WEBGIORNALE  31 ottobre - 6  NOVEMBRE  2016

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Referendum. Plichi elettorali e scadenze per gli italiani all’estero  4

2.       L’inchiesta. Italiani e tedeschi: il lungo addio. Ecco perché non ci capiamo più  5

3.       Immigrazione, sorpasso dopo anni: più italiani all'estero che stranieri in Italia  6

4.       Presentato il Dossier statistico Immigrazione 2016: gli italiani all'estero superano gli immigrati in Italia  8

5.       Integrazione europea. Nuove mode: l’Ue non serve più  10

6.       Da Calais a Goro: cambia il mondo ma la politica per ora resta al palo  13

7.       La solitudine dell'indigeno italiano  14

8.       Tra i parlamentari eletti all’estero vince il sì 16

9.       Immigrazione. Italia sempre più delusa dall’Ue  17

10.   Alfano avvia l’iter per l’intervento di Bruxelles. L’Italia alla Ue: quote migranti, ecco i Paesi da sanzionare  18

11.   Migranti: in aumento quelli che tornano a casa grazie ai “ritorni volontari assistiti”  20

12.   Mattarella: «Anche con la lingua italiana si propone all’estero la qualità del Paese»  21

13.   Referendum costituzionale. Il profilo europeo della Riforma  22

14.   Siria/Iraq. L’illusione di salvare i confini 24

15.   Missione a Berlino del sottosegretario Vincenzo Amendola  26

16.   Francoforte. L’editoria italiana alla Buchmesse 2016 (19-23 ottobre) 26

17.   Buchmesse di Francoforte. Il mercato del libro italiano in crescita all’estero  27

18.   Saarbrücken. “Mezz’Ora Italiana” compie 55 anni 29

19.   Gli appuntamenti a Monaco di Baviera e dintorni 29

20.   I temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia  31

21.   A Berlino e a Roma “I capolavori mai visti del Museo d’Arte Contemporanea di Teheran”  32

22.   L’Associazione Culturale Teatrale “Carlo Magno” di Palermo il 19/20 novembre a Colonia ed a Düsseldorf 33

23.   Il Referendum del 4 dicembre, il Si e il No a confronto a Monaco di Baviera  33

24.   IIC-Amburgo. Riprende il viaggio nell’Italia contemporanea  34

25.   All'Istituto Italiano di Cultura di Berlino retrospettiva dedicata a Gianni Croce (7.11.-16.12.) 34

26.   Francoforte. “Design Italia: creatività ed eleganza”. Intervista di “Anteprima” ad Alessandro Maccolini 35

27.   Germania, Merkel non andrà al congresso dei 'cugini' della Csu  36

28.   Il paradiso dei giovani? È la Germania. L’Italia è dietro a Romania e Costa Rica  37

29.   Germania, poliziotto ucciso: monta caso 'Reichsbuerger'. Estremisti anche in forze ordine  38

30.   Sindrome Deutsche Bank. “Sotto attacco dagli Usa”. Cause legali, multe e derivati: il colosso teme di perdere il suo ruolo globale  39

31.   Ludwigshafen, scoppio in impianto chimico: almeno un morto  40

32.   In Germania senza conto non esisti 41

33.   La relazione del Governo al Comitato di Presidenza del Cgie: Comites, Cgie, Enti Gestori, Referendum, Scuola all’estero  42

34.   Riunito il Comitato di Presidenza del Cgie. Il punto del segretario generale, Michele Schiavone  44

35.   Consiglio UE, il retroscena. Siria, il summit notturno e le sanzioni alla Russia: alla fine vince il no di Renzi 46

36.   Garavini (PD): "La riforma costituzionale: una grande conquista per gli italiani nel mondo"  47

37.   Referendum Costituzionale. Le Acli: un Sì per permettere il proseguimento di una stagione di riforme  47

38.   Stati Generali della Lingua Italiana. Aperti i lavori della seconda edizione intitolata "Italiano lingua viva"  48

39.   Referendum, dal Canada al Kenya i comitati per il Sì e il No degli italiani all'estero  51

40.   Elezioni Usa. Il meglio all’ultimo  52

41.   Usa, Russia e Siria. Lo scontro Est-Ovest si gestisce in Siria  53

42.   Migranti, scontro Orban-Renzi: "Matteo nervoso". Il premier: "Italia non più salvadanaio"  55

43.   La nostra sul voto  56

44.   Lingua Italiana nel Mondo. Firenze: il dibattito a Palazzo Vecchio sulle iniziative realizzate dopo gli Stati Generali del 2014  56

45.   Firenze: Stati Generali della Lingua Italiana nel Mondo. Il contributo dei gruppi di lavoro  59

46.   Tar, a Renzi il primo round sul referendum   60

47.   Gentiloni: "L'italiano, patrimonio da tutelare"  61

48.   UE. Volontariato europeo: rimuovere gli ostacoli rimanenti 61

49.   Brexit, un taglio alla lingua: "Con il Regno Unito fuori, l’Unione europea non parlerà più inglese"  62

50.   Strategie di governo  63

51.   Referendum e politica estera. La fragile credibilità dell’Italia  64

52.   La sanatoria Equitalia beneficia anche gli italiani debitori residenti all’estero  65

53.   L'Ungheria accusa l'Italia, per Renzi un nuovo fronte in Europa  66

54.   Dario Fo, un giullare ateo e controverso  67

55.   Giornata europea contro la tratta: la Migrantes chiede un permesso di protezione sociale per i migranti in fuga accolti 68

56.   Caritas: 2015 “annus horribilis” per migranti, ma al Sud aumentano gli italiani poveri 69

57.   L'assist di Obama a Renzi in vista del referendum, i timori per un governo a Cinquestelle  70

58.   Le università italiane devono attirare più studenti stranieri 71

59.   Italia e Svizzera mano nella mano per diffondere la lingua di Dante  72

60.   Interrogazioni di Alessio Tacconi (Pd) per facilitare le certificazioni di esistenza in vita e il trasferimento dell’AIRE  74

61.   Supponiamo  74

62.   Povertà esplosa in Italia, Caritas: "Al Sud più italiani che stranieri nei nostri centri"  75

63.   Camere di Commercio Italiane all’Estero. Intervista al presidente Auricchio  75

64.   Portare all'estero le aziende non conviene più: gli imprenditori tornano a casa  77

65.   Le conclusioni degli Stati Generali della Lingua Italiana nel Mondo  78

66.   Il parere  80

67.   Disciplina del cinema e dell’audiovisivo: l'opportunità di valorizzare il ruolo della rete diplomatico-consolare e degli Istituti italiani di cultura  81

68.   Migrantes: un fatto preoccupante il rifiuto all'ospitalità di 12 donne e 8 bambini 82

69.   Immigrati, ecco quanto ci costa davvero accoglierli 82

70.   Alla Commissione Esteri l’audizione del segretario generale del Maeci Elisabetta Belloni 83

71.   Lavoratori agricoli sfruttati. Mai più schiavi: la legge sul caporalato è un passo di civiltà  85

72.   Referendum Costituzionale. Marco Fedi risponde a Claudio Micheloni 86

73.   Presentata a Villa Madama la prima Settimana della cucina italiana nel mondo  87

74.   I ministri degli Esteri e delle Politiche agricole sulla Settimana della cucina italiana nel mondo  89

75.   Tutti i modi per truccare il voto all’estero: in palio c’è oltre un milione di Sì 90

76.   Comunicato stampa Filef. Le precisazioni di Rodolfo Ricci 91

77.   Insediato a Perugia il Consiglio regionale dell’Emigrazione umbra  92

78.   Lanciato il portale della Lingua Italiana nel Mondo  94

79.   L'italiano nel mondo. Il dibattito su “Italofonia e comunità italofone”  95

80.   I docenti di italiano in Germania sugli Stati Generali della Lingua Italiana nel Mondo  96

81.   La promozione della lingua e della cultura italiane all’estero: una comprovata priorità per il governo e la maggioranza  98

 

 

1.       Flüchtlingspolitik. Diskussion um EU-Migrationspartnerschaften geht weiter 98

2.       Verhinderung von Migration. EU zufrieden mit Afrika-Partnerschaften  99

3.       EU-Statistik. Fast ein Viertel der Europäer armutsgefährdet 100

4.       Kampf gegen Menschenhandel: Geldwirtschaft in der Pflicht 101

5.       Klåre Kånte. Wie die schwedischen Gewerkschaften gegen Rechtspopulisten mobil machen. 101

6.       Links oder Mitte: Die europäische Sozialdemokratie auf Kurssuche  103

7.       Schlechte Reise. Wie der politische Besuchszirkus in Afrika am Kern der Probleme vorbeigeht 105

8.       Studie. Flüchtlinge kommen wegen Menschenrechten nach Deutschland und nicht wegen Geld  106

9.       „Ausdruck von Hilfslosigkeit“. Niels Annen zur Forderung nach weiteren Sanktionen gegen Russland. 107

10.   Mossul-Offensive: Geflüchtete Kinder werden jahrelang Unterstützung brauchen  108

11.   Ich sehe was, was Du nicht siehst 109

12.   Hohe Geburtenrate bei Migranten führt zum 33-Jahreshoch  110

13.   "Botticelli Inferno" - ab 3. November im Kino  111

14.   Studie: Fachkräftemangel in Deutschland so drastisch wie seit 2006 nicht mehr 112

15.   Fünf Prozent der Jugendlichen in Deutschland pflegen Angehörige  114

16.   BND-Reform ermöglicht massenhafte Überwachung  114

17.   Mehr als jeder Fünfte wünscht sich einen rot-rot-grünen Bundespräsidenten - Steinmeier vor Lammert 117

18.   Studie offenbart massive Mängel an deutschen Hochschulwebseiten  118

19.   Schwarze Null auf Kosten ausländischer Studierender 118

20.   „Integration durch Sport“ auf der Buchmesse  120

21.   Steinmeier. Deutschland kann bei Toleranz dazulernen  121

22.   Regierungsbericht zur Lebensqualität. Was Bürgern wichtig ist 121

23.   Nrw. Integrationsstaatssekretär Klute: Mehrsprachigkeit ist ein Schatz  123

24.   Umsetzung der Landesinitiative „Lebendige Mehrsprachigkeit“ in den sechs Regionen vor Ort 124

25.   Fachkräftemangel: Deutsche Wirtschaft wacht auf, aber Rezepte greifen nicht 125

26.   Nrw. Minister Schmeltzer: In Dortmund zeigen wir, wie Integration zur Erfolgsstory werden kann  127

27.   Premio Enit 2016. Feierliche Prämierung der Preisträger am Vorabend der Buchmesse  128

28.   Autozugangebot erneut ausgebaut:  Euro Express Sonderzüge fahren jetzt auch nach Livorno  128

29.   Studie. Fachkräftemangel bleibt trotz Bevölkerungszuwachs bestehen  129

30.   NRW. Integrationsminister Schmeltzer: Integration gelingt vor Ort durch die vielen ehrenamtlich Aktiven  129

31.   Verkehrssicherheitsarbeit mit Asylsuchenden in Brandenburg  130

32.   Verso Sud 2016 & Hinweis auf ital. Avantgarde-Programm in Frankfurt 131

33.   „Radikalisierung muslimischer Jugendlicher - Prävention durch Empowerment“  132

 

 

 

Referendum. Plichi elettorali e scadenze per gli italiani all’estero

 

ROMA - Il 4 dicembre 2016 è il giorno scelto dal governo per il referendum costituzionale. Il Ministero dell'Interno ha reso note le disposizioni per il voto degli italiani residenti all'estero e per coloro che si trovano fuori dall'Italia per almeno tre mesi.

 

All'ultima consultazione nazionale, il referendum sulle trivellazioni del 17 aprile, erano 3.898.778 i connazionali aventi diritto e non più residenti in Italia.

 

Residenti all'estero. Gli iscritti all'Aire, l'anagrafe degli italiani residenti all'estero, riceveranno il plico elettorale a casa, come avviene per ogni tornata elettorale. Nel caso di mancata ricezione, si può richiedere il duplicato all'ufficio consolare di riferimento.

 

"E' un dovere del cittadino informare l'ufficio consolare su eventuali cambi di residenza", ricorda il Ministero.

 

Elettori temporaneamente all'estero. Chi per motivi di lavoro, di studio o per cure mediche si trova all'estero per un periodo di almeno tre mesi, al'interno del quale ricade la data del referendum, può partecipare al voto per corrispondenza.

 

Entro il 2 novembre si dovrà inviare al comune d'iscrizione nelle liste elettorali l'opzione su carta libera, allegata alla copia di un documento d'identità, che deve contenere l'indirizzo postale estero a cui deve essere inviato il plico elettorale, l'indicazione dell'ufficio consolare competente per territorio e una dichiarazione che attesti il possesso dei requisiti per l'ammissione al voto per corrispondenza (cioè che ci si trova all'estero per motivi di lavoro, di studio o per cure mediche). La scelta può essere inviata per posta, con un telefax, tramite posta elettronica (anche non certificata) o portata nel comune di residenza (anche da un'altra persona). 

A loro e a tutti gli iscritti all’Aire aventi diritto al voto – che a loro volta non hanno scelto di votare in Italia (in questo caso il termine è scaduto l’8 ottobre) – arriverà il materiale elettorale per posta entro il 16 novembre.

Quanti non dovessero ricevere il plico elettorale entro il 20 novembre potranno richiedere il duplicato al consolato.

Come stabilito dalla legge sul voto all’estero, le schede votate dovranno pervenire in Consolato entro il giovedì precedente la data di votazione in Italia, dunque in questo caso il 1° dicembre. dip

 

 

 

 

L’inchiesta. Italiani e tedeschi: il lungo addio. Ecco perché non ci capiamo più

 

Chi si avvantaggia dall’euro, chi difende i propri interessi (e chi vive meglio)? Uno studio commissionato dalla Friedrich-Ebert-Stiftung ha fotografato in profondità i due mondi che hanno preso strade divergenti - di Danilo Taino, corrispondente da Bruxelles

 

Italiani e tedeschi sono lontani e si allontanano. La relazione tra i loro Paesi è un asse portante senza il quale la Ue vacillerebbe. Otto anni di crisi economica e fiumi di polemiche sul passato e sul futuro dell’Europa hanno però creato divergenze sia strutturali — l’economia della Germania cresce, quella dell’Italia no — sia di relazione e di percezione che se non portate sotto controllo rischiano di creare danni seri ai due Paesi e all’intero continente. Uno studio commissionato dalla Friedrich-Ebert-Stiftung — fondazione legata al partito socialdemocratico tedesco — ha fotografato in profondità i due mondi che, alla vigilia del 70° anniversario della Comunità europea, hanno preso strade divergenti. Non siamo alla separazione ma malessere e incomprensioni montano mentre la fiducia cala. Soprattutto da parte italiana.

Quelli che seguono sono i risultati più significativi dello studio, condotto tra fine giugno e inizio luglio tra oltre duemila cittadini dei due Paesi. Di base, italiani e tedeschi sembrano vivere in due Europe diverse: il 43% dei primi pensa che l’appartenenza la Ue sia uno svantaggio (il 21% ne vede un vantaggio) e il 53% che fare parte dell’euro sia negativo (il 19% è positivo); il 43% dei tedeschi ritiene invece che la Ue faccia bene (contrari il 18%) e il 41% considera la moneta unica un vantaggio (contro il 25%). Le due opinioni pubbliche vanno in direzioni opposte ma non genericamente: il 74% degli italiani, infatti, è convinto che, in questi anni, dell’euro abbia beneficiato di più la Germania; il 31% dei tedeschi condivide questa idea ma il 27% pensa che ne abbia beneficiato maggiormente l’Italia e il 29% ritiene che la moneta unica abbia fatto bene a entrambi i Paesi.

L’idea che, nel rapporto con la Germania, l’Italia soccomba sembra radicata negli italiani: alla domanda su chi si avvantaggia nel rapporto economico tra i due Paesi, il 72% risponde la Germania. Anche qui, l’opinione dei tedeschi è più distribuita: il 23% risponde Italia, il 32% Germania e il 33% dice che è una relazione win-win. Le due opinioni pubbliche sono invece concordi nel ritenere che la Banca centrale europea non faccia l’interesse del proprio Paese: lo pensa il 64% dei tedeschi, e non è una sorpresa, ma curiosamente anche il 67% degli italiani. Le percezioni tornano a divergere su quanto fanno i governi di Roma e Berlino per sostenere i propri interessi nella Ue. Secondo il 66% degli italiani la Germania fa troppo e per il 70% l’Italia fa poco. Per il 53% dei tedeschi, invece, Berlino fa poco e solo l’11% pensa sia troppo assertiva a Bruxelles. In questo, c’è anche una distorsione percettiva rispetto alla realtà. Entrambi i Paesi sono contribuenti netti al bilancio Ue, la Germania al primo posto con 14,3 miliardi e l’Italia al quinto con 2,6 miliardi (nel 2015). Ma ognuna delle due opinioni pubbliche ritiene che l’altro Paese riceva di più di quanto paga.

Interessanti le risposte sul ruolo che i Paesi dovrebbero giocare nell’Unione Europea. Il 75% dei tedeschi è ormai convinto che Berlino debba prendere la leadership; il 66% degli italiani è contrario.

In generale, i tedeschi hanno un’opinione della Penisola migliore di quella degli italiani: in una scala da uno a dieci, assegnano 5,5 al potere economico dell’Italia, gli italiani si fermano a quattro; danno 6,8 alla qualità della vita contro uno strano 4,6 degli italiani. Infine, negli ultimi dieci anni il 60% dei tedeschi ha visitato l’Italia almeno una volta; il 58% degli italiani non ha mai messo piede in Germania. Forse per questo, in campo musicale gli italiani conoscono ben poco dei tedeschi: l’8% cita Beethoven e il 6% Bach. Mentre i tedeschi sono più sull’attualità: il 29% conosce Eros Ramazzotti e il 7% Gianna Nannini. Tra gli attori, Sophia Loren batte tutti, mentre l’unica tedesca riconosciuta dagli italiani (4%) è Marlene Dietrich. C’è parecchio da fare, sull’asse Roma-Berlino. CdS 22

 

 

 

 

Immigrazione, sorpasso dopo anni: più italiani all'estero che stranieri in Italia

 

Il dato consolidato Istat segnala un ribaltamento del trend. Il ritratto multietnico del paese nel Dossier statistico del centro studi Idos. Gli immigrati sono l'8,3% della popolazione, contribuiscono al sistema pensioni con oltre 10 miliardi di contributi e sono determinanti in diversi settori, dall'assistenza alle famiglie all'agricoltura. Oltre mezzo milione di imprese - di VLADIMIRO POLCHI

 

File per il rinnovo del permesso di soggiorno davanti all'Ufficio immigrazione della questura di Milano in un'immagine d'archivio (fotogramma)ROMA - Nel 2015, per la prima volta dopo molti anni, il numero di cittadini italiani residenti all'estero ha superato quello dei cittadini stranieri residenti in Italia. E' quanto emerge dal Dossier Statistico Immigrazione 2016, realizzato dal Centro studi Idos e della rivista Confronti, in collaborazione con l'Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni) e presentato oggi a Roma. Secondo i dati Istat citati nel dossier, sono infatti 5 milioni e 26 mila gli stranieri residenti nel nostro Paese nel 2015 contro i 5 milioni e 200mila italiani che, in base ai dati delle anagrafi consolari, risiedono fuori dalla madrepatria. Nel 2014, gli italiani all'estero e gli stranieri in Italia si equivalevano.

 

Il Dossier statistico Idos, però, aggiunge la stima sulle presenze effettive, che contemplano anche coloro che pur avendo un permesso di soggiorno non hanno preso la residenza: con questo criterio, gli immigrati regolari nel nostro Paese sfiorano i 5 milioni e mezzo, ai quali vanno aggiunti 1.150.000 che hanno già acquisito la cittadinanza italiana.

 

Cinque milioni e mezzo di "nuovi italiani" - Nel dettaglio, il rapporto stima che gli stranieri regolarmente in Italia siano 5 milioni e 498 mila (ai quali si aggiungono 1.150.000 di cittadini di origine straniera che hanno acquisito negli anni la cittadinanza italiana). Provengono in maggioranza da Romania (22,9%), Albania (9,3%), Marocco (8,7%), Cina (5,4%), Ucraina (4,6%). Il loro apporto, secondo il dossier, è "funzionale dal punto di vista demografico". Da anni infatti la popolazione in Italia è in diminuzione. "Questa tendenza peggiorerà, trovando tuttavia un parziale temperamento nei flussi degli immigrati - si legge nel Dossier - ; l'Istat ha ipotizzato, a partire dal 2011, una media di ingressi netti dall'estero superiore alle 300mila unità annue (livello rispetto al quale in questi anni si è rimasti al di sotto), per discendere sotto le 250mila unità dopo il 2020, fino a un livello di 175mila unità nel 2065".

 

Il record in Emilia - Nel 2015 l'Emilia-Romagna si conferma la regione d'Italia con la maggiore incidenza di cittadini immigrati: i residenti sono 533.479, il 12% della popolazione. Gli stranieri residenti registrano un calo nell'ultimo anno di 3.268 unità (-0,6%), ma il saldo negativo è determinato dal fatto che molti hanno acquisito la cittadinanza italiana. Nel 2015 sono nati nella regione 8.812 bambini con entrambi i genitori di origine straniera. La popolazione straniera si distribuisce in tutte le province con incidenze percentuali sempre superiori alla media nazionale dell'8,3%: si va dall'8,5% di Ferrara al 14,2% di Piacenza. La provincia con il maggior numero di stranieri rimane Bologna, con 117.122 residenti, seguita da Modena (91.867) e Reggio Emilia (67.703). Quasi un quinto degli immigrati che vive in Italia, invece, abita in Lombardia: 1.149.011 residenti, ovvero il 22,9% dei 5.026.153 presenti nel nostro Paese. L'incidenza sul totale della popolazione lombarda è dell'11,5%.

 

Le pensioni degli immigrati. La presenza degli immigrati, specialmente per quanto riguarda le pensioni per invalidità, vecchiaia e superstiti (Ivs), fornisce un corposo gettito contributivo (10,9 miliardi di euro nel 2015). I non comunitari titolari di pensione per Ivs gravano solo per lo 0,3% sul totale delle pensioni (39.340 su 14.299.048). "Benché sia consistente l'aumento annuale dei nuovi beneficiari, il differenziale rispetto agli italiani sarà elevato ancora per molti anni e andrà a beneficio delle casse previdenziali". E ancora: il bilancio costi-benefici dell'immigrazione per le cassi statali sarebbe pari a 2,2 miliardi di euro.

 

Un fiume di denaro inviato a casa. Il sostegno degli immigrati ai Paesi di origine è evidenziato dalle rimesse. In Italia si è registrato il picco delle rimesse nel 2011, con 7,4 miliardi di euro, scesi a 5,3 miliardi nel 2015. "Gli invii sono gestiti solo in un decimo dei casi dalle banche, preferite per le grandi transazioni, mentre negli altri casi prevalgono gli operatori di money transfer". Clamorosa la diminuzione del flusso monetario verso la Cina: da 2,6 miliardi di euro nel 2011 a 0,6 miliardi nel 2015.

 

I salari degli stranieri. Nel 2015 gli stranieri presenti nell'Ue sono stati il 7,3% degli occupati e il 12,5% dei disoccupati, mentre in Italia l'incidenza è stata del 10,5% tra gli occupati e del 15% tra i disoccupati. Nel periodo 2008-2015 per gli immigrati il tasso di disoccupazione è aumentato di 7,7 punti (per gli italiani di 4,8). Solo il 6,8% degli stranieri lavora nelle professioni qualificate, mentre il 35,9% svolge professioni non qualificate e un altro 30% lavora come operaio. In media la retribuzione netta mensile per gli stranieri è inferiore del 28,1% (979 euro contro i 1.362 degli italiani). E ancora: "In questa lunga fase di crisi, non tutte le collettività hanno tenuto come quella cinese, anche perché caratterizzata da una quota di lavoratori indipendenti pari al 47,5% contro una media del 12,5% tra tutti gli immigrati. I saldi occupazionali rilevati dall'archivio Inail sono stati positivi solo per le collettività maggiormente coinvolte in attività autonome, specie nel commercio (Cina, Egitto, Bangladesh, Pakistan). Ben diversa la situazione dei marocchini, il cui tasso di disoccupazione è del 25,4% e quello di occupazione del 44,1%".

 

Nuovi assunti e imprenditori. Gli immigrati nel 2015 hanno comunque inciso per il 28,9% sui nuovi assunti, "valori che sottolineano la loro funzionalità al mercato occupazionale in numerosi comparti e, in particolare, in quello del lavoro presso le famiglie e in agricoltura". Ha continuato a essere positivo anche l'andamento delle imprese a gestione immigrata, aumentate di 26mila unità e arrivate al numero di circa 550mila.

 

Il lavoro domestico. Nel lavoro domestico è occupata la metà delle donne immigrate, che in diverse collettività costituiscono la maggioranza (sono 8 su 10 in quella ucraina, mentre appena 2 ogni 10 tra i senegalesi e i bangladesi). Nel 2015, secondo l'Osservatorio sul lavoro domestico dell'Inps, le badanti e le colf

sono 886.125, di cui 672.194 con cittadinanza straniera. Ma, secondo stime, le persone che lavorano in nero uguagliano quelle assicurate. Non solo. In questa fase di crisi anche le donne italiane si sono inserite maggiormente nel comparto e tra il 2007 e il 2015 sono passate da 140mila a 213.931. LR 27

 

 

 

 

Presentato il Dossier statistico Immigrazione 2016: gli italiani all'estero superano gli immigrati in Italia

 

Curata dal Centro studi e ricerche Idos, l'analisi evidenzia come accoglienza, integrazione e nuova cittadinanza siano gli aspetti che fotografano la complessità del fenomeno migratorio in Italia. Alla fine del 2015 sono 5.026.153 gli stranieri residenti, superati dai connazionali all'estero (5.200.000, secondo i dati delle anagrafi consolari). I romeni sono i più numerosi (23%), seguiti da albanesi (9%), marocchini (8,7%), cinesi (5,4%), ucraini, filippini e indiani

 

ROMA – Accoglienza, integrazione, nuova cittadinanza: sono questi i tre aspetti che fotografano la complessità del fenomeno migratorio in Italia fedelmente riportati, numeri alla mano, dalla nuova edizione del Dossier statistico Immigrazione 2016, analisi curata dal Centro studi e ricerche Idos e presentata questa mattina al Teatro Orione di Roma.

Il volume illustra dettagliatamente e tiene insieme le caratteristiche dell'immigrazione nella Penisola: il consolidamento della popolazione straniera residente, 5.026.153 alla fine del 2015, solo 12 mila in più rispetto all'anno precedente, l'8,3% della popolazione totale; la dinamicità di questa presenza, con le 250mila persone provenienti dall'estero registrate nelle anagrafi comunali (per ricongiungimento familiare, lavoro o studio e gli arrivi via mare) contro le 45 mila in uscita; l'incremento dei “nuovi italiani”, con i 72 mila nati in Italia da genitori stranieri, gli oltre 800mila alunni di origine straniera che frequentano le scuole (il 54% dei quali nati in Italia, per un'incidenza sul totale degli iscritti del 9,2%) e i 178mila stranieri divenuti cittadini italiani; gli sbarchi dal Mediterraneo che proseguono impetuosi, 153mila nel 2015 e 115 mila da gennaio ad agosto 2016 (ma in Grecia nel 2015 sono arrivati ad oltre 850mila). Per la prima volta, inoltre – segnala il Dossier, – i connazionali residenti all'estero superano gli stranieri residenti in Italia: i primi sono infatti 5 milioni e 200 mila, secondo i dati delle anagrafi consolari. In Italia poi sono presenti 1/7 dei 35 milioni di stranieri residenti nell'Unione Europea.

Tra i coordinatori della presentazione, promossa in collaborazione con la rivista interreligiosa Confronti, l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razzismo della Presidenza del Consiglio dei Ministri e il sostegno del fondo Otto per Mille della Tavola valdese – Unione delle chiese metodiste e valdesi, Franco Pittau, del coordinamento redazionale del Dossier, che ha segnalato come l'obiettivo resti quello di contribuire ad una più approfondita conoscenza del fenomeno migratorio, sfatando pregiudizi pur senza nascondere le problematiche ad esso connesse, che possono essere però superate introducendo una dimensione di “prospettiva”. La speranza è anche quella di “aumentare il sentimento di solidarietà perché noi stessi – rimarca Pittau – restiamo un Paese di emigrazione”, con esperienze dunque molto analoghe a quelle degli immigrati in Italia e in tutto il mondo.

Si è soffermato sulle “priorità sociali” del Paese anche Paolo Naso, rappresentante della Tavola Valdese, precisando come esse riguardino sia “la promozione dell'accoglienza che il modello di accoglienza da promuovere” e come il Dossier fornisca “una bussola per orientarsi nel mare magnum di vecchie e nuove migrazioni”, “a partire dai dati e non dalle emozioni, che invece purtroppo condizionano larga parte del dibattito pubblico sul tema”. “Proprio dal Dossier è scaturito anche il progetto dei corridoi umanitari, un esperimento pilota per la gestione dei flussi che nasce dalla semplice applicazione della normativa esistente in un momento in cui l'Europa si chiude su se stessa e sogna una impossibile fortezza – rileva Naso, richiamando quanto messo in atto in questi ultimi mesi, anche in collaborazione con la comunità di S. Egidio, il Maeci e il Ministero dell'Interno, che ha consentito l'arrivo sicuro di 400 persone nel nostro Paese, “in un momento in cui in Europa si concepisce solo la misura del silenzio”, lasciando la gestione dei flussi alle frontiere più esposte. Guardando ai numeri della presenza straniera in Italia, Naso ritiene “insopportabili i ritardi della riforma in materia di cittadinanza” e ricorda come l'immigrazione giovi ad un ribilanciamento della dinamica demografica. Ritiene necessaria una politica che consideri i diversi aspetti della nostra “stratificazione migratoria”, mentre segnala come il numero degli sbarchi potrebbe essere agevolmente gestito e assorbito in un'ottica europea. Sul fronte dell'accoglienza italiana, indica quale modello virtuoso quello dello Sprar, che coinvolge enti locali e territori, mentre stigmatizza quello degli hot spot, meccanismo – dice - “privo di senso umano, dove si decide del destino delle persone unicamente in base al Paese di provenienza”. Infine, Naso rileva l'importanza dell'aspetto religioso delle migrazioni, illustrato nel Dossier, segnalando come “anche le comunità islamiche in Italia si debbano qualificare come contesto di accoglienza” e richiamando il pericolo integralismo e radicalizzazione, “avvertito da queste stesse comunità”. La risposta non può essere però quella della “chiusura dei luoghi di culto islamici come recentemente avvenuto a Roma” perché tale provvedimento, oltre che un “vulnus costituzionale, rappresenta un autogol perché colpisce luoghi di aggregazione e di dialogo – chiarisce Naso, sottolineando l'importanza degli attori religiosi nel percorso di integrazione dei migranti.

Il sottosegretario all'Interno, Domenico Manzione, dopo aver segnalato come la Camera dei Deputati abbia finalmente approvato – in prima lettura – una “importante e attesa” proposta di legge organica sulla protezione dei minori stranieri non accompagnati, ricorda come il carattere strutturale dell'immigrazione in Italia, ormai acclarato da tutti gli “addetti ai lavori”, debba essere fatto comprendere anche all'opinione pubblica, attraverso campagne di comunicazione interna che possano generare un accrescimento culturale. Lo stato “emergenziale” che continua ad essere dichiarato da più parti su questo fronte non aiuta infatti a predisporre risposte e soluzioni altrettanto strutturali – sostiene il sottosegretario, ritenendo il Dossier importante anche a questo fine. “L'Europa stessa rifiuta questa visione strutturale del fenomeno migratorio – prosegue Manzione – e vuole costruire muri oppure affida la gestione dei flussi alle navi, misura altrettanto non strutturale”. Per il sottosegretario è dunque necessario “immaginare un sistema completamente diverso, come quello di corridoi umanitari”, che ha dalla sua anche il pregio di “coinvolgere i Paesi dell'altra sponda del mediterraneo, che sono parte integrante del mare nostrum”.

Ad illustrare alcuni dei dati contenuti nel Dossier anche un video preparato da Rai News24 e l'intervento del presidente di Idos, Ugo Melchionda, che ritorna sul carattere imponente delle migrazioni a livello mondiale (sono 244 milioni i migranti nel mondo, 65 milioni quelli “forzati”, ossia richiedenti asilo, rifugiati e profughi), un picco mai raggiunto in precedenza e determinato – rileva - dagli oltre 25 conflitti attualmente in corso. L'Italia e l'Europa registrano quindi un “riflesso della situazione mondiale e in scala ridotta”: Melchionda ricorda infatti come in Libano vi siano 183 rifugiati su 1000 abitanti, mentre in Europa sono 2,9. Evidenzia poi come dall'inizio della crisi economica in Italia vi sia una chiusura delle quote di ingresso di lavoratori, chiusura sulla quale ritiene necessaria una riflessione considerando i dati che emergono nel Dossier – in particolare quelli sul contributo, economico e demografico, degli stranieri lavoratori - e guardando a possibili scenari futuri. Egli segnala infatti come il peso degli immigrati che lavorano – il loro tasso di occupazione raggiunge il 10,5% - sia più alto della percentuale della loro presenza sul totale della popolazione e più alto anche di quello registrato nella media Ue (dove gli stranieri sono il 7,3% degli occupati). Alto è anche il numero di disoccupati (456mila, il 15%), mentre è in crescita significativa il numero degli imprenditori stranieri in Italia: 550mila, un +5% -(9% sul totale delle aziende), e in controtendenza con le imprese gestite da italiani (che sono in calo). A confermare il dinamismo, la vitalità e l'importanza della componente straniera sono anche i dati relativi ai loro contributi previdenziali (10 miliardi di euro) e fiscali (per una stima di circa 16 miliardi contro un ritorno di spesa pubblica loro destinato quantificato in 14,7 miliardi di euro), con un bilancio al momento in attivo, visto che i cittadini non comunitari titolari di pensione sono lo 0,3% rispetto ai beneficiari totali. Melchionda segnala poi come la dimensione delle rimesse (5,3 miliardi di euro) sia nettamente superiore al contributo pubblico destinato all'aiuto allo sviluppo (4,2 miliardi), mentre la stima del contributo degli stranieri al Pil italiano è dell'8%. La lentezza dell'iter di riforma della cittadinanza poi, per il presidente dell'Idos, non è comprensibile a fronte del numero delle nascite e degli alunni stranieri che frequentano le nostre scuole. “Non vi è la comprensione di questa ricchezza e di quanto il dinamismo economico degli stranieri potrebbe contribuire alla promozione dei nostri stessi prodotti nei loro Paesi di origine e allo sviluppo di un'economia euro-mediterranea che farebbe realmente la differenza nella competizione globale, assicurando prospettive di pace ad un'area oggi invece molto instabile e in difficoltà – conclude Melchionda.

Anche il sottosegretario al Lavoro e alle Politiche sociali Luigi Bobba sottolinea l'importanza di una fotografia aggiornata di un fenomeno complesso e mobile come quello migratorio, analisi numerica che non dimentica però il contesto umano delle singole persone. “L'integrazione non deve restare una promessa e un annuncio, ma trasformarsi in percorsi concreti. Per questo – afferma Bobba – il governo ha con decisione intrapreso un percorso su questo tema in dimensione europea, con il migration compact, il sostegno al patto con l'Africa o lo scorporo delle risorse destinate all'emergenza dal bilancio pubblico”. Tra le iniziative messo in atto dall'esecutivo, il sottosegretario cita anche la legge per il contrasto al caporalato, la proposta di riforma della norma sulla cittadinanza, l'aumento del numero di progetti che riguardano l'integrazione dei migranti presentati nell'ambito del servizio civile e che coinvolgono giovani italiani e ora anche di origine straniera, grazie alla nuova legge sul terzo settore. Richiamati anche progetti che promuovono l'inserimento formativo e lavorativo di soggetti destinatari di protezione internazionale o valorizzano aziende che contribuiscono a tale integrazione, e progetti per la conoscenza del fenomeno attivati in collaborazione con il Miur nelle scuole. “Sono forse piccoli progetti rispetto alle sfide che abbiamo di fronte – ammette Bobba – ma sono un passo nella giusta direzione e che vogliamo senz'altro accelerare”.

Sul ruolo di ponte economico e culturale che possono svolgere le giovani generazioni figlie di immigrati tra l'Italia e il loro Paese di origine si è soffermata Lifang Dong, avvocato e socia fondatrice dello studio legale Dong & partners, mentre le conclusioni sono state affidate a mons. Lorenzo Leuzzi, vescovo ausiliare di Roma e responsabile della pastorale sanitaria e universitaria del Vicariato della capitale. Quest'ultimo ha in particolare evidenziato l'impegno delle chiese nazionali sul fronte dell'integrazione ed espresso perplessità sulla capacità “delle grandi correnti di pensiero, italiane o internazionali, di cogliere il momento che stiamo vivendo”. Leuzzi teme la prevalenza di una “teologia del nomadismo, che può suscitare l'idea che l'immigrazione sia una sorta di invasione” e auspica il passaggio ad una “teologia dello sviluppo, che guardi al benessere di tutti”. Un passaggio culturale che richiede la partecipazione di tutti all'elaborazione di un modello di società globale ma sostenibile, capace di superare la semplice “economia della sussistenza” per realizzare il benessere dell'uomo.

Tra i capitoli del volume segnaliamo in particolare “Italiani all'estero: globalizzazione, nuovi flussi e lingua” curato da Benedetto Coccia, Norberto Lombardi e Franco Pittau con la collaborazione di Adriano Benedetti.

Viviana Pansa, Inform 28

 

 

 

Integrazione europea. Nuove mode: l’Ue non serve più

 

Si sta sviluppando una politologia della disgregazione europea. Sull’ultimo numero di Foreign Affairs è comparso un articolo la cui tesi è che “un’Europa degli stati-nazione sarebbe preferibile alla disarticolata e inefficace Unione Europea di oggi”(1).

 

La forza del patriottismo

L’autore, Jakub Grygiel del Center for European Policy Analysis, dopo aver condotto un’ampia rassegna delle difficoltà del processo di integrazione e della crescita dei movimenti euroscettici nei diversi paesi, si concentra sulla questione della sicurezza vista dall’angolo americano, per affermare che “Washington non deve temere una dissoluzione dell’Ue. […] Stati pienamente sovrani potrebbero rivelarsi più capaci di un’unione ad affrontare le varie minacce alle loro frontiere.

 

Solo il patriottismo ha l’attrattiva forte e popolare per mobilitare i cittadini europei contro i pericolosi vicini”. Piuttosto, argomenta il testo, “mentre l’unione si dissolve, crescerà la funzione della Nato nel mantenere la stabilità e dissuadere le minacce esterne”.

 

Ma la tesi non si limita al campo della difesa. “In un’Europa dei rinati stati-nazione, i paesi continueranno a formare alleanze basate su interessi comuni”. L’esempio portato è quello dei paesi Visegrad che “hanno riunito le forze per opporsi ai piani dell’Ue che li avrebbero costretti ad accogliere migliaia di rifugiati”. In conclusione, “l’Europa sarà capace di affrontare le più pressanti sfide di sicurezza quando abbandonerà le fantasie di un’unione continentale e farà proprio il pluralismo geopolitico”.

 

La nazione baluardo contro la globalizzazione

In un altro saggio, tratto questo da The International Spectator, Federico Romero, professore all’Istituto Universitario Europeo di Firenze, muove dall’analisi del “decrescente ruolo dell’Italia nell’arena internazionale” per osservare che questa “media potenza” ha sempre condotto una politica estera mirante a farsi accogliere nei circoli multilaterali (2).

 

Solo che, con la fine della guerra fredda, questo approccio ha perso molti dei suoi vantaggi ed è stato compensato “da una grande illusione integrazionista che scontava il declino dello stato-nazione e la crescita di più ampie istituzioni fondate su un’interdipendenza regolata, fra le quali l’Ue allargata emergeva come un modello luminoso”.

 

Poi è venuta la crisi finanziaria con le sue conseguenze per noi difficili, quali la pressione deflazionista in omaggio all’austerità, il nuovo ruolo dominante della Germania e il difficile consenso sulla politica estera fra i diversi stati membri dell’Unione a 28.

 

Per cui, secondo Romero, dobbiamo “ripensare in che misura certe grandi convinzioni rispondono alla nostra situazione attuale e prevedibile”. Donde “la possibilità che il nostro stato-nazione, per quanto debole e inefficiente, sia non tanto l’ultima, quanto forse la principale, o anche la sola risorsa per cavalcare le onde della globalizzazione, o almeno resistervi”.

 

Ripieghiamo con il piano B

Più soft la tesi del terzo testo qui preso a campione: un articolo del noto commentatore Angelo Panebianco apparso sulla rivista Il Mulino (3). Che uno condivida o no, dice l’autore, la sua tesi che un’ulteriore integrazione verso uno stato federale sarebbe “impossibile e persino indesiderabile” perché tale stato potrebbe non essere compatibile con la democrazia, si deve riconoscere che oggi l’Unione Europea è destinata al fallimento.

 

Quindi occorre un “Piano B”, quale “un’evoluzione in senso schiettamente confederale che, sperabilmente arrivi un giorno a gestire, con metodo intergovernativo, la sicurezza europea […] in una co-partnership con gli Stati Uniti, a controllare i confini comuni, a preservare quel preziosissimo bene che è il mercato comune”. Insomma. dice Panebianco, “si tratta di sperare che la crisi diventi un’opportunità di cambiamento”.

 

Ma la crisi va ben oltre l’Ue

Le fantasie e le illusioni devono dunque cedere il passo al realismo. Ma il realismo non è esente dall’imperativo di tener conto del contesto complessivo. Il quale ci dice chiaramente che la crisi dell’Unione Europea non è un fenomeno a sé stante, ma è parte e sintomo di una crisi più generale, quella del sistema liberal-democratico, che si manifesta sia nel funzionamento degli stati che a tale sistema appartengono, sia nella coesione multilaterale fra di essi realizzata nella seconda metà del secolo scorso e sia infine nel modo e nella misura in cui si vuole essere modello per altre parti del mondo.

 

Evidenti sono le patologie di cui soffrono, anche se in misure diverse, le democrazie. A cominciare da quella del paese leader dell’Occidente, dove le campagne elettorali per la primarie e per le presidenziali hanno rivelato atteggiamenti nell’opinione pubblica che non scompariranno quando, a meno di eventi critici che possano influenzare il voto alla sua vigilia, vincerà il candidato rappresentativo della continuità.

 

Nella circostanza è stata coniata l’espressione “post-truth politics” per illustrare la prassi della distorsione della realtà al fine di catturare consensi. Altro esempio significativo di tale pratica si è avuto nella dialettica che ha portato una maggioranza di inglesi (ma non dei giovani, non degli scozzesi o degli irlandesi del nord) a votare per la Brexit sulla base di slogan non rispondenti, appunto, a verità.

 

Il gioco del rifiuto, contro la democrazia

La diffusa retorica del rigetto non si limita alle istituzioni di Bruxelles. Ai numeri decrescenti che le indagini di opinione rivelano in materia di consenso all’idea europea, di sostegno dei cittadini alle sue realizzazioni e di fiducia nei meccanismi (comunitari e intergovernativi) dell’Ue, è da accostare il calo di popolarità, talvolta anche maggiore, che stanno subendo i corrispondenti contesti nazionali.

 

E negli Stati Uniti il grado di sfiducia, quando non di rifiuto, dei cittadini nei confronti della classe dirigente (le famose élites), dei media e delle istituzioni è rilevante quasi quanto in Europa.

 

Il valore stesso di democrazia è in gioco. Non è un caso che quei paesi dell’est dell’Unione che, con il compiacimento di Grygiel, si alleano contro il principio della solidarietà tradotto dalla Commissione europea in quote di disperati da accogliersi nei paesi membri, siano gli stessi dove si verificano serie derive autoritarie.

 

Né che oltre oceano i fan di un Trump, che mette in dubbio la regolarità del processo elettorale a cui partecipa, alzino cartelli invocanti l’impiccagione della Clinton.

 

E poi c’è la questione del futuro dell’Occidente

E veniamo allora al legame transatlantico. L’istituto di opinione Pew ha riscontrato che meno della metà di italiani, francesi e tedeschi è disposta a difendere un paese Nato attaccato dalla Russia. E i populisti tanto citati quando si parla di anti-Europa sono in prevalenza anche anti-americani, non disdegnando alcuni partiti, come quello della Le Pen, i finanziamenti di Putin in cambio di simpatie geopolitiche. Quella di compensare il collasso dell’Ue, o la sua diluizione in formule confederali, con una più salda alleanza con gli Usa sembra sì essere una fantasia.

 

L’ipotesi di uscita dall’Euro e le riserve contro il mercato unico e le sue quattro libertà fondamentali si confondono con il rigetto della globalizzazione, per investire l’intero libero scambio, che si cerca di regolare con la governance multilaterale. Donde il formarsi di eterogenee alleanze fra destra e sinistra estreme, nonché di movimenti confusamente trasversali quali il nostro Cinque Stelle.

 

L’Unione Europea non sarà più un modello luminoso - sempre che lo sia mai stato - ma i liberal democratici che al suo interno sono a rischio di estinzione, come in Polonia e Ungheria, o al suo esterno sono a rischio di galera, come in Turchia, guardano pur sempre ad essa come riferimento di riscatto.

 

Il nazionalismo è crescente nel mondo intero.Il fallimento del più avanzato esperimento di composizione e condizionamento delle sovranità nazionali ne rappresenterebbe la vittoria decisiva, con l’esito di confinare l’Europa - quella degli stati-nazione, a sé stanti o confederati che siano - nell’irrilevanza geopolitica e di limitare seriamente l’influenza americana, dunque rimettendo in questione il futuro dell’Occidente.

(1) J. Grygiel, “The Upside to the EU’s Crisis”, Foreign Affairs, Sept/Oct 2016.

(2) F. Romero, “Rethinking Italy’s Shrinking Place in the International Arena”, The International Spectator, 51/1, March 2016.

(3) A. Panebianco, “Un piano B per l’Europa”, Il Mulino, 4/16.

Cesare Merlini, AffInt 26

 

 

 

Da Calais a Goro: cambia il mondo ma la politica per ora resta al palo 

 

Roma - Succede a Calais. Ma accade anche a Goro (Ferrara) o ad Aquilinia (Trieste). Così come ieri era avvenuto lungo i confini dei Paesi balcanici, quindi in Ungheria e Croazia, poi al Brennero: arrivano i migranti richiedenti asilo, fuggono da fame e guerra, ma trovano porte chiuse, confini serrati o, al più, una “giungla”. I rifugiati devono stare semmai in una bidonville lontano dal centro delle nostre città: occhio non vede, cuore non duole… E laddove una parrocchia o un ente locale mette a disposizione una struttura per l’accoglienza, si ergono barricate o partono gesti intimidatori.

Certo, l’arrivo in massa di bambini, donne, uomini, anziani dall’Africa e dal Medio Oriente sulle coste europee costituisce un problema difficile da gestire, che presenta un conto economico non indifferente e, soprattutto, solleva leciti timori tra i residenti dei Paesi ospitanti. Ma nel retrobottega il problema è un altro: chi e secondo quali regole decide come rispondere a questa “emergenza strutturale”? Con quali criteri gli Stati membri dell’Ue intendono regolare i flussi in arrivo? Oppure si pensa di respingere i migranti con la forza, come qualche leader nazionalista lascia intendere? E, ancora: è possibile che in sede Ue la stracitata “solidarietà” – che ciascuno invoca solo pro domo sua e quando c’è da attingere ai golosi fondi strutturali – acquisti forma anche sul fronte migratorio?

Tante domande che, in fin dei conti, possono confluire in un unico interrogativo: in un mondo globale, con sfide che passano sopra i confini nazionali e vanno oltre i poteri degli Stati, non sarebbe utile attrezzarsi con una governance su più livelli, rispettosa del criterio di sussidiarietà e al contempo capace di guidare i cambiamenti epocali in atto?

Ciò vale per il nodo-migrazioni, ma ugualmente potrebbe riguardare la risposta alla situazione di guerra in Siria o all’instabilità politica della Libia (due Paesi che, non a caso, sono all’origine di vasti flussi migratori verso l’Europa). Vale pure per la politica economica (il miniparlamento regionale della Vallonia sta bloccando l’accordo commerciale Ue-Canada negoziato in sette anni), per la politica energetica, la difesa dell’ambiente, la tutela della salute dei cittadini, la ricerca scientifica, la cooperazione internazionale…

È talmente evidente che ogni azione, o inazione, a livello statale ha ricadute sui vicini, che abbiamo imparato a preoccuparci per il Brexit, a seguire le trattative per il governo spagnolo e gli esiti delle votazioni in Svizzera, a chiederci se Marine Le Pen potrà essere il prossimo Presidente della Repubblica francese, a domandarci se Turchia e Russia siano vicini di casa da temere o meno. Tremiamo al pensiero che la Grecia possa andare in default causando pesanti ricadute sull’intera Eurozona (e quindi sulle nostre tasche); inquietano le sensibili opinioni pubbliche l’Isis, il terrorismo internazionale o gli eserciti del male, come Boko Haram; gridiamo allo scandalo se qualcuno adombra (magari solo per motivi elettorali) una possibile invasione di “idraulici polacchi” concorrenti rispetto al posto di lavoro dei nostri figli. Siamo talmente interdipendenti, anche oltre gli spazi continentali, che il presidente statunitense Obama si interessa del referendum costituzionale in Italia o delle dotazioni militari delle repubbliche baltiche.Il mondo si trasforma, nuove frontiere geopolitiche, economiche e sociali avanzano: cambierà anche la politica? E cambierà il rapporto tra cittadini e democrazia politica? (Gianni Borsa – Sir 26)

 

 

 

 

La solitudine dell'indigeno italiano

 

"QUI non c'è niente. Niente per noi, che ci siamo nati: figurarsi per gli altri". Potrebbe finire sui manuali di storia dei nostri anni complicati questa frase di una cittadina italiana, probabilmente moglie e madre, abitante della frazione di Gorino sul delta del Po, che ha partecipato al blocco stradale del suo paese per impedire l'arrivo di dodici donne immigrate coi loro figli nell'ostello requisito dal prefetto.

 

Le straniere sono state dirottate in tre altri centri del Ferrarese, Gorino continuerà a non ospitare nemmeno un immigrato, la protesta ha vinto. Smontate le barricate e il gazebo notturno i bambini possono tornare a scuola, i pescatori riprenderanno il mare. Tutto come prima? Non proprio. Quella frase dimostra che dall'egoismo del niente può nascere una vera e propria guerra per il nulla in cui viviamo. Che ci angoscia, ma che non vogliamo dividere con nessuno.

Il prefetto di Ferrara, Michele Tortora, ha requisito l'ostello di Gorino per ospitare dodici donne e otto bambini, ma i cittadini di Goro e Gorino hanno costruito barricate in serata, bloccando le strade, per impedire il passaggio del pullman scortato dalle forze dell'ordine. Alla fine i profughi sono stati dirottati in altre sedi, ma il presidio stradale è rimasto

Sono parole sincere, fotografie brutali delle mille periferie italiane quelle pronunciate al posto di blocco di Gorino. L'ospedale più vicino è a 60 chilometri, il medico viene in paese un'ora al giorno e se ne va, gli uomini sono fuori in barca dal mattino presto fino al tardo pomeriggio perché vivono di pesca, quell'ostello prima requisito poi restituito funziona anche da bar, è l'unico centro di ritrovo del paese, ha qualche camera per i pochi turisti che in stagione vogliono fermarsi per un giro sul delta. È una vita minima, s'immagina di sacrificio, attorno alla casa, la famiglia e la pesca. Dovrebbe farci riflettere il fatto che l'unica volta in cui il paese si sente comunità, agisce insieme, trova un'espressione collettiva, è davanti alla notizia che arriveranno dodici richiedenti asilo. Gorino non ha stranieri, tutti sono del posto. Ma ugualmente reagisce ribellandosi al sindaco di Goro, al prefetto, al colonnello dei carabinieri che promettono di far fermare le migranti una sola notte in paese. "Cosa vengono a fare qui? Abbiamo già i nostri guai, non ne vogliamo altri".

 

Non ci voleva molto a prevedere quel che sta succedendo. La superficie sottile della civiltà italiana - la solidarietà cristiana, la fraternità socialista, il buon senso compassionevole liberale - si sta sciogliendo nei punti più deboli della nostra geografia sociale, i piccoli centri della lunga periferia italiana, i paesi di montagna e di campagna, le isole ghettizzate all'interno delle grandi città. Persone in buona parte anziane, estranee al circuito del consumo multiculturale, frastornate dalla globalizzazione, con gli immigrati si trovano nei giardini spelacchiati sotto casa un mondo che non hanno mai visitato e mai conosciuto, senza che le comunità siano state preparate a gestire il fenomeno, inquadrandolo nelle sue dimensioni, nelle prospettive, nel rapporto tra i costi e i benefici. Si sentono esposti, si scoprono vulnerabili, diventano gelosi del poco che hanno, egoisti di tutto: o appunto di niente, perché l'egoismo sociale funziona anche come forma identitaria di riconoscimento sociale e di auto-rassicurazione.

Va così in scena una vera e propria lotta di classe in formato inedito, che mette di fronte la modernità esausta e logorata della democrazia occidentale con la primordialità dei mondi disperati che prendono il mare per cercare sopravvivenza, e nient'altro. Gli ultimi si trovano davanti i penultimi, che non vogliono concedere agli stranieri un millimetro di spazio sulla terra che considerano loro. Se non fossero scesi fino appunto al penultimo gradino della scala sociale (quello di un ex ceto medio che viveva del proprio lavoro, e che con la crisi si sente precipitare nella mancanza di impiego e di futuro) non si sentirebbero sfidati direttamente dai richiedenti asilo che bussano alla nostra porta: non si sentirebbero "concorrenti invidiosi di quell'elemosina sociale che l'Europa elargisce con un'accoglienza riluttante, mandando i carabinieri a requisire sei stanze di un ostello vuoto in una stagione turisticamente morta. È l'ultima espressione del welfare state: nato come forma di solidarietà, come strumento di emancipazione e di integrazione - dunque di cittadinanza - , diventa simbolo di divisione e di identità, come un privilegio da consumare soltanto noi, al riparo dagli occhi stranieri e alieni.

Per capire bisogna avere il coraggio e la pazienza di guardare dentro l'impoverimento morale prodotto in ognuno di noi dalla crisi, che agisce sul sentimento di sé e degli altri. È un percorso scavato dalla paura e dall'insicurezza, due giganteschi motori politici di cui raccoglieremo i risultati avvelenati tra qualche anno. La crisi più lunga del dopoguerra, la mancanza di lavoro, l'erosione dei risparmi, la disoccupazione giovanile, il terrorismo jihadista nei nostri Paesi sono fenomeni che tutti insieme trasmettono la sensazione di un mondo fuori controllo, senza più governance, con la mondializzazione che diventa una minaccia, la politica e le istituzioni fuori gioco. L'insicurezza sociale determinava ancora domande politiche, l'attesa di una soluzione di governo. Quando l'insicurezza da sociale diventa fisica, cerca invece soluzioni pre-politiche o post-statuali, che rispondano a paure più che a bisogni, a una necessità di protezione più che di emancipazione, come se in gioco ci fosse non più la sicurezza del cittadino, ma l'incolumità dell'individuo.

 

Questa miscela fatta di spaesamento e solitudine, panico del presente e angoscia del futuro, si scarica facilmente e immediatamente sull'immigrato. Soprattutto nelle piccole comunità, e nel caso di anziani soli davanti allo spettacolo della paura moltiplicato dalle televisioni, c'è il timore di perdere il filo di esperienze biografiche condivise, che è quel che forma identità e comunità. C'è il timore, cioè, di finire "globalizzati" a casa propria, spostati senza muoversi, mentre il mondo fa un giro completo intorno a noi che non sappiamo più padroneggiarlo, con le nostre mappe diventate inutili. "Noi non siamo razzisti", ripetevano davanti ad ogni microfono gli abitanti di Gorino sulle barricate. Ed erano sinceri. Ma siamo arrivati al punto che la coscienza di sé diventa esclusiva, la paura spiega l'egoismo, il destino degli altri non ci interpella: purché non qui da noi, finiscano dove vogliono, finiscano come possono, finiscano comunque. È la presa d'atto di una sotto-classe umana che non ha diritti e non può pretenderne, perché non assimilabile e dunque superflua, quindi inutile. Quanto alla sua pretesa di sopravvivere, alla sua ricerca disperata di libertà a costo della vita, è un problema che non ci riguarda: non noi, non ora, soprattutto non qui.

In questo modo mutiliamo la nostra umanità e rinunciamo ad ogni politica nei confronti dei migranti. La sostituiamo con il bando. Ci basta bandirli per non vederli, respingerli per allontanarli, non farli avvicinare per proteggerci. Non capiamo che solo una Europa che abbia un ministro degli Interni dell'Unione e una politica estera unitaria può affrontare il fenomeno. Dovremmo pretenderla, imporla, costruirla, invece di mettere in campo misure burocratiche e fisiche di selezione, le liste delle lingue e dei dialetti, la richiesta di esaminare i denti dei ragazzi richiedenti asilo per capire se sono bambini, minori o adulti, i rilevatori di battito cardiaco e di CO 2 al porto di Calais quando arrivano i camion, per scoprire se ci sono esseri umani nascosti.

