e Partito comunista in modo più o meno sotterraneo o virulento (vedi gli anni di Craxi), e poi ancora ai nostri giorni all’interno del Partito democratico. Si combatterà tuttavia anche una seconda battaglia. Una battaglia dagli schieramenti assai più frastagliati che accanto alla sinistra massimalista vede non solo la presenza consistente, e apparentemente inspiegabile, di una parte del mondo cattolico insieme ad altri settori significativi del vecchio personale politico della Prima Repubblica. Ma come si spiegano queste due battaglie sovrapposte e la bizzarra alleanza ora detta? Si spiegano con il fatto che in realtà non è una, ma sono due le poste in gioco del referendum: intrecciate tra loro ma in certo senso nascoste una nell’altra. La posta più evidente — oggi come tanti anni fa, all’epoca della «grande riforma» ventilata dal Partito socialista craxiano — è una riforma della Costituzione che nell’opinione dei suoi sostenitori si prefigge una maggiore governabilità del Paese.

Una governabilità che implica l’eliminazione di almeno alcuni degli elementi che provocano l’impasse ricorrente del nostro sistema politico, cioè la sua «normale» incapacità di funzionare normalmente. Ma, come dicevo, questo aspetto del referendum ne sottintende un altro, mi pare, la cui importanza, paradossalmente, è sottolineata proprio dal silenzio che fin qui l’ha avvolto. Con il promuovere una revisione della Costituzione in chiave funzionalista (e con l’aggiungervi magari una legge elettorale ad hoc), si tratta infatti di mettere fuori gioco una volta per tutte l’uso ideologico-politico che della stessa Costituzione si è finora fatto e si vorrebbe continuare a fare. Ed è da qui che trae origine la confluenza nel partito del No della posizione della sinistra massimalista da un lato, e dall’altro di quella di altri di estrazione affatto diversa, ex democristiani e no, aventi tutti però le proprie radici nella Prima Repubblica. Per capire il motivo di una tale confluenza bisogna ricordare che a partire dall’entrata in vigore della Carta costituzionale il suo uso è stato duplice, con due protagonisti assai diversi a seconda che l’uso ora detto riguardasse la prima o la seconda parte della Carta stessa.

La seconda parte — quella riguardante gli organi di governo e di garanzia — con il suo esasperato parlamentarismo, con la divisione di fatto del potere esecutivo reale tra il presidente della Repubblica e il presidente del Consiglio (espressione in genere di maggioranze diverse), con l’autonomia piena dei ministri (che vuol dire dei loro gabinetti), con una magistratura inquirente libera di gestire l’azione penale a sua discrezione e in regime di virtuale irresponsabilità nonché con la magistratura padrona delle proprie carriere — la seconda parte della Costituzione, dicevo, ha rappresentato finora un dispositivo formidabile capace di tenere insieme tutti i pezzi importanti della classe dirigente mantenendo al vertice i partiti e favorendo la loro massima libertà di movimento. A questo sono serviti di fatto la precarietà di ogni equilibrio, il mutare e il sommarsi delle ambizioni e delle combinazioni, i colpi di mano, la trasversalità delle influenze, i necessari consociativismi, ma anche la diffusione massima del potere, fosse pure quello d’interdizione: vale a dire tutti gli ingredienti che erano insiti nella seconda parte di cui dicevo sopra e che hanno caratterizzato la vita politica e pubblica del Paese. Storicamente, insomma, l’Italia della partitocrazia, del suo governo allargato e della sua classe politica, hanno avuto nella seconda parte della Costituzione il loro autentico statuto fondativo e la loro massima garanzia.

C’era poi la Costituzione della prima parte, in particolare quella degli articoli 29-47 riguardanti i «rapporti etico-sociali» e i «rapporti economici». Articoli che grazie alla loro ispirazione ipergarantista ma insieme statal-solidale dai toni simil-socialisti, hanno fino a oggi rappresentato, nelle circostanze più varie, la facile giustificazione per la cultura del radicalismo antiriformista a valenza estremistica che ha dominato tanti aspetti della nostra società. Quella cultura, per intenderci, nata nelle viscere dell’antico ribellismo italiano, poi nel Dopoguerra cresciuta e alimentata nell’ambito della Sinistra comunista per trasferirsi negli ultimi tempi specialmente nei Cinque Stelle o in un vasto sentire diffuso di senza partito. È la cultura che nel corso del tempo si è presentata di volta in volta come la cultura del no alla «legge truffa» e a favore della retribuzione variabile indipendente, del «via le basi della Nato dall’Italia» e della negazione dell’esistenza del terrorismo rosso, la cultura del «benaltrismo» continuo di fronte a ogni riforma che non fosse «di struttura», della difesa dei diritti acquisti in materia di pensioni, della contestazione alle centrali atomiche per l’elettricità così come oggi dice no alla Tav, reclama il «salario sociale», la «pace» senza se e senza ma, l’utero in affitto, e naturalmente si sgola contro i «politici tutti ladri». Sempre, invariabilmente, in nome di qualche articolo della Carta costituzionale.

È questo duplice uso storico della nostra Costituzione di cui ho detto — prettamente politico da parte dei partiti e del suo personale, e viceversa esplicitamente ideologico da parte della Sinistra antiriformista in servizio permanente effettivo — che spiega il fronte bizzarramente composito — da Gasparri a Rodotà a Vendola, passando per Cirino Pomicino — che oggi si oppone al progetto di revisione costituzionale. Ognuno difende la «sua» Costituzione, quella che gli è servita e che vorrebbe gli servisse ancora. Che essa possa anche servire al futuro del Paese nel suo complesso, su questo, invece, è forse doveroso nutrire più di un dubbio. CdS 4

 

 

 

 

Renzi scongiuri il rischio di un Trump italiano

 

Ogni Paese ha i suoi guai, ma quello di Donald Trump è un guaio mortale, soprattutto per l’Occidente. Mentre scrivo i sondaggi sono oscillanti, siamo appena a due giorni dalle elezioni americane e i due candidati sono testa a testa, alcuni sondaggisti danno come vincente Hillary ma con un distacco di pochissimi punti da Trump. Tutto può quindi accadere perché gli indecisi sono molti e possono cambiare opinione fino alle ultime ore che li dividono dalle urne. Una delle carte vincenti per Hillary è l’impegno che Barack Obama ha messo da tempo e in particolare per la Clinton. Se Hillary ce la farà, la sua politica sociale, economica, internazionale sarà una sorta di prosecuzione di quella del suo predecessore. Certo non ha lo smalto di Obama ma sarà pur sempre la prima donna alla Casa Bianca e questa è una non trascurabile novità.

 

L’America di Trump sarà non tanto conservatrice; di Amministrazioni conservatrici ce ne sono state alcune di grande rispetto, ma quella di Mister Donald è quasi una rivoluzione: è xenofoba, antidemocratica, militarista, alleata di tutte le autocrazie esistenti nel mondo, alleata di Putin, vista con simpatia dalla Cina, dalla Turchia e da tutti quei movimenti populistici che da questa alleanza escono rafforzati e più che mai contro l’Europa e contro la moneta unica. Insomma una situazione catastrofica nelle mani di un personaggio politicamente impreparato e razzista.

 

In Italia, secondo le rilevazioni d'una agenzia specializzata in questo tipo di ricerche, il 21 per cento, cioè un quinto dei nostri elettori, si è dichiarato in favore di Trump e non è certo una cifra da poco. Berlusconi è contro, ma Salvini no e questo dovrebbe costituire un'incompatibilità all'alleanza elettorale tra quei due partiti. Altri simpatizzanti per Trump ci sono in Egitto, negli Emirati del Golfo e in Turchia. Trump è insomma una mina vagante che l'America rischia di regalare al mondo intero oltre che a se stessa.

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Il secondo tema è invece positivo: la Corte di giustizia di Londra ha dichiarato illegittimo il referendum che ha approvato l'uscita della Gran Bretagna dall'Europa, il cosiddetto Brexit, senza il voto del Parlamento, Camera dei lord compresa. Tutt'al più si tratterebbe di un referendum consultivo secondo la Corte, ma privo di poteri decisionali. Perciò, dice con apposita sentenza la Corte, occorre che il Parlamento sia immediatamente convocato per un voto decisionale a meno che sia proposto un appello alla Corte di Giustizia Suprema, il cui giudizio sarebbe risolutivo. Nel frattempo la sterlina è balzata in alto dell'1,7 per cento nei confronti del dollaro e un vento di ottimismo si è immediatamente diffuso nel Parlamento europeo e in tutte le istituzioni dell'Ue. Ma sarà favorevole se appellata, la Corte Suprema inglese?

 

In attesa fioriscono altre possibili soluzioni a favore di chi è contro il Brexit. Per esempio c'è chi teorizza che una discussione del referendum sia soggetta al beneplacito della regina Elisabetta, senza il quale il referendum sarebbe invalido. La Corona, in una materia che incide sulla politica estera e su quella della Difesa, ha l'appannaggio che in un caso del genere potrebbe perfino sciogliere il Parlamento e indire nuove elezioni. La Corona cioè avrebbe un proprio potere autonomo rispetto ad un referendum che incide sulla sovranità della Monarchia.

 

Nel mondo finanziario europeo questa decisione sta producendo effetti positivi tra gli investitori; l'eventuale rientro del Regno Unito nell'Ue, sarebbe un evento con un'influenza positiva politica ed economica. Si spera comunque che la decisione finale avvenga con la massima possibile velocità. E se lo augurano soprattutto la Germania e l'Italia per ragioni diverse ma convergenti.

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Ed ora siamo all'Italia e a Matteo Renzi. Anche lui e quindi noi tutti, contrari o favorevoli o oggettivamente neutrali, deve affrontare una serie di difficoltà la prima delle quali è il terremoto. Non è soltanto un'emergenza e non riguarda soltanto una parte dell'Italia centrale che ne è stata colpita in questi ultimi due mesi. Il terremoto riguarda l'Italia intera, dalla Sicilia fino all'Emilia e al Friuli ed ha un nome: ricostruzione antisismica ovunque.

 

Affrontare l'emergenza è una necessità immediata sapendo però che serve la ricostruzione antisismica che deve accompagnarla e proseguire ad emergenza temporaneamente passata. Si tratta di stanziare decine e decine di miliardi e di promuovere una politica economica keynesiana alla quale anche l'Europa deve contribuire sia con proprie risorse destinate alle aree depresse e colpite da un sisma che si ripeterà di continuo e sia consentendo all'Italia quella politica keynesiana che è inevitabilmente fondata sul debito.

 

C'è un aspetto positivo in quella politica: la creazione di posti di lavoro direttamente da parte dello Stato e di enti pubblici ma anche da parte di imprese private con appalti sorvegliati che impediscano eventuali reati di corruzione come spesso è avvenuto.

 

Ed ora una seconda difficoltà che è invece tutta politica e riguarda il No e il Sì al referendum del 4 dicembre prossimo. Non ha certo il peso delle elezioni americane né del Brexit, ma in qualche modo riguarda la sopravvivenza politica di Renzi se il No avrà la maggioranza oppure il suo rafforzamento e quello del suo governo se vincerà il Sì con ripercussioni non trascurabili sulla stessa Europa.

 

Il comitato dei Cinque che lo stesso Renzi ha nominato affinché studi un progetto di cambiamento della legge elettorale vigente ha terminato i suoi lavori e stilato una proposta che Renzi ha fatto propria. Il progetto del comitato, a quanto sappiamo, propone l'abolizione del ballottaggio, l'abolizione delle preferenze, il voto popolare in collegi sufficientemente ampi con alleanze e quindi apparentamenti omologhi in tutto il Paese.

 

Si tratta d'una proposta perfetta, elaborata dai Cinque rappresentativi del vertice del Pd e in particolare da Gianni Cuperlo, rappresentativo dei dissidenti che vogliono tuttavia lavorare lealmente al rafforzamento d'un partito di centrosinistra moderno e democratico, senza alcun rischio di autoritarismo.

 

Ci auguriamo che Renzi annunci questo progetto pubblicamente anche in Parlamento avvertendo che dovrà essere a suo tempo approvato formalmente dalla direzione del Pd. Insomma un annuncio decisamente personale, ma in realtà essenziale per chi dirige partito e governo e punta a un Pd compatto salvo qualche eventuale e personale eccezione.

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Il vero e terribile avversario di Renzi e della sua politica in Italia e in Europa è il Movimento 5 Stelle. Con la legge elettorale attuale i grillini (che non amano sentirsi chiamati così) avrebbero la quasi certezza di vincere al ballottaggio ed anche di essere decisivi per la vittoria del No referendario. Il Movimento 5 Stelle non ha certo la forza esplosiva di un Donald Trump, soprattutto perché l'Italia non è l'America. Ma un grillino alla guida dell'Italia possiamo immaginare come si comporterebbe nel nostro Paese, in Europa e in tutti i Paesi extraeuropei, cioè nel mondo intero?

 

A due mesi dalle elezioni a sindaca di Roma abbiamo visto che cosa ha fatto la Raggi: nulla, non ha fatto nulla salvo aver disdetto le olimpiadi ed avere anche sospeso la costruzione di un settore essenziale della metropolitana. Forse quelle sospensioni avevano qualche giustificazione ma la vera ragione è che se avesse accettato le olimpiadi la Raggi non era in grado di iniziare da subito le opere preliminari e di programmare poi gli impianti necessari ai vari sport olimpici.

 

Questo è accaduto alla sindaca di Roma con il sostegno di tutti i cinquestellati. Rispetto a questo esempio su scala nazionale e internazionale è immaginabile quale sarebbe la fine dell'Italia.

 

In queste condizioni e in queste prospettive Renzi ha non solo la facoltà ma l'obbligo di fare proprie le conclusioni del comitato da lui nominato. Non ci sono alternative. Non si può correre il rischio di causare la trasformazione d'un teatro dell'Opera in un teatro di burattini con un burattinaio ventriloquo che li muove con i fili e gli presta la voce. EUGENIO SCALFARI  LR 6

 

 

 

 

L'aspettativa

 

Lo avevamo chiamato UPSIM (Ufficio per le Politiche Sociali degli Italiani nel Mondo). Un progetto che avrebbe potuto rappresentare molto per i milioni di Connazionali all’estero. Invece, è restata un’ idea senza concreto assetto. Priva, tra l’altro, di parametri di raffronto. L’impraticabilità non lo addossiamo ai precedenti Esecutivi, né ai politici di tutte le matrici. Semmai, la “colpa” è la nostra che non siamo riusciti a sensibilizzare, nel modo giusto, gli italiani d’oltre frontiera. Non c’è stata, neppure, una parvenza di connessione tattica con gli Eletti nella Circoscrizione Estero.

Nonostante questa premessa, vorremmo, però, tentare di comprendere i motivi di tanto silenzio. C’eravamo, infatti, attivati con l’intenzione d’essere propositivi. La speranza è durata poco. Tutto è rimasto com’è sempre stato. Così, non ci resta che attendere gli eventi.

Potrebbero, infatti, determinarsi le condizioni per ridare valenza anche alla nostra proposta. L’obiettivo resta sempre quello. Cioè, formalizzare una struttura capace di valutare l’incidenza dei provvedimenti legislativi nazionali nei confronti della nostra Comunità nel Mondo. Di conseguenza, restiamo con l’obiettivo di promuovere un Organismo capace di sentire il “polso” degli italiani nel mondo; anche tramite un confronto con la realtà vissuta nei Paesi ospiti.

Per il passato, si era anche varato un Ministero per gli Italiani all’Estero. Lo ricordiamo solo in ossequio alla grande figura politica e sociale dell’On. Tremaglia. Unico Ministro di una tempra che non esiste più. L’UPSIM è programmato come struttura autonoma dal MAECI. Ora non sappiamo se in Parlamento ci sia una corrente di pensiero simile alla nostra. Ma se così fosse, chiediamo, senza tanti giri di parole, che alla sua realizzazione contribuiscano i politici interessati.

Prima di mescolare le carte della politica, si prenda in esame pure le astrazioni istitutive dell’UPSIM. Gli italiani nel mondo, ora più che per il passato, sono pienamente in grado di fare delle loro scelte autonome. Se le "regole” dovessero mutare, si tenga conto del ruolo in Patria di chi s’è trovato nella necessità di reperire altrove un lavorio e un futuro. Meglio, di conseguenza, evitare i dialoghi dispersivi e le “sceneggiate”nelle aule parlamentari. L’Italia politica è andata ben oltre i suoi confini geografici. La struttura della “rappresentatività” ha da coinvolgere anche gli italiani all’estero. Ma sul serio.  Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Rissa sul rinvio del referendum, poi Renzi stoppa Alfano

 

È durata un fuoco di paglia l'ipotesi di rinviare il referendum a causa del terremoto. Subito le opposizioni si sono scatenate accusando il governo di non voler affrontare la prova che Renzi stesso ha imposto agli elettori da un anno a questa parte. È bastato che il ministro dell'Interno Alfano si dicesse d'accordo è disponibile a studiare un modo per rinviare il voto, ed ecco che le critiche sono diventate una rissa verbale con Brunetta in prima fila. È dovuto intervenire il presidente del consiglio per smentire il ministro Alfano e riportare la vicenda a ciò che era, cioè niente. Eppure il problema esiste. Perché come faranno le decine di migliaia di sfollati ad esercitare il loro diritto-dovere costituzionale? Non è un problema da poco, in un certo senso ne va anche la validità della consultazione. Dove voteranno materialmente gli sfollati e i terremotati che hanno deciso di restare accampati nei paesi colpiti? Che fine avranno fatto le liste degli elettori scomparse tra le macerie degli edifici comunali? Come garantire la completezza dell'informazione a cittadini che sono concretamente nell'impossibilità di informarsi compiutamente? Tutti gli scampati al terremoto sono cittadini come gli altri e hanno diritto ad esercitare il voto. L'emergenza non ancora finita ha imposto altre più urgenti priorità, anche questo è un aspetto molto importante della gestione del dopo sisma. Per quanto riguarda le spese del dopo-terremoto, Renzi ha affermato che le risorse si trovano e non c'è bisogno per ora di un extra-budget. Questo naturalmente sarà più agevole se l'Europa non si metterà di traverso nel calcolare le spese immani necessarie alla ricostruzione. Ma in questo momento c'è un altro elemento che arriva a turbare i calcoli del governo. Lo spread, cioè il differenziale tra titoli di Stato italiani e titoli tedeschi, si è riaffacciato oltre quota 160. Pesa l'incertezza sul dopo-referendum e l'incognita del voto americano. La conseguenza è che gli interessi sul debito salgono e le casse dello Stato sono appesantite. Senza contare che i mercati calcolano che, se vincesse il No, si aprirebbe un periodo di grande turbolenza e il Sì non recupera consensi nonostante un certo calo del No. GIANLUCA LUZI  LR 2

 

 

 

 

 

Catastrofi e politica. Serve un grande patto per salvare il Paese

 

E rischia di non essere ancora finita. Certo, siamo tutti appesi alla speranza che questo grappolo di terremoti che da mesi devasta l’Appennino abbia finalmente fine. La storia dice che prima o poi dovranno ben esaurirsi, questi scossoni che spezzano la spina dorsale dell’Italia seminando lutti e annientando quei bellissimi borghi antichi che sono la nostra anima. Ultimi fra i tanti Ussita, Castelluccio, Norcia. Dove la Basilica di San Benedetto è crollata in una nuvola di polvere. Un popolo serio e uno Stato all’altezza, però, devono aver chiaro che forse non è finita. E che è del tutto inutile fare gli scongiuri. Occorrono progetti, visioni, scadenze. Quella stessa storia millenaria della nostra terra che ci incoraggia a confidare nella fine dell’incubo ci ricorda infatti che è già successo. L’abbiamo rimosso, ma è già successo. Più volte. Non solo dal 1315 gli Appennini sono stati sconvolti da 149 scosse superiori a 5,5 gradi della scala Richter e quasi tutte con danni gravissimi.

Ma, spiega la storica Emanuela Guidoboni, «cluster» di terremoti simili a quello attuale sono stati registrati lungo la schiena della penisola almeno cinque volte: nel 1349, 1456, 1638, 1703 e 1783. Di più: nelle aree a elevato rischio sismico, che valgono il 50% circa del territorio e il 38% dei comuni, ci sono 6 milioni e 267 mila edifici. Molti bellissimi e costruiti secoli fa, altri decorosi tirati su più recentemente, altri ancora orrendi e ammassati senza alcuna attenzione ai problemi del territorio negli ultimi settant’anni. Ci vivono, complessivamente, 24 milioni e 147 mila persone. Non consapevoli, per usare un eufemismo, dei pericoli che corrono. Dice tutto una ricerca del 2012 di Cresme, Ance e Consiglio nazionale degli architetti: un quarto degli edifici è in condizione mediocre o pessima. «Sebbene la normativa antisismica per le costruzioni abbia più di trent’anni, solo una minima parte degli edifici realizzati in questo periodo nelle attuali zone ad elevato rischio è stata costruita secondo criteri antisismici». Eppure il 45 per cento delle persone, pur sapendo di vivere in aree a rischio, «ritiene che la sua abitazione sia costruita con criteri anti-sismici». Anzi, una su tre pensa che basti risanare le strutture ogni 40 anni o 60. Per non dire di chi ritiene bastare una ristrutturazione al secolo. Ciechi.

Per salvare il nostro patrimonio abitativo, storico, monumentale, scolastico e salvare chi ci vive dentro non basta dunque accorrere in soccorso alle popolazioni ogni volta che c’è una calamità. Calamità sismiche o idrogeologiche che, tra parentesi, son costate dal 1944 al 2009, secondo le stime, da 176 a 213 miliardi. Una cifra mostruosa destinata a crescere. Non basta. Occorre un patto nazionale all’altezza dell’emergenza. Dirà Matteo Renzi: c’è già, Casa Italia. Nel nome e negli obiettivi, può darsi. Di fatto, però, manca il cemento fondamentale per cominciare a restituire agli italiani, che già avevano il morale basso e oggi sono ancora più scossi, quella speranza di poter vivere nei loro centri storici risanati e sicuri. Il cemento di una solidarietà nazionale che vada oltre il mesto bla-bla di circostanza. Lo sappiamo: è impensabile che questi rissosissimi partiti, con l’aria che tira, trovino un accordo su un ogni altra cosa. Almeno su un grande patto di salvezza nazionale, magari sottratto a partiti e maggioranze e fazioni e delegato a un’agenzia messa su da tutti che si occupi «solo» di questo, però, è doveroso pretendere una svolta. Radicale. Quanti altri terremoti o alluvioni devono colpirci perché la politica abbia uno scatto di orgoglio e di decenza all’altezza di quanto i volontari quotidianamente fanno senza badare alle tessere?

E insieme, finalmente, dovrà partire una grande offensiva culturale nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nella società, che diffonda fra gli italiani la coscienza dei rischi che corrono. E di quanto tocchi anche a loro, e non solo genericamente «allo Stato», il dovere (il dovere: non la facoltà) di farsi carico della loro parte di responsabilità. Né i cittadini possono aspettarsi che le casse pubbliche siano in grado di farsi carico di ricostruire tutto a spese della collettività: non possono farcela. E sarebbe ora che si cominciasse a prendere in esame (con cautela e buon senso, ovvio) quell’assicurazione obbligatoria contro le catastrofi che già è prevista in tanti paesi, dal Belgio alla Francia, dalla Norvegia alla Spagna o alla Romania. Ce l’ha, questo Paese, la forza e l’ambizione per prendere di petto i problemi epocali posti dagli eventi di queste settimane? Di avviare davvero, con regole nette e meno burocrazia, il risanamento del nostro territorio e dei nostri scrigni storici? Noi pensiamo di sì. Ma lo sforzo deve essere corale. È una sfida troppo seria per smarrirsi in guerricciole di bottega…

Gian Antonio Stella, CdS 30

 

 

 

 

Terremoto, emergenza senza fine: il governo vara nuovi interventi

 

La scossa devastante di domenica mattina ha aggiunto enormi problemi al governo oltre a quelli che già aveva. Il primo: come farà Renzi a destreggiarsi tra le esigenze al limite dell'irrazionale della popolazione di Norcia che vuole le tende per non allontanarsi dalla cittadina in macerie e la logica della sicurezza che suggerisce di sistemare tutti gli sfollati negli alberghi sulla costa a qualche chilometro da Norcia? In altre parole, se il premier fa rimontare le tende e ci rimette la gente dentro, con l'inverno che nel cuore dell'Umbria può essere molto duro, alla prima persona anziana che viene ricoverata in qualche ospedale per polmonite ecco che si scateneranno gli innumerevoli oppositori del premier pronti a inveire perché la popolazione non è stata ospitata al coperto. Al contrario se il presidente del consiglio terrà ferma l'intenzione di non montare le tende in montagna (Norcia non è in pianura) avrà contro la popolazione a partire dal sindaco che si è orgogliosamente definito in TV un "boia chi molla". Questo è solo uno dei problemi che oggi pomeriggio il consiglio dei ministri straordinario dovrà affrontare oltre a quelli, enormi, che già esistevano dal terremoto del 24 agosto. La nuova scossa, più potente delle precedenti, ha riaperto e aggravato i problemi che il commissario straordinario Errani e il governo avevano sperato di aver avviato a soluzione. Ora si deve ricominciare daccapo e la comprensibile esasperazione della popolazione colpita può portare a reazioni emotive al limite dell'irrazionale. Renzi non può permettersi passi falsi e non prenderà decisioni senza il coordinamento con gli amministratori locali, ma l'inverno da quelle parti arriva presto e in un territorio così frammentato in piccole frazioni difficili da raggiungere organizzare soccorsi adeguati è ancora più difficile. Quello che aspetta Renzi a un mese dal referendum è un banco di prova difficilissimo, in cui si misura la sua capacità di mantenere le promesse, la prima delle quali è mettere al centro le persone e poi ricostruire il territorio "così com'era, senza sprechi e senza ladri". GIANLUCA LUZI. LR 31

 

 

 

 

Dopo il Referendum

 

Il 2017, tranne che per gli illusi, sarà un altro anno difficile. La Legge di Stabilità, a conti fatti, non si mostrerà bastante alla bisogna e nuove gabelle andranno a pesare sulle spalle degli italiani. Del resto, premesse per tempi “migliori” proprio non ne vediamo. Tramontati i gradi partiti storici dell’Italia repubblicana, le successive formazioni politiche si sono rivelate inadeguate e, in ogni caso, avviate a un fatale viale del tramonto. Con l’economia non si può fare il doppio gioco e i messaggi di speranza lasciano il tempo che trovano. L’hanno capito tutti; eppure i politici ci provano lo stesso.

Per il passato, ci hanno fatto credere in un Paese sano con un’economia a sviluppo fisiologico. Nulla di più falso. La “crisi” d’Italia ha radici lontane. I provvedimenti d’austerità hanno solo frenato la discesa del Paese. Per evitare il peggio, si tornerà a mettere le mani nelle tasche degli italiani che, ovviamente, non intendono subire più. Come a scrivere che i sacrifici a fondo perduto sono intollerabili. In dodici mesi, la Penisola è stata “riformata” ed i risultati non si sono fatti attendere. Ora vogliamo tornare, finalmente, a votare. L’affidamento economico del Paese è venuto a mancare per palese insufficienza di stimoli alla ripresa e già è stato gettato il seme per nuove imposizioni che nessun Governo riuscirà a fare rientrare; almeno per l’anno prossimo.

Nell’incertezza di un domani che sarà stabilito da altri, ci preoccupa. Il 4 dicembre, saremo chiamati a decidere i destini d’Italia e, questa volta, senza possibilità di ripensamenti. Ora i parlamentari dovrebbero, obiettivamente, riconoscere i loro errori. Non criticare solo quelli degli altri. Sarebbe troppo facile, troppo ovvio. I sacrifici fanno parte della nostra vita. Negarlo è inutile. L’importante, però, è che siano modulati in relazioni ad un minimo vitale comune per tutti. Invece, si continua a “togliere” dove, invece, bisognerebbe “aggiungere”.

