WEBGIORNALE  5-18 DICEMBRE  2016

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Comunicare in Europa: le nuove sfide e la gestione dei fenomeni migratori 1

2.       Bruxelles, schiaffo all’Italia: un inglese all’ufficio Migranti 1

3.       Martin Schulz lascia il Parlamento Ue: potrebbe essere il candidato Spd anti-Merkel 2

4.       Angela si ricandida. Merkel, cancelliera d’Europa fra giri di valzer e promesse mantenute  2

5.       Intervista a Juncker: “Sui migranti è scandaloso voltare le spalle all’Italia”  2

6.       Merkel resta in campo, Sarkozy esce di scena. Nel frattempo latita una nuova generazione di leader 3

7.       Resoconto della riunione Intercomites Germania tenutasi a Berlino nei giorni 25 e 26 novembre  3

8.       Il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni a Berlino  4

9.       Convegno sulla figura dell’anziano nelle migrazioni presso la sede del PD di Berlino  4

10.   A Esslingen il convegno “Il successo italiano in terra sveva”  4

11.   Riunito il Consiglio Regionale delle Acli-Baviera  4

12.   Tenuta l’Assemblea 2016 della Ital Uil Germania  5

13.   Berlino, bimbo di 7 anni senza cure per colpa della burocrazia  5

14.   Referendum Costituzionale. Ad Hannover riuscito dibattito sulle ragioni del No e del Sì 6

15.   Il Congresso della Uim elegge presidente Agata Squillaci. Giuseppe Bartolotta e Gianfranco Segoloni vicepresidenti 6

16.   “La Cucina del Senza” a Francoforte. Intervista a Marcello Coronini 6

17.   A Berlino il 14 dicembre Claudio Donzelli, Federico Albanese e Andrea Belfi ospiti dell’Ambasciata  7

18.   I recenti temi di Radio Colonia  7

19.   Online al sito del Com.It.Es. Berlino il video della serata informativa sul referendum costituzionale  7

20.   L’Eurodeputato Italo-Tedesco Fabio De Masi ad Amburgo  7

21.   Tenuto a Monaco di Baviera un convegno sul diritto di famiglia comparato e la tutela dei minori 8

22.   Deutsche Bank spara sull’Italia: è il peggior Paese dove cercare lavoro  8

23.   Interventi/Dibattiti. Perché ho votato SÌ 8

24.   Referendum, Governo e italiani all‘estero  9

25.   Dichiarazioni Schauble sull’UE. La 'resistibile' deriva intergovernativa dell’Unione  9

26.   In fuga dall’Italia. Una ricerca sugli abruzzesi nel mondo  9

27.   Il segretario del Cgie Michele Schiavone sulle polemiche circa la partecipazione dei connazionali nel mondo al referendum   10

28.   Islam in Europa. L’Islam politico e la zona grigia mediorientale  10

29.   L’addio di Schulz al Parlamento europeo innesca un effetto domino: ecco il risiko delle nomine  11

30.   Usa 2016. Obiettivo: il riflusso della marea  11

31.   Deputati PD. “Il comitato per il No mette in discussione i diritti dei cittadini italiani all’estero”  12

32.   Il cambio  12

33.   Gentiloni: "Migranti e crescita. Un dialogo positivo per disinnescare le crisi"  12

34.   Gentiloni risponde alle interrogazioni Pini (Lega Nord) e Del Grosso (M5S) sulla regolarità del voto all’estero  13

35.   Al Senato la rassegna “Migrazioni: da Marcinelle a Lampedusa” del Comitato per le questioni degli italiani all’estero  13

36.   Cittadini d’Italia  14

37.   Convegno dedicato ai 70 anni degli accordi italo-belgi per il reclutamento di manodopera italiana  14

38.   Le migrazioni italiane. Pietro Grasso: “Capire la nostra storia per guardare al futuro"  14

39.   La penisola del “dopo”  15

40.   Referendum, mercati nervosi: lo spread sale a quota 190  15

41.   La grande Europa  15

42.   Olimpiadi di Italiano, on line il bando della VII edizione. Iscrizioni entro il prossimo 28 gennaio  15

43.   Le ultime liti a poche ore dal voto. Quirinale preoccupato  16

44.   La partita  16

45.   Disoccupazione: per “battere” la crisi orientare presto i giovani al lavoro  16

46.   Referendum, l'ultima mossa di Renzi: "Con il voto estero si può vincere, quel 3% cambia tutto"  16

47.   Fondi aggiuntivi per la stampa italiana all’estero. Approvato un emendamento alla legge di bilancio  17

48.   I conformisti 17

49.   Il Quirinale tra Waterloo e Ventotene  17

50.   Canone RAI scende da 100 a 90 euro annui, anche per italiani all’estero  18

51.   Oltre 1500 presenze al Festival della migrazione  18

52.   In fuga dall’Italia  19

53.   La partita  19

54.   A Bruxelles la giornata europea di studio del Centro Idos e l'Istituto San Pio V sulle migrazioni qualificatw   20

55.   Intervista a Laura Garavini (PD). „Perchè vale la pena votare SÌ al referendum costituzionale”  20

56.   A Johannesburg la Commissione Continentale dei Paesi Anglofoni Extraeuropei 21

57.   La riforma costituzionale e i rapporti coll’Ue  21

58.   Commissione Anglofona del CGIE. Il documento finale della riunione di Johannesburg (25-27.11.16) 22

59.   I conformisti 22

60.   Senza casa e senza tutela. Un volume della Fondazione Migrantes sui profughi ambientali 23

61.   „Mai un Governo così amico degli italiani all'estero“  23

62.   ICFF 2017 - Bando di selezione cortometraggi 23

 

 

1.       Bürgermeister von kalabrischem Flüchtlingsdorf  bekommt Dresdner Friedenspreis  23

2.       Deutschland übernimmt G20-Vorsitz  24

3.       Studie. Europäer nehmen Globalisierungsängste mit in die Wahlkabine  24

4.       Cotonou-Nachfolge: Die Flüchtlingskrise fordert ihren Tribut 25

5.       „Das Etikett Flüchtling geht am Problem vorbei“  25

6.       Referendum in Italien – Europas neue Belastungsprobe  26

7.       G20-Agenda im Kabinett. Deutsche G20-Präsidentschaft beginnt 27

8.       Tortur in Libyen. Mittelmeer-Flüchtlinge: „Sie verkaufen uns wie Fisch“  27

9.       „Sozialismus oder Tod“  28

10.   Türkei: EU-Parlament stimmt für Aussetzen der Beitrittsgespräche  28

11.   Traurige Rekordwerte. Mehr als 4.600 Flüchtlinge 2016 im Mittelmeer ums Leben gekommen  28

12.   Bushati über EU-Erweiterung: „Die politische Seele fehlt“  28

13.   Auf einer Welle falscher Versprechungen  29

14.   Stühlerücken in Brüssel 30

15.   Statistik. Drei von vier Opfer häuslicher Gewalt sind Deutsche  30

16.   Britische EU-Abgeordnete: Eine Fahrt ins Ungewisse  30

17.   Deutschlands neue Verantwortung  30

18.   Anhaltende Gewalt in Aleppo. Seibert: "Russland in der Pflicht"  31

19.   "Brot für die Welt". Entwicklungshilfe nicht an Flüchtlinge koppeln  31

20.   Deutschland sollte besser mit dem Schlimmsten rechnen  32

21.   ZdK beurteilt Ergebnisse des Koalitionsgipfels zur Rente als insgesamt enttäuschend  32

22.   Osteuropa, allein zu Haus?  32

23.   Alarmierende Befunde. Umfrage bescheinigt Sachsen Fremdenfeindlichkeit 33

24.   Für May Steuersenkung, für Schäuble Steuerdumping  33

25.   "Mischen Sie sich hier ein!" Bundespräsident ruft Einwanderer zu ihrer Bürgerpflicht auf 33

26.   Studie. Jobintegration von Flüchtlingen braucht bessere Strukturen  34

27.   Was ist neu? Neuregelungen zum November und Dezember 2016  34

28.   Flüchtlinge. De Maizière will Anzahl freiwilliger Rückkehrer erhöhen  34

29.   Von der Willkommens- zur Ablehnungskultur?  34

30.   Diabetes-Aufklärungskampagne „Deutschland misst!“ ergibt: Fast jeder fünfte Teilnehmer ist gefährdet 35

31.   Aziz Bozkurt: SPD führt unangefochten bei Bevölkerung mit Einwanderungsgeschichte  35

32.   Expertenrunde: Integration von geflüchteten Menschen in Arbeit und Ausbildung  35

33.   Frauen sind Schlüssel zu erfolgreicher Integration  36

34.   Einwanderung von Flüchtlingen. „Einheimische Arbeitslose müssen sich keine Sorgen machen.“  37

35.   Das Land unterstützt mit der Wohnsitzauflage die Integrationsarbeit der Städte und Gemeinden in NRW   37

36.   Verbot ausländischer Sprachen. Junge Union will Deutschpflicht auf Kundgebungen  37

 

 

 

 

Comunicare in Europa: le nuove sfide e la gestione dei fenomeni migratori

 

Le nuove prospettive della comunicazione europea, la comunicazione di crisi e le sfide poste dai fenomeni migratori, la strategia di comunicazione contro il terrorismo, sono stati i principali temi al centro dell'agenda dei "comunicatori europei" del Club di Venezia, riunitosi il 10 e 11 novembre 2016.

 

"La comunicazione europea deve impegnarsi in modo straordinario di fronte alle crisi che l'Europa sta attraversando. Dai migranti alla crisi economica, dalla lotta ai populismi e ai nazionalismi fino al rilancio del progetto europeo", ha spiegato il Sottosegretario agli Affari Europei, Sandro Gozi, chiudendo i lavori, venerdì 11 novembre 2016.

"Richiamare tutti al rispetto delle regole è corretto - ha poi sottolineato Gozi nel suo intervento - ma deve essere soprattutto funzionale al raggiungimento di obiettivi di bene comune ed è compito dei comunicatori sottolinearlo. Ad unire gli Stati membri non è un vincolo contrattale ma un patto valoriale. Rinsaldare la nostra convivenza ritrovando i valori comuni e ricostruendo la fiducia reciproca è uno degli obiettivi che dobbiamo porci in vista del 25 marzo 2017 quando ricorreranno i 60 anni dei Trattati di Roma. Il Club di Venezia da 30 anni è la testimonianza che una migliore comunicazione attorno all'Europa, ai suoi valori, alla sua storia ma soprattutto al suo futuro è non solo possibile ma necessaria".

La prima giornata si è aperta con i saluti di apertura di Diana Agosti, Capo Dipartimento Politiche Europee, Luisella Pavan-Woolfe (direttrice della sede di Venezia del Consiglio d'Europa), Jésus Gómez (in rappresentanza del Parlamento europeo) e Beatrice Covassi (capo della Rappresentanza in Italia della Commissione europea).

Stefano Rolando, fondatore e presidente del Club di Venezia, ha rievocato le ragioni e i principi ispiratori della costituzione del Club nell'ottobre del 1986, tra i quali  l’attuazione del dossier "L'Europa dei cittadini" approvato dal Vertice europeo di Milano del 1985. Ha quindi toccato i punti salienti di una esperienza di rete sviluppata per trenta anni, con oltre cento incontri all’attivo: un network cresciuto sia nelle dimensioni che nel metodo della connessione professionale informale, che oggi tiene in interazione rappresentanti nazionali e di tutte le istituzioni della UE, insieme ad esperti, studiosi, ricercatori che animano ogni anno due sessione plenarie (di cui una a Venezia) ed alcuni seminari tematici periodici. 

Giuliano Amato (oggi giudice della Corte Costituzionale, due volte presidente del Consiglio dei Ministri del governo italiano e vicepresidente della “Convenzione europea sul futuro dell'Europa”, 2002-2003) fu uno degli 'attivatori'  del Club, in qualità di Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio. In un video-messaggio registrato per l’occasione, pur riconoscendo la fase di crisi e di difficile "comunicabilità" del principio stesso della identità europea, si è detto fiducioso che le nuove generazioni sapranno rinnovare percorsi civili ed ideali per riprendere il racconto di un grande e non rinunciabile progetto politico come quello dell'integrazione europea.

Il tema delle nuove sfide della comunicazione europea è stato affrontato, nella sessione mattutina della prima giornata, in due riprese. Nella prima, dedicata alla Brexit e all'analisi delle campagne di comunicazione e alle responsabilità dei media, Jessica Pearce (responsabile delle campagne del Servizio di Comunicazione del Primo ministro britannico) ha ricordato come nel Regno Unito valga la regola di essere "neutrali" rispetto al confronto tra parti in causa nei dibattiti referendari, sebbene Paul Reiderman (direttore Media e Comunicazione del Consiglio dell’Unione europea) abbia sottolineato come le continue critiche espresse da anni nei confronti dell'Europa anche da parte dello stesso governo britannico –  abbia prodotto danni non rimediabili con affrettate e tardive dichiarazioni di sostegno nella affannosa fase referendaria.

Fabrizio Bucci, vicedirettore generale per l'Integrazione europea del Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, ha invece evidenziato l'aspetto della "riqualificazione narrativa" dell'Europa, che non significa solo "elencare le azioni fatte" ma mettere soprattutto a fuoco la diffusa comprensibilità delle misure adottate. "Passa l'idea - ha spiegato Bucci - che l'Europa non abbia realizzato niente per le migrazioni. È una idea sbagliata. Ma è anche vero che quel che è stato fatto non ha trovato una cornice di racconto sempre efficace".

Nella seconda parte, dedicata alla ricostruzione della fiducia dei cittadini europei nell'Europa, Ralf Beste (direttore della comunicazione strategica del Ministero degli Esteri tedesco) ha raccontato un posizionamento fermo e operativo del suo paese, che sembra recuperare l'ultimo progetto "offensivo" (dal punto di vista comunicativo) della Commissione europea di dieci anni fa con il " piano delle tre D" (democrazia, dialogo, dibattito), durato solo due anni ma con alcuni evidenti risultati, grazie anche al forte budget di cui disponeva.

Juana Lahousse -Juárez (direttore generale della comunicazione del Parlamento europeo) ha segnalato, con spirito autocritico, come  la sua istituzione abbia effettivamente realizzato molta innovazione di prodotto negli ultimi anni, ma senza conseguire risultati corrispondenti all'investimento fatto.

Christophe Rouillon, membro del Comitato delle Regioni, ha invece esortato ad ascoltare di più i cittadini promuovendo una interazione reale nei territori (di contro alla centralizzazione cresciuta in questi anni a livello nazionale ed europeo) e conservando il multilinguismo, senza omologare la lingua inglese come lingua dell'Europa.

Anthony Zacharzewsky (direttore di "Democratic Society") ha chiesto di non criminalizzare l'istituto del referendum, ma di rigenerare una idea sociale di “accompagnamento” di tutte quelle misure che si configurano come promozione del dibattito pubblico.

La discussione pomeridiana ha riguardato il ruolo della comunicazione nella gestione delle crisi, toccando un ambito tra i più esposti in questo periodo: le migrazioni.

Izabella Cooper (portavoce di Frontex) ha sottolineato la necessità della formazione del principio di responsabilità in nuove frontiere professionali di pubblica utilità, offrendo materia per la narrativa dei comunicatori, che ha invitato a sviluppare prodotti e iniziative adeguate.

Lefteris Kretsos (Segretario generale Media e Comunicazione del governo greco) ha tenuto a ricordare che in Grecia, pur impoverita dalla crisi degli ultimi anni, il sentimento di solidarietà è stato più forte delle paure, e ha sottolineato come il suo Paese abbia sostenuto un numero di arrivi pari quasi al 10% della popolazione, sia pure in larga parte trasferiti successivamente in altri contesti.

Susin Park (rappresentante dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, con base a Sarajevo) ha ricordato che il punto nodale del lavoro è rappresentato dal dialogo con i profughi, cercando di superare le diffidenze diffuse e costanti tra di loro.

Valerio De Parolis e Ralf Beste (rappresentanti della comunicazione dei ministeri degli Esteri italiano e tedesco) hanno invece illustrato l’attività svolta  nel quadro delle politiche rivolte ai paesi di provenienza dei profughi.

Il focus finale del pomeriggio della prima giornata è stato dedicato alle azioni comunicative contro il terrorismo internazionale, attraverso gli interventi di Arlin Bagdat (Direttore generale della comunicazione esterna del governo belga), Peter Wilson (Capo dell'Unità di ricerca informazione e comunicazione del governo inglese) e Iain Bundred (Ogilvy Public Relations).

La seconda giornata di lavori è stata invece dedicata alla riflessione su "Comunication and capacity building", ossia le problematiche delle strutture tecnico-professionali della comunicazione governativa e istituzionale in Europa.

Sean Larkins (ex manager governativo britannico oggi consulente di WPP - Government & Public Sector Practice) ha anticipato un'ampia rilevazione in tutta Europa con interviste qualificate ed analisi di dati e trends da cui emerge come di fronte al disagio dell'opinione pubblica (in aumento le proteste e la sfiducia verso i governi) e al cambiamento tecnologico, le strutture professionali pubbliche sono mediamente in ritardo organizzativo e metodologico.

Eva Corp e Tina Israelsson (ufficio di comunicazione svedese) e Erik den Hoedt (Direttore della comunicazione e informazione del Ministero degli Affari generali olandese) hanno messo in evidenza le conquiste culturali e organizzative che hanno sviluppato soprattutto alcuni paesi più attenti ai diritti di cittadinanza.

Guy Dominy (esperto di comunicazione strategica, "Seeing More Clearly") e Chistian Spahr (esperto di media della Fondazione Konrad Adenauer) hanno invece confermato la divaricazione tra complessità delle trasformazioni e modelli di funzionamento attuali: la crisi di fiducia in corso - è stato rilevato - rappresenta una componente complessa della riorganizzazione necessaria.

Al termine della riunione, è stato annunciato che Malta ospiterà la prossima sessione plenaria nella primavera del 2017, nel quadro del Semestre di presidenza dell'UE che il paese assumerà dal 1 gennaio 2017. PE

 

 

 

 

Bruxelles, schiaffo all’Italia: un inglese all’ufficio Migranti

 

Nuovo scontro con la Commissione. Il viceministro Giro: quel posto era nostro

Di Marco Bresolin

 

BRUXELLES  - Per il governo è uno schiaffo all’Italia, «una vera e propria presa in giro». Dopo i botta e risposta a distanza sulla manovra, si apre infatti un nuovo fronte nella disputa tra Roma e Bruxelles. 

Questa volta si tratta di una vicenda che riguarda la questione immigrazione, la Brexit e le nomine interne alla Commissione. Tutto in un colpo solo. Un episodio che rischia di incrinare ulteriormente i rapporti con l’Unione europea, negli ultimi tempi tutt’altro che idilliaci.  

 

Martedì l’istituzione guidata da Jean-Claude Juncker ha infatti deciso di promuovere vice-direttore generale del settore Migrazione e Affari Interni Simon Mordue. Il suo nome ovviamente dice poco al pubblico. Quella che fa rumore, in questo caso, è la sua nazionalità. Mordue è britannico. E in lizza per quel posto c’era un altro funzionario, italiano. È stato un testa a testa fino agli ultimi giorni. Ma alla fine hanno preferito promuovere l’inglese, nonostante il Regno Unito presto uscirà dalla Ue. Boom. «Una cosa pazzesca» tuona Mario Giro, viceministro italiano agli Esteri. Per lui la decisione della Commissione è «inaccettabile». 

«Nulla contro la persona», precisa Giro, che però contesta la nomina su due fronti. Prima di tutto perché «non è possibile che si continui a nominare funzionari britannici quando è il loro governo a dire che “Brexit vuol dire Brexit”. Per di più in una posizione sensibile come questa, la Dg Home (Migrazione e Affari Interni, ndr) che avrà la responsabilità della gestione degli hotspot». 

 

Ma l’aspetto che più ha dato fastidio è un altro. L’Italia è a oggi lo Stato europeo più colpito dalla crisi migratoria e quello che più di tutti si batte per chiedere un cambiamento nelle politiche comunitarie. Renzi si sente in credito su questo fronte, anche perché le soluzioni fin qui offerte da Bruxelles - a cominciare dalla redistribuzione dei richiedenti asilo - non hanno aiutato il nostro Paese. In corsa per quel posto da vicedirettore generale c’era un italiano. «Nelle posizioni-chiave siamo sottorappresentati – aggiunge il viceministro –, questa era la giusta occasione per un riequilibrio, visto che avevamo un ottimo candidato». E invece è arrivata la beffa: il nostro connazionale è stato scavalcato dal collega britannico. 

La Commissione ha preferito promuovere Mordue, che proviene dalla direzione generale «Near» (Vicinato e allargamento), in passato capo di gabinetto dell’ex commissario ceco Stefan Fule, che nella seconda Commissione Barroso era titolare proprio di quel portafoglio. Mordue negli ultimi anni ha lavorato al «patto» con la Turchia, il contestato accordo che però ha arrestato gli arrivi in Grecia (ma non quelli in Italia lungo la rotta del Mediterraneo Centrale).  

 

Recentemente tra i funzionari britannici si sono diffusi un po’ di timori per il loro futuro lavorativo all’interno delle istituzioni Ue dopo la Brexit. E secondo alcune voci la nomina sarebbe anche una sorta di «segnale» di apertura nei loro confronti da parte della Commissione. In questo caso a spese dell’Italia. LS 24

 

 

 

 

 

Martin Schulz lascia il Parlamento Ue: potrebbe essere il candidato Spd anti-Merkel

 

Il posto di presidente dell'assemblea passerà al Pp Weber. Le speculazioni sul futuro del socialista – di TONIA MASTROBUONI

 

BERLINO - Martin Schulz rinuncia a un nuovo mandato da presidente del Parlamento europeo e si trasferisce a Berlino. Forse per fare il candidato anti-Merkel dei socialdemocratici, forse il ministro degli Esteri al posto di Frank-Walter Steinmeier, che a febbraio diventerà presidente della Repubblica. Forse entrambe le cose. Lo scrive la Sueddeutsche Zeitung, citando fonti della Spd.

 

Il quotidiano precisa che Schulz potrebbe correre per un posto al Bundestag in un collegio del Nordreno-Westfalia. Il partito socialdemocratico ha deciso di non sciogliere le riserve sul prossimo candidato alla cancelleria fino a fine gennaio. 

 

Se Schulz si candidasse contro Merkel, la Spd si preparerebbe a fare una campagna elettorale con uno degli uomini-simbolo dell'Ue, un chiaro segnale contro il populismo anti europeo che sta contagiando anche molti partiti tradizionali.

Nelle scorse settimane erano già emerse voci sulla possibilità che il presidente del Parlamento europeo rinunciasse a gennaio a un secondo mandato, anche perché si tratta di un posto reclamato dai conservatori. E il candidato più quotato è attualmente un connazionale di Schulz, il capogruppo del Ppe Manfred Weber. 

 

Tuttavia, con l'ufficializzazione della quarta ricandidatura di Angela Merkel, per la Spd non si è posto ancora, apparentemente, il problema di accelerare sulla scelta dell'avversario della cancelliera. Ma a Berlino è stata notata una presenza accentuata di Schulz agli appuntamenti del partito; venerdì è atteso ad una conferenza dei Giovani socialdemocratici. Ad un convegno recente si è detto convinto che la Spd possa vincere le elezioni: "Vogliamo guidare questo Paese, e guideremo questo Paese, ne sono certo".

 

Va ricordato che alle ultime elezioni politiche, nel 2013, Spd, Linke e Verdi avevano preso la maggioranza dei voti; all'epoca non c'erano ancora i presupposti per un governo tra i socialdemocratici e la Linke. La scelta sul candidato anti-Merkel spetta al capo del partito, dunque al vicecancelliere, Sigmar Gabriel. Sarà lui a decidere se Schulz potrà correre contro Merkel. Finora era stato Gabriel stesso il candidato della Spd, ma negli ultimi mesi, dopo la batosta dell'ultimo congresso, dove ha preso poco più dell'80% dei consensi, e dopo aver tenuto posizioni incerte su una serie di questioni centrali, dal partito si sono levate molte voci perché si faccia da parte. LR 24

 

 

 

 

Angela si ricandida. Merkel, cancelliera d’Europa fra giri di valzer e promesse mantenute

 

La "ragazza venuta dal freddo", eletta per la prima volta alla guida della Cdu nel 2000, pronunciò la famosa frase: “Noi siamo tornati”. Era una constatazione ma anche una sorta di programma politico. Già allora lasciava intravvedere la volontà di guidare il proprio Paese - e l'Ue - per lunghi anni e nonostante mille difficoltà. Per restare al governo non ha esitato a cambiare più volte gli alleati, fino all'attuale "grosse koalition". E ora si prepara ad affrontare la sfida populista -Angelo Paoluzi

 

Congresso straordinario dell’Unione cristiano-democratica a Essen, anno 2000. Angela Merkel viene eletta (prima donna con quell’incarico nella Cdu) presidente del partito, voglioso di volti nuovi e di nuove strategie, con il 96 per cento dei voti. Tiene un discorso di 75 minuti nel quale spicca la frase “Noi siamo tornati” che fa balzare in piedi i mille delegati con un’ovazione che dura dieci minuti, al grido di “Anghéla, Anghéla”. La “ragazza venuta dal freddo” – magari non tanto ragazza perché in quel momento ha 45 anni – manterrà la promessa, anche se le ci vorrà un po’ di tempo.La Cdu alla vigilia del nuovo millennio, dopo la splendida operazione che aveva portato dieci anni prima a riunire la Germania, era stata travolta in uno scandalo di tangenti (tutto il mondo è Paese…) in cui si era trovato implicato il mitico cancelliere della riunificazione, Helmut Kohl, a favore del quale erano stati versati due miliardi. Allo stesso tempo si era scoperto che un mercante d’armi aveva regalato cento milioni all’allora presidente del partito, Wolfgang Schaeuble, mentre erano transitati in Svizzera 17 miliardi pilotati dall’ex ministro degli interni, uno in fama di “duro”, Manfred Kanter, ed era stato arrestato il tesoriere della Cdu, Werner Leiste Kiep, per una vicenda di fondi neri che aveva portato al suicidio di un funzionario. Inoltre una mezza dozzina di esponenti politici erano stati trovati con le mani nel sacco in vicende di tangenti.

Novanta giorni drammatici per la Cdu, che aveva perso la fiducia di un quarto dei suoi elettori, era stata sconfitta in alcuni suoi feudi elettorali e aveva in prospettiva altri insuccessi: come in effetti avvenne nel 2002, sull’onda lunga degli scandali, al candidato cancelliere Edmund Stoiber, leader della Csu bavarese, favorendo alcuni anni di predominio della Spd.

Ma Merkel nel frattempo avrà fatto piazza pulita all’interno del partito

senza riguardi per l’uomo, Kohl, che era stato suo padrino politico: sarà addirittura privato della presidenza onoraria della Cdu perché si era rifiutato di rivelare l’identità di chi lo aveva finanziato. Nello stesso tempo sarà rinnovata la dirigenza del partito, in particolare promuovendo l’elemento femminile e utilizzando le giovani forze che già da tempo criticavano il controllo assoluto esercitato sulla Cdu e sul governo dal ristretto gruppo di fedelissimi di Kohl.

La cancelliera “dal sorriso triste” – avrà, in anni più recenti, uno dei pochi guizzi di ilarità in uno scambio di risatine ironiche su Silvio Berlusconi con l’allora presidente francese Nicolas Sarkozy – risalirà lentamente ma tenacemente la china, dopo aver fatto “bruciare” elettoralmente Stoiber nel 2002 contro un Gerhard Schroeder già in perdita di velocità. I socialdemocratici a partire da quell’anno assaggeranno una dopo l’altra più di dieci sconfitte nelle elezioni regionali, rendendo alla fine necessario il ricorso anticipato alle urne (fatto abbastanza raro in Germania) nel 2005, che avrà come esito un recupero della Cdu come primo partito, non sufficiente comunque per governare senza alleati. Merkel constatò realisticamente che non esistevano altre soluzioni praticabili e, dopo tre settimane di duri negoziati, formò un governo con Csu, Spd e Verdi. Lei stessa diventò cancelliera, la prima donna in quel ruolo nella Repubblica federale.Da quel momento la storia è scorsa abbastanza liscia. Angela Merkel ha saputo valorizzare elementi freschi, innovare negli schemi della politica e, soprattutto, profittare di quanto di buono avevano impostato i socialdemocratici al governo, attuando aperture sul piano del lavoro e del welfare. In politica estera si muoverà abilmente, ricavando tutti i vantaggi (che verranno poi negati ad altri) dalle clausole europee; ma anche, bisogna riconoscerlo, con una capacità di intervento nella questione dei rifugiati che pochi altri Paesi dell’Ue hanno dispiegato.

La capacità di adattamento alle situazioni ha fatto della Merkel una protagonista della scena mondiale.

Nessuno è stato in grado di rimproverarle i giri di valzer delle alleanze di governo dopo le elezioni del 2009 e del 2013. Nel 2009 “scaricò” i socialisti perdenti e imbarcò i liberali, senza peraltro che cambiassero di molto le direttive di governo. Nel 2013 si fece una ragione dell’eliminazione dalla scena politica dei liberali, il cui ruolo peraltro aveva contribuito a svuotare di significato, per rimettere in piedi una grande coalizione (“grosse koalition”) con i socialisti che, a sua volta, sta portando questi ultimi alla crisi.

Certo la prossima battaglia, come ha detto lei stessa annunciando la propria ricandidatura alla cancelleria per il 2017, sarà “difficile in un momento difficile”. C’è da battersi contro un subdolo e risorgente nazionalismo, contro lo strisciante antieuropeismo, contro i fantasmi del terrore, contro le mancate solidarietà. L’opinione pubblica moderata vede la Merkel come una garanzia. La attendono mesi duri. Ma forse potrebbe ancora valere quella frase che fece scattare i congressisti: “Noi siamo tornati”. Cioè: ci siamo ancora. Sir 28

 

 

 

 

Intervista a Juncker: “Sui migranti è scandaloso voltare le spalle all’Italia”

 

Il presidente della Commissione Ue: “La legge di bilancio non viola le regole. Avanti con le riforme per questo spero non vinca il No al referendum”Leggi anche – di Marco Bresolin e Marco Zatterini

 

BRUXELLES - Quasi un italiano, a sentire i racconti della sua fanciullezza, animati da Vittorio il muratore umbro e Pierluigi, l’amico che ora vive in Sardegna, con la «buona cucina» e le partite di calcio fra lussemburghesi e azzurri dal «risultato scontato». Jean-Claude Juncker spiega l’amore per il Bel Paese con «ragioni autobiografiche e irrazionali». Per questo, e per il grande impegno profuso nel salvare disperati nel Mediterraneo, ammette di trovare «scandaloso il fatto che si voltino le spalle all’Italia nel momento in cui le persone arrivano sulle sue coste». Assicura, il presidente della Commissione Ue, che «tutti devono accogliere un minimo di rifugiati, nessuno può fuggire dal proprio dovere». E questa sarà la sua battaglia, a partire dalla riforma di Dublino.  

Promette di far rispettare le leggi che i governi si sono dati e non solo. Seduto al tavolo dell’ufficio presidenziale di Palazzo Berlaymont tenta di rimettere tutte le questioni al loro posto. «Non accetto che mi si chiami burocrate o tecnocrate», assicura. Nemmeno un nemico dell’Italia. Tutt’altro. Lo conferma con l’impegno a scomputare dal Patto di stabilità «le spese per la messa in sicurezza del Paese» dopo il terremoto e con l’ammissione che la legge di bilancio «non viola» le regole. L’ex premier del Granducato, popolare, classe 1954, apprezza le riforme del governo Renzi e si spinge sino a dire, pur di veder andare avanti il processo, «spero che non vinca il No». Parrà un’intrusione, ma lui non lo crede. E poi è abituato a dire ciò che pensa. Anche su Castro: «Lo giudicherà la Storia, ma per molti è stato un eroe». 

Presidente, due anni fa si è presentato dicendo che questa è la Commissione dell’ultima chance. E adesso?  

«Volevo un esecutivo responsabile, presente, attivo. Lo ritenevo necessario perché vedevo la sopravvivenza dell’Unione a rischio. Lo è ancora. Attraversiamo una congiuntura estremamente difficile, nel mezzo di una policrisi. Ucraina, Siria, migranti, economia. Credere però che la Commissione abbia delle risposte per tutto vorrebbe dire sovrastimare le sue capacità. Il nostro ruolo è coniugare gli sforzi nazionali con quelli comunitari». 

In tutto questo arriva Donald Trump.  

«Su molti argomenti ha detto cose che non piacciono a noi europei. Difesa, clima, commercio internazionale e potrei continuare la lista. Tutti rilevano che non bisogna prendere troppo sul serio ciò che Trump ha detto in campagna elettorale perché farà cose diverse. Non accetto questo discorso: non possiamo dire qualsiasi cosa e poi fare il contrario. È una questione di qualità della democrazia». 

 Con i populisti non succede sempre.  

«Più la pressione esterna cresce, più le risposte interne diventano semplicistiche. Il mondo oggi è fatto di incertezza, di speranze deluse e quindi lascia campo aperto ai populismi di ogni tipo. Le critiche degli euroscettici vanno ascoltate, senza metterle sullo stesso piano dell’estrema destra. Osservo con inquietudine che nei partiti tradizionali, a torto, si cerca di imitare i populisti dicendo più o meno le stesse cose. Rischiano di diventare populisti, inutilmente, perché i cittadini votano l’originale». 

 Qual è la ricetta?  

«Essere seri e “storici”, mettersi di traverso sulla strada dell’estrema destra, dire “no” ai fascismi perché il rifiuto dell’altro, dell’identità di chi è diverso da noi, è contrario al modello europeo». 

Questo porta ai migranti. E all’Italia che si sente abbandonata.  

«Nel modo di reagire alla crisi migratoria, riconosco l’Italia virtuosa e appassionata dell’”altro”. Ho detto sin dall’inizio che non possiamo lasciare Grecia e Italia sole davanti al dramma delle migrazioni. Abbiamo salvato 400 mila persone dalla morte, dico noi ma è stata soprattutto l’Italia. È un elemento che fa onore alle virtù da cui è nata l’Europa».  

 Non tutti lo riconoscono.  

«Sapevamo che ci sarebbero state queste ondate migratorie, così avevo chiesto nel mio discorso di insediamento del 2014 una politica sulle migrazioni. All’epoca, il parlamento non ha reagito con entusiasmo, perché molti erano i deputati e gli osservatori che non vedevano la minaccia arrivare». 

 Che possiamo fare?  

«Abbiamo concesso all’Italia un sostegno finanziario considerevole. Senza creare nuove poste di spesa, abbiamo messo al servizio dell’emergenza-migranti 15 miliardi. Così, andremo avanti».  

 Eppure la redistribuzione dei rifugiati è al palo.  

«Vorrei che quello che abbiamo proposto nel maggio 2015 fosse realizzato, senza che si perdano slancio e fiducia. Oggi i risultati sono ridicolmente insufficienti. Poco più di 7500 persone sono state ricollocate su 160 mila previste in due anni. È una politica che tarda a realizzarsi perché alcuni Paesi non rispettano il quadro normativo europeo fissato insieme. Non lo accetterò mai, come non accetterò che un premier dica “non accoglierò nel Paese un musulmano”: sono frasi che negano l’intera storia europea. Non dimenticate che sono un cristiano democratico».  

Di sinistra.  

«Mi interessano poco le categorie. Diciamo però che non sono alla destra della democrazia cristiana, che mi piace lavorare con tutti e che guardo con preoccupazione la tendenza a buttarsi in braccio all’estrema destra. François Mitterrand, nel suo ultimo discorso all’Europarlamento, disse che il nazionalismo porta alla guerra. Aveva tragicamente ragione». 

Che pensa della proposta di tagliare i fondi Ue a chi non accoglie?  

«Non si deve minacciare gli Stati recalcitranti dicendo che bisogna tagliar loro i viveri, cioè i fondi strutturali. Vanno convinti. Se cominciamo il dibattito con una minaccia partiamo sulla strada sbagliata. Non si convince alla solidarietà se non dando il buon esempio».   

Siete accusati di predicare la “solidarietà flessibile”.  

«Questa definizione non mi appartiene. Sono per una solidarietà declinata in modo differente a seconda delle circostanze». 

Cioè?  

«Tutti devono accogliere un minimo di rifugiati. Senza eccezioni». 

L’Italia combatte per questo. Renzi minaccia veti. Si sente un nuovo San Sebastiano?  

«No, per nulla. Dopo aver ammesso il mio amore per l’Italia, devo confessare che capisco Renzi. Ci sono state incomprensioni fra Italia e Unione europea, anche se mai personali. Non avevano ragione di essere. Ho sempre affermato che l’Italia doveva essere aiutata per l’enorme sforzo nel Mediterraneo. Che le spese legate all’emergenza migranti non saranno contabilizzate per il calcolo del bilancio, come quelle per la messa in sicurezza dopo i terremoti, soprattutto per le scuole. Sono stato io a volere la flessibilità di bilancio grazie alla quale l’Italia ha potuto spendere 19 miliardi in due anni senza conseguenze nell’interpretazione del Patto di stabilità».  

Sono fatti. Però l’Europa è molto criticata già da noi.  

«Fatico ad accettare questi rilievi acerbi rivolti alla Commissione, descritta come una banda di burocrati e tecnocrati. Non sono né l’uno né l’altro. Vorrei che lo sguardo di alcuni uomini politici su di noi fosse più sereno».  

Lo ha detto a Renzi?  

«Quando discuto a quattr’occhi i problemi dell’Europa, non vedo sulle questioni essenziali grandi differenze fra me e Matteo. Siamo d’accordo. E “Viva Italia!”».  

Non «Forza Italia»?  

«No, è un’altra cosa. Per il calcio sì, per il resto no». 

La campagna referendaria ha effetti sulla politica europea. È il primo voto di una lunga serie da qui al 2017. Che ne pensa?  

«Il referendum è una questione essenziale per definire l’architettura istituzionale dell’Italia nei prossimi anni. Non voglio interferire in questo dibattito. Ma che l’Italia debba continuare un processo di riforme è una cosa ovvia. E che Renzi aggredisca i problemi dell’architettura istituzionale mi sembra una cosa buona». 

La campagna è molto più politica che istituzionale.  

«Non so se sarei utile a Renzi dicendo che vorrei che vincesse il Sì. Mi limito a dire che non vorrei vincesse il No. L’Italia è una grande nazione e Renzi ha contribuito a questo. Bisogna ammetterlo. Vorrei che il Paese ritrovasse il suo posto fra i grandi attori dell’Unione. L’Italia fa parte dell’Europa in modo essenziale. Se la perdessimo come architetto, ispiratore, artigiano dell’Europa, non sarebbe più la stessa cosa».  

In Italia siete anche accusati di essere i profeti dell’austerità.  

«Noi applichiamo i testi che sono in vigore, nel caso specifico il Two Pack. L’Italia non viola il Patto di stabilità perché risponde alle esigenze di come lo interpretiamo secondo le regole esistenti. Vedo che sono criticato in Germania perché sono troppo flessibile e in Italia non mi si applaude per questo».  

Al contrario.  

«La Commissione è un capro espiatorio, accusata di ogni cosa. Ma tutti gli Stati membri amano rivolgersi a noi quando si tratta di essere aiutati in casi particolari». 

Martin Schulz lascia il parlamento. È vero che ha detto: «Se lui se ne va, me ne vado anche io»?  

«Il mio mandato non finirà prima del novembre 2019. Non mi sento a rischio. Le relazioni tra Parlamento e Commissione non sono mai state così armoniose come durante la presidenza Schulz e la mia gestione. Io non voglio lasciare le mie funzioni perché lui se ne va, nonostante ne sia molto dispiaciuto».   

Ma tutti i vertici europei saranno dei popolari.  

«È una questione che il Ppe deve porsi. Il Ppe ha avuto un risultato di due-tre punti percentuali superiore quello del partito socialista. Si tratta dell’Europa, non di approcci partigiani. Io ho sempre difeso la stabilità dell’Europa, la stabilità dei vertici delle istituzioni europee». 

Cosa si aspetta dal vertice per il sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma?  

«Vorrei che Roma fosse il momento delle grandi aspirazioni dell’Europa. La ricomposizione, non solo intellettuale, della passione che gli europei devono avere per l’Europa. È scomparsa la tenerezza tra di noi e senza l’amore non si costruisce niente di duraturo. Non esigo che gli europei si amino come ci si ama in una coppia, ma metto in guardia dalle fatiche della routine. Le coppie sanno di cosa parlo. Talvolta serve un nuovo fuoco nelle relazioni tra gli uomini e le donne. E lo stesso principio si applica ai popoli».   LS 27

 

 

 

 

Merkel resta in campo, Sarkozy esce di scena. Nel frattempo latita una nuova generazione di leader

 

Il rischio di una deriva populista della Germania ha convinto la cancelliera a ricandidarsi nel 2017. L'ex presidente francese invece è stato sconfitto alle primarie del centrodestra. Nelle capitali europee si intravvedono molti premier non più giovani e traballanti. Scarseggia però una rappresentanza giovanile, preparata e motivata, di respiro internazionale, capace di raccogliere il testimone per la guida del proprio Paese - Gianni Borsa

 

Non fa conti, e neppure sconti, tanto meno a se stessa, Angela Merkel. Il suo Paese marcia – anche grazie a un’azione di governo oculata, efficace, progettuale – a ritmi invidiabili sul fronte economico, sul piano della tenuta sociale, nella capacità di assorbire le sfide esterne (a partire dall’immigrazione) e come player sulla scena internazionale. Eppure anche i populismi in versione tedesca alzano la cresta e, in vista delle elezioni politiche del 2017, puntano addirittura alla guida del Paese.

Allora Merkel cosa fa? Da politico navigato e responsabile non scansa l’ostacolo, ma ci si butta con coraggio. Frau Angela (la cui azione politica non è ovviamente esente da errori interni ed egoismi nazionali rispetto all’Ue) in realtà potrebbe farsi da parte con tutti gli onori: in fin dei conti ha guidato il Paese più grande d’Europa negli anni della crisi, e quando tutti registravano tracolli finanziari, economici e occupazionali, la Germania, anche a scapito degli altri (surplus commerciale…), consolidava le proprie posizioni.

Eletta tre volte, potrebbe ragionevolmente dire basta, anche per non macchiare una invidiabile carriera con il rischio di una sconfitta elettorale.

Invece, siccome ciò che lei – assieme agli alleati di governi (cambiati più volte in questi anni) e al suo popolo – ha faticosamente costruito ora rischia di finire nelle mani sbagliate, la cancelliera si rimette in pista. Non sappiamo come andrà a finire, ma sarà una partita interessante.

E lo sarà ancor più provando a confrontare il caso-Merkel con quello di tanti altri leader, europei e mondiali, che invece imboccano altre strade.

Basterebbe soffermarsi sull’uscita di scena di Hillary Clinton, pesantemente sconfitta da Donald Trump alle presidenziali americane. Così che la contestuale fine del mandato presidenziale di Barack Obama appare ancora più grigia…

E se la realtà statunitense è troppo diversa da quella europea, si possono fare una serie di esempi recenti restando al vecchio continente.

È il caso di Nicolas Sarkozy, che fallisce il rientro nella politica attiva in Francia, sconfitto nelle primarie del centrodestra in vista delle elezioni del prossimo anno.

E poi ci sono i tanti leader in bilico, o contestati, o auto-postisi in difficoltà con strategie poco convincenti o azzardate: succede, in contesti differenti, al presidente Hollande in Francia, alla premier britannica May, al capo del governo spagnolo Rajoy e a quello greco Tsipras e persino all’ungherese Orban, emblema stesso del nazional-populismo in Europa. In Italia le sorti del presidente del Consiglio Renzi appaiono legate all’esito del referendum costituzionale del 4 dicembre.

Resistono sulla poltrona, ma a quale caro prezzo per il proprio Paese, per le libertà fondamentali, per la stessa democrazia, il russo Putin e il turco Erdogan.

In queste ore, da Londra giunge notizia che l’ex premier inglese Tony Blair starebbe pensando di tornare in campo. Forse la situazione interna nel Regno Unito gli deve aver suggerito la necessità, persino il dovere, di non stare in disparte. Ma si tratterebbe, comunque, di un ritorno indietro di ben dieci anni, visto che Blair fece le valigie da Downing Street nel 2007.

In Europa la classe politica dirigente, in affanno, si misura dunque con le sirene populiste e nazionaliste alla Le Pen o alla Farage, soprattutto dopo la vittoria d’oltreoceano di Trump.

Quello che però sembra scarseggiare fra i partiti, nei parlamenti e negli esecutivi europei è una nuova generazione di leader

rappresentativi delle grandi tradizioni politiche (democrazia liberale, socialdemocrazia, cristianesimo democratico-sociale…), comunicativi, preparati, in grado di frenare l’avanzata delle destre più retrive. Anche laddove qualche volto nuovo si è affacciato nello spazio pubblico (soprattutto in Spagna, sull’onda del movimento degli “indignados”, e in altri Stati, fra cui l’Italia, come prodotto della pseudo-democrazia web), non pare aver fatto la differenza rispetto a una politica che deve farsi carico delle sfide complesse e globali che premono sui singoli Paesi europei.

Occorrerà interrogarsi su questa “carenza” e forse una risposta andrà cercata ancora una volta sul piano sovranazionale: nel senso che una nuova classe dirigente ha bisogno di respirare aria internazionale e di “pensare globale” (economia, ambiente, energia, migrazioni, dialogo fra culture, internet…) per essere consapevole che le nuove frontiere vanno ben oltre i singoli quadri nazionali. Sir 21

 

 

 

 

Resoconto della riunione Intercomites Germania tenutasi a Berlino nei giorni 25 e 26 novembre

 

L’Intercomites Germania si è riunito a Berlino nei giorni 25 e 26 novembre, presso la sede dell’Ambasciata Italiana. L’incontro è stato produttivo e nello stesso tempo interessante perché sono stati toccati punti cari all’emigrazione italiana ed alle sue rappresentanze.

Nel pomeriggio del 25 novembre, tutti i presidenti Comites ed i membri del CGIE Germania si sono incontrati per preparare l’incontro del 26 a cui hanno partecipato, su invito dell’Ambasciatore Pietro Benassi, anche i Consoli ed i parlamentari eletti all’estero nella circoscrizione Europa.

Alla riunione del 26, erano presenti tutti i Presidenti Comites, tutti i membri del CGIE eletti in Germania, i Consoli, mentre per i parlamentari era presente soltanto l’onorevole Laura Garavini.

Ad aprire i lavori è stato l’Ambasciatore che ha chiesto un minuto di raccoglimento per ricordare la scomparsa di Mario Perrone  ed ha subito passato la parola all’Intercomites che lo ha ricordato e lo ha ringraziato per quanto ha fatto per la sua collettività ( Mario è stato per tantissimi anni il presidente del Comites di Mannheim).

I lavori sono ripresi con l’introduzione dell’ambasciatore il quale ha messo subito in risalto i rapporti tra le varie istituzioni presenti in sala, auspicando che alla base ci sia lealtà e consapevolezza da parte di ognuno con i propri ruoli istituzionali.

In apertura dei lavori, sono stati messi in risalto diversi dati, tra cui la crescita dei nostri connazionali che si sono trasferiti in Germania. Nel 2010 erano 664.013 e nel 2016 sono diventati 764.155. È stato messo altresì in risalto, che almeno il 30% circa non si iscrive all’AIRE per diverse ragioni e, quindi, il calcolo finale non può essere definitivo. Per i nuovi arrivati le problematiche sono diverse: vanno dalla non conoscenza della lingua tedesca alla ricerca del lavoro e di una casa, dall’integrazione scolastica dei bambini alla ricerca di un posto in un asilo etc.

Una lunga discussione c’è stata poi sulla natura giuridica dei Comites nei confronti delle autorità locali. Alla fine si è fatto chiarezza ed i Presidenti hanno comunicato ai presenti che il COMITES è una istituzione pubblica di diritto estero. L’Ambasciatore Benassi si è preso, quindi, l’incarico di far fare le dovute ricerche e di dare in seguito una risposta.

Si è fatto notare, da parte dell’Intercomites, che non esiste un’equa distribuzione dei fondi sia sul Cap. 3103 sia sul Cap. 3106 e, che, sarebbe auspicabile in futuro un’inversione di tendenza. Stessa inequità risulta per i fondi ministeriali assegnati nel 2016 per l’assistenza diretta. Anche in questo caso, l’Ambasciatore si è detto disponibile a far effettuare le dovute ricerche.

Quasi tutti i presidenti hanno messo in risalto il ritardo con cui hanno ricevuto i contributi integrativi per i progetti che intendevano realizzare.  Alcuni saranno purtroppo impossibilitati a realizzare, in così poco tempo, quanto avevano programmato. Si è chiesto, pertanto, di intervenire presso il Superiore Ministero affinché questi fondi vengano dati ai Comites ad inizio d’anno.

Argomento molto delicato è sempre stato il Consolato ed i servizi da essi erogati. Anche qui, purtroppo, si assistono a diversi trattamenti a seconda delle sedi consolari. In risalto specialmente, è stato posto il rapporto non equo tra impiegati ed utenti residenti. Si assiste ad un rapporto che va da un minimo di 1.200 utenti per impiegato ad un tetto massimo di 4.900. Qui si è fatto notare che non ci dovrebbe essere una ridistribuzione del personale, ma un aumento delle unità. Purtroppo, da un lato aumentano i connazionali residenti e dall’altro diminuiscono sedi consolari ed impiegati.

In chiusura è stato fatto notare, da parte dei Presidenti Comites, che la legge varata nel 2009 sulla Performance non è mai stata applicata, ed hanno chiesto che finalmente venga applicata.

In Chiusura, l’Intercomites, ha reso noto che gli italiani che superano i 60 anni sono circa 138.000. A tal proposito, verrà costituita una commissione che analizzerà tale fenomeno e si cercherà di produrre una guida utile sulla scia di quanto è avvenuto con la precedente pubblicazione: “I Primi passi In Germania”.

La riunione è terminata verso le tredici.

Nel primo pomeriggio, l’Intercomites si è riunito nuovamente per analizzare l’incontro avvenuto in mattinata in Ambasciata. L’incontro è stato produttivo e pieno di buoni auspici.

Il Portavoce Intercomites Dott. Giuseppe Scigliano (de.it.press)

 

 

 

Il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni a Berlino

 

Fra i momenti salienti della visita l’inaugurazione della Mostra permanente sugli Internati Militari Italiani

 

ROMA - Il Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni è stato lunedì 28 novembre a Berlino per una missione che prevedeva oltre all’inaugurazione della Mostra Permanente dedicata agli Internati Militari Italiani, anche la partecipazione martedì 29 alla sessione “Crises as the New Normal? Perpectives of German and European Foreign Policy” del IV Berlin Foreign Policy Forum promosso dalla Fondazione Koerber. “Tra più fuochi. La storia degli IMI italiani”

Uno dei momenti salienti della visita a Berlino è stata l’inaugurazione della Mostra permanente sugli Internati Militari Italiani realizzata nell’ex-lager di Niederschöneweide presso Berlino. “Tra più fuochi. La storia degli IMI italiani”, dove circa 2000 lavoratori coatti furono costretti a prestare lavoro forzato fra l’autunno del 1943 e la fine della II Guerra Mondiale.

L’evento di Schöneweide, oltre ad onorare la memoria dei circa 700.000 Internati Militari Italiani nei lager nazisti, conferma l’interesse e la disponibilità a proseguire nella costruzione di una cultura della memoria condivisa degli orrori del passato anche a monito per il futuro, in coerenza con l’impegno assunto nel dicembre 2012 da Italia e Germania per chiudere un doloroso capitolo della nostra storia recente. Il Centro di documentazione sul lavoro forzato durante il Nazionalsocialismo intende favorire la conoscenza e la memoria del dramma vissuto, durante il regime nazista, da circa 12 milioni di uomini, donne, ragazzi e bambini in tutta Europa. dip

 

 

 

Convegno sulla figura dell’anziano nelle migrazioni presso la sede del PD di Berlino

 

Berlino  - “Un grande successo il nostro primo convegno sulle politiche sociali e la figura dell’anziano nelle migrazioni”. Così Federico Quadrelli, Segretario PD Berlino e Brandeburgo, sul convegno organizzato dal Circolo presso la sede SPD di Berlino.

A i saluti di apertura di Heidemarie Fischer, Presidentessa del gruppo AG 60+ della SPD berlinese, sono seguiti gli interventi di esperte ed esperti sindacali, italiani (Lara Galli della INCA CGIL e Katia Squillaci di Ital/Uil) e tedeschi (Rolf Wiegand, Ver.Di), professori universitari (Edith Pichler e Klaus Henning dell’Università Potsdam), e il Segretario Generale della FERPA, Carla Cantone.

“La giornata – riporta Quadrelli – è stata intensa e ricca di riflessioni, proposte e suggerimenti che abbiamo consegnato nelle mani di Nadia Montagnino, referente per le politiche sociali presso l’Ambasciata italiana a Berlino e al Segretario Generale della Ferpa, Carla Cantone. Si tratta, come ho spiegato nei saluti di apertura e a chiusura, non di un punto di arrivo ma di partenza. Attraverso questo convegno abbiamo tracciato un perimetro d’azione. Svilupperemo, grazie a un gruppo di lavoro ad hoc, già costituito, una serie di proposte e analisi con l’obiettivo di migliorare le politiche sociali non solo a livello nazionale, ma in una prospettiva europea. La vera grande sfida di oggi”.

“La questione, come è emerso dalle discussioni, - riflette Quadrelli – non è naturalmente limitata alla figura dell’anziano, poiché tutto è connesso. Come ha affermato Carla Cantone, infatti, non ci sono politiche sociali per gli anziani se non si discute anche delle problematiche dei giovani. La collaborazione intergenerazionale è un elemento chiave del lavoro che sigle sindacali, gruppi di interesse e partiti politici dovrebbero, insieme, perseguire. Sono particolarmente orgoglioso di questo risultato e di questo lavoro che si andrà sviluppando nei prossimi mesi. C’è bisogno di tornare a una politica che guardi alle cose concrete, che si faccia portatrice di un cambiamento reale e positivo, che sia coraggiosa e inclusiva. Noi daremo il nostro contributo, piccolo, ma credo fondamentale per smuovere le cose”, conclude Quadrelli annunciando la pubblicazione di un documento su quanto emerso durante il convegno. (aise 28) 

 

 

 

 

A Esslingen il convegno “Il successo italiano in terra sveva”

 

L’incontro è stato organizzato dal Comites di Stoccarda in collaborazione con la VIU-FIDI Germania e il Consolato Generale

 

STOCCARDA – Si è tenuto, presso il  Salemer Pfleghof di Esslingen, sede storica delle associazioni genitori del Baden-Wùrttemberg, il convegno “Il successo italiano in terra sveva”. Organizzato dal Comites di Stoccarda in collaborazione con la VIU-FIDI Germania, il Consolato Generale e finanziato dal Maeci , l’evento ha riscosso notevole  successo.  Davanti ad un pubblico composto da scolari e studenti  italiani e tedeschi, accompagnati dalle rispettive insegnanti, si è esibita la soprano Giulia Guarneri ed il maestro Leonardo Spadaro. Hanno portato i saluti la  presidente del Consiglio Regionale del B.-W. Muhterem Aras; il vicesindaco della città di Esslingen Wilfried Wallbrecht e Anna Koktsidou, redattrice e incaricata per l’integrazione della Radio SWR. Sono poi intervenuti la ricercatrice Maria Carolina Florian, responsabile di un gruppo di ricerca sulle cellule staminali presso l’Istituto di medicina molecolare dell’Università di Ulm; Silvio Nadalin, chirurgo di fama mondiale, responsabile del Centro Trapianti del policlinico di Tubinga;  Roberto Caciuffo, fisico, punta di eccellenza del Centro Euratom di  Karlsruhe; Francesco Rava, imprenditore di Nùrtingen, con un fatturato di oltre 60 milioni di euro all’anno; Vittorio Lazaridis, provveditore agli studi dalla città di Karlsruhe fino al lago di Costanza, responsabile di ben 35.000 insegnanti e di circa 200.000 studenti; Florian Ebner, punta di diamante della neurochirurgia del policlinico di Tubinga e una delle eccellenze più note in questo campo in Germania; Cinzia Piatti, docente all’Università di Stoccarda-Hoheneim, dove si occupa di politiche alimentari globali.

A seguire la testimonianza dei fratelli Antonio e Michele Di Gennaro, venuti in Germania come muratori negli anni 50 e 60, che hanno creato un gruppo alimentare che occupa circa 100 persone con alcune decine di milioni di fatturato all’anno, presente in tutte le più grandi città della Germania, sono tra quelli che hanno fatto conoscere ai tedeschi della Svevia e poi in tutta la Germania, l’aceto balsamico, l’olio di oliva, la mozzarella. Sono poi intervenuti Emanuele Scacchi, biologo, punta di eccellenza dell’ Istituto Max Planck di Tubinga; Alessandro Bellardita, giudice, presso il tribunale di Heidelberg; Michele Dianella, imprenditore della zona di Leonberg, ha circa settanta dipendenti con un giro di affari di 40 milioni di euro;  Stefania Neonato, insegnante di “Storia del pianoforte” alla Scuola di Musica di Stoccarda;Massimiliano Cava, imprenditore, da circa 15 anni a Stoccarda, che ha creato la “Da Vinci Engineering”, un’azienda  che occupa 330 persone, di cui 300 sono ingegneri. Ha chiuso i lavori dichiarandosi entusiasta di questa manifestazione e augurandosi che si continui su questa strada, il segretario generale del Cgie Michele Schiavone. (Inform 14)

 

 

 

 

Riunito il Consiglio Regionale delle Acli-Baviera

 

Augsburg. Sabato 26 novembre ha avuto luogo il Consiglio Regionale delle ACLI Baviera nei locali del Patronato ACLI di Augsburg. Numerosi e importanti i punti all'ordine del giorno trattati durante i lavori, che, iniziati poco dopo le 10:00, sono terminati poco prima delle 13:00.

Di seguito i consiglieri presenti: il Presidente delle ACLI Baviera, Comm. Carmine Macaluso, anche nelle vesti di Presidente del circolo ACLI di Kaufbeuren-Marktoberdorf, Salvatore Finazzo e Pasquale Bibbò dello stesso circolo; il Presidente del circolo  di Karlsfeld Mauro Sansone  e il Presidente Onorario delle ACLI Baviera, Cav. Giuseppe Rende, dello stesso circolo;  il Vicepresidente Vicario delle ACLI Baviera, Dr. Fernando A. Grasso, Corrispondente Consolare per il Circondario di Kempten, Coordinatore del circolo di Kempten, e tre Soci dello stesso circolo: Bambina Di Iorio, in sostituzione del Vicepresidente e Tesoriere del circolo, Genuino Di Iorio,  Paolo Franco e il Cav. Corrado Mangano. Erano Presenti inoltre: l'ins. Patrizia Mariotti, Segretario Organizzativo delle ACLI Baviera, nonché del Circolo ACLI di Augsburg - anche in rappresentanza del suo circolo, dopo le dimissioni del Presidente Dr. Riccardo Cecchi - e ancora: un giovane Operatore del Patronato ACLI di Augsburg e il Promotore Sociale del Patronato ACLI di Monaco di Baviera, Dr. Caludio Baltolu, che ha pure redatto il verbale della seduta. Presenti inoltre: Donato Sileo, Giacomo Nardiello e Mario Semerano del  circolo di Holzkirchen.  E, non da ultimo, tra gli intervenuti, l'Assistente Spirituale delle ACLI Baviera e dei Circoli di Augsburg e Kempten, nonché Rettore della Missioni Cattoliche Italiane di queste due città, P. Bruno Zuchowski. Tutti i Circoli e i Consiglieri erano stati avvertiti per tempo, e con comunicazione attraverso il nostro sito e con lettera di convocazione inviata a tutti gli interessatii dal Presidente Macaluso.

