WEBGIORNALE  27  GIUGNO – 10 LUGLIO   2016

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Brexit. Londra ci lascia, l’Ue continua?  1

2.       Ha vinto Brexit, Gran Bretagna fuori da Ue. Renzi a Berlino dalla Merkel 1

3.       Terremoto in Europa  2

4.       Brexit. L’Unione paga le scelte dei governi 2

5.       Il rancore degli esclusi e la politica che abdica  2

6.       XXIV giugno 2016, una data memorabile per chi crede nell'Europa dei Popoli e si impegna alla sua ricostruzione  3

7.       Prodi: “Decisivo il vertice di Berlino l’Ue può rinascere o fallire”  3

8.       Il convegno “La rete delle comunità d'affari italiane all'estero per una nuova internazionalizzazione”  4

9.       Allarme Unhcr: "Nel 2015 oltre 65 milioni costretti alla fuga"  5

10.   Addio Frontex, l’Ue avrà una propria guardia costiera  5

11.   Nel 2015 superati i centomila espatri dall’Italia: non accadeva da quarant’anni, con una sola eccezione nel 2004  6

12.   Migranti forzati: la storia non insegna nulla? Cosa si leggerà sui libri di scuola?  6

13.   Pubblicato dall’UNHCR il rapporto annuale Global Trends sulle migrazioni forzate nel mondo  6

14.   Referendum in Italia: le ragioni del sì e del no  7

15.   Riforma Comites/Cgie, la proposta di Dino Nardi (Uim Europa) 8

16.   Festa della Repubblica a Monaco di Baviera  8

17.   L'intervento del presidente del Comites di Colonia Silvio Vallecoccia in occasione della Festa delle Repubblica  9

18.   Ad Amburgo la Festa della Repubblica italiana  9

19.   “La lunga notte dei Consolati” all’IIC di Monaco di Baviera  9

20.   A Stoccarda il primo luglio convegno delle Acli sui nuovi arrivati dall’Italia  9

21.   Manifestazioni a Monaco di Baviera e dintorni 10

22.   L’on. Garavini intervistata dalla televisione pubblica tedesca, ARD  10

23.   Ad Amburgo presentato il libro di Nando Dalla Chiesa “Le ribelli – Storie di donne che hanno sfidato la mafia per amore”  10

24.   Progetto per i nuovi arrivi a Freiburg/Brsg: sportello informativo delle Acli 11

25.   I temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia  11

26.   Collaborazione italo-tedesca in campo fieristico: costituita la società Koeln Parma Exhibitions S.r.l 12

27.   Comites di Berlino. Situazione e prospettive dell’Unione europea. Consultazione dei cittadini entro giovedì 30 giugno  12

28.   Il cinema pugliese a Berlino: un matrimonio felice  12

29.   #NoCashTrip Europe: oggi a Vaduz domani a Francoforte. Bergamo 15 giugno - Liverpool 27 giugno  13

30.   L'ambasciatore Gianni Piccato a Colonia  13

31.   Germania, ucciso dalle forze speciali l’uomo armato entrato in un cinema  13

32.   Volkswagen, assemblea infuocata. Richiamo da 1 milione di auto in Ue  14

33.   La circolare dell’on. Garavini ai democratici italiani in Europa  14

34.   La Brexit dallo storico Reform Club. Little England batte Gran Bretagna  14

35.   Vertice Nato. Gli alleati si preparano per la partita di Varsavia  15

36.   Brexit o no, “l’Ue non sarà più la stessa dopo il 23 giugno”  15

37.   Medio Oriente. Il Califfato barcolla, ma non molla  16

38.   Abitare in Italia  17

39.   Brexit. L’Europa di Spinelli contro quella della Thatcher 17

40.   La storia rottamata  17

41.   Le proposte della Migrantes sui rifugiati 18

42.   Mario Giro: “Il Migration compact non può seguire il modello turco”  18

43.   I limiti 19

44.   Pd nella bufera, minoranza dem a Renzi: "Cambiare rotta"  19

45.   Il presidente Fabio Porta sull’audizione del direttore generale del Maeci per la Promozione del Sistema Paese Vincenzo De Luca  19

46.   La fede politica che perde le radici 20

47.   Compasso d’Oro 2016 - La Farnesina promuove il design italiano nel mondo  20

48.   Nazioni Unite. Italia, corsa al seggio Onu  20

49.   Brexit, gli italiani a Londra: «Come l’isteria dopo la morte di Diana»  21

50.   La terza repubblica  21

51.   UNHCR: 1 persona su 113 costretta alla fuga nel mondo  22

52.   Unioni civili, via libera della Cassazione alla stepchild adoption  22

53.   Sanità ed emigrati: solo i nati in Italia e i pensionati hanno diritto alle cure ospedaliere gratuite, con una semplice autocertificazione  22

54.   IAI50. Nel mondo che cambia, resta prezioso  22

55.   L’unità  23

56.   Dopo la sconfitta. Renzi medita di cambiare l'Italicum   23

57.   Lo scettro ai cittadini. Cambiare l'Italicum   23

58.   V Congresso del Maie Europa. A Bucarest più di 100 delegati da 21 Paesi 24

59.   Il Documento finale del Congresso MAIE Europa  24

60.   Sicilia Mondo invita le Associazioni e la intera struttura a celebrare la Giornata Mondiale del Rifugiato  24

61.   Quale sinistra?  24

62.   Veneti nel mondo, conclusa la convention organizzata dalla Regione Veneto  25

63.   Eletto il nuovo Consiglio centrale della Dante Alighieri 25

64.   Consulta degli emiliano–romagnoli nel mondo: approvati i requisiti per aderire all’elenco regionale  25

65.   A Roma il 5 luglio la presentazione del XXV Rapporto Immigrazione di Caritas e Migrantes  25

 

 

1.       Merkel zum Brexit. EU stark genug für richtige Antworten  25

2.       Flüchtlingspolitik. Neue EU-Agentur soll Grenz- und Küstenschutz verstärken  26

3.       Flüchtlingskrise: EU will Migration mit Milliarden-Investitionen bremsen  26

4.       UNO: Mehr Flüchtlinge als je zuvor auf der Welt 26

5.       Kinderhilfsorganisation ruft zu mehr und nachhaltigerem Engagement für Kinder in Krisenländern auf 26

6.       Italien-Route. Jeder 17. Flüchtling stirbt 27

7.       Rainer Wieland nach dem Referendum: Schluss mit der Nabelschau  27

8.       Bildung ist ein Menschenrecht, auch auf der Flucht! 27

9.       EU-Flüchtlingspolitik  28

10.   Voran, nicht raus! Großbritannien sollte sich an die Spitze einer EU-Reformagenda stellen  28

11.   Weltflüchtlingstag. Streit über europäische Flüchtlingspolitik  28

12.   EU-Bürger haben keine Angst vor einem Brexit 29

13.   Lizenz zum Töten? Durch Technologietransfer droht eine weltweite Waffenschwemme. 29

14.   Zwölf Regierungsabkommen bei den 4. Deutsch-Chinesischen Regierungskonsultationen unterzeichnet 30

15.   Mit Terroristen reden?  30

16.   Stellungnahme zum Kopftuchverbot. Unternehmerische Freiheit ist kein Grundrecht 31

17.   Europäischer Gerichtshof. Kindergeld darf an Aufenthaltsrecht gekoppelt werden  31

18.   Österreichs Bundeskanzler in Berlin. Für faire Verteilung in der Flüchtlingskrise  31

19.   „Hälfte der Türkeistämmigen fühlt sich nicht anerkannt“  32

20.   Museum zeigt Migration. Flucht ist die älteste Maßnahme gegen Armut 32

21.   Studie- Hälfte der Türkeistämmigen fühlt als Bürger zweiter Klasse  33

22.   Enge Verflechtungen auch in der Zivilgesellschaft. Deutschland – Türkei 33

23.   Die Junge Wirtschaft bietet Flüchtlingen kontinuierlich neue Perspektiven  33

24.   Studie. Fremdenangst am stärksten in Regionen mit wenigen Migranten  33

25.   Migration stärkt langfristig die Wirtschaft 34

26.   Demonstration. Über 40.000 bei Menschenketten gegen Rassismus  34

27.   Die Reichweite des Mindestlohns wurde unterschätzt 34

28.   Studie: Abgasskandal als Chance für Elektromobilität 35

29.   "Quotenschwarzer". Rassismus entsteht in deinem Kopf 35

30.   Altersarmut statt Altersvorsorge: Was läuft falsch, und welche Reformen sind für ein zukunftsfähiges Rentensystem nötig?  35

31.   Arbeitsmarktforscher. Integrationsgesetz ist kein Meilenstein  35

32.   Versicherung neu denken: Generali Vitality geht an den Start 36

33.   Evaluation des Bundesprogramms "Sprach-Kitas: Weil Sprache der Schlüssel zur Welt ist"  36

 

 

 

Brexit. Londra ci lascia, l’Ue continua?

 

Tanto tuonò che piovve. L’irresponsabile azzardo di David Cameron di proporre un referendum sulla permanenza della Gran Bretagna nell’Unione europea, Ue, è clamorosamente fallito. A nulla è valso il patetico tentativo di rinegoziare un nuovo accordo fra Regno Unito e Ue alla vigilia della campagna referendaria.

 

Ora, scontato un periodo di ovvia tempesta sui mercati finanziari e in attesa di aprire la procedura di abbandono prevista dall’art. 50 del Trattato di Lisbona, la palla torna nel campo di un’Unione a 27. Che fare?

 

Ue sempre meno attraente

Tutto ciò avviene in uno dei periodi più cupi della storia dell’integrazione europea. L’Unione europea è visibilmente bloccata. Non si riesce a concludere l’Unione bancaria, la riforma del regolamento Dublino 2 sull’immigrazione è di là a venire, non vi è traccia di una comune lotta contro il terrorismo.

 

Anche l’ordinaria attività legislativa di Bruxelles è in vistoso calo. Dopo Londra tutti guardano adesso alle elezioni di domenica nell’ingovernabile Spagna e, con lo sguardo un po’ più lungo, all’esito del referendum costituzionale in Italia, ma soprattutto agli appuntamenti elettorali del prossimo anno in Francia e Germania.

 

L’Ue sembra davvero non vivere più di vita propria, ma delle vicende interne dei singoli stati membri. Il che non è certo una novità, ma sottolinea ancora una volta il fatto che il progetto europeo, malgrado l’Euro, Schengen e il Trattato di Lisbona, non ha fatto altro che sopravvivere agli eventi interni ai propri partner, dalla Grecia alla Gran Bretagna, dall’Austria alla Polonia.

 

Il governo dell’Unione si dedica essenzialmente ad una funzione di “crisis management” ed a farlo non è in primis la Commissione, ma il Consiglio europeo con le sue regole consensuali dettate però dalla leadership, per quanto “riluttante”, di Berlino.

 

Per di più la vicenda inglese, ma non solo essa, ha chiaramente evidenziato la sempre minore “attractiveness” dell’Ue nei confronti non solo dei paesi esterni, ma addirittura dei membri che ne fanno già parte.

 

Il tempo degli allargamenti è fatalmente passato. Oggi il tema centrale è semmai quello del “restringimento” a gruppi più limitati di paesi o addirittura ad un “core group” che decida di muoversi con maggiore decisione e velocità per completare alcune delle politiche e iniziative che nella sua interezza l’Ue non è più in grado di prendere.

 

Questa problematica non è davvero nuova ed essa valeva sia che a Londra prevalessero i “remain” o i “leave”. Ma quella della differenziazione, a parte l’Euro e la traballante Schengen, è una strada molto complicata da perseguire: le attuali regole previste dal Trattato di fatto scoraggiano il ricorso alle cooperazioni rafforzate, anche se le differenziazioni stanno poi nei fatti come bene ci illustrano le resistenze all’accoglimento delle quote di rifugiati.

 

Va poi tenuto presente che una forte iniziativa verso una maggiore integrazione porterà inevitabilmente ad accrescere le differenziazioni all’interno dell’Ue. Il che porrà nuovamente il tema del “governo” di questa varietà di gruppi. Tuttavia è anche abbastanza chiaro che lo status quo istituzionale non potrà fare altro che portare alla frammentazione e al collasso dell’intero edificio.

 

Quindi la ripresa di un percorso dinamico verso gradi maggiori di integrazione si impone con urgenza. Non è davvero pensabile che la Germania e la stessa Francia possano starsene ferme, come hanno fatto fino ad oggi per evitare accuse di eccessiva interferenza nella campagna referendaria inglese, dopo che il risultato inglese è stato acquisito. Gianni Bonvicini, AffInt 24

 

 

 

 

Ha vinto Brexit, Gran Bretagna fuori da Ue. Renzi a Berlino dalla Merkel

 

La Gran Bretagna uscirà dall'Unione Europea: la Brexit ha vinto al referendum con il 51,9% dei voti. Per il 'Remain', a quanto emerge dai risultati definitivi, si è espresso il 48,1% degli elettori britannici. Le schede conteggiate, ha dichiarato il presidente della Commissione elettorale britannica Jenny Watson, sono state 33.577.342: a favore dell'uscita dall'Ue hanno votato 17.410.742 cittadini britannici, mentre contro 16.141.241. L'affluenza alle urne è stata del 72,2%.

LE DIMISSIONI DI CAMERON - Dopo la vittoria della Brexit, il premier britannico David Cameron , in una dichiarazione da Downing Street, ha annunciato le dimissioni: "Penso che il Paese abbia bisogno di un nuovo leader". Ed il nuovo primo ministro sarà eletto "in ottobre", al congresso del Partito conservatore. Cameron ha anche chiarito che sarà "il nuovo primo ministro a condurre i negoziati" per l'uscita dall'Ue.

JOHNSON: "VOTO GIUSTO" - Il voto è stato "giusto e inevitabile", ha commentatol 'ex sindaco di Londra Boris Johnson, uomo simbolo del Leave, spiegando che è diritto del popolo eleggere persone che prendono decisioni importanti nella loro vita. "Hanno deciso di votare per riprendere il controllo". Johnson ha definito Cameron un "uomo coraggioso e di principio", ringraziandolo per il referendum ed elogiando il suo "conservatorismo compassionevole".

FARAGE ESULTA - Esulta invece Nigel Farage, leader del Partito indipendentista Ukip, che ha commentato: "Ci siamo ripresi il Paese, questa è una vittoria della gente vera, della gente normale, della gente dignitosa". Il leader laburista britannico Jeremy Corbyn ha dichiarato: "Chiaramente ci sono davanti a noi giorni difficili". Per Corbyn la Brexit sarebbe la conseguenza di "tagli alla spesa e del distacco economico di molte comunità".

BORSE NEL PANICO- La Brexit ha creato il panico nelle Borse e ha fatto crollare la sterlina, che nel corso dello spoglio che man mano dava in vantaggio il 'leave' dall'Unione europea, è arrivata a perdere il 10% sul dollaro, raggiungendo quota 1,33, il valore più basso degli ultimi 30 anni. La Banca d'Inghilterra in una nota ufficiale, diffusa in seguito al risultato del referendum, assicura: "Prenderemo tutte le misure necessarie per garantire la stabilità monetaria e finanziaria". Bank of England è pronta a sostenere l'economia nazionale con oltre 250 miliardi di sterline (344 miliardi di dollari).

RIUNIONE UE - Intanto, il presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk annuncia: "Ho proposto ai leader dell'Ue un incontro informale dei 27 a margine del Consiglio Europeo (del 28-29 giugno, ndr). E ho anche proposto ai leader di iniziare riflessioni più ampie sul futuro dell'Ue". "Non ci sarà alcun vuoto giuridico. Finché il Regno Unito - spiega - non lascerà formalmente l'Ue, le leggi Ue continueranno ad applicarsi al Regno Unito e nel Regno Unito, in termini sia di diritti che di doveri".

VERTICE A BERLINO - La cancelliera tedesca Angela Merkel, il presidente francese Francois Hollande, il premier italiano Matteo Renzi e il presidente dell'Ue Donald Tusk si riuniranno lunedì a Berlino, in anticipo sul vertice Ue del giorno successivo.

MERKEL: "COLPO PER L'EUROPA" -La cancelliera tedesca ha dichiarato: "Non si può evitare di dirlo. E' un colpo per l'Europa". "Cosa accadrà nei prossimi giorni, mesi, anni dipenderà da cosa noi, i rimanenti 27 paesi, saremo in grado e vorremo fare", ha aggiunto respingendo le accuse di chi sostiene che la sua politica di apertura ai migranti abbia favorito la decisione dei cittadini britannici di votare a favore dell'uscita dall'Unione europea: "Non mi assumo questa responsabilità".

RISCHIO EFFETTO DOMINO - Ora si teme un effetto a catena negli altri Paesi dell'Ue. "Evviva il coraggio dei liberi cittadini! Cuore, testa e orgoglio battono bugie, minacce e ricatti. Grazie Uk, ora tocca a noi. #Brexit", scrive Matteo Salvini in un tweet.

Mentre la leader della destra francese Marine Le Pen sottolinea sempre su Twitter: "Bisogna adesso fare lo stesso referendum in Francia ed in altri Paesi europei".

Per il copresidente del partito euroscettico tedesco 'Alternativa per la Germania' (Afd), anche ai tedeschi dovrebbe essere permesso di votare sulla propria adesione all'Ue. "Loro hanno scelto, noi no - ha scritto su Facebook Joerg Meuthen, che guida il partito insieme a Frauke Petry - Referendum! E' ora di cambiare".

Esulta Geert Wilders, il leader euroscettico olandese. "Urrà per i britannici - scrive su Twitter - Adesso è il nostro turno, è il momento di un referendum in Olanda". E poi, sul suo sito web, scandisce: "Vogliamo essere noi i responsabili del nostro Paese, dei nostro soldi, dei nostri confini e della nostra politica migratoria. Se diventerò primo ministro, ci sarà un referendum in Olanda sull'uscita dalla Ue. Lasciate decidere agli olandesi".

Secondo il presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz però la decisione della Gran Bretagna di lasciare l'Ue non innescherà decisioni simili in altri Stati membri. "Non ci sarà alcuna reazione a catena - ha detto Schulz alla tv pubblica tedesca Zdf - non credo che altri Paesi saranno incoraggiati a percorrere questa strada pericolosa".

Una scelta "dolorosa" ma che "rispetta". Così si è espresso il presidente francese François Hollande: "Il voto britannico mette in difficoltà l'Unione europea. Bisogna prendere conscienza delle sue insufficienze - ha dichiarato - La Francia continuerà a lavorare con questo paese amico, i nostri rapporti stretti saranno preservati", ma per l'Ue, "è necessaria una reazione, l'Unione deve riaffermare i propri valori, libertà, solidarietà, pace".

Hollande ha quindi assicurato la sua intenzione di "fare di tutto per farci adottare un cambiamento profondo anziché il ripiegamento” e proposto la "Francia come paese che può trainare gli altri ed essere garante del futuro del nostro continente".

Per il premier greco Alexis Tsipras, che l'anno scorso convocò un referendum sulla permanenza del suo Paese nell'euro, vincendo il suo azzardo, si tratta invece di "una sveglia per l'Europa contro i tecnocrati arroganti". Un esito che rappresenta uno "sviluppo negativo" per l'Unione, che ha invece bisogno di "una visione nuova".

"Il risultato del referendum - ha detto Tsipras - dovrebbe agire come una sveglia per i sonnambuli che camminano verso l'abisso. La parole arroganti dei tecnocrati hanno provocato rabbia nella gente. Abbiano bisogno di riforme progressiste per innalzare un muro contro l'euroscetticismo".

LE REAZIONI IN USA - "Il popolo del Regno Unito si è pronunciato, e rispettiamo la sua decisione". Così si è espresso il presidente degli Stati Uniti Barack Obama in una nota. "La speciale relazione tra Stati Uniti e Regno Unito è duratura e l'appartenenza del Regno Unito della Nato resta una pietra angolare della politica estera, di sicurezza, economica degli stati Uniti", continua la nota.

"Così anche è per la nostra relazione con l'Unione Europea - afferma Obama - che ha fatto tanto per promuovere la stabilità, stimolare la crescita economica, e favorire la diffusione di valori ed ideali democratici attraverso il continente ed aldilà di esso".

"Il Regno Unito e l'Unione Europea resteranno partner indispensabili degli Stati Uniti - conclude il presidente - anche mentre inizieranno a negoziare il loro rapporto per garantire continuità alla stabilità, sicurezza e prosperità per l'Europa, per la Gran Bretagna, il Nord Irlanda e il mondo",

Il candidato del Partito Repubblicano alle prossime elezioni presidenziali degli Stati Uniti, Donald Trump , oggi in Scozia, ha salutato così la vittoria del 'Leave': "I britannici si sono ripresi il controllo del loro Paese ".

Il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, "si aspetta" che, anche dopo la Brexit, la Gran Bretagna e l'Unione Europea continueranno ad esercitare il loro ruolo di leadership al Palazzo di Vetro. Lo ha detto il portavoce di Ban, Stephane Dujarric, definendo entrambi "partner importanti".

"Il segretario generale si aspetta che l'Ue continui a essere un partner solido per le Nazioni Unite sui temi dello sviluppo e umanitari - ha sottolineato - come sulla pace, la sicurezza e le migrazioni. Si aspetta inoltre che il Regno Unito continui ad esercitare la sua leadership in molte aree, incluso lo sviluppo. Spera veramente molto che questo continui".

Infine, Ban Ki-Moon ha espresso "fiducia nella storia di pragmatismo e senso di responsabilità della Ue", quando inizierà il negoziato per l'uscita, sottolineando infine che "quando si lavora insieme si è più forti". Adnkronos 24

 

                                                     

 

 

Terremoto in Europa                                                                                                                                

 

Ringrazio Marion Cadman, fondatrice e direttrice della English School che opera a L’Aquila dagli anni ’70, per aver pubblicato su Facebook una ben nota poesia di John Donne (1572-1531).  “No man is an island  entire of itself; every man is a piece of the continent, a part of the main, if a clod be washed away by the sea, Europe is the  less… Nessun uomo è un’isola chiusa in sé, ogni uomo è un pezzo del continente, una parte fondamentale, se una zolla fosse portata via dal mare, l’Europa diminuirebbe”. Oggi, 24 giugno 2016, uso le parole di John Donne, per dire che l’Europa è diminuita.  Nel Brexit ha vinto l’uscita dall’ Unione Europea, 48% remain-52% leave. Ha prevalso l’insularità. Cito anche, in breve, una descrizione dell’ isola, da W. Shakespeare, Riccardo II, atto II: “This royal throne of kings, this scept’red island…this precious stone set in the silver sea which serves it in the office of a wall…(Questo regale trono di re, quest’isola scettrata…questa pietra preziosa messa in un mare argenteo che gli fa da muro…) ”. Ecco, possiamo dire che oggi gli inglesi hanno innalzato un muro. Non tutti, la maggioranza.

Scendo dalla dimensione letteraria ad una più vicina a noi, a questo proposito citando il parere di un giovane aquilano che lavora nella sede di Dublino di una banca finanziaria inglese: “Lavorando da 11 anni con gruppi inglesi, non ho mai incontrato un inglese che si sentisse “europeo”. Non fanno altro che dire irlandesi “cani e pezzenti”, italiani “mafiosi e mangia soldi” e simili. Ergo, che ci stiamo a fare tutti insieme, se non siamo felici?  Infine, storicamente, gli inglesi non hanno mai sbagliato. I guai sono di chi rimane…, per noi, Portogallo, Grecia etc. cominciano i guai neri, sul serio.”

Ecco, gli inglesi non hanno mai sbagliato, fatta eccezione della guerra contro le 13 colonie americane che persero clamorosamente. L’idea che gli inglesi possano avere ragione anche questa volta avrà la conseguenza di rinforzare i partiti euro scettici, presenti dappertutto negli stati europei, che vedono la sovranità e la libertà degli stati diminuita dal potere economico e finanziario dei tecnocrati della banca centrale europea di Francoforte. Ho sentito da un commentatore in TV che questa vittoria può in qualche modo facilitare l’ascesa di Donald Trump alla Casa Bianca.

Come insegnante d’inglese mi viene in mente qualche considerazione. Ma dobbiamo ancora considerare la lingua di Sua Maestà Britannica come una lingua sovranazionale che unisce tutti gli europei superando le differenze linguistiche? Davvero sarà indispensabile che i nostri giovani vadano ancora a lavare i piatti nei ristoranti di Londra pur di imparare la lingua inglese? Davvero dobbiamo seguitare a frequentare per le scuole private d’inglese per capire i suoni madre lingua? Diminuiranno le ore di inglese nelle nostre scuole a vantaggio di altre lingue europee? Dobbiamo incominciare a studiare il tedesco? Impossibile per me, che l’ho sentito da piccola in situazioni non pacifiche. Che incubo!

Emanuela Medoro, de.it.press 24

  

 

 

 

Brexit. L’Unione paga le scelte dei governi

 

Intervista all’ex ministro degli Esteri tedesco Joscka Fischer, verde ed europeista

gli argomenti

 

«Un triste giorno per l’Europa. Però posso dirle questo: sarà difficile e complicato, ma l’Unione sopravviverà». Alla fine di una conversazione dai toni grigi e preoccupati, Joschka Fischer vuole suonare una nota di velato ottimismo della volontà. Ma l’ex ministro degli Esteri tedesco, il leader politico verde che più di ogni altro raccolse l’eredità europeista di Helmut Kohl, non nasconde che l’esito del referendum britannico avrà conseguenze politiche ed economiche gravi e durature.

Perché si è giunti alla Brexit?

«Si critica volentieri e ovunque Bruxelles e il moloch della burocrazia comunitaria, ma mai gli Stati nazionali, di cui Bruxelles è solo lo strumento per il compromesso. Dire no a Bruxelles significa dire no alla volontà di giungere a un compromesso. E questo è pericoloso. Non dobbiamo dimenticare la Storia del nostro Continente. Sotto questo aspetto è una decisione storica, in senso negativo. L’altra cosa che il voto conferma è la profonda sfiducia e repulsione nei confronti delle élites politico-economiche. È vero in Europa ed è vero negli Stati Uniti. È la conseguenza più destabilizzante della crisi che ci attanaglia dal 2008. Nel caso britannico, è la rivolta contro Westminster. Certo c’è anche un’ambiguità di fondo, che ha sempre caratterizzato l’atteggiamento della Gran Bretagna in Europa. Ma voglio evocare un terzo elemento, che emerge dal risultato: il conflitto generazionale. I baby boomers, quelli che hanno più di 50 anni, hanno votato in grande maggioranza per la Brexit, mentre i giovani si sono pronunciati per l’Europa».

E il ruolo di Cameron?

«L’ho sempre detto, ha avuto un atteggiamento di totale irresponsabilità: per mettere a tacere i suoi back-benchers conservatori euroscettici ha preso un rischio colossale per il suo Paese. È stato l’apprendista stregone sopraffatto dalle forze che ha evocato. Cameron potrebbe passare alla Storia non come il becchino dell’Europa, ma come il becchino del Regno Unito. È una prospettiva da non sottovalutare».

Che fare adesso? Ci sono quelli che dicono che con l’uscita della Gran Bretagna dalla Ue si mette fine a un equivoco durato 40 anni, ora l’Europa può andare avanti.

«Ma vuole l’Europa andare veramente avanti? Ne dubito, quando guardo alla situazione in Francia, in Germania, in Italia, in Spagna, per citare i più grandi. Non ho l’impressione che ci siano la forza e la volontà politica di uno scatto. Forse nel medio periodo, ma a breve mi pare difficile».

Una delle idee è di lanciare iniziative comuni in tema di sicurezza e difesa.

«Sono temi importanti, su cui occorre fare passi in avanti. Vedremo. Ma torno al problema più grande per l’Unione: sono i governi nazionali ad avere il potere nella Ue e non vedo al momento nessuna volontà di compromesso. Guardi l’eurozona, Draghi ha fatto miracoli ma occorrerebbe un’azione più energica, ci vuole l’Unione bancaria. Invece tutto è bloccato».

Domani si incontrano a Berlino i ministri degli Esteri dei sei Paesi fondatori, può essere una formula per il rilancio?

«Già, i sei Paesi fondatori. L’Olanda è sotto pressione, paralizzata dal ricatto dei nazionalisti. Il Belgio è spaccato. La Francia, va ricordato, votò con l’Olanda contro la Costituzione europea. Non voglio suonare pessimista, ma realista. Non si possono rincorrere i sogni. Serve un dibattito vero: perché abbiamo bisogno dell’Ue? Cosa deve e può fare? È una discussione che non può essere lasciata solo ai governi, anche se questi devono lanciarla».

Che tipo di accordi bisognerà fare con il Regno Unito? Il modello Norvegia, adesione al mercato unico e contributi al bilancio, è una strada?

«Fuori è fuori. Con Londra bisognerà trattare come con un Paese che non è membro. Buona vicinanza. Ci sono le regole del Wto. Ma questo è un problema relativo. Credo che a Bruxelles ci si renda conto che un atteggiamento morbido non porterà a nulla. Ciò che mi preoccupa è che l’Ue da questo voto subisca un’ulteriore spinta destabilizzatrice: abbiamo già molti problemi, le conseguenze politiche della Brexit ci accompagneranno per anni».

Sarà una spinta per i movimenti populistici nel resto d’Europa?

«Certo. Ed è quello che mi fa paura. Nessuno, dentro e fuori dalla Ue, oggi può dirsi soddisfatto. Tranne Putin, che non vuole un’Europa forte».

L’uscita della Gran Bretagna dalla Ue è l’espressione della volontà popolare. Come si possono convincere e riconquistare le opinioni pubbliche al bisogno d’Europa?

«È una domanda da rivolgere alle classi politiche attuali. E il dibattito di cui parlo è indispensabile. La gente oggi è convinta che tutte le responsabilità vadano rovesciate su Bruxelles. Ma non è così, sono i governi a decidere».

Alla cancelliera Merkel, leader del più forte Paese dell’Unione, incombe una responsabilità speciale? E saprà assumersela?

«Non lo so. Occorre coraggio e creatività. Ma vede qualcun altro al di fuori di lei in grado di farlo? Io no». Paolo Valentino CdS 24

 

 

 

 

Il rancore degli esclusi e la politica che abdica

 

Una clamorosa asimmetria sentimentale tra europeismo e antieuropeismo pesa sul voto - di EZIO MAURO

 

Cosa si muove nel sentimento profondo del popolo? Come se la vita fosse senza dubbi, e la vita pubblica senza sfumature, il referendum sembra costruito apposta per questi tempi radicali, radicalizzando i due corni dell'opinione pubblica nelle loro forme estreme, dove c'è spazio soltanto per essere totalmente a favore o definitivamente contro.

 

Sembra il massimo dell'espressione democratica, la parola al popolo, come la scelta tra Gesù e Barabba. E invece è l'espressione basica e universale della democrazia che cerca se stessa, quando i rappresentanti non sono in grado di elaborare una proposta politica convincente, si spogliano della loro responsabilità e delegano la scelta ai cittadini, saltando i parlamenti e i governi per raggiungere una vox populi dove fatalmente si mescola la ragione e l'istinto, l'emozione e la frustrazione, l'individuale e il collettivo. In questo senso, il pronunciamento popolare è il più ricco di contenuto e di ingredienti soggettivi. In un senso più generale, è un'altra prova di abdicazione della politica organizzata nella sua forma storica tradizionale, che oggi rinuncia ad assumersi i suoi rischi e ricorre al popolo per rincorrere in realtà il populismo che la sta mangiando a morsi e bocconi.

 

Quei due estremi oggi rivelano che la speranza britannica in un futuro capace di conciliare la storia dell'isola con la geografia del continente e con la politica dell'Occidente è minoritaria. Mentre la chiusura nella coscienza di sé, l'autocertificazione dell'orgoglio identitario e l'investimento esclusivo sul proprio destino prevalgono dirottando la politica del Paese. Tutto questo, come dicono gli istituti di ricerca, costerà caro alla Gran Bretagna e alla sua economia? Ma che importa, se è vero quel che diceva Nietzsche: "La decadenza è scegliere istintivamente ciò che è nocivo, lasciarsi sedurre da motivazioni non finalizzate". Ci sono momenti in cui l'istinto di dare una forma politica visibile alla decadenza in cui viviamo prevale su tutto, anche sulle convenienze. L'insularità storica e spirituale, orgogliosa, dei britannici è certo un elemento specifico decisivo di questa scelta. Ma il meccanismo politico e morale con cui si è costruito questo esito — l'istinto dei popoli, appunto — parla per tutti, parla per noi. Vale dunque la pena di cercare i caratteri generali di un fenomeno che è esploso a Londra, ma che sta covando come una febbre sotto la pelle di tutta l'Europa.

 

Prima di tutto sul voto ha pesato un'asimmetria sentimentale clamorosa. L'europeismo non è più un sentimento politico, in nessuno dei nostri Paesi. L'antieuropeismo è invece un risentimento robusto e potente, distribuito a piene mani dovunque. La radicalizzazione delle scelte senza mediazioni, come quella del referendum, realizza un processo alchemico strepitoso e inedito nel dopoguerra, trasformando immediatamente e definitivamente il risentimento in politica, quella politica in vincolo, quel vincolo in destino generale. Tutto ciò che un processo storico lento, prudente e tuttavia visionario ha costruito in decenni, si spezza così in una sola giornata, probabilmente per sempre. Minoritario sugli scranni del parlamento, il populismo anti-sistema e anti-istituzionale ha dunque portato a termine la sua vittoria nelle piazze, sommando le frustrazioni individuali, le separazioni e le solitudini, lo smarrimento delle comunità reali nella ricerca artificiale di una comunità di sicurezza e di rassicurazione che non è più territoriale e nazionale (nonostante lo slogan "Brexit") ma è spirituale e politica, una sorta di secessione dalla forma istituzionale organizzata che i popoli europei si erano costruiti nel lungo dopoguerra di pace, per crescere insieme cercando un futuro comune.

 

Il risentimento ha le sue ragioni, tutte visibili a occhio nudo. L'impotenza della politica prima di tutto, schiacciata dalla sproporzione tra problemi sovranazionali (la crisi, l'immigrazione, il terrorismo) e le sovranità nazionali a cui chiediamo protezione. Poi la lontananza burocratica dell'Unione Europea, che percepiamo come un'obbligazione disciplinare senza più rintracciare la legittimità di quella disciplina. Quindi il peso ingigantito delle disuguaglianze che diventano esclusioni, la nuova cifra dell'epoca. In più la sensazione tragica che la democrazia e i suoi principii valgano soltanto per i garantiti e non per i perdenti della globalizzazione. Ancora la rottura del vincolo di società che aveva fin qui unito — nelle differenze — il ricco e il povero in una sorta di comunità di destino, mentre il primo può ormai fare a meno del secondo. Infine e soprattutto il sentimento di precarietà diffusa e dominante, la mancanza di sicurezza, la scomparsa del futuro e non solo dell'avvenire, la sensazione di una perdita complessiva di controllo dei fenomeni in corso: di fronte ai quali l'individuo è solo, immerso nel moderno terrore di smarrire il filo di esperienze condivise, vale a dire ciò che gli resta della memoria, quel che sostituisce l'identità.

 

E' evidente come tutto questo favorisca un linguaggio di destra, una semplificazione demagogica, una banalizzazione antipolitica, uno sfogo nel politicamente scorretto e una via di fuga nell'estremismo, come mostrano i banchetti imbanditi coi cibi altrui da Le Pen e Salvini. In realtà, c'è uno spazio enorme per una riconquista della politica, se sapesse ritrovare una voce credibile e per la costruzione europea, se sapesse riscoprire l'ambizione di sé. Altrimenti

varrà, a partire proprio dal Brexit, la profezia di George Steiner, secondo cui l'Europa ha sempre pensato di dover morire. Mentre ormai soltanto gli immigrati vedono nella nostra terra quel che noi non sappiamo più vedere: semplicemente "una dimora, e un nome". LR 25

 

 

 

 

XXIV giugno 2016, una data memorabile per chi crede nell'Europa dei Popoli e si impegna alla sua ricostruzione

 

Una opinione contro corrente

 

Se gli attuali governanti al potere nell'UE non fossero stati sordi e ciechi di fronte alle giuste aspirazioni popolari, le vie alternative non sarebbero mancate. Purtroppo la loro arroganza ha reso indispensabile quanto hanno dovuto fare ora i cittadini britannici nella più antica democrazia europea.

Una premessa indiscutibile sia nella sostanza che nella forma se l’Unione Europea fosse una nazione e chiedesse l’ammissione … all’UE secondo le regole dei trattati da essa sottoscritti, riceverebbe un rifiuto poiché il suo attuale ordinamento è in espressa violazione degli statuti e dei principi democratici che pur tuttavia propugna … a parole.

Da giovane ero fervente sostenitore dell'idea d'una Europa Unita, avevo anche vinto un premio con un tema sull'argomento. Purtroppo l'idea originaria è stata vergognosamente tradita e la cricca oligarchica che si è impadronita del potere a Bruxelles sta conducendo l'UE alla rovina e, in quanto asservita al militarismo NATO, alla guerra. Anzi, a ben vedere in guerra ci ha già condotti, e l'Italia in questo contesto ha addirittura violato la propria Costituzione inviando soldati in Afganistan ed Irak e ora forse in Libia.

 La Commissione Europea è asservita al militarismo, alla finanza ed alle grandi multinazionali, non ha un briciolo di legittimazione democratica e in quanto alla solidarietà reciproca, gli attuali membri dell'UE fanno semplicemente… schifo: i più ferventi sostenitori dell’UE sono esattamente coloro che – come gli Stati dell’ex blocco comunista, vedono nell’UE unicamente un’occasione per avere vantaggi economici senza dover pagare alcun corrispettivo, in alcuni di essi (segnatamente la Polonia) i governanti sembrano ricalcare le orme del passato con i loro atteggiamenti autoritari ed antidemocratici.

L'espansione dell'UE persegue fini chiaramente neocolonialistici e in fondo non è che una brutta copia dell'Unione sovietica, di cui ben sappiamo la fine che meritatamente ha fatto. Che al referendum britannico a votare per l'uscita da questa combriccola mafiosa ed antidemocratica ci siano stati anche nazionalisti o altri personaggi odiosi sono perfettamente d'accordo: ma in politica come ricorda Machiavelli, i fini giustificano i mezzi: per tutti e senza eccezioni. E non è possibile scegliersi i compagni di strada con la bilancia del farmacista, pena la sconfitta. Gran parte di coloro che in Gran Bretagna  hanno votato per l'uscita erano personaggi che nessuno si augurerebbe di avere come vicini di casa: ma l'identico sentimento vale anche per la maggior parte di coloro che avrebbero voluto continuare la finzione dell'appartenenza ad un'UE, divenuta un mostro burocratico senz'anima. Se la Gran Bretagna fosse rimasta nell'UE lo avrebbe fatto unicamente ... grazie alle concessioni fatte a Camerun, un elenco di eccezioni alle regole comuni, fra cui violazioni dei diritti dei lavoratori, privilegi a non finire ecc. ecc. Questa sì sarebbe stata la vittoria dei nazionalismi e degli egoismi.

 La lezione e il meritatissimo o schiaffo morale che la vecchia Inghilterra ha dato alla prostituta UE è un fatto storico indiscutibile, è l'avvio di un lungo e difficile cammino verso il recupero della democrazia e delle sovranità nazionali per ricostruire un'Europa diversa, quella dei popoli e non quella dei banchieri, del militarismo aggressivo e delle lobbies. Sulla fine dell' attuale UE nessun vero democratico può avere il benché minimo motivo di versare una sola lacrima (che non sia di gioia), basta ricordare quante lacrime e sangue è già costato il sacrificio di tanti Paesi (Grecia, Spagna, Portogallo, Italia)  all’altare del neoliberismo e del profitto per pochi a danno delle moltitudini, giovani in testa, che sono divenuti ormai in alcune nazioni la “generazione perduta”, per non parlare dei pensionati suicidatisi, dei rifugiati annegati grazie all’immorale (e anche soltanto economicamente idiota costruzioni di muri e reticolati per tenere fuori le vittime delle guerre di cui in buona parte è responsabile esattamente la cricca attualmente al potere nelle istituzioni dell’UE.

I veri amici di una futura UE nello spirito dei suoi fondatori (Robert Schumann per ricordarne uno) dovrebbero rallegrarsi dell’esito del referendum e considerare il 24 giugno 2016 come l’alba di una probabile rinascita  dell’Europa dei Popoli, una libera confederazione  di nazioni sovrane senza la finzione antidemocratica di un governo centrale fasullo che come vediamo è unicamente una sfrontata ed imbelle marionetta al servizio di interessi altrui (sanzioni antirusse, aumento della presenza militare ai confini, regalo all’industria militare con l’aumento dei fondi stanziati per gli armamenti a scapito di quelli destinati alla cultura, alla scuola ed alla  salute pubblica).

Auguriamoci che presto altri popoli europei trovino il medesimo coraggio di quello britannico che ha saputo compiere la scelta giusta, ponendo la difesa della democrazia al di sopra dei miopi interessi di bottega, senza lasciarsi intimorire dalle minacce, dai ricatti, dalle falsità e dalle assurdità tutte che avevamo seminato i fautori dell’UE in una campagna vergognosa lanciata senza badare a spese sperando di poter continuare a strangolare la democrazia in Europa e fare i propri innominabili interessi.

Graziano Priotto, Praga / Radolfzell  (de.it.press)

 

 

 

 

Prodi: “Decisivo il vertice di Berlino l’Ue può rinascere o fallire”

 

L’ex presidente della Commissione: i cittadini odiano l’Europa “burocratizzata”

FABIO MARTINI

 

BOLOGNA - Al primo piano di via Gerusalemme 7, nella casa bolognese di Romano Prodi, telefoni e telefonini squillano senza sosta, politici, accademici e media di mezzo mondo cercano il Professore, l’ultimo presidente di Commissione di un’Europa «felice», o quantomeno proiettata sul futuro. Prodi lasciò Bruxelles alla fine del 2005, in una stagione nella quale l’Europa era in crisi di crescita, mentre oggi c’è una crisi di identità: cosa è accaduto in questi 10 anni? «Da allora ad oggi all’Europa della speranza è succeduta l’Europa della paura. Ed è intervenuto un processo di ri-nazionalizzazione. Con l’uscita di Kohl, si sono l’avvicendati leader per i quali il prevalere degli interessi nazionali non si è accompagnato con una forte visione europeista».  

 

Ma oramai le alchimie dei leader non lasciano più il segno: come spiega queste folate di opinione pubblica sempre più incontrollabili?  

«I cittadini non odiano l’Europa, odiano questa Europa, la gestione di questi anni: una politica che non capiscono, che li danneggia. Una politica che ha distrutto il ceto medio». 

 

Ma ora la palla torna ai leader: il futuro dell’Europa si decide più nel vertice a quattro di Berlino o nei giorni successivi al Consiglio europeo di tutti i capi di governo?  

«Non ci sono dubbi: nell’incontro di Berlino». 

 

Lei ci crede?  

«Lo spero. Confido che la nuova Europa possa nascere lunedì a Berlino. Sennò l’Europa finisce». 

 

Gli altri Paesi seguiranno?  

«Di solito, nei grandi passaggi politici, funziona così: l’accordo lo fanno i Paesi “guida”. L’ultima volta accadde con l’euro. Furono decisivi, anche nella fase finale, i contatti diretti tra Germania e Francia, tra Germania e Italia. Se c’è una forte regia, il Consiglio segue. Al massimo può bloccare, ma le decisioni le prendono i Paesi più forti» 

 

In queste ore i mercati ballano e lo spread sale: sarà escalation?  

«No. Tutto questo mi preoccupa fino a un certo punto, credo che le turbolenze finanziarie dureranno poco, perché non c’è una forte sostanza che possa alimentarle. Anche se lo spread in queste ore è salito non poco». 

 

Ma l’anello debole delle banche? Gli italiani potrebbero mettersi molta paura, non pensa?  

«Gli italiani - e non solo loro - è naturale che siano angosciati, ma rischiano di mettersi paura più per il tambureggiare dell’allarmismo che per motivazioni reali. Ma occorre dire a tutti quel che è vero: che esiste un piano “B”, governo e Banca d’Italia faranno bene a ripeterlo. Naturalmente occorre vigilare onde evitare che il sistema bancario entri in crisi, a quel punto rischiando di andare in pezzi». 

 

Ma se la crisi finanziaria sui mercati dovesse perdurare, non pensa che la spinta a rompere il patto di Stabilità diventerebbe una tentazione per Paesi come l’Italia? E a quel punto non si rischierebbe la rottura con la Germania?  

«In questi giorni nessuno può rischiare di rompere il patto di Stabilità. Bisogna cambiare politica, ma attenzione, io non toccherei i Trattati. Non è quella la strada. Perché occorre evitare di tornare a politiche di bilancio senza controllo. Al tempo stesso però urge una svolta. Avviando una politica economica di espansione, che cambi la direzione e la quantità della spesa». 

 

Serve una svolta anche nella governance dell’Europa?  

«E’ vero che la Commissione fa spesso cose del tutto inutili, ma sono le sole cose che le lasciano fare. È ovvio che non potendosi occupare del futuro dell’Europa, perché è passato in mano agli Stati, finisca per occuparsi anche del rosmarino». 

 

Finora la Germania ha resistito alle richieste di cambiare dottrina economica e oltretutto la Merkel ha l’appuntamento elettorale del 2017: un circolo vizioso?  

«Fino a due sere fa pensavo che quella scadenza potesse essere condizionante e dunque che nessuna decisione potesse essere presa prima di quella data. Ma a questo punto è diventato troppo rischioso aspettare. Anche per la Germania».  

 

Cameron?  

«Alla base di tutto c’è stata una sua scelta sbagliata. Il referendum ha indebolito la posizione della Gran Bretagna a Bruxelles, ha confuso gli elettori, è stato impostato da Cameron solo per interessi personali. E in questo senso, si potrebbe dire: ben gli sta». 

 

Nel 2005 Tony Blair mise il veto alla sua conferma a Bruxelles: c’erano già preannunci di un marcato euroscetticismo inglese?  

«Tra me e Blair c’erano state divergenze sulla guerra in Iraq, ma nel suo atteggiamento c’erano anche tracce euroscettiche nel senso che una Commissione forte e indipendente non piaceva a nessuno!». LS 25

 

 

 

 

Il convegno “La rete delle comunità d'affari italiane all'estero per una nuova internazionalizzazione”

 

L'iniziativa promossa dal Comitato per gli italiani nel mondo in collaborazione con Assocamerestero - Il presidente Fabio Porta: “Nostra finalità formulare indicazioni e proposte a Parlamento e Governo per migliorare la capacità competitiva del nostro sistema”

 

ROMA – Si è svolto questa mattina nella Sala della Commissione Attività Produttive della Camera dei Deputati il convegno “La rete delle comunità d'affari italiane all'estero per una nuova internazionalizzazione”, iniziativa promossa dal Comitato per gli italiani nel mondo e la promozione del Sistema Paese di Montecitorio in collaborazione con Assocamerestero – l'Associazione delle Camere di commercio italiane all'estero – per valorizzare le buone pratiche già poste in essere su questo fronte e a cui concorre anche l'ente camerale. La struttura riesce infatti a garantire una diretta conoscenza del territorio, necessaria all'avviamento di un'attività, e a stabilire una rete di contatti utili a intercettare le opportunità di investimento sia in Italia che all'estero. Una potenzialità riconosciuta dal Comitato organizzatore, come sottolineato dal presidente Fabio Porta (Pd, ripartizione America meridionale), segnalando come il dialogo intrapreso in proposito sia dovuto proprio al “riconoscimento delle Ccie quali efficaci strumenti di penetrazione economica nei mercati esteri”. L'obiettivo è quello di valorizzare il ruolo delle comunità d'affari che ruotano intorno a tali strutture camerali, offrendo uno spaccato di esperienze virtuose già maturate così da arricchire di indicazioni e suggerimenti operativi il compito svolto dal Comitato. “Vorrei chiarire – precisa Porta - che non intendiamo prefigurare una nuova sede di indirizzo e di coordinamento delle politiche di internazionalizzazione, che sono già incardinate nelle sedi istituzionali proprie e che, comunque, da questo Governo hanno ricevuto un'attenzione importante, tradottasi in impegni finanziari significativi”. La finalità è invece quella – ribadisce - “di formulare indicazioni e proposte nei confronti del Parlamento e degli organi di Governo per migliorare la capacità competitiva del nostro sistema” e “aiutare la classe dirigente e l'opinione pubblica del nostro Paese a rendersi concretamente conto delle opportunità che esistono obiettivamente nella vasta e articolata rete di riferimenti che la diaspora italiana ha costruito nel mondo, ad iniziare dalle realtà che hanno trainato la storia del secolo passato e da alcune di quelle che stanno disegnando il futuro della società internazionale”. Il presidente parla poi di “un indiscutibile ritardo da colmare” per quanto attiene la valorizzazione di questa diaspora, esigenza tanto più forte visto l'impulso che occorre dare oggi alla ripresa economica e da cogliere proprio ora che “il quadro complessivo delle politiche di internazionalizzazione sta positivamente cambiando per la decisione del Governo di destinare risorse importanti al loro sostegno e per una maggiore responsabilizzazione delle nostre ambasciate e dell'Ice nell'individuare situazioni in cui gli interventi possano rivelarsi più efficaci e produttivi”. Per Porta di tratta di un percorso positivo “a condizione – ammonisce – che l'impegno politico e finanziario in tale direzione sia costante anche negli anni a venire e che il quadro degli strumenti e delle modalità di intervento si arricchisca e articoli con riferimento ai diversi soggetti che hanno dimostrato sul campo di poter dare un concreto contributo al coinvolgimento delle forze che possono sostenere la proiezione dei nostri interessi nel mercato globale e lo scouting dei possibili investitori in ambito nazionale”. Si ricorda come l'Italia sia “il secondo Paese manifatturiero d'Europa e la nona potenza esportatrice nel mondo” e come tale successo si sia rivelato sempre più essenziale in questi anni di crisi. Ora, con l'inasprirsi della competizione globale, occorre però “coniugare linee innovative con la nostra storia e intercettare nuove tendenze di consumo e nuove opportunità di crescita per le nostre produzioni tradizionali, a partire dal made in Italy che si dimostra un richiamo forte per un crescente pubblico di italici e di coloro che amano lo stile italiano”. “Nella nuova globalizzazione – insiste Porta – un ruolo centrale può essere svolto dalle comunità di persone e di affari che, con le loro reti di relazioni, il radicamento nei contesti locali-esteri, il ruolo in istituzioni e territori di altre nazioni possono rappresentare un fattore propulsivo per una diversa politica di promozione dll'Italia nel mondo, che affianchi ed integri quella più tradizionale dell'immagine-paese, più direttamente basata su riferimenti nazionali”; una politica diversa da quella dell'approccio “uni-direzionale o gerarchico”, ma che sappia invece coniugarsi con il network  di “persone e business communities che caratterizzano la presenza italiana nel mondo”. Per questo “insistiamo sulle potenzialità che le Ccie hanno in questa rinnovata prospettiva, per il fatto – conclude Porta – di aggregare le comunità di affari italiane e locali che guardano all'Italia e di essere già da tempo organizzate come una rete non solo bilaterale, ma sempre più multilaterale, anche attraverso l'azione di supporto e orientamento di Assocamerestero”.

Di seguito l'intervento del sottosegretario agli Affari Esteri Benedetto Della Vedova, che si è soffermato prima sull'esito del referendum relativo all'uscita della Gran Bretagna dall'Unione Europea, chiarendo come, a suo giudizio, sia stato un errore avviare il processo che ha portato alla consultazione di ieri. Condivise le parole del premier inglese David Cameron sul fatto che uscire dall'Unione, così come vuole la maggioranza dei votanti, comporterà più povertà, più insicurezza e il rischio irrilevanza in un contesto geopolitico profondamente mutato in termini economici e demografici. Della Vedova si conferma dunque un europeista convinto e crede che sia necessario modificare l'Unione dall'interno, per le tante criticità emerse. “Rispetto a questo mondo che cambia l'impegno del Governo è anche quello di lavorare per l'internazionalizzazione e lo stiamo facendo con un'efficacia ed una progettualità che prima non si erano viste – segnala il sottosegretario, richiamando tra gli interventi messi in campo la cabina di regia con il Ministero dello Sviluppo economico o i road show in corso in Italia per far conoscere in particolare alle piccole e medie imprese i servizi predisposti allo scopo, come il temporary manager export, un consulente previsto per sostenere l'azienda in un percorso di internazionalizzazione. Parla di circa 50 mila pmi italiane che potrebbero cogliere le opportunità offerte dalla globalizzazione ma le cui dimensioni hanno impedito sino ad oggi di intraprendere tale percorso. “I risultati non sono immediati, ma, proprio come l'Europa – conclude Della Vedova, - si tratta di un tema decisivo per il futuro del nostro Paese, a cui il Governo sta lavorando con impegno e risorse”.

Per Assocamerestero interviene il vice presidente, Federico Donato, che ribadisce il ruolo di tali strutture, e le virtù che ad esse derivano dal loro radicamento nel territorio. “Non siamo qui per chiedere finanziamenti, ma il riconoscimento di tale ruolo – spiega Donato, precisando poi come si tratti di un sistema che sostanzialmente si autofinanzia, attraverso i servizi alle imprese (il 70% del fatturato) e le quote dei soci (che rappresentano il 20%). Il contributo pubblico si limita dunque al 10% delle risorse del sistema, che ha compiuto in questi ultimi anni – segnala il vice presidente – anche un notevole sforzo di autoriforma. “Le Ccie costituiscono il terminale ultimo che sul territorio traduce le politiche in azioni locali e lo facciamo – aggiunge Donato – non in contrapposizione con gli altri soggetti. Concorriamo ad attrarre investimenti  e ad un'azione di promozione dell'internazionalizzazione che può diventare sempre più forte”.

Coordinati dal segretario generale di Assocamerestero, Gaetano Fausto Esposito, sono intervenuti imprenditori o rappresentanti di aziende che hanno illustrato l'attività svolta, in particolare la crescita esponenziale – in termini di innovazione e giro d'affari – determinatasi dalla proiezione in contesti internazionali. Si tratta soprattutto di aziende italiane, talvolta anche molto piccole, ma molto innovative, che sono riuscite a calamitare l'attenzione di partner stranieri che hanno investito su di esse, incrementando la produzione e mantenendo una o più basi produttive in Italia. In questo modo l'investimento ha giovato non solo alla produzione nella Penisola, generando ulteriori processi di innovazione e ricerca, ma anche – rileva Esposito – allo sviluppo dei territori.

Per l'Investissement Quebec – agenzia che si occupa di attrazione degli investimenti in Canada - è intervenuto Louis Roquet, che ha anche sottolineato come i due Paesi abbiano un tessuto produttivo fatto principalmente di Pmi e come il Canada sia orientato a stimolare investimenti europei, perché più vincolati a stabilire una base in loco; per la Compugroup Medical Italia Spa – settore dell'informatizzazione medica, - l'intervento di Rino Moraglia, che ha illustrato l'attività dell'azienda e la sua esperienza; per la Fresenius Medical Care (Germania), Emanuele Gatti, che ha rimarcato il ruolo delle Ccie per l'attrazione degli investimenti in Italia; per Philips Morris, Nicolas Fogolin, che ne ha invece richiamato l'importanza anche per l'indicazione di soggetti istituzionali coinvolti nell'articolazione di contesti regolatori; Pierluigi Petrone è intervenuto per la Petrone Group (Singapore) – settore farmaceutico; Gianluca Renzini per Allfunds Bank – settore assicurativo e bancario, soffermandosi sulla necessità di intervenire in Italia per una normativa più semplice, una fiscalità più limitata, l'eliminazione dei monopoli e una maggiore diffusione della cultura finanziaria e della gestione del risparmio; Gianluca Landolina e Walter Spera per Cellnex (Spagna); Oivind Gustave Stenbold per la Valartis Gourp (Svizzera) – settore finanziario; Paolo Carbone, dell'omonima impresa presente in Brasile, ha illustrato le particolarità di quel mercato, ricordando la grande presenza in esso di oriundi italiani – quantificati in 32 milioni – e il grande appeal esercitato dal nostro Paese, anche in termini di cultura.

A rimarcare gli stretti rapporti tra rete consolare e Ccie è stato Vincenzo De Luca, direttore generale per la Promozione del Sistema Paese del Maeci, che ha ricordato come l'impegno di queste ultime sia indispensabile quando alla semplice esportazione segue un accesso diretto ai mercati, specie per l'ingresso delle pmi. “Per le piccole e medie imprese l'elemento associativo è essenziale e non va dimenticato l'effetto di trascinamento della loro presenza all'estero, effetto che coinvolge altre imprese italiane nello stesso percorso, anche nel lungo periodo – afferma De Luca, riconoscendo l'ambiente di condivisione e di esperienze maturato nelle Ccie e la loro azione di interlocuzione con le autorità locali (su questi temi il direttore generale ha appena svolto un'audizione al Comitato, vedi anche http://comunicazioneinform.it/la-farnesina-per-la-promozione-dellitalia-nel-mondo/). Del loro ruolo di complementarietà alle agenzie istituzionali che si occupano di internazionalizzazione parla anche Francesco Giacobbe (Pd), senatore eletto nella ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide, che sottolinea come tale ruolo debba essere riconosciuto e valorizzato anche in termini di risorse. Sollecitato dal parlamentare inoltre un “necessario coordinamento di risorse finanziarie e istituzionali” nell'ambito dell'internazionalizzazione, a partire da quello tra Maeci e Mise, ma allargato anche a Miur e Mibact, nella consapevolezza che la proiezione economica segue la promozione linguistica e culturale del nostro Paese. “Se riusciremo a realizzare questo coordinamento istituzionale credo che sarà possibile anche un coordinamento di risorse. Dobbiamo fare squadra – conclude Giacobbe – e le Ccie sono parte essenziale di questa squadra”.