 Come votare, allora? E’ un interrogativo sibillino e dalle molteplici sfaccettature. La risposta dovrà nascere dalla nostra coscienza e dalla dignità d’italiani dentro e fuori in confini nazionali. Attenzione, quindi, che il prossimo Referendum Istituzionale non si trasformi, poi, nei consueti compromessi di “bottega”. Gli effetti sarebbero devastanti.  Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

“Tutti pazzi per l’italiano, la lingua delle insegne”

 

Sara D'Agati de “la Repubblica Affari & Finanza” incontra il vice ministro degli Esteri Mario Giro

 

ROMA - «La promozione della lingua italiana nel mondo è uno strumento essenziale di politica estera nonché un innegabile fattore di crescita economica». A parlare è il viceministro degli Esteri Mario Giro, ideatore degli stati generali della lingua italiana, un progetto lanciato dalla Farnesina per stimolare la diffusione dell'italiano all'estero. Al di là dell'intrinseco valore dell'internazionalizzazione di una lingua in termini di influenza culturale e "soft power", che non è sfuggito ai cinesi che stanno investendo fior di quattrini per stimolare lo studio del cinese nel mondo, l'utilizzo dell'italiano all'estero è un business: fa vendere di più. «L'italiano - dice Giro - è la seconda lingua più usata al mondo dopo l'inglese nelle insegne commerciali e nella presentazione dei prodotti». Da una ricerca su dieci Paesi condotta dalla San Pellegrino, è emerso che i consumatori mondiali sono disponibili a pagare il 9% in più per un prodotto con la dicitura "Toscana".

Lo sanno bene le imprese nordamericane, europee e asiatiche che utilizzano nomi italiani, o artifici che rimandano nella mente del consumatore a elementi propri della tradizione italiana, per pubblicizzare i loro prodotti. È l’Italian Sounding dell'enogastronomia o dell'alto artigianato: solo negli Usa le imitazioni dei nostri formaggi fruttano ben 2 miliardi di dollari. Nel complesso il fatturato dell'italian sounding, nel solo settore agroalimentare, ha superato i 60 miliardi di euro, quasi il doppio del fatturato delle esportazioni nazionali degli stessi prodotti originali. Il fenomeno mostra come, ancora oggi, in un'era di rapide trasformazioni l'Italia e l'italiano sono assodati nell'immaginario collettivo alla tradizione di qualità ed eccellenza che caratterizza i prodotti Made in Italy, che secondo Altagamma è percepito come sinonimo di qualità per un valore doppio del Made in France. Non è un caso che non esista uno Spanish o un German sounding. L'italiano evoca qualità del prodotto, ma anche uno stile di vita associato a bellezza ed edonismo. All'estero si dice "live like an Italian" per indicare la libertà di gratificarsi e percepire con tutti i sensi i dettagli che rendono bella la vita. «A fronte di una narrativa italiana esterofila e pessimista - dice Giro - il numero delle persone che studiano italiano nel mondo continua a crescere. La nostra lingua è un tesoro di influenza e reputazione politica nonché un vettore di sviluppo economico. Bisogna sfruttarlo meglio».

Va in questa direzione la decisione del Governo di stanziare 50 milioni nella legge di bilancio per Ia promozione della lingua italiana all'estero. «Ma non basta: serve uno sforzo collettivo da parte di mondo politico, culturale e delle imprese tutte». Ancora poche aziende italiane sfruttano il potenziale evocativo dell'Italia, come la Fiat che dell'italianità ha fatto un punto di forza, dallo spot della 500 con la colonna sonora di "Torna a Surriento” al tormentone con la famiglia Italiana tutta stipata nell'auto, trionfo dello stereotipo ma che con oltre 2 milioni di visualizzazioni su YouTube è l'unico spot andato in onda in America dove si parla esclusivamente italiano. Poi c'è Bulgari: il celebre marchio di gioielli nato a Roma nell'800, ha fatto del legame con la città ed il territorio il fulcro della propria strategia creativa e di marketing. Molti dei suoi gioielli sono chiaramente ispirati a mosaici e urbanistica di Roma e l'italiano viene utilizzato per rappresentare tutte le sue collezioni all'estero. Promuovere la lingua Italiana non significa solo difendere il passato, ma rilanciare il futuro. Sara D'Agati LR 31

 

 

 

 

Quelle analogie tra le elezioni Usa e il referendum

 

Fatte le debite proporzioni c'è un singolare parallelismo tra le elezioni americane con lo scontro nucleare Clinton-Trump e il referendum costituzionale italiano con la guerra di Renzi contro il resto del mondo politico. Anzi è più esatto dire la guerra del resto del mondo politico contro il premier. Se in America Trump rischia di vincere e in questa prospettiva i mercati di tutto il mondo trattengono il fiato con terrore, in Italia Renzi rischia di perdere e la prospettiva di un grillino (o di una grillina) a Palazzo Chigi diventa concreta con tutte le conseguenze del caso, prima di tutto economiche. In America l'establishment del partito repubblicano rema contro Trump, ma la gente delle classi medie impoverite e delle classi povere sempre più povere lo votano, così come potrebbero votarlo i "sanderisti" e tutta quella sinistra che odia Wall Street e ritiene Hillary una creatura delle multinazionali e della finanza. Lo stesso in Italia: per odio contro Renzi la sinistra e settori di elettori un tempo di centrosinistra sono disposti a correre il rischio di Grillo sul ponte di comando. Conseguenza: la Borsa trema, le banche non sanno che fare prima del 4 dicembre, lo spread si appesantisce come in tempi che si pensavano superati. Tutto per l'incertezza politica che nasconde alcuni dati positivi come la ripresa del mercato del lavoro. In questo contesto si registra il doppio binario su cui si muove Berlusconi, tornato alla politica dopo gli ultimi problemi di salute. L'ex Cavaliere, che certamente non può affrontare le fatiche di una campagna elettorale, registra alcuni spot elettorali per il No da tirare fuori se i sondaggi saranno convincenti. Ma nello stesso tempo le sue reti Tv non spingono affatto per la vittoria del No. Del resto Confalonieri ha avvertito per tempo che per le aziende del gruppo Fininvest è preferibile la vittoria del Sì invece che la sua sconfitta con tutta l'instabilità politica ed economica che seguirebbe certamente. D'altra parte però l'ex Cavaliere sa bene che solo con una sconfitta di Renzi potrebbe tornare al tavolo della politica con un ruolo e la forza per contrattare. In questo scenario sembra sempre più incolmabile il fossato che divide la maggioranza renziana dalla minoranza bersaniana. Quest'ultima ha respinto anche le ultime offerte dei saggi Pd per cambiare l'Italicum. Fra un mese le strade si divideranno in ogni caso. di GIANLUCA LUZI  LR 4

 

 

 

Mezza Italia vulnerabile: 44% aree a elevato rischio sismico

 

L'Italia è un Paese fragile. Le aree a elevato rischio sismico, zone 1 e 2 secondo la classificazione sismica della Protezione Civile 2015, sono circa il 44% della superficie nazionale (131 mila chilometri quadrati) e interessano il 36% dei comuni (2.893). Nelle aree ad elevato rischio simico vivono 21,8 milioni di persone (36% della popolazione) per un totale di 8,6 milioni di famiglie e si trovano circa 6,2 milioni di famiglie.

Sono questi i numeri illustrati dall'Ance in Parlamento nell'ambito di un'indagine conoscitiva sulle politiche di prevenzione antisismica e sui modelli di ricostruzione. Un territorio vulnerabile, che dal 1944 con i terremoti che da Nord a Sud hanno colpito moltissime zone del Paese, ha registrato danni per circa 181 miliardi di euro, 2,5 miliardi l'anno. Ma non solo. Se si considerano anche le conseguenze del dissesto idrogeologico la cifra lievita perchè ogni anno si spende 1 miliardo di euro per i danni dovuti ad alluvioni e frane.

 

L'Ance pone l'accento sulla rischiosità del patrimonio edilizio privato. Nelle zone ad elevato rischio sismico, spiega l'Ance, lo stock abitativo è di circa 5,2 milioni di immobili, per lo più concentrati nella zona 2, pari a 4,3 milioni. La tipologia di struttura edilizia per gli edifici residenziali vede una prevalenza della muratura portante (il 54,6% del totale, pari a 2,8 milioni di edifici), mentre il calcestruzzo armato è stato utilizzato in media per il 33,6% degli immobili. Il restante 11,8% è stato costruito con altro materiale (ad esempio acciaio, legno ecc..).

Lo stock abitativo delle zone a maggior rischio sismico risulta, sottolinea l'Ance, molto vetusto. Il 74% degli edifici residenziali, pari a 3,8 milioni di immobili, è stato costruito prima della piena operatività della normativa antisismica per nuove costruzioni. Di questi 3,1 milioni di edifici abitativi si trovano in zona 2 e poco meno di 700mila in zona 1.

In questo contesto, l'Ance torna a rilanciare la necessità di superare "il paradosso della realtà italiana": "Quello di un Paese esposto a forte rischio che investe solo nella fase emergenziale e poco in prevenzione ma, soprattutto, quello di un Paese che è il maggiore beneficiario del fondo europeo di solidarietà per le grandi quello di un Paese esposto a forte rischio che investe solo nella fase emergenziale e poco in prevenzione ma, soprattutto, quello di un Paese che è il maggiore beneficiario del fondo europeo di solidarietà per le grandi calamità naturali e può scontare dal Patto di stabilità e crescita europeo le spese effettuate durante l’emergenza ma, finora, non ha potuto ricevere nessuno sconto per la fase di prevenzione nell’ambito della cosiddetta 'flessibilità di bilancio'".

L'Ance torna, dunque, a sollecitare la necessità di "definire politiche di prevenzione in una prospettiva di lungo periodo e di carattere strutturale". Servono, afferma l'associazione dei costruttori, regole mirate ad aumentare il livello consapevolezza del rischio sismico da parte della popolazione; l'utilizzo della leva fiscale per gli interventi di messa in sicurezza; incentivi alla sostituzione edilizia; qualità degli operatori coinvolti. Adnkronos 31

 

 

 

 

Il paradosso dei sismi italiani. Meno potenti, ma più distruttivi

 

Scenario quasi unico al mondo di mini-faglie e di epicentri a poca profondità

MARIO TOZZI

 

Non sappiamo ancora quale sarà l’evoluzione di questa crisi sismica, ma sappiamo che i terremoti italiani hanno caratteristiche talmente peculiari da renderli del tutto diversi da quelli giapponesi o andini, così come pure da quelli californiani o turchi. 

 

L’origine del terremoto è sempre la stessa: uno scarico repentino di energia accumulata dalla rocce nel tempo. E, in ultima analisi, il gioco reciproco delle placche tettoniche (se si eccettuano i terremoti vulcanici), in cui si può considerare scomposta la crosta terrestre. Ma ecco che, già sotto questo profilo, i terremoti italiani sono caratteristici, perché non entra in gioco solo la placca africana che si infila sotto quella europea. Ci sono blocchi più piccoli (microplacche), come quello adriatico e quello siculo-ibleo, che complicano l’interazione fra le placche più grandi, tanto da indurre terremoti fra i più disastrosi della Penisola, seppure dimenticati, come quello di Catania del 1693. Non solo: le velocità di interazione nel Mediterraneo sono minori di quelle sudamericane o giapponesi e dunque le energie in gioco sono più basse e le magnitudo, di conseguenza, più piccole. In Italia non si è mai superata magnitudo 7,5 Richter, anche se nessuno potrebbe escludere questa eventualità. I terremoti più forti mai registrati al mondo sono, invece, di magnitudo 9 Richter, in Giappone, Indonesia e Cile, non nel Mediterraneo. 

 

Non è però soltanto questione di magnitudo, da noi generalmente più basse, e di placche tettoniche, da noi più frammentate, ma è anche questione di faglie, di orografia e di terreni. In Italia, infatti, non è riconoscibile una grande struttura che origina i terremoti, come la faglia di San Andreas (in California) oppure quella della Valle del Giordano oppure quella nord-anatolica. Nei primi due casi si tratta di faglie lunghissime (centinaia di km): «faglie trasformi» (come si chiamano), in cui le placche scorrono le une accanto alle altre, suscettibili di generare sismi di magnitudo 7,5-8 Richter. Oggetti geologici non presenti sul nostro territorio, dove generalmente, i terremoti derivano da faglie di lunghezza limitata (20-40 km), che sono spesso interrotte da altre faglie più corte, fino a comporre un quadro complesso. Perlopiù, poi, sono faglie attraverso cui l’Appennino si assesta a quote topografiche inferiori, con un movimento in verticale, non uno scorrimento laterale. 

 

Abbiamo dunque strutture geologiche a scala più ridotta e meno energie sismiche, perché da noi i terremoti fanno più vittime e danni che in Giappone o in California? Una prima risposta può essere che l’Italia è un Paese di montagna e questo è un fattore che aggrava i danni. Ma le montagne ci sono pure in Giappone e nelle Ande. Un’altra causa è la scarsa profondità ipocentrale dei terremoti italiani, che difficilmente superano i 30-40 km di profondità e, anzi, si attestano attorno ai 10 km. Le onde sismiche, dunque, non si attenuano perché attraversano uno spessore meno cospicuo di rocce rispetto a quanto accade, per esempio, in Giappone oppure in Cile, dove gli ipocentri sono a centinaia di km di profondità. Poi ci sono le rocce: spesso edifici e paesi vengono distrutti dall’«effetto-sito», l’amplificazione che le onde sismiche subiscono in corrispondenza di terreni più «molli».  

 

Ma quello che conta di più è il patrimonio edilizio: vetusto e poco controllato. Il terremoto distrugge abitazioni rurali di collina fatte con ciottoli di fiume e malte scadenti oppure costruzioni più recenti in cemento armato, però mal progettate e peggio realizzate. Infine sembra anche esserci un’incapacità, tutta italiana, di imparare da secoli di catastrofi: in ogni Paese a rischio sismico, prima o poi, si cambia rotta, magari dopo un terremoto devastante, come negli Usa (dopo San Francisco, 1906) o in Giappone (dopo il 1855 e il 1923). Da noi nemmeno il terremoto del 1908 è stato sufficiente: qualche regola un po’ più rigida, a cui ha fatto seguito soltanto una più raffinata capacità di deroga. In tutti i casi le energie sprigionate dai nostri terremoti, per quanto ridotte e frammentate alla scala italiana, sono ancora più che sufficienti a devastare un Paese costantemente impreparato.  LS 1

 

 

 

 

Italia, un paese dalle culle vuote

 

Il crollo delle nascite è un problema reale. Il governo lancia il Fertility Day. Occorre una politica a sostegno della famiglia

 

Settimane fa il governo ha lanciato un allarme forte a proposito del calo demografico in Italia con l'evidente intento di porgli un rimedio al fine di evitare grossi problemi economici, sociali, politici, peraltro già innescati, ma che potrebbero diventare drammatici a brevissima scadenza.

La risposta dei media e delle forze politiche è stata, come si ricorderà, uno sberleffo quasi generale. Il facile pretesto del rifiuto sono stati il testo e la pubblicità della proposta, che, a dire il vero, non erano il massimo. Ma non troppo nascosto tra le righe dell'opposizione si intuiva il laicismo anticlericale ampiamente diffuso in Italia.

Eppure, in questo caso non era stata la Chiesa a lanciare l'allarme demografico. Era stato il governo a trazione PD. Ma è bastato che gli ambienti ecclesiali mostrassero apprezzamento per l'allarme governativo, perché si scatenasse una clamorosa e irridente reazione.

Ma, al di là di tante prese di posizione di tipo ideologico, il problema del calo demografico è sotto gli occhi di tutti. E tutti, sia i sociologi, sia i comuni mortali, si possono facilmente rendere conto del fatto che se calano le nascite e la durata media della vita delle persone aumenta, nel giro di pochi anni avremo una società sempre più sbilanciata, fatta prevalentemente non di giovani creativi, ma di vecchi inattivi.

Gli ultimi dati sono drammatici: nei primi sei mesi di quest’anno ci sono state 14.600 nascite in meno del 2015, rivelano gli ultimi dati Istat. Un calo impressionante, pari al sei per cento in un solo anno. Un deserto demografico, cui occorre porre rimedio, poiché la riduzione della natalità sta assumendo ritmi quasi esponenziali.

Stando così le cose, si pensi ai problemi relativi, ad esempio, alle pensioni in presenza del calo del numero dei giovani contribuenti e di quello continuamente in aumento dei pensionati. Ugualmente sono immaginabili i problemi in campo professionale: sempre meno giovani disponibili per le varie professioni di cui la società ha bisogno. Si pensi a una società complessa come la nostra con a disposizione meno medici e personale sanitario, meno insegnanti, meno ricercatori, meno ingegneri, ma anche meno muratori, meno operatori ecologici (gli spazzini), meno agricoltori...

Ci sarebbe a disposizione, a dire il vero, la riserva degli stranieri, ma, non essendo pensabile che svedesi e tedeschi si rendano disponibili a venire incontro alla nostra diminuzione di forza lavoro, bisognerebbe perciò far ricorso agli extracomunitari, quando tanta parte dell'opinione pubblica e delle forze politiche caccerebbe via anche quelli che ci sono, perché non si vuole che il nostro popolo sia contaminato culturalmente e diventi un popolo imbastardito.

Qualcuno poi ha colto l'occasione per evocare la fecondità surrogata, ma, a parte il fatto che il Consiglio d'Europa, che non è imparentato col Vaticano, ne ha giustamente segnalato l'inciviltà, questa pratica, anziché concorrere alla soluzione dei problemi di sicuro li complicherebbe non poco.

Con buona pace di tutti i critici del Fertility Day, la principale via per risolvere il calo demografico è quello ovvio di tornare ad essere un popolo gioiosamente fecondo.

I critici dell'iniziativa del governo però temono che ciò comporti un ritorno alla famiglia tipo conigliera tanto cara, secondo loro, alla Chiesa. Il Papa, di ritorno dalle Filippine nel gennaio scorso, sull'aereo, a domanda, ha assicurato, cito a senso, che la Chiesa non è tifosa delle famiglie tipo conigliera. I media, manco a dirlo, montarono una vera e propria gazzarra contro questo "rozzo" modo di esprimersi del Papa, ma era chiaro che l'espressione del Papa era una risposta a tono a tutti quelli che han sempre accusato la Chiesa di essere per una genitorialità irresponsabile. Il Papa voleva che tutti capissero che la Chiesa promuove le coppie che, come Dio, sono amanti della vita e son quindi aperte a una genitorialità generosa e nello stesso tempo responsabile.

Ma poi, certo, è necessario che il governo non si limiti a sollecitare una maggior fecondità, ma che si impegni in una seria politica di sostegno alla famiglia. Se un giovane non ha un’occupazione stabile non può certo comprare casa e mettere su famiglia, dedicarsi alla stabilità degli affetti e dare alla luce dei figli.

Denatalità, precarietà lavorativa, crisi economica, povertà in aumento. Di fronte a questa emergenza il Governo fatica a trovare una soluzione. Nell’ultima manovra i provvedimenti dedicati ai giovani e alle politiche familiari vanno in ordine sparso, anziché essere finalizzati a un piano preciso a favore della natalità e alla occupazione giovanile. Ma se non si pone un rimedio a questo inverno demografico il Paese è destinato ad estinguersi. Egidio Todeschini, de.it.press

 

 

 

 

Il dialogo

 

Oggi, l’informazione è il problema minore. Ci ha pensato la tecnologia a eliminare le distanze e le incomprensioni linguistiche. Ma tanti problemi interpretativi restano. Sono passati quasi sedici anni dal secolo scorso. In questi anni, è cambiata la realtà italiana, europea e mondiale. Però, parecchi problemi correlati all’italianità oltre frontiera ci sono ancora. Magari meno evidenti; ma pur sempre reali.

 

Mentre la politica del Bel Paese s’è evoluta in modo inconsueto rispetto ad altre realtà europee, ci chiediamo: l’Italia è ancora riscattabile? In altri termini, il Paese è in grado di sopperire alle mancanze morali e materiali che interessano i Connazionali nel mondo? L’interrogativo ha tutto il diritto d’essere esaminato. Chi vive oltre frontiera, anche se di terza o quarta Generazione, ha in Patria problemi assai simili a quelli dei precursori.

 

 Perché se, in passato, si emigrava per necessità, ora la finalità e rimasta la stessa. Prima è stata la volta della forza lavoro manuale; ora è quella dei tecnici che in Italia non hanno trovato radici per sviluppare le loro competenze. Anche col nuovo Millennio, non sono finite le perplessità per un’Italia più europea di quanto in realtà sia.

 

Tramite questo periodico internazionale, intendiamo promuovere il progetto per una sorta d’”incontro”virtuale con chi è “rimasto e chi è “andato”. Preponiamo, di conseguenza, una divulgazione che consenta alle Generazioni di confrontarsi con uno spirito che superi i limiti della cittadinanza, delle consuetudini e dell’età. Per quanto ci compete, restiamo a disposizione per avere, da chi ha la pazienza di seguirci, consigli e proposte. E’ un impegno che intendiamo rispettare. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Il ruolo delle Camere di Commercio all’estero

 

Roma - "Importante riconoscimento per le Camere di Commercio italiane all'estero - dichiarano i senatori Francesco Giacobbe, Aldo Di Biagio e Claudio Micheloni  - approvato il parere in seno alla decima Commissione, Industria Commercio e Turismo del Senato sull'atto del governo che riguarda il riordino delle Camere di Commercio."

"Il parere espresso dalla commissione sottolinea il ruolo delle Camere di Commercio Italiane all'Estero"

"Pur condividendo l’appartenenza al sistema camerale italiano sono diverse per caratteristiche strutturali (associazioni binazionali di imprese), natura giuridica (privata, di mercato) e funzioni specifiche. Come punto di raccordo delle comunità di affari nel mondo svolgono una funzione peculiare e originale, operando all’estero in maniera complementare all’azione per l’internazionalizzazione del sistema pubblico di promozione.

In una logica di maggiore efficienza del sistema promozionale è auspicabile ed opportuno che le CCIE siano coinvolte per l’elaborazione e l’attuazione di strategie per l’internazionalizzazione delle imprese italiane, l’accompagnamento delle PMI all’estero e la promozione di investimenti stranieri in Italia".

"Esprimiamo grande soddisfazione per questo risultato che è sicuramente un punto di inizio per il lavoro di grande trasformazione che le Camere di Commercio Italiane e quelle all'estero dovranno fare", concludono i Senatori. De.it.press 3

 

 

 

Insegnare italiano all’estero, successo per i corsi di formazione ICoN

 

Pisa - Sono partiti martedì 25 ottobre gli ultimi 5 corsi di formazione on line per docenti di italiano all’estero, erogati dal Consorzio ICoN nell’ambito dell’accordo firmato con la Direzione Generale per gli Italiani all’estero del ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale. Dal 23 agosto scorso sono stati attivati 31 corsi destinati a insegnanti di italiano di enti gestori provenienti da 12 Nazioni diverse. Più di 600 docenti sono attualmente impegnati all’interno della rinnovata piattaforma ICoN nello studio delle principali tematiche della didattica dell’italiano e dei fondamenti della didattica digitale. La gestione delle 31 classi virtuali è affidata a 13 docenti esperti della materia, formati appositamente da ICoN, che, affiancati da un facilitatore, seguono gli insegnanti all’interno di classi virtuali, proponendo attività ed esercitazioni pratiche e favorendo modalità di costruzione condivisa della conoscenza.

LA FORMAZIONE DEGLI INSEGNANTI Ciascuno dei cinque corsi approfondisce un tema specifico della didattica dell’italiano: dalla progettazione didattica, al ruolo della lingua contemporanea e della narrativa contemporanea nella didattica, all’analisi dell’errore fino al concetto di valutazione. Il bilancio ad oggi è certamente positivo: “Questi corsi - dice Elisa Bianchi, coordinatrice dei docenti e dei tutori ICoN - sono stati progettati per rispondere in maniera flessibile ed efficace alla domanda di aggiornamento degli insegnanti, ma anche per valorizzare, attraverso la condivisione e il confronto all’interno della classe virtuale, le conoscenze e le competenze che questi già possiedono. Gli insegnanti hanno apprezzato questa formula, che, grazie a un’erogazione didattica altamente standardizzata, permette loro di conciliare il percorso formativo con i propri impegni lavorativi, con un carico di lavoro assolutamente sostenibile”.

CORSI IN PROMOZIONE - Sulla scia degli incoraggianti risultati di questo ciclo di corsi, ICoN aprirà a gennaio 2017 due classi virtuali per docenti singoli per i corsi “Progettazione didattica: sillabi e unità di apprendimento” (corso verde) e “La lingua italiana di oggi nella didattica dell’italiano a stranieri”. I due corsi sono in promozione fino al 1 novembre. Per informazioni è possibile visitare la pagina http://www.icon-formazione.it/modulo-iscrizione-corsi-docenti-singoli. De.it.press 31

 

 

 

Prestazioni sociali. “Patti chiari senza inganni"

 

ZURIGO - Con "patti chiari senza inganni" - che vuole sottolineare come sia bene chiarire fin dall’inizio le basi di un accordo affinché successivamente non sorgano contrasti o contestazioni - è improntato anche il diritto alle prestazioni sociali del sistema previdenziale elvetico (aiuto sociale e prestazioni complementari all’AVS-AI) che, come noto, vengono erogate a condizioni di indigenza e/o quando non sussiste un reddito che consenta di far fronte alle spese minime vitali di una persona o di una famiglia. 

Naturalmente per il diritto a queste prestazioni vigono due condizioni essenziali: innanzitutto la residenza nella Confederazione e, ovviamente, la situazione reddituale/patrimoniale. E qui entra in ballo il succitato proverbio poiché se vengono nascosti, in tutto o in parte, eventuali redditi e/o sostanze possedute, oppure si vive all’estero mantenendo un residenza fittizia in Svizzera (magari presso un familiare) possono esserci gravi conseguenze.

Tipico esempio quello accaduto circa un paio di anni fa ad un cittadino svizzero di origine polacca (con doppio passaporto) condannato a 30 mesi di prigione e a dover restituire ben 270.000 franchi - che aveva ricevuto, negli anni, come aiuto sociale e prestazioni complementari AVS - avendo nascosto alle autorità elvetiche di essere proprietario di diverse abitazioni in Polonia.

Bene, tutto ciò premesso, adesso le conseguenze per quanti infrangono questi "patti chiari senza inganni" sono state rese ancor più stringenti dall’entrata in vigore, dallo scorso 1° ottobre, delle nuove disposizioni del Codice penale svizzero. Nuove norme che, per esempio, se stranieri, prevedono persino l’espulsione dalla Confederazione, oltre che ad una pena detentiva sino a cinque anni o ad una pena pecuniaria in caso "di truffa in materia di aiuto sociale e di assicurazioni sociali, nonché abuso di prestazioni sociali"!

Una stretta di vite tale per queste infrazioni che, in molti Cantoni e comuni svizzeri, le autorità locali hanno preso l’iniziativa di informare, con una circolare, di queste nuove disposizioni coloro che sono al beneficio di prestazioni sociali; mentre a Ginevra le autorità hanno previsto addirittura la possibilità di autodenunciarsi, senza incorrere in sanzioni penali, entro il prossimo 31 dicembre per quanti ne avessero beneficiato illegalmente.

