WEBGIORNALE  3-15  OTTOBRE   2016

 

Inhaltsverzeichnis

1.       3 ottobre, Giornata Nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione  1

2.       Referendum costituzionale, informazioni per gli elettori all’estero iscritti nell’AIRE e per i temporaneamente all’estero  1

3.       Rotta balcanica. Immigrazione, Ue ostaggio della Turchia  2

4.       Migranti, la nostalgia dei muri e la sfiducia nell'Europa. Sondaggio: 83% vuole più controlli nell'area Schengen  2

5.       Referendum costituzionale. I rischi per l’Italia se vince il No  3

6.       Migranti, Merkel: "Stringeremo accordi con Egitto e altri Paesi africani"  3

7.       Riunito a Francoforte l’Intercomites  4

8.       Carmine Macaluso (presidente Acli Baviera) propone nel 2017 gli Stati Generali dell’Associazionismo italiano in Germania  4

9.       Retedonne a Lipsia. “Che genere di medicina? Medicina di genere: una prospettiva per le donne”  4

10.   A Stoccarda il 7 ottobre un convegno-dibattito sulle migrazioni italiane e i nuovi dati sulla Germania  5

11.   Celebrato a Friburgo/Brsg il 25° di “Donne e poesia”  5

12.   Delegazione di Rovigo alla Partneschadfest di Viernheim   5

13.   All’IIC di Berlino convegno contro la criminalità organizzata. “La Germania sottovaluta il pericolo mafie”  6

14.   Ad Amburgo la mostra “Venezia, città degli artisti”  6

15.   Appuntamenti culturali a Monaco di Baviera e dintorni 6

16.   Berlino come l’Italia del compromesso storico  6

17.   Francoforte: l’autore Andrea Angeli presenta il 6 ottobre il suo ultimo libro “Kabul – Roma”  7

18.   Radio Colonia ha cambiato orario e formato. I temi delle recenti trasmissioni 7

19.   “Adesso” a Francoforte. Gran successo di pubblico per Chiara Gamberale  8

20.   Un mese di jazz italiano a Colonia con il Festival “Italiana”  8

21.   Deceduto Max Mannheimer. “...ma non ci lascerà mai”  8

22.   Per esenzione IMU/Tasi sufficiente autocertificazione su pensione estera  9

23.   Cinema! Italia! in Assia  9

24.   Comitati per il SÌ al referendum anche a Stoccarda e ad Aschaffenburg  9

25.   I puppi siciliani a Colonia e Düsseldorf 9

26.   Uscito “Rinascita Flash”, bimestrale curato dall’associazione “Rinascita” di Monaco di Baviera  9

27.   Lipsia. Garavini (PD): “Giusta l'attenzione di Rete Donne per una medicina che sia di genere”  9

28.   L’AfD entra anche nel parlamento di Berlino  10

29.   Ticino, stretta sui lavoratori italiani: al referendum anti-frontalieri vince il sì 10

30.   UE. Della Vedova: “Per fermare i nazionalismi l’Europa deve voltare pagina”  10

31.   Usa 2016. Hillary vs Donald, la secchiona batte l’istrione  11

32.   La moneta della discordia cancella l’illusione degli “Stati Uniti d’Europa”  11

33.   Renzi batte i pugni in Europa ma in Italia stia sereno  12

34.   Accordi al ribasso  13

35.   Peggio  13

36.   Gentiloni: “Migranti, l'Africa resta centrale. In Libia trattare anche con Haftar”  14

37.   Mario Giro: “Canali umanitari, l’Italia può fare scuola”  14

38.   Focsiv al vertice Onu sulle migrazioni 14

39.   Unioni Civili e convivenze di fatto, informazioni della Farnesina per i cittadini italiani residenti all’estero  15

40.   Impraticabile  15

41.   Berlusconi riscopre il proporzionale, tutte le manovre per il dopo No  15

42.   Alfano all’Onu sui rifugiati. Costruire muri non è una risposta sostenibile  15

43.   Il populismo ticinese vince ancora  15

44.   Prosegue la riflessione sulla fiscalità applicata agli immobili di proprietà degli italiani residenti all'estero  16

45.   Il Borderline della politica  16

46.   Energia. Nord Stream 2: tra i due litiganti il terzo gode  16

47.   Referendum Ticino. Maroni: la Regione è pronta a contro misure  17

48.   Una nota del Pd del Canton Ticino e in Svizzera sull'esito del referendum “Prima i nostri”  17

49.   Svizzera. Ticino: la preferenza indigena vince, ma non sfonda  17

50.   Referendum Costituzionale. La posizione della FILEF Nazionale  18

51.   Prosegue l’indagine conoscitiva sulla diffusione della lingua e della cultura italiana nel mondo  19

52.   Italia Altrove  19

53.   Ponte sullo Stretto, la sfida di Renzi: "Siamo pronti, porterà 100mila posti di lavoro"  19

54.   Liguria, via libera al Programma attuativo degli interventi in materia di emigrazione per il 2016  20

55.   Pensione anticipata, ecco per chi è gratis  20

56.   Le Acli in Francia invitano i propri operatori di patronato nei Comites a rassegnare le dimissioni 20

57.   Artisti e Melodie Italiane dall’Estero  20

58.   L’ottimismo  21

59.   Beni dello Stato di pubblico servizio ubicati all’estero, interrogazione di Gianni Farina  21

60.   Riunito a Treviso il Coordinamento delle Associazioni Venete dell’Emigrazione. 21

61.   Colombia. La resa delle Farc al capitalismo  21

62.   Emigrazione trentina, bando per premiare le migliori tesi di laurea. 22

63.   Enti Gestori in Svizzera: Soddisfazione per il previsto ripristino integrale del cap. 3153 nella legge di assestamento del Bilancio  22

64.   Il sistema duale di alternanza scuola-lavoro è realtà anche in Italia  23

 

 

1.       EU-Zwischenbilanz. 5.651 von 160.000 Flüchtlingen umverteilt 23

2.       Merkel justiert Flüchtlingspolitik und räumt Fehler ein  23

3.       Bundesweit zweiter Katholischer Flüchtlingsgipfel  in Frankfurt am Main beendet 23

4.       Kulturpreis Premio Culturale geht an „onde“  24

5.       Organisierte Kriminalität. Warum es die Mafia nach Deutschland zieht 24

6.       Flüchtlingsverteilung in Europa: Ein gescheitertes Projekt?  24

7.       Welches Europa wollen die Gewerkschaften?  25

8.       Gipfel in New York. Mehr Solidarität in der Flüchtlingspolitik  25

9.       Flüchtlingsgipfel in Österreich: Ritual „europäischer Kleingeisterei“?  26

10.   Es lebe das Vergessen! 26

11.   Mario Draghi im Bundestag: Euroraum ist noch immer fragil 28

12.   Fluchtursachen bekämpfen heißt Frieden fördern! World Vision fordert mehr vorausschauende Friedenspolitik  28

13.   Aktuelle Zahlen. Fremdenfeindliche Gewalt schon jetzt doppelt so hoch wie im Vorjahr 28

14.   Merkel beim Westbalkan-Treffen. Illegalität bekämpfen, Legalität stärken  29

15.   10-Jahresfeier. Schäuble und de Maizière würdigen Islamkonferenz  29

16.   Ungarn will EU nach Flüchtlingsreferendum die Stirn bieten  29

17.   Integration. Studie attestiert Unternehmen starkes Engagement für Flüchtlinge  30

18.   Streitgespräch zwischen AfD und katholischen Laien  30

19.   Ein gerechtes Wachstum braucht Regeln und Institutionen  30

20.   Vielfalt in der Schule: Zweites Deutsches Lehrerforum gestartet 30

21.   Wie gelingt die Integration?  31

22.   Statistisches Bundesamt. Jedes fünfte in Deutschland geborene Kind hat ausländische Mutter 31

23.   Arbeitsmarkt im September. Arbeitskräfte gesucht - weniger Arbeitslose  31

24.   Cinema! Italia! in Hessen  32

25.   Potenzial nicht ausgeschöpft 32

26.   Bericht im Kabinett. Deutlich mehr Integrationskurse  32

27.   Steuerhinterziehung? Bundesrechnungshof überprüft Sprachkurse  33

28.   Ausschreibung Deutsch-Italienischer Übersetzerpreis  33

 

 

 

3 ottobre, Giornata Nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione

 

Sono oltre 340mila gli accessi per 91mila pazienti, di cui il 67% composto da persone immigrate, avvenuti presso l’INMP, ente pubblico del Sistema sanitario nazionale, dal 2008 ad oggi. Queste le cifre che descrivono l’attività dell’Istituto che da 8 anni si impegna, 7 giorni su 7, per la promozione della salute delle popolazioni migranti e per il contrasto delle malattie della povertà, attraverso pratiche sociosanitarie rivolte alle popolazioni più vulnerabili, italiane e straniere, e con il fondamentale approccio transculturale orientato alla persona.

Numeri che danno conto della specificità dell’Istituto che è centro di riferimento della Rete nazionale per le problematiche di assistenza in campo sociosanitario legate alle popolazioni migranti e alla povertà nonché Centro per la mediazione transculturale in campo sanitario.

Un punto di riferimento, dunque, nella sanità pubblica italiana, in grado di sviluppare un’assistenza sanitaria di carattere inclusivo, tanto da avere avuto il riconoscimento di best practice dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità).

E dietro i numeri, le vite, i nomi, i volti e le storie di un’emergenza umanitaria senza precedenti e di un fenomeno divenuto strutturale anche nel nostro Paese. Quella dell’INMP è una presa in carico integrata del paziente, che coinvolge infatti medici, psicologi, odontoiatri, infermieri, mediatori transculturali e antropologi negli ambulatori di Roma come a Lampedusa e, più recentemente, anche a Trapani-Milo. Qui, dal maggio 2015 - grazie a una convenzione con il Dipartimento per le Libertà Civili e l’Immigrazione del Ministero dell’Interno - l’Istituto ha allestito nei rispettivi hotspot una propria equipe per l’erogazione di prestazioni clinico-specialistiche alle persone migranti sbarcate garantendo loro assistenza medico-specialistica quotidiana, 7 giorni alla settimana. Tra i molteplici obiettivi dell’azione dell’INMP anche la comprensione e descrizione epidemiologica del profilo clinico delle persone assistite, nel continuum del loro percorso migratorio, utile alla qualità dell’assistenza erogata e alle attività di prevenzione sanitaria. Solo nel periodo compreso tra aprile e agosto del 2016, sono state effettuate circa 5mila visite mediche e specialistiche su oltre 2.900 pazienti che hanno usufruito di colloqui psicologici, interviste antropologiche e migliaia di mediazioni transculturali in lingua araba, francese, inglese, tigrina e amarica. Perché all’INMP, la cura di chi soffre passa anche attraverso la comprensione e il dialogo, come spiega Concetta Mirisola, Direttore Generale dell’Istituto: “Per una piena presa in carico sanitaria delle persone migranti, che molto spesso hanno subìto gravi traumi nei Paesi da cui sono fuggiti o durante la drammatica traversata, è fondamentale conoscere la loro lingua, il loro universo culturale, coglierne i bisogni che sono anche inespressi, per pudore o paura. Per questo, nel nostro Istituto l’approccio transculturale e orientato alla persona si fonda anche sulla presenza di figure chiave che attualmente non sono previste dal Sistema sanitario nazionale, quali l’antropologo e il mediatore transculturale. Professionalità che nella nostra struttura parlano oltre 30 lingue per meglio accogliere il vissuto di sofferenza di chi si rivolge ai nostri poliambulatori. Perché, anche se la maggior parte dei migranti che arriva nel nostro Paese è sana, almeno dal punto di vista fisico - continua il Direttore Generale INMP - sul piano psicologico la situazione è diversa, e sono in aumento coloro che presentano problemi di natura psichica, depressione e ansia, ferite spesso invisibili che compaiono nel tempo riportando alla mente le violenze subìte, il dramma di un viaggio rischioso, la morte di familiari e amici, la perdita di ogni riferimento. Sono episodi di vita difficili da dimenticare cui si aggiungono il trauma dell’arrivo, la difficile permanenza nei centri di accoglienza, la marginalizzazione sociale nei contesti di transito o di destinazione, spesso ostili. Su questi aspetti, la letteratura internazionale indica chiaramente che la prevalenza di patologie come il disturbo post-traumatico da stress aumenta moltissimo - fino al 60 per cento - in persone private della libertà personale, come il permanere nei Centri di Identificazione ed Espulsione, e che nel tempo le persone che hanno subìto questo trattamento avranno più sofferenza psicopatologica e saranno meno integrate di quelle che invece sono state accolte con buone pratiche. Per questo il sistema dell’accoglienza ha un ruolo importantissimo. A tutti loro, senza prenotazioni né liste di attesa, quotidianamente prestiamo assistenza sanitaria specialistica sia negli ambulatori di Roma sia nei centri di accoglienza di Lampedusa e Trapani-Milo. Lì i nostri team multidisciplinari sono operativi anche con un medico Pediatra per l’assistenza sanitaria ai minori, accompagnati dai familiari e ai ragazzi che hanno affrontato il viaggio da soli. Perché la tutela del diritto alla salute, in particolare per categorie estremamente vulnerabili come quella dei minori, costituisce uno degli obiettivi e degli impegni sul campo dell’INMP sul fronte dell’immigrazione. Da qui i progetti ‘Assistenza sanitaria specialistica negli Hotspot’ e ‘Progetto CARE’. In particolare, CARE (Common Approach for Refugees and other migrant’s health) è un progetto internazionale finanziato dall’Unione Europea, di cui l’INMP è stato nominato coordinatore; con esso ha preso avvio la sperimentazione e l’attivazione di un protocollo per la determinazione dell’età anagrafica dei minori non accompagnati, una metodologia secondo il modello olistico che prevede la valutazione integrata socio-psicologica e auxologica nell’obiettivo di garantire il principio del migliore interesse del minore. Per loro siamo strutturati con pediatri e psicologi anche negli ambulatori di Roma, dove in questi ultimi 3 anni abbiamo visitato per consulenze specialistiche oltre 2mila minori stranieri tra i 12 e i 17 anni, provenienti prevalentemente da Eritrea, Nigeria, Somalia, Egitto e Bangladesh. Ma nel nostro Paese gli arrivi di minori stranieri non accompagnati sono in aumento - conclude Mirisola - a conferma di un’emergenza umanitaria che necessita di azioni e sguardi solidali e inclusivi, insieme a strutture e percorsi di accoglienza minorile adeguati”.

L’impegno sul campo dell’Istituto Nazionale Salute Migrazioni e Povertà nell’assistenza sociosanitaria a migranti, rifugiati e richiedenti asilo - nella cui sede lo scorso marzo si è recato in visita ufficiale il Presidente della Repubblica Mattarella per testimoniare il comune sentire sui temi sociali e della solidarietà - attraversa i significati valoriali della Giornata Nazionale in memoria delle Vittime dell’immigrazione, istituita con legge del marzo 2016 per il 3 ottobre di ogni anno. Data scelta a fissare nella memoria una delle peggiori tragedie del mare di questi ultimi anni: il 3 ottobre del 2013 persero la vita, al largo dell’isola di Lampedusa, 368 migranti. Una Giornata di iniziative per rinnovare la memoria di quanti hanno perso la vita nel Mediterraneo - oltre 3000 solo nel corso di quest’anno - nel tentativo di emigrare verso il nostro Paese per sfuggire a guerre, persecuzioni, violenze e povertà assoluta. Un’occasione per sensibilizzare l’opinione pubblica, e i giovani in particolare, alla questione dell’immigrazione e sviluppare sensibilità, solidarietà e consapevolezza civica su una tragedia che si consuma giorno dopo giorno al largo delle nostre coste.

“L’istituzione ufficiale di questa data per ricordare tutte le vittime dell’immigrazione - afferma Mirisola - deve essere un momento di profonda riflessione per tutti, per il nostro Paese e l’Europa intera, per sollecitare l’attenzione sul bisogno di solidarietà civile, di rispetto della dignità umana e del valore della vita, elementi questi che nutrono l’impegno quotidiano di tutto il personale dell’INMP. L’auspicio è che questa Giornata non solo risvegli mature riflessioni sulla necessità e l’urgenza di inclusivi processi di dialogo tra differenti culture, ma possa soprattutto tradursi anche in risposte concrete all’emergenza umanitaria in atto impegnandoci tutti, ognuno per quello che può, su percorsi di accoglienza, ascolto dell’Altro e integrazione superando divisioni, paure irrazionali ed egoismi. Perché, di fronte al lungo elenco di vittime senza nome ingoiate ogni giorno dal Mediterraneo, non possiamo voltarci da un’altra parte: la responsabilità è morale, e nessuno può sentirsene escluso”. www.inmp.it

Tiziana Grassi

 

 

 

 

 

Referendum costituzionale, informazioni per gli elettori all’estero iscritti nell’AIRE e per i temporaneamente all’estero

 

“Con decisione del Consiglio dei Ministri adottata il 26 settembre, è stata individuata la data del 4 dicembre 2016 per il Referendum costituzionale avente ad oggetto il seguente quesito referendario: Approvate il testo della legge costituzionale concernente “disposizioni per il Superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del titolo V della parte II della Costituzione, approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 88 del 15 aprile 2016”?.

 

Gli elettori residenti all’estero ed iscritti nell’AIRE (Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero) riceveranno come di consueto il plico elettorale al loro indirizzo di residenza. Qualora l’elettore non lo ricevesse potrà sempre richiederne il duplicato all’Ufficio consolare di riferimento. Si ricorda che è onere del cittadino mantenere aggiornato l’Ufficio consolare competente circa il proprio indirizzo di residenza.

Chi invece, essendo iscritto nell’AIRE, intende votare in Italia, dovrà far pervenire all’ufficio consolare competente per residenza (Ambasciata o Consolato) un’apposita dichiarazione su carta libera che riporti: nome, cognome, data e luogo di nascita, luogo di residenza, indicazione del comune italiano d'iscrizione all'anagrafe degli italiani residenti all'estero, l'indicazione della consultazione per la quale l'elettore intende esercitare l'opzione.

La dichiarazione deve essere datata e firmata dall'elettore e accompagnata da fotocopia di un documento di identità dello stesso e può essere inviata per posta, telefax, posta elettronica anche non certificata, oppure fatta pervenire a mano al consolato, anche tramite persona diversa dall’interessato, entro i dieci giorni successivi alla data di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del Decreto del Presidente della Repubblica di convocazione dei comizi elettorali, con possibilità di revoca entro lo stesso termine.

Elettori temporaneamente all’estero.

Gli elettori italiani che per motivi di lavoro, studio o cure mediche si trovano temporaneamente all’estero per un periodo di almeno tre mesi nel quale ricade la data di svolgimento del Referendum, nonché i familiari con loro conviventi, potranno partecipare al voto per corrispondenza organizzato dagli uffici consolari italiani (legge 459 del 27 dicembre 2001, comma 1 dell’art. 4-bis), ricevendo la scheda al loro indirizzo all’estero.

Per partecipare al voto all’estero, tali elettori dovranno far pervenire al comune d’iscrizione nelle liste elettorali un’apposita opzione. Si ricorda che l’opzione è valida solo per il voto cui si riferisce (ovvero, in questo caso, per il Referendum del 4 dicembre 2016). L’opzione può essere inviata per posta, telefax, posta elettronica anche non certificata, oppure fatta pervenire a mano al Comune anche da persona diversa dall’interessato (nel sito www.indicepa.gov.it   sono reperibili gli indirizzi di posta elettronica certificata dei comuni italiani).

La dichiarazione di opzione, redatta su carta libera e obbligatoriamente corredata di copia di documento d’identità valido dell’elettore, deve in ogni caso contenere l’indirizzo postale estero cui va inviato il plico elettorale, l’indicazione dell’Ufficio consolare competente per territorio e una dichiarazione attestante il possesso dei requisiti per l’ammissione al voto per corrispondenza (vale a dire che ci si trova - per motivi di lavoro, studio o cure mediche - in un Paese estero in cui non si è anagraficamente residenti per un periodo di almeno tre mesi nel quale ricade la data di svolgimento del referendum; oppure, che si è familiare convivente di un cittadino che si trova nelle predette condizioni).

 

Il sottosegretario all’Interno Domenico Manzione ha risposto alla Camera dei Deputati ad un’interrogazione del Movimento 5 Stelle, in cui si richiede se non si intendano adottare “iniziative normative atte a prorogare il termine” utile per l’esercizio dell’opzione che consente ai cittadini italiani che si trovano temporaneamente all’estero di votare per corrispondenza.

Il termine fissato dalla nuova legge elettorale (denominata Italicum) – che estende la possibilità di votare per corrispondenza anche a coloro che si trovano all’estero per motivi di lavoro, studio o cure mediche per un periodo di almeno tre mesi in cui ricade la consultazione elettorale – è infatti quello dei 10 giorni successivi alla data di pubblicazione del decreto di convocazione dei comizi elettorali. Nel caso del referendum costituzionale, previsto il 4 dicembre prossimo, il termine ultimo per l’esercizio di tale opzione sarebbe dunque l’8 ottobre, un tempo che gli interroganti giudicano estremamente esiguo e che “rischia di vanificare se non annullare la ratio della norma stessa, che deve rendere accessibile ed estendere il più possibile l’esercizio del diritto di voto”.

Nella risposta Manzione ha ribadito come la possibilità di votare per corrispondenza sia stata riconosciuta anche ai temporaneamente all’estero e ai loro familiari conviventi “nell'ottica di garantire la partecipazione alla vita politica del Paese a tutti i cittadini italiani” e ricorda come tale esercizio di voto sia  “subordinato all’espressione di un’opzione da far pervenire al comune di iscrizione nelle liste elettorali entro i dieci giorni successivi alla pubblicazione del decreto di convocazione dei comizi elettorali, avvenuta, per il referendum in questione – precisa, - nella Gazzetta Ufficiale del 28 settembre scorso”.

“Al riguardo rappresento che, come già avvenuto per il referendum abrogativo dello scorso aprile relativo alle trivellazioni in mare, l’amministrazione dell’Interno in vista del referendum costituzionale del prossimo 4 dicembre ha emanato due giorni fa una circolare con cui ha dato indicazione ai comuni di considerare valide le opzioni che perverranno entro il trentaduesimo giorno antecedente la votazione, ossia entro il 2 novembre prossimo, anziché l’8 ottobre – segnala il sottosegretario, sottolineando come “il termine del 2 novembre risulti essere l’ultima data utile per consentire al ministero dell’Interno di trasmettere tempestivamente al ministero degli Affari Esteri i nominativi degli optanti ai fini della formazione dell’elenco degli elettori all’estero, elenco necessario alla stampa del materiale elettorale e alla spedizione dei plichi che i consolati devono completare entro il diciottesimo giorno antecedente la votazione”.

“Con la medesima circolare, per agevolare l’esercizio dell’opzione da parte degli elettori interessati – aggiunge Manzione, - i prefetti sono stati invitati a sensibilizzare le amministrazioni comunali affinché inseriscano nell’homepage del proprio sito un indirizzo di posta elettronica non certificata utile ai fini della trasmissione delle domande medesime”.

 

Secondo i dati del Viminale, il corpo elettorale, ripartito negli 8.000 Comuni e nelle 61.576 sezioni elettorali del territorio nazionale (il dato sezioni elettorali è aggiornato al 31 dicembre 2015), è di 47.212.590 elettori, di cui 22.700.892 maschi e 24.511.698 femmine. A questi vanno aggiunti i 4.029.231 elettori residenti all’estero, di cui 2.090.052 maschi e 1.939.179 femmine. I connazionali residenti all’estero riceveranno il plico con il materiale a casa: dunque è fondamentale aggiornare i Consolati sul proprio recapito.

 

Tutti coloro che di recente hanno cambiato indirizzo sono invitati a comunicare subito i cambiamenti al Consolato di riferimento, così da evitare che il plico elettorale possa andare perso.  Non è solo una questione di spreco di soldi, ma si tratta di potere esercitare il proprio diritto di voto, soprattutto rispetto ad un appuntamento elettorale come quello del referendum costituzionale, destinato a segnare il futuro del nostro Paese. Dip 30

 

 

 

 

Rotta balcanica. Immigrazione, Ue ostaggio della Turchia

 

Parola d’ordine appeasement. Dopo due mesi di crisi diplomatica seguita alla repressione scatenata dal presidente turco Racep Tayip Erdogan dopo il tentato colpo di stato del 15 luglio, Unione europea, Ue, e Turchia sono tornate a confrontarsi sul piano comune per la gestione dei flussi migratori.

 

Deposte le armi, è spettato all’Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini, in conferenza stampa congiunta ad Ankara con esponenti del governo turco,chiarire che la stagione della diffidenza e dei sospetti (per il momento) è congelata.

 

“Nel rapporto tra Ue e Turchia dovremmo parlare di più tra di noi e meno di noi, sempre con rispetto e chiarezza”. Parole misurate che segnano una chiusura delle ostilità imposta dall’impennata di migranti arrivati in Grecia e Bulgaria nelle settimane concitate seguite al tentativo di golpe e alla stabilizzazione manu militari.

 

Sbloccato l’Emergency Social Safety Net

Di fatto, nonostante l’accordo Ue-Turchia entrato in vigore lo scorso aprile, la rotta est-mediterranea (più conosciuta come quella balcanica) non si è estinta.

 

Stando ai dati diffusi dall’agenzia per il controllo delle frontiere esterne dell’Unione Frontex, ad agosto 2016 nelle aree frontaliere comprese tra Turchia, Grecia e Bulgaria sono transitati 169.152 migranti. Dato che sebbene di misura, supera persino quello della pluri-attenzionata rotta centro-mediterranea che approda in Italia, dove ad agosto 2016 gli sbarchi registrati sono stati 116.705.

 

A far tremare le vene a Bruxelles sono stati, in particolare, i 122. 079 migranti che sono riusciti a proseguire il viaggio lungo la rotta balcanica. Un flusso che per quanto contenuto è stato stigmatizzato dal gruppo di Visegrad come la conferma dell’inanità europea.

 

Per questo la risposta dell’Ue non si è fatta attendere. All’unisono, Mogherini e il Commissario per gli Aiuti umanitari e la gestione delle crisi Christos Stylianides, l’8 settembre hanno annunciato lo sblocco dell’Emergency Social Safety Net, Essn. Un programma da 348 milioni di euro che l’Unione realizzerà insieme al Programma mondiale alimentare e in partnership con le autorità turche e la Mezzaluna rossa per garantire ai migranti ospitati in Turchia un contributo finanziario per fronteggiare autonomamente le necessità quotidiane connesse al sostentamento, all’istruzione e all’abitazione.

 

Per ridurre i costi intermedi connessi alla gestione da parte delle autorità locali e massimizzare i benefici per i destinatari, il contributo verrà elargito mensilmente su carte di debito che saranno consegnate, entro il primo trimestre 2017, a circa un terzo dei tre milioni di migranti, per lo più siriani, residenti in Turchia.

 

I ricollocamenti che non decollano

La contropartita della più imponente operazione umanitaria mai realizzata dall’Unione, dovrebbe essere il riavvio dei controlli frontalieri al valico turco-greco-bulgaro. Un impegno che nelle intenzioni di Bruxelles dovrebbe servire almeno a contenere l’emergenza accoglienza fronteggiata dalla Grecia.

 

A un anno dall’accordo Ue sul piano biennale per il ricollocamento di circa 160 mila migranti, secondo l’UNHCR solo 4.776 richiedenti asilo sono stati trasferiti da Grecia e Italia.

 

La stessa Commissione ha recentemente ammesso che il numero dei posti messi a disposizione dagli stati membri per ospitare i rifugiati continua ad essere del tutto inadeguato. Di qui le difficoltà registrate in Grecia, dove ad oggi, circa 57mila migranti restano intrappolati in strutture di accoglienza sovraffollate e potenzialmente incandescenti.

 

A metà settembre,nel centro di accoglienza di Moria, nell’isola di Lesbo, si sono registrati scontri tra migranti e forze dell’ordine a margine di una manifestazione di protesta organizzata dai migranti dopo la diffusione di notizie su imminenti respingimenti forzati verso la Turchia.

 

L’asse protezionistico serbo ungherese

Anche se, rispetto allo scorso anno, il percorso lungo la rotta balcanica verso il nord Europa è diventato più pericoloso e più costoso, chi può, abbandona la Grecia attraversando la Macedonia e la Serbia con l’aiuto di trafficanti locali.

 

Per molti migranti la prima criticità arriva in Ungheria. Qui, stando all’UNHCR dal 5 luglio scorso è in vigore una legge estremamente repressiva che ha inasprito i controlli nelle aree a ridosso del confine sud dove la polizia sta effettuando sistematicamente respingimenti oltre-confine spesso in aree remote e senza servizi.

 

Ogni giorno soltanto 30 persone vengono autorizzate dalle autorità ungheresi a passare dai valichi di Horgos e Kelebija, per questo il numero di persone che attendono di varcare il confine nell’area di accoglienza governative e informali in Serbia è più che raddoppiato.

 

Il 5 settembre scorso durante un mini-vertice tra il premier serbo, Aleksandar Vucic, e il suo omologo ungherese, Viktor Orban, anche Belgrado si è allineata ai toni protezionistici magiari puntando il dito contro (i presunti) finti profughi.

 

Il ministro del Lavoro e degli Affari sociali Aleksandar Vulin ha dichiarato che sta considerando “misure più drastiche, comprese le barriere ai confini” per limitare l'afflusso di persone dai confini meridionali. “Abbiamo dislocato pattuglie miste di militari e poliziotti alle frontiere, ma uno dei modi per ridurre il numero dei migranti potrebbero essere barriere o altri tipi di ostacoli”.

 

Proposito che la dice lunga sulla fiducia riposta dalla cancelleria balcanica nell’accordo Ue-Turchia. Un’intesa ribadita anche dal recente incontro europeo di Bratislava, la cui attuazione resta però ostaggio della partita sulla liberalizzazione dei visti.

 

Se i desiderata turchi non dovessero andare a buon fine,i 2.7 milioni di profughi attualmente ospitati in Turchia potrebbero muoversi verso l’Europa. Uno scenario catastrofico, tanto più in un anno che vede in agenda scadenza elettorali decisive come quelle previste in Austria, Francia, Germania e Olanda.

Enza Roberta Petrillo, ricercatrice l’Università “Sapienza” AffInt

 

 

 

 

Migranti, la nostalgia dei muri e la sfiducia nell'Europa. Sondaggio: 83% vuole più controlli nell'area Schengen

 

Atlante politico. Rilevazione Demos-Repubblica: favorevole alla linea dura la maggioranza di chi vota Lega e Forza Italia. Ma sono d'accordo anche il 49% di quelli dell'M5s e il 38% di quelli del centrosinistra - di ILVO DIAMANTI

 

Matteo Renzi ha avviato un conflitto permanente, in Europa. In particolare con gli azionisti di riferimento dell'Unione. Germania e Francia. Con i quali ha polemizzato per il mancato invito al prossimo vertice di Berlino.

 

Si tratta, peraltro, di un atteggiamento sperimentato dal premier, in diverse occasioni. Più che euro-scettico: euro-tattico. A fini esterni e ancor più interni. All'esterno, nei confronti dei governi forti della Ue, Renzi mira a ottenere più flessibilità nei conti. E maggiore sostegno di fronte al problema dell'immigrazione. Verso l'interno: cerca di allargare i propri consensi. Oltre la cerchia del Pd. Perché gli italiani sono anch'essi euro-tattici, come il premier. Hanno bisogno degli aiuti della Ue, ma la guardano con diffidenza. E temono gli immigrati. Si sentono esposti e vulnerabili ai flussi migratori. Così Matteo Renzi parla a Bruxelles e a Berlino. Ma si rivolge al proprio Paese. Agli elettori che lo sostengono, ma anche - ancor più - a quelli più tiepidi e distaccati. Tanto più in questo periodo di campagna elettorale in vista del prossimo referendum costituzionale.

 

D'altronde, come abbiamo osservato altre volte, l'atteggiamento degli italiani verso l'Unione si è sensibilmente raffreddato, dopo l'ingresso nell'euro, nei primi anni 2000. Allora eravamo i più eu(ro)forici in Europa. Quasi il 60% esprimeva, infatti, fiducia verso le istituzioni comunitarie. Ma il clima d'opinione è cambiato in fretta. Fino a scendere sotto il 30%, negli ultimi anni. Oggi è al 27%. E i più delusi sono gli elettori incerti, che Renzi contende ai partiti decisamente euro-scettici. In primo luogo: Lega e M5s. Tuttavia, non bisogna pensare che gli italiani se ne vogliano andare dalla Ue, seguendo Salvini e la Lega. Né che intendano abbandonare l'euro, come vorrebbero Grillo e il M5s. La maggioranza, anche se largamente insoddisfatta, preferisce, comunque, restare. Perché la Ue e l'euro non ci piacciono. Però non si sa mai... Fuori potrebbe andarci molto peggio.

 

Tuttavia, il percorso verso l'unificazione lascia gli italiani sempre più insoddisfatti. Non solo sotto il profilo economico, monetario. E, naturalmente, politico. Ma, ancor più, territoriale. Perché, per esistere, uno Stato deve avere un territorio de-finito. Cioè, de-limitato. Uno Stato - federale - europeo deve avere confini esterni precisi. E confini interni, cioè, fra gli Stati nazionali, aperti. Comunque: sempre più aperti. Invece, i confini esterni appaiono sempre più incerti, mentre quelli interni si ripropongono, sempre più evidenti. Marcati, talora, da muri (come in Austria e Ungheria). Mentre le frontiere diventano barriere. Come ha previsto il Regno Unito. D'altronde, la minaccia terroristica ha spinto a rafforzare i controlli. In Francia, anzitutto. Ma questa domanda è cresciuta anche altrove. In Italia, ad esempio. Dove le paure "globali" si diffondono in misura crescente, come ha sottolineato il Rapporto dell'Osservatorio sulla sicurezza dei cittadini (curato da Demos con l'Osservatorio di Pavia e la Fond. Unipolis).

 

Oggi, infatti, nel nostro Paese la richiesta di marcare e sorvegliare i confini appare largamente condivisa. Solo il 15% degli italiani (del campione rappresentativo intervistato da Demos nei giorni scorsi) pensa che il trattato di Schengen vada mantenuto. Garantendo la libera circolazione dei cittadini europei fra gli Stati (membri). Mentre una quota molto più ampia, prossima alla maggioranza assoluta, (48%) ritiene che occorra sorvegliare le frontiere. Sempre. E una componente anch'essa estesa, oltre un terzo della popolazione, vorrebbe che i confini nazionali venissero controllati "in alcune circostanze particolari".

 

Il sogno europeo, immaginato e perseguito da "visionari", come Altiero Spinelli, Jean Monnet, Robert Schuman e Konrad Adenauer, rischia, dunque, di fare i conti con un brusco risveglio. Almeno in Italia. Dove una larga maggioranza dei cittadini pensa di rientrare dentro alle mura, o almeno, alle frontiere, degli Stati nazionali. Questo sentimento si associa a orientamenti politici precisi. Raggiunge, infatti, livelli elevatissimi fra gli elettori della Lega (oltre 70%) e di Centro-destra (due terzi, nella base di Forza Italia). Ma incontra un sostegno ampio (quasi 50%) anche tra chi vota M5s. Mentre si riduce sensibilmente (sotto il 40%) nella base del Centro-sinistra. La richiesta di frontiere, peraltro, declina in modo particolare fra i giovani e gli studenti. Abituati a frequentare le Università europee, grazie al programma Erasmus.

 

Tuttavia, se valutiamo le principali ragioni che concorrono ad alimentare questo orientamento, una, fra le altre, assume particolare rilievo. Il timore suscitato dagli immigrati. L'arrivo e la presenza degli stranieri. Più della sfiducia nell'Unione europea e nelle sue istituzioni di governo, infatti, è la "paura degli altri" che alimenta la domanda di rafforzare il controllo delle frontiere. E contribuisce, in qualche misura, a far crescere la nostalgia dei muri. Come se le frontiere e gli stessi muri potessero "chiudere" (e proteggere) un Paese "aperto" come il nostro. Verso Est, l'Africa e il Medio Oriente. Circondato, in larga misura, dal mare. In tempi di globalizzazione. Dove tutto ciò che avviene dovunque, nel mondo, può avere effetto immediato sulla nostra vita. Sulla nostra condizione. Sul nostro contesto.

 

Per questo il dibattito politico sulle frontiere, in Europa ma anche in Italia, appare dettato da ragioni politiche e ideologiche. Perché le frontiere servono a riconoscere gli altri e de-finire noi stessi. E, in quanto tali, come ha scritto Régis Debray, possono costituire "un rimedio contro l'epidemia dei muri". Ma quando diventano muri ci impediscono di guardare lontano. Alimentano solo la nostra in-sicurezza. Non alleviano le nostre paure. Ma rafforzano solo gli imprenditori politici delle paure. LR 26

 

 

 

 

 

Referendum costituzionale. I rischi per l’Italia se vince il No

 

Accantoniamo per un momento la non-diplomatica “interferenza” per il sì dell’ambasciatore americano John Philipps o le fosche previsioni dell’agenzia di rating Fitch in caso di vittoria del no. Nessuno tuttavia può davvero negare che in Europa non serpeggi una certa preoccupazione in vista del referendum sulla riforma costituzionale italiana.

 

Sembrerebbe un argomento di cucina domestica, di interesse per i soli italiani. Ma da alcuni anni, per non dire decenni, i fatti interni di un Paese si riflettono direttamente sui destini dell’intera Unione europea, Ue. Basti vedere l’ansia con cui sono state seguite nel recente passato le elezioni in Grecia o quelle ancora oggi pendenti in Austria.

 

Per non parlare poi dell’attenzione parossistica sul referendum inglese, che in effetti ha rimesso in gioco l’intera struttura dell’Unione, oggi alle prese con la prima uscita di un proprio membro dal club comune. Vi sono quindi buone ragioni per comprendere il nervosismo dei mercati finanziari sul futuro dell’Italia (e dell’Euro), nonché il fiato sospeso di Bruxelles (e Berlino) sul risultato del voto italiano.

 

Ma questi timori sono solo una parte, forse la più piccola, di un dibattito italiano poco attento alle ragioni europee e internazionali che giustificano la sostanza di una riforma costituzionale che il governo di Matteo Renzi ha portato a termine attraverso sei letture nel nostro Parlamento.

 

Un presidente del consiglio più forte in ambito internazionale

Come è noto, alcuni costituzionalisti hanno arricciato, a dire poco, il naso davanti al testo varato dalle camere. Una delle obiezioni, sostenuta perfino dalla minoranza del PD (magari dalla memoria corta), è di un eccessivo accentramento di poteri nelle mani del Presidente del Consiglio. A parte il fatto che anche la proposta di riforma varata dalla bicamerale Berlusconi-D’Alema (1997) sosteneva l’urgente necessità di rafforzare il Premier,vi è una chiara esigenza europea e internazionale a giustificarla.

 

La nascita e il sempre maggiore ruolo assunto dai Consigli europei all’interno del sistema decisionale dell’Ue impone una presenza continua e attenta dei primi ministri. Con la crisi finanziaria del 2008 e con il conseguente rischio di fare saltare l’Euro, il Consiglio europeo si è riunito con cadenza quasi mensile per diversi anni.

 

Ma al di là degli aspetti economici, i capi di stato dell’Ue decidono ormai su tutto, dalla lotta al terrorismo alle problematiche relative all’immigrazione. Lasciamo stare la valutazione sull’efficacia o meno di questa forma di “governo” dell’Ue (fra il resto prevista dal trattato di Lisbona), ma è evidente a tutti che il premier nazionale deve essere in grado di dirigere e coordinare tutte le competenze del governo che lo impegnano al tavolo del Consiglio europeo.

 

Lo stesso discorso vale, in termini più generici, per quanto riguarda la nostra partecipazione nei vari G7 o G20 che siano (di qui le preoccupazioni americane). Quindi accentrare i poteri nella Presidenza del Consiglio è un’esigenza dettata dall’evoluzione istituzionale dell’Ue e da un diffuso “verticismo” multipolare nelle relazioni internazionali.

 

D’altronde, quella di gestire in prima persona i dossier internazionali è una caratteristica di tutte le principali democrazie europee, dal Cancelliere in Germania al Primo ministro in Inghilterra. Forse, quindi, al di là degli aspetti di equilibrio interno fra diversi ruoli istituzionali, varrebbe la pena dare un’occhiata a quelli che sono gli interessi italiani nel contesto europeo e internazionale.

 

L’inefficienza del bicameralismo perfetto

A seguire, le obiezioni sulla riforma puntano l’attenzione sui rischi per la democraticità del futuro sistema istituzionale. È un tema un po’ sfuggente, poiché nessuno sembra mettere in dubbio i guasti prodotti dal bicameralismo perfetto, ma molti si attaccano nuovamente allo sbilancio degli equilibri di potere verso il Presidente del Consiglio con la sopravvivenza di una sola camera.

 

Anche in questo caso agli scettici o bastian contrari va ricordato come nel resto d’Europa laddove esiste il sistema bicamerale si preveda una distinzione di competenze e che nessun rischio alla democrazia si è per ciò palesato.

 

Al contrario, vale forse la pena valutare come questo farraginoso e ormai antistorico sistema di poteri perfettamente coincidenti di Camera e Senato abbia generato numerose deficienze anche rispetto ai nostri obblighi nei confronti dell’Ue.

 

Basti pensare ai ritardi cumulati nell’adozione delle direttive comunitarie o alle numerose condanne che quei ritardi hanno fatto subire al nostro Paese, sempre nella lista dei paesi reprobi dell’Ue.

 

Non si confonda quindi democrazia con inefficienza: quest’ultima semmai è all’origine proprio delle disuguaglianze e del diverso trattamento che i nostri cittadini hanno vissuto rispetto a quelli di altri paesi dell’Ue.

 

Per un Paese più efficiente vi è quindi estremo bisogno di rivedere l’intera catena di comando fra potere esecutivo e legislativo. I contrappesi, è evidente, devono funzionare, ma questo non vuol dire che ciò deve avvenire a scapito dell’efficienza. In un mondo sempre più competitivo e in un’Unione che ha bisogno di decisioni radicali per potere sopravvivere ai venti dell’antipolitica è necessario chiarire meglio la distinzione di ruoli fra esecutivo e legislativo.

 

Per troppi anni l’Italia ha vissuto nella confusione e sovrapposizione dei due ruoli, che se avevano qualche senso ai tempi del compromesso storico, con un governo democristiano e con un parlamento affidato alla direzione dei comunisti, oggi il paese necessita di efficienza, autorevolezza e credibilità.

 

I partner europei sperano in un’Italia più forte

Tutte qualità di cui non solo noi, ma anche i nostri partner europei sentono estremo bisogno: un’Italia più forte è una delle poche speranze per quel che resta del disegno unitario europeo.

 

Cedere alla malafede di una certa opposizione interna, che prima approva e poi respinge la riforma istituzionale, o allo scetticismo, per quanto rispettabile, di qualche costituzionalista sarebbe deleterio.

 

La riforma va vista in tutti i suoi aspetti e riflessi, sia interni che internazionali. Ci vuole uno sguardo un po’ più lungo rispetto a un dibattito interno per slogan o per posizioni preconcette. Dire no alla riforma significherebbe negare il nostro interesse europeo e internazionale a giocare un ruolo da grande nazione.

Gianni Bonvicini, Adige/AffInt. 22

 

 

 

 

Migranti, Merkel: "Stringeremo accordi con Egitto e altri Paesi africani"

 

Dal summit di Vienna con undici Stati coinvolti dal fenomeno della migrazione: "La Germania accoglierà ogni mese da Italia e Grecia centinaia di profughi con il permesso di soggiorno. Contrasteremo l'illegalità"

 

VIENNA - Stringere accordi con i Paesi africani e repingere gli immigrati illegali. La cancelliera tedesca Angela Merkel, dal summit di Vienna con 11 Paesi direttamente interessati dall'emergenza migranti - molti dei quali situati lungo la 'rotta balcanica' - ha annunciato che accordi simili a quello con la Turchia sui migranti verranno conclusi dall'Ue con l'Egitto e con altri Paesi dell'Africa ma con Pakistan e Afghanistan. Ha sottolineato inoltre che è necessario intensificare l'opera di respingimento di coloro che non hanno diritto all'asilo: "Noi vogliamo contrastare l'illegalità nel suo complesso e rafforzare la legalità".

 

Al termine dell'incontro Merkel ha detto che probabilmente l'agenzia Frontex allargherà le sue competenze. La Grecia, ha aggiunto, "si è detta disponibile a fornire assistenza per il controllo della frontiera con la Macedonia, e altri Paesi hanno mostrato forte interesse al riguardo. La Germania accoglierà ogni mese da Italia e Grecia centinaia di profughi con il permesso di soggiorno". La Merkel ha sottolineato la "necessità di bloccare l'immigrazione illegale al confine della Ue, assicurando a Italia e Grecia ulteriori aiuti. "La Ue ha fatto notevoli passi avanti nella lotta all'immigrazione illegale, e molto è stato fatto rispetto alla situazione di un anno fa" ha detto la cancelliera.

 

A marzo la chiusura della "rotta dei balcani" su iniziativa austriaca e la firma di un accordo controverso di reinvio dei migranti tra Ue e Turchia ha portato a una riduzione del numero degli arrivi via Mediterraneo. Secondo

l'Unhcr, alto commissariato Onu per i rifugiati, sono circa 300mila i migranti che hanno attraversato finora il Mediterraneo nel 2016, per arrivare principalmente in Italia. Nello stesso periodo del 2015 erano 520mila, mentre nel 2014 erano oltre 216mila. LR 24

 

 

 

 

Riunito a Francoforte l’Intercomites

 

Francoforte. In data 24 e 25 settembre si è tenuta a Francoforte la seconda riunione del 2016 dell'Intercomites Germania a cui hanno partecipato 10 Presidenti Comites , 6 membri del CGIE Germania e per l'Ambasciata il Consigliere per gli affari sociali Massimo Darchini. Purtroppo nessuno dei parlamentari eletti all'estero era presente.

Diversi i punti all'ordine del giorno. Sabato 24: Approvazione della “bozza del verbale” della riunione del 21/22 maggio; Informazioni e riflessioni sui capitoli di bilancio 3153,3103,3106; Prossimo Referendum; Ratifica del Presidente Giuseppe Scigliano quale portavoce dell'Intercomites; Riforme Comites e CGIE; Calendario riunioni 2017; Rafforzamento dei servizi Consolari;

Domenica 25: Intervento Scolastico-culturale; Gli anziani italiani in Germania;

Pubblicità dei verbali; Conferenza degli italiani eletti negli organismi politici tedeschi; Varie.

Come si può vedere dai punti dell'ordine del Giorno, le due giornate sono state piene di interventi miranti ad analizzare e dare risposte ad alcuni quesiti ritenuti prioritari per la nostra emigrazione.

Sono stati approfonditi i seguenti punti:

l'intervento scolastico (è stato approvato un documento all'unanimità) Il rischio è quello di far diventare sterile gli interventi a favore dei ragazzi in età scolare se il Governo non dovesse mettere a disposizione i contributi necessari per poter effettuare in modo adeguato l'insegnamento della lingua italiana all'estero che sempre più viene delegata agli enti gestori; 

I servizi consolari che molto spesso lasciano a desiderare e che non sono uniformi sul territorio hanno dato adito a diversi presidenti di far presente quanto avviene in Germania. Quasi tutti hanno esternato la loro sensibilità per le lacune e le criticità dei consolati di loro competenza. 

La riforma degli organismi di rappresentanza (a tal proposito è stato approvato all’unanimità un documento. Si è del parere che la vecchia legge, pur necessitando di vistosi cambiamenti, dovrebbe essere alla base della nuova riforma. Si è convinti che siano più incisivi i Comites radicati sul territorio. Tra le proposte di cambiamento tutti sono convinti che i Comites debbano agire in piena autonomia rispetto alle autorità consolari, sui quali i Comites dovrebbero dare una valutazione. I pareri espressi nei confronti dei bilanci preventivi di chi fa richiesta di contributi, dovrebbero essere vincolanti. Il CGIE dovrebbe continuare il suo ruolo importante, i parlamentari eletti all'estero non sostituiscono il delicato compito consultivo che questo organismo ha sempre avuto. l'Intercomites è altresì un organismo importante in quanto punto d'incontro tra i vari Comites di una nazione, i loro membri del CGIE ed i parlamentari.

Tutti i presenti si sono mostrati concordi nel voler diffondere in maniera neutrale, l'invito a votare per il prossimo Referendum che si terrà il 4 di dicembre.

Grande interesse ha poi mostrato l'assemblea verso gli anziani. Studi, dibattiti e conferenze dovranno dare risposte sul loro mondo.

Si è discusso poi sulla necessità di poter organizzare in futuro una conferenza degli italiani eletti negli organismi politici tedeschi.

Nell'insieme è stata una riunione costruttiva e lo dimostra il fatto che ben due documenti siano stati approvati all'unanimità.

Il portavoce dell'Intercomites Germania Dott.Giuseppe Scigliano (de.it.press)

 

 

 

 

 

Carmine Macaluso (presidente Acli Baviera) propone nel 2017 gli Stati Generali dell’Associazionismo italiano in Germania

 

Monaco di Baviera – Convocare nel 2017 gli Stati Generali dell’Associazionismo italiano in Germania. La proposta viene avanzata dal presidente delle Acli in Baviera Carmine Macaluso in una lettera aperta all’ambasciatore d’Italia a Berlino  Pietro Benassi. Macaluso ritorna così, approfondendola “per un chiarimento di generale interesse”, sulla proposta da lui già formulata in occasione di un incontro dell’ambasciatore a Monaco di Baviera (il 14 settembre scorso presso l’Istituto L.Da Vinci) con i rappresentanti  della comunità italiana per uno “scambio di vedute, proposte e richieste di miglioramento di servizi”.

Nella lettera aperta Macaluso motiva articolatamente la richiesta. Con una premessa: “Nel 2017 ricorre il 60° anniversario dei contratti che siglavano a Roma nel 1957, in embrione, le premesse per lo sviluppo di una comunità che potesse raccogliere e superare le sfide che il secondo dopoguerra in Europa, ineludibilmente, prospettava. A marzo, quindi, del prossimo anno, in Italia si celebrano le commemorazioni di un atto che ha segnato, in positivo, i percorsi della storia in Europa, assicurando un lungo periodo di pace, progresso e spirito di cooperazione”. In tale cornice, scrive Macaluso, “convocare in Germania gli stati generali dell’associazionismo italiano per  iniziativa, preferibilmente, dell’Ambasciata ed Intercomites assume, perlomeno, una doppia valenza: ricordare un momento fondamentale della genesi della Comunitá europea  legata indissolubilmente, per parte italiana, anche al fenomeno di emigrazione di massa che proprio in quegli anni,in virtú dei contratti bilaterali tra i Governi, tracciava e regolava i flussi della numerosa presenza di connazionali in Germania; soprattutto analizzare lo status quo dell’associazionismo italiano in Germania, considerato linfa vitale della società civile e ricercare le vie per superare insieme le sofferenze e difficoltà che negli ultimi anni ha registrato e prospettare nuovi approdi d’identità nella realtà tedesca di riferimento”.