I lavori dell'Assemblea sono iniziati con una preghiera diretta da P. Zuchowski. Poi, il Presidente, dopo aver salutato i convenuti, fatto rilevare  la regolarità della seduta, e lette le giustificazioni giunte,  ha annunciato  i vari punti all'ordine del giorno. Innanzi tutto  ha invitato i vari circoli ad adoperarsi affinché i nostri connazionali esercitino il  diritto/dovere di esprimere il proprio voto in occasione del prossimo Referndum, dopo aver consultato i siti istituzionali lincati anche nelle nostre pagine web,  chiarendo  che c'è ancora la possibilità di richiedere il plico eventualmente non pervenuto all'ufficio elettorale, come spiegato anche nella Home nel nostro sito amministrato  e costantemente aggiornato da Grasso, apponggiandosi anche alle Missioni vicine.  Macaluso non ha tralsciato pure di accennare alla recente uscita dalla Chiesa di alcuni connazionali.

A questo punto è intervenuto P. Zuchowski che, riprendendo l'argomento, ha confermato quanto esposto da Macaluso e ha chiarito l'imprescindibilità delle radici cristiane nelle nostre Associazioni, nei nostri Soci; alcuni dei quali, ahimè, in molti casi, per sottrarsi alla tassa sul culto, abbandonano la Chiesa. Se si fa parte di una comunità, se si è cittadini di uno Stato, oltre a reclamare i propri diritti, ci si deve ricordare dei propri doveri, tra cui quelli, per niente marginali, di pagare le tasse previste, ha concluso il Sacerdote. Anche il Vicepresidente Grasso, intervenendo sull'argomento, ha auspicato che il Concordato tra la Chiesa e lo Stato Tedesco, superando quello ormai anacronistico del 1933, venga rivisto e adattato alle esigenze dei nostri giorni: trasformando la tassa sul culto in tassa di solidarietà da versare comunque: vuoi alle Chiese di appartenenza, vuoi ad altre Associazioni, Enti Ospedalieri, Università, Istituzioni benefiche, e soprattutto, non come avviene in altri Stati in cui, per le Chiese si possono versare delle quote superiori e per le altre Istituzioni quote inferiori.

Hanno preso poi la parola i vari circoli, a cominciare da quello di Kempten, che, come ha spiegato Grasso, a nome del suo circolo, ha registrato una certa flessione nelle adesioni. Diminuzione dovuta a vari motivi, come il decesso di uno dei soci storici e dal poco interesse di molti connazionali che usufruiscono, sì dei nostri servizi, ma che, al momento di aderire al nostro movimento, dichiarano di voler fare questo passo, forse, in futuro. Grasso ha chiarito anche che il suo circolo, diversamente da quanto avveniva nei tempi passati, e come avviene attualmente altrove, non riceve la quota delle tessere con dei mandati d'incasso. Il che fa una grande differenza al momento del rinnovo delle adesioni. In ogni caso, fiducioso di tempi migliori, ha richiesto, a nome della Presidenza del circolo, rappresentata dalla Signora Di Iorio, moglie del Vicepresidente e Tesoriere, 40 tessere per il 2017. Il circolo ha consegnato anche una lista aggiornata con tutti i dati degli aderenti del 2016.

Anche il Presidente Sansone, parlando del numero dei tesserati di Karlsfeld, ha confermato quanto appena esposto da Grasso. I connazionali, usufruiscono dei servizi, partecipano alle frequenti manifestazioni ed incontri, come la recente castagnata, ma si limitano ad un solo piccolo contributo alle spese per l'organizzazione dell'evento, né rinnovando, né aderendo al Movimento. Prendendo poi la parola il Presidente Onorario Rende ha lamentato la scarsa disponibilità alla collaborazione da parte della Missione locale. Il circolo ha richiesto 20 tessere per il 2017.

Anche per Augsburg le cose, non vanno per niente bene. Dopo le dimissioni del Presidente e dal Circolo e dalle ACLI Germania, è stato nominato dalle ACLI Baviera un Commissario che dovrebbe tragittare il circolo fino alle nuove elezione del 2018. Non si conosce l'attuale numero dei tesserati, piuttosto esiguo e si attendono le comunicazioni e le richieste da parte del Commissario Del Libano per assegnare il numero di tessere per il 2017.

Per il circolo di Holzkirchen, si dovrebbe rinnovare il Direttivo come esposto dal Socio Sileo e confermato dagli altri due presenti: Semeraro e Nardiello. Dovrà intervenire, se necessario, la Presidenza delle ACLI Baviera, magari con un parere positivo del Consiglio Regionale. 33 gli attuali tesserati. Per il 2017 verrà formulata la richiesta quanto prima.

Anche a Rosenheim si vorrebbe fondare un circolo, una volta verificata la fattibilità.

Per quanto riguarda Monaco, Baltolu ha spiegato che dai 200 tesserati (che nella stragrande maggioranza usufruivano, soprattutto, del servizio conguaglio tasse) si è passati a poche iscrizioni, imputabili a vari motivi. Qui, si dovrebbe veramente intervenire, vista anche la potenziale utenza, se solo si riuscisse a contattare qualche centinaio di connazionali con l'organizzazione di un evento ad hoc.

Per il circolo di Kaufbeuren le cose vanno decisamente bene, ha dichiarato Macaluso, visto anche il numero dei tesserati (otre 200), dovuto a una serie di fattori, a cominciare dal Gruppo Folk-ACLI che sta presentando un nuovo spettacolo "Siamo tutti Migranti" già inscenato a Kempten in occasione del 50° di Fondazione della Missione e che verrà presentato a Kaufbeuren il prossimo 4 dicembre. E non, da ultimo, alle ottime relazioni con l'Amministrazione e le altre realtà associative locali. Nel chiederte 200 tessere per il suo circolo anche per il 2017, il Presidente Macaluso ha confermato che, pure per il 2017 le ACLI Baviera tratterranno 2,50 € dei 12,50 € versati dai circoli e che invieranno i rimanenti 10,00 € alle ACLI Germania. I Consiglio Regionale ha approvato.

Per ciò che riguarda le sedi del Patronato in Baviera: dopo una breve introduzione di Macaluso, il Promotore Baltolu ha confermato la chiusura della Sede di Augsburg, un probabile ridimensionamento dei servizi della Sede di Monaco, specie per ciò che riguarda le presenze in provincia (p. es. Kempten) e una prevedibile richiesta agli utenti per i servizi richiesti, come, del resto, avviene altrove. Anche Patrizia Mariotti è intervenuta in questa discussione e ha richiesto alla Presidenza delle ACLI Baviera l'invio di una lettera alla Presidenza delle ACLI Nazionali, alfine di verificare la possibilità del reperimento di altri locali per la Sede che verrà a mancare ad Augsburg. Anche per questa richiesta il Consiglio ha espresso parere positivo.

Quindi il Presidente Macaluso che, attualmente, insieme con il Vice riveste ad interim le funzioni di tesoriere, dopo le dimissioni del cassiere Orlandi, ha fatto conoscere la situazione di cassa che, anche, se non naviga nell'oro, è in attivo. E ha parlato anche della Faim.

Grasso, anche nelle sue funzioni di Webmaster ha invitato ancora una volta i convenuti a utilizzare il nostro sito, almeno nella  Home, dove compaiono, a scadenza quasi giornaliera, tutte le notizie che  interessano il nostro movimento, come detto sopra nel terzo capoverso!

Uno degli ultimi punti: i rapporti con il Comites. Facendo una rapidissima carrellata sulle ultime elezioni che, per una serie di omissioni e incongruenze, denunciate anche da Grasso, che, in quell'occasione, faceva parte della Commissione Elettorale, che hanno registrato una risibile partecipazione di connazionali, e che hanno lasciato noi come ACLI  fuori da quest'Organo, si spera che possano essere costruttivi.

Padre Bruno, al termine dell'incontro ha commentato che in qualsiasi realtà: oltre alla buona volontà dei fedeli o dei partecipanti è sempre il Pastore o il Leader che deve motivare (se ne è capace) i fedeli o i soci.

Prima della chiusura dell'Assemblea e "semper dulcis in fundo": i versi che il Cav. Rende ha voluto dedicare al Referendum e che il Web Master, in concomitanza con questo resoconto, pubblicherà nella nostra Home subito sotto i link con gli inviti al voto. Fernando A. Grasso

 

 

 

 

Tenuta l’Assemblea 2016 della Ital Uil Germania

 

Berlino. Con l’intervento della Presidente Marilena Rossi si è aperta a Berlino il 24 novembre l’annuale Assemblea dell’ITAL UIL Germania. L'iniziativa, che si è tenuta nella sede DGB del Palazzo dei Sindacati ospiti di Katia Squillaci dell’Ital di Berlino, ha visto la partecipazione dei vertici del Patronato ITAL UIL nazionale, Maria Candida Imburgia - Direttore ITAL UIL, Mario Castellengo - Presidente UIM Nazionale, Angelo Mattone – Segretario Generale UIM Nazionale, Romano Bellissima – Segretario Generale UIL Pensionati e Dino Nardi – Coordinatore UIM Europa.

Giovedì scorso, di fronte a una platea di rappresentanti dell’Ital Uil nazionale e Germania e della Uim nazionale e Europa, il Presidente Marilena Rossi ha illustrato il lavoro svolto dall’Ital Uil Germania oltre alla distribuzione sul territorio degli uffici: 30 in totale, annunciando le prossime aperture a Mannheim, Solingen e Amburgo. Il patronato Ital Uil, ha aggiunto il Presidente, è un punto di riferimento insostituibile per la comunità italiana in Germania, la più numerosa in Europa, e va assumendo sempre più un ruolo di promozione attiva riguardo alle politiche lavorative e di integrazione, rispondendo così alle trasformazioni socio-economiche grazie anche al senso di dovere e alla professionalità che contraddistinguono i suoi operatori.

Il Direttore dell'Ital Uil, Maria Candida Imburgia, è intervenuta mettendo in risalto la missione solidaristica del patronato Ital Uil in Germania, sottolineando l’alta qualità sia professionale che umana dei dipendenti e complimentandosi con la presidenza per il lavoro svolto sia in termini di quantità che di qualità, confermando il sostegno dell’Ital nazionale a progetti di sviluppo. “Ogni volta che vado all’estero è un momento di crescita e di arricchimento per me perché conosco voi e capisco meglio quello che fate. La vostra è un’attività nobile. All’estero avete creato una comunità e un’unione tra di voi e quindi al di là della pratica voi fate anche altro. Voi avete in mano una missione sociale. La pratica è la punta dell’Iceberg. Alla base c’è il parlare con la persona, la vita di una persona”, così il Direttore rivolgendosi agli operatori.

“Oggi più che mai vi è la necessità di promuovere e sostenere sempre di più i valori di solidarietà e di rappresentanza sociale”, così Romano Bellissima, Segretario Generale Uil Pensionati, è intervenuto a Berlino. Nel suo intervento ha inoltre sollecitato i presenti a impegnarsi con particolare attenzione nei confronti delle nuove generazioni, soprattutto nella relazione tra giovani ed anziani, “per una Uil sempre più vicina ai cittadini, sia in Italia che all’estero.”

Mario Castellengo infine ha elogiato i traguardi raggiunti in Germania grazie anche a uno stretto lavoro di sinergia con l’area Internazionale dell’Ital.

La seconda parte dei lavori è stata dedicata alla formazione con la Responsabile dell’area internazionale Anna Ginanneschi, che si è soffermata sulle ultime novità in materia legislativa e soprattutto applicativa di una normativa costantemente in evoluzione.  

Martina Thoss, della DRV, ente pensionistico tedesco, ha illustrato agli operatori la procedura telematica di presentazione di domande di pensione. Questo a dimostrazione del fatto che anche l’ente tedesco si sta sempre più dedicando ai servizi online. Ha spiegato come a breve ci sarà un salto qualitativo e di tracciabilità della pratica che andrà sia a vantaggio del patronato che dell’ente stesso, ma soprattutto a vantaggio del richiedente della prestazione, in quanto si accorceranno notevolmente i tempi di lavorazione.

Sullo sfondo dell’iniziativa è stata allestita la mostra itinerante degli Artisti Italiani della UIL-UNSA vincitori del premio C. Colombo. De.it.press 29

 

 

 

 

Berlino, bimbo di 7 anni senza cure per colpa della burocrazia

 

Da luglio Michelangelo, un piccolo italo-tedesco, soffre di una rarissima forma di epilessia e dovrebbe essere trasferito in una struttura attrezzata. Il padre: "Ogni giorno in più in coma farmacologico fa aumentare rischi di danni al cervello di mio figlio" – di TONIA MASTROBUONI

 

BERLINO - Conta ogni giorno, per Michelangelo. Ma per la burocrazia un giorno è come l'altro. Da quasi quattro mesi il bambino italo-tedesco è in coma farmacologico, ricoverato in un ospedale di Berlino che non è in grado di curarlo. E le sue condizioni peggiorano. Da luglio Michelangelo soffre di una rarissima forma di epilessia; la clinica Charitè della capitale ha chiesto dunque che sia trasferito a Kiel, dove lavora uno dei rarissimi esperti di questa malattia, Andreas van Baalen. Ma non c'è verso. 

 

Il bambino ha compiuto sette anni una settimana fa, attaccato alle macchine. I genitori sono disperati, si battono agguerriti per spostarlo a Kiel, anche il medico che potrebbe curarlo, van Baalen, si è detto d'accordo. Il padre di Michelangelo, Alessandro Lecce ha lasciato il lavoro per occuparsi di lui. E al blog Berlino Cacio e Pepe ha spiegato che "ogni giorno trascorso in coma farmacologico comporta dei danni al cervello di mio figlio". È una corsa contro il tempo.

 

Ma dalla clinica dello Schleswig-Holstein hanno fatto sapere attraverso un comunicato che non possono accogliere il bambino per mancanza di personale, di macchinari adeguati e di posti nel reparto di terapia intensiva. Sono obiezioni deboli: un'ex infermiera ha raccontato a un giornale locale, le Kieler Nachrichten, che non sono problemi insormontabili.

 

Anche il padre non è convinto delle ragioni dell'ospedale: "Ho l'impressione che si stia dando la precedenza a chi ha più probabilità di guarigione. Mio figlio dovrebbe venire ricoverato per un periodo di sole quattro settimane per uscire dal coma farmacologico e poi verrebbe trasferito a Monaco per la riabilitazione. Si tratterebbe dunque di un lasso di tempo limitato". 

 

Federico Quadrelli, segretario del Pd di Berlino, ha cercato in questi mesi di aiutare la famiglia sensibilizzando le autorità, la Spd, persino l’arcivescovo di Kiel, ma i suoi appelli sono rimasti inascoltati. Ci ha spiegato di aver parlato di nuovo con la clinica, ieri, ma che "la questione resta complessa. Una possibilità ci sarebbe, a patto che da Berlino il bambino fosse accompagnato

da personale specializzato, disposto a restare a Kiel con lui". L'assistenza, infatti, deve essere garantita 24 ore su 24 e dall’ospedale continuano a ripetere di "non avere possibilità". Un altro tentativo di rompere un muro burocratico crudele, oltre che insensato. LR 25

 

 

 

 

Referendum Costituzionale. Ad Hannover riuscito dibattito sulle ragioni del No e del Sì 

 

Dopo il successo ottenuto il 17 novembre per il  dibattito con Fabio De Masi (cittadino italo-tedesco, membro “Die Linke” di Amburgo, eurodeputato e membro della commissione per i problemi economici e monetari), c/o Caffè Letterario “BooKaffé” della Missione Cattolica Italiana di Amburgo, avvenuto  su invito del Comites dì Hannover e dell'associazione “Prima Persona e.V.”, ecco un altro grande momento che ha visto il Comites attivarsi per il prossimo referendum.

 

Sabato 19 novembre, a partire dalle ore 16, presso il Consolato Generale di Hannover, si è svolto un confronto sulle ragioni del no e del sì. Per il si ha riferito Salvatore Mineo (Wolfsburg) e per il no Stefano Musolino (AMBURGO). La moderazione è stata affidata al presidente Giuseppe Scigliano.

 

Ottima la discussione, basata principalmente sul rispetto dell'altrui posizione.

I due relatori hanno illustrato i cambiamenti previsti ed anche i motivi delle loro scelte di votare a favore o contro. Il Comites è veramente soddisfatto perché il folto pubblico ha partecipato attivamente e con idee chiare. Molti sono venuti anche da altre città.

Per alcuni di noi la discussione è continuata in un piccolo ristorante greco e poi nella Missione Cattolica italiana fino a tarda serata.

In ogni caso, gli italiani all’estero sono interessati alla nostra costituzione e certamente voteranno dimostrando che anche all’estero sono sensibili al voto quando vengono messi in condizione di farlo.

Importante è stata la collaborazione del Console Generale che oltre a mettere a disposizione il salone, ha fatto trovare sul posto tantissime copie della nostra costituzione con i cambiamenti proposti. Giuseppe Scigliano, de.it.press

 

 

 

Il Congresso della Uim elegge presidente Agata Squillaci. Giuseppe Bartolotta e Gianfranco Segoloni vicepresidenti

 

Berlino - L'assemblea dell'Ital-Uil di Germania si è conclusa – riferisce con una nota la  Uim - con una tradizionale fiaccolata nella serata di giovedì 24 novembre, dopo la sezione formativa, dedicata ai dipendenti, sull'attività del patronato all'estero, di Anna Maria Ginanneschi, sancendo il modello tedesco come primo patronato, con 30 sedi, 67 dipendenti. È stato l'indirizzo di saluto del direttore generale dell'Ital, Maria Candida Imburgia, a risaltare la missione solidaristica del patronato Uil in Germania, oltre all'alta qualità, sia professionale che umana dei dipendenti.

Venerdì 25 novembre è stata la volta del congresso dell'Unione degli italiani nel mondo (Uim), sintetizzabile nella relazione di Marilena Rossi e nell'intervento di Gianfranco Segoloni, con l'impegno a dare ulteriore consistenza all'attività sociale, di rappresentanza della comunità italiana in terra tedesca.

Mario Castellengo, presidente Uim e Angelo Mattone, segretario generale, hanno tracciato gli indirizzi da seguire nel corso del 2017 per verificarne i risultati a fine dell'anno entrante, incentrati sull'esigenza di dar corpo alla linea della Uil di interloquire in Europa e nel globo, con tutti i governi, in difesa della dignità del lavoro, prima di tutto l'occupazione per i giovani, la difesa dell'associazionismo, il valore dell'esperienza, impersonata dagli anziani.

Il segretario generale della UilPensionati, Romano Bellissima, accogliendo l'istanza di globalizzazione dei valori della solidarietà, di rappresentanza sociale, di sostegno alle istanze giovanili, assunti a base del futuro prossimo impegno della UilPensionati e dell'Unione degli italiani nel mondo, ha proposto forme organizzative di radicamento della Uim, fuori dai confini italiani.

Il rilancio del periodico Lavoro italiano nel mondo, Lim, in edizione on-line, da affidare alla direzione di Romano Bellissima e Mario Castellengo, secondo alcuni interventi, accompagnerebbe una nuova stagione della politica della Uil sulla mobilità degli italiani nel globo e quella complessiva, assecondando i mutamenti politici, economici e sociali in atto.

Nel congresso della Uim di Germania, il ruolo indicato dal segretario generale, Carmelo Barbagallo, della Uil, presente e attiva in tutti i continenti, non solo nella vecchia Europa, superando le barriere nazionali, è stato salutato come l'unico progetto, coincidente con gli interessi degli italiani in Germania, perseguibile a condizione del pieno coinvolgimento, in prima fila, appunto della Uil confederale.

I contributi di Dino Nardi, coordinatore Uim Europa, di Giuseppe Bartolotta, di Pino Maggio hanno introdotto il dibattito, ricco d'interventi, tra cui quelli di Brullo, Sogus, Laudani e altri ancora.

Le elezioni degli organismi della Uim hanno suggellato la fine del congresso, inaugurando il rinnovato impegno degli operatori della Uil della Germania, la seconda comunità italiana, dopo quella Argentina.

La presidenza è stata affidata ad Agata Squillaci con voto unanime. Due i vice-presidenti, Giuseppe Bartolotta e Gianfranco Segoloni. (Inform 25)

 

 

 

“La Cucina del Senza” a Francoforte. Intervista a Marcello Coronini

 

Francoforte - In occasione della Prima Settimana della Cucina Italiana nel Mondo, oggi 23 novembre alle ore 19, presso la sala Eventi dell’ENIT di Francoforte sul Meno (Barckhaus Str. 10), il Consolato Generale d’Italia - in collaborazione con ENIT Francoforte e IIC di Colonia - presenta il nuovo libro del critico gastronomico Marcello Coronini dal titolo “La Cucina del Senza – Piatti gustosi senza l’aggiunta di grassi, zucchero e sale” (Gribaudo, 2016). Per la rubrica “Anteprima”, curata da Michele Santoriello, Marcello Coronini ha rilasciato questa intervista che si potrà leggere anche sul periodico online “ Il Mitte” di Francoforte.

 

Ciao Marcello, gli amici tedeschi ed italiani desiderano sapere in anteprima qualcosa dell’ospite di oggi. Se sei d’accordo vorrei proporti cinque domande perché tu possa incuriosire le nostre lettrici e i nostri lettori.

1) Chi è Marcello Coronini? un giornalista, un critico gastronomico, un organizzatore di eventi o anche qualcosa di più?

Dal 1990 mi occupo di vino e gastronomia, ho scritto diversi libri, ho conosciuto più di 2000 produttori in Europa, mi sono abituato così a degustare. Amo molto la cucina e frequentare i ristoranti. Non ho preclusione su nulla, assaggio ogni cosa, di qualità, che mi si presenta, associo cibi e gusti inconsueti. Alcune esperienze televisive in veste autorale e di conduttore mi hanno abituato al pubblico. Un corso sull’alimentazione, tenuto come professore incaricato alla facoltà di medicina dell’università di Milano, ha accentuato il mio interesse verso il cibo e la salute. Nel 2008 ho ideato Gusto in Scena a Venezia, un evento dedicato a vini e prodotti di alta qualità con un congresso di alta cucina. Nel 2014 dopo una sperimentazione di tre anni ho presentato La Cucina del Senza®.

2) Cos’è la Cucina del Senza? Dove è nata?

Fare Cucina del Senza significa realizzare piatti gustosi e saporiti senza che ci si accorga della mancanza di sale o grassi aggiunti e dessert molto piacevoli senza zucchero aggiunto. Sottolineo il termine aggiunto che è essenziale in questo nuovo stile alimentare. Si tratta di una cucina gustosa quanto attenta alla salute con il giusto equilibrio tra benessere fisico e piacere della tavola. Sale, grassi e zucchero sono indispensabili per la nostra vita: quelli contenuti negli alimenti sono sufficienti per una dieta equilibrata, quelli aggiunti invece rappresentano un eccesso; eliminarli o ridurli può essere di aiuto a prevenire l'insorgere di diverse patologie. Consumare meno sale contribuisce a prevenire l’ipertensione, ridurre i grassi aiuta ad abbassare il rischio di obesità e di disturbi cardiovascolari, consumare meno zucchero a evitare il diabete. La Cucina del Senza® è nata dall’esperienza di Gusto in Scena, un evento ideato e curato da me e Lucia che fa convivere gusto e salute all'insegna della qualità. LA IX edizione sarà il 12 e 13 febbraio 2017 a Venezia e raggruppa quattro eventi in concomitanza all’insegna de La Cucina del Senza: il Congresso di Alta Cucina; I Magnifici Vini, un salone con 50 cantine e i quasi 200 etichette n assaggio; Seduzioni di Gola, un secondo salone con 30 eccellenze gastronomiche; Fuori di Gusto, che la sera coinvolge più di 20 tra ristoranti e alberghi della laguna affinché tutti possano gustare menù de La Cucina del Senza. Abbiamo iniziato nel 2011 una sperimentazione al congresso dando agli chef regole precise per studiare preparazioni senza grassi aggiunti, nel 2012 senza sale aggiunto, nel 2013 abbiamo chiesto ai pasticceri dessert senza zucchero aggiunto. Nel 2014 abbiamo presentato La cucina del Senza, che ha ottenuto per 3 volte il patrocinio del Ministero della Salute.

3) Come è nata l’idea di scrivere questo libro?

Devo dire grazie a una collega che a Gusto in Scena, dopo un’intervista, si entusiasma per questa mie idee e mi dice: tu dovresti fare un libro con un editore importante per realizzare il tuo obiettivo: arrivare nelle case del consumatore e dare a tutti la possibilità di alimentarsi meglio con La Cucina del Senza. Non è facile, ma troviamo come editore Feltrinelli-Gribaudo che crede nel progetto e capisce che questo rivoluzionario stile alimentare, nato 6 anni fa da una mia idea, è attuale e anticipa le nuove tendenze del consumatore attento non solo al piacere, ma anche alla salute.

4) Tra sale, grassi e zucchero, quale dei tre è più difficile da sostituire?

Ritengo che sia il sale a creare maggiori difficoltà. Serve un breve periodo per abituarsi a una cucina che è molto gustosa, ma lo è in modo completamente diverso rispetto a piatti in cui si utilizza il sale aggiunto. L’abitudine a utilizzare il sale nasce a partire dagli anni ’60, con il boom economico, iniziano le produzioni di massa forzate per la necessità di produrre di più e arrivano nelle case prodotti con poco sapore. Per dare gusto ai piatti si ricorre quindi all’aggiunta di sale che sovrasta gli altri ingredienti e crea assuefazione. Togliendo il sale aggiunto, all’inizio i piatti non sembrano abbastanza saporiti; ma in una decina di giorni ci si rende conto che si avvertono molto di più le sensazioni gustative degli ingredienti, normalmente coperte dal sale e si incomincia ad apprezzare la Cucina del Senza. Dopo uno o due mesi, quando si è ospiti di amici e si assaggia un piatto in cui “domina” il sale, non lo si gradirà più come in passato. A chi aggiunge molto sale consigliamo per un certo periodo di dimezzare la quantità e gradatamente ridurla.

5) Leggo che c’è una pagina innovativa dedicata al concetto di produttori del senza: cosa significa essere produttori del “Senza” ?

A febbraio 2016 nascono ufficialmente i Produttori del Senza e l’Officina Creativa, estendo quindi il concetto di “Senza” anche ai vini e alle specialità gastronomiche. All’inaugurazione di Gusto in Scena dichiaro che il congresso è diventato un’Officina Creativa che coinvolge non solo chef, pasticceri e pizzaioli, ma anche i produttori, che diventano così i “Produttori del Senza”, condividendo il principio che gusto = qualità = salute. Tutti i produttori gastronomici e le cantine che invitiamo a far parte dei nostri progetti per ottenere un prodotto di alta qualità eliminano i trattamenti che non sono indispensabili e non sono positivi per la salute. Una persona abituata a degustare quando assaggia un prodotto o un vino e li ritiene di qualità è per forza certa che si tratta di un prodotto che potremmo definire ”pulito”. Tutte le aziende da noi selezionate in quest’ottica diventano Produttori del Senza.

 

Marcello Corinini, scrittore, giornalista e critico gastronomico vive e lavora a Milano. Dopo i corsi di sommelier dal 1990 ad oggi, i viaggi in Italia ed in Europa lo portano a conoscere più di duemila tra cantine e produttori gastronomici, a scrivere più di 20 libri su vino, cucina e gastronomia che spaziano da “ CiboVino il dizionario degli abbinamenti” a “ Olio Extravergine, è tutto vero?”. Dal 2006 tiene un ciclo di lezioni sull’alimentazione presso l’Università degli studi di Milano, facoltà di Medicina, come professore incaricato. Dal 2008 è ideatore e curatore di Gusto in Scena, congresso di Alta Cucina e manifestazione enogastronomica. Al congresso del 2011 avvia il progetto “La Cucina del Senza” e chiede ad importanti cuochi, pasticceri, pizzaioli di studiare ricette senza sale o grassi e zuccheri aggiunti. Una filosofia che sta ora suscitando l’interesse anche del mondo accademico e scientifico. Michele Santoriello

 

 

 

 

A Berlino il 14 dicembre Claudio Donzelli, Federico Albanese e Andrea Belfi ospiti dell’Ambasciata

 

Berlino - Presso l’Ambasciata d’Italia a Berlino – Tiergartenstr. 22 – il 14 dicembre avrà luogo una serata (ore 18-19,30) dedicata a Claudio Donzelli, Federico Albanese e Andrea Belfi, tre brillanti musicisti italiani residenti nella capitale tedesca. L’incontro è il primo di un ciclo che ha l’obiettivo di raccontare l’esperienza di chi, da italiano, ha potuto esprimere positivamente la propria professionalità anche in questa realtà.

Claudio Donzelli, pesarese, è uno dei tre componenti dei Mighty Oaks, band di folk/rock alternativo che con il primo album, Howl (Universal Records), ha raggiunto il decimo posto in classifica sulla Billboard chart tedesca. I Mighty Oaks sono stati candidati al premio di migliore band dell’anno 2014 agli European Festival Awards. Donzelli è arrivato a Berlino per un dottorato in ingegneria nel 2008. Ora ha appena finito di registrare il suo secondo album a Phoenix. https://www.youtube.com/watch?v=IYQlBDSNQaM.

Federico Albanese, milanese, è pianista e compositore di musica classica contemporanea. A gennaio scorso è uscito il suo secondo album, The Blue Hour, che lo ha portato a un tour internazionale caratterizzato da diversi tutto esaurito e recensioni entusiaste su diverse testate giornalistiche nazionali e internazionali. “Un grande album” ha scritto Rolling Stones tributandogli 4 stelle su 5. Per Deutschland Radio Kultur la sua è una musica a metà tra Brian Eno e Ludovico Einaudi. Vive a Berlino dal 2014, anno del suo primo album solista The Houseboat and the Moon. https://www.youtube.com/watch?v=fEE_jZh1mDc.

Andrea Belfi, dal 2011 a Berlino, è un compositore e percussionista veronese, già collaboratore di leggende della musica contemporanea come Nils Frahm, Mike Watt, Carla Bozulich e David Grubbs. Ha realizzato sei album solisti (l’ultimo è Natura Morta, 2014) e si è esibito ad esempio al Centre Pompidou di Parigi e all’Unsound Festival di Cracovia. https://www.youtube.com/watch?v=84c9FRST30A.

L’evento – con ingresso gratuito – avrà la forma dell’intervista pubblica, aperta alle domande dei partecipanti. A moderare l’incontro sarà Andrea D’Addio, direttore di Berlino Magazine e co-organizzatore dell’iniziativa con l’Ambasciata e l’Istituto Italiano di Cultura di Berlino.

Al termine della serata verrà offerto un piccolo aperitivo. Per poter partecipare è necessaria la registrazione tramite EVENTBRITE. (Inform 29)

 

 

 

 

I recenti temi di Radio Colonia 

 

24.11.2016. L'anti-Merkel? Martin Schulz rinuncia a un nuovo mandato da presidente del Parlamento europeo e torna in Germania. Correrà per un posto al Bundestag in un collegio del Nordreno-Vestfalia.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/martin-schulz-110.html

 

23.11.2016. Germania sbilanciata

I dati dell'economia tedesca sono positivi, il bilancio è in pareggio e il debito sta calando. Ma c'è un problema: una bilancia commerciale contro le regole dell'Ue.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/germania-surplus-100.html

 

Nuovi precari in Belgio. Ristorazione e lavoro nero sembrano essere un binomio molto diffuso tra la nuova mobilità italiana, non solo in Germania ma anche in Belgio. Una video-inchiesta della Comune del Belgio evidenzia il fenomeno.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/precari-belgio-100.html

 

22.11.2016. Difendiamo il Marchio Italia

È l'appello di Giuseppe Fusco ristoratore italiano in Germania in concomitanza con la Settimana della cucina italiana nel mondo

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/marchio-italia-100.html

 

In aiuto di Pievebovigliana. La Federazione delle Associazioni Culturali Italo-tedesche (VDIG) raccoglie fondi in soccorso del piccolo paese marchigiano colpito dal terremoto del 26 ottobre.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/pieve-bovigliana-100.html

 

21.11.2016. Ancora Merkel. La cancelliera rompe gli indugi e si candida per la quarta volta consecutiva e dice: "Resto, contro i populismi."

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/ancora-merkel-100.html

 

Luci ed ombre di una riforma. Intervista al costituzionalista Michele Ainis sulla riforma Renzi-Boschi su cui il 4 dicembre siamo chiamati ad esprimerci.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/ainis-referendum-100.html

 

18.11.2016. Decisivi i voti dall'estero

Dalla lettera di Renzi agli italiani all'estero al pericolo di brogli, la campagna elettorale per il referendum è accesa anche in Germania. Facciamo chiarezza.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/decisivi-voti-dall-estero-100.html

 

Il segreto della vecchiaia. Francesco Neri, biologo molecolare, con il premio dalla Fondazione von Humboldt finanzia la sua ricerca sul comportamento delle cellule che invecchiano.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/-segreto-della-vecchiaia-100.html

 

Eventi, incontri, spettacoli. Il calendario del giovedì http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/index.html

 

Homepage di Radio Colonia: http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/radio-colonia-104.html

La newsletter gratuita: http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/radiocolonia-newsletter-102.html   RC/De.it.press

 

 

 

 

Online al sito del Com.It.Es. Berlino il video della serata informativa sul referendum costituzionale

 

Berlino. Grande partecipazione venerdì scorso 18 novembre presso il Podewil (Klosterstraße 68, 10179 Berlin-Mitte) alla serata informativa organizzata dal Com.It.Es Berlino, l’organismo di rappresentanza, eletto a suffragio universale da tutti i connazionali residenti nella Circoscrizione di Berlino, per chiarire tutti i dubbi ancora rimasti sul referendum costituzionale del 4 dicembre prossimo, con un confronto aperto tra i rappresentati del Comitato "Basta un sì" e del "Comitato per il no" di Berlino.

 

Viste le molte richieste ricevute da parte di chi non ha potuto partecipare all'incontro, il Com.It.Es Berlino ha reso disponibile il video della serata, pubblicato a questo link: http://bit.ly/2fEbLst, nonché le slide di  presentazione che illustrano i principali punti della riforma, scaricabili dall'homepage del sito del Com.It.Es all'indirizzo www.comites-berlin.de.

 

Dopo i saluti del Presidente del Com.It.Es Berlino Avv. Simonetta Donà e quelli del Cons. Massimo Darchini dell´Ambasciata d'Italia, che ha illustrato le modalità del voto dall'estero, la Dott.ssa Nadia Feldkircher del Com.It.Es ha presentato i punti chiave della riforma.

È stato poi il momento dei protagonisti del dibattito: Niccolò Pesenti e Laura Ciaccio per il Comitato "Basta un sì", Paola Giaculli e Anna Ballarin-Denti del "Comitato per il no". Ognuno dei due comitati ha esposto le proprie ragioni in un dibattito attentamente bilanciato grazie alla moderazione di Alessandro Brogani, Direttore del Deutsch-Italia.

 

Moltissimi i partecipanti alla serata, che hanno preso parte in modo attivo al dibattito esponendo le loro domande e i loro dubbi su alcuni punti chiave della riforma. È stata una serata intensa che ha visto un dibattito acceso ma sempre equilibrato e basato sul rispetto dell'altrui posizione.

 

"Siamo molto soddisfatti della riuscita di questa serata informativa", dichiara Simonetta Donà, che continua: "Abbiamo ricevuto molti complimenti e ringraziamenti per aver organizzato questa ed altre  serate informative. Questo grande successo ci conferma che la strada intrapresa dal nostro Com.It.Es è quella giusta: i nostri connazionali hanno bisogno di essere informati per poter vivere al meglio Berlino e la Germania. Continueremo ad ascoltare le richieste che ci arrivano numerose e ad offrire strumenti informativi appropriati, seguendo il nostro motto Vivi Berlino, vivi consapevole."

 

Per permettere il ritiro del duplicato e al fine di garantire il diritto di voto agli elettori nella circoscrizione consolare di Berlino, la Cancelleria consolare di Berlino ha fatto, oltre al normale orario ed ai soli fini elettorali, anche ulteriori periodi di apertura straordinaria al pubblico.

 

Il Com.It.Es Berlino ha invitato tutti i connazionali a partecipare ed esprimere il proprio voto al referendum costituzionale, ricordando che vince la maggioranza dei voti espressi, senza che sia necessario raggiungere un quorum legale. Ha ricordato che è importante per i connazionali all’estero partecipare al voto, far sentire la nostra voce e il nostro stretto collegamento con il nostro Paese. Per gli incerti, era a disposizione il video del dibattito. www.comites-berlin.de.

 

 

 

 

L’Eurodeputato Italo-Tedesco Fabio De Masi ad Amburgo

 

Sinergie tra Comites di Hannover, Missione Cattolica Italiana di Amburgo ed Associazione “Prima Persona e.V.”, che insieme agli italiani incontrano l’Eurodeputato Italo-Tedesco Fabio De Masi - a cura di Pierluigi Vignola

 

Dibattere è difendere consapevolmente e pubblicamente le proprie convinzioni senza nascondersi dietro ad una tastiera. Questo è quanto è stato fatto il 20 novembre nel salone della Missione Cattolica Italiana di Amburgo.

Alla presenza di un folto gruppo di italiani ed anche di cittadini tedeschi, si è tenuto il dialogo interculturale italo-tedesco organizzato dall’Associazione Prima Persona e. V., dalla Missione Cattolica Italiana e dal Comites di Hannover presso il Caffè Letterario “BooKaffè” della stessa Missione Cattolica Italiana in Amburgo, con la partecipazione dell’On. Fabio De Masi, europarlamentare di origine italiana eletto nella circoscrizione di Amburgo e della Renania Settentrionale-Vestfalia, membro della commissione per i problemi economici e monetari del parlamento europeo; dibattito su temi inerenti l’attualità politica e sociale quali: il referendum sulla Costituzione Italiana, l’Europa dopo la Brexit ed i nuovi flussi migratori.

Moderato da Francesco Bonsignore Vice-Presidente del Comites, con la presenza dello stesso Presidente Comites Giuseppe Scigliano, si è avuto un dibattito vivo ed interessante tra i partecipanti, alcuni dei quali, in particolar modo hanno discusso riguardo al referendum, taluni favorevoli al sì ed altri al no. Non è stato uno scontro passionale tra due tifoserie o tra due punti di vista ottusi che gridano, si interrompono, si disturbano e si distruggono a vicenda come spesso capita nei talk show italiani, ma si è dimostrato che si può imparare a dialogare ascoltando il punto di vista dell’avversario e che si può imparare a sostenere il proprio pensiero cooperando con quello dell’avversario e che si può imparare, mettendosi in gioco e che giocando, si può imparare a dimostrare che tutte le posizioni argomentative hanno un loro valore, se portate con coerenza e logica e se ascoltate con rispetto e apertura. Si è tenuto a precisare altresì che l’attuale legislatura, iniziata il 15 marzo 2013, potrà essere ricordata, in relazione alle procedure di riforma della Costituzione del 1948, per aver esaminato e votato, nei due rami del Parlamento, due proposte di riforma in certa misura contraddittorie l’una con l’altra: il disegno di legge denominato “Letta” e quello chiamato comunemente “Renzi-Boschi”. Che peraltro la legislatura dovesse produrre un qualche risultato nell’ambito della riforma costituzionale era nell’ordine delle cose, specie in relazione alla situazione politica di stallo venutasi a creare a seguito delle elezioni politiche del 24 e 25 febbraio 2013. Ed infatti, come noto, subito dopo l’esito delle elezioni, e in attesa della formazione di un nuovo Governo, fu posto in essere un singolare tentativo da parte del Presidente della Repubblica, mediante la nomina di un ristretto gruppo di esperti divisi in due commissioni, allo scopo di elaborare proposte programmatiche per il nuovo Governo che avrebbe dovuto costituirsi.

 

Indipendentemente da quale sarà l’esito della consultazione referendaria, pare evidente che la Costituzione, in sé considerata, avrà subìto un’ulteriore prova, e ne potrebbe uscire ancora più “ferita” e “aggredita” di quanto non lo sia stato in riferimento alle vicende passate. Si può, invero, sostenere anche la tesi opposta: nel caso di vittoria del Sì, infatti, si potrebbe ritenere che la “nuova” Costituzione abbia ricevuto un consenso popolare tale da farne acquisire una condizione di maggiore legittimazione popolare; nel caso di vittoria del No, si potrebbe ritenere che il testo del 1948 abbia resistito ad un ulteriore attacco, e che come nel referendum del 2006 il popolo abbia voluto sancirne la piena e riconosciuta validità. Nondimeno, mi pare necessario considerare questa ulteriore vicenda come un indebolimento del “senso di Costituzione”: una Costituzione che da più di trent’anni è oggetto di tentativi di riforma, e che nel volgere di questi anni ha “subito” ben tre referendum per la sua modifica, rischia di essere percepita come una Costituzione “inadeguata” agli occhi dei consociati, che quella Costituzione dovrebbero considerare come il riferimento per la regolazione e lo svolgimento della vita sociale e politica. Alla luce di ciò, ma anche delle vicende che hanno accompagnato le fasi di discussione ed approvazione dell’attuale testo di riforma, credo che si debba aprire una fase di riflessione sulla possibile revisione della procedura di cui all’art. 138 Cost.12, relativamente almeno a tre aspetti che sono emersi nel corso degli ultimi anni. Per concludere è emersa la volontà di contribuire a ricreare una nuova generazione di persone disposte a scoprire e realizzare l’etica nella res publica! Nell’Enciclica “Evangelii gaudium” il Santo Padre richiama il dovere della Chiesa di donare agli uomini la grande speranza che solo dalla verità, dalla giustizia e dall’amore insegnati da Cristo può derivare; egli ci ricorda che questo non è più il tempo di delegare altri, di tirarsi indietro, ma di assumere su di sé il compito di prendersi cura della propria comunità e specialmente dei poveri.

Incoraggiati dagli stimoli del Papa è stato proposto dal Pfarrer/Missionar della Missione Cattolica Italiana di Amburgo – per quanto possibile – la costituzione di una Scuola di Formazione all’Impegno Socio-Politico, che miri a formare i laici (e i giovani soprattutto!) all’impegno sociale e politico, inteso nel senso più nobile, superando ideologie ed etichette.

La Scuola vorrà soprattutto essere una sorta di incubatore di intelligenze, di sensibilità e di produzione politica, per ricostruire dal basso gli ideali sociali e politici della nostra società, affinché ci siano persone interessate ai problemi socio-politici, economici e amministrativi della nostra terra e di quella in cui si vive dove non si è più ospiti ma residenti. Pierluigi Vignola

 

 

 

 

Tenuto a Monaco di Baviera un convegno sul diritto di famiglia comparato e la tutela dei minori

 

Monaco di Baviera. Sabato 19 Novembre si è svolto presso la Hochschule für Philosophie il convegno dal titolo:" La tutela dei figli nel diritto di famiglia tra Italia e Germania" organizzato dalla Commissione Famiglia del Com.It.Es di Monaco di Baviera, a cura della Dott.ssa Silvia Alicandro, ed è stato interamente  sponsorizzato dallo stesso Com. It.Es. 

L’incontro è stato aperto da un intervento della Dr.Christiane Nischler-Leibl, in rappresentanza del Ministero bavarese per il Lavoro e gli Affari sociali, la Famiglia e l’Integrazione, che ha descritte le numerose previdenze, attività e iniziative statali a favore della famiglia e in particolare dei figli.

 Le relazioni successive hanno messo in luce i problemi di competenza e disciplina della rottura dei legami di coppia, con particolare riferimento alle coppie tedesco-italiane, mettendo a confronto le normative di Germania e Italia; il mancato rispetto del diritto dei figli a un rapporto realmente equilibrato con entrambi i genitori, con particolare riferimento ai danni dell'alienazione genitoriale e alle nuove prassi; il ruolo dello Jugendamt nei conflitti delle famiglie bi-nazionali.

All’interno della manifestazione è stata inoltre allestita e presentata una piccola mostra realizzata dagli studenti della scuola bilingue italo-tedesca di Monaco, Leonardo Da Vinci: il tema della mostra sono appunto i diritti dei bambini, che vanno ricordati in ogni giorno dell’anno e non solo il 20 Novembre in occasione della Giornata Internazionale del Diritti dei Bambini.

La Presentazione della mostra da parte della Dr.Patrizia Mazzadi è stato un momento particolarmente coinvolgente ed emozionante della giornata di studi.

Il Convegno è stato quindi concluso con un’analisi dei bisogni dei bambini e delle famiglie italiane in Baviera. Quest’analisi ha suscitato nei presenti il desiderio di nuovi appuntamenti per approfondire e aggiornare la materia. 

Viste le richieste da parte del pubblico, si provvederà al più presto alla documentazione dei contributi offerti dai relatori presenti.

All’interno del convegno è nata dagli interventi dal pubblico il desiderio di intavolare un dibattito politico sul tema del diritto di famiglia nelle famiglie multinazionali a livello politico locale.

Daniela Di Benedetto, Presidente Com.It.Es di Monaco di Baviera

 

 

 

 

Deutsche Bank spara sull’Italia: è il peggior Paese dove cercare lavoro

 

Ci sono ancora enormi differenze tra i vari Paesi europei quando si tratta di mercato del lavoro. E per l’Italia non è affatto una buona notizia. Soprattutto se il dato si combina con l’aumento degli inattivi: gli scoraggiati che hanno smesso di cercare lavoro uscendo dal mercato.

Recentemente Eurostat ha pubblicato dei dati che mostrano la durata prevista della vita lavorativa negli stati Europei per il 2015, utilizzando informazioni demografiche e relative alla forza lavoro per calcolare il numero di anni in cui una persona di 15 anni, in una data nazione, sarà prevedibilmente “attiva” – ovvero, occupata o disoccupata ma in cerca di lavoro – nel mercato del lavoro, nel corso della sua vita.

Norvegia, Svezia, Germania e Regno Unito sono tra i Paesi con la più lunga durata prevista della vita lavorativa – superiore ai 38 anni.

Il rovescio della medaglia è rappresentato da Italia, Polonia, Grecia e Ungheria che sono i Paesi europei con la più corta durata attesa della vita lavorativa – meno di 33 anni.

Ecco la mappa completa, che è stata condivisa da Torsten Sløk di Deutsche Bank.

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Deutsche Bank

* Tradotto, in Italia chi cerca lavoro ha meno possibilità di trovarlo che nel resto del Vecchio continente. Si spiega così un numero di inattivi così alto, arrivato a ottobre a quota 13,6 milioni di persone. In sostanza lungo la Penisola non solo è difficile trovare occupazione, ma anche complicato mantenerla. Per questo dopo alcuni mesi di ricerca infruttuosa gli italiani si accontentano di un impiego “in nero”, o – peggio – rinunciano a lavorare in modo stabile. Elena Holodny  LR 1

 

 

 

Interventi/Dibattiti. Perché ho votato SÌ

 

Il mio SI è stato dettato non solo perchè sono convinto: meglio poco che niente, anche se quelli del NO ci raccontano che quel poco è tutto negativo. Il vero motivo per cui quel poco per alcuni è positivo per altri è negativo è dovuto alla credibilità o meno di questo governo. Quelli del SI tutto sommato preferiscono che continui fino a fine mandato e solo dopo (e non prima) dare il loro consenso o meno, gli altri si augurano la sua interruzione tout court. Ciò che mi dispiace non è tanto  che gli avversari politici la pensino cosi quanto che la minoranza del Partito utilizzi tutte le occasioni per mettere in pericolo la stabilità del proprio governo, esattamente come facevano Rifondazione Comunista e gruppuscoli alleati contro Prodi. Solo che Rifondazione e gruppuscoli non erano all'interno di uno stesso partito, questi della minoranza invece fanno parte del PD che nacque proprio per evitare certe situazioni. Mi convinco sempre più che qualcuno quando perde il potere di decidere non ha la pazienza di attendere il prossimo Congresso politico per verificare i rapporti di forza all'interno del Partito. La Storia spesso si ripete ed a sinistra dai tempi della Rivoluzione bolscevica. Non è la prima volta che ricordo come funzionasse nel 68', non ho spazio di comandare DA SUBITO in Potere Operaio? Mi creo Avanguardia Comunista, non ho spazio di comandare DA SUBITO in AC? Mi creo Lotta Continua, neanche li ho questa possibilità DA SUBITO? Mi creo Servire il Popolo. Questo era come andava nel 68'.

Cosa volevano? TUTTO E SUBITO. Ma in quei tempi chi faceva politica era un entusiasta, c'erano masse enormi di studenti e operai che volevano cambiare il mondo (dalla Cina agli USA all'Europa) nella ns Europa tre erano i Paesi dove il 68 lasciò il segno: la Francia, la Germania, l'Italia e solo nel ns Paese questa storia ha continuato diventando il 77' e oltre, arrivando persino nei ns paraggi creando a Monaco il Circolo Cento Fiori (già il nome dice qualcosa). Si l'Italia ha avuto un serbatoio di giovani operai e studenti a non finire, interessati a fare politica. Oggi molti Partiti non hanno nemmeno i militanti per poter tenere aperta una sezione/circolo, allora anche gli appartamenti diventavano sezioni politiche, basta ricordarsi che la sola Lotta Continua arrivò a fare manifestazioni di 100.000 persone, altri tempi cari, altri tempi. Oggi invece quelli che escono per impazienza dal PD o che per la stessa impazienza ostacolano il buon funzionamento della maggioranza del Partito e quindi del governo dovrebbero spiegarci in nome di cosa fanno tutto questo, di quale alternativa politica. Vorrei far notare che in questo momento viene riconosciuto a Renzi di avere le migliori proposte europee sul piano economico (puntare sullo sviluppo piuttosto che sull’austerità) e sull’immigrazione (cooperazione con gli Stati Africani). Ma anche questo a livello nazionale è difficile riconoscerglielo a Renzi. Resto in attesa di risposte, magari che vengano rese pubbliche e non solamente a me.

Gianfranco Tannino

 

 

 

 

 

 

Referendum, Governo e italiani all‘estero

 

Roma – Il Referendum “è un passaggio storico determinante di cui bisogna essere consapevoli." Lo dichiara Aldo Di Biagio, senatore di Area Popolare.

"Alla chiusura del voto all'estero vale la pena fare una riflessione conclusiva, al di là di quello che sarà l'esito. Fin dall'inizio ho sostenuto con forza le ragioni del Sì, anche contro quello che poteva essere il mio interesse di eletto all'estero. L'ho fatto perché penso che il Paese meriti questa Riforma, meriti di ricevere uno slancio e una velocizzazione dei processi legislativi che di fatto sono trainanti per l'economia, meriti una governabilità e una politica chiara, messa in condizione di fare e di essere giudicata sul suo operato".

"E' una posizione personale - prosegue il senatore - in coerenza con la mia storia, che ho cercato di veicolare anche all'estero, consapevole della lucidità e della responsabilità con cui gli italiani oltreconfine sanno affrontare le questioni nazionali. Di questo abbiamo una conferma evidente nelle attuali stime sull'affluenza, che testimoniano una notevole partecipazione assimilabile a quella delle elezioni politiche".

Di Biagio conclude:"Un ringraziamento particolare voglio rivolgerlo alla rete consolare e a tutto il personale che in queste ore ha reso possibile questo importante esercizio di democrazia".

 

“I risultati ottenuti grazie all’impegno del governo sono assolutamente positivi e per questo vogliamo dire grazie a tutto l’esecutivo e ai relatori per aver mantenuto le promesse e dato nuova linfa alle collettività italiane all’estero”. E’ quanto dichiarano i senatori Claudio Micheloni, Renato Turano, Francesco Giacobbe (PD) e Aldo Di Biagio (AP), Fausto G. Longo (Aut-PSI), in merito all’approvazione in prima lettura della Legge di Bilancio 2017 che ha concluso il suo iter alla Camera dei Deputati.

“Il governo aveva promesso maggiore attenzione e così è stato – spiegano i senatori -. Grazie all’ok di Palazzo Chigi è stato scongiurato il taglio al fondo  per la promozione linguistica e culturale, mentre 4 milioni di euro delle percezioni derivanti dai 300 euro per il riconoscimento della cittadinanza andranno al MAECI per il rafforzamento dei servizi consolari, 1 milione e 300 mila euro per la stampa italiana all’estero e le agenzie specializzate e poi interventi di sostegno importanti per le scuole paritarie all’estero, l’Istituto Italo Latino Americano e le Camere di commercio italiane all’estero”.

"L'impegno prosegue al Senato quando la Legge di Bilancio arriverà per la seconda lettura, con l'auspicio di poter recuperare ulteriori risorse, portandole a regime per gli anni successivi. Ancora una volta – concludono i senatori di maggioranza eletti all’estero – gli italiani nel mondo occupano un posto di rilievo nelle priorità di questo governo”. De.it.press 2

 

 

 

 

Dichiarazioni Schauble sull’UE. La 'resistibile' deriva intergovernativa dell’Unione

 

Le dichiarazioni del Ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schauble sulla configurazione della Commissione europea potrebbero suscitare stupore, se non fosse ormai da tempo diffusa la pratica di “sparare sul pianista”. Vincenzo Guizzi

 

Nonostante alcuni atteggiamenti di Angela Merkel, che in un recente passato sembrava auspicare il rafforzamento delle istituzioni comunitarie e dell’Unione Europea (Ue) nel suo complesso, appare infatti evidente il mutamento dell’indirizzo politico della Germania sull’evoluzione del processo di integrazione europea - e condiviso purtroppo anche da altri stati membri.

 

Affermare in modo così netto che la Commissione non deve svolgere un ruolo politico ma limitarsi a funzioni sostanzialmente amministrative, meramente esecutive, significa infatti confermare la deriva governativa che sta caratterizzando la politica dell’Unione.

 

Dalla Comunità all’Unione

La Commissione è da sempre considerata il “motore della Comunità e dell’Unione Europea”. Negarne il ruolo politico equivale a negare proprio l’essenza, anch’essa politica, dell’Ue.

 

Vero che all’iniziale Comunità europea si era data una connotazione economica, ma con la sua evoluzione l’istituzione ha dimostrato, pirandellianamente, di essere un “personaggio” che è sfuggito “ai suoi autori”.

 

Sulla scorta degli elementi giuridici contenuti nei Trattati, da Comunità prettamente economico-commerciale si è trasformata in un’entità squisitamente politica, evolutasi ancora nell’Unione Europea. Forse, nel passaggio da Cee, Comunità Economica Europea, a CE, Comunità Europea, non si è sufficientemente sottolineata la significativa eliminazione dell’aggettivo “economica”, effettuata dal Trattato di Maastricht.

 

Non è stata una modifica meramente formale, ma sostanziale: si pensi al rafforzamento istituzionale (specie quello del Parlamento europeo, dotato di un vero potere decisionale), all’introduzione della cittadinanza europea e di nuove politiche comuni, tra cui spicca quella monetaria.

 

Un discorso a parte va fatto per i 2 nuovi “Pilastri” introdotti da Maastricht (la Politica Estera e di sicurezza Comune, Pesc, e Giustizia e Affari Interni, il Gai), caratterizzati inizialmente da un metodo intergovernativo attenuatosi con i successivi Trattati di Amsterdam, Nizza e, soprattutto, con quello di Lisbona, che li ha in gran parte “comunitarizzati”.

 

Di certo la Commissione non sempre è stata all’altezza del suo ruolo; ma è noto che la storia cammina sulle gambe degli uomini e credo che nessuno neghi il contenuto squisitamente politico dell’operato dalla Commissione presieduta da Jacques Delors nel decennio dal 1985 al 1995.

 

La regressione verso la cooperazione intergovernativa

Con la crisi, la deriva intergovernativa si è accentuata ed espansa coinvolgendo vari Paesi, soprattutto dell’Europa centrorientale. C’è stato un ripiegamento dallo spirito comunitario, tendenzialmente federalista, ad un netto rafforzamento della cooperazione intergovernativa, che talvolta ha invaso anche i settori regolati dai Trattati con il metodo comunitario.

 

Alcune proposte che sembravano avere un carattere più europeo, anche nelle parole di Schauble, sono in realtà concepite come un ulteriore rafforzamento della deriva intergovernativa che ho definito. Un esempio ne è la creazione di un Ministro dell’economia dell’Unione, che in sintesi sarebbe espressione dei governi.

 

Chi ancora crede nell’evoluzione federale dell’Ue dovrebbe lottare per l’istituzione di un ministero dell’economia dell’Unione in seno alla Commissione, accentuandone i connotati di vero Governo.

 

Si sta verificando uno scostamento progressivo e sempre più esteso dal metodo comunitario alla cooperazione intergovernativa. In alcuni settori non sono approvati atti normativi comunitari: si concludono accordi di diritto internazionale (si pensi al fiscal compact), tra singoli stati, con ricadute in ambito comunitario. È il Consiglio europeo che sta prendendo il sopravvento, perdendo di caratterizzazione come istituzione propria dell’Unione.

 

L’iniziativa politica per ricondurre l’Unione sulla “retta via”

Voglio subito chiarire che ritengo indispensabile la presenza dei governi nell’assetto istituzionale dell’Ue. Hanno un ruolo importante, ma che dovrebbe essere svolto nell’alveo dell’Unione stessa.

 

Mi considero un federalista “con i piedi per terra”, ma detesto la sempre più diffusa real politik che sta influenzando anche alcuni federalisti: la storia del processo di integrazione mostra che a far progredire l’Unione non è stato il mero pragmatismo, ma lo slancio di quella che appariva un’utopia e la saggezza e l’azione di alcuni grandi statisti.

 

In questo momento storico reso difficile dalla crisi economica, dalla Brexit,e da un’ondata populista che attraversa l’Unione, è necessario rilanciare (si sarebbe detto un tempo “approfondire”) con realismo e altrettanta fermezza il contenuto politico del processo di integrazione europea.

 

Proprio la Brexit potrebbe essere l’occasione per verificare chi condivide gli obiettivi e i principi su cui si fonda l’Ue, non ammettendo più i continui opting out, entrate e uscite, dall’Unione.

 

A mio avviso resta sempre valida la conclusione del “Manifesto di Ventotene”, che saggiamente prevedeva una realizzazione graduale del disegno federalista, senza mai, però, abbandonare l’obiettivo finale da perseguire. Nelle sue parole: “La via da percorrere non è facile, né sicura. Ma deve essere percorsa e lo sarà”.

Vincenzo Guizzi, AffInt 18

 

 

 

 

 

In fuga dall’Italia. Una ricerca sugli abruzzesi nel mondo

 

Pescara - Sono diversi gli indicatori che fotografano il declino del nostro Paese e non solo il PIL, indice cui si guarda con maggiore frequenza. I giovani, quando riescono a trovare un’occupazione, anche se in possesso di una laurea, sono impiegati in genere come commessi, camerieri, operatori di call center, baristi, pizzaioli, parrucchieri. È paradossale che questo accada mentre, secondo l’OCSE, l’Italia è in fondo alle classifiche per numero di laureati.

In un paese in flessione demografica, dove le iscrizioni universitarie tendono a diminuire, il problema non è costituito dal numero di laureati quanto da un’economia ferma, inceppata, con poche aziende operanti in settori dinamici, da insufficienti investimenti pubblici di stimolo per l’innovazione e l’internazionalizzazione, una pubblica amministrazione invecchiata e poco adeguata ai processi di modernizzazione e globalizzazione, e soprattutto affetta da diffusi livelli di corruzione che sembrano inarrestabili. È del mese di settembre scorso la denuncia dell’autorità anticorruzione sulle problematiche del reclutamento dei docenti universitari nel nostro Paese.

Per molti giovani che non riescono a trovare lavoro o che non si accontentano di quello che offre il mercato l’unica strada percorribile sembra quella di lasciare l’Italia e partire, non più soltanto dal meridione, alla ricerca di occupazioni professionalmente coerenti con le aspettative derivanti dai percorsi formativi seguiti.La fuga dall’Italia non emerge in pieno dai dati Istat, che assumono a riferimento i soli elementi desumibili dall’iscrizione all’anagrafe degli italiani all’estero (AIRE), che riflette in modo assai parziale il preoccupante fenomeno, in quanto sono molti a registrarsi anche a distanza di anni dall’uscita dall’Italia, in attesa di una stabilizzazione del lavoro e di scelte di vita che spesso maturano nel tempo.

Secondo varie stime, nel 2015 sarebbero stati oltre centomila giovani, prevalentemente laureati a lasciarsi alle spalle l’Italia, per dare una prospettivaal proprio futuro, spesso senza ritorno.Se un tempo si emigrava per sopravvivere alla miseria, oggi la necessità di lasciare alle spalle la propria terra è sempre più quella di poter realizzare obiettivi professionali ed economici non altrimenti raggiungibili nel nostro Paese.