La necessità di una politica di promozione orientata nello specifico all'Europa, in cui si dirigono il 60% delle nostre esportazioni nazionali, è stata condivisa dalla deputata Colomba Mongiello (Pd), che rileva anche la crescita del fenomeno di contraffazione di prodotti enogastronomici italiani, su cui occorre vigilare. Marco Fedi, deputato del Pd eletto nella ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide, rileva come sia nata una nuova concezione di internazionalizzazione che tiene insieme economia, innovazione, ricerca e made in Italy con la promozione di lingua e cultura, percorso che definisce “già avviato” e su cui chiede anche alle imprese di fare la loro parte. Si tratta di una concezione che richiede però “un coordinamento politico e istituzionale cui l'amministrazione si sta preparando, ma che non c'è a livello di governo, in cui le deleghe sono frammentate – afferma Fedi, evidenziando anche la necessità di migliorare la capacità di ascolto delle istanze che provengono dal territorio e aggiornare i modelli regolativi, come il sistema degli accordi bilaterali in campo fiscale, e coinvolgere i giovani in questo nuovo paradigma di presenza nel mondo. Anche Laura Garavini (Pd, ripartizione Europa) sottolinea l'importanza della rete camerale, ben inserita sul territorio, dotata di risorse umane, conoscitrice dell'Italia e del tessuto economico della comunità locale. “Si tratta – dice – di un valore aggiunto che può fare la differenza in un contesto come quello attuale in cui la globalizzazione è la normalità”. Nonostante le buone performance del nostro Paese, Garavini sottolinea il distacco ancora presente con realtà europee più dinamiche come quella tedesca e invita le Ccie a mettere a frutto il loro potenziale per l'attrazione di investimenti in Italia, oggi più credibile – sottolinea - per le riforme che sono state fatte. Tali investimenti per l'esponente democratica potrebbero giovare anche all'occupazione dei giovani italiani, considerando l'alta capacità formativa del nostro sistema scolastico. “Da parte nostra c'è l'impegno di mantenere e incrementare, ove possibile, gli impegni assunti – afferma Garavini, che invita le Ccie a continuare insieme il lavoro di sinergia. Sulla necessità di fare sistema insiste anche Francesca La Marca (Pd, ripartizione America settentrionale e centrale), che ricorda come il successo della diaspora sia dovuto alla grande capacità degli italiani di “rimboccarsi le maniche individualmente”. “Oggi le cose stanno cambiando – afferma, segnalando come i giovani italiani e italo-canadesi potrebbero essere coinvolti in esperienze in aziende nei due Paesi, per migliorare le loro competenze, e suggerendo l'organizzazione in Canada di un incontro per illustrare le opportunità di investimento in Italia. Matteo Lazzarini, rappresentante dei segretari generali delle Ccie, rileva come esse potrebbero contribuire a promuovere la partecipazione e l'assegnazione di progetti europei ad aziende del Sud Italia, che oggi sono solo 8%  di quelle nazionali, mentre Giuseppe Tripoli, segretario generale di Unioncamere, ribadisce il ruolo delle collettività italiane all'estero e degli italici nella proiezione estera del sistema Paese. Esprime apprezzamento per il lavoro condotto dal Comitato anche Eugenio Marino, responsabile per gli Italiani nel mondo del Pd, che segnala di condividere le preoccupazioni già espresse da Fedi a proposito del coordinamento governativo del settore. “L'internazionalizzazione non è solo business, ma rientra in un più vasto ambito di politica estera, che include, e non secondariamente, settori come la lingua e la cultura. Il made in Italy è anche un gusto, uno stile di vita che sino ad oggi si è affermato anche attraverso il lavoro degli imprenditori, ma in modo spontaneo, mentre ora – aggiunge Marino – avrebbe bisogno di qualcosa di più”. “Il prodotto italiano è anche il racconto che si fa dell'Italia, per questo è necessario che vi sia chi questo racconto continua a farlo – conclude l'esponente democratico, sollecitando a questo proposito una riforma del sistema televisivo che sappia tenere presente, nella programmazione rivolta verso l'estero, i target di collettività, italici e di tutti coloro che sono incuriositi o ammirano il nostro Paese.

L'intervento conclusivo è affidato ad Andrea Olivero, vice ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali, che rileva come la Brexit imponga una riflessione seria sulla globalizzazione, “che abbiamo considerato sino ad oggi un processo inarrestabile e volto a semplificare”. “Di certo oggi qualcosa cambia e il punto centrale per noi è come l'Italia sta in questo mondo globalizzato, che temo si sia compreso sin'ora solo parzialmente – afferma Olivero, evidenziando come vi sia una rappresentazione che lega il nostro Paese a “qualità, valore aggiunto, connessione con una tradizione e i territori” e come sia questa rappresentazione a dover caratterizzare la nostra presenza e identità in un mondo globalizzato. “Se non comprendiamo che su questo tema il nostro è un discorso di qualità, difficilmente faremo passi avanti, così come non ci aiuta la nostra frammentazione, una caratteristica cui cerca invece di rispondere il sistema camerale – prosegue Olivero, che si sofferma sulle strategie di proiezione internazionale delle pmi, strategie che devono fare leva – afferma – sul racconto di cosa è l'Italia. L'obiettivo è agire di concerto per penetrare stabilmente sui mercati grazie alla reputazione acquisita. “Dobbiamo lavorare con grande determinazione e in questa logica costruire quella rete che anche a livello istituzionale non è ancora efficace come dovrebbe – afferma il vice ministro, che si dice certo che “complessivamente abbiamo al nostro interno tutte le risposte per avere successo in questo processo”. Le comunità di affari possono quindi aiutare a sostituire l'export con l'internazionalizzazione, a conoscere i territori, a presentarsi uniti e “fare massa critica”, per articolare una strategia di penetrazione in linea con i valori del made in Italy. Allo stesso modo, come testimonia il successo del settore agro-alimentare, le collettività sono importanti per la costruzione e la trasmissione di quelle idea di cultura e identità italiana che sono “il traino, il biglietto da visita del prodotto italiano”, inteso in tutte le sue declinazioni produttive. Per Olivero è dunque necessario “concentrarci su questo valore aggiunto per fare passi avanti, perchè non si blocchi una buona globalizzazione che è scambio di eccellenze e di saperi – conclude. (Viviana Pansa – Inform 24)

 

 

 

Allarme Unhcr: "Nel 2015 oltre 65 milioni costretti alla fuga"

 

Nel 2015 le migrazioni forzate nel mondo hanno toccato livelli mai raggiunti in precedenza, con sofferenze umane immense: circa 65.3 milioni di persone sono state costrette alla fuga, rispetto ai 59.5 milioni di un anno prima. Per la prima volta viene superata la soglia dei 60 milioni di persone. L'allarme è nel rapporto annuale pubblicato dall’UNHCR, l’Agenzia ONU per i Rifugiati.

 

Il rapporto annuale, Global Trends dell’UNHCR, che traccia le migrazioni forzate nel mondo basandosi su dati forniti dai governi, dalle agenzie partner - incluso l’Internal Displacement Monitoring Centre - e dai rapporti dell’organizzazione stessa, è stato pubblicato nella Giornata Mondiale del Rifugiato.

Il totale di 65.3 milioni comprende 3.2 milioni di persone che erano in attesa di decisione sulla loro richiesta d’asilo in Paesi industrializzati a fine 2015 (il più alto totale mai registrato dall’UNHCR), 21.3 milioni di rifugiati nel mondo (1.8 milioni in più rispetto al 2014 e il dato più alto dall’inizio degli anni novanta), e 40.8 milioni di persone costrette a fuggire dalla propria casa ma che si trovavano ancora all’interno dei confini del loro Paese (il numero più alto mai registrato, in aumento di 2.6 milioni rispetto al 2014).

A livello globale, con una popolazione mondiale di 7.349 miliardi di persone, questi numeri significano che 1 persona su 113 è oggi un richiedente asilo, sfollato interno o rifugiato – un livello di rischio senza precedenti secondo l’UNHCR. Il numero di persone costrette alla fuga è più alto del numero di abitanti della Francia, del Regno Unito o dell’Italia.

In molte regioni del mondo le migrazioni forzate sono in aumento dalla metà degli anni novanta, in alcuni casi anche da prima, ma il tasso di incremento si è alzato negli ultimi cinque anni. Le ragioni principali sono tre: le crisi che causano grandi flussi di rifugiati durano, in media, più a lungo; è maggiore la frequenza con cui si verificano nuove situazioni drammatiche o si riacutizzano crisi già in corso (la più grave oggi è la Siria, ma negli ultimi cinque anni anche Sud Sudan, Yemen, Burundi, Ucraina, Repubblica Centrafricana); la tempestività con cui si riescono a trovare soluzioni per rifugiati e sfollati interni è andata diminuendo dalla fine della Guerra Fredda. Fino alla fine del 2005, l’UNHCR registrava circa 6 persone costrette a fuggire dalla propria casa ogni minuto. Oggi sono 24 ogni minuto.

"Sempre più persone sono costrette a fuggire a causa di guerre e persecuzioni. Questo è di per sé preoccupante, ma anche i fattori che mettono a rischio i rifugiati si stanno moltiplicando" ha dichiarato Filippo Grandi, Alto Commissario dell’ONU per i Rifugiati.

"Un numero spaventoso di rifugiati e migranti muore in mare ogni anno; sulla terraferma, le persone che fuggono dalla guerra trovano la loro strada bloccata da confini chiusi. La politica in alcuni paesi gravita sempre più verso restrizioni nell’accesso alle procedure d’asilo. Oggi viene messa alla prova la volontà dei paesi di collaborare non solo per i rifugiati ma anche per l’interesse umano collettivo, e ciò che deve davvero prevalere è lo spirito di unità".

Tra i Paesi coperti dal report Global Trends, la Siria con 4.9 milioni di rifugiati, l’Afghanistan con 2.7 milioni e la Somalia con 1.1 milioni rappresentano da soli oltre la metà dei rifugiati sotto mandato UNHCR nel mondo. Allo stesso tempo, la Colombia, con 6.9 milioni, è il paese con il più alto numero di sfollati interni, seguita dalla Siria, con 6.6 milioni, e l’Iraq, con 4.4 milioni. Lo Yemen è il paese che ha dato origine al maggior numero di nuovi sfollati interni nel 2015: 2.5 milioni di persone, il 9% della sua popolazione.

Nel 2015, gran parte dell’attenzione è stata catturata dalle difficoltà dell’Europa nella gestione del milione e oltre di rifugiati e migranti arrivati via mare nel Mediterraneo, tuttavia il rapporto mostra come la maggior parte dei rifugiati del mondo fosse altrove. L’86% dei rifugiati sotto mandato UNHCR nel 2015 erano in paesi a basso o medio reddito, in prossimità di situazioni di conflitto. Questo dato aumenta fino al 90% se vengono inclusi anche i rifugiati palestinesi che rientrano sotto il mandato dell’organizzazione sorella dell’UNHCR, l’UNRWA.

Nel mondo, la Turchia è il principale paese ospitante, con 2.5 milioni di rifugiati. Il Libano invece ospita il più alto numero di rifugiati rispetto alla popolazione nel Paese (183 rifugiati ogni 1.000 abitanti). La Repubblica Democratica del Congo ospita il maggior numero di rifugiati in relazione alla grandezza dell’economia del paese (471 rifugiati per ogni dollaro pro capite PIL, misurato a parità di potere d’acquisto).

Tra i Paesi industrializzati, il 2015 è stato anche un anno record per numero di nuove richieste d’asilo, con 2 milioni di richieste (che hanno contribuito ai 3.2 milioni di casi ancora pendenti alla fine dell’anno). La Germania ha ricevuto più richieste d’asilo di qualsiasi altro paese (441.900), un numero che riflette la prontezza e la capacità del paese nell’accoglienza delle persone fuggite verso l’Europa attraverso il mar Mediterraneo. Gli Stati Uniti rappresentano il secondo paese con il più alto numero di richieste d’asilo (172.000), in gran parte ricevute da persone che sono fuggite dalla violenza dei gruppi armati in America Centrale. Numeri significativi di richieste d’asilo sono stati registrati anche in Svezia (156.000) e in Russia (152.000).

I bambini rappresentano il 51% dei rifugiati del mondo nel 2015, secondo i dati raccolti dall’UNHCR (gli autori del rapporto non avevano a disposizione dati demografici completi). Molti di loro erano separati dai loro genitori o viaggiavano da soli, un dato che desta molta preoccupazione. In tutto ci sono state 98.400 richieste d’asilo da parte di minori non accompagnati o separati dalle loro famiglie. Questo numero, il più alto mai registrato dall’UNHCR, mostra tragicamente quanto grande sia l’impatto che le migrazioni forzate nel mondo hanno su queste giovani vite.

Se, da un lato, le migrazioni forzate hanno toccato livelli mai raggiunti prima, dall’altro poche persone sono state in grado di tornare alle loro case o hanno trovato altre soluzioni durevoli (integrazione locale nel paese d’asilo o reinsediamento in altri paesi). Nel 2015, 201.400 rifugiati hanno potuto far ritorno nei loro paesi d’origine (principalmente afghani, sudanesi e somali).

Questo dato è maggiore di quello registrato nel 2014 (126.800), ma ancora sostanzialmente basso in confronto ai picchi raggiunti agli inizi degli anni novanta. 107.100 rifugiati sono stati inseriti nei programmi di reinsediamento in 30 paesi nel 2015, ovvero lo 0.66% dei rifugiati sotto protezione dell'UNHCR (a livello comparativo, nel 2014, 26 paesi avevano ammesso 105.200 rifugiati per il reinsediamento, lo 0.73% del totale della popolazione rifugiata sotto protezione dell’UNHCR). Almeno 32.000 rifugiati sono stati naturalizzati nel corso dell’anno, la maggior parte in Canada e in misura minore in Francia, Belgio, Austria ed altri paesi.

Medio Oriente e Nord Africa: la guerra in Siria rimane la causa principale delle migrazioni forzate nel mondo e delle sofferenze ad esse connesse. Alla fine del 2015 tale conflitto ha portato almeno 4.9 milioni di persone all’esilio come rifugiati e ha dato origine a 6.6 milioni di sfollati interni - pari a circa la metà della popolazione che viveva in Siria prima della guerra.

Alla fine dell’anno, il conflitto iracheno aveva provocato l’esodo di 4.4 milioni di sfollati interni e creato quasi 250mila rifugiati. La guerra civile in Yemen, iniziata nel 2015, ha provocato 2.5 milioni di sfollati interni – un numero di nuove persone sfollate superiore rispetto a qualsiasi altro conflitto nel mondo. Considerando anche i 5.2 milioni di rifugiati palestinesi sotto il mandato dell’UNRWA, il quasi mezzo milione di libici costretti a fuggire dalle loro case pur rimanendo all’interno del paese ed una serie di situazioni minori, l’area del Medio Oriente e del Nord Africa ha registrato più migranti forzati di qualsiasi altra regione nel mondo (19.9 milioni).

Africa Sub-Sahariana: nel 2015, è stata la seconda regione con il maggior numero di migranti forzati, dopo il Medio Oriente e il Nord Africa. La prosecuzione dell’aspro conflitto in Sud Sudan nel 2015, i conflitti in Repubblica Centrafricana e in Somalia, ma anche la fuga di persone all’interno o in uscita da paesi come la Nigeria, il Burundi, il Sudan, la Repubblica Democratica del Congo, il Mozambico e altri hanno complessivamente prodotto 18.4 milioni di rifugiati e sfollati interni, secondo i dati di fine anno. Inoltre, l'Africa subsahariana accoglie circa 4.4 milioni di rifugiati - più di qualsiasi altra regione. Sei dei principali paesi d’accoglienza di rifugiati a livello globale sono africani, guidati da Etiopia, a cui seguono, in ordine, Kenya, Uganda, Repubblica Democratica del Congo e Ciad.

Asia e Pacifico: nel 2015 quasi un sesto dei rifugiati e degli sfollati interni di tutto il mondo si trovava in Asia e nel Pacifico, la terza regione per numero di migranti forzati a livello globale. Un rifugiato su sei sotto il mandato dell'UNHCR proveniva dall'Afghanistan (2.7 milioni di persone), all’interno del quale c’erano quasi 1.2 milioni di sfollati interni. Il Myanmar è stato invece il secondo paese della zona per numero di rifugiati e sfollati interni (rispettivamente 451.800 e 451.000). Il Pakistan (1.5 milioni) e la Repubblica Islamica dell'Iran (979.000) continuano ad essere tra i principali paesi d’accoglienza di rifugiati nel mondo.

Americhe: l’aumento del numero di persone in fuga dalla violenza delle bande armate in America centrale ha portato ad un incremento del 17 per cento delle migrazioni forzate nella regione. I rifugiati e i richiedenti asilo provenienti da El Salvador, Guatemala e Honduras sono ormai 109.800, la maggior parte dei quali in arrivo in Messico e negli Stati Uniti, un numero cresciuto di cinque volte negli ultimi tre anni. La Colombia continua ad avere il più alto numero di sfollati (6.9 milioni).

Europa: la situazione in Ucraina e la vicinanza dell'Europa a Siria ed Iraq, insieme all'arrivo di oltre un milione di rifugiati e migranti attraverso il Mediterraneo provenienti principalmente dai primi 10 paesi d’origine di rifugiati, hanno dominato il quadro generale delle migrazioni forzate in Europa nel 2015. I paesi europei hanno prodotto circa 593mila rifugiati - la maggior parte dei quali provenienti dall’Ucraina - ed accolto circa 4.4 milioni di rifugiati, di cui circa 2.5 milioni si trovano in Turchia.

I dati forniti da Kiev parlano di 1.6 milioni di ucraini sfollati. In base al Global Trends dell’UNHCR nel 2015 sono state presentate 441.900 richieste di asilo in Germania, dove la popolazione di rifugiati è aumentata del 46 per cento rispetto al 2014, quando le richieste erano state 316mila. Adnkronos 20

 

 

 

 

Addio Frontex, l’Ue avrà una propria guardia costiera

 

Verrà costituita a partire da settembre e arriverà ad avere mille dipendenti a tempo indeterminato entro il 2020 – di EMANUELE BONINI

 

BRUXELLES - Adesso è ufficiale: l’Unione Europea si doterà di una propria guardia costiera e di frontiera, e lo farà nei tempi e nei modi prefissati, in modo condiviso a partire da settembre. Consiglio e Parlamento Ue hanno raggiunto in sede negoziale l’accordo sul documento, e manca quindi solo il via libera degli Stati membri e dell’Aula dell’europarlamento – a questo punto formale – per chiudere l’iter legislativo prima della pausa estiva e permettere, da settembre, di passare alla fase operativa. Prima dell’autunno l’Ue inizierà dunque a costruire un nuovo e più capillare sistema di sorveglianza i confini esterni del territorio a dodici stelle, per gestire al meglio il fenomeno migratorio e garantire più sicurezza interna. «E’ la dimostrazione che l’Europa sa agire in fretta e con fermezza quando si tratta di gestire le sfide comuni», commenta un soddisfatto Jean-Claude Juncker, presidente dell’esecutivo comunitario. Sorride anche il governo dei Paesi Bassi, presidente di turno del Consiglio Ue: ottenere l’accordo con il Parlamento entro la fine del semestre, e quindi entro il 30 giugno, era l’obiettivo dichiarato dell’esecutivo di Amsterdam. 

 

La trasformazione di Frontex  

La guardia costiera e di frontiera trasformerà struttura, mandato, funzioni e competenze di Frontex, l’agenzia europea responsabile per la gestione e il controllo delle frontiere esterne dell’Ue. Di fatto viene ridisegnato l’organismo. La nuova agenzia arriverà ad avere 1.000 dipendenti a tempo indeterminato entro il 2020, più del doppio di quanti ne conta Frontex attualmente. Serviranno per costituire il centro di monitoraggio e analisi dei rischi, la vera e propria cabina di regia incaricata di controllare da una parte i flussi migratori verso l’Unione europea, e dall’altra parte analizzare i rischi interni e condurre valutazioni obbligatorie delle vulnerabilità al fine di individuare punti deboli e porvi rimedio. Il centro di valutazione dei rischi si avvarrà di funzionari di collegamento distaccati negli Stati membri per garantire una presenza sul terreno laddove le frontiere sono a rischio. Accanto a questa struttura ci sarà la squadra di risposta rapida delle guardia frontiere. 

 

Più controlli e maggiore capacità in mare  

Prevista la costituzione di una squadra di riserva rapida di guardie costiere: formata da 1.500 esperti, potrà essere dispiegata entro tre giorni dalla richiesta o bisogno di intervento. Saranno le guardie costiere nazionali a lavorare insieme, con gli Stati membri che metteranno in comune uomini e risorse sotto la direzione del centro di monitoraggio e analisi dei rischi. Numero e tipologie di imbarcazioni e risorse verrà valutato a seconda dei casi. Ad ogni modo per la prima volta la nuova Agenzia potrà procurarsi gli equipaggiamenti autonomamente attingendo da un parco messo a disposizione dai Ventotto Paesi. Inoltre i mandati dell’Agenzia europea di controllo della pesca (Efca) e dell’Agenzia europea per la sicurezza marittima (Emsa) saranno allineati a quello della nuova guardia costiera e di frontiera europea. Le tre agenzie saranno in grado di avviare operazioni di sorveglianza congiunte, ad esempio utilizzando sistemi aerei a pilotaggio remoto (droni) nel mar Mediterraneo. 

 

Diritto di intervenire  

«In caso di persistenza delle carenze o di ritardo o inadeguatezza dell’azione nazionale», qualora uno Stato membro sia sottoposto a una forte pressione migratoria che rappresenti una minaccia per lo spazio Schengen, il Consiglio – previa proposta della Commissione - potrà adottare una decisione di esecuzione per un intervento urgente a livello europeo. L’agenzia si sostituirà alle autorità marittime e portuali dello Stato in questione svolgendo le operazioni di controllo. Se lo Stato si oppone alla decisione del Consiglio, gli altri Stati membri potranno reintrodurre temporaneamente i controlli alle proprie frontiere. 

 

Rimpatri  

Sarà istituito un ufficio europeo dei rimpatri per gli immigrati irregolari. Ciò permetterà alla nuova Agenzia di dispiegare apposite squadre europee di intervento, composte da personale di scorta e di sorveglianza nonché da specialisti in materia di ritorni. Lo speciale dipartimento risponde a uno dei tre pilastri dell’agenda europea per l’immigrazione assieme ai meccanismi di redistribuzione e reinsediamento e la cooperazione con gli Stati terzi. L’ufficio garantirà un documento di viaggio europeo uniforme per i ritorni e una più ampia accettazione da parte dei paesi terzi. LS 22

 

 

 

 

Nel 2015 superati i centomila espatri dall’Italia: non accadeva da quarant’anni, con una sola eccezione nel 2004

 

Una nuova ricerca sulle migrazioni qualificate in Italia, La presentazione il 30 giugno

 

ROMA - Nel 2015 sono rimpatriati 30.052 italiani, mentre 102.259 connazionali si sono cancellati dalle anagrafi dei loro comuni per andare a stabilirsi in paesi esteri. Questo consistente esodo, che ha un precedente solo nel 2004 (102mila espatriati), ci riporta indietro di quarant’anni. Infatti, il 1974 era stato l’ultimo anno in cui gli espatri dal nostro paese avevano superato le 100mila unità, dopo che costantemente si erano superati i 200mila espatri lungo tutto il periodo del secondo Dopoguerra e dopo che nel 1961 si era raggiunta la cifra record di 387mila.

L’esodo di massa, che si pensava un ricordo d’altri tempi a fronte del fenomeno dell’immigrazione iniziato verso la metà degli anni Settanta e continuato fino ai nostri giorni, è ripreso con due caratteristiche prima assenti: nei flussi attuali sono coinvolti in prevalenza giovani italiani e in larga misura si tratta di diplomati e laureati. Ancora all’inizio del Duemila i migranti con istruzione superiore e terziaria erano un sesto del totale, mentre ora sono la metà.

Sono diversi gli interrogativi posti da questi flussi. È solo una reazione disperata di fronte all’insoddisfacente andamento occupazionale oppure anche un indicatore di una mentalità più globalizzata che porta i giovani più qualificati a investire il proprio talento là dove sono maggiori le opportunità di carriera e di retribuzione? A lungo andare questo nuovo esodo potrà rappresentare un depauperamento, oppure potrà trovare un fattore compensativo nel fenomeno inverso dell’immigrazione estera verso l’Italia? Quali sono le dimensioni finanziarie implicate in questi spostamenti e quali le linee di intervento sistemiche per favorire l’equilibrio tra entrate e uscite? È sufficiente prevedere agevolazioni per incentivare il ritorno oppure vanno attivate anche misure strutturali capaci di rendere il mercato del lavoro italiano più attrattivo per i lavoratori qualificati?

A questi e ad altri interrogativi ha cercato di rispondere il volume Le migrazioni qualificate in Italia: ricerche, statistiche, prospettive (Edizioni Idos Roma, giugno 2016, pp. 208), una ricerca dell’Istituto di Studi Politici “S. Pio V” che analizza quanto finora è stato pubblicato in materia, raccoglie i dati statistici disponibili e li utilizza per individuare le prospettive percorribili.

La pubblicazione, a cura di Benedetto Coccia e Franco Pittau che hanno coordinato il gruppo dei ricercatori, sarà presentata a Roma il 30 giugno, dalle ore 16.30 alle ore 19.00, presso l’Auditorium di via Rieti 11, da Antonio Iodice, presidente dell’Istituto di Studi Politici “S. Pio V”, insieme a rappresentanti delle strutture pubbliche, del mondo della ricerca e dell’immigrazione qualificata.

La partecipazione è libera e ai presenti sarà distribuita copia gratuita della pubblicazione. Idos 15

 

 

 

Migranti forzati: la storia non insegna nulla? Cosa si leggerà sui libri di scuola?

 

Non c'è giorno in cui in Europa non si discuta, con posizioni opposte, di migranti e migrazioni. Né un giorno senza notizie di morti in mare, campi profughi, espulsioni, conflitti e difficoltà di integrazione sui territori. Abbiamo chiesto ad un esperto: quale potrà essere il giudizio della storia? Perché la memoria storica è così corta? E perché il tema suscita contrasti e chiusure così aspre? Patrizia Caiffa

 

E’ possibile ipotizzare quale sarà il giudizio della storia sulle stragi nel Mediterraneo, sulle sofferenze dei profughi, sulla difficoltà europea di gestire il fenomeno migratorio, sulla complessità delle dinamiche di integrazione nei territori? La storia non insegna nulla?

Abbiamo girato questi interrogativi così complessi e attuali a Matteo Sanfilippo, docente di storia moderna all’Università della Tuscia ed esperto di flussi migratori (ha collaborato, tra l’altro, ai volumi della Fondazione Migrantes).

Che attenzione dà la storia ai fenomeni migratori, al tema dei rifugiati?

Nel 1947 c’erano in Italia un milione di rifugiati italiani e stranieri, tra cui moltissimi in fuga dai campi di concentramento (su una popolazione che allora era di circa 45 milioni, quindi il 2,5%), e non ne parla nessuno. E’ stato un fatto apocalittico di cui non si parla mai sui libri di storia. Poi ci sono stati gli istriani italofoni scappati dal ’47 al ’49; poi dal ’49 al ’52 le rappresaglie contro le popolazioni di origine tedesca nell’Europa dell’est, le persone scappano di nuovo in Italia. Negli anni ’70 i boat people in fuga dal Vietnam. Ogni decennio ha visto massicci arrivi di rifugiati. Ma i libri di storia non parlano di nessuno, nemmeno degli sbarchi degli anni ’90 di albanesi, jugoslavi, ecc.

E’ qualcosa di fastidioso che va cancellato.

Perché si cancella la memoria?

Perché da un lato la memoria è corta e non vogliamo ricordarci le cose brutte. Dall’altro perché la maggioranza della popolazione è contro l’immigrazione. Ricordiamo che di recente la Cei ha fatto un’inchiesta tra i frequentatori regolari della messa: solo il 52% era a favore dei rifugiati, una percentuale bassa considerando che è uno dei pochi gruppi interessati al tema. Nella società l’attenzione è nulla. La loro memoria viene cancellata perché i profughi, per l’opinione pubblica, portano problemi. Sono stato a Ventimiglia. Il vescovo ha concesso le chiese per ospitarli ma i fedeli sono risentiti perché non possono andare a messa. E’ una situazione molto complessa: noi cattolici siamo teoricamente pro-rifugiati, però ci troviamo con una parte contraria.

Oltre 10mila morti nel Mediterraneo negli ultimi tre anni non contano quanto le vittime di una guerra?

Durante una guerra le migliaia di morti non contano, contano i milioni. Di situazioni in cui muoiono migliaia di persone ce ne sono tantissime e noi purtroppo siamo in un certo senso assuefatti. Ma questo accadeva già nei tempi degli antichi greci, cioè quando è iniziata la scrittura. Quando Primo Levi tornò a piedi dal campo di Auschwitz cercò di pubblicare il suo libro “Se questo è un uomo”, raccontando le sue esperienze del campo di concentramento e poi di rifugiato in fuga: per cinque anni le case editrici non lo vollero. La risposta fu: a nessuno interessa.

L’aspetto più brutto della condizione di rifugiato è far parte di una umanità scartata. Gli altri non ti vogliono.

Quindi la storia dei conflitti conta più di quella delle migrazioni?

Degli emigranti si parla solo nel momento in cui diventano risorsa economica. Dei migranti italiani si è parlato male fino agli anni ’80 del ‘900. Poi ci si è resi conto che tra loro c’erano famosi attori e registi, allora si è cominciato a parlare della risorsa italiana all’estero. Il mondo accademico non è differente dalla società a livello di scelte culturali, politiche e religiose. Ma questo succede ovunque.

I rifugiati invece devono essere aiutati, per questo vengono visti con sospetto. Al di là dei documenti della Chiesa, è da notare che non ci sono molti interventi pubblici a favore delle migrazioni.

Non ci sarà dunque un giudizio della storia sull’incapacità dell’Europa di salvare vite umane?

Probabilmente si parlerà dell’Europa che si spacca perché non è capace di far fronte all’emergenza. Aumentano gli sbarchi e aumentano quelli che vorrebbero uscire dall’Europa. In Austria un partitino xenofobo è stato sconfitto per pochi voti. Forse sui libri di storia si parlerà di questo. Fenomeni analoghi di rifiuto del rifugiato sono in tutto il mondo. Si guarda chi arriva non come ospite ma come presenza indesiderata che sconvolge la situazione. Sono discorsi che, da un punto di vista antropologico, corrispondono purtroppo alla mentalità umana.

Non siamo più capaci di empatia e compassione?

Di fronte a tante tragedie nel mondo è scattato un meccanismo di autoprotezione psichica perché si ritengono cose lontane. L’interesse del singolo essere umano è molto limitato e concentrato sul presente, non tiene conto della storia e del futuro. Noi non vediamo mai nessun fatto in maniera oggettiva come una macchina fotografica ma attraverso tutti questi filtri culturali, economici, sociali. Più andrà male l’economia  più gli italiani diranno che già stanno male quindi non possono accogliere perché devono essere aiutati. Quando l’economia andava meglio c’erano stati più aiuti e donazioni nei confronti dei profughi dell’ex Jugoslavia o dei Paesi africani.

Come fare per trasmettere un po’ di fatti oggettivi (e umanità) alle persone?

Non è semplice spiegare i fatti come sono perché quelli che non hanno l’emergenza sotto gli occhi non la considerano. Al contrario, quelli che a Ventimiglia hanno 300 accampati sulla spiaggia non pensano che sono numeri piccoli. Anche perché è un’epoca di feroci localismi. Tutto il resto fuori non esiste. Tutti coloro che parlano e insegnano possono solo provare a far capire cosa sta succedendo. Cerco di ricordare ai miei studenti che questi fatti succedono oggi ma sono accaduti anche ieri, l’altro ieri.

La migrazione è un fatto normale che nasce dalla preistoria, non è una questione di ricchezza o povertà. Siamo un “mammifero ambulante”, poi ovviamente le guerre, la povertà e le catastrofi naturali incentivano gli spostamenti.

L’attività di testimonianza è l’unico modo di tenere viva la possibilità che qualcuno capisca. La speranza è che la coscienza si ampli e che nella politica ci sia un numero sufficiente di persone sensibile a questi temi.

L’idea di un mondo senza frontiere è un’utopia?

E’ un sogno: utopico perché non si sa nel concreto come potrebbe funzionare. Per certi versi dopo la caduta del muro di Berlino fino al 2001 c’è stato; poi è successo l’11 settembre e tutto il resto e le frontiere si sono ricompattate. Ma la storia può anche cambiare.

Appunto. Nessuno ci preserva dal rischio che prima o poi a migrare in massa potremmo essere di nuovo noi…

Certo, le direzioni cambiano a seconda di come si spostano la ricchezza e la povertà. Ad esempio non si ricorda che fino al 1600 in Italia si emigrava verso il Sud: i posti ricchi erano Napoli e la Sicilia. Milano è diventata un luogo dove tutti volevano andare solo verso la fine dell’ ‘800. Bisognerebbe vedere se noi provassimo ad emigrare massicciamente in Asia, dove sono i ricchi oggi, cosa succederebbe. I flussi cambieranno.

Ci sarà mai un giorno in cui il fenomeno potrà essere regolamentato in maniera legale?

Penso di no. Resteranno sempre dei governi che proporranno manovre di breve durata e migranti che continueranno a spostarsi. Sir 16

 

 

 

Pubblicato dall’UNHCR il rapporto annuale Global Trends sulle migrazioni forzate nel mondo

 

Nel 2015 circa 65.3 milioni di uomini donne e bambini sono stati costretti alla fuga dai  loro paesi d’origine Rispetto alla popolazione mondiale oggi 1 persona su 113 è  richiedente asilo, sfollato interno o rifugiato

 

ROMA - Nel 2015, guerra e persecuzioni hanno portato ad un significativo aumento delle migrazioni forzate nel mondo, che hanno toccato livelli mai raggiunti in precedenza e comportano sofferenze umane immense. Questo è quanto emerge dal rapporto annuale pubblicato oggi dall’UNHCR, l’Agenzia ONU per i Rifugiati.

Il rapporto annuale Global Trends dell’UNHCR, che traccia le migrazioni forzate nel mondo basandosi su dati forniti dai governi, dalle agenzie partner incluso l’Internal Displacement Monitoring Centre, e dai rapporti dell’organizzazione stessa, riporta circa 65.3 milioni di persone costrette alla fuga nel 2015, rispetto ai 59.5 milioni di un anno prima. Per la prima volta viene superata la soglia dei 60 milioni di persone.

Il totale di 65.3 milioni comprende 3.2 milioni di persone che erano in attesa di decisione sulla loro richiesta d’asilo in paesi industrializzati a fine 2015 (il più alto totale mai registrato dall’UNHCR), 21.3 milioni di rifugiati nel mondo (1.8 milioni in più rispetto al 2014 e il dato più alto dall’inizio degli anni novanta), e 40.8 milioni di persone costrette a fuggire dalla propria casa ma che si trovavano ancora all’interno dei confini del loro paese (il numero più alto mai registrato, in aumento di 2.6 milioni rispetto al 2014).

A livello globale, con una popolazione mondiale di 7.349 miliardi di persone, questi numeri significano che 1 persona su 113 è oggi un richiedente asilo, sfollato interno o rifugiato – un livello di rischio senza precedenti secondo l’UNHCR. In tutto, il numero di persone costrette alla fuga è più alto del numero di abitanti della Francia, del Regno Unito o dell’Italia.

In molte regioni del mondo le migrazioni forzate sono in aumento dalla metà degli anni novanta, in alcuni casi anche da prima, tuttavia il tasso di incremento si è alzato negli ultimi cinque anni. Le ragioni principali sono tre: le crisi che causano grandi flussi di rifugiati durano, in media, più a lungo (ad esempio, i conflitti in Somalia o Afghanistan stanno ormai entrando rispettivamente nel loro terzo e quarto decennio); è maggiore la  frequenza con cui si verificano nuove situazioni drammatiche o si riacutizzano crisi già in corso (la più grave oggi è la Siria, ma negli ultimi cinque anni anche Sud Sudan, Yemen, Burundi, Ucraina, Repubblica Centrafricana, etc.); la tempestività con cui si riescono a trovare soluzioni per rifugiati e sfollati interni è andata diminuendo dalla fine della Guerra Fredda. Fino a 10 anni fa, alla fine del 2005, l’UNHCR registrava circa 6 persone costrette a fuggire dalla propria casa ogni minuto. Oggi questo numero è salito a 24 ogni minuto, quasi il doppio della frequenza del respiro di una persona adulta.

“Sempre più persone sono costrette a fuggire a causa di guerre e persecuzioni. Questo è di per sè preoccupante, ma anche i fattori che mettono a rischio i riugiati si stanno moltiplicando,“ ha dichiarato Filippo Grandi, Alto Commissario dell’ONU per i Rifugiati. “Un numero spaventoso di rifugiati e migranti muore in mare ogni anno; sulla terraferma, le persone che fuggono dalla guerra trovano la loro strada bloccata da confini chiusi. La politica in alcuni paesi gravita sempre più verso restrizioni nell’accesso alle procedure d’asilo. Oggi viene messa alla prova la volontà dei paesi di collaborare non solo per i rifugiati ma anche per l’interesse umano collettivo, e ciò che deve davvero prevalere è lo spirito di unità.”

 3 paesi producono metà dei rifugiati del mondo…

Tra i paesi coperti dal report Global Trends, la Siria con 4.9 milioni di rifugiati, l’Afghanistan con 2.7 milioni e la Somalia con 1.1 milioni rappresentano da soli oltre la metà dei rifugiati sotto mandato UNHCR nel mondo. Allo stesso tempo, la Colombia, con 6.9 milioni, è il paese con il più alto numero di sfollati interni, seguita dalla Siria, con 6.6 milioni, e l’Iraq, con 4.4 milioni. Lo Yemen è il paese che ha dato origine al maggior numero di nuovi sfollati interni nel 2015: 2.5 milioni di persone, il 9% della sua popolazione.

 … E sono soprattutto nel Sud del mondo

Nel 2015, gran parte dell’attenzione è stata catturata dalle difficoltà dell’Europa nella gestione del milione e oltre di rifugiati e migranti arrivati via mare nel Mediterraneo, tuttavia il rapporto mostra come la maggior parte dei rifugiati del mondo fosse altrove. L’86% dei rifugiati sotto mandato UNHCR nel 2015 erano in paesi a basso o medio reddito, in prossimità di situ

azioni di conflitto. Questo dato aumenta fino al 90%  se vengono inclusi anche i rifugiati palestinesi che rientrano sotto il mandato dell’organizzazione sorella dell’UNHCR, l’UNRWA. Nel mondo, la Turchia è il principale paese ospitante, con 2.5 milioni di rifugiati. Il Libano invece ospita il più alto numero di rifugiati rispetto alla popolazione nel paese (183 rifugiati ogni 1.000 abitanti). La Repubblica Democratica del Congo ospita il maggior numero di rifugiati in relazione alla grandezza dell’economia del paese (471 rifugiati per ogni dollaro pro capite PIL, misurato a parità di potere d’acquisto).

 Aumento delle richieste d’asilo  

Tra i paesi industrializzati, il 2015 è stato anche un anno record per numero di nuove richieste d’asilo, con 2 milioni di richieste (che hanno contribuito ai 3.2 milioni di casi ancora pendenti alla fine dell’anno). La Germania ha ricevuto più richieste d’asilo di qualsiasi altro paese (441.900), un numero che riflette la prontezza e la capacità del paese nell’accoglienza delle persone fuggite verso l’Europa attraverso il mar Mediterraneo. Gli Stati Uniti rappresentano il secondo paese con il più alto numero di richieste d’asilo (172.000), in gran parte ricevute da persone che sono fuggite dalla violenza dei gruppi armati in America Centrale. Numeri significativi di richieste d’asilo sono stati registrati anche in Svezia (156.000) e in Russia (152.000).

 Circa la metà dei rifugiati del mondo sono bambini

I bambini rappresentano il 51% dei rifugiati del mondo nel 2015, secondo i dati raccolti dall’UNHCR (gli autori del rapporto non avevano a disposizione dati demografici completi). Molti di loro eraon separati dai loro genitori o viaggiavano da soli, un dato che desta molta preoccupazione. In tutto ci sono state 98.400 richieste d’asilo da parte di  minori non accompagnati o separati dalle loro famiglie. Questo numero, il più alto mai registrato dall’UNHCR, mostra tragicamente quanto grande sia l’impatto che le migrazioni forzate nel mondo hanno su queste giovani vite.

 Impossibilitati a tornare a casa

Se, da un lato, le migrazioni forzate hanno toccato livelli mai raggiunti prima, dall’altro poche persone sono state in grado di tornare alle loro case o hanno trovato altre soluzioni  durevoli (integrazione locale nel paese d’asilo o reinsediamento in altri paesi). Nel 2015, 201.400 rifugiati hanno potuto far ritorno nei loro paesi d’origine (principalmente afghani, sudanesi e somali). Questo dato è maggiore di quello registrato nel 2014 (126.800), ma ancora sostanzialmente basso in confronto ai picchi raggiunti agli inizi degli anni novanta. 107.100 rifugiati sono stati inseriti nei programmi di reinsediamento in 30 paesi nel 2015, ovvero lo 0.66% dei rifugiati sotto protezione dell’UNHCR (a livello comparativo, nel 2014, 26 paesi avevano ammesso 105.200 rifugiati per il reinsediamento, lo 0.73% del totale della popolazione rifugiata sotto protezione dell’UNHCR). Almeno 32.000 rifugiati sono stati naturalizzati nel corso dell’anno, la maggior parte in Canada e in misura minore in Francia, Belgio, Austria ed altri paesi.

 Sfollamento nel 2015, per regione (in ordine decrescente)

1.Medio Oriente e Nord Africa

La guerra in Siria rimane la causa principale delle migrazioni forzate nel mondo e delle sofferenze ad esse connesse. Alla fine del 2015 tale conflitto ha portato almeno 4.9 milioni di persone all’esilio come rifugiati e ha dato origine a 6.6 milioni di sfollati interni – pari a circa la metà della popolazione che viveva in Siria prima della guerra. Alla fine dell’anno, il conflitto iracheno aveva provocato l’esodo di 4.4 milioni di sfollati interni e creato quasi 250mila rifugiati. La guerra civile in Yemen, iniziata nel 2015, ha provocato 2.5 milioni di sfollati interni – un numero di nuove persone sfollate superiore rispetto a qualsiasi altro conflitto nel mondo. Considerando anche i 5.2 milioni di rifugiati palestinesi sotto il mandato dell’UNRWA, il quasi mezzo milione di libici costretti a fuggire dalle loro case pur rimanendo all’interno del paese ed una serie di situazioni minori, l’area del Medio Oriente e del Nord Africa ha registrato più migranti forzati di qualsiasi altra regione nel mondo (19.9 milioni).

2. Africa Sub-Sahariana

Nel 2015, l’Africa subsahariana è stata la seconda regione con il maggior numero di migranti forzati, dopo il Medio Oriente e il Nord Africa. La prosecuzione dell’aspro conflitto in Sud Sudan nel 2015, i conflitti in Repubblica Centrafricana e in Somalia, ma anche la fuga di persone all’interno o in uscita da paesi come la Nigeria, il Burundi, il Sudan, la Repubblica Democratica del Congo, il Mozambico e altri hanno complessivamente prodotto 18.4 milioni di rifugiati e sfollati interni, secondo i dati di fine anno. Inoltre, l’Africa subsahariana accoglie circa 4.4 milioni di rifugiati – più di qualsiasi altra regione. Sei dei principali paesi d’accoglienza di rifugiati a livello globale sono africani, guidati da Etiopia, a cui seguono, in ordine, Kenya, Uganda, Repubblica Democratica del Congo e Ciad.

3. Asia e Pacifico

Nel 2015 quasi un sesto dei rifugiati e degli sfollati interni di tutto il mondo si trovava in Asia e nel Pacifico, la terza regione per numero di migranti forzati a livello globale. Un rifugiato su sei sotto il mandato dell’UNHCR proveniva dall’Afghanistan (2.7 milioni di persone), all’interno del quale c’erano quasi 1.2 milioni di sfollati interni. Il Myanmar è stato invece il secondo paese della zona per numero di rifugiati e sfollati interni (rispettivamente 451.800 e 451.000). Il Pakistan (1.5 milioni) e la Repubblica Islamica dell’Iran (979.000) continuano ad essere tra i principali paesi d’accoglienza di rifugiati nel mondo.

 4. Americhe

L’aumento del numero di persone in fuga dalla violenza delle bande armate in America centrale ha portato ad un incremento complessivo del 17 per cento delle migrazioni forzate nella regione. I rifugiati e i richiedenti asilo provenienti da El Salvador, Guatemala e Honduras sono ormai 109.800, la maggior parte dei quali in arrivo in Messico e negli Stati Uniti, un numero cresciuto di cinque volte negli ultimi tre anni. La Colombia, con una situazione di crisi di lunga durata, continua ad essere il paese del mondo con il più alto numero di sfollati interni (6.9 milioni).

5. Europa

La situazione in Ucraina e la vicinanza dell’Europa a Siria ed Iraq, insieme all’arrivo di oltre un milione di rifugiati e migranti attraverso il Mediterraneo provenienti principalmente dai primi 10 paesi d’origine di rifugiati, hanno dominato il quadro generale delle migrazioni forzate in Europa nel 2015. Complessivamente, i paesi europei hanno prodotto circa 593mila rifugiati – la maggior parte dei quali provenienti dall’Ucraina – ed accolto circa 4.4 milioni di rifugiati, di cui circa 2.5 milioni si trovano in Turchia. I dati forniti dal governo dell’Ucraina parlano di 1.6 milioni di ucraini sfollati. In base al Global Trends dell’UNHCR nel 2015 sono state presentate 441.900 richieste di asilo in Germania, dove la popolazione di rifugiati è aumentata del 46 per cento rispetto al 2014, quando le richieste erano state 316mila. (Inform 20)

 

 

 

 

Referendum in Italia: le ragioni del sì e del no

 

Inaccettabile bocciare o approvare la riforma del Senato per opinioni personali. Meglio votare con coscienza e conoscenza

 

  Mancano ancora alcuni mesi prima della chiamata alle urne per accettare o rifiutare le modifiche alla Costituzione, approvate il 12 aprile scorso, tendenti ad annullare quel bicameralismo perfetto che allunga i tempi legislativi ed a dare più poteri al Capo del Governo. Varianti grazie alle quali, secondo il testo presentato da Maria Elena Boschi, Ministro delle Riforme, Palazzo Madama non potrà più votare la fiducia ai Governi in carica né approvare le leggi, compito che spetta, in teoria, solo ai Deputati. Riforma che aveva suscitato molte polemiche e che, non essendo stata approvata con la maggioranza parlamentare dei due terzi dei membri di ciascuna Camera, ha reso necessario il referendum. Che si terrà ad ottobre.

  Toccherà, quindi, agli Italiani decidere se accettarla o rifiutarla. La scelta va fatta a ragion veduta, non per i motivi politici o ideologici tendenti a contrastare l’attuale Premier, Matteo Renzi. Da molti, compresi alcuni esponenti del Pd, non apprezzato, a torto o a ragione, tanto da optare per il “no” solo per farlo dimettere, come lui ha promesso in caso di rigetto. Decisione discutibile, in quanto dettata solo dall’antagonismo politico, non dalla validità o meno della riforma. Che, invece, deve essere giudicata con raziocinio. Valutazione essenziale ma non facile, per la lunghezza e la difficoltà di comprensione della legge.

  E’ vero che, secondo l’avvocata Anna Falcone, specializzata in Diritto costituzionale, ha notevoli positività, tra le quali quella di fortificare il Capo del Governo, contrariamente a quanto previsto dalla Costituzione elaborata nel 1948, dopo la caduta del fascismo. Tuttavia presenta alcune rilevanti inidoneità. Validità ed inefficienze che è opportuno conoscere ed analizzare, Prima di votare  sarà opportuno valutare validità ed inefficienze, onde dare un giudizio consapevole su una riforma così importante di cui si parla da molti anni, non limitandosi a rifiutarla solo per antipatia ed insofferenza nei confronti dell’attuale Premier. Motivo, questo, che mi spinge a parlarne ora.

   Per la Falcone, la ragione principale per cui è meglio votare “sì” risiede nel fatto che “I Governi saranno più forti”, quindi potranno decidere ed amministrare il Paese più velocemente di oggi. Il che non è da poco. Come, del resto, permetterà di fare l’addio all’attuale “bicameralismo perfetto” dal quale dipendono i ritardi e le ostilità oggi in atto. Al che si aggiunge il fatto che solo i Deputati potranno concedere la fiducia al Premier, abbreviando così i tempi procedurali. Senza contare che il mandato non sarà ripetibile e che, con la riduzione da 315 a 95 Senatori (oltre, ovviamente i Senatori a vita), diminuiranno notevolmente i costi.

  Non solo: gli inviati a Palazzo Madama dai Consigli regionali e dai Sindaci non riceveranno nessuna indennità, il che farà ridurre di oltre 50 milioni di euro l’anno la spesa statale. Nella riforma è prevista anche una limitazione del ricorso ai decreti legge dei quali quasi tutti i Capi di Governo hanno abusato, giustificandoli con la necessità ed urgenza dei provvedimenti. Inoltre, le materie strategiche - tra le quali i trasporti e l’energia - saranno di competenza dello Stato, in quanto le Regioni, alle quali prima spettavano, non hanno sempre svolto al meglio la loro funzione. Ne conseguirebbe una notevole riduzione del contenzioso Stato-Regioni davanti alla Corte costituzionale, aumentato dopo la riforma del Titolo V varata nel 2001, e relativi costi.

  Notevoli pure i motivi che spingerebbero al “no”, elencati dalla Falcone. Non sarà superato il bicameralismo, dato che il Senato legifererà ancora su molte materie, tra cui le leggi di bilancio. Senza contare che non sono stati eliminati gli aerei dei quali si servono i Parlamentari per recarsi a Roma dai loro luoghi di residenza; né ridotti i 630 Deputati. Non solo: per chiedere un referendum abrogativo occorreranno 800 mila firme, 300 in più di quelle attuali. Aumento previsto anche per presentare una legge d’iniziativa popolare: si passa da 50 mila a 150 mila adesioni. Inoltre, con l’abolizione delle materie concorrenti tra Stato e Regioni aumenteranno i ricorsi tra Capo del Governo e Presidenti regionali. E, vista la complessità del procedimento legislativo, si amplierà anche il contenzioso tra Camera e Senato.

  Dunque, se la riforma sarà approvata, si avrà un Potere esecutivo che può governare senza aprire la strada ad alcuna deriva autoritaria, come previsto nel ’48, quando si temette che il Paese potesse ritornare ad una dittatura dei comunisti che s’ispiravano all’URSS. Ed una democrazia che permetterà ai cittadini di parteciparvi maggiormente. Ma non mancheranno nuovi problemi. Che sono da soppesare e valutare, con prudenza e logica, non per fare un dispetto a Renzi. 

  Egidio Todeschini, de.it.press

 

 

 

Riforma Comites/Cgie, la proposta di Dino Nardi (Uim Europa)

 

ZURIGO – Dino Nardi, coordinatore europeo della Uim-Unione Italiani nel Mondo accoglie “con favore l’iniziativa del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero, appena insediatosi, di arrivare ad una proposta condivisa di nuova rappresentanza degli italiani all’estero che “parta dal basso” - come ha tenuto a sottolineare il segretario generale Michele Schiavone a margine del primo Comitato di Presidenza del CGIE”.

Ed è anche sulla base della propria esperienza vissuta prima nell’associazionismo italiano quindi nei Comites e nello stesso CGIE che Nardi ha elaborato “una proposta di riforma dell’attuale rappresentanza (Comites/Cgie) che potrà aggiungersi a tante altre proposte per arricchire ulteriormente la discussione già avviata nel mondo dell’associazionismo italiano, nei Comites e nello stesso Consiglio Generale”.

Di seguito la proposta di riforma della rappresentanza degli italiani all’estero avanzata dal coordinatore Uim in Europa Dino Nardi (uimeuropa@bluewin.ch).

“Premessa:

1) Il finanziamento dello Stato italiano per la rappresentanza degli italiani all’estero (Comites e Cgie) si è ridotto enormemente negli ultimi anni tanto che non permette più il normale svolgimento dell’attività dello stesso Cgie secondo i dettami della relativa legge.

2) La rappresentanza politica degli italiani all’estero con la legge 27 dicembre 2001, n. 459 “Norme per l0esercizio del diritto di voto dei cittadini italiani residenti all’estero” è ormai ai massimi livelli con i parlamentari eletti nella Circoscrizione Estero.

3) Il web ed internet hanno reso possibile, oggi, una comunicazione mondiale inimmaginabile fino a pochi anni orsono.

Partendo da questa premessa necessita rivedere radicalmente l’attuale rappresentanza delle comunità italiane all’estero cercando di renderla più semplice e finanziariamente meno onerosa senza, peraltro, ridurne l’efficacia secondo il seguente schema impostato essenzialmente sui Comites eletti a suffragio universale.

La proposta:

Comites

InterComites di Paese che elegge un suo Presidente

InterComites di Continente (Africa, Asia, Oceania, Nord America, America Latina, Europa) composto dai Presidenti degli InterComites di ciascun Paese di un determinato Continente, a sua volta, elegge un suo Presidente. Questo InterComites di Continente si riunisce una volta all’anno ed ai cui lavori partecipano i Consiglieri Sociali delle Ambasciate dei Paesi interessati, il Direttore della DGIE del MAECI e gli eletti nella Ripartizione della Circoscrizione Estero al quale appartiene il Continente.

Ad ogni inizio della legislatura viene convocata a Roma, da parte della Presidenza del Consiglio, una Assemblea Generale degli Italiani all’Estero (AGIE) per una disamina complessiva della situazione in cui si trovano le comunità italiane all’estero e per programmare eventuali iniziative legislative/amministrative a favore degli italiani all’estero.

L’Ufficio di Presidenza dell’AGIE è composto dai Presidenti degli InterComites di Continente (8) elegge al suo interno un Presidente e si riunisce presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri ogni sei mesi.

L’ AGIE è così composta:

- I Presidenti degli InterComites di Paese;

- Il Presidente del Consiglio dei Ministri;

- I ministri delle Amministrazioni interessate (Maeci - Istruzione - Lavoro - Finanze);

- I Presidenti delle Commissioni parlamentari interessate agli italiani all’estero;

- I Parlamentari della Circoscrizione Estero;

- I Presidenti delle Regioni italiane e dell’ ANCI;

- I Presidenti dei Patronati presenti all’estero;

- I Presidenti delle Associazioni nazionali italiane presenti all’estero.

Naturalmente per questa nuova rappresentanza degli italiani all’estero - impostata sui Comites / InterComites di Paese / InterComites di Continente / AGIE - si applicano gli stessi artt. 1, 2, 3 della Legge 6 novembre 1989, n. 368 che ha istituito il Consiglio Generale degli Italiani all’estero”. (Inform 22)

 

 

 

  

   

Festa della Repubblica a Monaco di Baviera

 

MONACO DI BAVIERA - Veramente riuscito il ricevimento dello scorso 2 giugno, offerto in occasione della Festa della Repubblica dal Console Generale d'Italia in Baviera, Ministro Plenipotenziario, Dr. Renato Cianfarani e Signora. Ricevimento che quest'anno ha rivestito un'importanza particolare trattandosi del 70° Anniversario della Fondazione della Repubblica, come – a cominciare dallo stesso Console Generale  –  hanno tenuto a sottolineare gli oratori che si sono succeduti sul palco del teatro della Künstlerhaus, dove hanno avuto luogo i festeggiamenti. Ad accogliere gli invitati in cima allo scalone d'ingresso il ministro Cianfarani e la gentile Signora Florinda, con il Console Onorario di Norimberga, Dr. G. Kreuzer, coadiuvati dal Viceconsole Dr. E. A. Ricciardi e dalla Dr.ssa E. Rustia.

La serata, iniziata alle 18:30 e moderata da M. Chincarini, ha preso il via con l'esecuzione dell'Inno Nazionale Tedesco e dell'Inno degli Italiani, da parte dell'Orchestra A. Casella della Società dei Concerti München e.V., diretta da Annunziata De Paola.

Subito dopo l'esecuzione degli Inni cantati a fior di labbra da molti degli astanti, ha preso la parola il Console Generale Dr. R. Cianfarani, che ha iniziato il suo discorso salutando  le autorità e gli ospiti presenti dichiarandosi  particolarmente compiaciuto nel poter accogliere gli intervenuti nel 70° Anniversario della Fondazione della Repubblica, cominciando con il Capo della Cancelleria del Governo Bavarese, Ministro per gli Affari Federali e per Compiti Straordinari, Dr. M. Huber e i parlamentari presenti.  Segno tangibile degli stretti rapporti, commerciali, sociali, culturali e scientifici, che legano l'Italia alla Germania, l'Italia alla Baviera.  Specificando anche che l'Italia  – a livello europeo  –  è il secondo partner commerciale della Baviera: "Italien braucht Bayern und Bayern braucht Italien". E ha accennato alle comuni strategie in atto per ciò che riguarda l'attuale massiccio arrivo di immigrati. Commentando poi la famosa affermazione che “München die nördlichst gelegene italienische Stadt sei”, ha ricordato, che, realtà, tante altre bellissime città della Baviera possono fregiarsi di questo titolo. 

Il Console Generale  non ha mancato di accennare pure alla recente visita del Presidente dei Ministri Horst Seehofer e del Ministro Huber a Trieste durante la sua ultima missione in Croazia. E non dimenticando di parlare anche delle importanti riforme in atto in Italia e – non da ultimo – delle missioni umanitarie in venti Paesi in cui sono impegnati ben quattromila militari italiani. Il Ministro ha indirizzato pure un saluto di benvenuto  al Console Onorario di Norimberga, Dr. G. Kreuzer,  ai Sindaci di alcune città e così pure alle autorità statali e comunali presenti, tra cui: funzionari  di polizia, statali e comunali, ufficiali e militari presenti. Altri saluti li ha rivolti ai rappresentanti delle Chiese: Ortodossa, Evangelica e Cattolica. Il Ministro ha dato pure il benvenuto anche a tutti i colleghi del Corpo Consolare e agli altri Corpi Consolari presenti  e ad alcuni suoi stretti collaboratori presenti.

Continuando il suo intervento il Console Generale ha salutato poi gli ospiti italiani, rappresentanti di una comunità di ben centomila anime, anch'esse segno tangibile della vicinanza tra l'Italia e la Baviera,  non solo geografica, ma anche umana culturale. Tra di essi la Presidente del Comites di Monaco di Baviera, Dr.ssa D. Di Benedetto e i membri dei Comitati di Monaco e di Norimberga e continuando con i Corrispondenti Consolari, i Presidenti delle Associazioni degli Italiani e i loro membri. Altri saluti li ha rivolti pure ai rappresentanti degli Enti Gestori e dei Patronati e a tutti i concittadini che vivono ed operano in Baviera.

Il Dr. Cianfarani ha continuato poi il suo intervento, rinnovando il suo augurio a tutti i cittadini italiani  in occasione della Festa della Repubblica nel suo 70° Anno dalla Fondazione. Non mancando di ringraziare i generosi sponsor della serata e l'orchestra che ha rallegrato in modo particolare il ricevimento con le sue magistrali esecuzioni.

Nel suo intervento il Ministro ha parlato più volte dei forti legami che – da sempre – legano la Baviera all'Italia e della comunità di italiani che si distinguono in molti importanti settori: dall'economia alla medicina, dalla ricerca alla cultura. Quindi ha ringraziato i numerosi ospiti che affollavano la sala per l'attenzione dimostrata, augurando un buon proseguimento della serata

Subito dopo un magnifico intermezzo musicale di F. Mendelssohn Bertholdy, ha preso la parola il Ministro Dr. M. Huber, che, nel suo breve intervento, dopo i saluti a tutti gli intervenuti, anche da parte del Governo Bavarese, ha riaffermato puntualmente quanto già esposto dal Console Generale, formulando, prima di augurare – a sua volta – un buon proseguimento della serata, le sue più vive congratulazioni all'Italia e agli Italiani per il 70° Anniversario di Fondazione della Repubblica.

Successivamente, dopo l'esecuzione di un magnifico brano di Vivaldi, è stata la volta della Dr.ssa Daniela di Benedetto, Presidente del Comites di Monaco di Baviera. Nel suo intervento in tedesco, tenuto anche a nome della sua omologa di Norimberga, dopo il saluto agli ospiti, la Presidente ha accennato, tra l'altro, agli eventi che hanno portato alla fondazione della Repubblica e al recente discorso del Presidente della Rapubblica Sergio Mattarella in occasione delle commemorazioni per il Centenario della Prima Guerra Mondiale:  "Der Frieden und nicht der Krieg hat uns Wachstum und Stabilität geschenkt, Öffnung und Brücken dienen al Schutz der Freiheit und der Demokratie und nicht Stilllegung oder Absperrung". E continuando nel suo discorso in italiano ha ribadito che: "Libertà è Democrazia. Libertà è Partecipazione, Democrazia è Partecipazione. Partecipazione è Integrazione. Democrazia è quando partecipano tutti.  E quel 2 giugno 1946 tutti parteciparono, per la prima volta. Quel giorno votarono per la prima volta anche le donne italiane!". E terminando con l'invito a tutti i connazionali ad esercitare il proprio diritto di voto in occasione del prossimo referendum a 70 anni da quello che ci portato la Repubblica.