Una iniziativa, quest’ultima, che sarebbe opportuno venisse ripresa anche dagli altri Cantoni svizzeri per far emergere tutte quelle situazioni di percepimento illegale di prestazioni sociali che possono esserci e che difficilmente potranno sopravvivere impunemente per molto tempo ancora alla luce dei recenti accordi di scambio di informazioni fiscali firmati dalla Svizzera con i Paesi Ocse, tra cui anche con l’Italia.

Per ulteriori delucidazioni in merito gli interessati potranno contattare la sede del patronato ITAL UIL più vicina. Dino Nardi, coordinatore UIM Europa 

 

 

 

 

 

Italiani nell’essere

 

Oggi, più che per il passato, è difficile dare un’estensione all’italianità nel mondo. Certo è che il ruolo dei Connazionali all’estero dovrebbe essere rivisto in un’ottica più consona ai tempi nei quali, a torto o a ragione, vivono.

 L’”Italianità’” è una prerogativa che non dipende esclusivamente dalla cittadinanza, ma anche da un modo d’impostare la propria vita con quella della comunità nella quale si è attivi. Lo scriviamo per evitare d’essere fraintesi con una specie di populismo che non ci siamo mai sentiti di condividere. Ne’con l’età matura, né ai tempi della nostra giovinezza.

 Essere italiani esprime un complesso di sensazioni e d’esperienze vissute che ci rendono particolarmente disponibili all’incontro; pur mantenendo i nostri principi, senza vincoli d’età e di sesso. L’orgoglio d’essere nati nella Penisola si sviluppa come un’educazione territoriale che c’imprime il principio dell’appartenenza.

Siamo un Popolo capace d’affrontare gli eventi negativi che, da noi, sembrano non mancare mai. Genti dalla mano protesa agli altri, gli italiani affrontano “a muso duro” i problemi personali e del Paese. Non è detto che riescano a risolverli; l’’importante è che non li trascuri con l’illusione di lasciare ad altri il percorso della ripresa.

 Premesso che i Connazionali nel mondo sono milioni e le generazioni dell'inizio si sono evolute, teniamo a rilevare che non è mai tramontato il concetto d’”italianità”. Anche quando sarebbe stato più agevole seguire altre strade. Vivere la quotidianità in Patria, come all’estero, ci pone a un livello collettivo che consente di conservare quei principi di solidarietà presenti quando, purtroppo, se ne rileva la necessità.

 Anche in questo agitato secondo millennio, abbiamo saputo affrontare l’avverso frangente. Pronti alla disponibilità e all’ascolto. Essere italiano resta orgoglio di un Popolo che, nei secoli, ha trasportato il seme della cultura italiana in tutte le contrade del mondo. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

"Lingua, cultura, promozione del sistema Paese: 20 milioni di risorse per gli italiani nel mondo

 

"E' la prima volta che un Governo investe così tanto in lingua e cultura italiana nel mondo e nella promozione del sistema paese all'estero. Con i 20 milioni stanziati in legge di bilancio, destinati a crescere a 30 e 50 nei due anni a venire, il Governo conferma con i fatti quell'attenzione che sta puntualmente manifestando nei confronti degli italiani che vivono fuori dai confini dell'Italia."

Lo ha detto Laura Garavini intervenendo sulla Legge di Bilancio, all'esame della Commissione Affari Esteri.

 

La parlamentare ha poi proseguito: "Come ci ha confermato il Sottosegretario Della Vedova parte di queste risorse (nella misura di 6 milioni) andranno agli enti gestori per corsi di lingua e cultura italiana, così da evitare che entrino a regime tagli che si erano dovuti ipotecare nelle finanziarie precedenti. Le rimanenti andranno invece a sostegno dell'offerta culturale e alla promozione del Sistema Paese all'estero. Una novità assoluta per le nostre comunità, dopo anni di tagli e di chiusure.

 

La legge di Bilancio prevede ulteriori aspetti positivi per gli italiani nel mondo. Si introducono benefici fiscali permanenti per chi intenda rientrare dopo esperienze professionali all estero. Sostanzialmente si rendono strutturali misure introdotte a suo tempo con Controesodo (la proposta di legge a cui anch'io contribuii, nella scorsa legislatura). E' un ulteriore cambio di passo per il nostro Paese, che per la prima volta dimostra di cogliere lo straordinario potenziale rappresentato dai connazionali nel mondo e dalla voglia di italianità che loro contribuiscono a suscitare". De.it.press 4

 

 

 

 

Nuovi incentivi fiscali per i “cervelli” che rientrano in Italia nella legge di Stabilità 2017

 

ROMA Con la legge di Stabilità per il 2017 il Governo ha deciso di introdurre nuovi incentivi a favore del rientro in Italia dei cosiddetti “cervelli” e dei “lavoratori rimpatriati”. E’ quanto affermano im una nota i deputati eletti all’estero per IL Pd Marco Fedi e Fabio Porta. Infatti, all’articolo 22 del disegno di legge relativo al  "Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2017 e bilancio pluriennale per il triennio 2017-2019 viene introdotta una disposizione che, a detta dello stesso Governo, intende rendere permanente la previsione agevolativa volta a favorire il rientro di docenti e ricercatori residenti all’estero (si ricorderà che la norma originale fu introdotta nel 2003 e successivamente ribadita, ampliata, modificata con leggi successive di cui abbiamo dato ampio resoconto).

Nella legge di Stabilità si evince  che l’agevolazione è destinata a soggetti italiani e stranieri che abbiano svolto una comprovata attività di ricerca all’estero e che decidano di trasferirsi in Italia, acquisendone la residenza fiscale. Il Governo spera che in questo modo tali soggetti, incentivati a rientrare, possano contribuire alla crescita della ricerca tecnologica e scientifica nello Stato italiano.

Ma cosa prevedono le nuove e permanenti agevolazioni fiscali?

Da una prima lettura della normativa - spiegano i due esponenti del Partito democratico, sottolineando che il disegno di legge è appena arrivato in Commissione Bilancio della Camera e che quindi dovrà essere esaminato e potrà essere modificato durante il lungo e complesso iter parlamentare - si desume che l’agevolazione consiste nell’esclusione dalla formazione del reddito di lavoro autonomo o dipendente del 90 per cento degli emolumenti derivanti dall’attività di ricerca o docenza svolta in Italia in riferimento al periodo di imposta in cui il ricercatore o il docente diviene fiscalmente residente nel territorio dello Stato e ai tre periodi di imposta successivi.

Si tratta quindi di una consistente agevolazione fiscale. Inoltre nello stesso articolo si ribadisce e rafforza (estendendola anche ai lavoratori autonomi) a partire dal 2017  la disposizione fiscale di favore, a carattere temporaneo, per i lavoratori che rivestono una qualifica per la quale sia richiesta alta qualificazione o specializzazione o che rivestano ruoli direttivi e che, non essendo stati residenti in Italia nei cinque periodi di imposta precedenti, trasferiscono la residenza nel territorio dello Stato e si impegnano a rimanervi. Per tali soggetti il reddito di lavoro dipendente prodotto in Italia concorre alla formazione del reddito complessivo limitatamente al cinquanta per cento del suo ammontare; esso è dunque detassato del 50 per cento a fini IRPEF (ovviamente ci sono margini per emendamenti che tentino di innalzare la percentuale di detassazione visto che precedentemente tale quota era arrivata anche al 70%).

Va sottolineato che inoltre, al fine di evitare discriminazioni ed ampliare il novero dei soggetti beneficiari, le condizioni di accesso al regime agevolato di cui all’articolo 16 del d.lgs. 14 settembre 2015, n. 147 a favore dei cittadini dell'Unione europea in possesso di un titolo di laurea che hanno svolto continuativamente un’attività di lavoro dipendente, di lavoro autonomo o di impresa fuori dall’Italia negli ultimi ventiquattro mesi o più ovvero che hanno svolto continuativamente un’attività di studio fuori dall’Italia negli ultimi ventiquattro mesi o più, conseguendo un titolo di laurea o una specializzazione post lauream - sono estese anche ai cittadini di Stati, diversi da quelli appartenenti all'Unione europea, con i quali sia in vigore una convenzione per evitare le doppie imposizioni in materia di imposte sul reddito ovvero un accordo sullo scambio di informazioni in materia fiscale.

Infine giova ricordare che la legge  interviene a disciplinare la situazione di quanti già nel 2016 hanno diritto al regime agevolato di cui all’articolo 16 del D. Lgs. n. 147 del 2015 consistente in una riduzione dell’imponibile del 30 per cento. Si tratta, in particolare, dei lavoratori dipendenti che hanno acquisito la residenza in Italia nel 2016 e dei soggetti destinatari della legge n. 238 del 2010 che nell’anno 2016 hanno optato per l’applicazione del predetto articolo 16. Per entrambe le categorie di soggetti si prevede che per i rimanenti quattro anni dell’agevolazione (atteso che già nel 2016 hanno fruito della riduzione dell’imponibile per il trenta per cento) abbiano diritto a una riduzione dell’imponibile nella più elevata misura del cinquanta per cento.

Invitiamo quindi i soggetti interessati i quali vogliono suggerire integrazioni e/o modifiche al testo della legge ora all’esame della Commissione Bilancio della Camera - concludono Fedi e Porta - di farci pervenire i loro commenti e le loro valutazioni che ci consentiranno eventualmente di proporre emendamenti migliorativi. (Inform 4)

 

 

 

 

Bonus di 500 euro in cultura per i 18enni

 

Al via l'iniziativa che permette ai giovani maggiorenni di acquistare prodotti culturali presso i rivenditori convenzionati. Ecco come fare

 

ROMA - Da oggi è possibile avviare la procedura per avere i 500 euro di bonus cultura per i giovani che compiono 18 anni. La procedura, però, è complessa: i giovani che ne vogliono usufruire devono ottenere lo Spid, l'accredito elettronico presso la Pubblica amministrazione che comprova l'identità digitale e poi scaricare un'App (18app, reperibile sul sito www.18app.italia.it) e creare il proprio borsellino virtuale. A questo punto è possibile cominciare a spendere i 500 euro per formazione culturale, ma solo con gli esercenti convenzionati.

 

Tra i primi ad aderire figurano Ibs.it e Libraccio.it. "L'iniziativa della Presidenza del Consiglio dei Ministri dedicata al Bonus Cultura per i giovani ci piace molto - ha dichiarato Eugenio Trombetta Panigadi, amministratore delegato di Ibs.it - perché investire sui valori e sulla formazione culturale delle nuove generazioni è un impegno spesso sottovalutato. Grazie a '18app' i diciottenni acquisiranno una maggiore consapevolezza e una nuova autonomia nella loro scelte culturali. Un'iniziativa di sensibilizzazione, un vero e proprio investimento morale, non solo economico, fatto su un'intera generazione e sul futuro del nostro Paese. In definitiva, un progetto di grande importanza a cui non potevamo di certo mancare".

 

Il provvedimento varato dal governo riguarderà circa 500 mila giovani che compiono gli anni nel 2016.

 

L'annuncio del bonus era stato fatto da presidente del Consiglio il 24 novembre dello scorso anno e dopo un lungo iter era stato varato dal governo successivamente.  "I 550mila italiani che compiono diciotto anni potranno usufruire di una carta, un bonus di 500 euro per poter partecipare a iniziative culturali, come i professori" aveva spiegato il presidente del Consiglio.

 

L'iniziativa del governo aveva suscitato molte polemiche, soprattuto da parte della Destra e dei 5Stelle, ma anche da parte di esponenti

della minoranza Dem che individuavano nel provvedimento una sorta di "scambio elettorale". E Renzi, all'epoca, rispose duramente a queste critiche. LR 3

 

 

 

 

Incontro a Lanciano dei Giovani abruzzesi nel mondo

 

PESCARA - Si è conclusa oggi l'assemblea annuale del Cram Abruzzo che ha visto da giovedì scorso a Casoli i rappresentanti delle associazioni degli abruzzesi nel mondo.

140 associazioni di abruzzesi nel mondo, 4 continenti rappresentati, 36 consiglieri delegati e 20 giovani under 35, che per la prima volta si riuniranno come ambasciatori digitali d’Abruzzo nel mondo per discutere sulla nuova immagine che la Regione vuole trasmettere alle nuove generazioni degli abruzzesi all’estero attraverso la costituzione di una rete. Il presidente del Cram Donato Di Matteo ha presentato il portale nuovo del Cram e "Piazza Abruzzo" la piattaforma regionale per avere sempre un filo diretto con gli abruzzesi che vivono all’estero e per consolidare e costruire una rete con le associazioni. Ha parlato ai giovani nominandoli ambasciatori digitali per promuovere e vendere il territorio. Inoltre si è parlato della questione Venezuela con l’esperienza di tanti corregionali giunti fino a Casoli per condividere la situazione difficile che gli abruzzesi che vivono nel Paese.

Ai lavori del Cram a Casoli, situata nella provincia di Chieti protagonista della storia dell'emigrazione abruzzese, l'assessore all'Emigrazione Donato Di Matteo è tornato inoltre sulla questione dell'importanza strategica che le associazioni di corregionali siano anche terminali di promozione di turismo, prodotti e cultura abruzzese. Già due legislature fa, quando era presidente del Cram aveva avviato il progetto "ByAbruzzo". "Bisogna riprogrammare questo progetto-pilota interrotto nel 2008: il 'ByAbruzzo', partito da San Paolo del Brasile fino a Toronto, in Canada, e in altri paesi. Noi formammo pure i ragazzi abruzzesi-brasiliani con tutor che hanno insegnato loro il territorio, le realtà produttive più importanti. Tutte le associazioni devono essere terminali produttivi nel mondo, non possiamo continuare a essere solo legati a tradizioni e nostalgie. I canadesi devono promuovere il 'made in Abruzzo' pure agli asiatici che vivono in Canada”.

Oggi l'Abruzzo è presente in quattro continenti, manca solo in Asia, dove presto aprirà un'associazione a Bangkok, Paese dove molti italiani si stanno trasferendo, così come in Cina o Giappone. "Il problema è che i nuovi emigrati non sentono il legame con le radici - ha proseguito Di Matteo - come accadde per chi lasciò l'Italia nel dopoguerra e questo penalizza le associazioni che, invece, laddove esistono sono e devono essere sempre più non solo delle "ambasciate" ma quei terminali produttivi che auspico da sempre. Bisogna procedere con la costruzione della rete dei corregionali all'estero, formata da imprenditori di successo, politici, scienziati, professionisti, artisti".

Il congresso dei Giovani abruzzesi nel mondo si trasferito per un giorno Lanciano per un workshop, organizzato nell’ambito del Cram di Casoli. Il tema è stato "Relazioni, reti e innovazione per fare sviluppo - La trasformazione dell'Abruzzo attraverso testimonianze di successo". Si è trattato di un appuntamento al Palazzo degli Studi pensato per mostrare ai giovani oriundi, come la loro terra d'origine è cambiata nel tempo, trasformandosi da territorio prevalentemente rurale a importante snodo di riferimento dell’industria manifatturiera. A Lanciano è arrivato il comico Vincenzo Olivieri, come 'Nduccio a Casoli, ed entrambi hanno tirato fuori alcuni pezzi dei propri repertori comici. Dip 1

 

 

 

Seismologe Massimiliano Pittore: Es wird in Italien weitere Beben geben

 

Auch in den kommenden Monaten müsse man mit weiteren schweren Beben in Italien rechnen, sagt der italienische Seismologe Massimiliano Pittore in der aktuellen Ausgabe der Wochenzeitung DIE ZEIT: „Weil sich in Mittelitalien die afrikanische Kontinentalplatte unter die europäische schiebt, steht der ganze Boden in der Region unter Spannung“, so Pittore im Interview. Man müsse sich „auf eines gefasst machen: dass es in der näheren Zukunft mehr Beben geben wird.“ Ein einzelnes größeres Beben – wie etwa das von L’Aquila 2009 – könne diese Spannung lokal lösen, diese baue sich aber anderswo auf und löse dort das nächste Beben aus. „Es entsteht ein richtiger Dominoeffekt, bei dem die verschiedenen Beben miteinander in Verbindung stehen, ohne dass der genaue Zusammenhang klar ist.“

Pittore ist Senior Scientist am Geoforschungszentrum in Potsdam und war selbst im September in der Region unterwegs und lobt die gute Zusammenarbeit zwischen den einzelnen Behörden sowie die Reaktion der Bevölkerung. Diese sei auch der Grund, warum es beim letzten Beben in der vergangenen Wochen nicht zu Todesfällen gekommen ist: „Ich (…) habe gesehen, wie professionell die Behörden dort gearbeitet haben. Sie wussten ja, dass so etwas jederzeit passieren kann. Die staatlichen Stellen für Zivilschutz und Umwelt, Armee, Feuerwehr und Krankenhäuser, alle haben gut reagiert. Die Leute vor Ort erkennen das und kooperieren.“

Mit den Beben müssten die Bewohner auch in Zukunft leben, ein kompletter Schutz durch Umbaumaßnahmen sei nicht realistisch, genauso wenig wie die Idee, die Bevölkerung in sicherere Gebiete umzusiedeln. Das in der vergangenen Woche stark zerstörte Norcia sieht der Seismologe Pittore als Beispiel, wie groß der Effekt von Erdbeben-Nachrüstungen bei Häusern ist: „Schauen Sie sich den Ort Norcia an. Obwohl die Stadt sehr nahe am Epizentrum des Bebens vom 24. August liegt und starke Bodenbewegungen auftraten, sind keine Gebäude eingestürzt, und niemand ist gestorben. Ganz im Gegensatz zu benachbarten Städten, die stark betroffen sind. In Norcia wurden viele Häuser erdbebensicher gemacht. Und obwohl die Bilder vom letzten Beben vor allem Zerstörung zeigen, ist die Stadt ein Beispiel für den Erfolg der nachträglichen Anpassung.“ Pzeit 2

 

 

 

Warum das Sterben im Mittelmeer kein Ende nimmt

 

Neue Tragödie auf dem Mittelmeer: Vor der libyschen Küste sind am Mittwoch und Donnerstag zwei Boote gesunken, dabei kamen etwa 240 Migranten ums Leben. Immer mehr Tote fordert die Route übers Meer in Richtung Italien. „Das liegt daran, dass es einen spürbaren Umschwung gegeben hat: Die Europäische Union schließt einen Fluchtweg nach dem anderen zu“, sagt uns Leonard Doyle, Sprecher der Internationalen Migrantenorganisation IOM. „Das führt zu einer sehr gefährlichen Lage: Die Leute rasen sozusagen, um von Libyen aus noch übers Meer zu kommen, bevor das Tor für immer zufällt.“

Fünf Schiffe waren bei hohem Seegang in Sichtweite der Migranten, als diese in Seenot gerieten, und versuchten sie zu retten, koordiniert von der italienischen Küstenwache. Doch die meisten der Migranten ertranken. „Wir haben gesehen, dass die Massenmigration von der Türkei in die EU hinein von 10.000 Menschen im letzten Jahr zu nur noch einigen wenigen reduziert worden ist. Was wir jetzt erleben, ist dem Eindruck geschuldet, dass das früher oder später auch mit Libyen so geschehen wird.“

Allein im Oktober sind 27.000 Migranten per Schiff an Italiens Küste angelandet – diese Zahl liegt höher als die vom Oktober 2015 und 2014 zusammengenommen. Insgesamt erreichten dieses Jahr schon 158.000 Migranten die italienische Küste auf dem Seeweg. „Die Migranten sind fest zur Überfahrt entschlossen", sagt Doyle. „Aber wenn da Grenzkontrolleure und die Küstenwache unterwegs sind, ist die Überfahrt viel schwerer für sie. Die Menschen haben den Eindruck, dass ihnen immer mehr Kontrolleure die Passage abzuschneiden versuchen. Wir sehen das an der ganzen Küste Nordafrikas, nicht nur der libyschen, sondern zum Beispiel auch der ägyptischen. Aber von Libyen aus starten besonders viele; das liegt an den derzeitigen Schwierigkeiten des libyschen Staats.“

Zur Flucht entschlossen

Angeblich haben Menschenschmuggler auf libyscher Seite den Migranten gesagt, dass immer mehr Mitglieder der libyschen Küstenwache jetzt von EU-Ausbildern trainiert würden. Und das werde bald dazu führen, dass Migranten, die auf See aufgegriffen werden, nicht mehr nach Italien gelangen, sondern zurück nach Libyen.

Kirchliche Einrichtungen in Italien fordern immer wieder das Einrichten von humanitären Korridoren für Migranten. Aber dazu sagt der IOM-Sprecher: „Ich halte diese Option für unrealistisch. Sehen Sie sich doch mal den absoluten Abscheu an, mit dem quer durch Europa auf sogenannte illegale Migranten reagiert wird! Sie haben keine großen Aussichten darauf, dass ihre Asylanträge angenommen werden. Humanitäre Korridore wären interessant, werden aber kaum möglich sein beim gegenwärtigen Klima in Europa.“

Seeuntüchtige Boote

Was heißt das? Dass das Sterben auf See weitergeht, so Doyle. „Ich glaube, es wird wirklich schrecklich werden, denn immer mehr Verzweifelte werden dem Sturm und schlechten Wetter trotzen und dennoch versuchen, herüberzukommen, unter sehr unsicheren Bedingungen.“

Dass die Boote, in denen die Migranten übersetzen, immer seeuntüchtiger sind, hängt nach Doyles Eindruck damit zusammen, dass EU-Missionen viele Fischerboote zerstört haben, die von Menschenschmugglern genutzt wurden. Insgesamt sind dieses Jahr nach IOM-Angaben 4.220 Migranten im Mittelmeer beim Versuch der Überfahrt ums Leben gekommen. Die Zahl liegt jetzt schon höner als die Zahl der Todesopfer im gesamten Jahr 2015. (rv 04.11.)

 

 

 

Europaweite Jugendstudie "Generation What?"

 

Junge Menschen haben wenig Vertrauen in Politik, Kirche, Medien

18- bis 34-Jährige sind überwiegend skeptisch gegenüber Institutionen

 

Die große Mehrheit der jungen Deutschen hat kein oder nur wenig Vertrauen in Politik, religiöse Institutionen und die Medien. Auffallend ist, dass bei dieser Meinung kaum noch Unterschiede zwischen jungen Ost- und Westdeutschen bestehen. Eine Mehrheit der jungen Generation könnte sich dennoch vorstellen, sich selbst politisch zu engagieren. Dies sind Ergebnisse aus der europaweiten Studie "Generation What?" zur Lebenswelt junger Menschen zwischen 18 und 34 Jahren, an der sich bisher mehr als 930.000 Menschen aus 35 Ländern beteiligt haben. Die Umfrage läuft noch bis Ende November, in einem Zwischenschritt hat das SINUS-Institut anhand einer repräsentativen Stichprobe die deutschen Ergebnisse für den Themenkomplex "Vertrauen in Institutionen" bereits analysiert.

 

Die allgemeine Politikverdrossenheit in der Gesellschaft macht auch vor jungen Menschen nicht halt. Nur ein Prozent vertraut der Politik völlig, 27 Prozent immerhin mehr oder weniger. Demgegenüber stehen 71 Prozent, die kein Vertrauen in die Politik haben. Hierbei sind deutliche Unterschiede zwischen den demographischen Gruppen innerhalb der 18- bis 34-Jährigen zu beobachten. Die jüngste Altersgruppe (18-19 Jahre) vertraut der Politik signifikant häufiger als die älteren Befragten. Besonders drastisch sind jedoch die Unterschiede zwischen den Bildungsgruppen: Je niedriger die Bildung, desto weniger Vertrauen in die Politik ist vorhanden. Während nur 25 Prozent der Niedriggebildeten der Politik vertrauen, sind es bei den Hochgebildeten zumindest 41 Prozent. Offensichtlich fühlen sich die bildungsfernen Schichten deutlich stärker von der Politik im Stich gelassen.

 

Interessant in diesem Zusammenhang ist die hohe Bereitschaft der jungen Menschen, sich zu engagieren. 78 Prozent der Befragten geben zwar an, sich bisher noch nicht politisch engagiert zu haben, 42 Prozent könnten sich aber durchaus vorstellen, dies zu tun. Gemeinsam mit den 12 Prozent derer, die sich bereits engagiert und gute Erfahrungen gesammelt haben, ist somit mehr als die Hälfte der jungen Deutschen bereit, sich politisch einzubringen. Noch größere Zustimmungswerte finden NGOs. Hier könnten sich sogar mehr als 70 Prozent vorstellen, aktiv mitzuarbeiten bzw. tun dies bereits.

 

Groß ist auch die Skepsis gegenüber religiösen Institutionen. Bewusst wurde nicht nach einer bestimmten Institution, z.B. der katholischen oder evangelischen Kirche gefragt, sondern nach dem Vertrauen in religiöse Institutionen allgemein. Das Ergebnis ist eindeutig:

Weitgehend unabhängig von Geschlecht, Alter und Bildung hat die Hälfte der 18- bis 34-Jährigen überhaupt kein Vertrauen in religiöse Institutionen, weitere 34 Prozent vertrauen ihnen eher nicht. So gut wie niemand (2 Prozent) vertraut religiösen Institutionen voll und ganz, und auch nur 14 Prozent in der Tendenz ("vertraue eher"). Bemerkenswert ist gleichfalls, dass selbst diejenigen Befragten, die angaben, ohne einen Glauben an Gott nicht glücklich sein zu können, zur Hälfte kein oder eher kein Vertrauen in religiöse Institutionen haben.

 

Auf die Frage nach dem Vertrauen in die Medien nannten drei Prozent der jungen Generation, dass sie den Medien völlig vertrauen, 28 Prozent gaben an, dass sie den Medien mehr oder weniger vertrauen. 40 Prozent stehen den Medien skeptisch gegenüber, 25 Prozent haben kein Vertrauen. Während nur 30 Prozent der Niedrig- und Mittelgebildeten den Medien mehr oder weniger vertrauen, sind es bei den Hochgebildeten 42 Prozent. Die Umfrage differenziert nicht zwischen privaten und öffentlich-rechtlichen Medien oder zwischen Print-, Hörfunk, Online- oder TV-Medien.

 

Bei allen Fragen zum Vertrauen in Institutionen ist auffallend, dass es keine signifikanten Unterschiede zwischen jungen Ost- und Westdeutschen gibt.

 

Noch bis Ende November können junge Menschen zwischen 18 und 34 Jahren auf www.generation-what.de an der Umfrage teilnehmen: Sie umfasst 149 Fragen von Politik über Religion bis hin zu Sexualität und Lebensglück. Das Ziel: Die 18- bis 34-jährigen Europäer sollen die Chance erhalten, selbst ein Bild ihrer Generation zu zeichnen. Koordiniert wird "Generation What?" von der Europäischen Rundfunkunion (EBU); in Deutschland begleitet der Bayerische Rundfunk zusammen mit dem ZDF und dem SWR das Projekt.

 

Auf der Webseite stehen bereits differenzierte Befunde "in Echtzeit" nach Alter, Bildung und Geschlecht in den Rubriken "So denkt Europa" beziehungsweise "So denkt Deutschland". Per Mausklick lassen sie sich auf allen Webseiten einbinden. Ende November wird das SINUS-Institut in Kooperation mit den Sendern und in Zusammenarbeit mit Soziologen aus ganz Europa anhand einer repräsentativ gezogenen Stichprobe die Endergebnisse zum Projekt "Generation What?" vorstellen. Weitere Infos unter: www.generation-what.de.  BR 2

 

 

 

 

UNHCR. Vermutlich mehr als 200 Flüchtlinge im Mittelmeer ertrunken

 

Laut UN-Flüchtlingshilfswerks UNHCR hat sich auf dem Mittelmeer erneut eine Flüchtlingskatastrophe zugetragen. Wie die Hilfsorganisation berichtet sind mehr als 200 Menschen ertrunken auf dem Weg nach Europa.

