WEBGIORNALE  6-12  GIUGNO   2016

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Intervista al Presidente Mattarella. Lo stato di salute dell’Italia  1

2.       La più lunga galleria per unire l’Europa  1

3.       Migranti, Merkel: "Chiudere il Brennero? L'Europa sarebbe distrutta"  1

4.       Migranti, più di 100 morti al giorno nell'ultima settimana  2

5.       Unhcr, migranti: nel Mediterraneo 880 morti in una settimana. "Rotta Libia-Italia letale"  2

6.       Ricollocamenti profughi, Ue minaccia sanzioni 2

7.       Referendum su reddito minimo per tutti: la Svizzera dice no  3

8.       Progressi all’est. La Germania è diventata la Repubblica di Berlino  3

9.       L’Asse franco-tedesco. Il piano Merkel-Hollande e il rischio Brexit 3

10.   Berlino. Tavola rotunda all’Ambasciata, in occasione dei 70 anni della Repubblica  4

11.   Amburgo. “L´altra sete”: incontro con l'attrice e autrice Alice Torriani 4

12.   Visita nella capitale tedesca della Ministro delle Riforme Maria Elena Boschi 4

13.   Alcune delle manifestazioni a Monaco di Baviera e dintorni 4

14.   I temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia  5

15.   Siglato il gemellaggio tra Düsseldorf e la città di Palermo  5

16.   Ad Amburgo la “Lange Nacht der Konsulate”  6

17.   La Festa della Repubblica a Monaco di Baviera. L’intervento della Presidente del Comites  6

18.   Nuovi collegamenti Milano-Francoforte dal dicembre del 2017. Siglata intesa tra FS Italiane, FFS e DB  7

19.   «In Armenia fu genocidio»: il sì del Parlamento tedesco alla risoluzione  7

20.   Migranti, Dalai Lama a giornale tedesco: "Europa e Germania non possono diventare arabe"  8

21.   Gottardo, inaugurazione da 9 milioni franchi. Merkel, galleria simbolo unità d'Europa  8

22.   Il voto del Bundestag. Berlino e il «genocidio» armeno. Un duro colpo per Erdogan  8

23.   60 anni dei Trattati di Roma, il Ministro Giannini e il Sottosegretario Gozi premiano il logo di Roma 2017  8

24.   “La corsa contro il tempo della Guardia Costiera per soccorrere di due barconi a ovest di Creta”  9

25.   L’utopia del vivere  9

26.   «Lascio l’Italia per sfuggire al fango. Ma vorrei aiutare i giovani talenti»  9

27.   2 giugno 1946. Amare la Repubblica italiana nel segno dell’amicizia sociale  10

28.   I candidati chiudono la campagna nelle periferie, solo la Raggi in centro  10

29.   Quale futuro?  10

30.   Migranti, Alfano a Cei: "Non possiamo accoglierli tutti"  10

31.   Riunione della Consulta dei Veneti dal 9 all’11 giugno a Venezia  11

32.   Immigrati, un tesoro per l'Erario: pagano 7 miliardi di tasse  11

33.   I vent’anni 12

34.   Il comune di Parigi costruirà un campo “umanitario” per ospitare i migranti 12

35.   Trump imbarazza Salvini. Roma, confronto tv senza vincitori 12

36.   Francesca La Marca: “Una giornata nazionale per dire grazie agli italiani nel mondo”  12

37.   Calano gli inattivi, Renzi attende il test delle elezioni 13

38.   I limiti nazionali 13

39.   Paolo Gentiloni: “L’Europa di Napolitano”  13

40.   La Festa del 2 giugno a Berna e a Ginevra  13

41.   Riunione di insediamento della nuova Consulta degli Emiliano Romagnoli nel Mondo  14

42.   La “Trevisani nel Mondo” ha cambiato sede  14

43.   I pareri dei Comites sui contributi alla stampa: non va bene il voto per email 14

 

 

1.       Das Flüchtlingsparadox  15

2.       Frontex-Chef: „Europa braucht eine glaubwürdige Grenze“  15

3.       Vereinte Nationen. Mindestens 880 Flüchtlinge vergangene Woche ertrunken  16

4.       Italiener richten "humanitäre Korridore" ein  16

5.       CETA ist so nicht akzeptabel. Die Gestaltungrechte von Staaten, Ländern und Kommunen würden massiv eingeschränkt 16

6.       Brexit-Befürworter legen Entwurf für schärferes Einwanderungsrecht vor 17

7.       Verrohung der Gesellschaft. Zahl der Angriffe gegen Flüchtlinge nimmt weiter zu  17

8.       Die Hillary-Clinton-Doktrin  17

9.       Berlin und Paris bereiten Plan für einen möglichen Brexit vor 18

10.   Das Integrationsbehinderungsgesetz  18

11.   Action, bitte! Warum die Umsetzung des Klimaabkommens kein Zuckerschlecken wird. 19

12.   Der Migrationshintergrund – Stigma oder Fremdeinschätzung?  19

13.   DAAD fördert mehr als 300 Projekte an 180 Hochschulen um Flüchtlinge beim Weg in ein Studium zu unterstützen  19

14.   Rassismus. Diskursverschiebung als Folge jahrelanger Nachlässigkeit 20

15.   Start der Internationalen Deutscholympiade  20

16.   medico international kritisiert Lage der Idomeni-Flüchtlinge: „Zustände sind Ausdruck EU-Strategie der Abschreckung“  20

17.   2015 hat der DAAD mehr als 127.000 Studierende und Wissenschaftler gefördert 21

18.   Leiharbeit und Werkverträge. Missbrauch verhindern  21

19.   Modellprojekt "Integration durch Arbeit": Expertenbeitrag von Dr. Markus Schmitz  22

20.   Deutlicher Anstieg. De Maizière rechnet mit 27.000 Abschiebungen in diesem Jahr 22

21.   Steigende Zahlen. Immer mehr Akademiker lernen und Forschen im Ausland  22

22.   Frankfurt. „Interkulturelle Kompetenz als Wettbewerbsfaktor im globalisierten Markt“  22

23.   IIC-Köln. Ausstellung von Giuseppe Rescigno  23

 

 

 

Intervista al Presidente Mattarella. Lo stato di salute dell’Italia

 

Nei giorni in cui si festeggia il 70esimo anniversario della Repubblica italiana, la Federazione italiana dei settimanali cattolici ha posto alcune domande al presidente Sergio Mattarella. Si è concentrata sullo stato di salute dell’Italia, del suo popolo, del valore della festa del 2 giugno e sul ruolo dei cittadini credenti nella partecipazione alla cosa pubblica.

 

- Presidente, la Repubblica compie 70 anni. Dalle macerie della guerra è cominciata una storia democratica, di ricostruzione, di crescita civile e sociale. Tante sono state le cadute e le ferite del Paese, tuttora sono presenti gravi contraddizioni sociali, ma grandi potenzialità e opportunità sono aperte davanti a noi. Eppure si avverte più del passato la sfiducia verso la politica e le istituzioni, come dimostra anche l’assenteismo elettorale. Forse la Repubblica è arrivata a settant’anni in condizioni precarie di salute?

 

“Viviamo un cambio d’epoca che sta dischiudendo orizzonti inediti e problemi nuovi per le nostre società. La velocità dei cambiamenti tocca il potere, gli ordinamenti, l’economia e incide sui sentimenti stessi dell’uomo. Compito di una comunità, di un popolo, è esserne all’altezza, guidare le trasformazioni, trasmettere opportunità e dare speranza alle generazioni più giovani. La Repubblica ha avuto in questi decenni una capacità unificante per gli italiani. Ha favorito e accompagnato lo sviluppo democratico del Paese, dopo aver raccolto il testimone di un’Italia umiliata e divisa. La Repubblica è la nostra casa comune. La Repubblica ci ha reso tutti responsabili e artefici del nostro destino. Non è il luogo che annulla le differenze, che nega il conflitto, che cancella le contraddizioni del tempo. E’ un patrimonio condiviso, che può valorizzare le nostre diversità e renderci tutti più forti e più competitivi”.

 

- Molti sostengono che all’Italia sia mancato il senso forte della nazione. Il nostro è il Paese dei tanti campanili… Considera questo un handicap all’epoca della globalizzazione?

 

“La Repubblica è nata in una nazione divisa dalle vicende della guerra e ha contribuito, in modo decisivo, a ricostruirne coesione e identità. E’ riuscita a farlo proprio perché ha rinunciato alla vecchia retorica nazionalista, quella che aveva sospinto l’Italia verso il disastro. La forza della Repubblica, e della sua Costituzione, sta nelle radici piantate sui valori universali della persona, dell’uguaglianza tra gli uomini, della libertà, della solidarietà. Con la Repubblica gli italiani hanno visto riconosciuti i diritti individuali e sociali e quelli delle comunità locali, sono diventati costruttori di una democrazia non solo formale, ma orientata a “rimuovere gli ostacoli” che impediscono la piena attuazione del principio di uguaglianza. È' un tema che vale per le tante periferie del nostro Paese, territoriali e sociali. La cittadinanza repubblicana ha il diritto di esprimersi compiutamente in tutte le nostre contrade! Anche in quelle più remote.  Nella modernità saranno più forti i Paesi che hanno basi etiche condivise e che, in virtù di queste, saranno aperti al mondo e contribuiranno al governo globale. La prova decisiva, per noi, è l’Europa. Essere italiani ed europei non è in contraddizione. Anzi, è un ampliamento della nostra identità. La sfiducia verso il potere scaturisce in gran parte dalla crisi del progetto europeo, dal senso di impotenza che ne deriva e dall’illusione di rifugi nazionalistici”.

 

- Perché in Italia la festa della Repubblica non è delle più popolari?

 

“Benché la Repubblica sia stata un potente vettore della ricostruzione del Paese, non sempre le è stato riconosciuto questo merito storico. Le ragioni sono comprensibili: il referendum istituzionale segnò una frattura nel Paese. La preoccupazione dei principali leader politici fu, da subito, quella di non cristallizzare la contrapposizione Repubblica-monarchia, di ricomporre nel nuovo ordinamento l’unità di popolo e dello Stato. L’accento venne posto con maggior forza sulla Costituzione e sui principi democratici fondativi. Ma, a ben guardare, proprio la scelta repubblicana risultò il collante più robusto. Senza di essa i principi della nuova Costituzione non avrebbero avuto la forza coesiva che hanno avuto. Il patto di cittadinanza, posto a fondamento della Repubblica, ha sollecitato responsabilità condivise e ci ha reso partecipi dei beni comuni così come delle comuni difficoltà. I venti della Guerra fredda e della contrapposizione ideologica hanno soffiato a lungo sui partiti, tuttavia la consapevolezza di dover difendere insieme la Repubblica e la sua Costituzione ha aiutato a rafforzare la responsabilità nazionale pur in una conflittualità a tratti molto aspra. La scelta repubblicana, insomma, ha indirizzato l’evoluzione culturale del Paese e delle sue formazioni sociali”.

 

- Una responsabilità non secondaria nell’avvio e nel consolidamento della Repubblica è toccata, fra gli altri, alla classe dirigente di ispirazione cattolico-democratica. Lo Stato unitario era nato nel conflitto con il Papa Re e la ricomposizione, avvenuta sotto il fascismo, se superò la questione romana, non risolse il tema della partecipazione dei cittadini credenti alla cosa pubblica.

 

“La Repubblica è stata la grande scuola di democrazia per i cittadini italiani e per le culture politiche che si sono diffuse nel dopoguerra, e che hanno assunto una dimensione popolare nei partiti di massa. I cattolici-democratici hanno contribuito in maniera significativa all’affermazione della democrazia nel nostro Paese, al suo sviluppo e a quello dell’Europa. Guardando indietro la storia, una delle cose più belle è stata proprio la crescita nel confronto. Le culture si sono influenzate, hanno preso qualcosa dagli altri, anche dagli avversari, e l’hanno fatto proprio. “Quello che voi siete, abbiamo contribuito a farvi essere”, disse Aldo Moro in uno degli ultimi discorsi pubblici. “E quello che noi siamo voi avete aiutato a farci essere”. Abbiamo affrontato enormi difficoltà e tuttora ci sentiamo inappagati. La politica democratica deve sempre tendere al miglioramento. Mi auguro però che non si perda mai la consapevolezza della casa comune. Lo dico anche pensando alla dialettica di oggi e quella che avremo domani. La Repubblica siamo noi: non può esserci conflitto politico che ce lo faccia dimenticare. La Repubblica è comunque affidata al nostro comune impegno. Confido anche sul contributo della stampa che trova nella radice dell'informazione locale una propria preziosa ragion d'essere, per sollecitare questa consapevolezza”. Fisc/de.it.press

 

 

 

 

La più lunga galleria per unire l’Europa

 

Inaugurato il tunnel del S. Gottardo. Alla cerimonia hanno partecipato personalità svizzere ed internazionali.  Un’opera del secolo

  

Giornata memorabile quella del 1º giugno 2016, per la Confederazione Elvetica che ha festeggiato l’allungamento, dagli iniziali 15 chilometri agli attuali 57, della Galleria ferroviaria del San Gottardo, che ora va da Bodio (Ticino) a Erstfeld (Uri). L’inaugurazione del più lungo tunnel del mondo è avvenuta alla presenza di ospiti importanti, elvetici ed internazionali, tra i quali François Hollande, Angela Merkel e Matteo Renzi che la ha definita “l’opera del secolo”, mentre per il Presidente francese rappresenta “l’Europa della libera circolazione”, e per la Cancelliera tedesca  è “il simbolo dell’unità europea”, tutti e tre convinti che essa sia tra le più sicure d'Europa.

  A loro si sono aggiunti sui treni anche 1.000 cittadini elvetici, voluti dal Governo di Berna per sottolineare il carattere nazionale simbolico del nuovo tunnel. Prima della partenza, i due convogli sono stati benedetti con rito cristiano, con un’invocazione di un imam e di un rabbino, nonché con un’orazione laica riservata a chi si professa ateo. Il giorno prima, per sottolineare pubblicamente l’evento, alcuni acrobati che indossavano le divise arancioni degli operai si sono esibiti tra il pubblico e i rappresentanti politici.

  L’onore dell’inaugurazione è toccato a Johan Schneider - Amman, presidente della Confederazione Elvetica, che ha dato anche il segnale di partenza in contemporanea ai due treni. Al viaggio iniziale ha fatto seguito, il  4 e 5 giugno, un programma festivo cui hanno partecipato migliaia di visitatori riunitisi ai due portali della galleria, a testimonianza dei valori svizzeri dell’innovazione, della precisione e dell’affidabilità. Che ora permettono di far viaggiare i convogli a 250 Km all’ora, quindi di andare in 3 ore da Milano a Zurigo.

  Percorso che, un secolo e mezzo fa, si compiva in un’intera giornata di viaggio fatto con diligenze trainate da cavalli, come risulta dalla tela del pittore zurighese Rudolf Koller effettuata in onore di Alfred Escher, ideatore della Galleria, nel 1873 già in fase di costruzione, che avrebbe consentito di attraversare le Alpi in tempi più brevi. Ora, l’apertura del nuovo tunnel permette il passaggio di treni merci di 3.600 tonnellate, cioè più del doppio a quello possibile precedentemente, così da far diminuire il traffico stradale di camion, rimorchi e container tra la Germania meridionale e l'Italia settentrionale.

  Il che permetterà di diminuire il traffico su strade, come richiesto dalla Protection Act alpina del 1994, quindi di soddisfare un'esigenza politica. Cui si aggiunge il vantaggio dell’aumento della velocità, fino a 250 km/h, dei treni passeggeri, quindi i tempi di viaggio. Ciò, naturalmente, secondo la AlpTransit San Gottardo SA, avverrà nel mese di dicembre, quando i lavori saranno completati. con un costo di 9,8 miliardi di franchi svizzeri. Spesa non indifferente, dovuta al fatto che la nuova Galleria passa sotto diversi massicci montuosi, due dei quali sono grandi sottocatene alpine: le Alpi Glaronesi e il Massiccio del San Gottardo. Dal che deriva il grande interesse al progetto del Cantone dei Grigioni, il quale si trova a circa metà del traforo.

  Viene spontaneo, a questo punto, fare un paragone con la situazione, in Italia, delle gallerie ferroviarie. Il che lascia perplessi e, a volte, scandalizza. Anche per i tempi occorsi per realizzarle, ben superiori ai 17 anni per quella “più lunga del mondo”, cioè quella del S. Gottardo. Basti pensare, per esempio, ai 20 anni dei lavori alla Variante di Valico, il tracciato dell’autostrada del Sole sull’Appennino tosco-emiliano, nei pressi di Bologna, che non è ancora terminato. Anche a causa delle frane che i costruttori avevano previsto ed avvertito la società Autostrade. La quale fu di altro avviso, per non spostare più in basso il percorso, con la conseguenza di fare tunnel più lunghi con costi maggiori, ma che avrebbero eliminato o ridotto gli inconvenienti del tracciato attuale, difficile da percorrere quando nevica o, negli altri mesi, a causa dei rallentamenti dovuti alle pendenze del tracciato. https://it.wikipedia.org/wiki/File:Periscopio_Pollegio_140515.jpgSta di fatto che i lavori saranno probabilmente interrotti, benché i costi siano aumentati di oltre mezzo miliardo di euro. Il che sarebbe un guaio perché essa è una necessità, per rendere più fluido il collegamento tra Nord e Sud della Penisola.

  Potrei citare altri casi analoghi, troppi purtroppo, reperibili su Internet e veramente deludenti. O le tante rovine, dovute a cattiva gestione statale o comunale, di opere d’arte, di manufatti, di ponti e di impianti tecnici, che appuriamo quotidianamente. Ci rinuncio per amor di Patria.

Egidio Todeschini, de.it.press

 

 

 

Migranti, Merkel: "Chiudere il Brennero? L'Europa sarebbe distrutta"

 

La cancelliera esorta stati Ue a "ragionevole solidarietà": "Con aiuti sul posto vengono meno i motivi di venire" mettendosi nelle mani dei scafisti. Un'indiretta approvazione del progetto di Migration Compact promosso dall'Italia

 

La cancelliera tedesca Angela Merkel (reuters)La chiusura del Brennero sarebbe la fine dell'Europa: l'avvertimento arriva da Angela Merkel, che ha messo in guardia dalle tentazioni austriache di reagire a un nuovo flusso di migranti dall'Italia con il blocco del valico.

 

"Dire che si può semplicemente chiudere il Brennero. Non è così semplice: l'Europa sarebbe distrutta", ha affermato la cancelliera tedesca ieri sera al congresso della Cdu del Meclemburgo-Pomerania Anteriore, a Gustrow, commentando la prospettiva di un aumento degli arrivi di migranti dalla Libia e dalle sponde nordafricane in Italia, quindi di un aumentato flusso verso nord, tramite il Brennero. Lo riporta Die Welt.

 

Merkel ha invocato una "ragionevole solidarietà" tra stati membri dell'Ue e ha parlato della necessità di "migliorare la cooperazione con i Paesi" di provenienza dei profughi, in modo da creare condizioni in cui "non hanno più incentivi a venire": una indiretta approvazione del progetto di Migration Compact promosso dall'Italia.

 

Con aiuti sul posto - ha detto la cancelliera - "vengono meno i motivi di venire" in Europa, mettendosi nelle mani dei

  scafisti. Merkel ha ricordato che dall'inizio dell'anno molte centinaia di persone sono annegate durante la fuga via mare. "Non possiamo fare finta di niente e dire che gli scafisti possono fare di tutto e noi semplicemente chiudiamo i confini", ha concluso. LR 4

 

 

 

 

Migranti, più di 100 morti al giorno nell'ultima settimana

 

Sono state almeno 880 le vittime dei naufragi nel Mediterraneo la scorsa settimana. A fornire la cifra tragica dei morti durante le traversate verso l'Europa è stato un portavoce dell'Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), secondo cui questo numero indica che un migrante su 23 muore lungo la rotta tra il Nordafrica e le coste italiane. In totale, dall'inizio dell'anno hanno perso la vita nel Mediterraneo 2.510 migranti, 655 in più dello stesso periodo dello scorso anno.

"Gli scafisti - ha denunciato da Ginevra William Splinder - stanno diventando ogni giorno di più senza scrupoli e le barche" a bordo dei quali vengono imbarcati i migranti "non sono neanche in grado di fare la traversata".

Secondo l'Unhcr, finora 203.981 persone si sono messe in viaggio dalle coste nordafricane dirette in Europa: quasi i tre quarti - fino al 20 marzo, quando è entrato in vigore l'accordo tra Ue e Ankara per il rimpatrio dei migranti - si sono imbarcati dalla Turchia diretti in Grecia. Gli altri 46.714 hanno viaggiato in direzione dell'Italia, quasi la stessa cifra registrata nei primi cinque mesi dello scorso anno (47.463). La maggior parte delle 2.510 vittime - 2.119 - sono state registrate lungo la rotta dal Nordafrica alle coste italiane.

L'agenzia delle Nazioni Unite rileva poi come la maggior parte delle imbarcazioni salpate dalla Libia parta dall'area di Sabrata, a ovest di Tripoli, dove il traffico dei migranti, in maggioranza nigeriani e gambiani, secondo le notizie di stampa di questi giorni sarebbe gestito da un boss di nome Osama. Tra l'altro questi barconi sarebbero molto più sovraffollati di quelli che nei mesi scorsi partivano dalla Turchia per le isole greche, avendo a bordo anche 600 persone o di più, e per questo più soggette a naufragi.

L'aumento delle partenze in questi ultimi giorni, secondo notizie non confermate, sarebbe infine da attribuirsi alla volontà degli scafisti di massimizzare gli introiti - riferisce l'Unhcr - prima dell'inizio del mese sacro del Ramadan, la prossima settimana.

RENZI - "Davanti a qualcuno che rischia di morire in mare, io vado e cerco di salvargli la vita - ha detto il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, intervenendo all'incontro elettorale di Beppe Sala al Barrios a Milano - Una vita salvata vale più di mille discorsi in televisione".

"Non c'è un aumento dell'immigrazione rispetto allo scorso anno, ma solo allarmi a scopo elettorale - ha affermato il presidente del Consiglio - Ma c'è gente che continua a morire e a rischiare la morte nel Mediterraneo perché non guarda i talk show italiani dove c'è qualcuno con la maglietta verde che dice di non partire".

La verità è, secondo Renzi, "che se vedi tuo figlio che rischia di morire, tua figlia che può essere stuprata, rischi tutto". Ora "serve una reazione da parte del Paese e dell'Ue che dica la verità. Davanti a qualcuno che rischia di morire in mare, io vado e cerco di salvargli la vita. Una vita salvata vale più di mille discorsi in televisione". Resta il fatto che è "verissimo che dobbiamo anche aiutarli a casa loro". Adnkronos 31

 

 

 

 

Unhcr, migranti: nel Mediterraneo 880 morti in una settimana. "Rotta Libia-Italia letale"

 

Diffusi i dati dell'Alto Commissariato Onu. Dall'inizio dell'anno i morti sono 2510, nello stesso periodo del 2015 erano 1855. La navigazione dal Nord Africa verso le coste italiane costata la vita a 2119 persone. Arrivati in Europa via mare in 203.981: tre quarti in prevalenza profughi siriani e afgani sbarcati in Grecia dalla Turchia prima dell'accordo tra Ankara e Ue, 46.714 migranti dall'Africa sub-sahariana giunti in Italia - di PAOLO GALLORI

 

GINEVRA - L'Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (Unhcr) ha diffuso nuovi dati relativi alle vite umane inghiottite dal Mediterraneo la scorsa settimana a seguito dei ripetuti naufragi dei barconi carichi di migranti. Il bilancio, secondo l'agenzia Onu, è più pesante delle circa 700 persone annegate sin qui accertate: sulla base di informazioni tratte dai colloqui con i sopravvissuti, l'Unhcr aggiorna a 880 il numero di quei morti.

 

Dall'inizio del 2016, le persone decedute nel tentativo di arrivare in Europa via mare dall'Africa o dalla Turchia sono 2510. Cifre che inducono il portavoce dell'Unhcr, William Splinder, a definire l'anno in corso "si stia rivelando particolarmente letale" per le rotta migratorie che passano dal Mediterraneo. Il paragone con il 2015 è immediato: nei primi cinque mesi dello scorso anno, le vittime delle migrazioni via mare erano 1855.

 

Quest'anno, prosegue il dossier Onu, si sono imbarcate per l'Europa 203.981 persone. Per circa tre quarti in prevalenza profughi siriani e afgani che hanno compiuto la traversata dalla Turchia alla Grecia prima della fine di marzo, quando è entrato in vigore il controverso accordo Ue-Turchia che ha rallentato il flusso. Mentre 46.714 persone, soprattutto migranti dall'Africa sub-sahariana, costituiscono il flusso dalla Libia all'Italia, quasi lo stesso numero registrato l'anno scorso, come rilevato anche dal premier Matteo Renzi nella sua eNews.

 

Ma il dato sulla traversata dal Nord Africa all'Italia rivela quanto essa sia la più pericolosa: vi hanno perso la vita 2119 persone sulle 2510 totali. Una spiegazione, osserva l'Unhcr, risiede nel fatto che dalla Libia partono imbarcazioni quasi sempre sovraccariche, vi trovano posto a bordo anche più di 600 persone, situazione non riscontrabile sulla rotta Turchia-Grecia. Più delle condizioni del Mar di Sicilia, sarebbe dunque l'assenza di scrupoli e la volontà di lucrare al massimo dei trafficanti di esseri umani a rendere la navigazione precaria e spesso tragica.

 

Riguardo i tre naufragi noti da domenica scorsa, l'Unhcr ha appreso "dalle persone che sono arrivate ad Augusta in questo fine settimana, che altre 47 persone risultano disperse dopo che un`imbarcazione gonfiabile, partito dalla Libia con a bordo 125 persone, si è sgonfiata. Altre persone hanno riferito della scomparsa in mare di ulteriori otto persone che si trovavano su un'altra imbarcazione, e sono stati inoltre segnalati quattro morti a causa di un incendio divampato su ancora un'altra barca".

 

Secondo le informazioni raccolte, l'Unhcr al momento si ritiene che la maggior parte delle imbarcazioni provenienti dalla Libia sia partita dall'area di Sabratah, a ovest di Tripoli. I sopravvissuti hanno raccontato di centri di raccolta e smistamento di migranti attivi in vari luoghi lungo la rotta che dall'Africa occidentale porta alla Libia, in particolare in Niger. Centri dove gli esseri umani rimangono per diversi mesi prima di essere imbarcati per l'Europa.

 

Dalle testimonianze sono emersi molti racconti dei traumi subiti da donne violentate durante il viaggio o addirittura oggetto di traffico. "Alcune - spiega il portavoce Splinder - ci hanno raccontato di essere state ridotte in schiavitù sessuale in Libia". Si segnala anche un aumento negli arrivi di minori non accompagnati.

 

Al momento, l'Unhcr non riscontra evidenze di un cambio di rotta significativo da parte di siriani, afgani o iracheni rispetto all'itinerario turco-greco a favore di quello del Mediterraneo centrale. Dove nigeriani e gambiani restano prevalenti, mentre somali ed eritrei, più comunemente associati ai movimenti di rifugiati, costituiscono rispettivamente il 9 e l'8% del flusso.

 

Il portavoce dell'Unhcr conclude la disamina del fenomeno reiterando l'appello all'Ue perché stabilisca vie attraverso

cui i rifugiati possano raggiungere l'Europa in modo legale, ed evidentemente più sicuro, definendo infine "vergognoso" che i Paesi dell'Unione abbiano proceduto al ricollocamento di meno di 2mila persone quando il piano annunciato lo scorso anno ne prevedeva 160mila. LR 31

 

 

 

 

Ricollocamenti profughi, Ue minaccia sanzioni

 

"Il ritmo delle ricollocazione deve accelerare" o la Commissione farà scattare procedure di infrazione. Lo dice la portavoce, Mina Andreeva, a chi nota che finora si è fatto solo l'1% delle 160mila relocation promesse. Osservando che "ci sono progressi", Andreeva sottolinea che la decisione "è legalmente vincolante" e "deve essere messa in atto da chi l'ha presa". Per questo "abbiamo mandato lettere di avvertimento" ai governi e "se necessario, non ci vergogneremo di esercitare i nostri poteri come guardiani dei trattati".

 

In tutto ci sono state 1816 persone ricollocate da Italia e Grecia ha specificato Andreeva, ricordando che "proprio ieri 45 persone sono state ricollocate dalla Grecia alla Spagna". "Quello che vediamo in termini di progresso è che per la prima volta, da una settimana, vediamo ricollocazioni su base quotidiana. È un segno incoraggiante, ma naturalmente i progressi devono aumentare" ha aggiunto.

 

Secondo lo schema approvato l'anno scorso e di durata biennale, a ogni paese Ue, con l'eccezione di Regno Unito e Danimarca (che hanno diritto all'opt out su questa materia) è stata assegnata una quota di rifugiati provenienti da Italia e Grecia e aventi diritto all'asilo in Europa. La maggior parte dei paesi ha già messo a disposizione qualche posto, ma molti meno di quanti previsti (in tutto, 7820 su 160 mila). Per ora, il paese più accogliente è stato la Francia, che ha già

accolto 499 rifugiati da Grecia e Italia, seguita dal Portogallo, 335, e dalla Finlandia, 297. Avv 31

 

 

 

 

Referendum su reddito minimo per tutti: la Svizzera dice no

 

Bocciato con una percentuale del 78 per cento. La proposta prevedeva contributi mensile, dalla nascita alla morte, di 2.500 franchi elvetici (circa 2.250 euro) per gli adulti e di 625 franchi (560 euro) per i minorenni in sostituzione dei vari strumenti di welfare attualmente attivi

 

Con una percentuale di circa il 78%, gli svizzeri hanno ufficialmente bocciato il "reddito di base incondizionato" per tutti: la proposta, promossa da un gruppo indipendente, è stata infatti respinta dalla maggioranza dei cantoni della Confederazione. Per essere approvata, la proposta avrebbe dovuto essere approvata da una doppia maggioranza, quella dei cantoni e dei votanti.

 

Già secondo i sondaggi, l'iniziativa lanciata dal proprietario del Caffè Basilea Daniel Haeni e i suoi alleati aveva scarse possibilità di passare, nonostante il grande interesse dell'opinione pubblica sulla questione. La proposta prevedeva un reddito mensile, dalla nascita alla morte, di 2.500 franchi elvetici (circa 2.250 euro) per gli adulti e di 625 franchi (560 euro) per i minorenni, a sostegno della dignità umana e del servizio pubblico. Per i promotori, infatti, che in Svizzera si perdono sempre più posti di lavoro a causa dell'automazione dei diversi settori produttivi. Non solo: sempre secondo i promotori, una percentuale significativa di persone svolge un lavoro non riconosciuto e non pagato, come la cura dei bambini o di parenti malati o anziani.

 

Anche il governo si era dichiarato contrario perché il reddito di cittadinanza per tutti implicherebbe spese insostenibili - un conto federale da 25 miliardi di franchi - e molti economisti hanno fatto notare che disincentiverebbe il lavoro delle donne e altri analisti hanno sostenuto che sarebbe una zavorra letale per la meritocrazia.

 

L'iniziativa, osserva  un approfondimento di Swissinfo, "non ha fatto breccia tra i partiti: in parlamento è stata rifiutata in blocco dalla destra e dal centro e ha raccolto pochi consensi tra la sinistra rosso-verde. Alla Camera del popolo è stata respinta con 157 voti contro 19 e 16 astensioni". Alla Camera dei cantoni ha raccolto il sostegno solo della socialista Anita Fetz, che invita a riflettere su questa idea, che "potrebbe essere una soluzione concreta, presumibilmente tra 20 o 30 anni, quando dalla digitalizzazione del lavoro risulterà una forte perdita di posti".

 

Il reddito, secondo la proposta, avrebbe dovuto essere incondizionato e non tassato e avrebbe dovuto sostituire i vari strumenti di welfare attualmente attivi. Coloro che lavorano e guadagnano una cifra minore avrebbero avuto un`integrazione, ai disoccupati invece l`intero importo. Nel concreto, a chi oggi guadagna 1800 franchi svizzeri ne sarebbero andati altri 700, mentre non ci sarebbe stato alcun cambiamento per chi guadagna almeno 2.500 franchi (in realtà ci sarebbero prelievi per contribuire al finanziamento della misura, ma compensati da un equivalente versamento). Secondo un sondaggio demoscope, il 10% degli elettori della confederazione dichiara

che potrebbe smettere di lavorare in caso di istituzione del reddito minimo universale.

 

Va comunque registrato che il salario medio in svizzera sfiora i 6.500 Franchi e la soglia di povertà si attesta a 2.220 franchi, poco sotto la cifra prevista come reddito di cittadinanza. LR 5

 

 

 

 

Progressi all’est. La Germania è diventata la Repubblica di Berlino

 

L’Istituto federale per la ricerca sulla popolazione ha fatto sapere che, per la prima volta dalla riunificazione del 1990, nel 2014 il flusso migratorio intra-tedesco ha visto una maggioranza di cittadini trasferirsi dall’Ovest all’Est

di Danilo Taino

 

Sì, non è proprio più la vecchia Germania di Bonn. Ora è davvero la Repubblica di Berlino. Dopo decenni di «fuga» dall’Est verso l’Ovest, i tedeschi hanno invertito la tendenza. L’Istituto federale per la ricerca sulla popolazione ha fatto sapere ieri che, per la prima volta dalla riunificazione del 1990, nel 2014 il flusso migratorio intra-tedesco ha visto una maggioranza di cittadini trasferirsi dall’Ovest all’Est. Durante la Guerra Fredda, dalla Germania socialista si cercava di scappare, tra rischi mortali. Poi, una volta caduto il Muro, per tutti gli Anni Novanta circa 200 mila persone all’anno si sono trasferite dalle povere regioni orientali a quelle di vecchio capitalismo occidentale.

