WEBGIORNALE  30  maggio 6 GIUGNO   2016

 

Inhaltsverzeichnis

1.       G7 quarant'anni dopo: ha ancora senso?  3

2.       G7: "Migranti sfida globale. Crescita è priorità urgente"  5

3.       Migranti: ci si chiede mai “perché” sono costretti a fuggire? Alcune cause  6

4.       L’Austria sceglie Van der Bellen, ma restano le domande sul futuro politico del Paese (e dell’Europa) 7

5.       Europa. Austria, salvataggio in corner 9

6.       Senato. Prosegue l’indagine conoscitiva sulla diffusione della lingua e cultura italiana nel mondo  10

7.       Gentiloni: “L'Europa non torni in letargo sui migranti. Il populismo si sconfigge combattendo le paure”  12

8.       Migranti, il governo Merkel presenta la prima legge sull’integrazione  13

9.       Il contributo dell’UE al vertice umanitario di Instanbul 14

10.   Merkel frena l’asse per la crescita. Il G7 cerca un’intesa in Giappone  15

11.   Nuova tragedia nel Canale di Sicilia, si temono fino a 80 morti 16

12.   Le immagini negli occhi del naufragio di tutti 17

13.   Alla Farnesina la riunione del Comitato di presidenza Del Cgie  18

14.   “Festival della poesia europea: un piccolo gioiello nella vita culturale di Francoforte”  19

15.   La poesia europea in vetrina a Francoforte  20

16.   Garavini (PD): “Comitati per il Sì in Europa. Per essere protagonisti del cambiamento”  20

17.   Alcune delle manifestazioni a Monaco di Baviera e dintorni 21

18.   Il temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia  22

19.   Incontro a Francoforte su “La scuola tedesca: struttura e contatti italiani”  24

20.   L’Italia ospite d’onore alla Fiera Internazionale di architettura del paesaggio  24

21.   Corrispondenze. I verdi vincono in Austria per trentamila voti 25

22.   Celebrata a Monaco di Baviera la Giornata dell'Europa (Europatag) 25

23.   Grazie  26

24.   Comitato per le questioni degli italiani all'estero l'audizione del sottosegretario agli Esteri Vincenzo Amendola  26

25.   Sgomberato Idomeni, il più grande campo per profughi d’Europa. 29

26.   L’audizione del Comitato di Presidenza del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero  30

27.   Concordi sull’urgenza della riforma e promozione lingua e cultura italiana all’estero  33

28.   UE. L’estrema destra che sfida l’europa  34

29.   In Austria vince il verde Van der Bellen, l’estrema destra ammette la sconfitta  35

30.   Van der Bellen, ecologista e fumatore figlio di immigrati dell’epoca zarista  36

31.   I miti della sinistra trascinati nella rissa sulla Costituzione  37

32.   Gli Usa visti dall’Italia. Ragione, sentimenti e la caccia ai voti 38

33.   Positivo incontro con il Comitato di presidenza del Cgie  38

34.   Patti chiari?  39

35.   Mediterraneo. L’Italia e la scommessa degli affari tunisini 40

36.   Renzi assicura: l'Italicum non si tocca  41

37.   Fermare il consumo di suolo non è solo una questione edilizia, ma un diverso modello di vita in città e paesi 42

38.   "I bugiardi siete voi", sui migranti al Brennero guerra di cifre Italia-Austria  43

39.   “Fammi vedere”, concorso di cortometraggi sul diritto d’asilo. Il bando scade il prossimo 15 ottobre  45

40.   Ristagno  46

41.   Dopo Pannella e la sbornia dei “diritti”, noi sogniamo un campione dei “doveri civili”  46

42.   Renzi, le riforme contro il rischio dei populismi 48

43.   L’Italia non è un Paese dove fare l’Erasmus  48

44.   Prestazioni ospedaliere per gli iscritti all’Aire: le novità  50

45.   Immigrati, cancellata tassa sui permessi di soggiorno  50

46.   L’equità  51

47.   Dino Nardi (Uim): Una precisazione sulla “novità” sanitarie  52

48.   Con Comitato di Presidenza del CGIE e Società Dante Alighieri messo a fuoco l’intervento per gli italiani all’estero  52

49.   Truffa da 17 milioni all'Inps: 517 falsi residenti denunciati 53

50.   Istat: la presenza stranieri in Italia ha caratteristiche diverse  54

51.   Imu italiani nel mondo, Pessina (Fi): ‘Basta discriminazioni, odiosa tassa va abolita’ 55

52.   Sardi all’estero: le provvidenze della Regione  55

53.   Una petizione per la continuità dei corsi di lingua e cultura italiana in Svizzera  56

54.   EFASCE: rinnovato il Consiglio direttivo dell’Ente  56

 

 

1.       EU-Parlamentspräsident: EU ist in existenzieller Krise  57

2.       Studie. Migration aus arabischem Raum wird weiter wachsen  59

3.       Flüchtlingspolitik. Das steckt im Integrationspaket der Bundesregierung  59

4.       DGB-Chef Hoffmann: „Das Integrationsgesetz arbeitet mit Restriktionen und das ist Populismus“  60

5.       „Ban Ki-moons Vorschläge lösen das humanitäre Dilemma nicht“  62

6.       Vereinte Nationen laden zum ersten Humanitären Weltgipfel nach Istanbul 65

7.       Papst an UNO-Gipfel: „Kooperation schafft bessere Welt“  65

8.       Präsidentenwahl in Österreich. Das ist ja noch mal schlecht gegangen  66

9.       PRO DIVERSITY 2016: Immigration, Integration, Innovation – 200.000 Jahre Erfahrung bringen weiter 68

10.   Die richtig guten Gutmenschen. Private Initiativen fordern die etablierten Hilfsorganisationen heraus. Recht so! 69

11.   Schavan: „Franziskus gibt klarere Europa-Analysen als viele Europäer"  71

12.   Drohnen im europäischen Luftraum. Erste Regulierungsschritte der EU zu zivilen ferngesteuerten Drohnen  73

13.   Die WTO ist tot, es lebe die WTO! 73

14.   Deutsche Ökonomen gegen Brexit 76

15.   Sternberg: "Nicht weniger, sondern mehr Europa ist die Lösung."  76

16.   Integration ist Angebot und Verpflichtung zugleich  76

17.   Den demographischen Wandel gemeinsam meistern: Tokio und Berlin stehen vor gleichen Herausforderungen! 77

18.   Verschollen an der Grenze. Flüchtlinge suchen ihre Angehörigen  78

19.   Ratingagentur Moody’s stuft Deutsche Bank herab  79

20.   Flüchtlinge sollten gleichwertigen Zugang zum Arzt haben  80

21.   Europa-Lilie 2016: Böhmermann und Heufer-Umlauf, UNO-Flüchtlingshilfe und Rechercheverbund nominiert 80

22.   Neo-Nazis wollen "Mein Kampf" herausbringen  81

23.   Zahl der geduldeten Ausländer auf 160.000 gestiegen  82

24.   Interview. Herzprobleme - geht es auch ohne Eingriff?  82

25.   Deutsche Leberstiftung zum Weltnichtrauchertag: Rauchen schadet auch der Leber 84

26.   Studie: Deutsche wollen kleine Cent-Münzen abschaffen  85

27.   Studie. 15 Prozent der Mitarbeiter beim Bund haben Migrationshintergrund  86

28.   Thema Integrationsgesetz: Premiere für DW-Jugendsendung Shababtalk auf Deutsch  87

 

 

 

 

G7 quarant'anni dopo: ha ancora senso?

 

Mentre a Ise-Shima, in Giappone, si riuniscono i capi di Stato e di governo del Gruppo dei 7, meglio conosciuto come G7, formato da Canada, Francia, Giappone, Italia, Regno Unito e Stati Uniti, è lecito interrogarsi su quale ruolo possa avere oggi questa formazione in un contesto globale negli ultimi quarant'anni fortemente mutato.

 

Nato ufficialmente nel 1975 come vertice informale tra i rappresentanti delle sei economie più avanzate del mondo (il Canada sarebbe stato incluso l’anno successivo), sotto la presidenza giapponese il G7 giunge al suo 42esimo incontro.

 

Economie emergenti e G20

Quando nel 1975 Giscard d'Estaing invitò in Francia i leader di Giappone, Italia, Germania Ovest, Regno Unito e Stati Uniti per un incontro informale in cui discutere le questioni di interesse mondiale, i sei paesi rappresentavano da soli più del 50% del Prodotto interno lordo (Pil) mondiale. Oggi, tale percentuale è scesa intorno al 35-40%. Questo dato è indicativo di come gli equilibri economici siano mutati radicalmente a livello globale.

 

Il ridimensionamento delle economie europee e l’ascesa delle economie emergenti e dei paesi in via di sviluppo ha minato in modo decisivo la rappresentatività del Gruppo dei 7. Altri due fattori hanno contribuito in tal senso: l’istituzione del G20 e la scelta di escludere la Russia da quello che era diventato il G8.

 

Il G6 - divenuto formalmente G7 nel 1976 con l’adesione del Canada - nel 1998 ha incluso tra i suoi membri anche la Russia, trasformandosi in G8. L’ex potenza sovietica, che aveva già iniziato a partecipare come osservatore ai vertici negli anni immediatamente precedenti, ha continuato ad essere membro del G8 fino al 2014, quando le crescenti tensioni dovute all’annessione della Crimea hanno spinto gli altri membri a ritirarsi dal G8 che doveva tenersi a Sochi e a riunirsi nuovamente nella formazione del G7 dopo anni.

 

Il ritorno al nucleo originario, seppure abbia contribuito a diminuire ulteriormente la rappresentatività del vertice, è visto da molti come un’opportunità per accrescere l’effettività di questi vertici alla luce della maggiore omogeneità tra i componenti del gruppo ristretto.

 

Il G20, a differenza del G8, non rappresenta un allargamento del G7 ma un vertice parallelo. L’esigenza di includere le più importanti economie emergenti nell’affrontare le questioni legate alle governance dell’economia mondiale nacque alla fine degli anni ’90 a seguito delle crisi economiche in Asia e America Latina.

 

Il Gruppo dei 20 si riunì per la prima volta nel 1999 come vertice dei ministri delle finanze e dei governatori delle Banche centrali, mostrando da subito buoni risultati. Da allora in avanti, la sua importanza è cresciuta fino ad oscurare completamente il G7, relegandolo a un ruolo da molti percepito come subalterno.

 

La crisi finanziaria del 2008 ha evidenziato in maniera definitiva il bisogno di una profonda revisione dell’economia mondiale, delle sue strutture e delle istituzioni multilaterali che la governano, ponendo l’accento sulla necessità di trovare soluzioni condivise a livello internazionale in un mondo sempre più interdipendente, soprattutto da un punto di vista economico e finanziario.

 

Pensare di rispondere alle sfide lasciate in eredità dalla crisi e strutturare le necessarie riforme del sistema finanziario internazionale senza coinvolgere attori come India, Cina o Brasile non era più possibile.

 

Minore rappresentatività, maggiore efficienza

Il G7 ospitato dal Giappone si riunisce in un momento delicato. Dal punto di vista economico, i primi mesi del 2016, seppure hanno confermato i segnali di ripresa, hanno d’altra parte evidenziato la presenza di sempre maggiori rischi al ribasso.

 

A livello finanziario, la corsa ribassista dei prezzi delle materie prime continua, colpendo soprattutto i paesi esportatori, e i mercati finanziari sono dominati dall’incertezza e dalla crescente avversione al rischio. La carenza di investimenti e la stagnazione dei consumi sembra ormai essere endemica.

 

Da un punto di vista geopolitico, le questioni globali come la crisi dei rifugiati, la questione ambientale o il conflitto siriano richiedono soluzioni audaci che per essere effettive devono per forza essere condivise a livello internazionale.

 

L’urgenza e la complessità delle tematiche che dominano l’agenda di questo vertice offrono ai capi di Stato e di governo l’opportunità di rilanciare il ruolo del G7.La ristrettezza e l’informalità della riunione a sette devono diventare dei punti di forza, non di debolezza. L’omogeneità tra i suoi membri deve essere sfruttata come un vantaggio, permettendo di raggiungere accordi su soluzioni realmente condivise ai problemi che caratterizzano la scena globale.

 

Se i 7 paesi riusciranno in un contesto del genere a trovare dei punti di accordo, questo servirà poi per proporre le loro soluzioni condivise con maggiore forza e supporto in seno al G20 e nelle altre sedi di discussione multilaterale, aumentando la pervasività delle proposte di un gruppo di paesi, quello occidentale, che vede il suo peso geopolitico diminuire sempre più con il passare del tempo.

Simone Romano. ricercatore dello IAI. AffInt 26

 

 

 

 

G7: "Migranti sfida globale. Crescita è priorità urgente"

 

Quella sui migranti "è una sfida globale che richiede risposte globali". E' quanto si spiega nelle conclusioni del G7 del Giappone, in cui tra l'altro si sottolinea l'esigenza di "aumentare l'assistenza globale ai rifugiati e l'ospitalità". "Il numero di migranti, richiedenti asilo, rifugiati è al più alto livello dalla seconda Guerra mondiale", spiegano i grandi nelle loro conclusioni invocando tra l'altro "pieno rispetto dei diritti umani".

Per il G7, quello delle migrazioni è "un fenomeno con molte facce" e richiede uno sforzo per la "prevenzione dei conflitti", "costruzione della pace dopo i conflitti", "riduzione della povertà". Serve, tra l'altro, un "aumento dell'assistenza globale e del sostegno allo sviluppo sociale e economico dei Paesi di origine", con una "speciale attenzione a Africa, Medio oriente e Paesi vicini di origine e transito". Il G7, tra l'altro, invoca "l'adozione di una strategia di lungo termine" e sostiene "l'impegno e per assistere i Paesi che sono frontline".  

 

"La crescita globale resta moderata e sotto il potenziale, mentre rimangono i rischi di una crescita debole", si legge nelle conclusioni del G7, in cui si sottolinea che "la crescita globale è una priorità urgente". L'obiettivo dei grandi è "un modello di crescita forte, sostenibile e bilanciato". Nel documento finale si sottolinea: "Reiteriamo i nostri sforzi per utilizzare ogni strumento, di politica monetaria, fiscale e strutturale, individuale o collettiva, per sostenere la domanda globale" e "continua ogni sforzo per un percorso sostenibile per quel che riguarda il debito".

Il G7 è determinato a "implementare strategie fiscali per sostenere la crescita, creare lavoro". Tra l'altro, nella sezione economica delle conclusioni, c'e' un accenno alla Brexit: "L'uscita dell'Uk dalla Ue sarebbe un serio rischio per la crescita, può invertire la tendenza dei mercati globali, degli investimenti e del lavoro che questi hanno creato".

"Forte condanna" viene espressa dal G7 nella sezione delle conclusioni del vertice dedicata al terrorismo. "Prendiamo nota, con grave preoccupazione, dell'aumento del numero di attacchi terroristici", si legge nel documento finale in cui si spiega che "è essenziale uno sforzo collettivo e coordinato per combattere questa urgente e globale minaccia sulla sicurezza".  Il G7 sollecita dunque a "lavorare insieme per prevenire il movimento di fighters, materiale e equipaggiamento" e sottolinea come "lo sforzo per contenere il finanziamento dei terroristi è dichiarato". Così come l'obiettivo di "ridurre l'accesso di gruppi terroristici a fonti di finanziamento".

Nel capitolo dedicato alla Libia si legge: "Lavoriamo a stretto contatto con il governo di unità nazionale al fine di legittimare il governo libico e offriamo supporto per restituire la pace, la sicurezza e la prosperita'". "Rimaniamo profondamente preoccupati per la minaccia terroristica, il traffico di armi e migranti in Libia", sottolinea tra l'altro il documento.

Il G7 resta "fermamente convinto che il conflitto in Ucraina possa risolversi solo per via diplomatica e nel pieno rispetto del diritto internazionale", si legge poi nelle conclusioni del G7 in cui si torna a "condannare l'annessione illegale della Crimea da parte della Russia" riaffermando "la scelta del non riconoscimento e delle sanzioni".

Il G7, tra l'altro, conferma che "la durata delle sanzioni sarà fino a quando la Russia non si conformerà completamente agli accordi presi a Minsk, nel rispetto della sovranità dell'Ucraina. Le sanzioni possono essere ritirate se la Russia darà risposta alle nostre preoccupazioni". "In ogni caso, siamo anche pronti a a prendere misure più restrittive nei confronti della Russia nel caso in cui non prenderà quelle misure che qui si richiedono", si legge sempre nel documento finale. Adnkronos 27

 

 

 

 

Migranti: ci si chiede mai “perché” sono costretti a fuggire? Alcune cause

 

In Europa si discute su come affrontare l'incremento di migranti senza trovare soluzioni stabili e a lungo termine, preferendo costruire muri e rafforzando le barriere esterne. Non ci si chiede mai "perché" le persone sono costrette a fuggire (sarebbe molto più comodo per chiunque restare a casa propria), né quali sono le cause e le responsabilità. Una breve scheda con semplici spunti per far riflettere – di  Patrizia Caiffa

 

L’Europa può accogliere tanti migranti? Questa la domanda posta dal quotidiano francese “La Croix” a Papa Francesco in una intervista pubblicata il 17 maggio. La risposta del Papa è stata semplice ed efficace: “E’ una domanda giusta e ragionevole perché non si possono aprire le porte in modo irrazionale. Ma la questione di fondo da porsi è: perché ci sono tanti migranti oggi?” Una questione spesso elusa dall’opinione pubblica, nei dibattiti o nelle opinioni sui media mainstream, relegata a nicchie di addetti ai lavori che operano nella cooperazione internazionale, nelle emergenze umanitarie, nell’accoglienza ai migranti e nelle varie iniziative di solidarietà. Nel mondo, secondo gli ultimi dati dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), alla fine del 2014 vi erano 59,5 milioni di migranti forzati rispetto ai 51,2 milioni di un anno prima e ai 37,5 milioni di dieci anni fa. L’incremento rispetto al 2013 è stato il più alto mai registrato in un solo anno. L’Europa, compresa la Turchia che ha accolto oltre 1 milione e mezzo di siriani, ha riportato il maggior incremento di migranti forzati, passando da 4,4 milioni di persone nel 2013 ai 6,7 milioni a fine anno. Nel 2014 si è registrata la quota record di 626mila richieste d’asilo. La media italiana è di un rifugiato ogni 1000 persone (1,2 la media europea). Nel 2015 ne sono arrivati circa 1 milione dalla rotta balcanica. Le domande giuste da porsi sono dunque:

Perché le migrazioni sono in aumento? Quali sono le cause? L’Europa ha delle responsabilità?

Conflitti e guerre. La maggioranza di coloro che tentano l’ingresso in Europa, come riferito dall’Unhcr, sono migranti in fuga da guerre, conflitti e persecuzioni: più dell’85% di quelli arrivati in Grecia vengono da Siria, Afghanistan, Iraq e Somalia, tutti Paesi che acquistano armi ed equipaggiamenti militari anche da Paesi dell’Unione europea. Qui è ben noto che gli occidentali hanno tentato di esportare la democrazia con effetti controproducenti. Le esportazioni di armi dai Paesi europei sono in crescita: secondo il recente dossier di Caritas Europa “Migranti e rifugiati hanno diritti” ammontavano a 36 miliardi di euro nel 2013, pari al 30% del totale mondiale. Solo la Francia ha negoziato 15 miliardi di euro in commercio d’armi nella prima metà del 2015, compresa la vendita al Qatar e all’Egitto di jet da guerra. Inoltre i Paesi europei sono a volte direttamente coinvolti in azioni militari nel Medio Oriente, nel Nord Africa e nell’Africa sub-sahariana (la Francia in Mali e nella Repubblica Centroafricana). “La partecipazione alle azioni militari via terra e aria da parte delle forze armate degli Stati membri dell’Ue in Afghanistan, Libia ed Iraq – si legge nel dossier -, sembra aver inasprito i conflitti e radicalizzato la polarizzazione fra le forze contendenti” e “determinato seri effetti di radicalizzazione, fra cui l’espansione dello Stato islamico”. Le industrie statunitensi continuano a vendere armi all’Arabia saudita, che le usa per bombardare lo Yemen. Da non dimenticare anche la guerra in Ucraina, di cui non si parla più, che ha provocato altissimi numeri di sfollati.

 Assenza di democrazia, regimi dittatoriali, persecuzioni. Sono ancora tanti nel mondo i Paesi dove non c’è libertà di espressione e le persone vengono perseguitate e non hanno alternative se non la fuga. In Italia arrivano moltissimi migranti dall’Eritrea, dove da decenni regna indiscusso Isaias Afewerki, condannato dall’Onu per crimini contro l’umanità a causa della sua politica repressiva. I giovani eritrei fuggono perché altrimenti sarebbero costretti al servizio militare a vita. Dimenticate sono anche le situazioni del Gambia, dove da vent’anni il regime viola i diritti umani con arresti arbitrari e torture, o della Guinea equatoriale, con derive autoritarie nei confronti della popolazione. Poco democratici, come dimostra la cronaca, sono anche la Turchia e l’Egitto, che le organizzazioni per i diritti umani chiedono di dichiarare “Paesi non sicuri”.

 Povertà e disuguaglianze sociali. Se viviamo in un mondo in cui l’80% delle ricchezze mondiali sono in mano al 16% della popolazione e solo 62 persone possiedono quanto la metà dei più poveri è facile comprendere che il sistema economico e finanziario globale è concepito per produrre povertà, ingiustizia e disuguaglianze sociali. Le persone fuggono dai Paesi poveri – geograficamente identificati nel Sud del mondo ma oramai le povertà sono anche nelle periferie delle grandi città del Nord – perché non trovano opportunità lavorative. Anche le élite locali, spesso corrotte o conniventi con grandi imprese straniere, non investono nello sviluppo economico e sociale, non ci sono servizi sanitari, scuole, welfare. Chi non ha alternative per una vita degna non ha diritto a cercarne una migliore altrove?

Cambiamenti climatici e disastri naturali. Siccità che provoca depauperamento del suolo e conseguente carestia; alluvioni e inondazioni in zone dove solitamente non piove mai; cicloni, tempeste, ondate di caldo o di freddo; fuoriuscite di petrolio o altri disastri che inquinano i mari e bloccano le attività produttive. Secondo quanto riporta l’ultimo dossier di Legambiente “Profughi ambientali: cambiamento climatico e migrazioni forzate” a causa del riscaldamento globale nel 2010 ci sono stati circa 385 catastrofi naturali con più di 297.000 vittime e oltre 42 milioni di persone nel mondo forzate a spostarsi. Nonostante ciò ancora non esiste uno status previsto da convenzioni internazionali o legislazioni nazionali per i “migranti ambientali”.  In Europa solo Svezia e Finlandia li includono nelle politiche migratorie nazionali.

Sfruttamento indiscriminato delle risorse. Lo sfruttamento della pesca in Senegal, le pipeline (oleodotti, metanodotti, gasdotti) in diversi Paesi africani, ad esempio nel Delta del Niger, la costruzione di dighe che deviano fiumi (in Brasile, in Cina), le attività minerarie estrattive che deturpano l’ambiente e ammalano le popolazioni: sono solo alcune situazioni che dimostrano come gli interessi economici, anche occidentali, impattino sui territori rompendo gli equilibri naturali e costringendo le persone a fuggire perché non riescono più a procurarsi la sussistenza o perché l’ambiente è inquinato e procura malanni gravi. Sir 28

 

 

 

 

L’Austria sceglie Van der Bellen, ma restano le domande sul futuro politico del Paese (e dell’Europa)

 

Il candidato indipendente ha superato di misura Norbert Hofer, esponente del Partito della Libertà. Opinione pubblica divisa in due, tra europeismo e nazionalismo, accoglienza dei migranti e sentimenti xenofobi. La voce della Chiesa ("Far prevalere ciò che unisce, non quello che divide") e la deriva populista di una parte del mondo cattolico. Quali insegnamenti per il Vecchio continente? Gianni Borsa

 

Dopo l’economia globale, dopo la comunicazione senza frontiere di internet, siamo alla globalizzazione della politica. Tanto che le elezioni della “piccola” Austria finiscono sotto i riflettori di tutta Europa e di mezzo mondo. Perché le elezioni presidenziali, che hanno visto prevalere il candidato indipendente Alexander Van der Bellen, già leader dei Verdi, sul favorito Norbert Hofer, esponente del Partito della Libertà, hanno tenuto l’Ue col fiato sospeso, nell’attesa di sapere se l’Austria, Paese a forte tradizione democratica, potesse scegliere un Presidente federale antieuropeista, dai forti tratti xenofobi.

Questa volta è toccato all’Austria, ma la stessa attenzione generale si era ad esempio riscontrata per votazioni recenti – regionali o nazionali, politiche o presidenziali – in Grecia, Francia, Scozia, Spagna, Polonia, Germania… E già si guarda, con preoccupazione che cresce a ritmo esponenziale, al referendum inglese del 23 giugno. Per non parlare dell’altra sponda dell’Atlantico, dove i sondaggi danno in testa un personaggio come Donald Trump.Il mondo è interdipendente, e le grandi sfide di questa epoca – fra cui la crisi economica generatasi negli Usa e le migrazioni in partenza da Africa e Medio Oriente – si riversano sull’Europa, ne scuotono le coscienze, mentre si moltiplicano nell’opinione pubblica paure e chiusure non di rado cavalcate da classi politiche miopi che presentano risposte nazionaliste, semplicistiche e inconcludenti.

Come se alzare muri o chiudere gli occhi di fronte alle dinamiche planetarie possa preservare il giardino di casa dal corso della Storia.

Tornando all’Austria, Van der Bellen ha raggiunto al ballottaggio il 50,3 per cento, superando l’avversario di sole 31mila preferenze. Il voto per corrispondenza (900mila cittadini, su 6 milioni di aventi diritto, hanno utilizzato questo sistema di voto; tra loro i residenti all’estero) ha fatto la differenza. È chiaro che il Paese è diviso in due, come ha subito saggiamente sottolineato il neo Presidente: “Si è parlato molto di polarizzazione, ma io e Hofer – ha affermato Van der Bellen – siamo semplicemente le due metà che assieme formano questo grande Paese. Nessuna di queste due metà è più oppure meno importante dell’altra”. Promettendo, di conseguenza, un impegno, nell’ambito delle sue competenze, per ricucire lo strappo che divide la società austriaca, profondamente segnata dal tema migratorio, strumentalizzato in campagna elettorale dalla destra di Hofer.

È lo stesso richiamo giunto, appena noti i risultati elettorali, dal cardinale  Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna e presidente della Conferenza episcopale: “Il nuovo Presidente deve cercare di unire il Paese”, rappresentando “ciò che unisce più di quello che divide”, e confermando l’Austria “un Paese  stabile, libero e prospero”, aperto all’“Europa e al mondo”.

A Vienna rimangono in sospeso alcune domande di fondo: per ora ha prevalso, di stretta misura, l’Austria europeista, ma domani, quando si voterà per il rinnovo del parlamento e per la ben più rilevante carica di cancelliere, come si orienterà il voto popolare? Quale fine faranno i partiti tradizionali – popolari e socialisti – che dal dopoguerra hanno guidato la nazione alpina e ora sono stati estromessi dal ballottaggio delle presidenziali? Più in generale: quale classe dirigente rappresenta oggi il Paese (con un’economa forte, la disoccupazione ai minimi termini e un solido stato sociale) e ne sa cogliere le istanze più vere?

Un ulteriore interrogativo si pone rispetto alla rilevanza del cattolicesimo, ancora radicato e diffuso da Innsbruck alla capitale, da Salisburgo a Graz.

A questo proposito Gerda Schaffelhofer, presidente della Katholischen Aktion Österreich (Azione cattolica austriaca), ha dichiarato che “da un punto di vista cattolico le elezioni presidenziali sono state un disastro”, se si considera che i voti al candidato populista “sono giunti soprattutto dalle zone rurali, notoriamente quelle più legate alla Chiesa”. Un’affermazione da approfondire con una rilettura attenta dei risultati, benché si sia oggettivamente di fronte un Paese ad ampia maggioranza cristiana in cui la metà dell’elettorato ha mostrato di rincorrere le lusinghe xenofobe e le chiusure nazionaliste.

Ma allora le domande che oggi attraversano l’Austria e il cristianesimo austriaco non dovrebbero interrogare anche altri Paesi europei – dalla Spagna all’Italia, dal Regno Unito all’Europa centro-orientale, dalla Germania ai Paesi balcanici o nordici – con le rispettive comunità cattoliche, evangeliche e ortodosse? Sir 24

 

 

 

 

Europa. Austria, salvataggio in corner

 

Evitata, per un soffio, la conferma dei pronostici della vigilia. Quanti già vedevano l'Austria come il primo Paese di vecchia democrazia rappresentato da un estremista di destra sono stati costretti a rivedersi. A spuntarla è stata alla fine il verde van Der Bellen. Indipendentemente dai tre punti decimali che hanno deciso tale esito, domenica però entrambi i candidati potevano sentirsi soddisfatti.

 

Superiore alle aspettative è stata la rimonta dell'ex-leader dei Verdi: doveva conquistare un altro 30% dell'elettorato, mentre a Norbert Hofer, del partito delle libertà, Fpoe, ne bastava la metà. Se Van Der Bellen è riuscito nell’impresa è anche grazie anche alle indicazioni di voto contro Hofer date, dopo un iniziale riserbo, sia dalla candidata arrivata terza al primo turno, che da alcuni notabili democristiani e dal neo-cancelliere socialista, Christian Kern.

 

Ma non tutti i loro elettori hanno ottemperato: cinque su otto tra quanti appartengono al primo gruppo, metà del secondo, tre quarti del terzo. Quanti voti sarà costato allo stimato professore di economia il fatto di essere un ateo, ex-massone e fumatore incallito?

 

Austria divisa

Hofer può vantarsi di aver aggiunto al 35% di sostenitori acquisiti al primo turno un 15% di benevolmente neutrali. Avendo sfondato l'ostracismo dei partiti tradizionali, può affermare che è lui a rappresentare il popolo scontento dei partiti. E allora il parlamento non è più rappresentativo, servono elezioni anticipate; il suo sodale Heinz Christina Strache, già sicuro della maggioranza relativa, cavalcherà questa onda del 50%, sarà Cancelliere.

 

Van der Bellen, e quindi il fronte anti-Fpoe, ha una solida maggioranza fra i giovani (56%), le donne, le persone istruite (70%); nelle quattro maggiori città supera il 60%. Hofer guida nel resto del paese, con pochissime eccezioni; e fra gli operai, già feudo dei socialisti, raggiunge il 70%.

 

Ma lasciamo ai quotidiani l'analisi sociologica di questa elezione. Quello che qui interessa sono le ripercussioni all'estero, le prospettive a breve e medio termine per il governo Kern appena insediato, l'evoluzione del sistema politico austriaco.

 

L' Europa vedrà dissolversi per ora l'incubo di un rafforzamento del fronte euro-scettico e anti-immigrazione polacco-ungherese. Ma i movimenti populisti di destra, dalla Lega al Front National, si sentiranno incoraggiati dal 50% sfiorato da Hofer. Dopo le elezioni parlamentari del 2018, probabilmente anticipate al 2017, se non al prossimo autunno, potremmo assistere alla vera svolta a destra dell'Austria, con l'irresistibile ascesa di Strache alla Cancelleria.

 

Un sospiro di sollievo per Kern

Sollevato, a seguito dell'insuccesso di Hofer, sarà soprattutto Kern, che potrà avviare il suo tentativo di rendere più efficiente l'apparato politico-amministrativo e l'economia del paese, senza dover temere il fuoco amico dalla presidenza. Van der Bellen, come il predecessore Fischer, aderisce alla visione restrittiva dei poteri del Presidente, oltre a condividere sostanzialmente gli obiettivi del nuovo capo del governo.

 

Ben più tempestosa sarebbe stata la navigazione in caso di vittoria di Hofer, il quale non aveva fatto mistero dell'intenzione di utilizzare il potere di licenziare il Cancelliere o l'intero governo e imporre elezioni anticipate, previsto dalla Costituzione pre-bellica, ma caduto in desuetudine.

 

Si era detto pronto a farlo qualora il governo violasse le leggi, aumentasse le imposte, non si opponesse all'ingresso della Turchia nell'Unione europea, o prendesse comunque decisioni “dannose per il Paese”. Il pericolo di uno scivolamento verso l'autoritarismo era dunque reale.

 

Ma più preoccupante è la già accennata prospettiva di una vittoria elettorale di Strache. Il presidente van der Bellen si troverà di fronte ad un dilemma difficilissimo: al momento non concepisce di poter conferire l'incarico al leader dell'estrema destra, ma sa che non potrebbe rifiutarsi. Può solo sperare in una evoluzione dell'Fpoe in senso moderato, o in un suo riflusso.

 

Ultima possibilità per rimettersi in carreggiata

La mancata vittoria di Hofer ridà fiato ai partiti tradizionali, li incoraggia a utilizzare al meglio i prossimi mesi, a superare i loro dissensi paralizzanti, affrontare le necessarie riforme; e quindi riconquistare il loro elettorato e sgonfiare la bolla populista. Sono questi i propositi espressi da Kern al momento della sua investitura, senza risparmiare critiche severe a chi ha governato sinora. Ha avvertito che questa è l'ultima opportunità per rimettersi in carreggiata, e che c'è pochissimo tempo: qualche mese.

 

Chi non crede nella capacità della classe politica di operare questa svolta parla già di “fine della Seconda Repubblica”: non tanto per l'involuzione autoritaria a cui puntava Hofer, comunque soggetta a limiti, ma per lo sganciamento dell'elettorato dall'ancoraggio alle Volksparteien, i partiti storici, portatori ciascuno di una cultura politica. E di conseguenza per la via spianata a campagne elettorali all'americana, basate su slogan, facce fotogeniche e duelli televisivi. Il tutto nell'assenza di veri programmi.

L'elezione di van der Bellen non cancella questa prospettiva, ma forse la allontana nel tempo. Francesco Bascone, Ambasciatore d’Italia.  AffInt 24

 

 

 

 

Senato. Prosegue l’indagine conoscitiva sulla diffusione della lingua e cultura italiana nel mondo

 

L’’audizione di rappresentanti della Federazione unitaria stampa italiana all’estero

Cretti (Fusie): “Per intercettare i nuovi interessi dobbiamo dotarci di nuovi linguaggi e moderni strumenti di comunicazione

 

ROMA – Nell’ambito dell’indagine conoscitiva sullo stato di diffusione della lingua e della cultura italiana nel mondo si è svolta al Senato, presso la 7ª Commissione e il Comitato per le questioni degli italiani all’estero, l’audizione dei rappresentanti della Federazione unitaria stampa italiana all’estero (Fusie). L’incontro è stato introdotto dal presidente del Comitato Claudio Micheloni che, dopo aver ricordato l’ampio spettro della riflessine portata  avanti dall’indagine conoscitiva,  ha chiesto ai rappresentanti della Federazione quale possa  essere i ruolo della Fusie nella diffusione dell’identità culturale del nostro Paese.

E’ poi intervenuto il presidente della Fusie Giangi Cretti che ha ricordato come della Federazione facciano parte oltre cento testate edite all’estero e edite in Italia e diffuse prevalentemente all’estero. Si tratta soprattutto di periodici diffusi a mezzo stampa, ma vi sono anche quotidiani, di cui due in formato cartaceo, e alcune agenzie di stampa specializzate che informano le comunità italiane all’estero di quanto all’interno del paese si discuta su tematiche che afferiscono al mondo dei nostri connazionali nel mondo. Cretti, dopo aver segnalato che queste testate stanno subendo il mutamento nel modo di produrre e fruire delle informazioni determinato dalle nuove tecnologie, i passaggio dalla diffusione a stampa a quella via web comporta delle grandi potenzialità ma anche dei rischi,  ha rilevato come la stampa italiana all’estero non abbia più una semplice funzione di servizio rivolto alle comunità locali, svolta spesso in sostituzione delle istituzioni, ma assolva al ruolo di diffusione della lingua e della cultura italiana. Da Cretti è stata poi ricordata l’importanza delle trasmissioni in lingua italiana diffuse all’estero, anche attraverso il web, da  emittenti radiofoniche e televisive locali. Il presidente della Fusie si è anche soffermato sul quadro normativo che interessa la stampa italiana all’estero con particolare riferimento ai contributi erogati dalla Presidenza del Consiglio per queste testate che, per acquisire queste risorse, debbono però avere la  maggioranza delle pubblicazioni in lingua italiana.  Cretti ha infine espresso preoccupazione per le difficoltà connesse al rinnovo dei contratti, che vengono stipulati di anno in anno con il Maeci, da parte delle agenzie specializzate. 

Dal canto suo il segretario generale della Fusie Giuseppe della Noce ha illustrato alcuni dati del Dipartimento dell’Editoria della Presidenza del Consiglio dei ministri riguardanti la diffusione e la tiratura delle testate giornalistiche di lingua italiana all’estero. Della Noce ha precisato come attualmente vi siano all’estero 12 testate settimanali, 6 quindicinali e 16 mensili,  a cui vanno aggiunte 16 testate tra bimestrali e trimestrali per una la tiratura annua complessiva pari a circa 6 milioni e ottocento mila copie e una tiratura media per numero di 5670 copie. Per quanto riguarda invece le 19 testate edite in Italia e diffuse prevalentemente all’estero, la cui periodicità va dal quotidiano al trimestrale, la tiratura complessiva è di 3 milioni e 370mila copie l’anno con una media per numero di 3.330 copie. Della Noce ha infine precisato come il contributo della Presidenza del Consiglio sia suddiviso fra circa 100 testate.

Ha poi preso la parola la senatrice Maria Mussini (Misto) che ha chiesto chiarimenti sul possibile potenziamento dell’informazione per l’estero on line e sul contributo che potrebbe dare la Fusie nella definizione di nuovi linguaggi settoriali (commercio ingegneria) e nell’approccio didattico attraverso collaborazioni con radio al documento sonoro in lingua italiana.

Dal canto suo il vice presidente del Comitato Mario Dalla Tor (AP) ha chiesto informazioni sul ruolo che potrebbe assumere il ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale nel potenziare il settore della stampa italiana all'estero, su un possibile disegno strategico di crescita della Fusie e sulle testate minori diffuse fra le comunità degli emigrati. 

 In sede di replica Giangi Cretti ha precisato come la Fusie, pur aspirando ad una funzione diversa in considerazione del rinnovato ruolo della stampa, al momento, non godendo di grandi risorse finanziarie e umane,  si limiti ad amministrare l’esistente tutelando i diritti delle tesate che chiedono di accedere ai contributi pubblici. “Se vogliamo continuare ad esistere e intercettare i nuovi interessi  - ha aggiunto il presidente della Fusie - ovviamente dobbiamo dotarci di nuovi linguaggi e moderni strumenti di comunicazione, ma il mondo dell’informazione on line, che ha  un potenziale formidabile, impone però una stringente esigenza di controllo delle fonti informative”.

Cretti, dopo aver precisato che la nostra stampa all’estero deve continuare a parlare in italiano per mantenere la sua identità e svolgere un ruolo importante per la diffusione della nostra lingua, ha sottolineato come le nostre tesate nel mondo non possano diventare uno strumento didattico in senso stretto. Il presidente della Fusie ha inoltre  segnalato sia la funzione di stimolo per la nostra lingua svolta dalle radio all’estero con programmi in italiano, sia la necessità di assicurare flussi di informazione reciproca fra l’Italia e le nostre comunità nel mondo.

A conclusione dell’audizione il presidente Micheloni ha ricordato l’importante ruolo aggregante svolto dalla stampa italiana all’estero nell’ambito delle nostre comunità nel mondo. Micheloni ha inoltre criticato la sottovalutazione dimostrata nei corso degli anni dai governi e dall’amministrazione nei confronti di questo settore. (Inform 26)

 

 

 

 

Gentiloni: “L'Europa non torni in letargo sui migranti. Il populismo si sconfigge combattendo le paure”

 

ROMA - Ministro Paolo Gentiloni, la settimana si è aperta con le elezioni austriache. Metà degli elettori ha scelto l'ultradestra: c'è da stare tranquilli?

«Purtroppo no. Ci sono sicuramente delle ragioni domestiche per quel risultato - per 70 anni, hanno governato sempre gli stessi due partiti - ma Vienna impartisce una doppia lezione».

Quale?

«La prima è che è possibile soffiare sul fuoco della paura delle migrazioni anche in Paesi senza tensioni sociali drammatiche come l'Austria. La seconda, che se la sinistra e i partiti tradizionali inseguono i populismi finiscono contro un muro. Ed è quello che hanno fatto in Austria anche sulla frontiera del Brennero».

Hanno schierato altri 80 agenti: meritiamo questa sfiducia?

«È triste che uno dei confini europei più importanti dal punto di vista storico, simbolico ed economico sia stato usato per settimane a fini domestici. Ora che la campagna elettorale è finita, la posizione che sia pur di poco ha vinto penso renderà più facile il dialogo».

I populismi dilagano in Europa. Come si deve reagire?

«C'è un'onda populista, ma non è uno tsunami. Può essere sconfitta. Bisogna combattere i distributori di paure, sapendo che, come dimostra l'Italia, non solo è possibile, ma è doveroso governare senza coltivare paure e divisioni».

Avevate inaugurato riunioni dei ministri degli Esteri dei sei Paesi fondatori: è un dialogo che continua?

«Ci siamo riuniti a Bruxelles venerdì scorso, e ripeteremo a Berlino subito dopo il referendum inglese: il senso di questo "gruppo di Roma" è fare sentire la voce dei sei Paesi fondatori per rilanciare la Ue, perché se l'Europa resta ferma rischia molto».

È fiducioso sul risultato del referendum del 23 giugno?

«Mi auguro che vinca il Remain, e tutte le analisi economico-politiche ragionevoli giungono alla conclusione che la vittoria del Leave, l'addio alla Ue, sarebbe una decisione brutta per l'Europa e disastrosa per la Gran Bretagna. Dobbiamo però ricordarci che le analisi ragionevoli, se non si accompagnano a leadership coraggiose, rischiano di non bastare».

Cosa intende dire?

«In Europa oggi non basta avere ragione: ci vuole anche la forza e il coraggio di rappresentare una spinta anti-establishment, cioè la cifra che accompagna le diverse forme di protesta. Una leadership di governo ma anche anti-establishment è una chimica difficile ma necessaria».

Tra le ragioni della crescita dei populismi c'è la crisi migratoria: colpa dell'Europa che ha sottovalutato troppo a lungo il problema?

«L'Europa non si è posta il problema fino al maggio 2015, quando a chiedere un vertice europeo sull'argomento è stato Renzi. Ora dobbiamo stare attenti che la Ue non torni in letargo: la nostra proposta del Migration compact nasce proprio per evitare che Bruxelles tolga priorità all'argomento. L'Europa non deve tornare a fare la bella addormentata, altrimenti rischia di risvegliarsi m piena emergenza».

A che punto è il Migration compact nelle discussioni in Europa?

«Lunedì a Bruxelles i ministri degli Esteri hanno approvato all'unanimità un documento per dire che il Migration compact dev'essere alla base della nostra strategia. La nostra proposta è, sul medio periodo, riorientare sui temi migratori una parte dei fondi di cooperazione della Ue: circa 5 miliardi che, con l'effetto leva di altri finanziamenti pubblici e privati, potrebbero moltiplicarsi fino a 50-60. E, sul breve periodo, un piano di pronto intervento rivolto a 17 Paesi africani (con progetti pilota nei primi 7) per alcune centinaia di milioni di euro da individuare nel bilancio europeo».

Il governo libico ha chiesto aiuto alla Ue per addestrare la Guardia costiera: un passo avanti nella stabilizzazione del Paese?

«Un altro piccolo passo avanti verso il consolidamento del governo. Aggiungo che finalmente nei giorni scorsi sono stati decisi i criteri di reclutamento della Guardia presidenziale, e che prosegue la ricerca di un accordo con il generale Haftar, che deve riconoscere il governo Sarraj e vedersi riconosciuto un ruolo nella nuova struttura di sicurezza del Paese».

È vero che sarà l'Italia a addestrare la Guardia presidenziale?

«Negli incontri con Sarraj finora ho discusso di sostegno diplomatico e umanitario, oltre che di possibili esenzioni sull'embargo di armi. L'Italia ha fatto e sta facendo molto, in piena sintonia con gli Usa e l'Europa. Quando la stabilizzazione sarà più avanzata, il governo libico potrebbe fare richieste di addestramento e ne discuteremo. Sarà un percorso da condividere in Parlamento e che va accompagnato dall'Onu: proprio oggi ne parlerò a New York con gli ambasciatori dei 5 membri permanenti».