In un recente saggio di Raffaella Quieti Cartledge, presentato nella sede della Fondazione Pescarabruzzo, che ha opportunamente sostenuto la pubblicazione della ricerca, sono stati studiati 24 casi di successo di abruzzesi in ambito internazionale, tre per ciascuna delle otto aree professionali considerate: economisti (Pierluigi Ciocca, Giammarco Ottaviano, Emanuela Sciubba), ambasciatori e diplomatici (Torquato Cardilli, Andrea Della Nebbia, Domenico Vecchioni), cooperazione internazionale (Marina Catena, Carlo Miglioli, Ernesto Sirolli), scienza e ricerca (Nicola Baccile, Giusy Fiucci, Giuseppe Montano), medici (Vincenzo Berghella, Elisabetta Iammarone, Marcello Maviglia), musica e creatività (Roberto Borriello, Rita D’Arcangelo, Paolo Russo), imprenditoria e management (Roberto Lorenzini, Daniela Puglielli, Filippo Tattoni Marcozzi), banche e investimenti (Luca De Leonardis, Fabio Di Vincenzo, Lily Lapenna). I loro nomi spesso non dicono molto al grande pubblico ma sono ben noti nelle rispettive aree professionali.

Il saggio, dal titolo “Eccellenze abruzzesi nel mondo”, pubblicato da Ianieri, è forse la prima ricerca che guarda all’Italia e all’Abruzzo dall’estero, essendo l’autrice una giornalista residente a Londra.

È evidente che l’orizzonte di brillanti carriere è decisamente più vasto e forse impossibile da censire sugli scenari internazionali, ma il campione studiato è senz’altro rappresentativo del fenomeno della più recente emigrazione, che in parte comprende la c.d. generazione Erasmus. Un fenomeno che andrebbe meglio studiato.

L’autrice, che si è avvalsa della collaborazione del prof. Massimo Sergiacomo, spiega che lo scopo del lavoro “è quella di fornire ispirazione ai giovani abruzzesi”, che andranno ad ingrossare le fila di quanti sono in fuga dal nostro paese. Una prospettiva questa che sottrae il libro dall’orgoglio provinciale che caratterizzava alcune pubblicazioni del passato, per aprirsi piuttosto ad una lettura critica dei limiti del nostro paese.

Per ciascun personaggio, dopo il profilo biografico, seguono una serie di risposte rispetto ad una griglia di domande comuni a tutti gli intervistati. Tale circostanza permette di rilevare riflessioni spesso comuni tra gli intervistati, a cominciare dal concetto di “successo” ridimensionato,con modestia, in traguardi professionali di alto profilo, che potrebbero riservare ulteriori margini di crescita, soprattutto per i più giovani.

Tutti sono concordi nel riconoscere nei valori tradizionali della famiglia una spinta positiva insieme alla formazione primaria e secondaria, che poi ha finito per assumere un ruolo spesso fondamentale nell’affrontare i successivi studi, generalmente proseguiti all’estero. Frequenti sono i ricordi personali di docenti che hanno esercitato la loro influenza morale ed educativa. Tra i tanti merita di essere segnalato l’affettuoso ricordo che il compositore e musicista Paolo Russo, che vive in Danimarca, ha fatto della sua prima insegnante di pianoforte, Rachele Marchegiani, alla quale ha voluto dedicare alcuni mesi fa un suo concerto a New York, mentre l’anziana docente pescarese era morente.

Si può dire che per tutti le strade del mondo hanno rappresentato percorsi praticabili, conseguendo mete altrimenti molto difficili da raggiungere in Italia, o semplicemente impossibili rimanendo in Abruzzo.Tra i casi più emblematici è significativa la storia del giovane scienziato aerospaziale Giuseppe Montano. Dopo la laurea in ingegneria informatica e i curriculum inutilmente inviati qua e là, il neo ingegnere rientrato a Pescara non trovava altro che un lavoro precario in una “aziendina”, come tecnico riparatore di computer e stampanti, anche a domicilio. Poi la sua passione per la ricerca aerospaziale lo ha portato a positivi contatti con centri di ricerca internazionale al punto che la Rolls-Royce, che opera anche in questo settore, ritenne di finanziargli ulteriori costosi studi nella Università di York. Oggi Montano, a soli 34 anni, è leader del gruppo di studi spaziali avanzati di Airbus Defence and Space, la seconda azienda aerospaziale al mondo.

Un aspetto di particolare interesse è costituito dalle risposte alla domanda su possibili suggerimenti alla politica regionale. Risposte in genere diplomatiche e tese a sostenere l’esigenza di un miglioramento complessivo della formazione, compresa quella universitaria, che costituisce materia di competenza principalmente statale, ma anche critiche su un sistema che non riconosce sufficientemente il merito, sul ritardo culturale rispetto agli altri paesi occidentali e ancora su altri aspetti che meriterebbero un’analisi a parte, ammesso che ci sia una classe dirigente locale disposta ascoltare e far tesoro di tali riflessioni.

La presentazione ufficiale del libro è stata preceduta da un incontro informale nello scorso mese di agosto in un elegante ristorante sul mare pescarese, organizzato da Raffaella Quieti Carledge. Una piacevole occasione per un aperitivo tra i protagonisti coinvolti nella ricerca, provenienti da varie parti del mondo, che hanno potuto conoscersi e scambiare idee e opinioni, passando a discutere di Brexit, della vita a Singapore, Los Angeles, ecc.

Le conversazioni passavano frequentemente dall’italiano all’inglese, anche per coinvolgere familiari al seguito. Invitato all’incontro ho potuto confrontarmi con l’economista Ernesto Sirolli,stratega dello sviluppo locale, che si muove da Sacramento (California) per il mondo, accompagnato dalla moglie australiana Martha, pure economista, con il banchiere Fabio Di Vincenzo, “pendolare europeo” tra Londra, Lussemburgo e altri paesi, e quindi con la stessa autrice della ricerca e brillante organizzatrice del meeting, preziosa opportunità per cogliere anche la distanza con la realtà locale, ancora molto lontana dalla complessità degli scenari competitivi della società globale. Antonio Bini, aise

 

 

 

 

Il segretario del Cgie Michele Schiavone sulle polemiche circa la partecipazione dei connazionali nel mondo al referendum

 

ROMA – Il segretario generale del Consiglio Generale degli Italiani all'Estero, Michele Schiavone, interviene ancora sul voto all'estero e sulle polemiche sollevate dalla partecipazione dei connazionali residenti fuori dai confini nazionali alla consultazione referendaria del 4 dicembre relativa alla riforma costituzionale.

“Succede oramai da qualche lustro e sembra un refrain, che si ripete con progressiva enfasi dalle prime votazioni legislative tenutesi nella ripartizione estero nel 2006. Da dieci anni, oramai, gli italiani all’estero sono chiamati a partecipare direttamente alle scelte politiche nazionali in ottemperanza dell’articolo 48 della costituzione. Il loro voto, però, continua ad essere oggetto di acuti e contraddittori scambi di valutazioni tra schieramenti avversi – rileva Schiavone, segnalando come “anche in questa tornata il quesito referendario sia diventato argomento di disputa politica e le elettrici” e “gli elettori italiani all’estero, ai quali la costituzione italiana garantisce piena rappresentanza politica mediante il diritto di voto, vengono tirati per la giacca perché quest’ultimo, a detta di qualche santone della politica e di alcuni saggi di diritto costituzionale, risulterebbe inficiato da brogli, manomissioni ed è macchiato di insufficiente credibilità”. “A chi dà libero sfogo a questa leggenda metropolitana ci viene spontaneo chiedere – prosegue il segretario generale - se c’è fondatezza nelle loro affermazioni e se nel dubbio, gli stessi argomenti usati oggi per l’estero, abbiano concorso parimenti in altri periodi storici a mettere in discussione i principi costituzionali del voto in Italia? Questi principi vengono rispettati e quali sono le condizioni, che garantiscono l’espressione del voto libero, diretto e segreto?”. Il segretario generale si chiede poi se sia “responsabile affermare che nella circoscrizione estero per garantire il voto è necessario inviare gli ispettori Osce” o che si arrivi a “denigrare l’operato di migliaia di persone che hanno preparato il processo elettorale” unicamente per “pura propaganda elettorale”.

“Differenziare il diritto dalla pratica elettorale sicuramente aiuterebbe a superare il dilemma. Ma occorre la volontà politica e la lungimiranza a concepire una comunità inclusiva, perché le polemiche a cui si assiste, purtroppo, lasciano il tempo che trovano – rileva Schiavone, ribadendo come all'estero vi sia la sensazione che “invece di discutere e informare i cittadini sul quesito referendario” si intenda piuttosto “mettere le mani avanti sull’esito referendario”, strategia su cui “si è anche insediata la polemica sul voto all’estero, sulla sua attendibilità e sulla sua correttezza”.

“Allora siamo in tanti a chiederci: perché non siano stati apportati i provvedimenti risolutivi già nelle precedenti tornate elettorali o referendarie? Ce ne accorgiamo solo oggi del presunto problema, dopo che – ricorda Schiavone - in maniera spasmodica entrambi gli schieramenti referendari hanno girovagato nei vari continenti, abusando anche dei rapporti diplomatici tra Stati e invadendo la quiete culturale e politica dei paesi ospitanti? Cosa avrebbero detto gli stessi banditori delle congiure antistranieri se questi atteggiamenti si fossero verificati sul territorio italiano? È facile intuirlo ma è difficile ammetterlo”.

“A legislazione vigente – prosegue il segretario generale - il voto degli italiani all’estero è un’espressione partecipativa di cittadini uguali e non subordinati a chi risiede nella madrepatria. E questo diritto non viene sancito solo nella nostra costituzione ma è riconosciuto anche in tantissime democrazie occidentali. Diversamente bisognerebbe cambiare la costituzione oppure riformare la modalità di voto. Questo, però, non è un problema dei cittadini elettori italiani all’estero ma, sarebbe giusto aggiungere, della qualità della politica e del legislatore italiano. All’estero gli italiani non si sarebbero mai sognati, come purtroppo è successo per questo referendum, di emulare comportamenti polemici, discutibili e difformi dalle pratiche politiche locali. In tanti usando i social e i moderni media della comunicazione si sono lasciati andare ed hanno scimmiottato l’agorà italiana integrando localmente i peggiori esempi di cui si nutrono le contraddittorie pratiche politiche italiane”.

“Si vuole ben sperare che il voto referendario espresso dagli italiani all’estero non diventi per i futuri analisti materia di dibattito pubblico e decisivo per le sorti dell’Italia. Quest’ipotesi – afferma Schiavone - è da scongiurare come sarebbe auspicabile che la politica nel nostro paese ritornasse a riscoprire e praticare quel ruolo nobile che le si addice, perché sempre dall’osservatorio di chi ama ancora il proprio paese, e gli italiani all’estero lo dimostrano continuamente, ci auguriamo che l’Italia ritorni presto a respirare aria di normalità. Lo merita la nostra gente ovunque essa risieda”. (Inform 23)

 

 

 

 

Islam in Europa. L’Islam politico e la zona grigia mediorientale

 

Islam politico e la Fratellanza Musulmana: questo il tema al centro del rapporto pubblicato dalla Commissione affari esteri della camera dei comuni inglese lo scorso 7 novembre e accolto con un certo interesse dalla stampa britannica, evidentemente preoccupata per l’estensione del fenomeno all’interno della numerosa comunità musulmana presente nel Paese, oltre che per una evidente confusione concettuale che impedisce di discernere chiaramente il confine tra l’Islam politico e l’estremismo islamico.

 

In Gran Bretagna la pubblicazione ha riacceso il dibattito politico anche perché la Commissione è stata particolarmente critica nei confronti del precedente lavoro effettuato dal governo. Già nell’aprile 2014 infatti, l’allora Primo Ministro David Cameron aveva commissionato uno studio sulla Fratellanza Musulmana. Il risultato è stato un rapporto segreto, le cui conclusioni sono state tuttavia rese pubbliche nel dicembre 2015, causando diverse polemiche.

 

Le numerose criticità del rapporto del 2015

Una delle principali riguarda gli autori del precedente rapporto. La Commissione ha rimproverato al governo di aver affidato lo studio precedente alle cure dell’allora ambasciatore britannico a Riyadh Sir John Jenkins, co-autore del report assieme a Charles Farr, già Direttore generale dell’ufficio per la sicurezza e la lotta al terrorismo del Ministero degli interni.

 

Bisogna ricordare che circa un mese prima della nomina di Jenkins, l’Arabia Saudita aveva designato la Fratellanza Musulmana come organizzazione terroristica, impegnandosi in una lotta senza quartiere contro l’organizzazione. Il rimprovero della Commissione riconosce quindi il rischio di indebite interferenze di parti terze interessate a influenzare i risultati dell’indagine.

 

Oltre ai vizi di forma, la Commissione ha rilevato evidenti vizi di contenuto, il principale dei quali riguarda il non aver preso in considerazione il più importante evento nella storia della Fratellanza, ossia il colpo di stato militare in Egitto che ha messo fine alla Presidenza di Mohammed Morsi nel luglio 2013.

 

Ebbene, il golpe e le sue immediate conseguenze non vengono neanche menzionati nelle conclusioni del report governativo; una falla abbastanza evidente, ove si pensi solamente all’episodio del massacro di piazza Rab’ia al Cairo, dove centinaia, se non migliaia di sostenitori di Morsi perirono a seguito dell’intervento dell’esercito nell’agosto 2013.

 

La definizione di Islam politico

La Commissione parlamentare guidata da Crispin Blunt ha anche provato a indagare su un concetto sfuggente e spesso abusato come l’Islam politico. Definendo l’Islamismo come l’applicazione dei valori islamici ai governi ed alle società moderne, il rapporto aggiunge tre fattori cruciali per circoscrivere meglio il fenomeno: la partecipazione alla, e la difesa della, democrazia; un’interpretazione della fede che protegga i diritti, le libertà e le politiche in linea con i valori promossi dalla Gran Bretagna; la non-violenza, a cui aderire in maniera inequivoca.

 

Su questi punti la Commissione esprime poco più di un wishful thinking che mal si concilia con la realtà presente sul terreno. Se i tre criteri proposti riflettono un idealismo democratico del tutto legittimo, allo stesso tempo risultano scevri di ogni prospettiva realista.

 

Le dinamiche politiche scaturite dalle rivolte del 2011 hanno evidenziato l’endemica carenza di tali fattori, riconosciuta dallo stesso rapporto nella parte in cui si sottolinea un’interpretazione maggioritaria (spesso totalitaria) della democrazia, con poche e rilevanti eccezioni. Oltretutto, dal secondo criterio emerge un chiaro orientalismo, riconoscendo nei valori difesi e promossi dalla Gran Bretagna uno standard universale applicabile tout court.

 

La Fratellanza Musulmana e il ricorso alla violenza

Molto prezioso è invece lo studio effettuato sul rapporto tra la Fratellanza Musulmana e il ricorso alla violenza, vero punto focale dell’intera questione. Ebbene, la Commissione ha criticato le conclusioni del precedente rapporto, nella parte in cui riconoscono che il gruppo ha finora preferito agire sul piano politico per un cambiamento graduale, senza tuttavia escludere il ricorso alla violenza quando necessario.

 

E ha anche smontato la teoria del ‘nastro trasportatore’, secondo la quale l’affiliazione alla Fratellanza Musulmana è in realtà un primo passo verso la radicalizzazione dell’individuo, che sfocia più tardi nell’ineluttabile passaggio al jihadismo.

 

In sostanza la Commissione concorda con la decisione del governo inglese di non inserire la Fratellanza nella lista delle organizzazioni terroriste. Allo stesso tempo suggerisce una certa cautela: diversi esperti ascoltati durante le audizioni hanno rilevato numerosi punti di contatto tra le varie filiali regionali dei Ikhwan e l’estremismo (Hamas per esempio, ma anche la filiale libica).

 

Il labile confine tra l’Islam politico e il terrorismo islamico è stato di recente riconosciuto anche da Rachid Gannouchi: durante l’ultimo congresso, il leader di Ennahda ha lanciato il nuovo concetto di democrazia musulmana, ripudiando l’Islam politico e giudicandolo ormai corrotto dall’abuso fatto da gruppi jihadisti come al-Qaeda e lo Stato Islamico. Riconoscendoli quindi come parte integrante della numerosa e variegata famiglia.

 

Il pugno duro dell’Akp

Oltretutto il rapporto evita accuratamente di prendere in considerazione il Partito della Giustizia e dello Sviluppo turco, l’Akp, da molti ritenuto uno dei principali punti di riferimento dell’Islam politico nella regione. Recentemente scampato a un tentato golpe che ha ricordato da vicino quello egiziano del 2013, il Presidente Erdogan ha reagito usando il tradizionale pugno di ferro, trasformando radicalmente la Turchia e sollevando ulteriori dubbi sulle sue credenziali democratiche.

 

Forse, analizzando l’Akp sarebbero emerse ulteriori criticità. Magari la Commissione sarebbe giunta a conclusioni diverse. E, forse, si sarebbe resa conto della evidente difficoltà di individuare l’impercettibile confine tra oppressori e oppressi, vittime e carnefici, nella ormai vasta zona grigia chiamata Medio Oriente.  Umberto Profazio, AFFint 24

 

 

 

 

L’addio di Schulz al Parlamento europeo innesca un effetto domino: ecco il risiko delle nomine

 

Ora anche Tusk e Juncker sono in bilico. Partita la corsa per la successione all’eurocamera: in corsa c’è anche Tajani – di Marco Bresolin

 

BRUXELLES - E adesso cosa succede all’Europarlamento? Ora che Martin Schulz ha ufficializzato il suo addio a Bruxelles (e a Strasburgo) chi prenderà il suo posto alla guida dell’eurocamera? 

 

La scelta di Schulz, va detto, era nell’aria da settimane. E in qualche modo sblocca una situazione che avrebbe potuto aumentare le tensioni tra socialisti e popolari. Ora però si apre una partita che potrebbe coinvolgere non solo l’Europarlamento ma anche il Consiglio Europeo e la Commissione. 

 

IL PATTO  - A inizio legislatura, socialisti e popolari – le due colonne portanti della maggioranza a Bruxelles, insieme con i liberali - si erano accordati per un’alternanza alla guida del Parlamento. Due anni e mezzo un socialista (Schulz) e per i successivi due e mezzo un popolare. Schulz aveva inizialmente fatto sapere di cercare una conferma e già era iniziato il braccio di ferro a distanza con i popolari, guidati dal tedesco Manfred Weber. Ottenuto il via libera da Berlino, però, ora il «problema Schulz» non c’è più. Però i socialisti – capitanati dall’italiano Gianni Pittella – non vogliono mollare la presidenza a Strasburgo. Il motivo? Conquistando anche la guida degli eurodeputati, i popolari farebbero l’en plein, visto che già guidano il Consiglio Europeo (con Donald Tusk) e la Commissione (con Jean-Claude Juncker). I socialisti non ci stanno. 

 

I CANDIDATI   - I popolari però vogliono che si rispetti a tutti i costi l’accordo di inizio legislatura. E all’inizio di dicembre annunceranno il loro candidato. Almeno quattro i nomi in lista: oltre al francese Alain Lamassoure, ci sono anche l’irlandese Mairead McGuinness, lo sloveno Alojz Peterle e l’italiano Antonio Tajani, attuale vicepresidente ed ex commissario. La corsa alle candidature è già partita, anche se in modo non ufficiale. Ma non è escluso che alla fine la spunti un outsider. 

 

L’EFFETTO DOMINO - I socialisti però annunciano che venderanno cara la pelle. Il nuovo presidente dell’europarlamento avrà bisogno anche del loro voto per essere eletto. Cosa chiederanno in cambio? La partita dunque si sposta al Consiglio Europeo, l’organo che riunisce i capi di Stato e di governo. A farne le spese potrebbe essere il polacco Donald Tusk, sacrificato in nome della rappresentanza. Il problema è che a oggi non è stato ancora individuato un “valido” candidato socialista. Per quel ruolo (fin qui ricoperto solo da Herman Van Rompuy e Tusk) bisogna trovare una figura riconosciuta a livello internazionale, che abbia un passato da capo di governo. Nel campo socialista non ce ne sono molti in giro, spendibili per quel ruolo.  

 

I TIMORI DI JUNCKER  - E in Commissione che si dice? Alcuni giorni fa, sui media tedeschi è spuntato un retroscena in cui si dava conto delle preoccupazioni di Jean-Claude Juncker, grande sostenitore del presidente uscente dell’Europarlamento: «Se Schulz se ne va, non sono sicuro di restare» avrebbe confidato il numero uno della Commissione in una riunione riservata. Indiscrezione smentita ufficialmente dal Palazzo Berlaymont, ma da oggi in poi tutto piò succedere. LS 24

 

 

 

 

Usa 2016. Obiettivo: il riflusso della marea

 

Nei prossimi mesi saranno prodotte raffinate analisi del clamoroso voto dell’8 novembre in America; tuttavia, disponiamo già ora di molti dati che ci aiutano a cominciare a capire quali siano i meccanismi che consentono ai populisti di vincere in modo clamoroso e a volte inaspettato.

 

La politica della post-verità

In primo luogo, lo si era già visto a proposito di Brexit, l’uso sistematico e deliberato della menzogna.Solo le anime candide possono credere che essa sia normalmente assente dalla lotta politica.

 

Tuttavia il fenomeno cui assistiamo, definito “la politica della post-verità”, comporta un uso non strumentale ma strategico della menzogna; lo scopo, facilitato dal carattere sempre più frammentato e polarizzato dell’informazione, è di indurre quante più persone a credere in un mondo di relativismo assoluto in cui la verità non esiste. L’obiettivo non è di proporre un programma, ma di delegittimare una classe dirigente.

 

Il populismo non esisterebbe se l’occidente non avesse attraversato una lunga crisi economica, accompagnata da grandi mutamenti sociali, da profonde trasformazioni degli equilibri internazionali e da una rivoluzione tecnologica.

 

Tutto ciò ha prodotto l’emarginazione di alcuni settori della popolazione e un aumento delle disuguaglianze: fenomeni in parte inevitabili, in parte prodotto di scelte politiche sbagliate. La scommessa che ha portato Trump alla vittoria è consistita nel riuscire ad aggiungere in alcuni Stati chiave queste persone, in buona parte tradizionali elettori democratici, alla massa dei tradizionali elettori repubblicani.

 

Trump il candidato e Trump il presidente

Se la coalizione di Trump è eterogenea, il programma lo è ancora di più. Ovviamente dovremo aspettare che emerga l’inevitabile differenza fra il candidato e il presidente, ma alcune indicazioni cominciano a delinearsi.

 

In primo luogo, sembrano confermati i timori di una svolta radicale rispetto a un ormai lungo percorso di evoluzione politica e culturale per l’affermazione dei diritti civili intesi in senso largo; evoluzione consacrata dall’elezione del primo presidente afro-americano. Per quanto riguarda la politica estera, bisognerà capire se saranno confermate, di fronte a una realtà internazionale che rifiuta di lasciarsi semplificare, alcune indicazioni di forte rottura con la tradizione internazionalista che dura dalla fine della seconda guerra mondiale.

 

Per la politica economica, se si esaminano le indicazioni programmatiche enunciate durante la campagna, sembrano quasi emergere due Trump. Uno “reaganiano”che promette un forte taglio alle imposte, deregolamentazione in campo finanziario e ambientale, aumento delle spese militari e ridimensionamento di “obamacare”.

 

C’è però anche un Trump “rooseveltiano” che per risollevare la classe media emarginata promette un grande programma d’infrastrutture, il cui finanziamento è peraltro ancora vago. I due Trump sono palesemente incompatibili fra loro perché l’insieme del programma farebbe esplodere un debito pubblico già oltre i livelli di guardia.

 

Accanto a ciò, c’è la promessa di un radicale freno all’immigrazione e di una decisa svolta protezionista. Non sappiamo fino a dove vorrà spingersi, ma anche l’America dovrà inevitabilmente fare in conti con l’effetto del protezionismo che, per proteggere settori non competitivi, provoca ritorsioni e tarpa le ali alla parte più dinamica dell’economia.

 

Del resto, la principale minaccia a parte dell’economia tradizionale non viene dalla globalizzazione, ma dalla tecnologia che nessuno riuscirà a fermare. Per il momento, l’unica certezza che abbiamo è che tutto ciò dovrà essere negoziato con un Congresso a maggioranza repubblicana. È quindi legittimo avanzare la previsione che il risultato finale sarà più “Reagan”, forse con più protezionismo, e meno “Roosevelt”, con buona pace di chi aveva votato contro “la candidata di Wall Street”.

 

Se questa analisi è corretta e tenendo anche conto che alcuni elementi del programma di Trump (per esempio infrastrutture e protezionismo) erano presenti anche in quello dei democratici, è facile indulgere alla tentazione di pensare che una parte degli elettori che gli hanno dato la vittoria,abbiano votato “contro il proprio interesse”.

 

Chi solleva questo dubbio è immediatamente accusato di elitismo e di arroganza.C’è tuttavia un altro modo di leggere il voto. Contrariamente a una semplificazione diffusa, i democratici non hanno “perso la classe media”. La maggioranza di quelli che hanno redditi medio-bassi, della popolazione urbana e delle minoranze ha votato per la Clinton.Trump è stato portato alla Casa Bianca dall’elettorato bianco di ogni categoria sociale, donne comprese.

 

L’esperienza concreta di molte di queste persone è quella di mutamenti economici repentini con la conseguente necessità di accettare impieghi meno qualificati, di crescita delle minoranze mentre i propri figli sono confrontati ad aspettative decrescenti, della messa in discussione di tradizioni e di valori religiosi, dell’arrivo massiccio di immigrati.

 

D’altro canto, in un mondo che può sembrare un universo parallelo, buona parte della classe media urbana cavalca con profitto il progresso tecnologico e combatte battaglie vincenti per la legalizzazione della marijuana e dei matrimoni omosessuali.

 

Non importa che molti di questi fenomeni abbiano scarso impatto sulla situazione economica di coloro che si sentono emarginati; non importa che le misure promesse da Trump non serviranno a ridurre le disuguaglianze, ma probabilmente contribuiranno ad allargarle.

 

La rabbia che irrompe nelle urne ha motivazioni identitarie e culturali prima ancora che economiche. L’errore compiuto dai democratici (e non solo da loro) è stato di non aver capito che di fronte a un cambiamento tumultuoso, la forbice del divario culturale si allargava nella società oltre la soglia di pericolo; in questo senso, l’accusa di arroganza rivolta a un’intera classe dirigente è almeno in parte giustificata.

 

La lunga crisi economica ha fatto il resto. La coalizione democratica che doveva riunire le donne, le minoranze e la classe media urbana si è rivelata difficile da mobilitare, mentre esplodeva la rabbia della coalizione populista. Si è tentati di pensare ai versi di Yeats: “I migliori non hanno convinzioni / mentre i peggiori sono pieni d’intensa passione”.

 

Europa debole davanti alla sfida ai suoi valori

Quanto precede è solo in parte un’analisi specificamente americana, ma si può largamente applicare anche all’Europa. È in gioco l’intero sistema di valori interni e internazionali su cui si è retto l’occidente dalla fine della seconda guerra mondiale.

 

Da questo punto di vista, assume un forte significato il gesto con cui a Berlino Obama, forse scoprendo tardivamente l’Europa, ha consegnato simbolicamente ad Angela Merkel la bandiera della difesa dei valori dell’internazionalismo liberale.

 

Mai come oggi sarebbe necessaria una risposta unitaria, ma l’Europa affronta questa sfida in condizioni di particolare debolezza. La prevedibile fine della lunga stagione dei bassi tassi d’interesse e le minacce protezioniste renderanno ancora più difficile l’uscita dalla crisi, con il rischio di danneggiare particolarmente i paesi più fragili come l’Italia. Analoghe considerazioni si possono fare per la politica estera sul futuro della Nato, i rapporti con la Russia, l’accordo con l’Iran. I rapporti transatlantici resteranno stretti, ma dovranno essere ridefiniti.

 

Il cammino perché l’Europa possa completare il processo di riforma, affrontare la sfida dell’immigrazione e la necessità di assumere maggiori responsabilità internazionali, sarà arduo e non scontato. C’è però una premessa senza la quale nulla sarà possibile: i moderati di destra e di sinistra devono acquisire la consapevolezza che la fiducia reciproca non potrà essere ristabilita in assenza, almeno nei principali paesi, di governi stabili al riparo dall’ondata populista.

 

Nella sua storia della seconda guerra mondiale, Churchill intitolò il capitolo che precede Stalingrado “La loro ora più bella”. Il capitolo seguente ha per titolo “Il riflusso della marea”. I prossimi mesi sono pieni di scadenze elettorali in numerosi paesi. Bisogna prepararsi a perderne alcune, ma la nostra Stalingrado sarà probabilmente nel maggio prossimo a Parigi.

Riccardo Perissich, AffInt 22

 

 

 

Deputati PD. “Il comitato per il No mette in discussione i diritti dei cittadini italiani all’estero”

 

ROMA – Con una nota congiunta i deputati Pd della circoscrizione Estero  Gianni Farina, Marco Fedi, Laura Garavini, Francesca La Marca, Fabio Porta e Alessio Tacconi replicano all’ipotesi di ricorso sul voto referendario degli italiani all’estero avanzata dal Comitato del No “Del diritto di assicurare l’effettività del voto dei cittadini italiani all’estero e una rappresentanza nel Parlamento nazionale – ricordano i parlamentari Pd - parla la Costituzione in tre articoli (48 – 56 – 57). Una legge ordinaria dello Stato (459/2001), richiamata dall’articolo 48 della Costituzione, fissa inoltre in modo dettagliato i requisiti e le modalità di esercizio. Questo sistema, nonostante l’obiettiva complessità del voto per corrispondenza, ha retto finora a tre elezioni politiche generali e ad altrettante consultazioni referendarie. Esso è anche alla base della formazione degli organi di rappresentanza degli italiani all’estero, i Comitati degli italiani all’estero (Com.It.Es), istituiti e regolamentati da un’altra legge dello Stato. Le polemiche partitiche che si sono sviluppate dopo alcune consultazioni elettorali – proseguono i deputati - non sono andate mai oltre la dialettica politica e non hanno aperto a livello parlamentare momenti di seria e ragionata revisione. Le uniche proposte di legge avanzate nella precedente e in questa legislatura, volte a migliorare e a mettere in sicurezza il voto all’estero, sono le nostre. Dagli altri, solo qualche sporadica proposta di abolire la circoscrizione Estero e, con essa, la possibilità di esercitare “effettivamente” il proprio diritto, come la Costituzione richiede”. “Gli strenui difensori del ‘la Costituzione non si tocca’ e i fautori del processo preventivo alle intenzioni di voto dei cittadini italiani all’estero – continuano Farina, Fedi,  Garavini, La Marca, Porta e Tacconi - avanzano,dunque, un’ipotesi di sospensione della legalità costituzionale e di aprioristica delegittimazione di quella parte dell’ordinamento che riguarda una parte dei cittadini italiani. Cittadini di pieno diritto, la cui unica diversità è quella di risiedere all’estero e di doversi servire, dunque, degli strumenti di esercizio dei loro diritti di cittadinanza che lo stesso ordinamento mette a loro disposizione”. Per i deputati Pd la dichiarazione del Comitato per il No rappresenta dunque un’ulteriore espressione di una campagna di attacchi agli italiani all’estero e di delegittimazione dei loro diritti di cittadinanza. 

“Come parlamentari e come italiani all’estero – concludono Farina, Fedi, Garavini, La Marca, Porta e Tacconi - siamo impegnati affinché la vittoria del Sì apra all’Italia una fase di rinnovamento istituzionale e politico. In questo momento, tuttavia, i cittadini italiani all’estero devono prendere atto che il voto, per iniziativa altrui, non nostra, si è caricato di significati che, per quanto li riguarda, vanno anche al di là di questa pur importantissima scelta.  Si tratta di affermare concretamente, con il voto, la propria autonomia e il proprio diritto di pesare e di essere rispettati come qualsiasi altro cittadino italiano. Si tratta di difendere e, in prospettiva, di migliorare gli strumenti di esercizio dei diritti di cittadinanza, ad iniziare dalla circoscrizione Estero, che sono il frutto di un lungo cammino di lotte e che mai come in questo momento sono esposti ad un attacco”. (Inform 23) 

 

 

 

 

Il cambio

 

L’italia resta un Paese con problemi socio/economici che sono vissuti in modo assai atipico rispetto alla realtà UE.

 Nel Bel Paese, gli estremi si toccano. Mancano, in ultima analisi, segni di consenso che, per il passato, avevamo sperato anche da parte dei nostri politici. Per chiarezza, il “consenso”che intendiamo non è solo quella della mano tesa per tanti eventi, che non sono nuovi, per il nostro Paese.

 Ci riferiamo, invece, a quella sorta di rapporto umano nel quale le necessità sono ridimensionate dalla volontà d’uscire dal “buio”. Manca, in definitiva, la condivisione dei problemi che dovrebbe essere supportata da un impegno politico non rilevabile in una globale situazione.

 L’Italia è una terra di passaggio. Per uomini, civiltà e culture. Oggi come per il passato. Anche se le “vacche grasse” non ci sono più, l’inerzia ha da essere sostituita dalla volontà di ripresa globale. A nostro avviso, non è incoraggiata la voglia d’aggregazione per ritrovare, con un impegno comune, la strada smarrita.

 L’Esecutivo ha delle responsabilità; ma anche l’Opposizione non ha rivelato idee chiare tanto da essere ben comprese da chi sarà chiamato al voto politico. Il concetto del “fare” ha senso se è accompagnato dalla volontà di riuscirci. Il tutto tramite un sistema più elastico che la nostra politica sembra aver smarrito.

Il tempo delle nuove strategie è ancora teorico. Non tutte condivisibili con la linea di Renzi e del suo gruppo di governo. Quasi certamente, saremo chiamati al voto entro il prossimo anno. Intanto, il Paese già è stato interessato da mutamenti non solo marginali che andranno a coinvolgere anche la nostra economia.

Siamo a un crocevia: o si ritrova lo spirito d’appartenenza e collaborazione o la crisi troverà nuovi spazi per rinforzare i suoi nefasti effetti. Far conto sul cambio generazionale non è ancora possibile e, comunque, poco risolutivo per le nostre preoccupazioni. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Gentiloni: "Migranti e crescita. Un dialogo positivo per disinnescare le crisi"

 

La seconda edizione di Med, presentata a Roma dal ministro degli esteri Paolo Gentiloni, spalanca la finestra su un Mediterraneo quanto mai agitato su cui si addensano nubi cupe. Le sfide sono tante, il tempo è poco: l'imperativo dei leader mondiali è il dialogo.

Iniziamo da Putin. Su «La Stampa» ha invitato l'Europa a fidarsi di lui. Possiamo farlo con quanto sta accadendo ad Aleppo?

«L'Italia non ha mai coltivato nostalgie della Guerra Fredda. Coi nostri alleati abbiamo sempre sostenuto la necessità di un dialogo con Mosca e di una piena collaborazione contro il terrorismo. Per ricostruire la fiducia, però, non basta il dialogo. Ci aspettiamo passi avanti concreti sugli accordi di Minsk e l'impegno russo per fermare le bombe di Assad ad Aleppo Est».

Da Putin a Castro. Checché se ne pensi la sua morte chiude il '900. Che valutazione dà di Fidel?

«È un leader che per mezzo secolo ha fatto la storia del popolo cubano, un popolo a cui ci siamo sempre sentiti vicini. Ma il '900 è alle spalle e con lui i miti rivoluzionari latino-americani. Tenerli in vita per forza a Cuba o in Venezuela non giova a nessuno. Piuttosto si proceda sulla via del disgelo tra Cuba e Usa eliminando il blocco e ristabilendo normali relazioni».

Il Mediterraneo. Cosa si aspetta da questa edizione di Med?

«Mi aspetto un messaggio positivo. Il Mediterraneo è in un contesto di disordine straordinario, il tema fondamentale è come ricostruirvi la trama di un ordine possibile. C'è l’ attualità, Trump, la possibile sconfitta dell'Isis nel 2017 e le sue conseguenze, le migrazioni, le tante crisi locali. Ma c'è soprattutto l'urgenza di ricreare le basi minime per ridurre le tensioni, aumentare la fiducia, sviluppare di agende commerciali con misure di confidence building».

A che punto siamo in Libia?

«Siamo a un anno dalla conferenza di Roma, quella che lanciò l'intesa internazionale da cui è seguito l'insediamento di Serraj. Oggi in Libia c'è un governo riconosciuto dall'Onu. La stabilizzazione va a ritmo estremamente lento ma bisogna ammettere che non esistono alternative. Avallare qualsiasi divisione della Libia sarebbe inaccettabile. Sull'immigrazione si fanno i primi passi, a partire dall'addestramento della guardia costiera e dalla sala operativa comune. Non mi aspetto risultati oggi, anzi. Ma intanto, lontano dai riflettori, ci stiamo adoperando per un ponte tra il governo e il generale Haftar».

In Siria, invece, siamo al palo?

«In Libia, sebbene ciascun Paese lavori per sé, c'è almeno una formale intesa internazionale promossa da Usa e Italia. In Siria è il contrario. Spero che l'appuntamento di Roma sia un'occasione di scambio. Purtroppo in Siria siamo a zero e il regime di Damasco sta chiaramente cercando di usare i due mesi di transizione che ci separano dall'insediamento di Trump per mettere il mondo di fronte al fatto compiuto di una vittoria militare ad Aleppo Est. Mi auguro che la Russia scoraggi questa tentazione di Assad, perché è chiaro che non c'è una soluzione militare in Siria».

Molti contestano l'accordo con la Turchia perché, dicono, ha appaltato i confini europei a un despota. Cosa ne pensa oggi che Erdogan minaccia l'Ue con una nuova ondata di profughi?

«Non mi pento dell'accordo di marzo. È vero che l'Ue ha messo sul tavolo 3 miliardi più altri eventuali 8, ma sono risorse che non pagano i dipendenti pubblici turchi, pagano i campi profughi e l'accoglienza. L'Unhcr all'inizio era molto critico, oggi meno. L'accordo inoltre funziona, siamo passati dai 2000 passaggi al giorno nell'Egeo a poche decine. Il punto non è dunque l'accordo, ma quale strada stia prendendo Erdogan. La Turchia è un Paese sotto attacco, ha subito un tentativo di golpe, vive la minaccia quotidiana del terrorismo. Ma ciò non giustifica alcune reazioni che per noi sono inaccettabili, a partire dall'abolizione dell'immunità parlamentare seguita dall'arresto dei leader del terzo partito, l'Hdp. Quanto alle nuove minacce all'Ue, Erdogan può decidere quel che vuole. Se metterà in pratica quanto minacciato se ne assumerà le responsabilità. E noi ne prenderemo atto. L'interesse comune è tenere la porta aperta o almeno socchiusa».

È vero che si cerca un accordo con la Tunisia sul modello turco?

«Con la Tunisia abbiamo già un buon accordo sul controllo dei flussi di migranti e i rimpatri condivisi. Ma non c'entra nulla con la Turchia, Paese che ospita milioni di rifugiati e dispone di un forte controllo del territorio e delle frontiere. Piuttosto se c'è un Paese chiave per ridurre i flussi nel Mediterraneo centrale, è il Niger. E sul Niger l'Italia sta lavorando con Parigi e Berlino per un pacchetto che spero sia varato nelle prossime settimane e che può avere in dotazione diverse centinaia di milioni di euro messi dai tre Paesi coinvolti e dall'Ue. Questo pacchetto è l'unico che nel breve termine può ridurre sensibilmente i flussi perché il Niger è l'anticamera della Libia e, essendo un Paese di transito senza migranti propri e senza rimesse, è pronto a collaborare».

Le quote dei migranti in Europa sono in alto mare. L'Italia ha ottenuto qualcosa alzando la voce?

«Ha ottenuto che non si accetta più l'idea di un' Europa severa sulle virgole dei bilanci e flessibile sugli impegni sottoscritti sulla redistribuzione dei migranti. In teoria l'Ue c'è, ma i risultati pratici non si vedono ancora: misureremo la reale disponibilità della Ue anche dalla rapidità e dalla rilevanza degli impegni economici sul migration compact. Non può passare l'idea che le migrazioni siano un problema italiano. Dopo l'accordo con la Turchia si è diffuso un certo rilassamento in Ue, mi auguro che si cambi atteggiamento per una nuova consapevolezza e non perché magari si riapre la rotta dell'Egeo». LS 28

 

 

 

 

Gentiloni risponde alle interrogazioni Pini (Lega Nord) e Del Grosso (M5S) sulla regolarità del voto all’estero

 

“I nostri concittadini che vivono e lavorano all’estero non sono italiani di serie B.. la rete diplomatica o consolare applica la legge in modo corretto e imparziale”

 

ROMA – Nell’Aula della Camera il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha risposto a due interrogazioni dei deputati Gianluca Pini (Lega Nord) e Daniele Del Grosso (M5S) sulle iniziative intraprese per garantire la libertà e la segretezza del voto degli italiani all'estero in occasione del referendum costituzionale del 4 dicembre.

“La legge che regola il voto degli italiani all’estero non è una novità, - ha ricordato il ministro rispondendo all’interrogazione del deputato Gianluca Pini - non è un esperimento recente, è una legge che è stata introdotta nel 2001. So bene che il voto per corrispondenza presenta delle caratteristiche particolari, capisco l’attenzione particolare per l’importanza della posta in gioco e capisco che questa attenzione deriva anche dall’estrema incertezza del risultato. Tuttavia, tutto ciò non può giustificare atteggiamenti io credo denigratori, e quindi innanzitutto i nostri concittadini che vivono e lavorano all’estero non sono italiani di serie B, tanto meno sono dei potenziali imbroglioni, la rete diplomatica o consolare applica la legge in modo corretto e imparziale”. Per quanto poi riguarda eventuali casi di duplicazioni di plichi elettorali in Repubblica Ceca segnalati nell’interrogazione , Gentiloni ha spiegato come si sia trattato di un errore materiale. “In ogni caso, un eventuale tentativo di utilizzare in modo doppio il voto – ha puntualizzato il ministro - sarebbe immediatamente identificabile in sede di scrutinio, tramite il codice elettore, e conseguentemente il voto doppio sarebbe annullato. Ricordo tra l’altro che la legge prevede conseguenze penali per chi cerca di votare due volte e che di questo, come previsto dalla legge stessa, tutti gli elettori sono stati informati nel plico elettorale che hanno ricevuto”. Per quanto concerne le liste degli elettori residenti all’estero Gentiloni ha segnalato come l’elenco generale sia stato predisposto dal ministero dell’Interno e che da tempo sia stato convenuto che tale  elenco venisse consegnato dal Viminale agli aventi diritto che in Italia ne facciano richiesta. “Escludo che il materiale elettorale inviato nelle nostre sedi diplomatiche – ha aggiunto Gentiloni - possa contenere propaganda referendaria. Infine, quanto a ipotetici casi di compravendita di voti, ove se ne sia a conoscenza e ove ne venissero informate le nostre sedi diplomatiche, ovviamente le sedi hanno il dovere di sporgere immediatamente denuncia alla procura della Repubblica, come si è sempre fatto e come si fa anche in Italia per eventuali casi del genere nel voto nazionale”.

Nel rispondere all’interrogazione del deputato Del Grosso il ministro ha rilevato come l’impegno del voto all’estero sia molto complesso e impegnativo per la struttura diplomatica e consolare della Farnesina. “Non si tratta di un’esperienza nuova , - ha aggiunto il  ministro - nel senso che la legge è del 2001, è stata applicata in 3 elezioni politiche nazionali, in 6 referendum, su un totale di 15 quesiti, anche sul referendum costituzionale, ma capisco perfettamente che l’incertezza che caratterizza questo referendum spinga a mettere sotto i riflettori un problema di cui magari qualche anno fa ci si è occupati di meno…. Stiamo impegnando la nostra struttura  da prima dell’estate; sono 196 le sedi diplomatiche impegnate, abbiamo inviato 4 milioni di plichi. Possiamo, credo, - ha proseguito il ministro - garantire naturalmente non l’infallibilità, perché il voto per corrispondenza è diverso dal voto diretto nei seggi, ma tuttavia siamo in grado di garantire che, qualora ci siano dei nostri concittadini che per qualche ragione, per esempio per il fatto che le anagrafi dei loro comuni non hanno aggiornato la lista dei residenti all’estero, non ricevano la scheda elettorale, possano rivolgersi al consolato e votare attraverso il consolato. È un po’ quello che si faceva in Italia quando a qualcuno non arrivavano i certificati elettorali nell’abitazione. In altre parole voglio dire che, anche in caso di disfunzioni, il sistema ha gli anticorpi al proprio interno per evitare che queste disfunzioni mettano in forse la regolarità del voto e, tanto meno, il responso delle urne. Quindi, - ha concluso Gentiloni - penso che sia un dovere di tutti noi, se crediamo alla funzione delle istituzioni, del Parlamento e di chi ha a cuore l’interesse pubblico, non alimentare voci e sospetti su brogli o presunti brogli, perché sembra quasi voler mettere le mani avanti, ma, se ci sono elementi, denunciarli, e la Farnesina, di fronte a tutti gli elementi le vengono rappresentati è in grado di fornire risposte”. In sede di replica i  deputati  Gianluca Pini e Daniele Del Grosso si sono detti insoddisfatti della risposta del ministro ed hanno ribadito la necessità di adottare iniziative concrete per garantire la regolarità del voto all’estero. (Inform 24)

 

 

 

 

Al Senato la rassegna “Migrazioni: da Marcinelle a Lampedusa” del Comitato per le questioni degli italiani all’estero  

 

ROMA – Nell’ambito della rassegna “Migrazioni: da Marcinelle a Lampedusa” organizzata dal Comitato per le questioni degli italiani all’estero del Senato , si è svolta, presso la Sala degli Atti parlamentari della Biblioteca del Senato “Giovanni Spadolini”, la proiezione del docufilm di Luigi Maria Perotti  “Il viaggio dell’altra Italia” . Un percorso visivo fra i musei dedicati all’emigrazione italiana presenti nel nostro Paese e nel mondo.  Si parte dal Museo Nazionale dell’Emigrazione ospitato per diversi anni al Vittoriano di Roma e che ora è in attesa di una nuova sede, per poi passare alla sezione dedicata all’emigrazione italiana nel Museo del Mare di Genova, fino al Museo dell’Immigrazione di Ellis Island di New York e all’Hotel de los Inmigrantes. Una struttura dove alloggiarono milioni di immigrati giunti in Argentina oggi trasformata in un  museo . Nel docufilm anche interviste di repertorio delle teche Rai .

Il dibattito sulla proiezione del docufilm è stato introdotto e moderato dal presidente del Comitato per le questioni degli italiani all’estero del Senato Claudio Micheloni che, dopo aver salutato il segretario generale del Ctim Roberto Menia presente all’incontro, ha ricordato l’importante contributo dato da Mirko Tremaglia al mondo ed alla memoria dell’emigrazione italiana. 

“La storia delle migrazioni di oggi – ha affermato Micheloni spiegando le ragioni della rassegna da “Marcinelle a Lampedusa” - non è la nostra storia dell’emigrazione, però vi è una cosa che le accomuna, gli esseri umani. Così come siamo partiti noi per cercare di migliorare le nostre condizioni di vita o di sopravvivere, oggi sono gli stessi esseri umani che devono fuggire e si ritrovano sulle nostre frontiere, da qui il collegamento per questo nostro modesto tentativo di far riflettere sul semplice fatto che la commemorazione delle nostre vittime in emigrazione  è legata ad una riflessione sulle nostre azioni e politiche di oggi per le migrazioni”. Micheloni ha poi ricordato come il  Comitato per le questioni degli italiani all’estero abbia ascoltato in audizione il ministro Franceschini sulla chiusura del Museo Nazionale dell’Emigrazione presso Vittoriano, ottenendo assicurazioni sul fatto che presso Genova, dove già esiste nel Museo del Mare una sezione dedicata alla diaspora italiana,  sarebbe stato aperto un nuovo museo sull’emigrazione di grandi dimensioni. Un progetto ancora in itinere su cui il Comitato cercherà di fare il punto con una missione a Genova all’inizio del prossimo anno a cui Micheloni ha invitato anche il direttore generale del Maeci per gli Italiani all’Estero e le Politiche Migratorie Cristina Ravaglia fra gli oratori dell’incontro. Micheloni ha anche evidenziato come i rapporti con il direttore generale siano aperti e improntati ad una reciproca chiarezza che permette di intervenire concretamente sui problemi.  Nel corso del dibattito Micheoni ha inoltre sottolineato sia il rinnovato interesse delle terze generazioni di connazionali all’estero, che orami sono integrate nella società di accoglienza,  per la riscoperta delle proprie origini, sia l’esigenza che la storia dell’emigrazione italiana  venga insegnata nelle nostre scuole.  “L’Italia – ha poi affermato Micheloni evidenziando la necessità di mettere in condizione Rai Italia di funzionare al meglio - non ha capito l’importanza che ha la presenza di una televisione italiana nel mondo… Il nostro paese deve capire che se riduce i rapporti con le comunità italiane nel mondo è l’Italia che ci rimette”.   

Ha poi preso la parola il direttore generale del Maeci per gli Italiani all’Estero e le Politiche Migratorie Cristina Ravaglia che ha sottolineato l’importanza di far conoscere ai giovani di oggi la storia dell’emigrazione italiana. Una funzione che il Museo nazionale  dell’Emigrazione, grazie alla sua posizione strategica al Vittoriano, ha assolto egregiamente ospitando moltissime scolaresche. Un elemento, quello del coinvolgimento dei giovani, su cui, secondo la Ravaglia bisogna continuare a puntare. Per quanto poi riguarda il nuovo museo dell’emigrazione che dovrebbe sorgere a Genova, il direttore generale ha rilevato come il progetto, completamente nelle mani del ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, pur non essendo ancora in uno stato avanzatissimo, arriverà a centrare l’obiettivo prefissato, ovvero la realizzazione di un museo che si spera possa avere la stessa valenza simbolica di quello ospitato a Roma. La Ravaglia ha poi sottolineato come, anche al fine di affrontare in maniera costruttiva, razionale e non buonista il fenomeno ormai strutturale dell’immigrazione, sia necessario guardare agli italiani all’estero e alle attuali politiche migratorie con uno sguardo di insieme.      

Il direttore generale ha inoltre segnalato l’ampiezza del nostro fenomeno migratorio che direttamente o indirettamente ha toccato quasi tutte le famiglie italiane “Oggi nel mondo abbiamo  più di 5 milioni di italiani di passaporto che sono sempre di più italiani di seconda e terza generazione, sono inoltre ricominciate le partenze dall’Italia, ma con  uno spirito completamente diverso…  La nuova emigrazione italiana – ha spiegato la Ravaglia - è formata da persone che sono comunque state abituate a viaggiare, perché alcune iniziative, come i programmi Erasmus  e i voli low cost, hanno cambiato veramente il nostro modo di essere insieme all’interconnesione permanente nella quale viviamo. Oltre a questi ‘cervelli in movimento’,  gente che ha esperienza nello studiare, lavorare e vivere all’estero, vi sono però ancora tante persone che partono alla ricerca di opportunità ed è per questo che la nostra rete consolare ha attivato iniziative a supporto dalla nuova emigrazione. Iniziative che abbiamo deliberatamente lasciato alla sensibilità e alla specificità di ciascun Paese”. In proposito il direttore generale ha segnalato le iniziative intraprese in Germania, in stretta collaborazione con le autorità tedesche e gli uffici del lavoro, a Londra, con le serate informative per i nuovi arrivati “Primo approdo” e in Australia dove la rete consolare ha informato i giovani italiani che hanno usufruito del visto vacanze lavoro sulle difficoltà e sulle difficili situazioni che avrebbero potuto trovare. 

“Mi fa molto piacere – ha proseguito la Ravaglia -  vedere questo rinnovato interesse attorno alla promozione e all’insegnamento della lingua italiana nel mondo e sono profondamente convinta che il primo veicolo e strumento per far conoscere l’italiano all’estero siano le nostre collettività nel mondo che sono i naturali motori della propagazione della nostra lingua… Tra l’altro la lingua italiana – ha aggiunto il direttore generale - diviene anche per chi arriva nel nostro Paese uno strumento straordinario di integrazione. Una lingua italiana  che,  in un domani ideale in cui i flussi migratori potranno essere governati e condivisi, potrebbe venire insegnata nel paese d’origine per facilitare l’inserimento anche professionale di chi voglia trasferirsi in Italia a lavorare”.

“Quando sono arrivato a Rai Italia – ha ricordato nel corso del dibattito il direttore Rai Italia Piero Corsini - venivano da una situazione per cui da un anno e mezzo era stata interrotta la produzione di programmi originali ed era offerta solo una selezione del meglio dei programmi della Rai.  Questo ci ha quindi consentito di partire da un terreno vergine che abbiamo dissodato  e fertilizzato. La prima cosa su cui ci siamo applicati è il racconto del  mondo degli italiani all’estero con occhi nuovi, sgombrando la testa dagli stereotipi e credo che questo,  dopo 700 puntate del nostro programma di bandiera Community, abbia pagato , perché abbiamo fatto conoscere tantissimi aspetti degli italiani nel mondo della prima  e della nuova emigrazione”. “Facciamo una grande fatica per spiegare all’interno della Rai – ha aggiunto Corsini - l’importanza  di questo servizio che noi offriamo a decine e decine di milioni di spettatori nel mondo, siamo comunque riusciti ad attivare anche l’informazione di ritorno e abbiamo nuovi progetti in cantiere”.

E’ infine intervenuto l’autore del docufilm Luigi Maria Perotti che ha spiegato come nel documentario abbia cercato di raccontare anche le sensazioni di orgoglio di essere italiani dei figli dei nostri connazionali all’estero . Secondo Perotti i musei sulla nostra emigrazione interessano anche i non italiani che vedono nella nostra storia migratoria un esempio di riscatto sociale che parte dal disagio per poi arrivare all’affermazione nella comunità di accoglienza. Perotti ha poi sottolineato come la tolleranza e l’approccio ai flussi migratori non rappresenti né un bene né un male, ma una condizione imprescindibile dell’essere umano. “Il progetto corale di Rai Italia – ha concluso Perotti - non ha forse le risorse necessarie per avere una capacità ancora più incisiva all’estero,  ma funziona perché è un laboratorio dove riusciamo a sperimentare e creare contenuti che a mio avviso hanno un valore e rimangono, grazie sopratutto ai connazionali che intervistiamo e che con le loro storie divengono partecipi di un storia più grande”. (G.M.- Inform 25)

 

 

 

 

Cittadini d’Italia

 

All’inizio del 2016, avevamo fatto la “conta” dei Connazionali residenti in Germania. Paese di massima presenza degli italiani migrati in Europa. E’ risultato che gli italiani in terra tedesca erano 685.588. (2009/2015). Ovviamente, iscritti alle Anagrafi Consolari e, di conseguenza, all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (AIRE). Però, c’è da considerare che il numero complessivo comprende anche italiani che, per questioni d’età, non hanno ancora il diritto di voto.

 

 E’, poi, confermato che il numero dei Connazionali che si sono trasferiti in Germania in quest’ultimo quinquennio è in progressivo aumento. Da 652.127 nel 2010, sono passati a 685.588 nel 2015. Con un incremento reale di ben 33.461 unità. Cioè una media annuale di più di 66.900 Connazionali che hanno lasciato il Bel Paese. Tornando al valore numerico originale, riteniamo che il numero sia in sostanza corretto; perché tiene conto degli italiani che hanno potenziale diritto di voto. Quindi, d’età superiore a 18 anni. Se ne deduce che più di centomila nostri Connazionali sono ancora minorenni e, di conseguenza, non conteggiabili almeno ai fini elettorali. Fatta una semplice sottrazione, è agevole verificare che 585.588 sono i Connazionali che possono votare dalla Terra Tedesca.

 

Lo stesso numero, anche se non s’è verificato, avrebbe potuto farlo anche in occasione del nostro Referendum Istituzionale. Se questa fitta umanità dovesse decidere, compatta, per una lista politica qualificata, la nostra rappresentatività dalla Germania sarebbe in prima posizione nelle prese d'atto a livello legislativo nazionale. Per noi, che esprimiamo anche opinioni politiche, questa riflessione rafforza il concetto d’italianità nel Vecchio Continente. Una realtà che rafforza il nostro concetto di cittadini d’Italia. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Convegno dedicato ai 70 anni degli accordi italo-belgi per il reclutamento di manodopera italiana

 

ROMA – Con il convegno dedicato ai 70 anni degli accordi italo-belgi per il reclutamento di manodopera italiana si è aperta ieri nella Sala degli Atti parlamentari della Biblioteca “Giovanni Spaolini” del Senato della Repubblica “Migrazioni: da Marcinelle a Lamapedusa”, rassegna promossa dal Comitato per le questioni degli italiani all'estero di Palazzo Madama per unire le vicende dell'emigrazione italiana ad una riflessione sull'accoglienza e l'integrazione dei migranti di oggi.

Il convegno, introdotto e moderato dal presidente del Comitato Claudio Micheloni, è stato aperto dall'intervento del presidente del Senato, Pietro Grasso, che ha ribadito l'importanza di comprendere e conoscere la nostra storia di emigrazione per affrontare le sfide attuali rappresentate dall'arrivo dei migranti sulle nostre coste. Ha ricordato in particolare la sua visita in estate a Lampedusa, e le impressioni suscitate dall'aver assistito ad uno sbarco di “persone con sguardi di sofferenza, ma anche di speranza, di dolore per i compagni perduti e per aver abbandonato la loro terra di origine, di orrore per le guerre conosciute, ma anche di fiducia quando percepivano di essere accolti con affetto”. “Lampedusa è un avamposto di solidarietà conosciuta in tutto il mondo – ha rilevato Grasso, segnalando come “proprio lì comincia l'Europa”. Richiamata poi la sua partecipazione alla commemorazione delle vittime di Marcinelle, la miniera di carbone nei pressi di Charleroi in cui l'8 agosto 1956 morirono 262 lavoratori, 136 dei quali italiani. “Il disastro di Marcinelle – ha ricordato il presidente del Senato – è uno dei simboli della storia della nostra emigrazione, simbolo anche della costruzione dell'Europa unita, perché la dignità del lavoro lì offesa è divenuta fondamento irrinunciabile della nostra Europa”. Per Grasso “ripensare a come eravamo” è dunque necessario “per rafforzare la nostra determinazione ad una accoglienza improntata alla solidarietà”, perché, “come scriveva Benedetto Croce, la storia è sempre storia contemporanea, e non possiamo tracciare una netta linea di demarcazione tra chi bussa oggi alle porte d'Europa e la nostra storia di emigrazione, di uomini e donne che condividono le stesse emozioni, sentimenti, paure e speranze”.

Micheloni ha sottolineato come il ricordo dei 70 anni degli accordi italo-belgi, così come i 60 anni di Marcinelle o i 50 anni della tragedia di Mattmark – anniversario celebrato l'anno scorso con un'analoga iniziativa in Senato – non siano frutto di “una sensibilità di circostanza” ma della “volontà più volte espressa dal Comitato per le questioni degli italiani all'estero di ricordare le vittime onorandole, ossia promuovendo una riflessione su come oggi ci comportiamo con i migranti”. Il presidente evidenzia infatti come, nonostante mutino i contesti e i tempi della storia, si parli sempre di “uomini, donne, bambini che emigrano per migliorare la propria condizione di vita, se non di sopravvivenza” e mette in guardia dai pericoli del “buonismo”. “Non c'è buonismo nelle mie parole e io credo che non vi sia nulla di peggio di quest'ultimo per alimentare il pregiudizio e la xenofobia. La solidarietà è necessaria e non ha nulla a che fare con il buonismo, si tratta di fare uno sforzo per portare le nostre riflessioni alla luce di un ragionamento razionale, sottraendole così – afferma - alle viscere del populismo”. Richiamando un testo di Paolo Di Stefano, Micheloni rileva come “oggi, nei Paesi di emigrazione siamo tutti ministri; ci siamo dimenticati di quando eravamo invece miserabili”. L'auspicio è che si possa superare la contraddizione insita nel fenomeno migratorio, “che ci porta a sentire molto vicine persone che sono invece molto lontane e viceversa lontane – conclude Micheloni – persone che sono a noi molto vicine”.

Le vicende dell'emigrazione italiana in Belgio sono state quindi ricordate con il video “Da emigranti a cittadini europei” e con le immagini e i documenti presenti in sala negli allestimenti “Popoli in movimento oggi come ieri”, curata dalla Fondazione Paolo Cresci e dal Circolo Fotocine Garfagnana, e “Memoria del passato per costruire il futuro. Accordi italo-belgi e tragedia di Marcinelle” a cura di Italo Rodomonti, segretario generale C.s.c. Miniere-Energia-Chimica, Belgio.