Ora la svolta. Il punto di maggiore attrazione è Berlino: senza la capacità di richiamo della capitale, il saldo sarebbe ancora favorevole all’Ovest, dice la statistica. Anche città dell’Est come Dresda e Lipsia, però, sono diventate poli che richiamano sempre più persone, soprattutto manodopera qualificata (le campagne e le piccole città della ex Ddr, invece, continuano a essere vittime della disoccupazione e a perdere abitanti). Il punto di svolta registrato nel 2014, però, è rilevante. Non solo perché mostra che la politica di riunificazione delle due metà del Paese alcuni buoni risultati li ha raggiunti. Soprattutto, perché indica una realtà della Germania interessante. Due altri sondaggi pubblicati in questi giorni, infatti, dicono che alcune città dell’Est stanno facendo passi da gigante nella classifica di quelle che si immagina avranno un futuro migliore e che nell’Est del Paese la condizione femminile è migliore che all’Ovest.

Uno studio del settimanale Focus ha stabilito che, in media, all’Est il 57% delle donne ha un lavoro fisso, mentre all’Ovest la quota è del 51%. E che le differenze salariali minori tra uomo e donna si registrano a Dresda, e che Jena e Lipsia sono terze e quarte in questa classifica. Anche le violenze contro le donne sembrano essere minori nella parte orientale del Paese.

Un’inchiesta del think-tank svizzero Prognos ha invece studiato demografia, innovazione, prosperità, occupazione in 402 città tedesche per capire come sarà la mappa nel lungo periodo. In testa rimangono gli agglomerati già ricchi oggi, soprattutto nel Sud del Paese, da Monaco, di gran lunga quella con le prospettive migliori, a Ingolstadt, a Stoccarda, a Francoforte. Nella classifica, però, rispetto al 2004 Lipsia ha guadagnato 197 posizioni, Erfurt 138, Berlino 110 dallo scorso studio effettuato nel 2013. Le città più pronte al futuro digitale paiono essere Monaco (cinque stelle plus) e poi Berlino con altre 15 località tra le quali Amburgo, Stoccarda e Colonia (con cinque stelle). Venticinque anni dopo, è un altro Paese. CdS 30

 

 

 

 

 

L’Asse franco-tedesco. Il piano Merkel-Hollande e il rischio Brexit

 

I due leader serrano i ranghi dell’Europa e ripartono dalla sicurezza. Anche l’Italia sarà presente alla riunione ristretta subito dopo il referendum britannico del 23 giugno - di Paolo Valentino

 

Ne hanno di nuovo parlato a Verdun, motivati dall’immanenza di un genius loci, che cento anni dopo la madre di tutte le battaglie è sempre pronto a ricordare e ammonire. Non era solo gravitas di circostanza, quella ostentata da Angela Merkel e François Hollande mentre reggevano insieme una fiaccola nell’ossario di Douaumont, dove i resti di 300 mila soldati danno ancora senso alla celebre frase di Helmut Kohl: «L’Europa resta una questione di pace e di guerra».

Le divergenze

I leader di Germania e Francia sono inquieti. L’approssimarsi del 23 giugno, quando i sudditi di Sua Maestà britannica decideranno se il Regno Unito rimarrà o meno nell’Unione europea, spinge il binomio franco-tedesco a ritrovare la forza di agire, indicare nuovamente la strada, forgiando una risposta comune a una prospettiva di potenziale disgregazione. Di più, sottolineano i diplomatici francesi, nonostante divergenze importanti rimangano, dall’euro al TTIP con gli Stati Uniti, Parigi e Berlino sembrano convinte di dover riprendere l’iniziativa in ogni caso, anche nell’ipotesi augurabile che gli inglesi dicano no alla Brexit.

I «fondatori»

Una riflessione è già in atto. E l’ulteriore buona notizia è che, per una volta, l’Italia parte in modo non accessorio. Un’indicazione per tutte: è molto probabile che già il 24 giugno, cioè all’indomani del referendum britannico, i sei Paesi fondatori (Germania, Francia, Italia, Olanda, Belgio e Lussemburgo) si ritrovino a Berlino. Sarebbe il terzo appuntamento in sei mesi per il formato inaugurato in febbraio a Roma da Paolo Gentiloni. Ma soprattutto sarebbe la prima occasione per poter ragionare sul futuro, alla luce del risultato londinese.

Cooperazione e sicurezza

Ma torniamo all’iniziativa franco-tedesca. Non è ancora qualcosa messa nero su bianco in un documento sia pure ufficioso. Merkel e Hollande avevano già parlato del rilancio in febbraio, a cena a Strasburgo. Quelle che circolano in questi giorni sono piuttosto delle note scambiate tra la cancelleria e l’Eliseo o tra l’Auswärtigesamt e il Quai d’Orsay, i due ministeri degli Esteri. E secondo fonti citate da Le Monde, la riflessione più avanzata al momento è quella sulla sicurezza europea, sull’onda degli shock provocati dagli attentati dello scorso autunno e dalla crisi migratoria. «L’Europa deve approfondire la sua cooperazione in tema di sicurezza interna, rendere più sicure le sue frontiere esterne, rafforzare la sua protezione esterna», dicono i consiglieri della presidenza francese.

L’impasse in Olanda e Belgio

Ciò che appare evidente, è che Parigi e Berlino vogliano dare un colpo di acceleratore dov’è possibile e realistico, tanto più in risposta a emergenze vere. Per amore e per forza, questa riflessione contempla già da ora il contributo italiano. Per diverse ragioni. Intanto perché Olanda e Belgio, per citare i Paesi tradizionalmente più vicini alla Germania, sono in questa fase quanto meno incerti sulla strada da prendere in Europa, la prima paralizzata dai populisti di Gert Wilders, il secondo spaccato all’interno. Quindi è indispensabile per tedeschi e francesi poter contare sull’Italia. Ma soprattutto perché, forse mai come in questa fase, da Roma sono venute idee e prospettive al dibattito europeo, dal piano per l’economia del ministro Padoan al «migration compact», quest’ultimo apertamente elogiato da Angela Merkel nella sua visita in Italia, eurobond esclusi. Certo, giusta una battuta che circola a Berlino, «nella rubrica del governo tedesco il prefisso telefonico francese è in memoria, quello italiano un po’ meno». Ma così è la realtà della Storia, come conferma la gestualità di Verdun. E questa volta non sembra volersi ad excludendum delle nostre «azzurre lontananze», quelle che affliggevano il Tonio Kroeger di Thomas Mann.

Le analisi

La finestra di opportunità in ogni caso non è molto ampia. «Una volta girata la boa del referendum inglese, quale che ne sia l’esito, avremo non più di sei mesi per lanciare delle iniziative, prima di entrare nel vortice delle campagne elettorali del 2017 in Francia e Germania», spiega un diplomatico europeo. E in meno di un semestre non si può certo immaginare l’apertura di grandi cantieri sull’economia, per l’ulteriore integrazione della zona euro, che comporterebbero modifiche ai Trattati. La pressione dei migranti e la minaccia del terrorismo invece possono essere la molla che spinge in avanti progetti come la creazione di una guardia di frontiera europea o una collaborazione più stretta fra le intelligence, capaci di coagulare consenso. Come recitava il comunicato finale del primo incontro dei sei Paesi fondatori a Roma, «una migliore gestione delle frontiere esterne è essenziale per renderle più sicure».

Quartier generale

Che la riflessione sulla sicurezza e la difesa sia in stato avanzato, lo dimostra anche un documento del Partito popolare europeo, che viene discusso oggi a Nizza in una clausura del gruppo all’Europarlamento. Dedicato al futuro della Ue, si tratta al momento di un position-paper nel quale però si sostiene «l’introduzione delle decisioni a maggioranza in questo campo, la nomina di un Commissario europeo alla Difesa», la «creazione di un quartier generale permanente e di battaglioni Ue», oltre alla «formazione di una Guardia di frontiera e costiera europea». CdS 31

 

 

 

 

Berlino. Tavola rotunda all’Ambasciata, in occasione dei 70 anni della Repubblica

 

Berlino. “Alla soglia dei settant’anni la Repubblica italiana mostra una nuova vitalità e una forte proiezione nel futuro, a dispetto degli stereotipi negativi e delle previsioni più pessimistiche. Questo dipende dalla nuova conduzione politica dell’Italia che sta riuscendo a fare breccia in quell'immobilismo, creatosi sotto i Governi berlusconiani degli ultimi vent'anni, che sembrava ormai strangolare il Paese”

„Le riforme approvate negli ultimi mesi sono tante e strutturali, destinate a modificare il paese radicalmente: la riforma costituzionale, la legge elettorale, la riforma del lavoro, quella della Pubblica amministrazione, l'approvazione della Legge sulle Unioni civili, la riforma della giustizia, la riforma della scuola, la legge anticorruzione. Abbiamo raggiunto una nuova e più solida credibilità internazionale, anche grazie al fatto che il Governo fa proposte concrete e fa sentire la propria voce, anche ai tavoli dei grandi. In più, il Paese si avvia verso una ripresa, ancora timida, ma significativa, come indicano una serie di indicatori economici importanti, come la fiducia degli imprenditori, la caduta della disoccupazione, il PIL che finalmente torna a salire”.

Lo afferma Laura Garavini, della Presidenza del PD alla Camera, nel corso di una tavola rotonda all’Ambasciata d’Italia a Berlino in occasione dei 70 anni della Repubblica italiana. Ospite dell’Ambasciatore italiano a Berlino, Pietro Benassi, anche lo storico dell'università di Trier, professor Christian Jansen e il corrispondente della RAI, Rino Pellino. L’iniziativa è stata moderata dal giornalista Dietmar Ringel, di Inforadio.

L’audio della tavola rotonda, trasmesso in differita dalla Radio pubblica berlinese, RBB, è ascoltabile nella versione integrale al seguente link:

http://mediathek.rbb-online.de/radio/Das-Forum/70-Jahre-Italienische-Republik/Inforadio/Audio?documentId=35631638&topRessort=radio&bcastId=32100888.  De.it.press 30

 

 

 

 

Amburgo. “L´altra sete”: incontro con l'attrice e autrice Alice Torriani

 

Amburgo - Mercoledì 18 maggio l´Istituto Italiano di Amburgo ha accolto la giovane attrice e autrice Alice Torriani per presentare il suo primo libro L´altra sete, scritto nel 2015 e pubblicato da Fandango Libri. L´incontro con Torriani é stato moderato da Daniela Rothensee, (Ufficio Stampa del Balletto di Amburgo), la quale si é occupata anche della traduzione consecutiva.

Il libro parla di Alice:  una giovane donna di 27 anni che si ritrova in clinica in quanto, dopo un trauma, ha contratto il diabete. Il romanzo quindi ruota intorno alla figura di questa giovane donna e l´accettazione del diabete che, come dice il suo dottore, non è una malattia, ma una condizione.

L´altra sete, come sottolinea la stessa scrittrice durante l´incontro, non è un romanzo che diverge solo sulla disfunzione fisica, ma accoglie anche un altro tema: la condizione della gioventù di oggi. Come Alice impara giorno dopo giorno ad accettare la sua condizione, così il ventenne di oggi cerca costantemente e strenuamente di identificarsi e integrarsi all´interno di una società che sembra in qualche modo non appartenergli.

L´esordio letterario di Alice Torriani quindi racconta anche una storia, come dice la scrittrice, "su di noi sull´amore che consuma, su tutti i demoni del nostro tempo, che si agitano dentro, e che a volte fanno più paura di una malattia". Con uno stile fresco e pungente, profondo ma anche ricco di ironia, la Torriani racconta i  sintomi, l´ospedale, i medici, le terapie, le regole e i divieti,diventano metafore per i sentimenti di vita delle giovani generazione – in Italia e ovunque.

Alice Torriani nasce nel 1984 a Milano. Si diploma all´Accademia d´Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano, il primo debutto é a teatro con Massimo Castri in Tre sorelle. Collabora con giovani registri teatrali come Industria Indipendente, Thea Dellavalle e Antonio Mingarelli. Al cinema é stata diretta da registi come Lucio Pellegrini, Amina Marazzi e Valerio Mieli. In televisione ha preso parte a diverse serie, le ultime: Il commisario Montalbano, Una grande famiglia 3. Continua la formazione con Luca Ronconi, Antonio Latella, Danilo Manfredini, Margie Haber a Los Angeles e Jordan Bayne a New York.

Dal 19 al 22 maggio 2016 Alice Torriani accompagnata dalla sua editor Alessia Polli della casa editrice Fandango Libri, è stata ospite con il suo romanzo “L'altra sete” alla quattordicesima edizione del Festival europeo del romanzo d'esordio che si è svolto  presso la Literaturhaus Schleswig-Holstein di Kiel. Si tratta di una “Festa della lettura” con autori provenienti da diversi paesi europei, accompagnati dai loro rappresentanti ed editori. La nuova letteratura europea si presenta alla Festa della Lettura per l'inaugurazione del Festival in lingua originale e con traduzioni di prova in tedesco. Ascoltando e leggendo mentre si passeggia lungo i percorsi letterari negli antichi giardini botanici di Kiel, il pubblico è invitato a immergersi nelle molteplici grazie di lingue e romanzi, suoni e voci dall'Europa.

Durante le quattro giornate undici scrittori esordienti, provenienti da undici nazioni europee e accompagnati dai rispettivi editor, si sono incontrati nella città del Baltico per presentare le loro opere e per uno scambio di esperienze. Gli autori hanno incontrato anche gli studenti dell'Università CAU di Kiel. Agli studenti di Romanistica Alice Torriani e Alessia Polli hanno raccontato delle loro esperienze di scrittrice ed editrice e del loro rapporto con la letteratura italiana. L'editor di Fandango Libri, Alessia Polli, vuol prendere in considerazione la possibilità di tradurre in lingua italiana i romanzi presentati dalla Danimarca e dal Belgio, mentre le case editrici “Nocturna edizione” (Spagna) e “Klebenheuer & Witsch” (Germania) hanno dimostrato interesse verso il romanzo italiano.  (Inform 30)

 

 

 

Visita nella capitale tedesca della Ministro delle Riforme Maria Elena Boschi

 

Berlino. "Gli interlocutori istituzionali tedeschi stanno esprimendo forte apprezzamento per le riforme messe in cantiere negli ultimi due anni dal Governo Renzi - prima fra tutte la riforma costituzionale, che dopo trent’anni di dibattiti abolisce il bicameralismo perfetto nel nostro Paese. La ritrovata attenzione e la stima con cui in Germania si seguono le vicende politiche italiane è emersa anche in occasione dell'intervento a Berlino della Ministro per le riforme e per i rapporti con il Parlamento, Maria Elena Boschi che, parlando alla Fondazione Konrad Adenauer, ha illustrato il processo di riforme in atto, a partire dalla riforma costituzionale. Apprezzatissima, la Ministro Boschi ha riscosso grande successo di pubblico e di interesse". Così Laura Garavini, della Presidenza del PD alla Camera, commentando la visita della Ministro delle riforme, Maria Elena Boschi, a Berlino.

La Deputata PD aggiunge: "Ogni cittadino avrà la possibilità di confermare a sua volta l'entrata in vigore della Riforma costituzionale", precisando: "Con il referendum confermativo in autunno infatti, tutti gli aventi diritto, compresi gli italiani residenti all'estero, verranno chiamati ad esprimersi a favore o contro la riforma. Per questo è molto positivo che anche a Berlino, come in altre città europee, si sia appena costituito un Comitato per il sì al referendum costituzionale del prossimo ottobre.  Gli italiani in Europa, per l'esperienza che vivono nei loro rispettivi Paesi di residenza, sanno bene che grandi Democrazie, ad esempio la Francia o la Germania, vivono benissimo da decenni con un Senato simile a quello che si intende introdurre in Italia con la riforma costituzionale in questione. Ecco che l’impegno di tanti italiani all’estero in favore dell’approvazione definitiva della riforma della Costituzione deriva anche dalla conoscenza diretta dei vantaggi di una simile riforma, oltre che dal desiderio di dare finalmente al Paese istituzioni più snelle ed efficienti, senza fare passi indietro sul terreno della democrazia". De.it.press 31

 

 

 

Alcune delle manifestazioni a Monaco di Baviera e dintorni

 

* Mercoledì 15 giugno, ore 19:00-21:00, c/o Volkshochschule Haar (Münchener Str. 3, Haar) "Viaggio enoculturale - Veneto". "Un viaggio culturale alla scoperta di una regione, dei suoi segreti, delle sue bellezze ma anche una serata di degustazioni dei suoi vini più famosi e di assaggi di prodotti locali". A cura di Dr. Franca Faccini (insegnante di italiano e storica d'arte) e Dr. Angela Rossi (sommelier e giornalista). In lingua italiana. Ingresso: € 29,- (Iscrizioni entro il 7 giugno c/o VHS-Haar: 089-46002800 o www.vhs-haar.de). Organizza: VHS Haar

* venerdì 17 giugno, ore 20:00, c/o Ristorante Antica Italia (Waldeysenstr. 48, Ingolstadt). Conversazione in lingua italiana. Organizza: Italclub Ingolstadt e.V.

* sabato 18 giugno, ore 17:30-19:30, c/o Gasteig, Raum 0111 (Rosenheimerstr. 5, München) Pomeriggi letterari: "Stefano Benni". A cura di Marinella Vicinanza e Pasquale Petti. Ingresso: € 8,-. Organizza: Münchner Volkshochschule

* domenica 19 giugno, ore 11:30, c/o Staatliche Antikensammlung (Königsplatz, München). Visita in italiano alla mostra "Die Etrusker. Von Villanova bis Rom". Con Maria Eleonora Tamburini. Costo: € 10,- (non è compreso il biglietto d'ingresso). Iscrizione almeno 5 giorni prima della visita (8-14 partecipanti). Per informazioni e iscrizioni: Tel. 089-75632122 e corsi.iicmonaco@esteri.it. Organizzatori: IIC di Monaco e Forum Italia e.V.

* domenica 19 giugno, ore 16:00, c/o chiesetta di St. Georg (Kipfenberg)

S. Messa in lingua italiana

* martedì 21 giugno, ore 14:00-16:00, c/o Rathaus (Ingolstadt)

Consulenza per i connazionali. Anna Benini sarà a disposizione per aiutare gratuitamente a svolgere pratiche burocratiche e per consulenze nel nuovo municipio. Organizza: Italclub Ingolstadt e.V.

* martedì 21 giugno, ore 16:00-18:00, c/o Münchner Volkshochschule (Lindwurmstr. 127, München)

Letteratura italiana: "Francesco Petrarca: Canzoniere (parte terza)", a cura di Marinella Vicinanza. Organizza: Münchner Volkshochschule

* giovedì 23 giugno, ore 18:00, c/o EineWeltHaus (Schwanthalerstr. 80, München) "Profusioni - Un piccolo viaggio nel ritmo della parola"

Lettura Interpretata dei testi di Valentina Fazio e Matteo Chincarini

Accompagnamento musicale a cura di Vincenzo Fantacone

Concerto di Rollo & his Jets. Aperitivo gentilmente offerto dall'autrice e da Sarfati Weinbar. Ingresso gratuito previa conferma di partecipazione a vfantacone@gmail.com. Organizza: BiDIBi (Bilingualer Deutsch-Italienischer Bildungsverein | Associazione culturale bilingue Italo-Tedesca)

* venerdì 24 giugno, ore 19:00-21:00, c/o Volkshochschule Haar (Münchener Str. 3, Haar) "Viaggio enoculturale - Campania". "Un viaggio culturale alla scoperta di una regione, dei suoi segreti, delle sue bellezze ma anche una serata di degustazioni dei suoi vini più famosi e di assaggi di prodotti locali"

A cura di Dr. Maria Antonietta Rossi (insegnante di italiano) e Dr. Angela Rossi (sommelier e giornalista). In lingua italiana. Ingresso: € 29,- (Iscrizioni entro il 16.6. c/o VHS-Haar: 089-46002800 o www.vhs-haar.de). Organizza: VHS Haar

* domenica 26 giugno, ore 11:00, c/o Galleria Schack (Prinzregentenstr. 9, München) "Grand Tour: viaggio in Italia", con Miranda Alberti. Costo: € 10,- (non è compreso il biglietto d'ingresso). Iscrizione almeno 5 giorni prima della visita (8-14 partecipanti). Per informazioni e iscrizioni: Tel. 089-75632122 e corsi.iicmonaco@esteri.it. Organizzatori: IIC di Monaco e Forum Italia e.V.

CC/Deit.press

 

 

 

 

 

I temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia

 

Radio Colonia va in onda ogni giorno dal lunedì al venerdì, dalle 19 alle 20, sulle frequenze di Funkhaus Europa e in streaming in internet.

 

02.06.2016 . La rivoluzione del '46

Nilde Iotti e le altre: col voto del 2 giugno 1946 per la prima volta le italiane votarono ed entrarono in politica. Ma qual è stato il contributo delle donne alla Costituzione? Ne parliamo con la storica Patrizia Gabrielli.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/voto-donne-italia-repubblica-100.html

 

Ribelle e mai domata. Un filo rosso unisce le partigiane alle donne della Costituente eletta 70 anni fa. Vi presentiamo un libro che racconta storie di donne partigiane romane in prima fila nella lotta contro il nazifascismo.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/partigiane-roman-100.html

 

Dalle navi agli aerie

A Milano costruiva motori per le navi. Ora a Berlino Sergio Bulgarelli studia per diventare tecnico specializzato nella manutenzione degli aerei.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/a-tu-per-tu/sergio-bulgarelli-aerei-100.html

 

01.06.2016. Il tunnel ultraveloce. Da oggi il Nord e il Sud dell'Europa sono più vicini grazie al nuovo tunnel del Gottardo. Lo ha costruito e finanziato la Svizzera, rispettando tempi e budget. E lo ha fatto da sola. Perché?

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/gottardo-tunnel-102.html

 

Parliamo di inclusion. L'associazione "Artemisia" di Berlino invita a discutere di inclusione. Ad Amelia Massetti, fondatrice, abbiamo chiesto perché le scuole tedesche possono imparare molto da quelle italiane.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/inclusione-scuola-germania-italia100.html

 

Italiano privatizzato? Sono sempre meno i fondi assegnati dal Governo per diffondere l'idioma di Dante nel mondo. Saranno i privati a farsi paladini della nostra cultura? Una proposta di legge lo prevede.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/lingua-italiana-fondi-privatizzazione-100.html

 

31.05.2016. Il vento del rinnovamento

Mentre in Germania si litiga tra Länder per quanto riguarda le energie rinnovabili e lo sviluppo delle reti di trasmissione, l’Italia si scopre leader in questo settore.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/energie-rinnovabili-102.html

 

Una comunità diversa

Con una tre giorni di dibattiti e iniziative la comunità ebraica di Milano ha festeggiato i suoi 150 anni. Roni Hamaui, in un libro appena pubblicato, la descrive come anomala rispetto alle altre comunità ebraiche italiane.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/ebrei-milano-festival-102.html

 

Sandali e caftan. Sarà l’incognita di quest’estate: riusciremo ad indossare i nostri amatissimi sandali? Se il tempo sarà clemente, meglio sceglierne un paio di manifattura artigianale.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/sandali-caftani-102.html

 

Cuore. Compie centotrent'anni un grande classico della letteratura italiana, i cui insegnamenti di virtù civili hanno un valore universale. Il suo stile enfatico appare però anacronistico al lettore di oggi.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/terramia/cuore-deamicis-libro-100.html

 

30.05.2016. La guerra del latte

Il prezzo del latte scende in continuazione e molte aziende agricole rischiano la chiusura. Quali sono le cause di questo crollo? E quali le soluzioni possibili?

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/latte-prezzo-crisi-100.html

 

Una domenica italiana

Si è svolta ieri a Berlino la prima edizione di Calcio in festa, una manifestazione tra calcio e integrazione per far incontrare gli italiani che vivono nella capitale.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/calcio-berlino-comites-100.html

 

27.05.2016. L'integrazione per legge. Il governo pensa a una legge che favorisca l'integrazione dei migranti. Più facile l'accesso al mondo del lavoro, ma sanzioni per chi non rispetta questo modello. E piovono critiche.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/integrationsgesetz-germania-integrazione-100.html

 

Jobs act alla francese. Francesi in rivolta contro la riforma del lavoro promossa dal governo Valls. Molte le similitudini con il Jobs act italiano ma decisamente diverse le reazioni dei cittadini nei due Paesi.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/jobs-act-francese-100.html

 

Eventi, incontri, spettacoli. Calendario lunedì http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-montag-100.html

 

Calendario venerdì http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-freitag-100.html  RC/De.it.press

 

 

 

 

 

Siglato il gemellaggio tra Düsseldorf e la città di Palermo

 

Düsseldorf- Il 10 marzo scorso è stato siglato ufficialmente nel municipio di Düsseldorf il gemellaggio con la città di Palermo. Per festeggiare questo avvenimento il Verein Düsseldorf-Palermo, con il patrocinio del Sindaco di Düsseldorf, Thomas Geisel, e del Console Generale di Colonia, Emilio Lolli, ha organizzato il  4 giugno, a Mannesmannufer dalle 14.00 alle 20.00, presso il KIT Café, la prima “Festa Düsseldorf Palermo” per presentare diversi eventi legati alla cultura musicale, letteraria e culinaria della città siciliana.

I contatti tra Düsseldorf e Palermo sono assidui già dal 2012 quando vennero invitati alcuni artisti palermitani a partecipare alla mostra “Die Grosse”. L’anno seguente è stato fondato il Verein Düsseldorf-Palermo grazie al quale i rapporti tra le due città si sono intensificati.

Artisti di Düsseldorf hanno avuto la possibilità di visitare, conoscere e lavorare a Palermo e così gli artisti di Palermo hanno avuto modo di vivere e lavorare a Düsseldorf. Negli ultimi anni professori delle accademie di belle arti delle due città hanno tenuto dei workshop con gli studenti di Palermo e di Düsseldorf, sono stati realizzati progetti con varie istituzioni come la mostra “La Scuola di Palermo” presso il Goethe-Museum a Düsseldorf, oltre a diverse residenze di artista sostenute tra gli altri da ELENK’ART e dall’Assessorato alla Cultura di Düsseldorf. Alla Festa Düsseldorf-Palermo hanno partecipato artisti legati a Palermo: la “Banda di Palermo” che propone una musica che trae spunto dalle tradizioni di molti paesi con uno stile che si ispira alle bande di paese. La cantante italiana Antonella Sellerio ha cantato canzoni popolari italiane, l’attrice Beatrice Santini, che vive nella città renana e che per la Festa Düsseldorf-Palermo ha proposto una serie di letture da Dante al Camilleri de Il Commissario Montalbano.

E infine il celebre tenore Ricardo Marinello, nato a Düsseldorf e di origine palermitana. (dip 5)

 

 

 

 

 

Ad Amburgo la “Lange Nacht der Konsulate”

 

Amburgo - Il 26 maggio scorso alcuni Consolati e  Istituti di Cultura europei di Amburgo hanno aperto le loro porte a tutti gli abitanti della città. E' il quinto anno  che  l'ufficio addetto alle relazioni con l'Europa del Senato della Cittá Libera e Anseatica di Amburgo  organizza  questo evento che piace molto ai cittadini perché  dà loro la possibilità di dare uno sguardo dietro le quinte sul lavoro svolto dai consolati e dagli Istituti di Cultura.

 

Anche quest'anno il team di ogni struttura si è dedicato all´organizzazione di diverse attività, al fine di suscitare interesse nei confronti della propria tradizione  e lingua e far conoscere al pubblico il mestiere di Console e direttore e le mansioni ad esso connesso.

 

Gustando un ricco buffet e sorseggiando un buon vermentino di Sardegna, offerti dal Console onorario d'Italia in Amburgo, Anton Rössner, i visitatori dell'Istituto Italiano di Cultura di Amburgo (circa 400 persone) hanno goduto anche questa volta di un' atmosfera calda e accogliente tipicamente all' italiana.

 

Durante tutta la manifestazione i visitatori potevano mettersi alla prova nelle conoscenze della cultura e lingua italiana partecipando alla “Ruota della Fortuna”, presentata dal team dell'Associazione “Amici dell'Istituto Italiano di Cultura di Amburgo”, incaricato dell'organizzazione dei corsi di lingua, e vincendo premi avvincenti.

 

Alle ore 19 si è inaugurata la mostra fotografica “Can Food Be Art” del fotografo pugliese Salvo D´Avila, il quale ha introdotto il suo progetto espositivo. La mostra può essere visitata presso l´Istituto (Hansastraße, 6 – 20149)  fino al 15 luglio prossimo.

 

Salvo D´Avila, che si è formato alla Scuola Romana di Fotografia, ha dedicato una serie di fotografie  alla natura morta, genere preferito dall´artista. Il cibo é da secoli soggetto di creazioni artistiche: artisti come Caravaggio e Renoir si sono dedicati alla raffigurazione di frutta cacciagione e pesca esaltandone rotondità e colori, altri hanno raffigurato composizioni di nature morte in modo talmente realistico da far sembrare il dipinto una fotografia. Salvo D´Avila fa incontrare le due arti, pittura e  fotografia, con una tecnica inversa: le composizioni sono fotografare con giochi di luci ed ombre tanto da sembrare un dipinto. La costruzione dell´immagine, l´uso della luce, i motivi decorativi utilizzati, la cura del dettaglio rendono le fotografie di Salvo D´Avila antiche e moderne allo stesso tempo.

 

La mostra fotografica “Can Food Be Art” di Salvo D´Avila è stata curata della storica dell´arte Lia De Venere che ha tenuto una conferenza sul tema: il cibo nell'arte occidentale dall'antichità ad oggi” il 1° giugno alle ore 19 presso la biblioteca dell'Istituto Italiano di Cultura di Amburgo.

 

Un altro  momento di grande successo della serata è stato il recital di arie  e canzoni italiane del baritono dell'Opera di Amburgo,  Viktor Rud, accompagnato al pianoforte dalla prima tastierista dell'orchestra della Stage Entertainment di Amburgo  (la più famosa Compagnia tedesca per i musical), Claudia Cecilia.

 

Il talentuoso baritono Viktor Rud e la pianista Claudia Cecilia hanno deliziato il pubblico con l´esibizione di canzoni e arie che caratterizzano la cultura italiana. Il cantante lirico ha interpretato “Largo al factotum”, dall´opera “Il barbiere di Siviglia”di Rossini, “Di Provenza il mar” dall´opera “La Traviata” di G. Verdi, “Vaga luna che inargenti”, di G. Bellini ed altrie famose arie per finire con “Volare (nel blu dipinto di blu)”di Domenico Modugno.

 

Viktor Rud si laurea all´ Ukrainian National Technical University Chorus come Direttore Artistico. Nel 2007 si trasferisce in Germania per far parte della Staatoper Berlin. Dal 2009 Rud fa parte dell´ Hamburg State Opera come solista.  Claudia Cecilia invece si diploma in pianoforte all'Accademia di Santa Cecilia a Roma. Si trasferisce in Germania dove nel 2002 si specializza nell'accompagnamento del Lied (Liedbegleitung) presso il Conservatorio di Detmold in Westfalia.

 

Con l'occasione molte persone hanno visitato e ammirato la biblioteca dell'Istituto che, sempre con l´attenzione alla salvaguardia della tradizione italiana con un occhio però sempre rivolto al futuro, oggi raccoglie più di 9.000 volumi, 300 dvd e tanto altro. (Inform/dip)

 

 

 

 

La Festa della Repubblica a Monaco di Baviera. L’intervento della Presidente del Comites

 

Auch im Name des Comites von München, des Comites von Nürnberg und dessen Vorsitzende Frau Angela Ciliberto, habe ich Heute Abend die Ehre Sie am Tag des 70. Geburtstages unserer Republik herzlich zu begrüßen.

 

Am 2.Juni 1946 wurden die italienischen Bürger zur Abstimmung gerufen worden, ob Italien weiter eine Monarchie bleiben sollte oder eine Demokratische Republik werden musste und dennoch zur Wahl der „Padri Costituenti“: das Verfassungsparlament.

 

Fast 90% der Italiener stimmten ab und entschieden sich mit deutlicher Mehrheit für die Republik.

 

Diese erstaunliche Partizipation zur Wahl blieb weiterhin so hoch, und zwar Jahrzehnte lang: genau gesagt, bis zum 1992, als die Teilnahme zur politischen Wahl auf 87% fiel. Die Italiener waren damals sehr hungrig von Demokratie!

 

Unser Republikpräsident, Sergio Mattarella, hat zum 100-jährigen Jubiläum des ersten Weltkrieges gesagt, dass der Frieden und nicht der Krieg uns Wachstum und Stabilität geschenkt hat, Öffnung und Brücken dienen al Schutz der Freiheit und der Demokratie und nicht Stilllegung oder Absperrung.

 

Heute sind wir da zur Ehre die Symbole der Nation, der Demokratie, der 70 Jahre-jungen Republik, der Verstorbenen Kämpfer für die Befreiung unseren Ländern.

 

Dennoch schauen wir in die Zukunft: eine Zukunft wo unsere Politiker die Verantwortung der Lebenspläne aller ihren Mitbürgern übernehmen müssen.

Freiheit ist Demokratie. Demokratie ist Partizipation, Partizipation ist Integration und Freiheit.