“Dopo le vicende – scrive ancora il presidente delle Acli in Baviera - che hanno caratterizzato il rinnovo, prima del Comites, poi dell’Intercomites, con lunghi anni in attesa della riforma che ne regolasse l’elezione, lo scollamento tra le nostre collettività  e questi organismi di rappresentanza  è evidente, attestato da una minima partecipazione al voto”. La convocazione degli Stati generali  è pertanto “fondamentale” per: “profilare  le organizzazioni e rilanciare la capacità aggregativa del mondo associativo con il supporto dei nuovi mezzi  di comunicazione; fissare un tavolo di programmazione e di coordinamento duraturo su temi di comune interesse per la diffusione di valori e tradizioni italiane; accelerare i processi di integrazione europea e raccogliere le sfide di una partecipazione nella societá di accoglimento tedesca che intercetti  la sfera politica, culturale, economica, sociale e dello sport”.

Macaluso ricorda poi un altro appuntamento di richiamo internazionale del 2017: il  G7 che si svolgerà a Taormina,

in Sicilia. Inoltre in Sicilia sempre nel 2017 si svolgeranno anche le elezioni per il rinnovo del Parlamento regionale, ricorda ancora Macaluso, evidenziando anche che “la Germania accoglie la più numerosa ollettività di siciliani nel mondo, con oltre duecentomila presenze”. Appunto “per la sensibilizzazione sulla problematica dell’emigrazione,in questo caso siciliana, in Germania e soprattutto per allacciare rapporti economici e ribadire una possibile politica  di investimenti tedeschi in Sicilia, creandovi  condizioni favorevoli e preferenziali”  il presidente Acli Baviera propone iniziative come “invitare il neo eletto presidente della Regione Sicilia in Germania per un incontro con la collettività,l’associazionismo regionale e il mondo politico e l’imprenditoria locale; prevedere la presenza di carretti siciliani nella prossima edizione dell’Oktoberfest 2017 nella sfilata inaugurale,quest’anno con oltre novemila partecipanti,trasmessa sui canali televisivi nazionali, collegato ad un programma di presentazione turistica, produzione industriale , artigianale ed eno-gastronomica  e proiezioni sugli approdi portuali e areoportuali in Sicilia; considerare nuove forme di rappresentanza della collettività siciliana in Germania, nel mondo, che superi in dignità e sostanza le timide ed,ormai,insufficienti esperienze della Consulta dell’emigrazione”. “Ambisco ad una programmazione di ampio respiro. Eccoci pronti, apriamo le finestre in lunghi anni cautamente spiragliate. E’ cambiato radicalmente, in questi ultimi cinquant’anni il concetto di isola, perché è mutato il modo di vivere e, quindi, di agire” conclude Carmine Macaluso. dip

 

 

 

 

 

Retedonne a Lipsia. “Che genere di medicina? Medicina di genere: una prospettiva per le donne”

 

Lipsia. Nella bella cornice del KunstKraftwerk di Lipsia, il centro culturale che fa capo all’oncologa italiana Luisa Mantovani, ha avuto luogo sabato 24 settembre l’annuale incontro di Retedonne, associazione che riunisce donne italiane residenti all’estero. Tema proposto per il convegno "Che genere di medicina? Medicina di genere: una prospettiva per le donne".

Lisa Mazzi in qualità di presidente dell’associazione ha aperto la giornata e, dopo i saluti istituzionali di Matteo Pardo, addetto scientifico presso l’ambasciata di Berlino, e di Laura Garavini, parlamentare eletta nelle liste PD degli italiani all’estero, si è entrati subito nel vivo del tema proposto.

Relatrici invitate: Luisa Mantovani, primario oncologo presso l’ospedale St. Georg di Lipsia, fondatrice del centro culturale Kunstkraftwerk, e promotrice di molteplici iniziative che mirano a offrire al paziente oncologico e ai suoi familiari un trattamento interdisciplinare ed integrativo, come “Haus Leben Leipzig” un centro che offre una vasta gamma di attività di supporto per i pazienti affetti da tumore e il “Friesenest” dove vengono sostenuti ed accompagnati con programmi artistico/pedagogici bambini in età scolare di genitori malati di cancro.

Fortunata Dini, psicologa e psicoterapeuta, ideatrice ed organizzatrice del Festival “Donna e Salute”, un ponte di buone pratiche, ci ha parlato del riduzionismo che caratterizza l’approccio del modello biomedico della medicina occidentale a favore del modello biopsicosociale che apre la porta ad approcci di tipo olistico e centrati sull’individuo.

Anna Periz, psicoanalista di formazione junghiana ha ripercorso la storia della Psiche femminile come luogo di ricerca dalla prospettiva de-genere dei primi studiosi, ricordando i crudeli spettacoli del “museo patologico vivente", come lo stesso Charcot chiamava l’ospedale psichiatrico Salpêtrièr, da lui diretto (1862).

La farmacologa Flavia Franconi, professore ordinario di Farmacologia Cellulare e Molecolare presso la Facoltà di Farmacia di Sassari e Assessore alla Regione Basilicata, che avrebbe illustrato le implicazioni “di genere” nella ricerca farmaceutica, ha disdetto la sua presenza a causa della cancellazione del volo Lufthansa Monaco-Lipsia.

Obiettivo della giornata era affrontare sotto diverse angolazioni, esperienze e conoscenze, il tema della medicina di genere, in particolare attraverso un approccio clinico (Luisa Mantovani), istituzionale e sociale (Fortunata Dini), culturale (Anna Periz).

Il tema della medicina di genere è di grande attualità tanto che, ci ha anticipato l’onorevole Garavini, sarà nell’agenda del prossimo incontro dei G7 in Italia.

Interessante l’intervento di Fortunata Dini, che, alla luce dell’esperienza maturata all’interno dell’associazione “Salute&Genere” di cui è presidente, ha ripercorso le tappe dell’affermazione di una medicina “complementare” a quella tradizionale dal punto di vista teorico e metodologico, ricordando anche esperienze esemplari avviate in tal senso nella regione Toscana e in Emilia. Impegno sul campo, politico e civile il suo, che è ha trasmesso la fiducia che in un legame possibile tra la politica e movimenti civili.

Luisa Mantovani ha conquistato il pubblico con una relazione tecnica sulla diffusione e del tumore della mammella. Tabelle, statistiche, confronti hanno restituito il quadro dell’importanza della prevenzione, dell’incidenza dei fattori che incidono sulla diffusione della malattia, sulle implicazioni sociali e umane di malattia e cura. Dietro ai numeri tutte hanno percepito una solidissima preparazione, un’enorme passione e rigore, ma soprattutto un’energia e una vitalità straordinarie, una fiducia nel fare, nel prevenire, nell’essere parte attiva, anzi promotrice di molti progetti. Una grande donna, insomma.

L’intervento forte e delicato insieme di Anna Periz ha concluso la giornata. Anna Periz dopo aver ricordato alcune tappe della storia dello studio della “malattia” mentale, termina con le poesie di Alda Merini e il suo racconto piano che hanno condotto tutte dentro a un mondo doloroso e in verità non così lontano.

E poi: Un bellissimo e raffinato intermezzo musicale di Elettra Bargiacchi alla chitarra classica (elettrica) con pezzi di Tárrega, Paganini, Villa-Lobos. Il bel workshop di danza terapia Annalisa Maggiani “Donne in dialogo con il corpo”, mirato ad attivare la recettività, la capacità di ricevere, fare tesoro, contenere, rispecchiare e trasformare.

E poi ancora: la professionalità e la passione di Eleonora Cucina che ha curato e ideato l’evento, ne è stata allegra e precisa moderatrice, attenta a dettagli e all’insieme, hanno fatto si che quest’incontro di Lipsia sia stato qualcosa di più di un convegno: un incontro e un scambio, tra donne diverse, che si interrogano, cercano di capire, di conoscere, di conoscersi.

Lipsia è stata una nuova tappa per ReteDonne. Lipsia sono ora volti, storie, contatti: Nicole Rundo e Anna Costalonga in primis, che sono state il riferimento costante per tutta l’organizzazione della giornata. E un chicco del melograno rimane sul loro terreno fertile visto che hanno già deciso di organizzarsi in un gruppo locale. Retedonne

 

 

 

 

A Stoccarda il 7 ottobre un convegno-dibattito sulle migrazioni italiane e i nuovi dati sulla Germania

 

            Si svolgerà a Stoccarda il pomeriggio del 7 ottobre, con la collaborazione del Consolato Generale d’Italia, un convegno per commentare i nuovi dati sull’emigrazione italiana (in particolare su quella diretta in Germania) e sulla sua componente qualificata. L’iniziativa ha trovato spunto nell’Istituto di Studi Politici S. Pio V, che di recente ha curato il volume Le migrazioni qualificate in Italia: ricerche, statistiche e prospettive con il supporto del Centro studi e ricerche Idos. In tale occasione, la pubblicazione verrà messa a disposizione dei partecipanti, insieme al capitolo sull’emigrazione italiana che apparirà nella prossima edizione del Dossier Statistico Immigrazione.

 

            Al 1° gennaio 2016 i connazionali all’estero, iscritti all’Anagrafe degli italiani dei residenti all’estero (Aire) sono risultati 4.811.163 (ma secondo le anagrafi consolari, più immediate nel registrarne la presenza, bisogna aggiungere altre 400.000 persone, andando così ben oltre i 5 milioni). Degli iscritti all’Aire quasi 2 milioni vivono nell’Unione Europea (1.954.511, meno quindi dei cittadini comunitari che risiedono in Italia, che sono 1.517.023). La quota di connazionali che vivono in Germania, rispetto all’intera Unione, è superiore a un terzo (700.855).

 

       I due terzi (66,0%) degli italiani che si trovano in Germania sono effettivamente emigrati. È un valore più alto di qualche punto rispetto alla media che si riscontra tra gli italiani nell’Ue e di 11,5 punti rispetto alla generalità degli iscritti all’Aire (52,5%). In molti altri paesi, che nel passato hanno costituito lo sbocco per la nostra emigrazione, è maggiore l’incidenza delle nascite sul posto e delle acquisizioni di cittadinanza. In Germania, invece, solo una quota ridotta di italiani è nata sul posto: 195.094 persone pari al 27,8%, di oltre 10 punti percentuale inferiore alla media. Da un lato queste differenze portano a ricordare che tra i protagonisti dei grandi flussi migratori indirizzatisi dall’Italia in terra tedesca nel dopoguerra, appena un quinto si è insediato stabilmente sul posto e questa elevata rotazione ha influito negativamente sul processo di integrazione. Le nuove generazioni, protagoniste dell’attuale inserimento, sono state tuttavia in grado di confrontarsi con queste difficoltà e ad esse si affiancano i nuovi migranti dall’Italia, fortemente attratti dalla Repubblica Federale Tedesca.

       

      Non sono ancora disponibili le disaggregazioni dei dati Istat sugli italiani che nel 2015 si sono cancellati dalle anagrafi comunali per recarsi all’estero: è stato anticipato solo che sono stati complessivamente 102.259.

       

      Sono, invece, più articolate le informazioni ricavabili dall’Aire sulle persone registrate come provenienti dall’Italia: tra quelli spostatisi nel 2015 e quelli che, emigrati negli anni precedenti, hanno provveduto tardivamente a questo adempimento, si è trattato di 107.529 italiani iscritti all’Aire per emigrazione (la quota maggiore dei 207.209 italiani iscrittisi all’Aire nel 2015 anche per altri motivi come nascita all’estero e acquisto della cittadinanza italiana). Il numero maggiore degli italiani registrati come emigrati si è recato in Germania (16.568) e nel Regno Unito (16.528), mentre in Svizzera e in Francia si tratta rispettivamente di 11mila e 10mila unità e, oltreoceano, i valori più alti riguardano l’Argentina e gli Stati Unititi con 5mila unità e il Brasile con 6mila unità. Si ipotizza però, non senza fondamento, che ad emigrare dall’Italia siano molti di più di quelli ufficialmente registrati come emigrati.

       

      Bisogna, peraltro, tenere conto che le collettività italiane all’estero non aumentano solo a seguito dei nuovi espatri. In tutto il mondo le nuove iscrizioni presso l’Aire sono state 207.109, di cui 25.122 in Germania, seconda solo all’Argentina dove tali iscrizioni sono state 30.226, dovute per i due terzi a figli di italiani nati sul posto. In Germania, invece, il principale motivo di iscrizione all’Aire è l’espatrio. Ai 16.568 iscrittisi nel 2015 per tale motivo si aggiungono: 6.533 come figli di italiani nati sul posto. Invece, sono solo 192 le iscrizioni per acquisizione della cittadinanza italiana, a differenza di quanto si riscontra in America Latina dove l’emigrazione à di più lunga data.

       

      Anche prima del referendum sul Brexit la Germania ha esercitato la massima attrattività sui nuovi flussi degli emigrati che lasciano l’Italia, composti per una buona metà da diplomati (35%) e laureati (30%). A questo punto il discorso si intreccia con la questione delle migrazioni qualificate, sulla quale l’Istituto di Studi Politici S. Pio V ha ultimato la sua ricerca quantificando in 450mila i laureati italiani residenti all’estero e in mezzo milione i laureati stranieri residenti in Italia. Un laureato che lascia l’Italia rappresenta un cospicuo investimento tra fondi pubblici e impegno delle famiglie e perciò bisogna essere consapevoli della posta in gioco. A tal fine S. Pio V ha avviato una campagna che in Italia ha toccato diverse città (da Trento a Bari) e, riguarda anche l’estero, di cui Stoccarda è la prima tappa.

       

      Il convegno di Stoccarda, della cui organizzazione si stanno occupando le Acli del Baden Wuerttemberg (il cui presidente Giuseppe Tabbì coordinerà l’incontro del 7 ottobre) con il sostegno del Consolato Generale, prevede gli interventi dell’on. Laura Garavini, parlamentare eletta nella Circoscrizione estera, di Daniele Perico, console generale di Stoccarda, di Benedetto Coccia dell’Istituto S. Pio V (curatore della ricerca insieme a Franco Pittau), di Ugo Melchionda, presidente di Idos e di Aldo Aledda, vice presidente nazionale dell’Unaie.  La parte centrale dell’incontro sarà dedicata al dibattito, con la partecipazione dei rappresentanti delle associazioni, dei patronati e delle altre strutture operanti nel mondo dell’immigrazione

       

      L’on. Laura Garavini ha così puntualizzato il significato del convegno: “Ho insistito sull’organizzazione di un convegno dedicato ai flussi migratori di oggi e alla sua componente qualificata. Questa occasione sarà utile per conoscere i nuovi dati e riflettere sugli intrecci che si determinano tra emigrazione e immigrazione: bisogna, infatti, riuscire ad occuparsi di quanti arrivano in Italia senza trascurare gli italiani nel mondo. Dei nuovi flussi verso l’estero sono in prevalenza protagonisti gli italiani con un livello di istruzione superiore. Strategie più adeguate a livello formativo e anche informativo aiuteranno, in prospettiva, a far sì che questi flussi si configurino nel futuro non come una fuga bensì come opportunità a favore sia della Germania che dell’Italia e, principalmente, dei diretti interessati”. De.it.press

       

       

 

Celebrato a Friburgo/Brsg il 25° di “Donne e poesia”

 

Friburgo- La rassegna “Donne e poesia”, ideata dalla giornalista Marcella Continanza, che quest’anno ha festeggiato il suo venticinquesimo anno nello splendido scenario della cittadina tedesca di Friburgo, ingresso della magica Foresta Nera, si è conclusa lasciando dietro di sè una grande commozione, per le meravigliose poesie declamate.

La manifestazione, che si è tenuta presso la sala conferenze del centro studi “Caritas Tagungszentrum”, è stata patrocinata dal Consolato Italiano di Friburgo, nella persona del console Giacinta Oddi, ed ha trovato in Margarethe Engels una infaticabile coordinatrice.

Dopo i saluti istituzionali della rappresentante del Consolato, la dottoressa Katia Mollo e della vice presidente del Comites, Laura Zuzzoni ed un melodioso intermezzo musicale da parte dell’arpista Sabine Wehrle, la manifestazione è entrata nel vivo, con l’introduzione da parte di Teresa Barochelli, membro del Comites di Friburgo, che ha ricordato le profonde finalità dell’incontro, che è quello di valorizzare e fornire identità culturale alla scrittura poetica femminile senza trascurare l'integrazione culturale

A seguire l’intervento di Marcella Continanza, fondatrice ed ideatrice della rassegna, che ha sottolineato la gioia di aver incontrato nel corso di questi anni tante donne immigrate in Germania le quali, attraverso la poesia, non solo hanno alimentato il loro animo solitario in terra straniera, ma hanno anche fatto rete con altre donne in incontri di menti per sopravvivere agli affanni della integrazione e della solitudine.

Dopo il suo excursus storico, Continanza ha presentato le autrici che hanno declamato le loro toccanti poesie, intrise di nostalgia e dall’amara riflessione sull’essere donna tra due patrie.

Si sono succedute Elisabetta Abbondanza da Berlino, scrittrice e sceneggiatrice; Giulia Mazzei da Rheinfelden, la cui poesia parla la lingua dei sentimenti e degli affetti familiari; Antonia Migliozzi e Liliana Sanapo, da Friedrichshafen, per la prima volta sul palcoscenico della Rassegna, Anna Picardi da Stoccarda, impegnata in vari progetti per l’integrazione scolastica dei ragazzi italiani nella scuola tedesca, Rosa Spitaleri da Colonia, responsabile del settore dell’integrazione per stranieri della Caritas e Rosaria Zizzo da Salerno, insegnante e poetessa, curatrice di progetti culturali ed autrice di vari testi teatrali.

Sono state lette inoltre due toccanti testimonianze di Valeria Marzoli e di una poetessa esule in Gran Bretagna.

Profonda commozione hanno suscitato tra il folto pubblico le liriche declamate dalle poetesse, lacrime hanno solcato la maggior parte dei volti dei presenti.

La manifestazione si è conclusa con un omaggio floreale alle autrici da parte del Consolato e di un portachiavi rappresentante il logo della associazione “Donne e Poesia” da parte delle organizzatrici.

Marcella Continanza è stata premiata con una targa dalla Presidente del Movimento Cristiano Lavoratori di Germania, Maria Venera Fontanazza, che ha inoltre donato alle poetesse un cofanetto di dvd sulla Sicilia ed un libro sull’emigrazione femminile dall’Italia alla Germania.

La musicista Sabine Wehrle ha infine deliziato ancora i presenti con la sua musica e a seguire il momento conviviale, durante il quale le autrici e tutti i presenti hanno potuto dialogare, conversare, scambiarsi libri e indirizzi. La poesia accomuna, consola e sempre unisce. Micaela Mauri, aise

     

 

     

Delegazione di Rovigo alla Partneschadfest di Viernheim

 

A qualche giorno dal rientro da Viernheim, l'assessore ai Gemellaggi Susanna Garbo traccia un bilancio in merito alla partecipazione alla Partneschadfest, l'incontro che si svolge ogni tre anni nella cittadina tedesca, per celebrare il patto stipulato negli anni scorsi con Rovigo, assieme ai rappresentanti istituzionali di altre due città europee ed una delegazione proveniente dal Burkina Faso.

“E' stata un'emozione ascoltare i pensieri di altre realtà, capire quanto sia sentita questa unione, ascoltare come ognuno ha cantato con passione il proprio inno nazionale al momento dell'alzabandiera, ed è stato al contempo interessante ascoltare il sindaco inglese che, pur ammettendo che la Brexit potrebbe essere motivo di allontanamento, ringraziava sentitamente per l'accoglienza immutatamente calorosa riservatagli”.

In quest'occasione hanno partecipato anche tre quattordicenni ed un tredicenne, invitati per dare vita ad un progetto di teatro interamente finanziato dalla Comunità europea, e supervisionati dal presidente del Forum dei Giovani, Giacomo Gasparetto. Il tredicenne Roberto Verza commenta: “A Viernheim ho conosciuto molte persone da diversi paesi, tutte con culture diverse. Per me è stata un'esperienza molto importante e, in quattro giorni, ho appreso più di quanto avessi potuto apprendere in uno o due mesi di scuola. Inoltre, ho avuto la possibilità di fare amicizia con ragazzi e ragazze di molte nazionalità. Per questo ringrazio il Comune di Rovigo, il Comune di Viernheim e l'Associazione Amici d'Europa”.

Così come già indicato nella delibera di Giunta approvata qualche giorno prima, infatti, il trasporto dei ragazzi e dell'assessore sono stati possibili grazie al contributo proveniente dall'Associazione Amici d'Europa, che ha mantenuto vivo negli anni il rapporto con i “gemelli” tedeschi.

L'associazione e gli uffici comunali stanno ora lavorando alacremente per il prossimo Ottobre Rodigino (dal 22 al 25 si svolgerà la 534ª Fiera, http://www.comune.rovigo.it/MyPortal/comuneRovigo/extra/BIC/BIC%20speciale%20ottobre%20rodigino%202016.pdf ndr), quando una delegazione tedesca composta da 28 persone raggiungerà Rovigo, e verrà stabilito il calendario degli incontri ufficiali per il 2017. (Inform 30)

 

     

       

 

All’IIC di Berlino convegno contro la criminalità organizzata. “La Germania sottovaluta il pericolo mafie”

 

Berlino - “Le mafie riescono sempre più spesso a tessere relazioni internazionali, a superare le barriere linguistiche e a mimetizzarsi all’estero, assumendo un volto apparentemente legale, servendosi di imprenditori e professionisti dalla fedina penale pulita. Inoltre le organizzazioni criminali  hanno sempre più frequentemente interessi che si intrecciano con quelli del terrorismo internazionale. Esiste in diversi casi una vera e propria compenetrazione fra mafie e terrorismi”. Lo dichiara Laura Garavini, della Presidenza del PD alla Camera, in occasione del convegno “Contro la criminalità organizzata” tenutosi all’Istituto italiano di cultura  a Berlino. La conferenza, organizzata in collaborazione con l’iniziativa della società civile Mafia? Nein, Danke!, ha visto come relatori, accanto alla Garavini, i parlamentari tedeschi Susanne Mittag e Gerhard Schick, entrambi impegnati sul fronte del contrasto al crimine organizzato.

 

La Deputata PD, coordinatrice del Comitato internazionale all'interno della Commissione Antimafia, ha aggiunto: “Proprio in ragione di questi inquietanti sviluppi nei rapporti fra mafie e terrorismo è ancora più urgente giungere a una maggiore integrazione fra gli stati membri dell’UE in materia di sicurezza e difesa. E’ positivo che in occasione del recente incontro di Ventotene e all’ultimo summit di Bratislava siano stati annunciati passi in avanti in questa direzione. Particolarmente opportuna sarebbe la costituzione di una Procura europea, cui venissero affidate congiuntamente sia competenze in materia di terrorismo che di criminalità organizzata”.

 

“La Germania sottovaluta il pericolo mafie”

"Non possiamo permettere che sia sottovalutata la presenza delle mafie, soprattutto mentre le inchieste rivelano connessioni sempre piu' strette tra mafie operanti a livello internazionale e terrorismo". Lo ha detto Laura Garavini in una  intervista al settimanale tedesco Spiegel che dedica un lungo articolo all'argomento. "In Germania sembra di essere nell'Italia del Nord degli anni Ottanta: ci si ostina a ritenere che le mafie siano un problema circoscritto unicamente in alcuni territori periferici dell'Italia del Sud. Senza rendersi conto che e' vero esattamente il contrario. Le mafie si sono da tempo internazionalizzate, prendendo piede la' dove i buchi normativi e le occasioni di profitto sono piu' allettanti".

Il testo dell’intervista alla Deputata, che è anche componente della Commissione Antimafia, è disponibile al seguente link: 29http://www.spiegel.de/panorama/justiz/mafia-in-deutschland-mafiosi-fuehlen-sich-hier-sicher-a-1113736.html  de.it.press

 

La Deputata PD ha incontrato inoltre nei giorni scorsi i connazionali di Gross Gerau, Ruesselsheim e Stoccolma nel suo tour europeo per il Sì al referendum costituzionale. “Il referendum sulla riforma costituzionale del 4 dicembre prossimo – ha detto - è un passaggio fondamentale per il Paese. Ne va della credibilità dell'Italia, anche nei confronti dei partner internazionali. Attraverso la vittoria del SÌ l'Italia dimostra di essere finalmente in grado di cambiare sè stessa e di diventare un paese moderno, efficiente, stabile. I connazionali all'estero ne sono ancora più consapevoli, abituati come sono a confrontarsi quotidianamente con il giudizio severo nei confronti dell'Italia da parte dei paesi esteri in cui vivono, dei rispettivi cittadini e degli organi di stampa". 

Nel complimentarsi con i rispettivi promotori Giovanni Baranelli (Gross Gerau), Delio Miorandi (Ruesselsheim), Laura Parducci e Luca Malosti (Stoccolma), la Deputata PD ha aggiunto: “I Comitati per il sì degli italiani residenti all’estero stanno dando un contributo fondamentale alla campagna elettorale. Non solo perché con la loro mobilitazione possono contribuire a fare sì che i connazionali nel mondo, come già accaduto in passato, possano essere determinanti per l’esito del voto. Ma anche perché con il loro entusiasmo e il loro impegno sono in grado di lanciare iniziative accattivanti, capaci di suscitare la simpatia della gente. Un esempio è proprio il video, ideato dal Comitato Bastaunsì di Stoccolma, diventato virale nel giro di poche ore sui social network di tutta Italia e di tutta l'Europa”.

Il video del Comitato per il sì di Stoccolma è visibile al seguente link http://www.bastaunsi.it/tag/basta-un-si-svezia/  De.it.press 29

 

 

 

 

Ad Amburgo la mostra “Venezia, città degli artisti”

 

Al Bucerius Kunst Forum un allestimento di opere ispirate alla città lagunare e realizzate dal XVI secolo ad oggi, patrocinato dall'Ambasciata d'Italia a Berlino

 

AMBURGO – Il  Bucerius Kunst Forum di Amburgo ospita dal 1° ottobre al 15 gennaio 2017 la mostra “Venezia, città degli artisti” dedicata alla forza d'ispirazione artistica della città lagunare, con opere realizzate dal XVI secolo fino ad oggi. Si tratta di quadri – circa 100 – ispirati alla città di Vittore Carpaccio, Canaletto, Francesco Guardi, Giambattista Tiepolo, William Turner, John Ruskin, Claude Monet, Wassily Kandinsky, Gerhard Richter, Candida Höfer e altri provenienti da collezioni come quelle del Museo Correr di Venezia, del Tate di Londra, del Centre Pompidou di Parigi, del Rijksmuseum di Amsterdam, del Städel Museum di Francoforte e della Neue Pinakothek di Monaco.

L'allestimento, curato da Inés Richter-Musso e patrocinato dall'Ambasciata d'Italia in Germania, restituisce in sei settori tematici la rappresentazione pittorica di alcuni miti, fra cui la raffigurazione della società veneziana e delle sue festività, la fisionomia e l'architettura della città, così come le diverse esperienze artistiche inerenti luce ed acqua nella Repubblica del Leone.

Venezia è da sempre acclamata dai pittori come città della visione: il suo essere attraversata dal mare e la magnificenza della sua architettura, che si affaccia sullo scenario del Canal Grande, offrono l'impressione di una messa in scena teatrale, capace di stimolare l'ispirazione artistica.

Il catalogo della mostra, con il contributo di Kathrin Baumstark, Tiziana Bottecchia, Barbara Dayer Gallati, Laura De Rossi, Daria Dittmeyer-Hössl, Martin Gaier e Inés Richter-Musso, è pubblicato da Hirmer Verlag. (dip)

 

 

 

 

Appuntamenti culturali a Monaco di Baviera e dintorni

 

*venerdì 14 ottobre, ore 18:00, c/o Istituto Italiano di Cultura, aula 21 (Hermann-Schmid-Str. 8, München) "Incontri di letteratura spontanea"

"Se hai una poesia, un piccolo racconto o anche un pensiero, un sogno o un'idea, che vuoi leggere o raccontare, vieni che sarai la/il benvenuta/o. Le testimonianze e le storie di tutti sono importanti e hanno dignità. Esprimersi, ascoltare e conoscersi fa comunque bene. Dopo tutti in pizzeria". Ingresso gratuito.

Info: Giulio Bailetti, Tel 089-988491. Organizza: Letteratura Spontanea

*sabato 15 e sabato 22 ottobre, ore 10:00-12:00, c/o Scuola Italo-Tedesca Leonardo da Vinci (Baierbrunnerstr. 28, München) Seminario: "L'influenza della Comunicazione nelle Relazioni familiari" di Silvia Alicandro (laureata in psicologia e mediatrice familiare, socia A.I.Me.F. - Associazione Italiana Mediatori Familiari). "Molte volte, nella frenesia dei nostri impegni quotidiani, dimentichiamo di fare attenzione al nostro modo di comunicare e a come si sente chi ci sta vicino (in famiglia o al lavoro ad esempio). Le conseguenze possono essere molteplici e non sono rari i conflitti che inevitabilmente si manifestano. Le parole che diciamo possono essere finestre oppure muri che, una volta alzati, è difficile abbattere. Comprendere, quindi, come possiamo migliorare la nostra comunicazione verso gli altri diventa importante per noi e per chi ci sta vicino"

Numero partecipanti: min 8 - max 10. I costi di questi 2 incontri saranno di 35€ complessivi, grazie a un contributo del Sozilareferat. Sarà comunque necessario iscriversi a entrambi gli incontri. Il pagamento verrà corrisposto direttamente alla mediatrice familiare tramite bonifico. Iscrizioni entro il 25.09.2016 c/o pomue@gmx.net. Organizza: ReteDonne Monaco, in collaborazione con l'associazione ReteDonne e.V. e Caritas München e sostegno del Sozialreferat.

*sabato 15 ottobre, ore 17:00, c/o EineWeltHaus, Sala 211 (Schwanthalerstr. 80, München) "Le migrationi a Monaco". Ingresso libero. Organizza: rinascita e.V.

*lunedì 17 ottobre, ore 17:00, c/o DGB Gewerkschaftshaus (Schwanthalerstr. 64, München) Vernissage della mostra "der kleine Unterschied"

di Serena Granaroli, Traudel Pfeiffer, Christel Ploppa-Lechner, Liz Schinzler, Uta Schütze. Ingresso libero. La mostra resterà aperta fino al 9 novembre

Organizza: münchner frauenforum, in collaborazione con DGB München

*        venerdì 21 ottobre, ore 19:00, c/o EineWeltHaus, Weltraum (Schwanthalerstr. 80, München) PalcoInsieme-ZusammenaufderBühne

"PalcoInsieme-ZusammenaufderBühne vuole essere una possibilità di incontro tra culture che utilizzano come mezzi comuni la musica, la prosa e la poesia. Il palco potrà essere sia il luogo da cui presentarsi e far conoscere la propria cultura, che il luogo in cui incontrarsi con gli altri per fare ad esempio musica insieme. Tutti sono benvenuti: dilettanti e professionisti. L'unico presupposto indispensabile è la voglia di fare qualcosa insieme senza pregiudizi e preconcetti. Chi volesse provare a fare musica insieme agli altri presenti è pregato di portare partiture e quanto necessario anche per gli altri e di venire 45 minuti prima dell'inizio della serata". Ingresso libero. Per partecipare è necessario contattare: adriano.coppola@rinascita.de, oggetto "PalcoInsieme". Organizza: rinascita e.V.

 

 

 

 

Berlino come l’Italia del compromesso storico

 

Berlino - “Michael Müller, il sindaco della città-Stato Berlino (Regierender Bürgermeister), ha dichiarato più volte di aver ricevuto dai cittadini il mandato di governare, affermazione per cui ha ricevuto reazioni di tutti i tipi, dall’ironia ad accuse di mancanza di realismo. Con il 21% dei voti, la dichiarazione del leader dell’SPD è sembrata ad alcuni un segno di arroganza, se non una fantasticheria. Se oltretutto calcoliamo il risultato in rapporto non ai voti ricevuti, ma al totale degli elettori, il 21% si riduce al 14%, una cifra che enfatizza ancora di questo insieme di considerazioni”. Questa l’analisi del voto berlinese che Axel Jürs affida alle pagine del quotidiano online “IlMitte.com”.

“Gli avversari politici criticano spesso questo particolare contegno e dichiarano di considerarlo paradigmatico dell’attitudine dell’SPD a vedersi un po’ come “proprietaria della città”.

Anche se i programmi dei Verdi, dei conservatori della CDU e dei socialisti di Die Linke sono ovviamente diversi, sono comuni le loro esperienze come partner “piccoli” nelle coalizioni con l’SPD, negli ultimi 15 anni. I capi di tutti i tre partiti hanno sempre mal sofferto l’atteggiamento medio dei social-democratici e se ne sono spesso lamentati nell’ultima campagna elettorale, offrandosi tutti tre, però, allo stesso tempo, come partner per i prossimi cinque anni di governo, a volte persino nell’ambito dello stesso dibattito televisivo.

Non solo i giornalisti, ma anche gli elettori hanno giudicato questo doppio ateggiamento con una certa severità. Ma in fondo che altro potevano fare i tre partiti, visto che CDU, da una parte, e i Verdi e Die Linke, dall’altra, hanno definito le differenze tra di loro in termini così inconciliabili?

È chiaro che dopo la chiusura dei seggi elettorali, alle 18.00 di domenica 18 settembre, i risultati sembravano lasciare solo la possibilità di un altro periodo di cooperazione al governo insieme all’SPD, per quanto punito dagli elettori. Ma davvero non c’era altra scelta? Forse non è proprio così, in fondo i limiti nelle scelte politiche sono quasi sempre legati alla portata della propria fantasia strategica.

Varrebbe la pena, sia per i politici berlinesi, sia per gli elettori e i giornalisti, di ricordarsi di essere europei e di guardare a fondo nella storia politica di altri Paesi, sopratutto quelli con vasta esperienza di crisi politiche e una saggezza maturata nel superare anche le diferenze ideologiche più gravi.

Servirebbe molto, ad esempio, soprattutto per i conservatori della CDU e i socialisti/comunisti di Die LINKE, guardare attentamente all’esempio italiano del compromesso storico del 1977, quando il leader della DC (Democrazia Cristiana), Aldo Moro, e quello del PCI (Partito Comunista), Enrico Berlinguer, decisero non proprio di dimenticare le differenze ideologiche tra i due partiti, ma di non limitare più delle possibilità e delle scelte politiche comuni per il futuro dello Stato. Suggellarono quel compromesso storico (chiamato “terza fase” in ambito democristiano e “alternativa democratica” dagli eurocomunisti del PCI) con la stretta di mano del 28 Luglio del 1977. Il riavvicinamento dei due partiti proponeva una pacificazione della vita poltica in anni difficilissimi, ma anche la possibilità di immaginare un futuro non più limitato delle ideologie.

Sebbene Italia e Germania esprimano culture politiche diverse, si possono comunque individuare dei parallelismi nella storia dei due Paesi: la vita poltica di Berlino, per esempio, sia come capitale della Germania riunita, sia come città-Stato federale anche 26 anni dopo la riunificazione, soffre ancora del retaggio delle ideologie del passato.

Anche se ci sono stati e ci sono esempi di cooperazioni di successo tra la CDU e Die Linke, i conservatori e gli ex-comunisti, che si trattavano come nemici poco dopo la caduta del Muro, ufficialmente non si sopportano neanche oggi e sono distanti anni luce da una cooperazione politica. Una cooperazione che però ha funzionato bene nel 2001, nel distretto di Mitte, quando CDU e PDS (nome precedente di Die Linke) hanno deciso di unire le forze e di votare, nell’assemblea locale del distretto (la Bezirksverordnetenversammlung), per un sindaco del distretto cristiano-democratico, Joachim Zeller.

Quindici anni dopo, stavolta non solo per il distretto di Mitte, ma anche per la città e il governo dello Stato federale di Berlino, esisterebbe la possibilità teorica per CDU, Die LINKE e Verdi di governare insieme. Basterebbe buttarsi e cooperare tra partiti di quasi uguale forza (17,6% CDU, 15,4% Linke, 15,2% Grüne). Per un compromesso di questo tipo, che ricorderebbe quello “storico” di un’altra storia italiana, ci vorrebbe sicuramente un bel po’ di coraggio e tanta disciplina. Ma forse, se l’esperimento riuscisse, magari da quel tipo di costellazione “alternativa” anche l’SPD potrebbe imparare tanto. Insomma, la storia e la democrazia italiana potrebbero servire come modello e poi, forse ancora più importante, un nuovo “compromesso storico” potrebbe buttare giù il “muro” che ancora esiste nella mente di tanti berlinesi e preparare così una “terza fase” di riunificazione della città, al momento ancora fortemente divisa dalle ideologie”. (aise 28) 

 

 

 

Francoforte: l’autore Andrea Angeli presenta il 6 ottobre il suo ultimo libro “Kabul – Roma”

 

Francoforte. Professione “Peacekeeper” che cos’è?  Per il ciclo di incontri con gli autori “Un libro al mese” il Consolato Generale di Francoforte ha invitato il 6 ottobre 2016, alle ore 19.00 presso la sala eventi dell’ENIT di Francoforte l’autore Andrea Angeli per presentare il suo ultimo libro “ Kabul – Roma”  (Rubbettino, 2016).

 

Dalle prigioni del Kerala al confinamento in un container della base Nato di Herat, Angeli è un testimone diretto che segue con attenzione fatti e personaggi della politica estera e di difesa.  In “Kabul – Roma” ( Andata e ritorno via Delhi) vi sono al centro storie vecchie e nuove legate al peacekeeping e la nebulosa vicenda dei fucilieri di marina in India. Un’annosa questione alla quale il libro dà alcune risposte. Uno spaccato di vita al centro di avvenimenti controversi della nostra storia recente su cui non si è fatto ancora chiarezza.

 

Nella rubrica “Anteprima”, curata da Michele Santoriello, troverete l’intervista allo scrittore.

http://www.ilmitte.com/anteprima-da-kabul-roma-cinque-domande-ad-andrea-angeli-sulla-professione-di-peacekeeper/

Modera l’incontro il giornalista Danilo Taino, corrispondente da Berlino del Corriere della Sera. Iic/de.it.press 26

 

 

 

Radio Colonia ha cambiato orario e formato. I temi delle recenti trasmissioni

 

Ora puoi ascoltarci ogni giorno lavorativo in diretta streaming in internet dalle 18:00 alle 18:30. Durante la diretta trovi lo streaming sulla nostra homepage, in alto: http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/radio-colonia-104.html. Oppure ascoltaci dalle 21:00 alle 21:30 in radio, come sempre sulle frequenze di Funkhaus Europa.

 

29.09.2016. I primi 80 anni del Cavaliere. Silvio Berlusconi compie 80 anni. L'occasione per chiederci quanto il Cavaliere abbia cambiato l'Italia e gli Italiani.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/berlusconi-100.html

 

Emergency a Berlino. Nella capitale aprirà a breve una sede di Emergency con l'obiettivo di raccogliere volontari e nuovi sostenitori. Occasione per parlare con Cecilia Strada di pace e di diritti umani.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/cecilia-strada-100.html

 

28.09.2016. Radio Amatrice. Grazie a una radio improvvisata il sindaco di Amatrice parla ai cittadini dando loro informazioni di servizio. Mentre gli abitanti si raccolgono in comitati per tutelare i loro diritti e monitorare la ricostruzione. Il post-terremoto di Amatrice e Accumoli.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/radio-amatrice-102.html

 

Un'assessora italiana a Francoforte. Carmela Castagna, italiana di seconda generazione, è uno dei nuovi assessori onorari che fanno parte della Giunta della città della borsa.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/carmela-castagna-102.html

 

27.09.2016. I profughi ripuliscono Milano. Anche i migranti sono scesi in strada per ripulire le città italiane dai rifiuti e dalle erbacce. A Milano la maggiore partecipazione con 350 richiedenti asilo che si sono rimboccati le maniche.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/migranti-ripuliscono-milano-100.html

 

Après la Classe. La band salentina torna con un nuovo singolo e un nuovo tour (in Germania) per festeggiare i vent'anni di carriera. Un assaggio ce lo regala Cesko ai nostri microfoni.

 

Radio Colonia sorteggia dei biglietti per il concerto del 7 ottobre a Wermelskirchen. Per partecipare scrivete a questo indirizzo: funkhauseuropa@wdr.de - indicando nell'oggetto "Après la classe".

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/apreslaclasse-germania-100.html

 

Made in Trento. Artigianato e stampanti 3D, antichi mestieri e informatica vanno a braccetto nelle valli del Trentino dove si punta sulla formazione e nascono start up di successo.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/startup-trieste-100.html

 

26.09.2016. Stop ai Frontalieri

Con un referendum il Canton Ticino ha detto sì a “Prima i nostri”. L’iniziativa popolare mira a dare lavoro prima ai cittadini svizzeri e poi agli stranieri. Svizzera sempre più a destra? Ne parliamo con gli esperti.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/frontalieri-100.html

 

Reddito minimo, l'esperimento di Livorno. Il sindaco della città toscana, il grillino Filippo Nogarin, ha introdotto un reditto minimo di 500 euro al mese per 100 cittadini. L'esperimento è per ora di 6 mesi ma lo si vorrebbe estendere a tre anni.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/cinquestelle-100.html

 

23.09.2016. Matrimonio di interesse. Che cosa c'è dietro l'acquisizione della Monsanto da parte della Bayer? Insieme detengono un quarto del mercato dei prodotti agrochimici e rispondono alle altre due recenti megafusioni nel settore.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/bayer-monsanto-matrimonio-interesse-100.html

 

Una risposta a Briatore. Dalla Puglia si sono levate moltissime voci infuriate contro le critiche alle sue infrastrutture turistiche dell'imprenditore Flavio Briatore. Che vorrebbe portare più milionari al sud.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/puglia-briatore-100.html

 

Eventi, incontri, spettacoli. Il calendario del giovedì http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/index.html

 

22.09.2016. I 500 euro della Discordia

È stato lanciato la settimana scorsa il "bonus cultura" per i 18enni, ma sarà veramente attivo solo da ottobre. È un piccolo fondo di 500 euro che il governo italiano mette a disposizione per le spese culturali di ogni ragazza o ragazzo che compia i 18 anni nel 2016. E non mancano le polemiche.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/bonus-cultura-102.html

 

21.09.2016. Posto quindi sono

Le nostre attività in rete, dai post sui social media alle ricerche e agli acquisti, tracciano un'identità, un alter ego digitale, che il collettivo Ippolita definisce "anima elettrica". A fine settembre sarà a Berlino.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/identita-digitale-104.html

 

Italiana 2016. Il festival Italiana-Kulturbrücke am Rhein porta in città suoni e protagonisti della musica lontana dai circuiti commerciali. Quest'anno jazz, big band e l'organo Hammond.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/italiana-festival-palmitessa-104.html

 

Monaco d'autore

S'intitola così l'antologia fresca di stampa pubblicata da Morellini Editore in cui dodici autori italiani raccontano la loro città d'adozione da prospettive diverse.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/antologia-autori-monaco-102.html

 

20.09.2016. Gli italiani e il Ceta. La protesta contro gli accordi Ceta e Ttip mobilita molti cittadini europei. Poche e poco partecipate le proteste in Italia. Perché?

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/ceta-italia-100.html

 

Benedetta Tagliabue. Vive a Barcellona una delle architette italiane più famose. Tra le sue opere: il Parlamento scozzese di Edimburgo, le Magellanen-Terrassen di Amburgo, il Campus universitario di Vigo, in Spagna, ma anche il National Maritime Museum of China. I suoi lavori sono sparsi tra Europa e Asia.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/benedetta-tagliabuo-eccellenze-100.html

 

19.09.2016. Vittime della rete

Questa settimana la Camera approverà la legge su bullismo e cyberbullismo. Il suicidio di Tiziana Cantone e la vicenda della ragazza diciassettenne di Rimini, ripresa dalle amiche mentre veniva stuprata e poi esposta sul web al pubblico ludibrio, ne ricordano drammaticamente l’urgenza.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/cyber-mobbing-104.html

 

Nuove scoperte su Ötzi. 25 anni fa il ritrovamento della mummia Ötzi, un reperto di straordinaria importanza scientifica. 25 anni di ricerche e scoperte. La più recente? La provenienza della sua arma di rame.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/mummia-oetzi-compleanno-100.html

 

16.09.2016. Checco Zalone a Berlino

I suoi film sono da anni campioni di incassi in Italia. Ora in Germania esce "Quo vado". Nelle sale tedesche la storia scritta dallo stesso Zalone e dal regista Gennaro Nunziante esce col titolo di "Der Vollposten".

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/checco-zalone-berlino-100.html

 

Torna Cinema! Italia! Sei tra i più bei film italiani dell'ultimo anno arrivano in Germania grazie alla rassegna di cinema itinerante che si inaugura il 17 settembre ad Amburgo e si conclude il 14 dicembre a Berlino. Le donne e la commedia al centro della selezione.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/torna-cinema-italia-100.html

 

 Eventi, incontri, spettacoli. Il calendario del giovedì http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/index.html RC/De.it.press

 

 

 

 

 

“Adesso” a Francoforte. Gran successo di pubblico per Chiara Gamberale

 

Il tempo è “Adesso” o “Per Dieci Minuti”?  Alla presenza di più di 50 persone nella sala eventi dell' Enit di Francoforte, l’autrice  Chiara Gamberale è stata ospite del ciclo “Un libro al mese”, organizzato dal Consolato Generale di Francoforte. Dopo il saluto del Console Generale Maurizio Canfora, la scrittrice ha regalato al numeroso pubblico presente  un tempo prezioso e ricco di spunti di riflessione sull’ineffabile e plurimo universo delle relazioni d'amore. 

Una presentazione, un confronto, un’ intervista - non solo da parte della moderatrice Anna Ventinelli  -  ma anche del pubblico in sala alla scrittrice che ha trasformato un'ora e mezza in 10 minuti d’amore per la letteratura. 

Chiara Gamberale ha confermato, grazie al suo sempre vivo entusiamo, le doti di scrittrice intensa e sincera col pubblico, suggerendo chiavi di lettura, spunti di attenzione su personaggi, tecniche compositive e sperimentazioni adottate nel suo ultimo Romanzo “Adesso” e nel precedente “Per dieci minuti”, sollecitando così un confronto vivace con un pubblico attento, che non ha lesinato domande anche in presa diretta all'autrice.

 

Confidiamo molto di rivedere quanto prima Chiara Gamberale nella città della Fiera del Libro per regalarci altri preziosi momenti del suo futuro, prossimo romanzo. Michele Santoriello, Ufficio Cultura Consolato

 

 

 

 

Un mese di jazz italiano a Colonia con il Festival “Italiana”

 

Colonia - È stata inaugurata, lo scorso 23 settembre presso l'IIC di Colonia, l'edizione 2016 del Festival Italiana, una manifestazione che per un mese porterà la musica italiana al centro della scena culturale di Colonia con ben sedici concerti, una mostra fotografica e tre workshop di altrettanti celebri musicisti.

La manifestazione è organizzata congiuntamente dall'Istituto Italiano di Cultura e dalla Città di Colonia, con il sostegno della WDR, del Torino Jazz Festival e dell'ENIT. Il festival, come recita il suo sottotitolo "Un ponte sul Reno tra due culture", si propone, inoltre, di creare un dialogo permanente tra musicisti italiani e tedeschi, non di rado affiancando ad essi anche artisti provenienti da diversi paesi europei, perseguendo l'integrazione attraverso la cultura. Si tratta di un evento, oltre che di grande qualità artistica, di amplissima risonanza mediatica, grazie anche alla collaborazione con WDR, principale rete radiotelevisiva tedesca, che registrerà i concerti e li manderà in onda nel corso dei prossimi mesi.

La serata inaugurale ha visto, negli spazi dell'IIC, l'apertura della mostra "Le strade del jazz", del fotografo Roberto Cifarelli.

Cifarelli lavora per le più importanti riviste italiane e internazionali e le sue immagini, scattate in città italiane grandi e piccole dove il jazz e' di casa, colgono i musicisti nei momenti che precedono o seguono il concerto. La mostra rappresenta, peraltro, il contributo dell'IIC al prestigioso Festival Photoszene (16-25 settembre 2016), un festival diffuso con circa centodieci sedi espositive in tutta la città, che affianca la fiera Photokina che ha luogo annualmente a Colonia. La cerimonia d'inaugurazione è stata seguita dalla conferenza introduttiva di Stefano Zenni, direttore artistico del Torino Jazz Festival e dal concerto del duo Salvoandrea Lucifora, alla tromba, e Alessandro Palmitessa al sassofono, clarinetto ed elettronica.

Il secondo appuntamento del festival ha avuto luogo il 27 settembre, ancora presso l'IIC, con l'applauditissimo concerto dell'Ensemble C.M.C. con Nicola Pisani, direttore e sax baritono/soprano, Michel Godard, tuba e serpentone, Erica Gagliardi, voce, Francesco Caligiuri, sax baritono, Giuseppe Santelli, pianoforte, Carlo Cimino, contrabbasso, Giacinto Maiorca, batteria.

L'Ensemble C.M.C., che ha vinto la VI edizione del premio ISMEZ MUSICLIVE: I GIOVANI X I GIOVANI 2015, è nato nell'ambito delle attività didattiche e di produzione del Dipartimento Jazz del Conservatorio di Musica "S. Giacomantonio" di Cosenza. Il programma ha previsto solo composizioni originali dei musicisti coinvolti, dotati di una solida esperienza trasversale tra più generi musicali e il contributo di due straordinari solisti come Michel Godard e Nicola Pisani, docenti presso lo stesso conservatorio, ha arricchito la tavolozza timbrica della performance.

I concerti del 29 e 30 settembre hanno visto l'esibizione del compositore, sassofonista e direttore d'orchestra Mario Raja che ha diretto la Grand Central Orchestra in un concerto dedicato ad una rilettura delle musiche di Nino Rota. Il calendario completo del festival, che si chiuderà il 20 ottobre, è disponibile sul sito dell'IIC di Colonia. (dip) 

 

 

 

Deceduto Max Mannheimer. “...ma non ci lascerà mai”

 

Ho appreso sabato mattina della scomparsa di Max Mannheimer, presidente dell'associazione della Comunità del Campo di Concentramento di Dachau.

Max Mannheimer, sopravvissuto al ghetto di Theresienstadt, ai campi di concentramento di Auschwitz, Birchenau e Dachau, aveva giurato dopo la guerra, che mai più sarebbe tornato in Germania. Si innamorò invece di una donna tedesca che sarebbe diventata la sua seconda moglie, e venne a vivere proprio vicino a Monaco di Baviera e Dachau.

Scrittore e pittore ma soprattutto pacifico testimone, mai giudice né accusatore, di uno dei più grandi e recenti orrori della storia umana, anche negli ultimi anni era sempre stato presente a Dachau e in occasione delle celebrazione in ricordo dell'Olocausto, nonostante le difficoltà. 

In queste occasioni ho avuto l'onore di conoscerlo e salutarlo, cogliendone nonostante la condizione di fisica ormai difficile, la grandissima vitalità di due occhi pungenti e vividi, di un sorriso semplice, immenso, vero, che rivelava il grande amore per la vita è per l'umanità.

Il dovere della memoria e della parola sono il grande dono che questo uomo innamorato e sempre vivo, ci lascia.