 

Se la politica non contrasta il passo alla paura, rispondendo ai sindaci toscani che denunciano una sperequazione nelle quote di accoglienza, ascoltando il sindaco di Milano che chiede di uscire dall'emergenza perché ormai il fenomeno ha bisogno di misure strutturali, faremo crescere mille casi Gorino, tentativi disperati e inutili di privatizzazione della sicurezza nella dispersione di ogni sentimento di fiducia nello Stato, nel suo senso di giustizia, nella sua capacità di garantire insieme protezione e democrazia. Proprio nel momento in cui credono di poter far da soli, non lasciamo soli i cittadini di Gorino: lo sono già, in compagnia soltanto delle loro paure. Ma sul delta del Po, ieri è nata l'ultima nostra raffigurazione contemporanea, spogliata del cosmopolitismo, dell'identità europea, del multiculturalismo, del sentimento di cittadinanza del mondo. È l'indigeno italiano, ciò che certamente noi siamo ma che non ci eravamo mai accontentati di essere. EZIO MAURO LR 26

 

 

 

Tra i parlamentari eletti all’estero vince il sì

 

Sono quattro milioni i voti in ballo, e potrebbero rivelarsi addirittura decisivi: sono 43 i comitati “Basta un Sì” e 27 quelli del variegato schieramento del no

DOMENICO DI SANZO

 

Ha fatto discutere il viaggio di Maria Elena Boschi in Sud America per diffondere il verbo del sì al referendum costituzionale nella grande comunità di italiani che vivono in quei paesi. Appena passata la bufera sulle spese della ministra, e il grillino Luigi Di Maio il 17 ottobre scorso annuncia il suo “tour mondiale” per convincere gli italiani all’estero delle buone ragioni del no. Sono quattro milioni i voti in ballo, e potrebbero rivelarsi addirittura decisivi. Lo dimostra il fiorire di comitati in giro per il mondo, diviso come l’Italia, tra sì e no.  

 

All’estero, almeno stando ai numeri dei comitati aperti, prevale il sì, forte anche della struttura del Partito Democratico con i suoi circoli sparsi un po’ dappertutto. Sono 43 i comitati “Basta un Sì” e 27 quelli del variegato schieramento del no. A fare la parte del leone ci sono l’Europa e, in generale, i paesi di emigrazione italiana. In Svizzera, Germania, Francia, Belgio, Inghilterra, Spagna, Stati Uniti e Australia si sono organizzati sia i sostenitori del sì che quelli del no. Ma la campagna elettorale è nel vivo in tutto il mondo. Dalla Svezia, dove c’è il Comitato per il Sì Svezia, ad Hasselby vicino Stoccolma, fino al Venezuela, dove nella capitale Caracas c’è un comitato per il no. Per giungere alla Sky Tower di Abu Dhabi negli Emirati Arabi, indirizzo di un comitato per il sì.  

 

In prima linea ci sono i parlamentari eletti all’estero. Come il Pd Marco Fedi, presidente del gruppo interparlamentare di amicizia Italia-Australia. Ma la sua casella di posta istituzionale della Camera risulta, dalla mappa dei comitati “Basta un Sì”, come la mail di riferimento del comitato tunisino per il Sì al referendum. Mentre Francesca Lamarca, sempre del Partito Democratico, ha dato il suo indirizzo di posta di Montecitorio come contatto del comitato per il sì di Toronto, in Canada, la città dove è nata nel 1975. Un altro deputato dem, Gianni Farina, guida il comitato Basta un Sì – Sì della Ragione con sede a Uster, in Svizzera. Nella cittadina del Canton Zurigo vive una folta comunità di italiani, e i sostenitori del sì si riuniscono nell’associazione culturale “Svizzera Italiana”.  

 

Ma il boom del sì è a Londra. Nella capitale del Regno Unito si contano ben quattro comitati per il sì, coordinati da quello che fa riferimento al circolo del Pd di Londra. Il segretario dei democratici “londinesi”, Roberto Stasi, impegnato nella campagna elettorale anche in Irlanda dice: «La nostra è un’iniziativa di partito, ma nel comitato ci sono anche persone senza tessere, inoltre coordiniamo gli altri gruppi a Londra, tra cui uno animato da giovani della Uil». Continua Stasi, 34 anni impiegato in una banca inglese: «Io sto girando tutto il Regno Unito, da Edimburgo a Dublino, non solo l’Inghilterra, e facciamo volantinaggio in qualsiasi luogo dove ci possano essere italiani, persino ai concerti di Zucchero e Laura Pausini». Il segretario del Pd di Londra commenta: «A me non interessano le beghe interne del Pd, e ho notato che qua i dibattiti sono più incentrati sui contenuti della riforma che sulle polemiche politiche, gli italiani all’estero vogliono capire».  

 

Lo stesso concetto è ribadito da Maurizio Manca, referente del comitato per il No a Ginevra, altro posto dove c’è una numerosa comunità italiana: «Qua c’è più spirito critico, agli incontri ai quali partecipano dalle 40 alle 80 persone ogni sera, non vedo tifosi sfegatati come in Italia». Il comitato di Ginevra riunisce al suo interno molte anime del No: c’è Anpi Ginevra, Libera, Il Circolo Libertà e Giustizia, e l’associazione “A Riveder Le Stelle” fondata proprio da Manca. Che specifica: «Io sono un attivista del Movimento Cinque Stelle, ma in questo caso “a riveder le stelle” è una citazione dall’ultimo verso dell’Inferno della Divina Commedia di Dante Alighieri».  LS 23

 

 

 

 

Immigrazione. Italia sempre più delusa dall’Ue

 

Siamo nuovamente i primi. Il forte contenimento dei flussi destinati alla Grecia avvenuto nella seconda parte del 2016 - frutto anche dell’accordo tra l’Unione europea, Ue, e la Turchia - ha fatto riguadagnare all’Italia il primato di Paese con il più alto numero di sbarchi.

 

Infatti, mentre l’Europa si congratula per la quasi totale chiusura della rotta balcanica, il flusso mediterraneo non si arresta: secondo i dati dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, fino al 25 settembre 2016 in Italia vi sono stati più di 130mila arrivi, rispetto ai 153mila dell’intero 2015.

 

Dopo Bratislava il premier Matteo Renzi ha ripetutamente biasimato l’Europa che promette ma non fa, dichiarandosi insoddisfatto per le politiche economiche e soprattutto d’immigrazione. Ha ribadito, che per frenare i flussi nei Paesi di origine e transito, bisogna dare priorità all’Africa. Se questo continente non verrà seriamente preso in considerazione dall’Europa, “l’Italia farà da sola”.

 

In attesa del summit del Consiglio europeo del 20-21 ottobre, in cui verrà discussa anche la questione migratoria, c’è da chiedersi se la minaccia della disintegrazione Ue sia veramente l’opzione più convincente. Sarebbe forse più opportuno che l’Italia si facesse promotrice di un’Europa a geometria variabile, con un nucleo di stati membri impegnati in un processo di maggiore integrazione. Ma non può farlo da sola.

 

Lo strappo di Bratislava, apice del tira e molla sull’immigrazione

Se Ventotene per Renzi aveva simboleggiato il sogno di una ‘nuova Europa’, guidata dalle tre grandi potenze, Bratislava ha rappresentato l’ennesimo colpo basso nella relazione italo-europea sulla questione migratoria. Il breve capitolo su migrazione e frontiere esterne, contenuto nelle conclusioni della riunione, si concentra esclusivamente sui Balcani e sulla Turchia, richiamando la necessità di chiudere le frontiere esterne dell’Ue.

 

Nessun accenno invece alla dimensione mediterranea. Sembra scomparso, il ‘piano africano’ - che prevede finanziamenti e investimenti strutturali ed imprenditoriali ai fini del contenimento dei flussi - presentato da Renzi nel Migration Compact e apparentemente ripreso nei mesi successivi dalla Commissione.

 

Stesso destino sembra spettare alle promesse di solidarietà e di equa ripartizione degli oneri della ‘crisi migratoria’. Al contrario, la Cancelliera Angela Merkel ha ritenuto ‘positiva’ la proposta di un approccio di solidarietà flessibile dei quatto Paesi di Visegrad, proposta che consente a quest’ultimi di non accogliere rifugiati, ma di contribuire economicamente o mediante altri strumenti. Le proposte di un sistema permanente di ricollocazione dei richiedenti asilo sembrano essere tramontate definitivamente.

 

2015, l’anno della svolta mai arrivata

Dopo le rivoluzioni arabe del 2011, quando la rotta mediterranea ha assunto un’importanza fondamentale nei flussi migratori, l’Italia è stata il principale porto per coloro che volevano raggiungere l’Europa dall’Africa. Paradossalmente, l’Italia, per la maggior parte dei migranti, non è mai stata la destinazione ultima, ma semplicemente un Paese di transito verso il nord. Per tanti anni, Roma ha tentato di attirare l’attenzione su questa problematica, ma senza successo.

 

Il 2015, anno di un rinforzato dialogo europeo sulla questione migratoria, pareva aver segnato una svolta. La fattuale sospensione del regolamento di Dublino, il programma di ricollocazione e il patto Ue-Turchia - che, pur se criticato, rappresenta il primo accordo di ampio raggio che realizza la dimensione esterna delle politiche europee di migrazione - hanno dato l’impressione di una svolta in senso sovranazionale.

 

In realtà ha però solamente evidenziato come l’attenzione degli Stati membri rispecchi l’interesse nazionale: solo alla luce dei flussi sempre più consistenti nei Paesi fin allora protetti dalla buffer zone italo-greca, si è finalmente parlato di migrazione a livello europeo.

 

La sostanziale chiusura della rotta balcanica sembra però aver sancito anche la chiusura della stagione delle politiche europee. E il risultato per l’Italia è deludente: il meccanismo di ricollocazione sta funzionando a rilento: dei 40mila rifugiati che dovevano essere ricollocati dall’Italia ad altri paesi europei, ad oggi ne sono stati ricollocati meno di 1.200 e la rotta mediterranea continua ad essere attiva, mantenendo flussi praticamente identici all’anno passato.

 

Unione a geometria variabile?

L’Italia ha fissato una dead line simbolica: il 25 marzo 2017, data che segna i 60 anni dalla ratifica dei Trattati di Roma. Qualora non vi fossero dei risultati per questa scadenza, l’Italia minaccia la disintegrazione. A suon di ‘faremo da soli in Africa’, Roma avverte che opererà autonomamente e al di fuori dagli schemi europei.

 

Invece di agire come lupo solitario, il nostro Paese potrebbe accettare la realtà dei diversi valori e mirare ad un nucleo di Stati Membri che si facciano portatori di un processo di maggiore integrazione. Un’Europa a geometria variabile rappresenterebbe in fin dei conti una formalizzazione e un rafforzamento dello status quo. Contrariamente alle recenti prese di posizione sarebbe però necessario che Germania e Francia includessero l’Italia nel nucleo forte, riconoscendola come partner fondamentale.

 

Da molti anni si era detto che la questione migratoria avrebbe decretato il successo o il fallimento di un’Unione dei valori, capace di andare oltre agli accordi di natura commerciale. Se non vi sarà un radicale cambiamento di approccio nel breve periodo, che metta in secondo piano le lotte politiche interne, vivremo non solo il tramonto di un’Europa più sovranazionale, ma anche il fallimento in partenza di un’Europa a geometria variabile.

Anja Palm, AffInt17

 

 

 

 

Alfano avvia l’iter per l’intervento di Bruxelles. L’Italia alla Ue: quote migranti, ecco i Paesi da sanzionare

 

Dieci Stati non ne hanno ricollocato neanche uno. Le cifre sull’emergenza migratoria testimoniano la violazione delle regole comunitarie a danno dell’Italia

di Francesco Verderami

 

Le cifre sull’emergenza migratoria testimoniano la violazione delle regole comunitarie a danno dell’Italia. E i numeri sul ricollocamento dei richiedenti asilo smascherano l’ipocrita solidarismo dell’Unione verso Roma. Nei documenti redatti dal Viminale il ministro dell’Interno legge non solo «le ragioni della crisi dell’Europa» ma anche «la minaccia dell’interesse nazionale». Ecco cosa spinge Alfano a prefigurare — in assenza di novità sostanziali — «un passo formale del governo verso la Commissione», perché Bruxelles imponga agli Stati Ue il rispetto degli accordi presi. O li sanzioni in base ai poteri attribuitele dai Trattati. Per l’Italia «non è accettabile» che continuino a restare disattese le «Decisioni» numero 1523 e 1601 con le quali i partner europei si erano impegnati ad accogliere «per quota» una parte di migranti approdati sul territorio nazionale. «Non è accettabile» che su 47.857 richiedenti asilo da trasferire in altri Paesi comunitari ne siano stati finora ricollocati solo 1.392. «Ancor più grave che negare la solidarietà è assicurare la solidarietà e poi negarla», commenta il titolare del Viminale scorrendo la black-list degli inadempienti.

«Solenne promessa»

Nell’atto d’accusa sono compresi tutti gli Stati dell’Unione, dato che nessuno ha tenuto fede alla «solenne promessa» fatta nella primavera del 2015, all’indomani dell’ennesima strage di innocenti nel Mediterraneo. Allora i leader europei si strinsero al fianco dell’Italia, «allora — ricorda il ministro dell’Interno — ci venne offerta la solidarietà in cambio di gesti di responsabilità. Dicevano: “Noi ci faremo carico di una parte dei migranti ma voi dovrete organizzare gli hotspot, prendere le impronte digitali, sigillare le frontiere...”. Quanto dovevamo fare, noi l’abbiamo fatto. Loro invece ci hanno voltato le spalle». Di fronte a questi gesti, anche chi — come Alfano — sostiene di essere «cresciuto nell’ideale europeista», vede «messo a dura prova» il proprio credo: «Questa non è l’Europa che sognavamo». Non aleggiava certo lo spirito europeista di Adenauer o di Schumann all’ultimo vertice dove si è parlato di immigrazione, se è vero che l’ungherese Orbán prima ha attaccato violentemente Juncker, poi si è allontanato: «Devo andare in bagno». Malgrado questo clima il governo italiano «non smette di operare», nel salvataggio in mare come nella gestione a terra dei migranti. «Non è un video-game», cerca di far capire il ministro dell’Interno: «Quotidianamente impegniamo uomini e risorse, tra il dramma di chi arriva e le sofferenze dei nostri concittadini».

Interesse nazionale

Il fatto che, per tutta risposta, non solo Roma sia rimasta sotto l’osservazione di occhiuti burocrati di Bruxelles, ma sia stata «persino messa all’indice per lo 0,1 del bilancio», ha provocato la reazione. Così il responsabile del Viminale ha chiesto ai suoi uffici uno studio in tempo reale sul ricollocamento. E siccome ad oggi i partner dell’Unione non hanno accolto «nemmeno il 3%» dei migranti stabiliti dalle quote, si è convinto che «è l’ora di porre un limite»: «Bisogna essere chiari con gli altri Paesi e con Bruxelles. Il problema non è lo sforamento di un decimale nei conti di uno Stato che deve ovviare a un’emergenza. Il problema è il clamoroso e collettivo inadempimento davanti a una emergenza, che lascia presagire l’inaffidabilità dell’Europa». Di qui la decisione di mettere l’Unione dinnanzi alle proprie responsabilità: «L’Italia con il suo impegno sta salvando l’Europa, ma il governo deve e vuole difendere anche l’interesse nazionale». Perciò Alfano ritiene che l’esecutivo debba prepararsi a chiedere formalmente alla Commissione una «verifica sullo stato di attuazione delle Decisioni assunte a livello europeo per il ricollocamento dei richiedenti asilo». Tradotto dal linguaggio tecnico è una mossa che prepara la richiesta di apertura di una procedura d’infrazione per gli Stati inadempienti.

«Mancano strumenti giuridici»

Secondo i Trattati, spetta alla Commissione vigilare sul rispetto delle regole. Nel caso la Commissione abbia notizia di una violazione, può procedere d’ufficio. Finora non s’è mossa, ma potrebbe essere «attivata» da un governo nazionale attraverso una «formale segnalazione». A quel punto spetterebbe a Bruxelles avviare la verifica e imporre agli Stati membri di ottemperare all’impegno, pena una successiva sanzione. Ovviamente la Commissione dovrebbe stabilire se c’è stata inadempienza, e sul ricollocamento dei migranti i documenti del Viminale non lasciano adito a dubbi. «Purtroppo mancano gli strumenti giuridici», aggiunge con ironia mista ad amarezza Alfano: «Visto l’andazzo, noi dovremmo chiedere una procedura d’infrazione contro l’Europa. Dato che non si può fare, speriamo almeno che l’Europa si adoperi contro se stessa per mancata vigilanza». La prospettiva di avviare la procedura sulla disattesa applicazione delle Decisioni è un ulteriore (e diverso) strumento di pressione su Bruxelles e sui partner, rispetto all’ipotesi avanzata da Renzi di porre il veto sul bilancio europeo. Ma tanto il premier quanto il ministro dell’Interno si muovono con lo stesso intendimento: «Salvare l’Europa e difendere l’interesse nazionale». CdS 30

 

 

 

 

Migranti: in aumento quelli che tornano a casa grazie ai “ritorni volontari assistiti”

 

Per i migranti che non riescono a trovare la strada dell'integrazione in Italia, o per chi è in difficoltà per altre ragioni, esiste la possibilità dei "ritorni volontari assistiti" finanziati oggi dal Fondo asilo migrazione e integrazione. In sei anni circa 4.000 persone sono tornate nel proprio Paese, altre 3.000 - entro marzo 2018 - potranno essere aiutate con contributi economici e accompagnamento personalizzato. L'esperienza del Cir, il Consiglio italiano per i rifugiati: con il progetto "Integrazione di ritorno 3" sta accompagnando 270 persone. Le storie di successo, in un trend di aumento

 

Tra i migranti in Italia c’è chi arriva e chi ritorna. E’ già da tempo, infatti, che a causa della crisi economica ed occupazionale molti residenti immigrati di lunga data decidono di fare le valigie e tornare a casa. Si parla di circa 200mila persone cancellate dall’anagrafe della popolazione residente in Italia. Per chi non ha la possibilità economica di ricostruirsi una vita nel Paese di origine in maniera autonoma, da alcuni anni sono attivi dei programmi europei che finanziano i cosiddetti “ritorni volontari assistiti”, aiutando cioè le persone al reinserimento socio-economico con contribuiti economici ed accompagnamento personalizzato. In sei anni, dal 2009 al 2014, grazie al Fondo europeo rimpatri, dall’Italia sono partite 3.919 persone. Dopo un blocco di un paio di anni l’Ue ha finanziato un nuovo Fondo asilo migrazione e integrazione (Fami 2014-2020), per 3.000 nuovi posti da giugno 2016 a marzo 2018, in diversi programmi di ritorni volontari assistiti. Tra i soggetti che se ne occupano c’è il Cir, il Consiglio italiano per i rifugiati: con il progetto “Integrazione di ritorno 3” sta accompagnando 270 cittadini provenienti da Colombia, Ecuador, Perù, Ghana, Marocco, Nigeria e Senegal. In passato ha seguito 101 persone.

Il trend dei ritorni volontari assistiti è dunque in aumento ed in linea con la tendenza generale a lasciare l’Italia.

Uno strumento utile per chi non trova integrazione. “La novità di questo nuovo bando – spiega Valeria Carlini, ufficio stampa e coordinatrice del progetto ‘Integrazione di ritorno’ – è l’apertura anche a chi ha il permesso o la carta di soggiorno, oltre a chi ha ricevuto il diniego e gli irregolari, ai quali si dedica comunque grande attenzione. I ritorni volontari possono diventare sempre più uno strumento di sostegno utile a quanti non trovano la strada di integrazione che cercano”. Inoltre, aggiunge, “se fatti bene, i ritorni volontari assistiti rappresentano una sorta di aiuto allo sviluppo per l’economia del Paese di origine”.

Le persone che possono usufruire della misura vengono segnalati dalle associazioni e dalle comunità sul territorio. Il programma mette a disposizione servizi di orientamento, assistenza sociale e legale negli sportelli Cir di Roma e Milano, assistenza per l’organizzazione del viaggio e un contributo economico di 400 euro a persona per le spese di prima necessità.

I piani di reintegrazione nel Paese di origine sono realizzati in partnership con organizzazioni non governative (il Cir collabora con Oxfam, Cisp, ProgettoMondo-Mlal). Sono a disposizione 1.600 euro in beni e servizi per singoli o capifamiglia, più 800 euro per ogni familiare maggiorenne a carico e 480 euro per ogni minorenne. Ma come evitare il rischio che qualcuno approfitti dell’opportunità economica anche se non ne ha realmente bisogno? “Chi sceglie questa strada deve lasciare il permesso di soggiorno alla frontiera – precisa Carlini -. E’ una scelta definitiva: non è che dopo due mesi si può tornare in Italia”.

Le storie di successo: la parafarmacia della coppia peruviana. Tra le esperienze di successo, molte delle quali raccolte in un report, quella di una coppia di peruviani, tra i 40 e i 50 anni, entrambi infermieri. Manuel (sono nomi di fantasia) è arrivato in Italia nel 2009 per motivi di lavoro: le agenzie di collocamento peruviane gli avevano anticipato il denaro per il viaggio, il vitto, l’alloggio e il corso di italiano, per poi rientrare dell’investimento trattenendo i primi stipendi guadagnati. In Italia ha lavorato subito come infermiere a Cagliari, in una casa di cura. Poi a Como, in una residenza per persone disabili. Manuel ha imparato subito l’italiano e acquisito nuove competenze professionali. Maria è arrivata in Italia l’anno dopo, e ha lavorato in una casa di riposo a Padova e in alcuni ospedali. Ma negli ultimi anni, a causa della crisi, non riusciva più a trovare un impiego. La coppia è costretta ad occupare una casa popolare sfitta, dove vivevano insieme alle due figlie. Gli unici aiuti erano quelli del Banco Alimentare e della Caritas. All’inizio lei riusciva a mandare i soldi ai familiari rimasti a casa. Ma negli ultimi tempi accadeva il contrario. In Italia la vita comincia a diventare troppo dura: decidono di tornare a casa per garantire un futuro migliore alle piccole, che hanno meno di due anni. Il sogno di aprire un’attività commerciale nel settore sanitario nella loro città, Juliaca, si realizza in breve tempo. Arrivano in Perù nel maggio di quest’anno e riescono ad avviare una parafarmacia, con servizi infermieristici privati, a pochi passi da casa.

Una nuova vita in Ghana a 68 anni. John, 68 anni, è arrivato dal Ghana nel 2007, dove ha lasciato moglie e cinque figli. Quando viene segnalato al progetto è stanco di vivere in Italia, senza prospettive lavorative e lontano dai suoi affetti. La sua permanenza è stata molto dura ed ora si trova in condizioni di estrema difficoltà economica: vuole ritornare nel suo Paese per ricongiungersi con i suoi familiari e contribuire al benessere familiare. In Ghana vorrebbe gestire insieme alla moglie una struttura in cui vendere al dettaglio abiti usati. Lei è felice di riaccoglierlo e di ricominciare una nuova parte di vita insieme. Il 22 maggio 2015 John ha felicemente riabbracciato la sua famiglia. Oggi gestisce a Kumasi un negozio con la moglie, coinvolgendo anche i figli, per garantire loro un futuro. Il contributo del progetto è stato utilizzato per acquistare la merce e trasportarla da Accra a Kumasi. La presenza di una forte rete familiare è stata essenziale per il successo del progetto.

Ritorno in Ecuador, in fuga dal compagno violento. Non mancano le storie di vulnerabilità, come quella di Imelda, arrivata in Italia nel 2009 lasciando in Ecuador due figli. Ha lavorato come badante, operaia, addetta alle pulizie, cameriera, cuoca in un ristorante. Ha anche trovato un nuovo compagno da cui ha avuto un bambino. Ma l’uomo si è purtroppo rivelato violento e Imelda è finita in ospedale diverse volte prima di riuscire a separarsi. La situazione economica si è improvvisamente complicata, ha perso il lavoro, non è più riuscita a sostenere i costi dell’affitto e dell’asilo per il figlio. Si è rivolta al progetto per tornare a casa. In Ecuador, dopo diverse difficoltà d’inserimento, dovute soprattutto alla mancanza di una rete familiare di supporto, è riuscita a stabilirsi in una nuova casa con i tre figli. Ha avviato un’attività di vendita di bibite e alimenti preparati in casa e i ragazzi frequentano tutti la scuola pubblica. Patrizia Caiffa Sir 20

 

 

 

 

Mattarella: «Anche con la lingua italiana si propone all’estero la qualità del Paese»

 

Secondo il capo di Stato è un falso problema pensare che l'italiano sia l'idioma del passato e l'inglese quello della modernità: «L'italianità parla di bellezza e umanesimo» - di Marco Gasperetti

 

FIRENZE – Anche la lingua italiana è un vettore importantissimo per la promozione all’estero del sistema Paese. E il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nell’intervento che conclude la due giorni egli Stati generali della lingua italiana a Palazzo Vecchio, ribadisce e rafforza il concetto che è anche una strategia. «Non possiamo dimenticare - spiega Mattarella nel Salone dei Cinquecento - il fatto che a parlare dell'Italia sono ambiti importanti come l'arte, la musica, il design, la moda, il cinema, lo sport, l'industria e la cucina» e dunque anche l’idioma, se promosso, insegnato (è la quarta lingua più studiata al mondo ndr) può essere un medium importante per raccontare l’Italia».

Perché promuovere la nostra lingua è «un'idea lontana dall'arroccamento identitario», ma un mezzo per offrire alle altre culture, il portato dell'esperienza raccolta nel corso della storia, perché «l’italianità parla di umanesimo», ha detto Mattarella. Ed è un falso problema pensare che l’italiano sia la lingua del passato e l’inglese quella della modernità. Mattarella a Firenze svolge un doppio ruolo. Non solo quello di capo di Stato, ma anche di accademico della Crusca, che ringrazia per la su attività di difesa della nostra lingua.

«Proporre la qualità Italia è anche proporre l’umanesimo che deriva dalla nostra cultura, dal modo di vivere, di lavorare – spiega il presidente Mattarella –. Valorizzare il passato già noto non può esaurirsi in percezioni di nostalgia, ci tocca invece il compito di riprogettare continuamente l’immagine e l’offerta culturale del nostro Paese». Mattarella parla anche dell’attrattiva che la nostra cultura ha e deve avere nel mondo con l’arrivo di giovani orgogliosi di studiare in Italia, e dunque «ogni settore del nostro Paese è chiamato ad essere fonte di ispirazione e di avvicinamento alla cultura italiana e non possono mancare in questa direzione iniziative tese all’attrazione di talenti in Italia insieme a quelle dirette al rientro dei talenti italiani che hanno visto crescere all’estero le loro competenze».

«Le industrie del nostro Paese che hanno puntato sulla internazionalizzazione hanno recato e recano un contributo fondamentale alla causa della nostra cultura e della nostra lingua - continua Mattarella - esprimendo quella civiltà e quell'umanesimo del lavoro che costituisce tanta parte del nostro bagaglio». Dunque, per il capo dello Stato, serve un rafforzamento dei canali televisivi in lingua italiana all'estero e di contenuti per la rete Internet, come il portale della lingua italiana nel mondo presentato nella «due giorni» fiorentina. Con l’obiettivo di ampliare la numerosa «platea di estimatori della cultura italiana», a seguito anche dell'iniziativa dell'Albo istituito dal Ministero degli Affari esteri.

Concetti fatti propri dal viceministro agli Affari Esteri, Mario Giro, che annuncia un potenziamento, grazie anche al finanziamento di 50 milioni del governo, degli 83 centri di cultura italiana nel mondo e una campagna per uscire dallo stereotipo dell’italiano lingua debole. Poi annuncia, per il prossimo anno sempre a Firenze, un’iniziativa dedicata alla lingua italiana e alla cucina. «Uno dei grandi must della nostra cultura – spiega Giro – che deve essere ancor più valorizzato e soprattutto messo in rete». E poi annuncia: «Proporremo anche un’università italiana della cucina su basi internazionali». CdS 18

 

 

 

 

 

Referendum costituzionale. Il profilo europeo della Riforma

 

La riforma costituzionale presenta importanti profili per quel che riguarda partecipazione dell’Italia all’Unione europea, Ue, che nel dibattito generale non sembrano presi in considerazione adeguatamente. Di seguito analizziamo i tre aspetti di maggior rilievo.

 

La “partecipazione” del Senato al raccordo con l’Ue

Secondo il nuovo art. 55 Cost., il Senato concorre al raccordo tra lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica e l’Ue e partecipa alle decisioni dirette alla formazione e all’attuazione degli atti normativi e delle politiche dell’Unione europea.

 

In realtà, per quel che riguarda la fase “ascendente”, di formazione degli atti dell’Ue, si tratta, e ciò vale anche per la Camera, non di una partecipazione diretta, poiché gli atti dell’Ue sono adottati dalle istituzioni europee, ma del controllo preventivo sulla sussidiarietà e proporzionalità, introdotto dai protocolli 1 e 2 del Trattato di Lisbona.

 

Il bicameralismo perfetto sopravvive solo in un numero limitato di ipotesi, considerate di particolare importanza. Fra queste vi è la ratifica dei “trattati relativi all’appartenenza dell’Italia all’Ue”: in questo caso, a differenza che per tutti gli altri trattati internazionali - in cui è sufficiente l’autorizzazione della sola Camera - l’art. 80 prevede che la legge di autorizzazione alla ratifica sia bicamerale.

 

Viene così affermata in Costituzione la maggior rilevanza di questi trattati e la necessità di una maggiore legittimazione democratica per adottarli o modificarli, rispetto agli altri trattati internazionali. Ciò appare coerente con quel valore “costituzionale” del diritto dell’Ue che è stato affermato dalla Consulta nelle sentenze 348 e 248 de 2007, in contrapposizione con il valore “sub-costituzionale” di tutti gli altri trattati internazionali.

 

L’attuazione del diritto europeo

Quanto alla fase discendente, in linea generale il Senato non interviene nell’attuazione delle norme dell’Ue. L’art. 70 comma 1 - che indica le leggi la cui approvazione è bicamerale - non menziona fra queste gli strumenti ordinari di adattamento agli atti dell’Ue, quali la legge europea, la legge di delegazione europea o leggi ad hoc che recepiscano singole direttive, riferendosi soltanto alle leggi generali che regolano l’appartenenza all’Ue o a quelle di cui all’art 117.5, che stabiliscono le norme di procedura per le Regioni e le Province autonome, nelle materie di loro competenza, sulla partecipazione alle decisioni dirette alla formazione degli atti normativi dell’Ue, o al potere sostitutivo dello Stato alle Regioni.

 

Perciò nelle materie di competenza statale, le leggi di adattamento agli atti Ue saranno adottate solo dalla Camera. La “partecipazione” del Senato, meramente eventuale, si potrà avere, al pari di ogni altra legge per cui non sia disposto altrimenti dalla Costituzione, se richiesta da un terzo dei suoi componenti entro 10 giorni dalla approvazione del disegno di legge da parte della Camera; il Senato avrà poi solo 30 giorni per proporre eventuali modifiche, sui cui spetterà alla Camera pronunciarsi definitivamente.

 

Le conseguenze del ridimensionamento del ruolo del Senato sono due. Da un lato, ci si può attendere una maggiore rapidità dall’adozione monocamerale delle norme statali di attuazione del diritto dell’Ue. Dall’altro, il Senato, sollevato da attività legislativa, potrà concentrarsi sul controllo di sussidiarietà e proporzionalità delle norme Ue in fase ascendente, ma soprattutto potrà garantire, in fase discendente, un coordinamento, assai più continuo ed efficace di quello attualmente svolto dalla Conferenza Stato Regioni.

 

La continua produzione di norme europee rende infatti difficile tenere il passo alle Conferenze. Queste si riuniscono troppo sporadicamente nella c.d. “sessione comunitaria” e possono esercitare solo un’influenza limitata sugli enti territoriali e sulla loro legislazione e non sembrano oggi in grado di garantire un vero coordinamento fra Stato e Regioni o Province autonome e nemmeno fra queste ultime.

 

Il nuovo Senato potrà svolgere, molto più efficientemente delle Conferenze, la funzione di raccordo fra le diverse autonomie territoriali e fra queste ultime e lo Stato, proprio perché in esso siede un’estesa rappresentanza di persone quotidianamente impegnate nel governo del territorio.

 

Al recepimento degli atti dell’Ue nelle materie di competenza delle Regioni e Province autonome provvederanno queste ultime, legiferando nel rispetto delle norme di procedura stabilite con legge dello Stato, attualmente la legge 234/2012 e dei vincoli economici stabiliti dagli artt. 119 e 81 Cost.

 

Con la riforma Costituzionale si ha un chiarimento della ripartizione fra Stato ed enti territoriali, con l’abolizione delle materie di competenza concorrente e la riallocazione alla competenza statale di diverse materie, in cui sarà più facile garantire un’uniforme recepimento delle regole europee.

 

Inoltre viene rafforzato il potere sostituivo dello Stato alle Regioni nelle materie di loro competenza, il che sarà utile per prevenire condanne in infrazione da parte dell’Ue, prevedendo però il parere del Senato. Questo opportuno coinvolgimento del Senato si ricollega alle funzioni di rappresentare gli enti territoriali e di verificare l’impatto delle norme europee sui territori.

 

Rafforzamento delle regole di partecipazione dell’Italia all’Ue

La riforma costituzionale introduce una rilevante modifica per quanto riguarda gli strumenti che regolano in via generale l’appartenenza dell’Italia all’Ue.

 

Come si è detto, il bicameralismo sopravvive solo per leggi su temi di importanza rilevante, o “di sistema”. Questo tipo di leggi vengono anche innalzate ad un rango “semi costituzionale”, per l’impossibilità, che leggi successive, anche bicamerali, possano abrogarle tacitamente. Fra queste leggi il nuovo art. 70 include anche la “legge che stabilisce le norme generali, le forme e i termini della partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea”.

 

È questo un notevole passo avanti nel raccordo del nostro ordinamento con quello dell’Ue. Infatti tutte le leggi che sino ad ora stabilivano procedure, regole e meccanismi per la partecipazione italiana all’Ue -dalla “legge La Pergola” a quella “Buttiglione (11/2005) sino alla vigente legge 234/2012 - avevano lo status di legge ordinaria e quindi erano modificabili, anche implicitamente, da qualunque legge posteriore, incluse le leggi “comunitarie” annuali o le leggi settoriali, con il risultato di stravolgere il sistema previsto dalla legge di inquadramento.

 

Ora la legge 234/2012 viene innalzata ad un livello semicostituzionale, il che conferirà maggiore stabilità e solidità al processo di recepimento delle norme europee nel nostro Paese.  Lucia Serena Rossi, AffInt 14  

 

 

 

 

Siria/Iraq. L’illusione di salvare i confini

 

Non c’è nessuna speranza di pacificare la zona se non si mette da parte l’idea di ricostituire un mondo di fatto dissolto, utilizzando la vecchia carta geopolitica che definiva Stati ormai spariti -di Angelo Panebianco

 

Il tempo non è ancora arrivato. Anzi, questo sembra addirittura il momento peggiore anche solo per parlarne. Però è un fatto che non si riuscirà mai a ridare un po’ di stabilità al Medio Oriente senza una conferenza di pace (o qualcosa di simile) che ridefinisca i confini fra i vari gruppi territoriali locali, che faccia nascere nuovi Stati al posto di quelli, ormai finiti, disegnati dalle potenze occidentali nel XX secolo. Mentre Assad e i suoi alleati russi distruggono Aleppo e contemporaneamente, nel nord dell’ex Iraq, è in corso una cruciale battaglia per strappare la città di Mosul allo Stato islamico, e mentre, per sovrappiù, le due grandi potenze , Stati Uniti e Russia, sono impegnate nel più pericoloso duello che si ricordi dopo la crisi missilistica del 1962, non è ancora il momento evidentemente. Ma , ciò nonostante, resta vero quanto certi esperti dell’area dicono da tempo apertamente e i diplomatici ripetono nelle conversazioni private: non c’è nessuna speranza di pacificare il Medio Oriente se non si mette da parte la pericolosa illusione di poter ricostituire un mondo ormai dissolto, di potere ancora utilizzare la vecchia carta geo- politica in cui figuravano entità statali denominate «Siria», «Iraq», «Yemen», forse anche «Libia».

Prendiamo il caso dello Stato islamico. Perché è nato e perché esiste ancora? La risposta ufficiale è che ha goduto (e gode tuttora) degli appoggi di altri Stati dell’area. Ma è una verità solo parziale. La principale ragione dell’esistenza dello Stato Islamico è che i sunniti ex iracheni non vogliono essere dominati da una maggioranza sciita (come accadrebbe se il vecchio Iraq venisse ricostituito) e i sunniti ex siriani non vogliono tornare sotto il tallone della minoranza alawita (come nella vecchia Siria). Lo Stato Islamico verrà rapidamente sconfitto nel momento in cui ai sunniti di Iraq e di Siria sarà consentito di dare vita a uno Stato sunnita unificato. Ma perché si faccia strada un tale progetto occorre che la comunità internazionale accetti l’idea di una definitiva scomparsa dei vecchi Stati. Sia gli alawiti della ex Siria (al seguito di Assad) sia gli sciiti dell’ex Iraq dovranno convincersi dell’impossibilità di ritornare allo status quo ante. Ma potranno farlo, sospendendo finalmente le ostilità, solo se potranno a loro volta contare su confini sicuri garantiti dalle grandi potenze. Poi c’è la questione curda, forse la più intrattabile a causa dell’atteggiamento turco (e non soltanto turco) verso i curdi. È dai tempi della caduta dell’impero ottomano che esiste una questione nazionale curda aperta e irrisolta. Ai turchi dovranno essere date, certamente, compensazioni varie ma ciò che non trovò soluzione, uno sbocco accettabile, al termine della Prima guerra mondiale, dovrà trovarlo (a beneficio dei curdi ma anche della stabilizzazione dell’area) un secolo dopo.

Poi c’è la questione dello Yemen. Anche lì non è pensabile una pace senza una spartizione territoriale e un divorzio consensuale fra le componenti sunnita e sciita (nella variante locale: gli Huthi). C’è infine il caso libico. Oggi la Libia è uno Stato fallito. Non c’è possibilità di ricomposizione che non passi per l’instaurazione di un sistema di garanzie reciproche, soddisfacenti per i principali gruppi territoriali e tribali coinvolti. Gli sforzi della diplomazia internazionale, Italia in testa, per ripristinare l’unità libica sono lodevoli, ma vale anche qui ciò che vale nel caso dello Stato Islamico: è il grosso delle persone coinvolte (le persone comuni, con i loro legami tribali e territoriali, non solo certe frazioni delle élite nazionali) che devono essere convinte della validità e della convenienza delle soluzioni proposte.

Ciò serve a ricordare il fatto che le grandi potenze, e gli altri Stati al loro seguito (la cosiddetta «comunità internazionale»), possono essere i promotori di accordi di pace, possono blandire gli attori locali, possono allettarli con promesse di aiuti o minacciarli di sanzioni, possono anche proporsi come i futuri garanti esterni degli accordi stipulati, ma non possono «imporre» nessuna pace sulla testa dei locali, non hanno il potere di calpestarne la volontà. Alla fine, è sempre la convenienza di questi ultimi che decide del successo o del fallimento delle trattative. La ragione per cui il Medio Oriente è forse (quasi) pronto per soluzioni negoziate guidate da una giusta mescolanza di realismo, immaginazione e intelligenza, è che ormai da troppo i combattimenti si trascinano senza che coloro che combattono, da una parte o dall’altra, possano ancora illudersi che la vittoria sia certa e a portata di mano.

Fermo restando che saranno comunque gli attori locali ad avere l’ultima parola, tocca alle grandi potenze la prima mossa, tocca a loro fare proposte e offrire garanzie. In concreto, il piano di una conferenza di pace che ridisegni i confini politici in Medio Oriente può marciare solo se è voluto e sostenuto dagli Stati Uniti, ossia dalla prossima Amministrazione americana. Se il futuro presidente fosse Trump niente da fare. Cercherebbe un accordo purchessia con Putin sulla pelle dell’Europa, e anche del Medio Oriente. I piani lungimiranti non sono alla sua portata, richiedono statisti. Non è sicuro che Hillary Clinton lo sia, però ha l’esperienza che serve. I russi (che oggi fanno apertamente campagna elettorale per Trump) sono dei realisti. Con un «falco» antirusso come Clinton alla Casa Bianca, potrebbero calmarsi, ridurre l’attuale eccesso di aggressività. Per paradosso, proprio un presidente tutt’altro che compiacente verso i russi potrebbe allettarli riconoscendo loro lo status internazionale che essi vogliono. Il che accadrebbe se alla Russia venisse offerto di impegnarsi, al fianco degli Stati Uniti, per favorire i futuri accordi di pace in Medio Oriente, per aiutare le forze locali coinvolte nei conflitti a ridisegnarne la mappa geopolitica. Non ci sarà pace in quei luoghi (né riduzione della minaccia terroristica in Europa) fin quando i vecchi confini statali, decisi e concordati fra le potenze occidentali dopo il collasso dell’impero ottomano, non verranno consensualmente abbandonati.

Cds 16

 

 

 

Missione a Berlino del sottosegretario Vincenzo Amendola

 

Incontri con le autorità tedesche e con rappresentanti della collettività italiana, Comites, Cgie e Associazioni di italiani all’estero

 

ROMA – Conclusa il 19 ottobre la visita di due giorni a Berlino del sottosegretario agli Esteri Vincenzo Amendola .

Una visita che “si inserisce nel quadro del costante ed intenso dialogo tra l’Italia e la Germania sui temi europei ed internazionali”, evidenzia la Farnesina riferendo che “anche in vista dei prossimi appuntamenti e bilaterali, i colloqui  hanno permesso di fare il punto sui principali temi affrontati al Vertice governativo di Maranello del 31 agosto scorso”.

Nel corso della visita  il sottosegretario Amendola - accompagnato dall'ambasciatore Piero Benassi – ha incontrato il capogruppo Cdu in Commissione Esteri del Bundestag, Roderick Kiesewetter; il ministro di Stato agli Affari Esteri con delega agli Affari europei, Michael Roth; il capogruppo Spd in Commissione Affari Esteri del Bundestag, Niels Annen.

Con l’on. Kiesewetter il sottosegretario Amendola ha discusso “soprattutto di temi legati alla questione migratoria e agli ultimi sviluppi in Libia”. Anche “il futuro dell’Europa nella sua dimensione di sicurezza e difesa è stato tema di uno scambio di vedute”.

Nel confronto con Annen, “i temi al centro del dibattito sono stati la difficile situazione in Africa, la Libia, e il contributo dei due Paesi all’ “EU Global Strategy on Foreign and Security Policy (EUGS)” sul futuro dell’Europa nella dimensione di sicurezza e difesa, inclusa la “Permanent Structured Cooperation” (PESCO)”.

Nell’incontro svoltosi presso l’Auswaertiges Amt con il ministro di Stato agli Affari Esteri  Michael Roth, “sono stati affrontati i maggiori temi dell’agenda europea, iniziando dal contributo che Italia e Germania possono dare al disegno del futuro dell’ UE post-Brexit”.

“In vista del sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma dobbiamo lavorare insieme per definire un nuovo e più efficace modello di governance per l’Unione Europea”, ha detto il sottosegretario Amendola.

Il ministro Roth  e il sottosegretario Amendola “si sono soffermati sul dossier migratorio, sul quale i due Paesi condividono un forte impegno, essendo la Germania, come l’Italia, in prima linea nel far fronte a questa sfida”.  Altro tema toccato nel bilaterale è stato “il Vertice del “Processo di Berlino” - che l’Italia da Stato presidente organizzerà a luglio 2017 – e la prospettiva di integrazione regionale ed europea dei Balcani occidentali”. Si è inoltre “discusso di Turchia e Partenariato orientale, con particolare riguardo all’Ucraina e sulla gestione delle crisi in Libia e Siria”.

“Sul futuro dell’Europa si è invece incentrato l’incontro presso la Commissione per gli Affari dell’UE del Bundenstag con Gunther Krichbaum e oltre 30 tra deputati ed eurodeputati tedeschi. Sfide interne, come la prossima uscita del Regno Unito dall’Unione, ed esterne a partire dalla gestione e il controllo dei considerevoli flussi di migranti”.

Nel corso della visita il sottosegretario Amendola ha inoltre “incontrato rappresentanti della collettività italiana, rappresentanti dei Comites, CGIE e diverse associazioni di italiani all’estero”, informa infine la Farnesina. dip

 

 

 

 

Francoforte. L’editoria italiana alla Buchmesse 2016 (19-23 ottobre)

 

Inaugurazione del padiglione italiano con il Sottosegretario del Ministero dello Sviluppo Economico, Ivan Scalfarotto.

 

Francoforte – Ha avuto luogo a Francoforte, dal 19 al 23 ottobre, la 68esima edizione della Buchmesse, la più importante Fiera dell'editoria al mondo. Da sempre il principale appuntamento internazionale per le opportunità di scambio dei diritti di edizione, per lo sviluppo di progetti di co-edizioni, per la presentazione di titoli di recente pubblicazione e per conoscere le tendenze dell’editoria mondiale. Durante la manifestazione si promuovono eventi, si avviano progetti, si organizzano convegni rivolti al futuro dei media e delle industrie creative. La tecnologia all’avanguardia nel settore della pubblicazione ha presentato i dispositivi di ultima generazione, come l’e-reading. Il Paese ospite d’onore di quest'anno sono state le Fiandre e i Paesi Bassi.

La rilevanza della Fiera è confermata dai seguenti dati: oltre 7.000 espositori provenienti da più di 100 paesi, 275.000 visitatori, 10.000 giornalisti e più di 4.000 eventi in programma.

Anche se lo scorso anno il mercato del libro in Germania non ha fatto registrare tassi di crescita brillanti, non è ancora possibile parlare di una atmosfera di crisi dell’editoria. A conti fatti, il settore ha chiuso lo scorso anno con un leggero calo nei profitti. Nel 2015, infatti, i ricavi di tutto il mercato del libro sono calati dell'1,4%, passando da 9,32 a 9,19 miliardi di Euro.

La Collettiva Italiana, realizzata dall'ICE-Agenzia, dall'Associazione Italiana Editori (AIE) e dal Ministero dello Sviluppo Economico era presente nel padiglione 5.0, con uno spazio quasi raddoppiato rispetto all’'anno scorso: dai 276 m2 del 2015 si è passati quest’anno a 500 mq. All’interno dello Spazio Italia due aree erano dedicate a due regioni, il Lazio e il Piemonte, che hanno supportato la presenza degli editori della propria regione attraverso gli assessorati competenti: il Lazio attraverso l’Assessorato Cultura e Politiche Giovanili, l’Assessorato Sviluppo economico e Attività produttive e LazioInnova (società in house di Regione Lazio), il Piemonte tramite l’Assessorato alla Cultura, Turismo.

Questa azione congiunta ha portato complessivamente nella collettiva italiana la presenza di 107 espositori.

L'assistenza ai visitatori e alle case editrici presenti in fiera è stata garantita da una segreteria congiunta ICE-AIE.

L’inaugurazione dello Spazio Italia (hall 5.0 – stand C36+C37) ha avuto luogo il 19 ottobre, con la presenza del Sottosegretario del Ministero dello Sviluppo Economico on. Ivan Scalfarotto. Dopo l’inaugurazione è seguita la visita negli stand delle case editrici italiane presenti nel Padiglione 5.0. de.it.press

 

 

 

 

Buchmesse di Francoforte. Il mercato del libro italiano in crescita all’estero

 

FRANCOFORTE - È ancora segno “più”. Il mercato del libro italiano conferma anche per i primi otto mesi del 2016 il trend positivo, registrando nei canali trade (librerie, librerie online – al netto di Amazon - e grande distribuzione organizzata) un +0,2% per il fatturato dei libri di carta secondo i dati Nielsen per l’Associazione Italiana Editori (AIE). È ancora segno meno invece per le copie vendute, -2,9% (circa 1,4milioni di copie di libri di carta vendute in meno), ma comunque un calo più contenuto rispetto al -5% dello stesso periodo dello scorso anno.

Il settore sembra sul punto di lasciarsi alle spalle il lungo periodo di flessione, e punta a rafforzare la sua immagine nel panorama internazionale alla Buchmesse con uno Spazio Italia raddoppiato che ospita 107 editori, oltre il doppio del 2015, e, tra questi, quelli di due Regioni in particolare, Lazio e Piemonte. Una collettiva - organizzata da Ministero dello Sviluppo Economico, ICE - Agenzia e AIE – per far partecipare sempre più editori italiani al più importante appuntamento internazionale per lo scambio dei diritti. Sono complessivamente 250 gli editori italiani presenti alla 68ma edizione della Fiera.

L’editoria italiana si presenta più forte grazie a nuove conferme positive: un crescente peso dell’export di diritti di libri italiani all’estero (+11,7% nel 2015), un progressivo maggior peso delle proposte degli autori italiani rispetto alle traduzioni dall’estero (che oggi scendono a quota 17,6% quando solo qualche anno fa erano al 23-24%), una forte crescita della produzione di titoli (+6,5% quelli di carta, +21% quelli ebook). La grande sfida resta quella di allargare il numero dei lettori: la penetrazione della lettura di libri in Italia è tornata nel 2015 a crescere (42%), certo, ma tra le editorie avanzate registra la peggiore perfomance, confrontandosi con il 62,2% della Spagna, il 69% della Francia, il 68,7% della Germania, il 73% negli Stati Uniti, l’84% del Canada, l’86% del Belgio fino al 90% della Norvegia (elaborazioni Ufficio studi AIE).

“Stiamo lavorando in modo importante su questo”, ha sottolineato il presidente di AIE, Federico Motta. “La nostra sfida sul piano industriale ci porta a investire sulle fiere, sull’internazionalizzazione delle nostre produzioni e sulla visibilità delle nostre case editrici. E lo stiamo facendo con qualche risultato, se ci è stato riconosciuto il coordinamento di un progetto europeo come Aldus che mette in rete le Fiere del libro, puntando a valorizzare la mobilità transnazionale delle opere letterarie europee e dei professionisti del libro attraverso eventi congiunti, networking e attività di formazione. Questo però non basta: occorre investire sui lettori, anzi far crescere un lettore nuovo. Lo stiamo facendo con #ioleggoperché, il progetto che dal 22 al 30 ottobre vuole sviluppare in tutta Italia le biblioteche nelle scuole e nelle aziende per rendere quotidiano il rapporto con i libri”.

“Il rafforzamento, che avviene con il concreto sostegno del Mise e dell’ICE Agenzia, della presenza italiana alla più grande rassegna editoriale del pianeta – ha dichiarato il sottosegretario allo Sviluppo Economico e al Commercio Internazionale Ivan Scalfarotto - è un modo per accompagnare i processi di innovazione e di internazionalizzazione di un settore strategico. Il nostro Governo, che ha fatto dell’investimento in cultura e formazione uno dei cardini della sua azione, guarda con attenzione agli sforzi dell’editoria italiana, che sta rispondendo nel modo giusto sia alla difficile congiuntura economica, sia alla delicata transizione tecnologica. L’aumento della cessione all’estero dei diritti di titoli italiani testimonia la crescente internazionalizzazione dell’editoria italiana, un obiettivo delle politiche di sviluppo dell’intero settore. In parallelo, assistiamo alla crescita degli autori italiani sul totale delle pubblicazioni, che rende il mercato meno dipendente dalle traduzioni, così come incoraggiante è la crescita del digitale e dei libri per ragazzi. A Francoforte si registra una vicinanza tra il Governo e gli editori italiani che non è né casuale, né occasionale”.

I dati Aie.

Il mercato complessivo del libro riprende a crescere nel 2015. Sale a quota 2,530 miliardi di euro il fatturato complessivo del mercato del libro nuovo nel 2015, con una crescita del +0,2% sull’anno precedente. In questa stima non sono considerate le vendite di libri allegati a quotidiani e periodici (circa 91,7milioni di euro, in crescita del 7,3% rispetto al 2014). Se si considera come comprendente il “perimetro del mercato” l’usato, il remainders, il non book (cioè i prodotti non strettamente librari venduti in libreria) la crescita raggiunge il +0,5% sul 2014, pari a 2,680miliardi. Il mercato ebook copre a fine 2015 il 4,2% dei canali trade e raggiunge quota 51milioni di euro (+25,9% sul 2013).

L’export di diritti continua a crescere e si dipende sempre meno dall’estero per le traduzioni. Cresce per il terzo anno consecutivo la vendita di diritti all’estero, con un +11,7% nel numero di titoli ceduti. Nel 2001 si vendevano all’estero diritti per 1.800 titoli, nel 2010 (anno pre-crisi) 4.217, nel 2015 si arriva a quasi 6mila titoli (5.914: sono più dell’8% della produzione nazionale).

Sul fronte delle traduzioni: i dati di IE-Informazioni editoriali quantificano in un 17,6% i titoli (novità e nuove edizioni) pubblicati nel 2015 e tradotti da una lingua straniera (circa 11.549, compresi i classici e gli autori di cui le case editrici disponevano già dei diritti).

Uno sguardo sul 2016. Il mercato nei primi sei mesi dell’anno conferma la ripresa. Dal punto di vista dei titoli si passa dai 30.961 titoli pubblicati tra gennaio e giugno 2015 ai 32.903 di quest’anno (+6,3%). Il cambiamento produttivo più evidente però, come è facile immaginare, avviene ancora una volta con la crescita dei titoli in formato e-book: erano 26.908 nel primo semestre del 2015, sono 41.538 quest’anno (+54,4%). (aise) 

 

 

 

 

Saarbrücken. “Mezz’Ora Italiana” compie 55 anni

 

Il console generale a Francoforte sul Meno, Maurizio Canfora, rinnova l’accordo di collaborazione con l’ente radiotelevisivo tedesco Saarländischer Rundfunk

 

Francoforte - Il 21 ottobre 1961, cinquantacinque anni fa, andava in onda per la prima volta nella Repubblica Federale di Germania un programma radiofonico in lingua italiana diramato da una radio statale tedesca.

Il console d’Italia a Francoforte sul Meno, Maurizio Canfora, si è recato per l’occasione a Saarbrücken, dove ha incontrato i responsabili dei programmi radiofonici della Saarländische Rundfunk.

Il console ha ringraziato personalmente Stefan Miller, direttore del canale “Antenne Saar” in cui è ospitata la trasmissione italiana e Martin Grasmück Direttore Generale dei programmi radio della SR, per la straordinaria collaborazione: “Colgo l’occasione per rinnovare l’impegno del Consolato Generale a Francoforte nella realizzazione della “Mezz’Ora Italiana”.

Da parte della Saarländische Rundfunk , il rinnovato impegno del Consolato è stato accolto con entusiasmo.  Stefan Miller e Martin Grasmück:” Siamo lieti anche perché la  trasmissione gode ancora dell’alto gradimento da parte degli italiani del  Saarland”.

L’ambasciatore d’Italia a Berlino Pietro Benassi nel corso di un’intervista rilasciata in occasione di una puntata speciale della Mezz’Ora Italiana: “Il Programma è un prezioso servizio radiofonico per la collettività italiana e un canale d’informazione utile anche per diffusione della nostra lingua e della nostra cultura”.  

 La cura del programma è affidata dal 1984 a Pasquale Marino, che presta servizio presso il Consolato Italiano. Nel 2011 Marino  è stato affiancato dal giornalista della SR Wolfgang Korb, che cura il programma una volta al mese.

Ai suoi inizi la trasmissione era realizzata in collaborazione con il Consolato Italiano a Saarbrücken. Dal 2010 è realizzata in collaborazione con il Consolato Generale d’Italia in Francoforte sul Meno.

Gli argomenti trattati in tutte le variazioni riguardavano, nei primi decenni,  la quotidiana burocrazia con le indicazioni per una migliore integrazione sociale degli italiani. Ma, poco a poco, la Mezz’Ora Italiana si trasformava da programma per soli emigranti  a un  settimanale radiofonico in lingua italiana rivolto a tutti.

Alcune tappe importanti: La SR lanciava nel 1992 per il tramite della Mezz’Ora Italiana una serie di concerti all’aperto con i più noti autori e interpreti della musica leggera italiana. Era l’inizio di quella che è passata alla storia come la ‘Festa Italiana’.

Nel 1994 gli italiani partecipavano per la prima volta al voto comunale tedesco attivo e passivo, costituendo il più folto gruppo elettorale. La Mezz’Ora Italiana assumeva anche l’importante ruolo di canale d’informazione per una migliore partecipazione politica.