Infine, dopo un altro magnifico intermezzo verdiano e la proclamazione dei vincitori di una tombola, ha avuto inizio un sobrio ma variegato buffet, che si è protratto fino alle 21:00 circa. Buffet, nel corso del quale i numerosi convenuti  hanno avuto modo di fare la conoscenza di altri ospiti presenti o di incontrarsi  con amici, colleghi e conoscenti.

Tra gli ospiti, alcuni funzionari del Consolato, tra cui: il Dr. A. Tondi e Consorte e il Dr. Todisco e Consorte, alcuni sacerdoti operanti in Baviera tra cui  Mons. G. Parolin. il Generale Fiorito e Consorte e altri Ufficiali; il Presidente delle ACLI Baviera, Comm. C. Macaluso e Consorte;  il Corrispondente Consolare per il Circondario Kempten e Vicepresidente Vicario delle ACLI Baviera, Dr. F. A. Grasso; i Corrispondenti Consolari: Comm.  A. Tortorici e Consorte, il Signor Bassi e l'ing. P. Benini e Consorte; alcuni membri dei Comites tra cui l'Ins. Silvana Sciacca, che, in qualità di Presidente della Commissione Accoglienza del Comites sabato, 4 giugno, ha organizzato un importante incontro ad Ingolstadt, il Signor C. Sciacca; il regista A. Melazzini; la Dr.ssa N. Mattarei della Caritas;  la Dr.ssa Patrizia Mazzardi, direttore della Scuola Bilingue Leonardo da Vinci; il Comm. V. Cena dell'Associazione delle Famiglie Italiane di Augsburg Oberhausen; A. Masciavé del Comitato Consultivo degli Stranieri di Monaco di Baviera; l'immancabile Gruppo degli Alpini, tra cui il Viceconsole Dr. Ricciardi e altri due cari amici, tra cui l'intramontabile Renato Ghellere,  e tanti, tanti altri ancora... Fernando A. Grasso

 

 

 

 

L'intervento del presidente del Comites di Colonia Silvio Vallecoccia in occasione della Festa delle Repubblica

 

COLONIA - Qui di seguito l'intervento del presidente del Comites di Colonia Silvio Vallecoccia in occasione della Festa delle Repubblica, celebrata presso il Consolato Generale d’Italia il 3 giugno 2016 con le autorità consolari, alcune autorità locali e la cittadinanza.

Vorrei iniziare questo breve intervento con due storie di due cittadine italiane che, in un primo momento, possono sembrare contraddittorie.

La prima è quella di Francesca Marina, nata il 3 maggio, a poche ore di distanza dalla principessa britannica Charlotte Elizabeth Diana di Cambridge. A diffondere l’immagine della piccola, poche ore dopo il parto, è stata la Marina Militare italiana. Francesca è infatti nata a bordo della nave Bettica durante un’operazione di salvataggio durante la quale sono stati soccorsi altri 870 migranti. Tra loro c’è la mamma Stephanie (25 anni), fuggita dalla Nigeria. Quando la donna viene raggiunta dai militari italiani ha le contrazioni, sta per partorire. Dopo otto ore di travaglio, raccontano i medici a bordo della Bettica, dà alla luce Francesca. “Una splendida bambina di 3 kg”. La neonata viene messa in una culla di fortuna costruita dai marinai. “Anche lei è una Royal Baby”, dicono i marinai. E la bambina diventa “la principessa dei migranti”. Oggi Stephanie e Francesca vivono in un centro di accoglienza a Ragusa, insieme ad altre 13 donne. Francesca non ha purtroppo la cittadinanza italiana e non potrà chiederla fino a quando non avrà compiuto 18 anni.

La seconda è quella di Anna Sapone, 42 anni, medico gastroenterologo, che si è trasferita negli Stati Uniti nel settembre 2014. Il suo sogno era la ricerca. Ora lavora in due ospedali di Boston che fanno parte della famiglia della grande università della Ivy League. Lei è una casertana doc e ci tiene a sottolinearlo. La sua formazione universitaria è stata soprattutto italiana, alla Seconda Università di Napoli. E non ha dimenticato il suo reparto al primo Policlinico di Napoli: «I miei pazienti chiedono ancora di me e mi mancano», dice la dottoressa. Riguardo alla sua decisione di vivere negli Stati Uniti dice: «Non penso di tornare a breve in Italia. Qui il mio lavoro viene riconosciuto per il suo valore e non ho bisogno di fare quattro cose contemporaneamente per mantenermi… In Italia si sprecano troppe energie e spesso non si viene pagati per quello che si fa».

Storie apparentemente contraddittorie appunto: chi viene, chi va; l’Italia viene ritratta come una terra di “passaggio”, per alcuni approdo di speranza, per altri porto da dover lasciare (abbandonare?!) per potersi realizzare professionalmente. A noi invece piacerebbe, ovverossia piace ritrarre l’Italia come “patria”, come “madre patria”, terra da cui proveniamo, terra e popolo che ci portiamo dentro e che ci accompagnano per tutta la vita. In queste due storie, come nelle storie delle persone incontrate durante questo anno di attività Com.It.Es., emergono alcune questioni irrisolte: l’acquisizione della cittadinanza e la realizzazione di un’identità nazionale ed europea aperta, poliedrica, che non si fa imbrigliare dall’ideologia del nazionalismo; l’assenza in Italia di prospettive di lavoro contrattualmente sicure, carenza che riguarda tutte le categorie di lavoratori; la necessità di intensificare l’assistenza agli italiani all’estero: il fatto che il personale a disposizione nei consolati e ambasciate diminuisca mentre l’emigrazione italiana in Germania e nel mondo aumenti è una schizofrenia istituzionale.

Inoltre la disuguaglianza sociale, la cosiddetta forbice tra ricchi e poveri, invece di ridursi aumenta. “Ha fatto scalpore la statistica sulle 62 persone (53 uomini e 9 donne) che posseggono una ricchezza pari a quella dei 3 miliardi e 600 milioni di persone della metà più povera della popolazione mondiale” – commentava Giuseppe Galasso (16.01.2016). “Non si tratta di poco. La ricchezza di quelle 62 persone è pari a 1.760 miliardi di dollari. Una cifra che per l’enorme maggioranza degli uomini è come le misure astronomiche […]. Il fatto è che, se le vecchie classificazioni [sociali] sono diventate infungibili, altre se ne sono generate, che sono reali e forti […] Proprio sotto la veste della grande mobilità e variabilità si possono nascondere (e, a ben vedere, non sfuggono) processi selettivi e gerarchizzanti addirittura più intensi di quelli così appariscenti del passato, e per nulla labili o volatili.

Il ministro degli Esteri Gentiloni traccia nella solidarietà, nel dialogo e nel coinvolgimento la via per uscire da questa crisi italiana e europea: “in questo momento l'Europa non deve innalzare muri, deve moltiplicare i propri sforzi in direzione dell'Africa. Verrà discusso il Migration Compact proposto dall’Italia all’Unione Europea. L’idea è moltiplicare gli impegni e investimenti in paesi africani, per coinvolgere questi paesi in un’attività per ridurre i flussi migratori, controllando maggiormente l’attività dei trafficanti. Da questo incontro deve venire un impegno più forte e straordinario nei confronti dell'emigrazione (Il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni all'arrivo al Consiglio Ue in Lussemburgo).

Mutatis mutandis: bisogna anche moltiplicare gli sforzi italiani in direzione dell’unione europea e nel mondo, per accompagnare i nostri concittadini nella loro avventura migratoria.

Silvio Vallecoccia, Presidente Comites Colonia

 

 

 

Ad Amburgo la Festa della Repubblica italiana

 

All'IIC un'iniziativa dedicata a famiglie italiane e italo-tedesche organizzata dal console onorario Anton Rössner

 

AMBURGO – Si è celebrata il 5 giugno all'Istituto Italiano di Cultura di Amburgo la Festa della Repubblica italiana, con un'iniziativa organizzata per il secondo anno consecutivo dal console onorario Anton Rössner e avente per protagonisti famiglie italiane e italo-tedesche con bambini fino ai 13 anni di età.

A dare il benvenuto ai presenti la responsabile dell'IIC, Cristina Di Giorgio, cui è seguito l'intervento di Rössner che ha ricordato i 70 anni della nascita della Repubblica italiana. Egli ha inoltre consegnato l'onorificenza dell'ordine della stella d'Italia per il grado di Cavaliere alla prima ballerina dell'Hamburg Ballett, Silvia Azzoni, che ricopre il ruolo dal 2001.

Azzoni, nominata Cavaliere della Repubblica Italiana dall'ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano su proposta del presidente del Consiglio dei Ministri, Matteo Renzi, ha già ricevuto importanti riconoscimenti internazionali ed è tra le personalità più amate della comunità culturale amburghese. Eccellente esempio di italiana all'estero – si legge nella nota diffusa dall'IIC in proposito - ha sempre mantenuto un importante rapporto con l'Italia, partecipando ad eventi e manifestazioni di promozione e valorizzazione della cultura italiana all'estero. Si è esibita nei teatri di Monaco di Baviera, Londra, Mosca, San Pietroburgo, Varsavia, La Scala di Milanio, Tokio, Newe York, Vienna ed ha ottenuto il premio Benois de la Dance per la sua interpretazione di “La Sirenetta”.

All'iniziativa hanno partecipato circa 170 famiglie; protagonisti i più piccoli, per cui sono state programmate attività di ogni genere, dall'esibizione al contrabbasso di Edoardo Paradiso al coro   maschile della Jugendmusikschule, dalla performance del mago Giulio all'animazione curata da Eleonora Lambo. Per i partecipanti anche specialità italiane, pizza e gelato artigianale. (Inform 13)

 

 

 

“La lunga notte dei Consolati” all’IIC di Monaco di Baviera

 

 L’Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera è lieto di informare che giovedì 7 luglio, alle ore 19, nell’ambito de “La lunga notte dei Consolati”, avrà luogo il concerto “Gioachino Rossini, Ouvertures” con i solisti del Teatro La Fenice di Venezia, presso le Antikensammlungen (Königsplatz 1) di Monaco di Baviera. Gli organizzatori sono l’Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera e il Consolato Generale d’Italia di Monaco di Baviera.

Con ingresso a partire dalle ore 18.30. si terrà con i solisti del Teatro La Fenice di Venezia: Andrea Romani – flauto, Rossana Calvi – oboe, Simone Simonelli – clarinetto, Konstantin Becker – corno, Roberto Giaccaglia - fagotto

Ouvertures tratte da: La gazza ladra, Il signor Bruschino, Il barbiere di Siviglia

L’italiana in Algeri, Tancredi, Semiramide

Per motivi di sicurezza, i posti presso le Antikensammlungen sono limitati.

Biglietti d'ingresso gratuiti e registrazione obbligataria entro il 4.7.16 esclusivamente presso stampa.iicmonaco@esteri.it

 

Le sinfonie tratte dalle opere di Giochino Rossini (1792-1868) seguono in genere una struttura costante: all’introduzione segue un allegro in forma sonata senza sviluppo. Alla fine dell’esposizione del secondo tema segue il classico crescendo rossiniano, che si ripresenta anche nella ripresa, prima della coda conclusiva. Molte sinfonie del compositore sono state trasposte con disinvoltura da un lavoro all’altro, anche di genere diverso. In seguito Rossini si convinse che la sinfonia debba avere una maggiore coesione con quanto segue, come testimoniano i suoi ultimi lavori (Semiramide, Le siège de Corinthe, Guillaume Tell).

 

La gazza ladra, scritta per il Teatro La Scala di Milano, andò in scena nel 1817. La sinfonia, molto popolare, ha un inizio solenne, cui fanno seguito il tipico crescendo rossiniano e la stretta finale.

Il signor Bruschino è l’ultima delle cinque farse in un atto, composte per il Teatro San Moisè di Venezia nel 1813. La sinfonia è nota per il particolare effetto ottenuto dal compositore facendo battere l’archetto sui supporti metallici delle candele dei leggii. 

Il Barbiere di Siviglia, probabilmente l’opera più celebre del compositore pesarese, andata in scena a Roma nel 1816, presenta una sinfonia in forma bipartita: dopo una breve introduzione irrompe un Allegro vivace con due temi dominanti, il crescendo e una vivacissima coda.

L’italiana in Algeri, una delle opere di Rossini più rappresentate nei teatri di tutto il mondo, eseguita per la prima volta al Teatro San Benedetto di Venezia nel 1813, presenta anch’essa una sinfonia bipartita: ad un breve Andante fa seguito un Allegro brillante che termina con un crescendo carico di brio.

Tancredi, considerato tra le opere più ispirate ed equilibrate del Rossini serio, presentato per la prima volta presso il Teatro La Fenice nel 1813, ha una sinfonia composta inizialmente per l’opera buffa La pietra di paragone. Dopo un’introduzione quasi indecisa, si fa strada un Allegro gioioso.

Semiramide, che debutta al Teatro La Fenice nel 1823, è l'ultima opera che Rossini compose espressamente per i palcoscenici italiani. Presenta una delle sinfonie più ampie e significative del maestro pesarese. I temi ritorneranno anche nel corso dell’opera a sottolineare i passaggi cruciali della vicenda.

I solisti dell’orchestra del Teatro la Fenice di Venezia hanno sviluppato una speciale – e tecnicamente non semplice – trascrizione per quintetto di legni.

Per informazioni: IIC, Tel.: +49-(0)89 / 746321-28 (ore 9-14)

stampa.iicmonaco@esteri.it, www.iicmonaco.esteri.it. 

 

 

 

A Stoccarda il primo luglio convegno delle Acli sui nuovi arrivati dall’Italia

 

Le ACLI Baden-Württemberg da sempre attente agli sviluppi e avvenimenti che interessano la nostra società e comunità sia in emigrazione sia in Italia, hanno programmato un convegno su un tema di grande attualità e importanza che sta interessando la comunità italiana emigrata in Germania.

 

Il convegno dal titolo “I nuovi emigrati italiani in Germania: Chi sono? Che cosa fanno? Successi, delusioni, sfruttamento” si svolgerà venerdì 1 luglio alle ore 17,30 presso l’Hospitalhof Stuttgart – “Salon” - Büchsenstr. 33, 70174 Stuttgart

 

Dopo l’introduzione e i saluti del Presidente delle ACLI BW Giuseppe Tabbì  e  del Console Generale d’Italia Daniele Perico, la Dott.ssa Edith Pichler presenterà e analizzerà la situazione della nuova emigrazione: Sono tutti cervelli in fuga? Quanti sono e cosa fanno i nuovi immigrati? Da quali Regioni vengono? Quale possibilità d’integrazione hanno?

 

Il tema dei servizi d’accoglienza da parte delle istituzioni tedesche sarà poi trattato da Annette Martucci che ci presenterà l’esperienza del Welcome Center Stuttgart.

 

Martin Zahner della Betriebsseelsorge di Ludwigsburg ci parlerà del mondo del lavoro e della tendenza allo sfruttamento che sta caratterizzando alcuni settori del mercato del lavoro: edilizia, ristorazione, assistenza domestica.

 Duilio Zanibellato e la Dott.ssa Pichler faranno una riflessione finale. De.it.press

 

 

 

 

Manifestazioni a Monaco di Baviera e dintorni

 

* fino al 17 luglio, c/o Staatliche Antikensammlung (Königsplatz 1, München)

Sonderaustellung: "Die Etrusker. Von Villanova bis Rom"

Staatliche Antikensammlung

* fino a domenica 2 ottobre, ore 12, c/o Asamkirche Maria de Viktoria (Neubaustr. 1 1/2, Ingolstadt) Rassegna: "Orgelmatinee um Zwölf"

Ingresso libero. Il programma è disponibile all'indirizzo: www.ingolstadt.de/kultur (sotto "Konzerte & Musik", "Orgelmusik")

Organizza: Kulturamt der Stadt Ingolstadt in collaborazione con Istituto Italiano di Cultura e Sparkasse Ingolstadt

* lunedì 27 giugno, ore 19:00-20:30, c/o Bürgerhaus Neuburger Kasten, stanza 22, 2 piano (Fechtgasse 6, Ingolstadt) Corso base di tedesco per Italiani

Per informazioni e/o iscrizioni: spazio@spazioitaliaingolstadt.de o passare nell'ufficio di Spazio Italia (Bürgerhaus Alte Post, stanza A8, 1 piano)

Organizza: Spazio Italia Ingolstad

* martedì 28 giugno, ore 19:30, c/o Studienkirche (Kirchensteig 4, Passau)

nell'ambito della rassegna "64. Festspiele Europäische Wochen Passau: Reine Geschmackssache" Concerto: "Belcantissimo" con Lucia Aliberti e Vesselina Kasarova. Ingresso: € 62 | 48 | 28 | 18. Organizza: Festspiele Europäische Wochen Passau, in cooperazione con l'Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera e con il Consolato Generale d'Italia a Monaco di Baviera

* Mittwoch 29. Juni, 19.00 Uhr, c/o EineWeltHaus (Schwanthalerstr. 80, München) "AfD aufhalten!"

Vortrag und Diskussionsveranstaltung mit Robert Andreasch (a.i.d.a. e.V.)

o Entwicklung, Personal, Inhalte und Aktionen der AfD Bayern

o Ist die AfD rechtspopulistisch oder faschistisch?

o Verhältnis CSU - AfD

o Wer finanziert die AfD?

o Warum wählen Beschäftigte und Arbeitslose gegen Ihre Interessen?

Veranstalter: junge welt, Rosa Luxemburg Stiftung Bayern, Freidenker München, Caritas - Akademie der Nationen, die Linke - Kreisverband Amper

* venerdì 1 luglio, ore 18:00-20:00, c/o Gasteig, Raum 3145 (Rosenheimerstr. 5, München) Incontro italiano: "Sesta passeggiata napoletana - il rione Sanità"

A cura di Marinella Vicinanza. Ingresso: € 7,- Organizza: Münchner Volkshochschule

* domenica 3 luglio, ore 17:00, c/o Kleingartenverein Nord-West 4 am Hirschgarten (Arnulfstr. 261, München) Quarta festa siciliana

Prendi il tuo strumento e la tua voglia di fare musica e cantare e... canta che ti passa! Organizza: Associazione siciliana "Le Zagare. Siciliani e non solo" di Monaco di Baviera (aderente all'USEF, Unione Siciliana Emigrati e Famiglie)

* lunedì 4 luglio, ore 21:00, c/o Jazzclub Unterfahrt (Einsteinstr. 42, München)

Concerto della "Alessandro De Santis Big Band". Ingresso: € 16,- / studenti: € 13,- / soci: € 8,- Organizza: Jazzclub Unterfahrt

* giovedì 7 luglio, ore 19:00 (ingresso dalle 18:30), c/o Staatliche Antikensammlungen (Königsplatz 1, München) nell'ambito de "La lunga notte dei Consolati" "Gioachino Rossini, Ouvertures" con i solisti del Teatro la Fenice di Venezia. Per motivi di sicurezza, i posti presso le Antikensammlungen sono limitati. Biglietti d'ingresso gratuiti e registrazione obbligataria entro il 4.7.16 esclusivamente presso stampa.iicmonaco@esteri.it

Organizzatori: Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera e Consolato Generale d'Italia a Monaco di Baviera

* giovedì 7 luglio, ore 20:00, c/o Lyrik Kabinett (Amalienstr. 83a, München)

"Das Rätsel der Schlichtheit / Il segreto della semplicità". In occasione dei 110 anni dalla nascita di Sandro Penna (1906-1977)

con Carolina Pini, Federico Italiano, Florian Mehltretter e Pia-Elisabeth Leuschner. Ingresso: € 7,- / 5,- | soci: libero

Per ulteriori informazioni: www.italianistik.uni-muenchen.de

* venerdì 8 luglio, ore 18:00, c/o Istituto Italiano di Cultura, aula 21 (Hermann-Schmid-Str. 8, München) "Incontri di letteratura spontanea". "Se hai una poesia, un piccolo racconto o anche un pensiero, un sogno o un'idea, che vuoi leggere o raccontare, vieni che sarai la/il benvenuta/o. Le testimonianze e le storie di tutti sono importanti e hanno dignità. Esprimersi, ascoltare e conoscersi fa comunque bene. Dopo tutti in pizzeria". Ingresso gratuito. Per informazioni: Giulio Bailetti, Tel 089-988491. Organizza: Letteratura Spontanea

* sabato 9 luglio, ore 19:00-22:00, c/o Feinkost Valeri (Wasserburger Landstr. 2, Vaterstetten) "Giro d'Italia" - Degustazione di vini e prodotti italiani. Serata con specialità gastronomiche dal Veneto accompagnate da 4-5 tipi di vini della regione. Partecipazione: € 39,00 (si prega di riservare con almeno una settimana d'anticipo, versando € 20,00 a persona). Minimo numero di partecipanti: 15 (nel caso in cui tale numero non sia raggiunto, le quote d'anticipo versate saranno rimborsate). Due settimane prima della degustazione, sul sito www.valeri-feinkost.com verrà descritto il menu complete. Organizza: Feinkost Valeri

* domenica 10 luglio, ore 11:30, c/o Staatliche Antikensammlung (Königsplatz, München). Visita in italiano alla mostra "Die Etrusker. Von Villanova bis Rom"

Con Maria Eleonora Tamburini. Costo: € 10,- (non è compreso il biglietto d'ingresso). Iscrizione almeno 5 giorni prima della visita (8-14 partecipanti)

Per informazioni e iscrizioni: Tel. 089-75632122 e corsi.iicmonaco@esteri.it

Organizzatori: IIC di Monaco di Baviera e Forum Italia e.V.

* sabato 16 luglio, ore 11:00, c/o Münchner Tierpark Hellabrunn, ingresso principale (Tierparkstr. 30, München). Visita allo zoo di Monaco

Organizza: rinascita e.V.

* martedì 19 luglio, ore 16:00-18:00, c/o Münchner Volkshochschule (Lindwurmstr. 127, München) Letteratura italiana: "Francesco Petrarca: Canzoniere (parte quarta)" A cura di Marinella Vicinanza

Organizza: Münchner Volkshochschule  Claudio Cumani, de.it.press

 

 

 

 

L’on. Garavini intervistata dalla televisione pubblica tedesca, ARD

 

“Questioni complesse - come i massicci flussi migratori, il pericolo rappresentato dal terrorismo islamico, la crisi economica, la garanzia della sicurezza dei propri cittadini - sono tutte emergenze che possono essere affrontate in modo adeguato solo se interveniamo compatti, a livello europeo. L’Europa è tutt’altro che un mero ideale. Al contrario: è qualcosa di molto concreto: é il più grande successo della nostra generazione, che ha determinato pace per oltre settant'anni. Dobbiamo preservare questo patrimonio comune. L’Italia e la Germania sono accomunate dalla stessa visione, fortemente pro-europeista.”.

 

Lo dichiara Laura Garavini, dell'ufficio di Presidenza del Pd alla Camera, in un’intervista rilasciata alla televisione pubblica ARD, dal titolo “Lo sguardo italiano sull’Europa”. L’intervista, della durata di circa mezz'ora, ha trattato una serie di temi di attualità, quali le riforme in atto in Italia, il Migration compact, le relazioni fra l’Italia e la Germania, il proliferare di populismi a livello europeo e la situazione economica italiana.” Il video dell’intervista è visibile nella sua versione integrale in lingua tedesca al seguente link: 17https://vimeo.com/170947174.  de.it.press 17

 

 

 

 

Ad Amburgo presentato il libro di Nando Dalla Chiesa “Le ribelli – Storie di donne che hanno sfidato la mafia per amore”

 

Un'iniziativa organizzata dalle associazioni Id, Dica e Rete Donne in collaborazione con l'IIC e il Consolato generale di Hannover. Presente l'autore

 

AMBURGO – L'associazione ID di Amburgo ha ospitato nei giorni scorsi la presentazione del libro di Nando Dalla Chiesa “Le ribelli – Storie di donne che hanno sfidato la mafia per amore”, organizzata in collaborazione con le associazioni DICA (Coordinamento Donne Italiane Amburgo) e Rete Donne, il locale Istituto Italiano di Cultura e il Consolato generale di Hannover.

L'iniziativa, cui ha partecipato l'autore, ha previsto la lettura scenica di brani delle storie raccolte nel testo, edito da Melampo Editore, interpretate da Eleonora Cucina, Rafaella Braconi, Nina Lepori, Elena Nasello, Veronica Scortecci e Rossella Sorce.

Dalla Chiesa ha ricordato i volti e ripercorso le storie di Saveria Antiochia, Michela Buscemi, Felicia Impastato, Rita Costa – per citarne alcune, - donne che dagli anni Ottanta in poi si sono battute contro la criminalità organizzata, in solitudine, spinte anche dal dolore della perdita dei loro familiari. Il libro intende evidenziare il contributo femminile alla lotta alla mafia ed il coraggio dimostrato da persone spesso relegate ai margini della vita politica.

L'autore, che insegna Sociologia della Criminalità organizzata all’Università di Milano, ha illustrato anche, rispondendo alle domande del pubblico, il profilo attuale della mafia e le trasformazioni della lotta alla criminalità organizzata. Per Dalla Chiesa il territorio resta il punto di forza di quest'ultima e non è superato il legame con la dimensione contadina di contro ad una finanziarizzazione oggi spesso sottolineata da coloro che si interessano al fenomeno. (Inform 20)

 

 

 

 

Progetto per i nuovi arrivi a Freiburg/Brsg: sportello informativo delle Acli

 

Acli Freiburg: accoglienza e orientamento per i nuovi immigrati italiani

 

Ultimamente assistiamo ad un nuovo flusso migratorio di cittadini italiani verso la Germania. Spesso non si tratta solo di singoli giovani o adulti, ma di intere famiglie con figli a seguito, che vengono a cercare lavoro e un’esistenza piú dignitosa di quella che lasciano in Italia.

Sono persone che generalmente non conoscono la lingua tedesca e non hanno punti di riferimento in Grermania, per cui hanno difficoltá a orientarsi e a muovere i primi passi fondamentali come la ricerca di un’abitazione e di un lavoro.

Qui a Freiburg queste persone si rivolgono generalmente al Consolato Italiano, che pur dando preziose informazioni sui passi da compiere, non ha la possibilitá di accompagnarle fisicamente lungo il cammino verso l’autonomia.

Le ACLI, con la loro lunga esperienza di impegno nel sociale, si stanno già adoperando da un pó di tempo per dare informazione e aiuto, si propongono peró di offrire un sostegno pratico piú articolato, attraverso un servizio di consulenza e assistenza, inoltre si propone di costituirsi come interlocutore per istituzioni, moltiplicatori e stakeholder.

Attivitá previste:

1) offerta regolare (uno o due giorni la settimana) di consulenza in italiano e in tedesco ed eventualmente anche in altre lingue.

2) servizio di orientamento e assistenza sui seguenti argomenti:

- Arrivo: informazione di base sui temi inerenti: Residenza, Iscrizione all’anagrafe, Assistenza Sanitaria, Abitazione, Affitto, Ricerca di lavoro, Iscrizione presso l’ufficio del lavoro, Settore Bancario e altri diritti sociali.

- Aiuto pratico per la compilazione di moduli, assistenza linguistica negli uffici e nella ricerca della casa.

- Orientamento su come presentare una domanda d’impiego, come scrivere il Curriculum Vitae, come prepararsi ad un colloquio di lavoro.

- Come far riconoscere un titolo di studio o di formazione professionale.

- Come orientarsi per l’isrizione alla scuola o all’asilo per i propri figli.

Acli Freiburg

 

 

 

I temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia

 

22.06.2016. Il razzismo nelle istituzioni tedesche

Aumentano i crimini d'odio in tutta la Germania, compresi gli attacchi ai centri per richiedenti asilo. Ma possibili pregiudizi all'interno della polizia possono ridurre l'azione di contrasto.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/razzismo-istituzionale-100.html

 

A titolo gratuito. È forse il profugo più conosciuto in Germania e in Europa. Aeham Ahmad suonava nel campo profughi di Damasco per tenere viva la speranza sotto le bombe. Ora suona in Germania, ma non può farsi pagare.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/aeham-ahmad-trixiewiz-100.html

 

Il sapore della vita. È il titolo del nuovo libro della scrittrice e giornalista Valeria Vairo. Sono episodi che fanno riflettere sulla condizione di chi emigra, uniti dal filo conduttore della cucina come metafora della cultura di appartenenza.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/a-tu-per-tu/valeria-vairo-100.html

 

Residenti e informati. Sono diversi i suggerimenti che arrivano dal Consolato di Colonia, ma che valgono per tutti i residenti AIRE in Germania, su come comportarsi per risparmiare tempo e problemi in caso di rinnovo di documenti e non solo.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/consolato-italiano-100.html

 

21.06.2016. Conto alla rovescia

Il 23 giugno i cittadini del Regno Unito decideranno se rimanere o lasciare l’UE. Cosa può succedere se vincerà la Brexit è ancora un’incognita. Certo è che un eventuale divorzio comporterebbe tempi molto lunghi.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/brexit-bremain-100.html

 

Welcome to Esino Lario. Dal 21 al 28 giugno Esino Lario, un piccolo paese lombardo di 760 abitanti, ospita una nuova edizione di Wikimania, il raduno mondiale dell'enciclopedia libera Wikipedia.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/wikimania-esino-lario-100.html

 

Italiano o tedesco? Chi vive in Germania dopo alcuni anni comincia a contaminare l'italiano puro che parlava prima con vocaboli tedeschi. Perché?

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/italiesco-100.html

 

Il Museo della Figurina. Grazie alla passione collezionistica di Giuseppe Panini, la città di Modena è diventata capitale mondiale della figurina.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/terramia/museo-figurine-modena-100.html

 

20.06.2016. Voltare pagina. Il Movimento 5 stelle trionfa alle comunali 2016 e Renzi riconosce la valenza nazionale del voto. Virginia Raggi è la prima sindaca di Roma e anche Torino va ai pentastellati.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/virginia-raggi-m5s-roma-100.html

 

17.06.2016. Attiva, brillante e vulnerabile

L'uccisione di Helen Joanne Cox lascia sgomento il Regno Unito in piena campagna Brexit. I toni esacerbati della campagna referendaria possono essere stati la miccia che ha fatto scattare la mano omicida?

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/jo-cox-uccisione-100.html

 

Francois, il franco-napoletano. Dopo 40 anni di musica assieme al gruppo parigino Bratsch, il fisarmonicista e cantante Francois Castiello ha fondato un nuovo gruppo: LaLaLa Napoli. Insieme a una band di giovani musicisti vuole promuovere la musica napoletana nel mondo. Castiello è venuto a trovarci nei nostri studi e ci ha fatto conoscere la sua musica.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/francois-castiello-franco-napoletano-100.html

 

Eventi, incontri, spettacoli. Calendario lunedì http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-montag-100.html

Calendario venerdì http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-freitag-100.html

 

16.06.2016. Non solo cavi. La conferenza "Deep cables" a Berlino si occupa dei cavi sottomarini che permettono a internet di funzionare. Perché il loro controllo e la loro gestione hanno importanti risvolti culturali, storici e geopolitici.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/internet-deep-cables-100.html

 

Più Nato nel Baltico. 4.000 soldati nelle Repubbliche baltiche e in Polonia, altrettanti in Romania sul Mar Nero. La Nato vuole rafforzare la difesa e la sicurezza dei paesi vicini alla Russia. Siamo tornati alla guerra fredda?

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/nato-baltico-100.html

 

15.06.2016. Termini Underground. Nelle viscere della stazione Termini, in un tunnel sotto i binari, c’è una scuola di danza frequentata da ragazzi si seconda generazione che un tempo si sfidavano a colpi di break dance nelle strade della città.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/termini-underground-104.html

 

14.06.2016. Il ritorno degli hooligans. Gli scontri di piazza tra hooligans inferociti segnano questi Europei 2016. Dopo le violenze di Marsiglia la Uefa prende provvedimenti contro la Russia, ma a uscirne con le ossa rotte è l'apparato di sicurezza francese.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/hooligans-europei-100.html

 

Social media azzurri. Bella vittoria dell'Italia all'esordio agli europei contro il Belgio, dato per favorito. Il tifo azzurro invade i social media.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/italia-belgio-europei-102.html

 

Alfonso Iaccarino. Alfonso Iaccarino è lo chef del ristorante Don Alfonso 1890 a Sant’Agata sui due Golfi, in provincia di Napoli. Il Don Alfonso ha attualmente due Stelle Michelin.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/a-tavola/alfonso-iaccarino-100.html

 

13.06.2016. Un'altra strage. Un massacro ad Orlando che per dimensioni non ha precedenti neanche negli Usa. Il motivo dell'odio verso gli omosessuali non esclude il movente terroristico di matrice islamica.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/orlando-strage-pulse-100.html

 

Pericolo Brexit. Ìl Brexit fa tremare le borse ma per alcuni deputati europei un'eventuale uscita del Regno Unito dall'Ue non sarebbe una catastrofe.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/brexit-europarlamentari-inglesi-100.html

 

10.06.2016. La legge contro il negazionismo

Dalla Camera è arrivata l'approvazione definitiva del disegno di legge che prevede una pena dai due ai sei anni per chi nega l'Olocausto.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/legge-contro-negazionismo-100.html

 

La poetica dal Mediterraneo. Peppe Voltarelli ci racconta perchè ha deciso di cantare il folk di Otello Profazio: per omaggiare le radici calabresi e non solo, l'importanza delle parole e quel coraggio di salire sul palco soli, con una chitarra.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/peppe-voltarelli-104.html

 

La mafia al cinema

Come raccontare la mafia al cinema o in tv? E perché "Il padrino" ha creato una sorta di mito intorno alla mafia? Ce lo spiega Nando dalla Chiesa.

http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/nando-dalla-chiesa-mafia-cinema-100.html

  

Eventi, incontri, spettacoli. Calendario lunedì http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-montag-100.html

Calendario venerdì http://www1.wdr.de/radio/funkhauseuropa/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-freitag-100.html RC/De.it.press

 

 

 

 

 

Collaborazione italo-tedesca in campo fieristico: costituita la società Koeln Parma Exhibitions S.r.l

 

Koelnmesse e Fiere di Parma rafforzano il loro rapporto di collaborazione costituendo una società - Koeln Parma Exhibitions S.r.l – con l’obiettivo di consolidare nel lungo periodo la propria leadership nel settore delle tecnologie per l'industria alimentare.

Con l’inizio dell’attività della Koeln Parma Exhibitions S.r.l (KPE), avvenuto il 29 aprile 2016, Koelnmesse e Fiere di Parma portano avanti con coerenza lo stretto rapporto di collaborazione avviato sin da maggio 2012.

Il primo passo della nuova società è l’organizzazione congiunta di Cibus Tec a Parma che, insieme ad Anuga FoodTec a Colonia, è una delle rassegne leader nel settore delle tecnologie per l’industria alimentare. Alla guida di KPE, Antonio Cellie, già AD di Fiere di Parma mentre a Thomas Rosolia, amministratore delegato di Koelnmesse Italia, il ruolo di Presidente della nuova società.

“La costituzione della Koeln Parma Exhibitions S.r.l costituisce il perfetto completamento delle attività congiunte di Koelnmesse e Fiere di Parma e ci consente di mettere in campo tutta la nostra esperienza nell’ambito delle tecnologie per l'industria alimentare”, dichiara Gerald Böse, presidente e CEO di Koelnmesse. “Con Anuga FoodTec abbiamo sviluppato una delle fiere leader al mondo, driver di una crescita stabile e sostenibile, grazie alla nostra strategia di internazionalizzazione. L’organizzazione congiunta e lo sviluppo strategico di Cibus Tec costituiscono il passo successivo più logico nella direzione di un’altra fiera leader, dato che il mercato italiano di food e foodtec è di primaria importanza per i nostri clienti”.

Cibus Tec si svolgerà a Parma dal 25 al 28 ottobre e fa già registrare ottimi dati in termini di espositori. Per soddisfare l'aumento del 30% previsto nel solo settore del packaging, la capacità ricettiva della rassegna è stata potenziata aggiungendo un altro padiglione.

“Ci siamo posti un preciso obiettivo: dare ancora maggiore visibilità a Cibus Tec, ricorrendo anche alla rete di competenze e di eventi che Koelnmesse può vantare in tanti mercati strategici per le imprese italiane ed europee”, ha commentato Thomas Rosolia, amministratore delegato di Koelnmesse Italia e presidente di Koeln Parma Exhibitions srl. “Cibus Tec è un’ottima rassegna con protagonisti eccezionali, espositori a cui possiamo offrire nuove opportunità di business espandendo ulteriormente la notorietà e l’attrattiva di questo evento nel mondo”.

“Koeln Parma Exhibitions S.r.l, braccio operativo della partnership italo-tedesco, punterà a creare una community virtuosa tra Cibus e Cibus Tec, Anuga e Anuga FoodTec che costituisca una piattaforma di business unica al mondo – conclude Antonio Cellie, amministratore delegato di Fiere di Parma – riportando l’Italia, anche fieristicamente, protagonista assoluta pure nel comparto meccano-alimentare”.

Il potenziamento della cooperazione fra Koelnmesse e Fiere di Parma punta anche alla realizzazione di manifestazioni in mercati come Brasile, India, USA e Colombia e all'armonizzazione del calendario fieristico internazionale, affinché tenga in massima considerazione le esigenze di espositori e visitatori. (aise 20) 

 

 

 

 

Comites di Berlino. Situazione e prospettive dell’Unione europea. Consultazione dei cittadini entro giovedì 30 giugno

 

Solo con l’impegno dei cittadini si può dare “nuovo slancio all’integrazione europea” come previsto in una recente Dichiarazione – adottata su iniziativa italiana – dei Presidenti della Camera dei Deputati italiana, dell’Assemblée Nazionale francese, del Bundestag tedesco e della Chambre des Députés del Lussemburgo.

A questa autorevole iniziativa stanno aderendo anche le Camere dei Deputati di altri Paesi europei.

In linea con questa “Dichiarazione” e nell’intento di associare direttamente i cittadini alla costruzione dell’Europa, la Camera dei Deputati italiana ha indetto una Consultazione popolare sullo “stato e le prospettive dell’Unione europea”.

 

Il termine per poter partecipare alla Consultazione, inizialmente previsto per il 9 maggio 2016, è stato prorogato al 30 giugno 2016, con procedura semplificata (non è più necessario registrarsi al sito per poter compilare il Questionario). 

 

Per compilare e inviare il Questionario occorre accedere al sito della Camera dei Deputati: http://civici.eu/web/camera/consultazione

 

È importante che molti cittadini partecipino alla Consultazione: potranno così dare un contributo attivo al miglioramento della Casa comune europea.

Com.It.Es. Berlin

 

 

 

 

Il cinema pugliese a Berlino: un matrimonio felice

 

Berlino - “Verso i cinefili ed appassionati del cinema italiano Berlino si mostra da tempo attenta e generosa, come ha dimostrato anche l’ultima Berlinale, assegnando l’Orso d’oro a un film difficile come “Fuocoammare” di Gianfranco Rosi. Senza dimenticare che già nel 2012 i fratelli Taviani vinsero con un film documentario altrettanto intenso e cupo, “Cesare deve morire”, interamente girato nel carcere di Rebibbia, con i detenuti come protagonisti. Berlino, dunque, ama e apprezza il cinema italiano di impegno sociale ed etico”. Così scrive Gabriella Di Cagno in questo articolo cui hanno collaborato Dalila Suglia e Marina Castellana, pubblicato su “Il mitte”, quotidiano italiano a Berlino.

“In città sono almeno tre le location principali che fungono da catalizzatore: il Babylon Mitte, con la collaudata rassegna CinemAperitivo, il Kino Arsenal, dove non è infrequente colmare eventuali lacune assistendo a interessanti retrospettive, ed infine l’ultima nata fra le sale cinematografiche, IL KINO.

Seppur orientata al cinema internazionale, la programmazione della piccola e preziosa saletta (poco più di cinquanta posti) offre un’ampia gamma di film italiani di registi più o meno noti, a volte inseriti all’interno di rassegne e festival.

Ed è proprio al Kino, a partire dal 16 giugno prossimo, che verrá programmato in anteprima “Ein neues Leben” (tit. or. “In grazia di Dio”, 2014), del regista salentino Edoardo Winspeare.

La serata inaugurale verrà accompagnata da un aperitivo a base di prodotti pugliesi, importati per l’occasione dall’associazione Apulier in Berlin, che collabora all’evento nel più ampio contesto delle attività di promozione della cultura regionale in terra di Prussia.

“In grazia di Dio” torna a Berlino dopo poco più di due anni dal suo debutto ufficiale, avvenuto nella 64esima edizione del Festival del Cinema (Berlinale), all’interno della sezione “Panorama”. Inoltre, nel dicembre del 2014 e sempre a Berlino, il film ha ricevuto il premio del pubblico al Festival “Cinema Italia”. Ne è seguita la distribuzione in Germania, in base a un accordo fra la società Kairos Filmverleih e Made in Italy. Lo stesso regista racconta con entusiasmo che “il film è stato venduto in dodici paesi, ha vinto un Globo d’oro, è stato nella short list dei film italiani agli Oscar. E adesso lo ha acquistato la compagnia Emirates e lo si vedrà a bordo dei loro aerei”.

La particolarità del film di Winspeare non si esaurisce con la trama, una storia di palingenesi (da cui il titolo in tedesco) di quattro donne salentine che tornano a lavorare la terra per sopravvivere a un fallimento imprenditoriale, ma si estende alla realizzazione stessa del film. Quella di “In grazia di Dio”, infatti, è una produzione homemade, che ha privilegiato il pagamento tramite baratto per quanto riguarda le location, ha scelto attori locali e non professionisti, e ha seguito una condotta ecologica nell’impiego di materiali e animali.

Il film che il regista sta attualmente girando, “La vita in comune”, ha attinto non a caso dal crowdfunding, anche se Winspeare, a dispetto del suo nome anglosassone, non utilizza il termine inglese bensì il suo equivalente salentino: “petra su petra ozza parite”, il muro si costruisce pietra su pietra.

Siamo nel Basso Salento, la terra di don Tonino Bello, il vescovo che fu alla guida del movimento “Pax Christi”, terra di economia agricola, di solidarietà umana e di profonda devozione religiosa. Ma anche terra di contrasti e corruzione, dove vivere “costa fatica”.

“In grazia di Dio”, non a caso, è stato compreso e gradito a Roberto Saviano, che ne ha tratteggiato in poche intense righe le qualità etiche ed estetiche: “Winspeare dà lezione a tutto il cinema italiano, sempre più postura e maschera. Si libera delle piaggerie estetiche, delle furbizie d’autore e torna a scegliere di capire, di scovare il bello, di rintracciare l’errore, l’inganno. Con semplicità, eleganza, con il desiderio di raccontare. Questo film pone la corona d’ulivo sulla testa dell’attrice protagonista Celeste Casciaro, senza dubbio l’attrice italiana in questo momento più originale per capacità espressive e tensione”.

Nel 2017 il regista salentino uscirà dalla sua terra per girare in Trentino Alto Adige. Il prossimo impegno cinematografico è ispirato al romanzo di Francesca Melandri, “Eva dorme”, e racconterà dei conflitti tra sud tirolesi e italiani negli anni Sessanta. Dal dialetto salentino al tedesco.

La produzione artistica di Winspeare non è certamente un caso isolato nel panorama del cinema pugliese contemporaneo, il quale vive, appunto, una nuova vita, anche grazie al lavoro di Apulia Film Commission, che dal 2008 ha realizzato oltre trecento produzioni in Puglia.

Il cinema pugliese di successo non è solamente il cinema di cassetta, il cinema del bravo Checco Zalone, per intendersi. Non è nemmeno solamente il cinema del ben noto Sergio Rubini.

A cavallo fra avanguardia e tradizione, l’attuale cinema pugliese si distingue per un alto livello di innovazione, in tutti i campi, tale da interessare un pubblico esigente come quello berlinese. Sulla scia del film culto “La capa gira” (Alessandro Piva, 1999), presentato al festival di Berlino, si muovono nuovi registi pugliesi da un lato strettamente radicati al proprio territorio e alle sue tradizioni, dall’altro proiettati verso il futuro.

È il caso della docu-fiction di Mario Bucci “Una meravigliosa stagione fallimentare” (2015), inno alla squadra calcistica del Bari e Best european football film al “Festival 11mm di Berlino”, nel 2015.

Innovazione significa anche fare cinema in maniera sperimentale: è l’esempio del cortometraggio di Vincenzo Ardito “Quello che conta” (2014), un film partecipato in cui sono state selezionati sessanta non-professionisti che, per la prima volta, hanno raccontato attraverso il cinema come Bari si sia trasformata in una città metropolitana. Le due registe Cecilia Mangini e Mariangela Barbanente hanno restituito nel film “In viaggio con Cecilia” (2013), attraverso l’occhio pungente della verità, la trasformazione di un territorio post-industriale come quello di Taranto, devastato dallo stabilimento Ilva.

Ultimo nato fra i titoli che vale la pena citare è un film che ci auguriamo di portare molto presto a Berlino, perché la città ne sarebbe indicatissima cornice: parliamo di “Varichina – La vera storia della falsa vita di Lorenzo De Santis”, un docu-film di denuncia sociale prodotto da Apulia film Commission e diretto da Antonio Palumbo e Mariangela Barbanente (2016).

Al centro della trama è la vicenda umana di un personaggio-macchietta, a tutti noto col soprannome di Varichina, che nella difficile realtà barese degli anni settanta e ottanta visse apertamente la sua omosessualità, ostentandola anche in maniera volgare e appariscente, molto prima del gay pride.

Il successivo appuntamento con il cinema italiano a Berlino sarà al Kino con l’anteprima del film di Rosi, l’11 luglio alle ore 20, in largo anticipo sull’uscita ufficiale, il 28 luglio”. (aise 15) 

 

 

 

 

#NoCashTrip Europe: oggi a Vaduz domani a Francoforte. Bergamo 15 giugno - Liverpool 27 giugno

 

Italia, Liechtenstein, Germania, Danimarca, Olanda, Belgio, Francia e Inghilterra, i Paesi toccati dal #NoCashTrip Europe, il viaggio di tre italiani in auto senza denaro contante che, per la prima volta, attraversa l'Europa per scoprire i paesi virtuosi in materia di cashless society, le start up innovative nel settore dei pagamenti fintech e l'apporto delle tecnologie epayment come strumento di inclusione finanziaria.

 

17 giugno 2016 – L'equipaggio del #NoCashTrip Europe si è svegliato questa mattina a Vaduz, nel Liechtenstein dove comincerà a misurare il rapporto dei cittadini di linga tedesca con il cash e gli strumenti digitali di pagamento. 

Il Liechtenstein è un principato dove abitano poco meno di 40mila persone ma con un PIL di quasi 90mila euro procapite, portandolo a essere il terzo paese più ricco al mondo. Praticamente tedeschi, i suoi abitanti non hanno una particolare attrazione per le carte di pagamento, anzi sono legati al contante quasi come gli italiani e il motivo è il profondo senso della privacy, ecco perché è stato fino a poco tempo fa nella black list dei Paesi a regime fiscale privilegiato.

 

A fine giornata i tre italiani che viaggiano in Europa senza contanti si dirigeranno, in Germania a Francoforte, sede della BCE dove cercheranno di capire i reali motivi di questa antipatia tra Tedeschi e moneta elettronica, Paese che però sta covando interessanti realtà Fintech, modello per l'intera Europa.

 

Il #NoCashTrip Europe comunque ha lasciato l'Italia registrando interessanti esperienze: dopo la partenza da Bergamo lo scorso 15 giugno in compagnia del Sindaco Giorgio Gori e Chicco Testa, hanno fatto tappa a Trento dove hanno scoperto due importanti realtà. Si tratta di Cinformi, l'ufficio della provincia di Trento che coordina l'attività delle associazioni di volontariato che gestiscono i centri di accoglienza che non eroga più soldi cash ai richiedenti asilo ma intesta loro una carta prepagata su cui versano i 7,66 euro quotidiani del pocket money. Un'idea che ha risolto tanti problemi come la trasparenza nella gestione di questi soldi e soprattutto avvia i migranti verso una politica di inclusione finanziaria.

 

Poi l'equipaggio ha incontrato il gruppo di lavoro del dipartimento di matematica dell'Università di Trento impegnata nella crittografia, un'eccellenza assoluta in Italia e tra le più conosciute in Europa. Una manciata di geni che opera con molte realtà bancarie e finanziarie per la sicurezza nelle transazioni, anche grazie a loro l'Italia è il Paese che registra il più basso numero di frodi nel pagamenti.

 

Il #NoCashTrip Europe: 3 persone, 8 Stati in 13 giorni, 0 banconote e monetine. Un percorso di oltre 4mila chilometri in auto per tracciare una mappatura dello stato dell'arte e delle opportunità offerte da quella che si sta sempre più definendo come “cashless society”.

 

Per tutta la durata del #NoCashTrip Europe, all'equipaggio è fatto divieto di utilizzare denaro contante facendo affidamento al proprio kit di viaggio ricco di alternative:

* Carta di credito emessa da CartaSi, provvista di tecnologia contactless e abbinata all'App MySi.

* Carta di credito American Express che comprende la piattaforma viaggi offrendo all'equipaggio una linea diretta con i consulenti del servizio clienti, per avere supporto e consigli per le varie esigenze.

* Il servizio PAyGO di Intesa Sanpaolo che permette di virtualizzare una carta e pagare direttamente con lo smartphone in modalità contactless.

* L'App Ticket Restaurant® Mobile per il pagamento del pasto in modalità contactless o via codice, funzionante sia nella ristorazione che nei supermercati, permettendo la totale virtualizzazione dei Ticket Restaurant.

Diversi appuntamenti particolari segneranno le tappe del #NoCashTrip Europe, come il convegno a Copenhagen organizzato da Copenhagen Fintech and Innovation Research presso l'Associazione Bancaria Danese per accogliere la tappa del viaggio in Danimarca (vedi programma) 

L’equipaggio ufficiale è composto da Geronimo Emili (presidente CashlessWay), Gianluigi De Stefano (giornalista e autore TV), Nicola Cavalazzi e Fred Portelli (movie-maker).

 

Gli strumenti per seguire l'avventura del #NoCashTrip Europe sono diversi, dalla possibilità di leggere i post e vedere foto e video real time su Facebook, Twitter e Instagram, alla mail di viaggio e il canale Telegram come anche la posizione dell'equipaggio in tempo reale: 

* Pagina Web cashlessway.com/nocashtrip/

* Hashtag sui canali #NoCashTrip

* Twitter twitter.com/cashlessway

* Facebook facebook.com/nocashday/

* Posizione real time locatoweb.com/user/nocashtrip

* Canale Telegram telegram.me/nocashtrip

* Email crew nocashtrip@cashlessway.com   de.it.press 17

 

 

 

 

L'ambasciatore Gianni Piccato a Colonia

 

"Una visita istituzionale dal duplice obiettivo quella dell'ambasciatore Gianni Piccato lo scorso fine settimana a Colonia, importante città del sud ovest dell'Uruguay. Un modo per prendere contatto con la realtà locale e discutere su possibili progetti in comune". Lo ha seguito Matteo Forciniti, che riporta la cronaca della missione in un articolo pubblicato oggi dal quotidiano Gente d’Italia, diretto in Uruguay da Mimmo Porpiglia.

"Gli incontri si sono svolti venerdì 10 giugno, il tutto è stato diviso in tre parti: autorità locali, associazionismo italiano e settore imprenditoriale.

All'Intendencia di Colonia ha avuto luogo una riunione con i rappresentanti della giunta dipartimentale guidata da Carlos Moreira dove ha partecipato anche il console onorario della zona, Jorge Sanguinetti.

"Questa è una città strategica" ha dichiarato l'ambasciatore dopo la conferenza stampa presso l'Hotel Italiano. Una realtà "molto interessante" per diversi motivi. "Innanzitutto il fatto di essere una delle principali mete turistiche del Paese, essendo patrimonio mondiale dell'Unesco". Questo "conferisce un'apertura verso l'esterno molto importante. Colonia si trova in un punto strategico e bisogna approfittarne". Poi il fatto di avere una "forte collettività italiana ci deve ulteriormente motivare a lavorare insieme".

La presenza italiana, d'altronde, è testimoniata dalle diverse associazioni attive tanto nel capoluogo come nel resto del dipartimento: Società Italiana e Circolo Trentino (a Colonia), Famiglia Piemontese (Colonia Valdense) e Società Italiana XX Settembre (Dolores).

Durante la giornata Piccato si è riunito anche con la commissione direttiva della Società Italiana di Colonia guidata da Juan De Pizzol. "Il loro lavoro è importantissimo. Ma ci tengo a sottolineare anche il contributo degli altri gruppi del dipartimento".

Durante gli incontri si è parlato delle "possibili forme di collaborazione per l'organizzazione di eventi culturali" ha spiegato il diplomatico piemontese. "La nostra idea è quella di creare una rete tra Ambasciata e Istituto Italiano di Cultura insieme all'Intendencia e alle associazioni locali. I presupposti ci sono".

Parlando dello specifico caso della città di Colonia il suo consiglio è chiaro: "Nella realizzazione degli eventi c'è bisogno di un'unione tra i due gruppi presenti per poter raggiungere una maggiore diffusione". Un monito che vale anche per le altre zone dell'Uruguay.

Infine la parte economica e commerciale al centro della riunione con Aupyl (Associazione Uruguaiana delle Piccole e Medie Imprese Lattiere). L'industria lattiero casearia, ricordiamo, è il settore più importante dell'economia locale e molte di queste aziende sono italiane o italouruguaiane.

L'ambasciatore ha commentato con soddisfazione l'incontro: "È stato un modo per conoscere da vicino una realtà molto dinamica con cui vogliamo lavorare insieme". A questo proposito ha anche segnalato l'esistenza di un fondo del Governo italiano per lo sviluppo delle piccole e medie imprese. "Questo fondo esiste dal 2003 e in Uruguay ha diversi possibili destinatari tanto nel mondo dell'agricoltura come in altri campi"". (aise 16) 

 

 

 

 

Germania, ucciso dalle forze speciali l’uomo armato entrato in un cinema

 

A Virnheim, nell’Assia, un uomo è entrato in una delle sale di un complesso interno a un centro commerciale. Secondo gli ultimi aggiornamenti non ci sarebbero feriti

 

Ucciso dal blitz delle forze speciali l’uomo entrato armato in un cinema di Virnheim, nell’Assia (75 chilometri a sud di Francoforte e non lontano da Heidelberg). Stando a quanto riportato dalle ricostruzioni dei media locali, l’uomo sarebbe stato mascherato e avrebbe impugnato una pistola e indossato delle cartuccere attorno alle spalle. L’individuo si era barricato nell’edificio e ancora non è chiara la dinamica dell’accaduto. Le prime notizie parlavano di un numero di feriti fra 20 e 50, ma col passare dei minuti sembra che nessuno sia rimasto ferito.

Circondato l’edificio, poi il blitz

Il cinema si trova all’interno del centro commerciale Rhein-Neckar-Zentrum. L’attentatore avrebbe anche preso in ostaggio alcune persone. L’allarme alla polizia sarebbe arrivato intorno alle tre del pomeriggio: l’area intorno al cinema è stata circondata e sorvolata da elicotteri. Sul posto sono poi arrivate le forze speciali che hanno circondato l’edificio e effettuato un blitz in cui l’assalitore è rimasto ucciso. Le notizie sono ancora però confuse e non sono chiare le motivazioni che avrebbero spinto l’uomo a compiere un simile gesto, ma le autorità hanno per ora escluso la pista terroristica. Cds 23

 

 

 

 

Volkswagen, assemblea infuocata. Richiamo da 1 milione di auto in Ue

 

Il nuovo amministratore delegato Mueller chiede scusa ai soci per il disastro dello scandalo emissioni. Intanto l'Autorità tedesca dà il via libera al nuovo maxi-richiamo: il totale sale a 3,7 milioni

 

Il Dieselgate continua ad agitare Volkswagen e i suoi investitori. L'autorità di omologazione tedesca Kba ha dato il via libera al richiamo di un altro milione di autovetture Vw coinvolte in Europa nello scandalo delle emissioni truccate. Lo ha detto il ceo della casa automobilistica, Matthias Mueller, intervenendo all'assemblea generale della casa di Wolfsburg, svolta ad Hannover. Per prime, è stato deciso, saranno richiamate le auto con motori EA189 da 2,0 litri. Salgono così a 3,7 milioni le autovetture in circolazione in Europa per le quali è stato autorizzato dalla casa automobilistica di Wolfsburg il richiamo in officina e la riparazione del software che manipolava i gas di scarico dei motori diesel. Ci si avvicina così al 50% delle autovetture coinvolte sul Vecchio Continente: il numero totale è di 8,5 milioni. Volkswagen conta di concludere l'operazione di richiamo in officina entro fine 2016.

 

Quanto al confronto con gli azionisti, l'assise ha visto il nuovo ad Mueller, prendere la parola per chiedere scusa per lo scandalo: "Per conto del gruppo Volkswagen e di chiunque lavori qui, chiedo scusa a voi azionisti per il tradimento della vostra fede in Volkswagen", ha dichiarato il manager, "questa cattiva condotta va contro tutti i principi di Volkswagen". L'assemblea è la prima a svolgersi dopo l'esplosione, lo scorso settembre, del caso del software che consentiva di frodare i controlli sulle emissioni inquinanti, fornendo alla rilevazione dati più bassi di quelli effettivi.

 

Ad avvelenare ulteriormente il consesso è inoltre l'indagine rivelata due giorni fa dalla magistratura tedesca nei confronti del predecessore di Mueller, Martin Winterkorn, accusato di manipolazione in Borsa dei titoli dell'azienda. Il capo del consiglio di sorveglianza di Volkswagen, Dieter Poetsch, ha però difeso tempi e modi in cui la casa automobilistica ha reso noto gli effetti finanziari del polverone.

 

Gli azionisti hanno ragioni prima di tutto economiche per essere inviperiti: l'installazione del softare incriminato in 11 milioni di vetture in tutto il mondo ha costretto il gruppo ad accantonare 16 miliardi di euro per spese legali che, nondimeno, sono ancora incalcolabili, alla luce delle citazioni in giudizio che continuano a fioccare. E il primo rosso apparso nei bilanci del costruttore in vent'anni (1,6 miliardi di perdite a fine 2015) si è accompagnato a un crollo del valore in borsa dei titoli Volkswagen pari al 40% lo scorso autunno. LR 22

 

 

 

La circolare dell’on. Garavini ai democratici italiani in Europa 

 

Leave or remain - sarà questa, dopodomani, l’alternativa per i britannici, che decidono se restare o no nell'Unione Europea. Un appuntamento elettorale macchiato dall'agghiacciante omicidio della giovane parlamentare laburista, Jo Cox, da parte di un estremista di destra. Proprio nel nome di Jo Cox è decisivo difendere e mobilitarsi per quei valori per i quali la collega britannica è stata assassinata. Significherebbe umiliare quel fanatismo ideologico che da settimane alimenta l'odio. Un odio praticato in modo così violento da spingere uno squilibrato ad uccidere la mamma di due bimbi piccoli, appassionata difensore dei diritti umani e convinta europeista. Jo Cox lo sapeva: la Gran Bretagna ha bisogno dell'Europa e l'Europa ha bisogno della Gran Bretagna. Pare che ci sia un testa a testa tra i due schieramenti. Mi auguro profondamente che prevalga il pensiero della collega Jo Cox.