 

Libertà è Democrazia. Libertà è Partecipazione, Democrazia è Partecipazione. Partecipazione è Integrazione.

 

Democrazia è quando partecipano tutti.  E quel 2 giugno 1946 tutti parteciparono, per la prima volta. Quel giorno votarono per la prima volta anche le donne italiane!

 

Questo “tutti” deve allargarsi al nuovo collettivo e alla più ampia e variegata identità che la nostra società, giorno dopo giorno, accoglie e integra.

 

Integrazione non è un processo unidirezionale ma, come ogni processo osmotico, fa sì che l’ambiente ospite si modifichi a sua volta.

 

L’Italia conosce bene, in ogni propria regione, il significato di questa osmosi. Da queste evoluzioni sono nate l’armonia dei nostri beni artistici e culturali, cosi come la solidarietà e la coesione sociale che più spesso nelle occasioni straordinarie che nell’ordinarietà del quotidiano hanno segnato la storia del nostro Paese.

 

È la storia di ieri, dell’Italia che si rialza da un terremoto, da un’alluvione, da una voragine, dalla violenza e ripulisce le proprie città. È la storia di oggi: ce lo gridano mille voci dal Mediterraneo, da quel canale di Sicilia così sporco di sangue ma anche così ricco di cuore.

 

È una solidarietà che è stata in grado di dare una lezione ed una spinta all’Europa prima che le Istituzioni Europee e altri governi nazionali decidessero di agire e farsi carico di una sfida intrinsecamente europea e globale.

 

È allo steso tempo un monito alle Istituzioni e ai Governi che si succedono:

NON SIANO questo grande cuore e questa solidarietà la coperta troppo corta che copra le responsabilità di Istituzioni e Infrastrutture!

 

Ma torniamo al compleanno della nostra Repubblica, che festeggiamo alle porte di un voto molto importante: quello che domenica prossima verrà celebrato in molti comuni italiani, molti dei più importanti comuni italiani.

Votare e far votare indipendentemente dalle convinzioni politiche è il miglior modo di festeggiare questo compleanno.

 

Lo stesso vale per ogni tornata elettorale, ogni Referendum anche e soprattutto quelle che ci vedono coinvolti in prima persona anche come italiani all’estero. L’invito al non voto è a mio personale avviso, un delitto contro la Repubblica e contro le libertà democratiche.

 

70 anni dopo il primo grande referendum che avrebbe segnato i natali della nostra Repubblica e l’elezione dei nostri padri costituenti, verrà celebrato un altro importante referendum, il prossimo autunno, per modificare la nostra carta costituzionale.

 

Ognuno di noi avrà a proposito una propria personale opinione e ciascuna posizione merita di essere difesa. Il mio appello ai miei concittadini è tuttavia triplice:

 

-  Formatevi una opinione sul merito, leggendo i quesiti e discutendone nelle sedi appropriate

 

- Preparatevi al voto assicurandovi che l’indirizzo depositato in consolato sia quello corretto

 

- Aiutate, informando e invitando tutti i connazionali del vostro giro di amicizie e contatti a fare lo stesso.

Solo così la nostra bella e giovane Repubblica potrà crescere sotto la tutela vigile dei propri cittadini. Buon Compleanno nostra amata Repubblica Italiana!

Daniela Di Benedetto, Presidente del Comites di Monaco di Baviera

 

 

 

 

 

Nuovi collegamenti Milano-Francoforte dal dicembre del 2017. Siglata intesa tra FS Italiane, FFS e DB

 

Partiranno a dicembre 2017 i nuovi collegamenti ferroviari internazionali tra Milano e Francoforte, passando per la Svizzera. È questo uno dei punti del memorandum of understanding siglato ieri a Lugano dall’ad di FS Italiane Renato Mazzoncini, l’ad di FFS Andreas Meyer e l’ad di DB Rüdiger Grube.

Assieme ai nuovi collegamenti, l’intesa prevede migliori coincidenze tra i diversi Paesi e un miglioramento complessivo della puntualità.

 

Nella stessa cornice, gli amministratori delegati di tutte le aziende ferroviarie europee hanno confermato, attraverso una dichiarazione congiunta, la volontà di creare sinergie per affrontare le sfide della mobilità del futuro. L’obiettivo è far sì che la modalità ferroviaria conquisti quote maggiori rispetto agli altri vettori di trasporto, sfruttando il suo principale punto di forza: il treno consente di condurre a destinazione un numero elevato di passeggeri e di merci lungo tratte lunghe in modo affidabile, sicuro e puntuale. Il requisito essenziale è che ci siano regole uguali per tutti, nella concorrenza intermodale: il quadro regolatorio va migliorato nella logica della liberalizzazione del mercato. Pertanto, gli ad chiedono al mondo politico di prendersi le proprie responsabilità, garantendo il finanziamento stabile a lungo termine della manutenzione e dell’ampliamento dell’infrastruttura ferroviaria.

 

Il vertice degli ad europei, che si è tenuto alla vigilia dell’inaugurazione della galleria di base del San Gottardo, ha fatto il punto anche sulle nuove opportunità offerte dal nuovo tunnel, soprattutto per il traffico merci. L’intesa raggiunta prevede una pianificazione strategica dei collegamenti merci transfrontalieri. Dal punto di vista infrastrutturale, secondo gli accordi tra la Svizzera, l’Italia e la Germania, le linee di accesso saranno concluse nei prossimi anni. Dal 2020 attraverso la nuova linea di pianura potranno essere sfruttate in pieno la lunghezza dei treni fino a 750 metri e il corridoio 4 metri.

 

Infine, gli ad hanno anche discusso della necessità di velocizzare il percorso di digitalizzazione dei processi e di armonizzazione dei sistemi di ticketing tra i vari Pesi. Lo scambio di dati e l’introduzione di standard permetterà di semplificare le procedure, ridurre i costi e aprire la strada all’innovazione. FS 1

 

 

 

 

«In Armenia fu genocidio»: il sì del Parlamento tedesco alla risoluzione

 

Voto quasi all’unanimità del Bundestag. La risoluzione «comprometterà seriamente i rapporti tra i due paesi», ha detto il presidente turco Erdogan. «Errore storico», secondo il portavoce del governo turco Numan Kurtulmus. Richiamato l’ambasciatore a Berlino - di Valentina Santarpia 

 

Il Bundestag, la camera bassa del Parlamento tedesco, ha votato quasi all’unanimità una risoluzione, di valore simbolico, che riconosce il genocidio della popolazione armena da parte delle forze ottomane nel 1915. La mozione, presentata dal blocco conservatore della cancelliera Angela Merkel insieme a socialdemocratici e Verdi, è passata a larghissima maggioranza con l’appoggio di tutti i partiti al Bundestag. Dura la reazione della Turchia, che ha immediatamente richiamato il suo ambasciatore a Berlino. La risoluzione tedesca sul genocidio in Armenia «comprometterà seriamente i rapporti tra i due paesi», ha detto il presidente turco Recep Tayyip Erdogan «Questa decisione avrà un impatto molto serio sulle relazioni fra Turchia e Germania», ha aggiunto, per poi che ha poi spiegare come il richiamo dell’ambasciatore sia «il primo passo» a cui seguiranno nuove misure contro il governo tedesco. Il primo ministro turco Binali Yildirim ha definito «irrazionale» la risoluzione, «un errore storico» che mette alla prova i rapporti di amicizia tra i due Paesi membri della Nato. Il suo vice, Numan Kurtulmus, ha parlato di «errore storico». La risoluzione votata dal Bundestag tedesco ha seriamente danneggiato le relazione tra Berlino e Ankara, ha aggiunto il portavoce del partito di governo Yasin Aktay. Una fonte del partito ha inoltre aggiunto che l’Akp intende presentare al Parlamento turco una dichiarazione contro il voto tedesco. Ma la Cancelliera Angela Merkel minimizza: «C’è molto che lega la Germania alla Turchia e, anche se abbiamo una differenza di opinione su una questione individuale, la vastità dei nostri collegamenti, della nostra amicizia, dei nostri legami strategici è troppo grande», ha spiegato Merkel in una conferenza stampa congiunta con il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, che ha dichiarato che spera che i rapporti tra Turchia e Armenia si normalizzino quanto prima.

 

Il ruolo cruciale della Turchia nel dossier migranti

Il rischio che l’esito della seduta potesse incrinare i rapporti era alto. In mattinata, il primo ministro turco Binali Yildirim aveva avvisato che il voto sarebbe stato «un vero test di amicizia» tra i due Paesi. Nonostante gli avvertimenti, i deputati tedeschi si sono espressi a stragrande maggioranza per riconoscere il genocidio. Solo un deputato ha votato contro e un altro si è astenuto. Il voto è stato fatto per alzata di mano e dunque i voti a favore del testo non sono stati conteggiati.

 

La responsabilità della Germania

La risoluzione ora rischia di incrinare i rapporti tra Germania e Turchia in un momento in cui il Paese a metà tra Asia ed Europa in questo momento ha un ruolo cruciale su una serie di dossier, a cominciare dalla crisi migranti. Ankara ha ammesso che molti armeni cristiani siano stati massacrati in scontri con le forze ottomane, ma ha sempre negato che centinaia di migliaia di persone siano state uccise, che ci fosse una campagna organizzata per cacciarli o che ci fossero tali ordini da parte delle autorità ottomane. Il testo approvato invece riconosce come «genocidio» - un termine che la Turchia rifiuta - la morte di migliaia di persone (tra le 800mila e il milione e mezzo) appartenenti alla minoranza cristiana di Armenia nei massacri del 1915. E riconosce anche la responsabilità della Germania in quella tragedia, in quanto all’epoca il Paese era alleato dell’Impero ottomano.

 

La storia

Un secolo fa, nel 1915, cominciavano nell’impero ottomano i massacri e le deportazioni degli armeni, che in tre anni avrebbero provocato 1,3 milioni di vittime, secondo gli armeni, ma anche secondo la maggior parte degli storici. Diversa la versione delle autorità turche, che parlano di un numero di vittime tra 250.000 e 500.000. Un massacro su cui, l’anno scorso, è intervenuto anche il Papa definendolo il primo genocidio moderno. Indeboliti dalla sconfitta nella guerra dei Balcani, nel febbraio 1914 gli ottomani, su pressione dei Paesi occidentali, si impegnarono ad avviare riforme per tutelare le minoranze etniche e religiose. Ma, nell’ottobre dello stesso anno, entrarono nella Prima guerra mondiale, a fianco della Germania e dell’impero austro-ungarico. Poche settimane dopo gli arresti di massa dei leader armeni. Nel maggio 1915 una legge speciale autorizzò le deportazioni «per motivi di sicurezza interna» di tutti i «gruppi sospetti». La popolazione armena di Anatolia e di Cilicia, additata come «il nemico interno», fu deportata verso i deserti della Mesopotamia.

 

Durante l’esodo forzato molti morirono di stenti e malattie o furono uccisi da guerrieri curdi al servizio degli ottomani. Altri morirono nei campi dove furono confinati. Altri riuscirono a fuggire in Occidente. L’operazione di pulizia etnica aveva un doppio obiettivo: occupare le terre appartenenti agli armeni, situate tra la Turchia e il Caucaso, e togliere alla minoranza cristiana qualsiasi illusione. Nel 1920, dopo la dura sconfitta nella guerra mondiale, l’impero ottomano fu smantellato. Nel maggio 1918 fu istituito uno Stato armeno, inglobato nell’ex Urss. La Turchia non riconosce il termine di genocidio, ma ammette i massacri e la morte di molti armeni durante le deportazioni. Secondo Ankara si trattò di repressione contro una popolazione che collaborava con la Russia zarista. Il genocidio armeno fu riconosciuto, nel 1985, dalla sottocommissione dei diritti umani Onu e nell’87 dal Parlamento europeo. I Paesi che riconoscono il genocidio con il voto tedesco di oggi sono 21, tra cui l’Italia. CdS 2

 

 

 

 

 

Migranti, Dalai Lama a giornale tedesco: "Europa e Germania non possono diventare arabe"

 

Il leader buddista alla Frankfurter Allgemeine Zeitung: "Se guardiamo i profughi, proviamo compassione. Ma sono diventati troppi" – di Tonia Mastrobuoni

 

BERLINO - Un'intervista lunga, esplosiva. Con cui il Dalai Lama dà pienamente ragione agli avversari di Angela Merkel che chiedono un tetto ai profughi. Apparsa, oltretutto, sul quotidiano di riferimento dei conservatori tedeschi, la Frankfurter Allgemeine Zeitung. "Se guardiamo i profughi in faccia, soprattutto le donne e i bambini, proviamo compassione", ha spiegato la massima autorità spirituale dei buddisti tibetani alla FAZ. Bisogna aiutarli, ha aggiunto, ma "d'altra parte, nel frattempo sono diventati troppi. L'Europa e la Germania non possono diventare arabe. La Germania è la Germania".

 

Intervistato nel nord dell'India, a Dharamsala, dove vive in esilio a causa dell'occupazione cinese del Tibet dal 1959, il premio Nobel per la pace ha anche suggerito che i profughi dovrebbero tornare a casa, dopo un po'. "Moralmente", ha puntualizzato, dovrebbero "restare solo temporaneamente", per poi tornare nel loro Paesi e "aiutarli nella ricostruzione".

 

La più alta autorità religiosa dei tibetani ha anche espresso il desiderio di tornare in patria, "tra un paio di anni" e a proposito della querelle con i cinesi sulla sua reincarnazione, il leader spirituale ottantenne ha detto che "decideranno i tibetani" ma ha ribadito che potrebbe essere lui, l'ultimo Dalai Lama. Un modo per evitare che siano i cinesi a designare il suo successore.

 

Simbolo mondiale della pace, il Dalai Lama ha ammesso che a volte la violenza è giustificata, "quando non c'è scelta e quando la compassione è il motivo". Anche Buddha uccise un mercante per salvarne 499, ha raccontato al quotidiani tedesco, dunque mosso a compassione per il destino di quei 499. LR 1

 

 

 

 

Gottardo, inaugurazione da 9 milioni franchi. Merkel, galleria simbolo unità d'Europa

 

Per la galleria ferroviaria più lunga del mondo presenti i leader europei: Hollande, Merkel, Renzi e Kern

 

Inaugurazione del tunnel di base del San Gottardo, la galleria ferroviaria più lunga del mondo. Per i soli festeggiamenti la Svizzera ha investito 9 milioni di franchi e ha organizzato uno spettacolo, affidato al regista Volker Hesse, che coinvolge 600 artisti. All'appuntamento i leader europei: il presidente francese Francois Hollande, la cancelliera Angela Merkel, il premier Matteo Renzi e il cancelliere austriaco Christian Kern.

 

Merkel, Galleria simbolo unità Europa "Dobbiamo proteggere i confini esterni" e per farlo "il mercato comune è un elemento chiave" per l'Europa: così la cancelliera tedesca Angela Merkel nel suo discorso ufficiale all'inaugurazione del tunnel del San Gottardo. Da questo punto di vista, ha aggiunto, "la galleria di base del San Gottardo è un simbolo". "L'identità dell'Europa - ha concluso - è sempre stata la nostra ricchezza culturale e così deve rimanere".

 

Renzi, Gottardo simbolo contro i muri Il tunnel del San Gottardo, inaugurato oggi in Svizzera, che rende i collegamenti fra Nord e Sud Europa più veloci ha "un alto valore simbolico del quale come Italia siamo molto grati alla Svizzera: in un momento in cui si costruiscono muri, oggi la Svizzera ha fatto una galleria di collegamento e di occasioni di incontro": lo ha detto il presidente del Consiglio Matteo Renzi ai microfoni della elvetica SSR.

 

Sono oltre 1.100 gli ospiti e 300 i giornalisti accreditati per l'evento che si svolge contemporaneamente a Erstfeld nel canton dell'Uri e a Pollegio nel Canton Ticino, cioè ai due lati della galleria

 

Ingenti le misure di sicurezza.

Passeggeri del viaggio inaugurale, mille svizzeri che hanno vinto un concorso a cui hanno partecipato 160 mila persone e due scolaresche. Prima della partenza Johann Schneider-Amman, il presidente della confederazione Elvetica (da Rynaecht, a nord del tunnel), e il ministro Doris Leuthard (a Pollegio, nel Canton Ticino, all'ingresso Sud del tunnel) hanno sottolineato l'importanza del nuovo collegamento che permette di risparmiare almeno mezz'ora. (un'ora nel 2020) fra Zurigo e Milano. Scheider-Amman ha ricordato che già all'inaugurazione della prima galleria nel 1882 erano presenti le autorità degli Stati confinanti a sottolineare "l'importanza internazionale" dell' opera che ancora oggi è importante per "l'Europa". "L'opera del secolo" ha aggiunto il ministro. Poi si è levato il fischio dei treni che, in contemporanea, hanno iniziato ad attraversare i 57,1 km del tunnel ed è cominciato lo spettacolo. Primi ad entrare ballerini-acrobati vestite con le tute arancioni degli operai che hanno costruito la galleria. Ansa 1

 

 

 

 

Il voto del Bundestag. Berlino e il «genocidio» armeno. Un duro colpo per Erdogan

 

La mozione votata è anche molto autocritica sul ruolo della Germania, alleata dell’Impero Ottomano durante la prima guerra mondiale: sapeva e non disse niente - di Danilo Taino

 

Il parlamento tedesco ha votato nella mattinata di giovedì, quasi all’unanimità, una mozione che definisce «genocidio» il massacro degli armeni avvenuto a opera dell’Impero Ottomano tra il 1915 e il 1916: un milione e mezzo di morti.

 

Ha così affermato due cose. Primo che non si fa intimorire dalle molte reazioni turche, innanzitutto quelle del presidente Recep Tayyp Erdogan, il quale nei giorni scorsi ha minacciato ripercussioni nelle relazioni bilaterali tra Ankara e Berlino, a causa della mozione. Anche durante una telefonata con Angela Merkel.

 

Da parte del Bundestag, è un atto di affermazione di autonomia, anche se molti deputati si rendevano conto, mentre votavano, che la reazione turca avrebbe potuto creare problemi all’accordo sui rifugiati che la Ue ha firmato con Ankara e che la cancelliera tedesca ha voluto a tutti i costi (Frau Merkel non era in aula per altri impegni). In realtà, il tenere ferma la posizione da parte del parlamento di Berlino ribalta su Erdogan il problema: ora dovrà decidere se vale la pena prendere iniziative drastiche per una questione rilevante dal punto di vista politico ma senza conseguenze pratiche. Non probabile, dicono gli osservatori, al di là delle dichiarazioni e magari del coinvolgere gli ambasciatori dei due Paesi come forma di protesta.

 

La seconda affermazione del Bundestag riguarda l’idea di portare in parlamento una questione che solitamente si lasciava agli storici (altri Paesi lo hanno già fatto) e decidere su basi politiche che quello di allora fu un genocidio (alcuni storici non sono d’accordo, ritengono che l’obiettivo ottomano non fosse lo sterminio definitivo degli armeni). In Germania, la mozione non avrà forza di legge, quindi nessuno andrà in prigione o verrò multato se negherà il genocidio armeno. Ciò nonostante, alcuni storici e intellettuali hanno sollevato dubbi sull’opportunità di un’azione del genere.

 

Occorre aggiungere che la mozione votata è anche molto autocritica sul ruolo della Germania, alleata dell’Impero Ottomano durante la prima guerra mondiale, nelle vicende di quegli anni. Sapeva e non disse niente. CdS 2

 

 

 

 

 

60 anni dei Trattati di Roma, il Ministro Giannini e il Sottosegretario Gozi premiano il logo di Roma 2017

 

Sessant'anni di storia europea celebrati dalla creatività degli studenti e sintetizzati nel logo ufficiale di Roma 2017. In Campidoglio, luogo della storica firma dei Trattati di Roma del 1957, si è tenuta martedì 31 maggio, presso la Pinacoteca "Pietro da Cortona", la presentazione e premiazione del logo scelto per le iniziative di celebrazione della ricorrenza.

Autrice dell'opera intitolata 'Noi' e vincitrice del concorso "Dal mercato comune all'Europa dei cittadini" è Norma Caldieri, studentessa del terzo anno (sezione grafica) del Liceo artistico G. Giovagnoli di San Sepolcro (AR). Menzione speciale alla quinta GB del Liceo Artistico Francesco Orioli di Viterbo, classe che più si è distinta per impegno e passione nella partecipazione al concorso.

A consegnare i riconoscimenti agli studenti il Ministro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, Stefania Giannini e il Sottosegretario alle Politiche Europee, Sandro Gozi. La cerimonia è stata moderata dal giornalista Roberto Vicaretti. (nella foto, da sinistra a destra, il Commissario straordinario di Roma Capitale, Francesco Paolo Tronca, il Ministro Stefania Giannini, l'autrice del logo vincitore del concorso Norma Caldieri e il Sottosegretario Gozi)

Bandito dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, il concorso rientra fra le iniziative promosse in occasione del 60mo anniversario dei Trattati di Roma dal Dipartimento Politiche Europee della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Agli studenti delle scuole di ogni ordine e grado è stato chiesto di realizzare un marchio/logotipo per la promozione e la celebrazione dell'anniversario. Gli elaborati presentati sono stati 100.

"Con quest'iniziativa si apre ufficialmente l'anno dell'Europa nelle scuole. Durante il prossimo anno scolastico, infatti, i nostri ragazzi, attraverso attività didattiche e iniziative organizzate dal Miur, contribuiranno al dibattito sul futuro dell'Unione e rafforzeranno la conoscenza del processo di integrazione, sviluppando competenze di cittadinanza europea". Così il Ministro Stefania Giannini. "Si tratta di un investimento educativo e formativo per far crescere nuove generazioni di europei, non solo di italiani, e far maturare la consapevolezza di un'identità europea molto più ricca della somma dei singoli Stati nazionali".

"L'Europa e la scuola insieme. Perché Roma2017 - ha dichiarato Sandro Gozi, Sottosegretario di Stato per le Politiche Europee - è un'occasione per celebrare il passato, ma soprattutto per costruire l'Europa che vogliamo. Perché Europa e scuola significano innanzitutto nuove opportunità, creatività e innovazione. Perché la principale scommessa vinta dall'Europa si chiama Erasmus che ha creato e continuerà a creare generazioni di giovani europei consapevoli perché hanno vissuto una formidabile esperienza come studenti e come cittadini. Perché il logo di Roma2017 è rivolto al futuro, incarna un modello di società, parla alle generazioni presenti, ma anche a quelle che verranno, rimanda a qualcosa di più grande, una forte spinta progettuale, un vero impegno civico per vivere meglio insieme". DPE 31

 

 

 

 

“La corsa contro il tempo della Guardia Costiera per soccorrere di due barconi a ovest di Creta”

 

E’ una corsa contro il tempo. Da ieri sera poco prima delle nove abbiamo cambiato rotta. Sono due i barconi con centinaia e centinaia di migranti in difficoltà a 180 miglia a ovest di Creta. Nella stessa area dove tra giovedì e venerdì c’è stato il primo naufragio con centinaia di dispersi. Se tutto va bene solo intorno alle 16/17 di questo pomeriggio saremo nel teatro delle operazioni, insieme a un pattugliatore “gemello” della Guardia Costiera.

 

Tutto è iniziato ieri sera quando un ATR ricognitore della Guardia Costiera ha intercettato due barconi che a 180 miglia di distanza l’uno dall’altro navigavano a circa 8 nodi diretti in Italia, con le prue puntate verso la Calabria. Erano stracarichi di migranti e in difficoltà.

 

Il comandante Marco Chianella alle 18,25 aveva dato ordine di lasciare Lampedusa, al termine della visita del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per dirigere il Pattugliatore in direzione del teatro delle operazioni, a 35 miglia da Sabratah e 32 da Zwara. Con una velocità di crociera di 16 nodi saremmo arrivati in nottata.

 

Eravamo partiti giovedì da Messina, la base del “Peluso” che, domenica, aveva fatto scendere 382 migranti dopo che ne aveva recuperati oltre mille distribuendoli alle altre imbarcazioni di salvataggio. Le condizioni meteo marine ci avevano costretti ad aspettare. E il semaforo verde è arrivato giovedì mattina.

 

A Lampedusa sono salite un dottore e una infermiera volontarie, del Corpo di soccorso dell’Ordine di Malta. Due volontarie che lavorano al Cannizzaro di Catania, e che hanno bruciato una settimana di ferie per prestare attività volontaria. Un’altra bella pagina dell’Italia solidale.

 

Per tutta la notte dalla sala operativa di Roma-Eur, il comando della Guardia costiera ha coordinato le operazioni, una volta che le due imbarcazioni sono uscite dall’area Sar della Grecia e di Malta, cioè quello specchio di mare terra di nessuno che ogni paese ha adottato per garantire operazioni di ricerca e salvataggio di uomini in mare.

 

Da stanotte, infatti, i due barconi sono ufficialmente in acque Sar di competenza italiana. E un mercantile civile e una nave di Triton, dispositivo Frontex, stanno monitorando le due imbarcazioni.

 

Naturalmente lasciando il Peluso la destinazioni iniziale, la Libia, il dispositivo del soccorso è stato subito rafforzato. In area sono già presenti assetti navali delle altre operazioni in corso, Mare sicuro ed Eunavformed, operazioni internazionali.  G.R. LS 4

 

 

 

 

L’utopia del vivere

 

Il problema dell’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro in Italia è sempre stato, per sua natura, assai complesso. Analizzare le varie cause che hanno implicato, ed implicano, un insufficiente assorbimento di nuove leve di lavoro non è semplice, ma non impossibile. Facendo riferimento allo scorso anno, circa 700.000 giovani (18/25 anni), in parte qualificati, non hanno trovato una qualunque occupazione. Se a questo numero si aggiungono i disoccupati, i cassintegrati ed egli esodati, la situazione si fa inquietante. Neppure Renzi, secondo noi, è riuscito a recuperare spazi occupazionali. Sembra di vivere in un altro mondo. Più del 20% dei nostri giovani non trova lavoro o, peggio, lo ha anche perduto. Nel problema della disoccupazione, in generale, non solo c’è da tener conto della nostra incerta espansione economica, ma anche di una certa disinformazione sul rapporto richiesta/offerta di lavoro.

 Pur allontanandosi il cambio generazionale, a causa della riforma previdenziale, il mercato è privo d’indiscusse figure professionali che potrebbero, invece, essere riscoperte. Sull’emergenza lavoro, a nostro avviso, manca ancora una più capillare informazione da parte degli imprenditori e degli aspiranti ad un’occupazione. Non è una questione d’intesa, ma di collaborazione. La programmazione del lavoro non sembra entrare nell’ottica della produttività nazionale. Ovviamente quella privata. Ne deriva che anche la riqualificazione professionale, dopo una certa età, appare inconcludente; se non apertamente rifiutata. Dopo la scuola dell’obbligo, che resta una realtà comune per tutti, oltre alla scuola media superiore, esistono i corsi di formazione professionale. La loro durata triennale, completamente gratuita, consente, se non la matematica certezza, una buona garanzia di trovare un’attività meno precaria. Non sarebbe male riscoprire, con tutte le dovute garanzie, anche l’apprendistato nel settore dell’artigianato e delle sue attività correlate. Il “pezzo di carta” conta sempre di meno e si può, in ogni caso, ottenerlo anche esercitando un’attività lavorativa retribuita.

 Lavorare a sedici anni non è un disonore; piuttosto, potrebbe essere un incentivo a migliorare la propria posizione lavorativa nel futuro. Siamo entrati nel “secolo tecnologico”, ma abbiamo percorso poca strada. A questo livello, la buona volontà non basta. E'necessario fare molto di più e di meglio. Dovrebbero essere gli enti pubblici a fare più adeguatamente la loro parte. Non solo favorendo l’occupazione, a costi contenuti per il datore di lavoro, ma anche richiedendo una sorta di nuova normativa che contenga il fenomeno della disoccupazione a livelli meno patologici. Insomma, non resta che incentivare l’occupazione. Non c’è futuro per l’Italia, se mancano le possibilità occupazionali per gli italiani. Non esistono mestieri che i nostri giovani rifiutano a priori. E’ assurdo soli il pensarlo. Lavorare, oltre che un diritto è anche un dovere. Utile per noi e per gli altri. Senza un’occupazione, non è possibile fare progetti. E'assurdo pensare a formarsi una famiglia. Mancando una certa tranquillità economica, la vita perde molto della sua qualità e le demotivazioni aumentano. Il Governo ha da tener conto anche di queste riflessioni. Perché prima di pretendere, sarebbe d'uopo dare. Attenzione: i progetti politici a fondo perduto non favoriscono né l’Italia, né, tanto meno, gli italiani. Un appunto che indirizziamo a Renzi e alla sua Squadra. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

«Lascio l’Italia per sfuggire al fango. Ma vorrei aiutare i giovani talenti»

 

La scienziata Capua finita sotto inchiesta: da parlamentare nessuno mi ha mai ascoltato. In questo Paese il livello di interesse per la scienza è davvero troppo basso - di Massimo Sideri

 

Le valigie non sono ancora pronte. Ma c’è la data della partenza: il 16 giugno, tra due settimane. E la lettera di dimissioni è già stata consegnata al suo gruppo, Scelta Civica, con cui era entrata alla Camera dei deputati al tempo di Mario Monti. La virologa Ilaria Capua, da questa data, tornerà a fare la scienziata a tempo pieno in Florida, in un centro di eccellenza a Gainesville dove sarà full professor, e diventerà una ex parlamentare.

È vero che l’Italia disprezza la scienza?

«Abbiamo menti brillanti, ragazzi preparati, ma non abbiamo un sistema che li tuteli e li valorizzi, questo è vero. Su un certo oscurantismo nei confronti della scienza non ci devo tornare su io: il livello generale di interesse per le questioni scientifiche è purtroppo basso. Ecco poi i casi “stamina” o la guerra ai vaccini, anche se quest’ultimo non è un fenomeno solo italiano».

Parte delusa?

«Mah... Quello che penso è che l’Italia chiude le porte quando i buoi sono scappati. Non sono il primo ricercatore ad andarsene e non sarò l’ultimo. Penso però che la mia situazione sia particolare perché sono un cervello maturo e ho una serie di caratteristiche che il 25enne non ha. Ho un network internazionale, sono stimata nel mio mondo, tant’è che ho continuato a tenere relazioni come quella al Centro europeo di Malattie infettive a Stoccolma: l’Italia così non perde solo la mente da scienziato, perde anche una persona credibile e rispettabile il cui nome era spendibile nei circuiti internazionali».

Dunque l’Italia l’ha persa definitivamente?

«La mia sintesi è che vendo la pelle ma non vendo lo scalpo: per tutta una serie di motivi ho deciso che il tempo che mi resta da vivere devo investirlo meglio. Voglio restituire ai giovani ricercatori quello che so fare, ho compiuto i 50 anni, un giro di boa. Tant’è che negli ultimi 3-4 mesi ho parlato con il rettore dell’Università di Padova, con il presidente dell’Istituto superiore di Sanità, con il governatore del Veneto, Luca Zaia, per dire che io ci sono e che la mia è una parentesi di vita oltreoceano che vorrei potesse tornare utile anche ai ragazzi validi italiani».

I ponti rimangono giù insomma...

«Sì, assolutamente. E ci tengo a sottolineare che non ho mai preso lo stipendio da parlamentare, dunque non ho vitalizi o benefit da onorevole che mi seguiranno. Per me seguire Monti era una missione, non sono andata in parlamento perché non avevo di meglio da fare, ma per portare avanti determinate istanze. Ho continuato a prendere lo stipendio dell’Istituto Zooprofilattico delle Venezie. Ora prendo questo incarico negli Usa e ci sono buone possibilità che l’Istituto mi conceda l’aspettativa».

Veniamo alle accuse che le sono state mosse. A che punto siamo nel processo?

«Sono ancora in attesa che si concludano le udienze preliminare».

Non è mai stata sentita?

«No».

I fatti risalgono al ’99-2007. Il dossier è uscito quando è entrata in Parlamento. L’ha considerato un attacco politico?

«L’ho considerato un attacco, politico o scientifico, di certo un attacco. Violentissimo».

Lei ha cercato gli Usa o gli Usa hanno cercato lei?

«Mi hanno contattata per partecipare al bando e l’ho fatto. Ma il vero motivo per cui me ne vado è che non voglio e non riesco ad essere un’anatra zoppa. È così che si diventa nel momento in cui parte la macchina del fango: ogni volta che io cerco di spingere qualcosa in Parlamento esiste sempre qualcuno che può alzare la mano per ricordare quel caso».

È successo?

«Certo, in commissione Cultura nell’aprile del 2014 fui attaccata violentemente. Chiesero le mie dimissioni. Tant’è che il mio modo di essere in questi due anni è stato: vola bassa».

Tornerebbe a fare la parlamentare?

«No, anzi: sono diventata contraria all’impegno civico in politica a meno che non si dia spazio alle persone che per amore del loro Paese lasciano una professione di successo».

Ma questo spazio non dipende dal voto dei cittadini?