La Mezz’Ora Italiana è in onda su Antenne Saar, radio digitale DAB Block 9a e in streeming internet, SR Mediathek, www.sr.de  (Inform 25)

 

 

 

 

Gli appuntamenti a Monaco di Baviera e dintorni

 

* giovedì 3 novembre, ore 19:00, c/o Filmmuseum (Sankt-Jakobs-Platz 1, München) Per la rassegna "Ettore Scola" Film: "Ridendo e scherzando. Ritratto di un regista all'italiana" (Italia, 2015, 81', OmeU)

Organizzatori: Circolo Cento Fiori e.V. e Filmmuseum im Stadtmuseum

* venerdì 4 novembre, ore 21:00, c/o Filmmuseum (Sankt-Jakobs-Platz 1, München) Per la rassegna "Ettore Scola" Film: "C'eravamo tanto amati" (Italia, 1974, 124', OmeU). Organizzatori: Circolo Cento Fiori  e Filmmuseum

* sabato 5 novembre, ore 21:00, c/o Filmmuseum (Sankt-Jakobs-Platz 1, München) Per la rassegna "Ettore Scola" Film: "Una giornata particolare" (Italia, 1977, 105', OmeU). Organizzatori: Circolo Cento Fiori e Filmmuseum

* domenica 6 novembre, ore 21:00, c/o Filmmuseum (Sankt-Jakobs-Platz 1, München) Per la rassegna "Ettore Scola"

Film: "Il mondo nuovo (Flucht nach Varennes)" (Francia, 1982, 122', OmeU)

Organizzatori: Circolo Cento Fiori e.V. e Filmmuseum im Stadtmuseum

* venerdì 11 novembre, ore 18:00, c/o Istituto Italiano di Cultura, aula 21 (Hermann-Schmid-Str. 8, München) "Incontri di letteratura spontanea"

"Se hai una poesia, un piccolo racconto o anche un pensiero, un sogno o un'idea, che vuoi leggere o raccontare, vieni che sarai la/il benvenuta/o. Le testimonianze e le storie di tutti sono importanti e hanno dignità. Esprimersi, ascoltare e conoscersi fa comunque bene. Dopo tutti in pizzeria". Ingresso gratuito.

Per informazioni: Giulio Bailetti, Tel 089-988491

Organizza: Letteratura Spontanea

* venerdì 11 novembre, ore 21:00, c/o Filmmuseum (Sankt-Jakobs-Platz 1, München) Per la rassegna "Ettore Scola" Film: "Ballando Ballando" (Francia, 1983, 124', OF - ohne Dialog). Organizzatori: Circolo Cento Fiori e.V. e Filmmuseum im Stadtmuseum

* sabato 12 novembre, ore 21:00, c/o Filmmuseum (Sankt-Jakobs-Platz 1, München) Per la rassegna "Ettore Scola" Film: "La famiglia" (Italia, 1987, 126', OmU). Organizzatori: Circolo Cento Fiori e.V. e Filmmuseum im Stadtmuseum

* domenica 13 novembre, ore 10:30-12:30, c/o Familienzentrum Laim (Valpichlerstr. 36 - München), Deutsch-Italienische Spielgruppe

Incontro per genitori e bambini (dai 0 ai 6/7 anni) che abbiano voglia di trascorrere una mattinata chiacchierando in italiano e siano interessati a conoscere nuove famiglie. Partecipazione: 2 € per gruppo familiare.

Per informazioni rivolgersi a Giusy D'Angelo ( giusy.dangelo81@gmail.com)

* domenica 13 novembre, ore 21:00, c/o Filmmuseum (Sankt-Jakobs-Platz 1, München) Per la rassegna "Ettore Scola" Film: "Che ora è?" (Italia, 1989, 97', OmU). Organizzatori: Circolo Cento Fiori e.V. e Filmmuseum im Stadtmuseum

* domenica 20 novembre, ore 21:00, c/o Filmmuseum (Sankt-Jakobs-Platz 1, München) Per la rassegna "Ettore Scola" Film: "Splendor" (Italia, 1989, 105', OmU). Organizzatori: Circolo Cento Fiori e.V. e Filmmuseum im Stadtmuseum

* mercoledì 23 novembre, ore 19:00-21:00, c/o Volkshochschule Haar, EG 15 (Münchener Str. 3, Haar) "Viaggio enoculturale - Friuli Venezia Giulia"

Con Franca Faccini, (storica dell'arte e docente di italiano) e Angela Rossi (sommelier e giornalista). Ingresso: € 29,- Per iscrizioni c/o VHS Haar: Tel. 46002800 o sul sito www.vhs-haar.de/suche/kursdetails.html/I/17315-1570-5225516/viaggio-enoculturale-friuli-venezia-giulia. Organizza: VHS Haar

* sabato 26 novembre, ore 18:30-20:30, c/o Volkshochschule Haar, Foyer (Münchener Str. 3, Haar) Valeria Vairo: "Il Sapore della Vita - Der Geschmack des Leben" (dtv). Presentazione del libro bilingue italiano-tedesco di Valeria Vairo e degustazione di vini pugliesi. Con Valeria Vairo (autrice e giornalista) e Angela Rossi (sommelier e giornalista). Ingresso: € 29,- Per iscrizioni c/o VHS Haar: Tel. 46002800 o sul sito www.vhs-haar.de/suche/kursdetails.html/I/17315-1570-5241561/il-sapore-della-vita-der-geschmack-des-le-ben. Organizza VHS Haar

* venerdì 9 dicembre, ore 18:00, c/o Istituto Italiano di Cultura, aula 21 (Hermann-Schmid-Str. 8, München) "Incontri di letteratura spontanea"

"Se hai una poesia, un piccolo racconto o anche un pensiero, un sogno o un'idea, che vuoi leggere o raccontare, vieni che sarai la/il benvenuta/o. Le testimonianze e le storie di tutti sono importanti e hanno dignità. Esprimersi, ascoltare e conoscersi fa comunque bene. Dopo tutti in pizzeria". Ingresso gratuito.

Per informazioni: Giulio Bailetti, Tel 089-988491

Organizza: Letteratura Spontanea

* domenica 14 dicembre, ore 10:30-12:30, c/o Familienzentrum Laim (Valpichlerstr. 36 - München), Deutsch-Italienische Spielgruppe

Incontro per genitori e bambini (dai 0 ai 6/7 anni) che abbiano voglia di trascorrere una mattinata chiacchierando in italiano e siano interessati a conoscere nuove famiglie. Partecipazione: 2 € per gruppo familiare. Per informazioni rivolgersi a Giusy D'Angelo (giusy.dangelo81@gmail.com)

Claudio Cumani/de.it.press

 

 

 

 

 

I temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia

 

Ogni giorno lavorativo in diretta streaming in internet dalle 18:00 alle 18:30. Durante la diretta trovi lo streaming sulla homepage, in alto:http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/radio-colonia-104.html.  Oppure dalle 21:00 alle 21:30 in radio, come sempre sulle frequenze di Funkhaus Europa.

 

27.10.2016. La terra trema ancora

Nuovo terremoto nel centro Italia. Colpite ancora Marche ed Umbria dopo il sisma del 24 agosto. Inagibili interi borghi, circa 3000 sfollati.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/sisma-marche-100.html

 

26.10.2016. Barricate contro i profughi. Fa discutere in Italia la protesta dei cittadini di due paesi del ferrarese che hanno impedito a delle rifugiate di essere accolte in un ostello. La protesta è iniziata lunedì sera e si è conclusa ieri.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/gorino-rifugiati-100.html

 

La nuova legge anticaporalato

Il ministtro delle politiche agricole, Maurizio Martina, ha presentato a Rosarno, luogo simbolo dello sfruttamento dei braccianti, la nuova normativa.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/caporalato-legge-100.html

 

Minacce di rimpatrio. Se non vi potete mantenere, tornate in Italia. È questo il senso dell'invito che alcuni cittadini italiani hanno ricevuto per posta dalla città di Monaco di Baviera. Casi per ora isolati destinati però ad aumentare.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/minacce-rimpatri-100.html

 

25.10.2016. Il Comitato del So. Anche a Radio Colonia diamo spazio alla campagna referendaria, partendo dagli indecisi, ovvero al fronte del forse.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/comitato-so-100.html

 

Goethe ama l'Italia. Sì è concluso il viaggio dei due blogger che hanno percorso la penisola seguendo le orme del grande poeta tedesco.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/goethe-italia-100.html

 

24.10.2016. Il Belgio blocca il Ceta. Ceta no o Ceta sì. L’accordo di libero scambio tra Europa e Canada è a rischio. A bloccarlo il veto della piccola regione belga della Vallonia ma nelle ultime ore è spuntato un nuovo oppositore.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/ceta-vallonia-100.html

 

21.10.2016. Il Muro della Discordia. L'Unesco adotta una risoluzione su Gerusalemme favorendo i musulmani a discapito degli ebrei. La reazione di Israele non si è fatta attendere ed è di totale rifiuto e chiusura. Ne abbiamo parlato con il direttore de "La Stampa" Maurizio Molinari.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/unesco-contro-israele-100.html

 

Ospiti a casa

Il progetto europeo "Hausbesuch" promosso dal Goethe-Institut ha consentito a dieci scrittrici e scrittori di fama internazionale di far visita a persone comuni in più di 15 città. Marie Darrieussecq a Napoli incontra la famiglia di Marilena.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/napoli-marie-darrieussecq-100.html

 

Separare per unire

La tesi della studiosa italiana Giuditta Fontana all'università di Birmingham studia come affrontare i conflitti in società divise o che nascono da guerre civili.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/terramia/eccellenze-italiane-100.html

 

 Eventi, incontri, spettacoli. Il calendario del giovedì http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/index.html   RC/De.it.press

 

 

 

 

A Berlino e a Roma “I capolavori mai visti del Museo d’Arte Contemporanea di Teheran”

 

ROMA – “I capolavori mai visti del Museo d’Arte Contemporanea di Teheran”: da Gauguin a Picasso, da Ernst a Kandinsky, da Pollock a Rothko, da Bacon a Warhol a Pistoletto. Il tesoro di arte moderna e contemporanea del TMoCA (Tehran Museum of Contemporary Art), custodito per quasi 40 anni nei sotterranei del museo, torna alla luce e, per la prima volta, esce dall’Iran e approda in Europa  con un importante corpus di opere per una mostra itinerante. La mostra sarà alla Gemäldegalerie di Berlino (dal 4 dicembre 2016 al 5 marzo 2017) e al MAXXI di Roma (dal 31 marzo al 27 agosto 2017) dove, dal 21 ottobre al 20 novembre 2016,  si potranno ammirare in anteprima mondiale le opere  “No. 2 (Yellow Center)” di Mark Rothko  e “Scratches on the Earth” di Mohsen Vaziri Moghaddam.In mostra a Berlino e a Roma  30 capolavori di grandi maestri dell’arte moderna e contemporanea occidentale, in dialogo con altrettante opere di artisti iraniani moderni e contemporanei, sempre dalla collezione del TMoCA.

È stata presentata il 21 ottobre al MAXXI (via G. Reni 4) la collezione mai vista  del Museo d’Arte Contemporanea di Teheran, progetto internazionale del MAXXI   in collaborazione con Nationalgalerie – Staatliche Museen zu Berlin - Preußischer Kulturbesitz e Tehran Museum of Contemporary Art (TMoCA)

Sono intervenuti: Giovanna Melandri, presidente della Fondazione MAXXI; Paolo Gentiloni, ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale; Dario Franceschini, ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo; Carlo Calenda, ministro dello Sviluppo Economico; Ali Jannati, ministro della Cultura iraniano; Hermann Parzinger, presidente del Stiftung Preußischer Kulturbesitz, (Prussian Cultural Heritage Foundation); Bartolomeo Pietromarchi, direttore MAXXI Arte, curatore della mostra a Roma. Erano presenti il direttore artistico del MAXXI Hou Hanru, e l’artista Mohsen Vaziri Moghaddam. dip

 

 

 

 

L’Associazione Culturale Teatrale “Carlo Magno” di Palermo il 19/20 novembre a Colonia ed a Düsseldorf

 

Colonia - L’Associazione Culturale Teatrale “Carlo Magno” di Palermo metterà in scena il 20 novembre alle ore 15.00 al Marionetten-Theater di Düsseldorf (Bilker Str. 7, Palais Wittgenstein, 40213 Düsseldorf, tel. 0211-32 84 32 info@marionettentheater-duesseldorf.de) ed il 19 novembre 2016 alle ore 19.00 all’Istituto Italiano di Cultura di Colonia (Universitätsstr. 81, 50931 Köln, tel. 0221 - 94 05 610 iicColonia@esteri.it) l’Opera dei Pupi “Le avventure di Ruggero d’Africa”.

Per l’evento a Düsseldorf, ai cittadini italiani è stato riservato un contingente di 100 biglietti gratuiti che potranno essere prenotati presso il Marionetten-Theater fino ad esaurimento. Il numero massimo di biglietti gratuiti abbinati a ciascuna prenotazione è di 3. Al momento del ritiro del biglietto (non più tardi di una settimana dopo la prenotazione), occorrerà avere con sé un documento attestante la cittadinanza italiana.

Per l’evento a Colonia, invece, l’ingresso sarà libero per tutti sino ad esaurimento dei posti a sedere della sala teatro.

L’iniziativa è promossa dal Consolato Generale d’Italia a Colonia in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Colonia e il Marionettentheater di Düsseldorf e con il sostegno finanziario del Ministero italiano degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. iic 

 

 

 

 

Il Referendum del 4 dicembre, il Si e il No a confronto a Monaco di Baviera

 

Monaco di Baviera. Un importante appuntamento democratico si avvicina anche per gli Italiani all’Estero il prossimo 4 dicembre.

Il Com.It.Es di Monaco di Baviera, consapevole della necessaria neutralità che il proprio ruolo richiede insieme a quella funzione di garanzia circa la simmetria e garanzia dell’informazione sul proprio territorio, ha deciso unanimemente di organizzare alcuni importanti eventi.

 

Al momento sono in programmazione i seguenti due.

Il primo dal titolo: “Referendum del 4 dicembre: le ragioni del Si e le ragioni del No”avrà luogo giovedì 10 novembre alle ore 19:00 presso l’Istituto Italiano di Cultura. Le ragioni del Si verranno illustrate dall’On. Alessio Tacconi, Deputato eletto dalla Circoscrizione Estero, ripartizione Europa. Le ragioni del No verranno invece espresse da Roberto Serra, Politico e Manager delle Risorse Umane per un’azienda americana in Lussemburgo. L’incontro verrà moderato da Marco Montemarano, giurista, scrittore e traduttore che vive e opera a Monaco.

 

Il secondo incontro: “Verso quale Costituzione?” sarà un’intervista a Pier Luigi Bersani, per l’occasione a Monaco di Baviera, da parte di Helge Roefer, Reporter della Bayerische Rundfunk Rundschau. L’intervista pubblica avrà luogo lunedì 14 novembre alle ore 19:00 presso l’Istituto Italiano di Cultura.

 

Entrambi gli incontri sono pubblici in lingua italiana, a ingresso libero e prevedono un dibattito finale.

 

Si prega di darne la maggiore diffusione possibile. Le iniziative verranno trasmesse dal vivo sulla pagina FB e sul sito web del Comites.

Ulteriori iniziative verranno via via pubblicate sulla pagina del web o FB del Comites e annunciate a mezzo stampa.

Daniela Di Benedetto, Presidente del Com.It.Es di Monaco di Baviera (dip)

 

 

 

 

IIC-Amburgo. Riprende il viaggio nell’Italia contemporanea

 

Amburgo - Con il Film “Caterina va in città” di Paolo Virzì e la tavola rotonda dedicata alla politica italiana l'Istituto Italiano di Cultura di Amburgo ha ripreso il suo viaggio nell'Italia contemporanea sulle tracce di Goethe. Il tema su cui recentemente si è discusso presso la Camera di Commercio di Amburgo è “Economia e Società”.

La Professoressa Simona Colarizi dell'Università “La Sapienza” di Roma e il giornalista Udo Gümpel (ntv/RTL) con Rolando Gennari (CEO Europe Solon Group, Berlino), hanno discusso in italiano e in tedesco con traduzione simultanea sulle condizioni politiche che influenzano l'economia.

La scelta per gli imprenditori di investire nel proprio Paese o all'estero dipende dalla stabilità politica ed economica di questi. Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale l'Italia ha avuto 63 governi e 27 Presidenti del Consiglio.

Dal 1992 l'Italia è entrata in una fase nuova, quella che alcuni storici chiamano "La Seconda Repubblica", a causa della fine della Guerra fredda e del trattato di Maastricht. Ambedue fattori determinanti per il successivo ventennio della storia d'Italia. Inoltre con la caduta del muro di Berlino si sono infranti i due pilastri portanti della Repubblica dei partiti costruita nel dopoguerra, Democrazia Cristiana e Partito Comunista Italiano.

La sovranità Stato-nazione è stata minata dalla globalizzazione che ha investito settori sempre più ampi dei ceti produttivi e dal percorso verso la moneta unica con la quale l'Unione Europea si preparava alla sfida del mondo globale.

Simona Colarizi è Professore ordinario di Storia contemporanea all'Universià di Roma La Sapienza, Facoltà di Scienze della Comunicazione. È Presidente del Corso di Laurea in Scienze Sociali della Cooperazione e dello Sviluppo. È autrice di numerosi saggi dedicati alla politica italiana dal dopoguerra ad oggi.

Udo Gümpel è giornalista e corrispondente dall'Italia per le reti televisivi tedesche N-TV e RTL. Rolando Gennari è il direttore amministrativo della Europe Solon Group a Berlino e della Solon SpA, Carmignano di Brenta.

Il prossimo evento di “Goethe+200” avrá luogo il 10 novembre con la proiezione del film “Reality” di Matteo Garrone. Il ciclo di manifestazioni intitolato “Goethe+200” è organizzato dall'Istituto Italiano di Cultura di Amburgo in collaborazione con la camera di Commercio della Città, l'aprile Consulting e il Cinema Metropolis. dip

 

 

 

 

All'Istituto Italiano di Cultura di Berlino retrospettiva dedicata a Gianni Croce (7.11.-16.12.)

 

Berlino - Verrà inaugurata il 7 novembre alle ore 19 nella sede dell'Istituto Italiano di Cultura a Berlino la mostra dedicata all'opera di Gianni Croce che raccoglie le fotografie scattate tra il 1921 e il 1964. Si tratta di cento immagini realizzate nel solco delle sperimentazioni italiane ed europee del Novecento: non la cronaca semplice del reale, ma gli sfondi urbani come quinta per rappresentare un'epoca e i suoi volti, "nature morte" e fotomontaggi. Benché aderenti alla storia della sua città, le immagini di Gianni Croce guardano con attenzione alle sperimentazioni italiane ed europee del secolo scorso.

Nei suoi scatti, Croce non restituisce la cronaca semplice e diretta del reale, ma usa gli sfondi urbani come la quinta dove rappresentare la realtà e le proprie storie, interpretate dai protagonisti della vita sociale, siano essi gli aristocratici che le persone umili, rendendo vive le piccole passioni, le storie, le memorie private e collettive. Particolarmente interessanti e curiose sono le sezioni dedicate al Sabato fascista, ovvero le manifestazioni ginniche del Ventennio, dove le pose 'olimpiche' dei ragazzi servivano al regime a rendere memorabile l'evento politico, o ancora quella della Città invisibile, con scorci privi di figure umane e con forti contrasti di luci e ombre, o dei Minimi sguardi, in cui si racconta la ripresa civile ed economica degli anni '50 e '60. L'iniziativa terminerà il 16 dicembre. (Inform 27)

 

 

 

 

Francoforte. “Design Italia: creatività ed eleganza”. Intervista di “Anteprima” ad Alessandro Maccolini

 

Francoforte - Martedì 25 ottobre, presso lo Showroom Alfa Romeo/ Jeep di Francoforte, in occasione dell’evento “Design Italia: creatività ed eleganza”,  con il designer-artista ed orafo Elvio Lunian, il chief exterior designer della nuova Alfa Romeo Giulia, Alessandro Maccolini ha rilasciato ad “Anteprima” la seguente intervista

 

1. Chi è Alessandro Maccolini? Ti presenti e ci racconti il tuo percorso professionale?

Mi considero anzitutto un appassionato “Alfista” che attraverso un percorso di studi abbastanza atipico e ricco di diverse esperienze ha imparato a conoscere e concepire l’auto in tutte le sue sfaccettature. Ho iniziato a lavorare come free lance per alcune aziende automotive e non. Nel 1994 ho partecipato ad uno stage presso il Centro Stile Alfa Romeo della durata di un anno; nel 1997, sotto la guida di Walter De Silva sono entrato in Alfa dove ho partecipato al mio primo progetto come exterior designer nel team Alfa Romeo 147. Attraverso vari progetti importanti come 156 SW, 8C Competizione, Giulietta, 4C sono arrivato ad oggi con la nuova Alfa Romeo Giulia.

 

2. Cosa significa essere un Chief Designer Exterior? Quali sono le sfide e le responsabilità in un’azienda come Alfa Romeo?

Essere Chief Designer, ma più in generale lavorare come designer per Alfa, significa assumersi delle responsabilità molto importanti; in genere, questo mondo, richiede una conoscenza sempre più approfondita di tematiche differenti: soluzioni tecniche, concetti di aerodinamica, fattori legati

all’omologazione della vettura, ecc.. Farlo per questo brand richiede uno sforzo in più: richiede la conoscenza di un linguaggio complesso legato allo sviluppo che lo stile di questo marchio ha subito nel tempo e richiede la capacità di rinnovare questo linguaggio senza tradire le caratteristiche peculiari del marchio. Devo dire che in questi quasi venti anni di “militanza” in Alfa, ogni nuovo progetto è stata una nuova sfida sempre più importante e mi rendo conto come, in un panorama come quello attuale dove l’”auto” viene messa sempre più in discussione, le sfide importanti debbano, forse, ancora arrivare.

 

3. Creatività ed eleganza per me sono?

Sono due caratteristiche importanti che devono coesistere in modo equilibrato. Sia nel progetto, nel suo sviluppo e nel prodotto finale. La creatività a volte coincide con: estremo, provocatorio, inusuale. L’eleganza spesso presuppone l’utilizzo di alcuni canoni consolidati e per questo già conosciuti. Riuscire a dosare questi due valori è importante e trovare la ricetta giusta significa creare oggetti che resistono nel tempo, oggetti che spesso diventano iconici e per questo punto di riferimento per i progetti futuri. Quando si parla di Stile Italiano e di Alfa Romeo, ovviamente, questi valori sono prioritari e tradurli nel rispetto di un “Dna” di brand è importantissimo.

 

4. Cosa ti stimola e ti incuriosisce ancora nel mondo dei disegnatori d’auto che hanno visto grandi personalità in questo settore molto competitivo?

Spesso dico e ricordo ai giovani che arrivano con grandi ambizioni e a me stesso che i Pininfarina, i Giugiaro, i Bertone, ecc. non esistono più. Una volta c’erano nomi famosi che hanno scritto nel vero senso e più profondo della parola, lo stile delle auto non solo italiane. Oggi questo mondo è diventato più complesso e inflazionato; una volta era più facile innovare e creare delle tendenze, oggi è facile ricadere su oggetti di dubbio gusto e si cerca a volte di cavalcare delle presunte mode. La cosa che mi stimola è cercare di capire quando e se questo mondo andrà realmente verso un cambiamento radicale.

 

5. Dopo Francoforte ci puoi accennare ai tuoi progetti in casa Alfa Romeo ?

I progetti che ci aspettano sono molti, alcuni di questi sono in fase conclusiva e di imminente presentazione, altri stanno partendo. Ogni progetto ha caratteristiche e peculiarità diverse ma tutti altrettanto appassionanti. Non posso ovviamente parlare di cosa stiamo facendo ma posso dire che l’arrivo di Giulia con la sua nuova piattaforma ha creato delle aspettative all’esterno e la consapevolezza per noi che siamo dentro al progetto di quanta passione ed energia si sviluppi ogni volta attorno a questo marchio. Michele Santoriello, Il Mitte

 

 

 

 

Germania, Merkel non andrà al congresso dei 'cugini' della Csu

 

La cancelliera non è stata invitata. Scontro per la politica sui migranti: in Baviera vorrebbero un tetto agli arrive – di TONIA MASTROBUONI

 

Berlino - L'anno scorso Angela Merkel aveva dovuto subire l'onta di una ramanzina di Horst Seehofer dal podio, quest'anno la cancelliera non correrà questo rischio. Al congresso della Csu, dei cristianosociali bavaresi previsto per il prossimo fine settimana, non ci sarà. Ma la notizia clamorosa è che pare che non sia stata invitata. Lo riportano fonti dei due partiti. Dopo un colloquio a quattr'occhi, i due leader dei partiti conservatori da sempre affratellati si sarebbero messi d'accordo sulla clamorosa decisione. 

 

È la prima volta da decenni che uno dei due leader dei due partiti non si presenta al congresso dell'altro. La Csu è entrata in rotta di collisione con Merkel per la politiche delle "porte aperte" ai profughi: il governatore della Baviera Seehofer non ha rinunciato ad oggi alla richiesta di un tetto agli arrivi. Ma non è detto che al congresso della Cdu a Essen di dicembre Seehofer non si presenti, invece.

 

Quest'estate tra la cancelliera e il leader dei cristianosociali c'è stato un riavvicinamento e, di fatto, il governo tedesco ha approvato nei mesi scorsi alcuni pacchetti legislativi che hanno introdotto misure per un'integrazione più veloce - e più onerosa per i rifugiati - e sta accelerando sui respingimenti. Inoltre Merkel è stata in primissima fila per favorire l'accordo Ue-Turchia sui profughi e sta lavorando alacremente ad intese simili con l'Egitto o con i Paesi africani che garantiscano "un controllo migliore delle frontiere esterne della Ue", come ripete spesso. 

 

Tra Merkel e Seehofer restano ancora delle divisioni - una continua ad essere il rifiuto della cancelliera a stabilire un limite agli arrivi - per cui la leader della Cdu ha preferito non rischiare. Il governatore della Baviera ama inoltre invitare regolarmente Viktor Orban in Baviera; il premier ungherese è il grande sfidante della cancelliera in sede europea sulla redistribuzione dei richiedenti asilo. Un'abitudine che viene comprensibilmente interpretata dai maggiorenti della Cdu come uno schiaffo a Merkel.  

 

Ma una fetta del partito pensa anche che Merkel si nasconda dietro al blocco austro-balcanico, ai muri sorti lungo i Balcani che hanno chiuso la rotta principale

attraverso la quale è passata la stragrande maggioranza dei profughi nel 2015. Li condanna ufficialmente, ma se oggi gli arrivi in Germania si sono ridotti al lumicino - allentando la pressione su Merkel - è anche merito dei "cattivi" dell'Est e dell'Sudest Europa. LR 29

 

 

 

 

Il paradiso dei giovani? È la Germania. L’Italia è dietro a Romania e Costa Rica

 

L’Italia non è un Paese per giovani. A ricordarcelo ci sono i numeri sui molti espatriati che scappano per cercare opportunità all’estero. Adesso la conferma arriva anche dal governo di Londra che ha messo insieme un ampio studio per capire quali sono i Paesi che offrono più chance per il futuro di chi oggi ha tra i 15 e i 29 anni (Global Youth Development Index and Report 2016). Il miglior posto in assoluto? È, neanche a dirlo, la Germania. Il Paese della Merkel ha conquistato il primato grazie al livello elevato della formazione offerta dalle sue università, per le buone percentuali di impiego e le opportunità di lavoro per i giovani e pure per l’attenzione che il mondo della politica rivolge a questa particolare fascia di età. Al secondo posto c’è la piccola Danimarca mentre in terza posizione si è piazzata l’Australia.  

 

L’Italia? Il nostro Paese non fa per niente una bella figura. Nella classifica per i giovani si colloca, infatti, soltanto in 37esima posizione, sorpassato da Paesi come Romania, Colombia e Costa Rica. Siamo tra i Paesi più avanzati al mondo ma per un giovane, in Italia, non è facile approfittare del progresso economico e sociale. 

 

La graduatoria dei Paesi, 183 in tutto, è stata messa insieme analizzando diversi indicatori, ben 18, il cui mix misura le prospettive future che il Paese offre a chi è nell’età del liceo, fino alla fine degli studi all’università. Tra gli indici considerati c’è la qualità della formazione, le possibilità di lavorare e di specializzazione ma anche la qualità del sistema sanitario del Paese e l’accesso a cure e benessere. Se si guarda soltanto quest’ultimo aspetto, l’Italia riesce a brillare e conquista la decima posizione di questa specifica classifica (unico Paese europeo nella top ten).  

 

Tra gli indicatori presi in esame c’è anche la partecipazione politica dei giovani anche in termini di politiche specifiche per questa fascia di età. Uno scarso interesse alla vita politica e civica segnala frustrazione e scarse speranze nel futuro e soprattutto nelle possibilità di migliorarlo. 

 

Tornando alla classifica generale dei posti migliori, a dominare i primi dieci sono quasi esclusivamente i Paesi europei: in graduatoria con la Germania e la Danimarca ci sono Svizzera, Gran Bretagna, Austria, Lussemburgo e Portogallo. Il Giappone, unico Paese non appartenente all’area europea insieme all’Australia, chiude la top ten. 

 

C’è poi qualche sorpresa. Per trovare gli Stati Uniti occorre scorrere la lista fino alla 23esima posizione, nonostante in America si trovino le università più prestigiose al mondo e i colossi della tecnologia che dalla Silicon Valley hanno rivoluzionato l’economia globale. Anche la Cina non brilla per niente. La superpotenza emergente, con una grandissima fetta di popolazione fatta di giovani, è molto in basso e si piazza solo verso la fine, al 118esimo posto.  

 

Dove è meglio non essere giovani oggi? Il futuro non offre grandi prospettive soprattutto a chi vive nei Paesi dell’Africa. Appartengono, infatti, a questo continente le ultime dieci posizioni. A chiudere l’elenco è la Repubblica Centrafricana. Sandra Riccio, LS 22

 

 

 

 

 

Germania, poliziotto ucciso: monta caso 'Reichsbuerger'. Estremisti anche in forze ordine

 

Descritto come uno buono e gentile, ma un po' strano, Wolfgang P. ha aperto il fuoco contro quattro agenti, durante una perquisizione nella sua abitazione. Ma la vicenda sta suscitando clamore perché è emerso che anche nella polizia si nascondono 'Cittadini del Reich' – di TONIA MASTROBUONI

 

Le testimonianze raccolte tra i suoi vicini di casa lo descrivono come un uomo gentile, buono, "forse un po' strano". Mercoledì all'alba, quattro poliziotti hanno fatto irruzione nella sua casa di Georgensmuend, paesino di seimila anime in provincia di Norimberga. E il 'Reichsbuerger', il 'cittadino del Reich' Wolfgang P. ha aperto il fuoco alla cieca, con una violenza inaudita, colpendoli tutti. Uno di loro è morto ventiquattr'ore dopo, in ospedale. E in casa, il disoccupato 48enne aveva un vero e proprio arsenale di armi da fuoco. 

 

A distanza di due giorni dall’episodio registrato in Baviera che ha sconvolto la Germania, attorno a questi nostalgici dell’Impero sta montando un caso politico. Anzitutto, perché è emerso che anche nella polizia si nasconderebbe qualcuno di essi. Contro quattro agenti bavaresi sono stati avviati procedimenti disciplinari perché sospettati di essere a loro volta dei 'Reichbuerger', come ha ammesso il ministro dell’Interno della Baviera, Joachim Herrmann. E il capogruppo della Spd al Bundestag, Thomas Oppermann, parla di un fenomeno "troppo a lungo sottovalutato". Il responsabile dell’Interno federale, Thomas De Maizière, ha annunciato dunque che i 'Reichsbuerger' saranno maggiormente nel mirino dai servizi segreti. Finora erano considerati un movimento 'spaccato e molto eterogeneo'. 

 

Nel frattempo, l'appassionato di arti marziali della sparatoria di mercoledì è stato trascinato in tribunale con l’accusa di omicidio e sbattuto in carcere. E tutti gli indizi confermano ormai che ultimamente si fosse radicalizzato diventando, appunto, un 'Reichsbuerger'. Si tratta di un movimento di estrema destra dai confini incerti - costituito piuttosto da lupi solitari che da veri e propri gruppi organizzati - che rifiuta la Repubblica federale, si rifugia in deliranti teorie complottiste per non pagare tasse e multe, respinge qualsiasi rapporto con lo Stato e sostiene che la Repubblica federale nata dalle ceneri della Seconda guerra mondiale non esista. Per questi estremisti, ci troviamo ancora nella Germania imperiale e i confini sono quelli del 1937.  

 

La violenza con cui Wolfgang P. ha reagito al blitz della polizia, intenzionata a sequestrargli decine di armi da fuoco legalmente detenute in casa che le autorità non si fidavano più di lasciare in mano ad un cittadino diventato sempre più strano e imprevedibile, non è atipica. Quest’estate un altro fanatico della Germania imperiale aveva aperto il fuoco contro alcuni agenti della polizia, per fortuna senza conseguenze drammatiche.

 

Wolfgang P., in arte 'Wolfgang Johannes von Roth', si era fabbricato una patente in casa, aveva un finto stemma nobiliare appeso all'ingresso, ed era - tipico per un Reichsbuerger - un evasore totale. Mesi fa aveva restituito la carta d'identità al Comune, ma ai perplessi dipendenti

statali non era rimasta altra scelta che rispedirgliela a casa. Il suo profilo Facebook, altrettanto tipicamente, pullula di teorie complottiste e antisemite e vanta una foto del presidente della Repubblica e mezzo governo Merkel con la scritta: 'Colpevoli: impicchiamoli!'.  LR 22

 

 

 

 

Sindrome Deutsche Bank. “Sotto attacco dagli Usa”. Cause legali, multe e derivati: il colosso teme di perdere il suo ruolo globale

 

Francoforte - Stefan Schneider non crede che casi come quello di Deutsche Bank o lo scandalo emissioni di Volkswagen abbiano danneggiato la «corporate Germany». Dal suo ufficio al ventiquattresimo piano della torre A della sede di Deutsche Bank a Francoforte, Schneider - capo economista per la Germania dell’istituto - ammette che però, anche se nei numeri dell’export non si vede, un problema c’è per tutti.  

Il fatto è che Deutsche Bank non è solo la prima banca tedesca: è anche l’ultima banca globale con la sede, il cuore e la testa nell’Eurozona. Con una quota di mercato dell’8%, in Germania ha appena 750 sportelli, destinati a diventare presto 550. È la principale banca «privata» nel barocco sistema del credito tedesco, che conta oltre 1000 istituti - molti con capitale pubblico - e 34.000 sportelli. 

Ma la forza della banca non è questa e anzi è la sua debolezza: il 55% dei suoi ricavi arrivano dalle divisioni di mercati e di banca d’investimento. I suoi concorrenti si chiamano Jp Morgan, Goldman Sachs, Citigroup, Merrill Lynch. Così, negli uffici zeppi di opere d’arte contemporanea delle due torri di vetro nel cuore del distretto finanziario della città tedesca, inizia a farsi strada una sorta di sindrome dell’accerchiamento. La cattiva stampa e le richieste di risarcimento miliardarie degli Usa per i mutui subprime come tentativo di buttare fuori dal redditizio mercato globale l’unica realtà europea. I fautori di questa linea complottista hanno avuto qualche conferma delle loro idee appena ieri, quando diversi giornali tedeschi hanno pubblicato l’indiscrezione di un prossimo ritiro di Deutsche Bank dal redditizio mercato Usa, che vale da solo circa il 20% dei ricavi globali. Teorici del complotto a parte, i problemi di Deutsche Bank sono reali e arrivano dopo che «non per anni, ma per decenni nessuno ha controllato», dice Hans-Martin Buhlmann, a capo della Vip Sight, una associazione che si batte per l’affermazione di buona «corporate governance» e la tutela degli azionisti nelle società quotate.  

Il risultato è una chilometrica lista di cause legali in giro per il mondo. Mutui subprime, manipolazione del Libor (il tasso di riferimento del mercato interbancario), violazione dell’embargo all’Iran e le operazioni della filiale russa. Come i teorici del Grande Complotto non mancano di far notare, in tutti e quattro i casi sono coinvolte le autorità Usa. L’affare più brutto è quello della Russia. Una massa enorme di denaro, almeno 10 miliardi di dollari, uscita dalla filiale di Mosca della banca e finita attraverso una triangolazione neppure troppo sofisticata nella filiale di Londra, centro finanziario del gruppo. Su questa vicenda, oltre agli Usa, stanno indagando anche le autorità tedesche e britanniche. L’accusa è pesantissima: riciclaggio. Deutsche Bank ha chiuso la filiale di Mosca e licenziato i dipendenti coinvolti, ma non basterà. «Ci saranno altre multe pesanti» dice un analista. Per troppo tempo «non hanno fatto controlli e non hanno calcolato i rischi» delle operazioni condotte, dice Buhlmann.  

L’uomo che dovrà cercare di dare un futuro alla principale banca tedesca si chiama John Cryan ed è arrivato al vertice nell’agosto scorso. La sua missione è ripulire la banca dopo i troppi errori del passato. Cryan ha assunto una valanga di persone nell’ufficio che sovraintende ai rischi. A fine anno saranno 2200, il 60% in più del 2014. Poi la questione dei derivati. Quelli di Db sono pari a circa 55 mila miliardi di dollari di valore nozionale, 20 volte il Pil della Germania. Lo stesso di Citigroup, poco più di Jp Morgan (52,3 mila miliardi) o di Goldman (52,2). Ma il valore netto, un misura più chiara dei rischi, è positivo per 18 miliardi di euro. Superiore alla capitalizzazione dell’istituto, che dopo mesi di batoste è ai minimi della sua storia e vale appena 16 miliardi di euro.   

Nonostante ciò, per il Fondo monetario Db è «il più importante contributore ai fattori di rischio sistemico». Perché? Perché siamo la banca più interconnessa del mondo, dice un funzionario dell’istituto. Db è presente in 60 Paesi, finanzia l’export delle imprese tedesche e i trasporti transoceanici, gli sviluppi immobiliari in Asia e grandi fusioni aziendali in America. Per questo, dal lavoro di Cryan dipende molto della stabilità finanziaria globale e dell’economia europea. Escluso un intervento statale che non vuole nessuno, la via d’uscita che suggerisce Buhlmann è un intervento delle grandi imprese tedesche. C’è anche un precedente, quello del gruppo assicurativo Gerling che negli Anni 70 venne salvato dal dissesto da una cordata di grandi imprese clienti. Gerling è ancora attivo. Deutsche Bank, dopo 146 anni, cerca il suo futuro.  GIANLUCA PAOLUCCI LS 16

 

 

 

Ludwigshafen, scoppio in impianto chimico: almeno un morto

 

Almeno uno persona è morta, mentre sei sono rimaste ferite e altrettante risultano disperse in seguito alla violenta esplosione che ha interessato l'azienda chimica Basf, nella zona portuale di Ludwigshafen, nel sudovest della Germania . Lo hanno riferito le autorità locali. La società ha comunicato che si sta indagando per determinare la causa esatta dell'incidente, mentre i servizi di emergenza informano che saranno necessarie diverse ore prima che l'incendio causato dall'esplosione sia sotto controllo.

Misure di sicurezza per la fuoriuscita di sostanze nocive, la cui composizione non è ancora nota, sono state estese anche alla città di Mannheim, che si trova sull'altra sponda del Reno rispetto a quella dell'esplosione.

Non è al momento chiaro quali siano le sostanze sprigionate nell'atmosfera a seguito dell'esplosione nell'impianto. A dirlo è la stessa società, secondo cui di conseguenza non è ancora possibile valutare i rischi per la popolazione.

Secondo quanto ha reso noto un portavoce, l'esplosione è avvenuta durante alcuni lavori alle tubature dell'oleodotto utilizzato per il trasbordo di liquidi infiammabili e gas dalle navi agli stabilimenti di produzione.

 

Secondo la radio pubblica 'Sudwestrundfunk', l'esplosione sarebbe invece avvenuta su una nave cisterna ancorata al porto. Poco prima, riferiscono i media tedeschi, un altro incidente si sarebbe verificato nell'impianto di additivi per materie plastiche delle stessa società, situato a Lampertheim, a circa 30 Km di distanza. Dietro l'esplosione non vi sarebbero attacchi terroristici. A dirlo è la polizia locale, secondo quanto riportano i media tedeschi. Adnkronos 17

 

Minacce di strage nelle scuole, in Germania scatta l’allarme terrorismo

Studenti barricati negli istituti in tutto il Paese. Dopo alcune ore l’allerta rientra

Una serie di mail con minacce di strage sono giunte ad almeno 7 scuole di Lipsia e  ad altri istituti in tutta la Germania. Lo riferiscono i media tedeschi. Gli insegnanti hanno ordinato agli studenti di alcuni istituti di barricarsi nelle aule, mentre in altre scuole sono stati mandati a casa.  

 

Il contenuto dei messaggi di posta elettronica non sono noti, mentre un portavoce della polizia ha riferito che gli agenti sono intervenuti in forze e hanno effettuato diverse perquisizioni. «Prendiamo la situazione sul serio», ha detto il portavoce della polizia, il quale non ha comunque escluso che possa essersi trattato di un «macabro scherzo». Dopo alcune ore infatti l’allarme è rientrato e su Twitter la polizia di Lipsia ha annunciato «che non sono stati trovati indizi di serio e concreto pericolo», anche se sono state innalzate le misure di sicurezza.  

 

Secondo Radio Dresda, che cita fonti della polizia, a ricevere le minacce sarebbero stati alcuni istituti di Lipsia, la Reclam-Gymnasium, il Kant-Gymnasium, la Thomas-Gymnasium, e la Schillergymnasium, così come la Neue Nikolaischule, nel distretto di Stötteritz, dove gli studenti si sono barricati nelle aule.  

 

Tuttavia, minacce sarebbero arrivate anche agli istituti Hegel-Gymnasium e Editha-Gymnasium, due scuole superiori nella città di Magdeburgo. La prima delle due scuole è stata evacuata per motivi di sicurezza, mentre nella seconda le lezioni sono continuate regolarmente.  LS 17

 

 

 

 

In Germania senza conto non esisti

 

BERLINO - “Senza un conto corrente non esisti. Se non ce l’hai, non possiedi neanche una carta di credito, non puoi comprare online, prenotare un volo o un hotel. Se sei costretto a pagare in contanti, desti già dei sospetti, e ti chiudono le porte in faccia. Questo spiega perché in Germania sia pericoloso non pagare un conto, o traslocare nottetempo lasciando affitti arretrati. Rischi di essere messo sulla lista nera della Schufa, un ufficio privato d’informazione, a cui tutti si possono rivolgere, dai padroni di casa alle banche. Se trovano il tuo nome, diventi un paria. E, a volte, basta essere in ritardo di qualche rata per finire nella lista dei “cattivi”. Da metà giugno, per legge ogni essere umano ha diritto ad avere un conto corrente, non importa chi sia, un barbone, un profugo, o disoccupato”. Accade in Germania, come spiega Roberto Giardina su “Il deutsch-Italia”, quotidiano online diretto a Berlino da Alessandro Brogani.

“I sussidi dell’assistenza sociale, o quelli per i Flüchtlinge, i rifugiati, in attesa dell’asilo politico, non vanno riscossi di persona, ma depositati mensilmente sul conto. Ma anche in Germania non basta una legge a cambiare la realtà. Molte banche pretendono spese più elevate per il cosiddetto Basiskonto, rispetto ad altri conti correnti, offrono meno flessibilità a questi speciali, e non molto graditi, clienti.

Alla Targobank e alla Deutsche Bank, il costo minimo è di 9 euro, molto al di sopra della media. Alla Postbank i clienti devono pagare più spese rispetto a un cliente con un normale stipendio. Sempre alla Deutsche Bank chi compie più di cinque versamenti in un mese si vede addebitare 16 euro, mentre la tariffa normale è di 4. Una differenza immotivata, secondo Christina Buchmüller, dellaVerbraucherzentrale, l’associazione dei consumatori.

Prima di giugno, erano almeno 600 mila i cittadini senza un conto corrente. Il Governo è voluto venire incontro a chi si trovava in condizioni di inferiorità, agli emarginati, ma per le banche si tratta di clienti scomodi, poco affidabili, che determinano spese di gestione, e non rendono. Non sono rischiosi, non sono schedati dalla Schufa: ricevono una somma sicura dagli Enti sociali, possono effettuare pagamenti di ogni genere, senza tuttavia poter andare in rosso. E ovviamente non possono richiedere una carta di credito. Ma questi clienti “sociali” sono anche quelli che hanno più bisogno di assistenza, fanno perdere tempo agli impiegati, continuando a fare domande e a chiedere consigli, spiega Frau Buchmüller. E i profughi, inoltre, non parlano tedesco.

Le banche guadagnano proprio sui correntisti in rosso, chiedendo interessi elevati sulle somme dovute. Un paradosso, ma che è la causa dei guai della grandi banche come la Deutsche Bank o la Commerzbank, o della nostra Monte dei Paschi di Siena. Si trascurano i piccoli, e si elargiscono milioni a imprenditori o grandi aziende che non li restituiranno. Le banche non possono chiudere unBasiskonto per motivi di comodità, ma solo se il cliente ha commesso un reato o se usa il conto per fini illegali.

La legge tedesca, per la verità, prescrive che un Basiskontoabbia un costo adeguato al costo di mercato usuale. Una definizione ambigua che si presta a essere aggirata dagli istituti di credito. Le banche hanno ricevuto un ammonimento dall’Associazione consumatori. Se non reagiranno, Frau Bachmüller è decisa a citarle in giudizio. In Italia servirebbe solo a perdere tempo, qui funziona”. (aise 20) 

 

 

 

 

La relazione del Governo al Comitato di Presidenza del Cgie: Comites, Cgie, Enti Gestori, Referendum, Scuola all’estero

 

ROMA – Nel corso del recente Comitato di Presidenza del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero è stata illustrata ai consiglieri la relazione del Governo sulle politiche per gli italiani all’estero.

Nel documento viene in primo luogo auspicato “che la riforma dei Comites e del Cgie consenta a questi organi di aggiungere al proprio tradizionale compito di tutela delle esigenze dei connazionali all’estero un sostanziale supporto alle attività di promozione del Sistema Italia nel mondo, attraverso le comunità italiane d’oltreconfine da loro rappresentate”. A tal proposito nel testo si rileva anche la necessità che la riforma dei Comites modifichi i requisiti di consistenza numerica della collettività per l’istituzione del Comitato; riveda i criteri e le modalità di designazione dei componenti dei Comites, in modo da consentire la più ampia rappresentanza dell’emigrazione italiana, incluse le varie componenti della “nuova emigrazione”; e  modifichi il sistema di verifica delle condizioni di incompatibilità e ineleggibilità dei membri dei Comites, in modo da correggerne il carattere decisamente a autoreferenziale. Auspicato inoltre un miglioramento del sistema previsto dal comma 4 dell’articolo 8 della legge 286 del 2003 in caso vi siano gravi motivi che richiedano lo scioglimento dei Comites, così da disincentivare il sorgere di ingiustificabili situazioni di impasse e rendere gli eletti maggiormente responsabili verso i propri elettori. Ipotizzato anche un aggiornamento dei criteri per la concessione dei contributi ministeriali (di cui al comma 6 dell’articolo 3 della Legge sui Comites), perché facciano essenzialmente riferimento al numero dei connazionali, all’estensione della circoscrizione e agli indici del costo della vita nei Paesi di riferimento e la destinazione di una quota predeterminata, e non residuate, dello stanziamento annuale in favore dei Comites per la realizzazione di specifici progetti di interesse per i nostri connazionali all’estero. Ribadita infine l’importanza del ricorso al “fundraising”, per stimolare i Comites a ottimizzare la gestione delle risorse disponibili per le proprie attività e, soprattutto, acquisire più elevata visibilità presso le comunità di riferimento.

Per quanto poi riguarda la riforma del Cgie nel documento del Governo si sottolinea la necessità di una riflessione sia sulla composizione del consiglio e l’articolazione dei lavori dei propri organi interni, sia su come valorizzare il ruolo di quest’organo, nell’elaborazione delle attività a favore delle comunità all’estero, in sinergia con i parlamentari eletti all'estero e con le altre competenti istituzioni a livello centrale e locale.  Sul fronte dei servizi e delle politiche per gli italiani nel mondo nel documento viene ricordato come al momento si stia lavorando per portare avanti il progetto di affidamento delle postazioni mobili per il rilevamento delle impronte digitali per i passaporti ai consoli onorari, al momento ne sono state distribuite 36, ma l’obiettivo è quello di aggiungerne a regime altre 75.

Per i Comites si registra poi l’erogazione, al 14 ottobre 2016, di 1.125.264 euro di contributi ordinari per il corrente esercizio finanziario, pari al 79,33% dell’assegnazione annuale complessiva (1.418.41,6 euro). Sono inoltre disponibili 224.451euro per i contributi integrativi. In questo ambito saranno privilegiati i progetti specificamente rivolti all’inserimento nei contesti locali dei componenti dei nuovi flussi migratori italiani e le iniziative di approfondimento delle vicende storiche dell’emigrazione italiana, in particolare quelle che presentino ancora forti elementi di attualità. Per quanto poi concerne l’assistenza ai nostri connazionali dal documento viene segnalato come a tutt’oggi per l’assistenza diretta siano stati stanziati  5.248. 780 euro, pari al 90% della dotazione annuale, mentre per quella indiretta  sono stati impegnati 388.500 euro in favore di 38 enti. Sul fronte dei contributi agli enti gestori dei corsi di lingua e cultura italiana dal testo viene rilevato come, dopo un lungo iter fatto di tagli e recupero delle risorse in fase di assestamento di bilancio, la disponibilità sul capitolo 3153 sia oggi equivalente a quella del 2015 (11.918.796  euro) . “Sappiamo – si legge nel testo - che questa situazione di incertezza rende particolarmente difficile la programmazione dell’attività didattica da parte degli enti, delle autorità consolari e dello stesso ufficio ministeriale che amministra il capitolo. Gli enti gestori, in particolare, incontrano sempre maggiori difficoltà nel rispettare gli impegni assunti, non solo nei confronti degli studenti, ma anche degli insegnanti, anche alla luce delle previsioni sugli stanziamenti nel prossimo triennio, che dovrebbero subire un’ulteriore, drastica riduzione”. Dopo aver ribadito l’impegno del Maeci a lavorare per mantenere nel 2017 almeno invariati i capitoli  di bilancio per le attività in favore degli italiani all’estero e per far sì che una quota adeguata dei 50 milioni stanziati dal Governo per la promozione della lingua e della cultura italiana all’estero siano destinati ai corsi, nel testo si precisa come  la Farnesina abbia avviato sin dall’indizione del referendum costituzionale una campagna di comunicazione basata su un mix di mass media tradizionali (Tv e radio) e di nuovi media (pagine web dedicate sui siti istituzionali del Maeci e delle sedi  estere; campagna di messaggi via Twitter; pagine e link dedicati su Facebook e Youtube). Una campagna informativa che in questa prima parte ha prestato particolare attenzione agli elettori temporaneamente all’estero e agli elettori iscritti all’Aire che abbiano optato per il voto in Italia. Nella fase successiva la campagna informativa si focalizzerà invece su modalità e scadenze previste dalla legge sul voto per corrispondenza all’estero.

Nel documento viene anche analizzata la dislocazione della rete diplomatica consolare che dispone all’estero di 298 strutture: 124 ambasciate, 8 rappresentanze permanenti, 80 uffici consolari, 83 istituti di cultura, 1, delegazione diplomatica speciale e 2 sezioni distaccate di ambasciata. A questi numeri vanno aggiunti i 542 uffici  consolari onorari distribuiti nelle differenti aree geografiche, di cui 395 attualmente operativi, ossia con titolare nell’esercizio delle funzioni.

“Conclusa la fase di adempimenti dettati dalla spending review, il processo di riorganizzazione della rete all’estero – si legge nel documento - resta una necessità operativa per assicurare l’adeguamento della rete stessa,  che è stata costituita in contesti storici

profondamente diversi dall’attuale, ai nuovi scenari internazionali e al mutato contesto geopolitico in cui opera il paese.

Il Maeci intende proseguire nella direzione di progressivo rafforzamento della nostra presenza in Paesi prioritari sul piano della sicurezza e, proprio in tale ottica, il Consiglio dei Ministri ha approvato, nella seduta del 4 ottobre, l’istituzione di nuove ambasciate in Niger e Guinea Conakry (Paesi strategici per il contrasto all'immigrazione clandestina). Contestualmente, al fine di assicurare un’adeguata difesa dei nostri interessi nella regione caraibica e rispondere alle richieste di servizi della crescente collettività italiana in loco, si è deciso anche di riaprire l’Ambasciata d’Italia nella Repubblica Dominicana, soppressa dal 31 dicembre 2014”. Nel documento del Governo viene anche ricordata sia la prosecuzione del piano di dismissione del patrimonio immobiliare all’estero del Maeci, nel 2016 è previsto un versamento al bilancio di 20 milioni di euro, sia l’importanza che riveste per la nostra politica estera la diffusione della lingua italiana nel mondo. “ Le ultime rilevazioni relative all’anno scolastico 2074/2015, - precisa il testo - indicano la presenza di 2.233.373 studenti di italiano, distribuiti in 116 paesi. La realizzazione del Portale della Lingua Italiana risponde all’esigenza di sistematizzare  e rendere accessibili al pubblico tutte le informazioni sullo studio della lingua italiana nel mondo. Vi sono accessibili informazioni, indirizzi, notizie e approfondimenti utili provenienti dalla galassia dei soggetti attivi nell'ambito della promozione dell’italiano all’estero”.

Per quanto concerne infine l’attuazione della delega per la riforma della scuola italiana all’estero si evidenzia come questa sia ispirata a specifici principi generali: aggiornamento degli ordinamenti per rispondere in maniera flessibile alla realtà

socio-economica di ciascuno dei paesi esteri in cui si opera; rafforzamento della missione di promozione della cultura italiana all’estero e suo coordinamento con le iniziative dell’intero sistema paese; razionalizzazione delle norme sul personale all’estero, eliminando le maggiori criticità finora riscontrate nella prassi. “Il Maeci –  si spiega nel documento - vorrebbe superare l’impostazione tradizionale, prevista dal vigente articolo 625 del testo unico delle disposizioni legislative in materia di istruzione, e risalente alla legge 153/1971, che aveva come finalità l’assistenza scolastica agli emigranti e ai loro famigliari, puntando invece sul sempre maggior inserimento dei corsi di italiano nei percorsi scolastici locali. Coerentemente con l’evoluzione socio-economica degli ultimi 50 anni, i destinatari di questi corsi non verrebbero più individuati soltanto tra gli italiani all’estero: la nuova tipologia di intervento intende rispondere a finalità più ampie di promozione della lingua e della cultura italiana, come nei fatti già avviene: ricordiamo che più dell’80% dei corsi offerti dagli enti gestori è inserito nei curricula delle scuole locali”. (Inform 24)

 

 

 

 

Riunito il Comitato di Presidenza del Cgie. Il punto del segretario generale, Michele Schiavone

 

Tra i temi affrontati la riforma della rappresentanza degli italiani all’estero, promozione di lingua e cultura, partecipazione dei connazionali al voto referendario dal prossimo 4 dicembre, rapporto con le Regioni, coinvolgimento dei giovani

 

ROMA – Riforma della rappresentanza degli italiani all’estero, promozione di lingua e cultura, partecipazione dei connazionali al voto referendario dal prossimo 4 dicembre, rapporto con le Regioni sono i temi che hanno dominato la riunione del Comitato di presidenza del Consiglio generale degli italiani all’estero che si è conclusa oggi alla Farnesina e su cui il segretario generale, Michele Schiavone, a margine dei lavori, ha fornito alcuni aggiornamenti.

Continua dunque il “protagonismo” del Cgie sulle questioni che riguardano da vicino le collettività, stimolato anche da “una rinnovata attenzione del Maeci nei confronti delle politiche migratorie”, “in un momento in cui l’Italia sta vivendo profonde trasformazioni in parte volute e in parte determinate dalla globalizzazione – afferma Schiavone, segnalando come “il cambio di passo” sia necessario anche per rispondere alla complessità del fenomeno, che include la componente tradizionale dell’emigrazione italiana ma anche i nuovi flussi, decisamente numerosi, come testimoniano i dati dell'ultimo Rapporto Migrantes recentemente presentato (vedi http://comunicazioneinform.it/presentata-oggi-lxi-edizione-del-rapporto-italiani-nel-mondo-promosso-dalla-fondazione-migrantes/).