Claudio Cumani, precedente presidente di questo Comites, aveva appena pubblicato la traduzione italiana dell' autobiografia di Max Mannheimer, sancendo con il suo lavoro un legame tra la comunità italiana in Baviera e questo importante Testimone. Per questo devono andare a Claudio Cumani i nostri più sentiti ringraziamenti.

Daniela Di Benedetto, Presidente del Comites di Monaco di Baviera

 

 

 

 

Per esenzione IMU/Tasi sufficiente autocertificazione su pensione estera

 

"Per ottenere le esenzioni IMU e Tasi sull'immobile di proprietà in Italia i pensionati italiani residenti all'estero possono semplicemente presentare un'autocertificazione che attesti che sono percettori di una pensione straniera. È molto positivo che l'Anci (l'Associazione Nazionale dei Comuni Italiani) si sia attrezzata in questo senso dopo le nostre sollecitazioni, in qualitá di deputati PD eletti all'estero". Lo ha detto Laura Garavini, della Presidenza del PD alla Camera, in occasione dell’audizione del responsabile della finanza locale dell'Anci, Guido Castelli, presso il Comitato per gli italiani all'estero e la promozione del sistema Paese, presieduto dall'onorevole Fabio Porta.

 

La deputata PD ha poi proseguito: "É necesario che l’ANCI solleciti i Comuni suoi componenti, anche quelli minori, all'uso della Posta certificata PEC. Continuano infatti a pervenirmi segnalazioni di considerevoli ritardi da parte di alcuni Comuni, dovuti al mancato utilizzo della Posta Elettronica. Questo, oltre a determinare problemi nell'invio del necessario nulla osta per l'emissione di carte d'identità all'estero puô pregiudicare l'esercizio del diritto di voto in occasione del prossimo importante appuntamento referendario sulla riforma costituzionale da parte di quei connazionali che si trovino temporaneamente all'estero. Con l'approvazione dell'Italicum, infatti, abbiamo introdotto il voto per corrispondenza anche per quegli italiani che, trovandosi all'estero per un breve periodo di tempo, comunichino al comune di residenza in Italia la propria intenzione di votare dall'estero. Il corretto uso della Pec e delle corrispondenze telematiche da parte delle amministrazioni comunali é un requisito necessario ed irrinunciabile per garantire il legittimo esercizio di diritti fondamentali a tanti connazionali."

De.it.press 23

 

 

 

 

Cinema! Italia! in Assia

 

Siamo già alla dicianovesima edizione di „Cinema! Italia!“ con sei film italiani proposti in diverse città della Germania. Dalla commedia al dramma, da produzioni di registi famosi a quelle delle nuove leve, la rassegna offre allo spettatore tedesco uno sguardo sul cinema italiano e sulla cultura e gli stili di vita italiani di oggi.

 

Verranno presentati „Latin Lover“ (Regia: Cristina Comencini), „Lea“ (Regia: Marco Tullio Giordana), „Non essere cattivo“ (Regia: Claudio Caligari), „Per amor vostro“ (Regia: Giuseppe Gaudino), „Se Dio vuole“ (Regia: Edoardo Falcone) e „La stoffa dei sogni“ (Regia: Gianfranco Cabiddu).

 

In collaborazione con Kairosfilm e Made in Italy, Roma. Ulteriori informazioni: www.cinema-italia.net.

 

Date e luoghi:

27.10.-02.11.2016: Caligari Filmbühne, Marktplatz 9, Wiesbaden;

10.-16.11.2016: Programmkino Rex, Wilhelminenstraße 9, Darmstadt;

17.-23.11.2016: Kino Traumstern, Giessener Straße 15, Lich;

24.- 30.11.2016: Filmladen, Goethestraße 31, Kassel;

25.11.-04.12.2016: Deutsches Filmmuseum, Schaumainkai 41, Francoforte sul Meno. dip

 

 

 

Comitati per il SÌ al referendum anche a Stoccarda e ad Aschaffenburg

 

“L'Italia si trova di fronte ad un'occasione storica per dimostrare che può cambiare sé stessa. Ecco perché molti italiani all’estero si stanno mobilitando per informare i connazionali sull’importanza del sì al prossimo referendum costituzionale. La Germania è in prima linea, con diversi Comitati già attivi, ai quali se ne aggiungono due nuovi, a Stoccarda e ad Aschaffenburg”. Lo dichiara Laura Garavini, della Presidenza del PD alla Camera, in occasione della partecipazione agli eventi di inaugurazione dei Comitati Basta un sì di Stoccarda e Aschaffenburg, da lei stessa promossi.

 

La Deputata PD aggiunge: “Ringrazio tutti gli esponenti delle nostre comunità che hanno dato vita a questi Comitati, con l’obbiettivo di dare una mano alla campagna per il sì. E’ un piacere incontrare, accanto agli amici di sempre, anche persone nuove, attratte dai cambiamenti messi in atto dall'azione riformatrice del nostro Governo. Sono spesso protagonisti di grandi professionalità, di voglia di fare e di incidere, nel nuovo Paese, così come in Italia”.

 

A Stoccarda, ospite del Circolo Sardo Su Nuraghe e del Circolo PD, la Garavini ha tenuto una relazione sulle riforme istituzionali portate avanti. Ad Aschaffenburg, accanto all’iniziativa per il sì promossa da Giorgio Pomillo, la Deputata eletta nella Circoscrizione Estero-Europa ha partecipato ad un ulteriore incontro con il Console Generale di Francoforte, Maurizio Canfora e con il Sindaco della città bavarese, Klaus Herzog. De.it.press 19

 

 

 

 

 

I puppi siciliani a Colonia e Düsseldorf

 

Colonia - I pupi siciliani sbarcano in Germania. L’Associazione Culturale Teatrale “Carlo Magno” di Palermo, infatti, porterà in scena l’Opera dei Pupi “Le avventure di Ruggero d’Africa” a Colonia e Dusseldorf.

Il 19 novembre alle 19.00 lo spettacolo si terrà nella sede dell’Istituto Italiano di Cultura; il 20 novembre alle 15.00 al Marionetten-Theater di Düsseldorf.

Per l’evento a Düsseldorf, ai cittadini italiani è stato riservato un contingente di 100 biglietti gratuiti che potranno essere prenotati presso il Marionetten-Theater fino ad esaurimento. Il numero massimo di biglietti gratuiti abbinati a ciascuna prenotazione è di 3. Al momento del ritiro del biglietto (non più tardi di una settimana dopo la prenotazione), occorrerà avere con sé un documento attestante la cittadinanza italiana.

Per l’evento a Colonia, invece, l’ingresso sarà libero per tutti sino ad esaurimento dei posti a sedere della sala teatro.

L’iniziativa è promossa dal Consolato Generale d’Italia a Colonia in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Colonia e il Marionettentheater di Düsseldorf e con il sostegno finanziario del Ministero italiano degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. (dip) 

 

 

 

 

Uscito “Rinascita Flash”, bimestrale curato dall’associazione “Rinascita” di Monaco di Baviera

 

Monaco di Baviera – È uscito il nuovo numero di Rinascita Flash, bimestrale curato dall’associazione “Rinascita” di Monaco di Baviera.

Di seguito i titoli degli articoli pubblicati: I capitoli dei prossimi libri di storia di Sandra Cartacci; Terremoto in centro Italia: come aiutare dall’estero di Laura Angelini; La riforma costituzionale in sintesi di Nadia Sotiriou; Siamo in guerra? di Massimo Dolce; Scuola magistra vitae? La Buona Scuola di Renzi di Antonella Lanza; Ho solo detto quello che penso di Valentina Fazio; Bella e maltrattata di Pasquale Episcopo; L'Italia torna regina dell’estate di Cristiano Tassinari; Allontanarsi dalla mentalità capitalista e scegliere la condivisione dei beni di Enrico Turrini; “Il sapore della vita – Der Geschmack des Lebens”, intervista a Valeria Vairo, cura di Francesca Canu; “La felicità di un cuore con le ali” di Lavinia Molea, recensione a cura di Rosanna Lanzillotti; “La splendida storia di Emilio” di Lorella Rotondi; Anestesia di Sandra Galli; Le novità d’autunno, dal Fertility Day ai Kuckuckskindern di Sandra Cartacci. (dip)

 

 

 

 

Lipsia. Garavini (PD): “Giusta l'attenzione di Rete Donne per una medicina che sia di genere”

 

“Se una donna viene colpita da infarto le probabilità che al pronto soccorso le venga somministrata la terapia giusta è fortemente minore rispetto al caso in cui si tratti di un uomo. Perchè nei manuali di medicina continuano ad essere elencati i disturbi  tipici di un paziente di sesso maschile (dolore al petto, piuttosto che quelli solitamente avvertiti dalle donne: mal di schiena, vertigini, difficoltà di respirazione). Le specificità femminili, che per tante malattie sono completamente diverse da quelle dei maschi - per sintomatologia, reazione ai farmaci, decorso della malattia, recidività -  per decenni non sono state considerate, con il risultato che troppo spesso le donne subiscono terapie non idonee e non ideali al proprio stato di salute".

 

"Ecco perchè è quanto mai urgente l'esigenza di una riforma culturale, anche a livello medico scientifico, affinchè si pervenga ad una medicina di genere che tenga nella dovuta  considerazione le oggettive differenze tra uomo e donna. Ed è lodevole che un'associazione della società civile, come Rete Donne, metta al centro del suo 6' convegno un tema di così grande portata, ancora troppo sottovalutato”.

 

Lo ha dichiarato Laura Garavini, della Presidenza del PD alla Camera e componente dell’Intergruppo parlamentare “Salute globale e diritti delle donne”, partecipando alla giornata di lavoro promossa dal direttivo di Rete Donne Italiane in Germania. Il convegno, dal titolo “Che genere di medicina. Medicina di genere: una prospettiva per le donne”, si è tenuto nel Kunstkraftwerk di Leipzig ed ha visto la partecipazione di numerose esperte/i in medicina e psicologia.

 

Nel corso del suo intervento la Garavini ha espresso un forte apprezzamento per l'operato di Rete Donne alle componenti del direttivo, Lisa Mazzi, Eleonora Cucina, Rafaela Braconi e Veronica Scortecci, motori dell'evento, come pure alle promotrici del Kunstkraftwerk, Luisa Mantovani e Nicole Rundo, per la bellissima ospitalità. De.it.press 27

 

 

 

 

 

L’AfD entra anche nel parlamento di Berlino

 

Berlino - “I populisti dell’AfD entrano al parlamento anche a Berlino, ma non trionfano, bloccati tuttavia dall’estrema sinistra della Linke. E non da Frau Angela. La metropoli storicamente è una città rossa, perfino sotto Hitler, e non ha ceduto, o non troppo, alla protesta xenofoba: i postcomunisti balzano dalla 11,7 al 15,7, e probabilmente entreranno al Governo 27 anni dopo la caduta del “muro”. Cedono i grandi partiti: i socialdemocratici rimangono in testa, ma crollando al 21,6 per cento (meno 6,7), mai un partito ha vinto un’elezione regionale con un risultato così basso. Dopo quindici anni di un borgomastro SPD, i berlinesi cominciano a esserne stanchi”. Questa l’analisi del voto di ieri che Roberto Giardina firma per “il Deutsch-Italia.com”, quotidiano online diretto a Berlino da Alessandro Brogani.

“La CDU della Merkel piomba al 17,5 (meno 5,8), il risultato peggiore di tutti i tempi in un voto di Land, da quando esiste la Repubblica Federale.

Si temeva che l’AfD bissasse il risultato di due settimane fa nel Mecklenburg-Vorpommern, la Pomerania Anteriore, dove si era piazzato al secondo posto, scavalcando la CDU, ma è stato fermato intorno al 14,1 per cento. Non troppo, ma sempre preoccupante. E, come previsto, contribuisce alla sconfitta della Grosse Koalition, un segnale pericoloso a livello nazionale per la Merkel.

Per la prima volta, non sarà possibile formare un governo a due, sarà necessaria una triplice alleanza. E i Verdi, che hanno contenuto le perdite (dal 17,6 al 15,1) tornano ago della bilancia.

Il borgomastro uscente Michael Müller sarà tentato di formare una coalizione rosso-rosso-verde, mandando all’opposizione la CDU. Il modello che potrebbe essere replicato dopo il voto nazionale nell’autunno del 2017, anche se Berlino rimane una realtà molto diversa dal resto del paese. Ma l’SPD non avrebbe molti più mandati degli due partiti alleati, e governare la metropoli potrebbe diventare complicato. Più ragionevole una coalizione rosso-verde-nera, benché sempre costretta a continui compromessi.

Spariscono i simpatici Piraten, impropriamente considerati i grillini teutonici, che dall’8,9 di cinque anni fa scendono sotto il due per cento. Ai loro 15 deputati non è bastato rifiutare l’auto di servizio andando in bicicletta per conservare gli elettori. Ma ritornano i liberali dell’FDP, che passano dall’1,8 al 6,7, così al Senato di Berlino saranno rappresentati ben sei partiti. Anche questa una novità assoluta. Una Prussia quasi all’italiana.

È diminuito l’assenteismo, il 66 per cento dei 2,5 milioni di elettori è andato a votare, a causa certamente dell’AfD che ha mobilitato i berlinesi. “Il 90 per cento ha voluto dimostrare di non essere razzista”, dichiara il Vicecancelliere socialdemocratico Sigmar Gabriel. La metropoli è multiculturale, oltre il 10 per cento dei berlinesi sono stranieri, almeno il doppio ha radici non tedesche, e sembra aver ben assorbito l’arrivo di 24mila profughi nel 2016, ma i problemi sociali sono gravi, anche se la disoccupazione in sei anni si è dimezzata. Mancano le case, ed esplodono gli affitti, anche a causa di italiani, spagnoli, danesi che hanno fatto incetta di appartamenti.

Le scuole sono in uno stato disastroso. Il borgomastro Müller ha chiesto un intervento di 5,5 miliardi per gli interventi più urgenti, ma difficilmente li otterrà. Già adesso la Capitale “rossa” e luterana sopravvive grazie ai quattro miliardi all’anno che riceve, del sistema di compensazione federale, dalla Baviera conservatrice e cattolica”. (aise 19) 

 

 

 

 

Ticino, stretta sui lavoratori italiani: al referendum anti-frontalieri vince il sì

 

Ogni giorno oltre 60mila persone arrivano nel Cantone svizzero dall'Italia. 58% dei voti favorevoli ma l'affluenza si è fermata intorno al 45%. L'iniziativa chiede che nel mondo del lavoro, a parità di qualifiche professionali, venga privilegiato chi vive sul territorio - di FRANCO ZANTONELLI

 

Il Canton Ticino ha dato un nuovo duro segnale di insofferenza, nei confronti degli immigrati, segnatamemte dei frontalieri italiani, approvando, oggi, l'articolo costituzionale "Prima I nostri", che invita a privilegiare, nelle assunzioni, la manodopera indigena. Una proposta dell'Udc, il partito di destra che è il più votato, a livello svizzero. Il cui presidente ticinese, Piero Marchesi, commentando il 58% di sì con cui l'elettorato l'ha accolta, ha affermato che "ora è chiaro che gli interessi del Ticino devono prevalere su quelli dell'Unione Europea".

 

Il che significa, in soldoni, un bel no alla libera circolazione delle persone, peraltro già bocciata, dalla maggioranza degli svizzeri, il 9 febbraio di due anni fa ma, finora, rimasta inattuata, per la difficoltà di rinegoziare un accordo con Bruxelles. Il che, verosimilmente, succederà, pure, con l'articolo costituzionale "Prima I nostri". Anche perché, dopo Brexit, l'Ue ha messo, ulteriormente in lista d'attesa, il dossier elvetico.

 

Dal canto suo, a risultato acquisito, il Governo ticinese ha segnalato la "difficoltà di applicazione dell'iniziativa Udc, a causa dell'armonizzazione con le leggi federali". Fatto sta che la maggioranza dei ticinesi, avendone l'occasione, ha segnalato, una volta di più, la propria insofferenza verso gli oltre 60mila frontalieri italiani che, quotidianamente, attraversano il confine per recarsi a lavorare in Svizzera. L'accusa principale è nei loro confronti è di rubare il lavoro ai residenti, sovente con fenomeni di dumping salariale. Anche se, proprio di recente, un imprenditore vicino all'Udc, Alberto Siccardi, titolare di un'azienda che produce ed esporta protesi in tutto il mondo, ha avuto parole dure, sul Corriere del Ticino di Lugano, contro la disponibilitá dei suoi concittadini, soprattutto giovani, a sacrificarsi per un lavoro. "Spesso - ha denunciato - dimissionano o rifiutano un posto di lavoro per ragioni infondate o strumentali, preferendo la disoccupazione". Sia come sia dopo il voto di oggi i frontalieri si sentiranno ancora di più mal sopportati. In un Cantone, oltretutto, a maggioranza leghista, che apprezza gli stranieri esattamente come il lombardo Matteo Salvini ama i migranti.

 

"Ce l'aspettavamo, anzi è già tanto che la percentuale non è stata più alta, c'è troppo un clima di malessere oltreconfine". È il commento di Eros Sebastiani, presidente dell'Associazione Frontalieri Ticino, sede a Varese, dalla cui provincia arrivano circa 25mila dei lavoratori che vanno a lavorare nel cantone svizzero. Altri 22mila arrivano dal comasco e il resto tra il Lecchese, la Valtellina, il Verbano-Cusio-Ossola in Piemonte, e in minore percentuale da altre zone del centro Italia.

 

"Ho già ricevuto molte telefonate preoccupate di lavoratori che mi hanno chiesto 'ma che succede domani? non ci fanno passare?' - ha raccontato Sebastiani -. La prima cosa da precisare è che domani non accadrà proprio nulla, perché quella è stata solo una consultazione per sollecitare Berna a fare qualcosa, ma dubito che si arriverà mai ad una legge vera e propria come richiesto dal testo della consultazione". "Quello che non è da sottovalutare però - ha aggiunto - è che questi risultati sono

il sintomo di un clima che potrebbe diventare esplosivo, purtroppo ci sono davvero delle situazioni che esasperano gli animi, come i casi di tanti lavoratori stranieri, non dico italiani, che accettano di lavorare per paghe bassissime". LR 25

 

 

 

 

 

UE. Della Vedova: “Per fermare i nazionalismi l’Europa deve voltare pagina”

 

ROMA - Mentre a Roma si discute, Sagunto viene espugnata. Se gli europeisti misurano le parole e cercano di non scontentare gli anti europeisti al governo per non aizzare quelli ancora all'opposizione, gli antieuropeisti alzano il tono della retorica e delle richieste. Così l'Unione Europea corre il rischio di divenire un guscio vuoto e implodere.

Come dimostra la vicenda della Brexit, la strategia del "troncare e sopire" può essere letale . C'è uno scontro durissimo, dentro e tra i Paesi membri, tra i fautori del nazionalismo sovranista e quelli di un europeismo internazionalista. È uno scontro politico ed elettorale radicale, non conciliabile e soprattutto non eludibile. Ogni mese che passa alla ricerca di decisioni per consensus è un mese guadagnato per i nazionalisti in crescita e perso per gli altri: ad ogni passo avanti dei nazionalisti gli europeisti fanno un passo indietro. Decidere di non decidere sull'immigrazione e rinviare qualunque iniziativa comune, accettando gli stop polacchi o ungheresi, non fermerà Le Pen o Salvini o Petry, anzi, darà loro maggior forza.

Paradosso ungherese

Dal Parlamento ungherese sono praticamente sparite le bandiere dell'Unione Europea, con il paradosso che quel Paese, per ragioni ineccepibili nel quadro della solidarietà comunitaria, è tra i principali beneficiari dei contributi europei pagati dai contribuenti di Paesi come l'Italia. Anche la Polonia è un importante percettore netto di risorse comunitarie così come, anche se in misura minore, lo sono gli altri due Paesi del Gruppo di Visegrad, Cèchia e Slovacchia. Tutti Stati che hanno beneficiato enormemente dell'apertura del mercato unico, anche in ragione degli investimenti diretti di molte imprese, a partire da quelle tedesche o italiane. Ora in alcuni di questi Paesi si assiste ad una torsione protezionista (nazionalismo e protezionismo sono gemelli siamesi) e alla dichiarata volontà di depotenziare il livello comunitario, negoziando le eccezioni sulla base di accordi intergovernativi, sottratti al giudizio delle istituzioni competenti, a partire dalla Commissione Ue.

Bisogna essere fraternamente chiari: la botte piena dei fondi di coesione e dei benefici del mercato unico è incompatibile con la moglie ubriaca della totale indisponibilità a condividere decisioni e responsabilità su rifugiati e migranti che bussano alle porte dell'Europa. Le importanti proposte della Commissione sulla necessità di nuove regole europee per l'asilo e per la ricollocazione dei rifugiati, invece, restano lettera morta per l'ostruzionismo dei governi nazionali. Per questo il presidente del Consiglio Renzi ha fatto bene a denunciare l'ennesimo nulla di fatto europeo su questo punto, in particolare sul fronte nordafricano: per ragioni di merito, ovviamente, ma anche per ragioni politiche. Il disegno dei nazionalisti è lucido: svuotare le istituzioni europee del loro significato e ruolo sovranazionale.

Accordi al ribasso

Lo scontro tra l'apertura e la chiusura, che si gioca nella politica e nelle elezioni nazionali, si sta riproponendo tale e quale nelle sedi comunitarie. Accettare nel Consiglio Europeo gli accordi al ribasso imposti dai Paesi nazionalisti e anti europei, non servirà a rabbonire i nazionalisti che non hanno ancora la maggioranza, li rafforzerà. Da questo punto di vista, le istituzioni dell'Unione Europea non sono più da tempo un territorio neutrale, dove le decisioni maturavano seguendo orientamenti strategici grossomodo condivisi nei Paesi sia dalle maggioranze che dalle opposizioni del momento. Oggi l'Unione Europea, i suoi poteri e le sue regole di funzionamento, sono oggetto dello scontro politico domestico e i vertici europei hanno definitivamente "perso l'innocenza", che nessuno più restituirà loro. Quando Matteo Renzi, con il plauso di Guy Verhofstadt, chiede delle decisioni e non dei rinvii sull'immigrazione apre una stagione obbligata, in cui la vita dell'Unione europea si giocherà sul confronto e non più sul consenso.

Il consenso oggi è possibile solo al ribasso e gioca a favore delle tante Brexit che covano nel continente. Il mercato unico sopravviverà solo se perderanno i fautori della chiusura nazionalista e protezionista, non se si proverà a rabbonirli con concessioni, che ne richiameranno delle altre e poi delle altre ancora, fino alla dissoluzione dell'Unione e al ritorno dell'Europa delle patrie in conflitto tra loro. Proprio la strategia del Gruppo di Visegrad, del resto, si mostra inconsistente laddove quei Paesi minacciano il veto a qualunque accordo sulla Brexit che consentisse a Londra una qualche partecipazione al mercato comune, ma limitasse la libera circolazione dei cittadini est europei nel Regno Unito; giusto, l'Unione a là carte è una contraddizione in termini, non può sopravvivere.

Gli europei saranno rilevanti in questo secolo, in cui le gerarchie demografiche ed economiche sono stravolte rispetto al passato, non se gli Stati riconquisteranno un simulacro di sovranità, ma solo se la condivideranno in una sovranità di scala continentale. Molti elettori, politici e uomini di governo, pensano l'opposto: a questo confronto politico elettorale non ci si può più sottrarre, ma si può vincerlo. Benedetto Della Vedova, l’Unità 23.9.

 

 

 

 

Usa 2016. Hillary vs Donald, la secchiona batte l’istrione

 

Il prossimo sarà peggio. E, forse, andrà meglio. Non è un gioco di parole: è questione di prospettiva. Il primo dibattito in diretta televisiva fra Hillary Clinton e Donald Trump, seguito da oltre cento milioni di americani, è stato grintoso, ma senza colpi bassi.

 

Ora, il candidato repubblicano, uscitone sconfitto, promette che non darà quartiere alla rivale democratica nel secondo appuntamento, l’8 ottobre, a un mese esatto dall’Election Day: “Colpirò più duro”, annuncia il magnate, già pentitosi di non avere sollevato, questioni spinose per l’ex first lady, come le infedeltà del marito, ed ex presidente, Bill. “Mi sono frenato perché c’era Chelsea in sala” spiega, come se la figlia dei Clinton, madre due volte, fosse una fragile adolescente.

 

L’imbarbarimento del dibattito, dunque, è garantito: sarà peggio. Ma pure l’audience è assicurata, magari in crescita, attratta dall’attesa di pruriginose rivelazioni: dunque, andrà meglio. Non è detto, invece, che il risultato cambi. La Clinton, che non nasconde la soddisfazione per com’è andata, dice: “Io non mollo … Il punto è la tempra, l’adeguatezza, la preparazione a ricoprire il ruolo più importante al Mondo”.

 

E il presidente Obama, che ha seguito il primo dibattito nella Treaty Room della Casa Bianca, la sostiene: “Trump non può fare il presidente, non è preparato”, ribadisce, appena spenta la tv. E poi tweetta: "Non potrei essere più orgoglioso di Hillary. La sua visione e la sua padronanza mostrano che è pronta per essere il nostro prossimo presidente".

 

Il verdetto del pubblico

Lo confesso: a me, alla fine, pareva un match pari: non uno 0 a 0, per carità, ché gol ne avevano segnato entrambi, ma un bel 2 a 2 senza biscotto stile Svezia-Danimarca. E lo stesso giudizio avevo captato, via twitter o in presa diretta, da colleghi e commentatori autorevoli ed esperti.

 

Invece, i sondaggi hanno inequivocabilmente indicato che il pubblico ha attribuito una larga vittoria a Hillary Clinton, forse abbacinato dal rosso vistoso del suo completo, non sufficientemente bilanciato dal blu elettrico della cravatta scelta da Donald Trump.

 

Per la Cnn, che fa un sondaggio in tempo reale, Hillary ne esce meglio per il 62% degli intervistati, quasi i due terzi. La Monmouth University chiede se lo showman ha la stoffa per fare il presidente: il 61% risponde no, il 35% sì.

 

E l'editorial board del Washington Post, già schieratosi contro Trump, commenta senza ambiguità: "Il primo dibattito televisivo ha mostrato ancora volta che c'è un unico candidato adatto alla presidenza", la Clinton, "non perfetta ma esperta e sicura". Il dibattito racconta il fallimento del processo di selezione repubblicano, "con la designazione di un candidato che, cinico o ignorante, vende una visione distorta della realtà, squalificandosi praticamente con ogni sua affermazione".

 

Il primo round va, dunque, alla secchiona, che si presenta preparata e tiene a freno i nervi, e punisce l’istrione, che improvvisa e man mano va fuori giri. Ma la vittoria di Hillary è ai punti, non è un ko; Donald ha ancora due occasioni per rovesciare il verdetto, l’8, quando i due dovranno rispondere alle domande dei cittadini, e il 18, quando si tornerà alla formula d’esordio. Il 4 toccherà ai loro vice, Tim Kaine e Mike Pence.

 

Botte e risposte e punture di spillo

Lei parte sulla difensiva e finisce all’attacco; lui fa bene la fase di studio, ma poi cede un po’ alla distanza e almeno una volta farfuglia. Il match è regolare, l’arbitro - cioè il moderatore, Lester Holt, giornalista della Nbc - non fischia mai a sproposito. Lui la prende in giro perché s’è preparata al dibattito, ma lei reagisce: "Mi sono preparata a fare il presidente"; e riesce a innervosirlo.

 

Partiti senza affondare i colpi, i due candidati alla Casa Bianca hanno finito con prodursi in attacchi anche personali. Trump dice che Hillary "non ha la tempra" per essere presidente; lei replica che lui "insulta le donne" e le minoranze. Hillary ricorda quello che lei ha fatto nella sua vita politica, lui ribatte "Lo hai fatto male".

 

Trump le rimprovera di non avere pubblicato le sue mail di quando era segretario di Stato; Hillary suggerisce che lui nasconda qualche cosa, rifiutandosi di pubblicare la propria dichiarazione dei redditi. E ancora: "Manchiamo di leadership, colpa di gente come la Clinton" - Trump -; "Donald ha storie di pregiudizi razziali" - Hillary.

 

Nuovo contro vecchio

Lui la mette sul nuovo contro il vecchio; lei sull'esperienza contro l’approssimazione. Trump procede per affermazioni categoriche, Hillary cerca di stare ai fatti. In effetti, la verifica sulla veridicità delle affermazioni fatte - un esercizio serio, negli Stati Uniti - becca il magnate in fallo almeno 13 volte.

 

Resta da vedere quanto e come il dibattito avrà cambiato le posizioni fra i due candidati, arrivati quasi in equilibrio al confronto, anche se un sondaggio della Nbc, pubblicato immediatamente prima dello show, dà la Clinton al 45% e Trump al 40%, davanti al libertario Gary Johnson al 10% e alla verde Jill Stein al 3%.

Giampiero Gramaglia, consigliere dello IAI. AffInt 28

 

 

 

 

La moneta della discordia cancella l’illusione degli “Stati Uniti d’Europa”

 

Gli “Stati Uniti d’Europa” non sono mai stati fortunatamente altro che una falsa utopia priva di qualunque reale fondamento. L’euro, lo strumento che nella miope faciloneria di una intera classe politica doveva accelerare questo utopico ma poco desiderabile obiettivo si è rivelata al contrario la bara del folle progetto. L’Unione Europea aveva e può tornare ad avere un senso unicamente come libera federazione di stati sovrani che cooperano sulla base di trattati bilaterali o multilaterali, nel rispetto delle differenze di che sono un pregio e il vero valore dell’Europa. Soltanto politici asserviti al diktat delle multinazionali potevano illudersi di soggiogare i popoli europei dominandoli con un organismo burocratico privo di democratica legittimità quale appunto la Commissione dell’UE, pieno di zelo impietoso nel livellare le storiche caratteristiche che culturalmente, linguisticamente ed economicamente contraddistinguono la ricca diversità dell’Europa reale. Chi crede di poter fare il paragone con gli Stati Uniti d’America evidentemente non conosce né la storia d’Europa (millenaria) né quella dell’America del Nord, che data appena da un paio di secoli.

Il caso Brexit ha dimostrato che i cittadini del Paese europeo con la più antica tradizione democratica di governo, i  britannici, pur con tutte le contraddizioni che hanno motivato il voto di uscita dall’UE, hanno deciso che tutto sommato è meglio riprendersi la piena sovranità piuttosto che mendicare privilegi e condizioni di favore coi burocrati di Bruxelles. E il seguito ha dato loro ragione, nessuna delle catastrofiche previsioni si è avverata, anche perché erano evidentemente falsità colossali, le stesse che vengono ripetute senza uno straccio di prova per convincere i rimanenti stati europei a restare sia nell’UE che a tenersi la velenosa moneta unica, causa prima del prolungarsi senza speranze della più lunga crisi del dopoguerra. Una crisi che fra illusorie riprese e cadute sempre più profonde èd destinata a durare e divenire permanente emergenza, non solo economicamente ma anche politicamente. Non occorre essere specialisti di teoria della moneta per comprendere che senza compensazioni e transfer fiscali nessuno Stato può gestire una moneta valida per l’intero suo territorio: tanto meno allora un “super-stato” gigante dai piedi d’argilla come l’Unione Europea, dove è ormai chiaro a chi non vuole chiudere gli occhi di fronte alla realtà, che non vi è più la benché minima parvenza di solidarietà fra gli Stati assorbiti dal nucleo iniziale che sembra agire all’identico modo dell’Unione Sovietica, soltanto in brutta copia. Premessa la complicità dei pochi che sapevano e concessa l’ingenuità dei tanti che si illudevano credendo all’inganno, la paternità vera dell’euro va riconosciuta indubbiamente alla Germania, che aveva appena compiuto sul proprio territorio il medesimo esperimento con risultati pressoché identici a quelli che si constatano oggi nei Paesi mediterranei “eurizzati”. Al momento dell’introduzione dell’euro per il primo gruppo di Paesi europei, nel 2002, era trascorsa appena una decina d’anni dalla colonizzazione della ex Germania comunista, la cui industria in quasi tutti i settori irrimediabilmente non competitiva (ma non senza eccezioni: v. ad es. le officine Zeiss), era stata liquidata con l’unificazione monetaria e con cambio alla pari fra marco occidentale e marco orientale. La disoccupazione ed il progressivo spopolamento hanno ridotto colà intere province a deserti ex-industriali, nel migliore dei casi i lavoratori sono irreggimentati nelle gabbie salariali che ancor oggi sussistono.

Gli sforzi per lo sviluppo delle aree orientali non mancano, ma il cammino è lungo e reso appunto difficoltoso dall’unificazione monetaria avvenuta unicamente per ragioni politiche ed in violazione delle più elementari ragioni economiche.

Tutto si può dire dei politici tedeschi meno una cosa: che non sapessero: la condizione basilare ed irrinunciabile per un’unificazione monetaria in aree economiche non omogenee  la Germania Federale la trova scritta nella propria Costituzione agli articoli  106  e 107, che impongono una ripartizione del gettito fiscale  fra le regioni, finalizzata  a garantire „l'uniformità delle condizioni di vita nello Stato Federale” evitando di “sovraccaricare il contribuente”  ed esplicita che attraverso apposite leggi le “diverse capacità fiscali delle regioni devono essere compensate in modo adeguato [1].

Concretamente dei 16 “Länder” federali sono ben 13 a ricevere e solo tre a pagare per tutti, cioè quelli industrialmente più avanzati (Baden-Württemberg, Baviera, Assia), che regolarmente mugugnano e ogni anno minacciano ricorsi alla corte Federale per contrattare riduzioni dei transfer finanziari ma finiscono poi sempre per pagare.[2]   

Nell’ indebitamento pubblico pro capite le differenze fra i  Länder tedeschi sono enormi: si va dai 1.613 € della Sassonia (ex-DDR) agli 11.331 € della Renania-Palatinato fino ai 32.000 €  della città Stato di Brema. La media nazionale è 9.294 € [3]   

Dunque i padrini dell’euro, cioè i governanti tedeschi, sapevano benissimo - avendone l’obbligo costituzionale in casa propria - che per funzionare l’euro avrebbe dovuto prevedere l’identico meccanismo e che senza di esso era impossibile “garantire l'uniformità delle condizioni di vita” dei cittadini dei vari Paesi d’Europa: evidentemente questo dettaglio non interessava loro minimamente o era esattamente quello che volevano evitare.

Mentre vantavano i benefici dell’euro che stavano imponendo secondo le proprie regole (60 % deficit statale e 3% annuale indebitamento massimo, regole che per primi poi violarono) sapevano dunque benissimo che mancava la condizione di base e che senza di essa le conseguenze sarebbero appunto state quelle attuali: la Germania coi tassi negativi addirittura guadagna indebitandosi (!) ma a spese degli altri Paesi ai quali ha imposto vincoli di spesa tramite la servile Commissione Europea. Che i governanti tedeschi facciano i propri interessi è comprensibile.

Ed è comprensibile che i politici tedeschi siano legati all’euro a corda doppia poiché ciò consente loro di fare col resto d’Europa quanto appunto sperimentato con la ex- RDT, che è servita da spauracchio alle Organizzazioni sindacali per far accettare anche nella zona occidentale la cura radicale ed il taglio dei diritti dei lavoratori operato con le riforme dell’ex-Cancelliere socialdemocratico Schröder. 

Le industrie tedesche si sono dunque collocate in posizione competitiva rispetto al resto d’Europa, ed almeno nel breve e medio periodo possono difendere il loro vantaggio senza necessità di grandi investimenti ed innovazioni, visto che hanno messo gli altri Paesi nell’impossibilità di investire per rilanciare le proprie economie. Però anche la locomotiva tedesca comincia a perdere colpi. Ne è prova lampante anche se da pochi compresa, la grande truffa escogitata dalla Volkswagen in combutta con la Bosch per battere slealmente la concorrenza sul mercato dell’auto: invece di innovare era più economico truffare. Analogamente si veda il caso della Deutsche Bank: i continui processi e soprattutto gli accordi per evitare le pesanti multe dimostrano che sia nel settore industriale che in quello finanziario la competitività facilmente ottenuta risparmiando sul “capitale variabile”, cioè a spese degli impiegati e degli operai non basta più a livello internazionale. Alcuni settori (es. fotovoltaico) sono stati già travolti dalla concorrenza cinese.

Per qualche tempo la Germania può continuare anche senza possedere una strategia di investimenti innovativi semplicemente gestendo la posizione di rendita ottenuta come sopra specificato.

Ma è difficile immaginare che possa continuare a lungo con la politica interna del bilancio a pareggio, che è il cavallo di battaglia dei Wolfgang Schäuble: sarebbe un ottimo amministratore di condominio e se continua ad essere ministro delle finanze è unicamente grazie a due circostanze: la possibilità di scaricare sul resto d’Europa il peso della mancata crescita economica e di risparmiare sia sugli investimenti che sulla modernizzazione delle infrastrutture, trascurando manutenzione di strade,  ponti e di cospicua parte delle linee ferroviarie ed in altri settori al servizio dei cittadini.

Chi volesse avere la controprova lampante dell’impossibilità di funzionamento dell’euro “per generare benessere e crescita economica” deve unicamente guardare alla Germania, senza lasciarsi irretire dalle facili ed interessate ma false interpretazioni delle valanghe di voti finiti al nuovo partito AfD (Alternative für Deutschland), che è indubbiamente un partito fascistoide e  razzista, ma che raccoglie il voto di protesta che la sinistra di governo (i socialdemocratici SPD) non ha saputo gestire allineandosi con pochi “distinguo” verbali ma nessuna opposizione sostanziale al credo neoliberista.    

La falsa polemica giocata sulla pelle dei rifugiati è un’ulteriore prova della insipienza dei commentatori: stranamente i più feroci oppositori dell’immigrazione si trovano nelle regioni dell’ex RDT dove gli immigrati o non ci sono o rappresentano una cifra irrisoria: ma dove appunto il malessere antigovernativo di coloro che sono i veri perdenti della riunificazione tedesca  si sfoga sul capro espiatorio gentilmente offerto dalle destre.

Sono fatti sotto gli occhi di tutti, buon senso e un minimo di attenzione e osservazione della realtà anche quando appare scomoda e mette in dubbio le credenze diffuse sarebbe sufficiente per capire invece di rifugiarsi nell ecomode illusioni.  

Ciò che stupisce in questo contesto è la dabbenaggine dei “sinistrorsi sinistrati e creduloni” che continuano a credere alla favola degli Stati Uniti d’Europa quando la cancelliera Merkel predica sacrifici e austerità per un illusorio “salvataggio dell’euro quale condizione per  salvare l’Unione europea”.

Non si rendono nemmeno conto costoro che la cancelliera parla quale marionetta dell’apparato industriale-finanziario neoliberista , in cui l’industria militare gioca un ruolo fondamentale (il vice cancelliere socialdemocratico Gabriel da vero e proprio commesso viaggiatore degli armamenti è riuscito a raddoppiare le esportazioni d’armi nel 2015).

Nessuna meraviglia quindi che il governo tedesco sia la punta di diamante per imporre al resto dell’UE le sanzioni antirusse e che appoggi incondizionatamente le provocazioni NATO: la conseguente corsa agli armamenti serve a compensare le forti perdite nelle esportazioni in Russia per effetto delle sanzioni ed agisce da catalizzatore per la riconversione industriale tedesca dal settore civile a quello militare: un dettaglio che dovrebbe preoccupare le sinistre, ma sembra passare del tutto inosservato.   

La fede nell’UE come garanzia di superamento della crisi economica comporta naturalmente l’accettazione del dogma della riduzione del debito sovrano, secondo la filosofia appunto del buon amministratore di condominio. Al riguardo non ci si deve stancare di ricordare come il debito sovrano sia intanto divenuto tale in gran parte scaricando sullo Stato i debiti privati col “salvataggio delle banche” e che comunque nell’ottica della crescita economica non può essere un criterio utile ad identificare le strategie di sviluppo. L’entità del debito, sia totale che pro capite, di per sé non dice nulla, anzi uno Stato poco indebitato di regola è uno stato poco sviluppato economicamente: non necessitano profonde conoscenze teoriche per capire che sono gli investimenti a mettere in movimento l’economia  ed essi sono possibili unicamente tramite preventivo indebitamento. Le banche a loro volta, contrariamente all’ingenuo credo popolare (tuttavia insegnato ancora a livello universitario) non prestano capitali sulla base dei depositi dei risparmiatori ma semplicemente creano moneta … dal nulla.

Dunque ciò che è decisivo per il funzionamento positivo di qualunque economia non è il rapporto semplicistico fra reddito e debito, ma la natura del debito. Nel medio e lungo periodo un alto debito sovrano in crescita o senza possibilità di una sua diminuzione è sintomo di un’economia in involuzione (de-industrializzazione, deflazione). Nel breve periodo un alto indebitamento può invece significare un forte investimento che genera negli anni seguenti un reddito sufficiente a restituire i debiti (che in termini monetari significa “distruggere” la moneta creata dal nulla al momento della concessione del prestito).

Attualmente la BCE continua unicamente a produrre fiat money senza alcuna ricaduta sull’economia reale, cioè non genera investimenti, serve unicamente a gonfiare le bolle speculative della finanza.   

 

Chi volesse verificare la mancanza di correlazione fra reddito pro capite ed indebitamento misurato in percentuale del PIL può consultare le seguenti tabelle        dell’anno 2015 l’indebitamento in percentuale del PIL [4]  ed il reddito pro capite nei singoli Paesi dell’ UE è stato il seguente: 

 

Paesi

eurozona

Indebitamento

in  % PIL

Reddito pro

 capite in euro

Grecia

176,9

16.200

Italia

132

26.900

Portogallo

128

17.300

Spagna

103

23.300

Francia

96

32.800

Austria

86,22

39.400

Slovenia

83,21

18.700

Germania

71,2

37.100

Olanda

65,09

40.000

Slovacchia

52,91

14.400

 

 

Paesi con monete sovrane

Indebitamento

in % PIL

Reddito

 pro capite

Gran Bretagna

88,20

39.600

Polonia

50,3

11.100

Rep. Ceca

44,45

15.800

Svezia

44,21

45.400

Romania

37,76

  8.100

 

È evidente che ciò che conta per lo sviluppo non è il livello di indebitamento ma la qualità del debito, cioè se si tratta di debiti da investimenti produttivi o di indebitamento improduttivo (= sprechi) o addirittura sostanzialmente finalizzato a… pagare gli interessi sui debiti.

Per uscire dalla spirale dell’indebitamento crescente ed improduttivo non basta dunque limitare semplicemente l’indebitamento riducendo gli investimenti (che sarebbe un po’ come il contadino folle che compra meno sementi o ara meno campi per risparmiare carburante: sembra una follia, anzi lo è chiaramente, ma è esattamente ciò che ha imposto la Troika ai Paesi sinistrati dall’euro)  ma occorre invece aumentarli anche a costo di una crescita immediata e nel breve o anche medio periodo del debito complessivo.

La Troika ha imposto al resto d’Europa la ricetta tedesca del risparmio che in Germania - per ora - funziona ancora, anche se continuando  nella loro politica neoliberista ad allargare la forbice dei redditi ed aumentando le disuguaglianze i partiti al governo rischiano di trovarsi spodestati dalle destre fascistoidi.

I meccanismi di transfer fiscali fra i Länder agiscono infatti soprattutto in modo orizzontale, cioè non colmano le differenze fra i ceti più o meno abbienti.

Per il prossimo futuro finché riesce ad imporre l’euro al resto d’Europa la Germania può continuare su questa strada, molto comoda poiché dal momento che  le obbligazioni statali tedesche hanno interessi negativi, Schäuble guadagna anche facendo debiti (ma da buon amministratore di condominio nonne approfitta).

Il sistema dell’euro tuttavia è minato nelle sue fondamenta anche da parte della BCE, e anche Draghi non può far altro che continuare col metodo delle piramidi o come si dice negli USA, col metodo “Ponzi”: essendo a vantaggio di un Paese a spese degli altri, in un’unione monetaria tale strategia non può durare all’infinito, il crollo è insito nel suo stesso meccanismo.   


[1] § 106 Costituzione, comma 3.2. : “Die Deckungsbedürfnisse des Bundes und der Länder sind so aufeinander abzustimmen, daß ein billiger Ausgleich erzielt, eine Überbelastung der Steuerpflichtigen vermieden und die Einheitlichkeit der Lebensverhältnisse im Bundesgebiet gewahrt wird.
§ 107 comma 2: Durch das Gesetz ist sicherzustellen, daß die unterschiedliche Finanzkraft der Länder angemessen ausgeglichen wird;  

[2] http://de.statista.com/statistik/daten/studie/71763/umfrage/geber-und-empfaenger-beim-laenderfinanzausgleich/

 

[3] http://de.statista.com/statistik/daten/studie/629/umfrage/oeffentliche-pro-kopf-verschuldung-nach-bundeslaendern/

[4] http://www.haushaltssteuerung.de/staatsverschuldung-europa-ranking.html#staatsschulden-bip  (Graziano Priotto 2)

 

 

 

Renzi batte i pugni in Europa ma in Italia stia sereno

 

L’europeismo al quale anche lui è approdato non avanza, anzi fa passi indietro

di EUGENIO SCALFARI

 

Dal vertice europeo di Bratislava ad oggi è passata una decina di giorni durante i quali si è consumata una rottura tra Renzi e l'Europa di stampo franco-tedesco con vasto seguito dei Paesi che sentono l'egemonia della Germania e vi si conformano. Renzi è praticamente solo e desidera esserlo. "Non voglio vivacchiare rispettando i comodi dell'asse franco-tedesco. Vivacchiare per un anno, aspettando che Francia e Germania abbiano risolto i loro problemi elettorali".

 

 Il mondo occidentale, Giappone compreso, è agitato da problemi interni e internazionali estremamente complessi e preoccupanti che si intrecciano tra loro. Tutto è sempre più sconnesso e l'Europa peggio degli altri. Una Confederazione di 27 Paesi, ciascuno aggrappato alla propria sovranità nazionale mentre dovrebbero rafforzare l'Europa almeno per quanto riguarda la politica economica, quella delle migrazioni di massa e quella estera e militare. Per un periodo è sembrato che i Paesi di maggior rilievo e soprattutto i 19 che hanno adottato da diciotto anni la moneta comune, si fossero orientati in questo senso ed avessero capito che era necessario un cambiamento delle istituzioni europee. Ma l'illusione è durata assai poco. Questa strada è stata abbandonata da tutti, salvo che da Renzi e in tutt'altra misura ma con analoghi intenti da Mario Draghi. Che il nostro presidente del Consiglio abbia attenuato e per certi aspetti abbandonato il proprio nazionalismo nessuno se lo aspettava e invece è accaduto.

 

 La sua conversione al manifesto di Ventotene ha concluso una fase transitoria durante la quale Renzi ha cercato di costruire una sua politica europeista ed un proprio ruolo che allineasse l'Italia ai grandi dell'Europa. Del resto siamo tra gli Stati fondatori, a cominciare dalla Comunità europea del carbone e dell'acciaio, dai trattati di Roma del 1957, dalla nascita dell'Unione europea, dall'adozione della moneta comune nel 1999 ed alla redazione della Costituzione europea, firmata da Giscard d'Estaing e da Giuliano Amato. Purtroppo però quella Costituzione fu bocciata dai referendum indetti in Francia e in Olanda.

 

 Questa per sommi capi è stata la storia europeista italiana, portata avanti da personaggi come Altiero Spinelli, De Gasperi, Guido Carli, Giuliano Amato, Prodi, Ciampi, Napolitano, Draghi ed ora Renzi che batte il pugno sul tavolo quando quell'europeismo al quale anche lui è approdato non riesce ad avanzare, anzi fa preoccupanti passi indietro.

 ***

 Molti sostengono che battere i pugni è un pessimo metodo, tipico di Renzi in tutte le occasioni in Italia e in Europa. Per quanto riguarda l'Italia hanno ragione: siamo una democrazia parlamentare e il Parlamento rappresenta il popolo sovrano, sia che abbia forme bicamerali o monocamerali. In Europa è diverso: il Parlamento è formato da partiti eletti dai singoli Paesi e non dal popolo nella sua cittadinanza europea. La cittadinanza europea esiste a parole ma non è in una Costituzione. Non esiste una Costituzione europea, sostituita da un Trattato di Lisbona che si limita a stabilire alcuni principi estremamente elastici. I partiti i cui rappresentanti occupano i seggi parlamentari e le singole commissioni a Bruxelles e a Strasburgo l'assemblea che si riunisce una volta al mese sono eletti dai singoli Paesi e quindi non rappresentano il popolo sovrano europeo. Non lo rappresentano perché, come abbiamo già detto, non esiste.

 

 Le conseguenze si vedono ad occhio nudo: 8 Paesi su 27 hanno monete proprie e non quella comune. Il patto di Schengen che non prevede confini intraeuropei è accettato soltanto da alcuni ma non da tutti. Non esiste una forza armata europea e non una politica estera comune, non esiste un presidente con poteri decisionali ma soltanto un presidente con poteri procedurali, convoca i capi di Stato e di governo dei membri dell'Unione che deliberano a maggioranza qualificata o il più delle volte con voto unanime sicché basta un solo voto contrario per bloccare tutti.

 

 Insomma la Confederazione non ha fatto alcun passo avanti verso la Federazione. Altiero Spinelli disse giustamente che ci sarebbe voluto molto tempo per arrivare agli Stati Uniti d'Europa. In realtà passi avanti sostanziali non sono stati fatti: Confederazione eravamo e tale siamo rimasti, anzi abbiamo anche dovuto registrare qualche mese fa la Brexit della Gran Bretagna. Assistiamo dovunque alla nascita di movimenti e partiti populisti, xenofobi e antieuropei in quasi tutti i Paesi del nostro continente.

 

 Ecco perché la politica federalista di Renzi e i suoi pugni sul tavolo delle decisioni meritano di esser apprezzati. Ma queste considerazioni riguardano la politica del nostro presidente del Consiglio e l'Europa. Anche lui però ha delicati problemi da risolvere in Patria: economici, fiscali, politici. Si tratta di questioni non solo difficili ma fondamentali perché se al prossimo referendum dovessero vincere i "No" difficilmente potrebbe restare a Palazzo Chigi e quindi non resterebbe neppure in Europa con le conseguenze che ne seguono.

 ***

 Il referendum costituzionale e la vigente legge elettorale sono due problemi strettamente connessi, ne abbiamo più volte spiegato le ragioni su queste pagine e quindi non staremo a ripeterle. Renzi fino a pochi giorni fa l'aveva sempre negato ma finalmente l'ha ammesso e ha interpellato il Parlamento, cioè il Senato dove non ha la maggioranza assoluta che ha invece alla Camera, sul tipo di legge elettorale che le varie formazioni politiche vorrebbero. Quando ognuno avrà detto la sua anche lui farà una proposta sapendo comunque che a referendum avvenuto anche la Corte costituzionale emetterà la sua sentenza sulla costituzionalità della legge elettorale e lui dovrà tenerne conto.