«Io parlo dello spazio che ci danno in Parlamento: quello che dicono sempre a noi outsider è che la valutazione deve essere politica, non deve entrare nel merito. L’esperto non lo ascolta mai nessuno. Ma è nel merito che abbiamo molto da dire e che vorremmo essere ascoltati».  CdS 31

 

 

 

 

2 giugno 1946. Amare la Repubblica italiana nel segno dell’amicizia sociale

 

Settant’anni, ben portati, tutto sommato. E allora è bene festeggiarla, la Repubblica, in particolare proprio in questo momento storico, in questa crisi che non è un fatto, come hanno tentato di raccontarci ormai da diversi anni, ma è un’epoca. Occorre però interrogarsi sulla qualità delle istituzioni, dei rappresentanti, ma nello stesso tempo anche dei cittadini, dei rappresentati. Sicuramente non basta deprecare – di Francesco Bonini

 

Settant’anni, ben portati, tutto sommato. E allora è bene festeggiarla, la Repubblica, in particolare proprio in questo momento storico, in questa crisi che non è un fatto, come hanno tentato di raccontarci ormai da diversi anni, ma è un’epoca. Un’epoca sconosciuta e problematica, in cui alcuni, pochissimi, stanno meglio, molto meglio, e tanti, troppi, stanno peggio o comunque avvertono che non ci sono prospettive. Ecco perché è bene ricordarsi della Repubblica, di più, volere bene alla Repubblica, come patrimonio collettivo, come peraltro la facile etimologia latina suggerisce: una sorta di bene comune istituzionale. Bella definizione, anche se la retorica è sempre in agguato, così come la propaganda, quella sorta di narcotizzazione collettiva veicolata attraverso lo storytelling, ovvero una parola inglese alla moda che significa costruzione di narrazioni, quando le narrazioni vorrebbero persuaderci di cose che non sono.

Ecco allora che è bene misurarsi con la Repubblica, perché, mentre crescono le cortine fumogene delle narrazioni e nello stesso tempo la diffidenza o la protesta impotente, è bene avere un orizzonte comune, un riferimento credibile.

Tanto più che la nostra Repubblica nasce, ormai tanti anni fa, come progetto, aperto allo sviluppo e all’integrazione con le altre grandi democrazie europee.

Ma misurarsi con la Repubblica è esigente. Non bastano le frasi di circostanza e le narrazioni che non persuadono più nessuno. La Repubblica, che è un’idea bella e grande, formalizzata nella Costituzione, si incarna in istituzioni e in persone, in rappresentanti.

Festeggiare la Repubblica, volere bene alla Repubblica è dunque prima di tutto fare memoria dei fondatori, rivedere quelle vecchie immagini in bianco e nero di galantuomini.

E poi così interrogarsi sulla qualità delle istituzioni, dei rappresentanti, ma nello stesso tempo anche dei cittadini, dei rappresentati. Dicevano dei primi parlamenti della storia inglese che un terzo dei rappresentanti era migliore, un terzo simile, un terzo peggiore della media dei rappresentati: pari e patta. Non basta deprecare.

Se vogliamo che la qualità complessiva cresca (e tutti sappiamo quanto ce n’è bisogno) occorre dunque agire ai due capi della catena della rappresentanza.

Papa Francesco, nel suo magistero sociale, denuncia la violenza e le ingiustizie, in qualunque modo e in qualunque forma, e parla di “amicizia sociale”. Può essere uno spunto interessante. E distingue il dialogo dalla discussione. Nel dialogo, dice, tutti crescono, nella discussione si cerca di prevaricare. E’ una pista interessante. Da troppo tempo si è smarrita la pazienza del dialogo, che presuppone identità e appartenenza, ma anche la consapevolezza della relazione. Il modello per la Repubblica non è stato e può essere il duello finale del western, con le pistole fumanti, come qualcuno ciclicamente suggerisce.

Relazione dunque: una parola chiave, che riporta all’identità della Repubblica, da recuperare per non decadere. Con ogni energia. Sir 30

 

 

 

 

I candidati chiudono la campagna nelle periferie, solo la Raggi in centro

 

Si chiude la campagna elettorale per le amministrative di domenica, e in mancanza di grandi temi politici e di candidati destinati in futuro alla ribalta nazionale, vale la pena di soffermarsi sulle location che gli aspiranti sindaci delle grandi città hanno scelto per chiedere gli ultimi voti agli indecisi. Intanto si può dire che quest'anno (ma la tendenza si è già intravista in passato) non va più il comizio nella grande piazza della città. Troppo rischioso in tempi di rifiuto della politica e dei partiti. Unica eccezione la candidata Cinquestelle Raggi a Roma. Chiuderà in Piazza del Popolo che richiede almeno trentamila persone per non mostrare vuoti imbarazzanti. Gli altri hanno scelto i tour itineranti nelle piazze della periferia. Si può da questi segnali tentare di immaginare a quali elettorati si rivolgono? Giachetti si vuole riprendere le periferie che un tempo erano del Pd e che ora sono un immenso territorio magmatico e contraddittorio. In genere terreno di caccia della destra più estrema: non a caso Giorgia Meloni ha chiuso ieri a Tor Bella Monaca, luogo simbolo della periferia romana più estrema. E il comizio della Raggi nella elegante e centralissima Piazza del Popolo? Per di più con il supporto di gente dello spettacolo come Dario Fo, Fiorella Mannoia e Claudio Santamaria? Forse che il movimento di Grillo, almeno a Roma, si rivolge a un elettorato giovanile precario e radical chic deluso dalla sinistra tradizionale, piuttosto che alla gente delle periferie. Gente a cui si rivolge perfino Marchini che chiude a Ostia assieme a Berlusconi e a cantanti popolari come Pupo e Fausto Leali. Comunque, Renzi tiene a precisare che il risultato elettorale di domenica non impegna il governo. Sarà il referendum istituzionale di ottobre la battaglia decisiva per la sorte del governo. Ora, non è vero che le amministrative non contano per il governo: vincere o perdere a Roma e a Milano (i due candidati Sala e Parisi chiudono in un concept store e in un lounge bar) non è indifferente per il capo del governo. Però è vero che il referendum sulle riforme istituzionali (abolizione del bicameralismo perfetto) è il passaggio determinante. A cui Renzi ha legato il suo destino politico. Non a caso la sinistra dem e anche i Cinquestelle continuano a dire che anche se Renzi dovesse perdere non si dovrebbe dimettere. In caso di elezioni anticipate, infatti, molti rischierebbero il posto in Parlamento. E se dicessero che Renzi si deve dimettere e poi invece vince, la sconfitta dei suoi avversari sarebbe senza misericordia. Il voto di domenica è quindi importante, non solo per le città interessate, ma anche per la stabilità del governo fino al referendum. E condizionerà l'esito del referendum stesso. GIANLUCA LUZI

LR 3

 

 

 

Quale futuro?

 

Il 2017 sarà l’anno del rinnovamento? Così s’ipotizza. Intanto, ci aspettano ancora momenti difficili. Lo stato degli italiani ne seguirà le sorti. Cambiare è essenziale. Pena il tracollo dell’economia. Di fatto, i problemi della Penisola non troveranno facili sfoghi. Tramontato il liberismo, non troverà sistemazione il progressismo. Eppure, nel bene come nel male, si tira avanti. Anche questo, nella disgrazia, è uno dei miracoli italiani. Vivere di fantasia è sempre meglio che sopravvivere senza illusioni. Ma non lo diamo a vedere.

 Se ne sono, però, accorte le nostre tasche. La politica della formica non è stata migliore di quella della cicala e la ripresa, quando ci sarà, non la percepiamo prossima e generalizzata. I sacrifici hanno vanificato ogni “credo”, ogni fiducia negli aspiranti Condottieri del Bel Paese. Le sfumature non reggono al fortunale che ci portiamo dietro da anni. Così, accanto alle impressioni, rimangono tante drammatiche certezze.

 E’ il nostro potere legislativo che dovrebbe, prima di tutto, essere più coerente. Chi s’interesse ai problemi degli altri, o così dovrebbe, svolge un “mestiere”sempre più collegiale. Da qualche tempo, “maggioranza” ed “opposizione” rappresentano estremi che si toccano. Chi governa ha solo bisogno della “non” sfiducia. Per il resto è lasciata all’iniziativa dei singoli fare o rompere le “correnti” d’intesa. Se tutti siamo stati chiamati a “tirare avanti” lo facciano anche i Parlamentari. Però, chi oserebbe sperare tanto? Non il Governo che si regge per la loro interessata benevolenza, né la fitta schiera di chi vive a Palazzo Madama e a Montecitorio con tutti i “benefit” annessi e connessi. Intanto, il sistema monocamerale è ancora da venire.

Insomma, tutto sembrerebbe rimandato alla riforma del nostro sistema legislativo. Non prima dell’anno prossimo. Intanto, la “china” e vivere con una manciata d’Euro il mese è difficile, confusamente difficile. Non a caso, c’è chi comincia a rimpiangere il passato e a temere, a ragion veduta, l’immediato futuro.  Provvedimenti di Renzi con l’utilizzo sociale di un “tesoretto” ritrovato non risolvono.

 Se la classe politica non va più in “Paradiso”, è anche sicuro che non prenderà la strada per l’”Inferno”. Per gli eletti è cambiato poco; rispetto agli elettori che si sono visti privare del necessario.  Non esiste neppure più la parvenza di una squadra del “Buon Governo” e il Potere Legislativo, purtroppo, non è delega popolare da troppo tempo. Guardare al domani resterà un problema. Anche perché il nostro futuro, in ogni caso si consideri, è già “ipotecato”. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Migranti, Alfano a Cei: "Non possiamo accoglierli tutti"

 

Il ministro dell'Interno commenta le parole di monsignor Galantino: "Se il fotosegnalamento avvenisse in mare avremmo un'efficienza maggiore al momento dello sbarco". Lega: "Se ne occupino i vescovi con soldi Ior". Salvini: "Segretario Cei complice degli scafisti: chieda scusa"

 

ROMA - "Noi siamo campioni del mondo di umanità e di accoglienza. Capisco le parole di monsignor Galantino che fa il vescovo, io però faccio il ministro dell'Interno e ho il dovere di far rispettare le leggi: abbiamo un grande cuore ma non possiamo accogliere tutti". Così il ministro dell'Interno Angelino Alfano commenta, durante un'iniziativa a Ostia, le parole di monsignor Galantino, segretario della Cei, sul tema migranti.

 

"Gli hotspot non sono centri chiusi di trattenimento ma centri dove avvengono la fotosegnalazione e lo smistamento tra profughi e irregolari - spiega -. Se il fotosegnalamento avvenisse in mare avremmo un'efficienza maggiore al momento dello sbarco. È un'ipotesi su cui si sta ragionando".

 

Durissimo il commento di Matteo Salvini. "Monsignor Galantino è complice degli scafisti, nemico degli italiani e dei rifugiati veri. Mi auguro che il segretario dei vescovi italiani rettifichi o chieda scusa".

Sullo stesso tono la risposta dei parlamentari leghisti: "Galantino proponga in Vaticano di mettere a disposizione dello Stato, per l'accoglienza, i fondi dell'8X1000, dello Ior e il loro incalcolabile patrimonio immobiliare" o "la folle, assurda e irresponsabile proposta di Galantino ricadrebbe sulle tasche dei cittadini" dice Gian Marco Centinaio, capogruppo della Lega Nord al Senato, parlando di un "danno irrimediabile che sarebbe sociale, economico e culturale". Dunque, "quanto chiesto dal monsignore è assurdo".

 

Roberto Calderoli affronta il nodo migranti riproponendo la ricetta di "rimandarli verso i porti di partenza, respingendoli in mare" come "la sola risposta razionale e concreta per impedire l'invasione del nostro Paese e le morti nel Mediterraneo" (strada, quella dei respingimenti in mare, già praticata dall'ex ministro dell'Interno leghista Maroni, ma sanzionata dalla Ue con una condanna all'Italia, ndr) . "L'errore di monsignor Galantino, quando chiede di accogliere tutti i migranti, è lo stesso che fanno Renzi e Alfano: è sbagliata l'idea di creare una rete territoriale per l'accoglienza diffusa, perché è proprio attraverso la distribuzione reticolare sul territorio che il governo cerca di farli 'sparire', minimizzando i numeri con proclami tipo 'sono appena poche decine per ogni comune'", prosegue il vicepresidente leghista della Lega.

 

Per i deputati M5S della commissione Cie-Cara "oltre la folle idea di hotspot galleggianti partorita dalla mente distorta di Alfano, non c'è uno straccio di legge varata dal Parlamento che istituisce gli hotspot e spieghi cosa sono e cosa devono fare. Sono dichiaratamente illegali". Secondo gli esponenti pentastellati, "in questi pochi mesi di vita, gli hotspot si stanno dimostrando dei luoghi atti a bloccare, respingere, trattenere le persone e non certo ad accoglierle; luoghi dove viene violata la Costituzione e i tanti trattati internazionali che abbiamo sottoscritto. In tutto ciò - sottolineano - la Ue si dimostra sempre più inutile, dato il suo apporto inesistente: in fin dei conti, per l'Europa sono persone in pericolo e non banche da salvare...".

 

Sugli hotspot galleggianti è "in totale disaccordo" anche il presidente di Medici senza frontiere (Msf) Italia, Loris De Filippi, intervenuto a Mix24 di Giovanni Minoli su Radio 24. "Sono in totale disaccordo - spiega - prima di tutto dal punto di vista umanitario e medico. È sicuramente un'idea inaccettabile. A me è capitato di arrivare a dei salvataggi in cui le persone sono in condizioni veramente difficili".

 

De Filippi cita poi il caso di alcuni giorni fa in cui è stato dato soccorso a 600 persone, e sono state effettuate "300 consultazioni mediche, quindi la metà". "In linea con gli standard internazionali - aggiunge - noi abbiamo un problema perché francamente non porteremo negli hotspot galleggianti le persone soccorse con le nostre navi. Quindi o concluderemo la nostra attività di ricerca e soccorso, oppure la continueremo in modo diverso, cioè porteremo, se possibile, sulle coste italiane le persone. Dopo di che saranno identificate...".  LR 1

 

 

 

 

Riunione della Consulta dei Veneti dal 9 all’11 giugno a Venezia

 

In occasione della riunione della Consulta dei Veneti, che si terrà a Venezia dal 9 all’11 giugno, l’on. Marco Fedi, deputato eletto all’estero nella ripartizione dell’Africa-Asia-Oceania-Antartide, ha inviato al Consultore Fabio Sandonà (Australia), il seguente contributo scritto

 

Gentile Consultore Sandonà, in occasione della prossima riunione della Consulta dei Veneti nel Mondo desidero trasmettere a Lei e a tutti i partecipanti il mio sincero augurio di buon lavoro. L’appuntamento di Venezia è importante perché, oltre a segnalare una rinnovata attenzione della Regione Veneto verso la sua emigrazione, consente di delineare meglio il contesto in cui tutti noi siamo chiamati ad operare. Un contesto, quello dell’emigrazione italiana, che è progressivamente mutato in conseguenza di fattori oggettivi e contingenti. 

Per quanto riguarda l’Italia un elemento di grande rilevanza, e preoccupazione, riguarda la ripresa dei flussi migratori verso l’estero dovuti alla prolungata crisi economica con le sue inevitabili conseguenze sociali e culturali. 

Gli italiani hanno ripreso a partire. Uomini e donne, attraverso la mobilità globale, cercano di soddisfare il bisogno di lavoro e di un futuro migliore. 

L’analisi del decennio mostra chiaramente questa tendenza: sulla base dei dati Aire, infatti, è possibile quantificare in 817.000 il numero di italiani complessivamente espatriati dal 2006 al 2015. Mentre i connazionali ufficialmente residenti all’estero al 31 dicembre 2015 erano 4.811.163, in crescita di quasi duecentomila unità in un anno. 

Nel 2015 sono stati 107.529 gli italiani emigrati. Il 56% sono uomini, il 44% donne. 

La vera novità è però rappresentata dagli espatriati nella fascia di età tra i 20 e i 40 anni: nel 2015 ne sono ufficialmente emigrati 54.540, rendendo questo segmento maggioranza assoluta. Per quanto riguarda la provenienza regionale, la Lombardia è al primo posto superando i 20mila espatri annui. Il Veneto è al secondo posto con 10.374 partenze. 

È sintomatico come - fra le prime tre regioni italiane di espatrio - ben due siano del Nord, confermando un trend che disegna ormai i movimenti migratori in due fasi: dal Sud verso il Centro Nord Italia, e dal Centro Nord verso l’estero. Anche nella fascia 20-40enni la Lombardia resta in testa tra le regioni di espatrio. Interessante inoltre notare come fra i 30-40enni siano Veneto e Lazio le prime regioni. 

Questi dati, di per sé significativi, sono peraltro sottostimati in quanto non includono coloro che si muovono per mobilità temporanea di lavoro e che non rientrano nelle registrazioni ufficiali. 

Questi numeri, in ogni caso, ci sollecitano a riflettere sull’urgenza di aggiornare le politiche, nazionali e regionali, verso l’emigrazione italiana. Gli attori istituzionali in questo contesto svolgono un ruolo fondamentale, a partire da quegli enti locali che quotidianamente sono interessati dalla trasformazione dei rispettivi territori. Tuttavia, un ruolo altrettanto importante può svolgerlo l’associazionismo, a condizione che sia capace di rinnovarsi e di accettare la sfida della contemporaneità. 

Le Regioni hanno acquisito nel tempo una funzione sempre più rilevante in campo migratorio. Le leggi regionali hanno contribuito a rinsaldare i rapporti con le comunità all’estero dal punto di vista economico, commerciale e culturale. Anche l’associazionismo è andato modificandosi contribuendo a favorire nuove collaborazioni tra i territori in molti settori: economico, turistico, commerciale e culturale. 

L’orizzonte internazionale nel quale l’emigrazione italiana è proiettata ha reso evidente come essa sia una risorsa anche per lo sviluppo economico del nostro Paese. 

Gli italiani all’estero, in qualsiasi settore operino, portano con sé bisogni culturali, stili di vita, consumi, che rendono la loro esperienza un fattore di internazionalizzazione dell’economia italiana. E questo riguarda i nuovi emigrati ma, nello stesso modo, gli italiani di prima, seconda e terza generazione. Il ruolo che le nostre comunità possono avere nelle dinamiche di import-export, di commercializzazione del “made in Italy”, di valorizzazione delle imprese italiane è decisamente strategico. Basti pensare al turismo e al suo potenziale, valorizzato finora soltanto in minima parte. 

Lo stesso contributo che l’emigrazione ha dato al Pil italiano è indicativo; lo si può valutare storicamente attraverso le cifre riguardanti le rimesse da una parte e le esportazioni del “made in Italy” dall’altra. 

Occorre, quindi, aggiornare l’analisi e l’interpretazione dei rapporti tra emigrazione e sviluppo economico, tra emigrazione e produzione-commercializzazione di beni e servizi. Ciò costituirebbe un punto di partenza per sviluppare azioni innovative sia a livello regionale che nazionale, favorendo, tra l’altro, una crescita dell’associazionismo regionale che potrebbe essere chiamato ad interpretare un ruolo inedito e originale. 

Per queste ragioni, credo che le consulte regionali debbano caratterizzarsi sempre più come strumenti di confronto e di elaborazione. 

In particolare, questo è vero per la Consulta del Veneto, che rappresenta comunità operose ed integrate che hanno raggiunto riconoscimenti e prosperità in tutto il mondo. Gli emigrati veneti si sono distinti anche per la loro capacità di promuovere il coinvolgimento delle generazioni più giovani, accrescendone positivamente i valori identitari e alimentando il senso di appartenenza ad una grande comunità. 

Oggi più che mai, è importante sostenere il movimento associativo regionale, sia nel senso di aumentare i livelli di protezione e di reciproca solidarietà che di preservare i rapporti della Regione con la sua vasta e diffusa diaspora. 

I veneti all'estero, e in particolare in Australia da dove provengo, hanno saputo promuovere e valorizzare la loro terra d’origine sia per quanto riguarda la cultura che l’economia. 

I dati economici, del resto, mostrano che esiste un legame piuttosto stretto tra l’interscambio commerciale dell’Italia e le aree geografiche maggiormente interessate dall’emigrazione italiana del passato e dai flussi del presente. Se il nostro mercato interno è in crisi, esistono mercati più dinamici che possono essere un utile punto di riferimento per i nostri prodotti, per il nostro turismo, per la professionalità dei nostri giovani. Un contributo in questa direzione può provenire quindi anche dalle nostre comunità nel mondo e dalla rete associativa che li organizza. 

Il sostegno all’associazionismo regionale deve essere considerato una rete produttiva, capace di dare un ritorno certo e vantaggioso. Per queste ragioni, i legami con la terra d’origine, anche in tempi difficili, sono da considerare investimenti utili e produttivi.  On. Marco Fedi 

 

 

 

 

Immigrati, un tesoro per l'Erario: pagano 7 miliardi di tasse

 

I contribuenti stranieri sono più di 2 milioni e versano 6,8 miliardi solo di Irpef. A Prato il picco in rapporto al totale, a Milano la presenza più qualificata e i versamenti più pesanti. In difficoltà le comunità storiche, in crescita cinesi, indiani e filippini - di VLADIMIRO POLCHI

 

ROMA - A Prato un contribuente su sei parla straniero. A Milano uno su dieci. In Italia, sono 2,2 milioni i "nuovi italiani" che versano le tasse. Il loro "tesoretto"? Circa 6,8 miliardi di euro di Irpef pompati ogni anno nell'apparato circolatorio del Paese. E mentre le comunità storiche risentono la crisi (romeni, albanesi e marocchini), crescono i contribuenti cinesi, indiani e filippini.

 

A pesare il contributo fiscale dell'immigrazione in Italia è uno studio della Fondazione Leone Moressa. I risultati? Nonostante restino grandi sacche di nero, stando alle dichiarazioni dei redditi 2015, "l'impatto fiscale della presenza immigrata in Italia è in questo momento molto rilevante. Un contributo dato alle casse dello Stato da circa 2,2 milioni di contribuenti (il 7,2% del totale) che vale circa 6,8 miliardi di euro. Nel bilancio complessivo sui costi e benefici dell'immigrazione, il gettito Irpef è sicuramente una delle voci d'entrata più significative, a cui vanno tuttavia aggiunte le imposte indirette, le accise sui carburanti, le tasse su permessi di soggiorno e acquisizione di cittadinanza".

 

A livello regionale, il maggior numero di contribuenti nati all'estero è in Lombardia (481mila), seguita da Veneto (253mila), Emilia-Romagna (250mila) e Lazio (225mila): nelle prime 4 regioni si concentra oltre la metà dei 2,2 milioni di contribuenti immigrati. La media procapite di imposta versata è di 3.058 euro, con il picco massimo in Lombardia (3.703) e il minimo in Calabria (1.799). L'incidenza percentuale dei contribuenti stranieri è mediamente del 7,2%, con record nel Nord-Est (11,6% in Trentino-Alto Adige e 10,9% in Friuli-Venezia Giulia).

 

Anche tra le province, è il Centro-Nord a farla da padrone. A Prato, nota per la forte presenza cinese, i contribuenti Irpef nati all'estero sono ben il 15,3% del totale (e versano l'8,6% dell'imposta complessiva). Tra le prime 15 province troviamo una forte presenza di Friuli-Venezia Giulia, Trentino-Alto Adige, Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna. Anche a Milano è forte l'incidenza di contribuenti stranieri: quasi il 10% del totale. Milano è pure la provincia dove l'Irpef media procapite è più alta (4.822 euro), "segno di una presenza straniera qualificata e integrata nel tessuto produttivo".

 

Chi versa di più? Sicuramente i romeni, che rappresentano il 18,2% dei contribuenti nati all'estero. Seguono albanesi (7,2%) e marocchini (5,4%). Ma le comunità "storiche" sono in difficoltà: "Probabilmente continuano a risentire della crisi, oltre che di dinamiche demografiche che fanno diminuire in parte la popolazione attiva". In forte aumento invece la Cina: 92mila contribuenti che versano quasi 250 milioni di euro di Irpef, registrando un +6,5% nel numero di contribuenti e +11,9% nelle tasse pagate. Molto dinamici anche altri migranti dell'Asia meridionale: India e Bangladesh hanno registrato nel 2015 un aumento del 7,1% nel numero di contribuenti, mentre le Filippine addirittura un +10%.

LR 1

 

 

 

 

 I vent’anni

 

Siamo presenti nella stampa d’emigrazione dal 1960. Più di cinquantacinque anni di volontariato sul fronte dell’informazione; periodo non indifferente se si considerano anche le fisiologiche difficoltà correlate ai cambi generazionali. Con non poche problematicità, abbiamo cercato di tener conto di chi, italiano per cittadinanza, è nato e sempre vissuto all’estero. Una presa di coscienza che abbiamo favorito per ampliare l’utilità di questo mezzo di comunicazione che abbiamo a disposizione.

 La stampa italiana all’estero ha sempre cercato d’interpretare la vita della nostra Comunità nei Paesi ospiti. Siamo stati testimoni dei cambiamenti che si sono succeduti e che hanno mutato la storia del pianeta. Abbiamo assistito al progressivo calo della Prima Generazione di Migranti, abbiamo salutato la nascita della seconda, terza e quarta. Quest’ultima (dal 1990), tutta d’impronta cosmopolita, tranne, appunto, che per la cittadinanza. Essa rappresenta l’ultima protagonista della Comunità italiana d’oltre frontiera. L’abbiamo chiamata di trasformazione, proprio perché costituita da italiani che hanno completato il loro ciclo formativo secondo le tradizioni e le regole del Paese ospite e sempre meno in linea con quelle italiane.

 In quest’ultimo decennio, la nostra Comunità sta vivendo una fase di complessa conversione. Abbiamo rilevato che sta estinguendosi un certo modo di vivere l’italianità. La realtà che maggiormente interessa è quella del Paese in cui si vive e si lavora. In particolare, è venuto a mancare quello spirito di militanza che era prevalente nelle precedenti Generazioni. L’attuale preferisce essere spettatrice piuttosto che protagonista di quanto avviene nella Penisola d’origine.

 Di conseguenza, tutta la stampa diretta agli italiani all’estero ha risentito di questa realtà. Se, infatti, si osserva il panorama dell’informazione indirizzata alla Comunità italiana nel mondo, lo “scollamento” è evidente. Anche per noi resta più difficile fare informazione. Con buona volontà, ci siamo adeguati ai nuovi bisogni anche tramite una sorta di ridimensionamento informativo. Almeno ci abbiamo provato. Del resto, sono favorite altre vie di comunicazione e nuove opinioni sui problemi di una “Patria” ancora nel cuore, ma, di fatto, più lontana.

 Allora, ci siamo anche chiesti se avesse ancora senso un’informazione di ritorno per la Comunità nazionale nel mondo. Nonostante le apparenze contrastanti, riteniamo di sì. Purchè si torni a incoraggiare la pluralità delle esposizioni. Anche se la realtà del Paese ospite, e la conseguente volontà d’integrazione, non può essere trascurata. Essa, però, è in grado coesistere con le prospettive di quel modo d’essere italiano che dovrebbe andare oltre la valutazione Generazionale. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Il comune di Parigi costruirà un campo “umanitario” per ospitare i migranti

 

Molti dei richiedenti asilo presenti nella città vengono dalla “Giungla” di Calais dove la polizia francese lo scorso mese aveva iniziato lo sgombero – di MARCO TONELLI

 

Scuole, strade e ponti della città di Parigi, sono diventate l’unico riparo per centinaia di migranti richiedenti asilo. La maggior parte di loro viveva nella “Giungla”, il campo di Calais nel nord della Francia, dove la polizia a marzo ha iniziato lo sgombero. Un’emergenza che il sindaco di Parigi Anne Hidalgo ha deciso di affrontare da sola. In una conferenza stampa, il primo cittadino ha annunciato la costruzione del primo campo di accoglienza per i migranti gestito autonomamente dal comune. «Sarà pronto entro un mese nel nord della città», e rispetterà tutti gli standard dell’Onu», ha dichiarato il sindaco socialista. «Abbiamo un dovere di umanità e io tra dieci anni non vorrei trovarmi nella situazione di essere accusata di omissione di soccorso », ha continuato.  

 

LA POLIZIA SGOMBERA I CAMPI IMPROVVISATI DELLA CITTA’  

Lo scorso 2 maggio, la polizia della città aveva sgomberato un campo improvvisato nei dintorni della stazione della metropolitana “Stalingrado”: 150 poliziotti per più di 1000 persone. Accampati sotto i cavalcavia e con giacigli di fortuna, uomini e donne originari del Sudan e dell’Afghanistan erano stati accompagnati dalle forze dell’ordine in diversi centri d’accoglienza della città. E due giorni dopo, centinaia di persone hanno protestato contro la decisione di liberare una scuola della città, nella quale vivevano almeno 1600 persone. Gli occupanti, provenienti dall’Eritrea, dall’Afghanistan e dalla Somalia, si erano insediati nell’edificio durante i lavoro di ristrutturazione effettuati tra il 21 e il 22 aprile. 

 

A CALAIS CONTINUA LO SGOMBERO DEL CAMPO  

Il campo di Parigi verrà creato su modello di quello aperto dalle autorità locali, con il contributo di Medici Senza frontiere, a Grande Synthe nel dipartimento del Nord della Francia. Quest’ultimo si trova a 30 chilometri di distanza dalla “Giungla” di Calais. Nonostante lo sgombero, tra le capanne e le tende nei dintorni del porto vivono ancora 5000 persone in attesa di imbarcarsi verso il Regno Unito. Distrutta dai buldozer, l’area attuale è almeno la metà di quella originaria. Secondo Medici Senza Frontiere, ci sono ancora 350 minori non accompagnati che vivono lì. Il clima di tensione intorno a ciò che resta del campo è testimoniato dalle imponenti misure di sicurezza: muri di recinzione, scanner per impronte digitali e porte di metallo posizionate agli ingressi. Senza dimenticare gli scontri con le forze dell’ordine.  

 

Lo scorso 27 maggio, 20 persone sono rimaste ferite durante la rivolta che ha coinvolto 200 richiedenti asilo, mentre la polizia ha risposto con lanci di gas lacrimogeno. Il motivo? Una sommossa tra ospiti afghani e sudanesi durante la distribuzione del pranzo. Insomma, per molti dei migranti presenti nel Paese, Parigi è spesso l’ultima spiaggia prima di tentare la traversata verso la Gran Bretagna.  LS 31

 

 

 

Trump imbarazza Salvini. Roma, confronto tv senza vincitori

 

La vicenda del presunto incontro con relativa foto tra il candidato repubblicano Trump e il capo leghista Salvini assume i connotati della pochade, della solita commedia provinciale della politica italiana. Trump nega di conoscere Salvini, il leghista asserisce che c'è stato un lungo scambio di mail prima dell'incontro. È possibile, anzi probabile, che The Donald non sappia nemmeno chi è Salvini. Questi incontri (la foto c'è) sono organizzati dagli staff e non certo dal candidato. Tuttavia è un classico dei politici italiani cercare di accreditarsi presso i consimili più potenti allo scopo di millantare rapporti internazionali. Trattandosi poi di Trump, cioè del campione assoluto dell'oltranzismo della destra anti immigrati, per Renzi era un'occasione troppo ghiotta. E se adesso c'è la smentita del miliardario candidato alla Casa Bianca, il rischio di una brutta figura internazionale con possibili riflessi negativi in patria per Renzi è dietro l'angolo. Se il leghista è in grado di esibire le mail di cui parla, precedenti all'incontro, allora la brutta figura la fa Trump. Il quale comunque può anche fare spallucce visto che in America di Salvini non interessa nulla. Viceversa per Salvini sarebbe un colpo di immagine, diventerebbe un millantatore anche per molti dei suoi elettori. Dal confronto TV fra i candidati al Campidoglio non è emerso alcun elemento che possa far preferire uno all'altro. Più o meno tutti d'accordo su tutto. Dalle buche alla sicurezza. Colpa delle domande che non sono andate nello specifico dei guasti della città, che per Roma sono la corruzione, l'illegalità diffusa, l'assenteismo, lo strapotere dei sindacati corporativi e il legame perverso tra questi e i partiti. Su questi terreni i candidati avrebbero dovuto confrontarsi anche a costo di mettersi contro le corporazioni dei dipendenti pubblici, le lobby degli appalti, le piccole e grandi mafie, gli evasori fiscali a partire dagli ecclesiastici che non pagano le tasse sulle attività commerciali mascherate da pratiche di culto. Insomma nessuno dei candidati ha detto qualcosa sui veri padroni di Roma. Nessuno, nemmeno la candidata grillina, che ha fatto la grillina puntando il dito contro i partiti. Troppo facile. GIANLUCA LUZI  LR 1

 

 

 

 

Francesca La Marca: “Una giornata nazionale per dire grazie agli italiani nel mondo”

 

Le ragioni del nostro disegno di legge che vuole istituire la Giornata nazionale dedicata agli italiani fuori d'Italia

 

NEW YORK - Ho presentato alla Camera, assieme agli altri colleghi del PD eletti all’estero, un disegno di legge al quale confesso di tenere molto. Si tratta della proposta di istituire una Giornata nazionale dedicata agli italiani nel mondo. Se sarà approvato, il 12 ottobre di ogni anno si celebrerà in Italia e all’estero la Giornata nazionale degli italiani nel mondo. Sarà l’occasione per i canali di informazione, per gli strumenti di comunicazione, per le scuole di ogni ordine e grado, per le istituzioni centrali e locali di parlare delle esperienze e del ruolo degli italiani nel mondo e di richiamarli all’attenzione della pubblica opinione.

Quali sono le ragioni di questa iniziativa? Provo a riassumerle in questo modo. L’Italia in alcuni momenti cruciali della sua storia contemporanea, ad esempio durante la modernizzazione del periodo giolittiano, la ripresa economica e sociale del primo dopoguerra, la liberazione dal fascismo, la ricostruzione successiva alla Seconda guerra mondiale, il boom economico, ha avuto sempre dai suoi emigrati un aiuto che si è rivelato sostanziale. Prima di tutto, dunque, è un “Grazie”, un atto di riconoscimento dovuto sul piano etico, che va al di là del ricordo del sacrificio del lavoro degli italiani nel mondo, opportunamente istituito dal Ministro Mirko Tremaglia.