Una delle principali questioni in cui il Cgie è stato coinvolto è la riforma degli organismi di rappresentanza – Comites e Cgie, appunto, – modifica “necessaria a 10 anni dall'ingresso nel Parlamento italiano degli eletti nella circoscrizione Estero” e sulla quale il Cgie ha promosso nei mesi scorsi una consultazione con i diretti interessati – Comites, associazioni, soggetti, anche singoli, attivi nei diversi Paesi. “Ci sono giunti 60 documenti diversi di proposta di riforma – segnala Schiavone, evidenziando come sia ora in corso un lavoro di discussione e di “sintesi” che confluirà nella stesura di una bozza che sarà vagliata dall’assemblea plenaria straordinaria del Cgie che “dovrebbe tenersi, fatta salva la copertura finanziaria, nella settimana del 12-17 dicembre prossimi”. In questo modo la discussione potrà tener conto anche dell’esito del referendum sulla riforma costituzionale, che, nel caso di vittoria del sì, escluderebbe la presenza di parlamentari eletti all'estero nel nuovo Senato delle Regioni. Per quanto riguarda l’attuale sistema, Schiavone tiene a precisare come esso sia giudicato “quasi obsoleto nell’applicazione, ma non nell’architettura”, sottolineando la validità dei tre livelli di rappresentanza previsti – parlamentari, Cgie, per la rappresentanza intermedia, e Comites, per quella di base, - che rendono il nostro “un modello da tutelare e che è stato additato come esempio anche da altri Paesi”. Segnala inoltre “elementi innovativi” che verranno introdotti e “che dovrebbero assicurare maggiore rappresentatività”, “fermo restando il rispetto dell’autonomia dei parlamentari”. La bozza, frutto di sintesi, “resterà comunque aperta a proposte e suggerimenti” e la riforma verrà elaborata “tenendo presente una prospettiva di medio e lungo periodo”. Il segretario generale aggiunge come siano sino a qui “emersi spunti che ci permettono di essere soddisfatti, rispondenti alle necessità dell’oggi ed anche alle istanze e al protagonismo delle nuove mobilità”. Sottolinea, inoltre, come, pur accogliendo alcuni aspetti suggeriti dal sottosegretario agli esteri Vincenzo Amendola, il lavoro sia stato fatto in autonomia e attraverso un metodo – quello della consultazione allargata sopra richiamata – che verrà ripetuto anche per la definizione di proposte relative ad altri temi di interesse per i connazionali.

Sul fronte della promozione di lingua e cultura italiane all’estero, egli segnala come alcuni rappresentanti del Cgie abbiano partecipato alla seconda edizione degli Stati generali sulla lingua italiana svoltasi ad inizio settimana a Firenze, rilevando come sul tema influisca ora anche la riorganizzazione di competenze interna al Maeci, riordino che consentirà di legare più strettamente la promozione culturale a quella del sistema Paese nel suo complesso, nella consapevolezza delle ricadute di tale promozione anche a livello economico. “Occorre tenere comunque presente che l’obiettivo prioritario è mantenere vivo il legame con gli italofoni e con i connazionali – rileva il segretario generale, ricordando poi le difficoltà che i ritardi nell’erogazione di contributi agli Enti gestori dei corsi di lingua e cultura italiana hanno causato a questi ultimi in termini di programmazione delle attività, una questione aggravata dalla progressiva riduzione dei fondi a disposizione e la cui soluzione è tra le priorità del Cgie. Anche in questo caso, si sottolinea come la normativa in vigore, la legge 153 del 1971, sia da rivedere alla luce del “cambiamento profondo avvenuto nel mondo della scuola, e non parlo solo della didattica – afferma Schiavone, rilevando i molteplici strumenti forniti dalla tecnologia e della rete, ma che devono essere ricompresi in un quadro normativo il cui impulso deve arrivare dalla politica e dal riconoscimento delle potenzialità e dalle logiche, non solo economiche, che un investimento in questo settore assume. Un riconoscimento – rileva - cui è mancata “attenzione” da parte nostra e invece già compiuto in altri Paesi, più forti sul “mercato delle lingue”, come la Gran Bretagna, la Spagna o la Francia. L’occasione per il rinnovamento arriva oggi con la legge sulla “Buona scuola”, cui il Cgie guarda con attenzione, ribadendo la sua volontà a contribuirvi; con altrettanta attenzione verrà seguito l’iter in Parlamento della legge di stabilità, in particolare per le dotazioni finanziarie sul capitolo di spesa dell’insegnamento dell’italiano all’estero. Schiavone si rallegra per i 50 milioni annunciati agli Stati generali dal presidente del Consiglio Matteo Renzi, ma ricorda le difficoltà attraversate quest’anno per fare in modo che tali risorse raggiungessero la soglia minima dei 12 milioni di euro (raggiunta in ultimo con uno stanziamento aggiuntivo di 2,6 milioni di euro rispetto ai 9,4 inizialmente previsti). In più, le proiezioni per l’anno 2017 riducevano tali risorse a 5,8 milioni di euro, “una somma che, se fosse confermata, metterebbe in crisi tutto il sistema – avverte il segretario generale.

A proposito del quesito referendario, Schiavone segnala come all’estero vi sia “fermento e volontà di partecipazione”, perché il tema della Costituzione suscita tra i connazionali un “senso identitario molto forte”. “Riteniamo che la partecipazione sarà altissima e compenserà i momenti oscuri che hanno caratterizzato alcuni altri passaggi elettorali – sostiene il segretario generale, rilevando come il Maeci abbia ben gestito il percorso organizzativo e informativo, che “potrà essere compensato da un’ampia partecipazione”. L'impegno deve proseguire affinché tutto si svolga nella massima trasparenza – rileva Schiavone, ritenendo che un pieno protagonismo debba tradursi anche nel coinvolgimento della collettività non solo nella fase preparatoria al voto ma anche in quella dello spoglio, “percorso che dobbiamo mettere in campo per qualificare la partecipazione dei connazionali e che metterebbe un punto ai momenti difficili avuti nel passato e sarebbe un recupero fortissimo dell’immagine dell’istituzione”.

Altri temi all’ordine del giorno, il processo istitutivo per elaborare uno statuto dei lavoratori frontalieri – circa 300 mila italiani, - primo passo verso l’istituzione di un commissario europeo con competenze sulla materia; la questione della eleggibilità all’interno dei Comites dei rappresentanti di patronato, compatibilità che a giudizio del segretario generale è assicurata considerando i patronati all’estero quali associazioni, ma su cui si chiede un chiarimento definitivo viste le difficoltà sorte nell’interpretazione del testo normativo; il recupero e rafforzamento dei rapporti con le Regioni e le loro consulte dell’emigrazione, per l’avvio di un percorso che porti alla convocazione della conferenza Stato-Regioni-Province autonome e Cgie; la riattivazione e l’aggiornamento – anche sul fronte social – del portale del Cgie;  il recupero di fondi per svolgere tutte le riunioni e assemblee del Cgie previste per legge, con l’ausilio dello strumento telematico che deve essere “aggiuntivo e non sostitutivo della sua normale attività – avverte Schiavone; l’organizzazione sul territorio di incontri di giovani italiani in occasione delle convocazioni delle prossime assemblee continentali del Cgie e in vista, se possibile, di un secondo incontro mondiale da svolgersi nel 2018, contestualmente alla quarta Conferenza degli italiani nel mondo (una proposta lanciata dal Coordinamento del Forum delle Associazioni Italiane nel Mondo, vedi http://comunicazioneinform.it/il-coordinamento-del-faim-rilancia-limpegno-congressuale-per-la-quarta-conferenza-degli-italiani-nel-mondo/). 

Viviana Pansa, Inform 21

 

 

 

 

Consiglio UE, il retroscena. Siria, il summit notturno e le sanzioni alla Russia: alla fine vince il no di Renzi

 

La cancelliera Merkel le aveva chieste con forza ma alla fine sono state eliminate nel documento finale del vertice soprattutto per l’opposizione del premier  - di Ivo Caizzi, inviato a Bruxelles

 

Al termine del Consiglio dei capi di Stato e di governo dell’Ue, a Bruxelles, è emerso con chiarezza il duro scontro avvenuto tra Germania e Italia sulle possibili sanzioni alla Russia per i bombardamenti in Siria, che erano state chieste dalla cancelliera tedesca Angela Merkel e sono state fatte cancellare nel testo delle conclusioni soprattutto per l’opposizione del premier Matteo Renzi.

Sanzioni alla Russia: asse Berlino-Parigi-Londra

«Io avrei accolto con favore il testo che c’era nella bozza originaria», ha ammesso Merkel, che aveva trasformato la minaccia di sanzioni a Mosca nella priorità tedesca al summit, grazie anche all’appoggio esplicito del presidente francese François Hollande e della premier britannica Theresa May. La cancelliera non ha però voluto commentare le indiscrezioni sui toni molto accesi durante l’opposizione alle sanzioni di Renzi, che avrebbero provocato l’estensione della prima giornata del summit fino a tarda notte. Si è limitata a dire di non voler «entrare nel dettaglio delle conclusioni a porte chiuse».

Renzi: «Sanzioni non sono un deterrente»

Renzi ha confermato la contrarietà dell’Italia sulle sanzioni a Mosca per la Siria e la soddisfazione per il testo con termini «duri» poi concordato. «La Russia è il nostro vicino più grande e il più legato alla questione siriana – ha detto il premier a Bruxelles -l’auspicio è che tutti si possa arrivare a una tregua duratura e alla pace, in particolar modo per la sventurata popolazione di Aleppo». L’Italia contesta soprattutto l’utilità delle sanzioni come «deterrente». Renzi, criticando implicitamente Merkel, Hollande e May, le ha definite «solo un alibi da usare in politica interna». La sua linea è che «Europa e Russia devono tenere aperto un canale di dialogo e comunicazione». Renzi ha cercato di raffreddare il contrasto con Merkel escludendo un suo atteggiamento anti-Berlino. «Abbiamo un’ottima relazione con la Germania – ha dichiarato - su molte cose non siamo d’accordo, ma questo accade tra amici. L’atteggiamento dell’Italia non è una postura muscolare, ma è quello che serve all’Europa. L’Italia non può arrivare qua e ratificare altrui decisioni».

«Tutte le opzioni ancora sul tavolo»

La cancelliera intende però insistere con il suo obiettivo alla luce del continuo monitoraggio di quanto avverrà in Siria già dai prossimi giorni. A Bruxelles Merkel ha sottolineato che dal summit è uscito solo «il minimo che siamo riusciti a concordare» e che «tutte le opzioni restano sul tavolo», comprese le sanzioni ad alleati del regime siriano di Assad, come la Russia, impegnati nei bombardamenti ad Aleppo, dove «ciò che sta accadendo è inumano». CdS 21

 

 

 

 

Garavini (PD): "La riforma costituzionale: una grande conquista per gli italiani nel mondo"

 

"La riforma costituzionale rappresenta una importante conquista per gli italiani nel mondo perchè garantisce il mantenimento della circoscrizione estero - cioè la voce degli italiani nel mondo nel Parlamento italiano. Una presenza che è stata spesso messa in discussione, anche di recente, da numerose forze politiche.

Approvando la riforma costituzionale, con la vittoria del SI, i 12 rapprentanti degli italiani nel mondo saranno presenti a tutti gli effetti nella Camera dei Deputati, che sarà quella di maggiore peso, dal momento che dà la fiducia al Governo e approva tutte le leggi. Il numero dei parlamentari eletti all'estero nel totale diminuisce di un terzo, in linea con la riduzione dei parlamentari a livello nazionale.

Chi vorrebbe che il referendum fallisse spesso fa strumentalmente confusione tra la riforma costituzionale e la Legge elettorale "Italicum". Si tratta di due cose diverse. Noi siamo chiamati a votare solo ed esclusivamente sulla riforma costituzionale. L'Italicum è proprio un'altra Legge, una Legge ordinaria, già approvata in Parlamento. Nella quale tra l'altro è previsto qualcosa di molto positivo per noi che viviamo fuori dai confini. Infatti grazie al Pd abbiamo introdotto il voto per corrispondenza anche per gli italiani temporaneamente all'estero, come gli Erasmus. 

Rispetto al fatto che la legge elettorale preveda che i voti degli italiani all'estero non concorreranno alla concessione del premio di maggioranza non posso che ricordare che già oggi è così: col Porcellum (reso nel frattempo incostituzionale da una sentenza della Corte Costituzionale) i 12 seggi assegnati dalla Circoscrizione estero alla Camera dei Deputati non contribuivano a fare scattare il premio di maggioranza perché il sistema elettorale per l’estero era diverso da quello utilizzato per i residenti in Italia. Con l'italicum il sistema di voto per l’estero rimane inviariato e, come in passato, non è previsto che si mischi con un sistema diverso come quello che vale per i residenti in Italia.

La riforma inoltre non tocca i poteri del Presidente del Consiglio. Abolisce il bicameralismo perfetto per aumentare la governabilità del Paese, ma non attribuisce più poteri al Governo. La democrazia diventa più efficace senza fare passi indietro sul fronte dell'equilibrio dei poteri. Nel sistema attuale, il potere di vita o di morte su un Governo, invece, lo hanno avuto spesso due o tre senatori eletti in piccoli partitini che magari hanno cambiato opportunamente partito di appartenenza, magari ottenendo favori o promesse di rielezione. Questo con la nuova riforma, abbinata all'Italicum, non sarà più possibile"

Lo ha detto Laura Garavini, della Presidenza del Gruppo del Pd alla Camera dei Deputati, intervenendo a Liegi e a Bruxelles a sostegno delle ragioni del SI‘ al referendum costituzionale. De.it.press 20

 

 

 

 

 

Referendum Costituzionale. Le Acli: un Sì per permettere il proseguimento di una stagione di riforme

 

ROMA - La scadenza referendaria ha rappresentato per le Acli - è detto in un comunicato - una preziosa occasione per riscoprire l’azione politica dell’associazione e l’originaria funzione formativa di movimento di pedagogia sociale e popolare che sin dalle origini ne ha caratterizzato l’identità.

Infatti, in vista del referendum di dicembre, per promuovere una partecipazione consapevole alla vita politica del Paese, le Acli hanno scelto di intraprendere un percorso che ha coinvolto tutta la rete associativa e che ha consentito la maturazione di un pensiero diffusamente condiviso. A partire dal mese di giugno, nelle città e nei circoli, è stato promosso un numero considerevole di dibattiti sulla Costituzione. Se ne sollecitavano almeno un centinaio, ma il numero di tavole rotonde, convegni e seminari promossi dal movimento aclista in tutta Italia ha superato di gran lunga questo numero.

Il dibattito interno alle Acli, soprattutto nelle province e nelle regioni, è stato serrato, mettendo in luce diversi punti di vista. È questo un chiaro segnale della vitalità del movimento che conferma la propria vocazione alla democrazia e alla partecipazione: siamo plurali e siamo orgogliosi di esserlo. Su un aspetto però siamo sempre stati tutti d’accordo: quello di evitare il rischio, tutt’altro che ipotetico, di strumentalizzazioni e di rese dei conti tra fazioni politiche contrarie.

Le istituzioni possono essere modificate, adeguate. In altre parole, riformate. Perché sappiamo che il mondo cambia e anche le istituzioni possono e devono cambiare. Perché sappiamo che senza un'adeguata manutenzione istituzionale la politica si trasforma in antipolitica. Per questo riteniamo opportuno che si riformi l'assetto istituzionale, anche se, forse, la forte accelerazione in tal senso, così come il persistente e preesistente conflitto tra le classi dirigenti del Paese, non ha sempre consentito le condivisioni e gli approfondimenti utili e necessari.

L’appello delle Acli è a informarsi e a recarsi ai seggi il 4 dicembre per votare. La considerazione finale è che le direttrici di fondo della riforma siano del tutto positive e largamente condivise, che sarà necessario proseguire con una manutenzione costituzionale e che, pertanto, una vittoria del Sì potrà permettere il proseguimento di una stagione di riforme. Dip 20

 

 

 

 

 

Stati Generali della Lingua Italiana. Aperti i lavori della seconda edizione intitolata "Italiano lingua viva"

 

Sono intervenuti il presidente del Consiglio Matteo Renzi, il vice ministro agli Esteri Mario Giro, il sindaco di Firenze Dario Nardella, il presidente della Società Dante Alighieri Andrea  Riccardi e il ministro dell'Istruzione Stefania Giannini.

2,3 milioni gli studenti di italiano nel mondo, 50 milioni di euro per la promozione dell'italiano nella legge di stabilità varata dal governo

 

FIRENZE - Al via nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio a Firenze la seconda edizione degli Stati generali della lingua italiana intitolata "Italiano come lingua viva", percorso di riflessione e approfondimento sull'importanza della diffusione della nostra lingua quale asse fondamentale della proiezione internazionale del paese. Proiezione che molto deve alla capacità di attrazione esercitata dalla cultura e dall'immagine dell'Italia nel mondo ma cui occorre saper cogliere le potenzialità dei nuovi strumenti di promozione culturale e inserirsi in un contesto profondamente mutato dalla globalizzazione.

A dare il benvenuto ai partecipanti il sindaco della città di Firenze, Dario Nardella, che ha definito gli Stati generali  "un appuntamento ormai consueto" e rilevato il valore aggiunto di "una positiva e necessaria continuità" dell'iniziativa. Ha ribadito il "rapporto speciale e unico che lega la lingua italiana alla città di Firenze" e segnalato come il 90% del lessico fondamentale oggi in uso sia quello contenuto nella Divina Commedia, testimonianza del legame indissolubile con il dialetto fiorentino e dell'origine della nostra lingua. Due le "direttrici" della promozione dell'italiano oggi: quella che attiene al significato e al suo corretto uso tra gli italiani, per cui è necessario evitare "l'impoverimento e la mortificazione derivante dal sovrautilizzo ingiustificato di termini inglesi", tenendo presente che questo determina anche "una mortificazione della capacità creativa connessa alla nostra lingua" e anche a livello della vita quotidiana, come, ad esempio, in tutte le pratiche dell'accoglienza; e la diffusione fuori dai confini nazionali. Nardella insiste poi sulla capacità della nostra lingua di "costruire ponti" e ripropone come ancora valide le sfide già elaborate nel corso della prima edizione, sollecitando ad ampliare gli interventi all'estero, pensando a progetti che coinvolgano le nostre opere liriche e sinfoniche o ad una sorta di "erasmus delle arti", anche con l'ausilio delle università straniere presenti in Italia, con la promozione di cinema e televisione, anche attraverso l'utilizzo di nuove tecnologie, e ricordando che "l'esportazione della nostra lingua è spesso un viatico per l'esportazione di tutto il resto".

"Due anni fa abbiamo scoperto un continente dell'Italia all'estero, realtà complessa cui afferiscono le comunità di italiani residenti all'estero, le nuove mobilità ma anche gli amanti della nostra lingua e cultura - afferma il vice ministero degli Esteri, Mario Giro, ribadendo come l'identità italiana sia e venga percepita "come un processo di relazione e non un assillo etnico". "Da quella prima edizione gli Stati generali sono rimasti convocati per continuare a formulare proposte su come potenziare la diffusione della nostra lingua e cultura e l'ampiezza di questo continente - ha proseguito il vice ministro, ricordando come a testimonianza della nostra forza attrattiva vi sia la crescita del numero di studenti di italiano nel mondo, oggi quantificati in 2,3 milioni (erano 1,5 milioni nel 2014). Per Giro il nostro soft power è intrinseco alla nostra lingua: "strumento comunicativo, parte fondante della nostra storia ma anche capacità di analizzarla con il nostro sguardo particolare, esercizio di influenza piuttosto che ingerenza sull'altro; l'italiano - ricorda il vice ministro - è la lingua del cuore, si impone da sola, ha una potenzialità legata alla sua storia e cultura, è antidoto al pessimismo del nostro tempo, è la lingua del sì, ed è un errore pensare che essa sia debole". "Dobbiamo invece essere consapevoli della nostra forza, della ricchezza della nostra lingua, del fatto che il futuro è  di chi sarà capace di andare in mare aperto, di coniugare conoscenze e culture - aggiunge Giro, precisando come proprio uno dei compiti degli Stati generali sia "darci consapevolezza di questo strumento prezioso", oltre che "proporre iniziative, trasmettere uno slancio di energie e di idee per potenziare la diffusione della lingua della bellezza". L'Italia è dunque "una grande potenza culturale spesso inconsapevole - afferma Giro e la chiamata a raccolta intende generare tale consapevolezza e risvegliare fiducia, stima e orgoglio.

Non ha partecipato all'apertura per sopraggiunti impegni istituzionali il ministro degli Affari esteri, Paolo Gentiloni, mentre è intervenuto il presidente del consiglio Matteo Renzi che ha parlato di una "grande battaglia che dobbiamo fare e vincere insieme": "fare una gigantesca scommessa culturale sul made in Italy", a cui concorre uno stanziamento sul fronte della promozione linguistica inserito in legge di Stabilità - annuncia il premier. "Il numero di chi studia oggi la nostra lingua è strepitoso, anche se molto piccolo rispetto ad altri Paesi - ha affermato Renzi, ricordando però come ci si trovi dinnanzi a realtà molto diverse e come "il nostro percorso non possa essere giocato nella logica dei grandi numeri". Ricorda però come la promozione linguistica accompagni quella commerciale e sia anzi un volano di quest'ultima e come l'Italia sia il secondo paese nella graduatoria dei marchi commerciali, con una capacità attrattiva universalmente riconosciuta dal fatto "che molto spesso si definisce italiano ciò che italiano non è - segnala il premier, richiamando il fenomeno dell'italian sounding. "Tale fenomeno, così come la parola crisi, rappresenta per noi anche un'opportunità, è un'evocazione chiara del bello che l'Italia esprime - afferma il presidente del Consiglio che sollecita tutti alla "scommessa culturale sul made in Italy, al racconto di un paese diverso, che non nega i problemi reali, ma tenta di affrontarli per quelli che sono, in una cornice internazionale in cui l'Italia può essere elemento di attrazione". Una "scommessa sulla cultura" che coinvolge però tutta l'industria, culturale e non solo. "Il governo c'è - continua, sollecitando anche la Rai a fare la sua parte ed estendendo la sollecitazione a tutti. "Il mondo ha bisogno di bellezza e di qualità, ha bisogno di noi e per vincere questa scommessa - precisa Renzi - dobbiamo essere operativi e concreti e non piangerci addosso per le difficoltà della globalizzazione". "Dobbiamo guardare invece al futuro con lo sguardo innamorato del nostro paese, sguardo spesso più degli stranieri che interno al paese stesso - conclude Renzi, ribadendo come il futuro dell'Italia non sia solo nella sua memoria, ma anche nella "lingua viva" cui è dedicata questa due giorni fiorentina. 

Accoglie la sollecitazione di Renzi a nome della Rai la presidente Monica Maggioni, che riconosce come l'azienda di Stato non possa accontentarsi di quanto fatto sino ad oggi, ma occorrano idee "per proiettarsi in modo diverso nel mondo". Per quanto riguarda la diffusione di lingua e cultura la riflessione non può fare a meno di investire gli strumenti oggi a disposizione e Maggioni segnala in proposito come la nuova app della Rai, Rai play, sia stata scaricata anche all'estero, per il 10% degli utenti, sia da italiani all'estero che da amanti del paese. "Dobbiamo avviare progetti specifici e pensare alla nostra lingua anche come piattaforma di incontro per chi arriva sulle nostre coste ma anche per coloro che si trovano all'estero, pensare a cosa vogliamo trasmettere con essa, a fare in modo che essa sia luogo in cui ci si incontra e si costruiscono modelli diversi da quelli dello scontro e della paura. La Rai c'è e ci sarà - conclude Maggioni - per ripensare noi e la lingua italiana in un contesto globale, dove la globalizzazione rappresenta un'opportunità per un'offerta di qualità". 

Il presidente della Società Dante Alighieri, Andrea Riccardi, ha parlato di un "ritardo accumulato nel dare all'Italia una proieizione internazionale, ritardo frutto di introversione politica" che ha pesato anche sulla diffusione della nostra lingua all'estero. "Ci siamo limitati a difendere l'italiano come lingua confinata nella nostra Penisola, parlata dagli italiani all'estero e da pochi eruditi, un approccio legato all'ital-nostalgia e che oggi deve invece puntare sull'ital-simpatia - ha affermato Riccardi, ricordando come il nostro sia un paese grande ed economicamente forte e "che può diventare un mondo al di fuori dei confini nazionali". "Nel 2014 abbiamo definito la lingua italiana una risorsa per il futuro e non solo un patrimonio del passato. L'ital-nostalgia è basata invece sull'idea di una patria piccola, mentre la nostra deve essere l'idea di una patria grande, sulla cui estroversione deve essere fatta una scelta sistemica - afferma Riccardi, segnalando come "esistano spazi, riserve di energia, amici dell'Italia, realtà in crescita che vanno federate in un tessuto di ital-simpatia" determinando così anche ripercussioni importanti sull'economia turistica. Il presidente della Dante ribadisce inoltre come la lingua italiana non sia solo "veicolo ma anche contenuto" e riconosce l'importanza della nuova mobilità italiana e dei nuovi italiani per la diffusione della nostra lingua - il quinto paese al mondo per l'insegnamento dell'italiano è l'Egitto, segnala Riccardi, ancorando la proiezione italiana anche ai nuovi equilibri demografici e geopolitici. Necessario quindi un "salto culturale" per una nuova promozione linguistica di qualità, fatta di professionalità più che di volontarismo.

Infine, il ministro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, Stefania Giannini, ha richiamato l'impegno di questo governo "nell'avvio di una politica estera della cultura" e "che abbia nella promozione linguistica il suo asse fondamentale", ribadendo l'importanza di un momento di riflessione come gli Stati generali in una fase di "cambiamento epocale dell'apprendimento", in cui prevale la questione della selezione delle fonti più che quella della loro accessibilità. Giannini ha ricordato poi come la nostra lingua sia nata e si sia diffusa anche per corrispondere ad un progetto politico, come abbia mantenuto un carattere di stabilità rispetto al suo nucleo originario e abbia dato il massimo contributo all'accrescimento della cultura artistica ma anche scientifica. "Su ciascuno di questi aspetti noi abbiamo una responsabilità politica da assumere sul fronte della diplomazia linguistica e non dobbiamo scoraggiarci per i numeri perché non è questo il terreno della nostra competizione - ribadisce Giannini, ricordando come concorrano a tale diplomazia i connazionali all'estero, di vecchia e nuova emigrazione, "potenti ambasciatori dell'Italia, nuovo patrimonio di conoscenze e professionalità e spesso avamposto in luoghi che ora si affacciano sulla scena globale", e gli immigrati "che guardano non solo alle nostre coste ma anche alla nostra civiltà" e che "dobbiamo integrare con azioni precise e mirate" e tra esse ricorda l'istituzione della nuova classe di concorso per insegnanti di lingua italiana per stranieri. Oltre a ciò segnala l'importanza di "nuove forme di internazionalizzazione per il settore del cinema, dell'arte e dell'industria" e quantifica in 50 milioni di euro i fondi destinati alla promozione dell'italiano all'estero nella legge di stabilità appena varata dal governo. (Viviana Pansa – Inform 17)

 

 

 

 

Referendum, dal Canada al Kenya i comitati per il Sì e il No degli italiani all'estero

 

Dagli Appennini alle Ande, sono più di 40 nel mondo le delegazioni favorevoli alla riforma costituzionale contro una trentina che sostengono il No. Tra curiosità, stranezze e voglia di partecipazione,  tutti hanno un elemento in comune: l'autofinanziamento - di FRANCESCO ALTAVILLA

 

ROMA - "Mi dispiace, ma nella mappa c’è un errore, non siamo il comitato Basta un Sì di Buja in India, ma quello di Buia, in Friuli”. Il viaggio nella nebulosa dei comitati per all’estero per il referendum del 4 dicembre inizia con un qui pro quo. Ma fin dove arriva la mobilitazione per il Sì o per il No, degli italiani all’estero?

 

Riprendendo Edmondo De Amicis si potrebbe rispondere “dagli Appennini alle Ande”. In giro per il mondo ci sono comitati più o meno numerosi e attivi: dal Canada al Kenya, passando da Porto Alegre a Mosca, facendo tappa a Bruxelles, Londra, Parigi, negli Emirati Arabi e in Australia, arrivando infine in Guatemala e in Brasile. Le stranezze non mancano. C’è il comitato “Basta un Sì” in mezzo al mare al largo del golfo di Guinea che ha cambiato recapito mail due volte in una settimana, ma anche il gruppo “Io voto No” di Berlino, che in realtà non ha mai visto la luce.

 

Facendo una ricognizione dei quasi 70 comitati per il Sì o per il No sparsi fuori dai confini nazionali ci si rende conto che il referendum è un tema che appassiona anche chi non vive in Italia. Secondo Filippo Giuffrida, del Comitato europeo per No di Bruxelles, “il grave deficit di informazione” è uno dei problemi per chi non vive in Italia e desidera capire qualcosa di più sulla riforma. Un pensiero comune, diffuso tra chi è impegnato per il No, ma anche tra chi supporta le ragioni del Sì. Quel che accomuna tutti i comitati è l’autofinanziamento: nessuno ha dichiarato di ricevere aiuti economici da partiti e movimenti politici. Le attività di propaganda e approfondimento sono tutte a carico degli attivisti.

 

Le similitudini, però, finiscono qua. La composizione dei comitati è varia, per area geografica e in alcuni casi per la "platea" cui ci si rivolge. È il caso dei tre comitati "Basta un Sì" di Parigi. Riuniti sotto uno stesso "tetto" logistico ma animati da personalità differenti per rivolgersi ai quasi 90 mila italiani presenti nella circoscrizione elettorale della capitale francese. Enrico Castaldi, avvocato trapiantato nella ville lumière, è l’animatore di "Basta un Sì Parigi Pallacorda" che "per il momento conta una decina di sostenitori, da Massimo Nava a Pasquale Chessa – aggiunge – l’obiettivo è andare a stimolare settori più vicini al vissuto quotidiano di ciascuno". 

 

C’è anche chi deve fare i conti con comunità italiane meno varie. In Kenya ad esempio, si tratta di coinvolgere soprattutto imprenditori e turisti di passaggio (che però votano in Italia): qualche migliaio in tutto il paese. Per questa ragione Pasquale Tiritò, promotore di “Basta un Sì Kenya” ha convinto anche i Masai a posare accanto al cartellone del comitato. Anche le popolazioni seminomadi degli altipiani arruolate nella battaglia referendaria.

 

Ma cosa fanno questi gruppi di italiani, che a Londra o Belo Horizonte decidono di spiegare ai propri connazionali perché dovrebbero votare No o Sì il 4 dicembre? Le attività più diffuse sono i classici incontri con studiosi e parlamentari italiani, impegnati in queste settimane che ci separano dal voto in dei tour de force in giro per il mondo. Ma c’è chi ha avuto più fantasia. In Svezia "Basta un Sì" organizza dei "caffè costituzionali" a Stoccolma. Luca Malosti, il referente ce li ha descritti come "dei confronti pacati, direi scandinavi, tra chi sostiene il Sì e chi invece è contrario alla riforma". A Mosca invece Giovanni Savino e Vincent Ligorio, due professori universitari animano un comitato che sostiene le ragioni del No, sorto prima su Facebook e trasferitosi poi nel mondo reale. "Ora siamo ospitati dalla libreria Tsiolkovsky, dove ci troviamo per confrontarci e per dare tutte le informazioni necessarie per votare dall’estero". Gli "aperiSì" invece li hanno inventati a Londra, insieme ai "Pub quiz" a tema referendum costituzionale.

 

Se la stragrande maggioranza dei comitati, per il Sì e per il No in egual misura, sono sorti spontaneamente, l’espressione che ricorre più spesso è "veniamo dalla società civile", i parlamentari eletti all’estero non si sono lasciati sfuggire l’occasione. Esponenti di entrambi gli schieramenti si sono affrettati a cercare di influenzare le preferenze dei quasi 4 milioni di voti rappresentato dai nostri connazionali che non vivono in Italia. Un tesoretto da non trascurare.

 

Ecco allora sorgere comitati "Basta un Sì" in Canada sotto la supervisione di Francesca La Marca, Pd. Marco Fedi, Pd, coordina invece "Basta un Sì DownUnder" un macro-comitato che raduna le iniziative di Africa, Oceania, Asia e Antartide. Pare invece che Manlio di Stefano

e Alessandro di Battista, del M5S, faranno invece visita agli italiani che dicono No da San Paolo, Brasile, un comitato che raduna un centinaio di persone "con storie politiche diverse, dal vecchio Pci ad Alleanza Nazionale". LR 20

 

 

 

 

Elezioni Usa. Il meglio all’ultimo

 

Fine del mandato presidenziale di Barack Obama, la votazione per il prossimo presidente USA e per il rinnovo delle due camere avrà luogo l’otto novembre 2016. Un mese dopo ci sarà il referendum costituzionale in Italia, il 4 dicembre.

Due date vicine, fatti lontani ed estranei l’uno all’altro. Però l’invito a Washington rivolto a Matteo Renzi e la tradizionale cena di addio alla Casa Bianca fatta in onore dell’Italia, in un certo senso, collegano questi due eventi: ambedue cruciali scadenze elettorali. La visita del nostro primo ministro a Washington e l’esaltazione dei tradizionali rapporti di antica amicizia fra Italia e USA certamente non sposterà i voti di quelli già decisi, ma potrebbe influenzare gli indecisi ed aumentare la partecipazione al voto, di qua e di là dell’oceano.

Per il Presidente uscente la presenza di Matteo Renzi alla cena di addio è una bella occasione di comunicazione umana e politica con la vasta comunità americana di origine italiana. Matteo Renzi è una bella immagine dell’Italia. Giovane, dalla parlantina facile e persuasiva, imbattibile nei confronti, appartenente anch’egli al partito democratico; la moglie sottile e sofisticata, come una modella indossa abiti raffinatissimi delle migliori firme del made in Italy. Bella occasione per rinsaldare i legami di antica amicizia e orientare il voto degli incerti americani di origine italiana verso Hillary e i candidati del partito democratico. Inni nazionali, baci, abbracci, pacche sulle spalle, brindisi, esibizione del made in Italy: attori ed artisti premi Oscar, campioni dello sport, firme della moda, vestiti, scarpe, cibo, vino e tutto quanto di bello produca l’Italia, esibito ed esaltato. Negli USA, una grande festa dell’italianità.

E qui in Italia, per il nostro Matteo, alle prese con un ampio e forte fronte del no al referendum costituzionale, sarà stato certamente gratificante l’apprezzamento positivo della sua riforma del parlamento espresso dal presidente degli USA in persona, costituzionalista laureato ad Harvard. Elogi manifestati a chiare lettere con una enfasi insolita per l’elegante e raffinato Presidente. Opposizioni autorevoli e non, ciarle, chiacchiere e critiche negative di gufi e grilli, per un momento messe in un angolo.

Subito dopo, in USA, scontro finale fra i due contendenti, Donald Trump e Hillary Clinton. Armi, aborto, Putin, politica estera, immigrazione ed economia discussi senza esclusione di colpi, in un duello crudo e feroce, denso di accuse e controaccuse fino alle minacciose dichiarazioni finali. Hillary: E’ il candidato più pericoloso della storia. Trump: Non so se accetterò il risultato del voto.

Emanuela Medoro, de.it.press 20

 

 

 

 

Usa, Russia e Siria. Lo scontro Est-Ovest si gestisce in Siria

 

All'inizio di ottobre, l'amministrazione americana ha sospeso la sua iniziativa di cessazione delle ostilità in Siria, concordata con la Russia fra luglio e settembre. Ha quindi anche ritirato la proposta di costituire coi russi un “Joint Implementation Group” per gestire insieme le operazioni belliche e favorire l’avvio di una transizione politica.

 

La fragilità dell'accordo Usa-Russia, messa in luce da diversi commentatori, si è perciò palesata nei fatti. In particolare, è chiaro che Damasco e Mosca non intendono accedere a nessuna cessazione delle ostilità prima di aver spostato l’equilibrio sul terreno con la conquista di Aleppo. L'amministrazione ha studiato qualche replica armata, ma poi - in vista della corrente transizione elettorale - ha preferito fare semplicemente un passo indietro.

 

La reazione spropositata della Russia

In questa situazione l'elemento nuovo è la spropositata reazione di Mosca alla decisione americana. Putin ha immediatamente replicato emettendo un decreto presidenziale che cancella l'accordo sul riciclaggio del plutonio ad uso militare stipulato con gli Usa nel 2000 nonché l'accordo di cooperazione nel campo della ricerca, in essere fra i settori nucleari dei due Paesi.

 

È da un pezzo che Mosca sta smantellando il sistema di sicurezza strategica costituito fra l'Atlantico e gli Urali durante la guerra fredda. Questo nuovo contributo non è di per sé il più inquietante, ma sono inquietanti le dichiarazioni e gli atti che lo hanno accompagnato.

 

Putin ha pubblicamente spiegato la decisione di cancellazione degli accordi con “l'emergere di una minaccia alla stabilità strategica a seguito di non amichevoli azioni verso la Russia da parte degli Stati Uniti”.

 

Il testo del decreto presentato per la conversione alla nuova Duma stabilisce come condizioni per l'eventuale ripresa degli accordi cancellati da Mosca che nei Paesi che aderirono alla Nato nel 2000 gli Stati Uniti riportino la loro presenza militare ai livelli precedenti, che gli Usa ritirino il Magnitsky Act e l’Ukraine Freedom Support Act, che annullino tutte le sanzioni alla Russia e che la compensino per i danni inflitti alla sua economia, inclusi quelli subiti per le contro-sanzioni russe a quelle americane. Una sorta di Trattato di Versailles preventivo.

 

La iper-reazione “globale” della Russia rivela che l’obiettivo di ripristinare un condominio di potenza con gli Stati Uniti è stato il motivo più rilevante del suo intervento in Siria, più del suo rafforzamento nella regione e della minaccia transnazionale jihadista.

 

In questo senso la rottura dell'accordo da parte degli Usa è stato un fallimento per la Russia, che non è riuscita a riplasmare il suo ruolo globale. Tuttavia, è anche vero che gli Stati Uniti, nel ritirarsi dall'accordo, hanno dovuto prendere atto che la Russia ha un potere di interdizione sulla loro politica estera.

 

Questo è un fallimento degli Usa che modera l'insuccesso della Russia e lascia una grossa spina nel fianco di Washington, riflettendo l'andamento generale delle relazioni russo-occidentali di questi ultimi anni.

 

Russia potenza globale o regionale?

Questi sviluppi suggeriscono due osservazioni. Una è che la crisi siriana è diventata una crisi legata a doppio filo al rapporto fra Stati Uniti e Russia, di quelle che durante la guerra fredda venivano caratterizzate dal loro potenziale di “escalation” orizzontale.

 

L'altra è conseguenza della prima: la crisi siriana e quella più ampia del Medio Oriente hanno una dimensione globale che però deve ancora essere chiarita e ridefinita (1) alla luce degli sviluppi di questi ultimi anni. E la prima domanda da porsi è quale sia il ruolo reale della Russia.

 

È vero che è difficile definire la Russia una superpotenza globale, ma certamente la definizione di Obama della Russia come potenza regionale non collima con la realtà.

 

D'altra parte, è vero che il mondo è dominato da una tendenza al multipolarismo che rende impensabile un ritorno al bipolarismo della guerra fredda, ma i poli hanno pesi assai diversi e alcuni, come la Russia, pur non essendo superpotenze economiche al livello degli Usa, hanno attributi militari e nucleari che interdicono la libertà di movimento degli altri, in particolare degli Usa.

 

Regolare il disordine multilaterale?

Il mondo multilaterale vagheggiato da Obama (per il quale in verità non ha preso alcuna iniziativa concreta) nella sua mente era più diretto a scaricare gli Usa come polizia del mondo che non a stabilire un nuovo equilibrio politico effettivo nel sistema internazionale. L'evanescenza della struttura globale del mondo attuale e le sue intrinseche asimmetrie suggeriscono invece che stabilire questo equilibrio è necessario e prioritario.

 

Per cominciare va restaurato il sistema di sicurezza globale che nell'euforia della fine della guerra fredda è stato dato per scontato e si è invece assai degradato, a cominciare dalla sua comprensione intellettuale.

 

Come abbiamo detto, Putin ha fatto non poco per deteriorarlo e l'uso improprio che ha fatto del concetto di “stabilità strategica” nel suo decreto ben lo attesta.

 

La stabilità strategica è la rimozione degli incentivi ad un primo colpo nucleare. Non è una generica ferita alle percezioni di sicurezza e prestigio dell'avversario (a meno di non pensare che una ferita del genere possa costituire per Putin un incentivo a vibrare un primo colpo nucleare: speriamo di no!). Come tutti gli impianti che invecchiano, il sistema può improvvisamente cedere. Ciò richiede uno sforzo diplomatico verso il governo russo ma anche l'insieme della sua società.

 

Potremmo far mostra di più coerenza

In generale c'è un'incoerenza strutturale nel rapporto con la Russia che richiede massima attenzione: una difficile diplomazia che deve dare soddisfazione alla Russia e alle sue percezioni di sicurezza onde impedire che il suo nazionalismo pericolosamente trascenda, ma, al tempo stesso, fare sì che queste soddisfazioni siamo edificanti - in senso democratico - e non vadano a rafforzare il partito favorevole allo scontro.

 

C'è molto lavoro da fare in Europa, in Ucraina e nel Baltico, ma la crisi siriana è ugualmente parte di questo stesso cimento. In Siria è necessario riprendere la strada della collaborazione Usa-Russia.

 

Perché questa collaborazione non naufraghi di nuovo, gli Usa dovranno chiarire i propri obiettivi. La politica attuale degli Stati Uniti è basata su alleanze opportunistiche loro proprie (i curdi siriani) e dei loro protetti (talché a un gruppo salafita come Jabhat al-Islam accade di essere un membro prominente della High Negotiang Commission).

 

Questo non serve né a sbalzare di sella Assad né a permettere una transizione politica nella quale Assad e la sua cerchia possano avere un ruolo, cioè non porta a alcuna soluzione. La ripresa di un dialogo richiede maggiore chiarezza da parte degli Usa. Naturalmente, per fare chiarezza nella poltiglia di alleanze e coalizioni che caratterizza oggi la Siria ci vuole tempo. Questa transizione va regolata e contemplata dal nuovo accordo.

 

Come che sia, in attesa del nuovo presidente americano, tutto è in mente Dei, ma la diplomazia, anche europea, può cominciare a muoversi anche da subito.

(1) Paolo Calzini “Il nuovo ruolo della Russia”, Il Mulino, n. 4, 2016, pp. 676-683.  Roberto Aliboni, AffInt 19

 

 

 

 

Migranti, scontro Orban-Renzi: "Matteo nervoso". Il premier: "Italia non più salvadanaio"

 

"Continuiamo a porre il veto" sulla questione delle quote di immigrati da accogliere in ciascun Paese membro dell'Unione Europea. A dichiararlo, nell'intervista rilasciata oggi alla Radio nazionale di Budapest, è stato il premier ungherese Viktor Orban.

Al vertice Ue di dieci giorni fa, ha dichiarato, si è verificata una situazione di stallo e la presidenza slovacca deve presentare una proposta entro dicembre per risolvere tale situazione. Se non si riesce a togliere dall’ordine del giorno le quote obbligatorie, continuerà a sussistere questa situazione di stallo e i grandi Stati “vorranno far inghiottire a noi le quote obbligatorie”, ha dichiarato.

In questo caso, l’Ungheria resisterà e non attuerà la decisione e farà causa contro la Ue: “Ci sarà una grande battaglia. E per questo ci serve la modifica della costituzione”. Per Orban gli impiegati di Frontex non si occupano della protezione dei confini ma sono piuttosto agenti che promuovono l’ingresso dei migranti nell’Ue.

Tra i Paesi europei non esiste un consenso sull’obiettivo politico. Mentre in Ungheria c’è una nuova unità secondo la quale "la politica sui migranti dovrebbe impegnarsi nell’arrestare gli ingressi illegali, Bruxelles e leader di altri Paesi – per esempio dell’Italia – intendono gestire, regolare, rendere accettabile la migrazione. L’interesse ungherese sarebbe che gli italiani e i greci proteggessero i confini esterni".

E poi il nuovo attacco al premier Matteo Renzi: "La politica italiana è un campo difficile, l’Italia ha anche problemi con i conti pubblici, in più è aggravata dall’arrivo di un sacco di migranti, quindi il premier italiano ha un buon motivo per essere nervoso".

Tuttavia, ha continuato Orban rispondendo ad una domanda sulla minaccia di Renzi di porre il veto al bilancio Ue se Paesi come l'Ungheria non faranno di più per accogliere i migranti, "la comprensione e la compassione non cambiano il fatto che sarebbe dovere dell’Italia rispettare il trattato di Schengen, però non lo fa, anche se il compito, sebbene sia difficile, non è impossibile".

Ieri un altro attacco era partito dal ministro degli Esteri di Budapest, Peter Szijjart, secondo cui "Renzi fraintende completamente la situazione, è l'Italia a violare le regole europee sul tema dei migranti e non l'Ungheria". A queste dichiarazioni aveva replicato in un tweet il titolare della Farnesina Paolo Gentiloni, ricordando come "con muri e referendum l'Ungheria ha sempre rivendicato di violare regole europee su migrazioni: ora almeno eviti di dare lezioni all'Italia".

LA REPLICA DI RENZI - "Abbiamo colto nel segno, noto una certa preoccupazione negli amici dei Paesi dell'est ma il tempo in cui l'Italia faceva il salvadanaio è finito" ha detto Renzi a Radio radicale.

"Il presidente Orban ha una visione dell'Italia non puntuale, non è vero che il deficit aumenta, ma diminuisce, o che è in una situazione di difficoltà o nervosismo" ha spiegato.

"Ma la mia risposta è semplice, io ho detto una cosa che ha fatto non felice Orban: o l'Europa prende atto dei documenti che l'Europa stessa ha firmato, che sono impegnativi per l'Ungheria, e inizia a farsi carico dei migranti, o c'è una piccola novità, il presidente del Consiglio della Repubblica italiana annuncia che metterà il veto su un bilancio che non contempla uguali oneri e onori".

Per Renzi, "è troppo facile fare gli splendidi quando c'è da intascare e poi discutere quando c'è da rispettare le regole. L'Italia non è più il salvadanaio senza avere diritti e doveri. All'Ungheria e agli Paesi dell'Est l'Europa ha salvato il futuro, per questo noi diciamo che siamo un continente che i muri li butta giù, non su". Adnkronos 28

 

 

 

 

La nostra sul voto

 

Dubbi non ne abbiamo mai avuti. Ora c’è la certezza di quanto i Connazionali all’estero tengono a chiarire la loro rappresentatività politica; anche nell’ipotesi di una nuova legge elettorale. Soprattutto dal Vecchio Continente, sono giunte riflessioni che ci hanno fatto ripensare su quanto avevamo ipotizzato nel passato; anche in quello recente. Con una premessa: non ci saranno più Esecutivi senza elezioni.

 L’Italia non ha bisogno di Governi d’Emergenza, né di politici “aggregati”. Gli uomini di partito che avrebbero dovuto rappresentarci, hanno rappresentato se stessi. Le Legislature precedenti sono terminate con promesse mai mantenute. Tant’è che il Paese è stato affidato all’Esecutivo Renzi con l’illuminato intervento dell’ex Presidente Napolitano.

 Da noi c’è da ritrovare quella forza di coesione andata perduta per i troppi interessi e intrallazzi che hanno destato gli appetiti di chi avrebbe dovuto solo rappresentarci. Mentre la nuova normativa elettorale resta ancora tutta da analizzare, ci sono da accogliere nuove regole per la democrazia. Di là dai meccanismi elettorali, chi acconsentisse a mettersi in lista, dovrebbe avere ben chiari alcuni punti nodali dell’investitura. Meno apparenza e più sostanza. Più coerenza su tutto e su tutti. Applicazione integrale, senza riserve, di un programma politico presentato all’elettorato.

 Il voto non dovrà essere il trampolino di lancio per nessuno. Le nuove linee operative dovranno essere condivise e le alleanze di comodo subito ricusate. Quest’anno sarà, si voglia o no, quello della svolta. Abbiamo un nuovo Capo dello Stato e il 2017 potrebbe essere quello di un nuovo Primo Ministro. Sul campo restano tutti i problemi del Paese. La questione, di conseguenza, era e rimane, squisitamente politica e, di conseguenza, anche economica. Non mancheranno, in ogni caso, le nostre stime sul futuro del Bel Paese. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Lingua Italiana nel Mondo. Firenze: il dibattito a Palazzo Vecchio sulle iniziative realizzate dopo gli Stati Generali del 2014

 

Gincarlo Kessler (Svizzera) :  “La Svizzera conta circa mezzo milione di abitanti di origine italiana e rimane una della mete preferite dei giovani italiani che cercano lavoro all’estero” - Ravaglia (Maeci): “Sarebbe bello che ai nostri che acquistano la cittadinanza italiana all’estero per discendenza venisse chiesta una conoscenza dell’italiano”

 

FIRENZE –  La seconda giornata degli Stati Generali della Lingua Italiana nel Mondo, è stata introdotta dall’intervento del vice presidente e assessore alla Cultura della Regione Toscana Monica Barni che ha sottolineto la necessità di uscire dalla difesa nostalgica dell’italianità e di vedere la nostra lingua nel contesto della pluralità delle lingue nel mondo e delle politiche linguiste europee multilinguistiche.  La Barni ha evidenziato l’esigenza, al fine di promuovere al meglio la lingua italiana, sia di fare sistema fra tante eccellenze didattiche italiane, sia di dare continuità alla diffusione della nostra lingua, creando così le condizioni per una politica linguistica efficace. Per quanto riguarda le iniziative future la Barni ha segnalato come attraverso gli studenti stranieri che studiano nelle università italiane si possa creare un legame forte con i paesi di provenienza. Alla luce di ciò il vice presidente della Regione Toscana ha auspicato la creazione delle condizioni più opportune affinché questi studenti possano accedere con maggiore facilità all’Italia. “Io credo – ha concluso la Barni - che sia arrivato il momento per la costituzione di un sistema di qualità per i corsi di italiano in Italia e nel mondo”.  

Dal canto suo l’ambasciatore della Svizzera in Italia Gincarlo Kessler ha segnalato come il Parlamento svizzero abbia approvato nel gennaio di quest’anno il documento “Promozione della cultura negli anni 2016 - 2020”, cioè il testo di riferimento del Consiglio Federale per l’orientamento della politica culturale svizzera. In questo ambito, al fine di sostenere le lingue minoritarie, sono stati stanziati mezzi supplementari nell’ordine di 800.000 franchi all’anno a favore dell’insegnamento dell’italiano al di fuori della svizzera italiana. “La Svizzera - ha spiegato Kessler - conta circa mezzo milione di abitanti di origine italiana e rimane una della mete preferite dei giovani italiani che cercano lavoro all’estero. Con maggiore collaborazione fra i nostri due paesi – ha proseguito l’ambasciatore - sicuramente si otterrebbe un risultato maggiore per la qualità della promozione della lingua italiana in Svizzera”. Kessler, dopo aver ricordato le iniziative di sostegno intraprese per le coproduzioni cinematografiche italo svizzere e in favore delle case editrici anche della Svizzera italiana, si è soffermato sulla capacità della cultura di stimolare creatività e innovazione e di quindi di rappresentare un importante elemento economico in grado di fatturare in Svizzera 69 miliardi di franchi.

A seguire si svolta la presentazione dei vincitori stranieri delle Olimpiadi d’Italiano. Julia Victoria Rodríguez Suárez (Spagna) e Kristi Nika (Grecia), hanno preso la parola sottolineando l’importanza della lingua italiana per il mondo della musica e per l’avvicinamento al grande patrimonio culturale del nostro paese.  

“Credo che gli Stati Generali – ha poi affermato Massimo Riccardo, direttore centrale della DGSP della Farnesina, aprendo la prima tavola rotonda sui seguiti degli Stati Generali del 2014 -  si siano caratterizzati per due aspetti specifici. Innanzitutto un approccio inclusivo volto a coinvolgere più persone possibili per cercare di avere varie idee su quello che si deve fare. Tutto questo si è tradotto nella creazione di più gruppi di lavoro che hanno rappresentato la cassa di risonanza che ci ha portato idee operative e progetti. Il secondo aspetto – ha continuato - è la definizione di obiettivi condivisi da perseguire attraverso un percorso definito e verificabile”.  Sempre per quanto riguarda le iniziative portate avanti sulla spinta degli Stati Generali Riccardo ha poi segnalato il progetto “Laureati per l’italiano”, le nuove iniziative di formazione dei docenti e la creazione dell’albo degli italofoni, cioè delle persone che si sono avvicinate alla nostra lingua e adesso ricoprono ruoli particolari nei rispettivi Paesi d’origine.

Ha poi preso la parola il direttore generale del Maeci per gli Italiani all’Estero e le Politiche Migratorie Cristina Ravaglia che ha lanciato l’idea di dedicare i prossimi Stati Generali all’integrazione degli stranieri che arrivano in Italia attraverso vie legali. Per il direttore generale la conoscenza dell’italiano dovrebbe divenire uno degli elementi che aiuta lo straniero all’ottenimento di un visto per lavoro o per una presenza stabile nel nostro paese. “La lingua viva è anche appartenenza – ha aggiunto la Ravaglia - e sarebbe bello in questo senso che ai nostri all’estero che acquistano la cittadinanza italiana per discendenza venisse chiesta una conoscenza dell’italiano, e quindi all’acquisto di un passaporto italiano e comunitario si potesse accompagnare la conoscenza della nostra lingua. Una lingua viva – ha proseguito il direttore generale -  che è anche motivo di orgoglio. Noi abbiamo nel mondo cinque milioni di italiani di passaporto, svariate decine di milioni di discendenza italiana per i quali un italiano ben conosciuto e ben studiato all’estero vorrebbe dire riconoscersi in una lingua che funziona”. La Ravaglia ha anche ricordato come la direzione generale collabori alla promozione dell’italiano attraverso il finanziamento di corsi organizzati dagli Enti gestori che operano nei Paesi di tradizionale emigrazione italiana e si dedicavano in origine al mantenimento dell’italiano presso i nostri emigrati e i loro discendenti. Enti che oggi invece si rivolgono sempre più a chi l’italiano non lo parla perché è straniero o perché , pur essendo discente di italiani, ha trovato nel paese in cui vive la sua dimensione principale. Corsi, quelli svolti dagli enti gestori, che sono

propedeutici all’attività di promozione della lingua italiana svolta tradizionalmente dagli Istituti Italiani di Cultura e dalle scuole italiane all’estero. Il direttore generale ha anche spiegato come le risorse pubbliche per gli enti gestori siano state negli ultimi anni ridotte, passando dai 27 milioni di euro del 2008 ai 12 milioni di euro nel 2016. Una diminuzione del 61% dei fondi che, grazie alla razionalizzazione nell’uso delle risorse, ha portato però ad una riduzione più moderata (30%) degli studenti dei corsi di italiano che all’inizio del 2016 si attestano nel mondo intorno alle 300.000 unità per un totale di 13.000 corsi. La Ravaglia si è poi soffermata sulla riduzione dei docenti mandati dall’Italia all’estero, sono diminuiti del 40%. Una decurtazione che ha portato il Maeci ad attivarsi per aumentare, in varianza di spesa, l’invio all’estero dei dirigenti scolatici che assicurano la coerenza didattica nel territorio in cui sono responsabili e quindi coordinano il contenuto e la qualità dell’insegnamento.

“Ci siamo anche dedicati – ha proseguito il direttore generale - alla formazione dei doceti assunti localmente, perché naturalmente se insegni l’italiano non solo lo devi parlare bene, ma devi conoscere i metodi più avanzati per insegnarlo. Per la prima volta quest’anno insieme all’ICoN, che è un consorzio di università e di enti che si occupano dell’insegnamento dell’italiano all’estero, abbiamo proposto dei corsi on line che gli Enti gestori possono far frequentare ai loro docenti locali associandosi. Pensiamo che questa iniziativa, essendo online, in paesi dalle grandi distanza come l’Argentina il Brasile e l’Australia, possa essere utile per gli Enti gestori” . La Ravaglia ha anche parlato del progetto “Laureati per l’italiano”, realizzato dalla direzione generale insieme alle Università per stranieri di Siena e Perugia e all’ateneo Roma Tre. Un’iniziativa che consente a giovani laureati in insegnamento dell’italiano come lingua seconda di andare all’estero, nel 2015 ne sono stati inviati  25,  presso gli Enti gestori. “Con questa iniziativa – ha concluso il direttore generale – otteniamo il duplice risultato di dare ai neo laureati la possibilità di vivere sul campo quello che avevano appreso all’università. Al contempo i docenti assunti in loco dagli enti gestori possono confrontarsi con tecniche e metodologie innovative e quindi migliorare la qualità del proprio insegnamento”.

Anche Carla Bagna, dell’Università per Stranieri di Siena, si è soffermata sul progetto “Laureati per l’italiano” spiegando come questa iniziativa, pur allacciandosi  alla dimensione degli emigrati italiani che ha un suo pubblico specifico, sia in grado di arrivare in aree tradizionalmente un po’ marginali per quanto riguarda l’investimento nella lingua italiana. Bagna ha rilevato come quest’anno sia partita un’ampia selezione di 200 candidati che sta portando all’invio all’estero di circa 30 persone in oltre 20 paesi dove la richiesta di italiano è strategica, come ad esempio nell’area del Mediterraneo, in Cina o in Biellorussia. Dal canto suo Stefano Assolari, docente di italiano presso la Università di Cipro, ha sottolineato come in questo Ateneo circa 300 studenti scelgano di studiare l’italiano che si trova al secondo posto tra le lingue prescelte dopo l’inglese, ma a pari merito con lo spagnolo e il francese. Assolari ha anche segnalato la realizzazione a Creta di un Forum, giunto alla seconda edizione, per giovani ricercatori che scrivono articoli in ambito linguistico. “Il prossimo giugno – ha precisato Assolari - oltre a riproporre questo Forum organizzeremo anche giornate di formazione per insegnati di italiano come lingua seconda o lingua straniera”.  