 

 Un dato comunque è ormai assodato: una riforma elettorale ci sarà. Sarà una leggera incipriata alle gote o una vera e propria operazione di estetica facciale? Alcuni osservatori sostengono che Renzi non abbandonerà mai il ballottaggio; altri invece che potrebbe anche scegliere la proporzionale che è il criterio adottato dalla Corte costituzionale quando abolì il Porcellum. C'è però una possibilità di conservare il ballottaggio cambiandone tuttavia i connotati, finora una proposta del genere non è venuta fuori. Mi permetto di suggerirla: si instauri un sistema elettivo fondato esclusivamente in collegi uninominali con ampio spazio territoriale. Il ballottaggio avverrà collegio per collegio, dove i candidati decidono se andare al ballottaggio da soli o contraendo alleanze che possono essere anche diverse tra collegio e collegio. Il risultato finale emergerà dal totale degli eletti, deputati singoli o appartenenti a movimenti e partiti. Questo avverrà alla Camera, ammesso che il Senato sia stato abolito da una vittoria dei "Sì" al referendum. Se invece vincessero i "No" il Senato resterà quello che è, con la propria legge elettorale.

 

 A me sembra che queste ipotesi funzionino. Un progetto equivalente è quello di non fare il ballottaggio nei collegi ma consentire ai candidati eletti nei collegi senza alcun ballottaggio di contrarre alleanze prima del ballottaggio finale. Più o meno questi due sistemi elettorali si equivalgono politicamente.

 ***

 Gli altri temi, oltre questo elettorale, riguardano l'economia, la produttività e il fisco. Sono importantissimi e strettamente interconnessi. Qualche tempo fa feci una proposta che aveva il pregio di risolvere tutti e tre questi aspetti economici: il dimezzamento del cuneo fiscale per quanto riguarda i contributi che imprenditori e lavoratori versano all'Inps. Non detti però l'ammontare dell'intera operazione e gli effetti che essa potrebbe esercitare sulla domanda, sulla produttività e sulla auspicabile creazione di nuovi posti di lavoro. Questi dati li ho raccolti e perciò possiamo ora tornare su questo problema.

 

 Anzitutto il pagamento dei contributi grava sui lavoratori per il 9,19 per cento e sui datori di lavoro per il 23,81. È dunque l'impresa quella che sarebbe più avvantaggiata e quindi più disponibile ad aumentare la produttività e a creare nuovi posti di lavoro. L'ammontare totale del cuneo fiscale è all'incirca di 300 miliardi di euro annui, incassati dall'Inps che ne ricava un attivo marginale. La mia proposta iniziale è stata quella di ridurre il cuneo fiscale del 50 per cento e quindi a 150 miliardi di euro. È evidente che l'Inps incassando una cifra così ridotta e dovendo comunque farsi carico dei medesimi servizi, sopporterebbe una notevole perdita che lo Stato dovrebbe fiscalizzare facendola pagare ai contribuenti sulla base del reddito da essi dichiarato. Si tratta di cifre molto rilevanti che però possono essere ulteriormente ridotte pur conservando un effetto notevole sull'economia e la produttività. Una riduzione comunque efficace potrebbe essere non del 50 per cento ma del 30, il che significa in cifre assolute tra gli 80 e i 90 miliardi che lo Stato dovrebbe fiscalizzare.

 

 Su quale reddito dovrebbe scaricarsi questa fiscalizzazione? A mio parere su un reddito superiore a 120 mila euro annui. Siffatti redditi riguardano ancora un numero rilevante di contribuenti e quindi il peso della fiscalizzazione non è enorme ma comunque notevole. Naturalmente si accresce man mano che il reddito dichiarato dal contribuente aumenta. La sostanza dell'operazione per certi risvolti richiama una sorta di imposta patrimoniale che attenua le diseguaglianze e incita occupazione e consumi. Forse aumenterebbe il numero dei "Sì" al prossimo referendum. Renzi aveva in mente di ridurre di 3 punti il cuneo fiscale nel 2017. Ci pensi bene: 3 punti non significano niente, 30 punti capovolgono nettamente e utilmente la politica economica e sociale. LR 25

 

 

 

Accordi al ribasso

 

Lo scontro tra l'apertura e la chiusura, che si gioca nella politica e nelle elezioni nazionali, si sta riproponendo tale e quale nelle sedi comunitarie. Accettare nel Consiglio Europeo gli accordi al ribasso imposti dai Paesi nazionalisti e anti europei, non servirà a rabbonire i nazionalisti che non hanno ancora la maggioranza, li rafforzerà. Da questo punto di vista, le istituzioni dell'Unione Europea non sono più da tempo un territorio neutrale, dove le decisioni maturavano seguendo orientamenti strategici grossomodo condivisi nei Paesi sia dalle maggioranze che dalle opposizioni del momento. Oggi l'Unione Europea, i suoi poteri e le sue regole di funzionamento, sono oggetto dello scontro politico domestico e i vertici europei hanno definitivamente "perso l'innocenza", che nessuno più restituirà loro. Quando Matteo Renzi, con il plauso di Guy Verhofstadt, chiede delle decisioni e non dei rinvii sull'immigrazione apre una stagione obbligata, in cui la vita dell'Unione europea si giocherà sul confronto e non più sul consenso.

Il consenso oggi è possibile solo al ribasso e gioca a favore delle tante Brexit che covano nel continente. Il mercato unico sopravviverà solo se perderanno i fautori della chiusura nazionalista e protezionista, non se si proverà a rabbonirli con concessioni, che ne richiameranno delle altre e poi delle altre ancora, fino alla dissoluzione dell'Unione e al ritorno dell'Europa delle patrie in conflitto tra loro. Proprio la strategia del Gruppo di Visegrad, del resto, si mostra inconsistente laddove quei Paesi minacciano il veto a qualunque accordo sulla Brexit che consentisse a Londra una qualche partecipazione al mercato comune, ma limitasse la libera circolazione dei cittadini est europei nel Regno Unito; giusto, l'Unione a là carte è una contraddizione in termini, non può sopravvivere.

Gli europei saranno rilevanti in questo secolo, in cui le gerarchie demografiche ed economiche sono stravolte rispetto al passato, non se gli Stati riconquisteranno un simulacro di sovranità, ma solo se la condivideranno in una sovranità di scala continentale. Molti elettori, politici e uomini di governo, pensano l'opposto: a questo confronto politico elettorale non ci si può più sottrarre, ma si può vincerlo. Benedetto Della Vedova, l’Unità del 23.9.

 

 

 

 

Peggio

 

La cura “economica” Renzi, se servirà, non ha più il tempo per fare effetto. Almeno per quest’anno. Il “malato” potrebbe “spirare” prima. Questa è la situazione che si percepisce in Italia. La crisi economica, antica e reiterata ci ha messo a terra. Ma non solo. Mentre il sistema bancario nazionale è stato tutelato, accedere al credito resta un problema. Per parecchi piccoli imprenditori si è fatto impossibile. La macchina economica nazionale è ancora inceppata. Intanto, tirare avanti, è un’impresa che metta a dura prova anche il più diligente degli imprenditori. La burocrazia nazionale non concorre, certamente, a migliorare il quadro sociale del Bel Paese. Tantomeno, quello economico.

 Del resto, la pressione fiscale, indipendentemente da ogni altra stima, resta sopra al 40% degli utili. Ipotecando, tra l’altro, il futuro di un’intera Generazione di lavoratori e senza garantire una serena vecchiaia a quella che è destinata a uscire della realtà produttiva nazionale. Ma non è tutto. Da noi ci fa pagare la “tassa” sulla “tassa” e ogni desiderio d’opposizione finisce nel vuoto. Tra accise, addizionali locali e nazionali, andare avanti è quasi impossibile e il rischio di recessione resta. Purtroppo, non esiste una “cura” sicura per frenare il depauperamento delle risorse nazionali. Senza, poi, tener conto delle catastrofi naturali che coinvolgono lo Stivale.

 Certamente non è impoverendo il Popolo che sarà possibile limitare gli effetti negativi. L’Italia è uno dei Paesi UE con una macchina dello Stato a ingente costo e a basso rendimento. Una terapia, poi mai sperimentata, poteva essere quella del federalismo fiscale che anche l’attuale Esecutivo ha preferito non rendere operativo. Da noi, si è fatto un passo indietro. Col “placet” della Maggioranza dei partiti ancora presenti nelle aule parlamentari.

Ci sono dei vincoli che restano in primo piano ed è molto più facile concentrarsi sul “mucchio” che mettere a “fuoco” le posizioni del gran capitale e le speculazioni di pochi. Insomma, si è tornati al secolo scorso; con la differenza che ora dovremo render conto ad una platea ben più estesa di quella delimitata dai confini nazionali. Chi rischia sono sempre i più “deboli”. Ma non è ancora finita.

Prima di fine mandato, l’Esecutivo potrebbe presentare in Parlamento una sorta di marchingegno informatico capace di confrontare il livello economico di ciascuno col suo tenore di vita. Insomma, ci sarà il rischio d’altre amare sorprese. Se, almeno, ci fosse all’orizzonte una nuova classe politica, oseremmo sperare in meglio. Ma, realisticamente, non c’è. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Gentiloni: “Migranti, l'Africa resta centrale. In Libia trattare anche con Haftar”

 

ROMA - Il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni è a New York assieme al premier Matteo Renzi per l'Assemblea dell'Onu. Immigrazione e crisi libica dominano le preoccupazioni del nostro paese. E il rapimento dei due italiani non fa che rafforzare la necessità di attenzione al conflitto in Libia.

Ministro, cosa è accaduto ai due italiani?

«Seguiamo il caso minuto per minuto da stamattina. L'Unità di Crisi della Farnesina è in contatto con le famiglie. Al momento non ci sono indicazioni ed è troppo presto per attribuire una matrice precisa ai sequestratori».

La situazione del paese è di grande instabilità specialmente ora il generale Haftar ha conquistato i terminal petroliferi mentre stava trattando con l'Onu un nuovo accordo con Tripoli.

«Nelle ultime settimane avevamo registrato un fatto positivo: le forze fedeli al governo di Tripoli avevano eliminato quasi del tutto la presenza dell'Isis a Sirte. Su Haftar devo dire che il governo italiano e la comunità internazionale appoggiano fino in fondo il governo Serraj: noi sosteniamo la necessità di andare avanti nella ricerca di un accordo con le forze della Cirenaica, anche con il generale Haftar».

Ministro, la verità è che il primo attore nella Libia orientale è l'Egitto, che adopera Haftar e la sua milizia...

«Io credo che le condizioni della Libia siano cruciali per la sicurezza dell'Egitto così come lo sono per la sicurezza di altri paesi della regione. Per cui capisco e condivido l'attenzione continua del governo egiziano alla situazione libica. L'Egitto ha sempre detto di appoggiare il processo di stabilizzazione voluto dall'Onu, appoggia il governo Serraj, c'è la firma dell'Egitto sotto tutti i documenti che stanno segnando l'evoluzione di questo processo politico. Adesso auspico che l'Egitto si attivi con la sua indubbia influenza per favorire il dialogo dell'Est del paese con Tripoli, con il governo Serraj. E attenzione: non credo che una Libia divisa aiuterebbe la sicurezza dell'Egitto: la Libia divisa entrerebbe in una fase di conflitto permanente, avrebbe effetti destabilizzanti su tutti i paesi vicini. E' interesse dell'Italia dell'Egitto lavorare insieme per una Libia unita e stabile».

A New York il tema dominante quest'anno è quello dei migranti: quale è la posizione dell'Italia?

«Quest'anno sia il segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon che il presidente americano Barack Obama hanno messo sotto gli occhi di tutti qualcosa che non è più un'emergenza, ma un fenomeno strutturale di cui dobbiamo occuparci in maniera strutturale: la questione delle migrazioni è un fenomeno che ha elementi tipici di un'emergenza, ma ha chiaramente basi demografiche, economiche, geografiche createsi nei decenni. Adesso l'Onu vuole che questo tema sia affrontato da tutti i suoi Stati membri».

È quello che secondo il governo italiano la Ue non ha ancora iniziato a fare, come dice Renzi dopo il vertice di Bratislava?

«Chi si accontenta di Bratislava non vede la crisi dell'Unione. Bratislava era un vertice convocato per la prima volta dopo 45 anni senza il Regno Unito per iniziare a discutere proprio dell'Europa dopo la Brexit. Ebbene, dopo la Brexit ci troviamo un'Europa in attesa, che rinvia i problemi della crescita economica e delle migrazioni. E proprio su questo tema l'Unione si muove a passo di lumaca, di fronte alla minaccia più seria che la sua unità abbia dovuto fronteggiare. L'idea che circola in Europa è che ci sia stata un'emergenza nata nel luglio del 2015 ma conclusa nel marzo del 2016 con all'accordo con la Turchia. Come se fosse tutto finito... Noi vediamo le cose in modo molto diverso, altro che emergenza improvvisa e superata. I flussi sono in atto da anni e il problema non si elimina. Va gestito e regolato perché dovremo fronteggiarlo per i prossimi 10/20 anni. L'Italia pretende che sia efficace il piano di ricollocazione dei migranti che hanno diritto d'asilo. Pretende che il modello seguito con la Turchia sia sviluppato anche con l'Africa, in maniera concreta. Pretende che ci sia un nuovo impegno per le politiche europee di rimpatrio».

Il sindaco di Milano Sala chiede al governo nazionale maggiore coordinamento sul tema dei migranti.

«È vero. Serve un salto di qualità nelle politiche di accoglienza e integrazione. Sarà una sfida per tutte le autorità di governo, nazionali e locali»

Renzi ha criticato il vertice di Bratislava anche perché sul "migration compact" diretto ai paesi africani c'era poco o nulla. Ma cosa fate voi come governo italiano per orientare razione nazionale in quel settore?

«Lavoriamo con il Viminale per rafforzare le intese sui rimpatri e per crearle dove ancora non sono in vigore. Sono appena stato in Nigeria e Costa d'Avorio, andrò presto in Senegal e Niger. Anche qui sarebbe utile un impegno europeo: se mettiamo 6 miliardi di euro sulla Turchia quanti vogliamo destinarne a sostenere i paesi africani? Con altri colleghi europei pensiamo di visitare altri paesi africani. Questo per i rimpatri. Ma chi ha diritto di asilo deve essere ospitato: la Ue doveva distribuire 160 mila permessi, ne sono stati dati solo 6 mila».

Vincenzo Nigro LR 20

 

 

 

 

Mario Giro: “Canali umanitari, l’Italia può fare scuola”

 

ROMA - Buone pratiche contagiose. L'esempio italiano dei corridoi umanitari, frutto di un protocollo tra comunità cristiane e ministeri, potrebbe essere replicato da altri Stati. La Polonia ne sta studiando la fattibilità. E altri potrebbero seguire. A rivelarlo è Mario Giro, viceministro degli Esteri con delega alla Cooperazione internazionale. I corridoi umanitari, promossi e gestiti da Comunità di Sant'Egidio, Tavola valdese e Federazione delle chiese evangeliche in Italia, in collaborazione con i ministeri di Interno e Esteri, hanno già portato in salvo 280 profughi, per lo più siriani, a spese dei promotori, che ne stanno seguendo l'integrazione. Mille in due anni, ma i bisogni sono enormi. In Parlamento cresce il consenso. E anche Matteo Salvini ha detto a Radio Padania che li voterebbe. «A destra sono da sempre favorevoli ai corridoi umanitari: anche Alessandro Sallusti, direttore del Giornale lo disse subito. Perché garantiscono la sicurezza alla fonte».

Si può fare un passo avanti per istituzionalizzarli? In Parlamento Pd, Fi, centristi, M5S sono d'accordo.

Certo. Ma già ora i corridoi hanno una loro ufficialità, visto che prevedono il rilascio di visti e sono realizzati con le autorità. Il ministro Gentiloni all'Onu ha detto che la prima strada per potenziarli è che l'Italia faccia scuola: ha già avuto diversi incontri, alcuni Stati ci stanno pensando.

Corridoi anche in altri paesi?

È una questione che attiene alla sovranità nazionale, ci sono governi che stanno riflettendo. Posso dire che il governo della Polonia è molto intenzionato. In fondo cosa abbiamo accettato di fare? Quello di cui si parla da tanto: selezione in loco, viaggi sicuri, canali legali. Se tutta l'Europa, invece di aspettare che arrivino morendo nel deserto o in mare, si desse un sistema di corridoi umanitari, i flussi sarebbero molto diversi.

Ma per fare un "salto di quantità" cosa si può fare?

Noi ora stiamo testando il sistema. È un'iniziativa pilota molto seria. Potremmo alleggerire moltissimo il lavoro delle istituzioni: ambasciate, gestione degli sbarchi, commissioni territoriali, hot spot. E ora è a costo zero per lo Stato, che non spende nemmeno i 35 euro per vitto e alloggio. Ma se anche domani li dessimo, gestendo tutto il fenomeno con i corridoi, avremmo risolto questo problema. Se a questo aggiungiamo la gestione dei lavoratori, reintroducendo il decreto flussi con accordi bilaterali, che prevedono anche il rimpatrio, sarebbe la soluzione di tutto il fenomeno.

Un traguardo troppo ambizioso?

Quella dei corridoi è una prospettiva praticabile anche con numeri alti. Il resto, visto che le imprese hanno ancora bisogno di manodopera, lo si può affrontare riattivando i decreti flussi. In due o tre anni il fenomeno può essere è sotto controllo. Questo che va detta agli italiani: la gestione dell'immigrazione non è impossibile. È stata tenuta a livello emergenziale anche per motivi di polemica interna , spargendo per il Paese il sentimento dell'impotenza. Invece non è così. Per passare dall'accoglienza di mille a 10 mila non ci vuole molto. Rassicuri gli italiani, abbassi l'allarme sociale, stimoli

 le offerte di aiuto.

I campi in loco saranno gestibili?

Non ce ne sarà più bisogno: i campi così li svuoti. E dai un segnale chiaro: se ci sono condizioni di vulnerabilità, ti accogliamo. Se si tratta di ricerca di lavoro ci sono altre formule. Il decreto flussi. O aiutarti a casa tua con la cooperazione allo sviluppo. Se è vero quello che ha detto il commissario Federica Mogherini, che il piano di investimenti è di 30 miliardi, io sono convinto che bastano per creare un volano di sviluppo che permetta ai giovani di rimanere.

Cosa impedisce all'Europa di fare suo il progetto dei corridoi?

La Commissione europea ha accettato il principio, vediamo chi mette i soldi come promesso. Ma il Consiglio d'Europa blocca. Come per i ricollocamenti: 40mila persone da distribuire in un'area da 500 milioni di abitanti. Perché nel Consiglio ci sono i governi. Ma l'Italia non aspetta, e intanto fa da sola. Grazie anche alla vivacità della società civile, ma è il sistema Italia che si muove insieme.

Luca Liverani, Avvenire 23

 

 

 

 

Focsiv al vertice Onu sulle migrazioni

 

ROMA - Oggi al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite di New York l'Assemblea Generale ONU è chiamata ad adottare una Decisione concordata ai primi di agosto e a definire le raccomandazioni per gli Stati sulla questione del miglioramento della protezione e del governo dei movimenti dei migranti e dei rifugiati. Un “Global Compact” che assicuri la responsabilità condivisa tra gli Stati a favore di migrazioni legali, sicure e dignitose e che attui, allo stesso tempo, un Piano di Risposta concreto, così come richiesto dal Segretario Generale ONU Ban Ki-Moon, per fronteggiare l'emergenza migratoria.

FOCSIV - Volontari nel mondo si è resa promotrice in Italia del documento "A new deal for refugeees, migrants and societies", espressione dell’Action Committee, portavoce delle rappresentanze della rete della società civile, che chiede che siano disposte quattro linee di azione che gli Stati dovrebbero attuare immediatamente sulla base di una responsabilità condivisa a livello internazionale, e che siano volte realmente alla protezione dei rifugiati, migranti e sfollati senza distinzione e senza che alcuno sia lasciato indietro.

Il Comitato convocato dall’ICMC - International Catholic Migration Commission, dall’ICVA - International Council of Voluntary Agencies e dal Committee on Migration è composto da 22 ONG con lunga esperienza in materia di rifugiati, migranti, spostamenti forzati e diritti umani ed il documento di New York nasce sulla base dei risultati espressi dalla società civile e raccolti tramite sondaggi, e tenendo conto delle raccomandazioni disposte nel report “In Safety and Dignity” del Segretario Generale ONU.

“Oggi constatiamo amaramente che, nonostante la formale volontà espressa dai Governi a livello internazionale di affrontare questa crisi senza precedenti, sono molti gli Stati che non stanno ottemperando agli obblighi disposti dai trattati o dalle convenzioni sottoscritte. Anzi si continua a violarli prendendosi gioco del diritto internazionale e pregiudicando inesorabilmente il futuro e la vita di milioni di persone”, sottolinea Gianfranco Cattai, Presidente FOCSIV. “Insieme ad altre organizzazioni della società civile abbiamo valutato il documento che verrà adottato dal Summit in cui il tanto raccomandato approccio più umano e dignitoso trova, di fatto, molti ostacoli nell'essere definito e attuato. Mancano azioni immediate e risposte urgenti ed il tutto è rimandato all'adozione del CRR - Comprehensive Refugee Response Framework – nel 2018”.

“Bisogna ritrovare il senso di solidarietà per i nostri vicini, come indicato da Papa Francesco, ad iniziare dall'Europa”, aggiunge. “Condividiamo il pensiero e l'indicazione del Santo Padre quando ci sprona ad agire ed a rispondere alla "globalizzazione del fenomeno migratorio con la globalizzazione della carità e della cooperazione, in modo da umanizzare le condizioni dei migranti. Alla solidarietà verso i migranti ed i rifugiati occorre unire il coraggio e la creatività necessarie a sviluppare a livello mondiale un ordine economico-finanziario più giusto ed equo insieme ad un accresciuto impegno in favore della pace, condizione indispensabile di ogni autentico progresso””.

Prima verifica di quanto stabilito al Summit sarà il Vertice dei leader mondiali sulla crisi globale dei rifugiati, ospitato da Barak Obama domani 20 settembre. Un appuntamento che mira al raggiungimento di tre obiettivi per arginare la crisi mondiale dei rifugiati: ampliare i fondi destinati alle richieste umanitarie ed alle organizzazioni internazionali; allargare il numero delle ammissioni tramite canali legali e reinsediamenti, aumentando l’inclusione, fino ad inserire 1 milione di rifugiati in percorsi formativi e lavoro legale.

FOCSIV con le organizzazioni della società civile “continuerà a verificare questi impegni e, al contempo, a denunciare da un lato le violazioni dei diritti umani e dall’altro ad operare concretamente per il diritto alla mobilità per salvaguardare e promuovere la vita e la dignità umana di ogni persona”. (aise 19) 

 

 

 

Unioni Civili e convivenze di fatto, informazioni della Farnesina per i cittadini italiani residenti all’estero

 

ROMA - Unioni Civili e convivenze di fatto: informazioni della Farnesina per i cittadini italiani residenti all’estero.

“Il 5 giugno scorso è entrata in vigore nell’ordinamento italiano la legge 20 maggio 2016, n. 76 (pubblicata nella G.U. del 21 maggio 2016) sulle unioni civili tra persone delle stesso sesso e le convivenze di fatto. La legge disciplina, da un lato, il legame fra due persone dello stesso sesso, denominato "unione civile" e, dall’altro, la convivenza di fatto tra due persone dello stesso sesso o di sesso diverso.

1. Unioni civili

L’Unione civile costituisce una formazione sociale tra persone dello stesso sesso dalla quale deriva una variazione dello stato civile delle parti.

Il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 23 luglio 2016 n. 144, vigente dal 29 luglio u.s., ne ha dettato una disciplina transitoria. Da tale data è quindi possibile costituire unioni civili tra persone dello stesso sesso presso i Comuni italiani e, per i cittadini residenti all’estero, presso i Consolati d’Italia.

Il cittadino italiano iscritto all’AIRE che intende costituire all’estero un’unione civile può, quindi, rivolgersi all’Ufficio consolare italiano competente per residenza. Contestualmente alla costituzione dell’unione civile, le due parti possono eventualmente rendere le dichiarazioni relative alla scelta del cognome comune e/o al regime patrimoniale dei beni.

Le unioni civili costituite presso l’Ufficio consolare italiano sono trascritte negli archivi dello stato civile del Comune di iscrizione AIRE.

Si ricorda che ai sensi della Convenzione di Vienna del 1963 sulle relazioni consolari, l’autorità consolare italiana può svolgere le funzioni di ufficiale dello stato civile in quanto non ostino le leggi e i regolamenti dello Stato di accreditamento. Pertanto non sempre è possibile procedere alla costituzione di unioni civili all’estero.

Le disposizioni contenute nel decreto transitorio prevedono anche la trascrizione in Italia degli atti di matrimonio o di unione civile tra persone dello stesso sesso – delle quali almeno una di cittadinanza italiana – costituite di fronte alle autorità estere.

La richiesta di trascrizione deve essere presentata all’Ufficio consolare italiano all’estero della circoscrizione di residenza.

2. Convivenze di fatto

La convivenza di fatto regolata dalla legge n. 76/2016 ha una natura diversa dalle unioni civili e non modifica lo stato civile delle parti.

Il cittadino italiano residente all’estero può dichiarare la “convivenza di fatto” presso l’Ufficio consolare competente per residenza.

Presso lo stesso ufficio il cittadino italiano residente all’esterno può stipulare il “contratto di convivenza” previsto dal comma 50 della legge n. 76/2016 o chiedere l’autenticazione delle sottoscrizioni in calce ai contratti stessi. Il contratto di convivenza è regolato dalla legge italiana solo se i contraenti sono entrambi cittadini italiani o risiedono in Italia; se i due contraenti hanno diversa nazionalità e risiedono in un Paese estero, la legge applicabile sarà quella di tale Paese”. (Inform 29)

 

 

 

 

Impraticabile

 

 Ora siamo in crisi politica latente. Su questa realtà riteniamo, però, che non ci sia uniformità di vedute. Le differenze, non proprio marginali, si evidenziano nei modi proposti per garantire una continuità politica. L’Esecutivo porta avanti una tesi che si aggiorna in funzione delle “carenze”. Però, dai problemi economici sembra non sfuggire nessuno. Pur premettendo che, pochi, tali problemi non li hanno mai avuti. Così non è facile focalizzare la realtà nazionale senza mettere in ballo una politica faziosa e, comunque, priva d’originali presupposti per trovare delle sanatorie a una situazione sociale che sembra essere incontenibile nella sua evoluzione.

 Tra promettere e mantenere c’è un bilancio che non quadra. Neppure con le migliori prospettive già avanzate per il 2017. Le scelte, che non abbiamo mai visto ottimali, sono state fatte. Lo dichiariamo con la certezza di non essere i soli a provare la realtà di una situazione tanto imprevedibile.

 Dato che non siamo in grado di attribuire “colpe” o “ragioni”, non ci resta che esaminare ciò che servirebbe alla bisogna, ma non è stato ancora fatto. Per dare dinamicità all’economia, necessiterebbero interventi economici “protetti” da agevolazioni fiscali che proprio non ci sono. Nel Bel Paese si continua a confondere le “necessità” collettive con i “desiderata” dei singoli. Così, il quadro economico nazionale non potrà assestarsi nella maniera corretta. Lo Stato imprenditore continua a non convincerci, mentre l’iniziativa privata è penalizzata da gabelle che hanno un peso sulla produttività nazionale.

Se non si dovesse trovare un rimedio, che proprio non riusciamo a immaginare, l’Italia potrebbe trovarsi a subire una “recessione” che l’economia europea non sosterrebbe. La questione è, e rimane, sul fronte delle giuste scelte politiche. Come a scrivere che l’attuale maggioranza potrebbe perdere di attendibilità. Lungi dal proporre un pessimismo di bassa lega, resta da prendere in esame, senza pregiudizi, il fronte politico che non ritiene sufficientemente “garantista” il disegno del Governo.

 Nell’incertezza, rimaniamo in posizione d’osservazione; senza assumere, per nostra scelta, posizioni “pro” o “contro” chi guida il Paese. Resta che se l’”impossibile” non troverà i presupposti per evolversi in “possibile”, la recessione falcidierà anche le più ottimistiche previsioni. Quelle che non abbiamo fatto, da subito, nostre. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Berlusconi riscopre il proporzionale, tutte le manovre per il dopo No

 

Non c'è niente da fare: l'Italia è nell'intimo profondamente democristiana, o perlomeno lo è la sua classe politica, tranne pochissime eccezioni. L'apertura di Berlusconi alla proposta grillina di un ritorno al proporzionale con le preferenze è una mossa non solo tattica per disturbare Renzi, ma anche l'espressione di una cultura politica che in Parlamento e probabilmente anche nel Paese resta di gran lunga la preferita. Quella della coalizione, dell'accordo, del nessuno vince nessuno perde e tutti possono partecipare in qualche modo al governo, come negli anni Settanta con il consociativismo. In fondo un esponente grillino qualche giorno fa al l'obiezione che il proporzionale era il sistema dell'Italia democristiana rispose che in quegli anni l'Italia era diventata un grande Paese. I grillini ormai si è capito che non puntano a governare il Paese, altrimenti non si spiegherebbe perché dicono no all'Italicum che è l'unico modello che li manderebbe sicuramente a Palazzo Chigi. Per Berlusconi il motivo della riscoperta del proporzionale è più comprensibile. Infatti, dopo il crollo del centrodestra e l'Opa ostile di Salvini sulla destra, il proporzionale è l'unico modello elettorale che consentirebbe all'ex Cavaliere di tornare sulla scena con un bel governo-ammucchiata. Berlusconi, anche se acciaccato e in là con gli anni, sicuramente ci sta pensando. E una prova è la marcia indietro su Parisi. Prima benedetto e una volta messo in pista quasi ripudiato. Berlusconi non sopporta nemmeno l'idea di lasciare la scena a qualcun altro, convinto com'è che non esista un possibile erede. Questo del ritorno al proporzionale è un progetto che piacerebbe moltissimo anche a Bersani e alla sinistra Pd, oltre che naturalmente ai centristi di Alfano e Casini che sono gli eredi naturali della Dc. Il terreno è pronto. Basta solo che Renzi perda il referendum, eventualità non impossibile. Anzi. Forza Italia, intanto, comincia a scaldare l'atmosfera protestando per il quesito referendario che a Brunetta sembra troppo "pubblicitario" per il Sì. GIANLUCA LUZI  LR 25

 

 

 

 

Alfano all’Onu sui rifugiati. Costruire muri non è una risposta sostenibile

 

ROMA - Costruire muri non è una risposta sostenibile alle crisi dei rifugiati. È stato il ministro dell'Interno Angelino Alfano a ribadirlo ieri a New York presso le Nazioni Unite dove ha partecipato al Summit sui rifugiati e migranti, intervenendo nella tavola rotonda su “Global compact for responsibility-sharing for refugees, respect for international law”.

L'Assemblea generale delle Nazioni Unite ha tenuto ieri un vertice ad alto livello per affrontare i grandi movimenti di rifugiati e migranti, con l'obiettivo di riunire i paesi sotto un approccio più umano e coordinato.

Questa è la prima volta che l'Assemblea Generale ha chiesto un vertice ai capi di Stato e di governo su grandi movimenti di rifugiati e migranti, ed è un'opportunità storica di elaborare un progetto per una migliore risposta internazionale. Si tratta di un momento di svolta per rafforzare la governance delle migrazioni internazionali e un'opportunità unica per la creazione di un sistema più rispondente e prevedibile per rispondere a grandi movimenti di rifugiati e migranti.

“All’Onu si tenta finalmente un approccio globale - ha sottolineato Alfano - ed è giunto il momento di cambiare il modo in cui pensiamo a migranti e ai rifugiati. In quest’ottica - ha detto il ministro – ho avuto, oggi, degli incontri molto interessanti con il ministro dell’Interno del Ghana, con il ministro dell’Immigrazione e Integrazione della Norvegia e con il ministro degli Esteri della Costa D’Avorio. Sul tavolo, quello che, come ripeto da tempo, deve diventare l’obiettivo comune di tutti i Paesi, il nostro intento unico: il rafforzamento della cooperazione sui temi della sicurezza e della migrazione”.

“L’Italia - ha evidenziato ancora il ministro - ha dato tantissimo in termini di accoglienza e di salvataggio di tutte le vite possibili e per questo possiamo definirci, senza tema di smentita, campioni di umanità. Ora è il tempo dell’Europa. Serve un approccio globale - conclude il ministro - che preveda un impegno da parte di tutti i Paesi del mondo. Insieme si può. Insieme si deve”. (aise 20) 

 

 

 

Il populismo ticinese vince ancora

 

ZURIGO - Ancora una volta i ticinesi, chiamati alle urne su un tema "antistranieri", che poi a queste latitudini significa essenzialmente anti italiani, hanno votato con la pancia invece che con la testa.

Lo fecero nel febbraio 2014 quando il 68,2% degli elettori ticinesi (il 50,3% a livello nazionale) votarono Sì all'iniziativa popolare svizzera  "Contro l'immigrazione di massa" dell'Udc e lo hanno fatto ancora oggi - 25 settembre 2015 - approvando con il 58% l'iniziativa popolare sempre dell'UDC  "Prima i nostri", ovvero privilegiare l'assunzione di lavoratori residenti in Ticino rispetto ai lavoratori frontalieri. 

Si, ancora una volta, l'elettorato ticinese ha votato con la pancia e non con la testa poichè questo ulteriore voto antistranieri - se applicato - non solo penalizzerà l'economia ticinese in cui lavorano 62'000 frontalieri ma metterà ulteriormente in difficoltà la Confederazione nei confronti dell'Unione Europea. Infatti anche questo voto va contro l'Accordo bilaterale della libera circolazione delle persone come lo è stato quello del febbraio 2014, per il quale a tutt'oggi non è stata ancora trovata una soluzione con Bruxelles.

> Un ulteriore grattacapo per il Consiglio Federale ed il parlamento elvetici nella loro difficile ricerca di evitare una rottura definitiva con l'Unione Europea con la conseguente denuncia degli attuali sette accordi bilaterali e non solo di quello sulla libera circolazione delle persone. Se ció accadesse sarebbe un bel problema per tutti: non solo per gli svizzeri, non solo per i lavoratori frontalieri dell'UE, non solo per quanti intendono ancora venire a lavorare in Svizzera ma anche per la stessa comunitá italiana che vive e lavora nella Confederazione. Incrociamo, pertanto, le dita confidando nella capacità del governo elvetico di riuscire a trovare una soluzione indolore con l'Unione Europea. In caso contrario - prima di rompere definitivamente con Bruxelles - si abbia il coraggio di chiamare alle urne il popolo svizzero ponendo all'elettorato un semplice ed ultimativo quesito: si vuole o no mantenere gli attuali accordi bilaterali con l'UE? Dopo di che chi vivrà vedrà! Dino Nardi, Coordinatore UIM Europa.

 

 

 

 

Prosegue la riflessione sulla fiscalità applicata agli immobili di proprietà degli italiani residenti all'estero

 

Al Comitato per gli italiani all'estero e la promozione del sistema Paese l'audizione del delegato della finanza locale dell'Anci, Guido Castelli

 

ROMA – Si è svolto questa mattina al Comitato per gli italiani all'estero e la promozione del sistema Paese il seguito dell'audizione del delegato della finanza locale dell'Anci, Guido Castelli, chiamato ad intervenire in questa sede sul tema dell'estensione ai connazionali residenti all'estero delle esenzioni previste dall'attuale legislazione sugli immobili di proprietà considerati prima casa – agevolazione che vale al momento solo per gli iscritti all'Aire titolari di pensione estera.

Ad introdurre l'intervento il presidente del Comitato, Fabio Porta, che, ricoprendo Castelli anche la carica di sindaco del comune di Ascoli Piceno, ha espresso la solidarietà sua personale, dell'interno Comitato e anche a nome di tutte le “grandi collettività italiane presenti nel mondo” nei confronti di popolazioni e territori duramente colpiti dal recente terremoto, segnalando come tale vicinanza stia trovando “concreta” manifestazione nelle molteplici raccolte fondi avviate in queste settimane destinate ai diversi comuni colpiti dalla sciagura. Solidarietà e vicinanza viene espressa anche nei confronti dei due connazionali rapiti in Libia e delle loro famiglie.

Castelli ringrazia della solidarietà manifestata e riprende il filo dei lavori interrotti il 3 marzo scorso  (vedi http://comunicazioneinform.it/audizione-di-una-delegazione-dellanci-al-comitato-sugli-italiani-nel-mondo-e-la-promozione-del-sistema-paese/) evidenziando come ancor di più i tragici eventi occorsi con il sisma “evocano e rafforzano l'opportunità di una gestione del patrimonio immobiliare italiano dislocato nei piccoli centri e non sempre tenuto nelle condizioni manutentive migliori”; una gestione che tenga conto delle peculiarità di tale patrimonio, ossia dei tanti immobili di proprietà di connazionali emigrati all'estero, “proprietà – sottolinea il delegato Anci - che possono far parte di quell'intervento straordinario che è stato denominato Casa Italia e che potrebbe avere un focus specifico sugli aspetti che ci occupano nell'audizione di oggi”. “Alcuni dei disallineamenti che si sono prodotti a margine del regime fiscale sulle proprietà immobiliari dei residenti all'estero potrebbero essere ulteriormente perfezionati cogliendo in modo appropriata l'occasione di questo programma – spiega Castelli, - non solo in riferimento a risorse finanziarie da richiedere, ma anche per correggere le distorsioni su cui ci eravamo soffermati”.

“Rispetto alle proprietà degli italiani all'estero, il paradosso che si è prodotto è che vigendo una sistematizzazione della materia ricondotta all'autonomia dei comuni migliori erano le forme di alleggerimento e di gestione sensibile del patrimonio – precisa il delegato Anci, confrontando la gestione precedente -che affidava ai comuni la facoltà di decidere o meno l'equiparazione a prima casa dell'immobile posseduto in Italia dal residente all'estero, e dunque se associarvi le agevolazioni connesse - a quella avviata con il decreto legge n.47 del 2014, che ha comportato un ritorno ad una gestione centralizzata, con una “progressiva riduzione dell'autonomia fiscale dei comuni”, per i noti problemi di finanza pubblica. Tale modifica ha ristretto la platea dei beneficiari delle agevolazioni fiscali sulla prima casa che, vigente il sistema che accordava maggiore autonomia ai comuni nella gestione della finanza locale, erano, in base ai numeri forniti dall'Anci, 26.7 milioni di abitanti, il 45% degli interessati. Si tratta di un range “sensibilmente maggiore rispetto a quello attuale” - afferma Castelli, rilevando come ad aggravare la situazione già illustrata nell'audizione di marzo scorso sia il fatto che “ancora non sono stati liquidati ai comuni i 2 milioni di risorse compensative che erano stati previsti a valle del decreto 47”, mettendo a rischio l'erogazione dei servizi. Il delegato Anci ricorda infatti come “con Imu, Tari, Tasi i comuni costruivano i loro bilanci”, per cui la limitazione dell'autonomia impositiva finisce per pesare sulle casse degli 8 mila centri italiani e di conseguenza anche sui cittadini, che spesso rischiano un aggravio contributivo da un lato e il taglio dei servizi dall'altro.

Per Castelli la riflessione dovrebbe a questo punto intersecare una questione più generale, ossia “usciti dall'economia di guerra della crisi, un riordino della finanza locale in cui quote di autonomia possano essere restituite ai comuni anche per generare quegli effetti di maggiore attenzione rispetto a problematiche precise come quella relativa agli immobili di proprietà degli italiani all'estero”. Se poi, “finanza derivata deve essere, che sia reale – conclude il delegato Anci, riferendosi alle compensazioni sopra richiamate. “In un patto chiaro e serio tra istituzioni, i comuni confermano la totale disponibilità anche ad aprire il range di possibili beneficiari di agevolazioni fiscali sugli immobili – afferma Castelli, segnalando anche l'avvenuta predisposizione di un modello unico di autocertificazione per gli iscritti all’Aire che siano titolari di pensione estera e abbiano il loro unico immobile posseduto in Italia non concesso in comodato d’uso o in affitto – ossia i residenti all'estero cui è stata estesa l'esenzione dal pagamento dell'Imu. Il modello – unico per tutti i comuni italiani - verrà reso disponibile non appena la disciplina di bilancio locale recepirà i contenuti della legge di stabilità in fase di elaborazione.

Di seguito interviene Alessio Tacconi (Pd, ripartizione Europa), che ribadisce l'impegno per fare in modo che ai residenti all'estero possa essere assicurato un trattamento fiscale attento alle loro esigenze e caratteristiche. Ricorda inoltre come un equa considerazione degli immobili posseduti in Italia possa avere effetti sulla manutenzione di tali proprietà, agevolando una cura degli stessi, anche per l'adeguamento a normative antisismiche. “Non abbiamo alcun dubbio sulla disponibilità dei comuni nei confronti dei connazionali che risedono all'estero e non so dire se ad oggi sia meglio   concedere più autonomia ad essi sul tema impositivo. Ciò che conta, anche una volta concessa tale autonomia, è che non vi siano forti disparità di trattamento tra un comune e l'altro – afferma Tacconi. Laura Garavini (Pd, ripartizione Europa) esprime soddisfazione per l'adozione di un modello autocertificativo unico, ma si sofferma poi su diverse segnalazioni ricevute relative a ritardi nelle comunicazioni del nulla osta da parte dei comuni per il rilascio delle carte d'identità a cittadini italiani residenti all'estero, con difficoltà in alcuni casi associate al mancato utilizzo della pec. Chiede pertanto al delegato Anci un intervento su questo fronte, anche in vista degli importanti appuntamenti elettorali che coinvolgeranno con il voto per corrispondenza i residenti all'estero e anche – con la nuova legge elettorale - i temporaneamente residenti all'estero. Gianni Farina (Pd, ripartizione Europa) segnala come il piccolo comune costituisca una sicurezza nella difesa e nel rapporto con il territorio e come vi sia una notevole differenza in fatto di immobili posseduti in città e nei piccoli centri. Sono questi ultimi i più soggetti alla svalutazione e dunque al rischio di abbandono, specie da parte di chi risiede all'estero, nel caso non si trovi la via per una fiscalità adeguata. Per questo “è necessaria una assunzione di responsabilità da parte dell'Anci” per fare in modo che l'esenzione non si limiti ai residenti all'estero percettori di pensione oppure un intervento dello Stato per quella che Farina definisce “una battaglia di civiltà e tutela del territorio”, che in questo momento si rischia di perdere perché molti emigrati hanno già deciso di dismettere i loro immobili in Italia. Nel caso si chiede comunque “un sacrificio”, un tributo versato dai residenti all'estero, “esso – sottolinea ancora Farina - deve restare per intero nelle disponibilità del comune a cui si paga”.

In sede di replica Castelli ha ricordato come il dilemma sull'autonomia riguardi la democrazia stessa  e suggerito un censimento delle diverse realtà abitative presenti nei comuni italiani, che sono molto eterogenee, “perché è sul dato – dice - che si trovano le soluzioni”. Tale mappatura, che potrebbe avvenire anche utilizzando esperienze pilota di incrocio di banche dati già avviate dall'Anci, potrebbe rivelarsi un' “occasione per migliorare la conoscenza del patrimonio abitativo italiano”. Ai presenti egli ha inoltre richiesto un aiuto per le risorse compensative previste dall'attuale normativa e per la “gestazione del provvedimento che propone una rivisitazione della quantità e della qualità del patrimonio immobiliare italiano, anche delle zone fragili”, così da considerare con grande attenzione tutte le specificità, incluse quelle rappresentate dagli immobili dei residenti all'estero e prevedendo se possibile anche “meccanismi incentivanti la riqualificazione”. Ribadisce infine un impegno per la digitalizzazione anche per quanto riguarda i piccoli comuni, ricordando l'importanza dello stato civile quale “punto dove comuni e Stato, democrazia e Stato si toccano”.

Viviana Pansa, Inform 21

 

 

 

 

Il Borderline della politica

 

Entro il 2018, probabilmente, si potrebbe tornare alle urne; anche con una nuova legge elettorale. Gli italiani, ovunque residenti, saranno chiamati a esprimere il loro voto politico per l’Italia del dopo Renzi. Sino a questo punto, tutto appare nell’ordinaria normalità o quasi.

Anche le incoerenze della legge 459/2001, dovrebbe essere aggiornata nei contenuti e nei metodi d’applicazione.  Facciamo, poi, riferimento ai lavoratori di mare e dell’aria impegnati nelle loro attività durante i giorni riservati al voto. La legge non tiene conto del diritto di questi cittadini elettori solo perché non è previsto. Non sono iscrivibili nell’Anagrafe degli Italiani Residenti all’estero (AIRE) né, alla luce dei fatti, potranno essere equiparati ai nostri militari in missione di Pace in tante contrade del mondo che, giustamente, mantengono il diritto di voto.

Questi lavoratori, pur essendo stabilmente residenti in Italia, pur operando su vettori nazionali (navi e aeromobili), non possono esercitare il loro diritto/dovere perché non c’è legge che lo contempli e, quindi, lo consenta. Il loro status, anche in caso di modifica della legge elettorale, non è neppure accennato nelle varie proposte già depositate nelle Commissioni Parlamentari.

In definitiva, centinaia di voti potrebbero non essere espressi per un vuoto normativo pur se, da anni, lo abbiamo segnalato a chi compete. Le assicurazioni di modifica non sono mancate. Le promesse neppure. Anche se ci abbiamo fatto poco conto. Resta che, per ora, chi è in volo o in alto mare potrà partecipare solo “in pectore” alle consultazioni politiche d’Italia. Come per il passato. Nonostante un progresso informatico che potrebbe ovviare al problema. Basti rammentare il voto elettronico che, tra l’altro, dovrebbe essere esteso a tutti gli aventi diritto d’oltre frontiera. Come già capita in altri Paesi. Da noi, invece, l’evoluzione della politica partecipativa resta, penosamente, “border line”.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Energia. Nord Stream 2: tra i due litiganti il terzo gode

 

Basta lezioni da Bruxelles, l’Italia ha già fatto i compiti a casa. La reazione italiana ai siparietti franco -tedeschi di Bratislava è chiara: Roma non è d’accordo su diversi dossier. Oltre alle politiche di austerity e alla gestione della crisi dei rifugiati, le divergenze coinvolgono anche il campo energetico.

 

In attesa del giudizio della Commissione europea continua la querelle italo-tedesca sulla costruzione del gasdotto Nord Stream 2. A farne le spese, oltre alle relazioni bilaterali sono anche gli sforzi dell’Unione europea, Ue, di creare un approccio comune alla sicurezza energetica.

 

A seguito della bocciatura di South Stream, l’Italia si è fortemente opposta al progetto Nord Stream 2 - che inizialmente coinvolgeva quattro compagnie europee, di cui due tedesche e la russa Gazprom (che ne possiede il 50%), ma al momento gli accordi sono in via di ridefinizione - e ha accusato la Commissione europea di adottare standard diversi per Roma e Berlino.

 

Tuttavia a un’analisi più dettagliata dei fatti, sembra che in questa storia il gas sia solo il pretesto per una sfida più audace che l’Italia lancia non solo alla Germania, ma anche all’Ue e soprattutto a se stessa. E c’è chi, come la Russia, cerca di trarre vantaggio da questa lite. Mosca infatti mira a consolidare il suo ruolo di principale fornitore di gas naturale all’Europa.

 

Nord Stream 2: il “no” dell’Italia

L’Italia è il secondo importatore di gas naturale russo in Europa e transita attraverso il territorio ucraino. Il percorso di Nord Stream 2, al pari di Nord Stream 1 che è già operativo, bypassa l’Ucraina, la Repubblica ceca e slovacca per arrivare direttamente in Germania passando sotto il mar Baltico.

 

Se, come annunciato, Gazprom taglierà i rifornimenti all’Ucraina entro il 2019, la Germania diventerebbe il principale Paese di transito per le importazioni italiane di gas dalla Russia.

 

L’industria italiana perderebbe molto in termini di competitività, poiché sarebbe costretta a importare energia a un prezzo più alto (dovuto alle tariffe di transito e ai costi di realizzazione di nuove interconnessioni tra Germania e Italia) dal suo diretto concorrente. Inoltre, Nord Stream 2 sposterebbe al nord il fulcro dell’approvvigionamento energetico europeo, compromettendo il ruolo di hub energetico dell’Italia nel Mediterraneo.

 

Tuttavia, l’argomento principale con cui l’Italia si oppone a Nord Stream 2 riguarda la vicenda del gasdotto South Stream, bocciato dalla Commissione europea in ragione dell’incompatibilità con le direttive del Terzo pacchetto energetico.

 

L’Italia lamenta perdite economiche importanti e vorrebbe che a Nord Stream 2 fossero applicati i medesimi criteri che hanno portato alla cancellazione di South Stream. Da un’analisi più approfondita si capisce però che le ragioni economiche sono solo la punta dell’iceberg.

 

Quello che l’Italia contesta con forza sono l’applicazione di standard diversi per Roma e Berlino nell’Ue - dove i funzionari tedeschi occupano ruoli chiave – e un ruolo più incisivo all’interno dell’Unione.

 

L’ambivalenza tedesca

A giudicare dalla linea dura sulle sanzioni alla Russia, l’appoggio del governo tedesco a Nord Stream 2 potrebbe sembrare piuttosto fuori luogo perché apporterebbe grandi vantaggi alla Russia, ma priverebbe l’Ucraina dei ricavi sul transito del gas.

 

Per capire l’impatto della questione Nord Stream 2 in Germania è tuttavia necessario esplorare tre dimensioni: innanzitutto il rapporto con Mosca, che non è una questione pacifica per Berlino non solo a livello politico ma anche sociale; in secondo luogo le pressioni della comunità imprenditoriale tedesca, parte della quale vorrebbe riprendere a commerciare regolarmente con la Russia; infine un problema di carattere politico che investe le dinamiche infra-partitiche e mette in dubbio le scelte di politica europea, come si può notare dall’ascesa del partito euroscettico Alternativa per la Germania.

 

La cancelliera tedesca Angela Merkel non può semplicemente ignorare le istanze di importanti politici il cui contributo è decisivo nella coalizione di governo. Ha bisogno di mostrare flessibilità nei confronti della Russia, nonostante i danni potenziali che Nord Stream 2 apporterebbe all’indipendenza energetica europea.

 

Secondo alcuni esperti la cancelliera potrebbe lavorare dietro le quinte e incoraggiare la Commissione a rivedere la compatibilità di Nord Stream 2 con il terzo pacchetto energetico. Se la Commissione non accordasse a Nord Stream 2 le stesse deroghe previste per Nord Stream 1, la Merkel potrebbe evitare di intervenire in prima persona, facendo passare il tutto per una decisione più coerente con le scelte europee in generale.

 

La partita di Mosca

Per Mosca, Nord Stream 2 è una partita importante perché le consentirebbe di raggiungere il mercato europeo eliminando i rischi legati al transito dei gasdotti in Ucraina, passaggio che da sempre crea scompiglio nella distribuzione e nei pagamenti.

 

La costruzione di questa consentirebbe a Gazprom di mantenere una posizione di privilegio e di maggiore competitività nelle forniture energetiche all’Europa a discapito del gas naturale liquefatto proveniente, tra gli altri, dagli Stati Uniti.