Proprio Rodomonti ha ripercorso le vicende che portarono alla firma degli Accordi, nel 1946, determinati dalla necessità di reperire manodopera per la “battaglia del carbone” che doveva risollevare le sorti del Paese dopo il secondo conflitto mondiale. Nonostante gli incentivi offerti a fronte dell'arruolamento in miniera, infatti, i belgi erano poco disposti a quel tipo di lavoro, per le condizioni, la dura fatica e il pericolo che esso comportava. Arrivarono così circa 50 mila italiani, 2 mila a settimana, spesso reclutati – ricorda Rodomonti - “attraverso una propaganda lusinghiera che non rappresentava le cose come stavano, ossia quella di un lavoro straziante e pericoloso, di un disagio abitativo unito ai difficili rapporti con la popolazione locale”, che accusava i connazionali di rubare il lavoro, o sospettava di loro per la diffusione di pregiudizi che li volevano pigri e violenti. “Marcinelle costituì una cesura dell'emigrazione italiana in Belgio – ricorda Rodomonti, segnalando come solo allora “l'Italia si accorse dell'esistenza degli italiani all'estero” e come il movimento di solidarietà che coinvolse l'Europa intera contribuì a stimolare una presa di coscienza necessaria al miglioramento delle condizioni lavorative – con il progredire della legislazione a tutela della salute (la silicosi venne riconosciuta quale malattia professionale solo nel 1963) – e all'integrazione sociale e politica degli immigrati (si costruirono alloggi adeguati, si consentì ai lavoratori la partecipazione attiva al sindacato). Rodomonti rileva tuttavia come “i primi 15-20 anni di emigrazione italiana immediatamente successiva agli Accordi furono moto difficili” e ribadisce il ruolo che ebbero i sindacati e i patronati spesso costretti a “rimediare alle mancanze dei governi”, nel promuovere il dialogo sociale e per il miglioramento delle condizioni di vita. Richiamato infine il ruolo delle donne, centrale per l'integrazione degli immigrati, e come la memoria dell'emigrazione italiana in Belgio – rappresentata dalla lanterna e dal carrello dei minatori, simboli di fratellanza e lavoro – debba oggi continuare ad essere coltivata per “difendere le conquiste ottenute” e “per un'economia che resti al servizio dell'uomo e non viceversa”.

A ripercorrere la storia dell'emigrazione italiana in Belgio anche Pierre Tilly, docente di Storia dell'Università Cattolica di Lovanio, che ha ricordato come la collettività italiana sia quella più numerosa in Belgio e come l'emigrazione sia cominciata già molto prima degli Accordi, a partire dal 1800. Un percorso intrapreso individualmente, spesso per motivi politici, e che ha portato i connazionali al numero di 30 mila nel 1930, costituendo così una comunità che fece da sopporto solidale a coloro che si aggiunsero al termine della guerra. Tilly rileva inoltre “la persistenza che ebbe questo afflusso senza precedenti di italiani giunti per lavorare nelle miniere”, tanto che si stima che 163 mila connazionali rimasero in loco. Il  flusso non si arrestò neppure con Marcinelle, ma proseguì meno impetuosamente e comunque regolato a partire dal 1957, dai Trattati di Roma, che gradualmente introdussero la libertà di circolazione in Europa. “L'esodo continuò e nel 1970 la collettività italiana in Belgio raggiunse le 300 mila unità – afferma lo storico, che ricorda come solo negli anni Sessanta si pose fine al periodo di emarginazione sociale – nel 1965 venne per la prima volta riconosciuto ai connazionali il diritto di riunirsi e partecipare ai dibattiti politici – e si innescò il processo di mobilità sociale che consentì alla comunità di integrarsi pienamente nella società belga. Tilly ricorda in particolare come tale emarginazione sociale fosse caratteristica dei “falansteri”, gli hangar di alluminio in cui erano alloggiati i minatori, che spesso erano gli stessi in cui erano stati rinchiusi i prigionieri di guerra. Oggi “gli italiani sono i custodi della nostra memoria mineraria e della storia sociale belga – afferma Tilly. Con il tempo – segnala lo storico – hanno assunto un'identità positiva che riassume elementi di entrambe le cultura ed è frutto della loro stessa scelta, “un'identità formata per se stessi che resta comunque fortemente legata alle origini”.

Roberto Parrillo, segretario generale del sindacato belga C.s.c. Autotrasporti e logistica, ricorda la sua esperienza familiare di figlio di minatori, soffermandosi sulle difficili condizioni lavorative e sul percorso che ha consentito alla collettività di divenire a pieno titolo parte della società belga. Ribadito in particolare il ruolo dei patronati e del volontariato per l'integrazione. Per quanto riguarda invece i flussi migratori attuali Parrillo ritiene che l'Europa sia stata vittima di “un accecamento collettivo che non ha consentito di vedere come l'arrivo di migranti fosse ineluttabile e che ha ulteriormente aggravato la situazione”. “L'impatto va anticipato e non subito – ammonisce il sindacalista, ritenendo insostenibile sia la completa apertura che la chiusura delle frontiere, mentre giudica fondamentale l'importanza dei corpi intermedi, come associazioni e sindacati, insieme ad una informazione e formazione che porti a condividere ricchezze, conoscenze ed investimenti.

In chiusura, Micheloni segnala come per i belgi e gli italiani “le cose siano cambiate quando le due parti si sono conosciute; occorre prima conoscersi, per potersi riconoscere”. Viviana Pansa, Inform 24

 

 

 

Le migrazioni italiane. Pietro Grasso: “Capire la nostra storia per guardare al futuro"

 

Ecco il testo integrale dell’intervento del presidente del Senato Pietro Grasso al convegno sui 70 anni degli accordi italo-belgi per il reclutamento della manodopera italiana.

 

Autorità, gentili ospiti, cari amici, per prima cosa auguro a tutti il mio più cordiale benvenuto nella Biblioteca del Senato per questo convegno che intende ricordare i settant'anni dagli accordi italo-belgi per il reclutamento della manodopera italiana e segna l'apertura della manifestazione "Migrazioni: da Marcinelle a Lampedusa. Capire la nostra storia per guardare al futuro", che si articolerà fino al 2 dicembre attraverso una serie di incontri, proiezioni e presentazioni. Desidero ringraziare il Presidente del Comitato per le questioni degli italiani all'estero Claudio Micheloni e l'amministrazione del Senato per avere lavorato a questi eventi che si propongono una riflessione approfondita sulle migrazioni di ieri di e oggi.

L'idea di unire idealmente Marcinelle e Lampedusa nasce da due recenti viaggi che mi hanno segnato profondamente. A luglio ho visitato Lampedusa per conoscere il sistema di salvataggio e accoglienza dei migranti e incontrare istituzioni e cittadini. Fui avvisato che stavano per sbarcare centoventicinque migranti così corsi al molo. Per fortuna era uno sbarco tranquillo: le persone stavano bene in salute, venivano visitate con grande perizia sulla banchina e accompagnate presso le strutture di identificazione e accoglienza. Non dimenticherò mai gli sguardi delle donne e degli uomini che sbarcavano: vi leggevo il dolore per i compagni perduti, per le persone e le città abbandonate, l'orrore per la guerra e la fame, la paura e la fatica della traversata, ma anche la luce della speranza e della fiducia. Non dimenticherò mai nemmeno la generosità, la dedizione, l'umanità degli operatori e dei lampedusani, che hanno fatto dell'isola un avamposto della solidarietà famoso in tutto il mondo.

L'8 agosto ho partecipato con grande emozione, in rappresentanza del Capo dello Stato, alla cerimonia commemorativa del sessantesimo anniversario della tragedia di Marcinelle, che causò la morte di 136 persone. Buzzati ne scrisse sul Corriere: "fu come se fosse sprofondato un intero paese con i suoi abitanti; provate con l'immaginazione a figurarvi quei minatori tutti in fila e dietro a loro le famiglie, padri, madri, fratelli: centinaia, forse migliaia di creature". Marcinelle è uno dei simboli della storia della nostra emigrazione, densa di donne e uomini che con il lavoro e il sacrificio volevano contribuire a risollevare il Paese piegato dalla Seconda Guerra mondiale, affrontando condizioni di lavoro e di vita durissime e disumane. Marcinelle è anche uno dei simboli della costruzione europea, perché la dignità del lavoro che lì era stata ignorata e offesa è diventato il fondamento irrinunciabile della nostra Europa, un'area di giustizia, diritti e valori nella quale la libera circolazione delle persone non è un mero fattore economico, ma espressione della comune cittadinanza europea.

Ecco perché abbiamo voluto collegare il Mediterraneo al Belgio e a tutti i luoghi di emigrazione italiana perché ripensare a come eravamo e vivevamo deve rafforzare la nostra determinazione ad accogliere con spirito di solidarietà chi oggi è costretto a migrare e ha diritto alla protezione internazionale, senza trascurare il dovere di ridurre le diseguaglianze e le marginalità che rendono le nostre società vulnerabili al fondamentalismo e all'illegalità. Una delle mostre fotografiche che inauguriamo oggi è dedicata proprio a stabilire questa relazione profonda tra la storia di ieri e la cronaca di oggi, un percorso che in sessant'anni ci ha trasformato da Paese di emigrazione a Paese di immigrazione.

Concludo. Benedetto Croce, uno dei più grandi intellettuali dello scorso secolo che fu senatore e assiduo frequentatore di questa Biblioteca, ha scritto che "la storia è sempre storia contemporanea". Io credo che non sia possibile, come certa politica pretende, tracciare una netta linea di demarcazione fra le storie degli italiani che lasciarono il Paese e le vicende delle donne e degli uomini che adesso bussano alla porta dell'Europa. Sono storie diverse, ma accomunate da sentimenti simili: paura, dolore, fatica e speranza. Grazie.

Pietro Grasso, Presidente del Senato della Repubblica

 

 

 

 

La penisola del “dopo”

 

Lo scorso gennaio, in apertura delle nostre corrispondenze per il 2016, eravamo stati lapidari: ”Il Paese continuerà a evidenziare una complessa devoluzione socio/politica, con gravi riscontri economici”. Ora, lo ripetiamo e con parecchi segnali in negativo che, purtroppo, ci danno ragione. Il Referendum Istituzionale non è servito per sanare il sanabile.

 Le assicurazioni e le promesse di Renzi non sortiranno risultati cospicui. L’anno nuovo, con tutti i suoi interrogativi, dovrà essere affrontato con coerenza; ma senza troppe illusioni politiche. I precedenti mesi d’Esecutivo di Centro/Sinistra non ci hanno persuaso. Tanto che, ora, ci guardiamo bene dall’azzardare qualche ragionevole ottimismo. Intanto, il primo segnale importante sarà la linea dell’Esecutivo. Ovviamente, alla vecchia maniera.

Già da qualche anno, la favola del “Buon Governo” non interessa più nessuno. Anche perché mancherebbero gli ascoltatori. Però, con molta meraviglia, ci sentiamo di riconoscere che tra Maggioranza e Opposizione gli spazi non si sono dilatati maggiormente.

Anche se esiste, fatto più unico che raro, una doppia ”opposizione”. Quello che si evidenzia è che tutti i partiti hanno preso atto di un ridimensionamento dei loro simpatizzanti. I tempi delle maggioranze” assolute” sono tramontati col secolo scorso. Il nostro futuro potrebbe avere molteplici sviluppi. Elencare quali sarebbero, ci porterebbe lontano; magari perdendo di vista le limitate “mutazioni” dell’attuale.

 Da noi, purtroppo, le cose politiche continuano a muoversi al solito modo. Senza alleanze, ovviamente, non si può governare. Il tutto con l’individuazione di compromessi e di poltrone intercambiabili.

Ora Renzi dovrà affrontare un Parlamento sempre meno unanime. Un successivo rafforzamento logistico dell’opposizione potrebbe essere il primo segnale del tramonto di un Esecutivo nato da un trapianto che potrebbe minacciare il “rigetto”. Tutti i partiti, di Maggioranza e d’Opposizione, dovranno chiarire le loro idee ai potenziali elettori. Sono anni, troppi anni, che tanti programmi si sono solo adatti alle loro voglie politiche; non certo per salvare l’Italia. Il Referendum non ha tolto, come ipotizzabile, “le castagne dal fuoco” al Bel Paese.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Referendum, mercati nervosi: lo spread sale a quota 190

 

Più si avvicina la data del referendum del 4 dicembre è più si moltiplicano i segnali di nervosismo. Soprattutto dei mercati che temono la vittoria del No. Lo spread si avvicina a quota 190 con i rendimenti dei Bot in crescita, segno che lo Stato deve promettere di pagare interessi più alti se vuole collocare i titoli presso gli investitori. Il giudizio dei mercati magari non interesserà la gente comune, che andrà a votare seguendo il proprio istinto, in pratica per mandare a casa Renzi o per confermarlo a Palazzo Chigi. Ma il nervosismo dei mercati è il termometro più attendibile per misurare il livello di attesa per il risultato del voto. Forse si tratta di sensazioni che poi verranno smentite dai fatti, ma è là stabilità del sistema Italia che preoccupa l'Europa. È in questo contesto che si colloca la vicenda del settimanale britannico Economist che ha pubblicato un editoriale favorevole alla vittoria del No e il giorno dopo ha mandato in edicola un numero speciale in cui ci si augurava la vittoria del Sì. La redazione si è divisa e qualcuno ha ricordato i due endorsement sbagliati nel recentissimo passato: quello del remain è quello della vittoria di Hillary Clinton. Ne va della credibilità del settimanale, ma soprattutto l'episodio segnala che anche in Inghilterra in fondo il referendum italiano è un referendum su Renzi. Infatti l'editoriale per il No è in sostanza una stroncatura del governo Renzi che non prende in considerazione il timore che una sconfitta del Sì possa rompere gli argini che ancora tengono a bada la vittoria dei populisti di Grillo. Tra il premier è il comico - unici protagonisti di questa fase politica - tenta di inserirsi Berlusconi il quale si augura la vittoria del No per poi tornare al tavolo delle trattative con Renzi per cambiare la legge elettorale. Si ragiona sul dopo: l'unica cosa certa è che si dovrà rifare la legge elettorale, o della Camera o del Senato, dipende dall'esito del referendum. Il resto è nelle mani di Renzi e soprattutto del presidente Mattarella. A meno che il Sì finisca per vincere e allora le elezioni anticipate a primavera diventerebbero un'ipotesi concreta.  GIANLUCA LUZI LR 25

 

 

 

 

 

La grande Europa

 

Il 2017, potrebbe essere l’ultimo della Terza Repubblica. Anche per questo, le riflessioni che ci appartengono sono destinate a una realtà che si presenta sotto compositi aspetti. Senza dimenticare che siamo parte di un sistema europeo. Evidenziata questa premessa, il nostro Paese presenta problemi da affrontare; anche perché i “panni sporchi” si dovrebbero lavare in casa. Del resto, in UE ci sono dei limiti d’intervento che, per loro natura, restano invalicabili. Meglio, di conseguenza, non trascurarli.

 

 Dal 1979 esiste un Parlamento Europeo, eletto suffragio universale, che rappresenta oltre mezzo miliardo di cittadini distribuiti nei Paesi che hanno aderito all’Unione. Tra l’altro, c’è anche una Corte di Giustizia Europea per la tutela degli Stati membri e una Banca Centrale Europea (BCE). C’è da più di quattordici anni, una moneta unica. Insomma, l’UE, pur col Brexit britannico, tenderà a espandersi verso l’est. L’Italia è stata uno dei primi Paesi a credere in una Federazione Comunitaria. Da Roma sono nate quelle premesse che hanno portato il Vecchio Continente all’attuale realtà. Eppure, il Bel Paese è sempre in crisi. Questo non ci sembra, però, il luogo per focalizzare delle responsabilità politiche che, in ogni caso, ci sono. Il nostro vuole essere un intervento informativo.

 

L’Italia ha da affrontare problemi interni che l’Unione non potrà fare suoi. Certo è che oltre i confini politici degli Stati ci sono anche delle mete da conquistare. Essere europei è importante. Sotto ogni profilo. Del resto, più di tre milioni di cittadini italiani vivono in altri Paesi UE e la loro integrazione si è realizzata in termini ormai più che fisiologici. Quindi, italiani sì, ma anche cittadini d’Europa.

 

 La nostra Comunità nel Vecchio Continente è, certamente, più numerosa di quella in essere nelle Americhe e nel resto del mondo. Mostrarsi europei, quindi, significa anche condividere una realtà ben più articolata di quella vissuta nel territorio nazionale. Mentre riteniamo che in questo nuovo Millennio la società europea sarà ampiamente multi etnica, potrebbe essere anche elaborata una Costituzione Europea. Muteranno, di conseguenza, anche i rapporti politici tra gli Stati UE. A questo punto, la nostra è più che un’ipotesi.

 

Anche se ci vorrà ancora tempo per spuntare alcuni comportamenti tipicamente “nazionali”, non verrà meno l’impegno per andare oltre. Superati i compromessi, la realtà che ci attende favorirà anche la ripresa del nostro sviluppo. Perché essere “parte” di un “tutto” resta una garanzia che non c’è sfuggita. Oltre la confusione di questo travagliato periodo, resta la tangibilità d’essere europei. Anche nei fatti.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Olimpiadi di Italiano, on line il bando della VII edizione. Iscrizioni entro il prossimo 28 gennaio

 

ROMA – On line il bando della settima edizione delle Olimpiadi di Italiano, tradizionale competizione organizzata dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca (Direzione Generale per gli Ordinamenti Scolastici e per la valutazione del sistema nazionale di istruzione) che ha il fine  di rafforzare nelle scuole lo studio della lingua italiana e sollecitare gli studenti a migliorare la padronanza della propria lingua.

Lo scorso anno gli studenti che hanno partecipato a tutte le selezioni sono stati quasi 44mila. Le Olimpiadi sono gare individuali di lingua italiana, rivolte a tutti gli alunni degli istituti secondari di secondo grado (statali e paritari). Quattro le categorie previste: Junior, Senior, Junior-E (esteri) e Senior-E (esteri). Sono distinte in base al livello scolastico dei partecipanti e al contesto d'uso della lingua italiana.

La finale nazionale si svolgerà a Torino, giovedì 6 aprile 2017, nell'ambito di una più ampia iniziativa culturale di valorizzazione della lingua e della letteratura italiana intitolata Giornate della lingua italiana in programma dal 5 al 7 aprile, organizzata dal Miur per celebrare gli anniversari della lingua e della letteratura italiana e per approfondire temi di particolare attualità. Potranno accedervi gli studenti che avranno superato tutte le varie fasi di selezione, da quella di istituto a quella provinciale, a quella regionale.

Le Olimpiadi di Italiano sono promosse con la collaborazione del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI), degli Uffici Scolastici Regionali, dell'Accademia della Crusca, dell'Associazione per la Storia della Lingua Italiana (ASLI), dell'Associazione degli Italianisti (ADI), di Premio Campiello Giovani.  Per la prima volta, la Rai svolge il ruolo di Main Media Partner dell'iniziativa e la copertura mediatica verrà declinata come Media Partner da Radio3, Rai Cultura e RaiI Italia.

Le iscrizioni dovranno essere effettuate entro il 28 gennaio 2017 nel sito delle Olimpiadi di Italiano: http://www.olimpiadi-italiano.it/ Nello stesso portale sono disponibili materiali e informazioni utili per la preparazione. (Inform 24)

 

 

 

 

 

Le ultime liti a poche ore dal voto. Quirinale preoccupato

 

Ultime cartucce a salve per fare più rumore possibile alla vigilia del referendum. Grillo minaccia di denunciare Renzi per la finta scheda del Senato esibita in una fotografia. Accusa: abuso della credulità popolare. E in questo modo è riuscito a strappare un titolo di giornale o di sito internet. Più gravi sono le parole di un magistrato bolognese che ha accostato ai repubblichini di Salò chi vota Sì. Si muove il Csm e il magistrato rischia il trasferimento. Fa il paio con il costituzionalista che ha definito eversivo il voto per il Sì, per non parlare della mozione grillina approvata a Roma che schiera il Campidoglio con il No. Sono tutti segnali di un surriscaldamento generale che non fa bene al Paese. Da lunedì - ed è una delle preoccupazioni del Quirinale - bisognerà riportare sotto controllo un clima arroventato che va al di là del merito della consultazione, ma è né più né meno che un giudizio sul premier è sul governo. L'endorsement di Prodi al Sì ha un po' spiazzato la sinistra anti Renzi che guarda a domenica con meno sicurezza di una settimana fa. E il voto degli italiani all'estero potrebbe ribaltare le previsioni della vigilia, o almeno questa è la speranza di Palazzo Chigi. Anche se "l'accozzaglia del No" - come l'ha definita Renzi - è troppo vasta e abbraccia tutto lo spettro della politica, Pd renziano escluso, per pensare che basti il Sì di Prodi o il voto degli italiani all'estero per pensare di sconfiggerla. Ma le urne devono ancora essere aperte e la massa degli indecisi è ancora piuttosto consistente. Nel suo rush finale Renzi può esibire un risultato importante: la disoccupazione giovanile diminuisce e si è portata ai minimi dal 2012. Contemporaneamente aumenta il numero dei giovani in cerca di lavoro e questo è un dato importante perché significa che chi prima nemmeno lo cercava, ora pensa di avere qualche possibilità di trovarlo. LR 1

 

 

 

La partita

 

Indipendentemente dall’evoluzione della situazione economica nazionale, il 2017 non sarà l’anno della ripresa. Quella che, appunto, dovrebbe modificare il nostro fronte politico nazionale. E’ meglio scriverlo da subito. Prima di tutto, resta da analizzare se la linea Renzi resterà valida; almeno per evitare successivi declassamenti. Poi, rimane da comprendere come si comporteranno i partiti dopo gli esiti referendari. Anche per garantire all’economia di non fare più passi indietro, con conseguenti vantaggi per la speculazione interna e internazionale. L’antecedente Legislatura aveva evidenziato tante incongruenze che si potevano evitare.

 Finirà il sistema elettorale ibrido? Sul fronte politico, c’è ancora tanta “nebbia” che non ci consente di vedere oltre i ristretti limiti del presente. Quello che c’è venuto a mancare, a nostro avviso, è stato un polo d’effettivo riferimento sul quale, con buon’approssimazione, potevano confluire anche gli incerti che nella Penisola non sono pochi. Con l’illusione dei “polarismi”, ci siamo perduti nei meandri di una politica che nulla avrebbe potuto offrire al nostro futuro. Renzi ci ha fatto intendere che le strategie economiche possono seguire le vie politiche. Eppure, politica ed economia dovrebbero trovarsi sempre su livelli differenti. Noi siamo per il “nuovo”. Ma non quello d’apparenza. Sarebbe inutile proporre alternative per puntellare un sistema che è, obiettivamente, allo sfascio. Riteniamo, invece, di muoverci con piccoli, ma sicuri, passi verso una differente concezione della tutela, che è prioritaria, delle necessità di questa nostra Penisola.

Le proposte, almeno quelle indispensabili, dovrebbero essere evidenziate entro fine 2017. Con una precisa linea operativa a livello interno ed internazionale. I mesi che restano servirebbero per approntare un dibattito parlamentare con chiari richiami alle tesi per rilanciare il nostro Paese. Per il bene d’Italia, le alleanze non sono immutabili. Sempre con Renzi, anche le cobelligeranze potrebbero far comodo per schiodare gli indecisi e chi si è barricato tra gli “indipendenti”.

 Il primo atto da compiere è la discussione e il varo di una nuova normativa economica. I preliminari per cambiare in meglio ci sarebbero. La partita, ora, ha da essere giocata dal Popolo italiano. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Disoccupazione: per “battere” la crisi orientare presto i giovani al lavoro

 

Mentre in Italia la disoccupazione giovanile è al 37 %, in Germania è al 6,8% e in Alto Adige al 3,2%. Confindustria lamenta che le proprie imprese cercano 60mila profili professionali che non vengono riempiti perché le competenze dei giovani che escono dalle scuole superiori non sono adatte al bisogno. Il valore del lavoro deve essere respirato anche in famiglia  - Luigi Crimella

 

Da una parte la disoccupazione giovanile italiana al 37,1% (vicina al 50% nelle regioni del Sud, mentre in provincia di Bolzano è al 3,2%!); dall’altra la disoccupazione giovanile in Germania al 6,8%. Ma come è possibile questa differenza così abissale, visto che Italia e Germania sono due Paesi leader a livello mondiale per il loro sviluppo industriale e tecnologico? Si potrebbe dire che questa è la “questione delle questioni” del nostro Paese. E’ vero che con il Jobs Act abbiamo avuto in due anni 653mila nuove assunzioni, ma rimangono circa 2 milioni di disoccupati, tra di loro quasi la metà giovani sotto i 35 anni. Confindustria lamenta che le proprie imprese cercano 60mila profili professionali che non vengono riempiti perché le competenze dei giovani che escono dalle scuole superiori non sono adatte al bisogno. Un diplomato italiano ci mette 14 mesi, in media, per ottenere il primo contratto di assunzione stabile, in Germania il tempo medio non supera i 4-6 mesi. I laureati poi quando ci arrivano hanno il loro primo statino attorno ai 28-29 anni; di nuovo in Germania e nei Paesi del Nord Europa nel giro di 3-6 mesi al massimo si aprono le porte delle aziende, e gli stipendi sono già in partenza quasi doppi dei nostri. E’ evidente che in Italia qualcosa non va come dovrebbe. Anche il governo lo ha capito e sta puntando sulla “formazione duale”, aprendo cioè alla collaborazione stretta tra scuole tecniche superiori e aziende. In questo modo, e solo in questo modo, partendo già a 15-16 anni, i giovani potranno capire cosa vuol dire “andare al lavoro”, sentire i rumori, gli odori, i comandi, i ritmi delle fabbriche e degli uffici. In una parola, potranno assumere i tratti di giovani “concreti”.

Le “4C” delle industrie. Va in questa direzione, ad esempio, l’azione di Confindustria chiamata “Orientagiovani”, basata su incontri promossi su tutto il territorio nazionale tra i giovani delle scuole superiori e le imprese. Finora ne sono stati coinvolti oltre 20mila in una novantina di territori. Lo slogan è “Industry 4 C: Connessi, Creativi, Competenti, Competitivi”. In pratica si dice ai ragazzi che per reagire alla crisi bisogna saper fare i conti con la concorrenza internazionale sempre più agguerrita. E in più stare al passo con le tecnologie che avanzano. Le “4C” partono dalla “Connessione”, che piace tanto ai giovani. La “Creatività” è un requisito di base in un’epoca in cui le idee nuove (aziende startup) sono premiate da politiche di sostegno, previste anche da noi con la prossima legge di bilancio. C’è poi la “Competenza”, senza la quale non si va lontano. Infine la “Competitività”, cioè il saper assumere una mentalità “di mercato”, dove la libertà di iniziativa economica significa entrare appunto in competizione con aziende lontane magari 20mila chilometri.

Apprendistato da sostenere e diffondere. Uno dei segreti della crescita italiana degli anni ‘50 e ‘60 fu basato sulla presenza di giovani usciti dalle scuole professionali e da quelle tecniche superiori che andarono a rinforzare le migliaia di piccole e medie imprese: da quel tessuto partì il boom economico. In campo artigianale, da Confartigianato a Cna alle altre associazioni, si punta molto sull’apprendistato e sui contratti decentrati, dove si apre a un intenso dialogo azienda-scuole del territorio. Ancora una volta il governo ha colto l’importanza di queste azioni, da un lato con il bonus per le assunzioni di giovani e disoccupati al Sud (sconto di 8.060 euro l’anno alle aziende), dall’altro varando incentivi per gli artigiani che formano apprendisti. C’è anche un’altra pista molto interessante: quella del Servizio civile. Qui propriamente non siamo in ambiente lavorativo in senso stretto, bensì di un volontariato regolamentato di servizio ai poveri, situazioni di disagio e accoglienza. Negli ultimi anni oltre il 50% dei giovani che hanno fatto servizio civile ha poi trovato rapidamente lavoro. Perché? La risposta è semplice, dicono i promotori: si impara a guardare la società in tutte le sue componenti, da quelle economiche a quelle sociali e della povertà. Si lavora per migliorarla, e si colgono i nessi tra dignità personale, occupazione, sviluppo sociale e felicità delle persone. E si è più pronti ad assumere un ruolo lavorativo in una struttura organizzata.

Famiglie chiamate a orientare i figli. Una considerazione che viene da industriali e artigiani è che formare a una mentalità per il lavoro è un compito che compete alle scuole, ma anche – in maniera altrettanto determinante – alle famiglie. Se i giovani in famiglia sentono l’importanza di sperimentare piccoli periodi di lavoro presso un artigiano o uno studio professionale, capiranno presto l’impegno richiesto per guadagnarsi onestamente uno stipendio. Occorre però che lo Stato faccia la sua parte, dando vita a forme di praticantato professionale giovanile il più possibile flessibili e de-burocratizzate. Gli imprenditori lamentano l’estrema rigidità delle norme e i vincoli assicurativi e contrattuali che di fatto impediscono di avere un buon numero di apprendisti provenienti dalle scuole professionali e superiori. Tocca quindi alla politica incrementare queste facilitazioni di legge e alle famiglie spronare i figli a fare esperienze di lavoro. Solo così avremo giovani più concreti e motivati, oltre che capaci di interrogarsi su cosa vogliono davvero per il loro futuro. Sir 1

 

 

 

Referendum, l'ultima mossa di Renzi: "Con il voto estero si può vincere, quel 3% cambia tutto"

 

Il retroscena. Si prevede che si esprimeranno circa un milione e mezzo di connazionali che si trovano oltre confine. Il comitato del No prepara la battaglia e invita il governo a vigilare sulle schede elettorali spedite per posta: "C'è il rischio di falsificazione" - di CLAUDIO TITO

 

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi (ansa)"IN BELGIO la comunità italiana è ancora molto numerosa e quasi tutti votano sì". Matteo Renzi ascolta, quasi non crede alle sue orecchie. Davanti a lui c'è Cristophe Berti, il direttore del più importante giornale belga, Le Soir. È un osservatore esterno ma butta nella mischia l'ultima speranza per il fronte che sostiene l'approvazione della riforma costituzionale: l'idea che gli elettori residenti all'estero possano essere la vera arma di riserva per Palazzo Chigi.

 

A 72 ore dall'apertura dei seggi, dopo una campagna referendaria che non ha risparmiato colpi da una parte e dall'altra, quelle parole diventano quasi un balsamo per il presidente del Consiglio. Il risultato di domenica prossima, del resto, non segnerà soltanto il destino della nuova Costituzione. In gioco c'è anche una parte del futuro politico del segretario Pd. Sul piatto della bilancia di fatto è stata piazzata anche la poltrona di Palazzo Chigi e la leadership del centrosinistra.

 

Sebbene nelle ultime settimane abbia cambiato registro, Renzi sa bene che una eventuale sconfitta sarà gravida di conseguenze. L'attuale equilibrio politico verrà, in quel caso, completamente scombussolato.

 

Dinanzi al suo interlocutore, allora, improvvisamente si ferma. Come chi trova un'insperata ancora di salvezza. Lo ascolta con un pizzico di sorpresa, si avvicina e gli chiede senza mezzi termini: "Quanti sono gli elettori connazionali in Belgio?". "Centomila - risponde - e io sono uno di loro". Un sorriso, una stretta di mano più vigorosa e il premier comincia a far di conto. Muove ritmicamente le dita e poi ripete: "Così ce la possiamo fare".

 

Ecco dunque la nuova frontiera dello scontro tra favorevoli e contrari. Un duello che improvvisamente supera i confini nazionali e si allarga a macchia d'olio nei Paesi che ospitano le quote maggiori di italiani "fuori sede". Il capo del governo si rivolge ancora al direttore de Le Soir e poi ragiona a voce alta. "Se il Sì riesce a conquistare il consenso dei due terzi degli italiani all'estero - è la sua idea - allora ce la possiamo fare". Nel pallottoliere immaginario del leader democratico, la quota del voto estero sta diventando dunque "determinante". In realtà sta assumendo importanza anche per il fronte del No. Sanno che quella può essere la faglia che si apre sotto le certezze dei sondaggi pubblicati fino a due settimane fa. La variabile imprevedibile capace di sorprendere nuovamente i sondaggisti.

 

Nell'ultima tornata elettorale nazionale, quella del 2013, sono stati un milione e centomila i votanti "stranieri" su poco più di 3 milioni di potenziali elettori. "Magari questa volta - insiste Renzi - si può arrivare a un milione e mezzo di voti all'estero. Se noi ne prendessimo un milione, allora l'ago della bilancia si sposterebbe". In molti, infatti, stimano una partecipazione alle urne in linea con le ultime competizioni. Alle europee del 2014, ad esempio, l'affluenza toccò quota 58 per cento, circa 28 milioni di votanti. Se il dato di domenica prossima si avvicinasse a quella soglia, quel milione di Sì equivarrebbe a circa il 3 per cento. "Così - ripete il capo del governo - ce la possiamo fare. Io ci credo".

 

Che questo stia diventando il nucleo più profondo della battaglia tra il Sì e il No, lo si capisce dai discorsi del premier e dalle preoccupazioni che i fan della "bocciatura" iniziano a coltivare. Anzi, i riflettori del Comitato del No si sono di nuovo accesi proprio sul voto all'estero. La paura che oltreconfine le operazioni elettorali non rispettino i canoni minimi della democrazia è stata sollevata da tempo. Ma in prossimità del D-day tutto assume la dimensione e il tono dello scontro finale. E soprattutto senza rivincita.

 

Oggi alle 16 tutti gli italiani che non si trovano in patria devono spedire le loro schede. Da quel momento i giochi sono più o meno fatti. Secondo il No, le procedure non offrono alcuna garanzia. Si rivolgono al ministro degli Esteri e a quello dell'Interno per avere assicurazioni e tutele: "Possibili le falsificazioni". Nella sostanza temono il rischio brogli. Sospetti alimentati da alcuni incredibili episodi: come quello di Flavio Briatore che ha fotografato la sua scheda elettorale prima di imbustarla. Una foto poi messa in bella vista sul suo profilo Facebook.

 

Insomma intorno alle urne oltrefrontiera si stanno scavando delle vere e proprie trincee che esasperano la guerra tra il Sì e il No. E chiunque uscirà sconfitto da quella trincea, di certo solleverà il caso già domenica notte. Nei giorni scorsi il presidente del Comitato per il No, Alessandro Pace, aveva preannunciato il ricorso se i voti all'estero si riveleranno decisivi per la vittoria del Sì. Questa sarà un'altra delle spine che arriveranno sul tavolo del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a partire da lunedì prossimo.

 

Dopo il referendum, infatti, il Quirinale dovrà ricostruire un clima di civiltà tra gli schieramenti politici. Soprattutto se la riforma verrà bocciata. Le spinte verso il voto anticipato e la necessità di riformare la legge elettorale saranno i due interrogativi cui il Quirinale dovrà dare una risposta. LR 1

 

 

 

Fondi aggiuntivi per la stampa italiana all’estero. Approvato un emendamento alla legge di bilancio

 

ROMA - La Commissione Bilancio della Camera ha approvato un mio emendamento alla legge di Bilancio 2017, presentato assieme agli altri colleghi del PD della circoscrizione Estero, volto a incrementare di un milione di euro la dotazione per la stampa italiana all’estero e ad attribuire 300 mila euro alle agenzie di emigrazione. Lo comunico con soddisfazione perché questa misura risponde ad un’attesa di anni e rappresenta un riconoscimento per la funzione che la rete di informazione in italiano ha svolto storicamente e continua a svolgere nel mondo.

Il Governo ha dato dunque un segnale di attenzione per il ruolo che la stampa italiana all’estero svolge prima di tutto in termini di informazione dei nostri connazionali. Nel momento in cui le polemiche sul voto degli italiani all’estero sono diventate molto alte (e molto ingiuste), rafforzare gli strumenti di informazione sulla vita italiana meglio radicati nelle comunità è un atto che va nella giusta direzione.

Senza dimenticare che la stampa italiana nel mondo, da sempre, dà un apporto importante alla coesione delle nostre comunità, nelle quali la conoscenza della vita associativa e delle altre iniziative rappresenta un amalgama che consente di prolungare i legami nel tempo e tener vivo il rapporto con i luoghi di origine.

Ho voluto motivare il mio emendamento, infine, richiamando il sostegno che la stampa in italiano all’estero dà alla tutela e alla promozione della nostra lingua. Si tratta di una funzione che in genere viene sottovalutata ma che con la competizione linguistica che si è scatenata nel mondo non deve essere sottovalutata, anzi deve essere maggiormente apprezzata, adottando poi le misure concrete e coerenti perché possa consolidarsi.

Francesca La Marca, Deputata Pd-Estero

 

 

 

 

I conformisti

 

L’amministrazione pubblica italiana e burocrazia restano in prima linea. Non è, certamente, una soddisfazione, ma è un primato che ci siamo meritati. Nondimeno, semplificare significherebbe accelerare. Da noi, il binomio che abbiamo scritto, nonostante i segnali di buona volontà, proprio non si riesce a rendere concreto.

 

 Gli ingranaggi della burocrazia creano intoppi, ritardi e, molto spesso, errori. Lo sappiamo tutti; ma rinnovare un sistema non è semplice. Neppure ora che i bisogni si sono fatti impellenti. Intanto, il Paese continua a perdere terreno e fiducia. Nel particolare, nonostante la diminuzione dei posti di lavoro, il carico impositivo sulle imprese è superiore a quello della media UE. Fatto che non è, certamente, sfuggito ai politici incapaci, almeno sino ad ora, a ridimensionare il “fenomeno”.

 

Forse, è anche una questione di metodo che da noi trova difficoltà ad adeguarsi ai tempi e alle necessità di un Paese che di burocrazia è stressato da tempo. Se è vero che le gabelle sono una necessità, pur se proporzionate alle entrate, non si agevola il contribuente a versarle. Insomma, la burocrazia ostacola anche il pagamento ma favorisce, proprio per la lentezza degli accertamenti, chi le imposte non le ha mai pagate per quanto concretamente dovuto.

 

 Per ridare linfa all’Italia, sarebbe utile un nuovo parametro da seguire. Al punto in cui ci troviamo, le scelte restano poche; giacché non basta cambiare il nome dell’ente esattore per risolvere la questione. Potrà sembrare un controsenso: ma a noi pare che si faccia di tutto per penalizzare le premesse necessarie per garantire, pur col tempo, l’auspicata crescita. Insomma, da noi “complicare” resta un attributo difficilmente sradicabile.

 

Dovremmo avere un progetto per fare raffronti con altri Stati UE. Verificare come questi Paesi vicini siano stati in grado di gestire diversamente un’economia in crisi che non è solo italiana. E’ scontato che la politica, in ogni caso, abbia un suo costo. Ma è anche palese che chi la gestisce dovrebbe offrire al Paese alternative accessibili. D’espressioni se ne sono scritte, e dette troppe. Gli appelli alla semplificazione sono serviti a poco. Neppure i risultati del Referendum Istituzionale modificheranno tale realtà nazionale. Ma questa è tutta un'altra storia. Giorgio Brignola

 

 

 

 

Il Quirinale tra Waterloo e Ventotene

 

"Renzi ha legato al risultato referendario il suo destino politico. Questo è un errore e l'ha detto anche il Presidente Sergio Mattarella. Sostenere una riforma desiderata è legittimo, trasformarla in un'ordalia non va affatto bene. Ma ormai è tardi per correggere l'errore" - di EUGENIO SCALFARI

 

Siamo ormai al gran finale, fra tre giorni chi vuole andrà a votare il referendum costituzionale e tra quattro giorni ne conosceremo l'esito.

 

Intanto gli appelli per il Sì e per il No si succedono senza sosta, a cominciare da Renzi, dall'intera classe dirigente del Pd e, sulla sponda opposta, uomini di sicuro prestigio costituzionale e politico, tra i quali mi permetto di nominare l'amico Gustavo Zagrebelsky, per non parlare della dissidenza interna dei democratici, con i nomi di Bersani e di D'Alema, alcuni dei quali in posizione pre-scissionistica.

 

Tra gli appelli di vari gruppi di opinione ne voglio segnalare uno che mi ha profondamente commosso per la mia storia personale ed è quello dell'ex partito repubblicano di Ugo La Malfa, dove trovo le firme di Gustavo Visentini, figlio di Bruno, Adolfo Battaglia, Giuseppe Galasso, Piero Craveri ed altri, che chiedono di votare Sì.

 

Segnalo anche "L'Amaca" di Michele Serra sul numero di martedì scorso del nostro giornale, che è un vero capolavoro di ironia politica. Ricorda ai democratici di avanguardia che voteranno No di essere talmente d'avanguardia da aver perso di vista il grosso dell'esercito del No composto da quanto avanza del berlusconismo, dalla Lega ormai sulle posizioni nazionaliste e xenofobe dei populismi europei e infine il grosso di quell'esercito formato dai grillini 5 stellati. Questo è l'esercito del No. Caro Zagrebelsky, sei con una pessima compagnia e dovresti forse riflettere un momento, anche se so che non lo farai.

 

Segnalo infine, sempre su Repubblica di martedì, l'intervista a Arturo Parisi, che inventò l'Ulivo insieme a Romano Prodi e vinse le elezioni che dettero vita a quel governo (con Ciampi ministro del Tesoro), forse il migliore degli ultimi venticinque anni, che fece dell'Italia uno degli Stati europei fondatori dell'Euro. Del resto mentre sto scrivendo giunge la notizia che Romano Prodi ha deciso di votare Sì. È una decisione estremamente importante venendo da una delle personalità più autorevoli della nostra Repubblica e della nostra democrazia. Anche Parisi spiega per quale motivo, sia pure con rabbia, voterà Sì. Merita d'esser ricordato. Illustra le ragioni pro e contro che dentro di lui si equivalgono ma c'è poi una ragione politica che determina il suo Sì, in mancanza del quale rischia di affondare l'Italia e viene inferta una grave ferita anche all'Europa.

 

Amici che votate No, c'è tra le tante una ragione profondamente ideale, un valore concreto che vi ricordo: il Manifesto scritto a Ventotene, dove erano al confino fascista, da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni: gli Stati uniti di Europa. La bandiera di Ventotene la porterete tra la gente di Brunetta, di Salvini e di Grillo? Ci avete pensato e avete deciso di chiudere gli occhi e di marciare al buio verso il nulla con l'unica intenzione di mandare Renzi in soffitta?

 

Ormai non è più questo il problema. Personalmente sono stato e tuttora sono molto critico su alcuni aspetti di Renzi e l'ho scritto infinite volte ma, lo ripeto, il problema non è più questo. Vediamo dunque qual è.

 

Che Renzi sostenga il referendum costituzionale, da lui iscritto nella sua tabella di marcia tra i primi obiettivi da realizzare, dipende anche dall'indicazione che ebbe in questo senso dal Presidente Napolitano quando fu rieletto Capo dello Stato e poco dopo affidò a Renzi il compito di formare un nuovo governo dopo le dimissioni di Enrico Letta. Qui c'è una ferita ancora aperta ma non è questo il momento di ricordarlo.

 

Qualcuno sostiene che un governo non ha il potere costituzionale di promuovere un referendum, ma se vengono raccolte firme in numero sufficiente e la Corte di Cassazione le ritiene valide il referendum si fa. Renzi ha legato al risultato referendario il suo destino politico. Questo è un errore, non va affatto bene e l'ha detto anche, con altre parole ma con questo stesso significato il Presidente Sergio Mattarella. Sostenere una riforma desiderata è legittimo, trasformarla in un'ordalia non va affatto bene. Ma ormai è tardi per correggere l'errore.

 

La politica è sempre molto complessa, sicché potrebbe anche darsi che Renzi sapesse di commettere un errore ma volesse farlo. Perché? Perché se vincessero i Sì lui ne uscirebbe rafforzato, ma se perdessero lui potrebbe usare la sconfitta per anticipare le elezioni all'inizio dell'anno prossimo, convinto che comunque le vincerà. È un calcolo politico come un altro. Attenzione però: a Waterloo Napoleone era sicuro di vincere perché a metà della battaglia sarebbe arrivato sul fianco destro del fronte il generale Grouchy con le truppe di rinforzo. Invece arrivò il feldmaresciallo tedesco Blücher che prese Napoleone alle spalle e la battaglia finì con la ben nota storica sconfitta.

 

Comunque questa volta non spetta a Renzi decidere ma al Presidente Mattarella per il quale, come del resto è ampiamente previsto dalla prassi costituzionale, se perdono o se vincono i Sì o i No, l'esito del referendum non ha alcuna conseguenza politica sul governo in carica. Mattarella in questi giorni l'ha detto più volte: dal 5 dicembre Renzi sarà a rapporto dal Capo dello Stato per elencare i problemi che si pongono con la massima urgenza nel campo economico e finanziario, sul terreno europeo ed anche sulla legge elettorale che dovrà essere comunque riscritta. Da lavorare ce n'è un bel po', bisogna farlo rapidamente e bene in Italia e in Europa.

 

La legge elettorale ha già un progetto da attuare, redatto dal piccolo comitato dei Cinque da Renzi a suo tempo nominato e del quale in linea di massima ha accettato le proposte: niente più preferenze, niente più ballottaggio tra i primi due partiti, voto nei collegi, ballottaggio non più tra liste uniche ma tra coalizioni effettuate dopo il primo voto, sistema di voto proporzionale. Questi sono i capisaldi. La natura della coalizione è un tema politicamente essenziale. Un partito nato come centro-sinistra deve mantenere e addirittura rinforzare questa sua natura; soltanto se questa operazione viene effettuata in modo significativo, allora si possono cercare anche appoggi e fiancheggiamenti nell'ambito di forze moderate.

 

Poi c'è il problema della politica economica e i punti di riferimento sono Draghi, la politica degli investimenti, la gestione del debito pubblico e la crescita sorretta da una visione keynesiana entro i limiti delle regole europee.

 

Infine - e appunto - c'è la politica europea: la bandiera di Ventotene va alzata e perseguita al massimo perché è indispensabile in una società globale che sta unificando il mondo con rapporti tra i vari Stati continentali. Questa politica comporta una lotta contro i nazionalismi, i populismi xenofobi, il capitalismo quando è un elemento dell'egoismo economico. Il capitale è una forza fondamentale della storia moderna e può essere una forza positiva o sfruttatrice. Lo dimostrò Marx alla metà dell'Ottocento: riconosceva la forza positiva del capitalismo che era in quel momento il motore della rivoluzione industriale e al tempo stesso delle libertà borghesi, premessa della rivoluzione proletaria. Ecco perché l'Europa federalista è indispensabile e deve essere il principale obiettivo della sinistra moderna.

Buona domenica cari lettori e carissima Italia. LR 1

 

 

 

 

Canone RAI scende da 100 a 90 euro annui, anche per italiani all’estero

 

“Il canone RAI viene ulteriormente diminuito. Dall'inizio di quest'anno il canone era sceso da 113 euro a 100 euro. Dall'anno prossimo si riduce ulteriormente passando a 90 euro annui. Un bel taglio, che vale anche per gli italiani all’estero che possiedono una TV nel loro appartamento in Italia. Perché il principio “pagare meno, pagare tutti” ha dato i suoi frutti, generando un aumento delle entrate così elevato, da potere ora abbassare ulteriormente il costo dell'abbonamento.

 

Da Paese zimbello dell’Europa, dove il canone della TV pubblica raggiungeva tassi di evasione impressionanti, siamo diventati uno dei più virtuosi, con un’evasione bassissima, al 5%, secondo gli ultimi dati aggiornati.

 

Si conferma la serietà di un Governo che fa guadagnare posizioni in Europa al nostro Paese, smentendo con i fatti gli stereotipi sugli italiani eterni evasori.

 

Rimane la possibilità, per chi non possiede un apparecchio televisivo, pur essendo titolare di un contratto dell'energia elettrica in Italia, di essere esentati dal pagamento. A tal fine si dovrà inviare un'autocertificazione alle Agenzie delle entrate di Torino attraverso il modello disponibile al seguente link: http://www.agenziaentrate.gov.it/wps/file/Nsilib/Nsi/Home/CosaDeviFare/Richiedere/Canone+TV/Modelli+e+istruzioni+canone+TV/Modello/Dich_sost_TV_mod.pdf 

Così Laura Garavini, della Presidenza del PD alla Camera, sul taglio del canone RAI contenuto nella Legge di Stabilità 2017. Dip 30

 

 

 

 

Oltre 1500 presenze al Festival della migrazione

 

Una risposta straordinaria quella della comunità modenese e non solo

(diverse sono state le presenze da tutta Italia) al Festival della

migrazione, la cui prima edizione si è conclusa ieri, domenica 27 novembre.

Oltre 1500 persone sono intervenute ai sei convegni, hanno preso parte agli

spettacoli organizzati per tutte e tre le serate del Festival (proiezione

dei docufilm “Io sto con la sposa” e “Dream is reality” e il laboratorio

afrobeat curato dal jazzista Guglielmo Pagnozzi al Vibra) e hanno visitato

la mostra-installazione “Scappare la guerra” del fotografo Luigi Ottani nel

chiostro del Dipartimento di Giurisprudenza di Unimore (che rimarrà aperta

fino al 15 dicembre). Una partecipazione sorprendente che ha gremito le sedi

scelte per ospitare la manifestazione (Teatro Tempio, aula convegno del

Dipartimento di Giurisprudenza e Centro Famiglia di Nazareth) a

testimonianza di come ci sia un forte interesse sul tema e una evidente

necessità di approfondimento.

Luca Barbari, presidente di Porta Aperta, stila un bilancio e lancia una

proposta: “Questa prima edizione del Festival è andata oltre le nostre

previsioni: la risposta del pubblico è stata molto positiva e i contenuti

sono stati di alto livello per tutte e tre le giornate. Ora cosa resta da

fare? Dare concretezza alle tante idee emerse. Ecco perché lanciamo una

proposta, nella scia di quanto detto sia dal vescovo di Modena, don Erio

Castellucci, che del direttore di Fondazione Migrantes. Perego, in

particolare ha invitato a dare un tetto ai migranti, anche attraverso la

raccolta di disponibilità di case. Come Porta Aperta ci offriamo come

garanti e sollecitiamo la grande generosità dei modenesi a mettere a

disposizione appartamenti e case sfitte per poter accogliere, con dignità e

rispetto”.

Il tema scelto per questa prima edizione, promossa da Fondazione Migrantes,

associazione Porta Aperta Onlus, Dipartimento di Giurisprudenza di Unimore e

IntegriaMo, con il patrocinio di Regione Emilia -Romagna e Comune di Modena

e il sostegno di Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, è stato il

“Diritto al viaggio: noi e loro” del quale si è parlato la prima giornata

con il supporto di nomi importanti del panorama giornalistico italiano:

Giampaolo Musumeci, Jacopo Storni e Domenico Quirico. Il secondo giorno del

Festival ha visto, la mattina, una tavola rotonda tra esperti di diritto da

tutta Italia e, il pomeriggio, un suggestivo dibattito teologico e

antropologico con i preziosi contributi di Gian Carlo Perego, Francesco

Remotti e Paolo Cianconi che hanno spaziato dalla Laudato si’ di papa

Francesco alla identità e postmodernità. La terza e ultima giornata del

Festival della migrazione ha visto diverse testimonianze, tra le quali,

quella di Alessandra Morelli dell’ UNHCR che ha esortato a “fare appello

senza vergogna alla nostra umanità” e Cecile Kyenge, che ha sottolineato la

necessità di “dotarci di una legge nazionale per l'integrazione archiviando

la Bossi-Fini che criminalizza l'immigrazione e genera clandestinità" Nel

pomeriggio suggestioni dall’Etiopia con la scrittrice italo-etiope Gabriella

Ghermandi e i toccanti racconti di ‘viaggio’, dall’Africa all’Italia,

passando per la Libia in guerra e il Mediterraneo, di Camara, Mamadiang e

Mamadou Yaya. MP

 

 

 

 

In fuga dall’Italia

 

Interessante ricerca di Raffaella Quieti Cartledge su alcuni percorsi

di successo di abruzzesi nel mondo - di Antonio Bini

 

PESCARA - Sono diversi gli indicatori che fotografano il declino del nostro Paese e non solo il PIL, indice cui si guarda con maggiore frequenza. I giovani, quando riescono a trovare un’occupazione, anche se in possesso di una laurea, sono impiegati in genere come commessi, camerieri, operatori di call center, baristi, pizzaioli, parrucchieri. E’ paradossale che questo accada mentre, secondo l’OCSE, l’Italia è in fondo alle classifiche per numero di laureati.

 

In un paese in flessione demografica, dove le iscrizioni universitarie tendono a diminuire, il problema non è costituito dal numero di laureati quanto da un’economia ferma, inceppata, con poche aziende operanti in settori dinamici, da insufficienti investimenti pubblici di stimolo per l’innovazione e l’internazionalizzazione, una pubblica amministrazione invecchiata e poco adeguata ai processi di modernizzazione e globalizzazione, e soprattutto affetta da diffusi livelli di corruzione che sembrano inarrestabili. E’ dello scorso mese di settembre scorso la denuncia dell’autorità anticorruzione sulle problematiche del reclutamento dei docenti universitari nel nostro Paese.

 

Per molti giovani che non riescono a trovare lavoro o che non si accontentano di quello che offre il mercato l’unica strada percorribile sembra quella di lasciare l’Italia e partire, non più soltanto dal meridione, alla ricerca di occupazioni professionalmente coerenti con le aspettative derivanti dai percorsi formativi seguiti. La fuga dall’Italia non emerge in pieno dai dati Istat, che assumono a riferimento i soli elementi desumibili dall’iscrizione all’anagrafe degli italiani all’estero (AIRE), che riflette in modo assai parziale il preoccupante fenomeno, in quanto sono molti a registrarsi anche a distanza di anni dall’uscita dall’Italia, in attesa di una stabilizzazione del lavoro e di scelte di vita che spesso maturano nel tempo.

 

Secondo varie stime, nel 2015 sarebbero stati oltre centomila giovani, prevalentemente laureati a lasciarsi alle spalle l’Italia, per dare una prospettiva al proprio futuro, spesso senza ritorno. Se un tempo si emigrava per sopravvivere alla miseria, oggi la necessità di lasciare alle spalle la propria terra è sempre più quella di poter realizzare obiettivi professionali ed economici non altrimenti raggiungibili nel nostro Paese.

 

In un recente saggio di Raffaella Quieti Cartledge, presentato nella sede della Fondazione Pescarabruzzo, che ha opportunamente sostenuto la pubblicazione della ricerca, sono stati studiati 24 casi di successo di abruzzesi in ambito internazionale, tre per ciascuna delle otto aree professionali considerate: economisti (Pierluigi Ciocca, Giammarco Ottaviano, Emanuela Sciubba), ambasciatori e diplomatici (Torquato Cardilli, Andrea Della Nebbia, Domenico Vecchioni), cooperazione internazionale (Marina Catena, Carlo Miglioli, Ernesto Sirolli), scienza e ricerca (Nicola Baccile, Giusy Fiucci, Giuseppe Montano), medici (Vincenzo Berghella, Elisabetta Iammarone, Marcello Maviglia), musica e creatività (Roberto Borriello, Rita D’Arcangelo, Paolo Russo), imprenditoria e management (Roberto  Lorenzini, Daniela Puglielli, Filippo Tattoni Marcozzi), banche e investimenti (Luca De Leonardis, Fabio Di Vincenzo, Lily Lapenna). I loro nomi spesso non dicono molto al grande pubblico ma sono ben noti nelle rispettive aree professionali.

 

Il saggio, dal titolo “Eccellenze abruzzesi nel mondo”, pubblicato da Ianieri, è forse la prima ricerca che guarda all’Italia e all’Abruzzo dall’estero, essendo l’autrice una giornalista residente a Londra. E’ evidente che l’orizzonte di brillanti carriere è decisamente più vasto e forse impossibile da censire sugli scenari internazionali, ma il campione studiato è senz’altro rappresentativo del fenomeno della più recente emigrazione, che in parte comprende la c.d. generazione Erasmus. Un fenomeno che andrebbe meglio studiato.

 

L’autrice, che si è avvalsa della collaborazione del prof. Massimo Sergiacomo, spiega che lo scopo del lavoro “è quella di fornire ispirazione ai giovani abruzzesi”, che andranno ad ingrossare le fila di quanti sono in fuga dal nostro paese. Una prospettiva questa che sottrae il libro dall’orgoglio provinciale che caratterizzava alcune pubblicazioni del passato, per aprirsi piuttosto ad una lettura critica dei limiti del nostro paese.

 

Per ciascun personaggio, dopo il profilo biografico, seguono una serie di risposte rispetto ad griglia di domande comune a tutti gli intervistati. Tale circostanza permette di rilevare riflessioni spesso comuni tra gli intervistati, a cominciare dal concetto di “successo” ridimensionato, con modestia, in traguardi professionali di alto profilo, che potrebbero riservare ulteriori margini di crescita, soprattutto per i più giovani.

 

Tutti sono concordi nel riconoscere nei valori tradizionali della famiglia una spinta positiva insieme alla formazione primaria e secondaria, che poi ha finito per assumere un ruolo spesso fondamentale nell’affrontare i successivi studi, generalmente proseguiti all’estero. Frequenti sono i ricordi personali di docenti che hanno esercitato la loro influenza morale ed educativa. Tra i tanti merita di essere segnalato l’affettuoso ricordo che il compositore e musicista Paolo Russo, che vive in Danimarca, ha fatto della sua prima insegnante di pianoforte, Rachele Marchegiani, alla quale ha voluto dedicare alcuni mesi fa un suo concerto a New York, mentre l’anziana docente pescarese era morente. 

 

Si può dire che per tutti le strade del mondo hanno rappresentato percorsi praticabili, conseguendo mete altrimenti molto difficili da raggiungere in Italia, o semplicemente impossibili rimanendo in Abruzzo. Tra i casi più emblematici è significativa la storia del giovane scienziato aerospaziale Giuseppe Montano. Dopo la laurea in ingegneria informatica e i curriculum inutilmente inviati qua e là, il neo ingegnere rientrato a Pescara non trovava altro che un lavoro precario in una “aziendina”, come tecnico riparatore di computer e stampanti, anche a domicilio. Poi la sua passione per la ricerca aerospaziale lo ha portato a positivi contatti con centri di ricerca internazionale al punto che la Rolls-Royce, che opera anche in questo settore, ritenne di finanziargli ulteriori costosi studi nella Università di York.  Oggi Montano, a soli 34 anni, è leader del gruppo di studi spaziali avanzati di Airbus Defence and Space, la seconda azienda aerospaziale al mondo.

 

Un aspetto di particolare interesse è costituito dalle risposte alla domanda su possibili suggerimenti alla politica regionale. Risposte in genere diplomatiche e tese a sostenere l’esigenza di un miglioramento complessivo della formazione, compresa quella universitaria, che costituisce materia di competenza principalmente statale, ma anche critiche su un sistema che non riconosce sufficientemente il merito, sul ritardo culturale rispetto agli altri paesi occidentali e ancora su altri aspetti che meriterebbero un’analisi a parte, ammesso che ci sia una classe dirigente locale disposta ascoltare e far tesoro di tali riflessioni.

 

La presentazione ufficiale del libro è stata preceduta da un incontro informale nello scorso mese di agosto in un elegante ristorante sul mare pescarese, organizzato da Raffaella Quieti Carledge. Una piacevole occasione per un aperitivo tra i protagonisti coinvolti nella ricerca, provenienti da varie parti del mondo, che hanno potuto conoscersi e scambiare idee e opinioni, passando a discutere di Brexit, della vita a Singapore, Los Angeles, ecc. 