 

Comitati per il SI’ in tutta Europa

Durante questo fine settimana ho avuto il piacere di seguire i lavori dell'Assemblea del PD Svizzera che si è conclusa con un voto a favore della mobilitazione di tutti per il SÌ al referendum costituzionale. Il che significa che da subito, anche in Svizzera, si costituiranno numerosi Comitati per il SÌ, analoghi a quelli che già in queste prime settimane hanno visto la luce a Francoforte, Ginevra, Stoccolma, Parigi, Berlino, Bruxelles, Wolfsburg, Zurigo, Lugano. I promotori di questi Comitati sono esponenti del mondo della cultura, della scienza, delle professioni, oppure pensionati, ristoratori, insegnanti, operai. Normali cittadini. Che guardano con ottimismo alle riforme portate avanti dal nostro Governo. E che hanno voglia di fare conoscere i motivi del SÌ al referendum che si voterà in ottobre. È una decisione storica. Con il SÌ l’Italia dimostra di essere finalmente in grado di cambiare. Ecco perchè è importante una mobilitazione significativa. Con l’aiuto di tutte/i la nostra democrazia può diventare più efficiente e meno costosa e il Paese può risparmiarsi i peggiori populismi. Questa sì, a differenza delle Amministrative, sarà veramente un’elezione di portata nazionale.

 

Gli italiani meno europeisti che in passato

Il populismo antieuropeista non sta guadagnando terreno solo in Gran Bretagna, ma purtroppo in tutta Europa e anche in Italia. Una ricerca sul rapporto dei cittadini con l’Europa, voluta dall'Ufficio di Presidenza del Gruppo PD alla Camera, fotografa una realtà che sta cambiando. Anche in un Paese come l’Italia, che si era sempre contraddistinto per essere tra i paesi maggiormente convinti dell'Europa, i cittadini nemici dell'Europa sono diventati circa un terzo della popolazione. Ed in altri stati la situazione è addirittura peggiore, come ho avuto modo di precisare in una breve sintesi dello studio pubblicata in un mio articolo sull'Unità. Allora ci sono due ipotesi: o ci si rassegna oppure si reagisce. Penso che proprio adesso ci sia bisogno di impegnarsi per il più grande progetto della nostra generazione, la costruzione di un’Europa di pace e di democrazia. Anzi, ritengo che ci si debba impegnare per recuperare l'originario progetto federalista europeo dei padri fondatori dell'Europa. Ne ho parlato in un mio articolo, pubblicato sull’Huffington Post in occasione della ricorrenza della morte di Altiero Spinelli.

 

70 anni di Repubblica italiana 

Quest'anno festeggiamo i settant’anni della Repubblica. L’Italia ha fatto molta strada da quel giugno del lontano 1946 e, nonostante tutto, è rimasta una democrazia travagliata, ma solida. Oggi, dopo tanti anni di crisi economica, l'Italia rialza la testa, riconquista la fiducia in sé stessa e si propone come interlocutore forte, anche nei confronti dei partner internazionali. Ne ho parlato a Berlino, nel corso di una tavola rotonda organizzata dalla radio pubblica berlinese, RBB e dal nostro Ambasciatore, Pietro Benassi. E' possibile guardare la registrazione televisiva dell’evento sulla pagina di RBB. Della politica italiana e dell’Europa ho parlato anche nel corso di una intervista a Richard Schneider, il corrispondente a Roma della TV pubblica ARD, trasmessa su Tagesschau 24, che potete guardare sul blog di tagesschau.de.

 

L’impegno degli italiani all’estero trova riconoscimenti

Sono sempre molto fiera dei nostri connazionali tutte le volte in cui qualche istituzione straniera conferisce loro un riconoscimento. Ma questa volta fa ancora più piacere perchè il motivo per il quale è stato loro attribuito, è particolarmente lodevole. Due connazionali sono stati recentemente premiati per progetti legati da un comune denominatore: l'impegno per i migranti. Si tratta da un lato di Antonio Riccò, già direttore didattico presso varie circoscrizioni consolari, che ha ricevuto il premio dell’Ufficio federale tedesco per la democrazia e la tolleranza. La ragione del riconoscimento è il recital da lui prodotto “Quel mattino a Lampedusa”, che attraverso le dirette testimonianze di profughi e di soccorritori, in forma teatrale, narra della tragedia dei naufraghi nel Mediterraneo. L'altro ad essere stato premiato è Claudio Cumani, ricercatore all'ESO, a cui è stato conferito il Premio per l’Integrazione 2016 dal Parlamento della Baviera. Il motivo del riconoscimento è il progetto da lui coordinato: il tentativo di promuovere integrazione tra i migranti attraverso gite organizzate tra i cittadini del posto e i profughi, così da fargli conoscere il nuovo ambiente naturale, culturale e sociale in cui si vanno ad inserire. Il tutto in un clima di ospitalità e buon vicinato. Un grazie di cuore, carissimi Antonio e Claudio, per il vostro prezioso impegno.

 

Orientamento professionale

Per finire, un'informazione ed un invito, rivolto ai connazionali dai 20 ai 40 anni, residenti nell’area di Francoforte. Un giovane dottorando dell’Università della Calabria, Giuseppe Martino, sta conducendo una ricerca sulle aspirazioni dei giovani italiani che vivono in questa zona e sul loro orientamento professionale al futuro. A tale scopo sta cercando giovani connazionali, interessati a partecipare alla sua ricerca universitaria attraverso la semplice compilazione di un questionario on-line. Contribuire ai suoi studi è molto facile. Basta collegarsi al seguente link e compilare il questionario. Con dieci minuti di tempo si può contribuire a delineare la fotografia dei giovani italiani in Germania, oggi.

Laura Garavini, de.it.press 21

 

 

 

La Brexit dallo storico Reform Club. Little England batte Gran Bretagna

 

Nello storico circolo dove Phileas Fogg scommise che avrebbe girato il mondo in 80 giorni, si discute aspettando il risultato dello storico referendum in Gran Bretagna  - di Beppe Severgnini

 

Phileas Fogg, qui dentro, fece una scommessa da ventimila sterline: avrebbe compiuto il giro del mondo in ottanta giorni. Ai membri del Reform Club, riuniti nello stesso luogo, ieri sera ne avevo suggerita un’altra: se la Gran Bretagna uscirà dall’Unione Europea se ne pentirà, anche prima di ottanta giorni. E la posta in gioco, stavolta, è ben più alta. E’ accaduto. Leave (lasciare la UE) ha ottenuto il risultato che pochi aspettavano e molti temevano. Little England batte Gran Bretagna. Gli inglesi scappano, e non succede spesso.

Il Regno Unito non è più una grande potenza: è una media potenza che sa fare alcune cose molto bene (parlare inglese, vendere servizi, andar per mare, coltivare l’arte, esportare musica e calcio). I problemi del pianeta sono troppo vasti e complessi – le migrazioni e i conflitti, gli accordi commerciali e la finanza globale – perché le democrazie europee li affrontino in ordine sparso. Gli inglesi, da soli, non ce la possono fare. Avrei voluto gridarle, queste cose: ma le regole del club lo impediscono. Sono membro del Reform da trent’anni: è la mia casa londinese (dopo averci vissuto, non ho mai dormito in un albergo in questa città). Ed è importante trovarsi a casa quando i proprietari prendono decisioni fondamentali per la loro vita. E la nostra, in questo caso.

Il referendum britannico sull’Europa era storico: per una volta, l’aggettivo non è abusato. E il Reform Club ha dimestichezza con la storia. Come gli inglesi, del resto, che la masticano con una passione sconosciuta ad altri popoli (e non usano rimuoverla, anche quando provoca imbarazzo). Il club ha aperto le porte centottanta anni fa, nel 1836. Esattamente dov’è oggi: 104 Pall Mall, dentro un edificio modellato su Palazzo Farnese a Roma. L’architetto, Sir Charles Barry, non voleva copertura sull’atrio centrale, come nel modello originale. Poi è stato convinto che il clima di Londra non era il clima di Roma, e ha aggiunto una cupola di vetro. Eravamo in tanti là sotto, la notte scorsa. Un salone dove sono passati Disraeli e Gladstone, Lloyd George e un giovane, iracondo Churchill. Tutti ad aspettare, con un bicchiere in mano e un po’ di preoccupazione nello sguardo.

Per la Referendum Evening – è solo la terza consultazione nella storia del Regno Unito - il club aveva piazzato grandi televisori all’ingresso, esteso l’orario della Coffee Room (il ristorante, non servono il caffè) e tenuto aperta la Smoking Room (la sala di lettura, dove non si può fumare). Noi ci siamo chiusi a scrivere nella Study Room dove c’era poco da studiare, ormai: bisognava solo aspettare i risultati finali, che sono arrivati all’alba. Nella Study Room, verso le 20, sono entrati un australiano, una sudafricana, un inglese. Ha detto il primo: “Io spero fortemente che rimangano! Perché la permanenza del Regno Unito è fondamentale per l’Europa, l’Europa è fondamentale per la pace del mondo, e l’Australia fa parte del mondo. Lo sa anche lui, questo pom (inglese)!”. Avremmo dovuto dirgli: illuso! Ma non l’abbiamo fatto. Un socio, esperto di statistica, verso le 21 si è alzato e tutti hanno taciuto per ascoltarlo: “Otto sondaggi su dieci per Remain”, afferma sicuro. Ha detto un altro, verso le 22: “Vengo da Downing Street: Remain chiuderà al 58%”. Un terzo, poco dopo: “Secondo me si resta in Europa, ma con una percentuale più bassa: 52%”. Un quarto, intorno a mezzanotte: “Stasera decideremo che tipo di nazione vogliamo essere”.

Ora lo sappiamo: una nazione che ha scelto il passato, 52% contro 48%. Speriamo non debba pentirsene. Il barista, ieri sera, aveva preparato due cocktail: Remain (Prosecco, Schnapp, Pesca) e Leave (Prosecco, Blue Curaçao, Arancia). Diceva di vendere più il primo, ma a un certo punto – mentre l’atrio, lentamente, si svuotava – ha chiuso bottega.

I dipinti, dentro le cornici dorate, la notte scorsa hanno assistito a uno spettacolo inconsueto: il Regno Unito ha deciso il suo destino in modo emotivo, e non l’aveva mai fatto. Chissà cos’avrebbero votato Charles Dickens, William Makepeace Thackeray e Arthur Conan Doyle - tutti, in passato, membri del Reform Club. I primi due avevano i titoli giusti per l’occasione: Grandi speranze (da una parte e dall’altra) e La fiera delle vanità (non si spiegherebbe la trasformazione di Boris Johnson da europeista convinto a leader della Brexit). In quanto a Conan Doyle, avrebbe potuto affidare a Sherlock Holmes un’indagine affascinante: cos’è venuto in mente da David Cameron di indire un referendum su un tema tanto complesso e così facile da strumentalizzare?

La campagna prima del voto è stata perfida e, quel che è peggio, superficiale. I paladini del Leave hanno puntato sulla paura dell’immigrazione, senza considerare i fatti. La Gran Bretagna vive - letteralmente - sugli immigrati: dai medici agli infermieri, dai camerieri ai calciatori, dagli autisti ai dentisti. Anche i sostenitori del Remain hanno provato a spaventare i cittadini. Non hanno detto che l’Unione Europea fosse meglio; hanno ripetuto, allo sfinimento, che uscirne era peggio. Solo l’omicidio della parlamentare laburista Jo Cox ha scosso le coscienze. Ma non ha cambiato il risultato. Il Reform Club non si schiera e non rappresenta un campione statistico; ma l’impressione è che, tra i soci inglesi, sette su dieci abbiano votato per restare nell’Unione. I Brexiteers, però, si sono fatti sentire. I nomi non sono consentiti: ma uno di loro, con un incarico di partito, ha provocato un certo sconquasso quando cercato di coinvolgere il club nella sua crociata pro-Leave.

Una posizione che sembra poco congeniale allo spirito di questo posto. Il Reform Club prende infatti il nome dal Reform Act del 1832, che modificava il sistema elettorale e allargava il diritto di voto alla borghesia. E’ stato, nel corso del XIX secolo, il club liberale di Londra, “noto per lo spirito radicale e progressista”. E’ rimasto tale nel XX secolo. E’ stato il primo ad ammettere le donne come soci, nel 1981; a concentrarsi sulla qualità della cucina; e a fornire stanze da letto per i soci venuti da lontano (ora ne ha 48, di cui 26 con bagno). Ancora oggi, al momento dell’adesione, i membri devono sottoscrivere un’adesione ai principi liberali. Quando firmò anche un consigliere dell’Ambasciata Sovietica, negli anni Ottanta, in molti si chiesero se fosse sincero.

Mentre la luce torna sugli Waterloo Gardens, i liberali e i progressisti insonni del Reform Club hanno qualcosa da festeggiare? Non sembra proprio. Il Regno Unito scappa, e non l’ha mai fatto. E’ uscito dal club sbattendo la porta: e non si fa.

(Ha collaborato, a Londra, Stefania Chiale) CdS 24

 

 

 

Vertice Nato. Gli alleati si preparano per la partita di Varsavia

 

Il vertice Nato di Varsavia del prossimo luglio sarà un importante momento di confronto tra le diverse visioni alleate sulle minacce alla sicurezza euro-atlantica e le possibili risposte per assicurare la difesa degli stati membri e lavorare alla stabilizzazione del vicinato.

 

Agenda di Varsavia

Dall'inizio della crisi in Ucraina nel 2014, su spinta principalmente dei Paesi dell'est e nord Europa, la Nato si è concentrata maggiormente sul fianco orientale e sul rischio di un’aggressione russa anche tramite tattiche di “guerra ibrida”.

 

Viceversa, gli stati membri che si affacciano sul Mediterraneo, in primis l'Italia ma non solo, hanno spinto per bilanciare l’attenzione della Nato sul fianco sud, benché la natura non-convenzionale delle minacce e dei fattori di instabilità su questo fronte - dal terrorismo islamico alla crisi migratoria - renda più difficile identificare un possibile contributo dell'Alleanza alla sicurezza della regione euro-mediterranea.

 

Tale dinamica sta influenzando anche la preparazione del vertice di Varsavia, condotta attraverso riunioni ministeriali, militari e informali. Preparazione che ha risentito anche di un presidente Usa a pochi mesi dalla sua uscita definitiva dalla Casa Bianca e quindi meno in grado di esercitare la tradizionale leadership statunitense all'interno dell'Alleanza.

 

Due sembrano essere i temi principali nell'agenda di Varsavia: da un lato deterrenza e dialogo e dall'altro la proiezione di stabilità. In un’ottica Nato questi principi dovrebbero garantire una risposta a 360 gradi all'insieme di minacce alla sicurezza euro-atlantica e applicarsi lungo tutto il perimetro dell'Alleanza.

 

Nei fatti, tuttavia, mentre il binomio deterrenza-dialogo è pensato principalmente nei confronti di Mosca, il problema di proiettare stabilità si pone soprattutto in Medio Oriente e Nord Africa.

 

Deterrenza e distensione per i figli della Guerra Fredda

Guardando ad est, il dibattito interno alla Nato sembra spostarsi dalle misure di rassicurazione dei Paesi dell'Europa centro orientale - tema emerso nel precedente vertice del Galles - verso il terreno ben più impegnativo della deterrenza convenzionale e nucleare della Federazione russa.

 

Sono ora in discussione un rafforzamento e un ulteriore sviluppo delle misure contenute nel Readiness Action Plan del 2014, incluse frequenza e portata delle esercitazioni alleate sul fianco orientale e pre-posizionamento di equipaggiamenti militari in loco.

 

Sembra profilarsi lo stazionamento di un battaglione multinazionale dell'Alleanza in ognuno dei Paesi confinanti con la Federazione russa, sui 500 uomini, a rotazione continua in modo da non infrangere apertamente l'Atto fondativo delle relazioni Nato-Russia del 1997 che, tra le altre cose, impegna gli alleati a non stazionare in modo permanente significative capacità militari nei Paesi membri di nuova adesione.

 

Questi ultimi avevano chiesto un impegno militare anche maggiore sul confine orientale, ma capitali quali Roma, Parigi, Madrid e Berlino hanno preferito un approccio più bilanciato per evitare che Mosca lo percepisse come un’escalation militare.

 

Questo approccio comprende anche la ripresa delle riunioni formali del Consiglio Nato-Russia, avvenuta il 20 aprile con un primo incontro a livello di ambasciatori in cui si è discusso di Ucraina, Afghanistan e altri temi importanti nei rapporti tra l'Occidente e Mosca.

 

Un incontro definito in gergo diplomatico “franco”, cioè di confronto duro, cosa che non stupisce visti i disaccordi esistenti tra le parti. È tuttavia significativo che le parti siano tornate a parlarsi nel forum istituzionale creato a Pratica di Mare nel 2002 sotto gli auspici italiani e che vi sia la volontà da parte Nato di tenere ulteriori riunioni del Consiglio con l'approssimarsi dell'appuntamento di Varsavia - anche al fine di spiegare le decisioni in cantiere nel prossimo vertice per ridurre l'impatto negativo sulla percezione russa dell'aggressività alleata. Proprio in quest’ottica rientra l’organizzazione in corso di un secondo incontro del Consiglio Nato-Russia.

 

Si tratta di un necessario equilibrio tra misure militari e diplomatiche niente affatto nuovo per la Nato che, dall'adozione nel 1956 del Rapporto dei tre saggi - uno dei quali era Gaetano Martino - fino al 1991, ha portato avanti il duplice approccio di deterrenza e distensione. Il problema oggi è adattare questo binomio alle condizioni dell'attuale contesto internazionale, e trovare per esso il consenso necessario in un'Alleanza che include anche Paesi che hanno vissuto la Guerra Fredda dall’altro lato della Cortina di Ferro.

 

Fianco sud: quo vadis?

Se un compromesso ragionevole sembra possibile per l'approccio alleato al fianco orientale, le idee sono ancora poco chiare su quello meridionale. Proiettare stabilità è sicuramente un obiettivo logico e condivisibile, ma rimane da vedere cosa implichi nel concreto per la Nato.

 

Chiaro è l'intento dell'Alleanza di investire maggiormente nella cooperazione bilaterale con i Paesi del Medio Oriente e Nord Africa al fine di rafforzarne le forze armate e di sicurezza (il cosiddetto Defence Capacity Building - DCB). L’obiettivo è quello di accrescere la loro capacità di contrastare in loco quegli attori che alimentano crisi e conflittualità di cui poi è anche l'Europa a pagare il prezzo, in primis in termini di crisi migratoria e terrorismo islamico.

 

Giordania, Iraq e Tunisia sono in cima alla lista di partner da aiutare tramite il DCB, e non a caso il Re di Giordania sarà a Varsavia per il vertice.

 

Anche sulla sicurezza marittima del Mediterraneo, dopo l'avvio nel 2016 della missione Nato nell'Egeo si stanno studiando passi ulteriori, anche su spinta italiana, quali la trasformazione dell'attuale missione Nato Active Endeavour, avviata dopo l'11 settembre 2001 con un mandato di contrasto al terrorismo, in una missione più ampia per la maritime security, si spera in sinergia con la missione Sophia dell'Unione europea e quelle nazionali dell'Italia.

 

Aldilà di DCB e sicurezza marittima, non è però chiaro come sfruttare e potenziare i partenariati bilaterali e regionali Nato per proiettare stabilità sul fianco sud, quale potrebbe essere nella regione euro-mediterranea la cooperazione con l'Ue - ancora ostaggio delle dispute ideologiche turco-greco-cipriote - e, infine, quale contributo potrebbe dare l'Alleanza alla lotta all’autoproclamatosi “stato islamico” in particolare, ma non solo, sul fronte dell'intelligence.

 

Tutti temi su cui anche l'Italia è chiamata a dare un maggiore contributo, nel suo stesso interesse di Paese europeo al centro del Mediterraneo.

Alessandro Marrone e Paola Sartori,  AffInt 18

 

 

 

 

 

Brexit o no, “l’Ue non sarà più la stessa dopo il 23 giugno”

 

Guy Verhofstadt, presidente del gruppo Alde del Parlamento europeo: il problema è che questa Europa non funziona – di EMANUELE BONINI

 

BRUXELLES - Che il Regno Unito resti o che se ne vada dall’Europa cambia poco: «In ogni caso bisognerà rifondare l’Unione». Guy Verhofstadt, presidente del gruppo Alde del Parlamento europeo ed europeista di lungo corso, non ha dubbi: comunque vada dopo il referendum britannico del 23 giugno «non si potrà continuare con il “business as usual”», non si potrà andare avanti a vivere, o meglio, vivacchiare, come fatto finora. «Abbiamo sempre operato piccole riparazioni, isolate, quando andava fatta una ristrutturazione» della casa a dodici stelle. Brexit o Bremain (le due espressioni per indicare l’uscita o la permanenza di Londra nel club dei Ventotto), «il problema è che questa Europa non funziona».  

 

Il referendum gli pare dunque «un’opportunità», spiega nel corso di un’intervista concessa a una settimana del voto britannico a un ristretto numero di giornalisti di testate europee, tra cui la Stampa. E’ l’opportunità di «riformare» una volta per tutte un modello che si è dimostrato non all’altezza della situazione, fin dalla sua nascita. «L’unione doganale, nel 1957, venne considerata una grande conquista quando in realtà derivò dall’incapacità, nel 1955, di trovare una politica comune e una politica estera e di sicurezza comune». I mali d’Europa sono questi, e vengono da lontano. Per questo dalla mattina del 24 giugno bisognerà mettersi «immediatamente» al lavoro, vada come vada. In sintesi, ecco il pensiero del leader liberale.  

 

Brexit  

In caso di decisione di abbandonare l’Ue «sarà fondamentale» mettersi all’opera. I trattati dicono che servono due anni per stabilire e negoziare le modalità di uscita, a cui si aggiungeranno le trattative per nuove relazioni politico-commerciali. Nessuno può dire quanto lavoro porterà via tutto questo lavoro, ma «bisogna fare in fretta, altrimenti permane l’incertezza» sull’Europa. In scenari da «stay-out» per Verhofstadt sarà altresì «fondamentale» ricorrere all’interpretazione dei trattati. «Se consideriamo che l’accordo Ue-Turchia sull’immigrazione non è neanche un accordo ma una dichiarazione...», si limita a dire il leader dei liberali europei all’Eurocamera. Vuol dire che, al netto dei dubbi e delle lacune delle indicazioni giuridiche per la gestione del divorzio, «abbiamo il modo di trovare la soluzione» al problema. Ma in caso di «goodbye» britannico «la vera questione sarà geopolitica», secondo Verhofstadt. «Tutti focalizzano l’attenzione sull’aspetto economico, ma il vero impatto sarà geopolitico. Come si porrà l’Europa nei confronti della Cina, o della Russia, senza più i britannici»? 

 

Bremain  

Anche nel caso di una decisione per restare nell’Ue «occorrerà subito mettersi al lavoro». Il fatto che comunque ci sia la conferenza dei capigruppo il giorno dopo il voto non deve lasciare tranquilli in caso di voto «pro-Europa». Verhofstadt non nasconde che «in questo caso la mia più grande paura è che tutti dimentichino la questione, e così scompare anche l’idea di riformare l’Unione». Il cambiamento sarà inevitabile, dato che in base agli accordi tra governi «bisognerà dare seguito a quanto concordato con Cameron», vale a dire creare lo status speciale del Regno Unito all’interno dell’Unione. Il Parlamento dovrà attendere le proposte della Commissione e votarle, e contribuire alla riflessione più ampia sull’Europa. 

 

Futuro dell’Europa e lavoro del Parlamento  

«L’Ue non sarà più la stessa dopo il 23 giugno». Ecco perché il Parlamento europeo presenterà al più tardi a ottobre tre relazioni sull’architettura dell’Ue: i tre documenti riguarderanno la modifica dei trattati per l’inserimento delle richieste britanniche e la definizione dello status speciale (relazione Brok, dal nome del responsabile), una nuova governance economica e fiscale (relazione Beres), e il futuro dell’Ue (relazione Verhofstadt). «Una volta esaurito il voto si avvia il processo» di riflessione, perché quello di oggi «non è tanto un problema pratico quanto un problema esistenziale dell’Ue». Per le 8 del mattino del 24 giugno è già stata convocata la conferenza dei presidenti, per discutere del post-elezioni e il cammino da seguire. 

 

La nuova Europa di Verhofstadt  

Così com’è l’Ue non va. «Lo sta dicendo da tempo anche il presidente della Bce. Mario Draghi: per quanto ancora dovrò continuare a fare quello sto facendo in attesa che i governi agiscano? O si cambia o l’Ue rischia di disintegrarsi». Sul futuro il presidente dell’Alde ha le idee ben chiare: servono migliore processo decisionale («l’Europa non funziona per via del principio dell’unanimità»), riduzione del numero dei commissari («ventotto sono troppi, se arriva un altro stato membro non abbiamo più portafogli da distribuire»), stop a eccezioni e deroghe («è impensabile che ogni Stato voglia i suoi “opt-out” per ogni cosa: così abbiamo ventotto diversi status»), due diversi tipi di membership («o membro a pieno titolo o membro associato con solo alcuni benefici»).  LS 16

 

 

 

 

Medio Oriente. Il Califfato barcolla, ma non molla

 

Proprio nel giugno di due anni fa, l’autoproclamatosi “stato islamico” catturava la città di Mosul e si impadroniva di altri centri abitati iracheni con un’impressionante avanzata, giungendo quasi alle porte di Baghdad. Oggi la situazione è ben diversa. Una campagna su più fronti, in Iraq e Siria, sta gradualmente sottraendo territorio al sedicente califfato.

 

Daesh mostra segni di logoramento, potendo contare su minori introiti anche a causa della parziale distruzione del suo business petrolifero. A rendere ancora lontana la vittoria finale sul califfato non è la forza di quest’ultimo, ma la debolezza e la frammentazione dei suoi avversari.

 

Falluja, simbolo del conflitto iracheno

Lo scorso 23 maggio, il governo iracheno annunciava un’offensiva contro Falluja, roccaforte di Daesh a meno di 70 km da Baghdad. L’azione, fortemente voluta dalle milizie sciite e dall’Iran oltre che dal governo, ha scontentato parzialmente Washington che avrebbe preferito dare la precedenza alla liberazione di Mosul, capitale irachena del califfato.

 

Sebbene la distruzione dello stato islamico sia obiettivo condiviso da iraniani e americani, la competizione per l’influenza in Iraq ha la meglio sulla cooperazione nella lotta contro di esso. Falluja è una spina nel fianco per il governo iracheno, che la considera uno dei principali centri da cui Daesh semina il terrore, inviando attentatori suicidi e autobomba nella vicina capitale.

 

La città riveste un ruolo simbolico. Essa fu una roccaforte dell’opposizione baathista e dell’insorgenza sunnita durante l’occupazione Usa. Dal 2012 fu sede di continue proteste contro il governo. Nel 2014 fu la prima città a cadere nelle mani di Daesh. Diversi leader tribali locali hanno giurato fedeltà all’organizzazione.

 

Washington teme perciò che la liberazione di Falluja possa portare a vendette a sfondo settario, che a loro volta complicherebbero la campagna di Mosul. La valenza simbolica della città travalica le contrapposizioni locali, acquisendo una dimensione regionale.

 

Dall’Arabia Saudita stanno arrivando tonnellate di aiuti a Falluja e alla provincia di Anbar che la ospita. Gli aiuti, pur avendo finalità principalmente umanitarie, sono dettati dalla solidarietà intra-sunnita e dalla rivalità con l’Iran. E per ammissione delle stesse autorità saudite, fra essi si infiltrano anche finanziamenti agli uomini del califfato.

 

Nel frattempo l’offensiva contro Mosul, annunciata con enfasi lo scorso marzo, non registra progressi. E i sanguinosi scontri verificatisi ad aprile fra curdi e sciiti turcomanni nella cittadina di Tuz Khurmatu, 90 km a sud di Kirkuk, sono solo un assaggio dei conflitti etnico-settari che la conquista della capitale del califfato potrebbe far esplodere.

 

La “corsa verso Raqqa”

Quasi contemporaneamente al lancio dell’offensiva contro Falluja, le Forze democratiche siriane (Fds) annunciavano l’inizio della campagna contro Raqqa, epicentro di Daesh in Siria. Sostenute da Washington, le Fds hanno una crescente componente araba al loro interno, ma rimangono forze a maggioranza curda. È questa la ragione principale per cui l’azione verso Raqqa si è ben presto trasformata in un’offensiva diretta a ovest, verso Manbij, con l’obiettivo di isolare Daesh dal confine turco-siriano.

 

I curdi sognano da tempo di unire l’enclave occidentale di Afrin al resto del territorio curdo, situato a est dell’Eufrate. Questo progetto è fortemente osteggiato dalla Turchia. Per il momento, Ankara sembra aver accettato a malincuore l’offensiva sponsorizzata dagli americani, solo perché i gruppi ribelli appoggiati dai turchi stavano a loro volta soccombendo al califfato. Questo non significa però che la Turchia abbia dato il via libera alle ambizioni curde.

 

Per contro, un’offensiva dei curdi verso Raqqa non solo non interessa a questi ultimi, ma è osteggiata da molte tribù arabe della regione, ostili alla presenza curda. Sono Daesh e il regime di Damasco a contendersi la lealtà di queste tribù. Le truppe del regime hanno anch’esse intrapreso un’avanzata verso Raqqa, da sudovest, nella speranza di contendere alle forze filo-americane il controllo della Siria orientale quando il califfato sarà sconfitto.

 

Daesh sopravvive grazie ai suoi nemici

Così come in Iraq vi è una concorrenza tra forze rivali nella lotta contro Daesh, la “corsa verso Raqqa” in Siria è una gara fra attori in competizione tra loro. Sia le Fds che le forze leali a Damasco sono dispiegate su un fronte troppo esteso e perciò non sono in grado di minacciare seriamente Raqqa senza esporsi ad attacchi nelle retrovie.

 

In Iraq, un’ulteriore complicazione è data dalla debolezza del governo iracheno, che rischia di sprofondare sotto il peso delle tensioni intra-sciite. La recente occupazione del parlamento da parte di una folla di sostenitori del leader Muqtada al-Sadr ha rappresentato un chiaro campanello d’allarme a tale riguardo.

 

Nei prossimi mesi il califfato continuerà probabilmente a perdere terreno, e a ricorrere sempre più ad azioni strettamente terroristiche come attentati e attacchi suicidi, rinunciando alle precedenti azioni militari su vasta scala.

 

Ciononostante, né la caduta di Raqqa né tantomeno quella di Mosul paiono imminenti. Ed anche quando ciò accadrà, grazie alle rivalità locali e regionali a cui si è accennato, Daesh potrà riemergere di volta in volta come formazione terroristica o dando vita a piccoli emirati temporanei, comunque mantenendo in vita la sua ideologia. Roberto Iannuzzi, AffInt 15

 

 

 

 

Abitare in Italia

 

Mentre il mercato immobiliare nazionale è ancora frenato dalla crisi economica, chi ha un alloggio di proprietà nel Bel Paese e non lo abita, magari perché residente all’estero, potrebbe avere, col tempo, altre improvvisate pecuniarie. Insomma, locare un alloggio non è più un affare da tenere in considerazione per incrementare, pur se lontano dalla Patria, il “redito familiare.”. Le Imposte Municipali, imposte sul reddito delle persone fisiche (IRPEF) e i sempre meno prevedibili importi per le spese di manutenzione straordinarie frenano la parvenza di un investimento che non conviene più. Del resto, essere in regola col fisco italiano non è così agevole per chi vive lontano dalla burocrazia nazionale.

Dato che i conteggi non hanno frontiera, preferiamo esporre le nostre riflessioni tramite semplici, quanto efficaci, considerazioni economiche. Indipendentemente dal canone di locazione stabilito, un appartamento affittato può rendere un utile annuo sino al 25% (al lordo d’imposta) del suo valore di mercato. Quest’ultimo è correlato allo stato di conservazione, dai suoi accessori e dalla zona, dove lo stesso si trova ubicato. Un esame delle differenti realtà locative della Penisola conforta la nostra tesi.

A Roma, in periferia, un appartamento può valere Euro 2500 al metro quadrato. A Napoli, si passa a Euro 1800. A Genova Euro 1300 e a Milano Euro 2200 (media periferia). Come a scrivere che, dal 2002 (entrata in vigore dell’Euro) a oggi, la rendita locativa annuale, al netto d’imposta, non ha superato mai il 25% del valore reale immobiliare. Sempre che, nel frattempo, non sia necessario intervenire pecuniariamente per impreviste spese straordinarie. Se si considera, poi, che da noi ci sono almeno trentamila famiglie con sfratto esecutivo in corso (il 30% per morosità), è facile comprendere che chi ha un alloggio nel Paese è più orientato a disfarsene, vendendolo.

Oltre la crisi, anche la figura dell’inquilino si è andata a ridimensionare. Alla fine del 2016, solo il 20% degli italiani abiterà in un alloggio in locazione. Deducendo, quindi, che ben l’80% del patrimonio immobiliare italiano sarà di proprietà diretta o indiretta. Essere “condomini” è una delle realtà più solide della penisola, anche se questa qualifica ha mantenuto alto il livello di costo e basso l’utile di guadagno per chi loca. Ancora per maggior chiarezza: un appartamento di mq. 70, con ogni comodità (Cat. A/3) e con non più di trent’anni di vita si affitta a Euro 7.000 (più spese accessorie) l’anno. Se non ci sono interventi straordinari (sempre più costosi), l’utile lordo resta pari a Euro 4,200 (circa il 60% della cifra pattuita). Da noi, per chi è ancora in “grana”, il reale vantaggio, anche psicologicamente scrivendo, è l’acquisto per uso personale dell’alloggio. Solo in questo caso, che interessa solo marginalmente chi vive oltre frontiera, l’investimento presenta ancora una sua validità. In tutti gli altri casi, è meglio prendere tempo. E’ un consiglio che conviene tener presente da parte di chi intendesse investire in mattoni nel Bel Paese. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Brexit. L’Europa di Spinelli contro quella della Thatcher

 

David Cameron ha ottenuto più o meno quello che voleva; i Ventisette hanno concesso più o meno quello che ritenevano possibile. Il risultato è un compromesso che forse eviterà la fuoriuscita della Gran Bretagna dall’Unione europea, Ue, ma che lascia aperti molti interrogativi e fa intravvedere pericoli del cui impatto non tutti sembrano essersi resi conto.

 

Addio a un’Ue sempre più stretta

La cancellazione dell’impegno condiviso per una “unione sempre più stretta” è stata considerata a lungo alla stregua di una clausola di stile, o poco più, e lo stesso Cameron la aveva, almeno all’inizio, presentata così.

 

Man mano che ci si è avvicinati alla stretta finale del negoziato ci si è resi conto che essa è destinata a modificare l’impianto istituzionale europeo in maniera ben più dirompente.

 

Il mantra di un gruppo di paesi che condividono il medesimo obiettivo di dare vita ad una struttura sovranazionale comune - sia pure con tempi modalità differenziate - non ha più fondamento. Era un mantra un po’ frusto, qualcuno potrà osservare, ma era anche l’unico a costituire il tessuto politico unificante del progetto europeo.

 

Ora il re è nudo e nessuno può fingere di ignorarlo: per l’Ue si prospetta un futuro non già basato su geometrie variabili, velocità differenziate e quant’altro, bensì su due Europe distinte: una di Altiero Spinelli, intorno all’euro, una di Margaret Thatcher, basata sul mercato.

 

Due Europe separate e interconnesse - in una reinterpretazione del concetto di Europa “delle convergenze parallele” - nel quadro di una Ue più ampia - quella di Coudenhove Kalergi - basata su principi fondamentali di libertà, economia di mercato e diritti della persona, in cui si potrà far posto alla Turchia e si dovrà cercare di far ragionare gli Orban di oggi e di domani.

 

A volerla cogliere, l’accordo sul Brexit potrebbe fornire l’occasione per un ripensamento a fondo della natura e delle finalità dell’Ue (è quanto sostengono anche gli euroscettici inglesi, sia pure in una prospettiva diversa). Come potrà articolarsi l’Europa politicamente integrata della moneta? Quale sarà la sua governance? Quale la tempistica e le modalità di un processo unificante che dovrà partire da una unione economica e di bilancio, ma non fermarsi alla creazione di un unico ministro delle finanze? Chi ne saranno i membri?

 

L’Italia e la revisione dell’identità europea

Immaginare che tutti i Diciannove saranno disposti a compiere il salto di qualità verso l’unione sovranazionale che la sopravvivenza a lungo termine dell’euro richiede non è assolutamente scontato. Così come non è scontato se, e come potrà/vorrà parteciparvi un’Italia che sembra oscillare fra bordate euroscettiche e dichiarazioni d’impegno di sapore federalista (si veda l’ultimo position paper di palazzo Chigi).

 

Come verranno definite le relazioni fra l’Europa politica e l’Europa del mercato? Come si potrà evitare che la scomposizione del processo europeo avviata con il compromesso sul Brexit - in tema di immigrazione, welfare, rapporti finanziari - non diventi strutturale, alterandone definitivamente la natura? Come, di conseguenza, far sì che l’eccezionalissimo britannico resti tale, mentre si profilano all’orizzonte richieste del medesimo segno (Danimarca e Irlanda si agitano già)?

 

L’Italia ha storicamente svolto un forte ruolo propositivo nella costruzione politica dell’Europa: la debolezza francese e i condizionamenti della Merkel potrebbero consentirle di assumere la guida dell’indispensabile revisione dell’identità europea. Ci vorrebbe un forte colpo d’ala, che almeno per ora non si vede, mentre il governo Renzi resta ancorato a schemi come quello di sei fondatori che, aldilà del dato simbolico, è superato tanto dalla contingenza come dalla storia.

 

Brexit, campagna elettorale

La campagna per il referendum è partita in maniera diversa da come Cameron si aspettava. Sul piano razionale, vi sono pochi dubbi che per Londra uscire dall’Ue avrebbe effetti fortemente negativi; la più che probabile secessione della Scozia potrebbe decretare addirittura la fine del Regno Unito. La grande industria e la borghesia cosmopolita delle grandi città ha preso decisamente posizione per il sì, ma non è detto che basti.

 

Sull’esito del voto le valutazioni razionali rischieranno di cedere il passo a pulsioni che di razionale hanno poco e che sono profondamente radicate nelle zone rurali e nella vecchia cintura industriale: si tratta di un elettorato che diffida della City e che vede nell’Europa un pericoloso cavallo di troia della globalizzazione, dalla quale difendersi rivendicando l’insularismo della propria britishness. Gioca contro di ciò il tradizionale pragmatismo degli inglesi, che li porta in genere a preferire il “diavolo che si conosce” al rischio di nuove avventure.

 

Vittoria del Sì, ma …

Mi sentirei quindi di dire che - salvo stravolgimenti dell’ultimo momento, come una nuova crisi dei migranti o l’esplosione del caso Grecia - il sì prevarrà con un margine ristretto, simile a quello del referendum per la Scozia. Se così dovesse essere, il problema inglese non sarebbe risolto, ma continuerebbe a trascinarsi indefinitamente, con una Londra sempre più riottosa e alla ricerca di ulteriori scappatoie che allontanino il pericolo di finire contaminata dall’aborrito progetto di integrazione politica sovranazionale.

 

È quello su cui punta Boris Johnson, il quale si è schierato per il no ma ha poi spiegato, in un lungo articolo sul Daily Telegraph, di non volere l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue, ma di volersi servire del no per negoziare ulteriori concessioni con Bruxelles.

 

Sul piano interno il suo calcolo ha senso: se David Cameron dovesse vincere il referendum alla grande, le possibilità di Boris Johnson di soffiargli il posto alle prossime elezioni si ridurrebbero a zero mentre, nel caso di vittoria del no, le cose muterebbero a suo favore.

 

Sul piano comunitario però Johnson, e i molti che a Londra la pensano come lui, sottovalutano gravemente l’insofferenza degli altri partner per questa costante, querula insistenza britannica nell’accettare negando, nel negoziare ripromettendosi di cambiare idea. La pazienza degli Eurocrati potrebbe stavolta essere davvero finita.

Antonio Armellini, AffInt

 

 

 

 

La storia rottamata

 

Nei municipi delle città che si aprono alla vittoria dei Cinque Stelle, nasce così davvero la Terza Repubblica tanto spesso annunciata e ogni volta incapace di realizzare una vera svolta nel meccanismo politico-istituzionale - di EZIO MAURO

 

Con tutto il vento seminato in questi ultimi anni, il Pd non può certo stupirsi della tempesta che ha raccolto domenica sera nelle urne. Quando la sorte e le circostanze trasformano un partito da forza di maggioranza relativa in perno del sistema politico-istituzionale e questa occasione storica viene dissipata, la politica si vendica, l'opinione pubblica si ribella e il voto lo certifica. Da ieri il perno non c'è più, il sistema gira su se stesso, imballato, e l'energia politica residua prende l'unica via di fuga rimasta dopo il fallimento parallelo di destra e sinistra, trasformando il voto comunale in un certificato nazionale di protesta, e chiedendo alla protesta di governare, cambiando.

 

Nei municipi delle città che si aprono alla vittoria dei Cinque Stelle, nasce così davvero la Terza Repubblica tanto spesso annunciata e ogni volta incapace di realizzare una vera svolta nel meccanismo politico-istituzionale.In realtà dopo Tangentopoli, la morte dei grandi partiti storici e l'era berlusconiana durata vent'anni, abbiamo vissuto fino ad oggi nella palude finale della Seconda Repubblica, segnata da un confronto-scontro tra destra e sinistra che ha prodotto l'alternanza anche se non è riuscito in due decenni a riformare il sistema e a cambiare il Paese.

 

Tutto questo è finito domenica. La destra non ha più un'identità riconoscibile, è divisa tra lepenismo d'accatto e moderatismo improvvisato, non ha un leader capace di incassare l'eredità di Berlusconi, che come erede concepisce peraltro soltanto se stesso. La sinistra ha un leader, e nient'altro: l'eredità storico-politica, che fa parte della storia migliore del Paese, è stata derisa e svenduta a saldo, come se le idee e gli uomini si potessero rottamare al pari delle macchine. Ma dopo il salto nel cerchio di fuoco, spenti gli applausi, rimane solo la cenere.

 

Quando si destrutturano i valori e i fondamenti culturali di storie politiche che hanno attraversato il secolo, rimane un deserto politico da presunto Anno Zero: teatro solo di performance, come se la politica fosse pura rappresentazione e interpretazione di pièce improvvisate ed estemporanee, senza un ancoraggio nella carne della società, nei suoi interessi legittimi, nelle sue forze vive. La destra, come il talento di Berlusconi ha dimostrato troppo a lungo, può vivere di questo teatro dilatato ed estremo, nella ricerca titanica di una fisionomia culturale che il populismo camuffa secondo il bisogno. La sinistra no. Sganciata dal sociale e dalla storia, si perde nel gesto politico fine a se stesso, dove tutto è istintivo e istantaneo, fino a diventare isterico.

 

Desertificato di riferimenti culturali (che certo sono ingombranti, perché obbligano terribilmente) il campo della contesa disegnato dalla sinistra al potere diventa basico e nudo, con parole d'ordine elementari e radicali. Una su tutte: il cambiamento ma senza progetto, senza alleanze sociali, senza uno schema di trasformazione, cambiamento per il cambiamento, dunque soprattutto anagrafico, spesso con una donna al posto di un uomo. La rottamazione della storia si è portata via anche il deposito di significato, la traccia di senso che la storia lascia dietro di sé, comprese le competenze e naturalmente le esperienze, quel legame tra le generazioni che forma il divenire di una comunità e si chiama trasmissione della conoscenza, del sapere, delle emozioni condivise. Tutte cose che altrove fanno muovere le bandiere di un partito, consapevole di avere un popolo che in quelle insegne si riconosce. Solo da noi la bandiera della sinistra, ammesso che ci sia ancora, è floscia come se vivessimo sulla luna, dove non c'è vento.

 

È evidente che una forza nata dal nulla dunque geneticamente "nuova" come i Cinque Stelle, si è trovata il campo politico spalancato. Anzi di più: irrigato con la sua acqua, concimato col suo stesso fertilizzante. Prima Berlusconi ha preso a pugni le istituzioni, dal Capo dello Stato alla magistratura, alla Corte costituzionale, rifiutando ogni loro controllo. Poi la sinistra ha predicato per tre anni che nulla della sua storia civica e politica valeva la pena d'essere salvato e indicato come riferimento, solo la germinazione spontanea del nuovo meritava attenzione, mentre la classe dirigente non andava rinnovata ma sostituita, come si fa con una gomma bucata.

 

Ed ecco i nuovi gommisti all'opera. Non hanno storia, solo una feroce gioia per la crisi delle istituzioni, da combattere in attesa di comandarle. Soltanto un rifiuto senza distinzioni di tutto il sistema politico del Paese, come dice quella "V" incastonata nel simbolo per ricordare il "vaffa", supremo riassunto di un movimento e del suo programma. Infine, com'è ovvio, non scelgono tra destra e sinistra: sono la creatura perfetta del nuovo mondo. Una promessa facile e basica, che semplifica la politica riducendola appunto a un "vaffa". E alla prima resa dei conti, molti cittadini tra il "cambiamento di governo" di Renzi e il "cambiamento contro tutti" di Grillo hanno preferito la spallata. Perché governare e rottamare insieme è difficile, quasi impossibile. E soprattutto, governare senza una storia politica a far da cornice e dei valori di riferimento, diventa un'interpretazione autistica, staccata dal corpo sociale. Si irrideva alla competenza e all'esperienza, promuovendo ministro la famosa cuoca di Lenin? Bene, ecco gli apprendisti cuochi di Grillo, più nuovi del nuovo, digiuni delle cucine del potere, totalmente inesperti da sembrare ignoranti, così politicamente "ignoranti" da apparire innocenti, talmente innocenti da funzionare come garanzia non solo di novità ma molto di più: di alterità, come se venissero da un altrove ingenuo e incontaminato, per molti cittadini il mondo ideale residuo, dopo che della politica si è voluto coscientemente fare un deserto, chiamandolo partito della nazione.

 

Roma viene conquistata facilmente dai grillini, sia per la debolezza del candidato di sinistra (simbolo capitale della debolezza del Pd di pensare in grande su una platea internazionale come quella del Campidoglio) sia per la sciagurata gestione del surreale caso Marino. Milano viene vinta d'un soffio dal centrosinistra, bloccando per il momento l'emorragia sui due fianchi, destro e sinistro. Torino riserva la sorpresa più significativa, perché qui con Fassino battuto dalla rimonta grillina s'infrange una storia ventennale di guida della città da parte della sinistra, storia di competenza e di buongoverno, che improvvisamente non conta più nulla. Il Pd e il suo segretario dovrebbero riflettere su questa spinta "contro", che nel ballottaggio coaliziona chiunque comunque contro il candidato che rappresenta la sinistra al potere e il governo nazionale: oltre ad alcune lobby cittadine che si autogarantiscono sulle poltrone del potere da qualche decennio, come se a Torino ci fosse un "fordismo" politico superstite anche dopo che il fordismo di fabbrica non c'è più, come anche la fabbrica.

 

E qui, c'è l'ultima questione. Perché l'irruzione delle forze antisistema nel campo vuoto della politica è sicuramente una sirena d'allarme per Renzi, che forse ha esaurito il capitale politico della sua avventura, e oggi dopo aver svuotato il Pd fa i conti con la sua assenza. Ma è una campana a morto per il cosiddetto establishment , incapace di proiettare un'immagine civica di sé e di costruire una vera classe dirigente del Paese in grado di coniugare gli interessi particolari legittimi con l'interesse generale: più facile da domattina — scommettiamo? — lusingare il nuovo potere nascente, per mantenere una rendita di posizione, come sempre. Questa è la verità: gli antisistema vincono perché non c'è più il sistema. Ecco perché oggi la campana suona per tutti, suona per noi.  LR 21

 

 

 

 

Le proposte della Migrantes sui rifugiati

 

In occasione della Giornata mondiale del rifugiato, che ogni anno si celebra il 20 giugno, la Migrantes ha proposto le seguenti sette proposte e impegni 

“Dal 1990 al 2015, in 25 anni, l’Italia ha accolto oltre mezzo milione di domande d’asilo, riconoscendo un diritto fondamentale. La Giornata mondiale del Rifugiato del 2016 trova l’Italia impegnata non solo nel salvataggio nel Mare Mediterraneo di migranti in fuga, ma anche nell’accoglienza e nella protezione internazionale di circa 120.000 persone nella diverse strutture, di cui circa 25.000 nelle strutture ecclesiali”, ricorda Mons. Gian Carlo Perego, Direttore generale della Fondazione Migrantes in occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato che si celebra lunedì 20 giugno.

Nonostante questo impegno diffuso, rimangono alcuni problemi aperti che portano la Fondazione Migrantes, in occasione di questa Giornata, a segnalare e rilanciare sette proposte e impegni.

1)  Riuscire a dare una risposta più competente e più celere alle persone che fanno domanda di protezione internazionale, da una parte riformando il sistema delle commissioni territoriali, prevedendo più formazione e personale dedicato;  dall’altra aumentandone il numero per arrivare a dare a tutti una risposta entro i sei mesi che le normative europee già prevedono e nello stesso tempo provando anche ad accorciare i tempi dei ricorsi dei diniegati,  che al momento aspettano anche più di un anno per riuscire ad avere una risposta. I tempi lunghi di attesa, infatti, portano le persone a rimanere in accoglienza senza una risposta anche per un anno e mezzo – due anni, con la dimissione o l’allontanamento dal centro di accoglienza, e i conseguenti  rischi della irreperibilità, di insicurezza  e di sfruttamento delle persone.

2) Rimane necessario aprire la possibilità di un permesso di soggiorno umanitario anche per i numerosi diniegati (stimati nei prossimi mesi in 40.000), per evitare la situazione di irregolarità per molte persone, soprattutto al Sud, che genererebbe sfruttamento, non tutela della dignità della persona e insicurezza. Ripartire dalla legalità è fondamentale sia per chi potrà  fermarsi in Italia sia per chi dovrà rientrare nel proprio Paese.

4) Arrivare ad avere un sistema unico e diffuso di accoglienza in Italia, che risponda a medesimi standard, procedure e sia sottoposto a puntuali controlli e verifiche rispetto ai servizi che deve erogare e rispetto alla trasparenza nella gestione dei fondi. Per questo sarebbe utile che l’accoglienza dei rifugiati, nella prospettiva della legge quadro sui servizi alla persona e della legge 328, possa vedere come gli altri servizi sociali, la possibilità  di un impegno non volontario dei Comuni, di un accreditamento da parte di enti e strutture del privato sociale e del no profit,  un piano di zona e un tavolo territoriale, superando l’empasse di una logica statalista che vede solo i Comuni e nessun altro come soggetti proponenti di un progetto di accoglienza dei rifugiati. Accogliere con trasparenza ed apertura è un reciproco vantaggio sia per chi viene accolto che per chi fa accoglienza. Il rapporto sull’accoglienza di migranti e rifugiati in Italia del Ministero dell’Interno dell’ottobre 2015 ha evidenziato come i soldi spesi per l’accoglienza delle persone hanno una ricaduta positiva anche sui comuni e le comunità accoglienti, evidenziando che dei  30-35 euro giornalieri solo 2,50 euro (meno del 10%) è dato direttamente agli ospiti, mentre per l’accoglienza circa il 37% serve per la retribuzione di operatori e professionisti e circa il 23% vada in spese relative ad affitto di locali, acquisti di beni alimentari e abbigliamento: tutte cose che sono una ricaduta positiva sull’economia locale della comunità che fa accoglienza. L’accoglienza  dei migranti e dei rifugiati, seppur ottima, se non è seguita, da quando le persone hanno la certezza di poter rimanere in Italia, da un serio programma di inserimento abitativo e lavorativo crea solo marginalizzazione, rischio di sfruttamento e frustrazione. Per questo, servono programmi specifici a livello nazionale e regionale volti a facilitare l’inserimento socio-economico, abitativo dei titolari di protezione internazionale, come di ogni altra persona che in quel territorio si trovano in situazione di difficoltà rispetto alla casa o al lavoro. A riguardo, può essere preziosa la sinergia tra Stato-Terzo Settore e Chiesa (come alcune esperienze dimostrano in diverse realtà italiane).

5) Rispetto ai minori stranieri non accompagnati bisogna davvero riuscire a superare la prima accoglienza in centri collettivi spesso inadeguati (oserei dire piccoli orfanatrofi) e arrivare a forme diversificate di accoglienza che prevedano non solo accoglienze in centri piccoli, ma anche affidamenti familiari o appartamenti in semiautonomia: un sistema di accoglienza  familiare, unico e interno al sistema di accoglienza per richiedenti asilo nazionale: cosa che si è dichiarato già nella Conferenza Stato-Regioni del luglio 2014, ma che si è ancora lontani dall’aver realizzato. Infine, occorre affidare i minori non accompagnati, in tempi brevi, a tutori specifichi, volontari e formati, evitando cumuli di tutele, assolutamente inutili e inefficaci, ad assessori e sindaci.

6) L’impegno a riconoscere il diritto di rimanere nella propria terra, non a parole ma nei fatti attraverso programmi di cooperazione internazionale che favoriscano lo sviluppo dei popoli più poveri. La Chiesa in Italia, grazie all’8 per mille, ha destinato 93 milioni di euro  per circa 750 progetti,  ha messo in cantiere nell’anno giubilare 1000 progetti diocesani 2016 nei Paesi di origine dei migranti che sbarcano sulle nostre  coste, di rientro assistito nei paesi d’origine, anche in collaborazione con la FOCSIV e i 12.000 missionari, operatori internazionali del mondo cattolico.

7) Segnalare all’Europa con preoccupazione gli esiti delle politiche di gestione di questi flussi migratori: gli hotspots, la relocation e i rimpatri sono misure di controllo delle frontiere, che stanno operando una vera e propria selezione di nazionalità ammesse nell’Unione (Siria, …), lasciando migliaia di persone escluse dall’ingresso bloccate senza altra prospettiva che quella di rivolgersi ai trafficanti. In Italia sono già attivi 4 hotspots (Lampedusa, Trapani e Pozzallo, Taranto),  altri saranno aperti, che di fatto sono centri chiusi che somigliano più a dei CIE che a dei Centri di accoglienza, nei quali al momento si sta operando, attraverso le operazioni di identificazione condotte da Frontex, Europol ed Easo, una preselezione fra migranti ai quali viene consentito di presentare la domanda di asilo e altri ai quali questa possibilità viene negata, sulla base della provenienza da una nazione considerata “sicura”. Ciò contravviene al principio contenuto nella Convenzione di Ginevra e recepito dall’ordinamento italiano secondo cui la domanda di protezione internazionale può essere presentata da tutti e tutti hanno diritto ad un esame individuale e completo della domanda. R. Iaria, De.it.press 17

 

 

 

 

Mario Giro: “Il Migration compact non può seguire il modello turco”

 

ROMA - Il Migration Compact messo a punto dall'Italia non è la riproposizione per l'Africa del «modello turco». E l'Europa farebbe bene a prestare ascolto al grido d'allarme lanciato da Medici senza Frontiere che hanno deciso, in polemica con i risultati di quell'intesa, di rifiutare ogni finanziamento dell’Ue. Ha il dono della chiarezza l'intervista con Mario Giro, vice ministro degli Esteri con delega alla Cooperazione internazionale.

Il 20 giugno si celebrala Giornata internazionale del rifugiato. Per aggredire le cause che sono alla base di un fenomeno crescente, l'Italia ha presentato a Bruxelles il Migration Compact. Siete soddisfatti delle risposte fin qui ricevute?

«Non siamo ancora soddisfatti. Matteo Renzi il 18 maggio scorso ai leader africani a Roma aveva spiegato il Migration Compact come un grande patto euro-africano, in cui contestualmente negoziare grandi investimenti strategici, gestione comune dei flussi migratori e cooperazione nel settore della sicurezza e dell'antiterrorismo. La mia impressione, dopo aver letto la comunicazione al Consiglio europeo redatta dalla Commissione, è che si voglia depotenziare il piano seguendo le solite linee che finora si sono dimostrate inefficaci».

Cosa c'è alla base di questo atteggiamento riduttivo, frenante?

«Probabilmente una mediazione a livello della Commissione. Mi sembra che la Commissione debba avere più coraggio, tanto la mediazione si fa già a livello del Consiglio europeo. Infatti, il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, dopo la Commissione, ha parlato soltanto di un "primo, piccolo passo"».

Da diverse parti, in particolare dalle ong impegnate sul campo nell'assistenza a migranti e rifugiati, si è paventato il rischio che il Migration Compact finisca per estendere al livello del Continente africano il modello turco. Come risponde a questo timore?

«Sgombrando il campo da questa ipotesi. No, il Migration Compact non è il modello turco, almeno non dovrebbe esserlo. Quel piano strategico è stato pensato perché fino ad ora l'Europa ha tenuto un rapporto micragnoso con i Paesi africani. Con il Migration vorremmo stabilire una partnership euro-africana alla pari, a parti uguali: le migrazioni, lo sviluppo e la sicurezza ci riguardano tutti, noi e loro, sono problemi globali e vanno affrontati in tal modo. Nella Commissione, invece, si parla prima di freno all'immigrazione, con pochi fondi e si rimandano gli investimenti ad ottobre. Così non può andare, in questo modo si depotenzia il patto del Migration. Infatti, sempre nel documento della Commissione europea, si parla di "ufficiali di collegamento" per le migrazioni e non di veri e propri inviati per il "Compact" che non viene mai citato».

In altri termini, si resta prigionieri dell'emergenzialismo"?

«Proprio così. Se vogliamo imprimere una svolta, dobbiamo applicare il "Compact" così come lo aveva pensato Carlo Calenda e gli uffici della nostra Rappresentanza a Bruxelles. Cosa può indurre gli africani a cooperare con l'Europa sulle migrazioni? L'essere presi sul serio come partner, l'ottenere in cambio un vero piano di investimenti, cooperare con noi sulla sicurezza la quale, tra l'altro, è una sfida più per loro che per noi. Lo Stato dell'Africa occidentale, qualunque esso sia, ha bisogno di sentirsi essere preso come un vero interlocutore, non di sentire la solita lezioncina europea, che tra l'altro non tiene conto della "accountability" e lascia irrisolte questioni cruciali legate ai diritti dei migranti»

Le ong più impegnate con i rifugiati chiedono all'Europa legalità e sicurezza. E un primo passo in questa direzione sono i corridoi umanitari.

«I corridoi umanitari sono un'altra politica concreta messa in campo dal governo italiano. Abbiamo segnali che certi Stati membri dell'Unione europea stiano copiando questo modello che coinvolge la società civile e che, peraltro, è a costo zero per l'erario. Con i corridoi umanitari si sposano insieme bisogno di sicurezza e accoglienza».

Ha fatto scalpore la decisione di Medici senza Frontiere di rinunciare, in polemica con gli effétti prodotti dall'accordo Ue-Turchia, ad ogni finanziamento Ue. Qual è la sua opinione?