 

Mehr als 200 Menschen sind beim Überqueren des Mittelmeers vermutlich ertrunken. Zwei Boote mit mindestens 239 Insassen seien vor der libyschen Küste untergegangen, erklärte die Sprecherin des UN-Flüchtlingshilfswerks UNHCR für Südeuropa, Carlotta Sami, am Donnerstag in Rom mit. Das hätten Überlebende bei ihrer Ankunft auf der Insel Lampedusa berichtet. Sie stammten mehrheitlich aus Guinea und seien in der Nacht auf Donnerstag bei einer Rettungsaktion der italienischen Küstenwache auf die Insel gebracht worden.

 

Am Mittwoch waren im südlichen Mittelmeer zwölf Leichen geborgen worden. In den vergangenen Wochen ist die Zahl der Todesopfer bei der Mittelmeerüberquerung gestiegen, weil immer mehr Flüchtlinge versuchen, von Libyen aus die italienische Küste zu erreichen. Täglich kommen mehrere Tausend Bootsflüchtlinge in Italien an. Die meisten von ihnen werden vor der libyschen Küste aus Seenot gerettet.

Nach Angaben der Internationalen Organisation für Migration kamen 2016 vor dem jüngsten Unglück bereits fast 4.000 Menschen bei der Überquerung des Mittelmeers ums Leben. Von Anfang Januar bis Ende Oktober erreichten demnach 333.000 Menschen Europa über diesen gefährlichen Weg. (epd/mig 4)

 

Immigration: Die größte Angst der Brexit-Wähler

Fast die Hälfte der Brexit-Befürworter entschied sich aus immigrationspolitischen Gründen für den EU-Austritt. Die Gegenden mit den höchsten Zuwanderungszahlen jedoch stimmten überwiegend für den Verbleib. EurActiv-Kooperationspartner La Tribune berichtet.

„Ich würde lieber in einem Großbritannien leben, das ärmer ist, dafür aber weniger Einwanderer hat“, so die bissigen Worte des einstigen Vorsitzenden der britischen Unabhängigkeitspartei UKIP, Nigel Farage. Viele der Briten, die sich am 23. Juni für den Brexit  entschieden, schienen der selben Ansicht zu sein. Obwohl der Internationale Währungsfonds (IWF) sowie die Organisation für wirtschaftliche Zusammenarbeit und Entwicklung (OECD) vor den ernsten wirtschaftlichen Folgen eines EU-Austritts warnten, ließen sich zahlreiche Briten an der Wahlurne von ihrer Skepsis gegenüber Einwanderern leiten.

Vergessen waren scheinbar der Einfluss europäischer Vorschriften auf die Wettbewerbsfähigkeit britischer Unternehmen, Großbritanniens Verbindlichkeiten aus den griechischen Schulden und die Risiken hinsichtlich anderer instabiler Euro-Länder.

Hauptbeweggrund war vor allem, den gesetzgeberischen Prozess wieder in die eigene Hand zu nehmen – vor allem in der Einwanderungspolitik. Laut einer Survation-Studie im Auftrag des Nachrichtensenders ITN stimmten 47,8 Prozent der Leave-Befürworter für den EU-Austritt, weil sie dachten, dies sei „der einzige Weg, wieder Kontrolle über unsere Grenzen und unsere eigene Immigrationspolitik zu erlangen.“

May unterstützt Grenzkontrollen

Diese Ansichten spiegeln sich auch in der Strategie der britischen Premierministerin, Theresa May, wider. Obwohl sie eigentlich gegen den Brexit gestimmt hatte, ließ sie ihre europäischen Partner wissen, dass sie den Zugang zum EU-Binnenmarkt opfern würde, um Kontrolle über die Einwanderung zu behalten. Das Vereinigte Königreich ist sei 43 Jahren Mitglied der Zollunion.

Abgesehen von der Immigrationsfrage war das Brexit-Votum aber auch Ausdruck des allgemeinen Wunsches, den gesamten Gesetzgebungsprozess wieder selbst zu lenken. Alle in Großbritannien geltenden Gesetze sollen also in Westminster ihren Anfang und ihr Ende nehmen.

Einwanderungsgegner aus weniger multikulturellen Gegenden

Das Abstimmungsergebnis der Einwanderungsgegner ist jedoch nicht so eindimensional, wie es auf den ersten Blick erscheinen mag. The Guardian zufolge kamen die meisten pro-europäischen Wähler aus den Regionen mit der höchsten Nettozuwanderung. Treibende Kraft hinter dem Brexit-Votum sei also nicht die Immigration selbst gewesen, sondern die Angst vor ihr. Für diese These spricht, dass die Gegenden mit dem höchsten Anteil an Leave-Befürwortern die niedrigsten Zahlen von Neuzuwanderern aufweisen.

London ist das beste Beispiel für dieses Phänomen. Die britische Hauptstadt nahm 2015 ein Drittel aller neuen Einwanderer auf und stimmte mit überwältigender Mehrheit für den EU-Verbleib. In Lambeth (Groß-London), wo etwa 4.600 Neuankömmlinge leben, wollten 78 Prozent der Einwohner Mitglied der EU bleiben. Im Gegensatz dazu stimmte Castle Point (Essex) mit nur 81 Neuzuwanderern im selben Jahr zu 72 Prozent für den Brexit.

Ein zweites Referendum?

Für viele war der Ausgang des Volksentscheids ein schwerer Schock. Manche schlugen sogar vor, das Referendum zu wiederholen in der Hoffnung, so mancher Brexit-Wähler möge seinen Fehler eingesehen haben – vor allem angesichts der Tatsache, dass die Leave-Kampagne nur mit einem hauchdünnen Vorsprung den Sieg davontrug (51,9 Prozent zu 48,1 Prozent).

Survation befragte zahlreiche Briten, wie sie bei einem zweiten Referendum wählen würden. Dabei zeigte sich, dass die Brexit-Wähler erneut knapp in der Überzahl wären (44,3 Prozent zu 43,6 Prozent). Die 6,6 Prozent an Unentschlossenen könnten auch hier wieder das Zünglein an der Waage bilden.  Jean-Christophe Catalon, LT, Übersetzt von: Jule Zenker  EU 2

 

 

 

 

EU-Kommission bei Sozialpolitik auf schwierigem Terrain

 

Die Europäische Kommission schlägt die Einführung einer „Säule sozialer Rechte“ vor, die Grundsätze für die Angleichung der Sozialpolitik der Mitgliedstaaten enthalten soll.

 

Angesichts von Massen- und hoher Jugendarbeitslosigkeit in einigen europäischen Ländern plant die EU-Kommission die Angleichung sozialer Standards. Aus Sicht des cep ist dies nicht sinnvoll, da die Leistungsfähigkeit der nationalen Sozialsysteme zu verschieden ist. In ihrer Analyse der Kommissionsvorschläge kommen die cepExperten Matthias Dauner und Urs Pötzsch zu dem Schluss, dass der Grundsatz, die Portabilität von Sozialleistungs- und Fortbildungsansprüche zu gewährleisten, zu positiven Beschäftigungseffekten führen könne. Allerdings kritisieren sie, dass „andere Vorschläge, etwa dass die Höhe der Löhne produktivitätsabhängig sein und zugleich einen angemessenen Lebensstandard gewährleisten soll, die innere Widersprüchlichkeit der Grundsätze“ zeigten.

 

Die Säule sozialer Rechte soll bestehende EU-Vorschriften im Bereich Beschäftigung und Soziales nicht wiederholen oder umschreiben, sondern in einer Liste „wesentliche Grundsätze zur Unterstützung gut funktionierender und fairer Arbeitsmärkte und Wohlfahrtssysteme“ festlegen sowie als Maßstab für die Bewertung und Angleichung der Beschäftigungs- und Sozialpolitik der Euro-Staaten dienen. Außerdem soll sie als „Kompass für eine erneute Konvergenz innerhalb des Euro-Raums“ dienen. Der Entwurf der Kommission umfasst eine Liste von sozialen Grundsätzen, die in die drei Kapitel „Chancengleichheit und Arbeitsmarktzugang“, „faire Arbeitsbedingungen“ sowie „angemessener und nachhaltiger Sozialschutz“ gegliedert sind.

 

Die noch bis Ende des Jahres laufende Konsultation zur Säule sozialer Rechte verfolgt das Ziel, die bestehenden EU-Vorschriften im Bereich Beschäftigung und Soziales zu bewerten, um festzustellen, inwieweit Reformbedarf besteht. Ferner sollen neue Entwicklungen in der Arbeitswelt und der Gesellschaft, die durch demografische Entwicklungen und Digitalisierung ausgelöst werden, identifiziert werden. Anfang 2017 will die Kommission, gestützt auf die Ergebnisse der Konsultation, einen konkreten Vorschlag für die Säule vorlegen, möglicherweise in Form einer unverbindlichen Empfehlung. Auch legislative Maßnahmen schließt sie nicht aus.

 

Hintergrund und Kompetenz der EU

Die in der Säule genannten Grundsätze betreffen im Wesentlichen Gegenstände der Sozialpolitik. In diesem Bereich kann die EU legislativ oder nicht-legislativ handeln. Die EU kann z.B. durch Richtlinien Mindestvorschriften über Arbeitsbedingungen, soziale Sicherheit, Kündigungsschutz, Mitbestimmung von Arbeitnehmern, berufliche Eingliederung und Chancengleichheit von Männern und Frauen erlassen. Die Kommission könnte daher, je nach Ausgang der Konsultation, Vorschläge zur Überarbeitung bestehender und zum Erlass neuer Vorschriften vorlegen. Die Überprüfung bestehender Vorschriften ist auch Teil der Agenda für „bessere Rechtsetzung“. Die Kommission darf zudem gemeinsam mit den Mitgliedstaaten unverbindliche Leitlinien für die Fortentwicklung der Sozialpolitik festlegen und Verfahren für regelmäßige Überwachung und Bewertung der Maßnahmen der Mitgliedstaaten ausarbeiten. Cep 31

 

 

 

 

Die Europäische Union und Kanada haben das Freihandelsabkommen CETA unterzeichnet

 

Kanadas Ministerpräsident Justin Trudeau, Kommissionspräsident Jean-Claude Juncker, EU-Ratspräsident Donald Tusk und der slowakische Regierungschef Robert Fico, der die EU-Präsidentschaft innehat, setzten am Sonntag ihre Unterschriften unter das Vertragswerk, das Wachstum und Beschäftigung auf beiden Seiten des Atlantiks fördern soll. „Wir legen hier globale Standards fest, die nach Willen von EU und die EU-Kommission auch andere akzeptieren müssen“, sagte Juncker. CETA gilt als Vorbild für das Handelsabkommen TTIP zwischen der EU und den USA.

Hier waren die Gespräche zuletzt ins Stocken geraten. Handelskommissarin Cecilia Malmström sagte, die Verhandlungen seien zu TTIP noch nicht am Ende und stellte sich damit gegen Stimmen aus Frankreich und Deutschland. Die Gespräche würden im Januar wieder aufgenommen, wenn die neue US-Präsidentin oder der neue Präsident im Amt sei.

Für Kanada ist das Abkommen mit der EU wichtig, um die Abhängigkeit von den USA als wichtigsten Handelspartner zu verringern. Nach einer Zustimmung des EU-Parlaments könnte CETA Anfang kommenden Jahres vorläufig in Kraft gesetzt werden. Allerdings ist zur vollständigen Umsetzung von CETA die Zustimmung von mehreren Dutzend nationalen und regionalen Parlamenten nötig. Dass dies nicht einfach wird, zeigt das Beispiel Wallonie. Die belgische Region stellte sich erst nach weiteren Verhandlungen hinter das Abkommen gestellt und machte so den Weg für CETA frei.

CETA-Befürworter gehen davon aus, dass der Handel zwischen Europa und Kanada um ein Fünftel zulegen dürfte. Unter anderem sollen bei fast 99 Prozent aller Güter die Zölle wegfallen. Das dürfte die europäische Wirtschaft um jährlich zwölf Milliarden Euro ankurbeln, die kanadische um umgerechnet gut acht Milliarden Euro. Gegner kritisieren die geplanten Schiedsgerichte, die Streitigkeiten zwischen Unternehmen und Staaten klären sollen. Das könnten nach ihrer Darstellung Konzerne nutzen, den Ländern ihre Standards etwa beim Umweltschutz zu diktieren.  EurActiv mit Agenturen

 

 

 

 

Gutes Klima in Marrakesch?

 

Wenn nicht sofort nachgebessert wird, ist das Klimaabkommen bald Makulatur.

Von Jan Kowalzig

 

Wer hätte das gedacht? Am 4. November, kurz vor der UN-Klimakonferenz COP-22 in Marrakesch (7.-18. November 2016), tritt das Pariser Klimaschutzabkommen in Kraft, nicht einmal ein Jahr nach seiner Verabschiedung im Dezember 2015. Das Tempo ist rekordverdächtig. Schließlich waren die Verhandlungen in den zehn Jahren davor äußerst zäh und auch schon einmal gescheitert, wie in Kopenhagen Ende 2009. Plötzlich konnte es nicht schnell genug gehen, als holten die Regierungen nun nach, was sie in der Vergangenheit vertrödelt haben. Im April reisten über 170 Staatenvertreter auf Einladung von UN-Generalsekretär Ban Ki-moon nach New York, um den Vertrag feierlich zu unterzeichnen; mittlerweile haben ihn fast 90 Staaten ratifiziert. Die für das Inkrafttreten vereinbarte Schwelle von mindestens 55 Staaten, die zusammen für mindestens 55 Prozent der weltweiten Treibhausgasemissionen stehen, ist deutlich überschritten.

Das Abkommen gilt als Meilenstein der internationalen Klimadiplomatie. Aus einer bisher nur politischen macht das Abkommen nunmehr eine völkerrechtlich verbindliche Zielsetzung: Die globale Erwärmung soll auf deutlich unter 2°C und möglichst auf maximal 1,5°C über dem vorindustriellen Niveau begrenzt werden. Dafür sollen die weltweiten Treibhausgasemissionen schrittweise auf „Netto-Null“ sinken. Jeder Staat ist gehalten, alle fünf Jahre neue Selbstverpflichtungen (Nationally Determined Contributions) zum Klimaschutz einzureichen. Das Abkommen verpflichtet zudem die Unterzeichner dazu, gemeinsam die weltweite Anpassungsfähigkeit an den Klimawandel zu stärken, ermuntert sie, in regelmäßigen Abständen landesweite Anpassungspläne vorzubereiten und greift auch den Umgang mit Verlusten und Schäden (loss and damage) infolge des Klimawandels in einem eigenen Artikel auf. Außerdem bestätigt das Abkommen die schon in der UN-Klimarahmenkonvention verankerte Verpflichtung der Industrieländer, die Entwicklungsländer finanziell zu unterstützen. Schließlich soll eine regelmäßige Bestandsaufnahme (Global Stocktake) die Umsetzungsfortschritte alle fünf Jahre überprüfen.

Eines ist sicher: Das frühe Inkrafttreten des Abkommens wird einiges an Aufmerksamkeit beanspruchen. In Marrakesch werden die Vertragsstaaten des Pariser Abkommens zur ihrer ersten „Vollversammlung“ zusammentreten. Man darf vermuten, dass viele Regierungen die gute Stimmung seit dem Pariser Klimagipfel weiter befeuern wollen. Sie werden dafür auch auf verschiedene Entwicklungen außerhalb der Klimaverhandlungen verweisen, darunter die ersten Schritte der African Renewables Energy Initiative, für die die Geberländer in den kommenden Jahren zehn Milliarden US-Dollar mobilisieren wollen, sicher auch die vielversprechenden Vereinbarungen zum Abbau von klimaschädlichen Chemikalien unter dem Montrealer Protokoll zum Schutz der Ozonschicht. Die Schönredner werden vermutlich sogar die sehr schwachen Beschlüsse zum Klimaschutz im internationalen Flugverkehr unter dem Dach der Internationalen Zivilluftfahrtorganisation (ICAO) heranziehen. Und auch dies ist sicher: Am zweiten Tag der Konferenz, dem 8. November, werden die Delegationen den Atem anhalten – denn dann wählen die USA ihren neuen Präsidenten, und Kandidat Donald Trump hat schon herumgepoltert, dass er das Abkommen flugs wieder aufkündigen würde.

Es geht ins Eingemachte

Dessen ungeachtet steht auf der COP-22 die Umsetzung des Abkommens im Mittelpunkt. Offizielle Hauptaufgabe der Konferenz in Marrakesch ist es, das Regelwerk des Pariser Abkommens auszuarbeiten und seine oft recht vagen Artikel mit Leben zu füllen. Beispielsweise ist zu klären, wie die regelmäßige Überprüfung der Umsetzung des Abkommens aussehen soll und was die Regierungen anschließend mit den Ergebnissen machen werden (außer einen dicken Abschlussbericht füllen). Zu klären wird auch sein, in welchem Format, nach welcher Metrik und mit welchen Zusatzinformationen die Länder in künftigen Runden ihre Selbstverpflichtungen einreichen sollen, was dadurch verkompliziert wird, dass deren Art und Umfang auch weiterhin den Ländern überlassen bleibt. Schließlich gilt es, Regeln zu entwickeln, wie über die Umsetzung der Klimaschutz-Selbstverpflichtungen und die geleisteten Finanzhilfen für die Entwicklungsländer zu berichten ist.

Klaffende Lücke zwischen Anspruch und Wirklichkeit

Der Wert des Pariser Klimaschutzabkommens bemisst sich letzten Endes daran, wieviel Klimaschutz die Staaten seinetwegen betreiben. Die Aussichten sind düster. Die erste Runde der Selbstverpflichtungen ist so schwach, dass die sich daraus ergebenen Entwicklungspfade für die weltweiten Treibhausgasemissionen auf eine Erwärmung um 3°C hinauslaufen, weit jenseits der verabredeten maximal 2°C bzw. 1,5°C. Das ist hinlänglich bekannt und steht auch schon in den Pariser Beschlüssen. Verhandelt wird darüber auf der COP-22 aber nicht – es gilt das Prinzip Hoffnung, dass die Lücke zwischen Anspruch und Wirklichkeit durch mehr Klimaschutz in späteren Runden geschlossen wird. Was kaum möglich sein wird, weil die für die Einhaltung der Temperaturobergrenzen noch maximal zulässigen Restbudgets für Treibhausgase verbraucht sein wird. Oder: Wenn nicht sofort nachgebessert wird, wird das Abkommen ziemlich bald zu Makulatur.

Es hilft nicht, dass sich die vom Klimawandel besonders bedrohten Länder seit Jahren darüber beklagen, solange die mächtigen Staaten nicht einsichtig sind, und dass sich das bald ändert, ist derzeit nicht zu erkennen. Beispiel Europa: Obwohl sie vor einem Jahr noch Mitinitiator einer Allianz für mehr Ambition im Abkommen war, sah die EU schon damals keine Aufforderung darin, das schwache eigene Ziel von nur 40 Prozent Reduktionen bis 2030 (gegenüber 1990) nachzubessern. Dabei ist es bereits heute zur Hälfte erfüllt und kann mit Blick auf die Wirtschaftskraft der EU und ihrer Verantwortung für den Klimawandel kaum als fairer Beitrag zum globalen Klimaschutz bezeichnet werden. Stattdessen zerschießt die EU ihren mageren Beitrag derzeit bei der Umsetzung in europäische Gesetzgebung etwa zum Emissionshandel mit industriefreundlichen Regeln und Schlupflöchern, die das ohnehin schwache Ziel weiter aushöhlen.

Dritte Säule Verluste und Schäden?

Ein weiterer Knackpunkt ist der Umgang mit Verlusten und Schäden infolge des Klimawandels, etwa Zerstörungen infolge von Unwetterkatastrophen oder Landverlust durch den steigenden Meeresspiegel. Schon 2013 wurde dafür ein spezieller „Mechanismus“ eingerichtet, und das Pariser Abkommen enthält dazu einen eigenen Artikel.

Aufgabe der COP-22 wird es nun sein, das Arbeitsprogramm dieses Mechanismus für die kommenden Jahre festzulegen. Dabei wird sich herausstellen, ob der Mechanismus weiterhin eher eine Art Arbeitsgruppe bleibt oder sich im Laufe der Zeit eine konkrete Anlaufstelle entwickelt, an die sich eines Tages von Schäden und Verlusten betroffene Staaten wenden können. Anders als früher arbeiten die Industrieländer inzwischen konstruktiv am Thema mit – solange es um die Verringerung von Verlusten und Schäden (etwa durch geeignete Anpassungsmaßnahmen) geht oder um Versicherungslösungen zur Abfederung von Schäden. Ein rotes Tuch bleiben hingegen mögliche Kompensationsforderungen infolge künftiger Klimaschäden, die die Industrieländer als Hauptverursacher des Klimawandels weiter kompromisslos ablehnen.

Baustelle: Finanzhilfen zur Anpassung

Jahrelang haben sich die Industrieländer geweigert, darüber Auskunft zu geben, wie sie ihr 2009 gegebenes Versprechen erfüllen wollen, die Klimazusagen für die armen Länder bis 2020 auf 100 Mrd. US-Dollar pro Jahr zu steigern, um in diesen Ländern die klimafreundliche Entwicklung zu fördern und die Anpassung an die klimatischen Veränderungen zu unterstützen. Rechtzeitig zur COP-22 haben die Industrieländer nun einen Fahrplan zur Umsetzung des 100-Milliarden-Versprechens vorgelegt. Demnach sollen bis 2020 die öffentlichen Mittel ein Niveau von etwas unter 70 Mrd. US-Dollar pro Jahr erreichen. Für die übrigen Gelder zur Erfüllung des Versprechens wollen die Geberländer die private Wirtschaft mobilisieren. Ein Kernproblem der Klimafinanzierung bleibt aber bestehen: Die Hilfen für den Bereich Anpassung, also etwa zum Schutz von Ernten vor Dürren, zur Sicherung der Wasserversorgung oder zur Erhöhung der Widerstandskraft der Menschen gegen künftige Unwetterkatastrophen würden dem Fahrplan nach 2020 nur knapp ein Fünftel der Mittel ausmachen – diese Schieflage ist seit Jahren Streitthema bei den Verhandlungen.

Ob und wie die COP-22 den 100-Milliarden-Fahrplan würdigen wird, wird also auch davon abhängen, welchen konkreten Schritten die Geberländer zur Erhöhung der Mittel für die Anpassung an den Klimawandel zustimmen werden. Immerhin hat Marokko als Gastgeberland der Konferenz, das Thema Anpassung an den Klimawandel zum Schwerpunkt erklärt und möchte hier konkrete Ergebnisse erzielen – nicht zuletzt, weil Afrika von den Folgen des Klimawandels besonders betroffen ist.

Wer gehofft hatte, dass die COP-22 eher nebensächlich wird, dürfte sich irren. Umwälzende Ergebnisse stehen zwar nicht an, zumal bei vielen Themen die Verhandlungen zunächst einmal aufgenommen oder fortgeführt, nicht aber unbedingt abgeschlossen werden müssen und die Arbeit am Regelwerk des Abkommens teilweise eher technischer Natur sein wird. Aber gerade die konkrete Umsetzung internationaler Verträge hat großen Einfluss darauf, ob diese ihre Wirkung auch wirklich entfalten können oder letztlich doch zum Rohrkrepierer werden. Zumindest werden die Delegierten mit viel Vorschussvertrauen in

Marrakesch ankommen, denn noch wirkt der gute Geist von Paris nach. IPG 1

 

 

 

 

Klimaschutz ohne Plan

 

Umweltministerin Barbara Hendricks rechnet nicht mehr mit einem deutschen Plan zur Weltklima-Konferenz Mitte November in Marrakesch.

 

„Ich sehe keine Chance mehr“, sagte die SPD-Politikerin am Dienstag in Berlin. Sie hätte es zwar gerne gesehen, wenn der Klimaschutzplan vorher beschlossen worden wäre. Die Blockadehaltung der Union sei aber zu groß. „Ich habe immer gesagt, dass die Inhalte wichtiger sind als der Zeitplan“, sagte sie. Mehrere Unions-Politiker warfen dagegen der SPD-Politikerin vor, sie habe das Scheitern zu verantworten.

Immerhin machten die Gespräche mit den CSU-geführten Ressorts Landwirtschaft und Verkehr Fortschritte, so dass eine Einigung noch dieses Jahr möglich sei, sagte die Umweltministerin. Hendricks machte zudem deutlich, dass die Energiebranche ihren CO2-Ausstoß stärker drosseln müsse als zuletzt vorgesehen. Dies sei allein deshalb nötig, um die deutschen Klimaziele für 2020 noch zu schaffen. Das Landwirtschaftsministerium forderte, als große Industrienation sollte Deutschland mit einem Klimaschutzplan nach Marrakesch reisen.

Der „Klimaschutzplan 2050“ soll den Weg in eine Gesellschaft aufzeigen, die nahezu vollständig auf den Ausstoß von klimaschädlichen Gasen verzichtet. Er basiert auch auf dem 2015 in Paris beschlossenem Weltklimavertrag. Die Konferenz von Marrakesch soll diesen Weg fortsetzen. Deutschland wollte seine Position mit einem eigenen Klimaplan dort stärken.

Hendricks Klimaschutzplan unter Beschuss

Eigentlich wollte Hendricks den „Klimaschutzplan 2050“ am Mittwoch im Kabinett beschließen lassen. Doch vor allem von den CSU-geführten Ministerien für Verkehr und Landwirtschaft kam Widerstand. Zudem machte die Union Front gegen Hendricks. „Die Union weiß nicht, ob sie der Parteivorsitzenden und Kanzlerin folgen will, oder ihr doch in den Rücken fällt“, sagte Hendricks. Die stellvertretenden CDU/CSU-Fraktionsvorsitzenden Georg Nüßlein und Michael Fuchs griffen die Ministerin an. Es gebe am Entwurf des Umweltministeriums „ganz erheblichen Korrekturbedarf“, teilte Nüßlein mit. „Es ist gut, dass der Plan zunächst einmal verschoben wird. Inhalte sind wichtiger als Zeitplan“, sagte Fuchs.

Der ursprüngliche Entwurf des Umweltministeriums war bereits von Wirtschaftsminister und SPD-Chef Sigmar Gabriel zusammengestrichen worden. So entfielen sämtliche Zwischenziele zur CO2-Einsparung für Sektoren wie Industrie, Gebäude, Verkehr oder Landwirtschaft. Danach lag der Plan Monate im Kanzleramt auf Eis, wo er weiter entschärft wurde, bevor er in die Abstimmung unter den Ressorts ging.

Klimaziel 2020 in Gefahr

Hendricks räumte ein, dass die CO2-Einsparung durch niedrige Energiepreise und wachsenden Verkehr schwierig sei und auch die Landwirtschaft an Grenzen stoße. Man müsse daher beim Energiesektor noch einmal schauen, was dieser zusätzlich leisten könne. Dies gelte allein schon mit Blick auf das deutsche Klimaziel für 2020, das nach derzeitigem Stand verfehlt werde. Deutschland will bis dann im Vergleich zu 1990 rund 40 Prozent weniger CO2 ausstoßen. Es müsse hier nach der Bundestagswahl etwas getan werden: „Im Fokus des Nachsteuerns wird die Energiewirtschaft stehen“, sagte sie. Allein deshalb sei es richtig, dass die in ihrem Klimaplan-Entwurf vorgesehene Kommission, die sich mit dem Ende der Braunkohle-Wirtschaft befassen soll, die Arbeit aufnehme. Die Kommission wollen sowohl die Bergbau-Gewerkschaft IG BCE als auch die Union nicht im „Klimaschutzplan 2050“ sehen.  EA mit rtr 2

 

 

 

 

Klima schützen – Armut bekämpfen. World Vision stellt bei UN-Klimakonferenz erfolgreiche Projekte zum Klimaschutz vor

 

Friedrichsdorf/Marrakesch – Wie eng der Kampf gegen Armut und der Schutz der Umwelt miteinander verknüpft sind zeigt die internationale Hilfsorganisation World Vision bei der am Montag beginnenden UN-Klimakonferenz in Marokko. Die Organisation stellt dort erfolgreiche Projekte im Bereich der kleinbäuerlichen Landwirtschaft vor. Zugleich fordert World Vision, dass Initiativen in diesem Bereich deutlich stärker gefördert werden als bislang.