Quando riprenderanno i negoziati di Ginevra sulla crisi siriana?

«A oggi purtroppo è difficile fare una previsione. Sarà decisiva questa settimana: se la tregua si rafforza e se verranno consentiti corridoi umanitari per raggiungere le città assediate, allora si potrà ipotizzare di riprendere i colloqui di Ginevra prima del Ramadan. In caso contrario, dal primo giugno scatterà un piano di soccorsi aerei alle zone assediate».

Ha novità sul caso Regeni?

«Nell'ultimo periodo c'è stata una ripresa di contatti delle autorità egiziane con la procura della Repubblica di Roma. Decideremo il da farsi anche sulla base dello sviluppo di questa collaborazione». Francesca Schianchi LS 26

 

 

 

 

Migranti, il governo Merkel presenta la prima legge sull’integrazione

 

Accesso più facile al mercato del lavoro, ma anche sanzioni per chi si rifiuta di imparare la linga e la cultura tedesca. Le opposizioni attaccano: “Norma populista, è un inasprimento del diritto d’asilo” - ALESSANDRO ALVIANI

 

BERLINO - Accesso più facile al mercato del lavoro, ma anche sanzioni per chi si rifiuta di imparare il tedesco e di integrarsi in Germania. Sono i punti cardine su cui si basa la prima legge sull’integrazione nella storia della Repubblica federale, approvata oggi dal consiglio dei ministri tedesco. «Una pietra miliare», l’ha definita Angela Merkel. «Un vero cambiamento di paradigma», esulta il vice cancelliere e ministro dell’Economia Sigmar Gabriel. Una norma «populista» e un «ulteriore inasprimento del diritto d’asilo», attaccano invece l’opposizione e diverse associazioni. 

 

La norma, che dovrà essere approvata ora dal Bundestag e dal Bundesrat, rappresenta una risposta all’arrivo di oltre un milione di rifugiati l’anno scorso in Germania. Il testo contiene una serie di misure ispirate al principio del “fördern und fordern”, cioè sostenere ed esigere. Sul primo fronte, quello degli incentivi, è prevista ad esempio la creazione con fondi federali di 100.000 nuove opportunità lavorative (i cosiddetti “Ein-Euro-Jobs” o impieghi da un euro) per facilitare l’ingresso sul mercato del lavoro dei migranti (esclusi quelli che arrivano da Paesi di origine sicuri o che dovranno lasciare la Germania).  

 

Viene sospesa poi per tre anni la regola in base alla quale i richiedenti asilo possono ottenere un lavoro solo se per quel posto non ci sono candidati idonei tedeschi o europei. Chi svolge un tirocinio potrà inoltre restare in Germania per l’intera durata del percorso di formazione e, a tirocinio concluso, potrà rimanere altri sei mesi nel Paese per cercare un lavoro. Nel momento in cui hanno trovato un’occupazione, i migranti otterranno un permesso di soggiorno di due anni. Tale titolo verrà revocato in caso di condanna in sede penale. 

 

Sul fronte delle “richieste” arriva la possibilità di obbligare i rifugiati e i migranti che godono di protezione sussidiaria a frequentare i “corsi di integrazione”, che si compongono di un corso di lingua e di un “corso di orientamento”, nel corso del quale vengono fornite nozioni sulla storia, la cultura e i valori della Germania. Chi si rifiuta di parteciparvi o non li porta a termine rischia tagli alle prestazioni sociali. L’offerta di corsi di integrazione dovrebbe essere potenziata e i tempi d’attesa ridotti da tre mesi a sei settimane. 

 

Giro di vite poi in materia di permesso di soggiorno a tempo indeterminato: i rifugiati non lo riceveranno più automaticamente dopo tre anni, bensì solo dopo cinque anni, a patto di dimostrare di conoscere a sufficienza il tedesco e di poter badare in gran parte da soli al proprio sostentamento (un tetto che scende a tre anni per i migranti che dimostrano di conoscere molto bene il tedesco). 

 

I Länder potranno infine imporre ai migranti il Comune di residenza (sono esclusi quelli che hanno un lavoro o fanno un tirocinio), una misura che, come ha spiegato il ministro degli Interni, Thomas de Maizière, punta a evitare la formazione di ghetti. Il cosiddetto “obbligo di residenza” è uno dei punti più controversi di un pacchetto che è stato duramente criticato dall’opposizione e da diverse organizzazioni. Per la leader dei Verdi, Simone Peter, in realtà si tratta di «un ulteriore inasprimento del diritto d’asilo». Per la Caritas tedesca la norma indebolisce il diritto dei rifugiati alla protezione e ottiene così esattamente il contrario di quello che era il suo obiettivo. L’Associazione Pro Asyl parla di una legge “populista”, in quanto suggerisce l’idea che i migranti non vogliano integrarsi. LS 25

 

 

 

 

Il contributo dell’UE al vertice umanitario di Instanbul

 

ISTANBUL  - Creare un partenariato globale per un sistema di aiuti umanitari più efficace ed efficiente in occasione del primo, in assoluto: è l’invito che l’Unione europea (UE) e i suoi Stati membri rivolgeranno congiuntamente ai partecipanti al vertice umanitario mondiale che si apre oggi in Turchia.

Essendo donatori importanti e avendo una posizione chiave nella definizione delle politiche, l'UE e i suoi Stati membri svolgeranno un ruolo guida nel vertice che si svolge oggi e domani, 23 e 24 maggio, a Istanbul e che riunisce oltre 50 leader mondiali e circa 5.000 parti interessate del settore umanitario, dello sviluppo e della politica con l'obiettivo di passare da un approccio basato sulla risposta a situazioni di crisi a un approccio che mira sia alla gestione efficace della prevenzione e dell'azione tempestiva sia al sostegno della resilienza e dell'autonomia.

In tutto il mondo, oltre 125 milioni di uomini, donne e bambini hanno bisogno di assistenza umanitaria. Nonostante l'offerta di contributi sempre più ingenti degli ultimi anni, i donatori non possono provvedere completamente alle crescenti esigenze umanitarie generate dalle situazioni di emergenza attuali.

Al fine di garantire un meccanismo di finanziamento efficace ed efficiente per colmare un deficit di 15 miliardi di USD, al vertice sarà lanciato il cosiddetto "grande patto" (grand bargain), una proposta elaborata dal gruppo ad alto livello del segretario generale delle Nazioni Unite sui finanziamenti umanitari nella sua relazione "Too important to fail: addressing the humanitarian financing gap" (Troppo importanti per fallire: come affrontare il deficit di finanziamento degli aiuti umanitari).

"Il nostro obiettivo per i prossimi cinque anni è destinare un altro miliardo di dollari alle persone con un urgente bisogno di assistenza in grado di salvare vite", ha spiegato la vicepresidente della Commissione europea e copresidente del gruppo, Kristalina Georgieva, "riducendo in modo efficiente i costi delle attività amministrative dei donatori e delle organizzazioni umanitarie. Nel giro di pochi mesi siamo stati capaci di negoziare un accordo tra i principali attori del sistema umanitario, inteso ad affrontare questioni che hanno ostacolato e impedito per anni attività capaci di salvare vite".

Al vertice, una delle priorità dell'UE sarà la promozione del rispetto del diritto umanitario internazionale in modo da garantire che le persone bisognose ricevano assistenza in tempi rapidi e senza ostacoli.

"Nelle zone di conflitto e di crisi di tutto il mondo, gli attacchi contro i civili, i medici e le strutture sanitarie, così come contro gli operatori umanitari sono diventati endemici", ha sottolineato Christos Stylianides, commissario dell'UE per gli Aiuti umanitari e la gestione delle crisi, alla vigilia dell’evento. "Mantenendo il diritto umanitario internazionale tra le priorità del vertice umanitario mondiale, possiamo davvero fare la differenza. Proteggere i civili e gli operatori umanitari e garantire l'accesso umanitario non è una scelta. È un imperativo umanitario", ha aggiunto.

Se gli aiuti umanitari sono necessari e di vitale importanza per milioni di vittime di conflitti violenti e di calamità naturali, occorre trovare soluzioni a lungo termine. Il commissario dell'UE per la Cooperazione internazionale e lo sviluppo, Neven Mimica, ha sottolineato l'importanza di colmare il divario tra gli aiuti umanitari e gli aiuti allo sviluppo, altra priorità fondamentale del vertice: "L'assistenza a medio e a lungo termine è essenziale per sostenere i Paesi partner nella ricostruzione delle infrastrutture danneggiate e per aiutare le persone a tornare alla normalità", ha detto. "Rafforzando il legame tra soccorso, riabilitazione e sviluppo, aumentando la resilienza e rendendo più efficaci ed efficienti i nostri aiuti possiamo contrastare meglio le cause profonde di molte crisi ricorrenti invece di affrontarne soltanto le conseguenze".

Contesto

Al vertice umanitario mondiale la Commissione europea è rappresentata dalla vicepresidente per il Bilancio e le risorse umane, Kristalina Georgieva, dal commissario per la Cooperazione internazionale e lo sviluppo, Neven Mimica, e dal commissario per gli Aiuti umanitari e la gestione delle crisi, Christos Stylianides.

L'UE è stata coinvolta attivamente fin dall'inizio nei preparativi del vertice, durati due anni. Nel processo di consultazione, dove sono state coinvolte più di 23.000 parti interessate tra cui governi, imprese, organizzazioni umanitarie, società civile, comunità colpite e gruppi di giovani, la Commissione europea ha partecipato all'organizzazione della consultazione a livello regionale a Budapest (febbraio 2015), ha contribuito agli studi condotti dall'Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) e ha sostenuto il lavoro del segretariato del vertice umanitario mondiale. (aise 23) 

 

 

 

 

Merkel frena l’asse per la crescita. Il G7 cerca un’intesa in Giappone

 

Italia, Stati Uniti, Francia e Canada: sì al piano di Tokyo, più investimenti pubblici per sostenere la ripresa. Ma Germania e Gran Bretagna insistono sull’austerity - PAOLO MASTROLILLI

 

Shima. La speranza del premier giapponese Shinzo Abe è che la cancelliera tedesca Merkel sia più morbida del suo ministro delle Finanze Schaeuble, sul tema degli stimoli alla crescita. Altrimenti il G7 di Ise Shima rischia di trasformarsi in un braccio di ferro sulle ricette economiche, che favorirebbe le insurrezioni populiste e indebolirebbe anche le altre iniziative in agenda, dal piano comune per la lotta al terrorismo agli interventi per arginare la crisi dei migranti. 

Il vertice è cominciato col bilaterale di ieri sera fra l’ospite Abe e il presidente Obama, imbarazzato da un nuovo episodio di violenza con protagonista un americano che ha aggredito una donna ad Okinawa. Sono tragedie che mettono a rischio l’alleanza con Tokyo, e quindi il capo della Casa Bianca ha dovuto abbassare il capo e promettere giustizia. Proprio lui poi, anticipando l’agenda degli incontri, l’ha messa in questo ordine: «Crescita e accordi commerciali come il Tpp, le minacce regionali come quella della Corea del Nord e quella alla libertà di navigazione, il tema globale dei migranti, l’Iraq, l’applicazione dell’accordo di Parigi sul clima». 

Abe è il padrone di casa, come tale ha il diritto di indicare l’agenda, e scrivendo un intervento sul «Wall Street Journal» è stato chiaro: «Il focus principale del summit sarà rivitalizzare l’economia globale, puntando a mettere insieme le politiche monetarie con l’accelerazione delle riforme strutturali e la flessibilità delle politiche fiscali». Significa che Tokyo chiede maggiori investimenti pubblici, perché in situazioni di stallo come quella attuale sono gli unici che possono rimettere in moto la crescita. Per addolcire la pillola ai suoi avversari, però, offre di lavorare anche sulle riforme strutturali e sulle iniziative per combattere la corruzione, dopo lo scandalo dei “Panama Papers”. LS 26

 

 

 

 

Nuova tragedia nel Canale di Sicilia, si temono fino a 80 morti

 

Naufragio a 35 miglia dalle coste libiche. L'allarme è stato dato da un velivolo di Eunavformed, la missione Ue. Più di cento naufraghi in salvo. Uomo colpito da ictus sbarcato a Porto Empedocle. Salvate fino ad ora 2600 persone in 20 operazioni

 

PinterestAncora un naufragio di migranti nel Canale di Sicilia, a 35 miglia dalle coste libiche: un barcone con un centinaio di persone a bordo si è rovesciato. L'allarme è stato dato da un velivolo di Eunavformed, la missione Ue. Sul posto anche motovedette della Guardia costiera. Una cinquantina le persone che vengono tratte in salvo in questi momenti. Si teme siano fino a 30 i migranti morti. E' quanto ha detto alla France Presse il portavoce della missione europea Eunavfor Med, il capitano Antonello De Renzis Sonnino, precisando che sono circa 50 i migranti tratti in salvo. "Stimiamo che i morti siano tra 20 e 30", ha detto il capitano. Fonti della Guardia Costiera parlano del rischio che possano essere fino a 80.

 

Sono al momento 88 i migranti salvati che erano a bordo del barcone che si è capovolto a largo della Libia. Ventiquattro di loro si trovano a bordo di una motovedetta della Guardia Costiera, mentre altri 64 sono stati recuperati da una nave di Eunavformed.Sull'account twitter, Eunavformed ha pubblicato una foto in cui si vede un barcone semiaffondato ed una cinquantina di migranti, alcuni ancora appoggiati al barcone altri già in acqua, che chiedono aiuto all'aereo che li sta sorvolando, sventolando le magliette.

 

Guardia Costiera: "20 operazioni in corso 2600 persone salvate, incerto numero dispersi". Nel canale di sicilia la Guardia Costiera italiana sta coordinando più di 20 operazioni sar (search and rescue): 16 sono state concluse, con oltre 2600 migranti salvati dalle unità della guardia costiera e di altri assetti. Lo rende noto la guardia costiera su twitter. Non è ancora certo il numero di vittime". Dalla centrale operativa delle Capitanerie di porto, che sta coordinando le operazioni di recupero, si sottolinea che sono 7 i mezzi della Guardia costiera attualmente in azione al largo delle coste libiche. Oltre ai mezzi della Guardia costiera sono state inviate sul posto diverse altre navi presenti in zona: quattro rimorchiatori, un mercantile, una unità Frontex e una Eunavformed con elicottero. Il velivolo, inoltre, ha individuato un barcone capovolto da cui sono state tratte in salvo 24 persone, e si stima che a bordo ci fossero un'ottantina di migranti.

Migrante colpito da ictus, sbarcato a Porto Empedocle. Una motovedetta della Guardia costiera di Porto Empedocle (Ag) è in mare per andare a recuperare su nave Bettica, della Marina militare che si trova a circa 50 miglia dalla costa Agrigentina, un migrante colpito

da un ictus. Nel porto sta arrivando una ambulanza del 118 per trasferire l'uomo, appena sarà sbarcato, al pronto soccorso dell'ospedale San Giovanni di Dio di Agrigento. Nel pomeriggio in porto è arrivata la nave Bettica con 540 persone soccorse in mare, tra subsahariani e siriani, e le 5 salme di giovani dai 20 ai 30 anni. Sono i sopravvissuti e i corpi recuperati ieri dopo il naufragio di un natante che si è capovolto a largo delle coste libiche. LR 26

 

 

 

 

Le immagini negli occhi del naufragio di tutti

 

Il compromesso è quello che vediamo: sperare che i disperati non partano, salvare quelli che lo fanno, ospitare i profughi, respingere gli altri. di Beppe Severgnini

 

Le immagini del barcone rovesciato al largo della costa libica resteranno

nei nostri occhi. L’assurda festosità dei colori, l’acqua blu del Mediterraneo centrale, i tuffi dallo scafo inclinato. Poi soltanto piccoli uomini sparsi nel mare immenso. Rari nantes in gurgite vasto. Virgilio li descriveva così, duemila anni fa. In quel racconto naufragava la flotta troiana di Enea, punita dalla dea Giunone. Oggi naufraga l’Europa, tirata a fondo dalla propria sufficienza.

Bambini, donne e uomini rischiano l’annegamento e gli squali a poca distanza da Lampedusa, in una bella giornata di maggio. Scene che dovrebbero essere mostrate in tutte le scuole d’Italia stamattina, insieme a una carta geografica. Solo la generosità e la rapidità della nostra Marina Militare, alla guida della forza europea (Eunavformed), ha impedito che un incidente folle diventasse una tragedia orrenda. Non la prima, come sappiamo. Imprevedibile? No. Prevedibile e previsto, invece. Si diceva: appena la primavera si sarà assestata e il mare si sarà calmato, riprenderanno le partenze dalla Libia. È accaduto, ovviamente. In tre giorni, con quaranta operazioni di soccorso, sono state raccolte in mare seimila persone. Centinaia di migliaia sono in attesa, pronte a partire. Migranti africani, senza i requisiti per essere considerati profughi e restare in Europa.

Ho passato tre giorni sulla portaerei «Cavour» che sorveglia il tratto di mare fino al limite delle acque libiche. Ho visitato altre unità in elicottero. Ho ammirato la calma e il mestiere di tutti, ma ho capito: queste giornate lasceranno il segno. Dice l’ammiraglio Andrea Gueglio, comandante dell’operazione europea: «Abbiamo saputo dai naufraghi che alcuni compagni di viaggio sono morti in questo modo: il motore si fermava e loro si buttavano a nuoto, convinti che la riva fosse appena oltre l’orizzonte».

Non sanno dove sono, non sanno dove vanno, non sanno come navigheranno. Succede spesso che i migranti, dopo aver visto le condizioni di trasporto, si rifiutino di salire a bordo, e vengano imbarcati a frustate, come bestie. Il traffico di essere umani oggi è la seconda industria libica, dopo il petrolio.

Creiamo corridoi umanitari!, chiede qualcuno. Non permettiamo quest’abominio. Ma se il passaggio in Europa fosse sicuro, i migranti non sarebbero decine di migliaia, diventerebbero milioni. Il compromesso è quello che vediamo: sperare che i disperati non partano, salvare quelli che lo fanno, ospitare i profughi, respingere gli altri.

Qualcuno la chiama ipocrisia: è solo impotenza.

Una cosa, forse, si potrebbe tentare. Spiegare ai migranti cosa li aspetta. Se è vero che sono inconsapevoli dei rischi e delle prospettive, proviamo a informarli. Cosa è stato fatto nei Paesi d’origine? Quali alternative sono state offerte a chi vuole prendere il mare?

La proposta italiana – il Migration compact inviato il 15 aprile ai presidenti della Commissione e del Consiglio Ue, Jean-Claude Juncker e Donald Tusk – rappresenta un passo sulla strada giusta. «Senza una cooperazione mirata e rafforzata con i Paesi terzi di provenienza e di transito — ha scritto Matteo Renzi — la crisi diventerà sistemica». Tutto corretto, salvo il tempo del verbo.

La crisi è già sistemica. Lo dimostrano le vicende di queste ore. L’estate aumenterà i flussi, i soccorsi, le tragedie. È necessario scoraggiare le partenze dall’Africa. Almeno, bisogna provarci.

L’ho visto da vicino, nei giorni scorsi. Una portaerei è una nave immensa. Davanti a un continente, diventa un punto nel mare. Sono eroici, i marinai italiani ed europei: non lasciamoli soli. CdS 25

 

 

 

 

Alla Farnesina la riunione del Comitato di presidenza Del Cgie

 

Gli argomenti affrontati e gli incontri svolti illustrati dal segretario generale, Michele Schiavone. Priorità a reintegro dei fondi per i corsi di lingua e cultura italiana, ripresa dei contatti con le Regioni e riforma degli organismi di rappresentanza.

 

ROMA – Riforma degli organismi di rappresentanza degli italiani all'estero, corsi di lingua e cultura italiana, rapporti con le Regioni: questi alcuni dei temi trattati nel corso della riunione del Comitato di presidenza del Consiglio generale degli italiani all'estero in corso da lunedì ad oggi alla Farnesina.

A fare il punto delle questioni questa mattina, in una conferenza stampa convocata a latere della riunione, il segretario generale del Cgie, Michele Schiavone, che ha rilevato come la trattazione di così tanti temi non sia dettata unicamente dall'attualità degli stessi, quanto dall'impegno del nuovo Cgie “di darsi una prospettiva e trovare uno spazio in una riforma degli organismi di rappresentanza che è essenziale per parlare al futuro e all'ampio mondo di cittadini italiani all'estero, comprese le giovani generazioni e gli oriundi”.

Richiamato il sostegno del governo a tale processo di riforma – ribadito, in ultimo, nell'audizione di ieri del sottosegretario agli Esteri Vincenzo Amendola al Comitato per le questioni degli italiani all'estero del Senato (vedi http://comunicazioneinform.it/oggi-al-comitato-per-le-questioni-degli-italiani-allestero-laudizione-del-sottosegretario-agli-esteri-vincenzo-amendola/) - e il lavoro avviato per l'elaborazione di un “documento di indirizzo da presentare entro la fine dell'anno al Parlamento”, lavoro nel quale il Cgie – segnala Schiavone – faciliterà il coinvolgimento “dal basso verso l'alto” “dell'intero mondo dei soggetti che sono quotidianamente in contatto con le nostre collettività, affinché questa rappresentanza diventi strumento reale, spendibile sia nei Paesi di insediamento delle comunità ma anche verso l'Italia”. In progetto da parte del Cdp anche l'elaborazione di un questionario sulle ipotesi di riforma da sottoporre anche a Comites e associazioni, mentre l'impegno è ora quello di formulare più di una proposta al riguardo entro la fine di settembre. L'articolazione delle linee guida verrà poi presentata al Parlamento, in primis ai due Comitati che alla Camera dei Deputati e al Senato sono più direttamente interessati alla questione, per arrivare poi ad una calendarizzazione in Aula, confidando anche nella volontà espressa dal Governo di “arrivare ad una nuova legge il più presto possibile”. In questo modo si contano di superare le difficoltà di questi ultimi anni – rileva Schiavone – e in parte anche legate al ripetuto rinvio del rinnovo dei Comites e di conseguenza del Cgie, una situazione che non si dovrà più ripetere, “anche in un quadro di ristrettezze economiche – ribadisce il segretario generale.

Solo rinvigorendo la rappresentanza sarà possibile – aggiunge - coinvolgere quella nuova realtà dell'emigrazione cresciuta negli ultimi anni; non sarà così invece “se gli organismi non vengono percepiti quali strumenti efficaci di interlocuzione con le nostre istituzioni”.

Il segretario generale afferma poi di essere rimasto “positivamente sorpreso” dalla presa di contatto con il nuovo Cgie da parte delle Regioni, segnalando come 8 rappresentanti di Consulte regionali dell'emigrazione – di Basilicata, Regione che ha assunto il coordinamento del confronto con il Cgie, Liguria, Marche, Abruzzo, Emilia Romagna, Umbria, Veneto, Provincia di Trento; pervenuta anche la disponibilità di Sicilia e Calabria – siano intervenute alla riunione, manifestando un'esigenza “di fare sintesi e promuovere l'aspetto territoriale all'estero anche al di fuori del bacino di rappresentanza regionale”. Per Schiavone si tratta di un'idea felice che consentirà loro di presentarsi a tutte le realtà presenti all'estero “anche con un impegno minimo di risorse” e che “ci responsabilizza ancor di più in merito a prevedere, così come richiede la legge istitutiva del Cgie, la convocazione ogni 3 anni della conferenza Stato-Regioni-Province autonome e Cgie”, la cui calendarizzazione verrà richiesta nel prosieguo del mandato dell'organismo. Il segretario generale segnala come gli interventi messi in campo dalle Regioni anche con accordi di partenariato – cita in particolare il caso della Basilicata con il Venezuela e l'Argentina – possano rivelarsi “molto efficaci” e garantire fondi e progetti che possono essere “sussidiari a interventi dello Stato e tornare utili in particolare a fronte di situazioni di emergenza”.

Richiamati anche gli incontri svolti con i Comitati che si occupano delle questioni degli italiani all'estero di Camera e Senato, con cui si è ribadita l'esigenza del reintegro dei fondi destinati ai corsi di lingua e cultura italiana, impegno già assunto dai rappresentanti di Governo e che dovrebbe concretizzarsi nell'assestamento di bilancio previsto per metà giugno e su cui i Comitati hanno assicurato una funzione di “vigilanza”. Tra le questioni affrontate anche l'attività svolta dai patronati all'estero, oggetto di un'indagine conoscitiva svolta dal Comitato presente in Senato, il sostegno all'editoria, la preparazione della seconda edizione degli Stati generali della Lingua italiana nel mondo previsti a Firenze il prossimo mese di ottobre, gli accordi bilaterali in particolare con i Paesi limitrofi all'Italia, e gli aspetti che riguardano all'interno di essi i lavoratori frontalieri. Schiavone si dice in definitiva “contento di come i lavori si sono svolti” e rileva come vi sia davvero “la volontà di mettere in moto il Cgie verso nuove spiagge, attraverso una prospettiva che considera la rappresentanza intermedia quale valido strumento di interlocuzione con gli organismi dello Stato”, “una nuova fase” determinata da “una rinnovata volontà di protagonismo”. In chiusura, oggi, anche un incontro di una delegazione dei consiglieri con rappresentanti del Coni, incentrato sulla candidatura di Roma alle Olimpiadi 2024. (Viviana Pansa – Inform 25)

 

 

 

 

 

“Festival della poesia europea: un piccolo gioiello nella vita culturale di Francoforte”

 

“Il Festival della poesia europea di Francoforte è un piccolo gioiello nella vita culturale della cittá renana. Ad animarlo con passione e competenza è un’italiana: l’autrice e giornalista Marcella Continanza. Il fatto che il Festival sia già arrivato alla 9' edizione rende ancora più preziosa questa iniziativa, dalla chiara vocazione internazionale, e lo stesso capace di mettere al centro dei lavori la letteratura di emigrazione in lingua italiana”. Lo dichiara Laura Garavini, della Presidenza del PD alla Camera, partecipando al Festival della poesia europea tenutosi presso la Deutsch-Italienische Vereinigung di Francoforte.

 

La Deputata PD eletta nella Circoscrizione Europa aggiunge: “Trovo molto bello il fatto che, a latere del festival, in concomitanza con il lancio in Italia dei comitati per il Sì alla Riforma Costituzionale, alcuni dei poeti partecipanti come Laura Garavaglia, Marisa Fenoglio e la stessa Marcella Continanza, abbiano voluto lanciare il Comitato 'Bastaunsi Francoforte Cultura'. È il segnale di come anche il mondo delle arti, residente in Italia o in Europa, sia molto sensibile a creare le condizioni affinchè il nostro Paese cambi davvero. ” de.it.press 24

 

 

 

 

La poesia europea in vetrina a Francoforte

 

Francoforte - Sorprendente. C’era il sole nei giorni del Festival che abbracciava l’Europa poetica. Si respirava aria estiva così il tour per la città è stato piacevole.

La presenza dell’On. Laura Garavini e del Console Generale d’Italia di Francoforte sul Meno Maurizio Canfora è stato un modo per le istituzioni di suggellare il valore di questo Festival che in nove anni ha dato un contributo notevole alla crescita culturaleeuropea perché come ha detto il Presidente Napolitano nell’inviare la medaglia nell’edizione 2011 “solo insieme l’Europa avrà un peso nel mondo”.

Parole quanto mai profetiche oggi che si sta indebolendo la coesione, con la svalutazione di quello che si è fatto col filo spinato e col voler restringere le frontiere, innalzare i muri, quasi un tradimento del progetto europeo.

Sul programma era il titolo più forte dei dibattiti e lo ha confermato: “Intellettuali e potere”,che ha acceso gli animi non solo di alcuni dei poeti del Festival che vi hanno partecipato come Ferruccio Brugnaro, Pino de March, André Ughetto, Barbara Zeizinger, Ursula Teicher– Maier, Malgorzata Ploszewska ma anche del pubblico che interagiva. E che chiedeva all’intellighentia di scendere di più in campo e offrire il suo mezzo a chi non ha il diritto di parola. I poeti sono empatici e le loro lesungen hanno creato un rapporto emozionale: ciascun poeta ha una sua voce, una sua identità, un suo ritmo. Si è notata l’eleganza italiana: la mise di Laura Cecilia Garavaglia, Lisa Mazzi nonché quella del poeta Corrado Calabrò, sempre in giacca e cravatta.

Raffinato, l’omaggio a Giacomo Leopardi anche per l’atmosfera della Deutsch-ItalienischeVereinigunge.V.: una sala con quadri, un pianoforte, il leggio. Conferenza del critico letterario Vincenzo Guarracino: “Il tempo del Nord”.

Il Festival ha chiuso con la visita alla Casa-Museo di Goethe dove è restata la sua essenza e dove si coglie il valore della sua produzione. E forse anche un motivo per tenere in vita un dialogo fra poeti contro l’abbrutimento della globalizzazione. La direttrice artistica Marcella Continanza e il Comitato stanno già elaborando vari progettiper il decennale affinché il Festival continui ad avere un suo valore come “ponte europeo”. Fabiola di Martino

 

 

 

 

Garavini (PD): “Comitati per il Sì in Europa. Per essere protagonisti del cambiamento”

 

“Gli italiani in Europa ci sono. Anche nella campagna per il sì al referendum costituzionale del prossimo ottobre. E’ incoraggiante vedere l’entusiasmo con cui esponenti del mondo della cultura, dell’economia e dell’associazionismo, in Europa, partecipano alla vita politica italiana, mettendosi in gioco per dare al Paese le riforme che i cittadini aspettano da decenni". Lo ha detto Laura Garavini, della Presidenza del PD alla Camera, presenziando a Francoforte alla costituzione di cinque diversi comitati per il Sì, in concomitanza con la giornata nazionale di lancio dei comitati 'Bastaunsi'.

 

"Accanto a quelli di Francoforte, ne sono nati a Londra, Stoccolma, Bruxelles e Ginevra. E molti altri si costituiranno nelle prossime settimane. Gli italiani all’estero sono fortemente convinti della necessità di sostenere la riforma della Costituzione, anche perché sanno che il loro voto può contribuire in modo determinante alla vittoria di un’Italia più moderna e più giusta”.

Chi fosse interessato a costituire un comitato a sostegno della riforma può iscriversi al sito https://social.bastaunsi.it/login-comitato.  de.it.press

 

 

 

Alcune delle manifestazioni a Monaco di Baviera e dintorni

 

* martedì 7 giugno, ore 14:00-16:00, c/o Rathaus (Ingolstadt)

Consulenza per i connazionali. Anna Benini sarà a disposizione per aiutare gratuitamente a svolgere pratiche burocratiche e per consulenze nel nuovo municipio. Organizza: Italclub Ingolstadt e.V.

* giovedì 9 giugno, ore 19:00, c/o Residenz, Max-Joseph-Saal (München)

Concerto di beneficenza: "100 anni Lions - 100 minuti in Musica"

Con Don Camillo Chor (Musica a cappella), Sara Asnaghi e Andrea Carlassara (Pianoforte a 4 Mani). Buffet Italiano. Ingresso: € 25,-

Gli incassi saranno devoluti a favore dell'associazione BiDIBi (Bilingualer Deutsch-Italienischer Bildungsverein | Associazione culturale bilingue Italo-Tedesca). Info e prevendita lionsundmusik@gmail.com. Organizza: Lions Club Mediterraneo - Monaco di Baviera, con il patrocinio del Consolato

* venerdì 10 giugno, ore 18:00, c/o Istituto Italiano di Cultura, aula 21 (Hermann-Schmid-Str. 8, München) "Incontri di letteratura spontanea". "Se hai una poesia, un piccolo racconto o anche un pensiero, un sogno o un'idea, che vuoi leggere o raccontare, vieni che sarai la/il benvenuta/o. Le testimonianze e le storie di tutti sono importanti e hanno dignità. Esprimersi, ascoltare e conoscersi fa comunque bene. Dopo tutti in pizzeria". Ingresso gratuito. Per informazioni: Giulio Bailetti, Tel 089-988491. Organizza: Letteratura Spontanea

* venerdì 10 giugno, ore 19:00, c/o EineWeltHaus, Sala 108 (Schwanthalerstr. 80, München) "Referendum 2016: dope quell del 17 aprile, voteremo di nuovo in ottobre". Incontro e discussione aperta a tutti i soci e agli amici. Ingresso libero

Organizza: rinascita e.V.

* venerdì 10 giugno, ore 19:00-21:00, c/o Volkshochschule Haar (Münchener Str. 3, Haar) "Viaggio enoculturale - Puglia". "Un viaggio culturale alla scoperta di una regione, dei suoi segreti, delle sue bellezze ma anche una serata di degustazioni dei suoi vini più famosi e di assaggi di prodotti locali"

A cura di Dr. Anna Conte (insegnante di italiano) e Dr. Angela Rossi (sommelier e giornalista). In lingua italiana. Ingresso: € 29,- (Iscrizioni entro il 2 giugno c/o VHS-Haar: 089-46002800 o www.vhs-haar.de). Organizza: VHS Haar

* venerdì 10 giugno, ore 20:00, c/o VHS Augsburg, stanza 103 (Willy-Brandt-Platz 3a, Augsburg) "Profumo d'Italia - Ein Hauch Italien". Lettura e dibattito sul libro bilingue (dtv Verlag) di Valeria Vario, scrittrice e giornalista. Presentazione in italiano, accompagnata musicalmente dal baritono Alessandro Lazzarini e da Stephanie Knauer al piano. Organizza: Società Dante Alighieri di Augsburg

* sabato 11 giugno, ore 17:00, c/o Caffè Da Me (Kohlstr. 11, München)

"Malbianco" di Sandro Capodiferro. Presenta: Rosanna Lanzillotti. In italiano e Tedesco. Organizza: Libreria Farfalla in collaborazione con Caffè Da Me

* sabato 11 giugno, ore 19:00-22:00, c/o Feinkost Valeri (Wasserburger Landstr. 2, Vaterstetten) "Giro d'Italia" - Degustazione di vini e prodotti italiani

Serata con specialità gastronomiche dalla Sicilia (con pesce) accompagnate da 4-5 tipi di vini della regione. Partecipazione: € 49,00 (si prega di riservare con almeno una settimana d'anticipo, versando € 20,00 a persona). Minimo numero di partecipanti: 15 (nel caso in cui tale numero non sia raggiunto, le quote d'anticipo versate saranno rimborsate). Due settimane prima della degustazione, sul sito www.valeri-feinkost.com verrà descritto il menu complete. Organizza: Feinkost Valeri

* domenica 12 giugno, ore 14:00, c/o Ludwigstraße (München) nell'ambito del "Street Festival München" Concerto: "Solissimo", di Alessandro De Santis

Il programma completo è disponibile c/o www.streetlife-festival.de

Organizza: Green City e.V.

* domenica 12 giugno, ore 16:00, c/o Heilig-Geist-Kirche (Bahnhofpl. 1, Eichstätt) S. Messa in lingua italiana   Claudio Cumani/De.it.press

 

 

 

 

Il temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia

  

Radio Colonia va in onda ogni giorno dal lunedì al venerdì, dalle 19 alle 20, sulle frequenze di Funkhaus Europa e in streaming in internet, al sito

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/

 

26.05.2016. Dall'emergenza all'integrazione

Le traversate dei profughi tornano a mietere vittime. Quali alternative esistono? E quali potrebbero essere i modelli per l'integrazione? Ne parliamo con il sociologo Nando Sigona.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/emigrazione-sigona-100.html

 

Lotta ai rifiuti, dalla Baviera al Cilento. Dalle bottiglie di plastica alle carcasse di animali, Rolf e Bettina ripuliscono dai rifiuti il golfo di Policastro, in Cilento. L'amore per la natura di due tedeschi innamorati dell'Italia.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/cilento-rifiuti-100.html

 

Sono un privilegiato. Nino D’Angelo, cantante, attore, compositore e fino ad alcuni anni fa anche direttore del Teatro Trianon, non rinnega le sue umili origini. Il successo non gli ha dato alla testa, e D’Angelo lo dimostra nella continua evoluzione musicale

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/nino-d-angelo-104.html

 

25.05.2016. Festival della Poesia Europea

Ogni anno, da nove anni, poeti da tutta l'Europa si ritrovano a Francoforte sul Meno per confrontarsi e dialogare con il pubblico sulle loro opere e sul loro lavoro letterario.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/festival-poesia-francoforte-100.html

 

Treia. Adagiata sulle pendici di un colle, Treia, in provincia di Macerata, è abbracciata da uno scenario naturale suggestivo e da una cinta imponente di mura medievali.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/scopri-l-italia/treia-100.html

 

Parliamo di TiSA. Non c'è solo il TTIP. Anche TiSA vuole liberalizzare i servizi. E anche il trattato in fase di negoziazione tra l'Ue ed altri 22 Paesi fa discutere: per i sostenitori promuoverà crescita e occupazione, ma il Parlamento europeo frena.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/tisa-106.html

 

Via da Idomeni. Per dove? I nuovi campi non sono ancora attrezzati. I profughi dormono sul cemento e in alcuni casi mancano cibo, servizi igienici e acqua corrente. La testimonianza di un volontario di "Save the Children".

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/idomeni-114.html

 

24.05.2016. Nuovo Cinema Paradiso. Sessant'anni fa nasceva a Bagheria, vicino a Palermo, il regista Giuseppe Tornatore. Con "Nuovo Cinema Paradiso" vince un oscar e gli si aprono le porte del successo.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/terramia/tornatore-100.html

 

Basta un poco di zucchero...per fare del bene. E la signora Ivonne Ferres di Eitorf (Bonn) l'ha capito già 15 anni fa. Ogni anno il giovedì di Corpus Domini raccoglie le offerte per i bambini malati dell'ospedale di St. Augustin.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/little-italy/ivonne-ferres-100.html

 

L'Italia dei brevetti. Il Belpaese è ancora terra di inventori e creativi. Lo confermano le autorità europee che collocano l'Italia al sesto posto nella registrazione di brevetti. La storia di due giovani italiani che hanno inventato come riciclare i metalli preziosi dei microchip.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/brevetti-italia-europa-100.html

 

Presidente di un paese diviso. L'elezione di Alexander Van der Bellen scongiura la deriva xenofoba in Austria. Ma il paese dovrà fare i conti con quel 49,7% di elettori che ha votato per Norbert Hofer, temuto candidato dell'estrema destra. L'analisi di Gerhard Mumelter.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/austria-elezioni-100.html

 

23.05.2016. Ripensare gli aiuti umanitari

Grandi aspettative per il vertice che punta a rivoluzionare il sistema degli aiuti umanitari (e a far rispettare trattati e promesse dei capi di Stato). Ai nostri microfoni le richieste di Unicef e la posizione critica di Medici Senza Frontiere.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/summit-aiuti-umanitari-100.html

 

20.05.2016. I dubbi sul glifosato26.05.

È il pesticida più usato al mondo. Due studi contraddittori sulla sua pericolosità per la salute umana bloccano la decisione dell'Ue sul rinnovo dell'autorizzazione per l'uso del glifosato.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/dubbi-glifosato-100.html

 

Il potere consultivo. "Die Konsultative. Mehr Demokratie durch Bürgerbeteiligung", così si intitola l'ultimo lavoro della politologa Patrizia Nanz, pubblicato assieme a Claus Leggewie per Wagenbach. Il libro descrive come potrebbe (e dovrebbe) essere la democrazia partecipativa del futuro.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/patrizia-nanz-libro-100.html

 

Italiani a Cannes, e non solo. Ottima accoglienza sulla Croisette dei film italiani malgrado quest'anno nessuna pellicola partecipi alla competizione. Ma il successo di pubblico e critica è arrivato lo stesso.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/italiani-cannes-100.html

 

Eventi, incontri, spettacoli. Calendario lunedì http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-montag-100.html

Calendario venerdì http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-freitag-100.html  RC/De.it.press

 

 

 

 

Incontro a Francoforte su “La scuola tedesca: struttura e contatti italiani”

 

Le inviamo questa email, con preghiera di massima diffusione, per invitarLa all'evento che l'associazione "IFD - Italiani a Francoforte e Dintorni e.V." ed il Com.It.Es. di Francoforte hanno organizzato sul tema “La scuola tedesca: struttura e contatti italiani”. L'evento si terrá in data 11 Giugno 2016 ore 15:45, presso la Saalbau Griesheim, Schwarzerlenweg 57, 65933 Frankfurt am Main. La durata sará di circa 2 ore.

 

Obiettivi di questo primo incontro saranno:

* Dal Krippe alla Universität: Descrizione della struttura scolastica tedesca, tra realtá e falsi miti;

* Riferenti italiani: Introdurre i contatti italiani a cui rivolgersi nel caso di problematiche inerenti la scuola;

* Q&A: domande agli esperti;

* Futuri incontri: una panoramica sugli eventi futuri organizzati dal Com.It.Es. e dalla Associazione IFD e.V..

Interverranno alla tavola rotonda in qualitá di esperti e referenti:

* Mario Berardino - Dirigente Ufficio Scuola Consolato generale di Francoforte sul Meno

* Luigi Brillante - Consigliere Comunale di Francoforte sul Meno;

* Domenico Cornero - Fachberater lingua italiana presso lo Schulamt Francoforte sul Meno.

* GianMaria Raimondi - Beamter ed insegnante scuola tedesca e relatore dell’incontro.

 

Ringraziamo Il Centro Culturale Sardo MARIA CARTA per il supporto all'iniziativa.

Per maggiori informazioni sull'evento, visiti la pagina del nostro portale: http://www.italianiafrancoforte.com/Blog/scuolatedescastrutturacontatti

Per qualsiasi informazione non esiti a contattarci.

Se avete informazioni o state organizzando eventi utili per la comunitá italiana, contattateci. Li pubblicheremo sul nostro portale e sul nostro Gruppo Facebook.

Associazione IFD - Italiani a Francoforte e Dintorni e.V.

website: www.italianiafrancoforte.com (dip)

 

 

 

 

 

L’Italia ospite d’onore alla Fiera Internazionale di architettura del paesaggio

 

Eichenzell. L'Italia si è messa in mostra come ospite d'onore della Fiera internazionale di architettura del paesaggio e del giardinaggio di Eichenzell, ospitata nel castello Schloss Fasanerie, tenuta storica dei Principi Elettori dell'Assia. Un riconoscimento, questa scelta, dell'eccellenza italiana nel settore della protezione e del mantenimento dei beni paesaggistici e storici e nel campo dell'enogastronomia.

La partecipazione del Belpaese alla XVII edizione dell'appuntamento è stata promossa dalla fondazione Hessische Haustiftung, con il sostegno dell'Istituto Italiano di Cultura a Colonia e del Consolato Generale di Francoforte, che hanno organizzato un variegato programma culturale. Tra le iniziative, in particolare, la creazione da parte dell'artista Antonio Ambrosino di un'installazione ad hoc al centro del parco, insieme ai concerti del Trio Lombardini, del gruppo Vucciria e di Roberto Falcone con il suo gruppo. Inoltre sono stati dedicati seminari specialistici sulla cura delle piante mediterranee e del loro valore non solo in termini paesaggistici, ma anche agronomico e alimentare, con particolare riferimento agli agrumi e alle piante officinali.

Numerosi gli espositori italiani tra i 160 stand allestiti nel parco, insieme a una delegazione di Como, città gemellata con Fulda e sul cui territorio sono presenti tra i più bei giardini storici d'Europa. In mostra, anche i tesori d'arte italiana conservati nelle collezioni del castello. L'iniziativa si ripeterà. Dip 26

 

 

 

Corrispondenze. I verdi vincono in Austria per trentamila voti

 

I verdi vincono in Austria per trentamila voti, sconfitta per l’estrema destra e noi del PD ringraziamo. Terminato il ringraziamento cosi com'ero stato educato politicamente mi facevo un'analisi dell'accaduto. Secondo un'indagine sembra che la maggior parte dei voti andati al candidato del FPÖ, li abbia presi nei ceti popolari/proletari, mentre il verde nei ceti intelletuali o comunque benestanti. Siccome questa analisi è la stessa di quella fatta anche in altri Paesi dove i populisti avanzano a spron battuto, arrivo a queste considerazioni.