 «Certamente Msf merita il nostro rispetto per quello che ha fatto e sta facendo. Non è un caso che sia, meritoriamente, Premio Nobel per la Pace. Il suo grido d'allarme va preso sul serio».

Sessanta milioni. Un Paese grande come l'Italia. É Io «Stato» dei rifugiati oggi.

«Davanti a questo fenomeno gigantesco, l'Italia fa la sua parte, come le viene riconosciuto a livello internazionale. Oggi 300 milioni di persone si spostano sul pianeta, di queste 30 milioni diventano schiavi, decine di migliaia muoiono in mari e deserti, solo nel Sinai sono 18mila i rifugiati sequestrati. È un popolo di bambini, di giovani e di donne. Un popolo dolente che cerca un futuro migliore. Ogni risposta burocratica e dilatoria non tiene conto di questo dramma. Le proposte italiane (corridoi e Migration) non sono solo una risposta ragionevole ma anche un grido di rivolta, morale e politica, davanti a un fenomeno di tali dimensioni e che durerà». L’Un. del 20 giugno

 

 

 

 

I limiti

 

Ci si ostina ad avvalorare che la situazione socio/economica nazionale stia lasciando la pericolosa china e che, dal 2017, si avvertiranno i primi segni di “ripresa”. La notizia, pur se intercalata da eventi della più contraria natura, continua a essere all’ordine del giorno. Quando, in un Paese, com’è il nostro, dove il carico fiscale, diretto ed indiretto, supera il 40% dell’imponibile, d’illusioni non se ne fa più nessuno. Non a caso, circa il 20% delle famiglie italiane sono a rischio di “povertà”.

 Le forze sociali hanno smarrito la via della concertazione e la gente, anche quella più “comune, ” non riesce più a trattenere il risentimento verso una classe politica inadeguata d’assumere precisi impegni nei confronti di un Popolo che è costretto a subire “tutto”, senza ottenere”nulla”.

Però, non è che cambiando gli uomini alla guida dei partiti che la situazione possa migliorare. E’ il sistema politico da emendare. Certo è che non è possibile una simile soluzione, quando lo stesso Governo risente di una sorta d’incoerente conformismo. I battibecchi e le polemiche di corridoio hanno lo spessore delle “sceneggiate”. Quelle che fanno “piangere”, sono più di quanto possano fare “ridere”.

 Ora il piatto “piange” e ed anche questo 2016 terminerà con “note” che avranno ben poco di consumistico. Oltre gli aspetti formali, che rispettiamo, ci sarà poco da “sperare”. Il bisogno resta la prima donna di questo Paese che non sarebbe tanto “sfortunato” se fosse guidato da uomini meno vincolati a una politica accomodante.

Solo gli “illuminati” sono riusciti a correre ai ripari per evitare le “secche”. Per gli altri, che sono la maggioranza, il futuro è ancora incerto. Quando l’imposizione vince sulla comprensione e la disonestà usurpa l’onestà, allora c’à da chiederci se non si stiano indebolendo i presupposti per una reale ripresa.

 La mancanza di lavoro e la difficoltà a far fronte ai comuni impegni della vita la dicono lunga sulle reali condizioni della Penisola. In quest’anno bisestile è inutile tentare d’illudere chi ha già toccato il “fondo”. Le diatribe politiche non hanno mai risolto. Oggi ancor meno che per il passato. Ma Renzi l’ha capito? Un interrogativo ancora senza risposta. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Pd nella bufera, minoranza dem a Renzi: "Cambiare rotta"

 

Il giorno dopo i risultati dei ballottaggi delle elezioni amministrative, Pd alla resa dei conti con la minoranza dem che, alla luce dell'esito del voto, chiede al presidente del Consiglio Matteo Renzi un immediato cambio di rotta. "La sconfitta è stata severa e merita risposte chiare", scrive Gianni Cuperlo su Facebook.

"Penso serva una correzione seria della rotta - sottolinea - che per me significa una svolta culturale, politica, dell'identità di un centrosinistra di governo. A Milano abbiamo vinto (con fatica, ma abbiamo vinto) perché in quella città attorno alle primarie e alla candidatura di Sala si è aggregata la sinistra, dentro e fuori il Pd".

"È giusto - osserva - avere convocato la direzione del Pd per i prossimi giorni. Mi auguro che si affronti una discussione pacata nei toni ma seria nel merito. Qui nessuno può rivendicare quella frase abbastanza odiosa 'lo avevo detto'. Qui si tratta di rimboccarsi le maniche e di mettere in sicurezza il principale partito della Sinistra e le prospettive di un governo progressista per il futuro dell'Italia", conclude.

Invoca un cambio di rotta anche il deputato della sinistra Pd Roberto Speranza. "Il Pd - dichiara al 'Corriere tv' - rischia di essere il partito del capo qui a Roma e poi una sommatoria di comitati elettorali sul territorio, un Pd megafono di palazzo Chigi, che non riesce a essere fino in fondo un grande partito capace di parlare alla società. Non gioco questo argomento contro la leadership, l'ho detto 3-4 mesi fa 'attenzione questo meccanismo non funziona'. Il doppio incarico segretario-premier non funziona".

Tuttavia Speranza non chiede apertamente un passo indietro di Renzi dalla guida del partito. "E' una valutazione che deve fare Renzi. Ripeto: il doppio incarico non fa bene al Pd e oggi - osserva il deputato della sinistra dem - è il momento di cambiare rotta. Il segnale che si ci è arrivato elettori è fortissimo e richiede una risposta politica e la risposta politica deve essere un cambio di rotta".

"Ha pesato o no la legge sulla buona scuola che ha portato in piazza 600.000 persone contro il Pd? Ci lamentiamo del non volto delle periferie - domanda ancora Speranza - ma se tu togli la tassa sulla prima casa anche a un miliardario, che messaggio dai a uno che ha una casetta in periferia? Cambiare rotta sulle politiche ma anche "riorganizzare un partito sfilacciato, pieno di commissariamenti e quindi non più credibile nella sua missione nazionale".

"Si dica che l'esperienza con Verdini è chiusa - sottolinea - e che vogliamo ricostruire il centrosinistra". "Cosa c'entra con noi? Ha contribuito a portare l'Italia nel baratro prima del governo Monti e ora ce lo troviamo in casa. E' stato un errore madornale", conclude l'esponente di Sinistra dem.

Matteo Orfini in un lungo post su Facebook scrive: "Dopo un risultato come quello di Roma credo che solo una cosa non si possa fare: discutere per finta. Abbiamo il dovere della sincerità. Che significa riconoscere gli errori, ma anche ricostruire i fatti con precisione per evitare di sbagliare ancora". Giachetti "ha detto che la sconfitta è solo sua. Non è vero. Insieme abbiamo combattuto, abbiamo raggiunto un ballottaggio non scontato. E abbiamo perso, di tanto. Ma - conclude Orfini - l'abbiamo giocata fino all'ultimo minuto".

Il Pd ha preso atto con una nota della sconfitta. "I ballottaggi - si legge nel comunicato a commento dei dati delle amministrative - segnano per i candidati del Pd una sconfitta netta senza attenuanti a Torino e Roma contro le candidate del M5S e una vittoria chiara e forte a Milano e Bologna contro i candidati delle Destre".

"Il quadro nazionale" che emerge dal voto amministrativo "è molto articolato. Perdiamo alcuni Comuni dove abbiamo governato a lungo e vinciamo in altri Comuni dove da vent’anni la destra era maggioranza. La Lombardia, per esempio, vede per la prima volta tutti i Comuni capoluogo ormai a guida Pd. Vinciamo da Varese a Caserta, in zone per noi difficili. Ma resta l'amaro in bocca per alcune sconfitte molto dure, da Novara a Trieste", spiega ancora il Pd.

Per il Partito democratico è "evidente il dato frastagliato del voto territoriale, dato che contiene peraltro anche alcune indicazioni nazionali su cui la Direzione nazionale del Pd rifletterà il prossimo venerdì 24 giugno, a partire dalle 15".

Renzi ammette la sconfitta, il Pd anticipa la Direzione. adnkronos 20

 

 

 

 

 

Il presidente Fabio Porta sull’audizione del direttore generale del Maeci per la Promozione del Sistema Paese Vincenzo De Luca

 

Riunito il Comitato sugli italiani nel mondo e la promozione del sistema paese

 

“Valorizzare il mondo degli italici che esiste sia in ambito culturale che economico, mettendo in campo le strutture storicamente legate alle comunità italiane nel mondo, come camere di commercio ed enti gestori. Necessario un riordino di questo settore che inverta finalmente la spirale dei tagli alle risorse degli ultimi anni”

 

ROMA – Si è svolta alla Camera dei Deputati, presso il Comitato permanente sugli italiani nel mondo e la promozione del sistema paese, l’audizione del direttore generale del Maeci per la Promozione del Sistema Paese Vincenzo De Luca. Nel corso dell’incontro, dedicato all’attività di promozione del “Sistema Paese”,  sono inoltre intervenuti i deputati Laura Garavini (Pd), Alessio Tacconi (Pd), Marco Fedi e il presidente del Comitato Fabio Porta. A quest’ultimo, al fine di avere un quadro generale sulle tematiche affrontate nel corso dell’audizione, abbiamo chiesto di raccontarci l’incontro.

“E’ stata un’audizione importante – ha esordito Porta - perché il ministro plenipotenziario Vincenzo De Luca, che dal primo febbraio ricopre l’incarico di direttore generale del Maeci per la Promozione del Sistema Paese,  è effettivamente per le sue competenze e le deleghe, il riferimento diretto del nostro Comitato che si occupa di italiani nel mondo e della stessa promozione del sistema paese. Quindi con lui, anche grazie alla sua ampia relazione in cui ha illustrato le linee attraverso le quali in questo settore si sta muovendo il Maeci,  abbiamo potuto approfondire  materie di comune interesse. Si è parlato in particolare – ha proseguito Porta entrando nel merito delle questioni affrontate -  del tema dell’internazionalizzazione e del coinvolgimento delle comunità italiane nella proiezione internazionale del nostro Paese. Un aspetto che svilupperemo anche domani in un seminario che stiamo organizzando alla Camera con Assocamerestero  e al quale lo stesso De Luca parteciperà. Abbiamo ad esempio approfondito la questione della proiezione culturale e  scientifica e quindi degli Istituti Italiani di Cultura, degli enti gestori e dei rapporti con le università e i vari enti di ricerca. Negli interventi che si sono succeduti durante la seduta  – ha continuato Porta - è stato sottolineato come questa audizione rappresenti in qualche maniera l’inizio di una riflessione che noi vogliamo concludere entro la fine dell’anno per dare anche al Governo il nostro contributo sulla riorganizzazione di tutta la proiezione internazionale dell’Italia, perché non solo il Maeci ha accorpato in un’unica direzione le competenze che ci interessano direttamente, mi riferisco anche alla promozione all’estero della lingua e cultura italiana, ma anche a livello più generale è in corso un’azione di riorganizzazione con avvicendamenti importanti ai vertici dell’Ice,  Enit e Simest. Entità istituzionali che hanno un’unica missione e rispetto alle quali vorremmo che si passasse dai principi generali delle buone intenzioni, che parlano di cabina di regia e coordinamento, a linee molto più concrete che vedano nella presenza italiana e quindi nella Camere di commercio, per quanto riguarda il business, e negli enti gestori, per quanto concerne la lingua e cultura,  non delle cenerentole ma dei soggetti attivi e importanti al pari livello di altre entità in grado di contare su dotazioni finanziare più importanti. A De Luca – ha poi precisato Porta – abbiamo quindi detto che  vogliamo veramente valorizzare il mondo degli italici che esiste sia in ambito culturale che economico, mettendo in campo anche quelle strutture di prossimità che storicamente sono legate alla comunità degli italiani nel mondo, come appunto Camere di commercio ed enti gestori, senza sottrarci all’autocritica e ad una giusta necessità di riforma di questo comparto, un riordino che però andrà realizzato in maniera  intelligente, invertendo finalmente quella spirale dei tagli che negli ultimi anni ha fatto sì che questo processo di riorganizzazione avvenisse più sull’onda della necessità, e quindi del risparmio, che non su una vera impostazione strategica. Tutto questo – ha aggiunto il presidente del Comitato - sarà mirato alla elaborazione di una legge di stabilità con delle azioni concrete finalizzate al rafforzamento di questi comparti e in questo senso esiste una sintonia con la direzione generale del Sistema Paese del Maeci . Questo discorso lo riprenderemo anche con gli esponenti del Governo e come dicevo all’inizio anche con le altre identità che hanno questa missione a livello istituzionale”.

 “Qualche settimana fa – ha poi ricordato Porta rispondendo alla nostra richiesta di precisazioni sull’accorpamento delle competenze avvenuto all’interno del ministero degli Esteri -  con un nostro parere favorevole  è stata decisa e approvata dal Parlamento l’unificazione di alcune competenze del Maeci , fra queste vi era anche quella che ci riguarda più direttamente, ovvero l’attribuzione alla direzione generale Sistema Paese delle competenze per la promozione della lingua e della cultura italiana che  appartenevano alla direzione generale per gli Italiani nel Mondo. Un  processo di unificazione strategico che è funzionale del fatto che la lingua e la cultura italiana sono parte di un processo più generale di internazionalizzazione e anzi possono esserne anche un volano e quindi un elemento ovviamente da considerare in parallelo e non in maniera secondaria o esterna. E’ però è necessario che in questo accorpamento non si trascuri la dimensione relativa alle comunità italiane, come ad esempio gli enti gestori, e non si dimentichi che c’è una importante professionalità che in questo momento all’interno del Meci è rappresentata da docenti e professori che in questi anni hanno acquisito un patrimonio importante nel coordinamento della promozione della lingua e cultura italiana nel mondo. Vi è anche la necessità – ha aggiunto Porta - di un maggiore coordinamento con il ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca nell’approvazione dell’operatività della ‘Buona scuola’ che deve vedere i ministeri lavorare tutti insieme, ma ripeto – conclude Porta - non in un’ottica solo di razionalizzazione dei costi, ma semmai di potenziamento di tutto questo comparto e speriamo anche nel recupero delle risorse che sono state tagliate negli ultimi anni”. (G.M.- Inform 23)

 

 

 

 

La fede politica che perde le radici

 

Queste elezioni amministrative segnano, indubbiamente, una svolta. Annunciata da qualche tempo, ma oggi evidente. E irreversibile. La riassumerei in questo modo: in Italia il voto non ha più una geografia.

 

In altri termini: ha perduto le sue radici. E, quindi, i suoi legami con la storia, la società, le identità che gli garantivano senso e continuità. D'altronde, fino a pochi anni fa, la geografia elettorale in Italia riproduceva in larga misura il profilo emerso nel dopoguerra. Dove gli orientamenti di voto, in alcune zone, si riproponevano sempre uguali, nel corso del tempo. Nonostante il mutamento del clima politico e degli stessi partiti. Alcuni dei quali, scomparsi. In fondo, nel 1994, Silvio Berlusconi aveva "fondato" Forza Italia sull'anti-comunismo. Recuperando le fratture sociali e territoriali del passato. Questa geografia era stata ridisegnata, profondamente, dall'irruzione del M5s, alle elezioni del 2013. Matteo Renzi ne aveva seguito le tracce, alle elezioni europee del 2014. Il suo Pd aveva sfondato il muro del 40%, affermandosi, a sua volta, in tutte — o quasi — le aree del Paese.

 

Così le Italie politiche si erano confuse. Zone rosse, bianche, verdi, azzurre: tutte scolorite. Ebbene, queste elezioni amplificano queste tendenze. Infatti, se osserviamo il risultato dei 143 Comuni maggiori, risulta chiara l'impossibilità di individuare una chiave di lettura. Se non l'inutilità delle chiavi di lettura che utilizziamo per analizzare e interpretare il voto. Oltre un terzo delle amministrazioni — cioè, circa 50 — ha, infatti, cambiato colore.

 

Nello specifico, i governi di centro-sinistra dopo il voto si sono ridotti alla metà: 45, mentre prima erano 90. Il centro-destra ha mantenuto e anzi allargato un poco il numero delle città amministrate. Mentre il M5s è arrivato al ballottaggio in 20 Comuni e li ha conquistati praticamente tutti. Cioè, 19. Tra questi, Roma e Torino sono quelli che fanno più notizia. Comprensibilmente. Però il M5s si è affermato in tutte le aree. In particolare nel Mezzogiorno.

 

A Roma e a Torino, peraltro, le sue candidate hanno intercettato il voto dei giovani, dei professionisti, dei tecnici. Ma anche dei disoccupati. In altri termini: la domanda di futuro e la delusione del presente.

 

Colpisce, soprattutto, il cambiamento che ha coinvolto le regioni dell'Italia centrale. Tradizionalmente di sinistra. Tradizionalmente le più stabili. Dove, però, oltre metà dei Comuni di centrosinistra hanno cambiato colore. Ciò conferma la non-chiave di lettura suggerita in precedenza. Sottolineata dal risultato del non-partito per definizione. Il M5s. Che fra il primo e il secondo turno ha allargato i suoi consensi da 650 mila a più di 1 milione e 100 mila voti. Cioè, di oltre il 70%. Un segno della sua capacità di intercettare elettori "diversi". Che provengono da partiti e da aree "diverse". Ma soprattutto da "destra", quando si tratta di opporsi ai governi di centrosinistra. Com'è avvenuto, in modo appariscente, a Roma e Torino, dove, nei ballottaggi, le candidate del M5s hanno allargato in misura molto ampia i loro consensi elettorali.

 

Per questo penso che il significato di questo voto vada oltre i contesti locali. Riflette una tendenza consolidata, che Matteo Renzi ha contribuito a rafforzare. Non tanto perché abbia personalizzato il voto amministrativo, anche se in qualche misura ciò è avvenuto. Ma perché ha accentuato il distacco fra politica e territorio. Enfatizzando la personalizzazione e la mediatizzazione. Il Pd, trasformato in PdR. E la campagna elettorale condizionata dal dibattito sul referendum "costituzionale". Pardon, "personale". Su Renzi medesimo. Così i sindaci e le città hanno perduto significato, importanza. E le elezioni amministrative sono divenute un'arena dove si giocano altre partite, con altri protagonisti. Dove il M5s, più di altri soggetti politici, è in grado di affermarsi. Nel passato, invece, il suo rendimento elettorale risultava molto superiore nelle scadenze nazionali, quando poteva riprodurre il disagio e la protesta. Mentre nelle elezioni amministrative non riusciva a ottenere risultati analoghi, in quanto non disponeva di figure credibili, come soggetti di governo. In ambito locale. Oggi, evidentemente, non è più così. Perché il M5s è presente, ormai da anni, sul territorio. E ha raccolto, intorno a sé, militanti e attivisti. Tuttavia, più degli altri attori politici, è in grado di canalizzare la "domanda di cambiamento". Meglio ancora: i sentimenti e i risentimenti "in tempi di cambiamento". Come quelli che stiamo attraversando.

 

Così questo voto rappresenta, al tempo stesso, una risposta e un segnale. Una risposta al dis-orientamento che ha investito molte zone del Paese. E, soprattutto, le aree urbane e metropolitane. In particolare: le periferie. Dove la "politica" ha perduto senso e radici. Ma anche un segnale, a modo suo, fragoroso, quanto il silenzio degli astenuti. Rammenta, infatti, che la "messa è finita". Le fedeltà si sono perdute. Liquefatte. Come i partiti. Non per nulla ne ha beneficiato un non-partito liquido come il M5s. Così, ogni scadenza elettorale diviene — e diverrà — un passaggio senza destinazioni precise. Senza mappe e senza bussole che permettano ai cittadini e agli elettori di orientarsi. E agli analisti, come me, di interpretarne — e prevederne — i percorsi. Le ragioni. Le destinazioni. LR 21

 

 

 

 

Compasso d’Oro 2016 - La Farnesina promuove il design italiano nel mondo

 

Il direttore generale per la Promozione del sistema paese De Luca partecipa alla premiazione 2016 del Compasso d’Oro

 

ROMA - “La Farnesina ha scelto il design come uno degli assi prioritari della sua azione di promozione internazionale. Ogni anno, a partire dal 2 marzo 2017 la rete di Ambasciate, Consolati e Istituti di Cultura Italiani nel mondo organizzerà il Giorno del design italiano” - così Enzo De Luca, direttore generale per la Promozione del sistema paese del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, in occasione della premiazione del Compasso d’Oro tenutosi a Palazzo Isimbardi, Milano. Questo in un “gioco di squadra che coinvolgerà attori pubblici e privati: un’azione di sistema in continuità con quella attuata per Expo Milano 2015 per rafforzare nel mondo la cultura italiana del design”.

L’edizione 2016 del Compasso d’Oro si focalizza sul tema strategico per l’Italia del valore economico del design e della proprietà intellettuale. I prodotti vincitori, rappresentativi di ogni campo della produzione, dall’arredamento all’illuminazione, dai mezzi di trasporto ai servizi, agli oggetti personali, accresceranno il patrimonio della Fondazione ADI Collezione Compasso d’Oro, che raccoglie gli oggetti del design italiano selezionati sin dalla prima edizione del 1954.

Da decenni, il Compasso d’Oro è un appuntamento fondamentale. Per riflettere su tendenze e dinamiche di uno dei principali biglietti da visita della nostra cultura e della nostra industria. E per condividere tra progettisti, designer e architetti di tutto il mondo soluzioni innovative per forme, processi e prodotti. È un patrimonio italiano e internazionale, una selezione rigorosa delle più brillanti espressioni del design mondiale che uniscono capacità creativa a processi industriali sempre più sofisticati, in cui la storia di un territorio e il senso estetico si mescolano al fare impresa.

E sono proprio queste molteplici declinazioni del design, sul piano dello studio, della progettazione e industriale, e la loro incidenza sul tessuto sociale ed economico dell’Italia alla base della decisione del Ministro degli Esteri e della Cooperazione Internazionale Gentiloni di impegnare la Farnesina e la sua rete diplomatico-consolare in un’azione promozione del design italiano all’estero: dal sostegno alla XXI Esposizione Internazionale della Triennale e al 55° Salone del Mobile di Milano alla antica e strutturata collaborazione con l’Associazione per il Disegno Industriale. (Inform 15)

 

 

 

Nazioni Unite. Italia, corsa al seggio Onu

 

Il 28 giugno prossimo l’ Assemblea generale delle Nazioni Unite procederà al rinnovo dei dieci membri non permanenti del Consiglio di Sicurezza. Attualmente questo organo è composto di quindici membri: cinque membri permanenti e con diritto di veto ( Stati Uniti, Russia, Cina, Regno Unito e Francia ) e dieci non permanenti, con mandato biennale non rinnovabile immediatamente.

 

L’Italia si è candidata a uno dei posti di membro non permanente spettante al gruppo dei Paesi occidentali per il biennio 2017-2018. I Paesi occidentali concorrenti dell’Italia sono i Paesi Bassi e la Svezia.

 

Lo Statuto delle Nazioni Unite prevede che i membri non permanenti siano scelti tenendo in considerazione il loro contributo “al mantenimento della pace e della sicurezza internazionale ed agli altri fini dell’Organizzazione, ed inoltre ad un’equa distribuzione geografica”. Quest’ultima viene assicurata dalla prassi di attribuire un numero fisso di posti ad ogni gruppo regionale ( 3 all’Africa, 2 all’Asia-Pacifico, 1 all’Europa orientale, 2 ai Paesi occidentali, 2 all’America Latina ) e, all’interno di ogni gruppo regionale, dal rispetto di ragionevoli periodi di tempo tra una candidatura e quella successiva.

 

Contributo italiano al mantenimento della pace

L’Italia si è proposta per l’elezione al Consiglio di Sicurezza dopo dieci anni dalla precedente candidatura; e questo è certamente un ragionevole lasso di tempo. Le nostre credenziali sono ineccepibili per quanto riguarda il requisito del mantenimento della pace: siamo il primo contributore di truppe, tra i Paesi occidentali, alle operazioni di pace delle Nazioni Unite.

 

Le nostre credenziali sono ugualmente ineccepibili per quanto riguarda il contributo agli altri principali fini dell’ Organizzazione (promozione della soluzione pacifica delle controversie, del rispetto della legalità internazionale e del disarmo, protezione dei diritti umani). Lo sono meno per quanto riguarda l’aiuto pubblico allo sviluppo, dove l’ Italia è largamente indietro rispetto ai suoi concorrenti.

 

I principi cui s’ispira la nostra politica estera richiamano quasi alla lettera i fini assegnati alle Nazioni Unite dal suo Statuto. Ciò spiega l’importanza fondamentale che il nostro Paese attribuisce al ruolo delle Nazioni Unite e il contributo di eccellenza che l’Italia ha costantemente dato alla loro azione in materia di mantenimento della pace e della sicurezza internazionale, anche sedendo periodicamente nel Consiglio di Sicurezza. La solida reputazione che l’Italia ha saputo guadagnarsi negli oltre sessanta anni di appartenenza alle Nazioni Unite non è stata raggiunta però agevolmente.

 

Siamo diventati membri delle Nazioni Unite nel 1955, dieci anni dopo la loro costituzione. Abbiamo dovuto superare i giudizi negativi che circondavano il nostro Paese a causa delle folli avventure belliche fasciste e delle tragiche vicende attraverso le quali l’Italia aveva posto fine alla guerra contro le Potenze Alleate: vicende che ci avevano valso il risentimento dei vinti e il disprezzo dei vincitori. Si tratta di giudizi, e pregiudizi, dei quali non ci siamo ancora liberati completamente.

 

Riforma del Consiglio di Sicurezza

Accanto a questa costante opera in difesa e promozione del ruolo delle Nazioni Unite e dei principi sui quali è basato il loro Statuto, l’Italia svolge da quasi un quarto di secolo, insieme a molti altri Paesi che condividono la nostra impostazione, una azione determinata e intelligente volta a rafforzare il carattere democratico delle Nazioni Unite, nel cui ambito da tempo è sentita l’ esigenza di adattare composizione e metodi di lavoro del Consiglio di Sicurezza alla odierna realtà internazionale.

 

La composizione di questo organo è rimasta invariata dal 1965, quando i membri delle Nazioni Unite erano 117: ora sono 193. A partire dal 1993 sono state avanzate varie proposte per allargare il Consiglio di Sicurezza e per migliorarne i metodi di lavoro, incluso il ricorso al potere di veto.

 

L’ Italia si è immediatamente dichiarata disponibile a dare il proprio apporto per rendere il Consiglio di Sicurezza maggiormente democratico, rappresentativo e responsabile nei confronti di tutti i membri delle Nazioni Unite. Ma si è opposta all’aumento dei membri permanenti e ha svolto un ruolo cruciale per contribuire a bloccare, a partire dal 1995, il ripetuto tentativo di Brasile, Germania, Giappone e India di promuovere una revisione dello Statuto intesa ad attribuire a questi Paesi lo status di membri permanenti.

 

Il ragionamento che ha mosso l’azione del nostro Paese è che, secondo il diritto internazionale, tutti i Paesi sono uguali: hanno gli stessi diritti e gli stessi doveri. Questo principio deve valere anche nell’ambito dell’Organizzazione che li raccoglie tutti e nella quale tutti si riconoscono.

 

La presenza nel Consiglio di Sicurezza di Sicurezza di cinque membri con diritti speciali (seggio permanente e diritto di veto) si giustifica solo perché questi cinque Paesi sono stati i principali, anche se non gli unici, vincitori della seconda guerra mondiale e, come fondatori delle Nazioni Unite, si sono attribuiti una posizione speciale nel loro ambito, quando ne hanno scritto lo Statuto. Sarebbe profondamente antidemocratico e contrario ai fondamenti del diritto internazionale estendere oggi ad altri Paesi diritti discriminatori che vengono dalla storia; e la storia, come noto, non si può cambiare.

 

Vale la pena di ricordare un episodio del passato,significativo ma poco noto, avvenuto durante un viaggio in Giappone, alla metà degli anni ‘90, dell’allora ministro degli Affari esteri Susanna Agnelli. Durante l’incontro, il suo omologo giapponese aveva esposto a lungo i motivi che rendevano essenziale l’attribuzione al Giappone (e alla Germania ) dello status di membro permanente del Consiglio di Sicurezza. La Signora Agnelli osservò laconicamente: “Caro Collega, Lei non penserà che l’Italia abbia perso, da sola, la seconda guerra mondiale?”. Il Ministro giapponese concluse immediatamente il colloquio senza reagire e si ritirò.

 

La proposta italiana

La discussione sulla riforma del Consiglio di Sicurezza continua a registrare molteplici e contraddittorie proposte che finiscono per incrociarsi con il veto di uno o più dei membri permanenti. Per far progredire il negoziato, l’Italia ha presentato, insieme agli altri Paesi che da tempo condividono la sua posizione di fondo, una proposta di compromesso, che prevede l’istituzione di una terza categoria di membri, con mandato più lungo degli attuali seggi biennali e rinnovabile.

 

A parere di chi scrive, si tratta di un’ipotesi utile per far progredire il negoziato, ma che va maneggiata e modulata con cautela, se non si vuole indebolire la logica del principio sul quale si basa la posizione italiana: che tutti gli Stati sono uguali e hanno gli stessi diritti nelle Nazioni Unite; con l’eccezione del Consiglio di Sicurezza, dove i Cinque permanenti hanno acquisito la loro posizione speciale come imposizione del vincitore al termine della seconda guerra mondiale.

Roberto Nigido, Ambasciatore d’Italia. AffInt 24

 

 

 

 

Brexit, gli italiani a Londra: «Come l’isteria dopo la morte di Diana»

 

Incredulità e timori della comunità italiana dopo il voto della Gran Bretagna per l’uscita dall’Europa. Da chi lavora in libreria fino al presidente di IMG Media: «Ci sentiamo stranieri per la prima volta» - di Paola De Carolis

 

Sconcerto, rabbia, sdegno. Gli italiani di Londra non si riconoscono, all’indomani del referendum, in una città e in un paese che da anni chiamano casa.«Sono in Gran Bretagna da 26 anni ma solo negli ultimi due o tre, quando si stava solidificando la possibilità di un referendum e il tono del dibattito si è fatto man mano più feroce e intransigente, ho cominciato a sentirmi un’immigrata europea invece che una cittadina europea» dice Paola Buonadonna, che lavora presso il Centre for European Reform. «Questo paese è oggi praticamente irriconoscibile: l’estremismo imperversa, la politica si è fatta becera, vacua, clownesca. La stampa informa sempre di meno, persino la BBC.

Fino all’ultimo mi è sembrato impossibile che la razionalità non prevalesse, che gli inglesi, soprattutto i più emarginati, i più colpiti dall’austerity, votassero a favore di una recessione. È come l’isteria dopo la morte di Diana, ma con risvolti geopolitici ed economici inquietanti. Io non ho votato- non ho potuto votare perché non ho mai preso la cittadinanza inglese: non ve ne era motivo. Il mercato interno e la libertà di movimento volevano dire libertà di costruire la propria vita ovunque, senza trasformismi. Ma questo voto cambia tutto: ora mio marito, inglese, vuole prendere la cittadinanza italiana: così possiamo continuare a sentirci europei».

Il presidente di IMG Media: «uno schiaffo ai giovani»

Per Ioris Francini, presidente, IMG Media, «giovani, città e scozzesi hanno votato per rimanere. Gli anziani e le campagne hanno votato per uscire e hanno vinto. Anche se le ripercussioni sono ancora ignote è difficile immaginare che Londra e altre città inglesi non cambino. Little Britain ha dato un schiaffone ai giovani, agli stranieri, al principio di libera circolazione e apertura: e questo non è bene. La speranza è che con questo voto demagogico di censura dell’Unione Europea, l’Unione si sbrighi a ridefinire la propria identità e si modernizzi».

Le libraie dell’Italian bookshop: «Per la prima volta ci sentiamo straniere»

Per Ornella Tarantola e Renata Sguotti dell’Italian bookshop, la libreria italiana di Londra, lo sconcerto è enorme. «È uno shock. Eravamo fiduciose, ma preoccupate per un voto richiesto senza fornire adeguata informazione, basato su spauracchi gestiti sommariamente. Londra è casa, o forse meglio iniziare a dire “era”. Personalmente, ci sentiamo straniere per la prima volta in un Paese che, culturalmente e non solo, ha sempre dimostrato apertura e lungimiranza, capacità di unire creando il meglio possibile. Pare abbia vinto chi ha urlato più forte, indipendentemente dai contenuti. Le dichiarazioni di Farage di stamane sono agghiaccianti! Diversi amici inglesi ci hanno contattato scusandosi: temono che il loro Paese si spezzi e un cliente si è detto tristissimo ad aver realizzato di avere connazionali così idioti... I timori sono tanti, noi lavoriamo con la cultura, noi lavoriamo con l’Italia e l’Europa, siamo europee e Londra ci aveva adottate».

 

«Ora si apre l’incertezza»

«Questa mattina appena svegliata sono andata sul sito della BBC e pensando di non capire/vedere bene ho digitato un altro sito» racconta Lavinia Spagnoletti-Zeuli, che abita a Londra con il marito e due figli. «Penso che chi abbia votato “leave” non si sia reso conto del salto nel buio che il paese ha fatto. Per un paio di anni ci sarà incertezza poiché saremo nelle mani di nuovo primo ministro al momento sconosciuto che deciderà cosa e come negoziare con l’Europa’’. Infine una voce giovanissima. Anna Ponticos, 7 anni appena compiuti, nata e vissuta a Londra, mezza italiana, mezza greca. «Non capisco. Cosa vuol dire che gli inglesi non vogliono stare in Europa? Come fanno a spostarsi in un altro continente?» CdS 26

 

 

 

 

La terza repubblica

 

Sarebbe poco saggio sottovalutare l’evoluzione politica che si sta tracciando. Anche se non è più possibile il rischio di un “ribaltone”, c’è da osservare l’evoluzione delle alleanze che consente a Renzi di mantenere attivo il suo Esecutivo.

 E’ improbabile, quindi, che il nostro Primo Ministro rimanga al suo posto sino al 2018. Anche se, date le incertezze politiche del momento, sembrerebbe più opportuno evitare elezioni al “buio” e senza una nuova legge in materia. Non a caso, si tenta di ricucire le incomunicabilità per rafforzare, col tempo, possibili cobelligeranze; più di comodo, che di convincimento.

Non mancano, però, i malintesi. Anche nei Partiti di governo. Gli stessi diessini non sono tutti dalla parte di Renzi e la “minoranza” del partito ha buoni motivi per mantenere le sue posizioni antagoniste. Finiti i tempi delle plateali riconciliazioni, restano i dubbi per un Esecutivo che non rappresenta la globale volontà della maggioranza parlamentare che lo sostiene.

 Quando si tornerà al voto, potrebbero essere i partiti “minori” a rivestire posizioni più strategiche che consentano un più ampio potere contrattuale per dare sfogo alle situazioni più nevralgiche del Paese.

 L’interrogativo resta il PD. Da solo non ha i numeri per correre e gli alleati di centro continuano a essere non affidabili. L’epoca delle mediazioni, finalmente, è finita. Siamo convinti che, entro l’anno prossimo, i partiti, piccoli e grandi, chiariranno il loro ruolo ed evidenzieranno da quale parte intenderanno orbitare.

 Questo è il vero punto nodale della nostra realtà politica. Ma, poiché la Terza Repubblica, è ancora giovanissima, resta da verificare se l’attuale Esecutivo sia messo nelle condizioni d’essere meno frenato dal dissenso parlamentare. I malintesi non dovrebbero, quindi, trovare riscontro tra chi ci governa e chi spera di poterlo fare.  Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

UNHCR: 1 persona su 113 costretta alla fuga nel mondo   

 

Ginevra - Nel 2015, guerra e persecuzioni hanno portato ad un significativo aumento delle migrazioni forzate nel mondo, che hanno toccato livelli mai raggiunti in precedenza e comportano sofferenze umane immense. Questo è quanto emerge dal rapporto annuale pubblicato oggi dall’UNHCR, l’Agenzia ONU per i Rifugiati.

Il rapporto annuale Global Trends dell’UNHCR, che traccia le migrazioni forzate nel mondo basandosi su dati forniti dai governi, dalle agenzie partner incluso l’Internal Displacement Monitoring Centre, e dai rapporti dell’organizzazione stessa, riporta circa 65.3 milioni di persone costrette alla fuga nel 2015, rispetto ai 59.5 milioni di un anno prima. Per la prima volta viene superata la soglia dei 60 milioni di persone.

Il totale di 65.3 milioni comprende 3.2 milioni di persone che erano in attesa di decisione sulla loro richiesta d’asilo in paesi industrializzati a fine 2015 (il più alto totale mai registrato dall’UNHCR), 21.3 milioni di rifugiati nel mondo (1.8 milioni in più rispetto al 2014 e il dato più alto dall’inizio degli anni novanta), e 40.8 milioni di persone costrette a fuggire dalla propria casa ma che si trovavano ancora all’interno dei confini del loro paese (il numero più alto mai registrato, in aumento di 2.6 milioni rispetto al 2014).

A livello globale, con una popolazione mondiale di 7.349 miliardi di persone, questi numeri significano che 1 persona su 113 è oggi un richiedente asilo, sfollato interno o rifugiato – un livello di rischio senza precedenti secondo l’UNHCR. In tutto, il numero di persone costrette alla fuga è più alto del numero di abitanti della Francia, del Regno Unito o dell'Italia.

In molte regioni del mondo le migrazioni forzate sono in aumento dalla metà degli anni novanta, in alcuni casi anche da prima, tuttavia il tasso di incremento si è alzato negli ultimi cinque anni. Le ragioni principali sono tre: le crisi che causano grandi flussi di rifugiati durano, in media, più a lungo (ad esempio, i conflitti in Somalia o Afghanistan stanno ormai entrando rispettivamente nel loro terzo e quarto decennio); è maggiore – spiega il rapporto - la  frequenza con cui si verificano nuove situazioni drammatiche o si riacutizzano crisi già in corso (la più grave oggi è la Siria, ma negli ultimi cinque anni anche Sud Sudan, Yemen, Burundi, Ucraina, Repubblica Centrafricana, etc.); la tempestività con cui si riescono a trovare soluzioni per rifugiati e sfollati interni è andata diminuendo dalla fine della Guerra Fredda. Fino a 10 anni fa, alla fine del 2005, l’UNHCR registrava circa 6 persone costrette a fuggire dalla propria casa ogni minuto. Oggi questo numero è salito a 24 ogni minuto, quasi il doppio della frequenza del respiro di una persona adulta.

“Sempre più persone sono costrette a fuggire a causa di guerre e persecuzioni. Questo è di per sè preoccupante, ma anche i fattori che mettono a rischio i rifugiati si stanno moltiplicando,“ ha dichiarato Filippo Grandi, Alto Commissario dell’ONU per i Rifugiati. “Un numero spaventoso di rifugiati e migranti muore in mare ogni anno; sulla terraferma, le persone che fuggono dalla guerra trovano la loro strada bloccata da confini chiusi. La politica in alcuni paesi gravita sempre più verso restrizioni nell’accesso alle procedure d’asilo. Oggi viene messa alla prova la volontà dei paesi di collaborare non solo per i rifugiati ma anche per l’interesse umano collettivo, e ciò che deve davvero prevalere è lo spirito di unità.” M.on 20

 

 

 

 

Unioni civili, via libera della Cassazione alla stepchild adoption

 

La Cassazione dà il via libera alla stepchild adoption. Lo fa con la sentenza 12962 della Prima sezione civile, depositata oggi, nella quale ha bocciato il ricorso della Procura di Roma confermando la sentenza della Corte d'appello di Roma che aveva già dato l'ok alla domanda di adozione di una bambina di sei anni proposta dalla partner della mamma con questa stabilmente convivente.

In particolare, come riferisce una nota della Cassazione, la Prima sezione civile ha chiarito che l'adozione si accorda se realizza "pienamente il preminente interesse del minore". Nel dettaglio, la Suprema Corte ha affermato due principi e, riferendosi alla adozione oggetto del ricorso, ha evidenziato che "non determina in astratto un conflitto di interessi tra il genitore biologico e il minore adottando, ma richiede che l'eventuale conflitto sia accertato in concreto dal giudice".

L'adozione, ha inoltre affermato la Cassazione, "prescinde da un preesistente stato di abbandono del minore e può essere ammessa semprechè, alla luce di una rigorosa indagine di fatto svolta dal giudice, realizzi effettivamente il preminente interesse del minore".

LA RICHIESTA DELLA PROCURA - Dopo due sentenze a favore di una coppia di mamme che si sono sposate in Spagna, una delle quali è la mamma biologica di una bambina di sei anni, la procura della Cassazione, lo scorso 27 maggio, aveva chiesto di passare la parola alle sezioni unite civili o di accogliere il ricorso della procura di Roma che si è opposta all'ok alla adozione da parte della compagna della mamma della bimba. In particolare, il pg Francesca Ceroni, ai giudici della prima sezione civile, aveva sottolineato che "solo le sezioni unite possono evitare che in Italia si crei una situazione a macchia di Leopardo" e magari in un tribunale si riconosca la stepchild adoption e in un altro no.

Da qui la richiesta di rinviare la parola alle sezioni unite o di accogliere il ricorso della procura di Roma. In particolare, il sostituto procuratore generale ha evidenziato che la legge Cirinnà appena approvata ha stralciato la stepchild adoption e che "la legge 184 dell'83 alla quale si può al momento fare riferimento si occupa solo di infanzia abusata, abbandonata, maltrattata e di genitori in difficoltà. Qui invece abbiamo il caso di una bambina amata e curata dal genitore biologico". Tesi che la prima sezione civile presieduta da Salvatore Di Palma non ha condiviso convalidando il precedente giudizio di appello.

CIRINNA' - "La Cassazione stabilisce finalmente che quanto abbiamo sostenuto, e purtroppo dovuto stralciare, dal testo delle unioni civili non soltanto è legittimo ma sopratutto è giust o". Commenta così la decisione degli Ermellini la senatrice del Pd Monica Cirinnà.

"In Italia la giurisprudenza non ammette discriminazioni tra bambini - ricorda - né per il modo in cui sono nati, né per l'orientamento sessuale dei loro genitori. A chi dice 'difendiamo i nostri figli' rispondo 'difendiamo tutti i figli'. Perché i bambini sono tutti uguali, meritano tutti gli stessi diritti e la stessa dignità. A chi afferma che in Italia è in corso una sovversione antropologica dico, con grande rispetto, che si è solo all'inizio di un percorso normativo, richiestoci ripetutamente dalla Corte europea e dalla nostra Corte costituzionale, che riconosca pienamente diritti e uguaglianza a tutte le famiglie".

"Sul testo delle unioni civili - conclude Cirinnà - per il ben noto tradimento M5S, abbiamo dovuto 'decidere di non decidere' su un punto fondamentale. Oggi la sentenza della Corte di Cassazione riconosce che era giusto tutelare i bambini delle famiglie arcobaleno, riparando parzialmente il buco che era rimasto nella legge e nel mio cuore". Adnkronos 22

 

 

 

 

Sanità ed emigrati: solo i nati in Italia e i pensionati hanno diritto alle cure ospedaliere gratuite, con una semplice autocertificazione

 

ROMA – “In risposta ad un nostro specifico quesito il ministero della Salute ha ribadito che ai cittadini italiani residenti all’estero titolari di pensione corrisposta da enti previdenziali italiani o aventi lo status di emigrato (secondo il ministero sono tali coloro che hanno acquisito la cittadinanza italiana sul territorio nazionale, nati in Italia), le prestazioni ospedaliere urgenti sono erogate, a titolo gratuito e per un periodo massimo di novanta giorni nell'anno solare in caso di soggiorno temporaneo in Italia, qualora gli stessi non abbiano una copertura assicurativa, pubblica o privata, per le suddette prestazioni sanitarie e in assenza di una convenzione bilaterale con specifiche norme”. Lo scrivono in una nota congiunta il deputati del Pd della circoscrizione Estero Marco Fedi e Fabio Porta. “Tuttavia ai fini dello snellimento delle procedure e del primario interesse del cittadino, - proseguono i due deputati - la condizione di emigrato non deve essere più certificata dall’ufficio consolare italiano competente per territorio ma può ora essere attestata mediante una dichiarazione sostitutiva di certificazione da presentare alla competente ASL, con la quale il cittadino autocertifica: di essere nato in Italia, di possedere la cittadinanza italiana, nonché di risiedere all’estero, indicando il comune di iscrizione Aire.  Viene però definita priva di ogni fondamento – continuano Fedi e Porta - l’interpretazione di una nota informativa del MAE apparsa su numerose agenzie di stampa e sui siti di alcune ambasciate e alcuni consolati italiani (che faceva riferimento ad una nota dello stesso ministero della Salute) secondo cui anche i cittadini italiani nati all’estero i quali abbiano risieduto in Italia in un qualunque periodo della loro vita, ma attualmente residenti all’estero ed iscritti all’Aire, possano rientrare nella categoria di ‘emigrati’ al fine di ottenere le prestazioni ospedaliere urgenti gratuite durante una visita in Italia”.

“Viene quindi chiarito dal ministero – concludono Fedi e Porta - che solo i cittadini italiani nati in Italia e poi emigrati hanno diritto alle cure succitate (oltre ai titolari di pensione corrisposta da enti previdenziali italiani). Riteniamo tuttavia che proprio per evitare interpretazioni incorrette della succitata nota (la n. 2561 del 13 aprile 2016) che, secondo alcuni, sembrava ampliare l’ambito degli aventi diritto alle cure ospedaliere urgenti gratuite anche ai nati e residenti all’estero che avessero anche risieduto temporaneamente in Italia in un periodo della loro vita, sia utile ed opportuno che il ministero della Salute chiarisca con una propria circolare (o documento analogo) al più presto ed in maniera inequivocabile il contenuto delle disposizioni normative italiane che disciplinano l’erogazione di tali cure (indicando soggetti aventi diritto e modalità di acquisizione del diritto)”. (Inform 13)

 

 

 

IAI50. Nel mondo che cambia, resta prezioso

 

Il cinquantesimo compleanno dell'Istituto affari internazionali è una bella occasione per riflettere sulla politica estera italiana, sulla sua rilevanza, in particolare nel quadro europeo, e sulla percezione che ne abbiamo avuto negli ultimi decenni e poi nell'attuale fase, così carica di tensioni e interrogativi.

 

Gli addetti ai lavori in passato hanno lamentato sistematicamente una scarsa attenzione degli organi di informazione e quindi dell'opinione pubblica per la politica internazionale. Spesso abbiamo criticato la visione angusta, strettamente nazionale, di fenomeni ed eventi esteri che pure ci toccavano direttamente, mentre le complesse alchimie della politica interna italiana monopolizzavano la scena mediatica.

 

Erano gli anni in cui nei nostri telegiornali, prima di ascoltare una notizia dall'estero, eravamo costretti a inghiottire disciplinatamente lunghi e indigesti panini di politica interna. Negli anni in cui nasceva lo IAI ci voleva un asso della comunicazione moderna come Ruggero Orlando per far entrare nelle case degli italiani una rinfrescante brezza straniera.

 

Oggi quell'Italia in bianco e nero è solo un ricordo sbiadito e un po' struggente. Abbiamo vissuto e ormai metabolizzato la rivoluzione digitale, l'azzeramento del tempo e dello spazio. Ma soprattutto abbiamo assistito a mutamenti epocali sulla scena mondiale, a lungo ibernata nella logica bi-polare, poi di colpo sciolta da condizionamenti, contrappesi e deterrenze e pertanto suscettibile di muoversi in direzioni imprevedibili, incerte, spesso minacciose, con contraccolpi diretti sulla nostra vita quotidiana. Guerre, migrazioni, terrorismo, crisi economiche scandiscono ora il nostro tempo e la laboriosa ricerca di modelli e strumenti nuovi per far fronte alle tante sfide.

 

Il mondo è entrato di prepotenza nelle nostre vite ed è naturale l'esigenza di farsi un'idea più precisa di quanto accade oltre la porta di casa. Le relazioni internazionali e la politica estera non sono una scienza esatta, non possiamo invocare soluzioni verificate in laboratorio. Ma esiste la via per comprendere meglio, inquadrare dinamiche e avvenimenti, interpretare decisioni e propositi e in definitiva esercitare la ragione e governare, o almeno ridimensionare, qualche paura forse eccessiva.

 

I governi, le istituzioni ci possono aiutare a far meglio i conti con la realtà. Altrettanto possono fare la pubblicistica e la comunicazione mediatica. Ma un grande spazio può essere riempito dagli enti di studio e di ricerca che abbiano la capacità di intercettare temi di attualità e di interesse e soprattutto di avere un ampio raggio di azione e di penetrazione nella società.

 

Seguo da anni con interesse e ammirazione l'attività dell'Istituto Affari Internazionali e riconosco facilmente nei suoi illuminati dirigenti, nei suoi preparatissimi esperti e nei suoi stimolanti ospiti il profilo migliore per un Istituto che voglia essere al passo con i tempi e offrire un servizio e prodotti di alta qualità a un pubblico sempre più interessato alle relazioni internazionali.

 

Non c'è più alcun deficit informativo di cui oggigiorno lamentarsi. Al contrario, siamo obbligati a gestire una massa ingente, senza precedenti, di informazioni e di dati, con una scansione temporale sempre più rapida e per molti troppo incalzante, se non insopportabile.

 

Decisori e analisti, diplomatici e ricercatori, opinionisti e cronisti, studenti e stagisti, lettori e telespettatori, tutti hanno bisogno di organizzare i dati, di ordinarli utilmente, di capirli in profondità. Il lavoro degli specialisti e dei ricercatori - e lo IAI rappresenta senz'altro l'eccellenza degli enti di ricerca e studio - è cruciale per dare profondità, coerenza, sistematicità alle analisi e alle proiezioni sui temi europei e internazionali.

 

Sicché sono convinto che l'azione dello IAI contribuisca egregiamente, specie in questa fase, anche a produrre qualche utile antidoto contro alcune desolanti semplificazioni emotive e interessate, come noto oggi in voga anche all'estero, a cominciare dal progetto di costruzione dell'Europa.

 

I grandi scenari con i quali ci confrontiamo in questo periodo e le incognite preoccupanti che abbiamo dinanzi devono essere affrontati con consapevolezza e spirito libero e critico. I rischi di disintegrazione dell'Unione europea, la stabilità dell'area mediterranea, la minaccia del terrorismo fondamentalista, la gestione delle migrazioni - per citare solo alcuni dei temi più scottanti - richiedono, e richiederanno ancora a lungo, analisi attente e documentate.

 

L'Istituto Affari Internazionali ha la competenza, l'autorevolezzae la passione per continuare a svolgere un compito prezioso non solo per gli addetti ai lavori.

Michele Valensise, Iai 21

 

 

 

 

L’unità

 

L’Italia unita ha 155 anni. Da Monarchia a Repubblica. Periodo intercalato da una dittatura fascista. Da Paese d’Emigrazione a terra di gran flusso Immigratorio. Così s’è evoluta questa nostra Patria. Pur con i noti problemi che ancora ci sono, il Bel Paese ha 155 anni.

Età di tutto rispetto che ci ha portato, nel bene e nel male, a dove siamo. Con la premessa che, solo ricordando il nostro passato, potremo garantire il nostro futuro.

Con l’unità d’Italia avremmo dovuto essere tutti uguali. Anche se i fatti continuano a dimostraci d’esserlo più nelle parole, che nei fatti. Certo è che la Democrazia ha offerto nuovi momenti d’impegno sociale. Il ‘900 è stato il secolo più variegato della nostra storia ultracentenaria. Due guerre mondiali, una dittatura e difficoltà economiche che continuano ad accompagnarci anche nel nuovo Millennio.

 Sono stati decisivi gli ultimi sessant’anni di vita repubblicana. Siamo, così, stati testimoni del tramonto di grandi partiti nazionali. Abbiamo gioito per la fine della guerra fredda e della caduta del muro di Berlino.

Con la fine del secolo scorso, è tramontato il comunismo e il capitalismo si è ridimensionato. Pure l’Italia, insomma, ha subito progressivi cambiamenti anche se non tutti razionalmente prevedibili.  La Penisola del nuovo secolo, ancora tanto giovane, ha, però, da ritrovare il suo equlibrio; anche come Paese incapsulato nella realtà mediterranea.

Non sono mancati, nel frattempo, parecchi errori politici. Ma, oggettivamente, gli errori degli uomini non fanno la storia, ma possono servire da monito. I prossimi anni dovranno ridare al Paese la dimensione sociale che ha smarrito.

 In definitiva, i nostri politici dovranno trovare i mezzi per ridare alla Penisola il ruolo che le compete anche a livello UE. A chi si prepara a governare il Paese, pur con tutti i soliti distinguo, auguriamo d’essere coerente per non vanificare, a fronte dei sacrifici che saremo chiamati ad affrontare, le attese e le speranze di un grande Popolo che crede nella democrazia partecipativa.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Dopo la sconfitta. Renzi medita di cambiare l'Italicum

 

Nel Pd sotto shock per la brutale sconfitta di domenica scorsa la parola d'ordine è "correre ai ripari". Ma come? Cambiare politica, dicono tutti. Ma cambiare anche il segretario? Secondo tradizione il Pd è diviso: c'è chi vorrebbe che Renzi si facesse da parte, chi invece gli consiglia di cambiare la squadra dei vicesegretari. Chi, come D'Alema si appresta a votare contro nel referendum istituzionale (confermando così la notizia data la settimana scorsa da Goffredo De Marchis su Repubblica e smentita vigorosamente dallo stesso D'Alema) per dare la spallata finale al segretario. Lo stesso Renzi appare indeciso e forse frastornato dopo la batosta. Prima ha detto che non si trattava di un voto contro di lui, ora si è accorto che tutte le forze anti governo si sono unite al ballottaggio. Prima difendeva a spada tratta l'Italicum con il premio di maggioranza alla lista e non alla coalizione, adesso pare che sia disposto a ripensarci anche perché ha capito che al ballottaggio nelle elezioni politiche i Cinquestelle lo asfalterebbero come hanno fatto a Torino e a Roma. Torna anche in discussione l'asse portante della politica renziana sul referendum: "se perdo vado a casa". Ora spunta un piano B che non contemplerebbe le dimissioni in caso di sconfitta. A questo punto però si crea una situazione paradossale: il Pd avrebbe interesse a cambiare l'Italicum per non subire un'altra sconfitta (una coalizione e più difficile da battere, anche se non è impossibile), mentre ai Cinquestelle va benissimo l'Italicum con il premio di lista perché li avvantaggerebbe in caso di ballottaggio. Intanto il Movimento di Grillo è al comando di Torino e Milano. La sindaca Appendino ha confermato la squadra degli assessori che pesca a destra e nella sinistra-sinistra radical chic. Tra i suoi primi atti l'attacco alla magistratura che ha fatto arrestare i No Tav per i disordini in Valsusa di un anno fa. Domani a Roma la sindaca Raggi incontra il prefetto Tronca per lo scambio delle consegne. La squadra ancora non è al completo, mentre del progetto di far pagare agli enti religiosi le tasse sugli edifici non di culto Raggi non parla più. E dal quotidiano dei vescovi arriva un calorosissimo endorsement. GIANLUCA LUZI, LR 22

 

 

 

 

Lo scettro ai cittadini. Cambiare l'Italicum

 

È solo un tassello di un mosaico disordinato e non è in cima ai pensieri degli italiani, ma la legge elettorale resta il passaggio chiave per decidere l’Italia che verrà. Renzi ne è consapevole e soffre le pressioni cui è sottoposto per cambiare il cosiddetto Italicum. Sono pressioni cui non è facile resistere, soprattutto dopo il fallimento nelle città: le esercitano gli alleati centristi, a cominciare da Alfano, e quel mondo variegato e minoritario, anche collocato a sinistra, che vorrebbe assegnare il premio di maggioranza alla coalizione anziché alla singola lista vincitrice. La differenza è intuibile: favorendo le alleanze, si distribuirebbero i seggi anche ai partiti più piccoli, i quali resterebbero invece a secco nel caso in cui fosse premiata solo la lista vincitrice. Il premier è incerto e più ancora lo sarà nei prossimi due mesi. Cedere significa ammettere una sconfitta d’immagine e anche politica. Tener duro, potrebbe non essere possibile per la banale ragione che Renzi è oggi più debole di un mese fa.

 

Vero è che una modifica all’Italicum potrebbe riconciliare con il referendum costituzionale quella fascia di opinione che al momento è fredda sulle riforme o magari propende per il No proprio a causa dei limiti della legge elettorale. Cambiarla potrebbe aiutare la campagna referendaria. Non cambiarla inasprirà i rapporti politici nel Pd e nella maggioranza di governo.

 

Il vero problema del presidente del Consiglio è però un altro. Le modifiche che vengono suggerite non risolvono la vera contraddizione che il voto comunale ha messo in luce: la frattura fra il centrosinistra percepito come “establishment” e un segmento crescente dell’elettorato. Tanto più che non c’è stato lo sfondamento a destra verso il mondo ex berlusconiano, mentre si è frantumato l’argine che doveva contenere i “grillini”. I Cinque Stelle hanno vinto le elezioni con un grido di battaglia (“onestà”) che ripropone l’ambigua contrapposizione fra il popolo e il palazzo. E il partito del premier, o quello che ne rimane, ha il problema di uscire dalla sua ingessatura e riprendere il contatto con i cittadini, comprendendo le loro inquietudini.

 

Non è questione, è ovvio, che si risolve solo con una legge elettorale. Tuttavia l’Italicum è visto a torto o a ragione come uno strumento che finisce per limitare il potere di scelta dell’elettore. Il ballottaggio fra i due partiti più votati, il premio di maggioranza, la lista bloccata (salvo una preferenza che incide poco)... In altri momenti queste caratteristiche non avrebbero suscitato tante perplessità. Ma i tempi cambiano in fretta. L’Italicum era stato concepito quando il premier-segretario riteneva di doversi confrontare con la destra di un Berlusconi in declino. Invece la realtà parla di un probabile secondo turno con il movimento grillino. Sul quale tendono a confluire i voti del centrodestra: come peraltro era abbastanza prevedibile perché un conto sono i giochi politici a Roma (patto del Nazareno eccetera) e un altro è il sentimento delle persone.

Di conseguenza l’attuale sistema elettorale rischia di proiettare l’immagine peggiore del centrosinistra: appunto il partito del potere che tende a sottrarre al cittadino la possibilità di scegliere i suoi rappresentanti in Parlamento. Forse non è la verità, ma è quella che appare. E i “grillini” — il cui populismo è sempre più raffinato — si preparano a beneficiare dell’Italicum pur contestandolo. A cosa serve quindi premiare la coalizione anziché la singola lista? Solo a peggiorare le cose, rendendo ancora più evidente l’alleanza difensiva del ceto politico contro il “cambiamento” che avanza.

 

La strada da imboccare a questo punto è un’altra, soprattutto se la Corte Costituzionale ai primi di ottobre dichiarasse incostituzionale una parte della legge. Il che offrirebbe l’alibi tecnico per prendere atto della realtà e darsi una priorità: il rapporto con i cittadini. Restituire loro lo scettro: la possibilità di scegliere i propri rappresentanti in assoluta libertà, uno per uno. Quindi non un ritocco controproducente dell’Italicum, ma una coraggiosa riforma che faccia entrare aria fresca dalle finestre. Una legge simile esiste in Francia ed è il doppio turno di collegio. Grandi studiosi di politica, primo fra tutti Giovanni Sartori, l’hanno raccomandata a lungo senza successo. Eppure funziona molto bene da decenni e l’obiezione secondo cui richiede un assetto semi-presidenziale non è convincente.