 

„Wenn wir dem Klimawandel nicht umfassend und zügig entgegenwirken, besteht nach Informationen internationaler Experten die Gefahr, dass bis zu 170 Millionen Menschen zusätzlich in extreme Armut geraten“, erklärt die Umweltexpertin von World Vision, Angeline Munzara. „Das zeigt deutlich, wie eng der Kampf gegen Armut und die Folgen des Klimawandels miteinander verbunden sind.“

 

Zunehmende Trockenheit und der Verlust natürlicher Ressourcen gefährden die Lebensgrundlagen in vielen Regionen Subsahara-Afrikas, aber auch in Asien und Lateinamerika.  Wasser muss künftig noch viel effektiver eingesetzt und Waldrodung verhindert werden. Eine erfolgreiche Zusammenarbeit mit Bauern zeigt World Vision bei der UN-Klimakonferenz in Marokko am Beispiel von Äthiopien, wo eine natürliche Methode zur Wiederbegrünung (FMNR) angewendet wurde. Dabei werden die Schösslinge unterirdischer Baumwurzeln geschützt und gezielt beschnitten. Die nachgewachsenen Bäume beschatten und düngen Felder, halten Feuchtigkeit im Boden und binden das Treibhausgas CO2. Mittlerweile wurden in 34 Ländern Millionen Hektar Land auf diese Weise wiederbegrünt.

 

„Wir zeigen auch weitere Projekte, die kostengünstig und wirksam die Arbeit der Kleinbauern verbessern und zugleich die Umwelt schützen“, sagt Angeline Munzara. „Unter anderem sind das der Einsatz von natürlichen Regenrückhaltebecken und Dürre-tolerantem Saatgut. Wer mit Regen Felder bewässert, kann auf den Einsatz von Diesel getriebenen Pumpen verzichten und schont die Umwelt.“

 

World Vision fordert daher, dass die Internationale Gemeinschaft wesentlich stärker als bislang Projekte im Bereich kleinbäuerliche Landwirtschaft unterstützt. Um die Folgen des Klimawandels wie verstärkte Armut und daraus resultierende Fluchtbewegungen einzudämmen, muss weltweit mehr in den Klimaschutz in armen Ländern investiert werden. WV 4

 

 

 

 

 

Mittelmeer im Jahr 2016. Jeden Tag sterben durchschnittlich 13 Flüchtlinge auf dem Seeweg

 

Der Internationalen Organisation für Migration zufolge sind im laufenden Jahr fast 4.000 Flüchtlinge im Mittelmeer gestorben. Dabei kommen deutlich weniger Menschen nach Europa. Die Wahrscheinlichkeit für Unglücke hat sich mehr als verdoppelt.

 

Im Mittelmeer sind in diesem Jahr nach Angaben einer Hilfsorganisation bislang 3.940 Flüchtlinge und Migranten ums Leben gekommen. Damit hätten in den ersten zehn Monaten 2016 bereits mehr Menschen auf dem Seeweg nach Europa ihr Leben verloren als im gesamten Jahr 2015, teilte die Internationale Organisation für Migration am Dienstag in Genf mit. Mehr als 3.700 Flüchtlinge und Migranten seien im vergangenen Jahr im Mittelmeer ums Leben gekommen.

Die IOM nannte verschiedene Ursachen für die hohe Todeszahl in diesem Jahr: So sei die in diesem Jahr sehr oft benutzte Route von Nordafrika nach Italien sehr riskant. Schlepper benutzten immer schlechtere Boote, pferchten zu viele Menschen in die Boote und starteten die Überfahrt auch bei sehr widrigem Wetter.

Den IOM-Angaben nach erreichten von Anfang Januar bis Ende Oktober 333.000 Menschen mit den Booten die Küsten Europas. Im Vergleichszeitraum 2015 seien knapp 729.000 Flüchtlinge und Migranten in Europa an Land gegangen. Somit habe sich die Wahrscheinlichkeit, dass ein Passagier auf der Überfahrt stirbt, mehr als verdoppelt. Die Flüchtlinge und Migranten stammen aus Konfliktländern wie Syrien und dem Irak oder aus sehr armen Staaten in Afrika. (epd/mig 2)

 

 

 

 

Hahn nach CETA-Deal: „Wir brauchen mehr europäisches Denken“

 

EU-Kommissar Johannes Hahn sieht bei Themen wie CETA nicht das Problem einer „Bringschuld“ (durch die EU-Institutionen), sondern vor allem einer „Holschuld“ durch die jeweiligen EU-Staaten.

 

Sieben Jahre wurde über CETA verhandelt, seit zwei Jahren ist der Vertrag faktisch fertig. Die Mehrzahl der Bürger hat aber wenig Ahnung, was im Freihandelsabkommen steht  – und was es bringen soll. Hat die Kommunikation der EU versagt?

Wie oft in den letzten Jahren gibt es Kritik an der EU. Diesmal in Zusammenhang mit dem Stolpern ins CETA-Finale. Ein Tenor zieht sich durch fast alle Kommentare in den europäischen Medien: Die EU hat es verabsäumt, eine offene Debatte zu führen, ja die Bürger über die Einzelheiten des Freihandelsvertrags rechtzeitig und eingehend zu informieren.

Die Mediensprecher der beiden großen Fraktionen im Europäischen Parlament sehen das differenzierter und wollen den Vorwurf einer schlechten „Verkaufs- und Marketingstrategie“ der EU so nicht hinnehmen. Und sie weisen auf das so genannte „System“ hin – also das Konstrukt der Europäischen Union, die eben eine Gemeinschaft von 28, wahrscheinlich bald nur noch 27 Staaten mit sehr individuellem Gehaben ist.

EU-Kommissar Johannes Hahn sieht im Gespräch mit EurActiv.de nach der Einigung über CETA nicht das Problem einer „Bringschuld“ durch die EU-Institutionen, sondern vor allem einer „Holschuld“ durch die jeweiligen EU-Staaten.

Deren Aufgabe müsste es sein, das was „oben“ in der Kommission, also gewissermaßen von der „EU-Regierung“ ausverhandelt und vom EU-Parlament beschlossen wird, „unten“, also in den Ländern, an die Bürger zu vermitteln. Ihnen müsse es glaubhaft und verständlich gemacht werden.

Hahns Parteikollege im Parlament, Othmar Karas, predigt daher immer wieder die „Europäisierung der Innenpolitik“. Tatsächlich hapert es noch immer mit der Umsetzung der europäischen Politik auf nationaler Ebene. das spiegelt sich in den demoskopischen Erhebungen wider, wenn zum Beispiel bei einer Umfrage in Österreich herauskommt, dass nur ein Prozent der Bürger über CETA gut Bescheid wissen, sich aber 78 Prozent uninformiert fühlen. Dabei war in Brüssel genügend Informationsmaterial über CETA vorhanden. Nur den Weg zu den Bürgern hat es nicht gefunden.

Eine der Schlussfolgerungen aus den Ereignissen der letzten Wochen lautet für Hahn daher: „Wir brauchen mehr europäisches Denken“. Wie sehr dies notwendig sei, würde laut dem EU-Kommissar zum Beispiel die Berichterstattung in vielen europäischen TV-Sendern zeigen. Wann immer über politische Ereignisse und Beschlüsse in Brüssel und Straßburg berichtet wird, fokussieren alle Meldungen und Kommentare das europäische Geschehen primär auf der nationalen Ebene.

Dort gehe es dann nicht darum, was dies oder jenes für Europa bedeutet, sondern allein darum, welchen Nutzen das jeweilige Land davon hat, ob sich der Regierungschef beim EU-Rat durchsetzen konnte, ein Parlamentarier lautstark das Wort ergriff. Und so bleibt eines zu konstatieren: Die Idee Europa ist bei vielen seiner Politiker und Menschen offenbar noch nicht wirklich angekommen. Herbert Vytiska (Wien), EurActiv

 

 

 

 

55 Jahre Anwerbeabkommen mit der Türkei. Mit dem Koffer in ein neues Leben

 

Nicht mit einem schweren Rucksack reiste er an, sondern mit einem Metallkoffer. Deutschland – das Amerika Europas – rief meinen Großvater Anfang der 60er Jahre aus der Türkei. Eine Geschichte über Völkerverständigung im Kleinen. Von Hakan Demir

 

„Wir konnten uns keine festen Schuhe leisten“, sagte mir mein Großvater immer, wenn er von seiner Kindheit erzählte. Sein Vater starb sehr früh und Ibrahim wuchs bei seiner Mutter zusammen mit seinen Geschwistern in einem kleinen Dorf in der Nähe von Çorum auf. Die Stadt liegt eine dreistündige Autofahrt von der Hauptstadt Ankara entfernt.

Das Anwerbeabkommen und Anfangsjahre in Deutschland

In den 1960ern war der Hunger der deutschen Wirtschaft nach Arbeitskräften noch nicht gestillt. Anwerbeabkommen gab es bereits mit Italien (1955), Griechenland und Spanien (beide: 1960). Am 30. Oktober 1961 schloss Deutschland mit der Türkei ein weiteres Abkommen. Bis 1973 kamen mehr als 800.000 Menschen aus der Türkei nach Deutschland.

Einer von ihnen war mein Großvater. Erfüllt von der Hoffnung auf ein gutes Leben hatte er sich auf den Weg nach Deutschland gemacht. Bevor er kommen konnte, wurde er auf seine körperliche Tauglichkeit untersucht wie bei einer Bundeswehrmusterung. Wenige Wochen später stieg er in einem schwarzen Anzug und einem weißen Hemd, in dessen Tasche eine rote Packung Zigaretten durchschimmerte und einem schweren Metallkoffer, in den 50-Stunden-Zug nach Deutschland.

Die Familie blieb lange in der Türkei

Ibrahim landete nach einigen Umwegen als Arbeiter in Krefeld, in einer linksrheinischen Stadt unweit von Düsseldorf. Er arbeitete auf dem Bau, trug, schaufelte und schwitzte zusammen mit seinen deutschen Kollegen, um gemeinsam den Wohlstand zu sichern. Seine Frau lebte indes mit den Kindern noch in der Türkei.

Ibrahims einzige sichere Häfen waren der Betrieb und das Arbeiterwohnheim. Ansonsten fühlte er sich wie ein kleines Boot im Sturm. Einmal verlief er sich mit seinen Kollegen. Sie trauten sich nicht, nach dem Weg zu fragen, denn keiner von ihnen sprach Deutsch. Erst am nächsten Morgen entdeckte man die kleine Gruppe, die es sich auf einer Parkbank gemütlich gemacht hatte und brachte sie zu ihrer Arbeitsstelle. Nach diesem Vorfall verließen die Männer nicht mehr die vertrauten Pfade. Meistens holten sie sich im nächsten Laden etwas zu essen, zogen sich zurück in ihre Zimmer, lasen Zeitungen aus der Heimat, hörten den warmen Klängen des türkischen Saz’ zu, den immer irgendjemand im Wohnheim spielte.

Verständnisprobleme gab es viele zwischen den deutschen und den türkeistämmigen Kollegen, aber das Zwischenmenschliche, das auf der Kommunikation von wenigen Handbewegungen und Worten basiert, funktionierte immer irgendwie. Ein deutscher Vorarbeiter nahm in dieser Zeit immer einen Hund mit zur Arbeit und Ibrahim wollte einfach ins Gespräch kommen. „Du Hund!“, sagte er zu dem Mann. Eigentlich wollte er fragen, ob der Hund ihm gehöre.

Die deutsche Sprache hat er nie richtig gelernt. Wie denn auch? Integrationskurse gibt es erst vier Jahrzehnte später. Wie aber reagierte der Vorarbeiter? Er lächelte und nickte verständnisvoll.

Ölpreiskrise und Anwerbestopp

Die Wirtschaft ist 1973 „vergleichbar mit einem Mercedes, dem das Benzin ausgeht“. Die Industrie bricht ein und die Arbeitslosigkeit steigt. Die Bundesregierung verhängt einen Anwerbestopp, der bis heute gilt. Der Anlass ist die Ölpreiskrise. Die Fluktuation ist in dieser Zeit hoch: Von 1950 bis 1973 kamen 14 Millionen Arbeitskräfte und 11 Millionen kehrten wieder in ihre Heimatländer zurück.

In dieser Zeit holte mein Großvater seine Frau und Kinder nach Deutschland. Gemeinsam zogen sie in ihre erste Wohnung. Die Zahl der „Ausländer“ stieg noch bis 1983 aufgrund der Familienzusammenführung. Die schwarz-gelbe Bundesregierung unter Bundeskanzler Helmut Kohl verabschiedete deshalb 1983 das „10.500-Mark-Gesetz“, um „Gastarbeiter“ zur Rückkehr in ihre Heimat zu bewegen. Einige nahmen das Geld an, doch viele blieben, weil sie schon längt eine neue Heimat für sich und ihre Kinder gefunden hatten.

Gewalt gegen Migranten und Rückkehr in die alte Heimat

Gewalttätige Übergriffe auf Flüchtlingsunterkünfte und Migranten wie in Hoyerswerda, Rostock-Lichtenhagen, Solingen und Mölln häuften sich nach der Wiedervereinigung. Mein Großvater litt mit den Opfern und blieb wie die Politik ohnmächtig.

In den 1990er Jahren ging Ibrahim in Rente. Bis die Kinder und Enkelkinder allesamt auf die richtigen Gleise gesetzt waren, blieb er in Deutschland. Danach zog es ihn wieder in die alte Heimat, wo er mit dem erarbeiteten Verdienst in Deutschland schon längt ein Haus gekauft hatte. Weil er aus Unachtsamkeit die Sechs-Monats-Frist im Aufenthaltsgesetzt verstreichen ließ, erlosch seine Aufenthaltserlaubnis. Jetzt muss er mit einem Touristenvisum in das Land kommen, in dem er einen Großteil seines Lebens verbracht hat. Das schmerzt.

Dennoch: Deutschland bleibt Zeit seines Lebens – und trotz der Herausforderungen, die es damals und heute noch in der Teilhabepolitik gibt – eine weitere Heimat, für die er immer dankbar war. MigM 1

 

 

 

 

Papst: „Angst vor Flüchtlingen ist schlechter Ratgeber"

 

Der Papst äußert Lob und Anerkennung für Schweden, das so viele Flüchtlinge aufgenommen hat, und rät zugleich zur Besonnenheit und auch zum „Rechnen“, wenn es um die Integration vieler Menschen aus anderen Kulturkreisen geht. Franziskus sprach bei seiner „fliegenden Pressekonferenz“ auf dem Rückweg nach Rom außerdem über den Auftrag der Frau in der katholischen Kirche, wobei er das von Papst Johannes Paul II. geäußerte „Nein“ zur Priesterweihe der Frau neuerlich wiederholte. Eine Reise nächstes Jahr nach Deutschland zum Reformationsgedenken schloss Franziskus nicht komplett aus, ließ sich aber dazu bloß entlocken, dass abgesehen von den „fast sicheren“ Reiseetappen Indien und Bangladesch noch nichts feststehe.

Schon als Argentinier, sagte der Papst, danke er Schweden für seine Aufnahme von Menschen in Not. Viele seiner Landsleute, aber auch Chilenen und Uruguayer hätten zur Zeit der Militärdiktatur in dem skandinavischen Land Aufnahme gefunden. Zur brennenden Frage heutiger Migration in Europa mahnte der Papst zu Umsicht. „Der schlechteste Ratgeber für die Länder, die dazu neigen, ihre Grenzen abzuschotten, ist Angst. Und der beste Ratgeber ist Vorsicht.“ Jedes Land solle bloß so viele Flüchtlinge und Migranten aufnehmen, wie es imstande sei zu integrieren. Wenn Schweden seine Aufnahme jetzt zurückfahre, tue es das nicht aus Egoismus, sondern weil es nicht die nötige Zeit habe, alle zu integrieren.

Komplette Abschottung einerseits wie auch zu viele nicht eingegliederte Fremde im Vergleich zur Bevölkerung haben aus Sicht des Papstes politische Folgen: „Es ist nicht human, die Türen zu schließen, es ist nicht human, die Herzen zu schließen, und auf Dauer zahlt man das. Man zahlt politisch. So wie man auch politisch mitunter eine Unvorsichtigkeit in der Kalkulation zahlt, also wenn man mehr empfängt als die, die man integrieren kann.“ Vor Integration dürfe man sich aber auch nicht fürchten, fuhr Franziskus fort: „Europa ist aus einer anhaltenden Integration vieler Kulturen entstanden“.

Frauen: Weihe nein, Begabungen ja

Die Frage nach der Priesterweihe für Frauen beantwortete Franziskus zunächst mit einem Scherz, wie gerne bei diesem Thema, um ihm die Schärfe zu nehmen. Er habe da zur Vorbereitung auf seine Reise von einer drei Mal verwitweten schwedischen Königin gelesen. „Eine starke Frau!“, und man habe ihm gesagt, dass manche schwedischen Männer sich lieber Frauen anderer Nationalität suchten, weil die Schwedinnen so stark seien. Auf Nachfrage versicherte der Papst, Frauen hätten in der Kirche viele Fähigkeiten, die Männern fehlten, „auch im dogmatischen Bereich: sie schaffen Klarheit, statt bloß auf ein Dokument zu verweisen“. Und er wiederholte, die Kirche vereine zwei Dimensionen, die bischöfliche und die marianische. „Ich frage mich, wer ist wichtiger in der Theologie und in der Mystik der Kirche: die Apostel oder Maria, am Tag von Pfingsten? Es ist Maria! Die Kirche ist Frau. Es heißt ,die` Kirche, nicht ,der` Kirche. Die Kirche ist Braut von Jesus Christus. Es ist ein bräutliches Geheimnis. Und im Licht dieses Geheimnisses versteht man diese beiden Dimensionen: die petrianische, also bischöfliche Dimension, und die marianische Dimension, mit allem, was da ist an Mütterlichkeit der Kirche, im tiefen Sinn freilich. Es gibt keine Kirche ohne diese weibliche Dimension. Denn die Kirche selbst ist weiblich.“

Angesprochen auf das Thema Menschenhandel bekannte der Papst, wie sehr ihm der Kampf gegen diese Plage am Herzen liege. „Christus wird fortwährend gekreuzigt in seinen schwächeren Geschwistern, das hat mich immer sehr berührt“, so Franziskus. Schon in Buenos Aires habe er mit Gruppen von Laien und Nichtglaubenden zusammengearbeitet, um Menschen der modernen Sklaverei zu entreißen, meist Migranten aus anderen lateinamerikanischen Ländern, denen man die Dokumente weggenommen und sie zur Arbeit gezwungen habe. Zwei Schwesterngemeinschaften habe er dabei unterstützt, Frauen aus der Sklaverei der Prostitution zu befreien. In Italien würdigte Franziskus die Arbeit vieler Freiwilligen im Bereich Menschenhandel. (rv 01.11.)

 

 

 

 

 

#GenerationE: Junge Migranten aus Südeuropa erzählen

 

Wegen der Wirtschaftskrise ziehen jedes Jahr Zehntausende junger Italiener, Spanier und Portugiesen Richtung Norden auf der Suche nach einer besseren Zukunft. Wer sind diese neuen Gesichter der Migration? Das Projekt Generation E hat über 2500 persönliche Geschichten gesammelt, darunter Hunderte aus der Schweiz. Von Stefania Summermatter

 

"Der italienische Staat hat viel in mich investiert, er hat mein Studium und Doktorat bezahlt, aber nun profitiert eine Schweizer Firma von den Ergebnissen." Alessandro Fammartino ist vor neun Jahren auf der Suche nach Arbeit in die Stadt Zürich gezogen.

Ursprünglich aus Turin, gehört er zu jenen 2500 Auswanderern unter 40 Jahren, die an der Befragung von Generation E mitmachen, ein Projekt über die Migration von jungen Leuten aus Südeuropa. swissinfo.ch hat für die Interviews in der Schweiz das Exklusivrecht (um weitere Porträts zu lesen, klicken sie auf das Dossier an der Seite).

Fehlende Berufsaussichten und persönliche Ambitionen gehören zu den von jungen Migranten am meisten genannten Auswanderungsgründen. Das erstaunt nicht angesichts der hohen Arbeitslosenquote unter Jungen, die von 35% in Italien bis 50% in Spanien und Griechenland reicht.

Es gibt aber auch Leute, die wegen des Studiums, der Liebe oder einem als unerträglich empfundenen politisch-kulturellen Klima ihr Heimatland verlassen.

 

Gemäss Bundesamt für Statistik sind im Jahr 2015 über 40'000 Einwanderer aus Südeuropa in die Schweiz eingereist, davon fast die Hälfte aus Italien. Nicht alle registrieren sich allerdings offiziell bei der heimatlichen Botschaft. Und das aus verschiedenen Gründen, wie der Journalist und Koordinator bei Generation E, Jacopo Ottaviani, erklärt.

"Wenn sie sich im Personenregister einschreiben, haben diese Leute das Gefühl, ihr Land definitiv zu verlassen. Und nicht alle sind sich sicher, das wirklich tun zu wollen. Daher warten sie lieber ab. Und dann ist da noch der bürokratische Aspekt. Im Falle von Italien beispielsweise ist die Prozedur sehr lang und kompliziert."

Die Einwanderung von jungen Italienern, Spaniern und Portugiesen ist kein neues Phänomen in der Schweiz. Bereits in den 1950er- und 1960er-Jahren hat die Schweiz Hunderttausende italienischer Gastarbeiter aufgenommen, die häufig unter unmenschlichen Bedingungen angestellt wurden.

Das Projekt Generation E wird von vier Journalisten betreut: Jacopo Ottaviani (Koordinator), Daniele Grasso, Sara Moreira und Katerina Stavroula. 

Die neuen Migranten haben jedoch ein anderes Profil. Einerseits weil früher vor allem Arbeiter auswanderten, während heute ein Grossteil der Jungen ein Universitätsdiplom hat. Zudem handelt es sich um Personen, die Reisen gewohnt sind, mehrere Sprachen sprechen und sich in erster Linie als europäische Bürger fühlen, meint Ottaviani.

Die Integration ist aber nicht immer einfach, jedenfalls gemäss den in der Schweiz gesammelten Berichten. "Ich habe gute Freunde, aber hauptsächlich Ausländer wie ich", sagt Elisa Lovecchio (27 Jahre) aus Pisa. "Ich gehe vor allem mit anderen Einwanderern aus, und das gibt mir ein wenig das Gefühl, eine Outsiderin zu sein, die am Rande der Gesellschaft lebt."

Die Schweizer sind laut der Portugiesin Evelyne Calvinho verschlossener als die mediterrane Bevölkerung, und "Lausanne ist sicherlich keine Stadt für Singles, eher ein guter Ort, um zu sterben, wie meine Mutter sagt".

Die meisten dieser jungen Auswanderer träumen jedenfalls davon, früher oder später wieder in die Heimat zurückkehren zu können. "Wenn ich könnte, würde ich morgen schon zurückkehren", erzählt beispielsweise Ivan G., ein Spanier, der in Zürich lebt. "Aber im Moment wäre das ein Suizid."

Das 2014 lancierte Projekt Generation E ist noch immer am Laufen. Wenn auch Sie aus Südeuropa in die Schweiz eingewandert sind, erzählen Sie uns Ihre Geschichte! Füllen Sie dieses Formular aus und schicken Sie es auch an Ihre Freunde. Schwissinfo 1

 

 

 

 

Es lebe die Nation!

 

Weshalb die Rückkehr der Nationalstaaten in Europa keine Tragödie, sondern ein Segen ist. Von Jakub Grygiel

 

Europa steckt gerade mitten in seiner schlimmsten politischen Krise seit dem Zweiten Weltkrieg. Auf dem gesamten Kontinent haben die traditionellen politischen Parteien an Attraktivität eingebüßt, während populistische, euroskeptische Bewegungen immer mehr Zulauf bekommen. Die Eurokrise hat eine tiefe Kluft zwischen Deutschland und den hochverschuldeten südeuropäischen Staaten wie Griechenland und Portugal offenbart. Deutschland und Italien sind bei Themen wie Grenzkontrollen und Bankenregulierungen aneinandergeraten. Und am 23. Juni hat mit Großbritannien erstmals in ihrer Geschichte ein Mitgliedsland die EU verlassen – ein schwerer Schlag für das Staatenbündnis.

Die Innenpolitik läuft also aus dem Gleis und gleichzeitig drohen Gefahren von außen. Im Osten hat ein revanchistisches Russland mit der Invasion in die Ukraine und der Annektierung der Krim unheilverkündende Signale ausgesandt. Südlich von Europa hat der Zusammenbruch zahlreicher Staaten Millionen von Migranten nach Norden getrieben. Die Anschläge von Paris, Brüssel und andernorts haben gezeigt, dass Extremisten den Kontinent ins Mark treffen können.

Die EU scheint nicht mehr stark oder einig genug, um den inneren Unruhen und den Sicherheitsbedrohungen an ihren Außengrenzen entgegenzuwirken. Deshalb wenden sich die politischen Führungen auf dem gesamten Kontinent wieder verstärkt der nationalstaatlichen Innenpolitik zu. Viele Wähler scheinen das richtig zu finden.

Europas Geschichte hat schmerzhaft vor Augen geführt, dass eine Rückkehr zu einem aggressiven Nationalismus gefährlich sein könnte. Dennoch ist ein Europa mit wieder durchsetzungsstarken Nationalstaaten der heutigen zerrissenen, ineffektiven und unbeliebten EU vorzuziehen.

Die Fürsprecher der EU gingen davon aus, dass die Vorteile einer Mitgliedschaft – der Binnenmarkt, gemeinsame Außengrenzen und ein länderübergreifendes Rechtssystem – auf der Hand lägen. Dann kam die Ukraine-Krise. Die Ukrainer gingen 2014 auf die Straße und stürzten ihren korrupten Präsidenten Viktor Janukowitsch, nachdem dieser plötzlich ein neues Wirtschaftsabkommen mit der EU hatte platzen lassen. Sofort danach marschierte Russland in die Ukraine ein, annektierte die Krim und schickte auch schnell Truppen und Artillerie in die Ostukraine. Der europäische Traum hatte den russischen Panzern und grünen Männchen nichts entgegenzusetzen.

Russlands Schachzug allein reichte noch nicht, die EU zu lähmen. Aber die kurz darauf beginnende nächste Krise brachte die Union fast an ihre Belastungsgrenze. Im Jahr 2015 kamen über drei Millionen Flüchtlinge nach Europa, von denen nahezu die Hälfte vor dem Bürgerkrieg in Syrien geflohen war. Und der Flüchtlingszuzug ist noch nicht zu Ende. Anfangs zeigten sich einige Länder, allen voran Deutschland und Schweden, besonders aufnahmebereit. Als Ungarn letztes Jahr einen Stacheldrahtzaun an seiner Grenze zu Kroatien errichtete, verurteilte Kanzlerin Angela Merkel dies als einen Schritt, der an den Kalten Krieg erinnere. Und der damalige französische Außenminister Laurent Fabius äußerte, dass dies „ein Verstoß gegen die gemeinsamen europäischen Werte“ sei. Aber Anfang dieses Jahres änderten viele dieser Politiker ihre Haltung und begannen, die Länder an der Außengrenze Europas zu drängen, ihre Sicherheitsmaßnahmen zu verstärken. Im Januar warnten mehrere europäische Regierungen Griechenland vor einem Rauswurf aus dem Schengen-Raum, sollte es dem Land nicht gelingen, den Flüchtlingsstrom zu bremsen.