C’è poi una seconda ragione, anzi una preoccupazione che va affrontata, prima che sia troppo tardi. La memoria della nostra storia d’emigrazione sta regredendo progressivamente tra le giovani generazioni, anche nelle realtà in cui la vicenda emigratoria è stata più profonda e diffusa. Le evocazioni dell’informazione di ritorno sugli italiani all’estero hanno prodotto risultati poveri e discontinui. L’istituzionalizzazione di una giornata dedicata all’Italia fuori d’Italia sarà l’occasione per parlarne nelle scuole e nei canali di informazione e per valorizzare agli occhi dell’opinione pubblica e presso i ceti dirigenti la funzione che essa può avere per la proiezione del Paese nel mondo, per la sua ricollocazione in ambito globale e per le politiche di internazionalizzazione.

Un motivo ulteriore è nel fatto che l’Italia sta vivendo un particolare momento che la porta ad essere allo stesso tempo un Paese di immigrazione e di nuova emigrazione, qualitativamente diversa rispetto a quella del passato. Il nostro grande retroterra emigratorio rappresenta un bacino inesauribile di esperienze di integrazione, di multiculturalità e di rapporti interculturali al quale possiamo attingere, senza schematiche ripetizioni ma con attenzione e sensibilità, per affrontare la transizione sociale e culturale che stiamo attraversando e adottare le misure più ragionate ed efficaci per l’integrazione dei “nuovi italiani”.

In più, il richiamo costante nel tempo all’incidenza che le migrazioni hanno avuto e hanno nella storia del Paese consente di riflettere in modo più ampio sull’entità e sulle forme della nuova emigrazione per richiamare da un lato l’attenzione sui servizi necessari per sostenere lo sforzo di coloro che lasciano l’Italia per insediarsi altrove, per non perdere dall’altro i contatti con ricercatori, professionisti, imprenditori e giovani formatisi nelle nostre scuole che anche da lontano possono rappresentare un valore aggiunto a livello internazionale.

La scelta del 12 ottobre, aperta comunque a diverse ipotesi che possano emergere durante l’iter parlamentare, è legata al fatto che tale data, nella tradizione dell’emigrazione transoceanica e degli USA in particolare, è fortemente evocativa del mito colombiano, che per le nostre comunità emigrate da lungo tempo è un simbolo identitario e di affermazione della propria peculiarità storica e culturale.

Rappresentare, divulgare e valorizzare in Italia e all’estero le esperienze, le attività e il contributo sociale apportato dai cittadini italiani all’estero nel campo della cultura e della lingua italiane, della ricerca scientifica, delle attività imprenditoriali e professionali e della solidarietà internazionale è un riconoscimento dovuto a chi ne è stato protagonista e una forte spinta all’integrazione e, di conseguenza, alla coesione sociale e culturale del nostro popolo. Ecco, è questo il senso più profondo di questa mia iniziativa, che spero sia condivisa dal maggior numero possibile di parlamentare legislativa.

Francesca La Marca, La Voce di New York

 

 

 

Calano gli inattivi, Renzi attende il test delle elezioni

 

Adesso le opposizioni diranno che si tratta dell'ennesimo fallimento della politica economica di Renzi, ma in realtà l'aumento del tasso di disoccupazione dall'11,4 per cento all'11,7 è una buona notizia perché significa che la quota di inattivi, cioè di coloro che non hanno un lavoro e nemmeno lo cercano, è calata. Alcuni inattivi, cioè, adesso cercano lavoro con la concreta possibilità di trovarlo. Infatti sembra ormai assorbito l'effetto frenante della fine degli incentivi fiscali per le aziende che assumono. È la disoccupazione sta poco a poco scendendo. Segno che il jobs act, anche se lentamente, funziona. Per Renzi è la smentita dei gufi e appare piuttosto anacronistica la protesta che sta paralizzando la Francia proprio contro la riforma del mercato del lavoro uguale a quella italiana. Ma molto resta ancora da fare per dare una svolta decisa alla ripresa economica. Le direttrici di marcia le ha date il Governatore della Banca d'Italia: riduzione del cuneo fiscale e maggiori investimenti pubblici. L'abbassamento delle tasse sul lavoro è un impegno preso anche di recente dal presidente del consiglio insieme alla riduzione delle tasse per il ceto medio. Per gli investimenti pubblici bisogna convincere Bruxelles che del resto sembra abbastanza convinta che le regole dell'austerità assoluta - dogma tedesco fino allo scorso inverno - sono un freno alla ripresa economica. E anche se i richiami all'Italia perché tenga i conti pubblici sotto controllo sono sempre all'ordine del giorno, il via libera a una maggiore flessibilità è il segnale che qualcosa è cambiato anche a Bruxelles e a Berlino. Stretto fra il discreto dato economico e l'emergenza migranti, Renzi si prepara al primo vero test per capire cosa succederà da adesso al 2018. Un successo pieno alle amministrative gli spianerebbe la strada verso il referendum. Un mezzo insuccesso (per esempio perdita di Roma senza entrare al ballottaggio) complicherebbe le cose. E tra gli scenari possibili per i prossimi mesi ci sarebbe anche quello di un tentativo al centro per costruire qualcosa di più consistente delle attuali piccolissime formazioni. Qualcosa in grado di condizionare da destra il Pd di Renzi sempre più incompatibile con la sinistra interna. di GIANLUCA LUZI  LR 31

 

 

 

 

I limiti nazionali

 

Ci si ostina ad avvalorare che la situazione socio/economica nazionale stia lasciando la pericolosa china e che, dal 2017, si avvertiranno i primi segni di “ripresa”. La notizia, pur se intercalata da eventi della più contraria natura, continua a essere all’ordine del giorno. Quando, in un Paese, com’è il nostro, dove il carico fiscale, diretto ed indiretto, supera il 40% dell’imponibile, d’illusioni non se ne fa più nessuno. Non a caso, circa il 20% delle famiglie italiane sono a rischio di “povertà”.

 Le forze sociali hanno smarrito la via della concertazione e la gente, anche quella più “comune, ” non riesce più a trattenere il risentimento verso una classe politica inadeguata d’assumere precisi impegni nei confronti di un Popolo che è costretto a subire “tutto”, senza ottenere”nulla”.

Però, non è che cambiando gli uomini alla guida dei partiti che la situazione possa migliorare. E’ il sistema politico da emendare. Certo è che non è possibile una simile soluzione, quando lo stesso Governo risente di una sorta d’incoerente conformismo. I battibecchi e le polemiche di corridoio hanno lo spessore delle “sceneggiate”. Quelle che fanno “piangere”, sono più di quanto possano fare “ridere”.

 Ora il piatto “piange” e ed anche questo 2016 terminerà con “note” che avranno ben poco di consumistico. Oltre gli aspetti formali, che rispettiamo, ci sarà poco da “sperare”. Il bisogno resta la prima donna di questo Paese che non sarebbe tanto “sfortunato” se fosse guidato da uomini meno vincolati a una politica accomodante.

Solo gli “illuminati” sono riusciti a correre ai ripari per evitare le “secche”. Per gli altri, che sono la maggioranza, il futuro è ancora incerto. Quando l’imposizione vince sulla comprensione e la disonestà usurpa l’onestà, allora c’à da chiederci se non si stiano indebolendo i presupposti per una reale ripresa.

 La mancanza di lavoro e la difficoltà a far fronte ai comuni impegni della vita la dicono lunga sulle reali condizioni della Penisola. In quest’anno bisestile è inutile tentare d’illudere chi ha già toccato il “fondo”. Le diatribe politiche non hanno mai risolto. Oggi ancor meno che per il passato. Ma Renzi l’ha capito? Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Paolo Gentiloni: “L’Europa di Napolitano”

 

Un coraggioso manifesto dell'europeismo ai tempi delle semplificazioni populiste, delle spinte alla disgregazione e di una crisi senza precedenti del progetto europeo. È questo il  libro di Giorgio Napolitano, "Europa, politica e passione", che costruisce un ponte tra il passato, il  presente e il futuro. Ripercorre le tappe principali del processo di integrazione europea e ricorda gli ideali e gli eventi che hanno ispirato, anche in Italia, l'Europa come passione politica .

Si sofferma poi sulla drammaticità della crisi attuale, cui convergono sfide di segno diverso, a cominciare da quella esistenziale sull'immigrazione. E compie infine un atto di fiducia nel futuro, argomentando le ragioni di un europeismo chiamato a rinnovarsi profondamente nelle politiche, restando però fedele ai suoi valori tradizionali.

Napolitano, indica una strada a tre corsie per far uscire il nostro continente dalla "tempesta perfetta "in cui si trova, per rifondare una "responsabilità e solidarietà europea" che, come osservava Antonio Giolitti, sta alla base dell’unità dell'Europa. Anzitutto, invita a resistere ad una duplice tentazione: fare tabula rasa di quanto costruito sino ad oggi, da un lato; arrendersi al catastrofismo, dall'altro. In secondo luogo, sottolinea l'importanza di fare chiarezza sul futuro del progetto europeo, anche per dare risposte efficaci e lungimiranti alle tante sfide che ci riguardano: immigrazione, terrorismo, disuguaglianze e disoccupazione, governo dell'euro. Ciò significa , qualunque sia l'esito del referendum britannico, uscire dall'afasia nostalgica che ha colpito le stesse forze europeiste e trovare il modo di far avanzare verso "una sempre più stretta unione" i Paesi pronti a farlo. Infine, a fronte dei movimenti populisti ed euroscettici, Napolitano esorta a far nascere una nuova volontà politica europeista, attraverso un coraggioso esercizio di leadership. Esercizio per il quale rivolge un appello, in particolare, alle forze social-democratiche, avvertendo: "oggi per l'Europa occorre che quanti credono nei suoi valori e sentono l'imperativo della sua unità sappiano osare e rischiare".

Un'Europa più unita e più forte non è solo un'aspirazione ambiziosa. È oggi un atto di realismo politico, quel realismo che, come ci ricorda Napolitano, accompagnava la grande visione di Spinelli e risuonava nelle parole di Helmut Schmidt: "Se noi europei vogliamo avere la speranza di mantenere un significato per il mondo, possiamo farlo solo in comune".

È una visione che facciamo nostra, nella convinzione che senza una forte iniezione di ottimismo della volontà, il progetto europeo sia condannato alla stagnazione. È dunque tempo, nell'immediato, di dare risposte concrete e "solidali" a questioni che toccano da vicino la vita dei cittadini .A partire dalla crisi sulla quale la proposta italiana del Migration Compact è l'occasione per superare ritardi e resistenze inaccettabili. È tempo, in prospettiva, di lavorare ad un’Europa a “cerchi concentrici" che organizza i suoi diversi livelli di integrazione e che sappia incidere, già da oggi, sulle sfide del Mediterraneo e dell'Africa. Dopo l'Europa incerta dei piccoli passi, serve un realismo dei grandi passi. A partire dallo spirito e dal lavoro del gruppo dei "Sei Paesi fondatori" che ho riunito a Roma qualche tempo fa, anche in vista di marzo 2017, quando celebreremo il 60° anniversario dei Trattati di Roma.

Paolo Gentiloni, Ministro degli Affari Esteri L’U 31

 

 

 

 

La Festa del 2 giugno a Berna e a Ginevra

 

Il viaggio attraverso la Festa del 2 Giugno, prima a Berna e poi a Ginevra, ci ha permesso di ripercorrere la festa della Repubblica di quest’anno, in maniera più sentita vista la ricorrenza del 70° Anniversario della Repubblica. Il 2 giugno 1946, difatti, si è svolto il primo referendum istituzionale dopo la Seconda Guerra Mondiale, con il quale gli italiani (e, ricordiamo, anche le italiane per la prima volta in assoluto) furono chiamati a scegliere tra la Monarchia e la Repubblica e ad eleggere i deputati dell’Assemblea Costituente, incaricata, come noto, di studiare e redigere la nostra carta costituzionale.

 

Arrivati a Berna e sotto una pioggia sottile, gli invitati attendevano pazientemente di stringere la mano e porgere il proprio saluto al nostro Ambasciatore Marco Del Panta ed ai suoi collaboratori.

 

Il ricevimento presso l’Ambasciata Italiana, ha visto la partecipazione di centinaia di personalità e invitati, delegati della Comunità italiana, del mondo diplomatico, della finanza, dell’imprenditoria, ecclesiastici di diverse nazionalità, tutti uniti per celebrare la nostra Festa Nazionale. Tra gli invitati c’erano due parlamentari italiani, Gianni Farina e Alessio Tacconi e diversi rappresentanti internazionali e della Comunità italiana associativa in Svizzera.

 

Il ricevimento si è svolto principalmente sotto un tendone bianco all’uopo predisposto nel giardino retrostante, che ha permesso agli invitati, al riparo dalla pioggia, di usufruire di un servizio catering offerto dalla Regione Trentino, nella persona dell’Assessore Michele Dallapiccola che ha tenuto un discorso di ringraziamento.

Dopo l’intervento dell’Ambasciatore Del Panta, in italiano ed in tedesco, con il quale, dopo aver portato i saluti del Presidente del Consiglio Matteo Renzi, che ha incontrato in occasione dell’inaugurazione della galleria del San Gottardo, ha sottolineato la vicinanza dei due popoli italiano e svizzero e la unità di intenti improntata su uno spirito di reciproca stima a solidarietà. Successivamente ha preso la parola l’ospite svizzera più illustre, la Presidente del Consiglio Nazionale a Berna, Signora Christa Markwalder, la quale ha tenuto un discorso in un perfetto italiano, con il quale, oltre a ringraziare per l’invito, ha voluto ricordare come i due popoli siano vicini e accomunati nello stesso destino. I rapporti commerciali, tra Italia e Svizzera, oggi assai intensi furono favoriti dall’apertura della Galleria ferroviario del San Gottardo nel 1882, con la quale furono poste le basi di una lunga amicizia e di futura collaborazione, che continua anche oggi non solo nelle parole ma anche nei fatti. Infine ha parlato di un recente incontro avvenuto in Italia fra le autorità dei due paesi che è stato molto soddisfacente e proficuo.

 

Di ritorno da Berna, nel pomeriggio, abbiamo trovato lo stesso scenario a Ginevra. Una lunga fila di persone a salutare il rappresentante della Missione italiana presso le organizzazioni internazionali l’Ambasciatore Maurizio Serra, il Rappresentante Permanente presso la Conferenza del Disarmo l’Ambasciatore Vinicio Mati ed il Console Generale d’Italia a Ginevra, Andrea Bertozzi.

Il ricevimento, organizzato congiuntamente dalla Missione italiana ed il Consolato e svoltosi nella particolare cornice del Museo di Arte e Storia di Ginevra, ha visto la presenza di numerose personalità politiche, diplomatiche e imprenditoriali, italiane e straniere. Tra gli invitati si notava la presenza del Presidente della FIA, Jean Todt, il vice presidente del Consiglio di Stato ginevrino, Serge Dal Busco, e, per l’imprenditoria, il direttore di Bacardi, Giorgio Ferrero, il presidente della FONGIT Antonio Gambardella e lo scienziato Vittorio Palmieri.

 

Diversi stand di prodotti italiani hanno arricchito la festa di sapori, colori e odori tipici della nostra terra. Fra questi erano presenti i brand Martini con i suoi famosi cocktail, Casa Mozzarella di Angelo Albrizio e diversi altri prodotti italiani nel campo culinario. La star venuta dall’Italia è stato lo stand del tartufo, Dominici Tartufi, originaria di un piccolo borgo nei monti tra Spoleto e Norcia, che ha offerto il tartufo quale omaggio dell’alta gastronomia italiana e di eleganza dei nostri prodotti nazionali.

 

In entrambi gli eventi delle rappresentanze degli italiani in Svizzera, si aveva la sensazione che si percepisse finalmente nell’aria, la prontezza ad affrontare la sfida planetaria e la creazione di un quadro di solidarietà. La volontà di riprendere la storica vocazione dell’Italia che sempre risorge dalle sue ceneri, come la fenice di mitica memoria.  E’ bene indicato quindi e sempre attuale, l’appello del nostro Inno nazionale a «stringersi a coorte». In questo nuovo sforzo corale, le Comunità italiane all’estero, come la nostra, sono naturalmente chiamate, in questa occasione, ad offrire alla nostra Patria solidarietà e fiducia con l’esempio e la rilevanza che ci viene riconosciuta, in modo da favorire crescita e visibilità dell’immagine dell’Italia all’estero.

 

Ed infine si esprime un sentimento d’entusiasmo a chi rappresenta la presenza italiana a Ginevra e nella Svizzera tutta: una comunità italiana laboriosa, produttiva, internazionale che dà un’immagine di primo piano degli italiani nel Mondo.

 

Partecipare alla Festa del 2 Giugno, specialmente all’estero, è sempre un momento d’orgoglio ed i nostri rappresentanti diplomatici e consolari, anche in questa occasione, non sono venuti meno alla grande tradizione italiana della buona ospitalità, conservando integra l’immagine culturale e gastronomica della nostra Italia all’estero.

 

In questo viaggio lungo un giorno, abbiamo avuto l’occasione di godere della disponibilità, a Berna del nostro ambasciatore Del Panta e del Console di Basilea, Michele Camerota, e, a Ginevra, del rappresentante della Missione italiana presso le organizzazioni internazionali di Ginevra, Ambasciatore Maurizio Serra, i quali si sono molto gentilmente e affabilmente  messi a disposizione per rispondere alle nostre domande. Tali interviste saranno disponibili a breve su www.ciaoitalia.tv.

Carmelo Vaccaro e Alessandra Testaguzza (“La Notizia di Ginevra” e “la Pagina di Zurigo”)

 

 

 

 

 

Riunione di insediamento della nuova Consulta degli Emiliano Romagnoli nel Mondo

 

Con i membri esteri collegati in videoconferenza, l’organismo ha approvato il programma annuale e nominato il Comitato esecutivo

 

BOLOGNA - Emilia-Romagna chiama, gli emiliano romagnoli nel mondo rispondono. Con i rappresentanti delle associazioni all’estero collegati in videoconferenza da Stati Uniti, Brasile, Argentina, Oceania, Regno Unito, Francia, Portogallo, Belgio, Romania, Costa Rica, Uruguay, Venezuela si è tenuta stamane in Assemblea legislativa la seduta di insediamento della nuova Consulta degli emiliano-romagnoli nel mondo.

Erano presenti nella sede di Bologna accanto al presidente della Consulta, Gian Luigi Molinari, e al vice presidente, il consigliere regionale Alessandro Cardinali , anche i membri residenti in Emilia-Romagna in rappresentanza dell’Università, delle autonomie locali e delle associazioni operanti nel settore dell’emigrazione con sede in regione.

 Tra i primi provvedimenti adottati per dare operatività all’organismo di nuova nomina il programma annuale della Consulta per il 2016 e la discussione su una prima bozza di programma triennale.  “Obiettivo principale della Consulta – ha detto il presidente Molinari -  sarà quella di rafforzare il legame delle comunità all’estero con la Regione e sarà quindi centrale il ruolo delle associazioni e la progettualità che sapranno esprimere. Una progettualità che la Consulta intende sostenere”. Nell’annunciare le prime linee di un programma triennale che sarà presentato a luglio in Assemblea legislativa il presidente ha fatto cenno a interventi per la formazione, attività di scambio, iniziative di studio e ricerca e il sostegno ai  progetti delle associazioni selezionati tramite bandi pubblici.

Nel corso della prima seduta la consulta ha anche nominato i sei membri del comitato esecutivo, di cui fanno parte anche il presidente e i due vicepresidenti. Si tratta di: Alberto Becchi residente a Mar del Plata - Argentina, Costanza Schivi residente a Bruxelles - Belgio, Eduardo Zampar Morelli di San Paolo - Brasile, Caterina Zanfi residente a Parigi - Francia, Nicola Busi di MCL Emilia-Romagna e Mauro Grandini, sindaco di Forlimpopoli (provincia di Forlì-Cesena).

(Inform 30)

 

 

 

La “Trevisani nel Mondo” ha cambiato sede

 

TREVISO - Presso l’edificio n.10 del complesso di S. Artemio della Provincia di Treviso sita in Via Cal di Breda 118, si è inaugurata la nuova sede della Associazione Internazionale Trevisani nel Mondo. A tagliare il nastro sono stati il presidente Aitm Guido Campagnolo e il presidente della Provincia Leonardo Muraro, con sentite parole di circostanza che hanno toccato i punti salienti dell’iter associativo e ai quali si sono aggiunti anche il consigliere comunale Zanatta per il sindaco Manildo, il senatore Franco Conte e Riccardo Masini. La benedizione è venuta dal consulente don Eros Pellizzari che con il fondatore storico don Canuto Toso ha tratteggiato l’avvenimento. Presenti anche le sezioni associative del territorio con i rispettivi labari associativi  biancocelesti che garrivano al vento del rinnovato approdo stanziale . Presenti anche la coppia Andriolo e Heillen Santolin dall’Australia

E’, questo, il terzo “trasloco” di questa associazione. Dopo il suo primo insediamento ( 1973 ) negli ambiti di Casa Toniolo essendo la stessa emanazione di ispirazione e promozione  cristiana , fondata da don Canuto Toso, il passaggio successivo è stato quello di Piazza Duomo , nel compendio del Vescovado ,per poi lasciare il posto all’Istituto del Clero,  quindi l’ultimo spostamento ( di ventennale durata )  è avvenuto in un appartamento e spazi vari di Via Garbizza al sito n.9, sempre di proprietà curiale, dove guardando dalle finestre si staglia l’imponente mole del tempio di S. Nicolò, un Monumento di religiosità e di storia della nostra città. Ora a fare da sfondo saranno una suggestiva spianata di  prati verdi e le strutture che richiamano alla storia di una società sofferta per cure psichiatriche , poi genialmente  riattata e adibita a sede della Provincia. Attualmente in ulteriore  trasformazione  e da   cui è venuta la disponibilità di  spazio anche per questa associazione.

 Non a caso, in quanto l’amministrazione provinciale è stata vicina alla Trevisani fin dal suo sorgere,

( 43 anni fa ) dapprima e tra cui  con l’allora  il presidente Luca Zaia ( ora Governatore Veneto)  e quindi  con Leonardo Muraro e gli assessori Paolo Speranzon , Noemi Zanette  e Gianluigi Contarin e l’ora senatore Franco Conte.. Nel rinfresco conclusivo si è brindato ai riti della memoria e della fratellanza  trevisana spalmata nel mondo, ma che sempre guarda alla terra-madre che “quì “ ha la sia Casa.

Questa sede non è un “locale” qualsiasi, ma la “bussola” dove batte forte il cuore della  trevisanità   mondiale. Da qui si irradiano tutta una rete di collegamenti, tecnici e umani, di grande spessore. Quando all’uscio si presentano persone Emigrate scatta una reciproca emozione e si crea un clima di grande condivisione. Come nelle sedi precedenti, anche questa svolgerà la sua importante funzione di “ Casa  di Tutti” , in ambiente consono e migliorato: all’Emigrazione e ai loro fieri protagonisti dedicata: da sempre  Qui ci si trova per parlare e organizzare per loro, essenza associativa dell’esistere, si promuovono iniziative di loro stretta pertinenza  Ci si incontra  con l’affetto dei neofiti e cioè come fosse sempre la prima volta . E sono queste la occasioni sicure per respirare aria sana e confacente agli scopi per cui si opera.

 Dove, spesso, vengono irrorate  balsamiche gocce di rugiada nell’arsura di non poche indifferenze nei loro confronti. Soprattutto passate e  oggigiorno abbastanza superate. Grazie anche all’opera di sensibilizzazione, tenace e martellante, svolta da sempre, ovunque e in ogni ambito , dalla Trevisani nel Mondo. Che ora, nell’edificio n.10 del compendio di Sant’Artemio, dispone della “ Nuova Casa di tutti gli Emigranti “ . Dignitosa e particolarmente atta ad  ogni accoglienza ed iniziativa che renda vicini i conterranei lontani  Con sempre nel  cuore la imperitura terra di origine. Con sempre, per chi è rimasto , il compito di ricordare. Perché non venga mai dimenticato. 

Riccardo Masini, Trevisani nel Mondo

 

 

 

 

 

I pareri dei Comites sui contributi alla stampa: non va bene il voto per email

 

ROMA - Per rispettare la legge e, al tempo stesso, garantire la trasparenza delle decisioni prese, i Comites non possono esprimere il parere sui contributi alla stampa (obbligatorio ma non vincolante) per e-mail; al contrario, serve un’apposita convocazione del Comitato.

Questo, in sintesi, quanto ribadito dal Ministero degli esteri interrogato in merito dal Consolato di Sydney.

Il Comites presieduto da Giuseppe Musso, infatti, voleva introdurre una modifica al regolamento interno per consentire il voto via email.

Ad opporsi il consigliere Giammarco Testa che oggi spiega com’è andata: “dopo la mancata approvazione del parere obbligatorio non vincolante per l’ammissione ai finanziamenti per l’editoria richiesti dal Coordinamento delle Associazioni Siciliane per la propria newsletter “Il Ficodindia” nella seduta del 27 aprile 2016, il Presidente Giuseppe Musso ha invitato i consiglieri ad esprimersi sul parere obbligatorio non vincolante a mezzo votazione via e-mail”.

“La mancata approvazione – chiarisce Testa – è stata determinata da quattro consiglieri assenti – benchè giutificati - e da due consiglieri in conflitto di interesse al momento della votazione. La procedura via email avrebbe garantito alla maggioranza la possibilità di scavalcare il paletto del numero legale per la validità della deliberazioni del Comites, ovvero la presenza in sede di votazione di almeno 7 consiglieri su 12”.

“Il 10 maggio 2016, - continua Testa – il Presidente comunicava ai Consiglieri la volontà di voler introdurre “tale procedura di risposta via email nel Regolamento Interno””. Ma Testa si oppone perché “ciò avrebbe potuto determinare la totale cessazione delle discussioni democratiche da parte dei consiglieri sui finanziamenti agli enti gestori e alle associazioni italiane su cui è richiesto il parere obbligatorio del Comites. Finanziamenti che per l’anno in corso hanno già superato abbondantemente la cifra di 500mila Euro, usciti dalle casse dei contribuenti italiani sarebbero potuti essere approvati senza alcun dibattito e in camera caritatis in quanto le dichiarazioni che avvengono via email non sono rese pubbliche nei verbali e negli atti del Comites”.

Per questo, il 20 maggio, Testa segnalava “il grave danno che la procedura via e-mail avrebbe arrecato alla trasparenza dell’azione del Comites, visto che i Consiglieri sono chiamati ad esprimere il loro parere sui finanziamenti per l’editoria nei modi specificati nell’articolo 3, comma 5 del DPR 395/2003”. Ciò, puntualizza, nonostante “molti consiglieri della maggioranza si fossero espressi in modo favorevole sulla questione”.

A questo punto interviene il Consolato che il 24 maggio comunicava al Comites di aver investito “formalmente e su propria iniziativa” il Ministero degli Affari Esteri in merito alla “questione relativa alla correttezza procedurale di una votazione per e-mail del parere sulla richiesta di finanziamento presentato dalla newsletter Il Ficodindia”. Giunto il chiarimento da Roma, il consolato – riferisce Testa – ha confermato che “non si possa prescindere dal rispetto della normativa di riferimento e che il Comites debba pertanto essere appositamente convocato in una seduta formale affinché esprima il proprio parere tramite una deliberazione valida”. (aise 3) 

 

 

 

 

Das Flüchtlingsparadox

 

 

 

Je besser die Situation in den Lagern ist, desto mehr Flüchtlinge kommen

 

Der Krieg in Syrien hat mehr als fünf Millionen Menschen zur Flucht gezwungen. Die allermeisten von ihnen sind nicht nach Europa gekommen, sondern leben in den Nachbarländern Irak, Libanon, Türkei und Jordanien.

In Jordanien mit leben mittlerweile über eine Million Syrer, von denen mehr als 650 000 als Flüchtlinge registriert sind. Die Zahl wächst täglich, doch an der Nordostgrenze Jordaniens bahnt sich eine noch ernstere Krise an, die zu einer weiteren komplexen Flüchtlingssituation führen könnte.

Vor über einem Jahr begannen Syrer, in ein Gebiet zu fliehen, das hinter einem Erdwall liegt. Dieser Wall, „Berm“ genannt, in einer entmilitarisierten Zone an der syrisch-jordanischen Grenze gelegen, hindert die Flüchtlinge daran, nach Jordanien zu gelangen und schränkt die Arbeit der Hilfsorganisationen stark ein. Der jordanischen Regierung zufolge bereiten die Flüchtlinge, die zum Teil aus Gebieten kommen, die vom „Islamischen Staat“ kontrolliert werden, Sicherheitsprobleme und wirtschaftliche Schwierigkeiten.

Im November 2014 waren es noch 2 700 Syrer, die vor der jordanischen Grenze gestrandet sind. Heute hat sich die Zahl auf mehr als 50 000 Menschen erhöht, so dass de facto ein riesiges Flüchtlingslager entstanden ist. Das nun bevölkerte Gebiet, in dem einst nur Skorpione und Schlangen zu Hause waren, wird von Schleppern, Schmugglern und Drogendealern heimgesucht.

Damit die Flüchtlinge Nahrungsmittel vom Welternährungsprogramm und andere lebensnotwendige Dinge erhalten können, werden sie vom UN-Flüchtlingshilfswerk UNHCR registriert. Humanitäre Helfer werden an die Grenze entsandt. Doch das UN-Team braucht für die einfache Strecke fast vier Stunden, bis es in eine Art Wartebereich gelangt, in dem es die Flüchtlinge registrieren kann. In den wenigen Stunden, in denen UN-Mitarbeiter jeden Tag vor Ort sind, registrieren sie ein paar tausend Flüchtlinge.

Es geht quälend langsam voran. Die internationale Gemeinschaft, auch Deutschland, könnte den Registrierungsprozess erleichtern und die Verteilung von Hilfsgütern durch Hubschrauber unterstützen, damit die Helfer mehr Flüchtlinge pro Tag registrieren können. Sie könnte der jordanischen Regierung auch helfen, sicherere Straßen für den leichteren Zugang zu bauen.

Immerhin lässt Jordanien auf starken Druck der internationalen Gemeinschaft von den mehr als 50 000 Flüchtlingen an der Grenze täglich zwischen 200 und 300 Menschen ins Land; dies allerdings erst nach einer gründlichen Sicherheitsüberprüfung. Die registrierten Flüchtlinge werden in das Flüchtlingslager Asrak gebracht, das von akzeptablen Lebensbedingungen ebenfalls weit entfernt ist. Es wurde absichtlich weitab von jeder Siedlung in einem trockenen Wüstengebiet etwa 90 Kilometer östlich der Hauptstadt Amman errichtet, etwa eine halbe Autostunde von der Stadt Asrak entfernt.

Die im Lager Asrak neu ankommenden Flüchtlinge werden abgesondert und überwacht, finden dort jedoch zumindest eine Grundversorgung, Sicherheit und Hilfsleistungen. Generatoren liefern in einigen wenigen Bereichen des Lagers Strom.

Jüngste Umfragen in Jordanien zeigen, dass sich die Einstellung gegenüber Flüchtlingen verschlechtert; doch viele Jordanier wissen, dass die Syrer sehr wahrscheinlich bleiben werden. Nur zwei Prozent der syrischen Flüchtlinge in Jordanien haben sich bisher auf den Weg nach Europa gemacht, und fast ein Drittel will dauerhaft bleiben, so eine Studie zur wirtschaftlichen und sozialen Integration von Flüchtlingen.

Angesichts wachsender Verzweiflung und der anstehenden heißen Sommermonate weiß man noch nicht, wie viele sich trotz der strengeren Grenzkontrollen auf die Reise gen Europa machen werden. Die syrische Flüchtlingstragödie ist eine humanitäre Katastrophe und eine Sicherheitskrise von globalem Ausmaß. Wenn Europa Jordanien nicht dabei hilft, die Gesundheitsversorgung und die Sicherheit im „Berm“ zu verbessern, wird es gravierende Folgen haben. In dem provisorischen Lager wird es zu Aufständen kommen, die Frauen und Kinder in Gefahr bringen und der jordanischen Grenzsicherung weitere Probleme schaffen. Hinzu kommen Menschenhandel und Ausbeutung.

Trotz der alarmierenden Flüchtlingszahlen im „Berm“ trauen sich weder die Hilfsorganisationen noch die jordanische Regierung, die Situation an der Grenze offen anzusprechen. Das sollten sie aber. Die jordanische Bevölkerung und die internationale Gemeinschaft wissen, dass diese Krise äußerst komplex ist und sich weiter zuspitzt, und wenn das Thema nicht offen angesprochen wird, wird es noch schwieriger, kreative Lösungen zu finden. Darüber öffentlich zu diskutieren, ist sinnvoll, denn die Lage an der Grenze hat auch noch eine weitere Dimension: Jordanier und andere Beobachter, die in der Grenzregion waren, sagen, die Verteilung von Hilfsgütern und die Sicherstellung einer eingeschränkten Versorgung verleite verzweifelte Syrer dazu, in das abgeriegelte Gebiet zu kommen und dort zu bleiben.

Hilfsorganisationen und Politiker sprechen hier von einem „pull factor“, der mögliche Migranten anzieht. Das führt zu einer paradoxen Situation für internationale Organisationen wie für Regierungen: Je besser die Versorgung in den Lagern ist, desto mehr neue Flüchtlinge kommen, was wiederum die Versorgung verschlechtert.