 

C’è però anche una questione di politica estera. Il progetto Nord Stream 2 semina zizzania e non c’è dubbio che esso possa influenzare negativamente la realizzazione di una politica energetica comune più coesa, come previsto delle linee guida dell’Unione energetica. Finora il piano sembra reggere: su Nord Stream 2 e nei rapporti con Mosca l’Italia e la Germania rifuggono la cooperazione e adottano strategie individuali.

 

Ancora più grave è la messa in discussione della credibilità delle istituzioni europee, in modo particolare della Commissione - di cui l’Italia critica il doppio standard - e la coerenza dell’azione esterna che si incrina periodicamente, a seconda delle esigenze politiche ed economiche dei singoli Paesi.

Giovanna De Maio, AffInt 25

 

 

 

 

Referendum Ticino. Maroni: la Regione è pronta a contro misure

 

Milano  - "Il Canton Ticino ha votato per bloccare l'ingresso a decine di migliaia di lavoratori lombardi (lavoratori, non immigrati clandestini) che ogni giorno attraversano il confine per lavorare (regolarmente) in Svizzera. L'esito del referendum è chiaro: il popolo sovrano si è espresso, viva la democrazia diretta”. Così il presidente della Regione Lombardia, Roberto Maroni, ha commentato il voto referendario in Canton Ticino sulla sua pagina Facebook.

“Accettiamo l'esito del referendum, naturalmente, ma vigileremo perché ciò non si traduca in una lesione dei diritti dei nostri concittadini lombardi o (peggio) nella introduzione di discriminazioni o violazioni delle norme che tutelano i nostri lavoratori”, scrive Maroni prima di annunciare che Regione Lombardia “predisporrà le adeguate contromisure per difendere i diritti dei nostri concittadini lavoratori". 

Oggi Maroni ha riferito di aver parlato con il presidente della Repubblica del Cantone Ticino Paolo Beltraminelli: “ci incontreremo la prossima settima, per capire che cosa succede e, soprattutto, da parte nostra, per definire, anche con l'assessore Brianza, le iniziative necessarie a difendere i diritti dei lavoratori lombardi, che ogni giorno vanno a lavorare in Cantone Ticino", ha spiegato Maroni, che ha ribadito "parliamo di lavoratori non di immigrati clandestini".

"Da parte sua c'è stata la massima disponibilità a collaborare per rafforzare i rapporti di buon vicinato tra Lombardia e Ticino”, ha spiegato il presidente. “È interesse di entrambe le regioni".

"Da qui ad allora non cambierà nulla. Non c'è alcun impatto immediato del

referendum, così come non ci fu dopo il referendum del 6 febbraio 2014, che coinvolse tutta la Confederazione. In ogni caso - ha aggiunto Maroni -, per evitare che succeda qualche cosa di imprevisto, ci incontreremo e definiremo le iniziative più opportune, per garantire la libera circolazione dei lavoratori e i diritti dei lavoratori frontalieri lombardi"

"Domani a Renzi, a Milano, - ha annunciato Maroni - consegnerò la Proposta di legge che il Consiglio regionale ha approvato il 28 febbraio 2014, per l'istituzione di una Zes-Zona a Economia speciale nelle aree territoriali della Lombardia confinanti con la Svizzera. Venne approvata come risposta al referendum del 2014, per consentire in quelle zone, a 20 chilometri dal confine svizzero, delle agevolazioni fiscali e tributarie per gli imprenditori, per contenere il flusso dei lavoratori verso la Svizzera. È ancora di attualità: l'avevamo mandata in Parlamento, ma giace nei cassetti di qualche Commissione, e domani – ha concluso – chiederò a Renzi di inserirla nella prossima Legge di stabilità".

(aise 26)

 

 

 

 

Una nota del Pd del Canton Ticino e in Svizzera sull'esito del referendum “Prima i nostri”

 

LUGANO - “Il voto referendario espresso in Ticino il 25 settembre, sul quesito Prima i nostri, rappresenta solo l’ennesimo tentativo di esacerbare gli animi tra la popolazione residente e i lavoratori frontalieri italiani, che ogni giorno varcano il confine, e non produce alcun beneficio per i residenti né effetti reali sui lavoratori frontalieri”: così la nota diffusa dal Partito democratico in Ticino a seguito della consultazione svoltasi lo scorso fine settimana.

Il Pd definisce “comprensibile la preoccupazione di chi teme possa non trovare un posto di lavoro per se o per i propri figli”, ma ritiene il quesito volto “ad affrontare in maniera semplicistica un tema serio come quello dell’occupazione”, e condizionato da “frustrazioni, eccessiva intolleranza e apatia verso quella categoria di persone corteggiate e sacrificate alla contingenza economica”, oltre che destinato a creare “problemi ingovernabili, come quelli – ricorda - già causati dal referendum del 9 febbraio 2014 sulla libera circolazione dei cittadini comunitari alla cui soluzione legislativa il governo elvetico, causa anche l’allora risultato ticinese, non riesce ancora a trovare una formulazione nel Consiglio federale ed un accordo adeguato con l’Unione europea”. Si rischia inoltre di “discriminare una parte cospicua di forza lavoro e facilitare il gioco di chi dovrebbe assumersi le proprie responsabilità in merito alla deregolamentazione del mercato del lavoro”.

Di fronte a tale contesto, la politica italiana è “quindi chiamata a difendere non solo gli interessi legittimi dei lavoratori frontalieri, ma anche e soprattutto il loro diritto a non essere odiati". La nota dei democratici ricorda che la  Lombardia "dovrà fare ogni sforzo per instaurare un proficuo e stabile dialogo teso a governare i processi sociali cum grano salis”. L'auspicio formulato è quindi volto alla “pratica di una realpolitik” più dettata dalla ragione che non da logiche populiste.

Il Partito democratico del Canton Ticino e il Pd Svizzera, “oltre a manifestare forte scontento sull’esito uscito dalle urne”, che reputano “un forte campanello d’allarme nei rapporti tra Stati per la messa in discussione della convivenza tra i residenti e i lavoratori frontalieri”, ribadiscono “la continua disponibilità ad affrontare questo problema, perché siamo convinti – scrivono - che il populismo non rappresenti una seria risposta ai problemi e alle sfide, che questa società globalizzata ci sta ponendo”. Nella conclusione, la condivisione di quanto espresso in questa occasione dal ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, che ha legato la non discriminazione dei frontalieri italiani all'intesa con l'Ue.

(Inform 29)

 

 

 

 

Svizzera. Ticino: la preferenza indigena vince, ma non sfonda

 

“Prima i nostri”: questo lo slogan del referendum tanto chiacchierato in Italia, promosso nella Repubblica Cantone Ticino dall’Unione democratica di centro, Udc, partito maggioritario nella Confederazione e sostenuto dalla Lega dei Ticinesi.

 

Vittoria del fronte anti-frontalieri

Il referendum - in realtà solo uno dei tanti al voto il 25 settembre - è passato con il 58% dei voti su meno del 50% dell’elettorato. La punta di diamante del “si” si è registrato a Lugano con oltre il 60%. La vittoria del fronte anti-frontalieri, come sbrigativamente viene definito dagli organi di stampa, è stata netta, ma meno squillante di quanto si attendessero i promotori.

 

Nel 2014, all’ormai famoso referendum confederale sul no all’immigrazione di massa, il Ticino votò a favore del quesito con una maggioranza ben più vasta e determinò l’esito su scala nazionale. Il voto di domenica fa segnare un regresso nella preferenza verso l’indigeno, o meglio il residente.

 

Probabilmente, i tormentati seguiti del voto del 2014 hanno influenzato le scelte degli elettori. Un ruolo è stato giocato dal Consiglio di Stato, l’organo di governo del Cantone, che con un controprogetto ha cercato di edulcorare gli aspetti più contundenti del progetto Udc.

 

La mossa ha introdotto un punto di discussione sulle conseguenze che il voto ticinese avrebbe prodotto nei confronti del governo confederale e dell’Unione europea, Ue. La rotta di collisione con Berna, e di conseguenza con Bruxelles, è tale da portare alcuni a commentare che il voto del 25 settembre è destinato a restare lettera morta. Altri, paradossalmente, invitano l’Udc al passo successivo: promuovere una consultazione popolare sull’uscita della Svizzera dal sistema delle regole europee.

 

Il delicato percorso diplomatico tra Berna e Bruxelles

Il voto ticinese alimenta la discussione già delicata fra la Confederazione e la Commissione europea per sciogliere il nodo dell’emendamento costituzionale del 2014 quando il popolo svizzero si espresse a favore dell’imposizione di un limite all’immigrazione.

 

Entro l’anno Berna è chiamata ad adottare la legislazione interna di applicazione della modifica costituzionale e auspica di decidere d’intesa con Bruxelles in modo da rispettare sia il mandato popolare (limitare l’afflusso degli stranieri) e sia gli accordi bilaterali con l’Ue (il rispetto delle quattro libertà fra cui la circolazione delle persone).

 

La trattativa s’inserisce nel filone arroventato di Brexit. I dubbi europei sono seri. Qualsiasi apertura sul caso svizzero costituisce precedente rispetto al caso britannico? Contemplare “regimi speciali” in materia di libera circolazione incoraggia altri Stati membri a richieste riconvenzionali? Insomma, chi tocca i fili delle libertà rischia grosso: come nei pali dell’alta tensione.

 

Bellinzona, tappa che acquista peso

Londra si arricchisce ora della tappa a Bellinzona, la capitale del Cantone. Bellinzona si sente periferica rispetto alla politica confederale, che è decisa in quella parte del paese che i ticinesi chiamano comunemente “al di là delle Alpi”. Potrà spendere il voto referendario come ulteriore avvertimento circa la particolare condizione del Ticino.

 

Poco conta che il tasso di disoccupazione nel Cantone è allineato al resto del Paese: attorno al 3%. Importa che i lavoratori frontalieri, in massima parte provenienti dalla Lombardia, sono disposti ad accettare retribuzioni inferiori alla media perché guadagnano in Svizzera e spendono in Italia, dove il costo della vita è decisamente più basso.

 

Una sorta di dumping salariale: ben accetto agli imprenditori locali che ingaggiano lavoratori qualificati a costi abbordabili, ma tale da scoraggiare i residenti dal presentarsi al mercato del lavoro.

 

La questione riguarda anche i posti nel terziario. Lo stato del settore finanziario deve aver pesato sul voto di Lugano. Secondo l’Agenzia delle Entrate, a novembre 2015, la Voluntary disclosure procedure (Vdp) regolarizzò attività per circa 60 miliardi di euro con un introito per l’erario di circa 4 miliardi. Le attività riguardarono in prevalenza la Svizzera con 41,5 miliardi: il 69,6% del totale. I rapporti fra i nostri Paesi sono assai articolati. Il voto di settembre, ad onta del risultato che denoterebbe una presa di distanza, aiuta a chiarire il quadro.

Cosimo Risi, docente di Relazioni internazionali.  AffInt 27

 

 

 

 

Referendum Costituzionale. La posizione della FILEF Nazionale

 

La Riforma Costituzionale proposta dal Governo, che è sottoposta a Referendum confermativo, incide fortemente - e negativamente - sulla rappresentanza parlamentare dei cittadini italiani all’estero.

 

Nel rispetto degli orientamenti delle singole organizzazioni e dei singoli aderenti alle organizzazioni della rete Filef in Italia e nel mondo, la Filef nazionale, sulla base di un’analisi approfondita del testo della riforma costituzionale proposta dal Governo e approvata dal Parlamento, di cui forniamo più oltre i link di riferimento, ritiene di dover invitare i propri associati a impegnarsi nella campagna referendaria per consentire l’espressione di un  voto consapevole da parte del maggior numero di elettori sia in Italia che all’estero e di sostenere il NO alla proposta di riforma.

 

Le ragioni a sostegno del NO sono molteplici.

Per quanto riguarda gli italiani all’estero, la prima cosa da rilevare è che con questa riforma la rappresentanza parlamentare dei circa 5 milioni di italiani nel mondo viene drasticamente decurtata del 33%, cancellando i 6 seggi oggi previsti al Senato. 

Come sostiene il costituzionalista Felice Besostri, è paradossale che nel nuovo Senato - non elettivo – “sono stati dati 2 Senatori alla Val d’Aosta con 126.806 abitanti o 4 alla Regione Trentino Alto Adige con 1.029.475 abitanti su 100 (membri del nuovo Senato), che ne avevano rispettivamente 1 e 7 su 315 (membri dell’attuale Senato), cioè raddoppiano il loro peso percentuale e si sono tolti i 6 senatori della circoscrizione estero rappresentativi di milioni e milioni di cittadini italiani residenti fuori dall’Italia. Nella logica sbagliata dei falsi riformatori poteva essere conservata una quota di Senatori esteri eletti dai Comites o altre nuove forma di rappresentanza. La combinazione di legge elettorale e revisione costituzionale rende gli italiani all’estero di serie C.”

 

La cosa è ancora più grave considerando che i cittadini italiani all’estero crescono al ritmo di circa 150.000 all’anno (secondo l’AIRE), ma molto più probabilmente di 250/300.000 all’anno (poiché, come sappiamo, molti nuovi emigrati non comunicano i loro trasferimenti fintanto che non hanno trovato una collocazione lavorativa stabile, talvolta a distanza di diversi anni).

 

Aggiungiamo anche che la nuova legge elettorale denominata Italicum, non prevede la partecipazione degli italiani all’estero al secondo turno di ballottaggio, nel caso non scatti, al primo turno, il quorum che consenta l’attribuzione del premio di maggioranza, risultando quindi non determinanti nell’ attribuzione di una consistente quota di seggi.

 

Tutto ciò mostra la grave disattenzione verso l’emigrazione italiana e gli italiani all’estero, che secondo la nostra Costituzione, sono titolari degli stessi diritti civili dei residenti in patria.

 

Ma la riforma è così mal strutturata che non raggiunge nessuno degli obiettivi che, secondo il Governo, l’avrebbero motivata; vediamo quelli principali:

 

Supera il bicameralismo?

NO, lo rende più confuso e crea conflitti di competenza tra Stato e regioni, tra Camera e nuovo Senato. Molti sostengono, a ragione, che se questo fosse stato l’obiettivo, sarebbe stato semplice raggiungerlo con la semplice cancellazione del Senato.

Produce semplificazione?

NO, moltiplica fino a dieci i procedimenti legislativi e incrementa la confusione. Molti costituzionalisti sostengono che la semplificazione poteva essere raggiunta con la semplice modifica dei regolamenti parlamentari.

Diminuisce i costi della politica?

NO, i costi del Senato sono ridotti solo di un quinto e se il problema sono i costi perché non dimezzare i deputati della Camera? Oppure, come altri sostengono, perché non ridurre semplicemente, a tutti i parlamentari e senatori, le attuali indennità ? Una riduzione del 10% di tutte le indennità avrebbe comportato un risparmio maggiore della riduzione di 215 senatori.

Amplia la partecipazione diretta da parte dei cittadini?

NO, triplica da 50.000 a 150.000 le firme per i disegni di legge di iniziativa popolare. Inoltre il nuovo Senato ridotto a 100 componenti non sarà eletto, ma nominato. Il collegamento della riforma con la nuova legge elettorale denominata “Italicum”, determina infine una riduzione grave della rappresentanza, poiché una minoranza (anche del 20% dei votanti, neanche degli elettori) può acquisire la maggioranza assoluta alla Camera, mettendo in minoranza (di seggi) l’80% dei votanti. La “sproporzione”, ovvero l’inversione del principio di rappresentanza tendenzialmente proporzionale risulterebbe addirittura drammatica e inquietante.

È una riforma chiara e comprensibile?

NO, è scritta in modo da non essere compresa. Su questo rimandiamo alla difficile lettura del testo di riforma; o, se si vuole comprendere più rapidamente la questione, a vedere questo breve video prodotto dall’ANPI:  Come è stato riscritto l’Art. 70

È una riforma innovativa?

NO, conserva e rafforza il potere centrale a danno delle autonomie, private di mezzi finanziari. Anche perché le indennità dei residui senatori vanno a carico delle regioni e delle città metropolitane. Che allo stesso tempo si trovano depotenziate perché molte decisioni su materie regionali e locali tornano in mano al Governo. In questo senso, la riforma abolisce gran parte degli elementi di federalismo introdotte dalle precedenti modifiche.

 

A cosa serve dunque questa riforma?

Serve essenzialmente a rendere il potere esecutivo meno vincolato possibile alle decisioni del Parlamento, introducendo in modo surrettizio una sorte di premierato che tuttavia, contrariamente a molti altri esempi di repubblica presidenziale, non si avvale dei necessari equilibri interni tra i vari poteri dello stato. (Mentre, allo stesso tempo, l’Italicum, serve ad eleggere un Parlamento il meno rappresentativo possibile della volontà popolare).

 

Una volta acquisita la maggioranza assoluta alla Camera (attraverso le norme previste dall’Italicum, che per l’appunto riguarda solo l’elezione della Camera, mentre il nuovo Senato non vota la fiducia al Governo), un premier eletto, magari al ballottaggio, partendo anche da una percentuale relativamente irrisoria di consensi (mettiamo il 20%), può ritrovarsi con una maggioranza parlamentare assoluta con la quale, a questo punto, può determinare l’elezione del Presidente della Repubblica, l’elezione dei membri della Corte Costituzionale, insomma degli altri organi di garanzia costituzionale. 

La Repubblica resterebbe solo formalmente parlamentare, mentre in realtà, tutti i poteri si concentrerebbero nelle mani del presidente del consiglio. Come si domanda Felice Besostri, ma se questo era l’obiettivo, perché non proporre una modifica della forma di governo e proporre una seria repubblica presidenziale?

 

La questione è che porre sul tappeto una riforma di questo genere avrebbe implicato una discussione ben più ampia e profonda; la proposta di trasformazione della natura della Repubblica, da Parlamentare a Presidenziale, avrebbe dovuto necessariamente contemplare un sistema di pesi e contrappesi tra i vari poteri istituzionali, come sono presenti in tutte le maggiori e più collaudate repubbliche presidenziali.

 

Certamente, una riforma di questo genere avrebbe dovuto puntare fin dall’inizio ad una maggioranza ben più ampia di quella semplice, con cui è passata in Parlamento l’attuale proposta, coinvolgendo le opposizioni e lasciando discutere i parlamentari. E difficilmente, imbarcarsi in questo percorso sarebbe stato credibile per un Parlamento – quello attuale – eletto con una legge – il Porcellum – che è stato giudicato incostituzionale dalla Corte Costituzionale.

 

Si è scelta quindi la classica scorciatoia, i cui limiti sono ampiamente evidenti sia sotto il profilo del metodo che del merito, anche sotto una pressione internazionale e nazionale, non soltanto di altri paesi (vedi il recente sostegno americano e tedesco), ma anche di istituzioni private (grandi banche e istituti finanziari, ecc.) che hanno visto nella riforma un’occasione di rafforzamento della cosiddetta “governance”, cioè del potere esecutivo, a discapito dei processi di decisione democratica parlamentari.

 

La recente espressione dell’Ambasciatore USA a favore della riforma, secondo il quale, se essa non viene approvata, vi sarebbero una riduzione degli investimenti esteri nel nostro paese, è, da questo punto di vista, molto emblematica e istruttiva.

 

E’ tuttavia molto strano che paesi che sono rigorosissimi quanto al rispetto delle proprie costituzioni e dell’equilibrio dei loro poteri interni, come USA e Germania, siano così bendisposti a favorire il contrario in Italia.

 

Non ci sarà anche una questione di “sovranità” tra le pieghe di questa riforma e dell’Italicum?

 

Il Presidente Mattarella, riferendosi all’intervento dell’Ambasciatore americano Phillips, ha giustamente ricordato che la sovranità è - ancora - degli elettori italiani. Non si può che auspicare che essi la esercitino al meglio per l’oggi e per il domani, votando NO al Referendum di autunno.

Presidenza e coordinamento nazionale FILEF

 

 

 

 

 

Prosegue l’indagine conoscitiva sulla diffusione della lingua e della cultura italiana nel mondo

 

L’audizione del presidente della Commissione nazionale italiana per l’Unesco Franco Bernabè

 

ROMA – Nell’ambito dell’indagine conoscitiva sullo stato di diffusione della lingua e della cultura italiana nel mondo, si è svolta, davanti ai senatori della Commissione istruzione pubblica, beni culturali e del  Comitato per le questioni degli italiani all’estero, l’audizione del presidente della Commissione nazionale italiana per l’Unesco Franco Bernabè. Presenti all’incontro anche altri rappresentanti del medesimo organismo come il segretario generale Enrico Vicenti, il dirigente Giovanni Zanfarino e la funzionaria Stefania Del Bravo.                       

 L’audizione è stata introdotta dal vice presidente della 7ª Commissione Franco Conte che ha segnalato come parte dei membri del Comitato per le questioni degli italiani all’estero, fra cui il presidente Claudio Micheloni, non abbiano potuto partecipare alla seduta in quanto impegnati in una missione in Australia. Conte ha poi sottolineato come la diffusione della lingua italiana rappresenti un importante veicolo per lo sviluppo di rapporti internazionali e per ragioni di natura economica. Conte ha annunciato come la 7a Commissione e il Comitato intendano chiudere l’indagine conoscitiva sulla diffusione della lingua e la cultura italiana entro fine anno con l’approvazione di un documento che delinei delle strategie ed eventualmente prefiguri spazi normativi di intervento.

Ha poi preso la parola il presidente della Commissione nazionale italiana per l’Unesco Bernabè che si è soffermato sulle politiche messe in atto da questo organismo sul piano linguistico. Dopo aver accennato alla funzione di coinvolgimento svolta dall’Unesco di varie istituzioni che intendono dare il loro contributo per il progresso nei settori della scienza e della cultura, Bernabè ha rimarcato l’impegno di questo organismo in materia di diversità linguistica attraverso patrocini, collaborazioni con la società Dante Alighieri ed eventi propri, rilevando comunque come la vastità della diffusione linguistica  a livello globale preveda la partecipazione di numerosi attori . Sottolineata altresì dal presidente la diversa composizione sociale attuale, dovuta anche ai fenomeni migratori, al turismo di massa e ai cambiamenti della società. Da Bernabè è stato inoltre segnalato come alle cosiddette lingue veicoli, ad esempio l’inglese e lo spagnolo, si stiano aggiungendo di recente l’arabo e il cinese, ponendo nuove sfide.

Per quanto riguarda il tema della salvaguardia delle lingue minoritarie, il presidente della Commissione Unesco ha poi ricordato la menzione nella lista del patrimonio culturale immateriale anche dei dialetti. “Proprio per marcare la necessità di tutelare la diversità culturale - ha affermato Bernabè -  è stata istituita la ‘Giornata della lingua madre’, prevista il 21 gennaio di ciascun anno”. In proposito il presidente ha ricordato  come anche il motto ufficiale dell’Unione europea, enfatizzi il concetto di “unità nella diversità”. Dopo aver richiamato la convenzione sulla diversità culturale, Bernabè ha evidenziato l’importanza sia della lingua, che rappresenta il tessuto delle espressioni culturali e un vettore dei valori, sia dell’insegnamento dell’italiano all’estero che ha delle ricadute positive dal punto economico,  commerciale e culturale. Segnalata poi la diffusione sul nostro mercato di scrittori con nazionalità italiana ma di origine straniera. Da Bernabè  è stato anche precisato come la promozione dell’italiano risponda a dinamiche sociali differenti rispetto al passato, tenuto conto che oggi i corsi di italiano sono diretti agli stranieri che vogliono apprendere la nostra lingua e non più solo agli emigrati italiani all’estero. In chiusura del suo intervento Bernabè ha rilevato l’esigenza di affrontare il problema delle modalità di insegnamento dell’italiano agli immigrati, anche in considerazione del fatto che la conoscenza della lingua è essenziale per fa sì che l’integrazione non si trasformi in un processo superficiale.  

 Dal canto suo il senatore Mario Dalla Tor (Ap) ha rilevato come spesso si registri una presenza frammentata dell’insegnamento dell’italiano all’estero, con conseguente dispersione di risorse.  Il senatore ha inoltre ricordato che le missioni svolte nel mondo dai rappresentanti del Comitato per le questioni degli italiani all’estero sono finalizzate a capire  in quale modo venga insegnato l’italiano e quale sia l’interesse dei Paesi ospitanti. Dalla Tor ha infine sottolineato come l’obiettivo dell’indagine conoscitiva  sia  quello elaborare un documento nel quale si ipotizzi un incremento di risorse ed una conseguente razionalizzazione dei fondi per far in modo che essi  siano ben spesi rispetto a precisi obiettivi. Ha poi preso la parola il senatore Claudio Zin, eletto nella ripartizione America Meridionale (Aut -Psi-Maie) che ha ricordato come  a tutt’oggi gli italiani all’estero con passaporto sono oltre 4.600.000 di cui una buona parte non parla l’italiano. Per Zin questa sarebbe una risorsa interessante per sviluppare un’altra storia della lingua italiana all’estero che coinvolga gli italiani di seconda o terza generazione, desiderosi di tornare in Italia, ma in difficoltà con la lingua d’origine.

In sede di replica il presidente Bernabè si è soffermato sulla dinamica demografica in Italia, che dal 2000 al 2010, grazie agli immigrati, ha visto aumentare la popolazione italiana di circa 5 milioni di abitanti, mentre negli ultimi anni registra un nuovo calo tanto della popolazione complessiva, quanto in quella immigrata. A tal proposito da Bernabé ha quindi posto il problema demografico e dell’integrazione, sottolineando come altri Paesi, ad esempio la Germania, abbiano favorito l’acculturazione già nei Paesi di provenienza dei potenziali immigrati. Al contrario dell’Italia che invece è sprovvista di una politica di immigrazione e di integrazione culturale nei luoghi d’origine. Una politica che invece per Bernabè dovrebbe essere promossa. (Inform 21)

 

 

 

 

Italia Altrove

 

Il Bel Paese non ha bisogno di nuovi sacrifici proiettati in un’ottica che ben poco andrebbe a migliorare la realtà nazionale. Gli italiani nel mondo hanno da essere considerati con un’interpretazione politica più internazionale dei problemi che li coinvolgono.

 Se si dovesse continuare a dare un’importanza marginale ai Connazionali che vivono altrove, si potrebbe verificare quell’effetto “boomerang” che molti politici hanno, da sempre, temuto. Da oltre quindici anni, gli Onorevoli eletti nella Circoscrizione Estero hanno fatto ben poco per aggiornare una legge sul voto già nata vecchia.

 Ovviamente, ci sono stati seguiti politici che hanno fatto slittare il cambiamento. Di ciò, dopo cinquantacinque anni di giornalismo al servizio degli italiani che vivono altrove, prendiamo atto. Per modificare ciò che riteniamo possibile, certe iniziative hanno da maturare anche fuori d’Italia.

 Non è il caso d’aggiungere indicazioni personali. Chi vive oltre frontiera è già nelle condizioni di condividere anche al futuro della terra d’origine.

 Proprio sotto questo profilo, che riteniamo fondamentale, intendiamo fare chiarezza sullo “status” dei Connazionali nel mondo per coinvolgerli nelle decisioni che potrebbero cambiare il destino della Penisola e non solo per l’imminente referendum istituzionale.

 Certe soluzioni, però, non dovrebbero essere prese senza una più approfondita analisi pure da parte di chi non vive in Italia; ma ne ha a pieno diritto la cittadinanza.

 L’Italia “altrove” potrebbe avere la stessa valenza che sollecitiamo, da tempo, nella penisola. Soprattutto sotto il profilo della rappresentatività. Ma non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Ponte sullo Stretto, la sfida di Renzi: "Siamo pronti, porterà 100mila posti di lavoro"

 

"Noi siamo pronti. Se voi siete nelle condizioni di portare le carte e sistemare ciò che è fermo da dieci anni, noi sblocchiamo". Lo ha detto il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, durante la cerimonia per i 110 anni di Salini Impregilo. Rivolgendosi a Pietro Salini, Renzi lancia la sua "sfida", cioè "completare il grande progetto di quella che Delrio chiama la Napoli-Palermo, per non dire Ponte sullo Stretto".

Secondo Renzi, una grande opera infrastrutturale come quella che collega Napoli a Palermo non solo deve solo portare "posti di lavoro, 100mila posti di lavoro", ma "che sia utile, per tornare ad avere una Sicilia più vicina e raggiungibile e per togliere la Calabria dal suo isolamento. La mia - dice ancora - è una sfida in positivo".

Dopo le riforme è il momento di "completare le grandi opere", ha continuato Renzi. "Abbiamo sbloccato la Napoli-Bari e questo è un fatto importate ma non basterà perché da Bari dobbiamo andare a Lecce quindi una filiera è quella Napoli-Bari-Lecce".

L'altra è quella che collegherà Napoli e Palermo, completando di fatto anche il Ponte sullo Stretto di Messina. "Io vi sfido", ha detto Renzi. Adnkronos 27

 

 

 

 

Liguria, via libera al Programma attuativo degli interventi in materia di emigrazione per il 2016

 

GENOVA - Il Consiglio regionale della Liguria ha approvato all’unanimità la Proposta di deliberazione “Programma attuativo degli interventi regionali in materia di emigrazione per l’anno 2016”. Il piano si articola in quattro sezioni: iniziative dirette della Regione Liguria; interventi in favore degli emigrati liguri; interventi di solidarietà; interventi finalizzati al rientro e all’inserimento nel territorio regionale.

Iniziative dirette della Regione Liguria. Sono previste attività finalizzate alla realizzazione del Museo Nazionale Emigrazione di Genova, viene riconosciuto un contributo all’Associazione dei Liguri nel Mondo di Genova, vengono previste borse di studio per la partecipazione al corso di lingua e cultura italiana del Centro Studi dell’Università di Genova a discendenti di origine ligure residenti all’estero (numero indicativo di n. 20 borse del valore massimo di euro 500 euro ciascuna) e, infine, l’intestazione ai “Liguri nel Mondo” della sala riunioni del piano 11esimo della Torre A di via Fieschi 15.

Interventi in favore degli emigrati liguri. La sezione individua le iniziative, consolidate negli anni, proposte da soggetti pubblici e privati e promosse da Enti locali e da altri soggetti, pubblici o privati, singoli o associati

Interventi di solidarietà. La Regione Liguria propone anche per l’anno 2016 un contributo in favore di cittadini disagiati di origine ligure residenti all’estero, fino alla concorrenza delle risorse disponibili. Le Associazioni rappresentative degli emigrati liguri all’estero possono segnalare i cittadini o le famiglie che versano in condizione di accertata indigenza, contestualmente all’invio della propria richiesta di contributo entro il 15 ottobre.

Interventi finalizzati al rientro e all’inserimento nel territorio regionale. I contributi favoriscono la prima sistemazione e l’accoglimento degli emigrati liguri per nascita o residenza posseduta al momento dell’espatrio, dei loro coniugi e dei discendenti degli emigrati stessi, che siano rientrati definitivamente dopo almeno quattro anni di lavoro all’estero, per risiedere in Liguria. Tali contributi sono erogati per il tramite del Comune di residenza e vanno presentate alla Regione per il tramite del Comune ligure entro il termine massimo di un anno dall’acquisizione della prima residenza.

Per il 2016 è previsto un impegno di spesa pari a 76 mila euro. (Inform 21)

 

 

 

 

Pensione anticipata, ecco per chi è gratis

 

Anticipo della pensione di vecchiaia gratuito per diverse categorie di lavoratori, dai disoccupati agli addetti a mansioni rischiose, dagli esuberi agli addetti a lavori faticosi. Sono queste le ultime novità, si legge su laleggepertutti.it, in uscita col nuovo 'pacchetto-previdenza', che dovrebbe entrare in vigore con la Legge di Stabilità 2017.

L’Ape, sigla che sta appunto per anticipo pensionistico, sarà comunque aperta a tutti gli altri lavoratori, ma a titolo oneroso, con penalizzazioni sulla pensione intorno al 5-6% per ogni anno di anticipo.

Come funziona - L’anticipo pensionistico consentirà di uscire dal lavoro a 63 anni di età, grazie a un prestito bancario, con una penalizzazione media del 5-6% per ogni anno di anticipo. Questo tipo di pensione non eliminerà la pensione anticipata, in quanto si tratta di un anticipo della pensione di vecchiaia; per la pensione anticipata resteranno dunque gli attuali requisiti contributivi, pari a 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini ed a 41 anni e 10 mesi per le donne.

La penalizzazione, a ogni modo, non si applicherà a tutti i lavoratori, ma soltanto a coloro che non rientrano nella cosiddetta Ape social, cioè tra le categorie di lavoratori beneficiari di un bonus fiscale che azzera i tagli determinati dalla restituzione delle rate del prestito. In particolare, l’Ape social sarà destinata: ai lavoratori disoccupati di lungo corso; agli addetti a mansioni rischiose (ad alto rischio infortuni); probabilmente anche agli addetti a mansioni faticose e pesanti (tra i quali dovrebbero rientrare anche gli infermieri e gli insegnanti della scuola dell’infanzia e della scuola primaria); agli invalidi; ai lavoratori che assistono un disabile (portatori di handicap grave), cioè ai cosiddetti beneficiari della Legge 104.

Dovrebbero rientrare tra i beneficiari anche i lavoratori in esubero a seguito di ristrutturazioni aziendali: in questo caso, tuttavia, gli esuberi non fruiranno dell’Ape social ma di contributi aziendali volti, se non ad azzerare, almeno a limitare le penalizzazioni dell’Ape. Inoltre, beneficerebbero dell’Ape social soltanto gli aventi diritto a una pensione mensile lorda inferiore a 1500 euro (anche se i sindacati chiedono che la soglia sia innalzata a 1.650 euro).

È attualmente allo studio un’ulteriore misura volta a diminuire le decurtazioni della pensione: si tratta della Rita, la cosiddetta rendita integrativa anticipata. Grazie alla Rita, chi aderisce a una forma di previdenza complementare potrebbe chiedere al fondo integrativo un anticipo della rendita, finalizzato a ridurre o a coprire il prestito contratto con l’Ape. Per incentivare questa forma di uscita dal lavoro e ridurre al minimo l’impatto economico, sono peraltro allo studio dei provvedimenti volti ad agevolare l’adesione alla previdenza complementare, come la destinazione di una sola quota del Tfr.

Per diminuire il peso del taglio degli assegni operato dal prestito per l’Ape, è previsto sia un aumento della no tax area (cioè della soglia di reddito annuo al di sotto della quale non sono dovute imposte per effetto delle detrazioni) che un’estensione della quattordicesima (una somma extra percepita dai pensionati una volta l’anno, se si rientra entro determinate soglie di reddito). Infine, per facilitare l’accesso alla pensione, si pensa di rendere gratuite tutte le operazioni di ricongiunzione (cioè di unione, in un’unica gestione, dei contributi versati in fondi diversi) che riguardano fondi interni all’Inps. Adnkronos 26

 

 

 

 

Le Acli in Francia invitano i propri operatori di patronato nei Comites a rassegnare le dimissioni

 

In una missiva le ragioni della decisione maturata in seguito alle polemiche sulla presunta incompatibilità sollevate dopo le ultime elezioni dei Comitati

 

PARIGI – La presidenza delle Acli di Francia ha inviato una lettera indirizzata ai Comites e ai consoli italiani d’Oltralpe in cui si informa dell’invito rivolto ai propri rappresentanti, operatori del patronato Acli in Francia, eletti e membri dei Comites francesi a rassegnare le proprie dimissioni da tale incarico. Ciò – spiega la missiva - a fronte delle “polemiche sorte dopo le ultime elezioni dei Comites” sulla presunta incompatibilità tra “essere membro del Comites e appartenere ad una struttura di patronato”, riconducibili anche all’assenza di un “quadro normativo chiaro e definitivo” in proposito.

“Le Acli di Francia ritengono - prosegue il documento - più importante e dignitoso continuare a svolgere, come sempre, le attività sociali ed assistenziali così importanti per i nostri connazionali e di rilanciare e rinnovare il servizio di patronato anche a favore delle esigenze nate dalla ripresa dell’emigrazione giovanile italiana verso la Francia”, preferendo “difendere e rilanciare con forza il proprio ruolo di associazione popolare e, soprattutto, quello istituzionale del patronato Acli”.

La scelta è quella di “continuare ad operare con il patronato Acli Francia a favore di lavoratori, pensionati, famiglie e giovani emigrati per la tutela dei diritti in campo e il sostegno solidale”. “Sono questi i diritti che le Acli Francia ed il patronato Acli Francia intendono garantire ai propri connazionali e non certo – si legge nella missiva - le poltrone dei Comites”.

Viene inoltre ricordato come la presenza e l’impegno in terra francese risalga al 1949 e come esponenti delle Acli France eletti dai cittadini italiani residenti in Francia siano presenti in tutti i Comites francesi, escluso quello di Chambery. Si precisa inoltre come “gli Aclisti, non dipendenti del patronato, membri dei Comites o di altri organismi di rappresentanza degli Italiani residenti all’estero, continueranno ad applicare con maggior vigore il proprio impegno” rimanendo quindi membri attivi di tali organi.

In chiusura “l’auspicio che la nostra decisione sia un contributo di riflessione per coloro che si trovino in altre situazioni di presunta incompatibilità” e l’augurio ai Comites di continuare nella loro azione, assicurando il sostegno e la concreta collaborazione di tutte le Acli francesi. (Inform 23)

 

 

 

 

Artisti e Melodie Italiane dall’Estero

 

Progetto mondiale umanitario per la ricerca della melodia italiana nei 5 continenti

 

L’AQUILA – E’ stato concepito in Abruzzo, grazie al sodalizio artistico tra Teddy Reno, decano della Canzone italiana e straordinario talent scout che ne è l’ideatore, e la musicista e direttrice d’orchestra Sylvia Pagni, il progetto “Forza Canzone d’Italia nel Mondo”, iniziativa di respiro mondiale per far emergere artisti e melodie italiane nei cinque continenti. Chi scrive ha incontrato un paio di mesi fa a L’Aquila Sylvia Pagni e Loris Cattunar, venuti ad esporre il progetto, ormai completamente definito nella sua struttura organizzativa.

 

“Forza Canzone d’Italia nel Mondo” - che ha il patrocinio del Ministero per gli Affari Esteri, del Consiglio Regionale d’Abruzzo e di EXPO - si propone di recuperare la tradizione della melodia italiana e dello stile delle canzoni che hanno contribuito alla storia della Musica, dalle romanze dell’Opera fino ai grandi successi internazionali della Musica leggera. Non secondaria la finalità immateriale di promuovere e diffondere un messaggio di apertura alla conoscenza e al dialogo tra tradizioni e culture diverse. E di pace. Queste le finalità che caratterizzeranno il progetto fino alla sua conclusione nel 2020, a Dubai, quando si terrà la prossima edizione di EXPO. Vedrà associata peraltro un’ulteriore finalità solidale, concreta, in forza della quale le entrate prodotte dagli eventi culturali saranno destinate a progetti umanitari nei Paesi in cui gli eventi medesimi si svolgeranno.

 

Il progetto si svilupperà nei cinque continenti, particolarmente in grandi città dei Paesi a forte emigrazione italiana. Prenderà il via a gennaio 2017 con la selezione degli artisti che parteciperanno alla Finalissima, nel 2020 a Dubai. Sylvia Pagni, anima e motore del progetto, musicista e direttrice della Nuova Orchestra Abruzzese, così ci dichiara.

 

“Il nostro obiettivo è scoprire talenti, sia italiani che stranieri in tutto il mondo, per selezionare le migliori melodie locali ispirate alla grande tradizione melodica italiana, che verranno reinterpretate in chiave moderna dai giovani talenti emergenti, insieme ad artisti affermati. L’abbraccio tra popoli attraverso la Musica si esprimerà anche concretamente con un programma di solidarietà alimentare. L’Italia incontrerà le culture di ogni Paese toccato dal progetto, fondendo con la cultura di ciascun Paese sensibilità, musica, alimentazione, recando un messaggio di pace e di solidarietà, favorendo l’integrazione tra i popoli. L’arte e la melodia italiana, con quelle degli altri Paesi del mondo, s’incontreranno per conoscersi, confrontarsi ed unirsi attraverso ‘contaminazioni’ scaturite dall’approfondimento delle rispettive origini e dal loro percorso storico.”

 

“Forza Canzone d’Italia nel Mondo” si svilupperà in Feste italiane organizzate in più giornate. Potrà associare iniziative di promozione della nostra gastronomia, esposizione di prodotti dell’eccellenza italiana, di promozione del turismo in Italia, dell’arte, della creatività e della moda. Insomma, la Canzone italiana diventa il medium per veicolare il Made in Italy. Il progetto, per la sua complessa articolazione, si potrà avvalere della collaborazione delle nostre rappresentanze all’estero (ambasciate, consolati, istituti di cultura), dei Comites, ma soprattutto della fitta rete delle associazioni delle varie regioni attraverso le quali le comunità italiane nel mondo sono fortemente organizzate.   

 

Loris Cattunar, che del progetto è Segretario generale, aggiunge ulteriori delucidazioni:

 

“Il progetto affida agli artisti e all’organizzazione un ruolo di ‘ambasciatori’ della cultura musicale italiana, ma anche dell’eccellenza dei prodotti italiani di imprese artigianali o industriali. A queste il progetto offre un supporto per proporsi nel mondo. Il nostro settore marketing ha strutturato un ‘format’ che si integra con il programma musicale e culturale dell’evento ed offre ad aziende partner una vetrina importante ed un’assistenza commerciale adeguata.”

 

Il progetto, oltre agli artisti Teddy Reno, Sylvia Pagni, Elisa Riccitelli - un Trio di tre generazioni - e all’Orchestra composta da 27 musicisti professionisti, vede impegnato uno Staff organizzativo ed artistico di consolidato prestigio: Sergio Nanni, Alberto Zeppieri, Antonio Vandoni, Dario Salvatori, Claudio Berardinelli, Max Bassi, Angelo Dell’Appennino e Loris Cattunar.

 

Infine, questo l’ultimo step nella preparazione della macchina organizzativa. Si cerca e si chiede all’estero la collaborazione di network, radio e televisioni in ogni Paese per la diffusione del progetto. Ma si cercano soprattutto personaggi e referenti che vogliano promuovere nelle proprie città, e a livello nazionale, l’organizzazione degli eventi di selezione, in stretta collaborazione operativa con il Sylvia Pagni Music Center (www.sylviapagnimusiccenter.it), accademia nazionale di musica e arti dello spettacolo con sede a Scerne di Pineto, in Abruzzo. Qui di seguito sono indicati i riferimenti per prendere eventuali contatti e candidare le località degli eventi per la selezione degli artisti.

Sylvia Pagni: SKYPE spagni2  -  email sylviapagnimc@libero.it.   

Goffredo Palmerini

 

 

 

 

 

L’ottimismo

 

L’Italia è ancora in crisi. E’ inutile non ammetterlo. La strategia Renziana, se gioverà, lo farà in tempi lunghi. Il Prodotto Interno Lordo (PIL), forse, si attesterà al +1,5% nella prossima primavera. Questa è la realtà che si percepisce in italia a tutti i livelli produttivi. Ogni altra più ottimistica previsione non ha pregio.

 La crisi economica è stata angosciosa e riprenderci ci costerà ancora sacrifici. La macchina economica nazionale stenta a ripartire. Mentre tirare avanti resta un’impresa che mette a dura prova anche i più diligenti. La pressione fiscale, soprattutto per i redditi medio/bassi, resta l’incognita più preoccupante anche per l’immediato futuro.

Ma non è tutto. La spesa pubblica non è diminuita, però i servizi continuano a essere carenti. Non esiste, infatti, una “cura”sicura per frenare il depauperamento delle risorse nazionali.

Certamente non è impoverendo il Popolo italiano che sarà possibile ridurre gli effetti di una crisi che, forse, si poteva evitare. L’italia resta uno dei Paesi UE con una macchina dello Stato a elevato costo e a basso rendimento. Una terapia di sicura ripresa non può essere ancora trovata.

 Da noi non gioverebbe fare un passo indietro. Sarebbe peggio. I provvedimenti “Salva Italia” non salveranno nessuno. Ci sono, ancora, dei condizionamenti che restano in primo piano ed è più agevole agire sul “mucchio” che coinvolgere i grandi capitali.

 Insomma, nonostante le assicurazioni, siamo ancora nelle condizioni di dover rendere conto a una platea ben più estesa di quella definita dai confini nazionali. Chi continua a rischiare sono ancora i “deboli”.

 Ma non è finita. Prima di termine mandato, l’Esecutivo Renzi varerà altri provvedimenti dei quali faremmo volentieri a meno. L’ottimismo politico, oggi alla ribalta nazionale, non favorisce, in realtà, nessuna concreta ripresa.

Insomma, il rischio di recessione rimane. Se, almeno, ci fosse all’orizzonte una nuova classe politica, potremmo sperare in meglio. Purtroppo, non c’è.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Beni dello Stato di pubblico servizio ubicati all’estero, interrogazione di Gianni Farina

 

ROMA - “Occorre fare chiarezza sulla strategia del Ministero degli Affari Esteri circa la gestione dei beni immobili posseduti in tutto il mondo dallo Stato italiano”. Così Gianni Farina, deputato  del Pd eletto nella circoscrizione Estero-rip. Europa motiva la sua interrogazione al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

“Da quanto si ricava dall’elenco pubblicato sul sito del Ministero degli Esteri, la cui responsabilità gestionale è affidata ai Consolati italiani che sovrintendono nelle rispettive Circoscrizioni consolari, il patrimonio del Ministero degli Esteri conta nel mondo oltre 280 immobili (aggiornati al 31 dicembre 2015)” , si legge nel testo presentato mercoledì 28 settembre alla Camera dei deputati.

Al 31 dicembre 2015 il patrimonio immobiliare dello Stato aveva un valore di libro di poco sotto i 60 miliardi di euro: oltre 45mila beni censiti, 31.766 fabbricati e 13.631 aree, che valgono rispettivamente 54,7 e 4,67 miliardi (sono i dati che emergono dalla piattaforma OpenDemanio che l’Agenzia ha lanciato online. Manca la stima del valore dei beni ubicati all’estero). Perché? “Per effetto delle modifiche introdotte dalla legge 7 agosto 2012, n. 135 - sottolinea il deputato Pd - è stato assegnato all’Agenzia per il demanio il ruolo di centrale di committenza per l’individuazione degli operatori a cui affidare l’esecuzione di tutti gli interventi manutentivi sugli immobili, con la sola eccezione di quelli ubicati all’estero riguardanti il Ministero degli Affari Esteri”.

L’on. Farina, con la sua interrogazione parlamentare, oltre quindi a porre il tema di una maggiore trasparenza della gestione e del valore complessivo dei beni all’estero, chiede al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale se: “Intenda rinnovare la concessione alla Fondazione della Casa d’Italia di Lucerna per permetterle di tenere fede agli impegni assunti con l’utenza, alle iniziative in calendario e ai programmi sociali allestiti, nel rispetto della missione per la quale è stata costituita; se intenda predisporre un piano di dismissione degli immobili al fine di permettere a soggetti italiani di organizzarsi per partecipare alle Aste; se intenda favorire la trattativa privata nell’eventuale vendita degli immobili - Lucerna in primis - agli attuali locatori come sancisce l’articolo 1 delle Aste, per assicurarne la continuità di pubblico servizio”.

(Inform 30)

 

 

 

 

Riunito a Treviso il Coordinamento delle Associazioni Venete dell’Emigrazione.

Aldo Rozzi Marin nuovo coordinatore del Cave

 

TREVISO - A Treviso, presso la sede dell’Associazione Internazionale Trevisani nel Mondo, il coordinamento delle associazioni iscritte al registro regionale delle Associazioni Venete dell’Emigrazione (CAVE) hanno eletto il loro nuovo coordinatore, Aldo Rozzi Marin, presidente dell’Associazione Veneti nel Mondo, che ne dà notizia in una nota. L’elezione si è tenuta il 12 settembre scorso.

Il comunicato prosegue: “Il coordinatore uscente, Guido Campagnolo, ha ripercorso con i presenti le attività svolte nell’ultimo triennio. La chiusura dell’Associazione Veneziani nel Mondo è stato uno dei momenti più difficili affrontati per la salvaguardia dell’intero settore. Sono stati organizzati incontri con il presidente della Regione, Luca Zaia, con il vice ministro del Ministero degli Affari Esteri, on. Mario Giro, e con i singoli presidente provinciali delle Camere di Commercio. Purtroppo non si è riusciti ad evitare la chiusura della Veneziani nel Mondo, ma durante l’ultimo anno si sono fatti alcuni passi avanti affinché tutte le associazioni operanti nelle Camere di Commercio sopravvivano.

Il presidente De Bona, della Bellunesi nel Mondo, ringraziando Campagnolo, e richiamandosi al principio della rotazione fra le associazioni nel ricoprire la carica, ha proposto come coordinatore l’avvocato Aldo Rozzi Marin, presidente dell’associazione Veneti nel Mondo, veneto nato in Cile, da anni impegnato nel settore e operatore fattivo con la Regione del Veneto. Dopo un giro ricco di riflessioni e idee, tutti i presenti all’unanimità hanno eletto Rozzi Marin come coordinatore del Cave.

Nel ringraziare per la fiducia, Rozzi Marin auspica una maggiore collaborazione, anche interna, in modo da superare questo difficile momento che sta vivendo il mondo associativo, per operare con nuovo slancio e nuove risorse a favore degli emigranti. L’emigrazione è un fenomeno che ha segnato la storia di migliaia di famiglie della nostra terra e che oggi, attraverso la forte mobilità giovanile. Registrando che le risorse da parte della Regione a questo settore sono diminuite notevolmente, si augura che il Veneto assuma l’impegno di realizzare quanto richiesto dalla Consulta dei Veneti nel Mondo 2016.

Tutte le associazioni del Cave restano in attesa dei contributi per l’anno 2015 e per l’anno 2016 previsti dalla normativa regionale. Si segnala inoltre il ritardo nella pubblicazione dei bandi di settore, previsti per settembre, la cui attuazione e rendicontazione dovrà avvenire entro dicembre 2016. Fernando Morando informa che ha indetto per ottobre a Verona il Meeting di tutti i presidenti dei circoli dei veronesi di tutto il mondo e confida che sia un momento di confronto per un rilancio, anche con forze giovani, dell’associazione Veronesi nel Mondo.

Tutti i presenti delegano il nuovo coordinatore a scrivere all’on. Dario Franceschini, Ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, per esprimere l’appoggio di tutte le associazioni del Cave alla candidatura dei Bellunesi nel Mondo per ospitar il distretto triveneto del del Museo dell’Emigrazione Italiana (MEI). Le realtà associative di emigrazione del Veneto, fin dalla loro fondazione, hanno lavorato per salvaguardare i diritti civili dei cittadini emigrati, fornire assistenza a chi voleva rimpatriare o era in difficoltà. Punto di riferimento per tutto il nostro settore è il MiM Belluno, il Museo interattivo delle Migrazioni, dove ci si immerge in un viaggio multimediale nel mondo dell’emigrazione veneta, con più di 12 mila visitatori in tre anni. Tutte le associazioni assicurano la massima collaborazione per la raccolta di documenti e testimonianze dirette.