Ob bewusst oder unbewusst haben die sich für offene Grenzen aussprechenden europäischen Politiker ihren eigenen Bürgern keinen Vorrang vor den ausländischen Neuankömmlingen eingeräumt. Die Intentionen dieser Politiker mögen edel sein, aber wenn ein Staat seinen eigenen Staatsbürgern keinen besonderen Schutz zukommen lässt, riskiert die Regierung des betreffenden Landes, an Legitimität zu verlieren. Tatsächlich wird der Erfolg eines Landes vor allem daran gemessen, inwieweit es seine Bürger und Grenzen vor Bedrohungen von außen schützen kann, ganz gleich, ob es sich dabei um feindliche Nachbarländer, Terrorismus oder Masseneinwanderung handelt. In dieser Hinsicht scheitern die EU und ihre Befürworter. Und den Wählern bleibt das nicht verborgen. Die Briten erteilten der Staatengemeinschaft im Juni eine heftige Abfuhr, als sie sich für den Austritt entschieden. Laut einer kürzlich vom amerikanischen Meinungsforschungsinstitut Pew Resarch Center durchgeführten Umfrage stehen 61 Prozent der Franzosen der EU ablehnend gegenüber; in Griechenland ist die Abneigung mit 71 Prozent noch höher.

Die Architekten der EU schufen einen Kopf ohne Körper: Sie bauten eine vereinte politische und administrative Bürokratie auf, schufen aber keine einheitliche europäische Nation. Die EU wollte die Nationalstaaten überwinden, aber ihr fataler Fehler war und ist, immer wieder das Fortbestehen nationaler Unterschiede zu übersehen und den Bedrohungen an den Außengrenzen nicht angemessen entgegenzuwirken. Die Folge dieser Nachlässigkeit ist die Zunahme politischer Parteien, deren Ziel die Wiederherstellung der nationalen Eigenständigkeit ist. Diese Parteien knüpfen häufig an rechtsextreme, populistische und manchmal fremdenfeindliche Stimmungen an.

Natürlich legen es die meisten der europäischen euroskeptischen Politiker nicht darauf an, die Union völlig aufzulösen. Sie wollen jedoch eine größere nationale Eigenständigkeit in der Sozial-, Wirtschafts- und Außenpolitik durchsetzen.

Natürlich: Das Wiederaufleben der Souveränität beschwört viele dunkle Erinnerungen an Nationalismen herauf, die den Kontinent schon zweimal an den Rand der Vernichtung brachten. Viele Beobachter befürchten nun, dass die europäische Politik sich mehr und mehr derjenigen aus den 1930er-Jahren annähert, als populistische Staatsführungen Hass schürten, um sich Unterstützung zu sichern. Derartige Ängste sind nicht völlig aus der Luft gegriffen. Die lautstarke Fremdenfeindlichkeit der österreichischen FPÖ erinnert an die ersten Tage des Faschismus. Auch der Antisemitismus nimmt in ganz Europa zu; er keimt in Parteien des gesamten ideologischen Spektrums auf, von der Labour Party in Großbritannien bis hin zur ungarischen Jobbik.

Doch die Bejahung der nationalen Souveränität muss nicht zwangsläufig mit einem gefährlichen Nationalismus einhergehen. Eine Rückkehr zu Nationalstaaten ist weniger mit Nationalismus als mit Patriotismus verbunden, beziehungsweie mit dem, was George Orwell als „Liebe zu einem bestimmten Ort und seiner Lebensart“ bezeichnete.

Tatsächlich könnte eine Renationalisierung Europas die beste Aussicht auf Sicherheit mit sich bringen. Die Gründer der EU waren überzeugt, dass diese Vereinigung ein stabiles und wohlhabendes Europa garantieren würde – und eine Weile schien sich das zu bewahrheiten. Doch inzwischen ist zu konstatieren, dass die EU zwar durch den gemeinsamen Markt Wohlstand geschaffen hat, aber heute immer häufiger selbst Ursache von Instabilität ist.

Seit 1949 verlässt sich Europa beim Grenzschutz auf die NATO und vor allem auf die USA. Heute scheinen die identifizierbaren Feinde Europas – von Russland bis hin zum selbsternannten Islamischen Staat (IS) – für die meisten Menschen beunruhigender als das politische Chaos, das durch einen Zerfall der EU entstehen könnte. Ihre Hoffnung ist, dass die einzelnen Länder für die Art von Sicherheit sorgen können, die Brüssel nicht liefern kann.

Uneingeschränkt souveräne europäische Staaten könnten die verschiedenen Bedrohungen an ihren Grenzen möglicherweise besser abwehren als die Union. Nach dem russischen Einmarsch in der Ukraine hatte die EU keine weitere Antwort als Sanktionen und schwammige Forderungen nach mehr Dialog. Die an Russland grenzenden europäischen Staaten fühlten sich durch die EU ungenügend abgesichert, weshalb sie um Unterstützung durch die NATO und US-Streitkräfte baten. Wo die EU gescheitert ist, könnte es den einzelnen Ländern auf sich selbst gestellt vielleicht besser ergehen.

Die Rückkehr zu Nationalstaaten muss nicht heißen, dass Europa in ein anarchisches Wirrwarr miteinander streitender Regierungen versinkt. Mehr Autonomie wird die europäischen Staaten nicht davon abhalten, miteinander zu handeln und zu verhandeln. Genauso wenig wie Supranationalismus Einvernehmen garantiert, beruht Souveränität auf Feindseligkeit zwischen den Nationen.

In einem Europa wiederbelebter Nationalstaaten werden die Länder weiterhin auf der Grundlage gemeinsamer Interessen und Sicherheitsanliegen Bündnisse schließen. Angesichts der Schwäche der EU haben einige Staaten das bereits getan: Die Tschechische Republik, Ungarn, Polen und die Slowakei – normalerweise eine unverbundene Gruppe – haben sich zusammengetan, um sich gemeinsam gegen die EU-Pläne zu wehren, die sie dazu zwingen würden, Tausende von Flüchtlingen aufzunehmen.

Es wird Zeit, dass führende US-Politiker und Europas politische Klasse sich bewusst machen, dass eine Rückkehr zu Nationalstaaten in Europa nicht in einer Tragödie enden muss. Im Gegenteil.  EPG 1

 

 

 

 

Unser Europa? Euer Europa

 

Warum sich die Ukrainer als Europäer fühlen, mit Europa aber nicht Brüssel meinen. Von Andrej Kurkow

 

Dieses Jahr feiert die Ukraine 25 Jahre Unabhängigkeit. Das Land scheint noch auf der Suche nach der eigenen Identität. Dabei taucht häufig der Begriff „Kosakenstaat“ auf. Was ist damit gemeint?

Diese Idee von der Ukraine als „Kosakenstaat“ wurde in erster Linie für die jüngere Generation, für den Schulunterricht wiederbelebt. Vielleicht soll er bei den Ukrainern das Gefühl einer eigenen Identität verstärken. Das Paradoxe ist, dass an ukrainischen Universitäten die Studierenden nicht die sowjetische Phase der ukrainischen Geschichte lernen, außer ein paar Tragödien wie Holodomor [eine schwere, durch die sowjetische Führung ausgelöste Hungersnot Anfang der 1930er Jahre, Anm. d. Red.] oder die Massendeportationen der ukrainischen Bauern nach Sibirien. Der Begriff Kosakenstaat ist, glaube ich, eine Erfindung. Obwohl es keinen Namen gibt für das politische System, das im 16./17. Jahrhundert in der Ukraine herrschte. Damals gab es keine festgelegten Grenzen, keine Währung, keine zivile Gerichtsbarkeit, nur Militärgerichtsbarkeit, und gewählt wurden nur die obersten Militärränge.

Dient dieser Rückgriff auf die Geschichte dazu, eine eigene Identität der Ukrainer zu stärken?

Das ist eine Erklärung dafür, warum Ukrainer anders sind als Russen. Ich sage nicht, dass alle Ukrainer anders sind. Aber die russische und die sowjetische Identität war gleich: eine kollektive Identität. Wo alle machten, was ihnen gesagt wurde. Die ukrainische anarchische Mentalität war individualistisch. Die Leute wollten frei sein, hatten keinen Respekt vor der Regierung, vor Autoritäten oder Gesetzen. Das gleiche findet man in der heutigen Gesellschaft.

Wie äußert sich das?

Nun, es ist zum Beispiel sehr schwer, den Ukrainern zu erklären, dass sie wie Europäer leben sollen. Dass sie Steuern zahlen sollen. Sie wissen, dass das so sein sollte, aber sie sagen, wenn wir normale, zivilisierte Politiker hätten, dann würden wir auch Steuern zahlen.

Meinen Sie, die Mehrheit der Ukrainer fühlt europäisch? Aber welches Europa ist gemeint?

Das polnische Europa ist gemeint. Das Europa der Nachbarländer, nicht das Europa in Brüssel. Gemeint ist Osteuropa: Polen, Litauen, die Tschechische Republik, Slowakei, Rumänien und Ungarn. Für jene, die in den Karpaten leben, ist Europa sogar noch die K.-u.-k.-Monarchie. Es gibt da eine seltsame Nostalgie was die K.-u.-k.-Monarchie betrifft, auch unter ukrainischen Schriftstellern. Sie schreiben gerne darüber. Ganz aktuell ist das Buch „Felix Österreich“ von Sofia Andruchowytsch, der Tochter des Poeten Juri Andruchowytsch.

Wenn man als Ukrainer pro-europäisch ist, heißt das nicht, dass man Brüssel gut findet, mit der Kommission und den Gesetzen?

Ja genau, denn Brüssel ist zu weit weg. Einige Politiker und Intellektuelle meinen vielleicht das Brüsseler Europa. Die Mehrheit der Ukrainer ist pro-europäisch. Das bedeutet für sie, ein Leben ohne Korruption, mit funktionierenden Gesetzen, die für alle gelten.

Aber das erhoffen sie sich doch durch eine EU-Mitgliedschaft, die vielleicht irgendwann einmal kommt?

Nein, die Menschen reden nicht viel über eine EU-Mitgliedschaft.

Es geht also eher um die europäischen Werte?

Ja, es geht um europäische Werte und Traditionen, um Gerechtigkeit in erster Linie.

Spielt der EU-Binnenmarkt eine Rolle?

Für Geschäftsleute sicherlich, aber für die einfachen Leute spielt das keine Rolle.

Was waren aus Ihrer Sicht die Gründe für die Proteste gegen Präsident Viktor Janukowitsch und den „Euromaidan“?

Ich denke, das war eine Wiederholung dessen, was man von 1945 bis Anfang der 1960er Jahre erlebt hat. Damals war es der Widerstand gegen die sowjetische Regierung und ihre Truppen nach dem Zweiten Weltkrieg. Dieses Mal war es Widerstand gegen die Besetzung der ganzen Ukraine durch die Donezker Elite und gegen Korruption. Denn Janukowitsch hat das Verhalten des sowjetischen Systems übernommen. Als seine Partei, die Partei der Regionen, die Mehrheit im Parlament hatte, und er 2010 Präsident geworden war, schickte er Vertreter aus Donezk oder dem Donbass in alle Regionen des Landes, um wichtige Posten als Richter oder Zollbeamte zu besetzen. Diese Leute waren korrupt, und sie sprachen Russisch. Ukrainisch sprechende korrupte Beamte werden in der Westukraine toleriert, aber nicht Russisch sprechende. Der Euromaidan war eine Revolution gegen die Korruption. Aber die Korruption hatte das Gesicht von Janukowitsch oder von Mykola Asarow, eben der „Donbass“- und Wirtschaftselite.

Gab es noch andere Gründe?

Alle, die zum Euromaidan gingen, hatten eigene Gründe. Es kamen zum Beispiel auch viele aus der Süd- oder Ostukraine, weil sie persönliche Probleme mit Beamten bei sich zu Hause hatten.

Was halten Sie von den Vorwürfen, die Proteste seien von den USA gesteuert worden?

Das ist lächerlich. Der Anfang der Proteste war spontan und gar nicht leicht zu begreifen. Es fing an mit Protesten von Studierenden in Lwiw (Lemberg) und Kiew ab dem 21. November 2013. Die wollten, dass der Ministerpräsident zurückkommt, um das Assoziierungsabkommen mit der Europäischen Union zu unterzeichnen. Die Studentensprecher sagten, dies seien keine politischen Proteste. Sie seien nicht politisch engagiert, sie wollten einfach, dass die Regierung das tut, was sie versprochen hat. Nach den ersten Gewaltausbrüchen am 29. November änderte sich die Situation. Da gingen 100 000 Leute aus Kiew auf den Maidan und viele weitere kamen aus den umliegenden Dörfern und Städten. Dann wurden die Proteste wirklich politisch. Am Anfang in Lwiw wollte die nationalistische Partei Swoboda die Studenten für ihre Zwecke instrumentalisieren; sie behauptete, die Proteste organisiert zu haben. Doch was passierte, war, dass einer der Anführer der Nationalisten in Lwiw, Juri Michaltschischin, von einer Studentenbühne sprach und die Studenten aufforderte, das zu tun, was Swoboda sagt. Daraufhin wurde er hinuntergestoßen und als Antwort darauf behauptete er, die Proteste seien von Janukowitsch organisiert. Es gab ganz viele Intrigen am Anfang. Doch ab dem 29. November waren die Proteste politisch und wurden finanziell unterstützt von der Mittelschicht. Diese finanzierte die Bustransfers und versorgte die Demonstranten mit Lebensmitteln. Das war nicht orchestriert, sondern sehr chaotisch. Drei Anführer von Oppositionsparteien versuchten immer, die Leitung der Proteste zu übernehmen. Aber sie haben es nie geschafft. Alle drei hatten weniger als 30 Prozent Unterstützung der Protestierenden. Die Leute wollten keine Politiker auf der Bühne haben.

Wie könnten „normale“ Beziehungen zu Russland aussehen?

Zurzeit können es nur ökonomische Beziehungen sein, weil es so große Differenzen gibt zwischen der ukrainischen Politik und der russischen Politik und derer beider Eliten. Zudem hat Russland seine Kultur als Waffe gegen die Ukraine eingesetzt. Ich glaube, es wird sehr schwer werden, neue Beziehungen aufzubauen, sei es auf kultureller, sei es auf politscher Ebene. Anfangen kann es nur mit wirtschaftlichen Beziehungen, mit Handel. Wann dann auch andere Kontakte hinzukommen, ist schwer abzuschätzen.

Für wie wichtig halten Sie die Umsetzung des Minsker Abkommens?

Das ist wichtig. Aber es gibt so viele Kleinigkeiten in dem Abkommen, die jede Seite anders verstehen kann. Die Hauptsache ist die Kontrolle der Grenze zwischen Russland und dem Donbass. Das sind, glaube ich, 470 Kilometer, die von der russischen Armee und Separatisten kontrolliert werden. Man kann dort keine Wahlen abhalten, wenn die Ukraine nicht ihre Grenzen kontrolliert. Das heißt, an den Wahlen werden russische Truppen und die Krim teilnehmen, nicht die Leute, die dort wohnen.

Wo sehen Sie die Ukraine in zehn Jahren?

Geopolitisch wird sich die Ukraine Europa stark annähern und ökonomisch wird sie hoffentlich in der Phase sein, in der sich heute Polen befindet.

Die Fragen stellte Anja Papenfuß. IPG 26

 

 

 

 

Flüchtlingskrise: McAllister würdigt Vatikan-Impulse

 

Der frühere Ministerpräsident von Niedersachsen, David McAllister, war an diesem Donnerstag zu Gesprächen im Vatikan. Im Staatssekretariat unterhielt sich der CDU-Politiker, der auch Abgeordneter im Europäischen Parlament ist, mit dem vatikanischen „Vize-Außenminister“ Antoine Camilleri über die Flüchtlingskrise in Europa. „Ich wollte vor allem von ihm wissen, wie der Heilige Stuhl die Flüchtlingspolitik beobachtet und welche Empfehlungen wir bekommen, um diese große Herausforderung zu bewältigen. Wir waren uns vor allem einig, dass die Afrikapolitik nicht nur in unserem Interesse, sondern auch im Interesse der Menschen in Afrika in den nächsten Jahren eine besondere Rolle spielen wird.“

McAllister war von 2010 bis -13 niedersächsischer Ministerpräsident; er ist Vizepräsident der Europäischen Volkspartei, gehört zum Ausschuss für auswärtige Angelegenheiten im Europaparlament und bleibt eine der aufstrebenden Hoffnungen der deutschen CDU. In Rom führt er zwei Tage lang politische Gespräche – nicht nur im Vatikan, aber eben auch.

„Eindrucksvoll fand ich den Hinweis, dass die katholische Kirche großen Wert darauf legt, dass wir nicht über die reinen Zahlen und Nummern von Menschen sprechen, sondern dass hinter jedem Schicksal eines Flüchtlings oder Migranten ein ganz individuelles Schicksal steht. Und dass jeder Mensch bei uns in Europa Anspruch auf eine vernünftige, menschenwürdige, humanitäre Behandlung hat.“

„Nicht richtig, dass einige Staaten mehr Verantwortung übernehmen als andere“

Die katholische Kirche habe in den letzten Monaten „immer wieder wichtige Hinweise in die Debatte gegeben“, so der Protestant Mc Allister. Im Gespräch mit Radio Vatikan zählte er einige dieser Punkte auf: „Dass die EU ein Kontinent der Humanität ist. Dass wir eine besondere humanitäre Verantwortung haben, und dass europäische Werte auch daran gemessen werden, wie wir mit anderen Menschen umgehen. Dass die Geschichte Europas, ja die ganze Menschheitsgeschichte, immer eine Geschichte von Migrationsbewegungen war. Und dass wir ganz unabhängig von der Hauptfarbe, der Herkunft, des Geschlechts und auch der religiösen Orientierung jeden Menschen mit Respekt und Anstand behandeln sollten.“

Europa habe in dieser Hinsicht in den letzten Jahren „wirklich viel geleistet“, glaubt der CDU-Politiker. „Aber natürlich sind auch unsere Möglichkeiten auf Dauer endlich. Ich werbe sehr dafür, dass wir in der EU solidarischer mit dieser Situation umgehen. Es kann auf Dauer nicht richtig sein, dass einige wenige Staaten sehr viel mehr Verantwortung übernehmen als andere, die noch etwas leisten könnten! ... Gut fand ich auch den Hinweis: Mauern bauen oder Zäune errichten ist keine Lösung. Das war ja auch immer der deutsche Ansatz…“

Die Ursachen der Migrationsbewegungen müssten „vor Ort gelöst werden“; die EU solle in den nächsten Jahren „sehr viel mehr tun, um für Frieden, Freiheit und ökonomisches Wohlergehen in den Herkunftsstaaten zu sorgen“. Fluchtursachen bekämpfe man nun mal „am besten vor Ort“. Der Besuch von Bundeskanzlerin Angela Merkel in Mali und Niger hat nach MacAllisters Dafürhalten „gezeigt, dass Europa in der Afrikapolitik einen ganz neuen Ansatz verfolgen muss“.

„Das Asylrecht kennt keine Obergrenze“

„Aber diejenigen, die sich auf den weiten Weg nach Europa gemacht haben und einen Grund haben hierzubleiben; die Angst um Leib und Leben haben; die politisch und religiös verfolgt werden – da haben wir aus meiner Sicht eine humanitäre, ja christliche Verpflichtung, diesen Menschen auch zu helfen. Das Asylrecht kennt eben keine Obergrenze, sondern es ist ein individuelles Recht…“

Wirtschaftsflüchtlingen allerdings müsse man „deutlich machen, dass das deutsche oder europäische Asylrecht nicht der Weg für eine legale Migration nach Europa“ sei. „Es gibt andere Wege, die muss man nutzen. Wir werden auf Dauer die Akzeptanz des politischen Asylrechts nur aufrechterhalten können, wenn wir eben auch klar unterscheiden zwischen denen, die bleiben dürfen, und denjenigen, die nicht bleiben können. Und die müssen dann auch konsequent zurückgeführt werden!“

Mac Allister verteidigte das Flüchtlingsabkommen, das die EU mit der Türkei abgeschlossen hat und das von vielen humanitären Gruppen, darunter auch der internationalen Caritas, scharf kritisiert wird. Ein Blick auf die Landkarte zeige nun mal, dass die Türkei „eine zentrale Rolle bei den Migrationsbewegungen“ spiele.

EU-Türkei-Deal: „Geschäftsmodell der Schlepper ist zerstört worden“

 „Niemand hat sich die Türkei als Partner ausgesucht, aber die Geographie gibt hier eine eindeutige Antwort! Ich kenne die Kritik am Abkommen, ich kann auch die Kritik aus den Reihen von Teilen der katholischen Kirche nachvollziehen. Auf der anderen Seite war das Abkommen EU-Türkei ein konsequenter Schritt, um das Geschäftsmodell der Schleuser kaputtzumachen! Wir haben zum ersten Mal die böse Logik der Schleuser und Schlepper durchbrochen, dass, wenn man Menschen in ein Boot setzt, mit ihrem Leben spielt und auf so eine gefährliche Seereise setzt – dass man darauf hofft, dass sie gerettet und in die EU gebracht werden. Das Geschäftsmodell der Schlepper ist zerstört worden.“

Außerdem sprächen auch die Zahlen „eine eindeutige Sprache“: Immer weniger Migranten kämen seit dem Abschluss des Abkommens über die Türkei in die EU. Er könne sich, ebenso wie Merkel, analoge Abkommen auch mit nordafrikanischen Ländern vorstellen: „Mit Ägypten, Tunesien, möglicherweise eines Tages auch mit Libyen. Ich glaube, das ist der richtige Weg! Ich weiß, dass das teilweise kritisch gesehen wird, doch ich halte das für einen sinnvollen, richtigen Weg.“

„Unendlich traurig über Brexit“

Auf das Thema Brexit sei er im Vatikan nicht angesprochen worden, so der Politiker, der seit seiner Geburt auch die britische Staatsangehörigkeit hat. Er halte den Brexit für „die größte Herausforderung für die EU“ und sei „unendlich traurig“ über das Ergebnis der Volksabstimmung vom 23. Juni, doch sei diese demokratische Entscheidung nun einmal zu respektieren.

„Das wird nicht einfach – da machen wir uns mal nichts vor… Meine Auffassung ist: Es geht jetzt nicht darum, die Briten in irgendeiner Weise zu bestrafen. Sie bleiben ja unsere Partner, Freunde und Nachbarn! Es muss allerdings auch klar sein: Wir in der EU haben bestimmte Regeln, und da kann man mitmachen oder nicht… Also, es hängt jetzt sehr davon ab, was die britische Regierung eigentlich will.“

Der vatikanische „Außenminister“, der britische Erzbischof Paul Richard Gallagher, hatte sich vor dem Referendum unmißverständlich für einen Verbleib Großbritanniens in der Europäischen Union eingesetzt. Doch unmittelbar nach dem Referendum mit seinem Sieg des „No“ forderte der Papst vor Journalisten dazu auf, dass das Resultat respektiert werden müsse.

„Vor dem Referendum fand ich es sehr mutig, dass es nicht nur aus den Reihen der katholischen, sondern beispielsweise auch der anglikanischen Kirche klare Empfehlungen gab, für „Remain“ zu stimmen… Auch ich habe mich leidenschaftlich für „Remain“ eingesetzt, aber ich würde das genauso formulieren wie Papst Franziskus: dass eben am 23. Juni eine demokratische Entscheidung getroffen wurde. Ich halte sie für einen schwerwiegenden Fehler – aber so ist Demokratie.“

Natürlich könne man lange darüber diskutieren, ob es richtig gewesen sei, eine Volksabstimmung anzusetzen, aber das sei jetzt „spilled milk“, also verschüttete Milch. „Ich glaube, manche in London würden manches anders machen, wenn sie geahnt hätten, was da auf sie zukommt…“  (rv 03.11.)

 

 

 

 

Bildung und Arbeitsmarkt. Migranten zweiter Generation überflügeln Einheimische

 

Einwanderer der zweiten Generation in der EU sind in der Regel gut in den Arbeitsmarkt integriert und haben ein höheres Bildungsniveau als Einheimische. Das geht aus Daten des Eurostat hervor. Deutschland weicht jedoch vom Durchschnitt ab.

Migranten der zweiten Generation in der EU besitzen im Durchschnitt öfter einen sehr hohen Bildungsabschluss als die übrige Bevölkerung. Deutlich mehr als jeder Dritte der 25- bis 54-Jährigen konnte 2014 einen Hochschulabschluss vorweisen, wie das EU-Statistikamt in Luxemburg mitteilte. Bei den Einwohnern ohne Migrationshintergrund im Alter von 25 bis 54 Jahren konnten nur 30,9 Migranten der ersten Generation schnitten unterschiedlich gut ab. Diejenigen, die in einem anderen EU-Staat geboren waren, kamen auf 33,3 Prozent. Bei den Migranten, die von außerhalb der Union eingewandert waren, waren es 29,4 Prozent. Damit stellten diese Migranten der ersten Generation im Schnitt den niedrigsten Wert aller Gruppen.

Deutschland kein Durchschnittsland

Betrachtet man die einzelnen EU-Länder, ergibt sich wiederum ein differenziertes Bild. Deutschland entsprach nicht dem Durchschnitt; allerdings wies Eurostat darauf hin, dass die Datenbasis für Deutschland eine andere gewesen sei als für die übrigen EU-Staaten. Demnach wiesen in Deutschland die Einwohner ohne Migrationshintergrund in der genannten Altersgruppe mit 29,2 Prozent die höchste Rate der universitären Bildung auf. Wie in der EU insgesamt hatten aber die Migranten der zweiten Generation mehr Hochschulabschlüsse als die der ersten Generation, nämlich 25,1 Prozent gegenüber 23,7 Prozent. Irland, Dänemark und die Niederlande waren in der Statistik nicht berücksichtigt.

Gute Arbeitsmarktintegration von Einwanderern

Ein ähnliches Bild zeichnen die Daten auch bei der Arbeitsmarktintegration. Im Jahr 2014 waren auf EU-Ebene 81,1% der Einwanderer der zweiten Generation zwischen 25 und 54 Jahren mit mindestens einem in der EU geborenen Elternteil in Beschäftigung. Dieser Anteil war etwas höher als bei den im Inland geborenen Personen ohne Migrationshintergrund (78,6%, ein Unterschied von 2,5 Prozentpunkten) und 7,1 Prozentpunkte höher als bei Einanderern der zweiten Generation mit zwei außerhalb der EU geborenen Elternteilen (74,0 Prozent). Zudem war die Beschäftigungsquote bei den Einwanderern der zweiten Generation mit EU-Hintergrund höher als bei Einwanderern der ersten Generation, die in einem anderen EU-Mitgliedstaat (Unterschied von 4,0 Prozentpunkten) oder in einem Drittstaat (15,6 Pp.) geboren wurden.

Laut Eurostat weicht Deutschland auch bei der Arbeitsmarktinegration vom EU-Durchschnitt ab: Während 86 Prozent aller im Inland geborenen ohne Migrationshintergrund beschäftigt waren, waren es bei Einwanderern der zweiten Generation 80,6 Prozent. Einwanderer der ersten Generation kommen weisen eine Beschäftigungsquote von 72,8 Prozent auf. (epd/mig 31)

 

 

 

 

Was ist neu? Neuregelungen zum November 2016

 

Erstmalig bekommt Deutschland ein zentrales Transplantationsregister, das alle Daten zur Organspende bündelt und verknüpft. Opfer von Menschenhandel und Zwangsprostitution sind jetzt besser geschützt. Natur- und Landschaftspflege erhalten mehr Förderung.