Paolo Balboni, dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, ha invece parlato del corso online di formazione realizzato, su richiesta del Maeci da dicembre dell’anno scorso a luglio di quest’anno, per docenti universitari. Un corso che è stato seguito da 213 docenti dislocati in varie parti del mondo, ad esempio in Egitto , Tunisia, in Cina e nei Balcani, che hanno anche fornito indicazioni su cosa ritengono necessario come politica linguistica e come formazione. Fra le particolarità emerse dal corso segnalate da Balboni, una grande diffidenza dei docenti verso le nuove tecnologie e una non sempre soddisfacente conoscenza dell’italiano. Ha infine preso la parola Roberto Cincotta, direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Varsavia, che ha parlato della realizzazione del Libro bianco sullo stato di diffusione della lingua italiana nel mondo. Una raccolta di informazioni, realizzata tramite questionario, che si è rivolta agli Istituti Italiani di Cultura, alla Dante e le scuole pubbliche e private. Una stima complessa che, secondo Cincotta, fa emergere una realtà composita dell’insegnamento, i corsi vanno dall’arte, alla cucina, fino alla musica, alla giurisprudenza e all’economia, e un gran desiderio di italiano nel mondo. Una richiesta della nostra lingua che cresce anche in settori non tradizionali, come ad esempio nelle università della terza età. Goffredo Morgia, Inform 19

 

 

 

 

 

Firenze: Stati Generali della Lingua Italiana nel Mondo. Il contributo dei gruppi di lavoro

 

FIRENZE - Nello scorso mese di maggio, il vice ministro Mario Giro e il direttore generale della Farnesina Vincenzo De Luca hanno dato ufficialmente il via al lavoro dei cinque Gruppi nati durante gli Stati Generali del 2014. Con un saluto “a tutti gli italiani nel mondo”, che hanno contribuito ad arricchire i lavoro di tali Gruppi, Lucia Pasqualini ha dunque aperto la sessione pomeridiana degli Stati Generali, inaugurati questa mattina dal presidente del Consiglio Matteo Renzi.

A presentare gli esiti delle discussioni interne ai Gruppi e i documenti finali che ne sono scaturiti sono intervenuti i cinque coordinatori, a partire da Barbara Turchetta dell'Università per Stranieri di Perugia, che ha illustrato le riflessioni e le proposte avanzate dal Gruppo “L'italiano nel mondo e l'italofonia”. Fra le altre: il superamento della posizione italocentrica ed unidirezionale nell'offerta culturale e linguistica; l'istituzione di laboratori di ricerca e aggiornamento permanente sulla didattica dell'italiano presso le università estere attraverso accordi bilaterali; il sostegno alla qualità della formazione degli insegnanti di italiano e l'incentivazione dei programmi di mobilità; ed il coordinamento delle attività di promozione linguistica e culturale con gli Osservatori presso le Rappresentanze diplomatiche.

“Strategie di promozione linguistica all'estero e attrazione degli studenti” è il tema del secondo Gruppo di lavoro, presentato da Guido Baldassarri della Conferenza dei Rettori delle Università italiane. L'Italia attrae ancora pochi studenti stranieri nei propri Atenei, studenti che, una volta rientrati nei propri Paesi d'origine, potrebbero divenire i migliori ambasciatori della lingue e cultura italiane. Tra le proposte migliorative: valorizzare competenze e strumenti già disponibili tramite corsi on line (vedi Icon); allungare i corsi propedeutici per l'apprendimento della lingua; standardizzare e informatizzare il Placement test nelle diverse Università; avviare un censimento delle scuole secondarie di alcuni Paesi – come Cina, Paesi Balcanici e del Mediterraneo – supportando poi i dipartimenti universitari dei Paesi in cui sia presente l'insegnamento dell'italiano; e predisporre convenzioni tipo, in accordo con Maeci e Miur, che regolino il flusso di scambio tra università italiane e straniere.

Tracciare uno stato dell'arte su “Le nuove tecnologie e la comunicazione linguistica” è stato lo scopo del terzo Gruppo di lavoro. È intervenuta a rappresentarlo Rossella Schietroma del Miur, che ha proposto: una presenza strategica sui social media tramite campagne di comunicazione sul web e sui siti di social networking, nonché tramite il Portale della Lingua. Utile sarebbe anche una indagine per raccogliere dati aggiornati all'impiego delle tecnologie in riferimento all'insegnamento e all'apprendimento della lingua.

Il Gruppo coordinato da Paolo Corbucci del Miur si è occupato di “Certificazione Unica”, come quella che dal 2012, anno in cui ha sottoscritto la convenzione con il Ministero degli Affari Esteri, cerca di realizzare l'associazione CLIQ (Certificazione della Lingua Italiana di Qualità) che raccoglie quattro enti: l'Università di Roma Tre, le Università per Stranieri di Siena e Perugia e la Società Dante Alighieri. Questi propongono: la creazione di un database unico, che convogli e sincronizzi più soggetti (enti certificatori, Istituti Italiani di Cultura, uffici visti...); avviare le necessarie modifiche normative per distinguere certificati di competenza linguistica e attestati di frequenza dei corsi di lingua. Interessante l'iniziativa che CLIQ intende avviare in Cina, con una sperimentazione finalizzata alla definizione di un test computer-based che permetterebbe l'allineamento agli standard internazionali.

Infine “Lingua valore e creatività” è il tema approfondito dal quinto Gruppo. Come ha spiegato Massimo Vedovelli dell'Università per Stranieri di Siena, il documento da esso elaborato intende contribuire a delineare linee-guida per coloro che operano all'estero sulla materia partendo dalla “creatività” intesa come “fattore intrinseco della nostra storia”, che però si evolve dal passato linguistico-culturale alle nuove forme di oggi. Gusto, talento, flessibilità sno solo alcuni dei tanti “tratti pertinenti” del concetto di creatività, “valori che hanno una forte presa sugli stranieri”, ma che vanno accompagnati dal sistema economico-produttivo. (aise 17) 

 

 

 

 

Tar, a Renzi il primo round sul referendum

 

Con la bocciatura da parte del Tar del ricorso presentato dai Cinquestelle e da Sinistra italiana contro il quesito del referendumm, Matteo Renzi segna un primo importante risultato in vista della consultazione di dicembre. Il Tar ha bocciato il ricorso dei grillini e di Si per difetto giurisdizionale, il che significa che il Tar si riconosce non competente nella materia su cui aveva già sentenziato la Corte di Cassazione, presso la quale esiste l'organo competente in materia elettorale. Insomma i giudici del Tar hanno implicitamente sottolineato l'ignoranza in materia dei grillini e dei comunisti che hanno inviato il loro tentativo di sabotare il referendum costituzionale all'indirizzo sbagliato. Per non ammettere la sconfitta sia i populisti che i comunisti hanno fatto notare che la risposta del Tar non entra nel merito del quesito ma si limita a dichiarare la propria incompetenza. Questo è solo un escamotage perché la dichiarazione di incompetenza sottolinea ancora di più l'errore formale e sostanziale dei ricorrenti. In poche parole hanno sbagliato tutto nel tentativo di sconfiggere Renzi. Naturalmente fra un mese e mezzo ci sarà il giudizio degli elettori e questo potrebbe anche mettere in difficoltà il premier, ma intanto il quesito è giusto - come aveva stabilito la Cassazione - e su quello si andrà a votare. Il quesito riproduce il titolo della legge Boschi e chiede agli elettori se sono a favore o contrari. Incassato l'endorsement di Obama al referendum e alla sua premiership, Matteo Renzi deve affrontare il duro confronto con la Commissione europea sui conti dell'Italia. Il clima non è buono. Bruxelles giudica eccessive le richieste del governo (un ulteriore 0,1 di deficit), non si fida molto del conto presentato per i migranti e il terremoto (extra bilancio) e i toni aggressivi del premier italiano non sono piaciuti né alla Commissione né a Germania e Francia. Ma l'Europa non vuole mettere in difficoltà Renzi alla vigilia del referendum considerato cruciale per la stabilità italiana e nella guerra contro i populisti di Grillo e della destra (oltre che della sinistra). Fino al referendum, quindi, il braccio di ferro con Bruxelles sarà messo in stand by. Poi le carte saranno messe in tavola e se Palazzo Chigi non vuole rischiare una procedura di infrazione, Renzi e Padoan dovranno trovare una via d'uscita. GIANLUCA LUZI

LR 20

 

 

 

Gentiloni: "L'italiano, patrimonio da tutelare"

 

ROMA - Domani e dopodomani si terrà a Firenze la seconda edizione degli Stati Generali della lingua italiana nel mondo. Vorrei idealmente dedicarli a un grande uomo di Stato che tanto impegno ha dedicato alla promozione della nostra lingua: Carlo Azeglio Ciampi. La diffusione dell'italiano è un pezzo della politica estera del nostro Paese. Perché la lingua è il veicolo attraverso cui passano la nostra cultura, i nostri valori, la nostra visione del mondo. E perché fa parte a pieno titolo della promozione di quello che chiamiamo Sistema Paese. Le ragazze e i ragazzi che oggi studiano l'italiano saranno, domani, i turisti che visiteranno il nostro Paese, i consumatori che apprezzeranno il made in Italy, gli imprenditori che investiranno in Italia, i cittadini del mondo che amano la nostra cultura e il nostro stile di vita.

Il nostro primo impegno, come Ministero degli Esteri, è stato censire quello che viene fatto per diffondere la lingua italiana. Ne è emerso un quadro ricco e composito, con risultati che sono andati al di là delle nostre aspettative. Nel 2014, anno della prima edizione degli Stati Generali, i dati sulla diffusione dell'italiano indicavano circa un milione e mezzo di studenti nel mondo. Oggi siamo invece arrivati a contarne - ed è un dato ancora largamente incompleto - oltre 2 milioni e 300 mila. Chi sono questi studenti? Dove risiedono? Il primo bacino di provenienza è quello di circa 80 milioni di persone di origini italiane che vogliono conservare un legame con le loro radici. I numeri più alti di studenti di italiano si registrano infatti nelle mete storiche dell'emigrazione italiana: Germania, Francia, Australia, Stati Uniti, Argentina. Accanto a loro acquista sempre maggiore importanza la categoria degli stranieri privi di legame "di sangue" ma interessati alla lingua italiana: vuoi per motivi professionali, vuoi per vicinanza geografica, vuoi perché attratti dalla cultura italiana in senso lato (arte, musica, design, gastronomia...). Penso ai tremila giovani cinesi che partecipano ai programmi Marco Polo e Turandot, o agli 80mila peruviani iscritti ai corsi del nostro Istituto di Cultura a Lima. A Firenze faremo anche il punto sulle politiche di promozione della lingua e sulla tabella di marcia che ci eravamo dati due anni fa. Tra le molte cose fatte, presenteremo il nuovo portale web della lingua italiana, che metterà finalmente insieme tutte le informazioni e risorse online necessarie a studenti, docenti e operatori.

Promuovere di più e meglio l'italiano all'estero è un impegno comune di tutto il Governo - a cominciare dal Presidente del Consiglio e dai Ministri dell'Istruzione e della Cultura - e richiede di coordinare iniziative e attori diversi: la nostra rete diplomatico-consolare, gli Istituti Italiani di Cultura, insieme agli altri attori che all'estero contribuiscono alla promozione culturale e linguistica (scuole italiane, lettorati di italiano) e alla Società Dante Alighieri oggi guidata dal professor Andrea Riccardi. Senza dimenticare il ruolo fondamentale che il servizio pubblico radiotelevisivo può svolgere su questi temi. Una strategia che a sua volta si lega ad altri obiettivi di sistema, come quello di aumentare la capacità di attrarre studenti stranieri nelle università italiane, ancora molto al di sotto del potenziale. E che può avere ricadute importanti anche sul miglioramento della formazione linguistica destinata agli immigrati, fattore essenziale per il successo delle politiche di integrazione. Quest'anno gli Stati Generali coincidono con l'inizio della Settimana della Lingua Italiana nel mondo, che prevede, tra il 17 e il 23 ottobre, centinaia di manifestazioni in ben 130 Paesi nei cinque continenti. Il tema scelto è la creatività italiana e i suoi marchi, in particolare nei settori della moda, dei costumi e del design: un altro esempio concreto della complementarietà che esiste tra l'attività di promozione economica e la proiezione culturale e linguistica dell'Italia all'estero.

Paolo Gentiloni, Ministro degli Affari Esteri, Il Messaggero del 16.10.

 

 

 

 

UE. Volontariato europeo: rimuovere gli ostacoli rimanenti

 

In una risoluzione votata giovedì, i deputati hanno affermato che l'UE ha bisogno di una migliore politica coordinata sul volontariato, in modo da fornire ai volontari uno status giuridico appropriato e aiutarli a partecipare ai programmi. Fra le proposte, quella di utilizzare i programmi di volontariato per i progetti nazionali finanziati dai fondi strutturali UE.

 

I giovani dovrebbero trarre vantaggio dai programmi di volontariato, per sviluppare competenze e acquisire quell'esperienza che li aiuterà in seguito a trovare lavoro, affermano i deputati. Quasi 100 milioni di cittadini UE hanno partecipato come volontari a programmi riguardanti istruzione, cultura, arte, eventi sportivi, aiuti umanitari e sviluppo.

 

Nonostante i reali benefici sociali ed economici derivanti dal volontariato, la partecipazione al Servizio di Volontariato Europeo (SVE) rimane modesta e molti ostacoli devono ancora essere rimossi. Le persone di ogni età dovrebbero essere incoraggiate ad approfittare del volontariato, così da migliorare le loro competenze, la comprensione di altre culture e quindi migliorare le possibilità di ricerca di un impiego.

 

Per incoraggiare il volontariato sono essenziali: un ambiente più favorevole, un quadro giuridico con diritti chiari e responsabilità per i gestori dei programmi e per i volontari, e un finanziamento corretto.

 

Utilizzare i programmi di volontariato per le domande di fondi UE

Le organizzazioni dovrebbero essere incoraggiate a rafforzare la loro partecipazione ai programmi che coinvolgono i volontari consentendo, tra le altre cose, di contabilizzare il volontariato come contributo di "cofinanziamento" per i progetti degli Stati membri collegati ai fondi strutturali UE. Se le organizzazioni potessero utilizzare i finanziamenti dell'UE in questo modo, avrebbero un incentivo più forte ad offrire opportunità di volontariato e fornire più benefici alle comunità.

 

Il Parlamento chiede alla Commissione di migliorare la sua strategia di comunicazione e l’accesso delle informazioni al pubblico per quanto riguarda le opportunità del Servizio di Volontariato Europeo. Chiede inoltre di sviluppare una politica di volontariato più coordinata, con un unico punto di contatto nelle istituzioni dell'UE e un sistema di applicazione più semplice per individui e organizzazioni.

 

Corpo di solidarietà

I deputati sostengono la nuova iniziativa per un “corpo europeo di solidarietà” promossa dalla Commissione, sottolineando però che la sua attuazione non dovrebbe compromettere i programmi di volontariato esistenti e il loro finanziamento.

I deputati hanno infine chiesto alla Commissione europea di incoraggiare la partecipazione delle persone di ogni età nei programmi di volontariato, facilitando l’accesso ai programmi per i cittadini dei Paesi terzi che desiderano fare volontariato in Europa e proponendo uno statuto europeo del volontariato, così da poter garantire alle organizzazioni di volontariato i giusti riconoscimenti giuridici e istituzionali. PE 27

 

 

 

 

Brexit, un taglio alla lingua: "Con il Regno Unito fuori, l’Unione europea non parlerà più inglese"

 

La commissione per gli Affari costituzionali a Bruxelles: "Ogni Paese ha un idioma ufficiale, l'Irlanda il gaelico" - La Ue non userà più la lingua anglosassone nei documenti ufficiali – di ENRICO FRANCESCHINI

 

LONDRA. È la lingua franca dell'Europa, oltre che del mondo intero. Ma quando la Gran Bretagna uscirà dall'Unione Europea, l'inglese potrebbe scomparire come lingua della Ue. L'avvertimento non è uno scherzo: viene da Danuta Hubner, presidente della commissione Affari costituzionali del Parlamento europeo, di cui è deputata in rappresentanza della Polonia. È vero che i popoli dell'Unione, nei corridoi di Bruxelles e di Strasburgo così come in qualunque altro luogo si incontrino, per comprendersi continueranno probabilmente a comunicare nel linguaggio di Shakespeare - o per meglio dire in "broken English", l'inglese sgrammaticato di chi lo mastica come seconda lingua, come ironizzò una volta il principe Carlo d'Inghilterra: l'idioma globale, dal web alla scienza, dalla finanza al turismo, è quello. Ma l'Unione Europea ha attualmente 24 lingue, afferma la presidente Hubner, tra cui l'inglese perché la Gran Bretagna lo identifica come propria lingua ufficiale: per cui, nel momento in cui la Gran Bretagna esce dalla Ue, è inevitabile che esca almeno ufficialmente anche l'inglese.

 

Qualche avvisaglia che corresse rischi simili era trapelata nei giorni scorsi, quando è girata voce che il capo negoziatore prescelto da Bruxelles per la trattativa con il Regno Unito su Brexit, l'ex ministro degli Esteri francese Michel Barnier, preferirebbe utilizzare la propria lingua madre nelle discussioni e nei documenti ufficiali, sebbene parli perfettamente l'inglese. Theresa May ha reagito con sdegno, non prendendo nemmeno in considerazione l'ipotesi. Invece adesso ritorna fuori. Magari non si parlerà francese nel negoziato su Brexit. Ma si potrebbe non parlare più inglese nella Ue, perlomeno a livello ufficiale.

 

"Abbiamo una norma in base alla quale ogni Paese membro della Ue ha diritto di scegliere una lingua ufficiale", ha detto la presidente degli Affari costituzionali dell'Unione. "Gli irlandesi hanno scelto il gaelico. Malta il maltese. Soltanto la Gran Bretagna ha scelto l'inglese. Perciò, se nella Ue non ci sarà più la Gran Bretagna, non ci sarà più neanche l'inglese". Elementare, Watson, potrebbe commentare qualcuno, in qualunque lingua. Forse nel commento della deputata polacca c'è un pizzico di animosità: l'eccesso di immigrati dalla Ue, in particolare polacchi, è in testa alle ragioni che hanno spinto gli inglesi a votare per Brexit. Ma in teoria il ragionamento tiene. Hubner riconosce che l'inglese è "la lingua dominante" fra i funzionari dell'Unione, aggiungendo tuttavia che per cambiare la regola "una lingua a Paese" serve un voto unanime di tutti i Paesi membri. Anche questa, come molte norme Ue, è interpretabile: Irlanda e Malta scelsero gaelico e maltese perché l'inglese, quando entrarono nella Ue, era già una sua lingua ufficiale, per la Gran Bretagna. In futuro, non è escluso che si opti per permettere più di una lingua a Paese, e allora l'inglese, uscito dalla porta, potrebbe rientrare dalla finestra. Ma la Commissione europea ha già cominciato a usare di più francese e tedesco nelle sue comunicazioni con l'esterno, riporta il Wall Street Journal.

Non per questo l'inglese subirà un declino analogo a quello della sterlina, ma non c'è dubbio che sia un altro effetto di Brexit. Lr 27

 

 

 

 

Strategie di governo

 

C’è poco da suggerire alchimie impossibili: senza il PD non si governa. Le premesse di un “accordo” con dei movimenti che non hanno fatto il pieno di voti, era la sola via possibile. Renzi l’ha accettata e il Centro/Destra s’è scisso. Il PD, in ogni caso, serve. Prima della fine d’anno ci potrebbero essere, comunque, segni di una fiducia allargata per cambiare l’Italia.

 Ma, tra dire e fare, resta da verificare la volontà di mantenere in vita questo Esecutivo nazionale. Ci sarebbe, di conseguenza, tutto il tempo per mettere a punto una Legge Elettorale degna di tale nome. I cavilli, previsti dalla nostra Costituzione, per le posizioni incerte li lasciamo a chi se ne intende. A ben analizzare, per Montecitorio i problemi non ci sono; Il Centro/Sinistra può governare. E’ al Senato che la situazione potrebbe complicarsi. Gli accordi “trasversali” non hanno più pregio e di ciò dobbiamo criticare i non “allineati”che si sono sempre mossi con la volontà di sgretolare il sistema.

Se si scarta il “miracolo” dell’accordo Berlusconi/Renzi, che citiamo solo perché definitivamente tramontato, non restano che poche occasioni. Ovviamente, con tutti gli effetti dell’inesperienza di chi ha gridato contro una politica becera, ma che non si è mai confrontato con quella attiva che, giova rammentarlo, ha valenza anche oltre i confini del Bel Paese.

 Avere ottenuto un consenso politico delegato, è una grossa responsabilità nei confronti di chi avrebbe preferito diversamente. La Penisola è una.  Basta con i “modelli” alternativi. L’Italia ha bisogno di un Governo nel pieno delle sue forze e appoggiato da un Potere Legislativo che non ponga pressioni di percorso. Chi ha sperato di trasferire la politica sul Web deve, ora, rivedere alcune basilari vincoli. La maggioranza degli italiani la pensa diversamente e di ciò si dovrà tenere conto al momento di un eventuale accordo di programma.

 Le Strategie per guidare la Penisola in acque meno perigliose non potranno essere solo discusse a un tavolino “ristretto”. La fiducia è una cosa seria che è da centellinare con i “volponi” del potere. Prima di prendere delle decisioni, che potrebbero non compattare tutti, bisognerebbe rammentare che il nostro Paese non ha bisogno d’altri supporti di facciata. Lo scriviamo con la certezza d’essere capiti. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Referendum e politica estera. La fragile credibilità dell’Italia

 

In vista del referendum del 4 dicembre si ascoltano motivazioni di voto che prescindono dalla riforma costituzionale e molto si rifanno a preoccupazioni e impressioni di ordine del tutto diverse, talvolta le più strane.

 

Colpisce, in particolare, che nessuna attenzione sia stata data alle conseguenze sul piano internazionale di un esito del referendum che vedesse il prevalere dei No.

 

Per l’Italia gli esami non finiscono mai

Tradizionalmente, l’Italia è sotto giudizio per l’instabilità dei suoi Governi: più di 60 in poco più di sessant’anni, com’è noto. E la comunità europea sembrava aver accettato la tesi che la svolta nella politica interna, realizzata due anni orsono con l’introduzione delle primarie nel partito di maggioranza, segnasse l’inizio di una nuova stabilità dei Governi italiani.

 

La vittoria del No indurrebbe facilmente a considerazioni opposte. In effetti, la motivazione della vittoria del No da molti dichiarata è la necessità di abbattere l’attuale Presidente del Consiglio e il suo governo.

 

Voto No perché penso ad altro

Molti ambienti internazionali osserverebbero in materia, probabilmente, che i regimi democratici sono tali appunto perché apprestano i mezzi per sostituire i governi e i Primi ministri; ma che in genere nei paesi democratici avanzati ciò non avviene a scapito delle politiche di riforma che il Parlamento, in ripetute votazioni, ha giudicato nell’interesse costituzionale della nazione.

 

Desta quindi grande stupore che una persona stimabile come Mario Monti, in un’intervista al Corriere della Sera, abbia addirittura teorizzato la necessità di questa aberrazione tutta italiana. Immaginiamo che nessuno potesse prevederlo, sul Colle, quando fu nominato un senatore a vita per permettergli di seguire più facilmente la procedura costituzionale di sostituzione dell’on. Berlusconi alla testa del governo.

 

Ancora, l’Unione Europea aveva concesso la rilevante flessibilità in materia di bilancio che l’Italia aveva chiesto: e che era appunto fondata sulla garanzia che sarebbe continuata la politica di riforme necessaria a risanare la condizione finanziaria del paese.

 

Anche questo, è da temere potrebbe esser revocato in dubbio da un esito del referendum che comportasse una crisi di governo e l’inizio di un periodo politicamente imprevedibile: nel quale la sorta di trio Lescano politico che ha guidato la campagna del No (il famoso Grillo-Salvini-D’Alema) assumerebbe di fatto la direzione politica del paese.

 

L’Italietta dei giri di valzer?

Purtroppo, il comico che guida il Movimento 5 stelle si è prodotto anche in dichiarazioni che Massimo Franco, nella sua consueta nota sul Corriere, ha giudicato particolarmente incongrue. C’è stato, egli dice, “un inserimento a forza nella campagna elettorale del tema della politica estera” con l’improvvido invito a non rispettare un impegno internazionale già preso in sede di Alleanza Atlantica (la partecipazione di soldati italiani al contingente Nato posto a protezione della frontiera della Lettonia).

 

“Forse il Governo non pensava che il partito anti-europeo entrasse nella campagna referendaria usando questo argomento”, ha scritto Franco; ma il fatto è che ciò “rischia di rilanciare i sospetti su un’alleanza di fatto tra forze populiste europee e Cremlino; e costringe a chiederci dove andrebbero l’Italia, l’Euro e l’Ue se dovessero prevalere questi movimenti”.

Ineccepibile. Quante sorprese le campagne elettorali riservano.

Adolfo Battaglia, già Sottosegretario agli Esteri e Ministro dell’Industria.

AffInt 25

 

 

 

 

La sanatoria Equitalia beneficia anche gli italiani debitori residenti all’estero

 

ROMA - C’è chi sostiene che la “rottamazione” di Equitalia sia un orpello propagandistico del Governo Renzi in vista del referendum costituzionale. In ogni caso i beneficiari di questo provvedimento saranno in molti, anche tra gli italiani residenti all’estero.

Proprio nei giorni scorsi il Presidente Mattarella ha infatti firmato il Decreto Legge varato dal Consiglio dei Ministri e tra sei mesi l’ente rinnovato sarà accorpato all’Agenzia delle Entrate (gestione MEF).

Si tratta di un segnale “amichevole” ai contribuenti indebitati i quali da tempo si lamentano delle presunte vessazioni di Equitalia.La chiusura di Equitalia si accompagna alla rottamazione delle cartelle esattoriali che dovrebbe portare, a seconda del livello di adesione dei debitori,  a un recupero tra i due e i quattro miliardi di euro. Cifre che deriveranno secondo prime stime dall’adesione dei contribuenti chiamati a versare le sanzioni e le imposte dovute.

Con il metodo di riscossione attualmente in vigore un debito di 100 euro dopo pochi mesi - tra interessi, sanzioni, commissioni - poteva lievitare fino ad oltre 150 euro. In base al Decreto fiscale appena approvato la “rottamazione” delle cartelle esattoriali di Equitalia consisterà in pratica nel pagamento della somma dovuta (ad esempio le tasse non pagate) con l’aggiunta degli interessi legali - che quest’anno sono intorno alla 0,2% - mentre invece saranno condonate le sanzioni e gli interessi di mora (gli interessi di mora sono gli interessi collegati all’inadempimento di un’obbligazione pecuniaria in seguito ad un mancato o ritardato pagamento della prestazione al termine fissato dalla legge o in base agli accordi delle parti e hanno un intento sanzionatorio e risarcitorio e sono quelli che deve corrispondere il debitore moroso). 

La rottamazione riguarderà le cartelle notificate da Equitalia tra il 2000 e il 2015.

Come funzionerà? Chi vuole scegliere questa strada dovrà presentare una richiesta a Equitalia, si dice entro 90 giorni dalla conversione in legge del decreto (il decreto dovrà infatti essere ora approvato dal Parlamento). Poi Equitalia avrà sei mesi di tempo per decidere se il contribuente può rottamare la sua cartella oppure no. Sarà possibile pagare in quattro rate, l’ultima entro il marzo del 2018. Saltarne una significa rinunciare a tutti i vantaggi e tornare alla vecchia cartella esattoriale. La rottamazione si applica anche ai debiti a ruolo oggetto di rateizzazione, in corso o decaduta. Nel caso di parziali pagamenti, gia? avvenuti alla data di entrata in vigore della norma, la procedura di definizione deve intendersi riferita ai soli carichi residui, in quanto non è ammessa né la restituzione né la compensazione con quanto dovuto. La definizione si riterrà completata, a seguito del pagamento integrale e tempestivo delle somme dovute, al momento del versamento in unica soluzione o dell'ultima rata. In questo modo si potrebbe ottenere uno sconto significativo sull’importo indicato nella cartella di pagamento, che può arrivare sino al 50%.

Sono ovviamente interessati alla sanatoria anche i debitori residenti all’estero visto che le lettere di Equitalia sono state spedite in Europa, in Australia e nelle Americhe, senza discriminazione geografica.

In effetti, l’articolo 142 del codice di procedura civile disciplina la notificazione di una cartella esattoriale a persone non residenti, né dimoranti, né domiciliati nella Repubblica italiana, stabilendo che se il  destinatario non ha residenza, dimora o domicilio nello Stato e non vi ha eletto domicilio o costituito un procuratore, l’atto è notificato mediante spedizione al destinatario per mezzo di posta raccomandata e mediante consegna di altra copia al Ministero degli Affari Esteri per la consegna alla persona alla quale è diretta. Ciò che succede in pratica è che le cartelle destinate ai cittadini italiani residenti all'estero iscritti all'AIRE devono essere trasmesse dagli agenti della riscossione agli uffici locali dell'agenzia delle entrate territorialmente competente sulla base del domicilio fiscale del debitore, ovvero del luogo dove il soggetto ha prodotto il proprio reddito. L'agenzia delle entrate avvia quindi una procedura di mutua assistenza tra paesi esteri in materia di notifiche affinché l'atto giunga al destinatario (in primis deve tener conto delle eventuali convenzioni internazionali tra i paesi interessati, poi può tentare l'utilizzo delle autorità consolari per poi arrivare all'affissione di un avviso nell'albo dell'ufficio giudiziario davanti a cui si procede con spedizione di una copia al destinatario per raccomandata a/r, come appunto recita l'art.142 c.p.c.). È bene essere consapevoli che una cartella esattoriale, così come un avviso di pagamento, è un atto recettizio che produce effetto dal momento in cui perviene a conoscenza della persona alla quale è destinata (articolo 1344 del Codice civile).

Nelle prossime settimane, quando avremo un quadro più completo dei contenuti e delle modalità della sanatoria, mi adoperò per informare tutti i nostri connazionali residenti all’estero sulle procedure da seguire per richiederne i benefici.

Marco Fedi, Deputato Pd-estero (ripartizione ell’Africa, Asia, Oceania)

 

 

 

 

L'Ungheria accusa l'Italia, per Renzi un nuovo fronte in Europa

 

Nel duro scontro che Matteo Renzi ha ingaggiato con l'Unione europea, si inserisce l'Ungheria con un intervento a gamba tesa. E' l'Italia che viola gli accordi europei, accusa Budapest, e con la sua politica sull'immigrazione aumenta la pressione sull'intera Europa. Non solo, ma i soldi che Renzi reclama dall'Europa per l'emergenza immigrati li vuole l'Ungheria. Accuse e pretese che arrivano il giorno dopo la minaccia di Renzi di mettere il veto all'approvazione del bilancio europeo. L'Europa appare sempre in frantumi, divisa su tutto e in primo luogo sulla gestione dell'accoglienza. Il braccio di ferro di Renzi e Padoan con la Commissione europea sì combatte sullo sfondo degli egoismi nazionali, della xenofobia di alcuni Stati dell'Est europeo tra cui l'Ungheria, e della paura di Germania e Francia di pagare prezzi elettorali altissimi per una politica dell'accoglienza che rispettasse gli accordi sulle quote di immigrati da accogliere. Così l'Italia si ritrova da sola ad affrontare la marea umana che continua ad attraversare il Mediterrano con costi inaccettabili di vite. Il 2016 sarà un anno record, quando il 2015 aveva segnato un primato che sembrava impossibile superare. Bruxelles fa le pulci ai conti dell'emergenza presentati da Palazzo Chigi. E obietta anche sulle spese per il terremoto di agosto, a cui adesso si aggiungono i soldi che servono per gli aiuti e la ricostruzione in seguito alle nuove scosse distruttive. Ma in realtà il vero motivo dello scontro con Bruxelles non è tanto sui soldi per i migranti e i terremotati, quanto sulla nuova richiesta di flessibilità presentata dal governo italiano. La Commissione vuole assolutamente evitare la protesta inevitabile degli altri Paesi come la Spagna a cui la flessibilita è stata negata. A queste obiezioni, però, Padoan risponde che senza le due grandi emergenze il deficit italiano sarebbe sotto il 2 per cento e non al 2,3 come richiesta dal governo italiano. Fino al 4 dicembre nessuna decisione sarà presa e Bruxelles si limiterà alla richiesta di chiarimenti contenuta nella lettera recapitata a Palazzo Chigi a cui Padoan e Renzi rispondono oggi. Ma dopo il referendum lo scontro sarà inevitabile. Se vincerà il No e Renzi darà spazio a un governo tecnico si dovrà arrivare a un accordo con la troika Ue. Se vincerà il Sì la Commissione sarà comunque inflessibile con il premier italiano che però porterà il risultato di aver fermato l'avanzata dei populisti, che Bruxelles teme più dello sformanento di un punto percentuale del deficit. GIANLUCA LUZI LR 27

 

 

 

 

Dario Fo, un giullare ateo e controverso

 

Eccessivi gli omaggi televisivi e giornalistici a lui dedicati. Premio Nobel per la letteratura. Una divisione tra simpatizzanti e nemici

 

In Italia le Tv hanno fatto saltare tutti i programmi per omaggiare Dario Fo, drammaturgo, attore, regista, scrittore, pittore, scenografo italiano che, nel 1997, a Roma, ricevette la Medaglia d'oro ai benemeriti della cultura e dell'arte, ma anche il Nobel per la letteratura, premio considerato “una vergogna!” da Fini, ironizzato da Casini, negativamente commentato da Mons. Maggiolini, secondo il quale “una volta avevamo Dante e Manzoni”, e biasimato dall’Osservatore romano: “Dopo cotanto senno, un giullare”. Una divisione tra simpatizzanti e nemici, come successo alla sua morte.

  Contrasti dovuti al fatto che a qualcuno piacevano i suoi testi teatrali di satira politica e sociale; altri invece, pur apprezzando le sue opere, gli rimproveravano la sua continua volubilità politica, dovuta al vantaggio economico e sociale che gliene derivava. E che lo spinsero, prima, ad essere fascista e, dopo l'8 settembre, ad aderire alla Repubblica Sociale Italiana; poi, quando Hitler ed il fascismo furono sconfitti, riciclarsi a sinistra, cantare Bella Ciao e simpatizzare per la sinistra della lotta armata. E a firmare il manifesto che auspicava la condanna a morte del commissario Calabresi, nel 1972 ingiustamente accusato di aver assassinato l’anarchico Pinelli, nel 1969 precipitato da una finestra della questura di Milano, dove era trattenuto per accertamenti in seguito alla esplosione di una bomba in piazza Fontana.

  Il che spinse Oriana Fallaci a definirlo: “Un fascista nero diventato fascista rosso”. In effetti, quando la rivoluzione comunista fallì dopo aver seminato sangue, il giullare si dedicò a tempo pieno all'impegno teatrale. Nel 1969, scrive e recita Mistero Buffo, un mix di populismo, comunismo e anticlericalismo che gli aprirà la strada al Nobel del 1997, assegnatogli “perché, seguendo la tradizione dei giullari medievali, dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi”. Una rappresentazione approvata dalla sinistra dell’epoca cui il giullare non si sottrae, mettendosi per un ventennio alla testa dell’antiberlusconismo. Quando la sinistra si sfalda, Fo passa a Grillo, suo nuovo protettore in ascesa, inchinandosi sempre al potente di turno. Come fece, benché da antimonarchico, davanti al Re Carlo XVI Gustavo di Svezia che gli consegnò il Nobel per la letteratura ed il relativo compenso di un miliardo e 400 milioni di lire. Nelle motivazioni del Premio, era definito “figura preminente del teatro politico che, nella tradizione dei giullari medievali, ha fustigato il potere e riabilitato la dignità degli umiliati”. Ai quali, in effetti, dedicò quei soldi creando, insieme alla moglie Franca Rame, l'Associazione Il Nobel per i disabili che, tra l’altro, acquistò e donò pulmini a chi si occupa di persone con diversa abilità.

  Quando i soldi finirono, iniziarono entrambi a fare spettacoli gratuiti. Tanta generosità verso i poveri certo da apprezzare, che in certo senso contrasta con il suo ateismo, la passione per i Vangeli apocrifi, nonché con il suo stupore di fronte alla bellezza del Creato che lo spinge a chiedersi “chi possa aver inventato tutto ciò, se Dio non esiste”. E a domandare a chi crede in Lui, “perché ci ha creato peccatori? Non poteva farci perfetti?”. Come San Francesco che “non voleva che la raccolta della carità della gente si trasformasse in una forma di potere”.

  Egli era convinto che “Dio ci ha dato gratuitamente cose essenziali come l’acqua, l’aria, il sole, la terra” … ed oggi siamo arrivati a rubare l’acqua a Dio e ai poveri cristi. Il mondo è distrutto dall’avidità”. Generoso ma sempre ateo, fino alla fine. Il suo funerale è stato celebrato in piazza del Duomo di Milano, ove si è svolta la cerimonia funebre dopo il corteo iniziato dal Piccolo Teatro, dove migliaia di persone hanno scandito “Dario, Dario”. Grida seguite da applausi, mentre dagli altoparlanti partiva una delle sue canzoni, Stringimi forte i polsi. Canti, urla ed applausi, ma nessuna immagine sacra né un sacerdote.

  Solo la bara piantonata da due gendarmi, il figlio Jacopo con la famiglia, una numerosa delegazione dei 5 Stelle, compresi Grillo e Casaleggio, l’amico fraterno Carlin Petrini che ha tenuto l'orazione funebre per celebrare “il più grande tra di noi, che aveva la capacità di dileggiare i potenti con uno sberleffo”. In quanto, secondo Petrini, in lui erano “inseparabili arte e politica”. Il che gli permise di divertire con le canzoni ed i suoi scritti migliaia di persone. Molte delle quali hanno partecipato al funerale.

  Nonostante la pioggia, meritandosi quel “grazie compagni, grazie” espresso alla fine, con il pugno chiuso, da Jacopo Fo, secondo il quale i suoi genitori “non hanno mai piegato la testa”. Neppure davanti alle chiese viste come simboli del potere religioso. Compresa la Cattedrale milanese dove il giullare non ha mai voluto entrare. Riposi in pace.  Egidio Todeschini, de.it.press

 

 

 

 

Giornata europea contro la tratta: la Migrantes chiede un permesso di protezione sociale per i migranti in fuga accolti

 

La decima edizione della Giornata europea contro la tratta, che si celebra oggi, 18 ottobre, quest’anno invita a portare l’attenzione sul mondo dei migranti in fuga che sbarcano in Italia e arrivano  in Europa. Tra di essi riconosciamo non solo  vittime di guerra, persecuzioni religiose politiche, disastri ambientali, ma anche molte vittime di tratta. Purtroppo, troppo spesso in Italia viene negato dalle Commissioni territoriali  un titolo di soggiorno, perché non si riconoscono tra i migranti persone che non solo sono vittime di tratta  alla partenza, ma anche nel loro viaggio sono state  vittime di trafficanti. La presenza  di molte vittime di tratta tra i diniegati, tra l’altro presenti  nelle diverse strutture di prima accoglienza  anche da molti mesi se non da quasi due anni,  chiede un intervento del Governo per garantire  un permesso di protezione sociale per evitare che oltre alla partenza, o durante il viaggio, ma anche nel nostro Paese molti uomini e donne migranti cadano in una nuova forma di sfruttamento,  alimentando ulteriormente il mondo della prostituzione (dove si contano già almeno 35.000 persone) o del lavoro (con oltre 400.000 lavoratori vittime di sfruttamento grave e tratta).  E’ un  atto  di giustizia sociale e di tutela della dignità di molte persone, tra cui  donne giovani provenienti in particolar modo dai paesi dell’Africa sub-sahariana, che l’Italia, ma anche l’Europa dovrebbero riconoscere come importante per celebrare non solo a parole, ma nei fatti, una Giornata europea contro la tratta. Don Gian Carlo Perego, Direttore generale Fondazione Migrantes

 

 

 

Caritas: 2015 “annus horribilis” per migranti, ma al Sud aumentano gli italiani poveri

 

Il 2015 è stato “l’annus horribilis” per i movimenti migratori, non solo per l’elevato numero di rifugiati, sfollati e morti registrati, ma anche per l’incredibile “debolezza ed egoismo” che molti Paesi hanno dimostrato nell’affrontare quella che, innanzitutto, si è rivelata “una emergenza umanitaria”.

È quanto emerge nel Rapporto 2016 di Caritas italiana su povertà ed esclusione sociale in Italia e alle porte d’Europa, dal titolo “Vasi comunicanti”, che si colloca in una particolare congiuntura storico-sociale. Nel mondo – si legge nel documento – il numero di persone costrette a lasciare le proprie case in cerca di protezione a causa di guerre, conflitti e persecuzioni è arrivato ai livelli massimi mai registrati, superando la quota di 65 milioni.

In Europa il numero dei profughi giunti via mare (nel 2015) risulta quattro volte più grande di quello dell’anno precedente, facendo registrare anche un incremento del numero delle vittime nelle traversate. Di fronte a tali dinamiche la politica europea è risultata frammentata, disunita e per molti aspetti inadeguata.

Le immagini di muri e fili spinati sono ancora nitide e attuali e, sottolinea la Caritas, stridono con gli ideali e i principi del grande “sogno europeo”: quello di un continente senza più confini, aperto al libero scambio di persone e merci. È dunque in questo momento storico ricco di insidie e in cui in tutto il Vecchio Continente sembra riemergere la paura del diverso, che Caritas Italiana ha deciso di affrontare il tema della povertà in Italia allargando il proprio sguardo oltre i confini nazionali, cercando di descrivere le forti interconnessioni che esistono tra la situazione italiana e quel che accade alle sue porte.

Per favorire una maggiore consapevolezza dei processi in atto, nel rapporto sono riportati numerosi zoom di taglio internazionale, prodotti anche da altri organismi e Caritas europee. L’immagine dei “vasi comunicanti” assume un carattere ambivalente: aiuta a leggere il reale o meglio i nessi, frequentemente trascurati, che esistono oggi tra povertà, emergenze internazionali, guerre ed emigrazioni; al tempo stesso vuole essere l’auspicio per un futuro in cui le gravi disuguaglianze socio-economiche, alla base dei movimenti migratori, possano annullarsi favorendo un maggiore e più equo livello di benessere per tutti.

Più nel dettaglio, nel Rapporto si evidenzia che sono soprattutto gli stranieri a chiedere aiuto ai Centri della Caritas, ma per la prima volta, nel 2015, al Sud la percentuale degli italiani ha superato di gran lunga quella degli immigrati. Se a livello nazionale il peso degli stranieri continua a essere maggioritario (57,2%), nel Mezzogiorno gli italiani hanno fatto il ‘sorpasso’ e sono al 66,6%. 

Un cambio di tendenza si registra pure rispetto al sesso: per la prima volta risulta esserci stata nel 2015 una sostanziale parità di presenze tra uomini (49,9%) e donne (50,1%), a fronte di una lunga e consolidata prevalenza del genere femminile. L’età media delle persone che si sono rivolte ai Centri Caritas è 44 anni.

Tra i beneficiari dell’ascolto e dell’accompagnamento prevalgono le persone coniugate (47,8%), seguite dai celibi o nubili (26,9%). Il titolo di studio più diffuso è la licenza media inferiore (41,4%); a seguire, la licenza elementare (16,8%) e la licenza di scuola media superiore (16,5%). I disoccupati e inoccupati insieme rappresentano il 60,8% del totale. I bisogni più frequenti che hanno spinto a chiedere aiuto sono di ordine prevalentemente materiale; in particolare, spiccano i casi di povertà economica (76,9%) e di disagio occupazionale (57,2%), ma anche i problemi abitativi (25,0%) e familiari (13,0%). Frequenti le situazioni in cui si cumulano due o più ambiti problematici.

Il documento Caritas evidenzia anche l’invalidità del vecchio modello italiano di povertà, che vedeva gli anziani più indigenti. Oggi – si legge – la povertà assoluta risulta inversamente proporzionale all’età, cioè diminuisce all’aumentare di quest’ultima. La persistente crisi del lavoro ha infatti penalizzato – e continua a penalizzare – soprattutto le nuove generazioni, specie i giovanissimi in cerca di di occupazione e gli adulti rimasti senza impiego.

Proprio sul tema della disoccupazione, il Rapporto evidenzia che “nel periodo di recessione economica, dal 2007 al 2014, i neo laureati sono stati i meno penalizzati nella ricerca di un impiego: il tasso di disoccupazione tra loro è passato dal 9,5% al 17,7% a fronte di un aumento di oltre 16 punti percentuali registrato tra i neodiplomati, dal 13,1% al 30,0%”. Anche in questi anni di incertezza rinunciare agli studi non è, quindi, la scelta più opportuna. Per questo Caritas, basandosi sui dati del Consorzio Almalaurea, afferma che “proprio nei momenti di crisi che si dovrebbe sostenere e promuovere l’istruzione all’interno delle famiglie, in modo particolare tra quelle meno abbienti; potrebbe infatti rappresentare per queste ultime l’unico strumento di riscatto sociale”.

Affrontato anche il tema dei Neet, ovvero i giovani che non studiano e non cercano lavoro: in proposito si rileva che quelli italiani sono più anziani dei Neet stranieri, che in numero più rilevante però si rivolgono ai centri di ascolto della Caritas. L’età media dei Neet italiani è infatti pari a 28,3, mentre tra gli stranieri è di 27 anni. Nel caso dei Neet italiani l’inattività dei ragazzi appare in gran parte determinata dall’insuccesso della carriera scolastica e dalla frammentarietà di una carriera lavorativa incapace di costruire solide basi di esperienza professionale.

Grande, a tale riguardo, appare la responsabilità dei genitori, che evidenziano spesso una “debole genitorialità” soprattutto nei momenti delle grande scelte formative; a fronte del disorientamento e dell’incertezza tipiche dell’età adolescenziale, le famiglie di origine dei ragazzi italiani si sono dimostrate dunque incapaci di guidare i propri figli nella direzione giusta, orientandoli nella scelta del percorso scolastico.

Un certo numero di Neet si colloca poi nell’ambito di situazioni di “nido spezzato” (3,1% di separati o divorziati). Nel caso degli italiani si osserva una distribuzione simile, anche se i celibi/nubili sono meno numerosi (47,4%) e sono invece più numerosi i Neet separati o divorziati (7,2%). La situazione di convivenza più diffusa è quella della persona coniugata con figli (27,7% degli stranieri, 28,2% degli italiani). Seguono, per gli stranieri, i giovani soli (23,8%), mentre nel caso degli italiani il secondo modello di convivenza è quello della famiglia mono-genitoriale (25,9%). Questo dato, associato alla forte incidenza dei separati/divorziati tra gli italiani, lascia intuire una connotazione di maggior disagio per i giovani italiani rispetto a quella degli stranieri. Zenith 17

 

 

 

 

 

L'assist di Obama a Renzi in vista del referendum, i timori per un governo a Cinquestelle

 

Renzi incassa un assist dal presidente americano prima ancora di essere ricevuto alla Casa Bianca. Le parole di Obama contro l'austerity che blocca la crescita economica europea sono identiche a quelle che il premier italiano usa a Bruxelles e in patria nella sua battaglia contro la leadership economica tedesca basata, appunto, sull'austerity. Ma perché Obama, e si può immaginare anche Hillary Clinton, sono così prodighi di riconoscimenti e di sostegno con Renzi? L'amministrazione americana è molto preoccupata dalla possibilità concreta che in Italia vadano al governo i populisti di Grillo dopo una eventuale sconfitta nel referendum di dicembre. Si spiega così, dopo la gaffe dell'ambasciatore americano a Roma con l'endorsement al Si, l'accoglienza trionfale di Renzi alla Casa Bianca. Una cena di gala con il rango di cena di Stato è un avvenimento che il presidente americano in carica non riserva spesso ai suoi ospiti. Il fatto poi che sia l'ultima cena offerta da Obama prima della fine del suo mandato aumenta il significato politico dell'invito. Se infine Hillary Clinton sarà eletta presidente fra venti giorni, Renzi potrà dire di aver allacciato con lei rapporti diplomatici e politici prima di qualsiasi altro capo di governo occidentale. Quello che conta, naturalmente, e l'importanza dei Paesi, ma comunque anche questi sono segnali che contano. A cui va aggiunto l'impegno dei soldati italiani nella missione Nato in Lettonia e a protezione della diga di Mosul, cruciale ora che le truppe alleate stanno liberando la città dalla presenza dell'Isis. Ma se nei rapporti con gli Stati Uniti per Renzi splende il sole, non altrettanto si può dire dell'economia in Italia. I dati confermano che l'occupazione sta frenando per effetto della fine della decontribuzione, mentre aumentano i licenziamenti e l'uso dei voucher. A Bruxelles è arrivata la manovra economica di Renzi e Padoan ma l'accoglienza è stata fredda. Quello sfondamento del deficit concordato non piace alle autorità economiche della UE che vogliono anche esaminare puntigliosamente il conto presentato dall'Italia per affrontare le emergenze del terremoto e dell'immigrazione. Infine non piace la parte relativa alla rottamazione nella riforma del fisco. A Bruxelles sembra tanto un condono mascherato. GIANLUCA LUZI LR 18

 

 

 

 

 

Le università italiane devono attirare più studenti stranieri

 

Notevole aumento di studenti d’italiano all’estero, il viceministro: “Aumentare l’offerta” – di FLAVIA AMABILE

 

Il prossimo passo? Aumentare il numero di stranieri che studia in Italia. Alla fine dei due giorni di Stati Generali della Lingua Italiana nel mondo che si sono tenuti a Firenze, Mario Giro, viceministro degli Affari Esteri e padrone di casa dell’iniziativa, incassa il successo rappresentato dal notevole aumento di stranieri che hanno deciso di studiare l’italiano all’estero, e annuncia il prossimo obiettivo. «In questi due anni abbiamo scoperto che esiste una forte italo-simpatia, ora dobbiamo fare in modo che le università italiane e le scuole di specializzazione diventino più attrattive. Non è pensabile che ci sia una media del 4% di studenti stranieri. La domanda esiste ed è molto più alta. Manca l’offerta», spiega.  

 

È una volontà pienamente condivisa dal premier Matteo Renzi che due giorni fa, proprio dopo essere intervenuto agli Stati Generali a Firenze è andato alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa a lanciare quello che suona quasi come un avvertimento per le altre università: «L’Italia ha un gigantesco problema di autostima, come un quindicenne che ha talento ma non ci crede. Non continuiamo con la retorica della fuga dei cervelli. Il punto centrale è che bisogna aprirsi, bisogna trovare il modo di essere attrattivi, a me interessa quanto attraiamo altri talenti, aprendosi alla competizione internazionale come avviene qui al Sant’Anna dove uno studente su 4 è straniero».  

 

Università più internazionali, insomma, è l’obiettivo del governo e Mario Giro è pronto a scommettere di potercela fare. «Anche due anni fa c’era molto scetticismo quando abbiamo iniziato a parlare di lingua italiana all’estero. L’italiano era considerato una lingua morta, vecchia, finita, legata a un’introversione dovuta all’idea che la nostra sia una lingua debole. Due anni dopo, grazie al nostro lavoro abbiamo scoperto che la nostra lingua non è affatto debole, anzi, è il contrario». In base ai dati raccolti attraverso la rete di informazioni organizzata dal Ministero degli Esteri e pubblicata sul Portale della Lingua Italiana www.linguaitaliana.esteri.it nell’anno scolastico 2014/2015 sono stati 2 milioni 233 mila 373 gli studenti stranieri di lingua italiana nel mondo. Un notevole aumento rispetto al milione e 700 mila studenti del 2013/14 e al milione 522 mila dell’anno scolastico 2012/13.  

 

«Ora dobbiamo concentrarci sull’interno - spiega Mario Giro - La domanda per venire a studiare in Italia esiste, mancano le informazioni e a la capacità di attirare gli studenti». Alcune informazioni sono già state pubblicate sul portale, nei prossimi mesi a Milano ci sarà una riunione sull’internazionalizzazione delle università. «Si tratta di capire come modificare alcuni atteggiamenti. Ad esempio ci sono centinaia di accordi che le nostre università hanno firmato nel mondo. Sono accordi di collaborazione, di scambio, che però sono lettera morta. Bisogna riattivare tutto questo mondo e non ci sarà bisogno di fondi, è solo una questione culturale che però porterà nelle università tanti studenti in più a pagamento. Soltanto dal Camerun arrivano ogni anno 3200 studenti. Quanti potrebbero arrivarne dal Messico o dal Brasile con un po’ di impegno in più?»  LS 18

 

 

 

Italia e Svizzera mano nella mano per diffondere la lingua di Dante

 

La Confederazione elvetica è un terreno fertile per la lingua di Dante. Ma per una fioritura rigogliosa in tutto il territorio occorre seminare con cura. Soprattutto, Svizzera e Italia non devono più coltivare ognuna il proprio orticello, bensì unire le forze e lavorare di concerto, nei reciproci interessi. Un importante passo in tal senso è stato compiuto il 24 ottobre all’ambasciata d’Italia a Berna. Di Sonia Fenazzi

 

Il momento non è casuale: è nell’ambito della Settimana della lingua italiana nel mondo che l’ambasciatore Marco Del Panta ha organizzato una tavola rotonda tesa a trovare il filo conduttore per una strategia congiunta. Una discussione basata su dati molto concreti, grazie a un documento informativo e propositivo: il "Rapporto sull’italiano in Svizzera: contesto, legislazione, iniziative".

Settimana della lingua italiana nel mondo

"L'italiano e la creatività: marchi e costumi, moda e design": il tema dell’edizione 2016 della Settimana della lingua italiana nel mondo, che si svolge nella terza settimana di ottobre. L’evento per la promozione dell’italiano come lingua di cultura, in Svizzera è organizzato dall’ambasciata d’Italia con la collaborazione della Confederazione. Tra i numerosi appuntamenti a Berna, è stato dedicato spazio anche ad altre tematiche. In particolare, vi sono state due serate dedicati alle migrazioni, un tema storico e sempre di grande attualità sia in Italia sia in Svizzera, ed è stata inaugurata la nuova biblioteca della Società Dante Alighieri. "Il cuore" dell’evento – secondo le parole dell’ambasciatore Marco Del Panta – è stata la tavola rotonda, durante la quale è stato presentato il Rapporto sull’italiano in Svizzera.

Realizzato dall’ambasciata, il documento offre per la prima volta un inventario completo e dettagliato della diffusione della lingua italiana nella Confederazione e degli strumenti di propagazione. Inoltre evidenzia una convergenza fra tre obiettivi nella promozione della conoscenza di questo idioma: "quello dell’Italia di diffondere la propria lingua e cultura; quello della Svizzera di promuovere il plurilinguismo e le proprie lingue nazionali; quello del Ticino e dei Grigioni di favorire l’italiano anche al di fuori dei loro confini". Infine traccia delle vie da percorrere per raggiungere questi obiettivi e propone strumenti operativi.

"Non intendiamo promuovere l’italiano pensando di fare concorrenza all’inglese come lingua di comunicazione, ma vogliamo collocarlo come lingua culturale", ci precisa l’ambasciatore. Un campo in cui l’Italia gode di prestigio e un elemento di particolare interesse per la Svizzera, "unico paese al mondo insieme all’Italia ad avere l’italiano come lingua nazionale".

Dietro l’albero si nasconde la foresta

A dispetto dei dati statistici che in Svizzera mostrano l’italiano in costante perdita di velocità al di fuori dai propri territori – ossia del Ticino e di parte dei Grigioni –, il potenziale d’interesse per questa lingua c’è. Lo si constata nella domanda di corsi di lingua e cultura italiana organizzati dal Ministero degli affari esteri e dagli Enti gestori, ha precisato alla tavola rotonda il coordinatore di questi ultimi, Roger Nesti. Tuttavia il numero di corsi cala a causa di vari ostacoli: prima di tutto i tagli continui dei contributi dello Stato italiano e l’incertezza finanziaria, ma anche, in certi cantoni o talune località, difficoltà a reperire aule o finestre orarie adeguate.

C'è anche di più: l’italiano nelle aree tedescofona e francofona della Svizzera "è molto vitale", hanno rilevato all’unisono alla tavola rotonda alcuni degli autori dell’opera "Italiano per caso", frutto di una ricerca sulle varie forme di italianità nella Confederazione.

L’immagine dell’italiano lingua non più attrattiva, scalzata dall’inglese, che esce dalle statistiche, di fatto cela una realtà molto più complessa: quella di "un’italianità diffusa e sedimentata" nelle altre aree linguistiche della Svizzera e quella "compatta" in Ticino e nelle valli italofone dei Grigioni, osserva Verio Pini, coautore del libro.

Il consulente per la politica linguistica alla Cancelleria federale ricorda che "sui circa 550mila italofoni residenti in Svizzera, circa 300mila vivono oltre Gottardo". Vi si aggiungono tantissime persone che, "per svariate ragioni, hanno una relazione con la lingua o con la cultura italiana, contribuiscono alla sua vitalità, ma non lasciano grandi tracce nelle statistiche", tra cui molti discendenti di italiani, dalla seconda alla quarta generazione.