Il tema dell'immigrazione (uno di quelli che più ha influenzato negli ultimi anni l'Europa) viene recepito in maniera diversa dai due ceti di cui sopra. Nelle periferie da dove una volta la sinistra faceva il pieno di voti, ora arrivano voti populisti, dai quartieri ricchi difficilmente arriveranno voti per la Sinistra. Ci interessa sapere e capire perchè le periferie europee siano diventate cosi populiste? Fare questa riflessione ci porterà a capire meglio cosa noi non capiamo di loro.....di quelli che una volta votavano PCI o comunque sinistra. Gianfranco Tannino, Monaco di Baviera

 

 

 

 

Celebrata a Monaco di Baviera la Giornata dell'Europa (Europatag)

 

Monaco di Baviera - Nonostante il maltempo anche questo anno si è celebrata a Monaco di Baviera la Giornata dell'Europa (Europatag). Tra i presenti anche l’associazione Pro Europa Una, invitata come in passato dall’Europa Bewegung Bayern tramite la presidentessa Ulla Rüdenholz.

“Che Atene, Roma e Valori Cristiani siano le basi comuni per una reale integrazione dei cittadini d'Europa, lo abbiamo di nuovo proposto e documentato come lo facciamo dal 1993”, commenta oggi la presidenza della associazione guidata da Andrea Masciavè. “Si sono fatte molte nuove conoscenze. La nostra proposta ha trovato ovunque una risposta molto positiva. Abbiamo scoperto che ad una grande varietà di persone stia molto a cuore l' unitá Europea, anche se il percorso per giungere ad una Unione federale di Stati indipendenti è molto più lungo e più difficile di quanto si fosse inizialmente pensato. Ma sulla base del fatto che nel nostro passato risiedano i nostri valori comuni, possiamo ancora raggiungere questo obiettivo. Non ci deve scoraggiare il fatto che ci possano al presente essere anche battute d'arresto. Al contrario!”.

Per l’associazione Pro Europa Una “bisognerá solo intensificare i nostri sforzi, perché siamo convinti che il nostro è l'unico modo che per il vecchio continente abbia, affinché lo attenda un futuro migliore”.

Attraverso il presidente Masciavè, Pro Europa Una ringrazia “l'Associazione EBB per l'invito a questo evento ed il sindaco di Monaco Josef Schmid per la sua visita al padiglione. Ci ha fatto davvero molto piacere che anche questo anno egli si sia preso del tempo, a parlare ampiamente con noi di Europa ed in particolare, del ruolo svolto dalla città di Monaco in questo processo di integrazione”. (aise 23) 

 

 

 

Grazie

 

Gli anni passano per tutti; anche se, spesso, non ce ne rendiamo conto. Ci sembra ieri quando abbiamo iniziato l’impegno informativo al servizio dei Connazionali all’estero. Sono trascorsi cinquantacinque anni. Più di mezzo secolo vissuto sul fronte delle notizie. In modo impersonale; senza far trasparire una nostra specifica linea politico/operativa. E’stato difficile; i fatti, però, hanno incoraggiato la nostra scelta. Certamente la meno facile, ma la più onesta. Così, liberamente, abbiamo lasciato il giornalismo d’opinione, che è quello che può raccogliere proseliti, ad altri. Non ce ne siamo pentiti.

Ora, alle porte dell’estate, la prima della Terza Repubblica, abbiamo ricevuto, inattesi, messaggi d’auguri e riflessioni da Lettori che hanno avuto la pazienza e la costanza di seguirci dall’estero. Soprattutto dalla Germania, Gran Bretagna, Svizzera, Francia e, proprio a sorpresa, anche dal piccolo Lussemburgo.

Le note contenevano anche domande, richieste e storie d’ingiustizie, piccole e grandi. Abbiamo preso buona nota di tutto e promettiamo di rispondere nel modo più pratico e diretto. Al momento, desideriamo manifestare il nostro ringraziamento a chi continua ad avere interesse nelle nostre analisi. Un ringraziamento, particolare, ai Lettori che ci seguono sul settimanale“Webgiornale”. Grazie anche a tutti gli Editori che, negli anni, ci hanno fornito prova della loro fiducia. Speriamo d’averla, sempre, meritata. Un apprezzamento, particolare, all’Amico P. Bassanelli, Direttore Editoriale di questo settimanale internazionale, che ci ha incoraggiato nel nostro percorso.

Ora l’impegno non può che continuare. Con i limiti che si reggono, da sempre, sul volontariato. La nostra vita professionale è stata un’altra. Il Giornalismo d’Emigrazione, però, è stato il motivo di un impegno che portiamo avanti dal 1961. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Comitato per le questioni degli italiani all'estero l'audizione del sottosegretario agli Esteri Vincenzo Amendola

 

Confermate le priorità su riforma degli organismi di rappresentanza, promozione di lingua e cultura italiana nel mondo, rafforzamento di servizi consolari e nuova emigrazione.

 

ROMA – Si è svolta oggi al Comitato per le questioni degli italiani all'estero, riunito insieme alla Commissione Affari Esteri del Senato, l'audizione del sottosegretario agli Esteri Vincenzo Amendola, che ha ricapitolato le priorità del suo mandato governativo (già riassunte all'omologo Comitato della Camera dei Deputati, vedi http://comunicazioneinform.it/al-comitato-permanente-sugli-italiani-nel-mondo-e-la-promozione-del-sistema-paese-laudizione-del-sottosegretario-agli-esteri-vincenzo-amendola/), soffermandosi in particolare sulla riforma degli organismi di rappresentanza degli italiani all'estero.

Il tema, ha ricordato il presidente del Comitato, Claudio Micheloni, è oggetto di interesse alla luce della esigua percentuale di partecipazione riscontrata all'ultimo rinnovo dei Comites – circa il 4% dei potenziali elettori – e per rispondere ad un Odg approvato nell'ambito dell'iter connesso all'approvazione dell'ultima legge di stabilità, che sollecitava a partire da questo mese di giugno un confronto necessario a pervenire ad una proposta di riforma di Comites e Cgie. Richiamata anche la questione della promozione di lingua e cultura italiana, su cui il Comitato – rileva Micheloni – sta svolgendo un approfondimento insieme alla Commissione Istruzione pubblica attraverso il quale si dovrebbe pervenire ad una “profonda riforma” di sistema le cui indicazioni verranno presentate nei prossimi mesi, in concomitanza con il decreto di attuazione legato alla riforma della Buona Scuola. A tal proposito il presidente del Comitato auspica si possano discutere preliminarmente le proposte emerse, prima di trovarsi di fronte a interventi già formulati dal Governo, con “decisioni prese altrove”. Altra indagine conoscitiva svolta dal Comitato, insieme alla Commissione Lavoro e previdenza sociale, quella sull'attività dei patronati italiani all'estero, su cui  è in fase di formulazione una proposta di riforma annunciata invece per il prossimo mese di ottobre, mentre un progetto relativo alla riorganizzazione dei servizi consolari – oggetto di un altro Odg della Commissione accolto, - e alternativo a quella elaborata dal Maeci, è annunciato per fine giugno.

Delucidazioni vengono infine richiesti sui fondi destinati alle agenzie di informazione rivolte agli italiani all'estero e sulla disponibilità del Governo a valutare proposte di riforma del voto all'estero.

Amendola ribadisce come sia “fondamentale rispettare l'Odg approvato qui al Senato sulla riforma degli organismi di rappresentanza e richiamato da Micheloni”, considerazione – aggiunge – ripetuta sia nel corso dell'ultima plenaria del Cgie che alla riunione del Comitato di presidenza del Consiglio generale svoltasi proprio in questi giorni a Roma, non tanto “per le analisi fatte sui risultati elettorali”, “quanto per dare omogeneità e ricostruire un'indicazione complessiva che li riguardi”.

“Noi crediamo in una riforma condivisa, che non venga solo indicata secondo le linee o una proposta nostra, ma che si giochi in un triangolo tra il Parlamento, e i vostri due Comitati, il Cgie e il Governo; e questo non per deresponsabilizzare il Governo in merito alla proposta ma per far nascere un documento condiviso – afferma il sottosegretario, evidenziando come tale metodo possa garantire anche un iter di approvazione più celere. Ribadita dunque l'apertura ad un'assemblea straordinaria del Cgie entro la fine dell'anno, purché tale convocazione avvenga alla luce di una proposta completa su cui sia possibile immaginare un'ampia convergenza.

Amendola segnala di aver avanzato al Cdp anche alcuni elementi di riflessione in proposito, riguardanti in particolare, per i Comites, il rafforzamento della loro percezione da parte dei connazionali, alla luce anche della “diversificazione introdotta dalla nuova emigrazione”, rivedendo  aspetti afferenti alla costituzione dei Comitati, come il requisito della consistenza numerica della collettività necessaria alla loro istituzione, i criteri e le modalità di designazione dei componenti, le cause di incompatibilità e ineleggibilità dei membri e il sistema previsto per lo scioglimento di un singolo Comites. “Anche dal punto di vista finanziario – aggiunge il sottosegretario - il dibattito è aperto ed è possibile ridiscutere i parametri per la concessione dei contributi ministeriali, valorizzando un ragionamento comune sul ricorso al fundraising per specifici progetti dei Comites, pratica – rileva - già largamente utilizzata”. “Sul fronte del Cgie siamo disponibili a valutare proposte che modifichino l'attuale sistema di elezione dei membri territoriali affinché sia consentita una più estesa rappresentatività geografica, oltre che la composizione del consiglio e l'articolazione d lavori degli organi interni. Crediamo inoltre sia necessario – afferma - avviare una riflessione sulla funzione del Cgie nella determinazione dell'indirizzo delle politiche destinate agli italiani all'estero, tenendo conto del ruolo che hanno i parlamentari eletti in tale circoscrizione”. “Tutto ciò – conclude - non deve apparire come una critica, ma come un contributo al comune interesse di lavorare insieme ad una riforma di sostanza della rappresentanza”.

Sui corsi di lingua e cultura italiana erogati dagli enti gestori, il sottosegretario segnala come sia di questi giorni il passaggio di competenze dalla Direzione generale Italiani all'estero alla Direzione generale per la Promozione del sistema Paese del Maeci, un provvedimento in linea anche – rileva   -con “la vostra sollecitazione ad un approccio sinergico dei diversi attori in campo” e per il potenziamento di lingua e cultura in un'ottica globale e non limitata alle collettività italiane. Ribadito “l'obbligo del Governo” al reintegro dei 2,5 milioni di euro decurtati dai fondi destinati ai corsi di lingua degli enti gestori, recupero che il sottosegretario definisce “fondamentale” e che deve avvenire “il prima possibile” con “provvedimento di assestamento, tenuto conto dei vicoli”, mentre segnala come il decreto legislativo di attuazione della Buona scuola sia ancora in fase di definizione al Miur, con cui sono in corso incontri per riflettere su come incrementare il numero di studenti di lingua italiana e strutturare una differente organizzazione dei corsi. Prosegue dunque l'impegno ad agevolare l'inserimento di studenti italiani e corsi nei percorsi scolastici locali e per la promozione della nostra lingua e cultura. “Il nostro impegno in questo percorso – precisa il sottosegretario - è coadiuvare il lavoro di discussione avviato con il Miur seguendo il percorso della Buona scuola, anche per il potenziamento del contingente scolastico all'estero, trovando comuni risposte”.

Sul fronte dei servizi consolari Amendola rileva come una necessità preliminare sia quella di una “mappatura” dei servizi richiesti, criticità e funzionamento della rete nella risposta ai cittadini, dati molto diversificati in base all'utenza e all'area geografica. “Compiuta questa mappatura, il nostro compito è quello di rafforzare e riorganizzare la rete, tenendo conto delle ristrettezze economiche – afferma il sottosegretario, escludendo in tale percorso di riorganizzazione la chiusura di nuovi uffici. Parte di questa riorganizzazione è anche un maggior coordinamento tra uffici amministrativi in Italia per il disbrigo in particolare delle pratiche di stato civile, l'informatizzazione dell'Anagrafe dei residenti all'estero (Aire) e la dematerializzazione degli atti. Una serie di “compiti a casa” che devono spingere sull'informatizzazione e la messa in rete dei servizi, salvaguardando il vaglio legale dell'autorità competente, e devono coinvolgere anche il Ministero dell'Interno. Per “l'esterno” si rileva come debba invece proseguire l'adozione di nuove modalità operative, come il sistema integrato di funzioni consolari, il rafforzamento della rete dei consoli onorari, o il funzionario itinerante che “sono sperimentazioni che forse non soddisfano al 100%, ma che possono senz'altro migliorare” e contribuire alla costruzione di un “meccanismi di prossimità” più agevoli per i cittadini, più flessibili e anche più vicini alle istanze della nuova emigrazione.

Per quanto riguarda le agenzie di stampa specializzate, il sottosegretario si riserva di approfondire la questione e inviare al Comitato un risposta scritta, evidenziando l'importanza del servizio, mentre rinvia una considerazione delle proposte di legge sul voto all'estero al termine della riflessione sulla riforma della rappresentanza. Richiamata infine la disponibilità a discutere di ruolo e nuova funzione dei patronati, anche a partire dai limiti dell'esperienza fatta.

Nel corso del dibattito sono intervenuti Vito Rosario Petrocelli (M5S), che ha chiesto una valutazione del funzionamento della rete consolare in risposta alle esigenze dell'utenza, e Mario Dalla Tor (Ap) che ha rilevato come flussi migratori e organismi di rappresentanza siano molto diversi a seconda del Paese di insediamento, disomogeneità che rende estremamente complicato formulare una proposta di riforma di tali organismi che possa tenere insieme la complessità dei fenomeni.

Micheloni ha espresso apprezzamento per “il pragmatismo e la concretezza” emersi nell'intervento del sottosegretario, rilevando in particolare l'importanza di considerare le “geografie variabili” di servizi e rete consolare. A proposito di Comites e Cgie ha evidenziato come in questa fase di avvio di discussione, a suo avviso sia opportuno “esplorare” anche proposte che in passato potevano apparire “provocatorie”, come costituire un Comites per ogni Stato, garantendo in questo modo un dialogo più diretto con l'Ambasciata di riferimento, e sostituire il Cgie con un'assemblea annuale di tali Comitati, per fare il punto sulla situazione, garantendo la rappresentanza territoriale dei membri ed una selezione di qualità degli stessi. Per quanto riguarda invece lingua e cultura, il presidente segnala come non risultino chiare le discussioni sopra richiamate tra Maeci e Miur e si augura di poter contribuire con il lavoro dell'indagine svolta sull'argomento, mentre chiede al Maeci di sollecitare il Ministero dell'Interno a rispondere ai quesiti emersi nel corso dell'esame in Senato sulla proposta di legge sulla cittadinanza italiana, affinché tale percorso parlamentare possa procedere e concludersi. A suo avviso infatti, una limitazione dei requisiti per il riacquisto della cittadinanza italiana – che potrebbe essere l'ascendenza ai nonni, come avviene anche in conformità al quadro europeo – potrebbe giovare alleggerimento del numero di pratiche istruite in alcuni Paesi dell'America latina. Inoltre, viene ribadita l'opportunità di legare tale riconoscimento alla conoscenza della lingua italiana. Con l'approssimarsi del varo della prossima legge di stabilità, infine, Micheloni segnala di voler formulare una proposta sulla valorizzazione dei beni immobili posseduti dall'Italia all'estero e chiede al sottosegretario quale sia la disponibilità su questo fronte. Il presidente ritiene anche che parte del ricavato della vendita di alcuni di tali beni potrebbe essere destinata ai servizi del Maeci o alla valorizzazioni dei beni stessi.

Amendola ribadisce l'apertura a valutare proposte di riforma di Comites e Cgie che siano “di sostanza” e “al servizio della collettività” e non semplicemente tentativi di “restyling, a beneficio degli eletti”, nei tempi stabiliti dall'Odg sopra richiamato. In merito alla valutazione dei servizi consolari, specie quelli attivati per rispondere alle istanze della nuova emigrazione, egli la definisce positiva e “alta, se guardiamo alle dotazioni che abbiamo a disposizione”. Ribadita infine la volontà di “costruire un lavoro comune” con il Miur sugli interventi relativi ai corsi di lingua e cultura italiana, lavoro che dovrà precedere gli atti formali connessi alla definizione dell'attuazione delle linee generali della Buona scuola, mentre si rinnova l'auspicio di una riflessione sulla destinazione delle percezioni consolari nell'ambito della definizione della prossima legge di stabilità.

In tempi brevi viene annunciato un aggiornamento sulla situazione dei connazionali in Venezuela, mentre viene ribadita l'attenzione da parte del Maeci per il tema della valorizzazione del patrimonio immobiliare posseduto all'estero, elenco già consultabile online – fa sapere Amendola, confermando la disponibilità a valutare suggerimenti in proposito. (Viviana Pansa – Inform 24)

 

 

 

 

Sgomberato Idomeni, il più grande campo per profughi d’Europa.

 

E' iniziato ieri lo sgombero di Idomeni, il grande campo profughi informale al confine tra Grecia e Macedonia. Le operazioni di polizia si sono svolte finora nella calma. Circa 8.500 persone, tra cui moltissime famiglie con 4000 bambini provenienti da Siria, Afghanistan, Iraq, saranno spostati in nuovi campi aperti nei dintorni di Salonicco, finanziati dall'Europa. Ma il destino di queste vite è ancora sospeso. Patrizia Caiffa

 

Il più grande campo profughi d’Europa, Idomeni, drammatico simbolo della chiusura della “rotta balcanica”, tra pochi giorni non esisterà più. E’ iniziato ieri all’alba lo sgombero dei circa 8.500 profughi, tra cui moltissime famiglie con 4.000 bambini, costretti a vivere i in condizioni disumane, in tende di fortuna, al confine tra Grecia e Macedonia (Fyrom), nella vana speranza che riapra la frontiera per continuare il viaggio verso il Nord Europa.

Con un’operazione che durerà diversi giorni e senza l’uso della forza (20 unità di polizia anti-sommossa, per un totale di circa 400 agenti), le persone vengono fatte salire sugli autobus e portate in campi più piccoli, aperti di recente grazie ai finanziamenti europei, nei dintorni di Salonicco. In tutta la Grecia sono circa 46mila i profughi accolti.

Le ong, i giornalisti e i tanti volontari accorsi da tutto il mondo non possono entrare nel campo ma sembra che finora lo sgombero si stia svolgendo tranquillamente. Ovviamente nessuno vuole tornare al proprio Paese e tutti sperano di trovare prima o poi in Europa un posto sicuro dove non sentirsi più in pericolo. Caritas Hellas (Grecia), sostenuta finanziariamente dalla rete Caritas (tra cui Caritas italiana), è presente da tempo a Idomeni con sette operatori e una ventina di volontari che fanno la spola con due furgoni da Salonicco per distribuire cibo, abbigliamento, scarpe, zaini, prodotti per l’igiene, pannolini. Ora gli aiuti saranno dirottati sui nuovi campi, che però, rispetto a Idomeni, mancano dei servizi di base – soprattutto sanità e scuole  – forniti dalle Ong che erano accorse in massa durante l’emergenza. Negli ultimi tempi Caritas Hellas distribuiva soprattutto frutta e verdura, per migliorare l’alimentazione anche in vista dell’inizio del Ramadan.

Idomeni “insostenibile” ma nei nuovi campi mancano i medici. “Secondo me è un bene che il campo sia stato sgomberato, anzi la decisione è arrivata troppo tardi – racconta da Idomeni Rino Pistone, operatore di Caritas Hellas -. La situazione era insostenibile. Sabato due operatori di una organizzazione locale sono stati malmenati, non c’era nessun controllo all’interno e la notte succedeva di tutto. In alcuni punti del campo nemmeno la polizia metteva piede. Era difficile lavorare, distribuire gli aiuti, ogni giorno scoppiava una rissa”. Però, precisa Pistone, nonostante le difficoltà c’era “il vantaggio-svantaggio di avere la presenza di tante Ong. I nuovi campi sono invece più piccoli, gestiti solo dall’esercito, con meno volontari. Alcuni sono vecchi capannoni o vecchie fabbriche dismesse. La situazione è più precaria. Mancano i medici”.

Bambini e donne sole con figli potranno chiedere asilo in Grecia. Fino a ieri sera sono state spostate circa 600 persone. L’operatore di Caritas Hellas ha assistito ai primi arrivi in uno dei nuovi campi: “Quattro autobus pieni, erano tutti abbastanza tranquilli. Ma nessuno vuole tornare, sono un po’ alla deriva”. C’è infatti una grossa incognita su quale sarà il loro futuro: se verranno ricollocati in altri Paesi europei, rimandati verso la Turchia in virtù dell’accordo con l’Unione europea o se potranno chiedere asilo in Grecia. “Non c’è un progetto a lunga scadenza – spiega Pistone -. Sono venuto a sapere che alcuni di loro potranno chiedere il diritto d’asilo in Grecia secondo alcuni criteri: minori di 18 anni, donne incinte, donne sole con figli”.

Ancora tanta incertezza. Vista l’incertezza e la mancanza di informazioni sui diritti – tra cui le pratiche per accedere all’asilo e alle varie forme di protezione umanitaria –

molti cercano di entrare comunque in Macedonia attraverso le foreste che segnano il confine, rischiando di affidarsi di nuovo ai trafficanti.

Famiglie siriane, afgane e curde hanno fatto un tentativo nei giorni scorsi “e non è da escludere che succederà di nuovo – ammette Pistone – perché alcuni riescono a passare. Ma se li trovano li picchiano, ed è già accaduto”. Come Caritas Hellas, ora si dirigeranno sugli altri campi a Salonicco: a Oreokastro e Niakavala per cominciare. “Ma cercheremo di non abbandonare Idomeni finché ci sarà ancora gente”, conclude.  Sir 25

 

 

 

 

 

L’audizione del Comitato di Presidenza del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero

 

Gli interventi dei deputati Gianni Farina (Pd), Marco Fedi (Pd), Laura Garavini (Pd), Alessio Tacconi (Pd) e Mario Caruso (Des-CD)

 

ROMA – Si è svolta, presso il Comitato permanente della Camera sugli italiani nel mondo e la promozione del sistema paese, l’audizione informale di una delegazione del Comitato di presidenza del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero. Hanno partecipato all’audizione, oltre al segretario generale del Cgie Michele Schiavone, il vice segretario generale per i paesi anglofoni Silvana Mangione, il vice segretario per l’Europa e il Nord Africa Giuseppe Maggio, il vice segretario per l’America Latina Mariano Gazzola , il vice segretario per i consiglieri di nomina governativa Rodolfo Ricci, nonché altri componenti del Comitato di Presidenza:  Eleonora Medda (Belgio),  Rita Blasioli Costa (Brasile), Gianluca Lodetti (Italia) e Riccardo Pinna (Sud Africa). Presente all’incontro anche il consigliere d’ambasciata Fabrizio Inserra, capo della Segreteria esecutiva del Cgie.

L’audizione è stata aperta dal segretario generale del Cgie Michele Schiavone che ha sottolineato come in questo momento di rinnovamento del nostro Paese, caratterizzato da un profondo processo di riforme, non si dovrebbe dimenticare l’importante presenza delle comunità italiane all’estero che sono portatrici di valori, di storia e tradizioni. Schiavone ha poi parlato della necessità di prendere in considerazione le questioni urgenti che riguardano gli italiani all’estero, come ad esempio il recupero dei fondi per gli enti gestori, la riorganizzazione - visto che tra qualche mese ripartiranno i corsi di lingua e cultura italiana -  di tutto quello che attiene all’arcipelago della lingua e cultura, nonché la riforma, da affrontare dopo l’esito del referendum costituzionale di ottobre, del Cgie e della rappresentanza in generale.

“Noi per la riforma della rappresentanza – ha spiegato Schiavone - ci facciamo carico delle aspettative delle comunità presenti per il mondo e in prospettiva del risultato del referendum lavoreremo su due binari paralleli, a seconda se passi la proposta referendaria o nel caso rimanesse lo status quo della rappresentanza. Ci farebbe inoltre piacere che di fronte a questa questione fossero coinvolti  tutti i rappresentanti ed i soggetti presenti in emigrazione perché anche loro, al di là degli organismi di rappresentanza, sono portatori di interessi”. Il segretario generale ha poi auspicato l’introduzione anche all’estero dei nuovi processi previsti nella legge sulla “buona scuola”, tenendo conto che nel mondo operano scuole italiane e organizzazioni che fanno dell’italianità uno strumento e un volano per quanto riguarda l’internazionalizzazione economica del nostro Paese. Senza dimenticare che tutto quello che attiene al mondo della cultura  rappresenta uno strumento di contatto e di contagio capace di portare in Italia numerosi italofoni, ovvero gente interessata al nostro mondo.

Dopo aver ricordato che gli italiani all’estero hanno gli stessi diritti e doveri dei cittadini residenti in Italia, Schiavone ha espresso preoccupazione per il possibile trasferimento, nell’ambito della riorganizzazione del Maeci, di parte delle competenze della direzione generale degli Italiani all’estero ad altre direzioni generali del medesimo ministero,  con il rischio di un depotenziamento finanziario. Dal segretario generale è stata anche evidenziata la difficile situazione di emergenza vissuta dai nostri connazionali in Venezuela ed in altri paesi , per i quali dovrebbe essere assicurata una presenza continua e soprattutto una semplificazione delle procedure affinché i fondi, le medicine e i materiali di uso essenziale possano essere trasferiti rapidamente alle nostre comunità. Schiavone ha poi sottolineato l’esigenza di rilanciare l’associazionismo, il mondo dei patronati e le varie presenze all’estero al fine di affrontare lo ‘smarrimento’ evidenziato dalle nuove generazioni che oggi si recano all’estero che, a differenza dell’emigrazione tradizionale, portano con se un bagaglio di conoscenza e un vissuto nuovo che trova difficoltà ad avere interlocuzione nei  paesi di accoglienza.

Il segretario generale ha infine rilevato la necessità di ripristinare un adeguato livello di attenzione verso le nostre comunità nel mondo anche attraverso un miglioramento della comunicazione. Un rinnovamento che potrebbe ad esempio svilupparsi attraverso l’inserimento nei grandi telegiornali nazionali di notizie sulle esperienze, le buone pratiche e i positivi risultati realizzati dai nostri connazionali nel mondo.

Ha poi preso la parola il deputato del Pd Gianni Farina, eletto nella ripartizione Europa, che ha auspicato un’intera giornata di colloquio fra il Comitato di Presidenza e gli eletti all’estero in Parlamento dedicata alla riforma degli organi di rappresentanza degli italiani nel mondo. Farina ha sottolineato come, nonostante il non incoraggiante risultato della partecipazione alle elezioni dei Comites che in Europa si è attestata fra il 4 e il 5%,  con il recente referendum sulle “trivelle” nel medesimo continente siano stati raggiunti tassi di partecipazione fra il 25 e 27%, con una media complessiva del 20% . Un partecipazione che, secondo Farina, rappresenta la dimostrazione del fatto di come nell’opinione pubblica che noi non raggiungiamo vi sia ancora un forte interesse per le vicende italiane. Il deputato del Pd ha anche rilevato la necessità di dare alla nuova emigrazione italiana in Europa , composta da alte professionalità ma anche da una mobilità di massa di tante migliaia di persone in cerca di lavoro, tutto l’appoggio ed il sostegno necessario. Per Farina occorre inoltre ipotizzare al più presto un progetto di riforma sia degli organi elettivi, come Comites e Cgie, sia della stessa rappresentanza politica degli italiani all’estero, tenendo conto del fatto che, con l’approvazione della riforma costituzionale, non vi saranno più i sei senatori della circoscrizione Estero. In questo ambito Farina, oltre ad auspicare il reinserimento nel nuovo Senato attraverso i Consigli regionali di una rappresentanza degli italiani all’estero, ha sottolineato la necessità di dare ai 12 deputati della circoscrizione Estero compiti precisi e adeguata visibilità  sul territorio, attribuendo a questi parlamentari un loro collegio con specifiche responsabilità di fronte ai cittadini che li hanno eletti. Farina, ricordando la sua recente partecipazione all’Intercomites della Germania, ha infine segnalato la grande vitalità di questo organismo di rappresentanza che ha saputo dare esempi forti di partecipazione attraverso specifiche proposte su scuola, organismi elettivi e istituzioni. Una vitalità che, per il deputato del Pd, ci fa guardare con fiducia all’attività di questi organismi elettivi e ai futuri rappresentanti in Parlamento.

 “Ho apprezzato nell’intervento del segretario generale del Cgie - ha affermato il deputato del Pd Marco Fedi, eletto nella ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide-  la disponibilità a lavorare su un progetto di riforma della rappresentanza. Questo fatto va evidenziato perché non tutti gli organi che svolgono un ruolo politico di rappresentanza si impegnano per progettare la propria riforma, credo che sia importante fare questo e ci aspettiamo che lo facciate con il coraggio e la passione che vi contraddistingue” . “Noi – ha aggiunto Fedi – abbiamo bisogno di tempo per realizzare questa riforma in maniera ragionata, ma per farla non ci occorrono giustificazioni come ad esempio lo svolgimento del  referendum costituzionale. Abbiamo bisogno di tempo per ragionare bene su come organizzare un nuovo modello di rappresentanza che tenga conto delle situazioni che oggi abbiamo davanti, ma soprattutto che ci aiuti a guardare oltre a tutto quel mondo che non si raccoglie necessariamente nell’ambito dei Comites e del Cgie: sto parlando degli italo discendenti cioè di coloro che  non hanno più la cittadinanza italiana ma sono profondamente legati all’Italia ed alla sua lingua e cultura. Una realtà molto ricca e complessa che spesso ci sfugge e che è molto ricca e complessa”.

Fedi ha poi rilevato la necessità sia di evitare che la riforma della legge 153/71  non si avvalga del contributo politico e culturale dato dal Cgie e dalla rappresentanza degli eletti all’estero, sia di vedere come aspetto positivo il fatto che “la buona scuola” tenti di riformare quello che fino ad oggi sembrava irriformabile. Un percorso,quest’ultimo, che per Fedi, va seguito garantendo un fattivo contributo. Il deputato del Pd ha poi sottolineato l’esigenza di seguire con attenzione anche i decreti legislativi riguardanti la legge sull’editoria e i decreti attuativi concernenti le agevolazioni fiscali per i paesi extraeuropei e per il rientro dei ricercatori. Fedi ha inoltre segnalato l’appuntamento del 24 giugno con le Camere di commercio, un incontro volto far emergere le eccellenze che potrebbe esser replicato anche con gli enti gestori “strutture – ha precisato il deputato - che sono stati dimenticati per molti anni o meglio considerati come un’appendice della presenza italiana nel mondo, e che invece non lo sono ed hanno consentito al Maeci di poter disporre di numeri importanti per quanto riguarda la diffusione dell’italiano nel mondo”. Fedi ha infine rilevato l’importanza sia dello studio del fenomeno della nuova mobilità, ipotizzando la messa in campo con il Cgie si proposte qualitative, sia della proposta di legge recentemente presentata volta ad istituire la Giornata internazionale per gli italiani nel mondo. Un elemento simbolico che va riempito di contenuti.

Ha poi preso la parola la deputata del Pd Laura Garavini, eletta nella ripartizione Europa, che ha evidenziato come per la prima volta il Parlamento, il Cgie e gli eletti all’estero si trovino insieme al Governo per risolvere questioni prioritarie come la promozione della lingua e cultura all’estero e la riforma delle rappresentanze. Una vicinanza dell’esecutivo che, per la Garavini, crea premesse politiche molto promettenti e viene testimoniata anche dall’intenzione del Governo di dare esecuzione a quanto contenuto nella delega sulla “buona scuola” in cui  si procede ad un primo ammodernamento dell’insegnamento della lingua e cultura italiana all’estero. Per quanto poi riguarda il decreto del Presidente della Repubblica che prevede una rivisitazione dell’organizzazione strutturale del Maeci e dell’Agenzia per la Cooperazione allo Sviluppo, la deputata del Pd ha sottolineato come lo spostamento della competenza dell’insegnamento della lingua e cultura italiana all’estero dalla DGIT alla Direzione generale per la promozione del Sistema Paese sia positivo in quanto rappresenta un’occasione di rilancio per questo settore e per i relativi investimenti. La deputata del Pd ha poi ribadito l’esigenza di incardinare alla delega per l’esecuzione della “buona scuola”,  la promozione per l’insegnamento della lingua e cultura italiana. “ Le nostre  sollecitazioni nei confronti del Governo – ha precisato la Garavini - mirano a tenere conto della pluralità dell’offerta e quindi anche di tutta quella miriade di iniziative per lingua e cultura italiana che negli anni si sono andate concretizzando, valorizzando in particolare quelle realtà consolidate negli anni che non siano necessariamente all’interno delle sole scuole pubbliche volte all’insegnamento della lingua e cultura italiana.  Penso in particolare alla presenza e all’operato dei corsi di lingua e cultura offerti dagli enti gestori. Su questo punto – ha aggiunto la deputata - riteniamo necessaria una programmazione a medio termine che tenga conto sia degli arrivi dei finanziamenti, sia della programmazione didattica che all’estero deve avere un lasso di tempo più lungo rispetto alla programmazione nazionale e deve tenere conto, ove possibile, dei Piani Paese”.

Anche la deputata del Pd ha rilevato la necessità di procedere alla riforma dei Comites e del Cgie in tempi adeguati per fornire al prossimo Parlamento una nuova legge  Secondo la Garavini infine lo smarrimento avvertito della nuove migrazioni può però essere mitigato dalle innovative realtà associative estremamente qualificate e capaci che operano all’estero e possono dare delle prime risposte ai nostri connazionali.

Dal canto suo il deputato del Pd Alessio Tacconi ha ricordato come gli eletti all’estero del Pd siano impegnati da mesi per il recupero dei fondi destinati agli enti gestori, ottenendo dal Governo la conferma che saranno ripristinati.  “La forte emigrazione dei nostri connazionali – ha proseguito Tacconi - è uno dei temi che seguiamo con attenzione. Noi sappiamo che non è solo una fuga di cervelli e che al suo interno troviamo di tutto, dal giovane laureato alla famiglia con bambini che si sposta all’estero. Su questo punto siamo impegnati  a sensibilizzare la rete diplomatico consolare”. Tacconi si è poi soffermato su varie tematiche su cui lavorare di concerto con il Cgie, come ad esempio l’emergenza delle nostre comunità in alcuni Paesi, le problematiche fiscali che interessano i nostri connazionali, a partire dalle imposte sull’abitazione fino ad arrivare al canone televisivo, l’accelerazione dell’informatizzazione dei servizi consolari e le nuove mobilità che evidenziano problematiche di integrazione. Una nuova emigrazione quella in Europa, su cui però, secondo il deputato del Pd, bisogna cominciare a ragionare nei termini della cittadinanza europea. Per quanto concerne inoltre le difficoltà finanziarie degli ultimi anni Tacconi ha sottolineato la necessità di invertire nel prossimo futuro questa tendenza, tenendo presente che ora queste risorse, grazie alle soluzioni alternative imposte dal risparmio, possono essere utilizzate al meglio.

Ha poi preso la parola il deputato Mario Caruso (Des-Cd) che ha evidenziato come il Cgie, grazie all’entusiasmo dei nuovi eletti e all’esperienza dei consiglieri riconfermati, abbia le carte in regola per avviare un reale processo di rinnovamento. Per Caruso solo attraverso una completa collaborazione si potranno portare a casa i risultati sperati.   

E’infine intervenuto il presidente del Comitato Fabio Porta che ha ribadito l’esigenza di lavorare con i tempi giusti sulla riforma della rappresentanza coinvolgendo l’intero Cgie. Per quanto riguarda invece la scuola Porta ha rilevato la necessità di portare in audizione davanti al Comitato il direttore generale del Maeci per la promozione del Sistema Paese per discutere i termini del nuovo assetto del Maeci. “Sul Venezuela – ha concluso Porta - voglio far arrivare ai nostri connazionali solidarietà e vicinanza, ricordando che, per quanto riguarda  la questione delle pensioni e quella dell’invio di  medicinali, stiamo lavorando a stretto contatto con il Maeci e i ministeri del Lavoro e dell’Economia  affinché sia trovata con urgenza una soluzione”. (G.M.- Inform 25)

 

 

 

 

Concordi sull’urgenza della riforma e promozione lingua e cultura italiana all’estero

 

"E’ un fatto molto positivo che per la prima volta il Parlamento, il Cgie e gli eletti all’estero si trovino insieme al Governo per risolvere questioni prioritarie come la promozione della lingua e cultura italiana all’estero. Ed è altrettanto promettente che il Governo intenda dare esecuzione in tempi brevi alla delega sulla 'Buona scuola' nella quale  si prospetta una prima riforma del sistema di insegnamento della lingua e cultura italiana nel mondo”. Lo afferma Laura Garavini, della Presidenza del PD alla Camera, nel corso di un intervento al Comitato per gli italiani all’estero della Commissione Esteri riunito per audire il CGIE. E aggiunge:

 

“Ora bisogna che il Governo tenga conto della pluralità dell’offerta attualmente in atto e di tutte quelle realtà didattiche consolidatesi negli anni. Realtà che non sono necessariamente  sole le scuole pubbliche o le scuole paritarie, volte all’insegnamento della lingua e cultura italiana.  Penso in particolare ai corsi di lingua e cultura offerti dagli enti gestori. Su questo punto è necessaria una programmazione a medio termine, non solo per garantire una puntuale gestione dei finanziamenti, ma anche per consentire una proficua programmazione didattica, che sia nelle condizioni di coordinarsi con i percorsi didattici stranieri locali. Là dove sia possibile è inoltre opportuno tenere conto delle particolarità territoriali, considerate nei Piani Paese”. De.it.press 27

 

 

 

 

UE. L’estrema destra che sfida l’europa

 

La classe dirigente è a un bivio: si può non cambiare marcia, e allora si andrà alla disgregazione, oppure si reagisce e si imprime una svolta interna ed esterna al senso dell’Unione. Quale che sia il risultato in Austria, i Paesi non possono restare a guardare - di Franco Venturini

 

Divisa tra un candidato di estrema destra e un ambientalista diventato bandiera di tutti gli altri, l’Austria dovrà attendere l’odierno spoglio dei voti postali per conoscere il suo nuovo presidente. E altrettanto dovrà fare una Europa con i nervi a fior di pelle, incapace sin qui di affrontare l’avanzata di quei partiti anti-comunitari e anti-migranti che a Vienna, bene che vada, avranno conquistato la metà o poco meno dei voti espressi. Il rinvio del sollievo, se vincerà Van der Bellen, o quello dell’indignazione e della paura, se Hofer diventerà il primo presidente europeo espresso da un partito di estrema destra dalla fine della Seconda guerra mondiale, invitano a capire sin d’ora, prima che una circostanza tanto rara si sciolga nel risultato finale, che il sollievo sarebbe vano, e la paura suicida, in assenza di una presa di coscienza politica e culturale che all’Europa di oggi sembra drammaticamente fare difetto. Una vittoria di Hofer, certo, avrebbe carattere di eccezionale gravità. Per noi italiani, che non vogliamo il confine austriaco chiuso ai migranti. E anche per il resto dell’Europa, perché il Partito della Libertà, con questo nome scandalosamente paradossale, si segnalò sin dalla sua nascita negli anni Cinquanta per il rifugio offerto agli ex nazisti che non intendevano cambiare strada. Ma se l’Austria è capace di simili eccessi non avendo mai fatto seriamente i conti con il suo passato, a cosa servirebbe (come speriamo che accada) celebrare oggi la vittoria di misura di Alexander Van der Bellen mentre sappiamo che in Francia il partito più forte è il Front National? E che la destra anti-europeista e anti islamica governa in Polonia, In Ungheria, in Finlandia, in Slovacchia, che destre simili avanzano in Olanda, che i sondaggi premiano anche quell’Alternativa per la Germania che fa scalpitare la Csu bavarese, umilia una Spd in piena crisi e minaccia così la leadership di Angela Merkel?

L’elenco non è completo, ma è più che sufficiente per chi vuole capire. Non di populismi generici e cangianti si tratta, bensì di una rivolta che cresce e che ha origini e caratteristiche precise. Se la classe media che prima era la trave portante dell’Europa oggi le volta in parte le spalle e si lascia sedurre da estremismi che dovrebbero esserle culturalmente estranei, è perché una tempesta di spaventosa potenza si è abbattuta su di lei. La crisi economica che non passa, beninteso. Ma anche una profonda crisi identitaria nutrita da una globalizzazione mal governata. Anche la rivincita dei nazionalismi che proteggevano meglio. Anche le paure che vengono dal terrorismo, dalle minacce esterne ma vicine (per alcuni la Libia, per altri la Russia). E naturalmente, quando la misura per alcuni era già colma, l’ondata migratoria, i riflessi etnici e religiosi, il rigetto del diverso, la consapevolezza che non si tratterà di un fenomeno di breve durata.

Mentre questa massa d’urto si andava formando nelle società europee con motivazioni che sarebbe miope considerare infondate, l’Europa ha dormito o si è lacerata al suo interno. Non può consolarla il fatto che Trump porti con successo nella campagna presidenziale americana alcune delle istanze che scuotono la Ue. E Jean-Claude Juncker ha torto, quando dice che una vittoria di Hofer decretata dagli elettori escluderebbe dibattito o dialogo. Non siamo più nell’Europa del 2000 che sanzionò la ben più modesta ascesa di Haider. Oggi serve una controffensiva politica e culturale dell’Europa capace di parlare a tutti gli elettori, servono nuove iniziative che possano dare nuove speranze, serve una comunicazione efficace al posto del disastro attuale, per ricordare a tutti e in ogni Paese cosa e come saremmo senza l’Europa, senza l’euro, senza quelle insopportabili direttive di Bruxelles, senza la difesa dei nostri commerci esterni, senza i generosi aiuti per le regioni meno sviluppate, senza le sovvenzioni all’agricoltura, senza quel che è stato e non è più Schengen, senza l’Erasmus, e chi sa, forse senza la pace.

L’Europa e i suoi dirigenti sono a un bivio, chiunque vinca in Austria. Possono non cambiare marcia, e allora si andrà alla disgregazione. Oppure possono reagire. Va detto, senza alcun cedimento a un ottimismo ancora ingiustificato, che qualche segnale o progetto di reazione comincia ad affacciarsi. Non in Libia, specchio per ora del disorientamento non soltanto nostro ma di tutto l’Occidente. Non in Siria. Non ancora davanti al fenomeno migratorio, perché il rifiuto opposto alla ripartizione dei rifugiati da parte di molti soci dell’Est e dell’Ovest rende indispensabile l’orrendo patto che ci espone ai ricatti di Erdogan. Ma la nuova attenzione verso l’Africa è un passo nella giusta direzione. E quando sarà passato il referendum sul Brexit, quale che ne sia l’esito, Germania e Francia promuoveranno un rilancio politico dell’Europa che dovrebbe partire da accenni di difesa comune, da diverse velocità di integrazione e di governo dell’economia, dalla presa d’atto che l’Europa, dopo troppi allargamenti, ha bisogno di rimpicciolirsi per ripartire. Tutte cose indigeste per Londra, malgrado il tifo generale per una Gran Bretagna che resti in Europa. Ma tant’è, queste saranno le nuove sfide, alle quali dovrà affiancarsi una intesa sui migranti con le buone o con le cattive, come sin qui vanamente minacciato dalla Commissione di Bruxelles.

Basterà a salvare l’Europa dai suoi figli in rivolta? Forse no. Forse non saranno conclusi i compromessi necessari, forse le ideologie finanziarie e gli interessi economici continueranno a prevalere, forse non emergeranno gli statisti che servono. E i tanti Hofer d’Europa, esistenti o potenziali, avranno via libera. Ma una grande avventura come la costruzione europea merita almeno di combattere prima di morire. Se non altro perché, a dispetto delle previsioni, potrebbe vivere e vincere. CdS 22

 

 

 

 

In Austria vince il verde Van der Bellen, l’estrema destra ammette la sconfitta

 

Norbert Hofer ha perso per 31mila preferenze: decisivi i voti per corrispondenza

Il verde Alexander Van der Bellen ha vinto le elezioni in Austria dopo lo spoglio dei voti per posta, sconfiggendo l’ultranazionalista Norbert Hofer. La conferma è arrivata anche dal ministero degli Interni austriaco, che ha divulgato i dati della vittoria (risicata) di Van der Bellen: 50,3%, circa 31 mila voti di scarto, risultato raggiunto grazie alle preferenze che 900mila elettori hanno espresso per corrispondenza. L’affluenza alle urne è stata record, al 72,7%. Hofer ha ammesso su Facebook la sconfitta: «Mi sarebbe piaciuto prendermi cura di questo bel Paese. Vi resterò comunque fedele», scrive. 