Die jüngst veröffentlichte Vereinbarung, nach der über syrischen Städten, die vom Assad-Regime belagert werden, Nahrungsmittel und andere Vorräte aus der Luft abgeworfen werden sollen, ist daher eine gute Nachricht. Die internationale Gemeinschaft ist weiterhin zögerlich bei der Aufnahme syrischer Flüchtlinge, und sogar die Spendenmüdigkeit setzt sich fort. Dies schadet sowohl den Flüchtlingen als auch der Bevölkerung der Aufnahmeländer. Die UN-Syrien-Hilfe für dieses Jahr ist nur zu 22 Prozent finanziert.

Deutschland und die internationale Gemeinschaft müssen dringend Hubschrauber bereitstellen, um die Registrierung der Flüchtlinge zu erleichtern; sie müssen die medizinische Versorgung verbessern und die jordanische Regierung darin unterstützen, die Grenzsicherheit aufrechtzuerhalten und die Sicherheit im „Berm“ zu erhöhen. Jordanien sollte offener darüber sprechen, was dort geschieht und welche Gefahren an der Grenze drohen. Da jedoch eine politische Lösung, die die Ursachen der humanitären Krise angeht, nicht in Sicht ist, werden komplexe Notlagen wie die an der syrisch-jordanischen Grenze auch in Zukunft entstehen. Das bedeutet für Europa mehr Gefahren, und noch mehr Eltern werden sich auf die Suche machen nach einem sicheren Ort und einer Zukunft für ihre Kinder. Rana Sweis IPG 27

 

 

 

Frontex-Chef: „Europa braucht eine glaubwürdige Grenze“

 

Die Kontrolle der EU-Außengrenze wird laut Frontex-Chef Fabrice Leggeri eine langfristige Herausforderung für die EU bleiben.

 

Im Zuge der Flüchtlingskrise steht der Schutz der EU-Außengrenze im Fokus politischer Debatten. Der Direktor der Europäischen Grenzschutzagentur Fabrice Leggeri warb auf dem Dahrendorf Symposium 2016 in Berlin für eine kontrollierte und „glaubwürdige“ EU-Außengrenze. EurActivs Medienpartner „treffpunkt.de“ berichtet.

Im Jahr 2015 erreichten nach Frontex-Zahlen etwa 900.000 Migranten die Europäische Union über das östliche Mittelmeer – siebzehn Mal mehr als im Vorjahr. Insbesondere die Route über das Ägäische Meer zwischen dem EU-Mitgliedsland Griechenland und der Türkei wurde dabei zu einem Brennpunkt der Flüchtlingskrise in Europa. Angesichts dieser Umstände bezeichnete Frontex-Chef Fabrice Leggeri auf dem Dahrendorf Symposium den „Rückgewinn von Kontrolle über unsere Außengrenze“ als dringend notwendig für die Europäische Union. Der Franzose leitet die in Warschau ansässige EU-Grenzschutzagentur als Executive Director seit 2015.

Der Frontex-Direktor warb dafür, dass Europa nicht unbedingt eine geschlossene Außengrenze, sondern eine „glaubwürdige“ Außengrenze brauche. Dies bedeute, dass Europäer die Außengrenze der Europäischen Union als ihre gemeinsame Grenze anerkennen und sich durch die Bereitstellung politischer, finanzieller und auch militärischer Ressourcen zu ihrer Sicherung verpflichtet fühlen. Der Lackmustest dafür sei Leggeri zufolge die politische Frage, ob Mitgliedsstaaten wie Griechenland dazu bereit seien, einen Teil ihrer Souveränität zum Schutz der gemeinsamen Außengrenze abzugeben.

Das Flüchtlingsabkommen zwischen der EU und der Türkei, das im März 2016 vereinbart wurde und die Rücknahme irregulärer Migranten durch die Türkei vorsieht, bezeichnet Fabrice Leggeri als Erfolg: „Die Türkei hat bisher geliefert“. Die Zahl der über die Ägäische See in der EU ankommenden Flüchtlinge und Migranten ist im April 2016 nach Angaben von Frontex um 90 Prozent gesunken.

Die Kontrolle der EU-Außengrenze wird bei alledem eine langfristige Herausforderung für die Europäische Union bleiben. Sollte eine gemeinsame Grenzsicherung nicht gelingen und interne Grenzkontrollen langfristig zur Tagesordnung in der EU werden, wird „Schengen auf dem Spiel stehen“, warnte Leggeri.

Hintergrund. Die EU-Grenzschutzagentur Frontex wurde im Jahr 2004 gegründet. Ihr offizielles Mandat umfasst die Förderung und Koordinierung eines gesamteuropäischen Grenzmanagements im Einklang mit der Grundrechtecharta der Europäischen Union. Zu diesem Zweck organisiert Frontex Kooperationen zwischen nationalen Grenzschutzbehörden, entsendet eigene Beamte zum Schutz der Außengrenzen in betroffene Mitgliedsstaaten und beteiligt sich an der Seenotrettung von Flüchtlingen.  Marcel Wollscheid | treffpunkteuropa.de 29

 

 

 

 

Vereinte Nationen. Mindestens 880 Flüchtlinge vergangene Woche ertrunken

 

Bei Bootsunglücken im Mittelmeer sind in der zurückliegenden Woche wahrscheinlich weit mehr Flüchtlinge ertrunken als befürchtet. Die Fluchtroute zwischen Nordafrika und Italien sei die mit Abstand gefährlichste.

Im Mittelmeer sind in den vergangenen Tagen weit mehr Flüchtlinge ertrunken als befürchtet: In der vergangenen Woche starben nach UN-Angaben mindestens 880 Bootsflüchtlinge. Überlebende hätten Schiffsunglücke mit diesen Opferzahlen bestätigt, teilte das Flüchtlingshilfswerk UNHCR am Dienstag in Genf mit. Am Wochenende waren noch rund 700 Tote befürchtet worden.

Insgesamt kamen laut dem UNHCR in diesem Jahr seit Januar mehr als 2.500 Flüchtlinge bei Bootsunglücken auf dem Mittelmeer ums Leben. Im Vergleichszeitraum 2015 waren es mehr als 1.850 Menschen.

Weiter bestätigte das UNHCR, dass seit Januar 2016 knapp 204.000 Migranten und Flüchtlinge über die verschiedenen Routen des Mittelmeers den europäischen Kontinent erreicht hätten. Knapp 47.000 von ihnen seien in Italien angekommen, fast ebenso viele wie in den ersten fünf Monaten des vergangenen Jahres.

Italien rechnet infolge der Schließung der Balkanroute und des EU-Türkei-Abkommens in diesem Jahr mit einem rapiden Anstieg des Zustroms von Flüchtlingen und Migranten. Die meisten Flüchtlinge begeben sich in die Hände von Schlepperbanden, die ihre Passagiere auf nicht seetaugliche Boote pferchen. (epd/mig 1)

 

 

 

Italiener richten "humanitäre Korridore" ein

 

Rom. Mit einem auf Italien begrenzten Visum holen christliche Gemeinschaften Flüchtlinge nach Europa. Von Julius Müller-Meiningen

Es war im September 2015 als Papst Franziskus Pfarreien, Klöster und religiöse Gemeinschaften aufrief, jeweils eine Flüchtlingsfamilie aufzunehmen: Barmherzigkeit als Christenpflicht. Ein ökumenisches Bündnis in Italien ist jetzt weit über die päpstliche Anregung hinaus gegangen und bringt systematisch Migranten nach Italien, auf ganz legalem Weg.

Die katholische römische Laiengemeinschaft Sant'Egidio, die über beste Kontakte zu Papst Franziskus verfügt, der Bund der evangelischen Kirchen in Italien sowie die Waldenser-Kirche haben seit Februar über 200 Flüchtlinge aus Syrien und dem Irak per Visum nach Italien geholt. Als "humanitärer Korridor" wird die Initiative bezeichnet. In zwei Schüben kamen hilfsbedürftige Migranten bereits per Flugzeug von Beirut in Rom an. Ende Mai wird die dritte, etwa 60 Personen umfassende Gruppe erwartet.

Innerhalb von zwei Jahren wollen die Organisatoren auf diesem Weg rund 1000 Flüchtlingen eine Zukunft geben. Die Kirchenvertreter unterzeichneten ein Abkommen mit der italienischen Regierung, die die Initiative ausdrücklich gutheißt. "Die humanitären Korridore sind eine absolute Neuheit in Europa", sagte der stellvertretende italienische Außenminister Mario Giro.

Derzeit funktioniert das Projekt mit dem Libanon, demnächst sollen auch Flüchtlinge über Marokko und Äthiopien nach Italien gelangen. Unter den Migranten sind vor allem Familien in großen Schwierigkeiten, etwa mit kranken Kindern, Behinderten, die medizinische Hilfe benötigen, oder alleinstehende Mütter mit Kindern.

Über ein Kontaktbüro in Beirut werden die meist in Flüchtlingslagern lebenden Ausreisewilligen ausgewählt. Aktivisten begleiten die Familien vor Ort bei der Beschaffung aller notwendigen Dokumente. Die italienische Botschaft in Beirut gibt schließlich grünes Licht und stellt ein auf Italien beschränktes Visum aus.

Rechtlich ist die Sache einwandfrei: Nach der EU-Visaverordnung von 2009 können die sonst so strengen Einreisebedingungen in die EU durch "Erteilung eines Visums mit räumlich beschränkter Gültigkeit" umgangen werden. Etwa dann, wenn die jeweilige Regierung es "aus humanitären Gründen, aus Gründen des nationalen Interesses oder aufgrund internationaler Verpflichtungen für erforderlich hält". Die strengen Schengen-Regeln treten dann außer Kraft.

Bei der Einreise werden Dokumente und Fingerabdrücke überprüft, zuvor müssen die lokalen Behörden im Libanon eine Genehmigung erteilen. In Italien beantragen die Flüchtlinge dann Asyl. "Dieses Projekt garantiert die Sicherheit der Flüchtlinge, aber auch die Sicherheit der Bürger Europas", sagt Daniela Pompei von Sant'Egidio. Die Schleuser-Kriminalität werde ebenso vermieden wie lebensgefährliche Überfahrten über das Mittelmeer. Die Identität der Ankömmlinge werde mehrmals überprüft.

Sämtliche Kosten tragen die Organisationen aus Spendengeldern, etwa eine Million Euro soll derzeit für das Projekt zur Verfügung stehen. Nach ihrer Ankunft werden die Familien auf Einrichtungen der beteiligten Organisationen verteilt, vom nördlichen Piemont bis in die südliche Basilicata. Sie bekommen Sprachunterricht oder Hilfe bei der Arbeitssuche.

"Unser Projekt kann man sehr gut andernorts wiederholen, weil es den Staat nichts kostet", sagt Marco Impagliazzo, Präsident der Gemeinschaft Sant'Egidio. "Alles liegt in den Händen von Verbänden und dennoch verläuft die Aufnahme der Flüchtlinge nach europäischen Regelungen." Auch jeder andere EU-Staat könne es den Italienern gleichtun. RP 31

 

 

 

 

CETA ist so nicht akzeptabel. Die Gestaltungrechte von Staaten, Ländern und Kommunen würden massiv eingeschränkt

 

Wir sind ja schon einiges gewohnt, aber der jüngste G7-Gipfel vom 26. und 27. Mai 2016 der Lenker der reichsten Wirtschaftsnationen, Bundeskanzlerin Angela Merkel und die EU-Spitzen eingeschlossen, kann einem schon die Zornesröte ins Gesicht treiben. Da gingen schöne Bilder um die Welt. Gehandelt wurde jedoch wieder in die falsche Richtung mit der Parole: „Wachstum und regionale Freihandelsabkommen. Und beides schnell“.

Dabei sind mehr und mehr Menschen auch bei uns durch die Kriege und Konflikte, die weltweit wachsenden Fluchtbewegungen und Katastrophen an immer mehr Ecken der Welt beunruhigt und immer mehr von ihnen haben längst verstanden, dass falsche Politik gerade auch aus Kreisen der G-7-Staaten das alles verstärken. Sie haben längst kein Verständnis mehr dafür, dass die Gipfel-Granden immer nur ihr Bekenntnis zu noch mehr neoliberaler Wachstums- und ebensolcher Freihandelspolitik wiederholen und damit die Fehlentwicklungen zu „marktkonformer Demokratie“ à la Merkel und zur völkerrechtlichen Fesselung der durch Bürgerwillen und Wahlen legitimierten Parlamente und Politik bestätigen und verstärken.

Man fragt sich: Ist das nur kurzsichtig oder schon zynisch? Gut, dass in den letzten Tagen in der Öffentlichkeit wenigstens etwas Widerspruch zu hören war: Der DGB-Vorsitzende, Reiner Hoffmann, rügte mit Recht die längst überfällige, aber wieder einmal ausgebliebene politische Kurskorrektur, obwohl Investitionen in Bildung, in Jobs für junge Leute und in die marode Infrastruktur nicht nur in Deutschland, sondern insbesondere auch für die Zukunft des Projekts Europa immer dringlicher werden.

Gut, dass auch der SPD-Vorsitzende Sigmar Gabriel Zweifel anmeldete, wenn auch zunächst nur an einem schnellen Abschluss der „Transatlantic Trade and Investment Partnership“ (TTIP). Da muss endlich mehr kommen – auch inhaltlich. Schließlich machen auch die Vorträge vertrauenswürdiger EU-Politiker wie Bernd Lange über eine globale Welthandelspolitik immer deutlicher, dass CETA und TTIP dem Ziel einer durch mehr Gerechtigkeit, Solidarität und Demokratie geprägten Ordnung diametral zuwiderlaufen.

 

CETA, das Umfassende Freihandelsabkommen zwischen Kanada und der EU („Comprehensive Economic and Trade Agreement“) wird vielfach als „Blaupause für TTIP“ bezeichnet, spielt jedoch derzeit in der öffentlichen Debatte kaum eine Rolle; es ist etwas in den Windschatten von TTIP geraten. Das ist außerordentlich problematisch, weil das Abkommen kurz vor dem Abschluss zu stehen scheint und gleichzeitig immer deutlicher wird, dass CETA für die US-Konzerne mit ihren kanadischen Niederlassungen und der Geltung von NAFTA ähnlich wichtig sein dürfte wie TTIP, weil sie ihre Anliegen auch über CETA durchsetzen können.

Umso wichtiger ist es, immer wieder klarzustellen, dass CETA mit seinem jetzigen Inhalt weder für die EU noch für Deutschland akzeptabel ist. Und dass die Bürgerinnen und Bürger auch Vorweg-Inkraftsetzungen nicht hinnehmen werden.

Viele der wichtigsten Kritikpunkte an CETA sind längst benannt worden:

Sie betreffen nicht allein das Kapitel über die Schiedsgerichte, das ja trotz der kosmetischen Malmström-Veränderungen am Grundübel der rechtsstaatswidrigen Paralleljustiz nichts ändert.

Sie erfassen vielmehr auch das mit „Transparenz“ überschriebene Kapitel, weil es den demokratischen Grundsatz der Öffentlichkeit staatlicher Planungen und Regulierungsvorhaben geradezu pervertiert: Völkerrechtlich soll CETA nämlich festschreiben, dass nicht die Bürgerinnen und Bürger frühzeitig informiert werden, um Einfluss nehmen zu können; die Transparenzverpflichtung für staatliche Regulierungsinstitutionen wird hier vielmehr zugunsten möglicherweise betroffener Wirtschaftskreise festgelegt, um deren Lobby-Einfluss weiter zu erhöhen.

Dass auch die begründete Kritik an dem problematischen Grundsatz des „science-based“ (wissenschaftliche fundiert) endlich ernstgenommen werden muss, soll hier nochmals ausdrücklich erwähnt werden.

Vor allem aber rückt die Tatsache, dass CETA auch die Planungs- und Regelungsrechte von Ländern und Kommunen einschränkt, durch ein wichtiges Gutachten in den Vordergrund. Der Tübinger Völkerrechtler Martin Nettesheim hat es im Auftrag der baden-württembergischen Staatskanzlei bereits Anfang 2016 erstellt, es wurde aber in der Öffentlichkeit bisher kaum bekannt. Mittlerweile ist es abrufbar.

Die klaren – und ausführlich anhand der Vertragstexte nachgewiesenen – Feststellungen dieses Gutachtens werden von den CETA-Befürwortern nicht mit ihrer üblichen Arroganz vom Tisch gewischt werden können. Vielmehr werden sie die Feststellungen berücksichtigen und – zumindest – die fundierten Empfehlungen von Nettesheim zur Veränderung des Vertragstextes aufnehmen müssen.

 

Nettesheims wichtigste Feststellungen ist, dass CETA den politischen Gestaltungsspielraum der Länder und Gemeinden in der Bundesrepublik Deutschland „nicht unberührt“ lässt, sprich: er wird nachhaltig eingeschränkt. Auch seine Änderungsempfehlungen beziehen sich auf die Forderung, das bewährte System der Daseinsvorsorge durch CETA nicht antasten zu lassen.

Das entspricht den vielfach geäußerten Wünschen der Bürgerinnen und Bürger, die gerade in diesem Bereich weder ständig mehr Privatisierungen wollen noch gar eine völkerrechtliche Festschreibung, die verhindert, dass einmal privatisierte Dienstleistungen der Daseinsvorsorge wieder in öffentliche Verantwortung übernommen werden dürfen.

Die CETA-Formulierungen enthalten jedoch „eine umfassende Freistellung von Dienstleistungen des Allgemeininteresses“ (Nettesheim) gerade nicht, obwohl das zur Abwehr der Kritik der Öffentlichkeit häufig behauptet wird. Sie nehmen vielmehr nur Teilbereiche aus und bleiben unter anderem auch im Hinblick auf die sozialen Dienstleistungen unzulässig mehrdeutig.

Die politischen Folgerungen sind klar:

Auch CETA in der vorliegenden Form ist nicht akzeptabel. Dabei geht es nicht allein um rechtsstaatliche und demokratische Defizite, die auch mit CETA verbunden sind. Vielmehr sind auch die Einschränkungen und Gefährdungen der Planungs- und Gestaltungsrechte von Ländern und Kommunen nicht hinnehmbar. Darauf weisen viele Vertreter von Kommunen und Kommunalparlamenten schon lange hin. Jetzt wird es Zeit, dass auch die Zuständigen in der Bundesregierung und in den Ländern das zur Kenntnis nehmen. Und dass die Europäischen Institutionen sich endlich danach richten.  Herta Däubler-Gmelin IPG 30

 

 

 

 

Brexit-Befürworter legen Entwurf für schärferes Einwanderungsrecht vor

 

EU-Gegner in Großbritannien wollen ein Punktesystem nach australischem Vorbild für Einwanderer aus EU-Ländern einführen. Der US-Präsidentschaftskandidat Donald Trump kündigte einen Besuch für den Tag nach der Abstimmung an.

Knapp drei Wochen vor dem EU-Referendum in Großbritannien haben die Brexit-Befürworter Pläne für ein verschärftes Einwanderungsrecht vorgestellt. Die Kampagne Vote Leave sprach sich am Mittwoch für ein Punktesystem nach australischem Vorbild aus, das auch für Einwanderer aus EU-Ländern gelten soll. Der rechtspopulistische US-Präsidentschaftsbewerber Donald Trump kündigte an, am Tag nach dem Referendum nach Großbritannien zu

kommen.

EU-Bürger sollten nicht länger das „automatische Recht“ haben, in Großbritannien zu leben und zu arbeiten, forderte die Kampagne Vote Leave, die auch von Londons früherem Bürgermeister Boris Johnson unterstützt wird. Nach

dem Willen der Brexit-Befürworter sollen alle Zuwanderer gute Englischkenntnisse nachweisen und einen Eignungstest ablegen müssen.

Durch ein Punktesystem wie in Australien werde „Gerechtigkeit“ zwischen EU-Bürgern und anderen Zuwanderern hergestellt, erklärte Vote Leave. Für Iren und bereits in Großbritannien arbeitende EU-Bürger sollen die verschärften Regeln nicht gelten.

Australien steuert die Einwanderung von Arbeitskräften schon seit Jahren über ein Punktesystem . Um den Fachkräftemangel in bestimmten Branchen zu lindern, erhalten qualifizierte Zuwanderer nach Kriterien wie Alter,

Sprachkenntnissen und Berufserfahrung eine bestimmte Punktzahl. Wer am besten abschneidet, darf einwandern.

Punktesystem bis 2020

Vote Leave will das Punktesystem im Fall eines Siegs beim Referendum noch vor der nächsten Parlamentswahl im Jahr 2020 einführen. Dies wird auch als Kampfansage an den konservativen Premierminister David Cameron gewertet, der

den Verbleib seines Landes in der EU befürwortet, im Fall einer Niederlage bei dem Referendum am 23. Juni aber nicht zurücktreten will.

Es wird mit einer knappen Entscheidung bei der Volksbefragung gerechnet. In einer neuen Online-Befragung des Meinungsforschungsinstituts ICM sprachen sich 47 Prozent für den Austritt aus, 44 Prozent votierten für den Verbleib in der EU. Bei einer Telefon-Umfrage desselben Instituts lag der Anteil der Brexit-Befürworter bei 45 Prozent, der Anteil der Gegner bei 42 Prozent.

Die Organisation für wirtschaftliche Zusammenarbeit und Entwicklung (OECD) warnte, der Brexit würde sich „negativ auf die Wirtschaft Großbritanniens, der EU und der gesamten Welt auswirken“. Ein Austritt würde Großbritannien bis

2020 mehr als drei Prozent seiner Wirtschaftsleistung kosten. Ein Brexit hätte „Finanzmarktschocks“ zur Folge, würde zu „wirtschaftlichen Unsicherheiten“ führen und den Handel behindern.

Trump bei Golfplatz-Einweihung in Schottland

Der republikanische US-Präsidentschaftsbewerber Trump werde am 24. Juni an der Einweihung eines Golfplatzes in Schottland teilnehmen, teilte eine Sprecherin des Golfplatzes Trump Turnburry mit. Der Platz gehöre ihm und er

sei „stolz darauf“, erklärte der US-Milliardär, der sich für einen Austritt Großbritanniens ausgesprochen hat.

Frankreichs Präsident François Hollande sagte bei der Einweihung des Gotthard-Basistunnels in der Schweiz, er hoffe, dass sich die Briten im entscheidenden Moment daran erinnerten, dass sie mehr denn je mit Europa

verbunden seien. EU-Kommissionspräsident Jean-Claude Juncker warnte die Briten vor einem Austritt. Der Nachrichtenseite „Spiegel Online“ sagte er, sie müssten wissen, dass „der Deserteur nicht mit offenen Armen empfangen wird“.

AFP/nsa/EA  2

 

 

 

 

Verrohung der Gesellschaft. Zahl der Angriffe gegen Flüchtlinge nimmt weiter zu

 

Übergriffe auf Flüchtlinge und Asylunterkünfte haben in diesem Jahr weiter zugenommen. Auch Flüchtlingshelfer, Politiker und Journalisten werden immer wieder Opfer von Straftaten. Politiker warnen vor einer sinkenden Hemmschwelle.

 

Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) warnt angesichts der steigenden Zahl von Übergriffen auf Flüchtlinge und ihre Unterkünfte vor einer „Teilverrohung“ der Gesellschaft. Nach dem starken Anstieg im vergangenen Jahr habe sich die Situation in den ersten Monaten 2016 noch verschlimmert, sagte de Maizière den Zeitungen der Essener Funke Mediengruppe (Samstagsausgaben). Seit Jahresbeginn habe es mehr als 1.100 Übergriffe auf Flüchtlinge oder ihre Unterkünfte gegeben. Auch Flüchtlingshelfer, Politiker und Journalisten werden immer wieder zu Opfern.

Nach einer Statistik des Bundeskriminalamts (BKA) gab es seit Jahresbeginn 245 Straftaten gegen Flüchtlingshelfer, Politiker und Journalisten, darunter 13 Gewalttaten. 186 Taten waren rechtsextremistisch motiviert, wie die Funke-Zeitungen (Sonntags-/Montagsausgaben) unter Berufung auf eine interne BKA-Studie berichteten. Amts- und Mandatsträger wie Bürgermeister oder Abgeordnete wurden dem Bericht zufolge in 107 Fällen Opfer von Straftaten Rechtsextremer (insgesamt 141 Angriffe), Hilfsorganisationen und freiwillige Helfer 54 mal (insgesamt 61 Fälle), Medienvertreter 25 mal (insgesamt 43 Fälle). Delikte gegen diese Gruppen werden ebenso wie Angriffe gegen Flüchtlinge außerhalb der Unterkünfte erst seit diesem Jahr ausgewiesen.

Innenminister De Maizière sprach von einer „Teilverrohung unserer Gesellschaft“. Die Hemmschwelle, jemanden zu beleidigen, sinke, dabei habe der Anstieg der Flüchtlingszahlen „wie ein Beschleuniger“ gewirkt.

Auch der frühere Bundestagspräsident Wolfgang Thierse (SPD) warnte, es greife ein „Klima der Verrohung“ um sich. Immer selbstbewusster und auch öffentlich würden menschenfeindliche Parolen diskutiert, sagte Thierse auf dem Katholikentag in Leipzig. Mehr denn je gelte es, „die Gebote der Mitmenschlichkeit und der Solidarität zu verteidigen“.

De Maizière verwies darauf, dass etwa die Hälfte der Tatverdächtigen bei Gewaltattacken auf Flüchtlingsheime zuvor nicht polizeilich in Erscheinung getreten war. Viele kämen aus der näheren Umgebung von Flüchtlingsunterkünften. „Wenn unbescholtene Bürger plötzlich Gewalt anwenden, gibt das umso mehr Anlass zur Sorge“, sagte er den Funke-Zeitungen.

Der Innenminister beklagte in dem Zusammenhang auch anonyme Hasskommentare im Internet und forderte eine Debatte über den Umgang damit. „Anonymität in der Kommunikation – gerade im Internet – ist kein Fortschritt für die demokratische Kultur“, sagte der CDU-Politiker. Dagegen wies der Grünen-Politiker Konstantin von Notz ein „Vermummungsverbot für Nutzer des Internets“ zurück. Er forderte die Bundesregierung auf, effektiv gegen Hass-Parolen im Netz vorzugehen. (epd/mig 30)

 

 

 

 

Die Hillary-Clinton-Doktrin

 

Wie sich Clintons Außenpolitik von der Obamas und Trumps unterscheiden würde

 

Am 27. April 2016 hielt der republikanische Präsidentschaftskandidat Donald Trump die erste außenpolitische Rede seines Wahlkampfs. Darin versprach Trump, „Weltfrieden” herzustellen, das US-Militär neu aufzubauen, den Islamischen Staat (IS) zu beseitigen und die Haltung Washingtons zur NATO zu ändern. Sein Programm ist so ehrgeizig wie widersprüchlich und unplausibel. Er plädiert für einen Rückzug der USA aus internationalen Konflikten und will gleichzeitig die Rolle Washingtons als Friedensstifter weltweit stärken. Damit trennen ihn Welten von der wahrscheinlichen Präsidentschaftskandidatin der Demokraten Hillary Clinton, die ein stärkeres Eingreifen der Vereinigten Staaten in globale Konflikte fordert.

Mit ihrem jeweiligen außenpolitischen Programm liegen Clinton und Trump nicht nur weit auseinander, sie unterscheiden sich auch beträchtlich von der Außenpolitik Präsident Obamas. Nach der „Obama-Doktrin“, wie sie gern genannt wird, hielten sich die USA aus Konflikten heraus, die aus Sicht des Weißen Hauses keine unmittelbare Bedrohung für die nationale Sicherheit darstellen. Das blieb nicht ohne Konsequenzen. Obama feierte mit dieser Politik Erfolge, etwa, als der frühere al-Qaida-Anführer Osama bin Laden bei der Erstürmung seines Hauses getötet wurde. Aber es gab auch Fehlschläge: So verpasste er die Gelegenheit, das Regime des syrischen Präsidenten Baschar al-Assad zu stürzen und damit zu verhindern, dass aus dem Bürgerkrieg weitere Gefahren entstanden. Egal, wer im November die Wahl gewinnt, er oder sie wird die diversen Aufgaben in der Welt anders anpacken. Daher wird die Außenpolitik im Wahlkampf ein wichtiges Thema sein.

Clintons außenpolitisches Programm ist von allen drei Ansätzen wohl der fundierteste. Ihre Strategie ist robuster als die Obamas bei jeglicher größeren sicherheitspolitischen Krise, und sie ist besser geeignet, um in vielen globalen Konflikten ein für die Vereinigten Staaten günstigeres Ergebnis zu erzielen. Die Aufgaben in der Welt brauchen keinen Isolationismus, sondern ein entschiedenes und führungsstarkes Auftreten der USA. Und auf den Gebieten, auf denen Obama mit seiner Zurückhaltung gescheitert ist, könnte die resolutere Hillary-Clinton-Doktrin (nicht zu verwechseln mit der Doktrin für humanitäre Intervention, die ihr Mann, der früheren US-Präsident Bill Clinton, entwickelte) ihre Ziele erreichen.

Die Hillary-Clinton-Doktrin würde der russischen Aggression durch eine Stärkung der „European Reassurance Initiative“ (ERI) begegnen, wodurch dauerhaft mehr Soldaten und Waffen des Bündnisses in Osteuropa stationiert würden. Obamas ERI beschränkte sich auf die Stationierung von Ausrüstung und rotierenden multinationalen Verbänden in einem eher bescheidenen Rahmen. Vor allem aber versäumte es seine Regierung, ein Abkommen mit den europäischen Verbündeten zu schließen.

 

Als die Freie Syrische Armee das Assad-Regime auf legitime Weise hätte lahmlegen können, sprach sich Clinton für eine Flugverbotszone aus, um den Angriff zu unterstützen. Das hätte Russland davon abgehalten, in den Krieg einzutreten und ihn zu Assads Gunsten zu beeinflussen. Clinton forderte auch eine Schutzzone für Flüchtlinge, wodurch die Migrationskrise vermutlich schon im Ansatz hätte verhindert werden können. Wäre der Regimewechsel in Syrien von Obama betrieben worden, so hätte Clinton vermutlich die bislang größte UN-Friedensmission in die Wege geleitet. Der IS hätte sich in Syrien nicht festsetzen können, und ein stabiler und erfolgreicher Machtübergang wäre im Bereich des Möglichen gewesen. Jedenfalls hätte man einen langjährigen Bürgerkrieg, der sich mittlerweile zu einem Stellvertreterkrieg entwickelt hat und die Sicherheit im Nahen Osten und in Europa gleichermaßen gefährdet, wahrscheinlich vermieden werden können. Noch heute spricht sich Clinton für die Einrichtung einer Flugverbotszone und einer Schutzzone für Flüchtlinge aus. Nach ihren Plänen würde die NATO den Luftraum sichern, die Türkei würde Bodentruppen stellen, die Europäer würden die Flüchtlingsschutzzonen und die Vereinten Nationen die diplomatischen Kanäle Syriens überwachen.

Der ehemaligen Außenministerin wurden Fehler bei der Belagerung Bengasis vorgeworfen, doch ihre Einschätzung, welche Aufgaben sich in Libyen nach dem Sturz Muammar al-Gaddafis stellten, war durchaus korrekt. Die libysche Regierung und der Sicherheitsapparat zeigten erst nach zwei Jahren Schwäche. Die internationale Gemeinschaft hatte genügend Zeit, eine zivile Stabilisierungsoperation zu unterstützen, mit deren Hilfe die Milizen im Land hätten entwaffnet und aufgelöst werden können. Stattdessen konnten die westlichen Alliierten nach der erfolgreichen NATO-Militäroperation den Frieden nicht sichern, und es entwickelte sich ein Bürger- und Stellvertreterkrieg. Ebenso wenig konnten sie verhindern, dass Waffen des Regimes in die gesamte Region gelangten. So geschah es zum Beispiel in Mali: Dort wurde mit den Waffen ein brutaler Konflikt ausgefochten, der erst durch eine verlustreiche Intervention der Franzosen beendet werden konnte. Als Präsidentin würde sich Clinton Libyen wieder stärker zuwenden und nicht nur die dortigen IS-Ausbildungslager zerstören, sondern auch die Koalitionsregierung des Landes unterstützen.

 

Die Ukraine bietet ein weiteres Beispiel dafür, dass Obamas Politik der Zurückhaltung den Westen teuer zu stehen kam. Weil die Obama-Regierung die Ukraine im Kampf gegen Russland allein ließ, konnte der Westen Moskau nicht von weiteren Aggressionen abhalten. Eine Clinton-Regierung hätte der Ukraine gleich zu Beginn der Krise Waffen geliefert. Das hätte verhindert, dass Russland separatistische Rebellen auf der Krim unterstützte, und Putin hätte sich auch eine Intervention in Syrien gründlich überlegt. Außerdem würde Clinton dafür sorgen, dass für Russland bei jeglichem Angriff deutlich mehr auf dem Spiel steht, und in Europa würde sie wieder stärker auf konventionelle Abschreckung setzen. Der ukrainischen Regierung würde sie das vollständigere Instrumentarium an die Hand geben, damit das Land seine Freiheit von Moskau wiedererlangen kann.

Obama versäumte es auch, seine Verbündeten dazu zu zwingen, im Sicherheitsbereich mehr Verantwortung zu übernehmen. Die Regierung verzichtete auf die Neuverhandlung europäischer Militärhilfe-Abkommen, die die Verbündeten dazu verpflichtet hätten, mehr Soldaten und Waffensysteme bereitzustellen. Stattdessen ließ sich das Weiße Haus auf zwei Hilfspakete ein, die nicht dazu angetan waren, die Verbündeten zu einem größeren Engagement für ihre eigene Verteidigung anzuhalten.