 

Le conversazioni passavano frequentemente dall’italiano all’inglese, anche per coinvolgere familiari al seguito. Invitato all’incontro ho potuto confrontarmi con l’economista Ernesto Sirolli, stratega dello sviluppo locale, che si muove da Sacramento (California) per il mondo, accompagnato dalla moglie australiana Martha, pure economista, con il banchiere Fabio Di Vincenzo, “pendolare europeo” tra Londra, Lussemburgo e altri paesi, e quindi con la stessa autrice della ricerca e brillante organizzatrice del meeting, preziosa opportunità per cogliere anche la distanza con la realtà locale, ancora molto lontana dalla complessità degli scenari competitivi della società globale.  Dip 29

 

 

 

 

La partita

 

In ogni modo s’evolva la situazione economica nazionale, il 2017 non sarà l’anno “buono. Anche sotto il profilo referendario. Quello che, appunto, dovrebbe modificare il nostro fronte politico nazionale. E’ meglio scriverlo subito. Prima di tutto, resta da analizzare se la linea Renzi resterà valida; almeno per evitare successivi declassamenti. Poi, rimane da comprendere come si comporteranno i partiti, non solo dell’attuale accordo, per garantire all’economia di non fare più passi indietro, con conseguenti vantaggi per la speculazione interna ed internazionale. La precedente Legislatura aveva evidenziato tante incongruenze che si potevano evitare.

 Finirà il sistema elettorale ibrido? Sul fronte politico, c’è ancora tanta “nebbia” che non ci consente, però, di vedere oltre i ristretti limiti del presente. Quello che c’è venuto a mancare, a nostro avviso, è stato un polo d’effettivo riferimento sul quale, con buon’approssimazione, potevano confluire anche gli incerti che nella Penisola non sono pochi. Con l’illusione dei “polarismi”, ci siamo perduti nei meandri di una politica che nulla avrebbe potuto offrire al nostro futuro. Renzi ci ha fatto intendere che le strategie economiche possono seguire le vie politiche. Eppure, politica ed economia dovrebbero trovarsi sempre su livelli differenti. Noi siamo per il “nuovo”. Ma non quello d’apparenza. Sarebbe inutile proporre alternative per puntellare un sistema che è, obiettivamente, allo sfascio. Riteniamo, invece, di muoverci con piccoli, ma sicuri, passi verso una differente concezione della tutela, che è prioritaria, delle necessità di questa nostra Penisola.

Le proposte, almeno quelle indispensabili, dovrebbero essere evidenziate entro fine 2017. Con una precisa linea operativa a livello interno ed internazionale. I mesi che restano servirebbero per approntare un dibattito parlamentare con chiari richiami alle tesi per rilanciare il nostro Paese. Per il bene d’Italia, le alleanze non sono immutabili. Sempre con Renzi, anche le cobelligeranze potrebbero far comodo per schiodare gli indecisi e chi si è barricato tra gli “indipendenti”.

 Il primo atto da compiere, con questo Potere Legislativo, è la discussione e il varo, di una nuova normativa economica. I preliminari per cambiare in meglio ci sono. La partita, ora, ha da essere giocata dal Popolo italiano.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

A Bruxelles la giornata europea di studio del Centro Idos e l'Istituto San Pio V sulle migrazioni qualificatw

 

A chiudere l'iniziativa il convegno sul volume “Le migrazioni qualificate. Ricerche, statistiche, prospettive” che analizza le difficoltà del nostro Paese nell'attrarre ricercatori e lavoratori qualificati e nell'investire sul capitale umano rappresentato dagli stranieri

 

BRUXELLES – Si svolge oggi a Bruxelles la giornata europea di studio sulle migrazioni qualificate promossa dall’Istituto di Studi Politici “S. Pio” V e dal Centro Studi e Ricerche Idos con il supporto della Commissione Cultura del Parlamento Europeo e la collaborazione del Centro Ecepaa di Bruxelles, che prevede  in chiusura un convegno sul volume che l’Istituto e Idos hanno di recente pubblicato (giugno 2016) su “Le migrazioni qualificate. Ricerche, statistiche, prospettive”.

Nel volume si ricostruisce attraverso un'analisi dai dati il quadro d’insieme del caso italiano, segnalando gli oltre 400.000 laureati italiani emigrati all’estero e i circa 500.000 i laureati stranieri presenti in Italia, con un'incidenza di questi ultimi pari al 7% sul totale degli oltre 6,5 milioni di laureati residenti in Italia, un valore inferiore rispetto a quello riscontrabile in Francia (10%), in Germania (11%) e nel  Regno Unito (17%).

Dall’Italia – si legge nella nota diffusa da Idos in proposito - sta emigrando un numero crescente di laureati e diplomati, mentre è ridotto il numero degli italiani che rimpatriano con questo livello di istruzione. Negli altri paesi europei, è più elevato sia il movimento complessivo di laureati e anche il flusso in entrata, cosicché il loro bilancio è positivo. Dal punto di vista quantitativo il bilancio è positivo anche per l’Italia ma solo se si tiene conto degli stranieri immigrati nel paese, mentre sotto l’aspetto qualitativo sono diversi i fattori negativi. Quelli evidenziati sono: la scarsa consistenza, rispetto ai livelli riscontrabili negli altri paesi dell’Unione europea, dei residenti che in Italia hanno conseguito la laurea, nonostante la titolarità della laurea agevoli notevolmente la collocabilità sul mercato occupazionale; la ridotta capacità del sistema italiano di offrire posti di lavoro adeguati ai laureati (sia italiani che stranieri), fatto che genera il fenomeno dei lavoratori sovraistruiti rispetto alle mansioni assegnate - si trova in tale situazione circa il 20% tra gli occupati italiani e ben il 40% di quelli immigrati; gli inconvenienti di natura organizzativa, specialmente per le fasce più alte dei lavoratori qualificati. A tal proposito di richiama questa testimonianza: “Se sapesse che cosa significa tentare una carriera scientifica in Italia, nessuna persona sana di mente accetterebbe l’impegno”: dichiarazione della planetologia Amara Graspe, pubblicata sulla rivista La Scienza, luglio 2006. Si rileva inoltre come l'attrattività dei Paesi esteri sia dovuta alle migliori opportunità di farsi riconoscere il merito da parte delle strutture pubbliche e delle aziende, di ottenere posti e retribuzioni più soddisfacenti, operare in un contesto organizzativo più efficace e innovativo. L’Italia, pur non sfigurando per numero delle loro pubblicazioni scientifiche – ammette la nota, - non riesce a gratificare i suoi ricercatori (per cui una buona parte tende ad andare all’estero) né ad attrarre quelli stranieri. Sono in molti a recatisi all’estero anche tra medici, infermieri, avvocati, architetti e ingegneri, una categoria questa particolarmente apprezzata (non a caso i Politecnici di Torino e Milano figurano, per prestigio, tra i primi 50 atenei del mondo). 

Il volume dell’Istituto “S. Pio V” e del Centro Studi Idos analizza i vari aspetti del “brain drain” e “brain waste”, facendo riferimento a tutte le ricerche condotte e mettendo a disposizione i dati aggiornati.

I laureati in partenza dall’Italia vanno a intaccare la disponibilità di personale altamente qualificato già di per sè limitata. Nel 2015 si è stimato che siano emigrati 27.000 diplomati e 24.000 laureati, rispettivamente il 35% e il 30% dei 102.259 connazionali che si sono cancellati dai registri anagrafici dei propri comuni per trasferirsi all’estero. I laureati italiani in partenza erano, mediamente, solo 3.300 in ciascuno degli anni a cavallo tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del nuovo secolo. Va anche tenuto conto che, in generale, essi partono per non ritornare più se non in un ridotto numero di casi, come attestato da numerose indagini, e che è aumentata la tendenza dei giovani a emigrare (6 su 10).

La presenza di laureati stranieri, che nel Centro-Nord ha svolto un ruolo di riequilibrio tra partenze e ingressi, è invece carente nel Meridione. Al Censimento del 2011 solo l’Abruzzo e il Molise non si collocavano al di sotto dell’incidenza media nazionale tra i residenti italiani dei laureati (11,2%), mentre tutte le regioni meridionali erano al di sotto dell’incidenza media dei laureati (10,7%) tra i residenti stranieri. Dai dati Istat risulta che la situazione non è migliorata negli anni successivi. Infatti, nel 2014 è risultato che nessuna regione meridionale supera le incidenze medie nazionali sia per i laureati (11,8% tra i residenti italiani e 9,1% tra quelli stranieri) che per i diplomati (32,1% tra gli italiani e 35,1% tra gli stranieri), con le uniche eccezioni delle regioni Abruzzo e Basilicata, e solo relativamente ai livelli di istruzione degli italiani. 

Il Meridione ha una quota di appena il 10,2% di tutti i laureati stranieri residenti in Italia e ciò influisce negativamente sul saldo del movimento di laureati per e dall’estero (il bilancio è, per giunta, aggravato dall’esodo verso il Nord Italia). La quota di laureati stranieri residenti nel Meridione è inferiore a quella di tre regioni prese singolarmente: Emilia Romagna (12,2%), Lazio (16,1%) e Lombardia (23,2%). Anche nelle altre regioni del Centro e nel Nord Italia l’afflusso di laureati stranieri ha svolto una funzione di riequilibrio dell’esodo degli italiani.

Il mercato occupazionale italiano – prosegue ancora la nota - ha trovato nei lavoratori immigrati un giovamento finanziario oltre che un supporto al mercato occupazionale. Nel 2015 gli occupati stranieri sono risultati 2.365.000 e i disoccupati 465.000. Di essi, attenendosi alla Ricerca continua dell’Istat sulle forze di lavoro, 1.410.000 hanno frequentato solo la scuola d’obbligo (i costi formativi per il bilancio pubblico sarebbero stati, secondo il Rapporto Ocse, di 90.000 dollari a persona, per un totale di 126 miliardi e 90 milioni di dollari), 1.191.000 i diplomati (con costo, sempre secondo il Rapporto Ocse, di 134.000 dollari per persona, per un totale di 154 miliardi e 830 milioni di dollari) e 303.000 i laureati (con il costo di 178.000 dollari per persona per una laurea triennale, per un totale di 53 miliardi e 934 milioni di dollari). Complessivamente, le spese pubbliche per i tre livelli di studio sarebbero state pari a 336 miliardi di dollari (e poco di meno calcolate in euro) se fossero state sostenute in Italia. Bisogna aggiungere 183 miliardi di euro corrispondenti alle spese a carico delle famiglie per crescere i propri figli fino ai 18 anni (con un costo medio, secondo stime elaborate nell’ambito delle associazioni di consumatori, di 61.000 euro per persona). Pertanto, il costo formativo della forza lavoro formatasi all’estero e poi inseritasi nel mercato italiano supera i 500 miliardi di euro, costituisce un notevole beneficio per l’Italia e compensa i costi sostenuti dall’Italia per i suoi cittadini trasferitisi all’estero (nel 2015, 51.000 con la licenza media, 27.000 diplomati e 24.000 laureati nel 2015 per un costo formativo totale di circa 19 miliardi di euro calcolati secondo i parametri contenuti nei rapporti dell’Ocse in precedenza esposti, e il costo aumenta se riferito anche agli anni precedenti).

I dati macroeconomici mostrano che l’Italia è in ritardo rispetto agli altri paesi Ue per quanto riguarda i livelli di formazione e di sviluppo, vista l'incidenza dei laureati nella fascia 30-34 anni (23,9% tra i residenti in Italia contro il 38,0% nella media Ue, ben 14 punti percentuali in meno); per investimenti in istruzione (4,1% del PIL contro il 4,9%, tra l’altro, solo il 25% dei manager è laureato contro il 54% nell’Ue); per investimenti in ricerca e sviluppo (1,3% del Pil italiano contro il 2,2% nella media Ue; i ricercatori in Italia sono 2 volte di meno rispetto alla Francia e al Regno Unito, 3 volte di meno rispetto alla Germania, 9 volte di meno rispetto al Giappone, 13 volte di meno rispetto agli Stati Uniti; eppure questo è l’ambito dal quale gli italiani emigrano maggiormente - circa un quinto del totale si trova all’estero); per lavoratori impiegati nell’ambito della ricerca e dello sviluppo (4 ogni 1.000 abitanti - circa 250mila, - per cui nello Spazio Economico Europeo l’Italia è solo al sesto posto, dopo la Germania, la Francia e il Regno Unito e anche dopo la Svizzera e l’Olanda).

In prospettiva desta preoccupazione sia il fatto che l’Italia sia attardata rispetto ai valori medi europei negli ambiti della formazione e dello sviluppo, sia che, al suo interno, le regioni del Meridione si collochino al di sotto dei valori medi nazionali per quanto riguarda gli indicatori positivi (quali l’occupazione in alta qualifica, l’occupazione in “High Technology” e l’investimento in ricerca e sviluppo), mentre, al contrario, nelle regioni meridionali i valori sono più alti relativamente agli indicatori negativi (quali la marginalità occupazionale, l’insuccesso formativo e la spendibilità lavorativa).

Nella riflessione conclusiva si evidenzia come nel panorama europeo l’Italia non si distingua per il numero dei laureati che espatriano (proporzionalmente più elevato in diversi Stati membri) ma piuttosto per la sua scarsa capacità di attrarre personale qualificato dall’estero. Alla perdita rappresentata dai costi sostenuti per la formazione degli emigrati si aggiunge quella per il mancato introito derivante dall’utilizzo dei brevetti  depositati all’estero (3,9 miliardi per il periodo 1990-2010 secondo uno studio di “Scienza in rete” per 456 brevetti di ricercatori italiani recatisi all’estero). Secondo la ricerca dell’Istituto “S. Pio V” e di Idos in Italia occorre dunque insistere maggiormente sui livelli della formazione e dell’occupazione. Le migrazioni qualificate vanno considerate positivamente, a condizione: 1) che la decisione di andare all’estero sia frutto di una libera scelta e non di una costrizione di fatto e 2) che le uscite vengano compensate dalle entrate e in quest’ottica va rivalutata la funzione degli immigrati (per il 50,1% con’istruzione superiore contro il 48,0% degli italiani). (Inform 29)

 

 

 

 

Intervista a Laura Garavini (PD). „Perchè vale la pena votare SÌ al referendum costituzionale”

 

"Con il SÌ alla riforma costituzionale, già votata in Parlamento a larga maggioranza, l'Italia ha finalmente l'occasione di aggiornare il funzionamento della propria macchina statale e di diventare un paese più moderno, più efficiente e meno costoso. In linea con le principali democrazie europee e in modo coerente con quanto stiamo cercando di perseguire da trent'anni a questa parte. Inoltre, votando Sì al referendum sulla riforma costituzionale, dimostriamo al mondo intero che l'Italia è capace di cambiare. Diamo stabilità al Paese. E confermiamo che la credibilità internazionale che abbiamo riconquistato negli ultimi tre anni, è ben riposta.

 

Se vince il SÌ, come cambia la Costituzione italiana?

Attraverso il Sì alla riforma cambia il meccanismo con il quale vengono fatte le leggi. Non ci saranno più due Camere del Parlamento con gli stessi identici poteri. Solamente la Camera dei Deputati avrà il compito di legiferare sulla maggior parte delle materie. Mentre al Senato compete il raccordo tra lo Stato e i territori. Viene ridotto consistentemente il numero dei parlamentari. Anzichè 330 Senatori ne resteranno solo 100 e non percepiranno più l'indennità parlamentare, con conseguenti risparmi per le casse pubbliche. Inoltre tornano allo Stato le competenze su materie di particolare interesse: salute, infrastrutture, energia e turismo. Tutte questioni che negli ultimi anni avevano determinato grosse differenze tra una Regione e l'altra. Perchè non è giusto, per fare un esempio, che uno debba recarsi in una altra regione, magari lontano migliaia di chilometri, per essere curato come si deve.

 

I brogli sul voto all'estero possono compromettere il risultato referendario?

Le accuse di brogli sul voto per corrispondenza avanzate dai sostenitori del No sono una vergognosa campagna di fango nei confronti dei cittadini che vivono all'estero. Minacciare ricorsi nel caso in cui la vittoria del SÌ dipenda dal voto degli italiani nel mondo significa insultare gli elettori che vivono all'estero. Perchè presuppone che siano tutti degli imbroglioni, a prescindere. In grandi democrazie, penso alla Germania, alla Svizzera o all'Australia, il voto per corrispondenza è così diffuso da essere diventato, percentualmente, la modalità di voto più frequente usata dagli elettori, anche stanziali. E nessuno si azzarda a metterne in discussione la correttezza. Qualora si fosse a conoscenza di reati a danno del voto per corrispondenza allora si faccia subito una denuncia circostanziata alle forze dell'ordine o all'autorità diplomatico consolare. Ma non si offendano gli italiani all'estero. Il legale svolgimento delle operazioni di voto è una questione che interessa tutti e non può venire volgarmente strumentalizzato per mettere in discussione un risultato che dà fastidio,

 

Se vince il NO, resta tutto come prima?

Se dovesse vincere il no si avrebbe una forte instabilità politica, in Italia ed in Europa. Le forze politiche che sostengono il no, sono talmente eterogenee tra di loro che, una volta caduto il Governo non sarebbero nelle condizioni di offrire un'alternativa al paese. Meno che meno di approvare un'altra riforma costituzionale, che invece resta necessaria per rendere funzionante il Paese. Sicuramente tornerebbe a salire lo spread, che indica il livello di sfiducia degli investitori stranieri nel nostro paese. Con conseguenze negative sul mondo del lavoro e dell'economia: forte calo degli investimenti, licenziamenti, ulteriore disoccupazione, ulteriore aumento del debito pubblico. L'Italia perderebbe quella credibilità che ha riconquistato con fatica negli ultimi  tre anni, a livello internazionale, grazie al nostro Governo. Oltre a restare impantanati in un sistema che ha generato 63 Governi in 70 anni, verrebbero resi vani tutti i miglioramenti prodotti con le riforme degli ultimi tre anni.

 

Se vince il SÌ, che cosa significa per gli italiani all'estero?

Dopo che per anni si era vociferato di volere abolire la circoscrizione estero, con l'approvazione del Sì ne verrà sancito il mantenimento a tutti gli effetti alla Camera dei Deputati. Dunque è garantita la voce degli italiani nel mondo nella Camera più importante, che è anche l'unica ad esprimere la fiducia al Governo. Rimangono tutti e 12 i deputati degli italiani all'estero. Non ci saranno invece i senatori poichè non esiste una Regione di riferimento che li possa esprimere. Ma l'effetto probabilmente più importante per chi vive all'estero sarà l'ottimo standing dell'Italia nel mondo: un paese finalmente normale, stabile, capace di guardare al futuro e di attrezzarsi per essere all'altezza delle sfide dell'oggi e del domani".

L'intervista a Laura Garavini è tratta dalla rivista edita in Lussemburgo ‚Passaparola' 29

 

 

 

 

A Johannesburg la Commissione Continentale dei Paesi Anglofoni Extraeuropei

La relazione di Silvana Mangione

 

JOHANNESBURG – Nel sua relazione alla Commissione Continentale dei Paesi Anglofoni Extraeuropei, riunita nei giorni scorsi a Johannesburg, il vice segretario generale del Cgie per i Paesi Anglofoni Extraeuropei Silvana Mangione, dopo aver salutato gli intervenuti, ha ricordato come all’ultima riunione della Commissione, svoltasi anni fa sempre in Sud Africa, fossero presenti l’ambasciatrice Carla Zuppetti, allora direttore generale della Dgit,  e il senatore Cesarino Monti, oggi entrambi scomparsi. La Mangione ha anche chiesto un minuto di silenzio in ricordo dell’ex Consigliere Mimmo Azzia e del papà del Consigliere Arcobelli, scomparso circa due settimane fa.

La Mangione ha poi sottolineato come  sei anni di distanza della passata riunione della Commissione “ le situazioni in parecchi ambiti di nostro riferimento non siano migliorate di molto, per non dire affatto. La nostra ammirazione – ha proseguito il vice segretario generale - va alla comunità italiana e di origine italiana in Sud Africa, che regge con la sua generosità le due fasce più fragili delle nostre collettività: i bambini ai quali si continua a insegnare italiano negli Asili Mondo Magico malgrado i contributi del Maeci non arrivino più per ragioni che ovviamente chiariremo e gli anziani, sulla cui assistenza e protezione sentiremo autorevoli interventi nelle giornate di oggi e di domani”. “Questa bellissima comunità – ha aggiunto la Magione - è altrettanto attivamente coinvolta in tutti i temi di ampio respiro che riguardano tutti gli italiani all’estero e di essi parleremo approfonditamente. Prima di tutto della riforma di Comites e Cgie, su cui intendiamo dire la nostra, visto che quando questi organismi non riescono a funzionare appieno, invece di rimuovere gli ostacoli esterni che ne impediscono il cammino, si comincia ad inseguire il miraggio delle riforme, che essendo una novità, dovrebbero da sole sanare i problemi che non sempre nascono dalle leggi in vigore, ma più sovente dalla mancata applicazione delle leggi in vigore, tranne una, quella che ha falcidiato la Commissione Continentale Anglofona, tagliando quasi tre quarti dei suoi componenti, che sono passati da 16 a 5 in rappresentanza di 4 Paesi e 3 Continenti. Oggi sono presenti tutti e 4 i Paesi e desidero ringraziare di cuore i colleghi dell’Australia e del Canada che, malgrado il brevissimo preavviso, sono riusciti a venire. Per gli Stati Uniti ci sono soltanto io, perché il Consigliere Arcobelli ha avuto, come già detto, un grave lutto in famiglia. Dobbiamo quindi riaffrontare – ha continuato la Mangione- la riforma del Comites e quella del Cgie. Vi sottoporremo una bozza di proposta che rappresenta la sintesi della maggior parte degli oltre sessanta suggerimenti costruttivi che ci sono pervenuti da Comites, Associazioni e singoli Consiglieri. La bozza è stata discussa ed integrata nel corso dell’ultima riunione del Comitato di Presidenza del Cgie. In questa sintesi non ho inserito le pochissime proposte che ricalcavano, modificandolo soltanto leggermente un disegno di legge presentato nel 2007, che il Cgie già allora aveva rigettato convintamente. A questo vorrei unire, con il vostro premesso, la disamina di una proposta di legge, presentata nel 2014 dall’On. Speranza cui si sono aggiunte le firme di altri sei deputati eletti all’estero sulla modifica della legge n. 459 che regola l’esercizio del diritto di voto per gli italiani all’estro, tornata alla ribalta in questi giorni, a seguito delle interrogazioni sulla messa in sicurezza del voto e le dichiarazioni dei promotori del NO al referendum, che hanno dimostrato di non conoscerci affatto quando hanno  minacciato ricorsi affermando che se il SÍ dovesse vincere per merito dei voti esteri tale vittoria dovrebbe essere considerata invalida. Vorrei ricordare a tutti che i quattro requisiti fissati dalla Costituzione Italiana per il corretto esercizio del diritto di voto sono che il voto deve essere personale, uguale, libero e segreto. Di questi quattro, uno è garantito dalla stessa Costituzione: il voto espresso da un cittadino italiano residente in Italia ha lo stesso valore di quello espresso da un cittadino italiano residenti dovunque altro nel mondo. Il rispetto degli altri tre requisiti fa parte dei doveri di ogni singolo cittadino che quindi deve votare personalmente, senza dichiarare previamente a nessuno come voterà e senza farsi imporre da altri come votare. Se qualcuno, con qualunque mezzo, cercasse di costringere l’elettore a votare in un modo diverso da quello che desidera oppure dovesse chiedergli di consegnare la scheda da votare, quell’elettore ha l’obbligo di denunciare alle autorità competenti il tentativo di impedirgli di esercitare liberamente il proprio diritto. Punto. Tutto qui. Non c’è bisogna di alcuna nuova legge per proteggere i nostri diritti come singoli elettori. C’è bisogno soltanto di una piena assunzione di responsabilità. Ciò posto, rinviamo successivi dibattiti le altre proposte contenute nel Pdl dell’On. Speranza e la stigmatizzazione delle dichiarazioni dei coordinatori dei Comitati per il No”.

“Un altro tema eternamente fondamentale, non soltanto per noi all’estero, ma anche per il rafforzamento della proiezione del Sistema Italia nel Mondo, - ha proseguito il vice segretario generale - è quello della promozione e diffusione dell’insegnamento della lingua e cultura italiane all’estero. Alla seconda riunione degli Stati Generali della Lingua Italiana, tenuto a Firenze il 17 e 18 ottobre scorso, il Vice Ministro Mario Giro ci ha assicurato che per il 2017 ci saranno €10 milioni per il Capitolo 3153 del MAECI dedicato all’insegnamento K – 12 e il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha annunciato la dotazione di €50 milioni da spalmare fra i tre Ministeri degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, dell’Università, Innovazione e Ricerca e dei Beni Artistici e Culturali per la promozione della lingua e cultura italiane all’estero. Sono convinta che dobbiamo chiedere fermamente che si realizzi il famoso tavolo di concertazione fra MAECI, MIUR e MIBAC, integrato da rappresentanti del CGIE e guidato dal MAECI, che ne sa davvero molto in proposito, per la definizione delle priorità e delle finalità di spesa.

Sulla riapertura dei termini per il riacquisto della cittadinanza un nostro autorevole Senatore, eletto in una delle due ripartizioni di nostra competenza, ci aveva annunciato che una nuova legge sarebbe stata approvata entro la fine di quest’anno. Lo auspichiamo veramente e ne parleremo, come al solito, senza peli sulla lingua, non appena ne riceveremo il testo in discussione.

L’elefante nelle nostre cristallerie è il bellissimo, ma in molti casi preoccupante, fenomeno della nuova emigrazione, la cosiddetta fuga di cervelli, definizione insultante sia ai plurilaureati che non fuggono da impegni più gravosi in Italia per andare a fare vacanze intellettuali all’estero sia agli emigrati per ragioni di sopravvivenza, snobbati dall’espressione cervelli che sembra esclusivamente cucita addosso ai grandi esperti. Infatti, fanno parte della nuova emigrazione non soltanto i ricercatori al lavoro in importanti centri di studio; ma anche gli imprenditori che aprono nuove prospettive all’Italia; i giovani che aspirano a un progetto di futuro che non trovano in patria; i pensionati costretti a insediarsi dove il loro misero mensile consente una vita dignitosa; altri esponenti di tutte le classi sociali. In realtà non sappiamo come definire questo flusso incontenibile di persone che accomuna il mondo intero e colpisce massicciamente l’Italia, destinazione storica di popoli invasori, che ne sono stati assorbiti, e recente di chi vi cerca salvezza, ma anche reiterazione della Amara terra mia, amara e bella, che cantava Modugno nell’addio di un emigrante. C’è molto di più dunque. C’è molto di diverso. C’è molto da fare, da proteggere, da dire, anche su questo”.

“Sull’esame della legge di stabilità e del cosiddetto DEF, il documento di programmazione economico finanziaria, - continua la Mangione - ci soffermeremo nello specifico alla luce delle ultime notizie, pervenute ieri, che ci garantiscono che la Commissione Bilancio della Camera ha approvato la redistribuzione proporzionale ai consolati coinvolti di €4 milioni derivati dalle percezioni consolari per le domande di cittadinanza; e ulteriori €4 milioni per il capitolo 3153, ancora gestito dalla DGIT, che dà contributi agli enti gestori dei corsi di lingua italiana. Il comunicato stampa dei deputati del PD, giunto ieri notte, afferma che il Presidente del Consiglio e il Governo hanno rilanciato con la proposta di creazione di un fondo quadriennale di 150 milioni da destinare all’insegnamento della lingua e cultura italiane, considerato intervento strategico. Le sollecitazioni ad avere immediate garanzie in merito alla reintegrazione dei fondi per il 2017 avevano portato prima il Sottosegretario Amendola ad assumere un impegno a valere sui 20 milioni del fondo previsti per il primo anno, e poi il Sottosegretario Della Vedova a confermare in Commissione Esteri l’orientamento del Governo. Il parere della Commissione Esteri sulla legge di Bilancio fa piena fede di questa richiesta e di questo impegno. Se non ci giungessero altre informazioni, potremmo comunque stilare una sorta di schema delle priorità di spesa che ci riguardano e chiedere un quadro esaustivo dei dati di spesa per quelle stesse voci da parte di Regioni, Province Autonome, Città metropolitane, Comuni, enti pubblici e così via, per capire fino in fondo quanto si eroga, e quanto si spreca, a fronte dei tagli che mettono in pericolo le esigenze minime e basilari della nostra esistenza e della promozione dell’Italia all’estero. In parole povere, - conclude il vice segretario generale - non abbiamo più voglia di essere buoni e neppure buonisti.

Ancora, parleremo dei Servizi RAI, anche in streaming, e del rilascio della carta d’identità da parte dei Consolati nei Paesi Anglofoni extraeuropei.  Altri punti potranno essere toccati nel corso dei lavori, man mano che ne emergerà la necessità. Siamo qui per costruire, non per essere schiacciati al nostro interno da qualsiasi camicia di forza procedurale”. (Inform 28)

 

 

 

 

La riforma costituzionale e i rapporti coll’Ue

 

L’Unione europea, Ue, viene spesso richiamata nel dibattito sulla riforma costituzionale. Il Comitato per il sì afferma che la riforma rafforzerebbe l’impronta europea della Costituzione e consentirebbe all’Italia di “essere un attore ancora più decisivo e decidente delle scelte” europee. Tra gli oppositori non mancano commenti per cui essa renderebbe l’Italia sempre più “asservita”all’Ue.

 

Sul piano dei principi, la riforma non introduce novità fondamentali quanto ai rapporti tra ordinamento italiano e comunitario. Nonostante sia talora richiamato come allarmante novità, il testo del nuovo art. 117 non muta (rispetto a quello vigente introdotto nel 2001) per quanto riguarda la clausola della prevalenza delle norme europee su quelle nazionali, a parte una revisione linguistica. Il principio del primato del diritto Ue su quello italiano è del resto da molti decenni consolidato nel nostro ordinamento.

 

Art. 70 e attuazione delle norme Ue

Alcune innovazioni derivano dalla nuova disciplina del procedimento legislativo. Il nuovo art. 70 prevede che, tranne alcune leggi di particolare importanza, le leggi ordinarie siano adottate dalla sola Camera, con un intervento del Senato eventuale e consultivo.

 

Tra le leggi che richiedono ancora una procedura bicamerale l’art. 70 menziona “la legge che stabilisce le norme generali, le forme e i termini della partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione delle politiche dell’Ue”: si fa chiaramente riferimento alla legge di sistema, che prevede le procedure per l’attuazione delle norme europee, come fu la legge La Pergola ed è ora la l. 234/2012.

 

Invece, contrariamente a quanto talora affermato, le ordinarie leggi di recepimento e attuazione delle norme Ue (delle direttive, delle sentenze della Corte Ue e dei regolamenti non completi) diverrebbero monocamerali (tranne nel caso eccezionale che tocchino le materie riservate dall’art. 70 alla legge bicamerale: es. norme elettorali relative al Parlamento europeo ).

 

Ciò va salutato con favore, considerando il cronico ritardo nell’attuazione delle norme europee, che fa dell’Italia lo Stato col maggior numero di condanne della Corte Ue.

 

La legge di riforma costituzionale introduce poi una differenziazione tra la ratifica degli “ordinari” trattati interazionali, che dovrà esser autorizzata dalla sola Camera, e quella dei “trattati relativi all’appartenenza dell’Italia all’Unione europea” (art. 80), per i quali l’autorizzazione dovrà provenire da entrambe le camere.

 

Scelta condivisibile, dato il rilievo dei trattati su cui si fonda l’integrazione europea e dei relativi trattati modificativi (inclusi quelli di adesione). Essa solleva peraltro qualche dubbio riguardo alla procedura applicabile a trattati che, pur riguardando sostanzialmente la materia europea, vengano adottati formalmente al di fuori del diritto Ue (com’è il caso del Fiscal Compact). Dovrebbe invece esser affidata alla sola Camera la ratifica degli “accordi-misti”, conclusi con Stati terzi sia dall’Ue che dagli Stati membri (come Ceta o Ttip).

 

Eventuale recesso dall’Ue

L’art. 50 del Tue prevede che ogni Stato possa decidere di recedere dall’Ue “conformemente alle proprie norme costituzionali”. La riforma costituzionale non si occupa del recesso. Del resto, c’è chi sostiene che per l’Italia l’appartenenza all’Ue sarebbe scelta irreversibile.

 

Ci si potrebbe chiedere se l’introduzione, ad opera della riforma, di una serie di norme che fanno espresso riferimento alla partecipazione dello Stato e delle sue istituzioni al processo d’integrazione europea non condizionerebbe un recesso dell’Italia a una revisione costituzionale. In ogni caso, in virtù del nuovo art. 80, la decisione di mettere in moto il recesso dovrebbe essere presa dal Governo previa autorizzazione di entrambe le camere.

 

Il Senato nelle riforma costituzionale e il futuro della qualità della rappresentanza

Secondo la legge di riforma costituzionale, il nuovo Senato concorre “all’esercizio delle funzioni di raccordo tra lo Stato, gli altri enti costitutivi della Repubblica e l’Unione europea” (art. 55), partecipando alla formazione e attuazione degli atti normativi e delle politiche Ue.

 

Gli oppositori della riforma definiscono questa funzione “misteriosa”. In ogni caso, non v’è dubbio che, anche dopo la riforma, sarebbe ancora il Governo a gestire in prima persona i rapporti coll’Ue e a prendere le decisioni chiave in materia, mediante i propri rappresentanti nel Consiglio Ue (co-legislatore insieme al Parlamento Europeo).

 

La normativa vigente prevede già che rappresentanti delle regioni possano far parte delle delegazioni dell’Italia al Consiglio (secondo modalità faticosamente definite nell’Accordo adottato nel 2006 dalla Conferenza Stato-Regioni). Non sarebbe una buona idea modificare tale meccanismo, prevedendo una rappresentanza di membri del Senato (anche alla luce della composizione di quest’ultimo).

 

Il nuovo Senato continuerebbe poi ad esercitare le prerogative attribuite alle camere nazionali dal Protocollo n. 2, introdotto dal Trattato di Lisbona, riguardo alla verifica del rispetto del principio di sussidiarietà.

 

Il nuovo Senato delle autonomie, alleggerito di buona parte delle competenze legislative, potrebbe concentrarsi sull’esercizio di funzioni di indirizzo e controllo sul Governo quanto all’elaborazione (e attuazione) delle politiche Ue.

 

La prassi europea offre numerosi esempi di camere alte che svolgono egregiamente tali attività, condizionando l’operato degli esecutivi a Bruxelles e vagliandone i risultati. A parte la House of Lords, è naturale pensare al Bundesrat tedesco, espressione delle entità territoriali.

 

Sennonché nel Senato non siederebbero rappresentanti dei governi delle singole regioni, ma un numero variabile di consiglieri regionali e sindaci, eletti dai Consigli regionali col metodo proporzionale con una legge che peraltro non è stata ancora adottata.

 

È forse prematuro affermare che ciò inciderebbe sulla qualità della rappresentanza. Ma le regole sulla composizione non assicurano che i nuovi senatori rappresentino gli interessi delle rispettive regioni (e comuni) anziché votare secondo mere logiche di partito. Ciò, e il fatto che si tratti di persone che svolgerebbero un doppio incarico, solleva dubbi sulla capacità del nuovo Senato di esercitare in modo continuativo e proficuo le complesse funzioni sopra accennate.

 

Non è poi chiaro come le nuove competenze del Senato inciderebbero sul sistema attuale di raccordo tra Governo e enti regionali e locali, risultante dalla legge 234/2012 e incentrato sul sistema delle Conferenze (Stato/Regioni e Stato/Autonomie locali).  Marco Gestri, AffInt 25

 

 

 

 

 

Commissione Anglofona del CGIE. Il documento finale della riunione di Johannesburg (25-27.11.16)

 

La Commissione Continentale dei Paesi Anglofoni Extraeuropei, riunita a Johannesburg dal 25 al 27 novembre 2016, in apertura dei lavori ha tenuto un minuto di silenzio in ricordo dell’Amb. Carla Zuppetti e del Sen. Cesarino Monti, che avevano partecipato all’ultima Continentale Anglofona a Johannesburg nel 2010 e in memoria dei lutti che hanno colpito la famiglia allargata del CGIE con la recente scomparsa del Cons. Mimmo Azzia e del padre del Cons. Vincenzo Arcobelli. La Commissione è grata al Vicario dell’Ambasciatore Pietro Giovanni Donnici, Primo Consigliere Mirta Gentili, e al Console Generale d’Italia a Johannesburg, Marco Petacco, per la loro presenza e i loro interventi. La Commissione ringrazia calorosamente il Consigliere Riccardo Pinna, che ha reso possibile la realizzazione di questa Continentale malgrado il brevissimo preavviso e il Presidente dell’Intercomites e del Com.It.Es. di Johannesburg, Salvatore Cristaudi e il Presidente della Dante Alighieri, Gaetano Giudice, per la loro generosa ospitalità che ha consentito alla Commissione di dibattere tutti gli argomenti all’ordine del giorno in stretto contatto con gli organismi  elettivi e le realtà associative della Comunità; e il Presidente del Com.It.Es. di Città del Capo, Reato Fioravanti, il Consigliere uscente Giuseppe Nanna e il già Consigliere Maurizio Mariano, presidente dell’Alleanza Elleno – Italo – Portoghese  per loro presenza insieme ad un folto pubblico. Prima di iniziare i lavori la Commissione ha ascoltato la relazione della Società Assistenziale Italiana che si occupa degli indigenti e ha visitato la sede di Casa Serena, la casa di riposo per anziani quasi interamente finanziata dalla comunità locale, convenendo all’unanimità che la cura delle fasce più anziane e più deboli delle collettività italiane all’estero non può essere demandata esclusivamente alle realtà locali, specie nei Paesi che attraversano momenti di crisi economica e politica, ma deve godere dell’aiuto diretto del Governo italiano.

Dopo aver ascoltato e approvato l’allegata relazione del Vice Segretario Generale, la Commissione ha affrontato un ricco Ordine del giorno, esaminando prima di tutto la bozza di proposta di riforma del Com.It.Es. e del CGIE, licenziata dal Comitato di Presidenza nella riunione del 21 e 22 ottobre 2016. La Commissione conferma l’esigenza di mantenere intatta la piramide della rappresentanza degli italiani all’estero: i Com.It.Es. di base, il CGIE di sintesi, gli eletti all’estero che rappresentano le comunità al Parlamento italiano. La Commissione ha approvato a larghissima maggioranza l’impianto e i contenuti della proposta di riforma che, con i suggerimenti della Commissione Tematica sui Diritti Civili e Politici del CGIE – che l’ha già ricevuta in copia – dovrà essere sottoposta al dibattito, l’integrazione e l’approvazione finale dell’Assemblea Plenaria del Consiglio. Da parte sua la Commissione ha eliminato una ripetizione nel testo, che si allega così emendato, e chiede che all’unico Consigliere del CGIE eletto in Africa venga attribuita anche la rappresentanza di tutte le altre comunità italiane presenti in questo Continente e che agli altri Consiglieri Anglofoni vengano parimenti attribuite le rappresentanze delle collettività nelle Nazioni limitrofe non rappresentate.

La Commissione ha apprezzato la bella manifestazione sportiva di fine anno organizzata dagli Asili Mondo Magico presso il Club Italiano di Johannesburg e plaude al lavoro di chi crea le condizioni per cui le prossime generazioni della Repubblica del Sud Africa possano vivere in piena armonia, senza frizioni fra le diverse comunità etniche e razziali. Invita quindi il MAECI a riconoscere e sostenere anche in futuro con il suo contributo questa bellissima iniziativa didattica e sociale. Nella splendida sede della Dante Alighieri di Johannesburg, collegata alle Dante di Città del Capo, Durban, Pietermaritzburg e in futuro di Mozambico, la Commissione ha ascoltato le allegate relazioni del Vice Presidente degli Asili Mondo Magico, Vasco Rader e del Presidente della Dante, Gaetano Giudice, che hanno confermato quanto l’insegnamento e la diffusione della lingua e della culture italiane costituiscano lo strumento principale di proiezione del Sistema Italia all’estero e debbano essere congruamente finanziati e promossi, avvalendosi anche della formazione a distanza e dei recenti programmi del MAECI.

La Commissione ha consegnato all’Ambasciata, al Console Generale e ai responsabili degli enti citati e dei Com.It.Es., il libro bianco pubblicato in occasione della seconda edizione degli Stati Generali della Lingua Italiana.

Il tema della nuova emigrazione è stato introdotto da alcuni giovani esponenti di tre diversi tipi di questo crescente, spesso molto positivo, fenomeno. Chiara Venturin, distaccata alla Dante nel quadro del progetto pilota dei neolaureati con la specializzazione nella didattica dell’italiano come seconda lingua, che il MAECI invia presso gli enti gestori nel mondo, ha sottolineato gli aspetti positivi di questa iniziativa che dà ai giovani un lavoro certo almeno per un certo periodo, consente di fare un’esperienza arricchente e di dare un contributo, fa conoscere per immersione realtà estere e persone diverse, costringe a mettersi in gioco, permette di insegnare a tutte le fasce di età e a tutti i livelli di italofonia e italofilia, stimola l’elaborazione di sillabi che rispondono alle specifiche esigenze locali e potrebbero in futuro essere usati per insegnare l’italiano come seconda lingua agli immigrati in Italia. La Commissione concorda che il progetto pilota costituisce un momento di eccellenza che deve essere proseguito e finanziato. Alessandro Parodi, dopo la laurea, ha deciso di fare un’esperienza estera il più lontano possibile dall’Italia. Ha vissuto sulla sua pelle la difficoltà di ottenere un visto di lavoro in questo Paese, opera come giornalista per il giornale italiano La Voce, per cui ha potuto descrivere le comunità italiane del Sud Africa, mettendone in evidenza le capacità e la grinta ed è lieto di vedere che esiste ancora una parte del mondo che ha voglia di fare le cose e contribuire alla crescita della società e della sua gente nel Paese in cui risiede. Mauro Benedetti, arrivato in Sud Africa al seguito di un’azienda italiana, ha deciso di rimanere e creare insieme ad alcuni amici una piccola impresa e ha aperto una gelateria di successo. Descrive il suo percorso dicendo: sono nato italiano, non ho fatto nulla per diventarlo fino a quando sono arrivato qui e lo sono diventato davvero. Mi sono trovato in un contesto più ampio che mi ha fatto sentire ambasciatore dell’Italia. Per noi che siamo “fuori” il concetto di emigrazione ha un significato diverso, cresciamo in un contesto molto più globale, ci rendiamo conto che l’associazionismo che non conoscevamo è formato da singole persone che danno valore al gruppo e agli obiettivi per cui è stato creato.

La Commissione ha ricevuto dal Consigliere Franco Papandrea (Australia) una copia della ricerca di Riccardo Armillei e Bruno Mascitelli commissionata dal Com.It.Es. di Melbourne e in parte finanziata dal MAECI con contributi integrativi, intitolata: “From 2004 to 2016 – A New Italian Exodus to Australia?”.  Le presentazioni sono state completate dall’allegata relazione sull’associazionismo regionale, che ha messo in evidenza la progressiva chiusura delle Consulte dell’emigrazione in parecchie Regioni, lamentando la conseguente diminuzione di opportunità di contatti esteri per le Regioni che non comprendono l’importanza del mantenimento di legami forti con la rete dei corregionali all’estero.   

Passando ad un punto successivo, la Commissione Continentale ha ricevuto con piacere l’informazione che una nuova legge in materia di riapertura e cancellazione dei termini per il riacquisto della cittadinanza italiana ha iniziato l’iter di approvazione parlamentare, e attende di vederne il testo per la obbligatoria espressione di parere da parte del CGIE.

Con riferimento alle recenti inqualificabili dichiarazioni che mettono in dubbio il valore e la legittimità dei risultati del voto referendario all’estero, la Commissione ricorda che dei quattro requisiti del voto sanciti dalla Costituzione, quello dell’uguaglianza si realizza nella sua stessa definizione, mentre il rispetto di quelli della personalità, libertà e segretezza ricade sotto la responsabilità dell’elettore. La Commissione rigetta dunque qualunque accusa e chiede la messa in garanzia del voto per le future consultazioni attraverso la stampa delle schede in Italia e l’assoluto controllo della correttezza delle operazioni di consegna e trasmissione dei plichi nei Paesi in cui non esistono sistemi di Posta pubblica perfettamente funzionanti.

In mancanza di dati certi la Commissione non ha potuto esprimere pareri documentati sul prossimo DEF e sulle assegnazioni per gli italiani all’estero. Reitera dunque la necessità imprescindibile che il CGIE sia dotato di fondi sufficienti ad adempiere a tutti i dettami della sua legge istitutiva, tenendo tutte le riunioni tassativamente indicate per legge, per non dover ricorrere a superiori istanze affinché il rispetto della normativa non venga ulteriormente infranto; che ai Com.It.Es. siano erogati fondi che consentano loro di operare con efficienza; che i finanziamenti all’insegnamento della lingua e della cultura italiane si avvicinino a quelli di altri Paesi, le cui comunità all’estero sono meno numerose, ma la cui capacità di marketing attraverso la cultura supera di gran lunga la nostra; che non si dimentichi il contributo che le generazioni più anziane, ed ora in difficoltà, hanno dato all’Italia nel secondo dopoguerra e quindi si garantisca loro di completare in serenità il proprio viaggio di vita.

Infine la Commissione chiede che la RAI fornisca la ripetizione in streaming dei programmi trasmessi all’estero e domanda quando sarà possibile farsi rilasciare dal Consolato competente la carta d’identità, anche fuori d’Europa, dato che il passaporto digitale è ormai una realtà ovunque.

Gli allegati testi fanno parte integrante del presente documento finale, insieme alla relazione di apertura del Vice Segretario Generale.

Approvato all’unanimità il 27 novembre 2016. De.it.press

 

 

 

 

I conformisti

 

Per la burocrazia, l’Italia resta sempre in prima linea. Non è, certamente, una soddisfazione, ma è un primato che sarebbe meglio perdere. Però, sembra che non sia nelle corde di chi “conta”, o credi di “contare”. Eppure, semplificare significa accelerare. Da noi, il binomio che abbiamo scritto, nonostante i segnali di buona volontà, proprio non si riesce a realizzare.

 

 Gli ingranaggi della burocrazia creano intoppi, ritardi e, molto spesso, errori. Lo sappiamo tutti; ma aggiornare un sistema non è semplice. Neppure ora che i bisogni si sono fatti impellenti. Intanto, il Paese continua a perdere terreno e fiducia da parte dei partners internazionali. Nel particolare, nonostante la continua diminuzione dei posti di lavoro, il carico impositivo sulle imprese è a quota 42%. Almeno 4 punti sopra della media UE. Fatto che non è, certamente, sfuggito ai politici incapaci, almeno sino ad ora, a ridimensionare il “fenomeno”.

 

Forse, è anche una questione di metodo che da noi trova difficoltà ad adeguarsi ai tempi e alle necessità di un Paese che di tasse e burocrazia è spossato da qualche tempo. Se è vero che le gabelle sono una necessità, pur se sproporzionate alle nostre entrate in generale, non s’agevola per nulla il contribuente a versarle. Insomma, la burocrazia ostacola anche il pagamento ma favorisce, proprio per la lentezza degli accertamenti, chi le tasse non le ha mai pagate per quanto effettivamente dovuto.

 

 Per ridare linfa all’Italia, c’è anche una regola d’opportunità da seguire. Per non finire peggio di come siamo partiti. Al punto in cui ci troviamo, le scelte non ci sono più. O si esce dal caos o il Paese è destinato ad un’infausta fine. Ciò indipendentemente dalle linee del “Fare” e dalla buona volontà di Renzi e squadra al seguito. Potrà sembrare un controsenso: ma a noi pare che si faccia di tutto per penalizzare le premesse necessarie per garantire, pur col tempo, l’auspicata ripresa.

 

 Dobbiamo avere il coraggio di fare confronti con gli altri Stati UE. Verificare come questi Paesi vicini siano stati in grado di gestire diversamente una crisi che non è stata solo italiana. E’ scontato che la politica, in ogni caso, abbia un suo costo. Ma è anche palese che chi la esercita è tenuto ad offrire al Paese alternative, almeno, percorribili. Il Prodotto Interno Lordo (PIL) nel 2017 sarà in positivo, ma potrebbe non bastare. Di parole se ne sono scritte, e dette, troppe. Gli appelli alla semplificazione sono serviti a poco. Neppure il Referendum Istituzionale ha modificato la realtà nazionale. Com’era prevedibile.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Senza casa e senza tutela. Un volume della Fondazione Migrantes sui profughi ambientali

 

Sono 27,8 milioni le persone sfollate nel 2015 secondo i dati del Internal Displacement Monitoring Centre e del Norwegian Refugee Council, di cui la maggior parte – 19,2 milioni – per disastri naturali. Numeri importanti che impongono all’agenda politica e alla comunità scientifica una riflessione attenta e comune. Se l’Accordo sul clima di Parigi mostra che nei confronti dell’ambiente cresce la consapevolezza che bisogna agire e che “ognuno deve fare la sua parte”, resta un vulnus importante sulla questione che riguarda le principali vittime del degrado ambientale e del cambiamento climatico, i poveri. Milioni di esseri umani che ogni anno si mettono in cammino – spesso all’interno dei confini nazionali – per fuggire a eventi catastrofici chiedono l’attenzione internazionale e quella religiosa per definire il loro presente e costruire il loro futuro. Chi fugge dal proprio Paese a causa di cambiamenti climatici o per il progressivo degrado ambientale o per disastrasti violenti ed improvvisi non è riconosciuto come rifugiato né dalla Convenzione di Ginevra del 1951 e né dal Protocollo di New York del 1967, è senza una tutela specifica nella maggior parte dei casi (Italia, Stati Uniti e pochi altri Paesi prevedono nella legislazione una forma di protezione) e viene considerato come un migrante economico. Quale futuro allora per i profughi e i rifugiati ambientali?

È di loro che parla l’ottavo libro della collana Quaderni Migrantes della Fondazione Migrantes, “Senza casa e senza tutela. Il dramma e la speranza dei profughi ambientali” (Tau editrice) scritto dalla Dott.ssa Carlotta Venturi. Un tema oggi più che mai attuale che riguarda tutta l’umanità e che impone una riflessione attenta e puntuale per essere compreso in tutta la sua complessità. L’autrice inizia l’analisi cercando di capire – attraverso lo studio di ricerche scientifiche internazionali – l’esistenza o meno di un legame diretto tra il cambiamento climatico o il degrado ambientale e la migrazione forzata; per riflettere, in secondo momento, con lo sguardo e le risposte della Dottrina Sociale della Chiesa – in cui trovano spunto e fondamento le conclusioni – su come considerare chi emigra a causa di problemi climatici o ambientali.

Senza entrare nel dibattito se siano rifugiati o migranti – se ci siano cioè le condizioni per definirli in uno o in un altro modo – l’Autrice propone un nuovo punto di vista con cui affrontare e osservare il fenomeno: quello della solidarietà.

Sulla scia della Dottrina Sociale della Chiesa la dott.ssa Venturi invita il lettore a riflettere su una crisi etica e culturale – da cui deriva anche la crisi ecologica – sostenendo la necessità di una svolta antropologica, di un “rinnovato interesse dell’umanità per l’umanità”, contro l’indifferenza e l’individualismo che stanno uccidendo il Pianeta. “Milioni di essere umani, scrive nella presentazione del volume il direttore della Fondazione Migrantes, Mons. Giancarlo Perego, che ogni anno si mettono in cammino – spesso all’interno dei confini nazionali – per fuggire a eventi catastrofici chiedono l’attenzione internazionale e quella religiosa per definire il loro presente e costruire il loro futuro”.

Con questo volume la  Migrantes ha voluto offrire un supporto per chi si occupa di mobilità umana, affinché conosca il tema delle migrazioni ambientali e ne riconosca i tratti non solo di un fenomeno numericamente rilevante, ma anche di nuova opportunità di rinnovamento dei sistemi di accoglienza e integrazione.

L’esortazione, pertanto, è quella di ripensare le migrazioni forzate anche alla luce di quelle ambientali, considerandole come un luogo di giustizia e di misericordia, nello spirito dell’Anno giubilare appena concluso: di una Misericordia vissuta come impegno gratuito e solidale di condivisione e non solo come segno di assistenzialismo.

Papa Francesco chiama tutti gli esseri umani e non solo i cattolici ad agire secondo la logica della gratuità e dell’ospitalità senza desiderare una “ricompensa”. In quest’anno giubilare, dedicato alla Misericordia, il Pontefice ci ha invitato ad ascoltare “tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri”. E il presente volume vuole essere una risposta a questa chiamata: un passo verso la conoscenza di un fenomeno che rappresenta il nostro presente e determinerà il nostro futuro. Raffaele Iaria

 

 

 

 

„Mai un Governo così amico degli italiani all'estero“

 

"Mai come negli ultimi due anni e mezzo le istanze degli italiani nel mondo sono state prese sul serio. Dopo essere stati snobbati per anni, le richieste di noi deputati eletti all'estero in rappresentanza delle nostre comunità, hanno finalmente trovato interlocutori attenti e risposte concrete nell'attuale Governo Renzi.

 

Con questa Legge di Bilancio per la prima volta si stanziano ingenti risorse per lingua e cultura. Per quanto riguarda gli enti gestori non solo sono scongiurati quei tagli che sarebbero entrati a regime alla luce delle misure di spending review previste negli anni precedenti. Ma si prevedono soldi aggiuntivi: ai 6 milioni del capitolo 3153 (enti gestori) se ne aggiungeranno altri 6 (provenienti dal fondo cultura) e ulteriori 4 approvati in sede di esame della legge di Bilancio. In più ci saranno ulteriori 14 milioni previsti dal Fondo Cultura, pensato in generale per la promozione di lingua e cultura italiana nel mondo.

 

Inoltre sono ripristinate risorse per la promozione del sistema Paese all'estero, attraverso il sostegno della rete delle Camere di Commercio nel mondo (500.000) e degli organi di informazione (1.300.000)

 

Dopo anni in cui dovevamo salire sulle barricate per evitare chiusure di Consolati e di Istituti italiani di cultura non solo non sono previste nuove chiusure, ma si iniziano a riaprire sedi. E si prevede che un terzo degli introiti derivanti dall'emissione di visti serva a potenziare e migliorare la stessa rete diplomatico consolare.

 

A questi successi si aggiungono quelli già riscontrati negli anni precedenti. Innanzitutto il rinnovo degli organi di rappresentanza di base, Comites e Cgie, dopo tre rinvii e ritardi. Inoltre l 'abolizione della Tasi e dell'Imu sull'immobile di proprietà in Italia per i pensionati che vivono all'estero. Il riconoscimento delle detrazioni fiscali per familiari a carico per i dipendenti che lavorano all'estero e la previsione strutturale di benefici fiscali per chi rientra dopo un soggiorno di studio o di lavoro all'estero.

 

Finalmente abbiamo il Governo che interpreta gli italiani all'estero come una risorsa, non a parole, ma con fatti concreti" Lo ha detto Laura Garavini, della presidenza del Pd alla Camera dei Deputati, intervenendo alla riunione annuale delle rappresentanze convocata a Berlino, presso l'Ambasciata d’Italia.

De.it.press 28

 

 

 

ICFF 2017 - Bando di selezione cortometraggi

 

L’Italian Contemporary Film Festival (ICFF) ha aperto le iscrizioni per l’invio di cortometraggi per l’edizione 2017.

La 6° edizione si svolgerà dal 8 al 16 Giugno, 2017 e toccherà le più importanti città canadesi, Toronto, Montreal, Québec, Hamilton e Niagara e Vaughan.

L’Italian Contemporary Film Festival è una delle più importanti celebrazioni della cultura italiana in Nord America. L’ICFF presenta il meglio del cinema internazionale di origine italiana o con contenuto italiano, sia esso sotto forma di lungometraggio narrativo, documentario, o cortometraggio.

Per la sezione Shorts provenienti da tutto il mondo (cortometraggi italiani e/o con contenuti legati all'Italia) le iscrizioni devono essere ricevute entro il 31 marzo 2017.

La durata delle opere in concorso è di 10 minuti, con la richiesta di sottotitoli in inglese e/o francese per i cortometraggi in lingua italiana.

Tutti i film selezionati al Festival entreranno in concorso per il premio "ICFF Best Short Award" che prevede un compenso economico del valore di 1000Cad.

Una giuria composta da artisti canadesi e personalità del settore sceglierà il corto vincitore.

L’invio delle opere deve avvenire attraverso la piattaforma Filmfreeway entro e non oltre il 31 marzo 2017.

Maggiori informazioni sono disponibili sul sito ufficiale www.icff.ca  e sulle piattaforme Facebook (Icff,Italian Contemporary Film Festival) Instagram e Twitter: (@ICFFCanada). Email: submission@icff.ca

 

 

 

 

 

Bürgermeister von kalabrischem Flüchtlingsdorf  bekommt Dresdner Friedenspreis

 

Domenico Lucano machte aus Riace einen Ort des Willkommens/Martin Roth hält Laudatio/Die „Stimme Siziliens“ Etta Scollo singt in der Semperoper

 

Mit dem 8. Internationalen Friedenspreis „Dresden-Preis“ wird am 12. Februar 2017 in der Dresdner Semperoper Domenico Lucano (Italien) geehrt. Der Bürgermeister von Riace schuf mit dem „Dorf des Willkommens“ ein einzigartiges Projekt des Miteinanders von Italienern und Flüchtlingen. Seit 18 Jahren werden hier in großer Zahl Migranten aufgenommen und mit Wohnung, Arbeit sowie Sprachunterricht in das Dorfleben integriert. Von derzeit 1800 Bewohnern Riaces kamen 550 als Flüchtlinge. Im Frühjahr wählte die Zeitschrift „Fortune“ Domenico Lucano als einen der „50 greatest leaders of the world“ neben Persönlichkeiten wie dem Papst und Angela Merkel. Auf Wunsch von Papst Franziskus wird Lucano im Dezember an einem Treffen europäischer Bürgermeister zum Flüchtlingsthema in der Päpstlichen Akademie teilnehmen. Inzwischen kommen aus aller Welt Besucher nach Riace, um sich dieses Maßstäbe setzende Modell im Umgang mit Migranten anzuschauen.

 

Zur Begründung der Preisvergabe an Domenico Lucano:

„So etwas kommt selten vor, dass der Bürgermeister eines winzigen Ortes jenseits der Metropolen der Welt manche starken Nationen beschämt. Domenico Lucano hat dies getan, indem er Mitmenschlichkeit zum einzigen Maßstab im Umgang mit Flüchtlingen machte. Während anderswo Zäune gebaut werden und um Aufnahmequoten gefeilscht wird, empfängt Riace seit 18 Jahren vor Krieg und Armut Geflohene mit offenen Armen. Und damit rettet man sich gegenseitig, die Einwohner von Riace die Migranten und die Migranten das kleine kalabrische Dorf, das vom Aussterben bedroht war. So wird in Kalabrien das vorgelebt, was Domenico Lucano ,Die Utopie der Normalität‘ nennt. In einer Welt, in der immer mehr Menschen gezwungen sind, ihre Heimat zu verlassen, braucht es nicht noch mehr Angst vor Fremdem, nicht noch mehr Hass, sondern viel mehr Riaces und mutige, mitmenschliche Persönlichkeiten wie Domenico Lucano.“

 

Dr. Günter Blobel, Nobelpreisträger und Mitinitiator des Dresden-Preises

Der Dresden-Preis wird gefördert von der  Klaus Tschira Stiftung. Der Preis ist dotiert mit 10.000 Euro.

 

Die Laudatio auf den Preisträger hält Martin Roth. Der Laudator leitete von 2011 bis 2016 das Londoner Victoria & Albert Museum. Davor war er zehn Jahre Generaldirektor der Staatlichen Kunstsammlungen Dresden. Roth engagiert sich unter anderem in der Initiative „Eine offene Gesellschaft“.

Die Sängerin Etta Scollo, von Kritikern als „Stimme Siziliens“ gefeiert, wird bei der Preisverleihung in der Semperoper auftreten und auch eigene Songs zum Thema Flüchtlinge aufführen.

Der ehemalige Bundesinnenminister Gerhart Baum moderiert die Veranstaltung.

Während der Preisverleihung wird ein Ausschnitt des Films „Il volo“ von Wim Wenders über Riace und das kalabrische Modell des Umgangs mit Flüchtlingen gezeigt. Nach den Dreharbeiten sagte Wenders 2010: "Die wahre Utopie ist nicht der Fall der Mauer, sondern das, was in Kalabrien erreicht worden ist, in Riace."

 

Der Dresdner Friedenspreis wird seit 2010 jährlich in der Semperoper vergeben. Die bisherigen Preisträger waren Friedensnobelpreisträger Michail Gorbatschow, der Pianist und Dirigent Daniel Barenboim, der Kriegsfotograf James Nachtwey, der ehemalige sowjetische Offizier Stanislaw Petrow, der einstige sudanesische Kindersoldat und heutige Friedensaktivist und Musiker Emmanuel Jal, der Herzog von Kent sowie der Urvater der Whistleblower Daniel Ellsberg.