 

Gesundheit. Mehr Transparenz bei Organspende

Deutschland richtet erstmals ein zentrales Transplantationsregister ein, das alle Daten zur Organspende bündelt und miteinander verknüpft. Es dient der Patientensicherheit und sorgt für mehr Transparenz. Datenschutz hat dabei oberste Priorität. So dürfen Daten von lebenden Organspendern und Organempfängern erst übermittelt werden, wenn sie ausdrücklich einwilligen.

Bundesärztekammer, GKV-Spitzenverband und Deutsche Krankenhausgesellschaft werden das Register einrichten. Das Gesetz zum Aufbau des Registers tritt am 1. November 2016 in Kraft.

 

Justiz. Maßnahmen gegen Menschenhandel

Die Bundesregierung geht aktiv gegen Menschenhandel und Organisierte Kriminalität vor. Sie verbessert den strafrechtlichen Schutz von Opfern von Menschenhandel und Zwangsprostitution weiter. Er gilt künftig für Personen, die sich in einer persönlichen oder wirtschaftlichen Zwangslage befinden oder aufgrund ihres Aufenthalts in einem fremden Land hilflos sind. Das Gesetz ist am 15. Oktober 2016 in Kraft getreten.

 

Landwirtschaft. Mehr Förderung für ländliche Infrastruktur und Naturschutz

Die Infrastruktur ländlicher Räume kann künftig im Rahmen der Gemeinsamen Agrarpolitik gefördert werden. Auch die Fördermöglichkeiten im Bereich des Klima- und Naturschutzes, insbesondere der Vertragsnaturschutz und die Landschaftspflege, werden erweitert. Das geänderte Gesetz über die

Gemeinschaftsaufgabe Agrar- und Küstenschutz (GAK) ist am 15. Oktober in Kraft getreten. Pib 31

 

 

 

 

Ministerpräsidentin Kraft beim Papst: Lob präventiver Politik

 

Unbegleitete junge Flüchtlinge sind ein Thema für die Politik im Bundesland Nordrhein Westfalen, die Ministerpräsidentin des Landes, Hannelore Kraft, war an diesem Samstag in Rom, um in einer Audienz mit Papst Franziskus darüber zu sprechen. Sie wisse, dass Flüchtlinge ein wichtiges Anliegen des Papstes seien, so Kraft bei einer Pressebegegnung nach der Audienz, deswegen habe sie konkret aus dem Alltag der Politik vor Ort berichten wollen. „Wir haben insgesamt in NRW im vergangenen Jahr 350.000 Flüchtlinge aufgenommen, davon sind etwa 200.000 geblieben, darunter sind zur Zeit rund 12.500 unbegleitete Minderjährige.“

Ministerpräsidentin Kraft wurde von ihrer Stellvertreterin Sylvia Löhrmann begleitet, außerdem von einem Teil einer Familie: Vater und Tochter waren gemeinsam mit einem jungen 15jährigen Flüchtling bei der Papstaudienz dabei, der Afghane war unbegleitet nach Deutschland geflohen und lebt jetzt in der insgesamt fünfköpfigen Familie.

Bei den wachsenden Flüchtlingszahlen hätten die Jugendämter allein das gar nicht schaffen können, berichtet Kraft, deswegen sei der Kreis Euskirchen - aus dem die Familie kommt - kreativ geworden. „Wir wissen, wie wichtig das ist, bei der Integration früh gut einzusetzen, deswegen hat der Kreis einen Aufruf in die Bevölkerung gemacht und es haben sich etwa 180 Familien gemeldet und inzwischen sind 30-40 Jugendliche in Familien untergebracht. Es war wichtig für mich, das hierher zu transportieren, als Symbol wie viel ehrenamtliches und wie viel christliches und katholisches Engagement es in unserem Land gibt, wie viel Engagement aus tiefster Nächstenliebe heraus.“

Thema: Minderjährige unbegleitete Flüchtlinge

In der Audienz sei es dann über das Thema unbegleitete minderjährige Flüchtlinge hinaus um das Thema präventive Politik gegangen. „Ich konnte berichten, wie Strukturen verändert werden, damit Familien frühzeitig Hilfe erhalten können.“ Die Weichenstellungen für ein gelingendes Leben würden nicht erst in Kita oder Schule gestellt, sondern viel früher, man wolle deswegen gezielt „Brücken des Vertrauens“ zu den Eltern bauen, so Kraft. Dazu würden kommunale Strukturen geändert, erste Auswertungen eines Pilotprojektes zeigten, dass dieser Ansatz wirke.

Prävention stehe im Zentrum, schon früh würden Besuche bei Familien stattfinden, damit nicht erst bei Problemen die Frage auftauche, wohin sich die Familie wenden könnte. Deswegen wolle man frühzeitig Vertrauen aufbauen, so Kraft. Beim Papst habe das sehr viel Anklang gefunden. „Er hat Bezüge hergestellt zu einer präventiven Politik, die er auch in seinem Heimatland für wichtig hält, gerade was Drogenprävention angeht“, berichtete Kraft aus der Audienz. „Er hat Beispiele ausgeführt und es gab einen intensiven Austausch, er hat uns sehr bestärkt, diesen Politikansatz weiter zu verfolgen. Das war auch für mich wichtig, das gibt mir zusätzlich Kraft. Auch als Politikerin braucht man ab und zu eine Unterstützung von außen.“

Aus Fehlern lernen

Dieser Politikansatz komme nun der Aufnahme von unbegleiteten jugendlichen Flüchtlingen zu Gute, berichtet Kraft. Bei der Integration seien in der Vergangenheit auch Fehler gemacht worden, allein der Begriff „Gastarbeiter“ zeige, wie man davon ausgegangen sei, dass diese Menschen wieder gingen. Das sei alles anders gekommen und daraus könne man lernen. „Da darf man auch nicht drüber hinweg blicken. Wir haben in der Vergangenheit Fehler gemacht, wir machen heute noch nicht alles richtig, aber von der Grundstruktur her sind wir glaube ich gut aufgestellt.“  (rv 05.11.)

 

 

 

Die Reform des BND ist bestätigt

 

Für die Kontrolle der Ausland-Ausland-Fernmeldeaufklärung soll laut der BND-Reform künftig ein sogenanntes Unabhängiges Gremium aus Richtern und Bundesanwälten zuständig sein.

Die Reform des Bundesnachrichtendienstes (BND) ist nach langem Gezerre unter Dach und Fach. Nach dem Bundestag billigte heute auch der Bundesrat  die neuen Regeln, die auch die Kontrolle der Geheimdienste verbessern sollen.

Die Enthüllungen des ehemaligen US-Geheimdienstmitarbeiters Edward Snowden hatten ein Schlaglicht auf die Zusammenarbeit zwischen dem US-Geheimdienst und dem BND bei der Abschöpfung von Kommunikationsdaten geworfen. Unter anderem soll der deutsche Auslandsgeheimdienst für die NSA europäische Verbündete ausgeforscht haben.

Union und SPD hatten sich bereits im vergangenen Jahr auf eine Geheimdienstreform verständigt. Die von den Koalitionsfraktionen vorgesehene Beschränkung der BND-Aktivitäten stieß aber innerhalb der Regierung nicht zuletzt wegen der Gefahr von islamistischen Anschlägen auf Widerstand. Im Juni einigte sich die große Koalition dann auf eine abgeschwächte Fassung.

Überwachung von wem?

Das Gesetz regelt die strategische Fernmeldeaufklärung von Ausländern im Ausland – also das Überwachung von Telefon und Internetverbindungen durch den BND, um an Informationen über Bedrohungen zu gelangen und die außenpolitische Handlungsfähigkeit der Bundesrepublik zu wahren. Dazu kann der Geheimdienst auch Internetknotenpunkte in Deutschland anzapfen, über die der weltweite Datenverkehr abgewickelt wird. Welche Telekommunikationsnetze überwacht werden, muss das Bundeskanzleramt festlegen.

Die auf der Grundlage von Suchbegriffen gesammelten Daten darf der BND dann bis zu sechs Monate speichern und auch an ausländische Dienste wie die NSA weitergeben. Wirtschaftsspionage wird aber ausdrücklich untersagt, ebenso das gezielte Ausspähen befreundeter Staats- und Regierungschefs.

Das Gesetz sieht zudem rechtliche Hürden für das Abhören von Bürgern und Institutionen in der Europäischen Union vor. In Ausnahmefällen ist es allerdings weiterhin möglich, Ziele in der EU auszuspionieren – etwa bei Terrorgefahren oder der Bekämpfung von illegalem Waffenhandel.

 Pro und Kontra Überwachung

„Eine Erhebung von Daten aus Telekommunikationsverkehren von deutschen Staatsangehörigen, von inländischen juristischen Personen oder von sich im Bundesgebiet aufhaltenden Personen ist unzulässig“, heißt es in dem Gesetz. Allerdings wird nicht ausgeschlossen, dass bei Überwachungsmaßnahmen auch Daten von Deutschen im Netz des BND landen. Ein mehrstufiges Filtersystem soll dafür sorgen, solche Verkehre zu erkennen und unverzüglich zu löschen.

Grüne und Linke beklagen, dass die Bundesregierung eine Massenüberwachung ermögliche und die rechtswidrigen Praktiken des Bundesnachrichtendienstes nachträglich legitimiere. Auch in der Zivilgesellschaft gibt es Widerstand: Ein Bündnis, dem unter anderem Amnesty International, Journalistenverbände und der Deutsche Anwaltsverein angehören, kritisiert, dass vage Kriterien dem BND nahezu ungehinderten Zugriff auf Telekommunikationsnetze erlaubten. Drei UN-Sonderberichterstatter zeigten sich besorgt, dass ausländische Journalisten und Rechtsanwälte ausgespäht werden können.

Wer kontrolliert den BND?

Für die Kontrolle der Ausland-Ausland-Fernmeldeaufklärung soll laut der BND-Reform künftig ein sogenanntes Unabhängiges Gremium aus Richtern und Bundesanwälten zuständig sein, die von der Bundesregierung berufen werden. Kritiker befürchten eine Aushebelung des Parlamentarischen Kontrollgremiums (PKGr), das im Bundestag mit der Kontrolle der Geheimdienste beauftragt ist. Das PKGr wacht dabei nicht nur über den BND, sondern auch über den Verfassungsschutz und den Militärischen Abschirmdienst.

Das Gesetz zur Geheimdienstkontrolle sieht die Bestellung eines „Ständigen Bevollmächtigten des Parlamentarischen Kontrollgremiums“ vor, der die Arbeit des Gremiums unterstützen und mit anderen Kontrollinstanzen koordinieren soll.

Das PKGr soll künftig zudem einmal im Jahr die Präsidenten der deutschen Nachrichtendienste öffentlich befragen. Ferner soll der Schutz für Hinweisgeber aus den Nachrichtendiensten verbessert werden.  EurActiv mit AFP 4

 

 

 

Keine Leitkultur. Soziologin schlägt Integrationskurse auch für Deutsche vor

 

Soziologin Treibel wirft Einheimischen vor, sich ohne jede Not Veränderungen zu verschließen. Dabei sei Einwanderung ein wichtiges Element moderner Gesellschaften. Deshalb fordert sie Integrationskurse für alle.

In Zeiten anhaltender Migration müssen sich nach Überzeugung der Soziologin Annette Treibel auch Einheimische in das Einwanderungsland Deutschland integrieren. Die Karlsruher Wissenschaftlerin plädierte bei einer Diskussionsveranstaltung am Donnerstagabend in Düsseldorf für „Integrationskurse für alle“. Obwohl Deutschland inzwischen ein Einwanderungsland sei, weigerten sich viele Deutsche und auch bereits vor vielen Jahren Zugewanderte nach wie vor, ihren Anteil an der Integration zu leisten.

Zu viele Deutsche würden sich zudem ohne jede Not den aktuellen Veränderungen verschließen, kritisierte Treibel weiter. Einwanderung sei ein wichtiges Element moderner Gesellschaften. Dabei gehörten Konflikte zur Integration dazu, allerdings nicht auf dem „Erregungslevel“ der vergangenen zwei Jahre, sagte die Wissenschaftlerin.

Soziologin gegen Leitkultur

Es gehe nicht an, dass sogar in Deutschland geborene und aufgewachsene Menschen mit Migrationshintergrund immer noch gefragt würden, wo sie eigentlich herkämen oder warum sie trotz ihres anderen Aussehens so gut Deutsch sprechen könnten, kritisierte die Professorin vom Institut für Transdisziplinäre Sozialwissenschaft an der Pädagogischen Hochschule Karlsruhe. Als „Einwanderungsland wider Willen“ müsse sich Deutschland „nicht über widerwillige Einwanderer wundern“.

Zuwanderer, Asylbewerber und Flüchtlinge sollten die Perspektive bekommen, „einheimisch zu sein“, sagte die Soziologin. „Einheimisch ist man dann, wenn man mit den Verhältnissen an seinem Wohnort vertraut ist.“ Treibel sprach sich dafür aus, statt der oft geforderten Leitkultur das Leitbild einer Einwanderungsgesellschaft zu propagieren. „Dazu gehört auch das Bewusstsein, dass man deutsch auch werden kann.“ (epd/mig 31)

 

 

 

 

Demokratie integriert: Flüchtlinge blicken in „Seele“ hessischer Kommunalpolitik

 

Ausländerbeiräte sind Botschafter für Teilhabe und Demokratie/

Norbert Kartmann, Hessischer Landtagspräsident und Ministerpräsident Volker Bouffier Schirmherren der Aktion

 

Ausländerbeiräte werden aktiv Pate in Sachen Demokratie. Der November 2016 steht ganz im Zeichen einer neuen besonderen Willkommenskultur: In ganz Hessen erhalten Flüchtlinge in mehr als 30 ausgewählten hessischen Kommunen und Landkreisen lebensnahe Einblicke in die gelebte, alltäglich erfahrbare Demokratie hessischer Städte und Gemeinden.

 

Der Vorsitzende des Landesausländerbeirats, Enis Gülegen, gab heute den Startschuss für diese in Hessen bisher einmalige Aktion. Flüchtlinge besuchen gemeinsam mit den örtlichen Ausländerbeiräten die Sitzungen der Stadtverordnetenversammlungen, der Gemeindevertretungen oder Kreistage. Sie führen Gespräche mit Mandatsträgern oder nehmen an politischen Rathausführungen teil. Und sie erfahren, wie parlamentarisch-demokratische Abläufe ‚im Kleinen’ funktionieren. Wofür wird gestritten? Warum kämpft man um sichere Kreuzungen, um neue Ampeln? Mehr Radwege, gute Parkplätze? Warum ist es so wichtig, eine Kita zu bauen und zu fördern? Demokratie ist gelebter Streit im Alltag, und die Kommunen sind echte Lösungsinstanzen. Das sollen Flüchtlinge erleben.

 

„Demokratie zum Anfassen und ganz konkret. Das ist unser Ziel. Flüchtlinge erfahren unmittelbar, wie Demokratie bei uns funktioniert. Für manchen Flüchtling ist völlig neu, warum es Streit um neue Wohnungen geben kann. Warum soll man sich für die Stadtbücherei einsetzen oder für die Gestaltung der Friedhofssatzung.  Wir wollen sie daran teilhaben lassen, und sie zugleich ermutigen, selbst initiativ zu werden. Eigene Interessen auszuloten und zu formulieren. Als Neubürger dieses Landes, als Teil einer zusammenhaltenden Gemeinschaft“, begründete Gülegen die Initiative.

 

Gülegen: „Gelebte Integration – wir wollen, dass das keine Floskel ist und bleibt!“ Für den Landesausländerbeirat ist die Aktion ein guter Weg zu mehr Teilhabe. Dazu gehöre nicht nur Sprachvermittlung oder der Zugang zum Arbeitsmarkt.  Gülegen: „Hier zu Hause sein, heißt auch die Grundprinzipien unserer parlamentarischen Demokratie zu kennen und die Möglichkeiten der politischen Teilhabe zu nutzen.“ Mit der Aktion werde dazu ein erster Schritt getan.

 

In den hessischen Ausländerbeiräten wirken seit Jahrzehnten Menschen mit, die nicht selten ähnliche Erfahrungen wie die neu Zugewanderten gemacht hätten. Gülegen: „Die Ausländerbeiräte sind daher als Mittler und Brückenbauer prädestiniert. Sie sind Botschafter für Teilhabe und Demokratie!“

 

"Demokratie in Hessen erleben", eine Aktion, die sich einprägen wird. Und für die Landtagspräsident Norbert Kartmann und Ministerpräsident Volker Bouffier die Schirmherrschaft übernommen haben. Agah 31

 

 

 

 

Mehr Energie aus der Sonne gewinnen

 

Wissenschaftler der Freien Universität und der University of Cambridge veröffentlichen in renommierter Fachzeitschrift Nature Physics eine Studie über Möglichkeiten zur Erhöhung des Wirkungsgrades der Solarenergie-Erzeugung

 

Wissenschaftler der Freien Universität Berlin und der University of Cambridge haben einen vielversprechenden Weg zur Effizienzsteigerung bei der Gewinnung von Solarenergie erforscht. Dem Team um die Professoren Jan Behrends und Robert Bittl vom Fachbereich Physik der Freien Universität und Leah Weiss, Dr. Akshay Rao und Professor Neil Greenham von der University of Cambridge gelang es, durch eine sogenannte Singulett-Spaltung erzeugte Anregungszustände in organischen Halbleitern zu untersuchen. Die Wissenschaftler nutzen eine Kombination aus Laserlicht, Mikrowellen und magnetischen Feldern; sie konnten damit Eigendreh-Impulse (engl. Spin) der Anregungszustände analysieren, die in durch Licht angeregten Molekülsystemen auftreten. Die Ergebnisse wurden in der Online-Ausgabe der renommierten Zeitschrift Nature Physics veröffentlicht.

Weltweit versuchen Forscher, den Prozess der Singulett-Spaltung zu verstehen mit dem Ziel, Sonnenlicht effizienter in elektrische Energie umwandeln zu können. Materialien, in denen Singulett-Spaltung in Solarzellen auftritt, könnten den Wirkungsgrad der Solarenergiegewinnung in der Zukunft deutlich steigern. Hierfür muss der Prozess aber besser verstanden werden, um die Materialien zu optimieren und für die Energiegewinnung von Solarenergie einsetzen zu können.

In den meisten existierenden Solarzellen wird das Licht durch Halbleitermaterialien wie Silizium absorbiert. Dabei erzeugt ein Lichtteilchen (Photon) einen Anregungszustand im Material, der zur Erhöhung der Beweglichkeit eines Elektrons führt und dem Elektron genügend Energie überträgt um die Solarzelle zu verlassen und schließlich als elektrischer Strom genutzt zu werden.

In bestimmten Materialien erzeugt ein Photon ein sogenanntes Singulett-Exziton, das sich spontan in zwei neue Anregungszustände (Exzitonen) aufspaltet, die zusammen die gleiche Energie tragen wie das ursprüngliche Singulett-Exziton, aber jedes einen anderen Spin besitzt, also unterschiedliche Eigendreh-Impulse. Diese sogenannten angeregten Triplett-Exzitonen können auf andere Moleküle übergehen, durch das Material wandern und im Idealfall jeweils ein bewegliches Elektron und somit elektrischen Strom erzeugen.

Dieser Spaltungsprozess des nach der Lichtaufnahme erzeugten Singulett-Exzitons in zwei Triplett-Exzitonen wird als Singulett-Spaltung bezeichnet. Für Wissenschaftler, die sich die Umwandlung von mehr Solarenergie in elektrische Energie zum Ziel gesetzt haben, bedeutet dieser Prozess ein "Zwei-für-eins-Geschäft" bei der Stromerzeugung, wenn man das Verhältnis zum absorbierten Licht betrachtet. Falls es also gelingt, Materialien, in denen Singulett-Spaltung auftritt, in Solarzellen zu integrieren, wird eine effizientere Energieumwandlung von Sonnenlicht möglich.

Die technische Umsetzung des Konzeptes ist allerdings komplex: Eine Herausforderung besteht in der sehr kurzen Lebensdauer der Triplett-Exzitonen-Paare von nur einem Sekundenbruchteil. Innerhalb dieser Zeit müssen die Triplett-Exzitonen weit genug voneinander entfernt werden, um nicht der Triplett-Triplett-Annihilation - also einem Umkehrprozess zur Singulett-Spaltung - zum Opfer zu fallen. Dabei hängt ihre Lebensdauer von ihrem Gesamt-Spin ab, also von der unterschiedlichen Ausrichtung ihrer Eigendrehimpulse. Die Beobachtung ihres Spin-Zustands, beginnend mit der Erzeugung des Triplett-Paars bis zu ihrem Zerfall, ist eine wichtige Voraussetzung, um in einem weiteren Schritt die Energie der Triplett-Zustände in elektrischen Strom umzusetzen.

In ihrer Studie setzten die Forscher der Freien Universität Berlin und der University of Cambridge eine Methode ein, die die Messung des Spin-Zustands im Zeitverlauf erlaubt. Sei griffen dabei auf die Elektronen-Spin-Resonanz-Spektroskopie (ESR) zurück. Diese vor 60 Jahren entdeckte Methode wird mit fortschreitender Verbesserung genutzt, um den Spin als wichtige Beobachtungsgröße für eine Vielzahl von Phänomen experimentell zugänglich zu machen.

Dabei wird das zu untersuchende Material in einem großen Elektromagneten platziert. Die Moleküle der Probe werden mit Laserlicht angeregt, und es wird ihre Mikrowellenabsorption gemessen; diese liefert Aufschluss über die Zeitentwicklung des Spin-Zustands. Für den Singulett-Spaltungsprozess ist die Technik von besonderer Bedeutung, da die entstehenden Triplett-Zustände für andere Techniken nur sehr schlecht sichtbar sind.

Da der Spin der Anregungszustände mit dem Magnetfeld und der Mikrowellenstrahlung wechselwirkt, kann diese Wechselwirkung als zusätzliche Informationsquelle über die Entwicklung der Triplett-Exzitonen nach ihrer Erzeugung herangezogen werden und erlaubt zudem die Manipulation des Spinzustandes. Diese Möglichkeit der Spin-Manipulation setzten die Forscher in der neuen Studie erfolgreich um.

Die Untersuchungen wurden von Dr. Akshay Rao, Research Associate am St. John's College, University of Cambridge, Professor Neil Greenham vom Department of Physics, University of Cambridge, und Professor Jan Behrends vom Fachbereich Physik der Freien Universität Berlin geleitet.

Leah Weiss, Gates-Cambridge Scholar und Physik-Doktorandin am Trinity College, Cambridge, ist Erstautorin des Artikels. "Diese Forschungsarbeit wirft viele neue und interessante Fragen auf", sagt sie. "Bisher ist noch unklar, wodurch bestimmt wird, ob sich die Anregungszustände trennen oder paarweise zusammen bleiben. Fragen dieser Art werden Gegenstand künftiger Forschungsaktivitäten sein."

Den Forschern war es möglich, die Spinzustände der Triplett-Exzitonen detailliert zu untersuchen. Sie beobachteten sowohl schwach als auch stark gekoppelte Spinzustände. Diese Beobachtung weist auf eine Koexistenz von unterschiedlichen Paaren hin, die räumlich nah beieinander liegen oder weiter entfernt sind. Interessant war für die Forscher, dass sie auch stark gekoppelte Zustände noch einige Mikrosekunden nach deren Erzeugung messen konnten. Bisher waren sie davon ausgegangen, dass die Lebensdauern dieser Zustände viel kürzer sind.

"Die Beobachtung dieser stark gekoppelten Paare war gänzlich unerwartet", betont Leah Weiss. "Wir vermuten, dass sie durch ihren Spinzustand ;geschützt' sein könnten und sie deshalb weniger schnell zerfallen. Folgearbeiten werden sich auf die Herstellung von elektronischen Bauelementen und die Untersuchung der Nutzbarkeit der hier gefundenen Zustände in Solarzellen konzentrieren."

Professor Behrends von der Freien Universität Berlin unterstreicht: "Diese internationale Zusammenarbeit zeigt eindrucksvoll, dass die Kombination der Expertise von Wissenschaftlern aus unterschiedlichen Fachgebieten interessante und neue Einblicke in einem außerordentlich wichtigen Forschungsfeld ermöglicht. Künftige Studien werden zum Ziel haben, die hier beobachteten stark gekoppelten Paare effektiv aufzuspalten, um die Effizienz von Solarzellen, die Singulett-Aufspaltung nutzen, weiter zu erhöhen."

Auch über die Photovoltaik hinaus eröffnet diese Arbeit nach Einschätzung der Forscher neue Möglichkeiten. So können die hier gewonnenen Erkenntnisse hilfreich bei der Entwicklung schneller und effizienter elektronischer Bauelemente sein, die die Spin-Eigenschaften in geschickter Weise ausnutzen; es handelt sich um sogenannte "Spintronik"-Bauelemente. Auch hierbei ist die Möglichkeit der Messung und Kontrolle von Spin-Zuständen von entscheidender Bedeutung.

Die aktuelle Forschungsarbeit wurde unterstützt vom UK Engineering and Physical Sciences Research Council (EPSRC) sowie von der Freien Universität Berlin im Rahmen der Exzellenzinitiative des Bundes und der Länder. Jan Behrends leitet an der Freien Universität und am Helmholtz-Zentrum Berlin für Materialien und Energie eine Nachwuchsgruppe, die aus Exzellenzmitteln finanziert wird. Leah Weiss und ihr Kollege Sam Bayliss führten die spektroskopischen Messungen in den Laboren des Berlin Joint EPR Labs von Professor Jan Behrends und Professor Robert Bittl an der Freien Universität Berlin durch. Die Arbeit ist außerdem Teil der "Cambridge initiative to connect fundamental physics research with global energy and environmental challenges" (Cambridge-Initiative zur Vernetzung physikalischer Grundlagenforschung mit globalen Energie- und Umweltherausforderungen), unterstützt durch das "Winton Programme for the Physics of Sustainability" (Winton-Programm für nachhaltige Physik). UB 31

 

 

 

 

Beschäftigung. Niedrigste Arbeitslosenzahl seit 25 Jahren

 

Mehr Menschen haben Arbeit: 43,78 Millionen sind erwerbstätig, 371.000 mehr als vor einem Jahr. Der Herbst bringt die Arbeitslosigkeit auf den niedrigsten Stand seit 25 Jahren. Zugleich suchen die Unternehmen neue Mitarbeiter.

 

"Binnen eines Jahres ist die Zahl der sozialversicherungspflichtig arbeitenden Menschen um fast ein halbe Million gestiegen. Die Oktober-Arbeitslosigkeit ist so niedrig wie seit 25 Jahren nicht", so Bundesarbeitsministerin Andrea Nahles. 43,78 Millionen Menschen waren im September erwerbstätig. Das sind 371.000 mehr als vor einem Jahr, meldete die Bundesagentur für Arbeit (BA).

31,46 Millionen waren im August sozialversicherungspflichtig beschäftigt - eine Steigerung gegenüber dem Vorjahr um 474.000.

 

Noch mehr offene Stellen

Unternehmen fragen stark nach Mitarbeitern: 691.000 offene Stellen verzeichnete die Bundesagentur für Arbeit im Oktober - 79.000 mehr als im Vorjahr.

Insgesamt wurden im zweiten Quartal 2016 auf dem ersten Arbeitsmarkt 985.000 Stellen angeboten, so das Institut für Arbeitsmarkt- und Berufsforschung (IAB). Gegenüber dem Vorjahr ein Plus von 96.000 oder elf Prozent.