Erano presenti: Guido Campagnolo (Trevisani nel Mondo e Unione dei Triveneti nel Mondo), Elena Barbarotto (Trevisani nel Mondo), Aldo Rozzi Marin (Veneti nel Mondo), Oscar De Bona (Bellunesi nel  Mondo);  Fernando Morando e Nicola Guido Vincenzi (Veronesi nel Mondo) Marco Longo Leopoldo (Padovani nel Mondo). Assente giustificato Marco Appoggi (Ente Vicentini nel Mondo)”, conclude la nota della Presidenza dell’ Associazione Veneti nel Mondo.

Inform 20

 

 

 

 

Colombia. La resa delle Farc al capitalismo

 

L'accordo di pace in Colombia non rappresenta solo la fine dell'ultimo vestigio della Guerra Fredda in America Latina. Significa anche la resa di uno degli ultimi gruppi combattenti contro il mercato.

 

Quattro anni fa, Iván Márquez, uno dei leader delle Farc aveva aperto le trattative di pace a L'Avana con le seguenti parole: "Siamo venuti per smascherare questo assassino metafisico che è il mercato, siamo venuti a denunciare il carattere criminale del capitale finanziario, siamo venuti a mettere neoliberismo sul banco degli imputati come boia dei popoli e fabbrica di morte".

 

Quattro anni dopo, le Farc depongono le armi senza che il mercato sia stato sconfitto o il neoliberismo abbia cessato di ispirare la maggior parte delle economie dell'America Latina e del mondo. E senza che il “grande capitale finanziario internazionale” abbia cessato di essere “egemone”, come non si stancano di ripetere i leader guerriglieri. La retorica marxista si è dovuta arrendere alla realtà dei fatti.

 

Per l’Economist, il riconoscimento da parte delle Farc dell’ordine costituzionale colombiano è la morte di un ceppo di violenza stalinista che ha afflitto l'America Latina per decenni. Un ceppo di violenza che ha provocato oltre 220 mila morti, 45 mila desaparecidos e 6,9 milioni di profughi interni costretti ad abbandonare le proprie case. Senza contare che le Farc hanno fatto del sequestro di essere umani - fenomeno rappresentato da numeri elevati - una fonte di finanziamenti.

 

Farc in attesa del debutto alle urne

Alla luce di tutto ciò, è utile ragionare sugli effetti che le Farc potranno rappresentare all’interno del panorama elettorale colombiano, sempre nel caso in cui l’accordo di pace dovesse essere effettivamente concretizzato. Per la prima volta l’organizzazione di ispirazione marxista-leninista disputerà il potere con i voti invece che con i proiettili. E non è affatto detto che non conquisti un buon risultato alle urne.

 

I problemi che hanno portato al sorgere del gruppo guerrigliero-terrorista sono reali e ancora molto presenti nella società colombiana, così come in gran parte dell’America Latina. Differenze sociali estreme, eccessiva concentrazione della ricchezza, proprietà fondiaria in mano a pochi proprietari, condizioni miserabili di buona parte delle popolazioni locali, nessuna prospettiva di miglioramento futuro.

 

Le Farc non sono nate per caso. Né è un caso che esse abbiano resistito dal 1964, prosperando all’interno della foresta tropicale e sopravvivendo alla caduta del muro di Berlino e alla sconfitta ideologica mondiale del socialismo.

 

Il conflitto in Colombia è stato una vera e propria guerra civile, combattuta sulla base di un astio ideologico apparentemente insanabile, in una regione del mondo, l’America Latina, dove il socialismo reale è ancora studiato sui banchi di scuola e nelle università come alternativa viabile. E senza limare queste differenze non è possibile ricucire una nazione che ha convissuto con una violenza brutale per oltre mezzo secolo.

 

Le trattative con i campesinos e la questione rurale

Infatti, la necessità di uno stato vigile, che mitighi le conseguenze più ruvide del sistema economico colombiano, è ben presente nell’accordo di pace tra governo e Farc.

 

Il primo capitolo si concentra su una specie di riforma agraria che prevede, nello specifico, l’iniziativa di trattative dignitose con i campesinos. Un colombiano su tre vive nella Colombia rural, fattore che lo rende più povero, meno educato e più denutrito dei suoi compatrioti urbani. A mostrarlo è stata anche la relazione sullo Sviluppo Umano 2011 dell'Undp, il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo.

 

Nelle città colombiane la povertà estrema è del 7%, nei campi raggiunge il 29%. Più del 60% della popolazione rurale in età lavorativa ha concluso solo la scuola elementare e non è un caso che circa la stessa proporzione riceva un pagamento per il proprio lavoro inferiore al salario minimo.

 

I guerriglieri delle Farc sono nati proprio come guerriglia rurale. Per questo motivo prendere di petto il problema della distribuzione fondiaria nell’accordo di pace non è una concessione del governo o un segno di debolezza, come molti hanno considerato, ma illogico riconoscimento della necessità di superare le condizioni socio-economiche squilibrate che hanno portato allo scoppio della guerra civile.

 

Il rapporto con il business della droga

In aggiunta, le Farc dovranno decidere che atteggiamento adottare nei confronti di quella economia nera, para-capitalista, che si concentra sul mercato della droga e si affida ai sui trafficanti. Il Rapporto 2015 dell’United Nations Office on Drugs and Crime (UNODC) ha infatti confermato la Colombia come il principale produttore mondiale di cocaina.

 

L’enorme massa monetaria che la cocaina garantisce ai trafficanti viene reinvestita in altre attività. Ad esempio, secondo l’agenzia Bloomberg, i narcos controllerebbero il mercato del cambio di valute in Colombia, un canale utilizzato anche per il riciclaggio di denaro.

 

Attraverso una fitta rete di cambiavalute, presenti in centri commerciali di lusso, aeroporti internazionali e addirittura nello stesso palazzo della Banca Centrale colombiana, i trafficanti offrono un cambio con uno sconto del 10% rispetto a quanto offerto da banche e investitori.

 

Anche le Farc utilizzerebbero questo sistema per finanziarsi. Ma da quando il Dipartimento del Tesoro Usa ha scoperto la cosa, ha bloccato gli attivi delle società coinvolte e ha praticamente proibito ai cittadini nordamericani di fare affari con loro. Le Farc dovranno quindi decidere come comportarsi con questo business.

 

Il futuro partito di sinistra che rappresenterà l’eredità ideologica delle Farc dovrà quindi riuscire a presentare critiche concrete alle distorsioni della società colombiana, evitando di cadere nella fallimentare deriva del “bolivarianismo” del vicino Venezuela che tanti danni sta provocando alla popolazione del Paese.

 

Dall’altro lato, dovrà rappresentare un’alternativa alle sinistre “rosa”, come quelle del Partido dos Trabalhadores (PT) in Brasile, che pur dopo 13 anni al potere non sono riusciti a modificare sostanzialmente l’iniquo status quo sociale, perdendo la battaglia contro le disuguaglianze economiche.

 

Ma la sfida politica posta dalle Farc si estende non solo all’insieme delle sinistre latinoamericane, ma anche a se stesse. Come uscire dalla retorica condanna del “neoliberismo egemone”, dalla gabbia ideologica della dialettica marxista e presentare proposte concrete in grado di funzionare e conquistare i voti che i proiettili (veri e retorici) hanno perso.

Carlo Cauti, AffInt 23

 

 

 

 

Emigrazione trentina, bando per premiare le migliori tesi di laurea.

Documentazione entro il prossimo 22 dicembre

 

Trento – Pubblicato il bando di concorso 2016 per premiare tesi di laurea sulla storia dell’emigrazione dal Trentino. Il Premio è indetto dalla Provincia autonoma di Trento in collaborazione con il Centro di documentazione sulla storia dell’emigrazione trentina della Fondazione Museo storico del Trentino. Al bando, al quale in generale saranno ammessi studi che siano riconducibili alle discipline storiche ed agli studi sociali, potranno partecipare anche elaborati che analizzino il fenomeno della nuova emigrazione dal Trentino.

Possono concorrere al premio gli autori di tesi di laurea (vecchio ordinamento, triennale, specialistico, magistrale) discusse in Università italiane e straniere negli anni accademici 2014-2015 e 2015-2016 e comunque non oltre la data di scadenza del bando. Tutta la documentazione dovrà pervenire a mano o a mezzo posta entro le ore 12.00 di giovedì 22 dicembre 2016 al seguente indirizzo: Fondazione Museo storico del Trentino - Via Tommaso Gar, n. 29 - 38122 Trento. Bando 2016:  http://www.mondotrentino.net/binary/pat_mondotrentino/primo_piano/bando_tesi_2016.1474360775.pdf  dip 

 

 

 

 

Enti Gestori in Svizzera: Soddisfazione per il previsto ripristino integrale del cap. 3153 nella legge di assestamento del Bilancio

 

Basile – “Il Coordinamento enti gestori ha preso atto con soddisfazione  - si legge in una nota a firma del coordinatore Roger Nesti - che nella legge di assestamento del bilancio è previsto il ripristino integrale del cap. 3153. Il Coordinamento ringrazia il Governo, le forze politiche, i gruppi parlamentari, in maniera particolare gli eletti all’estero, e gli organismi di rappresentanza degli italiani all’estero per aver reso possibile questo recupero di fondi che è determinante per garantire la continuità dell’attività.

Il Coordinamento – prosegue la nota - auspica che l’iter della legge sia completato al più presto per poter procedere all’assegnazione urgente dei fondi agli enti gestori. A tale proposito giova ricordare che l’anno scolastico in Svizzera è stato avviato oltre un mese fa. L’incertezza sui tempi di assegnazione di un eventuale contributo integrativo ha determinato in molte situazioni una pianificazione provvisoria, ritardi nell’avvio dei corsi e in alcuni casi anche una riduzione dell’attività. Il Coordinamento invita pertanto il MAECI a voler concedere in tempi brevi i contributi integrativi, tenendo conto dell’attività media effettuata dagli enti durante l’anno solare 2016. Nel primo semestre 2016 gli enti hanno gestito infatti un numero di corsi superiore alla media, avendo rilevato a settembre 2015 un numero elevato di corsi rimasti scoperti di docente di ruolo.

Il Coordinamento degli enti gestori ribadisce che il ripristino del Cap. 3153 alleggerisce la situazione in molte circoscrizioni, ma non risolve il problema di fondo del finanziamento dei corsi di lingua e cultura italiana. Il numero dei corsi gestiti dagli enti negli ultimi dodici mesi è cresciuto in maniera sproporzionata rispetto alla dotazione del Cap. 3153 che si mantiene sui livelli dell’anno precedente grazie al ripristino che sta per esser formalizzato. Da qui la necessità impellente di prevedere fondi aggiuntivi nella legge di bilancio 2017, nell’attesa di mettere mano alla tanto attesa riforma del settore”, conclude la nota. 

(Inform 21)

 

 

 

Il sistema duale di alternanza scuola-lavoro è realtà anche in Italia

 

Roma - “Il sistema duale di formazione ad alternanza scuola-lavoro non è più solo una buona pratica sulla quale ragionare. Ora è diventato realtà in Italia, grazie alla Legge sulla Buona scuola e al Jobs Act, e ai relativi decreti attuativi, già approvati. La sfida ora è rendere ancora più stretti i legami fra la scuola e il mondo produttivo, sulla scia di quello che accade in Germania, dove l’integrazione è molto forte, anche grazie al fatto che lì questo sistema è operativo da decenni. Nel sistema tedesco, infatti, le imprese sono talmente coscienti di quanto serva loro la formazione dei ragazzi da sostenere loro stessi finanziariamente buona parte delle spese della formazione, in un’ottica di investimento sulla propria forza lavoro del futuro”. Lo dichiara Laura Garavini, Presidente dell’Intergruppo parlamentare di amicizia Italia-Germania, promotrice del convegno “La Cooperazione Italo-Tedesca nell’ambito dell’Alternanza e della Transizione Scuola/Lavoro 2013 – 2016”.

La conferenza, a cui è intervenuto il sottosegretario al Ministero dell’Università, dell’Istruzione e  della Ricerca, Davide Faraone, è stata organizzata dall’Intergruppo parlamentare di amicizia Italia-Germania, in collaborazione con il Goethe-Institut Italien, il MIUR - Direzione generale per gli ordinamenti scolastici e la valutazione del sistema nazionale di istruzione, il Ministero Federale dell’Istruzione e della Ricerca (BMBF), il German Office for International Cooperation in Vocational Education and Training (GOVET) e la Camera di Commercio Italo-tedesca (AHK Italien). dip 21

 

 

 

EU-Zwischenbilanz. 5.651 von 160.000 Flüchtlingen umverteilt

 

Erneut mahnt die EU-Kommission die europäischen Regierungen zur Solidarität: Sie sollen Griechenland und Italien endlich wie versprochen Zehntausende Flüchtlinge abnehmen – sonst drohen rechtliche Konsequenzen. Von Phillipp Saure

 

Erst 5.651 von 160.000 – so sieht die Bilanz der Umverteilung von Flüchtlingen innerhalb Europas nach einem Jahr aus. Es gebe zwar „Bemühungen“, diese Zahl zu erhöhen, erklärte Vizekommissionspräsident Frans Timmermans am Mittwoch in Brüssel. „Diejenigen, die mehr tun können, fordere ich jedoch dringend zum Handeln auf.“

Im September 2015 war die Umverteilung von 160.000 Asylsuchenden vor allem aus Griechenland und Italien beschlossen worden – den Ländern, wo die meisten Flüchtlinge erstmals europäischen Boden betreten. Bisher seien 5.651 Menschen, davon 4.455 aus Griechenland und 1.196 aus Italien, in andere Länder gebracht worden, erklärte die EU-Kommission. Deutschland nahm von ihnen 215 auf, Frankreich mit 1.952 die meisten. Niemanden aufgenommen haben bisher Österreich, Dänemark, Polen und Ungarn.

Allerdings hatten Deutschland und Österreich zunächst Hunderttausenden Flüchtlingen die Tore geöffnet, die selbst zu ihnen gekommen waren und dabei oft auch durch Griechenland gezogen waren. Die Quote bei den Umverteilungen zeigt also nicht umfassend an, wie ein Land Flüchtlinge willkommen heißt.

Ungeachtet dessen sind die zwei Beschlüsse vom 14. und 22. September 2015 rechtlich bindend. Dies betonte Migrationskommissar Dimitris Avramopoulos am Mittwoch und schloss rechtliche Konsequenzen nicht aus. Vorgesehen sind für die Umverteilung zwei Jahre, die Hälfte der Zeit ist also um.

Unterdessen forderte der griechische Europaminister Nikos Xydakis am Mittwoch ebenfalls Solidarität ein. „Die meisten EU-Staaten nehmen uns viel zu wenige Flüchtlinge ab, einige Länder antworten nicht einmal auf unsere Anfragen“, sagte Xydakis der Zeitung „Die Welt“.

Eng verknüpft mit der Lage in Griechenland ist der EU-Türkei-Pakt. Er bestimmt, dass Migranten von Griechenland in die Türkei zurückgeführt werden. Auch dazu legte die EU-Kommission eine Zwischenbilanz vor. Der Pakt habe „zu konkreten positiven Ergebnissen geführt“, urteilte Avramopoulos. Nach EU-Zahlen kamen seit Juni im Durchschnitt pro Tag noch 85 Menschen irregulär auf den griechischen Inseln an, während es im Oktober 2015 am Tag 7.000 gewesen seien. Von Griechenland in die Türkei zurückgeführt wurden im Rahmen des Paktes demnach bisher 578 Menschen.

Die verhältnismäßig geringe Zahl an Rückführungen brachte Griechenlands Europaminister ebenfalls mit mangelnder EU-Unterstützung in Verbindung. Von 400 benötigten EU-Asylbeamten seien bisher nur 26 auf den Inseln angekommen, sagte Xydakis „Die Welt“.

Deutsche Europaparlamentarier nahmen die Zwischenbilanz verschieden auf. Der CDU-Abgeordnete Herbert Reul schob Griechenland einen großen Teil der Verantwortung zu. „Trotz erheblicher Finanzhilfen aus der EU-Kasse und personeller Unterstützung geht die Bearbeitung von Asylanträgen nur schwerfällig von statten. Und die abgelehnten Asylbewerber werden nicht zurückgeführt, da die Türkei offenbar von den griechischen Behörden nicht als sicherer Drittstaat anerkannt wird“, erklärte Reul. Dies müsse sich „schleunigst ändern“. Zugleich müssten die anderen EU-Länder mehr Flüchtlinge übernehmen.

„Von Fortschritt in der europäischen Flüchtlingspolitik kann keine die Rede sein“, sagte die Grünen-Abgeordnete Ska Keller dem Evangelischen Pressedienst (epd) . „Die Umverteilung von Flüchtlingen auf andere Mitgliedstaaten verbessert sich nur in winzigen Trippelschrittchen“, machte sie geltend. Und der EU-Türkei-Pakt habe „den entscheidenden Haken, dass die Türkei kein sicheres Drittland für Flüchtlinge ist.“ (epd/mig 29)

 

 

 

Merkel justiert Flüchtlingspolitik und räumt Fehler ein

 

Bundeskanzelerin Angela Merkel räumt nach der CDU-Wahlschlappe in Berlin Fehler bei der Flüchtlingskrise ein, bleibt aber bei ihrem Kurs.

 

Nach der CDU-Schlappe in Berlin hat Bundeskanzlerin Angela Merkel eine Teilverantwortung übernommen und eine zumindest verbale Neupositionierung in der Flüchtlingskrise vollzogen.

Mit Blick auf das Jahr 2015 versicherte die CDU-Vorsitzende nach den Gremiensitzungen ihrer Partei am Montag: „Ich kämpfe genau dafür, dass sich das nicht wiederholt. Dem dienen alle Maßnahmen der letzten Monate. Die Wiederholung der Situation will niemand, auch ich nicht.“ Zugleich räumte die Kanzlerin Fehler bei der Bewältigung der Krise ein, was als Signal der Annäherung an die CSU gilt. Der Forderung der Schwesterpartei nach einer Obergrenze erteilte Merkel aber erneut eine Absage.

CSU-Chef Horst Seehofer forderte seinerseits von der Regierung weitere Präzisierungen in der Flüchtlingspolitik und zeigte sich zuversichtlich, dass beide Parteien bis Mitte Oktober in etlichen Politikbereichen gemeinsame Positionen finden könnten. Die Vorsitzende der rechtspopulistischen AfD, Frauke Petry, sagte der Union dagegen den Untergang voraus.

Druck in CDU auf Merkel

Die CDU hatte in Berlin mit 17,6 Prozent am Sonntag ihr historisch schlechtestes Ergebnis erzielt. CDU-Vize Julia Klöckner kritisierte bereits vor den Gremiensitzungen der CDU-Bundespartei am Montagmorgen, dass es der Regierung nicht gelinge, ihre Politik in der Flüchtlingskrise überzeugend zu erklären. Zugleich kündigte sie eine deutlichere Sprache Merkels an. Die Kanzlerin räumte kurz danach in einer längeren Erklärung ein, dass ihre Regierung vor 2015 Fehler gemacht habe. „Wenn ich könnte, würde ich die Zeit um viele, viele Jahre zurückspulen“, sagte sie. Die hohe Anzahl an Flüchtlingen habe die Regierung „eher unvorbereitet“ getroffen, es habe eine Phase des „in Teilen zunächst unkontrollierten und unregistrierten Zuzugs gegeben“.

Sie nehme sehr wohl ernst, dass eine Mehrheit in Umfragen eine Änderung der Flüchtlingspolitik wolle, betonte Merkel. Die CDU-Chefin relativierte zudem erneut ihren vor allem von der CSU kritisierten Satz „Wir schaffen das“, der mittlerweile eine „Leerformel“ geworden sei.

Seehofer forderte vor einer Klausurtagung der CSU-Landtagsfraktion in Kloster Banz erneut Veränderungen bei der Schwesterpartei. „Es wird nicht ausreichen, den Menschen zu sagen, wir haben alles richtig gemacht, wir müssen es euch nur besser erklären“, sagte er. Die richtige Antwort darauf sei, dass sich die Union vor der Bundestagswahl in einem Jahr Inhalten zuwende: „Es ist ja nicht nur die Zuwanderungsfrage, es geht von Steuern, Finanzen, Rente, Sicherheit bis hin zu Europa und Wirtschaft.“ Im CDU-Präsidium wurde allerdings der CSU und vor allem Seehofer persönlich wegen der monatelangen Dauerkritik an Merkel eine Mitschuld an den schlechten Wahlergebnissen gegeben. Auch der Berliner CDU-Spitzenkandidat, Frank Henkel sagt: „Der öffentlich ausgetragene Streit, der von der CSU angezettelt wurde, war nicht hilfreich.“

„Gemeinsam sind wir eindeutig stärker“

Allerdings machte Merkel auch deutlich, dass sie von ihrer grundsätzlichen Linie in der Flüchtlingspolitik nicht abrücken werde. Die von der CSU mit Zahlen „statische“ Obergrenze für die Aufnahme von Flüchtlingen lehne die CDU deshalb weiter ab. Die CDU-Chefin betonte, dass sie auch bei AfD-Wählern werben wolle, verlorengegangenes Vertrauen zurückzugewinnen und punktuelle Kursänderungen zu prüfen. Wer gar keine Fremden, vor allem keine Muslime aufnehmen wolle, dem stünden aber das Grundgesetz, völkerrechtliche Bindungen, „auch das ethische Fundament der CDU und meine persönlichen Überzeugungen entgegen. Den Kurs kann ich und die CDU nicht mitgehen“. Wer immer nur rufe „Merkel muss weg“, sei für Argumente nicht mehr zugänglich. Sie sei aber sicher, dass Deutschland besser aus der Lage herauskomme, als es hineingegangen sei.

Ob sie bei der Bundestagswahl 2017 wieder kandidieren will, ließ Merkel erneut offen. Ihre Koalitionspartner CSU und SPD mahnte sie zu mehr Geschlossenheit. Die große Koalition auf Berliner Landesebene sei auch daran gescheitert, dass die SPD die Zusammenarbeit mit der CDU stets schlechtgeredet habe. „Gemeinsam sind wir eindeutig stärker.“ Personelle Konsequenzen auf Bundesebene lehnte Merkel ab und bescheinigte Bundesinnenminister Thomas de Maiziere (CDU) eine „herausragende“ Arbeit, die auch in der CSU geschätzt werde.

Scharf kritisiert wurde die CDU von der AfD-Vorsitzenden Petry. Die Partei „bröckele“ auf Landesebene. „Das Einzige, was vielleicht noch übrig bleibt, ist Frau Merkel. Und wenn Frau Merkel geht, bricht es ganz zusammen“, sagte Petry in Berlin. „Wenn sich das fortsetzt, dann wird in einigen Jahren die CDU nicht mehr die bürgerliche Kraft sein.“  EurActiv mit Agenturen

 

 

 

 

Bundesweit zweiter Katholischer Flüchtlingsgipfel  in Frankfurt am Main beendet

 

Auf Einladung des Sonderbeauftragten für Flüchtlingsfragen der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Dr. Stefan Heße (Hamburg), hat gestern (29. September 2016) der bundesweit zweite Katholische Flüchtlingsgipfel in Frankfurt am Main stattgefunden. Teilgenommen haben mehr als 140 Praktiker, Experten und Ehrenamtliche der kirchlichen Flüchtlingshilfe, die sich zu Fragen gelingender Integration in Zeiten gesellschaftspolitischer Polarisierung austauschten.

 

Zu Beginn des Flüchtlingsgipfels drängte Erzbischof Heße darauf, dass sich Kirche und Gesellschaft offen mit den anstehenden Herausforderungen der Integration auseinandersetzen: „Letztlich geht es darum, dass sich Neuankommende und Alteingesessene gleichermaßen mit unserem Gemeinwesen identifizieren und aktiv an seiner Gestaltung mitwirken können.“ Dabei stellten die Basis „für den Prozess der Integration Werte und Normen unseres Grundgesetzes dar.“ Mit Sorge betrachtete Erzbischof Heße, dass sich die „Tonlage des öffentlichen Diskurses deutlich verändert“ hat. „Der pragmatische Austausch über handfeste Probleme und Herausforderungen wird bisweilen durch abstrakte Symboldebatten verdrängt.“

 

Dr. Uwe Hunger, Privatdozent an den Universitäten Münster und Siegen, ging in seinem Vortrag auf unterschiedliche Modelle von Integration ein. Neben den staatlichen Programmen und dem Engagement der Migranten selbst sei erfolgreiche Integration auf die kontinuierlichen Aktivitäten von Kirchen und Zivilgesellschaft angewiesen. Je nach Mentalitäten und der Ausprägung des Sozialstaates müssten in den verschiedenen Aufnahmeländern unterschiedliche Strategien der Integration entwickelt werden.

 

Der Katholische Flüchtlingsgipfel diente dazu, Fachleute und Praktiker zusammenzuführen, um auf der Grundlage der „Leitsätze des kirchlichen Engagements für Flüchtlinge“ über konkrete und bedarfsgerechte Perspektiven der kirchlichen Integrationsarbeit zu beraten. Impulse zur besseren Vernetzung und Koordinierung der kirchlichen Aktivitäten bildeten dabei einen Schwerpunkt. Die „Leitsätze“ waren auf dem ersten Katholischen Flüchtlingsgipfel im November 2015 erarbeitet und auf der Frühjahrs-Vollversammlung der Deutschen Bischofskonferenz im Februar 2016 verabschiedet worden.

 

In sechs Arbeitsgruppen diskutierten die Teilnehmer des Flüchtlingsgipfels zentrale Aspekte gesellschaftlicher Teilhabe und des gesellschaftlichen Zusammenhalts:

- Welche Werte und Normen halten ein pluralistisches Gemeinwesen zusammen?

- Interreligiöse und interkulturelle Bildung als Beitrag zum gelingenden Miteinander?

- Hilfe zur Selbsthilfe – Empowerment von Flüchtlingen

- Teilhabe vor Ort – der Faktor Wohnraum

- Chancen auf dem Arbeitsmarkt – Handlungsfeld berufliche Qualifizierung

- Seelsorge und Gemeindeentwicklung im Angesicht der Zuwanderung

 

Um den wachsenden Herausforderungen, denen ehrenamtliche Flüchtlingshelfer gegenüberstehen, angemessen zu begegnen, haben die (Erz-)Bistümer und die Caritas in den vergangenen Monaten zusätzliche Stellen für Ehrenamtskoordinatoren eingerichtet. Darüber hinaus stellen sie ein breites Angebot von Qualifizierungsmaßnahmen und Fortbildungen bereit. Erzbischof Heße dankte Kirchengemeinden und Verbänden insbesondere für das nicht nachlassende ehrenamtliche Engagement: „Mehr als 200.000 Ehrenamtliche in beiden Kirchen sind Zeugnis dafür, dass unser Glaube gerade in schwierigen Zeiten eine kreative und begeisternde Dynamik entfaltet“ und „christliche Wertvorstellungen nicht einfach nur ein historisches Fundament unserer Gesellschaftsordnung bilden“. Dbk 30

 

 

 

Kulturpreis Premio Culturale geht an „onde“

 

Den Fokus auf die neuen Generationen richten, um die deutsch-italienischen Beziehungen zu konsolidieren und die Entwicklung einer europäischen Identität zu unterstützen.

Das ist die Bedeutung der Auszeichnung des Kulturmagazins der Studenteninitiative „onde“ im Rahmen der 14. Deutsch-Italienischen Kulturbörse, die vom 9.-12. September in Lübeck stattgefunden hat. Die Börse, 1989 in Savona gegründet, ist ein traditionelles Treffen, das, von der VDIG organisiert, alle zwei Jahre im Wechsel in Deutschland und Italien stattfindet. Es stellt einen wichtigen Moment der Begegnung im Rahmen des bilateralen Kulturaustausches zwischen den beiden Ländern dar.

Ein Höhepunkt der Kulturbörse ist die Verleihung des Premio Culturale, eine Anerkennung, die der Vorstand der Vereinigung der Deutsch-Italienischen Kulturgesellschaften alle zwei Jahre an einzelne Personen, an Gruppen oder Institutionen verleiht, die sich durch eine herausragende Aktion oder durch kontinuierliches Engagement im Bereich der deutsch-italienischen Kulturbeziehungen eingesetzt hat.

Mit der Verleihung des Premio Culturale 2016 an „onde“ wollte man den Wert dieses studentischen Kulturmagazins in italienischer Sprache anerkennen, das 1994 an der Universität Passau gegründet wurde infolge der Staatsarbeit eines deutschen Studenten. Seit der Zeit befasst sich ein stets wechselndes Team von deutschen, schweizerischen, österreichischen und natürlich italienischen Studenten ehrenamtlich mit der Redaktionsarbeit des Magazins.

„onde“ erscheint alle sechs Monate und umfasst ein weites Themenspektrum: von Politik bis Sport, von Kultur bis hin zu einigen sozialen Aspekten Italiens. Das Magazin, das über 500 Abonnenten zählt, wendet sich auch an einen weiten Leserkreis: Italienliebhaber, Italienischstudenten, an die Italiener selbst und an all diejenigen, die sich für die italienische Kultur und Gesellschaft interessieren.

Das, was den jungen Redakteuren am meisten am Herzen liegt, ist die Vermittlung eines möglichst authentischen Bildes von Italien und seinen Bewohnern, ohne Allgemeinplätze und Vorurteile im Rahmen der Völkerverständigung.

Mit der Verleihung des Premio Culturale 2016 an „onde“ hat die VDIG nicht nur die bisher geleistete Arbeit des Studententeams auszeichnen wollen, sondern sie hat „onde“ und damit auch den neuen Generationen Mut gemacht, damit diese Initiative oder andere wie diese fortgesetzt und sich in Zukunft weiterentwickeln werden.

„onde“ heißt Wellen. Diese hat der italienische Künstler Emanuele Bertossi in seiner Gestaltung aufgenommen und einen Preis entworfen, der speziell auf das Redaktionsteam zugeschnitten ist: ein aus den Buchstaben des Wortes O-N-D-E zusammengesetztes Schiff, das auf bewegten hohen Wellen schaukelt. 

De.it.press 20

 

 

 

 

Organisierte Kriminalität. Warum es die Mafia nach Deutschland zieht

 

Die Mafia findet in Deutschland günstige Bedingungen für illegale Geschäfte. Die deutsch-italienische Politikerin Laura Garavini erklärt die Hintergründe und fordert härtere Maßnahmen. Ein Interview von Andreas Wassermann

Laura Garavini, 50, lebt in Berlin, sitzt aber für die Demokratische Partei im römischen Parlament und vertritt sie im Anti-Mafia-Ausschuss. In der deutschen Hauptstadt gründete sie gemeinsam mit italienischen Restaurantbesitzern die Initiative "Mafia? - Nein Danke".

SPIEGEL ONLINE: Der Autor des Mafia-Thrillers "Gomorrha", Roberto Saviano, hat Deutschland kürzlich als ein Eldorado für Mafiosi bezeichnet. Hat er recht?

Garavini: Die organisierte Kriminalität Italiens, allen voran die 'Ndrangheta aus Kalabrien, arbeitet inzwischen wie ein multinationaler Konzern. Sie investiert ihre Milliarden aus Drogenhandel, Waffenhandel und Erpressung dort, wo die Bedingungen am günstigsten sind: Also dort, wo die Profite am höchsten und das Risiko der Entdeckung am geringsten sind. Und das ist in Deutschland der Fall.

SPIEGEL ONLINE: Woran liegt das?

Garavani: Mafia-Strukturen fallen hierzulande kaum auf. Deutschland ist der Rückzugsraum und der Ort, um Geld zu waschen. Gemordet wird zu Hause. Ein Blutbad wie 2007 in Duisburg, als sich verfeindete 'Ndrangheta-Clans eine wilde Schießerei mit sechs Toten lieferten, ist die Ausnahme. Der normale Bürger in Deutschland erlebt die Mafia kaum als direkte Bedrohung. Und man neigt deswegen dazu, das Problem zu unterschätzen.

SPIEGEL ONLINE: Gilt das auch für Politiker und Strafverfolgungsbehörden?

Garavani: Da muss man differenzieren. Bei der Polizei gibt es nach den Morden von Duisburg eine sehr intensive Zusammenarbeit zwischen Deutschland und Italien. Auch deswegen sind die Mitglieder von Mafia-Clans, die hier leben, den deutschen Behörden inzwischen weitgehend bekannt. Allerdings gibt es keine Anti-Mafia-Gesetze wie in Italien, wo allein die Zugehörigkeit zu einem Clan reicht, damit Telefongespräche oder Internetkommunikation abgehört werden können. In diesem Punkt gibt es Nachholbedarf.

SPIEGEL ONLINE: Die Unverletzlichkeit der Wohnung und der Datenschutz sind ein hohes Gut und dürfen nur eingeschränkt werden, wenn der Verdacht auf schwere Straftaten vorliegt. Bei den hier lebenden Mafiosi gelingt es den Behörden aber selten, eine solchen Tatverdacht zu begründen.

Garavani: Weil mit zweierlei Maß gemessen wird. Bei der Bekämpfung des islamistischen Terrors sind solche Maßnahmen zulässig. Die Staatsanwaltschaft kann jemanden anklagen, weil er Mitglied des "Islamischen Staates" ist. Das müsste genauso für 'Ndrangheta-, Camorra oder Cosa-Nostra-Angehörige gelten. Denn wir wissen aus verschiedenen Ermittlungen, dass es inzwischen eine Zusammenarbeit zwischen international operierenden Terrorgruppen und Mafia-Clans gibt.

SPIEGEL ONLINE: In Italien konfiszieren die Behörden regelmäßig Mafia-Besitz, etwa Immobilien, Luxusautos, Bargeld und Wertpapiere. Das Vermögen im Ausland, auch in Deutschland, bleibt meist unangetastet. Wie kann sich das ändern?

Garavani: Wir brauchen zumindest europäische Standards bei der Beschlagnahme von Mafia-Vermögen. Auch hier tut sich Deutschland schwer. Das hat vielleicht auch historische Gründe. Jemandem Besitz wegzunehmen, weckt Erinnerungen an die DDR. Da gibt es Hemmungen, entsprechende Gesetze zu ändern. Doch die Erfahrungen in Italien zeigen, dass der präventive Vermögensentzug eines der wirksamen Mittel im Kampf gegen die Mafia ist. Spiegel On. 28

 

 

 

Flüchtlingsverteilung in Europa: Ein gescheitertes Projekt?

 

Die EU wird ihr Versprechen womöglich nicht halten können, bis September 2017 160.000 Flüchtlinge umzusiedeln. Laut aktuellen Zahlen wurden bisher nur 5.651 Asylbewerber auf andere EU-Länder verteilt. EurActiv Brüssel berichtet.

Eigentlich sollte der EU-weite Verteilschlüssel Länder wie Italien oder Griechenland in der Flüchtlingskrise entlasten. Die Ergebnisse lassen jedoch stark zu wünschen übrig. Um das selbstgesteckte Ziel noch zu erreichen, müssten die restlichen EU-Länder bis September 2017 noch 154.349 zusätzliche Asylsuchende aufnehmen.

Die aktuelle Flüchtlingskrise in Europa hat Ausmaße angenommen, wie es sie seit dem Zweiten Weltkrieg nicht mehr gegeben hat. Vor allem Italien und Griechenland haben die volle Wucht der Migrationsbewegungen zu spüren bekommen. Aus Griechenland wurden bisher 4.455 Flüchtlinge umgesiedelt, aus Italien 1.196.

Die Krise hat eine tiefe Kluft zwischen den EU-Ländern offenbart. Im passfreien Schengen-Raum wurden teilweise wieder Grenzkontrollen eingeführt, um die Weiterreise der Asylsuchenden nach Deutschland oder in andere Länder zu stoppen.

„Wir können den Asylprozess und die Migration in Europa nur dann wirksam koordinieren und den Schengen-Raum aufrecht erhalten, wenn wir solidarisch und verantwortungsbewusst zusammenarbeiten“, betonte der Erste Vizekommissionspräsident Frans Timmermans.

Dass dies nicht immer der Fall ist, zeigt das im Oktober geplante Referendum Ungarns. Dort werden die Bürger über die EU-Flüchtlingsquoten abstimmen, denen zufolge die Neuankömmlinge unter den Mitgliedsstaaten aufgeteilt werden sollen. Großbritannien machte bereits Gebrauch von seiner Rücktrittsklausel in der EU-Asylpolitik und trägt daher nicht zur Flüchtlingsverteilung bei.

Heute verkündete die EU-Kommission, die Mitgliedsstaaten hätten diesen Monat 1.200 Asylsuchende umgesiedelt. „Die verstärkten Umsiedlungsbemühungen der Mitgliedsstaaten in den letzten Monaten zeigen, dass wir den Verteilungsprozess durchaus beschleunigen können, wenn nur genug politischen Willen und Verantwortungsbewusstsein mitbringen“, betonte Migrationskommissar Dimitris Avramopoulos. “Die Erfolge, die wir in den letzten Monaten mit unserem Ansatz erzielen konnten, sind entscheidend für den Ausgang in allen anderen Bereichen, auch bei der schrittweisen Wiedereinführung des Dublin-Systems oder des Schengen-Raums. Die Umverteilung muss funktionieren.“

Dem Dublin-System nach muss ein Asylantrag dort bearbeitet werden, wo der Flüchtling erstmals europäischen Boden betreten hat. Angesichts der Ausmaße der aktuellen Flüchtlingskrise wurde diese Regelung jedoch weitgehend ignoriert – zum Beispiel als Deutschland mehr als eine Million Asylbewerber aufnahm.

Im Rahmen des Notfallverteilungsprogramms werden Flüchtlinge mit guten Bleibeperspektiven von Griechenland oder Italien aus in andere Mitgliedsstaaten geschickt, die sich dann um die Asylvergabe kümmern. Diese Länder erhalten dabei finanzielle Unterstützung aus dem EU-Haushalt.

Frankreich hat bisher den Löwenanteil der umgesiedelten Flüchtlinge aufgenommen: 1.721 aus Griechenland und 231 aus Italien. Danach folgen die Niederlanden mit insgesamt 726 Asylsuchenden und Finnland mit 690. Österreich, Ungarn und Polen haben noch gar keine Flüchtlinge im Rahmen des Verteilschlüssels bei sich untergebracht, seit die Maßnahme dieses Jahr auf Anweisung der EU-Spitzenpolitiker im Rat eingeführt wurde.

 

Neuansiedlung

Am heutigen Mittwoch veröffentlichte die EU-Kommission aktuelle Statistiken über die Fortschritte des europäischen Neuansiedlungsprogramms, das der Rat im Juli 2015 bewilligte. Dieses Programm sieht vor, Asylsuchende aus Flüchtlingslagern außerhalb der EU, zum Beispiel aus dem Libanon oder der Türkei, in EU-Länder umzusiedeln. Über zwei Jahre hinweg sollen auf diese Weise 22.000 Menschen in der EU unterkommen.

Bisher habe man so bereits 10.695 Asylsuchende aufgenommen. Großbritannien leistete hierbei den größten Beitrag, indem es 2.200 Menschen direkt aus Flüchtlingslagern außerhalb der EU zu sich holte.

Als wichtiger Bestandteil des umstrittenen EU-Türkei-Deals richtet sich das Programm vor allem an syrische Asylsuchende in türkischen Flüchtlingslagern. Beim Abschluss des Abkommens am 18. März einigten sich Brüssel und Ankara darauf, für jeden von der Türkei zurückgenommenen illegalen Bootsflüchtling einen syrischen Asylsuchenden aus der Türkei in die EU umzusiedeln.

Befürworter des Deals meinen, man könne so die Menschen davon abhalten, die gefährliche Fahrt über das Mittelmeer auf sich zu nehmen und stattdessen legale Wege der Einwanderung fördern. Kritiker entgegnen jedoch, das Abkommen bewege sich gefährlich nahe am Rande des Völkerrechts.

„Ich begrüße die Bemühungen der Mitgliedsstaaten bei der Verteilung und Neuansiedlung von Flüchtlingen“, so Timmermans. „Dennoch sollten diejenigen, die mehr leisten könnten, dies auch dringend tun.“  James Crisp, übersetzt von: Jule Zenker EA 28

 

 

 

 

Welches Europa wollen die Gewerkschaften?

 

Ein Gespräch mit Gewerkschaftsvorsitzenden aus Österreich, der Tschechischen und der Slowakischen Republik und aus Deutschland.

Die Krisen der letzten Jahre haben zu einer Diskussion über die Zukunft der EU geführt. Was für ein Europa würden Sie sich als Gewerkschaftsvorsitzende wünschen?

 

Jozef Kollár (KOZ, Slowakische Republik):

Die derzeitige Lage in Europa und in den EU-Ländern ist nicht ideal. Das merkt man an den Wahlergebnissen in den einzelnen Ländern, aber auch an der Stimmung bei den Bürgerinnen und Bürgern und auch bei unseren Gewerkschaftsmitgliedern. Aus unserer Sicht ist es dringend notwendig, wieder zum europäischen Sozialmodell zurückzukommen, das heißt ein offenes, kommunikatives Europa mit grundlegenden sozialen Rechten in den einzelnen Mitgliedsländern. Gleichzeitig müssen sich die Unterschiede zwischen den neuen EU-Ländern aus Mittelost- und Südosteuorpa und den westlichen Ländern deutlich verringern.

 

Josef St?edula (CMKOS, Tschechische Republik):

Ich glaube, die Wirtschaftskrise lastet immer noch sehr stark auf der EU und beeinflusst ihre zukünftigen Ausrichtung. Ich wünsche mir aber, dass das künftige Europa stärker ein Europa für die Menschen und die Arbeitnehmer sein wird. Bislang war es ein Europa des Kapitals und erleichterte dessen Bewegungen von einem Land zum anderen. Man darf die Menschen nicht vergessen. Wenn man es doch tut, sehen wir anhand des Brexit, wohin das führt. Wenn die EU die nächsten 15 oder 20 Jahre überleben will, dann muss sie enorme Änderungen vornehmen und ein europäisches Projekt für die einfachen Bürger machen, die kein Kapital in Millionenhöhe besitzen.

 

Erich Foglar (ÖGB, Österreich):

Ich wünsche mir ein Europa, in dem die sozialen Grundrechte denselben rechtlichen Stellenwert haben, wie die vier wirtschaftsliberalen Freiheiten. Ich wünsche mir ein solidarisches Europa, in dem man die gemeinsamen Probleme auch gemeinsam bereit ist zu lösen. Das ist derzeit – Stichwort Flüchtlinge – leider nicht der Fall.

Ich wünsche mir ein Europa, in dem die Angleichung der Löhne und Sozialstandards in jenen Ländern, die derzeit noch weit hinterherhinken, viel rascher vonstatten geht; und damit meine ich eine Angleichung nach oben und kein downgrading, bei dem jene Staaten, die heute bessere Standards haben, durch Liberalisierung und Deregulierung eine Anpassung nach unten erleiden müssen.

Ich wünsche mir ein Europa, in dem es viel mehr demokratische Elemente gibt, und wo die Menschen tatsächlich gehört werden, wie es ihnen in ihrem privaten und beruflichen Leben wirklich geht.

 

Reiner Hoffmann (DGB, Deutschland):

Ich wünsche mir ein Europa, dem endlich ein sozialer Aufbruch gelingt! Dazu benötigen wir nicht nur einen Kurswechsel in der europäischen Arbeits- und Sozialpolitik. Die Kursänderung muss unterfüttert werden von einer anderen Wirtschaftspolitik, die auf nachhaltiges Wachstum und ökologische Modernisierung setzt. Der europäische Investitionspakt, verbunden mit einer innovativen Industrie- und Klimapolitik, ist ein weiterer wichtiger Baustein.

Ebenso bedarf es einer europäischen Steuerpolitik, die Steuerdumping und Steuerflucht wirksam bekämpft. Mit einem intelligenten Policymix, der den sozialen Zusammenhalt, die wirksame Bekämpfung von Arbeitslosigkeit und Armut in den Mittelpunkt stellt, wird das schwindende Vertrauen der europäischen Bürgerinnen und Bürger zurückgewonnen.

Ich wünsche mir ein Europa der Weltoffenheit und Toleranz. Nur damit können wir die europafeindlichen und nationalistischen Bewegungen in ihre Schranken zurückweisen. Deutschland hat eine maßgebliche Verantwortung, um soziale Demokratie und Zusammenhalt zu stärken. Deshalb wünsche ich mir auch einen Kurswechsel in der deutschen Europapolitik.

 

Viele mittel- und osteuropäische Staaten sind der EU in der Hoffnung beigetreten, dass es zu einer Annäherung der Lebensverhältnisse kommen würde. Welche Perspektive hat die Einkommenskonvergenz in Europa?

Josef St?edula:

Die Frage ist, inwieweit das möglich ist. Früher hat man gesagt, wenn man die Grenze nach Österreich überschritten hat, dass das Gras dort grüner und der Himmel blauer ist als bei uns. Dann haben wir festgestellt, dass das Gras gleich grün und der Himmel gleich blau ist, nur wenn man in das Portemonnaie schaut, gibt es immer noch Unterschiede in der Farbe. Blickt man in das Portemonnaie hinter der Grenze, stellt man fest, dass das bunter ist als bei uns. Man erklärt uns dann, dass wir keine höheren Löhne verlangen könnten. Aber ich denke, die gegenwärtigen Probleme und sozialen Widersprüche werden sich noch weiter vergrößern, wenn es zu keiner Lohnkonvergenz kommt. Ultrarechte und andere aggressive Bewegungen werden noch größere Unterstützung bekommen, weil sie dann scheinbar bessere und einfachere Lösungen anzubieten haben.

Wir haben ausgerechnet, dass wir in Tschechien bei einem Fortschreiten der Lohnentwicklung der letzten 15 Jahre noch etwa weitere 90 Jahre brauchen würden, bis wir das Niveau unserer Nachbarländer Deutschland und Österreich erreichen. Das ist inakzeptabel, so kann doch niemand das europäische Projekt seriös fortsetzen wollen. An dieser Stelle sind aber auch unsere Regierungen gefragt, nicht immer nur die Arbeitgeber. Die Regierungen könnten die Bemühungen um eine Angleichung der Löhne viel stärker unterstützen. Stattdessen ist es, wie Erich Foglar schon sagte: Die EU ist zu einseitig auf die vier Grundfreiheiten ausgerichtet und das geht leider oft zu Lasten der Arbeitnehmer.

 

Die EU-Komission hat dieses Jahr eine Konsultation über eine Europäische Säule sozialer Rechte eingeleitet. Wie bewerten Sie diese Initiative? Ist sie ausreichend?

Erich Foglar:

Derzeit gibt es noch nichts, was zu bewerten wäre, wir wissen nicht, wo die Reise tatsächlich hingeht. Momentan läuft die Konsultationsphase, d.h. die verschiedenen europäischen Länder werden befragt. Derzeit gibt es aber keine Klarheit, welche der 28 Mitgliedstaaten bereit sind, mitzumachen, noch eine klare Vorstellung davon, wie eine soziale Säule rechtlich in den europäischen Regelwerken implementiert wird. Und es gibt schon überhaupt kein gemeinsames klares Bild, wie die soziale Säule aussehen sollte, was sie umfassen sollte und was sie können sollte. Daher sind wir natürlich sehr abwartend.

Wir selber haben klare Vorstellungen als Europäischer Gewerkschaftsbund: Wir wollen faire Arbeitsbedingungen und faire Arbeitsmärkte haben, wir wollen soziale Sicherheit und kein Lohn- und Sozialdumping. Ein unverzichtbarer Bestandteil ist für uns aber zuvorderst ein soziales Fortschrittsprotokoll, welches die sozialen Grundrechte in den EU-Verträgen rechtlich auf die gleiche Ebene stellt wie die vier wirtschaftsliberalen Grundreiheiten des Binnenmarkts. Es kann aus unserer Sicht keine soziale Säule geben ohne dieses soziale Fortschrittsprotokoll.

 

Während die EU vor großen Schwierigkeiten steht, gibt es auf der anderen Seite immer mehr Unternehmen, die sich zunehmend „europäisieren“ oder sich gar in Europäische Gesellschaften, sogenannte Societas Europaea (SE), umwandeln. Was bedeutet das für die Zukunft von Mitbestimmung und Arbeitnehmervertretung?

Reiner Hoffman:

Im Juli 2016 gab es in Deutschland 202 SEs, die operativ tätig sind und mehr als fünf Arbeitnehmer haben. Diese Anzahl hat sich seit 2011 mehr als verdoppelt. Von diesen Unternehmen verfügen jedoch nur 18 über eine paritätische Mitbestimmung im Aufsichtsrat. Der Grund für diesen geringen Anteil liegt vermutlich darin, dass die Rechtsform der SE als Vehikel zur Vermeidung der Unternehmensmitbestimmung genutzt wird

Nach Angaben der Hans-Böckler-Stiftung wurden auf diesem Weg rund 50 paritätisch-mitbestimmte Aufsichtsräte verhindert. Gerade in Zeiten des radikalen Wandels bedarf es jedoch der vertrauensvollen Zusammenarbeit von Arbeitgebern und Arbeitnehmern, um die Herausforderungen zum Wohle aller Beteiligten gestalten zu können. Der Europäische Gewerkschaftsbund und der DGB setzen sich daher für eine neue integrierte Architektur für die Arbeitnehmerbeteiligung in europäischen Gesellschaftsformen ein. Diese soll hohe Standards für eine Unterrichtung und Anhörung der Arbeitnehmer sowie für die Unternehmensmitbestimmung definieren.

 

Die Slowakei hat derzeit zum ersten Mal die EU-Ratspräsidentschaft inne. Was können wir aus arbeits- und sozialpolitischer Sicht hiervon erwarten?

Jozef Kollár:

Zunächst möchte ich betonen, dass die slowakische EU-Ratspräsidentschaft eine Präsidentschaft für Europa ist und nicht auf einen Schlag alle Probleme der Slowakei lösen kann. Wir schaffen den Raum dafür, dass die Agenda der slowakischen Präsidentschaft von den Repräsentanten der Regierungen und Parlamente erörtert werden kann.

Die Slowakei hat die Präsidentschaft in einer sehr heiklen Lage inne. Man muss über Migration sprechen, über die Zukunft Europas, in den nächsten Monaten dann auch noch über die schwierigen Fragen des EU-Haushalts. Es ist nicht einfach, gegenwärtig die Ratspräsidentschaft zu führen, aber ich denke, dass die Slowakische Republik das bewältigen wird.

Wir Gewerkschaften werden im Rahmen der Präsidentschaft zu Konsultationen eingeladen und haben uns das Ziel gesteckt, eine Diskussion über die Annäherung der Löhne in Europa anzustoßen. Darüber hinaus steht für uns jetzt, aber auch unter der nachfolgenden Präsidentschaft von Malta, das Thema Arbeitszeit auf der Agenda.

Die Fragen an Erich Foglar (ÖGB, Österreich), Josef Stredula (CMKOS, Tschechische Republik), Jozef Kollár (KOZ, Slowakische Republik) und Reiner Hoffmann (VDGB, Deutschland) stellte Daniel Reichart. IPG 22

 

 

 

Gipfel in New York. Mehr Solidarität in der Flüchtlingspolitik

 

Beim UN-Gipfel hat Deutschland mehr internationale Solidarität angemahnt, um die Flüchtlingskrise zu bewältigen. Die Staatengemeinschaft einigte sich darauf, die Finanzzusagen für humanitäre Hilfe deutlich zu erhöhen. Zudem sollen die Aufnahmekapazitäten für Flüchtlinge spürbar erweitert werden.