Die Preisverleihung ist eine Gemeinschaftsveranstaltung der Organisation Friends of Dresden Deutschland und der Semperoper Dresden und findet am Sonntag, den 12. Februar 2017 um 11 Uhr in der Semperoper statt. DP/De.it.press

 

 

 

 

Deutschland übernimmt G20-Vorsitz

 

Die G20-Staaten kommen seit 1999 jährlich zusammen, wie hier in Washington im Jahr 2008.

 

Deutschland übernimmt heute die Präsidentschaft der G20. Laut eigenen Angaben will die Bundesregierung das Jahr maßgeblich dazu nutzen, die Weltwirtschaft zu stabilisieren, Risikobanken zu regulieren und Fluchtursachen in Afrika zu bekämpfen.

Ab heute leitet die Bundesregierung den Vorsitz der G20, der Gruppe der größten Industrie- und Schwellenländer. Sie übernimmt von China die Präsidentschaft, das zuvor ein Jahr lang den losen Zusammenschluss der 20 wirtschaftlich mächtigsten Staaten der Erde führte. Die G20-Staaten machen zwei Drittel der Weltbevölkerung aus und erwirtschaften 90 Prozent des weltweiten Bruttoinlandsproduktes.

Unter dem Motto „Eine vernetzte Welt gestalten“ stellte Bundeskanzlerin Angela Merkel gestern ihre G20-Agenda dem Kabinett vor. Neben einer stabileren Weltwirtschaft und einer gerechteren Globalisierung kündigte Merkel an, einen „Gegenpol zu Abschottung“ und zu einer „Rückkehr zum Nationalismus“ setzen zu wollen.

Was kann der G20-Vorsitz bewirken?

Die G20 verfügt weder über einen eigenen Apparat noch tauschen sich die Mitglieder in ständigen Gremien aus. Zu den Kernaufgaben des G20-Vorsitzes gehört maßgeblich die Ausrichtung des jährlichen Gipfeltreffens, das unter der deutschen Präsidentschaft im Juli 2017 in Hamburg stattfinden wird.

Fast wichtiger als der Gipfel selbst sind die Vorbereitungen im Vorhinein des Treffens: Themenschwerpunkte werden gesetzt, Gipfelteilnehmer bestimmt, Vorverhandlungen zwischen den „Sherpas“ – Unterhändler der Regierungen – finden statt. Die staatlichen Hinterzimmertreffen im Vorfeld gelten als entscheidend dafür, ob später auf dem offiziellen Treffen überhaupt tragfähige Beschlüsse zustande kommen.

Auch wenn die G20-Verhandlungen auf der höchsten politischen Ebene stattfinden, sind die Beschlüsse der Staaten rechtlich nicht bindend.

Was will die Bundesregierung?

Der deutsche G20-Vorsitz fällt in eine schwierige Zeit. Kriegerische Konflikte im Nahen Osten, ansteigende Flüchtlingszahlen, die latent weiter schwelende Eurokrise und nicht zuletzt eine drohende Abschottung der USA von Europa. Neben dem Top-Thema der Stabilität der Weltwirtschaft und der Regulierung der Finanzmärkte kündigte Merkel an, einen Schwerpunkt auf Entwicklungsthemen und insbesondere auf Afrika zu legen.

Dabei gehe es einerseits darum, die wirtschaftliche Situation in afrikanischen Ländern zu verbessern, andererseits um die Bekämpfung von Fluchtursachen. Neben klassischen Entwicklungsinstrumenten sollen die G20-Mitglieder Kooperationen mit afrikanischen Entwicklungsbanken anstoßen, Investitionen anregen und afrikanische Mittelständler unterstützen. Im Juni 2017, einen Monat vor dem offiziellen Gipfeltermin, soll die Konferenz „Partnerschaft mit Afrika“ in Berlin stattfinden.

Die Herausforderungen: Putin, Erdogan, Trump

Angesichts der aktuellen Weltlage dürfte es nicht einfach für die deutschen Vermittler werden, die zwanzig Mitgliedsstaaten auf einen gemeinsamen Nenner zu bringen. In zentralen internationalen Fragen, wie dem Syrien-Krieg, der Krim-Annexion Russlands und der Flüchtlingskrise, gehen die Meinungen vieler G20-Länder meilenweit auseinander.

Auch in wirtschaftlichen Fragen drohen komplizierte Verhandlungen, unter anderem mit den USA. Als nächster US-Präsident wird im Januar 2017 Donald Trump ins Weiße Haus einziehen, der mehrmals deutlich gemacht hat, wie wenig er von umfassenden Freihandelsabkommen wie TTIP hält. Auch in der Klimapolitik könnte der designierte US-Präsident für Zwist bei den G20-Staaten sorgen: Trump hatte im US-Wahlkampf den menschengemachten Klimawandel angezweifelt, mittlerweile rückte er von seiner Maximalposition ein Stück weit ab.

Neben vorprogrammierten internen Streitigkeiten steht die G20 auch immer wieder in der Kritik von NGOs und zivilgesellschaftlichen Akteuren, demokratisch nicht legitimiert zu sein und maßgeblich die Interessen von Konzernen und der wirtschaftlich Mächtigen zu vertreten. Die Folgen der G20-Politik seien „brutale soziale Ungleichheit, Klimawandel, Kriege, Flucht und Prekarität“, schreibt etwa das globalisierungskritische Netzwerk attac auf seiner Website. Auf der Plattform #NOG20_2017 kündigen NGOs und zivilgesellschaftliche Gruppen Protest gegen das Treffen im Juli an und planen, einen Alternativgipfel auszurichten.

Hintergrund

Die G20-Mitgliedsländer stehen zusammen für fast 90 Prozent der Wirtschaftsleistung weltweit und für rund zwei Drittel der Weltbevölkerung. Die Runde gibt es seit 1999, sie wurde als Reaktion auf die Asien-Krise zunächst auf Finanzministerebene eingerichtet. Die Staats- und Regierungschefs der Mitgliedsländer kamen erstmals infolge der weltweiten Finanz- und

Wirtschaftskrise kurz nach der Lehman-Pleite 2008 in Washington zu einem Gipfel zusammen.

2009 werteten sie die Runde der G20 zum "obersten Forum für unsere internationale wirtschaftliche Zusammenarbeit" auf. Allerdings hat dieses Forum mit Abflauen der Krisen wieder an Dynamik und Bedeutung verloren. Die G20 sind ein informeller Zusammenschluss und keine internationale Organisation.

Von Kritikern wird regelmäßig angeprangert, dass die Gruppe nicht dazu legitimiert sei, Beschlüsse für die gesamte Welt zu treffen. Die Gipfelvereinbarungen sind allerdings nicht bindend, oft halten sich die G20-Staaten auch selbst nicht daran.

Mitglieder der G20 sind die sieben großen Industrieländer (G7) USA,Deutschland, Frankreich, Großbritannien, Italien, Kanada und Japan; dazu kommen Russland sowie Australien, die Türkei, Saudi-Arabien und Südafrika. Vertreten sind außerdem die asiatischen Länder China, Indien, Indonesien und Südkorea sowie die lateinamerikanischen Staaten Argentinien, Brasilien und Mexiko. Das zwanzigste Mitglied der G20 ist kein Staat, sondern eine Staatengruppe: die Europäische Union.  EurActiv mit Agenturen 1

 

 

 

 

 

Studie. Europäer nehmen Globalisierungsängste mit in die Wahlkabine

 

In den USA und in Europa erhalten Populisten immer mehr Zulauf. Eine Umfrage der Bertelsmann Stiftung ging der Frage nach, was Menschen zu Parteien treibt, die eine komplexe Welt mit einfachen Antworten erklären wollen.

Populistische Parteien profitieren einer Studie zufolge vor allem von den Globalisierungsängsten ihrer Wähler. Während eine Mehrheit der EU-Bürger (55 Prozent) die internationale Verflechtung als Chance begreife, empfinde sie fast jeder Zweite (45 Prozent) als Gefahr, heißt es in der am Mittwoch veröffentlichten EU-weiten Umfrage „eupinions“ der Bertelsmann Stiftung. Ängste vor der Globalisierung gehen nach Ansicht des Angstforschers Borwin Bandelow auf jahrhundertealte Befürchtungen zurück.

In der Studie heißt es weiter: Je niedriger die Bildung und je höher das Alter, desto größer sei die Wahrscheinlichkeit, dass die Menschen Globalisierung als Gefahr empfinden. Globalisierung als Bedrohung empfindet danach auch die große Mehrheit der Befragten, die mit rechtsnationalen und populistischen Parteien sympathisieren. Die Umfrage ist den Angaben zufolge repräsentativ für die EU und die neun größten Mitgliedsstaaten.

Rechte fürchten Globalisierung besonders häufig

Die Ängste seien in Österreich und Frankreich mit 55 beziehungsweise 54 Prozent am größten. In Großbritannien, Italien und Spanien dagegen lebten mit jeweils mehr als 60 Prozent die meisten Globalisierungsoptimisten – etwas mehr als in Deutschland, das genau im EU-Durchschnitt liegt.

Anhänger rechtsnationaler und populistischer Parteien fürchten den Angaben zufolge besonders häufig die Folgen der Globalisierung – über alle Ländergrenzen hinweg. Das gelte etwa für 78 Prozent der Unterstützer der AfD in Deutschland, für 76 Prozent beim französischen Front National und 69 Prozent bei der FPÖ in Österreich.

Besorgte Bürger nicht Populisten überlassen

„Die etablierten Parteien müssen die Angst vor der Globalisierung in ihre Arbeit einbeziehen“, sagte der Vorstandsvorsitzende der Bertelsmann Stiftung, Aart de Geus. Man dürfe das Werben um besorgte Bürger nicht den Populisten überlassen. Bei linken Parteien spielten Globalisierungsängste auch eine Rolle, doch sei der Faktor „nicht so bestimmend“, hieß es.

Der Angstforscher Bandelow sagte dazu: „Früher war es ein Überlebensvorteil, Angst vor Fremden zu haben.“ Als die Menschen noch „in Stämmen organisiert waren, war es wichtig, den eigenen Stamm zu unterstützen und andere bis aufs Blut zu bekämpfen. Die Ängste, die daraus entstanden, sind bis heute in jedem Menschen präsent“, sagte der Professor für Psychiatrie und Psychotherapie an der Universität Göttingen am Mittwoch dem Evangelischen Pressedienst (epd).

Pesimisten sind ängstlicher

Angst wird im Gehirn in zwei Gebieten verarbeitet, die nicht notwendigerweise zusammenarbeiten, wie Bandelow erläuterte. Es gebe einen intelligenten Teil, der rationalen Argumenten zugänglich sei und auch die positiven Seiten der Globalisierung sehe. „Und es gibt einen primitiven Teil. Dort halten sich solche Urängste hartnäckig.“ In diesem Teil seien beispielsweise auch Ängste vor Spinnen oder Hunden erhalten geblieben. „Auch solche Ängste waren früher für das Überleben wichtig, heute stören sie.“

Auffällig an den Umfragewerten ist laut Bertelsmann Stiftung, dass die Ängste einhergingen mit einer ablehnenden Haltung gegenüber Politik und Gesellschaft. Fast die Hälfte der Pessimisten in Europa würde demnach für einen EU-Austritt stimmen, nicht einmal jeder Zehnte vertraue den Politikern. Nur 38 Prozent seien zufrieden mit der Demokratie. Bei den Optimisten seien über 80 Prozent für einen Verbleib in der EU, mehr als die Hälfte äußere Zufriedenheit mit der Demokratie.

Demagogen können Ängste auslösen und ausnutzen

Nach Aussage des Angstforschers Bandelow können Demagogen „primitive Ängste wie Xenophobie leicht auslösen und für sich ausnutzen“. Mit ihrer „einfachen Sprache und einfachen Botschaften bedienen sie die Ängste, die ohnehin vorhanden sind.“ Da solche Befürchtungen im primitiven Teil des Gehirns angesiedelt seien, könnten Politiker demokratischer Parteien dem nicht unmittelbar mit intellektuellen Argumenten entgegenwirken.

Die Umfrage unter rund 15.000 Bürgern aller 28 EU-Staaten ergab laut Bertelsmann Stiftung außerdem eine Abhängigkeit der Haltung zur Globalisierung von Bildungsniveau und Alter der Befragten: Höherqualifizierte sehen die Verflechtung mit 62 Prozent häufiger positiv als Geringqualifizierte (53 Prozent). Am aufgeschlossensten seien junge Europäer zwischen 18 und 25 Jahren mit einem Anteil der Optimisten von 61 Prozent. (epd/mig 1)

 

 

 

 

Cotonou-Nachfolge: Die Flüchtlingskrise fordert ihren Tribut

 

Die EU will im Cotonou-Folgeabkommen ab 2020 verstärkt auf die Rückführung und Rücknahme von Flüchtlingen setzen.

 

Die EU und die afrikanischen, karibischen und pazifischen Staaten (AKP) müssen bis 2020 ihre Beziehungen neu definieren. Die Flüchtlingskrise könnte die EU dazu verleiten, mehr auf Rückführung und Rücknahme zu drängen. EurActiv Frankreich berichtet.

Es bleiben nur noch wenige Jahre. Die EU- und AKP-Staaten werden bis 2020 ihre Zusammenarbeit neu bestimmen müssen, denn in diesem Jahr läuft das Cotonou-Abkommen aus. Seit 2000 regelt es die wirtschaftlichen und politischen Beziehungen beider Parteien.

Für viele liegt 2020 noch in ferner Zukunft. Dennoch nahmen EU- und AKP-Staaten bereits erste Verhandlungen über den Zeitraum auf. Bei einem Ratstreffen der europäischen Entwicklungsminister am 28. November in Brüssel, diskutierten die Vertreter der 28 Mitgliedsstaaten angestrengt über die Nachfolge des Cotonou-Abkommens.

„Wir führen diese Diskussion nicht zum ersten Mal“, erklärt EU-Außenbeauftragte Federica Mogherini. „Gemeinsam mit den EU-Entwicklungsministern erarbeiten wir gerade unsere Position, die wir in den Gesprächen zum künftigen Rahmen unserer AKP-Partnerschaft annehmen wollen. […] Noch haben wir Zeit. Das Cotonou-Abkommen hat noch ein paar Jahre vor sich.“

Verhandlungsmandat

Auch wenn tatsächlich noch Zeit für die Verhandlungen bleibt, so droht die Cotonou-Frage viel davon aufzuzehren. Eigentlich sollte die EU schon im Juni 2016 das Verhandlungsmandat für den zukünftigen Rahmen der Zusammenarbeit übernehmen. Das ist bisher noch nicht passiert. „Wir gehen davon aus, dass wir bis 2017 grünes Licht erhalten und dann offiziell mit den Verhandlungen beginnen können“, erklärt ein EU-Vertreter.

Die Mitgliedsstaaten hatten die Möglichkeit, ihre Position für den Zeitraum nach Cotonou im Rahmen einer Öffentlichkeitsbefragung der EU-Kommission auszudrücken. Die Ergebnisse zeigen, wie unterschiedlich die Erwartungen der einzelnen Regierungen sind. Einige Länder wollen die bestehende Partnerschaft ganz im Sinne des Cotonou-Abkommens weiterführen, also einen verbindlichen Vertrag für beide Parteien aufsetzen. Andere wiederum sind für einen flexibleren Rahmen. „Um das Verhandlungsmandat zu erteilen, müssen wir mit den Mitgliedsstaaten zunächst klären, wie verbindlich das Abkommen sein soll“, heißt es aus EU-Kreisen.

EU-Entwicklungskommissar Neven Mimica sprach sich bei einer Debatte im EU-Parlament im Oktober für einen rechtlich bindenden Vertrag aus: „Der zukünftige Rahmen für die Beziehungen zwischen der EU und den AKP-Staaten sollte auf den Erfolgen des Cotonou-Abkommens bauen – insbesondere auf seiner Verbindlichkeit.“

Migrationsfragen miteinbeziehen?

Wichtig ist auch die Frage nach der Eingrenzung der Flüchtlingsströme. Sie spielt schon jetzt eine große Rolle in den Beziehungen der EU zu ihren AKP-Partnern, insbesondere mit Blick nach Afrika. Artikel 13 des Cotonou-Abkommens gibt bereits grobe Leitlinien für die Zusammenarbeit im Bereich Migration vor.

Der neue Rahmen könnte die Kooperation jedoch noch weiter treiben und Rücknahmeabkommen für illegale Flüchtlinge vorsehen. In einer Mitteilung noch vor dem Treffen der Entwicklungsminister schlug der Rat vor, „sich auf Mechanismen zur verbesserten Zusammenarbeit bei der Rückführung und Rückübernahme zu verständigen“.

„Migration und Vertreibung werden die Agenda der EU-AKP-Beziehungen prägen. Das neue Abkommen sollte sich diesen Themen eingehend widmen“, bestätigte der Europaabgeordnete György Hölvényi (EVP) bei der Parlamentsdebatte im Oktober. Cécile Barbière, EA.fr 30

 

 

 

 

„Das Etikett Flüchtling geht am Problem vorbei“

 

Paul Collier über Migration, Flucht, überkommene Konventionen und das Ende von Revolutionen.

 

Von Flüchtlingen spricht derzeit kaum noch jemand. Ist die Krise vorüber?

Ganz und gar nicht. Bei der Flüchtlingskrise geht es in erster Linie um Flüchtlinge, nicht um Migration nach Europa. Das wurde offensichtlich, als sich die Flüchtlinge auf den Weg nach Europa machten, oder besser gesagt, einige Flüchtlinge, eine relativ kleine Minderheit.

Doch die Ursache der Krise liegt darin, dass unser Flüchtlingssystem den Flüchtlingen nicht gerecht wird. Daher müssen wir dieses System dringend reformieren, damit es Flüchtlingen und allen anderen auch hilft. Wir haben etwa seit 1950 ein Flüchtlingssystem, das nie reformiert wurde und für heutige Zwecke völlig ungeeignet ist. Entwickelt wurde es für völlig andere Probleme, und offensichtlich funktioniert es nicht.

Als Reaktion auf die Krise hat die Bundeskanzlerin eine Migrationspartnerschaft mit Afrika vorgeschlagen. Welche Art der Zusammenarbeit ist in dieser Situation sinnvoll?

Zunächst bin ich sehr froh, dass sich die deutsche Regierung nun ernsthaft um die wirtschaftliche Entwicklung Afrikas kümmert. Ich glaube, es ist der richtige Weg und die richtige Zeit. Ich halte es allerdings für unglücklich, das Engagement als Strategie für die Verhinderung von Migration darzustellen. Ich versuche seit 40 Jahren daran mitzuwirken, dass Afrika zum Rest der Welt aufschließen kann, und meiner Ansicht nach ist das die eigentliche  Aufgabe.

Das Problem ist, dass eine Milliarde Menschen in einem Umfeld leben, das ihnen im Moment nicht ausreichend Hoffnung auf ein anständiges Leben bietet. Deshalb sollten wir etwas unternehmen, und zwar aus der elementaren Sorge um andere Menschen, aber auch aus einem vernünftigen Selbstinteresse heraus. Wir sollten das uns Mögliche tun. Wenn unser Nachbarkontinent ins Hintertreffen gerät oder völlig abgehängt wird, ist das eine Tragödie für diese Milliarde Menschen und weltweit eine Quelle für Instabilität.

Welche Rolle kann denn Migration in diesem Prozess des Aufholens spielen? In Ihrem Buch Exodus gehen sie ja recht ausführlich auf die ambivalente Rolle der Wanderungsbewegungen ein.

Ja, Ambivalenz ist genau das richtige Wort. Migration ist immer von den Zahlen abhängig und lässt sich daher nicht im Sinne individueller Rechte einordnen. Wenn eine Person wandert, so mag das gut sein. Wenn 100 Millionen Menschen wandern, ist das schlecht. Nicht nur für das Aufnahmeland, sondern auch für das Land, das Menschen verliert. Viele kleine Länder büßen zu viele ihrer gebildetsten und geschäftstüchtigsten Leute ein, und das ist ...

… das ist das Braindrain-Argument, die Abwanderung hoch qualifizierter Arbeitskräfte.

Ja, Emigration ist nutzbringend, aber es kann zu viel oder zu wenig sein. Daher muss man herausfinden, wie viel Migration ideal ist. Genau das haben Forscher getan. Sie kommen zu dem Schluss, dass viele arme Länder, besonders die kleineren – und das ist typisch für Afrika – zu viele intelligente und gut ausgebildete Menschen verlieren.

Der Braindrain ist also kein Mythos.

Stimmt. Und er betrifft nicht nur Afrika, sondern auch einige ärmere Länder Europas. Erst letzten Monat erschien eine Studie des Internationalen Währungsfonds, die zu dem Schluss gelangte, dass die Länder Osteuropas wegen der Emigration wirtschaftlich langsamer aufholen. Natürlich profitieren die Auswanderer selber – ebenso wie die Aufnahmeländer. Aber viele Menschen bleiben zurück. Dass ein ganzes Land ausblutet – das ist ganz offensichtlich keine Lösung. Und daher muss hinter allen politischen Maßnahmen in erster Linie die Frage stehen, was den Menschen, die im Land bleiben, hilft, möglichst rasch wirtschaftlich aufzuholen.

Doch sind Rücküberweisungen von Migranten ins Heimatland nicht entwicklungsförderlich?

Der durchschnittliche Migrant schickt etwa 1000 Dollar im Jahr nach Hause, also 3 Dollar am Tag. Gleichzeitig büßt das Land aber den Ertrag ein, den dieser Mensch erarbeitet hätte, wäre er im Land geblieben. Daher muss man fragen, ob er mehr erwirtschaftet hätte. Wenn die Leute intelligent, gebildet und geschäftstüchtig sind, dann ist das sehr wahrscheinlich der Fall.

Auch deshalb werden sich die G20 darauf konzentrieren, wie wir Investitionen in Afrika erhöhen können. Der Fokus liegt nicht darauf, wie wir die Menschen davon abhalten können, zu uns zu kommen. Er liegt darauf, wie wir Investitionen und damit die Arbeitsleistung und Produktivität in Afrika erhöhen können, damit daraus mehr Chancen entstehen. Afrika muss für die Menschen, die dort leben, ein Kontinent der Hoffnung werden.

Klingt nach einem sinnvollen Weg, oder?

Absolut. Hoffnung, das sollen keine wilden Träume sein, sondern praktische Dinge, die sich mit Investitionen schaffen lassen – eine bessere Infrastruktur, ein besseres Umfeld für Firmen, die etwas produzieren wollen.

In Ihrem Buch Exodus bezeichnen Sie die Migration als „Sicherheitsventil“. Werden wir im  Zeitalter der Migration das Ende von Revolutionen erleben? Weil Menschen keine Veränderungen mehr einfordern, sondern anderswo ein besseres Leben suchen?

Nun ja, die Menschen, die sich am wahrscheinlichsten für Veränderungen starkmachen, sind die Jüngeren, Tüchtigen, Gebildeten. Aber Kontakt mit westlichen Gesellschaften ist durchaus hilfreich für Wandel. Wenn zum Beispiel Studenten aus Afrika zum Studium nach Europa kommen und dann wieder zurückkehren, sind sie für Afrika sehr nützlich. So gelangen nicht nur Qualifikationen nach Afrika, sondern auch Ideen. Eine Migration, bei der die Menschen zurückkehren, ist meines Erachtens sehr vorteilhaft.

Auch mit einer Diaspora, die in den Westen wandert und dauerhaft dort lebt, findet ein gewisser Austausch statt, aber ich glaube, wirklich wirksam ist die Rückwanderung. Und zu dem Sicherheitsventil, das Sie ansprachen: Ja, es gibt, glaube ich, schon lange die Vorstellung, dass Menschen, die in einem zerrütteten Umfeld leben, die Wahl haben, ihre Stimme zu erheben oder wegzugehen. Und je mehr sich für die Stimme entscheiden, desto besser ist das für alle. Wenn sie das Weggehen wählen, mag das für sie selbst besser sein, doch für die Gesellschaft insgesamt ist es schlimmer.

Sie waren in den letzten Monaten häufiger in Deutschland – nicht zuletzt als Berater der Bundeskanzlerin. Wie nehmen Sie die deutsche Debatte wahr?

Ich glaube, dass die Diskussion in Europa generell unangenehm polarisiert ist und im Grunde auch unangenehm moralisiert. Ich hoffe, es entsteht noch eine Art moralischer Konsens, dass wir in der Verantwortung stehen, erheblich ärmeren Gesellschaften zu helfen.

Auch gegenüber Flüchtlingen haben wir Verantwortung. Aber wir werden dieser Verantwortung nicht gerecht, wenn wir ein paar wenige Glückliche zu uns holen, sondern wir müssen etwas tun, das am Ende allen hilft. Im Fall der jungen Afrikaner, die Hoffnung brauchen, liegt die Lösung sicherlich nicht darin, dass wir jeden jungen Afrikaner, der in Kalifornien leben will, aus seiner Gesellschaft herausholen, sondern dass wir dieser Gesellschaft Chancen bieten.

Im Fall der Flüchtlinge ist der Kern des Problems die durch Angst motivierte Flucht. Die Hälfte der syrischen Bevölkerung ist aus Angst aus ihrer Heimat geflohen, offenbar eine sehr gerechtfertigte Angst. Die heimatlose Bevölkerung, etwa 10 Millionen Menschen, um die sollten wir uns wirklich kümmern. Die meisten dieser Menschen stecken ja noch in Syrien fest, weil die Aufnahmeländer zeitweise ihre Grenzen geschlossen haben. Und dass sie ihre Grenzen geschlossen haben, liegt daran, dass sie bis vor kurzem so wenig internationale Unterstützung erhalten haben.

Aber trotzdem sind 4 oder 5 Millionen Menschen aus Syrien über die Grenzen gegangen, und sie entscheiden sich für die sicheren Nachbarstaaten. Dafür gibt es einen guten Grund, denn da kommt man leicht hin, man kommt leicht wieder zurück, wenn der Krieg vorbei ist, und daher stellt sich die Aufgabe, den Flüchtlingen in diesen sicheren Nachbarstaaten Beschäftigungschancen zu bieten.

Doch kümmern sich nicht zuletzt UN-Organisationen um die Flüchtlinge?

Doch, aber das Modell, nach dem wir im UN-Flüchtlingshilfswerk mit den Flüchtlingen verfahren, steckt immer noch im Jahr 1950 fest. So, als ob Flüchtlinge nur Lebensmittel und Unterkunft brauchen.

Das träfe auch zu, wenn die Flucht eine Sache von wenigen Wochen oder Monaten wäre. Doch 90 Prozent der fliehenden Menschen weltweit ignorieren den UNHCR. Sie tun das, weil ihre oberste Priorität nicht Nahrung und Unterkunft ist. Wenn man mehrere Jahre lang als Flüchtling leben muss, dann ist es am wichtigsten, seinen eigenen Lebensunterhalt zu verdienen. Und im Moment haben die Zufluchtsländer sehr gute Gründe, warum sie den Leuten kein Recht auf Arbeit zugestehen: Ihre eigene Bevölkerung fühlt sich bedroht. Wir als internationale Gemeinschaft müssen den Flüchtlingen in diesen Ländern Arbeit geben.

 Wie sollte das geschehen?

In Zeiten der Globalisierung ist das absolut machbar. Deutschland tut das bereits seit Jahren in der Türkei, wo Jobs geschaffen wurden, und das können wir ausbauen. Es beginnt nun auch in Jordanien. Das ist sehr spannend, und Anfänge gibt es weltweit. Deshalb ist Kanzlerin Merkel auch nach Äthiopien gefahren und hat ein Industriegebiet besucht, in dem nun sowohl für Flüchtlinge in Äthiopien, das viele Menschen aufgenommen hat, als auch für Äthiopier Jobs entstehen sollen. Wir können also Abkommen schließen, die sowohl den Aufnahmeländern als auch den Flüchtlingen nützen.

Das ist viel besser, als wenn man die Flüchtlinge nach Deutschland bringt oder in andere Länder. Wenn man sich weltweit die Zahlen ansieht, geben wir im Moment 135 Dollar oder Euro für jeden Flüchtling aus, der es nach Europa schafft, verglichen mit 1 Euro für einen Flüchtling, der sich in einem sicheren Nachbarland aufhält. Das ist eine völlig verzerrte Verteilung der Hilfe zugunsten weniger Privilegierter. Zumal die Flüchtlinge, die nach Deutschland kommen, unverhältnismäßig oft männlich, jung und gebildet sind. Das ist die am wenigsten bedürftige Flüchtlingskategorie.

Sie erwähnen die 1950er Jahre – die Zeit der Genfer Flüchtlingskonvention. Ist die Konvention noch relevant?

Die Flüchtlingskonvention ist völlig irrelevant. Initiiert wurde sie im Jahr 1948, das war einer der ersten Schritte der Amerikaner im Kalten Krieg. Sie sollte einzelnen Menschen aus dem sowjetischen Einflussbereich helfen, die von ihrem Staat verfolgt wurden, weil es keine Aussicht auf einen Regimewechsel gab. Deshalb lag der Schwerpunkt darauf, die Menschen im Westen neu anzusiedeln. Es ging um individuelle Verfolgung und Übersiedelung in den Westen, und das wurde als sehr spezielle Situation eingeordnet. Daher galt die ursprüngliche Konvention geographisch nur für Westeuropa und war zeitlich begrenzt, so dass sie auf jemanden, der nach dem Januar 1950 zum Flüchtling wurde, nicht anwendbar war.

Es gibt die Konvention noch immer, ein beschauliches Stück Eurozentrismus, und 1967 wurde sie auf die ganze Welt ausgeweitet. Es ist aber keine globale Konvention, sie war es nie und wird es nie sein. Die meisten Flüchtlinge halten sich in zehn Aufnahmeländern auf, und keiner dieser zehn Staaten hat die Konvention unterschrieben, kein einziger. Daher ist sie irrelevant. Heute sind Flüchtlinge überwiegend keine politisch verfolgten Einzelpersonen, sondern Gruppen, die aus einem zerfallenden Staat, vor Hunger oder ähnlichem fliehen.

Wir haben also dieses Etikett, Flüchtling, dabei ist das heute ein völlig anderes Problem, und die Menschen brauchen eine völlig andere Antwort. Die Entscheidungen, die für Flüchtlinge wichtig sind, müssen aus den Gerichtssälen in die Vorstandszimmer verlagert werden, weil nicht Richter den Flüchtlingen Arbeit geben, sondern die Vorstände der großen internationalen Konzerne.

Es ist doch so: Es gibt zwei Komponenten im derzeitigen Flüchtlingssystem. Eine davon ist diese Konvention, die im Grunde irrelevant ist, die es nicht einmal wert ist, sie zu überarbeiten. Und die andere Komponente ist der UNHCR. Dieser ist eine rein humanitäre Behörde, die in wirtschaftlichen Fragen keine Kompetenz und auch kein Mandat hat. Daher ist sie nicht annähernd dafür ausgestattet, den Bedürfnissen der Flüchtlinge gerecht zu werden, und deshalb ignorieren sie auch 90 Prozent der Flüchtlinge.

Entweder muss daher der UNHCR völlig neu aufgestellt werden, mit einem anderen Mitarbeiterstab. Dort sind lauter Anwälte und Anthropologen beschäftigt, die schaffen keinen einzigen Job. Er muss also entweder eine neue Ausstattung, neue Mitarbeiter, ein neues Mandat erhalten, oder die Aufgabe muss aus dem UNHCR ausgelagert werden in wirtschaftliche Einrichtungen wie die Weltbank. Vor einigen Wochen hat beispielsweise der Vorstand der Weltbank Vorzugskredite für die Flüchtlingspolitik in Jordanien und im Libanon genehmigt, mit denen Arbeitsplätze geschaffen und Bildung bereitgestellt werden sollen. Das ist sehr gut, und das Erstaunliche war nicht, dass so etwas geschehen ist, sondern dass es die ersten Flüchtlings-Kredite der Weltbank waren.

Endlich füllen Institutionen wie die Weltbank das Vakuum, zumindest fühlen sie sich offenbar dazu ermächtigt. Der UNHCR hat seinen Zuständigkeitsbereich viele Jahre lang mit allen Mitteln verteidigt.

Das klingt nicht gerade optimistisch, was eine Reform des UNHCR angeht… Sie setzen im Grunde darauf, die Organisation zu umgehen?

Ich bin da unleidenschaftlich. Mir ist das egal, solange das Richtige geschieht. Was wir aber zumindest brauchen, ist ein Wettbewerb zwischen den Institutionen. Monopole sind immer schlecht, und eine Monopol-Behörde kann wirklich nur schaden. Also ja, wir brauchen andere Institutionen am Tisch, nicht nur die staatlichen Ämter, sondern auch nichtstaatliche Organisationen und Unternehmen. Aber man muss sie bei den anstehenden Aufgaben auf eine Linie bringen, und der Anfang, das sind zuallererst Jobs. Die brauchen Flüchtlinge am meisten, sie müssen in die Lage versetzt werden, sich ihren Lebensunterhalt zu verdienen, aus Arbeit Würde zu beziehen und ihre Familien zusammenzuhalten, während sie in den Zufluchtsländern leben. Dabei können wir den Aufbau der Nachkriegswirtschaft bereits vorbereiten, während der Krieg noch andauert. Firmen und Arbeitsplätze, die wir in die Zufluchtsländer bringen, können zum Teil nach Kriegsende samt den Beschäftigten in die vom Krieg betroffenen Länder zurückkehren.

Aber natürlich ist es absolut entscheidend, dass sich nach dem Krieg die Wirtschaft erholt. Häufig geschieht das nicht. Daher ist es vernünftig, diese Erholung vorzubereiten, ehe der Krieg vorüber ist.

Aber in Jordanien, nicht in Westeuropa, wenn ich Sie richtig verstehe.

Natürlich. Deutschland ist nicht sonderlich gut geeignet, solche Jobs für Flüchtlinge zu schaffen. Deutschland ist eine Gesellschaft mit einem hohen Ausbildungsstandard, mit Qualifikationen und Zeugnissen, mit einer überaus produktiven Arbeiterschaft, die auf langen Ausbildungszeiten, auf Abschlüssen und so weiter begründet ist. Für die ist ein großer, plötzlich eintretender Zustrom von Flüchtlingen, die nur vorübergehend da sind, schlecht geeignet. In der Financial Times habe ich im Juni von einer Umfrage unter den 30 Top-Unternehmen Deutschlands gelesen, die bislang nur rund 50 Flüchtlinge eingestellt haben. Deutschland hat die klügsten und besten Menschen aufgenommen, die Syrien zu bieten hatte, und kann sie jetzt nicht gebrauchen. Es wäre praktikabler gewesen, diesen Menschen die Jobs zu bringen.

 Die Fragen stellte Michael Bröning. IPG 25

 

 

 

 

Referendum in Italien – Europas neue Belastungsprobe

 

Erst Brexit, dann Trumps Wahlsieg – und nun der Rücktritt der italienischen Regierung von Matteo Renzi? Italien steht kurz vor dem schicksalhaften Referendum über eine Verfassungsänderung.

 

Am Sonntag stimmen die Italiener in einem Referendum über eine Verfassungsänderung ab, mit der das komplizierte parlamentarische System und damit das Regieren vereinfacht werden soll.

Europa droht damit die nächste Belastungsprobe, Italiens Ministerpräsident Matteo Renzi hat sein politisches Schicksal damit verknüpft: Werden seine Vorschläge abgelehnt, will er zurücktreten. Da viele Italiener angesichts der schlechten wirtschaftlichen Lage und der hohen Arbeitslosigkeit unzufrieden mit der Regierung sind, könnten sie das Referendum in eine Protestwahl umwandeln, um Renzi zu stürzen. In Umfragen liegen die Gegner einer Verfassungsänderung vorn.

Die Europäische Zentralbank (EZB) warnt bereits vor Marktturbulenzen, sollte das „Nein“ zum Sturz Renzis führen. Nachfolgend Fragen und Antworten, über was die Italiener abstimmen sollen:

Worum geht es in dem Referendum?

Das komplizierte parlamentarische System und damit das Regieren soll vereinfacht werden. Bislang muss jedes Gesetz in jeweils drei Lesungen im Abgeordnetenhaus und im Senat behandelt werden. Das hat zur Folge, dass Gesetzesvorhaben oft verwässert, erheblich verzögert oder ganz blockiert werden. Schließlich verfügen die bisherigeren Regierungen selten über eine eigene Mehrheit in beiden Kammern.

Was schlägt Renzi vor?

Die Kompetenzen des Senats sollen beschnitten, die der Abgeordnetenkammer gestärkt werden. Der Senat soll von 315 auf 100 Mitglieder schrumpfen, die zudem nicht mehr direkt gewählt werden. Stattdessen sollen 95 Senatoren von den Regionalregierungen und den Kommunen entsandt werden, die restlichen fünf ernennt der Staatspräsident. Auch sollen ihre Zuständigkeiten beschnitten werden. Der Senat soll künftig hauptsächlich für Europafragen, Minderheitenschutz und Verfassungsänderungen zuständig sein. Der Rest fällt dann in den alleinige Aufgabenbereich des Abgeordnetenhauses.

Was ist die zweite große Reform?

Um das Regieren zu erleichtern, soll das Wahlrecht geändert werden. Kommt eine Partei auf mehr als 40 Prozent der Stimmen, erhält sie einen Bonus, der ihr 55 Prozent der Sitze im Abgeordnetenhaus sichert. Das soll der Regierung erleichtern, fünf Jahre durchzuregieren – was nach dem Zweiten Weltkrieg noch nie gelang. Kommt keine Partei im ersten Wahlgang über die 40-Prozent-Marke, entscheidet eine Stichwahl zwischen den beiden stärksten, wer den Bonus bekommt.

Woran entzündet sich die Kritik?

Ein Kritikpunkt betrifft die künftigen Senatoren. Gegner der Reform weisen darauf hin, dass beispielsweise die von den Kommunen in den Senat geschickten Bürgermeister bereits Vollzeitjobs haben und damit kaum angemessene Zeit für ihre neue Rolle fänden. Zudem ist unklar, wie die mehr als 8000 Bürgermeister aus ihrem Kreis 21 Senatoren auswählen sollen. Außerdem sollen die Senatoren nach den Regionalwahlen auserkoren werden, die zu einem anderen Zeitpunkt als die landesweiten Wahlen stattfinden. Dadurch kann die politische Zusammensetzung des Senats sich stark von der des Abgeordnetenhauses unterscheiden, was wiederum zu Blockaden etwa in der Europapolitik führen kann.

Warum ist die Wahlrechtsreform umstritten?

Hier monieren die Kritiker, dass der Wahlgewinner durch den Siegerbonus zu viel Macht in einer Hand vereinen könnte. Hinzu kommt, dass die Führung der siegreichen Partei durch die Bonussitze viele Parlamentarier selbst aussuchen kann. Kritiker befürchten deshalb, dass diese Abgeordnete der Regierung blind folgen anstatt sie kritisch zu beäugen, um beim nächsten Mal wieder nominiert zu werden.

Was sagen die Meinungsumfragen?

Seit Ende Oktober haben 42 Umfragen von 15 unterschiedlichen Instituten das „No“-Lager vorn gesehen – mit wachsendem Vorsprung. Allerdings gibt es noch einen hohen Anteil unentschlossener Wähler, und Umfragen sind zwei Wochen kurz vor der Abstimmung nicht mehr erlaubt.

Warum liegen die Gegner vorn?

Ministerpräsident Matteo Renzi hat sein politisches Schicksal mit dem Ausgang des Referendums verknüpft: Werden seine Vorschläge abgelehnt, will er zurücktreten. Da viele Italiener angesichts der schlechten wirtschaftlichen Lage und der hohen Arbeitslosigkeit unzufrieden mit der Regierung sind, könnten sie das Referendum in eine Protestwahl umwandeln, um Renzi zu stürzen.

Was passiert bei einem „No“?

Ein Rücktritt Renzis würde aber nicht automatisch zu Neuwahlen führen. Viele Beobachter erwarten, dass eine Übergangsregierung aus Technokraten bis zur nächsten Wahl 2018 gebildet wird – wie schon einmal vor einigen Jahren unter Führung des einstigen EU-Kommissars Mario Monti. Die etablierten Parteien befürchten im Falle sofortiger Neuwahlen einen Sieg der Protestpartei „Fünf Sterne“ von Beppe Grillo.

Wie reagieren die Märkte auf ein „Si“?

Investoren werden sicher erleichtert sein. Die zuletzt gestiegenden Risikoaufschläge auf italienischen Staatsanleihen dürften wieder fallen, die Börsenkurse steigen. Allerdings würden grundlegende Probleme bleiben: von der hohen Staatsverschuldung über die von faulen Krediten belasteten Banken bis hin zu dem von vielen Experten als zu starr empfundenen Arbeitsmarkt.

Und was folgt auf ein „No“?

Scheitert das Referendum, dürften die Aktienkurse in Italien weiter fallen und die Risikoaufschläge für Staatsanleihen steigen. Die Folgen eines „No“ wären aber nicht nur auf Italien begrenzt, sondern in der gesamten Euro-Zone zu spüren. Bei Börsianern macht bereits das Wort „Italexit“ die Runde – also von einem Abschied des Landes aus der Währungsunion. Populisten wie die eurokritische Protestpartei „Fünf Sterne“ könnten die Oberhand gewinnen und den Reformprozess der drittgrößten Volkswirtschaft der Euro-Zone beenden.

Vor Referendum schlechte Laune bei Italiens Firmen und Verbrauchern

Kurz vor dem Referendum in Italien hat sich die Stimmung von Unternehmen und Verbrauchern eingetrübt.

Das Barometer für das Geschäftsklima fiel um 0,3 auf 101,4 Punkte, wie das Statistikamt Istat am Montag mitteilte. Die Stimmung allein in der Industrie verschlechterte sich ebenfalls – auf 102,0 von 102,9 Zählern. Die italienischen Verbraucher sind so skeptisch wie seit Juli 2015 nicht mehr: Der Index für das Konsumklima sank leicht um 0,1 auf 107,9 Punkte. Dem Land macht seit längerem eine hartnäckige Konjunkturflaute zu schaffen, die auch der Bankenbranche zusetzt. Im Sommerquartal legte die Wirtschaft um 0,3 Prozent zu.  EurActiv mit rtr 28

 

 

 

 

G20-Agenda im Kabinett. Deutsche G20-Präsidentschaft beginnt

 

"Eine vernetzte Welt gestalten" – unter diesem Motto steht die deutsche G20-Präsidentschaft vom 1. Dezember 2016 bis 30. November 2017. Kanzlerin Merkel hat dem Kabinett heute die zentralen G20-Themen vorgestellt. Höhepunkt wird das Gipfeltreffen der Staats- und Regierungschefs am 7. und 8. Juli 2017 in Hamburg sein.

 

Deutschland möchte seine G20-Präsidentschaft nutzen, um die internationale Zusammenarbeit zu vertiefen. Die G20 hat die Aufgabe, die Globalisierung zum Nutzen aller zu gestalten. Ziel ist es, die Vorteile der Globalisierung und weltweiter Vernetzung zu verstärken und breiter zu teilen. Die Bundesregierung setzt damit einen Gegenpol zu Abschottung sowie einer Rückkehr zum Nationalismus.

Kanzlerin: Stabilität der Weltwirtschaft als "Top-Thema"

Deutschland freue sich, dass es am 1. Dezember die G20-Präsidentschaft übernehme und Gastgeber des G20-Gipfels im Juli sei, erklärte Bundeskanzlerin Merkel in einem Video-Podcast zur deutschen G20-Präsidentschaft. Als "Top-Thema" nannte sie die Stabilität der Weltwirtschaft. Die Finanzminister trieben vor allem die Regulierung der Finanzmärkte weiter voran – insbesondere im

Bereich der Schattenbanken.

Deutschland lege sehr viel Wert darauf, einige der Themen seiner G7-Präsidentschaft fortzuführen, so Merkel weiter. Zudem werde man einige Themen, "die etwas mit Entwicklung zu tun haben", sehr präsent machen, insbesondere die Bekämpfung von Pandemien.

Agenda des deutschen G20-Vorsitzes mit drei Schwerpunkten

Die deutsche G20-Agenda fußt inhaltlich auf drei Säulen: Stabilität sichern

Zukunftsfähigkeit verbessern Verantwortung übernehmen

Die G20 ist das zentrale Forum zur internationalen Zusammenarbeit der 20 führenden Industrie- und Schwellenländer in Finanz- und Wirtschaftsfragen. Die G20 sind verantwortlich für fast zwei Drittel der Weltbevölkerung, mehr als vier Fünftel des weltweiten Bruttoinlandsprodukts und drei Viertel des Welthandels.

Stabile und widerstandsfähige Volkswirtschaften sichern

Die erste Säule steht für die Stärkung stabiler Rahmenbedingungen für die Weltwirtschaft und das Finanzsystem, aber auch für die Förderung eines dynamischen Wirtschaftswachstums. Strukturreformensind dafür eine zentrale Stellschraube.

Die deutsche G20-Präsidentschaft wird darüber hinaus auch die Kooperation zu internationalen Finanz- und Steuerfragen, zu Beschäftigung sowie zu Handel und Investitionen fortführen. Das Ziel lautet, fairen und freien Handel weltweit zu stärken. Die Bundesregierung setzt sich hierbei auch für nachhaltige globale Lieferketten ein.

Zukunftsfähigkeit verbessern

Deutschland möchte in seiner G20-Präsidentschaft jedoch nicht nur die Stabilität der Weltwirtschaft sichern, sondern - dafür steht die zweite Säule - auch ihre Zukunftsfähigkeit verbessern. Ein Hauptanliegen ist dabei, die Verwirklichung der Ziele der Agenda 2030 für nachhaltige Entwicklung und des Pariser Klimaabkommens voranzubringen.

Ebenso wichtig wird sein, über zukunftsfeste Energie- und Klimakonzepte zu diskutieren. Überdies verdient die wachsende Bedeutung der Digitalisierung für die Weltwirtschaft eine hervorgehobene Rolle in den Diskussionen der G20. Zukunftsfähigkeit erfordert außerdem, die Gesundheitsversorgung zu stärken. Der weltweite Kampf gegen Antibiotika-Resistenzen gehört ebenso dazu wie die

Pandemievorsorge.

Nicht zuletzt steht die Stärkung der wirtschaftlichen Teilhabe von Frauen, vor allem die Verbesserung der Qualität von Frauenerwerbstätigkeit, auf der Agenda. Bundeskanzlerin Merkel will sich dafür einsetzen, dass Frauen in Entwicklungsländern leichter Zugang zu Informations- und Kommunikationstechnologien erhalten.

Verantwortung übernehmen – besonders für Afrika

Deutschland will - dafür steht die dritte Säule - auch die Rolle der G20 als

Verantwortungsgemeinschaft stärken. Nachhaltiger wirtschaftlicher Fortschritt in Afrika ist hierbei ein vordringliches Anliegen.

Die deutsche G20-Präsidentschaft möchte mit konkreten Maßnahmen die Lebensbedingungen der Menschen dauerhaft verbessern und stabile Rahmenbedingungen für Investitionen schaffen. Auch will sie den

Ausbau der Infrastruktur auf dem afrikanischen Kontinent fördern. Im Juni wird deshalb in Berlin eine eigene Konferenz zum Thema "Partnerschaft mit Afrika" stattfinden.

Verantwortung will die G20 aber auch auf anderen Gebieten übernehmen. So werden Flucht und Migration sowie die Bekämpfung von Terrorismus, Geldwäsche und Korruption weitere Themen der deutschen G20-Präsidentschaft sein.

G20-Ministertreffen und Dialog mit Zivilgesellschaft

Im Vorfeld des G20-Gipfels finden zahlreiche Fachministertreffen statt, die einzelne G20-Themen vertieft bearbeiten. So kommen zwischen Januar und Mai 2017 die für Finanzen, Außen-, Arbeits-, Gesundheits-, Agrar- sowie Digitalpolitik verantwortlichen Minister zusammen.

Wie schon beim G7-Gipfel wird sich Bundeskanzlerin Angela Merkel auch mit Vertreterinnen und Vertretern der Zivilgesellschaft treffen. Hierzu wird es zwischen März und Juni 2017 mehrere

Gesprächsformate geben, unter anderem in den Bereichen Wirtschaft (Business20), Nichtregierungsorganisationen (Civil20), Gewerkschaften (Labour20), Wissenschaft (Science20), Think Tanks (Think20), Frauen (Women20) und Jugend (Youth20).

Diese Treffen verantworten die zivilgesellschaftlichen Organisationen selbst. Sie greifen darin relevante G20-Themen auf, zu denen sie gemeinsam mit internationalen Partnern Empfehlungen für die deutsche G20-Präsidentschaft erarbeiten. Pib 30

 

 

 

 

Tortur in Libyen. Mittelmeer-Flüchtlinge: „Sie verkaufen uns wie Fisch“

 

Die „Sea Watch“ rettet erschöpfte Flüchtlinge aus dem Mittelmeer. Manche haben die Überfahrt schon mehrfach gewagt, wurden aber von der libyschen Küstenwache abgefangen. Zurück in Nordafrika schufteten sie für Schleuser – bis zum nächsten Versuch. Von Christian Ditsch

 

Bubakas verwaschenes T-Shirt ist mit Namen übersät. Alle, die den 18-Jährigen in den vergangenen drei Jahren begleiteten, haben unterschrieben. Viele der Weggefährten leben nicht mehr. Es waren Jahre der Flucht.

 

Bubaka war 15, als er mit einem Freund aus seiner Heimatstadt Serekunda im westafrikanischen Gambia aufbrach – in eine lebenswerte Zukunft in Europa. Zuhause schaffte er es nicht, genug Geld für seine Familie zu verdienen. Das war 2014. Als Bubaka von der Besatzung der „Sea Watch 2“ Ende Oktober 2016 vor der libyschen Küste gerettet wird, ist er 18. Es war sein dritter Anlauf, über das Mittelmeer zu gelangen.

Nicht alle haben es geschafft

Was Bubaka seit seinem Aufbruch erlebt hat, kann er kaum in Worte fassen. Mit Blick auf die Unterschriften auf seinem T-Shirt sagt er: „Von ihnen haben es nicht alle bis Libyen geschafft.“ Einige hätten auch die fürchterlichen Umstände in Libyen nicht überlebt, so auch sein Freund, mit dem er sich zusammen auf den Weg gemacht hatte.

Der Flüchtling aus Gambia war froh, als er vor zwei Jahren seine erste Passage in einem Schlauchboot ergatterte. Was er dafür tun musste, mag er nicht erzählen. Zu tief sitzt die Angst vor seinen Peinigern. Und er schämt sich. Nach einigen Stunden wurde das überfüllte Schlauchboot von der libyschen Küstenwache aufgebracht und zurück nach Libyen geschleppt.

Von Soldaten gezwungen, Geld aufzutreiben

Dort sei er wie die anderen auch vor die Wahl gestellt worden, entweder 2.000 US-Dollar zu zahlen oder ins Gefängnis zu gehen, sagt er. Immer gleichlautenden Berichten von Flüchtlingen zufolge werden die Zurückgebrachten von den Soldaten gezwungen, in ihrer Heimat Freunde oder Verwandte anzurufen und binnen weniger Stunden das Geld aufzutreiben. Allerdings bedeute die Zahlung des Lösegeldes nicht, dass die Menschen frei sind. Die Mitglieder der Küstenwache verkauften sie an Menschenschmuggler, welche sie so lange für sich arbeiten ließen, bis sie sich einen nächsten Versuch über das Mittelmeer leisten können. „Sie verkaufen uns wie Fisch“, sagt Bubaka.

Er hatte niemanden, den er anrufen konnte. Der Jugendliche landete in einem Gefängnis, berichtet von einem drei Meter tiefen Erdloch, in dem er kauern musste. Nach einem Jahr sei er „entlassen“ und an Schleuser verkauft worden, für die er schuftete. Ein neuer Vorstoß nach Europa scheiterte erneut an der Küstenwache, und wieder begann die Tortur in Libyen.

Im Fernsehen ist das ein humanitäres Eingreifen

Es scheint ein einträgliches Geschäft für die Mitglieder der Küstenwache, mit ihren sogenannten Push-Back-Aktionen kurz vor der Zwölf-Meilen-Zone die Flüchtlingsboote aufzubringen. In Fernsehbeiträgen wird der erste Teil dieser Aktionen vor laufender Kamera als humanitäres Eingreifen gefeiert. Die Übergabe an Menschenschmuggler passiert laut Flüchtlingen und Hilfsorganisationen dann, wenn die Kamerateams weg sind.

Ebenso ist es ein gutes Geschäft, den Booten die Außenbordmotoren zu stehlen. Sogenannte „Engine Fishers“ arbeiten hier eng mit den Schleusern zusammen. Sie verfolgen die Flüchtlingsboote mit ihren kleinen und wendigen Schnellbooten häufig schon vom Strand aus – und wenn diese in Reichweite von Hilfsorganisationen wie Sea Watch, Jugend Rettet, Ärzte ohne Grenzen oder Save the Children sind, werden die Außenbordmotoren kurzerhand abgebaut. Die Flüchtlinge treiben dann hilflos im Meer. Immer wieder wurden dabei von den Hilfsorganisationen auch Küstenwachenschiffe beobachtet, welche entweder die Motordiebe gewähren ließen oder gar selber Hand anlegten.

EU-Kriegsschiffe helfen nicht

Zu welch einem Desaster dies führen kann, zeigt sich etwa am 21. Oktober, als ein überfülltes Schlauchboot mit rund 150 Menschen von der „Sea Watch“ entdeckt wird. Die Rettungsaktion wird durch die libysche Küstenwache behindert, das Schlauchboot an das Küstenwachenschiff gezogen, und ein Soldat macht sich am Motor zu schaffen. Dabei gerät der vordere Teil des Schlauchbootes unter eine Stahlplattform des Küstenwachenschiffes. Später verliert der Bug genau an dieser Stelle Luft, Menschen rutschen ins Wasser oder springen in Panik ins Meer. Etwa 30 von ihnen ertrinken.

Die patrouillierenden EU-Kriegsschiffe stoppen nach Beobachtung von Hilfsorganisationen die Motordiebe nicht. Sollte tatsächlich einmal ein Schiff der Frontex-Mission selber Geflüchtete aus Seenot retten, werden die Schlauchboote den „Engine Fishers“ überlassen, welche während der Rettungsaktion wie Haifische die Szenerie umkreisen.

„Kennst du Michael Ballack?“

Bubaka hat in diesem Herbst Glück. Bei seinem dritten Versuch übers Meer schafft es das Schlauchboot in internationale Gewässer. Er und rund 130 weitere Flüchtende werden von der „Sea Watch 2“ aufgegriffen.

Jetzt träumt der junge Mann davon, bis nach Deutschland zu kommen. Er möchte einen Beruf lernen. „Etwas womit ich Geld verdienen kann“, sagt er. Und er möchte Fußball spielen. „Kennst du Michael Ballack?“ fragt Bubaka. „DER kann spielen! So gut möchte ich auch werden.“ MiG 29

 

 

 

 

„Sozialismus oder Tod“

 

Drei Fragen an Sarah Ganter zum Ende der Ära Fidel Castros.

 

Fidel Castro ist am 25. November 2016 mit 90 Jahren gestorben. Wie gehen die Kubaner damit um?

Die Nachricht von seinem Tod kam alles andere als überraschend. Bereits vor zehn Jahren hatte Fidel Castro die Amtsgeschäfte aufgrund einer schweren Erkrankung an seinen jüngeren Bruder Raúl übertragen. Auf dem 7. Parteitag der kommunistischen Partei im April diesen Jahres verabschiedete sich der greise Comandante mit einer letzten öffentlichen Rede vom Publikum. Für die meisten Kubaner ist sein Ableben daher eher ein emotionales, weniger ein politisches Ereignis. Keine andere Person steht symbolisch im Guten wie im Schlechten so sehr für das Projekt der kubanischen Revolution wie er. Die Mehrheit der Kubaner ist in seiner fast 50-jährigen Regierungszeit geboren und erwachsen geworden. Fidel Castro war weltweit eine Ikone der Linken in der Politik des 20. Jahrhunderts und wurde gleichzeitig von seinen Gegnern gehasst wie kaum ein anderer. Er soll hunderte zum Teil spektakuläre Mordversuche im Auftrag der CIA überlebt haben. In Sozialen Netzwerken wurde sein Tod in den letzten Jahren immer wieder als falsche Nachricht verbreitet. Millionen von Nutzern trugen sich in virtuelle Kondolenzbücher ein. Obwohl abzusehen, haben viele die Nachricht deshalb zunächst mit ungläubigem Staunen aufgenommen.

Darüber hinaus polarisiert sein Ableben wie sein Leben. Große Trauer herrscht bei den Fidelistas, deren ältere Generation selbst noch Erinnerungen aus erster Hand an den Triumph der Revolution hat oder in jungen Jahren an der landesweiten Alphabetisierungskampagne beteiligt war. Bei den Dissidenten und Exilkubanern überwiegt die Freude über den Abgang eines aus ihrer Sicht verhassten Despoten, der in Miami mit Autokorsos und ausgelassener Feierstimmung begangen wurde. Für die allermeisten Kubaner dürfte es sich aber so anfühlen, als ob ein altes Familienoberhaupt verstorben ist, das immer da war, mit dem man nicht immer einer Meinung war oder unter dem man sogar gelitten hat, das aber die eigenen Lebensumstände maßgeblich mitbestimmt hat und dem man trotz allem Respekt für sein Lebenswerk zollt.     

Welches Vermächtnis hinterlässt Castro?

Im Positiven wird Fidel Castro als Revolutionär und Architekt eines alternativen Gesellschaftsmodells in Erinnerung bleiben, das Bildung und Gesundheit vor materielle Werte gestellt hat. Kuba ist auch heute noch ein Entwicklungsland, das mit vielen Problemen zu kämpfen hat, schneidet aber bei der Erhebung des human development index regelmäßig auf Industrielandniveau ab. Erst kürzlich belegte es in einem regionalen Vergleich von Save the Children den ersten Platz in Bezug auf Chancen und Entwicklungsmöglichkeiten von Mädchen. Global besteht sein Vermächtnis in den Erfolgen im Kampf gegen Kolonialismus, Rassismus und Apartheid. Unvergessen werden die mehrstündigen Reden des jungen Fidel Castro vor den Vereinten Nationen bleiben, in denen er als Wortführer der Gruppe der 77 Armut und die ungleiche Verteilung des globalen Reichtums anprangerte.

Sympathieträger für viele war er auch als David gegen Goliath, der wie kein anderer den Imperialismus und die Vorherrschaft der USA in Lateinamerika herausgefordert hat. Doch anders als sein jung gestorbener Weggefährte Che Guevara steht er auch für das Negative der kubanischen Revolution, die der kubanischen Bevölkerung große Bürden aufgeladen und tausende in Flucht und Exil getrieben hat. Zu seiner Hinterlassenschaft gehören zudem eine am Boden liegende Wirtschaft und ein autoritär-zentralistischer Staatsapparat, der politische und zivile Menschenrechte hintanstellt und repressiv mit politischen Gegnern und Kritikern umgeht. Es ist unwahrscheinlich, dass ihn die Geschichte vor diesem Hintergrund freisprechen wird, wie Fidel 1953 in seiner berühmten Rede nach dem  Überfall auf die Moncada-Kaserne angekündigt hat. In die Geschichte eingehen wird er mit der Gesamtheit seines Wirkens mit all seinen Licht- und Schattenseiten.

Wie geht es jetzt weiter?

Zunächst einmal wie gehabt. Fidels Kampfspruch „Sozialismus oder Tod“ bedeutet nicht, dass im Umkehrschluss sein Ableben das Ende des tropischen Sozialismus einläutet. Sein Tod wird kaum zu größeren politischen Veränderungen auf der Insel führen. Denn so sehr er auch symbolisch für die kubanische Revolution stehen mag, die Geschicke des Landes lenken längst andere. Die Regierung seines jüngeren Bruders Raúl hat in den letzten Jahren einen umfassenden Reformkurs beschritten. Mit den Worten „Entweder wir ändern uns oder wir gehen unter“ hatte Raúl die Errungenschaften der kubanischen Revolution im letzten Jahrzehnt einem umfassenden Reality Check unterzogen. Doch der Versuch, die sozialistische Planwirtschaft durch die beschränkte Einführung von Marktelementen zukunftsfähig zu machen, ist mit enormen Herausforderungen verbunden.