Sarebbe un progresso di notevole portata per il nostro costume. Permetterebbe una selezione della classe dirigente nei singoli collegi obbligando tutti i contendenti a presentare i migliori di fronte all’elettorato. L’alternativa di governo acquisterebbe un nuovo significato e ne trarrebbe giovamento non il Pd o il M5S o la destra, bensì l’intero sistema. Non vale la pena tentare? Sarebbe il colpo d’ala con cui alimentare quel dialogo con gli italiani che non può diventare solo un espediente retorico. STEFANO FOLLI, LR 24

 

 

 

 

V Congresso del Maie Europa. A Bucarest più di 100 delegati da 21 Paesi

 

ROMA – Per il V Congresso del Maie in Europa più  di 100 delegati da 21 Paesi si sono riuniti a Bucarest l’11 giugno scorso per discutere le problematiche degli italiani residenti in Europa, avanzando proposte e soluzioni ed elaborando e approvando un documento finale che sarà la base del programma per le prossime elezioni politiche del 2018.

Tra le richieste presentate dai delegati nel corso dell'intensa giornata di lavori: eliminazione dell’Imu, potenziamento dei servizi consolari, promozione di lingua e cultura italiane, made in Italy e assistenza sanitaria in Italia dei cittadini residenti all’estero.

Grande apprezzamento del presidente, on. Ricardo Merlo, per il lavoro della coordinatrice Anna Mastrogiacomo e soddisfazione dei coordinatori nazionali e degli altri delegati che hanno potuto confrontarsi direttamente con tutti i parlamentari Maie: l’on. Merlo, il sen. Claudio Zin e l'on. Mario Borghese.

Erano tra l'altro presenti l'on. Daniel Ramundo, il segretario politico del Maie eletto recentemente al Parlasur (Parlamento del Mercosur), il coordinatore Maie in Centro America Ricky Filosa, il cav. Gian Luigi Ferretti (Cgie), padre Pier Luigi Vignola e, come osservatore, Vittorio Pessina coordinatore di Forza Italia nel mondo. (Inform 14)

 

 

 

 

Il Documento finale del Congresso MAIE Europa

 

In conclusione del V Congresso del MAIE Europa, tenutosi lo scorso fine settimana a Bucarest, i delegati del MAIE Europa partecipanti hanno approvato all'unanimità e sottoscritto un Documento finale, che sarà parte del programma politico per le prossime elezioni politiche del 2018. Eccolo.

 

Al termine del quinto congresso MAIE Europa, celebratosi a Bucarest l'11 giugno 2016, noi dirigenti del MAIE Europa abbiamo stilato un documento riaffermando i principi a cui ci ispiriamo nella nostra azione, che riportiamo integralmente a seguire.

- il MAIE è un movimento culturale e politico, espressione delle associazioni di volontariato italiane all'estero,  autonomo  dai partiti politici italiani, e ribadiamo che la sua missione è la difesa e la valorizzazione degli italiani nel mondo, delle loro attività e dei loro interessi;

- lavoreremo per raggiungere alcuni degli obiettivi più cari agli italiani residenti all'estero, tra cui:

a) La diffusione e la promozione della lingua e della cultura italiana nel mondo, sostenendo le istituzioni culturali e le scuole italiane oltre confine, impegnandoci nel recupero delle risorse che negli ultimi anni sono state tagliate;

b) La difesa e della promozione del Made in Italy e del Sistema Italia, compresa la messa in rete degli imprenditori italiani all'estero;

c) La difesa della rete consolare italiana, fatta a pezzi dall'attuale governo Renzi. Dunque, più risorse, più personale, puntando con maggiore forza sulle figure dei contrattisti locali;

- opereremo fuori e dentro il parlamento per garantire ai connazionali residenti all'estero il diritto a una completa assistenza sanitaria, quando presenti sul territorio nazionale;

- ci adopereremo per fare in modo che i nostri connazionali ricevano servizi consolari più efficienti, affinché impiegati e funzionari delle nostre sedi diplomatiche abbiano maggiore attenzione e rispetto nei confronti degli italiani residenti all'estero;

- promuoveremo la difesa dell'integrità culturale italiana ed europea basata su valori democratici e cristiani, e ci impegneremo per una reale integrazione politica e sociale tra le diverse culture dei paesi europei;

- ci impegneremo a portare avanti l'abolizione dell'IMU, ingiusta e odiosa tassa, per tutti gli italiani all'estero: il pagamento dell'IMU per gli italiani nel mondo nella situazione attuale rappresenta una discriminazione nella discriminazione a cui il MAIE vuole porre fine al più presto;

- dedicheremo un capitolo importante della nostra azione politica e parlamentare ai tanti pensionati italiani residenti all'estero, garantendo loro la giusta attenzione da parte del servizio pensionistico nazionale

- assicuriamo l'impegno a rafforzare la presenza e il peso politico del MAIE in ciascuno di quei venti paesi UE presenti al V Congresso europeo, tramite azioni politiche e culturali sul territorio e con il sostegno dei nostri parlamentari, i quali contribuiranno alla diffusione della visione culturale e politica del MAIE, aggregando sempre più connazionali per poter affrontare nel modo migliore le sfide che verranno, in vista soprattutto delle prossime elezioni politiche.

Letto, approvato e sottoscritto all'unanimità. De.it.press 16

 

 

 

 

Sicilia Mondo invita le Associazioni e la intera struttura a celebrare la Giornata Mondiale del Rifugiato

       

      Sicilia Mondo vuole dare testimonianza alla Giornata Mondiale del Rifugiato, sensibilizzando le Associazioni e l’intera struttura a ricordare un dramma epico di grande attualità in tutte le latitudini del mondo.

      La Giornata, indetta dalle Nazioni Unite e celebrata ogni anno il 20 giugno,  ricorda una tragedia immane che si consuma sotto i nostri occhi e richiama la nostra sensibilità ma anche il dovere  del  soccorso, della solidarietà e della fratellanza.

      Milioni di persone, spesso intere famiglie, sono costrette a lasciare la propria casa per sfuggire alle guerre, alle persecuzioni, alle violenze ed agli eccidi di intere popolazioni, alla ricerca disperata  del diritto alla vita, alla libertà ed alla dignità umana.

      Gli ultimi rapporti annuali  dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati ci confermano purtroppo  che il fenomeno  continua la sua spaventosa espansione.

      Emblematico il grido di dolore di Papa Francesco: “Preghiamo per tanti fratelli e sorelle  che cercano rifugio lontano dalla loro terra,  che cercano una casa   dove poter vivere  senza timore,  perché siano sempre rispettati nella loro dignità”. Ha quindi incoraggiato l’opera di quanti portano loro un aiuto con l’invito a chiedere “perdono per le persone e le Istituzioni che chiudono la porta a questa gente che cerca una famiglia, che cerca di essere custodita”,  auspicando che la comunità internazionale “agisca in maniera  efficace  per prevenire le cause delle migrazioni forzate”.

      Sono persone come noi, famiglie come le nostre, afferma Sicilia Mondo.

      Mentre il mondo galleggia e rinvia ogni decisione voltando lo sguardo dall’altra parte, il Governo italiano si sta impegnando con generosità oltre le sue effettive possibilità.  Certamente un atteggiamento esemplare di civiltà italica, di sensibilità umana ma anche di una lungimiranza politica in un mondo piuttosto miope.

      Anche l’Europa tergiversa mettendo a rischio la faticosa costruzione di un continente veramente unito e solidale, capace di gestire il moto di una domanda di diritto alla vita ed alla libertà che viene dai continenti meno sviluppati.

      Purtroppo la cultura dell’emigrato è ancora lontana.

      Sicilia Mondo confida che anche le Associazioni ed i corregionali che vivono nelle varie parti del mondo, diano la loro testimonianza con quella sensibilità che appartiene al nostro dna isolano.

      Ma è indispensabile che la tragedia dei rifugiati entri nel modo di vivere della nostra quotidianità partendo dal basso, a cominciare dall’insegnamento nelle scuole, per diventare cultura solidale nei confronti dell’altro, nella convinzione che chi viene da fuori porta sempre la ricchezza della sua identità e il patrimonio culturale di origine.

      La Sicilia ci dà l’orgoglio di avere confermato la sua tradizionale, atavica accoglienza mobilitandosi con grande generosità e mettendo spesso a disposizione anche le proprie abitazioni.

      In attesa di una Tua breve relazione sull’attività svolta, Ti prego gradire le più vive cordialità. Azzia Presidente. De.it.press 17

 

 

 

 

Quale sinistra?

 

L’evoluzione del PD si è fatta tanto evidente da non poter escludere ”mutazioni” nel partito di Renzi. I Pidiessini, a nostro avviso, non sono più il polo granitico della “sinistra” italiana. Hanno subito un cambiamento nelle finalità e nelle idee.

Il trasformismo della politica nazionale non ha, però, risparmiato gli altri partiti del firmamento elettorale italiano. Certo è che i Comunisti di un tempo si sono dispersi per realizzare la formazione di sistema senza radici col suo passato.

Sembra, quasi, che sia venuto meno lo stimolo per dare alla sinistra una sua nuova identità. La diatriba con gli altri partiti si è ridimensionata col sorgere del Nuovo Millennio. Qualche errore di percorso, però, c’è stato.

Certe alleanze, ora, non ci sembrano neppure ipotizzabili. Non siamo neppure in grado di presumere l’evoluzione del Partito dopo la linea Renzi. Il futuro d’Italia resta, di conseguenza, incerto per carenze d’iniziative.

Questa Terza Repubblica, tanto giovane, avrà da tener conto di un passato che, volenti o meno, ha lasciato una traccia. La vecchia sinistra non esiste più. E’ inutile domandarci se ciò sia stato un bene oppure no.

Intanto, restano da individuare uomini nuovi capaci di riprendere ciò che di positivo ci ha offerto il passato. Il PD vive una realtà che potrebbe rivelarsi con più aspetti operativi. Le basi storiche d’Italia ci hanno insegnato che le certezze non possono esulare dalle linee di un programma politico che ne consenta, poi, la realizzazione.

Oggi, purtroppo, non ci sentiamo in grado d’evidenziare un profilo ottimistico di quello che è stato un grande Patito nazionale. L’interrogativo è, e rimane, sul futuro della “sinistra” italiana. Per ora, il quesito resta senza risposta.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Veneti nel mondo, conclusa la convention organizzata dalla Regione Veneto

 

Piattaforma web per mobilità giovani, scambi e rientro dei cervelli, le proposte della Consulta

 

VENEZIA - Una piattaforma web per scambi, relazioni economiche e culturali e la mobilità dei giovani, percorsi e sostegni per il rientro dei ‘cervelli’ emigrati all’estero, nuovi ‘ponti’ per intensificare i rapporti tra veneti e ‘veneti fuori dal Veneto’, valorizzando i canali di comunicazione ‘social’: sono le principali proposte del documento finale approvato dalla Consulta dei veneti nel mondo e dal Coordinamento dei giovani veneti oriundi, al termine dei tre giorni di ‘convention’ organizzati dalla Regione Veneto.

Da giovedì a sabato i rappresentanti delle associazioni venete e delle federazioni e dei comitati dei veneti all’estero (presenti in una ventina di Paesi di 5 continenti) e i rappresentanti del coordinamento dei giovani oriundi hanno incontrato il presidente della Giunta regionale, gli assessori ai flussi migratori, all’agricoltura e alla formazione, il presidente del Consiglio regionale, il presidente della commissione Attività produttive e i capigruppo consiliari, hanno analizzato il piano triennale e il programma annuale degli interventi regionali per i veneti nel mondo e si sono confrontati con i rappresentanti del mondo economico veneto, mettendo in comune esperienze, testimonianze, libri e film sull’emigrazione veneta. “Questi tre giorni di confronto hanno dato voce all’’altro Veneto’, quello che vive all’estero – sottolinea l’assessore ai Flussi migratori Manuela Lanzarin - e che in termini demografici ‘pesa’ tanto quanto i residenti nella regione. Ci siamo confrontati con la quinta generazione degli emigranti, i giovani. E da loro accogliamo con interesse e favore la proposta di creare una piattaforma web per mettere in dialogo scambi culturali, esperienze imprenditoriali e culturali, proposte di mobilità e di formazione internazionale, iniziative di ‘andata’ e di ‘ritorno’ dei cosiddetti ‘cervelli’. La rete dell’associazionismo dei veneti nel mondo, come hanno sottolineato gli stessi rappresentanti delle categorie economiche, rappresenta una eccezionale opportunità per la formazione, il turismo, le imprese, i giovani, ma anche per progetti sociali, la cittadinanza attiva, il volontariato”.

“Raccogliamo l’invito delle associazioni e delle federazioni, alle prese con il ricambio generazionale – prosegue l’assessore ai flussi, che ha affiancato i componenti della Consulta e i giovani del Meeting per l’intera durata della conferenza - ad aggiornare la legge regionale 2 del 2013 dedicata ai veneti nel mondo, in modo da valorizzare le esperienze e le esigenze di cui queste comunità sono portatrici, comprese le ‘nuove migrazioni’ e il rientro dei giovani di origine veneta che all’estero si sono costruiti un profilo di alta formazione e alta qualificazione professionale”.

Nel documento finale Consulta e giovani ribadiscono l’attenzione a conservare e promuovere la conoscenza della lingua e della cultura veneta nel mondo, propongono di istituire ‘pacchetti esperienziali’ (come gli smart box) per far conoscere tradizioni, sapori, luoghi ed esperienze della cultura veneta e dei paesi di ‘approdo’ degli emigranti veneti, e suggeriscono di valorizzare la ‘mappa’ delle comunità venete anche a servizio della mobilità universitaria, facendo ricorso anche alla leva potenziale dei finanziamenti europei.

Infine, Consulta e Coordinamento dei giovani all’estero, insieme alla Regione Veneto, hanno testimoniato solidarietà e vicinanza alla popolazione del Venezuela, paese attraversato da una grave crisi economica e istituzionale che sta colpendo anche i veneti e i loro discendenti emigrati nel paese latino-americano.

Il prossimo appuntamento per Consulta e coordinamento dei giovani veneti nel mondo è stato previsto per il 2017 nello stato brasiliano di Santa Catarina, in concomitanza con l’anniversario dei 140 anni dall’arrivo dei primi emigranti veneti. Inform/dip 14

 

 

 

 

Eletto il nuovo Consiglio centrale della Dante Alighieri

  

Il Presidente della Società Dante Alighieri Prof. Andrea Riccardi ha presieduto lo scorso 11 giugno l’Assemblea dei Soci, riunita nella storica sede centrale di Palazzo Firenze per eleggere i membri del nuovo Consiglio Centrale.

“Tradizione e innovazione – ha dichiarato il Presidente – sono i due assi rispetto ai quali si dovrà interrogare la ‘Dante’ per affrontare le sfide della diffusione della lingua e della cultura italiana nel mondo.” Ringraziando i numerosi rappresentanti e delegati dei Comitati italiani ed esteri intervenuti ai lavori, il Presidente ha concluso ricordando che le principali risorse dell’Istituzione romana fondata da Giosue Carducci nel 1889 sono, ancora oggi, umane e culturali grazie all’apporto di centinaia di Comitati in tutto il mondo.

Terminate le procedure di voto, sono stati proclamati i 14 Consiglieri ai quali la Società Dante Alighieri augura buon lavoro: Lucia Annunziata, Monica Barni, Michele Canonica, Lucio Caracciolo, Giulio Clamer, Ferruccio De Bortoli, Giuseppe De Rita, Silvia Finzi, Salvatore Italia, Gianni Letta, Amadeo Lombardi, Giampiero Massolo, Paolo Peluffo e Luca Serianni, che resteranno in carica fino al 2020. Dip

 

 

 

 

Consulta degli emiliano–romagnoli nel mondo: approvati i requisiti per aderire all’elenco regionale

 

Bologna - Procede il percorso per rendere operativa la nuova Consulta degli emiliano–romagnoli nel mondo. La commissione per la parità e diritti delle persone ha approvato a maggioranza i requisiti che le associazioni degli emiliano-romagnoli all’estero devono possedere per potersi iscrivere nell’elenco regionale previsto dalla legge 5/2015 che ha tra le sue finalità quella di valorizzare il ruolo delle comunità emiliano-romagnole presenti in altri Paesi e, tra l’altro, di favorirne lo sviluppo economico e professionale, anche attraverso il collegamento con il tessuto imprenditoriale e produttivo della regione d'origine.

L’approvazione definitiva da parte dell’Assemblea legislativa è attesa presumibilmente nel corso della prossima seduta d’Aula entro fine giugno.

Contare su un numero di associati superiore ai 35, di cui almeno il 30% di origine emiliano-romagnola, operare senza finalità di lucro, con continuità, e svolgere attività e funzioni di carattere sociale, culturale e formativo in linea con i principi generali che ispirano la Consulta: "queste", ha precisato il presidente della Consulta, Gian Luigi Molinari, "sono le principali caratteristiche che dovranno dimostrare di possedere gli organismi all’estero (associazioni o federazioni di associazioni) che potranno presto presentare domanda di iscrizione all’elenco regionale e, una volta ammessi, aderire ai futuri bandi promossi dalla stessa Consulta per il sostegno alle iniziative in favore degli emiliano-romagnoli che risiedono in altri Paesi".

Proprio il programma delle iniziative per il triennio in corso è stato oggetto del primo comitato esecutivo della Consulta degli emiliano-romagnoli nel mondo riunitosi ieri, 15 giugno, in Assemblea legislativa per la prima volta dopo le nomine avvenute il 27 maggio scorso nel corso della seduta di insediamento della Consulta stessa. I membri dall’estero, anche in questo caso, sono intervenuti grazie ad un collegamento in video conferenza. (aise 16) 

 

 

 

A Roma il 5 luglio la presentazione del XXV Rapporto Immigrazione di Caritas e Migrantes

 

ROMA – Verrà presentato martedì 5 luglio alle ore 10 presso The Church Palace a Roma (Domus Mariae, via Aurelia 481) il XXV Rapporto Immigrazione di Caritas e Migrantes.

Il programma prevede l'introduzione e i saluti di mons. Gian Carlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes, e l'intervento di mons. Nunzio Galantino, segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana, su “25 anni di immigrazione: il magistero di Papa Francesco e la Chiesa italiana”.

Interverranno di seguito Oliviero Forti dell'Ufficio Immigrazione Caritas Italiana (Presentazione del volume: il XXV Rapporto immigrazione Caritas e Migrantes 2015); Elena Besozzi, docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all'Università Cattolica Sacro Cuore di Milano (I minori e gli studenti: un tassello del nostro futuro); Vincenzo Pace, docente di Sociologia della religione all'Università di Padova (Immigrazione e dialogo religioso); mons. Guerino di Tora, presidente della Fondazione Migrantes (Per una cultura dell’incontro).

Per “la voce dl territorio” previsti anche don Gianni De Robertis, direttore regionale della Migrantes Puglia e don Giovanni Perini, delegato regionale della Caritas Piemonte - Valle d’Aosta, mentre gli interventi istituzionali saranno affidati al ministro dell'Interno, Angelino Alfano (presenza da confermare), Stefania Giannini, ministro dell'Istruzione, Università e Ricerca (da confermare), Paolo Masini, delegato di Dario Franceschini, ministro dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo, e Piero Fassino, presidente Anci (da confermare).

La conclusioni saranno a cura di don Francesco Soddu, direttore di Caritas Italiana; il coordinamento dei lavori al direttore di Avvenire, Marco Tarquinio. (dip 22)

 

 

 

 

Merkel zum Brexit. EU stark genug für richtige Antworten

 

"Der heutige Tag ist ein Einschnitt für Europa, er ist Einschnitt für den europäischen Einigungsprozess", so Bundeskanzlerin Merkel in Berlin zum Brexit-Votum der Briten. Die Schlussfolgerungen aus dem Referendum in Großbritannien seien aber mit historischem Bewusstsein zu ziehen.

 

Bundeskanzlerin Angela Merkel bezeichnete das Ergebnis des Referendums in Großbritannien als einen Einschnitt für Europa und für den europäischen Einigungsprozess. Mit Ruhe und Besonnenheit solle jetzt die Lage analysiert werden.

Europa sei vielfältig. "So unterschiedlich die Menschen in Europa sind, so unterschiedlich sind auch ihre Erwartungen an die Europäische Union." Es käme jetzt darauf an, den Menschen zu vermitteln, wie sehr die EU dazu beitrage, ihre Situation zu verbessern.

Friedensidee EU

Die aktuellen Herausforderungen seien zu groß, dass einzelne Staaten sie lösen könnten. Die EU sei eine der größten Wirtschaftsräume der Welt. "Sie muss sich als engagierter Partner in der Welt verstehen, der die Globalisierung mitgestaltet und mitgestalten will."

Die Idee der europäischen Einigung sei eine Friedensidee. "Das ist und bleibt auch für die Zukunft alles andere als selbstverständlich", so die Bundeskanzlerin. Deutschland habe ein besonderes Interesse daran, dass die europäische Einigung gelinge.

Die Europäische Union sei eine einzigartige Werte- und Solidargemeinschaft. "Sie ist unser Garant für Frieden, Wohlstand und Stabilität." Nur gemeinsam könnten diese erhalten werden. "Unser Ziel sollte sein, die zukünftigen Beziehungen Großbritanniens zur Europäischen Union eng und

partnerschaftlich zu gestalten", so Merkel mit Blick auf die künftigen Beziehungen zu Großbritannien. "Ein besonderes Augenmerk wird die Bundesregierung dabei auf die Interessen der deutschen Bürgerinnen und Bürger und der deutschen Wirtschaft legen."

Endergebnis: 51,9 Prozent für Brexit

51,9 Prozent der Briten haben für den Austritt aus der EU gestimmt, lediglich 48,1 Prozent für den Verbleib. 17,4 Millionen Wähler für einen EU-Austritt, 16,1 Millionen für eine weitere Mitgliedschaft. Insgesamt 46,5 Millionen Bürger hatten sich für das Referendum registriert - die Wahlbeteiligung lag bei 72,2 Prozent. Der britische Premierminister David Cameron hat als Reaktion

auf das Referendum seinen Rücktritt bis Oktober angekündigt. Er hatte für den Verbleib seines Landes in der EU geworben.

Nach dem Brexit-Votum der Briten für einen EU-Austritt wird der Bundestag voraussichtlich am Dienstag zu einer Sondersitzung zusammenkommen. Das kündigte Bundestagspräsident Norbert Lammert am Freitag vor Beginn der Beratungen des Parlaments an. Dabei werde es eine Regierungserklärung vor

dem nächsten EU-Gipfel geben.

Jeder Mitgliedstaat kann beschließen, freiwillig aus der EU auszutreten. Das Verfahren regelt Art. 50 EU-Vertrag. Danach wird zunächst Großbritannien dem Europäischen Rat seine Absicht zum Austritt mitteilen. Dann wird die EU mit dem Vereinigten Königreich ein Abkommen aushandeln, in dem die

Einzelheiten des Austritts und die künftigen Beziehungen zwischen EU und Großbritannien geregelt sind. Sobald das Austrittsabkommen in Kraft tritt oder spätestens nach einer Frist von zwei Jahren (die auch verlängert werden kann), gelten die Europäischen Verträge für das Vereinigte Königreich nicht mehr.

Steinmeier: Großbritannien prägte EU über Jahrzehnte

"Das ist ein bitterer Tag für Europa", sagte Außenminister Frank-Walter Steinmeier in Luxemburg.

Die Briten hätten sich knapp, aber klar entschieden. Das gelte es zu respektieren. Großbritannien habe die Europäische Union über Jahrzehnte mitgeprägt.

"Es kommt jetzt darauf an, dass wir Europa zusammenhalten. Wir dürfen weder in Hysterie noch in Schockstarre verfallen", so Steinmeier. Das sei kein einfacher Tag für Europa. "Jetzt kommt es darauf an, dass wir beieinander bleiben. Zeigen, dass wir Kraft haben, diese Krise zu überwinden."

Europa müsse nach dem Votum der Briten zusammenhalten, sagte Bundesfinanzminister Wolfgang Schäuble in Berlin. "Wir respektieren den Ausgang des britischen Referendums. Ich hätte mir ein anderes Ergebnis gewünscht." Jetzt müsse nach vorne geschaut und mit dieser Situation umgegangen werden. Dazu sei er auch in engem Kontakt mit seinen Kollegen der G7-Gruppe führender Industrienationen. Das EU-Verfahren für einen Austritt aus der EU sei eindeutig geregelt und werde nun angewendet. "Das schafft Verlässlichkeit." Pib 24

 

 

 

Flüchtlingspolitik. Neue EU-Agentur soll Grenz- und Küstenschutz verstärken

 

Die EU-Mitgliedsstaaten und das Europaparlament einigten sich auf den Aufbau einer neuen Behörde zur Sicherung europäischer Außengrenzen. Sie soll aus der bisherigen Grenzschutzagentur Frontex hervorgehen.

Vor dem Hintergrund der Flüchtlingsbewegungen haben sich die EU-Institutionen auf einen neuen gemeinsamen Grenz- und Küstenschutz geeinigt. Die Agentur, die auf der bisherigen Frontex-Agentur aufbauen soll, könne noch in diesem Sommer ihre Arbeit beginnen, teilte die EU-Kommission am Mittwoch in Brüssel mit. Die Einigung muss noch im EU-Ministerrat und Europaparlament formell verabschiedet werden.

„Mit besseren Grenzkontrollen haben wir mehr Kontrolle über Migrationsströme und wir vergrößern die Sicherheit unserer Bürger“, erklärte Migrationsminister Klaas Dijkhoff aus den Niederlanden. Die Niederlande haben derzeit den Vorsitz im Rat als der Vertretung der Mitgliedstaaten inne.

Frontex unterstützt schon seit zehn Jahren die nationalen Grenzschützer. Allerdings haben sich Mandat und Ressourcen aus Sicht der EU als zu schwach erwiesen. Ziel der neuen Agentur ist ein „integriertes Grenz-Management“. Darunter versteht die EU nicht nur Grenzkontrollen, sondern auch Maßnahmen gemeinsam mit Drittstaaten, Rückführungen von Migranten in ihre Herkunftsländer und Risikoanalysen. Die Agentur solle auch bei der Rettung von Schiffbrüchigen helfen. Zum Teil helfe Frontex bei solchen Aufgaben jetzt schon. Eine schnelle Einsatzreserve von 1.500 Grenzschützern soll gebildet werden.

Knackpunkt in den jetzigen Verhandlungen war lange, wie sehr die Agentur auch gegen den Willen eines EU-Landes agieren darf, wenn dessen Verhalten die Grenzen aus Sicht der Agentur zu ungeschützt lässt. Beim Grenzschutz gehe es um einen ureigenen Bestandteil der Souveränität eines Landes. Nach Darstellung der EU-Kommission behalten die Staaten nun die Souveränität über ihre jeweiligen Grenzen. Dessen ungeachtet könne die neue Agentur „eingreifen, um Schwächen im Voraus anzugehen, und nicht, wenn es zu spät ist“.

In der aktuellen Krise hatten verschiedene EU-Staaten vor allem Griechenland kritisiert. Sie warfen dem Land vor, seine Grenze zur Türkei nicht ausreichend zu schützen und dadurch zu viele Flüchtlinge ins Land zu lassen, die sich dann auf den Weg in andere Länder machten. Insbesondere war Athen vorgehalten worden, dass es Unterstützung bei der Grenzsicherung zu zögerlich annehme. Seit die sogenannte Balkan-Route weitgehend geschlossen und der Flüchtlings-Pakt mit der Türkei geschlossen ist, stellt sich dieses Problem allerdings nicht mehr so dringlich. (epd/mig 23)

 

 

 

 

Flüchtlingskrise: EU will Migration mit Milliarden-Investitionen bremsen

 

Die EU will die Migration nach Europa mithilfe neuer Investitionen begrenzen. Profitieren sollen vor allem die Maghreb-Staaten und Westbalkanländer wie Serbien und Albanien.

Die Europäische Investitionsbank (EIB) schlägt einem Zeitungsbericht zufolge vor, Projekte außerhalb der EU mit doppelt so viel Geld wie bisher geplant zu fördern. Das meldete die Süddeutsche Zeitung.

Zusätzliche sechs Milliarden Euro sollen in den kommenden fünf Jahren dabei helfen, die Fluchtursachen vor Ort zu bekämpfen. “Es ist auch entscheidend, dass Europa jene Länder unterstützt, die eine große Zahl an Flüchtlingen aufgenommen haben”, sagte EIB-Präsident Werner Hoyer der Zeitung und sechs weiteren europäischen Blättern.

Das Geld soll dem Bericht nach vor allem Investitionen in Jordanien, Libanon, Ägypten und den Maghreb-Staaten zugutekommen. Auch Westbalkanländer wie Serbien und Albanien sollen in hohem Maß davon profitieren. Es gehe etwa darum, den Bau von Schulen zu finanzieren, das Gesundheitssystem zu verbessern oder Wasserzugänge zu ermöglichen. Die EU-Bank werde beim Gipfeltreffen in der kommenden Woche darauf dringen, die Mittel zur Bekämpfung von Fluchtursachen massiv aufzustocken. “Die zusätzlichen sechs Milliarden Euro an Krediten könnten bis zu 15 Milliarden Euro an neuen Investitionen bringen”, sagte Hoyer. rtr/nsa /EA 22

 

 

 

 

UNO: Mehr Flüchtlinge als je zuvor auf der Welt

 

Noch nie seit Beginn der Zählungen gab es so viele Flüchtlinge wie heute. Bis Ende 2015 mussten mehr als 65 Millionen Menschen ihre Heimat verlassen, das sind fast sechs Millionen mehr als im Jahr davor. Zu diesem erschreckenden Ergebnis kommt der neue Jahresbericht „Global Trends“ des Flüchtlingskommissariats der Vereinten Nationen (UNHCR), der an diesem Montag veröffentlicht wurde, dem UNO-Weltflüchtlingstag. Die Zahl der Flüchtlinge entspricht damit ungefähr der Gesamteinwohnerzahl von Ländern wie Frankreich oder Großbritannien.

Die 65,3 Millionen entwurzelten Menschen teilen sich auf drei Kategorien auf: 21,3 Millionen Flüchtlinge in anderen als ihren Heimatländern, 40,8 Millionen Binnenvertriebene, also Flüchtlinge im eigenen Land, sowie 3,2 Millionen Menschen, die Ende 2015 auf die Entscheidung ihres Asylantrages warteten.

Insgesamt kommen mehr als die Hälfte aller Flüchtlinge weltweit aus drei Ländern: Syrien, gefolgt von Afghanistan und Somalia. Die weitaus meisten pro Kopf leben im kleinen Libanon. Dort kommen auf 100.000 Einheimische 183 Flüchtlinge. In Jordanien sind es 87, zum Vergleich in Schweden 17. Die UN-Statistik zeigt deutlich, dass 90 Prozent aller Flüchtlinge Schutz in Ländern mit niedrigem bis mittlerem Einkommen finden – außerhalb Europas. In absoluten Zahlen ist die Türkei mit 2,5 Millionen Ankömmlingen der größte Aufnahmestaat.

Der massive Anstieg der Flüchtlinge weltweit ist laut UNHCR vor allem auf die Konflikte und die desolate Situation im Nahen Osten zurückzuführen. 2015 ging der Syrienkrieg bereits ins fünfte Jahr und mit unverminderter Härte weiter. Bis Ende des Jahres hatte der Konflikt 4,9 Millionen Syrer zu Flüchtlingen und weitere 6,6 Millionen zu Binnenvertriebenen gemacht. Durch die Gewalteskalation im Irak wurden außerdem 4,4 Millionen Menschen innerhalb des Landes vertrieben und 250.000 Iraker zu Flüchtlingen.

2015 gab es neben der Nahost-Region in Afrika, südlich der Sahara, die meisten Fluchtbewegungen: Langzeitkonflikte wie im Südsudan und in der Zentralafrikanischen Republik oder neuere anhaltende Krisen wie in Nigeria und Burundi sorgten für Massenvertreibungen. 

Nach Hause zurückkehren konnten im vergangenen Jahr nur wenige Flüchtlinge. Laut UNHCR waren es etwas mehr als 200.000. 

Beim Angelusgebet am Sonntag hatte auch Papst Franziskus über den bevorstehenden Gedenktag gesprochen: „Flüchtlinge sind Menschen wie alle, aber der Krieg hat ihnen Haus, Arbeit, Familie und Freunde entrissen", sagte der Papst. „Ihre Geschichten und ihre Gesichter fordern von uns, dass wir den Einsatz für Frieden in Gerechtigkeit neu angehen. Darum wollen wir mit ihnen sein: sie treffen, sie aufnehmen, sie anhören. Damit wir zusammen nach Gottes Willen Handwerker des Friedens werden.“  (pm 20.06.)

 

 

 

 

Kinderhilfsorganisation ruft zu mehr und nachhaltigerem Engagement für Kinder in Krisenländern auf

 

Friedrichsdorf – Das unsichere Schicksal von rund 192.000 Kindern im weltweit größten Flüchtlingslager ist kennzeichnend für Auswirkungen ungelöster Konflikte und zunehmender Notsituationen durch Klima-Veränderungen. Mit ihren Familien flohen die meisten dieser Kinder aus Somalia oder wurden bereits in dem vor 25 Jahren eingerichteten Lagerkomplex Dadaab im Nordosten von Kenia geboren, wo sie kaum Außenkontakt und wenig Bildungschancen hatten. Die angekündigte Schließung des Lagers entlässt sie und ihre Familien in ein Leben der Unsicherheit, sofern die Umsiedlung nicht mit nachhaltigen Hilfen und guten Schutzmaßnahmen verbunden wird. Gegenüber Mitarbeitern der Kinderhilfsorganisation World Vision haben viele Familien erklärt, unter den derzeitigen Umständen nicht nach Somalia zurückkehren zu wollen. Eine neue Flucht in die Nachbarländer oder auch nach Europa könnte die Folge sein. World Vision ruft daher im Vorfeld des Weltflüchtlingstages dazu auf, sich der Menschen in Krisengebieten mit mehr vorausschauendem Engagement zu widmen und nachhaltigere Hilfen für Flüchtlinge bereit zu stellen.

An die Bundesregierung hat die Kinderhilfsorganisation auch appelliert, früher und mehr Hilfen für Opfer von Klimakatastrophen bereit zustellen. Unter den Auswirkungen von El Niño leiden weltweit mehr als 60 Millionen Menschen. Sie haben mit Dürren, Lebensmittelknappheit und Hunger sowie Zerstörung der Lebensgrundlagen zu kämpfen. Seit etlichen Monaten erfordert diese Katastrophe von Hilfsorganisationen wie World Vision länderübergreifend große humanitäre Hilfseinsätze, um extreme Notsituationen zu verhindern.

Ekkehard Forberg, Experte für Konflikte und Migration bei World Vision Deutschland, warnt: “Der Druck durch ökologische und politische Krisen wird immer größer und Aufnahmeländer von Flüchtlingen reagieren mit Abwehrmaßnahmen auf Flüchtlinge, weil die Lasten zu wenig von der internationalen Gemeinschaft mitgetragen werden. Wir brauchen dringend eine größere solidarische Hilfsgemeinschaft und eine vorausschauendere Politik. Es muss bei den Fluchtursachen, die zu diesen Massenbewegungen führen, angesetzt werden. Niemand von uns will, dass Menschen zu einer riskanten Flucht gezwungen werden, um Krieg, Chaos oder klimabedingten Notsituationen zu entkommen.”

World Vision ruft die internationale Gemeinschaft zu einer raschen Umsetzung von Maßnahmen auf, die beim Weltgipfel für Humanitäre Hilfe in Istanbul beschlossen wurden. Diese beinhalten ein verstärktes Engagement in folgenden Bereichen:

• Schulbildung für alle Kinder - gerade auch in humanitären Krisen

• Politische Lösungen für die Prävention und Beendigung von Konflikten proaktiv unterstützen

• Arbeitserlaubnis und Integrationshilfen für Flüchtlinge in Aufnahmeländern gewähren, um ihnen und ihren Familien Selbstversorgung in Würde zu ermöglichen

• längerfristige Entwicklungs-und Stabilisierungsarbeit in Ländern, die anfällig für Konflikte und Krisen sind, um nachhaltige Veränderung auf lokaler Ebene zu bewirken.

Große Herausforderungen bei Umsiedlung von Flüchtlingen aus Dadaab

Die Schließung des größten Flüchtlingslagers der Welt im Osten Kenias ist für November angekündigt. In der kommenden Woche will UNHCR Pläne für die Umsiedlung der Flüchtlinge vorlegen. World Vision leistet Nahrungsmittelhilfe für über 100.000 Menschen im Dadaab-Komplex, der aus fünf Lagern besteht und ursprünglich nur vorübergehend 90.000 Menschen beherbergen sollte. Zehntausende Flüchtlinge wurden bereits dort geboren, können das Lager ohne spezielle Genehmigung oder Arbeitserlaubnis nicht verlassen. Die Bildungsmöglichkeiten im Lager sind begrenzt, aber es gibt viele kleine Unternehmen und engagierte Jugendgruppen haben viele organisatorische Aufgaben übernommen. Die Situation in Somalia hat sich nach Einschätzung der Vereinten Nationen verbessert, aber der Fortschritt sei nicht irreversibel. Ali (45), Vater von neun Kindern in Dadaab, sieht eine Rückkehr dorthin mit großer Skepsis: "Ich fürchte, dass meine Kinder dort keine Bildung bekommen und dass sie durch terroristische Gruppen radikalisiert werden könnten.

Margaret Schuler, World Vision Regionaldirektorin für Ostafrika, erklärt zur angekündigten Schließung von Dadaab: “Die kenianische Regierung steht ähnlich wie die Länder im Nahen Osten, die auf die Syrienkrise reagieren müssen, vor der Herausforderung, die Bedürfnisse von Hunderttausenden Menschen zu decken. Es ist Zeit für die Welt zu akzeptieren, dass die Herausforderungen im Zusammenhang mit Flucht, nicht verschwinden werden. Wir müssen gemeinsam dafür sorgen, dass die Fluchtursachen bekämpft werden und sicherstellen, dass Flüchtlinge nicht an den Rand der Gesellschaft gedrängt werden. Kinder müssen die Chance auf Bildung bekommen und Erwachsene müssen die Möglichkeit haben, zu arbeiten. Nur so erlangen die Menschen ihre Würde zurück und die Abhängigkeiten von teuren und nicht nachhaltigen Hilfslieferungen können verringert werden.”

Neue Angebote für Flüchtlingskinder in Deutschland

Mit einem Spielmobil unterstützt World Vision im Rhein-Main-Gebiet Freizeitangebote für Flüchtlingskinder, die noch in Gemeinschaftsunterkünften stattfinden. Die Resonanz der Kinder und auch der Familien ist sehr positiv. Am kommenden Dienstag Nachmittag findet ein Einsatz in Mainz statt, zu dem auch Medienvertreter herzlich eingeladen sind. Mit dem Partner Seehaus e.V. konnten darüber hinaus 16 unbegleitete Minderjährige in den letzten Monaten in Gastfamilien untergebracht werden, doch werden weitere Gastfamilien in Baden-Württemberg gesucht. WVD 17

 

 

 

 

Italien-Route. Jeder 17. Flüchtling stirbt

 

Bis Ende Mai dieses Jahres sind bereits mehr als 2.500 Menschen auf ihrem Weg per Boot nach Europa als gestorben oder gelten als vermisst. Im Vergleich zum Vorjareszeitraum ist das ein Anstieg von fast 40 Prozent.

 

Die Flucht über das Mittelmeer nach Europa ist nach Einschätzung der Internationalen Organisation für Migration (IOM) noch gefährlicher geworden. Von Beginn des Jahres bis Ende Mai starben mehr als 2.500 Menschen auf ihrem Weg per Boot nach Italien oder Griechenland oder gelten seitdem als vermisst, wie die Organisation bei der Präsentation ihre zweiten Studie „Fatal Journeys“ am Mittwoch in Berlin erklärte. Das ist ein Anstieg um 39 Prozent gegenüber dem selben Zeitraum 2015.

 

Allein rund 2.100 Menschen starben mutmaßlich auf der Route zwischen Nordafrika und Italien. Damit überlebte einer von 17 Flüchtlingen die Flucht per Boot nicht. 2014 und 2015 war es einer von 50. Neben dem Anstieg bei der Zahl der Toten hat sich die Gesamtzahl von Flüchtlingen, die in Italien ankommen, kaum verändert: Bis Ende Mai dieses Jahres erreichten rund 47.900 Flüchtlinge Italien, im Zeitraum 2015 waren es 47.500.

Die Route sei noch tödlicher geworden, sagte Frank Laczko, Direktor des IOM-Datenanalysezentrums in Berlin. Über die Gründe könne er nur spekulieren: Vielleicht versuchten Schlepper noch skrupelloser ihr Geschäft. Zudem würden häufiger größere Holzboote eingesetzt – die Zahl der Menschen, die bei einem Unglück sterben, ist damit auf einen Schlag viel höher.

Über 3.000 Menschen gestorben oder vermisst

In den ersten fünf Monaten des Jahres sind nach Daten der Migrationsorganisation weltweit mindestens 3.105 Menschen auf der Flucht gestorben oder gelten seitdem als vermisst, 2.516 davon versuchten die Flucht nach Europa übers Mittelmeer zwischen Libyen und Lampedusa, Marokko und Spanien oder der Türkei und Griechenland.

Auf der Route nach Griechenland verzeichnet die IOM seit Inkrafttreten des EU-Türkei-Abkommens einen Rückgang der Zahl von Flüchtlingen und Toten in der Ägäis. 376 Tote und Vermisste wurden dort bis Ende Mai gezählt, davon allein 275 im Januar. Seit dem Start des Abkommens sei die Zahl ankommender Flüchtlinge um 98 Prozent gesunken, die Zahl der Toten um 82 Prozent.

(epd/mig 17)

 

 

 

 

Rainer Wieland nach dem Referendum: Schluss mit der Nabelschau

 

„Mit der Nabelschau muss jetzt Schluss sein“, sagte EUD-Präsident Rainer Wieland am Morgen nach dem britischen Referendum über den Austritt des Landes aus der Europäischen Union. „Europa hat über viele Monate wie das Kaninchen auf die Schlange gestarrt, Stillstand war die Folge. Jetzt muss wieder an europäischen Lösungen gearbeitet werden, aber nicht im Kleinklein irgendwelcher Detailregelungen.“

 

Hier seien insbesondere Berlin und Paris in der Verantwortung. „Wir können nicht bis nach den Präsidentschaftswahlen in Frankreich und den Bundestagswahlen in Deutschland warten.“ Die Zurückhaltung habe sich auch im britischen Fall nicht ausgezahlt. „Es müssen jetzt unverzüglich Schritte unternommen werden, die zeigen, dass Europa handlungsfähig ist.“ Jetzt sei klar, dass es ohne das Vereinigte Königreich weitergehen müsse und auch weitergehen werde. Für Trauerarbeit bleibe nicht viel Zeit. „Wir müssen den Trend zu nationalen Alleingängen stoppen, wieder an überzeugenden europäischen Lösungen arbeiten, denn es liegen viele unbewältigte Aufgaben vor uns.“

 

Wieland zeigte sich dennoch betroffen über den Ausgang des Referendums. „Das Ja zum Austritt hat mich enttäuscht, denn ich hätte nicht gedacht, dass die Briten sich aufs Glatteis führen lassen.“ Eine Mehrheit der Briten habe sich klar gegen die weitere Zusammenarbeit in den gemeinsamen Institutionen ausgesprochen. „Mehrheit ist Mehrheit, die Entscheidung ist gefallen. Damit müssen jetzt alle leben.“ Nun stünden mehrjährige Verhandlungen über die künftigen Beziehungen zwischen der EU und dem sich von ihr lösenden Vereinigten Königreich an. Privilegien dürfe und werde es für Großbritannien allerdings nicht geben, ist der Vizepräsident des Europäischen Parlaments überzeugt.

 

„Europa war und ist kein Rosinenkuchen. Es wird kein zweites Angebot mit einem weiteren Referendum geben. Die Austrittsverhandlungen werden hart geführt, auch um anderen Ländern keinen Anreiz zu geben. Wer weiterhin in den Genuss einzelner Segnungen des Binnenmarktes kommen will, muss dafür auch Gegenleistungen erbringen, so wie dies heute schon die Schweiz und Norwegen tun.“ Norwegen zahle zum Beispiel pro Kopf mehr als die Briten bisher.

 

Für die Europäische Union sei es nun an der Zeit, das Augenmerk wieder auf konkrete Politik zu lenken. „Die EU darf sich nicht weiter mit sich selbst beschäftigen. Wir müssen uns jetzt endlich den eigentlichen Herausforderungen unserer Zeit stellen.“ Diese seien vor allem die wirtschaftliche Entwicklung und der soziale Zusammenhalt, Europas Innovationspotential und die innere und die äußere Sicherheit. „Daran ändert auch der nun bevorstehende Austritt eines Mitglieds nichts, das immer schon mit der Gemeinschaft gefremdelt hat.“ EUD 24

 

 

 

 

Bildung ist ein Menschenrecht, auch auf der Flucht!

 

Anlässlich des Weltflüchtlingstags am 20. Juni 2016 ruft der World University Service (WUS) dazu auf, das Menschenrecht auf Bildung auch für Menschen auf der Flucht stärker in den Fokus der breiten Öffentlichkeit und des politischen Diskurses zu rücken.

Über 1 Millionen Flüchtlinge sind allein im Jahr 2015 nach Deutschland gekommen und derzeit sind weltweit 60 Millionen Menschen auf der Flucht. Dies ist die höchste Zahl, die jemals verzeichnet wurde. Um den flüchtenden Menschen trotz der schwierigen Umstände während der Flucht den Zugang zum Menschenrecht zu Bildung zu ermöglichen, bedarf es verstärkter Aufmerksamkeit und politischer Wille. „Wenn die aktuelle Debatte über Fluchtprozesse die Bildungsfrage vernachlässigt, wird das große Potenzial dieser Menschen verschenkt. Schlimmer noch: Wird das Menschenrecht auf Bildung nicht ernst genommen, dann wirkt sich dies auf die Gruppe der Flüchtenden und ihrer Herkunftsstaaten sowie die Aufnahmegesellschaften bereits mittelfristig negativ aus“, so Dr. Kambiz Ghawami, Vorsitzender des WUS (World University Service - Deutsches Komitee e.V.). Mit diesem Aufruf bekräftigt WUS die bereits angelaufenen Aktionen und Positionierungen zum Thema „Bildung auf der Flucht“ des Aktionsbündnisses der Globalen Bildungskampagne (GBK).

Um auch auf die bundesweiten Aktivitäten der Hochschulen für Geflüchtete aufmerksam zu machen, bietet WUS zudem eine fortlaufend aktualisierte Linksammlung zum Thema „Flüchtlinge und Hochschulen“ auf seinem Online-Portal an. So können sich Geflüchtete und Engagierte in der Flüchtlingsarbeit zentral über die bestehenden bundesweiten Angebote der Hochschulen informieren. Für Schulen und Bildungseinrichtungen stellt das „Portal Globales Lernen“ zahlreiche Bildungsmaterialien, Filme, Dokumentationen und Spots, Hintergrundinformationen, Portale, Initiativen und Aktionen für die Bildungsarbeit, aber auch Ideen für die Eigeninitiative im Alltag zum Thema „Flucht und Asyl“ bereit.

In Deutschland widmet sich die Informationsstelle Bildungsauftrag Nord-Süd beim WUS mit ihren Publikationen sowie mit ihrem Internetportal der entwicklungspolitischen Informations- und Bildungsarbeit. Sie ist Schnittstelle zwischen Bund, Ländern, Europäischer Union, Bildungseinrichtungen und Nichtregierungsorganisationen und stärkt und vernetzt die Akteure.

Der jährliche internationale Weltflüchtlingstag (20. Juni) wurde von der UN-Vollversammlung ausgerufen, um auf die besondere Situation und die Not von Millionen Menschen auf der Flucht aufmerksam zu machen. Das diesjährige Motto der UNCHR lautet „Wir stehen zusammen #WithRefugees“.

Die Linksammlung zum Thema „Flüchtlinge und Hochschulen“ finden Sie hier: www.wusgermany.de/de/wus-service/wus-aktuelles/fluechtlinge-und-hochschulen-deutschland

Die Portalseite zum Thema „Flucht und Asyl“ finden Sie hier: www.globaleslernen.de/de/aktuelles/fokus-flucht-und-asyl  de.it.press 20

 

 

 

 

EU-Flüchtlingspolitik

Entwicklungshilfe und Fluchtursachenbekämpfung stehen nur auf dem Papier

 

Wenn die EU Flüchtlingspolitik mit afrikanischen Ländern macht, steht häufig „Entwicklungshilfe“ und „Fluchtursachenbekämpfung“ auf dem Papier. In Wahrheit werden dubiose Vereinbarungen mit unterdrückerischen Regimen geschlossen und mit Wirtschaftssanktionen gedroht wenn Grenzen nicht dichtgemacht werden.

In der Flüchtlingspolitik plant die EU-Kommission, afrikanischen Staaten sogenannte Migrationspartnerschaften anzubieten. Ziele seien eine Bekämpfung von Fluchtursachen und ein Rückgang der irregulären Migration nach Europa, sagte EU-Innenkommissar Dimitris Avramopoulos. Die Idee baue auf Erfahrungen auf, die Brüssel mit dem EU-Türkei-Abkommen gemacht habe. Zu den ausgewählten Länder gehören demnach Tunesien, Niger, Äthiopien, Mali, Senegal, Nigeria und Libyen sowie die Nahost-Staaten Jordanien und Libanon.

Im Laufe der Zeit könnten aber noch weitere Länder in Afrika und Asien dazu kommen, sagte der griechische EU-Kommissar: „Wir wollen mit jedem dieser neun Staaten verschiedene Vereinbarungen treffen. Wir wollen sie überzeugen, dass sie illegale Migranten wieder zurücknehmen. Wir möchten zudem erreichen, dass diese Länder konsequent gegen Menschenschmuggler vorgehen und dass sie ihre Grenzen wirksam sichern.“

Wer nicht mitmacht soll bestraft werden

Außerdem wolle Brüssel mit Staaten, die in unmittelbarer Nähe zu den Herkunftsländern der Flüchtlinge liegen, vereinbaren, dass sie den Menschen noch stärker als bisher eine sichere Aufnahme nahe der Heimat gewähren, sagte Avramopoulos. Ländern, die sich kooperativ zeigten, könne zusätzlich zu den bisherigen Hilfsgeldern weitere substanzielle Unterstützung oder etwa der Ausbau von Handelsbeziehungen zugesagt werden. „Wer sich nicht an die Vereinbarungen hält, dem können allerdings auch Einschränkungen zukommen“, fügte Avramopoulos hinzu.

Nach Angaben des EU-Kommissars könnten von 2016 bis 2020 etwa acht Milliarden Euro für die Finanzierung der Migrationspartnerschaften bereitgestellt werden. Um langfristig gegen Fluchtursachen vorzugehen, werde die EU-Kommission im Herbst einen Investitionsplan vorstellen, mit dem private und öffentliche Investitionen angestoßen werden sollen. Dafür wolle die Kommission bis 2020 rund 3,1 Milliarden Euro bereitstellen.

Menschenrechtsbeauftragte kritisiert EU-Flüchtlingspolitik

Kritisch äußerte sich die Menschenrechtsbeauftragte der Bundesregierung, Bärbel Kofler (SPD), zu den Plänen der EU-Kommission. Diese Vereinbarungen liefen darauf hinaus, die Hürden für Flüchtlinge, die aus afrikanischen Ländern nach Europa streben, weiter zu erhöhen. Der geplante Migrationspakt sei „sehr problematisch“.

Deutlicher wurde Ska Keller, migrationspolitische Sprecherin der Grünen-Fraktion im EU-Parlament. Mit diesen Plänen wolle die Europäische Kommission die Verantwortung für die globale Flüchtlingskrise an Drittstaaten abschieben. „Mit Fluchtursachenbekämpfung hat das nur wenig zu tun. Der EU-Kommission und den Regierungen der Mitgliedstaaten geht es vor allem darum, dass sie mehr Menschen in diese Länder abschieben können“, so Keller.

Mit Eritrea und Somalia sollen unterdrückerische Regime EU-Geld für so genanntes Migrationsmanagement bekommen. Diese Regime sollen durch verstärkten Grenzschutz dafür sorgen, dass die Menschen nicht mehr fliehen können. „Statt Fluchtursachenbekämpfung betreibt die EU-Kommission eine Bekämpfung der Fluchtwege“, so Keller weiter. Der Iran etwa solle nach dem Willen der EU-Kommission dafür sorgen, dass es afghanische Flüchtlinge trotz deutlich steigender Anerkennungsquoten nicht mehr in die Europäische Union schaffen. Die EU-Kommission sei offenbar bereit, die humanitären Werte der EU zu verkaufen.

Ausbau der Festung Europa

Für den Bundestagsabgeordneten Niema Movassat (Die Linke) handelt es sich hierbei um den weiteren „Ausbau der Festung Europa“. Die EU spreche immer davon, die Fluchtursachen zu bekämpfen. Stattdessen erhöhe sie den Druck auf afrikanische Staaten, „sich zu Komplizen der eigenen tödlichen Abschottungspolitik zu machen“.

Wer den Menschen in Afrika Bleibeperspektiven in ihren Heimatländern schaffen möchte, müsse faire Handelsbeziehungen und Entwicklungspartnerschaften auf Augenhöhe etablieren. Stattdessen „droht die EU den Staaten sogar mit Sanktionen, wenn sie nicht zu willfährigen Außenposten der europäischen Abschottungspolitik werden. Autoritäre Regime wie der Sudan oder Äthiopien werden angehalten, noch autoritärer gegen die eigene Bevölkerung sowie Flüchtlinge aus den Nachbarstaaten vorzugehen. Das ist der endgültige Abgesang auf das sogenannte Friedensprojekt Europa“, so Movassat.

Die EU-Kommission hatte am vergangene Woche Pläne vorgestellt, wonach zunächst mit sieben afrikanischen Ländern Verträge zur Rücknahme von Flüchtlingen geschlossen werden sollen. Kooperationsbereite Länder sollen mit Finanzhilfen und Investitionen belohnt werden, wofür die Kommission bis 2030 acht Milliarden Euro bereitstellen will. (mig/epd 13)

 

 

 

 

Voran, nicht raus! Großbritannien sollte sich an die Spitze einer EU-Reformagenda stellen

 

Kann Großbritannien sich jemals mit dem Gedanken anfreunden, Teil von Europa zu sein? Wenn man sich die aktuellen Schlagzeilen in Großbritannien über das Referendum am 23. Juni über den Verbleib in der Europäischen Union anschaut, scheint die Antwort ein entschiedenes „Nein“ zu sein.

Die Austrittbefürworter setzen auf die Angst vor unkontrollierter Einwanderung und vielen anderen vermeintlichen Gefahren für den britischen Lebensstil – ob sie nun durch Bomben oder durch Boote entstehen. Ihre Gegner, die wollen, dass Großbritannien ein Teil von Europa bleibt, heben auf ein anderes Risiko ab: den Verlust jener Arbeitsplätze, die vom Handel mit Europa abhängen.

Das unablässige Parolenschwingen rund um diese Themen hat unterschiedliche Weltanschauungen offenbart: Die Rhetorik der EU-Gegner beschwört den Geist von Dünkirchen des Jahres 1940: eine eigenständige Nation, die Armadas und Armeen die Stirn bietet und immer auf kämpferische Art unabhängig von Europa ist.

Theoretisch steht die Kampagne der EU-Befürworter für ein anderes Großbritannien: offen, engagiert und international gesinnt. Aber die Tories sind bei diesem Thema tief gespalten, und viele ihrer prominentesten Sprecher sind im Feuer europafeindlicher Medien weich geworden. Daher treten sie oft für eine halbherzige Beziehung zu Europa ein – für ein Land, das sich nicht voll engagiert, sondern in der Schwebe bleibt. Ein positives, prinzipientreues und fortschrittliches Engagement für die Mitgliedschaft Großbritanniens in der EU muss erst noch entstehen.

Die schärfsten Pfeile im Köcher derjenigen, die wollen, dass Großbritannien in Europa bleibt, sind positive Argumente. Um die Bedürfnisse und Hoffnungen der Briten im 21. Jahrhundert zu erfüllen, müssen wir die Vergangenheit loslassen und akzeptieren, dass die Gegenwart durch Globalisierung bestimmt und die Zukunft voller neuer Möglichkeiten ist. Aufgrund unserer zunehmenden Interdependenz brauchen wir stärkere internationale Zusammenarbeit und Koordinierung, und genau dies bietet die EU.

Da die Austrittsbefürworter die Globalisierung als Last sehen, suchen sie nach Schutz davor und fordern die „Kontrolle“ zurück. Eine aktuelle, aber nicht notwendigerweise repräsentative Umfrage ergab, dass 43 Prozent derjenigen, die auf jeden Fall zur Abstimmung gehen, dafür sind, ihrem Land durch das Verlassen der EU die Kontrolle zurückzugeben – selbst wenn sie finanzielle Nachteile dadurch haben. Nur 23 Prozent waren dagegen.

Zufällige Beobachter könnten denken, ein nationaler Konsens über eine europäische Zukunft nach der Wahl sei unmöglich zu erreichen. Aber es gibt einen Weg. Zuerst müssen wir erkennen, dass in einer immer stärker integrierten und interdependenten Welt jedes Land eine Balance zwischen der gewünschten nationalen Autonomie und der nötigen internationalen Zusammenarbeit finden muss.

Großbritannien sollte sich nicht zwischen schwarz oder weiß entscheiden müssen: zwischen totaler Autonomie, die die Notwendigkeit zur Zusammenarbeit mit unseren direkten Nachbarn leugnet, oder völliger Integration in einen europäischen Superstaat, der die weiterhin bestehende Bedeutung nationaler Identität und Entscheidungsfindung außer Acht lässt.

Für all diese Themen gibt es Lösungen, die sowohl Großbritannien als auch Europa wettbewerbsfähiger, demokratischer und rechenschaftspflichtiger machen werden. Können wir zeigen, dass Chancengleichheit, Fairness und Sicherheit in Europa verbessert werden können – und dass wir uns stolz an die Spitze einer EU-Reformagenda stellen können – dann würde vielleicht ein britischer Konsens entstehen.

Blicken wir auf die Wirtschaft: Durch eine Balance zwischen Autonomie und Zusammenarbeit könnte Großbritannien in den nächsten zehn Jahren 500 000 zusätzliche Arbeitsplätze schaffen. Da das Land sich dem Euro nicht angeschlossen hat, kann es seine Zinssätze weiterhin selbst festlegen, aber die Integration in den europäischen Binnenmarkt hat zu klaren Wachstums- und Beschäftigungsvorteilen geführt. Würde sich Großbritannien an die Spitze der Bemühungen um gleiche Wettbewerbsbedingungen für den Digital-, Energie- und Dienstleistungssektor stellen, könnte dies zu stärkerer Wettbewerbsfähigkeit in ganz Europa führen.

Wirtschaftliche Reformen sind nur der Anfang. Großbritannien könnte und sollte sich für eine Agenda einsetzen, die sich den Themen Energieeffizienz (durch eine Energie- und Umweltunion), faire Besteuerung (durch einen Plan gegen Steueroasen) und Sicherheit (durch verstärkte Zusammenarbeit der Geheimdienste gegen Terrorismus und illegale Einwanderung) widmet.