 

Sowohl der UN-Gipfel für Migration und Flüchtlinge am Montag als auch der US-Flüchtlingsgipfel am Dienstag standen im Zeichen der großen Herausforderungen angesichts der weltweit wachsenden Flüchtlingszahlen. Nach der Londoner Syrienkonferenz im Februar und dem Humanitären Weltgipfel in

Istanbul Ende Mai wurden in New York alle Geberländer wiederholt aufgefordert, zu ihrer globalen Verantwortung zu stehen und ihre Hilfszusagen zu erhöhen.

UN-Gipfel für Migration und Flüchtlinge

Beim Flüchtlingsgipfel auf Einladung von UN-Generalsekretär Ban Ki-moon haben die Teilnehmerstaaten die völkerrechtlichen Verpflichtungen zum Schutz von Flüchtlingen und Migranten noch einmal bekräftigt. In dem Versuch, auch andere Länder zu mehr Hilfe zu motivieren, appellierte Bundesentwicklungsminister Gerd Müller am Montag an die Staatengemeinschaft, mehr Solidarität bei der Bewältigung der Flüchtlingskrise zu zeigen. In seiner Rede betonte er: "Mehr Länder müssen sich an der Aufnahme von Flüchtlingen beteiligen. Und mehr Länder müssen finanzielle Unterstützung leisten".

Müller schlug die Einrichtung eines UN-Flüchtlingsfonds vor, um die internationale Verantwortung für Flüchtlingspolitik gerecht zu gestalten und eine bessere Vorsorge zu schaffen. "Wir brauchen einen globalen Lastenausgleich in der Flüchtlingspolitik", betonte er. Flucht und Migration werde eine Generationenaufgabe sein. Um allen eine Chance zu bieten, könne die Staatengemeinschaft nur gemeinsam Wege schaffen.

US-Flüchtlingsgipfel

Beim Flüchtlingsgipfel "Leaders‘ Summit on Refugees" am Dienstag wurden die Forderungen vom UN-Gipfel am Montag konkretisiert.  Die 52 vertretenen Teilnahmeländer einigten sich darauf, ihre Finanzzusagen in diesem Jahr gegenüber 2015 um 4,5 Milliarden US-Dollar zu erhöhen. Außerdem

vereinbarten sie, die Aufnahmeplätze für Flüchtlinge in diesem Jahr über Resettlement und andere Aufnahmewege auf 360.000 zu erweitern und damit im Vergleich zum vergangenen Jahr nahezu zu verdoppeln.

Darüber hinaus wurde beschlossen, einer Million Flüchtlingskinder den Zugang zu Bildung zu erleichtern und für eine Million Flüchtlinge die Beschäftigungschancen zu verbessern. In seiner Abschlussrede bedankte sich US-Präsident Barack Obama ausdrücklich bei Bundeskanzlerin Merkel für

den Beitrag Deutschlands in der Flüchtlingspolitik. Manchmal seien politische Entscheidungen zwar schwer, aber dennoch richtig, betonte er.

Bei dem Flüchtlingsgipfel auf Einladung von Präsident Barack Obama war Deutschland neben Schweden, Kanada, Mexiko, Äthiopien, Jordanien und UN-Generalssekretär Ban Ki-moon Mitgastgeber.

Außenminister Frank-Walter Steinmeier hatte zuvor an die moralische und politische Verpflichtung der internationalen Gemeinschaft appelliert, mehr Flüchtlinge aufzunehmen und die Hilfsgelder zu erhöhen. Er betonte, kein Land solle mit dieser enormen Herausforderung allein gelassen werden. Die

gesamte Staatengemeinschaft müsse mehr Verantwortung übernehmen und dazu beitragen, die Situation der Flüchtlinge weltweit zu verbessern.

Side-Event zum Gesundheitskrisenmanagement

Am Montagabend hatte Bundesentwicklungsminister Müller im Rahmen der UN-Generalversammlung an dem hochrangigen Event "Global Preparedness for and Response to Health Crises" teilgenommen. In seiner Rede unterstrich Müller die Notwendigkeit, auf künftige Gesundheitskrisen vorbereitet zu sein.

Deutschland werde als drittgrößter bilateraler Geber weiterhin politisch wie auch finanziell Verantwortung für die globale Gesundheit übernehmen, ganz im Sinne des 6-Punkte-Plans, den die Bundeskanzlerin Anfang 2015 in Reaktion auf die Ebola-Krise vorgelegt hatte.

Deutschland beteiligt sich bereits an der Umsetzung der Reformen im globalen

Gesundheitskrisenmanagement, z.B. durch die Finanzierung der neu geschaffenen "UN Global Health Crisis Task Force" mit einem Drittel der jährlichen Kosten. Außerdem unterstützt Deutschland den Notfallfonds der Weltgesundheitsorganisation (WHO) und die von der Weltbank geschaffene "Pandemic Emergency Financing Facility", um im Krisenfall schnelle finanzielle Hilfe zu gewähren.

Wie Bundesminister Müller betonte, arbeite Deutschland gemeinsam mit der WHO und anderen Ländern außerdem an einer Roadmap "Healthy Systems - Healthy Lives", um die Gesundheitssysteme der Länder zu stärken.   

OECD-Bericht lobt Deutschland

Im Rahmen der UN-Vollversammlung hatte die Organisation für wirtschaftliche Zusammenarbeit und Entwicklung (OECD) am Montag in New York ihren jährlichen Migrationsbericht veröffentlicht. OECD-Generalsekretär Angel Gurría hob die großen Anstrengungen Deutschlands bei der Aufnahme von

Flüchtlingen hervor. Auch die Integrationsmaßnahmen der Bundesregierung für Flüchtlinge mit Bleibeperspektive bewertete er positiv. Pib 21

 

 

 

 

Flüchtlingsgipfel in Österreich: Ritual „europäischer Kleingeisterei“?

 

Ein Durchbruch gelang nicht bei dem von Österreichs Bundeskanzler Christian Kern einberufenen Flüchtlingsgipfel. Von einem gemeinsamen Nenner in der Flüchtlingskrise sind die Teilnehmer des Gipfels in Wien noch weit entfernt. Immerhin der Gesprächston war weniger aufgeregt.

Ein Durchbruch wurde bei dem von Bundeskanzler Christian Kern einberufenen Flüchtlingsgipfel, der am Wochenende in Wien stattfand, nicht erzielt. Das Gesprächsklima aber war freundlich – das so genannte „Familienfoto“ vermittelte die eigentliche Botschaft.

Die Regierungschefs von Österreich, Ungarn, Slowenien, Kroatien, Serbien, Mazedonien, Bulgarien, Albanien, Griechenland, die Außenministerin Rumäniens, die deutsche Bundeskanzlerin sowie EU-Migrationskommissar Dimitris Avramopoulos und EU-Ratspräsident Donald Tusk schienen Ruhe und eine gewisse Zuversicht auszustrahlen. Sie alle wissen um die Probleme, man redet miteinander und hofft auf Lösungen. Das gewohnte Ritual war vielleicht etwas weniger pessimistisch als bei früheren Anlässen.

Im Februar dieses Jahres hatte eine von Außenminister Sebastian Kurz kurzfristig einberufene Konferenz der Westbalkan-Staaten für Aufregung und Verstimmung gesorgt. Aufregung, weil damit gewissermaßen die Sperre der Balkanroute besiegelt wurde. Verstimmung, weil weder Griechenland noch Deutschland eingeladen wurden.

In der Zwischenzeit ist der Flüchtlingsandrang von Griechenland in Richtung Österreich und Deutschland drastisch zurückgegangen. An der Grenze zu Mazedonien werden derzeit lediglich 100 offizielle Flüchtlinge gezählt. Die Zahl der illegalen Grenzübertritte wird in etwa auf die gleiche Zahl geschätzt. Rasch einigten sich die Sitzungsteilnehmer daher auf eine Verstärkung des Frontex-Mandats an der griechisch-mazedonischen Grenze. Denn zu einem Punkt besteht Einigkeit: Die europäischen Außengrenzen müssen besser und effektiver geschützt werden, Schlepper dürfen nicht mehr bestimmen, wer nach Europa kommt.

Balkanroute soll geschlossen bleiben

Gab es vor einem halben Jahr noch heftige Auseinandersetzungen, dass die Grenzen im Südosten Europas dicht gemacht wurde, so zeigte sich jetzt Ratspräsident Tusk sehr bestimmt: „Wir müssen praktisch und politisch sicherstellen, dass die Westbalkanroute für illegale Migration für immer geschlossen ist.“

Moderat trat auch die deutsche Kanzlerin Angela Merkel auf. Die innerdeutsche Diskussion hat gewisse Spuren hinterlassen. Markel hat sich offenbar mit der Situation abgefunden, weiß wohl auch zu schätzen, dass vom Schließen der Balkanroute Deutschland profitiert hat. Nun müsse aber das Augenmerk Griechenland und dem von Migration aus Nordafrika über das Mittelmeer stark betroffenen Italien zugewendet werden, betonte Merkel. Daher sei es notwendig, aus diesen Staaten mehrere hundert Migranten mit Bleiberecht pro Monat aufzunehmen. Aber auch die Rückführung von Menschen ohne Bleiberecht müsse funktionieren. In diesem Zusammenhang, so Kern, zeichne sich am Horizont eine Rücknahmeregelung mit Afghanistan ab.

Was die Rücknahme von Flüchtlingen gemäß der Dublin-Verordnung betrifft, zeigte sich Ungarns Ministerpräsident Viktor Orbán wie bisher unbeweglich. Abermals verlangte er einen Ausschluss Griechenlands aus dem Schengenraum und forderte eine „neue Verteidigungslinie für Europa“. Diese soll entweder an der mazedonisch-griechischen, der serbisch-mazedonischen oder der ungarisch-serbischen Grenze verlaufen und dann eingeführt werden, wenn der EU-Türkei-Deal scheitere. Und in Libyen will Orbán eine große Flüchtlingsstadt einrichten, um so den Zustrom aus Afrika über das Mittelmeer abzufangen.

Caritas spricht von „Kleingeisterei“

Vor dramatischen Folgen von „europäischer Kleingeisterei“ warnte indessen Caritas-Präsident Michael Landau angesichts der Ergebnisse des Wiener Flüchtlingsgipfels: „Europas Beitrag für den Frieden ist zu gering und das Ausmaß der Hilfe nicht zuletzt vor Ort insgesamt eindeutig zu niedrig“. So wichtig es auch sei, im Gespräch zu bleiben, so habe der Gipfel vor dem Hintergrund der aktuellen tatsächlichen Situation „vor allem in die Niederungen europäischer Kleingeisterei“ geführt.

Derzeit seien allein im syrischen Alleppo zwei Millionen Menschen von der Wasserversorgung ausgeschlossen und zuletzt erneut über als 160 Menschen im Mittelmeer ertrunken. Bisherige Maßnahmen aus Europa hätten dies nicht verhindert, sondern bloß die Fluchtrouten verändert. Auch beim Wiener Gipfel am Samstag habe nur darin Einigkeit geherrscht, dass der Einlass nach Europa für Schutz suchende Menschen noch schwieriger werden solle. „Das macht deutlich: Wir haben in Europa keine Flüchtlingskrise, sondern eine Solidaritätskrise“, kritisierte Landau. Herbert Vytiska (Wien) | EurActiv.de  26

 

 

 

Es lebe das Vergessen!

 

Wie historische Erinnerungen Konflikte fördern und weshalb Friede ohne Gerechtigkeit manchmal die einzige Option ist. Ein Gespräch mit David Rieff. Von David Rieff, Michael Bröning

 

Ihr Buch In Praise of Forgetting  sorgt derzeit für Aufregung: Die New York Times nennt es „schmerzhaft relevant“, die New Republic  „weise und unerbittlich“, die Sunday Times „beißend, eloquent und bewegend“. Grund der Aufregung: Sie fragen, ob es wirklich immer gut und richtig ist, sich der historischen Vergangenheit bewusst zu sein. Wie meinen Sie das?

Nun, ich hoffe zumindest, dass es das tut. Zum Teil ist das Buch als ein Werk zu verstehen, dessen Verfasser in den ersten Jahren des neuen Jahrhunderts, vor allem aber in den 1990ern, aus Kriegsgebieten und von Flüchtlingskrisen berichtet hat. In dem Buch versuche ich, gegen zwei gängige Ansichten anzuargumentieren. Zum einen gegen die Vorstellung, "wer die Vergangenheit vergisst, ist dazu verdammt , sie zu wiederholen". Dieser bekannte Ausspruch stammt von dem spanisch-amerikanischen Philosophen George Santayana. Zum anderen stelle ich die moderne Interpretation dieser Aussage infrage. Sie lautet: Es ist moralisch gut, sich zu erinnern, und unmoralisch zu vergessen. Diese Ansicht wird von Menschenrechtsorganisationen vertreten, von den Vereinten Nationen, von deren Generalsekretären der letzten Jahrzehnte und wohl auch von der Europäischen Union. Und auch die Werte, die der Kopenhagener Erklärung zugrunde liegen, spiegeln sie zumindest implizit wider.

Wie kann es unmoralisch sein, sich zu erinnern? Nicht nur im deutschen Kontext lässt diese Vorstellung einige Alarmglocken schrillen …

Wenn man sich den deutschen Kontext vor Augen führt, ist natürlich klar, warum mir hier einige aus den falschen Gründen beipflichten werden. Ich versuche aber nicht, die Sache auf den Kopf zu stellen, also zu sagen, dass es immer moralisch und gut ist, zu vergessen. Und analog dazu, dass es immer moralisch verwerflich wäre, sich zu erinnern. Ich verstehe die Sorge, die mein Ansatz auslöst – er kann leicht falsch interpretiert werden und klingt für einige wie die Aussagen, die wir von unangenehmen Zeitgenossen in vielen Teilen der Welt kennen. Ich spreche übrigens nicht nur von Deutschland, Argentinien ist auch ein gutes Beispiel hierfür. Viele, die sagen „Lasst uns vergessen“ meinen damit eigentlich: „Es war doch alles gar nicht so schlimm“. Das hat allerdings überhaupt nichts mit dem zu tun, was ich sagen möchte.

Mir geht es nicht darum, Gräueltaten zu verharmlosen, sondern darum, dass wir uns immer auch in der Pflicht sehen sollten, die Rolle von Erinnerung zu hinterfragen. Ich behaupte, dass es nicht immer positiv ist, Geschehenes zu erinnern, und in jedem einzelnen Fall entschieden werden sollte, ob Erinnerung sinnvoll oder nachteilig ist. Ich denke, dass einige meiner Beispiele dafür sehr überzeugend sind. Erinnerung ist nicht immer hilfreich, sondern – ganz im Gegenteil – kann zum Fortbestand von Konflikten, Verbitterung und Spaltung beitragen. Offensichtliche Beispiele hierfür sind der israelisch-palästinensische Konflikt und der Balkankonflikt. Es gibt aber auch andere.

Lassen Sie uns auf die Alarmglocken zurückkommen. Elie Wiesel ist unter anderem bekannt für seine Warnung, dass der Feind den endgültigen Triumph davonträgt, wenn wir vergessen. Sie erwähnen ihn in Ihrem Buch. Warum halten Sie diese Aussage für so fragwürdig?

Ich möchte meiner Antwort auf diese Frage eine ziemlich düstere Anmerkung vorausschicken: Wenn wir darüber sprechen, etwas nie zu vergessen, ist das nicht ernst zu nehmen. Alles ist irgendwann vergessen. Ohne Ausnahme alles. Winston Churchill eignet sich hier gut als Beispiel. Er stand zweifelsohne hinter dem Konzept des kollektiven Gedächtnisses und war ein Nationalist der alten Schule. Doch selbst aus seiner berühmten „Finest Hour“-Rede ist herauszuhören, dass er die Grenzen der Erinnerung ganz realistisch eingeschätzt hat. Als es so aussah, als würde Nazi-Deutschland den Krieg gewinnen und Churchill die Briten dazu aufrief, sich „ihrer Pflichten zu besinnen“, sagte er nicht, dass der Krieg nie vergessen sein würde. Er sagte „Falls das Britische Weltreich noch Tausend Jahre währt“. Churchill sagte „falls“, denn ihm war vollkommen klar, dass alles irgendwann in Vergessenheit gerät.

Wenn Elie Wiesel also sagt, wir dürfen nie vergessen, dann ist das Wunschdenken. Es handelt sich hier nicht um eine ernst zu nehmende Aussage, sondern um eine emotionale. Das Problem in dem Apell an das kollektive Gedächtnis liegt darin, dass hier Kategorien verwechselt werden. Wir erinnern uns nicht an die Schlacht von Gettysburg. Das tut niemand. Es gibt eine Version davon und die wird kontinuierlich neu geschrieben. Tun wir das als Einzelpersonen? Sicher. Aber das persönliche Gedächtnis ist eben nicht mehr als das. Das persönliche Erinnern ist Privatangelegenheit. Das kollektive Gedächtnis ist jedoch etwas anderes, wir reden hier über den gegenwärtigen gesellschaftlichen Konsens über die Vergangenheit. In vielen Fällen geht es beim kollektiven Gedächtnis darum, die Vergangenheit auf eine für die Gegenwart nützliche Weise zu interpretieren.

 Geschichte wurde schon immer instrumentalisiert. Das ist doch kein neues Phänomen.

Ja, das Phänomen ist alles andere als neu. Auch das Konzept des kollektiven Gedächtnisses ist nichts Neues. Aber der Schwerpunkt hat sich verschoben: Früher wurde zumeist der Staat, das Land glorifiziert. Seit einiger Zeit konzentriert sich das kollektive Gedächtnis jedoch – zumindest in Westeuropa, Nordamerika und Australien – auf die Opfer.

Und was soll daran falsch sein? Ist es nicht an der Zeit, die Opfer in den Mittelpunkt zu stellen? Wir sprechen über die Geschichte der Geschichte und über den Fokus der Geschichtsschreibung. Ist es da nicht positiv zu bewerten, wenn sich dieser Fokus jetzt zugunsten der Opfer verschiebt?

Arthur Schlesinger Jr. hat einmal gesagt, dass das Pendel der Geschichte und Politik in den Vereinigten Staaten immer wieder von links nach rechts schwingt. Das klingt für mich zwar deterministisch, doch ist diese Entwicklung grundfalsch? Nein. Ich finde daran aber auch nichts wirklich richtig. Wenn es um Glorifizierung geht, werde ich als Skeptiker nervös, ganz egal, wer da verherrlicht wird. Meiner Meinung nach sollte niemand verklärt werden. Nicht der Nationalstaat und nicht die Opfer von Unrecht und Gewalt. Ob ich verstehe, dass dieser Trend einem Sinn für Gerechtigkeit entspringt und ein Ausdruck für ein entsprechendes Bewusstsein ist? Ja, natürlich, aber das ändert nichts daran, dass diese Opferverklärung bei mir genauso ein Unwohlsein verursacht wie es die Glorifizierung des Nationalstaats getan hat.

Lassen Sie uns zum Konzept des Vergessens zurückkommen. Sie sagen, dass es Fälle gibt, in denen ein „Abgesang auf das Erinnern und ein Loblied auf das Vergessen“ angebracht sind. Was wären denn Beispiele?

In den frühen 1990er-Jahren war ich als Korrespondent auf dem Balkan und habe einen großen Teil der Belagerung von Sarajevo miterlebt. In meinem Buch erzähle ich von einer Begegnung mit dem Politiker Vuk Draskovic, einem serbischen Nationalisten mit einer sehr widersprüchlichen Persönlichkeit. Als ich sein Büro in Belgrad verließ und mich auf den Weg zum Aufzug machte, gab mir einer seiner Assistenten ein zusammengefaltetes Stück Papier. Ich öffnete es im Taxi auf dem Weg zu meinem Hotel und da stand nichts anderes als „1453“. Mir war sofort klar, worauf er anspielte: das Verständnis der Rolle Serbiens als Verteidiger des Westens, der die muslimischen Horden aufhält, um eine Wiederholung der Eroberung von Konstantinopel zu verhindern. Mich daran zu erinnern entsprang keinerlei historischer Verantwortung. Hier wurde schlicht Geschichte auf unverantwortliche Weise metaphorisch missbraucht. Ich denke daher, dass es uns gut tun würde, in Bezug auf den Balkan einiges eben ganz bewusst nicht mehr zu erinnern…

Ein anderes offensichtliches Beispiel ist der Nahe Osten. Ich ordne mich keiner der Konfliktparteien zu und habe sowohl am Vorgehen der Israelis als auch an dem der Palästinenser einiges auszusetzen. Es ist allerdings offensichtlich, wie Erinnerung hier als Waffe eingesetzt wird. Viele Jahre lang haben die Soldaten der israelischen Streitkräfte ihren Schwur auf der Festung Masada geleistet, also an dem Ort, an dem die Zeloten 70 vor Christus gegen die römische Besatzung gekämpft und letzten Endes sich selbst und ihre Familien getötet haben, um nicht lebend in die Hände der Römer zu fallen.

Nun, es ist nichts falsch daran, den Abschluss der militärischen Grundausbildung mit einer Zeremonie zu feiern. Wird dieses Zeremoniell allerdings auf Masada abgehalten, wird eine Version der Vergangenheit heraufbeschworen, die als apokalyptisch bezeichnet werden kann. Man sieht sich als Nachfolger dieser Tradition absoluten Widerstands und macht sich das apokalyptische Ende der Belagerung zu eigen. Und das finde ich problematisch. Mein alter Freund Leon Wieseltier zitiert gerne einen amerikanischen Politiker, der für seinen Ausspruch bekannt ist, dass man mit Poesie um etwas werben kann, aber in Prosa regieren muss. Und bei dieser Methodisierung der Geschichte wird versucht, mit Poesie zu regieren. Das ist das Problem. Das funktioniert meistens nicht.

Aber ich will beiden Seiten gerecht werden. Die Araber vergleichen Israel gerne mit dem christlichen Königreich Jerusalem, das von 1099 bis 1187 vor Christus bestand. Auch hier wird die Geschichte missbraucht, sie wird dazu genutzt, Arabern einzureden, dass sie sich nicht mit Israel auseinandersetzen müssen, da Israel sowieso dem Untergang geweiht ist, genau wie das Königreich damals. Geschichte wird hier zu Propagandazwecken eingesetzt. Sie wird zu Poesie verklärt, wo Prosa angebracht wäre. Das ist das Letzte, was wir brauchen.

Doch selbst wenn wir es wollten, wie können wir vergessen? Sie erwähnen in Ihrem Buch das Edikt von Nantes, mit dem Heinrich IV vergeblich versuchte, die Erinnerung zu unterdrücken und das Vergessen vergangener Gewalt sozusagen als Staatsraison vorzuschreiben ...

Natürlich kann das gelingen! Heinrich IV wurde getötet und seinem Versuch damit ein Ende gesetzt. Das heißt aber nicht, dass das Projekt zum Scheitern verurteilt war. Es ist nicht unmöglich, zu vergessen. Man muss sich aktiv darum bemühen, das ist beim Erinnern aber auch nicht anders.

Auch weil das persönliche Gedächtnis etwas anderes ist als das kollektive?

Ja, und genau deshalb wehre ich mich gegen die Gleichsetzung des persönlichen Erinnerns mit dem kollektiven Gedächtnis. Der Einzelne erinnert sich nicht an die Schlacht bei Tannenberg, ihm wird eine Version davon nahegebracht. Das Bildungssystem entscheidet, dass es sich hier um etwas Erinnerungswürdiges handelt. Erinnerung wird somit heraufbeschworen. Persönlichen Erinnerungen kann man nicht entkommen. Das kollektive Gedächtnis hingegen wird durch Bildung, durch die Medien, durch Kultur geschaffen. Warum sollte es also nicht möglich sein, zu versuchen, bestimmte Dinge zu vergessen?

Es gibt hier jedoch einen entscheidenden Unterschied, über den wir uns im Klaren sein müssen. An manche Ereignisse erinnern wir uns, weil wir sie selbst erlebt haben, oder zumindest, weil andere Menschen, die noch unter uns sind, sie persönlich erlebt haben. Doch irgendwann werden diese Menschen nicht mehr da sein. Wir alle sind irgendwann nicht mehr da. Daher stellt sich die Frage, ob wir diese Erinnerungen wachhalten werden. Leon Wieseltier hat 1993, als das Holocaust Museum in Washington DC eröffnet wurde, einen brillanten Essay darüber geschrieben. Er hat die Frage aufgeworfen, was passieren wird, wenn keiner der Menschen mehr am Leben ist, die im 2. Weltkrieg in Lagern interniert waren. Der Essay trägt treffenderweise den Titel „After Memory“. Dann werden wir uns entscheiden müssen, wie wir uns erinnern oder aber wie wir vergessen möchten.

Aktuell streiten Deutschland und die Türkei über Erinnerung, nachdem Deutschland den Völkermord an den Armeniern offiziell als solchen benannt und anerkannt hat.

Ja, das habe ich verfolgt.

Ist nicht grade das Vorgehen der Türkei ein Beispiel dafür, welchen Schaden es anrichten kann, wenn versucht wird, historische Fakten zu unterdrücken? Macht einen die Wahrheit nicht frei? So steht es zumindest in der Bibel.

Ich glaube genauso wenig, dass die Wahrheit frei macht, wie ich glaube, dass Geschichte Weiterentwicklung bedeutet. Die Deutschen haben in Bezug auf den Genozid an den Armeniern das getan, was bereits eine Reihe anderer europäischer Länder vor ihnen getan hat.

Ja, auch Frankreich hat den Völkermord anerkannt.

Genau, auch Frankreich. Aber wer sich einbildet, dass alles gut werden würde, wenn die Türkei den Völkermord an den Armeniern nur einräumen würde, zäumt das Pferd von hinten auf, wie man so schön sagt. Eine wirklich demokratische Türkei würde den Genozid wahrscheinlich als historische Tatsache akzeptieren, davon sind wir allerdings Lichtjahre entfernt. Ein solches Eingeständnis wird den Demokratisierungsprozess nicht einläuten, sondern eine Folge dieses Prozesses sein.

Das ist eine ziemlich grundsätzliche Kritik. Sie würden der Aussage, dass Wahrheit, Gerechtigkeit und Frieden zusammengehören und voneinander abhängen, also nicht zustimmen?

Nun, das ist letztlich meine wesentliche Kritik an der Menschenrechtsbewegung. Sie verfolgt eine Ideologie, gibt aber vor, über Ideologien zu stehen. Man kann hier von einer guten Ideologie sprechen, das ist also keine Beleidigung. Doch indem sie versucht, den Anschein zu erwecken, irgendwie über der Politik und über Ideologien zu stehen, strapaziert die Menschenrechtsbewegung die Geduld zumindest all derjenigen, die historisch und politisch nicht ganz unbedarft sind. Natürlich behauptet die Menschenrechtsbewegung, dass sie lediglich versucht, internationales Recht durchzusetzen. Doch Gesetze sind ein Artefakt der Politik und das ist etwas, was den Deutschen sicher stärker bewusst ist als vielen anderen.

Und aus diesem Grund sind für Sie Frieden und Gerechtigkeit zwei komplett voneinander unabhängige Dinge?

Menschenrechtler sagen: Ohne Gerechtigkeit ist Frieden nicht möglich. Doch warum sollte das so sein? Es gibt viele Beispiele für Frieden ohne Gerechtigkeit. Bosnien ist ein Beispiel hierfür. Das Abkommen von Dayton war extrem ungerecht. Es hat die Aggressoren belohnt, sowohl die kroatischen, wie auch die serbischen, und die Opfer bestraft. Aber in Bosnien herrscht Frieden. Ich habe die Belagerung von Sarajevo selbst miterlebt, für mich ist Frieden keine Metapher. Ich habe mitgeholfen, die Straßen freizuräumen, die voller Körperteile waren, ich weiß, wovon ich rede. Die Tatsache, dass es heute möglich ist, zu jeder Tages- und Nachtzeit in der Stadt herumzulaufen, ohne dass man dabei zu Schaden kommt – das ist Frieden.

Letztlich sagen Sie, dass wir uns von der Vorstellung von Frieden als der Idee des Guten, Wahren und Schönen per se befreien sollten? Und dass in manchen Fällen die Ungerechtigkeit, die das Vergessen darstellt, ein Preis ist, den es sich zu zahlen lohnt?

Ja. Wenn Menschenrechtler über Frieden sprechen, dann sprechen Sie über eine platonische Friedensvorstellung. Ich bin aber kein Anhänger von Plato. Es gibt eine andere Bewegung, den Skeptizismus in seiner anglo-schottischen Ausprägung, dem fühle ich mich zugehörig. Isaiah Berlin hat die philosophischen Ursprünge dieser Tradition mit seiner Theorie der Inkommensurabilität wohl am besten ausgedrückt. Das bedeutet nichts anderes, als dass bestimmte Werte untereinander nicht kompatibel bzw. inkommensurabel sind. Tatsächlich sind sie nicht nur inkommensurabel, sondern können auch in direktem Widerspruch zueinander stehen. Manchmal ist es notwendig, zu vergessen. Die Betonung liegt hier auf „manchmal“. Es gibt Fälle, in denen es hilfreich ist, sich zu erinnern, und Fälle, in denen mehr Erinnerung angebracht wäre. Südafrika ist ein gutes Beispiel für ein Land, dem es gut tun würde, dem Erinnern eine größere Bedeutung beizumessen. Dies gilt in jedem Fall für die weiße Bevölkerung. Bischof Tutu hat die Wahrheits- und Versöhnungskommission als ein Geschenk der schwarzen Südafrikaner an die weißen Südafrikaner bezeichnet, das diese nicht angenommen haben. Ich glaube, die meisten Weißen würden, wenn man sie fragen würde, so etwas sagen wie: „Das war damals eben so und dann hat die Wahrheits- und Versöhnungskommission ihre Arbeit gemacht. Warum müssen wir uns ständig mit der Vergangenheit beschäftigen, warum können wir nicht nach vorne schauen?“ Im Falle Südafrikas, wo auch heute noch eine ganz grundlegende wirtschaftliche Ungleichheit herrscht, die in manchen Bereichen noch ausgeprägter ist als während der Apartheid, wäre es wohl besser, wenn man dem Erinnern einen größeren Stellenwert einräumen würde.

Sie sagen auch, dass das Vergessen nicht ewig währen kann. Gibt es eine Zeit für das Vergessen und dann wieder eine Zeit, sich zu erinnern? Sowohl in Deutschland als auch in Israel waren die ersten Jahre nach dem Holocaust von Schweigen geprägt, das durch die Scham der Täter und die Scham der Opfer bedingt war.

Genau so ist es. Aber lassen Sie mich ein weniger dramatisches Beispiel anführen. In Spanien wurde praktisch ein Pakt des Vergessens geschlossen, als die Rechte und die Linke nach Francos Tod eine Übereinkunft trafen. Sie einigten sich darauf, zu vergessen. Und heute wird Spaniens Vergangenheit wieder zum Thema im Land und man kann vielleicht sagen, dass dieser Pakt – der lange Zeit nützlich war – gebrochen wurde. Es ist wohl an der Zeit, die Erinnerung wieder zuzulassen. Ein weiteres gutes Beispiel ist die Anklage gegen Augusto Pinochet. Wäre sie unmittelbar nach dem Rücktritt des Diktators erhoben worden, hätte es wahrscheinlich einen zweiten Militärcoup gegeben. Ein paar Jahre später jedoch war eine Anklageerhebung möglich.

Meine Frage ist – und hier komme ich auf Leon Wieseltiers Essay zum Holocaust Museum zurück: Welche Bedeutung räumen wir all dem in Deutschland und in Israel in 10 Jahren ein, in 20 Jahren, in 30 Jahren? Tony Judt schreibt über Kinder, junge Menschen aus Deutschland, aus Europa, die Auschwitz besuchen und sich nicht dafür interessieren. Ihre Lehrer haben Probleme damit, ihnen klarzumachen, dass es sich hier um etwas wirklich Wichtiges handelt. Sprechen wir hier also über etwas Zeitloses und wenn das nicht so ist, wenn es eine Frist gibt, wann läuft sie ab? In 100 Jahren, in 1000 Jahren? Nehmen wir die Flüchtlinge, etwa eine Million, die im letzten Jahr nach Deutschland gekommen sind. Können die Bildungsbehörden in 100 Jahren davon ausgehen, dass die Enkel der heutigen Einwanderer, denen sie den Holocaust nahebringen möchten, dieselbe Einstellung dazu haben wie die Deutschen heute?

Vor dieser Herausforderung stehen alle Einwanderungsländer. Sie könnten Justin Trudeau, dem Premierminister Kanadas, dieselbe Frage stellen. Welche Haltung sollen neue Einwanderer aus China gegenüber der Art und Weise einnehmen, wie die Angehörigen der indigenen Völker in Kanada behandelt wurden?

Ja, die Entwicklung ist hier aber nicht besonders positiv. Ich beobachte sehr genau, was in Kanada vor sich geht, und ich mag Justin Trudeau. Heutzutage ist das alles jedoch ziemlich komplex. Die Menschen migrieren nicht einfach, sie bleiben in Kontakt mit ihrer Heimat. Trudeau versucht, einen offensiven Umgang mit der nationalen Schande durchzusetzen und das ist ehrenwert. Ich bin mir allerdings nicht sicher, wie effektiv es ist. Würde mich die Geschichte des nördlichen Teils Quebecs in den 1950ern (vom 17., 18. und 19. Jahrhundert gar nicht zu sprechen) wirklich packen, wenn ich von Fujian nach Vancouver eingewandert wäre und noch mit meiner Heimat verbunden wäre? Ich bin da nicht sehr optimistisch.

Glauben Sie, dass Vergebung ohne Vergessen überhaupt möglich ist?

Ein Christ würde diese Fragen wohl bejahen. Die Vergebung ist schließlich ein zentrales Element des christlichen Glaubens, nicht wahr? Mich beeindruckt am christlichen Glauben vor allem, dass er so kontraintuitiv ist. Man hält auch die andere Wange hin. Das ist zutiefst moralisch. Einzelne können im metaphorischen Sinn Heilige sein. Sie sind vermutlich in der Lage, zu vergeben. Doch könnte ich vergeben, wenn mein Bruder in Srebrenica getötet oder von Polizisten in Zeiten der Apartheid zu Tode gefoltert worden wäre? Ich glaube nicht. Um ehrlich zu sein, ich bin der Ansicht, dass es Dinge gibt, die man nicht vergeben kann. Es ist jedoch möglich, nach und nach Abstand zu Geschehenem zu gewinnen. Wir erleben schließlich alle Negatives, eine Scheidung, den Tod der Eltern ... Zuerst wird man komplett davon eingenommen, aber mit der Zeit, mit den Jahren, gewinnt man Abstand. Das heißt nicht, dass man weniger traurig ist, sondern einfach, dass man nicht dauernd daran denkt. Das ist wohl eine sehr menschliche Reaktion auf solche Vorfälle und natürlich läuft es nicht in jedem Fall so ab. Vergebung setzt wohl voraus, dass der Täter seine Tat eingestanden hat, dann ist Vergessen – oder zumindest eine Versöhnung – möglich. Das ist jedoch nicht immer der Fall. Die Wahrheits- und Versöhnungskommission in Südafrika hat viel Wahrheit ans Licht gebracht. Sie hat aber oft nicht zu Versöhnung geführt. Und ich frage mich, ob das in solchen Kontexten nicht eher zu erwarten ist als Versöhnung. Wenn ich Kritik an meinem eigenen Buch üben sollte – um zu einem etwas merkwürdigen Gesprächsabschluss zu kommen –, dann würde ich einräumen, dass ich wohl nicht allzu viel von Versöhnung verstehe. Dazu fehlt mir vielleicht einfach der Glaube.

David Rieff: In Praise of Forgetting. Historical Memory and its Ironies. Yale University Press, 2016. 145 S.  IPG 23

 

 

 

Mario Draghi im Bundestag: Euroraum ist noch immer fragil

 

Die Maßnahmen der EZB zur Stabilisierung des Euroraums sind derzeit alternativlos, aber nicht für eine nachhaltige Beilegung der Eurokrise geeignet. Ohne kollektive Bemühungen der Eurostaaten geht es nicht, meint Paweh Tokarski.

 

Wenn der Präsident der Europäischen Zentralbank (EZB) am heutigen Mittwoch bereits zum zweiten Mal zu Gast im Deutschen Bundestag ist, dann nicht, weil er dem deutschen Parlament Rechenschaft schuldig ist; die muss er lediglich vor dem Europäischen Parlament ablegen. Und doch erhofft er sich Unterstützung. So wird er bei den Abgeordneten um Verständnis für die starke Intervention der EZB in die Eurokrise werben, die angesichts der bevorstehenden Bundestagswahl hierzulande zunehmend in die Kritik gerät. Zum anderen wird er deutlich machen, wie wesentlich Deutschlands Führung und eine langfristige Vision von der Wirtschafts- und Währungsunion sind, wenn es um die eigenen Maßnahmen der Euroländer zur dauerhaften Eindämmung der Krise geht.

Der Euroraum ist heute sehr viel stabiler, als beim letzten Besuch Mario Draghis im Oktober 2012. Diese Stabilität ist jedoch nicht auf eine rasche Erholung von der Krise zurückzuführen. Südeuropa ist nach wie vor mit großen wirtschaftlichen Herausforderungen und sozialer Unzufriedenheit konfrontiert. Die während der Krise von den Eurostaaten verabschiedeten Haushaltsregeln, die unter anderem stärkere Sanktionsmechanismen vorsehen, existieren vor allem auf dem Papier; die Verschärfung der Bankenkrise in Italien nach der Volksabstimmung in Großbritannien sowie die jüngsten Probleme der Deutschen Bank machen die Schwäche der Bankenunion offensichtlich.

Ohne die EZB hätte sich die Krise längst wieder zugespitzt

Es sind nicht die Krisenstrategien der Eurostaaten, die für Stabilität sorgen, sondern im Wesentlichen die derzeit alternativlosen Maßnahmen der EZB. Sie folgten auf Draghis Ankündigung im Juli 2012, die EZB werde alles Nötige tun, um die Stabilität der gemeinsamen Währung zu gewährleisten. Ohne die EZB hätte sich die Eurokrise wohl längst wieder zugespitzt und damit die Gefahr, dass die Währungsunion zerfällt. Seit März 2015 hat die Zentralbank ihre Geldpolitik beispiellos gelockert, vor allem durch massive Ankäufe von Staatsanleihen der Euroländer. Mit diesem Kurs stärkte sie das fragile Wachstum in den Krisenstaaten und gab damit den politischen Entscheidungsträgern im Euroraum Zeit, weitere Reformschritte einzuleiten. Zeit, die nicht effektiv genutzt wird, weder auf nationaler noch auf europäischer Ebene.

In den Staaten Südeuropas sind zwar Strukturreformprozesse angestoßen worden, die aber regelmäßig wieder in Frage gestellt werden: In Portugal sind einzelne Reformen rückgängig gemacht worden, in Italien könnte der Reformkurs am Referendum scheitern, das am 4. Dezember abgehalten und im Falle eines Scheiterns Ministerpräsident Matteo Renzi schwächen oder zu Fall bringen könnte. Auf europäischer Ebene gelingt es wegen der gegensätzlichen wirtschaftlichen Interessen und dem Misstrauen zwischen Nord und Süd nicht, sich auf eine klare Linie bei der Vollendung der Wirtschafts- und Währungsunion zu einigen.

Es ist daher unrealistisch, dass die EZB, wie versprochen, den Schutzschirm der lockeren Geldpolitik im März 2017 aufheben wird, erst recht, weil dann ausgerechnet während der Wahlkämpfe in Deutschland und Frankreich mit einer Rückkehr der Krise gerechnet werden müsste. Die Zentralbank wird ihre lockere Geldpolitik jedoch nicht auf unbestimmte Zeit verfolgen und den Euroraum allein, ohne konkrete Schritte der Mitgliedstaaten, nachhaltig stabilisieren können.

Noch stehen jedoch andere Probleme im Fokus der Mitgliedstaaten als die Eurokrise: der Brexit, die Migrationskrise, die Instabilität in der EU-Nachbarschaft. Dies könnte sich im bevorstehenden Wahlkampf in Deutschland ändern, wenn es um die Nachteile der EZB-Maßnahmen für Deutschland geht: die erheblichen Kosten der expansiven Geldpolitik für die deutsche Wirtschaft, insbesondere den Banken- und Versicherungssektor, die sich auch in erhöhten Kontogebühren für Anleger niederschlagen. Auch dass die lockere Geldpolitik den südlichen Ländern den Anreiz nimmt, Reformen voranzutreiben, könnte der EZB zum Vorwurf gemacht werden.

Muss Deutschland sich zwischen eigenem Wirtschaftsmodell und Währungsunion entscheiden?

All dies könnten gute Argumente für Deutschland sein, selbst in die Verantwortung zu gehen. Als stärkste Wirtschaftskraft und größte politische Macht im Euroraum sollte das Land eine führende Rolle übernehmen, wenn es, spätestens nach den Wahlen 2017, um die Klärung schwieriger Fragen geht: Welche neuen Transfermechanismen für die neunzehn Eurostaaten sind sinnvoll und wie kann ein gemeinsamer Haushalt für den Euroraum geschaffen werden? Wie können Risiken im Bankensektor reduziert werden? Wie können Haushaltsregeln in der Eurozone effektiv durchgesetzt werden? Wie und zu welchem Ausmaß können griechische Schulden reduziert werden? Sollten die Reformen in Südeuropa nicht vorankommen und der Euroraum unvollendet bleiben, könnte es eines Tages für Deutschland darauf hinauslaufen, sich zwischen der Beibehaltung des eigenen Wirtschaftsmodells, insbesondere der Sparkultur, und der Währungsunion entscheiden zu müssen.

Wahrscheinlich unterscheiden sich die Ansichten der Bundestagsabgeordneten und die des EZB-Präsidenten über die Krise in der Eurozone in vielen Aspekten. Gemein haben sie jedoch das Ziel einer langfristigen Stabilisierung der Eurozone. Dies ist ein guter Ausgangspunkt, um nach zuverlässigen, politisch akzeptablen Lösungen für die Eurozone zu suchen, die über die bloße Kritik an der EZB-Geldpolitik hinausgehen.

Pawe? Tokarski forscht an der Stiftung Wissenschaft und Politik (SWP) u.a. zur Wirtschafts- und Währungsunion. Der Text ist auch auf der SWP-Homepage in der Rubrik »Kurz gesagt« veröffentlicht worden.

Paweh Tokarski | Stiftung Wissenschaft und Politik (SWP 28)

 

 

 

 

Fluchtursachen bekämpfen heißt Frieden fördern! World Vision fordert mehr vorausschauende Friedenspolitik 

 

Friedrichsdorf. Angesichts der UN-Flüchtlingskonferenz, die heute in New York beginnt und des UN-Weltfriedenstags am kommenden Mittwoch fordert die internationale Kinderhilfsorganisation World Vision mehr Anstrengungen in Bezug auf eine ‚vorausschauende Friedenspolitik‘ und macht darauf aufmerksam, dass „Fluchtursachen bekämpfen“ auch bedeutet, Frieden in den Heimatländern der Geflüchteten zu fördern.

 

„Dies bedeutet jedoch nicht, wie die EU-Kommission dies vorschlägt, Entwicklungshilfegelder für Sicherheitsmaßnahmen zu missbrauchen“, so Ekkehard Forberg, Friedensexperte bei World Vision Deutschland. „Es ist zutiefst zynisch, wenn sich die Kommission in Bezug auf diese Absichten auf das Nachhaltigkeitsziel 16 (SDG) bezieht, in dem das Bestreben nach mehr Gerechtigkeit und Frieden empfohlen wird. Sicherlich sind damit nicht mehr Militärhilfen gemeint.“

 

In einem Empfehlungsschreiben befürwortet die EU-Kommission, Gelder aus dem EU-Entwicklungshilfetopf „Instrument für Stabilität und Frieden“ zum Training und zur Ausrüstung von Militär in gefährdeten Ländern einzusetzen und betont, Sicherheit sei ein wichtiges Fundament für Entwicklung. Forberg erläutert diesbezüglich: „Im Gegensatz kann man auch sagen, Entwicklung ist ein wichtiges Fundament für Sicherheit. Ohne Waffen gäbe es keine Kriege, weniger Tote und weniger Leid.“

 

"Vorausschauende Friedenspolitik" bedeutet, Instrumentarien zu entwickeln, die Konflikte in einem sehr frühen Stadium identifizieren, um rechtzeitig vermittelnd tätig werden zu können. „In Krisenländern sollten die nationalen Regierungen ein Frühwarnsystem aufbauen, welches auf Regierungsebene angesiedelt ist. Die Europäische Union und Deutschland sollten zivile Experten vorhalten, die die jeweiligen Autoritäten in guter Regierungsführung beraten“, so Forberg. Regierungen müssten frühzeitig in die Pflicht genommen werden und ihren Auftrag erfüllen, damit der jeweilige Reichtum der Länder der ganzen Bevölkerung zugute komme. Friedensdiplomatie müsse zur europäischen Daueraufgabe werden. 

 

World Vision fokussiert in seiner langfristigen Entwicklungszusammenarbeit auf einen ganzheitlichen Ansatz, der sowohl die Gesundheit, die Bildung, aber auch die wirtschaftliche Entwicklung einer ganzen Region im Blick hat. Im Bereich Friedensförderung arbeiten die Mitarbeiter vor Ort mit Kindern und Jugendlichen, um sie im Bereich friedliche Konfliktlösung zu schulen. „Die Situation in einem Land stabilisiert sich, wenn Kinder und Jugendliche ein erfülltes Leben haben, gebildet sind und eine Vision für sich und ihre eigenen Nachkommen entwickeln können“, betont Forberg. 

 

„Die Vermischung von sicherheits- und entwicklungspolitischen Aufgaben ist zudem höchst bedenklich. Diese beiden Aufgaben müssen strickt getrennt werden, auch um Mitarbeiter von Hilfsorganisationen nicht zu gefährden. Die Arbeit von NGOs muss unabhängig bleiben.“

 

Derzeit leben rund 1,5 Milliarden Menschen in Konfliktländern bzw. fragilen Staaten, die anfällig für Konflikte sind. Mehr als 65 Millionen Menschen befinden sich derzeit auf der Flucht, die meisten davon in ihren Heimatländern oder in Nachbarstaaten.  WVP 19

 

 

 

 

Aktuelle Zahlen. Fremdenfeindliche Gewalt schon jetzt doppelt so hoch wie im Vorjahr

 

Bis Mitte September haben Behörden bereits über 500 fremdenfeindliche Gewaltdelikte registriert. Das ist doppelt so hoch wie 2015. Grünen Politiker werfen dem Verfassungsschutz vor, Rechtsextremismus nur bruckstückenhaft zu analysieren. Bei diesen Zahlen könne es nicht sein, dass es mehr islamistische Gefährder gebe als Neonazis.

Die Zahl der fremdenfeindlicher Gewaltdelikte in Deutschland bleibt hoch. Die Behörden registrierten von Januar bis Mitte September 507 rechte Gewaltdelikte, das waren nach Darstellung der Grünen-Bundestagsfraktion etwa doppelt so viel wie 2015. Das geht aus einer Antwort des Bundesinnenministeriums auf eine Anfrage der Grünen-Fraktion hervor, die dem MiGAZIN vorliegt.

Die Grünen-Fraktion nennt unter Verweis auf die Antwort der Bundesregierung auf eine Anfrage aus dem vergangenen Jahr eine Vergleichszahl von 247 Gewaltdelikten im Zeitraum von Januar bis Anfang November 2015. „Wir beziehen uns auf den sogenannten Oberbegriff des offiziellen ‚Themenfeldkatalogs Politische motivierte Kriminalität‘ des Bundeskriminalamts ‚Straftaten im Bereich der Ausländer/Asylthematik‘. Und für dieses Datenfeld lassen sich im Hinblick auf die Gewaltdelikte die ungefähre Verdopplung nachweisen“, erläuterte eine Sprecherin auf Anfrage. Im Bericht des Bundesamtes für den Verfassungsschutz wird die Zahl der rechtsextremistisch motivierte Gewalttaten mit fremdenfeindlichem Hintergrund für das ganze Jahr 2015 mit 918 angegeben.

Schon jetzt mehr Anschläge als im Jahr 2015

Den Ministeriumszahlen zufolge gab es 2015 zudem 67 links motivierte Gewaltdelikte und 47 von Ausländern, die in der Statistik unter dem Oberbegriff „Ausländer-Asylthematik“ geführt werden. Diesem werden den Angaben zufolge Straftaten zugeordnet, „bei denen infolge der Tatbegehung oder sonstigen Umständen der Tat ein erkennbarer Bezug zur Asylthematik besteht“. Darunter sind für das laufende Jahr auch 78 Brandstiftungen und sieben Tötungsdelikte aufgeführt. Die meisten Fälle sind Körperverletzungen.

Die innenpolitische Sprecherin der Grünen-Bundestagsfraktion, Irene Mihalic, erklärte, die Zahlen zeigten, wie groß die Bedrohung sei, die von Neonazis ausgehe. „Die rechte Gefahr ist in höchstem Maße virulent. Schon jetzt haben wir mehr Anschläge auf Asylsuchende, Unterkünfte und Unterstützer als im gesamten Jahr 2015.“ Es müssten endlich größere Anstrengungen unternommen werden, entsprechende Planungen früher zu erkennen.

Mihalic: Verfassungsschutz analysiert Rechts unzureichend

Sie kritisierte, dass das Innenministerium in seiner Antwort auf die Anfrage die Zahl der sogenannten „Gefährder im Bereich der politisch motivierten Kriminalität – rechts“ mit nur 20 angebe, „während im Bereich des Islamismus mehr als 520 Personen gezählt werden. Da klafft im rechten Bereich ein gewaltiges Loch zwischen der Anschlagswirklichkeit und der Zahl derer, die man real im Fokus hat“, erklärte die Grünen-Politikerin: „Die Anfrage zeigt, dass der Verfassungsschutz den Rechtsextremismus nur bruchstückhaft analysiert.“

Im rechtsextremistischen Spektrum habe vor dem Hintergrund der Flüchtlingsdebatte „die Widerstandsrhetorik zugenommen“, schreibt das Ministerium. Das gelte auch für die „Identitäre Bewegung Deutschland“, die seit kurzem vom Bundesamt für Verfassungsschutz beobachtet wird. Mig 26

 

 

 

 

Merkel beim Westbalkan-Treffen. Illegalität bekämpfen, Legalität stärken

 

Die Kanzlerin sieht Fortschritte bei der Bekämpfung der illegalen Migration. Im Vergleich zur Situation vor elf Monaten konnte die Zahl der ankommenden Flüchtlinge reduziert werden. Auch die Ordnung und Steuerung der Prozesse sei verbessert worden, sagte sie zum Abschluss des Westbalkan-Treffens in Wien.

 

"Unser Ziel muss sein, die illegale Migration so weit wie möglich zu stoppen", erklärte Merkel. Dafür sei das EU-Türkei-Abkommen und dessen Umsetzung essenziell. Mit der Türkei müssten hierfür die letzten Bedingungen besprochen werden, die noch nicht erfüllt seien.