Wichtige Reformen, wie die Zusammenführung der beiden Parallelwährungen oder die Legalisierung der neuen privaten Kleinunternehmen, kommen nicht voran. Für Anfang 2018 hat Raúl seinen Rückzug aus dem Präsidentenamt angekündigt. Bis dahin muss noch eine Verfassungsreform auf den Weg gebracht und mit einem Referendum beschlossen werden. Die großen Erwartungen, die die Normalisierung der Beziehungen zu den USA auf der Insel und im Ausland geschürt hat, wurden weitgehend enttäuscht.  Kurz vor dem Ende der Regierungszeit Obamas ist die US-Wirtschaftsblockade weiterhin in Kraft, das Gefängnis in Guantánamo von einer Schließung so weit entfernt wie eh und je. Trotz des boomenden Tourismussektors sehen die wirtschaftlichen Perspektiven wenig rosig aus. Die ersehnten ausländischen Investitionen lassen auf sich warten, und mit der Krise in Venezuela und dem politischen Umbruch in Brasilien sind wichtige Unterstützer in der Region weggefallen. Nach Fidels Tod könnten die Gegner des Reform- und Öffnungskurses, über den in der politischen Führung keineswegs Einigkeit herrscht, erneut Aufwind bekommen. Schon nach dem Besuch Obamas waren die Zügel merklich angezogen worden. Fidel war zwar selbst einer der zentralen Kritiker, gleichzeitig aber auch eine wichtige Legitimationsquelle der Politik seines Bruders, dem er noch auf dem letzten Parteitag demonstrativ den Rücken gestärkt hatte. Wie es weitergeht hängt vor allem davon ab, wie sich die Dinge in den USA entwickeln. Trump hat angekündigt, die Kubapolitik seines Vorgängers rückgängig machen zu wollen, und Castro-kritische Hardliner in sein Team geholt. Vieles spricht für eine neue Eiszeit. Auch Hillary Clinton hätte angesichts der republikanischen Kongressmehrheit kaum Aussichten gehabt, das US-Embargo zu Fall zu bringen. Mit Fidels Tod scheidet allerdings das zentrale Hassobjekt vieler US-Kubaner aus und es gibt die Hoffnung, dass Trump als Unternehmer wirtschaftliche Interessen vor ideologische stellen wird und dieses letzte Relikt des Kalten Krieges abschafft. Erst dann wird sich zeigen, wie es unter fairen äußeren Bedingungen um die politische, soziale und wirtschaftliche Nachhaltigkeit des kubanischen Sozialismus bestellt ist. Sarah Ganter IPG 28

 

 

 

 

Türkei: EU-Parlament stimmt für Aussetzen der Beitrittsgespräche

 

Mit großer Mehrheit hat das Europäische Parlament am Donnerstag für ein Einfrieren der EU-Beitrittsgespräche mit der Türkei gestimmt.

 

Mehrere Fraktionen stellten sich hinter den Antrag, der eine Reaktion auf das Vorgehen der türkischen Führung gegen Medien und Oppositionelle nach dem Putschversuch im Juli ist. Die Resolution ist allerdings nicht bindend. Der Vizepräsident des EU-Parlaments, Alexander Graf Lambsdorff, sprach dennoch von einem starken Signal, dass 479 Abgeordnete in dem 751-köpfigen Plenum für den Antrag gestimmt hätten. Der türkische Präsident Recep Tayyip Erdogan hat bereits gesagt, dass die erwartete Resolution für ihn ohne Bedeutung sei.

Nach dem Umsturzversuch in der Türkei wurden schon mehr als 125.000 Staatsbedienstete entlassen, mehrere Tausend wurden festgenommen. Darunter sind Soldaten, Polizisten und Richter. Auch Journalisten und Akademiker sind ins Visier der Behörden geraten.

Erdogan beschuldigt den in den USA lebenden Prediger Fethullah Gülen, Drahtzieher des gescheiterten Putsches zu sein, und geht gegen seine Anhänger vor. Gülen bestreitet den Vorwurf.

Die 2005 begonnenen Beitrittsgespräche zwischen der EU und der Türkei stecken schon länger in einer Sackgasse. Erdogan hat für kommendes Jahr ein Referendum in seinem Land darüber in Aussicht gestellt, ob die Verhandlungen mit der EU fortgesetzt werden sollen. Umgekehrt droht die EU damit, die Gespräche zu beenden, falls Erdogan wie angekündigt die Todesstrafe wieder einführt. EA/rtr

 

 

 

 

Traurige Rekordwerte. Mehr als 4.600 Flüchtlinge 2016 im Mittelmeer ums Leben gekommen

 

Das Sterben im Mittelmeer hat einen neuen Höhepunkt erreicht. Bis Mitte November sind mehr Menschen ums Leben gekommen als im gesamten Vorjahr. Die Küsten Europas erreichten 344.000 Menschen.

Im Mittelmeer sind in diesem Jahr nach Angaben der Internationalen Organisation für Migration bislang mindestens 4.620 Flüchtlinge und Migranten ums Leben gekommen. Damit hätten bis Mitte November 2016 wesentlich mehr Menschen auf dem Seeweg nach Europa ihr Leben verloren als im gesamten Jahr 2015, teilte die Organisation am Freitag in Genf mit.

Im vergangenen Jahr seien knapp 3.800 Flüchtlinge und Migranten im Mittelmeer ums Leben gekommen. Die IOM nannte verschiedene Ursachen für die hohe Todeszahl in diesem Jahr: So sei die in diesem Jahr sehr oft genommene Route von Nordafrika nach Italien sehr riskant. Schlepper benutzten immer schlechtere Boote, pferchten zu viele Menschen in die Boote und starteten die Überfahrt auch bei sehr widrigem Wetter.

Den IOM-Angaben zufolge erreichten von Anfang Januar bis Mitte November 344.000 Menschen mit Booten die Küsten Europas. Bis Ende Oktober 2015 seien knapp 729.000 Flüchtlinge und Migranten in Europa an Land gegangen. Somit habe sich die Wahrscheinlichkeit, dass ein Passagier auf der Überfahrt stirbt, mehr als verdoppelt. Die Flüchtlinge und Migranten stammen aus Konfliktländern wie Syrien und dem Irak oder aus sehr armen Staaten in Afrika. (epd/mig 21)

 

 

 

 

Bushati über EU-Erweiterung: „Die politische Seele fehlt“

 

Europa wird auch auf dem Balkan verteidigt. Vor allem in der Flüchtlingskrise und im Anti-Terror-Kampf ist die Region geopolitisch von zentraler Bedeutung, sagt Albaniens Außenminister Ditmir Bushati. Das Projekt EU ist für ihn auch nach dem Brexit noch lange nicht gescheitert.

Im November hat die EU-Kommission die Aufnahme der Beitrittsverhandlungen mit Albanien empfohlen. Außenminister Bushati sieht sein Land damit auf einem guten Weg. Neben Albanien rücken auch Mazedonien, Serbien und Montenegro immer näher an die EU heran. Die Beitrittskandidaten setzen große Hoffnungen in die Gemeinschaft.

Herr Bushati, die EU-Kommission hat die Betrittsverhandlungen mit Albanien empfohlen – unter der Voraussetzung einer umfassenden Justizreform. Was beinhaltet diese Reform?

Schon vor dem Sommer haben wir im Parlament eine umfassende Reform mit dem Fokus auf die Justiz verabschiedet. Das Ziel dabei ist die Errichtung einer neuen Architektur des Justizsystems. Zentral für die Beitrittsverhandlungen Albaniens ist dabei ein Gesetz zur Überprüfung von Richtern und Staatsanwälten. Diese werden durch albanische und internationale Experten bezüglich ihrer moralischen und professionellen Integrität überprüft.

Die Reform könnte zum Modell für andere Länder der Region werden – auch weil damit zugleich Sicherheitsfragen abgedeckt werden. Der Balkan hat sich als wichtiger Partner der EU in der Sicherheitspolitik erwiesen. Wir haben bereits eine enge Kooperation der Strafverfolgungsbehörden, das müssen wir nun auf die Justiz übertragen. Hierzu müssen wir aber die Institutionen von der Korruption säubern. Wir haben nämlich von Anfang an klargestellt, dass wir keine Abkürzung und keinen Rabatt im Beitrittsprozess wollen.

Unterstützt die albanische Bevölkerung denn einen EU-Beitritt?

Tatsächlich unterstützen 90 Prozent der Albaner die Justizreform. Und die Mehrheit ist auch für eine EU-Mitgliedschaft Albaniens. Die Europäische Union ist auf dem Balkan – und generell außerhalb der EU – ohnehin attraktiver, als in den Mitgliedsstaaten. Wir sollten aber nicht vergessen, dass das ein langer Prozess ist. Es wird schätzungsweise zwei bis drei Jahre dauern, bis alle Richter und Staatsanwälte überprüft sind.

Viele Beobachter sehen die EU nach dem Brexit gescheitert oder zumindest in einer tiefen Krise. Albanien will dennoch Mitglied werden. Warum?

Ich sehe Krisen immer auch als Möglichkeit für eine neue Politik. Wir haben bereits einen beträchtlichen Teil der Reformen geschafft und tatsächlich helfen die Vorgaben der EU auch beim Prozess der Demokratisierung. Die größte Herausforderung besteht nun darin, diesen Weg konsequent weiter zu gehen. Wir erwarten außerdem, dass die Reformen greifbare Vorteile für unsere Gesellschaft mit sich bringen. Durch eine höhere Glaubwürdigkeit unseres Justizsystems erwarten wir auch mehr Investitionen in Albanien.

Ich glaube, dass die EU und die Länder des Balkans gegenseitig voneinander profitieren können. Zurückliegende Krisen haben gezeigt, dass der Balkan als wichtiger Partner in Sicherheitsfragen agieren kann. Jetzt müssen wir dafür sorgen, dass diese Zusammenarbeit über das bloße Krisenmanagement hinausgeht. Wir müssen eine stabilere Beziehung aufbauen und der Bevölkerung dazu ein überzeugendes Narrativ bieten.

Welchen Stellenwert hat der Balkan für Europa in sicherheitspolitischen Fragen?

Radikalisierung und gewalttätiger Extremismus ist eine internationale Herausforderung, die über die Grenzen einzelner Staaten hinausgeht. Unsere Zusammenarbeit in der Region war bislang sehr effektiv. Das gilt für die Flüchtlingskrise, aber auch für andere Situationen, die einen direkten Bezug zur Sicherheit unserer Region und zu der des gesamten Kontinents haben. Wir waren von Anfang engagiert im Kampf gegen den IS und gegen jegliche Art von Radikalisierung. Diese Anstrengungen der Balkanstaaten müssen allerdings auch durch eine klare Beitrittsperspektive der EU unterstützt werden. Das ist unbedingt notwendig. Denn wir dürfen dabei nicht nur repressive Maßnahmen in den Blick fassen, sondern müssen auch an gesellschaftliche Prozesse und die Beförderung von ökonomischem Wohlstand denken. Das sind Kernkomponenten im Kampf gegen den Terrorismus

Bekommen Sie dabei ausreichend Unterstützung durch die Europäische Union?

Es gibt ein gutes Maß an Zusammenarbeit zwischen den Ländern des Balkans und EU. Aber wenn es um die Beitrittsverhandlungen geht, fehlt es oft noch an politischer Seele. Uns fehlt die Seele in diesem Prozess. Manchmal wird dabei vergessen, dass die EU-Erweiterung auf dem Balkan ein Symbol für ein geeintes und freies Europa ist.

Großbritannien tritt aus der EU aus, Länder wie Mazedonien, Serbien, Montenegro und Albanien wollen rein. Sehen Sie eine Verlagerung der Gemeinschaft nach Osten?

Und ich glaube nicht, dass sich der Schwerpunkt Europas nach Osten verlagert. Abgesehen davon glaube ich auch nicht, dass unsere Länder schon in naher Zukunft bereit zum EU-Beitritt sein werden. Umso mehr müssen wir eine verantwortungsbewusste Strategie entwickeln, wie wir unsere Gesellschaften auf einen möglichen Beitritt vorbereiten.

Bei Ihrem Besuch in Berlin haben Sie auch Bundesaußenminister Steinmeier getroffen. Worüber haben Sie gesprochen?

Das zentrale Thema waren natürlich die Beitrittsverhandlungen. Wir haben aber auch unsere bilateralen Beziehungen besprochen. Diese haben gerade in den letzten Jahren stark zugenommen. In der kommenden Woche wird sich der albanische Premierminister Edi Rama mit Bundeskanzlerin Merkel treffen. Außerdem haben wir über unsere Kooperation im Rahmen der NATO und der OSZE gesprochen.

Sehen Sie durch den Wahlerfolg von Donald Trump in den USA das NATO-Bündnis in Gefahr?

Es gab ja die Aussagen des Kandidaten Trump. Jetzt müssen wir aber erst einmal die Entscheidungen der neuen Regierung abwarten. Wir sind sozusagen im Wartemodus.

In Deutschland hat Angela Merkel angekündigt, für eine weitere Amtszeit zu kandidieren. Sehen Sie darin ein Zeichen der Stabilität für Europa?

Deutschland hat sich in den vergangenen Jahren tatsächlich als sehr stabil erwiesen. Außerdem hat sich die Bundesregierung stark auf dem Balkan engagiert – vor allem im Rahmen des Berlin-Prozess, der von Bundeskanzlerin Merkel initiiert wurde. Dieses Engagement würden wir gerne weiterführen.

Hintergrund

Die moderne albanische Migration gilt als weltweit einmalig aufgrund ihrer Intensität innerhalb einer kurzen Zeitspanne. Bis zum Jahr 2010 war fast die Hälfte der Bevölkerung Albaniens ausgewandert und lebte im Ausland, während viele weitere Albaner innerhalb des Landes migriert waren. Nachdem Auswanderung unter dem kommunistischen Regime fast ein halbes Jahrhundert lang verboten war, setzte die Abwanderung von Albanerinnen und Albanern in den 1990er Jahren quasi aus dem Nichts ein und intensivierte sich in der Folgezeit. In den vergangenen Jahren hat auch Zuwanderung und Transitmigration, stattgefunden, aber die Zahlen sind nicht signifikant und bestätigen, dass Albanien auch in den kommenden Jahren ein Auswanderungsland bleiben wird .(bpb) Christoph Zeiher, EurActiv.de

 

 

 

 

Auf einer Welle falscher Versprechungen

 

Joseph E. Stiglitz über Donald Trump, den Welthandel und das Ende des amerikanischen Traumes.

 

Der designierte US-Präsident Donald Trump hat ein umfassendes Bauprogramm für Schulen, Straßen und Krankenhäuser angekündigt. Wie soll das gehen, wenn er gleichzeitig die Staatsausgaben zurückfahren will?

Man kann Trumps Wahlkampfaussagen nicht als zusammenhängendes Regierungsprogramm betrachten. Sie passen nicht zusammen. Er sagte, er werde die Infrastrukturausgaben erhöhen, die Mehrwertsteuer senken, Steuern senken und das Haushaltsdefizit senken. Offenbar begreift er nicht, dass wir in den letzten 25 Jahren in der staatlichen Bürokratie stark abgebaut haben – also diese vielgescholtenen grauen Beamten. Wir sind ziemlich effizient geworden.

Im letzten Präsidentschaftswahlkampf handelte sich Mitt Romney mit seiner Kritik an den Staatsbediensteten große Schwierigkeiten ein. Es zeigte sich, dass die Menschen ihre Feuerwehrleute mögen, ihre Polizisten, das Militär, die soziale Sicherung, Medicare. Und wenn man über Lehrer redet und alles, was die Menschen schätzen, dann ist das ja der Staat.

Es ist einfach nicht mehr genügend Fett übrig, das man abschmelzen könnte. Und Tatsache ist, dass Trump seine Versprechen brechen wird. Welche? Das wissen wir nicht. Aber wir wissen, dass er unmöglich alle halten kann.

Trump hat angekündigt, die Unternehmenssteuern in den USA deutlich zu senken. Welche Folgen hätte das?

Das ist Teil einer größeren Steuerreform. Mit dieser „Reform“, für die sich Trump ausgesprochen hat, würden die Steuern für die Reichen gesenkt und damit natürlich die Ungleichheit vergrößert. In den Vereinigten Staaten herrscht ja die perverse Situation, dass der durchschnittliche Steuersatz im oberen Einkommensbereich niedriger ist als weiter unten. Die USA haben somit die zweifelhafte Ehre, eines der wenigen Länder zu sein, die kein progressives, auch kein proportionales, sondern ein regressives Steuersystem haben. Moralisch betrachtet ist das unfair. Und es wird noch schlimmer, wenn seine Vorschläge zur Abschaffung der Erbschaftssteuer durchgehen.

Amerika ist auf dem Weg in eine Erb-Plutokratie, genau das Gegenteil des amerikanischen Traumes, nach dem jede und jeder unten anfangen und mit der eigenen Hände Arbeit aufsteigen kann. Wir wussten alle, dass diese Vorstellung etwas übertrieben war. Aber diese Steuerreform würde bedeuten, dass wir den Traum begraben haben.

Treibt die hohe Unternehmenssteuer multinationale Konzerne wie Apple nicht dazu, ihren Hauptsitz aus den USA ins Ausland zu verlagern, wo es billiger ist?

Nein. Zunächst einmal zahlen amerikanische Unternehmen, wenn man die Bemessungsgrundlage, die Steuernachlässe und die Schlupflöcher betrachtet, keine höheren Steuern als in anderen Ländern. Es stimmt auch nicht, dass die Senkung der Unternehmenssteuersätze Investitionen ankurbelt. Ich glaube aber schon, dass es vorteilhaft wäre, wenn man das Steuersystem vereinfachen würde und jedes Unternehmen den offiziellen Satz zahlen müsste, seien es 25 Prozent, 20 Prozent oder 15 Prozent.

Aber im Grunde ist das Problem ein globales, kein nationales. In der Welt herrscht ein vernichtender Steuerwettbewerb. Ein Land versucht, dem anderen mit einem etwas niedrigeren Steuersatz die Arbeitsplätze abzujagen. Das ist eine Abwärtsspirale. Irland ist da ein Beispiel. Erstens hat Irland einen Steuersatz von 12,5 Prozent, während er in vielen Teilen Europas deutlich höher ist. Da muss es eine Harmonisierung geben. Aber zweitens hat Irland auch noch sein eigenes Steuersystem ausgetrickst. Und Apple erhielt einen speziellen Vorzugssteuersatz von 0 Prozent.

Wenn man das jedem Unternehmen zugestanden hätte, dann wäre das europäische Steuersystem im Chaos versunken. Jedes amerikanische Unternehmen, wahrscheinlich jeder multinationale Konzern hätte gesagt, na gut, warum behalten wir nicht die Steuern, die wir zahlen, und ziehen nach Irland? Wir geben einfach an, dass unser Geld aus Irland kommt, aus so einer Cyberspace-Firma, und dann zahlen wir keine Steuern mehr. Voilà. Und wir können sogar noch behaupten, anständige Bürger zu sein. Ich habe immer gesagt, die unternehmerische Verantwortung fängt damit an, dass man seine Steuern zahlt.

Die Europäische Kommission wusste nicht einmal, dass Irland dieses Geheimabkommen unterzeichnet hat. Sie hat es erst erfahren, als die US-Regierung tätig wurde. Deshalb sind wir auch so entschieden gegen Geheimniskrämerei.

Einige Beobachter machen die Ungleichheit für Donald Trumps Wahlsieg verantwortlich. Ein großer Teil der US-Bevölkerung fühle sich von der Globalisierung abgehängt. Stimmen Sie dem zu?

Trump wurde unter anderem gewählt, weil sehr viele Amerikaner einen Wechsel wollten. Ein, und nur ein Grund dafür ist, dass viele Menschen abgehängt wurden. Das Durchschnittseinkommen der unteren 90 Prozent der Amerikaner hat sich in den letzten 30 Jahren kaum verändert. Und eine Volkswirtschaft, die einer Mehrheit der Bürger nichts bringt, hat versagt. Die US-Wirtschaft hat versagt. Hillary Clinton stand für die Vergangenheit und für ein „Weiter so“. Trump war die Stimme des Wandels.

Seine Diagnosen zu den Fehlentwicklungen in der Wirtschaft waren natürlich völlig unhaltbar. Es wurden schlechte Handelsabkommen abgeschlossen, aber das ist nur ein Teil des Problems. Und es lag nicht daran, dass die Unterhändler schlecht verhandelt hätten. Es lag daran, dass unsere Unterhändler meistens genau das bekommen haben, was sie wollten. Sie vertraten nämlich die Unternehmensinteressen, und die Unternehmensinteressen siegten über die Interessen der Beschäftigten.

Man hat das bei der Transpazifischen Partnerschaft (TPP) und bei der Transatlantischen Handels- und Investionspartnerschaft (TTIP) gesehen, wo die Unternehmensinteressen auf dem Tisch lagen, die der einfachen Bürgerinnen und Bürger aber nicht. Es waren amerikanische Pharmakonzerne, die hohe Arzneimittelpreise durchsetzen wollten, die den Amerikaner solche Sorgen machen. Es waren amerikanische Unternehmen, die Investitionsschutzvereinbarungen wollten, die Regulierung im Klimaschutz und Umweltfragen aller Art einschränken.

War es also die Bedrohung durch den internationalen Wettbewerb, die Trumps Anhängern Angst machte?

Die Globalisierung ist nur ein Teil des Problems. Wir haben große technische Entwicklungen erlebt, und die Anpassung daran ist nicht einfach. Ich komme aus Gary, Indiana, einer großen Stahlstadt. Wir produzieren genauso viel Stahl wie in der Hochphase, aber eben nur mit einem Sechstel der Arbeiter.

Und der Haken ist: Es waren die Republikaner, die den Arbeitern nicht bei der Anpassung helfen wollten. Die Demokraten haben immer für Anpassungshilfen plädiert und Maßnahmen vorgeschlagen, die den Leuten helfen sollten, mit den veränderten wirtschaftlichen Bedingungen zurechtzukommen. Es waren die Republikaner, die immer dagegen waren, den abgehängten Arbeitern unter die Arme zu greifen. In den letzten Jahren wäre es eine der wichtigsten Aufgaben gewesen, die Konjunktur anzuschieben. Wir brauchten mehr Infrastruktur und mehr Ausgaben für Forschung und Entwicklung.

Man könnte also sagen, zu den positiven Maßnahmen, die möglicherweise unter einer Regierung Trump durchgeführt werden, gehört ein sehr schlecht konstruiertes Konjunkturpaket. Selbst ein schlechtes Konjunkturpaket wird Arbeitsplätze schaffen und einige der Abgehängten kurzfristig auffangen. Aber natürlich wird es sie nicht fit machen für die Wirtschaft des 21. Jahrhunderts.

Aber Privatuniversitäten wie die Trump University werden sich leichter tun, sich durch die Ausbeutung armer Amerikaner zu bereichern. Sie zwingen mit hohen Gebühren die Menschen dazu, sich hoch zu verschulden, und dann bringen sie ihnen nicht einmal etwas bei. Wir müssen also davon ausgehen, dass unter einer Regierung Trump genau die Gruppe, die ihn gewählt hat, stärker ausgebeutet wird.

Europa steht vor der schweren Entscheidung, wie es nach dem Brexit mit Großbritannien und dem Binnenmarkt weitergehen soll. Was ist Ihre Empfehlung?

Ich glaube, sowohl für Großbritannien als auch für die EU ist es am besten, auf die engstmögliche wirtschaftliche Integration hinzuarbeiten, die mit dem Referendum vereinbar ist. EU-Kommissionspräsident Jean-Claude Juncker und andere sagen, wenn wir nicht hart mit den Briten verhandeln, werden auch andere Länder die EU verlassen. Das ist der absolut falsche Standpunkt. Er sendet die negative Botschaft aus, dass Länder nur in der EU bleiben, weil sie Angst davor haben, was im anderen Fall geschehen könnte. Wenn das alles ist, was die EU zu bieten hat, dann ist das traurig für Europa.

Ich glaube, die EU hat viel mehr zu bieten. Sie hat eine positive Agenda, muss sich aber besser verkaufen, besonders bei den älteren Menschen. Natürlich wird es Länder geben, die den Weg nicht mitgehen können. Norwegen ist eines. Die Schweiz ist ein anderes. Großbritannien ist offenbar ein drittes.

Ich verstehe die Abstimmung für den Brexit so, dass die Briten keine freie Migration wollen. Aber sie könnten eine „Migrationspause“ einlegen.

Im Zusammenhang mit den EU-Vorschriften könnte man das Subsidiaritätsprinzip neu bekräftigen. Eiscreme muss ja nicht in jedem Land gleich sein. Wenn britisches Eis einen anderen Sahneanteil hat als europäisches, geht in meinen Augen die Welt nicht unter. Aber es ist wichtig, dass die Leute wissen, was sie kaufen. Von Joseph E. Stiglitz

Die Fragen stellte Eleanor Mears. IPG 21

 

 

 

 

Stühlerücken in Brüssel

 

Mit dem Wechsel von EU-Parlamentspräsident Martin Schulz nach Berlin gerät die komplexe Arithmetik in Brüssel durcheinander.

 

In Brüssel wird es schwierig nach der Ankündigung von Martin Schulz, die EU-Politik zu verlassen.  Sicher ist längst nicht, dass die EVP künftig das Spitzenamt im EU-Parlament besetzt.

Denn eigentlich müsste auf den SPD-Mann ein Mitglied der Europäischen Volkspartei (EVP) an die Spitze des Parlaments folgen. So hat es Schulz zumindest mit EVP-Fraktionschef Manfred Weber nach der Europawahl 2014 schriftlich vereinbart. Das Problem: Sollte die Abmachung umgesetzt werden, wären alle drei Institutionen in der Hand der EVP, zu der auch CDU und CSU gehören.

Denn mit Jean-Claude Juncker und Donald Tusk stellen die Konservativen schon die Präsidenten von EU-Kommission und EU-Rat. Der Vorsitzende der Sozialisten und Sozialdemokraten (S&D) im EU-Parlament, Gianni Pittella, hat schon deutlich gemacht, was er davon hält: gar nichts.

Da die EVP die mit Abstand größte Fraktion im EU-Parlament stellt, könnte ihr der Unmut der S&D theoretisch egal sein, sofern sie mit Hilfe anderer Fraktionen eine absolute Mehrheit für ihren Kandidaten bei der Wahl Mitte Januar organisiert. Doch es geht um mehr, wie auch EVP-Chef Manfred Weber immer wieder hervorhebt. Denn EVP und S&D hätten durch ihre große Koalition dafür gesorgt, dass es in der EU seit 2014 Reformen gegeben habe, sagt der CSU-Politiker.

Da zugleich ein Schulterschluss des EU-Parlaments mit der Kommission – verstärkt durch die Freundschaft zwischen Juncker und Schulz – die Arbeit erleichterte, konnten Gesetze geräuschloser als früher auf den Weg gebracht werden. Zugleich wurden die EU-Staaten unter Zugzwang gesetzt, wichtige europäische Vorhaben nicht aufzuhalten. Webers Befürchtung: Wenn S&D und EVP plötzlich im Parlament nicht mehr Hand in Hand arbeiten, würde sich für die Öffentlichkeit wohl bald der Eindruck einer blockierten EU verfestigen. Damit könnten populistische Parteien und EU-Gegner wohl noch mehr Auftrieb erhalten.

Oder doch die Liberalen?

Es ist also nicht ausgemacht, dass die EVP das Spitzenamt im EU-Parlament besetzt. Einen Kandidaten will sie Mitte Dezember bestimmen. Im Gespräch sind etwa der Franzose Alain Lamassoure, die Irin Mairead McGuinness und der Italiener Antonio Tajani. Weber selbst hat sich über eine Kandidatur noch nicht geäußert. Allerdings würde in seinem Fall die EU-eigene Arithmetik ins Spiel kommen, denn dass erneut ein Deutscher eine EU-Institution führt, stößt angesichts des Gewichts Deutschlands auf keine starke Gegenliebe.

Dass umgekehrt die EVP einen Kandidaten der S&D unterstützt, ist zurzeit aber auch noch nicht absehbar. Lachende Dritte des Mikados könnten die Liberalen sein. Die französische EU-Abgeordnete Sylvie Goulard hat bereits ihre Kandidatur angemeldet. Die Expertin für Finanzmarktregulierung spricht neben Französisch auch fließend Deutsch, Englisch und Italienisch und wäre die einzige Frau an der Spitze einer eigenständigen EU-Institution.

Auch der Fraktionsvorsitzende der Liberalen, Belgiens ehemaliger Ministerpräsident Guy Verhofstadt, wurde als möglicher Kandidat für die Schulz-Nachfolge genannt. Die Liberalen monieren zudem, dass sie im EU-Postengefüge bisher zu kurz gekommen sind, obwohl sie mehrere Regierungschefs in Europa stellen.

Voraussichtlich am 17. Januar soll in Straßburg der neue Präsident des EU-Parlaments gewählt werden.  EurActiv mit rtr 28

 

 

 

 

Statistik. Drei von vier Opfer häuslicher Gewalt sind Deutsche

 

Knapp 130.000 Menschen in Deutschland wurden im Jahr 2015 Opfer von Gewalt innerhalb ihrer Partnerschaft, 75 Prozent waren Deutsche, bei den Tatverdächtigen hatten 72 Prozent einen deutschen Pass. Das teilt das Bundeskriminalamt mit.

Im vergangenen Jahr sind knapp 130.000 Menschen Opfer von Gewalt innerhalb ihrer Partnerschaft geworden. Dies geht aus einer am Dienstag in Berlin vorgestellten Statistik des Bundeskriminalamtes (BKA) hervor. Betroffen sind vor allem Frauen (82 Prozent). Knapp die Hälfte von ihnen lebte zum Zeitpunkt der Tat mit dem Täter in einem Haushalt. Bundesfrauenministerin Manuela Schwesig (SPD) bewertete die Zahlen als schockierend.

„Gewalt gegen Frauen hat viele Gesichter“, sagte BKA-Präsident Holger Münch bei der Vorstellung der Daten. Sie reiche von subtilen Formen der Demütigung bis zu sexuellem Missbrauch, Vergewaltigung und weiterer körperlicher und psychischer Gewalt. 415 Menschen wurden von ihren Partnern oder Ex-Partnern getötet. 331 von ihnen waren Frauen. Zahlen und Daten zu häuslicher Gewalt wurden erstmals erhoben.

Opfer und Täter nach Nationalität

Hinsichtlich der Nationalitäten wurden unter den Straftatengruppen Mord und Totschlag, Körperverletzungen, Vergewaltigung, sexuelle Nötigung, Bedrohung und Stalking weit überwiegend Deutsche als Opfer registriert. Ihr Anteil an allen diesbezüglich erfassten Opfern lag im Jahr 2015 mit 95.269 Personen bei 74,7% (2014: 76,3%).

Von insgesamt 108.363 erfassten Tatverdächtigen waren 77.581 (71,6%) deutsche Staatsangehörige. Nach Deutschen wurden als Tatverdächtige am häufigsten türkische Staatsangehörige (6.799 Personen; 6,3% an allen Tatverdächtigen) erfasst, gefolgt von polnischen (2.595 Personen bzw. 2,4%), italienischen (1.641 bzw. 1,5%) und serbischen (1.529 Personen bzw. 1,4%) Staatsangehörigen.

Schwesig: Zahlen schockierend

„Die Zahlen sind schockierend“, sagte Bundesfrauenministerin Schwesig. „Gewalt in Partnerschaften ist kein Randthema.“ Man müsse den Betroffenen Mut machen. Ihr Ministerium hat ein Hilfetelefon geschaltet, das rund um die Uhr anonym Beratung anbietet.

Den Angaben zufolge ist der größte Anteil der weiblichen Opfer zwischen 30 und 39 Jahre alt. Auch bei den männlichen Tätern kommt der Großteil aus dieser Altersgruppe. In vielen Fällen wird aus Scham, aus Rücksicht auf die Kinder oder aus einer finanziellen Abhängigkeit heraus auf eine Anzeige verzichtet. „Schweigen brechen heißt Hilfe möglich machen“, sagte Münch. Schweigen nütze nur den Tätern. (epd/mig23)

 

 

 

Britische EU-Abgeordnete: Eine Fahrt ins Ungewisse

 

Die im Januar 2017 anstehende Neuvergabe der Spitzenämter im EU-Parlament wirft Fragen über die Zukunft der britischen Abgeordneten auf. Die Briten zu blockieren, könnte wichtige Positionen in die Hände der Rechtsextremen treiben. EurActiv Frankreich berichtet.

 

Wie kann ein britischer Europaabgeordneter nach dem Brexit-Votum seine Stellung im EU-Parlament halten? Dieser heiklen Frage muss sich die Institution nun stellen. Die 73 britischen Volksvertreter sind größtenteils in drei politischen Fraktionen zu finden: bei den Europäischen Konservativen und Reformern (EKR), gegründet von den britischen Conservatives nach ihrer Abspaltung von der Europäischen Volkspartei (EVP); in Nigel Farages euroskeptischer Partei Europa der Freiheit und der direkten Demokratie (EFDD); und bei den Sozialisten und Demokraten (S&D). Hier stellt Großbritannien nach Deutschland und Italien die drittgrößte Delegation.

S&D in der Zwickmühle

In der S&D befinden sich mehr pro-europäische Briten als in jeder anderen Fraktion. Immer drängender scheint da die Frage, was das Brexit-Votum für ihre Zukunft im EU-Parlament bedeutet, während sich die Institution auf die Neuverteilung ihrer Spitzenjobs zur Mandatsmitte hin vorbereitet. Bei der Stellenvergabe geht es vor allem um die Vorsitzenden der Ausschüsse, Koordinatoren und Vizepräsidenten. „Ich würde gern ein Thema anschneiden, über das niemand spricht: Ich denke, die britischen Abgeordneten sollten in Zukunft von den Komiteevorständen sowie den Koordinations- und Berichterstattungsämtern ausgeklammert werden“, meint der belgische Sozialist Marc Tarabella.

Eine heikle Debatte

Als Mitglied des Ausschusses für den Binnenmarkt hofft Tarabella, dass dessen britische Vorsitzende, Vicky Ford (EKR), ihre Intentionen für 2017 bald deutlich darlegt. „Ich poche auf diese Frage. Noch gibt es keine Debatte darüber, weil wir Angst haben, jemandem auf den Schlips zu treten. Dabei müssen wir bis zum Ende des Jahres unbedingt Stellung beziehen“, betont er.

Viele Sozialisten sind wie er der Ansicht, dass man sich dringend mit dieser Angelegenheit befassen sollte. Ein Großteil des EU-Parlaments zieht es jedoch vor, die Schotten noch nicht dicht zu machen, solange die Brexit-Agenda unklar bleibt. Die britische Premierministerin Theresa May will sich eigentlich im März 2017 auf Artikel 50 des EU-Vertrags berufen und damit offiziell den EU-Austritt bis spätestens März 2019 einleiten. Ein Zeitplan, den das Urteil des Obersten Gerichts von diesem Monat auf den Kopf gestellt haben dürfte. Diesem zufolge muss sich die Premierministerin vor ihren EU-Verhandlungen mit dem britischen Parlament abstimmen.

„Das Vereinigte Königreich ist nicht allein mit seinem Brexit. Ähnliches lässt sich auch in den USA und so manchen europäischen Ländern beobachten“, warnt Jude Kirton-Darling, EU-Abgeordnete der britischen Labour-Partei (S&D). „Großbritannien für den Brexit zu bestrafen, halte ich nicht für die beste Option.“

Parlamentspräsidentschaft unklar

Bleibt noch die Frage nach der Präsidentschaft des EU-Parlaments. Amtsinhaber Martin Schulz (S&D) deutete bereits an, dass er für eine dritte Amtszeit kandidieren werde. Gegen den Deutschen regt sich jedoch Widerstand innerhalb der größten Parlamentsfraktion, der EVP. Die Konservativen wollen in der zweiten Mandatshälfte einen eigenen Kandidaten an die Spitze der Institution zu stellen – wie zu Beginn der Legislaturperiode mit der S&D vereinbart. „Solange die Parlamentspräsidentschaft nicht geklärt ist, werden auch andere Fragen offen bleiben“, so ein EU-Abgeordneter. „Martin Schulz braucht jede Stimme, die er kriegen kann, wenn er wiedergewählt werden möchte.“

Dem D’Hont-System nach werden die wichtigsten EU-Parlamentsstellen gleichmäßig unter den verschiedenen Fraktionen entsprechend ihrer Mitgliederzahl aufgeteilt – eine Methode, die allgemein als faires Mittel zur Verteilung der Verantwortlichkeiten gilt. 2014 zeigte sie sich jedoch sehr flexibel, als die größeren Fraktionen, die Regeln so auslegten, dass der euroskeptischen EFDD der Zugang zu Spitzenämtern verwehrt blieb.

Die gleiche Flexibilität könnten sie sich auch diesmal zunutze machen, um Marine Le Pens Europa der Nationen und der Freiheit (ENF) von den einflussreichsten Positionen freizuhalten.

Die im Juni 2015 ins Leben gerufene rechtsextreme EU-Fraktion verfügt zurzeit über dieselben Zugangsrechte zu den Top-Ämtern im Parlament wie jede andere Partei auch. Für den Großteil der Europaabgeordneten eine undenkbare Vorstellung. „Die pro-europäischen Mitglieder wollen unbedingt vermeiden, dass der Front National mehr Einfluss erlangt“, erklärt eine Quelle. „Ansonsten hätte es womöglich lautere Rufe nach einer Überprüfung der Situation britischer EU-Abgeordneter gegeben.“  Cécile Barbière. Übersetzt von Jule Zenker.  EA 22

 

 

 

 

Deutschlands neue Verantwortung

 

Stefan Liebich über Außenpolitik als Einsatz für Nachhaltigkeit, Gerechtigkeit und Frieden.

 

Geht es um den Ausgang der Bundestagswahlen 2017 und mögliche Koalitionen steht schnell ein Thema im Mittelpunkt: die Außenpolitik. Rot-Rot-Grün, so heißt es dann, werde damit die größten Schwierigkeiten bekommen oder sei gar deswegen unmöglich. DIE LINKE, so wird gern von sozialdemokratischer und grüner Seite behauptet, sei im Hinblick auf ihre Forderungen nicht regierungsfähig. SPD und Bündnis 90/Die Grünen hätten aus der gescheiterten Interventionspolitik der NATO nichts gelernt, kritisieren Politikerinnen und Politiker von der linken Seite und seien daher keine Partner. Aber stimmt das auch?

Stellt man nur die Fragen, seid ihr für oder gegen Kampfeinsätze der Bundeswehr, für oder gegen die NATO, ist die Debatte schnell vorbei. Wir finden tatsächlich nicht, dass man mit Krieg nachhaltigen Frieden schaffen kann und die Interventionen der NATO, wie zuletzt in Libyen, die Welt sicherer gemacht haben.

DIE LINKE ist gegen Kampfeinsätze der Bundeswehr im Ausland, aus unterschiedlichsten Gründen: historische, moralische, aus den aktuellen Erfahrungen abgeleitete, aber das Resultat bleibt gleich. Wer aber Außenpolitik auf Kampfeinsätze der Bundeswehr beschränkt, der nimmt ihr ihren Kern. Es gibt wichtigeres als die Frage, welche Soldaten für wie lange wo in der Welt stationiert werden. Und da kann und muss eine mögliche rot-rot-grüne Bundesregierung beginnen.

Jede Waffe findet ihren Krieg

Wichtigster Punkt künftiger, progressiver Außenpolitik ist ein Politikwechsel in Sachen Rüstungsexporte. DIE LINKE ist generell dagegen und Bündnis 90/Die Grünen zumindest gegen Lieferungen in Kriegs- und Krisengebiete. Zwar fordern auch SPD-Politikerinnen und -Politiker immer wieder, dass kein Kriegsgerät aus Deutschland mehr in krisengeschüttelte Regionen ausgeführt werden solle, dennoch ist es SPD-Wirtschaftsminister Sigmar Gabriel, unter dem der Export immer weiter ansteigt. Allein 2014 verdoppelte sich der Export von Kriegswaffen wie Panzern, Artilleriegeschützen, U-Booten und Kampfflugzeugen auf 1,8 Milliarden Euro. 2015 und 2016 stiegen die Zahlen erneut an. U-Boote nach Ägypten, die damit ihren Partner Saudi-Arabien beim Krieg im Jemen unterstützen, Panzer nach Katar, wo die Bevölkerung unterdrückt wird und die mörderischsten Waffen und ihre Munition, Kleinwaffen aus Deutschland, töten in aller Welt. All das war mit der SPD möglich. Wieder und wieder beruft sich Minister Gabriel bei Kritik an seiner Ausfuhrpraxis auf die Vorgängerregierung: Es sei Schwarz-Gelb gewesen, die die Exporte genehmigt habe, die nun auszuliefern sein. Doch drei Jahre nach dem Regierungswechsel funktioniert diese Argumentation nicht mehr. Eine künftige rot-rot-grüne Regierung wird damit Schluss machen müssen!

Kriegseinsätze der Bundeswehr im Ausland beenden

Die Kriege der vergangenen 20 Jahre haben eines sehr deutlich gezeigt: Ein nachhaltiger Frieden kann so nicht entstehen. Afghanistan, Irak, Libyen – keines dieser Länder hat durch den Einsatz militärischer Mächte aus dem Ausland zu einer Lösung des jeweiligen Konflikts gefunden, im Gegenteil. Und fünf Jahre Krieg in Syrien mit hunderttausenden Toten sind das aktuell traurigste Beispiel. Vielfach ist die Lage für das Land und seine Bewohner nur noch schwieriger geworden, da zivile Strukturen zerstört worden sind. Deutschland hat zum Teil hinzugelernt. In Syrien hingegen ist unser Land erneut involviert. An den abenteuerlichen Einsätzen in Libyen und im Irak war die Bundeswehr nicht beteiligt.

Unter Rot-Rot-Grün kann es keine Entsendung von deutschen Soldatinnen und Soldaten in Kriegseinsätze mehr geben. Die Kampfeinsätze, an denen Deutschland beteiligt ist, müssen so bald wie möglich beendet werden.

Das bedeutet aber nicht, dass unter Rot-Rot-Grün kein Soldat der Bundeswehr mehr im Ausland sein darf. Ein Einsatz, wie der im Kampf gegen Ebola, oder gar ein Einsatz zur Vernichtung von chemischen Waffen wie vor zwei Jahren im Mittelmeer, sind nicht grundsätzlich ausgeschlossen. Ich persönlich bin auch der Auffassung, dass nach einem entsprechenden Beschluss des UN-Sicherheitsrats, etwa bei einem drohenden Völkermord wie einst in Ruanda, im Einzelfall entschieden werden muss, ob und wie sich die Bundeswehr einbringt, aber das ist in der Partei DIE LINKE umstritten.

Mehr internationale Verantwortung, andere Prioritäten im Haushalt

Bei der zivilen Konfliktprävention, also der Vermeidung von Kriegen bevor diese überhaupt ausbrechen, muss sich Deutschland unter Rot-Rot-Grün vermehrt engagieren. Zwar hat die derzeitige Bundesregierung ebenfalls wortreich erklärt, dass die zivile Krisenprävention Vorrang haben solle, doch die Zahlen sprechen eine andere Sprache: Auch im diesjährigen Entwurf des Bundeshaushalts gibt es keinen nennenswerten Mittelaufwuchs für die Krisen- und Katastrophenhilfe, dabei ist der Bedarf objektiv weltweit gestiegen. Statt diesem gestiegenen Bedarf Rechnung zu tragen, hat die Regierung sogar im Haushaltsentwurf für 2017 den Etat des Auswärtigen um 200 Millionen Euro gekürzt.

Zusätzlich zum Aufwuchs dieser Mittel brauchen wir (finanzielle) Stabilität für friedensstiftende und sichernde Institutionen. Und das 0,7-Prozent-Ziel in der Entwicklungshilfe darf nicht aufgegeben, sondern muss endlich erfüllt werden. Gerade in schwierigen Zeiten bedarf es zudem einer stabilen Finanzierung der humanitären UN-Programme, des Kinderhilfswerks UNICEF und des Flüchtlingskommissars UNHCR.

Eine rot-rot-grüne Regierung muss die Bedarfe realistisch einschätzen und dann direkt konkrete Forderungen in die Haushaltsdebatte einbringen. Nur so kann langfristig und verlässlich gute Arbeit in diesem Bereich gefördert werden. Die massiven Mittelzuwächse im Verteidigungsetat der aktuellen Bundesregierung können hierbei zugunsten des Haushalts für Entwicklung und Auswärtiges verschoben werden.

Es kann zukünftig nicht länger darum gehen, dass Deutschland einen ständigen Sitz im UN-Sicherheitsrat bekommt. Es sollte einer rot-rot-grünen Regierung stattdessen ein Anliegen sein, dass die Länder des Südens ebenfalls ausreichend repräsentiert sind und die Vereinten Nationen auf Grundlage einer sich verändernden Welt reformiert werden. Wir brauchen sie jetzt mehr denn je.

Fluchtursachen ernst nehmen und anpacken

Gregor Gysi sagte einst zutreffend, dass wenn wir die Probleme der Welt nicht anfangen zu lösen, diese zu uns kommen und uns einholen werden. Dem muss eine links-grün geprägte Bundesregierung entgegenwirken.

Das Streben nach einer gerechten Weltwirtschaftsordnung muss deren erstes Ziel sein. Freihandelsabkommen zu Lasten ärmerer Länder wird es mit uns nicht geben, wohl aber Handelsabkommen, die beide Handelspartner und ihre Bedürfnisse berücksichtigen. Der Klimawandel muss als Bedrohung für den Weltfrieden, als eine Ursache für Flucht und für künftige Konflikte gesehen werden. Wassermangel durch Klimawandel ist eine Gefahr, die wir nicht hoch genug einschätzen können. Nur eine progressive Außen- und Entwicklungspolitik kann hier die nötigen Maßnahmen einleiten und auf die Akteure weltweit einwirken.

Ja, Deutschland muss seine gewachsene Verantwortung in der Welt wahrnehmen. Für uns bedeutet das den Einsatz einer rot-rot-grünen Regierung für Nachhaltigkeit, Gerechtigkeit und Frieden. Diese zu erarbeiten wird nicht leicht, ist aber nicht unmöglich. Von Stefan Liebich IPG 21

 

 

 

 

Anhaltende Gewalt in Aleppo. Seibert: "Russland in der Pflicht"

 

Die Bundesregierung hat die anhaltende Gewalt in Syrien verurteilt. Die Verbesserung der humanitäre Lage in Aleppo stehe im Fokus der Bemühungen, erklärte Regierungssprecher Seibert. Russland müsse auf die syrische Regierung einwirken.

 

Die humanitäre Lage für die Zivilbevölkerung in der umkämpften syrischen Stadt Aleppo wird immer dramatischer. "Dass im Ostteil der Stadt die medizinische Versorgung inzwischen fast vollständig zusammengebrochen ist und viele weitere Kinder ihr Leben verloren haben, ist ein unerträglicher und nicht hinnehmbarer Zustand", betonte Regierungssprecher Steffen Seibert am Montag in Berlin.

Die Wiederaufnahme der Luftangriffe auf Aleppo mit Unterstützung der russischen Streitkräfte und die Vorbereitung einer großen Bodenoffensive auf den von Rebellen gehaltenen Ostteil der Stadt erschwerten eine Rückkehr zum dringend erforderlichen politischen Prozess weiter. Dies lasse einen

"Waffenstillstand in weite Ferne rücken", so Seibert.

Verantwortung Russlands

Die Bundesregierung bedauere, dass das syrische Regime am Wochenende einen Waffenstillstand gegenüber dem UN-Vermittler Staffan de Mistura erneut abgelehnt habe. "Umso mehr sehen wir Russland in der Pflicht, auf das Assad-Regime einzuwirken", betonte der Regierungssprecher.

Die Unterstützung Russlands und Irans für das syrische Regime, das ausschließlich nach einer militärischen Lösung des Konflikts strebe, seien für die dramatische Verschlechterung der humanitären Lage in Syrien verantwortlich. "Leidtragend wird wieder vor allem die syrische Zivilbevölkerung sein", erklärte Seibert.

"Aus unserer Sicht ist Russland aufgrund seines massiven Eingreifens zugunsten des syrischen Regimes, aber auch für die fortgesetzten schweren Völkerrechtsverletzungen Syriens und seiner sonstigen Verbündeten mitverantwortlich", sagte er. Ohne die massive militärische Unterstützung

durch Russland wäre das Regime nicht dazu in der Lage, seinen Krieg gegen Teile der eigenen Bevölkerung in diesem Maße fortzusetzen.

Appell beim Sechser-Treffen

Bundeskanzlerin Merkel, US-Präsident Obama, der französische Präsident Hollande und die Premiers von Großbritannien, Italien und Spanien hatten beim Sechser-Treffen am vergangenen Freitag (18. November) in Berlin noch einmal an die syrische und russische Regierung appelliert, die Angriffe sofort einzustellen und humanitäre Hilfslieferungen für die Bevölkerung in Ost-Aleppo zu ermöglichen.

Seit Anfang Juli haben keine Hilfskonvois mehr den vom syrischen Regime und seinen Verbündeten belagerten Ostteil der Stadt Aleppo erreicht. Rund 270.000 Zivilisten dürften gegenwärtig keinen ausreichenden Zugang zu Nahrungsmittel, sauberem Wasser und Medikamenten haben. "Wir bleiben deshalb dabei, dass alle Optionen auf dem Tisch bleiben müssen, um das Regime und seine Verbündeten Russland und Iran zu einer Abkehr ihrer menschenverachtenden militärischen Strategie abzubringen", so der Regierungssprecher. Pib 21

 

 

 

 

 

"Brot für die Welt". Entwicklungshilfe nicht an Flüchtlinge koppeln

 

Entwicklungshilfe wird immer mehr zu einem Instrument zur Verhinderung von Flüchtbewegungen. Die Hilfsorganisation „Brot für die Welt“ sieht das mit Sorge. Das sei ein „falsches Signal“.

 

Die Hilfsorganisation „Brot für die Welt“ warnt davor, Entwicklungshilfe als Mittel zur Verhinderung von Fluchtbewegungen nach Europa zu verstehen. „Wir sehen mit Sorge, dass sich die Stimmen derer mehren, die die Entwicklungszusammenarbeit im Wesentlichen zur kurzfristigen Flüchtlingsabwehr instrumentalisieren wollen und die Länder und Maßnahmen danach aussuchen“, erklärte die Präsidentin des evangelischen Werks, Cornelia Füllkrug-Weitzel, am Freitag in Berlin.

Nachhaltige Entwicklung brauche einen langen Atem und Orientierung an Menschenrechten. Sie gehe die strukturellen Ursachen von Armut und Hunger an. Die Mittel vor allem für Maßnahmen zur Grenzsicherung einzusetzen und an Regierungen zu geben, die bereit und in der Lage sind, Flüchtlinge zurückzunehmen, sei ein „falsches Signal“, unterstrich Füllkrug-Weitzel. Eine solche Auswahl ginge zulasten der Ärmsten und könnte außerdem Autokraten und Menschenrechtsverletzungen begünstigen, wodurch noch mehr Menschen gezwungen würden, ihre Heimat zu verlassen, argumentierte die Organisation.

Grundsätzlich begrüßte „Brot für die Welt“ die Erhöhung der Mittel für das Bundesentwicklungsministerium im am Freitag im Bundestag beschlossenen Haushalt 2017. Das Haus von Bundesentwicklungsminister Gerd Müller (CSU) erhält im kommenden Jahr rund 8,5 Milliarden Euro, 1,13 Milliarden Euro mehr als in diesem Jahr. Dieser Zuwachs werde umso erfreulicher sein, wenn die Mittel zur Erreichung der Entwicklungsziele in den ärmsten Ländern eingesetzt werden, erklärte Füllkrug-Weitzel. (epd/mig)

 

 

 

 

Deutschland sollte besser mit dem Schlimmsten rechnen

 

Nach Donald Trumps Wahl geht es vor allem um Schadensbegrenzung.Von Thorsten Benner

 

„Wir schaffen auch den!“. Mit großen Lettern sprach „Bild“ am Tag nach der Wahl von Donald Trump den Lesern Mut zu. Doch wie? Noch nie war es so schwer wie heute für Verbündete, sich auf einen neuen US-Präsidenten einzustellen. Niemand (Donald Trump wahrscheinlich eingeschlossen) weiß, wie die Grundzüge der US-Außenpolitik aussehen werden. Der Präsidentschaftskandidat oszillierte im Wahlkampf zwischen widersprüchlichen Positionen und betonte zudem Unberechenbarkeit als außenpolitische Kerntugend. Daher sollte sich Deutschland auf den schlimmsten Fall vorbereiten, in dem Trump den US-Bündnissystemen und multilateralen Institutionen immensen Schaden zufügt. Der beste Weg zur Schadensbegrenzung ist, die Beziehung mit der Trump-Regierung auf klaren Prinzipien aufzubauen und gleichzeitig die europäische Fähigkeit, für die eigene Sicherheit zu sorgen, zu stärken.

Deutschland sollte zunächst einmal wie mit jeder anderen Regierung auch mit der Trump-Regierung den Austausch suchen. Viele der von Trump berufenen Spitzenbeamten werden für Deutschland unbeschriebene Blätter sein. Hier gilt es, rasch Beziehungen aufzubauen. Gleichzeitig sollte Deutschland den Austausch mit jenen Republikanern im US-Kongress intensivieren, die an einer globalen Führungsrolle der USA und an den bestehenden Allianzen in Europa und Asien interessiert sind. Neben den Demokraten im Senat werden sie maßgeblich sein, um Trumps schlimmsten Instinkten Grenzen aufzuzeigen.

Kanzlerin Merkel sollte sich mit einem Antrittsbesuch in Washington ruhig Zeit lassen. Der NATO-Gipfel in Brüssel im ersten Halbjahr 2017 sowie das G20-Treffen im Juli in Hamburg bieten erste Gelegenheiten für einen Austausch auf europäischem Boden. In der Zwischenzeit sollte Deutschland alles daran setzen, einen gemeinsamen europäischen Ansatz gegenüber Trump zu entwickeln. Dies wird schwierig werden, denn der künftige Präsident wird wahrscheinlich versuchen, die EU-Staaten in der Handelspolitik und anderen Fragen gegeneinander auszuspielen. Einige EU-Staaten werden dabei allzu willfährig mitmachen.

Großbritanniens Premierministerin Theresa May etwa müht sich eifrig, die „Special Relationship“ mit den USA wieder aufzuleben zu lassen, um sich für den Brexit zu wappnen und in der Schlange der Verhandlungspartner von bilateralen Handelsabkommen zumindest vor Moldau eingereiht zu werden. Und rechtspopulistische Ministerpräsidenten wie Ungarns Viktor Orbán können es kaum abwarten, sich Trump anzudienen. Mit dem rechtsradikalen Medienmogul Stephen Bannon als Chefstratege im Weißen Haus besteht die Gefahr, dass die USA aktiv eine Allianz der Rechtspopulisten in Europa unterstützen. Der „New Europe“-Ansatz von George W. Bush könnte in Form eines rechtpopulistischen „Neuen Europas“ unter Trump fröhliche Urständ feiern. Allein die Tatsache, dass Polens Rechtsregierung in der Russlandpolitik mit Trump über Kreuz liegt, könnte dieser Allianz einen Riegel vorschieben.

Wenn die Trump-Regierung neue Ansätze für Syrien und andere Krisen vorschlägt, sollte Deutschland dies unvoreingenommen prüfen. Gleichzeitig sollten Deutschland und Europa Trump signalisieren, dass sie eigene Wege gehen, falls Trump wichtige Abkommen aufkündigt. Ein Beispiel ist das Atomabkommen mit dem Iran. Europa sollte klarstellen, dass es weiter mit dem Iran Handel treiben und nicht zu Sanktionen zurückkehren wird, selbst wenn die USA aus dem Abkommen aussteigen.

Um die Glaubwürdigkeit des Westens als verlässlicher internationaler Partner zu wahren, muss Deutschland klar jegliche Verletzung demokratischer Grundwerte beim Namen nennen, auch wenn sie von den USA begangen werden. Angela Merkels Glückwunschschreiben an Trump, in dem sie den frisch gewählten Präsidenten an die gemeinsamen Grundwerte erinnerte, hat hier den richtigen Ton getroffen. Falls die Trump-Regierung Folter wiedereinführt oder die Grundwerte von Einwanderern oder Minderheiten verletzt, muss Deutschland dem laut und klar begegnen. Deutsche und europäische Nichtregierungsorganisationen und Stiftungen, die für die Werte der freien Gesellschaft einstehen, sollten ihre Zusammenarbeit mit Partnern auf der anderen Seite des Atlantiks intensiveren. Öffentliche Geber und Stiftungen sollten mehr und qualitativ bessere Austauschprogrammen mit den USA anbieten (etwa für Schülerinnen und Schüler, Auszubildende und Studierende). Sie können ein wichtiges Korrektiv zu den zu erwartenden Spannungen auf höchster politischer Ebene sein.

Für die europäische Verteidigungspolitik könnte sich die Wahl Trumps als heilsamer Schock erweisen. Trumps Drohung, die Sicherheitsgarantien für Europa zu überdenken, falls Europa nicht mehr in die eigene Sicherheit investiert, ist ein wichtiges Warnsignal. Europa sollte seine eigenen Fähigkeiten weitaus stärker ausbauen, auch im Geheimdienstbereich (mit entsprechender Aufsicht). Deutschland steht dabei überdies eine Debatte um die nukleare Verteidigung ins Haus, sollte Trump mit seinen Drohungen ernst machen. Deutschland sollte für den Fall der Fälle mit Frankreich und Großbritannien ernsthaft über einen gemeinsamen nuklearen Abwehrschirm diskutieren.

Deutschland und Europa sollten auch die Widerstandsfähigkeit gegen Einflussnahme durch autoritäre Staaten wie Russland und China erhöhen. Das heißt im Umkehrschluss auch, gegen Versuche der autoritären Einflussnahme vorzugehen, wenn sie aus dem Weißen Haus in Form von Stephen Bannon ausgeübt wird. Bannon ist der CEO der rechtsradikalen Medienplattform Breitbart, die nach Europa expandieren will.

Deutschland sollte eng mit anderen liberal-demokratischen Staaten zusammenarbeiten, um das westliche Bündnis und multilaterale Institutionen so gut wie möglich zu schützen. Jetzt ist ein guter Zeitpunkt, die Beziehung zu Kanada als starkem Partner Deutschlands zu vertiefen. Der kanadische Premierminister Justin Trudeau ist das perfekte politische Gegengift zu Trump. Angesichts des fast schon dauerhaften Krisenmodus wird Deutschland wenig politische Energie haben, in eine dringend nötige Generalüberholung globaler Institutionen, etwa im Bereich Flucht und Migration, zu investieren. Dennoch sollte Deutschland jetzt schon eine Reformagenda skizzieren, die in besseren Zeiten mit Verve aufgegriffen werden kann.

All diese Bemühungen werden umsonst sein, wenn es Deutschland nicht gelingt, die anti-liberale Welle im eigenen Land aufzuhalten. Trumps Wahl sollte der letzte Warnschuss für der offenen Gesellschaft verpflichtete Politiker und Bürger sein, mit der gleichen Leidenschaft für ihre Ziele zu kämpfen wie die rechtspopulistischen Totengräber der Demokratie. Alle Augen sollten auf Frankreich gerichtet sein. Eine Präsidentin Marine Le Pen würde Europa nicht überleben. Deutschland sollte dem Austeritätsfetisch abschwören und eine konstruktivere Rolle bei der Generalüberholung der Eurozone spielen. Dies würde auch dem italienischen Ministerpräsidenten Matteo Renzi helfen, der bei dem von ihm angesetzten Referendum am 4. Dezember ums politische Überleben kämpft. Kanzlerin Merkel hat ihren neuen Verbündeten Renzi bislang politisch am langen Arm verhungern lassen.