Eine Clinton-Regierung würde die Verbündeten stärker für ihre eigene Sicherheit in die Verantwortung nehmen, indem sie maßvoll, aber hartnäckig auf einen Ausgleich zwischen bedeutenden Verpflichtungen der Amerikaner und der Europäer hinarbeiten würde. Clintons Strategie hätte wahrscheinlich eine größere Wirkung als Trumps aggressive Forderungen; Amerikas Verbündete sind jetzt schon verärgert über Trumps wahrscheinliche Nominierung.

Natürlich verdient die Clinton-Doktrin keine Bestnote. Hillary Clinton hätte es schwer, im amerikanischen Volk ausreichend Unterstützung für ihr robustes außenpolitisches Programm zu erhalten. Doch gegen ihre durchaus vielversprechende Politik fallen Obamas Anstrengungen und Trumps widersprüchliche Aussagen deutlich zurück.

Nach Obamas Amtszeit wird die Welt weiterhin instabil bleiben, vermutlich sogar noch unsicherer werden. Der nächste Präsident oder die nächste Präsidentin kann sich bei der Lösung dieser Probleme nur wenige Fehler erlauben. Hätte aber die Clinton-Doktrin in den letzten vier Jahren schon gegriffen, so hätten die USA Saudi-Arabien und den Golf-Kooperationsrat vermutlich weiter bei Laune gehalten, Putin von einer Intervention in Syrien abgehalten, das Assad-Regime entmachtet und dafür gesorgt, dass die UN nach seinem Sturz die Regierungsbildung begleiten. Libyen wäre ein stabileres Land (auch wenn es sicher zu kämpfen hätte). In Asien hätte Washington den Einfluss der Hardliner in Peking auf die chinesische Politik geschmälert, und in Europa hätte Clinton die Verbündeten der USA stärker an der Gewährleistung ihrer eigenen Sicherheit beteiligt. Eine Clinton-Regierung hätte ein erfolgreiches Atomabkommen mit dem Iran auch aushandeln können. In den nächsten Jahren werden die Sicherheitskrisen vermutlich zunehmen, und die Clinton-Doktrin ist besser als Obamas oder Trumps Programm geeignet, sie zu bewältigen. Jeffrey A. Stacey  IPG 30

 

 

 

Berlin und Paris bereiten Plan für einen möglichen Brexit vor

 

Deutschland und Frankreich bereiten laut EU-Kreisen einen Plan für den Fall eines Austritts Großbritanniens aus der Europäischen Union vor.

Die beiden Regierungen hätten Diskussionen über einen gemeinsamen Plan begonnen, sagte ein Diplomat am Freitag der Nachrichtenagentur AFP, ohne Details nennen zu wollen. Ein hoher EU-Vertreter bestätigte, dass es eine „deutsch-französische Initiative“ und „politische Diskussionen über die Werte und den historischen Kontext Europas“ gebe.

„Wir brauchen eine politische Botschaft, eine Methode, einen Kalender“, sagte der EU-Vertreter. Der Plan drehe sich um Sicherheitsfragen, aber auch um die Jugend. Weitere Einzelheiten könnten bekannt werden nach dem Treffen von Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) und Frankreichs Präsident François Hollande am Sonntag zum Gedenken an die Schlacht von Verdun im Ersten Weltkrieg.

Aus EU-Kreisen verlautete, Vertreter Deutschlands, Frankreichs, Italiens und anderer Mitgliedstaaten hätten sich am Montag in Brüssel getroffen, um über die Zeit nach dem britischen Referendum am 23. Juni zu sprechen. Auch der Chefberater von EU-Kommissionspräsident Jean-Claude Juncker, Martin Selmayr, nahm demnach an dem vertraulichen Treffen teil.

„Es ging vor allem um Kommunikation, insbesondere was offiziell von wem gesagt wird und auf welche Weise“ am 24. Juni, abhängig vom Ausgang der Volksbefragung, sagte ein EU-Vertreter AFP. Es habe keine „tiefgehende Diskussion zu den Konsequenzen“ der Abstimmung gegeben. Der deutsche Regierungssprecher Hans-Georg Streiter wollte die Berichte über das Treffen

weder bestätigen noch dementieren.

Offiziell gibt es keinen „Plan B“ für den Fall eines Votums für den Austritt Großbritanniens aus der EU. Die Rechtsabteilung der EU-Kommission erhielt aber laut EU-Kreisen eine Urlaubssperre für Juli, um für den Fall eines Brexit-Votums gerüstet zu sein. Der nächste EU-Gipfel ist für den 28.

und 29. Juni geplant. Das Treffen der EU-Staats- und Regierungschefs wurde um einige Tage verschoben, weil der ursprüngliche Termin mit dem Referendum zusammenfiel. EA mit AFP

 

 

 

 

Das Integrationsbehinderungsgesetz

 

Das sogenannte Integrationsgesetz ist in vieler Hinsicht ein qualmender Schuss in den Ofen. Es zeugt einmal mehr von der mangelnden Lernfähigkeit im Innenministerium und von der Notwendigkeit, das gesellschaftspolitische Zentralthema Integration einem eigenen Ressort anzuvertrauen. Von Klaus J. Bade

 

Wie stark das Denken über Migration und Integration im Bundesministerium des Innern nach wie vor durch die Grundorientierung an Sicherheitspolitik und Gefahrenabwehr geprägt ist, zeigt aktuell aufs Neue der nun von der Großen Koalition verabschiedete Entwurf des sogenannten Integrationsgesetzes. Er zielt zwar auf eine Art administrative Beschleunigung der Integration von Geflüchteten ab; er ist aber, von einigen hilfreichen Verbesserungsvorschlägen abgesehen, von Misstrauen in die Integrationsbereitschaft seiner Adressaten, von lebensfremden Auflagen, Kontrollvorschriften und Sanktionsdrohungen geprägt.

Der Gesetzentwurf ist, darin waren sich viele Integrationsforscher und Integrationspraktiker einig, zum Beispiel im Blick auf die Wohnsitzzuweisung sogar eine Art Integrationsbehinderungsgesetz. Sein eigentlicher Zweck war offenbar, unter AfD-Angst und Österreich-Schock in Integrationsfragen Härte und Geschlossenheit zu zeigen und damit einen im Grunde populistischen Beitrag zur Förderung des ‚gesellschaftlichen Zusammenhalts‘ zu leisten.

Manche nannten den Entwurf einen Schritt in die richtige Richtung. Für die zustimmungswillige SPD, aus der die meisten außerparlamentarischen Kritiker kamen, war er am Ende vielleicht mehr ein Tritt in die falsche Richtung, nämlich noch weiter nach unten in der Gunst ihrer Stammwähler.

Der Streit war vorprogrammiert. Aneinander gerieten bei der öffentlichen Bewertung des Referentenentwurfs auch die beiden seinerzeit von mir angeschobenen wissenschaftlichen Organisationen zur kritischen Politikbegleitung, der Sachverständigenrat deutscher Stiftungen für Integration und Migration (SVR) und der Rat für Migration (RfM), die in der Spannung zwischen Kritik und ‚Ausgewogenheit‘ ohnehin deutlich verschieden positioniert sind.1

„Der größte Fehler in Sachen Integrationspo- litik war in Wirklichkeit, dieses gesellschafts- politisch zentrale Thema in der Verantwortung des Bundesministeriums des Innern zu lassen.“

Der im Vergleich zu seinen politikkritischen Anfängen – von seinem kritischen Forschungsbereich abgesehen – nachgerade gouvernemental gewordene SVR begrüßte den Gesetzentwurf unter Konzentration auf die Verbesserungsvorschläge mit nur einigen beiläufigen Ermahnungen zu einem ausgewogenen ‚Fördern und Fordern‘2 im wesentlichen als Schritt „in die richtige Richtung“.3 Er befürwortete sogar die am heftigsten attackierte Wohnsitzauflage als möglicherweise durchaus „vernünftiges Instrument zur Integrationsförderung„.

Der RfM hingegen kritisierte den Referentenentwurf scharf in einem öffentlichen Aufruf zusammen mit DeutschPlus4 und zusätzlich in einem – zusammen mit dem Paritätischen Gesamtverband, der Diakonie Deutschland und der Flüchtlingshilfsorganisation Pro Asyl verfassten – offenen ‚Brandbrief‘5 an den Bundesinnenminister:

Der Entwurf, den Pro Asyl als ‚Desintegrationsgesetz‘ und damit als ‚Etikettenschwindel‘ disqualifizierte, sei im Blick auf die beabsichtigte Integrationsbeschleunigung durch sanktionsbewehrte Maßnahmen eine kontraproduktive, praktischen Erfahrungen und einschlägigen Forschungsergebnissen widersprechende und überdies für die Akzeptanzbereitschaft gegenüber Asylsuchenden in der weiteren Öffentlichkeit sogar gefährliche Rolle rückwärts in die 1980er Jahre.

Tipp: Alle MiGAZIN-Kolumnen von Prof. Klaus J. Bade finden Sie hier in chronologischer Reihenfolge.

Dem entsprach unbeabsichtigt auch die dekuvrierende Verteidigung des Gesetzentwurfs durch Bundesinnenminister de Maizière mit dem giftigen Mottenkisten-Argument, man wolle aus den „Fehlern der Vergangenheit“ lernen – nämlich „Gettos“ und „Parallelgesellschaften“ vermeiden. Genau das war das Vokabular der Integrationsskeptiker der 1980er und 1990er Jahre mit ihrem denunziativen Gerede von der ‚gescheiterten Integration‘, das entscheidend beigetragen hat zu den xenophoben Vorstellungen von angeblich mangelnder Integrationsbereitschaft bzw. ‚Integrationsverweigerung‘ (de Maizière).6

Der größte Fehler in Sachen Integrationspolitik war in Wirklichkeit, dieses gesellschaftspolitisch zentrale Thema in der Verantwortung des Bundesministeriums des Innern zu lassen. Es gab Ausnahmen wie die Bundesinnenminister Schäuble (CDU) und Schily (SPD), die sich auch als Gesellschafspolitiker verstanden. Aber Ausnahmen bestätigen bekanntlich nur die Regel.

Fordern wir also aufs Neue, dass in den Koalitionsverhandlungen zu Beginn der nächsten Legislaturperiode endlich ein eigenes Ministerium für Migration und Integration vereinbart wird.

1. Integrationsgesetz bei Experten umstritten, in: MiGAZIN (epd, 19.5.2016), 20. 5. 2016; Fabio Ghelli, Experten kritisieren geplantes Integrationsgesetz, in: Mediendienst Integration, 19.5.2016; vgl. Verbände schlagen Alarm wegen Integrationsgesetz, in: Donaukurier, 19.5.2016.  [?]

2. Das in regierungsamtlichen Verlautbarungen gern gebrauchte programmatische Begriffspaar ‚Fördern und Fordern‘ hat mit dem Gesetzentwurf selbst nichts zu tun und stammt ursprünglich von dem seinerzeitigen Aussiedlerbeauftragten Jochen Welt (SPD).  [?]

3. Presseinformation SVR, Berlin 14.4.2916: Beim Integrationsgesetz kommt es auf gute Balance von Fördern und Fordern an. Die Eckpunkte der Großen Koalition für ein Integrationsgesetz enthalten gute Ansätze. Entscheidend ist nun eine kluge Ausgestaltung, damit das Ziel der Integrationsförderung auch erreicht werden kann.  [?]

4. RfM / DeutschPlus, „Dieses Gesetz spaltet“. Wissenschaftler, Künstler und Autoren protestieren gegen das geplante Integrationsgesetz. Es sei ein „Rückschritt in die 1980er Jahre“, in: ZEIT Online, 4.5.2016.  [?]

5. RfM, Pro Asyl, Paritätischer Gesamtverband, Diakonie Deutschland an BMI De Maizière, betr. Referentenentwurf zu einem Integrationsgesetz vom 29.4.2016, Berlin 19.5.2016.  [?]

6. Vgl.: Klaus J. Bade, Zur Karriere und Funktion abschätziger Begriffe in der deutschen Asylpolitik, in: MiGAZIN, 29.6.2015 (online); ders., Sicherheit, Ordnung und Gesellschaftspolitik im Bundesinnenministerium, in: ebenda, 12.1.2016; ders., Von Unworten zu Untaten. Kulturängste, Populismus und politische Feindbilder in der deutschen Migrations- und Asyldiskussion zwischen ›Gastarbeiterfrage‹ und ›Flüchtlingskrise‹, in: IMIS-Beiträge, 48/2016, Januar 2016, S. 35-171.  [?] MiG 31

 

 

 

 

Action, bitte! Warum die Umsetzung des Klimaabkommens kein Zuckerschlecken wird.

 

Das Klimaabkommen von Paris ist ohne Frage ein historischer Meilenstein in der internationalen Klimapolitik. Bei der noch immer vorherrschenden Euphorie ist allerdings Vorsicht angebracht, denn Paris hat es zwar geschafft, internationale politische Leitlinien zu formulieren, die ein gemeinsames Handeln zur Bekämpfung des Klimawandels möglich machen, eine tatsächliche Umsetzung ist damit aber noch lange nicht garantiert. Während das Klima bereits jetzt in einigen Ländern von Hitzerekord zu Hitzerekord eilt, haben sich vom 16.-26.5.2016 Klimadiplomaten bei der Bonner Climate Change Conference der UN mit der Frage der Interpretation und der Umsetzung des Paris Agreement beschäftigt. Der Start in die neue Ära internationaler Klimadiplomatie „après Paris“ kann als holprig bezeichnet werden: Erst nach 4 Tagen konnte man sich auf eine gemeinsame Arbeitsagenda verständigen. Die Verzögerungen in Bonn machen vor allem eines sehr deutlich: Die Überführung der im Pariser Klimaabkommen gesetzten Ziele in die Realität, also in die nationalen Klimaschutzstrategien und damit das Herunterbrechen der Zielsetzungen von der internationalen auf die nationale Ebene, ist ein schwieriges Unterfangen. Wir müssen also unbedingt über das Wesentliche reden. Aber was ist das eigentlich genau?

Näher bestimmt werden muss zunächst einmal das in Paris vereinbarte Ziel, die globale Erderwärmung auf „well below“ 2 Grad, besser noch auf 1,5 Grad, zu begrenzen. Symbolisch gesehen war und ist dieses Ziel sehr wichtig, als politische Orientierungsgröße taugt es allerdings nicht viel. Worum es im Kern geht ist nämlich das, was dadurch impliziert wird: eine Dekarbonisierung der Weltwirtschaft. Will man dies erreichen und dadurch das gesetzte Temperaturziel noch einhalten – und das ist sowohl noch möglich, als auch für einige Staaten der Erde überlebenswichtig – müssen Kohle & Co schnellstmöglich unter der Erde gelassen werden. Klar ist, dass dies massive transformative Eingriffe in die staatlichen Energie- und Wirtschaftssysteme der Länder voraussetzt. Aber auch in anderen Bereichen wie der Landwirtschaft, im Verkehrswesen oder in der Stadtentwicklung werden massivste Anstrengungen notwendig werden, um von emissionsintensiven auf emissionsarme Pfade umzuschwenken. Je länger wir warten, desto stärker werden die Kosten und Anstrengungen steigen, um die globale Erderwärmung in den Griff zu bekommen. Auch wenn der Prozess schwierig ist und sich nicht ohne Reibungen vollzieht, möchte das BMUB in Deutschland übrigens mit gutem Beispiel und ambitioniert vorangehen. Der für den Sommer zur Abstimmung vorgesehene Klimaschutzplan 2050 soll den Weg in eine treibhausgasneutrale Zukunft zeigen.

Unter die Lupe nehmen müssen wir außerdem die vorliegenden Absichtserklärungen der Regierungen in Bezug auf Emissionseinsparungen und Klimaschutz, die sogenannten INDCs (Intended Nationally Determined Contributions), die vor Paris abgegeben wurden. Diese sind bei weitem nicht ausreichend und setzen die Welt momentan eher auf das Gleis einer Erwärmung um 2,7 bis 3 Grad. Paris hat die Staaten verpflichtet, in einem Rhythmus von 5 Jahren über ihre nationalen Anstrengungen im Klimaschutz in Form von NDCs (Nationally Determined Contributions) zu berichten. Dies sollte mit sichtbar steigender Ambition geschehen. Problematisch sind hier gleich zwei Dinge. Zum einen muss zunächst erst einmal geklärt werden, wie die Treibhausgas-Reduktionen der Länder berechnet und überprüft werden sollen. Außerdem ist es dringend notwendig, dass die nationalen Klimaschutzpläne noch vor dem von Paris gesetzten Zeitpunkt im Jahr 2020 ambitioniert angepasst und überarbeitet werden. Daher müssen die Standards und Regeln jetzt klar gesetzt und kommuniziert werden. Geschehen muss all das besser gestern als heute, denn Zeit ist etwas, was wir in der internationalen Klimaschutzpolitik nicht haben. Bevor die nationalen Klimaziele nachgeschärft werden können, muss das Paris-Abkommen aber erst einmal in Kraft treten. Dazu müssen 55 Länder den Vertrag ratifizieren, die mindestens 55 Prozent der globalen Emissionen ausmachen. Wenig überraschend ist, dass es bisher vor allem die besonders verletzlichen Staaten sind, die sowohl ambitionierte INDCs vorgelegt, als auch bereits jetzt das Abkommen ratifiziert haben. Da sie aber nur für einen verschwindend geringen Teil der Emissionen verantwortlich sind, müssen nun vor allem die Industrieländer nachlegen. China und die USA haben die Ratifizierung noch für dieses Jahr angekündigt. Für die EU wird eine frühzeitige Ratifizierung schwierig werden. Zwar hat sie in Paris eine sehr produktive Rolle in den Verhandlungen eingenommen, allerdings müssen hier die Parlamente aller Mitgliedsstaaten sowie das EU-Parlament dem Abkommen zustimmen. Da dies komplizierte prozedurale Verfahren mit sich bringt, wird die EU ein frühes Datum wohl nicht einhalten können. Ein Thema, das ebenfalls ganz oben auf der Gesprächs- und Handlungsliste steht, ist die Finanzierung. Vor der nächsten COP 22 in Marokko muss klar sein, wie die zugesagten 100 Milliarden US-Dollar an jährlicher Klimafinanzierung der Industrieländer auch wirklich garantiert werden können – und zwar ohne Umetikettierung oder Greenwashing.

Bisher überhaupt nicht ausreichend berücksichtigt sind die Instrumente, wie all diese Forderungen und Ziele erreicht werden können. Wir müssen uns einigen, wie wir eine globale Energiewende gestalten und den „Siegeszug der Erneuerbaren Energien“ vor allem in den Ländern des Globalen Südens unterstützen können. Wir müssen konkrete Instrumente des Ausstiegs aus der Kohle definieren. Das schließt Debatten über den Sinn und Unsinn von Carbon Pricing und Carbon Taxation mit ein, die sicherlich kein Allheilmittel für eine Dekarbonisierung sind, aber auch nicht von vornherein pauschal verteufelt werden sollten. Gleichzeitig muss es aber auch Diskussionen über alternative Wirtschaftswege, über Konsum- und Verhaltensveränderungen im Globalen Norden und über die Abschaffung von Subventionen für Kohle & Co geben.

Viel zu lange herausgezögert wurde die Suche nach neuen, sicheren und vor allem klimafreundlichen Technologien zur CO2-Reduzierung. Dies ist umso wichtiger, als es beispielsweise im Transportsektor oder bei bestimmten industriellen Prozessen nicht möglich sein wird, vollständig treibhausgasneutral zu wirtschaften. Vor allem aber muss darüber gesprochen werden, wie der Strukturwandel und Übergänge von emissionsintensiven in emissionsgeringe Produktionsweisen gerecht und sozial inklusiv gestaltet werden können. Da die Uhr zu unser aller Nachteil gewaltig schnell tickt, dürfen wir uns keiner dieser Diskussionen aus Ideologiegründen verschließen. Regierungen, Zivilgesellschaft, Wissenschaft, Gewerkschaften, aber auch Wirtschaft und Finanzwelt sind dazu verpflichtet, gemeinsam Lösungen zu erarbeiten und in partizipativen Prozessen und Dialogen dafür zu sorgen, dass die jeweiligen nationalen Klimaschutzpläne ambitioniert gedacht und wirkungsvoll umgesetzt werden. Danach muss man schnellstmöglich vom Reden ins Handeln kommen. Die nächste Klimaverhandlung COP 22 in Marokko wurde in Bonn zur „Action COP“ deklariert, unter anderem soll in Vorbereitung auf diese und währenddessen die Global Climate Action Agenda gestärkt werden. Internationale Kooperation wird hierbei essenziell sein. Auch und gerade in der Klimapolitik gilt: weg von „our nation first“-Ansätzen und hin zu multilateraler Kooperation, denn nur durch diese können in gegenseitiger Solidarität und Unterstützung die massiven transformativen Aufgaben gelingen, die das Abkommen von Paris festgesetzt hat.

Manuela Mattheß IPG 27

 

 

 

 

 

Der Migrationshintergrund – Stigma oder Fremdeinschätzung?

 

Erst in Deutschland fiel Jaime auf, dass ihn seine Freunde oft „Spanier“ nennen. Auch der Staat hat ihm das Label „Migrationshintergrund“ untrennbar angeheftet. Dabei kann sich Deutschland dieses Etikett gar nicht leisten. Ein Plädoyer von Dr. Rodolfo Valentino

 

Jaime G. gehört zur so genannten zweiten Einwandergeneration. Seine Eltern sind in den 1970er Jahren von Spanien nach Deutschland eingewandert. Er ist in Köln geboren, ging hier zur Schule, machte Abitur und studierte Volkswirtschaft in Bonn mit zwei Auslandssemestern in Madrid. In Madrid lernte er einen seiner besten Freunde kennen, Pablo C., dessen Eltern ursprünglich aus Peru stammen. Pablo C. gilt in Spanien als Spanier. Nur Rassisten trauen sich, ihn „Sudaca“ (Scheiß Südamerikaner) zu nennen. Doch sie kann er leicht von der nicht-rassistischen Mehrheit unterscheiden.

„Hier“, gesteht uns Jaime G., „ist mir zum ersten Mal aufgefallen, dass selbst meine Freunde in Deutschland mich oft ‚Spanier‘ nennen, obwohl ich die deutsche Staatsangehörigkeit angenommen habe, hier aufgewachsen bin und mich als Rheinländer fühle. Klar fühle ich mich in Spanien wohl, es ist ein tolles Land, aber ich sehe es nicht als meine Heimat an. Mir wurde plötzlich klar, dass ich niemals ein ‚Bio-Deutscher‘ sein werde, denn meine Freunde, die jetzt keine Rassisten sind, erinnern mich oft ungewollt immer wieder an die Herkunft meiner Eltern. Ich meine, das Wort ‚Bio-Deutscher‘ sagt ja wohl alles. Als ob es eine deutsche Rasse gäbe. So ein Blödsinn! Ein Land mitten in Europa, wo alle Völker durchgewandert sind, aber insgeheim glauben das viele ‚Alteingesessene‘.“

Jaime G. ist mittlerweile 36 Jahre alt und arbeitet für eine Event-Firma in Köln. Er erinnert sich, dass seine Firma vor zwei Jahren eine Veranstaltung für die MOZAIK gGmbH, eine gemeinnützige Gesellschaft für interkulturelle Bildungs- und Beratungsangebote, organisiert hatte. Im Laufe der Veranstaltung fiel ihm ein Referent auf, der den Begriff „Migrationshintergrund“ in seinem Vortrag verteidigte. „Es kam zwischen einem Fragenden aus dem Publikum, der augenscheinlich nicht dem ‚bio-deutschen‘ Haut-, Haar- und Augenfarbe-Diktat entsprach, und dem Referenten zu einer kleinen Diskussion, ob der Begriff nicht eine Stigmatisierung sei.“

Stigmatisierung meint in den Sozialwissenschaften die Zuschreibung von meist negativen Attributen, d.h. einer bestimmten Gruppe, in diesem Fall den hier geborenen Kindern von Einwanderern, werden Eigenschaften wie „bildungsfern“ oder „Parallelgesellschaft“ zugeschrieben, die ihnen die Integration und vollständige Teilhabe an der Gesellschaft erschweren und das Schulleben zu einer diskriminierenden Erfahrung machen können.

„Die Antwort des Referenten“, führt Jaime G. fort, „eines Integrationsbeauftragten der Stadtverwaltung Berlin, ließ mich aufhorchen. Er verstehe, dass die zweite ‚bildungsnahe‘ Generation, die es auf dem deutschen Arbeitsmarkt geschafft habe, nicht auf ihren Migrationshintergrund angesprochen werden möchte. Das sei aber ein rechtlicher Begriff und würde bei den deutschen Ämtern für die Statistik abgefragt.“

So wie Jaime G. geht es vielen Deutschen, die hier geboren sind, aber deren Eltern aus einem anderen Land nach Deutschland eingewandert sind. Die deutsche Politik hat damit einen Begriff geschaffen, der Menschen als „nicht wirklich deutsch“ etikettiert und in dem einen oder anderen Fall vorverurteilt. Da wird der Migrationshintergrund bei Ämtern wie in der Arbeitsagentur oder im Jobcenter aus „statistischen Gründen“ erfasst, öffnet aber dem Sachbearbeiter die Tür, bestimmte Menschen mit negativen Attributen wie faul, sozial parasitär oder bildungsfern zu versehen. Offensichtlich hat man von den Fehlern der Vergangenheit nicht gelernt. Das Etikett „Gastarbeiter“ suggerierte, dass man sich als Gast in Deutschland benehmen musste und arbeiten durfte, aber irgendwann einmal wieder in die eigene Heimat zurückkehren sollte. Mit den „Gastarbeiterkindern“ verfuhr man ähnlich und nur wenige ehrgeizige Eltern konnten es durchsetzen, dass ihre Kinder bessere Schulen besuchten.

Deutschland kann sich mittlerweile weder das Etikett „Bio-Deutscher“ noch „Migrationshintergrund“ leisten, denn ähnlich wie seine europäischen Nachbarn ist die Zahl der Eingewanderten und der Nachkommen so signifikant, dass sie die deutsche Gesellschaft als Einwanderungsland überführen. Diese soziale und politische Realität lässt sich nicht mehr leugnen und muss wohl oder übel zu einer neuen Selbstdefinition als Einwanderungsgesellschaft führen. Das impliziert auch eine neue Selbstverständlichkeit in der Kultur, in der Sprache und in den Einstellungs- und Meinungsstrukturen der Mehrheitsgesellschaft. Die Politik darf sich nicht nur auf diffusen Konzepten von Willkommenskultur und Vielfaltsgesellschaft ausruhen, sondern muss Aufklärungsarbeit und Kulturerneuerung betreiben. Wer in einigen Jahren dann noch Lust und Laune hat, bei Umfragen zur Selbsteinschätzung wie in den USA die kulturelle Herkunft seiner Eltern oder Großeltern anzugeben, der sollte auch das Recht haben. Die Verwendung des Wortes „Migrationshintergrund“ sollte bis auf weiteres als diskriminierend, als politisch inkorrekt und als inkompatibel mit einer Einwanderungsgesellschaft eingestuft werden. MiG 30

 

 

 

 

DAAD fördert mehr als 300 Projekte an 180 Hochschulen um Flüchtlinge beim Weg in ein Studium zu unterstützen

 

Das Bundesministerium für Bildung und Forschung (BMBF) fördert über den Deutschen Akademischen Austauschdienst (DAAD) aktuell mehr als 300 Projekte an über 180 Hochschulen, um Flüchtlingen deutschlandweit den Zugang zum Studium zu ermöglichen. Ende 2015 hatte das BMBF ein entsprechendes Maßnahmenpaket auf den Weg gebracht. In den nächsten Jahren stellt das BMBF hierfür rund 100 Millionen Euro bereit, davon 27 Millionen im laufenden Jahr.

„Wer das Zeug dazu hat, soll bei uns studieren können“, sagte Bundesbildungsministerin Johanna Wanka. „Wir wollen geflüchteten jungen Talenten möglichst schnell eine Perspektive als internationale Studierende geben, damit sie als Fachkräfte eines Tages ihre Heimat wieder aufbauen oder hier zum Wohl unseres Landes beitragen können. Angesichts des großartigen Engagements von Studierenden und Hochschulen bin ich optimistisch, dass uns das gelingt. Das BMBF unterstützt die Hochschulen mit gezielten Programmen dabei, studierfähige Flüchtlinge zu integrieren.“

„Unsere Förderprogramme sind an den Hochschulen auf große Resonanz gestoßen. Darin zeigen sich das hohe Engagement der Hochschulen ebenso wie der tatsächliche Bedarf an speziellen Angeboten für Geflüchtete, die studieren können und wollen. Größte Hürde ist derzeit noch die Sprache, deshalb sind Vorbereitungskurse etwa an Studienkollegs für einen erfolgreichen Weg ins Studium von zentraler Bedeutung“, sagte DAAD-Präsidentin Margret Wintermantel.

Wintermantel und BMBF-Staatssekretärin Cornelia Quennet-Thielen besuchen heute einen Vorbereitungskurs für Flüchtlinge am Studienkolleg der Freien Universität Berlin. Die Bildungsstaatssekretärin und die DAAD-Präsidentin wollen dort gemeinsam mit dem Präsidenten der Freien Universität, Peter-André Alt, mit Kursteilnehmerinnen und Kursteilnehmern ins Gespräch kommen und einen Eindruck davon erhalten, wie das BMBF-Maßnahmenpaket in der Praxis wirkt.

Kern der Maßnahmen ist die fachliche und sprachliche Vorbereitung von Flüchtlingen mit einer Hochschulzugangsberechtigung ihres Herkunftslandes auf ein Fachstudium in Deutschland. Aktuell fördert der DAAD im Programm „Integra“ aus Mitteln des BMBF 152 Projekte, mit denen bislang rund 2800 Plätze an Studienkollegs oder vergleichbaren Einrichtungen sowie in Fach- und Sprachkursen der Hochschulen bereitgestellt werden.

Außerdem fördert das BMBF über den DAAD 152 Projekte im Programm „Welcome – Studierende engagieren sich für Flüchtlinge“. Knapp 700 studentische Hilfskräfte an deutschen Hochschulen arbeiten in diesen Projekten - etwa für Mentorenprogramme, sprachliche Unterstützung über Lerncafés oder Sprachpatenschaften sowie Beratungsangebote.

Ein weiterer Baustein der Maßnahmen ist die Feststellung und Anerkennung von Kompetenzen und Qualifikationen: Studieninteressierte, die als Flüchtlinge nach Deutschland gekommen sind, können kostenfrei einen Studierfähigkeitstest ablegen und ihre Bewerbungen für Studienplätze einreichen. Die Gebühren für den Test für ausländische Studierende (TestAS) und für das Prüfverfahren durch die Servicestelle uni-assist werden vom DAAD aus Mitteln des BMBF übernommen. Durch die Verfahren wird geklärt, ob der jeweilige Bewerber eine Chance auf Hochschulzulassung hat. Daad 30

 

 

 

 

Rassismus. Diskursverschiebung als Folge jahrelanger Nachlässigkeit

 

Innerhalb einer Woche diskutierte und empörte sich die Republik über zwei rassistische Äußerungen. Es drängt sich die Frage danach auf, wie es Forderungen und Gesprächsstoff der niedersten rechtsextremen Sorte in den Mainstream schafften.  Von Mehdi Chahrour

 

Großbritannien im Mai des Jahres 2016: Sadiq Khan, Sohn von Einwanderern, wird Bürgermeister der Hauptstadt des Landes. Deutschland im Mai des selben Jahres: Jerome Boateng, gebürtiger Hauptstädter und Fußballweltmeister, wird auf seine Tauglichkeit als Nachbar geprüft. Der Prüfung unterliegt auch, ob Schokoladeverpackungen Gesichter von Menschen mit Migrationshintergrund abbilden dürfen oder nicht.

Was nach einem geschmacklosen Scherz klingt, ist nicht weniger als der aktuelle Tiefpunkt einer öffentlichen Debatte, die in Fragen der Vielfalt und des Zusammenlebens mehr und mehr nach rechts driftet. In Zeiten zunehmender Angriffe auf Flüchtlingsunterkünfte und Moscheen gleichen solche Aussagen Brandbeschleunigern. Dass die Zahl der Angriffe auf Flüchtlingsheime sich innerhalb eines Jahres verfünffacht hat, bleibt aber nicht mehr als eine Randnotiz.

Für nicht weniger gefährlich erachte ich Versuche – siehe Meinungsartikel und Berichte in den klassischen Mainstreammedien- der Verharmlosung durch die altbewährte Phrase: „Macht euch keine Sorgen, das sind Randgruppen und Extremisten, und nicht die Mitte der Gesellschaft.“

Die Antwort darauf untergliedert sich für mich wie folgt:

1. Extremisten brauchen selbst keine Mehrheiten. Es reicht das Schweigen der Mehrheit.

Aktuelle Belege dafür und Gleichnisse aus der Geschichte existieren zu Haufe.

2. Die von der AfD bei Landtagswahlen erzielten Ergebnisse und der Umfragetrend für die Bundestagswahlen sind besorgniserregend. Aus Stammtischparolen werden nun Redebeiträge in den Landesparlamenten und vielleicht bald auch im Bundestag. Die andere Betitelung legitimiert den rassistischen Inhalt nicht.