Der britische Plan für ein reformiertes Europa muss mutig und weitsichtig sein, die soziale Dimension des Binnenmarkts berücksichtigen und die paneuropäische Zusammenarbeit in der Forschung vertiefen. Indem wir die Tatsache akzeptieren, dass wir durch Zusammenarbeit mehr erreichen können als durch Isolation, könnte sich ein solcher Plan zur Agenda für die britische EU-Präsidentschaft des Jahres 2017 entwickeln und zu einer Ära stärkeren grenzübergreifenden Engagements führen.

Diese Zeit, in der Großbritannien die Führung übernimmt, könnten wir auch dazu nutzen, uns für einen kooperativeren Ansatz in der internationalen Entwicklungszusammenarbeit und bei der Konfliktbewältigung einzusetzen, was einen modernen Marshall-Plan für Nordafrika und den Nahen Osten unter europäischer Leitung einschließen könnte.

Großbritannien hat jetzt die Chance, bei der Gestaltung der nächsten Stufe der Entwicklung Europas vorn mit dabei zu sein. Im letzten halben Jahrhundert des Postimperialismus hat sich Großbritannien bemüht, eine Rolle zu finden, die zur Gestaltung unseres Schicksals passt. Durch aktives Engagement in Europa können wir zeigen, dass wir mehr sind als die eine Hälfte einer „Special Relationship“ mit Amerika, mehr als ein Achtundzwanzigstel der NATO und viel mehr als lediglich ein einzelnes Mitglied einer immer größer werdenden EU. Am 23. Juni sollten wir uns dazu bekennen, dass Großbritanniens Zukunft darin liegt, Europa anzuführen, und nicht, es zu verlassen. Gordon Brown  IPG 20

 

 

 

 

Weltflüchtlingstag. Streit über europäische Flüchtlingspolitik

 

Vor dem Weltflüchtlingstag am Montag wird einmal mehr deutlich: Organisationen wie Pro Asyl und „Brot für die Welt“ sind ganz und gar nicht einverstanden mit den politischen Entscheidungen der vergangenen Monate.

Vor dem Weltflüchtlingstag am Montag sind die Differenzen über den Kurs in der europäischen Flüchtlingspolitik deutlich zutage getreten. Während Außenminister Frank-Walter Steinmeier (SPD) die Europäische Union auf einem guten Weg sieht, warnten Hilfsorganisationen vor einer Aushöhlung des Asylrechts. Der 20. Juni wird auf Initiative der Vereinten Nationen weltweit als Gedenktag für Flüchtlinge begangen.

Steinmeier sagte dem „RedaktionsNetzwerk Deutschland“, die inzwischen getroffenen internationalen Vereinbarungen seien noch längst nicht perfekt. „Aber wir sind dem Ziel, Europas Außengrenzen wieder unter Kontrolle zu bringen, ein großes Stück näher“, sagte er. Entscheidend bleibe, sich um die zentrale Ursache für die Flüchtlingsbewegung in Richtung Europa zu kümmern, die Kriege im Mittleren Osten und Nordafrika. In Syrien und Libyen müsse einer politischen Lösung der Weg geebnet werden.

Pro-Asyl-Geschäftsführer Günter Burkhardt indes kritisierte, dass die deutsche Außen- und Entwicklungspolitik zunehmend in den Dienst der Flüchtlingsabwehr gestellt werde. Bald werde das Asylrecht „nur noch auf dem Papier existieren, faktisch für Schutzsuchende aber nicht mehr erreichbar sein“. Mit dem Abkommen zwischen der EU und der Türkei sei das Recht auf eine faire Prüfung von Asylanträgen in Europa ausgehebelt worden, kritisierte Pro Asyl. Die Türkei solle verhindern, dass Schutzsuchende Europa überhaupt erreichen.

Cornelia Füllkrug-Weitzel, Präsidentin von „Brot für die Welt“ und der Diakonie Katastrophenhilfe, forderte legale Fluchtwege nach Europa. „Die EU verschwendet stattdessen sehr viel Geld darauf, Menschen an der Flucht zu hindern. Das wird aber niemals erfolgreich sein“, sagte die Chefin der evangelischen Hilfsorganisationen.

Die katholische Deutsche Bischofskonferenz erklärte, solange Krieg und Gewalt, menschenunwürdige Lebensverhältnisse und eklatante Verstöße gegen die Menschenrechte in weiten Teilen Afrikas und des Mittleren Ostens auf der Tagesordnung stünden, sei kein Ende der starken Wanderungsbewegungen in Sicht. „Europa muss seinen Nachbarregionen eine Entwicklungspartnerschaft anbieten, die diesen Namen auch verdient“, forderte der Flüchtlingsbeauftragte der Bischofskonferenz, der Hamburger Erzbischof Stefan Heße.

Die Vorsitzende der Grünen-Bundestagsfraktion, Katrin Göring-Eckardt, sprach sich für ein Einwanderungsgesetz für Deutschland aus. Damit hätten sogenannte Wirtschaftsflüchtlinge, etwa aus den Maghreb-Staaten, eine Alternative zum Asyl, das den meisten von ihnen ohnehin nicht gewährt werde, sagte sie bei einer Tagung der Evangelischen Akademie Tutzing am Starnberger See.

Bei derselben Tagung sagte der bayerische Ministerpräsident Horst Seehofer (CSU): „Es soll sich niemand einbilden, dass wir durch stagnierende Flüchtlingszahlen die Probleme gelöst haben.“ Er verteidigte die Kontrollen an den deutschen Grenzen, fügte jedoch hinzu, er wolle diese nicht auf Dauer.

Nach Einschätzung des CSU-Vorsitzenden müssen die Kontrollen an den EU-Außengrenzen verstärkt werden. Die Idealkonstellation wäre es, dort den über den Status eines Flüchtlings zu entscheiden. „Das ist aus meiner Sicht humaner, als sie in ganz Europa herumzuschicken, aufwendige Verfahren zu machen und sie dann zurückzuschicken“, sagte Seehofer. (epd/mig 20)

 

 

 

 

EU-Bürger haben keine Angst vor einem Brexit

 

Soll Großbritannien Mitglied der Europäischen Union bleiben oder nicht? Diese Frage müssen über 46 Millionen wahlberechtigte Briten am 23. Juni 2016 beantworten. Der Ausgang des Referendums betrifft nicht nur das Vereinigte Königreich. Internationale Handelsbeziehungen und das geopolitische Gewicht der EU könnten unter einem Brexit leiden. Was die EU-Bürger vom drohenden Austritt Großbritanniens halten, zeigt eine europaweite Umfrage.

 

Gütersloh. Ein Brexit ist für die EU-Bürger außerhalb Großbritanniens keine Option, aber falls er kommen sollte, fürchten die wenigsten konkrete Konsequenzen für ihr Land. Das ergibt die neue Auswertung der „eupinions“, einer EU-weiten repräsentativen Meinungsumfrage im Auftrag der Bertelsmann Stiftung. Eine Mehrheit, 54 Prozent der EU-Bürger, ist für einen Verbleib Großbritanniens in der EU. Immerhin mehr als jeder Fünfte der Befragten (21 Prozent) ist hingegen für einen Austritt des Vereinigten Königreiches. Auswirkungen für ihr Land befürchten die Wenigsten: Über zwei Drittel der Befragten erwarten keine Konsequenzen für ihr Land im Falle eines Brexits.

 

Neben den EU-weiten Ergebnissen liefern die „eupinions“ auch repräsentative Zahlen für die größten Länder der EU. Dabei zeigt sich ein einheitliches Bild: Die Brexit-Gegner sind deutlich in der Mehrheit. Während die Spanier und Polen sich am klarsten für einen Verbleib der Briten stark machen (64 bzw. 61 Prozent), ist in Italien und Deutschland immerhin noch etwas mehr als die Hälfe der Bevölkerung (55 bzw. 54 Prozent) gegen den Brexit. Die Franzosen können sich im Vergleich mit den größten EU-Staaten am ehesten eine EU ohne die britischen Nachbarn vorstellen. 25 Prozent sind in Frankreich für und 41 Prozent gegen einen Austritt Großbritanniens.

 

Deutsche und Polen machen sich die größten Sorgen

Wenn es um die Auswirkungen eines Brexit auf die EU und die Mitgliedstaaten geht, zeigt sich eine große Unsicherheit der EU-Bürger. Sie fürchten einerseits eine Schwächung der Europäischen Union, sehen aber keine negativen Auswirkungen für ihre Nationalstaaten. 45 Prozent der EU-Bürger außerhalb Großbritanniens erwarten, dass sich die Lage der EU durch einen Austritt Großbritanniens verschlechtern würde. 45 Prozent der Befragten sagen aber auch, dass sie nicht glauben, dass sich für die EU etwas verändern würde. Bei den Veränderungen, die sie erwarten, liegen die wirtschaftlichen vorne. Ebenfalls 45 Prozent meinen, dass ein Brexit die EU ökonomisch schwächen würde. 26 Prozent der Befragten fürchten einen Machtverlust der EU ohne die Briten. In Polen (51 Prozent) und in Deutschland (48 Prozent) macht sich eine knappe Mehrheit Sorgen um die Konsequenzen eines möglichen Brexits. Bei Franzosen, Spaniern und Italienern hingegen überwiegt die Meinung, dass ein Austritt keine negativen Auswirkungen hätte.

 

Befragt zu den Konsequenzen für das eigene Land zeigt sich dagegen ein eindeutigeres Bild. Zwei Drittel der EU-Bürger außerhalb Großbritanniens (67 Prozent) erwarten keine Konsequenzen eines Brexits für ihr Land. Diese Stimmungslage spiegelt sich auch in den großen Mitgliedstaaten Deutschland (63 Prozent), Frankreich (68 Prozent), Italien (68 Prozent), Polen (63 Prozent) und Spanien (71 Prozent) wider: Die Stimmen der Gelassenen, die keine Veränderungen nach einem Brexit für ihr Land befürchten, sind mit mindestens 60 Prozent überall in der Mehrheit. „Auch wenn vielen Bürgern ihre Alltagssorgen näher sind als die Wahlergebnisse aus London – ein Austritt Großbritanniens wäre ein Verlustgeschäft für alle Europäer“, sagte Aart De Geus, Vorstandsvorsitzender der Bertelsmann Stiftung.

 

EU bleibt trotz allem attraktiv für Bürger

Obwohl die Zustimmung zur EU in einigen Ländern geschrumpft ist, glauben die meisten Europäer, dass die EU in Zukunft mehr wirtschaftliche und politische Integration braucht. Befragt nach ihren Präferenzen bei einem potenziellen EU-Referendum, erhalten die EU-Befürworter überall die meisten Stimmen: Während der Anteil der EU-Befürworter in Spanien (74 Prozent), Polen (66 Prozent) und Deutschland (62 Prozent) sehr deutlich ist, erhalten die EU-Kritiker in Frankreich und Italien die höchsten Zustimmungswerte. In Frankreich liegen die Pro-Europäer mit 52 zu 48 Prozent nur hauchdünn vor den EU-Skeptikern, die einen Austritt befürworten würden. Auch in Italien liegen die Lager eng beieinander (54 zu 46 Prozent).

 

Gleichzeitig gibt es in der gesamten EU Zustimmung zu mehr Integration. 59 Prozent aller EU-Bürger glauben, dass die EU in Zukunft mehr politische und ökonomische Integration braucht. In allen großen EU-Staaten bis auf Großbritannien ist diese Position gleichermaßen stark ausgeprägt: In Spanien (78 Prozent) und Italien (71 Prozent) am stärksten, obwohl Italien in punkto EU-Mitgliedschaft gespalten ist. In Frankreich sind mit 49 Prozent die wenigsten für mehr Integration. „Der Wunsch nach mehr Integration zeigt, dass die Bürger weiter an das Projekt Europa glauben. Nur ein vereintes Europa ist langfristig attraktiv und kann global bestehen. Der Brexit wäre daher ein schlechtes Signal für alle EU-Bürger“, so Aart De Geus. BS 20

 

 

 

Lizenz zum Töten? Durch Technologietransfer droht eine weltweite Waffenschwemme.

 

Eine Aufrüstungswelle hat die Welt erfasst. Nicht nur für die Bundeswehr ist die Zeit des Sparens vorbei, wie Verteidigungsministerin Ursula von der Leyen verkündet hat. Überall auf der Welt wird wieder mehr Geld für Waffen ausgegeben. Konflikte wie in der Ostukraine, der Inselstreit im Südchinesischen Meer, die Kriege in Syrien und Jemen, all das heizt den Rüstungswettlauf an. Das Stockholmer Friedensforschungsinstitut SIPRI berichtet von enormen Steigerungsraten: Zwischen 2011 und 2015 hat zum Beispiel Saudi-Arabien seine Rüstungsimporte im Vergleich zu den vorangegangenen vier Jahren um insgesamt 275 Prozent gesteigert, Katar sogar um 279 Prozent. China kommt auf 88 Prozent. Weltweit nahm der Waffenhandel um 14 Prozent zu.

Doch es werden nicht nur mehr Waffen verkauft. Ein anderer, gefährlicher Trend zeichnet sich ab: Viele Länder wollen Panzer, U-Boote oder Kampfflugzeuge nicht mehr nur kaufen – sie wollen auch die Produktion von militärischem Großgerät ins eigene Land holen. Zum Beispiel Australien: Das Land hat kürzlich den Auftrag für den Bau von zwölf U-Booten an den französischen Schiffbaukonzern DCNS im Wert von 35 Milliarden Euro vergeben, womit der deutsche Hersteller ThyssenKrupp leer ausging. Dabei hat Australien durchgesetzt, dass die U-Boote in der australischen Werft ASC gebaut werden.

Oder Algerien: Der deutsche Rüstungskonzern Rheinmetall liefert dem nordafrikanischen Land eine komplette Panzerfabrik. Künftig sollen Fuchs-Panzer in einer Fabrik 400 Kilometer östlich der Hauptstadt Algier zusammengebaut werden. Die Lieferung geht auf eine Reise von Kanzlerin Angela Merkel 2008 und eine Entscheidung der damaligen Union/FDP-Regierung zurück, 2014 hat die Bundesregierung das Geschäft dann genehmigt.

 

Die Welt ist im Rüstungswahn

Immer mehr Schwellenländer setzen auf den Aufbau einer eigenen Rüstungsindustrie. China, Iran, Saudi-Arabien, Südkorea oder die Vereinigten Arabischen Emirate – alle wollen unabhängiger von Importen werden. Südkorea stellt heute schon Kleinwaffen, Panzer und Artillerie her, künftig will das Land auch eigene Kampfflugzeuge bauen. Die Vereinigten Arabischen Emirate, die einen massiven Ausbau der heimischen Rüstungsindustrie bis 2030 planen, haben mit der alle zwei Jahre stattfindenden Rüstungsmesse IDEX einen regionalen Umschlagplatz für Rüstungsgeschäfte geschaffen.

In Saudi-Arabien gehört die Ausweitung der lokalen Rüstungsproduktion inzwischen zur offiziellen Regierungspolitik. Denn das Königreich will unabhängig werden von der Erdölförderung. Der neue starke Mann, Vize-Kronprinz und Verteidigungsminister Mohammed ibn Salman al-Saud, hat deshalb kürzlich die „Vision 2030“ verkündet, die Saudi-Arabien zu einem weltweit tätigen Finanzinvestor, Umschlagplatz und Rüstungsproduzenten machen soll. Demnach sollen künftig nicht mehr nur Panzerfahrzeuge und Munition im Land produziert werden, sondern auch Flugzeuge und andere komplizierte Waffensysteme. Das ehrgeizige Ziel des Verteidigungsministers lautet, bis 2030 50 Prozent der Rüstungseinkäufe im eigenen Land tätigen zu können – anstatt der heutigen zwei Prozent.

 

Bedingung: Technologietransfer

Und so verlangen viele Länder, die bei westlichen Rüstungsfirmen einkaufen, dass ein Teil der Produktion im eigenen Land stattfindet. Indien, Indonesien und die Türkei gehören dazu. Indonesien ist ein gutes Beispiel dafür, wie schon in der Vergangenheit der Technologietransfer funktioniert hat. So schreibt das Internationale Konversionszentrum Bonn (BICC): „Namhafte deutsche Unternehmen – wie z.B. MBB (später DASA bzw. EADS), MTU, Heckler & Koch sowie die Meyer- und Lürssen-Werften – haben eine maßgebliche Rolle beim Aufbau der indonesischen Rüstungsindustrie, besonders im Bereich der Schiffsbau- und Luftfahrtindustrie.“

Was passiert, wenn sich Rüstungskonzerne nicht auf solche Geschäfte einlassen, die die Gefahr des Technologietransfers mit sich bringen, musste Frankreich 2015 erfahren: Indien wollte ursprünglich 126 französische Rafale-Kampfflugzeuge kaufen, mit der Option auf 60 bis 75 weitere. Frankreich wollte die Jets aber nicht in Indien bauen und so reduzierte Neu Dehli die Zahl auf 36, das eingesparte Geld soll nun in das einheimische Mehrzweckkampflugzeug „Tejas“ fließen. Der Deal über die Rafale-Flugzeuge ist bis heute nicht unterschrieben.

 

Es droht eine Waffenschwemme

Diese Entwicklung ist gefährlich, denn man kann sich leicht vorstellen, was passiert, wenn auch militärisches Großgerät in immer mehr Ländern produziert wird. Natürlich wollen die neuen Waffenproduzenten nicht nur unabhängig von teuren Importen werden – sie wollen auch selbst am Waffenverkauf verdienen. Ein Beispiel ist Südkorea: „Bisher wurden die Waffensysteme hauptsächlich für den Bedarf der nationalen Streitkräfte hergestellt, aber in Zukunft sollen die hergestellten Waffen auch verstärkt exportiert werden“, schreibt das BICC. Auch in der saudi-arabischen „Vision 2030“ ist der Verkauf von Rüstungsgütern als künftige Einnahmequelle ausdrücklich vorgesehen.

Wohin das führt, kann man bei den Kleinwaffen sehen, die heute von 1000 Firmen in 100 Ländern produziert werden, wie das „Small Arms Survey“-Zentrum in Genf schätzt. Mit dem Ergebnis, dass heute geschätzte 650 Millionen dieser Waffen – Pistolen, Gewehre, Maschinenpistolen usw. – im Umlauf sind. Der ehemalige UN-Generalsekretär Kofi Annan bezeichnete Kleinwaffen deshalb als Massenvernichtungswaffen. Inzwischen gibt es die Kampagne „Control Arms“, mit der die ungehinderte Verbreitung solcher Waffen gestoppt werden soll.

 

Konkurrenz herangezüchtet

Wie problematisch schon Lizenzproduktionen sind, zeigt wieder das Beispiel Saudi-Arabien. Dort wird das G36-Gewehr von Heckler & Koch in Lizenz hergestellt. Und bei der Produktion von Munition hilft die deutsche Firma Rheinmetall, wie sie kürzlich gegenüber dem „Stern“ eingeräumt hat. Saudi-Arabien führt seinen verheerenden Krieg im Nachbarland Jemen also auch mit deutscher Unterstützung. Immerhin blockiert die Bundesregierung gerade den Export von Bauteilen für das G36-Gewehr, ob eine Klage von Heckler & Koch dagegen Erfolg hat, wird sich zeigen.

Waffenexporte wie nach Saudi-Arabien stehen zu Recht in der Kritik. Doch leider wird auch die Herstellung komplexer Waffensysteme immer mehr zum Exportschlager. Damit droht eine Globalisierung der Waffenproduktion, wie wir sie schon bei den Kleinwaffen erlebt haben. Dies hat unabsehbare Konsequenzen, etwa in Algerien: Das Land gilt zwar als stabil, aber im Nachbarland Libyen hat sich heute schon der „Islamische Staat“ ausgebreitet. Würde den Dschihadisten dies auch in Algerien gelingen, hätten sie ihre erste eigene Panzerfabrik. Mehr Waffen für alle führt eben nicht zu mehr Sicherheit für alle, sondern zu einem unsinnigen Rüstungswettlauf. Davon profitieren einzig und allein die Waffenhersteller. Dirk Eckert IPG 13

 

 

 

 

Zwölf Regierungsabkommen bei den 4. Deutsch-Chinesischen Regierungskonsultationen unterzeichnet

 

Regierungskonsultationen mit China

 

Die Regierungskonsultationen zwischen Deutschland und China haben sich als regelmäßiges Gesprächsformat mittlerweile fest etabliert. Bereits in den vergangenen Jahren konnten – zuletzt 2014 mit dem umfassenden „Aktionsrahmen für die Deutsch-Chinesische Zusammenarbeit:

Innovation gemeinsam gestalten“ – zahlreiche Kooperationsvorhaben beschlossen werden. Sie decken ein breites Spektrum des Regierungshandelns ab und haben dazu beigetragen, dass die deutsch-chinesischen Beziehungen auf allen Ebenen vertieft werden konnten.

Zu den diesjährigen Konsultationen, die am 13. Juni in Peking stattfanden, begleiteten die Bundeskanzlerin fünf Minister und sechs Staatssekretäre aus den Ressorts Außenpolitik, Wirtschaft und Handel, Industrie, Entwicklungszusammenarbeit, Finanzen, Bildung, Technologie

und Verkehr, Umweltschutz, Wohnung und Bau, Landwirtschaft, Justiz sowie Soziales und Gesundheit.

Neben zahlreichen Wirtschaftsvereinbarungen mit einem Gesamtvolumen von ca. 2,73 Mrd. Euro,

die Wirtschaftsvertreter beider Länder im Beisein der deutschen und chinesischen Regierung unterzeichnet haben, schlossen die Regierungsvertreter im Rahmen einer Unterzeichnungszeremonie insgesamt 12 Regierungsabkommen.

Dazu gehören gemeinsame Vereinbarungen in den Bereichen der politischen Zusammenarbeit, bei der Kooperation in Drittländern und auf Drittmärkten, bei der Zusammenarbeit in Wirtschaft, Handel und Investitionen, bei Innovation, Umwelt- und Klimaschutz sowie bei der gesellschaftlich-kulturellen und Bildungszusammenarbeit.

Neben den Regierungskonsultationen haben in den vergangenen Jahren zahlreiche andere hochrangige Begegnungen das gegenseitige Verständnis und Vertrauen zwischen beiden Ländern vertieft. Dazu gehören der Strategische Außen- und Sicherheitspolitische Dialog der Außenminister, der Rechtsstaats- und der Menschenrechtsdialog oder ein verstärkter Kultur- und Jugendaustausch.

Liste der unterzeichneten Regierungserklärungen: Gemeinsame Absichtserklärung zwischen dem Auswärtigen Amt der Bundesrepublik Deutschland und dem Ministerium für Auswärtige Angelegenheiten der Volksrepublik China über die dreiseitige Zusammenarbeit mit der Islamischen Republik Afghanistan. Absprache zwischen dem Bundesministerium für Wirtschaft und Energie der Bundesrepublik Deutschland und der Nationalen Kommission für Entwicklung und Reform der Volksrepublik China über bilaterale Zusammenarbeit. Gemeinsame Absichtserklärung über die strategische Zusammenarbeit im Bereich der fünften Generation von Mobilfunknetzen

(5G) zwischen dem Ministerium für Wissenschaft und Technologie der Volksrepublik China und dem Bundesministerium für Verkehr und Digitale Infrastruktur der Bundesrepublik Deutschland.

Gemeinsame Absichtserklärung betreffend die Entwicklung der umfassenden Zusammenarbeit im Bildungsbereich zwischen dem Ministerium für Bildung der Volksrepublik China und Bundesministerium für Bildung und Forschung der Bundesrepublik Deutschland. Gemeinsame Absichtserklärung zur Erweiterung zur bilateralen Zusammenarbeit zwischen dem Ministerium für Humankapital und soziale Sicherheit der Volksrepublik China und dem Bundesministerium für

Arbeit und Soziales der Bundesrepublik Deutschland. Gemeinsame Absichtserklärung zur Weiterführung der Deutsch-Chinesischen Plattform Innovation sowie ein Partnerschaftsprogramm für Jugend, Innovation und Unternehmertum zwischen dem Ministerium für Wissenschaft und

Technologie der Volksrepublik China und dem Bundesministerium  für Bildung und Forschung der Bundesrepublik Deutschland. Gemeinsame Absichtserklärung über die Einrichtung des Deutsch-Chinesischen Zentrums für Nachhaltige Entwicklung zwischen dem Handelsministerium der Volksrepublik China und dem Bundesministerium für wirtschaftliche Zusammenarbeit und Entwicklung der Bundesrepublik Deutschland. Gemeinsame Absichtserklärung zwischen dem

Ministerium für Verkehr der Volksrepublik China und dem Bundesministerium für Verkehr und digitale Infrastruktur der Bundesrepublik Deutschland über die Zusammenarbeit im Bereich Mobilitäts- und Kraftstoffstrategien sowie bei Maßnahmen im Verkehrssektor. Gemeinsame Absichtserklärung des Bundesministeriums für Ernährung und Landwirtschaft der Bundesrepublik

Deutschland und des Ministeriums für Landwirtschaft der Volksrepublik China über die Zusammenarbeit auf dem Gebiet der nachhaltigen Landwirtschaft. Gemeinsame Absichtserklärung des Bundesministeriums für Umwelt, Naturschutz, Bau und Reaktorsicherheit der Bundesrepublik Deutschland und des Ministeriums für Umweltschutz der Volksrepublik China über die Stärkung

der deutsch-chinesischen Umweltpartnerschaft. Gemeinsame Absichtserklärung des Ministeriums für Handel der Volksrepublik China und des Bundesministeriums für Wirtschaft und Energie der Bundesrepublik Deutschland im Rahmen des Gemischten Wirtschaftsausschusses. Gemeinsame

Absichtserklärung des Bundesministeriums für Gesundheit der Bundesrepublik Deutschland und der Nationalen Kommission für Gesundheit und Familienplanung der Volksrepublik China zur Zusammenarbeit im Bereich "innovatives Gesundheitssystem". Pib 14

 

 

 

Mit Terroristen reden?

 

Die hier aufgeführten Ansichten sind Ausdruck der Meinung des Verfassers, nicht die von EurActiv.com PLC.

 

Darf mit terroristischen Gruppen verhandelt werden? Die Antwort darauf ist weniger klar als es scheint. Immer wieder suchen Regierungen das Gespräch mit Terroristen – mit unterschiedlichem Ausgang.

Mit Terroristen reden? Politiker würden die Frage ohne zu zögern verneinen – zumindest öffentlich. Tatsächlich gibt es viele Beispiele dafür, dass Regierungen mit Terroristen verhandeln und in manchen Fällen sogar zu einer friedlichen Lösung des Konfliktes beitrugen.

Vertreter des „no talks“-Ansatzes haben keine schlechten Argumente, Terrorgruppen den Verhandlungstisch per se zu verweigern: Gespräche würde ihnen den Status eines politischen Akteurs zuerkennen und deren Gewaltakte legitimieren; der Staat mache sich erpressbar, wenn er auf brutale Anschläge mit einem Gesprächsangebot reagiert; ein Tête-à-Tête mit Terroristen könnte sogar zu weiterer Gewalt führen, wenn sich Nachahmer finden lassen, die ihrerseits hoffen, sich durch Militanz Gehör zu verschaffen und in den politischen Prozess mit eingebunden zu werden.

Verhandlungen können jedoch auch signifikant zu einem Ende der Gewalt beitragen. Hiermit verknüpft ist ein verändertes Verständnis von „Terrorismus“, das die Gewaltform nicht isoliert betrachtet, sondern annimmt, dass terroristische Gruppen auch Rebellen, Aufständische oder kriminelle Organisationen sein können. Solchen Gruppen vorschnell das Terror-Label aufzudrücken – und damit jeden Dialog auszuschließen – kann den eigenen Handlungsspielraum unnötig einschränken.

Label ändern sich, die Gewalt bleibt

Wie entscheidend die Label einer radikalen Gruppe ist, zeigt das Beispiel der afghanischen Taliban, die bis zum Amtsantritt Barack Obamas von den USA als terroristische Gruppierung eingestuft wurde. Erst ab 2009 begann die US-Regierung zwischen moderaten und radikalen Taliban-Fraktionen zu unterschieden und darüber hinaus die Verankerung in der afghanischen Bevölkerung zu betonen. Erst durch die offizielle Umbenennung konnten andere Maßnahmen als rein militärische in Erwägung gezogen werden – was letztendlich in Geheimverhandlungen unter Vermittlung Katars mündete.

Auch die „Palästinensische Befreiungsorganisation“ (PLO) ist ein populäres Beispiel für Gruppen, die den einen als Terroristen, den anderen als Freiheitskämpfer gelten. Obwohl sie über Jahrzehnte terroristische Anschläge und Geiselnahmen durchführte, wurde sie mit der Zeit als legitime Vertretung der palästinensischen Bevölkerung anerkannt und nahm eine Schlüsselrolle in den Osloer Friedensgesprächen mit der israelischen Regierung in den 1990er Jahren ein.

Generell gilt: Gespräche bergen für Gewaltgruppen eine friedliche Alternative, um ihre Forderungen zu vertreten. Für Geheimdienste bieten Verhandlungen zahlreiche strategische Vorteile wie den Gewinn an zusätzlichen Informationen beispielsweise in die inneren Dynamiken der Gruppe. Darüber hinaus können Verhandlungen als eine zivile Institution auch zivilisierend wirken, da sie in ihrem Verlauf bestimmte (Verhaltens-)Normen etablieren, Vertrauen aufbauen und so die Legitimierung der Gewaltgruppe an Vorbedingungen und friedliche Verhaltensmuster knüpft.

Verhandeln, wenn keiner hinsieht

Einen entscheidenden Vorteil bei Verhandlungen mit Terroristen können so genannte Back-Channel Negotiations (BCN), also Geheim-Verhandlungen bringen: Der hohe Grad an Geheimhaltung ermöglicht den Aufbau wechselseitigen Vertrauen sowie die Möglichkeit, sich abseits öffentlicher Eskalationsrhetorik die tatsächlichen Interessen und Motive zu besprechen. Zudem erleichtert es die Geheimhaltung, ohne formulierte Vorbedingungen ins Gespräch zu kommen. Dies bedeutet, dass während der verdeckten Verhandlungen die Gewalt von beiden Seiten weitergehen kann, da ein Waffenstillstand nicht automatisch eine Vorbedingung für die Verhandlungen darstellt.

Insbesondere die Erfolge der Verhandlungen im Nordirlandkonflikt zwischen der Provisional Irish Republican Army (PIRA) und der britischen Regierung zeigen die Vorteile von BCN auf. Auch die Gespräche zwischen der südafrikanischen Regierung und Nelson Mandelas African National Congress (ANC) sowie im Nordirlandkonflikt sind Beispiele für Verhandlungen, die über BCN-Kanäle zustande kamen.

Im Falle des nordafrikanischen Ablegers von Al-Qaida hat es um 2009 geheime Gespräche zwischen dem damaligen Anführer des südlichen Ablegers von AQIM in der Sahara, Mokhtar Belmokhtar, und dem algerischen Geheimdienst gegeben, die kurzfristig zu einem taktischen Abkommen geführt haben sollen. Es ist eine seit dem Bürgerkrieg in den 1990er Jahren erprobte Politik Algeriens, im Umgang mit Gewaltgruppen neben starker Repression immer wieder in geheimen Gesprächen individuelle Amnestien zu verhandeln und so moderate Teile von den Gewaltgruppen abzulösen. Dabei wurde sichtbar, dass sich jenseits universalistischer Forderungen Al-Qaida-naher Gruppen – die Kritikern als entscheidendes Hindernis für Verhandlungen gelten – Interessen wie persönliche Vorteile von Mitgliedern als Verhandlungsgegenstand finden lassen.

Verhandeln, wenn es wehtut

Damit die Verhandlungen mit Terroristen überhaupt Erfolg haben können, ist der richtige Zeitpunkt essentiell. Eine Möglichkeit ist es, auf ein Mutually Hurting Stalemate (MHS) zu warten, eine Art Pattsituation, bei der beide Konfliktparteien ihre Lage nicht weiter verbessern können, auch nicht durch weitere Gewalt. Verhandlungen mit der Gegenseite könnten dann als die einzig gangbare Alternative gesehen werden. So waren beispielsweise die Kriegsmüdigkeit und die hohen Kosten des Afghanistan-Einsatzes der USA, die wichtige Push-Faktoren für die USA hin zu solch einem „schmerzhaften“ MHS gewesen, um schließlich BCN mit den afghanischen Taliban einzugehen.

Die Hürden zu Beginn von Verhandlungen mit Gewaltgruppen sind sehr hoch und mehr als nur eine Frage des richtigen Timings. Können beide Seiten nach einem ersten Kontakt Verhandlungen beginnen, so ist zunächst noch nicht viel gewonnen. Die Verhandlungen im Nordirlandkonflikt, in Südafrika, in Kolumbien und die Osloer Friedensgespräche zeigen, dass das es sich um einen langwierigen, störungsanfälligen und immer wieder von Rückschlägen bedrohten Konfliktlösungsweg handelt. Häufig geht es auch darum, überhaupt im Gespräch zu bleiben, da bei einem Scheitern – wie im Oslo-Fall – eine weitere Radikalisierung beider Seiten droht.

Die Verhandlungen in Ägypten zwischen Regierung und der islamistischen Gama’a Islamiyain den 90er Jahren zeigen die Gefahr einer Radikalisierung dritter Gruppen oder des Absplitterns von gewaltbereiten Flügeln auf: Im Dialogprozess zwischen dem Militärregime und Gama’a Islamiya konnte eine dritte Gruppe, der „Ägyptische Dschihad“, in Gespräche eingebunden werden, von der sich ein radikalerer Flügel unter der Leitung von Ayman al-Zawahiri loslöste und sich am Aufbau von Al-Qaida beteiligte.

Fazit

Gespräche oder Verhandlungen mit Gewaltgruppen sind grundsätzlich weder unmöglich noch entbehren sie historischer und aktueller Präzedenzfälle. Auch mit islamistischen Gewaltgruppen werden mittlerweile inoffizielle Gespräche geführt. Dennoch stellen sie für alle Beteiligten eine Herausforderung dar und erfordern eine sorgfältige Abwägung der Möglichkeiten und Grenzen des eigenen Handels. „Negotiating with terrorists is not a question of forgiving or forgetting the past, but holding a pragmatic position about the future.“  Anna Mühlhausen  EA 17

 

 

 

 

 

Stellungnahme zum Kopftuchverbot. Unternehmerische Freiheit ist kein Grundrecht

 

Die Medienresonanz zu den Schlussanträgen der EuGH-Generalanwältin, Juliane Kokott, zum Kopftuchverbot war zwar groß, aber in weiten Teilen sachlich unzutreffend. Von Gabriele Boos-Niazy

 

Im März 2016 wurden vor dem Europäischen Gerichtshof in Luxemburg zwei Klagen zum Thema Kopftuch am Arbeitsplatz innerhalb der Privatwirtschaft diskutiert. Im Fall der belgischen Klägerin ging es darum, ob eine vom Arbeitgeber erlassene Regelung, die neutral formuliert ist, eine Diskriminierung der Klägerin, die ein Kopftuch trägt, darstellt.

 

Die fragliche Betriebsregel lautet: „Es ist den Arbeitnehmern verboten, am Arbeitsplatz sichtbare Zeichen ihrer politischen, philosophischen oder religiösen Überzeugungen zu tragen und/oder jeden Ritus, der sich daraus ergibt, zum Ausdruck zu bringen.“1

Am 31. Mai 2016 legte die Generalanwältin des EuGH, Juliane Kokott, ihre Schlussanträge zu dem Rechtsstreit vor. Die Medienresonanz war zwar groß, aber in weiten Teilen sachlich unzutreffend. Der folgende Text referiert den Abwägungsprozess der Generalanwältin und macht kritische Anmerkungen dazu.

Die Generalanwältin sieht in der Betriebsregelung keine unmittelbare Diskriminierung aufgrund der Religion, da sie das Tragen aller Zeichen verbiete und nicht nur das Tragen eines Kopftuchs. In der weiteren Prüfung stellt sie eine mittelbare Diskriminierung fest. Diese kann dann gerechtfertigt sein, wenn es sich bei der Anforderung, die der/die Arbeitnehmer_in erfüllen muss, um eine „wesentliche und entscheidende berufliche Anforderung“ handelt, sie „angemessen“ ist, ein „rechtmäßiges Ziel“ verfolgt und das gewählte Mittel (die Betriebsregelung) „geeignet“ ist, um dieses Ziel zu erreichen.2

Die Generalanwältin sieht im Hinblick auf die strittige Betriebsregelung alle Rechtfertigungskriterien erfüllt, allerdings stützt sich ihre Verhältnismäßigkeitsprüfung weitgehend nicht auf rechtliche Quellen, sondern stellt ihre persönliche Meinung dar, die von denen der Verfahrensbeteiligten abweicht. Das räumt sie offen ein: alle Verfahrensbeteiligten sind „[…] sich zutiefst uneinig, ob ein Verbot wie das hier streitige ein legitimes Ziel verfolgt, […] und ob es einer Verhältnismäßigkeitsprüfung standhält.“3

Zu dem Ergebnis, dass die mittelbare Diskriminierung gerechtfertigt sei, kommt die Generalanwältin, indem sie die unternehmerische Freiheit, sich ein Unternehmensziel auf die Fahnen zu schreiben, zu einem Grundrecht erklärt, das auf der gleichen Stufe steht wie die Religionsfreiheit. Dieses Unternehmensziel ist prinzipiell beliebig; im vorliegenden Streitfall lautet es: „Neutralität“. Dieses „rechtmäßige Ziel“ meint der Arbeitgeber nur dann erreichen

zu können, wenn er alle religiösen oder weltanschaulichen Zeichen in seinem Unternehmen verbietet. Das Nichttragen solcher Zeichen wird damit aus Sicht der Generalanwältin zu einer „wesentlichen und entscheidenden beruflichen Anforderung“, die aus ihrer Sicht ein „geeignetes Mittel“ ist, um das Ziel zu erreichen. Doch ist das Mittel (Verbot) auch angemessen? Aus Sicht der Generalanwältin ist das mit „Ja“ zu beantworten, denn sie sieht die Religionsfreiheit der Betroffenen nur im Hinblick auf einen Aspekt der Religionsausübung (Tragen eines Kopftuches) eingeschränkt. Alternativen, wie die Einbindung eines Kopftuches in eine Uniform erwähnt sie zwar, verwirft sie jedoch direkt wieder, da dies den Arbeitgeber wieder vom selbstgewählten Pfad der Neutralität abbringen würde.4 Diese Gefahr sieht sie jedoch nicht gegeben, wenn religiöse Zeichen eine gewisse Größe nicht überschreiten. Zudem sieht sie ein Kopftuchverbot nicht per se als ein Hindernis beim Zugang zum Arbeitsmarkt und nennt die Klägerin dazu als Beispiel. Sie habe eine Stelle gefunden, die sie erst dann verloren habe, als sie ein Kopftuch tragen wollte.5

Die Schlussanträge der Generalanwältin sind in mehreren Punkten kritikwürdig.

1. Die Generalanwältin zeigt durch die von ihr gewählte Beschreibung einer religiösen Bekleidung als Mittel, „eine bestimmte, religiöse Überzeugung aktiv zum Ausdruck bringen zu wollen“,6 dass sie keine Unterscheidung trifft zwischen maßgeblich unterschiedlichen Motiven, die „Bekundungen“ zugrunde liegen können. Sie stellt lediglich darauf ab, dass der/die Betreffende sich dadurch als Anhänger einer bestimmten Religion kenntlich machen möchte. Die strittige Betriebsregelung führt zu einer unmittelbaren Benachteiligung von Personen, die einem aus religiösen Gründen als verpflichtend verstandenen Bekleidungsgebot Folge leisten wollen. Das konterkariert die EU-Richtlinie 2000/78, die zum Ziel hat, Religion und Weltanschauung besonders zu schützen. Tatsächlich werden Bekleidungen, die aus modischen Motiven gewählt werden und diese zum Ausdruck bringen, im Vergleich zu Bekleidungen, die religiös oder weltanschaulich motiviert sind, privilegiert, denn ersteres Verhalten ist erlaubt, während letzteres verboten wird.

2. Es ist problematisch, dass die Generalanwältin ein beliebig wählbares Unternehmensziel – im vorliegenden Fall das der religiösen und weltanschaulichen Neutralität – als legitimes Ziel deklariert, hinter dem Grundrechte, die durch die Union besonders geschützt sein sollen, zurückstehen müssen.

3. Die Generalanwältin misst die Fähigkeit einer Person, der Neutralitätspolitik des Arbeitgebers zu genügen, lediglich an der Sichtbarkeit der Religionszugehörigkeit und nicht an deren gesamtem Verhalten; dies ist unverhältnismäßig.

4. Die Generalanwältin ordnet das Tragen einer religiös motivierten Bekleidung als „Brauch“ ein, dem man auch in seiner Freizeit Genüge tun kann7, dem entsprechend schließt sie, das entsprechende Kleidungsstück könne einfach an der Garderobe abgegeben werden. Dies ist eine völlige Fehleinschätzung der Wirkung, die das erzwungene Ablegen eines religiös motivierten, als verbindlich empfundenen Kleidungsstücks (Kopftuch, Kippa, Turban) auf den/die Träger_in hat.

5. Die Argumentation der Generalanwältin wird völlig inkonsistent, wenn sie das Tragen eines religiösen Zeichens als Schmuckstück, dessen Tragen nicht als religiös verpflichtend empfunden wird und das entsprechend leicht an der Garderobe abgeben werden könnte, als zulässig und nicht dem Unternehmensziel der Neutralität zuwiderlaufend definiert.

6. Die Behauptung der Generalanwältin, Kopftuchverbote behinderten die Integration muslimischer Frauen in den Arbeitsmarkt nicht, wird durch die Beratungspraxis der Antidiskriminierungsstellen täglich widerlegt. Ihr Hinweis darauf, dass die Klägerin trotz Kopftuchverbot in den Arbeitsmarkt integriert gewesen sei und ihren Arbeitsplatz erst verloren habe, als sie das Kopftuch tragen wollte, entbehrt nicht einer gewissen Brisanz. Das bedeutet aus Sicht Betroffener nichts anderes, als dass sie ihre Kündigung selbst verschulden, wenn sie die gesetzlich garantierte Religionsfreiheit, die auch das Tragen religiös motivierter Kleidung umfasst, wahrnehmen wollen. Das aus dem Mund einer Generalanwältin des EuGH zu hören, ist nichts, was üblicherweise zu erwarten ist.

Die rechtliche Situation in Deutschland garantiert eine größere Religionsfreiheit als das in anderen EU-Ländern der Fall ist. Betriebsregeln, wie die im vorliegenden Fall diskutierten, haben pauschalierenden Charakter und wären aus unserer Sicht in Deutschland selbst dann unzulässig, falls der EuGH den Schlussanträgen der Generalanwältin folgen sollte. Wir hoffen allerdings, dass dies nicht der Fall sein wird.

Eine detaillierte Darstellung der Schlussanträge der Generalanwältin und entsprechender Kritik findet sich unter: muslimische-frauen.de

1. Schlussanträge der Generalanwältin Juliane Kokott vom 31. Mai 2016, Rechtssache C-157/15, Samira Achbita und Centrum voor gelijkheid van kansen en voor racismebestrijding gegen G4S Secure Solutions NV, Rn. 17. 

2. Art. 4 der Richtlinie 2000/78 „Berufliche Anforderungen“ Abs. 1. 

3. Schlussanträge, Rn. 63. 

4. Ebenda, Rn. 107. 

5. Ebenda, Rn. 124. 

6. Ebenda, Rn. 53. 

7. Ebenda, Rn. 110.      MiG 13

 

 

 

 

Europäischer Gerichtshof. Kindergeld darf an Aufenthaltsrecht gekoppelt werden

 

Kindergeld und soziale Leistungen könnten ohne gültigen Aufenthaltstitel verweigert werden. Das hat der Europäische Gerichtshof in einem Fall aus Großbritannien entschieden.

 

Ob eine Familie in einem EU-Staat Kindergeld erhält, darf einem Gerichtsurteil zufolge grundsätzlich an das Aufenthaltsrecht gekoppelt werden. Der Staat kann demnach Menschen ohne gültigen Aufenthaltstitel das Kindergeld und andere soziale Leistungen verweigern, erklärte der Gerichtshof der Europäischen Union (EuGH) am Dienstag in Luxemburg. Damit wies der EuGH eine Klage der EU-Kommission gegen Großbritannien ab. (AZ: C-308/14)

Die Kommission hatte nach Darstellung des Gerichts zahlreiche Beschwerden über Großbritannien erhalten. Danach beklagten sich EU-Bürger anderer Länder, dass die britischen Behörden ihnen bestimmte soziale Leistungen verweigerten, weil sie kein Aufenthaltsrecht in Großbritannien hatten. Die EU-Kommission sah im britischen Verhalten eine Verletzung eines EU-Gesetzes von 2004, das der Koordinierung der Systeme der sozialen Sicherheit innerhalb Europas dienen soll.

Die Europäische Kommission machte laut EuGH zweierlei geltend. Zum einen stellten die britischen Regeln Voraussetzungen für den Genuss von Sozialleistungen auf, die über das Gesetz hinausgingen. Daneben würden Ausländer gegenüber Briten, die gewöhnlich Aufenthaltsrecht in ihrem eigenen Land besäßen, diskriminiert.

Beides wies das Gericht zurück. Beim ersten Beschwerdepunkt machten die EU-Richter ein Missverständnis aus. Das EU-Gesetz lege nämlich überhaupt keine inhaltlichen Voraussetzungen für die Sozialleistungen fest. Diese inhaltlichen Voraussetzungen lägen vielmehr im Ermessen des Landes, also Großbritanniens. Davon abgesehen stellte die Prüfung des Aufenthaltsrechts zwar tatsächlich eine Ungleichbehandlung dar. Diese sei aber durch ein legitimes Ziel zu rechfertigen. Das Ziel, die durch die Sozialleistungen beanspruchten öffentlichen Finanzen zu schützen, stellt dem EuGH zufolge solch ein Ziel dar. (epd/mig 15)

 

 

 

 

Österreichs Bundeskanzler in Berlin. Für faire Verteilung in der Flüchtlingskrise

 

Deutschland und Österreich sind sich in der Flüchtlingskrise in vielen Punkten einig. Das betonte Kanzlerin Merkel nach ihrem Gespräch mit dem neuen österreichischen Kanzler Kern. Beide sprachen sich für eine faire Verteilung von Flüchtlingen innerhalb der EU aus. "Wir wissen, dass dies noch ein langer Weg sein wird", so Merkel.

 

"Die österreichisch-deutschen Beziehungen sind gut, freundschaftlich und eng und werden das auch bleiben", sagte Bundeskanzlerin Angela Merkel bei einer gemeinsamen Pressekonferenz mit dem Bundeskanzler Christian Kern. Sie verwies auf den regen wirtschaftlichen und kulturellen Austausch sowie die enge Verflechtung der Volkswirtschaften.

Bundeskanzler Christian Kern war zu seinem Antrittsbesuch nach Berlin gekommen. Bundeskanzlerin Merkel begrüßte ihn mit militärischen Ehren. Kern ist seit 17. Mai Bundeskanzler Österreichs. Er ist Nachfolger von Werner Faymann, der am 9. Mai von seinem Amt zurückgetreten war.

Zusammenarbeit bei der Migration

Im Fokus des Gesprächs stand die Flüchtlingskrise. Deutschland und Österreich unterstützten beide das EU-Türkei-Abkommen, betonte Merkel. Beide Länder strebten zudem einen besseren Schutz der Außengrenzen an. Ziel sei auch, die Fluchtursachen zu bekämpfen. In diesem Zusammenhang verwies die

Bundeskanzlerin auf den afrikanischen Kontinent und die Fluchtwege aus Libyen. Hier warteten die "nächsten große Aufgabe auf uns", sagte sie.

Beide Länder unterstützten eine faire Verteilung der Flüchtlinge innerhalb der EU. "Wir wissen, dass dies noch ein langer Weg sein wird", so Merkel. Das Grundprinzip sei aber richtig und wichtig.

Referendum in Großbritannien

Thema war auch die europäische Zusammenarbeit. Natürlich habe man sich auch über das heutige Referendum in Großbritannien ausgetauscht, erklärte die Kanzlerin. "Wir wünschen uns natürlich eine Entscheidung, bei der die Bürgerinnen und Bürger in Großbritannien selbstverständlich entscheiden,

aber bei der Großbritannien Teil der Europäischen Union bleibt."

Westbalkan-Konferenz im Juli

Österreich und Deutschland nehmen Anfang Juli in Paris an der Westbalkan-Konferenz teil. Österreich habe sich ebenso wie Deutschland sehr dafür eingesetzt, die Zusammenarbeit mit den Westbalkanstaaten zu intensivieren, sagte die Kanzlerin.

Wirtschaftsbeziehungen

2014 gingen rund 29,7 Prozent aller österreichischen Exporte nach Deutschland. Deutsche Lieferungen machten rund 37,3 Prozent des österreichischen Importvolumens aus. Deutschland blieb Haupthandelspartner, auch bei den Dienstleistungen. Wichtigster Posten im bilateralen Dienstleistungsverkehr war für Österreich auch 2014 der Tourismus. Von den rund 90.000 deutschen

Arbeitnehmern in Österreich sind etwa 30.000 im Tourimsus tätig. Tochtergesellschaften deutscher

Unternehmen beschäftigen in Österreich rund 100.000 Menschen. Deutschland und Österreich bilden einen gemeinsamen Strommarkt mit gleichen Preisen im Elektrizitätsgroßhandel. Die Grenzüberschreitende Stromlieferungen haben einen erheblichen Umfang. Pib 23

 

 

 

„Hälfte der Türkeistämmigen fühlt sich nicht anerkannt“

 

Emnid-Umfrage unter Türkeistämmigen in Deutschland: Hohes allgemeines Wohlbefinden, aber weit verbreitetes Gefühl mangelnder sozialer Anerkennung – Vehemente Verteidigung des Islam – Fundamentalistische Haltungen verbreitet – Kulturelle Selbstbehauptung besonders in der zweiten und dritten Zuwanderer-Generation – Exzellenzcluster der Universität Münster führt eine der bisher umfassendsten Befragungen Türkeistämmiger über Integration und Religiosität durch

Münster, 16. Juni 2016 (exc) 90 Prozent der Türkeistämmigen in Deutschland fühlen sich nach einer repräsentativen Emnid-Umfrage wohl im Land, doch mehr als die Hälfte sieht sich sozial nicht anerkannt. „Das Bild von der persönlichen Lebenssituation der in Deutschland lebenden Türkeistämmigen ist positiver, als man es angesichts der vorherrschenden Diskussionslage zur Integration erwarten würde“, sagte der Leiter der Studie „Integration und Religion aus der Sicht von Türkeistämmigen in Deutschland“ aus dem Exzellenzcluster „Religion und Politik“ der Universität Münster, Religionssoziologe Prof. Dr. Detlef Pollack, am Donnerstag in Berlin. Auch Gefühle der Benachteiligung seien unter den Türkeistämmigen nicht weiter verbreitet als in der Gesamtheit Deutschlands. Etwa die Hälfte der Befragten ist der Meinung, dass sie im Vergleich dazu, wie andere in Deutschland leben, ihren gerechten Anteil erhalten. In der Gesamtbevölkerung in Westdeutschland sind es nicht mehr, die das von sich sagen, im Osten sogar weniger.

 

„Woran es aber unter den in Deutschland lebenden Türkeistämmigen mangelt, ist das Gefühl, willkommen geheißen und anerkannt zu sein“, führte der Leiter der Studie aus. Gut die Hälfte der Zuwanderer aus der Türkei und ihrer Nachkommen fühlen sich als Bürger zweiter Klasse, egal wie sehr sie sich anstrengen dazuzugehören. Für die repräsentative Erhebung, eine der umfassendsten Befragungen Türkeistämmiger über Integration und Religiosität, befragte TNS Emnid im Auftrag des Exzellenzclusters gut 1.200 Zuwanderer aus der Türkei und ihre Nachkommen ab 16 Jahren. Die Befragten der ersten Generation leben im Durchschnitt seit 31 Jahren in Deutschland. 40 Prozent der Befragten wurden in Deutschland geboren.

Vehemente Verteidigung des Islam

Der Mangel an sozialer Anerkennung steht in Zusammenhang mit einer teilweise vehementen Verteidigung des Islam, wie der Leiter der Studie sagte. Im scharfen Gegensatz zur Haltung der Mehrheitsbevölkerung schreiben die Türkeistämmigen dem Islam vor allem positive Eigenschaften wie Solidarität, Toleranz und Friedfertigkeit zu. 83 Prozent der Zuwanderer und ihrer Nachkommen erklären, es mache sie wütend, wenn nach einem Terroranschlag als erstes Muslime verdächtigt werden. Drei Viertel plädieren für ein Verbot von Büchern und Filmen, die die Gefühle tief religiöser Menschen verletzen. Zwei Drittel der Befragten denken, der Islam passe durchaus in die westliche Welt, während 73 Prozent der Gesamtbevölkerung in Deutschland das Gegenteil meinen.

„Offenbar liegen die Integrationsprobleme stark auf der Ebene der Wahrnehmung und Anerkennung. So wichtig es ist, eine Wohnung und Arbeit zu haben, so wichtig ist es, dass die Bevölkerung den Zugewanderten mit Wertschätzung begegnet. Aus Sicht der muslimischen Minderheit handelt es sich beim Islam um eine angegriffene Religion, die vor Verletzungen, Vorurteilen und Verdächtigungen zu schützen ist.“

Islamisch-fundamentalistische Einstellungen verbreitet

Zugleich lassen die Ergebnisse der Umfrage einen beträchtlichen Anteil an islamisch-fundamentalistischen Einstellungen erkennen, die schwer mit den Prinzipien moderner Gesellschaften zu vereinen sind, wie der Soziologe darlegte. Die Hälfte der Befragten stimmt dem Satz zu „Es gibt nur eine wahre Religion“. 47 Prozent halten die Befolgung der Islam-Gebote für wichtiger als die deutschen Gesetze. Ein Drittel meint, Muslime sollten zur Gesellschaftsordnung aus Mohammeds Zeiten zurückkehren. 36 Prozent sind überzeugt, nur der Islam könne die Probleme der Zeit lösen. Prof. Pollack betonte, der Anteil derer mit verfestigtem fundamentalistischem Weltbild liege immerhin bei 13 Prozent.

Allerdings sieht das Forscherteam unter Leitung des Soziologen beachtliche Unterschiede zwischen der ersten Generation, das heißt denjenigen, die als Erwachsene nach Deutschland eingewandert sind, und der zweiten und dritten Generation, also denjenigen, die in Deutschland geboren wurden oder als Kind kamen. Der Anteil mit fundamentalistischem Weltbild liegt in der ersten Generation bei 18 Prozent, in der zweiten und dritten nur noch bei 9 Prozent. Auch sind es unter den Befragten der ersten Generation mehr, die den Glauben sehr streng leben: Während 27 Prozent von ihnen meinen, Muslime sollten einem Menschen des anderen Geschlechts nicht die Hand schütteln, denken dies 18 Prozent der zweiten und dritten Generation. Dass Frauen ein Kopftuch tragen sollten, meinen in der ersten Generation 39 Prozent, in den Folgegenerationen 27 Prozent. Auch der Anteil der muslimischen Frauen, die tatsächlich ein Kopftuch tragen, geht von 41 auf 21 Prozent zurück.

„Folglich kann die Popularität fundamentalistischer Haltungen künftig weiter sinken, sofern die Integration der jüngeren Zuwanderergeneration weiter gut verläuft.“ Als wichtigste Einflussfaktoren gegen fundamentalistische Meinungen kristallisierten sich in der Studie häufige Kontakte zur Mehrheitsgesellschaft, gute Deutschkenntnisse und die Einbindung in den Arbeitsmarkt heraus. Hinderlich sind Kontakte vorwiegend innerhalb der muslimischen Gemeinschaft sowie das verbreitete Gefühl mangelnder Anerkennung.

Zweite und dritte Generation besser integriert, pocht aber mehr auf Selbstbehauptung

Die Türkeistämmigen der zweiten und dritten Generation fühlen sich laut der Umfrage mit 43 Prozent weniger durch die Mehrheitsgesellschaft abgelehnt als die erste Generation mit 65 Prozent. Auch sind die Angehörigen der zweiten und dritten Generation in vielem besser integriert, wie Zuwächse bei Schulabschlüssen, Deutschkenntnissen und Kontakten zu Deutschen zeigen. „Allerdings pocht die zweite und dritte Generation weit mehr auf kulturelle Selbstbehauptung als die erste“, sagte der Soziologe. Dass sich Muslime an die deutsche Kultur anpassen sollten, meinen 72 Prozent der älteren Generation und 52 Prozent der jüngeren. 86 Prozent der zweiten und dritten Generation denken, man solle selbstbewusst zur eigenen Herkunft stehen, aber nur 67 Prozent der ersten Generation.

„Obwohl die in Deutschland Geborenen oder als Kind Eingewanderten besser integriert sind, schlägt das Pendel bei ihnen mehr in Richtung Selbstbehauptung aus als bei denen, die als Erwachsene kamen“, sagte der Forscher. Das lasse sich als Abgrenzung der Jüngeren von den Älteren erklären sowie mit höheren Ansprüchen an Bildung und Lebensgestaltung.

„Beide Seiten sind gefragt, ihre Haltung zu ändern“

„Politik und Zivilgesellschaft sollten dringend mehr Kontakte zwischen Muslimen und Nicht-Muslimen fördern“, unterstrich der Wissenschaftler. „Ob in Sportvereinen, Schulen, Bildungshäusern, Kirchen- oder Moscheegemeinden: Sie sollten sich treffen, gemeinsam aktiv werden, vorurteilsfrei diskutieren oder feiern. Signale mangelnden Respekts und verweigerter Anerkennung sind zu vermeiden.“

„Beide Seiten sind gefordert“, sagte Prof. Pollack. „Die deutsche Mehrheit sollte mehr Verständnis für die spannungsreiche Lage der Türkeistämmigen – zwischen Herkunftsprägung und Anpassung – aufbringen.“ Sie solle differenziert wahrnehmen, dass die Mehrheit der Zugewanderten keine fundamentalistische Einstellung aufweise. Die Türkeistämmigen wiederum sollten auf Vorbehalte nicht nur empört reagieren, sondern sich auch kritisch mit den gleichwohl anzutreffenden fundamentalistischen Tendenzen in den eigenen Reihen auseinandersetzen. (vvm 16)

 

 

 

 

Museum zeigt Migration. Flucht ist die älteste Maßnahme gegen Armut

 

Derzeit leben weltweit etwa 175 Millionen Menschen außerhalb ihres Herkunftsorts. Allerdings ist Migration kein Phänomen allein der Gegenwart. Seit jeher wandern Menschen, sei es gezwungenermaßen, sei es freiwillig. Das Dresdner Verkehrsmuseum zeigt in einer Ausstellung die Gechischte der Migration.