 

IL LEADER DEL FPO: «COMUNQUE UN GRANDE SUCCESSO. È SOLO L’INIZIO»  - «La strada che abbiamo spianato negli ultimi 11 anni, nessuno può più togliercela. Norbert Hofer sarebbe un vincitore ex-equo con circa il 50%, è solo in un fotofinish di un millimetro che non è stato eletto presidente austriaco». Lo ha scritto su Facebook Heinz-Christian Strache, presidente del partito di ultradestra Fpö. «Siamo consapevoli di questo grande successo e quindi continueremo a lavorarci. È solo l’inizio», ha proseguito.  

 

IL MINISTRO GENTILONI: «UNA BUONA NOTIZIA»  - Per il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni la vittoria di Alexander Van der Bellen «è una buona notizia, e siamo molto contenti anche per i riflessi che questo avrà nelle relazioni bilaterali tra i nostri due Paesi». Pensando all’esito delle consultazioni in chiave di gestione dell’immigrazione, per Gentiloni «non c’è alcun interesse per l’Austria a radicalizzare le contrapposizioni su temi migratori». Al contrario «c’è tutto l’interesse a collaborare». Comunque, aggiunge Gentiloni, «non dobbiamo sottovalutare il fatto che la metà degli elettori si è espressa in un altro senso. Credo sia una lezione per i partiti tradizionali: forse in questa vicenda hanno seguito un po’ troppo le spinte di strumentalizzazione della questione migratoria».  

 

ROMANO PRODI: «BENE MA IL SEGNALE RESTA PERICOLOSO»  

«Io sto partendo proprio per Vienna. Bene, sono molto contento». Romano Prodi commenta a caldo la vittoria per pochissimi voti del candidato verde Alexander Van der Bellen alle Presidenziali in Austria. «Naturalmente - afferma l’ex presidente del Consiglio - è una vittoria limata, avvenuta probabilmente solo perché alla vigilia delle elezioni hanno cambiato il primo ministro togliendo così un punto di insoddisfazione. Adesso il nuovo presidente avrà il compito di conciliare un paese diviso in due». Che segnale arriva da Vienna con la sconfitta di Norbert Hofer, che la destra viene sconfitta e non ce la fa ad andare al governo? «No, quando l’elezione viene decisa per pochi voti il segnale è ugualmente pericoloso», afferma Prodi. 

 

DECISIVI I VOTI PER CORRISPONDENZA   - Il ministero dell’Interno austriaco ha divulgato i dati delle elezioni, che mostrano quanto siano stati importanti i voti per corrispondenza. Van der Bellen ha 2.254.484 voti, pari al 50,3%. Norbert Hofer ha 2.223.458 voti pari al 49,7%. Prima di contare i voti per posta (modalità scelta dal 14,1% degli elettori, un record) Hofer era in vantaggio al 51,7%: in caso di vittoria sarebbe stato il primo capo di Stato della destra radicale in un Paese del blocco comunitario.  

Van der Bellen ha vinto a Vienna (63,3%) e nelle regioni del Tirolo (51,4%), del Vorarlberg (58,6%) e dell’Oberoesterreich (51,3%). Hofer ha vinto nel resto dell’Austria: Carinzia (58,1%), Salisburghese (52,8%), Steiermark (56,2%), Niederoesterreich (52,6%) e Burgenland (61,4%). LS 23

 

 

 

 

Van der Bellen, ecologista e fumatore figlio di immigrati dell’epoca zarista

 

Chi è l’eccentrico nuovo capo dello Stato austriaco: un economista di 72 anni che giurerà il prossimo 8 luglio, testimone di un Paese in probabile crisi d’identità

di Danilo Taino

 

VIENNA - Per i prossimi sei anni, un professore «verde» occuperà l’Hofburg, il palazzo presidenziale nel centro di Vienna, cuore antico del potere asburgico. Sì, l’Austria è attraversata da un grande sommovimento politico; vive l’avanzata poderosa di un movimento di destra radicale, il Partito della Libertà (illiberale); è divisa sul dare ospitalità o no agli immigrati. Ma riesce anche a eleggere, con voto popolare, un economista di 72 anni come presidente della Repubblica. Alexander Van der Bellen, che giurerà il prossimo 8 luglio, è il testimone di un Paese che è in probabile crisi d’identità ma che, comunque, mantiene una certa saldezza di nervi.

Un pezzo di storia d’Europa

Van der Bellen, che ha fermato sul bagnasciuga il candidato della destra Norbert Hofer, è un austriaco un po’ classico, un po’ eccentrico. Classico perché è un fumatore (confesso). Eccentrico perché, in un Paese cattolico, è luterano (non praticante). Come tanti connazionali (è nato a Vienna) ha una seconda moglie (e due figli ormai adulti dalla prima). Ma a differenza di parecchi di loro dice di essere «figlio di immigrati». In effetti, la storia della sua famiglia è un pezzo di storia dell’Europa centro-orientale. I Van der Bellen erano vetrai che a metà del 1700 emigrarono dall’Olanda alla Russia. Non troppo in profondità: a una ventina di chilometri dal confine con l’Estonia. Ebbero successo sociale, acquisirono un titolo nobiliare, si occuparono della cosa pubblica sotto lo zar.

Europeista e federalista

Il nonno del nuovo presidente eletto, anch’egli Alexander, fu un convinto liberale prima della Rivoluzione d’Ottobre. Che, per la famiglia, fu uno spartiacque di vita. Nel 1919, i Van der Bellen fuggirono dalla furia bolscevica: si stabilirono nella vicina Estonia. Ma solo fino al 1940, quando l’Unione Sovietica di Stalin invase il Paese. I genitori del neopresidente (Alexander anche il padre e Alma la madre) finirono in Germania per un certo periodo, poi si stabilirono a Vienna. Dove, nel 1944, nacque un altro Alexander, quello di cui parliamo oggi. Ma quando, l’anno dopo, l’Armata rossa raggiunse la capitale austriaca, la famiglia riparò in Tirolo. Van der Bellen sa insomma che l’Europa non è sempre stata ospitale e che i confini interni sono spesso stati d’acciaio. Forse anche per questo si dice profondamente europeista: federalista. Ha studiato Economia a Innsbruck, ha lavorato a Berlino e dal 1980 insegna all’Università di Vienna. In politica, prima socialdemocratico poi, dal 1994, Verde: portavoce e successivamente presidente del gruppo parlamentare. Uno dei politici più conosciuti in Austria. Quando si è candidato alla presidenza, come indipendente appoggiato dai Verdi, ha impostato una campagna sostenendo che gli immigrati sono un’opportunità e che l’Europa aperta è l’obiettivo che deve perseguire l’Austria. Al primo turno delle elezioni, il 24 aprile, ha raccolto il 21% dei consensi, secondo dietro al 35% di Hofer. In un mese, al ballottaggio ha portato i suoi voti al 50,3%. Così, di un soffio, ha fermato l’onda degli illiberali. E ha scoperto che l’Austria non ha perso i nervi. Non ancora. CdS 24

 

 

 

 

I miti della sinistra trascinati nella rissa sulla Costituzione

 

Da adesso fino a ottobre assisteremo ogni giorno a schermaglie al limite della rissa fra i renziani e la sinistra dem. La querelle sulle parole del ministro Boschi sui "partigiani veri" è ancora calda che ecco insorgere figli veri e parenti politici di Berlinguer, Ingrao e si può scommettere anche Nilde Iotti per i manifesti che raffigurano le loro facce con citazioni di discorsi in cui queste tre figure storiche del Pci si dichiaravano a favore della riforma costituzionale. L'uso da parte della maggioranza renziana del Pd è certamente molto disinvolto perché le citazioni sono fuori contesto. Ma non c'è dubbio che già nel Pci si parlava di abolizione del bicameralismo perfetto. La polemica sui partigiani "veri" che votano Sì sarebbe da catalogare tra le curiosità marginali della politica, se non altro per il ridotto numero dei partigiani che davvero hanno fatto i partigiani per evidenti ragioni anagrafiche, ma la materia è di quelle che si prestano perfettamente allo scontro sanguinoso tra renziani e pretesi difensori della Costituzione, cioè gli avversari eterni del segretario-premier. Però anche un'altra figura storica del Pci, Giorgio Napolitano, presidente emerito della Repubblica, si è arrabbiato con quelli che votano No "per difendere la Costituzione". Napolitano voterà Sì ma non può essere certo accusato di voler distruggere la Costituzione, lui che ne è stato lo strenuo difensore negli anni del berlusconismo. La guerra dichiarata dalla sinistra a Renzi avrà il prossimo campo di battaglia nelle elezioni comunali, soprattutto a Roma. Il candidato Fassina, prima escluso e poi riammesso alla gara, ha già dichiarato che se Giachetti andrà al ballottaggio non avrà il suo appoggio. Per cercare una tregua in vista del voto è dovuto intervenire di nuovo Renzi che ecumenicamente ha detto di rispettare tutti i partigiani, sia quelli che voteranno Sì che quelli contrari alla riforma. GIANLUCA LUZI, LR 23

 

 

 

 

Gli Usa visti dall’Italia. Ragione, sentimenti e la caccia ai voti

                                                                                                                              

Per cercare di capire che cosa accade dall’altro lato dell’Atlantico, mi pare utile usare il titolo di uno dei romanzi di Jane Austen, Sense and Sensibility, buon senso e sensibilità, tradotto in italiano come Ragione e Sentimento.

 Hillary Clinton, gelida e tosta, rappresenta la continuità dalla politica del partito democratico. Sostenuta dall’establishment di Washington e dal marito Bill, è la ragione, il buon senso delle politiche del presidente in carica Barack Obama, per diritto alla salute, cambiamenti climatici, controllo della diffusione delle armi e politica fiscale. Hillary esprime poco quella passione o sensibilità per idee e progetti che fanno sognare gli elettori, suscitando la speranza di un mondo migliore. Da un anno ormai ricevo lettere con la frase “Sei con me? Se sei con me versa un dollaro”, non molto di più, e mai qualcosa di nuovo, a parte il fatto che sarebbe la prima donna ad entrare nella sala ovale della Casa Bianca. Mi domando: Si può votare per la presidenza semplicemente perché il candidato è donna?  Ricordo la mia delusione quando sentii il video del comizio di apertura della sua campagna elettorale, lei leggeva le sue pagine come una maestrina in classe. Al termine di ogni paragrafo l’applauso della claque le consentiva di riprendere fiato. Allora forte fu il ricordo dei comizi coinvolgenti, bellissimi, dell’oratoria trascinante di Barack Obama che, pieno di passione politica, suscitava sogni e speranze. Paragone inesorabilmente a svantaggio di Hillary, razionale e gelida. 23 milioni di democratici si sono recati alle urne per lei.

Lunghe file alle urne per il suo avversario, Donald Trump, l’uomo dai capelli color carota, che, con i suoi miliardi, è sceso in campo, e passo dopo passo, con una oratoria aggressiva ha toccato i sentimenti profondi degli elettori americani, soprattutto la rabbia e la protesta. Per lui tantissimi si sono recati alle urne, in numeri record, più di 25 milioni. Gli elettori sono tanto emozionati e trascinati da D. Trump che, quasi accecati, ignorano persino il fatto che finora non ha pubblicato la sua dichiarazione dei redditi. Teniamo presente che la chiarezza nei rapporti con il fisco è un punto fermo nella mentalità degli americani. Oggi, D. Trump raggiunge e supera Hillary, anche se di poco, nei sondaggi di opinione. E ciò che qualche mese fa sembrava assurdo, ora appare possibile.

A conclusione di queste brevi considerazioni un pensiero va a Bernie Sanders. Lui, diversamente da Hillary, riesce a suscitare sentimenti di partecipazione in tanta gente con tre lavori e salari minimi da fame negli stati più ricchi del pianeta. Appena finirà la competizione per la nomination del partito democratico, allora, messe da parte tutte le ostilità, Bernie potrebbe aiutare Hillary ad essere un po’ più sensibile, a trasmettere un po’ di entusiasmo ai democratici e portarli in massa alle urne con la speranza di un’America più giusta, che riduca le differenze fra i pochissimi miliardari e le masse dei diseredati. Otto anni fa, riuscì a farlo Barack Obama. Emanuela Medoro, de.it.press 24 maggio

               

 

 

 

Positivo incontro con il Comitato di presidenza del Cgie

 

ROMA - "Si è svolto presso il Ministero degli Esteri, un incontro con il Comitato di Presidenza del CGIE utile alla preparazione dell'audizione nel Comitato italiani nel mondo della Camera. Buon metodo di lavoro che consente un confronto e una discussione aperta e meno condizionata dai tempi. Lo abbiamo ribadito ai componenti della Presidenza del Consiglio, auspicando che questo metodo continui in futuro”. Così Marco Fedi, deputato Pd eletto all’estero, che spiega: “nel merito abbiamo concordato una strategia comune per arrivare ad una proposta di riforma della rappresentanza. Una proposta coraggiosa, innovativa, che parta dall'attuale crisi degli "organismi intermedi" e dei modelli di rappresentanza dei cittadini, tema centrale nel dibattito politico, che sappia affrontare i nodi dell'efficienza, della incisività, del rapporto con le istituzioni, a partire dai parlamentari eletti all'estero, contenendo i costi e modernizzando ruolo e competenze”.

“Abbiamo espresso, inoltre, una valutazione comune rispetto alla preoccupazione che il decreto attuativo della "Buona scuola", che – ricorda – riformerà tra l’altro l'intero settore regolato dalla 153/71, venga elaborato in assenza di un contributo diretto dei parlamentari e del CGIE. Alcuni passaggi positivi, come per l'editoria, attendono i decreti attuativi della delega. E siamo ancora in attesa che vengano predisposti i regolamenti per le agevolazioni fiscali ai lavoratori extra-UE e per il rientro dei ricercatori dall'estero, dopo i positivi risultati su queste questioni ottenuti in legge di stabilità. Una fase transitoria che continua da troppo tempo”.

Nel frattempo, argomenta il parlamentare, “dobbiamo reagire, costruire una fase propositiva che ci rafforzi nel mondo sia in vista del referendum confermativo sul nuovo impianto costituzionale che sulle nuove regole per l'esercizio in loco del diritto di voto, che comunque dovremo affrontare anche in una nuova prospettiva di definizione delle incompatibilità rispetto ad incarichi rilevanti nei Paesi di residenza. È scaturita, inoltre, l’esigenza di un impegno maggiore sui temi dell'attualità politica, dalla Brexit all’immigrazione: il nostro lavoro politico ha bisogno di nuovi stimoli”.

“È necessario portare all'attenzione del Governo e del Parlamento le nostre esperienze migliori – rimarca Fedi – con le Camere di Commercio, ad esempio, abbiamo iniziato un percorso di valorizzazione ed ora proponiamo di estenderlo agli enti gestori. Una grande iniziativa per raccontare la loro storia, le eccellenze e l'impegno che hanno consentito di raggiungere i livelli qualitativi e quantitativi che abbiamo oggi. È auspicabile, infine, - conclude – lavorare per l'approvazione della proposta di legge La Marca sull’istituzione della giornata dedicata agli italiani nel mondo". (aise) 

 

 

 

 

Patti chiari?

 

Da parecchio tempo tentiamo d’offrire una nostra visione, del tutto disinteressata, sulle vicende socio/politiche d’Italia. Almeno, ci proviamo. No, però, per far prevalere una nostra tesi specifica. Ce ne siamo sempre ben guardati.

Le nostre sono state, e restano, riflessioni senza commenti personali. Dopo aver sfiorato il fondo, il fronte politico nazionale tenta una faticosa rimonta. Nonostante parecchie “sbavature”, s’intravede una flebile ripresa. L’anno prossimo sarà quello decisivo per Renzi e il suo Esecutivo.

 Con la nuova legge elettorale, nonostante le polemiche, a contare tornerà il Popolo italiano. Ovviamente, non ci attendiamo “miracoli”, ma parecchia coerenza sì. Le “alchimie", come sempre, le lasciamo a chi s’illude di poterle gestire. Noi preferiamo restare nel concreto. La Democrazia non ha mai rifiutato a nessuno proposte e suggerimenti.

 Insomma, i miglioramenti potrebbero essere il passo successivo alla catarsi. Il problema, a nostro avviso, rimane però quello delle alleanze che i partiti, gioco forza, dovranno concretare prima delle future elezioni politiche. Nel Centro/Destra, come nel Centro/Sinistra, tanto per essere chiari, le “stonature” proprio non mancano.

 Basta una qualsiasi “incertezza” per farci intendere quanto sia fragile il nostro sistema parlamentare. Tanto che le perplessità politiche restano ancora tutte. Gli scandali, che proprio non sono mancati, hanno contribuito a sfiduciare tutti e tutto.

 Ora ci riserviamo d’analizzare quello che sarà il nuovo ruolo del Parlamento e dell’Esecutivo che ne sarà partorito. L’importante è che le necessarie alleanze restino realistiche. Chi non se la sente d’essere differente nei modi e nei fini, avrà l’opportunità di porsi all’opposizione; con gran vantaggio per il Paese che di politici rampanti ne ha le tasche piene.

 Ora c’è da auspicare che dopo gi Esecutivi d’emergenza, torni un dialogo politico senza stonature. La penisola ha bisogno, più che mai, di patti chiari che consentano al nostro Paese di ridare “fertilità” alla terra bruciata.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Mediterraneo. L’Italia e la scommessa degli affari tunisini

 

Una delegazione imprenditoriale italiana sbarcata in Tunisia. A dirigerla, il 9 maggio, il ministro degli Affari Esteri Paolo Gentiloni che ha partecipato al Business Forum organizzato da Confindustria in collaborazione con Ice-Agenzia, l'Associazione bancaria italiana e con il patrocinio del Ministero dello sviluppo economico e dello stesso Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale.

 

La missione imprenditoriale - oltre 170 rappresentanti di imprese, banche ed associazioni - è stata ricevuta dal capo del governo tunisino, Habib Essid, presso la sede dell'Utica, l'Unione tunisina del commercio e dell'artigianato, insignita nel 2015 del Premio Nobel della Pace assieme all'Ugtt, principale sindacato dei lavoratori, la Lega Tunisina per la difesa dei diritti dell'uomo e l'Ordine nazionale degli avvocati, per aver contribuito alla ripresa del processo di transizione dopo una fase di stallo del dialogo politico.

 

Obiettivo principale del Business Forum è stato quello di rilanciare la cooperazione bilaterale tra Italia e Tunisia ed approfondire le opportunità offerte dal mercato locale non solo in termini di commercio, ma anche di partenariati industriali e di investimenti, attraverso sessioni tecniche di approfondimento sul quadro legislativo nazionale in materia e una serie di incontri tra singole imprese in diversi settori: in particolare, agro-alimentare, energie rinnovabili, infrastrutture e costruzioni.

 

Tunisia, ponte sul Mediterraneo

L'Italia è attualmente il secondo partner commerciale ed investitore della Tunisia dopo la Francia, con un interscambio bilaterale nel 2015 di circa 5,5 miliardi di euro e un saldo commerciale in attivo. Secondo le statistiche delle Agenzie nazionali Api e Fipa e come ha ricordato anche nel corso dell'incontro Mourad Fradi, presidente della Camera di Commercio e dell'Industria tunisino-italiana, nel Paese nordafricano sono presenti circa 800 imprese, miste, a partecipazione italiana o a capitale esclusivamente italiano, la maggior parte delle quali totalmente esportatrici, che impiegano oltre 60mila persone.

 

Gli Ide dell’Italia verso la Tunisia, così come le esportazioni, sono tendenzialmente cresciuti negli ultimi anni, registrando una diminuzione tra 2008-2009 e nell'immediato post-2011, per riprendere, già dall'anno successivo un trend positivo.

 

La tradizionale presenza dell'Italia in Tunisia, considerata, oggi più del passato, come un nodo cruciale per la sicurezza nel Mediterraneo e come un ponte che apra al Medio Oriente, è rilevante soprattutto nel settore manifatturiero, in particolare del tessile/abbigliamento; in quello energetico - si pensi al gasdotto trans-tunisino Ttpc controllato da Eni che collega Italia e Algeria, ma anche al progetto di interconnessione elettrica sottomarina Elmed tra Italia e Tunisia - e delle infrastrutture.

 

Tra i principali gruppi italiani presenti in Tunisia troviamo colossi come Almaviva, Benetton, Marzotto, Miroglio Group, Pirelli, Riva Acciaio, ma soprattutto piccole e medie imprese meno note al grande pubblico.

 

Questo Forum si inserisce in un quadro più ampio di strategie di ripresa economica che il governo tunisino si appresta a sostenere, soprattutto dopo la recente approvazione del Piano di sviluppo quinquennale 2016-2020 che mira al rafforzamento del flusso degli investimenti esteri ed anche alla sua diversificazione, aprendo ai mercati del Golfo ed alla Russia, dopo l'annuncio della creazione di una linea marittima diretta per favorire gli scambi commerciali che dovrebbe collegare il porto tunisino di Radès e quello russo di Novorossiiysk sul Mar Nero.

 

Inoltre, una parte sostanziale degli investimenti - il 70% secondo quanto dichiarato dal ministro tunisino dello sviluppo, Yassine Brahim - dovrebbe beneficiare le regioni sfavorite dell'interno e del sud del Paese, tradizionalmente escluse dalle politiche di sviluppo economico a vantaggio della capitale e delle regioni costiere del Sahel.

 

Un paese in cerca di stabilità

A distanza di cinque anni dall'inizio della Primavera araba, l'economia tunisina, che assiste da oltre vent'anni ad un indebolimento progressivo del suo tasso di crescita medio, stenta ancora a decollare, con un modello che resta principalmente dipendente dalla domanda estera, che si tratti di investimenti o turismo.

 

Con le continue manifestazioni e sit-in e la pressione jihadista al confine con la Libia e l’Algeria, la stabilità sociale del Paese dipende, ora più che mai, da una ripresa economica che ha bisogno, anzitutto, di risposte politiche.

 

A due anni dall'adozione della nuova costituzione (gennaio 2014) e dalle legislative nell'ottobre 2014 che hanno segnato la vittoria del partito laico Nidaa Tounes - fondato dall'attuale presidente della Repubblica tunisina Béji Caid Essebsi come contraltare al partito islamista Ennahda - la Tunisia è ancora alla ricerca di stabilità politica, con il nuovo anno che si è aperto con un rimpasto di governo a seguito della crisi interna, e successiva scissione, al partito di Essebsi.

 

L'attenzione degli investitori è ora sulle riforme strutturali in cantiere, come il nuovo codice degli investimenti, la legge sul partenariato pubblico-privato e una normativa di dettaglio sulle energie rinnovabili.

 

Ma la creazione di un clima favorevole agli investimenti dipende anche, in larga parte, dalla capacità della Tunisia di gestire la questione terrorismo, interno ed internazionale. Anche se una riforma del settore di sicurezza sarebbe altamente auspicabile, appare ancora in sospeso.

Giulia Cimini, AffInt

 

 

 

 

Renzi assicura: l'Italicum non si tocca

 

Giù le mani dall'Italicum, la legge elettorale deve restare così com'è. È questa, letteralmente, la risposta che il premier ha dato dal Giappone alla richiesta della sinistra Pd di modificare la nuova legge elettorale. Bersani, Speranza e gli altri esponenti della sinistra che ancora militano nel Pd, accusano l'Italicum di creare in Parlamento un blocco di potere su misura per il premier. Renzi risponde che la legge consente di sapere con certezza chi governerà il Paese un minuto dopo la certezza del risultato elettorale. La sinistra controreplica che si sacrifica la rappresentanza sull'allarme della governabilità. Ma è proprio quello che Renzi cerca: la governabilità, e pazienza se a scapito di un po' di rappresentanza, anzi meglio perché così ci sarà meno ostruzionismo in Parlamento. Insomma è uno scontro fra due concezioni opposte di democrazia parlamentare. Una, tradizionale, che affida al compromesso la dinamica parlamentare. L'altra, quella di Renzi, che dà al vincitore gli strumenti per decidere e governare. Un sistema, l'Italicum, pensato quando l'onda della rottamazione e del renzismo portarono alla strepitosa vittoria nelle Europee. Ora l'onda è molto meno impetuosa e lo scenario politico italiano da bipolare è diventato tripolare, con Grillo terzo incomodo. Le cose si sono fatte più complicate e sarà della massima importanza il risultato delle elezioni amministrative. Non solo perché si eleggono i sindaci delle più importanti città d'Italia, ma perché quattro mesi dopo si vota per il referendum istituzionale. Perdere Roma o Milano sarebbe per Renzi gravissimo. Perdere il referendum porterebbe quasi certamente alle elezioni politiche anticipate. Ogni passaggio da adesso a ottobre porta con se conseguenze e variabili in grado di cambiare completamente lo scenario della politica per i prossimi anni. GIANLUCA LUZI LR 28

 

 

 

 

 

Fermare il consumo di suolo non è solo una questione edilizia, ma un diverso modello di vita in città e paesi

 

 “Stop al cemento entro il 2050”: è stato questo uno dei titoli di giornale che la scorsa settimana ha accompagnato la notizia dell’approvazione, da parte della Camera dei Deputati, del disegno di legge che intende azzerare, entro la metà di questo secolo, il “consumo di suolo” in Italia. Le valutazioni di Matteo Mascia, coordinatore del progetto “Etica e politiche ambientali” della Fondazione Lanza di Padova, e di Andrea Masullo, direttore scientifico di Greenaccord. Di Luigi Crimella

 

“Stop al cemento entro il 2050”: è stato questo uno dei titoli di giornale che la scorsa settimana ha accompagnato la notizia dell’approvazione, da parte della Camera dei Deputati, del disegno di legge che intende azzerare, entro la metà di questo secolo, il “consumo di suolo” in Italia. La discussione del provvedimento ora passerà al Senato e non è detto che il percorso sia lineare e pacifico:

accanto ai favorevoli alla difesa totale dei terreni e all’imposizione di norme per il riutilizzo forzato di aree già edificate, ci sono i contrari, in primis il mondo dell’edilizia che vede in arrivo una quasi-minaccia mortale per il settore, o come è stato detto un “esproprio proletario” delle aree edificabili.

In pratica, dicono gli oppositori, se si andasse in questa direzione, sarebbe la fine per circa una metà delle imprese edili, perché un conto è edificare valorizzando terreni ora liberi, un altro invece demolire per poi ricostruire. Con l’abbattimento e ricostruzione, i costi sarebbero inevitabilmente più elevati, sparirebbe la libera disponibilità delle aree e gli attuali proprietari vedrebbero svalutati i propri terreni senza possibilità di disporne liberamente, come invece è possibile ora all’interno dei dettami dei piani regolatori vigenti. In sostanza, si paventa un “dirigismo edilizio” che darebbe un colpo mortale alla libera proprietà (delle aree) e alla libera iniziativa (degli imprenditori). Ma la filosofia che sta dietro a questo decreto si basa su dati molto preoccupanti.

La ricerca dell’Ispra e la crescita esponenziale del “consumo”. Nello studio dal titolo “Il consumo di suolo in Italia”, a cura di Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) come si può constatare accedendo al sito internet http://www.isprambiente.gov.it/files/pubblicazioni/rapporti/Rapporto_218_15.pdf, emerge chenegli ultimi decenni c’è stato un aumento preoccupante dell’uso dei terreni, tra l’altro in modo disordinato e spesso anche pericoloso, come dimostrano i tanti disastri ambientali riscontrati.

Si è passati da un consumo che era al 2,7% negli anni ’50, all’odierno 7%.

Questa percentuale riguarda il cosiddetto consumo “statistico”, cioè calcolando tutta la superficie disponibile, comprese le montagne, i fiumi e laghi ecc. Ma se invece si calcola il suolo consumato in rapporto alle aree effettivamente utilizzabili (pianure e zone di collina) allora il rapporto si impenna. Abbiamo infatti un consumo nazionale che sale al 10,8% medio, con regioni come la Valle d’Aosta che ha già utilizzato il 30,6% delle sue aree utili, Liguria 22,8%, Veneto 14,7%, Campania 17,3%, Emilia 11%, Lombardia 16,3%, Lazio 10%, e – in coda – Basilicata 3,1%. Le province più “consumate” sono Milano col 26,4% e Napoli col 29,5%. Il rapporto indica poi un altro parametro, le zone cosiddette “alterate” per via dell’urbanizzazione selvaggia, dove rimangono sì abbondanti spazi disponibili, ma di scarsa appetibilità edilizia perché inseriti in aree pesantemente o disordinatamente costruite, dove quindi si avverte maggiormente il senso di spreco di terreni non più diversamente utilizzabili, anche perché spesso inquinati. Tutto questo ha indotto la politica (il Pd in particolare) a proporre una legge drastica: la percentuale di tali aree “alterate” e difficilmente recuperabili sarebbe infatti del 55%, e ciò motiverebbe il ricorso a sistemi draconiani di blocco delle costruzioni.

Cosa prevede la legge in discussione. La filosofia del testo approvato alla Camera è di difendere il suolo e le aree agricole, a fronte di una

attività edificatoria che oggi fa scomparire 7 metri quadri al secondo, cioè l’equivalente di 80 campi di calcio al giorno.

La legge parla di spostare l’asse dal “consumo” di terreno libero verso la “rigenerazione urbana” fino allo sbocco finale nel 2050 con il divieto totale di costruire in aree libere. Se la legge passasse, sarebbero esclusi dai vincoli solo le opere infrastrutturali e produttive strategiche, lasciando alle regioni di fissare i criteri e vincoli specifici. Sempre le regioni dovrebbero poi fare censimenti per dare vita a banche dati su edifici e terreni da ripristinare. Ma cosa ne pensano gli esperti e studiosi della materia in ambito cattolico? Lo abbiamo chiesto a Matteo Mascia, coordinatore del progetto “Etica e politiche ambientali” della Fondazione Lanza di Padova, e ad Andrea Masullo, direttore scientifico di Greenaccord. “Il nostro paese ha bisogno di una legge che regoli l’uso del suolo e il suo consumo – spiega Matteo Mascia – visto che in piena crisi, in cui abbiamo avuto moltissime perdite di imprese edili, il consumo di suolo continua ad essere estremamente elevato”. “La legge riconosce al suolo un valore di servizio sistemico – prosegue – fa proprie le conoscenze acquisite come ‘bene comune’, come ha ricordato anche Papa Francesco nell’enciclica ‘Laudato sì’. Per la prima volta il peso dell’uomo nei confronti della natura è talmente forte da mettere a repentaglio gli equilibri ecologici.

Il ritmo di utilizzo del suolo è così accelerato da far prevedere conseguenze alla lunga insostenibili per le persone, in particolare per i poveri”.

Secondo Mascia, quindi, “ci vuole il coraggio di demolire e ricostruire, perchè se continuassimo così andremmo ad intaccare le opportunità delle future generazioni”.

Fermare la “frenesia produttivista”. Anche Andrea Masullo di Greenaccord vede positivamente questo provvedimento, augurandosi che sia approvato in fretta anche dal Senato. “La frenesia produttivista degli ultimi decenni è messa fortemente in discussione dalla nuova legge. Le città hanno centri storici che sono diventate vetrine per turisti ma che in realtà sono pressoché disabitati. Tutti vanno nelle periferie che si ingrossano con una cementificazione spesso dissennata. Vediamo che sono nate megaperiferie disumane, senza un ‘centro’ di riferimento, con funzione di realtà-dormitorio senza un’anima. Le imprese, del resto, non comprendono che il futuro sta nella riconversione urbana, nel rendere di nuovo abitabili i centri spopolati. Finora si è puntato sulla scelta facile di urbanizzare nuove aree sempre più periferiche e scollegate, ma i risultati si vedono:

sono nati assembramenti edilizi con dei compound per ricchi a volte mischiati a edifici dormitorio per i poveri, il tutto senza piazze e centri di aggregazione sociale se si escludono le parrocchie, che da sole e con difficoltà svolgono questo compito di fare ‘comunità’ in zone anonime e lontane da tutto”.

Secondo Masullo oggi occorre puntare a “recuperare i centri urbani e insieme recuperare anche le grandi periferie, creando città ‘policentriche’, cioè dove ci sia una molteplicità di luoghi di incontro”. Staremo a vedere come evolverà in Parlamento il dibattito su questa legge, che – come si comprende – non riguarda soltanto l’edilizia ma una intera concezione del vivere. Sir 20

 

 

 

"I bugiardi siete voi", sui migranti al Brennero guerra di cifre Italia-Austria

 

Per Vienna almeno 50 ogni giorno vengono fermati mentre cercano di entrare con ogni mezzo nel Paese transalpino. Per le autorità altoatesine non sono più di tre. Numeri che sono alla base dello scontro politico che coinvolge direttamente Palazzo Chigi – di PAOLO BERIZZI

 

BRENNERO - Si balla sui numeri al Brennero. L'Austria li pompa, l'Italia smorza, o forse no. Per Vienna sono addirittura 40-50 i migranti che ogni giorno salgono sui treni regionali e arrivano al valico per poi cercare di entrare in Austria a piedi (soprattutto passando dai boschi). Per l'Italia la media dei migranti scoperti e bloccati non supera le 2-3 unità al giorno.  E ancora: l'Austria parla di una mezza "invasione", l'Italia - lo ha fatto oggi il premier Matteo Renzi - replica accusando Vienna di "demagogia" e "bugie". In mezzo a questo valzer, ripreso nelle ultime ore, c'è lo spauracchio - che il governo austriaco torna ad agitare in attesa dell'esito imminente delle elezioni presidenziali - della linea dura contro i migranti di passaggio al confine tra i due Paesi. Barriera anti-profughi? Barriera solo in caso di necessita'? Controlli di polizia? Rafforzamento dei controlli?

 

La vicenda sembrava chiusa: e invece no. Partiamo dalle cose certe: domani al valico del Brennero - in questo passo a 1.372 metri di quota che negli ultimi mesi ha tenuto banco nell'agenda politica e intorno al quale è ruotato il dibattito sulla gestione del problema immigrati - Vienna schiererà altri 80 poliziotti. Per controllare il confine e impedire l'ingresso di migranti provenienti dall'Italia. L'annuncio, non senza una vena polemica, è arrivato sabato dal governatore tirolese Günther Platter: "L'Italia ha fatto manovre ingannevoli per evitare i controlli ventilati dall'Austria. Per questo da Vienna saranno mandati altri 80 poliziotti...". Il riferimento era all'accordo raggiunto dai ministri degli interni Angelino Alfano e Wolfgang Sobotka, la scorsa settimana, e l'annuncio della sospensione dei lavori per la tanto discussa barriera anti-migranti. Ma proprio quando l'emergenza sembava superata, il caso è stato riaperto da Platter. Alla vigilia del voto austriaco - con il candidato dell'estrema destra Hofer ora appaiato al candidato dei verdi Van der Bellen - il governatore del Tirolo ha riattizzato il fuoco mediatico. Ribadendo ieri le sue posizioni: "E' un bene - ha commentato Platter - che le mie critiche siano arrivate a Roma, come anche il messaggio che noi osserviamo con molta attenzione la situazione al Brennero e i flussi migratori. Mi sta a cuore l'efficacia dei controlli promessi dall'Italia", ha spiegato, ribadendo che il successo di questa sfida "dipenderà in modo decisivo dagli interventi a sud del Brennero".

 

Insomma: sui migranti e i controlli l'Austria rimanda la palla nella metà campo italiana, accusando il nostro Paese di non effettuare le verifiche promesse "a Sud", o di non farlo abbastanza. "Negli ultimi giorni il flusso di migranti al Brennero è aumentato",  sostiene Platter. I dati in possesso della questura di Bolzano dicono l'esatto contrario. Il numero di riammissioni di migranti dall'Austria verso l'Italia è già adesso "residuale", replica la polizia altoatesina. Negli ultimi dieci giorni la media è stata, appunto, solo di 2-3 persone respinte, in alcuni giorni anche zero. Sul territorio italiano - spiegano fonti della questura - i controlli su treni e strade sono "strettissimi" e saranno ulteriormente intensificati, dal 24 maggio - domani - con l'arrivo di altri 25 militari. I controlli delle forze dell'ordine italiane sono stati già intensificati dal primo maggio e vengono effettuati 24 ore su 24 su tutti i treni e lungo le strade che portano in Austria. Sulla linea del Brennero operano anche le pattuglie trilaterali con agenti italiani, austriaci e tedeschi. La collaborazione sul campo a volte rischia di essere pregiudicata dai botta e risposta politici. Il ruolo di mediatore, dall'inizio della vicenda della barriera al Brennero, lo gioca il governatore altoatesino Arno Kompatscher. "Per la questione del Brennero - spiega - serve un clima di buona collaborazione e fiducia, che tradizionalmente caratterizza i rapporti tra l'Italia e l'Austria. Se servono degli aggiustamenti dei controlli, questi vanno concordati, senza azioni unilaterali, che non portano da nessuna parte".

 

Il primo anzi il nuovo aggiustamento di Vienna ("ma Alfano sapeva", dicono gli austriaci) è l'invio domani degli 80 gendarmi al confine. Se e come interverranno per intensificare i controlli sui migranti al valico non è ancora dato sapere. Nè si conoscono i prossimi passi decisi dal governo austriaco ( lo scrutinio delle presidenziali è ancora aperto). Ma intanto il premier Renzi risponde a muso

duro: "Il Brennero è stato utilizzato in modo demagogico. I migranti arrivati in Italia sono il 21% in meno del 2015, un anno fa erano già meno del 2014. Quando i media austriaci dicono che c'è un'invasione, dicono una cosa non vera". LR 23

 

 

 

 

“Fammi vedere”, concorso di cortometraggi sul diritto d’asilo. Il bando scade il prossimo 15 ottobre

 

ROMA - Il Consiglio Italiano per i Rifugiati (Cir) promuove per il 2016 la terza edizione del concorso “Fammi vedere” - con inizio il 24 maggio e scadenza il 15 ottobre - per cortometraggi sul diritto d’asilo della durata massima di due minuti. Il bando pubblicato sul sito del Cir (www.cir-onlus.org  ) è rivolto a tutti coloro che intendono raccontare, con il linguaggio cinematografico e il proprio originale punto di vista, il mondo dei richiedenti asilo e dei rifugiati. E’ particolarmente importante la partecipazione dei giovani e delle scuole di cinema.

“Siamo convinti che in un momento in cui si parla tanto, ma anche in modo convulso, di immigrazione e rifugiati, uno sguardo sensibile che riesca a raccontare storie, creare suggestioni e parlare di incontro, necessità e accoglienza, sia la chiave essenziale per una comunicazione che getti i presupposti per una vera integrazione. Per questo motivo promuoviamo un concorso che ha l’ambizione di guardare a questo tema con occhi e poetiche innovative” dichiara Roberto Zaccaria presidente del Cir. 

I vincitori della passata edizione sono stati Hermes Mangialardo che con Frontiers si è aggiudicato il primo premio, Gabriele Pangallo con Sentimenti e desideri di un rifugiato che ha vinto il secondo premio e Souleymane Dia con Il Rifiuto al terzo premio.

Il corto di animazione Frontiers di Hermes Mangialardo ha ricevuto una menzione speciale per l’animazione nella selezione “Corti d’Argento” dei Nastri d’Argento del Cinema.  I vincitori hanno avuto passaggi televisivi ad Unomattina. Il corto di animazione di Hermes Mangialardo, ridotto alla durata di 30 secondi, è stato al centro della Campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi del Cir e ha avuto ampia visibilità sulle reti Rai, Mediaset, Sky Tg24, Tv2000, Discovery Italia, Lei Tv, Dove Tv, Antenna 2, Canale 10, Canale 21, LiraTv, ReteSole, Rtv38, TeleMax, TeleNorba, TeleUniverso, Video Regione.

L'iniziativa è sostenuta da personalità del mondo della cultura e dello spettacolo che parteciperanno al lavoro della giuria e potranno presentare, fuori concorso, dei propri contributi sul tema del diritto d'asilo. La giuria è composta da: Laura Delli Colli (presidente), Monica Guerritore, Roberto Faenza, Gabriele Lavia, Enzo D’Alò, Mario Morcone, Pasquale Scimeca, Carlo Brancaleoni, Mimma Nocelli, Giancarlo Loffarelli, Rachid Benajd, Gianmario Gillio, Hermes Mangialardo,  Silvia Costa, Ivan Silvestrini, Pino Corrias, Ninni Bruschetta, Valerio Cataldi, Walter Veltroni. Della giuria fanno parte anche Roberto Zaccaria, Christopher Hein e Fiorella Rathaus (Presidente, Portavoce e Direttrice del CIR). Potranno essere eventualmente chiamati a integrare la Giuria esponenti del mondo dei rifugiati, delle associazioni, dei media e del mondo scolastico.

I tre corti vincitori del concorso otterranno rispettivamente un premio di 1.000/500/300 euro. La premiazione avrà luogo in una serata di raccolta fondi che si terrà entro la fine dell’anno 2016 a Roma. Lo scorso anno la serata ha avuto grande successo e ha visto la partecipazione di oltre 200 persone. Il Cir inserirà i cortometraggi finalisti sul proprio canale e si riserva di adottare i cortometraggi vincitori del concorso per le proprie campagne di comunicazione sociale e di raccolta fondi sui mezzi radiotelevisivi.

Il Concorso Fammi vedere nel 2016 sarà, come negli anni precedenti, sostenuto da uno sponsor. Il Cir propone anche ad enti e istituzioni interessate di partecipare all’iniziativa con un concorso alle spese per i premi e per l’organizzazione. I sostenitori saranno menzionati nel bando ed in ogni comunicazione attinente al concorso e saranno invitati alla serata finale per consegnare i premi ai vincitori. (Inform 24)

 

 

 

 

Ristagno

 

I partiti d’opposizione continuano a muoversi con differenti strategie. Spesso a discapito di quella chiarezza di programma che sarebbe essenziale per tutti. Quando le polemiche vincono su ogni intervento correttivo, qualsiasi ottimismo è già tagliato fuori. Al punto in cui si trova il Paese, bisognerebbe avere la forza, d’affrontare i reali motivi della crisi italiana. Gli obiettivi dell’Esecutivo ci sono sembrati interessanti; ma non scontati.

 La voglia di “nuovo” pare, però, lasciare il posto allo “scontato” e questa impressione ci fa riflettere. Per chi non lo avesse ancora inteso, noi siamo per la chiarezza. Mentre scriviamo, e lo facciamo con tutta serenità, non vediamo uomo politico in grado di garantire ciò che più ci preme; vale a dire il garante di una Maggioranza stabile nei tempi fisiologici della Legislatura. Sarà, forse, sola un’impressione, ma da noi mancano vere alternative alla governabilità d’Italia.

 Le stesse immaginabili alleanze potrebbero non garantire, nel tempo, la vita dell’Esecutivo. Solo con la nuova Legge Elettorale, potremo correggere la posizione. Pur senza garantirlo a priori.

 Anche perché, con i “politici” ora alla ribalta, c’è poco da fidarci. Sotto la linea delle possibili alleanze, ogni unione potrebbe essere la migliore. Tant’è che la politica italiana si è trasformata con una camaleontica evidente.

 Quindi, per essere più pratici, nel Paese convive un “ centro/destra” all’Opposizione e un “centro/sinistra” in Maggioranza. Con la possibilità d’infiniti apparentamenti per tentare d’ottenere una formazione politica che possa realmente governare senza compromessi. L’Italia ha bisogno di statisti. La guida del nostro primo Ministro potrebbe non arrivare al 2018. Con le regole della futura Legge Elettorale, ci saranno forti ragioni per tener d’occhio il “centro”. Proprio per La sua tendenza ad apparentarsi.

L’Italia delle riforme, che ci hanno portato a mendicare il necessario, è già storia di ieri. Quella di oggi e di domani sarà tutta da progettare. Sempre che non sia una scontata copia di quanto già abbiamo vissuto. Ogni indecisione andrebbe a ricadere sul Paese. Senza dimenticare che gli elettori si sono stancati di una classe politica che non sentono più “loro”.