3. Falls es sich um Stammtischparolen handelt, weshalb erhalten sie so viel Raum in Presse und TV? Wie kommt es, dass es AfD-Sprecher zu wichtigen Gesprächspartnern in namhaften Talk-Sendungen schafften? Die überproportionale Vertretung in Presse und TV führen zu einer Normalisierung, und das ist gefährlich. (Ich sehe schon, wie in den Kommentaren zu diesem Artikel stehen wird, dass der Autor die Meinungsfreiheit in Frage stellt. Präventiv antworte ich in einem Satz: Rassismus ist keine Meinung.

4. Ich glaube nicht, dass die AfD und solche Diskurse ein neues Phänomen sind. Rassismus wird heute nur mutiger artikuliert, weil die Hemmschwellen gesunken sind. Den wichtigsten Part spielte hier die islamfeindliche Berichterstattung nach dem 11. September, die vielzähligen nicht sachlich geführten Talkshows, islamfeindliche Kronzeugen als Islamexperten, Parteienvertreter auf Stimmenjagd, propagandistische Titelblätter renommierter Zeitungen und Magazine und ein Ex-Politiker, dessen rassistische Aussagen es zum meist verkauften Sachbuch schafften. (Skandalös ist das große Interesse an diesem Buch und dass es als Sachbuch gepriesen wird).

„Wehret den Anfängen“, so lautet eine häufig zitiert Mahnung. Diese ist nun hinfällig, denn die hohe Zahl der angegriffenen Flüchtlingsheime und der „niederträchtigen“ Aussagen (Zitat der Bundeskanzlerin) zeigen, dass die Zeit der Anfänge hinter uns ist und dass in dieser sehr nachlässig mit demokratischen Grundprinzipien umgegangen wurde. MiG 31

 

 

 

Start der Internationalen Deutscholympiade

 

Zum größten Wettbewerb der deutschen Sprache laden das Goethe-Institut und der Internationale Deutschlehrerverband dieses Jahr 134 Jugendliche aus 67 Ländern nach Berlin ein. Die Schülerinnen und Schüler stellen ihr Können in der deutschen Sprache unter Beweis und begegnen Politikern und Kulturvertretern, der Band „Tonbandgerät“ sowie Schülern und Bürgern der Stadt. Berlin 17. bis 30. Juli 2016

 

Seit 2008 findet in Deutschland alle zwei Jahre die Internationale Deutscholympiade (IDO) statt, um junge Menschen im Ausland für die deutsche Sprache zu begeistern und ihnen die Türen zu Wissenschaft, Kultur und Wirtschaft zu öffnen. Dazu tragen auch die Deutscholympioniken bei, die die Freude an der deutschen Sprache in ihre Heimatländer tragen.

Olympischer Gedanke

2016 bringt die IDO 134 jugendliche Deutschlernende, die sich in nationalen Vorentscheidungen qualifiziert haben, für zwei Wochen in Berlin zusammen. Hier treten sie in den Wettstreit um die Auszeichnung des besten Deutschlernenden in drei Sprachniveaustufen. Begleitet werden die Jugendlichen von Deutschlehrerinnen und -lehrern ihrer Heimatländer, die sich durch einen interessanten und innovativen Unterricht ausgezeichnet haben.

 

Im Fokus der IDO steht allerdings nicht die Konkurrenz, sondern der olympische Gedanke von Toleranz und Verständigung. Neben den Sprachkenntnissen wird eine internationale Jury auch die interkulturelle Kompetenz und Teamfähigkeit der Teilnehmer bewerten sowie einen Fairness-Preis vergeben.

Jahrmarkt der Kulturen

Die Jugendlichen entwickeln im Rahmen des Wettbewerbs auch kurze Bühnenpräsentationen zu ausgewählten Aspekten ihrer kulturellen und regionalen Identitäten beim „Ländertag“. Der „Jahrmarkt der Kulturen“, der am 22. Juli im Deutschen Technikmuseum stattfindet, bietet zudem Gelegenheit, Schülern, Lehrern, Besuchern und geladenen Gästen zu begegnen. Hier können die IDO-Olympioniken sich mit deutschen Schülern und Lehrern auch über Fragen des Schulalltags, des Bildungssystems sowie über ihre Motivation, Deutsch zu lernen, austauschen.

Bindungen für die Zukunft

Neben dem offiziellen Wettbewerb, der über die besten Deutschlernenden entscheidet, erwartet die 14- bis 19-jährigen Deutscholympioniken in Berlin ein umfangreiches Rahmenprogramm mit Museumsbesuchen, Ausflügen in das Umland und Kiezspaziergängen. Die Highlights sind ein Exklusivkonzert der Band „Tonbandgerät“ und die Preisverleihung an die besten Deutschlernenden im Rahmen der Abschlussfeier im Auswärtigen Amt. Nicht zuletzt festigt die IDO durch die gewonnenen Eindrücke Bindungen an Deutschland für die Zukunft.

 

Die Internationale Deutscholympiade ist eine Veranstaltung des Goethe-Instituts und des Internationalen Deutschlehrerverbandes und wurde 2008 ins Leben gerufen. Sie wird gefördert vom Auswärtigen Amt, Sponsoren sind der Hueber Verlag und Cornelsen Verlag sowie die Klett-Langenscheidt GmbH. Unterstützer der IDO: Spotlight-Verlag, Gruner + Jahr GmbH, Reederei Riedel, Jugendherberge Ostkreuz, Bezirksamt Marzahn-Hellersdorf Berlin. Medienpartner: Inforadio rbb.  Angelika Ludwig, IDO

 

 

 

 

medico international kritisiert Lage der Idomeni-Flüchtlinge: „Zustände sind Ausdruck EU-Strategie der Abschreckung“

 

Frankfurt/Main. Die Hilfsorganisation medico international hat die Zustände in den griechischen Auffanglagern für Flüchtlinge aus dem geräumten Camp bei Idomeni scharf kritisiert. Dort herrschten teilweise "dramatische Bedingungen", sagte Ramona Lenz, medico-Migrationsreferentin nach einem Besuch vor Ort: „Die Menschen werden hier nur noch aufbewahrt und unsichtbar gemacht. Leben ist was anderes. “

Gemeinsam mit seinen lokalen Partnern des Projekt MovingEurope hat medico international in den vergangenen Tagen mehrere Camps in der Region Thessaloniki besucht. "Die Ausweichlager, die wir in den letzten Tagen gesehen haben, sind Orte der Enttäuschung und Verzweiflung. Die meisten erfüllen nicht einmal humanitäre Mindeststandards. Es fehlt an Wasser, Essen, medizinischer Versorgung, Übersetzern und Informationen für die Flüchtlinge, wie es weiter geht“, berichtet Lenz. "Die schlechten Lebensbedingungen machen die Menschen krank und der Zugang zu Krankenhäusern ist oft unmöglich. Es wird mit ihrem Leben und ihrer Gesundheit gespielt", ergänzt Pablo Maurer, der mit dem Flüchtlingshilfebus des Projekt MovingEurope vor Ort ist. Zweck des Busses sind Menschenrechtsmonitoring und die akute Unterstützung der geflüchteten Menschen, mit dem was gerade am nötigsten gebraucht wird.

„Die Kluft zwischen den Versprechungen der Behörden und der realen Situation ist riesig. Flüchtlinge haben ein verbrieftes Recht auf Schutz und ihre Würde. In Wirklichkeit werden sie aber aus der Gesellschaft ausgeschlossen und in abgelegenen Industriebrachen ohne ausreichende Versorgung versteckt“, kritisiert Maurer.

Die Zustände in den Lagern seien politisch gewollt und Ausdruck der erneuerten Abschreckungsstrategie seitens der EU: „Die Versprechen, mit denen die Leute aus Idomeni weggelockt wurden, müssen wahrgemacht werden. Die geflüchteten Menschen brauchen Zugang zum Asylsystem. Familienzusammenführung muss gewährleistet werden und die EU muss wenigstens die zugesagte Zahl von Flüchtlingen endlich auf andere Länder verteilen", fordert Lenz.

Bernd Eichner, medico-Pressereferent

 

 

 

 

2015 hat der DAAD mehr als 127.000 Studierende und Wissenschaftler gefördert

 

Bonn/Berlin. Auf der Jahrespressekonferenz des Deutschen Akademischen Austauschdienstes zogen DAAD-Präsidentin Prof. Margret Wintermantel und Generalsekretärin Dr. Dorothea Rüland eine positive Bilanz. 2015 hat der DAAD Auslandsaufenthalte von 75.412 deutschen und 51.627 ausländischen Studierenden sowie Wissenschaftlerinnen und Wissenschaftlern gefördert. Dies ist ein Anstieg von insgesamt fünf Prozent gegenüber 2014. Die Programme reichen vom Auslandssemester für Studentinnen und Studenten bis zum Promotionsstudium, vom Praktikum bis zur Gastdozentur, vom Informationsbesuch bis zum Aufbau von Studiengängen und der Gründung deutscher Hochschulen im Ausland.

 

„Die hohe Nachfrage ist Zeichen für das gestiegene Interesse der Studierenden sowie Wissenschaftler und Wissenschaftlerinnen an internationalen Studien- und Forschungsaufenthalten. In einer Zeit, in der weltweit erkannt wird, dass die Innovationskraft von der wissenschaftlichen Zusammenarbeit abhängt, muss dem wissenschaftlichen Austausch eine besondere Bedeutung zugemessen werden. Die steigende Zahl der ausländischen Studierenden in Deutschland spricht aber auch für die Attraktivität des deutschen Hochschulsystems“, so DAAD-Präsidentin Prof. Margret Wintermantel.

2015 waren an deutschen Hochschulen 321.569 ausländische Studierende eingeschrieben. Deutschland zählt damit zu den fünf beliebtesten Gastländern weltweit. Hohe Antragszahlen für Stipendien verzeichnete der DAAD bei den ausländischen Bewerbern besonders aus Russland, den USA und der Ukraine sowie in Masterprogrammen mit Entwicklungsländerbezug.

Die wichtigsten Zielregionen für deutsche DAAD-Bewerber sind Westeuropa und Nordamerika. Ein Pfeiler zur Steigerung der Auslandsmobilität ist die neue Programmgeneration Erasmus+, die der DAAD als Nationale Agentur für Hochschulzusammenarbeit umsetzt. Mit Erasmus+ ist das Auslandsstudium für ein oder zwei Semester flexibler geworden und erlaubt mehrere Auslandsaufenthalte während der

Bachelor-, Master- oder Promotionsphase. Außerdem ist mit Erasmus+ ein Austausch außerhalb Europas möglich. 2015 konnten insgesamt 42.000 Studierende, Hochschulmitarbeiter und Dozenten in das europäische Ausland gefördert werden.

Mit der Kampagne „Studieren weltweit – Erlebe es“ möchte der DAAD die durch die Bologna-Reform, die Verkürzung der Schulzeit und den Wegfall der Wehrpflicht jünger werdende Zielgruppe für einen Auslandsaufenthalt gewinnen. Für die Kampagne berichten deutsche Auslandsstudierende in den sozialen Medien als Korrespondenten aus ihren Gastländern.

„Der DAAD hat sich von einer Stipendienorganisation zu einem Impulsgeber für die Internationalisierung entwickelt. Durch Hochschulkooperationen unterstützen wir den weltweiten Trend international erfolgreicher Universitäten, mit den am besten zu ihnen passenden ausländischen Hochschulen zu kooperieren. Internationale Vernetzung begünstigt die Profilbildung, die auch bei der Fortsetzung der Exzellenzinitiative und für die Wettbewerbsfähigkeit deutscher Hochschulen eine wichtige Rolle spielt“, sagt DAAD-Generalsekretärin Dr. Dorothea Rüland. Besonders erfolgreich in diesem Bereich ist das Programm „Strategische Partnerschaften und Thematische Netzwerke“. Seit 2013 unterstützt der DAAD darüber insgesamt 49 Projekte aus Mitteln des Bundesministeriums für Bildung und Forschung (BMBF).

Aktuell studieren in dem Stipendienprogramm „Führungskräfte für Syrien“ 200 junge Syrerinnen und Syrer aus Mitteln des Auswärtigen Amts an deutschen Hochschulen. Ziel ist es, zukünftige syrische Fach- und Führungskräfte für den Wiederaufbau in Syrien auszubilden. Mit Finanzierung des BMBF fördert der DAAD darüber hinaus 300 Projekte von Geflüchteten an deutschen Hochschulen durch fachliche und sprachliche Vorbereitung, Testverfahren zur Überprüfung der Studierfähigkeit und der fachlichen Kompetenzen sowie Studierendeninitiativen, die den Geflüchteten durch Buddy-, Mentoren- und Tandemprogramme sowie Sprachpatenschaften Orientierung und Beratung im Studienalltag bieten. Der DAAD hat außerdem die Federführung für das EU-finanzierte Sur Place Stipendienprogramm HOPES (Higher and Further Education Opportunities and Perspectives for Syrians) übernommen. Gemeinsam mit europäischen Partnerorganisationen werden u.a. 300 bis 500 Vollstipendien an syrische Flüchtlinge in Nachbarländern vergeben.  Daad 31

Nationaler WohlstandsIndex für Deutschland leicht unterm Vorjahresniveau

Hamburg, 31. Mai 2016. Der Frühjahrswert des Nationalen WohlstandsIndex für Deutschland (Ipsos NAWI-D) liegt leicht unter dem Niveau der Messungen aus dem Vorjahr. Aktuell leben 48,4 Prozent der deutschen Bevölkerung im Wohlstand. Der Anteil ist gegenüber der letzten Untersuchung vom Dezember 2015 um 0,2 Prozentpunkte gesunken. Gegenüber der Erhebung von vor einem Jahr beträgt der Rückgang 0,7 Prozentpunkte.

Der positive Trend der Vorjahre kam 2015 zum Stoppen

Seit Juni 2012 misst Ipsos Observer in repräsentativen Bevölkerungsumfragen einmal pro Quartal den Wohlstand in Deutschland.  Im Gegensatz zu aggregierten Größen wie das Brutto-Inlandsprodukt erfolgt die Berechnung des Wohlstands im NAWI¬D aus der Perspektive der Bürger. Damit man sagen kann, dass ein Mensch in Wohlstand lebt, muss eine Reihe an ökonomischen, individuellen, gesellschaftlichen und ökologischen Voraussetzungen erfüllt sein. Seit 2012 wurden 16 Erhebungen mit insgesamt 32.000 Befragungen durchgeführt. „Von Juni 2012 bis Juni 2015 konnten wir sukzessive eine deutliche Zunahme des subjektiv empfundenen Wohlstands in Deutschland ermitteln. Seitdem zeigt die Entwicklung des NAWI-D eine leicht negative Tendenz“, so Hans-Peter Drews von Ipsos Observer, „ der aktuelle Index liegt aber immer noch starke 6,3 Prozentpunkte über dem Ausgangswert vom Juni 2012.“

Finanzielle Sicherheit, individuelle Faktoren und soziales Umfeld bestimmen den Wohlstand

Den Deutschen ist nach wie vor die Sicherheit von Einkommen und Arbeitsplatz sehr wichtig. Diese Sicherheit sehen auch deutlich mehr Bundesbürger als vor vier Jahren gegeben. Ein größerer Anteil der Bevölkerung besitzt zudem Eigentum und auch dadurch eine höhere Zukunftssicherheit. Gestiegen sind innerhalb der vier Jahre auch die Anteile innerhalb der Bevölkerung, die von sich behaupten, glücklich zu sein, frei in Entscheidungen zu sein, oder über gute soziale Kontakte zu verfügen. Während das ökonomische, individuelle und gesellschaftliche Wohlergehen sich deutlich verbessert hat, hinkt die Entwicklung des ökologischen Wohlergehens hinterher. Die meisten Bürger bekunden weiterhin, dass weder die Mitmenschen noch sie selbst umweltbewusst leben.

Steckbrief

Im Frühjahr 2012 konzipierte Ipsos Observer gemeinsam mit Zukunftsforscher Prof. Dr. Horst W. Opaschowski ein neues Wohlstandsbarometer als Basis für einen umfassenden Nationalen WohlstandsIndex für Deutschland (NAWI-D), das seitdem kontinuierlich quartalsweise durchgeführt wird.

Basis: Gesamt 32.000 Personen ab 14 Jahren, Persönliche Omnibusbefragung mit CAPI – Computer Assisted Personal Interviewing, seit Juni 2012.

Basis Frühjahreswelle 2016: 2.000 Personen ab 14 Jahren

Feldzeit: März/April 2016

Für die Erhebungen zum Wohlstandsbarometer greift Ipsos Observer auf seinen eigenen bundesweiten Interviewerstab zurück, der erfahren in der Durchführung sozialwissenschaftlicher Studien mit anspruchsvollen Designs ist. Die Datenerhebung erfolgt mittels persönlicher Interviews in den Zielhaushalten im Rahmen der wöchentlichen CAPI-Mehrthemenumfragen.

Berechnung der Wohlstandswirklichkeit im Ipsos NAWI-D

Über bevölkerungsrepräsentative Vorbefragungen wurde eine Batterie von 30 Aussagen entwickelt, die das Thema Wohlstand aus Sicht der erwachsenen Wohnbevölkerung in Deutschland umfassend abdeckt. Diese 30 Aussagen wurden in wiederum bevölkerungsrepräsentativen Umfragen mittlerweile 32.000 Bundesbürgern ab 14 Jahren vorgelegt. Die Bürger selbst entscheiden, welche dieser Aussagen für sie erfüllt sein müssen, um in Wohlstand zu leben. Die Einstufung, ob diese Aussagen für sie in der Realität erfüllt sind, erfolgt anhand einer 10er-Skala, die von 1 = „trifft für mich überhaupt nicht zu“ bis 10 = „trifft auf mich voll und ganz zu“ reicht.

Sofern nicht anders aufgeführt, wird im Text auf die so genannten Top 3 - Werte bzw. deren Komplementärgröße zurückgegriffen. Der Top 3 - Wert zu einer Aussage enthält somit die Skalenwerte 8, 9 und 10. Dann wird die Aussage für den Befragten als ausreichend erfüllt angesehen. Bei den Werten 1 – 7 wird sie als nicht ausreichend erfüllt angesehen.

Die bei jeder dieser 30 Aussagen gemessene Wohlstandswirklichkeit wird mit deren jeweiligen Bedeutung in Bezug gesetzt, d. h. gewichtet. Daraus werden für jede Wohlstandsdimension als auch für den Wohlstand insgesamt der NAWI-D berechnet. Ipsos 31

 

 

 

Leiharbeit und Werkverträge. Missbrauch verhindern

 

Die Ansprüche von Leiharbeitnehmern werden gestärkt. Der Missbrauch bei Werkverträgen wird verhindert. Das sehen die vom Kabinett auf den Weg gebrachten Änderungen des Arbeitnehmerüberlassungsgesetzes und anderer Gesetze vor.

 

Eine Million Beschäftigte gibt es in Deutschland in der Leiharbeit. Sie sind auf 11.000 Unternehmen verteilt. Für Leiharbeiter ändert sich mit dem neuen Gesetz vieles zum Vorteil. Ihre Ansprüche werden gestärkt: "Es gab bisher keine Höchstüberlassungsdauer", so Bundesarbeitsministerin Andrea Nahles am Mittwoch in einer Pressekonferenz. Abweichungen seien möglich im Rahmen tarifvertraglicher Regelungen. Es würden Mindeststandards für die Leiharbeit gesetzt.

Mit dem Gesetz wird eine Höchstdauer für die Überlassung an andere Betriebe von 18 Monaten eingeführt. Damit müssen Leiharbeitnehmer nach dieser Zeit vom Entleihbetrieb übernommen werden, wenn sie weiterhin dort arbeiten sollen. Andernfalls muss der Verleiher sie aus diesem Entleihbetrieb abziehen. Tarifpartner in den einzelnen Einsatzbranchen können sich durch Tarifvertrag auf eine längere Überlassung einigen. "Wer mehr Flexibilität will, muss mehr

Sicherheit bieten, damit stärken wir auch die Sozialpartnerschaft", sagte Nahles.

Öffnungsklausel für nicht tarifgebundene Unternehmen

Auch nicht tarifgebundene Entleiher können im Rahmen der tariflichen Vorgaben in ihrer Branche Leiharbeiter länger beschäftigen: Entweder zeichnen sie einen Tarifvertrag mit einer Überlassungshöchstdauer 1:1 mittels Betriebsvereinbarung nach oder sie nutzen eine Öffnungsklausel im Tarifvertrag. Voraussetzung ist, dass der Tarifvertrag für die Einsatzbranche repräsentativ ist.

 

Enthält die Öffnungsklausel keine konkrete Überlassungshöchstdauer, können tarifungebundene Entleiher maximal 24 Monate vereinbaren. Steht im Tarifvertrag für die Öffnungsklausel eine konkrete Überlassungshöchstdauer  - beispielsweise "48 Monate" - können auch sie die Öffnungsklausel in vollem Umfang nutzen. Sie müssen dafür eine Betriebsvereinbarung abschließen.

Nach neun Monaten für Leiharbeitnehmer gleiches Geld

Es gilt "Equal Pay": Leiharbeitnehmer müssen spätestens nach neun Monaten das gleiche Arbeitsentgelt bekommen wie vergleichbare Stammbeschäftigte. "Viele machen in der Pflege oder in der Fabrik die gleiche Arbeit, aber zu niedrigeren Löhnen. Dem wollen wir einen Riegel vorschieben", so Nahles. Davon können Entleihfirmen nur über Branchen-Zusatztarifverträge abweichen: Leiharbeitnehmer müssen dann stufenweise, spätestens jedoch nach 15 Monaten das gleiche Arbeitsentgelt bekommen. Verbesserungen seien bereits nach sechs Wochen durch Zuschläge zu erreichen, erklärte die Arbeitsministerin.

Leiharbeitnehmer dürfen nicht mehr als Streikbrecher eingesetzt werden. Sie dürfen aber in einem bestreikten Betrieb arbeiten, wenn sie keine Tätigkeiten von streikenden Beschäftigten ausführen.

Scheinwerkverträge verhindern

"Wir stellen gesetzlich klar, wer Arbeitnehmer ist und wer nicht, das wird im Bürgerlichen Gesetzbuch geregelt", so Nahles. Die Regelungen brächten Licht in die Grauzonen der Werkverträge. Ein Kernproblem ist, dass Verträge zwischen Unternehmen quasi risikolos als Werkverträge bezeichnet werden können, während tatsächlich Leiharbeit praktiziert wird.

Die Überlassung von Arbeitnehmern muss im Vertrag ausdrücklich als solche bezeichnet werden. Verleiher und Entleiher begehen eine Ordnungswidrigkeit, wenn sie eine Arbeitnehmerüberlassung nicht offenlegen, zum Beispiel bei Ketten-, Zwischen- oder Weiterverleih. So sollen Scheinwerkverträge und verdeckten Arbeitnehmerüberlassung verhindert werden. Die Betriebsräte sind

über den Einsatz von Leiharbeitnehmern und Werkauftragsnehmern zu unterrichten.

Flexibilität für Unternehmen erhalten

Ziel der Gesetzesänderungen ist, Missbrauch zu verhindern und gleichzeitig die notwendige Flexibilität für die Unternehmen zu erhalten. Die Sozialpartnerschaft wird gestärkt, denn tarifvertragliche Vereinbarungen haben Vorrang. Pib 1

 

 

 

Modellprojekt "Integration durch Arbeit": Expertenbeitrag von Dr. Markus Schmitz

 

Dr. Markus Schmitz, Jury-Mitglied des DEICHMANN-Förderpreises und Vorsitzender der Regionaldirektion Bayern der Bundesagentur für Arbeit, hat zum Thema Integration einen exklusiven Expertenbeitrag verfasst. Darin stellt er ein Modellprojekt vor, das Flüchtlinge bei der Integration in den bayerischen Arbeitsmarkt unterstützt. Für eine nachhaltige Integration ist es besonders wichtig, dass die Geflüchteten von Anfang an gezielt gefördert werden und ihnen so eine Perspektive aufgezeigt wird – hier setzt das Projekt „Integration durch Arbeit“ an. 30 der insgesamt 94 Teilnehmer konnten direkt in Arbeit vermittelt werden, weitere erhielten einen Ausbildungs- oder Praktikumsplatz. 

 

Noch bis zum 30. Juni 2016 können sich Unternehmen, Schulen und Vereine für den mit insgesamt 100.000 Euro dotierten DEICHMANN-Förderpreis für Integration bewerben. Europas größter Schuheinzelhändler zeichnet zum 12. Mal Initiativen aus, die Jugendliche in beispielhaften Projekten bei der Integration in Ausbildung, Sprache und Beruf helfen. „Dieser Preis ist nicht nur eine Chance für die Teilnehmer zu zeigen, welche kreativen Ansätze sie entwickelt haben. Es ist auch eine Chance für uns alle, um von den guten Beispielen zu lernen. Ich hoffe, dass sich viele Initiativen aus Bayern, die jugendliche Flüchtlinge bei der Integration unterstützen, bewerben“, so Dr. Markus Schmitz, Jury-Mitglied und Vorsitzender der Regionaldirektion Bayern der Bundesagentur für Arbeit.

 

Den exklusiven Expertenbeitrag finden Sie im Anhang oder unter folgendem Link: http://tinyurl.com/ztczv9e. Im Falle einer Veröffentlichung würden wir uns über ein Belegexemplar sehr freuen. Dip 1

 

 

 

 

 

Deutlicher Anstieg. De Maizière rechnet mit 27.000 Abschiebungen in diesem Jahr

 

Die Zahl der Abschiebungen sollen einem internen Regierungsbericht zufolge im laufenden Jahr deutlich ansteigen. Gegenüber dem Vorjahr wird mit einem Anstieg von rund 20 Prozent gerechnet.

 

Die Bundesregierung rechnet laut einem Bericht der Bild-Zeitung für dieses Jahr mit rund 27.000 Abschiebungen von Ausländern ohne Bleiberecht. Das Blatt beruft sich auf einen internen Bericht zum Stand der Abschiebungen „vollziehbar Ausreisepflichtiger“, den Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) am Mittwoch im Kabinett vorlegen wolle. 2015 gab es dem Bericht zufolge 22.369 Rückführungen.

 

De Maizière dringt der Zeitung zufolge darauf, dass Ausländer ohne Bleiberecht schneller ausreisen müssen. Der Grund für den schleppenden Vollzug der Abschiebungen liegt dem Bericht zufolge im fehlenden „politischen Wille zur Durchsetzung des Aufenthaltsrechts“. Hinzu komme die schwache personelle Ausstattung der Ausländerbehörden. Zudem gebe es eine „mangelnde Kooperation der Ausreisepflichtigen“.

 

Dem Bericht vom Mittwoch zufolge hielten sich zum Stichtag 31. März 219.241 ausreisepflichtige Personen in Deutschland auf, von denen 167.997 eine Duldung besaßen. Bei der Zahl der freiwilligen Ausreisen erhofft sich das Bundesinnenministerium laut „Bild“ einen Anstieg von 37.200 (2015) auf 61.000 in diesem Jahr. (epd/mig 2)

 

 

 

 

Steigende Zahlen. Immer mehr Akademiker lernen und Forschen im Ausland

 

Rund 75.000 Wissenschaftler und Studenten haben im vergangenen Jahr an einer Hochschule im Ausland gelernt und geforscht. Gefördert wurden sie vom Akademischen Austauschdienst. Außerdem wurden rund 51.600 ausländische Akademiker in Deutschland gefördert.

Rund 75.000 Studenten und Wissenschaftler haben im vergangenen Jahr mit Förderung des Deutschen Akademischen Austauschdienstes (DAAD) an einer Hochschule im Ausland gelernt und geforscht. Zudem förderte der DAAD rund 51.600 ausländische Akademiker während ihres Aufenthalts in Deutschland, wie DAAD-Präsidentin Margret Wintermantel am Dienstag in Bonn mitteilte. Zusammen sei das ein Anstieg von fünf Prozent im Vergleich zum Vorjahr.

Das Interesse der deutschen Studenten und Wissenschaftler an Auslandsaufenthalten steige, sagte Wintermantel. Am beliebtesten sind den Angaben zufolge westeuropäische Länder sowie Nordamerika. Der DAAD förderte laut seinem Jahresbericht 2015 insgesamt 42.000 Auslandsaufenthalte von Studenten, Hochschulmitarbeitern und Dozenten im europäischen Ausland.

„Die steigende Zahl der ausländischen Studierenden in Deutschland spricht aber auch für die Attraktivität des deutschen Hochschulsystems“, sagte Wintermantel. Insgesamt waren nach ihren Worten im vergangenen Jahr 321.569 ausländische Studenten an deutschen Hochschulen eingeschrieben. Deutschland zähle damit zu den fünf beliebtesten Gastländern weltweit. Die meisten Bewerbungen für Stipendien erhält der DAAD aus Russland, den USA und der Ukraine sowie für Masterprogramme mit Bezug zu Entwicklungsländern.

Über das Stipendienprogramm „Führungskräfte für Syrien“ des Auswärtigen Amts studieren zurzeit den Angaben zufolge 200 junge Syrerinnen und Syrer an deutschen Hochschulen. Sie sollten für den Wiederaufbau im Bürgerkriegsland ausgebildet worden. Über das EU-finanzierte Stipendienprogramm „Hopes“, für das der Austauschdienst die Federführung übernommen hat, seien zudem 300 bis 500 Stipendien an Flüchtlinge in syrischen Nachbarländern vergeben worden. Daneben fördert der Austauschdienst mit Mitteln des Bundesforschungsministeriums rund 300 Projekte für Flüchtlinge an deutschen Hochschulen, darunter Sprachkurse, Studierfähigkeitstests und Mentorenprogramme. (epd/mig 1)

 

 

 

Frankfurt. „Interkulturelle Kompetenz als Wettbewerbsfaktor im globalisierten Markt“

 

In Zusammenarbeit mit dem Italienischen Generalkonsulat im Frankfurt/M, der Frankfurter Stiftung für Deutsch-Italienische Studien und der Deutsch-Italienischen Stiftung organisiert ITKAM am 23.06.2016 ab 18:00 Uhr das nächste Event der Veranstaltungsreihe ITKAM-COLLOQUIA 2016 mit dem Titel “Interkulturelle Kompetenz als Wettbewerbsfaktor im globalisierten Markt”. Veranstaltungsort: Frankfurter Stiftung für Deutsch-Italienische Studien, Arndtstr. 12 in Frankfurt.

Anlässlich des Events referiert der international renommierte Philosophie-Professor der Universität Rom III Giacomo Marramao über unsere globalisierte Welt, die immer stärker durch das Miteinander und das konfliktuelle Aufeinandertreffen von zwei Logiken charakterisiert ist: die Logik der Uniformität und die der Differenzierung. Im Fokus der Veranstaltung steht folgende Fragestellung: inwiefern kann der pragmatischen Ansatz Deutschlands und Italiens als Modell für einen “Universalismus der Differenzen” dienen?

Programm

18:00 Uhr Teilnehmerregistrierung

18:15 Uhr Veranstaltungsbeginn

Begrüßung

Prof. Dott. Ing. Emanuele Gatti, Präsident der Italienischen Handelskammer für Deutschland e.V. (ITKAM)

S.E. Maurizio Canfora, Generalkonsul der Italienischen Republik in Frankfurt

PD Dr. Caroline Lüderssen, Frankfurter Stiftung für Deutsch-Italienische Studien

Key Speech:

Prof. Giacomo Marramao, Professor für Philosophie an der Universität Rom III

Offene Fragerunde

19:15 Uhr Büffet

20:00 Uhr Veranstaltungsende

Die Teilnahme ist kostenlos, um Anmeldung wird gebeten. Senden Sie uns einfach eine E-Mail mit Ihren Kontaktdaten an mvacca@itkam.org oder füllen Sie das Online Formular aus. Für weitere Informationen: www.itkam.org

 

 

 

IIC-Köln. Ausstellung von Giuseppe Rescigno

 

Donnerstag, 9. Juni 2016, 19.00 Uhr, im Institut. Eröffnung der Ausstellung von Giuseppe Rescigno. Ausstellungsdauer: 09. - 30.6.2016

Giuseppe Rescigno (1941) gehörte in den 70er Jahren zu den Protagonisten der Kunst im Sozialen und nahm an Ausstellungen und internationalen Veranstaltungen teil (Quadriennale in Rom, Biennale in Venedig, Triennale in Mailand, Premio Michetti, NRA Shakespeare International, Factotumbook).

Im Unterricht experimentierte er mit Methoden und Techniken der Landschaftsanalyse, deren Ergebnisse er in Fachzeitschriften (Riforma della Scuola, Sapere, Le Scienze etc.) veröffentlichte und monographischen Texten, die von den Verlagen Nuova Italia, Editori Riuniti, Laterza, Cappelli, Valore Scuola abgedruckt wurden.

Besonders interessieren ihn historische Themen mit Forschungsschwerpunkt auf dem wirtschaftlichen und sozialen Gebiet. Zurzeit arbeitet er gemeinsam mit den Universitäten von Salerno und Neapel am Projekt „Alle origini di Minerva trionfante“ mit zahlreichen Veröffentlichungen in dieser Reihe des Kulturministeriums.

In Zusammenarbeit mit dem Museum F.R.A.C, Baronissi, und der Universität Siena. Öffnungszeiten: Mo - Fr 9-13 h und 14-17 h

Eintritt frei. Für die Eröffnung am 9. Juni bitten wir um unverbindliche Voranmeldung. Antworten Sie einfach auf diese Mail und geben Sie im Betreff die Personenzahl an.  dip