Dampfschiffe nach Amerika, überfüllte Schlauchboote im Mittelmeer: Das Dresdner Verkehrsmuseum thematisiert die Geschichte der Migration von Donnerstag an in einer Sonderausstellung. Unter dem Titel „Migration. (Aus-) Wanderung, Flucht und Vertreibung in Geschichte und Gegenwart“ werden unter anderem mehr als 20 Einzelschicksale von noch lebenden Zeitzeugen vorgestellt, sagte Museumsdirektor Joachim Breuninger am Dienstag in Dresden. Insgesamt erzählt die Ausstellung von Migranten aus dem 18. Jahrhundert bis in die Gegenwart. Zu Wort kommen per Bildschirm auch syrische Flüchtlinge, die erst seit 2015 in Dresden leben.

Zentrales Ausstellungsobjekt ist ein acht Meter langes Schlauchboot aus dem Mittelmeer, das 48 Flüchtlinge im vergangenen Jahr für die Überfahrt von der Türkei auf die griechische Insel Lesbos nutzten. Zugelassen ist es für 16 Passagiere.

Hinter Statistiken und Zahlen zur Migration stünden immer individuelle Schicksale von Menschen. „Wir geben diesen Zahlen ein Gesicht“, betonte Breuninger. Mit Flüchtlingen würden nach wie vor „perfide Geschäfte gemacht“. Auch das wolle die Ausstellung zeigen.

Info: Die Ausstellung „Migration“ ist vom 16. Juni bis 30. Dezember im Dresdner Verkehrsmuseum zu sehen. Das Museum ist täglich außer montags von 10 bis 18 Uhr geöffnet.

Eine wesentliche Rolle bei den Wanderungen spielten die Fahrzeuge, mit denen Menschen ihre Heimat verlassen. Migrationsgeschichte sei immer auch Verkehrsgeschichte. Daher widme sich das Dresdner Museum diesem wenig beachteten Einzelaspekt. Präsentiert würden „sehr emotionale, bewegende Geschichten“.

Diese Ausstellung sei „sehr wichtig für das Verständnis füreinander“, betonte die sächsische Integrationsministerin Petra Köpping (SPD), Denkanstöße seien wichtig. Integration sie immer auch ein Thema der Hoffnung, denn die Menschen rechneten in der neuen Heimat mit besseren und sicheren Lebensperspektiven. Köpping bezeichnete die Migration als „älteste Maßnahme gegen Armut“.

Ein Thema der Präsentation ist zudem die Deportation der Juden während der NS-Zeit. In der Ausstellung wurde es als Sackgasse gestaltet, an deren Ende persönliche Schicksale erzählt werden. Zu sehen ist auch ein originaler Leiterwagen, mit dem Deutsche nach dem Zweiten Weltkrieg in ihre Heimat zurückkamen. Außerdem wird über die Wanderungsbewegungen der Hugenotten im 16. bis 18. Jahrhundert und die der Donauschwaben im 18. und 19. Jahrhundert informiert. Letztere schifften sich in Ulm (Baden-Württemberg) ein. Ein Modell der Boote, die als „Ulmer Schachteln“ in die Geschichte eingegangen sind, ist in der Ausstellung zu sehen.

Thematisiert wird auch die Flucht aus der DDR über die innerdeutsche Grenze, sowohl eine gelungene mit einem selbst gebauten Heißluftballon, als auch ein gescheiterter Versuch mit einem selbst gebauten Kleinflugzeug. Ein weiteres Thema sind die großen Auswanderungswellen aus Deutschland nach Amerika in die „Neue Welt“ per Eisenbahn und Schiff.

Präsentiert werden zudem unter der Überschrift „Migration der Dinge“ einige Gegenstände, die Einwanderer aus ihrer Heimat mitbrachten und die aus dem Alltagsleben nicht mehr wegzudenken seien. Unter den Beispielen findet sich die Kartoffel, der Fußball und eine Jeans. (epd/mig 16)

 

 

 

 

Studie- Hälfte der Türkeistämmigen fühlt als Bürger zweiter Klasse

 

Gut die Hälfte der Türkeistämmigen in Deutschland fühlen sich einer Studie zufolge als Bürger zweiter Klasse. Sie hätten den Eindruck, sie seien nicht anerkannt und willkommen geheißen, egal wie sehr sie sich anstrengten.

Zuwanderer aus der Türkei sowie ihre Nachkommen haben einer Studie zufolge einen stark ausgeprägten Willen, sich in Deutschland zu integrieren. Mehr als zwei Drittel der Befragten wollten sich „unbedingt und ohne Abstriche“ in die deutsche Gesellschaft einfinden, wie aus der Studie „Integration und Religion aus der Sicht von Türkeistämmigen in Deutschland“ hervorgeht, die am Donnerstag in Berlin vorgestellt wurde. Die überwiegende Mehrheit der Befragten (87 Prozent) fühle sich zudem mit Deutschland verbunden.

Als Bedingungen für eine gelungenen Integration nannten mehr als 90 Prozent der Befragten die deutsche Sprache, die Beachtung der hiesigen Gesetze (84 Prozent) sowie gute Kontakte zu Deutschen (76 Prozent). Die deutsche Kultur zu übernehmen, werde als weniger bedeutsam angesehen, erklärten die Wissenschaftler. Nur 39 Prozent seien dieser Ansicht. Auch eine Anpassung des Kleidungsstils spiele nur für ein Drittel eine Rolle.

Trotz des Integrationswillens türkischer Migranten fühlt sich gut die Hälfte der Zuwanderer und ihrer Nachkommen in Deutschland als Bürger zweiter Klasse. Sie hätten den Eindruck, sie seien nicht anerkannt und willkommen, egal wie sehr sie sich anstrengten, sagte der Religionssoziologe Detlef Pollack von der Universität Münster und Leiter der Studie. Politik und Zivilgesellschaft sollten daher „dringend mehr Kontakte zwischen Muslimen und Nicht-Muslimen fördern“, egal ob im Sportverein, in Kirche- oder Moscheegemeinden oder in Bildungshäusern, betonte der Wissenschaftler.

Viele türkische Migranten haben laut der Studie jedoch das Gefühl, ihre Religion verteidigen zu müssen. Während 80 Prozent der Gesamtbevölkerung den Islam mit einer Benachteiligung der Frau assozierten, teilten türkische Migranten diese Ansicht nur zu 20 Prozent. Daneben verbänden mehr zwei Drittel der Mehrheitsgesellschaft den Islam mit Fanatismus und 64 Prozent mit Gewaltbereitschaft. Türkischstämmige sähen in ihrer Religion dagegen vor allem positive Eigenschaften wie Solidarität, Tolerenz und Friedfertigkeit.

Download: Ausführliche Ergebnisse der repräsentativen Erhebung von TNS Emnid im Auftrag des Exzellenzclusters „Religion und Politik“ der Universität Münster finden sich in der Studie „Integration und Religion aus der Sicht von Türkeistämmigen in Deutschland„.

Zugleich zeigten die Ergebnisse der Umfrage aber auch einen beträchtlichen Anteil an „islamisch-fundamentalistischen“ Einstellungen, die schwer mit den Prinzipien moderner Gesellschaften vereinbar seien, sagte der Religionssoziologe. Etwa die Hälfte der Befragten äußerte die Ansicht, es gebe nur eine wahre Religion. Darüber hinaus hielten 47 Prozent der Befragten die Befolgung der Islam-Gebote für wichtiger als die deutschen Gesetze. Bei einem kleineren Teil der Befragten (13 Prozent) habe sich ein „fundamentalistisches“ Weltbild verfestigt, sagte Pollack.

Der Bundestagsabgeordnete Volker Beck (Grüne) riet angesichts der Studienergebnisse insgesamt zu einer nüchternen Betrachtung. „Es ist nicht ungewöhnlich, dass religiöse Menschen religiöse Gebote höher bewerten als weltliches Recht“, sagte der religionspolitische Sprecher der Bundestagsfraktion. Hier lohne sich ein Blick auf gesellschaftspolitische Forderungen der katholischen Kirche, wenn es um Sexualaufklärung oder die Ehe für alle gehe.

Zudem sprach er sich für bekenntnisfördernden Islam-Unterricht in allen Bundesländern aus, wie er schon in Nordrhein-Westfalen eingeführt wurde. Zusammen mit einer universitären Ausbildung von Imamen in Deutschland könne dies „einen wichtigen Beitrag zur Versöhnung von Islam und säkularem Recht leisten“, sagte Beck. Für die repräsentative Untersuchung wurden von TNS Emnid im Auftrag des Exzellenzclusters „Religion und Politik“ der Universität Münster gut 1.200 Zuwanderer aus der Türkei und ihre Nachkommen ab 16 Jahren telefonisch befragt. (epd/mig 17)

 

 

 

Enge Verflechtungen auch in der Zivilgesellschaft. Deutschland – Türkei

 

Die gegenwärtigen Spannungen im politischen Verhältnis zwischen Deutschland und der Türkei verstellen zuweilen den Blick darauf, welche Breite und Tiefe die Beziehungen zwischen beiden Ländern bereits erreicht haben.

So ist zum Beispiel vielen nicht bewusst, dass gegenwärtig ca. 28.500 türkische Studentinnen und Studenten das größte Kontingent ausländischer Studierender in Deutschland stellen. Der intensive Austausch zwischen beiden Ländern im Hochschulbereich führte 2014 zur Gründung der staatlichen Türkisch-Deutschen Universität (TDU) in Istanbul.

Ähnlich sieht es bei den Wirtschaftsbeziehungen aus. Deutschland ist der wichtigste Handelspartner der Türkei. Das bilaterale Handelsvolumen wächst seit vielen Jahren schneller als der deutsche Außenhandel insgesamt. Es belief sich im Jahr 2015 auf 36,8 Mrd. Euro.

Deutschland ist auch der größte ausländische Investor in der Türkei. Umgekehrt haben türkische Unternehmen in Deutschland mittlerweile über 500.000 Arbeitsplätze geschaffen.

Auch politisch sind Deutschland und die Türkei seit vielen Jahren eng miteinander verflochten. Beide Staaten sind Verbündete innerhalb des NATO-Bündnisses und im Kampf gegen den Terrorismus. Das Flüchtlingsproblem betrifft Deutschland und die Türkei in besonderer Weise: Beide sind die wichtigsten Aufnahmeländer für Flüchtlinge in ihrer jeweiligen Region. Die

vielfältigen Beziehungen und Herausforderungen, vor denen Deutschland und die Türkei gleichermaßen stehen, haben ihren Niederschlag u.a. in den Deutsch-Türkischen Regierungskonsultationen gefunden, die am 22. Januar 2016 erstmals stattfanden.

Aber auch jenseits offizieller und kommerzieller Kontakte besteht ein dichtes Netzwerk zwischen den Zivilgesellschaften beider Länder. Träger dieser Kontakte sind zum einen die fast drei Millionen türkischstämmiger Mitbürger und zum anderen die jährlich über vier Millionen deutscher Touristen, die die Türkei besuchen. Nicht vergessen werden darf auch die wachsende Zahl deutsch-türkischer Ehen. Seit vielen Jahren kommen die meisten Partner und Partnerinnen

in deutsch-ausländischen Ehen aus der Türkei.

Aus der nachfolgenden Auswahl an Links geht hervor, wie eng Deutschland und die Türkei heute miteinander verflochten sind - und wie wichtig damit füreinander. Pib 22

 

 

 

 

Die Junge Wirtschaft bietet Flüchtlingen kontinuierlich neue Perspektiven

 

Berlin, 20. Juni 2016. Heute ist Weltflüchtlingstag. Ein Tag, der auf die Situation von Millionen Menschen auf der Flucht aufmerksam macht. Der jungen Wirtschaft ist ein Tag aber nicht genug. Deshalb engagieren sich die Wirtschaftsjunioren Deutschland ganzjährig für die Integration in Deutschland angekommener Flüchtlinge. Mit ihrer Aktion JUGEND STÄRKEN: 1000 Chancen haben sie seit 2012 sozial benachteiligten Jugendlichen mehr als 5.000 Chancen für einen erfolgreichen Berufsstart geboten.

 

„Für uns Wirtschaftsjunioren bedeutet Integration von Flüchtlingen in erster Linie Integration in den deutschen Arbeitsmarkt. Dabei kann für sie insbesondere die berufliche Bildung eine Brücke in das Berufsleben sein. Das Projekt JUGEND STÄRKEN: 1000 Chancen bietet hier die richtige Starthilfe“, betont Horst Wenske, Bundesvorsitzender der Wirtschaftsjunioren.

 

Deutschlandweit entwickeln die Wirtschaftsjunioren gemeinsam mit Jugendmigrationsdiensten passgenaue Angebote, um jungen Flüchtlingen den Einstieg in Gesellschaft und Arbeit zu erleichtern. Im bayerischen Cham nehmen junge Flüchtlinge beispielsweise an Vereinsaktivitäten teil und werden mit Coachings und Praktika auf einen Berufsstart in 2017 vorbereitet. Ein anderes Beispiel des ehrenamtlichen Engagements der Wirtschaftsjunioren ist die Organisation einer Ausbildungsbörse in Berlin, bei der im April 100 Flüchtlinge Informationen zu Berufsmöglichkeiten erhielten. Wenske selbst hat am 30. Mai elf Flüchtlingen in Karlsruhe Praktika vermittelt.

 

Vor allem mit Bewerbungstrainings leisten die Wirtschaftsjunioren praxisnahe Hilfestellung. Als junge Unternehmer und Führungskräfte wissen sie, worauf es ankommt. Mit ihrem Engagement erhöhen sie in allen Regionen Deutschlands die Chancen junger Flüchtlinge auf Berufserfahrung und Integration in den Arbeitsmarkt.

 

Die Wirtschaftsjunioren Deutschland (WJD) bilden mit mehr als 10.000 Mitgliedern aus allen Bereichen der Wirtschaft den größten deutschen Verband junger Unternehmer und Führungskräfte.

 

Das Projekt JUGEND STÄRKEN: 1000 Chancen wird vom Bundesministerium für Familie, Senioren Frauen und Jugend gefördert. Die Wirtschaftsjunioren unterstützen junge Menschen mit schwierigen Ausgangsbedingungen beim Berufseinstieg.  Thomas Usslepp WJD 20

 

 

 

 

Studie. Fremdenangst am stärksten in Regionen mit wenigen Migranten

 

Soziologische Studie der Universität Tübingen zeigt: In Zeiten hoher Einwanderung wächst die Fremdenangst – allerdings weniger in Regionen, in denen viele Migranten leben, sondern ausgerechnet dort, wo die wenigsten leben.

In Gebieten mit wenigen Migranten ist die Angst vor Fremden stärker als in Regionen mit hohem Ausländeranteil. Zu diesem Ergebnis kommt eine Studie des Sozialwissenschaftlers Hannes Weber laut einer Mitteilung der Universität Tübingen vom Mittwoch. Demnach sind in den Landkreisen mit dem niedrigsten Zuwandereranteil die Ängste vor negativen Konsequenzen der Zuwanderung – etwa für Arbeitsmarkt oder Kriminalitätsrate – am weitesten verbreitet.

Weber erklärt diese Beobachtung damit, dass sich Menschen in ethnisch vielfältigeren Regionen offenbar stärker an die Präsenz von Menschen anderer Herkunft gewöhnt hätten. Dagegen fühle sich stärker bedroht, wer im Alltag wenigen Zuwanderern begegne, während gleichzeitig in den Medien über die hohe Zuwanderung diskutiert werde.

Gleichzeitig beobachtet der Wissenschaftler allerdings, dass etwa in Stuttgart in den vergangenen 15 Jahren überproportional viele Deutsche aus Vierteln mit hohem Migrantenanteil weggezogen sind. Innerhalb von Städten seien eher die Bewohner in besser situierten Vierteln mit geringem bis moderatem Zuwandereranteil tolerant gegenüber Migranten eingestellt. „Das deutet darauf hin, dass Menschen der Zuwanderung besonders positiv gegenüber stehen, wenn sie zwar im Alltag sichtbar, aber weniger in der unmittelbaren Nachbarschaft zu finden ist“, sagte Weber. Räumliche Nähe zu Zuwanderern stelle deshalb nur bedingt ein „Rezept gegen Fremdenfeindlichkeit“ dar.

Der Sozialwissenschaftler hatte für die Studie statistische Daten und Befragungen in Deutschland sowie Untersuchungen aus anderen europäischen Ländern ausgewertet. (epd/mig 21)

 

 

 

 

Migration stärkt langfristig die Wirtschaft

 

Globale Migration und ethnische Vielfalt stärken langfristig die Wirtschaftlichkeit eines Landes. Der Blick darf sich daher nicht auf die kurzfristigen Auswirkungen konzentrieren. Das ist das Ergebnis einer Studie der University of Chicago Booth School of Business.

Die öffentliche Debatte über die Folgen der Migration auf der ganzen Welt, vor allem über die Probleme der illegalen Einwanderung in die USA und über den anhaltenden Zustrom von Flüchtlingen nach Europa, neigt dazu, sich auf die kurzfristigen, wirtschaftlichen Auswirkungen, wie Wohnungsnot und Arbeitsmarktprobleme zu konzentrieren.

Aber einer neuen Studie der University of Chicago Booth School of Business zufolge, hat das Empfangen von Migranten aus fremden Ländern eine positive Langzeitwirkung auf die Wettbewerbsfähigkeit lokaler Firmen, die Investitionen anziehen und die auf wirtschaftlicher Ebene mit dem Herkunftsland der Migranten interagieren.

Mit anderen Worten: Soziale Bindungen und Kontakte zu ausländischer Bevölkerung im Heimatland erleichtern es im jeweiligen Heimatland der Migranten Geschäfte zu machen. Nicht alle Länder können Geschäfte in China oder Indien machen. Menschen aus diesen Ländern im eigenen Land zu haben, Menschen, die Verbindungen haben und verstehen, wie man gewisse Dinge angeht, erleichtern die Durchführung von Geschäften.

Historische Daten der letzten 130 Jahre verwendet

In der Studie „Migrants, Ancestors, and Foreign Investments,“ verwendeten die Forscher historische Daten, der letzten 130 Jahre, über Einwanderung in die USA. Ziel ist es die positiven, wirtschaftlichen Auswirkungen einer vielfältig, ethnischen Zusammensetzung einiger US-Landkreise auf ausländische Direktinvestitionen aufzuzeigen.

„Dieser Effekt auf ausländische Direktinvestitionen wirkt über einen langen Zeitraum, über Generationen und Jahrzehnte hinweg. Am Stärksten merkt man die Auswirkungen auf ausländische Direktinvestitionen ab der 2. und 3. Einwandergeneration, eher als zu Zeiten der Einwanderer selbst“, erklärt der Forscher Tarek A. Hassan von der University of Chicago. „Die Einwanderungsdaten gehen bis 1880 zurück, immer noch werden ausländische Direktinvestitionen davon beeinflusst.“

Um ausländische Direktinvestitionen anzuziehen, nutzen Entscheidungsträger häufig steuerliche Anreize oder Liquiditätsspritzen in Regionen oder Industrien. Während diese herkömmlichen Wirtschaftskräfte effektiv sein können, ist der Studie zufolge die soziale Dimension ausländischer Direktinvestitionen – über soziale Verbindungen zu Migrantengruppen verfügen – wichtiger.

Je weiter das Land, desto stärker die Investitionen

Hassan erklärt: „Verdoppelt man die Anzahl der Individuen deutscher Abstammung erhöht sich die Anzahl lokaler Arbeitsplätze in Unternehmen, die Investitionen von Deutschland erhalten, um 29%.“

Die Studie stellt außerdem fest, dass die Auswirkungen der ausländischen Direktinvestitionen stärker sind, wenn das Land weiter weg liegt. Bedeutet, dass die Präsenz von kleinen Gruppen von Menschen aus weit entfernten Orten eine enorme wirtschaftliche Auswirkung haben kann.

Die Qualität der Institutionen im Herkunftsland spielt ebenfalls eine Rolle für den Erfolg ausländischer Direktinvestitionen. Der Fall des Eisernen Vorhangs in Europa in den frühen 1990er Jahren ist ein relativ aktuelles Beispiel für diese Erkenntnis. Nach dem zweiten Weltkrieg nahmen viele US-Landkreise, vor allem im Mittleren Westen, tausende europäische Flüchtlinge auf. Heute sind es diese US-Landkreise, die einen wirtschaftlichen Vorsprung aufzeigen, es handelt sich um wachsende Volkswirtschaften, die tausende von Arbeitsplätze schaffen.

Offenheit bringt wirtschaftliche Vorteile

„Das bedeutet vor allem, dass die Offenheit gegenüber verschiedener Migranten und Flüchtlinge Jahrzehnte lang wirtschaftliche Vorteile mit sich bringt und das auf ganzer Linie“, verdeutlicht Hassan.

Die Ergebnisse dieser Studie haben natürlich auch Auswirkungen auf die Einwanderungspolitik. Eine starke Einwanderungspolitik würde den Wert erkennen, dass verschiedene ethnische Gruppen der Wirtschaft nutzen können.

„Die Entwicklung der Investitionsbeziehungen zwischen den USA und China, würden drastisch anders aussehen, wenn den chinesischen Einwanderern nicht wie von 1882 bis 1965 der Eintritt in die USA verweigert worden wäre“, erklärt Hassan. „Ohne dieses chinesische Ausschlussverfahren, hätte der Nordosten, unseren Schätzungen zufolge, im 19. und 20. Jahrhundert wesentlich mehr an Migration aus China erfahren, was die heutigen wirtschaftlichen Verbindungen gestärkt hätte.“ (etb 24)

 

 

 

 

Demonstration. Über 40.000 bei Menschenketten gegen Rassismus

 

Dem Aufruf „Hand in Hand gegen Rassismus“ folgten am Wochenende bundesweit mehrere Zehntausend Demonstranten. Der Vorsitzende des Zentralrats der Muslime, Aiman Mazyek, sprach von einem „wichtigen Zeichen der Verbundenheit“.

Tausende Menschen sind am Wochenende deutschlandweit auf die Straße gegangen, um ein Zeichen gegen Fremdenhass zu setzen. Zu Menschenketten unter dem Motto „Hand in Hand gegen Rassismus für Menschenrechte und Vielfalt“ hatte ein Bündnis von kirchlichen Organisationen, sozialen Vereinen und Wohlfahrtsorganisationen aufgerufen. Schwerpunkte der Demonstrationen waren Berlin, Bochum, Hamburg, Leipzig und München.

Insgesamt seien zu dem Aktionstag dort und in 16 weiteren Städten 150 Veranstaltungen angemeldet worden, teilte das Bündnis mit. Bis zum Sonntagnachmittag zählten die Organisatoren 33.000 Demonstranten in den kilometerlangen Menschenketten. Bis zum Abend wurden mehr als 40.000 Teilnehmer erwartet.

Mazyek: Zeichen der Verbundenheit

Der Vorsitzende des Zentralrats der Muslime, Aiman Mazyek, nannte die Menschenketten ein „wichtiges Zeichen der Verbundenheit“. „Islamfeindlichkeit und andere Formen von Diskriminierungen haben leider zugenommen“, sagte er am Samstag dem Hörfunksender NDR Info. Muslime dürften sich aber nicht in ein Schneckenhaus zurückziehen. Sie sollten sich zeigen und deutlich dagegen positionieren, wenn Menschen aufgrund ihrer Religion, ihrer Ethnie und auch ihrer sexuellen Ausrichtung diskriminiert werden.

Rund 9.000 Demonstranten versammelten sich in Berlin, jeweils 1.500 in Karlsruhe und Leipzig. Die Menschenketten verbanden Moscheen, Kirchen, Synagogen, soziale Einrichtungen, Flüchtlingsunterkünfte, Museen, Theater und Rathäuser, um Schutz und Solidarität zu symbolisieren.

Hoffmann: Große Mehrheit für Weltoffenheit

Der DGB-Vorsitzende Reiner Hoffmann sagte in der Bundeshauptstadt: „Die große Mehrheit in Deutschland steht für Weltoffenheit und Menschlichkeit, nicht für dumpfen Rassismus.“ Pro-Asyl-Geschäftsführer Günter Burkhardt kritisierte die europäische Flüchtlingspolitik. Europa mache die Grenzen dicht und verrate die Menschenrechte von Flüchtlingen.

Bereits am Samstag hatten sich in Bochum mehr als 4.000 Menschen versammelt. In Osnabrück und Münster kamen jeweils mehr als 1.000 Demonstranten zusammen. Zum bundesweiten Bündnis der Veranstalter gehörten unter anderem Amnesty International Deutschland, Pro Asyl, der Deutsche Gewerkschaftsverbund, die Diakonie, die Union progressiver Juden in Deutschland sowie der Zentralrat der Muslime. Der Aktionstag am 19. Juni nahm Bezug auf den Weltflüchtlingstag, der auf Initiative der Vereinten Nationen jährlich am 20. Juni begangen wird.

Annette Kurschus, Präses der Evangelischen Kirche von Westfalen, rief bei der Kundgebung in Bochum zu Offenheit und Toleranz gegenüber Flüchtlingen auf. Türen und Herzen, Köpfe und Hände müssten offen bleiben für alle, die um ihr Leben fürchten müssten und ihr Leben in Freiheit und Sicherheit gestalten wollten, sagte sie. (epd/mig 20)

 

 

 

 

Die Reichweite des Mindestlohns wurde unterschätzt

 

Dresde - Der flächendeckende Mindestlohn hat in Deutschland eine größere Reichweite entfaltet als im Vorfeld erwartet wurde. Dass es dennoch bislang zu keinem massiven Stellenabbau gekommen ist, dürfte den vielfältigen alternativen Anpassungsreaktionen der Unternehmen und der guten konjunkturellen Arbeitsmarktlage zu verdanken sein. Dies sind die zentralen Ergebnisse umfangreicher Forschungsarbeiten des ifo Instituts basierend auf dem ifo Konjunkturtest und einer gesonderten Betriebsbefragung in der gewerblichen Wirtschaft des Freistaats Sachsens. „Die Reichweite des Mindestlohns endet bereits heute nicht bei 8,50 € je Stunde. Der Kostendruck auf die Unternehmen dürfte demnach höher sein, als bislang in den maßgeblichen Schätzungen berücksichtigt wurde“, erläutert Michael Weber, Arbeitsmarktforscher in der Dresdner Niederlassung des ifo Instituts.

 

Zu der höheren Reichweite des Mindestlohns dürfte beigetragen haben, dass sich viele Unternehmen genötigt sahen, den Lohnabstand zwischen Hoch- und Geringqualifizierten auch nach Einführung des Mindestlohns aufrechtzuerhalten. In einer vom ifo Institut begleiteten Sonderumfrage in der gewerblichen Wirtschaft des Freistaats Sachsens gab jeder dritte vom Mindestlohn betroffene Betrieb an, auch Löhne oberhalb der Grenze von 8,50 € je Stunde mindestlohnbedingt angehoben zu haben. Jeder zehnte Betrieb war nach eigener Aussage allein wegen solcher Mindestlohneffekte auf die höheren Lohngruppen vom Mindestlohn betroffen. Ergänzende Befragungen im Rahmen des ifo Konjunkturtests zeigen, dass 13 Prozent  der ostdeutschen und sogar 17 Prozent der westdeutschen Unternehmen die eigene Betroffenheit vom Mindestlohn vor der Einführung der Lohnuntergrenze unterschätzt haben.

 

Die betroffenen Unternehmen reagierten auf die Kostensteigerungen vielfältig: Sie erhöhten ihre Preise, stellten Investitionen zurück, kürzten die Arbeitszeit ihrer Beschäftigten oder strichen Sonderzahlungen. Soweit möglich, versuchten die Unternehmen einen Stellenabbau kurzfristig zu vermeiden. Gleichwohl sind bereits im ersten Jahr nach der Einführung des flächendeckenden Mindestlohns deutliche mindestlohnbedingte Rückgänge in der Einstellungsbereitschaft der Unternehmen zu beobachten. Am stärksten sind die Beschäftigungswirkungen bei den Geringqualifizierten.

 

Die Ergebnisse beruhen auf einer Betriebsbefragung in der gewerblichen Wirtschaft des Freistaats Sachsen im Februar 2016, an der sich insgesamt 2.668 Betriebe beteiligten, sowie auf dem ifo Konjunkturtest, an dem monatlich ca. 7.000 Unternehmen des Verarbeitenden Gewerbes, des Bauhauptgewerbes, des Großhandels und des Einzelhandels teilnehmen.

 

Die vollständigen Umfrageergebnisse zum Thema Mindestlohn finden Sie in Heft 03/2016 der Zeitschrift „ifo Dresden berichtet“ sowie in der ifo Dresden Studie Nr. 77 mit dem Titel „Auswirkungen des flächendeckenden Mindestlohns auf die gewerbliche Wirtschaft im Freistaat Sachsen“, die heute erschienen sind. Die Beiträge können unter www.cesifo-group.de/dresdenberichtet bzw. www.cesifo-group.de/dresdenstudien kostenfrei herunter geladen werden. Ifo 21

 

 

 

 

Studie: Abgasskandal als Chance für Elektromobilität

 

Hamburg – Seit September 2015 sorgt der Abgasskandal für Aufruhr in der Automobilbranche. Nutznießer könnte die Elektrofahrzeugbranche sein, die mit den Pfunden Emissionsfreiheit und Umweltfreundlichkeit wuchert. Eine aktuelle Studie untersucht, ob die positiven Eigenschaften von Elektrofahrzeugen durch den Abgasskandal ins Blickfeld potenzieller Kunden gerückt werden und sich positiv auf deren Akzeptanz auswirken.  

Das Marktforschungsinstitut Dr. Grieger und Cie. hat im März 2016 im Rahmen einer repräsentativen Umfrage 1.028 Deutsche zwischen 18 und 69 Jahren online zu verschiedenen Faktoren rund um die Akzeptanz von Elektrofahrzeugen und deren Beeinflussung durch den aktuellen Emissionsskandal befragt.

Die Ergebnisse der Studie zeigen, dass Personen, die zu Befragungsbeginn mit Informationen zum Abgasskandal konfrontiert wurden, verstärkt Emotionen wie Besorgnis, Wut oder Abscheu wahrnahmen. Befragte, die diese Informationen nicht erhielten, empfanden in erster Linie Sympathie.

Die Mehrheit der befragten Personen äußert großes Interesse an Elektroautos: Mehr als ein Drittel stimmt zu, ernsthaft über eine Anschaffung nachzudenken. 96,9 Prozent der Befragten geben an, es sich vorstellen zu können, ein Elektroauto im Rahmen von Carsharing zu nutzen. Personen, die zu Beginn durch zusätzliche Informationen zum Abgasskandal beeinflusst wurden, zeigten eine leichte Steigerung von Interesse, Anschaffungs- und Kaufabsicht, wodurch der Abgasskandal als ein möglicher Treiber der Kaufbereitschaft identifiziert werden kann.

Zudem erhalten Produkteigenschaften von Elektroautos wie die symbolische Funktion eines Autos, zur eigenen Persönlichkeit und Perspektive zu passen und sich von anderen Menschen abgrenzen zu können, durch die anfängliche Beeinflussung zum Emissionsskandal stärkere Zustimmung als bei den Personen, die anfangs nicht zusätzlich beeinflusst wurden. Auch Fahrzeugeigenschaften wie ein angenehmes Fahrgefühl oder ihr Auftreten als spannende neue Technologie im Vergleich zu herkömmlichen Autos erfahren durch die Beeinflussung zum Abgasskandal mehr Zusprache.

Als gute Grundlage für eine stärkere Verbreitung der Elektromobilität äußern die Befragten ein hohes Umwelt- und Problembewusstsein. Die Sorge um die Auswirkungen des Automobilverkehrs und der Abgasmanipulation auf Klima, Erdölressourcen sowie die natürliche Umwelt und die menschliche Gesundheit ist stark ausgeprägt. Der Großteil der Befragten gibt an, sich durchaus Gedanken über eine „grüne“ Lebensweise und den Faktor Effizienz und Umweltfreundlichkeit beim Autokauf zu machen.

Der Rückgang der weltweiten Erdölressourcen sowie die zunehmende Umweltverschmutzung und globale Erwärmung zwingen die Menschen, nach alternativen Mobilitätskonzepten zu suchen. Die Studie belegt, dass Elektromobilität dafür großes Potenzial aufweist.  

Die vollständige Studie gibt es unter www.grieger-cie.de/elektromobilitaet dip 22

 

 

 

 

"Quotenschwarzer". Rassismus entsteht in deinem Kopf

 

Die neue schwarze Flasche bewirbt der Lebensmittelhersteller „true fruits“ mit dem Slogan: „Unser Quotenschwarzer“. Rassistisch? Nein, sagt das Unternehmen und setzt noch einen drauf. Rassismus entstehe im Kopf. Von Michaela Westerhoff

 

„Alltagsrassismus ist nicht immer leicht zu erkennen. Er kann sich deutlich in Form von rassistischen Beleidigungen und herabwürdigenden Handlungen zeigen, doch erscheint er auch ganz subtil. […] Dass Vorurteile oft unbewusst und unbedacht geäußert werden, bedeutet nicht, dass sie harmlos wären.“ Das steht auf der Internetseite der Bundeszentrale für politische Bildung.

Also schrieb ich die Firma „true fruits GmbH“ an. Ich war auf Facebook über ihre Werbung gestolpert und musste feststellen, dass einer meiner früheren Lieblingsunternehmen sich diskriminierender Sprache bedient:

Die Kampagne zur Vermarktung der neuen schwarzen Verpackung spielt auf das Klischee des „Quotenschwarzen“ in der Popkultur an. Zuerst dachte ich, das Unternehmen wäre sich naiverweise dem rassistischen Unterton nicht bewusst. Doch die Antwort überraschte: „Wir spielen mit Klischees, um den Betrachter zum [D]enken anzuregen. Dafür benutzen wir oftmals Ironie oder schocken ganz einfach. […] Aber nur mit polarisierenden Statements, die wachrütteln und anstoßen kriegen wir die Leute in Ihrer Aufmerksamkeit und spiegeln ein wenig was in unserer Gesellschaft vor uns geht. Jetzt mag man über unseren Weg streiten, wir finden ihn richtig.“

Anders als von „true fruits“ bezweckt, war in der Mehrheit der Kommentare aber keine kritische Auseinandersetzung mit Rassismus zu erkennen. Die Meisten applaudierten der „political in-correctness“ des Slogans und einige Aussagen zeugten mehr von einer Bestätigung in der rassistischen Weltansicht des jeweiligen Verfassers als von einer differenzierten Reflektion über die Thematik. Verstanden die Leser demnach nicht die Intention von „true fruits“ oder bediente sich die Firma schlichtweg rassistischer rhetorischer Mittel?

Ich schrieb eine weitere Nachricht an das Unternehmen. Die Reaktion überraschte noch mehr als die erste Antwort:

„true fruits“ nutzte meine Kritik und die von anderen Menschen aus, um noch mehr Aufmerksamkeit zu generieren und weiter die Werbetrommel zu rühren. Das Unternehmen ist sich demnach sehr wohl bewusst, wie ihre Werbung wirkt. Man beachte den Untertitel zur bearbeiteten Version: „Rassismus entsteht in deinem Kopf“.

Demnach habe ich Rassismus konstruiert. „true fruits“ sieht die Verantwortung über die Wirkung ihrer Wortwahl nicht bei sich selbst, sondern beim Betrachter. Diese Verantwortung abzugeben, sich aber gleichzeitig gesellschaftskritisch zu präsentieren, ist paradox, denn die Reproduktion von Vorurteilen fördert nur noch mehr Ignoranz. Diskriminierung bleibt nämlich Diskriminierung, auch in einem vermeintlich sarkastischen Kostüm der angeblichen „Satire“.

Dieser Vorfall hier ist leider kein Einzelfall auf der Facebook-Seite der Firma, denn Lookismus und Sexismus gehört ebenfalls zu ihren Werbeinhalten. #rottenfruits! MiG 22

 

 

 

Altersarmut statt Altersvorsorge: Was läuft falsch, und welche Reformen sind für ein zukunftsfähiges Rentensystem nötig?

 

Das Niveau der Rentenauszahlungen sinkt kontinuierlich. Die betriebliche und die geförderte Privatvorsorge reichen nicht aus, um die Versorgungslücke zu füllen. Experten warnen vor einer zunehmenden Armutsgefährdung im Alter. Nach Ansicht von Lars P. Feld, Anabell Kohlmeier und Christoph M. Schmidt, Sachverständigenrat zur Begutachtung der gesamtwirtschaftlichen Entwicklung, ist Altersarmut glücklicherweise heute kein gesellschaftlich relevantes Problem. Auch hätten die Reformen in der Gesetzlichen Rentenversicherung insgesamt dazu beigetragen, die finanzielle Stabilität dieses Systems mit vergleichsweise moderaten Beitragssatzerhöhungen zumindest bis zum Jahr 2029 zu sichern. Dies gelte allerdings nur dann, wenn sie Bestand hätten und nicht unterlaufen würden, wie dies mit der Mütterrente und der Rente mit 63 Jahren für langjährig Versicherte im Jahr 2014 bereits geschehen sei. In den kommenden Jahren sei allerdings mit einem weiteren Anstieg der Anzahl der Empfänger der Grundsicherung im Alter zu rechnen. Insbesondere die mangelhafte Integration in den Arbeitsmarkt treibe das Altersarmutsrisiko. Peter Hanau, Universität zu Köln, nennt die Bedingungen, damit eine betriebliche Altersversorgung zu einer tragenden Säule der Alterssicherung werden kann. Dirk Kiesewetter, Universität Würzburg, sieht in einer überbetrieblichen Altersvorsorge »die letzte Chance für eine marktwirtschaftliche Lösung«. Jochen Pimpertz, Institut der deutschen Wirtschaft Köln, meint, dass die aktuelle Debatte am Kern des Problems vorbei ziele. Das Problem der Armutsgefährdung im Alter lasse sich ursächlich nur auf dem Arbeitsmarkt lösen und nicht im System der Alterssicherung. Deshalb solle man sich bei den Reformvorschlägen vor allem auf Hilfe für die Personen mit einer dauerhaft unterbrochenen Erwerbsbiographie konzentrieren. Gleichwohl bestehe Nachsteuerungsbedarf in der Gesetzlichen Rentenversicherung im Sinne einer Fortführung des eingeschlagenen Reformpfads. Auch wenn es wenig populär klinge, für die Gesetzliche Rentenversicherung gelte die einfache Gleichung, dass die jüngeren Versicherten für einen gleichwertigen Rentenanspruch länger arbeiten müssen als die vorausgegangenen Kohorten. Martin Werding, Ruhr-Universität Bochum, sieht das Risiko einer wachsenden Altersarmut, das aber nicht dramatisiert werden sollte. Als wirksame und dauerhaft finanzierbare Ansätze zur Vermeidung dieses Risikos ergeben sich aus Werdings Sicht zum einen die laufende Heraufsetzung der Regelaltersgrenze innerhalb des Rentensystems und zum anderen der Ausbau der ergänzenden Altersvorsorge in einer betrieblichen oder privaten Säule.

 

Daten und Prognosen. ifo Konjunkturprognose 2016/2017: Aufschwung in Deutschland geht in die zweite Halbzeit

Der robuste Aufschwung, in dem sich die deutsche Wirtschaft seit dem Jahr 2014 befindet, wird sich fortsetzen. Das ifo Institut rechnet mit einem Zuwachs des realen Bruttoinlandsprodukts von 1,8% im laufenden Jahr. Im Jahr 2017 beläuft sich der Anstieg voraussichtlich auf 1,6%. Damit wird sich die Produktionslücke weiter verringern und im nächsten Jahr wohl nahezu geschlossen sein. Da diese Gangart der Konjunktur insgesamt eher verhalten ist, zeichnen sich keine Überhitzungserscheinungen auf den Güter- und Faktormärkten ab. Maßgeblich zum Wachstum trägt die schwungvolle Binnennachfrage bei. Die privaten Konsumausgaben expandieren vor dem Hintergrund der günstigen Beschäftigungsentwicklung und höherer Transfereinkommen. Von den anhaltend günstigen Finanzierungsbedingungen gehen positive Impulse für die Ausrüstungs- und Bauinvestitionen aus. Darüber hinaus profitiert die Nachfrage nach Wohnbauten von der anhaltenden Flüchtlingsmigration. Der Außenhandel liefert im Prognosezeitraum keine nennenswerten Impulse: Exporte und Importe dürften in ähnlichem Tempo expandieren. Im Zuge der positiven gesamtwirtschaftlichen Entwicklung dürfte sich die positive Grundtendenz auf dem deutschen Arbeitsmarkt fortsetzen, wenngleich die zuletzt beobachtete Dynamik nicht ganz gehalten werden dürfte.

 

Elektromotoren, Energieversorgung und Erziehung: Die Güte der entstehungsseitigen ifo-Kurzfristprognose

Die Vorhersage der gesamtwirtschaftlichen Produktion getrennt nach Wirtschaftsbereichen ist seit geraumer Zeit ein wichtiger Baustein einer jeden Konjunkturprognose. Das ifo Institut benutzt hierzu den eigens entwickelten IFOCAST-Ansatz. Der Artikel setzt sich kritisch mit der Prognosegüte der vom ifo Institut herausgegebenen entstehungsseitigen Prognosen auseinander. Im Ergebnis kann den ifo-Prognosen eine sehr gute Treffsicherheit attestiert werden. Besonders hoch ist die Güte für das Bruttoinlandsprodukt, die Industrie und das Baugewerbe. Für wenige Bereiche im Dienstleistungssektor hingegen gibt es Verbesserungsbedarf. Die Lösung hierfür besteht in der systematischeren Nutzung der Befragungsindikatoren des Dienstleistungssektors aus dem ifo Konjunkturtest.

Soziale Ungleichheit und Brexit – Ergebnisse der April- und Mai-Umfragen des Ökonomenpanels 2016 - In der April-Umfrage des Ökonomenpanels von ifo und FAZ wurden Professoren für Volkswirtschaftslehre an deutschen Universitäten zur gegenwärtigen Ungleichheitsdebatte befragt. Eine absolute Mehrheit von 63% der Teilnehmer ist der Meinung, dass die Einkommensungleichheit in Deutschland seit der Jahrtausendwende zugenommen hat. 21% stimmen dieser Aussage nicht zu; 16% sind sich unsicher. Die Ökonomen wurden weiterhin zur Vermögensungleichheit befragt. Auch hier stimmt eine absolute Mehrheit von 71% der Teilnehmer der Aussage zu, dass die Vermögensungleichheit seit der Jahrtausendwende zugenommen hat. 12% verneinen dies, 17% sind sich unsicher. In der Mai-Umfrage stand der mögliche Austritt Großbritanniens aus der Europäischen Union im Mittelpunkt der Befragung. Eine absolute Mehrheit von 85% der Teilnehmer beim Ökonomenpanel lehnt einen Austritt Großbritanniens aus der EU ab. Lediglich 11% würden ein Ausscheiden Großbritanniens befürworten; 4% sind sich unsicher.

ifo Migrationsmonitor: Rückgang der Zahl der registrierten Flüchtlinge – schwierige Arbeitsmarktsituation für Asylbewerber - Der Artikel gibt einen Überblick über die Entwicklung der Einwanderungs- und Asylbewerberzahlen sowie ihrer Qualifikationsstruktur: Die Zahl der Asylanträge in Deutschland bewegte sich in den vergangenen Monaten auf einem vergleichsweise hohen Niveau. Die Zahl der registrierten Flüchtlinge ging hingegen stark zurück. Eine zentrale Frage ist diejenige nach dem Bildungsniveau der Asylbewerber, die in Deutschland bleiben. Nicht repräsentative Selbstangaben registrierter Asylbewerber legen nahe, dass der Anteil derjenigen, die keine Schule oder nur eine Grundschule besucht haben, hoch ist. Diese Angaben decken sich offenbar auch mit den Erwartungen der Unternehmen. Ifo 23

 

 

 

 

 

Arbeitsmarktforscher. Integrationsgesetz ist kein Meilenstein

 

Dem Ökonomen Herbert Brücker geht die Integration der Flüchtlinge in den Arbeitsmarkt nicht schnell genug. Deren Beschäftigungsquote sei jedoch entscheidend dafür, ob Deutschland vom Zuzug der Flüchtlinge langfristig profitiert. Von Dirk Baas

 

Der Arbeitsmarktforscher Herbert Brücker hat das umstrittene Integrationsgesetz der Bundesregierung kritisiert. Die Pläne seien wenig hilfreich, um Flüchtlinge schneller in den Jobmarkt zu integrieren, sagte der Wissenschaftler vom Institut für Arbeitsmarkt- und Berufsforschung (IAB) dem Evangelischen Pressedienst. Er riet dazu, das Gesetz nicht überzubewerten, „es ist kein Meilenstein“.

Im Grundsatz sei gegen das dort verankerte Prinzip des Förderns und Forderns nichts zu sagen, betonte der Soziologe und Volkswirt. „Aber das Integrationsgesetz atmet noch beide Ideen, die Abschreckungsphilosophie und die Integrationsidee. Das macht das Gesetz ein Stück weit inkonsistent“, sagte der Professor für Volkswirtschaftslehre in Bamberg.

Er monierte, dass die künftige Regelung nur für jene Asylbewerber mit hoher Bleibeperspektive gedacht ist. „Das schränkt den Kreis gegenwärtig auf Asylbewerber aus vier Herkunftsländern ein. Damit fallen genau die Gruppen, bei denen die Asylverfahren sehr lange dauern, etwa Afghanen oder Somalier, aus der gesamten Förderung raus.“ Das sei sehr gefährlich: „Wir verlieren auf dem Weg zur Integration sehr viel Zeit, die wir später nicht mehr aufholen können.“

Wohnsitzzwang: Viele Argumente dagegen

Vor allem der geplante Wohnsitzzwang ist dem Experten ein Dorn im Auge. „Die halte ich für sehr problematisch. Viele Argumente sprechen gegen sie“, sagte Brücker. Wenn die Betroffenen in ihrer Jobsuche nicht staatlich behindert würden, dann senke das ihre Arbeitslosigkeit. Über 60 Prozent der Flüchtlinge haben nach seinen Angaben in der Vergangenheit ihre erste Stelle in Deutschland durch Kontakte zu Familienangehörigen, Freunden oder Landsleuten und nicht durch das Internet oder etwa durch die Bundesagentur für Arbeit gefunden. „Wir dürfen die Menschen nicht von diesen Ressourcen abschneiden“, forderte Brücker.

Integration sei kein Selbstläufer, betonte der Fachmann. Doch zeigte er sich zugleich überzeugt, dass Deutschland diese Aufgabe meistern könne: „Wir haben mit den Flüchtlingen kein ökonomisches Problem.“ Es könne sein, dass die Integration Nettokosten verursache, aber die seien gemessen an der volkswirtschaftlichen Leistungsfähigkeit des Landes gering. „Wenn wir die Zahlen des Sachverständigenrates zugrunde legen, dann belaufen sich die Ausgaben 2016 auf etwa 0,5 Prozent des Bruttoinlandproduktes. Es gibt keine volkswirtschaftliche Aufnahmegrenze, höchstens eine, die politisch definiert wird.“

Die finanziellen Belastungen für den Staat hängen nach seinen Angaben davon ab, wie gut und wie schnell es gelingt, die Flüchtlinge in den Arbeitsmarkt zu integrieren. „Das dauert nach unseren empirischen Erfahrungen bei Flüchtlingen länger als bei anderen Migranten. Aber wir erwarten, dass nach fünf Jahren etwa 50 Prozent von ihnen im Arbeitsmarkt angekommen sind. Nach zehn Jahren sind es 60 Prozent und nach 15 Jahren über 70 Prozent.“ (epd/mig 23)

 

 

Versicherung neu denken: Generali Vitality geht an den Start

 

Kunden werden durch dieses einzigartige Programm zu einem gesundheitsbewussteren Leben motiviert - Generali Vitality startet in Deutschland am 1. Juli in Verbindung mit Berufsunfähigkeits- und Risikolebensversicherungen. Das Programm bildet neben Generali Mobility und Generali Domocity eine wichtige Säule der Smart-Insurance-Strategie der Gruppe. Namhafte Partner für den deutschen Markt: Adidas, Allen Carr’s Easyway, Expedia, Fitness First, Galeria Kaufhof, Garmin, Linda, Polar und Weight Watchers. Exklusive Kooperation in Europa mit Vitality-Entwickler Discovery

 

München – Am 1. Juli 2016 startet die Generali Deutschland mit dem einzigartigen Programm Generali Vitality. Ziel ist es, Kunden zu einem gesundheitsbewussten Leben zu motivieren sowie deren Fortschritte dabei zu belohnen. So wird Versicherung in Deutschland neu definiert.

 

Die Generali Deutschland wird Generali Vitality in Verbindung mit Berufsunfähigkeits- (Generali) und Risikolebensversicherungen (Dialog) anbieten. Das Programm ist für alle Kunden freiwillig und jeder, der diese Versicherungen abschließt, kann unabhängig von Alter und Gesundheitszustand teilnehmen.

 

Generali Vitality bietet neuartige Services, die es den Kunden ermöglichen, einfach und smart jederzeit Informationen über ihren Gesundheitszustand bzw. -fortschritt zu erhalten. Das Programm bietet zahlreiche Möglichkeiten, die Lebensgewohnheiten schrittweise und individuell zu verändern, und viele Anreize, um persönliche Gesundheitsziele zu erreichen. Zu dem Programm gehört auch die Kooperation mit namhaften Partnerunternehmen aus den unterschiedlichsten Lebensbereichen, die den Generali Vitality Kunden attraktive Angebote und Belohnungen anbieten.

 

Giovanni Liverani, Vorstandsvorsitzender der Generali Deutschland AG, erklärt: „Im Zeitalter der Digitalisierung steht der Kunde mit seiner persönlichen Lebensweise und seinen ganz individuellen Bedürfnissen für uns mehr denn je im Mittelpunkt. Darum haben wir als erster Versicherer in Deutschland unsere umfassende Smart-Insurance-Offensive gestartet, mit der wir alle Möglichkeiten der Digitalisierung konsequent nutzen. Mehr noch: Wir erfinden Versicherungen neu und werden zum aktiven Partner für unsere Kunden. Mit Generali Vitality motivieren wir unsere Kunden zur Prävention und zu einem gesundheitsbewussten Lebensstil. Das macht das Programm in Deutschland und ganz Europa einzigartig. Wir verstärken und erweitern das Solidaritätsprinzip der Versicherung durch effektive Anreize zu gesundheitsbewusstem und damit risikovermeidendem Verhalten. Somit können wir weiter als Helfer in der Not agieren, aber auch das Leben unserer Kunden schützen, bevor ein Schaden entsteht.“

 

Neue Rolle für einen aktiven Kundenschutz

Die Einführung von Generali Vitality stellt einen zentralen Meilenstein in der Smart-Insurance-Offensive der Generali Deutschland dar. Mittels smarter Technologien bietet die Generali Deutschland ihren Kunden neuartige Lösungen, mit denen sie ihr Schadensrisiko aktiv senken können. So können Kunden etwa mithilfe von Generali Mobility sicherer fahren, mit Generali Domocity ihr Heim besser schützen oder mit Generali Vitality gesundheitsbewusster leben. Dieser innovative Ansatz bietet nicht nur Vorteile für den einzelnen Kunden, sondern für das ganze Kollektiv: Dank niedrigerer Gesundheitskosten wird die gesamte Versichertengemeinschaft von Generali Vitality profitieren. „Wir schützen unsere Kunden auch präventiv und werden damit vom Versicherer im Schadenfall zum aktiven Begleiter, um Risiken zu senken“, erläutert Liverani.

 

Gesundheitsbewusster Leben in drei Schritten

Konkret gliedert sich das Programm in drei Phasen:

1. Bewusst machen: Kunden ermitteln ihr persönliches Gesundheits- und Fitnessniveau und legen selber ihre Ziele fest, die sie mithilfe des Programms erreichen wollen. Egal wie fit sie beim Einstieg sind: Alle Kunden beginnen mit dem gleichen Vitality Status.

2. Aktiv leben: Basierend auf wissenschaftlichen Analysen unterstützt Generali Vitality die Kunden dabei, ihre selbstgesteckten Ziele zu erreichen und Punkte zu sammeln. Kunden können zum Beispiel durch die Wahrnehmung von Vorsorgeterminen, Verzicht auf Rauchen, den Einkauf gesunder Lebensmittel oder sportliche Aktivitäten Punkte sammeln, die ihnen bei der Verbesserung ihres Vitality Status helfen. Zusätzlich werden Kunden durch Rabatte bei unseren Kooperationspartnern motiviert. Je mehr Punkte, desto besser der persönliche Status – von Bronze, über Silber und Gold, zu Platin.

3. Belohnt werden: Von einem besseren persönlichen Vitality Status können unsere Kunden doppelt profitieren: Zum einen in Form von niedrigeren Versicherungsbeiträgen, zum anderen in Form von Rabatten unserer Rewardpartner. Je besser der Status, umso höher sind die Vorteile.

Das Programm bietet ausschließlich Vorteile für die Kunden. Selbst wenn ein Generali Vitality Teilnehmer keine Aktivität innerhalb des Programms ausüben würde, zahlt er über die Gesamtlaufzeit der Versicherung hinweg nie mehr als ein Kunde, der nicht am Vitality-Programm teilnimmt.

 

Kunden mit Anreizen unserer Top Kooperationspartner motivieren

Zur breiten Palette von Kooperationspartnern gehören namhafte Unternehmen wie Adidas, Fitness First, die „Linda-Apotheken“, Garmin und Polar, Weight Watchers, Allen Carr’s Easyway, Galeria Kaufhof sowie Expedia. Mit dieser großen Auswahl stellt Generali Vitality sicher, dass die Kunden ein maßgeschneidertes Programm ganz nach ihren persönlichen Bedürfnissen und Vorlieben nutzen können.

 

Europäische Einführung geplant

Generali Vitality wird zunächst in Deutschland eingeführt. Weitere europäische Länder werden folgen. Das Programm wurde in Kooperation mit dem Finanzdienstleister Discovery speziell für Kontinentaleuropa entwickelt. Discovery bietet Vitality bereits in vielen Ländern der Welt an, unter anderem in Großbritannien und den USA. Mehr als 3,5 Millionen Teilnehmer haben das Programm in rund 20 Jahren getestet. Diese langjährige Erfahrung, die breite regionale Expertise und die Unterstützung durch führende akademische Einrichtungen machen Vitality zum weltweit größten anreizbasierten und wissenschaftlich fundierten Gesundheitsprogramm.

 

Sicherheit persönlicher Daten hat höchste Priorität

Für eine Nutzung schließen Kunden neben dem Versicherungsvertrag mit dem jeweiligen Versicherungsunternehmen zusätzlich einen weiteren Vertrag mit der rechtlich und organisatorisch eigenständigen Generali Vitality GmbH ab, einer Tochtergesellschaft der Assicurazioni Generali. Somit findet eine strikte Trennung zwischen Versicherer und datenverarbeitendem Unternehmen statt. Der Versicherer hat zu keinem Zeitpunkt Zugriff auf die vom Kunden im Rahmen des Generali Vitality-Programms zur Verfügung gestellten Daten. Das Versicherungsunternehmen erhält lediglich eine Information zum Status des Generali Vitality-Vertrags sowie zum Generali Vitality-Status des Kunden, der sich aus den gesammelten Punkten errechnet.

 

Grundsätzlich gilt: Die Teilnahme am Generali Vitality-Programm ist freiwillig und der Kunde ist jederzeit Herr seiner Daten. Er entscheidet selbst, welche Daten er der Generali Vitality GmbH zur Verfügung stellt. Die Erhebung, Verarbeitung und Nutzung der Daten entspricht den hohen Anforderungen des Bundesdatenschutzgesetzes. Zudem werden die Daten auf Servern gespeichert, die hohen Sicherheitsstandards entsprechen.

Erfahren Sie mehr unter: www.generali-vitalityerleben.de

 

Generali in Deutschland. Die Generali in Deutschland ist mit rund 17,8 Mrd. € Beitragseinnahmen und mehr als 13,5 Millionen Kunden der zweitgrößte Erstversicherungskonzern auf dem deutschen Markt. Zum deutschen Teil der Generali gehören die Generali Versicherungen, AachenMünchener, CosmosDirekt, Central Krankenversicherung, Advocard Rechtsschutzversicherung, Deutsche Bausparkasse Badenia und Dialog. GD/De.it.press

 

 

 

 

Evaluation des Bundesprogramms "Sprach-Kitas: Weil Sprache der Schlüssel zur Welt ist"

 

Universität Bamberg und Freie Universität Berlin erhalten Auftrag vom Bundesfamilienministerium

 

Der Lehrstuhl für Elementar- und Familienpädagogik der Universität Bamberg und der Arbeitsbereich Frühkindliche Bildung und Erziehung der Freien Universität Berlin haben den Auftrag erhalten, das neue Bundesprogramm "Sprach-Kitas: Weil Sprache der Schlüssel zur Welt ist" zu evaluieren. Mit diesem Programm unterstützt das Bundesministerium für Familie, Senioren, Frauen und Jugend (BMFSFJ) seit Januar 2016 die alltagsintegrierte sprachliche Bildung in Kindertageseinrichtungen. Das Programm richtet sich hauptsächlich an Kitas, die von einem überdurchschnittlich hohen Anteil von Kindern mit besonderem sprachlichen Förderbedarf besucht werden. Von 2016 bis 2019 stellt der Bund jährlich bis zu 100 Millionen Euro für die Umsetzung des Programms zur Verfügung. Mit den Mitteln können zusätzliche (halbe) Personalstellen in Kitas und der Fachberatung geschaffen werden. Weitere Schwerpunkte des Bundesprogramms "Sprach-Kitas" sind die inklusive Bildung und Betreuung sowie die Zusammenarbeit mit Familien.

Die Wissenschaftlerinnen und Wissenschaftler der Universität Bamberg sowie der Freien Universität Berlin evaluieren, inwieweit die zusätzlichen Ressourcen die Kindertageseinrichtungen bei der Förderung der Kinder unterstützen und eine nachhaltige Qualitätsentwicklung anstoßen. In ihre Evaluation beziehen sie rund 950 Sprach-Kitas ein. Das sind knapp ein Viertel der Kindertagesstätten, die an dem Bundesprogramm teilnehmen. Die Wissenschaftlerinnen und Wissenschaftler berücksichtigen darüber hinaus 75 externe Fachberatungsstellen, welche die Kitas begleiten und unterstützen. Aus den Sprach-Kitas werden zusätzlich 1125 Familien für Befragungen ausgewählt.

Bis zum Ende der Evaluation im November 2019 sind mehrere Erhebungszeitpunkte vorgesehen. "Die ersten Ergebnisse sollen bereits im Frühjahr 2017 vorliegen. So können die Ergebnisse während des laufenden Programms den Kurs bestätigen oder Möglichkeiten der Verbesserung aufzeigen", sagt Prof. Dr. Hans-Günther Roßbach, Inhaber des Lehrstuhls für Elementar- und Familienpädagogik der Universität Bamberg, der zusammen mit Dr. Katharina Kluczniok die Evaluation in Bamberg leitet. Prof. Dr. Yvonne Anders, Leiterin des Arbeitsbereichs Frühkindliche Bildung und Erziehung an der Freien Universität Berlin, ergänzt: "Die Evaluation wird wichtige Impulse für eine hohe Qualität früher sprachlicher Bildung und Zusammenarbeit mit Familien in Kindertageseinrichtungen in Deutschland geben."

Bereits das Bundesprogramm "Schwerpunkt-Kitas Sprache & Integration" (2011-2015) war von Wissenschaftlerinnen und Wissenschaftlern beider Universitäten auf seine Wirkungen hin untersucht worden. Dip  23