Die Vorstellung, dass Deutschland jetzt die Rolle des „Anführers der freien Welt“ übernimmt, ist jedoch wirklichkeitsfremd. Deutschland kann einen Beitrag zur Begrenzung des Schadens an der liberalen Ordnung während der Trump-Jahre leisten. Im Februar 2016 warnte Außenminister Frank-Walter Steinmeier, die Fliehkräfte in Europa seien so groß, dass „viel gewonnen“ wäre, wenn wir „in einem Jahr noch dieselbe EU finden, wie wir sie heute haben”. Heute lässt sich sagen: Wenn in vier Jahren ein weniger polarisierender US-Präsident ins Amt kommt und die EU und das transatlantische Verteidigungsbündnis intakt sind, wäre viel gewonnen. Weit dramatischere Szenarien sind vorstellbar. Der Aufmacher der B.Z. am Tag nach der US-Wahl war: „Die Nacht, in der der Westen starb“. Deutschland sollte alles daran setzen, dass diese Prophezeiung nicht Realität wird. IPG 23

 

 

 

ZdK beurteilt Ergebnisse des Koalitionsgipfels zur Rente als insgesamt enttäuschend

 

Die ZdK-Sprecherin für Wirtschaft und Soziales, Hildegard Müller, zeigte sich insgesamt enttäuscht von den Ergebnissen des gestrigen Koalitionsgipfels zur Rente. Die zentralen Zukunftsfragen, insbesondere mit Blick auf die Entwicklung der Rente nach 2030, blieben weiterhin offen. Dort gäbe es aber den dringendsten Handlungsbedarf. "Die Vermeidung von Altersarmut und das Erreichen einer lebensstandardsichernden Rentenleistung ist vor allem eine Herausforderung für die jüngeren Generationen, dies zeigen auch die Zahlen des neuen Alterssicherungsberichtes. Auch ihnen müssen wir schon heute die Perspektive auf ein verlässliches Einkommen im Alter geben, und ihre Bereitschaft erhalten, Beiträge in die gesetzliche Rentenversicherung einzuzahlen."

Eine zentrale Frage dabei sei die Zusicherung eines Mindestrentenniveaus über 2030 hinaus, im geltenden Recht ende diese Zusage im Jahr 2030 bei einem Rentenniveau von mindestens 43 Prozent. Gleichzeitig müssten die Grenzen der Belastbarkeit durch Sozialversicherungsbeiträge aber unbedingt beachtet werden.  Auf diese doppelte Haltelinie nach 2030 habe man sich gestern leider nicht einigen können.

Müller begrüßte jedoch, dass die große Koalition zu einigen wichtigen Fragen eine Verständigung erreicht hat. Die verbesserten Leistungen für Erwerbsgeminderte seien ein wichtiger Schritt für die Betroffenen und würden dabei helfen, Altersarmut zu verringern. Auch die Maßnahmen zur Stärkung der betrieblichen Altersversorgung seien grundsätzlich zu begrüßen, da sie für Beschäftigte mit niedrigem Einkommen oder in kleinen Unternehmen den Abschluss einer betrieblichen Altersvorsorge attraktiver machen und die soziale Ausgewogenheit der betrieblichen Altersversorgung verbessern sollen. Dies gelte insbesondere für den vereinbarten steuerlichen Zuschuss für Geringverdiener sowie für den Verzicht auf eine Vollanrechnung der kapitalgedeckten Vorsorge in der Grundsicherung.

Das heute vorgelegte Gesamtkonzept von Bundesministerin Andrea Nahles bewertete Müller als Konzept, das man sich im Detail nun genau anschauen müsse. "Viele wichtige Fragen wie eine Verlängerung des Mindestsicherungsniveaus und der Beitragssatzobergrenze über 2030 hinaus, eine Versicherungspflicht von Selbstständigen, die Vermeidung von Altersarmut von langjährig Beschäftigen mit niedrigem Einkommen oder die Einrichtung eines Demografiezuschusses sind darin zwar angesprochen, bleiben aber noch vage. Entscheidend wird bei allen Maßnahmen aber die konkrete Ausgestaltung sowie die Finanzierbarkeit sein, sowohl mit Blick auf  die Gesamtkosten, den Einsatz von Beitrags- oder Steuermitteln und in der Generationenperspektive. "

Gleichzeitig warnte sie davor, die Zukunft der Rente nun angesichts noch vieler ungelöster Fragen endgültig zum Wahlkampfthema zu machen und mit teuren Wahlversprechen auf Kosten der jüngeren Generationen zu werben. "Ich möchte ausdrücklich davor warnen, mit populistischen Äußerungen und Versprechen im Wahlkampf unbegründete Ängste und Sorgen vor Altersarmut zu schüren. Die Hauptherausforderungen, die sich durch den demografischen Wandel, veränderte Erwerbsbiografien und eine digitalisierte Arbeitswelt ergeben, stehen uns noch bevor", so Müller. Zdk 25

 

 

 

 

Osteuropa, allein zu Haus?

 

Europa muss mehr Verantwortung übernehmen und sich auf Überraschungen einstellen. Die Wahl von Donald Trump zum US-Präsidenten könnte die Phase fragiler Stabilität in Osteuropa beenden.

 

Als Reaktion auf den Wahlsieg von Donald Trump wurden hauptsächlich die Konsequenzen für die politische Kultur der USA und die transatlantischen Beziehungen diskutiert. Dabei könnten die Folgen seiner Wahl für Osteuropa besonders dramatisch sein und innerhalb kurzer Zeit auch Deutschland und die Europäische Union direkt betreffen. Denn in keiner anderen Region Europas ist die geopolitische Ordnung so umstritten und fragil.

Erst im Zuge des Zusammenbruchs der kommunistischen Herrschaft und mit dem Ende der Sowjetunion erhielten die Staaten Osteuropas ihre volle Souveränität. Zuvor hatten der sowjetische Einfluss und die Breschnew-Doktrin staatliche Eigenständigkeit stark beschnitten. Mit der friedlichen Revolution von 1989 kehrte europäische „Normalität“ auch im Osten des Kontinents ein: Nationen konnten nun auch hier ihre innere Ordnung und ihre außenpolitische Orientierung frei bestimmen. Dies führte die Staaten Osteuropas seit den 1990er Jahren in die NATO und die Europäische Union. Deutschland hat von der politischen Stabilität, die westliche Institutionen in Osteuropa garantieren, politisch und wirtschaftlich in hohem Maße profitiert.

Bisher herrschte eine Art Aufgabenteilung in Osteuropa: Während die USA als Vormacht der NATO den militärischen Schutz garantierten, sorgte die EU für die politische und wirtschaftliche Integration der Region. Doch Moskau hat die Westintegration Osteuropas seit 2008 zunehmend in Frage gestellt. Das Russland Wladimir Putins verlangt eine Rückkehr zur Teilung Osteuropas in Einflusssphären der Großmächte. Moskau hat dabei deutlich gemacht, dass es das Territorium der früheren UdSSR als seine exklusive Einflusszone betrachtet. Seit dem Frühjahr 2014 hat der Kreml in der Ukraine gezeigt, dass er bereit ist, seine Vorstellungen auch mit militärischer Gewalt durchzusetzen.

Bislang hat die institutionelle Verankerung der baltischen Staaten, Polens, Rumäniens und Bulgariens den russischen Revisionismus gestoppt. Er machte an den Grenzen der NATO halt. Die Ukraine – ohne den Schutz von NATO und EU – stand als Opfer Moskauer Machtstrebens allein. Doch die Wahl von Donald Trump zum US-Präsidenten könnte die Phase fragiler Stabilität in Osteuropa beenden.

In ihrem Wahlkampf haben Trump und sein Team nicht nur wiederholt ihre Bewunderung für den russischen Präsidenten und seine Politik betont. Darüber hinaus haben sie ihre Skepsis gegenüber multilateralen Institutionen allgemein und der NATO im Besonderen mehrfach hervorgehoben. Im Wahlkampf hat Trump die Beistandsverpflichtung nach Artikel 5 des NATO-Vertrags ausdrücklich auf den Prüfstand gestellt. Er erklärte, mit amerikanischem Beistand könne nur rechnen, wer in den vergangenen Jahren auch in seine eigenen militärischen Fähigkeiten investiert habe. Damit stellte Trump die traditionelle Rolle der USA als Ordnungsmacht in Europa in Frage. Sein Motto „America first“ bedeutet eben auch, dass die Sicherheit anderer Staaten im besten Fall an zweiter Stelle kommt.

Die Staaten Osteuropas können sich nicht selbst gegen Russland verteidigen. Sie sind die Verbündeten, die am stärksten auf westliche Solidarität angewiesen sind. Die östlichen Staaten der NATO befinden sich nun in einer Situation doppelter Unsicherheit: Sie wissen nicht, welche nächsten Schritte Moskau plant und sie wissen auch nicht, was die Sicherheitsgarantien des westlichen Bündnisses noch wert sind. Bisher galt schließlich, dass die NATO gerade deshalb glaubwürdigen Schutz versprach, weil hinter ihr die Fähigkeiten des amerikanischen Militärs standen. Wenn dies nicht mehr uneingeschränkt der Fall sein sollte, würde das Bündnis – insbesondere der viel zitierte Artikel 5 – seine abschreckende Wirkung rasch einbüßen. Ohne den Schutz von Artikel 5 entstünde jedoch, wie der ukrainische Fall gezeigt hat, eine Zone der Unsicherheit und Raum für militärische Abenteuer in Osteuropa. Hier liegt die Gefahr für den Frieden in der Region.

Im Frühjahr 2014 hat die westliche Staatengemeinschaft nur langsam und unentschlossen auf die russische Intervention und anschließende Annexion der ukrainischen Halbinsel Krim reagiert. Diese abwartende Haltung hat den Kreml direkt dazu ermutigt, seine Aggression fortzusetzen und auch im Osten der Ukraine militärisch einzugreifen. Eine solche Situation darf sich in Osteuropa nicht noch einmal wiederholen. Es gilt, mit Moskau weiter das Gespräch zu suchen, aber zugleich auch Entschlossenheit zu signalisieren. Wirtschaftliche Sanktionen sind als politisches Instrument sicher noch nicht ausgeschöpft.

Wir wissen nicht, wie die Moskauer Führung auf einen Präsidenten Trump reagieren wird. Doch wir wissen genau, was der Kreml anstrebt: eine Schwächung der NATO und der EU, eine unumstrittene Einflusssphäre in Osteuropa und die Diskreditierung demokratischer Institutionen in der Region. Eigentliches Ziel des Kremls ist es – wie zu sowjetischen Zeiten – das transatlantische Bündnis durch ein diplomatisches System zu ersetzen, das Russland weitaus größeren Einfluss in Europa – insbesondere in Osteuropa – sichert. In diesem Zusammenhang ist möglich, dass Putin dem neuen US-Präsidenten ein „grand bargain“ anbietet – etwa in Form eines neuen Jalta, in dem der Kontinent und Eurasien neu geteilt werden. Einem solchen Versuch autoritärer Neuordnung sollten sich Berlin und Brüssel mit allen diplomatischen Mitteln widersetzen. Dazu ist es auch nötig, trotz politischer Differenzen den engen Kontakt mit der neuen amerikanischen Administration zu suchen und sie von den Vorzügen eines stabilen Europas zu überzeugen. Schließlich war das amerikanische Engagement in Europa über Jahrzehnte ein Garant für Frieden und Wohlstand.

Der Westen kennt die Mittel, die Moskau zur Verfügung stehen und den modus operandi des Kremls. Die letzten Jahre haben gezeigt, dass die russische Führung bereit ist, Gelegenheiten zu nutzen und auch vor Risiken nicht zurückscheut. Vor diesem Hintergrund sollte Europa seine Situation überdenken und zu gemeinsamem Handeln bereit sein. Wir sollten auf Überraschungen gefasst sein.

Politische Machtwechsel bringen zu jeder Zeit Unsicherheiten mit sich. Dies gilt insbesondere für den kommenden Winter in Osteuropa. Die Europäische Union und auch die Bundesregierung täten gut daran, ihren dortigen Verbündeten uneingeschränkte Solidarität zuzusichern – und zwar bevor sich jemand entschließt, diese Staaten von außen zu destabilisieren. Deutschland selbst hat ein essenzielles Interesse an der Verteidigung der liberalen Ordnung, die nach 1989 in Europa entstanden ist. Durch die Wahl von Donald Trump ruht die Verantwortung für die Wahrung dieser Ordnung souveräner Staaten – und damit der Freiheit aller Nationen und des Friedens in Europa – auf deutschen und europäischen Schultern. Die nahe Zukunft wird zeigen, ob wir bereit sind, neue Antworten für schwierige Fragen zu finden und mehr Verantwortung für unsere Sicherheit zu tragen. Von Jan C. Behrends IPG 17

 

 

 

 

Alarmierende Befunde. Umfrage bescheinigt Sachsen Fremdenfeindlichkeit

 

Der Freistaat Sachsen hat erstmals eine umfangreiche Umfrage zu politischen Einstellungen in Auftrag gegeben. Die Ergebnisse sind alarmierend. Besonders junge Menschen im Freistaat sind voller Vorurteile.

 

Wissenschaftliche Zahlen belegen es jetzt schwarz auf weiß: Sachsen hat ein Problem mit Rassismus und Menschenfeindlichkeit. Besonders die Jugendlichen sind nach einer am Dienstag in Dresden vorgestellten repräsentativen Umfrage für Ressentiments und rechtsradikale Einstellungen anfällig: Ein Viertel (26 Prozent) der 18- bis 29-Jährigen stimmt der Aussage zu, Deutschland sei „durch die vielen Ausländer in einem gefährlichen Ausmaß überfremdet“.

 

Das Meinungsforschungsinstitut dimap legte mit dem „Sachsen-Monitor“ im Auftrag der Landesregierung erstmals belastbare Daten für den Freistaat vor. Unter den rund 1.000 befragten Sachsen ab 18 Jahren sähen mehr als die Hälfte (58 Prozent) eine „Überfremdung durch Ausländer“, sagte dimap-Geschäftsführer Reinhard Schlinkert. Derartige Einstellungen seien allerdings nicht auf Sachsen begrenzt, jedoch dort „etwas stärker“ und zum Teil“ extremer“ ausgeprägt, fügte er hinzu. Deutschlandweit habe etwa die Hälfte der Bevölkerung „Angst vor Flüchtlingen“.

Vor allem Jugendliche voller Vorurteile

Nach der neuen Umfrage „Sachsen-Monitor“ haben vor allem Jugendliche Vorurteile gegenüber religiösen Gruppen wie Muslimen und Juden. Der Aussage „Muslimen sollte die Zuwanderung nach Deutschland untersagt werden“ stimmten 39 Prozent der Sachsen zu, aber 46 Prozent der 18- bis 29-Jährigen zu. Ein Drittel der jungen Menschen (35 Prozent) und ein Viertel (25 Prozent) aller Sachsen findet, dass „Juden versuchen, Vorteile daraus zu ziehen, dass sie während der NS-Zeit die Opfer gewesen sind“. Ein Indiz, das der geringe Ausländeranteil im Freistaat – etwa zwei bis drei Prozent – wahrgenommen wird, liefere das Ergebnis, dass deutlich weniger Menschen (17 Prozent) ihre persönliche Wohnumgebung für „überfremdet“ halten.

Der erstmals vorgelegte „Sachsen-Monitor“ wurde von einem ehrenamtlichen Beirat unter Vorsitz des Direktors der Sächsischen Landeszentrale für politische Bildung, Frank Richter, begleitet. Staatskanzleichef Fritz Jäckel sprach von einem „ehrlichen Ergebnis“ der Umfrage, das es auszuwerten gelte.

Gesamtbild besorgniserregend

Das Gesamtbild an Einstellungen und Haltungen in Sachsen sei „besorgniserregend“, sagte Richter. Es gebe „alarmierende Kennzeichen eines rechtsextremen und rassistischen Gedankengutes“. Nicht nur die junge Generation, die gesamte Gesellschaft drifte weiter auseinander. Der Zusammenhalt gehe verloren. Das bereite ihm „große Sorgen“, betonte Richter.

Auch wenn laut der aktuellen Umfrage 85 Prozent der Sachsen die Opposition in der Demokratie besonders wichtig ist, müsse an der politischen Bildung gearbeitet werden. Die gut 20 Angestellten in der Landeszentrale könnten das nicht allein schaffen. Auch Demokratie-Vereine sprachen sich am Dienstag für eine Stärkung der schulischen und außerschulischen politischen Bildung aus.

Politiker haben schlechtes Image

Die Umfrage bescheinigte zudem Politikern ein schlechtes Image. Nur jeder Zweite (51 Prozent) war damit zufrieden, wie die Demokratie in Deutschland funktioniert. Zugleich brachten die Ergebnisse autoritäre Denkmuster zutage: Jeweils 62 Prozent der Befragten „wollen eine Partei, welche die Volksgemeinschaft insgesamt verkörpert“ und plädieren in der Gegenwart für „eine starke Hand“.

Der Begriff „Volksgemeinschaft“ werde jedoch – auch in Abhängigkeit vom Bildungsgrad – verschieden interpretiert, bestätigte Schlinkert. Nicht jeder meine damit vermutlich den von den Nationalsozialisten geprägten Begriff. (epd/mig 24)

 

 

 

Für May Steuersenkung, für Schäuble Steuerdumping

 

Wolfgang Schäuble warnt angesichts der britischen Ankündigungen, die Unternehmenssteuern kräftig zu senken, vor Steuerdumping.

Theresa May will die wirtschaftlichen Folgen des Brexit durch massive Steuersenkungen für britische Unternehmen abfedern. Dem Bundesfinanzminister gefällt das gar nicht.

Bundesfinanzminister Wolfgang Schäuble hat angesichts der britischen Ankündigungen, die Unternehmenssteuern kräftig zu senken, vor einen unfairen Wettbewerb über Mini-Steuersätze gewarnt.

„Es geht international schon wieder los mit dem Steuerwettbewerb und den Versuchen von Steuerdumping, und da müssen wir auch dagegen halten“, sagte Schäuble am Dienstag im Bundestag. Zugleich warnte er, die Zinsen würden sicher nicht weiter sinken. Von daher werde es auch keine zusätzlichen Finanzspielräume mehr geben.

Die britische Premierministerin Theresa May hatte in einer Grundsatzrede angekündigt, die Körperschaftsteuer für Unternehmen erheblich senken zu wollen. Um die wirtschaftlichen Folgen von Großbritanniens Austritt aus der EU abzufedern, strebe sie den niedrigsten Satz der 20 größten Industrienationen an, so May bei der Jahreskonferenz der „Confederation for British Industry“ (CBI).

Erneut wies Schäuble die Appelle der EU-Kommission an Länder wie Deutschland zurück, ihre Kassen weiter zu öffnen, um mehr für das Wachstum zu tun. „Ich finde also, die Empfehlungen der Kommission gehen irgendwie an den Falschen“, sagte er.

Kritik daran übte auch Sven Giegold, finanz- und wirtschaftspolitischer Sprecher der Grünen im Europaparlament. „Die Ankündigungen der britischen Premierministerin sind ein politischer Marketing-Gag. Großbritannien ist schon heute eine der größten Steueroasen der Welt“, so der Finanzexperte. Viele Großunternehmen versteuerten bereits jetzt ihre Gewinne zu niedrigsten Steuersätzen in britischen Steueroasen in der Karibik.

Giegold schlussfolgert daraus, dass Europa einen Mindestsatz für Unternehmensteuern in Europa brauche. „Dem gefährlichen Wettlauf nach unten müssen wir einen Riegel vorschieben. Dazu kann Mays Ankündigung ein Weckruf sein, so Giegold“.  EurActiv mit Agenturen  22

 

 

 

 

"Mischen Sie sich hier ein!" Bundespräsident ruft Einwanderer zu ihrer Bürgerpflicht auf

 

Bundespräsident Gauck lässt sich von Schülern in Offenbach erklären, wie die Integration von Einwanderern an Schulen funktioniert. Er selbst richtet ernste Worte an die Einwanderer: Auch sie haben die Pflicht zur Verteidigung der Demokratie. Von Jens Bayer-Gimm

 

„Ich will den Bundespräsidenten sehen“, sagt Victor Leca. „Und ich will meine Schule repräsentieren“, ergänzt Emma Gyuraki. Victor ist vor zwei Jahren aus Moldawien nach Deutschland gekommen, Emma vor einem Jahr aus Ungarn. Beide sprechen mit Akzent, aber fließend Deutsch. Sie gehören zu rund 20 ausgewählten Schülern, die Joachim Gauck am Dienstag in der Theodor-Heuss-Schule in Offenbach am Main trifft. Kurz vor Ende seiner Amtszeit will der Bundespräsident über Integration sprechen. Der Ort ist Programm: Offenbach hat einen Ausländeranteil von 37 Prozent, die meisten Schüler kommen aus Einwandererfamilien aus aller Welt.

 

Der Hof ist quer abgesperrt, die Schüler drängen sich dicht am Absperrband. Als die Limousine des Bundespräsidenten vorfährt, brandet Beifall auf. In der Schulbücherei begrüßt Gauck in Begleitung seiner Lebenspartnerin Daniela Schadt die ausgewählten Schüler: „Hallo, guten Morgen!“ Die Mädchen und Jungen aus drei Schulen präsentieren ihre Projekte, die die Integration fördern: Schüler als Schiedsrichter, Theater gegen Rassismus, interkulturelle Schulband, Berufsvorbereitung, Schulpaten.

Vertreter der Theodor-Heuss-Schule stellen das Projekt „Verschiedenheit achten – Gemeinschaft stärken“ vor. Seit 2008 unterrichten dabei evangelische, katholische und islamische Religionslehrer gemeinsam. „Wir müssen aus dem Bereich, den wir als Gruppe zugewiesen bekommen haben, ausbrechen, um Begegnung zu finden“, sagt ein Schüler. „Die Schüler haben gelernt, dass sie bleiben können, wie sie sind, und dass sie daher auch die anderen respektieren können“, fasst die Mitgründerin, die evangelische Schulpfarrerin Carolin Simon-Winter, zusammen.

„Gibt es denn keine Spinner, keine Faulpelze, keine Cliquen bei euch?“ fragt der Bundespräsident. „Das sind nur Einzelne“, antworten die Schüler. „Gruppen können Druck ausüben, da muss man den Mut aufbringen, sich zu widersetzen.“ „Ich bin überrascht, wie gut ihr drauf seid, ernsthaft und locker“, erwidert Gauck. Die Schüler zeigten, dass Einwanderer „nicht nur gegen Wände laufen“.

In seiner Rede in der Schulaula nimmt der Bundespräsident vor allem die Einwanderer in die Pflicht. Sie müssten gemeinsam mit den Deutschen Extremismus und Terrorismus bekämpfen. „Wir müssen Demokratie und Menschenrechte gemeinsam verteidigen“, sagt Gauck. Dabei zähle nicht die Herkunft, sondern die Haltung. „Die entscheidende Trennlinie verläuft zwischen denen, die für eine offene, demokratische Gesellschaft sind, und denen, die sie nur ausnutzen, um Hass, Zwietracht und Gewalt zu säen.“

Das Grundgesetz schützt nach den Worten des Bundespräsidenten alle Bürger, aber es sei auch für alle Bürger verpflichtend. Die Gesellschaft dürfe einen Widerspruch gegen Grundwerte wie die Gleichberechtigung von Mann und Frau oder die säkulare Verfassung des Staates nicht hinnehmen. Einwanderer dürften nicht fremdenfeindlich attackiert werden, betont Gauck. Aber sie dürften auch nicht alleine gelassen werden, wenn sie aus grundrechtswidrigen Normen des Herkunftslandes wie etwa einer Zwangsheirat ausbrechen wollten. „Parallelgesellschaften können sich als Sackgasse erweisen, wenn Einwanderer die Begegnung mit der Mehrheitsgesellschaft vermeiden.“

Einwanderer sollten weiter ihre Kultur pflegen dürfen, unterstreicht der Bundespräsident. Menschen mit zwei Kulturen seien wichtig, weil sie Fremde an die Gesellschaft heranführen könnten. Gauck fordert Einwanderer auf: „Mischen Sie sich hier ein, gestalten Sie die Zukunft für alle mit!“ Noch gebe es zu wenige Einwanderer in Parteien, Stadträten und Elternbeiräten. „Wenn Zuwanderer sich vor allem als Opfer von Diskriminierung verstehen, bringen sie sich um ihre Potenziale“, sagt Gauck. Letztlich hänge es vom Willen des Einzelnen ab, ob er ein Teil der Gesellschaft werden wolle. „Wer sich integrieren möchte, schafft es auch“, sagt Gauck: „Wir müssen mehr miteinander tun, damit dieses Land liebenswert bleibt.“ (epd/mig 30)

 

 

 

 

Studie. Jobintegration von Flüchtlingen braucht bessere Strukturen

 

Flüchtlinge integrieren – mit dieser Aufgabe tut sich die Politik derzeit schwer. Viele Neuankömmlinge sind hochmotiviert, werden aber enttäuscht, denn die Wege sind äußerst widersprüchlich und unübersichtlich. Das ist das Ergebnis einer Analyse der Universität Duisburg-Essen.

Für die Integration von Flüchtlingen in den Arbeitsmarkt fehlt es einer Analyse der Universität Duisburg-Essen zufolge an verlässlichen und langfristigen Strukturen. Zwar wollten verschiedenste Akteure helfen und zeigten vielfältiges und hohes Engagement, heißt es in der am Freitag veröffentlichten Untersuchung des Instituts für Arbeit und Qualifikation der Universität. Das sei aber oft eher gut gemeint als gut gemacht, sagte Arbeitsmarktforscher Matthias Knuth. „Notwendig wäre eine langfristige, verlässliche Begleit- und Unterstützungsstruktur, in der Flüchtlinge sich zunehmend eigenverantwortlich bewegen können – unabhängig von dieser oder jener Sozialleistung.“

 

Der Experte kritisierte, bislang überwögen Angebote zur dualen Ausbildung in gewerblich-technischen oder handwerklichen Berufen, die vor allem Männer ansprächen. Dagegen fehlten vollzeitschulische Ausbildungen in landesrechtlich geregelten Berufen und allgemein in Dienstleistungsberufen. Auch seien für ältere Flüchtlinge, die eine Familie versorgen müssen, berufsbegleitende Qualifizierungsangebote nötig. Die Arbeitsagenturen und Jobcenter haben der Studie zufolge zudem die Perspektive eines Studiums noch nicht genug im Blick, obwohl viele Flüchtlinge eine akademische Ausbildung anstreben.

Die Mehrzahl der Flüchtlinge kennt keine unabhängigen professionellen Beratungsangebote, wie der Arbeitsmarktforscher weiter erklärte. Die Jobcenter seien hier nur solange zuständig, wie Sozialleistungen gezahlt würden. Ein großes Problem bei der Arbeitsmarktintegration von Flüchtlingen macht die Studie bei der Sprache aus. Demnach sprechen 90 Prozent der nach Deutschland kommenden Flüchtlinge gar kein Deutsch und könne so kaum Arbeit oder ein Praktikum finden. Sprache lasse sich aber am besten in der Arbeitswelt lernen. (epd/mig 28)

 

 

 

Was ist neu? Neuregelungen zum November und Dezember 2016

 

Wer ein Elektroauto kauft, erhält Steuererleichterungen. Die Erbschaftssteuerreform gibt Unternehmen mehr Planungssicherheit. Verpackte Lebensmittel werden künftig durch eine europaweit einheitliche Nährwerttabelle gekennzeichnet. Diese und andere Neuregelungen treten jetzt in Kraft.

 

Finanzen. Weitere Steuervorteile für Elektroautos

Wer ein Elektroauto erwirbt, erhält seit dem 17. November weitere Steuererleichterungen: Bei erstmaliger Zulassung eines Elektrofahrzeugs ist die Steuerbefreiung von fünf auf zehn Jahre verlängert. Das Aufladen privater Elektro- oder Hybridfahrzeuge im Betrieb des Arbeitgebers ist künftig steuerfrei. Arbeitgeber können einen Zuschuss für den Aufbau von Ladestationen auf dem

Firmengelände erhalten. Die Regelungen gelten auch für zulassungspflichtige Elektrofahrräder, die schneller als 25 Stundenkilometer fahren.

 

Erbschaftssteuerreform in Kraft getreten

Firmenerben bleiben weiterhin von der Erbschaftssteuer weitgehend verschont, wirtschaftlicher Missbrauch wird bekämpft. Ziel der Erbschaftssteuer-Reform sind der Erhalt von Arbeitsplätzen und Planungssicherheit für Unternehmen. Bund und Länder hatten sich auf einen Kompromiss verständigt. Nach der Zustimmung von Bundestag und Bundesrat ist das Gesetz nun mit Wirkung vom 1. Juli 2016 in Kraft getreten.

 

Recht. Mehr Schutz vor sexueller Gewalt

Künftig macht sich strafbar, wer die Unfähigkeit eines Opfers zum Widerstand ausnutzt oder überraschend sexuelle Handlungen an einem Opfer vornimmt. Auf diese Weise sollen Frauen – aber auch Männer – besser als bislang vor sexuellen Übergriffen geschützt werden. Das Gesetz ist am 10. November 2016 in Kraft getreten.

 

Gesundheit. Gewebespenden einheitlich gekennzeichnet

Beim grenzüberschreitenden Austausch gibt es seit 26. November 2016 eine europaweit einheitliche Kodierung von menschlichen Gewebespenden. So können Empfänger und Spender im Notfall schnell gefunden werden. Die Nachverfolgung erleichtert eine öffentlich zugängliche Kodierungsplattform der Europäischen Kommission. Für die Einfuhr von Gewebe und Zellen aus Drittländern gelten ebenfalls neue Standards.

 

Bessere Strafverfolgung bei "Designerdrogen"

Ein Verbot ganzer Stoffgruppen schränkt die Verbreitung sogenannter "Designerdrogen" seit dem 26. November ein. Das "Gesetz zur Bekämpfung der Verbreitung neuer psychoaktiver Stoffe" stellt auch deren Erwerb, Besitz und Handel unter Strafe. Denn  "Designerdrogen", auch als "Legal Highs"

bekannt, verursachen gesundheitsgefährdende Rauschzustände.

 

Verbraucherschutz. Nährwertkennzeichnung für verpackte Lebensmittel

Verpackte Lebensmittel werden in der EU ab 16. Dezember durch eine einheitliche Nährwerttabelle gekennzeichnet. Sie gibt Auskunft über den Energiegehalt (kJ/kcal) und die enthaltenen Nährstoffe Fett, gesättigte Fettsäuren, Kohlenhydrate, Zucker, Eiweiß sowie Salz. Die Nährstoffgehalte sind

pro 100 Gramm (g) oder 100 Milliliter (ml) anzugeben.

 

Arbeit und Soziales. Besserer Schutz vor elektromagnetischen Feldern

Der Arbeitgeber muss Gefährdungen durch elektromagnetische Felder am Arbeitsplatz beurteilen und Maßnahmen für Sicherheit und den Gesundheitsschutz festlegen.

Seit 19. November 2016 gilt die neue Verordnung zum Schutz der Beschäftigten vor Gefährdungen durch elektromagnetische Felder (EMFV). Sie setzt die letzte EU-Arbeitsschutzrichtlinie zum "Schutz der Beschäftigten vor physikalischen Einwirkungen" in nationales Recht um. Pib 28

 

 

 

Flüchtlinge. De Maizière will Anzahl freiwilliger Rückkehrer erhöhen

 

Bundesinnenminister de Maizière hat sich dafür ausgesprochen, mehr Ausländer zur freiwilligen Rückkehr in ihre Heimatländer zu bewegen. Im Bundeshaushalt wurden dafür 40 Millionen Euro vorgesehen. Gelingt das nicht, soll häufiger abgeschoben werden.

In der Debatte um Abschiebungen hat sich Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) dafür ausgesprochen, mehr Ausländer zur freiwilligen Rückkehr in ihre Heimatländer zu bewegen. „Mir kommt es darauf an, die Möglichkeiten zur freiwilligen Rückkehr von Ausreisepflichtigen weiter zu verbessern und die 2016 erreichte Zahl weiter zu erhöhen“, sagte de Maizière anlässlich eines Treffens mit Vertretern der Internationalen Organisation für Migration (IOM) am Montag in Berlin. Über die IOM-Rückkehrerprogramme wurde den Angaben zufolge in diesem Jahr bereits die freiwillige Rückreise von mehr als 50.000 Personen gefördert.

 

Abgelehnte Asylbewerber, die freiwillig Deutschland wieder verlassen, bekommen über diese Programme Reisekosten erstattet und zusätzliche finanzielle Unterstützung. Der Bund will zudem ein eigenes Programm starten, um bereits Asylbewerber mit geringer Chance auf eine Bleibeperspektive in Deutschland während des Verfahrens zur Rückreise zu bewegen. Im vergangene Woche verabschiedeten Bundeshaushalt sind dafür 40 Millionen Euro vorgesehen.

De Maizière betonte anlässlich des Treffens auch: „Wenn freiwillige Rückkehr nicht funktioniert, müssen wir auch das Instrument der Abschiebung vermehrt nutzen.“ Baden-Württembergs Innenminister Thomas Strobl (CDU) will Medienberichten zufolge bei der Innenministerkonferenz in Saarbrücken über eine drastische Verschärfung der Abschiebepraxis diskutieren. Dessen Pläne wollte ein Sprecher des Bundesinnenministeriums am Montag nicht kommentieren. (epd/mig 2)

 

 

 

Von der Willkommens- zur Ablehnungskultur?

 

Kommentar von Manuela Bojadžijev und Benjamin Opratko, Berliner Institut für empirische Integrations- und Migrationsforschung

 

„Das Schlimmste“, das sei „ein fußballspielender, ministrierender Senegalese, der über drei Jahre da ist“. Der Satz flog dem CSU-Generalsekretär Andreas Scheuer um die Ohren, kaum war er in die mediale Öffentlichkeit eingespeist. Empörung schlug ihm aus allen Ecken der Republik entgegen, selbst aus Teilen der eigenen Partei.

Man könne doch nicht über Jahre lautstark die angeblich unzureichende Integration nach Deutschland Zugewanderter bemäkeln, um dann ausgerechnet das Gelingen eben jener Integration zum Problem zu erklären. Was sollte schließlich stichhaltiger als Ausweis gemeinschaftlicher Eingliederung gelten als die Verinnerlichung des Heiligsten bayrischer Leitkultur: Fußball und Kirche?

Es lohnt sich, einen genaueren Blick auf diese Aussage zu werfen. Sie wurde schließlich nicht von der Privatperson Scheuer im Kreise von Vertrauten gemacht, sondern von dem Bundestagsabgeordneten und CSU-Generalsekretär vor versammelter Presse. Und auch wenn ihr überwiegend Kritik entgegenschlug, verweist sie doch auf einen realen Widerspruch im dominanten, großkoalitionären Umgang mit dem Thema Migration. Dieses ist von zwei zentralen Axiomen geprägt: Der ökonomischen Nützlichkeit und der kulturellen Integration. Das erste kreist um Argumente wie den Mangel an Facharbeitskräften, demografischen Wandel und die Wettbewerbsfähigkeit deutscher Unternehmen in der globalen Standortkonkurrenz. Das zweite um die Idee einer deutschen Leitkultur, an die sich all jene anzupassen hätten, die von Nah und Fern ins Land kommen. Deutsche Migrations- und Integrationspolitik bewegt sich in weiten Teilen als ein permanenter, bisweilen konflikthafter Aushandlungsprozess zwischen diesen beiden Richtlinien.

Dass diesen Richtlinien selbst jeweils zweifelhafte politische Konzepte zu Grunde liegen hat dem bislang keinen Abbruch getan. Das Axiom der Nützlichkeit reduziert Menschen auf ihre ökonomische Verwertbarkeit. Nicht zuletzt wird es von Unternehmensverbänden eingesetzt, um den Druck auf den Arbeitsmarkt sowie auf die ohnehin schwachen Sozialsysteme zu erhöhen – es war kein Zufall, dass der Bund der Industriellen die Unterstützung für Merkels Flüchtlingspolitik mit der Forderung nach einer Aufweichung des Mindestlohns verknüpfte. Das Leitbild der kulturellen Integration wiederum ist dem Fantasma einer einheitlichen und statischen „deutschen Kultur“ ebenso verpflichtet wie der rassistischen Vorstellung, dass „kulturfremde“ Personen sich dieser vorbehaltslos anzupassen hätten, um ein friedliches und bekömmliches Zusammenleben zu ermöglichen. Funktionaler Bestandteil des Konzepts ist dabei, dass Integration wie der Regenbogen am Horizont erscheinen muss, der bei aller Anstrengung doch nie erreicht werden kann. Vielleicht war es Scheuers unverzeihlichster Fehler, dass er dieses Dunkel konservativer Integrationspolitik so offen zur Schau gestellt hat.

Scheuers Provokation war aber nicht bloß „inhaltlich doof“, wie der Münchner Merkur bedauernd schrieb. Sie verweist darauf, dass die fragile migrationspolitische Balance zunehmend unter Druck gerät. Sie wurde zunächst von jenen aus dem Gleichgewicht gebracht, die sich im Sommer 2015 auf der Flucht vor Krieg und Elend auf den Weg nach Europa gemacht hatten. Die Flüchtenden ließen Grenzen hinter sich und konfrontierten die europäische und deutsche Öffentlichkeit damit, dass jenseits von volkswirtschaftlichem Kalkül und kulturellen Assimilationsfantasien eine Realität globaler Flucht- und Migrationsbewegungen existiert. Diese Öffentlichkeit reagierte darauf – zumindest in Teilen – mit einer bemerkenswerten Welle der Solidarität und praktischen Hilfe. Sie eignete sich dabei einen Begriff an, der schnell zum geflügelten Wort wurde. Die „Willkommenskultur“ steht als Sammelbegriff für eine Vielzahl solidarischer Praxen und beförderte das Engagement zahlreicher, häufig neu aktivierter Menschen. Dass in diesem Zusammenhang Haltungen zumindest kurzfristig instabil wurden, illustrieren symbolträchtige Episoden: Etwa als Bild- und Berliner Zeitung eine vierseitige Beilage in arabischer Sprache produzierten, die Geflüchteten unter dem Titel „Willkommen in Berlin“ die erste Orientierung in der Hauptstadt erleichtern sollte.

Parallel zu den Praxen der Unterstützung, und medial wie politisch als ihr Gegenstück gerahmt, traf die Mobilität und Unterbringung von Geflüchteten aber auch auf Praxen der Entsolidarisierung. Das Gegenstück zur Willkommenskultur formiert sich seither zunehmend stärker: Wir können es die Ablehnungskultur nennen. Sie äußert sich in Mobilisierungen gegen Flüchtlingsunterkünfte ebenso wie in gewalttätigen Übergriffen und Anschlägen. Parteipolitisch wird sie besonders von der AfD repräsentiert und geschürt. An die Stelle des „Wir schaffen das“ trat, so konstatierte die deutsche Historikerin Fatima El-Tayeb jüngst, an vielen Orten ein „Wir wollen das nicht schaffen“. Angelpunkt der Ablehnungskultur ist aber nicht nur die Opposition zur Willkommenskultur, sondern auch die Brüskierung der bislang dominanten Migrationspolitik. Ökonomischer Nutzen und Integrationsanforderungen werden in ihr hinter ein nationalistisches Reinheitsgebot gestellt. Egal wie nützlich oder integriert sie scheinen: Sie wollen die Fremden nicht hier haben – und die, die ihnen fremd scheinen, müssen weg. Genau deshalb ist der ministrierende Bolzplatzkicker aus dem Senegal auch für Andreas Scheuer „das Schlimmste“: weil er ihn nicht mehr abschieben kann. Forum Migration Dezember 2016

 

 

 

 

Diabetes-Aufklärungskampagne „Deutschland misst!“ ergibt: Fast jeder fünfte Teilnehmer ist gefährdet

 

Berlin – Rund 50.000 Teilnehmer sind dem Aufruf von „Deutschland misst!“ gefolgt und haben online mit dem Deutschen Diabetes-Risiko-Test (www.2mio.de) ihr persönliches Risiko, in den nächsten 5 Jahren an Typ-2-Diabetes zu erkranken, ermittelt. Die Auswertung der repräsentativen Stichprobe* ist eindeutig: Rund 19% der Teilnehmer liegen mit einem Ergebnis über 55 Punkten im gelben bis tiefroten Bereich, was mindestens einem erhöhten Risiko entspricht; jeder zehnte lag sogar über der kritischen Marke von 63 Punkten, was auf ein hohes oder sehr hohes Risiko hindeutet.

 

„Ein hohes Risiko ist zwar noch lange keine Diagnose – diese kann nur ein Arzt stellen“, erläutert Bastian Hauck, selbst Typ-1-Diabetiker und Initiator der Kampagne, „doch wer sich seines persönlichen Diabetes-Risikos bewusst ist, kann gezielt gegensteuern und so hoffentlich noch lange gesund bleiben!“. Daher bietet die Kampagne in Kooperation mit den Diabetes-Beratungswochen der gesund-leben-Apotheken und vielen weiteren Apotheken in ganz Deutschland eine Erstberatung samt kostenloser Blutzuckermessung an. Teilnehmer, deren Testergebnis im gefährdeten Bereich liegt, können per Link direkt ihre nächste Apotheke ausfindig machen und erhalten dort weitere Unterstützung.

 

Die Kampagne verlinkt Teilnehmer mit erhöhtem Diabetes-Risiko außerdem mit Info- und Service-Angeboten der Deutschen Diabetes-Hilfe (www.diabetesde.org). Diese sollen Menschen mit hohem Diabetes-Risiko dabei helfen, selbst aktiv zu werden und durch Lebensstil-Veränderungen ihr persönliches Risiko zu senken, denn oft können schon kleine Veränderungen helfen. „Wir wissen, dass die Erkrankung in mindestens 50% der Fälle hätte vermieden werden können. Allein durch eine gesündere Ernährung und mehr Bewegung.“, so der CDU-Gesundheitspolitiker und Schirmherr der Kampagne Dietrich Monstadt. Die Auswertung der Ergebnisse des vom Deutschen Institut für Ernährungsforschung (DIfE) und Deutschen Zentrum für Diabetesforschung (DZD) entwickelten Tests zeigt aber auch eine hohe Korrelation mit dem Risikofaktor Bluthochdruck. 

 

2 Millionen Menschen in Deutschland haben Diabetes, ohne es zu wissen. Viele Betroffene merken nichts von ihrer Erkrankung, denn ein erhöhter Blutzuckerspiegel tut zunächst nicht weh. Doch Diabetes erhöht das Risiko für einen Schlaganfall um das Dreifache, verursacht jährlich rund 2.000 Erblindungen sowie 40.000 Amputationen und kostet das deutsche Gesundheitssystem mehr als 35 Milliarden Euro pro Jahr. Im Schnitt sterben Menschen mit Typ-2-Diabetes fünf bis zehn Jahre früher – meist aufgrund einer zu späten Diagnose. Die gute Nachricht: Ein rechtzeitig erkannter Diabetes kann oft noch ohne Medikamente und ohne Insulin behandelt werden.

 

Insgesamt haben seit Start der Kampagne mehr als 50.000 Teilnehmer online mit dem Deutschen Diabetes-Risiko-Test ihr persönliches Risiko ermittelt. „Wir wissen natürlich nicht genau, wie viele Menschen sich nach dem Testergebnis weiter haben beraten lassen und wie ihre Geschichte weitergeht“, so Bastian Hauck, „aber jeder Einzelne, dem unsere Kampagne geholfen hat, ist es wert.“ Geschichten von Menschen, denen mit „Deutschland misst!“ geholfen werden konnte oder die mit ihrer Diagnose-Geschichte anderen Menschen Mut machen möchten, sammelt und veröffentlich die Kampagne auf ihrer Webseite. Das Besondere daran: Für jede Geschichte werden 10,- EUR für die Kinderfreizeiten der Deutschen Diabetes-Hilfe gesammelt. Rund um den Weltdiabetestag (14.11.2016) konnten so bereits über 1.000,- EUR Spendengelder gesammelt werden – und die Aktion wird 2017 weitergeführt.

 

Über „Deutschland misst!“ „Deutschland misst!“ ist die nationale Kampagne zur Diabetes-Dunkelziffer der #dedoc° Diabetes Online Community (www.dedoc.de) und diabetesDE – Deutsche Diabetes-Hilfe (www.diabetesde.org). Schirmherr ist der Bundestagsabgeordnete und CDU-Gesundheitspolitiker Dietrich Monstadt, Gesicht der Kampagne ist Udo Walz – beide haben selbst Typ-2-Diabetes.

Partner der Kampagne sind das Deutsche Institut für Ernährungsforschung und das Deutsche Zentrum für Diabetesforschung, die gesund-leben-Apotheken mit ihren Diabetes-Beratungswochen sowie die Apotheken-Großhändler Phoenix und Sanacorp, der Kirchheim-Verlag, die Kommunikations- und Kreativagenturen Edelman.ergo und PEIX sowie SpaceIndex. Sponsoren sind Ascensia Diabetes Care, BD, Boehringer-Ingelheim, das Industrieforum Diabetes, Novo Nordisk und Roche Diabetes Care.

*Ausgewertet wurden die Ergebnisse vom 14.11.2016 (5559 Teilnehmer).  Saskia Nagel, dip 29

 

 

 

Aziz Bozkurt: SPD führt unangefochten bei Bevölkerung mit Einwanderungsgeschichte

 

Zu einer Studie des Sachverständigenrates deutscher Stiftungen für Integration und Migration zur Parteienpräferenz von Einwanderern, die heute in Berlin vorgestellt wurde, erklärt der Bundesvorsitzende der Arbeitsgemeinschaft Migration und Vielfalt in der SPD, Aziz Bozkurt:

 

Die hohen Zustimmungswerte für die Sozialdemokratie sind mehr als erfreulich. Sie belegen deutlich, dass es keine Partei besser als die SPD versteht, Antworten auf die Herausforderungen unserer Einwanderungsgesellschaft zu finden. Besonders wichtig ist für uns das deutliche Aufbrechen der Parteibindung von Spät-/Aussiedlern, die immer mehr den Weg zur Sozialdemokratie finden. Das Ergebnis ist aber gleichzeitig ein Arbeitsauftrag, diese Wählergruppe stärker und kontinuierlicher anzusprechen. Diese Aufgabe werden wir uns nicht nur im nächsten (Wahl-) Jahr, sondern auch danach annehmen.

 

Darüber hinaus sind die überragenden Werte bei Türkeistämmigen von über zwei Dritteln ein Beleg dafür, dass das Wahlverhalten der Menschen sich auf ihre Heimat in Deutschland konzentriert. Damit belehren die Wählerinnen und Wähler alle AKP-Politiker eines Besseren, die uns im letzten Jahr weismachen wollten, dass beispielsweise die Armenien-Resolution oder ihre Kritik an der aktuellen Politik in der Türkei die SPD Zustimmung kosten werde. Die Menschen zeigen, dass sie die Parteien unterstützen, die für mehr Teilhabe und gleiche Chancen in ihrem Alltag eintreten.

 

Aydan Özoguz hat vollkommen Recht, wenn sie fordert, dass die gesamte Parteienlandschaft sich noch stärker für Menschen mit Einwanderungsgeschichte öffnen muss. Die Repräsentanz in den Parteivorständen und Parlamenten ist noch weit hinter den gesellschaftlichen Realitäten. Wollen wir die nächste Deutsche Einheit von „neuen“ und „alten“ Deutschen erfolgreich vollbringen, müssen wir den „Neuen Deutschen“ sichtbarer in der Politik Platz einräumen. Spd 16

 

 

 

 

Expertenrunde: Integration von geflüchteten Menschen in Arbeit und Ausbildung

 

Heute (28.11.2016) treffen sich auf Initiative der Regionaldirektion der Bundesagentur für Arbeit in Düsseldorf hochrangige Vertreter aus Politik und Wirtschaft, um sich über die Integration von geflüchteten Menschen in Arbeit und Ausbildung auszutauschen. Mit dabei sind im Rahmen einer Podiumsdiskussion Rainer Schmeltzer, Minister für Arbeit, Integration und Soziales des Landes Nordrhein-Westfalen, Arndt Günter Kirchhoff, Präsident unternehmer nrw, Andreas Meyer-Lauber, Vorsitzender des DGB NRW sowie Christiane Schönefeld, Vorsitzende der Geschäftsführung der Regionaldirektion NRW.

 

Um die Integration geflüchteter Menschen in Arbeit und Ausbildung erfolgreich zu gestalten, ist es Christiane Schönefeld, Vorsitzende der Geschäftsführung der Regionaldirektion NRW der Bundesagentur für Arbeit, ein besonderes Anliegen, mit den Eingeladenen über konkrete Chancen am Arbeits- und Ausbildungsmarkt ins Gespräch zu kommen und dabei auch bestehende Hürden ins Auge zu fassen.

 

Die anwesenden Gäste werden von Prof. Dr. Brücker, Fachmann beim Institut für Arbeitsmarkt- und Berufsforschung (IAB) für das Thema Integration von geflüchteten Menschen, mit seinem Fachvortrag „Geflüchtete in Deutschland: Bildung, Einstellung und Arbeitsmarktintegration“ informiert. Ergänzt durch Berichte aus der Praxis durch teilnehmende Arbeitgeber, die bereits geflüchtete Menschen eingestellt haben, diskutiert die Podiumsrunde konkrete Fragestellungen und Wege zur Lösung. Dabei setzt Christiane Schönefeld auch auf die Multiplikatorenwirkung der anwesenden Verbandvertreter.

 

„Die Integration von geflüchteten Menschen in den Arbeits- und Ausbildungsmarkt können wir in Nordrhein-Westfalen meistern, wenn wir unsere Kräfte bündeln und im regelmäßigen Dialog bleiben. Mit dieser Veranstaltung möchten wir die bereits bestehende Zusammenarbeit erweitern und vertiefen. Denn nur gemeinsam können wir der Verantwortung gerecht werden.“ So Christiane Schönefeld.

 

„Der Spracherwerb steht bei der Integration an erster Stelle, er ist der Anfang von allem. Hier waren wir als Bundesagentur für Arbeit konzeptionell sehr schnell, aber auch in der Umsetzung vor Ort in den Agenturen und den Job Center. Es galt, neue Wege zu beschreiten, neue Maßnahmen zu entwickeln oder dort, wo es möglich war, unsere bestehenden Produkte anzupassen.  Der zweite, ganz wesentliche Punkt sind die konkreten Chancen zur Integration in Arbeit oder Ausbildung, also Arbeits- und Ausbildungsplätze. Hier ist der enge Schulterschluss mit den Arbeitgeber unverzichtbar. Der dritte Baustein ist die Qualifizierung, die in fast allen Erwerbsbiografien der Menschen mit Fluchthintergrund fester Bestandteil sein wird. Hier greift das Kooperationsmodell mit den Programmen „Step by Step“ und „Kommmit“. Aufgrund des dreistufigen Aufbaus beider Programme können sie in jeder Phase der Integration in Arbeit oder Ausbildung passgenau genutzt werden.“ so Christiane Schönefeld weiter.

Rainer Schmeltzer, Minister für Arbeit Integration und Soziales des Landes Nordrhein-Westfalen erklärt: „Wir wollen, dass Integration erfolgreich ist. Bildung und Beschäftigung sind dafür enorm wichtig. Um den geflüchteten Menschen eine Perspektive zu geben, müssen Jobs oder Ausbildungsplätze angeboten werden. Der Arbeitsalltag kann Vorurteile ab- und Vertrauen aufbauen. Dafür müssen Qualifikationen und Potenziale der Menschen möglichst schnell erkannt werden. Eine Arbeitsstelle, Kollegen sowie Sport- und Kulturvereine können dabei helfen, in der neuen Heimat schnell Fuß zu fassen. So werden geflüchtete Menschen bald auch zu Nachbarn. Deshalb werden wir weitere Anstrengungen unternehmen, die Menschen durch gemeinsame Programme von Bund und Land mit den Arbeitgebern in den Arbeitsmarkt zu integrieren. Dafür haben wir auch wichtige Qualifizierungsprojekte in unserem Integrationsplan für NRW aufgenommen, die bereits gestartet sind oder noch starten.“

„Integration in Ausbildung und Arbeit muss jetzt Fahrt aufnehmen.“ fordert Andreas Meyer-Lauber, Vorsitzender des DGB in NRW. „Die ersten Flüchtlinge kommen auf dem Arbeitsmarkt an und sind als Arbeitslose registriert.

Von den Unternehmen erwarten wir jetzt, nach guten Worten auch Taten folgen zu lassen. Die neuen Programme der Arbeitsagentur „Step by Step“ und „Kommmit“ sind eine gute Hilfestellung für Unternehmen und ermöglichen auch die Umsetzung unserer Idee eines Integrationsjahres. Von der Landesregierung erwarten wir jetzt, die Schulpflicht für alle Kinder und Jugendlichen einzulösen. Und wir brauchen eine Lösung für die 18 – 25-jährigen, die ihren Schulabschluss nachholen wollen. Die Berufskollegs müssen geöffnet werden. Das Schulministerium muss nach monatelangem Prüfen endlich eine Lösung präsentieren, die auch den jungen Menschen gerecht wird. Wir brauchen keine Ausnahme für Flüchtlinge, sondern ein Regelangebot für alle Bedürftigen.

Etwa die Hälfte der bei uns Lebenden kommt aus sogenannten sicheren Herkunftsstaaten. Bisher wird dieser Personenkreis von den meisten Programmen ausgeschlossen. Erwartungsgemäß bleibt ein großer Teil dieser Menschen aber über Jahre bei uns. Wir sollten die Fehler der Vergangenheit nicht wiederholen. Auch für diese Menschen muss mit der Integration begonnen werden. Grundlagen- oder Basissprachkurse könnten im ersten Schritt die Situation verbessern.“

Nach Worten des Präsidenten von unternehmer nrw, Arndt G. Kirchhoff, ist die Bereitschaft der Unternehmen in Nordrhein-Westfalen, sich bei der Integration von geflüchteten Menschen in Arbeit und Ausbildung zu engagieren, anhaltend groß. Allerdings sei dies weiterhin kein Selbstläufer. Es sei schon Vieles verbessert worden, aber alle müssten darauf achten, dass die rechtlichen und organisatorischen Rahmenbedingungen optimiert werden. „Hilfreich ist es, wenn die Unternehmen in Behördenfragen einen einheitlichen Ansprechpartner haben“, betonte Kirchhoff. Die größte Herausforderung sei es, Unternehmen und Flüchtlinge zusammenzubringen. „Wichtig ist es dabei, dass die Menschen die richtige Schulbildung erhalten und vor allem unsere Sprache erlernen, sie eine ausführliche berufliche Orientierung bekommen und wir die Angebote zur Ausbildungsvorbereitung ausweiten“, sagte Kirchhoff.

Und Christiane Schönefeld resümiert: „Die heutige Veranstaltung zeigt die Bereitschaft  zur Zusammenarbeit aller Partner und ich bin optimistisch, dass wir unsere gemeinsamen Verantwortung gerecht werden. NRW als größtes Bundesland ist leistungsfähig und kann besonders im Ruhrgebiet auf eine erfolgreiche Integrationsgeschichte zurückblicken. Ich glaube, dass wir in NRW  auch in diese Aufgabe meistern können.“  Arb.ag.29

 

 

 

 

Frauen sind Schlüssel zu erfolgreicher Integration

 

Vor 20 Jahren wurde das Mädchenbüro im Frankfurter Stadtteil

Bockenheim als geschützter Raum für Mädchen mit Migrationshintergrund

eingerichtet – ein für die damalige Sozialpädagogik eher ungewöhnliches

und durchaus mutiges Projekt. Dieser 5 spezifische Ansatz

des geschützten Raumes wurde in der Fachwelt lange kritisch beäugt.

Doch der Erfolg gibt Recht.

Mittlerweile hat das Prinzip „Empowerment von Frauen für Frauen“ an

10 sozial- und gesellschaftspolitischer Bedeutung gewonnen. Das Mädchenbüro,

vom Jugend- und Sozialamt der Stadt Frankfurt sowie der KfW Stiftung

und der Linsenhoff-Stiftung gefördert, ist heute fester Bestandteil des

integrativen Sozialgefüges der Region. Vielfältige Bildungsangebote ebnen

Mädchen den Weg in ein integriertes, selbstbestimmtes Leben. Das Mäd15

chenbüro ist bereits mit dem Frankfurter Integrationspreis und dem Hessischen

Ehrenamtspreis ausgezeichnet worden.

Auch das angeschlossene Flüchtlingscafé Milena, realisiert mit Unterstützung

der KfW Stiftung und der Linsenhoff-Stiftung, feiert Jubiläum. Seit

20 einem Jahr trifft das bundesweit seltene Angebot für geflüchtete Frauen

den Bedarf exakt und überbrückt etwa Wartezeiten auf einen Integrationskurs

mit niedrigschwelligen Einstiegsangeboten. Seit der großen Flüchtlingswelle

ist das Flüchtlingscafé Milena außerdem stark nachgefragter

Lernort für Alphabetisierungs- und Deutschkurse mit Kinderbetreuung. Um

25 auf die große Nachfrage besser reagieren zu können, fördert die Linsenhoff-

Stiftung das Projekt nun zusätzlich mit einer weiteren Lehrkraft über

die nächsten zwei Jahre.

Der Rückblick auf 20 Jahre Mädchenbüro und ein Jahr Flüchtlingscafé

30 Milena ist kein Selbstzweck. Seine Evaluierung dient dem Trägerverein

 „MädchenbüroMilena e.V.“ als erneute Standortbestimmung und der

Justierung des Integrationsangebots vor dem Hintergrund der aktuellen

Herausforderungen. Als Resultat reagiert der Verein jetzt, unterstützt

von der KfW Stiftung, mit neuen Angeboten zur ökonomischen Integration.

Zukünftig nimmt das Mädchenbüro die gezielte 35 Vermittlung von

Praktikumsstellen in sein Portfolio auf. Das Flüchtlingscafé Milena plant,

Frauen zusätzlich den Weg in die Ausbildung zu Tagesmüttern zu eröffnen.

„Damit nicht genug“, so Maneesorn Koldehofe aus dem Leitungsteam

40 des Mädchenbüros. „Um noch mehr sozialen Impact erzeugen zu können,

möchten wir die Angebote beider Institutionen künftig unter einem Dach

bündeln. Für das neue „Fusionshaus MädchenbüroMilena e.V.“ suchen wir

derzeit Investoren. Unter Berücksichtigung ganzheitlicher Lebensrealitäten

werden wir integrative Bildungsangebote für Menschen mit und ohne Mig45

rationshintergrund anbieten und diese verstärkt auch für Kinder und die

ganze Familie öffnen. Nachhaltigkeit, Empowerment und Partizipation stehen

dabei klar im Vordergrund.“

„Generationen von in Frankfurt lebenden Migrantinnen und Frauen, die hier

50 geboren sind, mit den neu ankommenden Frauen zusammen zu bringen,

sich gegenseitig zu unterstützen und zu helfen, ist das, was wir können und

auch in Zukunft machen wollen. Denn wir wissen: Frauen sind der Schlüssel

zu erfolgreicher Integration“, so Oksana Frei aus dem Leitungsteam

des Mädchenbüros.

Dieser Meinung ist auch Sylvia Weber, Integrationsdezernentin der

Stadt Frankfurt: „Auch nach 20 + 1 Jahren sind das Mädchenbüro und

das Flüchtlingscafé Milena sozial innovative Einrichtungen. Konzepten von

Frauen für Frauen, die auf Emanzipation und Empowerment setzen, gehört

60 die Zukunft. Über die Zielgruppe der Frauen erreichen wir die Familien und

können erfolgreiche Bildungswege anregen und ebnen. Das ist die beste

Grundlage für eine gelingende Integration“, so die Stadträtin, die das Entstehen

des Fusionshauses unterstützt.

65 Dr. Ingrid Hengster, Vorstandsmitglied der KfW Stiftung: „Frauen auf

dem Weg in ein eigenständiges Leben zu begleiten, ist eine unserer Stif-

tungsaufgaben. Auch mir persönlich ist es ein besonderes Anliegen, den

Verein MädchenbüroMilena bei den neuen Projekten zur ökonomischen

Integration zu unterstützen. Damit legen wir den Grundstein für eine gelungene

70 Integration junger Frauen.“

Ann Kathrin Linsenhoff, Stifterin und Vorstandsvorsitzende der Linsenhoff-

Stiftung: „Wir stellen jetzt die Weichen für unsere Gesellschaft

von morgen. Und diese müssen auf Bildung und Integration stehen. Nach

75 wie vor geraten Mädchen und Frauen mit Migrationshintergrund dabei