Coesione e coordinamento

Ci sono dunque un interesse che va nutrito e un prezioso patrimonio linguistico-culturale che va valorizzato e consolidato. Svizzera – sia a livello federale, sia a livello cantonale – e Italia – per il tramite dell’ambasciata e dei consolati – dispongono ciascuna di alcuni strumenti per farlo. "L’idea è molto semplice: si tratta di metterli insieme, rafforzarli e fare una programmazione coordinata, invece di disperdere risorse umane e finanziarie, lavorando ognuno per conto proprio", ci spiega l’ambasciatore Marco Del Panta.

L’idea è stata accolta con entusiasmo dagli esponenti politici e accademici attivi nella promozione dell’italiano in Svizzera, che hanno animato la tavola rotonda. "Per Italia, Svizzera, Ticino e Grigioni è un obbligo morale e culturale promuovere in comune l’italianità", ha sottolineato Filippo Lombardi, presidente della delegazione per le relazioni con il parlamento italiano.

Sul fronte dell’operatività, il senatore ticinese ha caldeggiato la creazione di una fondazione in cui "convogliare risorse umane e fondi dei due paesi", sia statali che privati, in modo da disporre di "uno strumento efficace" per attuare una strategia comune di promozione dell’italiano nella Confederazione. "Dobbiamo unire le forze e vincolarle a un contributo finanziario", ha insistito Lombardi.

Mentre i rappresentanti ticinesi hanno condiviso la necessità di questa opzione, l’ambasciatore d’Italia Marco Del Panta e la copresidente dell'intergruppo parlamentare "Italianità", Silva Semadeni hanno dato la priorità alla conclusione di un accordo strategico bilaterale tra i due paesi, tramite un memorandum d’intesa che dia il quadro giuridico necessario.

Un’opportunità oltre la lingua

Queste diversità di vedute non tolgono nulla allo spirito di collaborazione che ha caratterizzato l’iniziativa dell’ambasciata d’Italia e che è stato corrisposto dagli interlocutori elvetici. "Non ricordo una manifestazione di questo tipo, in cui si è percepita una volontà così forte di cooperazione come oggi", si è rallegrato il professore Bruno Moretti, codirettore dell’Istituto di lingua e letteratura italiana dell’università di Berna.

Il primo passo sulla strada della collaborazione è stato compiuto e il mese prossimo il dialogo proseguirà verosimilmente nell’ambito del Forum per l’italiano in Svizzera. Non sarà certamente una passeggiata riposante, anche perché il federalismo elvetico rende il cammino più tortuoso. Non basterà trovare un’intesa con la Confederazione e con il Ticino e i Grigioni.

Ognuno dei 26 cantoni è infatti competente sul proprio territorio in materia di istruzione e di cultura, ha le sue regole e le sue peculiarità. Perfettamente consapevole di questo, l’ambasciatore Marco Del Panta è comunque fiducioso: "Abbiamo consolati generali in tutte le principali aree della Svizzera. Ho già indicato ai consoli che devono lavorare assiduamente su questo progetto", ci assicura.

Il diplomatico vede persino questo impegnativo e complicato lavoro come opportunità: "un’azione di conoscenza più approfondita è utile anche per sviluppare le relazioni bilaterali tra i due paesi". Swissinfo 25

 

 

 

 

Interrogazioni di Alessio Tacconi (Pd) per facilitare le certificazioni di esistenza in vita e il trasferimento dell’AIRE

 

ROMA - “La campagna per la rilevazione dell’esistenza in vita che annualmente l’INPS avvia fra i pensionati residenti all’estero crea non pochi disagi all’utenza”. Così Alessio Tacconi (Pd), deputato  eletto nella circoscrizione Estero-rip. Europa, nel commentare le frequenti segnalazioni dei cittadini residenti all’estero, beneficiari di un assegno pensionistico, che annualmente devono compilare un modulo di esistenza in vita da sottoscrivere davanti ad un cosiddetto “testimone accettabile”.

“Con tale denominazione – continua l’on. Tacconi  – si intendono i funzionari dell’Ambasciata o del Consolato di riferimento e altre Autorità locali abilitate, tra cui funzionari del Comune, giudici, magistrati, notai ecc. Tale modalità di autenticazione della firma è suscettibile di creare non pochi disagi ai pensionati vuoi per la distanza dalla sede diplomatico-consolare più vicina, vuoi per la difficoltà a convincere pubblici ufficiali locali a sottoscrivere un modulo prodotto in Italia, vuoi infine per i costi di una sottoscrizione davanti ad un notaio”.

“Ho perciò presentato – spiega il deputato -  un’interrogazione al Ministro del Lavoro per chiedere se non intenda dare indicazioni al nostro Istituto Previdenziale affinché  includa i responsabili dei Patronati italiani operanti in loco nell’elenco dei “testimoni accettabili” per l’autenticazione delle sottoscrizioni di esistenza in vita ai fini pensionistici. Sebbene, infatti i Patronati all’estero siano organismi privati, già assolvono a numerosi compiti istituzionali tali da essere considerati “organi integrati dallo Stato”, come ricorda la sentenza della Corte Costituzionale n. 42 del 7 febbraio 2000”.

“Un’altra segnalazione - continua Tacconi - che ho avuto modo di registrare nei miei frequenti incontri con i connazionali all’estero  riguarda i criteri restrittivi per il trasferimento dall’A.I.R.E. di un comune italiano a quella di un altro comune. Tali criteri sono fissati nella legge istitutiva dell’A.I.R.E. e prevedono la possibilità di trasferimento, a domanda, solo quando l’interessato abbia membri del proprio nucleo familiare già iscritti nell’A.I.R.E. o nell’anagrafe dei residenti. Partendo dalla considerazione che, non di rado,gli Italiani residenti all’estero non intrattengono più alcun legame con il comune di origine avendo trasferito il centro dei loro interessi in Italia in un altro comune per avervi acquistato un immobile, con una mia interrogazione ho chiesto – comunica il deputato -  al Ministero dell’Interno e al Ministero degli Esteri se non intendano apportare modifiche alla legge in vigore ampliando le possibilità di trasferimento dall’A.I.R.E di un altro Comune e prevedendo espressamente che il trasferimento possa avvenire, oltre che per le motivazioni su accennate, anche per il possesso di immobili nel comune nelle cui liste si richiede l’iscrizione”.(Inform 30)

 

 

 

 

Supponiamo

 

Supponiamo, tanto per non sembrare indifferenti ai “dolori” d’Italia, che Il PD, per una serie d’alchimie politiche, possa mantenere l’accordo con gli uomini dei partiti che gli consentono la maggioranza parlamentare. Ipotizziamo, di conseguenza, che Renzi stabilizzi il suo ruolo di Primo Ministro.

 

  Ammettiamo, sempre per eccesso d’ottimismo, che la Legislatura sia potenziata con un Esecutivo nel quale i Centristi rafforzino la “fiducia” parlamentare. In un’ottica fantascientifica, ed è scrivere poco, Renzi potrebbe mantenere, così, il suo ruolo. Scriviamo in via suppositiva perché il Primo Ministro, almeno per quanto c’è dato sapere, non ha la pur minima intenzione d’allearsi con altri Partiti del “vecchio” sistema ancora presenti in Parlamento. Ora, sarebbe assai difficile un cambiamento di direzione; anche perché andrebbe contro le promesse fatte agli italiani.

 Però, tanto per rimanere in tema, supponiamo che uno spiraglio sia concepibile. In ogni caso, meglio sarebbe chiamarlo ”breccia” per i coinvolgimenti che andrebbe a determinare un rimpasto di Governo; anche con la possibilità di sgretolamento della Maggioranza in più tronconi. La conseguenza, oltre al caos politico, che ne deriverebbe, sarebbe l’ingovernabilità d’Italia.

 

Ancora, supponiamo che Renzi, come continua ad affermare, resti in carica sino al 2018. A nostro avviso, non farebbe che dilatare i tempi della crisi che è anche d’incoerenza gestionale.

Il buon senso, nonostante tutto, dovrebbe avere la meglio. Come a scrivere: governo Renzi per tutto l’anno. Poi, comunque vada il Referendum Istituzionale, elezioni politiche entro la primavera del 2017. Al punto in cui siamo, anche le presunzioni, non proprio ipotetiche, potrebbero avere un loro valore politico. Almeno, lo supponiamo. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Povertà esplosa in Italia, Caritas: "Al Sud più italiani che stranieri nei nostri centri"

 

La povertà in Italia è esplosa e attraversa l’intera società. Dall’inizio della crisi ad oggi la povertà assoluta, ovvero la condizione di coloro che non hanno le risorse economiche necessarie per vivere in maniera minimamente accettabile, è aumentata in Italia fino ad esplodere. Si è passati, infatti, da 1,8 milioni di persone povere nel 2007 (il 3,1% del totale) a 4,6 milioni del 2015 (il 7,6%). Lo indica il Rapporto della Caritas.

Negli anni scorsi, la povertà assoluta -spiega la Caritas- ha confermato il suo radicamento in quei segmenti della popolazione in cui già in passato era più presente - il Sud, le famiglie con anziani, i nuclei con almeno 3 figli minori e quelli senza componenti occupati - ma è anche notevolmente cresciuta in altri, prima ritenuti meno vulnerabili: il Centro-nord, le famiglie giovani, i nuclei con 1 o 2 figli minori e quelli con componenti occupati. Il risultato è che la presenza quantitativamente significativa dell'indigenza tocca oggi l'intera società italiana e non è più circoscritta solo ad alcune sue componenti.

Al Sud più italiani che stranieri nei centri Caritas - Nel corso del 2015, le persone che si sono rivolte ai Centri di ascolto della Caritas sono state 190.465. Come nel passato il peso degli stranieri continua a essere maggioritario (57,2%) ma non in tutte le aree del Paese; nel Mezzogiorno infatti la percentuale di italiani è pari al 66,6%. Dai dati, raccolti presso 1.649 centri, dislocati su 173 diocesi, emerge quindi la visione di "un Mezzogiorno più povero e con una minor incidenza di immigrati, dove a chiedere aiuto sono prevalentemente famiglie di italiani. Anche le regioni del Centro-Nord, tuttavia, nel corso degli anni hanno registrato un vistoso aumento del peso degli italiani". Adnkronos 17

 

 

 

 

Camere di Commercio Italiane all’Estero. Intervista al presidente Auricchio

 

ROMA - Le Camere di Commercio Italiane all’Estero (CCIE), in quanto associazioni di imprese, sono le interlocutrici naturali delle piccole e medie imprese italiane,delle quali favoriscono l’internazionalizzazione, anche attraverso i progetti europei. Ad affermarlo è Gian Domenico Auricchio, Presidente di Assocamerestero che, a pochi giorni dalla Convention mondiale delle CCIE che si terrà a Riva del Garda dal 22 al 25 ottobre, ci ha spiegato le nuove sfide del Sistema camerale italiano all’estero.

 

D. Presidente Auricchio, quali sono le nuove esigenze di internazionalizzazione delle imprese italiane?

R. Da imprenditore, riscontro tutti i giorni nella realtà di chi lavora per ampliare e consolidare all’estero il proprio business quello che i numeri ci dicono: le piccole imprese italiane negli scorsi anni hanno esportato più di quanto abbiano fatto le omologhe tedesche, francesi e britanniche. Nel 2015 le esportazioni hanno sfiorato i 414 miliardi di euro, in aumento del 3,8%. Anche per la selezione indotta dalla crisi, il contenuto di valore-servizio dei nostri prodotti è cresciuto, ma il clima di incertezza che caratterizza lo scenario economico mondiale impone alle nostre aziende la necessità di riposizionarsi e di pensare ad un nuovo modello di internazionalizzazione. Ad esempio, siamo ancora poco presenti nei circuiti di sub-fornitura a livello mondiale. Questo è un aspetto che saremo chiamati a sviluppare: cercare di favorire una più forte integrazione nelle reti internazionali, sia dal punto di vista della produzione che della distribuzione.

D. Come la rete delle CCIE risponde a queste esigenze?

R. Quando diciamo che il nostro modello di business all’estero deve essere più radicato, vogliamo dire che dobbiamo sviluppare una rete di relazioni sui territori esteri e che, per farlo, dobbiamo poter contare su un network che è parte di quei territori. In questo consiste il contributo strategico delle Camere di Commercio Italiane all’Estero che, proprio per la loro essenza di rete multilaterale nata e sviluppatasi all’interno delle comunità d’affari locali, sono in grado di sostenere una nuova presenza internazionale delle nostre imprese. Il Sistema camerale nel suo complesso ha infatti la capacità di presidiare “l’ultimo miglio”, in Italia e all’estero, assicurando una maggiore efficacia e capillarità di servizio nel rispondere alle esigenze delle imprese. È infatti necessario il supporto di un sistema strutturato, specializzato e flessibile, che faccia della vicinanza alle imprese il proprio valore aggiunto, funzionale agli obiettivi di promozione del Sistema Paese.

D. Come si è trasformata la rete delle CCIE in questi ultimi anni?

R. Le Camere italiane all’estero sono state in un certo senso antesignane del clima di riforma e rinnovamento che si sta diffondendo oggi nel Paese: da anni le CCIE hanno avviato un processo di autoriforma ispirato ai principi di efficienza, efficacia ed affidabilità, per essere sempre più rispondenti alle esigenze delle imprese e competitive sul mercato. Il loro punto di forza deriva dalla capacità di essere radicate sui mercati esteri, rappresentative dell’imprenditorialità locale-estera e in grado di portare queste istanze verso il mercato italiano. Le CCIE sono, infatti, in grado di convogliare verso l’Italia flussi economici di interesse e di opportunità di business per le PMI, anche dialogando con i principali interlocutori istituzionali in Italia e all’estero. In più, per la loro natura imprenditoriale, sono il naturale referente dei soggetti imprenditoriali di minori dimensioni, i quali hanno bisogno di un referente operativo, diretto ed efficace, e di un approccio problemsolvingalle esigenze aziendali di apertura sui mercati internazionali.

D. La politica promozionale italiana all’estero sta diventando sempre più integrata e specializzata. A quale ruolo vengono chiamate le CCIE?

R. Le CCIE sono chiamate a dare un contributo mettendo a frutto il proprioknowhow, a tutto vantaggio delle imprese italiane. L’essere una rete multilaterale capace di agire in un’ottica multimercato, l’attività progettuale sviluppata grazie alla capacità di cogliere, e spesso anticipare, i trend di consumo o i segmenti di mercato più profittevoli per il business italiano nei Paesi in cui operano, la forte spinta innovativa che le porta a posizionarsi in settori ad elevato valore aggiunto con servizi e networking qualificato per attivare partnership italo-estere: sono questi gli elementi che rendono le CCIE un interlocutore strategico tra i soggetti della promotion italiana, in un’ottica di complementarietà e integrazione con le azioni condotte dagli altri soggetti istituzionali nell’interesse del business italiano nel mondo.

D. Molte CCIE favoriscono l’internazionalizzazione delle PMI italiane anche attraverso i finanziamenti europei. In quali progetti sono coinvolte le CCIE?

R. Dal 2000 ad oggi, le CCIE hanno maturato numerose esperienze nella progettazione europea, contribuendo ad ampliare e rafforzare le partnership transnazionali tra imprese e territori. Le Camere intervengono in oltre 100 progetti a valere su ben 25 programmi dell’Unione europea, svolgendo un’attività di lobbying e comunicazione presso le autorità locali ed europee e individuando opportunità e modalità di partecipazione più idonee per le imprese italiane.È cresciuto infatti il numero di progetti congiunti che, anche col supporto dei finanziamenti europei, rafforzano lo sviluppo dei territori del nord e sud Italia sia in settori tradizionali come il turismo, l’agroalimentare e l’artigianato, sia in settori di maggior valore aggiunto, quali le energie rinnovabili, l’aerospazio, l’innovazione tecnologica applicata ai sistemi produttivi.

Francesca Palombo, aise 17 

 

 

 

 

Portare all'estero le aziende non conviene più: gli imprenditori tornano a casa

 

'Ritorno al passato' per alcune aziende italiane che decidono di tornare a produrre in Italia. Delocalizzare non sembra più l'unica soluzione, anzi, per alcuni "è una scelta miope", e chi è andato a produrre all'estero come Ciak Roncato fa ritorno in Italia, magari cominciando con un brand dal nome nostrano come Anima Libera per cui è stato creata anche la nuova ragione sociale 'Baulificio italiano'. "Per contenere i costi alla fine degli anni Novanta ci siamo visti costretti ad andare in Cina. Al momento sembrava la scelta giusta, poi però ce ne siamo pentiti perché abbiamo insegnato all'Asia a produrre i trolley" dice all'AdnKronos Federica Roncato, responsabile marketing e commerciale della storica azienda padovana, nata nel 1956, "producevamo valigie per chi andava all'estero a cercare fortuna", e arrivata al sessantesimo anno di attività, con la terza generazione tutta al femminile, le tre sorelle al timone dell'impresa.

 

Un rientro "non senza fatiche". "Il maggior ostacolo? La burocrazia, oltre alla mancanza di aiuto, gli alti costi del lavoro, e il dover trovare nuovi fornitori perché quelli con cui lavoravamo negli anni Novanta hanno chiuso". La decisione di ritornare è stata presa cinque anni fa, ma solo "da quest'anno è stato possibile partire con il made in Italy vero e proprio".

"Continuiamo a importare dai Paesi asiatici, dalla Cina, i prodotti di fascia media, mentre puntiamo sul made in Italy per quelli di fascia più alta da esportare in Russia, nei Paesi asiatici e arabi". "Noi abbiamo un valore aggiunto che abbiamo perso negli anni e che dobbiamo assolutamente ritirare fuori. Fortunatamente abbiamo sempre mantenuto le maestranze in azienda. E' importante la loro conoscenza. Sanno come creare un prodotto e portarlo alla fine del ciclo produttivo". Che ci manca? "Ho notato da noi una mancanza di 'patriottismo'. All'estero, per esempio, in Germania tendono a comprare prodotti di origine tedesca, da noi la moda è al contrario".

Dai dati, aggiornati al giugno del 2015, di un report Centro Europa Ricerche (Cer) con la collaborazione di Unindustria, risulta che a tornare in Italia sono soprattutto le aziende, attive nel tessile, abbigliamento e moda, comparto di punta del made in Italy, con il 43% dei rientri, seguite da quelle di apparecchiature elettroniche, elettriche e meccaniche.

Dai trolley ai call-center, non manca in tempi di licenziamenti ad Almaviva, che minaccia di chiudere la sede di Roma e quella di Napoli, chi ha preso, poi, una direzione "ostinata e contraria". "Abbiamo scelto di gestire la clientela da vicino" dice all'AdnKronos Marco Durante, amministratore delegato di PhonEtica, che da' lavoro a più di 600 persone e che per scelta decide di aprire nuove sedi a Torino e Cesena al posto che andare all'estero. "Il fatto che i nostri operatori siano di cultura italiana, che siano costantemente aggiornati, è un vantaggio per la nostra clientela, che chiede un servizio di qualità" dice Durante. "Produrre fuori dall'Italia per me è miope perché si finisce con il dover cercare manodopera a costi sempre più bassi".

Il ritorno economico? "C'è perché spesso nella corsa a cercare prezzi più bassi spesso e volentieri come è successo da noi comporta il fatto che si chiudano dei siti che magari erano stati aperti grazie a decontribuzioni, aiuti regionali o europei. Finito l'effetto di quei contributi, le aziende non riescono più a soddisfare la richiesta del cliente di tenere il prezzo basso e chiudono la sede, la spostano e la portano da un'altra parte. Al di là di tutto questo è un costo".

Dalle aziende, che restano, a quelle che vengono salvate dai dipendenti. E' il caso del Birrificio Messina che, prima cambia proprietà e poi chiude, ma viene poi riportato all'attività dagli operai che si sono trasformati in imprenditori. La scommessa? Due anni fa la decisione degli ex operai di investire mobilità e trattamento di fine rapporto per diventare 'mastri birrai' nella città siciliana. "Ero un'operaia 30 anni fa appena entrata nello stabilimento, però, dopo circa un anno sono passata negli uffici e poi sempre in amministrazione" racconta all'AdnKronos la vicepresidente Francesca Sframeli, ma all'occasione, dice ridendo, "faccio anche da centralinista" visto che ha risposto anche al telefono direttamente. "Noi imbottiglieremo la birra dello Stretto e la Doc 15 in onore dei quindici soci della Cooperativa. Ci stanno aiutando gli 'emigrati' da Messina, chi in Lombardia, in Piemonte o in Inghilterra ha aperto un ristorante, una pizzeria, un locale tipico siciliano e, conoscendo le nostre birre, fa gli ordini. Saremo pronti per fine ottobre".

E a giudicare dalla loro pagina Facebook non gli mancherà l'appoggio. "I social ci stanno facendo da volano" spiega la vicepresidente. Oltre 18mila 'Mi piace' a coronare un'attesa per la ripartenza, 'benedetta' anche dalla visita, si legge sul post, "del nostro padre spirituale Don Terenzio Pastore che, dopo aver degustato la nostra birra", non gli ha fatto mancare "una preghiera", "dandoci la forza necessaria nel proseguire il nostro lungo e difficoltoso cammino". Adnkronos 18

 

 

 

 

Le conclusioni degli Stati Generali della Lingua Italiana nel Mondo

 

Le conclusioni del presidente Mattarella e del vice ministro degli Esteri Giro

Interventi del presidente della Regione Toscana Rossi e del sindaco di Firenze Nardella

 

FIRENZE-  La sessione conclusiva degli Stati Generali della Lingua Italiana nel Mondo,  è stata introdotta dal sindaco di Firenze Dario Nardella che ha evidenziato come oggi, a differenza del passato quando gli emigranti spesso non trasmettevano la nostra lingua alle nuove generazioni per favorirne l’integrazione nel paese ospitante,  vi sia in questo cointesto un’inversione di tendenza con la riscoperta del desiderio di aggregazione. “Vi è la  consapevolezza – ha spiegato Nardella - di un valore di un’identità e di una appartenenza ad una comunità globale che va ben oltre la semplice origine territoriale. Non vi è dunque il ricordo nostalgico di riscoprire soltanto le radici, ma vi è qualcosa di più complesso e grande e cioè di fare della lingua italiana una chiave di apertura a quel patrimonio straordinario ricco e complesso in cui si troviamo valori, modi di pensare, di concepire la vita e di stare insieme. Quindi – ha proseguito Nardella - possiamo lavorare insieme per fare della nostra lingua uno straordinario strumento di arricchimento di un patrimonio di conoscenza e di valori globali condivisi con tutto il mondo, una missione che richiede convergenza di energie per il perseguimento di un obiettivo, un programma che chiama in causa  anche le città”.  

Ha poi preso la parola il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi che ha sottolineato come ancora oggi troppi italiani vivano al di sotto del livello minimo di utilizzo della propria lingua, un livello  che è necessario per vivere e lavorare bene. “La crisi  economica – ha affermato Rossi - ha separato milioni di persone dalla formazione ampliando questo divario cognitivo.  Lavorare ad una formazione permanente consente di rimuovere gli ostacoli che impediscono la piena realizzazione della persona.. Bisogna impegnarci di più – ha poi proseguito Rossi affrontando la questione immigrazione - per un forte processo di alfabetizzazione, dentro le politiche di accoglienza e di integrazione su cui l’Italia sta dimostrando di saper lavorare andando fiera dei suoi lavori antichi. Oggi – ha aggiunto Rossi  - vi sono numerosi neologismi,  fenomeni che svelano come la creatività popolare cambi la lingua attraverso tanti scambi e contaminazioni, credo - ha concluso il presidente della Toscana - che bisogna vivere questi  cambiamenti senza azzerare il passato.  Per questo motivo non condivido affatto la proposta di eliminare latino e greco dall’esame di maturità. Spegnere una lingua, tanto più in una scuola, significa spegnere la memoria”.  

 “Quando due anni fa volli gli Stati Generali – ha ricordato il vice ministro agli Esteri e alla Cooperazione Internazionale Mario Giro - c’era molto scetticismo,  si pensava che fosse un mondo vecchio e c’era l’idea che la nostra lingua non era importante  e non abbastanza diffusa. Noi invece abbiamo scoperto fuori dall’Italia un continente che non abbiamo ancora finito di conoscere e che si allarga ogni giorno sotto i nostri occhi. C’è tanta Italia fuori d’Italia – ha affermato Giro - e in questi due anni abbiamo lavorato per raggiungerla,  motivarla,  rafforzarla e darle strumenti e credo che ci siamo riusciti. Da qui ai prossimi Stati Generali vi è un secondo lavoro da compiere, quello di attrarre gli studenti esteri nelle nostre università. In Italia abbiamo tutti i mestieri della cultura, le grandi scuole di eccellenza pubbliche e private, su cui non c’è confronto o concorrenza. Dobbiamo quindi essere più attrattivi e questo darà all’Italia risorse intellettuali, umane e posti di lavoro perché di cultura si vive, ma si fa anche un buon affare”.

Ha infine preso la parola il Capo dello Stato Sergio Mattarella che ha sottolineato come la promozione della lingua italiana sia opportunamente inserita nell’ambito della più generale promozione del sistema Paese. “Italofonia e italofilia – ha spiegato Mattarella - sono percorsi sempre più paralleli e fra loro interconnessi. Non è di oggi la riflessione sulla pluralità di linguaggi che hanno accompagnato la diffusione della lingua italiana nel mondo.  Accanto a quella tipicamente letteraria,  elemento peculiare della presenza italiana nel mondo, non possiamo certo dimenticare il fatto che a parlare dell’Italia sono altri e, spesso non meno importanti, ambiti. L’arte, la musica, il design, la moda, il cinema, lo sport, l’industria, la cucina, per citarne solo alcuni.  A ragion veduta il dibattito, nei decenni, si è allargato sino a ricomprendere un’idea estesa della suggestione che la civiltà italica, nelle sue sfaccettature, antiche, moderne e contemporanee, può offrire. Un’idea lontana dall’arroccamento identitario e protesa, piuttosto, ad offrire alle altre culture, il portato dell’esperienza, della bellezza, cumulata in millenni”.

Secondo  Mattarella inoltre la sfida di fronte a noi è rappresentata dalla capacità di proporre la qualità Italia, cioè l’umanesimo che deriva dalla nostra cultura, dal modo di vivere, di lavorare. Per il Capo dello Stato la valorizzazione di un passato già noto “non può esaurirsi in percezioni di nostalgia: ci tocca il compito - spiega - di riprogettare continuamente l’immagine e l’offerta culturale del nostro Paese”.

Per quanto poi riguarda l’ibridazione linguistica da Mattarella viene ricordato come “alla diaspora dell’italiano in uscita, con l’emigrazione di massa prima e quella più di carattere professionale di oggi” faccia “da contraltare la diaspora di altri popoli, in ingresso nella cultura italiana e per i quali, spesso, l’italiano è la lingua tramite per eccellenza, una sorta di ‘lingua franca’ per dialogare tra loro, così come accadeva molti secoli fa nel Mediterraneo. In qualche modo, - spiega il Capo dello Stato - l’italiano, da lingua tipica di un territorio limitato, si propone in questo senso come lingua di una cultura a vocazione universale, andando oltre la dicotomia tra linguaggi del vedere e linguaggi del sentire, tra linguaggi della scrittura e linguaggi dell’immagine”. “Accanto alla ‘esportazione’ dell’insegnamento dell’italiano, ieri rivolto pressoché esclusivamente alle nostre comunità di immigrati e che va, sempre di più, indirizzato anche ai giovani nei rispettivi Paesi,  - prosegue Mattarella - oggi l’italiano per stranieri in Italia è divenuto un altro canale importante di propagazione culturale. Due fronti, sui quali ci troviamo ad agire, tra loro complementari e che chiamano in causa, in modo prepotente, nuovi media e nuove tecnologie per la promozione della lingua italiana da un lato e la trasmissione dei contenuti della cultura italiana dall’altro. Dunque, indispensabile il rafforzamento dei canali televisivi in lingua italiana dedicati all’estero e di contenuti per la rete internet: si tratta di una missione peculiare cui il servizio pubblico radiotelevisivo deve assolvere, con grande attenzione proprio all’offerta culturale complessiva che l’Italia è in grado di mettere in campo. Si tratta di un’offerta che non raggiungerà solo le nostre comunità all’estero, desiderose di trasmissioni di qualità, ma contribuirà al ruolo di ‘lingua franca’ che, in molti ambiti culturali, arte e musica fra questi, l’italiano si trova a svolgere. E’ questione che riguarda anche il sostegno alla editoria di lingua italiana all’estero: si tratta di media che vanno sostenuti. Accanto a questo compito – prosegue il Capo dello Stato va annoverata, naturalmente, la diffusione di contenuti nella lingua prevalente dei luoghi. Traduzioni, produzione di contenuti per tv e nuovi media, mostre dell’attività artistica contemporanea, produzioni di percorsi culturali che attingano al nostro patrimonio museale, bibliotecario, archivistico, e si propongano alle reti estere, sono tutti elementi che possono contribuire ad ampliare la numerosa platea di estimatori della cultura italiana o degli italofili come si usa definirli, anche a seguito anche dell’iniziativa dell’Albo istituito dal ministero degli Esteri”. Mattarella, dopo aver definito poco convincente l’ipotesi di dare all’inglese la funzione di lingua veicolare e di confinare le altre lingue nell’ambito di specifici settori culturali o scientifici, ha sottolineato come le nuove tecnologie di comunicazione e gli strumenti oggi disponibili, ad esempio il web, abbiano modificato in maniera significativa anche il rapporto con la lingua italiana, aprendo nuove frontiere da esplorare. .

“Ogni settore del nostro Paese – ha concluso il Presidente della Repubblica dopo aver ricordato che l’internazionalizzazione delle nostre imprese ha dato un contributo fondamentale alla causa della lingua italiana - è chiamato a essere fonte di ispirazione e avvicinamento alla cultura italiana e non possono mancare, in questa direzione, iniziative tese alla attrazione di talenti in Italia, insieme a quelle dirette al rientro dei talenti italiani che hanno visto crescere le loro competenze all’estero. Il mondo della scienza e della ricerca viene interpellato per primo in questo senso. Ma, alla base di tutto, vi è, naturalmente, la necessità di un ampliamento della conoscenza della lingua italiana”.

Goffredo Morgia, Inform 19

 

 

 

 

Il parere

 

Di una realtà siamo certi: il 2017 sarà ricordato come l’anno delle radicali trasformazioni. La situazione economica, come quella politica, è ancora in equilibrio instabile, ma c’è da andare oltre per consentire la ripresa del Paese e dei partiti intenzionati a guidarlo in futuro. La prossima Legislatura, in ogni caso, sarà la prima di un nuovo fronte politico che, con molta obiettività, non era neppure ipotizzabile per il passato. Una differente situazione socio/economica andrà a coinvolgere tutti gli italiani. La primavera si presenterà con una situazione generale che prevediamo complessa. Non osiamo scrivere, per carità, che l’estate sarà migliore, ma ci sentiamo autorizzati a dare un’occhiata oltre il tunnel della crisi nazionale. L’inflazione, almeno quell’ufficiale, sembra stabilizzata; perdura la deflazione. Ciò potrebbe anche significare che, col prossimo anno, si potrebbero registrare maggiori segnali anche a livello PIL. Se si riuscisse a superare la soglia psicologica del +1%, il segnale di ripresa potrebbe considerarsi iniziato. Resta, in ogni caso, il problema della governabilità che rimane problematica anche per Renzi. Con la prossima Legislatura, il Parlamento si presenterà diversamente rappresentato e, con una maggiore stabilità politica; anche il quadro economico ne sarà favorito. In questi mesi di tensione politica, ci siamo resi conto che dei partiti, intesi come centri di potere, cominciano a contare di meno. Ed era ora. Certi chiarimenti, velati per il passato, oggi ci appaiono con maggiore chiarezza. A questo punto, riconosciamo che molto resta da fare, ma apprezziamo quello che il nuovo Presidente del Consiglio ha illustrato. E’ chiaro, però, che parecchie incongruenze ancora restano. Sono, tuttavia, meno insidiose che per il passato perché ora tutti le riconoscono come tali e, di conseguenza, più controllabili. Dopo l’iniziale coerenza di questo Esecutivo, non ci rimane che fare i conti con i partiti. Torneranno i tempi delle discussioni parlamentari; ma senza le preoccupazioni degli Esecutivi che si reggono sulla “non”sfiducia. Gli impegni dovranno essere mantenuti per un diverso modo di raffrontarsi con l’opposizione che sarà organizzata per non remare necessariamente contro. Renzi ha aperto un nuovo orizzonte repubblicano. Una volta consolidata l’economia, il fronte previdenziale, quello del lavoro e il regime fiscale, l’Italia recupererà il terreno perduto. Confidiamo che questo nostro “parere” si muti in certezza. Giorgio Brignola, de.it.press                

 

 

 

 

Disciplina del cinema e dell’audiovisivo: l'opportunità di valorizzare il ruolo della rete diplomatico-consolare e degli Istituti italiani di cultura

 

ROMA - La Commissione Esteri della Camera dei deputati ha espresso ieri parere favorevole, in sede consultiva, al disegno di legge sulla “disciplina del cinema e dell’audiovisivo”,  già approvato dal Senato.

Tra gli obiettivi del provvedimento, indicati dalla relatrice Eleonora Cimbro (Pd), quello che attiene alla sfera dell'internazionalizzazione del sistema produttivo italiano e della promozione della lingua e della cultura italiana nel mondo, priorità di cui è investita in modo diretto la rete italiana all'estero. Da qui l’auspicio che esso dedichi attenzione e valorizzazione all'impegno che la rete estera nella sua interezza già svolge nella materia e che potrà essere adeguatamente rilanciato con un mirato coinvolgimento, anche sul piano dell'accesso ai nuovi strumenti finanziari, in particolare al Fondo per lo sviluppo degli investimenti nel cinema e l'audiovisivo. Era presente il sottosegretario agli Esteri Benedetto della Vedova che si è associato alle considerazioni della relatrice.

La Commissione ha approvato la proposta di parere favorevole - che qui di seguito pubblichiamo - con un'osservazione della relatrice.

La III Commissione (Affari esteri e comunitari),

esaminato per le parti di competenza il progetto di legge C. 4080, approvato dal Senato, recante «Disciplina del cinema e dell'audiovisivo»;

espresso apprezzamento per i richiami, di cui all'articolo 1 del provvedimento, a fonti del diritto europeo ed internazionale, utili ad inquadrare la materia nel contesto di una politica europea ed internazionale fondata sulla cultura come presupposto del dialogo tra i popoli e in una strategia nazionale onnicomprensiva che, includendo a pieno titolo le opere cinematografiche e l'audiovisivo, contempla investimenti in cultura, in internazionalizzazione, nella promozione dei saperi, sul territorio italiano e all'estero;

atteso il ruolo del cinema e dell'audiovisivo anche rispetto alla promozione della lingua e della cultura italiana nel mondo, oltre che del nostro sistema produttivo, di cui è investita in modo diretto la rete italiana all'estero;

apprezzata l'attenzione che il provvedimento manifesta, nel rispetto delle leggi nazionali e delle convenzioni internazionali sottoscritte dall'Italia, rispetto alle esigenze delle persone con disabilità, dei minori, delle minoranze linguistiche nell'obiettivo della promozione di una più ampia promozione del cinema e dell'audiovisivo;

apprezzata la nozione di respiro europeo che il provvedimento delinea circa la nazionalità italiana delle opere;

sottolineato il ruolo delicato che il MIBACT è chiamato ad esercitare, in raccordo con il MAECI e avvalendosi anche di segmenti della rete italiana all'estero, nello svolgimento di attività di rilievo esterno, quali la definizione della posizione italiana nei rapporti con le istituzioni dell'Unione europea e con le altre istituzioni internazionali nella materia, nonché ai fini dell'attuazione di accordi internazionali, oltre ad attività di indirizzo sui programmi di internazionalizzazione dell'industria cinematografica e audiovisiva e alla stessa promozione dell'immagine dell'Italia, anche a fini turistici;

preso atto del ruolo consultivo che l'istituendo Consiglio superiore del cinema e dell'audiovisivo è destinato ad esercitare nei confronti del MIBACT in merito ad accordi internazionali in materia di coproduzioni cinematografiche e di scambi nel settore, nonché in materia di rapporti con le istituzioni, anche sovranazionali;

valutato positivamente l'apparato di strumenti finanziari e fiscali di sostegno, che include contributi per enti pubblici e soggetti privati per il finanziamento di iniziative e manifestazioni finalizzate a promuovere, tra l'altro, l'internazionalizzazione del settore e sostenere la realizzazione di festival, rassegne e premi di rilevanza nazionale ed internazionale,

esprime parere favorevole con la seguente osservazione:

valuti la Commissione di merito l'opportunità di valorizzare in modo adeguato il ruolo della rete diplomatico-consolare e degli istituti italiani di cultura nella realizzazione delle finalità del provvedimento. (Inform 26)

 

 

 

 

Migrantes: un fatto preoccupante il rifiuto all'ospitalità di 12 donne e 8 bambini

 

Roma - “Dodici donne e otto bambini, donne sole e con i propri figli hanno trovato all’arrivo al comune di Gorino nel ferrarese – meno di 4mila abitanti, 1,6% di immigrati – la strada sbarrata e, soprattutto, le porte chiuse dell’ostello dove dovevano essere ospitati. È un episodio preoccupante, che avviene in una terra dove la solidarietà era sempre stata un elemento fondamentale anche perché dimostra una cattiva informazione sulle storie e le tragedie di chi sbarca; preoccupante infine perché dimostra l’incapacità delle istituzioni di preparare una comunità all’accoglienza, continuando ad improvvisare gli arrivi”. A dirlo il Direttore generale della Fondazione Migrantes, Mons. Gian Carlo Perego, commentando la protesta degli abitanti di Gorino, scesi in strada per impedire l’accesso in paese a 12 donne e 8 bambini, che il prefetto di Ferrara aveva destinato all’ostello del paese.

“L’episodio – ha aggiunto Mons. Perego – è un segnale che dimostra come l’aria di chiusura e di ‘muri’ che si respira in altri Paesi europei sta arrivando anche nelle nostre città e nei nostri paesi, al punto tale che una Valle, con una delle oasi naturali del Po a protezione di flora e fauna, oggi arriva a non essere in grado di fare un gesto di ospitalità per proteggere donne e bambini in fuga da guerre, disastri ambientali e violenze. La nostra democrazia come la nostra sicurezza non si può difendere rifiutando il diritto all’ospitalità. In quelle famiglie in cammino ritroviamo in modi diversi la storia di fuga della famiglia di Nazareth”. (R. Iaria)

 

 

 

 

Immigrati, ecco quanto ci costa davvero accoglierli

 

L’ultima stima complessiva è contenuta nella lettera indirizzata dal ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, ai commissari Ue: ben 3,3 miliardi di euro solo quest’anno. A pesare di più sono le lunghe permanenze nei centri e le strutture temporanee: alberghi, camping e ostelli, che oggi ospitano ben 133.727 migranti - di VLADIMIRO POLCHI

 

ROMA – Quanto costa davvero l’accoglienza dei migranti? Da anni ballano vari numeri: 35 euro al giorno per un adulto, 45 euro per i minorenni. A pesare sono soprattutto i centri governativi e le strutture temporanee: alberghi, camping e ostelli, che oggi ospitano ben 133.727 migranti (918 milioni spesi nel 2015, il 60% in più quest’anno). L’ultima stima complessiva è contenuta nella lettera indirizzata dal ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, ai commissari Ue: ben 3,3 miliardi di euro solo quest’anno. Sul fiume di denaro che il nostro Paese spende per l’emergenza profughi si gioca infatti un bel pezzo della partita con Bruxelles sulla nuova legge di bilancio. Trasporti, operazione di soccorso, sanità, stipendi del personale, centri d’accoglienza del Viminale: tante voci che sommate assieme raggiungono quella somma di miliardi indicata da Padoan all’Europa per fronteggiare l’emergenza migranti.

 

I costi maggiori per i salvataggi in mare. Nella sua lettera, il ministro dell'Economia scrive che le spese per le operazioni di salvataggio dei migranti, prima assistenza e cure sanitarie, protezione ed educazione per oltre 20mila minori non accompagnati sono stimate in 3,3 miliardi di euro nel 2016 (al netto dei contributi Ue) e in 3,8 miliardi nel 2017 in uno scenario stabile. Ma se il flusso di arrivi dovesse crescere si potrebbe arrivare a 4,2 miliardi di euro. Come si arriva a questa cifra? Secondo il ministero dell’Economia, «la maggior parte dei costi sono collegati ai salvataggi in mare, all’identificazione, al ricovero, ai vestiti, al cibo, ai costi di personale, operativi e di ammortamento di navi e aerei». Non sono invece inclusi «i costi addizionali dell’integrazione sociale». Vediamo meglio nel dettaglio.

 

Il peso dei trasporti e delle lunghe permanenze. Ben 881 milioni nel 2016 se ne vanno in operazioni di soccorso e trasporto dei migranti, 250 milioni in spese sanitarie, 89 milioni in stipendi del personale, 66 milioni in contributi alla Turchia nella gestione dei profughi (che diventeranno 99 milioni nel 2017). Ma come scrive la Banca d’Italia nella sua ultima relazione annuale, le spese maggiori sono dovute ai «lunghi tempi di permanenza nelle strutture di accoglienza per l’adempimento delle procedure di riconoscimento dello status di rifugiato».

 

La "macchina" del Viminale la più costosa. Gran parte dei fondi sono infatti assorbiti dalla macchina del Viminale. Stando al primo “Rapporto sull’accoglienza dei migranti” del ministero dell’Interno, «i costi della gestione ordinaria dell’accoglienza si attestano nel range di 30-35 euro per gli adulti e 45 euro per i minori accolti dai comuni». Ma attenzione: questi soldi non finiscono in tasca ai migranti, vengono invece dati agli enti gestori dei centri e servono a coprire le spese di gestione e a pagare lo stipendio degli operatori. Solo 2,5 euro, il cosiddetto “pocket money”, vengono dati ai rifugiati per le piccole spese giornaliere.

 

Oneri destinati ad aumentare. Come si legge nel Rapporto del Viminale, nel 2014 si sono spesi 139 milioni di euro per i centri governativi d’accoglienza, 277 milioni per le strutture temporanee, 197 milioni per i centri Sprar comunali. E ancora: per il 2015 il Viminale fissa «in 918,5 milioni le spese relative alle strutture governative e temporanee e in 242,5 milioni le spese relative ai centri Sprar, per un totale quindi di 1.162 milioni». Non solo. Visto l’aumento clamoroso dei migranti accolti (oggi ben 171mila rispetto ai 103mila del 2015), i costi sono destinati a lievitare

ulteriormente. Dal ministero dell’Interno avvertono infatti che «quest’anno prevediamo un 60% in più di costi, anche perché il nostro, da Paese di transito si sta trasformando sempre più in un Paese di permanenza dei flussi migratori».

LR 29

 

 

 

Alla Commissione Esteri l’audizione del segretario generale del Maeci Elisabetta Belloni

 

Fra i temi trattati la proiezione internazionale del nostro paese, la razionalizzazione della rete diplomatico-consolare, la nuova finanziaria e il voto degli italiani all’estero

 

ROMA – Si è svolta, presso la Commissione Esteri della Camera, l’audizione di Elisabetta Belloni, segretaria generale del ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale. L’ambasciatrice ha esordito sottolineando come la politica estera rappresenti  un investimento a tutela degli interessi nazionali. “A seguito della consapevolezza, che è crescente nella diplomazia italiana, dell’esigenza di soddisfare gli interessi strategici del nostro paese – ha affermato la Belloni  - sono state promosse negli ultimi anni una serie di significative riforme che avevano come obiettivo il miglioramento della nostra capacità di intervento rispetto alle sfide che il mondo moderno ci pone davanti, sfide che si collocano in un contesto internazionale di grande disordine e incertezze globali”. Sfide che il segretario generale individua nella stagnazione economica senza precedenti, nel  terrorismo, nei nuovi ruoli assunti dagli Stati Uniti, dalla Russia e dalla Cina nel contesto internazionale, nell’immigrazione e nella crisi della coesione dei membri dell’Unione europea. “Per affrontare il nuovo scenario internazionale  – ha spiegato la segretaria generale – abbiamo adattato i nostri strumenti alle priorità di politica estera. In questo contesto si è registrata una crescente domanda di servizi che non sono soltanto quelli della pur amplissima comunità degli italiani che risiedono all’estero, ma che riguardano anche le imprese e il mondo della cultura, servizi quindi a favore della proiezione esterna del nostro paese. Tutto questo in un contesto di risorse finanziarie ed umane a nostra disposizione decrescenti e ristrette”. La Belloni ha poi ricordato come la rete all’estero del Maeci, il sistema essenziale attraverso cui opera la diplomazia, si debba occupare di molteplici aspetti come la sicurezza politica e militare, la posizione italiana nei contesti internazionali (Onu), l’export e l’attrazione degli investimenti. “La rete deve inoltre occuparsi – ha precisato la segretaria generale - dei servizi per i connazionali all’estero e le nostre imprese. Abbiamo quasi 5 milioni di italiani iscritti all’Aire con 280.000 passaporti rilasciati all’anno. Siamo invece – ha continuato la Belloni - il fanalino di coda per gli investimenti che per il Maeci si aggirano intorno ai 2,8 miliardi di euro, di cui però, fatte salve le partite di giro dei contributi agli organismi internazionali e dell’aiuto pubblico allo sviluppo, rimangono a disposizione della Farnesina 800 milioni di euro in cui sono compresi anche gli stipendi del personale”.

L’ambasciatore ha inoltre ricordato come la rete del Maeci produca risorse attraverso le entrate delle percezioni consolari e dei visti e con la vendita degli immobili all’estero. Strutture demaniali che il Maeci ha provveduto a catalogare per individuare gli immobili che possono essere alienati. Una rete, quella diplomatico- consolare, che , secondo la segretaria generale, va inoltre razionalizzata e riorentata tenendo conto delle risorse a disposizione e delle locazioni che maggiormente rispondono agli interessi strategici del nostro paese. La Belloni ha anche rilevato come il Maeci stia operando sia per collegare le retribuzioni accessorie del personale a valutazioni di meritocrazia, sia per unificare le capacità operative del personale creando soggetti con capacità professionali trasversali che possano lavorare a 360 gradi nelle sedi più piccole. Per quanto poi riguarda  nuova Agenzia per la Cooperazione allo Sviluppo, ormai pienamente operativa, la Belloni ha auspicato sia la tenuta del concorso per l’assunzione dei profili professionali che devono lavorare nell’Agenzia, sia la formalizzazione delle norme che consentiranno alla Cassa Depositi e Prestiti di mobilitare propri fondi propri ai fini della cooperazione. La segretaria generale ha anche evidenziato il positivo giudizio del Maeci per un eventuale riassegnazione alla rete all’estero delle risorse provenienti dalla tassazione sulle pratiche per il riacquisto della cittadinanza e la necessità di aumentare il personale utilizzato presso gli uffici diplomatici e consolari.

Per quanto poi riguarda la nuova finanziaria la Belloni ha sottolineato come il Maeci abbia offerto idee per maggiori entrate lavorando ad esempio sul settore degli immobili o sui pochi capitoli di spesa dove esistono esigui margini di razionalizzazione della spesa. Chiesto inoltre in questo ambito dal Maeci un rafforzamento della sicurezza per gli italiani, le imprese, gli operatori della cooperazione e le sedi diplomatico consolari che operano all’estero in determinati cointesti. “Per gli enti gestori all’estero – ha aggiunto la segretaria generale approfondendo il tema della finanziaria - vi sono a bilancio 6  milioni di euro, ma le esigenze sono 12 milioni di euro, quindi la richiesta del Maeci è quella di mettere a regime la cifra reale di 12 milioni. Su questo mi sento abbastanza tranquilla perché so che posso contare sull’appoggio della Commissione Esteri. Vi è poi – ha concluso la Belloni - la scadenza referendaria del 4 dicembre. All’estero vi sono circa quattro milioni di aventi diritti al voto su 4, 8 milioni iscritti all’Aire. Siamo di fronte a procedure elettorali che il Maeci ha ormai consolidato, è ovvio comunque che si tratta di uno sforzo notevole per la nostra rete che si trova a dover gestire un numero considerevole di votanti”. (Inform 28)

 

 

 

 

Lavoratori agricoli sfruttati. Mai più schiavi: la legge sul caporalato è un passo di civiltà

 

E' stata approvata ieri a Montecitorio, in via definitiva, la legge Martina-Orlando contro il caporalato, che introduce pene più severe, confisca dei beni e altre misure innovative contro chi sfrutta i lavoratori nel settore agricolo. Un traguardo importante per creare una cultura della legalità e dare dignità alle persone.

E’ all’insegna dello slogan “mai più schiavi nei campi” che il governo canta oggi vittoria, vista la rapida approvazione, meno di un anno, della nuova legge su lavoro nero e caporalato. Una legge fortemente sollecitata da sindacati, associazioni di settore, volontariato, che denunciavano da tempo le condizioni di grave sfruttamento e a volte violenza, offensive della dignità umana, in cui versano almeno 400.000 lavoratori, soprattutto migranti, nelle campagne italiane. Lavoratori che si spostano da una regione all’altra per raccogliere arance, pomodori, mele, ortaggi, a seconda di ciò che la stagione offre in quel periodo, pagati poche decine di euro al giorno, senza nessun tipo di tutele e in condizioni durissime.

Ma siccome la natura propone e l’uomo dispone, in Italia si sono moltiplicate nell’anno le situazioni difficili da gestire come il ghetto di Rignano in Puglia, gli scontri con la popolazione a Rosarno, i casi di prostituzione, violenza e disagio abitativo nelle serre del ragusano.

Quasi sempre il terzo settore, il volontariato e i sindacati hanno cercato di sopperito alle carenze, organizzando iniziative di sostegno ai lavoratori sfruttati, come i 18 presidi territoriali della Caritas italiana nell’ambito del “Progetto Presidio”, tra cui il campo della Caritas di Saluzzo per i lavoratori africani che raccolgono frutta o le numerose attività di sostegno e consulenza della Caritas di Ragusa. Dall’inizio del progetto ad oggi almeno 3.900 lavoratori sono stati aiutati ad emergere dallo sfruttamento.

Ora la legge, che riscrive le norme precedenti, introduce pene più severe non solo per i “caporali” che reperiscono i lavoratori (reato di intermediazione illecita) ma anche per le aziende e i datori di lavoro (da 1 a 6 anni di carcere, aumentabili fino a 8 se c’è violenza e minaccia e multe da 1.000 a 2.000 euro).

La gravità della situazione viene stabilita sulla base di “indici di sfruttamento” molto più semplificati: è tanto più grave se sussistono salari bassi e sproporzionati rispetto a qualità e quantità di lavoro, violazioni delle norme sulla sicurezza, su ferie e periodi di riposo, condizioni alloggiative degradanti e metodi di sorveglianza.

Condizioni aggravanti sono un numero superiore a 3 lavoratori reclutati, la presenza di minori e l’esposizione a situazioni di grave pericolo.

Altri aspetti innovativi sono la possibilità di confisca dei beni delle aziende agricole (come avviene per le organizzazioni criminali mafiose), gli interventi di sostegno ai lavoratori (sportelli per l’immigrazione, centri per l’impiego e soggetti abilitati al trasporto di persone), l’arresto in flagranza e l’estensione del Fondo antitratta anche alle vittime del delitto di caporalato, visto che le persone sfruttate nei lavori agricoli sono reclutate con gli stessi mezzi illeciti.

La legge sul caporalato è quindi un passo importante per depotenziare il fenomeno dello sfruttamento e creare una cultura della legalità.

Ora, dopo il plauso all’unisono sono in molti a chiedere che all’approccio repressivo sia affiancata anche la prevenzione, facendo conoscere la legge ai soggetti coinvolti e promuovendo la qualità del buon cibo made in Italy. E soprattutto, che la legge venga applicata. Patrizia Caiffa, Sir 19

 

 

 

Referendum Costituzionale. Marco Fedi risponde a Claudio Micheloni

 

ROMA - Nell’intervista del collega Senatore Micheloni sul referendum confermativo (ndr, v. Inform http://comunicazioneinform.it/sen-claudio-micheloni-pd-perche-dobbiamo-votare-no/) si dice che la democrazia corre il rischio di essere soffocata.

Nella riforma, invece, la sovranità popolare non diminuisce ma aumenta, per una serie di ragioni. Le iniziative popolari, ad esempio, avranno una "certezza" di esame parlamentare e il quorum per i referendum, tipica espressione di volontà popolare diretta, sarà più facile da raggiungere. Si riconosce, inoltre, il referendum propositivo o di indirizzo, altro strumento importante di democrazia.

L’attività parlamentare sarebbe condizionata e “compressa”.

Il Parlamento non viene "compresso”, ma avrà date certe, meno decreti piovuti dall’alto e maggiore capacità di intervento. Basti guardare alle tante proposte di legge votate alla Camera e ferme al Senato, prima fra tutte la riforma della cittadinanza.

Il potere sarebbe concentrato in poche mani.

La concentrazione di potere nelle mani di pochi è tema da legge elettorale, che non è materia specifica della consultazione referendaria. In ogni caso, la cosa è facilmente confutabile anche con l'attuale assetto. Con il “combinato disposto” di riforma costituzionale e riforma elettorale avremo più stabilità e garanzia di governo. Gli elettori, come in tutte le democrazie rispettabili, anziché assistere alle estenuanti mediazioni tra partiti e coalizioni, hanno la possibilità di sciogliere i nodi e di decidere direttamente con il loro voto.

La riforma sarebbe un finto superamento del bicameralismo paritario.

La riforma costituzionale, che anche il Senatore Micheloni, come me, ha votato tre volte, prevede la fine del bicameralismo paritario affidando alla Camera il rapporto fiduciario con il Governo. La Camera è protagonista del procedimento legislativo, salvo limitati casi in cui la funzione legislativa è concorrente. Si punta al miglioramento del processo legislativo riducendo anche il numero di decreti. Si prevede la modifica del Titolo V restituendo centralità allo Stato su materie fondamentali ed introducendo fabbisogni e costi standard. Si modificano le funzioni del Senato, rendendolo Camera delle Regioni, e si procede ad una sua sostanziale riduzione, risparmiando anche risorse importanti.

Inoltre, come benefici aggiunti, si cambiano il sistema di nomina dei giudici della Corte Costituzionale e il quorum per l’elezione del Presidente della Repubblica, rendendoli più garantisti. Si modifica, come si è detto, il quorum per i referendum. Si rafforza la parità di genere. Si limitano i decreti legge governativi. Si eliminano le Province e il CNEL.

I cittadini eletti all’estero ci perderebbero per l’eliminazione dei sei senatori e per una diminuzione della loro sfera di cittadinanza.

Micheloni fa finta di dimenticare la storia della circoscrizione Estero. Essa è nata, dopo tante tensioni e con grande difficoltà, per dare “effettività” al diritto di voto dei cittadini residenti all'estero (art. 48 della Costituzione). Nessuno poi può ignorare che prima i famosi “saggi” e poi il Ministro per le riforme del precedente governo ne avevano auspicato l’abolizione, un auspicio oggi riproposto dalla Lega Nord, alleata con le altre forze del NO. Diversi senatori, poi, per gli eletti all’estero avevano proposto un semplice “ruolo di tribuna” solo al Senato, una specie di gabbia dei pappagalli.

La conservazione degli eletti nella circoscrizione Estero al Senato, inoltre, si scontra con la territorialità del nuovo Senato e con la conseguente impossibilità di configurare la stessa circoscrizione come una finta regione grande quanto il mondo.

Per quanto riguarda il premio di maggioranza, i cittadini all’estero, eleggendo 12 deputati nella Camera dove nasce il Governo, non possono pesare anche nell'attribuzione del premio di maggioranza perché equivarrebbe a pesare due volte. In ogni caso, questo tema non attiene alla riforma costituzionale ma alla riforma elettorale, sulla quale è in corso un confronto serio per la sua modifica.

Non è possibile far coincidere la tesi della circoscrizione Estero con quella della territorialità. Sono alternative. La riforma, dunque, contiene una scelta coerente con la nostra storia: mantenere la circoscrizione Estero nella Camera che vota il Governo e le leggi fondamentali dello Stato e assume gli indirizzi strategici del Paese. In questo modo, come vuole la stessa Costituzione, si dà “effettività” al diritto di voto dei cittadini italiani all’estero, elemento essenziale della loro piena cittadinanza.

Marco Fedi, Deputato Pd-estero (ripartizione Africa-Asia-Oceania)

 

 

 

 

Presentata a Villa Madama la prima Settimana della cucina italiana nel mondo

 

Dal 21 al 27 novembre si terranno in 105 Paesi oltre 1300 eventi fra concorsi, conferenze, degustazioni, cene a tema, mostre legate alla cucina e seminari tecnico-scientifici

 

ROMA - Dal 21 al 27 novembre si terrà in 105 Paesi la prima Settimana della cucina italiana nel mondo. L’iniziativa, volta a valorizzare la tradizione culinaria italiana all’estero come uno dei segni distintivi del Marchio Italia, si propone di dare continuità alle tematiche sviluppate con successo da Expo Milano 2015 e  di evidenziare il ruolo della rete estera della Farnesina nell’attività di promozione del Sistema Italia. La Settimana prevede oltre 1300 eventi, tra concorsi, conferenze, degustazioni, cene a tema, mostre legate alla cucina e seminari tecnico-scientifici. Tra gli eventi più significativi, che si svolgeranno dagli Usa al Giappone passando per Canada, Brasile, Russia, Cina ed Emirati Arabi Uniti, segnaliamo l’iniziativa di apertura che si terrà il 15 novembre a Washington con lo chef Bottura, presso la Residenza dell’Ambasciatore e alla presenza del presidente della Conferenza delle Regioni e delle Provincie Autonome Stefano Bonaccini. Il progetto si inserisce nelle attività previste dal Protocollo d’Intesa per la valorizzazione all’estero della cucina italiana  di qualità, sottoscritto tra il Maeci, Mipaaf e Miur il 15 marzo 2016. Il coordinamento della Settimana della cucina è garantito dal gruppo di lavoro istituito dal Protocollo e presieduto dalla Farnesina.    