 Questa nostra percezione interessa anche i Connazionali all’estero. La lezione del passato, che c’è stata propinata senza esclusione di colpi, dovrebbe, almeno, vigilare su altri imposture. Insomma, far politica ha da tornare a essere una forma mentale seria, onesta e al servizio del Paese. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Dopo Pannella e la sbornia dei “diritti”, noi sogniamo un campione dei “doveri civili”

 

Ogni generazione ha gli eroi che merita o che si sceglie. E se tanti si sono riconosciuti in Pannella e nelle sue mille (e talvolta scombiccherate) battaglie, non saremo certamente noi a togliere l’aureola al Marco libertario, individualista, laicista, relativista. Piuttosto, dovremmo fare tesoro della parabola umana e politica di Pannella. Ci piacerebbe un giorno poter cantare le lodi di un eroe “dei doveri civili”, di un paladino altrettanto appassionato della responsabilità nei confronti del prossimo, piuttosto che dell'individualismo e del relativismo esasperati. Domenico Delle Foglie

 

Come capita sempre a chi ha un po’ di vita alle spalle, la morte di qualcuno che in qualche modo hai incrociato, ti pone qualche domanda. E così sono tornate alla mente di chi scrive le poche occasioni in cui è capitato di incontrare Marco Pannella. Episodi minori, per carità, rispetto a tutte le testimonianze e i racconti che abbiamo letto e ascoltato in questi giorni e che hanno contribuito a costruire un elefantiaco monumento all’esponente radicale scomparso all’età di 86 anni, sopraffatto dai tumori al fegato e ai polmoni.

Il ricordo è legato ad alcune tribune elettorali e amministrative organizzate per dovere di servizio pubblico dalla Rai, in cui ci è capitato di dover porre domande a lui come ad altri esponenti politici. Ma lui, il Marco, era speciale. Le sue risposte non erano mai sul merito. Per dirla con gergo calcistico, buttava sempre la palla in tribuna. E ogni domanda era l’occasione per ribadire la sua idiosincrasia per il servizio pubblico che gli impediva di dire tutta la sua verità. La ragione spesso era solo legata al tempo cronometrato della risposta che lui non dava, mentre metteva in scena il suo teatro della politica. E il giovane giornalista, al di là della domanda intelligente e studiata, finiva per essere la spalla perfetta, anzi la vittima sacrificale per il mattatore politico. Che negli anni avrebbe guadagnato la fama del paladino dei diritti civili o di “leone delle libertà”, come lo ha definito il presidente del Consiglio Matteo Renzi.

Il tributo che gli ha riconosciuto l’intera classe politica, oltre che un’ammirata generazione giornalistica, induce a qualche considerazione.

Davvero il tempo che ci stiamo lasciando alle spalle non regge al confronto con il cambiamento d’epoca che stiamo vivendo e duramente sperimentando. Per essere chiari, un uomo come Pannella poteva essere figlio solo del suo tempo. Cioè di una stagione che aveva già alle spalle la ricostruzione postbellica e cominciava a spostare lo sguardo dal pubblico al privato, dalla comunità (popolo-partito) agli individui. In quegli anni il futuro sembrava tutto da conquistare e il passato tutto da rovesciare. La conquista dei diritti, strettamente individuali e non sociali, sembrava lì a portata di mano. E lui, Pannella, era il miglior banditore sulla piazza. Anche se,

per rispetto della verità, l’unica battaglia che lo ha visto veramente vittorioso è stata quella per la legge sulla interruzione volontaria della gravidanza.

La famosa legge 194 che ha portato con sé due conseguenze di grande peso sociale. La prima: aver introdotto per via culturale il “diritto” all’aborto, mentre per la legge è solo una possibilità. La seconda: aver aperto la strada alla cultura del desiderio applicata alla vita biologica. Nessuno di noi può ragionevolmente nascondere che il referendum sull’aborto fu l’inizio di tutto. E che la fecondazione assistita senza limiti come l’utero in affitto, le unioni civili come l’eutanasia, sono figli della madre di tutte le battaglie: l’introduzione per via legislativa dell’aborto.

E al termine della sua vita spericolata Pannella ha potuto dire ai suoi fratelli radicali: “Tranquilli, abbiamo vinto”. Non abbiamo alcun problema nel riconoscergli la vittoria. Ma non ci sentiamo affatto sconfitti, perché l’ethos cristiano sopravvive a tutto.

Ogni generazione ha gli eroi che merita o che si sceglie. E se tanti si sono riconosciuti in Pannella e nelle sue mille (e talvolta scombiccherate) battaglie, non saremo certamente noi a togliere l’aureola al Marco libertario, individualista, laicista, relativista. Piuttosto, dovremmo fare tesoro della parabola umana e politica di Pannella. Ci piacerebbe un giorno poter cantare le lodi di un campione “dei doveri civili”, di un paladino altrettanto appassionato della responsabilità nei confronti del prossimo, piuttosto che dell’individualismo e del relativismo esasperati. Al punto da affermare coraggiosamente che il “noi” è un dovere rispetto al perenne “io… io”, che il bene comune è un dovere che sopravanza qualunque interesse personale, che il dovere di garantire i diritti del popolo viene prima di quelli delle élite di qualunque specie, che pagare le tasse per garantire la giustizia sociale è un bellissimo dovere, che costruire la coesione sociale è un dovere e alimentare il conflitto perenne non lo è, che costruire per scelta una famiglia è una splendida avventura che può anche essere avvertita come il più nobile dei doveri verso la propria nazione e verso l’umanità intera, che essere onesti e respingere la corruzione è un bellissimo dovere, che aiutare i poveri è un dovere impagabile, che costruire la pace è un dovere meraviglioso. E potremmo andare avanti all’infinito.

Forse la nostra… le nostre generazioni non avranno la  fortuna di celebrare un “eroe dei doveri civili”, ma almeno abbiamo il diritto di sognarlo e di aspettarlo. Sir 23

 

 

 

 

Renzi, le riforme contro il rischio dei populismi

 

La vittoria per trentamila voti del presidente austriaco verde sul rivale dell'estrema destra xenofoba suona come un allarme drammatico per tutta l'Europa a cominciare dall'Italia che si trova ad affrontare l'offensiva di forze populiste sia di destra che di sinistra. Renzi, di fronte agli attacchi delle opposizioni e della sinistra interna del Pd pone se stesso come un baluardo che da sinistra difende e realizza il riformismo. In questa chiave il referendum sulle riforme costituzionali che abolisce il bicameralismo perfetto è il centro, l'architrave su cui poggia tutta la sua azione politica. Semplificazione  è la parola d'ordine del premier che rivendica di aver realizzato quelle riforme che gli altri governi di centrosinistra che lo hanno preceduto non sono stati capaci di portare a termine. Ma per fare dell'Italia un Paese leader per i prossimi decenni, sostiene il capo del governo, il passaggio fondamentale è quello delle riforme istituzionali. Questo è il nucleo del videoforum a cui Matteo Renzi ha partecipato a Repubblica. Una rivendicazione delle sue riforme a partire dal jobs act, definita la riforma più di sinistra mai realizzata da un governo negli ultimi anni. Una riforma di sinistra, secondo Renzi. Di una sinistra riformista che si scontra non solo con le opposizioni di destra, ma anche con i sindacati e con la sinistra dem. Gli stessi che si oppongono alla riforma istituzionale perché, accusa il premier, "vogliono difendere le poltrone". La volata verso il referendum di ottobre è molto lunga. Forse troppo e il rischio è quello di arrivare al traguardo senza fiato o benzina. Ma è anche un modo per Renzi per scavalcare le elezioni amministrative di giugno che rischiano di non essere un successo pieno. Anzi rischiano di trasformarsi in un insuccesso se, come sembra dai sondaggi, Roma sarà così nati stata dalla candidata grillina. Quella che ha dichiarato che sulle cose importanti dovrà sentire le direttive della Casaleggio Associati. Ma nonostante la gaffe, poi smentita, gli elettori romani potrebbero comunque premiarla solo perché l'eredità della precedente giunta Marino e dello scandalo di Roma Capitale che ha coinvolto mezzo Pd romano è talmente disastrosa che il voto di protesta sarà difficilmente arginabile. GIANLUCA LUZI

LR 24

 

 

 

 

 

L’Italia non è un Paese dove fare l’Erasmus

 

Solo il 7,4% degli studenti sceglie di venire da noi. Il costo della vita è alto e mancano i corsi in inglese. Meta preferita? La Spagna. Il programma europeo di scambio accademico è un «mercato» da 1,5 miliardi di euro

gli argomenti

 

È un mercato da un miliardo e mezzo di euro in crescita ogni anno, ma delle centinaia di migliaia di studenti universitari che lo creano, muovendosi in lungo e in largo per l’Europa con il programma Erasmus, l’Italia ne riesce ad attirare appena il 7,4 per cento. Sole, mare, paesaggi, storia e arte non bastano a posizionarci sul podio delle destinazioni preferite: prima è la Spagna, noi siamo relegati al quinto posto, per la lingua difficile, per il costo della vita alto, per il mercato del lavoro non brillante.

Il bilancio di 27 anni di Erasmus parla di 3,3 milioni di studenti partecipanti e di 3,2 miliardi di euro investiti dall’Ue. Gli appena 3.244 pionieri partiti da 11 Paesi che nel 1987 sperimentarono la prima edizione del programma, progettato per gli universitari che vogliono compiere un periodo di studio in uno dei Paesi dell’Unione, nel 2014 sono diventati 272.497, di 28 nazioni e sei Paesi extra Ue. E Bruxelles punta a coinvolgere almeno il 20 per cento di tutti gli universitari entro il 2020.

La classifica delle nazioni più gettonate vede al primo posto la Spagna con 39.277 arrivi l’anno (14,4% del totale) seguita da Germania con 30.964 (11,3%), Francia con 29.621 (10,8%), Regno Unito con 27.401 e con appena 20.204 (7,4%) l’Italia.

La Spagna è anche il Paese in grado di mandare più universitari all’estero (37.235), l’Italia è quarta (26.331), seguita a distanza dal Regno Unito dal quale partono appena 15.610 studenti (quasi la metà di quelli che entrano). L’età media degli studenti Erasmus è di poco superiore ai 23 anni, il 60,2 per cento sono donne. Per quali ragioni non scelgono l’Italia? «C’è il limite della lingua di studio — dice il rettore del Politecnico di Milano, Giovanni Azzone — infatti da quando abbiamo più corsi in inglese gli studenti internazionali sono raddoppiati, fra Erasmus, scambi e doppie lauree erano 795 dieci anni fa, sono 1.589 oggi. Incide anche il costo della vita, qui più alto che in Spagna, e la difficoltà nel trovare alloggi, in Germania le università hanno un sistema di residenze strutturato che qui non c’è. E poi frena l’immagine dell’Italia, che non è quella di un Paese a forte crescita».

Il movimento di denaro prodotto dall’effetto Erasmus è notevole, per quanto commisurato alle possibilità degli studenti. La sola Ue nel 2014 ha assegnato qualcosa come 580 milioni di euro in borse di studio, pari a una media di 270 euro al mese a studente per corsi che, sempre nella media, durano intorno ai sei mesi. Soldi che, ovviamene, non sono sufficienti a mantenersi all’estero e ai quali gli universitari devono aggiungere denaro che in gran parte arriva dalle famiglie. Ed è a questo punto che entra in gioco il bilanciamento tra i costi e i benefici.

Anche secondo i dati a disposizione di Uniplaces, startup che ha creato una piattaforma Internet che mette in collegamento gli studenti in cerca di un alloggio con i proprietari che voglio affittare appartamenti o stanze, la scelta cade sulla Spagna innanzitutto per motivi economici.

Per quanto riguarda le città, in base alle richieste per l’affitto di un posto letto e al costo medio di pasti e servizi, Uniplaces colloca in testa alla classifica per economicità Lisbona. Nella capitale del Portogallo, Paese che con 10.430 studenti in ingresso è all’ottavo posto in Europa, ma è da mettere ai primissimi se il dato viene rapportato alla popolazione di 10,5 milioni di abitanti (un sesto dell’Italia) si spendono in media 372 euro al mese per un letto, 36 per l’abbonamento ai trasporti pubblici, 24 nella connessione Internet e 110 per i pasti. Si sale a 428 euro mensili a Valencia (Spagna) per raggiungere i 503 di Barcellona e arrivare ai 582 di Milano.

La startup calcola in 242 milioni l’indotto annuo generato da Erasmus in Spagna, che scendono a 147 in Italia. «Da Barcellona a Valencia la Spagna è la prima scelta, lo è stata per noi trentenni, io andai a Pamplona nel 2008, e lo è ancora oggi, per la qualità della vita e per i costi. Movida a parte, trovi una stanza a duecento euro, a Milano non bastano di certo», dice Carlo Bitetto, organizzatore dei giochi sportivi dell’Erasmus student network che quest’anno si sono svolti in Italia. E spiega: «Milano comunque è con Roma e Firenze fra le mete italiane più richieste anche se adesso tanti preferiscono città più piccole, come Macerata». Non solo risparmi. A fare da calamita sono anche qualità della vita e opportunità di lavoro. «Le nostre università sono di buon livello ma bisogna lavorare sull’accoglienza, facilitare i giovani — dice Gianfelice Rocca, presidente di Assolombarda —. Un dato: le start up culturali avviate in Catalogna sono tremila, in Lombardia sono solo 1500».

L’ultimo rapporto Ue rileva che, oltre all’opportunità di vivere all’estero, le principali motivazioni che spingono i giovani a fare Erasmus sono la possibilità di incontrare persone e di imparare una lingua. «Ho scelto di trasferirmi a Lisbona dopo 9 mesi di Erasmus trascorsi qui», racconta Angelica Greco, 23 anni, che ha trovato lavoro proprio in Uniplaces. «La capitale portoghese — aggiunge — mi ha incantato per il clima splendido, l’oceano, il basso costo della vita, i ritmi rilassati, a volte fin troppo, il sistema universitario di stile anglosassone». Il Portogallo poi ha dato il via a un programma di investimenti che incentiva le startup. «La nostra è un esempio di modernità dal punto di vista lavorativo: grande flessibilità, quartier generale stile Google, età media dei dipendenti di 25 anni, moltissimi benefit come palestra, massaggi, lezioni gratuite di portoghese», dice Greco. Ora lei, laurea alla Cattolica di Milano con il massimo dei voti in Scienze della comunicazione, fa fatica a immaginare un suo rientro in Italia.

CdS 22

 

 

 

 

 

Prestazioni ospedaliere per gli iscritti all’Aire: le novità

 

ROMA - Gli italiani all’estero iscritti all’Aire che si recano in Italia non dovranno più chiedere al Consolato di competenza l'attestazione della loro residenza all’estero finalizzata all'erogazione sul terrritorio nazionale di prestazioni ospedaliere urgenti a titolo gratuito. Lo ha confermato il Ministero della Salute in una nota (n. 2561 del 13 aprile 2016) diramata a seguito delle diverse richieste di chiarimento giunte dalla rete consolare.

Dunque, mentre prima il cittadino emigrato - per poter accedere all'assistenza sanitaria urgente e gratuita in caso di soggiorno in Italia fino a 90 giorni all'anno - doveva produrre alla competente Azienda Sanitaria Locale (ASL) un certificato consolare che attestasse il possesso della cittadinanza italiana, la nascita in Italia e la residenza all'estero, d'ora in poi, la condizione di emigrato può e deve essere attestata mediante dichiarazione sostitutiva di certificazione da presentare alla competente ASL.

Con questa dichiarazione il cittadino autocertifica di essere nato in Italia, di possedere la cittadinanza italiana, nonché di risedere all'estero, indicando il Comune di iscrizione AIRE oppure di essere nato all'estero, di possedere la cittadinanza italiana, di aver risieduto in Italia, indIcando il Comune di iscrizione all'Anagrafe della popolazione residente (ANPR), di risiedere attualmente all'estero ed essere quindi iscritto all'Anagrafe degli italiani residenti all'estero (AIRE).

Quindi, la condizione di emigrato non deve più essere attestata dall'Autorità Consolare, ma basta l’autocertificazione. (aise 24) 

 

 

 

 

Immigrati, cancellata tassa sui permessi di soggiorno

 

Illegittimo chiedere agli extracomunitari un esborso extra rispetto agli 80 euro già pagati per l'emissione del documento. Cancellata la norma del 2011 voluta dal governo Berlusconi. Inca Cgil: "Abbiamo già raccolto 50 mila richieste di rimborso. La platea interessata potrebbe essere di un milione di stranieri"

di VALENTINA CONTE

 

ROMA - Una sentenza del Tar cancella la tassa sugli immigrati. O meglio il contributo extra deciso dal governo Berlusconi, un mese prima della sua caduta nel 2011, sui permessi di soggiorno. Il decreto ministeriale fu firmato il 6 ottobre di quell'anno da Tremonti e Maroni, all'epoca titolari dell'Economia e dell'Interno. E stabiliva un balzello aggiuntivo al costo base da 80 a 200 euro a seconda della lunghezza del permesso: 80 euro per quelli di durata inferiore o pari all'anno, 100 euro per una durata sopra all'anno e inferiore o pari a due anni, 200 euro per il lungo periodo.

 

Ebbene dopo il ricorso della Cgil nazionale e del patronato Inca Cgil - che hanno impugnato quel decreto nel febbraio 2012 - il Tar del Lazio si è finalmente espresso, il 24 maggio scorso. Dicendo una cosa chiara: il contributo extra non è dovuto perché illegittimo. Per lo stesso motivo già messo nero su bianco dalla Corte di Giustizia Ue con sentenza del 2 settembre 2015: perché è in contrasto con la normativa che prevede l'integrazione dei cittadini extracomunitari e perché supera qualsiasi esborso chiesto dalla pubblica amministrazione italiana per documenti similari, come la carta di identità. Il governo Monti aveva promesso di cancellare il balzello (e aveva creato anche un ministro ad hoc per l'integrazione Riccardi), ma poi non se n'è fatto nulla. 

 

I rimborsi. E dunque cosa succede oggi? Superata l'incredulità, dopo il tam tam partito sui social alla velocità della luce, molti immigrati si accingono a chiedere il rimborso. "Abbiamo già raccolto 50mila domande e preparato le prime cause pilota da inoltrare al giudice ordinario", racconta Morena Piccinini, presidente Inca Cgil. Ma quanto è ampia la platea degli interessati? "Stimiamo si possa arrivare a 1 milione di immigrati regolari che in questi quattro anni hanno pagato molti soldi, non dovuti. Alcune famiglie hanno sborsato anche 2 mila euro in un anno, visto che spesso si tratta di nuclei numerosi e considerato pure che i permessi vengono concessi per durate brevi e poi rinnovati anche più volte nei dodici mesi, ogni volta gravati dal contributo".

 

Se così fosse, l'esborso dell'erario non sarebbe cosa da poco. Tra l'altro, la metà di questo gettito aggiuntivo va ad alimentare il Fondo rimpatri, istituito sempre dal decreto del 2011. Con l'effetto paradossale degli immigrati regolari che di fatto finanziano il rimpatrio dei colleghi irregolari. Anche con la cancellazione del balzello però,

il permesso di soggiorno non sarà gratis. Continuerà a costare circa 80 euro. Di questi, 30 euro e 46 centesimi rappresentano il contributo al poligrafico per la stampa, 30 euro vanno alle Poste (i pagamenti avvengono ai loro sportelli), 16 euro rappresentano la marca da bollo.  LR 26

 

 

 

 

 

L’equità

 

L’Italia s’è smarrita. Perduta nei meandri di una politica incerta. In un Paese, com’è il nostro, dove il Potere Legislativo poggia su una maggioranza di comodo e un nugolo di partiti si contende il gioco delle alleanze, in nome dell’equità, c’è poco da contare sul futuro di questa sofferente Penisola. I risultati di una politica insicura, a ben osservare, ci hanno posto tutti da una stesa parte: quella del malcontento. Si avverte una sensazione di fastidio che ci tormenta e che, assai spesso, influenza il modo d’interpretare gli eventi di casa nostra. Le differenze di “casta”, però, ci sono ancora tutte.

 Si è inserita, a pieno titolo, la questione dell’”equità”..nisolaàBrignolaa cozzare tutti i buoni propositi della nostra inossidabile Democrazxia. della quale ci siamo prtivati. Ma, dati i risultati, solo a parole. Ci siamo trasformati in ”italiani contro”. Soprattutto quando i nostri diritti sembrano lesi più di quelli degli altri. Italiani “contro” tra occupati e disoccupati. Tra dipendenti pubblici e privati. Tra furbetti e vittime di uno stesso sistema alla deriva. ”Contro” le riforme che il sistema ha denaturato. Non sono le diverse ideologie sociali che ci preoccupano, ma la diversità in cui viviamo o, meglio, ci fanno vivere. Non ci sono, per “equità”, cure prodigiose per i nostri mali maggiori. Solo si potrebbero ridimensionare il ruolo dei partiti.

 Nelle Grandi Democrazie, c’è una Maggioranza e un’Opposizione. Una Governa e l’altra controlla gli interventi della prima. Da noi è tutta un’altra storia. I Partiti sì “scompongono” in più correnti e si moltiplicano come succede nel ciclo biologico cellulare. Basterebbe più logicità per provare a essere migliori e puntare al bene del Paese. Contro questa logica vanno, invece, a cozzare i buoni propositi.

 Intanto, l’Italia, quella dell’Europa stellata, non trova la via per una “ripresa” che sia nei fatti. Se bastasse ipotizzare dei “progetti” per uscire dalla crisi, ne saremmo fuori da tempo. Però, non servono ipotesi che restano sempre tali; le promesse che non sono seguite dai fatti. Da noi, la politica funziona ancora così. Intanto la Penisola s’è allontanata dalla sua naturale posizione socio/economica in Europa.

 Alla ribalta c’è sempre una “politica” che non riesce a cambiare. Renzi non è l’uomo dei prodigi e il suo Esecutivo ne rispecchia le contraddizioni. Del resto, le “differenze” non sono figlie del Nuovo Secolo. Le rimorchiamo da prima. Un altro segno che, oltre gli uomini, ci sarebbe da cambiare l’azione di governo. Senza “equità”, ci sembra improbabile. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Dino Nardi (Uim): Una precisazione sulla “novità” sanitarie

 

ZURIGO - I media ed i siti di alcuni Uffici consolari italiani hanno ripreso e pubblicato una nota del Ministero della Salute del 13 aprile 2016 con la quale si sono date nuove disposizioni e chiarimenti per come accedere all’assistenza sanitaria urgente e gratuita in caso di soggiorno in Italia per gli iscritti all’AIRE.

A tale riguardo è, altresì, necessario ricordare e sottolineare – per evitare spiacevoli malintesi agli emigrati che durante un soggiorno in Italia dovessero trovarsi ad avere urgente bisogno di cure ospedaliere - che di tale assistenza sanitaria gratuita possono avvalersi unicamente gli iscritti AIRE che già non siano coperti da una assicurazione del loro Paese di residenza. Norma prevista dal Decreto del Ministero della Sanità del 1 febbraio 1996 “Determinazione delle tariffe relative alle cure urgenti ospedaliere prestate dal Servizio sanitario nazionale ai cittadini italiani e stranieri non assicurati”, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 119 del 23 maggio 1996. (v. box). È il caso, per esempio, degli iscritti AIRE residenti in Svizzera e nell’Unione Europea in possesso della Carta sanitaria europea, oppure che vivono in altri Paesi legati all’Italia da accordi bilaterali di sicurezza sociale che includono anche l’assistenza sanitaria. 

Dino Nardi, coordinatore UIM Europa

 

 

 

 

Con Comitato di Presidenza del CGIE e Società Dante Alighieri messo a fuoco l’intervento per gli italiani all’estero

 

ROMA - Gli incontri avvenuti nell’ambito del Comitato per gli italiani all’estero e per la promozione del Sistema Paese della Camera con il Consiglio di Presidenza del CGIE e con il presidente e il segretario della Dante Alighieri, Andrea Riccardi e Alessandro Masi, hanno consentito di mettere a fuoco alcuni aspetti nodali delle politiche per gli italiani all’estero e di rafforzare utili sinergie su punti importanti.

Dalla nostra visita al Comitato di Presidenza del CGIE e dalla successiva audizione dello stesso Comitato presso il Comitato per gli italiani all’estero della Camera, infatti, si è evidenziata prima di tutto l’esigenza di delineare con maggiore precisione il percorso di elaborazione della riforma degli istituti di rappresentanza degli italiani all’estero, definendone tempi e modalità.

Si è manifestata una larga condivisione sull’idea di entrare nel vivo dell’elaborazione all’indomani del referendum confermativo della riforma costituzionale, dalla quale discendono non poche implicazioni anche per la rappresentanza degli italiani all’estero. Nello stesso tempo si è concordato sul fatto che il CGIE, come in passato, abbia un ruolo centrale nel confronto sulla riforma, sia delineandone un’iniziale base di discussione che favorendo su di essa un’ampia consultazione dei COMITES e del movimento associativo.

Piena concordanza di vedute c’è stata anche sul comune dovere di assumere concrete iniziative di solidarietà nei confronti della comunità italiana in Venezuela, favorendo la fornitura di medicinali per i casi di maggiore necessità e la possibilità di riscuotere un importo non deprezzato delle pensioni italiane.

La promozione della lingua e della cultura italiane all’estero hanno avuto una chiara centralità sia nell’incontro con la Presidenza del CGIE che nell’audizione della Dante. Siamo nel vivo di una transizione strategica e organizzativa dell’intervento per il concorrere di momenti come lo spostamento dei corsi di lingua nelle competenze della direzione Sistema Paese del MAECI, l’imminente emanazione del decreto attuativo della Buona Scuola e lo svolgimento della seconda assise sugli Stati generali della lingua italiana in ottobre a Firenze. Si insiste da più parti, inoltre, sulla necessità di affidare alla lingua e alla cultura una funzione strategica di penetrazione degli interessi del Paese, un’opportunità tuttavia che attende una più compiuta assunzione di progetti e azioni.

La nostra idea, in proposito, è nota: il superamento della vigente e vecchia normativa, che l’esercizio della delega si appresta a fare, deve tener conto di ciò che il sistema di promozione è realmente oggi, facendo attenzione allo spazio che i corsi di lingua hanno occupato, soprattutto se integrati nei sistemi scolastici stranieri, e della funzione che le scuole private paritarie svolgono in alcune delle aree del pianeta e possono svolgere nelle realtà di nuovo sviluppo. Il sistema, che nel corso del tempo ha conosciuto una notevole articolazione, anche per la diversità dei contesti nei quali ha operato, necessita di una sede reale di coordinamento di tutte le tipologie di intervento, che da ricchezza rischiano di diventare fattore di sovrapposizione e dispersione di risorse. E’ indispensabile, inoltre, e che si adotti un altrettanto preciso metodo di programmazione, ad iniziare dal ripristino e riconoscimento dei Piani Paese. Su queste linee abbiamo potuto rilevare una piena concordanza con i rappresentanti del CGIE.

Anche la rete della Dante Alighieri, a condizione che avanzi il piano di rilancio e di rinnovamento presentato dal presidente Riccardi, può assumere un ruolo importante in questa prospettiva di innovazione e di consolidamento. Si tratta di un’importante risorsa da rivitalizzare per il bene del Paese, nel quadro di un sistema pubblico/privato da riorganizzare in termini più generali e da coordinare con efficacia e sensibilità per le rispettive autonomie, ipotizzando anche l’avvio di una più consistente integrazione dei fondi disponibili con risorse provenienti dai privati.  La condizione per muovere in modo sinergico queste diverse leve è che l’Italia si renda conto dell’opportunità che la sua cultura e la sua lingua le offrono nel mondo e che la classe di governo persegua con chiarezza un disegno strategico , nel quale ogni soggetto sia chiamato a fare la sua parte in modo equilibrato e armonico rispetto agli altri soggetti che possono concorrere allo stesso fine.

Gianni Farina, Marco Fedi, Laura Garavini , Francesca La Marca, Fabio Porta, Alessio Tacconi (Deputati Pd della circoscrizione Estero)

 

 

 

 

Truffa da 17 milioni all'Inps: 517 falsi residenti denunciati

 

Secondo la Gdf, gli indicati si erano trasferiti all'estero dopo aver ottenuto l'assegno sociale dall'Inps, ma continuavano a riscuoterlo illecitamente: "Oltre all'avvio del recupero di quanto incassato, l'attività consentirà un risparmio alla casse dello Stato pari a circa 3 milioni di euro annui per i prossimi esercizi"

MILANO - Denunciate 517 persone, fittiziamente residenti in Italia, per aver percepito in modo indebito l'assegno sociale erogato dall'Inps. Una maxi truffa ai danni dello stato di oltre 16,5 milioni di euro. Lo rende noto la Guardia di Finanza che ha portato a termine l'operazione investigativa denominata 'Italians out', che ha interessato 19 regioni e 81 province.

 

Dopo aver ottenuto l'assegno sociale dall'Inps, gli indagati, si erano trasferiti all'estero ma continuavano a riscuoterlo illecitamente attraverso l'accredito su conto corrente oppure tornando, saltuariamente, in Italia solo per ritirare le somme allo sportello. Il reato contestato dalle Fiamme Gialle è quello di truffa continuata ai danni dello Stato e della collettività.

 

"Sulla base dei dati forniti dall'Inps - spiegano gli investigatori - è stata condotta un'analisi di rischio e avviata una complessa attività investigativa che ha portato all'individuazione ed interruzione di un diffuso sistema di percezione indebita dell'assegno sociale (già pensione sociale)". Non solo: "Oltre all'avvio del recupero di quanto incassato indebitamente dai responsabili, l'attività consentirà un risparmio alla casse dello Stato pari a circa 3 milioni di euro annui per i prossimi esercizi".

 

Le Regioni dove sono stati riscontrati

i maggiori picchi di irregolarità sono nell'ordine la Sicilia (3,7 milioni incassati e 123 denunciati), la Campania (3,4 milion e 98 soggetti denunciati), la Calabria (2,3 milioni e 75 denunciati), il Lazio (1,6 milioni e 48 denunciati), la Puglia (904mila euro e 29 denunciati).  LR 23

 

 

 

 

Istat: la presenza stranieri in Italia ha caratteristiche diverse    

 

Roma - Dalla metà  degli anni Ottanta in Italia si registra un fenomeno nuovo per l’Italia: l’immigrazione da paesi meno sviluppati del nostro. “La dissoluzione del blocco sovietico e i conseguenti conflitti contribuiscono ad accelerare la trasformazione dell’Italia da terra di emigrazione in terra di immigrazione”. E’ quanto si legge oggi nel Rapporto 2015 dell’Istat. Nel documento, presentato dal presidente dell’Istituto di Statistica Giorgio Alleva, “simbolo di questo passaggio storico” è l’arrivo, nell’agosto del 1991, della nave Vlora nel porto di Bari con a bordo oltre 20 mila albanesi.

Per l’Istat gli stranieri residenti in Italia sono nel 2015 più di 5 milioni; nel 1993, due anni dopo l’arrivo della Vlora, erano meno di 630 mila. Ormai – si legge nel rapporto – sono molti anche i giovanissimi di seconda generazione”. Negli anni la presenza straniera si è trasformata, assumendo caratteristiche diverse per cittadinanze di origine, motivi della presenza, età, ma anche comportamenti e bisogni sociali”.

“L’Italia- si legge ancora nel testo -  è ormai stabilmente terra di immigrazione, ma negli ultimi anni hanno ripreso a crescere le emigrazioni”. Le giovani generazioni di oggi sono a “pieno titolo cosmopolite: si sentono parte di una società accomunata dagli stili di vita e dai movimenti culturali; hanno spesso vissuto esperienze di studio e di lavoro all’estero; sono ricchi di competenze e di meta competenze. Anche per questo motivo sono disponibili a emigrare, magari temporaneamente”. Nel 2014 si è registrato il picco massimo di emigrazioni negli ultimi dieci anni (136 mila cancellati dall’anagrafe, più della metà tra i 15 e i 39 anni). Sia tra i ragazzi di origine straniera (che hanno quindi già vissuto uno spostamento, anche solo della famiglia), sia tra gli italiani sono tanti quelli che da grandi vogliono vivere all’estero: rispettivamente il 46,5 e il 42,6 per cento. Si tratta – spiega l’Istat - di quote molto elevate che confermano come queste generazioni “percepiscano l’idea dello spostamento all’estero in maniera diversa da quelle del passato: la generazione delle reti è anche la generazione globale”.

Sempre secondo i dati forniti oggi in Italia la vita si allunga, tanto che su 100mila residenti ci sono 31,4 persone di oltre 100 anni, perlopiù donne (83,8% al 1° gennaio 2015), e tra questi il 4,6% supera i 105 anni. Sono però meno numerose le nuove generazioni. Infatti meno del 25% della popolazione italiana è sotto i 24 anni, una quota dimezzata tra il 1926 e il 2016. La presenza di ragazzi stranieri immigrati o nati in Italia ha bilanciato in parte quello che l’Istat chiama il “degiovanimento”, cioè la progressiva diminuzione delle nuove generazioni per il calo delle nascite. Dal 1993 al 2014 in Italia sono nati quasi 971mila bambini stranieri, con un trend di crescita invertito solo negli ultimi due anni. Ai ragazzi nati in Italia (il 72,7% degli stranieri sotto i 18 anni, si aggiungono i giovanissimi arrivati insieme ai genitori o per congiungimento familiari). Tra gli stranieri sotto i 18 anni circa il 38% si sente italiano, il 33% si sente straniero, il 29% indeciso. Questa “sospensione dell’identità” è una caratteristica che interessa un numero consistente di ragazzi con background migratorio che vivono in Italia. MO 20

 

 

 

 

Imu italiani nel mondo, Pessina (Fi): ‘Basta discriminazioni, odiosa tassa va abolita’

 

"La questione Imu italiani nel mondo continua a primeggiare tra i più importanti problemi irrisolti. È davvero inconcepibile fare pagare una tassa sull'unica casa in Italia posseduta dagli italiani residenti all'estero, per giunta come se quella loro abitazione fosse seconda casa. Parliamo di cifre importanti, una media di 1500-2000 euro per un immobile di 60mq che viene vissuto pochi mesi nell'arco dell'anno e che il più delle volte è una eredità della famiglia. Il fatto che ancora non si sia voluto risolvere questa vergogna rende bene l'idea dello scarso interesse che i problemi degli italiani all'estero rappresentano per il governo Renzi". Così il senatore Vittorio Pessina, responsabile del dipartimento Italiani all’estero di Forza Italia.

 

“Gli italiani nel mondo oggi spesso sono figli di quei lavoratori costretti ad emigrare per evitare un destino di povertà ed emarginazione. Hanno conservato l'amore per l'Italia che è stato trasmesso loro dalla famiglia e si sacrificano per mantenere un legame con il Paese. Pagano le tasse e le utenze per poter tornare ogni tanto nei propri luoghi di origine. Non dovrebbero essere puniti, anzi dovrebbero essere incoraggiati”.

 

“Le loro case – prosegue il senatore - sono modeste, mentre ville e grandi appartamenti di cittadini residenti in Italia sono esentati dal pagamento di questa tassa, perché la prima casa viene considerata un diritto riconosciuto. Ovvio che di fronte a questo i nostri connazionali si sentano esclusi e umiliati ancora una volta, da uno Stato che dovrebbe essere orgoglioso di quei milioni di italiani che hanno saputo migliorare la loro condizione di vita senza alcun aiuto. Nessuna acrimonia, ma una grande tristezza – osserva Pessina - per una autentica discriminazione che nessun governo finora ha sentito il bisogno di cancellare. E che potrebbe portare molti italiani all'estero a dover rinunciare a una parte della propria storia famigliare”.

 

“Il Coordinamento Nazionale degli Italiani all’estero di Forza Italia si sta battendo con forza, dentro e fuori il Parlamento, per fare in modo di cancellare questa ingiustizia: raccolte di firme, momenti di confronto sul territorio, informazione sui media e sui social. Non smetteremo di combattere – conclude il senatore Pessina - e di denunciare una situazione che consideriamo debba essere sanata quanto prima”. De.it.press 24

 

 

 

 

Sardi all’estero: le provvidenze della Regione

 

CAGLIARI - Il Servizio Coesione Sociale della Regione Sardegna ha messo in pagamento i saldi e le premialità 2015 in favore delle Organizzazioni dei sardi nel mondo che, come previsto dalla Legge regionale 7/91, hanno provveduto ad inviare la documentazione richiesta per la giustificazione delle spese sostenute con il contributo loro assegnato nell'annualità di riferimento.

I dati sono pubblicati qui.

Il Programma annuale 2015 – ricorda la Regione – ha previsto, per l’annualità 2016, un contributo di premialità da assegnare ai circoli, secondo specifici criteri riferiti allo standard organizzativo e qualitativo del proprio funzionamento.

Per l’anno in corso, sono stati valutati gli adempimenti amministrativo-contabili e, in particolare, il possesso e utilizzo della e-mail e della Posta Certificata; l’utilizzo delle attrezzature informatiche in dotazione ai circoli per invio dei documenti in formato digitale; l’utilizzo della apposita modulistica disposta dal Servizio. Nello specifico, il foglio elettronico del rendiconto e tutti gli allegati previsti, incluso l’elenco soci, compilato in tutte le sue parti e contenente le firme dei tesserati.

È stato valutato, inoltre, il costante flusso di contatti e informazioni tra i circoli e l’amministrazione, in riferimento alla organizzazione e realizzazione di eventi, manifestazioni e attività culturali e di promozione della Sardegna.

Il contributo riferito alla premialità deve comunque rispettare le disposizioni di legge che prevedono, per i finanziamenti pubblici, l'obbligatorietà della giustificazione della spesa che, nello specifico avverrà con relazione sottoscritta dal Presidente del circolo, corredata da una autocertificazione attestante la veridicità di quanto dichiarato.

L'importo al lato della rendicontazione sarà riconosciuto al 100% sino al raggiungimento della quota assegnata e potrà essere utilizzato per l'acquisto di tecnologie informatiche che consentano una migliore comunicazione tra le Organizzazioni beneficiarie del contributo e l'Amministrazione regionale. (aise) 

 

 

 

Una petizione per la continuità dei corsi di lingua e cultura italiana in Svizzera

 

La richiesta per il ripristino dei fondi destinati agli enti gestori verrà consegnata a metà giugno all’Ambasciata d’Italia a Berna

 

BERNA – È in corso una raccolta firme a sostegno della petizione formulata per sollecitare Governo e Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale a “mettere in atto ogni iniziativa utile a garantire continuità ai corsi di lingua e cultura italiana in Svizzera e salvaguardare la qualità dell'intervento”. Nella richiesta, firmata per il Comitato promotore da Francesco Margarone e che verrà consegnata a metà giugno all’Ambasciata d’Italia a Berna, si ricordano le importanti funzioni svolte dai corsi di lingua e cultura italiana e frequentati in Svizzera da 10.000 alunni, tra cui quella inerente la formazione e lo sviluppo dell’identità dei ragazzi di origine italiana e la promozione della nostra lingua e cultura anche tra i bambini non italofoni.

Si ricorda inoltre come nel 2015 “per sopperire alla riduzione del contingente di docenti ministeriali gli enti gestori si siano fatti carico di centinaia di corsi che altrimenti sarebbero andati perduti” e come ora “il forte taglio ai contributi statali in favore di tali enti metta a serio rischio il sistema”, contribuendo così ad ingenerare “nelle istituzioni scolastiche e politiche elvetiche una sensazione di inaffidabilità verso lo Stato italiano”.

La petizione chiede pertanto un incontro con l’Intercomites, con i rappresentanti del Cgie, il coordinatore degli Enti Gestori della Svizzera e l’ambasciatore d’Italia a Berna per sollecitare su questo tema l’intervento di Governo e Maeci.

In maniera particolare si chiede il ripristino “per intero dell’ammontare del cap. 3153/2016 in favore degli enti gestori dei corsi; di concedere in tempi brevi a tutti gli enti gestori contributi integrativi adeguati al numero dei corsi attualmente gestiti; di garantire la prosecuzione di tutti i corsi nell’anno scolastico 2016/2017 senza riduzioni di orario o aumenti del numero medio di alunni o licenziamenti; di assicurare la qualità dell’insegnamento e salvaguardare la professionalità dei docenti”. Per inviare le firme per la petizione rivolgersi all’indirizzo: margaronefrancesco@gmail.com. (Inform 23)

 

 

 

 

 

EFASCE: rinnovato il Consiglio direttivo dell’Ente

 

PORDENONE  - Doppio successo per il presidente uscente Michele Bernardon, che con 154 preferenze ottenute e con un’affluenza record di soci, può dire di aver coronato nel migliore dei modi il suo mandato. L’assemblea dell’EFASCE, convocata venerdì sera in via Revedole a Pordenone per rinnovare il consiglio direttivo dell’Ente, si è aperta con mezzora di ritardo per consentire alla segreteria di registrare la lunga fila di presenti: erano in 144 (deleghe comprese), ai quali vanno aggiunti altri 73 rappresentanti dei segretariati all’estero, che hanno votato per corrispondenza. Presenti anche il presidente della Provincia Pedrotti e il presidente della Camera di Commercio Pavan, che però sono rimasti ospiti silenziosi per non dare adito a polemiche in campagna elettorale.

Il presidente uscente ha quindi avviato la seduta, dando lettura della relazione morale del triennio del suo mandato e del bilancio consuntivo, che ha chiuso a 216 mila euro. Una cifra molto lontana dai fasti di inizio millennio, quando ci si è avvicinati anche al milione di euro. Il motivo, ovvio, sono le minori entrate dagli enti pubblici.

“Ciò nonostante – ha commentato Bernardon – in questi tre anni abbiamo sempre cercato di chiudere in attivo, usando parsimonia e puntando su scelte strategiche, come la collaborazione con le scuole, il rinnovamento dei segretariati all’estero e l’istituzione di e-segretariati”, luoghi di aggregazione virtuali, attivi nelle città a maggiore presenza di giovani emigranti, come Londra e Berlino. Bernardon ha tuttavia ringraziato la Regione, la Provincia e la Fondazione Crup, che sono i principali partner economici dell’ente.

Passando al futuro, il bilancio preventivo per il 2016 è stato ridimensionato in via prudenziale a 190 mila euro.

Tra le prossime iniziative, confermata la priorità ai progetti rivolti ai giovani: i soggiorni culturali estivi Young Adults (“che hanno dato grandi soddisfazioni, perché i giovani partecipanti al loro rientro nei paesi di adozione hanno assunto spesso ruolo di più attivi nei segretariati, favorendo il ricambio generazionale”), gli scambi culturali e stage di Alternanza Scuola-Lavoro e gli scambi culturali Italia-Argentina fra gli studenti del liceo “Le Filandiere” di San Vito al Tagliamento e la scuola sudamericana di Junin. Tutti i documenti all’ordina del giorno sono stati approvati a larga maggioranza o addirittura all’unanimità, senza obiezioni.

Quindi si sono aperte le urne, da cui è uscito il nuovo consiglio direttivo, parzialmente rinnovato rispetto al precedente. Su 217 votanti, Michele Bernardon ha ottenuto 154 voti: praticamente tre su quattro gli hanno dato fiducia.

Gli altri consiglieri eletti sono: Alberto Bidin (122 voti), Stefania Agnolon (116), Walter Mattiussi (106), Isa Brovedani (85), Vera Turrin (71), Elio De Anna (65), Aniceto Cesarin (56), Pier Giorgio Zannese (50), Luisa Forte (49) e Angioletto Tubaro (44). A sorpresa, commentano da Pordenone, “diversi esponenti di spicco del mondo politico, che si erano proposti, sono rimasti fuori. Un segnale chiaro da parte dell’assemblea di voler mantenere la rotta dell’Efasce lontano dagli ambienti dei partiti”. Rinnovato anche il collegio dei revisori dei conti, che ora è formato da Franca Quas, Mario Tauro, Gabriele Salamon (effettivi), Mario Salvalaggio e Angelo Bernardon (supplenti).

“È stata una grande soddisfazione - le parole a caldo di Bernardon – perché abbiamo riscontrato la partecipazione di un consistente numero di soci, di numerosi sindaci e rappresentanti degli enti locali, il che conferma il radicamento dell'ente nel territorio e la vicinanza delle istituzioni al nostro sodalizio. E un altro motivo di soddisfazione, inutile nasconderlo, sta nei risultati di queste elezioni. L'alto numero di consensi ricevuti lo considero un riconoscimento per il lavoro svolto in questi tre anni a favore dei nostri corregionali all'estero”.

Il nuovo consiglio si riunirà nei prossimi giorni per procedere all’elezione del presidente e per riprendere i fili delle prossime iniziative, tra cui il 39° Incontro dei Corregionali all’estero, in programma a luglio a Frisanco. (aise 23) 

 

 

 

 

EU-Parlamentspräsident: EU ist in existenzieller Krise

 

Martin Schulz warnt vor dem Erstarken rechtspopulistischer Parteien in Europa.