Zugleich müsse Griechenland darin unterstützt werden, illegal ankommende Flüchtlinge zurückzuschicken. Hier gebe es Kapazitätsprobleme. "Wir haben heute sehr konkret darüber gesprochen, wie wir Griechenland noch besser mit europäischen Beamten unterstützen können", sagte die Kanzlerin. Dazu gehöre auch der Ausbau der europäischen Grenz- und Küstenschutzwache Frontex,

den alle teilnehmenden Staaten der Westbalkan-Konferenz begrüßten.

Darüber hinaus müssten Migranten mit Bleiberecht schneller in Europa verteilt werden, forderte die Kanzlerin. Gleichzeitig müsse die Rückführung von Menschen ohne Aussicht auf Asyl aus Griechenland verbessert werden. Dazu sollten die Drittstaatenabkommen mit Ländern Afrikas sowie mit Afghanistan

und Pakistan schnell abgeschlossen werden.

"Wir wollen insgesamt Illegalität bekämpfen und Legalität stärken", machte Merkel deutlich.

Migration entlang der Balkanroute

Ziel des Gipfels "Migration entlang der Balkanroute" in Wien war eine gemeinsame Bestandsaufnahme der aktuellen migrationspolitischen Situation und die Diskussion über die zukünftigen Herausforderungen der unmittelbar betroffenen Staaten.

Ebenfalls eingeladen waren die Regierungschefs von Slowenien, Kroatien, Serbien, Albanien, Ungarn, Bulgarien, Rumänien, der ehemaligen jugoslawischen Republik Mazedonien und Griechenland sowie die Präsidenten der Europäischen Kommission, Jean-Claude Juncker, und des Europäischen Rates, Donald

Tusk.

Das letzte Westbalkan-Treffen in diesem Format fand im Oktober 2015 auf Einladung des Präsidenten der Europäischen Kommission Jean-Claude Juncker in Brüssel statt. Damals hatten die Teilnehmer verabredet, der starken Migration mit einem entschlossenen, grenzüberschreitenden Ansatz entgegen zu treten – und zwar in einem europäischen Geist, der sich auf Solidarität aller beteiligten

Staaten gründet.

Bratislava-Fahrplan: gemeinsame Migrationspolitik

Im sogenannten Bratislava-Fahrplan hatten die 27 Staats-und Regierungschefs auf dem informellen europäischen Gipfeltreffen in Bratislava am 16. September 2016 ihre Prioritäten für eine gemeinsame Migrationspolitik erneut benannt:

Ausschluss unkontrollierter Migrationsströme vollständige Kontrolle der Außengrenzen Rückkehr zu Schengen eine langfristige gemeinsame Migrationspolitik, die den Grundsätzen von Verantwortung und Solidarität entspricht. Pib 24

 

 

 

10-Jahresfeier. Schäuble und de Maizière würdigen Islamkonferenz

 

Vor zehn Jahren startete der Dialog zwischen Staat und Muslimen. Vertreter beider Seiten sehen Erfolge. Sie wissen aber auch, dass die Aufgaben in der erhitzten Islam-Debatte nicht kleiner geworden sind.

Zum zehnjährigen Bestehen der Deutschen Islamkonferenz haben Vertreter von Staat und muslimischen Verbänden das Gremium als Erfolg gewürdigt. Angesichts der Zuwanderung und der Debatte um den Islam sei es heute umso wichtiger, dass es das Gesprächsforum gebe, sagte der Gründer, Bundesfinanzminister Wolfgang Schäuble (CDU), bei einem Festakt am Dienstag in Berlin. Schäuble rief die Konferenz 2006 als Dialog zwischen Staat und Muslimen ins Leben. Gleichzeitig warnte er vor Rückschritten hinter das bisher Erreichte durch die „aufgewühlte“ Debatte um Muslime in Deutschland.

Schäuble verurteilte eine pauschale Islamkritik, bei der die Themen Flüchtlinge, Integration, Islam und Terrorismus in einen Topf geworfen würden. „Indem wir das oft genug nicht genau unterscheiden, werden wir der Sache nicht gerecht.“ Es dürfe keine Atmosphäre entstehen, durch die sich andere, längst angekommene Muslime wieder fremd fühlten, sagte er.

De Maizière: Debatte aufgeladener als vor zehn Jahren

Auch Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU), aktueller Kopf der Islamkonferenz, sagte, die Debatte sei heute aufgeladener als vor zehn Jahren. Er verurteilte es als „empörend“, dass ausgerechnet am Vorabend des Festakts in Dresden zwei Sprengstoffanschläge verübt wurden. Einer davon galt einer Moschee. Gleichzeitig lobte de Maizière, dass es gelungen sei, in der Islamkonferenz Vertrauen aufzubauen und Tabus zu brechen. Er verwies auf Fortschritte der institutionellen Verankerung des Islam beispielsweise durch den muslimischen Religionsunterricht an staatlichen Schulen in mehreren Bundesländern, die Lehrstühle für islamische Theologie sowie Bestattungs- und Moscheebauregelungen.

De Maizière unterstrich, Deutschland sei ein religiös neutraler, aber kein laizistischer Staat. „Handeln aus einem gelebten Glauben heraus soll wirken“, sagte er. Das gelte auch für Muslime: „Ihre Religionsfreiheit gehört zu Deutschland.“

Zum zehnten Geburtstag der Islamkonferenz gehörte aber auch, anzusprechen, was noch nicht erreicht ist, für Kritik sorgt und neu zum Problem wird. So sind die muslimischen Verbände – mit Ausnahme der Ahmadiyya – in noch keinem Bundesland als Religionsgemeinschaften anerkannt. Die Gleichbehandlung mit den Kirchen seien ein Anspruch und ein Recht der Verbände, sagte der Vorsitzende des Zentralrats der Muslime in Deutschland, Aiman Mazyek. De Maizière entgegnete, dazu müssten die Voraussetzungen vorliegen. Dazu gehört Transparenz über die Struktur der Verbände, deren Gemeinden in der Regel keine Mitgliedsregister führen. Weiter bleibt unklar, wie viele der geschätzt mehr als vier Millionen Muslime in Deutschland sie vertreten.

De Maizière: Ditib nicht „in die Tonne kloppen“

Nicht zuletzt wurde das Jubiläum der Konferenz auch überschattet von der Diskussion um den der türkischen Regierung nahe stehenden Islam-Verband Ditib. Gleichzeitig Religionsgemeinschaft, politischer Lobbyist und Außenstelle eines anderen Staates zu sein funktioniere nicht, sagte de Maizière. Die erfolgreiche Zusammenarbeit des Verbands in zehn Jahren wolle er dennoch nicht „in die Tonne kloppen“, sagte er.

Der Ditib-Vertreter Bekir Albo?a, der selbst eine Rede beim Festakt hielt, ging auf diese Debatte nur indirekt ein. Er kritisierte, Muslime würden als Vertreter fremder Staaten gebrandmarkt und argumentierte, der Islam brauche seine Herkunftskultur, ein „historisches Bezugssystem“. Ein „dekulturierter“ Islam sei schwächer und anfälliger für Radikalisierung, sagte er. (epd/mig 28)

 

 

 

 

Ungarn will EU nach Flüchtlingsreferendum die Stirn bieten

 

Nächste Woche findet in Ungarn das Referendum über Flüchtingsquoten statt. Das Votum werde eine „unausweichliche“ Botschaft an Brüssel senden, betont ein ungarischer Regierungssprecher. EurActiv Brüssel berichtet.

 

Die ungarische Regierung unter Viktor Orbán – eine wirtschaftliche Erfolgsgeschichte? So zumindest beschreibt es Regierungssprecher Zoltán Kovács bei einem Treffen in der Ständigen Vertretung Ungarns in Brüssel. Die Arbeitslosenzahlen seien zurückgegangen, ebenso wie die Staatsverschuldung. Budapest liege es besonders am Herzen, die „Ansichten des Volkes“ zu repräsentieren – vor allem in der Migrations- und Asylpolitik. Die Kompetenzen in diesen Bereichen seien durch die EU-Verträge jedoch in fremde Hände gelegt worden, kritisiert er.

Daher nun das für den 2. Oktober geplante Referendum über EU-Flüchtlingsquoten. Die Formulierung des Volksentscheids sei inzwischen vom nationalen Verfassungsgericht genehmigt worden, so Kovács. Folgende Frage müssen die Ungarn nächste Woche beantworten: „Sind Sie damit einverstanden, der EU das Mandat für die Umsiedlung nicht-ungarischer Bürger nach Ungarn ohne vorige Zustimmung durch die Nationalversammlung zu übertragen?“ „Diese Frage spricht das Offensichtliche aus – das Offensichtliche, das häufig gemieden wird, das die Kommission und andere Institutionen zu umgehen versuchen“, meint Kovács.

Politische und rechtliche Konsequenzen

„[Das Referendum] wird politische und rechtliche Auswirkungen haben. Die Botschaft wird nicht nur für Ungarns Regierung und Parlament unausweichlich sein, sondern auch für europäische Institutionen und alle anderen in Brüssel“, betont der Regierungssprecher.

„Es geht darum, zu entscheiden, zu unterzeichnen, welchen Ansatz die ungarische Regierung verfolgen soll hinsichtlich der Zukunft Europas, der europäischen Institutionen, der Entscheidungsfindung, der Protokolle, die in den vergangenen Jahren, im Herzen Europas verankert wurden“, erklärt er. „Diese Themen müssen neu angegangen und offen debattiert werden. Die Politik, die wir in den letzten Jahren gesehen haben, die heimlichtuerische Art Entscheidungen zu treffen, Gesetze und Vorschriften zu erlassen darf auf gar keinen Fall fortgesetzt werden.“

Nach dem Brexit-Referendum stand Ungarn kurz davor, wie die Visegrad-Staaten Jean-Claude Junckers Rücktritt zu fordern. Direkt ging Kovács jedoch nicht auf den Kommissionspräsidenten ein. Brexit müsse als Möglichkeit verstanden werden, eine stärkere EU durch „stärkere Mitgliedsstaaten“ zu schaffen. In diesem Zusammenhang verwies er beispielhaft auf die Schließung der Balkan-Route. Diesen „Erfolg“ habe man mehreren einzelnen Mitgliedsstaaten inklusive Ungarn zu verdanken, nicht jedoch der EU.

Beim Bratislava-Gipfel habe sich die EU ebenfalls nicht mit Ruhm bekleckert, auch wenn es richtig sei, Bulgarien mehr Mittel für den Grenzschutz zuzusagen, so Kovács. Der bulgarische Premierminister Bojko Borissow hatte Seite an Seite mit Orbán 160 Millionen Euro von der EU gefordert, um die bulgarisch-türkische Grenze zu sichern. In Bratislava erhielt Bulgarien 108 Millionen Euro. Der Rest soll bald folgen. Die EU-Gelder dürften jedoch nicht genutzt werden, um Zäune zu errichten, erklärte die Kommission am gestrigen Montag.

 Schengen-Kriterien

Besonders wichtig sei es zunächst, den Schengen-Raum wieder zu einzuführen, unterstreicht Kovács. Außerdem würde Ungarn keine Flüchtlinge zurücknehmen, wie im EU-Dublinsystem vorgeschrieben. „Wir werden keine Verantwortung für die Fehler anderer übernehmen, die für die Zuwanderung verantwortlich sind.“

EurActiv fragte den Regierungssprecher, ob er noch immer die lang bestehende Ansicht vertrete, Bulgarien und Rumänien sollten Teil des Schengen-Raums werden. Wichtig sei, dass die Schengen-Anwärter die Beitrittskriterien erfüllten, so Kovács uneindeutige Antwort. „Was gerade in Europa geschieht, wirft die Frage auf, ob Europa die derzeitigen Schengen-Kriterien aufrechterhalten kann. Wir alle haben ein Interesse daran, dass Bulgarien in erster Verteidigungslinie steht. Das hat der Premierminister [Orbán] bei seinem Bulgarien-Besuch vor wenigen Tagen deutlich gemacht. Sie kennen den Standpunkt Ungarns. Wir waren immer ein großer Befürworter. Aber es hängt alles von den Schengen-Kriterien ab. Das Schengen-Protokoll muss eingehalten werden.“

Borissow verkündete in Bratislava überraschend, dass der Schengen-Beitritt derzeit für sein Land nicht vorrangig sei. Es scheint jedoch, als habe der bulgarische Premierminister etwas falsch verstanden. Ungarns Vorschlag der „flexiblen Solidarität“ legt nahe, dass Budapest Bulgarien lieber aus Schengen heraus halten möchte, damit es dem passfreien Raum als Pufferzone für Einwanderer dienen kann.  Georgi Gotev. Übersetzt von: jze   EA 20

 

 

 

Integration. Studie attestiert Unternehmen starkes Engagement für Flüchtlinge

 

Einer aktuellen Studie der gewerkschaftsnahen Hans-Böckler-Stiftung zufolge engagieren sich Unternehmen für die Integration von Flüchtlingen. Sie stünden aber vor großen Herausforderungen. Dass Flüchtlinge direkt einen Job bekommen, sei eher die Ausnahme.

 

Viele Unternehmen engagieren sich einer Studie zufolge bei der Integration von Flüchtlingen, auch über ihr eigenes Interesse hinaus. Neben ökonomischen Interessen spiele auch die soziale Verantwortung eine Rolle, heißt es in einer aktuellen Untersuchung der gewerkschaftsnahen Hans-Böckler-Stiftung. Große Unternehmen könnten zwar oft an bestehende Programme anknüpfen, mit denen sie schon seit Jahren benachteiligten Jugendlichen eine Brücke in Ausbildung oder Beschäftigung bauten. Die neue Zielgruppe der Flüchtlinge stelle die Betriebe aber vor besondere Herausforderungen, hieß es.

Das gelte insbesondere für die sprachlichen Fähigkeiten. Die befragten Experten in den Unternehmen erklärten laut Studie, dass die in den staatlichen Integrationskursen vermittelten Sprachkenntnisse auf dem Level B1 nicht ausreichten, um eine Ausbildung zu absolvieren. „Nicht zuletzt dieses Problem macht deutlich, dass viele Unternehmen bei ihrem Engagement für die Flüchtlingsintegration nach wie vor zwangsläufig in einer Art Testphase stecken, die sie nur mit überschaubaren Teilnehmerzahlen bewältigen können“, sagte Michaela Kuhnhenne, Bildungsexpertin der Hans-Böckler-Stiftung.

Konzerne stehen Flüchtlingen aufgeschlossen gegenüber

Die insgesamt zwölf untersuchten Konzerne stünden der Integration von Flüchtlingen aufgeschlossen gegenüber und hätten eine Reihe von Aktivitäten entwickelt, erklärten die Autoren Andrea Müller und Werner Schmidt vom Forschungsinstitut für Arbeit, Technik und Kultur in Tübingen. Zum einen förderten sie die gesellschaftliche Integration, indem sie etwa die Arbeit von Verbänden, Kommunen und Initiativen durch Spenden unterstützen, Werkswohnungen für Flüchtlinge zur Verfügung stellen oder Beschäftigte für ehrenamtliches Engagement freistellen. Zum anderen gebe es Angebote zur beruflichen Integration wie Praktika, Sprachkurse und zusätzliche Ausbildungsplätze für Flüchtlinge.

Dass Flüchtlinge direkt einen regulären Job bekommen, sei eher die Ausnahme, erklärten die Autoren. Der Grund sei die relativ niedrige Zahl an Einfacharbeitsplätzen mit geringen fachlichen und sprachlichen Anforderungen. Für hoch qualifizierte Tätigkeiten seien nur wenige Flüchtlinge ausgebildet. Um ihnen berufliche Perspektiven zu eröffnen, sei es daher unumgänglich, für eine angemessene Qualifizierung zu sorgen.

Die Anstrengungen der untersuchten Konzerne bezeichneten Müller und Schmidt als durchaus bemerkenswert. Schließlich hätten Großunternehmen in der Regel keine Schwierigkeiten, Bewerber für ihre vergleichsweise attraktiven Ausbildungsplätze zu finden. Dass sie sich trotzdem für Integration einsetzen, dürfte nach Einschätzung der Wissenschaftler nicht nur Imagegründe haben, sondern auch mit der Mitbestimmung zusammenhängen: In die Entscheidungsfindung von mitbestimmten Unternehmen fließe die Perspektive von Beschäftigten und Gesellschaft ein. (epd/mig 23)

 

 

 

 

Streitgespräch zwischen AfD und katholischen Laien

 

 

Es war beim Katholikentag in Leipzig noch nicht denkbar: AfD-Politiker Alexander Gauland und der Vorsitzende des Zentralrats deutscher Katholiken (ZdK) haben bei einem öffentlichen Streitgespräch über die Angst vor Flüchtlingen diskutiert. Wo um den Katholikentag in Leipzig noch heftig diskutiert und die AfD schließlich ausgeladen wurde, lief das Gespräch in Dresden erstaunlich gut, sagte der Leiter des Ortes der Veranstaltung, der katholischen Akademie Dreden, Thomas Arnold, im Gespräch mit dem Kölner Domradio.

„Als wir gefragt haben, wussten wir auch nicht wie es wird. Jetzt können wir sagen: Es haben sich alle Beteiligten, Diskutanten und Publikum auf eine Diskussion eingelassen, auf einem sehr guten Niveau mit Argumenten gegeneinander gestritten, ohne auf einer persönlichen oder emotionalen Ebene ausfällig zu werden.

Immerhin war Alexander Gauland bis 2013 in der CDU, Thomas Sternberg ist noch aktiver CDU-ler. Aber angesichts dieser Gemeinsamkeit seien doch eher die Unterschiede spürbar gewesen, meint Arnold: „Da sind schon zwei Welten aufeinandergetroffen. Auf der einen Seite ein Herr Sternberg, der sehr stark dafür votiert, das Christliche hervorzuheben und dafür appelliert, sich zu engagieren in der Gesellschaft und sich auch in der Flüchtlingshilfe einzubringen. Ihm geht es darum, weltoffen zu sein, den interreligiösen Dialog zu suchen, sich auszutauschen und den Mut zur Veränderung zu behalten. Und dann stand auf der anderen Seite Herr Gauland, der sagt, er möchte eine Grundsatzdebatte haben über Grenzsicherung, er möchte die Identität erhalten, indem er Deutschland so erhält, wie er es über Jahrzehnten kennt.”

Für viele dürfte Deutschland tatsächlich kaum mehr wiederzuerkennen sein, vor allem deshalb, weil die rechte Gewalt immer krassere Ausmaße annimmt. Denken wir nur an die Schlägerei in Bautzen zwischen Rechten und Flüchtlingen. Und nun werden in Dresden gerade noch die Täter der Sprengstoffattentate auf eine Moschee und ein internationales Kongresszentrum ermittelt, es ist noch unklar, ob die Gewalt von rechts oder links kam.

„In der Diskussion haben beide das natürlich verurteilt. Herr Gauland hat auch darauf hingewiesen, man wisse ja noch nicht aus welchem Hintergrund diese Anschläge geschehen sind. Aber ich finde das Argument von Herrn Sternberg sehr interessant, der nämlich sagte, solchen Taten gehe eine Verrohung der Sprache voraus. Das ist etwas, was wir sehr stark beobachten, dass es zu einer Verrohung der Sprache kommt, die dann Brandstifter für Taten ist wie Bautzen oder Heidenau ist. Und die Liste können wir weiterführen. Wir haben das ganz oft erlebt. Als katholische Akademie wollen wir dafür sorgen, dass wir wieder zu einer Sprache kommen, die miteinander diskutiert, die aber nicht zum Brandstifter für Taten wird gegen andere Gruppen und Religionen.

Sicher sei in Sachsen eine Angst in der Gesellschaft spürbar. Die Aufgabe der Kirche ist es nun, die Zeichen der Zeit, die Ängste und Nöte und auch die Freuden der Menschen wahrzunehmen. „Und wir haben uns deswegen entschieden zu sagen: Wir müssen über diese Fragen diskutieren, wir wollen nicht über die Argumente anderer diskutieren, sondern wir wollen sie hören und mit reinnehmen. Und dann soll das Publikum mit seinem Gewissen selber entscheiden, wem sie folgen wollen und welche Meinung sie überzeugt.

Das Risiko, die AfD einzuladen, um mit ihr zu streiten, nahm der Veranstalter in Kauf. Diejenigen, die gestern gut zugehört hätten, könnten sagen, dass die Argumente auf Dauer nicht haltbar seien. Etwa beim Beispiel Identitätsfrage.

„ Die Identitätsfrage stand schon ganz am Anfang der Debatte. Gauland hat sehr stark dafür votiert, die Identität zu erhalten, indem alle Sachen so bleiben, wie sie sind. Sternberg hat immer wieder gesagt, wir müssen Veränderung wagen um Identität zu erhalten. Gerade durch die Veränderung entstehe erst eine Identität. Das haben wir auch schon in der Geschichte erlebt.” (domradio 28.09.)

 

 

 

Ein gerechtes Wachstum braucht Regeln und Institutionen

 

Unter dem Titel „Gerechtes Wachstum weltweit - wie gestalten wir unseren Wohlstand neu?“ hat der Sachbereich „Wirtschaft und Soziales“ des Zentralkomitees der deutschen Katholiken (ZdK), am Mittwoch dem 21. September 2016 eine hochrangig  besetzte Diskussionsveranstaltung im Haus der deutschen Wirtschaft in Berlin durchgeführt.

 

Unter der Moderation der Sprecherin des Sachbereichs, Hildegard Müller, diskutierten Bundesfinanzminister Dr. Wolfgang Schäuble, die Vorstandssprecherin der Deutschen Gesellschaft für Internationale Zusammenarbeit (GIZ), Tanja Gönner, der Vorsitzende des Sachverständigenrates zur Begutachtung der gesamtwirtschaftlichen Entwicklung, Prof. Dr. Christoph M. Schmidt, sowie der Präsident der Hochschule für Philosophie in München, Prof. Dr. Johannes Wallacher.

 

Im Mittelpunkt der Diskussion stand die Frage, welches Wachstum heute angesichts der Herausforderungen von Globalisierung, Klimawandel und weltweiter Ressourcenknappheit möglich oder nötig ist und wie ein gerechtes, nachhaltiges Wachstum weltweit gestaltet werden kann. 

 

In seinem Impuls zu Beginn der Veranstaltung fordert Bundesfinanzminister Dr. Wolfgang Schäuble dazu auf, bei der Debatte über die Globalisierung insbesondere den Blick auf die Ärmsten der Welt zu lenken. Bei allen Fortschritten der Armutsbekämpfung könne er verstehen, dass es als ungerecht empfunden werde, wenn einige wenige in kürzester Zeit zu unglaublichem Reichtum gelangen könnten, während vielen das Minimum zur menschenwürdigen Existenz fehle. Das Ziel müsse es sein, gerechtes Wachstum, mehr Wohlstand, mehr Freiheit und mehr Recht für alle zu schaffen.

 

In der Debatte waren sich die Teilnehmer einig, dass es bei der Frage nach der Gestaltung von Wachstum im Kern um die Frage nach dem Nutzen für die Menschen gehen muss, wo und wie Wachstum wirklich zur Erweiterung der Handlungsmöglichkeiten für die Menschen beiträgt. Der Weg zu gerechtem und nachhaltigen Wachstum führe nur über klare Regeln und handlungsfähige Institutionen. Es gelte nicht auf Wachstum zu verzichten, sondern ihn zu gestalten. Gerade für die ärmsten Regionen der Welt sei, im Gegensatz zu den Industrieländern, ein Wachstum zur Reduzierung von Armut notwendig.

 

Einig waren sich die Gesprächspartner auch in der Überzeugung, dass es angesichts der unterschiedlichen geschichtlichen Erfahrungen und Wertevorstellungen weltweit kein einheitliches Wachstumsmodell geben könne. Es komme ausdrücklich auf die Entwicklung dezentraler Entwicklungskonzepte an und darauf, eine Reihe „sozialer und ökologischer Marktwirtschaften“ zu schaffen, die sich durch internationale, verbindliche Abkommen, beispielweise zu Klima oder Handel, an gemeinsamen Zielen orientierten. ZdK 22

 

 

 

 

 

Vielfalt in der Schule: Zweites Deutsches Lehrerforum gestartet

 

In Königswinter bei Bonn dreht sich ab sofort alles rund um die Vielfalt in Schulen. Lehrer aus ganz Deutschland diskutieren drei Tage lang miteinander, wie sie die Chancen der zunehmenden Diversität im schulischen Alltag nutzen können. Ein Thema, das nicht erst seit dem Eintreffen der Zugewanderten im vergangenen Jahr auf dem Stundenplan steht. Bereits vor der Veranstaltung wurden hervorragende Projekte der Teilnehmer zum Thema „Vielfalt in der Schule“ ausgewählt.

Berlin/Königswinter, 23.09.2016. Schüler kommen aus verschiedenen Lebenswelten und Kulturen oder üben unterschiedliche Religionen aus, sie haben körperliche Besonderheiten oder benötigen aus anderen Gründen erhöhte Förderung. So vielfältig die Schüler einer Klasse sind, so vielfältig sind auch die Herausforderungen des Lehrers im Schulalltag. Aber auch die Lehrerschaft selbst wird immer heterogener.

Das zweite Deutsche Lehrerforum zeigt Lösungsansätze für soziale, kulturelle oder sprachliche Herausforderungen im Schulalltag auf. Berufserfahrene Lehrer, Junglehrer, Fellows, Referendare und Lehramtsstudierende gehen unter anderem den Fragen nach: Welche Formen der Vielfalt gibt es im Schulalltag? Wie gehe ich mit dieser Vielfalt in der Schule um? In Kurzvorträgen und Plenumsdiskussionen, Minimeetings und Workshops im Barcamp-Format debattieren die Teilnehmer über ihre Lösungsansätze und präsentieren vorbildliche Beispiele aus der Schulpraxis.

Sylvia Löhrmann, Schulministerin des Landes Nordrhein-Westfalen betont zum Auftakt des Lehrerforums: „Vielfalt ist eine große Chance für unsere Gesellschaft, aber auch eine Herausforderung für die Schulen. Lehrerinnen und Lehrer stehen hier vor einer anspruchsvollen Aufgabe. Gerade an den Schulen erleben wir aber auch, dass Integration und Inklusion gut gelingen können und allen Schülerinnen und Schülern zugutekommen. Das Lehrerforum bietet den Lehrkräften die Möglichkeit, ihre Arbeit in diesem Sinne gemeinsam weiterzuentwickeln und vom gegenseitigen Austausch zu profitieren.“

Alle Teilnehmer des Lehrerforums konnten sich im Vorfeld mit ihren Projektideen zum Thema „Vielfalt in der Schule“ um eine Förderung bewerben. Die sieben besten Konzepte wurden von den Teilnehmern selbst ausgewählt. Folgende Projekte werden mit je 1.000 Euro unterstützt:

* Schulwein „Alice“; Alice Salomon Schule, Linz

* Hörbuchproduktion mit Inklusionsklasse im Jahrgang 5; Heinrich-Heine-Gesamtschule, Duisburg

* Jahrgangsübergreifender Englischunterricht; Staatliche Gemeinschaftsschule „Kulturanum“, Jena

* Foto-Wettbewerb VielfaltDresden; Gymnasium Dresden-Klotzsche

* DaZuLERNEN; Wirtschaftsschule am Oswaldgarten, Gießen

* MOSK (Förderung und Training von Motivation und Selbstkonzept); Zentrum für schulpraktische Lehrerausbildung, Duisburg

* Projekt „Forscherkoffer“; Verbundsschule Weinsberg

 

Einzelheiten zu den Projekten finden Sie auf der Webseite des Deutschen Lehrerforums: www.deutsches-lehrerforum.de

Das Deutsche Lehrerforum ist eine unabhängige Plattform für engagierte Lehrkräfte aller Schulformen. Es fördert den bundesweiten Austausch und die Vernetzung, trägt zur Wertschätzung ihrer Arbeit und ihres Engagements bei und positioniert ihre Anliegen gegenüber der Öffentlichkeit. Das Lehrerforum ist eine gemeinsame Initiative der Cornelsen Stiftung Lehren und Lernen, Heraeus Bildungsstiftung, Stiftung Bildung und Gesellschaft, Stiftung Mercator, Stifterverband, Teach First Deutschland, Vodafone Stiftung und Wübben Stiftung.

Begleitet wird das Forum vom #EDchatDE, dem ersten deutschsprachigen Chat für Lehrende auf Twitter, der als Medienpartner zusätzlich am 27. September 2016, von 20:00 bis 21:00 Uhr, ein #EDchatDE-Special zum Deutschen Lehrerforum (DLF) veranstaltet. Der Hashtag für das Deutsche Lehrerforum in den sozialen Medien lautet #DLForum16.  HB

 

 

 

Wie gelingt die Integration?

 

Die Flüchtlinge, die bleiben dürfen, in unsere Gesellschaft zu integrieren, ist eine große Aufgabe. Die neue "Deutschland aktuell"-Ausgabe zeigt einige erfolgversprechende Wege. Außerdem widmet sich das Magazin einem der spannendsten Thema unserer Zeit: den Folgen der digitalen Revolution für die

Arbeitswelt.

 

"Die allermeisten Menschen, die zu uns kommen, wollen sich integrieren", so Bundeskanzlerin Merkel in ihrem Vorwort. Es komme darauf an, sie dabei zu unterstützen: "Da sind wir alle gefragt – Politik und Verwaltung, die vielen ehrenamtlichen Helfer, Nachbarn und Arbeitskollegen."

Einsatz für Integration

Die Titelstory stellt Beispiele vor: Beim Technischen Hilfswerk lässt sich Abdul Amir zum ehrenamtlichen Katastrophenhelfer ausbilden. Abdullah Mohamad hat bereits einige Jahre in einer Autowerkstatt in Syrien gearbeitet. Jetzt macht er in Stefan Maiers Autohaus eine Ausbildung zum KfZ-Mechatroniker. Siba Wardeh ist beim Bundesfreiwilligendienst und hilft älteren Menschen in einem Pflegeheim.

Fördern und Fordern

Mit dem neuen Integrationsgesetz erhalten Flüchtlinge mit guter Bleibeperspektive frühzeitig Angebote vom Staat. Gleichzeitig sind sie verpflichtet, sich auch selbst um ihre Integration zu bemühen. Studienkollegs und sogenannte Willkommenslotsen in Betrieben können dabei helfen.

Zukunft der Arbeit

Die Digitalisierung bietet große Chancen für den Arbeitsmarkt der Zukunft. Erleben kann man das zum Beispiel im bayerischen Dingolfing. Im Automobilbau arbeiten Mensch und Maschine Hand in Hand – ein großer Schritt in Richtung Industrie 4.0. Zudem können Mitarbeiterinnen und Mitarbeiter in vielen

Unternehmen von flexiblen Arbeitszeitmodellen im Job-Alltag profitieren.

Lieblingsplatz im GrünenGrüne Berufe haben Zukunft. Ausbildungsberufe im landwirtschaftlichen Bereich bieten jungen Menschen abwechslungsreiche Tätigkeiten. Die Traktorfahrt in den Sonnenuntergang und die Arbeit in

der Natur sind für Tobias Schulz etwas ganz Besonderes - er hat sich bewusst für eine Ausbildung zum Landwirt entschieden.

Reise nach Berlin zu gewinnen

Auch in dieser "Deutschland aktuell"-Ausgabe gibt es ein Preisrätsel, und mit etwas Glück kann man eine Reise zu zweit nach Berlin am zweiten Adventswochenende im Dezember gewinnen. Dazu den Coupon

auf der Rückseite des Hefts mit der richtigen Antwort auf eine Postkarte kleben und einsenden. Oder das Lösungswort online übermitteln. Einsendeschluss ist der 31. Oktober 2016. Pib 22

 

 

 

Statistisches Bundesamt. Jedes fünfte in Deutschland geborene Kind hat ausländische Mutter

 

Etwa 20 Prozent aller Neugeborenen Babys hatten im vergangenen Jahr eine ausländische Mutter. Die meisten Mütter waren türkische und polnische Staatsbürger. Das teilt das Statistisches Bundesamt mit.

Rund 20 Prozent der 2015 in Deutschland geborenen Babys haben eine ausländische Mutter. Wie das Statistische Bundesamt am Mittwoch in Wiesbaden mitteilte, kamen im vergangenen insgesamt 738.000 Kinder auf die Welt. Etwa 590.000 haben eine deutsche Mutter, rund 148.000 eine Mutter mit ausländischer Staatsangehörigkeit. Zwischen 1996 und 2014 lag der Anteil der Neugeborenen mit nichtdeutscher Mutter stabil bei 17 bis 18 Prozent.

Den Angaben zufolge stieg die Zahl der Geburten im Vergleich zum Jahr 2014 insgesamt um 22.650. Dazu trugen vor allem Frauen mit ausländischer Staatsangehörigkeit bei (plus 17.280) bei.

Türkinnen unter Ausländern vorn

Der Geburtenanstieg des Jahres 2015 unterscheidet sich damit deutlich von dem des Vorjahres, wie die Statistiker ausführten. 2014 wurden rund 33.000 Kinder mehr als im Vorjahr geboren. Zu dieser Geburtenzunahme hatten mit 22.000 Babys in erster Linie Frauen mit deutscher Staatsangehörigkeit beigetragen.

Die meisten ausländischen Mütter sind Türkinnen: Etwa 21.600 im vergangenen Jahr geborene Babys wurden von Frauen mit türkischem Pass geboren. Auf Platz zwei folgen polnische Mütter, die 10.800 Babys in Deutschland zur Welt brachten. Besonders stark war der Anstieg neugeborener Kinder von Syrerinnen, deren Zahl sich von 2.300 auf 4.800 mehr als verdoppelte. (epd/mig 22)

 

 

 

 

Arbeitsmarkt im September. Arbeitskräfte gesucht - weniger Arbeitslose

 

Der Arbeitsmarkt in Deutschland ist weiterhin in guter Verfassung, so Bundesarbeitsministerin Nahles bei der Vorstellung des September-Berichts der BA. Die Unternehmen suchen unverändert stark nach neuen Mitarbeitern. Mit dem einsetzenden Herbst hat sich die Arbeitslosigkeit deutlich verringert.

 

43,74 Millionen Erwerbstätige hat das Statistische Bundesamt im August erfasst. Das sind 506.000 mehr als vor einem Jahr und 15.000 mehr als im August. 31,24 Millionen Erwerbstätige waren im Juli sozialversicherungspflichtig beschäftigt – ebenfalls fast 500.000 mehr als im September 2015. Das meldete die Bundesagentur für Arbeit (BA).

"Der Arbeitsmarkt startet stabil in den Herbst", kommentierte Bundesarbeitsministerin Andrea Nahles die Zahlen. Alles in allem zeige sich der deutsche Arbeitsmarkt weiterhin in guter Verfassung. Das seien gute Vorzeichen für die Herbstbelebung, aber auch für die Integration der zu uns Geflüchteten

in Beschäftigung.

Höchststand bei offenen Stellen

Die Unternehmen suchen weiter nach neuen Mitarbeitern. Die Nachfrage nach Arbeitskräften bleibt hoch, die Zahl der offenen Stellen steigt – diese Entwicklung ist auch über die Sommermonate hinweg nicht abgerissen. 687.000 offene Arbeitsstellen waren  im September gemeldet – ein neuer Höchststand. Das sind 87.000 mehr als im Vorjahr und noch einmal 6.000 mehr als im August.

Im zweiten Quartal 2016 wurden insgesamt 985.000 Stellen auf dem ersten Arbeitsmarkt angeboten – ein Plus von fast 100.000 Stellen gegenüber dem Vorjahr. Das ergaben die Betriebsbefragungen des Instituts für Arbeitsmarkt- und Berufsforschung (IAB). Die meisten offenen Stellen sind sofort

besetzbar.

Arbeitslosigkeit gesunken

Rund 2,61 Millionen Arbeitslose hatten sich im September bei der BA gemeldet - 77.000 weniger als im August. Die Arbeitslosenquote ging damit auf 5,9 Prozent zurück (August: 6,1 Prozent). Im September 2015 waren es noch 100.000 Arbeitslose mehr.

Das Risiko, durch den Verlust der Beschäftigung arbeitslos zu werden, gehe auf niedrigem Niveau weiter zurück, schreibt die BA in ihrem Monatsbericht. Auch kämen viele junge und zuvor arbeitslose Menschen in Ausbildung, wie nach Ende der Ferien- und Urlaubszeit üblich, sagte Nahles. In der Grundsicherung für Arbeitsuchende (Arbeitslosengeld II) waren 1,82 Millionen Menschen arbeitslos

gemeldet, 89.000 weniger als vor einem Jahr.

Migration und Flucht auf dem Arbeitsmarkt

Migration und Flucht wirken sich auf beiden Seiten des Arbeitsmarkts aus: Immer mehr europäische Zuwanderer und Flüchtlinge finden und suchen in Deutschland Arbeit. Im Vergleich zum Vorjahr waren im Juli 231.000 mehr Zuwanderer (+13 Prozent) sozialversicherungspflichtig beschäftigt.

Demgegenüber nahm die Arbeitslosigkeit von Zuwanderern im September um 90.000 (+28 Prozent) zu. Die Meldung bei der Arbeitsverwaltung ist der erste Schritt zur Integration in Arbeit. "Mehr Menschen – auch Flüchtlinge – werden in arbeitsmarktpolitischen Maßnahmen gefördert, um ihnen einen Start ins Arbeitsleben zu ermöglichen", so Nahles.

Sprach- und Integrationskurse bereiten vor

Im September wurden 367.000 Flüchtlinge als Arbeitsuchende von Arbeitsagenturen und Jobcentern betreut, darunter 157.000 Arbeitslose. Im Vergleich zum August sind das 21.000 mehr Arbeitsuchende und 4.000 mehr Arbeitslose.

Nicht alle stehen dem Arbeitsmarkt bereits zur Verfügung. Viele besuchen zum Beispiel Sprach- oder Integrationskurse und machen Praktika. Zudem gibt es die Möglichkeit, in gemeinnützigen Arbeitsgelegenheiten erste Erfahrungen zu sammeln.

"Es lohnt unser aller Anstrengung, an die Qualifikationen dieser Menschen anzuknüpfen, sie weiterzuentwickeln und Ihnen so Chancen zu verschaffen, möglichst schnell und dauerhaft auf eigenen Beinen zu stehen", betonte die Ministerin. Die Maßnahmen und Regelungen der Bundesregierung würden

dazu beitragen, die Integration der Flüchtlinge in den Arbeit und Ausbildung zu erleichtern. Pib 29

 

 

 

 

 

Cinema! Italia! in Hessen

 

Cinema! Italia! geht bereits zum 19. Mal mit sechs Filmen auf Tournee durch Deutschland. Die Auswahl der Filme reicht von der Komödie bis zum Drama, von Produktionen bekannter Regisseure bis zum Newcomer, und eben diese gelungene Mischung ermöglicht dem Zuschauer einen spannenden Einblick in die Gegenwart und die Geschichte Italiens, in die Kultur und die mediterrane Lebensart.

 

Gezeigt werden „Latin Lover“ (Regie: Cristina Comencini), „Lea“ (Regie: Marco Tullio Giordana), „Tu nichts Böses“ (Regie: Claudio Caligari), „Aus Liebe zu euch“ (Regie: Giuseppe Gaudino), „Um Himmels willen“ (Regie: Edoardo Falcone) und „Der Stoff der Träume“ (Regie: Gianfranco Cabiddu). Alle Filme werden in der italienischen Originalfassung mit deutschen Untertiteln gezeigt.

 

In Zusammenarbeit mit Kairosfilm und Made in Italy, Rom. Weitere Informationen unter www.cinema-italia.net.

 

Daten und Orte:

27.10.-02.11.2016: Caligari Filmbühne, Marktplatz 9, Wiesbaden;

10.-16.11.2016: Programmkino Rex, Wilhelminenstraße 9, Darmstadt;

17.-23.11.2016: Kino Traumstern, Giessener Straße 15, Lich;

24.-30.11.2016 Filmladen, Goethestraße 31, Kassel;

25.11.-04.12.2016: Deutsches Filmmuseum, Schaumainkai 41, Frankfurt am Main. dip

 

 

 

Potenzial nicht ausgeschöpft

 

Knapp 5.000 Menschen leisten Bundesfreiwilligendienst in Flüchtlingshilfe

Der Bundesfreiwilligendienst mit Bezug zur Flüchtlingshilfe kommt nur schleppend voran. Eine große Gruppe von Flüchtlingen hat keinen Zugang zum Dienst. Hinzu kommt: der Freiwilligendienst ist bei Jobcentern und Flüchtlingen relativ unbekannt.

Rund 5.000 Menschen leisten derzeit einen Bundesfreiwilligendienst mit Bezug zur Flüchtlingshilfe. Fast jeder dritte von ihnen ist selbst als Flüchtling nach Deutschland gekommen, wie eine Sprecherin des Bundesamts für Familie und zivilgesellschaftliche Aufgaben am Mittwoch in Köln dem Evangelischen Pressedienst sagte. Die Diakonie Rheinland-Westfalen-Lippe, einer der größten Sozialverbände in Deutschland, sieht gleichwohl Probleme für Geflüchtete, die als sogenannte Bufdis arbeiten wollen: Die bürokratischen Hürden seien zu hoch und das Sonderprogramm des Bundes zu unbekannt.

Der Bund will bis 2018 jedes Jahr bis zu 10.000 zusätzliche Plätze im Bundesfreiwilligendienst (BFD) finanzieren, dafür werden bis zu 50 Millionen Euro jährlich bereitgestellt. Derzeit leisten nach Angaben des Bundesamts 4.935 Menschen einen Bundesfreiwilligendienst in der Flüchtlingshilfe – knapp die Hälfte der möglichen zusätzlichen BFD-Stellen wurde also bisher besetzt. Von den zusätzlichen Bufdis in der Flüchtlingshilfe sind 1.560 Asylberechtigte und Asylbewerber, das entspricht 32 Prozent.

Die Diakonie Rheinland-Westfalen-Lippe (RWL) warb dafür, die bürokratischen Hürden für Geflüchtete zu senken, die Interesse an dem Sonderprogramm haben. „Wir erleben leider immer wieder, dass die Aufnahme von Flüchtlingen in dieses Sonderprogramm an Fragen des Aufenthaltsrechts und der Beschäftigungserlaubnis scheitert“, kritisierte Jürgen Thor, Leiter des Zentrums Freiwilligendienste bei der Diakonie RWL. Der evangelische Sozialverband habe bisher lediglich 20 seiner rund 200 Stellen im BFD-Sonderprogramm mit Flüchtlingen besetzen können.

Viele Flcühtlinge ohne Zugang

Keinen Zugang zum Bundesfreiwilligendienst habe eine große Gruppe von Flüchtlingen, „über deren Asylantrag noch nicht entschieden wurde oder die nur einen subsidiären Status genießen und deshalb keine Arbeitserlaubnis erhalten“, sagte Thor. Ein weiteres Problem sieht er darin, dass der Freiwilligendienst mit Flüchtlingsbezug sowohl bei den Jobcentern als auch bei den Flüchtlingen selbst noch relativ unbekannt sei. Dort müsse noch stärker die Werbetrommel gerührt werden. Auch mangelnde Sprachkenntnisse seien ein Hindernis für die Aufnahme in das Sonderprogramm des Bundes.

Der Bundesfreiwilligendienst hatte Mitte 2011 den Zivildienst abgelöst. Freiwillige, die sich für soziale oder kulturelle Projekte engagieren, erhalten im BFD ein Taschengeld von rund 350 Euro und teils kostenlose Verpflegung und Unterbringung. Bewerben können sich Frauen und Männer jeden Alters.

(epd/mig 28)

 

 

 

 

Bericht im Kabinett. Deutlich mehr Integrationskurse

 

Das Integrationsgesetz zeigt erste Erfolge. Im laufenden Jahr haben mehr als 196.000 Menschen einen Integrationskurs begonnen. Das sind mehr als im gesamten Vorjahr, berichteten Bundesinnenminister de Maizière und Bundesarbeitsministerin Nahles im Kabinett.

 

Bundesinnenminister Thomas de Maizière und Bundesarbeitsministerin Andrea Nahles haben im Kabinett zum aktuellen Stand bei Integrationskursen und berufsbezogener Deutschsprachförderung berichtet. Im Mittelpunkt standen dabei die ersten Auswirkungen des Integrationsgesetzes, das in wesentlichen Teilen am 6. August 2016 in Kraft getreten ist.

Mehr Lehrkräfte, bessere Vergütung

Die Zahl der Lehrkräfte ist deutlich angestiegen. Aktuell ist seit 1. Juli ein Anstieg um 820 Lehrerinnen und Lehrer zu verzeichnen. Insgesamt stehen für die Integrationskurse nun rund 15.000 qualifizierte Lehrkräfte zur Verfügung.

Durch das Integrationsgesetz ist die Mindestvergütung für Lehrkräfte um 12 Euro auf 35 Euro pro Unterrichtseinheit angehoben worden. Auch die Erhöhung des Kostenerstattungssatzes für Träger dieser Kurse führte zu einem deutlichen Anstieg der Zahl der qualifizierten Lehrkräfte. Kursträger könnten sich durch die höhere Kostenerstattung finanzielle Spielräume verschaffen und auf

Kostenentwicklungen reagieren.

Einheitliche Vorgaben

Auf Basis des Integrationsgesetzes regelt eine Verordnung die Ausgestaltung der Integrationskurse. Die Träger der Kurse wurden verpflichtet, das Kursangebot zu veröffentlichen. Die Zahl der maximalen Teilnehmer pro Kurs wurde erhöht. An den allgemeinen Integrationskursen können nun 25 statt 20 Personen teilnehmen.

Besonderer Augenmerk wurde auch auf die Stärkung der Wertevermittlung im Orientierungskurs gelegt.

Dazu werden im Orientierungskurs weitere Lerninhalte behandelt. Die Zahl der Unterrichtseinheiten wurde von 60 auf 100 aufgestockt.

Sprache lernen

Bei der Integration steht das Erlernen der deutschen Sprache im Mittelunkt. An die Integrationskurse schließt sich die Sprachausbildung an. Die berufsbezogene Sprachförderung baut auf den Integrationskursen auf und dient dem Spracherwerb bis zum Sprachniveau C2 nach dem Gemeinsamen Europäischen Referenzrahmen für Sprachen.

Daneben werden besondere Kurse eingerichtet, wie zum Beispiel die Sprachförderung für bestimmte Berufe im Berufsanerkennungsverfahren. Außerdem werden Spezialmodule für den Spracherwerb auf vereinfachtem Sprachniveau angeboten. Damit werden die Chancen der neu zu uns gekommenen auf dem Ausbildungs- und Arbeitsmarkt deutlich verbessert. 

Das Integrationsgesetz soll dazu beitragen, die Integration der Flüchtlinge zu erleichtern: durch mehr Angebote an Integrationskursen, Ausbildungs- und Arbeitsmöglichkeiten. Gleichzeitig beschreibt es die Pflichten Asylsuchender. "Fördern und Fordern" ist der Leitgedanke des neuen Gesetzes. Pib 28

 

 

 

Steuerhinterziehung? Bundesrechnungshof überprüft Sprachkurse

 

Mehr als 200.000 Flüchtlinge haben sich im laufenden Jahr für Deutschkurse angemeldet. Ob und wie viele von ihnen an den Kursen teilgenommen haben, wurde einem MDR-Bericht zufolge nicht geprüft. Kursanbieter wurden weiter bezahlt. Mangelhaft waren nicht nur die Kontrollen, sondern auch die Vorgaben an die Kursträger.

Der Bundesrechnungshof prüft einem Bericht des MDR zufolge die von der Bundesagentur für Arbeit finanzierten Sprachkurse für Flüchtlinge. Die Kurse seien bezahlt worden, ohne dass Anbieter, Ablauf der Kurse und die tatsächlichen Teilnehmerzahlen genauer kontrolliert wurden, berichtete am Sonntag der Sender. Laut einem Sprecher des Bundesrechnungshofes sei die Bundesarbeitsagentur bereits zu einer Stellungnahme aufgefordert worden. Ob und in welcher Höhe Steuergelder verschwendet wurden, werde frühestens in einem Vierteljahr veröffentlicht.

Fehlende Kontrollen habe die Bundesagentur für Arbeit schon im vergangenen Jahr unter anderem damit begründet, dass die Anbieter bekannt seien und die Agentur den Anbietern vertraue. Ziel der Einstiegskurse waren die Vermittlung erster Deutschkenntnisse für Flüchtlinge mit guter Bleibeperspektive aus zum Beispiel Syrien, Iran, Irak oder Eritrea.

Nach Informationen des Senders haben in Thüringen etwa 60 Bildungsträger von den Bundesgeldern profitiert. Zuständig für die Auszahlung der Gelder war die Regionaldirektion Sachsen-Anhalt-Thüringen der Bundesagentur für Arbeit. Nach ihren Angaben wurden in Thüringen insgesamt 435 Einstiegskurse mit insgesamt 7.800 Teilnehmern bezahlt. Dafür seien an die Träger insgesamt rund 10,1 Millionen Euro überwiesen worden. Zur Frage, wie viele Teilnehmer tatsächlich beschult wurden, konnte die Regionaldirektion keine Angaben machen. Auch nicht, ob die Agentur Hinweisen auf nicht-reguläre Kurse nachgegangen sei.

Kurse ohne Vorgaben und von Jedermann

Sprachexperten zeigen sich laut MDR außerdem entsetzt über die Vorgaben zu den Kursen. Weder zu den Modulinhalten, noch zum Aufbau oder zu den Lehrmaterialien gibt es von Seiten der Arbeitsagentur Vorgaben.

Praktisch schrankenlos ist auch die Auswahl der Kursträger Nicht nur zertifizierte Träger können Sprachkurse für Flüchtlinge anbieten, sondern praktisch Jedermann – Fahrschulen, Dekra, das Rote Kreuz. Claus Altmayer, Sprachwissenschaftler an der Universität Leipzig, bemängelt, die Herangehensweise. „Man hat hier den Eindruck, dass man auf Seiten der Bundesregierung der Meinung ist: Sprachunterricht, das kann doch jeder“, so der Sprachwissenschaftler. (epd/mig 27)

 

 

 

 

Ausschreibung Deutsch-Italienischer Übersetzerpreis

 

Die Beauftragte der Bundesregierung für Kultur und Medien und das Auswärtige Amt loben erneut den mit 10.000 € dotierten Deutsch-Italienischen Preis für literarische Übersetzung aus. Die Verleihung des Preises für die beste Übersetzung aus dem Italienischen ins Deutsche der Jahre 2015 und 2016 erfolgt im Juni 2017 in Berlin durch die Beauftragte der Bundesregierung für Kultur und Medien, Staatsministerin Monika Grütters. Bewerbungen können ab sofort bis zum 30. November 2016 von Verlagen im deutschsprachigen Raum eingereicht werden. Erwünscht sind Übersetzungen der Bereiche belletristische Prosa, erzählendes Sachbuch und Lyrik. Die Wettbewerbsbeiträge sind in 8-facher Ausführung (Übersetzung ins Deutsche) und als pdf-Datei (italienische Originalversion) zu Händen von Thorsten Dönges an das LCB zu senden.

Für Rückfragen steht Ihnen Thorsten Dönges (doenges@lcb.de) zur Verfügung.

mehr unter: www.deutsch-italienischer-uebersetzerpreis.de.