La Settimana della cucina italiana nel mondo è stata presentata oggi a Roma presso Villa Madama. I lavori sono stati introdotti dal moderatore dell’incontro e giornalista Rai Duilio Giammaria che ha ricordato come questa iniziativa coinvolga in un grande giro del mondo la struttura diplomatica, il sistema imprenditoriale e le associazioni, insomma il sistema Italia al massimo livello.   

 “Si tratta – ha spiegato il ministro degli Esteri e della Cooperazione Internazionale Paolo Gentiloni aprendo la presentazione -  di una grande operazione diplomatica, politica e culturale. Noi sappiamo che dietro al marchio del gusto italiano c’è un mondo straordinario. Un mondo che ha un’ importanza economica, abbiamo 37 miliardi di export in questo campo e il nostro obiettivo è di arrivare a 50 miliardi entro il 2020. E’ uno dei settori dell’export cha vanno meglio. Vi è anche un valore culturale perché tutto il mondo associa l’idea di bellezza italiana, di cultura, di tradizione e di storia all’idea della nostra cucina. E’ difficile non vedere questo collegamento in tanti parti del mondo”. Il ministro , dopo aver ricordato la straordinaria rete dei ristoranti italiani nel mondo, ha segnalato come nel mese di marzo si terrà  la giornata internazionale del design italiano. “La nostra rete diplomatica – ha proseguito Gentiloni - si mobilita per sostenere i punti forti dell’Italia e certamente la cultura gastronomica con la qualità dei nostri prodotti rappresenta un elemento forte e straordinario del nostro paese. …. Alcune delle 350 cene che fanno parte degli eventi della Settimana della Cucina, - ha infine aggiunto Gentiloni dopo aver ricordato che questa iniziativa diverrà un appuntamento annuale - saranno dedicate ai comuni e ai borghi italiani colpiti dal terremoto, questa è anche la dimostrazione del significato sociale che ha la grande qualità italiana del cibo e della cucina”.

Ha poi preso la parola il ministro per le Politiche Agricole Alimentari e Forestali, Maurizio Martina che ha sottolineato la necessità dell’Italia di fare squadra. “Noi – ha spiegato il ministro - abbiamo delle individualità e dei talenti unici in cucina, ma troppo spesso sono esperienze individuali, eppure in cucina non si può non essere squadra… Sono convinto – ha aggiunto - che i nostri ristoranti italiani nel mondo hanno una potenza diplomatica che spesso è persino superiore ai nostri spazi di diplomazia ordinaria…. Questo evento – ha proseguito Martina - rappresenta un’occasione incredibile per fare buona diplomazia. Nell’esperienza di Expo abbiamo capito che il cibo è un grande fatto politico che accompagnerà i prossimi anni della discussione internazionale e che ci dà la possibilità di raccontare l’Italia. Noi dobbiamo  – ha continuato Martina - ancorare sempre di più e sempre meglio questi lavori al tema fondamentale della tutela dei nostri produttori, ovvero ancorare tutti questi sforzi di racconto e rappresentatività della buona cucina italiana nel mondo alla grande tematica delle nostre tipicità, delle nostre produzioni e delle tante realtà che nei territori rappresentano lo scheletro fondamentale di riferimento dell’agroalimentare italiano”.

Ha preso poi la parola il sottosegretario allo Sviluppo Economico Ivan Scalfarotto che ha sottolineato come l’Italia abbia straordinarie potenzialità in moltissimi settori economici che sono immediatamente evocativi della nostra cultura e tradizione, come ad esempio l’enogastronomia, ma anche in altri ambiti meno conosciuti  come la meccanica e la robotica. Scalfarotto, dopo aver ricordato che vi sono importanti spazi di miglioramento soprattutto per quanto riguarda la distribuzione ai consumatori dei nostri prodotti all’estero,  ha evidenziato come la Settimana della Cucina non promuova solo una parte della nostra economia ma l’intero sistema economico di grande eccellenza “perché – ha spiegato il sottosegretario - in fondo chi compra italiano alla fine compra l’Italia e un prodotto di qualità estrema che va valorizzato..  Questa Settimana – ha concluso Scalfarotto – rappresenta da un lato un modo per celebrare la nostra identità più profonda, dall’altro  una grande leva di sviluppo economico che tocca l’agroalimentare  ed è un acceleratore per l’intera economia italiana”.  A seguire l’intervento di Cristina Bowerman, presidente dell’Associazione Ambasciatori Italiani del Gusto, che ha ricordato come nella ristorazione italiana nel mondo non vi siano solo i cuochi , ma anche gelatai e pasticceri che rappresentano i territori valorizzando l’artigianato. La Bowerman, ha poi precisato come fra i temi dell’innovazione e della tradizione non vi sia contrapposizione, in quanto rappresentano due facce della stessa medaglia, essendo nata in molti casi la tradizione come momento di innovazione. “Il cuoco – ha concluso la Bowerman  - ha la responsabilità sociale di raccontare un territorio e questo ci apprestiamo a fare durante la prima Settimana della cucina italiana nel mondo”.   E’stata poi la volta del direttore generale della Rai, Antonio Campo Dall’Orto che ha evidenziato come il nostro Paese abbia riscoperto di recente la volontà di fare squadra. “ Da un lato – ha affermato il direttore generale - c’è la necessità e la possibilità di estendere a tutti il cibo, vi sono poi altri ambiti, che assolviamo noi con questi progetti di andare a raccontare il rapporto tra il cibo di qualità e la cultura che c’è dietro. E’ un racconto molto affascinate per tutto il mondo ed è coerente rispetto a come veniamo visti dagli altri , perché  in un mondo che va verso la necessaria standardizzazione noi al contrario siamo un paese e un popolo che si riconosce nella propria istintività. Quindi il lavoro della Rai non deve essere altro che raccontare perché la sostanza l’abbiamo già e il racconto è sicuramente contemporaneo”.

Da segnalare anche l’intervento del direttore generale del Maeci per la Promozione del Sistema Paese Vincenzo De Luca che ha spiegato come la  Settimana della cucina italiana nel mondo sia un grande contenitore di progetti e di dee volto alla promozione dell’Italia all’estero. Una proiezione a tutto tondo del marchio Italia, fatto di cultura, tecnologia, scienza e  prodotti, che è superiore a tutti i singoli marchi. “Siamo partiti da questo ragionamento – ha aggiunto De Luca - per creare progetti nel corso del tempo che uniscano tutte le forze e le idee che esistono nel sistema. Dall’esperienza dell’Expo abbiamo visto che quando il nostro Paese riunisce tutte le forze le capacità e le risorse del sistema, riesce ad essere competitivo a livello internazionale” . E’ stata poi la volta di Tiziana Primori, amministratore delegato di Fico Eataly Word,  un progetto che si prefigge di aprire a Bologna, nel settembre del prossimo anno, un parco tematico sulle eccellenze enogastronomiche italiane con 40 fabbriche e 25 ristoranti. “In Fico – ha spiegato Primori - rappresentiamo la nostra biodiversità e quindi anche il nostro territorio. Lo rappresentiamo attraverso i  nostri prodotti, le nostre terre, stalle e fabbriche. In Fico stiamo mettendo a sistema aziende del nord e del centro Italia, imprese grandi e piccole,  per dimostrare che il buono e sano italiano proviene da tutte le dimensioni e indipendentemente dalla collocazione geografica”. Dell’importanza della formazione ha parlato il preside della Bologna Business School Massimo Bergami, che ha sottolineato come i nostri cuochi  possano essere degli ottimi testimonial dell’Italia dal punto di vista della filiera avendo una riconoscibilità molto forte.  “Per quanto riguarda la ristorazione -  ha aggiunto Bergami -  c’è grande bisogno di formazione, non solo nell’ambito della cucina, ma anche per quanto concerne il lavoro in sala e il bussinnes”. Anche Paolo Cuccia , presidente del Gambero Rosso, si è soffermato sulla formazione rilevando come oggi, a causa della crescente concorrenza di alcune cucine straniere,  il mondo della cucina italiana debba accrescere per rimanere competitiva la propria capacità di formazione, promozione e divulgazione . Cuccia ha ricordato come il Gambero Rosso, una piattaforma formativa multimediale e multicanale con alle spalle  30 anni di storia, sia impegnata anche nella formazione di giovani chef all’estero al fine di promuovere le tecniche ma anche i prodotti italiani. E’ stata poi la volta di Tobias Piller, presidente dell’Associazione della Sampa Estera in Italia, che ha sottolineato come una parte della positiva fama italiana nel mondo sia anche da attribuire al lavoro divulgativo sulla realtà del nostro paese svolto dai corrispondenti della stampa estera. Piller ha rilevato come l’Italia anche nel settore enogastronomico comunichi con la stampa in maniera troppo istituzionale, dimenticando spesso che i fatti e le storie sono sempre alla base dell’azione divulgativa dei giornalisti.      

Ha infine preso la parola Monica Fantini, rappresentante di Casa Artusi,  un centro di cultura gastronomica che, in occasione della Settimana della cucina italiana nel mondo, promuoverà una maratona informatica di 36 ore che si svolgerà a New York per sviluppare prodotti multimediali e innovativi sul cibo. Dalla Fantini è stato sottolineato come il cibo rappresenti un elemento di coesione e di conoscenza e il bisogno di coinvolgere anche i giovani in queste iniziative promozionali. Goffredo Morgia, Inform 26

 

 

 

 

I ministri degli Esteri e delle Politiche agricole sulla Settimana della cucina italiana nel mondo

 

Paolo Gentiloni e Maurizio Martina: “Una settimana per valorizzare la cucina made in Italy”

 

Una delle eredità di Expo Milano 2015 che il Governo sta portando avanti è il progetto «Food act», di cui fa parte il protocollo d'intesa firmato a marzo scorso per la valorizzazione all'estero della cucina italiana di qualità. Per la prima volta, grazie a questo lavoro, abbiamo formato una squadra che riunisce le istituzioni, le imprese, il sistema camerale, il mondo dello sport, le associazioni culturali e coloro che lavorano direttamente con il cibo e con il vino, grandi cuochi e sommelier che sono diventati i nostri ambasciatori del gusto, guidati dalla consapevolezza che "cucina è cultura".

Cosi, mettendo insieme tutte queste diverse esperienze, è nata l'idea della prima Settimana della cucina italiana nel mondo, che dal 21 al 27 novembre porterà in ben 105 Paesi oltre 1300 eventi dedicati alla nostra cucina e alle qualità enogastronomiche del paese. Dagli Stati Uniti alla Cina, dal Giappone al Brasile, passando per Canada, Russia ed Emirati Arabi ma arrivando anche nei più piccoli Paesi africani, la nostra rete diplomatica coordinerà un menù ampio e articolato di iniziative: convegni sull'alimentazione, sulle certificazioni, sulla tutela e sui valori della dieta mediterranea, mostre di design e di fotografia, ma anche proiezioni di film e documentari a tema, premiazioni e concorsi, attività di informazione e di formazione per diffondere la cultura della cucina di qualità, con dimostrazioni a cura di cuochi italiani di fama internazionale. Il tutto con un comune denominatore: la promozione e la valorizzazione del Made in Italy e l'innalzamento del livello qualitativo della nostra cucina all'estero, attraverso il nostro saper fare con il cibo, il vino e, non da ultimo, mediante l'uso dei veri prodotti italiani. È importante ricordare, infatti, che l'export del comparto agroalimentare vale già quasi 37 miliardi di euro all'anno e che con il piano per l'internazionalizzazione del Made in Italy a cui lavorano Ministero delle politiche agricole e dello Sviluppo Economico si sta facendo ancora meglio.

La Settimana della Cucina (che viene presentata oggi a Roma, a Villa Madama) verrà ripetuta ogni anno, diventando un pezzo forte di quella promozione integrata del Sistema Italia che sempre più caratterizza le iniziative della Farnesina. Promozione, cioè, che valorizzi e metta in comunicazione tutti gli ingredienti dell'essere italiani e del vivere all'italiana: dall'arte alla musica, dal cinema alla lingua, dalla moda al design, dalla scienza al fare impresa, rafforzando quell'insieme di fattori intangibili legati all'immagine e alla reputazione del Paese che va sotto il nome di Marchio Italia.

Tra le oltre mille iniziative che si svolgeranno all'estero, vorremmo ricordare tra tutte le attività che coinvolgeranno i comuni terremotati del 24 agosto, con Amatrice presente, grazie alle nostre Ambasciate, in Lituania e Lettonia. È un segnale importante per rilanciare l'economia dei territori colpiti dal sisma, che riceveranno anche tanti segnali di solidarietà concreta attraverso altri eventi che si svolgeranno dalla Spagna alla Germania, dal Canada agli Stati Uniti, dall'Arabia Saudita al Senegal. La prima Settimana della cucina italiana racconterà il valore di un'alimentazione radicata nella nostra cultura e legata alla qualità della vita. Non è un caso se la dieta mediterranea è stata riconosciuta dall'Unesco come patrimonio immateriale dell'umanità. Presenteremo all'estero non solo il meglio delle nostre produzioni enogastronomiche ma anche l'offerta formativa delle nostre Accademie di cucina, per attrarre giovani talenti anche dall'estero e aumentare il turismo legato agli itinerari enogastronomici di qualità. Coscienti di dover sempre innovare ma orgogliosi della nostra storia e della nostra cultura. Soprattutto, in questo caso, quella gastronomica. Il Sole-24 Ore 26.10.

 

 

 

 

Tutti i modi per truccare il voto all’estero: in palio c’è oltre un milione di Sì

 

Precedenti, Schede stampate in soprannumero o tornate “votate” ai Consolati senza che gli elettori le avessero viste. Le frodi in Sudamerica. Il ruolo di associazioni e patronati.

Innanzitutto c’è il problema dei plichi con la scheda elettorale. Che arrivano a casa per posta, ma in realtà è impossibile certificare chi vota. In alcune zone, specie in Sudamerica, i plichi vengono smistati in maniera del tutto irregolare. Per non parlare delle schede stampate in numero superiore ai votanti…”. Rodolfo Ricci, coordinatore di Filef (Federazione italiana lavoratori emigranti e famiglie), dall’alto della sua esperienza racconta ciò che ha visto nelle precedenti elezioni estere, introdotte dalla legge Tremaglia del 2001. 

Una platea, quella degli italiani oltre confine, che al momento è composta da circa quattro milioni di elettori, di cui 2,1 in Europa e 1,3 in Sudamerica. Considerando che alle ultime Politiche ha votato circa il 30% degli aventi diritto, parliamo di circa 1 milione e 200 mila persone. Che al referendum costituzionale potrebbero essere di più visto che quest’anno voteranno anche i residenti temporanei all’estero (chi è fuori per almeno tre mesi).

Insomma, a grandi linee, i votanti “esteri” al referendum potrebbero raggiungere il milione e mezzo: una bella fetta elettorale che fa gola alle forze in campo, specialmente alla luce dei sondaggi che danno il Sì e il No quasi appaiati. Così, da almeno un mese, i comitati per il Sì e per il No si danno battaglia anche in confronti all’estero, in Europa e non solo.

Il governo ha dato vita addirittura a tour promozionali, come quello di Maria Elena Boschi in Sudamerica, che ha scatenato polemiche per la presenza di consoli e ambasciatori italiani. Anche il referente politico del comitato BastaunSì, Roberto Cociancich, da settimane gira come una trottola ed è stato attaccato per l’invito, a un incontro elettorale a Toronto, all’ambasciatore italiano in Canada (che poi non è andato).

Il problema, però, è che sul voto all’estero il rischio di frodi o brogli è molto alto. Soprattutto in luoghi lontani, come il Sudamerica, dove in passato si è assistito a scene da mercato delle vacche, con i plichi che venivano acquistati da personaggi locali e poi rispediti ai consolati con le schede votate. Oppure è capitato che siano state stampate più schede degli aventi diritto. O casi in cui i plichi non sono mai arrivati al destinatario, ma risultavano regolarmente consegnati al consolato, con tanto di voto. Insomma, se si vuole imbrogliare, le maglie larghe di certe zone del mondo lo consentono. E questo può andare a scapito di tutti. “In passato in Argentina e Venezuela si sono verificate delle vere frodi elettorali, con voti falsificati. Uno dei problemi è il recapito delle schede, perché si usano operatori privati che non sempre consegnano i plichi agli elettori”, racconta Ricci.

Oltre alle possibilità irregolarità, c’è poi il ruolo che giocano le associazioni e i patronati. Specialmente questi ultimi (che fanno capo a Cgil, Cisl, Uil e Acli) svolgono una funzione essenziale perché spesso si sostituiscono ai consolati per le questioni burocratiche e amministrative.

La loro capacità d’influenza – racconta Aldo Di Biagio, senatore di Ap eletto in Svizzera – “è enorme, specialmente in questo referendum dove gli italiani all’estero si rivolgono a loro per farsi spiegare i contenuti della riforma di cui sanno poco o nulla”. Di Biagio ammette anche che “il quesito sulla scheda, così com’è posto, spingerà molti nostri connazionali a votare Sì”.

Per ingraziarsi ancora di più le associazioni di italiani all’estero, il governo ha annunciato pure lo stanziamento nella legge di Stabilità di 50 milioni di euro “per la promozione e lo sviluppo della cultura e della scienza italiana nel mondo”, un piano di promozione del brand “Italia” di cui non si sa nulla, se non la cifra messa sul tavolo.

Denaro che andrebbe a sovvenzionare anche il mondo dell’associazionismo, parte del quale si sta spendendo per il Sì. “Il voto all’estero è tutto fuorché trasparente. E il problema maggiore, a mio avviso, è la mancanza di garanzia sul voto personale certificato. Quando arriva il plico a casa è impossibile sapere chi davvero segna la scheda…”, osserva Mario Mauro, senatore di Gal ed ex ministro della Difesa.

I plichi elettorali arriveranno entro il 14 novembre (c’è stato uno slittamento per consentire il voto ai “temporanei”): entro il 24 i nostri connazionali dovranno rispedirlo con il proprio voto al consolato di competenza. Gianluca Roselli

Il Fatto Quotidiano 25

 

 

 

 

 Comunicato stampa Filef. Le precisazioni di Rodolfo Ricci

 

In relazione all’articolo pubblicato sul Fatto Quotidiano di oggi, 25 ottobre 2016, a firma di Gianluca Roselli, “Tutti i modi per truccare il voto all’estero: in palio c’è oltre un milione di Sì”, nel rispetto della libera funzione giornalistica, ma onde evitare spiacevoli incomprensioni e ambiguità che potrebbero ingenerarsi dalla lettura dell’articolo, preciso quanto segue:

Nel corso del colloquio telefonico durato circa 10 minuti, ho esposto le preoccupazioni ampiamente condivise che di volta in volta emergono in relazione al voto per corrispondenza all’estero, sottolineando, in particolare, i rischi di brogli derivanti dalla potenzialmente possibile sottrazione e incetta di plichi che possono essere manomessi e votati da parte, non tanto di singoli, ma, eventualmente, da organizzazioni messe all’uopo a punto per questo scopo e che dispongano di consistenti mezzi e informazioni; ho poi sottolineato la delicatezza dell’affidamento delle operazioni di stampa delle schede elettorali e dell’affidamento della spedizione e del reinvio dei plichi ai Consolati, facendo presente che, ove i locali sistemi postali pubblici funzionano bene, questo rischio è abbastanza irrisorio, mentre può diventare più alto nei paesi in cui si deve ricorrere a contratti con spedizionieri privati, come in passato è avvenuto in America Latina e altrove.

A questo proposito - ho sostenuto- è importante che le autorità consolari siano in grado di stipulare contratti locali tali da garantire il controllo e la tracciabilità di queste operazioni. Il voto per corrispondenza è praticato da molti paesi non solo per i rispettivi emigrati, ma anche per cittadini residenti che sono provvisoriamente assenti dal territorio nazionale in occasione di consultazioni elettorali. Dunque non è il voto per corrispondenza in sé che è problematico, ma come lo si gestisce.

Ho anche affermato che, in ogni caso, in tutte le precedenti consultazioni referendarie dove hanno potuto esprimersi gli italiani all’estero tramite voto per corrispondenza, le percentuali dei risultati non si discostano in linea di massima, da quelle nazionali e ciò costituisce un dato rasserenante.

Quanto alle associazioni e ai patronati, questione citata velocemente a conclusione della parte riguardante la mia intervista, ho sottolineato che, a mio modesto parere, il ruolo di informazione al voto che può essere svolto da operatori di queste organizzazioni è pienamente legittimo, anche perché all’estero, per specifici settori di popolazione è difficile acquisire informazioni in altro modo; ciò accade, tra l’altro, da sempre anche in Italia; per quanto riguarda in particolare il Referendum Costituzionale, facendo presente che la Filef nazionale è ufficialmente schierata per il NO, pur nel rispetto delle diversificate posizioni come accade in ogni organizzazione, ho affermato che, a mio parere, vi è piena legittimità di ciascuna organizzazione della società civile di esprimere pubblicamente e in modo trasparente la propria posizione e di contribuire

all’orientamento di un voto informato e consapevole. Altrimenti ci troveremmo nella paradossale situazione in cui la legittimità di orientamento al voto sarebbe solo di pertinenza di comitati elettorali (più che di partiti) e di organizzazioni del settore mediatico o economico (con incursioni anche di soggetti istituzionali esterni), particolarmente attive nelle ultime settimane. Il referendum costituzionale è stato indetto perché in parlamento non si è raggiunta la maggioranza qualificata del 75% sull’ipotesi di riforma. Quindi sono adesso i cittadini singoli o associati, organizzati o meno, che sono chiamati a prendere una decisione nel rispetto delle regole di trasparenza, sia in Italia che all’estero. Ciò, in tutta evidenza, non solo non ha niente a che fare con una potenziale distorsione del voto, ma anzi costituisce garanzia di informazione democratica e plurale. Di questo passaggio per me fondamentale del colloquio, purtroppo, non trovo traccia nell’esposizione dell’articolo.

Fin qui le precisazioni dovute.

Colgo anche l’occasione per ricordare che, come reso noto recentemente al C.d.p. del Cgie e pubblicato su alcune agenzie, il MEF ha dotato il MAECI della somma di 19,7 milioni di Euro per l’organizzazione di questa consultazione referendaria all’estero, di cui 6,7 milioni per l’Argentina; sarebbe utile conoscere nello specifico, la ripartizione di questi fondi paese per paese, i parametri adottati per questa suddivisione e le funzioni specifiche che saranno assolte con tali fondi, in modo da contribuire anche ad evitare il proliferare di approcci scandalistici al voto degli italiani all’estero, una consuetudine, dal mio punto di vista, non accettabile.

Rodolfo Ricci, coordinatore nazionale Filef, dip 25

 

 

 

Insediato a Perugia il Consiglio regionale dell’Emigrazione umbra

 

Presidente Catiuscia Marini: nuova legge quadro regionale per innovare politiche a favore degli umbri all’estero

 

PERUGIA - "Nei prossimi mesi la Giunta regionale avvierà un processo di ammodernamento della legge regionale sull'emigrazione che, partendo dai frutti del lavoro svolto finora e con il vostro contributo, a venti anni di distanza dall'attuale legge ridisegnerà le politiche regionali a favore degli umbri all'estero, adeguandola alla realtà che è così profondamente e rapidamente mutata". Lo ha detto la presidente della Regione Umbria, Catiuscia Marini, nella riunione di insediamento del Consiglio regionale dell'Emigrazione ("Cre") che si è svolta a Palazzo Donini. Presieduto dalla presidente della Giunta regionale (in base alla legge regionale 37/97), del "Cre" fanno parte rappresentanti dell'Anci (Associazione nazionale Comuni) Umbria, delle associazioni Arulef e Umbri nel Mondo, delle Associazioni europee Arulef, delle associazioni europee Umbri nel mondo, delle comunità di umbri in Nord America, Argentina, Brasile, Venezuela e Australia.

"Stiamo vivendo una fase storica – ha detto la presidente Marini – in cui al tempo stesso siamo chiamati a gestire l'accoglienza degli immigrati che vengono nel nostro Paese alla ricerca di migliori condizioni di vita e di futuro e dei tanti che, anche dall'Umbria, vanno all'estero. All'Aire, l'anagrafe degli italiani residenti all'estero, sono iscritti 34mila umbri ma rappresenta solo una parte di quanti sono andati a studiare o lavorare fuori dall'Italia. Oggi – ha sottolineato – c'è una nuova stagione della mobilità, rappresentata soprattutto dai giovani, la generazione dei ‘Millenials', per lo più con titoli di studio medio-alti, che decidono di partire per investire in formazione o spendere le proprie competenze in contesti in grado di valorizzarle, anche solo per una parte della loro vita".  

"Alle istituzioni – ha proseguito la presidente – spetta il compito di entrare in contatto con questa nuova realtà dell'emigrazione, come si sta facendo ad esempio con il progetto ‘Brain back' dell'Agenzia Umbria Ricerche che offre opportunità per i talenti che vogliono rientrare in Umbria. E spetta il compito di dotarsi di politiche e strumenti adeguati. È quanto vogliamo fare con la nuova legge quadro regionale sull'emigrazione, che vogliamo costruire – ha sottolineato – partendo dai frutti del prezioso lavoro svolto finora insieme alle associazioni e alle comunità degli umbri all'estero che voi rappresentate, aprendo un confronto con le nostre comunità all'estero e con il Consiglio regionale dell'emigrazione per raccogliere ogni contributo utile ad adeguare una normativa che ha saputo guardare al futuro, ma che ora è chiamata a tener conto dei cambiamenti profondi che sono intervenuti". 

"Il ruolo che svolgete – ha detto la presidente rivolgendosi ai rappresentanti delle associazioni e delle comunità degli umbri all'estero – è importante per il mantenimento dei legami culturali con la terra d'origine e per il supporto garantito anche alle molte iniziative svolte per la promozione dell'Umbria, della sua cultura e dei suoi prodotti. Un ruolo che sarà sempre più prezioso oggi, con la nuova migrazione che ha portato a un aumento costante della componente di terza e quarta generazione, fortemente inserita nei Paesi di accoglienza dove tanti hanno raggiunto anche un successo economico e sociale spesso rilevante. Comunità che rappresentano un'opportunità per l'Umbria – ha detto ancora – e una grande risorsa dal punto di vista degli scambi economici, della promozione turistica e culturale, dell'offerta formativa".

   "Nel ripensare la legge regionale – ha detto – dovremo saper anche innovare e ridisegnare ruolo e caratteristiche delle associazioni, alla luce di questa evoluzione sociale, promuovendo un nuovo protagonismo delle associazioni affinché siano sempre più punto di aggregazione e riferimento per le nuove generazioni di emigrati e per tutta la comunità regionale".  

   L'insediamento del Consiglio regionale dell'Emigrazione è stato accompagnato da una riflessione su "gli umbri all'estero: una risorsa per le relazioni internazionali e le politiche di promozione dell'Umbria". A intervenire, fra gli altri, il sindaco di Gubbio Filippo Mario Stirati, rappresentante dell'Anci nel Cre, che ha rimarcato l'importanza di mantenere i forti legami storici, culturali ma anche morali e civili con le comunità degli umbri all'estero. Marina Sereni, di Sviluppumbria, ha ricordato le attività svolte a supporto della Regione Umbria e inserite nelle politiche più ampie di promozione e internazionalizzazione sottolineando l'importanza della "rete che mette insieme associazione degli umbri all'estero, istituzioni e imprese". A raccontare la positiva esperienza di "Brain Back" per contrastare la "fuga di cervelli" dall'Umbria è stata Anna Ascani, che ha annunciato che l'Agenzia Umbria Ricerche pubblicherà a dicembre un nuovo bando per dare opportunità ai giovani talenti che, dopo la formazione all'estero, vogliano attivare un'impresa in Umbria. A contribuire al dibattito sono stati inoltre Giuliana Grego, per l'Università per Stranieri di Perugia; Piera Angeloni per l'Adisu-Agenzia regionale per il diritto allo studio universitario; Maurizio Beccafichi, direttore dell'Università dei Sapori; Enzo Faloci per Umbria Export, oltre a rappresentanti di Confindustria, Confcommercio e Confartigianato. (Inform 25)

 

 

 

Lanciato il portale della Lingua Italiana nel Mondo

 

FIRENZE - È stata una delle proposte principali emerse nel 2014 e a presentare oggi, a due anni di distanza dalla prima volta degli Stati Generali della Lingua Italiana nel mondo, sempre in quello stesso meraviglioso Salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio, a Firenze, il Portale della Lingua Italiana è stato il direttore generale per la Promozione del Sistema Paese della Farnesina, Vincenzo De Luca. Presente anche Lucia Pasqualini, capo ufficio Promozione della Lingua Italiana all'Estero del Maeci, una delle anime di questa edizione della manifestazione, intitolata quest'anno “Italiano lingua viva” e dedicata ad approfondire i temi della promozione linguistica e culturale all'estero con una attenzione particolare al ruolo delle imprese e delle produzioni creative del made in Italy, anche perla concomitante Settimana della Lingua Italiana nel Mondo che pure si è aperta oggi all'insegna de “L'italiano e la creatività: marchi e costumi, moda e design”.

Ed è stata proprio Pasqualini a prendere la parola, subito dopo i saluti istituzionali, per presentare l'attore italiano Pierfrancesco Favino, che ha interpretato per la platea alcuni sonetti tratti da La Vita Nova di Dante, il Canzoniere di Petrarca ed il Decamerone di Boccaccio. È seguita la proiezione del video “Il design parla italiano”, ambientato a New York e realizzato dal locale Istituto Italiano di Cultura.

Ha preso poi la parola Vincenzo De Luca, che ha esordito parlando dell'italiano come “lingua viva”, capace di “raccontare la nostra cultura della qualità e dello stile”, e degli Stati Generali come “processo di sistema che intendiamo alimentare con lo sforzo ed il contributo di tutti” per “rispondere alla domanda di lingua italiana” nel mondo. Proprio da qui è nata nel 2014 l'idea, ora divenuta realtà, di un Portale della Lingua Italiana, un canale per accogliere e rendere accessibili a tutti dati, informazioni e approfondimenti utili sull'insegnamento della lingua italiana all'estero provenienti dai vari soggetti attivi nell'ambito della sua promozione. Un vero e proprio “osservatorio” sulla diffusione lingua italiana nel mondo, che nell'anno accademico 2014/2015 ha registrato la presenza di 2.233.373 studenti di italiano in 116 Paesi, concentrati per quasi il 55% nelle scuole locali e poi nelle scuole di lingua, nelle associazioni, nei corsi erogati dagli Enti gestori, nelle università nei Comitati della Dante Alighieri, negli Istituti Italiani di Cultura e nelle scuole italiane all'estero.

“Una rete da promuovere” per il direttore generale De Luca, perché “l'italiano è una lingua che attrae verso la nostra cultura”, come dimostra anche la penetrazione delle nostre aziende sui mercati esteri. Per questo è importante comprendere il ruolo dell'italiano nelle strategie di comunicazione, tema della tavola rotonda moderata questa mattina da Beppe Severgnini e a cui hanno partecipato i rappresentanti di quattro aziende – Andrea Illy, presidente della Fondazione Altagamma e della Illycaffè, Olivier Francois, direttore marketing del gruppo Fiat Chrysler Automobiles e responsabile marca Fiat, Clement Vachon, direttore comunicazione e relazioni internazionali del Gruppo San Pellegrino, e Lelio Lavazza, general manager Europa, Asia e Medio Oriente di Bulgari – insieme ad Annamaria Testa, esperta di comunicazione e saggista da sempre schierata contro l'uso inappropriato di inglesismi e parole straniere.

Prima che iniziasse la tavola rotonda, sempre Lucia Pasqualini ha presentato un altro video – realizzato dal magazine I-Italy – intitolato “Innamorarsi della lingua italiana”: protagonista questa volta la scrittrice statunitense di origini bengalesi Jhumpa Lahiri, premio Pulitzer che ha scelto di scrivere in lingua italiana e che dell'Italia e divenuta una delle più illustri ambasciatrici.

Come pure la responsabile della Farnesina ha presentato il progetto realizzato dagli studenti della Università Quasar sul legame tra moda, eccellenza, lingua italiana e proiezione della nostra immagine nel mondo. L'idea è una delle tante emerse grazie ai Gruppo di Lavoro – il quinto in questo caso – attivati nei mesi scorsi e le cui conclusioni saranno presentate nel pomeriggio di oggi, sempre a Palazzo Vecchio. (r.aronica\aise 17) 

 

 

 

L'italiano nel mondo. Il dibattito su “Italofonia e comunità italofone”

 

ROMA  - Nel corso degli Stati Generali della Lingua Italiana nel Mondo si è svolto il dibattito dedicato al tema “Italofonia e comunità italofone” che è stato moderato dalla giornalista e conduttrice televisiva della Rai Benedetta Rinaldi.

Ad aprire l’incontro il presidente dell’Associazione Globus et Locus Piero Bassetti che ha spiegato: “Gli  italici sono tutte le persone che per ragioni diverse, perché sono italiani o ex migranti o italiani all’estero o anche sono italofili, fanno parte di una comunità di sentire che è tenuta insieme dal dato fondamentale dell’italofilia, ma soprattutto dal riconoscimento del fatto che nel mondo moderno, dominato dalla mobilità, il territorio non è più il parametro sul quale si manifestano le convivenze perché c’è il web e vi sono le nuove tecnologie che hanno modificato il mondo”. Per Bassetti questa comunità di italici “ è qualcosa di distinto da ciò che è meramente italiano, nel senso della cittadinanza e dell’esperienza dello stato nazionale, è qualcosa con cui noi dovremo fare i conti per utilizzare questa possibilità. Oggi nel mondo – prosegue Bassetti - c’è una richiesta di partecipazione a questa comunità di sentire che è alimentata dall’italofilia al quale noi dovremmo saper dare una risposta più intensa. Qualche  volta si chiede anche italofonia,  perché in fondo per esprimere questa comunità di sentire la lingua è certamente il mezzo più adatto, ma non è il solo. Noi non dobbiamo utilizzare la lingua come strumento di potere , dobbiamo imparare ad usare la lingua come uno strumento di aggregazione che coglie questa domanda di partecipazione all’esperienza storica di quello che si è svolto nella penisola. Tutto questo – conclude Bassetti - costituisce quindi una dimensione anche politica di grandissimo interesse, raccordare italofonia con l’italofilia è la sfida del discorso di oggi”.

Ha poi preso la parola il consigliere del Cgie Norberto Lombardi che ha che ha evidenziato come nelle comunità italiane all’estero siano in atto dinamiche che portano a differenziare fortemente il nostro retroterra emigratorio. “Le tradizionali comunità di una volta – ha spiegato Lombardi - non esistono più o vi sono sacche di resistenza limitate, e anche le comunità di origine italiana sono soggette a dinamiche molto profonde a causa del trapasso delle generazioni, dell’avvento di diverse ondate migratorie, dell’arrivo dei protagonisti delle nuove mobilità e per l’avanzamento sociale e culturale che questi hanno avuto. Siamo quindi di fronte ad una platea di protagonisti molto diversificata. Vi è poi – ha proseguito Lombardi - un processo di trasformazione delle comunità che dipende dalla specificità delle situazioni geopolitiche e dei contesti culturali e linguistici che creano differenze notevoli. L’espressione comunità va quindi intesa solo in senso plurale, prendendo atto di questa diversificazione che è obiettivamente avvenuta e che ci mette di fronte a compiti , soprattutto per gli impegni di natura culturale, di grande intelligenza nella definizione della nostra strategia”. Una diversificazione, quella delle nostre comunità all’estero, che,  per Lombardi, non  rappresenta una perdita di identità unitaria , ma un vantaggio “perché l’italianità fatta di valori che noi vogliamo trasmettere,  spiega il consigliere del Cgie  è molto più efficace se diventa una delle forme di ricchezza e di diversità delle società locali”. Lombardi ha poi precisato come oggi non si possa più avere un rapporto unidirezionale e di tipo italo centrico con le nostre comunità all’estero che ormai sul piano culturale esprimono valori di alta qualità in ambito  storiografico, letterario, linguistico cinematografico, musicale e gastronomico. Una realtà verso cui, per Lombardi, è necessario porsi su un piano di parità e di scoperta. Un punto di vista che ci aiuta anche in qualche maniera a svecchiare i nostri canoni di natura culturale.   Lombardi ha infine segnalato la necessità di non parlare solo di integrazione per la collettività dei nuovi italofoni presenti in Italia, ovvero i cinque milioni di immigrati residenti regolarmente,  ma di affrontare questo fenomeno anche dal punto di vista delle nostra coesione sociale, della nostra capacità di governare con risposte adeguate una transizione della società che sta avvenendo sotto i nostri occhi.

Dal canto suo il direttore di Rai Italia Piero Corsini ha ricordato come oggi Rai Italia raggiunga oltre 30 milioni di case in tutto il mondo con un palinsesto composto dal meglio dei programmi della Rai e da alcune trasmissioni autoprodotte. Corsini ha ricordato la necessità di spiegare ai nostri connazionali all’estero, anche a tal fine Rai Italia a promosso una rubrica sulla lingua italiana , alcuni termini italiani che vengono che spesso vengono usati nelle trasmissioni politiche. Il direttore di Rai Italia ha inoltre sottolineato come le fiction rappresentino uno strumento privilegiato per la diffusione dell’italiano. “Il tema della creazione di un canale televisivo  che si rivolga a chi ama l’Italia, ma non parla l’italiano – ha concluso Corsini - è all’ordine del giorno, ma credo che questa debba essere un’offerta complementare e mai alternativa ad un canale rivolto ai milioni di italici e italiani nel mondo”. Da segnalare inoltre l’intervento del direttore del Museo degli Uffizi Eike Schmidt che parlato della ricchezza della lingua italiana, con tutti i suoi dialetti, e di come il mondo dell’arte sia molto italofono, tanto che ancora oggi l’italiano, insieme all’inglese rappresenta una lingua franca in questo settore.  “In tutta la Germania – ha poi ricordato Schmidt, vi sono testimonianze dell’ammirazione per l’arte italiana. Senza contare che negli anni cinquanta e sessanta tanti lavoratori italiano sono venuti in Germania avviando un notevole scambio culturale”. Il dibattito si è concluso con le riflessioni dell’italianista Hammadi Agrebi che ha ripercorso la sua esperienza di insegnate in Tunisia dove da 13 anni è docente di lingua italiana. In questo periodo Agrebi ha anche lavorato all’elaborazione del manuale  “L’italiano è servito”. Agrebi ha inoltre evidenziato come , vista l’alta concorrenza di altre lingue rispetto alla nostra, sia necessario far capire ai giovani che l’italiano rappresenta anche uno strumento utile all’inserimento nel mondo del lavoro. (G.M. – Inform 19)

 

 

 

 

I docenti di italiano in Germania sugli Stati Generali della Lingua Italiana nel Mondo

 

Si sono da poco conclusi a Firenze i secondi Stati Generali della lingua Italiana nel Mondo (SGLI) e come Associazione dei Docenti di Italiano in Germania (ADI) vorremmo fare un bilancio del lavoro svolto, analizzandolo dalla prospettiva di un’istituzione che si trova ad operare sul campo, nel paese che detiene il primato assoluto dei corsi di italiano all’estero.

L’attenzione delle istituzioni

È sicuramente molto positiva la risonanza che il viceministro degli Esteri Mario Giro e i suoi collaboratori, tra cui in primo luogo il consigliere Lucia Pasqualini, sono riusciti a creare attorno all'evento: nella due giorni fiorentina si sono avvicendati sul palco il Presidente della Repubblica, il Presidente del Consiglio, la Presidente della Rai, ministri ed esponenti di primo piano dell’accademia, della cultura italiana e del made in Italy. È la prima volta che viene rivolta una tale attenzione pubblica alla proiezione dell’immagine italiana e alle politiche culturali per la diffusione della lingua italiana all’estero, tema che l'Italia ha colpevolmente trascurato per troppo tempo ed è necessario che noi addetti ai lavori ci diamo subito da fare per sfruttare la sensibilità che sembra esserci a tutti i livelli delle istituzioni.

I dati

Queste manifestazioni hanno anche uno scopo promozionale e in questa ottica devono essere visti a nostro avviso i proclami sulla quarta lingua più studiata al mondo. Riteniamo però importante anche ribadire che i numeri presentati non possono che avere valore indicativo: non esistono sondaggi scientifici né basi di dati empirici su cui poter costruire classifiche di questo tipo. Non esistono per l'italiano e con tutta probabilità neppure per le altre lingue. La semplificazione giornalistica di questi dati a cui abbiamo assistito in occasione degli Stati Generali non deve ingannare sul fatto che in realtà la strada da percorrere per recuperare il ritardo rispetto alle altre lingue è ancora molto lunga.

Cosa è già stato fatto

Sulla scia dei primi Stati Generali del 2014 sono stati presi negli ultimi anni provvedimenti e iniziative importanti, tra cui finalmente la creazione della classe di abilitazione all'insegnamento per l'italiano come lingua seconda, l’istituzione di un Ente per il coordinamento delle certificazioni di italiano (CLIQ) e il lancio di un portale telematico presentato proprio in occasione della manifestazione di Firenze appena conclusa. Il viceministro Giro ha anche parlato di una ristrutturazione della legislazione che regola la materia dell'insegnamento dell'italiano all'estero (vecchia di decenni), senza però specificarne i dettagli.

Valutazione critica

Queste e tante altre iniziative simili non devono tuttavia diventare espressione materiale di un semplice attivismo: perché possano veramente portare frutto è necessario che esse siano integrate in un progetto chiaro, omogeneo e di lungo respiro. In molti interventi dei partecipanti è stata infatti evidenziata l’esigenza di rendere sempre più forte il ruolo della lingua nella visione generale del paese all'estero e la necessità di una progettualità sinergica di medio e lungo termine tra tutti gli attori: solo così sarà possibile selezionare e orientare gli strumenti e le strutture di intervento.

Sono anche emersi bisogni talora molto diversi nelle differenti aree geografiche, a cui bisogna venire incontro con interventi mirati e differenziati. L’italiano viene promosso dalle istituzioni italiane soprattutto come lingua di migrazione e da quelle estere come lingua di cultura, senza forme di sinergia istituzionale che aiuterebbero la diffusione e la sostenibilità dei corsi di lingua italiana all’estero. Dal nostro punto di vista  è necessario un passo concreto per superare la visione dell’italiano come lingua per i figli di migranti, al fine di arrivare ad un'offerta di italiano come lingua di mercato, aperta a tutti i possibili interessati.

A tal fine è indispensabile una riorganizzazione che preveda anche una rappresentanza per le realtà che sono esterne alla rete diplomatica italiana e non legate al Ministero degli Esteri; realtà che sono fortemente radicate sul territorio estero, inserite strutturalmente nelle società in cui operano. Supponendo che i dati del Ministero per la Germania siano corretti, infatti, abbiamo al momento attuale, da parte italiana, una politica di promozione culturale affidata a chi gestisce il 5% dei corsisti. È evidente che includere i soggetti che rappresentano il restante 95% non può che rafforzare questo lavoro di promozione. Inoltre un maggiore radicamento sul territorio permetterebbe di predisporre e sviluppare strumenti più aderenti alle specificità del territorio stesso e così di ottimizzare le risorse.

Anche gli importanti sforzi del Ministero per la formazione del personale docente vanno coniugati secondo questi principi: i bisogni del mercato tedesco sono diversi da quelli dei mercati emergenti e ricette generali rischiano di consolidare solo un sistema che distribuisce fondi a pioggia senza riuscire a incidere sulla qualità.

Un discorso analogo riguarda il portale, la cui creazione sicuramente rappresenta un lodevole primo passo, ma che deve ora riuscire a rilevare e a strutturare i dati e le informazioni in modo tale da diventare per tutti i visitatori delle varie aree geografiche uno strumento utile, esaustivo, differenziato e sempre aggiornato.

Come ADI siamo disposti a continuare a lavorare insieme a tutti i soggetti coinvolti per dare forma concreta alle buone intenzioni uscite da Firenze e contemporaneamente ci auguriamo di continuare ad avere nel Ministero degli Esteri e nelle autorità diplomatiche qui presenti interlocutori interessati e disposti ad un lavoro tanto ambizioso quanto necessario. Adi, assoc. docenti di italiano 28

 

 

 

 

La promozione della lingua e della cultura italiane all’estero: una comprovata priorità per il governo e la maggioranza

 

ROMA – “La nuova attenzione che questo governo sta avendo verso gli italiani nel mondo trova importanti riscontri in un campo di provato valore strategico come quello della promozione della lingua e della cultura italiane. Il positivo svolgimento degli Stati generali della lingua italiana nel mondo, tenutisi a Firenze nel corso del mese, rappresenta un segnale inequivocabile sia delle intenzioni del governo in questo campo che delle notevoli potenzialità che il sistema formativo italiano può esprimere. Purché si faccia uno sforzo di maggiore apertura e di dialogo con i soggetti che all’estero hanno dato prova di qualificazione culturale, di professionalità, di efficacia didattica e di efficienza operativa”. Lo scrivono i una nota congiunta i deputati del Partito Democratico eletti nella circoscrizione Estero Gianni Farina, Marco Fedi, Laura Garavini, Francesca La Marca, Fabio Porta e Alessio Tacconi.  “Lo stesso Presidente del Consiglio, - prosegue la nota - in quella sede, ha annunciato un impegno straordinario a sostegno della lingua e cultura italiane all’estero, quantificato in 50 milioni di euro, che con i tempi che corrono rappresentano una scelta quasi insperabile. Il recupero, per nulla scontato, nell’Assestamento 2016 di 2,6 milioni di euro per i corsi di lingua e cultura costituisce, a sua volta, un atto concreto e mirato altrettanto significativo di una volontà politica inequivocabile. A questo si aggiunge ora l’impegno di reintegrare di 6 milioni il capitolo di bilancio per i corsi di lingua e cultura degli enti gestori. Un impegno espresso chiaramente dal Sottosegretario Amendola nella relazione di governo al Consiglio di Presidenza del Cgie e ribadito su nostra sollecitazione dal segretario della Farnesina Belloni nell’audizione in Commissione esteri alla Camera.

L’Italia – continua il comunicato congiunto - sta vivendo grandi emergenze, come quella del terremoto e dell’arrivo dei migranti, che inducono doverosamente a impegnare importanti risorse per fronteggiare queste complesse e dolorose evenienze. In questo sfondo così difficile di problemi, la priorità che questo Governo e questa maggioranza danno alla lingua e alla cultura italiane nel mondo è un orientamento il cui significato non ha bisogno di parole per essere spiegato e valorizzato. L’arrivo in Parlamento della legge di Bilancio 2017 consentirà di mettere al sicuro questo scelte e di intervenire, nei limiti di ciò che è obiettivamente possibile, per dare organicità agli interventi ed eventualmente migliorare la situazione. In vista di questo importante passaggio, -  concludono Farina, Fedi, Garavini, La Marca, Porta e Tacconi - invitiamo tutti gli eletti all’estero, le rappresentanze e le forze vive che agiscono tra gli italiani nel mondo a superare polemiche e divisioni artificiose e a convergere, come le nostre comunità ci chiedono di fare, sugli obiettivi comuni, ad iniziare dai corsi di lingua e cultura degli enti gestori, che assicurano un servizio insostituibile a circa 300.000 studenti. È ciò che le nostre comunità ci chiedono di fare, a beneficio degli italiani nel mondo e, prima ancora, dello stesso Paese”. (Inform 28)

 

 

 

 

 

Flüchtlingspolitik. Diskussion um EU-Migrationspartnerschaften geht weiter

 

Die Diskussion um die sogenannten Migrationspartnerschaften der EU mit afrikanischen Staaten ebbt nicht ab. Befürworter wollen den Prozess beschleunigen, Kritiker bemängeln, dass es nur um Verhinderung von Migration geht.

 

Die sogenannten Migrationspartnerschaften der EU mit Afrika sind im Europäischen Parlament kontrovers diskutiert worden. Es gebe Fortschritte, die Pakte müssten nun auf weitere Länder ausgeweitet werden, sagte Kommissionschef Jean-Claude Juncker am Mittwoch in Straßburg zu dem von seiner Behörde ausgearbeiteten Ansatz.

Zugleich gab die Kommission bekannt, dass am Mittwoch Gespräche in der nigerianischen Hauptstadt Abuja über ein Rücknahmeabkommen gestartet seien. Dabei geht es darum, dass Nigeria die Rückkehr seiner Staatsbürger aus Europa erleichtert, indem das Land zum Beispiel nötige Papiere schnell ausstellt. Weitere Länder, mit denen die EU Migrationspartnerschaften entwickelt, sind Niger, Mali, Senegal und Äthiopien.

Zweck sind schnellere Abschiebungen

Das Projekt wurde im Juni von der Kommission vorgestellt. Ein Zweck sind schnellere Abschiebungen. Dazu sollen wie jetzt mit Nigeria unter anderem die Rücknahmeabkommen dienen. Daneben geht es um Entwicklungspolitik. Laut offizieller Darstellung soll europäische Hilfe in den betreffenden Ländern den Anreiz verringern, nach Europa zu ziehen. Kritikern zufolge droht die EU den afrikanischen Ländern mit Entzug von Entwicklungshilfe, wenn diese Schutzsuchende nicht von Europa fernhalten. Die EU-Staats- und Regierungschefs hatten die Migrationspartnerschaften auf ihrem Gipfel vergangene Woche unterstützt.

Kritik kam am Mittwoch unter anderen von den Grünen. Der Gipfel habe zum ersten Mal festgeschrieben, dass humanitäre Hilfe und Entwicklungsgelder nicht zur Verringerung der Armut und ähnliche Zwecke verwendet werden solle, erklärte die österreichische Abgeordnete Ulrike Lunacek. „Sondern sie werden missbraucht, um europäisches Migrationsmanagement zu betreiben.“ Der Ansatz befördere Korruption und Klientelismus in den Partnerländern der EU und befeuere damit wiederum die Migration, argumentierte Lunacek.

Italien kritisiert mangelnde Umverteilung

Der Italiener Mario Borghezio kritisierte hingegen, dass die Migrationspartnerschaften zu langsam vorangingen. „Die Invasion wird weitergehen“, sagte Borghezio von der rechtsgerichteten Lega Nord. Italien ist das Hauptankunftsland für Flüchtlinge und Migranten, die über das Mittelmeer aus Afrika nach Europa gelangen.

Die italienische Sozialdemokratin Patrizio Toia verwies darauf, dass die seit über einem Jahr beschlossene Umverteilung von Flüchtlingen aus Italien und Griechenland in andere EU-Länder nur sehr schleppend vorangeht. „Welche Sanktionen gibt es gegen die Staaten, die sich wehren, Flüchtlinge aufzunehmen?“, beklagte Toia. (epd/mig 26)

 

 

 

 

Verhinderung von Migration. EU zufrieden mit Afrika-Partnerschaften

 

Die Europäische Union ist zufrieden mit den Migrationspartnerschaften mit afrikanischen Staaten. Die Partnerschaften dienen in erster Linie dazu, die Migration nach Europa aufzuhalten.

 

Aus Sicht der EU haben die neuen sogenannten Migrationspartnerschaften mit afrikanischen Staaten bereits Früchte getragen. Sie hätten unter anderem eine „größere Bereitwilligkeit zur Kooperation“ auf Seiten jener Staaten bewirkt, heißt es in einem am Dienstag in Brüssel veröffentlichten Bericht der EU-Kommission. „Es hat in den vergangenen Monaten mehr Forschritt gegeben als zuvor über viele Jahre, einschließlich bei Rückführungen.“

Die Behörde hatte ihren Migrationspartnerschaftsrahmen im Juni vorgestellt, die ersten Partnerländer sind Niger, Nigeria, Senegal, Mali und Äthiopien. Das Projekt dient dazu, Migration nach Europa aufzuhalten und zugleich die Entwicklung in jenen Ländern zu unterstützen. In der Zukunft sollen die Partnerschaften auch in formale Abkommen gegossen werden. Darin könnten sich die Partnerländer beispielsweise formell und detailliert zur Rücknahme ihrer Staatsangehörigen bereiterklären, wenn diese in Europa mit Asylanträgen gescheitert sind.

Als erste Fortschritte listet der Bericht beispielsweise bei Senegal auf, dass die Gespräche mit dem Europäischen Grenz- und Küstenschutz über die praktische Ausgestaltung von Rückführungen weit gediehen seien. Auch Projekte zur Verringerung von Jugendarbeitslosigkeit werden aufgeführt. Ferner soll mit Blick auf Senegal im November eine Identifikations-Mission stattfinden. Dabei sollen senegalesische Beamte oder Staatsbedienstete in Europa bei der Identifizierung von Landsleuten helfen; Probleme bei der Identitätsfeststellung sind ein Abschiebungshindernis. (epd/mig 20)

 

 

 

EU-Statistik. Fast ein Viertel der Europäer armutsgefährdet

 

Im Jahr 2015 waren 119 Millionen EU-Einwohner armutsgefährdet. Auch Deutschland schneidet mit einer Armutsquote von 20 Prozent nicht gut ab. Die Nationale Armutskonferenz wirft der Politik Untätigkeit vor.

Jeder vierte Europäer ist nach wie vor armutsgefährdet. Im Jahr 2015 waren es 23,7 Prozent oder 119 Millionen EU-Einwohner, wie das EU-Statistikamt Eurostat zum Internationalen Tag zur Beseitigung der Armut am Montag mitteilte. Auch in den vergangenen Jahren hatte der Anteil EU-weit stets zwischen 23 und 25 Prozent betragen. In Deutschland waren es 2015 den Angaben zufolge 20 Prozent. Familienministerin Manuela Schwesig (SPD) verwies auf zahlreiche Maßnahmen der Regierung, Armut zu bekämpfen: „Mit dem Mindestlohn, dem ElterngeldPlus und dem Kita-Ausbau haben wir hier wichtige Schritte gemacht.“

Die Statistik der EU orientiert sich an drei Kriterien: Risiko der Einkommensarmut, Fehlen materieller Güter und geringe Arbeitsintensität. Derjenige, auf den eine oder mehrere Kriterien zutreffen, gilt als der Gefahr der Armut oder der sozialen Ausgrenzung ausgesetzt. Wer tatsächlich arm, einkommensarm und sozial ausgegrenzt ist, darauf legt sich die Statistik nicht fest.

Berechnung nach Land

Das Risiko der Einkommensarmut wird am Durchschnittseinkommen des jeweiligen Landes festgemacht; wer einkommensarmutsgefährdet ist, liegt mitsamt seinen Sozialleistungen unterhalb von 60 Prozent des jährlichen Durchschnittseinkommens. In Deutschland lag die Schwelle 2015 laut Eurostat bei 12.401 Euro für einen allein lebenden Erwachsenen. 16,7 Prozent der Einwohner waren demnach einkommensarmutsgefährdet, gegenüber 17,3 Prozent im EU-Durchschnitt.

Das Fehlen materieller Güter wird an neun Indikatoren gemessen, mindestens vier müssen erfüllt sein. Darunter fällt etwa, dass jemand die Miete nicht pünktlich zahlen, nicht ausreichend heizen kann oder keinen Farbfernseher besitzt. Geringe Arbeitsintensität bedeutet, dass die Erwachsenen in einem Haushalt im zurückliegenden Jahr weniger als 20 Prozent ihrer möglichen Arbeitszeit auch wirklich gearbeitet haben; Studenten sind ausgenommen.

Nationale Armutskonferenz kritisiert Regierung

Die Nationale Armutskonferenz warf der Politik vor, nicht zu handeln. Im Aufruf „Keine Ausreden mehr: Armut von Kindern und Jugendlichen endlich bekämpfen!“ formuliert das Bündnis von Sozialverbänden Forderungen, die in die Programmdebatte der Parteien zur Bundestagswahl einfließen sollen.

Demnach sind drei Schritte gegen Kinderarmut nötig. Das Existenzminimum von Kindern müsse realistisch ermittelt werden. Ungerechtigkeiten in der Familienförderung müssen demnach rasch abgebaut werden, und Leistungen müssten einfacher gestaltet und leichter zugänglich sein. (epd/mig 18)

 

 

 

Kampf gegen Menschenhandel: Geldwirtschaft in der Pflicht

 

Um den Menschenhandel weltweit einzudämmen, müsste man auch die Finanzinstitute stärker in die Pflicht nehmen, die die Gewinne aus dem perfiden Geschäft verwalten. Dies fordert im Gespräch mit Radio Vatikan die Leiterin der Grundlagenabteilung von Caritas Internationalis, Martina Liebsch. Menschenhandel und Formen moderner Sklaverei seien „lukrativ“: Der finanzielle Gewinn aus diesen illegalen Geschäften beläuft sich jährlich auf ungefähr 32 Milliarden US-Dollar – weit mehr, als vom weltweiten Drogenhandel abfällt.