 

Die EU steckt nach Ansicht des Präsidenten des Europaparlaments, Martin Schulz, in einer existenziellen Krise. Die ungelöste Flüchtlingskrise stärke rechte Parteien, warnte er.

Viele Befürchtungen von vor einigen Jahren hätten sich bewahrheitet, sagte der SPD-Politiker der „Neuen Osnabrücker Zeitung“. Wegen der Euro-Krise und der Flüchtlingskrise sei heutzutage für viele Menschen das Ende der Europäischen Union denkbar, es habe seinen Schrecken verloren.

„Es gibt heute eine Menge an Politikern, die das propagieren und damit Wahlen gewinnen“ sagte Schulz. Dies sei „furchtbar“. Die EU-Länder müssten sich um Lösungen in der Flüchtlingskrise bemühen und etwa die beschlossene

Umverteilung von 160.000 Flüchtlingen endlich umsetzen, forderte Schulz. Sonst würden rechte Parteien weiter gestärkt: „Die ungelöste Flüchtlingskrise ist ein willkommenes Instrument für die Konjunkturritter der Angst.“

Der EU-Parlamentspräsident sagte, Europa solle mit Optimismus in die Zukunft schauen, „weil wir stark genug sind, die Dinge ökonomisch, ökologisch und sozial zu bewältigen“.

Hintergrund

Zu den rechtspopulistischen Parteien an der Macht gehört die nationalistischen Fidesz-Partei in Ungarn. Ungarns Ministerpräsident Victor Orban gehört zu den schärfsten Gegnern der Flüchtlingspolitik von Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU).

In Polen ist die nationalkonservative Partei PiS Ende 2015 an die Macht zurückgekehrt. PiS-Chef Jaroslaw Kaczynski warnt vor einer angeblichen Seuchengefahr und "Parasiten", die durch Flüchtlinge eingeschleppt würden. Auch Polen weigert sich, an dem Verteilmechanismus teilzunehmen.

In Österreich gewann in der ersten Runde der Präsidentschaftswahl der FPÖ-Kandidat Hofer überraschend klar mit 35 Prozent. Offen fremdenfeindliche und antisemitische Töne sind in der FPÖ zwar seltener geworden, der Schutz der Landesgrenzen vor illegaler Einwanderung ist für Hofer aber das derzeit wichtigste Projekt.

Die Front National (FN) feiert in Frankreich einen Wahlerfolg nach dem anderen, seitdem Marine Le Pen 2011 die Führung von ihrem Vater Jean-Marie übernahm und dessen antisemitische Rhetorik aus dem Parteidiskurs verbannte. Die Flüchtlingsbewegung nennt sie "Invasion".

In den Niederlanden hat die Flüchtlingskrise der Partei für die Freiheit (PVV) des Rechtspopulisten Geert Wilders deutlichen Auftrieb gegeben.

Die 1998 gegründeten rechtsextremen Schweden-Demokraten (SD) spielten kaum eine Rolle, bis sie 2014 drittstärkste Kraft wurden. Nun haben sie Ambitionen, stärkste Partei zu werden.

Allein in Griechenland scheint die Neonazi-Partei Goldene Morgenröte nicht von der Flüchtlingskrise zu profitieren - dabei ist Griechenland das mit Abstand am stärksten betroffene Land.

Zu den neuen rechtspopulistischen Parteien gehört die 2013 aus dem Widerstand gegen die Euro-Rettung gestartete Alternative für Deutschland (AfD). Sie zog im März auf Anhieb mit zweistelligen Ergebnissen in die Landtage von Baden-Württemberg, Rheinland-Pfalz und Sachsen-Anhalt ein. Dass führende AfD-Politiker einem Schusswaffengebrauch gegen Flüchtlinge das Wort redeten, schadete der Popularität der Partei nicht.

In der Slowakei versucht Regierungschef Roberto Fico zwar alles, um Flüchtlinge aus dem Land zu halten. Dessen ungeachtet zogen die Neonazis von Unsere Slowakei (LSNS) Anfang März mit 14 Abgeordneten ins Parlament ein. Die Partei gibt es seit 2012, zu ihren Feindbildern gehören neben Flüchtlingen

Roma, die Nato und die EU. AFP/nsa | EA 26

 

 

 

 

Studie. Migration aus arabischem Raum wird weiter wachsen

 

Forscher prognostizieren einen steigenden Migrationsdrang aus Nordafrika und dem Nahen Osten. Hauptursache sei die wirtschaftliche Lage und der Arbeitsmarkt. Nur rund 40 Prozent der Menschen seien beschäftigt – Tendenz weiter sinkend.

 

Wissenschaftler erwarten in den kommenden Jahrzehnten auch aus wirtschaftlichen Gründen einen steigenden Migrationsdrang aus Nordafrika und dem Nahen Osten. „Die Anzahl der potenziell erwerbsfähigen Menschen ist in dieser Region ungefähr doppelt so groß wie die Zahl der Arbeitsplätze“, erklärte der Leiter des Berlin-Instituts für Bevölkerung und Entwicklung, Reiner Klingholz, am Dienstag bei der Vorstellung einer neuen Studie in Berlin.

In den Ländern der sogenannten Mena-Region sei die Anzahl der Kinder zwar in den letzten Jahrzehnten gesunken, und die Erwerbsbevölkerung sei größer geworden. Anders als in allen anderen Weltregionen habe diese Entwicklung aber nicht für politische Stabilität und wirtschaftlichen Wohlstand gesorgt, sagte Klingholz.

Nur rund 40 Prozent der Menschen seien beschäftigt, viele davon in informellen Berufen, erklärte der Demografie-Forscher. Dabei stellt das Institut in seiner Studie einen wachsenden Bildungsgrad in der Region fest. Das Problem sei, dass viele junge Menschen nicht für Berufe ausgebildet würden, die einen Zugang zum Arbeitsmarkt ermöglichten. In Nordafrika und dem Nahen Osten studierten die meisten jungen Leute Sozial- und Geisteswissenschaften, um schließlich vom Staat angestellt zu werden. „Diese Arbeitsplätze können aber nicht mit dem Bevölkerungswachstum mithalten“, sagte der Direktor des Instituts.

Mangelhafte Infrastruktur

Ein weiteres Problem ist der Studie zufolge, dass es in vielen dieser Länder keine unternehmerische Kultur gibt. Dies hänge auch mit mangelhafter Infrastruktur und überdurchschnittlich vielen Stromausfällen in der Region zusammen. Entwicklungsgeld solle vor allem in Bildung, Infrastruktur und die Stärkung des Unternehmertums investiert werden, sagte Klingholz.

Die prekäre Situation werde bis zum Jahr 2030 durch ein Bevölkerungswachstum von 420 Millionen auf 530 Millionen Menschen noch verstärkt. „Laut aktuellen Prognosen drängen in den kommenden 15 Jahren jährlich fast fünf Millionen zusätzliche Kräfte auf den Arbeitmarkt“, betonte Klingholz. Wenn es nicht gelinge, diese Menschen in den Arbeitsmarkt zu integrieren, dürften viele Menschen aus der Region nicht nur wegen bewaffneter Konflikte aus ihren Heimatländern fortziehen. Die Mena-Region umfasst von Marokko bis Oman, von Katar bis Jemen 19 Staaten, die mit Ausnahme von Israel muslimisch geprägt sind. (epd/mig 25)

 

 

 

 

Flüchtlingspolitik. Das steckt im Integrationspaket der Bundesregierung

 

Das Bundeskabinett hat am Mittwoch das erste Integrationsgesetz der Bundesrepublik auf den Weg gebracht. Es ist ein Gesamtpaket mit vielen Regelungen. Die Koalition verspricht Erleichterungen und mehr Angebote zur Integration. Gleichzeitig erwartet sie, das Angebote wahrgenommen werden und droht bei Nichteinhaltung von Pflichten mit Sanktionen. Die Regelungen im Überblick:

Arbeitsmarktprogramm: Die Bundesregierung will im Programm „Flüchtlingsintegrationsmaßnahmen“ 100.000 Ein-Euro-Jobs für Flüchtlinge schaffen. Ziel ist laut Gesetzentwurf eine „niedrigschwellige Heranführung“ an den deutschen Arbeitsmarkt. Gleichzeitig soll die Bundesagentur für Arbeit Flüchtlinge zur Wahrnehmung zumutbarer Jobs verpflichten können. Es drohen Leistungskürzungen, wenn Maßnahmen ausgeschlagen werden. Gewährt würden dann nur noch Leistungen zur Deckung des unmittelbaren Bedarfs und nur als Sachleistungen.

Ausbildungsförderung: Flüchtlinge mit guter Bleibeperspektive sollen künftig Unterstützung bei der Ausbildung erhalten. Begleitende Hilfen oder eine Assistierte Ausbildung können schon nach drei Monaten Aufenthalt bewilligt werden, nach 15 Monaten Berufsausbildungshilfe und Ausbildungsgeld. Diese Angebote gelten bislang in aller Regel nicht für Asylbewerber, die noch im Verfahren sind.

Vorrangprüfung: Die Regelung, wonach Flüchtlinge nur dann einen Job annehmen können, wenn kein geeigneter Bewerber aus Deutschland oder der EU zur Verfügung steht, soll für drei Jahre ausgesetzt werden. Das gilt allerdings nur für Regionen mit unterdurchschnittlicher Arbeitslosigkeit.

Integrationskurse: Ähnlich wie beim Arbeitsmarktprogramm verspricht die Bundesregierung einen umfangreicheren und früheren Zugang zu Integrationskursen. Gleichzeitig sollen Flüchtlinge zur Teilnahme verpflichtet werden können. Bei einem Verstoß droht auch hier die Kürzung der Sozialleistungen auf das unmittelbar Notwendige.

Sicherheit bei Ausbildung: Flüchtlinge, die einen Ausbildungsplatz haben, sollen für die Dauer der Ausbildung einen sicheren Aufenthaltsstatus bekommen. Werden sie übernommen, bekommen sie nach dem Abschluss für weitere zwei Jahre einen sicheren Aufenthalt. Schließt sich keine Beschäftigung an, gibt es einen sicheren Aufenthalt für ein halbes Jahr zur Arbeitsplatzsuche. Zudem wird die Altersgrenze für den Beginn einer Ausbildung abgeschafft.

Verschärfung beim Daueraufenthalt: Anerkannte Flüchtlinge sollen nicht mehr wie bisher nach drei Jahren automatisch ein Bleiberecht erhalten. Die sogenannte Niederlassungserlaubnis soll es künftig erst nach fünf Jahren geben unter der Voraussetzung, dass hinreichende Sprachkenntnisse (Niveau A2) und die Sicherung des Lebensunterhalts nachgewiesen werden. Nach drei Jahren kann nur noch derjenige den Daueraufenthalt bekommen, der das fortgeschrittene C1-Sprachniveau erreicht und für seinen Unterhalt selbst sorgen kann.

Wohnsitzzuweisung: Mit der sogenannten Wohnsitzauflage soll der massenhafte Zuzug in Ballungsgebiete verhindert werden. Der Gesetzentwurf erlaubt den Ländern, auch für anerkannte Flüchtlinge Regeln zur Wahl des Wohnsitzes zu erlassen, wie sie bislang nur für Asylsuchende im Verfahren gelten. Den Ländern soll dabei freigestellt werden, ob sie konkrete Wohnorte vorschreiben oder umgekehrt den Umzug in bestimmte Städte oder Regionen verbieten. Die Regelung soll auf drei Jahre befristet werden und nicht für Flüchtlinge gelten, die andernorts einen Job, Ausbildungs- oder Studiumsplatz haben. MiG 27

 

 

 

 

DGB-Chef Hoffmann: „Das Integrationsgesetz arbeitet mit Restriktionen und das ist Populismus“

 

Ein Euro-Jobs, verpflichtende Sprachkurse und strenge Wohnsitzauflagen: Die Koalition hat den Entwurf des neuen Integrationsgesetzes veröffentlicht, von dem Verbände als ein „Papier des Misstrauens“ sprechen. EurActiv sprach mit Reiner Hoffmann, Vorsitzender des Deutschen Gewerkschaftsbundes, ob der Gesetzentwurf, der noch vor der Sommerpause durch den Bundestag und Bundesrat verabschiedet werden soll, die dringendsten Probleme der Flüchtlingspolitik lösen kann.

EurActiv: „Fordern und Fördern” als Leitsatz des Integrationsgesetzes klingt nicht wirklich neu und erinnert stark an die „Harzt-IV“ Maxime. Wie beurteilen Sie den Entwurf?

Ich beginne mal mit ein paar positiven Aspekten des geplanten Gesetzes. Es gibt  durchaus Punkte, denen wir als Gewerkschaften zustimmen und für die wir uns schon seit langem einsetzen. Jugendliche, die eine vorläufige Aufenthaltsgenehmigung und  einen Ausbildungsplatz haben, dürfen nun diese Ausbildung beenden und haben danach noch eine zweijährige Beschäftigungsperspektive. Wenn sie die nämlich nicht hätten, würden die Arbeitgeber sie nicht ausbilden. Diese Rechtssicherheit gab es bisher nicht und ist ein Grund, warum Jugendliche keine Ausbildungsplätze bekommen haben.

Nun, der Prozentsatz von Jugendlichen mit vorläufigem Aufenthaltsrecht, die einen Ausbildungsvertrag haben, wird noch relativ gering geschätzt. Laut Datenreport des Bundesinstituts für Berufsbildung liegt das auch oder gerade an den ökonomisch und sozial meist schwierigeren Ausgangsbedingungen der jungen Flüchtlinge.

Gerade junge, arbeitsfähige Flüchtlinge wollen oft schnell Geld verdienen, um ihre Familien zu unterstützen. Die haben häufig weniger Interesse an einer geringer vergüteten Ausbildung und arbeiten lieber für 8,50 Euro die Stunde. Diesen Widerspruch aufzulösen ist alles andere als einfach. Trotzdem ist der Vorstoß sinnvoll, , auch wenn es einige Zeit brauchen wird, bis diese Maßnahme Erfolg zeigen wird. Zweiter positiver Punkt: Als Gewerkschaften haben wir uns immer für berufsvorbereitende Maßnahmen eingesetzt. Auch hier wird sich deren Wirkung nicht von heute auf morgen zeigen. Dennoch bringen sie den Grundsatz zum Ausdruck, dass Integration über Erwerbstätigkeit und die Möglichkeit erfolgt, durch eigenes Einkommen  sein Leben selbständig zu gestalten.

Klassische Einwanderungsländer wie Kanada zeigen, dass es mindestens drei Säulen für eine erfolgreiche Integration braucht: Arbeit, Bildung und Familie. Sehen sie diesen Ansatz im Integrationsgesetz aufgegriffen?

Das Thema Bildung ist leider gar nicht enthalten. Nach Angaben der Gewerkschaft Erziehung und Wissenschaft werden 300.000 Jugendliche zusätzlich in die Schulen kommen. Für die bräuchten wir 25.000 zusätzliche Lehrer.  Das Problem: Wir hatten schon vor dem Zuzug der Flüchtlinge keine ausreichenden  Kapazitäten, um eine sinnvolle Integration durch den Abbau von  Bildungsdefiziten zu leisten und allen Schülerinnen und Schülern eine angemessene  schulische Versorgung zu bieten.

Hausgemachte und wohlbekannt Probleme, die der deutschen Bildungspolitik jetzt auf die Füße fallen?

Die Defizite in unserem Bildungssystem, die Gewerkschaften schon lange kritisieren, werden uns durch die Flüchtlingssituation noch einmal mit voller Wucht vor Augen geführt. Das fördert nicht nur Spannungen an den Schulen, sondern auch Fremdenfeindlichkeit. Das muss dringend zügig angepackt werden.

DGB-Vorstandsmitglied Stefan Körzell hat über das Integrationsgesetz gesagt: Es muss verhindert werden, dass Flüchtlinge als billige Arbeitskräfte ausgenutzt werden, etwa als Dauerhospitanten. Schafft das neue Integrationsgesetz das?

Da gibt es klare Kritik von uns. Vor allem, wenn es um die Ausweitung der Leiharbeit geht. Wir sind gerade dabei, in einem parallel laufenden Gesetzgebungsverfahren den Missbrauch von Leiharbeit zu verhindern. Wir halten das Integrationsgesetz in diesem Punkt für falsch.

Genauso falsch wie die Wohnsitzauflage?

Die halten wir für überhaupt nicht zielführend und ist  aus Sicht des DGB auch nicht europakompatibel. Der europäische Gerichtshof hat die Grenzen einer solchen Auflage gerade erst im März aufgezeigt. Irrsinnig ist auch die Einführung von Arbeitsmaßnahmen. Natürlich bringen Arbeit und die Organisation von Selbsthilfe wunderbar Struktur in den Alltag, ist sinnstiftend und vieles mehr.   Wenn es diese Maßnahmen aber auch in  Wirtschaftsbetrieben geben soll, ist damit die Gefahr verbunden, dass ordentlich bezahlte Arbeit zurückgedrängt und durch Ein-Euro-Jobs ersetzt wird.

Immerhin sieht das Gesetz ja Integrationskurse vor. Auch, wenn diese bei Nichtteilnahme Sanktionen nach sich ziehen sollen.

Wer mit Restriktionen droht, sollte man erst einmal dafür sorgen, dass genügend und qualifizierte Möglichkeiten für Integrationskurse geschaffen werden – zeitnah und spätestens innerhalb von 6 Wochen –  die dann auch in Anspruch genommen werden können. Wenn es das Angebot gibt, und dann etwas nicht funktioniert, muss man nachbessern. Im Integrationsgesetz wird aber  mit Repression gearbeitet und das halte ich für  Populismus. Damit wird eine Überschrift für die zur AfD oder sonst wohin abgewanderten, unsicheren Bürger und Bürgerinnen produziert, die sagen soll: „Jetzt wird endlich mal harte Kante gezeigt“. Das gibt eine Schieflage.

Haben wir die in Deutschland nicht schon?

Schauen Sie sich die Auseinandersetzungen zwischen der CDU und der CSU an. Grottig! Innerhalb der CDU? Grottig. Innerhalb der Regierungskoalition? Grottig! Dieses Integrationsgesetz ist ein Kompromiss. Viele Dinge wären allein mit der SPD gar nicht möglich gewesen oder anders gesagt, viele Dinge wären allein mit der CDU/CSU viel schärfer ausgefallen. Diese Widersprüchlichkeiten bestimmen unsere Gesellschaft. Als  Gewerkschaften haben wir die Aufgabe zu sagen, da läuft Politik falsch. Dennoch ist es falsch,  diejenigen, die AfD wählen, grundsätzlich  als europafeindlich und  rechtsnational zu bezeichnen. Viele wissen gar nicht, wie sehr sie von Europa profitieren. Es gibt eine zunehmende Bevölkerungsschicht, die verunsichert ist und Abstiegsängste hat. Sie fürchten, dass Flüchtlinge gegen Menschen ausgespielt werden, die hier unter prekären Bedingungen arbeiten oder langzeitarbeitslos sind. Forderungen wie Ausnahmen beim Mindestlohn schüren solche Ängste. Wir haben ein erhebliches gesellschaftliches Problem mit Populismus, das sich in Teilen des Integrationsgesetzes widerspiegelt.  

… und in einer drastischen Zunahme von Gewalttaten gegen Flüchtlinge …

Das ist schlicht und ergreifend die Zunahme von Straftaten und kriminellen Handlungen, wie beispielsweise der dramatische Anstieg von Angriffen auf Flüchtlingsunterkünften zeigt. Das sollte man nicht mit einem generellen Stimmungswechsel in der Bevölkerung verwechseln.

Das Integrationsgesetz hat also nicht das Ende der deutschen „Willkommenskultur“ besiegelt?

Der überwiegende Teil der Bevölkerung ist nach wie vor hilfsbereit,  das Engagement hat nicht abgenommen. Über zehn Prozent unserer Bevölkerung sind aktiv im Ehrenamt tätig. Wir haben erhebliche Defizite, die einer falschen Politik geschuldet sind – im Bildungssystem, im sozialen Wohnungsbau … die werden durch die Flüchtlingssituation noch einmal zugespitzt. Und was, wenn nicht das,  ist endlich Anlass genug für einen wirklichen Kurswechsel?

Weitere Informationen

Der DGB hat mit der "Allianz für Weltoffenheit, Solidarität, Demokratie und Rechtsstaat - gegen Intoleranz, Menschenfeindlichkeit und Gewalt" eines der größten deutschen zivilgesellschaftlichen Bündnisse ins Leben gerufen, in dem Kirchen, Bundesverbände und Unternehmen gemeinsam klare Haltung gegen Rassismus und Menschenfeindlichkeit beziehen. Die Allianz ist für die Europa-Lilie für bürgerschaftliches Engagement 2016 nominiert.

Ama Lorenz | EurActiv  27

 

 

 

 

„Ban Ki-moons Vorschläge lösen das humanitäre Dilemma nicht“

 

Interview mit Dennis Dijkzeul über den ersten Humanitären Weltgipfel der Vereinten Nationen.

 

Die Weltgemeinschaft kommt am 23. und 24. Mai 2016 in Istanbul zum ersten Humanitären Weltgipfel (World Humanitarian Summit, WHS) der Vereinten Nationen zusammen. Angesichts der gegenwärtig zu beobachtenden größten humanitären Krise seit dem Zweiten Weltkrieg ist der Zeitpunkt gut gewählt. Nun hat Ärzte ohne Grenzen (MSF), eine der wichtigsten Organisationen in diesem Bereich, wenige Wochen vor dem Gipfel die Teilnahme abgesagt. MSF behauptet, der Gipfel würde nicht die drängenden Fragen angehen. Ist das so?

Für MFS ist das sicherlich so, aber es gibt viele drängende Fragen, wenn es um humanitäre Krisen geht. Es gibt zwei Kernprobleme dabei: Erstens muss man verstehen, dass das humanitäre System immer ein massives Dilemma gehabt hat. Es gibt einerseits die traditionellen Organisationen mit nur einem Mandat, nämlich Menschen in Not zu helfen, wie MSF oder das Internationale Komitee vom Roten Kreuz (IKRK). Für sie es wichtig, dass sie Zugang zu den Menschen erhalten und dass die Sicherheit der Menschen, denen sie helfen, aber auch der eigenen Mitarbeiter, so groß wie möglich ist. Diese Organisationen würden niemals die politische Lage der humanitären Krisen, in denen sie arbeiten, bewerten. Das IKRK sagt, wir sind neutral, unparteiisch und unabhängig, und wir arbeiten nur nach dem Grundsatz der Menschlichkeit. Sie nehmen Krieg als gegeben hin. Krieg ist einfach da.

Aber die Krisen, meist Kriege, sind nun einmal große politische Probleme. Dann gibt es andere Organisationen mit einem breiteren Mandat, zum Beispiel Oxfam aus Großbritannien oder in Deutschland Caritas oder Malteser. Sie fragen eher, was passiert mit den Menschen nach der Krise? Oder wie kann die Krise gelöst werden? Das sind genauso drängende Frage wie der Zugang zu den Notleidenden und mehr Sicherheit. Oxfam und Co. versuchen, humanitäre Hilfe mit Entwicklungszusammenarbeit, mit Menschenrechten und manchmal sogar mit Konfliktlösung zu verbinden. Sie versuchen, eine längerfristige Perspektive für die Menschen zu schaffen.

Das Dilemma ist, dass die Schaffung einer längerfristigen Perspektive den Zugang und die Sicherheit vor Ort gefährden kann. Dieses Dilemma ist bislang noch nicht gelöst worden. Es wäre nur möglich, wenn es eine klare Aufgabenteilung gäbe. Die Regierungen der Krisenländer gewähren den Hilfsorganisationen den Zugang und Geldgeberregierungen stellen die notwendigen Gelder dafür bereit, und um die längerfristige Sicherung der Lebensgrundlagen ihrer Bevölkerung kümmern sich die Regierungen, unterstützt durch die Entwicklungsorganisationen. Doch das ist leider Utopie.

Der Bericht des Generalsekretärs, der zur Vorbereitung des Gipfels vorgelegt wurde, löst dieses Dilemma nicht. Ban Ki-moon will eigentlich ein Multi-Mandats-System schaffen. Ich sehe darin große Vorteile, die humanitäre Hilfe mit Entwicklungszusammenarbeit, Menschenrechten und Konfliktlösung sowie mit den Zielen für nachhaltige Entwicklung (SDGs) und dem Sendai-Rahmen für Katastrophenvorsorge zu verbinden.

Aber für MSF sind das nicht die Kernanliegen. Die Ärzte machen sich Sorgen über Zugang und Sicherheit, dass die Krankenhäuser bombardiert werden – in Afghanistan, in Syrien und im Jemen. Im Vorfeld des Gipfels rückt jetzt dieses langjährige ungelöste Dilemma in den Vordergrund.

Zweitens hat zur Vorbereitung des Gipfels ein mehrjähriger Konsultationsprozess stattgefunden. Zehntausende von Personen haben weltweit auf regionalen Treffen und online ihren Input gegeben. Da waren die Hauptthemen humanitäre Hilfe und Effektivität. Der Generalsekretär hat einen weiteren Aspekt in die Debatte eingebracht die „collective responsibility for humanity“: Wie sollte eine kollektive Antwort auf humanitäre Krisen aussehen? Wie kann man weltweit Krisen vorbeugen? Wie wichtig sind die SDGs in humanitären Krisen? Können wir mehrjährige Finanzierungsinstrumente einrichten? Können die Geber mehr Gelder für diese Arbeit bereitstellen?

Die nichtstaatlichen humanitären Organisationen und andere Akteure haben diese Aspekte nicht so erwartet, sondern eher Reformvorschläge für das humanitäre System, insbesondere für die humanitären UN-Organisationen. So eine Reform gibt es jedoch nicht. Der Vorschlag des Generalsekretärs, ein Multi-Mandats-System zu schaffen, ist an sich nicht schlecht, aber er löst das Dilemma nicht.

Die Staaten scheinen auf dem WHS nicht sehr in die Pflicht genommen zu werden, Katastrophen zu vermeiden, zu bewältigen und dabei das Völkerrecht zu achten. Es sollen bislang auch nur 80 von 193 UN-Mitgliedstaaten teilnehmen. Was steckt dahinter?

Wahrscheinlich haben die Regierungen doch Angst, dass sie dort zu Dingen verpflichtet werden, die sie nicht wollen und dass sie zu stark kritisiert werden. Aber der Gipfel hat noch nicht angefangen, wahrscheinlich werden am Ende doch noch mehr Staaten teilnehmen. Von einem Scheitern mangels Teilnahme zu sprechen, wäre verfrüht.

Da die meisten humanitären Krisen komplexe Ursachen haben, wird immer wieder eine bessere Koordinierung zwischen Entwicklungszusammenarbeit und humanitärer Hilfe gefordert. Gibt es hier neue Ideen?

Die humanitären Krisen sind Teil der globalen Nord-Süd-Problematik. Es gibt strukturelle Ungleichheiten zwischen dem globalen Norden und dem globalen Süden, die dafür verantwortlich sind, dass es in vielen armen Ländern keine sozio-ökonomische Entwicklung gibt. Dazu gehören Verschuldung, Drogen-, Waffen- und Menschenhandel, Korruption, ungerechte Welthandelsstrukturen etc. UN-Generalsekretär Kofi Annan hatte im Jahr 2005 in seinem Bericht „In größerer Freiheit“ einen „Deal“ für kollektive Sicherheit zwischen den entwickelten Ländern und den Entwicklungsländern vorgeschlagen: Erstere sollten Gelder für Bildung, Gesundheit, Ernährung etc. zur Verfügung stellen, im Gegenzug würden Letztere in ihren Ländern für mehr Sicherheit sorgen, Terrorismus, Korruption etc. vor Ort bekämpfen. Leider wurde dieser Deal nicht umgesetzt.

Klar ist: Wenn wir die wirtschaftlichen, sozialen und menschenrechtlichen Probleme der Welt nicht lösen, werden sich die humanitäre Krisen häufen, länger anhalten und massiver werden – verstärkt durch Faktoren wie Klimawandel und andauernde gewaltsame Konflikte. Die Vorschläge von Ban Ki-moon lösen weder das Dilemma, das ich gerade beschrieben habe, noch die großen geopolitischen Ungleichheiten.

Der finanzielle Bedarf für die humanitäre Hilfe steigt seit Jahren dramatisch. Für 2016 wird die Rekordsumme von 20 Milliarden US-Dollar gefordert, eine Versechsfachung seit 2005. Wird der Gipfel dieses Problem angehen und neue Finanzierungsinstrumente oder Verpflichtungen schaffen?

Es wird neue Finanzierungsinstrumente geben, mehrjährige, in der Hoffnung damit eine verlässlichere Finanzierung zu erreichen. Diese Instrumente sollen verbunden werden mit etwaigen Instrumenten für die SDGs und den Sendai-Rahmen. In Menschlichkeit investieren ist ja eines der fünf Kernthemen des Gipfels. Ich gebe Ihnen ein kleines Beispiel: Die Rücküberweisungen der Emigranten in ihre Heimatländer sollen vereinfacht werden.

Außerdem soll es einen „Grand Bargain“ geben zwischen den Geberregierungen und den humanitären Organisationen. Erstere sollen ihre Bedingungen und administrativen Ansprüche an die Organisationen vereinheitlichen, auch mit Monitoring und Evaluierung. Im Gegenzug sollen Letztere transparenter arbeiten und stärker Rechenschaft ablegen. Wenn das verabschiedet werden würde, wäre dies ein wichtiger Fortschritt. Allerdings löst es die geopolitischen Probleme nicht.

Wird es Vorschläge geben, von freiwilligen Beiträgen zu Pflichtbeiträgen für humanitäre Hilfe zu kommen?

Mehr Gelder für die humanitäre Hilfe sind sicherlich willkommen. Aber nur Selbstverpflichtungserklärungen (pledges) oder Pflichtbeiträge lösen die Probleme nicht. Da die große Mehrheit der Staaten selbst die Pflichtbeiträge zur UN nicht rechtzeitig und vollständig zahlen, wäre dies sicherlich nicht verlässlicher als freiwillige Zahlungen. Sadako Ogata, die ehemalige Flüchtlingshochkommissarin hatte in den neunziger Jahren gesagt, sie hätte lieber freiwillige als Pflichtbeiträge, weil die jedenfalls kommen würden.

Was könnte der Gipfel im besten Fall bringen und was sollte er als kleinstem gemeinsamem Nenner zumindest erreichen?

Der kleinste gemeinsame Nenner wäre der „Grand Bargain“. Im besten Fall, so hoffe ich, wird man auf dem Gipfel zu einem besseren Verständnis des oben erwähnten Dilemmas zwischen den unterschiedlichen Zielsetzungen der Hilfsorganisationen und der Entwicklungsorganisationen kommen. Ich hoffe außerdem, dass die Staaten mehr Gelder bereitstellen und mehr Verantwortung übernehmen, die globalen Ungleichheiten abzubauen und Konflikte zu verhüten.

Der Gipfel ist im Übrigen nur ein Auftakt. Die Staaten und humanitären Organisationen werden Selbstverpflichtungserklärungen abgeben, die sich hoffentlich weitgehend an dem orientieren, was im Bericht des Generalsekretärs steht und die die Kritik von MFS berücksichtigen. Es wird einen Abschlussbericht geben, in dem die „Pledges“ der Staaten und Organisationen für eine spätere Überprüfung der Umsetzung aufgeführt sind.

Die Fragen stellte Anja Papenfuß. Dennis Dijkzeul  IPG 23

 

 

 

 

Vereinte Nationen laden zum ersten Humanitären Weltgipfel nach Istanbul

 

Niemals zuvor seit dem Ende des Ende des Zweiten Weltkriegs litten so vielen Menschen unter Kriegen und Katastrophen. Beim Gipfel in Istanbul wollen Politiker und Helfer Strategien gegen die humanitäre Mega-Krise entwickeln. Von Jan Dirk Herbermann

 

Kaum ein Tag vergeht ohne neue Schreckensmeldung: von den Kriegen in Syrien, Irak und Südsudan über Erdbeben und Stürme wie in Nepal oder den Philippinen bis hin zu den Dürren in vielen Teilen Afrikas. Rund 125 Millionen Opfer der Konflikte und Naturkatastrophen brauchen jeden Tag Hilfe zum Überleben. Niemals zuvor seit dem Ende des Ende des Zweiten Weltkriegs war laut UN die Not auf dem Globus so groß: „Wir sind Zeuge der größten humanitären Krise unseres Zeitalters“, warnt UN-Generalsekretär Ban Ki Moon.

Angesichts der Not lädt Ban am 23. und 24. Mai zu einem zweitägigen Gipfel nach Istanbul. Es wird der erste „Humanitäre Weltgipfel“ in der mehr als 70-jährigen Geschichte der Vereinten Nationen. Besondere Aufmerksamkeit dürfte dem Gastland Türkei und Präsident Recep Tayyip Erdo?an zuteil werden: Einerseits nimmt die Türkei eine Vorbildfunktion ein. Kein anderer Staat beherbergt mehr Flüchtlinge als die Türkei. Andererseits werden dem Land Menschenrechtsverletzungen im Kampf gegen die Terrororganisation PKK vorgeworfen.

Istanbul wird ein riesiger Workshop der humanitären Fragen. Die mehr als 5.000 Teilnehmer, darunter eine Reihe von Staats- und Regierungschefs wie Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU), sollen über alle Facetten der Krise beraten. „Das reicht von der Einhaltung des humanitären Völkerrechts und der humanitären Prinzipien über Vertreibung, die Vorsorge bei Naturkatastrophen bis hin zur Rolle lokaler Akteure, insbesondere Frauen und junge Leute“, sagt Organisationschef Antoine Gérard.

Die Vereinten Nationen wollen die anwesenden Staatenlenker darauf verpflichten, eine „Agenda der Humanität“ in das Zentrum ihrer Politik zu rücken. Vor allem sollen die Politiker alles daran setzen, alte Konflikte zu beenden und neue erst nicht entstehen zu lassen.

Ein anderes Thema soll ebenfalls zur Sprache kommen: das Geld – und die mangelnde Spendenbereitschaft der Reichen. Im vergangenen Jahr brauchten die Vereinten Nationen und ihre Partner knapp 20 Milliarden US-Dollar, um die Opfer von Gewalt und Naturkatastrophen mit Lebensmitteln, Wasser, Medikamenten, Zelten und anderen Hilfsgütern zu versorgen. Allerdings kamen 2015 nur rund zehn Milliarden US-Dollar in die Kassen der Helfer.

Deutschland will in Istanbul für eine stabile Finanzierung werben: „Deutschland macht sich seit langem für einen Paradigmenwechsel in der humanitären Hilfe stark“, erklärt die Menschenrechtsbeauftragte der Bundesregierung, Bärbel Kofler. „Weg von bloßer Reaktion auf eingetretene Katastrophen hin zu vorausschauendem Agieren und längerfristiger Planung und Mittelbereitstellung.“ Konkret sollen die Geberländer finanzielle Zusagen über einen längeren Zeitraum machen.

Deutschland trägt seit Jahren zur Linderung der Not in großem Umfang bei. Die Bundesrepublik steuerte 2014 rund 1,2 Milliarden US-Dollar für humanitäre Hilfe bei und war somit der viertgrößte Geber. Die Nummer eins waren 2014 die USA mit sechs Milliarden US-Dollar, gefolgt von den EU-Institutionen und Großbritannien mit jeweils 2,3 Milliarden US-Dollar. (epd/mig 23)

 

 

 

 

Papst an UNO-Gipfel: „Kooperation schafft bessere Welt“

 

Jede Familie braucht ein Haus, jeder Flüchtling braucht Aufnahme und jedes Kind braucht eine Zukunftsperspektive: Das und mehr fordert der Papst in seiner Botschaft an die Teilnehmer des zweitägigen ersten UNO-Weltnothilfegipfels in Istanbul. In der Botschaft des Papstes, die an den UN-Generalsekretär Ban Ki-moon gerichtet war, geht Franziskus auf die internationale Zusammenarbeit ein. Diese Kooperation sei etwas, was jeder machen müsse, denn nur „wenn wir unsere Kräfte und Initiativen vereinen“, könne eine bessere Welt entstehen. Insgesamt nehmen rund 6.000 Vertreter von Staaten und internationalen Organisationen teil, darunter mehr als 60 Staats- und Regierungschefs.

Albrecht Freiherr von Boeselager ist seit 2014 Großkanzler und somit Außenminister des Souveränen Malteserordens. Er ist ebenfalls in Istanbul bei der Konferenz dabei und gegenüber Radio Vatikan betont er, welche Bedeutung ein solcher UNO-Gipfel hat. Ein solches Treffen könne sehr viel bewegen und dazu beitragen, eine bessere Welt zu gestalten.

„Ich glaube, es ist wichtig, dass dieser Gipfel zum jetzigen Zeitpunkt stattfindet. Die humanitären Krisen und Katastrophen nehmen zu“, so Boeselager. Es sei wichtig, dass die Weltgemeinschaft „konzentriert“, sich mit jenen Themen des Gipfels beschäftige, fügt er an. Bei der Organisation und Einstellung der humanitären Hilfe sei es wichtig, dass auch religiöse Einrichtungen miteinbezogen werden. Da sei das Potential für die weitere Hilfe groß.

Gerade die Türkei, Gastgeber des UNO-Gipfels, steht in der Kritik wegen dem Flüchtlingsabkommen mit der Türkei. „Wir sollten dem Abkommen erst einmal Zeit lassen. Es ist viel zu früh, dies endgültig zu beurteilen“, so Boeselager. Man müsse sich fairerweise dafür aussprechen, dass sich die Türkei bemühe, das Abkommen zu gewährleisten. (rv 24.05.)

 

 

 

 

Präsidentenwahl in Österreich. Das ist ja noch mal schlecht gegangen

 

Eric Frey vom Wiener „Standard“ kommentiert die Präsidentenwahl in Österreich.

 

Alexander Van der Bellen, der Kandidat der Grünen, hat die Wahl am 22. Mai 2016 nun doch knapp mit 50,3 Prozent gewonnen. Er ist Präsident Österreichs. Wie gelang ihm die Aufholjagd?

Van der Bellen lag zwar im ersten Durchgang deutlich hinter Norbert Hofer von der nationalpopulistischen FPÖ, aber er konnte mit den Stimmen all jener Wähler rechnen, die keinesfalls einen FPÖ-Politiker als Bundespräsidenten haben wollen. Dies ist doch die Mehrheit der österreichischen Bevölkerung, und Van der Bellen ist es durch seinen Wahlkampf gelungen, viele von ihnen zur Wahlurne zu bringen – vor allem in den Städten. Er hat seine Wahl vor allem Wien und den anderen Landeshauptstädten zu verdanken. Sein schlechtes Abschneiden gegen Hofer in der viel beachteten TV-Debatte auf ATV, die nicht moderiert wurde, hat ihm dabei sogar geholfen. Er wirkte wie ein Opfer eines übermäßig aggressiven Politikers, der alle Rhetoriktricks gelernt hat. Hinzu kam doch eine breite Unterstützung von pro-europäischen Bürgerlichen, einschließlich der im ersten Wahlkampf drittplatzierten ehemaligen Höchstrichterin Irmgard Griss. Schließlich dürfte ihm der Kanzlerwechsel zu Christian Kern auch noch ein wenig genützt haben, denn dieser hat die Proteststimmung im Land etwas gedämpft.

Bis Sonntag war Hofer der aussichtsreichere Kandidat. Auch wenn er es nun doch nicht geschafft hat, zeugt sein gutes Abschneiden doch von einem Rechtsruck in der Bevölkerung. Wie gespalten ist Österreich? Ist noch mal alles schlecht gegangen?

Es gab zwischen den beiden Durchgängen keine Meinungsumfragen. Hofers angebliche Favoritenrolle beruhte auf seinem starken Abschneiden im ersten Wahlgang, seinem forschen, selbstbewussten Auftreten und der Erwartung vieler Beobachter, dass Österreich immer weiter nach rechts rückt. Aber das ist ein Missverständnis. Was zunimmt, ist die politische Polarisierung zwischen Stadt und Land, Akademikern und Geringgebildeten, auch Männern und Frauen. Das ist in Österreich besonders dramatisch, aber auch in vielen anderen EU-Ländern zu beobachten. Doch regiert wird das Land weiterhin von der Mitte aus. Eine ständige Skepsis vieler Wählerinnen und Wähler gegenüber der Regierung ist damit programmiert.

Das frühe Ausscheiden von ÖVP und SPÖ in der ersten Wahlrunde muss als Versagen gewertet werden. Was haben die beiden Volksparteien falsch gemacht?

Sie haben nicht erkannt, dass die Wähler von konventionellen Kandidaten genug haben, vor allem für ein Amt, bei dem die Symbolik eine große Rolle spielt. SPÖ-Kandidat Rudolf Hundstorfer und ÖVP-Kandidat Andreas Khol wären vor zehn Jahren leicht in die Stichwahl gekommen. Aber diesmal wirkten sie wie Vertreter eines „ancien régime“, gegen die sich auch treue Parteigänger wandten. Und Alternativen gab es ja genug: Van der Bellen auf der linken, Griss auf der bürgerlichen Seite, und Hofer für alle, die es „denen da oben“ richtig zeigen wollten. Hinzu kam, dass die ÖVP Khol erst im letzten Moment aufgestellt hat, nachdem der Favorit Erwin Pröll abgesagt hatte, und Hundstorfer nie den richtigen Ton im Wahlkampf gefunden hat. Andere, spannendere Kandidaten hätten es wahrscheinlich in die Stichwahl geschafft.

Welche Lehren sollten andere Länder ziehen, in denen der Populismus auf dem Vormarsch ist?

Es gibt kein Patentrezept, um den Rechtspopulismus zu stoppen. Stehen bei den anderen Parteien besonders charismatische Persönlichkeiten zur Verfügung und verbessert sich die Wirtschaftslage, dann wird es leichter. Aber der Hang zum Rechtspopulismus ist nicht rational begründet, da geht es ums Emotionale. Ich glaube, die moderaten Kräfte in einem Land müssen aufhören, die Rechtspopulisten zu dämonisieren, und stattdessen bei jeder Gelegenheit auf die Schwächen und Fehler ihrer politischen Programme und Argumente hinweisen, statt diese teilweise zu übernehmen. Und man muss die EU und die europäische Politik weder verklären noch verdammen, sondern immer wieder betonen, dass ein Land allein heute kein einziges nationales Problem lösen kann.

Was müsste van der Bellen tun, um das Land wieder zu einen? Wie weit sollte er auf die Anliegen der Hofer-Wähler eingehen?

Es wird weniger an Van der Bellen, dem ich keine besonders dynamische Präsidentschaft zutraue, als am neuen Bundeskanzler Christian Kern liegen, wieder etwas mehr Gemeinsamkeit in die österreichische Politik hineinzubringen. Der Bundespräsident spielt im politischen Alltag nur eine Nebenrolle. Van der Bellen ist selbst kein Polarisierer, aber die Mehrheit der Hofer-Wähler wird er nie ansprechen können. Und die FPÖ wird alles dazu tun, um ihn wegen des knappen Wahlergebnisses zu delegitimieren und das Land weiter zu spalten. In ersten Reaktionen der FPÖ-Spitze wurde schon Wahlbetrug angedeutet.

Wie stehen Christian Kerns Chancen, die SPÖ aus dem Stimmungstief zu holen?

Kern bringt gute Voraussetzungen mit: Er ist in der Partei beliebt, ein ausgezeichneter Redner und verspricht allein durch seine Biographie – er ist kein Berufspolitiker – einen politischen Wechsel. Außerdem hat er viel mehr Glaubwürdigkeit in der Wirtschaft als sein Vorgänger Werner Faymann. Kern muss es gelingen, mit der ÖVP eine konstruktive Arbeitsatmosphäre zu schaffen. Allerdings besteht die Gefahr, dass seine Partei ihm nicht folgen wird, wenn er Struktur- und Sozialreformen, etwa im Pensionssystem, zu forsch angeht. Von ihm wird eine Gratwanderung verlangt: tiefgreifende Reformen, die auch bei Betroffenen auf Verständnis stoßen. Bisher hat die österreichische Bevölkerung trotz des ständigen Rufs nach Reformen aber wenig Bereitschaft für persönliche Abstriche gezeigt. Die wenigsten wollen radikale Änderungen, was auch die Attraktivität der FPÖ ein wenig schmälert. Kern muss daher als Gradualist auftreten, der dennoch Bewegung signalisiert. Das ist keine leichte Aufgabe. Aber erst ist klug und hat in seinem Leben immer sehr überlegt gehandelt, vom Typ her ein wenig wie Italiens Premier Matteo Renzi.