 

Deutlich weniger Arbeitslose

Rund 2,54 Millionen hatten sich im Oktober bei der BA arbeitslos gemeldet - 68.000 weniger als im September. Vor einem Jahr waren noch 109.000 mehr Menschen arbeitslos. Die Arbeitslosenquote sank auf 5,8 Prozent (September: 5,9 Prozent).

 

In der Grundsicherung für Arbeitsuchende (Arbeitslosengeld II) waren rund 1,78 Millionen Menschen arbeitslos gemeldet, das sind 102.000 weniger als vor einem Jahr.Der Schub am Arbeitsmarkt müsse genutzt werden, um Chancen auf Teilhabe zu schaffen. "Für die, die neu zu uns gekommen sind und länger bleiben werden genauso wie für die, die bisher von der guten Entwicklung der Beschäftigungslage noch nicht profitieren konnten", so Nahles.

 

Migration und Flucht auf dem Arbeitsmarkt

Migration und Flucht wirken sich auf beiden Seiten des Arbeitsmarkts aus. Immer mehr europäische Zuwanderer und Flüchtlinge finden und suchen in Deutschland Arbeit. Im August waren  236.000 mehr Zuwanderer (+ 14 Prozent) sozialversicherungspflichtig beschäftigt als im Vorjahr.

Dagegen waren im Oktober 87.000 mehr Zuwanderer arbeitslos gemeldet (+ 27 Prozent). Gegenüber Oktober 2015 waren 88.000 mehr Flüchtlinge aus den wichtigsten nichteuropäischen Herkunftsländern arbeitslos gemeldet.

Insgesamt wurden 386.000 Flüchtlinge im Oktober von Arbeitsagenturen und Jobcentern betreut, darunter 157.000 Arbeitslose. Das sind 19.000 arbeitsuchende und 1.000 arbeitslose Flüchtlinge mehr als vor einem Monat.

Nicht alle stehen dem Arbeitsmarkt bereits zur Verfügung. Viele besuchen zum Beispiel Sprach- oder Integrationskurse und machen Praktika. Andere sammeln in gemeinnützigen Arbeitsgelegenheiten erste Erfahrungen.

 

Ausbildungsstellen nicht immer vor der Haustür

"Die Entwicklung am Ausbildungsmarkt war 2015/16 für die Bewerber erneut etwas günstiger als im vergangenen Jahr", sagte BA-Vorstandsmitglied Raimund Becker. Rein rechnerisch zeigten sich Angebot und Nachfrage am Ausbildungsmarkt ausgeglichen. So kamen bundesweit auf 100 gemeldete betriebliche Ausbildungsstellen 106 gemeldete Bewerber.

474.700 neue Ausbildungsverträge wurden bis zum 30. September 2016 geschlossen, meldeten die Kammern. Das waren rund 200 mehr als im vergangenen Jahr. Insgesamt hatten sich 546.900 Ausbildungsstellen bei der BA gemeldet, 15.900 mehr als im Vorjahr. Unter den 547.700 Bewerberinnen

und Bewerbern waren 10.300 Flüchtlinge.

Allerdings sind die Chancen regional, berufsfachlich und qualifikatorisch ganz unterschiedlich verteilt: In Bayern, Hamburg, Mecklenburg-Vorpommern, Thüringen, Baden-Württemberg und im Saarland gab es deutlich mehr Ausbildungsstellen als Bewerber. Dagegen fehlten betriebliche

Ausbildungsplätze vor allem in Berlin, Nordrhein-Westfalen, Hessen und in Niedersachsen.

43.500 Ausbildungsstellen waren Ende September 2016 unbesetzt, 1.900 mehr als im Vorjahr. Im Lebensmittelverkauf, in der Gastronomie und Hotellerie, in Reinigungsberufen, im Bäcker- und Fleischerhandwerk, im Frisörhandwerk sowie in Bau- und Ausbauberufen konnten die Betriebe Stellen nicht besetzen. 22.900 Bewerberinnen und Bewerber konnte die BA bis zum 30. September nicht

vermitteln. Pib 2

 

 

 

Bundeskanzleramt. Staat und Kultur starten neue Initiative für Integration

 

Bei einem Treffen von Staat und Zivilgesellschaft wurde eine neue Initiative für Integration von Flüchtlingen gestartet. Geplant seien Begegnungen „auf Augenhöhe“. Laut Bundeskanzlerin Merkel geht hierbei aber auch um innere Sicherheit.

Bei einem Treffen von Vertretern der Bundesregierung und von Projekten der Flüchtlingshilfe ist am Donnerstag ein neues Integrationsvorhaben gestartet worden. Unter dem Titel „Initiative kulturelle Integration“ sollen Verantwortliche aus Staat, Kultur und Zivilgesellschaft Herausforderungen für kulturelle Integration und gesellschaftlichen Zusammenhalt „erörtern und angehen“, teilte Kulturstaatsministerin Monika Grütters (CDU) im Anschluss an das Treffen mit. Sie hat die Federführung für die Initiative.

„Kultur kann Welten öffnen“, erklärte Grütters. Zivilgesellschaft und Staat sollten partnerschaftlich wirken. Moderiert werden soll die Initiative vom Deutschen Kulturrat. Weitere Partner des Projekts sind Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU), Bundesarbeitsministerin Andrea Nahles und die Integrationsbeauftragte der Bundesregierung, Aydan Özo?uz (beide SPD). De Maizière erklärte, es gehe bei der Initiative nicht zuletzt um das Wertefundament in einer pluralen Gesellschaft.

Geplant sind den Angaben zufolge Begegnungen „auf Augenhöhe“ von „Kulturen unserer Gesellschaft“ mit den Menschen, die nach Deutschland kommen. Ergebnisse sollen im Mai 2017 zum Unesco-Welttag der kulturellen Vielfalt öffentlich vorgestellt werden.

Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) hatte am Donnerstag erneut Vertreter von Verbänden, Wirtschaft, Kirchen und Stiftungen empfangen, die sich bei der Aufnahme von Flüchtlingen engagieren. Neben weiteren Vertretern ihres Kabinetts nahmen erstmals auch Vertreter von Bundesländern und Migrantenorganisationen an dem Treffen teil.

Merkel würdigte das Engagement der Gesellschaft bei der Aufnahme und Integration Asylsuchender. Ohne den Beitrag der vielen Gruppen wäre die Aufnahme nicht zu bewältigen, sagte sie. Bei dem Treffen sollte es um die Entwicklung bei der Logistik der Aufnahme und bei den Asylverfahren sowie um die Integration gehen. Die Regierungschefin betonte, man müsse sich im Zusammenhang mit der Flüchtlingspolitik auch mit Fragen der inneren Sicherheit auseinandersetzen. Probleme dürften nicht unter den Teppich gekehrt werden. (epd/mig 4)

 

 

 

 

Angela Merkel trifft auf die deutschen Minderheiten Europas

 

Vom 7.-10. November 2016 findet in Berlin die 25. Jahrestagung der Arbeitsgemeinschaft Deutscher Minderheiten (AGDM) statt. Im Rahmen dieser Jubiläumsveranstaltung werden die Vertreter von rund 20 Minderheiten aus ganz Europa und den Nachfolgestaaten der Sowjetunion auch von Bundeskanzlerin Angela Merkel zu einem Gespräch empfangen. Eva Pénzes, Koordinatorin der AGDM: "Es ist das erste Mal, dass die Kanzlerin derart viele Vorsitzende der deutschen Minderheiten bei einem einzigen Termin trifft. Die Angereisten stammen unter anderem aus Dänemark, Polen, Rumänien, Russland, Ungarn und der Ukraine. Aber auch Abgesandte aus so exotischen Ländern wie Kirgistan und Usbekistan sind dabei." Während der Tagung werden sie hauptsächlich darüber sprechen, wie die Zusammenarbeit untereinander und mit der Bundesregierung noch weiter optimiert und ausgedehnt werden kann.

 

Die Arbeitsgemeinschaft deutscher Minderheiten (AGDM)

Deutsche Minderheiten gibt es in 28 Ländern Europas und Nachfolgestaaten der Sowjetunion. Die meisten davon gehören zur Arbeitsgemeinschaft deutscher Minderheiten (kurz AGDM), die wiederum Teil der Föderalistischen Union Europäischer Volksgruppen (FUEV/FUEN) mit Sitz in Flensburg ist.

 

Die AGDM ist ein informelles Gremium, welches den Austausch und die Zusammenarbeit der Minderheiten-Verbände ermöglicht. Die jährlichen Treffen dienen der direkten Begegnung der Akteure, der Artikulation ihrer Anliegen und dem Dialog mit politischen Entscheidungsträgern.

 

Die AGDM beheimatet drei unterschiedliche Gruppen von deutschen Minderheiten: Die Minderheiten in Westeuropa sind von der allgemeinen Entwicklung begünstigt in einer stabilen Lage, die Minderheiten in Ostmitteleuropa versuchen seit der politischen Wende 1989 ihr Schicksal zu verbessern und die Minderheiten in den Nachfolgestaaten der ehemaligen Sowjetunion befinden sich in unterschiedlichen Phasen des Demokratieprozesses. Bei aller Unterschiedlichkeit der deutschen Minderheiten im Ausland gilt der Bezug zu Deutschland, der deutschen Sprache und der deutschen Kultur als tragendes Element.

 

Sehr unterschiedlich ist auch die zahlenmäßige Stärke und regionale Siedlungsstruktur der jeweiligen deutschen Minderheiten. Während in Polen, Ungarn, Russland und in Kasachstan noch jeweils weit über 100.000 Deutsche wohnen, sind es in einigen Nachfolgestaaten der ehemaligen Sowjetunion wie Armenien oder Aserbaidschan nur noch einige Hundert. Insgesamt dürften jedoch allein im Osten Europas noch über eine Million Deutsche leben.

 

Die AGDM wurde 1991 in Budapest gegründet und vereint aktuell 21 Verbände aus folgenden Ländern: Dänemark, Frankreich, Estland, Georgien, Ungarn, Kroatien, Kirgisistan, Kasachstan, Lettland, Moldawien, Polen, Rumänien, Russland, Slowenien, der Slowakei, der Tschechischen Republik, Serbien, der Ukraine, Usbekistan sowie Partnerorganisationen aus Belgien und Südtirol.

 

Um die Minderheitenarbeit bekannt und sichtbar zu machen, wurde im Jahre 2015 die AGDM-Koordinierungsstelle in Berlin eingerichtet, die vom Bundesministerium des Innern gefördert wird. Agdm 1

 

 

 

 

NRW. Einwanderungsmanagement wird vor Ort in den Kommunen erprobt

 

Mit dem neuen Förderprogramm „Einwanderung gestalten NRW“ möchte Integrationsminister Rainer Schmeltzer die Integration von zugewanderten Menschen erleichtern und beschleunigen. Dazu will er eine enge Zusammenarbeit zwischen den verschiedenen kommunalen Ämtern und Zuständigkeiten modellhaft fördern. Minister Schmeltzer hat die Kommunen aufgerufen, sich für die Teilnahme an dem Modellprogramm zu bewerben.

 

„Wir brauchen ein modernes Einwanderungsmanagement. Ob Ausländerbehörde, Sozialamt, Jugendamt oder Kommunales Integrationszentrum, alle müssen an einen Tisch, um gemeinsam die Rahmenbedingungen zur Integration der zugewanderten Menschen zu verbessern“, sagte Schmeltzer. Mit jeweils 4,4 Millionen Euro können in den kommenden beiden Jahren Modellprojekte in insgesamt zwölf Kreisen, kreisfreien Städten oder großen kreisangehörigen Städten mit eigener Ausländerbehörde gefördert werden.

 

Es soll ein systematisiertes und koordiniertes Vorgehen zwischen den kommunalen Behörden erprobt werden, in dessen Mittelpunkt der zugewanderte Mensch mit seinen Potenzialen und individuellen Bedarfen steht. „Durch die sogenannte rechtskreisübergreifende Zusammenarbeit wollen wir neue Formen des Einwanderungsmanagements erproben“, sagte Schmeltzer. „Das bedeutet, dass wir die unterschiedlichen Zuständigkeiten, organisatorische Anbindungen und Rechtsanwendungen wie beispielsweise aus dem Arbeitsförderungsrecht, der Grundsicherung für Arbeitsuchende, der Kinder- und Jugendhilfe, dem Aufenthaltsrecht und weiteren Rechtskreisen in einem gemeinsamen Einwanderungsmanagement zusammenführen.“

 

Über die Zusammenarbeit der kommunalen Behörden hinaus sollen auch andere am Integrationsprozess beteiligte Akteure einbezogen werden: beispielsweise die Freie Wohlfahrtspflege, Kammern und Verbände, die Agentur für Arbeit und das Bundesamt für Migration und Flüchtlinge (BAMF).

 

Minister Schmeltzer sagte: „Mit diesem ambitionierten Programm wollen wir die Bedingungen für die Integration von Menschen mit Migrationshintergrund und Fluchterfahrung nachhaltig verbessern und ihre gesellschaftliche Teilhabe ermöglichen. Integrationsprozesse sollen für alle handelnden Akteure transparenter, passgenauer und verbindlicher ausgestaltet werden.“

 

Aus den kommunalen Modellprojekten sollen Erkenntnisse über eine verbesserte Verwaltungszusammenarbeit gewonnen werden, die auch auf andere Kommunen in Nordrhein-Westfalen übertragbar sind. Die wissenschaftliche Begleitung der Modellkommunen übernimmt die Frankfurt University of Applied Sciences. Sie unterstützt die Modellkommunen bei der Erarbeitung einer Bestandsaufnahme und berät sie bei der Umsetzung des Gesamtansatzes.

 Weitere Informationen unter: www.mais.nrw  pnrw 4

 

 

 

 

Naturheilmittel helfen bei Erkältungskrankheiten

 

ZQP-Ratgeber gibt wichtige Praxistipps zum Einsatz von Naturheilverfahren in der PflegeBerlin - Die kalte Jahreszeit kann die Gesundheit pflegebedürftiger Menschen besonders belasten. Sie sind beispielsweise deutlich anfälliger für Atemwegserkrankungen als Menschen, die jung und mobil sind, denn ihr Immunsystem ist weniger stark. Bei Pflegebedürftigen sollten Symptome wie Husten und Fieber daher immer ernst genommen werden. Ärztlicher Rat sollte frühzeitig eingeholt werden, damit Krankheiten erkannt, behandelt und Komplikationen - etwa eine Lungenentzündung - vermieden werden können. Aber nicht nur der Arzt, auch Pflegende können wirksam unterstützen, Beschwerden lindern und den Krankheitsverlauf verbessern: Zum Beispiel mit Naturheilmitteln – allerdings ist der richtige Einsatz ausschlaggebend.

Um pflegenden Angehörigen hierzu qualitätsgesicherte Informationen an die Hand zu geben, hat das ZQP gemeinsam mit der Charité-Universitätsmedizin einen Ratgeber entwickelt. Er hält eine Reihe von Tipps für die Anwendung von Naturheilverfahren bei typischen Pflegeproblemen bereit, so auch bei Husten und Fieber. Daneben weist die Broschüre auf Risiken bei der Anwendung von Naturheilmitteln hin. Pflanzliche Arzneien können zum Beispiel unerwünschte Nebenwirkungen auslösen. Kälteanwendungen sind nicht angezeigt bei akuten Herz-Kreislauf-Problemen, kalten Händen oder Füßen, sehr empfindlicher Blase oder Durchblutungsstörungen. Bei Entzündungen, Schwellungen, Kopfweh oder Missempfindungen an Füßen ist auf Wärmeanwendungen zu verzichten.

„Naturheilmittel können, wenn sie richtig angewendet werden, Beschwerden vorbeugen oder lindern, zum Teil sogar heilen. Aber die Möglichkeiten sind begrenzt, und ein unangemessener, nicht angezeigter Einsatz kann sogar schaden. Umso wichtiger ist es, pflegenden Angehörigen einen praktischen Ratgeber an die Hand zu geben, der den wirksamen und schadlosen Einsatz von Naturheilmitteln ermöglicht“, erklärt Dr. Ralf Suhr, Vorstandsvorsitzender des ZQP.

Zur Vorbeugung von Atemwegserkrankungen ist es wichtig, der trockenen Heizungsluft im Winter entgegenzuwirken und die Schleimhäute feucht zu halten. Bei Husten eignet sich bspw. Thymiantee, der schleimlösend wirkt. Richtig angelegte warme Brustwickel erleichtern das Abhusten. Gegen Fieber helfen Weidenrinde und Mädesüß. Sie enthalten Substanzen, die der Acetylsalicylsäure (ASS) ähnlich sind und fiebersenkend wirken. Die Anwendung sollte mit dem Arzt abgestimmt werden. Zudem sollten fiebersenkende Wadenwickel nicht bei Frieren oder Schüttelfrost, kalten Händen und Füßen, Harnwegsinfektionen oder einer Ischiasnerv-Reizung angewendet werden.

Alle Empfehlungen sind ohne großen Aufwand im Pflegealltag umsetzbar und basieren auf aktuellem Fachwissen. Sie ersetzen allerdings keinesfalls ärztlichen oder fachpflegerischen Rat. Schwere Krankheiten und akute lebensbedrohliche Zustände erfordern grundsätzlich sofortige umfassende medizinische Behandlung. Weitere Informationen zum Ratgeber „Natürliche Heilmittel und Anwendungen für pflegebedürftige Menschen“ finden Sie auf www.zqp.de. Bestellungen der kostenlosen Printausgabe richten Sie bitte an info@zqp.de. GA 2

 

 

 

Grünes Licht für Pkw-Maut

 

Das Bundesverkehrsministerium und die EU-Kommission haben sich in ihren Verhandlungen offenbar so weit angenähert, dass die Abgabe doch noch eingeführt werden kann. „Wir bewegen uns aufeinander zu, und ich bin sehr zuversichtlich, dass die Einigung mit der EU-Kommission im November steht“ sagte Ressortchef Alexander Dobrindt am Donnerstag der Nachrichtenagentur Reuters.

Die Pkw-Maut sollte eigentlich Anfang 2016 starten, liegt aber auf Eis, weil die Brüsseler Behörde Deutschland wegen der Pläne vor dem Europäischen Gerichtshof verklagt hat und bereits ein Vertragsverletzungsverfahren eingeleitet.

Dobrindt sagte, es gebe enge und vertrauensvolle Gespräche zwischen dem Kommissionspräsidenten und ihm. “ Jean-Claude Juncker hat sich dabei persönlich stark engagiert, um eine gemeinsame Lösung zu finden.“

„Bild“ zufolge verhandeln die beiden seit Wochen. Demnach könnte es zusätzlich zu den geplanten Mautstufen günstigere Kurzzeitvignetten für Pendler aus dem Ausland und eine stärkere Berücksichtigung der Umweltverträglichkeit geben. Im Gegenzug wolle die Kommission ihre Klage zurückziehen. Für deutsche Autofahrer bleibe es dabei, dass keine Mehrkosten entstünden.

500 Millionen Euro mehr für Strassen

Die Abgabe soll für In- und Ausländer gelten. Inländer sollen aber über die Kfz-Steuer entlastet werden. Die Kommission hatte kritisiert, dies führe faktisch zu einer Befreiung von der Maut. Sie sah darin eine Diskriminierung ausländischer Autofahrer. Zudem seien die Kurzzeitvignetten in einigen Fällen zu teuer.

Die Pkw-Maut war im Bundestagswahlkampf 2013 ein Kernprojekt der CSU, die versprach, kein deutscher Autofahrer werde dadurch stärker belastet. Die SPD hatte das Vorhaben kritisch gesehen.

Nach früheren Schätzungen werden dank der Maut Einnahmen von 500 Millionen Euro jährlich erwartet, die in die Straßen gesteckt werden sollen. Die Abgabe soll auf Autobahnen und Bundesstraßen erhoben werden. Für ausländische Fahrzeughalter wird sie aber auf Bundesstraßen ausgesetzt, um den kleinen Grenzverkehr nicht zu belasten. Deutsche Fahrzeughalter müssen automatisch eine Jahresvignette kaufen, die im Schnitt 74 Euro kosten wird. Ob sich an diesen Zahlen nach einer Einigung mit der EU-Kommission etwas ändert, war zunächst unklar. EA 4

 

 

 

Siebter Altenbericht. Erfülltes Leben bis ins hohe Alter

 

Ältere Menschen werden unsere Gesellschaft mehr und mehr prägen. Die Bundesregierung ist überzeugt: Alle Menschen sollten bis ins hohe Alter ein erfülltes Leben führen können. Der im Kabinett verabschiedete Siebte Altenbericht zeigt, wie dies zu gewährleisten ist.

 

"Sorge und Mitverantwortung in der Kommune – Aufbau und Sicherung zukunftsfähiger Gemeinschaften" ist das Thema des Berichts einer unabhängigen Expertenkommission. Die Bundesregierung hat ihn zur Kenntnis genommen und eine vom Bundesfamilienministerium vorgelegte Stellungnahme dazu beschlossen.

Die Politik für ältere Menschen muss darauf ausgerichtet sein, ein eigenständiges und selbstbestimmtes Leben zu unterstützen, Ungleichheiten zu überwinden sowie soziale Teilhabe zu ermöglichen und zu fördern. Zu diesem Schluss kommt der Bericht der von Professor Andreas Kruse geleiteten Expertenkommission.

Das Umfeld muss stimmen

Für den Lebensalltag aller Menschen, besonders aber für die Älteren haben das kommunale und das lokale Umfeld eine besondere Bedeutung. Die Infrastruktur und die sozialen Netzwerke vor Ort bestimmen maßgeblich die Qualität des Lebens im Alter mit. Dabei geht es vor allem um die gesundheitliche Versorgung, pflegerische Versorgung sowie Wohnen und Wohnumfeld.

Die Bundesregierung hält es für wichtig, bundesweit Altenhilfestrukturen verstärkt zu planen, auf- und auch auszubauen. Zahlreiche wirksame Maßnahmen zur Verbesserung der Situation älterer Menschen sind bereits auf den Weg gebracht.

Die Sachverständigenkommission hat eine ganze Reihe von Vorschlägen und Empfehlungen entwickelt.

Diese werden im Rahmen der Demografiestrategie der Bundesregierung und der in diesem Zusammenhang bereits laufenden Maßnahmen diskutiert.

Der Bericht der Sachverständigenkommission und die Stellungnahme der Bundesregierung bilden zusammen den Siebten Altenbericht der Bundesregierung. Sie werden dem Deutschem Bundestag und dem

Bundesrat vorgelegt.

Zur kontinuierlichen Unterstützung altenpolitischer Entscheidungsprozesse hat der Deutsche Bundestag die Bundesregierung 1994 aufgefordert, in jeder Legislaturperiode einen Altenbericht vorzulegen. Zu diesem Zweck beruft die Bundesregierung jeweils ehrenamtlich tätige Sachverständigenkommissionen, die mit unabhängigen Experten und Expertinnen besetzt werden. Sie erstellen ihre Gutachten abwechselnd über die allgemeine Lage der älteren Menschen in der

Bundesrepublik Deutschland und zu einem aktuellen seniorenpolitischen Thema. Pib 2

 

 

 

 

Pupi siciliani touren durch Deutschland

 

Das sizilianische Marionettentheater hat eine lange Tradition und ist fester Bestandteil der Kultur insbesondere in Palermo und Catania. Die Kunst des Marionettentheaters geht zurück auf die Zeit um 1800, als verschiedene Werkstätten mit der Fertigung von geschnitzten Marionetten und dem gesamten Theateraufbau begannen. Rittersagen des Mittelalters, aber auch Geschichten der Renaissance, von Heiligen und Banditen, unterhielten das einheimische Publikum. Die neuzeitlichen Veränderungen und die Erfindung des Fernsehens brachten diese traditionelle Kulturform beinahe zum Verschwinden. Durch den Tourismus und die Rückbesinnung auf dieses Kulturerbe konnte das Marionettentheater in Sizilien jedoch lebendig bleiben. Im Jahr 2001 nahm die UNESCO das sizilianische Puppentheater in die Liste der Meisterwerke des mündlichen und immateriellen Erbes der Menschheit auf. 

Zu den renommiertesten Theaterkompagnien der Opera dei Pupi gehört die Compagnia Carlo Magno von Enzo Mancuso in Palermo. Die Werkstatt in dritter Generation bietet  regelmäßige Aufführungen insbesondere über die Sagen der Ritter Karls des Großen. 

Im November geht die Kompagnie auf Auslandstournee. Dies ist eine Initiative des Ital. Ministeriums für Auswertige Angelegenheiten in Zusammenarbeit mit der Botschaft der italienischen Republik in Berlin, den italienischen Generalkonsulaten Köln und Frankfurt und dem Italien-Zentrum in Dresden. Hier die Tourneedaten, der Eintritt ist frei:

Freitag, 18. November, 19:30 Uhr

Theatersaal der Missione Cattolica, Bettinastr. 26, Frankfurt am Main 

Anmeldungen möglich unter: framagnano1@gmail.com

Samstag, 19. November, 19:00 Uhr

Ital. Kulturinstitut Köln, Universitätsstr. 81, Köln-Lindenthal

Sonntag, 20. November, 15:00 Uhr

Marionetten-Theater, Bilker Str. 7 (Palais Wittgenstein), Düsseldorf

Dienstag, 22. November, 19:00 Uhr

St. Benno-Gymnasium, Aula, Pillnitzer Str. 39, Dresden

Anmeldungen erwünscht unter: italien-zentrum@tu-dresden.de 

www.unesco.org/archives/multimedia/?s=films_details&pg=33&id=8 

www.visitsicily.info/en/puppet-opera  enit 31

 

 

 

 

Filmfestival Verso Sud in Frankfurt

 

Das Festival ist dem italienischen Kino gewidmet und zeigt vom 25. November bis 8. Dezember eine Auswahl aktueller italienischer Spiel- und Dokumentarfilme im Deutschen Filmmuseum. Eröffnet wird die Filmreihe mit dem in Neapel spielenden Film „Per Amor Vostro“ (Aus Liebe zu euch) in Anwesenheit des Regisseurs Giuseppe M. Gaudino.

Im Mittelpunkt des diesjährigen Festivals stehen die Filme der Regisseurin Cristina Comencini, die am Samstag, 26. November, ihren neuen Film „Latin Lover“ persönlich vorstellt. Insgesamt werden fünf frühere Werke von ihr gezeigt, darunter „Vá dove ti porta il cuore“ (Geh wohin dein Herz dich trägt) und „Il più bel giorno della mia vita“ (Der schönste Tag in meinem Leben).  

Für Freunde des Experimental- und Avantgardefilms möchten wir außerdem auf weitere italienische Filmveranstaltungen hinweisen: Im „Unikino Pupille“ im Studierendenhaus auf dem Campus Bockenheim wird am 3.11., 5.11. und 6.11. ein umfassendes Programm zur italienischen Avantgarde mit Gästen und Live-Konzert präsentiert. Dabei sind rund 50 überwiegend noch nie in Deutschland öffentlich aufgeführte Avantgarde-, Experimental- und Undergroundfilme aus Italien, entstanden zwischen den Jahren 1960 und 2016, sowohl Kurz- als auch Langfilme. Am Samstag, den 5.11. um 21.30 Uhr wird der aktuelle Film von Tonino de Bernardi, „Jour et nuit, delle donne e degli uomini perduti“ vorgestellt, anschließend gibt es ein Live-Konzert. 

Weitere Informationen gibt es hier: 

http://deutsches-filminstitut.de/blog/verso-sud-22/

http://www.filmkollektiv-frankfurt.de/italien-experiment   Enit 31