Papst Franziskus hat den Menschenhandel mehrfach als „Verbrechen gegen die Menschlichkeit“ gebrandmarkt. Der Papst forderte in diesem Zusammenhang auch Strafen für jene, „die sich am Menschenhandel mitschuldig machen“. Liebsch denkt hier etwa an Banken, die vor den dubiosen Geschäften ihrer Kunden die Augen verschließen: „Das ist ein Thema, wo man noch genauer hingucken muss. Hier bräuchte man die Zusammenarbeit von Bankinstituten. Da wären vielleicht auch Leute, die geahndet werden müssten, um mit den Worten des Papstes zu sprechen: Wo wird Geld reingewaschen? Wie wird dieses Geld im Umlauf gehalten? Das kann es nur, wenn es keine klaren Kontrollen gibt oder wenn wiederum Leute weggucken. Wenn ich denke, was eine zentrale Lösung wäre, um Menschenhandel zu bekämpfen: Man müsste diese Geldflüsse trockenlegen!“

Für den Caritas-Dachverband ist der Kampf gegen Menschenhandel schon seit 15 Jahren ein Thema. Begonnen habe man mit Projekten für Opfer des Menschenhandels in Europa, inzwischen betrachte man das Phänomen aus weltweiter Sicht. Dass Papst Franziskus Menschenhandel und moderner Sklaverei den Kampf angesagt und zahlreiche Vatikaninitiativen dazu auf den Weg gebracht hat, freut Liebsch. Dadurch sei die Arbeit von Caritas Internationalis befeuert worden: „Wir klinken uns in diese Bewegung ein und waren natürlich sehr froh, dass der Kampf gegen Menschenhandel an höchster Stelle befördert wird, denn in den Anfängen unseres Netzwerkes konnten wir natürlich feststellen, dass es manchmal nicht so einfach war, diese Arbeit zu leisten. Viele derer, die sich mit dem Thema beschäftigten, fühlten sich manchmal alleingelassen, weil es eben keinen so starken Aufruf von Seiten der Kirche gab, jedenfalls nicht als Gesamtheit.“

Der Vatikan hat bereits Religionsvertreter, Lokalpolitiker, Sicherheitsbeamte, Richter und Juristen im Kampf gegen Menschenhandel mobilisiert. Warum also nicht demnächst auch Akteure aus der Finanzwelt in den Vatikan einladen, um für das Phänomen zu sensibilisieren?, schlägt Liebsch vor.

Wie viele Menschen weltweit Opfer von Menschenhandel sind, ist aufgrund der hohen Dunkelziffer schwer zu sagen. Die Internationale Arbeitsorganisation (ILO) schätzt die Opferzahl auf mindestens 25 Millionen. (rv 18.10.)

 

 

 

Klåre Kånte. Wie die schwedischen Gewerkschaften gegen Rechtspopulisten mobil machen.

 

Schweden – das gilt noch immer als Mutterland der Sozialdemokratie. Hier wurde nach dem zweiten Weltkrieg ein bemerkenswerter Wohlfahrtsstaat aufgebaut, über Jahrzehnte hinweg haben die Sozialdemokraten die Regierung gestellt und im Schulterschluss mit den Gewerkschaften den öffentlichen Diskurs geprägt, mit dem Ergebnis, dass Schweden Ende der 1980er eine der sozialdemokratischsten Gesellschaften der Welt wurde.

Schweden gleich Sozialdemokratie – diese Formel gilt indes nicht mehr. Wie im gesamten nordischen Raum haben sich auch in Schweden die Rechtspopulisten etabliert. In allen skandinavischen Ländern sind inzwischen rechtspopulistische Parteien in erheblichem Umfang Teil der politischen Landschaft. In Finnland und Norwegen sind sie sogar an der Regierung beteiligt. 

Eindeutige Herkunft: Rechtspopulismus in Schweden

In Schweden – derzeit von einer rot-grünen Minderheitsregierung regiert – liegen die Umfragewerte für die rechtspopulistischen Schwedendemokraten relativ stabil um die 18 Prozent und damit zwischen den dänischen und den norwegischen Rechtspopulisten. Und dennoch sind die Schwedendemokraten im Spektrum der nordischen Rechtspopulisten ein Sonderfall. Die Schwedendemokraten stehen eindeutig in einer rechtsextremen Tradition, mitunter von militanten Einsprengseln geprägt. Es waren Alt-Nazis, Rassisten und gewaltbereite Neonazis, die in der zweiten Hälfte der 1980er Jahre die Partei über mehrere Etappen hinweg ins Leben riefen. Und auch wenn die Partei heute vom smarten Jimmie Åkesson geführt wird – zuweilen als Schwiegermutter-Traum beschrieben – und sich die Parteiführung um ein saubers Image als „normale“ Partei bemüht, kommt es immer wieder zu rassistischen und militanten Entgleisungen ihrer Mitglieder.

Rechtpopulismus und die Gewerkschaften

Als in der zweiten Jahreshälfte 2015 auch in Schweden die Flüchlingszahlen rasant anstiegen – Schweden hat im europaweiten Vergleich pro Kopf die meisten Flüchtlinge aufgenommen – erreichten die Schwedendemokraten ihren vorläufigen Höhepunkt in der öffentlichen Zustimmung. Etwa 25 Prozent der Wähler gaben an, die Rechtspopulisten wählen zu wollen. Bei der Wahl 2014 waren es noch 12,9 Prozent . Aus Sicht der Gewerkschaften besonders besorgniserregend: Die Zustimmung ihrer Mitglieder lag deutlich über den Durchschnittswerten, insbesondere bei männlichen Gewerkschaftsmitgliedern. So erreichten die Zustimmungsraten zu den Schwedendemokraten bei männlichen Gewerkschaftsmitgliedern im Herbst 2015 knapp 32 Prozent.

Haltung zeigen!  Die Position der Gewerkschaften

Der schwedische Gewerkschaftsdachverband LO, der mit vierzehn Einzelgewerkschaften etwa 1,5 Millionen Mitglieder organisiert, überwiegend „blue collar“,  hat unter diesem Eindruck seine Arbeit gegen Rechtspopulismus deutlich verstärkt. Ausgangslage ist dabei eine glasklare Haltung. Die rechtspopulistischen Schwedendemokraten werden eindeutig als Gegner eingeordnet. Geschichte und Politik der Rechtspopulisten sind unvereinbar mit den Grundwerten, Interessen und Überzeugungen des Gewerkschaftsverbandes. Eine Arbeitnehmerorganisation, die die gleiche Würde und gleiche Freiheit aller Menschen als Ausgangspunkt ihrer Bewegung hat, steht im fundamentalen Widerspruch zu einer Partei, die eine Gruppe Menschen gegen eine andere Gruppe ausspielen will. Es gibt keine Relativierungen und keine Absetzungen von dieser grundsätzlichen Unvereinbarkeit.

Diese Haltung enspricht dabei nicht nur dem Werteverständnis von LO, sondern wird auch der eigenen Vergangenenheit  gerecht. Immer wieder in seiner Geschichte hat sich der 1898 gegründete Gewerkschaftsdachverband klar gegen die extreme Rechte positioniert. Prominente Beispiele dafür waren etwa der Kampf gegen die auch in Schweden in den 1930er Jahren populär werdenden Nationalsozialisten oder immer wieder öffentliche Enttarnungen von militanten Rechtsextremisten in der jüngeren Vergangenheit.

Was tun? – LOs Kampf gegen die Rechtspopulisten

Die Auseinandersetzung des Gewerkschaftsdachverbandes LO mit den Rechtspopulisten lässt sich grob in zwei Teile unterscheiden. Einerseits ein primär nach innen, an die Mitglieder der Einzelgewerkschaften gerichtetes Argumentationstraining. Andererseits eine an die breite Öffentlichkeit gerichtete Auseinandersetzung mit den Positionen und der Geschichte der Schwedendemokraten.

Schon 2011 wurde mit der nach innen gerichteten Kampagne „Alla kan göra något“ begonnen. Das mit „Jeder kann etwas tun“ frei übersetzte Projekt richtet sich an alle Mitglieder der Einzelgewerkschaften. In Seminaren, Kampagnen und mit Publikationen werden die Argumentationsmuster der Rechtspopulisten in den Blick genommen und entkräftet.  Handreichungen zum Umgang mit rechtspopulistischen und rechtsextremen Parolen wurden entwickelt. Seit 2011 haben über 14 000 Gewerkschaftsmitglieder an diesem Programm teilgenommen.

Nicht in unserem Interesse! Schwedendemokraten und die Arbeitnehmer

Noch größere Reichweite hat allerdings die öffentliche Kampage gegen die Schwedendemokraten. Sie setzt sich aus verschiedenen Bausteinen zusammen. Zunächst sind eine Reihe von Namensartikeln führender LO-Repräsentanten in den wichtigen Zeitungen Schwedens erschienen. Aber auch eine sehr breite und bemerkenswert erfolgreiche Arbeit in den sozialen Medien, vor allem Facebook und Youtube, wurde 2014 begonnen.

Zwei Stoßrichtungen werden dabei verfolgt.

Erstens wird unter dem Titel „Eine Untersuchung durch LO“ systematisch verfolgt, welche Arbeitnehmerpolitik die Schwedendemokraten betreiben. Diese Fragestellung entspricht dabei nicht nur dem orginären Anliegen der Gewerkschaft und ihrer Mitglieder, sondern trifft die Schwedendemokraten auch an einem wunden Punkt. Schließlich treten sie als Repräsentanten „des einfachen Mannes“ auf, die gegen „die da oben“ oder „das System“ die Interessen der einfachen Schweden vertreten. Faktisch sind die Positionen und das Abstimmungsverhalten der Schwedendemokraten aber zunehmend wirtschaftsliberal, im Interesse der Großunternehmer und Kapitaleigner und in vielen Fällen dezidiert arbeitnehmer- und gewerkschaftsfeindlich. Eine Einschränkung des Streikrechts, Steuersenkungen für Spitzenverdiener, die Ablehnung von Tarifbindungen bei öffentlich finanzierten Projekten, eine Senkung der Arbeitslosenbezüge – das sind nur einige der Positionen. Die Arbeit von LO deckt diesen Widerspruch systematisch auf und macht deutlich, dass die Schwedendemokraten ganz sicher nicht im Interesse der von ihnen umworbenen „einfachen Schweden“ agieren.

Zweitens wird der historische-ideologische Hintergrund der Partei von LO in den Blick genommen. Dabei werden die zahlreichen Bezüge zu rechtsextremen Organisationen, Ideen und Personen überdeutlich, etwa in Bezug auf eine der Gründungsfiguren der SD, den Alt-Nazi Gustaf Ekström, die Beiteiligung von SD-Mitgliedern am Mord am Gewerkschafter Björn Söderberg 1999 oder die bis in die jüngste Vergangenheit nachvollziehbare finanzielle Unterstützung von rechtsextremen Gruppen durch SD-Mitglieder. Die hierzu aufwändig recherchierte Film-Dokumentation ist ein YouTube-Hit geworden. Die Leitfrage der Kampagne wird dabei im Titel des Films deutlich „Die Schwedendemokraten. Eine Partei wie jede andere?“. Ohne, dass die Frage im Film selbst beantwortet wird, wird klar, dass die Schwedendemokraten trotz des freundlichen Gesichts von Jimmie Åkesson eben keine Partei wie jede andere sind.

Bilanz?

Seit 2011 läuft die nach innen gerichtete Arbeit gegen den Rechtspoulismus, seit 2014 gibt es ein massives öffentliches Engagement von LO gegen die Rechtspopulisten. Wie sieht die Bilanz aus? Neben traurig-erwartbaren Reaktionen wie Hass-Kommentaren und verschiedenen Morddrohungen gegen den LO-Vorsitzenden Karl-Petter Thorwaldson und seine Kollegen und Kolleginnen ist die Unterstützung für die Schwedendemokraten tatsächlich auch deutlich gesunken, sowohl in der gesamten Gesellschaft als auch bei Gewerkschaftsmitgliedern. Ganz sicher ist das nicht allein auf die Arbeit von LO zurückzuführen, aber wahrscheinlich hat sie einen wichtigen Beitrag geleistet. Wie auch immer die Kausalitäten zu bewerten sind, eines ist auf jeden Fall über die Aktionen von LO zu sagen: Es ist die richtige Botschaft zur richtigen Zeit.  Christian Krell, IPG 17

 

 

 

Links oder Mitte: Die europäische Sozialdemokratie auf Kurssuche

 

Egal, wohin man schaut: Die Sozialdemokraten Europas stecken in der Klemme. Im Süden wandern ihre Wähler zu den Linksparteien ab, im Norden treibt sie der Populismus in die Arme ihrer links- oder rechtsextremen Konkurrenten. 

Es sieht nicht gut aus für die Sozen in Europa: Nicht einmal 8 Prozent schafften die polnischen Sozialdemokraten der SLD bei der letzten Wahl. Im Juni fiel der Beliebtheitsgrad des französischen Präsidenten François Hollande laut einer Studie der Forschungsfirma TNS Sofres-Onepoint auf unter 15 Prozent. In Österreich musste der sozialdemokratische Bundeskanzler Werner Faymann zurücktreten. In Spanien hat die PSOE bei der Wahl im Dezember ihr schlechtestes Ergebnis seit 1977 eingefahren, und weniger als ein Jahr vor der Bundestagswahl befindet sich auch die deutsche Sozialdemokratie in einer handfesten Krise.

Kein Wunder also, dass die europäisch Sozialdemokratie derzeit eine kontroverse Debatte um ihren künftigen Kurs führt. „Profilschärfung“ fordern die Genossen europaweit, doch was heißt das? Weiter nach links, stärker in der Mitte – oder mehr oder weniger Abgrenzung von der europäischen Politik?

Weg von nationalen Alleingängen 

Beim Berliner Basiskongress der SPD-Linken am Samstag forderte EU-Parlamentspräsident Martin Schulz ein klares Bekenntnis für Europa. „Der Bundestagswahlkampf wird ein europäischer Wahlkampf werden“, so Schulz. Die anstehenden Herausforderungen ließen sich einfach nicht mehr in nationalen Alleingängen lösen. 

Udo Bullmann, Vorsitzender der Europa-SPD und Poul Nyrup Rasmussen, vormaliger dänischer Ministerpräsident und Vorsitzender der SPE/PES sehen das ähnlich. Sie fordern einen Ausweg aus der Krise durch eine europäische „Wiederbelebung von Chancengleichheit, Solidarität und Frieden“.

Gestern veröffentlichten sie ein gemeinsames Strategiepapier „Social Democracy to come“ („Die kommende Sozialdemokratie“), in dem sie Sozialdemokraten in ganz Europa dazu aufriefen, ein neues politisches Paradigma zu begründen, das sich „transformative progressive Politik“ nennt: Globalisierung solle „nicht mehr der Spielplatz für multinationale Konzerne“ sein, sondern von der Politik und den Bürgern zurückerobert werden. In diesem Prozess solle sich eine künftige Sozialdemokratie an die Spitze stellen. Ein Weltfinanzregister zur Aufdeckung globaler Steuerhinterziehung, Wiederankopplung der Finanzwirtschaft an die Realwirtschaft und die Durchsetzung internationaler Arbeitsstandards sollen als origniär sozialdemokratische Konzepte in ganz Europa funktionieren.

Rot-Rot-Grün als deutsche Perspektive?

In Deutschland könnte ein Paradigmenwechsel ganz anders aussehen. Vorsorglich hat sich die SPD in Deutschland schon einmal mit der Linkspartei und den Grünen zusammengesetzt und ein Gesprächsforum gestartet, um inhaltliche Gemeinsamkeiten für eine mögliche rot-rot-grüne Koalition auszuloten. Auch der stellvertretende SPD-Fraktionsvorsitzende Axel Schäfer, sieht „die Zeit reif für neue Perspektiven“.

Vor rund hundert Funktionären und Abgeordneten der drei Parteien definierte Schäfer das angesagte Ziel, „Mehrheiten diesseits der Union“ zu schaffen und einen sozialdemokratischen Kanzler nach der Wahl im Herbst 2017 zu stellen. Bereits  im November 2013 hatte die SPD auf ihrem Leipziger Parteitag beschlossen, dass eine Zusammenarbeit mit der Linkspartei auf Bundesebene ab 2017 grundsätzlich möglich ist.

Doch ein Ruck nach links findet nicht bei allen Sozialdemokraten Zustimmung – und in aktuellen Meinungsumfragen findet Rot-Rot-Grün ohnehin zurzeit keine Mehrheit. Festlegungen mit Blick auf eine Koalition würden nicht getroffen, sagte Linken-Bundesschatzmeister Thomas Nord. Es solle eher geprüft werden, ob überhaupt eine tragfähige Alternative zur großen Koalition existiere. „Es geht nicht darum, sofort jeden Dissens

herauszuarbeiten“, sondern vor allem der Suche nach Schnittmengen.

Der stellvertretende Grünen-Fraktionsvorsitzende Frithjof Schmidt begrüßte den politischen Annäherungsversuch. Allerdings setze seine Partei auf einen „Kurs der Eigenständigkeit“ mit realistischen Optionen „in die eine wie in die andere Richtung“, sagte er der Rheinischen Post. Für die Grünen ist nach wie vor auch ein Bündnis mit der Union vorstellbar.

Zumindest in Deutschland bleibt die politische Strategie der Sozialdemokraten also weiterhin offen. Ama Lorenz, EurActiv.de

 

 

 

 

Schlechte Reise. Wie der politische Besuchszirkus in Afrika am Kern der Probleme vorbeigeht

 

In der zweiten Oktoberwoche 2016 ist Bundeskanzlerin Angela Merkel durch Afrika geeilt, durch drei Staaten in zweieinhalb Tagen: Mali, Niger und Äthiopien. Geld gegen Grenzen – so fasste die „Süddeutsche Zeitung“ die Botschaften der Merkel-Reise anschließend treffend zusammen. Darüber hinaus sprach sie von Defiziten in der Demokratie, vom überfälligen Kampf gegen Korruption in den von ihr besuchten Ländern. Sie wünsche sich mehr Verständnis für demokratisches Regieren. Nun sei dahin gestellt, ob Merkel in jedem Moment den richtigen Ton getroffen, das richtige Wort gefunden hat. Darüber hinaus stellt sich die Frage, was solche Reisen überhaupt bewirken können. Ob sie mehr sind als teure Symbolik, als eine Geste für die heimischen Wähler. Im Fall der jüngsten Merkel-Reise würde die bedeuten: Wir tun etwas, damit die Flüchtlinge anderswo bleiben.

US-Präsident Barack Obama war im vergangenen Sommer auch schon in Äthiopien. Er forderte die Regierung des ostafrikanischen Landes auf, die Demokratie zu stärken, die Menschenrechte zu schützen und die Regierungsgeschäfte sauber zu führen. Ein Jahr später, pünktlich zu Bundeskanzlerin Merkels Besuch, verhängt eben diese Regierung für sechs Monate den Ausnahmezustand, nach einer Welle von Massenprotesten und politischer Gewalt. Nach Schätzungen internationaler Menschenrechtsorganisationen wurden bisher über 500 Menschen getötet.

Und was sagte Merkel bei ihrem Besuch in Addis Abeba? „In der Demokratie bedarf es der Opposition, die eine Stimme hat, und eines Austauschs über die Medien, damit eine Diskussion entsteht.“ Daran müsse Äthiopien noch arbeiten. Der äthiopische Ministerpräsident Hailemariam Desalegn räumte Versäumnisse ein und kündigte eine Reform des Wahlsystems an. Das bisherige Wahlsystem führt dazu, dass 49 Prozent der Wählerinnen und Wähler nicht im Parlament vertreten sind. Aber bei den Protesten geht es nicht nur um politische Mitsprache, demokratische Repräsentanz, um Rede- und Pressefreiheit. Es geht für die Menschen ums Überleben, nämlich um Land.

Der Aufstand begann im vergangenen November mit der Ankündigung der Regierung, die Hauptstadt Addis Abeba ausdehnen zu wollen. Während die Regierung von der Ethnie der Tigray dominiert wird, siedeln rund um Addis Abeba Oromo – ein Volk, das sich seit langem in vielerlei Hinsicht benachteiligt fühlt. Zwar nahm die Regierung ihr Vorhaben nach massiven Protesten zurück, aber der Unmut hielt an. Denn übergeht die Regierung immer wieder die Rechte der Landnutzer, gibt Ackerflächen beispielsweise an internationale Unternehmer und Investoren weiter. Die Menschen – meist Oromo – verlieren dadurch ihre Lebensgrundlage, was ihren schrankenlosen und wohl auch verzweifelten Zorn erklärt. Dazu passt, dass die Demonstranten in den vergangenen Wochen nach offiziellen Angaben ein knappes Dutzend Blumenfarmen und Fabriken internationaler Investoren niederbrannten oder auf andere Weise zerstörten. Unabhängige Beobachter sprechen von noch sehr viel mehr zerstörten Betrieben.

In dieser Situation stellte Merkel Äthiopien während ihres Besuchs die Beratung der Polizei- und Sicherheitskräfte in Aussicht, um bei den Protesten deeskalierend zu wirken. Aber wäre es nicht zielführender, nach dem Grund des Aufstands zu fragen und zu verhindern, dass die Menschen ihre Lebensgrundlage verlieren? Und die Frage zu stellen, ob das der Preis für die wirtschaftliche Entwicklung des Landes sein darf? Deren Gewinne zudem sehr ungleich verteilt sind, geographisch und sozial?

Stattdessen hatte Merkel nur lobende Worte für die wirtschaftliche Entwicklung Äthiopiens. Was immer sie vorher an Kritik geäußert haben mag, relativierte sie selbst, als sie versicherte, die Demokratiedefizite Äthiopiens würden nicht dazu führen, dass Deutschland seine entwicklungspolitische oder wirtschaftliche Zusammenarbeit einschränke.

Auf den beiden ersten Reisestationen im Westen des Kontinents, in Mali und Niger, war das nicht anders. Auch dort trafen Merkels Worte und Geldzusagen nicht den Kern der Probleme. Beispiel Mali: Die Bundeskanzlerin versprach dem Land mehr Hilfe im Kampf gegen Drogen- und Menschenschmuggler. Deutschland habe großes Interesse an der Stabilisierung des westafrikanischen Landes. Dass sie hofft, durch die Hilfe Migration zu vermindern, wurde in ihren Gesprächen mit dem malischen Präsidenten Ibrahim Boubacar Keita deutlich.

Dabei ist die politische Elite Malis und vieler anderer Länder nicht Teil der Lösung, sondern des Problems. Mali ist ein Schlüsselstaat im internationalen Drogenschmuggel, die Verbindungen zwischen den Kartellen und der Politik reichen bis sehr weit oben. Im Nachbarstaat Niger, den Merkel ebenfalls bereiste, ist das nicht anders. Die Bedeutung dieser Tatsache ist kaum zu überschätzen. Gegenüber dem ARD-Hörfunk brachte der Gouverneur der nordmalischen Stadt Gao, Sedou Traoré, das Problem auf den Punkt: Gao sei eine Kreuzung der Drogen-Route. Die Sicherheitskrise werde von Drogenhändlern verschärft, die ihre Routen nicht aufgeben wollen und von dem Chaos profitieren. Sie schmuggeln Benzin, Zigaretten, Kokain. In Gao ist derzeit im Rahmen der UN-Mission MINUSMA auch ein Kontingent der Bundeswehr stationiert, Ergebnis der deutschen Bemühung, bei der Stabilisierung Malis zu helfen. Doch für die Stabilisierung des Landes wäre das wichtigste, die Verbindung zwischen Politik und Organisierter Kriminalität zu durchbrechen.

Zudem müsste die Korruption der politischen Elite viel massivere Konsequenzen haben. Aber immerhin gab es in Mali zwischenzeitlich mutige Ansätze für politisch konsequentes Handeln. Präsident Keïta, 2013 als Hoffnungsträger gewählt, gilt heute im enttäuschten Volk vor allem als außergewöhnlich korrupt, ebenso wie seine Entourage. Eine Reihe von Skandalen scheint das zu bestätigen. Bei der Beschaffung von Militärgütern und dem Kauf eines Flugzeugs für den Präsidenten wurden 14 Millionen Euro veruntreut. Das berichtete der Internationale Währungsfonds (IWF) im Frühjahr 2014. In seinem fast 240 Seiten starken Bericht listete der IWF weitere betrügerische Verträge auf. Der Schaden für die Steuerzahler betrug demnach 38 Millionen Euro – und das in einem Land, das strukturell von Entwicklungshilfe abhängig ist und zu den ärmsten der Welt gehört. Der IWF, die Europäische Union und die USA stellten ihre Zahlungen an Mali daraufhin vorübergehend ein. Das Land geriet an den Rand des Bankrotts. Wenig später floss das Geld wieder, und die Sache scheint international schon wieder vergessen. Nicht aber in der Bevölkerung, die außerdem immer neuen Grund hat, sich zu wundern.

Ganz aktuell geht es um den Afrika-Frankreich-Gipfel, der im Januar 2017 in der malischen Hauptstadt Bamako stattfinden soll. Eigens für diesen Gipfel wurden 14 neue Villen gebaut, damit die Staatsgäste standesgemäß untergebracht werden können. Die Neubauten kosten sechs Millionen Euro – in einem der ärmsten Länder der Welt. Angesichts solcher Summen und Fakten ist der Bevölkerung mit Worten und Symbolik westlicher Politiker nicht geholfen. Die Zustände in Mali, Niger und Äthiopien sind geeignet, Menschen in die Flucht zu schlagen. Weil sie ihr Land und damit ihre wirtschaftliche Lebensgrundlage verloren haben, weil sie um ihr Leben fürchten. Statt teurer Symbolik ist eine andere, konsequentere Politik gefordert, selbst wenn sie kurzfristig vielleicht sogar den wirtschaftlichen Interessen Deutschlands widerspricht. Bettina Rühl, IPG 19

 

 

 

Studie. Flüchtlinge kommen wegen Menschenrechten nach Deutschland und nicht wegen Geld

 

Die meisten Flüchtlinge kommen nach Deutschland, weil sie sich eine Verbesserung ihrer menschenrechtlichen Lage erhoffen. Das geht aus einer Studie des Bundesamtes für Migration und Flüchtlinge hervor. Materielle Gründe rangieren auf den hinteren Plätzen.

Flüchtlinge erwarten sich einer Studie zufolge von einem Aufenthalt in Deutschland vor allem eine Verbesserung ihrer menschenrechtlichen Lage. Nach den Ergebnissen einer am Freitag veröffentlichten Umfrage des Bundesamts für Migration und Flüchtlinge, gaben 64 Prozent als Grund für ihre Flucht nach Deutschland die Achtung der Menschenrechte an. 38 Prozent erhoffen sich freie Religionsausübung und 31 Prozent politische Stabilität. Die wirtschaftliche Stärke der Bundesrepublik gaben nur zwölf Prozent als Grund für einen Asylantrag in Deutschland an.

Bei den Fluchtgründen waren dabei Mehrfachnennungen möglich. Die Umfrage der „Flüchtlingsstudie 2014“ umfasst anerkannte Flüchtlinge, die zwischen 2008 und 2012 nach Deutschland kamen – also einige Zeit vor dem großen Andrang im vergangenen Jahr. Die Zahl der Asylanträge bewegte sich in diesen Jahren zwischen 28.000 und 78.000. Etwa ein Viertel der Bewerber wurde damals als Flüchtling anerkannt. Allein 2015 kamen demgegenüber 890.000 Flüchtlinge nach Deutschland. Die Schutzquote liegt auch wegen des hohen Anteils von Bürgerkriegsflüchtlingen in Deutschland derzeit bei rund 60 Prozent.

Flüchtlinge streben höhere Qualifikation an

Auch wenn die Studie daher keine Rückschlüsse auf die derzeitige Situation von Flüchtlingen zulässt, sind nach Einschätzung des Bundesamts Ableitungen für heutige Integrationsbemühungen möglich. So zeigt sich beispielsweise, dass neben Arbeit oder Ausbildung Sport und Religionsgemeinschaften wichtige Anknüpfungspunkte für Flüchtlinge in Deutschland sind. Zudem fanden die Forscher heraus, dass Flüchtlinge vor allem in gering- oder mittelqualifizierten Berufen tätig sind, aber durchaus höhere Qualifikationen anstreben.

Die Mehrheit der Flüchtlinge, die zwischen 2008 und 2012 nach Deutschland kamen, waren Christen (37 Prozent). 28 Prozent gehörten zur religiösen Minderheit der Jesiden, 17 Prozent waren Muslime. Die Zusammensetzung hat sich aber wahrscheinlich durch die inzwischen mehrheitlich muslimischen Bürgerkriegsflüchtlinge aus Syrien geändert. Syrien lag damals nur auf Platz sechs der Hauptherkunftsländer anerkannter Flüchtlinge. Inzwischen liegt es auf Platz eins. (epd/mig 17)

 

 

 

„Ausdruck von Hilfslosigkeit“. Niels Annen zur Forderung nach weiteren Sanktionen gegen Russland.

 

In Aleppo fallen weiter Bomben. Kann die Bundesregierung mit Russland jetzt wirklich noch „im Dialog“ bleiben?

Auch wenn es angesichts der Bilder schwerfällt, wir müssen im Dialog bleiben! Was wäre denn die Alternative? Den Dialog mit Russland zu beenden, hieße vermutlich, den Konflikt noch weiter zu eskalieren. Es kann aber nicht unser Interesse sein, dass sich die Gewaltspirale noch weiter nach oben schraubt. Das würde den notleidenden Menschen in Syrien nicht helfen. Eine politische Lösung bleibt der Weg zu einem dauerhaften Frieden in Syrien. Dafür müssen auch Russland und die USA miteinander sprechen, was ja auch seit dem vergangenen Wochenende wieder geschieht. Das heißt aber nicht, dass wir nicht auch darüber nachdenken müssen, wie wir den Druck auf Russland erhöhen können, seiner Verantwortung für eine politische Lösung des Syrien-Konflikts gerecht zu werden. Die Abstimmung im UN-Sicherheitsrat hat ja bereits gezeigt, wie isoliert Moskau in dieser Frage ist. Nicht einmal China hat mit Russland gestimmt. Die schrecklichen Bilder aus Aleppo lassen niemanden kalt. Wir werden uns nicht einfach damit abfinden.

Wenn Russland, wie der britische Außenminister Boris Johnson kürzlich meinte, wegen seiner Syrien-Politik zur Paria-Nation der internationalen Gemeinschaft würde. Legt dann auch Berlin die diplomatischen Beziehungen zu Moskau auf Eis?

Die Forderung nach Einfrieren der diplomatischen Beziehungen mit Russland halte ich für töricht. In der Diplomatie gilt noch immer der Satz: „Wer eine Tür zuschlägt, muss auch wissen, wie er sie wieder auf bekommt.“ Wir müssen alle Kanäle nutzen, um auf Moskau einzuwirken. Das ist häufig extrem frustrierend und erfordert einen langen Atem. Aber wir müssen es kontinuierlich versuchen. Gleichzeitig sollten wir nicht davor zurück schrecken, Ross und Reiter zu benennen. Russland trägt eine große Mitverantwortung für die schreckliche Lage in Syrien. Ebenso wie der Iran. Beide unterstützen – aus unterschiedlichen Motiven – tatkräftig einen brutalen Diktator, der seit Jahren einen menschenverachtenden Krieg gegen seine eigene Bevölkerung führt. Es kann letztlich auch nicht im Interesse Moskaus sein, immer tiefer in den Konflikt hineingezogen und international immer stärker mit den Schrecken des Syrien-Kriegs assoziiert zu werden.

CDU und Grüne fordern härtere Sanktionen gegen Russland. Ist es jetzt nicht tatsächlich Zeit für neue und schärfere Sanktionen?

Wir wissen aus Erfahrung, dass Sanktionen – wenn überhaupt – nur sehr langfristig wirken. Damit ist den Menschen in Aleppo jetzt aber nicht geholfen. Auch wenn wir Sanktionen als mögliches Instrument nie grundsätzlich ausschließen sollten, würden sie in der gegenwärtigen Lage dringend nötige Verhandlungen erschweren und die Fronten eher verhärten. Der Ruf nach Sanktionen aus den Reihen der CDU und von einigen Grünen, die in diesem Punkt intern zerstritten sind, ist daher auch nicht mehr als Ausdruck einer Hilfslosigkeit. Ich plädiere für sehr deutliche, auch öffentliche Worte an die Adresse Moskaus, um den Druck zu erhöhen, und gleichzeitig für den beharrlichen Dialog. Letzterer sollte vor allem über die Vereinten Nationen und den Sondergesandten Staffan de Mistura laufen. Trotz aller Herausforderungen können di e UN immer noch am besten die Rolle eines ehrlichen und neutralen Mittlers einnehmen. Moskau muss endlich seiner besonderen Verantwortung für den Frieden als ständiges Mitglied im UN-Sicherheitsrat gerecht werden.

Doch gerade danach sieht es ja bekanntlich nicht aus. Welche Schritte müssten unternommen werden, damit Russland Assad fallen lässt?

Es geht in der derzeitigen Lage nicht so sehr um die Person Assads. Assad ist ein scheußlicher Diktator, der für seine Verbrechen zur Verantwortung gezogen werden sollte. Aber viel wichtiger ist aktuell, die militärischen Auseinandersetzungen zu beruhigen und die Bombardements auf Zivilisten zu stoppen, um humanitären Zugang zu erlangen und überhaupt zu einem ernsthaften politischen Dialog über die Zukunft Syriens zurück zu kehren. Hierfür spielt Russland eine Schlüsselrolle, da es selbst militärisch aktiv ist und Einfluss auf Assads Truppen hat. Ich habe keine Probleme damit, wenn Assad während einer ausgehandelten Übergangszeit weiter eine gewisse Rolle in Syrien spielt, solange dies hilft, endlich das Töten zu beenden. Langfristig hat er keine Zukunft mehr in dem Land. Das wissen auch die Russen. Und sie werden ihn eiskalt fallen lassen, sobald sich eine aus ihrer Sicht bessere Lösung anbietet. Niels Annen

Die Fragen stellte Anja Papenfuß. IPG 17

 

 

 

 

Mossul-Offensive: Geflüchtete Kinder werden jahrelang Unterstützung brauchen

 

Kinderhilfsorganisation World Vision fordert mehr Hilfe für Geflüchtete

Friedrichsdorf/Mossul  – Heute hat die Militäroffensive zur Befreiung der nordirakischen Stadt Mossul begonnen. Die Kinderhilfsorganisation World Vision erwartet, dass viele Zivilisten, die sich noch in der Stadt aufhalten, jetzt flüchten werden. Vor allem Kinder werden viele Jahre die Unterstützung von Experten benötigen, um ihr Leben wiederaufzubauen, warnt die Organisation.

Bis zu einer Million Menschen könnten die seit Juni 2014 besetzte Stadt Mossul in Richtung Flüchtlingscamps verlassen. Unklar bleibt, welche Routen sie wählen und wie lange es dauert, zu entkommen. Auch sind die existierenden Camps für Geflüchtete nicht groß genug, um die Menschen angemessen zu versorgen. Die Arbeit in der Region müsse dringend besser finanziert werden.

World Vision arbeitet rund um die Uhr, um die notwendigen Hilfsgüter wie Nahrungsmittel, sauberes Wasser und Hygiene-Pakete für den Einsatz vorzubereiten. Auch Kinderschutzzentren – sichere Orte, an denen Kinder wieder ein Stück Normalität mitten im Chaos erleben können und psychologische Unterstützung erhalten – werden in jenen Camps errichtet, wo die Flüchtlinge eintreffen werden.

Khalil Sleiman, Einsatzleiter bei World Vision für Nordirak, sagt: “Wir haben bereits eine halbe Million Menschen unterstützt, die bei der ersten Belagerung vor mehr als zwei Jahren aus Mossul geflohen sind. Wir erwarten nun einen weiteren massiven Zustrom von Kindern und ihren Familien." Vielen von ihnen hätten so schreckliche Dinge erlebt, die man nicht beschreiben und vorstellen könne.

“Sie werden mit nichts außer ihren Kleidern am Leib ankommen. Sie werden durstig und hungrig sein und dringend medizinische Versorgung brauchen”, ergänzt Sleiman. “Die Gewalt wird auch verheerende Auswirkungen auf das psychische Wohlbefinden der Kinder haben. Viele von ihnen werden jahrelange Unterstützung von Spezialisten benötigen, um mit dem Erlebten klarzukommen und wieder zu einer Art Normalität zurückzufinden.

Kinder sind immer die besonders Verletzlichen in solchen Konflikten. World Vision fordert einen menschenwürdigen Umgang mit Zivilisten während der gesamten Mossul-Offensive. Die Kinderhilfsorganisation befürchtet zudem, dass Dokumente der Einwohner während der IS-Herrschaft konfisziert worden sein könnten. Dies führe zu Problemen bei der Registrierung von geflüchteten Kindern. Wv 17

 

 

 

Ich sehe was, was Du nicht siehst

 

Der Medienwissenschaftler Jochen Hörnisch über Gefühlspolitik und das postfaktische Zeitalter.

 

Die AfD, Donald Trump, Recep Tayyip Erdo?an: Seit einiger Zeit behaupten immer häufiger Politiker Unwahres, nehmen es zurück und verkünden neue Halb- oder Unwahrheiten und werden trotzdem gewählt oder gewinnen neue Anhänger. Man spricht von einem postfaktischen Zeitalter. Stimmt das oder ist das nur so ein „Gefühl“?

Leider gibt die Rede vom postfaktischen Zeitalter nicht nur ein diffuses Gefühl wieder, sie beruht vielmehr ihrerseits auf Fakten. Und sie gibt in jedem Wortsinne zu denken. Da es einen entscheidenden Unterschied macht, ob man glaubt, etwas zu wissen, oder ob man weiß, dass man etwas glaubt, gilt es zu bedenken, dass es Projektionen und Träume, das nur Scheinhafte und die Fata Morgana wirklich gibt, nicht aber das, was da geträumt, projiziert oder halluziniert wird. Es ist eine Tatsache, dass Gefühle zunehmend die Wahrnehmung vieler stärker prägen als Fakten und Daten, gerade auch in politischen Kontexten. Und es ist ein Faktum, dass man weiterhin zwischen wahren und falschen Sätzen unterscheiden kann – und dass zunehmend mehr Leute, einschließlich internationale Spitzenpolitiker, genau dies nicht mehr tun oder nicht mehr tun wollen.

Es ist nicht neu, dass Politiker Gefühle ansprechen, vor allem bei Populisten ist es das tägliche Geschäft. Was ist also neu?

Neu ist – und das ist keine aufregende, aber eine in ihrer Selbstverständlichkeit stets erneut bedenkenswerte Feststellung – neu ist die medientechnische Infrastruktur populistischer Gefühlspolitik, sprich: das Internet. Selbstverständlich hat der Typus des Politikers, der sich nicht um Fakten schert und sich mit hochemotionalen Äußerungen Gefolgschaft sichert, eine lange Geschichte, von deren Abgründen etwa Shakespeares oder Schillers historische Dramen Zeugnis ablegen. Deutschland hat mit Hitler die bislang monströseste Variante dieses Typs geliefert.

Neu ist jedoch der Umstand, dass im Internet falsche Behauptungen weiter massenhaft und unbeirrt durchgehalten werden, auch wenn sich die, die sie geäußert haben, in sachlicher Hinsicht nach Strich und Faden blamiert haben. Um nur ein konkretes Beispiel zu nennen: Die sogenannten Protokolle der Weisen von Zion sind eine plumpe Fälschung hasserfüllter Antisemiten. Dass sie eine Fälschung sind, musste und muss jeder Historiker, der das Handwerk der Quellenkritik beherrscht, zugeben, selbst, wenn ihm antisemtische Einstellungen nicht fremd sind. Diese fachwissenschaftliche Sachautorität beeindruckt aber viele Internetnutzer nicht; das Internet ist antiautoritär, und das ist grundsätzlich auch gut so, – aber eben auch deshalb extrem missbrauchsanfällig. Es kennt anders als das Mediensystem vor dem Internet-Zeitalter keine gewichtigen gatekeeper wie Lektorensysteme für Bücher, Berufsqualifikation für Journalisten, Redakteure, professionelle Nachrichtenagenturen usw. Um es salopp auszudrücken: Es darf im Internet jeder noch so durchgeknallte Kopf ungestraft mitreden und dafür Aufmerksamkeit erwarten.

Wen würden Sie als postfaktischen Politiker bezeichnen und warum?

Es herrscht kein Mangel an Beispielen, Ross und Reiter lassen sich benennen: Der Medienindustrielle Silvio Berlusconi eröffnete die neue Typen-Reihe; George W. Bush, der faktenwidrig behauptete, es gebe Massenvernichtungswaffen im Irak und deshalb einen verhängnisvollen Krieg anzettelte; Wladimir Putin, Recep Tayyip Erdo?an, Viktor Orbán, Jaros?aw Kaczy?ski, Donald Trump, zahlreiche Islamisten und in Deutschland gleich mehrere AfD- bzw. Pegida-Leute folgten. Eben dies ist ja das Gespenstische, dass sich in unterschiedlichen Ländern und Kulturen dieser Politikertypus zunehmend erfolgreich durchsetzt. Die Genannten haben bei aller Unterschiedlichkeit die gespenstische Gemeinsamkeit, sich die Wirklichkeit unbeirrt von Fakten und Daten so zusammenzuprojizieren, wie es ihnen und leider auch vielen Gefolgsleuten gefällt. Wenn sie durch Faktenchecks diskreditiert werden, verfügen sie über die medialen Mittel und die Gelder, die man braucht, um systematisch für Desinformation zu sorgen. Postfaktische Politiker müssen aber nicht prominent sein. Ein bizarres Beispiel sind die sogenannten Reichsbürger, die die Bundesrepublik für inexistent, das „Rechtssystem“ von Deutschland in den Grenzen von 1937 hingegen für gültig erklären und dann blutige Fakten schaffen – nämlich auf Polizisten schießen.

 Ist die Demokratie in Gefahr?

Ja. Denn Demokratie ist nicht besonders sexy und gefühlsbetont. Sie lebt von der Einsicht „we agree to disagree“ und davon, diesen Satz auf sachlich unstrittige Konstellationen und Daten zu beziehen. Zum Beispiel: So ist die demographische Entwicklung, so funktioniert das Rentensystem, daran können wir diese oder jene feine oder große Neujustierung vornehmen. Max Webers vor hundert Jahren gesprochenes und zu recht vielzitiertes Wort, Politik sei die Kunst, dicke Bretter zu bohren, hat nichts von seiner Gültigkeit verloren.

In einem Zeitalter der postfaktischen Re-Ideologisierung von Politik gerät die Demokratie als solche in Gefahr. Nur zwei Beispiele: Die US-Republikaner haben seit Jahren eine unsinnige, postfaktische und extrem ideologielastige Politik betrieben und sich damit nun einen grotesken Präsidentschaftskandidaten mit dem Namen und der Funktionsweise einer Comic-Figur eingehandelt. Es ist zu hoffen, dass dies ein Problem dieser Partei bleibt. Zweites Beispiel: Im Zeichen des Internets gewinnen alte paranoische Universalerklärungen für alles Problematische erneut an Attraktivität. Die üblichen Verdächtigen  – die Juden, die Bolschewisten, der Westen, die Freimaurer, die Kreuzfahrer, die Wallstreet usw. – sind schuld an allem. Postfaktische Politik geht mit solchen großen Unheilserzählungen eine unheilige Allianz ein. Sie macht Köpfen, die Angst vor oder kognitive Probleme mit komplexen Konstellationen haben  – Wer kämpft in Syrien warum und wie mit wem gegen wen? – ein Angebot, das sie nicht ablehnen zu können glauben. Diese Köpfe, und wenn‘s schief läuft, wir alle, werden deshalb dran glauben müssen. Jochen Hörisch. Die Fragen stellte Anja Papenfuß. IPG 24

 

 

 

 

Hohe Geburtenrate bei Migranten führt zum 33-Jahreshoch

 

Die durchschnittliche Kinderzahl pro Frau lagt 2015 so hoch wie seit 33 Jahren nicht mehr. Einen wesentlichen Anteil an diesem Babyboom haben Frauen mit Migrationshintergrund. Familienministerin Schwesig freut sich.

Die Frauen in Deutschland bekommen so viele Kinder wie seit 33 Jahren nicht mehr. Die durchschnittliche Kinderzahl stieg im vergangenen Jahr auf 1,50 Kinder je Frau, wie das Statistische Bundesamt in Wiesbaden am Montag mitteilte. Das sei der bislang höchste Wert im wiedervereinigten Deutschland. Bundesfamilienministerin Manuela Schwesig (SPD) erklärte: „Mit dem ElterngeldPlus und dem weiteren Ausbau der Kinderbetreuung sind wir auf dem richtigen Weg, doch können wir noch mehr tun.“

Ihren Worten zufolge gibt es laut Studien nur ein einziges familienpolitisches Instrument, dass messbar die Geburtenrate erhöhe: die Bildungs- und Betreuungsinfrastruktur. „Mehr Kita-Plätze und mehr Ganztagsschulen führen zu mehr Kindern. Deshalb setze ich mich für den weiteren Ausbau der Kindertagesbetreuung auch für Schulkinder ein“, betonte die Ministerin.

Flüchtlinge spielen keine große Rolle

Auch das Bundesinstitut für Bevölkerungsforschung (BiB) sieht einen Grund für die Trendwende in der Familienpolitik der Bundesregierung, vor allem in der besseren externen Betreuung von Kleinkindern. Wirkung zeigten zudem die besseren Arbeitsmarktchancen von Frauen, sagte BiB-Forschungsdirektor Martin Bujard dem epd.

Auch gebe es mehr Migranten, sagte Bujard. Während bei Frauen mit deutscher Staatsangehörigkeit die Geburtenziffer laut Statistikamt nur geringfügig von 1,42 Kindern je Frau 2014 auf 1,43 stieg, wuchs sie bei Frauen mit ausländischer Staatsangehörigkeit deutlich von 1,86 auf 1,95. Sie trugen damit zum Anstieg der zusammengefassten Geburtenziffer aller Frauen wesentlich bei. Die vielen Flüchtlinge, die im Vorjahr nach Deutschland kamen, spielen in diesen Berechnungen keine große Rolle, wie Bujard betonte: „Sie hätten schon bei ihrer Einreise schwanger sein müssen.“

Zuwachs nahezu im gesamten Bundesgebiet

Im Vergleich zu 2014 wurden im vergangenen Jahr laut Statistischem Bundesamt 27 Babys pro 1.000 Frauen mehr geboren (Geburtenziffer von 1,47). Der Zuwachs sei allerdings nur rund halb so groß wie 2014 gewesen, damals gab es ein Plus von 56 Geborenen pro 1.000 Frauen.

In 13 Bundesländern nahm die Geburtenziffer 2015 zu, wie das Bundesamt mitteilte. Lediglich in Berlin sei sie unverändert geblieben sowie in Brandenburg und Niedersachsen geringfügig gesunken. Das durchschnittliche Alter der Mütter bei Geburt des Kindes lag laut den Angaben 2015 mit 31 Jahren rund einen Monat höher als 2014. Bei den Frauen mit deutscher Staatsangehörigkeit stieg es um rund zwei Monate auf gut 31 Jahre, bei den ausländischen Müttern sank es um etwa drei Monate auf 30 Jahre.

Tiefpunkt im Jahr 1968

Die zusammengefasste Geburtenziffer gibt an, wie viele Kinder eine Frau im Laufe ihres Lebens bekommen würde, wenn ihr Geburtenverhalten so wäre, wie das aller Frauen zwischen 15 und 49 Jahren im jeweils betrachteten Jahr. BiB-Forschungsdirektor Bujard verwies darauf, dass die deutsche Geburtenrate mit 1,50 Kindern je Frau im Vergleich etwa zu Frankreich oder den skandinavischen Ländern weiterhin sehr niedrig sei.

Seinen Angaben nach hatten die Frauen des Jahrgangs 1933, die heute 83 Jahre alt sind, mit im Schnitt 2,22, Kindern die höchste Kinderzahl im 20. Jahrhundert: „Seitdem ist diese Zahl jedes Jahr kontinuierlich zurückgegangen.“ Sie lag 1968 auf dem Tiefpunkt bei 1,49 Kindern je Frau. Bei jüngeren Frauen ist sie laut Bujard „wieder angestiegen, heute 40-jährige Frauen werden auf durchschnittlich 1,6 Kinder kommen“.

Bujard betonte, um die Generationen stabil zu halten, sei eine Rate von 2,1 Kindern je Frau nötig: „Davon sind wir noch weit entfernt.“ (epd/mig 18)

 

 

 

 

"Botticelli Inferno" - ab 3. November im Kino

 

Es ist eines der interessantesten und gleichzeitig verstörendsten Werke der Renaissance: Botticellis „Mappa dell´Inferno“, der Höllentrichter. Ein Meisterwerk des Mittelalters, das nie ausgestellt wird – es liegt wohlbehütet in den Klimakammern des Vatikans.

Für den Film „Botticelli Inferno“ öffneten sich nun die Türen. Entstanden ist eine außergewöhnliche Kinodokumentation, die uns mit dem Werk Botticellis vertraut macht und uns mitnimmt auf eine spannende Reise durch die Hölle. Botticelli hielt in seinem Werk die mittelalterlichen Jenseitsvorstellungen detailliert fest – erst nach dem Weg durch neun Höllenkreise gelangte man ins Fegefeuer, wo sich entschied, ob man ins Paradies kam oder in der Hölle verblieb.

Zahlreiche Hinweise und Anspielungen auf weitere Werke Botticellis sind in dieser Zeichnung enthalten – sind heute tatsächlich schon alle Rätsel gelöst, oder wirft der Höllentrichter noch immer offene Fragen auf?

Der Film „Botticelli Inferno“ geht auf Spurensuche im Vatikan, an Botticellis Wirkungsstätte Florenz, in Berlin, in London und Schottland – in Aufnahmen, die mit 4K-Technik extra für die große Leinwand geschaffen wurden. Dabei entsteht gleichzeitig ein neuer, spannender Blick auf das Leben und Werk des Kunstgenies Botticelli. Erstmals wird seine verstörende dunkle Seite näher beleuchtet, die bisher hinter seinen anmutigen Werken voller Schönheit zurückstand.

Regisseur Ralph Loop sieht die Mappa dell´Inferno als „eine Zusammenfassung des kompletten INFERNO Abschnittes der Göttlichen Komödie in nur einem Bild! In einer Form, wie es sie damals nicht gab. Und auch heute gruselt man sich ein wenig über diese Vision, weil sie einerseits so fern scheint und doch so realistisch und möglich. Ein faszinierendes Stück Kunst.“

Die deutsch-italienische Koproduktion „Botticelli Inferno“ von TV Plus, Medea Film – Irene Höfer und Nexo Digital startet am 3. November 2016 im Verleih von Schülke Cinema Consult in den Kinos. Dip 18

 

 

 

 

Studie: Fachkräftemangel in Deutschland so drastisch wie seit 2006 nicht mehr

 

Jedes zweite Unternehmen hat Probleme, offene Stellen zu besetzen. Handwerker, Vertriebsprofis und Ingenieure sind am schwierigsten zu finden

 

Eschborn - Der Fachkräftemangel setzt die Wirtschaft in Deutschland

weiter unter Druck. 49 Prozent der Unternehmen haben massive Probleme,

offene Stellen zu besetzen. Das sind drei Prozentpunkte mehr als 2015 und der höchste Wert seit 2006.

Für jeden siebten Betrieb hat sich die Situation gegenüber dem

Vorjahr noch einmal verschärft. Das ergibt die Studie

"Fachkräftemangel 2016" des Personaldienstleisters ManpowerGroup.

 

In den vergangenen zehn Jahren ist die Zahl der Unternehmen mit

akutem Fachkräftemangel kontinuierlich gestiegen. Lediglich 2010 und

2013 spürte die Wirtschaft in Deutschland eine vorübergehende

Entlastung bei der Aufgabe, offene Stellen zu besetzen. "Die Schere

zwischen Angebot und Nachfrage auf dem Arbeitsmarkt geht weiter

auseinander. Bislang entschärfen Initiativen, Flüchtlinge schneller

beruflich zu integrieren, den Fachkräftemangel kaum. Um ihnen den

Zugang zum Arbeitsmarkt zu ermöglichen, müssen sich Unternehmen vor

Ort mit Bildungsträgern und anderen Partnern zusammentun. 

Personaldienstleister können dabei eine zentrale Rolle übernehmen",

sagt Herwarth Brune, Vorsitzender der Geschäftsführung der

ManpowerGroup Deutschland.

 

Dazu kommt: Der durchschnittliche Aufwand für die Stellenbesetzung

ist in den vergangenen Jahren signifikant gestiegen. Das Besetzen von

Positionen mit passenden Talenten wird damit immer mehr zum Kraftakt

für die Personalmanager. "Hier binden Unternehmen enorme Ressourcen,

die sie eigentlich in Innovationen und die Weiterentwicklung ihrer

Mitarbeiter investieren möchten", so Brune.

 

Engpass bei Handwerkern am größten

Besonders große Schwierigkeiten haben Arbeitgeber, die Facharbeiter

und Handwerker einstellen möchten. Diese Positionen sind weltweit zum

fünften Mal in Folge am schwierigsten zu besetzen. In Deutschland

rangiert diese Berufsgruppe sogar seit 2007 auf Platz 1 der

Rangliste. Bei den Ingenieuren hat sich die Lage in Deutschland im

Vergleich zum Vorjahr und zu anderen Ländern weiter zugespitzt.

Leichte Entspannung spüren die Personalmanager dagegen bei

IT-Fachkräften. Am häufigsten bereitet den Unternehmen in Deutschland

die rückläufigen Bewerberzahlen Kopfzerbrechen. Jeder dritte

Arbeitgeber hat Probleme, Stellen zu besetzen, weil er nicht genügend

Bewerber gibt. Doch das ist nicht der einzige Grund: Fast genauso

häufig scheitert die Stellenbesetzung, weil Fachkenntnisse im Profil

des Bewerbers fehlen.

 

Diese Fachkräfte auszusortieren, werden sich allerdings immer weniger

Betriebe leisten können. "Eine erfolgreiche Stellenbesetzung hängt

weniger davon ab, was Fachkräfte derzeit an Wissen und Know-how

mitbringen, sondern von der Bereitschaft und Fähigkeit, schnell

dazuzulernen", sagt Mara Swan, ManpowerGroup Executive Vice

President, Global Strategy and Talent. "Unternehmen sollten sich

deshalb nicht eingleisig darauf verlassen, dass die Zahl passender

Kandidaten kurzfristig steigen wird. Es zahlt sich aus, in ihr

Potenzial zu investieren und Kenntnislücken durch Weiterbildung zu

schließen."

 

Ranking der am schwierigsten zu besetzenden Positionen 2016 in

Deutschland

 

1. Facharbeiter/Handwerker

2. Vertriebsmitarbeiter

3. Ingenieure

4. Management/Executives

5. Ärzte und medizinische Fachangestellte (kein Pflegepersonal)

6. IT-Fachkräfte

7. Fahrer

8. Vertriebsleiter

9. Pflegekräfte

10. Restaurant- und Hotelfachkräfte

 

Deutschland trifft Fachkräftemangel härter

Weltweit gaben 40 Prozent der Unternehmen an, Schwierigkeiten zu

haben, offene Positionen zu besetzen. So drastisch wie in Deutschland

ist der Fachkräftemangel in anderen Ländern Europas nicht. In

Norwegen hat sich die Lage im Vergleich zum Vorjahr deutlich

entspannt. Nur jeder sechste Arbeitgeber (16 Prozent) meldet dort

Probleme bei der Besetzung offener Stellen. 2015 waren es noch 30

Prozent. In den Niederlanden haben nur 17 Prozent der Unternehmen

Schwierigkeiten, Personallücken mit Spezialisten zu füllen. In

Großbritannien sind es, zumindest jetzt noch, 18 Prozent. Allerdings

ist auch in diesen beiden Ländern der Wettbewerb um Talente härter

als 2015. In einigen Ländern Osteuropas wie in Rumänien und Bulgarien

ist die Situation teilweise noch drastischer als in Deutschland.

Viele Fachkräfte wandern dort ab. Zugleich verschärft ein gestiegener

Bedarf durch das sogenannte "Nearshoring" den Fachkräftemangel vor

Ort. Viele Unternehmen investieren derzeit lieber in Osteuropa als in

klassischen Offshoring-Nationen wie Indien oder in Ländern mit

geopolitischen Unsicherheiten. ManpowerGroup 18

 

 

 

Fünf Prozent der Jugendlichen in Deutschland pflegen Angehörige

 

Bundesweit unterstützen etwa 230.000 der 12- bis 17-Jährigen regelmäßig bei der PflegeBerlin - Rund 1,9 Millionen Pflegebedürftige in Deutschland, die Leistungen aus der Pflegeversicherung beziehen, werden zu Hause versorgt. In gut zwei Drittel dieser Fälle wird die Pflege ausschließlich durch pflegende Angehörige geleistet. Auch minderjährige Kinde