Die Fragen stellte Anja Papenfuß. Eric Frey  IPG 23

 

 

 

 

PRO DIVERSITY 2016: Immigration, Integration, Innovation – 200.000 Jahre Erfahrung bringen weiter

 

Persönlichkeiten aus Wirtschaft, Wissenschaft, Schule und Kultur haben bei Pro Diversity 2016 unter der Leitung der TV-Moderatorin Nina Ruge vor rund 400 geladenen Gästen am 19. Mai 2016 im Senckenberg Naturmuseum Frankfurt am Main zu dem Thema „Immigration, Integration, Innovation – 200.000 Jahre Erfahrung bringen weiter“ diskutiert.

Eröffnet wurde die Veranstaltung durch Prof. Dr. Dr. h.c. Volker Mosbrugger, Generaldirektor der Senckenberg Gesellschaft für Naturforschung und Carsten Kratz, Senior Partner & Managing Director Germany & Austria von The Boston Consulting Group. Prof. Volker Mosbrugger vertrat die Meinung, dass Migration kein neues Phänomen sei. Der Mensch sei vielmehr von alters her eher ein Migrant.

Migration, so Prof. Volker Mosbrugger, sei der Motor der Evolution. In der Natur seien vielfältige Systeme widerstands- und wachstumsfähiger als artenarme Systeme. Erst Immigration erzeuge echte Innovation. Nach Carsten Kratz, muss Immigration als Chance begriffen werden, Lücken im Arbeitsmarkt zu schließen. Deutschland, als eines der reichsten Länder der Welt, fehlen wissenschaftlichen Prognosen zufolge im Jahr 2030 zur Aufrechterhaltung seines Wohlstandes acht Millionen Arbeitskräfte.

Im Anschluss diskutierten Prof. Dr. Aladin El-Mafaalani, Politikwissenschaftler und Soziologe an der FH Münster, Roland Koch, Ministerpräsident a. D. des Landes Hessen, Janina Kugel, Mitglied des Vorstands der Siemens AG, Prof. Dr. Wulf Schiefenhövel, Humanethologe am Max-Planck-Institut für Ornithologie und Michael Stenger, Vorstandsvorsitzender des Trägerkreises Junge Flüchtlinge e.V. und Gründer der Schulen SchlaU und iSuS. Themen der Diskussionsrunde waren die Migrationsbewegungen und deren „natürliche“ und gesellschaftlich-politische Hintergründe, Chancen und Risiken der Entwicklung, Definitionen von notwendigen Rahmenbedingungen und die Angleichung vorhandener Wertesysteme, damit Integration innovativ und positiv verläuft.

Janina Kugel wünschte sich, dass Unternehmen das Innovationspotential der Migranten erkennen und sinnvoll nutzen. Fachkräftemangel und Innovation erfordern nach Meinung Janina Kugels attraktive Arbeitsbedingungen in Deutschland, damit internationale Fachkräfte wirklich einwandern wollen. Vorausschauend könne die deutsche Wirtschaft, nach Kugel, nur dadurch prosperieren.

Prof. Dr. Aladin El-Mafaalani äußerte die Überzeugung, dass Deutschland angesichts der wachsenden Herausforderungen ein Zuwanderungsgesetz brauche, mit dem Migrationsbewegungen gezielt gesteuert werden können. Gleichzeitig müsse die Gesellschaft ihre Angst vor Überfremdung, die nach Prof. Dr. Schiefenhövel ein Teil unserer inneren Verfassung ist, überwinden. Er vertrat die Meinung, die Gesellschaft benötige mehr Basiswissen zum Thema Flüchtlingspolitik.

Man brauche in einer Gesellschaft Klarheit und Ordnung, um angemessene Entscheidungen zu treffen, so Roland Koch. Deshalb solle man über auftretende Probleme, Ängste und Schwierigkeiten offen reden können, um diese Spannungen zu lösen.

Integration und Förderungsprogramme, wie die SchlaU Schule, machen eine optimale Innovation möglich. Michael Stenger betonte, wie wichtig es sei, junge Migranten in ihrer Identität zu stärken und auch nach dem Schulabschluss weiterhin zu betreuen. Das große Potential der jungen Flüchtlinge sei ihre hohe Motivation.

Konsens erzielten die Diskussionsteilnehmer darüber, dass Immigration und Integration zugunsten positiver Innovationen Deutschlands genutzt werden müssen. Migration fördere Diversität und diese sei eng verbunden mit einer hohen Widerstandsfähigkeit des Systems und des Wachstum des selbigen. Heraeus Bildungsstiftung 23

 

 

 

 

Die richtig guten Gutmenschen. Private Initiativen fordern die etablierten Hilfsorganisationen heraus. Recht so!

 

Angesichts der nicht endenden Not der Zivilbevölkerung in bewaffneten Konflikten wie in Syrien oder im Irak oder infolge von Naturkatastrophen ist humanitäre Hilfe heute von der Ausnahme zu einer globalen Daueraufgabe geworden. Die Vereinten Nationen sprechen gar von der größten humanitären Krise seit Ende des Zweiten Weltkriegs. Dabei hat nicht nur das Ausmaß menschlichen Leids eine neue Dimension erreicht, sondern das globale System humanitärer Hilfe selbst befindet sich in einer Krise. Vor allem Global Players wie die UN und große Nichtregierungsorganisationen sind auf vielfältige Weise herausgefordert.

Zum einen ist nicht erst mit den derzeitigen konfliktbezogenen Migrationsbewegungen deutlich geworden, dass etablierte Strukturen und Prozesse humanitärer Hilfe an ihre Grenzen stoßen, um Not leidende Menschen zeitnah und ausreichend zu versorgen. So ist etwa das UN-Flüchtlingshilfswerk UNHCR aufgrund der schlechten Zahlungsmoral der Mitgliedstaaten nicht in der Lage, die aus dem syrischen Krieg Geflüchteten in den Flüchtlingslagern der Region angemessen zu versorgen.

Zum anderen werden die für die Arbeit vieler humanitärer NGOs zugrundliegenden Grundsätze der Unparteilichkeit, Unabhängigkeit und Neutralität schon seit Längerem herausgefordert. Dies geschieht durch die Einflussnahme der Politik, die Einbettung humanitärer Hilfe in militärische Strukturen (zum Beispiel im Rahmen zivil-militärischer Kooperation nach dem Prinzip „winning hearts and minds“) oder die Konkurrenz durch neue „Hilfsakteure“ wie das Militär oder kommerzielle Unternehmen. Die aktuellen Flüchtlingsbewegungen in und nach Europa verstärken diese bekannten und bereits breit diskutierten Herausforderungen und fügen ihnen neue hinzu, vor allem durch nichtinstitutionalisierte Formen der Hilfe durch Freiwillige an den Grenzen von und mitten in Europa. Zugleich böte sich hierbei eine Chance für die etablierten humanitären Akteure, diese Entwicklungen kritisch zu hinterfragen und sich auf einige Grundsätze der humanitären Hilfe zurückzubesinnen. Entsprechend befasst sich der erste von den UN ausgerufene Humanitäre Weltgipfel (World Humanitarian Summit), der vom 23. bis 24. Mai 2016 in Istanbul stattfindet, auch mit Themen wie Migration und humanitäre Hilfe und diskutiert, wie die humanitären Grundsätze aufrecht erhalten werden können.

Die aktuell und in jüngster Vergangenheit zu beobachtenden Flüchtlingsbewegungen fordern etablierte Formen der Hilfserbringung und etablierte Hilfsorganisationen heraus. An ihnen wird deutlich, dass Flüchtlinge keine passiven Hilfsempfänger sind, sondern mobile, selbstständig handelnde Personen, die entscheiden möchten, welche Form von Hilfe sie benötigen. Sie lassen sich nur bedingt in die Einrichtungen und Lager bringen, in denen die westlichen Staaten sie gerne untergebracht hätten. Zunächst nahmen die Menschen das Ausbleiben der Hilfe in den Flüchtlingslagern des Nahen Ostens nicht (mehr) hin und zogen weiter nach Europa, weil sie sich (von) dort mehr Hilfe versprachen. In Europa angelangt harren sie lieber im Dreck aus, zum Beispiel in Idomeni oder Calais, als sich in infrastrukturell besser ausgestatte Aufnahme-Einrichtungen im griechischen Landesinnern oder in der Türkei respektive in Frankreich bringen zu lassen.

Dies macht deutlich, dass humanitäre Notlagen nicht nur im sogenannten globalen Süden, sondern auch mitten in Europa existieren. Dadurch kann die Not der Menschen nicht mehr so leicht ausgeblendet werden. Es dringt nicht mehr nur in verträglichen Dosen und verbunden mit dem Hilfsversprechen von Organisationen (unter der Voraussetzung eines ausreichenden Spendenaufkommens) für kurze Zeit über die Fernsehbildschirme oder Smartphones in die Wohnzimmer des globalen Nordens, sondern ist im Alltag präsent. Dies fordert die Solidarität des Nordens nicht wie bisher nur zur Weihnachtszeit, sondern dauerhaft heraus.

Zugleich ermöglicht es aber auch neue Formen der Hilfserbringung. Um Hilfe in einer Flüchtlingsunterkunft in München, Österreich oder Griechenland zu leisten, bedarf es – ungeachtet von Fragen nach Qualität und Effektivität – nicht zwingend einer internationalen Organisation mit bürokratischem Apparat, sondern im Zweifelsfall nur etwas Zeit und Empathie. Der Einzelne kann sich in seiner Nachbarschaft um ein Vielfaches leichter engagieren als in Somalia, Haiti oder Kongo, wo es für die durchschnittliche Nordeuropäerin außer der hauptamtlichen Arbeit im Rahmen westlicher Hilfsorganisationen oder der Spende an eine solche Organisation kaum eine Möglichkeit gibt, sich zu engagieren.

Im Zuge der aktuellen Flüchtlingsbewegungen in und nach Europa haben sich sehr viele Freiwillige auf den Weg gemacht, um zum Beispiel auf den griechischen Inseln oder auf deutschen Bahnhöfen neu ankommende Flüchtlinge zu unterstützen. Zwar gibt es gute Gründe dafür, Hilfe durch etablierte Organisationen zu organisieren und durchzuführen, doch während humanitäre Hilfe in den letzten Jahren immer weiter professionalisiert wurde, gelangt nun wieder das ursprünglich konstituierende, altruistische und ehrenamtliche Moment humanitärer Hilfe in den Vordergrund. Die vielen Freiwilligen machen den Akteuren des etablierten „humanitären Clubs“ das Monopol der Hilfe streitig. Ihre Hilfe richtet sich nicht nach Kriterien der Vermarktbarkeit oder nach Interessen von Gebern, sondern ist – zumindest auf den ersten Blick – wirklich unparteilich, unabhängig und neutral. Wer Hilfe zum Beispiel auf Lesbos, im Libanon oder in Siegen leisten möchte, der kann sich über Facebook informieren und sich einer spontanen Initiative anschließen. Dadurch ist den etablierten Hilfsakteuren zusätzlich zu Militär und privaten Firmen neue Konkurrenz erwachsen. Sie kann sich wiederum auch institutionalisieren und neue Organisationen gründen.

Dabei werden auch andere Formen von Hilfe möglich, wo staatliche Akteure nicht tätig werden wollen oder können, obwohl es eigentlich ihre Aufgabe wäre. So entstanden seit 2013 zahlreiche Organisationen, die Seenotrettung und medizinische Versorgung von Flüchtlingen durchführen, die bei ihrer Flucht über das Mittelmeer auf dem Weg nach Europa in Not geraten: zum Beispiel Migrant Offshore Aid Station (MOAS), Sea-Watch oder SOS MEDITERRANEE. Aber auch etablierte Organisationen wie Ärzte ohne Grenzen und bislang gar nicht in der humanitären Hilfe tätige Organisationen wie Greenpeace führen nun Such- und Rettungseinsätze im Mittelmeer durch. Zwar gab es auch vorher schon ähnliche Initiativen, zum Beispiel Cap Anamur, aber neu ist, dass die Hilfe nun direkt vor der eigenen Haustür erforderlich ist und sich daher eine größere Zahl an Privatpersonen engagiert.

Angesichts der zahlreichen Konkurrenz müssen sich die traditionellen humanitären Akteure fragen, was sie denn von anderen Hilfsakteuren unterscheidet beziehungsweise was sie so besonders macht, dass sie weiterhin die bevorzugten Hilfsakteure sein sollen. Mit Blick auf die bisherigen Konkurrenten wie das Militär oder kommerzielle Unternehmen war es für humanitäre NGOs noch relativ einfach, sich als die „besseren“ Helfer darzustellen, weil die Motive und Handlungsweisen der Konkurrenz in Frage gestellt und als nicht mit den humanitären Grundsätzen konform missbilligt werden konnten. Doch wofür sollte man ehrenamtliche Helferinnen und Helfer, die flüchtenden Menschen auf ihrem Weg nach und in Europa Decken oder warme Mahlzeiten bringen, kritisieren?

Es wird sich zwar erst noch zeigen, wie nachhaltig dieser Trend ist, doch insgesamt zeigen die aktuellen Entwicklungen, dass nicht mehr nur etablierte Organisationen und professionelle Helfer humanitäre Hilfe durchführen, sondern auch viele Freiwillige, die aus uneigennützigen Motiven heraus jenseits etablierter Strukturen Formen von Hilfe erbringen, die Staaten und Hilfsorganisationen nicht leisten können oder wollen (etwa auf den griechischen Inseln oder im Mittelmeer). Damit machen sie dem humanitären Club aus westlichen Staaten, den Vereinten Nationen und NGOs das Monopol zur Hilfserbringung streitig. So entsteht die Chance für eine Form humanitärer Hilfe, wie sie von humanitären NGOs idealisiert wird: an den Nöten der Bedürftigen orientierte Hilfe, die altruistisch und unabhängig von politischen Strukturen und Akteuren ist. Vor allem für humanitäre NGOs ist dies eine Chance, sich auf diese Grundsätze ihrer Arbeit zurückzubesinnen. Andrea Schneiker  IPG 23

 

 

 

 

Schavan: „Franziskus gibt klarere Europa-Analysen als viele Europäer"

 

Papst Franziskus als Lateinamerikaner gibt Europa klarere Analysen, als viele Europäer sie zu geben imstande sind. Das sagt die deutsche Botschafterin beim Heiligen Stuhl, Annette Schavan, drei Wochen nach der Verleihung des Internationalen Karlspreises an Papst Franziskus. Zur der Zeremonie im Vatikan waren die deutsche Bundeskanzlerin Angela Merkel und die Spitzen der Europäischen Union und früheren Karlspreisträger Martin Schulz, Donald Tusk und Jean-Claude Juncker angereist. Vor ihnen sprach Franziskus weniger über die Werte als über die Identität des Alten Kontinents: „Die europäische Identität ist und war immer eine dynamische und multikulturelle Identität“, so der Papst – ein klarer Verweis auf die Flüchtlingsfrage, die die Staatengemeinschaft EU an den Rand der Spaltung bringt.

Gudrun Sailer sprach mit Annette Schavan und wollte zunächst von ihr wissen, was drei Wochen später von der Papstrede zu Europa bleibt und weiterwirkt.

„Zunächst: Die Gefahr eines solchen Ereignisses ist ja, dass nach drei Tagen über anderes gesprochen wird. Zugleich ist spürbar – übrigens international –, dass diese Rede von Papst Franziskus ungewöhnlich ermutigend war und Zukunftsperspektiven gezeigt hat, die vor allem für die politische Kultur bedeutsam sind. Der Papst hat sich nicht mit dem Ist-Zustand aufgehalten. Er hat deutlich gemacht: Jetzt ist der Kairos für die Ideen, die Europa in sich trägt. Kairos – also günstiger Moment, um sich zu besinnen auf Dialog, auf Integration und vor allem darauf, etwas Neues hervorzubringen. Und ich glaube, in all den europapolitischen Debatten, die wir führen, auch in den Debatten darüber, welche Rolle Europa in der Welt spielt, ist das fast so etwas wie ein politisch-kulturelles Fundament.“

Sie haben ja selbst alle Papstreden vor Parlamenten als Buch herausgebracht – sei es vor nationalen Parlamenten, sei es vor übernationalen Parlamenten – angefangen mit Papst Paul VI. Die Karlspreisrede von Franziskus ist streng genommen eine solche politische Rede. Aber werden ihre Inhalte wirklich verhandelt? Gibt es Ihrer Meinung nach einen bleibenden Impuls?

„Es ist zu früh, um das zu bewerten. Ich hoffe es sehr. Als ich hörte, dass Papst Franziskus den Karlspreis bekommt, habe ich spontan gedacht: Es ist genau der richtige Moment. Es gibt ja Zeiten, da sind alle, die in der Politik wirken, beschäftigt mit den Problemen des Tages, weil diese Probleme wirklich groß sind, und das spüren wir ja auch. Aber gerade in einem solchen Moment ist wichtig, dass da noch eine andere Ebene ist, an der man sich orientieren kann. Was wollen wir der jungen Generation übergeben? Welches Europa? Wie soll dieses Europa in 20 Jahren sein? Neben allen möglichen anderen Argumenten finde ich, eines der wichtigsten Argumente ist die junge Generation. Wir, meine Generation, hat von der Generation unserer Väter und Großväter ein großes Friedenswerk übernehmen dürfen – so lange Frieden wie nie zuvor in Europa. Nun ist doch die Frage: Wollen wir der jungen Generation ein zerbröselndes Europa übergeben? Und da glaube ich schon, dass die Worte des Papstes von einer Eindringlichkeit sind, die ihre Wirkung nicht verfehlen wird.“

Bundeskanzlerin Merkel wollte von Anfang an zur Überreichung des Karlspreiseses in den Vatikan kommen, obwohl keine Rede von ihr vorgesehen war und sie auch keine gehalten hat. Sie ist aber Papst Franziskus persönlich begegnet und hat nachher allgemein bekundet, sie habe sich von ihm ermutigt gefühlt. Inwiefern fühlte sich die Kanzlerin ermutigt von Papst Franziskus?

„Die Bundeskanzlerin gehört ja derzeit zu den Menschen, die Lösungen suchen und an Lösungen arbeiten. Sie ist unmittelbar einbezogen in viele konflikthafte Situationen. Und von der deutschen Bundeskanzlerin wird dann immer erwartet, dass sie eine führende Rolle wahrnimmt, dass sie nicht nur irgendwie beiträgt, sondern dass das, was an Lösungen gefunden wird – gemeinsam gefunden wird –, dann auch voranschreitet. Ich habe es gespürt an diesem Tag, wie sehr es ihr wichtig war, zuhören zu können, aufzunehmen, Ideen zu hören, die eben nicht auf einer theoretischen Ebene bleiben. Papst Franziskus ist ja kein Mann, der auf einer stark abstrakt, abgehobenen Ebene redet, sondern er redet konkret, er liefert Schlüsselbegriffe, er hat einen strukturellen Ansatz, der für Menschen, die unmittelbar politisch handeln, wegweisend ist. Das ist ein Ansatz, der eben genau dem entspricht, was die Bundeskanzlerin seit Monaten versucht, in Europa zu vermitteln und auch in Deutschland: dass das jetzt keine Zeit ist, um seine Identität in Abschottung, Ausgrenzung und Ablehnung zu finden, sondern Identität zu finden im Dialog, in der Öffnung, in der Begegnung verschiedener Kulturen; jetzt genau das zu erkennen, was für die Geschichte Europas von großer Bedeutung ist, dass aus Krisen Neues entstanden ist, dass aus der Begegnung der Kulturen der Kontinent sich hat weiterentwickeln lassen. So, glaube ich, hat sie es erfahren an diesem Tag. Und das ist mit Ermutigung gemeint; noch einmal auch Schlüsselbegriffe zu hören, einen auch spirituell starken Ansatz zu hören, der darin bestätigt: Europa findet seine Identität in der globalen Welt nicht, indem es sich abschottet, indem es andere ausgrenzt, indem es Räume besetzt und niemanden reinlässt. Sondern die Identitätsfrage in Europa entscheidet sich an der Fähigkeit des Dialogs, der Integration, des Respektes vor Menschen aus unterschiedlichen Kulturen und Nationen.“

Papst Franziskus nimmt normalerweise keine Preise an. Der Karlspreis war eine Ausnahme. Und er hat diese Gelegenheit eben deswegen wahrgenommen, weil er Europa eine Botschaft geben wollte. Sie vertreten Europas größtes, vermutlich einflussreichstes Land hier am Heiligen Stuhl. Was hat Papst Franziskus in Sachen Europa dazugelernt, seit er im Amt ist?

„Nun, anfangs haben ja viele gesagt: Dieser Papst kann mit Europa nichts anfangen. Er kommt aus einer ganz anderen Welt, und er schaut ein bisschen auf diesen Kontinent wie auf eine müde Versammlung, eine gealterte Bevölkerung. Das ist der Ausgangspunkt gewesen, und wir können ja als Europäerinnen und Europäer auch nicht leugnen, dass wir uns selbst auch manchmal alt vorkommen im Sinne von „das, was ist, immer mehr mögen, als das, was noch in Zukunft möglich ist“. Und nun finde ich: Die Reden des Papstes in Straßburg, die Rede des Papstes beim diesjährigen Neujahrsempfang oder jetzt bei der Karlspreisverleihung zeigen, wie wertvoll es ist, wenn eben nicht jemand über Europa redet, der selbst Europäer ist, gleichsam der Insider, der selbst immer zu dieser gealterten Gesellschaft gehört. Das Besondere an seinen Reden und an seinen zentralen Aussagen ist, aus einer anderen Welt zu kommen und sich aus diesen Erfahrungen heraus dem Kontinent zu nähern. Er hat ja ganz am Beginn seiner Rede gesagt: „Ich nehme diesen Preis gleichsam für eine neue Bewegung in Europa. Es ist Zeit für etwas, für eine neue Bewegung. Es ist Zeit, von dem Bild der Großmutter zum Bild der Mutter zu kommen.“ Und deshalb finde ich, es ist jetzt auch an der Zeit aufzuhören, so zu tun, als könne er mit Europa nichts anfangen. Er hat uns mehr Hinweise gegeben, er hat uns klarere Analysen gegeben, als viele Europäer sie hätten geben können.

Ja es ist gerade das Wertvolle, dass der, von dem man sagt, der sei innerlich ganz weit weg von diesem Kontinent, sich mit ihm beschäftigt und uns die Grenzen, die Schwachstellen, die Verengungsgeschichten vor Augen führt. Mir kommt der Papst, wenn er sich mit Europa beschäftigt, vor wie jemand, der erinnert an den Psalm: „Du führst mich hinaus ins Weite.“ Er zeigt uns, wo wir eng geworden sind, wo wir kleinlich geworden sind, wo wir uns vor allem beschäftigen mit Dingen, die wir nicht wollen, statt uns zu besinnen auf das, was an Kraft und Stabilität in diesem Kontinent ist. Und noch einmal: Das kam ja auch in der Rede vor. Er sagt uns: „Wenn ihr es schon für euch nicht wollt, dass sich etwas verändert, dann wollt es aber spätestens für die junge Generation.“ Die junge Generation hat einen Anspruch darauf. Junge Leute in Europa warten darauf, dass ihre Talente gefragt sind, dass sie diesen Kontinent mitgestalten können, dass der nicht einfach so bleiben will, wie er ist, und nostalgisch in die Vergangenheit schauen, sondern zukunftsorientiert ist und dieser jungen Generation eine aktive Rolle gibt.“  (rv 26.05.)

 

 

 

 

Drohnen im europäischen Luftraum. Erste Regulierungsschritte der EU zu zivilen ferngesteuerten Drohnen

 

EU-einheitliche Vorschriften für Konstruktion, Herstellung, Instandhaltung und Betrieb von Drohnen tragen zur Luftverkehrssicherheit bei und erhöhen die Rechts- und Planungssicherheit. Zu diesem Ergebnis kommt die jüngste Studie des Centrums für Europäische Politik (cep). „Frühzeitige EU-einheitliche Vorschriften zu Drohnen können positive Impulse für Wachstum und Beschäftigung schaffen, da sie die Chancen für europäische Unternehmen verbessern, eine führende Rolle in diesem jungen und wachsenden Markt einzunehmen“, erklären die cep-Verkehrsexperten Götz Reichert und Nima Nader.

 

Nachdem ferngesteuerte Drohnen ursprünglich primär für militärische Zwecke entwickelt wurden, nimmt derzeit ihre zivile Nutzung sowohl im Freizeit- als auch im Dienstleistungsbereich stetig zu. Mit der vermehrten Drohnennutzung steigen allerdings auch die damit verbundenen Risiken und Herausforderungen. Derzeit gibt es für den Einsatz von Drohnen im europäischen Luftraum noch keine umfassenden EU-Vorschriften. Lediglich für Drohnen mit einem Gewicht über 150 kg ist geregelt, dass für sie ähnliche Bestimmungen wie für bemannte Luftfahrzeuge gelten. Deshalb hat die Europäische Kommission einen Vorschlag für eine Neufassung der EASA-Verordnung (Nr. 216/2008) veröffentlicht, mit dem u.a. erste EU-Regulierungsschritte für die Öffnung des europäischen Luftraums für zivile Drohnen unternommen werden sollen.

 

Die Vorschläge der Europäischen Kommission beziehen sich ausschließlich auf ferngesteuerte Drohnen (Remotely Piloted Aircraft Systems). „Ähnlich wie heute schon im individuellen Straßenverkehr absehbar, ist auch bei Drohnen davon auszugehen, dass der technische Fortschritt und die dadurch ermöglichten kommerziellen Anwendungen die Nachfrage nach autonom fliegenden Drohnen wecken werden. Die Kommission sollte auch diese Entwicklung aktiv begleiten und frühzeitig kommunizieren, wie EU-Regelungen für die Öffnung des zivilen Luftraums für autonom fliegende Drohnen erarbeitet werden sollen, damit Hersteller und Nutzer frühzeitig Planungssicherheit haben“, fordert cep Experte Nader. Cep 23

 

 

 

 

 

Die WTO ist tot, es lebe die WTO!

 

Wie die Welthandelsorganisation wieder die Führung übernehmen und globale Standards setzen kann.

 

Misstrauen statt Konsens – davon ist das multilaterale Handelssystem unter dem Dach der Welthandelsorganisation (WTO) derzeit geprägt. Erstmals in der Geschichte der 1995 gegründeten WTO konnten sich die Mitglieder am Ende des Ministertreffens in Nairobi im Dezember 2015 auf keine gemeinsame Position im Abschlussdokument einigen. Während sich die USA bereits dafür aussprachen, die im Jahr 2001 begonnene Doha-Entwicklungsrunde nun endlich zu Grabe zu tragen, halten vor allem Entwicklungsländer an ihr fest. Die Auseinandersetzung hat auch hohe symbolische Wirkung. In der Doha-Runde geht es um Bereiche, in denen Entwicklungsländer Regeländerungen zugunsten ihrer Volkswirtschaften, vor allem bei der Agrarpolitik, verlangen. Sie erwarten hier Zugeständnisse der „alten“ wirtschaftlich starken Länder und Regionen, insbesondere der USA und der Europäischen Union. Erst dann sei man bereit, Verhandlungen über „neue“ Themen wie e-Handel, Investitionen und anderes aufzunehmen. Das Problem dabei ist: Zu den Entwicklungsländern gehören auch Handelsriesen wie China und Indien; ihnen dieselben Zugeständnisse zu machen wie Togo oder Burundi, dafür gibt es seitens der alten Handelsriesen wiederum wenig Verständnis. Dieses Dilemma dient vielen als Vorwand, bilaterale Handelsabkommen voranzutreiben. Hier lassen sich eigene Regeln setzen, ohne den quälenden Mühlen des Multilateralismus ausgesetzt zu sein.

 

Wofür die WTO gut ist

Die WTO ist nach wie vor das maßgebliche Forum zur multilateralen Aushandlung weltweiter Handelsregeln. Und sie sollte es bleiben. Die Totengräberstimmung aufgrund der stockenden Doha-Verhandlungen übersieht das anerkannte System, das den globalen Handel unter dem Dach der WTO strukturiert. Die Mitgliedsländer finden hier ein Gerüst, das Transparenz und Orientierung verleiht und einen effektiven Lösungsrahmen für Handelsstreitigkeiten bietet.

Im Jahr 2006 führte die WTO den sogenannten Transparenzmechanismus ein. Dieser hält die Mitgliedstaaten dazu an, bereits bei der Aufnahme von Verhandlungen über neue Handelsabkommen das WTO-Sekretariat zu informieren. In einer Datenbank werden diese Informationen jedermann zugänglich gemacht. Allein die EU verhandelt offiziell neben TTIP derzeit 13 bilaterale Handelsverträge. Hinzu kommt noch das sektorspezifische plurilaterale Abkommen im Dienstleistungsbereich, TiSA. All diese Verhandlungen werden außerhalb der WTO geführt – und dennoch gewährleistet der Transparenzmechanismus zumindest ein Mindestmaß an Information.

Ein zweites, in der Öffentlichkeit kaum präsentes, aber äußerst effektives Instrument der WTO-Gerichtsbarkeit ist das Streitbeilegungsverfahren. Zwischenstaatliche Handelskonflikte können hier vorgebracht und in geordneten Verfahren nach klaren Regeln „ausgefochten“ werden. Alle derzeit 162 WTO-Mitgliedstaaten erkennen dieses System an, achten es und befolgen die jeweiligen Urteile: die Umsetzungsrate liegt bei über 90 Prozent. Im April 2016 wurde das 507. offizielle Verfahren seit der Gründung der WTO eingeleitet. Viele weitere Streitigkeiten konnten schon zuvor beigelegt werden. Das Streitbeilegungsverfahren hat damit erheblich zur Stabilität weltweiter Handelsbeziehungen beigetragen.  

 

Die multilaterale Lücke: Investitionsabkommen

Wo sich für den Handel mit Gütern und Dienstleistungen im multilateralen Konsens ein stabiles und erfolgreiches System etabliert hat, da klafft im Bereich der Investitionen (insbesondere ausländischer Direktinvestitionen) weiter eine riesige Lücke. Eine Aufnahme von Verhandlungen über Investitionen im Rahmen der WTO wurde bislang vor allem von den Entwicklungsländern abgelehnt. Dafür gab es Gründe, doch verschieben sich gerade die Rahmenbedingungen der Weltwirtschaft sowie damit einhergehend auch politische Prämissen, so dass hier womöglich neue Spielräume entstehen.

Über 3000 bilaterale Investitionsabkommen (BITs) gibt es inzwischen. Für Konflikte rund um diese BITs gibt es keine Anlaufstelle bei der WTO. Ihr fehlt das Mandat. Es gibt auch sonst keine Organisation auf internationaler Ebene, die regulatorisch im Bereich der Investitionsabkommen zuständig ist. BITs räumen ausländischen Investoren das Recht ein, Staaten zu verklagen, wenn gegen – oft sehr weit und schwammig verfasste – Vereinbarungen verstoßen wird. Diese Investor-Staat-Streitbeilegung, die im Rahmen der TTIP-Diskussionen unter der englischen Abkürzung ISDS (Investor-state dispute settlement) auch der breiteren Öffentlichkeit bekannt geworden ist, behandelt lediglich die Rechte von Investoren, während mögliche Pflichten außen vor bleiben. Die meisten Staaten verstehen durchaus, dass Investoren Schutz bedürfen, etwa vor willkürlichen Enteignungen. Bei dem in den vergangenen zehn Jahren stark gestiegenen „Klageaufkommen“ privater Investoren gegenüber gewählten Regierungen ging es aber fast nie um willkürliche Enteignungen, sondern um politische Entscheidungen. Investoren sahen ihre potenziellen künftigen Gewinne gefährdet, weil sie in BITs die regulatorischen Rahmenbedingungen oft auf Jahrzehnte unverändert sehen wollen. Die Klagen zielen somit auf die politische Handlungs- und Gestaltungsfähigkeit von Regierungen ab. In der Konsequenz haben inzwischen mehrere Länder ihre BITs wieder aufgekündigt, unter anderem Ecuador, Südafrika und Indonesien. Brasilien hat nie eines unterzeichnet.

Die Reform der bilateralen Investitionsabkommen ist notwendig und der Aufbau eines internationalen Regimes seit langem überfällig. Auf Druck der SPD hat die EU eine Modifikation des ISDS vorgeschlagen, die aber auf halbem Wege stehenbleibt. Investoren müssen neben der Gewährung von Rechten auch verbindliche und einklagbare Pflichten vor allem im Bereich Sozialstandards und Umweltschutz auferlegt bekommen dürfen. Und diese dürfen vom Gesetzgeber auch verändert werden. Die Handels- und Entwicklungskonferenz der Vereinten Nationen (UNCTAD) hat in den vergangenen Jahren eine ganze Reihe von Vorschlägen erarbeitet, ein multilaterales System zu etablieren, das die Schieflage des ISDS beheben würde. Das „Investment Policy Framework for Sustainable Development“ orientiert sich dabei vor allem an der Maßgabe nachhaltiger Investitionen; ein Ansatz, der bei Industrie- wie Entwicklungsländern auf immer mehr Zustimmung stößt. Die Bereitschaft, hier an einem multilateralen Rahmenwerk zu arbeiten, dürfte sich erhöht haben.

 

Bloß kein Sanktionsmechanismus: Arbeitsstandards

Was bislang für den Bereich der Investitionen gilt, trifft umso mehr auf die Frage nach Arbeits- und Sozialstandards zu: Der WTO fehlt das Mandat, und Diskussionen darüber sind tabu. Das zu bohrende Brett könnte wohl dicker nicht sein. Denn Versuche, Handelsregeln und Arbeitsstandards miteinander zu verknüpfen, sind immer wieder gescheitert. Und dies am Widerstand der Entwicklungsländer, die Handelsnachteile befürchten, wenn beispielsweise geringe Lohnniveaus oder mangelhafte Schutzvorkehrungen am Arbeitsplatz als wettbewerbsverzerrende Bedingungen handelspolitisch sanktioniert werden könnten. Die Internationale Arbeitsorganisation (ILO) ist jene Organisation, die sich für die Rechte von Arbeitnehmerinnen und Arbeitnehmern weltweit stark macht. Anders als die WTO mit ihrem Streitbeilegungsverfahren verfügt die ILO nur über die Macht des erhobenen Zeigefingers. Zur Umsetzung oder Bestrafung bei Verletzungen der Standards oder Regeln fehlen ihr entsprechende Mechanismen. Und obwohl sich die Mitgliedschaft in beiden Organisationen größtenteils deckt, mangelt es offenbar auch am Willen zu mehr Kohärenz. Schaut man sich den letzten WTO-Bericht zur Handelspolitik Bangladeschs an, der wenige Monate vor der Rana-Plaza-Katastrophe herauskam, werden dort die billigen Arbeitskräfte als komparativer Vorteil hervorgehoben. ILO-Sachverständige hatten schon jahrelang unter anderem eben diese zu niedrigen Löhne angeprangert.

Ist es also realistisch, dass Arbeits- und Sozialstandards in naher Zukunft Eingang finden in den Katalog multilateraler Handelsregeln? Wahrscheinlich nicht. Aber es gibt Schritte, die unternommen werden sollten, um die Möglichkeiten hierfür zu verbessern. Ein Abschluss der Doha-Entwicklungsrunde würde verlorenes Vertrauen zurückbringen. Staaten sollten institutionenübergreifend eine bessere interne Koordinierung vorantreiben. Juristischen Experten der ILO und WTO sollte erlaubt werden, gemeinsam an Möglichkeiten einer engeren Verzahnung ihrer jeweiligen Mechanismen zu arbeiten. Zudem dürften sich Fortschritte in der Debatte um die Pflichten von (ausländischen) Investoren positiv auswirken auf den Willen, die Einhaltung grundlegender Standards auch heimischen Produzenten abzuverlangen. In diesem Bereich leistet auch die oft nicht beachtete, neben WTO und UNCTAD dritte für Handel zuständige internationale Organisation, das Internationale Handelszentrum ITC, wertvolle Arbeit. Das ITC zeigt auf und berät Unternehmen in Entwicklungsländern, welches Potenzial im Handel mit nachhaltig produzierten Produkten liegt.

Misstrauen statt Konsens? Es wird Zeit, den Blick wieder auf Konsens zu richten. Ja, der multilaterale Weg ist mühsam. Aber er ist der einzig erfolgversprechende, um ein von allen akzeptiertes Handelssystem weiterzuentwickeln. Den Rahmen dafür gibt es bereits. Er sollte gestärkt und ausgebaut werden, anstatt durch bilaterale Abkommen eine weitere Fragmentierung gemeinsamer Standards zu riskieren. Dazu braucht es vor allem ein klares politisches Bekenntnis zur multilateralen Handelspolitik. Alexander Geiger, Yvonne Theemann  IPG 23

 

 

 

Deutsche Ökonomen gegen Brexit

 

München – Eine überwältigende Mehrheit deutscher Volkswirte ist gegen einen Brexit. Das hat das ifo Institut ermittelt. 85 Prozent sind dagegen, nur 10 Prozent befürworten ihn, wie aus dem neuesten Ökonomen-Panel hervorgeht, das das Institut zusammen mit der FAZ veranstaltet. „Dieses Meinungsbild passt erstaunlich gut zur Einschätzung der Experten aus dem World Economic Survey (WES) des ifo Instituts: Im April hatten wir über 700 Experten aus 113 Ländern zum Brexit befragt. 86,6 Prozent der Teilnehmer waren gegen den Brexit“, sagte Niklas Potrafke, der Leiter des ifo Zentrums für öffentliche Finanzen und politische Ökonomie.

Ein Brexit brächte laut 54 Prozent der Befragten des Ökonomen-Panels starke wirtschaftliche Nachteile für das Land, weitere 32 Prozent sehen geringe ökonomische Nachteile für das Vereinigte Königreich. Für die deutsche Wirtschaft befürchten 65 Prozent bei einem Brexit nur geringe ökonomische Nachteile, 12 Prozent immerhin erwarten starke Nachteile. 

Einer der Volkswirte schrieb: „Ein Brexit würde ökonomisch und politisch allen Seiten nur Nachteile bringen und Europa destabilisieren. Schade, dass Großbritannien nicht sein ganzes Gewicht in Europa einbrachte, sondern zu passiv war.“ Ein anderer merkte dagegen an: „Ein Brexit bringt langfristig erhebliche Vorteile für die gesamte EU, da Großbritannien eine Bremse für die europäische Integration ist.“ Bei einer weiteren Frage sprachen sich 93 Prozent der Volkswirte aus gegen ein Ausscheiden Deutschlands aus der EU. Ifo 24

 

 

 

 

Sternberg: "Nicht weniger, sondern mehr Europa ist die Lösung."

 

"Ich will die Gelegenheit nutzen, die Bundesregierung und namentlich Bundeskanzlerin Angela Merkel erneut auf ihrem Weg und in ihrem Kurs in der Flüchtlingsfrage zu bestärken. Es ist und bleibt richtig, für europäische Lösungen einzutreten", bestätigt der Präsident des Zentralkomitees der deutschen Katholiken (ZdK), Prof. Dr. Thomas Sternberg, vor der ZdK-Vollversammlung am Dienstag, dem 24. Mai 2016, in Leipzig.

Die Europäische Union stehe mitten in einer großen Bewährungsprobe. Sternberg bekräftigt: "Nicht weniger, sondern mehr Europa ist die Lösung." Dazu seien neben der Konsolidierung des in den letzten Jahrzehnten in der europäischen Integration Erreichten viele kleine konkrete Schritte der Begegnung und Annäherung nötig. "Als christliche Frauen und Männer haben wir die Losung 'mehr Europa' immer schon mit der konkreten Selbstverpflichtung zu mehr Europa auch bei und durch uns verbunden", so Sternberg.

Beispielhaft verwies der Präsident auf eine vom 30. September bis 2. Oktober 2016 in Klagenfurt stattfindende deutsch-österreichische Tagung zur Flüchtlingspolitik: "Wir stellen uns hier ganz klar an die Seite unserer österreichischen Partner, die auch nach dem Kurswechsel ihrer Regierung für Willkommenskultur und offene Grenzen eintreten, und wollen ein Signal geben für eine grenzüberschreitende Solidarität der europäischen Katholiken – untereinander und mit denen, die auf der Flucht sind." ZdK 24

 

 

 

 Integration ist Angebot und Verpflichtung zugleich

 

Deutschland hat besonders in den vergangenen Monaten viele Menschen aufgenommen, die aus Kriegs- und Krisengebieten zu uns geflohen sind. Jetzt gilt es, diejenigen, die bei uns bleiben, zu integrieren. Das große Engagement unzähliger Bürgerinnen und Bürger beweist: Jeder kann dazu beitragen, dass die Integration gelingt.

Die Bundesregierung schafft die notwendigen gesetzlichen Rahmenbedingungen

Integrationsbereitschaft hat immer zwei Seiten: die der Gesellschaft und die der Zuwanderer selbst. Das vom Bundeskabinett beschlossene Integrationsgesetz orientiert sich daher an den Grundsätzen des Förderns und Forderns. Das Gesetz sieht staatliche Maßnahmen zur Förderung der Integration in die Gesellschaft und den Arbeitsmarkt vor. Zugleich fordert es Eigeninitiative ein.

Sprachvermittlung ist das Fundament für eine erfolgreiche Integration. Daher hat die Bundesregierung die Mittel für Sprach- und Integrationskurse erhöht. Ihr "Gesamtprogramm Sprache" umfasst neben dem Erlernen der Alltagssprache auch die Förderung der berufsbezogenen Sprache.

Damit die Integration derjenigen gelingen kann, die eine gute Bleibeperspektive haben, muss schnell entschieden werden, wer bleiben kann, und wer so gut wie keine Chance darauf hat.

Daher war es wichtig, mit den Asylpaketen die Verfahren zu beschleunigen und mehr Entscheider beim Bundesamt für Migration und Flüchtlinge einzustellen. Dazu dient auch die Einstufung bestimmter Länder als "sichere Herkunftsstaaten".

Der neue Newsletter der Bundesregierung "Migration und Integration aktuell" informiert 14-tägig über die Flüchtlings- und Integrationspolitik der Bundesregierung. Alle sind herzlich eingeladen, ihn zu abonnieren.

Kabinett beschließt Integrationsgesetz: Einheit von Fördern und fordern

Mehr: https://www.bundesregierung.de/Content/DE/Artikel/2016/05/2016-05-25-integration-meseberg.html  pib 25

 

 

 

 

Den demographischen Wandel gemeinsam meistern: Tokio und Berlin stehen vor gleichen Herausforderungen!

 

Berlin - Auf der Berliner Pflegekonferenz am 8. und 9. November 2016 im Westhafen Event und Convention Center (WECC) in Berlin werden innovative Lösungsansätze und Pflegeprojekte auch mit Vertretern aus dem diesjährigen Partnerland Japan diskutiert.

Die Sicherung einer guten, finanzierbaren und menschwürdigen Pflege ist eine der zentralen Herausforderungen unserer alternden Gesellschaft. Hierfür Lösungen aufzuzeigen, ist das erklärte Ziel der Berliner Pflegekonferenz, auf der sich Experten und Entscheidungsträger aus Politik, Wirtschaft und Gesellschaft sowie professionell Pflegende und pflegende Angehörige zu wichtigen pflegebezogenen Themen austauschen und ihre Ideen und Erfahrungen präsentieren.

Partnerland Japan: Pflegerobotik und andere Innovative Pflegelösungen

Mit seinem nach deutschem Vorbild errichteten Sozialversicherungssystem und vergleichbarer demographischer Entwicklung muss sich Japan ähnlichen Herausforderungen stellen wie Deutschland. „Wir freuen uns sehr, in diesem Jahr Japan als Partnerland gewonnen zu haben“, so Yves Rawiel, Geschäftsführer von spectrumK und zugleich Initiator der Berliner Pflegekonferenz. „Ich bin überzeugt, dass wir die Herausforderungen des demografischen Wandels nur gemeinsam meistern können. Ein zentrales Anliegen dieser Konferenz ist es daher auch unterschiedliche Herangehensweisen kennenzulernen. Nur so wird es gelingen, uns für neue unkonventionelle Lösungsansätzen zu öffnen, um diese für uns nutzbar zu machen“, erklärt Rawiel.

Fachkräftemangel, Pflegebedürftigkeit und Stärkung der Kommunen

Darüber hinaus stehen aktuelle Fragen aus der Pflegepraxis im Fokus der Konferenz. Wie steht es um den viel beschworenen Pflegenotstand und kann die Neuausrichtung der Pflegefachausbildung den akuten Fachkräftemangel beheben? Wie sieht eigentlich eine „kultursensible“ Pflege aus? Wie können digitale und andere Technologien dazu beitragen, eine möglichst lange häusliche Pflege zu ermöglichen? Auch der neue Pflegebedürftigkeitsbegriff und dessen Auswirkungen auf die Praxis in der Pflegeversicherung sowie die neue Rolle der Kommunen durch das Pflegestärkungsgesetz III werden diskutiert.

Gabriel und Laumann unterstützen als Schirmherren Pflege-Innovationspreise

Höhepunkt des von spectrumK in Kooperation mit dem Deutschen Städte- und Gemeindebund und den Spitzenverbänden der Betriebs- und Innungskrankenkassen ausgerichteten Events bilden die feierlichen Preisverleihungen: Unter der Schirmherrschaft von Karl-Josef Laumann, Staatssekretär des Bundesministeriums für Gesundheit, werden innovativer Pflegeprojekte mit dem Marie Simon Preis ausgezeichnet. Darüber hinaus werden Unternehmen, die sich in besonderer Weise um die Vereinbarkeit von Beruf und Pflege verdient gemacht haben, mit dem Otto Heinemann Preis gewürdigt. Für diesen Preis hat Vizekanzler und Bundeswirtschaftsminister Gabriel die Schirmherrschaft übernommen, um angesichts des wachsenden Bedarfs an qualifizierten Fachkräften innovative und zukunftsweisende Konzepte in Unternehmen zur Vereinbarkeit von Beruf und Pflege zu fördern. Bewerbungen für beide Preise werden noch bis zum 31.August 2016 entgegengenommen. Weitere Informationen unter www.berliner-pflegekonferenz.de. GA 24

 

 

 

 

Verschollen an der Grenze. Flüchtlinge suchen ihre Angehörigen

 

Auf dem Weg nach Europa gibt es viele Tote. Allein in diesem Jahr verschwanden mehr als 1.300 Menschen im Mittelmeer. Ihre Familien suchen sie verzweifelt. Viele gehen von einem Tod durch Ertrinken aus. Von Mey Dudin

Am 18. November 2015 machte sich der 19-jährige Syrer Sabri mit Schleppern auf den Weg nach Griechenland. Die Gruppe wollte sich von der Türkei aus über die Landgrenze schleichen, da das Mittelmeer im stürmischen Spätherbst zu unruhig war. Die letzten Meter in die Europäische Union sind besonders gefährlich: Die Gruppe musste über den Grenzfluss Evros, dessen tückische Strömungen oft unterschätzt werden. Es war das letzte Mal, dass Skher Krki von seinem ältesten Sohn hörte.

Krki ist heute selbst in Griechenland. Als sein Sohn sich nicht mehr meldete, stieg die Familie Ende Januar in ein kleines Boot von Schleppern, das sie nach Europa brachte, auf die Insel Lesbos: Skher Krki, seine Ehefrau und die sieben Kinder, das jüngste erst zwei Jahre alt. Von dort aus nahmen sie eine Fähre nach Athen, wo sie Asyl beantragten und sich für eine Umsiedlung in ein anderes europäisches Land bewarben. Krki wandte sich zudem an das Rote Kreuz in der Hoffnung, dass die Organisation seinen Sohn findet.

Das taten im vergangenen halben Jahr auch viele andere Flüchtlinge. Mitarbeiter des Roten Kreuzes stellten im Herbst 2015 fest, dass sich deutlich mehr Menschen an den Suchdienst wandten als zuvor. Auf der Webseite „trace the face“ veröffentlichten die Suchenden Fotos von sich und gaben an, nach wem sie suchten: nach dem vermissten Vater, nach der Schwester, nach dem Kind oder nach dem Neffen.

Inzwischen sind rund 1.020 Bilder in der Datenbank – vor allem von Flüchtlingen aus Afghanistan, dem Irak, Iran und Syrien. Das dürfte nur ein kleiner Teil der tatsächlichen Fälle sein. „Viele wenden sich erst dann an den Dienst, wenn sie in ihrem Zielland angekommen sind“, weiß Lucile Marbeau, Sprecherin der französischen Delegation des Internationalen Komitees vom Roten Kreuz. Zunächst versuchen es die meisten außerdem selbst über das Internet.

In vielen Fällen bleibt die Suche jedoch vergeblich. Nach Angaben der internationalen Organisation für Migration (IOM) sind in den ersten vier Monaten dieses Jahres mehr als 192.000 Flüchtlinge und Migranten in Europa angekommen – die große Mehrheit über das Meer. Allein in diesem Jahr wird die Zahl der insgesamt im Mittelmeer verschollenen oder gestorbenen Menschen zugleich auf 1.357 beziffert. Die Statistik unterscheidet nicht zwischen Toten und den im Meer Verschollenen.

Der Syrer Krki, der sich Abu Sabri nennt, hat inzwischen traurige Gewissheit. Das Rote Kreuz machte den Leichnam seines Sohnes ausfindig. „Er lag 14 Tage im Fluss und konnte aufgrund der Verwesung nicht mehr ohne Weiteres identifiziert werden“, sagt Constantinos Couvaris, ein Forensiker, der für das hellenische Rote Kreuz arbeitet. Eine DNA-Probe, die Krki abgab, bestätigte am 18. April, dass es sich bei dem Toten, der im Leichenhaus eines Krankenhauses in Nordgriechenland aufbewahrt wurde und der Sabris Papiere bei sich trug, tatsächlich um den vermissten Sohn handelte.

Damit wurde zwar die wichtigste Frage geklärt, doch unklar bleiben die Umstände. Im Fall Sabri Krki gab es „keinen gewaltsamen Tod“, sagt Couvaris, „er wurde nicht erschossen, nicht erstochen, auch nicht erwürgt“. Ob der junge Mann ertrunken oder etwa an einer Embolie gestorben sei, das könne er Wochen nach Eintritt des Todes nicht mehr mit Sicherheit sagen.

Er geht aber von einem Tod durch Ertrinken aus. „Der Evros wird oft unterschätzt“, sagt er. „Stellenweise ist er wegen der heftigen Strömung sogar gefährlicher als das Mittelmeer.“ Selbst Fischer seien dort schon ertrunken. Viele Baumwurzeln reichten zudem tief in den Fluss hinein. „Wenn sich Tote darin verfangen, findet man sie nie wieder.“

Wenige Tage vor der Todesnachricht hatte Krki einen weiteren Bescheid bekommen: Zwei seiner Kinder, die 21-jährige Tochter und der 18-jährige Sohn, dürfen nach Frankreich umsiedeln, die übrigen Familienmitglieder nicht. Sie müssen versuchen, wenigstens in Griechenland zu bleiben – in dem Land, in dem Sabri beerdigt sein wird. (epd/mig 23)

 

 

 

Ratingagentur Moody’s stuft Deutsche Bank herab

 

Die Bewertung für vorrangige, unbesicherte Verbindlichkeiten liegt mit „Baa2“ nur noch zwei Stufen über dem „Ramsch“-Status, wie Moody’s am Montagabend mitteilte. Die Agentur begründete den erneuten Schritt mit dem eingetrübten Umfeld. „Das neue Management-Team der Deutschen Bank setzt alles diszipliniert um“, sagte Moody’s-Analyst Peter Nerby. „Aber der Gegenwind ist schärfer geworden, und das nagt an der operativen Flexibilität.“ Die Herabstufung hatte sich abgezeichnet, nachdem Moody’s im März eine Überprüfung der Note angekündigt hatte. Der Rating-Ausblick ist nun stabil.

Die Bonitätsnoten für die langfristigen Einlagen und für die Bank als Gegenpartei wurden ebenfalls um eine Stufe gesenkt, auf „A3“ von „A2“. Finanzvorstand Marcus Schenck sagte zu Reuters: „Alle relevanten Ratings bleiben Investment Grade. Und dort, wo es für unsere Kunden am wichtigsten ist, nämlich beim Einlagen- und Gegenpartei-Rating, bleiben sie im A-Bereich.“ Unbesicherte Anleihen machen nur noch einen Bruchteil der Refinanzierung von Banken aus.

Erst im Januar hatte die Ratingagentur die Deutsche Bank auf „Baa1“ von „A3“ herabgestuft, nachdem sich die Regeln für die Bankenabwicklung geändert hatten. Viele Institute in Deutschland hatten deswegen eine schlechtere Bonitätsnote erhalten.

Moody’s hat Zweifel, dass Vorstandschef John Cryan die Bank schnell auf Vordermann bringen kann, auch wenn er aus Sicht der Gläubiger auf dem richtigen Weg sei. Die niedrigen Zinsen und makronökonomische Risiken seien aber eine Herausforderung. Sie führten zu schwächelnden Einnahmen. „Diese Schwäche könnte die Fortschritte behindern oder verzögern“, was die Rendite und den Aufbau einer dickeren Kapitaldecke bis 2018 betreffe. „Moody’s hält es für unwahrscheinlich, dass die Firma ihre Zielrenditen erreicht, wenn sich das operative Umfeld nicht deutlich und nachhaltig verbessert.“ EA 24

 

 

 

 

Flüchtlinge sollten gleichwertigen Zugang zum Arzt haben

 

Berlin - 81 Prozent der Deutschen sind dafür, dass Flüchtlinge den gleichen Zugang zu medizinischer Versorgung haben sollten wie Bundesbürger. Allerdings erwarten 59 Prozent durch den Zustrom von Flüchtlingen eher eine Verschlechterung des Sozialsystems. Das ist das Ergebnis einer repräsentativen Meinungsumfrage des Deutschen Gesundheitsmonitors des BAH im ersten Quartal 2016.

Für einen gleichwertigen Zugang von Flüchtlingen zur medizinischen Versorgung sind speziell die Jüngeren (18-29 Jahre), die Privatversicherten und die sozial gut Integrierten.

Eine Verschlechterung des Sozialsystems durch den Zuzug von Flüchtlingen erwarten am ehesten die 50-59-Jährigen (67 Prozent). Diese Erwartung nimmt mit sinkendem Einkommen tendenziell leicht zu: Während bei einem Haushalts-Nettoeinkommen von über 4.000 Euro 55 Prozent eine Verschlechterung annehmen, sind es bei einem Haushalts-Nettoeinkommen bis 1.500 Euro 63 Prozent.

Der Deutsche Gesundheitsmonitor des BAH besteht aus drei Modulen:

Der Deutsche Gesundheitsindex spiegelt als Kernstück regelmäßig die Antworten der deutschen Bevölkerung auf Fragen zur Gesundheit und zum allgemeinen Wohlbefinden wider. Der Image-Monitor Gesundheitssystem bildet ebenfalls regelmäßig das Vertrauen der Bevölkerung in die Akteure des Gesundheitswesens ab. Variierende Brennpunktthemen reflektieren die Meinung zu aktuellen Themen. Weitere Informationen zum Deutschen Gesundheitsmonitor des BAH finden sich auf der Website des BAH.

 

Der Bundesverband der Arzneimittel-Hersteller e.V. (BAH) ist der mitgliederstärkste Branchenverband der Arzneimittelindustrie in Deutschland. Er vertritt die Interessen von mehr als 450 Mitgliedsunternehmen, die in Deutschland ca. 80.000 Mitarbeiter beschäftigen. Das Aufgabenspektrum des BAH umfasst sowohl die verschreibungspflichtigen als auch die nicht verschreibungspflichtigen Arzneimittel sowie die stofflichen Medizinprodukte. Unter www.bah-bonn.de gibt es mehr Informationen zum BAH. GA 23

 

 

 

Europa-Lilie 2016: Böhmermann und Heufer-Umlauf, UNO-Flüchtlingshilfe und Rechercheverbund nominiert

 

Europapreis-Abstimmung in vier Kategorien eröffnet

 

Die Abstimmung läuft: Wer gewinnt die Europapreise 2016? Jedes Jahr werden herausragende europapolitische Leistungen in Deutschland mit der Europa-Lilie prämiert. 2015 sicherte sich das PEN-Zentrum die Auszeichnung. Unter den am 23. Mai bekanntgegebenen Nominierten befinden sich würdige Nachfolger. Nominiert sind Jan Böhmermann und Klaas Heufer-Umlauf für ihr außergewöhnliches Plädoyer für die Unterstützung Griechenlands in der Schuldenkrise, das die Oberflächlichkeit der in Deutschland geführten Diskussion aufs Korn und die europäische Idee in den Fokus nahm. Die UNO-Flüchtlingshilfe wird für ihre wichtige Arbeit in der Flüchtlingskrise nominiert und der gemeinsame Rechercheverbund von Süddeutscher Zeitung, NDR und WDR für seine unter dem Stichwort „Luxemburg Leaks“ bekannt gewordenen Enthüllungen.

 

In weiteren Kategorien stehen Engagierte und Projekte für die Europa-Lilien für bürgerschaftliches Engagement und für europäische Jugendarbeit zur Wahl. Auch wird wieder ein Negativpreis verliehen. Für ihre populistischen Äußerungen und Veröffentlichungen im Rahmen der Flüchtlingskrise haben sich die Bundestagsabgeordnete Erika Steinbach, sowie Thilo Sarrazin, Autor des Buches „Wunschdenken“, für die diesjährige Europa-Distel qualifiziert. Ebenfalls für die Distel nominiert ist Hans-Werner Sinn, ehemaliger Präsident des ifo-Wirtschaftsinstituts, der mit seinem kategorischen „Ja“ zum Grexit die Griechenland-Schelte als Wissenschaftler beflügelte.

In einem feierlichen Rahmen wird Europa-Professionell im Herbst 2016 den Preisträgern die drei Europa-Lilien und die Europa-Distel überreichen.

Abgestimmt werden kann bis zum 1. Juli 2016 auf der Internetseite der Europa-Union Deutschland: www.europa-union.de/ueber-uns/europa-professionell/europa-preise/europapreise-2016. EUD 23

 

 

Neo-Nazis wollen "Mein Kampf" herausbringen

 

München/Leipzig - Seit Wochen steht die von Wissenschaftlern kritisch kommentierte Ausgabe von Hitlers "Mein Kampf" in den Bestsellerlisten. Die Veröffentlichung der Edition des Münchner Instituts für Zeitgeschichte hatte im Vorfeld für Kontroversen gesorgt.Jetzt wollen Rechtsradikale erstmals in Deutschland Hitlers Pamphlet als plumpen Nachdruck und ohne wissenschaftliche Kommentierung herausbringen. In einer Mail an die "lieben Leser, Kunden und Interessierten" kündigt der "Franken-Bücher-Versand" in Bayern für den Sommer eine "ungekürzte Ausgabe ohne lästige Gut-Menschen-Kommentare" an. Erscheinen soll der Nachdruck von Hitlers "Mein Kampf" im Leipziger Verlag "Der Schelm", dessen Inhaber Adrian Preißinger bereits 2002 unter anderem wegen Volksverhetzung, Verwendens von Kennzeichen verfassungswidriger Organisationen und Gewaltverherrlichung verurteilt wurde. Im Internet kann das Buch bereits für 27 Euro vorbestellt werden. Die Hetzschrift soll in Kooperation mit dem sogenannten "Adelaide-Institut", der zentralen Vereinigung von Holocaust-Leugner in Australien, erscheinen. In der Ankündigung zum Nachdruck heißt es pseudowissenschaftlich: "Dr. Fredrick Toben, der Leiter des Buchverlages des Adelaide-Instituts, hat zu der Neuauflage ein kleines Vorwort beigesteuert."? Verschwiegen wird, dass Toben ein übler Antisemit und Holocaustleugner ist, der unter anderem wegen Verbreitens rassistischen Materials in Australien zu einer Haftstrafe verurteilt wurde. Josef Schuster, Präsident des Zentralrates der Juden, zu BILD: "Mit Auslaufen des Urheberrechts von 'Mein Kampf' war mit solchen Angeboten zu rechnen. In den Ländern herrscht aber eindeutig die Auffassung, dass die Verbreitung einer unkommentierten Neuausgabe des Buches verhindert werden muss. Das zutiefst antisemitische Machwerk hat in der Originalfassung nichts in Bücherschränken zu suchen und muss verboten bleiben. Jetzt sind die Strafverfolgungsbehörden gefragt." Auch Dieter Graumann, Schusters Vorgänger als Präsident des Zentralrates, ist entsetzt: "Dieses Vorhaben halte ich für gefährlich und höchst überflüssig. Die Begründung, eine Ausgabe 'ohne lästige Gutmenschen-Kommentare' zu veröffentlichen, offenbart eine gehörige Geringschätzung gegenüber jenen, die sich um eine seriöse Kommentierung bemühen. Das Vergiftungspotential ist einfach viel zu groß. Das Vorhaben ist daher nicht nur verantwortungslos, sondern auch schrecklich unsensibel gegenüber den Überlebenden der Shoah."BILD fragte bei der Bayerischen Staatsregierung nach, die die Ende letzten Jahres ausgelaufenen Urheberrechte an Hitlers mein Kampf hielt. Ulrike Roider, Sprecherin des Bayerischen Staatsministerium der Justiz: "Aus Sicht des Bayerischen Staatsministeriums der Justiz hat das Buch 'Mein Kampf' volksverhetzenden Inhalt, da darin zum Hass gegen Juden aufgestachelt, zu Gewalt- und Willkürmaßnahmen gegen sie aufgefordert und ihre Menschenwürde angegriffen wird. Der unveränderte Nachdruck zum Zwecke der Verbreitung wie auch die Verbreitung der Schandschrift 'Mein Kampf' sind deshalb aus Sicht des Bayerischen Staatministeriums der Justiz grundsätzlich strafbar."Weiter erklärte die Ministeriumssprecherin: "Was den geschilderten Einzelfall angeht, hat das Bayerische Staatsministerium der Justiz daher umgehend den Generalstaatsanwalt in Bamberg gebeten, die örtlich zuständige Staatsanwaltschaft Bamberg mit der Prüfung strafrechtlicher Schritte zu betrauen." Gegenüber BILD erklärte Adrian Preißinger vom Leipziger Verlag "Der Schelm", er sehe in dem Nachdruck von Hitlers "Mein Kampf" keinen Tatbestand der Volksverhetzung. Das Buch werde im "befreundeten Ausland" gedruckt. Wo und in welcher Auflage wollte der verurteilte Volksverhetzer nicht sagen. Bild 25

 

 

 

 

 

Zahl der geduldeten Ausländer auf 160.000 gestiegen

 

Die Zahl der geduldeten Ausländer in Deutschland steigt rasant. Das Problem: diese Menschen haben weder Zugang zum Arbeitsmarkt noch zu Bildungsangeboten. BAMF-Chef schlägt Alarm. Er fordert die Bundesregierung auf, den Geduldeten eine Perspektive zu geben.

Die Zahl der geduldeten Ausländer in Deutschland hat sich innerhalb von zweieinhalb Jahren fast verdoppelt. Sie stieg von Juni 2013 bis Januar dieses Jahres von knapp 89.000 auf rund 160.000, wie aus Daten des Ausländerzentralregisters hervorgeht, die der Rheinischen Post vorliegen. Allein seit Januar 2015 erhielten demnach mehr als 46.000 abgelehnte Asylbewerber den Duldungsstatus, weil eine Rückkehr in ihre Heimat aus rechtlichen Gründen nicht möglich war.

Geduldete Ausländer haben häufig keinen Zugang zum Arbeitsmarkt und zu Bildungsangeboten. Der Chef des Bundesamts für Migration und Flüchtlinge, Frank-Jürgen Weise, forderte die Bundesregierung angesichts der gestiegenen Zahlen zu Konsequenzen auf. „Wenn wir sie nicht in ihre Heimatländer zurückführen können, müssen wir ihnen eine andere Perspektive geben“, sagte Weise dem Blatt. „Es geht nicht, dass Geduldete sechs oder zehn Jahre in Deutschland sind, ohne etwas arbeiten oder lernen zu dürfen.“

Weise plädierte für eine Stichtagsregelung: „Wer vor einem bestimmten Stichtag hier gewesen ist, darf bleiben“, schlug der Bundesamts-Chef vor. (epd/mig 23)

 

 

 

 

Interview. Herzprobleme - geht es auch ohne Eingriff?

 

Wir fragen den erfahrenen Kardiologen und Herzspezialisten Dr. Kai Ruffmann aus Baden-Baden. Mit seinem Faible fürs Herz beschäftigt sich der Mediziner schon seit vielen Jahren mit neuen Therapieformen und macht sich stark für nicht-invasive Untersuchungs- und Behandlungs-Methoden.

 

Baden-Baden, Mai 2016: Die Erkrankung von Herz und Kreislauf ist Haupttodesursache in der westlichen Welt. Erst durch einen Schmerz in der Brust und Atemnot bei Belastung werden die Betroffenen aufmerksam und besuchen Fachärzte für innere Medizin oder Kardiologie. Auf eine Untersuchung im Ruhezustand und unter Belastung folgt meist der Herzkatheter, um Einengungen von Herzkranzarterien darzustellen und anschließend zu behandeln. Fallweise ist auch eine Herzoperation nötig. Durch diese invasiven Untersuchungs- und Behandlungsmethoden geht es den Patienten in der Regel besser.

 

Wozu brauchen wir also die „nicht-invasive“ Kardiologie, für die Sie sich stark machen, Herr Dr. Ruffmann?

 

Dr. Ruffmann: Um das auch für den Laien vorab klarzustellen: Unter „nicht-invasiver“ Kardiologie werden Untersuchungen und Behandlungsformen zusammengefasst, die keinerlei Eingriff in den Körper erfordern.

Die Durchblutungsstörung des Herzens, um bei Ihrem Beispiel zu bleiben, führen in der Tat häufig auf den Kathetertisch des Invasivkardiologen. Nur bei 20 bis 30 Prozent der Patienten weltweit findet sich dann auch eine geeignete Stelle für eine Dilatation und einen Stent. Den übrigen 70-80 Prozent sagt man, es sei alles in Ordnung und entlässt sie häufig mit den gleichen Medikamenten und Beschwerden, mit denen sie gekommen sind. Als Lippenbekenntnis werden dann noch Vorschläge für einen gesunden Lebensstil beigesteuert, deren Umsetzung dem Patienten allein überlassen wird.

 

Ist denn bei unauffälligem Herzkatheter manchmal doch nicht alles in Ordnung?

 

Dr. Ruffmann: In der Tat! Die Abbildung oben zeigt das Problem. Die Koronarangiographie stellt nur die großen Herzkranzarterien dar, also den Anfang des Gefäßbaumes, der unser Herz mit Blut und Sauerstoff versorgt. Selbst hier sind nur höhergradige Einengungen auffällig, quasi das Endstadium der Erkrankung. In der Abbildung ist dies mit „I“ bezeichnet. 50 Prozent aller Patienten mit Veränderungen an den großen Arterien haben aber auch eine so genannte mikrovaskuläre Angina, also eine Einengung an den mittleren und kleinen Arterien im weiteren Verlauf des koronaren Gefäßbaumes. Für dieses Problem wird bei der Herzkatheter-Untersuchung gar nichts erreicht und es lässt sich mit Medikamenten allein auch nur ungenügend behandeln. Und dann bleibt da das Stoffwechselproblem der Herzmuskelzellen selbst („III“ in der Abbildung). Die sauerstoffverarmte Herzmuskelzelle gerät in einen Schädigungsstoffwechsel, eine Art Notfallbetrieb. Das bedeutet: Weniger Energie, mehr Luftnot und Herzschmerzen als Resultat.

 

Es bleiben also die 20 bis 30 Prozent erfolgreich dilatierten und mit Stent versorgten Patienten. Wenigstens für sie ist das Problem dann gelöst, oder etwa nicht?

 

Dr. Ruffmann: Sehen Sie sich doch die Abbildung an! Die Coronardilatation behandelt die engste Stelle und schafft im besten Fall eine normale Weite des zuvor eingeengten Koronargefäßes. Die anderen Stellen werden nicht berührt. Das Problem sitzt aber in der Wand der Arterien, in den Ablagerungen und entzündlichen Gefäßveränderungen, deren Fortentwicklung nach einer erfolgreichen Coronardilatation doch nicht aufhört. Hier geschieht gar nichts, von Ebene II und Ebene III in der Abbildung einmal ganz zu schweigen.

 

Wenn diese Form der Therapie so erfolglos wäre wie Sie sagen, müssten dann nicht zahlreiche der einmal so behandelten Patienten nach einiger Zeit wieder auf dem Kathetertisch liegen!?

 

Dr. Ruffmann: Das ist in der Tat auch der Fall. Einer amerikanischen Studie an 5000 notfallmäßig dilatierten Patienten zufolge, waren fünfzehn Prozent der so behandelten Patienten wegen einer erneuten Einengung innerhalb von nur drei Jahren wieder da zum Herzkatheter. In etwa zu gleichen Teilen befand sich die Einengung an der zuvor behandelten Stelle beziehungsweise an einer völlig anderen.

 

Nachträgliche Betrachtungen machen es leicht, Methoden zu beurteilen und zu kritisieren. Wir würden Sie denn vorgehen?

 

Dr. Ruffmann: Lassen Sie uns das doch vom Kopf auf die Füße stellen. Warum beginnen wir nicht einfach damit, im Rahmen der Mitochondrienmedizin den aus dem Ruder gelaufenen Stoffwechsel aller halbwegs erreichbaren und dem Blutkreislauf zugänglichen Herzmuskelzellen wieder zu normalisieren? Gleichzeitig sollten Durchblutungsstörungen an den großen Herzkranzarterien als Problem der Arteriosklerose des ganzen Körpers begriffen und behandelt werden. Erst wenn dann noch höhergradige Einengungen an den gut erreichbaren Stellen der Herzkranzarterien übrig bleiben, sind diese ein gutes Ziel für den Dilatationskatheter.

 

Jetzt aber mal Butter bei die Fische! Die Abbildung, die Sie mitgebracht haben, zeigt uns die drei Ebenen des Problems. Sie haben gesagt, dass die Gabe von Medikamenten und die sogenannte Sekundärprävention das Problem nicht lösen werden. Nun bitte konkret: Wie sieht Ihre Therapie aus?

 

Dr. Ruffmann: Acht Sitzungen mit einer Infusionstherapie aus Antioxidantien, Vitaminen der B-Reihe, Spurenelementen, essenziellen Aminosäuren und Coenzym Q10. Gleichzeitig beginnen wir mit der pulssynchronen externen Gegenpulsation (EECP-Therapie), mit möglichst zwanzig Sitzungen über je eine Stunde an den Werktagen von vier Wochen.

 

Und das soll wirken? Können Sie die Wirksamkeit denn nachweisen? Gibt es kontrollierte Studien?

 

Dr. Ruffmann: Die Wirksamkeit lässt sich im EKG nachweisen, bei Belastungsuntersuchungen und natürlich auch bei der Ultraschalluntersuchung des Herzens. Schon während der Therapie werden diese Untersuchungen in regelmäßigen Abständen durchgeführt, um die Gesundung des Patienten nicht aus dem Blick zu verlieren.

Leider gibt es für diese Form der Therapie noch keine kontrollierten Studien. Zum einen, weil der therapeutische Ansatz neu ist, zum anderen finden kontrollierte Studien weltweit und mit einem großen organisatorischen Aufwand meist nur mit finanzieller Unterstützung der Industrie statt. Es wird also nur das beforscht, was die Industrie auch interessiert.

 

Das sehen Ihre Kollegen aber anders! Ihr Fachgebiet Kardiologie ist doch forschungsintensiv wie kaum ein anderes. Warum sind nicht andere zu den gleichen Ergebnissen gekommen?

 

Dr. Ruffmann: In der Kardiologie schauen viele Kollegen in eine andere Richtung. Das beweist auch das Motto der diesjährigen Tagung der Deutschen Gesellschaft für Kardiologie: „Herzmedizin – Hightech Medizin“. Wenn ich mich daran halte, kann ich gleich in den sterilen Kittel schlüpfen, mich auf den Weg ins Herzkatheterlabor machen oder in den Operationssaal. Die sanfte nicht-invasive Kardiologie bleibt dann eben auf der Strecke.

 

Nun ja, vielleicht auch nicht! Zum Abschluss unseres Gesprächs: Was wäre Ihr Wunsch für die nicht-invasive Kardiologie?

 

Dr. Ruffmann: Zuallererst wäre es schön, wenn mir ein besseres Wort für nicht-invasiv einfiele. Mein größter Wunsch in diesem Zusammenhang ist es aber, dass Invasivkardiologie und Nicht-Invasivkardiologie miteinander ins Gespräch kommen – zum Wohle der Patienten. Die Methoden ergänzen sich, sie schließen sich nicht aus.

Weitere Informationen: http://www.dr-ruffmann.de/  Christa Jäger-Schrödl dip

 

 

 

 

Deutsche Leberstiftung zum Weltnichtrauchertag: Rauchen schadet auch der Leber

 

Hannover – Am 31. Mai 2016 ist „Weltnichtrauchertag“. Dieser Tag wurde 1987 von der Weltgesundheitsorganisation (WHO) initiiert, um auf die durch den Tabakkonsum verursachten Gesundheitsrisiken aufmerksam zu machen. Die Deutsche Leberstiftung weist darauf hin, dass Rauchen grundsätzlich der Leber schadet und vorhandene Lebererkrankungen verschlimmern kann.

In Deutschland raucht etwa jeder vierte Erwachsene. Laut Auskunft der Deutschen Krebshilfe ist Tabakkonsum für etwa ein Drittel aller Krebs-Neuerkrankungen verantwortlich. Über 90 Prozent aller Lungenkrebs-Fälle werden durch Rauchen verursacht.

Neben Lunge, Rachen und Kehlkopf wird unter anderem auch die Leber durch den Tabakkonsum geschädigt. Außerdem steigt bei vorhandenen Lebererkrankungen das Risiko für schwerwiegende Folgen wie Leberzellkrebs.

Die Leber ist die Entgiftungszentrale des Körpers und filtert Schadstoffe aus dem Blut. Auch das Nikotin, das durch den Tabakkonsum in den Körper gelangt, wird über die Leber abgebaut und belastet so dieses lebenswichtige Organ.

Besteht bereits eine Lebererkrankung, wie zum Beispiel eine chronische Infektion mit einem Hepatitis-Virus, erhöht Rauchen das Risiko für die Bildung einer Leberzirrhose und in der Folge eines Leberzellkrebses. Da chronische Entzündungen der Leber oft ohne Symptome verlaufen und daher lange Zeit unbemerkt bleiben, kann das Rauchen über Jahre diese Krankheit unbemerkt verschlimmern. Das zeigten beispielsweise mehrere große Studien für Hepatitis B-Patienten aus Taiwan, die übereinstimmend einen deutlichen Anstieg des Risikos für Leberzellkrebs bei Rauchern gegenüber Nichtrauchern nachgewiesen haben.

Rauchen ist auch als bedeutender Risikofaktor für ein Fortschreiten der Lebererkrankung bei Patienten mit einer Fettleber identifiziert worden. Menschen, die mehr als 10 Jahre mindestens eine Schachtel Zigaretten pro Tag geraucht haben, weisen eine höhere Wahrscheinlichkeit auf, eine fortgeschrittene Lebervernarbung („Fibrose“) oder gar eine Leberzirrhose zu entwickeln. In Deutschland haben mehr als 10 Millionen Menschen eine Fettleber.

Die Deutsche Leberstiftung empfiehlt daher allen Patienten mit einer Lebererkrankung, das Rauchen einzustellen.

10 Jahre Deutsche Leberstiftung

Die Deutsche Leberstiftung befasst sich mit der Leber, Lebererkrankungen und ihren Behandlungen. Sie hat das Ziel, die Patientenversorgung durch Forschungsförderung und eigene wissenschaftliche Projekte zu verbessern. Durch intensive Öffentlichkeitsarbeit steigert die Stiftung die öffentliche Wahrnehmung für Lebererkrankungen, damit diese früher erkannt und geheilt werden können. Die Deutsche Leberstiftung bietet außerdem Information und Beratung für Betroffene und Angehörige sowie für Ärzte und Apotheker in medizinischen Fragen. Diese Aufgaben erfüllt die Stiftung seit ihrer Gründung vor zehn Jahren sehr erfolgreich. Weitere Informationen: www.deutsche-leberstiftung.de.

BUCHTIPP: „Das Leber-Buch“ der Deutschen Leberstiftung informiert umfassend und allgemeinverständlich über die Leber, Lebererkrankungen, ihre Diagnosen und Therapien – jetzt in zweiter, aktualisierter Auflage! „Das Leber-Buch“ ist im Buchhandel erhältlich: ISBN 978-3-89993-642-1, € 16,95:

www.deutsche-leberstiftung.de/Leber-Buch. GA 24

 

 

 

 

Studie: Deutsche wollen kleine Cent-Münzen abschaffen

 

Hamburg – Kleve rundet seit Februar Endbeträge auf Fünf-Cent-Beträge und nimmt damit als erste Stadt Deutschlands den Kampf gegen die kleinen Kupfermünzen auf. Vorbild ist der Nachbar Niederlande, wo das Modell bereits seit elf Jahren erfolgreich umgesetzt wird. Einer aktuellen repräsentativen Umfrage zufolge sind auch die Deutschen mehrheitlich für die Abschaffung der kleinen Cent-Münzen, und die Zahl der Befürworter stieg seit 2015 weiter an. 

Das Institut myMarktforschung.de hat im Mai 2016 untersucht, wie die Deutschen zu einer Abschaffung der Ein- und Zwei-Cent-Münzen stehen. Dazu wurden 1.024 Teilnehmer zwischen 18 und 70 Jahren online befragt. Gleichzeitig wurde erhoben, ob die Befragten eine komplette Abschaffung des Bargelds befürworten und was sie von einer Obergrenze bei Bargeldzahlung halten.

Abschaffung der Ein- und Zwei-Cent-Münzen

Weit mehr als jeder zweite Deutsche spricht sich für eine Abschaffung der kleinen Cent-Münzen in Deutschland und dem damit verbundenen Auf- und Abrunden des Endbetrags bei Barzahlungen aus: Während die Zustimmung im vergangenen Jahr noch bei 52,7 Prozent lag, legt sie in diesem Jahr um 4,6 Prozentpunkte auf 57,3 Prozent zu. Insbesondere bei den 30- 59-Jährigen stieg der Anteil der Befürworter, die gut auf die kleinen Kupfermünzen verzichten könnten. Hauptargumente sind dabei Platzgründe und verlängerte Bezahlvorgänge. Abschaffungsgegner hingegen fürchten, dass der Handel mit Preissteigerungen reagieren könnte.

Bezahlmethoden und Abschaffung des Bargelds

Alltägliche Einkäufe wie Lebensmittel oder Drogeriebedarf werden nach wie vor am liebsten bar gezahlt. In Bereichen, die höhere Durchschnittsbons haben, wie etwa Mode, Technik und Wohnen/ Einrichten, wird beim Kauf eher die EC-Karte eingesetzt. Die Zahlung mit der EC-Karte legte im Vergleich zum Vorjahr um 2,1 Prozentpunkte zu und löst damit erstmals die Barzahlung als beliebteste Zahlweise ab. Die Deutschen gelten anders als die europäischen Nachbarn als Bargeldfans. So verwundert es nicht, dass der Großteil einer kompletten Abschaffung des Bargelds auch ablehnend gegenübersteht. Gleichwohl kann sich mehr als ein Viertel der Befragten dieses Szenario – zumindest teilweise – vorstellen.

Obergrenze bei Barzahlung

Überlegungen zur Beschränkung des Bargeldverkehrs gibt es bei der Europäischen Zentralbank, die an der Abschaffung der 500-Euro-Note arbeitet. Das Deutsche Finanzministerium kann sich eine Obergrenze in Höhe von 5.000 Euro bei Bargeldzahlungen vorstellen. Die vorgeschlagene Höchst-grenze stößt jedoch bei mehr als der Hälfte der Befragten auf Ablehnung. Vier von zehn Befragten sind der Meinung, dass Barzahlungen unbegrenzt möglich sein sollten.

Die vollständigen Ergebnisse der Studie gibt es kostenlos unter www.myMarktforschung.de dip 26

 

 

 

 

 

Studie. 15 Prozent der Mitarbeiter beim Bund haben Migrationshintergrund

 

Jeder Fünfte in Deutschland hat einen Migrationshintergrund. Das Personal in der Verwaltung repräsentiert diesen Durchschnitt noch nicht. Laut einer Studie arbeiten dort zwar immer mehr Migranten, sie schaffen aber die Karriereleiter oftmals nicht.

Der Anteil von Beschäftigten mit Migrationshintergrund in der Bundesverwaltung ist höher als in anderen Behörden, aber niedriger als in der Gesamtbevölkerung. Zu diesem Ergebnis kommt eine am Donnerstag in Berlin vorgestellte Studie des Statistischen Bundesamts und des Bundesinstituts für Bevölkerungsforschung. Demnach haben rund 15 Prozent der Mitarbeiter bei wichtigen Bundeseinrichtungen eine Einwanderungsgeschichte. In der gesamtem öffentlichen Verwaltung lag dieser Anteil 2013 bei gerade einmal 6,7 Prozent. In Spitzenfunktionen und bei Verbeamtungen sind Menschen mit Migrationshintergrund aber auch in Bundesbehörden unterrepräsentiert.

Rund jeder Fünfte in Deutschland hat einen Migrationshintergrund. Diese Menschen sind entweder selbst nicht in Deutschland geboren oder Nachkommen von Zugewanderten, landläufig als erste und zweite Einwanderergeneration bezeichnet. Gemessen am Gesamtanteil von Migranten repräsentiert bislang nur die private Wirtschaft den Bevölkerungsdurchschnitt. Dort haben nach Angaben der Studie 20 Prozent der Beschäftigten einen Migrationshintergrund.

Auch wenn die Bundesverwaltung mit 15 Prozent besser dasteht als vielleicht vermutet, zeigt sich im Detail, dass Menschen mit Migrationshintergrund dort trotzdem unterrepräsentiert sind. Überwiegend sind es jüngere Frauen in eher niedrigen Laufbahngruppen, die einen Migrationshintergrund haben. Zudem werden Migranten beim Bund häufiger befristet angestellt als andere und werden seltener verbeamtet.

Grundlage der Studie ist eine anonyme Befragung Beschäftigter auf freiwilliger Basis. Teilgenommen haben 14 Ministerien und das Bundeskanzleramt sowie die Bundeswehr und acht Bundesbehörden. Den geringsten Anteil von Menschen mit Migrationshintergrund wies das Verteidigungsministerium mit 6,4 Prozent auf, den höchsten das Bundesamt für Migration und Flüchtlinge mit 24,2 Prozent. Überdurchschnittlich viele Menschen mit Migrationshintergrund beschäftigen das Bundeskanzleramt, wo der Arbeitsbereich der Integrationsbeauftragten Aydan Özoguz (SPD) angesiedelt ist, das Auswärtige Amt und das Entwicklungsministerium. Unter dem Durchschnitt liegen unter anderem das Justiz-, Familien-, Verkehrs- und Innenministerium.

Özoguz sprach sich dafür aus, zur Steigerung des Anteils von Beschäftigten mit Migrationshintergrund Zielmarken festzulegen. Hamburg und Berlin hätten gezeigt, dass damit einiges erreicht werden könne. In der Hansestadt habe sich der Anteil in den vergangenen Jahren von fünf auf 18 Prozent, in der Bundeshauptstadt von neun auf 24 erhöht. Wirkliche Teilhabe bedeute Chancengerechtigkeit, sagte Özoguz. Der Bund müsse in seiner Vorbildfunktion noch besser werden.

Özoguz, die die Studie gemeinsam mit dem Bundesinnenministerium beauftragt hatte, sprach sich aber gegen feste Quoten aus. Auch der Staatssekretär im Innenministerium, Hans-Gorg Engelke, ist dagegen. Er forderte spezifische Personalentwicklungsprogramme. Angesichts des demografischen Wandels könne man es sich nicht leisten, bestimmte Potenziale nicht zu erschließen, sagte er. (epd/mig 27)

 

 

 

 

Thema Integrationsgesetz: Premiere für DW-Jugendsendung Shababtalk auf Deutsch

 

Die aktuelle Ausgabe der erfolgreichen arabischsprachigen DW-Produktion Shababtalk wurde in der Flüchtlingsunterkunft am Berliner Flughafen Tempelhof aufgezeichnet. Deutsche Politiker, darunter die stellvertretende CDU-Bundesvorsitzende Julia Klöckner, und Flüchtlinge diskutierten über das neue Integrationsgesetz. Die Sendung läuft ab Sonntag, 29. Mai, erstmals im deutschen Fernsehprogramm der Deutschen Welle.

 

Julia Klöckner sagte: „Im Integrationsgetz geht es darum, dass man sich als Migrant darauf berufen kann, dass man Rechte hat. Aber auch darum, dass wir uns darauf berufen, dass Integrationskurse, Sprachkurse und andere Angebote wahrgenommen werden.“

 

Klöckner weiter: „Das Integrationsgesetz ist zunächst eine Verpflichtung für den Staat Deutschland, aber auch eine Verpflichtung für diejenigen, die zu uns kommen. Das Zusammenleben kann nur gelingen, wenn das deutsche Grundgesetz gilt. Religiöse Vorstellungen oder Familienehre können nicht über dem Grundgesetz stehen.“

 

Moritz Heuberger, Bundessprecher der Grünen Jugend, der Jugendorganisation von Bündnis 90/Die Grünen, sagte: „Der Punkt, warum Flüchtlinge nicht zum Integrationsgesetz befragt wurden, ist, dass es nie darum geht, ihnen ein besseres Leben zu ermöglichen. Die Koalition will einfach nur ein Signal senden – Integrationsverweigerer, die müssen raus. Statt „Ausländer raus“ zu sagen, sagt man jetzt „Integrationsverweigerer raus“.“

 

Annika Klose, Berliner Landesvorsitzende der SPD-Jugendorganisation Jusos, forderte Nachbesserungen am Integrationsgesetz. Sie halte vor allem die neuen Sanktionsmechanismen für falsch, sagte sie.

 

Ein syrischer Flüchtling und Mutter von fünf Kindern sagte: „Wir respektieren die deutschen Sitten und Bräuche. Sie sollten aber auch unsere berücksichtigen und verstehen, dass wir ein Kopftuch tragen. Wir schütteln auch nicht die Hand eines Mannes, auch nicht die eines arabischen Mannes.“ Ihr Leben in Deutschland habe sie sich anders vorgestellt: „Wir dachten nicht, dass wir als Familie mit fünf Kindern vier Monate in einem Zimmer mit 20 Quadratmetern ohne Dach und ohne Tür leben würden.“

 

Ein männlicher Flüchtling aus Syrien, der seit vier Monaten in Tempelhof lebt, sagte: „Niemand hat mich seit meiner Ankunft gefragt, welchen Beruf ich früher ausgeübt habe. Ich kenne viele Leute in der Unterkunft, die als Mediziner und Ingenieure gearbeitet haben. Stattdessen bekommen wir ein Integrationsgesetz, welches die Sprache von Bedrohung und Einschüchterung benutzt.“

 

Ein anderer syrischer Flüchtling sagte: „Integration heißt nicht, sich abends zu betrinken. Es bedeutet, dass man die Sprache erlernen muss. Andere zu akzeptieren. Deren Kultur zu verstehen. Ehrlich zu sein. Und sich nicht immer nur zu beschweren. Wir müssen Deutschland auch dankbar sein.“  

 

Moderator Jaafar Abdul Karim und sein Team verbrachten vor der Aufzeichnung der Sendung einen Tag in der Tempelhofer Flüchtlingsunterkunft, um den Alltag und die Probleme der Bewohner kennenzulernen.

 

Shababtalk setzt auf gesellschaftliche Themen, die im arabischen Sprachraum sensibel oder tabu sind. Das Format für junge Erwachsene, moderiert von Jaafar Abdul Karim, sorgt im Sendegebiet häufig für Diskussionsstoff. 2016 wurde es als beste Jugend-Talkshow mit dem Al Haitham Arab Media Award in Amman, Jordanien, ausgezeichnet. 2015 erhielt die DW-Produktion beim Festival des arabischen Radios und Fernsehens der Arab State Broadcasting Union in Tunesien den Preis der besten Talkshow. Seitdem die Sendung auf dem arabischsprachigen TV-Kanal DW (Arabia 2) in Deutschland zu empfangen ist, erzeugt sie unter Flüchtlingen im Inland hohe Aufmerksamkeit. D.Welle 27